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A pair of blue eyes

by Thomas Hardy · in Italian

UNA COPPIA DI OCCHI AZZURRI

di Thomas Hardy

“Una violetta nella giovinezza della natura primigenia, Precoce, non permanente, dolce, non duratura, Il profumo e il conforto d’un minuto; Null’altro.”

INDICE

PREFAZIONE Capitolo I Capitolo II Capitolo III Capitolo IV Capitolo V Capitolo VI Capitolo VII Capitolo VIII Capitolo IX Capitolo X Capitolo XI Capitolo XII Capitolo XIII Capitolo XIV Capitolo XV Capitolo XVI Capitolo XVII Capitolo XVIII Capitolo XIX Capitolo XX Capitolo XXI Capitolo XXII Capitolo XXIII Capitolo XXIV Capitolo XXV Capitolo XXVI Capitolo XXVII Capitolo XXVIII Capitolo XXIX Capitolo XXX Capitolo XXXI Capitolo XXXII Capitolo XXXIII Capitolo XXXIV Capitolo XXXV Capitolo XXXVI Capitolo XXXVII Capitolo XXXVIII Capitolo XXXIX Capitolo XL

PREFAZIONE

I capitoli seguenti furono scritti in un’epoca in cui la mania per l’indiscriminato restauro delle chiese aveva appena raggiunto i più remoti angoli dell’Inghilterra occidentale, dove i tratti selvaggi e tragici della costa si erano a lungo combinati in perfetta armonia con la rozza arte gotica degli edifici ecclesiastici ivi disseminati, gettando in una straordinaria discordia ogni tentativo architettonico di novità in quel luogo. Restaurare le grigie carcasse d’un medioevo di cui lo spirito era fuggito, pareva un atto non meno incongruo che mettersi a rinnovare le rupi stesse che vi si accompagnavano.

Di qui accadde che una storia immaginaria di tre cuori umani, le cui emozioni non erano prive di corrispondenza con queste circostanze materiali, trovasse negli incidenti ordinari di tali restauri ecclesiastici una cornice adatta alla sua presentazione.

La costa e la regione attorno a “Castle Boterel” sono ora ben note, e saranno facilmente riconosciute. Il luogo è, posso aggiungere, il più occidentale di tutti quegli angoli convenienti in cui mi sono avventurato a erigere il mio teatro per questi imperfetti piccoli drammi di vita e passioni di campagna; e giace vicino a, o non molto oltre, il vago confine del regno del Wessex su quel lato, che, come il margine occidentale dei moderni insediamenti americani, era progressivo e incerto.

Questo, tuttavia, è di poca importanza. Il luogo è preeminentemente (per una persona almeno) la regione del sogno e del mistero. Gli uccelli spettrali, il mare simile a un sudario, il vento spumeggiante, l’eterno soliloquio delle acque, la fioritura di un viola scuro che sembra esalare dai precipizi verso la riva, conferiscono di per sé alla scena un’atmosfera simile al crepuscolo d’una visione notturna.

Un’enorme scogliera in particolare figura nella narrazione; e per qualche motivo dimenticato o altro, questa scogliera fu descritta nella storia come priva di nome. La precisione richiederebbe di dichiarare che una notevole scogliera, che somiglia per molti aspetti alla scogliera della descrizione, porta un nome che nessun evento ha reso famoso.

T. H.

Marzo 1899

I PERSONAGGI

ELFRIDE SWANCOURT, una giovane signora CHRISTOPHER SWANCOURT, un ecclesiastico STEPHEN SMITH, un architetto HENRY KNIGHT, un critico e saggista CHARLOTTE TROYTON, una ricca vedova GERTRUDE JETHWAY, una povera vedova SPENSER HUGO LUXELLIAN, un pari LADY LUXELLIAN, sua moglie MARY E KATE, due bambine WILLIAM WORM, un factotum stordito JOHN SMITH, un capomastro JANE SMITH, sua moglie MARTIN CANNISTER, un sacrestano UNITY, una domestica

Altri servitori, muratori, manovali, stallieri, ecc., ecc.

LA SCENA Per lo più alla periferia del Wessex inferiore.

Capitolo I

“Una bella vestale, intronata nell’ovest”

Elfride Swancourt era una ragazza le cui emozioni giacevano molto vicine alla superficie. La loro natura più precisa, e come modificata dalle ore striscianti del tempo, era nota solo a coloro che osservavano le circostanze della sua storia.

Personalmente, era la combinazione di particolari molto interessanti, la cui rarità, tuttavia, risiedeva nella combinazione stessa piuttosto che nei singoli elementi combinati. A dire il vero, non si vedevano la forma e la sostanza dei suoi lineamenti quando si conversava con lei; e questo affascinante potere di impedire uno studio materiale dei suoi tratti da parte di un interlocutore non originava dall’effetto occultante d’una maniera ben formata (poiché la sua maniera era infantile e a malapena formata), bensì dall’attraente rozzezza delle osservazioni stesse. Aveva vissuto tutta la sua vita in ritiro — il monstrari digito degli uomini oziosi non l’aveva lusingata, e all’età di diciannove o vent’anni non era più avanti nella consapevolezza sociale di una giovane signora di città di quindici.

Un punto in lei, tuttavia, si notava: erano i suoi occhi. In essi si vedeva una sublimazione di tutto il suo essere; non era necessario guardare oltre: lì viveva.

Questi occhi erano azzurri; azzurri come la distanza autunnale — azzurri come l’azzurro che vediamo tra le modanature sfuggenti delle colline e dei pendii boscosi in una soleggiata mattina di settembre. Un azzurro nebbioso e ombroso, che non aveva inizio né superficie, e che veniva guardato DENTRO piuttosto che a.

Quanto alla sua presenza, non era potente; era debole. Alcune donne sanno far pervadere l’atmosfera d’un’intera sala da banchetti dalla propria personalità; quella di Elfride non era più pervasiva di quella d’un gattino.

Elfride possedeva la pensosità che appare sul volto della Madonna della Sedia, senza il suo rapimento: il calore e lo spirito del tipo di lineamenti femminili più comuni alle bellezze — mortali e immortali — di Rubens, senza la loro insistente carnalità. L’espressione caratteristica dei volti femminili del Correggio — quella dei pensieri umani struggenti che giacciono troppo in profondità per le lacrime — era la sua a volte, ma raramente in condizioni ordinarie.

Il punto nella vita di Elfride Swancourt in cui si può dire che una corrente più profonda si sia stabilita permanentemente, fu un pomeriggio d’inverno in cui si trovò a stare, nelle vesti di padrona di casa, faccia a faccia con un uomo che non aveva mai visto prima — per di più, guardandolo con una curiosità e un interesse simili a quelli di Miranda, che non aveva mai concesso a nessun mortale.

In questo giorno particolare suo padre, il vicario d’una parrocchia sulle coste spazzate dal mare del Wessex inferiore, e vedovo, soffriva d’un attacco di gotta. Dopo aver terminato le sue supervisioni domestiche, Elfride divenne inquieta, e diverse volte lasciò la stanza, salì la scala e bussò alla porta della camera di suo padre.

“Avanti!” rispondeva sempre con una voce cordiale, da aria aperta, dall’interno.

“Papà,” disse in un’occasione al bell’uomo di quarant’anni, dal viso rubicondo, che, sbuffando e sibilando come una bottiglia che scoppia, giaceva sul letto avvolto in una vestaglia, ed ogni tanto pronunciava, suo malgrado, una lettera di qualche parola o parole che erano quasi imprecazioni; “papà, non verrai giù stasera?” Parlava in modo distinto: lui era piuttosto sordo.

“Temo di no — eh-hh! — temo molto che non verrò, Elfride. Piph-ph-ph! Non sopporto nemmeno un fazzoletto su questo maledetto dito del piede, figuriamoci una calza o una pantofola — piph-ph-ph! Ecco che ricomincia! No, non mi alzerò fino a domani.”

“Allora spero che quest’uomo di Londra non venga; perché non so cosa dovrei fare, papà.”

“Beh, sarebbe imbarazzante, certamente.”

“Stento a credere che verrà oggi.”

“Perché?”

“Perché il vento soffia così forte.”

“Vento! Che idee hai, Elfride! Chi ha mai sentito dire che il vento impedisce a un uomo di sbrigare i suoi affari? L’idea che questo mio dito del piede debba peggiorare così improvvisamente!... Se dovesse venire, dovrai mandarlo da me, suppongo, e poi dargli da mangiare e metterlo a letto in qualche modo. Dio mio, che seccatura tutto questo!”

“Deve cenare?”

“Troppo pesante per un uomo stanco alla fine d’un viaggio tedioso.”

“Il tè, allora?”

“Non abbastanza sostanzioso.”

“Allora il tè rinforzato? C’è pollo freddo, pasticcio di coniglio, qualche focaccia e cose di quel genere.”

“Sì, il tè rinforzato.”

“Devo versare io il suo tè, papà?”

“Naturalmente; sei la padrona di casa.”

“Cosa! Stare seduta lì tutto il tempo con uno sconosciuto, proprio come se lo conoscessi, senza nessuno che ci presenti?”

“Sciocchezze, bambina, sulle presentazioni; ne sai più di questo. Un uomo di professione pratico, stanco e affamato, che viaggia fin dall’alba di stamattina, sarà difficilmente incline a parlare e sfoggiare cortesie stasera. Vuole cibo e riparo, e tu devi assicurarti che li abbia, semplicemente perché sono improvvisamente costretto a letto e non posso. Non c’è nulla di così terribile in questo, spero? Ti metti ogni sorta di sciocchezza in testa leggendo tanti di quei romanzi.”

“Oh no; non c’è nulla di terribile quando diventa chiaramente un caso di necessità come questo. Ma, vedi, tu ci sei sempre quando viene gente a cena, anche se li conosciamo; e questo è uno strano uomo di mondo di Londra, che penserà che sia strano, forse.”

“Va benissimo; lasciaglielo pensare.”

“È il socio del signor Hewby?”

“Stento a crederlo: può darsi.”

“Quanti anni ha, mi chiedo?”

“Questo non posso dirtelo. Troverai la copia della mia lettera al signor Hewby, e la sua risposta, sul tavolo nello studio. Puoi leggerle, e allora saprai quanto me sul nostro visitatore.”

“Le ho lette.”

“Bene, a che serve fare domande, allora? Contengono tutto ciò che so. Ugh-h-h!... Che la peste ti colga, piccola birbante! Non mettere nulla lì! Non sopporto il peso d’una mosca.”

“Oh, mi dispiace, papà. Ho dimenticato; pensavo che potessi avere freddo,” disse, rimuovendo in fretta la coperta che aveva gettato sui piedi del sofferente; e aspettando finché vide che la consapevolezza della sua offesa era passata dal suo volto, si ritirò dalla stanza, e tornò di nuovo al piano di sotto.

Capitolo II

“Fu la sera d’un giorno d’inverno.”

Quando due o tre ore aggiuntive ebbero fuso lo stesso pomeriggio nella sera, alcuni profili in movimento avrebbero potuto essere osservati contro il cielo sulla cima d’una collina selvaggia e solitaria in quel distretto. Circoscrivevano due uomini, aventi al momento l’aspetto di sagome, seduti in un calesse e che spingevano avanti contro il vento. A malapena una casa solitaria o un uomo erano stati visibili lungo l’intera desolata distanza di aperta campagna che stavano attraversando; e ora che la notte aveva iniziato a calare, il debole crepuscolo, che ancora dava un’idea del paesaggio alla loro osservazione, era ravvivato dalla tranquilla apparizione del pianeta Giove, che brillava momentaneamente in un’intensità maggiore davanti a loro, e da Sirio che spandeva i suoi raggi in rivalità dalla sua posizione sopra le loro spalle. Le sole luci apparenti sulla terra erano alcuni punti di rosso spento, che brillavano qua e là sulle colline distanti, le quali, come il conducente del veicolo fece notare gratuitamente al locatario, erano fuochi smorzati per il consumo di torba e radici di ginestra, dove la brughiera veniva dissodata per scopi agricoli. Il vento prevaleva con poca attenuazione dalla sua turbolenza diurna, tre o quattro piccole nuvole, delicate e pallide, strisciavano sotto il cielo verso sud verso il Canale.

Quattordici delle sedici miglia che intercorrevano tra il capolinea della ferrovia e la fine del loro viaggio erano state percorse, quando iniziarono a passare lungo l’orlo d’una valle di alcune miglia di estensione, in cui gli scheletri invernali d’una vegetazione più lussureggiante di quella che li aveva circondati finora proclamavano una ricchezza accresciuta del suolo, che mostrava segni d’una recinzione e gestione ben più attente di qualsiasi pendio avessero ancora superato. Poco più avanti, un’apertura tra gli olmi che si allungavano da questa fertile valle rivelò una dimora.

“Quella è Endelstow House, di Lord Luxellian,” disse il conducente.

“Endelstow House, di Lord Luxellian,” ripeté l’altro meccanicamente. Poi si voltò di lato, e scrutò intensamente la casa quasi invisibile con un interesse che l’immagine indistinta in sé sembrava lungi dal creare. “Sì, quella è di Lord Luxellian,” disse ancora dopo un po’, mentre guardava ancora nella stessa direzione.

“Cosa, ci andiamo noi?”

“No; il vicariato di Endelstow, come ti ho detto.”

“Pensavo che avesse cambiato idea, signore, visto che ha fissato così a lungo il nulla.”

“Oh no; mi interessa la casa, tutto qui.”

“La maggior parte delle persone lo è, come si suol dire.”

“Non nel senso in cui lo sono io.”

“Oh!... Beh, la sua famiglia non è migliore della mia, credo.”

“Come mai?”

“Siepatori e scavatori, a ben vedere. Ma una volta nei tempi antichi uno di loro, mentre era al lavoro, si scambiò i vestiti con il re Carlo Secondo, e salvò la vita al re. Il re Carlo andò da lui come un uomo comune, e disse d’acchito, ‘Uomo col camiciotto, il mio nome è Carlo Secondo, e questa è la verità. Mi presteresti i tuoi vestiti?’ ‘Non mi dispiace se lo faccio,’ disse il siepatore Luxellian; e si scambiarono lì per lì. ‘Ora bada,’ disse il re Carlo Secondo, come un uomo comune, mentre cavalcava via, ‘se mai dovessi arrivare alla corona, tu vieni a corte, bussa alla porta, e di’ con voce audace: “È in casa il re Carlo Secondo?” Dimmi il tuo nome, e ti faranno entrare, e sarai fatto lord.’ Ora, non è stato molto gentile da parte di Mastro Charley?”

“Molto gentile davvero.”

“Beh, come racconta la storia, il re salì al trono; e alcuni anni dopo, via andò il siepatore Luxellian, bussò alla porta del re, e chiese se il re Carlo Secondo fosse dentro. ‘No, non c’è,’ dissero. ‘Allora, c’è Carlo Terzo?’ disse il siepatore Luxellian. ‘Sì,’ disse un giovane che stava lì vicino come un uomo comune, solo che aveva una corona, ‘il mio nome è Carlo Terzo.’ E—”

“Credo davvero che debba essere un errore. Non ricordo nulla nella storia inglese riguardo a Carlo Terzo,” disse l’altro in un tono di lieve rimostranza.

“Oh, quella è storia abbastanza giusta, solo che non era stampata; era un uomo dal temperamento piuttosto strano, se ricorda.”

“Va bene; continua.”

“E, per una ragione o per l’altra, il siepatore Luxellian fu fatto lord, e tutto andò bene fino a qualche tempo dopo, quando si cacciò in una tremenda lite col re Carlo Quarto.”

“Non posso sopportare Carlo Quarto. Per la mia parola, questo è troppo.”

“Perché? C’era un Giorgio Quarto, non è vero?”

“Certamente.”

“Beh, i Carlo sono comuni quanto i Giorgio. Comunque non ne dirò più nulla... Ah, bene! È il mondo più buffo in cui abbia mai vissuto — sulla mia vita lo è. Ah, che debba essere così!”

Il crepuscolo si era addensato in oscurità mentre conversavano così, e il profilo e la superficie della dimora scomparvero gradualmente. Le finestre, che prima erano state come macchie nere su una distesa di muro più chiara, divennero illuminate, e furono trasfigurate in quadrati di luce sul corpo scuro generale del paesaggio notturno mentre assorbiva i contorni dell’edificio nel suo monocromo cupo.

Non fu detta un’altra parola per qualche tempo, e salirono una collina, poi un’altra collina ammassata sulla cima della prima. Seguì un miglio addizionale di altopiano, da cui si potevano discernere due fari sulla costa a cui si stavano avvicinando, riposando sull’orizzonte con un calmo lustro di benignità. Fu raggiunta un’altra oasi; una piccola valle giaceva come un nido ai loro piedi, verso la quale il conducente tirò il cavallo ad angolo acuto, e discese un ripido pendio che si immergeva sotto gli alberi come la tana d’un coniglio. Affondarono sempre più in basso.

“Il vicariato di Endelstow è qui dentro,” continuò l’uomo con le redini. “Questa parte qui attorno è West Endelstow; quella di Lord Luxellian è East Endelstow, e ha una chiesa per conto suo. Il parroco Swancourt è il parroco di entrambe, e fa avanti e indietro. Ah, bene! È un mondo buffo. Credo che una volta ci fosse una cava dove sorge questa casa. L’uomo che la costruì in tempi passati rase tutto il terreno per avere terra da mettere attorno al vicariato, e allestì un piccolo paradiso di fiori e alberi nel suolo che aveva raccolto in questo modo, mentre i campi che aveva rasato non sono più serviti a nulla da allora.”

“Da quanto tempo l’attuale titolare è qui?”

“Forse da circa un anno, o un anno e mezzo: non sono due anni; perché non lo scandalizzano ancora; e, di regola, una parrocchia inizia a scandalizzare il parroco alla fine di due anni di familiarità. Ma è un tipo molto carino. Sì, il parroco Swancourt mi conosce abbastanza bene perché guido spesso fin qui; e io conosco il parroco Swancourt.”

Emersero dal pergolato, curvarono, e i camini e i timpani del vicariato divennero oscuramente visibili. Non una luce si mostrava da nessuna parte. Smontarono; l’uomo tastò la strada fino al portico, e suonò il campanello.

Alla fine di tre o quattro minuti, trascorsi in paziente attesa senza udire alcun suono di risposta, lo straniero avanzò e ripeté la chiamata in modo più deciso. Gli parve poi di udire passi nell’atrio, e svariati movimenti della maniglia della porta, ma nessuno apparve.

“Forse non sono in casa,” sospirò il conducente. “E mi ero promesso un boccone di cena nella cucina del parroco Swancourt. Quei deliziosi pasticci di carne e torte ai fichi, e sidro, e gocce di cordiale che tengono qui!”

“Va bene, vicini! Siate uomini ricchi o uomini poveri, che dovete per forza venire alla fine del mondo a quest’ora di notte?” esclamò una voce in questo istante; e, voltando le teste, videro un individuo traballante che avanzava strascicando dalla porta sul retro con una lanterna di corno che dondolava dalla sua mano.

“Ora di notte, dico io! E l’orologio ha fatto solo le sette. Fai luce, e facci entrare, William Worm.”

“Oh, sei tu, Robert Lickpan?”

“Nessun altro, William Worm.”

“Ed è arrivato l’uomo in visita?”

“Sì,” disse lo straniero. “È in casa il signor Swancourt?”

“Certo che lo è, signore. E le dispiacerebbe venire dal retro? La porta principale s’è incastrata con l’umidità, come fa talvolta; e il turco non può aprirla. So di essere solo un povero uomo vacillante che non ripagherà mai il Signore per la mia creazione, signore; ma posso mostrare la strada, signore.”

Il nuovo arrivato seguì la sua guida attraverso una piccola porta in un muro, e poi attraversò una stanza di servizio e una cucina, lungo le quali passò con gli occhi rigidamente fissi in avanti, un orrore innato per il ficcanasare che gli proibiva di scrutare attorno ad appartamenti che formavano il lato posteriore dell’arazzo domestico. Entrando nell’atrio, stava per essere condotto alla sua stanza, quando dall’atrio interno dell’ingresso principale, dove era andata per apprendere la causa del ritardo, navigò fuori la forma di Elfride. Il suo sussulto di stupore alla vista del visitatore che usciva da sotto le scale provò che non si aspettava questo sorprendente movimento di fianco, che era stato originato interamente dall’ingegno di William Worm.

Apparve nel più grazioso di tutti gli aspetti femminili, vale a dire, in mezza tenuta, con abbondanza di capelli ricci sciolti che le cadevano sulle spalle. Un’espressione di inquietudine pervadeva il suo volto; e tutto sommato appariva a malapena abbastanza donna per la situazione. Il visitatore si tolse il cappello, e furono pronunciate le prime parole; Elfride guardando preliminarmente con un sacco di interesse, non privo di sorpresa, la persona verso la quale doveva adempiere ai doveri dell’ospitalità.

“Sono il signor Smith,” disse lo straniero con voce musicale.

“Sono la signorina Swancourt,” disse Elfride.

La sua costrizione era finita. Il grande contrasto tra la realtà che contemplava davanti a sé, e l’uomo d’affari oscuro, taciturno, acuto ed anziano che aveva indugiato nella sua immaginazione — un uomo con vestiti che sapevano di fumo di città, pelle giallastra per mancanza di sole, e conversazione condita con epigrammi — fu un tale sollievo per lei che Elfride sorrise, quasi rise, in faccia al nuovo arrivato.

Stephen Smith, che finora ci era stato nascosto dall’oscurità, era in questo periodo della sua vita solo un giovane nell’aspetto, e a malapena un uomo negli anni. A giudicare dal suo aspetto, Londra era l’ultimo posto al mondo che si sarebbe immaginato essere la scena delle sue attività: un volto simile non poteva certo essere nutrito tra fumo, fango, nebbia e polvere; un volto così aperto non avrebbe potuto nemmeno aver visto nulla della “stanchezza, la febbre e l’affanno” della Seconda Babilonia.

La sua carnagione era fine quanto quella di Elfride; il rosa delle sue guance altrettanto delicato. La sua bocca altrettanto perfetta nella forma come l’arco di Cupido, e del colore rosso ciliegia quanto la sua. Luminosi capelli ricci; luminosi occhi azzurro-grigi scintillanti; il rossore e i modi di un ragazzo; né basette né baffi, a meno che un po’ di peluria castano chiaro sul labbro superiore non meritasse quest’ultimo titolo: questo componeva l’uomo di professione londinese, la cui prospettiva di avvento aveva tanto turbato Elfride.

Elfride si affrettò a dire che le dispiaceva informarlo che il signor Swancourt non era in grado di riceverlo quella sera, e ne spiegò il motivo. Il signor Smith rispose, con una voce per natura infantile e per arte virile, che era molto dispiaciuto di apprendere quella notizia; ma che, per quanto riguardava la sua accoglienza, non aveva la minima importanza.

Stephen fu accompagnato alla sua stanza. In sua assenza, Elfride scivolò furtivamente in quella del padre.

“È arrivato, papà. Un uomo d’affari così giovane!”

“Oh, davvero!”

“La sua faccia è... beh... CARINA; proprio come la mia.”

“H’m! cos’altro?”

“Niente; è tutto ciò che so di lui per ora. È piuttosto carino, non è vero?”

“Beh, lo vedremo quando lo conosceremo meglio. Scendi e dai al povero ragazzo qualcosa da mangiare e da bere, per l’amor di Dio. E quando avrà finito di mangiare, digli che vorrei scambiare due parole con lui, se non gli dispiace salire qui.”

La giovane donna scivolò di nuovo al piano di sotto, e mentre attende l’ingresso del giovane Smith, è meglio riportare le lettere relative alla sua visita.

1. — IL SIGNOR SWANCOURT AL SIGNOR HEWBY.

“VICARIATO DI ENDELSTOW, 18 feb. 18—.

“SIGNORE, — Stiamo pensando di restaurare la torre e la navata della chiesa in questa parrocchia; e Lord Luxellian, il patrono del beneficio, ha fatto il vostro nome come quello di un architetto di fiducia al quale sarebbe opportuno chiedere di sovrintendere ai lavori.

“Sono estremamente ignorante riguardo ai passi preliminari necessari. Probabilmente, tuttavia, il primo è che (qualora siate, come dice Lord Luxellian, disposto ad assisterci) voi stesso o un membro del vostro staff veniate a vedere l’edificio, e ne facciate rapporto per la soddisfazione dei parrocchiani e degli altri.

“Il luogo è molto remoto: non abbiamo ferrovie nel raggio di quattordici miglia; e il posto più vicino dove alloggiare — chiamato città, sebbene sia solo un grande villaggio — è Castle Boterel, due miglia più avanti; cosicché sarebbe molto più comodo per voi soggiornare in vicariato — che sono lieto di mettere a vostra disposizione — invece di proseguire fino all’albergo di Castle Boterel, per poi tornare indietro la mattina seguente.

“Qualsiasi giorno della prossima settimana desideriate indicare per la visita ci troverà pronti a ricevervi. — Vostro sinceramente,

CHRISTOPHER SWANCOURT. 2. — IL SIGNOR HEWBY AL SIGNOR SWANCOURT.

‘PERCY PLACE, CHARING CROSS, 20 feb. 18—.

“CARO SIGNORE, — In conformità alla vostra richiesta del 18 corrente, ho preso accordi per ispezionare ed eseguire i disegni della navata e della torre della vostra chiesa parrocchiale, e dei danni che vi sono stati lasciati accumulare, in vista del suo restauro.

“Il mio assistente, il signor Stephen Smith, partirà da Londra con il treno del primo mattino di domani a tale scopo. Molte grazie per la vostra proposta di ospitarlo. Approfitterà della vostra offerta, e probabilmente raggiungerà la vostra casa a un’ora della sera. Potete riporre in lui ogni fiducia, e fare affidamento sul suo discernimento in fatto di architettura ecclesiastica.

“Confidando che i piani per il restauro, che preparerò dai dettagli del suo rilievo, si riveleranno soddisfacenti per voi e per Lord Luxellian, sono, caro signore, vostro fedelmente,

WALTER HEWBY.”

Capitolo III

“Uccelli melodiosi cantano madrigali”

Quel primo pasto nel Vicariato di Endelstow fu molto piacevole per il giovane Stephen Smith. La tavola era imbandita, come Elfride aveva suggerito al padre, con gli ingredienti per quel pasto eterogeneo chiamato high tea — una sorta di banchetto gradito a tutti quando si è lontani dagli uomini e dalle città, e particolarmente attraente per i palati giovanili. La tavola era graziosamente ornata di fiori e foglie invernali, tra cui l’occhio era accolto da costolette, pollo, pasticci, ecc., e due enormi sformati che sporgevano dai bordi del piatto con un allegro aspetto di abbondanza.

All’estremità, verso il camino, appariva il servizio da tè, in porcellana di Worcester di foggia antica, e dietro di questo emergeva la snella figura di Elfride, che tentava di aggiungere una dignità matronale al movimento di versare il tè, e di avere uno sguardo serio e premuroso in fatto di marmellata, miele e panna rappresa. Avendo consumato il proprio pasto prima del suo arrivo, scoprì con imbarazzo che non le restava altro da fare che parlare quando non era intenta ad assisterlo. Gli chiese se volesse scusarla se finiva una lettera che stava scrivendo a un tavolino laterale, e, dopo essersi seduta, ebbe un brivido al pensiero di essere stata grossolanamente maleducata. Tuttavia, vedendo che lui non notava nulla di personalmente sbagliato in lei, e che anche lui era in imbarazzo quando lei osservava attentamente la sua tazza per riempirla, Elfride si sentì più a suo agio; e quando, inoltre, lui calciò accidentalmente la gamba del tavolo, e poi quasi rovesciò la sua tazza da tè, proprio come facevano gli scolari, lei si sentì padrona della situazione e riuscì a conversare molto bene. In pochi minuti la naturalezza e una comunanza di anni cancellarono ogni ricordo del fatto che fossero estranei appena incontrati. Stephen iniziò a farsi eloquente su esperienze estremamente lievi legate alle sue attività professionali; e lei, non avendo esperienze su cui ripiegare, raccontò con molta animazione storie che le erano state riferite da suo padre, che lo avrebbero stupito se avesse sentito con quanta fedeltà di azione e tono venivano rese. Nel complesso, un quadro molto interessante di Sweet-and-Twenty era in mostra quella sera nella casa del signor Swancourt.

Alla fine, Stephen dovette salire di sopra e parlare ad alta voce con il vicario, ricevendo da lui, tra una boccata e l’altra, molte scuse per averlo chiamato così senza cerimonie nella camera da letto di uno sconosciuto. “Ma,” continuò il signor Swancourt, “sentivo di volerle dire due parole prima del mattino, sull’affare della sua visita. La pazienza si esaurisce restando prigionieri a letto tutto il giorno a causa di un improvviso capriccio del proprio nemico — nuovo per me, però — poiché finora ho conosciuto ben poco la gotta. Comunque, è passato al mio altro alluce in modo molto lieve, e mi aspetto che svanisca del tutto entro il mattino. Spero che sia stato ben servito al piano di sotto?”

“Perfettamente. E sebbene sia increscioso, e mi dispiaccia vederla costretto a letto, la prego di non fare il minimo caso alla mia presenza in casa nel frattempo.”

“Non lo farò. Ma domani sarò giù. Mia figlia è un’eccellente dottoressa. Una o due dosi delle sue miscele delicate mi rimetteranno in sesto più rapidamente di tutta la roba da farmacia del mondo. Bene, ora circa l’affare della chiesa. Si sieda, faccia pure. Non possiamo permetterci di stare sulle cerimonie da queste parti come vede, e per questo motivo, che un essere umano civilizzato raramente resta a lungo con noi; e così non possiamo perdere tempo ad approcciarlo, o se ne sarà andato prima che abbiamo avuto il piacere di una stretta conoscenza. Questa nostra torre è, come noterà, interamente oltre la possibilità di restauro; ma la chiesa stessa è abbastanza buona. Dovrebbe vedere alcune delle chiese in questa contea. Pavimenti marci: edera che riveste le pareti.”

“Mio Dio!”

“Oh, non è nulla. La congregazione di un mio vicino, ogni volta che scoppia un temporale durante la funzione, apre gli ombrelli e li tiene sollevati finché non smette di gocciolare dal tetto. Ora, se volesse cortesemente portarmi quei documenti e quelle lettere che vede sul tavolo, le mostrerò a che punto siamo arrivati.”

Stephen attraversò la stanza per prenderli, e il vicario sembrò notare più in particolare la figura snella del suo visitatore.

“Suppongo che lei sia del tutto competente?” disse.

“Del tutto,” disse il giovane, arrossendo leggermente.

“Lei è molto giovane, immagino — direi che non ha più di diciannove anni?”

“Ne ho quasi ventuno.”

“Esattamente la metà della mia età; io ne ho quarantadue.”

“A proposito,” disse il signor Swancourt, dopo un po’ di conversazione, “lei ha detto che il suo nome completo era Stephen Fitzmaurice, e che suo nonno proveniva originariamente da Caxbury. Da quando sto parlando, mi è venuto in mente che so qualcosa di lei. Lei appartiene a una nota e antica famiglia della contea — per nulla semplici Smith.”

“Non credo che abbiamo del loro sangue nelle vene.”

“Sciocchezze! Deve averlo. Mi passi il ‘Landed Gentry’. Ora, vediamo. Ecco, Stephen Fitzmaurice Smith — giace nella chiesa di St. Mary, non è vero? Bene, da quella famiglia sono nati i Leaseworthy Smith, e per via collaterale venne il Generale Sir Stephen Fitzmaurice Smith di Caxbury——”

“Sì; ho visto il suo monumento lì,” esclamò Stephen. “Ma non c’è alcun legame tra la sua famiglia e la mia: non può esserci.”

“Non c’è, forse, a sua conoscenza. Ma guardi qui, mio caro signore,” disse il vicario, colpendo il letto con il pugno per enfatizzare. “Ecco lei, Stephen Fitzmaurice Smith, che vive a Londra, ma che proviene da Caxbury. Qui in questo libro c’è l’albero genealogico degli Stephen Fitzmaurice Smith di Caxbury Manor. Lei sarà pure solo una famiglia di professionisti ora — non sono indiscreto: non faccio domande di quel tipo; non è da me farlo — ma è chiaro come il sole che quella è la sua origine! E, signor Smith, mi congratulo con lei per il suo sangue; sangue blu, signore; e, sulla mia vita, un colore molto desiderabile, di questi tempi.”

“Vorrei che potesse congratularsi con me per qualche qualità più tangibile,” disse il giovane, tristemente non meno che modestamente.

“Sciocchezze! Ciò verrà col tempo. Lei è giovane: ha tutta la vita davanti. Ora guardi — veda quanto indietro, nelle nebbie dell’antichità, la mia stessa famiglia Swancourt ha una radice. Qui, vede,” continuò, voltando pagina, “c’è Geoffrey, colui tra i miei antenati che perse una baronia perché voleva fare la sua battuta di spirito. Ah, è il nostro genere! Ma la storia è troppo lunga da raccontare ora. Ay, sono un uomo povero — un povero gentiluomo, infatti: coloro di cui vorrei essere amico, non vogliono esserlo con me; coloro che sono disposti a essere amici con me, io sono troppo superiore per esserne amico. Oltre a cenare con un parroco vicino o due, e a una chiacchierata occasionale — a volte una cena — con Lord Luxellian, un mio parente, sono in assoluta solitudine — assoluta.”

“Lei ha i suoi studi, i suoi libri, e sua... figlia.”

“Oh sì, sì; e non mi lamento della povertà. Canto coram latrone. Bene, signor Smith, non la trattengo più in una stanza da malati. Ah! questo mi ricorda una storia che sentii ai miei tempi.” Qui il vicario iniziò una serie di piccole risate private, e Stephen guardò interrogativo. “Oh, no, no! è troppo grave — troppo grave da raccontare!” continuò il signor Swancourt con toni di cupa ilarità. “Bene, scenda al piano di sotto; mia figlia dovrà fare del suo meglio con lei stasera. Le chieda di cantare per lei — suona e canta molto bene. Buonanotte; mi sento come se la conoscessi da cinque o sei anni. Suonerò per qualcuno che l’accompagni di sotto.”

“Non si preoccupi,” disse Stephen, “so trovare la strada.” E scese al piano di sotto, pensando alla deliziosa libertà di modi nelle contee remote in confronto alla riservatezza di Londra.

“Ho dimenticato di dirle che mio padre è piuttosto sordo,” disse Elfride con ansia, quando Stephen entrò nel piccolo salotto.

“Non importa; so tutto, e siamo grandi amici,” rispose entusiasta l’uomo d’affari. “E, Miss Swancourt, vuole cortesemente cantare per me?”

A Miss Swancourt questa richiesta parve, come in effetti era, eccezionalmente diretta; sebbene avesse intuito che suo padre avesse avuto un ruolo nel formularla, sapendo, a sue spese, del suo modo senza cerimonie di utilizzarla a beneficio di noiosi soggiornanti. Allo stesso tempo, poiché il modo del signor Smith era troppo schietto per provocare critiche, e la sua età troppo poca per ispirare timore, lei era pronta — per non dire lieta — di acconsentire. Selezionando dal canterbury alcune vecchie arie di famiglia, che negli anni passati erano state suonate e cantate da sua madre, Elfride si sedette al pianoforte e iniziò, “’Twas on the evening of a winter’s day,” con una bella voce da contralto.

“Le piace quella vecchia cosa, signor Smith?” disse alla fine.

“Sì, molto,” disse Stephen — parole che avrebbe pronunciato, e sinceramente, per qualsiasi cosa sulla terra, da un glee a un requiem, che lei avesse potuto scegliere.

“Le farò sentire una piccola cosa di De Leyre, che mi fu data da una giovane signora francese che soggiornava a Endelstow House:

“‘Je l’ai planté, je l’ai vu naître, Ce beau rosier où les oiseaux,’ &c.;

e poi vorrei regalarle la mia preferita per ultimissima, ‘When the lamp is shattered’ di Shelley, messa in musica dalla mia povera madre. Mi piace così tanto cantare per qualcuno a cui importa davvero ascoltarmi.”

Ogni donna che faccia un’impressione permanente su un uomo viene solitamente richiamata alla sua memoria come apparve in una scena particolare, che sembra destinata a essere la sua forma speciale di manifestazione tra le pagine della sua memoria. Come la Santa patrona ha il suo atteggiamento e i suoi accessori nell’illuminazione medievale, così la fidanzata si può dire che abbia i suoi sul tavolo della fantasia del suo vero Amore, senza i quali viene raramente introdotta se non con sforzo; e ciò sebbene lei possa, in una conoscenza più approfondita, essere stata osservata in molte altre fasi che si immaginerebbero essere molto più appropriate al sogno giovanile dell’amore.

L’immagine di Miss Elfride scelse la forma in cui fu vista durante questi minuti di canto, per il suo atteggiamento permanente di visita agli occhi di Stephen durante le sue ore di sonno e di veglia nei giorni successivi. Si vede il profilo di una giovane donna in un abito di seta grigio pallido con guarnizioni di piuma di cigno, aperto sul davanti da una punta, come un gilet senza camicia; il colore freddo contrastava mirabilmente con il caldo splendore del suo collo e del suo viso. La candela più lontana sul pianoforte viene immediatamente in linea con la sua testa, e, essa stessa mezza invisibile, forma dei capelli accidentalmente crespi una foschia nebulosa di luce, che circonda la sua corona come un’aureola. Le sue mani sono al loro posto sui tasti, le labbra socchiuse, e trillano, in un tenero diminuendo, le parole conclusive del triste apostrofe:

“O Amore, tu che piangi La fragilità di tutte le cose qui, Perché scegli le più fragili Per la tua culla, la tua casa e la tua bara!”

La sua testa è un po’ in avanti, e i suoi occhi diretti acutamente verso l’alto, alla parte superiore della pagina di musica che ha davanti. Poi arriva un rapido sguardo al volto di Stephen, e uno sguardo ancora più rapido di nuovo al suo lavoro, il suo viso aveva abbandonato la sua tristezza, e acquisito una certa espressione di maliziosa vivacità nel frattempo; che indugiò lì per qualche tempo, ma non fu mai sviluppata in un positivo sorriso di civetteria.

Stephen cambiò improvvisamente la sua posizione dalla mano destra alla sinistra, dove c’era spazio appena sufficiente per un piccolo pouf tra il pianoforte e l’angolo della stanza. In questo angolo si schiacciò, e fissò intensamente il volto di Elfride. Così a lungo e così seriamente guardò, che la sua guancia si approfondì in una tinta sempre più cremisi man mano che ogni verso veniva aggiunto alla sua canzone. Concludendo, e rimanendo immobile dopo l’ultima parola per un minuto o due, si azzardò a guardarlo di nuovo. I suoi lineamenti avevano un’espressione di indicibile pesantezza.

“Non ascolta molte canzoni, vero signor Smith, da prestare così tanta attenzione a queste mie?”

“Forse era il mezzo e il veicolo della canzone che stavo notando: intendo lei,” rispose gentilmente.

“Ora, signor Smith!”

“È perfettamente vero; non ascolto molto canto. Lei si sbaglia su chi sono, immagino. Perché vengo come estraneo in un luogo isolato, lei pensa che debba necessariamente venire da una vita di frenesia, e conoscere gli ultimi movimenti del giorno. Ma non è così. La mia vita è tranquilla quanto la sua, e più solitaria; solitaria come la morte.”

“La morte che deriva da una pletora di vita? Ma seriamente, posso capire che lei non è affatto ciò che pensavo sarebbe stato prima di vederla. Lei non è critico, o esperto, o... molto da badare. Ecco perché non mi dispiace cantare arie per lei che conosco solo a metà.” Scoprendo che con questa confessione lo aveva infastidito in un modo che non intendeva, aggiunse ingenuamente, “intendo dire, signor Smith, che lei è migliore, non peggiore, per essere solo giovane e non molto esperto. Lei non pensa che la mia vita qui sia così tanto mansueta e noiosa, lo so.”

“Non lo penso, davvero,” disse con fervore. “Deve essere deliziosamente poetica, e frizzante, e fresca, e——”

“Ecco che ci risiamo, signor Smith! Beh, uomini di altro genere, quando riesco a farli essere abbastanza onesti da ammettere la verità, pensano esattamente l’opposto: che la mia vita debba essere una noia terribile nel suo stato normale, sebbene piacevole per i pochi giorni eccezionali che passano qui.”

“Potrei vivere qui per sempre!” disse, e con un tono e uno sguardo di inconsapevole rivelazione che Elfride fu sorpresa di scoprire che le sue armonie avevano incendiato una piccola Troia, sotto forma del cuore di Stephen. Disse rapidamente:

“Ma lei non può vivere qui per sempre.”

“Oh no.” E si ritrasse con la sensibilità di una lumaca.

Le emozioni di Elfride furono improvvise quanto le sue nell’accendersi, ma la minore delle minori infermità della donna — l’amore per l’ammirazione — causò una disposizione infiammabile da parte sua, così esattamente simile alla propria, da apparire meritoria in lui quanto la modestia faceva sembrare colpevole la propria in lei.

Capitolo IV

“Dove si solleva la zolla in molti cumuli ammuffiti.”

Per ragioni sue, Stephen Smith era in piedi poco dopo l’alba la mattina seguente. Dalla finestra della sua stanza poteva vedere, per prima cosa, due audaci scarpate che digradavano insieme come la lettera V. Verso il fondo, come liquido in un imbuto, appariva il mare, grigio e piccolo. Sul ciglio di una collina, di altitudine piuttosto maggiore rispetto alla vicina, sorgeva la chiesa che doveva essere il teatro delle sue operazioni. L’edificio solitario era nero e spoglio, tagliando il cielo dalla punta stessa della collina. Aveva una torre quadrata e fatiscente, priva di merli o pinnacoli, e sembrava una terminazione monolitica, della stessa sostanza del crinale, piuttosto che una struttura eretta su di esso. Attorno alla chiesa correva un muro basso; sovrastante il muro nel livello generale c’era il cimitero; non come un cimitero di solito è, un frammento di paesaggio con la sua dovuta varietà di chiaro-scuro, ma un semplice profilo contro il cielo, seghettato dai contorni delle tombe e da pochissime pietre commemorative. Non un albero poteva esistere lassù: nient’altro che l’erba grigio-verde monotona.

Cinque minuti dopo aver fatto questo esame casuale, la sua camera da letto era vuota, e il suo occupante era svanito silenziosamente dalla casa.

Allo scadere di due ore era di nuovo nella stanza, dall’aspetto caldo e raggiante. Ora curava i dettagli artistici del vestire, che al suo primo risveglio erano stati interamente omessi. E un ragazzo molto fiorente appariva, dopo quella misteriosa scorribanda mattutina. La sua bocca era un trionfo della sua categoria. Era la bocca nettamente tagliata, piccantemente contratta di William Pitt, come rappresentata nel ben o poco noto busto di Nollekens — una bocca che è di per sé la fortuna di un giovane, se esercitata correttamente. Il suo mento rotondo, dove la parte superiore girava verso l’interno, continuava ancora la sua curva perfetta e piena, sembrando premere in un punto il fondo del suo labbro inferiore nel loro punto di giunzione.

Una volta mormorò il nome di Elfride. Ah, eccola! Sul prato in un abito semplice, senza cappello o cuffia, che correva con la velocità di un ragazzo, sovrapposta alla leggerezza di una ragazza, dietro un coniglio domestico che stava cercando di catturare, le sue intonazioni strategiche di parole lusinghiere che si alternavano a corse disperate così poco in sintonia con esse, che la vacuità di tali espressioni era fin troppo evidente al suo animale domestico, che scattava e schivava in una controparte attentamente cronometrata.

La scena laggiù era del tutto diversa da quella delle colline. Un boschetto di arbusti e alberi racchiudeva il punto favorito dalla natura selvaggia di fuori; anche in questo periodo dell’anno l’erba era rigogliosa lì. Nessun vento soffiava all’interno della cintura protettiva di sempreverdi, sprecando la sua forza sugli alberi più alti e forti che formavano il margine esterno dell’arboreto.

Poi sentì una persona pesante trascinarsi in pantofole, e chiamare “Signor Smith!” Smith si diresse allo studio, e trovò il signor Swancourt. Il giovane espresse la sua gioia nel vedere il suo ospite al piano di sotto.

“Oh sì; sapevo che mi sarei rimesso presto. Non faccio la conoscenza della gotta da più di due anni, e di solito passa alla seconda notte. Bene, dov’è stato stamattina? Mi è parso di vederla rientrare proprio ora!”

“Sì; sono andato a fare una passeggiata.”

“Partito presto?”

“Sì.”

“Molto presto, credo?”

“Sì, era piuttosto presto.”

“Che strada ha preso? Verso il mare, immagino. Tutti vanno verso il mare.”

“No; ho seguito il fiume fino al muro del parco.”

“Lei è diverso dai suoi simili. Beh, suppongo che un posto così selvaggio sia una novità, e che l'abbia tentata a uscire dal letto?”

“Non del tutto una novità. Mi piace.”

Il giovane parve restio a dare spiegazioni.

“Deve esserlo, deve esserlo; andare a guardare i fagiani la mattina dopo un viaggio di quattordici o sedici ore. Ma non c’è modo di rendere conto dei gusti, e sono lieto di vedere che i suoi non sono più meschini. Dopo colazione, ma non prima, sarò in grado di fare una passeggiata di dieci miglia, mastro Smith.”

Certamente non sembrava esserci nulla di esagerato in quell’affermazione. Alla luce del giorno, il signor Swancourt si rivelava un uomo che, insieme alle altre due persone sotto il suo tetto, aveva pretese davvero forti per essere considerato bello; bello, cioè, nel senso in cui la luna è luminosa: tralasciando dal ragionamento i burroni e le valli che, a un esame più attento, si notano diversificare la sua superficie. Il suo viso era di una tinta che non si faceva mai più profonda sulle guance né più chiara sulla fronte, ma rimaneva uniforme dappertutto; il solito color salmone neutro di un uomo che mangia bene — per non dire troppo bene — e non pensa troppo intensamente; ogni poro era visibilmente in funzione. Il suo aspetto d’insieme era quello di un agricoltore di classe altamente migliorata, vestito con gli abiti sbagliati; quello di un uomo saldo e perpendicolare, la cui caduta sarebbe stata all’indietro se avesse mai perso l’equilibrio.

Lo sfondo del vicario era attualmente ciò che lo sfondo di un vicario dovrebbe essere: il suo studio. Qui la coerenza finisce. Lungo tutta la mensola del camino erano allineate boccette di medicinali per cavalli, maiali e mucche, e contro la parete c’era un tavolo alto, ricavato dai frammenti di un vecchio ingresso in quercia. Sopra di esso stavano esemplari impagliati di gufi, strolaghe e gabbiani, e sopra di loro mazzetti di spighe di grano e orzo, etichettati con l’anno che li aveva prodotti. Alcune vetrine e scaffali, più o meno carichi di libri, i cui titoli più in vista erano “Note sui Romani” del Dr. Brown, “Note sui Corinzi” del Dr. Smith e “Note su Galati, Efesini e Filippesi” del Dr. Robinson, salvavano appena il carattere del luogo, nonostante la casa di bambola di una ragazzina che vi stava sopra, un acquario marino alla finestra e il cappello di Elfride appeso al suo angolo.

“Affari, affari!” disse il signor Swancourt dopo colazione. Iniziò a trovare necessario recitare la parte di un volano nei confronti delle forze alquanto irregolari del suo ospite.

Si prepararono per andare in chiesa; il vicario, a un secondo pensiero, montò la sua giumenta color nero carbone per evitare di affaticare troppo il piede all’inizio. Stephen disse che avrebbe avuto bisogno di un uomo che lo assistesse. “Worm!” gridò il vicario.

Un minuto o due dopo si udì una voce dietro l’angolo dell’edificio, che borbottava: “Ah, una volta ero abbastanza forte, ma ora è cambiato tutto! Beh, ecco, sono indipendente quanto chiunque altro qui, anche se scrivono ‘esquire’ dopo i loro nomi.”

“Che c’è?” disse il vicario, mentre appariva William Worm; quando le osservazioni gli furono ripetute.

“Worm dice delle cose molto vere a volte,” disse il signor Swancourt, rivolgendosi a Stephen. “Ora, per quanto riguarda quella parola ‘esquire’. Perché, signor Smith, quella parola ‘esquire’ è andata a farsi benedire; usata sulle lettere di ogni damerino che indossa una giacca nera. Altro, Worm?”

“Sì, la gente ha ricominciato a friggere!”

“Mio Dio! Mi dispiace sentirlo.”

“Sì,” disse Worm gemendo a Stephen, “ho un tale rumore in testa che non c’è vita né di giorno né di notte. È proprio come se la gente friggesse del pesce: friggi, friggi, friggi, tutto il giorno nella mia povera testa, finché non so se sono qui o laggiù. Ecco, spero che Dio Onnipotente se ne accorga prima o poi, e mi dia sollievo.”

“Ora, la mia sordità,” disse il signor Swancourt con tono impressionante, “è un silenzio assoluto; ma quella di William Worm è di gente che frigge pesce nella testa. Molto notevole, non è vero?”

“Riesco a sentire la padella che sfrigola come fosse naturale,” disse Worm in modo corroborante.

“Sì, è notevole,” disse il signor Smith.

“Molto singolare, molto singolare,” fece eco il vicario; e tutti seguirono poi il sentiero su per la collina, delimitato su ogni lato da un muretto di pietra, dal quale brillavano frammenti di quarzo e marmi rosso sangue, apparentemente di valore inestimabile, nella loro cornice di alluvione bruna. Stephen camminava con la dignità di un uomo vicino alla testa del cavallo, Worm inciampava a un tiro di sasso nelle retrovie, ed Elfride non era in nessun posto particolare, eppure dappertutto; a volte davanti, a volte dietro, a volte ai lati, librandosi intorno alla processione come una farfalla; non impegnata precisamente nel camminare, eppure in qualche modo armonizzandosi in certi punti con il progresso generale.

Il vicario spiegava le cose mentre procedeva: “Il fatto è, signor Smith, che non volevo affatto questo fastidio del restauro della chiesa, ma era necessario fare qualcosa per autodifesa, a causa di quei dannati dissidenti: uso la parola nel suo significato scritturale, naturalmente, non come un’imprecazione.”

“Quanto è strano!” disse Stephen, con la preoccupazione richiesta da una seria cordialità.

“Strano? Non è nulla rispetto a com’è nella parrocchia di Twinkley. Entrambi i custodi della chiesa sono...; ecco, non voglio dire cosa sono; e anche il chierico e il sagrestano.”

“Quanto è strano!” disse Stephen.

“Strano? Mio caro signore, non è nulla rispetto a com’è nella parrocchia di Sinnerton. Comunque, per quanto riguarda la nostra parrocchia, spero che faremo presto qualche progresso.”

“Deve confidare nelle circostanze.”

“Non ci sono circostanze in cui confidare. Tanto vale confidare nella Provvidenza, se proprio dobbiamo confidare. Ma eccoci qui. Un posto selvaggio, non è vero? Ma mi piace in giornate come queste.”

Si entrava nel cimitero da questo lato tramite un gradino di pietra, oltre il quale, una volta arrampicati, si rimaneva ancora sulla collina selvaggia, non essendo l’interno così diviso dall’esterno da cancellare il senso di libertà aperta. Un posto delizioso in cui essere sepolti, postulando che la delizia possa accompagnare un uomo nella sua tomba sotto qualsiasi circostanza. Non c’era nulla di orribile in questo cimitero, sotto forma di tumuli stretti legati con bastoncini, che gridano prigionia alle orecchie piuttosto che sussurrare riposo; o fiori da giardino curati, che sollevano solo immagini di persone con nuovo crespo nero e fazzoletti bianchi che vengono a curarli; o tracce di ruote, che ci ricordano carri funebri e carrozze a lutto; o cespugli di cipresso, che fanno una parata di dolore; o assi di bara e ossa che giacciono dietro gli alberi, mostrando che siamo solo affittuari delle nostre tombe. No; nient’altro che erba lunga, selvaggia, non educata, che diversifica le forme dei tumuli che copriva, anch’essi di forma irregolare, senza alcuno sguardo all’effetto; l’imponente presenza della vecchia montagna di cui tutto ciò faceva parte non era esclusa da alcuna arte dissimulante. Fuori c’erano pendii simili ed erba simile; e poi il mare sereno e impassibile, visibile per un’ampiezza di metà dell’orizzonte, e che incontrava l’occhio con l’effetto di una vasta concavità, come l’interno di un vaso blu. Rocce isolate stavano dritte in lontananza, un collare di schiuma che cingeva le loro basi, e che ripeteva nel suo candore il piumaggio di una moltitudine innumerevole di gabbiani che si libravano inquieti.

“Ora, Worm!” disse bruscamente il signor Swancourt; e Worm scattò subito in un atteggiamento di attenzione per ricevere ordini. Stephen e lui furono poi lasciati in possesso, e il lavoro continuò fino al primo pomeriggio, quando la cena fu annunciata da Unity della cucina del vicariato, che correva su per la collina senza cuffia.

Elfride non fece la sua apparizione all’interno dell’edificio fino al tardo pomeriggio, e arrivò poi su invito speciale di Stephen durante la cena. Sembrava così intensamente VIVA e piena di movimento mentre entrava nel vecchio luogo silenzioso, che il mondo del giovane Smith iniziò a essere illuminato dalla “luce purpurea” in tutta la sua definitezza. Worm fu sbarazzato mandandolo a misurare l’altezza della torre.

Cosa poteva fare se non avvicinarsi — così vicino che un piccolo arco della sua gonna sfiorò il suo piede — e chiedergli come procedeva con i suoi schizzi, e mettersi a imparare i principi della misurazione pratica applicati agli edifici irregolari? Poi dovette salire sul pulpito per reimmaginare per la centesima volta come sarebbe sembrato essere un predicatore.

A un tratto si sporse oltre la parte anteriore del pulpito.

“Non lo dica a papà, vero, signor Smith, se le dico una cosa?” disse con un impulso improvviso a fare una confidenza.

“Oh no, questo non lo farò,” disse lui, fissandola dal basso.

“Beh, scrivo i sermoni di papà per lui molto spesso, e lui li predica meglio di quanto faccia con i suoi; e poi dopo parla alla gente e a me di ciò che ha detto nel suo sermone oggi, e dimentica che l’ho scritto io per lui. Non è assurdo?”

“Quanto deve essere intelligente!” disse Stephen. “Io non potrei scrivere un sermone per tutto l’oro del mondo.”

“Oh, è abbastanza facile,” disse lei, scendendo dal pulpito e avvicinandosi a lui per spiegare più vividamente. “Si fa così. Ha mai fatto un gioco di pegni chiamato ‘Quando è? dove è? che cosa è?’”

“No, mai.”

“Ah, è un peccato, perché scrivere un sermone è molto simile a fare quel gioco. Prendi il testo. Pensi, perché è? che cosa è? e così via. Lo metti giù sotto ‘Generalmente’. Poi procedi col Primo, Secondo e Terzo. Papà non vuole i Quarti — dice che sono tutte sciocchezze. Poi hai un ‘Collettivamente’ finale, diverse pagine di questo vengono messe in grandi parentesi nere, scrivendo a lato, ‘TRALASCIARE SE I CONTADINI SI STANNO ADDORMENTANDO’. Poi viene la tua ‘In Conclusione’, poi ‘Qualche parola e ho finito’. Beh, per tutto questo tempo hai messo sul retro di ogni pagina, ‘TIENI BASSA LA VOCE’ — intendo,” aggiunse correggendosi, “che è quello che faccio nel libro dei sermoni di papà, perché altrimenti lui diventa sempre più forte, finché alla fine urla come un contadino nel campo. Oh, papà è così buffo in certe cose!”

Poi, dopo questo infantile scoppio di confidenza, si spaventò, come se fosse stata avvertita dall’istinto femminile, che per un momento il suo ardore aveva superato, di essere stata troppo intraprendente con un perfetto sconosciuto.

Elfride vide allora suo padre e si allontanò nel vento, venendo colta da una folata mentre risaliva il pendio del cimitero, folata nella quale aveva i movimenti, senza i motivi, di una ragazzaccia; la grazia, senza l’autocoscienza, di una piroettante. Conversò per un minuto o due con suo padre e si avviò verso casa, mentre il signor Swancourt arrivava in chiesa da Stephen. Il vento aveva rinfrescato la sua carnagione calda come rinfresca il bagliore di un tizzone. Era in uno stato d’animo di allegria e guardò Elfride giù per la collina con un sorriso.

“Piccola scapestrata! sembri abbastanza selvaggia ora,” disse, e si voltò verso Stephen. “Ma non è affatto una bambina selvaggia, signor Smith. Decisa quanto lei; e che lei sia deciso lo vedo dalla sua diligenza qui.”

“Trovo la signorina Swancourt molto intelligente,” osservò Stephen.

“Sì, lo è; certamente, lo è,” disse il papà, volgendo la sua voce il più possibile verso il tono neutro della critica disinteressata. “Ora, Smith, le dirò una cosa; ma lei non deve saperlo per nulla al mondo — non per tutto l’oro del mondo, badi bene, perché lei insiste a tenerlo come un segreto assoluto. Ebbene, LEI SCRIVE I MIEI SERMONI PER ME SPESSO, e fa un ottimo lavoro!”

“Lei sa fare tutto.”

“Sa fare quello. La piccola canaglia ha proprio il trucco del mestiere. Ma, badi bene, Smith, non una parola al riguardo con lei, non una sola parola!”

“Non una parola,” disse Smith.

“Guardi lì,” disse il signor Swancourt. “Cosa ne pensa del mio tetto?” Indicò con il suo bastone da passeggio il tetto del presbiterio.

“L’ha fatto lei, signore?”

“Sì, ho lavorato in maniche di camicia tutto il tempo in cui si faceva quello. Ho tirato giù le vecchie travi, fissato le nuove, messo i listelli, ardesizzato il tetto, tutto con le mie mani, Worm come mio assistente. Abbiamo lavorato come schiavi, vero, Worm?”

“Eh, sicuro, l’abbiamo fatto; più duramente di alcuni qui e là — hi, hi!” disse William Worm, spuntando da qualche parte. “Come schiavi, credo — hi, hi! E non era furioso, signore, quando i chiodi non volevano andare dritti? Maremma! Ecco, non è così male imprecare e tenerselo dentro quanto imprecare e tirarlo fuori, vero, signore?”

“Beh — perché?”

“Perché lei, signore, quando stava mettendo il tetto, soleva imprecare solo nella sua mente, il che, suppongo, non fa alcun male.”

“Non credo che lei sappia cosa passa nella mia mente, Worm.”

“Oh, non lo so, signore — hi, hi! Forse sono solo una povera cosa vacillante, signore, e non riesco a leggere molto; ma so sillabare bene quanto alcuni qui e là. Non si ricorda, signore, quella notte tempestosa quando lei mi chiese di tenerle la candela nel suo laboratorio, quando stava facendo una nuova sedia per il presbiterio?”

“Sì; cosa c’è?”

“Stavo con la candela, e lei disse che le piaceva la compagnia, anche se fosse solo un cane o un gatto — riferendosi a me; e la sedia non voleva saperne di venire bene.”

“Ah, ricordo.”

“No; la sedia non voleva saperne. Era molto bella da vedere; ma, Signore!...”

“Worm, quante volte l’ho corretto per il parlare irriverente?”

“...Era molto bella da vedere, ma non ci si poteva sedere sopra in nessun modo. Era tutta storta la sedia, come la lettera Z, appena ci si sedeva sopra. ‘Alzati, Worm,’ disse lei, quando vide la sedia andare tutta dondolante con me. Prese la sedia e la scagliò come fuoco e zolfo dall’altra parte del laboratorio — tutto in un impeto. ‘Dannata sedia!’ dissi io. ‘Proprio quello che pensavo,’ disse lei, signore. ‘Potevo vederlo nella sua faccia, signore,’ dissi io, ‘e spero che lei e Dio mi perdonerete per aver detto quello che lei non voleva.’ Per la vita non avrebbe potuto fare a meno di ridere, signore, davanti a un povero vacillante che leggeva i suoi pensieri così chiaramente. Sì, sono saggio quanto chiunque altro qui e là.”

“Ho pensato che fosse meglio avere un uomo pratico per passare in rassegna la chiesa e la torre con lei,” disse il signor Swancourt a Stephen la mattina seguente, “quindi ho ottenuto il permesso di Lord Luxellian di mandare a chiamare un uomo quando lei fosse arrivato. Gli ho detto di essere lì alle dieci. È un uomo molto intelligente, e le dirà tutto quello che vuole sapere sullo stato delle mura. Si chiama John Smith.”

Elfride non amava farsi vedere di nuovo in chiesa con Stephen. “Aspetterò qui per la sua comparsa in cima alla torre,” disse ridendo. “Vedrò la sua figura contro il cielo.”

“E quando sarò lassù agiterò il mio fazzoletto verso di lei, signorina Swancourt,” disse Stephen. “Tra dodici minuti da questo momento,” aggiunse, guardando il suo orologio, “sarò in cima e guarderò verso di lei.”

Lei girò verso l’angolo del boschetto, da dove poteva osservarlo giù per il pendio che conduceva ai piedi della collina su cui sorgeva la chiesa. Lì vide aspettarlo un punto bianco: un muratore nei suoi abiti da lavoro. Stephen incontrò quest’uomo e si fermò.

Con sua sorpresa, invece di proseguire verso il cimitero, entrambi si sedettero tranquillamente su una pietra vicino al loro luogo di incontro, e rimasero come in una conversazione profonda. Elfride guardò l’ora; nove dei dodici minuti erano passati, e Stephen non mostrava segni di movimento. Passarono altri minuti; lei si raffreddò per l’attesa e rabbrividì. Non fu prima della fine di un quarto d’ora che iniziarono a risalire lentamente la collina a passo di lumaca.

“Maleducato e senza maniere!” disse tra sé, arrossendo per il piccato. “Chiunque penserebbe che sia innamorato di quel terribile muratore invece che di...”

La frase rimase non detta, sebbene non non pensata.

Ritornò al portico.

“L’uomo che ha mandato a chiamare è un tipo pigro, che sta sempre seduto e non fa nulla?” chiese a suo padre.

“No,” disse lui sorpreso; “tutt’altro. È il capomastro di Lord Luxellian, John Smith.”

“Oh,” disse Elfride con indifferenza, e tornò verso la sua postazione desolata, e aspettò e rabbrividì di nuovo. Era un’inezia, dopo tutto — una cosa infantile — guardare fuori da una torre e agitare un fazzoletto. Ma il suo nuovo amico aveva promesso, e perché avrebbe dovuto prenderla così in giro? L’effetto di un colpo è proporzionale tanto alla consistenza dell’oggetto colpito quanto alla sua stessa forza d’impatto; e lei aveva una tale capacità superlativa di essere ferita che i piccoli colpi la ferivano duramente.

Non fu che alla fine di mezz’ora che due figure furono viste sopra il parapetto del lugubre vecchio edificio, immobili come tarabusi su una moschea in rovina. Anche allora Stephen non fu abbastanza fedele da compiere ciò che era stato così cortese da promettere, e svanì senza fare un segno.

Tornò a mezzogiorno. Elfride sembrò infastidita quando non era consapevole che i suoi occhi erano su di lei; quando ne era consapevole, severa. Tuttavia, il suo atteggiamento di freddezza era sopravvissuto da tempo alla freddezza stessa, e non poteva più pronunciare parole finte di indifferenza.

“Ah, non è stato gentile a farmi aspettare al freddo e a rompere la sua promessa,” disse alla fine con tono di rimprovero, con toni troppo bassi per le capacità uditive di suo padre.

“Perdoni, mi perdoni!” disse Stephen con sgomento. “Avevo dimenticato — del tutto dimenticato! Qualcosa mi ha impedito di ricordare.”

“Altra spiegazione?” disse la signorina Capricciosa, imbronciandosi.

Lui rimase in silenzio per alcuni minuti, e guardò di traverso.

“Nessuna,” disse, con l’accento di chi nasconde un peccato.

Capitolo V

“Avvolto in alto tra alberi frondosi.”

Era l’ora di colazione.

Come visto dalla sala da pranzo del vicariato, che prendeva un tono caldo di luce dal fuoco, il tempo e la scena fuori sembravano essersi stereotipati in sfumature di grigio non mitigate. Gli alberi e gli arbusti dalle braccia lunghe, varietà di ginepro, cedro e pino, erano nero grigiastro; quelli a foglia larga, insieme all’erba, erano verde grigiastro; le eterne colline e la torre dietro di loro erano marrone grigiastro; il cielo, che scendeva dietro tutto, un grigio della più pura malinconia.

Eppure, nonostante questo cupo effetto artistico, la mattina non era tale da abbassare lo spirito. Era persino rallegrante. Perché non pioveva, né era probabile che piovesse per molti giorni a venire.

Elfride si era voltata dal tavolo verso il fuoco e stava oziosamente elevando uno schermo a mano davanti al suo viso, quando udì il clic di un cancelletto fuori.

“Ah, ecco il postino!” disse, mentre un uomo attivo e strascicante passava attraverso un’apertura nel boschetto e attraverso il prato. Svanì, e lo incontrò nel portico, tornando poi dentro con le mani dietro la schiena.

“Quanti ce ne sono? Tre per papà, uno per il signor Smith, nessuno per la signorina Swancourt. E, papà, guarda qui, uno dei tuoi è da — chi pensi? — Lord Luxellian. E ha qualcosa di DURO dentro — un grumo di qualcosa. L’ho sentito attraverso la busta, e non riesco a pensare cosa sia.”

“Cosa scrive Luxellian, mi chiedo?” aveva detto il signor Swancourt contemporaneamente alle sue parole. Diede a Stephen la sua lettera, e prese la sua, ponendo sul suo volto un aspetto di classe superiore a quanto era solito, come si addiceva a un povero gentiluomo che stava per leggere una lettera da un pari.

Stephen lesse la sua missiva con un volto del tutto opposto a quello del vicario.

“PERCY PLACE, giovedì sera.

«CARO SMITH,—Il vecchio H. è su tutte le furie con te perché ci hai messo tanto per gli schizzi della chiesa. Giura che sei più un impaccio che una risorsa. Dice che devo scriverti che non devi restare un giorno di più, per nessun motivo; che lui avrebbe fatto tutto in tre ore e con grande facilità. Gli ho detto che tu non sei un esperto come lui, cosa che sembra dimenticare, ma non è servito a molto. Comunque, tra noi due, in confidenza, se fossi in te non mi allarmerei per un giorno o due, se non avessi voglia di tornare. Farei finire la settimana e concluderei il mio spasso. Si arrabbierà esattamente allo stesso modo se ti presenti qui sabato o se te ne stai lontano fino a lunedì mattina.—Tuo sinceramente,

SIMPKINS JENKINS.

“Mio Dio, che situazione imbarazzante!” disse Stephen, piuttosto per aria e confuso con quel genere di confusione che assale un subalterno quando viene elevato per sbaglio alle dimensioni di un superiore, per poi essere ricondotto in modo alquanto brusco alle sue dimensioni originali.

“Cosa c’è di imbarazzante?” chiese Miss Swancourt.

Smith a quel punto aveva recuperato la sua equanimità e con essa la dignità professionale di un architetto esperto.

“Affari importanti richiedono la mia presenza immediata a Londra, mi duole dirlo,” rispose.

“Cosa! Devi andare subito?” disse il signor Swancourt, guardando oltre il bordo della sua lettera. “Affari importanti? Un giovanotto come te che ha affari importanti!”

“La verità è,” disse Stephen arrossendo, e piuttosto vergognandosi di aver preteso, anche se in minima parte, una rilevanza che non gli apparteneva, “la verità è che il signor Hewby ha mandato a dire che devo tornare a casa; e devo obbedirgli.”

“Capisco; capisco. Intendi dire che è una mossa politica. Ora vedo più di quanto tu pensi. Sarai il suo socio. L’ho intuito non appena ho letto la sua lettera per me l’altro giorno, e dal modo in cui ha parlato di te. Ha una grande stima di te, signor Smith, altrimenti non sarebbe così ansioso per il tuo ritorno.”

Per Stephen, osservazioni del genere non potevano suonare sgradevoli; vedersi prospettare l’idea di una società con uno degli architetti di maggior pratica di Londra era incoraggiante, per quanto infondata sentisse che fosse l’idea. Vide che, a prescindere da ciò che potesse pensare il signor Hewby, il signor Swancourt aveva certamente una grande considerazione di lui per nutrire un’idea simile su basi così fragili da essere inesistenti. E poi, inspiegabilmente, il suo volto espressivo mostrò un’ombra di tristezza che una riflessione sulla remota possibilità di tale eventualità difficilmente avrebbe potuto causare.

Elfride fu colpita da quello sguardo; persino il signor Swancourt lo notò.

“Bene,” disse allegramente, “non preoccuparti di questo ora. Devi tornare per conto tuo; non per affari. Vieni a trovarmi come visitatore, sai, durante le vacanze; tutti voi uomini di città avete vacanze come scolari. Quando le hai?”

“In agosto, credo.”

“Benissimo; vieni in agosto; e allora non avrai bisogno di correre via così. Sono felice di avere qualcuno di decente con cui parlare, o a cui parlare, in questa remota ultima Thule. Ma, a proposito, ho qualcosa da dire: non andrai via oggi?”

“No; non ne ho bisogno,” disse Stephen esitando. “Non sono obbligato a tornare prima di lunedì mattina.”

“Molto bene, allora, questo mi porta a ciò che volevo proporre. Questa è una lettera di Lord Luxellian. Credo tu mi abbia sentito parlare di lui come del proprietario terriero residente in questo distretto, e patrono di questo beneficio?”

“Ne… ne sono al corrente.”

“Ora è a Londra. Sembra che sia dovuto correre su per affari per un giorno o due, e abbia portato con sé Lady Luxellian. Mi ha scritto per chiedermi di andare a casa sua e cercare un documento tra le sue carte private, che ha dimenticato di portare con sé.”

“Cosa ha mandato nella lettera?” chiese Elfride.

“La chiave di uno scrittoio privato in cui si trovano le carte. Non ama affidare una questione simile a nessun altro. Ho già fatto cose del genere per lui in passato. E quello che propongo è di farne un pomeriggio insieme, noi tre. Andiamo in carrozza a Targan Bay, torniamo passando per Endelstow House; e mentre io darò un’occhiata ai documenti, voi potrete aggirarvi per le stanze dove vi pare. Ho libero accesso alla casa in ogni momento, sapete. L’edificio, sebbene all’esterno non sia altro che un ammasso di timpani, possiede uno splendido atrio, una scalinata e una galleria all’interno; e ci sono alcuni bei quadri.”

“Sì, ce ne sono,” disse Stephen.

“Hai già visto il posto, dunque?”

“L’ho visto passando,” disse in fretta.

“Oh, certo; ma mi riferivo all’interno. E la chiesa, St. Eval’s, è molto più antica della nostra St. Agnes qui. Faccio il servizio religioso in quella e in questa a turno, sai. Il fatto è che dovrei avere un aiuto; attraversare quel parco per due miglia in una mattina di pioggia non è proprio l’ideale. Se la mia costituzione non fosse ben temprata, come grazie a Dio è,”—qui il signor Swancourt si guardò il petto, come se la sua costituzione fosse visibile lì,—“passerei tutto l’anno a tossire e abbaiare. E quando la famiglia parte, rimangono solo tre servi a cui predicare quando arrivo lì. Bene, allora l’accordo è fatto. Elfride, ti farà piacere venire?”

Elfride acconsentì; e la piccola colazione giunse al termine. Stephen si alzò per andare a prendere alcune misure finali in chiesa, seguito dal vicario fino alla porta con un’espressione misteriosa di curiosità sul volto.

“Spero non ti dispiaccia che stamattina non abbiamo fatto la preghiera in famiglia?” sussurrò.

“No; affatto,” disse Stephen.

“A dire il vero,” continuò con lo stesso tono sommesso, “non è una nostra abitudine regolare; ma quando abbiamo ospiti, sono fermamente convinto che sia la cosa giusta da fare, e la faccio sempre. Sono molto rigoroso su questo punto. Ma tu, Smith, c’è qualcosa nel tuo viso che mi fa sentire come se fossi uno di casa; nessuna sciocchezza in te, insomma. Ah, mi ricorda una storia splendida che sentivo quando ero un giovane scapestrato, una storia! Ma”—qui il vicario scosse la testa con aria di auto-censura e rise cupamente.

“Era una bella storia?” disse il giovane Smith, sorridendo a sua volta.

“Oh sì; ma è troppo spinta, troppo spinta! Non potrei raccontartela per nulla al mondo!”

Stephen attraversò il prato, sentendo il vicario ridacchiare tra sé al ricordo mentre si allontanava.

Partirono alle tre. La grigia mattinata si era risolta in un pomeriggio luminoso, con una pallida luce diffusa, senza che il sole fosse visibile. Trotterellarono allegramente: le ruote quasi silenziose, gli zoccoli del cavallo che battevano, quasi rintoccando, sul duro e bianco manto stradale che seguiva il crinale pianeggiante in una linea perfettamente retta, sembrando alla fine assorbito dal candore del cielo.

Targan Bay — che aveva il pregio di essere facilmente raggiungibile — fu debitamente visitata. Poi deviarono attraverso innumerevoli viottoli, nei quali non c’erano venti metri consecutivi che fossero dritti o in piano, verso la tenuta di Lord Luxellian. Una donna dal doppio mento e il collo taurino, simile alla regina Anna dipinta da Dahl, spalancò il cancello della portineria, con un bambino in piedi dietro di lei.

“Gli darò qualcosa, povero piccino,” disse Elfride, tirando fuori la borsa e aprendola in fretta. Dall’interno della borsa una moltitudine di pezzetti di carta, simili a uno stormo di uccelli bianchi, volò nell’aria, disperdendosi in ogni direzione.

“Ma guarda un po’!” disse Stephen con una risatina.

“Che diavolo è tutta quella roba?” chiese il signor Swancourt. “Non saranno metà di banconote, Elfride?”

Elfride sembrò infastidita e colpevole. “Sono solo cose mie, papà,” balbettò, mentre Stephen saltava giù e, aiutato dal figlioletto del portinaio, strisciava intorno alle ruote e agli zoccoli del cavallo finché le carte non furono tutte recuperate. Gliele porse e risalì in carrozza.

“Immagino ti stia chiedendo cosa fossero quei frammenti?” disse, mentre avanzavano lungo il viale dei sicomori. “E così tanto vale dirtelo. Sono appunti per un romanzo che sto scrivendo.”

Non poté fare a meno di arrossire alla confessione, per quanto cercasse di evitarlo.

“Intendi dire una storia?” disse Stephen, con il signor Swancourt che ascoltava a metà, cogliendo una parola della conversazione di tanto in tanto.

“Sì; LA CORTE DI KELLYON CASTLE; un romanzo del quindicesimo secolo. Una scrittura del genere è fuori moda ora, lo so; ma mi piace farlo.”

“Un romanzo portato in una borsa! Se un brigante dovesse derubarti, rimarrebbe fregato.”

“Sì, è il mio modo di trasportare il manoscritto. Il motivo vero è che di solito ne scrivo dei pezzi su foglietti sparsi quando sono a cavallo; e li metto lì per comodità.”

“Cosa farai del tuo romanzo quando l’avrai scritto?” chiese Stephen.

“Non lo so,” rispose, e voltò la testa per guardare il panorama.

Perché a quel punto avevano raggiunto i confini di Endelstow House. Attraversando un antico portale di pietra color bruno, sormontato da un arco Tudor dalle spalle alte, si ritrovarono in un cortile spazioso, chiuso da una facciata su ognuno dei suoi tre lati. Le parti sostanziali dell’edificio esistente risalivano al regno di Enrico VIII; ma il luogo pittoresco e riparato era stato sede di una costruzione di epoca molto precedente. Una licenza di merlare il mansum infra manerium suum fu concessa da Edoardo II a “Hugo Luxellen chivaler”; ma sebbene il debole contorno del fossato e del terrapieno fosse visibile in alcuni punti, non rimaneva traccia dell’edificio originale.

Le finestre su tutti i lati erano lunghe e a molte luci; le linee del tetto spezzate da abbaini dello stesso disegno. Gli apici di questi abbaini, insieme a quelli dei timpani, erano sormontati da figure grottesche in varietà rampanti, passanti e giacenti. Alti camini ottagonali e ritorti si spingevano in alto verso il cielo, superati in altezza, tuttavia, da alcuni pioppi e sicomori sul retro, che mostravano le loro cime dolcemente oscillanti sopra il crinale e il parapetto. Negli angoli del cortile, baie poligonali, le cui superfici erano interamente occupate da contrafforti e finestre, spezzavano la squadratura del recinto; e un oriel che sporgeva lontano, originato da una fantastica serie di modanature, sovrastava l’arco dell’ingresso principale della casa.

Come il signor Swancourt aveva osservato, aveva la libertà della magione in assenza del suo proprietario. Dopo aver esposto lo scopo della loro visita, furono tutti ammessi nella biblioteca e lasciati completamente a se stessi. Il signor Swancourt fu presto immerso fino agli occhi nell’esame di un mucchio di carte che aveva preso dallo scrittoio descritto dal suo corrispondente. Stephen ed Elfride non avevano altro da fare che girovagare finché suo padre non fosse pronto.

Elfride entrò nella galleria e Stephen la seguì senza darlo a vedere. Era un appartamento lungo e cupo, arricchito con arredi di uno stile di un secolo o giù di lì successivo ai muri della casa. Pilastri di fattura rinascimentale sostenevano un cornicione dal quale nasceva un soffitto curvo, riquadrato nelle contorte e goffe forme dell’epoca. Le vecchie vetrate gotiche rimanevano ancora nella parte superiore della grande finestra in fondo, sebbene avessero lasciato il posto a una forma di vetratura più moderna altrove.

Stephen era a un’estremità della galleria a guardare verso Elfride, che stava nel mezzo, cominciando a sentirsi alquanto depressa dalla compagnia degli spettri dei Luxellian, dal colorito cadaverico, fissati da Holbein, Kneller e Lely, che sembravano guardarla e trapassarla con aria moraleggiante. Il silenzio, che gettava quasi un incantesimo su di loro, fu rotto dall’improvvisa apertura di una porta in fondo.

Ne uscirono fuori saltellando un paio di bambine, vestite con leggerezza ma con calore. I loro occhi scintillavano; i capelli ondeggiavano attorno al volto; le labbra rosse ridevano con gioia pura.

“Ah, Miss Swancourt: carissima Elfie! ti abbiamo sentita. Resterai qui? Sei la nostra piccola mamma, non è vero? La nostra grande mamma è andata a Londra,” disse una.

“Lasciami baciarti,” disse l’altra, in apparenza molto simile alla prima, ma in scala ridotta.

Le loro guance rosee e i capelli biondi si intrecciarono rapidamente con le pieghe del vestito di Elfride; lei poi si chinò e le abbracciò teneramente entrambe.

“Una cosa così strana,” disse Elfride, sorridendo e voltandosi verso Stephen. “Ultimamente si sono messe in testa di chiamarmi ‘piccola mamma’, perché sono molto affezionata a loro e l’altro giorno indossavo un vestito simile a quello di Lady Luxellian.”

Queste due giovani creature erano l’Onorevole Mary e l’Onorevole Kate, che non sembravano ancora abbastanza grandi per portare il peso di prefissi così ponderosi. Erano le uniche due figlie di Lord e Lady Luxellian e, come si scoprì, erano state lasciate a casa durante la temporanea assenza dei genitori, sotto la custodia di una tata e di una governante. Lord Luxellian era follemente affezionato alle bambine; piuttosto indifferente verso la moglie, da quando lei aveva iniziato a mostrare una propensione a non compiacerlo dandogli un maschio.

Tutti i bambini correvano istintivamente verso Elfride, guardando a lei più come a un esemplare insolitamente carino e grande della loro stessa specie che come a un adulto. Era ormai diventata una regola stabilita che ogni volta che le incontrava, al chiuso o all’aperto, nei giorni feriali o la domenica, dovevano essere premute contro il suo viso e il suo seno per lo spazio di un quarto di minuto, e per il resto coccolate secondo quel delizioso sistema di epiteti e carezze cumulative a cui le ragazze inesperte occasionalmente si abbandonano.

Uno sguardo di esitazione da parte delle piccole verso la porta da cui erano entrate attirò l’attenzione su una domestica che appariva dallo stesso lato, per porre fine a questa dolce libertà delle povere Onorevoli Mary e Kate.

“Vorrei che vivessi qui, Miss Swancourt,” pigolò una come un malinconico pettirosso.

“Anche io,” pigolò l’altra come un pettirosso un po’ più malinconico. “La mamma non sa giocare con noi bene come te. Non credo abbia mai imparato a giocare quando era piccola. Quando verremo a trovarti?”

“Non appena vorrete, care.”

“E dormire a casa tua tutta la notte? È questo che intendo per venire a trovarti. Non mi interessa vedere persone con cappelli e cuffie, tutte in piedi che camminano in giro.”

“Non appena potremo ottenere il permesso della mamma, verrete e starete quanto vi pare. Addio!”

Le prigioniere furono quindi portate via, ed Elfride tornò a dedicare la sua attenzione al suo ospite, che aveva lasciato in piedi all’estremità della galleria. Guardandosi intorno per cercarlo, non si vedeva da nessuna parte. Elfride scese in biblioteca, pensando che potesse aver raggiunto suo padre lì. Ma il signor Swancourt, ora allegramente illuminato da un paio di candele, era ancora solo, a sciogliere pacchi di lettere e documenti e a legarli di nuovo.

Poiché Elfride non godeva di una confidenza tale con l’oggetto del suo interesse da giustificare, come una giovane signora educata, l’avvio di una ricerca attiva che l’impulsività giovanile le suggeriva, e poiché, tuttavia, per una ragione nascente legata a quelle labbra divinamente disegnate, non le piaceva che fosse lontano dal suo fianco, vagò svogliatamente verso la scala di quercia, facendo il broncio e guardandosi intorno nella speranza di scorgere la sua figura giovanile.

Sebbene la luce del giorno prevalesse ancora nelle stanze, i corridoi erano immersi in un’ombra profonda, fredda, triste e silenziosa; ed era solo guardando lungo di essi verso gli spazi luminosi che si poteva discernere qualcosa o qualcuno. Scoprì che uno di questi punti luminosi era causato da una porta laterale con pannelli di vetro nella parte superiore. Elfride la aprì e si ritrovò di fronte a un prato secondario o interno, separato dal prato principale da un arbusteto.

E ora vide uno spettacolo sconcertante. Ad angolo retto rispetto alla facciata dell’ala da cui era uscita, e a pochi piedi dalla porta, sporgeva un’altra ala della magione, più bassa e con meno carattere architettonico. Immediatamente di fronte a lei, nel muro di quest’ala, c’era una grande finestra ampia, con la tenda abbassata e illuminata da una luce nella stanza che schermava.

Sulla tenda c’era l’ombra di qualcuno vicinissimo all’interno, una persona di profilo. Il profilo era inconfondibilmente quello di Stephen. Era appena possibile vedere che le sue braccia erano sollevate e che le sue mani tenevano un oggetto di qualche tipo. Poi apparve un’altra ombra, anch’essa di profilo, e gli si avvicinò. Era l’ombra di una donna. Lei voltò la schiena verso Stephen: lui sollevò e tese ciò che ora si rivelò essere uno scialle o un mantello, lo pose con cura, così con cura, attorno alla signora; scomparve; riapparve davanti a lei e allacciò il mantello. La baciò forse? Sicuramente no. Eppure il movimento avrebbe potuto essere un bacio. Poi entrambe le ombre si gonfiarono fino a dimensioni colossali, divennero distorte e svanirono.

Trascorsero due minuti.

“Ah, Miss Swancourt! Sono così felice di trovarla. La stavo cercando,” disse una voce al suo fianco: la voce di Stephen. Lei fece un passo nel passaggio.

“Conosce qualcuno dei membri di questo stabilimento?” disse lei.

“Nemmeno uno: come potrei?” rispose lui.

Capitolo VI

“Addio per un po’!”

Contemporaneamente alla conclusione dell’osservazione di Stephen, il suono della chiusura di una porta esterna nelle loro immediate vicinanze giunse alle orecchie di Elfride. Veniva dal lato opposto dell’ala contenente la stanza illuminata. Scorse poi, con l’aiuto della fioca luce al tramonto, una figura, il cui sesso era indistinguibile, che camminava lungo il sentiero ghiaioso del parterre verso il fiume. La figura si fece più debole e svanì sotto gli alberi.

Si udì la voce del signor Swancourt che chiamava i loro nomi da un corridoio distante nel corpo dell’edificio. Ritornarono sui propri passi e lo trovarono con il cappotto abbottonato e il cappello in testa, ad attenderli in uno stato di soddisfazione per aver portato a termine la sua ricerca con successo. La carrozza fu fatta avanzare e, senza ulteriori indugi, il trio si allontanò dalla magione, sotto l’arco del portale che rimbombava, e lungo i sicomori spogli, mentre le stelle iniziavano ad accendere le loro luci tremolanti dietro il labirinto di rami e ramoscelli.

Nessuna parola fu detta né dal giovane né dalla fanciulla. La sua mente inesperta era completamente occupata a sondare la sua recente scoperta. Il giovane che le aveva ispirato una tale novità di sentimenti, che era venuto direttamente da Londra per affari da suo padre, essendo stato portato per caso a Endelstow House, aveva, in un modo o nell’altro, acquisito il privilegio di avvicinarsi a una signora che aveva trovato lì, e di onorarla con petits soins di un tipo marcato, tutto nello spazio di mezz’ora.

In che stanza si trovavano? pensava Elfride. Per quanto potesse intuire, era lo studio o ufficio di Lord Luxellian. Quali persone c’erano in casa? Nessuno tranne la governante e la servitù, per quanto ne sapeva lei, e di questi lui aveva professato una totale ignoranza. La persona che aveva visto indistintamente lasciare la casa c’entrava qualcosa con l’accaduto? Era impossibile dirlo senza fare appello al colpevole stesso, e questo non lo avrebbe mai fatto. Più Elfride rifletteva, più sembrava certo che l’incontro fosse un caso fortuito e non un appuntamento. Nell’indagine finale sull’identità della donna, Elfride suppose subito che non potesse essere un’inferiore. Stephen Smith non era l’uomo che si interessava a storie d’amore con donne al di sotto di lui. Sebbene gentile, l’ambizione era visibile nei suoi occhi accesi; sperava evidentemente in molto; sperava in modo indefinito, ma estensivamente. Elfride era perplessa, ed essendo perplessa, era, per una naturale sequenza di sensazioni giovanili, irritata con lui. Non provava più piacere nel riconoscere che dal piacere di attrarlo stava passando ad amarlo, per quanto ragazzo fosse e innocente come era sembrato.

Raggiunsero il ponte che formava un collegamento tra la metà orientale e quella occidentale della parrocchia. Situato in una valle delimitata all'esterno dal mare, costituiva un punto di depressione da cui la strada saliva con grande ripidità verso West Endelstow e la canonica. Non c'era alcuna necessità assoluta per nessuno dei due di scendere, ma poiché era consuetudine del vicario, dopo un lungo viaggio, assecondare il cavallo nell'affrontare questa salita tortuosa, Elfride, mossa da un istinto imitativo, saltò giù all'improvviso proprio quando Pleasant aveva appena iniziato ad adottare l'andatura deliberata che associava a questo tratto di strada.

Il giovane sembrò lieto di qualsiasi scusa per rompere il silenzio. "Ma, signorina Swancourt, che cosa rischiosa da fare!" esclamò, seguendo immediatamente il suo esempio saltando giù dall'altro lato.

"Oh no, per nulla," rispose lei freddamente; il fenomeno dell'ombra a Endelstow House era ancora predominante dentro di lei.

Stephen camminò da solo per due o tre minuti, avvolto nella rigida riserva dettata dal tono di lei. Poi, pensando apparentemente che spettasse solo alle ragazze fare il broncio, le si avvicinò serenamente e le offrì il braccio con cortesia castigliana, per aiutarla a percorrere i restanti tre quarti della salita.

Questa era una tentazione: era la prima volta in vita sua che Elfride veniva trattata come una donna adulta in questo modo, offrendole un braccio in un modo che implicava che avesse il diritto di rifiutarlo. Fino a quella sera non aveva mai ricevuto attenzioni maschili oltre a quelle che potevano essere contenute in osservazioni casalinghe come "Elfride, dammi la mano"; "Elfride, prendi il mio braccio", da parte di suo padre. Il suo cuore ingenuo segnò un'epoca con quell'incidente; soppesò la sua schiera di sentimenti, a favore e contro. Collettivamente erano favorevoli ad accettare quel braccio offerto; il singolo sentimento di picca la determinò a punire Stephen rifiutandolo.

"No, grazie, signor Smith; posso proseguire meglio da sola."

Fu il primo fragile tentativo di Elfride di intimidire un amante. Temendo più l'esito di una tale impresa che ciò che un gentile giovane avrebbe potuto pensare della sua capricciosità, decise subito dopo di compiacersi invertendo la sua dichiarazione.

"Ripensandoci, lo prenderò," disse.

Procedettero lentamente su per la collina, pochi metri dietro la carrozza.

"Come siete silenziosa, signorina Swancourt!" osservò Stephen.

"Forse penso che anche voi siate silenzioso," ribatté lei.

"Potrei avere ragione di esserlo."

"Difficilmente; è la tristezza che rende le persone silenziose, e voi non potete averne alcuna."

"Non sapete: ho un problema; sebbene alcuni potrebbero pensare che sia meno un problema che un dilemma."

"Di che si tratta?" chiese lei impulsivamente.

Stephen esitò. "Potrei dirlo," disse; "allo stesso tempo, forse, è meglio..."

Lei lasciò andare il suo braccio e lo spinse imperiosamente via da sé, scuotendo la testa. Aveva appena imparato che si perde molta dignità nel porre una domanda alla quale viene rifiutata una risposta, anche se molto educatamente; poiché sebbene la cortesia renda un buon servizio nei casi di richiesta e compromesso, aiuta ben poco in un rifiuto diretto. "Non desidero sapere nulla al riguardo; non lo desidero," continuò. "La carrozza ci sta aspettando in cima alla collina; dobbiamo salire;" ed Elfride volò davanti. "Papà, ecco la tua Elfride!" esclamò verso la figura scura del vecchio gentiluomo, mentre saltava su e si sedeva al suo fianco senza degnarsi di accettare l'aiuto di Stephen.

"Ah, sì!" pronunciò il vicario con toni artificialmente vigili, svegliandosi da un sonno profondissimo e preparandosi improvvisamente a scendere.

"Ma che cosa stai facendo, papà? Non siamo ancora a casa."

"Oh no, no; naturalmente no; non siamo ancora a casa," disse il signor Swancourt molto frettolosamente, tentando di tornare alla sua posizione originale con l'aria di un uomo che non si era affatto mosso. "Il fatto è che ero così perso in una profonda meditazione che ho dimenticato dove ci trovassimo." E in un minuto il vicario stava di nuovo russando.

Quella sera, essendo l'ultima, sembrò gettare un'eccezionale ombra di tristezza su Stephen Smith, e le ripetute ingiunzioni del vicario, che doveva tornare a trovarli in estate, apparentemente tendevano meno a sollevargli il morale che a far emergere qualche timore.

Li lasciò nella luce grigia dell'alba, mentre i colori della terra erano cupi e il sole era ancora nascosto a est. Elfride si era agitata tutta la notte nel suo lettino per paura che nessuno della servitù fosse sveglio abbastanza presto per farlo partire, e anche perché temeva di mancare di vedere di nuovo gli occhi luminosi e i capelli ricci, ai quali il possesso di un mistero nascosto da parte del loro proprietario aggiungeva una sfumatura più profonda di romanticismo. In una certa misura — così presto l'interesse femminile prende una piega premurosa — si sentiva responsabile della sua incolumità. Fecero colazione prima dell'alba; il signor Swancourt, essendo sempre più colpito dall'aspetto ingenuo del suo ospite, aveva deciso di alzarsi presto e dirgli un amichevole addio. Fu, tuttavia, con un certo stupore del vicario che vide Elfride entrare a tavola, candela alla mano.

Mentre William Worm completava la sua toeletta (durante la quale gli abitanti della canonica avevano sempre l'abitudine di aspettare con pazienza esemplare), Elfride vagò distrattamente verso il gazebo. Stephen la seguì fin lì. La valle coperta di boschetti era visibile da quella posizione, con una nebbia che ora si distendeva per tutta la sua lunghezza, nascondendo il ruscello che vi scorreva attraverso, sebbene gli osservatori stessi fossero in aria limpida.

Stavano vicini, sporgendosi sulla balaustra rustica che delimitava il pergolato sul lato esterno e formava la cresta di un ripido pendio; sotto, Elfride indicò con aria costretta alcune caratteristiche delle lontane alture che sorgevano irregolarmente di fronte. Ma l'occhio artistico era, per natura o per circostanza, molto fioco in Stephen in quel momento, ed egli prestò solo metà attenzione alla sua descrizione, come se risparmiasse tempo da qualche altro pensiero che si agitava dentro di lui.

"Bene, addio," disse improvvisamente; "suppongo che non debba vedervi mai più, signorina Swancourt, nonostante gli inviti."

La sua genuina tribolazione colpì direttamente le delicate corde della natura di lei. Poteva permettersi di perdonarlo per un paio di omissioni. Inoltre, la timidezza che non gli permetteva di guardarla in faccia dava coraggio ai suoi stessi occhi e alla sua lingua.

"Oh, venite di nuovo, signor Smith!" disse graziosamente.

"Ne sarei lieto; ma sarebbe meglio se non lo facessi."

"Perché?"

"Certe circostanze che mi riguardano lo rendono indesiderabile. Non per conto mio; per conto vostro."

"Bontà divina! Come se qualcosa che vi riguarda potesse farmi del male," disse lei con serena supremazia; ma vedendo che questo piano di trattamento era inappropriato, intonò una nota più sommessa. "Ah, so perché non verrete. Non volete. Ve ne andrete a casa a Londra e verso tutte le persone stimolanti che ci sono lì, e non vorrete più vederci!"

"Sapete che non ho una simile ragione."

"E continuerete a scrivere lettere alla signora con cui siete fidanzato, proprio come prima."

"Che cosa significa? Non sono fidanzato."

"Avete scritto una lettera a una signorina Qualcosa; l'ho vista nel portalettere."

"Puh! una donna anziana che gestisce una cartoleria; ed era per dirle di conservare i miei giornali finché non torno."

"Non avevate bisogno di spiegare: non erano affari miei." La signorina Elfride era tuttavia piuttosto sollevata di sentire quella dichiarazione. "E non verrete di nuovo a trovare mio padre?" insistette.

"Vorrei farlo, e vorrei rivedervi, ma..."

"Rivelate a me quella faccenda che nascondete?" interruppe lei petulantemente.

"No; non ora."

Non poté fare a meno di continuare, per quanto sgraziato potesse sembrare.

"Ditemi questo," importunò lei con la bocca tremante. "Qualche vostro incontro con una signora alla canonica di Endelstow contrasta con... qualsiasi interesse possiate nutrire per me?"

Lui trasalì un poco. "Non lo fa," disse enfaticamente; e guardò nelle pupille dei suoi occhi con la fiducia che solo l'onestà può dare, e anche quella solo alla giovinezza.

La spiegazione non era arrivata, ma un'oscurità la abbandonò. Non poté fare a meno di credere a quelle parole. Qualunque enigma potesse giacere nell'ombra sulla tenda, non era l'enigma di una passione clandestina.

Si voltò verso la casa, entrando attraverso la veranda. Stephen fece il giro verso la porta principale. Il signor Swancourt era in piedi sul gradino in pantofole. Worm stava regolando una fibbia nell'imbracatura, borbottando riguardo alla sua povera testa; ed era tutto pronto per la partenza di Stephen.

"Avete nominato agosto per la vostra visita. Agosto sarà; cioè, se vi interessa la compagnia di un Tory così fossilizzato," disse il signor Swancourt.

Il signor Smith rispose solo esitando, che gli sarebbe piaciuto tornare.

"Avete detto che lo avreste fatto, e dovete," insistette Elfride, venendo alla porta e parlando sotto il braccio di suo padre.

Qualunque ragione avesse avuto il giovane per non voler entrare in casa come ospite, non predominava più. Promise, e disse loro addio, e salì sulla carrozza, che strisciò su per il pendio e lo portò lontano dalla loro vista.

"Non sono mai stato così preso da nessuno in vita mia come lo sono da quel giovanotto, mai! Non riesco a capirlo, non riesco a capirlo in nessun modo," disse il signor Swancourt abbastanza energicamente tra sé e sé; ed entrò in casa.

Capitolo VII

"Non più di me sapevi, amore mio!"

Stephen Smith visitò di nuovo la canonica di Endelstow, in accordo con la sua promessa. Aveva una genuina ragione artistica per venire, sebbene non sembrasse necessaria alcuna ragione del genere. Trentasei vecchi capotavola, di squisita fattura del XV secolo, stavano rapidamente decadendo in una navata della chiesa; e divenne politicamente opportuno fare disegni dei loro contorni tarlati prima che venissero distrutti oltre ogni riconoscimento nel tumulto del cosiddetto restauro.

Entrò in casa al tramonto, e il mondo fu di nuovo piacevole per i due biondi. Un momentaneo dolore di delusione era, tuttavia, passato attraverso Elfride quando scoprì casualmente che non era arrivato in quel minuto in fretta e furia da Londra, ma aveva raggiunto il vicinato la sera precedente. La sorpresa avrebbe accompagnato il sentimento, se non si fosse ricordata che diversi turisti stavano frequentando la costa in quella stagione, e che Stephen avrebbe potuto scegliere di fare lo stesso.

Non fecero altro che chiacchierare quella sera, con il signor Swancourt che iniziava a interrogare il suo visitatore, da vicino ma paternalmente e di buon grado, sulle sue speranze e prospettive riguardo alla professione che aveva intrapreso. Stephen diede risposte vaghe. Il giorno dopo piovve. La sera, quando ventiquattr'ore di Elfride ebbero completamente riacceso l'ardore del suo ammiratore, fu proposta una partita a scacchi tra loro.

Il gioco ebbe il suo valore nell'aiutare gli sviluppi del loro futuro.

Elfride percepì presto che il suo avversario era solo un principiante. Notò poi che aveva un modo molto strano di maneggiare i pezzi quando arroccava o catturava un uomo. A priori avrebbe supposto che la stessa prestazione dovesse essere eseguita da tutti i giocatori nello stesso modo; fu istruita dalla sua azione differente che tutti i giocatori comuni, che imparano il gioco a vista, toccano inconsciamente gli uomini in un modo stereotipato. Questa impressione di indescrittibile stranezza nel tocco di Stephen culminò nel discorso quando lo vide, alla cattura di uno dei suoi alfieri, spingerlo via con l'uomo che catturava invece di sollevarlo come preludio alla mossa.

"Come maneggi stranamente gli uomini, signor Smith!"

"Davvero? Mi dispiace per questo."

"Oh no, non dispiacerti; non è una questione abbastanza grande per il dolore. Ma chi ti ha insegnato a giocare?"

