UN ROMANZO DI BILLY-GOAT HILL
Di Alice Hegan Rice
Autrice di Mrs. Wiggs of the Cabbage Patch, Lovey Mary, Sandy, ecc.
Con illustrazioni di George Weight
ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI
“Crede nell’amore, dottore?”
Il Colonnello si appoggiò all’indietro sulle ginocchia e fulminò Morley con lo sguardo
Ci fu un colpo secco, un gemito soffocato, poi una caduta pesante
La tenne sulla fiamma e la guardò ridursi in cenere sul focolare
Maria cominciò a piangere e si dimenticò di scuotere il pensionante
La signora Sequin si fermò con la mano sulla ringhiera
“Ti ho fatto un gran torto, Don; puoi perdonarmi?”
“Dimmelo in fretta! Come fai a sapere della sparatoria?”
CAPITOLO I
Era primavera nel Kentucky, una primavera gaia, irresponsabile, meridionale, che irrompe impetuosa attraverso le autostrade e i sentieri, incurante di possibili gelate e impossibili fruttificazioni. Un fascino di tenero verde nuovo avvolgeva il mondo e l’aria era dolce del profumo delle cose giovani e in crescita. Il fiume bruno, striato di verde laddove si riversavano le correnti più fresche dei torrenti, circondava la base di una lunga collina che dominava il paesaggio in ogni direzione.
Nonostante il fatto che impertinenti ferrovie stessero cominciando a strisciare ai suoi piedi, e che il flotsam e jetsam dell’adiacente città venissero gradualmente depositati alla sua base, essa ergeva nondimeno le sue spalle di granito con orgoglio e sfida verso il cielo.
Fin dai primi giorni in cui la collina e i ricchi terreni agricoli circostanti erano stati concessi al vecchio pioniere William Carsey, una generazione di Carsey dopo l’altra aveva vissuto nella maestosa vecchia dimora che ora sorgeva come l’ultima fortezza rimasta contro l’invasione della città. Cornici cadenti e muri scoloriti non avevano dissipato l’atmosfera di appagamento che avvolgeva il luogo, un effetto accentuato dall’ampio portico anteriore che correva dritto lungo la facciata, come un sorriso largo e compiaciuto. Alcune vecchie case, come vecchi galanti, portano un’aria inconfondibile di passata prosperità, di passate avventure. Il romanticismo ha trascinato le sue vesti vicino a loro e la fragranza persiste.
Thornwood, trasandata e trascurata, poteva ancora permettersi di sonnecchiare al sole e sorridere sul passato. Ricordava il tempo in cui la sua ospitalità era il vanto della campagna, quando le sue scuderie ospitavano la migliore fila di cavalli dello Stato; quando il suo affumicatoio, ora gemente sotto una catasta di legname, riparava spalle di maiale, e pezzi di pancetta, e lunghe file di succulenti prosciutti stagionati allo zucchero; quando la cantina ospitava battaglioni di bottiglie impolverate di ragnatele che stavano sull’attenti sui ripiani bassi. Era una casa matura per l’esperienza e dolce per i ricordi, una casa saggia, vecchia, sofisticata, che aveva avuto il suo giorno, se l’era goduto, e ora, finita con le ambizioni e finita con lo sforzo, si era stabilita in una vecchiaia tranquilla.
In questa particolare domenica pomeriggio il Colonnello Bob Carsey, il terzo del suo nome, sedeva sul portico in una sedia a dondolo di mogano logora dalle intemperie, preparandosi un mint julep. Era un signore robusto e anziano e, come la sedia a dondolo, era logoro dalle intemperie e di una tonalità leggermente mogano. I suoi lineamenti, avendo rinunciato molto tempo fa alla lotta contro la carne invadente, erano ormai solo lievi rientranze e lievi protuberanze, con l’eccezione degli occhi che ardevano ancora di sfida, come luci tremolanti alla fine di un passaggio. Attraverso i suoi piedi, con il naso sulle zampe, giaceva un cane, e attorno a lui era sparsa una profusione di attrezzatura da pesca.