"Nessuno, signorina Swancourt," disse. "Ho imparato da un libro prestatomi dal mio amico signor Knight, l'uomo più nobile del mondo."

"Ma hai visto persone giocare?"

"Non ho mai visto il gioco di una singola partita. Questa è la prima volta che ho avuto l'opportunità di giocare con un avversario vivente. Ho elaborato molte partite dai libri e studiato le ragioni delle diverse mosse, ma questo è tutto."

Questa fu una spiegazione completa del suo manierismo; ma il fatto che un uomo con il desiderio degli scacchi fosse cresciuto senza essere in grado di vedere o partecipare a una partita la stupì non poco. Rifletté sulla circostanza per qualche tempo, guardando nel vuoto e ostacolando il gioco.

Il signor Swancourt era seduto con gli occhi fissi sulla scacchiera, ma apparentemente pensando ad altro. Tra sé e sé disse, in attesa della mossa di Elfride:

"'Quae finis aut quod me manet stipendium?'"

Stephen rispose istantaneamente:

"'Effare: jussas cum fide poenas luam.'"

"Eccellente, pronto, gratificante!" disse il signor Swancourt con sentimento, facendo cadere la mano sul tavolo e facendo ballare tre pedoni e un cavallo oltre i loro confini a causa dello scuotimento. "Stavo meditando su quelle parole come applicabili a uno strano corso che sto seguendo, ma basta così. Sono deliziato da voi, signor Smith, perché è così raro in questo deserto che io incontri un uomo che sia abbastanza gentiluomo e studioso da continuare una citazione, per quanto trita possa essere."

"Applico anche io le parole a me stesso," disse Stephen tranquillamente.

"Voi? L'ultimo uomo al mondo a farlo, avrei pensato."

"Via," mormorò Elfride facendo il broncio e insinuandosi tra loro, "ditemi tutto al riguardo. Via, costruite, costruite!"

Stephen guardò fermamente il suo viso e disse lentamente, e con una voce piena di un significato lontano che sembrava stranamente prematuro in qualcuno così giovane:

"Quae finis QUALE SARÀ LA FINE, aut O, quod stipendium QUALE PENA, manet me MI ATTENDE? Effare PARLATE; luam PAGHERÒ, cum fide CON FEDE, jussas poenas LA PENA RICHIESTA."

Il vicario, che aveva ascoltato con una compressione critica delle labbra questa recitazione scolastica, e a causa del suo udito imperfetto aveva perso il realismo marcato del tono di Stephen nelle parole inglesi, ora disse esitando: "A proposito, signor Smith (so che scuserete la mia curiosità), sebbene la vostra traduzione fosse ineccepibilmente corretta e vicina, avete un modo di pronunciare il vostro latino che per me sembra molto peculiare. Non che la pronuncia di una lingua morta sia di molta importanza; tuttavia i vostri accenti e quantità hanno un suono grottesco alle mie orecchie. Ho pensato prima che aveste acquisito il vostro modo di respirare le vocali da alcuni dei college settentrionali; ma non può essere così con le quantità. Ciò che stavo per chiedere era se il vostro istruttore nei classici potesse essere un uomo di Oxford o Cambridge."

"Sì; era un uomo di Oxford, membro del St. Cyprian’s."

"Davvero?"

"Oh sì; non c'è dubbio."

"La cosa più strana che io abbia mai sentito!" disse il signor Swancourt, sobbalzando dallo stupore. "Che l'allievo di un tale uomo..."

"Il miglior e più intelligente uomo d'Inghilterra!" gridò Stephen entusiasticamente.

"Che l'allievo di un tale uomo debba pronunciare il latino nel modo in cui lo pronunciate voi supera tutto ciò che io abbia mai sentito. Quanto tempo vi ha istruito?"

"Quattro anni."

"Quattro anni!"

"Non è così strano quando spiego," si affrettò a dire Stephen. "È stato fatto in questo modo, per lettera. Gli mandavo esercizi e costruzioni due volte a settimana, e due volte a settimana lui me li rimandava corretti, con note marginali di istruzione. È così che ho imparato il mio latino e greco, per quel che è. Lui non è responsabile della mia scansione. Non mi ha mai sentito scansionare una riga."

"Un caso nuovo e un singolare esempio di pazienza!" gridò il vicario.

"Da parte sua, non dalla mia. Ah, Henry Knight è uno su mille! Ricordo che mi parlò proprio di questo argomento della pronuncia. Dice che, con suo grande rammarico, vede arrivare un tempo in cui ogni uomo pronuncerà persino le parole comuni della propria lingua come sembra giusto alle proprie orecchie, e non sarà considerato peggiore per questo; che l'epoca del parlato sta passando, per far posto all'epoca della scrittura."

Sia Elfride che suo padre avevano atteso attentamente di sentire Stephen proseguire verso quella che sarebbe stata la parte più interessante della storia, ovvero quali circostanze potessero aver reso necessario un metodo di educazione così insolito. Ma non fu offerta alcuna ulteriore spiegazione; e videro, dal modo del giovane di concentrarsi sulla scacchiera, che era ansioso di abbandonare l'argomento.

Il gioco proseguì. Elfride giocava a memoria; Stephen con il pensiero. Era la cosa più crudele dargli scacco matto dopo tanta fatica, considerò. Cosa fu così disonesta da fare nella sua compassione? Lasciarsi dare scacco matto. Seguì una seconda partita; ed essendo lei assolutamente indifferente al risultato (il suo gioco era sopra la media tra le donne, e lo sapeva), gli permise di dare di nuovo scacco matto. Una partita finale, in cui adottò il gambetto Muzio come sua apertura, fu terminata dalla vittoria di Elfride alla dodicesima mossa.

Stephen alzò lo sguardo sospettoso. Il suo cuore batteva ancora più eccitato di quanto fosse il suo, che a sua volta aveva accelerato quando lei si era seriamente messa al lavoro in quell'ultima occasione. Il signor Swancourt aveva lasciato la stanza.

"Avete giocato con me fino ad ora!" esclamò, con il viso che arrossiva. "Non avete giocato al meglio nelle prime due partite?"

La colpevolezza di Elfride si leggeva sul suo volto. Stephen divenne il ritratto del dispetto e della tristezza, che, gradevoli per un momento, la portarono l'istante successivo a pentirsi dell'errore che aveva commesso.

"Signor Smith, perdonatemi!" disse dolcemente. "Vedo ora, sebbene non lo vedessi all'inizio, che ciò che ho fatto sembra disprezzo per la vostra abilità. Ma, davvero, non intendevo in quel senso. Non potrei, in coscienza, vincere una vittoria in quelle prime e seconde partite su uno che ha combattuto in tale svantaggio e così virilmente."

Fece un lungo respiro e mormorò amaramente: "Ah, siete più intelligente di me. Potete fare tutto, io non posso fare nulla! O signorina Swancourt!" esplose selvaggiamente, con il cuore che le gonfiava la gola, "devo dirvi quanto vi amo! Tutti questi mesi della mia assenza vi ho adorato."

Saltò dal suo posto come il ragazzo impulsivo che era, scivolò al suo fianco e quasi prima che lei lo sospettasse il suo braccio era attorno alla sua vita, e le due serie di ricci si mescolarono.

Così interamente nuovo era l'amore sbocciato per Elfride, che tremava tanto per la novità dell'emozione quanto per l'emozione stessa. Poi si ritirò improvvisamente e stette dritta, irritata per essersi sottomessa senza resistenza persino alla sua momentanea pressione. Decise di considerare quella dimostrazione come prematura.

"Non dovete iniziare cose del genere," disse con civettuola alterigia di natura molto trasparente. "E non dovete farlo di nuovo, e papà sta arrivando."

"Lasciatemi baciare, solo un piccolo bacio," disse con la sua solita delicatezza, e senza leggere la artificiosità del suo modo.

"No; nemmeno uno."

"Solo sulla guancia?"

"No."

"Sulla fronte?"

"Certamente no."

"Allora tenete a qualcun altro? Ah, lo pensavo!"

"Sono sicura di no."

"Nemmeno a me?"

"Come posso dirlo?" disse semplicemente, la semplicità risiedendo meramente nelle ampie linee del suo modo e discorso. C'erano il semitono della voce e l'espressione seminascosta degli occhi che dicono agli iniziati quanto sia fragile il ghiaccio della riserva in questi momenti.

Si udirono dei passi. Il signor Swancourt entrò quindi nella stanza, e il loro colloquio privato ebbe fine.

Il giorno dopo questa parziale rivelazione, il signor Swancourt propose una gita alle scogliere oltre Targan Bay, a una distanza di tre o quattro miglia.

Mezz'ora prima dell'ora della partenza si udì un fracasso nel cortile sul retro, e poco dopo Worm entrò, dicendo in parte al mondo in generale, in parte a se stesso, e leggermente ai suoi ascoltatori:

"Sì, sì, certo! Quella frittura di pesce sarà la fine di William Worm. Sono di nuovo a farlo stamattina, come sempre, frizz, frizz, frizz!"

"La tua testa di nuovo male, Worm?" disse il signor Swancourt. "Che rumore era quello che abbiamo sentito nel cortile?"

"Sì, signore, sono un uomo debole e traballante; e la frittura è continuata nella mia povera testa per tutta la lunga notte e stamattina come al solito; ed ero così stordito da essa che è caduto un pezzo di legno di gamba attraverso l'asta del pony-shay, e si è scheggiato. 'Sì,' dico, 'lo sento come se fosse il mio shay; e sebbene sia stato io, e la paga parrocchiale sia il mio destino se vado via di qui, forse sono indipendente come qualcuno qua e là.'"

«Dio mio, l'asta della carrozza rotta!» esclamò Elfride. Era delusa: Stephen lo era il doppio. Il vicario mostrò un temperamento più acceso di quanto l'incidente sembrasse richiedere, con grande disagio e non poca sorpresa di Stephen. Non aveva immaginato che tanta latente severità potesse coesistere con la franchezza e la bonarietà del signor Swancourt.

«Non rimarrai deluso,» disse infine il vicario. «È quasi troppo lontano per farlo a piedi. Elfride può trottare sul suo pony, e tu prenderai il mio vecchio ronzino, Smith.»

Elfride esclamò trionfante: «Non mi hai mai vista a cavallo... Oh, devi assolutamente!» Guardò Stephen e lesse immediatamente i suoi pensieri. «Ah, non sai cavalcare, signor Smith?»

«Mi dispiace dire di no.»

«Pensa un uomo che non sa cavalcare!» disse lei con una punta di impertinenza.

Il vicario venne in suo soccorso. «È una cosa abbastanza comune; ha avuto altre lezioni da imparare. Ora, consiglio questo piano: Elfride vada a cavallo e tu, signor Smith, le cammini accanto.»

La sistemazione fu accolta da Stephen con segreta gioia. Sembrava racchiudere in sé tutti i vantaggi di una lunga e lenta passeggiata con Elfride, senza la possibilità che il piacere fosse guastato da un suo eventuale affaticamento. Il pony fu sellato e condotto davanti.

«Ora, signor Smith,» disse la signorina imperiosamente, scendendo le scale e apparendo nel suo abito da amazzone, come faceva sempre a ogni cambio di vestito, simile a una nuova edizione di un volume incantevole, «hai un compito da svolgere oggi. Questi orecchini sono i miei preferiti in assoluto; ma il guaio è che hanno dei ganci così corti che rischiano di cadere se scuoto troppo la testa, e quando sono a cavallo non posso concentrarmi su di essi. Mi faresti un servizio da cavaliere se tenessi gli occhi fissi su di loro, ricordandotene ogni minuto del giorno, e mi avvertissi subito se ne perdo uno. Hanno corso rischi incredibili, vero Unity?» continuò rivolgendosi alla cameriera che stava sulla porta.

«Sì, signorina, proprio così!» disse Unity con una commiserazione dagli occhi sgranati.

«Una volta ne ho trovato uno lungo il viottolo,» proseguì Elfride pensierosa.

«E poi è stato vicino al cancello di Eighteen Acres,» aggiunse Unity.

«E poi era sul tappeto della mia stanza,» soggiunse Elfride allegramente.

«E poi era impigliato nel ricamo della sottoveste, signorina; e poi le è scivolato lungo la schiena, signorina, non è vero? E oh, che agitazione che ha avuto, signorina, non è vero? Dio mio! finché non l'ha ritrovato!»

Stephen prese il piede sottile di Elfride sulla mano: «Uno, due, tre, e su!» disse lei.

Purtroppo non fu così. Lui barcollò e sollevò, il cavallo si spostò di lato; ed Elfride finì per essere depositata a terra con una forza un po' più sgradevole del previsto. Smith sembrava tutto contrizione.

«Non importa,» disse il vicario incoraggiante; «riprova! È un piccolo esercizio che richiede un po' di pratica, anche se sembra così facile. Stia più vicino alla testa del cavallo, signor Smith.»

«Davvero, non gli lascerò riprovare,» disse lei con uno sguardo di microscopica indignazione. «Worm, vieni qui e aiutami a montare.» Worm si fece avanti e lei fu in sella in un baleno.

Poi si mossero, procedendo per un tratto in silenzio, mentre l'aria calda della valle veniva di tanto in tanto spazzata via dai loro volti da una brezza fresca che si snodava lungo i burroni provenienti dal mare.

«Suppongo,» disse Stephen, «che un uomo che non sa né stare in sella né aiutare un'altra persona a montarvi sembri un ingombro inutile; ma, signorina Swancourt, imparerò a fare tutto questo per amor vostro; lo farò, davvero.»

«Ciò che è così insolito in lei,» disse lei, con un tono didattico giustificabile nel rivolgersi di un'amazzone a un viandante ignorante, «è che la sua conoscenza di certe cose si accompagni alla sua ignoranza di certe altre.»

Stephen sollevò gli occhi verso i suoi con fervore.

«Sa,» disse, «è semplicemente perché ci sono così tante altre cose da imparare in questo vasto mondo che non mi sono preoccupato di quella particolare nozione. Pensavo che mi sarebbe stata inutile; ma ora non lo penso più. Imparerò a cavalcare, e tutto ciò che vi è connesso, perché così le piacerò di più. Le piaccio molto meno per questo?»

Lei lo guardò di sbieco con una meditazione critica resa con tenerezza.

«Sembro la BELLE DAME SANS MERCI?» esordì improvvisamente, senza rispondere alla sua domanda. «Si immagini di dire, signor Smith:

‘La posi sul mio destrier che va al passo, E null'altro vidi tutto il dì, Ché di traverso s'inclinava, e cantava Una canzone di fata, Mi trovò radici di gusto dolce, E miele selvatico, e rugiada di manna;’

e questo è tutto ciò che faceva.»

«No, no,» disse il giovane a bassa voce, e con un rossore crescente.

«‘E certo in un linguaggio strano diceva, Io ti amo davvero.’»

«Niente affatto,» replicò lei rapidamente. «Veda come so galoppare. Ora, Pansy, via!» Ed Elfride partì; e Stephen vide la sua figura leggera contrarsi fino alle dimensioni di un uccello mentre svaniva in lontananza, con i capelli al vento.

Camminò nella stessa direzione e per un tempo considerevole non riuscì a vedere alcun segno del suo ritorno. Triste come un fiore senza sole, si sedette su una pietra, e per quindici minuti non si udì alcun rumore di cavallo o cavaliere. Poi Elfride e Pansy apparvero sulla collina in un trotto rotondo.

«Che bella galoppata abbiamo fatto!» disse lei, col viso arrossato e gli occhi scintillanti. Girò la testa del cavallo, Stephen si alzò e ricominciarono ad andare.

«Bene, che cosa ha da dirmi, signor Smith, dopo la mia lunga assenza?»

«Ricorda una domanda a cui non ha saputo rispondere esattamente ieri sera: se fossi per lei più di chiunque altro?» disse lui.

«Non so rispondere esattamente nemmeno ora.»

«Perché non può?»

«Perché non so se io sono per lei più di chiunque altro.»

«Sì, davvero, lo è!» esclamò lui con una voce di intensissima gratitudine, scivolando allo stesso tempo di lato e guardandola in volto.

«Occhi negli occhi,» mormorò scherzosamente; e lei obbedì arrossendo, ricambiando lo sguardo.

«E perché non labbra sulle labbra?» continuò Stephen audacemente.

«No, certamente no. Chiunque potrebbe guardare; e sarebbe la mia morte. Può baciarmi la mano se vuole.»

Egli espresse con lo sguardo che baciare una mano attraverso un guanto, e per di più un guanto da equitazione, non fosse un gran piacere date le circostanze.

«Ecco, allora; mi tolgo il guanto. Non è una bella mano bianca? Ah, non vuole baciarla, e ora non la bacerà!»

«Se non lo faccio, possa io non baciare mai più, severa Elfride! Sa che penso a lei più di quanto possa dire; che lei è la mia regina. Morirei per lei, Elfride!»

Un rapido rossore le riempì di nuovo le guance e lei lo guardò con aria meditativa. Che momento di orgoglio era quello per Elfride! Per la prima volta in vita sua stava governando un cuore con assoluto dispotismo.

Stephen si avventò furtivamente sulla sua mano.

«No; non voglio, non voglio!» disse lei con ostinazione; «e non dovrebbe prendermi di sorpresa.»

Ne seguì una lieve lotta per l'assoluto possesso della mano tanto ambita, in cui la turbolenza del ragazzo e della ragazza era molto più evidente della dignità dell'uomo e della donna. Poi Pansy divenne irrequieta. Elfride riprese la sua posizione e si ricompose.

«Mi fa comportare in un modo tutt'altro che piacevole!» esclamò, con un tono che non era né di piacere né di rabbia, ma che partecipava di entrambi. «Non avrei dovuto permettere una tale svenevolezza! Siamo troppo grandi ormai per questo genere di cose.»

«Spero che non mi consideri troppo... troppo simile a un uomo che si striscia addosso,» disse lui in tono penitente, consapevole che anche lui aveva perso un po' di dignità con quel comportamento.

«Lei è troppo confidenziale; e non posso permetterlo! Considerando quanto poco tempo ci conosciamo, signor Smith, si prende troppa confidenza. Pensa che io sia una ragazza di campagna, e che non importi come si comporta con me!»

«Le assicuro, signorina Swancourt, che non avevo alcuna idea stravagante in mente. Volevo imprimere un bacio dolce e serio sulla sua mano; tutto qui.»

«Ecco, di nuovo a strisciare! E non deve guardarmi negli occhi così,» disse lei, scuotendo la testa verso di lui e trottando qualche passo in avanti. Così guidò la strada fuori dal viottolo e attraverso alcuni campi in direzione delle scogliere. Al confine dei campi più vicini al mare espresse il desiderio di smontare. Il cavallo fu legato a un palo ed entrambi seguirono un sentiero irregolare che terminava su una sporgenza pianeggiante attorno alla faccia dell'enorme roccia blu-nera, a un'altezza a metà strada tra il mare e il ciglio più alto. Lì, molto al di sotto e davanti a loro, giaceva l'eterna distesa dell'oceano; lì, su rocce isolate, c'erano i gabbiani bianchi e stridenti, che sembravano sempre in procinto di posarsi eppure sempre pronti a ripartire. A destra e a sinistra si allineavano le alture dentellate e a zigzag, che formavano la serie culminante in quella sotto i loro piedi.

Dietro la fanciulla e il giovane c'era un'alcova e un sedile invitanti, formati naturalmente nella massa sporgente e abbastanza larghi da ospitare due o tre persone. Elfride si sedette e Stephen si sedette accanto a lei.

«Temo che non sia neanche molto opportuno che noi siamo qui,» disse lei quasi interrogativamente. «Non ci conosciamo da abbastanza tempo per questo tipo di cose, vero?»

«Oh sì,» rispose lui con giudizio; «da abbastanza tempo.»

«Come fa a saperlo?»

«Non è la lunghezza del tempo, ma il modo in cui i nostri minuti battono, che rende sufficiente o meno la nostra conoscenza.»

«Sì, capisco. Ma vorrei che papà sospettasse o sapesse che COSA MOLTO NUOVA sto facendo. Non ci pensa affatto.»

«Cara Elfie, vorrei che potessimo sposarci! È sbagliato da parte mia dirlo... lo so che lo è... prima che tu sappia di più; ma vorrei che potessimo, lo stesso. Mi ami profondamente, profondamente?»

«No!» disse lei tutta agitata.

A questa secca smentita, Stephen distolse lo sguardo con decisione e mantenne un silenzio minaccioso; gli unici oggetti di interesse sulla terra per lui erano apparentemente i tre o quattro stormi di uccelli marini che volteggiavano in aria in lontananza.

«Non intendevo fermarti del tutto,» balbettò lei con un po' di allarme; e vedendo che lui rimaneva in silenzio, aggiunse con più ansia: «Se dici di nuovo così, forse non sarò del tutto... del tutto così ostinata... se... se non ti piace che io lo sia.»

«Oh, la mia Elfride!» esclamò lui, e la baciò.

Fu il primo bacio di Elfride. E così impacciata e inesperta com'era; piena di sforzi, senza abbandono. Non c'erano quelle apparenti lotte per uscire dalla trappola che portano solo a entrarvi più a fondo: nessuna posa finale di ricettività: nessuna facile vicinanza di spalla a spalla, mano su mano, viso su viso e, a dispetto della ritrosia, labbra al posto giusto nel momento supremo. Quel grazioso, sebbene apparentemente accidentale, assumere la posizione, che molti hanno notato precipitare la fine e rendere gli innamorati più dolci, non c'era qui. Perché? Perché mancava l'esperienza. Una donna deve aver ricevuto molti baci prima di baciare bene.

In realtà, l'arte di offrire le labbra per questi saluti amorosi segue i principi stabiliti nei trattati di prestigio per eseguire il trucco chiamato Forzare una Carta. La carta deve essere spostata con destrezza, ritirata, fatta scivolare sotto e, nonostante tutto, non offerta finché la mano della persona ignara non raggiunge il mazzo; questa forzatura deve essere fatta così modestamente eppure così in modo accattivante che la persona presa in giro immagina di scegliere davvero ciò che in realtà le viene messo in mano.

Bene, non c'erano tali agevolazioni ora; e Stephen ne era consapevole: prima con un fugace rimpianto che il suo bacio fosse rovinato dal modo confuso in cui lei lo riceveva, e poi con la piacevole percezione che la sua goffaggine fosse il suo fascino.

«E tieni a me e mi ami?» disse lui.

«Sì.»

«Molto?»

«Sì.»

«E non devo chiederti se mi aspetterai, e sarai mia moglie un giorno?»

«Perché no?» disse lei ingenuamente.

«C'è una ragione, mia Elfride.»

«Nessuna che io conosca.»

«Supponiamo che ci sia qualcosa legato a me che rende quasi impossibile per te acconsentire a essere mia moglie, o per tuo padre approvare un'idea del genere?»

«Nulla mi farà smettere di amarti: non si può trovare alcuna macchia nella tua natura personale. Quella è pura e generosa, lo so; e avendola, come posso essere fredda con te?»

«E nient'altro influenzerà noi... nient'altro al di fuori della mia natura farà parte della mia qualità ai tuoi occhi, Elfie?»

«Nient'affatto,» disse lei con un sospiro di sollievo. «È tutto qui? Qualche circostanza esterna? Cosa m'importa?»

«Difficilmente puoi giudicare, cara, finché non sai cosa deve essere giudicato. Per questo, aspetteremo di tornare a casa. Credo in te, ma non riesco a sentirmi sereno.»

«L'amore è nuovo e fresco per noi come la rugiada; e siamo insieme. Per quanto va il mondo degli innamorati, questo è molto. Stephen, mi sembra di vedere la differenza tra me e te... tra uomini e donne in generale, forse. Io mi accontento di costruire la felicità su qualsiasi base accidentale che possa trovarsi a portata di mano; tu sei per fare un mondo che si adatti alla tua felicità.»

«Elfride, a volte dici cose che ti fanno sembrare improvvisamente più vecchia di cinque anni di quanto tu non sia, o di quanto io sia; e quell'osservazione è una di queste. Non riuscirei a pensare così VECCHIO, per quanto potessi provarci... E nessun amante ti ha mai baciato prima?»

«Mai.»

«Lo sapevo; eri così inesperta. Cavalchi bene, ma non baci bene per niente; e una volta il mio amico Knight mi disse che questa è una dote eccellente in una donna.»

«Ora, vieni; devo rimontare, o non saremo a casa per l'ora di cena.» E tornarono dove Pansy stava legata. «Invece di affidare il mio peso al palmo instabile di un giovane,» continuò allegramente, «preferisco un 'montatoio' più sicuro (come lo chiamano gli abitanti del villaggio), sotto forma di un cancello. Ecco, ora sono di nuovo io.»

Proseguirono verso casa allo stesso passo.

La sua allegria sollevò Stephen dalla sua pensosità, e ognuno dimenticò tutto tranne il tono del momento.

«Per cosa mi hai amata?» disse lei, dopo un lungo sguardo pensoso a un uccello in volo.

«Non lo so,» rispose lui distrattamente.

«Oh sì che lo sai,» insistette Elfride.

«Forse, per i tuoi occhi.»

«Che hanno? Ora, non infastidirmi con una risposta leggera. Che hanno i miei occhi?»

«Oh, nulla da menzionare. Sono discretamente belli.»

«Andiamo, Stephen, non voglio sentirlo. Per cosa mi hai amata?»

«Forse è stato per la tua bocca?»

«Bene, che ha la mia bocca?»

«Pensavo che fosse una bocca abbastanza passabile...»

«Non è molto confortante.»

«Con un bel broncio e labbra dolci; ma, in realtà, nulla di più di quello che hanno tutti.»

«Non inventare cose di testa tua mentre parli, caro Stephen. Ora... per... cosa... mi... hai... amata?»

«Forse, è stato per il tuo collo e i tuoi capelli; anche se non ne sono sicuro: o per il tuo sangue pigro, che non faceva altro che allontanarsi dalle tue guance e tornarci; ma non ne sono sicuro. O le tue mani e le tue braccia, che eclissavano tutte le altre mani e braccia; o i tuoi piedi, che giocavano sotto il vestito come piccoli topi; o la tua lingua, che aveva un tono dolce e delicato. Ma non ne sono del tutto sicuro.»

«Ah, è carino da dire; ma non m'importa del tuo amore, se fa di me un'immagine piatta in quel modo, senza essere sicuri, e con un ragionamento così freddo; ma ciò che SENTIVI che ero, lo sai, Stephen» (a questo punto una risata furtiva e un'occhiata vivace al suo viso), «quando dicevi a te stesso: 'Amerò certamente quella signorina'.»

«Non l'ho mai detto.»

«Quando dicevi a te stesso, allora, 'Non amerò mai quella signorina'.»

«Non ho detto nemmeno questo.»

«Allora è stato, 'Suppongo che debba amare quella signorina'?»

«No.»

«Che cosa, allora?»

«È stato molto più fluttuante, non così definito.»

«Dimmi; fallo, fallo.»

«È stato che non avrei dovuto pensarti se ti amassi veramente.»

«Ah, questo non lo capisco. Non c'è verso di fartelo uscire. E non ti chiederò mai più... mai più... di dire dal profondo della realtà del tuo cuore per cosa mi hai amata.»

«Dolce tentatrice, a che serve? Si riduce a questa sola cosa semplice: che a un certo punto non ti avevo mai vista, e non ti amavo; che poi ti ho vista, e ti ho amata. È abbastanza?»

«Sì; mi farò bastare questo... So, penso, per cosa ti amo. Sei di bell'aspetto, naturalmente; ma non intendevo quello. È perché sei così docile e gentile.»

«Quelle non sono proprio le qualità corrette per cui un uomo dovrebbe essere amato,» disse Stephen, in un tono piuttosto insoddisfatto di autocritica. «Beh, non importa. Devo chiedere a tuo padre di permetterci di fidanzarci non appena entriamo. Sarà per molto tempo.»

«Mi piace di più... Stephen, non menzionarlo fino a domani.»

«Perché?»

«Perché, se dovesse opporsi... non credo che lo farà; ma se dovesse... avremo un giorno in più di felicità dalla nostra ignoranza... Beh, a cosa stai pensando così intensamente?»

«Stavo pensando a come il mio caro amico Knight si godrebbe questa scena. Vorrei che potesse venire qui.»

«Sembri molto preso da lui,» rispose lei, con un piccolo moto di gelosia. «Deve essere un uomo interessante per occupare così tanta della tua attenzione.»

«Interessante!» disse Stephen, col viso che brillava per il fervore; «nobile, dovresti dire.»

«Oh sì, sì; dimenticavo,» disse lei mezzo satirica. «L'uomo più nobile d'Inghilterra, come ci hai detto ieri sera.»

«È un gran tipo, ridi pure, signorina Elfie.»

«So che è il tuo eroe. Ma cosa fa? Qualcosa?»

«Scrive.»

«Cosa scrive? Non ho mai sentito il suo nome.»

«Perché la sua personalità, e quella di molti altri come lui, è assorbita in un enorme NOI, vale a dire, l'impalpabile entità chiamata IL PRESENTE, una rassegna sociale e letteraria.»

«È solo un recensore?»

«SOLO, Elfie! Perché, posso dirti che è una gran bella cosa essere nello staff del PRESENTE. Molto meglio che essere un romanziere.»

«Questa è una frecciata a me, e al mio povero CORTE DI KELLYON CASTLE.»

«No, Elfride,» sussurrò lui; «non intendevo quello. Intendo dire che è davvero un letterato di una certa fama, e non solo un recensore. Scrive cose di classe superiore alle recensioni, sebbene recensisca un libro di tanto in tanto. Le sue produzioni ordinarie sono saggi sociali ed etici; tutto ciò che il PRESENTE contiene che non sia recensione letteraria.»

«Ammetto che debba essere talentuoso se scrive per il PRESENTE. Ci viene mandato in modo irregolare. Vorrei che papà fosse abbonato, ma è così conservatore. Ora il prossimo punto su questo signor Knight: suppongo che sia un brav'uomo.»

«Un uomo eccellente. Cercherò di essere un suo intimo amico un giorno.»

«Ma non lo sei ora?»

«No; non così tanto,» rispose Stephen, come se una tale supposizione fosse stravagante. «Vedi, è andata così: proveniva originariamente dal mio stesso posto, e mi ha insegnato delle cose; ma non sono in confidenza con lui. Non sarò felice quando diventerò più ricco e più conosciuto, e potrò frequentarlo da pari a pari!» Gli occhi di Stephen brillarono.

Un broncio iniziò a formarsi sulle labbra morbide di Elfride. «Pensi sempre a lui, e ti piace più di quanto piaccia a me!»

«No, davvero, Elfride. Il sentimento è del tutto diverso. Ma lui mi piace, e merita ancora più affetto da parte mia di quanto gliene dia.»

«Non sei gentile ora, e mi rendi gelosa quanto più possibile!» esclamò lei con perversità. «So che non parlerai mai a nessun terzo di me così calorosamente come parli a me di lui.»

«Ma tu non capisci, Elfride», disse lui con un movimento ansioso. «Un giorno lo conoscerai. È così brillante... no, non è esattamente brillante; così profondo... nemmeno profondo rende l'idea... che ti incanterebbe parlargli. È un amico davvero prezioso, e questo non è nemmeno la metà di quello che potrei dire.»

«Non mi importa quanto sia bravo; non voglio conoscerlo, perché si mette tra me e te. Pensi a lui giorno e notte, molto più che a chiunque altro; e quando pensi a lui, io sono esclusa dalla tua mente.»

«No, cara Elfride; io ti amo teneramente.»

«E non mi piace che tu mi parli così calorosamente di lui mentre sei nel bel mezzo del tuo amore per me. Stephen, supponi che io e questo tuo amico Knight stessimo entrambi annegando, e tu potessi salvarne solo uno...»

«Sì... la solita vecchia proposta... chi salverei?»

«Beh, chi? Non me.»

«Entrambi», disse lui, stringendole la mano che pendeva.

«No, questo non va bene; solo uno di noi.»

«Non saprei dire; non lo so. È spiacevole... un'idea davvero orribile da affrontare.»

«Ah, lo so. Salveresti lui e lasceresti annegare me, annegare, annegare; e non mi importa del tuo amore!»

Aveva cercato di dare un tono giocoso alle sue parole, ma l'ultima frase suonava piuttosto forzata nella sua allegria.

A questo punto della discussione lei trotterellò via per girare l'angolo che il sentiero evitava, dato che la strada e il sentiero si ricongiungevano poco più avanti. Quando riapparve, continuò a guardare in una direzione opposta alla sua, lasciandolo nel fresco della sua disapprovazione. Stephen fu presto sconfitto in questo gioco di indifferenza. Fece il giro e rientrò nel suo campo visivo.

«Sei offesa, Elfie? Perché non parli?»

«Salvami, allora, e lascia annegare quel tuo signor Saputello. Lo odio. Ora, chi salveresti?»

«Davvero, Elfride, non dovresti insistere con una domanda così difficile. È ridicolo.»

«Allora non starò più sola con te. Sei crudele, ferirmi così!» Rise della propria assurdità ma insistette.

«Andiamo, Elfie, facciamo pace e torniamo amici.»

«Di' che salveresti me, allora, e lasceresti annegare lui.»

«Salverei te... e anche lui.»

«E lasceresti annegare lui. Dai, altrimenti non mi ami!» continuò lei stuzzicandolo.

«E lascerò annegare lui», esclamò lui disperato.

«Ecco; ora sono tua!» disse lei, e un rossore di trionfo femminile le illuminò gli occhi.

«Solo un orecchino, signorina, se sono ancora viva», disse Unity al loro ingresso nell'atrio.

Con un volto che esprimeva una misera apprensione, la mano di Elfride volò come una freccia al suo orecchio.

«Ecco!» esclamò rivolta a Stephen, guardandolo con occhi pieni di rimprovero.

«Ho dimenticato del tutto, davvero. Se solo me lo fossi ricordato!» rispose lui, con un'espressione colpita dalla coscienza.

Lei si voltò di scatto e si diresse verso il boschetto. Stephen la seguì.

«Se mi avessi chiesto di badare a qualcosa, Stephen, l'avrei fatto religiosamente», continuò lei capricciosamente, non appena lo sentì dietro di sé.

«Dimenticare è perdonabile.»

«Beh, lo troverai, se vuoi che ti rispetti e che resti fidanzata con te quando avremo chiesto al papà.» Rifletté un momento e aggiunse più seriamente: «Ora so dove l'ho perso, Stephen. Era sulla scogliera. Ricordo una vaga sensazione di un qualche cambiamento su di me, ma ero troppo assente per pensarci allora. Ed è lì che si trova adesso, e tu devi andare a cercarlo.»

«Vado subito.»

E si incamminò a grandi passi lungo la valle, sotto un sole cocente e nel silenzio mortale del primo pomeriggio. Salì, con fretta vertiginosa, la scogliera ventosa fino al punto in cui si erano seduti, sentì e scrutò tra le pietre e gli anfratti, ma il gioiello perduto di Elfride non si vedeva da nessuna parte. Poi Stephen ripercorse lentamente i suoi passi e, fermandosi a un incrocio per riflettere un po', lasciò l'altopiano e scese attraverso alcuni campi, in direzione di Endelstow House.

Camminò lungo il sentiero vicino al fiume senza la minima esitazione sulla sua direzione, apparentemente molto familiare con ogni centimetro di terreno. Mentre le ombre iniziavano ad allungarsi e la luce del sole a farsi più mite, attraversò due cancelletti e si avvicinò alla periferia di Endelstow Park. Il fiume ora scorreva sotto la recinzione del parco, prima di entrare nel boschetto vero e proprio, poco più avanti.

Qui sorgeva un cottage, tra la recinzione e il ruscello, su un lembo di terra leggermente rialzato, attorno al quale il fiume faceva una curva. La caratteristica di questa accogliente dimora era il suo unico camino nella parete del timpano, la cui forma quadrata era mascherata da un enorme mantello d'edera, che era cresciuto così rigogliosamente ed esteso così lontano dalla sua base da aumentare la massa apparente del camino fino alle dimensioni di una torre. A una certa distanza dal retro della casa sorgeva il confine del parco, e oltre questo si potevano vedere i sicomori del boschetto, che facevano lente inclinazioni verso l'aria appena risvegliata.

Stephen attraversò il piccolo ponte di legno davanti, si avvicinò alla porta del cottage e l'aprì senza alcun tipo di bussata o segnale.

Esclamazioni di benvenuto esplosero da parte di una o più persone quando la porta fu socchiusa, seguite dallo stridore di sedie sul pavimento di pietra, come se fossero state spinte indietro dai loro occupanti nell'alzarsi da tavola. La porta fu chiusa di nuovo, e ora non si sentiva più nulla dall'interno, se non un vivace chiacchiericcio e il tintinnio dei piatti.

Capitolo VIII

«Allen-a-Dale non è un barone o un signore.»

Le nebbie stavano strisciando fuori da pozze e acquitrini per i loro pellegrinaggi notturni quando Stephen arrivò alla porta d'ingresso della canonica. Elfride era in piedi sul gradino, illuminata da un' distesa color limone del cielo occidentale.

«Non sarai stato tutto questo tempo a cercare quell'orecchino?» disse lei ansiosamente.

«Oh no; e non l'ho trovato.»

«Non importa. Anche se sono molto contrariata; sono i miei più belli. Ma, Stephen, che cosa hai fatto in tutto questo tempo... dove sei stato? Sono stata così inquieta. Ho temuto per te, non conoscendo nemmeno un pollice del paese. Ho pensato: e se fosse caduto dalla scogliera! Ma ora sono incline a rimproverarti per avermi fatto spaventare così tanto.»

«Devo parlare con tuo padre ora», disse piuttosto bruscamente; «Ho così tanto da dirgli... e a te, Elfride.»

«Quello che hai da dire metterà in pericolo questo bel momento nostro, ed è quello stesso segreto oscuro a cui alludi così frequentemente, e mi renderà infelice?»

«Possibilmente.»

Lei respirò pesantemente e si guardò intorno come in cerca di un suggerimento.

«Rimandalo a domani», disse.

Anche lui sospirò involontariamente.

«No; deve venire stasera. Dov'è tuo padre, Elfride?»

«Da qualche parte nell'orto, credo», rispose lei. «Quello è il suo rifugio serale preferito. Ti lascio ora. Di' tutto ciò che deve essere detto... fai tutto ciò che deve essere fatto. Pensami mentre aspetto ansiosamente la fine.» E rientrò in casa.

Aspettò nel salotto, guardando le luci affondare nelle ombre, le ombre affondare nell'oscurità, finché la sua impazienza di sapere cosa fosse successo in giardino non poté più essere controllata. Passò attorno al boschetto, sganciò la porta del giardino e scansionò con i suoi occhi acuti l'intero spazio crepuscolare che le quattro mura racchiudevano e riparavano: non erano lì. Montò su una piccola scala, usata per raccogliere la frutta, e guardò oltre il muro nel campo. Questo campo si estendeva fino ai confini del terreno ecclesiastico, che era recintato su quel lato da una siepe di ligustro. Sotto la siepe c'era il signor Swancourt, che camminava su e giù e parlava ad alta voce... tra sé e sé, come sembrava all'inizio. No: un'altra voce gridava risposte occasionali; e questo interlocutore sembrava trovarsi dall'altra parte della siepe. La voce, sebbene di qualità morbida, non era quella di Stephen.

Il secondo interlocutore doveva trovarsi nel giardino a lungo trascurato di una vecchia casa padronale lì vicino, che, insieme a una piccola tenuta annessa, era stata recentemente acquistata da una persona di nome Troyton, che Elfride non aveva mai visto. Suo padre potrebbe aver stretto conoscenza con qualche membro di quella famiglia attraverso la siepe di ligustro, o uno straniero nei paraggi potrebbe essersi aggirato da quelle parti.

Beh, non c'era bisogno di disturbarlo.

E sembrava che, dopo tutto, Stephen non avesse ancora fatto la comunicazione desiderata a suo padre. Tornò di nuovo in casa, chiedendosi dove potesse essere Stephen. Per mancanza di qualcosa di meglio da fare, salì al piano di sopra nella sua stanzetta. Qui si sedette alla finestra aperta e, appoggiando il gomito sul tavolo e la guancia sulla mano, cadde in meditazione.

Era una calda e immobile notte d'agosto. Ogni disturbo del silenzio che si elevava alla dignità di un rumore poteva essere udito per miglia, e il minimo suono per una lunga distanza. Così rimase, pensando a Stephen e desiderando che non l'avesse privata della sua compagnia senza motivo, a quanto pareva. Com'era delicato e sensibile, rifletteva; eppure era abbastanza uomo da avere un mistero privato, il che lo elevava considerevolmente ai suoi occhi. Così, guardando le cose con una visione interiore, perse la cognizione del tempo che passava.

Strane congiunzioni di circostanze, in particolare quelle di tipo banale e quotidiano, sono così frequenti in una vita ordinaria che ci abituiamo alla loro inspiegabilità e dimentichiamo la questione se le probabilità molto alte contro tale giustapposizione non siano quasi una prova che non si tratti affatto di una questione di caso. Ciò che accadde a Elfride in quel momento ne era un esempio. Stava immaginando vividamente, per la ventesima volta, il bacio del mattino e mettendo le labbra nella posizione che un altro richiederebbe, quando sentì la stessa operazione eseguita sul prato, immediatamente sotto la sua finestra.

Un bacio... non del tipo silenzioso e furtivo, ma deciso, forte e secco.

Il suo viso arrossì e lei guardò fuori, ma inutilmente. Il bordo scuro dell'altopiano tracciava una linea acuta e triste contro il pallido bagliore del cielo, ininterrotta se non dove un giovane cedro sul prato, che era cresciuto più dei suoi simili, scagliava la sua testa appuntita oltre l'orizzonte, perforando lo splendore del firmamento come un pungiglione.

Era appena possibile che, se qualcuno fosse stato in piedi sulle parti erbose del prato, Elfride avrebbe potuto vedere le loro forme scure. Ma gli arbusti, che un tempo avevano semplicemente punteggiato la radura, erano ormai diventati cespugliosi e grandi, fino a nascondere almeno metà del recinto che li conteneva. La coppia che si baciava avrebbe potuto essere dietro alcuni di questi; in ogni caso, non c'era nessuno in vista.

Se nessun enigma fosse mai stato collegato al suo amante dai suoi accenni e dalle sue assenze, Elfride non avrebbe mai pensato di ammettere nella sua mente il sospetto che egli potesse essere coinvolto nella suddetta rappresentazione. Ma le riserve su cui insisteva al momento, pur aggiungendo al mistero senza il quale forse non lo avrebbe mai amato seriamente, erano calcolate per nutrire dubbi di ogni genere, e con un lento rossore di gelosia si chiese: non potrebbe essere lui il colpevole?

Elfride scivolò di sotto in punta di piedi, e fuori fino al punto esatto in cui si era separata da Stephen per permettergli di parlare privatamente con suo padre. Da lì vagò in tutti gli angoli attorno al luogo da cui sembrava provenire il suono... tra gli enormi viburni, attorno ai ciuffi di erbe della pampa, in mezzo agli agrifogli variegati, sotto l'olmo piangente... non c'era nessuno. Tornando in casa chiamò: «Unity!»

«È andata da sua zia, a passare la serata», disse il signor Swancourt, sporgendo la testa dalla porta del suo studio e lasciando che la luce delle sue candele scorresse sul viso di Elfride, rivelando meno di quanto, come le sembrava, creasse il rossore di inquietante perplessità che le bruciava sulla guancia.

«Non sapevo che fossi in casa, papà», disse lei con sorpresa. «Sicuramente non brillava alcuna luce dalla finestra quando ero sul prato?» e guardò e vide che le persiane erano ancora aperte.

«Oh sì, sono dentro», disse lui con indifferenza. «Per cosa volevi Unity? Credo che abbia apparecchiato la cena prima di uscire.»

«L'ha fatto? Non sono andata a vedere... non la volevo per quello.»

Elfride sapeva a malapena, ora che era richiesta una ragione definita, quale fosse quella ragione. La sua mente per un momento si perse in un altro argomento, per quanto sembrasse poco importante. Il tizzone rosso di un fiammifero giaceva all'interno del parafuoco, il che spiegava perché non avesse visto raggi dalla finestra: era perché le candele erano state appena accese.

«Verrò subito», disse il vicario. «Pensavo fossi fuori da qualche parte con il signor Smith.»

Persino l'inesperta Elfride non poté fare a meno di pensare che suo padre dovesse essere meravigliosamente cieco se non riusciva a percepire quale fosse la conseguenza nascente del fatto che lei e Stephen fossero stati lasciati insieme in modo così poco cerimonioso; meravigliosamente incurante, se lo vedeva e non ci pensava; meravigliosamente buono, se, come le sembrava di gran lunga l'ipotesi più probabile, lo vedeva, ci pensava e lo approvava. Queste riflessioni furono interrotte dall'apparizione di Stephen appena fuori dal portico, argentato sulla testa e sulle spalle da tocchi di chiaro di luna, che aveva iniziato a insinuarsi tra gli alberi.

«Il tuo problema ha qualcosa a che fare con un bacio sul prato?» chiese lei bruscamente, quasi appassionatamente.

«Un bacio sul prato?»

«Sì!» disse lei, imperiosamente ora.

«Non ho compreso il tuo significato, né lo comprendo esattamente ora. Certamente non ho baciato nessuno sul prato, se è davvero questo che vuoi sapere, Elfride.»

«Non sai nulla di una tale esibizione?»

«Assolutamente nulla. Cosa ti fa chiedere?»

«Non insistere perché ti dica; non è nulla di importante. E, Stephen, non hai ancora parlato con papà del nostro fidanzamento?»

«No», disse lui con rammarico, «non sono riuscito a trovarlo subito; e poi ho continuato a pensare così tanto a quello che hai detto riguardo alle obiezioni, ai rifiuti... parole amare possibilmente... che pongono fine alla nostra felicità, che ho deciso di rimandare a domani; questo ci dà un altro giorno di delizia... delizia di un tipo tremante.»

«Sì; ma penso che sarebbe inappropriato tacere troppo a lungo», disse lei con voce delicata, che implicava che il suo viso si fosse fatto caldo. «Voglio che sappia che ci amiamo, Stephen. Perché hai adottato come tuo il mio pensiero di ritardo?»

«Ti spiegherò; ma voglio dirti prima il mio segreto... dirtelo ora. Mancano ancora due o tre ore all'ora di andare a dormire. Andiamo a fare una passeggiata in collina verso la chiesa.»

Elfride acconsentì passivamente, e uscirono dal prato da un cancelletto laterale e salirono nell'aperta distesa di chiaro di luna che scorreva attorno all'edificio solitario sulla sommità della collina.

La porta era chiusa a chiave. Si voltarono dal portico e camminarono mano nella mano per trovare un luogo di riposo nel cimitero. Stephen scelse una tomba piatta, che appariva più nuova e più bianca di quelle circostanti, e sedendosi, tirò dolcemente la mano di lei verso di sé.

«No, non lì», disse lei.

«Perché non qui?»

«Un semplice capriccio; ma non importa.» E si sedette.

«Elfie, mi amerai, nonostante tutto ciò che potrà essere detto contro di me?»

«Oh Stephen, cosa ti fa ripetere questo così continuamente e così tristemente? Sai che lo farò. Sì, davvero», disse, avvicinandosi, «qualunque cosa possa essere detta di te... e non può esserci nulla di male... mi aggrapperò a te proprio allo stesso modo. Le tue vie saranno le mie vie finché non morirò.»

«Hai mai pensato a chi potessero essere i miei genitori, o in quale società mi muovevo originariamente?»

«No, non particolarmente. Ho osservato uno o due piccoli punti nei tuoi modi che sono piuttosto singolari... nient'altro. Suppongo che tu ti sia mosso nella normale società dei professionisti.»

«Supponendo che io non l'abbia fatto... che nessuno della mia famiglia abbia una professione eccetto me?»

«Non mi importa. Solo ciò che sei mi riguarda.»

«Dove pensi che sia andato a scuola... voglio dire, in che tipo di scuola?»

«All'accademia del dottor Qualcuno», disse lei semplicemente.

«No. Inizialmente a una scuola per dame, poi a una scuola nazionale.»

«Solo a quelle! Beh, ti amo proprio lo stesso, Stephen, caro Stephen», mormorò teneramente, «davvero. E perché dovresti dirmi queste cose in modo così impressionante? Cosa contano per me?»

Lui la strinse di più e proseguì:

«Cosa pensi che sia mio padre... che faccia per vivere, vale a dire?»

«Esercita qualche professione o vocazione, suppongo.»

«No; è un muratore.»

«Un massone?»

«No; un cottager e un operaio muratore.»

Elfride non disse nulla all'inizio. Dopo un po' sussurrò:

«Questa è un'idea strana per me. Ma non importa; che cosa conta?»

«Ma non sei arrabbiata con me per non avertelo detto prima?»

«No, per niente. Tua madre è viva?»

«Sì.»

«È una brava signora?»

«Molto... la migliore madre del mondo. La gente di lei era stata benestante yeoman per secoli, ma lei era solo una lattaia.»

«Oh Stephen!» venne da lei in un'esclamazione sussurrata.

«Continuò a occuparsi di una latteria molto tempo dopo che mio padre l'ebbe sposata», continuò Stephen, senza ulteriori esitazioni. «E ricordo molto bene come, quando ero molto giovane, andavo alla mungitura, guardavo la scrematura, dormivo durante la zangolatura e facevo finta di aiutarla. Ah, quello è stato un tempo abbastanza felice!»

«No, mai... non felice.»

«Sì, lo era.»

«Non vedo come la felicità potesse essere dove il lavoro di fatica della latteria doveva essere fatto per vivere... le mani rosse e screpolate, e le scarpe intasate... Stephen, ammetto che sembra strano considerarti sotto la luce di... di... essere stato così rozzo nella tua giovinezza, e aver fatto cose servili di quel tipo.» (Stephen si ritirò di un pollice o due dal suo fianco.) «Ma TI AMO proprio allo stesso modo», continuò, avvicinandosi di nuovo sotto la sua spalla, «e non mi importa nulla del passato; e vedo che sei tutto più degno per esserti fatto strada nel mondo in questo modo.»

«Non è la mia dignità; è quella di Knight, che mi ha spinto.»

«Ah, sempre lui... sempre lui!»

«Sì, e giustamente. Ora, Elfride, vedi il motivo del suo insegnarmi per lettera. Lo conoscevo anni prima che andasse a Oxford, ma non ero arrivato abbastanza lontano nelle mie letture perché lui prendesse in considerazione l'idea di aiutarmi nei classici finché non lasciò casa. Poi fui mandato via dal villaggio, e ci incontrammo molto raramente; ma mantenne questo sistema di istruzione per corrispondenza con la massima regolarità. Ti racconterò tutta la storia, ma non ora. Non c'è nient'altro da dire ora, oltre a dare luoghi, persone e date.» La sua voce divenne timidamente lenta a questo punto.

«No; non prenderti la briga di dire di più. Sei un caro e onesto ragazzo per aver detto così tanto come hai fatto; e non è nemmeno così terribile. È diventata una cosa normale che i milionari inizino andando a Londra con i loro attrezzi sulla schiena e mezza corona in tasca. Quel tipo di origine sta diventando così rispettato», continuò allegramente, «che sta acquisendo un po' dell'odore dell'ascendenza normanna.»

«Ah, se avessi FATTO fortuna, non mi importerebbe. Ma sono solo un possibile creatore di essa, finora.»

«È abbastanza. E quindi QUESTO era il tuo problema?»

«Pensavo di fare la cosa sbagliata lasciandoti amare me senza dirti la mia storia; eppure temevo di farlo, Elfie. Temevo di perderti, ed ero codardo per questo motivo.»

«Come tutto ciò che ti riguarda sembra chiaro dopo questa spiegazione! Le tue peculiarità nel giocare a scacchi, la pronuncia che papà ha notato nel tuo latino, la tua strana miscela di conoscenza libresca con l'ignoranza di comuni realizzazioni sociali, sono spiegate in un momento. E questo ha qualcosa a che fare con quello che ho visto da Lord Luxellian?»

«Cosa hai visto?»

«Ho visto l'ombra di te stesso che mettevi un mantello attorno a una signora. Ero alla porta laterale; voi due eravate in una stanza con la finestra verso di me. Sei venuto da me un momento dopo.»

«Era mia madre.»

«Tua madre LÌ!» Si ritrasse per guardarlo silenziosamente nel suo interesse.

«Elfride,» disse Stephen, «avrei dovuto dirti il resto domani; l’ho tenuto per me, ma ora devo dirlo, dopo tutto. Il resto della mia rivelazione riguarda il luogo in cui si trovano i miei genitori. Dove pensi che vivano? Li conosci, perlomeno di vista.»

«Li conosco!» disse lei in uno stupore sospeso.

«Sì. Mio padre è John Smith, il capomastro di Lord Luxellian, che vive sotto il muro del parco, vicino al fiume.»

«Oh Stephen! Può essere?»

«Egli costruì, o contribuì alla costruzione della casa in cui vivi, anni fa. Eresse quei pilastri di pietra all’ingresso della guardiola del parco di Lord Luxellian. Mio nonno piantò gli alberi che circondano il tuo prato; mia nonna, che lavorava nei campi con lui, reggeva ogni albero dritto mentre lui riempiva di terra la buca: me lo raccontarono quando ero bambino. Era anche il sagrestano, e scavò molte delle tombe che ci circondano.»

«E quella tua inspiegabile sparizione la prima mattina del tuo arrivo, e di nuovo questo pomeriggio, era una corsa per vedere tuo padre e tua madre?... Capisco ora; non c’è da stupirsi che ti sembrasse di conoscere bene il villaggio!»

«Non c’è da stupirsi. Ma ricorda, non vivo qui da quando avevo nove anni. Andai poi a vivere con mio zio, un fabbro, vicino a Exonbury, per poter frequentare una scuola nazionale come studente esterno; all’epoca non ce n’erano su questa costa remota. Fu lì che incontrai il mio amico Knight. E quando ebbi quindici anni ed fui istruito a dovere dal maestro di scuola, e più particolarmente da Knight, fui messo come allievo in uno studio di architettura in quella città, perché ero abile nell’uso della matita. Un premio completo fu pagato con gli sforzi di mia madre e di mio padre, piuttosto contro il desiderio di Lord Luxellian, che tuttavia stima mio padre e ha una grande considerazione di lui. Lì rimasi fino a sei mesi fa, quando ottenni un posto come praticante, come viene chiamato, in uno studio di Londra. Questo è tutto su di me.»

«Pensare che TU, il visitatore di Londra, l’uomo di città, sia nato qui, e abbia conosciuto questo villaggio tanti anni prima di me. Che strano, quanto mi sembra strano!» mormorò lei.

«Mia madre ti ha fatto una riverenza, domenica scorsa, insieme a tuo padre,» disse Stephen, con un sorriso doloroso al pensiero dell’incongruenza. «E tuo papà le ha detto: “Sono lieto di vedervi così regolare in chiesa, JANE.”»

«Lo ricordo, ma non le ho mai parlato. Siamo qui solo da diciotto mesi, e la parrocchia è così vasta.»

«Contrasta con questo,» disse Stephen con una risata amara, «la convinzione di tuo padre sul mio “sangue blu”, che è ancora prevalente nella sua mente. La prima sera che arrivai, insistette nel dimostrare la mia discendenza da una delle più antiche famiglie della contea occidentale, a causa del mio secondo nome di battesimo; quando la verità è che mi fu dato perché mio nonno fu giardiniere assistente nella famiglia Fitzmaurice-Smith per trent’anni. Avendo visto il tuo volto, mia cara, non ho avuto il cuore di contraddirlo e dirgli ciò che mi avrebbe precluso una conoscenza amichevole di te.»

Lei sospirò profondamente. «Sì, vedo ora come questa disparità possa causarci problemi,» mormorò, e continuò in un sussurro basso e triste: «Non mi sarebbe importato se avessero vissuto lontano. Papà avrebbe potuto acconsentire a un fidanzamento tra noi se i tuoi legami fossero stati con abitanti di villaggi a cento miglia di distanza; la lontananza attenua i contrasti familiari. Ma non gli piacerà... Oh Stephen, Stephen! Cosa posso fare?»

«Cosa fare?» disse lui esitante, eppure con pesantezza. «Rinunciami; lasciami tornare a Londra, e non pensare più a me.»

«No, no; non posso rinunciarti! Questa disperazione nelle nostre faccende mi fa tenere di più a te... Vedo ciò che non mi aveva colpito all’inizio. Stephen, perché ci preoccupiamo? Perché papà dovrebbe opporsi? Un architetto a Londra è un architetto a Londra. Chi indaga lì? Nessuno. Vivremo lì, non è vero? Perché dobbiamo essere così allarmati?»

«E Elfie,» disse Stephen, con le speranze che si accendevano insieme alle sue, «Knight non pensa nulla del fatto che io sia solo il figlio di un contadino; dice che sono degno della sua amicizia come se fossi il figlio di un lord; e se sono degno della sua amicizia, sono degno di te, non è vero, Elfride?»

«Non solo non ho mai amato nessuno se non te,» disse lei, invece di dare una risposta, «ma non ho nemmeno stretto una forte amicizia, come quella che tu hai con Knight. Vorrei che non l’avessi. Mi sminuisce.»

«Ora, Elfride, sai bene che non è così,» disse lui in modo suadente. «E non hai mai avuto davvero nessun innamorato?»

«Nessuno che sia mai stato riconosciuto da me come tale.»

«Ma nessuno ti ha mai amata?»

«Sì, un uomo una volta; molto, disse.»

«Quanto tempo fa?»

«Oh, molto tempo fa.»

«Quanto tempo, tesoro?»

«Un anno.»

«Non è MOLTO tempo» (piuttosto deluso).

«Ho detto lungo, non molto lungo.»

«E voleva sposarti?»

«Credo di sì. Ma non vedevo nulla in lui. Non era abbastanza degno, anche se l’avessi amato.»

«Posso chiedere chi fosse?»

«Un contadino.»

«Un contadino non abbastanza degno; quanto meglio della mia famiglia!» mormorò Stephen.

«Dov’è ora?» continuò rivolgendosi a Elfride.

«QUI.»

«Qui! Cosa intendi con questo?»

«Intendo dire che è qui.»

«Dove qui?»

«Sotto di noi. È sotto questa tomba. È morto, e noi siamo seduti sulla sua tomba.»

«Elfie,» disse il giovane, alzandosi in piedi e guardando la tomba, «quanto sembra strana e triste questa rivelazione! Mi deprime abbastanza per il momento.»

«Stephen! Non volevo sedermi qui; ma tu hai insistito.»

«Non l’hai mai incoraggiato?»

«Mai con lo sguardo, la parola o un cenno,» disse lei solennemente. «Morì di tisi, e fu sepolto il giorno in cui arrivasti per la prima volta.»

«Andiamocene. Non mi piace stare vicino a LUI, anche se non l’hai mai amato. Lui è venuto PRIMA di me.»

«Le preoccupazioni ti rendono irragionevole,» disse lei facendo il broncio, seguendo Stephen a pochi passi di distanza. «Forse avrei dovuto dirtelo prima di sederci. Sì; andiamo.»

Capitolo IX

«Suo padre andò su tutte le furie»

Oppressi, loro malgrado, dalla premonizione di complicazioni imminenti, Elfride e Stephen tornarono giù per la collina tenendosi per mano. Sulla soglia si fermarono con malinconia, come bambini arrivati in ritardo a scuola.

Le donne accettano il loro destino più prontamente degli uomini. Elfride si era ormai rassegnata all’idea sconvolgente dei tristi trascorsi del suo amante; Stephen non aveva dimenticato la banale rimostranza che Elfride avesse conosciuto ammirazioni precedenti alla sua.

«Qual era il nome di quel giovane?» chiese.

«Felix Jethway; figlio unico di una vedova.»

«Ricordo la famiglia.»

«Lei mi odia ora. Dice che l’ho ucciso io.»

Stephen rimase pensieroso, ed entrarono nel portico.

«Stephen, amo solo te,» sussurrò lei tremante. Lui le strinse le dita, e la lieve ombra svanì, per lasciar posto di nuovo al problema reciproco e più tangibile.

Lo studio sembrava essere l’unica stanza illuminata. Entrarono, ciascuno con un contegno inteso a celare l’inconcelabile fatto che l’amore reciproco fosse la loro nota dominante. Elfride scorse un uomo, seduto di spalle, che parlava con suo padre. Si sarebbe ritirata, ma il signor Swancourt l’aveva vista.

«Entra,» disse; «è solo Martin Cannister, venuto per una copia del registro per la povera signora Jethway.»

Martin Cannister, il sagrestano, era piuttosto caro a Elfride. Era solito assorbire la sua attenzione raccontandole le sue strane esperienze nello scavare, dopo lunghi anni, i corpi di persone che aveva conosciuto, e nel riconoscerli da qualche piccolo segno (sebbene in realtà non avesse mai riconosciuto nessuno). Aveva piccoli occhi astuti e una grande ricchezza di doppio mento, che compensava in qualche misura la considerevole povertà del naso.

L’apparizione di un pezzetto di carta in mano a Cannister, e alcuni scellini giacenti sul tavolo davanti a lui, indicavano che l’affare era stato concluso, e il tenore della loro conversazione mostrava che un sommario delle notizie del villaggio stava ora occupando l’attenzione del parrocchiano e del pastore.

Il signor Cannister si alzò e si toccò la fronte sopra l’occhio con un dito, in segno di rispettoso saluto verso Elfride, fece metà del saluto a Stephen (che lui, al pari degli altri paesani, non aveva mai riconosciuto per un istante), poi si sedette di nuovo e riprese il suo discorso.

«A che punto ero arrivato, signore?»

«A piantare il palo,» disse il signor Swancourt.

«Il palo, appunto. Dunque, come stavo dicendo, Nat stava piantando il palo in questo modo, per così dire.» Qui il signor Cannister tenne il suo bastone da passeggio scrupolosamente verticale con la mano sinistra, e diede un colpo di grande forza sul pomello del bastone con la destra. «John stava tenendo fermo il palo così, per così dire.» Qui diede al bastone un leggero scossone, e guardò fermamente negli occhi dei presenti per vedere che, prima di procedere oltre, i suoi ascoltatori avessero ben compreso il soggetto a quel punto. «Bene, quando Nat ebbe sferrato ancora una mezza dozzina di colpi sul palo, si fermò per un secondo o due. John, pensando che avesse finito di colpire, mise la mano sulla cima del palo per dargli una scossa, e vedere se fosse ben saldo nel terreno.» Il signor Cannister stese la mano sopra la sommità del bastone, coprendolo completamente con il palmo. «Bene, per così dire, Nat non aveva intenzione di smettere di colpire, e quando John ebbe messo la mano sul palo, il maglio...»

«Oh, che orrore!» disse Elfride.

«Il maglio stava già scendendo, vedete, signore. Nat intravide appena la sua mano, ma non riuscì a fermare il colpo in tempo. Giù venne il maglio sulla mano del povero John Smith, e la ridusse in poltiglia.»

«Dio mio, Dio mio! pover’uomo!» disse il vicario, con un’intonazione simile ai gemiti dei feriti in un’esecuzione pianistica della “Battaglia di Praga”.

«John Smith, il capomastro?» gridò Stephen in fretta.

«Sì, proprio lui; e un uomo dal cuore migliore di lui Dio Onnipotente non ne ha mai fatto.»

«È ferito gravemente?»

«Ho sentito dire,» disse il signor Swancourt, senza notare Stephen, «che ha un figlio a Londra, un giovane molto promettente.»

«Oh, quanto deve soffrire!» ripeté Stephen.

«Un maglio non ferisce certo poco. Bene, signore, buonasera a voi; e a voi, signore; e a voi, signorina, ne sono certo.»

Il signor Cannister aveva fatto impercettibili movimenti di ritiro, e al momento in cui questo saluto uscì dalle sue labbra, si trovava appena fuori dalla porta della stanza. Avanzò lungo il corridoio, indugiò più di un minuto nel tentativo di chiudere la porta correttamente, e poi fu perduto al loro udito.

Stephen nel frattempo si era voltato e aveva detto al vicario:

«Mi scusi per questa sera! Devo andare. John Smith è mio padre.»

Il vicario non comprese all’inizio.

«Cosa hai detto?» chiese.

«John Smith è mio padre,» disse Stephen deliberatamente.

Una sfumatura supplementare di rossore salì dal collo del signor Swancourt e avvolse il suo viso, le linee dei suoi tratti divennero più nettamente definite, e le sue labbra sembrarono assottigliarsi. Era evidente che una serie di piccole circostanze, finora trascurate, si stavano ora incastrando, formando un quadro lucido nella mente del signor Swancourt in modo tale da rendere inutili ulteriori spiegazioni da parte di Stephen.

«Davvero,» disse il vicario, con una voce secca e senza inflessioni.

Essendo questa una parola che dipende interamente dal tono per il suo significato, l’enunciazione del signor Swancourt non equivaleva ad alcuna espressione.

«Devo andare ora,» disse Stephen, con un contegno agitato e un movimento come se sapesse a malapena se dovesse scappare via o restare ancora. «Al mio ritorno, signore, vorrebbe gentilmente concedermi alcuni minuti di conversazione privata?»

«Certamente. Sebbene in precedenza non sembri possibile che possa esserci nulla di natura privata tra noi.»

Il signor Swancourt si mise il cappello di paglia, attraversò il salotto, in cui splendeva il chiaro di luna, e uscì dalla finestra alla francese verso la veranda. Non occorse alcuno sforzo ulteriore per percepire ciò che, in verità, il ragionamento avrebbe potuto prevedere come il colore naturale di una mente i cui piaceri erano tratti tra genealogie, buone cene e reminiscenze patrizie: ovvero che i pregiudizi del signor Swancourt erano troppo forti per la sua generosità, e che i momenti di Stephen come suo amico ed eguale erano contati, o erano addirittura già terminati.

Stephen avanzò come se volesse seguire il vicario, poi come se non volesse, e in assoluta perplessità su dove volgersi, andò goffamente verso la porta. Elfride lo seguì indugiando dietro di lui. Prima che si fosse allontanato due metri dalla soglia, Unity e Ann, la domestica, tornarono a casa dalla loro visita al villaggio.

«Avete sentito qualcosa riguardo a John Smith? L’incidente non è così grave come si diceva, vero?» disse Elfride con intuizione.

«Oh no; il dottore dice che è solo una brutta contusione.»

«Lo pensavo!» gridò Elfride con gioia.

«Dice che, sebbene Nat creda di non aver frenato il maglio mentre scendeva, deve averlo fatto senza saperlo; frenato anche considerevolmente; perché il colpo pieno gli avrebbe spappolato la mano, mentre in realtà è solo diventata nera e blu, come dire.»

«Quanto sono grata!» disse Stephen.

La perplessa Unity lo guardò più con la bocca che con gli occhi.

«Puoi andare, Unity,» disse Elfride con autorità; e le due domestiche passarono oltre.

«Elfride, mi perdoni?» disse Stephen con un debole sorriso. «Nessun uomo è leale in amore;» e prese le dita di lei leggermente tra le proprie.

Con la testa reclinata lateralmente nell’atteggiamento di Greuze, lei lanciò un tenero rimprovero al suo dubbio e gli strinse la mano. Stephen ricambiò la stretta tre volte, poi se ne andò frettolosamente verso il cottage di suo padre accanto al muro di Endelstow Park.

«Elfride, cosa hai da dire a questo?» chiese suo padre, facendosi avanti non appena Stephen si fu ritirato.

Con prontezza femminile lei si aggrappò a qualsiasi appiglio che le permettesse di perorare la sua causa. «Me lo aveva detto,» balbettò; «quindi non è una scoperta a sua insaputa. Stava proprio entrando per dirtelo.»

«Venendo a dirlo! Perché non l’aveva già detto? Mi oppongo tanto, se non di più, alla sua dissimulazione subdola di tutto ciò, quanto al fatto in sé. Sembra proprio che voglia prendersi gioco di me, e anche di te. Tu e lui siete andati in giro insieme, e vi siete scambiati lettere, in un modo che non approvo affatto; in un modo molto sconveniente. Avresti dovuto sapere quanto sia impropria una tale condotta. Una donna non può essere troppo cauta nel non farsi vedere sola con non-so-chi.»

«Ci hai visti, papà, e non hai mai detto una parola.»

«Colpa mia, naturalmente; colpa mia. Che diavolo mi passava per la testa! Lui, figlio di un paesano; e noi, Swancourt, parenti dei Luxellian. Siamo andati svanendo per secoli, e ora credo che siamo arrivati al dunque. Cosa inviterò qui la prossima volta, mi chiedo!»

Elfride iniziò a piangere di fronte a questo aspetto molto poco propizio degli affari. «Oh papà, papà, perdona me e lui! Ci teniamo così tanto l’uno all’altra, papà... Oh, così tanto! E ciò che voleva chiederti è se acconsentirai a un fidanzamento tra noi finché lui non sarà un gentiluomo buono quanto te. Non abbiamo fretta, caro papà; non vogliamo affatto sposarci ora; non finché lui non sarà più ricco. Solo, ci lascerai fidanzare, perché lo amo così tanto, e lui ama me?»

I sentimenti del signor Swancourt furono un po’ toccati da questo appello, ed era infastidito dal fatto che fosse così. «Certamente no!» rispose. Pronunciò l’inibizione in modo prolisso e sonoro, cosicché il “no” suonò come un “n-o-o-o-o!”

«No, no, no; non dirlo!»

«Foh! Una bella storia. Non basta che io sia stato ingannato e disonorato avendolo qui, il figlio di uno dei miei contadini, ma ora dovrei farne mio genero! Cieli sopra di noi, sei impazzita, Elfride?»

«Hai visto le sue lettere arrivare a me fin dalla sua prima visita, papà, e sapevi che erano una specie di lettere d’amore; e da quando è qui lo hai lasciato solo con me quasi completamente; e avevi intuito, dovevi aver intuito, cosa stavamo pensando, e facendo, e non l’hai fermato. Dopo il corteggiamento viene la conquista, e sapevi che si sarebbe arrivati a questo, papà.»

Il vicario parò questo affondo di buon senso. «So, visto che insisti tanto, so che ho intuito che potesse nascere tra voi un legame infantile; ammetto di non essermi preso troppo disturbo per impedirlo; ma non l’ho particolarmente incoraggiato; e, Elfride, come puoi aspettarti che io lo faccia ora? È impossibile; nessun padre in Inghilterra sentirebbe parlare di una cosa simile.»

«Ma lui è lo stesso uomo, papà; lo stesso in ogni particolare; e come può essere meno adatto a me di quanto lo fosse prima?»

«Sembrava un giovane con amici benestanti, e qualche proprietà; ma non avendo né l’una né l’altra, è un altro uomo.»

«Non hai chiesto nulla su di lui?»

«Mi sono basato sulla presentazione di Hewby. Avrebbe dovuto dirmelo lui. Così avrebbe dovuto fare il giovane stesso; naturalmente avrebbe dovuto. Considero una cosa molto disonorevole venire in casa d’altri come un traditore non-so-come.»

«Ma aveva paura di dirtelo, e anch’io lo avrei avuto. Mi amava troppo per voler correre il rischio. E quanto al parlare dei suoi amici alla sua prima visita, non vedo perché avrebbe dovuto farlo. È venuto qui per affari: non erano affari nostri chi fossero i suoi genitori. E poi sapeva che se te lo avesse detto, non sarebbe mai stato invitato qui, e forse non mi avrebbe mai più vista. E voleva vedermi. Chi può biasimarlo per aver cercato, con ogni mezzo, di restare vicino a me, la ragazza che ama? Tutto è lecito in amore. Ti ho sentito dirlo tu stesso, papà; e tu stesso avresti fatto esattamente come lui; così avrebbe fatto qualsiasi uomo.»

«E qualsiasi uomo, scoprendo ciò che ho scoperto io, farebbe anche come me, e riparerebbe al mio errore; vale a dire, sbarazzarsi di lui, non appena le leggi dell’ospitalità lo consentiranno.» Ma il signor Swancourt ricordò allora di essere cristiano. «Non vorrei, per nulla al mondo, sembrare di cacciarlo di casa,» aggiunse; «ma penso che avrà il tatto di vedere che non può restare a lungo dopo questo, con buon gusto.»

«Lo farà, perché è un gentiluomo. Guarda che grazia hanno i suoi modi,» continuò Elfride; sebbene forse i modi di Stephen, come le imprese di Eurialo, dovessero la loro attrattiva ai suoi occhi piuttosto al fascino della sua persona che alla loro eccellenza.

«Già; chiunque può essere quello che chiami grazioso, se vive un po’ di tempo in una città, e tiene gli occhi aperti. E potrebbe aver appreso la sua signorilità andando nei loggioni dei teatri, e osservando i modi dei salotti di scena. Mi ricorda una delle storie peggiori che abbia mai sentito in vita mia.»

«Che storia era?»

«Oh no, grazie! Non ti racconterei una cosa così impropria per tutto l’oro del mondo!»

«Se suo padre e sua madre avessero vissuto nel nord o nell’est dell’Inghilterra,» insistette coraggiosamente Elfride, sebbene i suoi singhiozzi iniziassero a interrompere la sua articolazione, «dovunque tranne qui, tu avresti considerato solo LUI, e non LORO! La sua posizione sarebbe stata quella che la sua professione gli conferisce, e non affatto fissata dall’umile posizione di suo padre; con il quale non vive nemmeno più. Anche se John Smith ha risparmiato un sacco di soldi, e sta meglio di noi, dicono, o non avrebbe potuto mandare suo figlio a una professione così costosa. Ed è intelligente e onorevole da parte di Stephen, essere il migliore della sua famiglia.»

«Sì. “Se una bestia è signore delle bestie, la sua mangiatoia starà alla mensa del re.”»

«Mi insulti, papà!» esclamò lei. «Lo fai, lo fai! Lui è il mio Stephen, lui lo è!»

«Può darsi che sia vero, come può darsi di no, Elfride,» rispose suo padre, nuovamente agitato in modo sgradevole suo malgrado. «Confondi le probabilità future con i fatti presenti; ciò che il giovane può diventare con ciò che è. Dobbiamo guardare a ciò che è, non a ciò che un improbabile grado di successo nella sua professione potrebbe renderlo. Il caso è questo: il figlio di un operaio della mia parrocchia, che potrebbe essere o non essere in grado di comprarmi, un giovane che non ha ancora fatto abbastanza strada nella vita da avere un reddito proprio degno di questo nome, e che quindi si trova al livello del padre per quanto riguarda la posizione sociale, vuole fidanzarsi con te. La sua famiglia vive esattamente nello stesso punto dell'Inghilterra in cui vive la tua, quindi in tutta questa contea — che è il mondo per noi — saresti sempre conosciuta come la moglie di Jack Smith, il figlio del muratore, e non in alcuna circostanza come la moglie di un professionista londinese. È lo svantaggio, non il fatto compensativo, di cui si parla sempre. Ecco, non dire altro. Puoi discutere tutta la notte e dimostrare ciò che vuoi; io rimarrò della mia opinione.»

Elfride guardò in silenzio e senza speranza fuori dalla finestra, con occhi grandi e pesanti e guance umide.

«La chiamo grande temerarietà — e bramo di chiamarla audacia — da parte di Hewby,» riprese suo padre. «Non ho mai sentito una cosa simile, dare a un simile giovinastro nativo di questo luogo una tale lettera di presentazione per me. Naturalmente sei stata ingannata anche tu, come me. Non ti biasimo affatto, fin qui.» Andò a cercare la lettera originale del signor Hewby. «Ecco cosa mi ha detto: "Caro Signore, in accordo con la sua richiesta del 18 corrente, ho preso accordi per rilevare e realizzare i disegni", eccetera. "Il mio assistente, il signor Stephen Smith" — assistente, vedi, l'ha chiamato così, e naturalmente ho capito che intendesse una sorta di socio. Perché non ha detto "impiegato"?»

«Non li chiamano mai impiegati in quella professione, perché non scrivono. Stephen — il signor Smith — me l'ha detto. Quindi il signor Hewby ha semplicemente usato la parola accettata.»

«Lasciami parlare, per favore, Elfride! "Il mio assistente, il signor Stephen Smith, partirà da Londra con il treno del primo mattino di domani... MOLTE GRAZIE PER LA VOSTRA PROPOSTA DI OSPITARLO... POTETE RIPORRE OGNI FIDUCIA IN LUI, e fare affidamento sul suo discernimento in materia di architettura ecclesiastica." Bene, ripeto che Hewby dovrebbe vergognarsi di se stesso per aver dato tanta importanza a un povero ragazzo di quella risma.»

«I professionisti a Londra,» obiettò Elfride, «non sanno nulla dei padri e delle madri dei loro impiegati. Hanno assistenti che vengono nei loro uffici e botteghe per anni e a stento sanno dove abitano. Cosa sanno fare, quali profitti possono portare alla ditta: questo è tutto ciò che interessa agli uomini di Londra. E in lui questo è aiutato dalla sua facoltà di essere uniformemente piacevole.»

«L'uniforme piacevolezza è più un difetto che una facoltà. Dimostra che un uomo non ha abbastanza buon senso da sapere chi disprezzare.»

«Dimostra che agisce per fede e non per vista, come dirigevano coloro da cui pretendi di discendere.»

«Questa è un'altra delle cose che ti ha raccontato, suppongo! Sì, ero incline a sospettare di lui, perché non si curava di salse di alcun tipo. Ho sempre dubitato che un uomo fosse un gentiluomo se il suo palato non aveva gusti acquisiti. Un palato non edificato è l'irrefrenabile zampa caprina dell'arrampicatore sociale. L'idea di tirare fuori una bottiglia del mio Martinez del '40 — ne sono rimaste solo undici ora — per un uomo che non sapeva distinguerlo da quello da diciotto pence! Poi quel verso latino che ha dato alla mia citazione; era molto trito e ritrito, molto; altrimenti io, che non apro un autore classico da diciotto anni, non me lo sarei ricordato. Bene, Elfride, faresti meglio ad andare in camera tua; supererai questa sciocchezza col tempo.»

«No, no, no, papà,» gemette lei. Poiché tra tutte le miserie che accompagnano il misero amore, la peggiore è la miseria di pensare che la passione che ne è la causa possa cessare.

«Elfride,» disse suo padre con rude cordialità, «ho in mente un piano eccellente, di cui non posso parlarti ora. Un piano per beneficiare te e me. Mi è stato imposto da qualche tempo — sì, imposto — ma non ho sognato il suo valore fino a questo pomeriggio, quando è giunta la rivelazione. Sarei oltremodo imprudente a rifiutarmi di prenderlo in considerazione.»

«Non mi piace quella parola,» rispose lei stancamente. «Hai già perso così tanto con i piani. Si tratta di nuovo di quelle misere miniere?»

«No; non è un piano minerario.»

«Ferrovie?»

«Nemmeno ferrovie. È come quelle misteriose offerte che vediamo pubblicizzate, con le quali ogni gentiluomo che non ha affatto cervello può guadagnare così tanto a settimana senza rischi, problemi o sporcarsi le mani. Comunque, non intendo dire nulla finché non sarà sistemato, anche se dirò solo questo: che presto potresti avere altri pesci da friggere che pensare a Stephen Smith. Ricorda, desidero non essere arrabbiato, ma amichevole, verso il giovane; per amor tuo lo considererò un amico in un certo senso. Ma questo basta; tra pochi giorni sarai esattamente del mio parere. Ecco, ora va' in camera tua. Unity ti porterà un po' di cena. Desidero che tu non sia qui quando tornerà.»

Capitolo X

«Sotto il riparo di un vecchio albero.»

Stephen tornò sui suoi passi verso il cottage che aveva visitato solo due o tre ore prima. Si avvicinò e passò sotto il ricco fogliame che cresceva lungo i confini di Endelstow Park; le luci e le ombre maculate della luna splendente facevano una gara sopra la sua testa e lungo la sua schiena in un infinito gioco. Quando attraversò il ponte di legno ed entrò nel cancello del giardino, vide una figura illuminata che veniva dall'appezzamento recintato verso la casa dall'altra parte. Era suo padre, con la mano al collo, che dava un'occhiata generale al giardino al chiaro di luna, e in particolare a un appezzamento dei più giovani tra i giovani rape, prima di chiudere il cottage per la notte.

Salutò suo figlio con la consueta forza. «Salve, Stephen! Saremmo dovuti andare a letto tra altri dieci minuti. Sei venuto a vedere cosa mi succede, suppongo, ragazzo mio?»

Il medico era venuto ed era andato via, e la mano era stata dichiarata ferita solo leggermente, sebbene avrebbe potuto essere considerata un caso ben più grave se il signor Smith fosse stato un uomo più importante. L'ansiosa richiesta di Stephen trasse da suo padre parole di rammarico per l'inconveniente al mondo del suo non far nulla per i prossimi due giorni, piuttosto che di preoccupazione per il dolore dell'incidente. Insieme entrarono in casa.

John Smith — bruno come l'autunno per quanto riguarda la pelle, bianco come l'inverno per quanto riguarda i vestiti — era un esemplare soddisfacente dell'artigiano di pietra del villaggio. In comune con la maggior parte dei meccanici rurali, aveva troppa individualità per essere un tipico "operaio" — un risultato di quell'attrito da ciottoli di spiaggia con i suoi simili che si può sperimentare solo nelle grandi città, che trasforma l'unità Sé in una frazione dell'unità Classe.

Non c'era quella specializzazione nel suo lavoro che distingue gli artigiani delle città. Sebbene fosse solo un muratore, a rigor di termini, non si riteneva al di sopra di maneggiare un mattone, se i mattoni erano all'ordine del giorno; o un'ardesia o una tegola, se un tetto doveva essere coperto prima che arrivasse il tempo umido e non c'era nessuno nelle vicinanze che potesse farlo meglio. Infatti, in una o due occasioni nel profondo dell'inverno, quando il gelo proibisce categoricamente ogni uso della cazzuola, facendo assestare le fondamenta, volare le pietre e sgretolare la malta, si era dedicato all'abbattimento e al taglio degli alberi. Inoltre, aveva praticato il giardinaggio nel suo appezzamento per così tanti anni che, in caso di emergenza, avrebbe potuto guadagnarsi da vivere con quella professione.

Probabilmente il nostro compaesano non era un artigiano così esperto in una direzione particolare come i suoi fratelli di città nei mestieri. Ma era, in verità, come quel goffo produttore di spilli che faceva l'intero spillo, e che era disprezzato da Adam Smith per questo motivo e rispettato da Macaulay, molto più artista comunque.

Apparendo ora, al chiuso, alla luce della candela, la sua salute vigorosa era uno spettacolo da vedere. La sua barba era folta e annodata come quella di un Ercole scolpito; le maniche della camicia erano parzialmente arrotolate, il panciotto sbottonato; la differenza di tonalità tra il lino candido e le braccia e il viso rubicondi contrastava come l'albume di un uovo e il suo tuorlo. La signora Smith, sentendoli entrare, avanzò dalla dispensa.

La signora Smith era una matrona il cui volto si rivolgeva alla mente piuttosto che all'occhio, sebbene non esclusivamente. Conservava la sua freschezza personale anche ora, nel prosaico pomeriggio della sua vita; ma ciò che i suoi lineamenti indicavano principalmente era un sano buon senso dietro di essi; nel complesso, sembrava portare con sé una sorta di commento argomentativo sul mondo in generale.

I dettagli dell'incidente furono poi ripetuti dal padre di Stephen, nel modo drammatico comune anche a Martin Cannister, ad altri individui del vicinato e al mondo rurale in generale. La signora Smith interveniva con i suoi sentimenti tra un atto e l'altro, come Corifeo della tragedia, per rendere la descrizione completa. La storia alla fine giunse al termine, come faranno le più lunghe, e Stephen diresse la conversazione su un altro binario.

«Bene, madre, ora sanno tutto di me,» disse tranquillamente.

«Ben fatto!» rispose suo padre; «ora la mia mente è in pace.»

«Mi biasimo — non mi perdonerò mai — per non averglielo detto prima,» continuò il giovane.

La signora Smith a questo punto distolse la mente dall'argomento precedente. «Non vedo di cosa tu debba rattristarti, Stephen,» disse. «Le persone che diventano amiche per caso non raccontano, come primo colpo, la storia delle loro famiglie.»

«Non hai fatto nulla di male, certamente,» disse suo padre.

«No; ma avrei dovuto parlare prima. C'è di più in questa mia visita di quanto pensiate — molto di più.»

«Non più di quanto penso,» rispose la signora Smith, guardandolo con aria contemplativa. Stephen arrossì; e suo padre guardò dall'uno all'altra in uno stato di totale incomprensione.

«È una bella creatura,» continuò la signora Smith, «e anche molto signorile e intelligente. Ma sebbene sia molto adatta a te fin lì, perché, pietà di me, cosa vuoi ancora da qualsiasi donna?»

John rese la sua bocca naturalmente corta una lunga, e corrugò la fronte. «È da quella parte che tira il vento, eh?» disse.

«Madre,» esclamò Stephen, «che assurdità dici! Criticare se è adatta a me o no, come se ci fosse spazio per dubitare della questione! Perché, sposarla sarebbe la grande benedizione della mia vita — socialmente e praticamente, così come sotto altri aspetti. Nessuna fortuna simile, temo; è troppo al di sopra di me. La sua famiglia non vuole ragazzi di campagna come me al suo interno.»

«Allora se non ti vogliono, vedrei loro cadaveri prima di volerli io, e andrei da famiglie migliori che ti vogliono.»

«Ah, sì; ma non potrei mai sopportare la ripugnanza di essere accolto tra persone come intendi tu, mentre potrei ottenere indifferenza tra persone come le sue.»

«Quale folle contorto pensiero ti entrerà in testa dopo?» disse sua madre. «E arrivando a questo, lei non è affatto troppo in alto per te, né tu troppo in basso per lei. Vedi quanto sto attenta a mantenermi al mio posto. Sono certa che non mi fermo mai per più di un minuto di seguito a parlare con gente a giornata; e non invito mai nessuno alle nostre feste di Natale che non sia in affari per conto proprio. E parlo con diverse persone di alto rango in carrozza che vengono dal mio signore senza dire signora o signore a loro, e loro lo prendono quieto come agnelli.»

«Hai fatto l'inchino al vicario, madre; e vorrei che non l'avessi fatto.»

«Ma è stato prima che mi chiamasse per nome, altrimenti avrebbe ricevuto ben poco inchino da me!» disse la signora Smith, impettendosi e scintillando di irritazione. «Mi assilli, Stephen, come se fossi la tua peggior nemica! Cos'altro avrei potuto fare con l'uomo per liberarmi di lui, che continuava a martellare me e tuo padre, per lungo e per largo, riguardo alla sua grandezza, e cosa è successo quando era un giovane al college, e non so cos'altro; la lingua che gli sbatteva intorno alla bocca come uno straccio intorno a una zangola. L'ha fatto, vero John?»

«Più o meno è così,» rispose suo marito.

«Ogni donna di questi tempi,» riprese la signora Smith, «se si sposa affatto, deve aspettarsi un suocero di un rango inferiore a suo padre. Gli uomini sono saliti così tanto, e le donne sono rimaste ferme. Ogni uomo che incontri è più elegante di suo padre; e tu sei esattamente al suo livello.»

«È quello che pensa lei stessa.»

«Mostra solo il suo buonsenso. Sapevo che ti correva dietro, Stephen — lo sapevo.»

«Dietro di me! Buon Dio, cos'altro!»

«E devo davvero dire di nuovo che non dovresti avere così tanta fretta, e aspettare qualche anno. Potresti andare più in alto di una ragazza di un pastore fallito allora.»

«Il fatto è, madre,» disse Stephen con impazienza, «che non sai nulla di tutto ciò. Non andrò mai più in alto, perché non lo voglio, né lo farei se vivessi fino a cento anni. Quanto al fatto che dici che lei mi corre dietro, non mi piace un'osservazione del genere su di lei, perché implica una donna intrigante, e un uomo che valga la pena di intrigare, entrambe le cose non sono solo false, ma ridicolmente false, in questo caso. Non è così, padre?»

«Temo di non capire la faccenda abbastanza bene da dare la mia opinione,» disse suo padre, nel tono della volpe che aveva il raffreddore e non riusciva ad annusare.

«Non deve essere stata molto ritrosa comunque, considerando il poco tempo che l'hai conosciuta,» disse sua madre. «Bene, penso che tra cinque anni sarai abbastanza giovane per pensare a queste cose. E davvero lei può permettersi molto bene di aspettare, e lo farà anche, credimi sulla parola. Vivendo in un posto sperduto come questo, sono certa che dovrebbe essere molto grata che tu l'abbia notata. Molto probabilmente sarebbe morta zitella se tu non fossi spuntato fuori.»

«Tutte sciocchezze,» disse Stephen, ma non ad alta voce.

«È una bella ragazzina,» continuò la signora Smith con un tono più compiacente ora che Stephen era stato zittito; «non c'è una parola da dire contro di lei, lo ammetto. La vedo a volte agghindata come un cavallo che va alla fiera, e la ammiro per questo. Una perfetta piccola signora. Ma le persone non possono farci nulla con i propri pensieri, e se avesse imparato a fare i conti invece delle lettere quando era a scuola sarebbe stato meglio per le sue tasche; perché come ho detto, non ci sono mai stati tempi peggiori per gente come lei di adesso.»

«Ora, ora, madre!» disse Stephen con un sorriso di disapprovazione.

«Ma lo dico!» disse sua madre con asprezza. «Non leggo i giornali per nulla, e so che gli uomini salgono tutti di un gradino col matrimonio. Uomini della sua classe, cioè, pastori, sposano figlie di proprietari terrieri; i proprietari terrieri sposano figlie di lord; i lord sposano figlie di duchi; i duchi sposano figlie di regine. Tutti i gradi di gentiluomini si accoppiano un grado più in alto; e il grado più basso di gentildonne rimane nubile, o sposa fuori dalla propria classe.»

«Ma hai detto proprio ora, cara madre——» replicò Stephen, incapace di resistere alla tentazione di mostrare a sua madre la sua incoerenza. Poi fece una pausa.

«Bene, cosa ho detto?» E la signora Smith preparò le labbra per una nuova campagna.

Stephen, pentendosi di aver iniziato, poiché un vulcano avrebbe potuto essere la conseguenza, fu costretto a continuare.

«Hai detto che non ero fuori dalla sua classe poco fa.»

«Sì, ecco, ecco! Questo sei tu; questo è il mio stesso sangue. Scommetto che troverai da ridire su tutto ciò che dice tua madre, se puoi, Stephen. Sei proprio come tuo padre in questo; prendi le parti di chiunque tranne le mie. Mentre parlo e discuto e cerco e sgobbo per il tuo bene, tu stai aspettando di cogliermi in fallo in quel modo. Quindi tu sei nella sua classe, ma è quello che la GENTE SUA chiamerebbe sposarsi fuori dalla propria classe. Non essere così litigioso, Stephen!»

Stephen mantenne un silenzio discreto, nel quale fu imitato da suo padre, e per diversi minuti non si sentì altro che il ticchettio dell'orologio a pendolo dal quadrante verde contro il muro.

«Sono sicura,» aggiunse la signora Smith con tono più filosofico, e come discorso conclusivo, «se ci fosse stata così tanta fatica per trovare un marito ai miei tempi come ce n'è in questi giorni — quando devi fare un dio onnipotente di un uomo per farlo cascare a prenderti — avrei calpestato l'argilla per i mattoni prima di abbassare la mia dignità per sposarmi, o non c'è pane in nove pagnotte.»

La discussione ora finì, e poiché si stava facendo tardi, Stephen salutò i suoi genitori per la sera, sua madre non meno calorosamente nonostante i loro battibecchi; poiché sebbene la signora Smith e Stephen contendessero sempre, non erano mai in inimicizia.

«E possibilmente,» disse Stephen, «potrei partire da qui del tutto domani; non lo so. Quindi se non dovessi ripassare prima di tornare a Londra, non allarmarti, va bene?»

«Ma non sei venuto per una quindicina?» disse sua madre. «E non hai un mese di vacanza in tutto? Ti stanno per buttare fuori, allora?»

«Affatto. Potrei restare più a lungo; potrei andare. Se vado, faresti meglio a non dire nulla sul fatto che io sia stato qui, per amor suo. A che ora del mattino passa il corriere a Endelstow lane?»

«Sette.»

E poi li lasciò. I suoi pensieri erano che, se il vicario gli avesse permesso di fidanzarsi, di sperare in un fidanzamento o in qualsiasi modo di pensare alla sua amata Elfride, avrebbe potuto restare più a lungo. Se gli fosse stato proibito di pensare a una cosa simile, decise di partire subito. E quest'ultima, anche per la giovane speranza, sembrava l'alternativa più probabile.

Stephen tornò verso il vicariato attraverso i prati, come era venuto, circondato dal morbido gorgoglio musicale dell'acqua attraverso piccole dighe, dalla modesta luce della luna, dal profumo rinfrescante delle rugiade distese intorno. Era un tempo in cui il semplice guardare è meditazione, e la meditazione pace. Stephen non era abbastanza filosofo da approfittare dell'offerta della Natura. La sua costituzione era composta da particolari molto semplici; era una di quelle che, rara nella primavera delle civiltà, sembra diventare abbondante man mano che una nazione invecchia, l'individualità svanisce e l'istruzione si diffonde; vale a dire, il suo cervello aveva straordinari poteri ricettivi, e nessuna grande creatività. Acquisendo rapidamente qualsiasi tipo di conoscenza vedesse intorno a sé, e avendo un'adattabilità plastica più comune nella donna che nell'uomo, cambiava colore come un camaleonte man mano che la società in cui si trovava assumeva un tono più alto e artificiale. Non aveva molte idee originali, eppure non c'era quasi un'idea alla quale, sotto un adeguato addestramento, non avrebbe potuto aggiungere una rispettabile coordinata.

Non vide nulla fuori di sé stasera; e ciò che vide dentro era una stanchezza per la sua carne. Eppure, per un osservatore imparziale, le sue pretese verso Elfride, sebbene piuttosto premature, erano tutt'altro che assurde come vanno i matrimoni, a meno che la vicinanza accidentale di genitori semplici ma onesti non si potesse dire che le rendesse tali.

L'orologio batteva le undici quando entrò in casa. Elfride aveva aspettato con quasi nessun movimento da quando era partito. Prima che lui le avesse parlato, lei lo scorse passare nello studio con suo padre. Vide che aveva ottenuto in qualche modo il colloquio privato che desiderava.

Un mal di testa nervoso era cresciuto sulla ragazza eccitabile durante l'assenza di Stephen, e ora non poteva far altro che tornare su nella sua stanza come aveva fatto prima. Invece di sdraiarsi, sedette di nuovo nell'oscurità senza chiudere la porta, e ascoltò con il cuore che batteva ogni suono dal piano di sotto. I domestici erano andati a letto. Alla fine sentì i due uomini uscire dallo studio e attraversare verso la sala da pranzo, dove la cena era rimasta in sospeso per più di un'ora. La porta fu lasciata aperta, e scoprì che il pasto, per quel che era, trascorse tra suo padre e il suo amante senza alcuna osservazione, salvo luoghi comuni su cetrioli e meloni, la loro salubrità e coltivazione, pronunciati in modo rigido e formale. Sembrava presagire un fallimento.

Poco dopo Stephen salì al piano di sopra nella sua camera da letto, e fu quasi immediatamente seguito dal padre di lei, che anch'egli si ritirò per la notte. Non incline ad accendere la luce, si svestì in parte e sedette sul letto, dove rimase in pensieri dolorosi per un certo tempo, forse un'ora. Poi, alzandosi per chiudere la porta prima di spogliarsi completamente, vide una striscia di luce brillare attraverso il pianerottolo. La porta di suo padre era chiusa, e si poteva sentirlo russare regolarmente. La luce proveniva dalla stanza di Stephen, e i lievi suoni che ne provenivano denotavano enfaticamente ciò che stava facendo. Nel silenzio perfetto riusciva a udire la chiusura di un coperchio e il clic di una serratura: stava chiudendo la sua cappelliera. Poi l'allacciamento delle cinghie e il clic di un'altra chiave: stava assicurando la sua valigia. Con un presentimento triplicato aprì la porta dolcemente e si diresse verso la sua. Una sensazione la pervase fino alla distrazione. Stephen, il suo bel giovane e caro, se ne stava andando, e lei avrebbe potuto non vederlo mai più se non in segreto e nella tristezza; forse mai più. In ogni caso, non poteva più aspettare fino al mattino per conoscere l'esito del colloquio, come aveva inteso. Si avvolse la vestaglia, bussò leggermente alla sua porta e sussurrò: "Stephen!". Lui venne all'istante, aprì la porta e uscì.

"Dimmi; dobbiamo sperare?"

Lui rispose in un sussurro turbato, e una lacrima si avvicinò al suo sfogo, sebbene nessuna cadesse.

"Non devo pensare a una cosa così assurda: questo è ciò che ha detto. E io parto domani. Ti avrei chiamata per salutarti."

"Ma non ha detto che dovevi andartene... Oh Stephen, non ha detto proprio questo?"

"No; non a parole. Ma non posso restare."

"Oh, non farlo, non andare! Vieni, lasciaci parlare. Scendiamo in salotto per qualche minuto; qui ci sentirà."

Lo precedette lungo la scala con la candela in mano, apparendo innaturalmente alta e magra nella lunga vestaglia color tortora che indossava. Non si fermò a pensare alla convenienza o meno di questo incontro di mezzanotte in tali circostanze. Pensava che la tragedia della sua vita stesse iniziando, e, quasi per la prima volta, sentì che la sua esistenza poteva avere un lato grave, la cui ombra avvolgeva e rendeva invisibili le delicate gradazioni della consuetudine e del puntiglio. Elfride aprì dolcemente la porta del salotto ed entrambi entrarono. Quando ebbe posato la candela sul tavolo, lui la circondò con le braccia, le asciugò gli occhi con il fazzoletto e le baciò le palpebre.

"Stephen, è finita... l'amore felice è finito; e non c'è più sole, ora!"

"Farò fortuna, verrò da te e ti avrò. Sì, lo farò!"

"Papà non vorrà mai sentirne parlare... mai... mai! Tu non lo conosci. Io sì. O è parziale a favore di una cosa, o prevenuto contro di essa. Il ragionamento è impotente contro entrambi i sentimenti."

"No; non voglio pensarlo così", disse Stephen. "Se mi presenterò davanti a lui tra qualche tempo come un uomo di nome affermato, mi accetterà... so che lo farà. Non è un uomo malvagio."

"No, non è malvagio. Ma tu dici 'tra qualche tempo', come se non fosse tempo. Per te, tra il trambusto e l'eccitazione, sarà un tempo comparativamente breve, forse; oh, per me, sarà la sua durata reale triplicata! Ogni estate sarà un anno... l'autunno un anno... l'inverno un anno! Oh Stephen! E tu potresti dimenticarti di me!"

Dimenticare: questo era, ed è, il vero pungiglione dell'attesa per una donna dal cuore tenero. L'osservazione risvegliò in Stephen la paura contraria. "Anche tu potresti essere persuasa a rinunciare a me, quando il tempo mi avrà reso più sbiadito nella tua memoria. Perché, ricorda, il tuo amore per me deve essere nutrito in segreto; non ci saranno lunghe visite da parte mia a sostenerti. Le circostanze tenderanno sempre a cancellarmi."

"Stephen", disse lei, colma dei propri dubbi e non badando alle sue ultime parole, "ci sono belle donne dove vivi... naturalmente so che ci sono... e potrebbero portarti via da me." Le lacrime le vennero visibilmente mentre tracciava un'immagine mentale della sua infedeltà. "E non sarà colpa tua", continuò, guardando la candela con occhi addolorati. "No! Penserai che la nostra famiglia non ti voglia, e arriverai a includere me con loro. E ci sarà un vuoto nel tuo cuore, e qualcun'altra vi sarà lasciata entrare."

"Non potrei, non vorrei. Elfie, non essere così piena di presentimenti."

"Oh sì, lo faranno", rispose lei. "E tu le guarderai, senza importartene all'inizio, e poi guarderai e ti interesserai, e dopo un po' penserai: 'Ah, loro sanno tutto della vita di città, e dei ritrovi, e delle cricche, e dei modi dei titolati, e la piccola povera Elfie, con tutto il chiasso che si fa sul fatto che lei mi abbia, non sa nulla se non di una piccola casa e di poche scogliere e di uno spazio di mare, lontano'. E allora ti interesserai di più a loro, e faranno sì che tu preferisca loro a me, apposta per essere crudele con me perché sono sciocca, e loro sono intelligenti e mi odiano. E io odio anche loro; sì, lo faccio!"

Le sue parole impulsive ebbero il potere di impressionarlo quantomeno con il riconoscimento dell'incertezza di tutto ciò che non è compiuto. E, peggio di quel sentimento generale, rimaneva naturalmente la tristezza che nasceva dai tratti specifici del suo caso. Per quanto remoto possa essere un esito desiderato, il semplice fatto di aver imboccato il solco che vi conduce allieta in una certa misura con un senso di realizzazione. Se il signor Swancourt avesse acconsentito a un fidanzamento di non meno di dieci anni, Stephen sarebbe stato comparativamente allegro nell'attesa; avrebbero sentito di essere da qualche parte sulla strada verso il giardino di Cupido. Ma, con la possibilità di una prova più breve, non avevano ancora alcuna prospettiva dell'inizio; lo zero della speranza doveva ancora essere raggiunto. Il signor Swancourt avrebbe dovuto revocare le sue formidabili parole prima che l'attesa del matrimonio potesse persino iniziare. E questa era disperazione.

"Vorrei che potessimo sposarci ora", mormorò Stephen, come un'idea impossibile.

"Anche io", disse lei, come se considerasse un sogno ozioso. "È l'unica cosa che faccia mai bene agli innamorati!"

"In segreto andrebbe bene, non è vero, Elfie?"

"Sì, in segreto andrebbe bene; in segreto sarebbe davvero meglio", disse, e continuò pensierosa: "Tutto ciò che vogliamo è rendere assolutamente impossibile per qualsiasi circostanza futura sconvolgere la nostra futura intenzione di essere felici insieme; non iniziare a essere felici ora."

"Esattamente", mormorò lui con una voce e un modo che erano la controparte dei suoi. "Sposarsi e separarsi segretamente, e vivere come stiamo vivendo ora; semplicemente per togliere a chiunque il potere di allontanarti da me, mia cara."

"O te da me, Stephen."

"O me da te. È possibile concepire una forza di circostanza abbastanza forte da far sposare qualsiasi donna al mondo contro la sua volontà: nessuna pressione concepibile, fino alla tortura o alla fame, può far sì che una donna una volta sposata al suo amante diventi la moglie di qualcun altro."

Ora, fino a questo punto l'idea di un matrimonio segreto immediato era stata considerata da entrambi come un'ipotesi insostenibile, con cui semplicemente distrarre un momento miserabile. Durante una pausa che seguì l'ultima osservazione di Stephen, una percezione affascinante, poi una convinzione seducente, balenò nel cervello di entrambi. La percezione era che si potesse architettare un matrimonio immediato; la convinzione che un tale atto, nonostante la sua audacia, i suoi risultati insondabili, la sua ingannevolezza, sarebbe stato preferito da ciascuno alla vita che avrebbero dovuto condurre sotto qualsiasi altra condizione.

Il giovane parlò per primo, e la sua voce tremò per la grandezza del concetto che stava coltivando. "Quanto ci sentiremmo forti, Elfride! Continuando le nostre strade separate come prima, senza la paura della separazione definitiva! Oh Elfride! pensaci; pensaci!"

È certo che l'amore della giovane ragazza per Stephen ricevette una ventata dall'opposizione di suo padre che lo fece avvampare con una dozzina di volte l'intensità che avrebbe mostrato se fosse stato lasciato solo. Mai le condizioni furono più favorevoli per sviluppare il primo passeggero capriccio di una ragazza per un bel volto giovanile — un capriccio radicato nell'inesperienza e nutrito dalla solitudine — in una passione selvaggia e sconsiderata abbastanza fervida per qualsiasi cosa. Tutti gli elementi di un tale sviluppo erano lì, il principale dei quali era la disperazione — un ingrediente necessario sempre per perfezionare la miscela di sentimenti uniti sotto il nome di amare fino alla distrazione.

"Lo diremmo presto a papà, non è vero?", chiese timidamente. "Nessun altro deve saperlo. Sarebbe poi convinto che con i cuori non si può giocare; l'amore incoraggiato pronto a crescere, l'amore scoraggiato pronto a morire, da un momento all'altro. Stephen, non pensi che se i matrimoni contro il consenso dei genitori sono mai giustificabili, lo sono quando i giovani sono stati favoriti fino a un certo punto, come noi, e poi hanno visto quel favore improvvisamente ritirato?"

"Sì. Non è come se avessimo agito fin dall'inizio in opposizione ai desideri di tuo padre. Pensa solo, Elfie, quanto era piacevole verso di me solo sei ore fa! Mi apprezzava, mi lodava, non si è mai opposto al fatto che fossi solo con te."

"Credo che debba apprezzarti anche ora", esclamò lei. "E se scoprisse che tu appartieni irrimediabilmente a me, lo ammetterebbe e ti aiuterebbe. Oh Stephen, Stephen", scoppiò di nuovo, mentre il ricordo di lui che faceva i bagagli tornava fresco alla sua mente, "non posso sopportare che tu te ne vada così! È troppo terribile. Tutto ciò che aspettavo miseramente ucciso dentro di me in questo modo!"

Stephen arrossì intensamente per l'impulso. "Non sarò un dubbio per te — il pensiero di te non sarà una miseria per me!" disse. "Saremo moglie e marito prima di separarci per molto tempo!"

Lei nascose il viso sulla sua spalla. "Qualsiasi cosa per essere SICURI!" sussurrò.

"Non volevo proporlo immediatamente", continuò Stephen. "Mi sembrava — mi sembra ora — come cercare di prenderti — una ragazza migliore nel mondo di me."

"Non quello, davvero! E sono migliore nella condizione sociale? A cosa servono i 'siamo stati'? Potremmo essere stati qualcosa una volta; non siamo nulla ora."

Poi sussurrarono a lungo ed ardentemente insieme; Stephen proponendo esitante questo o quel piano, Elfride modificandoli, con respiri rapidi, e rossore febbrile, e occhi innaturalmente luminosi. Erano le due quando un accordo fu finalmente concluso.

Poi gli disse di lasciarla, dandogli la sua luce per salire nella sua stanza. Si separarono con l'accordo di non incontrarsi più al mattino. Dopo che la sua porta fu rimasta chiusa per un po', sentì lei scivolare dolcemente nella sua camera.

Capitolo XI

"I viaggi finiscono quando gli innamorati si incontrano."

Stephen giaceva a guardare l'Orsa Maggiore; Elfride stava fissando un monotono parallelogramma di tenda alla finestra. Nessuno dei due dormì quella notte.

La mattina presto del giorno successivo — vale a dire, quattro ore dopo il loro incontro furtivo, e proprio mentre si sentiva il primo servitore muoversi — Stephen Smith scese le scale, valigia in mano. Per tutta la notte aveva intenzione di vedere di nuovo il signor Swancourt, ma il brusco rifiuto della sera precedente rendeva tale colloquio particolarmente sgradevole. Forse c'era un'altra ragione meno onesta. Decise di rimandare. Qualunque timidezza o obliquità morale potesse esserci in una tale decisione, nessuna percezione di essa fu abbastanza forte da trattenerlo. Scrisse una nota nella sua stanza, che dichiarava semplicemente che non si sentiva felice in casa dopo l'improvviso veto del signor Swancourt su ciò che aveva favorito poche ore prima; ma che sperava che venisse un tempo, e presto, in cui i suoi sentimenti originali di piacere come ospite del signor Swancourt potessero essere recuperati.

Si aspettava di trovare le stanze al piano di sotto con l'aspetto grigio e squallido che il primo mattino dà a tutto ciò che è fuori dal sole. Trovò nella sala da pranzo una colazione apparecchiata, di cui qualcuno aveva appena usufruito.

Stephen diede alla domestica la sua nota di addio. Lei dichiarò che il signor Swancourt si era alzato presto quella mattina e aveva fatto una colazione anticipata. Non stava partendo, che lei sapesse.

Stephen prese una tazza di caffè, lasciò la casa del suo amore e svoltò nel vicolo. Era così presto che i luoghi in ombra profumavano ancora di notte, e i punti soleggiati avevano a malapena sentito il sole. I raggi orizzontali facevano apparire ogni avvallamento superficiale del terreno come una conca ben marcata. Anche il canale del sentiero era sufficiente a gettare ombra, e le pietre stesse della strada proiettavano trattini di oscurità affusolati verso ovest, lunghi quanto il piolo della tenda di Giaele.

In un punto non più lontano di cento iarde dalla residenza del vicario il vicolo che ne conduceva attraversava la strada principale. Stephen raggiunse il punto di intersezione, rimase immobile e ascoltò. Non si sentiva nulla se non la lunga mormorante linea del mare sulla riva adiacente. Guardò l'orologio e poi salì su un cancello su cui si sedette, per attendere l'arrivo del vetturino. Mentre sedeva udì delle ruote provenire da due direzioni.

Il veicolo che si avvicinava alla sua destra lo riconobbe presto come quello del vetturino. C'erano i suoni di accompagnamento della voce del proprietario e lo schiocco della sua frusta, distinti nell'aria ferma del mattino, con cui incoraggiava i suoi cavalli lungo la collina.

L'altro insieme di ruote suonava dal vicolo che Stephen aveva appena percorso. A un'osservazione più attenta, percepì che si stavano muovendo dai recinti dell'antica casa padronale adiacente ai giardini del vicariato. Una carrozza lasciò quindi i cancelli d'ingresso della casa e, girando, arrivò completamente in vista. Era una semplice carrozza da viaggio, con una piccola quantità di bagagli, apparentemente di una signora. Il veicolo giunse all'incrocio delle quattro vie mezzo minuto prima che il vetturino raggiungesse lo stesso punto, e attraversò direttamente davanti a lui, procedendo per il vicolo dall'altra parte.

All'interno della carrozza Stephen riuscì a scorgere appena una signora anziana con una donna più giovane, che sembrava essere la sua cameriera. La strada che avevano preso portava a Stratleigh, una piccola località balneare sedici miglia a nord.

Sentì di nuovo oscillare i cancelli della casa padronale, e alzando lo sguardo vide un'altra persona lasciarli e allontanarsi in direzione del vicariato. "Ah, quanto vorrei muovermi in quella direzione!", sentì in via parentetica. Il gentiluomo era alto e assomigliava al signor Swancourt nel profilo e nell'abbigliamento. Aprì il cancello del vicariato ed entrò. Il signor Swancourt, dunque, era certamente lui. Invece di rimanere a letto quella mattina il signor Swancourt deve aver avuto l'idea di vedere la sua nuova vicina partire per un viaggio. Deve essere stato molto interessato a quella vicina per fare una cosa così insolita.

Il mezzo del vetturino si era fermato, e Stephen ora consegnò la sua valigia e salì sulle stanghe. "Chi è quella signora nella carrozza?", chiese indifferentemente a Lickpan il vetturino.

"Quella, signore, è la signora Troyton, una vedova con un sacco di soldi. È la proprietaria di tutta quella parte di Endelstow che non è di Lord Luxellian. È qui solo da poco tempo; ne è entrata in possesso per legge. Il proprietario in precedenza era un tipo terribilmente misterioso — non ha mai vissuto qui — quasi mai visto qui se non nel mese di settembre, per così dire."

I cavalli furono avviati di nuovo, e il rumore rese ulteriore discorso una questione di troppo grande sforzo. Stephen si infilò dentro sotto la copertura, e fu presto perso nella riflessione.

Tre ore e mezza di salita per colline e jogging in discesa li portarono a St. Launce's, la città mercato e stazione ferroviaria più vicina a Endelstow, e il luogo da cui Stephen Smith aveva viaggiato sulle brughiere nella, per lui, memorabile sera d'inverno all'inizio dello stesso anno. Il furgone del vetturino era programmato in modo da incontrare un treno in partenza verso l'alto, su cui Stephen salì. Due o tre ore di viaggio in treno attraverso tagli verticali nella roccia metamorfica, attraverso boschetti di querce ricchi e verdi, distendendosi su pendii e giù per deliziose valli, gole e burroni, scintillanti d'acqua come l'Ida dai molti ruscelli, e piombò in mezzo alle centocinquantamila persone che componevano la città di Plymouth.

Avendo un po' di tempo a disposizione, lasciò i bagagli al deposito e andò a piedi lungo Bedford Street fino alla chiesa più vicina. Qui Stephen vagò tra le molteplici lapidi e guardò dentro la finestra del presbiterio, sognando qualcosa che probabilmente sarebbe accaduto presso l'altare lì nel corso del mese a venire. Si voltò e salì sull'Hoe, vide la magnifica distesa di mare e i massicci promontori di terra, ma senza distinguere particolarmente un tratto della variegata prospettiva. Vedeva ancora quella prospettiva interiore: l'evento che sperava in quella chiesa. L'ampio Sound, il frangiflutti, il faro sul lontano Eddystone, le navi a vapore scure, i brigantini, i velieri e le golette, fluttuanti in silenzio o scivolanti con il minimo movimento, erano come il sogno, allora; l'evento sognato era come la realtà.

Presto Stephen scese dall'Hoe e tornò alla stazione ferroviaria. Prese il biglietto e salì sul treno per Londra.

Quella fu una giornata irritante al vicariato di Endelstow. Né il padre né la figlia allusero alla partenza di Stephen. Il modo di fare del signor Swancourt verso di lei partecipava della gentilezza compunta che nasce da un dubbio sulla giustizia di qualche atto precedente.

O per mancanza della capacità di cogliere l'intero coup d'oeil, o per una dote naturale per certi tipi di stoicismo, le donne sono più fredde degli uomini in situazioni critiche di forma passiva. Probabilmente, nel caso di Elfride almeno, era la cecità verso le maggiori contingenze del futuro che si stava preparando che le permetteva di chiedere al padre con voce calma se potesse darle presto una vacanza, per cavalcare fino a St. Launce's e proseguire fino a Plymouth.

Ora, lei era andata da sola a Plymouth solo una volta prima, e quello era stato a causa di qualche difficoltà inevitabile. Essendo una ragazza di campagna, e una buona, per non dire spericolata, cavallerizza, era stata la sua delizia galoppare, senza l'ombra di un accompagnatore, oltre le quattordici o sedici miglia di strada dura che separavano la loro casa dalla stazione di St. Launce's, mettere via il cavallo, e proseguire il resto della distanza in treno, ritornando nello stesso modo la sera. Fu allora risolto che, sebbene avesse completato con successo questo viaggio una volta, non doveva essere ripetuto senza un accompagnamento.

Ma Elfride non deve essere confusa con le normali giovani cavallerizze femminili. Le circostanze della sua vita solitaria e ristretta rendevano imperativo che, nel trottare in giro per il vicinato, dovesse trottare da sola o altrimenti non farlo affatto. L'uso rese presto questo fatto perfettamente naturale per lei stessa. Suo padre, che aveva avuto altre esperienze, non amava molto l'idea che una Swancourt, il cui pedigree poteva essere tracciato distintamente come un filo in una matassa di seta, scorrazzasse per le colline come la figlia di un fattore, anche se poteva abitualmente trascurarla. Ma tra il non potersi permettere un accompagnatore regolare e la sua inveterata abitudine di lasciar correre qualsiasi cosa per risparmiarsi guai, la circostanza divenne consuetudine. E così sorse una nozione cronica nelle menti degli abitanti del villaggio che tutte le signore cavalcassero senza un accompagnatore, come la signorina Swancourt, eccetto alcune che erano talvolta in visita presso Lord Luxellian.

"Non mi piace che tu vada a Plymouth da sola, particolarmente andando a St. Launce's a cavallo. Perché non andare in carrozza e prendere l'uomo?"

"Non è piacevole essere così sorvegliata." La compagnia di Worm non avrebbe interferito seriamente con i suoi piani, ma era il suo umore andare senza di lui.

"Quando vuoi andare?", disse suo padre.

Lei rispose solo: "Presto."

"Considererò", disse lui.

Passarono solo pochi giorni prima che chiedesse di nuovo. Una lettera le era giunta da Stephen. Era stata programmata per arrivare in quel giorno da un accordo speciale tra loro. In essa lui nominava la prima mattina in cui poteva incontrarla a Plymouth. Suo padre era stato in viaggio a Stratleigh, ed era tornato in un'insolita esuberanza di spirito. Era una buona opportunità; e dal licenziamento di Stephen suo padre era stato generalmente in vena di fare piccole concessioni, per stare lontano da quelle grandi collegate a quell'amante reietto di lei.

«Il giovedì della prossima settimana vado via da casa in un’altra direzione», disse suo padre. «Anzi, partirò la sera prima. Potresti scegliere lo stesso giorno, credo che vogliano togliere i tappeti, o qualcosa del genere. Come ho detto, non mi piace che tu venga vista in città sola a cavallo; ma vacci, se vuoi».

Il giovedì della settimana successiva. Suo padre aveva nominato proprio il giorno che anche Stephen aveva indicato quella mattina come il primo in cui sarebbe stato utile incontrarla; vale a dire, circa quindici giorni dal momento in cui lui aveva lasciato Endelstow. Quindici giorni: quel frammento di tempo che ha acquisito una tale interessante individualità per via del suo legame con la legge matrimoniale inglese.

Lei guardò involontariamente suo padre in modo così strano che, resasi conto dello sguardo, impallidì per l’imbarazzo. Anche il padre apparve confuso. A cosa stava pensando?

Sembrò che una facilitazione speciale le venisse offerta da una forza esterna a lei stessa nel fatto che il signor Swancourt avesse proposto di lasciare casa la sera precedente al giorno da lei desiderato. Suo padre intraprendeva raramente lunghi viaggi; raramente dormiva fuori casa, se non forse la notte seguente a una remota visita pastorale. Ebbene, non avrebbe indagato troppo curiosamente sul motivo di tale opportunità, né lui, come sarebbe stato naturale, si premurò di spiegarlo di sua iniziativa. In quanto a fatti, finora non c’era stata alcuna riserva tra loro, sebbene di solito non fossero confidenti nel senso pieno del termine. Ma la divergenza delle loro emozioni riguardo a Stephen aveva prodotto un estraniamento che proprio in quel momento arrivava persino alla reticenza sugli argomenti domestici più comuni.

Elfride era quasi inconsciamente sollevata, persuadendo se stessa che la riserva del padre sui suoi affari giustificasse la segretezza riguardo ai propri: una segretezza che per lei era necessariamente una decisione già presa. Tanto una giovane coscienza è ansiosa di scoprire un palliativo che la natura ex post facto di una ragione non conta nulla nel volerla escludere.

La quindicina che seguì fu trascorsa da lei per lo più a passeggiare da sola tra arbusti e alberi, abbandonandosi talvolta ad anticipazioni ottimistiche; molto, molto più frequentemente, a dubbi. Tutti i suoi fiori sembravano spenti nei colori; i suoi animali domestici parevano guardarla con aria malinconica, come se non fossero più in relazione amichevole con lei come un tempo. Indossava gioielli malinconici, fissava i tramonti e parlava con vecchi e vecchie. Era la prima volta che aveva un mondo interiore e privato distinto da quello visibile intorno a lei. Avrebbe voluto che suo padre, invece di trascurarla ancora più del solito, facesse un passo verso di lei, una sola parola; allora avrebbe raccontato tutto e avrebbe rischiato il dispiacere di Stephen. Così, riportata ancora al giovane, lo vedeva nella sua fantasia, in piedi, che la toccava, gli occhi pieni di triste affetto, mentre rinunciava senza speranza al suo tentativo perché lei aveva rinunciato al proprio; e non poteva tornare indietro.

Il mercoledì avrebbe dovuto ricevere un’altra lettera. Si era risolta a lasciare che suo padre vedesse l’arrivo di questa, quali che ne fossero le conseguenze: il timore di perdere il suo amante con questo atto di onestà le impedì di agire secondo tale risoluzione. Cinque minuti prima del previsto arrivo del postino, sgusciò fuori e scese lungo il sentiero per incontrarlo. Lo incontrò subito dopo aver svoltato un angolo acuto che la nascondeva alla vista in direzione del vicariato. L’uomo le porse sorridendo un messaggio e stava per porgerne un altro, un volantino di qualche commerciante.

«No», disse lei; «portalo pure a casa».

«Ma come, signorina, sta facendo quello che fa suo padre da quindici giorni a questa parte».

Lei non capì.

«Beh, viene a questo angolo e prende una lettera da me ogni mattina, tutte scritte con la stessa grafia, e lascia che le altre per lui vadano a casa». E il postino proseguì.

Non appena ebbe svoltato l’angolo alle sue spalle, lei sentì suo padre incontrare e rivolgersi all’uomo. Aveva salvato la sua lettera per due minuti. Suo padre eseguì visibilmente esattamente la stessa scena di cui lei stessa era appena stata colpevole.

Questo comportamento furtivo da parte sua era, a dir poco, singolare.

Data una ragazza impulsiva e incoerente, trascurata nella sua vita interiore dal suo unico genitore, e le seguenti forze vive dentro di lei; determinare una risultante:

Il primo amore agito da un timore mortale di separazione dal suo oggetto: l’inesperienza, che guida un desiderio frenetico di prevenire il risultato suddetto: dubbi sulla convenienza, incontrati dalla speranza di un’assoluzione finale: indignazione per l’incoerenza genitoriale nel prima incoraggiare e poi proibire: un senso gelido di disobbedienza, sopraffatto da una coscienziosa incapacità di tollerare la rottura della fede data a un uomo che, nell’essenziale, era rimasto immutato fin dall’inizio: una benedetta speranza che l’opposizione trasformi un giudizio errato: una luminosa fede che le cose ne avrebbero tratto giovamento e sarebbero finite bene.

Probabilmente il risultato sarebbe stato nullo, dopo tutto, se non fossero state fatte le seguenti osservazioni un giorno a colazione.

Suo padre era nel suo solito spirito gioviale. Sorrideva tra sé per storie troppo cattive per essere raccontate, e chiamava Elfride piccola monella per aver preservato surrettiziamente alcuni gattini ciechi che avrebbero dovuto essere annegati. Dopo questa espressione, lei gli disse improvvisamente:

«Se il signor Smith fosse già in famiglia, non si sentirebbe infelice nello scoprire che ha parenti poveri?»

«Intendi in famiglia tramite matrimonio?» rispose lui distrattamente, continuando a sbucciare l’uovo.

Il rosso che si accumulava rivelò che quello era il suo significato, tanto quanto la risposta affermativa.

«Me ne farei una ragione, senza dubbio», osservò il signor Swancourt.

«Quindi non si lascerebbe trascinare in una malinconia senza speranza, ma cercherebbe di trarre il meglio da lui?»

La mente erratica di Elfride fin dalla giovinezza era stata costantemente abituata a perplimere suo padre con domande ipotetiche basate su condizioni assurde. Quella presente sembrava essere stata formata così precisamente sullo stampo delle precedenti che, non essendo incline a sintesi di circostanze, lui rispose con la consueta compiacenza.

«Se fosse legato a noi irrimediabilmente, naturalmente io, o qualsiasi uomo di buon senso, dovrei accettare condizioni che non possono essere modificate; certamente non ne sarei malinconico senza speranza. Non credo che al mondo ci sia nulla che potrebbe rendermi malinconico senza speranza. E non lasciare che nulla renda tale neppure te».

«Non lo farò, papà», esclamò lei, con una serena luminosità che gli fece piacere.

Certamente il signor Swancourt doveva essere ben lontano dal pensare che quella luminosità provenisse da un’esilarante intenzione di non trattenersi più dall’azione folle che aveva pianificato.

La sera partì verso Stratleigh, del tutto solo. Era un comportamento insolito per lui. Sulla soglia Elfride era stata di nuovo quasi spinta dai suoi sentimenti a vuotare il sacco.

«Perché vai a Stratleigh, papà?» disse, e lo guardò con desiderio.

«Te lo dirò domani quando tornerò», disse allegramente; «non prima, Elfride. Non proferirai ciò che non conosci, e fin lì mi fiderò di te, gentile Elfride».

Lei si sentì repressa e ferita.

«Ti dirò anch’io della mia commissione a Plymouth, quando tornerò», mormorò.

Lui se ne andò. La sua giocondità rendeva la sua intenzione più lieve, così come la sua indifferenza la rendeva più determinata a fare come voleva.

Era un familiare tramonto di settembre, frammenti di nuvole blu scuro su un cielo giallo-arancio. Questi tramonti erano soliti tentarla a camminare verso di essi, come ogni cosa bella tenta un approccio ravvicinato. Attraversò il campo fino alla siepe di ligustro, si arrampicò in mezzo ad essa e si distese sui folti rami. Dopo aver guardato a occidente per un tempo considerevole, si rimproverò di non guardare a oriente, dove si trovava Stephen, e si voltò. Alla fine i suoi occhi caddero sul terreno.

Una particolarità era osservabile sotto di lei. Un campo verde si estendeva su ogni lato della siepe, uno appartenente alla gleba, l’altro parte della terra annessa alla casa padronale adiacente. Dal lato del vicariato vide un piccolo sentiero, la cui caratteristica distinta e del tutto eccezionale consisteva nell’essere lungo solo una decina di metri; terminava bruscamente a entrambe le estremità.

Un sentiero, che iniziava improvvisamente e finiva improvvisamente, che veniva dal nulla e non portava da nessuna parte, non l’aveva mai visto prima.

Sì, l’aveva visto, a ben pensare. Aveva visto esattamente un sentiero del genere calpestato davanti alle caserme dalla sentinella.

E quel ricordo spiegò l’origine del sentiero lì. Suo padre l’aveva calpestato facendo su e giù, come una volta l’aveva visto fare.

Seduta sulla siepe come era ora, i suoi occhi dominavano la vista di entrambi i lati. E pochi minuti dopo, Elfride guardò oltre, verso il lato padronale.

Ecco un altro sentiero di sentinella. Era simile al primo per lunghezza, e iniziava e finiva esattamente di fronte all’inizio e alla fine del suo vicino, ma era più sottile e meno distinto.

Due ragioni esistevano per quella differenza. Questo poteva essere stato calpestato da un peso simile all’altro, esercitato un minor numero di volte; oppure poteva essere stato percorso altrettanto frequentemente, ma da piedi più leggeri.

Probabilmente un gentiluomo di Scotland Yard, se fosse passato in quel momento, avrebbe potuto considerare quest’ultima alternativa come la più probabile. Elfride pensava diversamente, per quanto pensasse affatto. Ma il suo grande Domani era ormai imminente; tutti i pensieri ispirati da visioni casuali dell’occhio potevano esercitarsi solo in angoli inferiori del suo cervello, prima di essere banditi del tutto.

Elfride fu infine costretta a ragionare praticamente sulla sua impresa. Tutte le sue percezioni definite al riguardo, una volta che l’emozione che le accompagnava fu astratta, non ammontavano a più di queste:

«Diciamo un’ora e tre quarti per arrivare a St. Launce’s.

«Diciamo mezz’ora al Falcon per cambiarmi d’abito.

«Diciamo due ore in attesa di un treno e per arrivare a Plymouth.

«Diciamo un’ora di anticipo prima di mezzogiorno.

«Tempo totale dalla partenza da Endelstow fino a mezzogiorno, cinque ore.

«Pertanto dovrò partire alle sette».

Nessuna sorpresa o senso di insolito entrò nelle menti dei servitori per la sua cavalcata mattutina. La monotonia della vita che associamo alle persone di scarse risorse in distretti fuori portata dal fischio del treno, ha un’eccezione, che mette in ombra l’esperienza degli abitanti dei grandi centri di popolazione: cioè, nei viaggi. Ogni viaggio lì è più o meno un’avventura; ore avventurose sono necessariamente scelte per le gite più comuni. La signorina Elfride doveva partire presto, tutto qui.

Elfride non usciva mai a cavallo senza riportare a casa qualcosa, qualcosa trovato o qualcosa comprato. Se trottava verso la città o il villaggio, il suo carico erano libri. Se verso colline, boschi o la riva del mare, erano muschi meravigliosi, rametti anormali, un fazzoletto di conchiglie bagnate o alghe.

Una volta, con tempo fangoso, quando Pansy stava camminando con lei lungo la strada di Castle Boterel, in un giorno di fiera, un pacchetto davanti a lei e un pacchetto sotto il braccio, accadde un incidente ai pacchetti, che scivolarono giù. Da un lato di lei, tre volumi di narrativa giacevano a baciare il fango; dall’altro numerose matasse di lana policroma giacevano ad assorbirlo. Donne sgradevoli sorridevano dalle finestre alla disavventura, gli uomini si voltavano tutti, e un ragazzo, che badava a una bancarella di pan di zenzero mentre il proprietario era andato a ubriacarsi, rideva sonoramente. Gli occhi azzurri si trasformarono in zaffiri e le guance si tinsero di cremisi per il disappunto.

Dopo quella disavventura si mise al lavoro con l’ingegno, ed ebbe l’idea di inventare una disposizione di piccole cinghie intorno alla sella, grazie alla quale si poteva trasportare in sicurezza una gran quantità di roba, in poco spazio. Qui ora distese e fissò un sobrio abito da passeggio scuro e pochi altri piccoli capi di abbigliamento. Worm le aprì il cancello e lei svanì via.

Uno dei mattini più luminosi di fine estate splendeva su di lei. L’erica era al suo massimo viola, la ginestra al suo massimo giallo, le cavallette frinivano abbastanza forte da sembrare uccelli, i serpenti sibilavano come piccole locomotive, ed Elfride all’inizio si sentì vivace. Seduta a suo agio su Pansy, nel suo abito da cavallerizza ortodosso e il cappello indecifrabile, sembrava ciò che provava. Ma il mercurio di quei giorni aveva il trucco di scendere inaspettatamente. Dapprima, solo per un minuto ogni dieci ebbe un senso di depressione. Poi una grande nuvola, che era rimasta sospesa a nord come un vello nero, venne e si posizionò tra lei e il sole. Aiutò ciò che era già inevitabile, e lei sprofondò in un’uniformità di tristezza.

Si voltò sulla sella e guardò indietro. Erano ora su un altopiano aperto, la cui altitudine le dava ancora una vista sul mare di Endelstow. Guardò con desiderio quel punto.

Durante questo piccolo contraccolpo di sentimenti Pansy aveva continuato ad avanzare, ed Elfride sentì che sarebbe stato assurdo girare la testa della sua piccola cavalla dall’altra parte. «Eppure», pensò, «se avessi una mamma a casa tornerei INDIETRO!»

E compiendo uno di quei movimenti furtivi con cui le donne lasciano che i loro cuori giochino con i loro cervelli, girò la testa del cavallo, come inconsciamente, e andò al piccolo galoppo verso casa per più di un miglio. A quel punto, per l’inveterata abitudine di dare valore a ciò che abbiamo rinunciato non appena l’alternativa è scelta, il pensiero del suo Stephen abbandonato la richiamò, e lei si voltò, e riprese il trotto verso St. Launce’s.

Questa miserabile lotta di pensiero iniziò ora a infuriare in tutta la sua selvatichezza. Sovraccarica e tremante, lasciò cadere le redini sulle spalle di Pansy e giurò che si sarebbe lasciata condurre dove il cavallo l’avrebbe portata.

Pansy rallentò il passo fino al cammino, e camminò con il suo carico agitato per tre o quattro minuti. Allo scadere di questo tempo erano giunte a una piccola scorciatoia sulla destra, che portava giù lungo un pendio verso una pozza d’acqua. Il pony si fermò, guardò verso la pozza, poi avanzò e si chinò a bere.

Elfride guardò l’orologio e scoprì che se avesse voluto raggiungere St. Launce’s abbastanza presto per cambiarsi d’abito al Falcon e riuscire a prendere un treno per Plymouth — ce n’erano solo due disponibili — era necessario procedere subito.

Era impaziente. Sembrava che Pansy non avrebbe mai smesso di bere; e il riposo della pozza, i movimenti pigri degli insetti e delle mosche sopra di essa, il placido ondeggiare dei giunchi, gli scheletri delle foglie, simili a filigrana genovese, placidamente addormentati sul fondo, per il loro contrasto con la sua stessa agitazione rendevano la sua impazienza maggiore.

Pansy alla fine si voltò e risalì il pendio verso la strada principale. Il pony vi giunse sopra e rimase di traverso, guardando su e giù. Il cuore di Elfride pulsava irregolarmente e lei pensò: «I cavalli, se lasciati a se stessi, si dirigono dove sono nutriti meglio. Pansy tornerà a casa».

Pansy si voltò e camminò verso St. Launce’s.

Pansy a casa, durante l’estate, aveva poco più che erba di cui vivere. Dopo una corsa a St. Launce’s aveva sempre una razione di cereali per sostenerla nel viaggio di ritorno. Pertanto, essendo ormai a più di metà strada, preferiva St. Launce’s.

Ma Elfride non se lo ricordava ora. Tutto ciò che le importava riconoscere era una fantasia sognante che l’azione avventata di oggi non fosse la sua. Era disabilitata dai suoi umori, e sembrava indispensabile attenersi al programma. Così stranamente intrecciati sono i moventi che, più che dalla sua promessa a Stephen, più persino del suo amore, era spinta avanti da un senso della necessità di mantenere fede a se stessa, come promesso nell’inane voto di dieci minuti prima.

Non esitò più. Pansy andò, come il destriero di Adone, come se contasse i passi. Presto i pittoreschi timpani e i tetti confusi di St. Launce’s si stesero sotto di lei, e scendendo la collina entrò nel cortile del Falcon. La signora Buckle, la padrona di casa, venne alla porta per accoglierla.

Gli Swancourt erano ben noti lì. La transizione da cavallerizza all’ordinaria veste di viaggiatori ferroviari era stata compiuta più di una volta da padre e figlia in quello stabilimento.

In meno di un quarto d’ora Elfride emerse dalla porta nel suo abito da passeggio e si diresse alla ferrovia. Non aveva detto nulla alla signora Buckle riguardo alle sue intenzioni, e si supponeva che fosse uscita a fare acquisti.

Un’ora e quaranta minuti dopo, era tra le braccia di Stephen alla stazione di Plymouth. Non sulla banchina, ma nel rifugio segreto di una sala d’attesa deserta.

Il volto di Stephen presagiva il peggio. Era pallido e scoraggiato.

«Cosa succede?» chiese lei.

«Non possiamo sposarci qui oggi, mia Elfie! Avrei dovuto saperlo e restare lì. Nella mia ignoranza non l’ho fatto. Ho la licenza, ma può essere usata solo nella mia parrocchia a Londra. Sono sceso solo ieri sera, come sai».

«Cosa faremo?» disse lei smarrita.

«C’è solo una cosa che possiamo fare, tesoro».

«Quale?»

«Andare a Londra con un treno che sta per partire, e sposarci lì domani».

«I passeggeri per il treno delle 11:05 prendano posto!» disse la voce di un controllore sulla banchina.

«Vuoi venire, Elfride?»

«Verrò».

In tre minuti il treno si era allontanato, portando via con sé Stephen ed Elfride.

Capitolo XII

«Addio! grida, e agita la sua mano di giglio».

Le poche nuvole stracciate del mattino si ingrandirono e si unirono, il sole si ritirò dietro di esse per non emergere più quel giorno, e la sera si concluse tra sferzate di pioggia. Le gocce d’acqua battevano come pallini di piombo contro il finestrino della carrozza ferroviaria che conteneva Stephen ed Elfride.

Il viaggio da Plymouth a Paddington, anche con il treno più spericolato, concede abbastanza tempo libero perché la passione di qualsiasi genere si raffreddi. L’eccitazione di Elfride era svanita e sedeva in una sorta di torpore durante l’ultima metà del viaggio. Fu risvegliata dal clangore dell’intrico di binari su cui tracciavano il loro cammino all’ingresso della stazione.

«È questa Londra?» disse.

«Sì, tesoro», disse Stephen con un tono di sicurezza che era ben lontano dal provare. Per lui, non meno che per lei, la realtà differiva grandemente dal prefigurato.

Lei scrutò fuori quanto il finestrino, perlinato di gocce, le permetteva, e vide solo le lampade, che erano state appena accese, ammiccare nell’atmosfera umida, e file di orribili tubi di zinco dei camini in tenue rilievo contro il cielo. Si contorse a disagio, come quando un pensiero sta gonfiandosi nella mente che deve causare molto dolore al momento della sua liberazione in parole. Elfride non aveva saputo nulla di più delle punture delle cattive dicerie di quanto gli uccelli selvatici locali sapessero degli effetti del primo sparo di Crusoe. Ora vedeva un po’ più lontano, e un po’ più lontano ancora.

Il treno si fermò. Stephen lasciò la mano morbida che aveva tenuto tutto il giorno e procedette ad aiutarla a scendere sulla banchina.

Questo atto di sbarcare su un terreno estraneo sembrò tutto ciò che serviva a completare una risoluzione dentro di lei.

Guardò il suo fidanzato con occhi disperati.

«Oh Stephen», esclamò, «sono così infelice! Devo tornare a casa, devo, devo! Perdona la mia miserabile vacillazione. Non mi piace stare qui, né me stessa, né te!»

Stephen sembrò sconcertato e non parlò.

«Mi permetterai di tornare a casa?» implorò. «Non ti darò il disturbo di venire con me. Non sarò alcun peso per te; di’ solo che sarai d’accordo col mio ritorno; che non mi odierai per questo, Stephen! È meglio che io ritorni; davvero lo è, Stephen».

«Ma non possiamo tornare ora», disse lui con tono deprecatorio.

«Devo! Voglio!»

«Come? Quando vuoi andare?»

«Ora. Possiamo andare subito?»

Il giovane guardò senza speranza lungo la banchina.

«Se devi andare, e pensi che sia sbagliato rimanere, carissima», disse tristemente, «lo farai. Farai tutto ciò che vuoi, mia Elfride. Ma preferiresti in realtà andare ora che restare fino a domani, e tornare come mia moglie?»

«Sì, sì, molto, qualsiasi cosa pur di andare ora. Devo, devo!» gridò lei.

«Avremmo dovuto fare una di queste due cose», rispose lui cupamente. «Non partire mai, o non ritornare senza essere sposati. Non mi piace dirlo, Elfride, davvero non mi piace; ma devi sapere questo, che tornare indietro non sposati potrebbe compromettere il tuo buon nome agli occhi delle persone che potrebbero sentirne parlare».

«Non lo faranno; e io devo andare.»

«Oh Elfride! È colpa mia se ti ho portata via.»

«Affatto. Sono io la maggiore.»

«Di un mese; e cosa vuoi che sia? Ma non pensiamoci ora.» Si guardò intorno. «C’è un treno per Plymouth stasera?» chiese a un controllore. Il controllore passò oltre senza rispondere.

«C’è un treno per Plymouth stasera?» chiese Elfride a un altro.

«Sì, signorina; quello delle 8.10 – parte tra dieci minuti. Avete sbagliato binario; è dall’altra parte. Cambiate a Bristol per il postale notturno. Giù per quella scala, e sotto la linea.»

Corsero giù per la scala – Elfride per prima – fino alla biglietteria, e dentro una carrozza con un funzionario in piedi accanto alla porta. «Mostrate i biglietti, per favore.» Vengono chiusi dentro – gli uomini sulla banchina accelerano le loro andature finché non volano su e giù come navette in un telaio – un fischio – il sventolio di una bandiera – un grido umano – un gemito di vapore – e via che vanno di nuovo verso Plymouth, cogliendo appena queste parole mentre scivolano via:

«Quei due ragazzini l’hanno scampata bella, non c’è che dire!»

Elfride riprese fiato.

«E sei venuto anche tu, Stephen? Perché l’hai fatto?»

«Non ti lascerò finché non ti vedrò al sicuro a St. Launce’s. Non pensare di me peggio di quanto io sia, Elfride.»

E poi sferragliarono lungo la notte, tornando indietro per la strada da cui erano venuti. Il tempo si schiarì e le stelle brillarono su di loro. I loro due o tre compagni di viaggio rimasero per la maggior parte del tempo con gli occhi chiusi. Stephen a tratti dormiva; Elfride sola restava vigile e palpitante ora dopo ora.

Il giorno cominciò a spuntare, rivelando che si trovavano vicino al mare. Rocce rosse sovrastavano le loro teste e, ritraendosi in lontananza, diventavano livide nell’atmosfera grigio-azzurra. Il sole sorse e inviò penetranti fasci di luce sui loro volti stanchi. Un’altra ora, e il mondo cominciò a darsi da fare. Aspettarono ancora un poco, e il treno rallentò la sua corsa in vista della banchina di St. Launce’s.

Lei rabbrividì e meditò tristemente.

«Non ho previsto tutte le conseguenze», disse. «Le apparenze sono terribilmente contro di me. Se qualcuno mi scopre, credo di essere rovinata.»

«Allora le apparenze parleranno il falso; e che importanza può avere, anche se fosse? Sarò tuo marito prima o poi, di sicuro, e così proverò la tua purezza.»

«Stephen, una volta a Londra avrei dovuto sposarti», disse con fermezza. «Era la mia unica difesa sicura. Vedo molte più cose ora di ieri. La mia unica possibilità rimasta è non essere scoperta; e per questo dobbiamo lottare disperatamente.»

Scesero. Elfride si tirò un velo fitto sul volto.

Una donna dalle palpebre rosse e squamose e dagli occhi lucidi era seduta su una panchina appena dentro la porta dell’ufficio. Fissò gli occhi su Elfride con un’espressione la cui forza era impossibile mettere in dubbio, ma il cui significato non era chiaro; poi sulla carrozza che avevano lasciato. Sembrava leggere una storia sinistra in quella scena.

Elfride si ritrasse e si voltò dall’altra parte.

«Chi è quella donna?» disse Stephen. «Ti ha guardata fisso.»

«La signora Jethway – una vedova, e madre di quel giovane sulla cui tomba ci siamo seduti l’altra sera. Stephen, è mia nemica. Fosse piaciuto a Dio avere abbastanza misericordia da nascondere tutto questo a LEI!»

«Non parlare così disperatamente», obiettò lui. «Non credo ci abbia riconosciuti.»

«Prego che non l’abbia fatto.»

Lui assunse un atteggiamento più vigoroso.

«Ora, andremo a fare colazione.»

«No, no!» implorò lei. «Non posso mangiare. DEVO tornare a Endelstow.»

Elfride era come se fosse diventata più vecchia di Stephen adesso.

«Ma non hai preso nulla da ieri sera se non quella tazza di tè a Bristol.»

«Non posso mangiare, Stephen.»

«Vino e biscotti?»

«No.»

«Né tè, né caffè?»

«No.»

«Un bicchiere d’acqua?»

«No. Voglio qualcosa che renda le persone forti ed energiche per il momento, che prenda in prestito la forza di domani per usarla oggi – lasciando domani senza nulla, se è per questo; o anche qualcosa che mi tolga tutta la vita domani, purché mi permetta di tornare a casa adesso. Brandy, questo è ciò che voglio. Gli occhi di quella donna mi hanno divorato il cuore!»

«Sei fuori di te; e mi addolori, tesoro. Deve essere proprio brandy?»

«Sì, se ti prego.»

«Quanto?»

«Non lo so. Non ho mai bevuto più di un cucchiaino alla volta. Tutto ciò che so è che lo voglio. Non prenderlo al Falcon.»

La lasciò nei campi e andò alla locanda più vicina in quella direzione. Poco dopo tornò con una piccola fiaschetta quasi piena e alcune fette di pane e burro, sottili come ostie, in un sacchetto di carta. Elfride ne prese un sorso o due.

«Mi va negli occhi», disse stancamente. «Non posso prenderne altro. Sì, lo farò; chiuderò gli occhi. Ah, ci arriva per una via interna. Non lo voglio; buttalo via.»

Tuttavia, riuscì a mangiare, e mangiò. La sua attenzione principale era concentrata su come ottenere il cavallo dalle scuderie del Falcon senza destare sospetti. A Stephen non fu permesso di accompagnarla in città. Ora agiva basandosi su conclusioni raggiunte senza alcun aiuto da parte sua: il suo potere su di lei sembrava essere svanito.

«È meglio che tu non venga visto con me, anche qui dove sono così poco conosciuta. Abbiamo iniziato furtivamente come ladri, e dobbiamo finire furtivamente come ladri, a ogni costo. Finché papà non sarà informato da me stessa, una scoperta sarebbe terribile.»

Camminando e parlando così cupamente, attesero quasi fino alle nove, ora in cui Elfride pensò di poter passare al Falcon senza destare troppa sorpresa. Dietro la stazione ferroviaria c’era il fiume, attraversato da un vecchio ponte Tudor, da cui la strada si divideva in due direzioni, una che costeggiava la periferia della città e tornava serpeggiando verso la strada principale per Endelstow. Accanto a questa strada Stephen sedette, e attese il suo ritorno dal Falcon.

Sedeva come chi posa per un ritratto, immobile, osservando le luci e le ombre a scacchi sui tronchi degli alberi, i bambini che giocavano davanti alla scuola prima di entrare per la lezione del mattino, i mietitori in un campo lontano. La certezza del possesso non era arrivata, e non c’era nulla che potesse mitigare la tristezza del giovane, che aumentava col pensiero della separazione ormai così vicina.

Alla fine lei arrivò trotterellando verso di lui, in apparenza simile a quella romantica mattina della loro visita alla scogliera, ma privata del fulgore che allora scintillava attorno a lei. Tuttavia, la sua relativa immunità da ulteriori rischi e problemi l’aveva considerevolmente composta. La capacità di Elfride di essere ferita era superata solo dalla sua capacità di guarire, il che, a torto o a ragione, è da alcuni considerato un indice della transitorietà del sentimento in generale.

«Elfride, cosa hanno detto al Falcon?»

«Nulla. Nessuno sembrava curioso riguardo a me. Sapevano che andavo a Plymouth, e ci ho passato una notte di tanto in tanto con la signorina Bicknell. Ho contato abbastanza su questo.»

E ora la separazione sorgeva come una morte per questi ragazzi, poiché era imperativo che lei partisse subito. Stephen camminò al suo fianco per quasi un miglio. Durante il cammino disse tristemente:

«Elfride, sono passate ventiquattro ore, e la cosa non è fatta.»

«Ma hai assicurato che sarà fatta.»

«Come ho fatto?»

«Oh Stephen, chiedi come! Pensi che potrei sposare un altro uomo sulla faccia della terra dopo essermi spinta così oltre con te? Non ho dimostrato oltre ogni possibilità di dubbio che non posso essere di nessun altro? Non mi sono irrimediabilmente compromessa? – l’orgoglio non ha contato nulla di fronte al mio grande amore. Hai frainteso il mio tornare indietro, e non posso spiegarlo. È stato sbagliato venire con te, e sebbene sarebbe stato peggio andare oltre, sarebbe stata una strategia migliore, forse. Sii certo di questo, che ogni volta che avrai una casa per me – per quanto povera e umile – e verrai a chiedermi, io sono pronta.» Aggiunse amaramente: «Quando mio padre saprà del lavoro di oggi, potrebbe essere fin troppo felice di lasciarmi andare.»

«Forse allora insisterà per il nostro matrimonio immediato!» rispose Stephen, scorgendo un raggio di speranza proprio nel fulcro del suo rimorso. «Spero di sì, anche se dovessimo separarci ancora finché non sarò pronto per te, come avevamo inteso.»

Elfride non rispose.

«Non sembri la stessa donna, Elfie, che eri ieri.»

«E non lo sono. Ma addio. Torna indietro ora.» E tese le redini del cavallo per congedarsi. «Oh Stephen», gridò, «mi sento così debole! Non so come affrontarlo. Non puoi, dopo tutto, tornare con me?»

«Devo venire?»

Elfride si fermò a riflettere.

«No; non funzionerà. È la mia totale follia che mi fa dire certe parole. Ma lui ti chiamerà.»

«Digli», continuò Stephen, «che abbiamo fatto questo nella totale disperazione delle nostre menti. Digli che non vogliamo che ci favorisca – solo che sia giusto con noi. Se dice: sposatevi ora, tanto meglio. Se no, dì che tutto può essere messo a posto con la sua promessa di permettermi di averti quando sarò abbastanza buono per te – il che potrebbe essere presto. Dì che non ho nulla da offrirgli in cambio del suo tesoro – tanto peggio per me; ma tutto l’amore, tutta la vita e tutto il lavoro di un uomo onesto saranno tuoi. Su quando sia meglio dirglielo, lascio giudicare a te.»

Le sue parole la resero abbastanza allegra da giocare con la sua posizione.

«E se dovesse arrivare una cattiva reputazione, Stephen», disse sorridendo, «ebbene, l’albero d’arancio dovrà salvarmi, come salvò le vergini al tempo di San Giorgio dal respiro velenoso del drago. Ecco, perdonami per la sfacciataggine: sto andando.»

Poi il ragazzo e la ragazza si illusero con parole di solo mezzo addio.

«Mia sposa, Dio ti benedica finché non ci rivedremo!»

«Finché non ci rivedremo, addio!»

E il pony proseguì, e lei non gli parlò più. Vide la sua figura rimpicciolire e il suo velo azzurro farsi grigio – lo vide con le sensazioni strazianti di una morte lenta.

Dopo essersi così separata da un uomo del quale non ne aveva conosciuto nessuno più grande finora, Elfride cavalcò rapidamente in avanti, una lacrima che di tanto in tanto veniva scossa dai suoi occhi sulla strada. Ciò che ieri era sembrato così desiderabile, così promettente, persino insignificante, aveva ora assunto le tinte di una tragedia.

Vide le rocce e il mare nei pressi di Endelstow, e tirò un sospiro di sollievo.

Quando passò davanti a un campo dietro la canonica, sentì le voci di Unity e William Worm. Stavano stendendo un tappeto su una corda. Unity stava pronunciando una frase che si concludeva con «quando la signorina Elfride tornerà».

«Quando te l’aspetti?»

«Non prima di sera ormai. È al sicuro dalla signorina Bicknell, Dio la benedica.»

Elfride girò verso la porta. Non bussò né suonò; e non vedendo nessuno a prendere il cavallo, Elfride la condusse nel cortile, sfilò la briglia e la sella, la spinse verso il paddock e la lasciò entrare. Poi Elfride sgattaiolò dentro e diede un’occhiata a tutte le stanze del piano terra. Suo padre non c’era.

Sulla mensola del camino del salotto c’era una lettera indirizzata a lei, scritta di suo pugno. La prese e la lesse mentre saliva le scale per cambiarsi l’abito.

STRATLEIGH, giovedì.

«CARA ELFRIDE, – Ripensandoci, non tornerò oggi, ma solo fino a Wadcombe. Sarò a casa domani pomeriggio e porterò un amico con me. – Tuo, in fretta,

C. S.»

Dopo aver fatto una rapida toeletta si sentì più rinfrancata, sebbene soffrisse ancora di mal di testa. Uscendo dalla porta incontrò Unity in cima alle scale.

«Oh signorina Elfride! Mi son detta: è il suo spirito! Non avremmo mai immaginato che non tornasse a casa ieri sera. Non aveva detto nulla riguardo al fermarsi.»

«Intendevo tornare a casa la sera stessa, ma ho cambiato programma. Poi ho desiderato di non averlo fatto. Papà sarà arrabbiato, suppongo?»

«Meglio non dirglielo, signorina», disse Unity.

«Ho paura di farlo», mormorò lei. «Unity, vorresti iniziare a dirglielo tu quando torna?»

«Cosa! E metterla nei guai?»

«Me lo merito.»

«No, davvero, non lo farò», disse Unity. «Non è una cosa così grave, signorina Elfride. Mi dico, il padrone si sta prendendo una vacanza, e siccome non è stato gentile ultimamente con la signorina Elfride, lei——»

«Lo sta imitando. Bene, fa’ come vuoi. E ora mi porteresti qualcosa per pranzo?»

Dopo aver soddisfatto un appetito che l’aria marina fresca le aveva dato nella sua vittoria su una mente agitata, si mise il cappello e andò in giardino e al gazebo. Si sedette e si appoggiò con la testa in un angolo. Lì si addormentò.

Mezza addormentata, guardò in fretta l’ora. Era lì da tre ore. Nello stesso momento sentì il cancello esterno chiudersi e il rumore di ruote scorrere attorno all’ingresso; qualche rumore precedente proveniente dalla stessa fonte era stato probabilmente la causa del suo risveglio. Poi si udì la voce di suo padre chiamare Worm.

Elfride percorse un sentiero verso la casa dietro una siepe di arbusti. Sentì una lingua conversare con suo padre, che non era quella di nessuno dei due servi. Suo padre e lo straniero stavano ridendo insieme. Poi ci fu un fruscio di seta, e il signor Swancourt e il suo compagno, o compagni, a quanto pareva, entrarono dalla porta della casa, poiché non si udì più nulla di loro. Elfride era tornata indietro per meditare su chi potessero essere quegli amici, quando sentì dei passi e suo padre esclamare dietro di lei:

«Oh Elfride, eccoti qui! Spero che sia andato tutto bene?»

Il cuore di Elfride le diede una fitta, e lei non parlò.

«Torna un minuto al gazebo», continuò il signor Swancourt; «ho da dirti quello che ti avevo promesso.»

Entrarono nel gazebo e rimasero appoggiati alla ringhiera di legno nodoso.

«Ora», disse suo padre raggiante, «indovina cosa ho da dirti.» Sembrava guardare alla propria esistenza così intensamente da non interessarsi, né vedere, la complessità della di lei.

«Non posso, papà», disse tristemente.

«Prova, cara.»

«Preferirei davvero di no.»

«Sei stanca. Sembri logora. La cavalcata è stata troppo per te. Bene, è per questo che sono andato via. Sono andato a sposarmi!»

«Sposarti!» balbettò lei, e a stento riuscì a trattenere un involontario «Anch’io.» Un istante dopo, la sua risolutezza a confessare svanì come una bolla.

«Sì; a chi pensi? La signora Troyton, la nuova proprietaria della tenuta oltre la siepe e del vecchio maniero. È stato deciso definitivamente tra noi solo quando sono andato a Stratleigh qualche giorno fa.» Abbassò la voce in un tono astuto di ilarità. «Ora, quanto alla tua matrigna, scoprirai che non è molto da guardare, anche se c’è molto da ascoltare. Ha vent’anni più di me, per dirne una.»

«Dimentichi che la conosco. È passata di qui una volta, dopo che eravamo stati da lei e l’avevamo trovata fuori casa.»

«Certo, certo. Bene, qualunque sia il suo aspetto, è una donna eccellente come non ne sono mai esistite. Le è stata lasciata di recente come proprietà assoluta tremilacinquecento sterline l’anno, oltre al lascito di questa tenuta – e, a proposito, ha ricevuto un grande legato in soddisfazione della dote, come si chiama.»

«Tremilacinquecento sterline l’anno!»

«E una grande – beh, una dimora di dimensioni discrete – in città, e un albero genealogico lungo quanto il mio bastone da passeggio; sebbene questo provi di essere una faccenda un po’ raffazzonata – fatta da quando la famiglia è diventata ricca – la gente fa queste cose ora come costruisce rovine su tenute vergini e fonde antichità a Birmingham.»

Elfride ascoltò semplicemente e non disse nulla.

Lui continuò più calmo e in modo impressionante. «Sì, Elfride, è ricca in confronto a noi, sebbene con poche conoscenze. Tuttavia, ti introdurrà un po’ nel mondo. Scambieremo la sua casa in Baker Street con una a Kensington, per te. Tutti ci vanno ora, dice lei. A Pasqua voleremo in città per i soliti tre mesi – avrò un curato naturalmente per quel tempo. Elfride, ho superato l’età dell’amore, sai, e confesso onestamente che l’ho sposata per te. Perché una donna del suo rango si sia buttata via con me, Dio solo lo sa. Ma suppongo che la sua età e la sua bruttezza fossero troppo pronunciate per un uomo di città. Con il tuo bell’aspetto, se giochi bene le tue carte, puoi sposare chiunque. Naturalmente, sarà necessario un po’ di stratagemma; ma non c’è nulla che ti separi da un marito con un titolo, che io possa vedere. Lady Luxellian era solo la figlia di un proprietario terriero. Ora, non vedi quanto fosse sciocca la vecchia fantasia? Ma vieni, è in casa che aspetta di vederti. È divertente come una commedia, peraltro», continuò il vicaro mentre camminavano verso la casa. «L’ho corteggiata attraverso la siepe di ligustro laggiù: non del tutto, sai, ma eravamo soliti passeggiare lì la sera – quasi ogni sera alla fine. Ma non c’è bisogno che ti racconti i dettagli ora; tutto è stato terribilmente prosaico, te lo assicuro. Alla fine, quel giorno in cui l’ho vista a Stratleigh, abbiamo deciso di risolvere la faccenda su due piedi.»

«E non mi hai mai detto una parola», rispose Elfride, non in modo rimproverante né nel tono né nel pensiero. Infatti, il suo sentimento era l’esatto opposto del rimprovero. Si sentiva sollevata e persino grata. Dove la confidenza non era stata data, come ci si poteva aspettare?

Suo padre scambiò la sua impassibilità per un velo di cortesia su un senso di torto subìto. «Non sono del tutto da biasimare», disse. «C’erano due o tre ragioni per la segretezza. Una era la recente morte del suo parente, il testatore, sebbene ciò non si applicasse a te. Ma ricorda, Elfride», continuò con un tono più rigido, «ti eri invischiata così scioccamente con quella gente di basso rango, gli Smith – ed è stato proprio quando la signora Troyton e io cominciavamo a comprenderci – che ho deciso di non dire nulla nemmeno a te. Come facevo a sapere fino a che punto ti eri spinta con loro e il loro figlio? Avresti potuto prendere l’abitudine di fare merenda con loro ogni giorno, per quanto ne sapevo io.»

Elfride ingoiò i suoi sentimenti come meglio poté, e languidamente, sebbene in modo piatto, pose una domanda.

«Hai baciato la signora Troyton sul prato circa tre settimane fa? Quella sera in cui sono entrata nello studio e ho scoperto che avevate appena acceso le candele?»

Il signor Swancourt apparve piuttosto rosso e confuso, come gli amanti di mezza età tendono a essere quando colti nei trucchi dei più giovani.

«Beh, sì; credo di averlo fatto», balbettò; «solo per farle piacere, sai.» E poi, riprendendosi, rise di cuore.

«E era a questo che si riferiva la tua citazione oraziana?»

«Proprio così, Elfride.»

Entrarono in salotto dalla veranda. In quel momento la signora Swancourt scese le scale ed entrò nella stessa stanza dalla porta.

«Ecco, Charlotte, la mia piccola Elfride», disse il signor Swancourt, con l’aumentato affetto di tono spesso adottato verso i parenti quando appena presentati.

La povera Elfride, non sapendo cosa fare, non fece assolutamente nulla; ma rimase ricettiva di tutto ciò che le giungeva attraverso la vista, l’udito e il tatto.

La signora Swancourt si fece avanti, prese la mano della figliastra, poi la baciò.

«Ah, tesoro!» esclamò bonariamente, «non avresti mai pensato, quando hai mostrato a una strana vecchia signora il giardino d’inverno un mese o due fa, e le hai spiegato i fiori così graziosamente, che sarebbe stata così presto qui con nuovi colori. Né lei, ne sono certa.»

La nuova madre era stata descritta abbastanza fedelmente dal signor Swancourt. Non era fisicamente attraente. Era scura – molto scura – di carnagione, di figura corpulenta, e con un abbondante residuo di capelli in proporzione di mezza dozzina di bianchi su mezza dozzina di neri, sebbene questi ultimi fossero neri davvero. Senza ulteriori osservazioni, non era una donna da amare. Ma c’era altro da vedere. Al critico più superficiale era evidente che non faceva alcun tentativo di nascondere la sua età. A un primo sguardo sembrava sessantenne, e una stretta conoscenza non la provò mai più vecchia.

Un altro tratto, e ancor più accattivante, era quello che caratterizzava gli angoli della sua bocca. Prima che facesse un’osservazione, questi spesso fremevano leggermente: non all’indietro e in avanti, indice di nervosismo; non verso il basso sulla mascella, segno di determinazione; ma palesemente verso l’alto, esattamente nella curva adottata per rappresentare l’ilarità nelle caricature grossolane degli scolari. Solo questo elemento nel suo volto era espressivo di qualcosa dentro la donna, ma era inequivocabile. Esprimeva un umorismo tanto soggettivo quanto oggettivo — capace di osservare le peculiarità di se stessa sotto una luce tanto stravagante quanto quelle delle altre persone.

Questo non è tutto di Mrs. Swancourt. Aveva porto a Elfride mani le cui dita erano letteralmente rigide di anelli, signis auroque rigentes, come il manto di Elena. Queste file di anelli apparentemente non erano portate per vanità. Erano per lo più antichi e spenti, sebbene alcuni fossero l’opposto.

MANO DESTRA.

1º. Ovale di onice montato semplicemente, rappresentante una testa di diavolo. 2º. Intaglio di diaspro verde, con venature rosse. 3º. Interamente d’oro, recante la figura di un orrendo grifone. 4º. Un diamante mostruoso color verde mare, con piccoli diamanti intorno. 5º. Antico intaglio di corniola con figura danzante di un satiro. 6º. Fascia angolare cesellata con teste di draghi. 7º. Un carbonchio sfaccettato accompagnato da dieci piccoli smeraldi scintillanti; ecc. ecc.

MANO SINISTRA.

1º. Una pietra di rospo giallo-rossastra. 2º. Un pesante anello smaltato a colori, e recante un giacinto. 3º. Uno zaffiro ametistino. 4º. Un rubino levigato, circondato da diamanti. 5º. L’anello inciso di una badessa. 6º. Un cupo intaglio; ecc. ecc.

Oltre a questa schiera piuttosto stravagante di pietre e metallo, Mrs. Swancourt non portava alcun ornamento.

Elfride era rimasta favorevolmente colpita da Mrs. Troyton al loro incontro circa due mesi prima; ma essere compiaciuti di una donna come conoscenza momentanea era diverso dall’essere conquistati da lei come matrigna. Tuttavia, la sospensione del sentimento fu solo per un momento. Elfride decise di volerle bene lo stesso.

Mrs. Swancourt era una donna di mondo quanto a conoscenza, l’opposto quanto ad azione, come suggeriva il suo matrimonio. Elfride e la signora furono presto inestricabilmente coinvolte nella conversazione, e Mr. Swancourt le lasciò sole.

“E che cosa trovi da fare qui?” disse Mrs. Swancourt, dopo alcune osservazioni sul matrimonio. “Cavalchi, lo so.”

“Sì, cavalco. Ma non molto, perché papà non ama che vada da sola.”

“Devi avere qualcuno che si occupi di te.”

“E leggo, e scrivo un pochino.”

“Dovresti scrivere un romanzo. La risorsa abituale delle persone che non frequentano abbastanza il mondo da vivere un romanzo, è scriverne uno.”

“L’ho fatto,” disse Elfride, guardando dubbiosa Mrs. Swancourt, come se fosse incerta se avrebbe incontrato scherno da parte sua.

“Bene. Ora, dunque, di che cosa tratta, cara?”

“Di… beh, è un romanzo del Medioevo.”

“Non conoscendo nulla dell’età presente, che tutti conoscono, per sicurezza hai scelto un’epoca nota né a te né alle altre persone. È così, eh? No, no; non intendevo questo, cara.”

“Beh, ho avuto alcune opportunità di studiare l’arte e i costumi medievali nella biblioteca e nel museo privato di Endelstow House, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto cimentarmi in una finzione. So che il tempo per questi racconti è passato; ma ero interessata, molto interessata.”

“Quando uscirà?”

“Oh, mai, suppongo.”

“Sciocchezze, cara ragazza. Pubblicalo, assolutamente. Tutte le signore fanno quel genere di cose ora; non per profitto, sai, ma come garanzia di rispettabilità intellettuale per i loro futuri mariti.”

“Un’idea eccellente per noi signore.”

“Sebbene temo somigli piuttosto alla malinconica astuzia di gettare pagnotte oltre le mura del castello agli assedianti, e suggerisca disperazione piuttosto che abbondanza all’interno.”

“Ci hai mai provato?”

“No; ero troppo oltre persino per quello.”

“Papà dice che nessun editore prenderà il mio libro.”

“Questo resta da dimostrare. Ti do la mia parola, cara, che entro questo periodo il prossimo anno sarà stampato.”

“Lo farai, davvero?” disse Elfride, illuminandosi parzialmente di piacere, sebbene fosse abbastanza triste nel profondo. “Pensavo che il cervello fosse il requisito indispensabile, se non l’unico, per l’ammissione alla repubblica delle lettere. Una creatura comune come me sarà presto cacciata di nuovo.”

“Oh no; una volta che sei lì sarai come una goccia d’acqua in un pezzo di cristallo di rocca — il tuo mezzo nobiliterà la tua banalità.”

“Sarà una grande soddisfazione,” mormorò Elfride, e pensò a Stephen, e desiderò di poter fare una grande fortuna scrivendo romanzi, e sposarlo e vivere felice.

“E poi andremo a Londra, e poi a Parigi,” disse Mrs. Swancourt. “Ne ho parlato con tuo padre. Ma dobbiamo prima trasferirci nella casa padronale, e pensiamo di soggiornare a Torquay mentre ciò avviene. Nel frattempo, invece di fare una fuga di nozze da soli, siamo venuti a casa a prenderti, per andare tutti insieme a Bath per due o tre settimane.”

Elfride acconsentì piacevolmente, persino volentieri; ma vide che, con questo matrimonio, suo padre e lei avevano cessato per sempre di essere gli stretti parenti che erano stati fino a poche settimane fa. Era impossibile ora raccontargli la storia della sua folle fuga con Stephen Smith.

Lui era ancora comodamente alloggiato nel suo cuore. La sua assenza aveva riconquistato per lui gran parte di quell’aureola di santità che era stata quasi sottratta durante il suo umore pieno di rimproveri in quel misero viaggio da Londra. Il rapimento è spesso raffreddato dal contatto con la sua causa, specialmente se in condizioni imbarazzanti. E quell’ultima esperienza con Stephen aveva fatto tutto fuorché farlo brillare ai suoi occhi. La sua stessa gentilezza nel lasciarla tornare era stata la sua offesa. Elfride aveva l’amore del suo sesso per la pura forza in un uomo, per quanto mal diretta; e in quel momento critico a Londra, l’unica possibilità di Stephen di mantenere la supremazia su di lei che il suo viso, e non le sue parti, aveva acquisito per lui, sarebbe stata facendo ciò che, per una cosa, era troppo giovane per intraprendere — cioè, trascinarla per il polso fino alle balaustre di un altare, e sposarla perentoriamente. L’azione decisiva è vista dalle menti perspicaci come frequentemente senza scopo, e talvolta fatale; ma la decisione, per quanto suicida, ha più fascino per una donna del più inequivocabile successo alla maniera di Fabio.

Tuttavia, alcuni degli accessori spiacevoli di quell’occasione erano ora di nuovo fuori vista, e Stephen aveva ripreso non pochi dei suoi colori fantastici.

Capitolo XIII

“Egli mise in ordine molti proverbi.”

È ottobre a Londra — due mesi più avanti nella storia.

Bede’s Inn ha questa particolarità, che si affaccia, riceve da, e scarica in un movimentato passaggio che parla solo di ricchezza e rispettabilità, mentre la sua postierla confina con una rete di vicoli affollati e poveri come se ne trovano ovunque nella metropoli. Le conseguenze morali sono, in primo luogo, che coloro che occupano appartamenti nell’Inn possono vedere un bel po’ delle abitudini e dei piaceri dell’umanità senza camicia senza fare altro che guardare giù da una finestra sul retro; e in secondo luogo possono sentire sani sebbene spiacevoli richiami sociali attraverso il mezzo di una voce aspra, un passo disuguale, l’eco di un colpo o di una caduta, che ha origine nella persona di qualche ubriacone o picchiatore di mogli, mentre attraversa e interferisce con la quiete della piazza. Personaggi di questo genere passano frequentemente attraverso l’Inn da una piccola tana di vicolo sul retro, ma non vi indugiano mai.

Non è quasi necessario affermare che tutte le viste e i movimenti propri dell’Inn sono molto ordinati. Nella bella serata di ottobre in cui seguiamo Stephen Smith in questo luogo, un placido portiere è seduto su uno sgabello sotto un sicomoro nel mezzo, con un piccolo bastone in mano. Notiamo il denso strato di fuliggine sui rami, che pende sotto di essi in scaglie, come in un camino. Il nerume di questi rami non migliora al momento l’albero — quasi abbandonato dalle sue foglie com’è — ma in primavera la loro verde fresca bellezza è resa doppiamente bella dal contrasto. Entro le inferriate c’è un giardino di fiori di rispettabili dalie e crisantemi, dove un uomo sta spazzando le foglie dall’erba.

Stephen sceglie una porta, e sale una vecchia sebbene ampia scala di legno, con balaustre modanate e corrimano, che in una casa padronale di campagna sarebbe considerata un notevole esemplare di fattura rinascimentale. Raggiunge una porta al primo piano, sopra la quale è dipinto, in lettere nere, “Mr. Henry Knight” — “Barrister-at-law” essendo sottinteso ma non espresso. Il muro è spesso, e c’è una porta sulla sua faccia esterna e interna. Quella esterna capita di essere socchiusa: Stephen va all’altra, e bussa.

“Avanti!” da penetrali lontani.

Prima c’era un piccolo vestibolo, diviso dall’appartamento interno da un’arcata rivestita in legno larga due o tre iarde. Attraverso questa arcata pendeva un paio di tende verde scuro, rendendo un mistero tutto ciò che stava all’interno dell’arco eccetto lo spasmodico graffio di una penna d’oca. Qui era raggruppato un caotico insieme di articoli — principalmente vecchie stampe e dipinti incorniciati — appoggiati di taglio contro il muro, come ardesie da tetto nel cantiere di un costruttore. Tutti i libri visibili qui erano in folio troppo grandi per essere rubati — alcuni giacenti su un pesante tavolo di quercia in un angolo, alcuni sul pavimento tra i quadri, il tutto mescolato con vecchi cappotti, cappelli, ombrelli e bastoni da passeggio.

Stephen scostò la tenda, e davanti a lui sedeva un uomo che scriveva come se la sua vita dipendesse da questo — cosa che faceva.

Un uomo di trent’anni in una giacca maculata, con capelli castano scuro, barba riccia e baffi croccanti: questi ultimi che confluivano nella barba su ogni lato della bocca, e, come al solito, nascondendo la vera espressione di quell’organo sotto un aspetto cronico di impassibilità.

“Ah, mio caro amico, sapevo che eri tu,” disse Knight, guardando su con un sorriso, e tendendo la mano.

La bocca e gli occhi di Knight vennero alla vista ora. Entrambi i tratti erano buoni, e avevano la particolarità di apparire più giovani e freschi della fronte e del viso a cui appartenevano, che stavano diventando malaticci sotto l’inconfondibile pallido colore. La bocca non aveva ancora del tutto abbandonato la rotondità della curva per le sode angolarità della mezza età; e gli occhi, sebbene acuti, permeavano piuttosto che penetrare: ciò che avevano perso della loro luminosità infantile per una dozzina d’anni di letture intense prestava una quiete al loro sguardo che si adattava loro bene.

Una signora avrebbe detto che c’era odore di tabacco nella stanza: un uomo che non c’era.

Knight non si alzò. Guardò un orologio sulla mensola del camino, poi si voltò di nuovo alle sue lettere, indicando una sedia.

“Beh, sono contento che tu sia venuto. Sono tornato in città solo ieri; ora, non parlare, Stephen, per dieci minuti; ho esattamente quel tempo per l’ultima posta. All’undicesimo minuto, sono a tua disposizione.”

Stephen si sedette come se questo tipo di accoglienza non fosse affatto nuova, e via andò la penna di Knight, battendo su e giù come una nave in una tempesta.

Cicerone chiamava la biblioteca l’anima della casa; qui la casa era tutta anima. Porzioni del pavimento, e metà dello spazio murario, erano occupate da scaffali di libri ordinari e straordinari; le parti rimanenti, insieme a mensole, tavolini, ecc., essendo occupate da calchi, statuette, medaglioni e placche di varie descrizioni, raccolti dal proprietario nei suoi vagabondaggi attraverso la Francia e l’Italia.

Un solo flusso di luce solare serale entrava nella stanza da una finestra proprio nell’angolo, che si affacciava su un cortile. Un acquario stava nella finestra. Era un parallelepipedo abbastanza noioso per creature viventi alla maggior parte delle ore del giorno; ma per pochi minuti la sera, come ora, un raggio errante e gentile illuminava e scaldava il piccolo mondo ivi contenuto, quando i zoofiti multicolori si aprivano e sporgevano le loro braccia, le erbacce acquisivano una ricca trasparenza, le conchiglie luccicavano di un giallo più dorato, e la timida comunità esprimeva la gioia più chiaramente che a parole.

Entro i dieci minuti prescritti Knight gettò via la penna, suonò per il ragazzo affinché portasse le lettere alla posta, e alla chiusura della porta esclamò: “Ecco; grazie a Dio, è fatta. Ora, Stephen, tira la tua sedia qui, e dimmi che cosa hai fatto per tutto questo tempo. Hai tenuto aggiornato il tuo greco?”

“No.”

“Com’è possibile?”

“Non ho abbastanza tempo libero.”

“Sono sciocchezze.”

“Beh, ho fatto molte cose, se non quello. E ho fatto una cosa straordinaria.”

Knight si voltò pienamente verso Stephen. “Ah-ha! Ora, dunque, lasciami guardare nel tuo viso, mettere insieme due più due, e fare un’ipotesi astuta.”

Stephen cambiò in un colore più rosso.

“Perché, Smith,” disse Knight, dopo averlo tenuto rigidamente per le spalle, e aver scrutato acutamente il suo volto per un minuto in silenzio, “ti sei innamorato.”

“Beh — il fatto è…”

“Ora, sputa il rospo.” Ma vedendo che Stephen sembrava piuttosto angustiato, cambiò con un tono gentile. “Ora Smith, ragazzo mio, mi conosci abbastanza bene ormai, o dovresti; e sai molto bene che se scegli di darmi un resoconto dettagliato del fenomeno dentro di te, ascolterò; se non lo fai, sono l’ultimo uomo al mondo a volerlo sentire.”

“Dirò questo: MI sono innamorato, e voglio SPOSARMI.”

Knight sembrò di cattivo auspicio mentre questo passava le labbra di Stephen.

“Non giudicarmi prima di aver sentito altro,” gridò Stephen ansiosamente, vedendo il cambiamento nel volto del suo amico.

“Non giudico. Tua madre ne sa qualcosa?”

“Nulla di definito.”

“Padre?”

“No. Ma ti dirò. La giovane persona…”

“Andiamo, è terribilmente poco galante. Ma forse capisco un po’ lo stato d’animo, quindi continua. La tua innamorata…”

“Lei è un po’ più in alto nel mondo di me.”

“Come dovrebbe essere.”

“E suo padre non ne vuol sapere, come sto ora.”

“Non un caso non comune.”

“E ora arriva ciò su cui voglio il tuo consiglio. È successo qualcosa a casa sua che rende fuori questione per noi chiedere di nuovo a suo padre ora. Quindi stiamo in silenzio. Nel frattempo un architetto in India ha appena scritto a Mr. Hewby per chiedere se può trovargli un giovane assistente disposto ad andare a Bombay per preparare disegni per lavori precedentemente svolti dagli ingegneri. Lo stipendio che offre è di 350 rupie al mese, o circa 35 sterline. Hewby l’ha menzionato a me, e sono stato dal Dr. Wray, che dice che mi acclimatizzerò senza troppa malattia. Ora, tu andresti?”

“Intendi dire, perché è una possibile strada verso la giovane signora.”

“Sì; pensavo che potrei andare e fare un po’ di soldi, e poi tornare e chiederla. Ho l’opzione di praticare per me stesso dopo un anno.”

“Sarebbe fedele?”

“Oh sì! Per sempre — fino alla fine della sua vita!”

“Come lo sai?”

“Beh, come lo sa la gente? Naturalmente, lo sarà.”

Knight si appoggiò allo schienale della sua sedia. “Ora, sebbene la conosca a fondo come esiste nel tuo cuore, Stephen, non la conosco di persona. Tutto ciò che voglio chiedere è, questa idea di andare in India si basa interamente su una credenza nella sua fedeltà?”

“Sì; non andrei se non fosse per lei.”

“Beh, Stephen, mi hai messo in una posizione piuttosto imbarazzante. Se do i miei veri sentimenti, ferirò i tuoi sentimenti; se non lo faccio, ferirò il mio giudizio. E ricorda, non so molto delle donne.”

“Ma hai avuto legami, sebbene tu mi dica molto poco su di loro.”

“E spero solo che continuerai a prosperare finché non ti dirò di più.”

Stephen sussultò a questo colpo. “Non ho mai formato un legame profondo,” continuò Knight. “Non ho mai trovato una donna che ne valesse la pena. Né sono mai stato fidanzato per sposarmi.”

“Scrivi come se fossi stato fidanzato cento volte, se mi è permesso dirlo,” disse Stephen con un tono offeso.

“Sì, può essere. Ma, mio caro Stephen, sono solo coloro che sanno a metà una cosa che ne scrivono. Coloro che la sanno a fondo non si prendono il disturbo. Tutto ciò che so sulle donne, o sugli uomini, è una massa di generalità. Procedo a fatica, e occasionalmente alzo gli occhi e scruto la superficie ribollente dell’umanità che giace tra me e l’orizzonte, come farebbe un corvo; non di più.”

Knight si fermò come se fosse caduto in un filo di pensieri, e Stephen guardò con affettuoso timore reverenziale un maestro la cui mente, credeva, potesse inghiottire in un solo pasto tutto ciò che la propria testa conteneva.

C’era simpatia affettiva, ma non grande comunione intellettuale, tra Knight e Stephen Smith. Knight aveva visto il suo giovane amico quando quest’ultimo era un ragazzo felice dalle guance di ciliegia, si era interessato a lui, lo aveva tenuto d’occhio, e generosamente aiutato il ragazzo con i libri, finché la semplice connessione di patronato divenne conoscenza, e quella maturò in amicizia. E così, sebbene Smith non fosse affatto l’uomo che Knight avrebbe deliberatamente scelto come amico — o persino per uno di un gruppo di una dozzina di amici — lui era in qualche modo il suo amico. La circostanza, come al solito, fece tutto. Quanti di noi possono dire del nostro alter ego più intimo, lasciando stare gli amici del cerchio esterno, che è l’uomo che avremmo dovuto scegliere, come incarnazione del risultato netto dopo aver sommato tutti i punti della natura umana che amiamo, e i principi che sosteniamo, e aver sottratto tutto ciò che odiamo? L’uomo è in realtà qualcuno che abbiamo conosciuto per mera giustapposizione fisica a lungo mantenuta, ed è stato preso nella nostra confidenza, e persino nel cuore, come un ripiego.

“E che cosa pensi di lei?” Stephen si avventurò a dire, dopo un silenzio.

“Prendendo i suoi meriti sulla fiducia da te,” disse Knight, “come facciamo con quelli dei poeti romani di cui non sappiamo nulla se non che vissero, penso ancora che non rimarrà fedele a te per, diciamo, tre anni di assenza in India.”

“Ma lo sarà!” gridò Stephen disperatamente. “È una ragazza tutta delicatezza e onore. E nessuna donna di quel tipo, che si è consegnata così nelle mani di un uomo come lei ha fatto nelle mie, potrebbe mai sposarne un altro.”

“Come si è consegnata?” chiese Knight curiosamente.

Stephen non rispose. Knight aveva guardato al suo amore così scetticamente che non sarebbe andato bene dire tutto ciò che aveva inteso dire, in alcun modo.

“Beh, non raccontarlo,” disse Knight. “Ma stai dando per scontato il punto in questione, il che è, suppongo, inevitabile nell’amore.”

“E ti dirò un’altra cosa,” implorò il giovane uomo. “Ricordi cosa mi hai detto una volta sulle donne che ricevono un bacio. Non è vero? Perché, invece di essere incantati dal fascino del loro comportamento in un momento simile, dovremmo dubitare immediatamente di loro se la loro confusione ha della GRAZIA in essa — che l’imbranataggine goffa era il vero fascino dell’occasione, implicando che siamo i primi che hanno recitato una tale parte con loro.”

“È vero, del tutto,” disse Knight meditabondo.

Accadeva spesso che il discepolo ricordasse così le lezioni del maestro molto tempo dopo che il maestro stesso le aveva dimenticate.

“Beh, era come lei!” gridò Stephen trionfante. “Era in tale agitazione che non sapeva cosa stava facendo.”

“Splendido, splendido!” disse Knight in tono conciliante. “Così che tutto ciò che ho da dire è che se vedi una buona apertura a Bombay non c’è motivo per cui tu non debba andare senza preoccuparti di tracciare sottili distinzioni riguardo alle ragioni. Nessun uomo realizza pienamente su quali opinioni agisce, o cosa significhino le sue azioni.”

“Sì; vado a Bombay. Scriverò una nota qui, se non ti dispiace.”

“Dormici sopra — è il piano migliore — e scrivi domani. Nel frattempo, vai lì a quella finestra e siediti, e guarda il mio Spettacolo dell’Umanità. Sto per cenare fuori questa sera, e devo vestirmi qui dalla mia valigia. Porto le mie cose così per risparmiarmi il disturbo di andare giù al mio posto a Richmond e tornare indietro.”

Knight allora andò al centro della stanza e spalancò la sua valigia, e Stephen si avvicinò alla finestra. La striscia di luce solare era strisciata verso l’alto, si era spostata di lato, ed era svanita; gli zoofiti dormivano: un cupo buio pervadeva la stanza. E ora un altro volume di luce brillò sopra la finestra.

“Ecco!” disse Knight, “dov’è in Inghilterra uno spettacolo all’altezza di quello? Mi siedo lì e li guardo ogni sera prima di andare a casa. Apri dolcemente il telaio.”

Sotto di loro c’era un vicolo che risaliva fino al muro, per poi svoltare di lato e passare sotto un arco, cosicché la finestra sul retro di Knight si trovava esattamente sopra l’angolo e offriva una visuale del vicolo in tutta la sua lunghezza. Folle — per lo più di donne — si agitavano, si affannavano e andavano su e giù. I lampioni a gas brillavano dalle bancarelle dei macellai, illuminando i pezzi di carne con chiazze color arancio e vermiglio, come i colori selvaggi dei quadri dell’ultimo periodo di Turner, mentre il mormorio e il chiacchiericcio di voci di ogni tono e umore era per questo bosco umano ciò che il gorgoglio di un ruscello è per la foresta naturale.

Passarono quasi dieci minuti. Poi anche Knight si avvicinò alla finestra.

“Bene, ora chiamo una carrozza e svanisco lungo la strada in direzione di Berkeley Square”, disse, abbottonandosi il gilet e scalciando il suo abito da giorno in un angolo. Stephen si alzò per andarsene.

“Che mucchio di letteratura!” osservò il giovane, dando un ultimo sguardo bramoso alla stanza, come se restarvi per sempre sarebbe stato il grande piacere della sua vita, pur sentendo di aver quasi superato il limite dell’ospitalità. I suoi occhi si posarono su una poltrona colma di giornali, riviste e volumi nuovi fiammanti in copertina verde e rossa.

“Sì”, disse Knight, guardandoli a sua volta e tirando un sospiro di stanchezza; “immagino che presto si dovrà fare qualcosa con molti di loro. Stephen, sai, non hai bisogno di scappare via per qualche minuto, se vuoi restare; non sono ancora pronto. Dai un’occhiata a quei volumi mentre indosso il cappotto, e farò un pezzo di strada con te.”

Stephen si sedette accanto alla poltrona e iniziò a rovistare tra i libri. Tra gli altri trovò una novella in un volume, THE COURT OF KELLYON CASTLE. Di Ernest Field.

“Hai intenzione di recensirlo?” chiese Stephen con apparente indifferenza, tenendo in mano l’opera di Elfride.

“Quale? Oh, quello! Potrei, anche se non faccio molte recensioni di letteratura leggera ultimamente. Ma è recensibile.”

“Che cosa intendi dire?”

A Knight non è mai piaciuto che gli si chiedesse cosa intendesse. “Cosa intendo! Intendo che la maggior parte dei libri pubblicati non è né abbastanza buona né abbastanza cattiva da provocare critiche, e che quel libro le provoca.”

“Per la sua bontà o per la sua cattiveria?” chiese Stephen con una certa ansia per conto della povera piccola Elfride.

“Per la sua cattiveria. Sembra scritto da qualche ragazzina adolescente.”

Stephen non disse un’altra parola. Non gli andava di parlare chiaramente di Elfride dopo quello sfortunato scivolone che aveva fatto la sua lingua riguardo al fatto che lei si fosse compromessa; e, a parte questo, la severa — quasi ostinata e caparbia — onestà di Knight nel criticare era inattaccabile dal umile desiderio di un giovane amico come Stephen.

Knight era pronto. Spegnendo il gas e chiudendo la porta con un colpo secco, scesero le scale e uscirono in strada.

Capitolo XIV

“Scherziamo finché è maggio.”

Ora bisogna rendersi conto che sono passati quasi nove mesi. Al posto dello scenario autunnale che faceva da cornice ai precedenti avvenimenti, abbiamo le fioriture culminanti dell’estate dell’anno successivo.

Stephen è in India, a sgobbare in un ufficio a Bombay; di tanto in tanto si sposta nell’entroterra per commissioni professionali, meravigliandosi del perché le persone che erano lì da più tempo di lui si lamentassero così tanto degli effetti del clima sulla loro costituzione. Mai un giovane ebbe un inizio migliore di quello che ora sembrava presentarsi a Stephen. È proprio in quel eccezionale momento di prosperità che ha brillato su Bombay qualche anno fa, che arrivò sulla scena. L’edilizia e l’ingegneria parteciparono all’impulso generale. La speculazione si muoveva a una velocità accelerata ogni giorno che passava, e l’unica spiacevole eventualità ad essa collegata era la possibilità di un crollo.

Elfride non aveva mai raccontato a suo padre della scappatella di ventiquattr’ore con Stephen, né, a quanto le risultava, era giunta alle sue orecchie per altre vie. Fu un cruccio e un dolore segreto per la ragazza per un breve periodo, e la partenza di Stephen fu un altro ingrediente del suo dolore. Ma Elfride possedeva delle doti particolari per sbarazzarsi dei problemi dopo un intervallo decente. Mentre una natura lenta assorbiva una disgrazia poco a poco, lei inghiottiva l’intera agonia in un sol colpo e tornava a splendere. Poteva liberarsi di una tristezza e sostituirla con una speranza con la stessa facilità con cui una lucertola rinnova un arto malato.

E due ottime distrazioni si erano presentate. Una era pubblicare il romanzo e cercare recensioni sui giornali, le quali, sebbene finora fossero state significativamente brevi, erano servite a distogliere i suoi pensieri. L’altra era il trasloco dal vicariato alla casa antica più comoda della signora Swancourt, che si affacciava sulla stessa valle. Il signor Swancourt all’inizio non gradiva l’idea di essere trapiantato in un suolo femminile, ma gli ovvi vantaggi di un simile accrescimento di dignità lo riconciliarono al cambiamento. Così ci fu un “trasloco” radicale; le due signore rimasero a Torquay come era stato stabilito, e il vicario faceva la spola.

La signora Swancourt allargò notevolmente le vedute di Elfride in direzione aristocratica, e lei iniziò a perdonare suo padre per il suo matrimonio politico. Certamente, in senso mondano, un bel volto a quarantatré anni non aveva mai servito un uomo in modo migliore.

La nuova casa a Kensington era pronta, ed erano tutti in città.

Gli arbusti di Hyde Park erano stati trapiantati come al solito, le sedie allineate, i bordi dell’erba rifilati, le strade fatte apparire come se stessero soffrendo per un forte temporale; le carrozze erano state richieste dai pigri, i cavalli dai vivaci, e il Drive e il Row erano di nuovo il solco dell’allegria per un’ora. Osserviamo lo spettacolo, alle sei di questo pomeriggio di mezza estate, in un’atmosfera da serra e sotto un cielo violetto. L’equipaggio degli Swancourt formava una delle tante unità nel flusso.

La signora Swancourt era una conversatrice dal tipo tagliente, che la sua voce bassa e musicale — l’unico punto di bellezza nella vecchia signora — impediva che fosse stancante.

“Ora”, disse a Elfride, che, come Enea a Cartagine, era piena di ammirazione per la scena brillante, “scoprirai che il nostro stato di solitudine ci darà, come fa con chiunque, uno straordinario potere nel leggere i lineamenti dei nostri simili qui. Sono sempre un’ascoltatrice in luoghi come questi — non alle narrazioni raccontate dalle lingue dei miei vicini, ma dai loro volti — il vantaggio del quale è che, sia che io sia nel Row, sul Boulevard, a Rialto o al Prado, parlano tutti la stessa lingua. Potrei aver acquisito una certa abilità in questa pratica essendo stata una donna brutta e sola per così tanti anni, senza nessuno che mi desse informazioni; una cosa che non troverai strana se si tiene a mente il caso parallelo — quanto davvero le persone che non hanno orologi sappiano dire l’ora del giorno.”

“Sì, che lo sanno”, disse il signor Swancourt in segno di conferma. “Ho conosciuto contadini a Endelstow e in altre fattorie che avevano elaborato sistemi completi di osservazione a tale scopo. Per mezzo di ombre, venti, nuvole, i movimenti di pecore e buoi, il canto degli uccelli, il canto dei galli e cento altri spettacoli e suoni di cui le persone con gli orologi in tasca non conoscono nemmeno l’esistenza, sono in grado di pronunciare l’ora entro dieci minuti in quasi ogni istante richiesto. Questo mi ricorda una vecchia storia che temo sia troppo spinta — troppo spinta per essere ripetuta.” Qui il vicario scosse la testa e rise interiormente.

“Raccontala — su!” dissero le signore.

“Non posso proprio raccontarla.”

“È assurdo”, disse la signora Swancourt.

“Riguardava solo un uomo che, con lo stesso attento sistema di osservazione, si sapeva ingannasse le persone per più di due anni facendogli credere che tenesse un barometro di nascosto, tanto esattamente prevedeva tutti i cambiamenti del tempo dal raglio del suo asino e dall’umore di sua moglie.”

Elfride rise.

“Esattamente”, disse la signora Swancourt. “E proprio nel modo in cui quelli impararono i segni della natura, io ho imparato la lingua della sua sorella illegittima — l’artificialità; e le bugie degli occhi, il disprezzo delle punte dei nasi, l’indignazione dei capelli raccolti, la risata degli abiti, il cinismo dei passi, e le varie emozioni che giacciono nei volteggi dei bastoni da passeggio, nei sollevamenti dei cappelli, nell’elevazione degli ombrellini, nel portamento degli ombrelli, diventano come l’ABC per me.”

“Guarda solo quella classe di mamma con figlia nella carrozza laggiù”, continuò rivolta a Elfride, indicando con un solo movimento d’occhio. “L’assorbente autoconsapevolezza della propria posizione che viene mostrata dal suo contegno è quanto mai umiliante per un amante del proprio paese. Crederesti mai, vero, che membri di un Mondo alla Moda, il cui zero dichiarato è ben al di sopra del grado più alto degli umili, potessero essere così ignoranti degli istinti elementari di riservatezza.”

“Come?”

“Beh, portare sui propri volti, chiaramente come su un filatterio, l’iscrizione: ‘Fate, vi prego, attenzione alla corona sui miei pannelli’.”

“Davvero, Charlotte”, disse il vicario, “vedi tante cose nei volti quanto il signor Puff vide nel cenno del capo di Lord Burleigh.”

Elfride non poteva che ammirare la bellezza delle sue compatriote, specialmente da quando lei stessa e i suoi pochi conoscenti erano sempre stati leggermente abbronzati o segnati sul dorso delle mani da un graffio di rovo in questo periodo dell’anno.

“E che bei fiori e foglie portano nei loro cappellini!” esclamò.

“Oh sì”, rispose la signora Swancourt. “Alcuni di loro sono ancora più sorprendenti nel colore di quelli veri. Guarda quella bellissima rosa indossata dalla signora all’interno delle inferriate. Eleganti viticci di vite introdotti sullo stelo come miglioramento delle spine, e tutto cresce così naturalmente proprio sopra il suo orecchio — dico cresce con cognizione di causa, poiché il rosa dei petali e il rosa delle sue belle guance provengono ugualmente dalla mano della Natura agli occhi dell’osservatore più casuale.”

“Ma elogiale un po’, se lo meritano!” disse la generosa Elfride.

“Beh, lo faccio. Guarda come la Duchessa di——si dondola avanti e indietro sul suo sedile, utilizzando l’oscillazione della sua landau guardandosi intorno solo quando la testa è rivolta in avanti, con un orgoglio passivo che proibisce una resistenza alla forza delle circostanze. Guarda il grazioso broncio sulle bocche di quella famiglia lì, che non conserva tracce di essere stato organizzato in anticipo, tanto è ben fatto. Guarda la chiusura composta dei piccoli pugni che tengono gli ombrellini; il minuscolo pollice vigile, che sta dritto contro lo stelo d’avorio, furbo come non mai, il raso dell’ombrellino che si abbina invariabilmente all’incarnato del viso sottostante, eppure apparentemente per un caso, il che rende la cosa così attraente. C’è il libro rosso che giace sul sedile opposto, che attesta il gran numero delle loro conoscenze. E ammiro particolarmente l’aspetto di quella donna riccamente dotata di figlie dall’altra parte — intendo il suo sguardo di inconsapevolezza che le ragazze siano fissate dai passanti, e soprattutto lo sguardo delle ragazze stesse — che perdono il loro sguardo nelle profondità degli occhi di bei uomini senza sembrare accorgersi se stiano osservando occhi maschili o le foglie degli alberi. Ecco un elogio per te. Ma sto solo scherzando, bambina — lo sai.”

“Piph-ph-ph — quanto è caldo, davvero!” disse il signor Swancourt, come se la sua mente fosse a grande distanza da tutto ciò che vedeva. “Dichiaro che il mio orologio è così caldo che riesco a malapena a toccarlo per vedere che ore sono, e tutto il mondo puzza come l’interno di un cappello.”

“Come gli uomini ti fissano, Elfride!” disse la signora più anziana. “Mi ucciderai del tutto, temo.”

“Ucciderti?”

“Come un diamante uccide un opale nella stessa montatura.”

“Ho notato diversi signori e gentiluomini che mi guardavano”, disse Elfride ingenuamente, mostrando il suo piacere nell’essere osservata.

“Cara, non devi dire ‘gentiluomini’ al giorno d’oggi”, rispose la sua matrigna nei toni di maliziosa preoccupazione che così bene si addicevano alla sua bruttezza. “Abbiamo consegnato i ‘gentiluomini’ alla classe medio-bassa, dove credo che la parola si senta ancora ai balli dei commercianti e ai tè provinciali. Qui è finita.”

“Cosa devo dire, allora?”

“‘Signore e UOMINI’, sempre.”

In quel momento apparve nel flusso di veicoli che si muovevano nella direzione opposta un carro che presentava nella sua superficie generale la ricca tinta indaco di un cielo notturno, con le ruote e i margini rifiniti in delicate linee di oltremare; le livree dei servitori erano giacche blu scuro e pizzo d’argento, e calzoni di un rosso indiano neutro. L’intero insieme formava un tutto organico e procedeva dietro una coppia di castroni sauri, che avanzavano in un trotto indifferentemente zelante, eseguito molto delicatamente, e che occasionalmente scrollavano vari punti della loro superficie venata come se fossero piuttosto al di sopra degli affari.

In esso sedeva un signore senza caratteristiche decise se non quella di assomigliare un po’ a un bonario viaggiatore di commercio di classe superiore. Accanto a lui c’era una signora con occhi e carnagione color latte scremato, appartenente alla classe delle donne ‘interessanti’, dove quella classe si fonde con quella malaticcia, essendo il suo massimo piacere apparentemente quello di non godersi nulla. Di fronte a questa coppia sedevano due bambine con cappellini bianchi e piume blu.

La signora vide Elfride, sorrise, si inchinò e toccò il gomito di suo marito, il quale si voltò e ricevette il gesto di riconoscimento di Elfride con un galante sollevamento del cappello. Poi le due bambine alzarono le braccia verso Elfride e risero allegramente.

“Chi è quella?”

“Beh, Lord Luxellian, non è vero?” disse la signora Swancourt, che con il vicario era seduta con le spalle rivolte verso di loro.

“Sì”, rispose Elfride. “È l’unico uomo tra quelli che ho visto qui che considero più bello di papà.”

“Grazie, cara”, disse il signor Swancourt.

“Sì; ma tuo padre è molto più vecchio. Quando Lord Luxellian andrà un po’ più avanti negli anni, non sarà neanche per metà bello quanto il nostro uomo.”

“Grazie, cara, altrettanto”, disse il signor Swancourt.

“Guarda”, esclamò Elfride, continuando a guardare verso di loro, “come quelle care piccole mi vogliono! Addirittura una di loro sta piangendo perché io vada.”

“Parlavamo di braccialetti poco fa. Guarda quello di Lady Luxellian”, disse la signora Swancourt, mentre quella baronessa alzava il braccio per sostenere una delle bambine. “Le sta scivolando lungo il braccio — troppo grande della metà. Odio vedere la luce del giorno tra un braccialetto e un polso; mi chiedo perché le donne non abbiano gusto migliore.”

“Non è per questo, davvero”, obiettò Elfride. “È che il suo braccio è diventato magro, poveretta. Non puoi immaginare quanto sia cambiata in quest’ultimo anno.”

Le carrozze erano ora più vicine e ci fu uno scambio di saluti più familiari tra le due famiglie. Poi i Luxellian attraversarono e si fermarono sotto i platani, proprio dietro gli Swancourt. Lord Luxellian scese e si fece avanti con una risata musicale.

Era la sua attrattiva come uomo. Alla gente piaceva per quei toni, e dimenticava che non avesse talenti. I conoscenti ricordavano il signor Swancourt per i suoi modi; ricordavano Stephen Smith per il suo volto, Lord Luxellian per la sua risata.

Il signor Swancourt fece alcune osservazioni amichevoli — tra le altre cose sul caldo.