Il Colonnello, schiacciando con cura la menta tra le dita tozze, la mescolò con lo zucchero sul fondo del suo bicchiere alto; poi, appoggiando la mistura sull’ampio bracciolo della sedia a dondolo e senza voltare la testa, elevò la voce in un comando stentoreo:
“Jimpson!”
Nessuna risposta. Voltò leggermente la testa verso sinistra, nella direzione generale delle capanne dei negri i cui tetti si potevano vedere tra gli alberi, e mandò un altro richiamo a squarciagola attraverso i cespugli:
“Jimpson!”
Di nuovo attese, e di nuovo non ci fu risposta. Il Colonnello sospirò rassegnato e, stendendo un grande fazzoletto bordato sopra i suoi lineamenti cancellati, intrecciò le sue mani grasse con una certa difficoltà attorno alla sua ampia circonferenza, e dormì. Quando si svegliò ricominciò esattamente da dove aveva lasciato, solo che questa volta voltò la testa leggermente a destra, inviando il suo comando verso l’ala della cucina.
Una porta sbatté da qualche parte in lontananza, e poco dopo si udì un trascinare di piedi nel corridoio, e un piccolo, vigile vecchio negro si presentò al suo padrone con un’aria di allegra conciliazione.
Il Colonnello non voltò la testa; fissava con aria di grande offesa le cime degli alberi di robinia, stringendo il suo bicchiere mentre riposava sul bracciolo della sedia a dondolo.
“Jimpson,” esordì, dopo che il colpevole ebbe subito il suo silenzio per alcuni minuti.
“Ora, Cunnel,” esordì Jimpson nervosamente. Aveva evidentemente provato questa scena in passato.
“Rispondi solo alle mie domande,” insistette il Colonnello. “Questa è casa mia?”
“Yas, sir, ma Carline, lei--”
“E sei tu il mio negro?” insistette il Colonnello lamentoso.
“Yas, sir; ma vede, Carline--”
“E non sono io, da vent’anni,” insistette il Colonnello, “a prendere un mint julep alle due e mezza la domenica pomeriggio?”
“Yas, sir, stavo venendo--”
“Allora non la consideri una richiesta irragionevole, che un gentiluomo chieda al proprio negro, in casa propria, di portargli un pezzetto di ghiaccio?” Il senso di offesa del Colonnello stava diventando così opprimente che il colpevole sarebbe potuto essere schiacciato dal pentimento se una risata non avesse fatto alzare lo sguardo a entrambi.
Sulla porta c’era una ragazza in un corto abito da equitazione e un cappellino di feltro rosso che era fissato distrattamente ai suoi luminosi capelli scompigliati. I suoi occhi erano scuri e rotondi come quelli di un bambino, e danzavano da un oggetto all’altro come se fossero impazienti di non perdere nessuna delle cose belle che il mondo aveva da offrire. La gioia di vivere e la giovinezza radiosa sembravano sprigionarsi dal suo viso e dalla sua figura.
“Che succede, Squire Daddy?” chiese, fermandosi sulla soglia. “Di nuovo arrabbiato?” La testa del Colonnello ebbe un sussulto nella sua direzione, ma la tenne rigida.
“Beh, per favore non uccidere zio Jimpson finché non trova i miei guanti. Non so dove li ho tolti.”
“Yas 'm, Miss Lady,” Jimpson accolse la diversione. “Li troverò proprio appena porto il ghiaccio al suo Papà.”
“Oh, Papà aspetterà, vero Papà? Ho fretta.”
Per un momento Jimpson e il Colonnello si guardarono, poi lo sguardo del Colonnello si spostò.
“Prenderò il ghiaccio per lei sulla via del ritorno,” sussurrò Jimpson in modo rassicurante. “Credo che quella bambina abbia fretta.”