“Sì”, disse Lord Luxellian, “passavamo davanti alla vetrina di un pellicciaio questo pomeriggio, e la vista ci ha riempito tutti di un tale senso di soffocamento che siamo stati contenti di andarcene. Ha-ha!” Si voltò verso Elfride. “Miss Swancourt, non l’ho quasi vista né le ho parlato da quando la sua impresa letteraria è stata resa pubblica. Non avevo idea che una fanciulla stesse prendendo appunti nella tranquilla Endelstow, altrimenti avrei certamente messo me stesso e i miei amici nelle migliori condizioni di comportamento. Swancourt, perché non mi hai dato un suggerimento!”

Elfride si agitò, arrossì, rise, disse che non era nulla di cui parlare, ecc. ecc.

“Beh, penso che lei sia stata trattata piuttosto ingiustamente dal PRESENT, davvero lo penso. Scrivere una recensione pesante come quella su una sciocchezza elegante come THE COURT OF KELLYON CASTLE è stato assurdo.”

“Cosa?” disse Elfride, sgranando gli occhi. “Sono stata recensita sul PRESENT?”

“Oh sì; non l’ha visto? Beh, è stato quattro o cinque mesi fa!”

“No, non l’ho mai visto. Quanto mi dispiace! Che vergogna da parte dei miei editori! Mi avevano promesso di mandarmi ogni avviso che fosse apparso.”

“Ah, allora, temo quasi di averle dato informazioni sgradevoli, intenzionalmente trattenute per cortesia. Può starne certa, pensavano che non sarebbe venuto fuori nulla di buono dal mandarglielo, e così non volevano ferirla inutilmente.”

“Oh no; sono davvero contenta che lei me l’abbia detto, Lord Luxellian. È una gentilezza del tutto sbagliata da parte loro. La recensione è così contraria a me?” chiese tremante.

“No, no; non esattamente — anche se dimentico quasi il suo tenore esatto ora. Era semplicemente — semplicemente tagliente, sa — ingenerosa, potrei dire. Ma davvero la mia memoria non mi permette di parlare con decisione.”

“Andremo alla redazione del PRESENT e ne prenderemo una immediatamente; non è vero, papà?”

“Se sei così ansiosa, cara, lo faremo, o manderemo. Ma domani andrà bene.”

“E mi faccia un piacere in una piccola faccenda ora, Elfride”, disse Lord Luxellian calorosamente, guardando come se si pentisse di aver portato notizie che l’avevano turbata. “In realtà sono stato mandato qui come messaggero speciale dalle mie piccole Polly e Katie per chiederle di venire nella nostra carrozza con loro per un breve periodo. Sto giusto per attraversare fino a Piccadilly, e mia moglie è rimasta sola con loro. Temo che siano bambine piuttosto viziate; ma ho promesso a metà che lei sarebbe venuta.”

I gradini furono abbassati ed Elfride fu trasferita — con immensa gioia delle bambine e con il lieve interesse dei perdigiorno dalla pelle rossa e il collo lungo, che esaminavano cursoriamente l’operazione con i bastoni da passeggio alle labbra, ridendo occasionalmente dal profondo della gola e con gli occhi, senza che le loro bocche fossero affatto coinvolte nell’operazione. Lord Luxellian disse poi al cocchiere di proseguire, si tolse il cappello, sorrise con un sorriso che mancò il bersaglio e si posò su un perfetto sconosciuto, che si inchinò sbalordito. Lord Luxellian guardò a lungo Elfride.

Lo sguardo fu virile, aperto e genuino di ammirazione; un tributo momentaneo di un tipo che qualsiasi onesto inglese avrebbe potuto pagare alla bellezza senza vergognarsi del sentimento, o permettere che sconfinasse minimamente nei suoi obblighi emotivi di marito e capo famiglia. Poi Lord Luxellian si voltò e camminò meditabondo verso l’estremità superiore della passeggiata.

Il signor Swancourt era sceso nello stesso momento di Elfride, attraversando verso il Row per alcuni minuti per parlare a un amico che aveva riconosciuto lì; e sua moglie rimase così sola inquilina della carrozza.

Ora, mentre questo piccolo atto era in corso di esecuzione, stava tra gli spettatori che passeggiavano un uomo di descrizione alquanto diversa dal resto. Dietro la folla generale, nel retro delle sedie, e appoggiato al tronco di un albero, guardava Elfride con interesse calmo e critico.

Tre punti su questa persona discreta mostravano prontamente all’occhio allenato che non era un uomo del Row pur sang. Primo, una ruga o due irrefrenabili nel girovita della sua giacca — che denotava che non aveva maledetto abbastanza il suo sarto da spingere quel commerciante fino all’ortodossa alta pressione dell’artigianato astuto. Secondo, una leggera trasandatezza dell’ombrello, causata dall’abitudine del suo proprietario di appoggiarsi pesantemente su di esso, e usarlo come un vero bastone da passeggio, invece di lasciare che la sua punta toccasse il suolo nel più civettuolo dei baci, come è il modo corretto di fare nel Row. Terzo, e motivo principale, che per quanto ci si provi, si potrebbe difficilmente fare a meno di supporre, guardando il suo volto, che i propri occhi non fossero lontani da una mente ben rifinita, invece della pelle ben rifinita et praeterea nihil, che è di diritto il Marchio del Row.

La probabilità è che, se la signora Swancourt non fosse stata lasciata sola nella sua carrozza sotto l’albero, quest’uomo sarebbe rimasto nella sua inosservata solitudine. Ma vedendola così, fece il giro verso la parte anteriore, si chinò sotto l’inferriata e si fermò accanto alla portiera della carrozza.

La signora Swancourt lo guardò con riflessione per un quarto di minuto, poi tese la mano ridendo:

“Perché, Henry Knight — naturalmente è lui! Il mio — secondo — terzo — quarto cugino — cosa devo dire? Ad ogni modo, il mio parente.”

“Sì, uno di un resto non ancora tagliato via. Nemmeno io ero sicuro di lei, da dove ero in piedi.”

“Non la vedo da quando è andato per la prima volta a Oxford; consideri il numero di anni! Sa, immagino, del mio matrimonio?”

E nacque un dialogo riguardante questioni familiari di nascita, morte e matrimonio, che non è necessario dettagliare. Knight chiese poi:

«La giovane signora che è passata nell'altra carrozza è, dunque, la sua figliastra?»

«Sì, Elfride. Deve conoscerla.»

«E chi era la signora nella carrozza in cui è salita Elfride; quella che aveva un aspetto indefinito e acquoso, come se fosse solo il riflesso di sé stessa in una pozza?»

«Lady Luxellian; molto debole, dice Elfride. Mio marito è un lontano parente dei loro; ma non c'è molta intimità a causa di... Tuttavia, Henry, verrà a trovarci, naturalmente. 24 Chevron Square. Venga questa settimana. Resteremo in città solo ancora per una settimana o due.»

«Vediamo. Devo correre a Oxford domani, dove sarò per diversi giorni; quindi temo di dover rinunciare al piacere di vederla a Londra quest'anno.»

«Allora venga a Endelstow; perché non tornare con noi?»

«Temo che se dovessi venire prima di agosto dovrei ripartire nel giro di un giorno o due. Sarei lieto di essere con voi all'inizio di quel mese; e potrei restare per un bel po'. Ho pensato di andare verso ovest per tutta l'estate.»

«Benissimo. Ora ricordi che è un patto. E non vuole aspettare adesso per vedere il signor Swancourt? Non sarà via per più di dieci minuti.»

«No; la prego di scusarmi; devo tornare ai miei uffici questa sera prima di andare a casa; anzi, dovrei già essere lì — ho una tale fretta di cose a cui badare proprio in questo momento. Glielo spiegherà lei, per favore. Addio.»

«E ci faccia sapere il giorno del suo arrivo appena può.»

«Lo farò.»

Capitolo XV

«Una voce errante.»

Sebbene i dolori schietti e intelligibili non vengano scacciati magicamente dal semplice fatto di essere confidati a dei meri conoscenti, il processo è un palliativo per certi malumori. Tra questi, il cruccio perplesso è uno — una specie di disturbo che, come un torrente, diventa più basso con la semplice operazione di allargarlo in qualche direzione.

La sera del giorno successivo a quello dell'incontro nel parco, Elfride e la signora Swancourt erano impegnate in una conversazione nel camerino di quest'ultima. Un tale trattamento per un caso del genere era in corso di adozione in quel momento.

Elfride aveva appena ricevuto una lettera affettuosa da Stephen Smith da Bombay, che le era stata inoltrata da Endelstow. Ma poiché non è questo il caso di cui si parla, non vale la pena sbirciare oltre nei contenuti della lettera se non per scoprire che, con avventata seppur perdonabile fiducia nei tempi futuri, si rivolgeva a lei di ottimo umore come alla sua cara futura moglie. Probabilmente non si può citare un test più breve e sicuro, basato sull'esperienza, del temperamento di un uomo — ottimista o cauto — di questo: ha anticipato o anticipa la parola moglie scrivendo a una fidanzata che ama onestamente?

Aveva portato questa epistola nella sua stanza, ne aveva letto una parte, poi aveva RISPARMIATO il resto per il giorno dopo, non volendo essere così stravagante da consumare tutto il piacere in una volta sola. Tuttavia, non aveva potuto resistere al desiderio di godersene ancora un po', così la lettera era uscita di nuovo, e a dispetto dei dubbi sulla prodigalità, fu divorata interamente. La lettera fu infine riletta e riposta in tasca.

Cos'era questo? Anche un giornale per Elfride, che aveva trascurato nella fretta di aprire la lettera. Era il vecchio numero del PRESENT, contenente l'articolo sul suo libro, inoltrato come era stato richiesto.

Elfride l'aveva letto in fretta, si era rimpicciolita sensibilmente, e poi era andata con il giornale in mano nel camerino della signora Swancourt, per alleviare o almeno modificare il suo cruccio grazie a una valutazione discriminante della matrigna.

Ora guardava sconsolata fuori dalla finestra.

«Non importa, figlia mia,» disse la signora Swancourt dopo un'attenta lettura dell'argomento indicato. «Non vedo che la recensione sia così terribile, dopo tutto. Inoltre, ormai tutti se ne sono dimenticati. Sono certa che l'apertura sia abbastanza buona per qualsiasi libro mai scritto. Ascolta soltanto — suona meglio letta ad alta voce che quando ci si scervella sopra in silenzio: 'LA CORTE DI KELLYON CASTLE. UN ROMANZO DEL MEDIOEVO. DI ERNEST FIELD. Nella convinzione che stessimo per un po' sfuggendo alla monotona ripetizione di dettagli stancanti nel panorama sociale moderno, ad analisi di personaggi poco interessanti, o ai non naturali svolgimenti di una trama sensazionalistica, abbiamo preso questo volume tra le mani con un sentimento di piacere. Eravamo disposti a ingannare noi stessi con la fantasia che qualche nuovo cambiamento potesse essere suonato su mastii, armature a maglia e a piastre, guance profondamente sfregiate, tenere fanciulle travestite da paggi, che non avevamo già ascoltato molto tempo fa.' Ora, quello è un ottimo inizio, a mio parere, e uno di cui essere orgogliosi di aver tirato fuori da un uomo che non ti ha mai vista.»

«Ah, sì,» mormorò Elfride tristemente. «Ma, poi, guarda più avanti!»

«Beh, la parte successiva è piuttosto scortese, devo ammetterlo,» disse la signora Swancourt, e continuò a leggere. «'Invece di questo ci siamo ritrovati tra le mani una qualche giovane signora, appena arrivata all'età della discrezione, a giudicare dal folle espediente che si è pensato valesse la pena adottare sul frontespizio, con l'idea di camuffare il proprio sesso.'»

«Non sono 'folle'!» disse Elfride indignata. «Avrebbe potuto chiamarmi in qualsiasi modo, ma non così.»

«Non lo sei, davvero. Bene: — 'Tra le mani di una giovane signora... i cui capitoli sono semplicemente dedicati a tornei impossibili, torri e fughe, che si leggono come copie piatte di scene simili nei racconti del signor G. P. R. James, e alle porzioni più irreali di IVANHOE. L'esca è così palesemente artificiale che il più credulone dei gonzi si volta dall'altra parte.' Ora, cara mia, non vedo molto di cui lamentarsi in questo. Dimostra che sei stata abbastanza brava da fargli pensare a Sir Walter Scott, il che è un bel traguardo.»

«Oh sì; sebbene io non possa romanzare in prima persona, sono in grado di ricordargli chi può!» Elfride intendeva scagliare queste parole sarcasticamente contro il suo nemico invisibile, ma siccome non aveva più potere satirico di un colombo selvatico, caddero semplicemente in un grazioso mormorio da labbra atteggiate a un broncio.

«Certamente: e questo è qualcosa. Il tuo libro è abbastanza buono da essere cattivo in un modo letterario ordinario, e non si trova in una posizione malinconica del tutto peggiore dell'essere attaccabile. — 'Che l'interesse per un romanzo storico possa oggigiorno avere qualche possibilità di essere sostenuto, è indispensabile che il lettore si trovi sotto la guida di una qualche specie quasi estinta di leggendario, che, oltre a un impulso verso la ricerca antiquaria e una fede non indebolita nell'aureola medievale, possieda una facoltà inventiva in cui la delicatezza del sentimento è di gran lunga superata da una potenza nel saldare a incidenti avvincenti una vivace varietà delle passioni umane elementari.' Beh, quell'effusione prolissa non si riferisce affatto a te, Elfride, è solo qualcosa messo lì per riempire. Vediamo, quando arriva di nuovo a te;... non fino alla fine, in realtà. Ecco qui che sei finalmente finita:

«'Ma per tornare alla piccola opera che abbiamo usato come testo di questo articolo. Siamo ben lungi dal disprezzare del tutto i poteri dell'autrice. Possiede una certa versatilità che le permette di usare con effetto uno stile di narrazione peculiare a sé stessa, che può essere chiamato un mormorio di delicate inezie emotive, il dono particolare di coloro per cui le simpatie sociali di un tempo pacifico sono come il pane quotidiano. Quindi, dove questioni di esperienza domestica, e i tocchi naturali che rendono le persone reali, possono essere introdotti senza anacronismi troppo eclatanti, è occasionalmente felice; e nel complesso ci sentiamo giustificati nel dire che il libro merita di essere esaminato per il bene di quelle porzioni che non hanno assolutamente nulla a che fare con la storia.'

«Beh, suppongo che sia intesa come satira; ma non pensarci più ora, cara mia. Sono le sette.» E la signora Swancourt suonò per la sua cameriera.

L'attacco è più piccante della concordia. La lettera di Stephen non riguardava altro che l'unità con lei: la recensione era l'esatto opposto. E uno sconosciuto senza nome né forma, età né aspetto, ma una voce possente, è naturalmente una novità piuttosto interessante per una signora che decide di interpellare. Quando Elfride si addormentò quella notte, amava l'autore della lettera, ma pensava all'autore di quell'articolo.

Capitolo XVI

«Allora la fantasia modella — come la fantasia può.»

Un giorno, circa tre settimane dopo, il trio Swancourt era seduto tranquillamente nel salotto di The Crags, la casa della signora Swancourt a Endelstow, a chiacchierare e a dare un'occhiata riposante al mese o due precedenti trascorsi in città — una fatica tangibile anche per persone le cui conoscenze lì potevano essere contate sulle dita.

Una semplice stagione a Londra con la sua esperta matrigna aveva così progredito le percezioni di Elfride che il suo corteggiamento da parte di Stephen sembrava emotivamente scarno, e di essere scivolato indietro di diversi anni in un passato infantile. Nel considerare le nostre esperienze mentali, come nell'osservazione visiva, il nostro stesso progresso suona come un restringimento di ciò da cui progrediamo.

Era seduta su una sedia bassa, a guardare il suo romanzo con malinconico interesse per la prima volta da quando era venuta a conoscenza delle osservazioni del PRESENT a riguardo.

«Ancora a pensare a quel recensore, Elfie?»

«Non a lui personalmente; ma sto pensando alla sua opinione. Davvero, guardando nel volume dopo che è passato tutto questo tempo, sembra aver valutato una parte di esso abbastanza equamente.»

«No, no; non mostrerei bandiera bianca adesso! Immagina che tra tutte le persone del mondo l'autrice stessa passi al nemico. Come combatteranno gli uomini di Monmouth quando Monmouth scappa?»

«Non lo faccio. Ma penso che abbia ragione in alcuni dei suoi argomenti, sebbene torto in altri. E poiché ha qualche diritto al mio rispetto, mi rammarico ancora di più che debba pensare così erroneamente ai miei motivi in uno o due casi. È più fastidioso essere fraintesi che travisati; e lui mi fraintende. Non posso stare tranquilla finché una persona va a riposare notte dopo notte attribuendomi intenzioni che non ho mai avuto.»

«Lui non sa il tuo nome, o nulla di te. E senza dubbio ha dimenticato che esiste un libro del genere ormai.»

«Io stessa vorrei certamente che fosse corretto su una o due questioni,» disse il vicario, che finora era rimasto in silenzio. «Vedi, i critici continuano a scrivere, e non vengono mai corretti o contraddetti, e quindi non migliorano mai.»

«Papà,» disse Elfride illuminandosi, «scrivigli!»

«Tanto varrebbe scrivergli quanto guardarlo, per quanto mi riguarda,» disse il signor Swancourt.

«Fallo! E dì, la giovane persona che ha scritto il libro non ha adottato uno pseudonimo maschile per vanità o presunzione, ma perché temeva che si sarebbe pensato fosse presuntuoso pubblicare il suo nome, e che non intendeva la storia per persone come lui, ma come un dolcificante della storia per i giovani, che potrebbero così acquisire un gusto per ciò che accadeva nel loro paese centinaia di anni fa, ed essere tentati di scavare più a fondo nell'argomento. Oh, c'è così tanto da spiegare; vorrei poter scrivere io stessa!»

«Ora, Elfie, ti dirò cosa faremo,» rispose il signor Swancourt, stuzzicato da una sorta di umorismo bucolico all'idea di criticare il critico. «Tu scriverai un resoconto chiaro di dove ha torto, e io lo copierò e lo invierò come mio.»

«Sì, ora, subito!» disse Elfride, balzando in piedi. «Quando lo invierai, papà?»

«Oh, tra un giorno o due, suppongo,» tornò a dire. Poi il vicario fece una pausa e sbadigliò leggermente, e nel modo delle persone anziane iniziò a raffreddarsi dal suo ardore per l'impresa ora che si arrivava al punto. «Ma, davvero, non ne vale quasi la pena,» disse.

«Oh papà!» disse Elfride, con molta delusione. «Hai detto che lo avresti fatto, e ora non lo farai. Non è giusto!»

«Ma come possiamo inviarlo se non sappiamo a chi inviarlo?»

«Se vuoi davvero inviare una cosa del genere si può fare facilmente,» disse la signora Swancourt, venendo in soccorso della figliastra. «Una busta indirizzata, 'Al Critico de LA CORTE DI KELLYON CASTLE, presso l'Editore del PRESENT,' lo troverebbe.»

«Sì, suppongo di sì.»

«Perché non scrivere la tua risposta tu stessa, Elfride?» chiese la signora Swancourt.

«Potrei,» disse lei esitante; «e inviarla anonimamente: sarebbe trattarlo come lui ha trattato me.»

«Inutile del tutto!»

«Ma non mi piace fargli sapere il mio nome esatto. E se mettessi solo le mie iniziali? Meno si è conosciuti, più si è stimati.»

«Sì; potresti farlo.»

Elfride si mise al lavoro lì per lì. Il suo unico desiderio dell'ultima quindicina sembrava probabile che si realizzasse. Come accade con le menti sensibili e appartate, un continuo indugiare sull'argomento aveva ingigantito a proporzioni colossali lo spazio che presumeva di occupare o di aver occupato nella mente dell'occulto critico. A mezzogiorno e di notte si era tormentata con tentativi di percepire più distintamente la sua concezione di lei come donna al di fuori dell'autrice: se davvero la disprezzasse; se pensasse più o meno di lei rispetto alle giovani donne comuni che non si avventurano mai nel fuoco della critica. Ora avrebbe avuto la soddisfazione di sentire che almeno lui conosceva il suo vero intento nell'incrociare il suo cammino, e nell'infastidirlo così con la sua performance, e forse imparare a disprezzarla un po' meno.

Quattro giorni dopo, una busta, diretta alla signorina Swancourt con una calligrafia sconosciuta, fece la sua comparsa dalla sacca della posta.

«Oh,» disse Elfride, con il cuore che le sprofondava dentro. «Può essere da quell'uomo — una ramanzina per impertinenza? E addirittura una per la signora Swancourt con la stessa calligrafia!» Temeva di aprire la sua. «Eppure come può conoscere il mio nome? No; è qualcun altro.»

«Sciocchezze!» disse suo padre severamente. «Hai inviato le tue iniziali, e l'Annuario era disponibile. Anche se non si sarebbe preso il disturbo di guardare lì se non fosse stato profondamente feroce con te. Pensavo avessi scritto con un po' più di asprezza di quanto una semplice discussione letteraria richiedesse.» Questa clausola tempestiva fu introdotta per salvare il carattere del giudizio del vicario sotto qualsiasi esito degli affari.

«Bene, ci vado,» disse Elfride, strappando disperatamente il sigillo.

«Certo, naturalmente,» esclamò la signora Swancourt; e alzando lo sguardo dalla sua stessa lettera. «Christopher, mi ero completamente dimenticata di dirti, quando ho menzionato di aver visto il mio lontano parente, Harry Knight, che l'ho invitato qui per tutto il tempo che può concedersi. E ora dice che può venire in qualsiasi giorno di agosto.»

«Scrivi, e dì il primo del mese,» rispose l'indiscriminato vicario.

Continuò a leggere, «Santo cielo — e non è tutto. È effettivamente il recensore del libro di Elfride. Che assurdo, davvero! Non avevo idea che recensisse romanzi o che avesse qualcosa a che fare col PRESENT. È un avvocato — e pensavo scrivesse solo sulle riviste trimestrali. Perché, Elfride, hai provocato un bizzarro groviglio! Cosa ti dice?»

Elfride aveva posato la sua lettera con un rossore insoddisfatto sul viso. «Non lo so. L'idea che conosca il mio nome e tutto su di me!... Perché, non dice nulla di particolare, solo questo —

«'MIA CARA SIGNORA, — Sebbene mi dispiaccia che le mie osservazioni le siano sembrate dure, è un piacere scoprire che siano state il mezzo per far scaturire una risposta così ingegnosamente argomentata. Purtroppo, è passato così tanto tempo da quando ho scritto la mia recensione, che la memoria non mi serve abbastanza per dire una sola parola in mia difesa, anche supponendo che ne rimanga una da dire, il che è dubbio. Troverà da una lettera che ho scritto alla signora Swancourt, che non siamo estranei l'uno all'altra come abbiamo immaginato. Possibilmente, potrò avere il piacere di vederla presto, quando ogni argomento che sceglierà di avanzare riceverà tutta l'attenzione che merita.'

«Questo è un vago sarcasmo — lo so.»

«Oh no, Elfride.»

«E poi, le sue osservazioni non sembravano dure — intendo che non l'ho detto.»

«Pensa che tu sia in un temperamento spaventoso,» disse il signor Swancourt, ridacchiando sottovoce.

«E verrà a trovarmi, e troverà l'autrice spregevole nel parlare quanto è stata impertinente nei modi. Vorrei davvero non avergli mai scritto una parola!»

«Non importa,» disse la signora Swancourt, ridendo anch'ella a scatti bassi e silenziosi; «renderà l'incontro una faccenda così comica, e offrirà una splendida recita per tuo padre e me stessa. L'idea che siamo andati a sbattere contro Harry Knight per tutto il tempo! Non riesco a superarlo.»

Il vicario si era immediatamente ricordato che il nome era quello del precettore e amico di Stephen Smith; ma avendo cessato di interessarsi alla questione non fece alcun commento in tal senso, astenendosi coerentemente dall'alludere a qualsiasi cosa potesse ripristinare il ricordo del (per lui) spiacevole errore riguardante la stirpe e la posizione del povero Stephen. Elfride aveva naturalmente percepito la stessa cosa, il che aggiunse alla complicazione della relazione una maglia di cui la matrigna non sapeva nulla.

L'identificazione non aumentò affatto le attrattive di Knight, sebbene un anno fa avrebbe solo voluto vederlo per l'interesse che possedeva come amico di Stephen. Fortunatamente per l'avvento di Knight, tale ragione di benvenuto aveva iniziato a essere imbarazzante per lei solo in un momento in cui l'interesse che aveva acquisito per conto proprio non lo rendeva più necessario.

Queste coincidenze, in comune con tutte quelle relative a lui, tendevano a mantenere la mente di Elfride tesa riguardo a Knight. Come era sua abitudine quando si trovava tra le corna di un dilemma, se ne andava da sola tra i cespugli di alloro, e lì, stando ferma e dividendo una foglia senza rimuoverla dal suo gambo, richiamava i ricordi delle frequenti parole di Stephen in lode del suo amico, e desiderava aver ascoltato più attentamente. Poi, continuando a tirare la foglia, arrossiva per qualche mortificazione immaginaria che le sarebbe derivata dalle sue parole quando si fossero incontrati, a causa della sua invadenza, come ora la considerava, nello scrivergli.

Il passo successivo delle sue meditazioni fu l'oggetto di quale potesse essere l'aspetto fisico di quest'uomo — era alto o basso, bruno o biondo, gaio o cupo? Avrebbe chiesto alla signora Swancourt se non fosse stato per il rischio che avrebbe potuto correre di vedersi restituire qualche commento stuzzicante. Alla fine Elfride diceva: «Oh, che piaga è quel recensore per me!» e volgeva il viso verso dove immaginava si trovasse l'India, e mormorava a sé stessa: «Ah, mio piccolo marito, cosa stai facendo ora? Vediamo, dove sei — sud, est, dove? Dietro quella collina, tanto lontano dietro!»

Capitolo XVII

«Il suo benvenuto, pronunciato in frasi esitanti.»

«C'è Henry Knight, lo dichiaro!» disse la signora Swancourt un giorno.

Stavano guardando dall'angolo sporgente di un recinto selvaggio non lontano da The Crags, che sovrastava quasi la valle già descritta come conducente dal mare e dal piccolo porto di Castle Boterel. La scarpata pietrosa su cui si trovavano aveva il contorno del volto di un uomo, ed era coperta di ginestre come di una barba. Le persone nel campo sopra erano preservate da una caduta accidentale giù per queste prominenze e conche da una siepe proprio sulla cresta, che stava facendo quel gentile servizio per Elfride e sua madre ora.

Arrampicandosi più in alto nella siepe e allungando il collo oltre le ginestre, Elfride scorse l'individuo indicato. Camminava tranquillamente lungo il piccolo sentiero verde in fondo, accanto al ruscello, una borsa a tracolla sul fianco sinistro, un robusto bastone da passeggio in mano e un cappello da sole di tela marrone in testa. La borsa era logora e vecchia, e la superficie lucida esterna della pelle era incrinata e si stava spellando.

Knight, essendo arrivato oltre le colline a Castle Boterel sopra un autobus sgangherato, preferì percorrere a piedi le restanti due miglia su per la valle, lasciando che il suo bagaglio venisse portato avanti.

Dietro di lui vagava, alla rinfusa, un ragazzo a cui Knight aveva brevemente chiesto la strada per Endelstow; e per quella legge naturale della fisica che causa i corpi minori a gravitare verso quelli maggiori, questo ragazzo era rimasto vicino a Knight, e trotterellava come un cagnolino vicino ai suoi talloni, fischiettando mentre andava, con gli occhi fissi sugli stivali di Knight mentre salivano e scendevano.

Quando ebbero raggiunto un punto precisamente opposto a quello in cui la signora e la signorina Swancourt stavano in agguato, Knight si fermò e si voltò.

«Ascolta, ragazzo mio», disse.

Il ragazzo socchiuse le labbra, sgranò gli occhi e non rispose nulla.

«Ecco sei pence per te, a condizione che tu non mi venga più a meno di venti iarde dai talloni, per tutto il resto della valle.»

Il ragazzo, che a quanto pareva non si era nemmeno accorto di aver fissato i talloni di Knight, prese i sei pence meccanicamente, e Knight proseguì di nuovo, immerso nella meditazione.

«Una bella voce», pensò Elfride; «ma che temperamento singolare!»

«Ora dobbiamo rientrare prima che lui risalga il pendio», disse la signora Swancourt a bassa voce. E attraversarono il prato con una scorciatoia passando da un varco, entrando nel giardino da una porta laterale, e di lì verso la casa.

Il signor Swancourt era andato al villaggio con il curato, ed Elfride si sentiva troppo nervosa per attendere l’arrivo del visitatore in salotto con la signora Swancourt. Così, quando la donna più anziana entrò, Elfride finse di notare una nuova varietà di geranio cremisi e indugiò tra le aiuole.

Non ne ricavò nulla, dopotutto, pensò; e pochi minuti dopo entrò coraggiosamente in casa dalla porta a vetri laterale. Percorse il corridoio ed entrò in salotto. Non c’era nessuno.

Una finestra all’angolo della stanza dava direttamente su un conservatorio ottagonale che racchiudeva l’angolo dell’edificio. Dal conservatorio provenivano voci in conversazione: quella della signora Swancourt e quella dello straniero.

Si aspettava che lui parlasse in modo brillante. Con sua sorpresa, stava facendo domande come un principiante, su argomenti legati ai fiori e agli arbusti che lei conosceva da anni. Quando, dopo qualche minuto, parlò più a lungo, le parve che ci fosse una dura e quadrata risolutezza nella forma delle sue frasi, come se, a differenza delle sue e di quelle di Stephen, non fossero costruite lì per lì, ma estratte da una vasta riserva già pronte. Si stavano ora avvicinando alla finestra per rientrare.

«Quella è una varietà color carne», disse la signora Swancourt. «Ma gli oleandri, sebbene siano arbusti così voluminosi, sono talmente facili da ferire che non si possono potare: giganti con la sensibilità delle signorine. Oh, ecco Elfride!»

Elfride apparve colpevole e abbattuta quanto Lady Teazle al momento della caduta del paravento. La signora Swancourt lo presentò in modo semicomico, e Knight nel giro di un minuto o due si posizionò accanto alla giovane.

Una complessità di istinti frenò i convenzionali sorrisi di compiacenza e ospitalità di Elfride; e, per renderla ancora meno a suo agio, la signora Swancourt li lasciò subito dopo da soli per cercare il marito. Il signor Knight, tuttavia, non sembrò affatto turbato dai propri sentimenti, e disse con leggera disinvoltura:

«Dunque, signorina Swancourt, finalmente ci incontriamo. Mi siete sfuggita per pochi minuti soltanto, quando eravamo a Londra.»

«Sì. Ho saputo che avevate visto la signora Swancourt.»

«E ora recensore e recensita sono faccia a faccia», aggiunse con noncuranza.

«Sì: anche se il fatto che siate un parente della signora Swancourt smussa gli angoli. È strano che facciate parte della sua famiglia, dopotutto.» Elfride iniziò a riprendersi e a guardare Knight in volto. «Ero semplicemente ansiosa di farvi conoscere il mio VERO intento nello scrivere il libro: estremamente ansiosa.»

«Posso ben capire il desiderio; e mi ha gratificato che le mie osservazioni siano andate a segno. Accade assai raramente, temo.»

Elfride si ritrasse. Eccolo lì, fermo sulle sue posizioni, come se l’amicizia e la cortesia non richiedessero affatto un’immediata rinuncia ad esse.

«Mi avete resa assai inquieta e addolorata scrivendo simili cose!» mormorò, abbandonando improvvisamente la mera civetteria di un’elegante presentazione iniziale, e parlando con un po’ del risentimento di una bambina verso un severo maestro di scuola.

«Quello è piuttosto lo scopo di un critico onesto in un caso simile. Non causare un dolore inutile, ma: “Per farvi dolere in modo appropriato, affinché non riceviate alcun danno da noi”, come scrisse una volta una penna potente ai Gentili. Avete intenzione di scrivere un altro romanzo?»

«Scriverne un altro?» disse lei. «Affinché qualcuno possa vergare una condanna e “inchiodarla con le Scritture” di nuovo, come fate voi ora, signor Knight?»

«Potreste fare meglio la prossima volta», disse placidamente: «Credo che lo farete. Ma vi consiglierei di limitarvi alle scene domestiche.»

«Grazie. Ma mai più!»

«Beh, potreste avere ragione. Che una giovane donna si dedichi alla scrittura non è affatto la cosa migliore da sentire sul suo conto.»

«Qual è la migliore?»

«Preferisco non dirlo.»

«Lo sapete? Allora, ditemelo, vi prego.»

«Beh» — (Knight stava evidentemente cambiando il senso delle sue parole) — «suppongo sia sentire che si è sposata.»

Elfride esitò. «E quando è stata sposata, allora?» disse infine, in parte per sottrarre la propria persona alla discussione.

«Allora, non sentire più parlare di lei. È come disse Smeaton del suo faro: la sua lode più autentica, una volta svanita la novità dell’inaugurazione, è che non accada nulla che mantenga viva la chiacchiera su di lei.»

«Sì, capisco», disse Elfride dolcemente e pensierosa. «Ma naturalmente è ben diverso per gli uomini. Perché non scrivete romanzi, signor Knight?»

«Perché non saprei scriverne uno che interessi qualcuno.»

«Perché?»

«Per svariate ragioni. Richiede un giudizioso omettere i propri pensieri reali per rendere popolare un romanzo, tanto per cominciare.»

«È davvero necessario? Beh, sono certa che potreste imparare a farlo con la pratica», disse Elfride con un’aria ex cathedra, come si addice a una persona che parla per esperienza nell’arte. «Vi fareste certamente un gran nome», continuò.

«Così tante persone si fanno un nome oggigiorno, che è più distinto rimanere nell’oscurità.»

«Ditemi seriamente — al di là del soggetto — perché non scrivete un volume invece di articoli sparsi?» insistette lei.

«Dato che vi compiace farmi parlare di me stesso, ve lo dirò seriamente», disse Knight, non meno divertito da questo catechismo della sua giovane amica di quanto fosse interessato al suo aspetto. «Come ho lasciato intendere, non ne ho il desiderio. E se anche lo avessi, ora non saprei concentrarmi a sufficienza. Abbiamo tutti solo il nostro vasetto di energia, che ci viene dato per farne il miglior uso possibile. E dove quell’energia è stata dispersa settimana dopo settimana, trimestre dopo trimestre, come la mia negli ultimi nove o dieci anni, non ce n’è abbastanza accumulata dietro il mulino in un dato momento per fornire la forza che un libro completo su qualsiasi argomento richiede. Poi ci sono la fiducia in se stessi e la capacità di attendere. Quando i risultati rapidi diventano un’abitudine, sono fatali per una viva fede nel futuro.»

«Sì, comprendo; e così scegliete di scrivere in frammenti?»

«No, non scelgo di farlo nel senso che intendete voi; scegliendo tra un mondo intero di professioni, tutte possibili. È stato per il vincolo del caso, semplicemente. Non che io mi opponga al caso.»

«Perché non vi opponete — intendo, perché vi sentite così tranquillo riguardo alle cose?» Elfride aveva quasi timore a interrogarlo così, ma l’intensa curiosità di vedere com’era fatto dentro il letterato signor Knight la spingeva ad andare avanti.

Knight certamente non si curava di essere franco con lei. Esempi di questo tratto in uomini che non sono privi di sentimento, ma sono reticenti per abitudine, possono essere ricordati da tutti noi. Quando trovano un ascoltatore che non può in alcun modo servirsi di loro, rivaleggiare con loro o condannarli, uomini di mondo riservati e persino sospettosi diventano franchi, godendo profondamente del lato interiore della loro franchezza.

«Perché non mi oppongo al vincolo accidentale», rispose, «è perché, nel fare i primi passi, una limitazione casuale della direzione è spesso migliore di una libertà assoluta.»

«Capisco — cioè, dovrei capire, se comprendessi appieno cosa significhino tutte queste generalità.»

«Ebbene, questo: che un fondamento arbitrario per il proprio lavoro, che nessuna lunghezza di pensiero può alterare, lascia l’attenzione libera di fissarsi sul lavoro stesso, e di trarne il meglio.»

«Compressione laterale che forza l’altitudine, come si direbbe in quel gergo», disse lei con malizia. «E suppongo che dove non esiste alcun limite, come nel caso di un uomo ricco con gusti ampi che vuole fare qualcosa, sia meglio scegliere un limite caparbiamente che non averne affatto.»

«Sì», disse meditabondo. «Posso spingermi fin lì.»

«Beh», riprese Elfride, «penso sia meglio per la natura di un uomo se non fa nulla in particolare.»

«Ci sono casi in cui si è obbligati.»

«Sì, sì; parlavo di quando non si è obbligati per nessun altro motivo che non sia il piacere della prospettiva della fama. Ho pensato molte volte ultimamente che una felicità sottile e diffusa, che inizia ora e che si intreccia con i giorni della propria vita, sia preferibile a un mucchio anticipato lontano nel futuro, e nulla ora.»

«Ma questa è esattamente la cosa che ho detto poco fa come principio di tutti gli operosi effimeri come me.»

«Oh, mi dispiace di avervi fatto il verso», disse lei con una certa confusione. «Sì, naturalmente. È quello che intendevate riguardo al non cercare di essere famosi.» E aggiunse, con la rapidità di convinzione caratteristica del suo spirito: «C’è molta meschinità nel cercare di essere grandi. Un uomo deve pensare molto a se stesso, ed essere abbastanza presuntuoso da credere in se stesso, prima di provarci anche solo.»

«Ma è ben presto per dire che c’è del male nel fatto che un uomo pensi molto a se stesso, quando è dimostrato che ha pensato in modo errato, e anche troppo presto a volte. Inoltre, non dovremmo concludere che un uomo che lotta strenuamente per il successo lo faccia con un forte senso dei propri meriti. Potrebbe vedere quanto poco il successo abbia a che fare con il merito, e il suo motivo potrebbe essere proprio la sua umiltà.»

Questo modo di trattarla provocò Elfride. Non appena era d’accordo con lui, lui smetteva di sembrar volerlo essere, e prendeva l’altra parte. «Ah», pensò tra sé, «non avrò nulla a che fare con un uomo di questo tipo, anche se è nostro ospite.»

«Credo troverete», riprese Knight, proseguendo la conversazione più per concludere i propri pensieri sull’argomento che per catturare la sua attenzione, «che nella vita reale sia semplicemente una questione di istinto per gli uomini — questo cercare di andare avanti. Si svegliano con la consapevolezza di aver iniziato, senza premeditazione, a provarci un po’, e dicono a se stessi: “Dato che ho provato così tanto, proverò un po’ di più”. Vanno avanti perché hanno iniziato.»

Elfride, a sua volta, non stava prestando particolare attenzione alle sue parole in quel momento. Aveva, inconsciamente, un modo di afferrare qualsiasi punto nelle osservazioni di un interlocutore che la interessasse, e di soffermarvisi, e di pensare ai propri pensieri a riguardo, totalmente ignara di tutto ciò che egli potesse dire in continuazione. In tali occasioni, scrutava candidamente la persona che stava parlando; e allora era il momento per un pittore. I suoi occhi sembravano guardarti, e oltrepassarti, come eri allora, nel tuo futuro; e oltre il tuo futuro nella tua eternità — non leggendola, ma fissandola in modo insolito e inconscio — con la mente ancora ferma al suo pensiero originale.

È così che lei stava guardando Knight.

Improvvisamente Elfride divenne consapevole di ciò che stava facendo, e fu dolorosamente confusa.

«Su cosa eri così intenta a fissarmi?» chiese lui.

«Per quanto ti stia pensando affatto, stavo pensando a quanto sei intelligente», disse lei, con una mancanza di premeditazione che era sorprendente nella sua onestà e semplicità.

Sentendosi inquieta ora che aveva parlato così involontariamente, si alzò e andò verso la finestra, avendo udito le voci di suo padre e della signora Swancourt che salivano sotto la terrazza. «Eccoli», disse, uscendo. Knight uscì sul prato dietro di lei. Lei si fermò sul bordo della terrazza, vicino alla balaustra di pietra, e guardò verso il sole, appeso sopra una radura che ora era bella come la valle di Tempe, lungo la quale stava camminando suo padre.

Knight non poté fare a meno di guardarla. Il sole era a dieci gradi dall’orizzonte, e la sua luce calda inondava il viso di lei e intensificava il roseo brillante delle sue guance fino a un rosso vermiglio, la loro moderata tonalità rosa era visibile solo nel suo tono naturale laddove la guancia si curvava nell’ombra. Le estremità dei suoi capelli pendenti si trascinavano dolcemente avanti e indietro sulle sue spalle, ogni volta che una brezza leggera li spingeva o li abbandonava. Le frange e i nastri del suo abito, mossi dalla stessa brezza, leccavano come lingue le parti intorno a loro, e svolazzando in avanti dalle pieghe in ombra, coglievano anch’essi la loro parte del vivido bagliore aranciato.

Il signor Swancourt gridò un benvenuto a Knight da una distanza di circa trenta iarde, e dopo poche parole preliminari proseguì in una conversazione di profonda serietà sul nobile e antico nome di famiglia di Knight, e sulle teorie riguardanti la stirpe e i matrimoni combinati ad esso collegati. Essendo nel frattempo arrivata la valigia di Knight, si ritirarono presto per prepararsi per la cena, che era stata posticipata di due ore rispetto all’orario abituale di quel pasto.

Un arrivo era un evento nella vita di Elfride, ora che erano di nuovo in campagna, e quello di Knight necessariamente uno che assorbiva tutta l’attenzione. E quella sera andò a letto per la prima volta senza pensare affatto a Stephen.

Capitolo XVIII

«Udì i suoi ansimi musicali.»

L’antica torre della chiesa di West Endelstow aveva raggiunto le ultime settimane della sua esistenza. Doveva essere sostituita da una nuova, su progetto del signor Hewby, l’architetto che aveva mandato giù Stephen. Assi e pali erano arrivati nel cimitero, barre di ferro erano state conficcate nella venerabile crepa che si estendeva lungo il muro del campanile fino alle fondamenta, le campane erano state rimosse, i gufi avevano abbandonato questa dimora dei loro antenati, e sei iconoclasti in fustagno bianco, per i quali un edificio crepato era una specie di Mumbo Jumbo, avevano preso alloggio nel villaggio in attesa di iniziare la rimozione effettiva delle pietre.

Questo accadeva il giorno dopo l’arrivo di Knight. Per godersi un’ultima volta il panorama verso il mare dalla sommità, il vicario, la signora Swancourt, Knight ed Elfride salirono tutti la torretta tortuosa — il signor Swancourt che avanzava con molti respiri rumorosi, sua moglie che lottava lungo il cammino in silenzio, ma soffrendo non meno. Avevano appena raggiunto la cima quando una grande nuvola livida, palpabilmente un serbatoio di pioggia, tuoni e fulmini, fu vista avanzare sopra le loro teste da nord.

I due anziani cauti suggerirono un ritorno immediato, e procedettero a metterlo in pratica per quanto li riguardava.

«Dio mio, vorrei non essere salita», esclamò la signora Swancourt.

«Saremo più lenti di voi due a scendere», disse il vicario sopra la spalla, «e quindi, non iniziate finché non saremo quasi in fondo, o ci travolgerete e ci romperemo il collo da qualche parte nell’oscurità della torretta.»

Di conseguenza Elfride e Knight attesero sulle coperture di piombo finché la scala non fosse stata libera. Knight non era in vena di parlare quella mattina. Elfride era piuttosto ostinata, a causa della sua disattenzione, che lei privatamente attribuiva al fatto che lui non la ritenesse degna di conversazione. Mentre Knight stava a guardare il levarsi della nuvola, lei si incamminò verso l’altro lato della torre, e lì si ricordò di una prodezza vertiginosa che aveva compiuto l’anno prima. Consisteva nel camminare lungo il parapetto della torre — che era del tutto privo di merli o pinnacoli, e presentava una superficie piana e liscia larga circa due piedi, che formava un sentiero su tutti e quattro i lati. Senza riflettere minimamente su ciò che stava facendo, ora salì sul parapetto nel vecchio modo e iniziò a camminare.

«Siamo giù, cugino Henry», gridò la signora Swancourt su per la torretta. «Seguiteci quando volete.»

Knight si voltò e vide Elfride iniziare la sua passeggiata elevata. Il suo volto si arrossò di un misto di preoccupazione e rabbia per la sua imprudenza.

«Certamente ti credevo dotata di più buonsenso», disse.

Lei arrossì un poco e proseguì.

«Signorina Swancourt, insisto affinché scendiate», esclamò.

«Lo farò tra un minuto. Sono abbastanza al sicuro. L’ho fatto spesso.»

In quel momento, a causa di una lieve perturbazione che le sue parole avevano causato in lei, il piede di Elfride si impigliò in un piccolo ciuffo d’erba che cresceva in una giuntura della muratura, e perse quasi l’equilibrio. Knight balzò in avanti con un volto inorridito. Per quella che sembrò la speciale intercessione di una Provvidenza benevola, lei barcollò verso il bordo interno del parapetto invece che verso quello esterno, e precipitò sul tetto di piombo due o tre piedi sotto il muro.

Knight la afferrò come in una morsa, e disse, ansimando: «Che io debba aver incontrato una donna abbastanza sciocca da fare una cosa del genere! Dio buono, dovresti vergognarti di te stessa!»

La vicinanza dell’Ombra della Morte l’aveva resa malata e pallida come un cadavere prima ancora che lui parlasse. Già ridotta a quello stato, le sue parole la sopraffecero completamente, e svenne mentre lui la reggeva.

Gli occhi di Elfride non rimasero chiusi per più di quaranta secondi. Li aprì e ricordò la posizione all’istante. Il volto di lui aveva mutato espressione, passando dalla rabbia severa alla pietà. Ma le sue osservazioni severe l’avevano piuttosto spaventata, e lei lottò per liberarsi.

«Se riesci a stare in piedi, naturalmente puoi farlo», disse lui, e allentò la presa. «Non so quasi se ridere di più della tua stravaganza o rimproverarti per la sua follia.»

Lei affondò immediatamente sulla copertura di piombo. Knight la sollevò di nuovo. «Sei ferita?» disse.

Lei mormorò un’espressione incoerente e cercò di sorridere; dicendo, con una volubile avversione del volto, «Sono solo spaventata. Mettimi giù, mettimi giù!»

«Ma non puoi camminare», disse Knight.

«Non lo sai; come puoi? Sono solo spaventata, ti dico», rispose lei con petulanza, e portò la mano alla fronte. Knight vide allora che sanguinava da un taglio profondo al polso, apparentemente dove era ricaduta su uno spigolo sporgente del piombo. Anche Elfride sembrò accorgersene e sentirlo proprio ora per la prima volta, e per un minuto perse quasi i sensi di nuovo. Knight le bendò rapidamente il posto con il suo fazzoletto e, per complicare le cose, il temporale che aveva osservato iniziò a versare alcune pesanti gocce di pioggia. Knight guardò in alto e vide il vicario camminare a grandi passi verso la casa, e la signora Swancourt che procedeva goffamente accanto a lui come un’anatra messa alle strette.

«Dato che sei così debole, sarà molto meglio che ti porti giù», disse Knight; «o almeno al riparo dalla pioggia.» Ma la sua obiezione a essere sollevata rese impossibile per lui sorreggerla per più di cinque passi.

«Questa è follia, grande follia», esclamò, posandola a terra.

«Davvero!» mormorò lei, con le lacrime agli occhi. «Dico che non voglio essere portata, e tu dici che questa è follia!»

«Così è.»

«No, non lo è!»

«È follia, penso. Ad ogni modo, l’origine di tutto lo è.»

«Non sono d’accordo. E non hai bisogno di arrabbiarti così con me; non ne valgo la pena.»

«Davvero lo sei. Vali l’inimicizia dei principi, come si diceva di un’altra simile. Ora, dunque, vuoi intrecciare le mani dietro il mio collo, così che io possa portarti giù senza farti male?»

«No, no.»

«Faresti meglio, o pignorerò.»

«Cosa significa!»

«Ti priverò della tua occasione.»

Elfride fece un piccolo gesto di stizza.

«Ora, non contorcerti così quando cerco di portarti.»

«Non posso farci niente.»

«Allora sottomettiti tranquillamente.»

«Non mi importa. Non mi importa», mormorò lei con toni languidi e gli occhi chiusi.

La prese tra le braccia, entrò nella torretta e con passi lenti e cauti scese girando e rigirando. Poi, con la gentilezza di una madre che allatta, si prese cura del taglio sul suo braccio. Durante il procedere delle operazioni di pulizia e fasciatura, il suo volto cambiò aspetto, da una dolorosa indifferenza a qualcosa di simile a un timido interesse, intervallato da piccoli tremori e brividi di poco conto.

Al centro di ogni guancia pallida era ora apparsa una piccola macchia rossa delle dimensioni di un’ostia, che continuava ad allargarsi. Elfride si aspettava da un momento all’altro un ritorno alla predica sulla sua sconsideratezza, ma Knight non disse altro che questo:

«Promettimi di NON camminare mai più su quel parapetto.»

«Sarà abbattuto presto: dunque lo faccio.» Dopo pochi minuti proseguì con tono più basso e serio: «Lei ha familiarità, naturalmente, come tutti, con quelle strane sensazioni che a volte abbiamo, che la nostra vita esista per un momento in duplice copia.»

«Che abbiamo già vissuto quel momento in precedenza?»

«O che lo vivremo di nuovo. Ebbene, sulla torre ho sentito che qualcosa di simile a quella scena deve ancora essere comune a entrambi.»

«Dio non voglia!» disse Knight. «Mi prometta che non camminerà mai più in un posto del genere, per nessuna ragione al mondo.»

«Lo prometto.»

«Che una cosa simile non sia accaduta prima, lo sappiamo. Che non accadrà di nuovo, lei lo giura. Perciò non pensi più a una fantasia così sciocca.»

Era caduta molta pioggia, ma senza fulmini. Ancora pochi minuti, e il temporale era cessato.

«Ora, prenda il mio braccio, la prego.»

«Oh no, non è necessario.» Questa ricaduta nella caparbietà era dovuta al fatto che lui aveva di nuovo associato l’epiteto sciocca a lei.

«Sciocchezze: è del tutto necessario; pioverà di nuovo tra un istante e lei non si è ripresa neanche a metà.» E senza ulteriori indugi Knight le prese la mano, la trasse sotto il suo braccio e la tenne lì così saldamente che lei non avrebbe potuto ritrarla senza lottare. Sentendosi come una puledra alla cavezza per la prima volta, a essere così condotta in giro, eppure timorosa di mostrarsi irritata, fu con grande sollievo che vide la carrozza girare l’angolo per venire a prenderli.

La sua caduta sul tetto fu necessariamente spiegata in una certa misura al loro ingresso in casa; ma entrambi si guardarono bene dal menzionare una parola su ciò che lei stesse facendo per causare un simile incidente. Per il resto del pomeriggio Elfride rimase invisibile; ma all’ora di cena apparve radiosa come sempre.

In salotto, dopo essere stato impegnato esclusivamente con il signor e la signora Swancourt per l’ora intercorrente, Knight si ritrovò di nuovo con Elfride. Lei stava dando un’occhiata a un problema di scacchi in uno dei periodici illustrati.

«Le piacciono gli scacchi, signorina Swancourt?»

«Sì. È il mio gioco scientifico preferito; anzi, esclude ogni altro. Lei gioca?»

«Ho giocato; sebbene non di recente.»

«Lo sfidi, Elfride», disse il vicario cordialmente. «Gioca molto bene per essere una signora, signor Knight.»

«Giochiamo?» chiese Elfride timidamente.

«Oh, certamente. Ne sarò lieto.»

La partita ebbe inizio. Il signor Swancourt aveva dimenticato una simile esibizione con Stephen Smith l’anno precedente. Elfride no; ma aveva iniziato a prendere come sua massima l’indubbia verità che la necessità di continuare a essere fedele a Stephen, senza destare sospetti, dettava un comportamento volubile quasi in modo imperativo quanto la volubilità stessa; un fatto, tuttavia, che avrebbe dato uno sbalorditivo vantaggio a quest’ultima qualità, qualora fosse mai emersa.

Knight, per una di quelle imperdonabili sviste che a volte affliggono i migliori giocatori, piazzò la sua torre tra le braccia di uno dei suoi pedoni. Fu il suo primo vantaggio. Lei appariva trionfante, persino spietata.

«Perbacco! A cosa stavo pensando?» disse Knight con calma; e poi accantonò ogni preoccupazione per il suo incidente.

«Useremo le regole del club, non è vero, signor Knight?» disse Elfride in modo suasivo.

«Oh sì, certamente», disse il signor Knight, a cui tuttavia balenò in mente il pensiero di averle permesso due o tre volte di rimettere al suo posto un pezzo, dopo che lei gli aveva assicurato religiosamente che quella mossa era un’assoluta sbadataggine.

Lei prese immediatamente la sfortunata torre e la contesa proseguì, con Elfride che ora aveva un leggero vantaggio nel gioco. Poi lui vinse il cambio, riguadagnò la posizione e iniziò a metterla alle strette. Elfride divenne agitata e piazzò la sua regina sulla colonna dell’altra torre di lui.

«Ecco, che stupida! Parola mia, non avevo visto la sua torre. Naturalmente nessuno tranne uno sciocco avrebbe messo una regina lì di proposito!»

Parlò con eccitazione, aspettandosi quasi che il suo antagonista le restituisse la mossa.

«Nessuno, naturalmente», disse Knight serenamente, e tese la mano verso la sua vittima reale.

«Non è molto piacevole che se ne approfitti, allora», disse lei con un certo disappunto.

«Regole del club, mi sembra di aver capito?», replicò Knight con gentilezza, appropriandosi senza pietà della regina.

Era sul punto di fare il broncio, ma si vergognava di mostrarlo; le lacrime le stavano quasi per rigare gli occhi. Si era impegnata così tanto, così terribilmente tanto, pensando e ripensando finché il suo cervello non era in tumulto; e le sembrava così crudele da parte sua trattarla così, dopo tutto.

«Penso che sia...» iniziò lei.

«Cosa?»

«...Sgarbato approfittarsi di un puro errore che commetto in quel modo.»

«Io ho perso la mia torre per un errore ancora più puro», disse il nemico con tono inesorabile, senza alzare gli occhi.

«Sì, ma...» Tuttavia, siccome la sua logica era assolutamente inconfutabile, lei si limitò a registrare una protesta. «Non sopporto quei modi a sangue freddo dei club e dei giocatori professionisti, come Staunton e Morphy. Proprio come se contasse davvero se hai sollevato le dita da un pezzo o no!»

Knight sorrise in modo spietato come prima, e proseguirono in silenzio.

«Scacco matto», disse Knight.

«Un’altra partita», disse Elfride in tono perentorio, sembrando molto accaldata.

«Con tutto il cuore», disse Knight.

«Scacco matto», disse Knight di nuovo dopo quaranta minuti.

«Un’altra partita», ribatté lei risolutamente.

«Le darò il vantaggio di un alfiere», le disse Knight con gentilezza.

«No, grazie», rispose Elfride con un tono volto a una cortese indifferenza; ma che, in realtà, era molto arrogante.

«Scacco matto», disse il suo avversario senza la minima emozione.

Oh, la differenza tra lo stato mentale di Elfride ora e quando faceva apposta degli errori affinché Stephen Smith potesse vincere!

Era l’ora di andare a letto. Con la mente così distratta che sembrava potesse pulsare fuori dalla sua testa, andò nella sua camera, piena di mortificazione per essere stata battuta volta dopo volta quando era lei l’aggressore. Avendo goduto per due o tre anni della reputazione in tutto il mondo del cervello di suo padre — che costituiva quasi il suo intero mondo — di essere un’eccellente giocatrice, questo fiasco era intollerabile; perché purtroppo la persona più ostinata nel credere a una falsa reputazione è sempre quella, il possessore, che ha i mezzi migliori per sapere che non è vera.

A letto non venne alcun sonno a consolarla; quella cosa gentile essendo, sotto questo aspetto, l’amica di piena estate che vola via al minimo nuvolone di preoccupazione. Dopo essere rimasta sveglia fino alle due, un’idea sembrò colpirla. Si alzò dolcemente, prese una luce e andò a prendere una *Chess Praxis* dalla biblioteca. Tornata a letto e sedutasi, studiò diligentemente il volume finché l’orologio non batté le cinque e le sue palpebre si sentirono pesanti e gonfie. Spense quindi la luce e si coricò di nuovo.

«Sei pallida, Elfride», disse la signora Swancourt la mattina dopo a colazione. «Non è vero, cugino Harry?»

Una ragazza giovane che non è quasi affatto malata può difficilmente evitare di diventarlo quando viene considerata tale da tutti gli occhi che si posano su di lei a tavola in obbedienza a qualche osservazione. Tutti guardarono Elfride. Era certamente pallida.

«Sono pallida?» disse con un debole sorriso. «Non ho dormito molto. Non riuscivo a liberarmi di armate di alfieri e cavalieri, per quanto ci provassi.»

«Gli scacchi sono una brutta cosa subito prima di andare a letto; specialmente per persone eccitabili come te, cara. Non giocare mai più fino a tardi.»

«Giocherò presto, invece. Cugino Knight», disse imitando la signora Swancourt, «mi obbligherà in qualcosa?»

«Fino alla metà del mio regno.»

«Bene, è di fare una partita in più.»

«Quando?»

«Ora, all’istante; nel momento in cui abbiamo fatto colazione.»

«Sciocchezze, Elfride», disse suo padre. «Farsi schiava del gioco in quel modo.»

«Ma voglio farlo, papà! Onestamente, sono inquieta per essere stata così ignominiosamente sconfitta. E al signor Knight non dispiace. Quindi che male può esserci?»

«Giochiamo, assolutamente, se lo desidera», disse Knight.

Così, finita la colazione, i contendenti si ritirarono nella quiete della biblioteca e la porta fu chiusa. Elfride sembrava avere l’idea che la sua condotta fosse piuttosto sregolata e sorprendentemente libera da vincoli convenzionali. E peggio ancora, le parve di scorgere sul volto di Knight uno sguardo leggermente divertito per le sue azioni.

«Lei mi ritiene sciocca, immagino», disse con imprudenza; «ma voglio fare del mio meglio solo una volta, e vedere se riesco a superarla.»

«Certamente: nulla di più naturale. Anche se temo che non sia il piano adottato dalle donne di mondo dopo una sconfitta.»

«Perché, di grazia?»

«Perché sanno che tanto quanto superare è l’abilità nello sbiadire il ricordo di essere stati superati, e rivolgono la loro attenzione interamente a quello.»

«Ho torto di nuovo, naturalmente.»

«Forse il suo torto è più piacevole del loro giusto.»

«Non so bene se intenda questo, o se stia ridendo di me», disse, guardandolo con dubbio, ma inclinando ad accettare l’interpretazione più lusinghiera. «Sono quasi certa che lei ritenga sia vanità da parte mia pensare di essere alla sua altezza. Ebbene, se lo pensa, dico che la vanità non è un crimine in un caso simile.»

«Beh, forse no. Sebbene non sia esattamente una virtù.»

«Oh sì, in battaglia! Il coraggio di Nelson risiedeva nella sua vanità.»

«Davvero! Allora anche la sua morte.»

Oh no, no! Perché è scritto nel libro del profeta Shakespeare:

«Temere ed essere uccisi? Non può esserci peggio nel combattere; E combattere e morire, è la morte che distrugge la morte!»

E si sedettero, e la contesa ebbe inizio, con Elfride che aveva la prima mossa. La partita progrediva. Il cuore di Elfride batteva così violentemente che non riusciva a stare ferma. Il suo timore era che lui potesse sentirlo. E alla fine lo scoprì: alcuni fiori sul tavolo venivano fatti vibrare dalle sue pulsazioni.

«Penso che sia meglio smettere», disse Knight, guardandola gentilmente. «È troppo per lei, lo so. Mettiamo per iscritto la posizione e finiremo un’altra volta.»

«No, la prego di no», implorò lei. «Non riposerei se non sapessi il risultato subito. È la sua mossa.»

Passarono dieci minuti.

Lei scattò in piedi all’improvviso. «So cosa sta facendo!» gridò, un colore rabbioso sulle guance e gli occhi indignati. «Stava pensando di lasciarmi vincere per farmi piacere!»

«Non mi dispiace ammettere che lo stavo facendo», rispose Knight flemmaticamente, apparendo tanto più tale per contrasto con il suo tumulto.

«Ma lei non deve! Non lo permetterò.»

«Molto bene.»

«No, questo non va bene; insisto che lei prometta di non fare una cosa così assurda. È un insulto per me!»

«Molto bene, signora. Non farò una cosa così assurda. Lei non vincerà.»

«Questo è tutto da dimostrare!» replicò lei orgogliosamente; e il gioco continuò.

Non si sente altro ora che il ticchettio di un bizzarro orologio antico sopra una libreria. Passano dieci minuti; lui cattura il suo cavallo; lei prende il suo cavallo e sembra un vero Radamanto.

Altri minuti scorrono; lei prende il suo pedone e ha il vantaggio, mostrandone il senso in modo piuttosto evidente.

Altri cinque minuti: lui prende il suo alfiere: lei pareggia i conti prendendo il suo cavallo.

Tre minuti: lei appare audace e prende la sua regina: lui appare placido e prende la sua.

Passano otto o dieci minuti: lui prende un pedone; lei emette un piccolo «puh!», ma non può prendere nemmeno l’ombra di un pedone per ritorsione.

Passano dieci minuti: lui prende un altro pedone e dice: «Scacco!» Lei arrossisce, si libera catturando il suo alfiere e appare trionfante. Lui prende immediatamente il suo alfiere: lei appare sorpresa.

Cinque minuti dopo: lei fa uno scatto e prende il suo unico alfiere rimasto; lui risponde prendendo il suo unico cavallo rimasto.

Due minuti: lui dà scacco; la sua mente è ora in uno stato doloroso di tensione e lei si scherma il volto con la mano.

Ancora qualche minuto: lui prende la sua torre e dà di nuovo scacco. Lei trema letteralmente ora per timore che un’astuta sorpresa che ha in serbo per lui venga anticipata dall’astuta sorpresa che evidentemente lui ha in serbo per lei.

Cinque minuti: «Scacco matto in due mosse!» esclama Elfride.

«Se ci riesce», dice Knight.

«Oh, ho sbagliato i calcoli; è crudele!»

«Scacco matto», dice Knight; e la vittoria è conquistata.

Elfride si alzò e si voltò senza lasciargli vedere il volto. Una volta nell’atrio corse di sopra nella sua stanza e si gettò sul letto, piangendo amaramente.

«Dov’è Elfride?» disse suo padre a pranzo.

Knight ascoltava con ansia la risposta. Aveva sperato di vederla di nuovo prima di quel momento.

«Non sta bene, signore», fu la risposta.

La signora Swancourt si alzò e lasciò la stanza, andando di sopra nell’appartamento di Elfride.

Alla porta c’era Unity, che occupava nel nuovo stabilimento una posizione tra la cameriera personale della giovane signora e la cameriera di casa.

«Dorme profondamente, signora», bisbigliò Unity.

La signora Swancourt aprì la porta. Elfride era distesa sul letto vestita di tutto punto, il volto caldo e rosso, le braccia spalancate. A intervalli di un minuto si rigirava irrequieta da una parte all’altra e gemeva in modo confuso parole usate nel gioco degli scacchi.

La signora Swancourt aveva una propensione per la medicina e le sentì il polso. Vibrava come la corda di un’arpa, al ritmo di quasi centocinquanta battiti al minuto. Spostando dolcemente la ragazza che dormiva in una posizione un po’ meno angusta, tornò di sotto.

«Ora dorme», disse la signora Swancourt. «Non sembra stare molto bene. Cugino Knight, a cosa stava pensando? Il suo cervello delicato non sopporterà di essere logorato come la sua grande testa. Avrebbe dovuto vietarle rigorosamente di giocare ancora.»

In verità, l’esperienza del saggista sulla natura delle giovani donne era assai meno estesa di quanto la sua conoscenza astratta di esse portasse lui stesso e altri a credere. Sapeva stiparle in frasi come un operaio, ma in pratica non valeva nulla.

«Sono davvero dispiaciuto», disse Knight, sentendo anche più di quanto esprimesse. «Ma certamente, la giovane signora sa meglio di chiunque altro cosa sia bene per lei!»

«Dio ti benedica, è proprio questo che non sa. Non pensa mai a queste cose, vero, Christopher? Suo padre e io dobbiamo comandarla e tenerla in riga, come si farebbe con una bambina. Dirà cose degne di un epigrammista francese e agirà come un pettirosso in una serra. Ma penso che chiameremo il dottor Granson; non può far male.»

Un uomo fu subito mandato a cavallo a Castle Boterel, e il gentiluomo noto come dottor Granson arrivò nel corso del pomeriggio. Dichiarò che il suo sistema nervoso era in uno stato di evidente disordine; inviò una pozione calmante e diede ordine che per nessuna ragione al mondo dovesse giocare di nuovo a scacchi.

La mattina seguente Knight, molto contrariato con se stesso, attese con un sentimento curiosamente composto il suo ingresso a colazione. Le domestiche entrarono per le preghiere a intervalli irregolari e, a ogni entrata, non poté, per quanto facesse, evitare di girare la testa con la speranza che potesse essere Elfride. Il signor Swancourt iniziò a leggere senza aspettarla. Poi qualcuno scivolò dentro senza rumore; Knight alzò lo sguardo dolcemente: era solo la piccola sguattera. Knight pensava che leggere le preghiere fosse una scocciatura.

Uscì da solo, e per quasi la prima volta non riuscì a riconoscere che intrattenere conversazioni con le bellezze della Natura non fosse solitudine. Avvicinandosi di nuovo alla casa, scorse la sua giovane amica attraversare un pendio lungo un sentiero che si ricongiungeva a quello che stava percorrendo nell’angolo del campo. Qui si incontrarono. Elfride era al contempo esultante e confusa: entrare alla sua presenza aveva su di lei l’effetto di entrare in una cattedrale.

Knight aveva il suo taccuino in mano, ed era, di fatto, nell’atto di scrivervi quando si videro l’un l’altra. S’interruppe a metà frase e procedette a informarsi con calore riguardo al suo stato di salute. Lei disse di stare perfettamente bene, e anzi non era mai apparsa in condizioni migliori. La sua salute era tanto inconseguente quanto le sue azioni. Le sue labbra erano rosse, SENZA la lucentezza che hanno le ciliegie, e la loro rossore bordato dalla pelle bianca in una linea chiaramente definita, che non aveva nulla di frastagliato o confuso. Nel complesso appariva come l’ultima persona al mondo da abbattere con una partita a scacchi, perché troppo effimera nell’aspetto per giocarne una.

«Sta prendendo appunti?» chiese lei con un’alacrità che nasceva chiaramente meno dall’interesse per l’argomento che dal desiderio di distogliere i suoi pensieri da se stessa.

«Sì; stavo facendo un’annotazione. E con il suo permesso la completerò.» Knight rimase quindi immobile e scrisse. Elfride rimase accanto a lui un momento, e poi proseguì.

«Mi piacerebbe vedere tutti i segreti che sono in quel libro», gli lanciò gaiamente sopra la spalla.

«Non credo che troverebbe molto che la interessi.»

«So che lo farei.»

«Allora naturalmente non ho altro da dire.»

«Ma vorrei fare prima questa domanda. È un libro di meri fatti riguardanti viaggi e spese, e così via, o un libro di pensieri?»

«Beh, a dire il vero, non è esattamente l’uno né l’altro. Consiste per la maggior parte di appunti per articoli e saggi, sconnessi e disgiunti, di nessun possibile interesse per nessuno eccetto che per me.»

«Contiene, suppongo, i suoi pensieri sviluppati allo stadio embrionale?»

«Sì.»

«Se sono interessanti quando ampliati fino alle dimensioni di un articolo, cosa devono essere nella loro forma concentrata? Spirito puro rettificato, sopra la gradazione alcolica; prima che sia allungato per essere adatto al consumo umano: ‘parole che bruciano’ davvero.»

«Piuttosto come un pallone prima di essere gonfiato: floscio, informe, morto. Difficilmente potrebbe leggerli.»

«Posso provare?» disse in modo suadente. «Io ho scritto il mio povero romanzo in quel modo — intendo a pezzi, all’aperto — e mi piacerebbe vedere se il suo modo di annotare le cose è uguale al mio.»

«Davvero, è una richiesta piuttosto imbarazzante. Suppongo di non poter rifiutare ora che me l’ha chiesto così direttamente; ma...»

«Mi ritiene maleducata nel chiederlo. Ma questo non mi giustifica forse — il fatto che lei scriva alla mia presenza, signor Knight? Se mi fossi imbattuta nel suo libro per caso, sarebbe stato diverso; ma lei mi sta davanti e dice: ‘Mi scusi’, senza curarsi se io lo faccia o meno, e scrive, e poi mi dice che non sono fatti privati ma idee pubbliche.»

«Molto bene, signorina Swancourt. Se proprio deve vedere, le conseguenze ricadano sulla sua testa. Si ricordi, il mio consiglio per lei è di lasciare in pace il mio libro.»

«Ma con questa avvertenza ho il suo permesso?»

«Sì.»

Lei esitò un momento, guardò la sua mano che conteneva il libro, poi rise e, dicendo: «Devo vederlo», lo sottrasse dalle sue dita.

Knight proseguì verso la casa, lasciandola ferma sul sentiero a sfogliare le pagine. Quando raggiunse il cancelletto, vide che lei si era mossa, e attese finché non lo raggiunse.

Elfride aveva chiuso il taccuino e lo portava con sdegno per l’angolo tra l’indice e il pollice; il suo volto indossava un’espressione irritata. Tese silenziosamente il volume verso di lui, sollevando gli occhi non più in alto di quanto fosse sollevata la sua mano.

«Lo prenda», disse Elfride rapidamente. «Non voglio leggerlo.»

«È riuscita a capirlo?» disse Knight.

«Per quanto ho guardato. Ma non mi interessava leggere molto.»

«Perché, signorina Swancourt?»

«Solo perché non volevo — tutto qui.»

«L’avevo avvertita che avrebbe potuto non volerlo.»

«Sì, ma non ho mai supposto che lei avrebbe messo me lì dentro.»

«Il suo nome non è menzionato nemmeno una volta tra i quattro angoli.»

«Non il mio nome — lo so.»

«Né la sua descrizione, né nulla per cui qualcuno potrebbe riconoscerla.»

«Eccetto me stessa. Perché cos’è questo?» esclamò, prendendolo da lui e aprendo una pagina. «7 agosto. È l’altro ieri. Ma non lo leggerò», disse Elfride, chiudendo di nuovo il libro con graziosa alterigia. «Perché dovrei? Non avrei dovuto chiedere di vedere il suo libro, e mi sta bene così.»

Knight ricordava a stento cosa avesse scritto, e sfogliò il libro per controllare. Arrivò a questo:

«7 agosto. La ragazza entra nell’adolescenza, e nasce la sua autocoscienza. Dopo un certo intervallo trascorso nell’impotenza infantile, essa comincia ad agire. Semplice, giovane e inesperta, dapprima. Le persone dotate di spirito d’osservazione sanno dire con precisione quanto sia vecchia questa coscienza, in base all’abilità acquisita nell’arte necessaria al suo successo: l’arte di nascondere se stessa. Generalmente inizia la carriera con azioni che sono popolarmente definite mettersi in mostra. Il metodo adottato dipende in ogni caso dall’indole, dal rango, dalla residenza della giovane dama che tenta l’impresa. La ragazza cresciuta in città proferirà qualche paradosso morale sugli uomini disinvolti, o sull’amore. La signorina di campagna adotta i mezzi più materiali di superare una siepe spaventosa, fischiare, o farvi gelare il sangue fingendo di rischiare l’osso del collo. (MEM. Sulla torre di Endelstow.)

Un’innocente vanità è naturalmente l’origine di queste esibizioni. “Guardatemi”, dicono queste giovani principianti nell’artificio femminile, senza riflettere se sia o meno a loro vantaggio mostrarsi così tanto. (Ampliare e correggere per il saggio sulle Arti Senza Arte.)»

«Sì, ora ricordo», disse Knight. «Le note sono state certamente suggerite dalla sua manovra sulla torre della chiesa. Ma non deve dare troppo peso a osservazioni così casuali», continuò in tono incoraggiante, notando l’aria offesa della ragazza. «Un mero capriccio che passa per la mia testa assume un’importanza fittizia per lei, perché è stato reso permanente dall’essere messo per iscritto. Tutta l’umanità fa pensieri tanto cattivi quanto quelli delle persone che più ama sulla terra, ma siccome tali pensieri non vengono mai incarnati sulla carta, si dà per scontato che non siano mai esistiti. Oserei dire che lei stessa abbia pensato qualcosa di sgradevole o altro su di me, che sembrerebbe altrettanto brutto di questo, se scritto. La sfido, adesso, a dirmelo.»

«La cosa peggiore che ho pensato di lei?»

«Sì.»

«Non devo.»

«Oh, sì.»

«Ho pensato che avesse le spalle piuttosto curve.»

Knight arrossì leggermente di più.

«E che ci fosse una piccola chiazza calva sulla sommità del capo.»

«Ah-ah! Due difetti ineliminabili», disse Knight, con una sfumatura di macabra ironia percepibile nella sua risata. «Sono molto peggiori agli occhi di una dama che essere considerati autocoscienti, suppongo.»

«Ah, questo è molto bello», disse lei, troppo inesperta per percepire di aver colpito nel segno, e perciò non del tutto disposta a perdonare le sue note. «In quella voce lei ha alluso a me come se fossi una bambina, oltretutto. Tutti lo fanno. Non riesco a capirlo. Sono una donna fatta e finita, sa. Quanti anni pensa che io abbia?»

«Quanti anni? Beh, diciassette, direi. Tutte le ragazze hanno diciassette anni.»

«Si sbaglia. Ne ho quasi diciannove. Quale classe di donne preferisce, quelle che sembrano più giovani o quelle che sembrano più vecchie della loro età?»

«Su due piedi sarei propenso a dire quelle che sembrano più vecchie.»

Dunque non era la classe di Elfride.

«Ma è risaputo», disse lei con entusiasmo, e c’era qualcosa di toccante nell’ingenua ansia di essere considerata molto, che rivelava con le sue parole, «che quanto più una natura è lenta a svilupparsi, tanto più è ricca. I giovani e le ragazze che sono uomini e donne prima di diventare maggiorenni non sono nessuno quando le persone tardive hanno mostrato la loro piena portata.»

«Sì», disse Knight pensieroso. «C’è davvero del vero in questa osservazione. Ma a rischio di offenderla devo ricordarle che lì lei dà per scontato che la donna in ritardo sui tempi a una data età non abbia raggiunto il limite della sua corda. La sua arretratezza potrebbe non dipendere dal fatto di essere lenta a svilupparsi, ma dal fatto di aver presto esaurito la sua capacità di sviluppo.»

Elfride parve delusa. A quel punto erano al chiuso. La signora Swancourt, per la quale combinare matrimoni con qualsiasi mezzo onesto era pane quotidiano, aveva ora un piccolo progetto di tal natura riguardo a questa coppia. Il salottino del mattino, in cui entrambi si aspettavano di trovarla, era vuoto; la vecchia signora, per il motivo di cui sopra, lo aveva sgomberato dalla seconda porta mentre loro entravano dalla prima.

Knight si diresse verso il caminetto ed esaminò distrattamente due ritratti su avorio.

«Sebbene queste dame rosate avessero lineamenti molto rudimentali, a giudicare da quel che vedo qui», osservò, «avevano indubbiamente bellissime capigliature.»

«Sì; e questo è tutto», disse Elfride, forse consapevole della propria, forse no.

«Non tutto; sebbene una gran cosa, certamente.»

«Quale colore preferisce?» si azzardò a chiedere.

«Dipende più dalla sua abbondanza che dal suo colore.»

«A parità di abbondanza, posso chiederle il suo colore preferito?»

«Scuro.»

«Intendo per le donne», disse lei, con un calo impercettibile dell’espressione del volto, e la speranza di essere stata fraintesa.

«Anch’io», replicò Knight.

Era impossibile per qualsiasi uomo non conoscere il colore dei capelli di Elfride. Nelle donne che li portano semplici una caratteristica del genere può essere trascurata da uomini non dediti a un’intensità oculare. Ma i suoi erano sempre d’intralcio. Si notavano i suoi capelli fin dove si poteva notare il suo sesso, e si sapeva che era il castano più pallido. Lei comprese immediatamente che Knight, essendo perfettamente consapevole di ciò, possedeva un criterio di ammirazione indipendente in materia.

Elfride era profondamente contrariata. Non poteva non essere colpita dall’onestà delle sue opinioni, e il peggio era che, più andavano contro di lei, più lei li rispettava. E ora, come un giocatore d’azzardo sconsiderato, giocò il suo ultimo e miglior tesoro. I suoi occhi: erano tutto ciò che le restava ora.

«Di che colore preferisce gli occhi, signor Knight?» disse lentamente.

«Onestamente, o come complimento?»

«Naturalmente onestamente; non voglio il complimento di nessuno!»

Eppure Elfride sapeva il contrario: che un complimento o una parola di approvazione da quell’uomo in quel momento sarebbe stata come un pozzo per un arabo affamato.

«Preferisco il nocciola», disse lui serenamente.

Aveva giocato e perso di nuovo.

Capitolo XIX

«L’amore era il grado successivo.»

Knight non possedeva nessuna di quelle leggere familiarità di linguaggio che, con tocchi giudiziosi di lusinga epigrammatica, cancellano in una donna il ricordo delle opinioni astratte dell’oratore. Così non fu detto altro da nessuno dei due sul tema di capelli, occhi o sviluppo. La mente di Elfride era stata impregnata di sentimenti sulla propria piccolezza fino a uno scomodo grado di distinzione, e il suo disagio era visibile sul volto. L’intera tendenza della conversazione, ultimamente, era stata quella di sminuirla in modo silenzioso ma sicuro; e lei si sentì in dovere di prendere Stephen in simpatia per legittima difesa. Non sarebbe stato così poco amorevole, si disse, da ammirare un’idiosincrasia e dei lineamenti diversi dai propri. È vero, Stephen aveva dichiarato di amarla: il signor Knight non aveva mai fatto nulla di simile. In qualche modo questo non migliorava le cose, e la sensazione della propria piccolezza agli occhi di Knight rimaneva. Se la posizione fosse stata invertita — se Stephen l’avesse amata a dispetto di un gusto diverso, e Knight fosse stato indifferente a dispetto della sua somiglianza con il suo ideale, ciò avrebbe generato pensieri ben più felici. Allo stato attuale, l’ammirazione di Stephen poteva avere radici in una cecità che era il risultato della passione. Forse il giudizio di qualsiasi uomo acuto era di condanna nei suoi confronti.

Durante il resto del sabato furono più o meno gettati in compagnia dei loro anziani, e non sorse alcuna conversazione che fosse esclusivamente loro. Quando Elfride fu a letto quella notte i suoi pensieri tornarono sullo stesso argomento. Un momento insisteva sul fatto che fosse stato poco gentile da parte sua parlare in modo così decisivo come aveva fatto; quello dopo, che fosse stata onestà pura.

«Ah, che povera nullità che sono!» disse sospirando. «Le persone come lui, che vanno in giro per il grande mondo, non si curano minimamente di come io sia, né nell’umore né nei lineamenti.»

Forse un uomo che è entrato completamente nella mente di una donna in questo modo è a metà strada verso il suo cuore; la distanza tra quelle due stazioni è proverbialmente breve.

«E sta davvero per andarsene questa settimana?» disse la signora Swancourt a Knight la sera seguente, che era domenica.

Erano tutti intenti a salire lentamente la collina verso la chiesa, dove un’ultima funzione si sarebbe tenuta in quell’orario piuttosto eccezionale della sera anziché nel pomeriggio, prima della demolizione delle parti pericolanti.

«Ho intenzione di attraversare per Cork da Bristol», rispose Knight; «e poi proseguirò per Dublino.»

«Ritorni da queste parti, e si fermi un po’ più a lungo con noi», disse il vicario. «Una settimana non è nulla. Siamo a malapena riusciti a realizzare la sua presenza ancora. Ricordo una storia che...»

Il vicario si fermò improvvisamente. Aveva dimenticato che fosse domenica, e probabilmente avrebbe continuato secondo il suo modo di pensare dei giorni feriali se una folata di vento non avesse soffiato l’orlo della sua toga accademica entro il raggio della sua vista, ricordandoglielo. Deviò immediatamente il corso della sua narrazione con la destrezza che l’occasione richiedeva.

«La storia del Levita che viaggiò verso Betlemme di Giuda, da cui ho tratto il mio testo la domenica prima dell’ultima, è proprio calzante», continuò, con la pronuncia di un uomo che, lungi dall’aver intenzione di raccontare una storia dei giorni feriali un momento prima, non aveva pensato ad altro che a questioni sabatiche per diverse settimane. «Cosa ha guadagnato dopo tutto con la sua irrequietezza? Se fosse rimasto nella città dei Gebusei, e non fosse stato così ansioso per Ghibea, nessuno dei suoi problemi sarebbe sorto.»

«Ma aveva già sprecato cinque giorni», disse Knight, chiudendo gli occhi davanti alla lodevole deviazione del vicario. «La sua colpa stava nell’aver iniziato il sistema dell’attesa fin da principio.»

«Vero, vero; la mia illustrazione fallisce.»

«Ma non l’ospitalità che ha suggerito la storia.»

«Allora lei deve venire lo stesso», insistette la signora Swancourt, poiché aveva visto un calo quasi impercettibile dell’espressione del volto della figliastra all’annuncio di Knight.

Knight promise quasi di passare al suo ritorno; ma l’incertezza con cui parlava fu abbastanza per riempire Elfride di un interesse pieno di rammarico per tutto ciò che fece durante le poche ore rimanenti. Avendo il curato già officiato due volte quel giorno nelle due chiese, il signor Swancourt si era fatto carico dell’intera funzione serale, e Knight lesse le letture per lui. Il sole filtrava attraverso la finestra occidentale in rovina, e illuminava tutti i fedeli riuniti con un bagliore dorato, Knight, mentre leggeva, era illuminato dallo stesso lustro morbido. Elfride all’organo lo guardava con una tristezza pulsante, alimentata dalla sensazione di essere lontana dalla sua sfera. Mentre lui procedeva deliberatamente attraverso il capitolo designato — una parte della storia di Elia — e saliva a quel magnifico culmine del vento, del terremoto, del fuoco e della voce sommessa e dolce, i suoi toni profondi riecheggiavano con un tale apparente disprezzo per la sua esistenza, che la sua presenza la ispirava con un senso desolato di inavvicinabilità, che la sua assenza non sarebbe stata a malapena in grado di causare.

Allo stesso tempo, voltando il volto per un momento per cogliere la gloria del sole morente mentre cadeva sulla sua figura, i suoi occhi furono arrestati dalla forma e dall’aspetto di una donna nella galleria occidentale. Era il volto scarno e desolato della vedova Jethway, che Elfride non vedeva molto dal mattino del suo ritorno con Stephen Smith. Possedendo le più piccole delle rendite, questa donna infelice sembrava passare la vita in viaggi tra il cimitero di Endelstow e quello di un villaggio vicino a Southampton, dove giacevano suo padre e sua madre.

Non frequentava la funzione qui da molto tempo, e ora sembrava avere una ragione per la sua scelta del posto. Dalla finestra della galleria la tomba di suo figlio era chiaramente visibile — eretta come l’oggetto più vicino in una prospettiva che era chiusa esternamente dall’orizzonte immutabile del mare.

I raggi scroscianti, inoltre, inondavano il suo volto, ora rivolto verso Elfride con un’espressione dura e amara che la solennità del luogo elevava a una dignità tragica che non possedeva intrinsecamente. La ragazza riassunse il suo atteggiamento normale con una inquietudine accresciuta.

L’emozione di Elfride era cumulativa, e dopo un po’ si sarebbe affermata all’improvviso. Un leggero tocco bastava a liberarla — una poesia, un tramonto, un accordo di musica abilmente architettato, un vago immaginare, essendo i soliti accidenti della sua esibizione. Il desiderio per il rispetto di Knight, che stava portando a un incipiente anelito per il suo amore, rendeva la presente congiuntura una sufficiente. Mentre si inginocchiava prima di andarsene, quando le strisce assolate erano salite verso il tetto e la parte inferiore della chiesa era in una morbosa penombra, non poté fare a meno di pensare alla poesia morbosa di Coleridge “Le tre tombe”, e rabbrividendo mentre si chiedeva se la signora Jethway la stesse maledicendo, pianse come se il suo cuore dovesse spezzarsi.

Uscirono di chiesa proprio mentre il sole tramontava, lasciando il paesaggio come una piattaforma dalla quale un oratore eloquente si è ritirato, e non resta nient’altro da fare per il pubblico che alzarsi e tornare a casa. Il signor e la signora Swancourt se ne andarono in carrozza, Knight ed Elfride preferendo camminare, come l’abile vecchia sensale aveva immaginato. Scesero la collina insieme.

«Mi è piaciuta la sua lettura, signor Knight», si ritrovò a dire Elfride poco dopo. «Lei legge meglio di papà.»

«Loderò chiunque mi loderà. Lei ha suonato in modo eccellente, signorina Swancourt, e molto correttamente.»

«Correttamente — sì.»

«Deve essere un grande piacere per lei prendere parte attiva alla funzione.»

«Vorrei essere in grado di suonare con più sentimento. Ma non ho una buona selezione di musica, sacra o profana. Vorrei avere una bella piccola biblioteca musicale — ben scelta, e che gli unici pezzi nuovi inviatimi fossero quelli di autentico merito.»

«Sono lieto di sentire un tale desiderio da parte sua. È straordinario quante donne non abbiano un onesto amore per la musica come fine e non come mezzo, anche tralasciando quelle che non hanno nulla dentro. Per lo più le piace per i suoi accessori. Non ho mai incontrato una donna che ami la musica come dieci o dodici uomini che conosco.»

«Come traccerebbe il confine tra le donne con qualcosa e le donne senza nulla dentro?»

«Beh», disse Knight, riflettendo un momento, «intendo per nulla dentro quelle a cui non importa nulla di solido. Questo è un esempio: conoscevo un uomo che aveva una giovane amica a cui era molto interessato; infatti, stavano per sposarsi. Lei era apparentemente poetica, e lui le offrì una scelta tra due edizioni dei poeti britannici, che lei finse di volere ardentemente. Lui disse: “Quale di queste vorrebbe che le mandassi?”. Lei disse: “Un paio dei più bei orecchini di Bond Street, se non le dispiace, sarebbe meglio di entrambe”. Ora io la chiamo una ragazza con non molto dentro se non vanità; e anche lei, oserei dire.»

«Oh sì», rispose Elfride con uno sforzo.

Accadendo di scorgere un’occhiata del suo volto mentre parlava, e notando che il suo tentativo di cordialità era un fallimento miserabile, sembrò avere dei dubbi.

«Lei, signorina Swancourt, non avrebbe, in tali circostanze, preferito i ninnoli?»

«No, non credo proprio, davvero», balbettò lei.

«Glielo propongo», disse l’inflessibile Knight. «Quale vorrebbe di queste due cose di valore approssimativamente uguale — la piccola biblioteca ben scelta della migliore musica di cui ha parlato — rilegata in marocchino, custodia in noce, serratura e chiave — o un paio dei più bei orecchini nelle vetrine di Bond Street?»

«Naturalmente la musica», rispose Elfride con forzata serietà.

«Ne è proprio certa?» disse enfaticamente.

«Proprio», disse lei esitando; «se potessi per certo comprare gli orecchini dopo.»

Knight, in modo alquanto biasimevole, provava un vivo piacere a duellare con la creatura palpitante e mobile, la cui natura eccitabile rendeva una cosa del genere una specie di crudeltà.

La guardò in modo piuttosto strano e disse: «Vergogna!»

«Mi perdoni», disse lei, ridendo un po’, un po’ spaventata, e arrossendo molto profondamente.

«Ah, signorina Elfie, perché non ha detto subito, come ogni donna ferma avrebbe detto, sono cattiva quanto lei, e sceglierò lo stesso?»

«Non lo so», disse Elfride tristemente, e con un sorriso angosciato.

«Pensavo fosse eccezionalmente portata per la musica?»

«Lo sono, penso. Ma la prova è così severa — del tutto dolorosa.»

«Non capisco.»

«La musica non fa alcun bene reale, o piuttosto...»

«QUESTA è una cosa da dire, signorina Swancourt! Perché, cosa...»

«Lei non capisce! Lei non capisce!»

«Perché, quale concezione di utilità c’è in gioielli da quattro soldi?»

«No, no, no, no!» gridò lei con stizza; «non intendevo quello che pensa. Mi piace di più la musica, solo che mi piace...»

«Gli orecchini di più — lo ammetta!» disse lui con tono canzonatorio. «Beh, penso che avrei avuto il coraggio morale di ammetterlo subito, senza fingere un’elevazione che non avrei potuto raggiungere.»

Come la soldatesca francese, Elfride non era coraggiosa quando era sulla difensiva. Così fu quasi con le lacrime agli occhi che rispose disperatamente:

«Il mio significato è che mi piacciono di più gli orecchini proprio ora, perché ne ho perso uno dei miei più bei paia l’anno scorso, e papà disse che non ne avrebbe comprati altri, o permesso a me di farlo, perché ero negligente; e ora vorrei averne alcuni come quelli — ecco qual è il mio significato — davvero lo è, signor Knight.»

«Temo di essere stato molto duro e scortese», disse Knight, con uno sguardo di rammarico nel vedere quanto fosse turbata. «Ma seriamente, se le donne sapessero solo come rovinano la loro bellezza con tali accessori, sono sicuro che non li vorrebbero mai.»

«Erano incantevoli, e mi donavano così tanto!»

«Non se fossero come le solite cose orribili con cui le donne si riempiono le orecchie oggigiorno — come il regolatore di una macchina a vapore, o un paio di bilance, o forche e catene d’oro, e tavolozze da artisti, e pendoli di compensazione, e Dio sa cos’altro.»

«No; non erano nessuna di quelle cose. Così carini — come questo», disse con impaziente animazione. E disegnò con la punta del suo ombrellino una veduta ingrandita di uno degli amati cari, a una scala che sarebbe stata adatta a una gigantessa alta mezzo miglio.

«Sì, molto carini — molto», disse Knight seccamente. «Come le è capitato di perdere un paio di articoli così preziosi?»

«Ne ho perso solo uno — nessuno perde mai entrambi nello stesso momento.»

Fece questa osservazione con imbarazzo e un movimento nervoso delle dita. Visto che la perdita si era verificata mentre Stephen Smith stava tentando di baciarla per la prima volta sulla scogliera, la sua confusione non c’era da stupirsi. La domanda era stata imbarazzante, e non ricevette risposta diretta.

Knight sembrò non notare il suo modo di fare.

«Oh, nessuno perde mai entrambi — capisco. E certamente il fatto che sia stato un caso di perdita toglie ogni odore di vanità dalla sua scelta.»

«Siccome non so mai se lei sia serio, ora non lo so», disse lei, guardando in alto in modo interrogativo verso il volto peloso dell’oracolo. E venendo valorosamente in soccorso di se stessa: «Se sembro davvero vanitosa, è che sono solo vanitosa nei miei modi — non nel mio cuore. Le donne peggiori sono quelle vanitose nei loro cuori, e non nei loro modi.»

«Un’abile distinzione. Beh, sono certamente le più discutibili delle due», disse Knight.

«La vanità è un peccato mortale o veniale? Lei sa cos’è la vita: me lo dica.»

«Sono molto lontano dal sapere cos’è la vita. Una giusta concezione della vita è una cosa troppo grande da afferrare durante il breve intervallo dell’attraversarla.»

«Il fatto che una donna sia amante dei gioielli sarà probabile che renda la sua vita, nel suo senso più alto, un fallimento?»

«La vita di nessuno è del tutto un fallimento.»

«Beh, lei sa cosa intendo, anche se le mie parole sono mal scelte e banali», disse lei con impazienza. «Poiché pronuncio parole banali, lei non deve supporre che io pensi solo pensieri banali. Il mio povero bagaglio di parole è come un numero limitato di stampi grezzi in cui devo colare tutti i miei materiali, buoni e cattivi; e la novità o delicatezza della sostanza è spesso persa nella volgare banalità della forma.»

«Benissimo; crederò a questa ingegnosa rappresentazione. Per quanto riguarda l’argomento in questione — le vite che sono fallimenti — non c’è bisogno che lei si preoccupi. La vita di chiunque può essere altrettanto romantica, strana e interessante se fallisce quanto se ha successo. Tutta la differenza sta nel fatto che nell’ultima parte della storia manca il capitolo finale. Se un uomo di potere cerca di compiere una grande impresa e ne è appena impedito da un incidente di cui non ha colpa, fino a quel momento la sua storia conteneva tanto quanto quella di un grande uomo che ha compiuto la sua grande impresa. È bizzarro da parte del mondo sostenere che i particolari su come un ragazzo sia andato a scuola e così via debbano essere un romanzo interessante o nulla per loro, precisamente in proporzione alla sua fama successiva.»

Camminavano tra il tramonto e il sorgere della luna. Con il calare del sole, una luna quasi piena aveva iniziato a sollevarsi. Le loro ombre, proiettate dal riverbero occidentale, mostravano segni di essere cancellate a favore di una coppia rivale nella direzione opposta, che la luna stava rendendo nitida.

«Considero la mia vita in una certa misura un fallimento», disse di nuovo Knight dopo una pausa, durante la quale aveva notato le ombre antagoniste.

«Lei! Come?»

«Non saprei dire con precisione. Ma in qualche modo ho mancato il bersaglio.»

«Davvero? Averlo fatto non è un motivo per essere tristi, ma sentire di averlo fatto deve essere una causa di dolore. Ho ragione?»

«In parte, sebbene non del tutto. Perché la sensazione di essere profondamente esperti serve come una sorta di consolazione per le persone che sono consapevoli di aver preso strade sbagliate. Per quanto contraddittorio possa sembrare, non c’è nulla di più vero del fatto che le persone che hanno sempre agito correttamente non sanno la metà di quanto sappiano coloro che hanno sbagliato sulla natura e sui modi di agire correttamente. Tuttavia, non è auspicabile per me gelare la sua estate parlandone.»

«Non mi ha ancora detto nemmeno se io sia davvero vana.»

«Se dico di sì, la offenderò; se dico di no, penserà che non lo pensi davvero», rispose lui, guardandola con curiosità in volto.

«Ah, bene», rispose lei, con un piccolo sospiro di angoscia, «“Ciò che è eccessivamente profondo, chi potrà scoprirlo?”. Suppongo di doverla prendere come prendo la Bibbia: scoprire e comprendere tutto ciò che posso; e sulla base di questo, inghiottire il resto in un sol boccone, con semplice fede. Mi consideri vana, se vuole. La grandezza mondana richiede così tanta piccolezza per crescere, che un’infermità in più o in meno non è motivo di rimpianto.»

«Per quanto riguarda le donne, non saprei dire», rispose Knight con noncuranza; «ma è senza dubbio una sventura per un uomo che deve guadagnarsi da vivere nascere con una natura veramente nobile. Un’anima elevata condurrà un uomo all’ospizio dei poveri; quindi lei potrebbe aver ragione a sostenere la vanità.»

«No, no, non lo faccio», disse lei con rammarico.

«Signor Knight, quando se ne sarà andato, mi manderà qualcosa che ha scritto? Credo che mi piacerebbe vedere se scrive come ha parlato ultimamente, o nel suo umore migliore. Qual è il suo vero io: il cinico che è stato stasera, o il gradevole filosofo che era fino a stasera?»

«Ah, quale? Lo sa bene quanto me.»

La loro conversazione li trattenne sul prato e nel portico finché le stelle non brillarono. Elfride gettò indietro la testa e disse oziosamente:

«C’è una stella luminosa esattamente sopra di me.»

«Ogni stella luminosa è sopra la testa di qualcuno, da qualche parte.»

«Davvero? Oh sì, naturalmente. Dov’è quella?» e indicò con il dito.

«Quella è sospesa come un falco bianco sopra una delle isole di Capo Verde.»

«E quella?»

«Guarda giù verso la sorgente del Nilo.»

«E quella solitaria che sembra così tranquilla?»

«Osserva il Polo Nord e non ha meno dell’intero equatore per il suo orizzonte. E quella pigra, bassa sulla terra, da cui ci siamo quasi allontanati, è in India — sopra la testa di un mio giovane amico, che molto probabilmente guarda la stella che sta nel nostro zenit, mentre pende bassa sul suo orizzonte, e pensa che essa segni il luogo in cui dimora il suo vero amore.»

Elfride lanciò un’occhiata a Knight con apprensione. Intendeva lei? Non riusciva a vedere i suoi lineamenti; ma il suo atteggiamento sembrava mostrare inconsapevolezza.

«La stella è sopra la MIA testa», disse lei con esitazione.

«O quella di chiunque altro in Inghilterra.»

«Oh sì, capisco», espirò sollevata.

«I suoi genitori, credo, sono nativi di questa contea. Non li conosco, sebbene sia stato in corrispondenza con lui per molti anni fino a poco tempo fa. Fortunatamente o sfortunatamente per lui, si è innamorato e poi è andato a Bombay. Da quel momento ho avuto notizie molto scarse di lui.»

Knight non andò oltre nella sua dichiarazione spontanea e, sebbene Elfride in un momento fosse incline a trarre profitto dalle lezioni di onestà che lui le aveva appena dato, la carne era debole e l’intenzione si disperse nel silenzio. Sembrava esserci un rimprovero nelle parole cieche di Knight, eppure lei non era in grado di definire chiaramente alcuna slealtà di cui si fosse macchiata.

Capitolo XX

«Una lontana preziosità nella collina.»

Knight volse le spalle alla parrocchia di Endelstow e attraversò il mare verso Cork.

Un giorno di assenza si sovrappose all’altro, appesantendo proporzionalmente il suo cuore. Proseguì verso i laghi di Killarney, vagò tra i loro boschi lussureggianti, osservò l’infinita varietà di isole, colline e valli che vi si trovano, ascoltò le meravigliose eco di quel luogo romantico; ma mancò del tutto della gloria e del sogno che un tempo trovava in quelle regioni favorite.

Mentre era in compagnia di Elfride, la sua presenza infantile non lo aveva colpito in modo percepibile fino in fondo. Non era stato consapevole che il suo ingresso nella sua sfera avesse aggiunto qualcosa a se stesso; ma ora che lei era stata portata via, era molto consapevole che molto era stato sottratto. Il superfluo era diventato una necessità e Knight era innamorato.

Stephen si era innamorato di Elfride guardandola; Knight smettendo di farlo. Quando o come lo spirito sia entrato in lui, non lo sapeva: era certo che, al momento di lasciare Endelstow, non aveva provato nessuna di quelle squisite finezze di tristezza struggente naturali a tali separazioni, visto quanto delizioso fosse stato il soggetto di contemplazione di Elfride fino ad allora. Aveva iniziato ad amarla quando lei aveva incontrato il suo sguardo dopo la sua disavventura sulla torre? L’aveva semplicemente considerata debole. Aveva imparato ad amarla stando sul prato illuminato tutto intorno dal sole della sera? Aveva pensato che la sua carnagione fosse buona: niente di più. Era stata la sua conversazione a seminare il seme? Aveva pensato che le sue parole fossero ingegnose e molto lodevoli per una giovane donna, ma non degne di nota. Il gioco degli scacchi aveva qualcosa a che fare con tutto ciò? Certamente no: all’epoca l’aveva considerata una bambina piuttosto presuntuosa.

L’esperienza di Knight era una smentita completa del presupposto che l’amore arrivi sempre attraverso sguardi e tocchi simpatici delle dita: che, come una fiamma, si renda palpabile nel momento della generazione. Solo dopo che si furono separati, e lei fu sublimata nella sua memoria, si poté dire che l’avesse persino osservata con attenzione.

Così, avendo accumulato passivamente immagini di lei sulle quali la sua mente non aveva agito finché la causa non fu più davanti a lui, gli sembrò di essersi innamorato della sua anima, che aveva temporaneamente assunto la sua disincarnazione per accompagnarlo nel suo cammino.

Lei iniziò a governarlo così imperiosamente ora che, abituato all’analisi, quasi tremava per il possibile risultato dell’introduzione di questa nuova forza tra quelle finemente regolate della sua vita ordinaria. Divenne irrequieto: poi dimenticò tutti gli argomenti collaterali nel piacere di pensare a lei.

Tuttavia, va detto che Knight amava filosoficamente piuttosto che con romanticismo.

Pensò al modo in cui lei si comportava nei suoi confronti. La semplicità confina con la civetteria. Stava flirtando? si disse. Nessuna traduzione forzata di favore in sospetto riusciva a sostenere una tale teoria. L’esibizione era stata fatta troppo bene per essere qualcosa di diverso dal reale. Aveva i difetti senza i quali nulla è genuino. Nessuna attrice di vent’anni di carriera, nessuna dama dal collo avvizzito la cui prima stagione “in società” fosse andata perduta nella discreta nebbia di discorsi evasivi, avrebbe potuto recitare davanti a lui la parte della ragazza ingenua come Elfride la viveva. Aveva quei piccoli modi artificiosi che in parte costituiscono l’ingenuità.

Ci sono scapoli per natura e scapoli per circostanza: senza dubbio ci sono anche nubili di entrambi i tipi, sebbene alcuni pensino solo a quelle del secondo. Comunque, Knight era sempre stato considerato uno scapolo per natura. Cosa gli stava succedendo? Era molto strano per lui guardare le sue teorie sul soggetto dell’amore e, leggendole ora alla piena luce di una nuova esperienza, vedere quanto di più le sue frasi significassero rispetto a quanto avesse sentito che significassero quando furono scritte. Le persone spesso scoprono la vera forza di una vecchia massima trita solo quando viene loro imposta da un’avventura casuale; ma Knight non aveva mai conosciuto prima il caso di un uomo che avesse appreso la piena portata dei propri epigrammi con tali mezzi.

Era intensamente soddisfatto di un aspetto della faccenda. Radicata in lui era un’invincibile obiezione a essere chiunque altro che il primo arrivato nel cuore di una donna. Aveva scoperto dentro di sé la condizione che, se mai si fosse deciso a sposarsi, doveva essere con la certezza che nessun riemergere di scomode vecchie lettere, nessun inchino e rossore verso un misterioso straniero incontrato casualmente, potesse essere una possibile fonte di turbamento. I sentimenti di Knight erano solo quelli ordinari di un uomo della sua età che ama genuinamente, forse esagerati un po’ dalle sue occupazioni. Quando gli uomini amano per la prima volta da ragazzi, lo fanno con il centro stesso dei loro cuori, senza che nient’altro sia coinvolto nell’operazione. Con gli anni aggiunti, più facoltà tentano una collaborazione nella passione, finché all’età di Knight l’intelletto è ansioso di avervi una parte. Tanto varrebbe lasciarlo fuori. Un uomo innamorato che imposta il proprio cervello come misura della propria posizione è come uno che determina la longitudine di una nave da una luce in cima all’albero maestro.

Knight argomentava dall’insolita maniera di Elfride, che era un fatto, a un’insolita maniera nell’amore, che era solo una questione di inferenza. Incredules les plus credules. «Elfride», disse, «aveva a malapena guardato un uomo finché non ha visto me.»

Non aveva mai dimenticato la sua severità verso di lei perché preferiva l’ornamento all’edificazione, e da allora l’aveva scusata cento volte pensando a quanto fosse naturale per il genere femminile l’amore per l’ornamento, e quanto diventasse necessaria una lieve infusione di vanità personale per completare la tintura delicata e affascinante della mente femminile. Così, alla fine della settimana di assenza, che lo aveva portato fino a Dublino, decise di accorciare il suo viaggio, tornare a Endelstow e impegnarsi rendendo realtà l’ipotesi dell’offerta di quella domenica sera.

Nonostante avesse preparato una gran quantità di teoria cartacea sulle amenità sociali e sui modi moderni in generale, mancava l’oncia speciale di pratica, e ora per la vita sua Knight non riusciva a ricordare se fosse considerato corretto regalare a una giovane signora ornamenti personali prima che fosse iniziata una regolare promessa di matrimonio. Ma il giorno prima di lasciare Dublino, si guardò ansiosamente intorno alla ricerca di un negozio di gioielli di alta classe, nel quale acquistò ciò che considerava le si addicesse meglio.

Fu con una sensazione estremamente goffa e insolita che, dopo essere entrato e aver chiuso la porta della sua stanza, si sedette, aprì la custodia di marocchino e sollevò ciascuno dei fragili pezzi di oreficeria davanti ai suoi occhi. Molte cose erano diventate vecchie per il solitario uomo di lettere, ma queste erano nuove, e maneggiò come un bambino un risultato della civiltà che non era mai stato toccato dalle sue dita prima. Un’improvvisa decisione schizzinosa che il modello scelto non le si addicesse dopo tutto lo fece alzare in agitazione e correre per la strada per cambiarli con altri. Dopo molto disturbo nella ri-selezione, durante la quale la sua mente divenne così confusa che la facoltà critica sugli oggetti d’arte sembrò aver lasciato del tutto la sua persona, Knight portò via un altro paio di orecchini. Questi rimasero in suo possesso fino al pomeriggio, quando, dopo averli contemplati cinquanta volte con una crescente apprensione che l’ultima scelta fosse peggiore della prima, sentì che nessun sonno avrebbe visitato il suo cuscino finché non avesse migliorato ancora i suoi precedenti acquisti. In un perfetto calore di irritazione con se stesso per tale tergiversazione, andò di nuovo alla porta del negozio, si vergognò assolutamente di entrare e dare ulteriore disturbo, andò in un altro negozio, comprò un paio a un prezzo enormemente aumentato, perché sembravano proprio la cosa giusta, chiese agli orafi se volessero prendere l’altro paio in cambio, gli fu detto che non potevano cambiare articoli acquistati da un altro produttore, pagò il denaro e se ne andò con i due paia in suo possesso, chiedendosi cosa diamine fare con il paio superfluo. Quasi desiderava di poterli perdere, o che qualcuno li rubasse, ed era gravato da un senso interposto che, come uomo capace, con vere idee di economia, dovesse necessariamente venderli da qualche parte, cosa che alla fine fece per un tozzo di pane. Mescolato a una sensazione di vuoto per aver perso un’intera giornata correndo per la città per questo nuovo e straordinario tipo di commissione, e per aver perso diverse sterline a causa della sua inettitudine, c’era un leggero senso di soddisfazione per essere emerso per sempre dalla sua ignoranza antediluviana sul soggetto dei gioielli femminili, oltre ad aver assicurato finalmente una produzione veramente artistica. Durante il resto di quella giornata esaminò gli ornamenti di ogni signora che incontrava con l’occhio profondamente esperto di un estimatore.

La mattina seguente Knight stava attraversando di nuovo il Canale di San Giorgio — non tornando a Londra attraverso la rotta di Holyhead come aveva originariamente inteso, ma verso Bristol — avvalendosi dell’invito del signor e della signora Swancourt a visitarli di nuovo nel suo viaggio verso casa.

Voliamo in avanti verso Elfride.

La passione dominante della donna — affascinare e influenzare coloro che sono più potenti di lei — sebbene operante in Elfride, era decisamente senza scopo. Aveva voluto la buona opinione del suo amico Knight fin dall’inizio: quanto più di quell’ingrediente elementare dell’amicizia lei ora desiderasse, le sue paure le avrebbero a malapena permesso di pensarlo. Nel desiderare originariamente di compiacere il più alto tipo di uomo che avesse mai conosciuto intimamente, non c’era slealtà verso Stephen Smith. Non poteva — e poche donne possono — rendersi conto della possibile vastità di una questione che ha solo un inizio insignificante.

Le sue lettere da Stephen erano necessariamente poche, e il suo senso di fedeltà si aggrappava all’ultima che aveva ricevuto come un marinaio naufrago si aggrappa al relitto. La giovane ragazza si persuase di essere contenta che Stephen avesse un tale diritto alla sua mano come aveva acquisito (ai suoi occhi) con la fuga. Si illudeva dicendo: «Forse se non mi fossi così compromessa, potrei innamorarmi del signor Knight».

Tutto ciò rese la settimana dell’assenza di Knight molto cupa e sgradevole per lei. Mantenne Stephen nelle sue preghiere e le sue vecchie lettere furono rilette — come una medicina in realtà, sebbene lei ingannasse se stessa credendo che fosse come un piacere.

Queste lettere erano diventate sempre più piene di speranza. Le diceva che finiva il suo lavoro ogni giorno con una piacevole consapevolezza di aver rimosso un’altra pietra dalla barriera che li divideva. Poi tracciava immagini di che bella figura avrebbero fatto un giorno loro due. La gente avrebbe voltato la testa e detto: «Che premio ha vinto!». Non doveva essere triste per quel folle tentativo di fuga dei loro (Elfride aveva ripetutamente detto che le dispiaceva). Qualunque cosa potesse pensare qualsiasi altra persona che ne fosse a conoscenza, lui conosceva bene la modestia della sua natura. L’unico rimprovero era uno gentile per non aver scritto in modo così devoto durante la sua visita a Londra. La sua lettera era sembrata avere una vivacità derivata da altri pensieri che non fossero pensieri su di lui.

L’intenzione di Knight di un rapido ritorno a Endelstow essendo stata originariamente debole, la sua promessa di farlo era stata ancora più debole. Era un uomo che manteneva le sue parole ben dietro le sue possibili azioni. Il vicario fu piuttosto sorpreso di rivederlo così presto: la signora Swancourt no. Knight scoprì, incontrandoli tutti, dopo che il suo arrivo era stato annunciato, che avevano formato l’intenzione di andare a St. Leonards per alcuni giorni alla fine del mese.

Nessuna congiuntura soddisfacente si offrì in questa prima serata del suo ritorno per presentare a Elfride ciò che si era dato tanta pena di procurare. Era schizzinoso nella sua lettura delle opportunità per un tale atto intenzionale. La mattina seguente, capitando di aprirsi bella dopo una settimana di tempo nuvoloso, fu proposto e deciso che tutti dovessero andare in carrozza a Barwith Strand, un’attrazione locale che né la signora Swancourt né Knight avevano visto. Knight fiutava le occasioni romantiche da lontano e previde che una tale avrebbe potuto essere attesa prima della notte imminente.

Il viaggio avvenne lungo una strada tra colline verdi neutre, sulle quali le siepi giacevano strisciando come corde su una banchina. Gaps in questi altopiani rivelavano il mare blu, punteggiato da pochi tratti di bianco e una solitaria vela bianca, il tutto che traboccava fino a un orizzonte acuto che giaceva come una linea tracciata da collina a collina. Poi rotolarono giù per un passo, le rocce color cioccolato che formavano un muro su entrambi i lati, da una delle quali cadeva un’ombra pesante e frastagliata su metà della carreggiata. Un getto di acqua fresca scaturiva da una fessura occasionale, e picchiettando giù su larghe foglie verdi, correva lungo come un ruscello sul fondo. Ciocche spettinate di erica sovrastavano la sommità di ogni ripido pendio, da cui in punti diversi un rovo oscillava verso l’aria aperta, afferrando i loro copricapi come un artiglio.

Montarono l’ultima cresta e la baia che doveva essere la fine del loro pellegrinaggio scoppiò davanti a loro. Il blu dell’oceano approfondiva il suo colore mentre si estendeva fino ai piedi delle rupi, dove terminava in una frangia bianca — silenziosa a questa distanza, sebbene si muovesse e sollevasse come una coperta su un dormiente irrequieto. Gli incavi ombreggiati delle rocce viola e marroni sarebbero stati chiamati blu se quella tinta non fosse stata così interamente appropriata dall’acqua accanto a loro.

La carrozza fu messa al riparo presso un piccolo cottage con una tettoia annessa, e un addetto alle stalle e il cocchiere portarono il cesto delle provviste giù sulla spiaggia.

Knight trovò la sua opportunità. «Non ho dimenticato il suo desiderio», iniziò, quando furono separati dai loro amici.

Elfride guardò come se non capisse.

«E le ho portato questi», continuò, tirando fuori goffamente la custodia e aprendola mentre la teneva verso di lei.

«Oh signor Knight!» disse Elfride confusa, e diventando di un rosso vivace; «Non sapevo che avesse alcuna intenzione o significato in quello che ha detto. Pensavo fosse una mera supposizione. Non li voglio.»

Un pensiero che le era balenato in mente diede alla risposta una maggiore risolutezza di quanto avrebbe potuto avere altrimenti. Domani era il giorno della lettera di Stephen.

«Ma non li accetterà?» rispose Knight, sentendosi meno il suo padrone di prima.

«Preferirei di no. Sono belli — più belli di qualsiasi altro che abbia mai visto», rispose sinceramente, guardando a metà tra il desiderio e la tentazione, come Eva avrebbe potuto guardare la mela. «Ma non voglio averli, se vorrà gentilmente perdonarmi, signor Knight.»

«Nessuna gentilezza affatto», disse il signor Knight, fermandosi di colpo a questa svolta inaspettata degli eventi.

Seguì un silenzio. Knight tenne la custodia aperta, guardando piuttosto tristemente le forme scintillanti che aveva abbandonato la sua orbita per procurare; girandola e tenendola su come se, sentendo il suo dono disprezzato da lei, stesse cercando di ammirarlo molto lui stesso.

«Li chiuda, e non me li faccia più vedere — lo faccia!» disse lei ridendo, e con un bizzarro misto di riluttanza e supplica.

«Perché, Elfie?»

«Non Elfie per lei, signor Knight. Oh, perché ne avrò bisogno. Ecco, sono sciocca, lo so, a dire questo! Ma ho un motivo per non accettarli — ora.» Trattenne l'ultima parola per un momento, intendendo dare a intendere che il suo rifiuto fosse definitivo, ma in qualche modo la parola scivolò fuori, e disfece tutto il resto.

«Un giorno li accetterà?»

«Non voglio.»

«Perché non vuole, Elfride Swancourt?»

«Perché no. Non mi piace accettarli.»

«Ho letto in questo un fatto di significato angosciante», disse Knight. «Dato che le piacciono, la sua avversione ad averli deve essere verso di me?»

«No, non lo è.»

«Che cos'è, allora? Le piaccio?»

Elfride si colorò maggiormente, e guardò verso l'orizzonte con i lineamenti modellati in un'espressione della più sottile critica per quanto riguardava la sua risposta.

«Le piaccio abbastanza», mormorò infine con dolcezza.

«Non molto?»

«Lei è così tagliente con me, e dice cose dure, e allora come posso?» rispose evasivamente.

«Mi considera un vecchio bacucco, suppongo?»

«No, non lo faccio — voglio dire lo faccio — non so cosa penso che lei sia, intendo. Andiamo da papà», rispose Elfride, con un'esposizione alquanto agitata.

«Bene, le dirò il mio scopo nel procurarmi il regalo», disse Knight, con una compostezza volta a rimuovere dalla mente di lei qualsiasi possibile impressione che lui fosse ciò che era — il suo amante. «Vede, era il minimo che potessi fare per semplice cortesia.»

Elfride si sentì piuttosto spiazzata da questa lucida dichiarazione.

Knight continuò, mettendo via la custodia: «Sentivo, come chiunque naturalmente avrebbe fatto, sa, che le mie parole sulla sua scelta dell'altro giorno fossero odiose e ingiuste, e ho pensato che una scusa dovesse prendere una forma pratica.»

«Oh sì.»

Elfride era dispiaciuta — non avrebbe saputo dire perché — che lui desse una motivazione così legittima. Era una delusione che lui avesse avuto tutto il tempo un motivo freddo, che potesse essere esposto a chiunque senza suscitare un sorriso. Se avesse saputo che le erano stati offerti con quello spirito, li avrebbe certamente accettati, quel dono seducente. E l'aspetto stuzzicante era che forse lui sospettava che lei immaginasse che fossero offerti come pegno d'amore, il che era abbastanza mortificante se non lo erano.

La signora Swancourt arrivò ora dove erano seduti, per scegliere un masso piatto su cui stendere la tovaglia, e, tra la discussione su quell'argomento, la questione in sospeso tra Knight ed Elfride fu accantonata per un po'. Lui lesse il rifiuto di lei così certamente come la timidezza di una ragazza in una situazione nuova, che, nel complesso, poteva tollerare un tale inizio. Se a Knight fosse stato detto che si trattava di un senso di fedeltà in lotta contro un nuovo amore, pur non essendo meno rassicurante riguardo alla sua vittoria finale, avrebbe potuto estraniargli completamente il desiderio di assicurarsela.

Allo stesso tempo, una leggera costrizione nei modi fu visibile tra loro per il resto del pomeriggio. La marea girò, e furono costretti a salire verso un terreno più elevato. La giornata scivolò verso la sua fine con la solita tranquilla passività sognante di tali occasioni — quando ogni azione compiuta e cosa pensata consiste nel cercare di evitare di fare e pensare di più. Guardando oziosamente oltre l'orlo di un dirupo, videro il loro tavolo da pranzo di pietra venire gradualmente schizzato e le loro briciole e frammenti tutti portati via dal mare in arrivo. Il vicario trasse una lezione morale dalla scena; Knight rispose con lo stesso tono soddisfatto. E poi le onde rotolarono dentro furiosamente — le lingue d'acqua verde-blu neutre scivolarono su per i pendii, e furono trasformate in schiuma da un colpo incurante, ricadendo bianche e fioche, e lasciando dietro di sé strascichi di seguaci.

Il passaggio di un forte scroscio fu la scena successiva — spingendoli a ripararsi in una grotta poco profonda — dopo di che i cavalli furono attaccati, e iniziarono a tornare verso casa. Quando raggiunsero i livelli più alti il cielo si era di nuovo schiarito, e i raggi del tramonto luccicavano direttamente sulla strada bagnata in salita che avevano scalato. I solchi formati dalle ruote della loro carrozza nella salita — un paio di canali lillipuziani — erano come barre lucenti d'oro, che si assottigliavano nel nulla in lontananza. Anche a questo voltarono le spalle, e la notte si diffuse sul mare.

La sera era fredda, e non c'era luna. Knight sedeva vicino a Elfride, e, quando l'oscurità rendeva la posizione di una persona una questione di incertezza, particolarmente vicino. Elfride si scostò.

«Spero che mi conceda il mio posto senza rancore?» sussurrò lui.

«Oh sì; è il minimo che possa fare per semplice cortesia», disse lei, accentuando le parole in modo che lui potesse riconoscerle come le proprie restituite.

Entrambi si sentirono delicatamente in bilico tra due possibilità. Così arrivarono a casa.

Per Knight questa mite esperienza fu deliziosa. Era per lui un tempo dolce e innocente — un tempo che, sebbene non ci sia molto in esso, raramente si ripete nella vita di un uomo, e ha una peculiarità cara quando guardato retrospettivamente. Non è eccessivamente innamorato, ed è cullato da un senso pacifico di essere in grado di godere della cosa più banale con un godimento infantile. Il movimento di un'onda, il colore di una pietra, qualsiasi cosa, era sufficiente perché i pensieri assonnati di Knight di quel giorno vi si precipitassero sopra. Persino le banalità moraleggianti che il vicario si era lasciato sfuggire — principalmente perché qualcosa sembrava essere professionalmente richiesto da lui in presenza di un uomo delle inclinazioni di Knight — furono inghiottite interamente. La presenza di Elfride lo portò non solo a tollerare quel tipo di discorsi per le necessità della cortesia ordinaria; ma li ascoltò — assorbì le idee con un piacevole far finta che fossero corrette e necessarie, e si abbandonò a una sensazione conservatrice che l'aspetto delle cose fosse completo.

Entrando in camera sua quella sera, Elfride trovò un pacchetto per lei sul tavolo da toeletta. Come fosse arrivato lì non lo sapeva. Tremando disfece le pieghe di carta bianca che lo coprivano. Sì; era il tesoro di una custodia di marocchino, contenente quei tesori di ornamento che aveva rifiutato durante il giorno.

Elfride si adornò con essi per un momento, si guardò allo specchio, arrossì, e li mise via. Riempirono i suoi sogni per tutta quella notte. Non aveva mai visto nulla di così incantevole, e mai fu più chiaro che come donna onesta era in dovere di rifiutarli. Perché non fosse altrettanto chiaro a lei che il dovere richiedesse anche una condotta coordinata più vigorosa, lo dicano coloro che la dissezionano.

La mattina successiva scagliò la luce come uno spettro su di lei. Era il giorno della lettera di Stephen, ed era tenuta a incontrare il postino — a compiere furtivamente un'azione che non le era mai piaciuta, per assicurarsi un fine che ora aveva smesso di desiderare.

Ma andò.

C'erano due lettere.

Una era della banca di St. Launce’s, in cui aveva un piccolo deposito privato — probabilmente qualcosa riguardo agli interessi. La mise in tasca per un momento, e andando in casa e al piano di sopra per essere più al sicuro dall'osservazione, aprì tremando quella di Stephen.

Cosa le diceva lui?

Doveva andare alla banca di St. Launce’s e prendere una somma di denaro che essi avevano ricevuto istruzioni private di versarle.

La somma era di duecento sterline.

Non c'era assegno, ordine, o alcunché della natura di garanzia. Di fatto l'informazione ammontava a questo: il denaro era ora nella banca di St. Launce’s, a suo nome.

Aprì istantaneamente l'altra lettera. Conteneva una ricevuta di deposito dalla banca per la somma di duecento sterline che era stata quel giorno aggiunta al suo conto. L'informazione di Stephen, quindi, era corretta, e il bonifico effettuato.

«Ho risparmiato questo in un anno», continuava a dire la lettera di Stephen, «e cosa c'è di più appropriato oltre che piacevole per me da fare se non consegnartelo perché tu lo tenga per il tuo uso? Ne ho in abbondanza per me, indipendentemente da questo. Se non fossi disposta a lasciarlo giacere inattivo in banca, fai investire questo denaro a tuo padre a tuo nome con una buona garanzia. È un piccolo regalo per te dal tuo più che fidanzato. Egli, penso, Elfride, sentirà ora che le mie pretese alla tua mano sono tutt'altro che il sogno di un ragazzo sciocco non degno di una considerazione razionale.»

Con una naturale delicatezza, Elfride, nel menzionare il matrimonio di suo padre, si era astenuta da ogni accenno alle risorse pecuniarie della signora.

Lasciando questo argomento concreto, lui continuò, un po' secondo il suo modo infantile:

«Ricordi, cara, quella prima mattina del mio arrivo a casa tua, quando tuo padre lesse durante le preghiere il miracolo della guarigione del paralitico — dove gli viene detto di prendere il suo letto e camminare? Io lo ricordo, e posso ora comprendere così bene la forza di quel passaggio. Il pezzetto di stuoia più piccolo è il letto dell'orientale, e ieri ho visto un nativo compiere l'azione stessa, il che mi ha ricordato di menzionarlo. Ma tu sei più istruita di me, e forse sapevi tutto questo molto tempo fa.... Un giorno comprai dei piccoli idoli nativi da mandare a casa a te come curiosità, ma dopo aver scoperto che erano stati fusi in Inghilterra, fatti sembrare vecchi, e spediti qui, li ho gettati via in disgusto.»

«Parlare di questo mi ricorda che siamo costretti a importare tutto il nostro materiale in ferro per la costruzione di case dall'Inghilterra. Mai fu richiesta tale lungimiranza nell'edificare case come qui. Prima di iniziare, dobbiamo ordinare ogni colonna, serratura, cardine e vite che sarà richiesta. Non possiamo andare nella strada accanto, come a Londra, e farli fondere in un momento. Il signor L. dice che qualcuno dovrà andare in Inghilterra molto presto e sovrintendere alla selezione di un grande ordine di questo tipo. Spero solo di poter essere io quell'uomo.»

Lì davanti a lei giaceva la ricevuta di deposito per le duecento sterline, e accanto ad essa l'elegante regalo di Knight. Elfride divenne fredda — poi le sue guance si sentirono riscaldate dal sangue che batteva. Se distruggendo il pezzo di carta l'intera transazione avesse potuto essere ritirata dalla sua esperienza, avrebbe volentieri sacrificato il denaro che rappresentava. Non sapeva cosa fare in nessuno dei due casi. Temeva quasi di lasciare i due oggetti giacere in giustapposizione: così antagonisti erano gli interessi che rappresentavano che una repulsione miracolosa dell'uno dall'altro era quasi da aspettarsi.

Quel giorno la si vide poco. Verso sera era giunta a una risoluzione, e agì di conseguenza. Il pacchetto fu sigillato — con una lacrima di rimpianto mentre chiudeva la custodia sulle graziose forme che conteneva — indirizzato, e posto sul tavolo da scrittoio nella stanza di Knight. E una lettera fu scritta a Stephen, affermando che ancora capiva a stento la sua posizione riguardo al denaro inviato; ma dichiarando che era pronta a mantenere la sua promessa di sposarlo. Dopo che questa lettera fu scritta, ritardò a spedirla — sebbene non smettendo mai di sentire strenuamente che l'atto doveva essere compiuto.

Passarono parecchi giorni. C'era un'altra lettera indiana per Elfride. Arrivando inaspettatamente, suo padre la vide, ma non fece alcun commento — perché, non avrebbe saputo dire. La notizia questa volta era assolutamente travolgente. Stephen, come aveva desiderato, era stato effettivamente scelto come il più adatto a eseguire la commissione di lavori in ferro a cui aveva alluso come imminente. Completato questo dovere avrebbe avuto tre mesi di permesso. La sua lettera continuava dicendo che l'avrebbe seguita in una settimana, e avrebbe colto l'occasione per chiedere chiaramente a suo padre di permettere il fidanzamento. Poi arrivò una pagina espressiva della sua gioia e di quella di lei per la riunione; e infine, l'informazione che avrebbe scritto agli agenti marittimi, chiedendo loro di telegrafare e dirle quando la nave che lo portava a casa dovesse essere in vista — sapendo quanto tale informazione sarebbe stata gradita.

Elfride viveva e si muoveva ora come in un sogno. Knight all'inizio era diventato quasi arrabbiato per il suo persistente rifiuto della sua offerta — e non meno per il modo che per il fatto in sé. Ma vide che lei iniziava ad apparire logora e malata — e la sua contrarietà scemò in una semplice perplessità.

Cessò ora di rimanere in casa per lunghe ore come prima, ma ne fece un mero centro per escursioni antiquarie e geologiche nel vicinato. Gettare le carte e andarsene avrebbe voluto farlo, ma non poteva. E, così, avvalendosi dei privilegi di un parente, entrava e usciva dai locali come l'estro lo portava — ma indugiava ancora.

«Non desidero restare qui un altro giorno se la mia presenza è sgradita», disse un pomeriggio. «All'inizio lei dava a intendere che io fossi severo con lei; e quando sono gentile lei mi tratta ingiustamente.»

«No, no. Non dica così.»

L'origine della loro conoscenza era stata tale da rendere il loro modo di fare l'uno verso l'altra peculiare e insolito. Era di un tipo che li portava a dire apertamente le proprie opinioni su qualsiasi sentimento di obiezione e differenza: a essere riservati sulle questioni più gentili.

«Ho una buona mente di andarmene e non disturbarla mai più», continuò Knight.

Lei non disse nulla, ma l'eloquente espressione dei suoi occhi e del suo volto pallido fu abbastanza per rimproverarlo di asprezza.

«Le fa piacere che io sia qui, allora?» chiese Knight gentilmente.

«Sì», disse lei. La fedeltà al vecchio amore e la verità verso il nuovo erano schierate su lati opposti, e la verità prevalse senza virtù.

«Allora resterò ancora un po'», disse Knight.

«Non si indispettisca se rimango molto per conto mio, vuole? Forse accadrà qualcosa, e potrei dirle qualcosa.»

«Pura civetteria», disse Knight a se stesso; e se ne andò con il cuore più leggero. Il trucco di leggere correttamente le forze enigmatiche all'opera nelle donne in determinati momenti, che con alcuni uomini è un istinto infallibile, è peculiare di menti meno dirette e oneste di quella di Knight.

La sera successiva, verso le cinque, prima che Knight fosse tornato da un pellegrinaggio lungo la riva, un uomo si incamminò verso la casa. Era un messaggero di Camelton, una città a poche miglia di distanza, nel qual luogo la ferrovia era stata avanzata durante l'estate.

«Un telegramma per la signorina Swancourt, e tre scellini e sei pence da pagare per il messaggero speciale.» La signorina Swancourt mandò fuori il denaro, firmò il foglio, e aprì la sua lettera con mano tremante. Lesse:

«Johnson, Liverpool, alla signorina Swancourt, Endelstow, vicino a Castle Boterel.

«Amaryllis telegrafata al largo di Holyhead, ore quattro. Prevedo che attraccherà e sbarcherà i passeggeri al Canning’s Basin domani mattina alle dieci.»

Suo padre la chiamò nello studio.

«Elfride, chi ti ha mandato quel messaggio?» chiese sospettoso.

«Johnson.» «Chi è Johnson, per l'amor del cielo?»

«Non lo so.»

«Il diavolo che non lo sai! Chi dovrebbe saperlo, allora?»

«Non ho mai sentito parlare di lui fino ad ora.»

«È una storia singolare, non è vero.»

«Non lo so.»

«Andiamo, andiamo, signorina! Cos'era il telegramma?»

«Vuole davvero sapere, papà?»

«Beh, sì.»

«Ricordi, sono una donna adulta ormai.»

«Beh, cosa c'entra?»

«Essendo una donna, e non una bambina, posso, credo, avere qualche segreto.»

«Ne avrai, a quanto pare.»

«Le donne hanno, di regola.»

«Ma non tenerli. Quindi parla chiaro.»

«Se non mi incalzerà ora, le do la mia parola di dirle il significato di tutto questo prima che la settimana sia passata.»

«Sul tuo onore?»

«Sul mio onore.»

«Molto bene. Ho avuto un certo sospetto, sai; e sarò lieto di scoprire che è falso. Non mi piace il tuo modo di fare ultimamente.»

«Alla fine della settimana, ho detto, papà.»

Suo padre non rispose, ed Elfride lasciò la stanza.

Iniziò a guardarsi di nuovo intorno per il postino. Tre mattine dopo egli portò una lettera dall'interno da parte di Stephen. Conteneva pochissima sostanza, essendo stata scritta in fretta; ma il significato era abbastanza voluminoso. Stephen diceva che, avendo eseguito una commissione a Liverpool, sarebbe arrivato a casa di suo padre, East Endelstow, alle cinque o sei di quella stessa sera; che dopo il tramonto avrebbe camminato fino al villaggio successivo, e l'avrebbe incontrata, se lei avesse voluto, nel portico della chiesa, come ai vecchi tempi. Proponeva questo piano perché pensava che fosse sconsigliabile chiamare formalmente a casa sua così tardi la sera; eppure non poteva dormire senza averla vista. I minuti sarebbero sembrati ore finché non l'avesse stretta tra le sue braccia.

Elfride era ancora ferma nella sua opinione che l'onore la costringesse a incontrarlo. Probabilmente il desiderio stesso di evitarlo prestava ulteriore peso alla convinzione; poiché lei era marcatamente una di quelle che sospirano per l'irraggiungibile — a cui, superlativamente, una speranza è gradita perché non è un possesso. E lo sapeva così bene che il suo intelletto era incline a esagerare questo difetto in se stessa.

Così durante il giorno guardò fermamente in faccia il suo dovere; lesse l'astringente ma deprimente ode di Wordsworth a quella Divinità; si affidò alla sua guida; e continuava a sentire il peso dei desideri casuali.

Ma iniziò a provare un piacere malinconico nel contemplare il sacrificio di se stessa all'uomo che un senso di proprietà da fanciulla la costringeva a considerare come il suo unico possibile marito. Lo avrebbe incontrato, e fatto tutto ciò che era in suo potere per sposarlo. Per guardarsi da una ricaduta, una nota fu subito spedita al cottage di suo padre per Stephen al suo arrivo, fissando un'ora per l'intervista.

Capitolo XXI

«Sulle tue fredde pietre grigie, o mare!»

Stephen aveva detto che sarebbe venuto via Bristol, e da lì con un piroscafo per Castle Boterel, per evitare il lungo viaggio sulle colline da St. Launce’s. Non sapeva dell'estensione della ferrovia a Camelton.

Durante il pomeriggio un pensiero occorse a Elfride, che da qualsiasi scogliera lungo la riva sarebbe stato possibile vedere il piroscafo alcune ore prima del suo arrivo.

Aveva accumulato forza religiosa sufficiente per compiere un atto di supererogazione. L'atto era questo — andare in qualche punto di terra e osservare la nave che riportava a casa il suo futuro marito.

Era un pomeriggio nuvoloso. Elfride era spesso distolta da uno scopo da un cielo spento; e sebbene fosse solita persuadersi che il tempo fosse il più bello possibile dall'altra parte delle nuvole, non poteva ottenere alcun risultato pratico da questa fantasia. Ora, il suo stato d'animo era tale che il cielo umido si armonizzava con esso.

Dopo essere salita e aver superato una collina dietro la casa, Elfride giunse a un piccolo ruscello. Lo usò come guida verso la costa. Era più piccolo di quello nella sua valle, e scorreva del tutto a un livello più alto. Cespugli fiancheggiavano i pendii del suo solco poco profondo; ma sul fondo, dove l'acqua scorreva, c'era un morbido tappeto verde, in una striscia larga due o tre iarde.

In inverno, l'acqua scorreva sopra l'erba; in estate, come ora, sgorgava lungo un canale nel mezzo.

Elfride ebbe la sensazione di occhi che la osservavano da qualche parte. Si voltò, e c'era il signor Knight. Era caduto nella valle dal lato della collina. Sentì un brivido di piacere, e ribellandosi gli permise di esistere.

«Che estrema solitudine trovarti in!»

«Sto andando verso la riva seguendo il ruscello. Credo che si svuoti non lontano, in un filo d'acqua argentata, su una cascata di grande altezza.»

«Perché ti carichi di quel pesante telescopio?»

«Per guardare oltre il mare con esso», disse lei debolmente.

«Lo porterò io per te fino alla fine del tuo viaggio.» E prese il vetro dalle sue mani non resistenti. «Non può essere a più di mezzo miglio di distanza. Vedi, c'è l'acqua.» Indicò un breve frammento di colore grigio fangoso livellato, che tagliava contro il cielo.

Elfride aveva già scansionato la piccola superficie dell'oceano visibile, e non aveva visto alcuna nave.

Camminarono insieme, a volte con il ruscello tra loro — perché non era più largo di una falcata d'uomo — a volte vicini. Il tappeto verde divenne paludoso, e si tennero più in alto.

Una delle due creste tra le quali camminavano si assottigliò più in basso e divenne insignificante. Quella sulla destra si alzò con il loro avanzare, e terminò in un bordo chiaramente definito contro la luce, come se fosse stata segata bruscamente. Poco più avanti, e il letto del ruscello terminò allo stesso modo.

Erano giunti a un argine alto fino al petto, e oltre di esso la valle non era più visibile. Era stata ritirata nettamente e completamente. Al suo posto c'era cielo e atmosfera sconfinata; e perpendicolarmente giù sotto di loro — piccola e lontana — giaceva la superficie corrugata dell'Atlantico.

Il piccolo ruscello trovava qui la sua morte. Scendendo lungo il precipizio si disperdeva in spruzzi prima ancora di aver percorso metà strada, e cadendo come pioggia su sporgenze sporgenti, ne faceva minuscoli prati erbosi. In fondo, le gocce d'acqua si imbevevano tra i detriti della scogliera. Questa era la fine ingloriosa del fiume.

"Cosa stai cercando?" disse Knight, seguendo la direzione dei suoi occhi.

Lei stava fissando intensamente un oggetto nero — più vicino alla riva che all'orizzonte — dalla cui sommità proveniva una foschia nebulosa, che si stendeva come una garza sul mare.

"Il Puffin, un piccolo battello a vapore estivo — da Bristol a Castle Boterel", disse. "Credo sia quello, guarda. Mi daresti il cannocchiale?"

Knight aprì il telescopio, vecchio stile ma potente, e lo porse a Elfride, che aveva guardato con occhi stanchi.

"Non riesco a tenerlo su ora", disse lei.

"Appoggialo sulla mia spalla."

"È troppo in alto."

"Sotto il mio braccio."

"Troppo in basso. Puoi guardare tu al posto mio", mormorò debolmente.

Knight portò il vetro all'occhio e spazzò il mare finché il Puffin non entrò nel suo campo visivo.

"Sì, è il Puffin, una minuscola imbarcazione. Riesco a vedere distintamente la sua polena: un uccello con un becco grande quanto la testa."

"Riesci a vedere il ponte?"

"Aspetta un minuto; sì, abbastanza chiaramente. E riesco a scorgere le sagome nere dei passeggeri contro la sua superficie bianca. Uno di loro ha preso qualcosa da un altro — un cannocchiale, credo — sì, è così — e lo sta puntando in questa direzione. Conta sul fatto che siamo oggetti ben visibili contro il cielo per loro. Ora, sembra che piova su di loro, e indossano soprabiti e aprono ombrelli. Svaniscono e scendono sottocoperta, tutti tranne quello che ha preso in prestito il cannocchiale. È un giovane slanciato, e continua a guardarci."

Elfride impallidì e spostò i suoi piedini a disagio.

Knight abbassò il cannocchiale.

"Credo che faremmo meglio a tornare", disse. "Quella nuvola che sta piovendo su di loro potrebbe raggiungerci presto. Ma guarda, sembri malata. Com'è possibile?"

"Qualcosa nell'aria colpisce il mio viso."

"Quelle guance chiare sono molto schizzinose, temo", rispose Knight con tenerezza. "Questa aria renderebbe rosee guance che non lo sono mai state prima, si direbbe — eh, viziata creatura della Natura?"

Il colore tornò sul volto di Elfride.

"C'è dell'altro da vedere dietro di noi, dopo tutto", disse Knight.

Lei voltò le spalle alla barca e a Stephen Smith, e vide, torreggiante ancora più in alto di loro, la parete verticale della collina sulla destra, che non si protendeva verso il mare tanto quanto il letto della valle, ma formava il retro di una piccola baia, e quindi era visibile come un muro concavo, che si curvava dalla loro posizione verso sinistra.

La composizione dell'enorme collina era rivelata fino alla spina dorsale e al midollo qui, alla sua estremità squarciata. Consisteva in una vasta stratificazione di ardesia grigio-nerastra, immutata in tutta la sua altezza da un solo cambiamento di tonalità.

È con le scogliere e le montagne come con le persone; hanno quella che si chiama presenza, che non è necessariamente proporzionale alla loro mole reale. Una piccola scogliera può colpirvi profondamente; una grande per nulla. Dipende, come per l'uomo, dal volto della scogliera.

"Non riesco a sopportare di guardare quella scogliera", disse Elfride. "Ha una personalità orribile e mi fa rabbrividire. Andiamocene."

"Sai arrampicarti?" disse Knight. "Se è così, saliremo per quel sentiero sopra la fronte del truce vecchio."

"Mettimi alla prova", disse Elfride con disdegno. "Ho risalito pendii più ripidi di quello."

Da dove avevano indugiato, un sentiero erboso si snodava lungo l'interno di un argine, posto come salvaguardia per i pedoni incauti, fino alla cima del precipizio, e oltre, lungo la collina in direzione dell'entroterra.

"Prendi il mio braccio, Miss Swancourt", disse Knight.

"Posso procedere meglio senza, grazie."

Quando furono a un quarto della salita, Elfride si fermò per riprendere fiato. Knight tese la mano.

Lei la prese, e risalirono insieme il pendio rimanente. Raggiunta la cima, si sedettero a riposare di comune accordo.

"Cielo, che altitudine!" disse Knight tra un respiro affannoso e l'altro, guardando lontano sopra il mare. La cascata in fondo al pendio appariva poco più di un palmo in altezza da dove si trovavano ora.

Elfride stava guardando a sinistra. Il battello a vapore era di nuovo in piena vista e, a causa della vasta superficie di mare che la loro posizione più elevata rivelava, sembrava quasi vicino alla riva.

"Oltre quel bordo", disse Knight, "dove non appare altro che vuoto, c'è una massa compatta in movimento. Il vento colpisce la faccia della roccia, vi scorre sopra, si alza come una fontana fino a un'altezza ben superiore alle nostre teste, si incurva su di noi in un arco e si disperde dietro di noi. In effetti, c'è una cascata rovesciata — perfetta quanto le Cascate del Niagara — ma che sale invece di scendere, e fatta d'aria invece che d'acqua. Ora guarda qui."

Knight gettò una pietra oltre l'argine, mirando come per farla proseguire oltre la scogliera. Raggiunto il margine, essa svettò nell'aria come un uccello, tornò indietro e si posò sul terreno dietro di loro. Loro stessi erano in una calma piatta.

"Una barca attraversa il Niagara proprio ai piedi delle cascate, dove l'acqua è del tutto ferma, con la massa caduta che si incurva sotto di essa. Siamo esattamente nella stessa posizione rispetto alla nostra cateratta atmosferica qui. Se corri indietro dalla scogliera per cinquanta iarde, sarai in un vento vivace. Ora, oso dire che oltre l'argine c'è una piccola corrente all'indietro."

Knight si alzò e si sporse sull'argine. Non appena ebbe la testa sopra di esso, il suo cappello sembrò essergli risucchiato via dalla testa, scivolando sulla fronte in direzione del mare.

"È il vortice all'indietro, come ti ho detto", gridò, e svanì oltre il piccolo argine inseguendo il suo cappello.

Elfride aspettò un minuto; lui non tornò. Aspettò un altro, e non ci fu segno di lui.

Caddero alcune gocce di pioggia, poi un improvviso scroscio.

Si alzò e guardò oltre l'argine. Dall'altra parte c'erano due o tre iarde di terreno pianeggiante — poi un breve e ripido pendio preparatorio — poi il margine del precipizio.

Sul pendio c'era Knight, col cappello in testa. Era a mani e ginocchia, cercando di risalire verso il terreno pianeggiante. La pioggia aveva bagnato la superficie scistosa dell'inclinazione. Un leggero inumidimento superficiale del terreno da quelle parti lo rendeva molto più scivoloso su cui stare rispetto allo stesso terreno completamente inzuppato. La sostanza interna era ancora dura, ed era lubrificata dalla pellicola inumidita.

"Trovo difficoltà a tornare indietro", disse Knight.

Il cuore di Elfride cadde come piombo.

"Ma puoi tornare indietro?" chiese lei selvaggiamente.

Knight si sforzò con tutte le sue forze per due o tre minuti, e le gocce di sudore iniziarono a imperlargli la fronte.

"No, non sono in grado di farlo", rispose.

Elfride, con uno sforzo di pensiero, scacciò dalla sua mente la sensazione che Knight fosse in pericolo mortale. Ma tentare di aiutarlo doveva. Si avventurò sul pendio insidioso, si sostenne con il telescopio chiuso e gli porse la mano prima che lui vedesse i suoi movimenti.

"Oh Elfride! Perché l'hai fatto?" disse lui. "Temo che tu abbia solo messo in pericolo te stessa."

E come a dimostrare la sua affermazione, nel fare un tentativo con il suo aiuto scivolarono entrambi più in basso, e poi lui fu di nuovo fermato. Il suo piede era puntellato da una mensola di roccia quarzifera, in bilico sul bordo del precipizio. Fissato da questa, la sostenne, con la testa di lei circa un piede sotto l'inizio del pendio. Elfride aveva lasciato cadere il cannocchiale; rotolò fino al bordo e svanì oltre di esso in un cielo inferiore.

"Tieniti stretta a me", disse lui.

Lei gettò le braccia attorno al suo collo con una presa così ferma che, finché lui fosse rimasto, per lei sarebbe stato impossibile cadere.

"Non agitarti", continuò Knight. "Finché restiamo sopra questo blocco siamo perfettamente al sicuro. Aspetta un momento mentre considero cosa sia meglio fare."

Rivolse gli occhi alle vertiginose profondità sotto di loro e studiò la situazione.

Due sguardi gli dissero una storia con spaventosa chiarezza. Era che, a meno di non eseguire la loro impresa di risalire il pendio con la precisione di macchine, sarebbero finiti oltre il bordo a roteare nel vuoto.

A tal fine, era necessario che recuperasse il fiato e la forza che i suoi sforzi precedenti gli erano costati. Così aspettò ancora, e guardò in faccia il nemico.

La cresta di questa terribile facciata naturale passava tra gli abitanti vicini per essere settecento piedi sopra l'acqua che sovrastava. Era stato dimostrato tramite misurazione effettiva che non era un piede meno di seicento cinquanta.

Vale a dire, è quasi tre volte l'altezza di Flamborough, una volta e mezza quella di South Foreland, cento piedi più alta di Beachy Head — il promontorio più elevato sul lato est o sud di quest'isola — il doppio dell'altezza di St. Aldhelm's, tre volte più alta del Lizard, e proprio il doppio dell'altezza di St. Bee's. Un punto sulla costa occidentale è noto per superarla in altitudine, ma solo di pochi piedi. Si tratta di Great Orme's Head, nel Caernarvonshire.

E bisogna ricordare che la scogliera esibisce una caratteristica di intensificazione che alcune di quelle non hanno: la pura perpendicolarità dal livello dell'alta marea.

Eppure, questo notevole bastione non forma alcun promontorio: piuttosto racchiude un'insenatura — il promontorio su ciascun lato è molto più basso. Così, lungi dall'essere sporgente, la sua sezione orizzontale è concava. Il mare, che rotola direttamente dalle coste del Nord America, ha di fatto scavato un abisso nel mezzo di una collina, e il gigante, insenato e discreto, sta dietro a sostenitori pigmei. Non meno singolarmente, né collina, né abisso, né precipizio hanno un nome. Per questo motivo chiamerò il precipizio la Scogliera senza Nome.

Ciò che dava un terrore aggiunto alla sua altezza era la sua nerezza. E su questo volto scuro il battere di diecimila venti occidentali aveva formato una sorta di fioritura, che aveva un effetto visivo non dissimile da quello di un'uva di Amburgo. Inoltre, sembrava fluttuare nell'atmosfera e ispirare terrore attraverso i polmoni.

"Questo pezzo di quarzo, che sostiene i miei piedi, è proprio sul naso della scogliera", disse Knight, rompendo il silenzio dopo la sua rigida meditazione stoica. "Ora quello che devi fare è questo. Arrampicati sul mio corpo finché i tuoi piedi non saranno sulle mie spalle: quando sarai lì, penso che sarai in grado di arrampicarti sul terreno pianeggiante."

"Cosa farai tu?"

"Aspetterò mentre corri a cercare aiuto."

"Avrei dovuto farlo fin dal principio, non è vero?"

"Ero sul punto di scivolare, e probabilmente non avrei raggiunto alcun punto d'appoggio senza il tuo peso. Ma non parliamo. Sii coraggiosa, Elfride, e arrampicati."

Lei si preparò a salire, dicendo: "Questo è il momento che avevo previsto quando ero sulla torre. Pensavo sarebbe arrivato!"

"Non è il momento per la superstizione", disse Knight. "Lascia perdere tutto questo."

"Lo farò", disse lei umilmente.

"Ora metti il piede nella mia mano: poi l'altro. Così va bene — ben fatto. Tieniti alla mia spalla."

Posò i piedi sulla staffa che lui formò con la mano, ed ebbe un'altezza sufficiente per dare un'occhiata alla superficie naturale della collina oltre l'argine.

"Riesci ora ad arrampicarti sul terreno pianeggiante?"

"Temo di no. Ci proverò."

"Cosa riesci a vedere?"

"Il terreno comune in pendio."

"Cosa c'è sopra?"

"Erica viola e un po' d'erba."

"Nient'altro — nessun uomo o essere umano di alcun tipo?"

"Nessuno."

"Ora prova ad andare più in alto in questo modo. Vedi quel ciuffo di garofani di mare sopra di te? Afferralo bene, ma non fidarti interamente di esso. Poi sali sulla mia spalla, e penso che raggiungerai la cima."

Con arti tremanti fece esattamente come le disse. La quiete e la solennità soprannaturali del suo modo si diffusero su di lei, e le diedero un coraggio non suo. Fece un balzo dalla cima della sua spalla, e fu su.

Poi si voltò a guardarlo.

Per un destino avverso, la forza verso il basso del suo balzo, aggiunta al suo stesso peso, era stata troppa per il blocco di quarzo da cui dipendevano i suoi piedi. Era, in effetti, originariamente una protusione ignea nelle enormi masse di strati neri, che da allora era stata consumata dai lati del frammento alieno da secoli di gelo e pioggia, e ora lo lasciava senza molto sostegno.

Si mosse. Knight afferrò un ciuffo di garofani di mare con ogni mano.

La roccia di quarzo che era stata la sua salvezza era ora peggio che inutile. Rotolò via, fuori dalla vista, e lontano nello stesso cielo inferiore che aveva inghiottito il telescopio.

Uno dei ciuffi a cui si teneva venne via alla radice, e Knight iniziò a seguire il quarzo. Fu un momento terribile. Elfride emise un basso grido selvaggio di agonia, chinò il capo e si coprì il volto con le mani.

Tra il pendio coperto di erba e la gigantesca roccia perpendicolare si interponeva una serie di bordi frastagliati consumati dalle intemperie, che formavano una parete ancora più ripida del pendio precedente. Mentre scivolava lentamente pollice dopo pollice su di essi, Knight fece un ultimo disperato scatto verso il ciuffo di vegetazione più basso — l'ultimo nodo periferico di erba stentata prima che la roccia apparisse in tutta la sua nudità. Arrestò la sua ulteriore discesa. Knight era ora letteralmente sospeso per le braccia; ma l'inclinazione della fronte essendo quella che gli ingegneri chiamerebbero circa un quarto, era sufficiente a sollevare le sue braccia da una parte del suo peso, ma era ben lungi dall'offrire una faccia adeguatamente piatta per sostenerlo.

Nonostante questa terribile tensione del corpo e della mente, Knight trovò il tempo per un momento di gratitudine. Elfride era al sicuro.

Lei giaceva su un fianco sopra di lui, con le dita intrecciate. Vedendolo di nuovo fermo, saltò in piedi.

"Ora, se solo potessi salvarti correndo a cercare aiuto!" gridò. "Oh, sarei dovuta morire io al suo posto! Perché hai tentato così tanto di salvarmi?" E si voltò selvaggiamente per correre a cercare assistenza.

"Elfride, quanto tempo ti ci vorrà per correre a Endelstow e tornare?"

"Tre quarti d'ora."

"Non va bene; le mie mani non reggeranno dieci minuti. E non c'è nessuno più vicino?"

"No; a meno che non capiti qualche passante occasionale."

"Non avrebbe con sé nulla che possa salvarmi. C'è un palo o un bastone di qualche tipo sul terreno comune?"

Lei si guardò intorno. Il terreno comune era spoglio di tutto tranne erica ed erba.

Un minuto — forse più tempo — fu trascorso in muto pensiero da entrambi. All'improvviso l'agonia vuota e impotente lasciò il suo volto. Svanì oltre l'argine dalla sua vista.

Knight si sentì in presenza di una solitudine personalizzata.

Capitolo XXII

"A modo di donna."

Scogliere scoscese, di ogni brutta altitudine, sono comuni come uccelli marini lungo la linea di costa tra Exmoor e Land's End; ma questo esemplare, fiancheggiato e circondato, era il più brutto di tutti. Le loro cime non sono posti sicuri per esperimenti scientifici sui principi delle correnti d'aria, come Knight aveva ora scoperto, con suo sgomento.

Si aggrappava ancora alla faccia della scarpata — non con la presa frenetica della disperazione, ma con una determinazione ostinata a sfruttare ogni briciola della sua resistenza, e così dare il più lungo margine possibile alle intenzioni di Elfride, quali che fossero.

Giaceva mano nella mano con il mondo nella sua infanzia. Non un filo d'erba, non un insetto che parlasse del presente era tra lui e il passato. L'inveterato antagonismo di questi precipizi neri verso tutti coloro che lottano per la vita non è in alcun modo suggerito più forzatamente della scarsità di ciuffi d'erba, licheni o conferve sulle loro sporgenze più esterne.

Knight meditò sul significato della frettolosa scomparsa di Elfride, ma non poté evitare una conclusione istintiva che esisteva solo una dubbia speranza per lui. Per quanto potesse giudicare, la sua unica possibilità di salvezza risiedeva nella possibilità che venisse portata una corda o un palo; e questa possibilità era davvero remota. Il suolo su queste alte colline era lasciato così non curato che erano prive di recinzioni per miglia, eccetto per un argine occasionale o un muro a secco, ed erano raramente visitate se non allo scopo di raccogliere o contare il gregge che vi trovava un misero mezzo di sussistenza.

Inizialmente, quando la morte appariva improbabile, perché non lo aveva mai visitato prima, Knight non riusciva a pensare a nessun futuro, né a nulla di legato al suo passato. Poteva solo guardare severamente al traditore tentativo della Natura di porre fine a lui, e sforzarsi di contrastarla.

Dal fatto che la scogliera formasse la faccia interna del segmento di un enorme cilindro, avente il cielo per cima e il mare per fondo, che racchiudeva la baia per più di un semicerchio, poteva vedere la faccia verticale curvarsi attorno su ciascun lato di lui. Guardò lontano lungo la facciata, e comprese più a fondo come essa lo minacciasse. La cupezza era in ogni tratto, e fino alle sue viscere la forma nemica era desolazione.

Per una di quelle familiari congiunzioni di cose con cui il mondo inanimato adesca la mente dell'uomo quando egli indugia in momenti di suspense, di fronte agli occhi di Knight c'era un fossile incastonato, che si stagliava in basso rilievo dalla roccia. Era una creatura con occhi. Gli occhi, morti e trasformati in pietra, lo stavano guardando proprio ora. Era uno dei primi crostacei chiamati Trilobiti. Separati da milioni di anni nelle loro vite, Knight e questo subalterno sembravano essersi incontrati nella loro morte. Era l'unico esempio alla portata della sua visione di qualcosa che era mai stato vivo e aveva avuto un corpo da salvare, come lui stesso aveva ora.

La creatura rappresentava solo un basso tipo di esistenza animale, poiché mai nei loro anni primaverili le pianure indicate da quegli innumerevoli strati ardesiosi erano state attraversate da un'intelligenza degna di questo nome. Zoofiti, molluschi, crostacei, erano i massimi sviluppi di quelle date antiche. Gli immensi lapsus di tempo che ogni formazione rappresentava non avevano conosciuto nulla della dignità dell'uomo. Erano tempi grandiosi, ma erano anche tempi meschini, e meschine erano le loro reliquie. Egli doveva essere con i piccoli nella sua morte.

Knight era un geologo; e tale è la supremazia dell'abitudine sull'occasione, come pioniere dei pensieri degli uomini, che in questo terribile frangente la sua mente trovò il tempo di accogliere, con una spazzata momentanea, le scene varie che avevano avuto il loro giorno tra l'epoca di questa creatura e la sua. Non c'è posto come un paesaggio a fessura per far comprendere tali immaginazioni.

Il tempo si richiuse come un ventaglio davanti a lui. Si vide a un'estremità degli anni, faccia a faccia con l'inizio e tutti i secoli intermedi simultaneamente. Uomini feroci, vestiti con le pelli delle bestie, e portanti, per difesa e attacco, enormi mazze e lance appuntite, sorsero dalla roccia, come i fantasmi davanti al condannato Macbeth. Vivevano in cavità, boschi e capanne di fango — forse in caverne delle rocce vicine. Dietro di loro stava un gruppo precedente. Nessun uomo era lì. Enormi forme elefantine, il mastodonte, l'ippopotamo, il tapiro, antilopi di dimensioni mostruose, il megaterio e il milodonte — tutti, per il momento, in giustapposizione. Più indietro, e sovrapposti a questi, erano appollaiati uccelli dai becchi enormi e creature suine grandi come cavalli. Ancora più tenebrosi erano i sinistri contorni crocodiliani — alligatori e altre forme sgraziate, culminanti nella lucertola colossale, l'iguanodonte. Ripiegate dietro c'erano forme di drago e nuvole di rettili volanti: ancora sotto c'erano esseri pescosi di sviluppo inferiore; e così via, finché le scene di vita del fossile di fronte a lui erano una condizione presente e moderna delle cose. Queste immagini passarono davanti all'occhio interiore di Knight in meno di mezzo minuto, ed egli stava di nuovo considerando il presente reale. Doveva morire? L'immagine mentale di Elfride nel mondo, senza di lui a farle compagnia, colpì il suo cuore come una frusta. Aveva sperato nella salvezza, ma cosa poteva fare una ragazza? Non osava muoversi di un pollice. La Morte stava davvero allungando la sua mano? La sensazione precedente, che fosse improbabile che morisse, era più debole ora.

Tuttavia, Knight si aggrappava ancora alla scogliera.

Per quegli abitanti pensierosi e provati dalle intemperie del West Country che trascorrono la maggior parte dei loro giorni e delle loro notti all'aperto, la Natura sembra avere degli umori che vanno ben oltre il senso poetico: predilezioni per determinate azioni in determinati momenti, senza alcuna legge apparente che le governi o stagione che le giustifichi. Essa viene letta come una persona dall'indole curiosa; come qualcuno che non dispensa gentilezze e crudeltà in modo alternato, imparziale e ordinato, ma severità spietate o generosità travolgenti secondo un capriccio senza legge. La condizione dell'uomo è sempre quella del favorito del prodigo o del pensionante dell'avaro. Nei suoi momenti ostili, sembra esserci un divertimento felino nei suoi trucchi, generato da un assaggio del piacere che proverà nel divorare la vittima.

Un simile modo di pensare sarebbe stato assurdo per Knight, ma ora cominciava ad adottarlo. Dapprima fu infilzato su una roccia. Seguirono nuove torture. La pioggia aumentò e lo perseguitò con una persistenza eccezionale, che egli fu indotto a credere fosse causata dal fatto che si trovasse già in uno stato così miserevole. Un ordine di cose del tutto nuovo poteva essere osservato in quest'introduzione della pioggia sulla scena. Pioveva verso l'alto invece che verso il basso. La forte aria ascendente trasportava con sé le gocce di pioggia nella sua corsa lungo la scarpata, arrivandogli addosso con una tale velocità da conficcarsi nella sua carne come aghi gelidi. Ogni goccia era praticamente un dardo e lo trafiggeva fino alla pelle. I dardi d'acqua sembravano sollevarlo sulle loro punte: nessuna pioggia discendente aveva mai avuto un effetto così torturante. In breve tempo fu inzuppato, eccetto in due punti. Questi erano sulla sommità delle spalle e sulla corona del cappello.

Il vento, sebbene non intenso in altre situazioni, qui era forte. Strattonava il suo cappotto e lo sollevava. Siamo per lo più abituati a considerare ogni opposizione che non sia animata come quella della mano impassibile e inesorabile dell'indifferenza, che logora la pazienza più della forza. Qui, ad ogni modo, l'ostilità non assumeva quella forma lenta e nauseante. Era un'agenzia cosmica, attiva, sferzante, avida di conquista: determinazione; non un insensato ostacolo sul cammino.

Knight aveva sopravvalutato la forza delle sue mani. Stavano già diventando deboli. "Non tornerà più; se n'è andata da dieci minuti", disse a se stesso.

Questo errore nasceva dall'insolita compressione delle sue esperienze in quel momento: in realtà se n'era andata solo da tre.

"Altri minuti simili saranno la mia fine", pensò.

Seguì un altro esempio dell'incapacità della mente di fare confronti in tali momenti.

"Questo è un pomeriggio d'estate", disse, "e mai prima d'ora nella mia vita ci deve essere stata una pioggia così forte e fredda in un giorno d'estate."

Si sbagliava di nuovo. La pioggia era del tutto ordinaria in quantità; l'aria nella temperatura. Era, come al solito, l'atteggiamento minaccioso con cui si avvicinavano a lui a ingigantirne i poteri.

Guardò di nuovo dritto in basso, mentre il vento e le sferzate d'acqua gli sollevavano i baffi, gli scorrevano sulle guance, sotto le palpebre e dentro gli occhi. Ecco cosa vide laggiù: la superficie del mare — visivamente appena oltre le sue punte dei piedi, e sotto di esse; in realtà a un ottavo di miglio, o più di duecento iarde, al di sotto. Coloriamo secondo i nostri umori gli oggetti che osserviamo. Il mare sarebbe stato di un blu neutro profondo, se auspici più felici avessero accompagnato l'osservatore; ora non appariva altro che distintamente nero alla sua vista. Quel bordo bianco e stretto era schiuma, lo sapeva bene; ma i suoi impetuosi sussulti erano così distanti da apparire solo come una pulsazione, e il suo sciabordio era appena udibile. Un bordo bianco su un mare nero — il suo sudario funebre e il suo orlo.

Il mondo era in una certa misura capovolto per lui. La pioggia scendeva dal basso. Sotto i suoi piedi c'era lo spazio aereo e l'ignoto; sopra di lui c'era il terreno solido e familiare, e su di esso tutto ciò che amava di più.

La natura spietata aveva allora due voci, e soltanto due. La più vicina era la voce del vento nelle sue orecchie, che saliva e scendeva mentre lo maltrattava e lo spingeva con forza o dolcemente. La seconda e lontana era il gemito di quell'oceano senza scandaglio, là sotto e lontano, che sfrega il suo fianco inquieto contro la Scogliera senza Nome.

Knight si tenne stretto con perseveranza. Aveva fede in Elfride? Forse. L'amore è fede, e la fede, come un fiore colto, vivrà senza radici.

Nessuno si sarebbe aspettato che il sole splendesse in una serata come questa. Eppure apparve, basso sul mare. Non con il suo naturale bordo dorato, a spazzare le estremità più lontane del paesaggio, non con lo strano bagliore di bianchezza che talvolta assume come alternativa al colore, ma come una macchia di rosso vermiglio su uno sfondo color piombo — un volto rosso che guardava con un sogghigno da ubriaco.

La maggior parte degli uomini che possiedono un cervello lo sa, e pochi sono così sciocchi da nascondere questo fatto a se stessi o agli altri, anche se un'ostentata esibizione può essere chiamata vanità. Knight, senza darlo troppo a vedere, sapeva che il suo intelletto era superiore alla media. E pensava — non poteva fare a meno di pensare — che la sua morte sarebbe stata una deliberata perdita per la terra di buon materiale; che un tale esperimento di uccisione avrebbe potuto essere praticato su una vita meno sviluppata.

Un'idea che alcuni nutrono, quando sono in uno stato d'animo amaro, è che l'inesorabile circostanza cerchi solo di impedire ciò che l'intelligenza tenta. Rinuncia al desiderio di una posizione a lungo contesa, e cambia rotta, e dopo un po' il premio ti viene gettato addosso, apparentemente per la delusione che non sia più possibile tormentarti.

Knight rinunciò completamente e interamente ai pensieri di vita, e si volse a contemplare la Valle Oscura e l'ignoto futuro oltre di essa. Nelle profondità ombrose di queste speculazioni non lo seguiremo. Basti dire ciò che ne seguì.

In quel momento in cui non pensava più a questa vita, qualcosa disturbò il profilo dell'argine sopra di lui. Apparve un punto. Era il volto di Elfride.

Knight si preparò immediatamente ad accogliere di nuovo la vita.

L'espressione di un volto consegnato alla solitudine più totale, quando un amico vi getta lo sguardo per la prima volta, è commovente all'estremo. Nel remare verso il largo verso una nave faro o un faro circondato dal mare, dove, senza alcun terrore immediato della morte, i reclusi sperimentano la tristezza di una reclusione monotona, l'eloquenza grata dei loro volti al saluto, espressiva della riconoscenza per la visita, è sufficiente a scuotere le emozioni dell'osservatore più distratto.

Lo sguardo rivolto verso l'alto di Knight a Elfride era della stessa natura, ma di gran lunga superiore, di un caso come questo. Le linee del suo viso si erano approfondite in solchi, e ognuno di essi la ringraziava visibilmente. Le sue labbra si mossero per dire "Elfride", sebbene l'emozione non avesse prodotto alcun suono. I suoi occhi sfuggivano a ogni descrizione nella loro combinazione dell'intero diapason dell'eloquenza, dall'amore profondo dell'amante alla gratitudine del prossimo per un segno di ricordo da parte di uno dei suoi simili.

Elfride era tornata. Cosa fosse venuta a fare non lo sapeva. Forse poteva solo assistere alla sua morte. Eppure, era tornata, e non lo aveva abbandonato del tutto, ed era molto.

Era una novità assoluta vedere Henry Knight, per il quale Elfride era solo una bambina, che l'aveva fatta oscillare come un albero fa con il nido di un uccello, che la dominava e la faceva piangere amaramente per la sua stessa insignificanza, così grato per la vista del suo volto. Lei guardava giù verso di lui, il viso scintillante di pioggia e lacrime. Egli sorrise debolmente.

"Com'è calmo!" pensò lei. "Com'è grande e nobile a essere così calmo!" Sarebbe morta dieci volte per lui in quel momento.

La forma scivolosa del battello a vapore catturò il suo sguardo: non vi prestò più attenzione.

"Quanto ancora puoi aspettare?" giunse dalle sue labbra pallide e lungo il vento fino alla sua posizione.

"Quattro minuti", disse Knight con una voce più debole della sua.

"Ma con una buona speranza di essere salvato?"

"Sette o otto."

Notò ora che tra le braccia portava un fascio di lino bianco, e che la sua figura era singolarmente assottigliata. Così soprannaturalmente magra e flessibile era Elfride in quel momento, che appariva piegarsi sotto i colpi leggeri dei dardi di pioggia, mentre essi colpivano i suoi fianchi e il suo seno, e si frantumavano in spruzzi sul suo volto. Non c'è nulla come un inzuppamento completo per ridurre le sporgenze dei vestiti, ma quelli di Elfride sembravano aderirle come un guanto.

Senza curarsi dell'attacco delle nuvole se non sollevando la mano e asciugando gli spruzzi di pioggia quando le entravano più specificamente negli occhi, si sedette e iniziò frettolosamente a strappare il lino in strisce. Queste le annodò punta a punta, e successivamente le intrecciò come le fibre di una corda. In breve tempo aveva formato una corda perfetta con questo mezzo, lunga sei o sette iarde.

"Puoi aspettare mentre la lego?" disse, volgendo ansiosamente il suo sguardo verso di lui.

"Sì, se non per molto. La speranza mi ha dato una meravigliosa dose di forza."

Elfride abbassò di nuovo gli occhi, strappò il materiale rimanente in legami stretti simili a nastri, annodò l'uno all'altro come prima, ma su scala minore, e avvolse la lunga cordicella che aveva così formato attorno alla corda di lino, che, senza questa legatura, aveva la tendenza a sfilacciarsi.

"Ora", disse Knight, che, osservando intensamente i procedimenti, aveva ormai non solo compreso il suo piano, ma anche ragionato oltre, "posso reggere ancora tre minuti. E tu usa il tempo per testare la forza dei nodi, uno per uno."

Lei obbedì immediatamente, testò ognuno singolarmente mettendo il piede sulla corda tra ogni nodo, e tirando con le mani. Uno dei nodi scivolò.

"Oh, pensa! Si sarebbe spezzata senza la tua previdenza", esclamò Elfride con apprensione.

Rilegò le due estremità. La corda era ora ferma in ogni sua parte.

"Quando l'avrai calata", disse Knight, riassumendo già la sua posizione di potere dominante, "torna indietro dal bordo del pendio, e oltre l'argine finché la corda te lo permetterà. Poi chinati e tieni l'estremità con entrambe le mani."

Aveva pensato per primo a un piano più sicuro per la propria liberazione, ma comportava lo svantaggio di mettere potenzialmente in pericolo la vita di lei.

"L'ho legata intorno alla mia vita", gridò lei, "e mi appoggerò direttamente sull'argine, tenendo anche con le mani."

Era la disposizione a cui aveva pensato, ma che non voleva suggerire.

"Solleverò e lascerò cadere la corda tre volte quando sarò dietro l'argine", continuò lei, "per significare che sono pronta. Fai attenzione, oh, fai la massima attenzione, ti prego!"

Calò la corda su di lui, per imparare quanta parte della sua lunghezza sarebbe stato necessario spendere su quel lato dell'argine, tornò indietro e scomparve come aveva fatto prima.

La corda strisciava vicino alle spalle di Knight. In pochi istanti ebbe tre contrazioni.

Aspettò ancora un secondo o due, poi afferrò.

L'inclinazione di questa porzione superiore del precipizio, per la lunghezza di pochi piedi, inutile per uno scalatore a mani nude, era inestimabile ora. Non più della metà del suo peso dipendeva interamente dalla corda di lino. Mezza dozzina di estensioni delle braccia, alternate a mezza dozzina di prese della corda con i piedi, lo portarono al livello del suolo.

Era salvo, e per opera di Elfride.

Distese i suoi arti contratti come un dormiente risvegliato, e saltò oltre l'argine.

Alla sua vista lei balzò in piedi con quasi un grido di gioia. Gli occhi di Knight incontrarono i suoi, e con suprema eloquenza lo sguardo di ciascuno raccontò una storia di emozione a lungo celata in quel breve mezzo momento. Spinti da un impulso a cui nessuno dei due poté resistere, corsero insieme e l'uno nelle braccia dell'altro.

Nel momento dell'abbraccio, gli occhi di Elfride brillarono involontariamente verso il battello a vapore Puffin. Aveva doppiato la punta e non era più visibile.

Un'ondata travolgente di esultanza per aver sottratto l'uomo che venerava a una delle forme di morte più terribili, scosse la dolce ragazza fino al centro della sua anima. Si fuse in una sfida al dovere verso Stephen, e in una totale imprudenza riguardo alla fede promessa. Ogni nervo della sua volontà era ora interamente soggetto al suo sentimento — la volizione come potere guida l'aveva abbandonata. Rimanere passiva, come rimaneva ora, circondata dalle sue braccia, era un risultato abbastanza completo — una gloriosa corona a tutti gli anni della sua vita. Forse lui era solo grato, e non la amava. Non importa: era infinitamente più essere persino la schiava del più grande che la regina del minore. Qualche sensazione simile a questa, sebbene non fosse riconosciuta come un pensiero compiuto, corse lungo l'anima impressionabile di Elfride.

Per quanto riguarda il loro atteggiamento, era impossibile che due persone andassero più vicine a un bacio di quanto fecero Knight ed Elfride durante quei minuti di abbraccio impulsivo sotto la pioggia battente. Eppure non si baciarono. La particolarità della natura di Knight era tale che non gli permetteva di trarre vantaggio dall'incauta e appassionata confessione che lei aveva tacitamente fatto.

Elfride si riprese e lottò dolcemente per liberarsi.

Egli la lasciò andare con riluttanza, e poi la osservò dalla testa ai piedi. Sembrava piccola come una bambina. Egli comprese da dove avesse ottenuto la corda.

"Elfride, mia Elfride!" esclamò con gratificato stupore.

"Devo lasciarti ora", disse lei, con il viso che raddoppiava il suo rossore, con un'espressione tra la letizia e la vergogna. "Tu seguimi, ma a una certa distanza."

"La pioggia e il vento ti trafiggono; il freddo ti ucciderà. Dio ti benedica per tale devozione! Prendi il mio cappotto e indossalo."

"No; mi scalderò correndo."

Elfride non aveva assolutamente nulla tra sé e il tempo meteorologico se non la sua veste esterna o "costume". L'espediente era stato dettato dall'ingegno di una donna, e aveva trovato la sua strada. Dietro l'argine, mentre Knight giaceva sul vertiginoso pendio in attesa della morte, si era tolta l'intero abbigliamento, e aveva rimesso solo il corpetto esterno e la gonna. Ogni filo del resto giaceva a terra sotto forma di una corda di lana e cotone.

"Sono abituata a essere bagnata fino alle ossa", aggiunse. "Sono stata inzuppata su Pansy decine di volte. Arrivederci finché non ci incontreremo, vestiti e sani di mente, accanto al focolare di casa!"

Poi corse via da lui attraverso la pioggia battente come una lepre; o più come un fagiano quando, scappando via con la coda abbassata, ha intenzione di volare, ma non lo fa. Elfride fu presto fuori vista.

Knight si sentiva scomodamente bagnato e infreddolito, ma nondimeno radioso di fervore. Apprezzava appieno la delicatezza infantile di Elfride nel rifiutare la sua scorta nei magri abiti che indossava, eppure sentiva quella necessaria astrazione di lei per una breve mezz'ora come una perdita gravissima per lui.

Raccolse il suo piumaggio annodato e attorcigliato di lino, pizzo e ricami, e lo appoggiò sul braccio. Notò a terra una busta, floscia e bagnata. Nel tentativo di riportarla alla sua forma corretta, allentò dalla busta un pezzo di carta che essa conteneva, il quale fu afferrato dal vento nel cadere dalla mano di Knight. Fu soffiato a destra, soffiato a sinistra — galleggiò fino al bordo della scogliera e sopra il mare, dove fu scagliato in alto. Turbinò nell'aria, e poi volò di nuovo sopra la sua testa.

Knight seguì la carta e la recuperò. Fatto ciò, guardò per scoprire se fosse valsa la pena recuperarla.

Il foglio fastidioso era una ricevuta bancaria per duecento sterline, posta a credito della signorina Swancourt, che l'impratica ragazza aveva totalmente dimenticato di portare con sé.

Knight la piegò con la massima cura che le sue condizioni umide permettevano, la mise in tasca e seguì Elfride.

Capitolo XXIII

"Si dovrebbe dimenticare la vecchia conoscenza?"

A questo punto Stephen Smith era sceso sulla banchina a Castle Boterel, e respirava la sua aria natale.

Una pelle più scura, dei baffi più pronunciati e una barba incipiente erano le principali aggiunte e cambiamenti notevoli nel suo aspetto.

Nonostante la pioggia battente, che era alquanto diminuita, prese una piccola valigia in mano e, lasciando il resto del suo bagaglio alla locanda, salì le colline verso East Endelstow. Questo luogo giaceva in una sua valle, più nell'entroterra rispetto al villaggio occidentale, e sebbene così vicino ad esso, aveva poco di caratteristica fisica in comune con quest'ultimo. East Endelstow era più boscosa e fertile: vantava la villa e il parco di Lord Luxellian, ed era libera da quegli altipiani spogli e aperti che conferivano un tale aria di desolazione alle vicinanze della costa — sempre eccetto la piccola valle in cui sorgevano il vicariato e la vecchia casa della signora Swancourt, The Crags.

Stephen era arrivato quasi alla sommità del crinale quando la pioggia aumentò di nuovo il suo volume, e, guardandosi intorno in cerca di un riparo temporaneo, risalì un ripido sentiero che penetrava tra densi cespugli di nocciolo nella parte inferiore del suo corso. Più in alto emergeva su una sporgenza immediatamente sopra la strada a pedaggio, e riparata da una parete sporgente di roccia di macerie, con cespugli sopra. Per un motivo suo, fece di questo luogo il suo rifugio dalla tempesta, e voltando il viso a sinistra, studiò il paesaggio come un libro.

Stava osservando la valle che conteneva la residenza di Elfride.

Da questo punto di osservazione la prospettiva esibiva la particolarità di essere o un brillante primo piano o il tono attenuato della distanza, con un improvviso avvallamento nella superficie del paese che abbassava fuori dalla vista tutta la prospettiva intermedia. In apparente contatto con gli alberi e i cespugli che crescevano vicini accanto a lui appariva l'estensione distante, terminata improvvisamente dal bordo della serie di scogliere che culminavano nel gigante alto senza nome — piccolo e poco importante come qui beheld. Una foglia su un ramo al gomito di Stephen oscurava un'intera collina nel distretto contrastante lontano; un mazzo verde di noci copriva un intero altopiano là, e la grande scogliera stessa era superata da un crinale pigmeo nell'argine proprio accanto a lui. Stephen aveva guardato queste cose centinaia di volte prima di oggi, ma non le aveva mai viste con tale tenerezza come ora.

Facendo un passo avanti in questa direzione ancora un po', poté vedere la torre della chiesa di West Endelstow, sotto la quale doveva incontrare la sua Elfride quella notte. E allo stesso tempo notò, venire oltre la collina dalle scogliere, un puntino bianco in movimento. Sembrò dapprima essere un gabbiano che volava basso, ma alla fine si rivelò essere una figura umana, che correva con grande rapidità. La forma si muoveva veloce, incurante della pioggia che aveva causato la sosta di Stephen in questo luogo, scese giù per la collina erichetta, entrò nella valle e fu fuori vista.

Mentre meditava sul significato di questo fenomeno, fu sorpreso di vedere nuotare nel suo campo visivo dallo stesso punto di partenza un altro puntino in movimento, così diverso dal primo quanto più non si potrebbe, in quanto era percettibile solo per la sua oscurità. Lentamente e regolarmente prese lo stesso corso, e non c'era molto dubbio che questa fosse la forma di un uomo. Anche lui scese gradualmente dai livelli superiori, e fu perso nella valle sottostante.

La pioggia era ormai di nuovo diminuita, e Stephen tornò sulla strada. Guardando avanti, vide due uomini e un carro. Furono presto oscurati dall'intervento di una siepe alta. Proprio prima che emergessero di nuovo, sentì voci in conversazione.

"'A deve presto essere nel vicinato, pure, se è il caso che stia venendo", disse una lingua tenore, che Stephen riconobbe istantaneamente come quella di Martin Cannister.

"'A deve, credo", disse un'altra voce — quella del padre di Stephen.

Stephen fece un passo avanti, e si trovò davanti a loro faccia a faccia. Suo padre e Martin stavano camminando, vestiti con i loro abiti di seconda scelta, e accanto a loro vagava un cavallo grigio e un carro a molla brillantemente dipinto.

"Tutto bene, signor Cannister; ecco l'uomo perduto!" esclamò il giovane Smith, entrando subito nel vecchio stile di saluto. "Padre, eccomi qui."

"Tutto bene, figlio mio; e ne sono contento!" rispose John Smith, felicissimo di vedere il giovane. "Come stai? Bene, vieni a casa, e non stiamo qui fuori nell'umido. Un tempo simile deve essere terribilmente brutto per un giovane appena arrivato da una nazione focosa come l'Indy; eh, vicino Cannister?"

«Vero, vero. E per quanto riguarda il portar a casa i suoi bagagli? Bauli, casse mostruose e nobili pacchi di fattura straniera, non ne dubito affatto?»

«Non proprio tutto quel ben di Dio», disse Stephen ridendo.

«Abbiamo portato il carro, con l'intenzione di andare dritti a Castle Boterel prima che sbarcassi», disse suo padre. «“Attacca il cavallo”, dice Martin. “Sì”, dico io, “così faremo”; e l'abbiamo fatto subito. Ora, forse, sarebbe meglio che Martin andasse avanti col carro per le cose, e che io e te ce ne tornassimo a casa a piedi».

«E io sarò di ritorno quasi subito dopo di voi. Peggy ha ancora un bel passo, sebbene il tempo cominci a pesare su di lei come sul resto di noi».

Stephen indicò a Martin dove trovare i suoi bagagli e poi continuò il viaggio verso casa in compagnia del padre.

«A causa del tuo arrivo con un giorno d'anticipo rispetto a quanto ci aspettavamo», disse John, «ci troverai in un gran casino, signore — “signore”, dico al mio stesso figlio! ma sei salito così in alto, Stephen. Abbiamo ammazzato il maiale stamattina per te, pensando che avresti avuto fame e che ti avrebbe fatto piacere un boccone di carne fresca. E non sarà tagliato fino a stasera. Comunque, possiamo prepararti un'ottima cena con le interiora fritte, che andranno giù bene con un tocco di senape, qualche bella patata nuova e un goccetto di birra da uno scellino per mandare tutto giù. Tua madre ha strofinato tutta la casa perché stavi arrivando, ha spolverato tutti i mobili della camera, ha comprato un nuovo catino e una brocca da una venditrice ambulante di terraglie che è venuta alla nostra porta, ha pulito i candelieri e lustrato le finestre! Sì, non so che cosa non abbia fatto. Non c'è mai stato un tale agitarsi, credo proprio».

Conversazioni di questo tipo e le domande di Stephen sulla salute della madre li occuparono per il resto del viaggio. Quando si avvicinarono al fiume e al cottage dietro di esso, poterono sentire l'orologio del capomastro battere le ore trascorse della giornata a intervalli di un quarto di minuto, durante i quali l'immaginazione di Stephen raffigurava prontamente l'indice della madre mentre vagava sul quadrante in compagnia della lancetta dei minuti.

«L'orologio si è fermato stamattina, e tua madre lo sta apparentemente rimettendo a posto», disse suo padre con tono esplicativo; e salirono per il giardino fino alla porta.

Quando furono entrati e Stephen ebbe salutato doverosamente e calorosamente la madre — che appariva con un abito di cotone dal fondo blu scuro, coperto ovunque da una moltitudine di lune nuove e piene, stelle e pianeti, con un tocco occasionale di un aspetto simile a una cometa a diversificare la scena — si sentì fuori lo scricchiolio delle ruote di un carro e Martin Cannister entrò calpestando la soglia, sotto la forma di un paio di gambe che sorreggevano un grande baule, col corpo del tutto invisibile. Quando il bagaglio fu scaricato e Stephen fu salito al piano di sopra a cambiarsi i vestiti, la mente della signora Smith sembrò ritrovare un filo perduto.

«Davvero il nostro orologio non vale un centesimo», disse, rivolgendosi ad esso e tentando di avviare il pendolo.

«Si è fermato di nuovo?» chiese Martin con commiserazione.

«Sì, di sicuro», rispose la signora Smith; e continuò alla maniera di certe matrone, la cui lingua trova una giustificazione più nell'armonia tra un argomento e l'umore del momento che nella sua pertinenza all'occasione: «John spenderebbe sterline all'anno su questa vecchia cianfrusaglia, se potesse, per farla pulire, quando allo stesso tempo potresti riparartela da solo altrettanto bene. “L'orologio si è fermato di nuovo, John”, gli dico. “Meglio farlo pulire”, dice lui. Ecco cinque scellini. “Quell'orologio stride ancora”, gli dico. “Meglio farlo pulire”, dice di nuovo. “Quell'orologio segna l'ora sbagliata, John”, dico io. “Meglio farlo pulire”, continua lui. Le ruote sarebbero state levigate fino a diventare scheletri a quest'ora se gli avessi dato retta, e ti assicuro che avremmo potuto comprare una bellezza col quadrante di porcellana con i buoni soldi che abbiamo buttato via in questi ultimi dieci anni su questo vecchio mortale dalla faccia verde. E, Martin, devi essere bagnato. Mio figlio è salito a cambiarsi. John è più umido di quanto vorrei essere io, ma lui dice che non è nulla. Alcuni dei servitori della signora Swancourt sono stati qui — sono corsi dentro per ripararsi dalla pioggia mentre andavano a fare una passeggiata — e ti assicuro che lo stato delle loro cuffie era spaventoso».

«Come sta la gente? Siamo stati fino a Castle Boterel, e tra il correre e il fermarsi per ripararsi dai temporali, la mia povera testa è oltre ogni dire! fzz, fzz, fzz; è come friggere pesce dalla mattina alla sera», disse in quel momento una voce incrinata sulla soglia.

«Signore Iddio, chi è?» esclamò in privato la signora Smith, e voltandosi vide William Worm, che cercava di sembrare estremamente civile e amichevole spalmando sul suo volto un largo sorriso che sembrava non aver alcun legame con l'umore in cui si trovava. Dietro di lui stava una donna grande il doppio di lui, con un grande ombrello sopra la testa. Era la signora Worm, la moglie di William.

«Entra, William», disse John Smith. «Non ammazziamo un maiale tutti i giorni. E anche tu, signora Worm. Siete i benvenuti. Da quando avete lasciato il pastore Swancourt, William, non vi vedo molto».

«No, a dir la verità, da quando mi sono dato al mestiere del casellante, sono uscito poco, e andare in chiesa la domenica non è più il mio dovere ora, come lo era nella famiglia di un pastore, capite. Comunque, il nostro ragazzo è in grado di badare al cancello ora, e io ho detto, ho detto: “Barbara, andiamo a trovare John Smith”».

«Mi dispiace sentire che la tua povera testa sta ancora così male».

«Sì, ti assicuro che quella frittura di pesce va avanti notte e giorno. E, sai, a volte non è solo pesce, ma fette di bacon e cipolle. Sì, riesco a sentire il grasso scoppiettare e sfrigolare naturale come la vita; non è vero, Barbara?»

La signora Worm, che era stata tutto quel tempo intenta a chiudere il suo ombrello, confermò questa affermazione, e ora, entrando in casa, si rivelò essere una donna dal volto largo e dall'aspetto confortevole, con una verruca sulla guancia che portava un piccolo ciuffo di peli al centro.

«Avete mai provato qualcosa per curare il vostro rumore, mastro Worm?» chiese Martin Cannister.

«Oh sì; Dio vi benedica, ho provato tutto. Sì, la Provvidenza è un uomo misericordioso, e ho sperato che lo avesse scoperto a quest'ora, vivendo anch'io tanti anni nella famiglia di un pastore, ma non sembra volermi alleviare. Sì, sono un povero uomo malfermo, e la vita è una miniera di guai!»

«Vero, tristemente vero, William Worm. È così. Il mondo ha bisogno di essere tenuto d'occhio, altrimenti è tutto un caos con noi».

«Togliti le cose, signora Worm», disse la signora Smith. «Siamo piuttosto in confusione, a dire il vero, perché mio figlio è appena arrivato dall'India un giorno prima di quanto ci aspettassimo, e il macellaio sta per arrivare a fare i pezzi».

La signora Barbara Worm, non volendo trarre alcun vantaggio meschino dalle persone in confusione osservandole, si tolse la cuffia e il mantello con gli occhi fissi sui fiori nell'aiuola fuori dalla porta.

«Che belle gigli tigrati!» disse la signora Worm.

«Sì, sono molto belli, ma che tormento per me a causa dei bambini che vengono qui. Vogliono andare a mangiare le bacche sullo stelo e le chiamano ribes. Il gusto dei ragazzi è proprio bizzarro, davvero».

«E le tue bocche di leone sembrano feroci come sempre».

«Beh, davvero», rispose la signora Smith, entrando didatticamente nell'argomento, «sono più simili a cristiani che a fiori. Ma stanno bene insieme al resto e non richiedono molta cura. E lo stesso si può dire di queste ruote di mugnaio. È un fiore che mi piace molto, sebbene sia così semplice. John dice che non si cura mai dei loro fiori, ma gli uomini non hanno occhio per nulla di ordinato. Dice che il suo fiore preferito è il cavolfiore. E ti assicuro che tremo in primavera, perché è un vero omicidio».

«Non mi dica, signora Smith!»

«John zappa intorno alle radici, sa. Ecco che arriva la sua vanga maldestra, attraverso radici, bulbi, tutto ciò che non ha una buona presenza sopra terra, rivoltandoli tutti a fette. Proprio l'ultimo autunno sono andata a spostare alcuni tulipani, quando ho trovato ogni bulbo capovolto e gli steli contorti. Li aveva rivoltati in primavera, e le astute creature avevano presto scoperto che il paradiso non era dove era solito essere».

«Cos'è quel fiore dall'aspetto allungato sotto la siepe?»

«Quelli? Oh Signore, sono gli orribili vasi di Giacobbe! Invece di lodarli, sono furiosa con loro perché sono così pronti a restare dove non sono voluti. Stanno anche bene a modo loro, ma non mi piacciono le cose che l'incuria non uccide. Faccio quello che faccio, zappo, trascino, raschio, tiro, ne ho sempre troppi. Taglio le radici: ecco che tornano, tre volte più forti. Li getto oltre la siepe; lì crescono, fissandomi in faccia come un cane affamato cacciato via, e strisciano indietro dopo una settimana o due, proprio come prima. È un vaso di Giacobbe qui, un vaso di Giacobbe là, e piantali dove al mondo non cresce nulla, e ne avrai una folla in un mese o due. John ha fatto un nuovo mucchio di letame l'estate scorsa, e ha detto: “Maria, ora se hai dei fiori o cose del genere che non vuoi, puoi piantarli intorno al mio mucchio così da nasconderlo un po', anche se non è probabile che qualcosa di grande valore cresca lì”. Ho pensato: “Ci sono quei vasi di Giacobbe; li metterò lì, dato che non possono far danni in un posto simile”; e ho piantato i vasi di Giacobbe, eccome. Sono cresciuti, e sono cresciuti, dentro il mucchio e fuori dal mucchio, su tutta la lettiera, coprendola completamente. Quando John ha voluto usarlo per il giardino, ha detto: “Che il diavolo si porti i tuoi vasi di Giacobbe, Maria! Hanno mangiato la bontà di ogni briciola del mio concime, così che non vale più della sabbia stessa!” E in effetti, i mortali affamati l'avevano fatto. È mia convinzione che nell'anima segreta di loro, i vasi di Giacobbe siano erbacce, e non fiori per niente, se si sapesse la verità».

Robert Lickpan, macellaio di maiali e carrettiere, arrivò in quel momento. L'animale ingrassato appeso nella cucina sul retro fu spaccato lungo la spina dorsale, mentre la signora Smith era impegnata a cucinare la cena.

Tra un taglio e l'altro, fu passata in giro la birra, e Worm e il macellaio ascoltarono la descrizione di John Smith dell'incontro con Stephen, con gli occhi fissi sul tovagliolo, affinché nulla nel mondo esterno potesse interrompere i loro sforzi di evocare la scena correttamente.

Stephen scese le scale nel bel mezzo del racconto, e dopo la piccola interruzione causata dal suo ingresso e dal benvenuto, la narrazione fu ripresa, esattamente come se lui non ci fosse stato affatto, e fu rivolta includendo lui, come a qualcuno che non sapeva nulla della faccenda.

«“Sì”, ho detto, quando l'ho adocchiato attraverso i rovi, “quello è il ragazzo, perché lo riconosco dal passo di suo nonno”; perché camminava come il povero padre, per tutto il mondo. Eppure c'era un tocco di vivacità che mi lasciava stupito. Si è avvicinato, e ho detto: “Quello è il ragazzo, perché lo riconosco dal fatto che porta una custodia nera come un uomo che viaggia”. Eppure, una strada è comune a tutto il mondo, e ci sono più uomini in viaggio di uno. Ma ho tenuto l'occhio vigile, e ho detto a Martin: “È il ragazzo, ora, perché lo riconosco dal vecchio volteggio del bastone e dal passo di famiglia”. Poi si è avvicinato, e ha detto: “Tutto bene”. Potevo giurarci, allora».

L'aspetto personale di Stephen fu poi criticato.

«Sembra molto più magro in viso, di sicuro, rispetto a quando l'ho visto dal pastore, e non l'ho mai riconosciuto, se volete credermi», disse Martin.

«Sì, ecco», disse un altro, senza togliere gli occhi dal volto di Stephen, «l'avrei riconosciuto ovunque. È il naso di suo padre tale e quale».

«È stato spesso notato», disse Stephen modestamente.

«Ed è certamente più alto», disse Martin, lasciando correre lo sguardo sulla figura di Stephen dal basso verso l'alto.

«Stavo pensando che fosse esattamente della stessa altezza», rispose Worm.

«Anima mia, è perché è anche più grosso di circonferenza». E gli occhi di tutti si spostarono verso la vita di Stephen.

«Sono un povero uomo malfermo, ma posso fare concessioni», disse William Worm. «Ah, certo, e come arrivò come forestiero e pellegrino dal pastore Swancourt quella volta, senza che un'anima lo riconoscesse dopo tanti anni! Sì, la vita è uno strano quadro, Stephen: ma suppongo di doverle dare del signore?»

«Oh, non è necessario al momento», rispose Stephen, sebbene mentalmente risoluto a evitare la vicinanza di quel familiare amico non appena avesse avanzato pretese sulla mano di Elfride.

«Ah, bene», disse Worm meditabondo, «qualcuno non si sarebbe aspettato niente di meno che un signore. C'è una bella differenza tra le persone».

«E anche tra i maiali», osservò John Smith, guardando la carcassa dimezzata del suo.

Robert Lickpan, il macellaio, sembrò qui chiamato a entrare nell'arena della conversazione.

«Sì, hanno le loro nature particolari, ora», esordì. «Molti ne ho conosciuti di maiali dal carattere bizzarro».

«Non ne dubito, mastro Lickpan», rispose Martin, in un tono che esprimeva che le sue convinzioni, non meno delle buone maniere, richiedevano la risposta.

«Sì», continuò il macellaio, come uno abituato a essere ascoltato. «Uno che conoscevo era sordo e muto, e non riuscivamo a capire cosa avesse il maiale. Mangiava bene abbastanza quando vedeva la trogola, ma quando gli giravi le spalle, avresti potuto scuotere il secchio tutto il giorno, la povera anima non ti sentiva mai. Potevi fargli degli scherzi alle spalle, e lui non se ne sarebbe accorto più velocemente della povera vecchia Grammer Cates. Ma ingrassava bene, e non ho mai visto un maiale aprirsi meglio quando veniva ucciso, ed era molto tenero da mangiare, molto; un pezzetto di carne bello come non ne avete mai visti; avreste potuto aspirare quella carne attraverso una penna d'oca.

E un altro ne ho conosciuto», riprese il macellaio, dopo aver lasciato scorrere tranquillamente una pinta di birra giù per la gola di sua spontanea volontà, e aver posato la tazza con precisione matematica sul punto da cui l'aveva sollevata — «un altro perse il senno».

«Che cosa tristissima!» mormorò la signora Worm.

«Sì, povera creatura, lo perse! Del tutto fuori di testa, come il più intelligente cristiano potrebbe diventarlo. Da giovane era molto malinconico, e non è mai sembrato un maiale pieno di speranze in alcun modo. Era il maiale di Andrew Stainer — è di quel maiale che si tratta».

«Mi ricordo bene quel maiale», attestò John Smith.

«E che bel maialetto era. E tutti conoscete la razza del fattore Buckle? Tutti quanti soffrono di reumatismi ancora oggi, a causa di un porcile umido in cui vivevano quando erano svezzati, per così dire».

«Bene, ora pesiamo», disse John.

«Se non fosse così bello, lo peseremmo intero: ma così com'è, prenderemo una parte alla volta. John, ti ricordi la mia vecchia battuta, eh?»

«Certo che sì; sebbene siano passati parecchi anni da quando l'ho sentita per la prima volta».

«Sì», disse Lickpan, «quella vecchia battuta familiare è nella nostra famiglia da generazioni, potrei dire. Mio padre usava quella battuta regolarmente alle macellazioni dei maiali per più di quarantacinque anni — il tempo in cui seguiva il mestiere. E mi disse che l'aveva avuta da suo padre quando era ancora un ragazzino, il quale ne faceva uso allo stesso modo a ogni macellazione, più o meno; e le macellazioni dei maiali erano macellazioni dei maiali a quei tempi».

«Veramente lo erano».

«Non ho mai sentito la battuta», disse la signora Smith titubante.

«Nemmeno io», aggiunse la signora Worm, che, essendo l'unica altra signora nella stanza, si sentiva in dovere, secondo le leggi della cortesia, di sentirsi come la signora Smith in tutto.

«Sicuro, sicuro che l'avete sentita», disse il macellaio, guardando con scetticismo le femmine ignoranti. «Comunque, non è gran che — non desidero dire che lo sia. Inizia così: “Bob vi dirà il peso del vostro maiale, credo”, dico io. La congregazione dei vicini pensa che io intenda mio figlio Bob, naturalmente; ma il segreto è che intendo il “bob” [l'oscillazione] della stadera. Ah, ah, ah!»

«Ah, ah, ah!» rise Martin Cannister, che aveva sentito la spiegazione di questa storia sorprendente per la centesima volta.

«Uh, uh, uh!» rise John Smith, che l'aveva sentita per la millesima.

«Ihi, ihi, ihi!» rise William Worm, che non l'aveva mai sentita affatto, ma aveva paura di dirlo.

«Tuo nonno, Robert, deve essere stato un tipo sveglio per inventare quella storia», disse Martin Cannister, placandosi in un aspetto di compiaciuta ammirazione.

«Aveva testa, a quanto si dice. E, vedete, dato che il primogenito dei Lickpan è sempre stato Robert, sono stati tutti Bob, così la storia è stata tramandata fino ai giorni nostri».

«Il povero Joseph, il tuo secondo ragazzo, non sarà mai in grado di raccontarla in compagnia, il che è piuttosto sfortunato», disse la signora Worm pensierosa.

«No, non lo sarà. Sì, il nonno era un tipo intelligente, come dite; ma ne ho conosciuto uno più intelligente. Era mio zio Levi. Zio Levi costruì una tabacchiera che doveva essere un rompicapo per i suoi amici da aprire. Era solito farla girare a matrimoni, battesimi, funerali e in altra allegra compagnia, e lasciarli tentare la sorte. Questa straordinaria tabacchiera aveva una molla dietro che si spingeva dentro e fuori — un cardine dove sembrava esserci il coperchio; una slitta sull'estremità, una vite davanti, e manopole e strane tacche ovunque. Un uomo provava la molla, un altro provava la vite, un altro provava la slitta; ma per quanto ci provassero, la scatola non si apriva. E non riuscivano ad aprirla, e non l'aprivano. Ora, quale pensate fosse il segreto di quella scatola?»

Tutti assunsero un'espressione che indicava come i loro pensieri uniti fossero inadeguati all'occasione.

«Perché la scatola non si apriva affatto. Era fatta per non aprirsi, e avreste potuto tentare fino alla fine dell'Apocalisse, non sarebbe servito a nulla, perché la scatola era incollata tutt'intorno».

«Un uomo molto profondo per aver fatto una scatola simile».

«Sì. Era zio Levi in tutto e per tutto».

«Lo era. Mi ricordo molto bene l'uomo. L'uomo più alto che abbia mai visto».

«Lo era. Non ha mai dormito su un letto dopo essere diventato un ragazzo robusto — non riusciva mai a trovarne uno abbastanza lungo. Quando viveva in quella piccola casa vicino allo stagno, doveva lasciare aperta la porta della camera ogni notte quando andava a letto, e lasciare che i piedi sporgessero sul pianerottolo».

«È morto e sepolto ora, comunque, pover'uomo, come saremo tutti», osservò Worm, per riempire la pausa che seguì la conclusione del discorso di Robert Lickpan.