La giovane signorina in questione non diede alcun segno di fretta mentre si appollaiava sul bracciolo della sedia di suo padre e gli porgeva una stringa dello stivale da allacciare.
“Vai a pescare, Papà?” chiese.
“Sì,” disse il Colonnello, lottando per fare un nodo a fiocco a due anelli. “Noah Wicker e io andiamo sotto la diga del mulino. Vuoi venire?”
“Non posso. Vado a cavalcare.”
“Bene. Con chi?”
“Con Don Morley.”
Il sorriso che era tornato sul volto del Colonnello durante questa conversazione si contrasse improvvisamente, lasciando la sua bocca come un piccolo bottone rotondo di disapprovazione.
“Che diavolo ci fa lui qui comunque; perché non torna in città dove deve stare?”
“Don?” Miss Lady finse di fare una riga tra i pochi capelli sparsi che adornavano la sua fronte. “Beh, sta dai Wicker mentre cerca una fattoria. Ecco un capello grigio, Papà! Lo strapperei solo che ce ne sono due di più su quell’altro lato ora rispetto a questo.”
“Compra una fattoria, eh?” Il Colonnello divenne di un color mogano più intenso. “Beh, questo posto non è in vendita. Dovrebbe riuscire a trovare qualcosa di meglio da fare col suo tempo che gironzolare qui. Per due settimane non sono riuscito a sedermi su questo portico per cinque minuti senza averlo tra i piedi! Che senso ha che venga così spesso?”
Miss Lady lo prese per le orecchie e volse il suo viso irato verso il proprio.
“Viene a vedere me!” annunciò, enfatizzando ogni parola con un cenno. “A lui piacciono i cavalli, i cani e me, e a me piacciono i cavalli, i cani e lui. Ma piaccio anche a te, Papà.”
Il Colonnello si rifiutò di essere sedotto da tali blandizie.
“Gli parlerò quando arriva. Non deve pensare che solo perché è un tipo di città, possa portare una mia figlia a correre per tutto il paese la domenica pomeriggio!”
“Ma, Papà, è assurdo! Non mi ci porti tu quasi ogni domenica? E non vado con Noah e i ragazzi Brooks ogni volta che voglio?”
“Beh, tu non puoi andare oggi.”
“Ma questo è l’ultimo giorno di Donald. Torna in città stasera e forse andrà all’estero la prossima settimana per restarci per sempre.”
Il Colonnello abbatté il pugno sulle ginocchia: “Non me ne importa un accidente di dove va. È di te che stiamo parlando. Devi promettermi di non andare con lui questo pomeriggio.”
“Ma perché?”
“Perché,” argomentò debolmente il Colonnello, “perché è domenica.”
Miss Lady sedette per un momento guardando dritto davanti a sé e ci fu una contrazione delle sue labbra che avrebbe potuto passare per un’imitazione comica di quella di suo padre se non si fosse addolcita in un sorriso.
“E se non volessi promettere?” disse.
La mano libera del Colonnello afferrò il bracciolo della sedia, e sembrò che avesse ogni intenzione al mondo di essere fermo.
“Vedi, se è sbagliato per me andare a cavalcare di domenica,” continuò Miss Lady, “è sbagliato per te andare a pescare. E se ci riformassimo entrambi e restassimo a casa?”
Gli occhi del Colonnello volarono involontariamente verso la sua preziosa attrezzatura, pronta per l’azione sul gradino superiore, poi tornarono con uno scatto verso la cima di un albero di robinia.
Miss Lady gli strinse il braccio e rise: “Certo che non vuoi restare a casa questo glorioso pomeriggio, e nemmeno io! Ora, è deciso. Ecco che arriva Noah; andrò a preparare il tuo pranzo.”