La pesatura e il taglio proseguirono tra un discorso animato sui viaggi di Stephen; e alla fine, i primi frutti del massacro del giorno, fritti con cipolle, furono versati dalla padella in un piatto sul tavolo, ogni pezzo fumante e sfrigolante fino a raggiungere le loro stesse bocche.

Bisogna ammettere che il gentil figlio della casa sembrava piuttosto fuori posto nel corso di questa operazione. Né la sua mente era abbastanza filosofica da permettergli di sentirsi a suo agio con queste persone di vecchia data, gli amici di suo padre. Non aveva mai vissuto a lungo a casa — quasi mai dall'infanzia. La presenza di William Worm era l'aspetto più imbarazzante della situazione, perché, sebbene Worm avesse lasciato la casa del signor Swancourt, l'essere in confidenza con un ex servitore ricordava troppo forzatamente a Stephen la classificazione del vicario su di lui prima che lasciasse l'Inghilterra. La signora Smith era consapevole del difetto nei suoi preparativi che aveva portato alla congiunzione indesiderata. Parlò a Stephen in privato.

«Sono al di sopra di avere gente simile qui, Stephen; ma cosa potevo fare? E tuo padre è così rozzo di natura che è più mescolato con loro di quanto sia necessario».

«Non importa, madre», disse Stephen; «mi adatterò per ora».

«Quando lasceremo il servizio di sua signoria, e andremo più avanti nel paese — come spero faremo presto — sarà diverso. Saremo tra persone nuove, e in una casa più grande, e ci terremo un po' più in alto, spero».

«La signorina Swancourt è a casa, sa?» chiese Stephen.

«Sì, tuo padre l'ha vista stamattina».

«La vede spesso?»

«Quasi mai. Il signor Glim, il curato, passa di tanto in tanto, ma gli Swancourt non vengono più in villaggio se non per attraversarlo in carrozza. Cenano dal lord molto più spesso di quanto facessero un tempo. Ah, ecco un biglietto che ti ha portato stamattina un ragazzo».

Stephen prese con impazienza il biglietto e lo aprì, sotto lo sguardo della madre. Lesse ciò che Elfride aveva scritto e spedito prima di incamminarsi verso la scogliera quel pomeriggio:

«Sì; ti incontrerò in chiesa alle nove di stasera.—E. S.»

«Non so, Stephen», disse sua madre con tono significativo, «se pensi ancora alla signorina Elfride, ma se fossi in te non mi preoccuperei per lei. Si dice che nessuna parte del denaro della vecchia signora Swancourt andrà alla sua figliastra».

«Vedo che la serata si è fatta bella; esco per un po' a dare un'occhiata in giro», disse lui, eludendo la domanda diretta. «Probabilmente al mio ritorno i nostri visitatori se ne saranno andati e potremo fare una conversazione più confidenziale».

Capitolo XXIV

«Brezza, uccello e fiore confessano l'ora».

La pioggia era cessata dopo il tramonto, ma la notte era nuvolosa; e la luce della luna, addolcita e dispersa dal suo velo di nebbia, si distribuiva sulla terra in un grigio pallido.

Una figura scura uscì dalla porta del cottage di John Smith, vicino al fiume, e si diresse rapidamente verso West Endelstow con passo leggero. Salendo presto dai livelli inferiori, svoltò l'angolo, seguì un sentiero per carri e vide la torre della chiesa che cercava stagliarsi distintamente contro il cielo. In meno di mezz'ora dalla partenza, si slanciò oltre il cancello del cimitero.

Il recinto selvaggio e irregolare era più che mai parte integrante della vecchia collina. L'erba era ancora alta, le tombe avevano forme dettate dal passare degli anni che le avevano alterate rispetto alla loro forma ortodossa stabilita da Martin Cannister, e dal nonno di Stephen prima di lui.

Un suono si diffuse nell'aria dalla direzione in cui giaceva Castle Boterel. Era il rintocco dell'orologio della chiesa, distinto nell'atmosfera immobile come se provenisse dalla torre lì vicina che, avvolta nella sua solitaria silenziosità, non emetteva alcun suono di vita.

«Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove». Stephen contò attentamente i rintocchi, sebbene ne conoscesse bene il numero in anticipo. Le nove. Era l'ora che Elfride stessa aveva indicato come la più comoda per incontrarlo.

Stephen rimase sulla porta del portico e tese l'orecchio. Avrebbe potuto sentire il respiro più lieve di chiunque si trovasse lì; non c'era nessuno. Entrò, si sedette sulla panca di pietra e attese con il cuore che batteva forte.

I deboli suoni uditi non facevano che accentuare il silenzio. Il levarsi e il cadere del mare, lontano lungo la costa, era il più importante. Un suono minore era lo stridio di un lontano succiacapre. Tra i più minuti, dove tutto era minuto, vi erano il leggero depositarsi di frammenti di ragnatela che fluttuavano nell'aria, un rospo che arrancava umilmente nell'erba vicino all'ingresso, lo scricchiolio di una foglia morta che un verme tentava di trascinare sottoterra, un alito di vento che si avvicinava sempre più, per poi spirare ai suoi piedi sotto il peso di un seme alato.

Tra tutti questi suoni tenui non giunse l'unico suono tenue che desiderava udire: il passo di Elfride.

Per un quarto d'ora intero Stephen rimase così assorto, senza muovere un muscolo. Allo scadere di quel tempo, si incamminò verso la facciata ovest della chiesa. Voltato l'angolo della torre, una forma bianca gli si parò davanti. Indietreggiò, poi si riprese. Era la tomba del giovane fattore Jethway, che appariva ancora fresca e nuova come quando era stata eretta; la pietra bianca in cui era scolpita possedeva una singolare stranezza tra le lastre blu scuro delle cave locali, di cui erano formate tutte le altre lapidi.

Pensò alla notte in cui vi si era seduto con Elfride come compagna e ricordò bene il suo rammarico per il fatto che lei avesse ricevuto, seppur involontariamente, un omaggio precedente al suo. Ma la sua ansia tangibile riduceva tale sentimento a sciocchezza sentimentale in confronto; e proseguì oltre le tombe fino al confine del cimitero, da dove di giorno si potevano vedere chiaramente il vicariato e l'attuale residenza degli Swancourt. Nessuna orma era visibile sul sentiero che saliva la collina, ma una luce brillava da una finestra nella casa menzionata per ultima.

Stephen sapeva che non poteva esserci errore sull'ora o sul luogo, né difficoltà nell'onorare l'impegno. Attese ancora, passando dall'impazienza a uno stato d'animo che non teneva alcun conto del passare del tempo. Fu risvegliato dalla sua fantasticheria dall'orologio di Castle Boterel.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, DIECI.

Un colpo di martello in più rispetto al numero che era stato un piacere acuto udire, e che differenza per lui!

Lasciò il cimitero dal lato opposto a quello da cui era entrato e scese la collina. Si avvicinò lentamente al cancello della casa di lei. Lo aprì piano e percorse il vialetto di ghiaia fino alla porta. Lì rimase in attesa per diversi minuti.

Allo scadere di quel tempo, il mormorio di una voce virile giunse alle sue orecchie attraverso una finestra aperta dietro l'angolo della casa. A questo rispose una risata limpida e dolce. Era la risata di Elfride.

Stephen avvertì un dolore lancinante al cuore. Si ritirò come era venuto. Ci sono delusioni che ci straziano, e ce ne sono altre che infliggono una ferita di cui portiamo il segno fino alla tomba. Sono così acute che nessuna gratificazione futura dello stesso desiderio potrà mai cancellarle: vengono registrate come una perdita permanente di felicità. Tale era quella di Stephen ora: l'aureola suprema del sogno era stato l'incontro furtivo in quel luogo; e se Elfride fosse arrivata da lui solo dieci minuti dopo che lui si era allontanato, la delusione sarebbe stata riconoscibile lo stesso.

Quando il giovane raggiunse casa, vi trovò una lettera arrivata in sua assenza. Credendo che contenesse qualche giustificazione per la sua mancata apparizione, eppure incapace di immaginarne una che potesse scusarla, strappò frettolosamente la busta.

Il foglio non conteneva una parola da parte di Elfride. Era la ricevuta di deposito per le sue duecento sterline. Sul retro c'era il modulo di un assegno, e lei lo aveva compilato con la stessa somma, pagabile al portatore.

Stephen era confuso. Tentò di indovinarne il motivo. Considerando quanto limitata fosse la sua conoscenza delle sue azioni recenti, intuì con una certa perspicacia che, tra il momento in cui lei aveva inviato il biglietto al mattino e il silenzioso rifiuto del suo dono alla sera, era accaduto qualcosa che aveva causato un cambiamento totale nel suo atteggiamento verso di lui.

Non sapeva cosa fare. Sembrava assurdo ora andare da suo padre la mattina seguente, come si era riproposto, e chiedere di fidanzarsi con lei, con la possibilità incombente che Elfride stessa non fosse dalla sua parte. Solo una linea d'azione si presentava come saggia. Aspettare e vedere cosa avrebbero portato i giorni; andare a sbrigare le sue commissioni a Birmingham; poi ritornare, apprendere se fosse successo qualcosa e tentare cosa potesse fare un incontro; forse la sorpresa di lei per la sua ritrosia l'avrebbe spinta a mostrare un calore latente con la stessa decisione dei vecchi tempi.

Questo atto di pazienza era coerente solo con la natura di un uomo di costituzione esattamente pari a quella di Stephen. Nove uomini su dieci si sarebbero forse precipitati via, presentandosi al suo cospetto, con le buone o con le cattive, provocando una catastrofe di qualche tipo. Forse per il meglio, probabilmente per il peggio.

Partì per Birmingham la mattina seguente. Un giorno di ritardo non avrebbe fatto differenza; ma non riusciva a riposare finché non avesse iniziato e terminato il programma che si era prefissato. L'attività fisica a volte toglie il pungiglione all'ansia tanto quanto la certezza stessa.

Capitolo XXV

«Il mio intimo amico».

Durante quei giorni di assenza Stephen visse in condizioni alterne. Ogni volta che le sue emozioni erano attive, era in agonia. Ogni volta che non era in agonia, l'impegno di lavoro scacciava dalla sua mente con pura forza ogni riflessione profonda sul tema di Elfride e dell'amore.

Al momento di intraprendere il viaggio di ritorno alla fine della settimana, Stephen si era quasi convinto dell'intenzione di andare a trovarla faccia a faccia. Anche in questa occasione adottò il suo itinerario preferito: il piccolo piroscafo estivo da Bristol a Castle Boterel; il tempo risparmiato con la velocità della ferrovia veniva sprecato negli scambi e nel seguire un corso tortuoso.

Era una serata luminosa e silenziosa all'inizio di settembre quando Smith mise di nuovo piede nella cittadina. Si sentì incline a indugiare un po' sulla banchina prima di salire verso le colline, avendo maturato l'intenzione romantica di tornare a casa passando per la casa di lei, pur non desiderando vagare nelle sue vicinanze finché le ombre della sera non lo avessero schermato sufficientemente dall'osservazione.

E così, in attesa che la notte si avvicinasse, osservò la scena placida, sulla quale la pallida luminosità dell'ovest gettava un monocromo doloroso, che diventava lentamente brunito dal crepuscolo. Apparve una stella, poi un'altra, e un'altra ancora. Scintillavano tra i cantieri e il sartiame dei due brigantini carichi di carbone ormeggiati al fianco, come se fossero state minuscole lanterne sospese tra le corde. Gli alberi dondolavano assonnati al flusso infinitesimale della marea, che gorgogliava e schioccava con pigra regolarità negli angoli e nei fori del muro del porto.

Il crepuscolo era ormai abbastanza pronunciato per il suo scopo; e mentre, piuttosto triste in cuor suo, stava per riprendere il cammino, una piccola imbarcazione con due persone scivolò al centro del porto con la leggerezza di un'ombra. La barca arrivò di fronte a lui, passò oltre e toccò i gradini dell'approdo all'estremità opposta. Uno degli occupanti era un uomo, come Stephen aveva intuito dal colpo facile dei remi. Quando la coppia salì i gradini e divenne più visibile, poté scorgere che la seconda figura era una donna; e che indossava una decorazione bianca — apparentemente una piuma — nel cappello o nella cuffia, il cui punto bianco era l'unica parte distintamente visibile del suo abbigliamento.

Stephen rimase un momento alle loro spalle, poi loro proseguirono, ed egli seguì la sua strada, dimenticando presto la circostanza. Dopo aver attraversato un ponte, abbandonato la strada principale e imboccato il sentiero che risaliva la valle verso West Endelstow, udì un piccolo cancello chiudersi piano a qualche metro di distanza. Nel tempo che Stephen impiegò per raggiungere il cancello e superarlo, ne udì un altro scattare esattamente allo stesso modo da un varco ancora più lontano. Chiaramente una o più persone lo precedevano lungo il sentiero, i cui passi erano resi silenziosi dal morbido tappeto d'erba. Stephen ora camminò un po' più velocemente e scorse due sagome. Una di esse portava in alto la piuma bianca che aveva notato sul cappello della donna alla banchina: erano la coppia vista sulla barca. Stephen rallentò ancora un poco.

Dal fondo della valle, lungo la quale il sentiero si era finora snodato accanto al margine del ruscello, un altro sentiero ora si diramava, risalendo il pendio della collina a sinistra. Questa via conduceva solo alla residenza della signora Swancourt e a un paio di cottage nelle vicinanze. In alcuni tratti, nessuna erba copriva questo sentiero divergente, e Stephen ricordò che la coppia che lo precedeva aveva preso quella direzione dal rumore occasionale di pietre smosse sotto i loro piedi. Stephen salì nella stessa direzione, ma per qualche motivo indefinito calpestò il suolo più dolcemente di chi lo precedeva. La sua mente era inconsciamente intenta a capire chi potesse essere la donna: se una visitatrice di The Crags, una domestica o Elfride. Se lo chiese con forza ancora maggiore; poteva essere lei, Elfride? Una possibile ragione per la sua inspiegabile assenza all'appuntamento tornò a galla con dolore lancinante.

Entrarono nel parco della casa dal cancello laterale, da dove il sentiero, ora largo e ben curato, si snodava fantasticamente tra gli arbusti fino a un padiglione ottagonale chiamato Belvedere, per via della vista panoramica sul distretto circostante che le sue panchine verdi offrivano. Il sentiero passava davanti a questa costruzione e proseguiva verso la casa, così come verso il cottage del giardiniere dall'altro lato, disperdendosi poi verso East Endelstow; sicché Stephen non ebbe esitazione a imboccare un sentiero che a stento poteva definirsi privato.

Gli parve di udire il cancello aprirsi e richiudersi alle sue spalle. Voltandosi, non vide nessuno.

Le persone della barca giunsero al gazebo. Uno di loro parlò.

«Temo che ci sgrideranno per aver fatto così tardi».

Stephen riconobbe all'istante la voce familiare, più ricca e piena ora di quanto non fosse in passato. «Elfride!» sussurrò tra sé, e si aggrappò a un alberello per reggersi sotto l'agitazione che la sua presenza gli procurava. Il cuore gli mancò un colpo; rifuggì dal comprendere il significato che cercava.

«Si sta alzando di nuovo la brezza; come fruscia il frassino!» disse Elfride. «Non lo senti? Mi chiedo che ora sia».

Stephen lasciò la presa sull'alberello.

«Accenderò una luce e te lo dirò. Entra nel gazebo; l'aria lì è calma».

La cadenza di quella voce — la sua particolarità sembrò colpirlo come quella di alcune note di uccelli del nord al suo ritorno nel clima natio, come una cosa antica e naturale che si rinnova, pur non essendo stata notata come naturale prima di quel rinnovamento.

Entrarono nel Belvedere. Nella parte inferiore era formato da un fitto lavoro di legno inchiodato a croce, e aveva aperture nella parte superiore a guisa di finestre.

Si udì lo stridore di un fiammifero, e un bagliore luminoso irradiò l'interno dell'edificio. La luce diede vita ad ombre danzanti di foglie, ombre di steli, strisce lucenti, punti, scintille e fili di riflessi argentati di ogni varietà immaginabile e transitoria. Risvegliò moscerini che volarono verso di essa, rivelò fili di ragnatela lucenti, disturbò lombrichi. Stephen prestò scarsa attenzione a questi fenomeni, e ancor meno tempo. Vide nel gazebo un quadro fortemente illuminato.

Per primo, il volto del suo amico e precettore Henry Knight, tra il quale e se stesso era sorto un distanziamento, non per cause definite oltre a quelle dell'assenza, dell'età avanzata e delle simpatie divergenti.

Poi, la sua stella luminosa, Elfride. Il volto di Elfride era più maturo rispetto a quando si era definita sua, ma chiaro e sano come sempre. Le sue abbondanti ciocche di bellissimi capelli apparivano molto simili al solito, con l'eccezione di una leggera modifica nella disposizione in ossequio ai cambiamenti della moda.

Le loro due fronti erano vicine, quasi a toccarsi, ed entrambi guardavano in basso. Elfride teneva l'orologio, Knight teneva la luce con una mano, avendo il braccio sinistro intorno alla vita di lei. Parte della scena giungeva agli occhi di Stephen attraverso le sbarre orizzontali del legno, che attraversavano le loro forme come le costole di uno scheletro.

Il braccio di Knight si strinse ancora di più intorno alla vita di Elfride.

«Sono le otto e mezza», disse lei a bassa voce, che aveva una musica particolare, apparentemente nata da un brivido di piacere alla nuova prova di essere amata.

La fiamma si affievolì, morì, e tutto fu avvolto in un'oscurità a cui il buio precedente all'illuminazione non reggeva alcun confronto in densità apparente. Stephen, distrutto nello spirito e malato nel profondo del cuore, si voltò. Voltandosi, vide un profilo d'ombra dietro il gazebo, dall'altro lato. I suoi occhi si abituarono al buio. Quella forma era umana, o era un cespuglio di ginepro opaco?

Gli amanti si alzarono, sfiorarono i viburni e proseguirono verso la casa. La figura indistinta si era mossa e ora attraversava il campo visivo di Smith. La persona era così completamente avvolta che era impossibile distinguerla, se non come una sagoma. La forma scivolò via senza rumore.

Stephen fece un passo avanti, temendo che volesse fare del male agli altri due. «Chi sei?» chiese.

«Non importa chi sono», rispose un sussurro debole tra le pieghe avvolgenti. «Ciò che sono, possa esserlo lei! Forse conoscevo bene — ah, così bene! — un giovane il cui posto hai preso, come lui ora prende il tuo. Lascerai che lei ti spezzi il cuore e ti porti a una tomba prematura, come fece con quello prima di te?»

«Lei è la signora Jethway, credo. Cosa ci fa qui? E perché parla in modo così folle?»

«Perché il mio cuore è desolato e a nessuno importa. Possa esserlo quello di colei che mi ha portato sventura!»

«Silenzio!» disse Stephen, leale a Elfride suo malgrado. «Lei non farebbe mai del male a nessuno volontariamente, mai! Come è arrivata qui?»

«Ho visto i due risalire il sentiero e volevo sapere se lei non fosse una di loro. Posso evitare di detestarla se penso al passato? Posso evitare di sorvegliarla se ricordo il mio ragazzo? Posso evitare di augurarle il male se voglio il bene di lui?»

La figura curva proseguì, attraversò il cancello e fu avvolta dalle ombre del campo.

Stephen aveva sentito dire che la signora Jethway, dopo la morte del figlio, era diventata una donna folle e derelitta; e, concedendole un pensiero di pietà, scacciò dalla mente i torti che lei immaginava, ma non la sua condanna dell'infedeltà di Elfride. Questa entrò e si mescolò alle sensazioni che la sua nuova esperienza aveva generato. La storia raccontata dalla piccola scena a cui aveva assistito correva parallela all'opinione della donna infelice, la quale, per quanto infondata potesse essere stata in precedenza, era diventata fin troppo vera per quanto lo riguardava.

Un lento peso di disperazione, distinto da un violento parossismo come la fame da un colpo mortale, lo colmò e lo straziò corpo e anima. La scoperta non era stata del tutto inaspettata, poiché durante l'ansia degli ultimi giorni, dalla notte nel cimitero, era stato incline a interpretare l'incertezza in modo sfavorevole per sé. Le sue speranze per il meglio erano state solo interruzioni periodiche di una paura cronica del peggio.

Uno strano concomitante della sua miseria era la singolarità della sua forma. Che il suo rivale fosse Knight, che un tempo aveva adorato come raramente un uomo è adorato da un altro nei tempi moderni, e che amava ancora ora, aggiungeva disprezzo al dolore, e cinismo a entrambi. Henry Knight, le cui lodi aveva così frequentemente strombazzato alle orecchie di lei, e di cui lei era stata effettivamente gelosa, temendo che lei stessa potesse essere sminuita nell'amore di Stephen per causa sua, probabilmente l'aveva conquistata più facilmente proprio in virtù di quelle lodi che lui aveva smesso di pronunciare solo per ordine di lei. Lei lo aveva governato come una regina in quella faccenda, come in tutte le altre. Stephen poteva capire dai modi di lei, per quanto breve fosse stata la sua osservazione, e dalle sue parole, per quanto poche fossero state, che la sua posizione era ben diversa con Knight. Che lei guardasse in alto e adorasse il suo nuovo amante dal basso del suo piedistallo, era ancora più percepibile di quanto lei avesse sorriso dall'alto su Stephen.

L'improvvisa rinuncia di Elfride a lui era cibo per ulteriori torture. A un osservatore esterno imparziale, ammetteva almeno due interpretazioni: poteva derivare da un tentativo di essere fedele al suo primo amore, finché l'amante visto non avesse sopraffatto l'amante ricordato, o dal desiderio di non perdere l'amore di lui finché non fosse sicura di quello di un altro. Ma per Stephen Smith il motivo coinvolto in quest'ultima alternativa la rendeva insostenibile dove Elfride era l'attrice.

Rimuginava sulle lettere di lei, nelle quali non aveva mai menzionato una sillaba riguardo a Knight. È opportuno notare, tuttavia, che solo in due lettere avrebbe potuto farlo. Una era stata scritta circa una settimana prima dell'arrivo di Knight, quando, sebbene non avesse menzionato il suo arrivo promesso a Stephen, non aveva quasi una ragione definita nella sua mente per omettere di farlo. Nella successiva alluse casualmente a Knight. Ma Stephen aveva lasciato Bombay molto prima che quella lettera arrivasse.

La verità era che Elfride non aveva intenzione di scrivere su Knight. Il motivo non era propriamente inganno, ma una sorta di timore reverenziale che lei nutriva verso quel suo nuovo superiore intellettuale, che la rendeva riluttante a introdurre il suo nome in una corrispondenza con un uomo verso il quale si sentiva in debito di affetto.

Stephen, non sapendo nulla di tutto ciò, continuava a vivere nel passato. Il suo amore per Elfride era stato così completo che non aveva previsto la possibilità di un’alterazione. Il suo ritorno dall'India era stato una febbre di speranza, e l'attuale incertezza non era che un brivido di raffreddamento che precede la guarigione.

La mattina seguente Stephen si svegliò nel suo letto di fanciullo. La luce del sole entrava dalla finestra, ma l'aria non aveva più la freschezza di un tempo. Si alzò e si vestì, provando un senso di oppressione. Era il giorno in cui avrebbe dovuto vedere Elfride.

Dopo aver fatto colazione con suo padre, che era ancora stanco per il lavoro notturno nella cripta, Stephen uscì di casa. Il cielo era terso, e il paesaggio, che una volta gli sembrava il più bello del mondo, ora gli appariva monotono e quasi ostile. Camminò verso il vicariato, cercando di calmare il tumulto nel suo petto.

Quando giunse in vista della casa, il cuore gli balzò in gola. Vide Elfride in giardino. Stava potando dei fiori, ed era vestita di bianco. Per un istante, il vecchio incanto sembrò riprendere il sopravvento. Lei si voltò, lo vide, e il suo viso si illuminò di un'espressione che Stephen non riuscì a decifrare. Non era la gioia pura che si aspettava, ma una sfumatura di sorpresa, quasi di turbamento.

"Stephen!" esclamò lei, lasciando cadere le cesoie.

Lui si avvicinò, con passi che gli sembravano pesanti come piombo. Non si abbracciarono. Si guardarono, e in quello spazio tra loro, Stephen sentì che c'era un abisso che non aveva previsto.

"Sono tornato, Elfride," disse lui, con una voce che gli suonò estranea.

"Sì, lo vedo," rispose lei, cercando di sorridere. "Non sapevo... non mi aspettavo che arrivassi così presto."

"Non ti è arrivata la mia lettera?"

"Sì, è arrivata, ma... le cose cambiano così in fretta, Stephen."

Il vento che soffiava tra gli alberi sembrò portare con sé un gelo improvviso. Stephen comprese, in quel momento, che il suo ritorno non era la conclusione di un capitolo, ma l'inizio di una fine. La bellezza di Elfride era immutata, ma la luce che emanava non era più per lui. Si chiesero a vicenda del viaggio, della salute, dei vicini, ma ogni parola era una pietra posata sulla tomba di ciò che erano stati.

Forse vi era una propensione all'incostanza nella sua natura – una natura che, per coloro che la contemplano da un punto di vista al di fuori dell'influenza di tale incostanza, è la più squisita di tutte nella sua plasticità e prontezza di sentimenti. In parte, inoltre, il fallimento di Stephen nel rendere permanente la sua presa sul cuore di lei era dovuto alla sua abitudine troppo timida di sminuirsi al suo cospetto; una peculiarità che, esercitata nei confronti di uomini assennati, suscita una sorta di benevola nota di attaccamento che una spiccata assertività lascerebbe intatta, ma che conduce inevitabilmente la donna più assennata del mondo a sottovalutare colui che la pratica. Non appena l'uomo smette di dominare, la donna inizia a trattarlo con disprezzo; essendo il fatto, trito ma non meno spiacevole, che la creatura più gentile raramente ha la capacità di apprezzare un trattamento leale da parte del suo complemento naturale. La persistente percezione della posizione dei genitori di Stephen aveva, naturalmente, un po' a che fare con la rinuncia di Elfride. Per tali ragazze la povertà può non essere, come per le masse più mondane dell'umanità, un peccato in sé; ma è un peccato, perché maniere aggraziate e delicate raramente esistono in una simile atmosfera. Poche donne di antica famiglia possono essere istruite a fondo sul fatto che un'anima nobile possa indossare un grembiule da lavoro, e un uomo dichiaratamente comune che lo indossi non è che un verme ai loro occhi. Le mani rozze e gli abiti di John Smith, il dialetto di sua moglie, la necessaria ristrettezza delle loro abitudini, essendo costantemente sotto gli occhi di Elfride, non furono senza la loro influenza deflettente.

Nel rincasare dopo il pericoloso avventura in riva al mare, Knight si era sentito poco bene e si era ritirato quasi subito. La giovane signora che lo aveva così materialmente assistito aveva fatto lo stesso, ma riapparve, vestita in modo appropriato, verso le cinque. Vagò irrequieta per la casa, ma non a causa della loro comune scampata morte. La tempesta che aveva squarciato l'albero aveva semplicemente piegato la canna, e con la liberazione di Knight ogni pensiero profondo sull'incidente l'aveva abbandonata. Il reciproco avallo che ne era stato il mezzo per precipitare occupava una parte assai più lunga delle sue meditazioni.

L'inquietudine di Elfride era ora dovuta a quella misera promessa di incontrare Stephen, che ritornava come uno spettro ancora e ancora. La percezione della sua piccolezza accanto a Knight cresceva in lei in modo allarmante. Pensava ora a quanto fosse stato sano il consiglio di suo padre di lasciarlo, ed era appassionatamente desiderosa di seguirlo quanto finora ne era stata avversa. Forse non c'è nulla che indurisca maggiormente il tono delle menti giovani quanto lo scoprire in tal modo come i loro desideri più cari e forti diventino gradualmente intonati, dal Tempo il Cinico, alla stessa nota di una qualche politica egoistica che nei giorni precedenti avevano disprezzato.

L'ora dell'appuntamento giunse, e con essa una crisi; e con la crisi un crollo.

"Dio mi perdoni, non posso incontrare Stephen!" esclamò tra sé. "Non lo amo meno, ma amo di più il signor Knight!"

Sì: si sarebbe salvata da un uomo non adatto a lei, a dispetto dei voti. Avrebbe obbedito a suo padre e non avrebbe avuto più nulla a che fare con Stephen Smith. Così il volubile proposito mostrava segni di assumere le sembianze di una virtù.

I giorni seguenti trascorsero senza alcuna dichiarazione definitiva dalle labbra di Knight. Passeggiate solitarie e scene come quella a cui aveva assistito Smith nel gazebo erano frequenti, ma egli la corteggiava in modo così intangibile che, a chiunque non avesse una percezione delicata come quella di Elfride, non sarebbe apparso affatto come un corteggiamento. Il tempo ora iniziava davvero a essere dolce per lei. Accantonò il senso di peccato delle sue azioni passate ed era automatica nell'ebbrezza del momento. Il fatto che Knight non facesse alcuna dichiarazione effettiva non era un ostacolo. Sapendo, fin dal tradimento dei suoi sentimenti, che l'amore per lei esisteva realmente, lo preferiva per il momento nella sua forma essenziale, ed era disposta a evitare per un po' il mezzo più grossolano delle parole. Essendo i loro sentimenti stati forzati a una dimostrazione piuttosto prematura, entrambi si concessero una reazione.

Ma non appena si fu liberata della sua coscienza turbata in merito alla slealtà, una nuova ansia la affrontò. Era che Knight potesse incontrare accidentalmente Stephen nella parrocchia, e che lei stessa potesse essere l'oggetto del discorso.

Elfride, conoscendo Knight più a fondo, percepì che, lungi dall'avere un'idea della precedenza di Stephen, non aveva idea che lei fosse mai stata corteggiata da alcuno prima. Nelle occasioni ordinarie aveva una lingua così franca da mostrare tutto il suo pensiero, e una mente così diretta da rivelare il suo cuore fino al suo santuario più intimo. Ma il tempo per un cambiamento era giunto. Non alluse mai nemmeno alla conoscenza dell'amico di Knight. Quando le donne sono segrete, sono segrete davvero; e il più delle volte iniziano a essere segrete solo con l'avvento di un secondo amante.

La fuga d'amore era ora uno spettro peggiore del primo e, come lo Spirito in Glenfinlas, cresceva più alto a ogni tentativo di esorcizzarlo. La sua naturale onestà la invitava a confidarsi con Knight e ad affidarsi alla sua generosità per il perdono: sapeva anche che, come mera politica, sarebbe stato meglio dirglielo presto se glielo si doveva dire. Più a lungo durava l'occultamento, più difficile sarebbe stata la rivelazione. Ma rimandò. L'intensa paura che accompagna l'intenso amore nelle giovani donne era troppo forte per permettere l'esercizio di una qualità morale antagonista ad essa:

"Dove l'amore è grande, i dubbi più piccoli sono paura; Dove le piccole paure crescono grandi, lì cresce il grande amore."

L'unione era vista come fatta da suo padre e sua madre. Il vicario ricordò la sua promessa di rivelare il significato del telegramma che aveva ricevuto e, due giorni dopo la scena nel gazebo, glielo chiese apertamente. Lei fu franca con lui ora.

"Corrispondevo con Stephen Smith da quando ha lasciato l'Inghilterra, fino a poco tempo fa," disse con calma.

"Cosa!" gridò il vicario sbigottito; "sotto gli occhi del signor Knight, poi?"

"No; quando ho capito che tenevo di più al signor Knight, vi ho obbedito."

"Sei stata molto gentile, ne sono certo. Quando hai iniziato a provare affetto per il signor Knight?"

"Non vedo come questa sia una domanda pertinente, papà; il telegramma veniva dall'agente marittimo e non è stato inviato su mia richiesta. Annunciava l'arrivo della nave che lo riportava a casa."

"A casa! Cosa, è qui?"

"Sì; nel villaggio, credo."

"Ha cercato di vederti?"

"Solo con mezzi onesti. Ma non interrogarmi così, papà! È una tortura."

"Dirò solo una parola in più," rispose. "L'hai incontrato?"

"Non l'ho fatto. Posso assicurarvi che al momento attuale non c'è più intesa tra me e il giovane che tanto non vi piaceva di quanta ce ne sia tra lui e voi. Mi avete detto di dimenticarlo; e io l'ho dimenticato."

"Oh, bene; anche se non mi hai obbedito all'inizio, sei una brava ragazza, Elfride, nell'obbedirmi alla fine."

"Non chiamarmi 'brava', papà," disse amaramente; "non sai... e meno si dice su certe cose, meglio è. Ricorda, il signor Knight non sa nulla dell'altro. Oh, quanto è tutto sbagliato! Non so cosa mi stia succedendo."

"Per come stanno le cose, sarei propenso a dirglielo; o, in ogni caso, non mi allarmerei del fatto che lo sappia. Ha scoperto l'altro giorno che questa è la parrocchia in cui vive il padre del giovane Smith... cosa ti mette in tale agitazione?"

"Non saprei dire; ma prometti... ti prego, non farglielo sapere! Sarebbe la mia rovina!"

"Sciocchezze, bambina. Knight è un bravo compagno e un uomo intelligente; ma allo stesso tempo non sfugge alla mia percezione che non sia un gran partito per te. Gli uomini del suo stampo non sono nulla di così meraviglioso come mariti. Se avessi scelto di aspettare, avresti potuto accoppiarti con un uomo molto più ricco. Ma ricorda, non ho una parola da dire contro il fatto che tu lo prenda, se ti piace. Charlotte è entusiasta, come sai."

"Bene, papà," disse, sorridendo speranzosa tra un sospiro, "è bello sentire che cedendo al... al prendermi cura di lui, ho reso felice la mia famiglia. Ma non sono buona; oh no, sono molto lontana da questo!"

"Nessuno di noi è buono, mi dispiace dirlo," disse suo padre blandamente; "ma le ragazze hanno un diritto sancito di cambiare idea, sai. È stato riconosciuto dai poeti da tempo immemorabile. Catullo dice, 'Mulier cupido quod dicit amanti, in vento...' Che memoria la mia! Comunque, il passo è che le parole di una donna a un amante sono, come ovvio, scritte solo sul vento e sull'acqua. Ora non tormentarti per questo, Elfride."

"Ah, tu non sai!"

Erano rimasti in piedi sul prato, e Knight si vedeva ora indugiare un po' lungo un sentiero tortuoso. Quando Elfride lo incontrò, fu con una leggerezza di cuore molto maggiore; le cose erano più semplici ora. La responsabilità della sua volubilità sembrava parzialmente spostata dalle sue spalle a quelle di suo padre. Eppure, c'erano ombre.

"Ah, se avesse saputo fin dove sono arrivata con Stephen, e avesse detto comunque lo stesso, quanto sarei più felice!" Quello era il suo pensiero prevalente.

Nel pomeriggio gli amanti uscirono insieme a cavallo per un'ora o due; e sebbene non volessero essere osservati, a causa della recente morte di Lady Luxellian, il cui funerale aveva avuto luogo in forma molto privata il giorno precedente, trovarono comunque necessario passare davanti alla chiesa di East Endelstow.

I gradini per la cripta, come è stato affermato, erano all'esterno dell'edificio, immediatamente sotto il muro della navata. Essendo a cavallo, sia Knight che Elfride potevano scavalcare gli arbusti che schermavano il cimitero.

"Guarda, la cripta sembra essere ancora aperta," disse Knight.

"Sì, è aperta," rispose lei.

"Chi è quell'uomo lì vicino? Il muratore, immagino?"

"Sì."

"Mi chiedo se sia John Smith, il padre di Stephen?"

"Credo di sì," disse Elfride, con apprensione.

"Ah, e può essere? Mi piacerebbe chiedere come se la passa suo figlio, il mio protetto fuggiasco. E dalla descrizione della cripta fatta da tuo padre, l'interno deve essere interessante. Supponiamo di entrare."

"È meglio, pensi? Non potrebbe esserci Lord Luxellian?"

"Non è affatto probabile."

Elfride acconsentì allora, poiché non poteva fare altro. Il suo cuore, che in principio aveva vacillato per la costernazione, si riprese quando considerò il carattere di John Smith. Un uomo tranquillo e senza pretese, si sarebbe certamente comportato con lei come prima di quegli intrecci amorosi con suo figlio, che avrebbero potuto dare arie a un meccanico più pretenzioso. Così, senza troppa paura, prese il braccio di Knight dopo essere smontata, e andò con lui tra e sopra le tombe. Il capomastro la riconobbe mentre si avvicinava e, come al solito, si tolse il cappello rispettosamente.

"So che lei è il signor Smith, il padre del mio amico Stephen," disse Knight, appena ebbe scrutato i lineamenti bruni e rubicondi di John.

"Sì, signore, credo di esserlo."

"Come sta suo figlio ora? Ho avuto sue notizie solo una volta da quando è andato in India. Immagino che le abbia parlato di me, il signor Knight, che fece la sua conoscenza alcuni anni fa a Exonbury."

"Ah, sì, certamente. Stephen sta molto bene, grazie, signore, ed è in Inghilterra; infatti, è a casa. In breve, signore, è giù nella cripta, a guardare le bare dei defunti."

Il cuore di Elfride palpitò come una farfalla.

Knight sembrò sbalordito. "Beh, è straordinario," mormorò. "Sapeva che ero nella parrocchia?"

"Davvero non saprei dire, signore," disse John, desiderando essere fuori dal groviglio che sospettava piuttosto che comprendere appieno.

"Sarebbe considerata un'intrusione dalla famiglia se entrassimo nella cripta?"

"Oh, benedetto lei, no, signore; dozzine di persone sono scese giù. È lasciata aperta apposta."

"Scenderemo, Elfride."

"Temo che l'aria sia viziata," disse lei implorante.

"Oh no, signora," disse John. "Abbiamo dato la calce alle pareti e alle arcate il giorno in cui è stata aperta, come facciamo sempre, e di nuovo la mattina del funerale; il posto è fresco come un granaio."

"Allora vorrei che mi accompagnassi, Elfie; essendo originariamente discendente dalla famiglia anche tu."

"Non mi piace andare dove la morte è così enfaticamente presente. Starò con i cavalli mentre entri; potrebbero slegarsi."

"Che assurdità! Non avevo idea che i tuoi sentimenti fossero così fragilmente formati da essere turbati da pochi resti di mortalità; ma resta fuori, se hai così paura, senz'altro."

"Oh no, non ho paura; non dirlo."

Si aggrappò miseramente al braccio di lui, pensando che, forse, la rivelazione sarebbe potuta arrivare tanto subito quanto dieci minuti dopo, poiché Stephen avrebbe certamente accompagnato il suo amico al suo cavallo.

Dapprima, l'oscurità della cripta, che era illuminata solo da un paio di candele, era troppo grande per permettere loro di vedere qualcosa distintamente; ma con un ulteriore avanzamento Knight scorse, di fronte alle masse nere che rivestivano le pareti, un giovane in piedi, che scriveva in un taccuino.

Knight disse una sola parola: "Stephen!"

Stephen Smith, non essendo in tale assoluta ignoranza della posizione di Knight come Knight lo era di quella di Smith, riconobbe istantaneamente il suo amico e conosceva a memoria i contorni della bella donna in piedi dietro di lui.

Stephen si fece avanti e gli strinse la mano, senza parlare.

"Perché non hai scritto, ragazzo mio?" disse Knight, senza in alcun modo segnalare a Stephen la presenza di Elfride. Per il saggista, Smith era ancora il ragazzo di campagna che aveva patrocinato e accudito; uno a cui la presentazione formale di una donna fidanzata a lui stesso sarebbe sembrata incongrua e assurda.

"Perché non hai scritto a me?" disse Stephen.

"Ah, sì. Perché non l'ho fatto? perché non l'abbiamo fatto? È sempre la domanda a cui non possiamo rispondere chiaramente senza un insoddisfacente senso delle nostre inadeguatezze. Comunque, non ti ho dimenticato, Smith. E ora ci siamo incontrati; e dobbiamo incontrarci di nuovo, e fare una chiacchierata più lunga di quanto questa possa convenientemente essere. Devo sapere tutto quello che hai fatto. Che tu abbia prosperato, lo so, e devi insegnarmi il modo."

Elfride stava sullo sfondo. Stephen aveva letto la posizione a colpo d'occhio e aveva immediatamente intuito che lei non aveva mai menzionato il suo nome a Knight. Il suo tatto nell'evitare catastrofi era la qualità principale che lo rendeva intellettualmente rispettabile, qualità nella quale superava di gran lunga Knight; e decise che si doveva tentare, se possibile, un esito tranquillo dell'incontro, senza alcuno strazio dei sentimenti né di Knight né di Elfride. Il suo vecchio senso di debito verso Knight non lo aveva mai abbandonato del tutto; il suo amore per Elfride era generoso ora.

Per quanto osasse osservare i movimenti di lei, vide che il comportamento di lei verso di lui sarebbe stato dettato dal proprio verso di lei; e se lui avesse agito da estraneo, lei avrebbe fatto lo stesso come mezzo di liberazione. Le circostanze favorendo questo corso, era desiderabile anche essere piuttosto riservati verso Knight, per accorciare l'incontro il più possibile.

"Temo che il mio tempo sia quasi troppo breve per permettere anche solo un tale piacere," disse. "Parto domani. E finché non partirò per il Continente e l'India, che sarà tra quindici giorni, non avrò quasi un momento libero."

La delusione e gli sguardi insoddisfatti di Knight a questa risposta mandarono una fitta a Stephen grande quanto quella provata alla vista di Elfride. Le parole sulla brevità del tempo erano letteralmente vere, ma il loro tono era ben lontano dall'esserlo. Sarebbe stato gratificato di parlare con Knight come nei tempi passati, e vedeva come una perdita secca per se stesso che, per salvare la donna che non teneva nulla a lui, stesse deliberatamente buttando via il suo amico.

"Oh, mi dispiace sentirlo," disse Knight, con un tono cambiato. "Ma naturalmente, se hai questioni importanti a cui badare, non devono essere trascurate. E se questo deve essere il nostro primo e ultimo incontro, lascia che ti dica che ti auguro successo con tutto il cuore!" Il calore di Knight si ravvivò verso la fine; le solenni impressioni che stava iniziando a ricevere dalla scena attorno a loro sottraevano al suo cuore, come una puerilità, ogni momentaneo fastidio per le parole. "È un posto strano in cui incontrarci," continuò, guardandosi attorno nella cripta.

Stephen acconsentì brevemente, e ci fu un silenzio. Le bare annerite erano ora rivelate più chiaramente che all'inizio, le pareti e le arcate imbiancate le proiettavano in forte rilievo. Era una scena che fu ricordata da tutti e tre come un segno indelebile nella loro storia. Knight, con un volto astratto, stava tra i suoi compagni, sebbene un po' più avanti di loro, Elfride alla sua destra e Stephen Smith alla sua sinistra. La luce bianca del giorno sul suo lato destro filtrava debolmente, e assumeva una tonalità azzurrina per contrasto con i raggi gialli della candela contro la parete. Elfride, ritraendosi timidamente e più vicina all'ingresso, riceveva la maggior parte della luce da lì, mentre Stephen era interamente alla luce della candela, e per lui il punto di cielo esterno visibile sopra i gradini era solo una macchia blu acciaio, e nient'altro.

"Sono stato qui due o tre volte da quando è stata aperta," disse Stephen. "Mio padre era impegnato nei lavori, sai."

"Sì. Cosa stai facendo?" chiese Knight, guardando il taccuino e la matita che Stephen teneva in mano.

"Ho disegnato alcuni dettagli nella chiesa, e da allora ho copiato i nomi da alcune delle bare qui. Prima di lasciare l'Inghilterra ero solito fare un bel po' di questo genere di cose."

"Sì; naturalmente. Ah, quella è la povera Lady Luxellian, suppongo." Knight indicò una bara di legno di raso chiaro, che poggiava sui traversi di pietra nella nuova nicchia. "E il resto della famiglia è da questo lato. Chi sono quei due, così stretti e vicini insieme?"

La voce di Stephen mutò leggermente mentre rispondeva: "Quella è Lady Elfride Kingsmore, nata Luxellian, e quello è Arthur, suo marito. Ho sentito mio padre dire che loro... lui... scappò con lei e la sposò contro il volere dei suoi genitori."

"Allora immagino che sia qui che hai preso il tuo nome di battesimo, Miss Swancourt?" disse Knight, voltandosi verso di lei. "Credo che mi abbia detto che è stato tre o quattro generazioni fa che la sua famiglia si è ramificata dai Luxellian?"

"Lei era mia nonna," disse Elfride, tentando invano di inumidire le sue labbra secche prima di parlare. Elfride aveva allora lo sguardo tormentato dalla coscienza della Maddalena di Guido, reso su una forma più infantile. Teneva il volto parzialmente lontano da Knight e Stephen, e fissava gli occhi sul cielo visibile fuori, come se la sua salvezza dipendesse dal raggiungerlo rapidamente. La sua mano sinistra riposava leggermente sul braccio di Knight, per metà ritratta, per un senso di vergogna nel reclamarlo davanti al suo vecchio amante, ma riluttante a rinunciarvi; così che il suo guanto toccava appena la manica di lui. "'Si può essere perdonati e conservare l'offesa?'" citò allora il cuore di Elfride.

La conversazione sembrava non avere potere di autosostentamento e proseguì sotto forma di osservazioni sconnesse. "La mente si affolla di pensieri stando così solennemente qui," disse Knight, con voce misurata e calma. "Quanto è stato detto sulla morte di volta in volta! quanto possiamo noi stessi rifletterci sopra! Possiamo immaginare ognuno di questi che giacciono qui dire:

'Poiché Tu, per rendere la mia caduta più grande, Mi hai sollevato in alto.'

Cosa viene dopo, Elfride? È il centoduesimo Salmo a cui sto pensando."

"Sì, lo conosco," mormorò lei, e continuò con una voce ancora più bassa, sembrando temere che qualsiasi parola dal lato emotivo della sua natura giungesse a Stephen:

"'I miei giorni, appena affrettandosi verso la loro fine, Sono come un'ombra serale; La mia bellezza, come erba appassita, Svanisce con splendore calante.'"

"Bene," disse Knight meditabondo, "lasciamoli. Occasioni come queste sembrano costringerci a vagare fuori da noi stessi, lontano dalla fragile struttura in cui viviamo, ed espanderci finché la nostra percezione diventa così vasta che la nostra realtà fisica non ne sostiene alcun tipo di proporzione. Guardiamo indietro al gambo debole e minuto da cui dipende questa crescita rigogliosa, e chiediamo: è possibile che tale capacità abbia un fondamento così piccolo? Devo ritornare di nuovo al mio cammino quotidiano in quella cella stretta, un corpo umano, dove i pensieri mondani possono torturarmi? Non è così?"

“Sì,” dissero Stephen ed Elfride.

“Si prova anche un senso di ingiustizia, nel constatare che una tale ampiezza di apprezzamento, propria di un essere senziente, debba essere confinata nel fragile scrigno di un corpo. Cosa indebolisce le intenzioni di uno riguardo al futuro come il pensiero di questo?... Comunque, intoniamoci su una corda più lieta, poiché c’è ancora molto da fare per tutti noi.”

Mentre Knight si rivolgeva ai suoi giovani in questo modo meditativo, ignaro dell’inganno praticato, per ragioni diverse, dai cuori divisi al suo fianco, e delle scene che in giorni passati li avevano uniti, ciascuno sentì che né lui né lei guadagnavano nel confronto con il loro pensieroso mentore. Fisicamente non così bello come il giovane architetto o la figlia del vicario, la profondità e l’integrità di Knight illuminavano i suoi lineamenti con una dignità non nemmeno accennata negli altri due. È difficile stabilire regole che si applichino a entrambi i sessi, ed Elfride, una ragazza ancora immatura, non deve forse essere gravata dalle responsabilità morali che incombono su un uomo in circostanze analoghe. Il fascino della donna, inoltre, risiede in parte nella sua sottigliezza nelle questioni d’amore. Ma se l’onestà è una virtù in sé, Elfride, non avendone affatto in quel momento, sembrava, nel complesso, a malapena all’altezza di Knight. Stephen, sebbene ingannevole per nessuno scopo ignobile, era pur sempre ingannevole; e qualunque buon risultato gratifichi tale strategia se ha successo, essa raramente suscita ammirazione, specialmente quando fallisce.

In un’occasione ordinaria, se Knight fosse stato anche solo del tutto solo con Stephen, avrebbe difficilmente alluso al suo possibile rapporto con Elfride. Ma, spinto dalle circostanze concomitanti, Knight fu indotto a essere confidenziale.

“Stephen,” disse, “questa signora è la signorina Swancourt. Sto soggiornando a casa di suo padre, come probabilmente saprai.” Fece alcuni passi verso Smith e disse con tono più basso: “Tanto vale dirti che siamo fidanzati.”

Per quanto le parole fossero state pronunciate a bassa voce, Elfride le aveva udite e attendeva la risposta di Stephen in un silenzio mozzafiato, se così si poteva chiamare il silenzio in cui l’abito di Elfride, a ogni battito del suo cuore, tremava e lo indicava come un termoscopio, frusciando inoltre contro la parete in risposta allo stesso palpitare. Il raggio di luce che raggiungeva il suo viso gli conferiva un pallore plumbeo in confronto a quelli degli altri due.

“Mi congratulo con voi,” sussurrò Stephen; e disse ad alta voce: “Conosco la signorina Swancourt... un poco. Devi ricordare che mio padre è un parrocchiano del signor Swancourt.”

“Pensavo che forse non avessi vissuto a casa da quando sono arrivati qui.”

“Non ho mai vissuto a casa, certamente, da quel tempo.”

“Ho visto il signor Smith,” balbettò Elfride.

“Bene, non ho scuse. Essendo voi estranei l’uno all’altra, suppongo avrei dovuto presentarvi: come conoscenti, non avrei dovuto intromettermi così persistentemente tra voi. Ma il fatto è, Smith, che mi sembri ancora un ragazzo.”

Stephen sembrava avere una consapevolezza più acuta di prima dell’intensa crudeltà del suo destino in quel momento. Non poté reprimere le parole, pronunciate con una vaga amarezza:

“Avresti dovuto dire che mi sembro ancora il figlio del meccanico rurale che sono, e quindi un soggetto inadatto alla cerimonia delle presentazioni.”

“Oh, no, no! Non voglio sentirlo.” Knight tentò di dare alla sua risposta un tono scherzoso alle orecchie di Elfride, e uno di serietà a quelle di Stephen: in entrambi i tentativi fallì clamorosamente, producendo un discorso forzato che non piacque a nessuno dei due. “Bene, torniamo all’aria aperta; signorina Swancourt, lei è particolarmente silenziosa. Non deve badare a Smith. Lo conosco da anni, come le ho detto.”

“Sì, è vero,” disse lei.

“Pensare che non abbia mai menzionato la sua conoscenza di me!” mormorò Smith, riflettendo con un certo rimorso a quanto la condotta di lei somigliasse alla propria al suo primo arrivo in casa di lei come estraneo al luogo.

Risalirono alla luce del giorno, Knight non prestando ulteriore attenzione ai modi di Elfride, che, come al solito, attribuì alla naturale timidezza di una giovane donna nel farsi scoprire a passeggiare con lui in termini che non lasciavano molti dubbi sul loro significato. Elfride fece alcuni passi in avanti e attraversò il cimitero.

“Sei cambiato considerevolmente, Smith,” disse Knight, “e suppongo non sia altro di quanto ci si potesse aspettare. Comunque, non immaginare che proverò meno interesse per te e per le tue fortune ogni volta che ti curerai di confidarmele. Non ho dimenticato l’attaccamento di cui parlavi come motivo per andare via in India. Una signorina di Londra, non era così? Spero che tutto proceda bene?”

“No: il fidanzamento è rotto.”

Essendo sempre difficile sapere se esprimere dolore o gioia in tali circostanze — dipendendo tutto dal carattere del legame — Knight si rifugiò nelle parole sicure: “Confido sia stato per il meglio.”

“Spero lo sia stato. Ma ti prego di non incalzarmi oltre: no, non mi hai incalzato — non intendo questo — ma preferirei non parlare dell’argomento.”

Le parole di Stephen furono affrettate.

Knight non disse altro e seguirono i passi di Elfride, che ancora restava qualche passo avanti e non aveva udito l’inconscia allusione di Knight su di lei. Stephen gli diede l’addio al cancello del cimitero senza uscirne, e guardò mentre lui e la sua innamorata montavano a cavallo.

“Cielo, Elfride,” esclamò Knight, “quanto sei pallida! Suppongo non avrei dovuto portarti in quella cripta. Che cosa c’è?”

“Niente,” disse Elfride debolmente. “Sarò me stessa tra un momento. Tutto era così strano e inaspettato laggiù, che mi ha fatta sentire male.”

“Pensavo avessi parlato pochissimo. Devo prendere dell’acqua?”

“No, no.”

“Pensi di essere in grado di montare?”

“Affatto... davvero lo sono,” disse lei, con uno sguardo implorante.

“Allora... su, andiamo!” sussurrò Knight, e la sollevò teneramente in sella.

Il suo vecchio amante guardava ancora la scena mentre si sporgeva sopra il cancello a una dozzina di iarde di distanza. Una volta in sella, e con una presa salda sulle redini, lei girò la testa come mossa da un fascino irresistibile, e per la prima volta da quella memorabile separazione nella brughiera fuori St. Launce’s, dopo l’appassionato tentativo di matrimonio con lui, Elfride guardò in faccia il giovane uomo che aveva amato per primo. Era il giovane che l’aveva chiamata la sua sposa inseparabile molte volte, e che lei aveva addirittura chiamato marito. I loro sguardi si incontrarono. La misura della vita dovrebbe essere proporzionata più all’intensità dell’esperienza che alla sua effettiva durata. Il loro sguardo, seppur cronologicamente di un istante, fu una stagione nella loro storia. Per Elfride l’intensa agonia di rimprovero negli occhi di Stephen fu un chiodo che le trafiggeva il cuore con una letalità che nessuna parola può descrivere. Con uno sforzo spasmodico ritirò gli occhi, spronò il cavallo e, nel caos di memorie turbate, fu ignara di qualsiasi presenza accanto a lei. L’atto di inganno era completo.

Raggiungendo un poggio su cui il parco si trasformava in bosco e boschetto, Knight si avvicinò ancora di più al suo fianco e disse: “Stai meglio ora, carissima?”

“Oh, sì.” Si premette una mano sugli occhi, come per cancellare l’immagine di Stephen. Un vivido punto scarlatto ora brillava con soprannaturale luminosità al centro di ogni guancia, lasciando il resto del viso candido come prima.

“Elfride,” disse Knight, piuttosto nel suo vecchio tono da mentore, “sai che non ti rimprovero minimamente, ma non c’è molta debolezza poco femminile nel lasciarti così sopraffare dalla vista di ciò che, dopo tutto, non è una novità? Ogni donna degna di questo nome dovrebbe, penso, essere in grado di guardare alla morte con una certa compostezza. Sicuramente anche tu la pensi così?”

“Sì; lo ammetto.”

La sua ottusità riguardo alla causa del malessere di lei, testimoniando la sua completa libertà dal sospetto di qualsiasi retroscena, mostrava quanto Knight fosse incapace di ingannare egli stesso, piuttosto che una qualsiasi ottusità congenita riguardo alla natura umana. Questo, chiaramente percepito da Elfride, aggiungeva asprezza al suo autorimprovero, ed ella lo idolatrava ancora di più per la loro differenza. Persino la recente vista del volto di Stephen e il suono della sua voce, che per un momento avevano scosso una o due corde di antica gentilezza, erano incapaci di soffocare l’adorazione, tornata a vivere ora che lui era di nuovo fuori dalla sua vista.

Aveva risposto alla domanda di Knight frettolosamente, e immediatamente continuò a parlare di argomenti indifferenti. Dopo aver raggiunto casa, rimase separata da lui fino all’ora di cena. Quando la cena fu terminata e stavano osservando l’imbrunire nel salotto, Knight uscì sulla terrazza. Elfride lo seguì molto decisamente, spinta da un virtuoso intento.

“Signor Knight, voglio dirle una cosa,” disse, con ferma calma.

“E di cosa si tratta?” rispose gaiamente il suo amante. “Di felicità, spero. Non lasciare che nulla ti renda così triste come sembri essere stata oggi.”

“Non posso menzionare la cosa finché non le avrò raccontato l’intera sostanza,” disse. “E questo lo farò domani. Mi è stato ricordato oggi. Riguarda qualcosa che ho fatto una volta, e che non credo avrei dovuto fare.”

Questo, va detto, era un modo piuttosto mite di riferirsi a una passione frenetica e a una fuga che, poco o tanto che fosse in sé, solo il caso aveva salvato dall’essere uno scandalo agli occhi del pubblico.

Knight pensò che la faccenda fosse una bazzecola e disse piacevolmente:

“Allora non devo ascoltare la terribile confessione ora?”

“No, non ora. Non intendevo stasera,” rispose Elfride, con un leggero calo nella fermezza della sua voce. “Non è lieve come pensa — mi turba molto.” Temendo ora l’effetto della propria serietà, aggiunse forzatamente: “Sebbene, forse, lei possa ritenerla lieve dopo tutto.”

“Ma non hai detto quando deve essere?”

“Domani mattina. Indichi un orario, vuole, e mi vincoli ad esso? Voglio che fissi un’ora, perché sono debole e potrei altrimenti cercare di sottrarmene.” Aggiunse una risatina artificiale, che mostrava quanto timorosa fosse ancora la sua risoluzione.

“Bene, diciamo dopo la colazione — alle undici.”

“Sì, le undici. Le prometto. Mi vincoli strettamente alla mia parola.”

Capitolo XXVIII

“Calmo un’idea, tormentata.”

“Signorina Swancourt, sono le undici.”

Lei stava guardando fuori dalla finestra del suo spogliatoio al primo piano, e Knight la stava osservando dalla balaustra della terrazza, sulla quale era rimasto seduto oziosamente per qualche tempo — dividendo i suoi sguardi tra le pagine di un libro in mano, le tinte brillanti dei gerani e delle calceolarie e la finestra aperta sopra menzionata.

“Sì, lo so. Sto arrivando.”

Lui si avvicinò, sotto la finestra.

“Come stai stamattina, Elfride? Non sembri affatto ristabilita dal tuo lungo riposo notturno.”

Lei apparve alla porta poco dopo, prese il braccio offerto e insieme camminarono lentamente lungo il sentiero di ghiaia che conduceva al fiume e via sotto gli alberi.

La sua risoluzione, sostenuta durante le ultime quindici ore, era stata quella di dire tutta la verità, e ora il momento era giunto.

Passo dopo passo avanzavano, e ancora lei non parlava. Erano quasi alla fine della camminata, quando Knight ruppe il silenzio.

“Bene, qual è la confessione, Elfride?”

Lei fece una pausa un momento, trasse un lungo respiro; e questo è ciò che disse:

“Le ho detto un giorno — o meglio, le ho dato a intendere — ciò che non era vero. Immagino lei abbia pensato che intendessi dire che avrei avuto diciannove anni al mio prossimo compleanno, ma è stato al mio ultimo che ne ho compiuti diciannove.”

Il momento era stato troppo per lei. Ora che la crisi era giunta, nessun rimorso di coscienza, nessun amore per l’onestà, nessuno struggimento per fare una confidenza e ottenere il perdono con un bacio, potevano spingere Elfride a compiere il passo. Il suo timore che lui potesse non perdonare era accresciuto dal pensiero dell’artificio di ieri, che avrebbe potuto aggiungere disgusto alla sua delusione. La certezza di un altro giorno di affetto, che otteneva con il silenzio, valeva più della speranza di una perpetuità combinata con il rischio del tutto.

Il tremore causato da questi pensieri su ciò che aveva inteso dire scosse così naturalmente le parole che disse, che Knight non sospettò mai, nemmeno per un istante, che fossero un’improvvisazione dell’ultimo minuto. Sorrise e le strinse la mano calorosamente.

“Mia cara Elfie — sì, lo sei ora — nessuna protesta — che piccola donna accattivante sei, a essere così assurdamente scrupolosa per un mero iota! Davvero, non ho mai pensato una volta se il tuo diciannovesimo anno fosse l’ultimo o quello presente. E, perdindirindina, ben a ragione; poiché non si addirebbe a un bacchettone di una dozzina d’anni più vecchio soffermarsi su una tale inezia.”

“Non mi elogi — non mi elogi! Sebbene io lo apprezzi dalle sue labbra, non lo merito ora.”

Ma Knight, essendo in un umore eccezionalmente gioviale, vide questa esclamazione di dolore soltanto come modestia. “Bene,” aggiunse, dopo un minuto, “ti apprezzo ancora di più, sai, per tale precisione morale, sebbene io l’abbia chiamata assurda.” Proseguì con tenera serietà: “Poiché, Elfride, c’è una cosa che amo vedere in una donna — ed è un’anima veritiera e chiara come la luce del cielo. Potrei sopportare qualsiasi cosa se avessi quella — ma non perdonerei nulla se non l’avessi. Elfride, tu hai un’anima simile, se mai una donna l’ha avuta; e avendola, conservala, e non ascoltare mai le teorie alla moda del giorno riguardo ai privilegi di una donna e al diritto naturale di praticare l’astuzia. Dipendi da questo, mia cara ragazza, che una donna nobile deve essere onesta quanto un uomo nobile. Intendo specialmente per onestà, equità non solo in questioni di affari e dettagli sociali, ma in tutti i delicati rapporti d’amore, ai quali la licenza concessa al tuo sesso si riferisce particolarmente.”

Elfride guardò con turbamento gli alberi.

“Ora andiamo verso il fiume, Elfie.”

“Lo farei se avessi un cappello,” disse con una sorta di dolore represso.

“Lo prenderò per te,” disse Knight, molto disposto ad acquistare la sua compagnia a un prezzo così basso. “Tu siediti lì un momento.” E si voltò e camminò rapidamente verso la casa per l’articolo in questione.

Elfride si sedette su una delle panchine rustiche che adornavano questa parte del terreno, e rimase con gli occhi sull’erba. Fu indotta ad alzarli sentendo lo sfiorare di passi leggeri e irregolari lì vicino. Percorrendo il sentiero che intersecava quello in cui si trovava e attraversava i cespugli esterni, Elfride scorse la vedova del fattore, la signora Jethway. Prima di notare Elfride, si fermò a guardare la casa, parti della quale erano visibili attraverso i cespugli. Elfride, ritraendosi, sperava che la donna sgradevole potesse proseguire senza vederla. Ma la signora Jethway, apostrofando silenziosamente la casa, con azioni che sembravano dettate da una ragione in parte sconvolta, aveva scorto la ragazza e immediatamente si avvicinò e le si pose davanti.

“Ah, signorina Swancourt! Perché mi ha disturbata? Non dovrei trespassare qui?”

“Può camminare qui se vuole, signora Jethway. Io non la disturbo.”

“Lei disturba la mia mente, e la mia mente è tutta la mia vita; poiché mio figlio è ancora lì, ed è scomparso dal mio corpo.”

“Sì, povero giovane. Mi è dispiaciuto quando è morto.”

“Sa di cosa è morto?”

“Di tisi.”

“Oh no, no!” disse la vedova. “Quella parola ‘tisi’ copre un bel po’ di cose. È morto perché lei era la sua innamorata consenziente, e poi si è dimostrata falsa — e questo lo ha ucciso. Sì, signorina Swancourt,” disse in un sussurro eccitato, “lei ha ucciso mio figlio!”

“Come può essere così malvagia e sciocca!” rispose Elfride, alzandosi indignata. Ma l’indignazione non le era naturale, ed essendo stata così logorata e tormentata dagli eventi recenti, perse qualsiasi potere di difesa che quello stato d’animo avrebbe potuto prestarle. “Non potevo impedire che mi amasse, signora Jethway!”

“È proprio quello che avrebbe potuto impedire. Sa come è cominciato, signorina Elfride. Sì: lei ha detto che le piaceva il nome di Felix più di qualsiasi altro nome nella parrocchia, e sapeva che era il suo nome, e che coloro ai quali lo diceva glielo avrebbero riferito.”

“Sapevo che era il suo nome — certo che lo sapevo; ma sono sicura, signora Jethway, che non intendevo che nessuno glielo dicesse.”

“Ma sapeva che lo avrebbero fatto.”

“No, non lo sapevo.”

“E poi, dopo quello, quando cavalcava nel giorno di Revels davanti a casa nostra, e i ragazzi erano radunati lì, e lei volle smontare, quando Jim Drake e George Upway e tre o quattro altri corsero avanti per reggerle il pony, e Felix rimase indietro timido, perché gli fece cenno e disse che preferiva che fosse lui a reggerlo?”

“Oh signora Jethway, lei pensa in modo così errato! Mi piaceva più di tutti — ecco perché volevo che lo facesse lui. Era gentile e carino — l’ho sempre pensato — e mi piaceva.”

“Allora perché ha lasciato che la baciasse?”

“È una menzogna; oh, lo è, lo è!” disse Elfride, piangendo con disperazione. “È venuto alle mie spalle e ha tentato di baciarmi; ed è per questo che gli ho detto di non lasciarsi mai più vedere da me.”

“Ma non lo ha detto a suo padre o a chiunque altro, come avrebbe fatto se avesse considerato allora quell’insulto come ora pretende che sia.”

“Mi pregò di non dirlo, e scioccamente non l’ho fatto. E vorrei averlo fatto, ora. Non mi aspettavo di essere flagellata dalla mia stessa gentilezza. La prego, mi lasci, signora Jethway.” La ragazza ora soltanto protestava.

“Bene, lei lo ha respinto duramente, ed egli è morto. E prima che il suo corpo fosse freddo, ne ha preso un altro nel suo cuore. Poi, altrettanto sbadatamente, lo ha mandato per la sua strada, e ne ha preso un terzo. E se lei considera che non sia nulla, signorina Swancourt,” continuò, avvicinandosi, “ha portato a ciò che è stato molto grave davvero. Ha dimenticato il tentativo di fuga per il matrimonio? Il viaggio a Londra, e il ritorno il giorno dopo senza essersi sposata, e che c’è abbastanza vergogna in ciò per rovinare il buon nome di una donna ben meno leggera del suo? Lei può averlo fatto: io no. L’incostanza verso un amante è grave, ma l’incostanza dopo aver interpretato la parte della moglie è dissolutezza.”

“Oh, è una menzogna malvagia e crudele! Non lo dica; oh, non lo faccia!”

“Il suo nuovo uomo lo sa? Credo di no, altrimenti non sarebbe più il suo uomo! Tanto della storia quanto era noto si sta diffondendo nel vicinato proprio ora; ma io ne so più di chiunque altro, e perché dovrei rispettare il suo amore?”

“La sfido!” gridò Elfride tempestosamente. “Faccia e dica tutto ciò che può per rovinarmi; provi; metta la sua lingua al lavoro; la invito! La sfido come donna calunniatrice! Guardi, eccolo che viene.” E la sua voce tremò grandemente mentre vedeva attraverso le foglie l’amata figura di Knight venire dalla porta con il suo cappello in mano. “Glielo dica subito; posso sopportarlo.”

“Non ora,” disse la donna, e scomparve lungo il sentiero.

L’eccitazione delle sue ultime parole aveva ridato colore alle guance di Elfride; e asciugandosi frettolosamente gli occhi, camminò più lontano, così che quando il suo amante l’ebbe raggiunta, le tracce di emozione erano quasi scomparse dal suo viso. Knight le mise il cappello in testa, le prese la mano e la trasse sotto il suo braccio.

Era il penultimo giorno precedente alla loro partenza per St. Leonards; e Knight sembrava avere uno scopo nel restare molto in sua compagnia quel giorno. Vagabondarono lungo la valle. La stagione era quel periodo dell’autunno in cui il fogliame di una normale piantagione è abbastanza ricco di sfumature da esaurire le combinazioni cromatiche della tavolozza di un artista. Più lucenti di tutti sono i faggi, che vanno dal ruggine brillante all’estremità dei rami a un giallo brillante nelle loro parti interne; le giovani querce sono ancora di un verde neutro; i pini silvestri e gli agrifogli sono quasi blu; mentre sporadici punteggiati di altre varietà danno marroni e porpora di ogni sfumatura.

Il fiume — per quel che era — proseguiva qui il suo corso tra lastre di pietra piatte come un marciapiede, ma divise da fessure di larghezza irregolare. Con la siccità estiva il torrente si era ristretto finché non fu altro che un filo di chiarezza cristallina, che serpeggiava lungo un canale centrale nel letto roccioso della corrente invernale. Knight si arrampicò attraverso i cespugli che in quel punto coprivano quasi alla vista il ruscello, e saltò giù sulla parte asciutta del fondo del fiume.

“Elfride, non ho mai visto uno spettacolo simile!” esclamò. “I noccioli sovrastano il corso del fiume formando un arco perfetto, e il suolo è magnificamente lastricato. Il luogo ricorda i passaggi di un chiostro. Lascia che ti aiuti a scendere.”

La aiutò a passare attraverso il sottobosco marginale e a scendere sulle pietre. Camminarono insieme fino a una minuscola cascata alta e larga circa un piede, e si sedettero accanto ad essa sulle lastre che per nove mesi all’anno rimanevano sommerse sotto un gorgogliante ruscello. Dai loro piedi gocciolava l’attenuato filo d’acqua che solo restava a narrare l’intento e la ragione di quel corridoio coperto di foglie, e proseguiva il suo viaggio in una linea a zigzag fino a perdersi nell’ombra.

Knight, appoggiato sul gomito, dopo aver contemplato tutto ciò, osservò criticamente Elfride.

“Una chioma così rigogliosa non si esaurisce e non si dirada col passare degli anni, dai diciotto ai ventotto?” chiese infine.

“Oh no!” disse lei rapidamente, con una visibile avversione a nutrire un simile pensiero, che l’aveva colpita con una spiacevolezza la cui forza sarebbe stata difficile da comprendere per gli uomini. Aggiunse poi, con inquietudine latente, “Pensi davvero che una grande abbondanza di capelli sia più incline a diradarsi rispetto a una quantità moderata?”

“Sì, davvero. Credo — ne sono quasi certo, in effetti — che se si potessero ottenere statistiche sull’argomento, scopriresti che le persone con i capelli radi sono quelle che ne avevano una sovrabbondanza in origine, e che coloro che partono con una quantità moderata la conservano senza troppe perdite.”

I turbamenti di Elfride le si leggevano in volto così come nel cuore. Forse per una donna è quasi tanto terribile pensare di perdere la propria bellezza quanto perdere la propria reputazione. Ad ogni modo, appariva cupa quanto lo era stata in qualsiasi altro momento di quella giornata.

“Non dovresti essere così turbata per un mero ornamento personale,” disse Knight, con una parte di quella severità di tono che era stata consueta prima che lei lo avesse indotto alla tenerezza.

“Penso che sia dovere di una donna essere bella quanto più può. Se fossi una studiosa, ti citerei capitolo e versetto da uno dei tuoi autori latini. So che esiste un passaggio simile, perché papà vi ha alluso.”

“‘Munditiae, et ornatus, et cultus,’ eccetera — è questo? Un passo in Livio che non è affatto una difesa.”

“No, non è quello.”

“Non importa, allora; perché ho una ragione per non riprendere le mie vecchie armi contro di te, Elfie. Sai indovinare quale sia la ragione?”

“No; ma sono lieta di sentirlo,” disse lei con gratitudine. “Perché è terribile quando parli così. Qualsiasi nome terribile possa meritare questa debolezza, devo candidamente confessare che sono terrorizzata all’idea che i miei capelli possano un giorno diradarsi.”

“Naturalmente; una donna di buon senso preferirebbe perdere il senno piuttosto che la propria bellezza.”

“Non mi importa se dici cose satiriche e mi giudichi crudelmente. So che i miei capelli sono belli; tutti lo dicono.”

“Mia cara Miss Swancourt,” replicò lui teneramente, “non ho detto nulla contro di essi. Ma sai cosa si dice sul fatto che l’essere bello è una cosa, e il fare cose belle un’altra.”

“Povera Miss ‘Bella-che-fa’ fa una figura ben misera accanto a Miss ‘Bella-che-è’ agli occhi di ogni uomo, i tuoi non esclusi, Mr. Knight, anche se ti piace scherzare così,” disse Elfride impertinente. E abbassando la voce: “Non avresti dovuto prenderti tanto disturbo per salvarmi dal cadere dalla scogliera, dato che evidentemente non pensi che la mia vita valga molto disturbo.”

“Forse tu pensi che la mia non valesse la tua.”

“Valeva quella di chiunque!”

La sua mano sguazzava nella piccola cascata, e i suoi occhi erano rivolti nella stessa direzione.

“Parli della mia severità con te, Elfride. Sei poco gentile con me, sai.”

“Come?” chiese lei, sollevando lo sguardo dalla sua oziosa occupazione.

“Dopo che mi sono preso il disturbo di procurarmi dei gioielli per farti piacere, non li hai voluti accettare.”

“Forse ora lo farei; forse li desidero.”

“Fallo!” disse Knight.

E il pacchetto fu estratto dalla sua tasca e presentato per la terza volta. Elfride lo prese con gioia. L’ostacolo fu squarciato in due, e il dono significativo fu suo.

“Toglierò subito questi brutti,” esclamò, “e indosserò i tuoi — posso?”

“Ne sarei gratificato.”

Ora, sebbene possa sembrare improbabile, considerando quanto i due si fossero spinti avanti nel conversare, Knight non si era ancora mai azzardato a baciare Elfride. Era molto più lento di Stephen Smith in questioni del genere. Il massimo progresso che avesse fatto in simili manifestazioni era stato al livello testimoniato da Stephen nel padiglione da giardino. Così, essendo la guancia di Elfride ancora un frutto proibito per lui, disse d’impulso:

“Elfie, vorrei toccare quel tuo orecchio seducente. Questi sono i miei doni; lasciami dunque adornarti con essi.”

Lei esitò con un’esitazione stimolante.

“Lascia che ne metta solo uno al suo posto, allora?”

Il volto di lei si fece molto più caldo.

“Non credo che sarebbe proprio il corso usuale o appropriato,” disse, voltandosi improvvisamente e riprendendo la sua operazione di sguazzare nella cataratta in miniatura.

La quiete delle cose fu disturbata da un uccello che arrivava al ruscello per bere. Dopo averlo osservato immergere il becco, spruzzarsi e volare su un albero, Knight rispose, con la cortese bruschezza che a lei piaceva tanto sentire:

“Elfride, ora potresti anche essere leale. Penso che ti dispiacerebbe ben poco se lo facessi; perciò dammi il permesso, fallo.”

“Sarò leale, allora,” disse lei con confidenza, guardandolo dritto negli occhi. Era un particolare piacere per lei poter essere un po’ onesta senza paura. “Non mi dispiacerebbe se lo facessi — mi piacerebbe una simile attenzione. Il mio pensiero era: sarebbe giusto lasciartelo fare?”

“Allora lo farò!” replicò lui, con quella singolare serietà riguardo a una piccola faccenda — agli occhi di un donnaiolo solo un momento passeggero per flirtare o scherzare — che si trova solo in nature profonde che non sono mai state abituate a trastullarsi col genere femminile, e che, per la sua insolita natura, è di per sé un tributo tra i più preziosi che possano essere resi, e un omaggio tra i più squisiti da ricevere.

“E tu lo farai,” sussurrò lei, senza riserve, e non più padrona delle cerimonie. E allora Elfride si inclinò verso di lui, scostò i capelli e pose la testa di lato. Nel fare ciò il suo braccio e la sua spalla si appoggiarono necessariamente contro il petto di lui.

Al contatto, la sensazione di entrambi sembrò concentrarsi nel punto di contatto. Per tutto il tempo in cui compì la delicata manovra, Knight tremò come un giovane chirurgo alla sua prima operazione.

“Ora l’altro,” disse Knight in un sussurro.

“No, no.”

“Perché no?”

“Non lo so esattamente.”

“Devi saperlo.”

“Il tuo tocco mi agita così tanto. Andiamo a casa.”

“Non dire così, Elfride. Cos’è, dopo tutto? Un niente. Ora voltati, tesoro.”

Lei fu incapace di disobbedire, e si voltò immediatamente; e allora, senza alcuna intenzione definita nella mente dell’uno o dell’altra, il volto di lui e quello di lei si avvicinarono; e lui la sostenne lì, e la baciò.

Knight era allo stesso tempo l’uomo più ardente e il più calmo che fosse mai esistito. Quando le sue emozioni dormivano appariva quasi flemmatico; quando venivano scosse non era niente meno che appassionato. E ora, senza aver proprio inteso un matrimonio imminente, pose la domanda chiaramente. Arrivò con tutto l’ardore che era l’accumulo di lunghi anni dietro una naturale riservatezza.

“Elfride, quando ci sposeremo?”

Le parole furono dolci per lei; ma c’era dell’amaro nel dolce. Questi suoi atti recentemente manifesti, che erano culminati in questa chiara domanda, giungendo proprio il giorno dei rimproveri brucianti di Mrs. Jethway, dipingevano distintamente la sua volubilità come un’enormità. Amarli in segreto non era sembrata un’incostanza così radicale quanto lo stesso amore riconosciuto e agito di fronte alle minacce. La sua distrazione fu interpretata da lui, al suo fianco, come i segni esteriori di un’esperienza insolita.

“Non ti sollecito per una risposta ora, tesoro,” disse, vedendo che non era probabile che desse una risposta lucida. “Prenditi il tuo tempo.”

Knight era un uomo onesto quanto chiunque sia mai stato amato e illuso da una donna. Si può dire che la sua cecità in amore ne provasse il punto, poiché l’astuzia in amore solitamente va di pari passo con la meschinità in generale. Una volta che la passione lo ebbe sopraffatto, l’intelletto non contò più nulla. Knight, come amante, era più risoluto e molto più semplice del suo amico Stephen, che in altre capacità era superficiale al suo confronto.

Senza dire altro sull’argomento del loro matrimonio, Knight la tenne a distanza di braccio, come se fosse stata un grande bouquet, e la guardò con affetto critico.

“Il tuo grazioso dono mi sta bene?” chiese lei, con lacrime di eccitazione sulle frange degli occhi.

“Indubbiamente, perfettamente!” disse il suo amante, adottando un tono più leggero per metterla a suo agio. “Ah, dovresti vederti; sembri più radiosa che mai. Immagina che io sia stato capace di migliorarti!”

“Sono davvero così carina? Sono lieta per te. Vorrei potermi vedere.”

“Non puoi. Devi aspettare finché non saremo a casa.”

“Non ci riuscirò mai,” disse lei, ridendo. “Guarda: ecco un modo.”

“È vero. Ben fatto, arguzia femminile!”

“Tienimi ferma!”

“Oh sì.”

“E non lasciarmi cadere, vuoi?”

“Per nulla al mondo.”

Sotto il loro sedile il filo d’acqua si fermava per spandersi in una piccola pozza liscia. Knight la sostenne mentre lei si inginocchiava e si sporgeva su di essa.

“Posso vedermi. Davvero, per quanto religiosamente io provi, non posso fare a meno di ammirare il mio aspetto con questi.”

“Senza dubbio. Come puoi essere così amante dei fronzoli? Credo che tu mi stia corrompendo verso un gusto per essi. Ero solito odiare ogni cosa simile prima di conoscerti.”

“Mi piacciono gli ornamenti, perché voglio che la gente ammiri ciò che possiedi, e ti invidi, e dica: ‘Vorrei essere lui’.”

“Suppongo che non dovrei obiettare dopo questo. E ancora per quanto tempo hai intenzione di guardarti lì dentro?”

“Finché non sarai stanco di tenermi? Oh, voglio chiederti una cosa.” E si voltò. “Ora dimmi il vero, non è così? Quale colore di capelli preferisci ora?”

Knight non rispose in quel momento.

“Dì biondi, su!” sussurrò lei in modo suadente. “Non dire scuri, come facesti quella volta.”

“Castano chiaro, allora. Esattamente del colore di quelli della mia fidanzata.”

“Davvero?” disse Elfride, godendo come verità ciò che sapeva essere adulazione.

“Sì.”

“E occhi azzurri, anche, non nocciola? Dì di sì, dì di sì!”

“Una ritrattazione è abbastanza per oggi.”

“No, no.”

“Molto bene, occhi azzurri.” E Knight rise, e la attirò a sé e la baciò la seconda volta, operazione che eseguì con la cura di un fruttivendolo che tocca un grappolo d’uva per non rovinarne la pruina.

Elfride obiettò al secondo, e scostò il viso, il movimento causò un leggero disordine al cappello e ai capelli. Senza quasi pensare a ciò che diceva nella trepidazione del momento, esclamò, battendo la mano sull’orecchio:

“Ah, dobbiamo stare attenti! Ho perso l’altro orecchino facendo così.”

Non appena si rese conto delle parole significative, uno sguardo turbato attraversò il suo volto, e lei serrò le labbra come per trattenerle.

“Facendo come?” disse Knight, perplesso.

“Oh, sedendomi all’aperto,” rispose lei in fretta.

Capitolo XXIX

“Cura, tu cancro.”

È una sera all’inizio di ottobre, e il più dolce dei tramonti autunnali irradia Londra, fino alla sua estremità più orientale. Tra l’occhio e l’Occidente in fiamme, colonne di fumo si levano nell’aria immobile come alberi alti. Tutto nell’ombra è di un blu ricco e nebbioso.

Mr. e Mrs. Swancourt ed Elfride osservano questi contrasti lucenti e lividi dalla finestra di un grande albergo vicino al London Bridge. La visita ai loro amici a St. Leonards è finita, e si fermano un giorno o due nella metropoli sulla via di casa.

Knight ha trascorso lo stesso intervallo di tempo attraversando la Bretagna via Jersey e St. Malo. Ha poi attraversato la Normandia, ed è tornato anch’egli a Londra, arrivandovi due giorni dopo Elfride e i suoi genitori.

Così la sera di questo giorno di ottobre li vede tutti riunirsi nel suddetto albergo, dove avevano precedentemente prenotato gli appartamenti. Durante il pomeriggio Knight era stato al suo alloggio a Richmond per fare un piccolo cambiamento nella natura dei suoi bagagli; e tornando su, non ci fu mai uomo più felice di Knight, introdotto da un cameriere gentile in una stanza confortevole, quando fu mostrato dove Elfride e la sua matrigna stavano sedute dopo una faticosa giornata di compere.

Elfride non sembrava affatto migliorata dal suo viaggio: Knight era bruno come una noce. Furono presto occupati per conto proprio in un angolo della stanza. Ora che le preziose parole di promessa erano state pronunciate, la giovane ragazza non aveva alcuna intenzione di mantenere alto il suo prezzo col sistema di riserva che altre fanciulle più esperte usano. Il suo amante era di nuovo con lei, ed era abbastanza: gli donò il suo cuore interamente.

La cena fu presto consumata. E quando un giro preliminare di conversazione riguardante i loro affari dall’ultima separazione fu concluso, ritornarono sull’argomento del viaggio di domani verso casa.

“Quel viaggio snervante attraverso il clima di mirto del Sud del Devon — quanto lo temo per domani!” stava dicendo Mrs. Swancourt. “Avevo sperato che il tempo fosse diventato più fresco a quest’ora.”

“Avete mai viaggiato via acqua?” disse Knight.

“Mai — per mai, intendo non dai tempi delle ferrovie.”

“Allora, se potete permettervi un giorno supplementare, propongo che lo facciamo,” disse Knight. “Il Canale è come un lago proprio ora. Dovremmo raggiungere Plymouth in circa quaranta ore, penso, e le barche partono proprio da sotto il ponte qui” (indicando oltre la sua spalla verso est).

“Ben detto!” disse il vicario.

“È un’idea, certamente,” disse sua moglie.

“Naturalmente questi bastimenti costieri sono piuttosto goffi,” disse Knight. “Ma non vi dispiacerebbe, vero?”

“No: non ci dispiacerebbe.”

“E il salone è un posto simile al mercato del pesce di una città di provincia di nono ordine, ma ciò non avrebbe importanza?”

“Oh caro, no. Se solo ci avessimo pensato abbastanza presto, avremmo potuto avere l’uso dello yacht di Lord Luxellian. Ma non importa, andremo. Eviteremo il fastidioso sferragliare attraverso l’intera lunghezza di Londra domani mattina — per non menzionare il rischio di essere uccisi dai treni turistici, che non è piccolo in questo periodo dell’anno, se i giornali dicono il vero.”

Anche Elfride pensava che l’organizzazione fosse deliziosa; e di conseguenza, le dieci del mattino seguente videro due taxi strisciare attorno alla Zecca, e tra i muri innaturalmente alti di Nightingale Lane verso il lato del fiume.

Il primo veicolo era occupato dai viaggiatori in persona, e il secondo portava i bagagli, sotto la supervisione di Mrs. Snewson, la cameriera di Mrs. Swancourt — e per le ultime due settimane anche di Elfride; perché sebbene la giovane signora non fosse mai stata abituata a una tale assistente durante le vestizioni, la sua matrigna la costringeva a una parvenza di familiarità con lei quando erano lontani da casa.

Poco dopo, carri, balle e odori di ogni descrizione aumentarono a tal punto che l’avanzata dei taxi fu alla velocità più lenta possibile. A intervalli fu necessario fermarsi del tutto, affinché i pesanti veicoli che scaricavano davanti potessero essere spostati, un’impresa che non fu compiuta senza un sacco di imprecazioni e rumore. Il vicario mise la testa fuori dal finestrino.

“Sicuramente deve esserci qualche errore nella strada,” disse con grande preoccupazione, ritraendo la testa. “Non c’è un mezzo di trasporto rispettabile che si possa vedere qui eccetto il nostro. Ho sentito dire che ci sono tane strane in questa parte di Londra, nelle quali le persone sono state attirate e assassinate — sicuramente non c’è una cospirazione da parte del tassista?”

“Oh no, no. È tutto a posto,” disse Mr. Knight, che era placido come una sera rugiadosa accanto a Elfride.

“Ma ciò da cui deduco,” disse il vicario, con una maggiore enfasi di disagio, “sono le apparenze chiare. Questa non può essere la via principale da Londra a Plymouth via acqua, perché non è affatto una via per nessun posto. Perderemo il nostro vapore e anche il treno — questo è ciò che penso.”

“Dipende da noi, abbiamo ragione. Infatti, eccoci qui.”

“Trimmer’s Wharf,” disse il tassista, aprendo la porta.

Non appena furono scesi percepirono una zuffa in corso tra l’ultimo tassista e una folla di facchini che lo avevano caricato in colonna, per ottenere il possesso delle borse e delle valigie, con le mani di Mrs. Snewson viste protese verso il cielo in mezzo alla mischia. Knight avanzò galantemente, e dopo una dura lotta ridusse la folla a due, sulle cui spalle e carrelli i beni svanirono in direzione del bordo dell’acqua con sorprendente rapidità.

Poi si sentirono altri della stessa tribù, che erano corsi avanti, gridare ai barcaioli, tre dei quali si accostarono, e due essendo stati vinti, i bagagli finirono ruzzolando nell’ultimo rimasto.

“Non ho mai visto una scena così terribile in vita mia — mai!” disse Mr. Swancourt, annaspando nella barca. “Peggio della Carestia e della Spada su di uno. Pensavo che tali costumi fossero limitati ai porti continentali. Non sei stupita, Elfride?”

“Oh no,” disse Elfride, apparendo in mezzo alla scena squallida come un arcobaleno in un cielo plumbeo. “È una piacevole novità, penso.”

“Dov’è il nostro vapore nell’oceano immenso?” chiese il vicario. “Non riesco a vedere altro che vecchi relitti, per la mia vita.”

“Proprio dietro quello,” disse Knight; “saremo presto attorno a lui.”

L’oggetto della loro ricerca fu poco dopo svelato alla vista — una grande forma goffa di un nero inchiostrato, che sembrava non aver mai conosciuto il tocco di un pennello per cinquant’anni. Giaceva accanto a un altro simile, e la via a bordo era lungo uno stretto canale d’acqua tra i due, largo circa un metro e mezzo a un’estremità, e che convergevano gradualmente verso un punto. Nel momento del loro ingresso in questo stretto passaggio, un rivale dipinto brillantemente sfrecciò lungo il fiume come un destriero al trotto, creando una tale serie di onde e spruzzi che la loro fragile barca fu sballottata come una tazzina da tè, e il vicario e sua moglie si inclinarono di qua e di là, inclinando le teste a contatto con un’aria e un aspetto da Punch e Judy, le ondelette che colpivano i fianchi dei due scafi, e sbattevano indietro nei loro grembi.

“Terribile! orribile!” mormorò privatamente Mr. Swancourt; e disse ad alta voce: “Pensavo che salissimo a bordo a piedi. Non credo davvero che sarei venuto, se avessi saputo che questo disturbo vi era collegato.”

“Se devono spruzzare, vorrei che ci spruzzassero con acqua pulita,” disse la vecchia signora, asciugandosi il vestito con il fazzoletto.

“Spero che sia perfettamente sicuro,” continuò il vicario.

“O papà! non sei molto coraggioso,” gridò Elfride allegramente.

“Il coraggio è solo ottusità alla percezione delle contingenze,” rispose severamente Mr. Swancourt.

Mrs. Swancourt rise, ed Elfride rise, e Knight rise, in mezzo alla quale piacevolezza un uomo gridò loro da qualche posizione tra le loro teste e il cielo, e scoprirono di essere vicini alla Juliet, su cui salirono tremando.

Essendo stato scoperto che la bassa marea avrebbe impedito loro di partire per un’ora, gli Swancourt, non avendo nient’altro da fare, permisero ai loro occhi di oziare su uomini in maglie blu che compivano misteriose operazioni di rammendo con spago di catrame; si voltarono a guardare i guizzi di luce solare livida, come stelle di rame brunito a galla sulle increspature, che danzavano dentro e tentavano la loro visione; o ascoltarono la musica forte di una gru a vapore al lavoro lì vicino; o suoni sospiranti dai fumaioli dei vapori di passaggio, che diventavano morti man mano che si allontanavano; o grida dai ponti di diverse imbarcazioni nelle loro vicinanze, tutte assumendo la forma di “Ah-he-hay!”

Le dieci e mezza: ancora non partivano. Il signor Swancourt emise un sospiro di stanchezza e guardò i suoi compagni di viaggio in generale. Le loro facce non valevano certamente la pena di essere guardate. L’espressione “In attesa” vi era scritta in modo così assoluto che nient’altro poteva esservi scorto. Ogni animazione era sospesa finché la Provvidenza non avesse alzato l’acqua per lasciarli andare.

“Stavo pensando”, disse Knight, “che siamo finiti tra la classe di persone più rara del regno. Tra tutte le caratteristiche umane, una bassa opinione del valore del proprio tempo da parte di un individuo deve essere tra le più strane da trovare. Qui vediamo un gran numero di quella specie paziente e felice. Vagabondi, distinti dai viaggiatori.”

“Ma sono amanti del piacere, per i quali il tempo non ha importanza.”

“Oh no. Gli amanti del piacere che incontriamo sulle grandi rotte sono più ansiosi dei rappresentanti di commercio di correre via. E oltre alla perdita di tempo per raggiungere la meta del loro viaggio, queste persone eccezionali corrono il rischio del mal di mare venendo da questa parte.”

“Può essere?” chiese il vicario con apprensione. “Sicuramente no, signor Knight, proprio qui nel nostro Canale della Manica, vicinissimo a casa nostra, per così dire.”

“I passaggi d’ingresso sono luoghi molto soggetti a correnti d’aria, e il Canale è come il resto. Rovina il carattere dei marinai. È stato calcolato dai filosofi che nel corso di un anno salgano al cielo più imprecazioni dal Canale che da tutti e cinque gli oceani messi insieme.”

Partirono davvero ora, e gli sguardi spenti di tutta la folla presero vita immediatamente. L’uomo che era stato freneticamente intento a tirare una corda che sembrava non avere fine cessò le sue fatiche, e scivolarono lungo le curve serpentine del Tamigi.

Qualsiasi cosa, ovunque, era una miniera di interesse per Elfride, e lo era anche questa.

“Va bene così ora”, disse la signora Swancourt, dopo aver superato il Nore, “ma non posso dire di aver gradito il mio viaggio finora.” Poiché, trovandosi ora in mare aperto, si era levata una leggera brezza che rallegrò lei tanto quanto i suoi due giovani compagni. Ma sfortunatamente ebbe un effetto opposto sul vicario, il quale, dopo aver assunto un colore tipo confettura di albicocche, punteggiato da sprazzi di lampone, dichiarò un’indisposizione e svanì dalla loro vista.

Il pomeriggio trascorse. La signora Swancourt sedeva gentilmente in disparte a leggere, e la coppia di fidanzati fu lasciata a se stessa. Elfride si stringeva fiduciosamente al braccio di Knight, ed era orgogliosa di camminare con lui su e giù per il ponte, o di andare a prua e, appoggiata con lui alle ringhiere del castello di prua, guardare il sole al tramonto ritirarsi gradualmente dietro la loro poppa in un enorme banco di nuvole livide dai bordi dorati che si alzava incontro ad esso.

Era infantilmente piena di vita e di spirito, sebbene nel camminare su e giù con lui davanti agli altri passeggeri, e nel farsi notare da loro, fosse piuttosto confusa all’inizio, essendo la prima volta che si mostrava così apertamente sotto quel tipo di protezione. “Scommetto che sono invidiosi e dicono cose su di noi, non credi?” sussurrava a Knight con un sorriso furtivo.

“Oh no”, rispondeva lui con noncuranza. “Perché dovrebbero invidiarci, e cosa possono dire?”

“Niente di male, naturalmente”, rispondeva Elfride, “tranne cose come questa: ‘Quanto sono felici quei due! lei è già abbastanza orgogliosa adesso’. Ciò che lo rende peggiore”, continuava nell’estremo della confidenza, “ho sentito quei due giocatori di cricket dire poco fa: ‘È la ragazza più chic sulla barca’. Ma non mi importa, sai, Harry.”

“Avrei difficilmente supposto che ti importasse, anche se non me l’avessi detto”, disse Knight con grande affabilità.

Non si stancava mai di fare domande al suo amante e di ammirare le sue risposte, buone, cattive o indifferenti che fossero. La sera si fece scura e venne la notte, e luci brillarono su di loro dall’orizzonte e dal cielo.

“Ora guarda là davanti a noi, a quell’alone nell’aria, di una luminosità argentea. Osservalo, e vedrai a cosa porta.”

Lei osservò per alcuni minuti, quando due luci bianche emersero dal fianco di una collina, rivelandosi come l’origine dell’alone.

“Che splendore abbagliante! Cosa segnalano?”

“Il South Foreland: prima erano coperti dalla scogliera.”

“Cos’è quella linea livellata di piccole scintille, una città, suppongo?”

“Quello è Dover.”

Per tutto questo tempo, e più tardi, un soffice lampo estivo si espanse da una nuvola sul loro cammino, illuminando i loro volti mentre camminavano avanti e indietro, brillando sull’acqua e, per un momento, mostrando l’orizzonte come una linea nitida.

Elfride dormì profondamente quella notte. Il suo primo pensiero la mattina seguente fu quello emozionante che Knight fosse vicino quanto quando erano a casa a Endelstow, e la sua prima vista, guardando fuori dall’oblò della cabina, fu la parete perpendicolare di Beachy Head, che brillava di bianco sotto un radioso sole delle sei del mattino. Questo bel mattino, tuttavia, cambiò presto aspetto. Un vento freddo e una nebbia pallida scesero sul mare e sembrarono minacciare una giornata uggiosa.

Quando si stavano avvicinando a Southampton, la signora Swancourt venne a dire che suo marito stava così male da desiderare di essere sbarcato lì, per completare il resto del viaggio via terra. “Starà perfettamente bene non appena calcherà di nuovo terra ferma. Cosa dobbiamo fare: andare con lui, o finire il nostro viaggio come avevamo intenzione?”

Elfride era comodamente riparata sotto un ombrello che Knight teneva sopra di lei per proteggerla dal vento. “Oh, non lasciateci sbarcare!” disse con sgomento. “Sarebbe un tale peccato!”

“Molto bene”, disse la signora Swancourt maliziosamente, come a una bambina. “Vedi, il vento ha aumentato il suo colorito, il mare il suo appetito e il suo spirito, e qualcuno la sua felicità. Sì, sarebbe un peccato, certamente.”

“È la mia sventura essere sempre trattata dall’alto in basso”, sospirò Elfride.

“Bene, faremo come volete voi, signora Swancourt”, disse Knight, “ma——”

“Io stessa preferirei rimanere a bordo”, interruppe la signora più anziana. “E il signor Swancourt desidera particolarmente andare da solo. Quindi questo risolverà la faccenda.”

Il vicario, ormai di color cenere, fu fatto sbarcare e divenne subito bene come sempre.

Elfride, seduta da sola in una parte appartata della nave, vide una donna velata salire a bordo tra gli ultimi arrivi in questo porto. Era vestita di seta nera e portava uno scialle scuro sul braccio. La donna, senza guardarsi intorno, si diresse verso il settore assegnato ai passeggeri di seconda classe. Tutto il colore che la signora Swancourt aveva complimentato la sua figliastra per possedere lasciò le guance di Elfride, che tremò visibilmente.

Corse dall’altra parte della barca, dove si trovava la signora Swancourt.

“Torniamo a casa in treno con papà, dopo tutto”, implorò con fervore. “Preferirei andare con lui, possiamo?”

La signora Swancourt si guardò intorno per un momento, come incapace di decidere. “Ah”, esclamò, “è troppo tardi ora. Perché non l’hai detto prima, quando avevamo tutto il tempo?”

La Juliet in quel minuto aveva sciolto gli ormeggi, i motori erano partiti e stavano scivolando lentamente lontano dalla banchina. Non c’era altro da fare che rimanere, a meno che non si potesse far tornare indietro la Juliet, e ciò avrebbe creato un grande disturbo. Elfride rinunciò all’idea e si sottomise silenziosamente. La sua felicità era tristemente mutilata ora.

La donna la cui presenza l’aveva così disturbata era esattamente uguale alla signora Jethway. Sembrava perseguitare Elfride come un’ombra. Dopo diversi minuti di vani tentativi di spiegare qualsiasi disegno potesse avere la signora Jethway nel pedinarla, Elfride decise di pensare che, se si trattava della vedova, l’incontro fosse casuale. Ricordò che la vedova nella sua irrequietezza visitava spesso il villaggio vicino a Southampton, che era la sua casa originale, ed era possibile che avesse scelto il transito via acqua con l’idea di risparmiare.

“Cosa c’è, Elfride?” chiese Knight, standole davanti.

“Niente di più del fatto che sono piuttosto depressa.”

“Non mi meraviglia molto; quella banchina era deprimente. Sembravamo inferiori a tutto ciò che ci circondava. Ma saremo presto di nuovo nella brezza marina, e questo ti rinfrescherà, cara.”

La sera si chiuse e l’oscurità aumentò mentre procedevano lungo il Southampton Water e attraverso il Solent. Il turbamento mentale di Elfride era tale che il suo spirito leggero delle precedenti ventiquattro ore l’aveva completamente abbandonata. Anche il tempo era diventato più cupo, poiché sebbene gli scrosci del mattino fossero cessati, il cielo era coperto più fittamente che mai da dense nuvole color piombo. Quanto era bello il tramonto quando avevano doppiato il North Foreland la sera precedente! Ora era impossibile dire entro mezz’ora il momento del tramonto dell’astro. Knight la portava in giro e, essendo ormai abituato ai suoi improvvisi cambiamenti d’umore, trascurava la necessità di una causa considerando le condizioni: impressionabilità ed elasticità.

Elfride guardò furtivamente verso l’altra estremità della nave. La signora Jethway, o la sua sosia, era seduta a poppa, con lo sguardo rivolto fissamente verso Elfride.

“Andiamo verso la prua”, disse rapidamente a Knight. “Guarda là: l’uomo sta sistemando le luci per la notte.”

Knight acconsentì e, dopo aver osservato l’operazione di fissaggio delle luci rossa e verde sulle murate di sinistra e di dritta, e l’innalzamento della luce bianca all’albero maestro, camminò su e giù con lei finché l’aumento del vento rese difficile passeggiare. Gli occhi di Elfride si trovavano occasionalmente a scrutare furtivamente a poppa, per sapere se la sua nemica fosse davvero lì. Nessuno era visibile ora.

“Andiamo di sotto?” disse Knight, vedendo che il ponte era quasi deserto.

“No”, disse lei. “Se gentilmente mi prendessi una coperta dalla signora Swancourt, mi piacerebbe, se non ti dispiace, restare qui.” Aveva recentemente immaginato che la presunta signora Jethway potesse essere una passeggera di prima classe, e temeva di incontrarla per caso.

Knight apparve con la coperta e si sedettero dietro un riparo dal vento sul lato sopravvento, proprio mentre i due occhi rossi dei Needles guardavano verso di loro dall’oscurità, le loro cime appuntite che si alzavano come figure spettrali contro il cielo. Divenne necessario scendere sotto coperta per un pasto delle otto di tipo indefinito, ed Elfride fu immensamente sollevata nel non trovare alcun segno della signora Jethway lì. Risalirono di nuovo e rimasero sopra finché la signora Snewson non barcollò verso di loro con il messaggio che la signora Swancourt pensava fosse ora che Elfride scendesse. Knight l’accompagnò giù e ritornò di nuovo per passare ancora un po’ di tempo sul ponte.

Elfride si svestì parzialmente e si sdraiò, e presto divenne incosciente, sebbene il suo sonno fosse leggero. Per quanto tempo fosse rimasta lì, non lo sapeva, quando a poco a poco divenne consapevole di un sussurro nel suo orecchio.

“Sei a buon punto con lui, lo vedo. Bene, provocami ora, ma il mio giorno arriverà, vedrai.” Quella sembrò essere l’espressione, o parole che avessero quel significato.

Elfride si svegliò completamente e terrorizzata. Sapeva che le parole, se reali, potevano essere solo di una persona, e quella persona era la vedova Jethway.

La lampada si era spenta e il posto era al buio. Nella cuccetta accanto riusciva a sentire la sua matrigna che respirava pesantemente, più in là la Snewson che respirava ancora più pesantemente. Queste erano le uniche altre occupanti legittime della cabina, e la signora Jethway doveva essersi intrufolata furtivamente in qualche modo e poi ritirata, oppure era entrata in una cuccetta vuota accanto a quella della Snewson. La paura che fosse così aumentò il turbamento di Elfride, finché non assunse le dimensioni di una certezza, poiché come avrebbe potuto una sconosciuta dall’altra parte della nave riuscire a entrare? Poteva essere stato un sogno?

Elfride si sollevò maggiormente e guardò fuori dall’oblò. C’era il mare, che si dibatteva e correva contro la fiancata della nave proprio accanto alla sua testa, e da lì si estendeva, fioco e gemente, in una distesa indistinta; e ben oltre tutto questo due luci placide come stelle senza raggi. Ora quasi temendo di voltare di nuovo il viso verso l’interno, per paura che la signora Jethway apparisse al suo fianco, Elfride meditò se chiamare la Snewson per farle compagnia. Suonarono le “quattro campane” e sentì delle voci, che le diedero un po’ di coraggio. Non valeva la pena chiamare la Snewson.

Ad ogni modo Elfride non poteva restare lì ad ansimare più a lungo, col rischio di essere di nuovo disturbata da quel terribile sussurro. Così, avvolgendosi frettolosamente, emerse nel corridoio e, con l’aiuto di una debole luce che bruciava all’ingresso del salone, trovò il piede delle scale e salì sul ponte. Il posto era estremamente desolato. Sembrava un punto del tutto nuovo in contrasto con se stesso diurno. Poteva vedere la luce lucciola dalla chiesuola, e il profilo fioco dell’uomo al timone; anche una forma a prua. Non un’altra anima era visibile da prua a poppa.

Sì, ce n’erano altri due, vicino alle murate. Uno si rivelò essere il suo Harry, l’altro il primo ufficiale. Era davvero contenta e, avvicinandosi, scoprì che stavano facendo una conversazione bassa e lenta su questioni nautiche. Corse da lui e infilò la mano nel braccio di Knight, in parte per amore, in parte per stabilità.

“Elfie! Non dormi?” disse Knight, dopo essersi spostato di qualche passo con lei.

“No: non riesco a dormire. Posso restare qui? È così desolante laggiù, e... e avevo paura. Dove siamo ora?”

“Direttamente a sud di Portland Bill. Quelle sono le luci al traverso rispetto a noi: guarda. Un punto terribile, quello, in una notte di tempesta. E vedi una luce molto piccola che si immerge e si alza sulla destra? Quella è una nave faro sul pericoloso banco di sabbia chiamato Shambles, dove molte buone navi sono andate in pezzi. Tra essa e noi c’è il Race, un luogo dove correnti antagoniste si incontrano e formano mulinelli; un punto che è mosso nel tempo più calmo, e terrificante col vento. Quell’orizzonte scuro e cupo che appena scorgiamo a sinistra è la West Bay, terminata verso terra dalla Chesil Beach.”

“Che ore sono, Harry?”

“Appena passate le due.”

“Scendi di sotto?”

“Oh no; non stanotte. Preferisco l’aria pura.”

Immaginò che lui potesse essere dispiaciuto che lei fosse andata da lui in quell’ora innaturale. “Mi piacerebbe restare qui anch’io, se me lo permetti”, disse timidamente.

“Voglio chiederti delle cose.”

“Permetterti, Elfie!” disse Knight, mettendole un braccio attorno e attirandola più vicino. “Sono due volte più felice con te al mio fianco. Sì: resteremo, e guarderemo l’arrivo del giorno.”

Così cercarono di nuovo l’angolo riparato e, sedendosi, si avvolsero nella coperta come prima.

“Cosa volevi chiedermi?” chiese lui, mentre ondeggiavano su e giù.

“Oh, non era molto; forse una cosa che non dovrei chiedere”, disse esitando. Il suo desiderio improvviso era stato in realtà quello di scoprire subito se lui fosse mai stato fidanzato prima. Se lo fosse stato, lei ne avrebbe fatto un motivo per raccontargli un po’ della sua condotta con Stephen. Le parole apparenti della signora Jethway avevano talmente depresso la ragazza che ora lei stessa dipingeva la sua fuga con i colori più cupi, e desiderava alleviare la sua mente oppressa con una confessione istantanea. Se Knight fosse mai stato imprudente lui stesso, avrebbe potuto, sperava, perdonare tutto.

“Volevo chiederti”, continuò, “se... sei mai stato fidanzato prima.” Aggiunse tremando: “Spero di sì; intendo dire, non mi importa affatto se lo sei stato.”

“No, non lo sono mai stato”, rispose Knight istantaneamente e cordialmente. “Elfride” – e c’era un certo orgoglio felice nel suo tono – “ho dodici anni più di te, e sono stato in giro per il mondo, e, in un certo senso, nella società, e tu no. Eppure non sono così inadatto a te come le persone rigide potrebbero immaginare, le quali supporrebbero che la differenza di età significhi certamente un’uguale aggiunta alla mia pratica nel corteggiamento.”

Elfride rabbrividì.

“Hai freddo; il vento è troppo per te?”

“No”, disse lei cupamente. La convinzione che era stata la sua ancora di salvezza nello sperare nel perdono si era rivelata falsa. Questo resoconto della natura eccezionale della sua esperienza, una questione che l’avrebbe fatta gioire due anni fa, la gelò ora come brina.

“Non ti dispiace che io te l’abbia chiesto?” continuò.

“Oh no, affatto.”

“E non hai mai baciato molte signore?” sussurrò lei, sperando che lui ne dicesse almeno cento.

Il tempo, le circostanze e la scena erano tali da trarre confidenze anche dai più riservati. “Elfride”, sussurrò Knight in risposta, “è strano che tu mi abbia fatto questa domanda. Ma ti risponderò, anche se non ho mai raccontato una cosa simile prima. Sono stato piuttosto assurdo nel mio evitare le donne. Non ho mai dato un bacio a una donna in vita mia, eccetto a te e a mia madre.” L’uomo di trentadue anni con una mente esperta si scaldò tutto di una vergogna ingenua da ragazzo mentre faceva la confessione.

“Cosa, neanche uno?” esitò lei.

“No; nemmeno uno.”

“Che cosa molto strana!”

“Sì, l’esperienza opposta potrebbe essere più comune. Eppure, per coloro che hanno osservato il proprio sesso, come ho fatto io, il mio caso non è notevole. Gli uomini di città sono i preferiti dalle donne, questo è il postulato, e le persone superficiali non pensano abbastanza lontano da vedere che ci possono essere eccezioni riservate e solitarie.”

“Ne sei orgoglioso, Harry?”

“No, davvero. Negli ultimi anni ho desiderato di aver seguito la mia strada e di aver misurato i miei passi come uomini dal cuore più leggero. Ho pensato a quante esperienze felici potrei aver perso per non essere mai andato a corteggiare.”

“Allora perché ti sei tenuto in disparte?”

“Non saprei dire. Non credo fosse nella mia natura: le circostanze mi hanno ostacolato, forse. Me ne sono pentito per un’altra ragione. Questa mia grande negligenza ha avuto i suoi effetti su di me. Più sono invecchiato, più distintamente ho percepito che mi stava impedendo assolutamente di apprezzare qualsiasi donna che non fosse inesperta quanto me; e ho rinunciato all’aspettativa di trovare una giovane signora del diciannovesimo secolo nel mio stato grezzo. Poi ho trovato te, Elfride, e ho sentito per la prima volta che la mia esigente selettività era una benedizione. E ha contribuito a rendermi degno di te. Ho sentito subito che, pur differendo in altre esperienze, in questa materia ti somigliavo. Bene, non sei felice di sentirlo, Elfride?”

“Sì, lo sono”, rispose lei con voce forzata. “Ma ho sempre pensato che gli uomini facessero un sacco di fidanzamenti prima di sposarsi, specialmente se non si sposano molto giovani.”

“Così pensano tutte le donne, suppongo, e giustamente, per la maggioranza degli scapoli, come ho detto prima. Ma un’apprezzabile minoranza di uomini lenti non lo fa, e questo li rende molto impacciati quando arrivano al dunque. Comunque, non importava nel mio caso.”

“Perché?” chiese lei a disagio.

“Perché tu sai ancora meno di corteggiamento e di accordi matrimoniali di me, e così non puoi fare confronti odiosi se io faccio il mio fidanzamento in modo improprio.”

“Penso che tu lo faccia magnificamente!”

“Grazie, cara. Ma”, continuò Knight ridendo, “la tua opinione non è quella di un esperto, che è l’unica ad avere valore.”

Se avesse risposto: “Sì, lo è”, con metà della forza con cui lo sentiva, Knight sarebbe potuto rimanere un po’ stupito.

“Se tu fossi mai stata fidanzata prima”, continuò lui, “immagino che la tua opinione sui miei approcci sarebbe diversa. Ma allora, non avrei——”

“Non avresti cosa, Harry?”

“Oh, stavo semplicemente dicendo che in tal caso non mi sarei mai dato il piacere di chiederti di sposarmi, dato che la tua libertà da quell’esperienza è stata la tua attrattiva, cara.”

“Sei severo con le donne, non è vero?”

“No, non credo. Avevo il diritto di soddisfare il mio gusto, ed era per labbra inesplorate. Altri uomini oltre a quelli del mio tipo acquisiscono il gusto man mano che invecchiano, ma non trovano un’Elfride——”

“Che suono orrendo è quello che sentiamo quando beccheggiamo in avanti?”

“Solo l’elica; non trovano un’Elfride come ho fatto io. Pensare che avrei dovuto scoprire un fiore così invisibile laggiù nell’Ovest, per la quale un uomo vale quanto una moltitudine per alcune donne, e un viaggio lungo il Canale della Manica come un giro del mondo!”

“E saresti”, disse lei, e la sua voce era tremante, “stato disposto a rinunciare a una signora, se ti fossi fidanzato con lei, e poi avessi scoperto che aveva ricevuto UN bacio prima del tuo, e saresti... andato via lasciandola?”

«Un bacio... no, a stento per quello.»

«Due?»

«Beh... non saprei dirlo così, facendo l’inventario. Troppo di questo genere di cose mi farebbe certamente detestare una donna. Ma restringiamo l’attenzione su di noi, senza stare a pensare a ciò che avrebbe potuto essere.»

Così Elfride aveva permesso ai suoi pensieri di «baloccarsi con false supposizioni», e ogni parola di Knight le cadde addosso come un peso. Dopo di ciò rimasero a lungo in silenzio, fissando il mare nero e misterioso, e ascoltando la voce strana del vento inquieto. Un dondolio avanti e indietro sulle onde, quando la brezza non è troppo violenta e gelida, produce un effetto calmante anche sulla mente più agitata. Elfride si abbandonò lentamente contro Knight e, guardando in basso, egli scoprì dal suo respiro dolce e regolare che si era addormentata. Non volendo disturbarla, rimase immobile e provò un intenso piacere nel sostenere la sua giovane forma calda che si alzava e si abbassava a ogni suo respiro.

Anche Knight cadde nel sogno, sebbene rimanesse perfettamente sveglio. Era piacevole rendersi conto della fiducia implicita che lei riponeva in lui, e pensare all’incantevole innocenza di chi poteva addormentarsi in un modo così semplice e privo di cerimonie. Più di tutto, il pensieroso e poco pratico studioso sentiva l’immensa responsabilità che si stava assumendo diventando il protettore e la guida di una creatura così fiduciosa. Il quieto sonno dell’anima di lei conferiva una quiete alla propria. Poi lei gemette e si voltò irrequieta. Presto i suoi mormorii divennero distinti:

«Non dirglielo... non mi amerà... Non intendevo alcuna vergogna... davvero non lo intendevo, quindi non dirlo a Harry. Stavamo per sposarci... ecco perché sono scappata... E lui dice che non vuole una donna baciata... E se glielo dici se ne andrà, e io morirò. Ti prego abbi pietà... Oh!»

Elfride scattò in piedi in preda al panico.

L’istante precedente, un musicale rintocco si era diffuso nell’aria alla loro destra e l’aveva svegliata.

«Cos’è?» esclamò terrorizzata.

«Solo le "otto campane"», disse Knight rassicurante. «Non spaventarti, uccellino, sei al sicuro. Che cosa stavi sognando?»

«Non posso dirlo, non posso dirlo!» disse lei con un brivido. «Oh, non so cosa fare!»

«Resta tranquilla con me. Vedremo presto l’alba, ora. Guarda, la stella del mattino è splendida lassù. Le nuvole si sono completamente diradate mentre dormivi. Che cosa stavi sognando?»

«Una donna della nostra parrocchia.»

«Non ti piace?»

«Non mi piace. A lei non piaccio io. Dove siamo?»

«Più o meno a sud dell’Exe.»

Knight non disse altro sulle parole del suo sogno. Osservarono il cielo finché Elfride non si calmò e apparve l’alba. Dapprima fu solo una pallida luminosità. Poi il vento soffiò con uno spirito mutato e si spense in una brezza leggera. La stella si sciolse nel giorno.

«È così che vorrei morire», disse Elfride, alzandosi dal suo posto e sporgendosi oltre l’impavesata per osservare l’ultimo bagliore della stella.

«Come dicono i versi», replicò Knight:

«“Tramontare come tramonta la stella del mattino, che non scende Dietro l’occidente oscurato, né si cela Celata tra le tempeste del cielo, Ma si fonde nella luce del paradiso.”»

«Oh, altre persone hanno pensato la stessa cosa, vero? È sempre così con le mie originalità: sono originali per chiunque tranne che per me.»

«Non solo per le tue. Quando ero alle prime armi come recensore, scoprivo che era una trappola spaventosa: dilungarmi su argomenti in cui mi imbattevo, che erano novità per me, per poi scoprire in seguito che erano stati esauriti dal mondo pensante quando io ero ancora in grembiulino.»

«È delizioso. Ogni volta che scopro che hai fatto una cosa sciocca ne sono felice, perché mi sembra di portarti un po’ più vicino a me, che ne ho fatte tante.» E Elfride pensò di nuovo alla sua nemica addormentata sotto il ponte su cui camminavano.

Lungo tutta la costa, i promontori si distinguevano dagli incavi. Poi un cielo roseo si sparse sul mare orientale e dietro la bassa linea di terra, gettando la sua livrea a sprazzi sulle sottili nuvole ariose in quella direzione. Ogni sporgenza sulla terra sembrava ora tante dita ansiose di catturare un po’ della luce liquida gettata così prodigamente sul cielo e, dopo un periodo fantastico di gialli lucenti a est, le elevazioni più alte lungo la riva furono inondate dalle stesse tinte. I contorni scoscesi e nudi di Start Point colsero il bagliore più luminoso e precoce di tutti, e così fecero anche i fianchi del suo faro bianco, appollaiato su una sporgenza del suo fronte precipite come un santo medievale in una nicchia. Il loro alto vicino Bolt Head, sulla sinistra, rimaneva ancora non dorato e conservava il suo grigio.

Poi spuntò il sole, quasi a scatti, appena al largo del punto più orientale della terra, gettando un sentiero di luce simile a una scala di Giacobbe da sé stesso verso Elfride e Knight, e rivestendoli di raggi in pochi minuti. Le dignità inferiori della riva — Froward Point, Berry Head e Prawle — avevano già ottenuto la loro parte di illuminazione prima di allora, e alla fine anche la minima protuberanza di onda, scogliera o insenatura, fino ai recessi più interni della bella valle del Dart, ebbe la sua porzione; e la luce del sole, ora possesso comune di tutti, cessò di essere la cosa meravigliosa e ambita che era stata mezz’ora prima.

Dopo la colazione, Plymouth apparve alla vista e divenne più distinta man mano che si avvicinavano, con la diga foranea che appariva come una striscia di luce fosforica sulla superficie del mare. Elfride guardò furtivamente intorno in cerca della signora Jethway, ma non riuscì a scorgere alcuna figura simile alla sua. In seguito, nel trambusto dello sbarco, guardò di nuovo con lo stesso risultato, momento in cui la donna probabilmente era scivolata sulla banchina senza essere notata. Espandendosi con un senso di sollievo, Elfride attese mentre Knight badava ai bagagli, e poi vide suo padre avvicinarsi tra la folla, facendo roteare il bastone da passeggio per attirare la loro attenzione. Facendosi largo a gomitate fino a lui, entrarono tutti in città, che rivolse a Elfride un sorriso tanto soleggiato quanto quello che le aveva riservato un anno o due prima, quando vi era entrata esattamente alla stessa ora come promessa sposa di Stephen Smith.

Capitolo XXX

«Vassallo dell’Amore.»

Elfride si strinse più forte a Knight man mano che i giorni si susseguivano. Qualunque altra cosa potesse ammettere discussione, non poteva esserci disputa sul fatto che la lealtà che nutriva per lui assorbisse la sua intera anima ed esistenza. Era sorto uno più grande di Stephen, ed ella aveva lasciato tutto per seguirlo.

La ragazza senza riserve non era mai avara nel far scoprire al suo amante quanto lo ammirasse. Non sostenne mai una sola idea in opposizione a una delle sue, né insistette su alcun punto con lui, né mostrò alcuna indipendenza, né tenne testa su alcun argomento. Il suo capriccio più leggero era rispettato e obbedito come legge, e se, esprimendo la sua opinione su una questione, lui prendeva in mano l’argomento e dissentiva da lei, lei gettava immediatamente via la propria opinione come errata e insostenibile. Persino le sue ambiguità e la sua espieglerie erano solo mezzi della stessa manifestazione; recite di sciarade, che incarnavano le parole della sua prototipo, la tenera e suscettibile nuora di Naomi: «Trovi la tua serva grazia ai tuoi occhi, mio signore; poiché tu mi hai confortata e poiché hai parlato con benevolenza alla tua ancella.»

Stava spruzzando le piante in una giornata piovosa nella serra. Knight sedeva sotto una grande passiflora a osservare la scena. A volte guardava fuori la pioggia dal cielo, e poi la pioggia interna di Elfride, fatta di gocce più grandi che cadevano dagli alberi e dagli arbusti, dopo essere rimaste appese ai ramoscelli come piccoli frutti d’argento.

«Devo darti qualcosa che ti faccia pensare a me durante questo autunno nei tuoi uffici», stava dicendo lei. «Cosa dovrebbe essere? I ritratti fanno più male che bene, scegliendo l’espressione peggiore di cui il tuo viso è capace. I capelli portano sfortuna. E non ti piacciono i gioielli.»

«Qualcosa che riporti alla mia mente le molte scene che abbiamo vissuto in questo conservatorio. Vedo cosa apprezzerei molto. Quel mirto nano nel vaso, che hai curato così attentamente.»

Elfride guardò pensierosa il mirto.

«Posso portarlo comodamente nella mia cappelliera», disse Knight. «E lo metterò alla mia finestra, e così, essendo sempre davanti ai miei occhi, penserò a te continuamente.»

Accadde che il mirto che Knight aveva scelto avesse un inizio e una storia particolari. In origine era stato un ramoscello portato all’occhiello da Stephen Smith, il quale lo aveva tolto da lì, infilato nel vaso e le aveva detto che, se fosse cresciuto, lei avrebbe dovuto prendersene cura e conservarlo in ricordo di lui quando fosse stato lontano.

Lei guardò con nostalgia la pianta, e un senso di giustizia verso la memoria di Smith le procurò una fitta di rimpianto per il fatto che Knight avesse chiesto proprio quello. Sembrava superare una comune insensibilità lasciarlo andare.

«Non c’è nient’altro che ti piaccia di più?» disse lei tristemente. «Quello è solo un mirto comune.»

«No: sono affezionato al mirto.» Vedendo che lei non accoglieva bene l’idea, disse ancora: «Perché ti opponi al fatto che io prenda quello?»

«Oh no, non mi oppongo precisamente, era una sensazione. Ah, ecco un’altra talea radicata di recente, ed è altrettanto piccola, di un tipo migliore, e con foglie più graziose: il myrtus microphylla.»

«Quella andrà benissimo. Mettiamola nella mia stanza, così che io non possa dimenticarla. Quale romanticismo si lega all’altra?»

«Era un regalo per me.»

L’argomento cadde lì. Knight non pensò più alla faccenda finché, entrando nella sua camera da letto la sera, trovò il secondo mirto posizionato sul suo tavolo da toeletta come aveva ordinato. Rimase per un momento ad ammirare l’aspetto fresco delle foglie al lume di candela, e poi pensò alla transazione del giorno.

Gli amanti maschi, così come le femmine, possono essere viziati da troppa gentilezza, e la sottomissione uniforme di Elfride aveva dato a Knight un modo di fare piuttosto esigente nelle crisi, per quanto fosse legato a lei. «Perché avrebbe dovuto rifiutare quello che ho scelto per primo?» si chiese ora. Anche una così lieve opposizione come quella che lei aveva mostrato allora era abbastanza eccezionale da farsi notare. Non era affatto irritato con lei: la semplice variazione del suo modo di fare oggi rispetto ai suoi modi abituali lo faceva riflettere sull’argomento, perché lo rendeva perplesso. «Era un regalo», quelle erano state le sue parole. Ammettendo che fosse un regalo, pensava che lei difficilmente avrebbe potuto dare valore a un semplice amico più di quanto ne desse a lui come amante, e dare la pianta sotto la sua custodia non avrebbe fatto alcuna differenza. «A meno che, in effetti, non fosse il regalo di un amante», mormorò.

«Mi chiedo se Elfride abbia mai avuto un amante prima», disse ad alta voce, come un’idea nuova, del tutto. Questo e pensieri di accompagnamento furono sufficienti a occuparlo completamente finché non si addormentò, piuttosto più tardi del solito.

Il giorno seguente, quando furono di nuovo soli, le disse piuttosto improvvisamente:

«Mi ami più o meno, Elfie, per quello che ti ho detto a bordo del piroscafo?»

«Mi hai detto così tante cose», rispose lei, sollevando gli occhi verso i suoi e sorridendo.

«Intendo la confessione che mi hai estorto: che non ero mai stato nella posizione di amante prima.»

«È una soddisfazione, immagino, essere la prima nel tuo cuore», gli disse, con un tentativo di continuare a sorridere.

«Ora ti farò una domanda», disse Knight, alquanto goffamente. «Te la faccio solo in modo stravagante, sai: non con grande serietà, Elfride. Potresti trovarla strana, forse.»

Elfride cercò disperatamente di mantenere il colore sul viso. Non riuscì, sebbene fosse angosciata al pensiero che impallidire mostrasse la consapevolezza di una colpa più profonda del semplice arrossire.

«Oh no, non penserò questo», disse, perché costretta a dire qualcosa per colmare la pausa che seguì l’osservazione del suo interlocutore.

«È questa: hai mai avuto un amante? Sono quasi sicuro che tu non ne abbia mai avuti; ma, ne hai avuti?»

«Non, per così dire, un amante; intendo dire, non degno di nota, Harry», esitò lei.

Knight, teso nel sentimento come sapeva che fosse la sensazione, sentì una certa nausea al cuore.

«Tuttavia, era un amante?»

«Beh, una sorta di amante, suppongo», rispose lei con riluttanza.

«Un uomo, intendo, sai.»

«Sì; ma solo una semplice persona, e...»

«Ma veramente il tuo amante?»

«Sì; un amante certamente, era quello. Sì, avrebbe potuto essere chiamato il mio amante.»

Knight non disse nulla a questo per un minuto o più, e tenne il tempo in silenzio con il dito al ticchettio del vecchio orologio della biblioteca, stanza in cui si stava svolgendo il colloquio.

«Non ti dispiace, Harry, vero?» disse lei ansiosamente, rannicchiandosi vicino a lui e osservando il suo viso.

«Naturalmente, non mi dispiace seriamente. Ragionevolmente, un uomo non può opporsi a una tale inezia. Pensavo solo che tu non ne avessi mai avuti, tutto qui.»

Tuttavia, un raggio fu sottratto alla gloria intorno alla sua testa. Ma in seguito, quando Knight vagava da solo sulle colline spoglie e ventilate, e meditava sull’argomento, quel raggio tornò improvvisamente. Perché lei avrebbe potuto avere un amante, e non essersi mai curata minimamente di lui. Avrebbe potuto usare la parola in modo improprio, e intendere «ammiratore» per tutto il tempo. Naturalmente era stata ammirata; e un uomo avrebbe potuto rendere la sua ammirazione più prominente di quella degli altri, un caso molto naturale.

Erano seduti su una delle panchine del giardino quando trovò l’occasione di mettere alla prova la supposizione. «Hai amato quell’amante o ammiratore tuo anche solo un po’, Elfie?»

Lei mormorò con riluttanza: «Sì, credo di sì.»

Knight sentì lo stesso leggero tocco di miseria. «Solo un pochino?» disse.

«Non sono sicura di quanto.»

«Ma sei sicura, tesoro, che lo hai amato un pochino?»

«Credo di essere sicura di averlo amato un pochino.»

«E non un gran che, Elfie?»

«Il mio amore non era sostenuto dalla venerazione per le sue capacità.»

«Ma, Elfride, lo hai amato profondamente?» disse Knight irrequieto.

«Non so esattamente quanto intendi per profondamente.»

«Questa è una sciocchezza.»

«Hai frainteso; e hai lasciato la mia mano!» gridò lei, con gli occhi che si riempivano di lacrime. «Harry, non essere severo con me, e non interrogarmi. Non l’ho amato come amo te. E potrebbe essere profondamente se non pensassi che fosse più intelligente di me? Perché non lo pensavo. Mi addolori così tanto, non puoi immaginare.»

«Non dirò un’altra parola al riguardo.»

«E non ci penserai nemmeno, vero? So che pensi alle mie debolezze dopo che sono fuori dalla tua vista; e non sapendo quali siano, non posso combatterle. Quasi vorrei che tu fossi di una natura più grossolana, Harry; in verità lo vorrei! O meglio, vorrei poter avere i vantaggi che una tale natura in te mi offrirebbe, e tuttavia averti così come sei.»

«Quali vantaggi sarebbero?»

«Meno ansia e più sicurezza. Gli uomini comuni non sono così delicati nei loro gusti come te; e dove l’amante o il marito non è schizzinoso, e raffinato, e di natura profonda, le cose sembrano andare meglio, immagino, per quanto ho potuto osservare il mondo.»

«Sì; suppongo sia giusto. La superficialità ha questo vantaggio, che non puoi affogare lì.»

«Ma penso che ti terrò così come sei; sì, lo farò!» disse lei in modo accattivante. «I mariti e le mogli pratici che prendono le cose filosoficamente sono molto noiosi, non è vero? Sì, mi ucciderebbe del tutto. Mi piaci di più così come sei.»

«Anche se vorrei che non ti fossi mai curata di nessuno prima di me?»

«Sì. E tu non devi desiderarlo. Non farlo!»

«Cercherò di non farlo, Elfride.»

Così lei sperava, ma il suo cuore era turbato. Se lui si sentiva così profondamente su questo punto, cosa direbbe se sapesse tutto, e lo vedesse come la signora Jethway lo vedeva? Non la renderebbe mai la ragazza più felice del mondo prendendola per sua per sempre. Il pensiero la racchiudeva come una tomba ogni volta che si presentava al suo cervello perturbato. Cercava di credere che la signora Jethway non le avrebbe mai fatto un torto così crudele da accrescere la cattiva apparenza della sua follia con insinuazioni; e concluse che l’occultamento, essendo iniziato, doveva essere perseguito, se possibile. Perché ciò che lui potrebbe considerare grave quanto il fatto, era il suo precedente occultamento mediante strategia.

Ma Elfride sapeva che la signora Jethway era sua nemica e che la odiava. Era possibile che avrebbe fatto del suo peggio. E se lo avesse fatto, tutto avrebbe potuto essere finito.

La donna avrebbe ascoltato la ragione, e si sarebbe lasciata persuadere a non rovinare una che non le aveva mai fatto intenzionalmente del male?

Era notte nella valle tra gli Endelstow Crags e la riva. Il ruscello che scorreva in quella direzione verso il mare era distinto nei suoi mormorii ora, e lungo la linea del suo corso iniziava ad appendersi un nastro bianco di nebbia. Contro il cielo, sul lato sinistro della valle, si poteva scorgere la forma nera della chiesa. Dall’altro sorgevano cespugli di noccioli, alcuni alberi, e dove questi erano assenti, ciuffi di ginestre — alti come uomini — su fusti quasi robusti come legname. L’urlo di qualche uccello si sentiva occasionalmente, mentre volava terrorizzato dal suo primo posatoio, per cercare un nuovo posto dove dormire, dove potesse passare la notte indisturbato.

Nell’ombra della sera, un po’ più giù nella valle, e sotto una fila di querce stentate, si poteva ancora scorgere un cottage. Si ergeva assolutamente solo. La casa era piuttosto grande, e le finestre di alcune stanze erano inchiodate con assi all’esterno, il che dava un aspetto particolarmente deserto all’intera costruzione. Dalla porta d’ingresso, una serie irregolare di gradini grezzi e deformi, tagliati nella roccia solida, conduceva fino al bordo del ruscello, che, alla loro estremità, era scavato in un bacino attraverso il quale l’acqua gocciolava. Questa era evidentemente la fonte di approvvigionamento idrico per l’abitante o gli abitanti del cottage.

Un passo leggero si udì scendere dai pendii più alti della collina. Indistinta sul sentiero apparve una figura femminile in movimento, che avanzò e bussò timidamente alla porta. Non ricevendo risposta, il bussare fu ripetuto, con lo stesso risultato, e fu poi ripetuto una terza volta. Anche questo ebbe esito negativo.

Da una delle sole due finestre al piano terra che non erano sbarrate venivano raggi di luce, nessuna persiana o tenda oscurava la stanza agli occhi di un passante all’esterno. Così pochi camminavano da quelle parti dopo il calar della notte che qualsiasi mezzo del genere per garantire la segretezza era probabilmente considerato non necessario.

L’irregolarità dei raggi che cadevano sugli alberi all’esterno diceva che la luce aveva la sua origine solo in un fuoco tremolante. La visitatrice, dopo il terzo colpo, fece un passo a sinistra per ottenere una vista dell’interno, e si scostò il cappuccio dal viso. Il luccichio giallo danzante rivelò il volto bello e ansioso di Elfride.

All’interno della casa, questa luce del fuoco era sufficiente a illuminare la stanza distintamente, e a mostrare che l’arredamento del cottage era superiore a quanto ci si potesse aspettare da un esterno così poco promettente. Mostrò anche a Elfride che la stanza era vuota. Oltre al leggero fremito e battito delle fiamme, nulla si muoveva o era udibile lì dentro.

Girò la maniglia ed entrò, gettando via il mantello che la avvolgeva, sotto il quale apparve senza cappello o cuffia, e nel tipo di semi-abbigliamento in cui la gente di campagna cena abitualmente. Poi, avanzata fino ai piedi della scala, chiamò distintamente, ma con una certa paura: «Signora Jethway!»

Nessuna risposta.

Con un’espressione di sollievo e rimpianto insieme, che denotava che il sollievo arrivava al cuore e la delusione al cervello, Elfride si fermò per diversi minuti, come se fosse indecisa su come agire. Decidendo di aspettare, si sedette su una sedia. I minuti passavano, e dopo essersi seduta sulle spine dell’impazienza per mezz’ora, frugò in tasca, ne trasse una lettera e strappò il foglio bianco. Poi, tirando fuori una matita, scrisse sulla carta:

«GENTILE SIGNORA JETHWAY, sono venuta a farvi visita. Desideravo tanto vedervi, ma non posso aspettare oltre. Sono venuta a implorarvi di non mettere in atto le minacce che mi avete ripetuto. Non lasciate, ve ne supplico, signora Jethway, che qualcuno sappia che sono scappata di casa! Mi rovinerebbe con lui e mi spezzerebbe il cuore. Farò qualsiasi cosa per voi, se sarete gentile con me. In nome della nostra comune dignità di donne, non create, ve ne scongiuro, uno scandalo su di me. Vostra, E. SWANCOURT.»

Piegò il biglietto a triangolo, scrisse l'indirizzo e lo posò sul tavolo. Poi, tirandosi di nuovo il cappuccio sul capo riccio, uscì silenziosamente come era entrata.

Mentre questo episodio si svolgeva nel cottage della signora Jethway, Knight era passato dalla sala da pranzo al salotto e vi aveva trovato la signora Swancourt sola.

«Elfride è sparita al piano di sopra o da qualche parte», disse lei.

«E io stavo leggendo un articolo in un vecchio numero del PRESENT su cui mi sono imbattuto per caso poco fa; è un articolo che una volta ci diceste essere vostro. Ebbene, Harry, con il dovuto rispetto per le vostre doti letterarie, permettetemi di dire che questa farneticazione è tutta sciocchezza, a mio parere.»

«Di cosa tratta?», chiese Knight, prendendo il giornale e leggendo.

«Ecco: non arrossite per questo. Ammettete che l'esperienza vi ha insegnato a essere più caritatevole. Non ho mai letto sentimenti così poco cavallereschi in vita mia, da parte di un uomo, intendo. Via, vi perdono; era prima che conosceste Elfride.»

«Oh, sì», disse Knight, alzando lo sguardo. «Ora ricordo. Il testo di quel sermone non era affatto mio, ma mi fu suggerito da un giovane di nome Smith, lo stesso che vi ho menzionato come proveniente da questa parrocchia. All'epoca trovai l'idea piuttosto ingegnosa e la ampliai fino al valore di qualche ghinea, perché non avevo nient'altro per la testa.»

«Quale idea chiamate il testo? Sono curiosa di saperlo.»

«Beh, questa», disse Knight, alquanto riluttante. «Che l'esperienza insegna, e che la vostra innamorata, non meno del vostro sarto, è necessariamente molto imperfetta nelle sue mansioni se siete il suo primo cliente: e viceversa, l'innamorata che è aggraziata sotto il bacio iniziale deve supporsi abbia avuto una certa pratica nel mestiere.»

«E intendete dire che avete scritto questo sulla base dell'osservazione di un altro uomo, senza averlo verificato con l'esperienza?»

«Sì, proprio così.»

«Allora penso che fosse fuori luogo e ingiusto. E come fate a sapere che è vero? Mi aspetto che ve ne pentiate ora.»

«Poiché mi portate a uno stato d'animo serio, parlerò con franchezza. Credo davvero che quell'osservazione sia perfettamente vera e, avendola scritta, la difenderei ovunque. Ma mi pento spesso di averla mai scritta, così come di altre del genere. Da allora sono invecchiato e trovo che un tale tono di scrittura sia calcolato per fare del male nel mondo. Ogni tizio che maneggia la penna diventa un gentiluomo se riesce solo a scrivere qualche satira mediocre sul genere femminile: anche le donne stesse hanno preso il vizio; e così, tutto sommato, comincio a vergognarmi un po' dei miei compagni.»

«Ah, Henry, vi siete innamorato da allora e questo fa la differenza», disse la signora Swancourt con una lieve nota di scherzo.

«È vero; ma non è questo il mio motivo.»

«Avendo scoperto che, in un caso della vostra stessa esperienza, una cosiddetta oca era un cigno, sembra assurdo negare una tale possibilità nelle esperienze di altri uomini.»

«Sapete colpire nel segno, cugina Charlotte», disse Knight. «Siete come il ragazzo che mette un sasso nella palla di neve, e non giocherò più con voi. Scusatemi, vado a fare la mia passeggiata serale.»

Sebbene Knight avesse parlato scherzosamente, questo incidente e la conversazione gli avevano causato un'improvvisa depressione. Giungendo, in modo piuttosto singolare, subito dopo la scoperta che Elfride aveva saputo cosa significasse amare con ardore prima di conoscere lui, la sua mente si soffermò sull'argomento, e la pipa familiare che fumava, mentre passeggiava su e giù per il sentiero del boschetto, non riuscì a essere di conforto. Pensò di nuovo a quelle parole oziose, finora del tutto dimenticate, sul primo bacio di una ragazza, e la teoria sembrava più che ragionevole. Naturalmente, il loro pungiglione ora risiedeva nel riferimento a Elfride.

Elfride, sotto il bacio di Knight, era stata certamente una donna molto diversa da quella sotto quello di Stephen. Nel bene o nel male, aveva imparato meravigliosamente bene la parte della fidanzata; e l'affascinante perfezione del suo comportamento in questa seconda campagna derivava probabilmente dal suo incoraggiamento senza riserve a Stephen. Knight, con tutta la rapidità della sensibilità gelosa, si avventò su alcune parole che lei aveva lasciato cadere inavvertitamente riguardo a un orecchino, che aveva solo parzialmente compreso all'epoca. Fu durante quel «bacio iniziale» presso la piccola cascata:

«Dobbiamo stare attenti. Ho perso l'altro facendo così!»

Un rossore che aveva in sé tanto di orgoglio ferito quanto di dolore, passò su Knight mentre pensava a ciò che aveva così frequentemente detto a lei nella sua semplicità: «Ho sempre voluto essere il primo ad arrivare nel cuore di una donna, labbra fresche o niente per me». Quanto infantilmente cieco doveva essere sembrato a questa ragazza! Come deve aver riso di lui interiormente! Si contorse letteralmente al pensiero della confessione che lei gli aveva estorto sulla barca nell'oscurità della notte. L'unica concezione che aveva sostenuto la sua dignità quando era stato tirato fuori dal suo guscio in quell'occasione, quella della sua affascinante ignoranza di tutte queste questioni, quanto era assurda!

Quest'uomo, la cui immaginazione era stata nutrita fino a dimensioni preternaturali dallo studio solitario e dall'osservazione silenziosa del suo genere, le cui emozioni erano state tirate fuori lunghe e delicate dalla sua reclusione, come piante in una cantina, era ora assolutamente nel dolore. Inoltre, diversi anni di studio poetico e, se si deve dire la verità, di sforzi poetici, avevano teso a sviluppare ulteriormente il lato affettivo della sua costituzione, in proporzione alle sue facoltà attive. Era la sua convinzione dell'assoluta novità delle lusinghe per Elfride che aveva costituito il suo fascino primario. Cominciò a pensare che fosse tanto difficile essere i primi nel cuore di una donna quanto lo era essere i primi nella Piscina di Bethesda.

Che Knight fosse stato costituito in questo modo, che il secondo amante di Elfride non fosse stato uno della grande massa dell'umanità indaffarata, poco incline all'introspezione, la cui bonarietà avrebbe potuto compensare qualsiasi mancanza di capacità di apprezzamento, fu il caso delle cose. Che il suo cuore palpitante, confuso e indiscreto dovesse difendersi senza aiuto contro l'acuto esame e il potere logico che Knight, ora che i suoi sospetti erano stati risvegliati, avrebbe prima o poi sicuramente esercitato contro di lei, fu la sua sfortuna. Una misera incongruenza era evidente nella circostanza di una mente forte che esercitava il suo tiro infallibile su un cuore che il proprietario di quella mente amava più del proprio.

La docile devozione di Elfride a Knight era ora la sua nemica. Aggrappandosi a lui in modo così dipendente, gli insegnò col tempo a presumere di quella devozione, una lezione che gli uomini non sono lenti a imparare. Una leggera ribellione di tanto in tanto non gli avrebbe fatto male e sarebbe stata un mondo di vantaggio per lei. Ma lei lo idolatrava ed era orgogliosa di essere la sua serva.

Capitolo XXXI

«Un verme nel bocciolo.»

Un giorno il critico disse: «Andiamo di nuovo alle scogliere, Elfride»; e, senza consultare i suoi desideri, si mosse come per partire subito.

«La scogliera della nostra terribile avventura?», chiese lei, con un brivido. «La morte mi fissa in faccia nella persona di quella scogliera.»

Tuttavia, così interamente aveva affondato la sua individualità nella sua che l'osservazione non fu pronunciata come un'espostulazione, e lei si preparò immediatamente ad accompagnarlo.

«No, non quel posto», disse Knight. «È spettrale anche per me. Quell'altro, intendo; come si chiama? Windy Beak.»

Windy Beak era la seconda scogliera per altezza lungo quella costa e, come accade spesso con le caratteristiche naturali del globo non meno che con le caratteristiche intellettuali degli uomini, godeva della reputazione di essere la prima. Inoltre, era la scogliera verso cui Elfride aveva cavalcato con Stephen Smith, in una mattina ben ricordata della sua visita estiva.

Così, sebbene il pensiero della scogliera precedente l'avesse fatta rabbrividire per i pericoli a cui il suo amante e lei stessa erano stati esposti, essendo associato solo a Knight non era così sgradevole come Windy Beak. Quel posto era peggio che cupo, era un rimprovero perpetuo per lei.

Ma non volendo rifiutare, disse: «È più lontano dell'altra scogliera».

«Sì; ma puoi andare a cavallo.»

«E verrai anche tu?»

«No, camminerò.»

Un duplicato del suo accordo originale con Stephen. Qualche fatalità doveva essere sospesa sopra la sua testa. Ma smise di obiettare.

«Va bene, Harry, andrò a cavallo», disse lei docilmente.

Un quarto d'ora dopo era in sella. Ma quanto diverso era l'umore da quello della volta precedente. Aveva, infatti, rinunciato alla sua posizione di regina del minore per essere vassalla del maggiore. Qui non c'era mettersi in mostra ora; niente scorribande fuori vista con Pansy, per confondere e stancare il suo compagno; niente osservazioni impertinenti su LA BELLE DAME SANS MERCI. Elfride era gravata dalla stessa intensità del suo amore.

Knight fece la maggior parte del parlare lungo il viaggio. Elfride ascoltava in silenzio e si rassegnava interamente ai movimenti del cavallo che trotterellava su cui sedeva, alzandosi e abbassandosi alternativamente dolcemente, come un uccello marino su un'onda del mare.

Quando ebbero raggiunto il limite delle possibilità di un quadrupede nel camminare, Knight la sollevò teneramente dalla sella, legò il cavallo e girovagò con lei fino al sedile nella roccia. Knight si sedette e tirò Elfride abilmente accanto a lui, e guardarono oltre il mare.

Due o tre gradi sopra quella linea malinconica ed eternamente piatta, l'orizzonte oceanico, pendeva un sole di ottone, senza raggi visibili, in un cielo color cenere. Era un cielo che il sole non illuminava né infiammava, come è solito ai tramonti. Questa distesa di cielo era incontrata dalla massa salata di acqua grigia, punteggiata qua e là di bianco. Un soffio di umidità saliva occasionalmente ai loro volti, che era probabilmente spruzzo rarefatto dai colpi del mare sulla base della scogliera.

Elfride avrebbe voluto che fosse passato più tempo da quando si era seduta lì con Stephen come suo amante, e aveva accettato di essere sua moglie. La vicinanza significativa di quel tempo al presente era un altro elemento da aggiungere alla lista delle paure appassionate che erano croniche con lei ora.

Eppure Knight era molto tenero questa sera, e la sostenne vicino a lui mentre sedevano.

Non una parola era stata pronunciata da nessuno dei due da quando si erano seduti, quando Knight disse pensieroso, guardando ancora lontano:

«Mi chiedo se qualche innamorato negli anni passati si sia mai seduto qui con le braccia intrecciate, come facciamo noi ora. Probabilmente sì, perché il posto sembra formato per essere un sedile.»

Il suo ricordo di una coppia ben nota che lo aveva fatto, e la perdita di cui si era parlato molto che ne era conseguita, e come il giovane fosse stato rimandato indietro a cercare l'oggetto mancante, portò Elfride a guardare giù al suo fianco, e dietro la sua schiena. Molte persone che perdono un ninnolo danno involontariamente un'occhiata momentanea per cercarlo passando per il posto anche molto tempo dopo. Non lo trovano spesso. Elfride, girando la testa, vide qualcosa brillare debolmente da una crepa nel sedile roccioso. Solo per pochi minuti durante il giorno il sole illuminava l'alcova fino alle sue fessure e fenditure più interne, ma questi erano i minuti ora, e i suoi raggi piatti fecero a Elfride il bene o il male di rivelare l'ornamento perduto.

I pensieri di Elfride tornarono immediatamente alle parole che aveva pronunciato involontariamente su ciò che stava accadendo quando l'orecchino era andato perduto. E fu immediatamente colta dal presentimento che Knight, vedendo l'oggetto, si sarebbe ricordato delle sue parole. Il suo atto istintivo fu quindi di assicurarselo privatamente.

Era così profondo nella crepa che Elfride non riuscì a tirarlo fuori con la mano, sebbene avesse fatto diversi tentativi furtivi.

«Cosa stai facendo, Elfie?», disse Knight, notando i suoi tentativi, e guardandosi dietro a sua volta.

Aveva rinunciato al tentativo, ma troppo tardi.

Knight scrutò nella fessura da cui la sua mano era stata ritirata, e vide ciò che lei aveva visto. Estrasse immediatamente un temperino dalla tasca e, a forza di sondare e raschiare, portò l'orecchino allo scoperto.

«Non è tuo, sicuramente?», chiese.

«Sì, lo è», disse lei tranquillamente.

«Beh, è una cosa davvero straordinaria che dovremmo trovarlo così!» Knight ricordò poi altre circostanze; «Cosa, è quello di cui mi hai parlato?»

«Sì.»

La sua sfortunata osservazione al bacio gli venne in mente, se gli occhi fossero mai stati un indice di cui fidarsi. Cercando di reprimere le parole, parlò ancora sull'argomento, più per ottenere la certezza che ciò che sembrava implicare non fosse vero che per il desiderio di frugare nel passato.

«Eri davvero fidanzata per sposarti con quell'amante?», disse, guardando dritto davanti a sé verso il mare.

«Sì, ma non esattamente. Eppure penso di esserlo stata.»

«Oh Elfride, fidanzata per sposarti!», mormorò.

«Sarebbe stato chiamato un... fidanzamento segreto, suppongo. Ma non guardarmi così deluso; non incolparmi.»

«No, no.»

«Perché dici 'No, no' in quel modo? Abbastanza dolcemente, ma così a stento?»

Knight non diede risposta diretta a questo. «Elfride, te l'ho detto una volta», disse, seguendo i suoi pensieri, «che non ho mai baciato una donna come un'innamorata finché non ho baciato te. Un bacio non è molto, suppongo, e capita a pochi giovani di poter evitare tutte le lusinghe e le attenzioni tranne che da colui che poi sposano. Ma ho debolezze particolari, Elfride; e poiché ho condotto una vita particolare, devo soffrirne, suppongo. Avevo sperato... beh, quello che non avevo il diritto di sperare in relazione a te. Naturalmente hai concesso al tuo precedente amante i privilegi che concedi a me.»

Un «sì» venne da lei come l'ultimo triste sussurro di una brezza.

«E lui era solito baciarti... ovviamente lo faceva.»

«Sì.»

«E forse gli permettevi un modo più libero nel corteggiamento di quanto io abbia mostrato nel mio.»

«No, non l'ho fatto.» Questo fu detto in modo un po' più pronto.

«Ma lui lo adottò senza che gli fosse permesso?»

«Sì.»

«Quanto ti ho idealizzata, Elfride, e quanto mi sono tenuto in disparte!», disse Knight con toni profondi e scossi. «Così tanti giorni e ore come ho sperato in te... ho temuto di baciarti più di quelle due volte. E lui non si è fatto scrupoli a...»

Lei si avvicinò di più a lui e tremò come per il freddo. Il suo terrore che l'intera storia, con aggiunte casuali, potesse diventare nota a lui, fece sì che il suo modo di fare fosse così agitato che Knight ne fu allarmato e confuso fino all'immobilità. L'innocenza reale che la faceva pensare così paurosamente a ciò che, come vanno le cose nel mondo, non era una grande questione, ingrandì la sua apparente colpa. Potrebbe aver detto a Knight che una donna che era così agitata nei preliminari doveva avere un seguito terribile alla sua storia.

«Lo so», continuò Knight, con un trascinamento indescrivibile di modo e intonazione, «so di essere assurdamente scrupoloso riguardo a te, che ti voglio troppo esclusivamente mia. Nel tuo passato prima di conoscermi, fin dalla tua culla, volevo pensare che tu fossi stata mia. Ti farei mia con la forza bruta. Elfride», continuò con veemenza, «non posso aiutare questa gelosia per te! È la mia natura, e deve essere così, e ODIO il fatto che tu sia stata accarezzata prima: sì, lo odio!»

Lei trasse un respiro lungo e profondo, che era mezzo singhiozzo. Il volto di Knight era duro, e non la guardava mai, fissando ancora lo sguardo lontano sul mare, che il sole aveva ora rassegnato all'ombra. Nei luoghi elevati non passa molto tempo dal tramonto alla notte, il crepuscolo essendo in una certa misura bandito, e sebbene fosse solo sera dove sedevano, era stato crepuscolo nelle valli per mezz'ora. Sulla distesa opaca del mare si intensificò gradualmente il bagliore di una nave faro in lontananza.

«Quando quell'amante ti baciò per la prima volta, Elfride, fu in un posto come questo?»

«Sì, lo fu.»

«Non mi dici altro che quello che estorco da te. Perché è così? Perché hai soppresso ogni menzione di questo quando confidenze casuali da parte mia avrebbero dovuto suggerire confidenza in cambio? A bordo della Juliet, perché eri così segreta? Sembra come essere preso per sciocco, Elfride, pensare che, mentre ti insegnavo quanto fosse desiderabile che non avessimo segreti l'uno con l'altra, tu stavi assentendo a parole, ma nei fatti mi stavi contraddicendo. La confidenza sarebbe stata molto più promettente per la nostra felicità. Se avessi avuto confidenza in me, e me l'avessi detto volentieri, sarei... diverso. Ma tu sopprimi tutto, e io ti interrogherò. Vivevi a Endelstow in quel periodo?»

«Sì», disse lei debolmente.

«Dov'eri quando ti ha baciato per la prima volta?»

«Seduta su questo sedile.»

«Ah, pensavo di sì!», disse Knight, alzandosi e affrontandola.

«E questo spiega tutto, l'esclamazione che hai spiegato in modo ingannevole, e tutto! Perdona la parola dura, Elfride, perdonala.» Sorrise con un sorriso di facciata mentre continuava: «Che povero mortale sono a suonare il secondo violino in tutto e a essere illuso dalle bugie!»

«Oh, non dirlo; non farlo, Harry!»

«Dove ti ha baciato oltre a qui?»

«Seduta su... una tomba nel... cimitero... e in altri posti», rispose lei con lenta sconsideratezza.

«Non importa, non importa», esclamò, vedendo le sue lacrime e la sua agitazione. «Non voglio addolorarti. Non mi importa.»

Ma a Knight importava.

«Non fa differenza, sai», continuò, vedendo che lei non rispondeva.

«Ho freddo», disse Elfride. «Andiamo a casa?»

«Sì; è tardi nell'anno per stare a lungo fuori; dovremmo lasciare questo spuntone prima che diventi troppo buio per farci vedere dove mettiamo i piedi. Immagino che il cavallo sia impaziente.»

Knight le rivolse solo i più banali luoghi comuni ora. Aveva sperato fino all'ultimo momento che lei avesse offerto volontariamente l'intera storia del suo primo attaccamento. Diventava sempre più sgradevole per lui che lei avesse un segreto di questa natura. Una tale confidenza completa come quella che aveva immaginato sarebbe esistita tra lui e la giovane moglie innocente che non aveva conosciuto toni di amante se non i suoi, era questo il suo inizio? La sollevò sul cavallo e andarono avanti con aria costretta. Il veleno del sospetto stava facendo bene il suo lavoro.

Un incidente si verificò in questo viaggio di ritorno che fu ricordato a lungo da entrambi, come aggiunta di ombra all'ombra. Knight non riusciva a togliersi dalla mente le parole del rimprovero di Adamo a Eva nel PARADISO PERDUTO, e alla fine le sussurrò a se stesso:

«Ingannato e sedotto: da lui tu, io da te!»

«Cosa hai detto?», chiese Elfride timorosamente.

«Era solo una citazione.»

Erano ora scesi in una conca, e la torre della chiesa fece la sua apparizione contro il pallido cielo serale, la sua parte inferiore nascosta da alcuni alberi intermedi. Elfride, a cui fu negata una risposta, guardava la torre e cercava di pensare a qualche citazione contrastante che avrebbe potuto usare per riconquistare la sua tenerezza. Dopo aver riflettuto un po', disse con toni accattivanti:

«Tu sei stata la mia speranza, e una torre forte per me contro il nemico.»

Proseguirono. Pochi minuti dopo tre o quattro uccelli furono visti volare fuori dalla torre.

«La torre forte si muove», disse Knight, con sorpresa.

Un angolo della massa quadrata oscillò in avanti, affondò e svanì. Seguì un forte rombo e una nuvola di polvere si alzò dove tutto era stato precedentemente così chiaro.

«I restauratori della chiesa l'hanno fatto!», disse Elfride.

In questo momento il signor Swancourt fu visto avvicinarsi a loro. Arrivò con un atteggiamento indaffarato, apparentemente molto assorbito da qualche faccenda a portata di mano.

«Abbiamo fatto crollare la torre!» esclamò. «È successo un po' più in fretta di quanto intendessimo. L'idea iniziale, sapete, era di tirarla giù pietra dopo pietra. Nel farlo, la crepa si è allargata considerevolmente e non si è ritenuto più sicuro che gli uomini stessero ancora sulle mura. Allora abbiamo deciso di minarla, e tre uomini si sono messi al lavoro sull'angolo più debole questo pomeriggio. Avevano smesso per la sera, con l'intenzione di dare il colpo di grazia domani mattina, ed erano tornati a casa da circa mezz'ora, quando è venuta giù. Un lavoro di grande successo, davvero un ottimo lavoro. Ma era un vecchio osso duro, nonostante la crepa.» Qui il signor Swancourt si asciugò dal viso il sudore che l'eccitazione gli aveva procurato.

«Povera vecchia torre!» disse Elfride.

«Sì, mi dispiace», disse Knight. «Era un interessante pezzo di antichità, una testimonianza locale dell'arte locale.»

«Ah, ma mio caro signore, ne avremo una nuova», obiettò il signor Swancourt, «una torre splendida, progettata da un uomo di prim'ordine di Londra, nello stile più moderno dell'arte gotica e piena di sentimento cristiano.»

«Davvero!» disse Knight.

«Oh, sì. Non nella barbara e goffa architettura di questo vicinato; non si vede nulla di così rozzo e pagano in nessun altro luogo in Inghilterra. Quando gli uomini se ne saranno andati, le consiglierei di andare a vedere la chiesa prima che le venga fatto altro. Ora può sedersi nel coro e guardare lungo la navata attraverso l'arco occidentale, e attraverso quello guardare lontano verso il mare. Infatti», disse il signor Swancourt in modo significativo, «se un matrimonio venisse celebrato all'altare domani mattina, potrebbe essere visto dal ponte di una nave in viaggio verso i Mari del Sud, con un buon cannocchiale. Comunque, dopo cena, quando sarà sorta la luna, andate a vedere di persona.»

Knight acconsentì con febbrile prontezza. Aveva deciso negli ultimi minuti che non avrebbe potuto riposare un'altra notte senza parlare ulteriormente con Elfride dell'argomento che ora li divideva: era determinato a sapere tutto e a placare il suo turbamento in qualche modo. Elfride avrebbe voluto volentieri evitare ulteriori conversazioni private con lui quella notte, ma sembrava inevitabile.

Subito dopo il sorgere della luna lasciarono la casa. Quanto poca aspettativa della vista al chiaro di luna — che era la ragione palese del loro pellegrinaggio — avesse a che fare con il vero motivo di Knight per far sì che la gentile fanciulla fosse di nuovo al suo braccio, Elfride, non meno di lui, lo sapeva bene.

Capitolo XXXII

«Se avessi saputo prima di baciare»

Era ormai ottobre e l'aria notturna era fredda. Dopo essersi assicurato che fosse ben coperta, Knight la condusse lungo il sentiero in collina che avevano percorso tante volte in compagnia l'uno dell'altra, quando il dubbio era una cosa sconosciuta. Raggiunta la chiesa, trovarono che un lato della torre era, come aveva dichiarato il vicario, completamente rimosso e giaceva sotto forma di macerie ai loro piedi. La torre sul suo lato orientale era ancora solida e avrebbe potuto resistere all'urto delle tempeste e all'assedio di anni battenti per molte generazioni, anche adesso. Entrarono dalla porta laterale, andarono verso est e si sedettero sui gradini dell'altare.

Il pesante arco che univa la torre alla navata formava stasera una cornice nera per una vista lontana e nebbiosa, che si estendeva molto verso ovest. Appena fuori dall'arco c'era il cumulo di pietre cadute, poi una parte del cimitero illuminato dalla luna, poi il mare ampio e convesso dietro. Era un colpo d'occhio che non era mai stato possibile da quando i muratori medievali avevano unito per la prima volta la vecchia torre alla chiesa più antica che essa nobilitava, e perciò si deve supporre che avesse un interesse distinto da quello del semplice chiaro di luna su antiche mura, mare e riva — ogni menzione del quale è ormai, c'è da temere, diventata uno dei richiami del cuculo che si sentono ma non si considerano. Raggi cremisi, blu e porpora brillavano sui due dalla finestra orientale alle loro spalle, dove santi e angeli gareggiavano tra loro in contesti primitivi di paesaggio e cielo, e proiettavano sul pavimento, ai piedi dei seduti, una riproduzione più morbida delle stesse tinte traslucide, tra le quali le ombre delle due teste viventi di Knight ed Elfride erano macchie opache e prominenti. Presto la luna fu coperta da una nuvola e l'iridescenza svanì.

«Ecco, è finita!» disse Knight. «Stavo pensando, Elfride, che questo posto su cui sediamo è dove possiamo sperare di inginocchiarci insieme presto. Ma sono irrequieto e a disagio, e tu sai perché.»

Prima che lei rispondesse, il chiaro di luna tornò di nuovo, irradiando quella parte di cimitero che era alla loro vista. Illuminò prima la parte vicina e, contro lo sfondo che l'ombra della nuvola non aveva ancora scoperto, si stagliava, luminosa più di ogni altra cosa, una tomba bianca: la tomba del giovane Jethway.

Knight, ancora vivo sull'argomento del segreto di Elfride, pensò alle parole di lei riguardo al bacio, che una volta era avvenuto su una tomba in quel cimitero.

«Elfride», disse, con una superficiale arguzia che non copriva nemmeno a metà una corrente sotterranea di rimprovero, «sai, penso che avresti potuto dirmi volontariamente di quel passato — di baci e fidanzamenti — senza darmi così tanto disagio e preoccupazione. Era quella la tomba a cui alludevi come quella su cui eri seduta con lui?»

Lei attese un istante. «Sì», disse.

La correttezza del suo colpo alla cieca sorprese Knight; sebbene, considerando che quasi tutti gli altri memoriali nel cimitero erano lapidi verticali su cui nessuno avrebbe mai potuto sedersi, non fosse così strabiliante.

Elfride non continuò nemmeno ora con la spiegazione che il suo esigente amante desiderava avere, e la sua reticenza cominciò a irritarlo come prima. Era propenso a farle una predica.

«Perché non mi dici tutto?» disse alquanto indignato. «Elfride, non c'è un solo argomento su cui mi sento più fermamente che su questo: che tutto dovrebbe essere chiarito tra due persone prima che diventino marito e moglie. Vedi quanto è desiderabile e saggio un tale corso, al fine di evitare sgradevoli imprevisti sotto forma di scoperte successive. Poiché, Elfride, un segreto di nessuna importanza può diventare la base di qualche fatale malinteso solo perché viene scoperto e non confessato. Si dice che non ci sia mai stata una coppia di cui uno non avesse qualche segreto che l'altro non conosceva o non era destinato a conoscere. Questo può essere vero o meno; ma se è vero, alcuni sono stati felici nonostante piuttosto che in conseguenza di ciò. Se un uomo vedesse un altro uomo guardare in modo significativo sua moglie, e lei arrossisse fino a diventare cremisi e sembrasse spaventata, pensi che sarebbe così soddisfatto, per esempio, della sua veritiera spiegazione che una volta, con suo grande fastidio, era accidentalmente svenuta tra le sue braccia, come se l'avesse detto volontariamente molto tempo fa, prima che la circostanza si verificasse che glielo ha strappato? Supponi che quell'ammiratore di cui hai parlato in relazione alla tomba laggiù salti fuori e mi dia fastidio. Amarirebbe le nostre vite, se io fossi allora mezzo all'oscuro, come sono ora!»

Knight pronunciò le ultime frasi con crescente vigore.

«Non può essere», disse lei.

«Perché no?» chiese bruscamente.

Elfride era addolorata nel trovarlo in uno stato d'animo così severo, e tremò. In una confusione di idee, probabilmente senza intendere una volontaria prevaricazione, rispose frettolosamente:

«Se è morto, come puoi incontrarlo?»

«È morto? Oh, allora è tutta un'altra cosa!» disse Knight, immensamente sollevato. «Ma vediamo: cosa dicevi di quella tomba e di lui?»

«Quella è la sua tomba», continuò lei debolmente.

«Cosa! Colui che è sepolto lì era l'uomo che era il tuo amante?» chiese Knight con voce distinta.

«Sì; e non lo amavo né lo incoraggiavo.»

«Ma hai lasciato che ti baciasse: l'hai detto tu stessa, sai, Elfride.»

Lei non rispose.

«Perché», disse Knight, ricordando gradualmente le circostanze, «hai sicuramente detto che eri in qualche modo fidanzata con lui — e naturalmente lo eri se ti ha baciata. E ora dici che non lo hai mai incoraggiato. E mi sono immaginato che avessi detto — sono quasi certo che tu l'abbia fatto — che eri seduta con lui SU quella tomba. Mio Dio!» gridò, alzandosi improvvisamente in preda alla rabbia, «mi stai dicendo delle bugie? Perché dovresti giocare con me in questo modo? Voglio andare a fondo della questione. Elfride, non saremo mai felici! C'è un flagello su di noi, o su di me, o su di te, e deve essere eliminato prima che ci sposiamo.» Knight si allontanò impetuosamente come per lasciarla.

Lei balzò in piedi e gli afferrò il braccio.

«Non andare, Harry, non farlo!»

«Dimmi, allora», disse Knight severamente. «E ricorda questo: niente più bugie, o, giuro su Dio, ti odierò. Cielo! Che io debba arrivare a questo, essere preso in giro dalle bugie di una ragazza...»

«Non farlo, non trattarmi così crudelmente! Oh Harry, Harry, abbi pietà e ritira quelle parole terribili! Io sono sincera per natura — lo sono — e non so come ho fatto a farti capire male! Ma ero spaventata!» Tremava così tanto per il turbamento che lo scosse con la sua...

«Hai detto che eri seduta su quella tomba?» chiese cupamente.

«Sì; ed era vero.»

«Allora come, in nome del Cielo, può un uomo sedersi sulla propria tomba?»

«Quello era un altro uomo. Perdonami, Harry, non lo farai?»

«Cosa, un amante nella tomba e un amante sopra?»

«Oh... oh... sì!»

«Allora ce n'erano due prima di me?»

«Io... suppongo di sì.»

«Ora, non essere una sciocca con i tuoi 'suppongo' — odio tutto questo», disse Knight quasi con disprezzo. «Bene, impariamo cose strane. Non so cosa avrei potuto fare — nessun uomo può dire in quale forma le circostanze possano piegarlo — ma non credo che avrei avuto la coscienza di accettare i favori di un nuovo amante mentre sedevo sui poveri resti di quello vecchio; giuro su Dio, non l'avrei fatto.» Knight, in meditazione cupa, continuò a guardare verso la tomba, che stava lì a fissarli in faccia come un fantasma vendicatore.

«Ma mi tratti male — Oh, così gravemente!» gridò lei. «Non ho meditato nulla del genere: credimi, Harry, non l'ho fatto. È successo e basta — completamente da solo.»

«Bene, immagino che tu non avessi l'INTENZIONE di fare una cosa del genere», disse. «Nessuno ce l'ha mai», continuò tristemente.

«E quello nella tomba non l'ho mai amato una volta.»

«Immagino che il secondo amante e tu, mentre sedevate lì, abbiate giurato di esservi fedeli per sempre?»

Elfride rispose solo con respiri rapidi e pesanti, mostrando che era sull'orlo di un singhiozzo.

«Non scegli di essere altro che riservata, allora?» disse imperiosamente.

«Certo che lo abbiamo fatto», rispose lei.

«'Certo!' Sembra che tu tratti l'argomento molto alla leggera.»

«È passato, e non è nulla per noi ora.»

«Elfride, è un nulla che, sebbene possa far ridere un uomo incurante, non può che far soffrire uno sincero. È un dolore che rode. Dimmelo chiaramente — tutto quanto.»

«Mai. Oh Harry! Come puoi aspettartelo quando così poco ti rende così duro con me?»

«Ora, Elfride, ascolta. Sai che ciò che hai detto non fa altro che urtare le fantasie più sottili in uno, dopo tutto. Il sentimento che ho al riguardo verrebbe chiamato, ed è, mera sentimentalità; e non voglio che tu supponga che un normale fidanzamento precedente di tipo diretto farebbe alcuna differenza pratica nel mio amore, o nel mio desiderio di farti mia moglie. Ma sembri avere altro da dire, ed è lì che sta il torto. C'è dell'altro?»

«Non molto altro», rispose stancamente.

Knight mantenne un grave silenzio per un minuto. «'Non molto altro'», disse infine. «Non credo proprio!» La sua voce assunse un tono basso e fermo. «Elfride, non devi preoccuparti se dico una cosa che suona strana, perché la dirò. È questa: che se ci fosse molto altro da aggiungere a un resoconto che include già tutti i dettagli che un fidanzamento infranto potrebbe mai includere correttamente, deve essere qualcosa di eccezionale che potrebbe rendermi impossibile, o a chiunque altro, amarti e sposarti.»

L'umore turbato di Knight lo portò molto più lontano di quanto avrebbe fatto in un momento più calmo. E, anche così, se lei fosse stata assertiva in qualche misura, lui non sarebbe stato così perentorio; e se lei fosse stata un personaggio più forte — più pratico e meno fantasioso — avrebbe fatto un uso migliore della sua posizione nel suo cuore per influenzarlo. Ma la tenera fiducia che lo aveva conquistato è sempre accompagnata da una sorta di abbandono al flusso degli eventi, portando ogni donna del genere a fidarsi più della benevolenza del destino per buoni risultati che di qualsiasi argomento proprio.

«Bene, bene», mormorò cinicamente; «non dirò che è colpa tua: è la mia sfortuna, suppongo. Non avevo alcun diritto reale di interrogarti — chiunque direbbe che è presuntuoso. Ma quando abbiamo frainteso, ci sentiamo feriti dall'oggetto del nostro malinteso. Non hai mai detto di non aver avuto nessun altro qui a corteggiarti, quindi perché dovrei incolparti? Elfride, ti chiedo scusa.»

«No, no! Preferirei la tua rabbia a quella fredda cortesia offesa. Smettila, Harry! Perché dovresti infliggermi questo? Mi riduce al livello di una mera conoscente.»

«Lo fai tu con me. Perché non confidenza per confidenza?»

«Sì; ma non ti ho fatto una sola domanda riguardo al tuo passato: non volevo saperne. Tutto ciò che mi importava era che, ovunque tu venissi, qualunque cosa tu avessi fatto, chiunque tu avessi amato, tu fossi mio alla fine. Harry, se originariamente avessi saputo che avevo amato, non ti saresti mai interessato a me?»

«Non voglio proprio dire questo. Sebbene ammetta che l'idea del tuo stato di inesperienza avesse un grande fascino per me. Ma penso questo: che se avessi saputo che c'era qualche fase del tuo passato amoroso che ti saresti rifiutata di rivelare se avessi chiesto di sapere, non ti avrei mai amata.»

Elfride singhiozzò amaramente. «Sono forse un... mero giocattolo senza carattere — tale da non avere attrattiva in me, a parte... la freschezza? Non ho cervello? Hai detto... che ero intelligente e ingegnosa nei miei pensieri, e... non è nulla? Non ho un po' di bellezza? Penso di averne un po' — e so di averne — sì, è vero! Hai elogiato la mia voce, i miei modi e le mie doti. Eppure tutto questo insieme è spazzatura perché io... ho visto accidentalmente un uomo prima di te!»

«Oh, andiamo, Elfride. 'Visto accidentalmente un uomo' è molto freddo. Lo amavi, ricorda.»

«—E l'ho amato un po'!»

«E ti rifiuti ancora di rispondere alla semplice domanda su come sia finita. Ti rifiuti ancora, Elfride?»

«Non hai diritto di interrogarmi così — l'hai detto tu. È ingiusto. Fidati di me come io mi fido di te.»

«Non è affatto la stessa cosa.»

«Non ti amerò se sei così crudele. È crudele da parte tua discutere così.»

«Forse lo è. Sì, lo è. Sono stato trascinato dal mio sentimento per te. Il Cielo sa che non volevo; ma ti ho amata così tanto che ti ho trattata male.»

«Non mi importa, Harry!» rispose istantaneamente, avvicinandosi e rannicchiandosi contro di lui; «e non penserò affatto che mi hai trattata duramente se mi perdonerai e non sarai più irritato con me? Vorrei davvero essere stata esattamente come pensavi che fossi, ma non potevo farci nulla, sai. Se solo avessi saputo che stavi venendo, che convento avrei abitato per essere abbastanza brava per te!»

«Bene, non importa», disse Knight; e si voltò per andare. Cercò di parlare in modo scherzoso mentre proseguivano. «Diogene Laerzio dice che i filosofi si privavano volontariamente della vista per non essere interrotti nelle loro meditazioni. Gli uomini, diventando amanti, dovrebbero fare la stessa cosa.»

«Perché? — ma non importa — non voglio sapere. Non parlarmi in modo laconico», disse con deprecazione.

«Perché? Perché non verrebbero mai distratti scoprendo che il loro idolo era di seconda mano.»

Lei guardò in basso e sospirò; e uscirono dal vecchio luogo fatiscente e attraversarono lentamente l'ingresso del cimitero. Knight non era se stesso, e non poteva fingere di esserlo. Lei non aveva detto tutto.

La sostenne leggermente oltre il cancello ed fu praticamente attento quanto un amante potesse esserlo. Ma una gloria era svanita e il sogno non era più quello di un tempo. Forse Knight non era plasmato dalla Natura per essere un uomo da matrimonio. Forse la sua costrizione di una vita verso le donne, che aveva attribuito al caso, non era affatto casuale, ma il risultato naturale di atti istintivi così minuti da essere impercettibili persino a se stesso. O se il rozzo dissolvimento di qualsiasi brillante illusione, per quanto fantasiosa, svaluti la luminosità reale e non esagerata che appartiene alla sua base, non si può dire. Certo era che la delusione di Knight nel trovarsi secondo o terzo sul campo, nell'equivoco momentaneo di Elfride e nella sua riluttanza a essere sincera, lo portò sull'orlo del cinismo.

Capitolo XXXIII

«O figlia di Babilonia, devastata dalla miseria.»

Un'abitudine di Knight, quando non era immediatamente occupato con Elfride — camminare da solo per mezz'ora circa tra la cena e l'ora di coricarsi — era diventata familiare ai suoi amici a Endelstow, Elfride stessa inclusa. Quando l'ebbe aiutata a scavalcare il cancello, lei disse gentilmente: «Se desideri fare il tuo solito giro sulla collina, Harry, posso correre giù alla casa da sola.»

«Grazie, Elfie; allora penso che lo farò.»

La sua forma si ridusse a un punto nero al chiaro di luna e Knight, dopo essere rimasto sul cancello del cimitero ancora qualche minuto, tornò verso l'edificio. Il suo corso abituale era ora quello di accendere un sigaro o la pipa e indulgere in una tranquilla meditazione. Ma stasera la sua mente era troppo tesa per pensare a un tale conforto. Si limitò a girare intorno al sito della torre caduta e si sedette su alcune delle grandi pietre che l'avevano composta fino a quel giorno, quando la catena di circostanze avviata da Stephen Smith, mentre era alle dipendenze del signor Hewby, l'uomo d'arte di Londra, ne aveva provocato la caduta.

Riflettendo sui possibili episodi della vita passata di Elfride e su come avesse supposto che lei non avesse alcun passato degno di tale nome, sedette e guardò la tomba bianca del giovane Jethway, ora proprio di fronte a lui. Il mare, sebbene relativamente placido, si poteva sentire come al solito da questo punto lungo l'intera distanza tra i promontori a destra e a sinistra, annaspando e impigliandosi tra le pile isolate di roccia che punteggiavano il bordo dell'acqua — gli scheletri miserabili di scogliere torturate che non volevano ancora soccombere all'usura delle maree.

Come cambiamento da pensieri non molto allegri, Knight tentò uno sforzo. Si alzò in piedi e si preparò a salire sulla cima del cumulo rovinoso di pietre, da cui si poteva ottenere una visuale più estesa rispetto al terreno. Allungò il braccio per afferrare lo spigolo sporgente di un blocco più grande del normale, e così aiutarsi a salire, quando la sua mano finì dritta su una sostanza che differiva nel modo più assoluto da ciò che si aspettava di afferrare — pietra dura. Era filamentosa e aggrovigliata, e strisciava sulla pietra. L'ombra profonda del muro della navata gli impediva di vedere distintamente qualsiasi cosa lì, e iniziò a tirare a indovinare per necessità. «È una specie di muschio o lichene filamentoso», disse tra sé.

Ma giaceva liberamente sopra la pietra.

«È un ciuffo d'erba», disse.

Ma mancava della ruvidità e dell'umidità dell'erba più fine.

«È un pennello da imbianchino.»

Tali pennelli, ricordò, erano più setosi; e per quanto usati nel riparare una struttura, non sarebbero stati necessari nel tirarne giù una.

Disse: «Deve essere una frangia di seta filamentosa.»

Tastò più a fondo. Era un po' calda. Knight si sentì istantaneamente un po' freddo.

Trovare la freddezza della materia inanimata dove ti aspetti calore è abbastanza sorprendente; ma una temperatura più fredda di quella del corpo, essendo la regola piuttosto che l'eccezione nelle sostanze comuni, difficilmente trasmette un tale shock al sistema come il trovare calore dove si prevede un'assoluta frigidità.

«Solo Dio sa cosa sia», disse.

Tastò ancora più a fondo e, nel giro di un minuto, posò la mano su una testa umana. La testa era calda, ma immobile. La massa filamentosa era la capigliatura — lunga e arruffata, il che rivelava che la testa apparteneva a una donna.

Knight, nel suo smarrimento, rimase immobile per un momento a raccogliere le idee. Il racconto del vicario sul crollo della torre riferiva che gli operai l'avevano scalzata per tutto il giorno e se n'erano andati la sera, con l'intenzione di dare il colpo di grazia la mattina seguente. Mezz'ora dopo la loro partenza, l'angolo indebolito era venuto giù. La donna che era rimasta semisepolta, a quanto pareva, doveva trovarsi lì sotto al momento del crollo.

Knight balzò in piedi e iniziò a cercare di rimuovere le macerie con le mani. Il cumulo che sovrastava il corpo era per la maggior parte fine e polveroso, ma in quantità immensa. Avrebbe risparmiato tempo correndo a cercare aiuto. Attraversò il muro del cimitero e si affrettò lungo la collina.

Poco più in basso, una strada trasversale passava sopra un piccolo crinale che ora si stagliava scuro contro la luna, e in quel punto la strada formava una specie di tacca nel profilo dell'orizzonte. Nel momento in cui Knight arrivò all'incrocio, scorse un uomo su quell'altura che veniva verso di lui. Knight si scostò e andò incontro allo sconosciuto.

«C'è stato un incidente alla chiesa», disse Knight, senza preamboli. «La torre è crollata addosso a qualcuno, che giace lì da allora. Vuole venire ad aiutarmi?»

«Lo farò senz'altro», disse l'uomo.

«È una donna», disse Knight, mentre si affrettavano a tornare indietro, «e credo che noi due siamo sufficienti per estrarla. Conosce qualche pala?»

«Le pale per scavare le fosse sono da qualche parte. Di solito le tenevano nella torre.»

«E ce ne devono essere alcune appartenenti agli operai.»

Cercarono nei dintorni e, in un angolo del portico, ne trovarono tre accuratamente riposte. Andando verso l'estremità occidentale, Knight indicò il punto della tragedia.

«Avremmo dovuto portare una lanterna», esclamò. «Ma forse potremo farne a meno.» Si mise al lavoro per rimuovere la massa sovrastante.

L'altro uomo, che all'inizio guardava in modo piuttosto impotente, seguì poi l'esempio dell'operosità di Knight e rimosse le pietre più grosse che erano mescolate alle macerie. Ma nonostante tutti i loro sforzi, ci vollero ben dieci minuti prima che il corpo dell'infelice creatura potesse essere estratto. La sollevarono con quanta più cura possibile, la trasportarono senza fiato fino alla tomba di Felix Jethway, che si trovava solo pochi passi più a ovest, e ve la adagiarono.

«È proprio morta?» disse lo sconosciuto.

«Pare di sì», disse Knight. «Qual è la casa più vicina? Il vicariato, suppongo.»

«Sì; ma dato che dovremo chiamare un chirurgo da Castle Boterel, credo sarebbe meglio portarla in quella direzione, invece che allontanarci dalla città.»

«E non è molto più lontano fino alla prima casa che incontriamo andando da quella parte, rispetto al vicariato o a The Crags?»

«Non di molto», rispose lo sconosciuto.

«Supponiamo di portarcela, allora. E credo che il modo migliore per farlo sarebbe questo, se non le dispiace unire le mani alle mie.»

«Per nulla; sono lieto di dare una mano.»

Formando una sorta di culla, intrecciando le mani sotto la donna inanimata, la sollevarono e proseguirono fianco a fianco lungo un sentiero indicato dallo sconosciuto, che sembrava conoscere bene la località.

«Ero rimasto seduto in chiesa per quasi un'ora», riprese Knight, quando furono fuori dal cimitero. «In seguito ho fatto il giro fino al sito della torre crollata, e così l'ho trovata. È doloroso pensare di aver sprecato inconsciamente così tanto tempo proprio in presenza di un'anima che stava per fuggire.»

«La torre è crollata al crepuscolo, non è vero? Circa due ore fa, credo?»

«Sì. Deve essere stata lì da sola. Quale poteva essere il suo scopo nel visitare il cimitero a quell'ora?»

«È difficile dirlo.» Lo sconosciuto guardò in modo interrogativo il volto reclinato della figura immobile che trasportavano. «Vuole girarla per un momento, in modo che la luce le illumini il volto?» disse.

Rivolsero il viso di lei verso la luna, e l'uomo scrutò più da vicino i suoi lineamenti. «Ma io la conosco!» esclamò.

«Chi è?»

«La signora Jethway. E il cottage in cui la stiamo portando è il suo. È una vedova; e le ho parlato proprio questo pomeriggio. Ero all'ufficio postale di Castle Boterel, ed è venuta lì per spedire una lettera. Povera anima! Affrettiamoci.»

«Tenga il mio polso un po' più stretto. Non era quella la tomba su cui l'abbiamo adagiata, la tomba del suo unico figlio?»

«Sì, era quella. Sì, ora capisco. Era lì per visitare la tomba. Dalla morte di quel figlio è diventata una donna desolata e avvilita, che lo piange continuamente. Era la moglie di un fattore, molto istruita; in origine una governante, credo.»

Il cuore di Knight fu mosso a compassione. Le sue sorti sembravano in qualche modo strano intrecciarsi con quelle di questa famiglia Jethway, attraverso l'influenza di Elfride su di lui e sull'infelice figlio di quella casa. Non diede risposta, e continuarono a camminare.

«Comincia a pesare», disse lo sconosciuto, rompendo il silenzio.

«Sì, è vero», disse Knight; e dopo un'altra pausa aggiunse: «Credo di averla già incontrata, anche se non riesco a ricordare dove. Posso chiederle chi è?»

«Oh, sì. Sono Lord Luxellian. E lei chi è?»

«Sono un ospite a The Crags, il signor Knight.»

«Ho sentito parlare di lei, signor Knight.»

«E io di lei, Lord Luxellian. Sono lieto di conoscerla.»

«Posso dire lo stesso. Conosco il suo nome sulla carta stampata.»

«E io il suo. È questa la casa?»

«Sì.»

La porta era chiusa a chiave. Knight, riflettendo un momento, frugò nella tasca della donna senza vita e vi trovò una grossa chiave che, applicata alla serratura, aprì la porta facilmente. Il fuoco era spento, ma il chiaro di luna entrava dalla finestra incassata e disegnava motivi sul pavimento. I raggi permisero loro di vedere che la stanza in cui erano entrati era abbastanza ben arredata, essendo la stessa stanza che Elfride aveva visitato da sola due o tre sere prima. Depositarono il loro peso inerte su un divano vecchio stile che stava contro la parete, e Knight cercò in giro una lampada o una candela. Ne trovò una su una mensola, l'accese e la posò sul tavolo.

Sia Knight che Lord Luxellian esaminarono attentamente il volto pallido, ed entrambi furono quasi convinti che non ci fosse speranza. Non erano visibili segni di violenza nell'esame sommario che fecero.

«Credo che, dato che so dove abita il dottor Granson», disse Lord Luxellian, «faccia meglio a correre a chiamarlo mentre lei resta qui.»

Knight fu d'accordo. Lord Luxellian allora si allontanò, e i suoi passi frettolosi svanirono. Knight continuò a chinarsi sul corpo, e pochi minuti di ulteriore attento scrutinio lo convinsero perfettamente che la donna era ben oltre la portata della lancetta e dei farmaci. Le sue estremità stavano già cominciando a diventare rigide e fredde. Knight le coprì il volto e si sedette.

I minuti passavano. Il saggista rimase a meditare su tutti gli accadimenti della notte. I suoi occhi erano diretti sul tavolo, e aveva visto da tempo che sopra vi erano sparsi materiali per scrivere. Ora li notò più in particolare: c'erano un calamaio, una penna, un libro per asciugare l'inchiostro e della carta da lettere. Diversi fogli di carta erano stati scartati dal resto, sui quali le lettere erano state iniziate e abbandonate, come se la loro forma non fosse stata soddisfacente per chi scriveva. C'era anche un bastoncino di ceralacca nera con il sigillo, come se la chiusura ordinaria non fosse stata considerata sufficientemente sicura. I fogli di carta abbandonati, giacendo così aperti sul tavolo, rendevano possibile, mentre sedeva, leggere le poche parole scritte su ciascuno. Uno diceva così:

«SIGNORE, — Come donna che un tempo fu benedetta con un caro figlio tutto suo, la supplico di accettare un avvertimento...»

Un altro:

«SIGNORE, — Se vorrà degnarsi di ricevere un avvertimento da una sconosciuta prima che sia troppo tardi per cambiare rotta, ascolti...»

Il terzo:

«SIGNORE, — Con questa lettera le accludo un'altra che, senza l'aiuto di alcuna spiegazione da parte mia, racconta una storia sorprendente. Desidero, tuttavia, aggiungere poche parole per rendere la sua illusione ancora più chiara a lei...»

Era chiaro che, dopo questi inizi rinunciati, una quarta lettera era stata scritta e spedita, che era stata ritenuta quella giusta. Sul tavolo c'erano due gocce di ceralacca; il bastoncino da cui erano state prese era stato posato sporgendo dal bordo del tavolo; l'estremità era curva, il che mostrava che la ceralacca era stata posta lì mentre era calda. C'era la sedia su cui la scrivente si era seduta, l'impronta dell'indirizzo della lettera sulla carta assorbente, e la povera vedova che aveva causato questi risultati giacente morta lì vicino. Knight aveva visto abbastanza da giungere alla conclusione che la signora Jethway, avendo questioni di grande importanza da comunicare a qualche amico o conoscente, gli avesse scritto una lettera molto accurata e fosse andata lei stessa a imbucarla; che non fosse tornata a casa da quel momento in cui l'aveva lasciata fino a quando Lord Luxellian e lui non l'avevano riportata indietro morta.

L'indicibile malinconia dell'intera scena, mentre aspettava, silenzioso e solo, non si scontrava del tutto con l'umore di Knight, anche se era il fidanzato di una fanciulla bella e attraente, e anche se poco prima era stato in sua compagnia. Mentre sedeva sui resti della torre demolita, aveva definito una nuova sensazione: che il prolungato corso di inazione a cui si era recentemente abbandonato per conto di Elfride probabilmente non era buono per lui, in quanto uomo che aveva del lavoro da fare. Si poteva porre fine rapidamente a tutto ciò accelerando il suo matrimonio con lei.

Knight, a suo parere, era uno che aveva mancato il bersaglio per aver mirato eccessivamente. Avendo ora, in gran parte, rinunciato alle ambizioni ideali, desiderava ardentemente dirigere i suoi poteri verso un canale più pratico, e correggere così le tendenze introspettive che non gli avevano mai portato molta felicità, né fatto molto bene ai suoi simili. Iniziare in questa nuova direzione tramite il matrimonio, che, da quando conosceva Elfride, era stata un'idea così affascinante, stasera era meno squisito. Che la riduzione della sua illusione riguardo a lei abbia avuto qualcosa a che fare con la reazione, e con il ritorno dei suoi vecchi sentimenti sullo sprecare il tempo, è più che probabile. Sebbene il cuore di Knight lo avesse dominato grandemente, il dominio non era così completo da essere facilmente mantenuto di fronte a una moderata rinascita intellettuale.

La sua reverie fu rotta dal rumore di ruote e dal passo di un cavallo. La porta si aprì per ammettere il chirurgo, Lord Luxellian e un signor Coole, coroner della divisione (che era stato in servizio a Castle Boterel proprio quel giorno, e stava facendo una chiacchierata dopo cena con il dottore quando arrivò Lord Luxellian); poi vennero due infermiere e alcuni curiosi.

Il signor Granson, dopo un esame sommario, dichiarò la donna morta per soffocamento, indotto da una pressione intensa sugli organi respiratori; e furono presi accordi affinché l'inchiesta avesse luogo la mattina seguente, prima del ritorno del coroner a St. Launce's.

Poco dopo, la casa della vedova fu abbandonata da tutti i suoi occupanti viventi, ed ella dimorò nella morte, come aveva fatto nella sua vita durante gli ultimi due anni, interamente sola.

Capitolo XXXIV

«Sì, felice sarà colui che ti ricompenserà come tu hai servito noi.»

Erano passate sedici ore. Knight stava entrando nel boudoir delle signore a The Crags, al suo ritorno dopo aver assistito all'inchiesta sulla morte della signora Jethway. Elfride non era nell'appartamento.

La signora Swancourt fece alcune domande riguardo al verdetto e alle circostanze collaterali. Poi disse:

«Il postino è passato stamattina un minuto dopo che lei è uscito di casa. C'era solo una lettera per lei, e ce l'ho qui.»

Prese una lettera dal coperchio della sua scatola da cucito e gliela porse. Knight prese la missiva distrattamente, ma colpito dal suo aspetto mormorò poche parole e lasciò la stanza.

La lettera era chiusa con un sigillo nero, e la grafia con cui era indirizzata era rimasta sotto i suoi occhi, a lungo e in modo prominente, solo la sera prima.

Knight era molto agitato e cercò un punto in cui potesse essere al sicuro da interruzioni. Era la stagione delle forti rugiade, che giacevano sull'erba in luoghi ombrosi per tutto il giorno; tuttavia, entrò in un piccolo lembo di prato trascurato racchiuso dal boschetto, e lì lesse la lettera, che aveva aperto mentre si dirigeva verso quel luogo.

La grafia, il sigillo, la carta, le parole introduttive, tutto aveva rivelato all'istante che la lettera gli era giunta dalle mani della vedova Jethway, ora morta e fredda. Aveva capito istantaneamente che le note incompiute che avevano colpito il suo sguardo la sera precedente non erano destinate a nessun altro se non a lui. Aveva ricordato alcune parole di Elfride nel sonno sul piroscafo, che qualcuno non doveva dirgli qualcosa, o sarebbe stata la sua rovina: una circostanza finora ritenuta così banale e priva di significato che l'aveva quasi dimenticata. Tutte queste cose infondevano in lui un'emozione intensa nel potere e supremamente angosciante nella qualità. La carta tra le sue mani tremava mentre leggeva:

«LA VALLE, ENDELSTOW.

SIGNORE, — Una donna che non ha molto al mondo da perdere per qualsiasi censura questo atto possa portarle, desidera darle alcuni suggerimenti riguardo a una signora che lei ama. Se vorrà degnarsi di accettare un avvertimento prima che sia troppo tardi, presterà attenzione a ciò che la sua corrispondente ha da dire.

Lei è ingannato. Può una donna come questa essere degna?

Colei che incoraggiò un onesto giovane ad amarla, poi lo snobbò, così che egli morì.

Colei che in seguito prese un uomo di nessuna nascita come amante, a cui fu proibito l'ingresso in casa da suo padre.

Colei che segretamente lasciò la sua casa per sposare quell'uomo, lo incontrò e andò con lui a Londra.

Colei che, per una ragione o per l'altra, tornò di nuovo non sposata.

Colei che, nella sua corrispondenza successiva con lui, si spinse fino a rivolgersi a lui come a suo marito.

Colei che scrisse la lettera acclusa per chiedere a me, che meglio di chiunque altro conosco la storia, di mantenere lo scandalo segreto.

Spero presto di essere oltre la portata sia del biasimo che della lode. Ma prima di rimuovermi, Dio ha messo in mio potere vendicare la morte di mio figlio.

GERTRUDE JETHWAY.»

La lettera acclusa era il biglietto a matita che Elfride aveva scritto nel cottage della signora Jethway:

«CARA SIGNORA JETHWAY, — Sono venuta a farle visita. Volevo molto vederla, ma non posso aspettare oltre. Sono venuta a pregarla di non eseguire le minacce che mi ha ripetuto. Non faccia, la supplico, signora Jethway, sapere a nessuno che sono scappata di casa! Mi rovinerebbe con lui, e mi spezzerebbe il cuore. Farò qualsiasi cosa per lei, se vorrà essere gentile con me. In nome della nostra comune femminilità, non faccia, la imploro, uno scandalo di me. — Sua,

E. SWANCOURT.»

Knight voltò stancamente la testa verso la casa. Il terreno si alzava rapidamente avvicinandosi al boschetto in cui si trovava, sollevandolo quasi al livello del primo piano di The Crags. Lo spogliatoio di Elfride si trovava nell'angolo sporgente in questa direzione, ed era illuminato da due finestre in una posizione tale che, dal punto in cui stava Knight, la sua vista passava attraverso entrambe le finestre e perlustrava la stanza. Elfride era lì; stava facendo una pausa tra le due finestre, guardando la sua figura nello specchio a figura intera. Si considerò a lungo e attentamente di fronte; si voltò, gettò indietro la testa e osservò il riflesso sopra la spalla.

Nessuno può asserire quale fosse il suo scopo o il suo capriccio; potrebbe aver compiuto l'atto proprio nell'astrazione di una profonda tristezza. Potrebbe aver gemuto dal profondo del suo cuore: «Quanto sono infelice!» Ma l'impressione prodotta su Knight non fu buona. Abbassò gli occhi con umore cupo. La lettera della donna morta aveva una virtù nell'accidente della sua congiuntura ben oltre qualsiasi cosa mostrasse intrinsecamente. La circostanza prestava alle parole malvagie un suono di giustizia spietata che riecheggiava dalla tomba. Knight non riusciva a sopportare di possederle. Stracciò la lettera in frammenti.

Udì un fruscio tra i cespugli dietro di lui e, voltando la testa, vide Elfride che lo seguiva. La bella ragazza lo guardò in faccia con un sorriso malinconico di speranza, troppo forzatamente speranzoso per scacciare il timore fermamente stabilito sotto di esso. Le sue parole severe della sera precedente pesavano ancora su di lei.

«Ti ho visto dalla mia finestra, Harry», disse timidamente.

«La rugiada ti bagnerà i piedi», osservò lui, come uno sordo.

«Non mi importa.»

«C'è pericolo a bagnarsi i piedi.»

«Sì... Harry, cosa c'è?»

«Oh, nulla. Devo riprendere la conversazione seria che ho avuto con te ieri sera? No, forse no; forse è meglio di no.»

«Oh, non so dire! Quanto è tutto infelice! Ah, vorrei che tu fossi di nuovo il tuo caro sé, e mi avessi baciato quando sono arrivata! Perché non me ne hai chiesto uno? perché non lo fai adesso?»

«Troppo libera nei modi, per metà», sentì mormorare la voce dentro di sé.

«È stata quell'odiosa conversazione di ieri sera», continuò lei. «Oh, quelle parole! Ieri sera è stata una notte nera per me.»

«Bacio! — Detesto quella parola! Non parlare di baciare, per l'amor di Dio! Dovresti pensare che avresti potuto mostrare abbastanza tatto da trattenere quella parola 'bacio', considerando quelli che hai accettato.»

Divenne molto pallida, e un'espressione rigida e desolata prese possesso del suo volto. Quel viso era così delicato e tenero in apparenza ora, che si poteva immaginare che la pressione di un dito su di esso avrebbe causato un segno livido.

Knight camminava, ed Elfride con lui, silenziosa e non opponente. Egli aprì un cancello e entrarono in un sentiero attraverso un campo di stoppie.

«Forse ti intralcio?» disse lei mentre lui chiudeva il cancello. «Devo andare via?»

«No. Ascoltami, Elfride.» La voce di Knight era bassa e irregolare. «Sono stato onesto con te: lo sarai tu con me? Se è esistito qualche — strano — legame tra te e un mio predecessore, dillo ora. È meglio che io lo sappia ora, anche se la conoscenza dovesse separarci, piuttosto che scoprirlo in futuro. E dei sospetti si sono risvegliati in me. Credo che non dirò come, perché disprezzo i mezzi. Una scoperta di qualsiasi mistero del tuo passato amareggerebbe le nostre vite.»

Knight aspettò con un modo di calma lenta. I suoi occhi erano tristi e imperativi. Proseguirono lungo il sentiero.

«Mi perdonerai se ti dico tutto?» esclamò lei supplicante.

«Non posso promettere; molto dipende da quello che hai da dirmi.»

Elfride non poté sopportare il silenzio che seguì.

«Non hai intenzione di amarmi?» sbottò lei. «Harry, Harry, amami, e parla come al solito! Fallo; ti supplico, Harry!»

«Hai intenzione di agire correttamente con me?» disse Knight, con rabbia crescente; «o no? Cosa ti ho fatto per essere trattato così? Essere preso come un uccello in un laccio; tutto ciò che doveva essermi nascosto! Perché, Elfride? È questo che ti chiedo.»

Nella loro agitazione avevano lasciato il sentiero e vagavano tra le stoppie umide e d'intralcio, senza saperlo né curarsene.

«Cosa ho fatto?» disse lei tremando.

«Cosa? Come puoi chiedere cosa, quando lo sai così bene? TU SAI che sono stato deliberatamente tenuto all'oscuro di qualcosa che ti riguarda, che, se ne avessi saputo, avrebbe potuto alterare tutto il mio comportamento; eppure dici, cosa?»

Lei si abbatté visibilmente e non diede risposta.

«Non che io creda ai calunniatori e ai sussurratori maligni; non io. Non so se ci creda o meno: in anima mia, non saprei dirlo. Questo lo so: una religione si stava costruendo su di te nel mio cuore. Ho guardato nei tuoi occhi e ho creduto di vedervi una verità e un'innocenza pure e perfette come mai Dio ne ha incarnate nella carne di una donna. La verità perfetta è pretendere troppo, ma la verità comune LA VOGLIO, o nulla del tutto. Dì pure, allora; la faccenda che mi tieni nascosta è di gravissima importanza, o non lo è?»

«Non capisco tutto quello che intendi. Se ti ho nascosto qualcosa, è stato perché ti amavo così tanto, e temevo — temevo — di perderti.»

«Visto che non sei incline alla confidenza, voglio farti alcune domande dirette. Ho il tuo permesso?»

«Sì», disse lei, e sul suo volto apparve una rassegnata stanchezza. «Di’ le parole più dure che puoi; le sopporterò!»

«C'è uno scandalo nell'aria che ti riguarda, Elfride; e non posso nemmeno combatterlo senza sapere esattamente di cosa si tratti. Potrebbe non riferirsi a te interamente, o addirittura per nulla.» Knight si attardò nell'amarezza stessa del suo sentimento. «Ai tempi della Rivoluzione Francese, Pariseau, un maestro di ballo, fu decapitato per errore al posto di Parisot, un capitano della Guardia del Re. Vorrei che ci fosse un'altra "E. Swancourt" nei paraggi. Guarda qui.»