Non era affatto la prima volta che la figlia della casa dei Carsey aveva segnato un punto in una gara con suo padre. La sua sottomissione era iniziata quella mattina ormai quasi vent’anni fa, quando era stata deposta tra le sue braccia, un fagotto di impotenza senza madre, senza nemmeno un nome personale con cui iniziare la vita.
Quella questione del nome lo aveva sconcertato. Aveva consultato tutti i vicini, considerato tutte le possibilità sul retro del dizionario, e persino fatto ricorso alle lapidi nel vecchio cimitero, ma il timore ossessionante che in futuro lei potesse non gradire la sua scelta lo tratteneva da una decisione finale. Nel frattempo lei era “La Piccola Signora”, poi “Signora”, e infine, attraverso i negri, diventò “Miss Lady”. Così il Colonnello scese debolmente a compromessi in merito decidendo di aspettare finché non fosse stata abbastanza grande da nominarsi da sola. Quando arrivò quel momento, lei si rifiutò ostinatamente di scambiare il suo soprannome con uno vero. Fu fatto un tentativo svogliato di imbrigliarla con “Elizabeth”, ma lei si rifiutò categoricamente di rispondere a quell’appellativo.
Lei e Noah Wicker, il figlio di un contadino vicino, erano cresciuti selvaggi nella grande tenuta, ed era Miss Lady che invariabilmente arrivava prima in cima al pesco, o osava guadare il torrente più lontano. Per tutte le giornate estive le sue gambine nude correvano accanto a quelle brune più robuste di Noah. Sapeva maneggiare una canna da pesca come suo padre, sapeva cavalcare, guidare e sparare, ed era in rapporti di facile amicizia con ogni vicino che passasse sopra la cresta di Billy-goat Hill.
La questione dell’istruzione era stata la prima seria rottura in questa esistenza idilliaca. Dopo aver scorrazzato per la scuola di campagna, aveva avuto diverse governanti giovani e carine, tutte le quali avevano ceduto al fascino dei corteggiatori di campagna vicini e abbandonato la loro giovane pupilla per avviare stabilimenti propri. Poi arrivò un saggio consiglio dall’esterno e, dopo molte lacrime, fu mandata in un collegio in città.
Le insegnanti più anziane della Miss Gibbs' Select School for Young Ladies ricordano ancora i loro tormenti durante l’unico anno in cui Miss Lady fu iscritta. Era carina, sì, e intelligente, e adorabile, oh, sì! E a questo punto di solito seguivano una serie di storie sulla sua generosità e gentilezza impulsiva; “ma”, concludevano sempre, “una creaturina così strana e selvaggia, così intollerante alle convenzioni, nel vestire, nell’istruzione, nella religione. Davvero impossibile in un seminario per giovani signore.”
Dopo un trimestre di prigionia Miss Lady scappò di nuovo verso il mondo all’aria aperta e implorò il suo devoto “Papà” di lasciarla crescere nell’ignoranza, protestando appassionatamente di non volere ciocche sulla testa, tacchi sulle scarpe e balene attorno alla vita. Che non le importava se X più Y facesse Z o meno, e che andare in chiesa a dire la stessa cosa una dozzina di volte le faceva uscire dalla testa ogni idea di religione. Avrebbe studiato a casa, dichiarò, qualsiasi cosa, tutto ciò che lui suggeriva, se solo avesse potuto farlo, a modo suo, all’aria aperta.
Così il Colonnello, profondamente sconcertato, le aveva procurato i libri di testo necessari, e lei si era lanciata nel suo metodo originale di autoeducazione. Di solito combatteva le sue battaglie matematiche giù al fiume, usando un bastoncino sulla sabbia per i suoi calcoli; la storia la studiava nella biforcazione di un vecchio olmo, declamando gli episodi più drammatici ad alta voce, per l’edificazione dei passeri.