Le porse la lettera che lei aveva scritto e lasciato sul tavolo a casa della signora Jethway. Lei la guardò distrattamente.

«Non è così grave come sembra!» implorò. «Ora sembra malvagiamente ingannevole, ma ha avuto un'origine molto più naturale di quanto pensi. Il mio unico desiderio era non mettere in pericolo il nostro amore. Oh, Harry! Era tutta qui la mia idea. Non era un gran male.»

«Sì, sì; ma indipendentemente dalle osservazioni di quella povera creatura miserabile, sembra implicare... qualcosa di sbagliato.»

«Quali osservazioni?»

«Quelle che mi ha scritto — ora ridotte a brandelli. Elfride, sei fuggita con un uomo che amavi? — questa era la dannata affermazione. C'è del vero in un'accusa simile — davvero, sinceramente, Elfride?»

«Sì», sussurrò lei.

Il volto di Knight si oscurò. «Per sposarlo?» uscì roca dalle sue labbra.

«Sì. Oh, perdonami! Non ti avevo mai visto, Harry.»

«A Londra?»

«Sì; ma io...»

«Rispondi alle mie domande; non dire altro, Elfride. Hai mai tentato deliberatamente di sposarlo in segreto?»

«No; non deliberatamente.»

«Ma l'hai fatto?»

Un rossore pallido le attraversò il viso.

«Sì», disse.

«E dopo di allora... mi hai scritto chiamandolo tuo marito; e lui si è rivolto a te come a sua moglie?»

«Ascolta, ascolta! Era...»

«Rispondimi; rispondimi soltanto!»

«Allora, sì, l'abbiamo fatto.» Le labbra le tremavano; ma fu con una certa dignità che continuò: «Avrei voluto dirtelo volentieri; perché sapevo e so di aver sbagliato. Ma non ho osato; ti amavo troppo. Oh, così tanto! Sei stato tutto per me al mondo — e lo sei ancora. Non mi perdonerai?»

È un pensiero malinconico che gli uomini, i quali all'inizio non permettono che il verdetto di perfezione pronunciato sulle loro fidanzate o mogli venga disturbato dalla testimonianza di Dio stesso in contrario, una volta sospettata la loro purezza, le impicchino moralmente sulla base di prove che si vergognerebbero di ammettere nel giudicare un cane.

La riluttanza a parlare, nata dalla semplicità di Elfride nel credersi molto più colpevole di quanto non fosse in realtà, stava compiendo un'opera fatale nella mente di Knight. L'uomo dalle molte idee, ora che il suo primo sogno di cose impossibili era svanito, vibrava troppo lontano nella direzione opposta; e ogni movimento dei suoi tratti — ogni tremito — ogni parola confusa — veniva preso come una prova della sua indegnità.

«Elfride, dobbiamo dire addio ai complimenti», disse Knight: «dobbiamo fare a meno della cortesia, ora. Guardami in faccia, e come credi nel Dio che è lassù, dimmi sinceramente un'altra cosa. Eri sola con lui?»

«Sì.»

«Sei tornata a casa lo stesso giorno in cui l'hai lasciata?»

«No.»

La parola cadde come un fulmine, e la terra e il cielo stesso sembrarono soffrirne. Knight si voltò altrove. Nel frattempo, il volto di Elfride indossava un'espressione che indicava la totale disperazione di poter spiegare le cose in modo che non sembrassero più di quanto in realtà fossero — una disperazione che non solo rinuncia alla speranza di una spiegazione diretta, ma abbandona stancamente ogni possibilità collaterale di attenuante.

La scena rimase impressa per anni sulla retina di Knight: le stoppie morte e brune, le erbacce tra esse, la fascia lontana di faggi che ostruiva la vista della casa, le cui foglie erano ormai rosse e malate a morte.

«Devi dimenticarmi», disse. «Non ci sposeremo, Elfride.»

Quanto tormento sia passato nella sua anima a quelle parole di lui fu rivelato dall'espressione di suprema tortura che lei portava sul volto.

«Che intendi dire, Harry? Lo dici solo per finta, vero?»

Lei lo guardò dubbiosa e cercò di ridere, come se l'irrealtà delle sue parole dovesse essere indiscutibile.

«Non fai sul serio, lo so — spero che tu non lo faccia? Di sicuro io appartengo a te, e tu mi terrai per te, vero?»

«Elfride, ti ho parlato in modo troppo rude; ho detto ciò che avrei dovuto solo pensare. Ti voglio bene; e lascia che ti dia un consiglio. Sposa il tuo uomo il prima possibile. Per quanto stanchi l'uno dell'altra vi possiate sentire, appartenete l'uno all'altra, e io non mi metterò tra voi. Pensi che lo farei? — pensi che potrei, anche solo per un momento? Se non puoi sposarlo ora, e un altro ti farà sua moglie, non rivelargli questo segreto dopo il matrimonio, se non lo fai prima. L'onestà sarebbe la dannazione, allora.»

Sconcertata dalle sue espressioni, esclamò:

«No, no; non sarò moglie se non sono tua; e io devo essere tua!»

«Se ci fossimo sposati...»

«Ma non vorrai DIRE... che... che... te ne andrai e mi lascerai, e non sarai più nulla per me — oh, non lo vorrai!»

Singhiozzi convulsi tolsero ogni vigore alle sue parole. Lei li frenò e continuò a guardarlo in faccia in cerca del raggio di speranza che non si trovava lì.

«Sto andando in casa», disse Knight. «Tu non seguirmi, Elfride; desidero che tu non lo faccia.»

«Oh no; davvero, non lo farò.»

«E poi andrò a Castle Boterel. Addio.»

Pronunciò l'addio come se fosse solo per la giornata — con leggerezza, come aveva pronunciato tanti addii temporanei prima di allora — e lei sembrò intenderlo come tale. Knight non ebbe la forza di dirle chiaramente che se ne andava per sempre; non sapeva nemmeno per certo se fosse così: se sarebbe tornato indietro sulla scia di un'emozione irresistibile, o se sarebbe riuscito a vincere abbastanza se stesso, e lei in lui, da stabilire quella separazione come un supremo addio, e ripresentarsi al mondo come uomo di nessuna donna.

Dieci minuti dopo aveva lasciato la casa, lasciando istruzioni che, se non fosse tornato in serata, il suo bagaglio doveva essere inviato ai suoi uffici a Londra, da dove intendeva scrivere al signor Swancourt riguardo ai motivi della sua improvvisa partenza. Scese nella valle e non poté fare a meno di voltare la testa. Vide il campo di stoppie e una figura di ragazza nel mezzo — stagliata contro il cielo. Elfride, docile come sempre, non si era mossa quasi di un passo, poiché lui aveva detto: Rimani. Guardò e la vide ancora — la vide per settimane e mesi. Ritrasse gli occhi dalla scena, si passò la mano su di essi, come per spazzar via la visione, emise un basso gemito e proseguì.

Capitolo XXXV

«E mi lascerai così? — di’ di no — di’ di no!»

La scena si sposta negli uffici di Knight al Bede’s Inn. Era tardi la sera del giorno successivo alla sua partenza da Endelstow. Una pioggerellina cadeva su Londra, formando un alone umido e desolato sopra ogni strada ben illuminata. La pioggia non era stata ancora abbastanza persistente da dare ai veicoli veloci quel tintinnio chiaro e distinto che segue il lavaggio accurato delle pietre da parte di un acquazzone, ma era appena sufficiente a rendere marciapiedi e strade scivolosi, appiccicosi e d'intralcio sia per i piedi che per le ruote.

Knight era in piedi accanto al fuoco, fissando le sue braci morenti, prima di uscire dalla porta per un cupo viaggio verso casa a Richmond. Aveva il cappello in testa e il gas spento. La tenda della finestra che dava sul vicolo non era abbassata; e con la luce proveniente dal basso, che brillava sul soffitto della stanza, arrivava, al posto del solito chiacchiericcio, solo il frastuono attenuato e il parlare rapido che erano il risultato della necessità piuttosto che della scelta.

Mentre stava così, in attesa del trascorrere dei pochi minuti che mancavano all'ora del suo treno, un leggero picchiettio alla porta si mescolò agli altri suoni che giungevano alle sue orecchie. Era così debole all'inizio che i rumori esterni erano quasi sufficienti a coprirlo. Trovandolo ripetuto, Knight attraversò l'atrio, ingombro di libri e cianfrusaglie, e aprì la porta.

Una donna, strettamente avvolta, ma visibilmente di costituzione fragile, era in piedi sul pianerottolo sotto la luce del gas. Si slanciò in avanti, gettò le braccia al collo di Knight e lanciò un grido sommesso:

«Oh Harry, Harry, mi stai uccidendo! Non ho potuto fare a meno di venire. Non mandarmi via — non farlo! Perdona la tua Elfride per essere venuta — ti amo così tanto!»

L'agitazione e lo stupore di Knight lo dominarono per alcuni istanti.

«Elfride!» gridò, «cosa significa questo? Cosa hai fatto?»

«Non ferirmi e non punirmi — Oh, non farlo! Non ho potuto fare a meno di venire; mi stava uccidendo. Ieri sera, quando non sei tornato, non ho potuto sopportarlo — non potevo! Lasciami solo stare con te, e vedere il tuo viso, Harry; non chiedo di più.»

Le sue palpebre erano calde, pesanti e gonfie per l'eccessivo pianto, e il delicato rosso rosato delle sue guance era sfigurato e infiammato dal costante sfregamento del fazzoletto per asciugare le sue tante lacrime.

«Chi è con te? Sei venuta da sola?» chiese frettolosamente.

«Sì. Quando non sei tornato ieri sera, sono rimasta alzata sperando che venissi — e la notte è stata tutta un'agonia — e ho aspettato e aspettato, e tu non sei venuto! Poi, quando è stato mattina, e la tua lettera diceva che te ne eri andato, non ho potuto sopportarlo; e sono fuggita da loro a St. Launce’s, e sono venuta col treno. E ho viaggiato tutto il giorno verso di te, e non mi farai andare via di nuovo, vero Harry, perché ti amerò sempre finché morirò?»

«Eppure è sbagliato che tu resti. Oh Elfride! A cosa ti sei esposta? È la rovina del tuo buon nome correre da me così! La tua prima esperienza non è stata sufficiente a tenerti lontana da queste cose?»

«Il mio nome! Harry, morirò presto, e che bene mi farà il mio nome allora? Oh, potessi essere io l'uomo e tu la donna, non ti lascerei per una colpa così piccola come la mia! Non pensare che sia stata una cosa così vile da parte mia fuggire con lui. Ah, come vorrei che tu fossi potuto fuggire con venti donne prima di conoscermi, così che potessi mostrarti che non lo riterrei una colpa, ma sarei felice di averti dopo tutte loro, purché ti avessi! Se solo mi conoscessi fino in fondo, quanto sono vera, Harry. Non posso essere tua? Dì che mi ami proprio lo stesso, e non lasciarmi separare da te di nuovo, vuoi? Non posso sopportarlo — tutte le lunghe ore e giorni e notti che passano, e tu non sei lì, ma lontano perché mi odi!»

«Non ti odio, Elfride», disse dolcemente, e la sostenne con il braccio. «Ma non puoi restare qui adesso — intendo proprio in questo momento.»

«Immagino di no — vorrei poterlo fare. Ho paura che se... perdi di vista me — accadrà qualcosa di oscuro, e non ci incontreremo più. Harry, se non sono abbastanza buona per essere tua moglie, vorrei poter essere la tua serva e vivere con te, e non essere mandata via per non rivederti mai più. Non mi importa cosa sia, eccetto questo!»

«No, non posso mandarti via: non posso. Dio sa quale oscuro futuro possa nascere dal lavoro di questa sera; ma non posso mandarti via! Devi sederti, e cercherò di raccogliere i miei pensieri e vedere cosa è meglio fare.»

In quel momento un forte bussare alla porta di casa fu udito da entrambi, accompagnato da un frettoloso suonare del campanello che echeggiava dall'attico alla cantina. La porta fu aperta rapidamente e, dopo poche parole frettolose di conversazione nell'atrio, pesanti passi salirono le scale.

Il volto del signor Swancourt, arrossato, addolorato e severo, apparve attorno al pianerottolo della scala. Salì ancora e si fermò accanto a loro. Lanciando uno sguardo oltre e oltre Knight con silenziosa indignazione, si rivolse alla ragazza tremante.

«Oh Elfride! E ti ho trovata finalmente? Sono questi i tuoi trucchi, signorina? Quando ti libererai delle tue idiozie e ti comporterai come una donna decente? Il nome e la casa della mia famiglia devono essere disonorati da atti che sarebbero uno scandalo per la figlia di una lavandaia? Vieni via, signorina; vieni!»

«È così stanca!» disse Knight, con una voce di intensissima angoscia. «Signor Swancourt, non sia duro con lei — la prego di essere tenero con lei, e di amarla!»

«A lei, signore», disse il signor Swancourt, voltandosi verso di lui come per la pura pressione delle circostanze, «ho poco da dire. Posso solo far notare che prima potrò ritirarmi dalla sua presenza, meglio sarò contento. Perché non abbia potuto condurre il suo corteggiamento con mia figlia come un uomo onesto, non lo so. Perché lei — una sciocca ragazza inesperta — sia stata tentata in questo pezzo di follia, non lo so. Anche se lei non avesse saputo di meglio che lasciare la sua casa, lei avrebbe dovuto, penso.»

«Non è colpa sua: non mi ha tentato lui, papà! Sono venuta io.»

«Se desiderava che il matrimonio fosse rotto, perché non lo ha detto chiaramente? Se non aveva mai intenzione di sposarsi, perché non poteva lasciarla stare? In anima mia, mi irrita fino al cuore essere costretto a pensare così male di un uomo che pensavo fosse mio amico!»

Knight, malato nell'anima e stanco della sua vita, non si fece forza per pronunciare una parola in risposta. Come avrebbe potuto difendersi quando la sua difesa era l'accusa di Elfride? Per questo motivo provò una misera soddisfazione nel lasciare che suo padre continuasse a pensare e parlare in modo errato. Era un debole raggio di piacere che si insinuava nella grande oscurità del suo cervello pensare che il vicario potesse non sapere mai che lui, come suo amante, l'aveva tentata via, che sembrava essere la forma che aveva preso l'incomprensione del signor Swancourt.

«Ora, vieni?» le disse di nuovo il signor Swancourt. Prese la sua mano non resistente, la trasse nel suo braccio e la condusse giù per le scale. Gli occhi di Knight la seguirono, l'ultimo momento gli generò una frenetica speranza che lei voltasse la testa. Lei passò oltre e non guardò mai indietro.

Sentì la porta aprirsi — chiudersi di nuovo. Le ruote di una carrozza raschiarono il bordo del marciapiede, seguì una direzione mormorata. La porta fu sbattuta, le ruote si mossero e se ne andarono.

Da quell'ora della sua ricomparsa un terribile conflitto infuriava nel petto di Henry Knight. Il suo istinto, l'emozione, l'affettività — o qualunque cosa possa essere chiamata — lo spingevano a farsi avanti, a impossessarsi di Elfride e a essere il suo protettore e custode per tutta la vita. Poi giungeva il pensiero devastante che l'atto infantile, irragionevole e indiscreto di Elfride nel fuggire da lui provava solo che le convenienze dovevano essere lettera morta per lei; che la mancanza di riserve, che era in realtà ingenuità senza zavorra, significava indifferenza per il decoro; e cosa c'era di più probabile che una tale donna fosse stata ingannata in passato? Diceva a se stesso, in uno stato d'animo di estremo cinismo: «La donna sospettosa e discreta che immagina cose oscure ed empie di tutti i suoi simili è troppo scaltra per essere ingannata dall'uomo: gli esseri fiduciosi come Elfride sono le donne che cadono.»

Ore e giorni passarono, e Knight rimase inattivo. Il tempo che scorreva, che rendeva più debole il potere risvegliante della sua presenza, rafforzava la capacità mentale di sminuirla razionalmente. Elfride lo amava, lo sapeva, e non poteva smettere di amarla, ma sposarla non lo avrebbe fatto. Se solo potesse tornare a essere la sua Elfride — la donna che sembrava essere — ma quella donna era morta e sepolta, e lui non la conosceva più! E come avrebbe potuto sposare questa Elfride, una che, se avesse originariamente vista per quella che era, sarebbe stata a malapena una conoscenza interessante e pietosa ai suoi occhi — niente di più?

Gli corrodeva il cuore pensare di trovarsi di fronte al più stretto esempio di uno stato di cose peggiore di qualsiasi altro che avesse assunto nella piacevole filosofia sociale e nella satira dei suoi saggi.

La rettitudine morale della vita di quest'uomo era degna di ogni lode; ma nonostante un certo acume intellettuale, Knight aveva in sé un briciolo di quella cocciutaggine che si riscontra per lo più nelle persone scrupolosamente oneste. Per lui, la verità sembrava un'astrazione troppo pulita e pura per essere così irrimediabilmente mescolata all'errore come le persone pratiche la trovano. Essendosi ora visto in errore nel supporre che Elfride fosse senza pari, nulla sulla terra poteva fargli credere che lei non fosse poi così cattiva dopo tutto.

Rimase in città una quindicina di giorni, facendo poco altro che vibrare tra passione e opinioni. Un'idea rimase intatta — che fosse meglio che Elfride e lui non si incontrassero.

Quando esaminava i volumi sui suoi scaffali — pochi dei quali erano stati aperti da quando Elfride prese possesso del suo cuore — il loro ordine intatto e ordinato lo rimproverava come un apostata dalla fede antica della sua giovinezza e della prima maturità. Aveva abbandonato quegli amici mai fallibili, così sembravano dire, per un diletto instabile in una donna duttile, che era finito tutto nell'amarezza. Lo spirito di abnegazione, che rasentava l'ascetismo, che aveva sempre animato Knight nei tempi antichi, si annunciava come partito con la nascita dell'amore, avendo portato con sé il rispetto di sé che aveva compensato la mancanza di autogratificazione. La povera piccola Elfride, invece di occupare, come in precedenza, un posto nella sua religione, cominciava ad assumere la sfumatura di una tentazione. Forse era umano e correttamente naturale che Knight non pensasse mai una volta se non le dovesse un piccolo sacrificio per la sua dedizione incauta nel salvargli la vita.

Con la consapevolezza di aver così, come Antonio, baciato via regni e province, considerò poi come avesse rivelato i suoi segreti e le sue intenzioni più elevate a lei, una mancanza di riserve che non si sarebbe mai permesso con nessun uomo vivente. Com'era possibile che non fosse riuscito ad astenersi dal parlarle di presagi fino ad allora chiusi nelle roccaforti più vicine della sua mente?

Quello di Knight era un intelletto robusto, che poteva sfuggire fuori dall'atmosfera del cuore e percepire che il suo stesso amore, così come quello di altre persone, poteva essere ridotto dal cambiamento di scena e circostanze. Allo stesso tempo, la percezione era un dolore sovrapposto:

«O ultimo rimpianto, il rimpianto può morire!»

Ma essendo convinto che la morte di questo rimpianto fosse la cosa migliore per lui, non esitò a lungo nel tentarla. Chiuse i suoi uffici, sospese il suo rapporto con gli editori e lasciò Londra per il Continente. Qui lo lasceremo a vagare senza scopo, oltre a quello nominale di incoraggiare l'oblio di Elfride.

Capitolo XXXVI

«Il denaro è il gioiello che abbellisce tutto.»

«Non riesco a pensare cosa stia succedendo a questa gente di St. Launce’s, proprio per niente.»

«Con i loro "Come va", intendi?»

«Sì, con i loro "Come va", e le strette di mano, invitandomi dentro, e tenere richieste per te, John.»

Queste parole formavano parte di una conversazione tra John Smith e sua moglie in un sabato sera di primavera che seguì la partenza di Knight dall'Inghilterra. Stephen era tornato da tempo in India; e la coppia perseverante stessa era migrata dal parco di Lord Luxellian a Endelstow a una confortevole dimora sul ciglio della strada a circa un miglio da St. Launce’s, dove John aveva aperto un piccolo cortile di pietra e ardesia a suo nome.

«Quando siamo venuti qui sei mesi fa», continuò la signora Smith, «sebbene avessi pagato in contanti per tanti anni in città, i miei bottegai più spigliati mi parlavano solo stando dietro al bancone. Incontrali per strada mezz’ora dopo, e ti avrebbero trattata con una sfacciata ignoranza di chi fossi.»

«Ti guardavano attraverso come fossi una finestra a vetri?»

«Sì, quelli sfacciati lo facevano. Quelli calmi e posati lanciavano uno sguardo sopra la mia testa, oltre il mio fianco, oltre la mia spalla, ma senza mai incrociare il mio sguardo. I gentili e modesti giravano la faccia a sud se io venivo da est, o scivolavano in un vicolo se stavo per dividere il marciapiede con loro. C’era quel giovane libraio arzillo che faceva gli stessi giochetti; le figlie del macellaio; i giovani garzoni del tappezziere. Pappa e ciccia quando fanno affari con te lontano da occhi indiscreti; ma non gliene importa nulla di una vecchia quando fanno i signori lontano da ogni segno del loro mestiere.»

«Proprio vero, Maria.»

«Beh, oggi è tutto diverso. Non sono nemmeno arrivata al mercato che la signora Joakes è corsa da me davanti a tutta la città e ha detto: "Mia cara signora Smith, ora sarai stanca per la camminata! Entra a pranzare! Insisto; conoscendoti da tanti anni come ti conosco! Non ti ricordi quando andavamo a cercare insieme le piume dei gufi nelle rovine del castello?". Non si sa mai di cosa potresti aver bisogno, così ho risposto alla donna cortesemente. Non ero ancora arrivata all’angolo che quell’avvocato rampante, Sweet, che fa tanto il damerino, è corso da me senza fiato. "Signora Smith", dice, "scusi la mia scortesia, ma c’è un rovo sull’orlo del suo vestito, che si è trascinata dietro dalla campagna; mi permetta di toglierglielo". Se vuoi credermi, questo proprio davanti al municipio. Qual è il significato di un tale improvviso amore per una vecchia?»

«Non saprei dire; a meno che non sia pentimento.»

«Pentimento! C’è mai stato uno sciocco come te, John? Qualcuno si è mai pentito con i soldi in tasca e cinquant’anni da vivere ancora?»

«Ora, stavo pensando anch’io», disse John, ignorando la domanda perché poco pertinente, «che ho ricevuto più gentilezze dalla gente oggi di quante ne abbia mai avute da quando ci siamo trasferiti qui. Ebbene, il vecchio assessore Tope è venuto fino in mezzo alla strada dove mi trovavo, per stringermi la mano... proprio così ha fatto. Avendo addosso gli abiti da lavoro, ho pensato fosse strano. Sì, e c’era il giovane Werrington.»

«Chi è?»

«Beh, l’uomo di Hill Street, quello che suona e vende flauti, trombe, violini e gran pianoforti. Stava parlando con Egloskerry, quel piccolissimo scapolo con i soldi nei fondi statali. Passavo di lì, sono sicuro, senza pensare o aspettarmi un cenno da uomini di quella risma scivolosa quando sono con i miei abiti da lavoro...»

«Tu vuoi sempre andare a ficcanasare in città con i tuoi abiti da lavoro. Ti prego di cambiarti, non importa quanto insista, non serve a nulla.»

«Beh, comunque, ero con i miei abiti da lavoro. Werrington mi ha visto. "Ah, signor Smith! una bella mattinata; tempo eccellente per costruire", dice lui, ad alta voce e cordiale come se l’avessi incontrato in una valle profonda, dove non poteva trovare nessun altro con cui parlare. Era strano: perché Werrington è uno dei veri capifila della classe snob.»

In quel momento si sentì bussare alla porta. La porta fu immediatamente aperta dalla signora Smith in persona.

«Ci scuserete, ne sono certo, signora Smith, ma questo bel tempo primaverile è stato troppo per noi. Sì, non potevamo più stare dentro; e ho preso la signora Trewen sottobraccio appena abbiamo preso una tazza di tè, e siamo usciti. E vedendo i vostri bellissimi crochi in tale fioritura, ci siamo presi la libertà di entrare. Faremo un giro in giardino, se non vi dispiace.»

«Affatto», disse la signora Smith; e quelli passeggiarono per il giardino. Lei alzò le mani per lo stupore appena le voltarono le spalle. «Il buon Dio ci dia grazia!»

«Chi sono?» disse suo marito.

«Proprio il signor Trewen, il direttore della banca, e sua moglie.»

John Smith, sconcertato, uscì di casa e guardò oltre il cancello del giardino, per raccogliere le idee. Non era lì da due minuti quando si sentirono delle ruote, e una carrozza con pariglia rotolò lungo la strada. Una signora dall’aspetto distinto, con il portamento di una duchessa, sedeva reclinata all’interno. Quando fu di fronte al cancello di Smith voltò la testa, e ordinò istantaneamente al cocchiere di fermarsi.

«Ah, signor Smith, sono lieta di vedervi così in salute. Non ho potuto fare a meno di fermarmi un momento per congratularmi con voi e con la signora Smith per la felicità di cui dovete godere. Joseph, puoi proseguire.»

E la carrozza si allontanò verso St. Launce’s.

La signora Smith corse fuori da dietro un cespuglio di alloro, dove era rimasta a riflettere.

«Stavo giusto per toccarmi il cappello davanti a lei», disse John; «proprio come avrei fatto alla povera Lady Luxellian anni fa.»

«Dio! Chi è lei?»

«La donna dell’osteria... come si chiama? La signora... la signora... al Falcon.»

«La donna dell’osteria. La goffaggine della famiglia Smith! POTRESTI dire la proprietaria dell’Hotel Falcon, visto che siamo in vena di cortesia. La gente è già abbastanza ridicola, ma rendiamo loro ciò che è dovuto.»

È probabile che la signora Smith si stesse addolcendo, suo malgrado, per questi fenomeni straordinariamente amichevoli tra la gente di St. Launce’s. E in tutta giustizia verso di loro, era del tutto auspicabile che lo facesse. L’interesse che gli abitanti meno avvezzi di questa città esprimevano in modo così grottesco era genuino nel suo genere, e di valore intrinseco pari ai sorrisi più raffinati delle comunità più grandi.

A questo punto il signor e la signora Trewen stavano tornando dal giardino.

«Glielo chiederò schietto», sussurrò John alla moglie. «Dirò: "Siamo al buio... mi scuserete se faccio una domanda, signor e signora Trewen. Com’è che siete tutti così amichevoli oggi?". Eh? Suonerebbe giusto e sensato, non è vero?»

«Nemmeno una parola! Buon Dio, quando imparerà questo uomo le buone maniere!»

«Deve essere un momento di orgoglio per voi, ne sono certo, signor e signora Smith, avere un figlio così celebre», disse il direttore della banca facendosi avanti.

«Ah, è Stephen... lo sapevo!», disse la signora Smith trionfante tra sé e sé.

«Non ne conosciamo i dettagli», disse John.

«Non li conoscete!»

«No.»

«Ma se è sulla bocca di tutta la città. Il nostro degno sindaco vi ha fatto riferimento in un discorso alla cena di ieri sera del Club "Ognuno-fabbro-di-se-stesso".»

«E cosa si dice di Stephen?», incalzò la signora Smith.

«Beh, vostro figlio è stato festeggiato da vicegovernatori e principi parsi e non-si-sa-chi in India; è pappa e ciccia con i nababbi, e dovrà progettare un grande palazzo, e una cattedrale, e ospedali, college, sale e fortificazioni, per il consenso generale delle autorità dominanti, cristiane e pagane allo stesso modo.»

«Era destino che toccasse al ragazzo», disse il signor Smith con modestia.

«È sul St. Launce’s Chronicle di ieri; e il nostro degno sindaco, che presiedeva, ha introdotto l’argomento nel suo discorso ieri sera in modo magistrale.»

«È stato molto gentile da parte del degno sindaco che presiedeva, ne sono certa», disse la madre di Stephen. «Spero che il ragazzo abbia il buon senso di mantenere quello che ha ottenuto; ma quanto agli uomini, sono un sesso semplice. Qualche donna lo agguanterà.»

«Bene, signor e signora Smith, la sera si avvicina e dobbiamo andare; e ricordate questo, che ogni sabato quando venite al mercato, dovete considerare casa nostra come vostra. Ci sarà sempre una tazza e un piattino per voi, come sapete che è stato per mesi, sebbene ve ne siate dimenticati. Sono una donna che parla chiaro, e ciò che dico, lo intendo.»

Quando i visitatori se ne furono andati, e il sole fu tramontato, e i raggi della luna stavano appena iniziando ad affermarsi sulle pareti dell’abitazione, John Smith e sua moglie si sedettero davanti al giornale che avevano frettolosamente procurato in città. E quando la lettura fu terminata, considerarono come soddisfare al meglio le nuove esigenze sociali che si stavano abbattendo su di loro, cosa che la signora Smith riteneva potesse essere fatta solo con nuovi mobili e l’ampliamento della casa.

«E, John, ricorda una cosa», disse concludendo. «Nello scrivere a Stephen, non menzionare mai e poi mai il nome di Elfride Swancourt. Abbiamo lasciato quel posto, e non sappiamo più nulla di lei se non per sentito dire. Sembra che si stia liberando di lei, e ne sono felice. È stata un’ora buia per lui quella in cui posò gli occhi sulla ragazza per la prima volta. Quella famiglia non gli ha portato nulla di buono, né all’inizio né alla fine; quindi si tengano il loro sangue per sé, se vogliono. Lui pensa a lei, lo so, ma non così disperatamente. Quindi non cercare di sapere nulla su di lei, e non potremo rispondere alle sue domande. Forse lei svanirà dalla sua mente allora.»

«Così sia», disse John.

Capitolo XXXVII

«Dopo molti giorni.»

Knight vagò verso sud, col pretesto di studiare le antichità continentali.

Passeggiò per le alte navate di Amiens, si attardò presso l’abbazia delle Ardenne, si arrampicò nelle strane torri di Laon, analizzò Noyon e Reims. Poi andò a Chartres, ed esaminò le sue guglie a scaglie e le bizzarre sculture; poi oziò per Coutances. Remò sotto la base di Mont St. Michel, e colse il profilo variegato degli edifici in rovina che la incrostano. St. Ouen, a Rouen, lo vide per giorni; così Vezelay, Sens, e molti altri monumenti consacrati. Abbandonando l’ispezione dell’arte francese primitiva con la stessa fretta priva di scopo con cui l’aveva intrapresa, si spinse oltre, e si attardò nei pressi di Ferrara, Padova e Pisa. Saziato dal medioevo, tentò con il Foro Romano. In seguito osservò gli effetti della luce lunare e stellare sulla baia di Napoli. Si volse all’Austria, divenne fiacco e depresso sulle pianure ungheresi e boeme, e fu rinfrescato di nuovo dalle brezze sui declivi dei Carpazi.

Poi si ritrovò in Grecia. Visitò la pianura di Maratona, e si sforzò di immaginare la sconfitta persiana; la collina di Marte, per figurarsi San Paolo che apostrofava gli antichi ateniesi; le Termopili e Salamina, per ripercorrere i fatti e le tradizioni della Seconda Invasione — il risultato dei suoi sforzi fu più o meno caotico. Knight si stancò di questi luoghi tanto quanto di tutti gli altri. Poi sentì la scossa di un terremoto nelle Isole Ionie, e andò a Venezia. Qui sfrecciò in gondola lungo il tortuoso corso del Canal Grande, e si attardò su calli e piazze di notte, quando le lagune erano indisturbate da una increspatura, e nessun suono si udiva se non il rintocco dell’orologio di mezzanotte. In seguito rimase per settimane nei musei, nelle gallerie e nelle biblioteche di Vienna, Berlino e Parigi; e da lì tornò a casa.

Il tempo ci trascina così verso un pomeriggio di febbraio, a quindici mesi di distanza dalla separazione di Elfride e del suo amante nel campo di stoppie brune verso il mare.

Due uomini, chiaramente non londinesi e con un tocco di estraneità nel loro aspetto, si incontrarono per caso su uno dei vialetti ghiaiosi che attraversano Hyde Park. Il più giovane, più incline a guardarsi intorno rispetto al compagno, vide e notò l’avvicinarsi del suo anziano conoscente molto tempo prima che quest’ultimo avesse sollevato gli occhi da terra, verso la quale erano rivolti in uno sguardo astratto che sembrava abituale per lui.

«Signor Knight, davvero è lei!» esclamò il giovane.

«Ah, Stephen Smith!» disse Knight.

Si sarebbero potute osservare in entrambi, in quel momento, operazioni simultanee, il cui risultato fu che un’espressione meno franca e impulsiva della prima prese possesso dei loro lineamenti. Era manifesto che le parole successive pronunciate fossero una copertura superficiale per l’imbarazzo di entrambe le parti.

«È in Inghilterra da molto?» disse Knight.

«Solo da due giorni», disse Smith.

«È stato in India da allora?»

«Quasi da allora.»

«Hanno fatto un gran parlare di te a St. Launce’s l’anno scorso. Mi sembra di aver visto qualcosa del genere sui giornali.»

«Sì; credo sia stato detto qualcosa su di me.»

«Devo congratularmi con te per i tuoi successi.»

«Grazie, ma non sono nulla di così straordinario. Un naturale progresso professionale dove non c’era opposizione.»

Seguì quella mancanza di parole che si imporrà sempre tra amici nominali che scoprono di aver cessato di essere tali, e non sono ancora scesi al livello di mere conoscenze. Ognuno guardava su e giù per il parco. Knight potrebbe aver tenuto a mente durante i mesi trascorsi il modo in cui Stephen si era comportato l’ultima volta che si erano incontrati, e potrebbe aver incoraggiato il suo precedente interesse per il benessere di Stephen a morire in lui in quanto mal riposto. Stephen, certamente, era pieno dei sentimenti generati dalla convinzione che Knight avesse portato via la donna che amava così profondamente.

Stephen Smith pose allora una domanda, adottando una certa sconsideratezza di modi e tono per nascondere, se possibile, il fatto che l’argomento fosse molto più importante per lui di quanto l’amico avesse mai sospettato.

«È sposato?»

«Non lo sono.»

Knight parlò con un tono indescrivibile di amarezza che era quasi scontroso.

«E non lo sarò mai», aggiunse decisamente. «Tu lo sei?»

«No», disse Stephen, tristemente e quietamente, come un uomo in una stanza di malato. Totalmente ignaro se Knight sapesse o meno delle sue precedenti pretese su Elfride, risolse comunque di azzardare qualche parola in più sull’argomento che ancora oggi esercitava su di lui un fascino doloroso.

«Allora il suo fidanzamento con la signorina Swancourt non ha portato a nulla», disse. «Si ricorda che l’ho incontrata con lei una volta?»

La voce di Stephen cedette un po’ qui, in sfida alla sua più ferma volontà contraria. Gli affari indiani non avevano ancora abbassato quelle emozioni fino al punto di controllo.

«È stato rotto», venne rapido da Knight. «I fidanzamenti spesso finiscono così, nel bene o nel male.»

«Sì; è vero. E cosa ha fatto ultimamente?»

«Fatto? Nulla.»

«Dove è stato?»

«Posso a stento dirglielo. Per lo più, in giro per l’Europa; e forse la interesserà sapere che ho tentato lo studio serio dell’arte continentale del Medioevo. I miei appunti su ogni esempio che ho visitato sono al suo servizio. Non mi servono.»

«Ne sarò lieto... Oh, viaggiando in lungo e in largo!»

«Non lontano», disse Knight, con lunatica noncuranza. «Sa, immagino, che le pecore a volte diventano stordite — idatidi nel cervello, si chiama, in cui il loro cervello viene divorato, e l’animale mostra la strana peculiarità di camminare in tondo continuamente. Io ho viaggiato esattamente nello stesso modo, in tondo come un ariete stordito.»

Lo stile sconsiderato, amaro e divagante con cui Knight parlava, come se volesse piuttosto sfogare le sue immagini che trasmettere idee a Stephen, colpì il giovane dolorosamente. I giorni del suo ex amico erano marciti in qualche modo: Knight era un uomo cambiato. Lui stesso era cambiato molto, ma non come Knight.

«Ieri sono tornato a casa», continuò Knight, «senza aver, al meglio della mia convinzione, assorbito mezza dozzina di idee degne di essere conservate.»

«Lei supera Amleto in morbosità d’animo», disse Stephen, con franco rammarico.

Knight non rispose.

«Sa», continuò Stephen, «avrei quasi giurato che si sarebbe sposato entro questo periodo, da ciò che vidi?»

Il volto di Knight si fece più duro. «Potevi?» disse.

Stephen non aveva il potere di abbandonare l’argomento deprimente e seducente.

«Sì; e semplicemente mi meraviglia.»

«Chi ti aspettavi che sposassi?»

«Quella con cui la vidi.»

«Grazie per questa meraviglia.»

«L’ha lasciata lei?»

«Smith, ora una parola a te», replicò Knight con fermezza. «Non interrogarmi mai su questo argomento. Ho una ragione per fare questa richiesta, bada bene. E se mi interroghi, non avrai risposta.»

«Oh, non desidero per un momento chiedere ciò che le è sgradevole, tutt’altro. Ho avuto un sentimento momentaneo di voler spiegare qualcosa da parte mia, e ascoltare una spiegazione simile dalla sua. Ma lasciamo perdere, lasciamo perdere, assolutamente.»

«Cosa spiegheresti?»

«Ho perso la donna che stavo per sposare: lei non ha sposato come intendeva. Avremmo potuto confrontare le note.»

«Non ti ho mai chiesto una parola sul tuo caso.»

«Lo so.»

«E l’inferenza è ovvia.»

«Certamente.»

«La verità è, Stephen, che ho risolto ostinatamente di non alludere mai alla faccenda, per la quale ho una ragione molto valida.»

«Senza dubbio. Una ragione valida quanto quella che avevi per non sposarla.»

«Parli in modo insidioso. Ne avevo una valida, una miseramente valida!»

L’ansia di Smith lo spinse ad azzardare un’altra domanda.

«Non ti amava abbastanza?» Trattenne il respiro in un flusso lento e attenuato, mentre aspettava nella timorosa speranza della risposta.

«Stephen, forzi un po’ la comune cortesia premendo con domande di quel genere dopo ciò che ho detto. Non riesco a capirti affatto. Devo andare ora.»

«Ma, buon Dio!» esclamò Stephen appassionatamente, «parli come se tu non l’avessi affatto portata via a qualcuno che aveva pretese migliori di te!»

«Cosa intendi con questo?» disse Knight, con aria perplessa. «Cosa hai sentito?»

«Nulla. Anch’io devo andare. Buongiorno.»

«Se vuoi andare», disse Knight, ora riluttante, «devi, immagino. Sono certo di non poter capire perché ti comporti così.»

«Né io perché lo faccia lei. Le sono sempre stato grato, e per quanto mi riguarda non avremmo mai dovuto diventare così estranei come siamo.»

«E sono mai stato altro che ben disposto verso di te, Stephen? Sicuramente sai che non l’ho fatto! Il sistema di riserbo è iniziato con te: lo sai.»

«No, no! Lei fraintende del tutto la nostra posizione. Lei è sempre stato fin dall’inizio riservato con me, sebbene io fossi confidenziale con lei. Quello era, immagino, il risultato naturale delle nostre diverse posizioni nella vita. E quando io, l’allievo, sono diventato riservato come lei, il maestro, la cosa non le è piaciuta. Comunque, volevo chiederle di passare a trovarmi.»

«Dove alloggi?»

«Al Grosvenor Hotel, Pimlico.»

«Anch’io.»

«È conveniente, per non dire strano. Bene, sono trattenuto a Londra per un giorno o due; poi andrò giù a trovare mio padre e mia madre, che ora vivono a St. Launce’s. Mi vedrà questa sera?»

«Potrei; ma non lo prometto. Desideravo stare solo per un’ora o due; ma saprò dove trovarti, in ogni caso. Addio.»

Capitolo XXXVIII

«La gelosia è crudele come la tomba.»

Stephen meditò non poco su questo incontro con il suo vecchio amico e un tempo amato modello. Era addolorato, poiché tra tutte le distrazioni dei suoi ultimi anni, una piccola voce costante di fedeltà verso Knight era rimasta in lui. Forse questa fermezza era dovuta al fatto che Knight lo aveva sempre trattato come un mero discepolo, arrivando persino a snobbarlo a volte; e alla fine, sebbene involontariamente, gli aveva inflitto lo sgarbo più grande di tutti, quello di portargli via la fidanzata. Il lato emotivo della sua costituzione era costruito più su un modello femminile che maschile; e quella ferita tremenda inferta dalla mano di Knight potrebbe aver contribuito a mantenere vivo un calore che la sollecitudine avrebbe estinto del tutto.

Knight, dal canto suo, era contrariato, dopo che si erano separati, di non aver preso Stephen in mano un po’ secondo il vecchio stile. Quelle parole che Smith aveva lasciato cadere riguardo a qualcuno che avesse una pretesa precedente su Elfride, se pronunciate quando l’uomo era più giovane, avrebbero provocato una domanda come: «Su, dimmi tutto, figliolo», da parte di Knight, e Stephen avrebbe immediatamente raccontato tutto ciò che sapeva sull’argomento.

Stephen, il ragazzo ingenuo, sebbene ora esteriormente obliterato dallo Stephen uomo intraprendente, tornò alla memoria di Knight vividamente quel pomeriggio. Era attualmente solo un ospite a Londra; e dopo aver sbrigato le due o tre questioni di lavoro che restavano da fare quel giorno, camminò astrattamente nei corridoi cupi del British Museum per la mezz’ora precedente la chiusura. Quell’incontro con Smith aveva riunito il presente con il passato, chiudendo l’abisso della sua assenza dall’Inghilterra come se non fosse mai esistito, finché le circostanze finali del suo precedente periodo di residenza a Londra formarono solo uno ieri rispetto alle circostanze attuali. Il conflitto che allora aveva infuriato in lui riguardo a Elfride Swancourt si riaccese, rafforzato dal suo sonno. In effetti, in quei molti mesi di assenza, pur soffocando l’intenzione di farne sua moglie, non aveva mai dimenticato che lei era il tipo di donna adattata alla sua natura; e invece di cercare di cancellare del tutto i pensieri su di lei, era arrivato a considerarli come un’infermità che era necessario tollerare.

Knight fece ritorno al suo albergo molto prima la sera di quanto avrebbe fatto nel corso naturale degli eventi. Non voleva stare a pensare se ciò derivasse da un amichevole desiderio di colmare il divario che si era lentamente allargato tra lui e il suo più antico conoscente, o da un desiderio struggente di udire il significato degli oscuri oracoli che Stephen aveva pronunciato frettolosamente, facendo intendere di sapere qualcosa in più su Elfride di quanto Knight avesse supposto.

Cenò in fretta, chiese di Smith e poco dopo fu fatto accomodare alla presenza del giovane, che trovò seduto davanti a un comodo fuoco, accanto a un tavolo ingombro di alcune riviste scientifiche e pubblicazioni d'arte.

«Sono venuto da te, alla fine,» disse Knight. «Il mio comportamento era strano stamattina, e mi sembrava opportuno passare; ma so che hai troppo buon senso per farci caso, Stephen. Attribuiscilo alle mie peregrinazioni in Francia e in Italia.»

«Non dire un'altra parola, siediti pure. Sono fin troppo felice di rivederti.»

Stephen non si sarebbe certo curato di dire a Knight proprio in quel momento che, un minuto prima che questi venisse annunciato, stava rileggendo alcune vecchie lettere di Elfride. Non erano molte; e fino a quella sera erano rimaste sigillate e riposte in un angolo del suo baule di cuoio, insieme a pochi altri ricordi e cimeli che lo avevano accompagnato nei suoi viaggi. Le visioni e i suoni familiari di Londra, l'incontro con l'amico, avevano ravvivato anche in lui quel senso di persistente continuità riguardo a Elfride e all'amore che la sua assenza dall'altra parte del mondo aveva in una certa misura sospeso, sebbene mai interrotto. Inizialmente intendeva solo dare un'occhiata all'esterno di quelle lettere; poi ne lesse una; poi un'altra; finché l'intero plico fu così riutilizzato come stimolo a tristi ricordi. Le ripiegò, le mise in tasca e, invece di proseguire con un esame dello stato del mondo artistico, era rimasto a meditare sulla strana circostanza di essere tornato e di aver scoperto che Knight, dopo tutto, non era il marito di Elfride.

La possibilità di una qualsiasi gratificazione genera un senso cumulativo della sua necessità. Stephen lasciò briglia sciolta alla sua immaginazione, e sentì più intensamente di quanto non avesse provato per molti mesi che, senza Elfride, la sua vita non sarebbe mai stata un grande piacere per se stesso, né un onore per il suo Creatore.

Sedettero accanto al fuoco, chiacchierando di argomenti esteriori e casuali, senza che nessuno dei due volesse essere il primo ad affrontare la questione che entrambi desideravano discutere più di ogni altra. Sul tavolo, insieme alle riviste, giacevano due o tre taccuini, uno dei quali era aperto. Knight, vedendo dalla pagina esposta che il contenuto erano solo schizzi, iniziò a voltare le pagine distrattamente con il dito. Quando, qualche tempo dopo, Stephen uscì dalla stanza, Knight colse l'intervallo per osservare gli schizzi con maggiore attenzione.

Le prime idee rozze, attinenti ad abitazioni di ogni genere, erano abbozzate approssimativamente sulle diverse pagine. Erano state copiate antichità; frammenti di colonne indiane, statue colossali e ornamenti bizzarri dai templi di Elephanta e Kenneri erano invasi sbadatamente da profili di porte moderne, finestre, tetti, stufe da cucina e mobili domestici; tutto, insomma, ciò che rientra nel campo di esperienza di un architetto praticante che viaggia con gli occhi aperti. Tra questi apparivano occasionalmente rozze delineazioni di soggetti medievali per intagli o miniature: teste di Vergini, Santi e Profeti.

Stephen non era dichiaratamente un disegnatore a mano libera, ma disegnava la figura umana con correttezza e abilità. Nelle sue numerose ripetizioni sui lati e sui bordi delle pagine, Knight iniziò a notare una peculiarità. Tutte le sante femminili avevano lo stesso tipo di lineamenti. Vi erano grandi e piccoli nimbi attorno alle loro teste reclinate, ma il volto era sempre lo stesso. Quel profilo: quanto bene Knight conosceva quel profilo!

Se ci fosse stato un solo esemplare di quel volto familiare, avrebbe potuto trascurare la somiglianza considerandola accidentale; ma una ripetizione significava di più. Knight pensò di nuovo alle parole frettolose di Smith nel corso della giornata e guardò gli schizzi più e più volte.

All'ingresso del giovane, Knight disse con palpabile agitazione:

«Stephen, a chi sono destinate quelle figure?»

Stephen guardò il taccuino con assoluta indifferenza: «Santi e angeli, fatti nei miei momenti di svago. Erano intesi come disegni per le vetrate di una chiesa inglese.»

«Ma chi idealizzi con quel tipo di donna che adotti sempre per la Vergine?»

«Nessuna.»

E allora un pensiero sfrecciò nella mente di Stephen ed egli alzò lo sguardo verso l'amico.

La verità è che l'introduzione dei lineamenti di Elfride da parte di Stephen era stata così inconscia che egli non aveva compreso subito l'intento del suo compagno. La mano, come la lingua, acquisisce facilmente il trucco della ripetizione a memoria, senza chiamare in causa la mente; e questo era stato il caso in questione. I giovani che non sanno scrivere versi sulle loro Amate di solito si dedicano a ritrarle, e nei primi tempi del suo attaccamento Smith non si era mai stancato di tratteggiare Elfride. Il manichino degli schizzi di Stephen ora dava il via a una messa a punto di molte cose. Knight l'aveva riconosciuta. L'opportunità di confrontarsi era arrivata senza essere cercata.

«Elfride Swancourt, con la quale ero fidanzato,» disse lui tranquillamente.

«Stephen!»

«So cosa intendi dicendo così.»

«Era Elfride? TU l'uomo, Stephen?»

«Sì; e tu stai pensando perché ti ho nascosto il fatto quella volta a Endelstow, non è vero?»

«Sì, e altro, altro ancora.»

«L'ho fatto a fin di bene; incolpami se vuoi; l'ho fatto a fin di bene. E ora dimmi come avrei potuto stare con te dopo, come ero stato prima?»

«Non lo so affatto; non saprei dire.»

Knight rimase assorto nei suoi pensieri, e una volta mormorò:

«Avevo il sospetto questo pomeriggio che ci potesse essere un qualche significato simile nelle tue parole riguardo al fatto che io l'avessi portata via. Ma l'ho scartato. Come sei arrivato a conoscerla?» chiese poi, con un tono quasi perentorio.

«Ci andai per la chiesa; anni fa ormai.»

«Quando eri con Hewby, certo, certo. Beh, non riesco a capirlo.» Il suo tono si alzò. «Non so cosa dire, il fatto che tu mi abbia ingannato così a lungo!»

«Non vedo come io ti abbia ingannato affatto.»

«Sì, sì, ma...»

Knight si alzò dal suo posto e iniziò a fare avanti e indietro per la stanza. Il suo volto era marcatamente pallido e la sua voce turbata, mentre diceva:

«Tu non hai agito come avrei agito io nei tuoi confronti in quelle circostanze. Lo sento profondamente; e ti dico chiaramente che non lo dimenticherò mai!»

«Cosa?»

«Il tuo comportamento durante quell'incontro nella cripta di famiglia, quando ti dissi che ci saremmo sposati. Inganno, disonestà, ovunque; il mondo intero è fatto così!»

A Stephen non piacque molto questa errata interpretazione dei suoi motivi, anche se era solo la frettolosa conclusione di un amico turbato dall'emozione.

«Non potevo fare altrimenti da come ho fatto, nel giusto riguardo verso di lei,» disse rigidamente.

«Davvero!» disse Knight, nel tono più amaro di rimprovero. «E né potresti, col giusto riguardo verso di lei, averla sposata, suppongo! Ho sperato, bramato, che LUI, che si scopre essere TE, alla fine l'avesse fatto.»

«Ti sono molto obbligato per quella speranza. Ma parli in modo molto misterioso. Credo di avere avuto la ragione migliore che chiunque avrebbe potuto avere per non farlo.»

«Oh, che ragione era?»

«Che non potevo.»

«Avresti dovuto creare un'opportunità; avresti dovuto farlo ora, in pura giustizia verso di lei, Stephen!» esclamò Knight, andando oltre se stesso. «Lo sai molto bene, e mi ferisce e mi addolora più di quanto tu possa immaginare scoprire che non hai mai cercato di fare alcuna riparazione a una donna di quel tipo: così fiduciosa, così incline a farsi trascinare dai suoi sentimenti, povera piccola sciocca, tanto peggio per lei!»

«Ma parli come un pazzo! Tu me l'hai portata via, non è vero?»

«Raccogliere ciò che un altro getta via può a stento essere chiamato 'portare via'. Comunque, non andremo troppo d'accordo su questo argomento, quindi faremmo meglio a separarci.»

«Ma sono certissimo che tu stia fraintendendo qualcosa in modo gravissimo,» disse Stephen, scosso fino al profondo del cuore. «Cosa ho fatto; dimmelo? Ho perso Elfride, ma è un peccato così grande?»

«È stata opera sua o tua?»

«Cosa?»

«Che vi siate lasciati.»

«Te lo dirò onestamente. È stata opera sua interamente, interamente.»

«Qual era la sua ragione?»

«Difficile a dirsi. Ma ti racconterò la storia senza riserve.»

Fino a quel giorno Stephen aveva esitato a credere che lei si fosse stancata di lui per rivolgersi a Knight; ma non gli piaceva avanzare quell'affermazione ora, o persino pensare quel pensiero. Immaginare diversamente si accordava meglio con la speranza alla quale l'estraniamento di Knight aveva dato vita: che l'amore per il suo amico non fosse la causa diretta, ma il risultato del suo sospendere l'amore per lui.

«Una tale questione non deve essere lasciata a generare discordia tra noi,» rispose Knight, ricadendo in un modo che nascondeva tutto il suo vero sentimento, come se la confidenza ora fosse intollerabile. «Vedo che la tua reticenza nei miei confronti nella cripta potrebbe essere stata dettata da considerazioni di prudenza.» Concluse artificialmente: «È stata una cosa strana, tutto sommato; ma non di grande importanza, suppongo, a distanza di tempo; e non mi riguarda ora, anche se non mi dispiace ascoltare la tua storia.»

Queste parole di Knight, pronunciate con tale aria di rinuncia e apparente indifferenza, spinsero Smith a continuare, forse con un po' di compiacimento, il racconto del suo antico fidanzamento segreto con Elfride. Espose i dettagli della sua origine, e le parole e le azioni perentorie del padre di lei per estinguere il loro amore.

Knight perseverò nel tono e nel modo di un estraneo disinteressato. Era diventato più che mai imperativo schermare le sue emozioni dallo sguardo di Stephen; altrimenti il giovane sarebbe stato meno franco e il loro incontro si sarebbe inasprito di nuovo. A che serviva una tale intempestiva franchezza?

Stephen era ora giunto al punto della sua ingenua narrazione in cui aveva lasciato il vicariato a causa del comportamento del padre di lei. L'interesse di Knight aumentò. Il loro amore sembrava così innocente e infantile fin lì.

«È un bel punto di casistica,» osservò, «decidere se tu sia stato colpevole o meno nel non dire a Swancourt che i tuoi amici erano suoi parrocchiani. Era solo natura umana tenere la lingua a freno in quelle circostanze. Bene, qual è stato il risultato del tuo licenziamento da parte sua?»

«Che concordammo di essere segretamente fedeli. E per assicurarci ciò pensammo di sposarci.»

La suspense e l'agitazione di Knight salirono più in alto quando Stephen entrò in questa fase dell'argomento.

«Ti dispiace continuare?» disse, stabilizzando il suo modo di parlare.

«Oh, per niente.»

Allora Stephen diede pieni particolari dell'incontro con Elfride alla stazione ferroviaria; della necessità in cui si trovavano di andare a Londra, a meno che la cerimonia non venisse rimandata. Il lungo viaggio del pomeriggio e della sera; la sua timidezza e il rifiuto dei suoi sentimenti; il culmine raggiunto arrivando a Londra; l'attraversamento verso il binario opposto e la loro partenza immediata di nuovo, unicamente in obbedienza al suo desiderio; il viaggio tutta la notte; la loro ansiosa attesa dell'alba; il loro arrivo a St. Launce's finalmente, furono dettagliati. E raccontò come una donna del villaggio di nome Jethway fosse stata l'unica persona a riconoscerli, sia all'andata che al ritorno; e quanto spaventosamente ciò avesse terrorizzato Elfride. Raccontò come avesse aspettato nei campi mentre questa, allora rimproverante, innamorata andava a prendere il suo pony, e come l'ultimo bacio che le diede mai fu dato un miglio fuori città, sulla strada per Endelstow.

Queste cose Stephen le raccontò con volontà. Credeva che così facendo avesse stabilito parola per parola la ragionevolezza della sua pretesa su Elfride.

«Maledetta lei! maledetta quella donna! quella lettera miserabile che ci ha separati! O Dio!»

Knight ricominciò a camminare per la stanza e pronunciò questo all'estremità opposta.

«Cosa hai detto?» disse Stephen, voltandosi.

«Dire? Ho detto qualcosa? Oh, stavo semplicemente pensando alla tua storia, e alla stranezza che io abbia avuto un debole per la stessa donna in seguito. E che ora io... io l'ho dimenticata quasi; e a nessuno dei due importa di lei, se non proprio come un'amica, sai, eh?»

Knight continuò ancora all'estremità della stanza, un po' in ombra.

«Esattamente,» disse Stephen, interiormente esultante, poiché era davvero ingannato dal modo sbrigativo di Knight.

Tuttavia era ingannato meno dalla completezza del travestimento di Knight che dal potere persuasivo che risiedeva nel fatto che Knight non l'aveva mai ingannato prima in nulla. Quindi questa supposizione che il suo compagno avesse smesso di amare Elfride era un enorme alleggerimento del peso che aveva fatto pendere la bilancia contro di lui.

«Ammettendo che Elfride POTESSE amare un altro uomo dopo di te,» disse l'anziano, sotto la stessa vernice di critica negligente, «non era certo peggiore per quell'esperienza.»

«Peggiore? Certo che non era peggiore.»

«Hai mai pensato che fosse una cosa folle e sconsiderata da parte sua?»

«Davvero, non l'ho mai pensato,» disse Stephen. «La convinsi io. Lei non vi vedeva nulla di male finché non decise di tornare, né io; né c'era, se non nella misura dell'indiscrezione.»

«Non appena pensò che fosse sbagliato non volle andare oltre?»

«Era quello. Avevo appena iniziato a pensare anch'io che fosse sbagliato.»

«Una tale scappatella infantile avrebbe potuto essere travisata da chiunque fosse animato da cattive intenzioni, non è vero?»

«Avrebbe potuto; ma non ho mai sentito che lo sia stata. Nessuno che conoscesse davvero tutte le circostanze avrebbe fatto altro che sorridere. Se tutto il mondo l'avesse saputo, Elfride sarebbe rimasta comunque l'unica a pensare che la sua azione fosse un peccato. Povera bambina, ha sempre insistito a pensarlo, ed era spaventata più che a sufficienza.»

«Stephen, la ami ancora?»

«Beh, mi piace; lo farà sempre, sai,» disse evasivamente, e con tutta la strategia che l'amore suggeriva. «Ma non la vedo da così tanto tempo che non ci si può aspettare che la ami. La ami ancora tu?»

«Come risponderò senza vergognarmene? Che esseri volubili siamo noi uomini, Stephen! Gli uomini possono amare più intensamente per un po', ma le donne amano più a lungo. Ero solito amarla, a modo mio, sai.»

«Sì, capisco. Ah, e anch'io ero solito amarla a modo mio. Infatti, l'amavo molto un tempo; ma il viaggio ha la tendenza a cancellare le prime fantasie.»

«È vero, è vero, davvero.»

Forse la caratteristica più straordinaria di questa conversazione era la circostanza che, sebbene ciascun interlocutore avesse all'inizio i suoi sospetti sulla passione persistente dell'altro risvegliati da alcuni piccoli atti, nessuno dei due voleva permettersi di vedere che il suo amico potesse ora parlare in modo ingannevole tanto quanto lui.

«Stephen,» riprese Knight, «ora che le cose sono tranquille tra noi, credo di doverti lasciare. Non ti dispiacerà se corro ai miei alloggi?»

«Rimarrai per una specie di cena, sicuramente? Non sei venuto a cena!»

«Devi davvero scusarmi questa volta.»

«Allora farai un salto a colazione domani.»

«Sarò piuttosto stretto con i tempi.»

«Una colazione presto, che non disturberà nulla?»

«Verrò,» disse Knight, con quanta più prontezza fosse possibile innestare su un enorme bagaglio di riluttanza. «Sì, presto; le otto diciamo, visto che siamo sotto lo stesso tetto.»

«Quando vuoi. Le otto saranno.»

E Knight lo lasciò. Indossare una maschera, dissimulare i suoi sentimenti come aveva fatto nella loro ultima, miserabile conversazione, era una tale tortura che non poteva più sopportarla. Era la prima volta nella vita di Knight che era stato così interamente l'attore di una parte. E l'uomo che aveva così ingannato era Stephen, che lo aveva guardato docilmente fin dalla giovinezza come un superiore di immacolata integrità.

Andò a letto e lasciò che la febbre della sua eccitazione infuriasse incontrollata. Stephen: era solo lui il rivale, solo Stephen! C'era un anticlimax di assurdità che Knight, infelice e tormentato dai rimorsi com'era, non poteva fare a meno di riconoscere. Stephen era solo un ragazzo per lui. Dove risiedeva il grande dolore era nel percepire che la stessa innocenza di Elfride nel leggere la sua piccola colpa come qualcosa di così grave era ciò che lo aveva fatalmente tratto in inganno. Se Elfride, con un minimo di freddezza, avesse asserito di non aver fatto nulla di male, il respiro velenoso della defunta signora Jethway sarebbe stato inefficace. Perché non aveva fatto dire di più alla sua piccola, docile ragazza? Se su quell'argomento avesse solo esercitato l'imperiosità che gli era abituale su altri, tutto avrebbe potuto essere rivelato. Gli colpì il cuore come una frustata quando ricordò con quanta dolcezza aveva sopportato i suoi discorsi flagellanti, non rispondendogli mai con un solo rimprovero, solo rassicurandolo del suo amore sconfinato.

Knight benedisse Elfride per la sua dolcezza e dimenticò la sua colpa. Immaginò con vivida fantasia quelle belle scene estive con lei. La vide di nuovo come al loro primo incontro, timida nel parlare, eppure, nel suo zelo di essere esplicativa, portata avanti quasi contro la sua volontà. Come lo aspettava nei luoghi verdi, senza mostrare alcuna delle ordinarie affettazioni femminili di indifferenza! Com'era orgogliosa di essere vista a passeggiare con lui, portando leggibile nei suoi occhi il pensiero che lui fosse il più grande genio del mondo!

Prese una risoluzione; e dopo di ciò non poté più fingere di dormire. Alzandosi e vestendosi, si sedette e attese il giorno.

Quella notte anche Stephen era irrequieto. Non a causa della stranezza di un ritorno al paesaggio inglese; non perché stesse per incontrare i suoi genitori e stabilirsi per un po' alla vita di campagna inglese. Si stava lasciando andare ai sogni, e per il momento i magazzini di Bombay e le pianure e i forti di Poonah erano solo l'ombra di un'ombra. Il suo sogno si basava su questo unico atomo di fatto: Elfride e Knight si erano separati, e il loro fidanzamento era come se non fosse mai stato. La loro rottura doveva essere avvenuta subito dopo la scoperta da parte di Stephen del fatto della loro unione; e, continuò a pensare Stephen, cosa c'era di così probabile quanto il fatto che un ritorno del suo affetto errante verso di lui ne fosse la causa?

Le opinioni di Stephen in questa faccenda erano quelle di un amante, non il giudizio equilibrato di uno spettatore imparziale. Il suo spirito naturalmente ottimista costruiva speranza su speranza, finché non rimase quasi più alcun dubbio nella sua mente che la sua persistente tenerezza per lui fosse stata in qualche modo percepita da Knight, e avesse provocato la loro separazione.

Andare a trovare Elfride era il suggerimento di impulsi a cui era impossibile resistere. Ad ogni modo, scendere da St. Launce's a Castle Poterel, una distanza di meno di venti miglia, e scivolare come un fantasma attorno ai loro vecchi ritrovi, facendo furtive indagini su di lei, sarebbe stato un modo affascinante di trascorrere le prime ore libere dopo essere arrivato a casa il giorno dopo l'altro.

Ora era un uomo più ricco di prima, che camminava sulle proprie gambe; e la posizione definita in cui si era radicato annullava le vecchie distinzioni locali. Era diventato illustre, persino sanguine clarus, a giudicare dal tono del degno Sindaco di St. Launce's.

Capitolo XXXIX

«Ognuno al fianco dell'amato.»

Gli amici e rivali fecero colazione insieme la mattina seguente. Non una parola fu detta da entrambe le parti sulla questione discussa la sera precedente così speditamente e così vuotamente. Stephen fu assorbito per la maggior parte del tempo nel desiderare di non essere costretto a rimanere in città ancora un altro giorno.

«Non intendo partire per St. Launce's fino a domani, come sai,» disse a Knight alla fine del pasto. «Cosa farai oggi?»

«Ho un impegno poco prima delle dieci,» disse Knight deliberatamente; «e dopo quell'ora devo fare visita a due o tre persone.»

«Ti cercherò stasera,» disse Stephen.

«Sì, fallo. Tanto vale che tu venga a cenare con me; cioè, se riusciamo a incontrarci. Potrei non dormire a Londra stanotte; infatti, sono assolutamente indeciso sui miei spostamenti ancora. Tuttavia, la prima cosa che farò sarà far spostare i miei bagagli da questo posto al Bede's Inn. Arrivederci per il momento. Scriverò, sai, se non riuscissi a incontrarti.»

Mancava un quarto alle nove. Quando Knight se ne fu andato, Stephen si sentì ancora più impaziente per il fatto che un altro giorno avrebbe dovuto trascinarsi via stancamente prima che potesse mettersi in viaggio per quel lembo di terra dove un tenero pensiero per lui poteva forse essere ancora nutrito. D’un tratto ammise a se stesso la possibilità che l’impegno per cui stava aspettando in città potesse essere rimandato senza troppi danni.

Non appena lo percepì, tentò di farlo. Guardando l’orologio, scoprì che mancavano quaranta minuti alla partenza del treno delle dieci da Paddington, il che gli lasciava un quarto d’ora di margine prima di doversi avviare verso la stazione.

Scarabocchiando un paio di note frettolose – una per rimandare l’incontro di lavoro, l’altra a Knight per scusarsi di non poterlo vedere la sera – pagando il conto e lasciando che il bagaglio più pesante lo seguisse con un treno merci, balzò su una carrozza e partì sferragliando verso la Great Western Station.

Poco dopo prese posto nel vagone ferroviario.

Il capotreno indugiò al fischio per far salire nello scompartimento accanto a quello di Smith un uomo del quale Stephen aveva scorto solo un rapido sguardo mentre correva sulla banchina all’ultimo momento.

Smith si risedette nel vagone, placato dallo sconcerto. L’uomo somigliava a Knight; incredibilmente simile a lui. Era possibile che fosse lui? Per arrivare fin lì doveva aver corso come il vento verso il Bede’s Inn, ed essere appena sceso prima di ripartire. No, non poteva essere lui; non era il suo modo di fare le cose.

Durante la prima parte del viaggio, i pensieri di Stephen Smith si affollarono fino a fargli sentire il cervello gonfio. Un argomento riguardava le sue azioni imminenti. Era arrivato con un giorno di anticipo rispetto a quanto scritto ai genitori, e l’accordo con loro era che lo avrebbero incontrato a Plymouth; un piano che rendeva l’egregia coppia indicibilmente felice. Già una volta era stato preso lo stesso impegno, che lui aveva poi annullato anticipando il suo arrivo. Questa volta sarebbe andato dritto a Castle Boterel; avrebbe girovagato in quel noto vicinato durante la sera e la mattina seguente, informandosi; e sarebbe tornato a Plymouth per incontrarli come stabilito – un espediente che avrebbe lasciato intatto il loro caro progetto, alleviando al contempo la sua impazienza.

A Chippenham ci fu un po’ di attesa, e qualche operazione di sgancio e aggancio dei vagoni.

Stephen guardò fuori. Nello stesso momento la testa di un altro uomo emerse dal finestrino adiacente. Ognuno guardò in faccia l’altro.

Knight e Stephen si trovarono l’uno di fronte all’altro.

«Tu qui!» disse il più giovane.

«Sì. Sembra che ci sia anche tu,» disse Knight, in modo strano.

«Sì.»

L’egoismo dell’amore e la crudeltà della gelosia furono ben esemplificati in quel momento. Ognuno dei due uomini guardò l’amico come non aveva mai fatto prima. Entrambi erano TURBATI dalla presenza dell’altro.

«Pensavo avessi detto che non saresti venuto prima di domani,» osservò Knight.

«Infatti. È stato un ripensamento venire oggi. Questo viaggio era il tuo impegno, allora?»

«No, non lo era. Anche questo è un mio ripensamento. Ho lasciato un biglietto per spiegarlo e giustificare il fatto di non poter essere con te stasera come avevamo stabilito.»

«Anch’io l’ho fatto per te.»

«Non sembri stare bene: non lo sembravi stamattina.»

«Ho mal di testa. Tu sei più pallido oggi di quanto non fossi.»

«Anch’io ho sofferto di mal di testa. Dobbiamo aspettare qui qualche minuto, credo.»

Camminarono su e giù per la banchina, ognuno sempre più imbarazzato per la presenza dell’altro. Raggiunsero la fine del marciapiede e si fermarono per pura sbadataggine. Gli occhi vacui di Stephen si posarono sulle operazioni di alcuni facchini, che stavano spostando un carro scuro dall’aspetto curioso dalla coda del treno, per manovrarne un altro che si trovava tra quello e la parte anteriore del convoglio. Conclusa l’operazione, i due amici tornarono al fianco del loro vagone.

«Vuoi venire qui dentro?» disse Knight, non molto calorosamente.

«Ho con me la coperta, la valigia e l’ombrello: è piuttosto fastidioso spostarsi ora,» disse Stephen con riluttanza. «Perché non vieni tu qui?»

«Ho anch’io i miei bagagli. Non vale la pena spostarli, perché ti rivedrò, sai.»

«Oh, sì.»

E ognuno tornò al proprio posto. Proprio al momento della partenza, un uomo sulla banchina sollevò le mani e fermò il treno.

Stephen guardò fuori per vedere cosa stesse succedendo.

Uno dei funzionari stava esclamando a un altro: «Quel vagone doveva essere riagganciato. Non vedi che è per la linea principale? Presto! Che sciocchi ci sono al mondo!»

«Che fastidio tremendo queste fermate!» esclamò Knight impazientemente, guardando fuori dal suo scompartimento. «Cosa succede?»

«Quel carro singolare che abbiamo visto è stato sganciato dal nostro treno per errore, a quanto pare,» disse Stephen.

Stava osservando l’operazione di aggancio. Il carro o vagone, che ora riconosceva di aver visto a Paddington prima di partire, era di aspetto ricco e solenne piuttosto che tetro. Sembrava essere nuovo di zecca e dal design moderno, e la sua personalità impressionante attirava l’attenzione di altri oltre alla sua. Lo vide lentamente avvicinato da due uomini su ogni lato: più lentamente e più tristemente sembrava avvicinarsi: poi un leggero urto, e furono collegati ad esso, e ripartirono.

Stephen sedette per tutto il pomeriggio a riflettere sul motivo dell’inaspettata ricomparsa di Knight. Stava andando fino a Castle Boterel? Se fosse così, poteva avere un solo obiettivo in mente: una visita a Elfride. E che idea gli sembrava!

A Plymouth Smith consumò un piccolo spuntino, e poi fece il giro verso il binario dal quale partiva il treno per Camelton, la nuova stazione vicino a Castle Boterel ed Endelstow.

Knight era già lì.

Stephen si avvicinò e si fermò accanto a lui senza parlare. Due uomini in quel momento strisciarono fuori tra le ruote del treno in attesa.

«Il carro è abbastanza leggero,» disse uno con tono cupo. «Leggero come la vanità; pieno di niente.»

«Niente in termini di dimensioni, ma molto in termini di significato,» disse l’altro, un uomo di mente e modi più brillanti.

Smith percepì allora che al loro treno era agganciato quello stesso vagone dall’aspetto grandioso e scuro che li aveva perseguitati per tutto il viaggio da Londra.

«Stai continuando il viaggio, suppongo?» disse Knight, voltandosi verso Stephen, dopo aver guardato distrattamente lo stesso oggetto.

«Sì.»

«Tanto vale viaggiare insieme per la distanza che resta, non credi?»

«Certamente;» ed entrarono entrambi dalla stessa porta.

La sera si avvicinava rapidamente. Accadde che fosse la vigilia di San Valentino – quel vescovo di benedetta memoria per i giovani innamorati – e il sole brillava basso sotto il bordo di una spessa e dura nuvola, decorando le alture del paesaggio con corone di fuoco arancione. Mentre il treno cambiava direzione su una curva, gli stessi raggi si allungarono attraverso il finestrino e accarezzarono gli occhi socchiusi di Knight.

«Scenderai a St. Launce’s, suppongo?» mormorò.

«No,» disse Stephen, «non sono atteso prima di domani.» Knight rimase in silenzio.

«E tu, stai andando a Endelstow?» disse il più giovane in modo diretto.

«Visto che lo chiedi, non posso fare a meno di dire di sì, Stephen,» continuò Knight lentamente, e con più risolutezza di quanto avesse mostrato per tutto il giorno. «Vado a Endelstow per vedere se Elfride Swancourt è ancora libera; e se lo è, per chiederle di diventare mia moglie.»

«Anch’io,» disse Stephen Smith.

«Credo che perderai tempo,» replicò Knight con decisione.

«Naturalmente lo pensi.» C’era un forte accento di amarezza nella voce di Stephen. «Avresti potuto dire SPERO invece di CREDO,» aggiunse.

«Non avrei potuto dire nulla del genere. Ti ho dato la mia opinione. Elfride Swancourt potrebbe averti amato una volta, senza dubbio, ma era così giovane che conosceva a malapena la propria mente.»

«Grazie,» disse Stephen laconico. «Conosceva la sua mente bene quanto me. Abbiamo la stessa età. Se tu non ti fossi intromesso…»

«Non dirlo, non dirlo, Stephen! Come puoi sostenere che mi sia intromesso? Sii giusto, ti prego!»

«Bene,» disse l’amico, «lei era mia prima di essere tua; lo sai! Ed è sembrato duro scoprire che l’avevi avuta tu, e che se non fosse stato per te, tutto sarebbe potuto andare bene per me.» Stephen parlò col cuore che gli si gonfiava, e guardò fuori dal finestrino per nascondere l’emozione che si rendeva visibile sul suo volto.

«È assurdo,» disse Knight con un tono più gentile, «che tu guardi la faccenda sotto questa luce. Quello che ti dico è per il tuo bene. Naturalmente non ti piace realizzare la verità: che il suo interesse per te era solo il primo capriccio di una ragazza, che non ha mai messo radici.»

«Non è vero!» disse Stephen appassionatamente. «Sei stato tu a estromettermi. E ora cercherai di intrometterti di nuovo tra noi, privandomi ancora della mia occasione! Il mio diritto, ecco cos’è! Che generosità da parte tua venire di nuovo e cercare di portarmela via! Quando l’avevi conquistata, io non mi sono intromesso; e tu potresti, credo, signor Knight, fare con me come io ho fatto con te!»

«Non chiamarmi ‘signor’; ora sei ben piazzato nel mondo quanto me.»

«Il primo amore è il più profondo; e quello era il mio.»

«Chi te l’ha detto?» disse Knight con sufficienza.

«Ho avuto il suo primo amore. Ed è stato per colpa mia che tu e lei vi siete lasciati. Posso immaginarlo bene.»

«È stato così. E se ti spiegassi in che modo ciò abbia influito sulla nostra separazione, ti convincerei che fai molto male a importunarla; che, come ho detto all’inizio, la tua fatica sarà vana. Non scelgo di spiegare, perché i particolari sono dolorosi. Ma se non vuoi ascoltarmi, vai pure, per l’amor di Dio. Non mi importa cosa fai, ragazzo mio.»

«Non hai il diritto di dominare su di me come fai. Solo perché, quando ero un ragazzo, ero abituato a guardare a te come a un maestro, e tu mi hai aiutato un po’, cosa per cui ti ero grato e ti ho voluto bene, ora presumi troppo e ti metti davanti a me. È crudele, è ingiusto da parte tua ferirmi così!»

Knight si mostrò profondamente ferito da ciò. «Stephen, quelle parole sono false e indegne di qualsiasi uomo, e sono indegne di te. Sai che mi fai un torto. Se hai mai tratto profitto da qualche mia istruzione, sono solo troppo felice di saperlo. Sai che è stata data senza riserve, e che non l’ho mai considerata in alcun modo come un farti debitore nei miei confronti.»

La natura naturalmente gentile di Stephen ne fu toccata, e fu con voce turbata che disse: «Sì, sì. Sono ingiusto in questo; lo ammetto.»

«Questa è la stazione di St. Launce’s, credo. Scendi?»

Il modo in cui Knight tornò all’argomento in questione riportò Stephen di nuovo in se stesso. «No; ti ho detto che vado a Endelstow,» rispose risolutamente.

I lineamenti di Knight divennero impassibili, e non disse altro. Il treno continuò a sferragliare, e Stephen si appoggiò allo schienale nel suo angolo e chiuse gli occhi. I gialli della sera erano virati al bruno, le ombre crepuscolari si erano fatte più fitte, e una nuvola di polvere volante accarezzava di tanto in tanto il finestrino, portata da una brezza gelida che soffiava da nord-est. Le colline precedentemente dorate ma ora desolate iniziarono a perdere i loro aspetti diurne di rotondità, per diventare dischi neri seghettati contro il cielo, con tutta la natura che indossava il mantello che le sei di sera gettano sul paesaggio in questo periodo dell’anno.

Stephen scattò in piedi confuso dopo una lunga immobilità, e ci volle un po’ prima che si riprendesse.

«Bene, che reale, che reale!» esclamò, passandosi la mano sugli occhi.

«Cosa lo è?» disse Knight.

«Quel sogno. Mi sono addormentato per pochi minuti, e ho fatto un sogno: il più vivido che ricordi.»

Guardò stancamente nell’oscurità. Si stavano avvicinando a Camelton. L’accensione delle lampade era percepibile attraverso il velo della sera: ogni fiamma che prendeva vita a intervalli, e batteva le palpebre debolmente contro le raffiche di vento.

«Cosa hai sognato?» disse Knight con malumore.

«Oh, nulla di raccontabile. Era una sorta di incubo. Non c’è mai nulla nei sogni.»

«Immaginavo che fosse così.»

«Lo so. Comunque, quello che ho sognato così vividamente è stato questo, visto che ti piacerebbe sentirlo. Era il più luminoso dei mattini alla chiesa di East Endelstow, e tu ed io eravamo vicino al fonte battesimale. Lontano, nel presbiterio, Lord Luxellian stava in piedi da solo, freddo e impassibile, e del tutto diverso dal suo solito; ma sapevo che era lui. All’interno della balaustra dell’altare c’era uno strano ecclesiastico con il suo libro aperto. Alzò lo sguardo e disse a Lord Luxellian: ‘Dov’è la sposa?’ Lord Luxellian disse: ‘Non c’è nessuna sposa.’ In quel momento qualcuno entrò dalla porta, e seppi che era Lady Luxellian che era morta. Lui si voltò e le disse: ‘Pensavo che fossi nella cripta sotto di noi; ma deve essere stato solo un mio sogno. Vieni.’ Allora lei si avvicinò. E passandoci in mezzo mi gelò così tanto con il suo freddo che esclamai: ‘La vita mi sta abbandonando!’ e, nel modo tipico dei sogni, mi svegliai. Ma eccoci a Camelton.»

Stavano entrando lentamente in stazione.

«Cosa hai intenzione di fare?» disse Knight. «Intendi davvero andare dagli Swancourt?»

«Niente affatto. Prima voglio informarmi. Stasera starò al Luxellian Arms. Tu andrai subito a Endelstow, suppongo?»

«È difficile farlo a quest’ora del giorno. Forse non sai che la famiglia, suo padre almeno, è in disaccordo con me tanto quanto con te.»

«Non lo sapevo.»

«E che non posso correre in casa come un vecchio amico, né io né te. Certamente ho i privilegi di una parentela lontana, qualunque essi siano.»

Knight abbassò il finestrino e guardò avanti. «C’è molta gente in stazione,» disse. «Sembrano tutti in attesa di noi.»

Quando il treno si fermò, gli amici ormai quasi estranei poterono scorgere alla luce delle lampade che l’assembramento di curiosi racchiudeva come un nocciolo un gruppo di uomini in mantelli neri. Un cancello laterale nella recinzione della banchina era aperto, e fuori da questo c’era un veicolo scuro, che non riuscirono inizialmente a identificare. Poi Knight vide sulla parte superiore delle forme contro il cielo simili a cedri di notte, e capì che il veicolo era un carro funebre. Pochi erano alle porte dei vagoni per incontrare i passeggeri: la maggioranza si era radunata a quella estremità. Knight e Stephen scesero e si voltarono per un momento nella stessa direzione.

Il cupo carro, che li aveva accompagnati tutto il giorno da Londra, ora iniziava a rivelare che la loro destinazione era anche la sua. Era stato accostato esattamente di fronte al cancello aperto. I presenti si fecero tutti indietro, formando un passaggio libero dal cancello al carro, e gli uomini in mantelli entrarono in quest’ultimo mezzo.

«Sono dei lavoratori, mi pare,» disse Stephen. «Ah, è strano; ma riconosco tre di loro come uomini di Endelstow. Piuttosto notevole, questo.»

Poco dopo iniziarono a uscire, a due a due; e sotto i raggi della lampada si vide che portavano tra loro una bara di legno di raso di colore chiaro, lucidamente levigata, e senza un chiodo. Gli otto uomini presero il peso sulle spalle e attraversarono lentamente il cancello.

Knight e Stephen uscirono e si avvicinarono alla processione mentre si allontanava. Una carrozza appartenente al corteo si voltò vicino a una lampada. I raggi illuminarono il volto del vicario di Endelstow, il signor Swancourt, che appariva molti anni più vecchio di quando l’avevano visto l’ultima volta. Knight e Stephen si ritrassero involontariamente.

Knight parlò a un astante. «Cosa c’entra il signor Swancourt con quel funerale?»

«È il padre della signora,» disse l’astante.

«Il padre di quale signora?» disse Knight, con una voce così vuota che l’uomo lo fissò.

«Il padre della signora nella bara. È morta a Londra, sa, ed è stata portata qui con questo treno. Deve essere portata a casa stasera e sepolta domani.»

Knight rimase a fissare ciecamente dove era stato il carro funebre, come se vedesse esso, o qualcuno, lì. Poi si voltò e vide la forma agile di Stephen curva come quella di un vecchio. Prese il braccio del giovane amico e lo allontanò dalla luce.

Capitolo XL

«Benvenuta, orgogliosa signora.»

È passata mezz’ora. Due uomini infelici stanno vagando nell’oscurità lungo i chilometri di strada da Camelton a Endelstow.

«Si è spezzata il cuore?» disse Henry Knight. «Può essere che io l’abbia uccisa? Ero amaro con lei, Stephen, ed è morta! E che Dio NON abbia pietà di me!»

«Come puoi averla uccisa più di me?»

«Perché, mi sono allontanato da lei, quasi furtivamente, e non le ho detto che non sarei più tornato; e in quell’ultimo incontro non l’ho baciata neanche una volta, ma l’ho lasciata andare miseramente. Sono stato uno sciocco, uno sciocco! Vorrei che la più abietta confessione di ciò davanti a folle dei miei connazionali potesse in qualche modo riparare per la mia adorata l’immensa crudeltà che le ho mostrato!»

«La TUA adorata!» disse Stephen, con una specie di risata. «Chiunque può dirlo, suppongo; chiunque. Io so questo: lei era la MIA adorata prima che fosse tua; e anche dopo. Se qualcuno ha il diritto di chiamarla sua, sono io.»

«Parli come un uomo al buio; che è quello che sei. Ha mai fatto qualcosa per te? Rischiare il suo nome, per esempio, per te?»

«Sì, l’ha fatto,» disse Stephen con enfasi.

«Non del tutto. È mai vissuta per te, ha mai dimostrato di non poter vivere senza di te, ha mai riso e pianto per te?»

«Sì.»

«Mai! Ha mai rischiato la vita per te? No! La mia adorata l’ha fatto per me.»

«Allora è stato solo per gentilezza. Quando ha rischiato la vita per te?»

«Per salvare la mia sulla scogliera laggiù. La povera bambina era con me a guardare l’avvicinarsi del battello a vapore Puffin, e io scivolai. Entrambi abbiamo avuto una fuga per un soffio. Vorrei che fossimo morti lì!»

«Ah, ma aspetta,» supplicò Stephen con gli occhi umidi. «È andata su quella scogliera per vedermi tornare a casa: me lo aveva promesso. Me lo aveva detto mesi prima. E sarebbe andata lì se non avesse tenuto a me per niente?»

«Hai l’idea che Elfride sia morta per te, senza dubbio,» disse Knight, con un sarcasmo funereo troppo svigorito per sostenersi.

«Non importa. Se scopriamo che, che è morta tua, non dirò più nulla.»

«E se scopriamo che è morta tua, io non dirò più nulla.»

«Molto bene, così sia.»

Le nubi scure in cui il sole era tramontato avevano iniziato a lasciar cadere pioggia in volume crescente.

«Possiamo aspettare da qualche parte qui finché questo acquazzone non sarà finito?» disse Stephen distrattamente.

«Come vuoi. Ma non ne vale la pena. Sentiremo i dettagli e torneremo. Non far sapere alla gente chi siamo. Non sono molto adesso.»

Avevano raggiunto un punto in cui la strada si divideva in due, appena fuori dal villaggio ovest, con un ramo del percorso che entrava in quest’ultimo, e l’altro che proseguiva verso East Endelstow. Avendo percorso parte della distanza a piedi, scoprirono ora che il carro funebre li precedeva di poco.

«Mi sembra che abbia svoltato per East Endelstow. Riesci a vedere?»

«Non ci riesco. Devi sbagliarti.»

Knight e Stephen entrarono nel villaggio. Una sbarra di luce infuocata giaceva attraverso la strada, proveniente dalla porta socchiusa di una fucina, nella quale si sentivano soffi di mantici e il rintocco di un martello. La pioggia era aumentata, e meccanicamente si voltarono in cerca di riparo verso la scena calda e accogliente.

Proprio alle loro spalle arrivò un altro uomo, senza soprabito o ombrello, e con un pacco sotto il braccio.

«Una serata umida,» disse ai due amici, e passò oltre. Loro rimasero nel portico esterno, ma l’uomo entrò vicino al fuoco.

Il fabbro cessò di pompare aria e prese a parlare con l’uomo che era entrato.

«Ho camminato fin da Camelton,» disse quest’ultimo. «Dovevo per forza arrivare stasera, sa.»

Tenne il pacco, che era di forma piatta, verso la luce del fuoco, per capire se la pioggia vi fosse penetrata. Appoggiandolo di taglio sull’incudine, lo sostenne perpendicolarmente con una mano, mentre con l’altra si asciugava il viso col fazzoletto che vi teneva stretto.

«Immagino sappia cosa ho qui dentro,» osservò rivolto al fabbro.

«No, non lo so,» rispose il fabbro, facendo di nuovo una pausa col mantice.

«Visto che la pioggia non accenna a smettere, glielo mostrerò,» disse il portatore.

Appoggiò il pacco sottile e largo, dai bordi angolosi, disteso sull’incudine, e il fabbro ravvivò il fuoco per fargli più luce. Per prima cosa, dopo aver sciolto il pacco, venne rimosso un foglio di carta da pacchi marrone: questo fu steso in piano. Poi scartò un pezzo di panno verde: anche questo lo stese sulla carta. Il terzo involucro era un foglio di carta velina, che a sua volta fu spiegato. Il contenuto venne rivelato, e lui lo sollevò affinché il fabbro potesse esaminarlo.

«Oh, capisco!» disse il fabbro, illuminandosi di un interesse sommesso, e facendosi vicino. «Povera giovane signora... ah, che cosa terribilmente malinconica... così presto, poi!»

Knight e Stephen voltarono la testa a guardare.

«E quello cos’è?» continuò il fabbro.

«Quella è la corona; finita magnificamente, non è vero? Ah, quella è costata una bella somma!»

«È uno dei lavori in metallo più fini che abbia mai visto, questo è poco ma sicuro.»

«Viene dalla stessa ditta della bara, sa, ma non era pronta in tempo per essere spedita alla casa di Londra ieri. Devo fissarla proprio stasera.»

Gli articoli accuratamente imballati erano una targa per bara e una corona.

Knight e Stephen si fecero avanti. L’uomo delle onoranze funebri, vedendoli cercare l’iscrizione, la voltò cortesemente verso di loro, ed entrambi lessero, quasi nello stesso momento, alla luce rossastra dei carboni:

E L F R I D E, Moglie di Spenser Hugo Luxellian, Quindicesimo Barone Luxellian: Morta il 10 febbraio, 18—.

La lessero, la lessero, e la lessero ancora — Stephen e Knight — come animati da un’unica anima. Poi Stephen posò la mano sul braccio di Knight, e si allontanarono dal bagliore giallastro, sempre più lontano, finché l’oscurità gelida li avvolse, e il cielo silenzioso riaffermò la sua presenza sopra di loro come un pallido drappo grigio di vuota monotonia.

«Dove andiamo?» disse Stephen.

«Non lo so.»

Seguì un lungo silenzio... «Elfride sposata!» disse poi Stephen con un sussurro sottile, come se temesse di lasciar libera quell’affermazione nel mondo.

«Falsa,» sussurrò Knight.

«E morta. Ci ha rinnegato entrambi. Odio la parola ‘falsa’ — la odio!»

Knight non rispose.

Non udivano più nulla se non il lento misurarsi del tempo attraverso i battiti dei loro polsi, il tocco leggero della pioggia gocciolante sulle loro vesti, e il basso borbottio del mantice del fabbro lì vicino.

«Dobbiamo seguire Elfie ancora oltre?» disse Stephen.

«No: lasciamola in pace. È oltre il nostro amore, e lasciamo che sia oltre il nostro rimprovero. Dato che non conosciamo nemmeno la metà dei motivi che l’hanno spinta ad agire così, Stephen, come possiamo dire, anche adesso, che non fosse pura e sincera di cuore?» La voce di Knight era ora divenuta mite e dolce come quella di un bambino. Proseguì: «Possiamo definirla ambiziosa? No. Le circostanze, come al solito, hanno sopraffatto i suoi intenti — fragili e delicati come lei — suscettibili di essere rovesciati in un momento dai rozzi elementi del caso. So che è così, non credi?»

«Può darsi — deve essere così. Andiamo avanti.»

Iniziarono a dirigere i passi verso Castle Boterel, dove avevano fatto recapitare i loro bagagli da Camelton. Vagabondarono in silenzio per molti minuti. Poi Stephen si fermò, e infilò leggermente la mano sotto il braccio di Knight.

«Mi chiedo come sia morta,» disse con un sussurro spezzato. «Torniamo indietro a saperne un po’ di più?»

Tornarono sui loro passi e, rientrando a Endelstow, arrivarono a una porta che era spalancata. Era quella di una locanda chiamata Welcome Home, e l’edificio sembrava essere stato riparato di recente e completamente rimodernato. Anche il nome non era quello del precedente locandiere, ma di Martin Cannister.

Knight e Smith entrarono. La locanda era del tutto silenziosa, e seguirono il corridoio fino a raggiungere la cucina, dove ardeva un fuoco enorme, che ruggiva su per il camino e proiettava sul pavimento, sul soffitto e sulle pareti appena imbiancate un chiarore così intenso da far sembrare la candela una luce del tutto secondaria. Una donna in grembiule bianco e veste nera se ne stava lì sola dietro un tavolo di legno di abete accuratamente ripulito. Stephen per primo, e Knight subito dopo, la riconobbero come Unity, che era stata cameriera al vicariato e giovane cameriera personale ai Crags.

«Unity,» disse Stephen dolcemente, «non mi riconosci?»

Lei guardò interrogativa per un momento, poi il suo volto si rischiarò.

«Signor Smith — sì, è proprio lui!» disse. «E quello è il signor Knight. Vi prego di sedervi. Forse sapete che dall’ultima volta che vi ho visti ho sposato Martin Cannister.»

«Da quanto tempo siete sposati?»

«Circa cinque mesi. Ci siamo sposati lo stesso giorno in cui la mia cara Miss Elfie è diventata Lady Luxellian.» Delle lacrime apparvero negli occhi di Unity, li colmarono e le rigarono le guance, nonostante gli sforzi per evitarlo.

Il dolore dei due uomini nel controllare risolutamente se stessi, quando così esortati ad ammettere sollievo dello stesso genere, era straziante. Entrambi voltarono le spalle e fecero qualche passo lontano.

Poi Unity disse: «Volete andare nel salotto, signori?»

«Restiamo qui con lei,» sussurrò Knight, e voltandosi disse: «No; ci siederemo qui. Vogliamo riposare e asciugarci qui per un po’, se non le dispiace.»

Quella sera gli addolorati amici sedettero con la loro ospite accanto al grande fuoco, Knight nella nicchia formata dalla cappa del camino, dove restava in ombra. E mostrando un po’ di confidenza si guadagnarono la sua, e lei raccontò ciò che erano rimasti ad ascoltare: la storia recente della povera Elfride.

«Un giorno — dopo che voi, signor Knight, ci lasciaste per l’ultima volta — non si trovò più ai Crags, e suo padre andò a cercarla e la riportò a casa malata. Dove sia andata, non l’ho mai saputo, ma è stata molto male per settimane dopo. E mi diceva che non le importava cosa ne sarebbe stato di lei, e che desiderava solo morire. Quando si sentì meglio, le dissi che avrebbe vissuto abbastanza da sposarsi, e lei allora rispose: ‘Sì; farò qualsiasi cosa per il bene della mia famiglia, così da volgere la mia vita inutile a uno scopo pratico.’ Beh, è iniziata così, con Lord Luxellian che le faceva la corte. La prima Lady Luxellian era morta, ed egli era in grande pena perché le figliolette erano rimaste senza madre. Dopo un po’ presero a venire a trovarla nei loro vestitini neri, perché le volevano bene tanto o più che alla loro vera madre — è la verità. La chiamavano ‘piccola mamma’. Queste bambine la resero un po’ più vivace, ma non era più la ragazza di un tempo — potevo vederlo — e dimagrì parecchio. Beh, il mio signore prese a invitare i Swancourt sempre più spesso a cena — nessun altro della sua cerchia — e alla fine la famiglia del vicario andava e veniva a tutte le ore del giorno. Beh, si dice che le bambine avessero chiesto al padre di lasciar venire Miss Elfride a vivere con loro, e che lui avesse risposto che forse lo avrebbe fatto se fossero state brave. Comunque, il tempo passava, e un giorno le dissi: ‘Miss Elfride, non avete un bell’aspetto come un tempo; e anche se nessun altro sembra notarlo, io sì.’ Lei rise un po’ e disse: ‘Vivrò abbastanza da sposarmi ancora, come mi hai detto.’

«‘Davvero, signorina? Sono lieta di sentirlo,’ dissi io.

«‘Chi credi che sposerò?’ disse di nuovo.

«‘Il signor Knight, suppongo,’ dissi io.

«‘Oh!’ esclamò, e divenne così bianca, e prima che potessi raggiungerla era crollata come un mucchio di stracci, ed era svenuta. Beh, poi si riprese dopo un po’ e disse: ‘Unity, ora riprendiamo la nostra conversazione.’

«‘Meglio di no oggi, signorina,’ risposi.

«‘Sì, lo faremo,’ disse lei. ‘Chi credi che sposerò?’

«‘Non saprei,’ dissi stavolta.

«‘Indovina,’ disse.

«‘Non è il mio signore, vero?’ dico io.

«‘Sì, proprio lui,’ dice lei, in tono malato e selvaggio.

«‘Ma non viene a corteggiarla molto,’ dissi io.

«‘Ah! tu non sai,’ disse, e mi raccontò che sarebbe successo in ottobre. Dopo di che si rinvigorì un po’ — se fosse per il pensiero di andar via di casa o meno, non saprei. Perché, forse, è meglio che parli chiaro, e vi dica che la sua casa non era più una casa per lei. Suo padre era amaro con lei e severo; e sebbene la signora Swancourt fosse abbastanza a modo a modo suo, era una sorta di cortesia fredda che valeva ben poco, e quella povera creatura ha passato dei brutti momenti, nel complesso. Circa un mese prima delle nozze, lei e il mio signore e le due bambine cavalcavano spesso insieme, ed erano proprio una bella vista; e se volete credermi, non l’ho mai visto una sola volta con lei senza le bambine — il che rendeva il corteggiamento così strano. Ah, e il mio signore è così bello, sapete, tanto che alla fine credo che lei abbia imparato ad apprezzarlo; e l’ho vista sorridere e arrossire un po’ per le cose che lui diceva. La voleva ancora di più perché le bambine la volevano, poiché tutti potevano vedere che sarebbe stata una madre tenerissima per loro, e anche amica e compagna di giochi. E il mio signore non è solo bello, ma un corteggiatore splendido, ed esperto in tutte le maniere del mestiere. Così le faceva i regali più belli; ah, uno me lo ricordo — un braccialetto incantevole, con diamanti e smeraldi. Oh, come le divenne rosso il viso quando lo vide! Le vecchie rose tornarono sulle sue guance per un minuto o due allora. La aiutai a vestirsi il giorno in cui entrambe ci siamo sposate — fu l’ultimo servizio che le feci, povera bambina! Quando fu pronta, corsi di sopra e infilai il mio abito da sposa, e loro se ne andarono, e via andammo io e Martin; e non appena il mio signore e la mia signora furono sposati, il pastore sposò noi. Furono due matrimoni molto silenziosi — quasi nessuno lo sapeva. Beh, la speranza resiste in un cuore giovane, se può; e la mia signora si riprese un po’, perché il mio signore era COSÌ bello e gentile.»

«Com’è successo che sia morta — e lontana da casa?» mormorò Knight.

«Non vedete, signore, che si è indebolita di nuovo prima che fossero sposati da molto, e il mio signore l’ha portata all’estero per cambiare aria. Stavano tornando a casa, ed erano arrivati fino a Londra, quando è stata colta da un malore gravissimo e non è stato possibile spostarla, e lì è morta.»

«Le voleva molto bene?»

«Chi, il mio signore? Oh, tantissimo!»

«MOLTO bene?»

«MOLTO, più di ogni altra cosa. Non all’improvviso, ma a poco a poco. Era nella sua natura conquistare le persone col tempo, quando la conoscevano bene. Sarebbe morto per lei, credo. Povero il mio signore, ora ha il cuore spezzato!»

«Il funerale è domani?»

«Sì; mio marito è ora alla cripta con gli scalpellini, ad aprire i gradini e a pulire le pareti.»

Il giorno dopo due uomini risalirono la valle familiare da Castle Boterel alla chiesa di East Endelstow. E quando il funerale fu finito, e ognuno ebbe lasciato il cimitero simile a un prato, la coppia scese dolcemente i gradini della cripta dei Luxellian, e sotto gli archi a crociera bassa che avevano già contemplato una volta prima, illuminati allora come ora. Nella nuova nicchia della cripta giaceva una bara abbastanza recente, che aveva perso un po’ del suo splendore, e una bara ancora più nuova, brillante e non ancora appannata in alcun modo.

Accanto a quest’ultima c’era la forma scura di un uomo, inginocchiato sul pavimento umido, il corpo gettato sopra la bara, le mani giunte, e l’intera figura apparentemente abbandonata a un dolore assoluto. Era ancora giovane — più giovane, forse, di Knight — e anche adesso mostrava quanto fosse aggraziata la sua figura e simmetrica la sua corporatura. Mormorava una preghiera a mezza voce, del tutto ignaro che altri due stessero in piedi a pochi metri da lui.

Knight e Stephen si erano avanzati fin dove una volta erano stati accanto a Elfride il giorno in cui tutti e tre si erano incontrati lì, prima che lei stessa fosse scesa nel silenzio come i suoi antenati, e avesse chiuso i suoi luminosi occhi azzurri per sempre. Solo allora videro la figura inginocchiata nella luce fioca. Knight riconobbe istantaneamente l’uomo in lutto come Lord Luxellian, il marito in preda al dolore di Elfride.

Si sentirono degli intrusi. Knight spinse indietro Stephen, e si ritirarono silenziosamente come erano entrati.

«Vieni via,» disse con voce rotta. «Non abbiamo il diritto di stare qui. Un altro sta davanti a noi — più vicino a lei di quanto non lo siamo noi!»

E fianco a fianco ripercorsero i loro passi lungo la grigia e silenziosa valle verso Castle Boterel.

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