Nei lunghi mesi invernali il suo ritrovo preferito era una piccola stanza inutilizzata sopra l’ingresso, tradizionalmente conosciuta come la biblioteca. La sua unica possibile scusa per il nome era il suo unico mobile, un segretario malconcio contenente una piccola collezione di volumi ammuffiti che facevano onore al gusto di qualche Carsey partito da tempo.
Miss Lady aveva scoperto la biblioteca ai tempi delle sue bambole di carta, e aveva spietatamente ritagliato signore con cuffietta e gonne a balze da riviste che risalivano al primo anno di pubblicazione. Più tardi aveva scoperto che alcune delle signore avevano barzellette sul retro, o meglio pezzi di barzellette, il resto delle quali andava a cercare nelle vecchie riviste. Era stato un passo facile dalle riviste ai libri, e col tempo li conosceva tutti, dalla piccola copia sgualcita di Orazio nell’angolo in alto a sinistra, al grasso Don Chisciotte nell’angolo in basso a destra.
In questa piccola stanza trascurata, con i suoi festoni di ragnatele, il suo odore di muffa e il suo senso di cose e persone vecchie e dimenticate, si rintanava con una tasca piena di mele, per studiare e leggere per ore.
Il Colonnello aveva fatto la sua parte, e lei era determinata a fare la sua; per tre anni continuò risolutamente, divorando le cose che riusciva a capire e saltando allegramente quelle che non riusciva, estraendo nel frattempo una vasta quantità di piacere da ogni giorno che passava. Perché la cosa che differenziava Miss Lady dal resto del suo genere era che lei era solitamente felice. Le piaceva alzarsi al mattino e andare a dormire la sera, una particolarità di per sé abbastanza grande da individualizzarla. Accoglieva ogni nuova esperienza con entusiasmo e riusciva a estrarre la massima quota possibile di felicità dall’occasione più piccola e insignificante.
Mentre cantava lungo il corridoio, il Colonnello cercò di accigliarsi sopra i suoi occhiali, ma ebbe solo un successo parziale. Era una vista troppo soddisfacente con i suoi capelli e occhi lucenti, e la sua figura agile e flessuosa, ogni movimento della quale denotava quella rapida, inconscia libertà di corpo peculiare ai bambini e a coloro che sono favoriti dagli dei, che non invecchiano mai.
Il giovane alto e goffo che era arrivato a quel punto sul portico, seguì lo sguardo del Colonnello e poi, senza parlare, si sedette sui gradini e intrecciò le mani attorno alle ginocchia. La goffaggine di Noah Wicker, tuttavia manifesta agli altri, era evidentemente una questione di poco conto per lui. Aveva apparentemente accettato la compagnia di braccia e gambe ingestibili senza domande e senza imbarazzo. I suoi capelli biondi e tozzi si alzavano dritti da una fronte alta e larga, e crescevano verso il basso in ciocche quadrate davanti alle orecchie. I suoi occhi, piccoli e fermi, osservavano il mondo con profonda indifferenza.
Quando Miss Lady scomparve il Colonnello si voltò verso di lui improvvisamente:
“Che mi dici di questo giovane ricco che sta a casa tua? Chi è comunque?”
“Morley?” Noah incrociò le gambe deliberatamente. “Beh, è un cognato del signor Sequin.”
“Non Basil Sequin, il presidente della People's Bank! Non mi dire!” Il Colonnello fece una pausa per un momento per digerire questo fatto, poi continuò: “Ostinato nel voler fare l’agricoltore sento dire; vuole che tuo padre cerchi un posto in giro.”
Non essendo sotto forma di domanda, Noah conservò le sue energie.
“Non vale un fico secco, scommetto,” continuò il Colonnello, con un occhio vigile su Noah per una smentita o una conferma, ma Noah non si sbilanciò. “Quando un tizio arriva a ventitré anni e non riesce a trovare niente di meglio da fare che correre per il paese spendendo i suoi soldi e giocando con le ragazze, c’è una vite allentata da qualche parte. Che cosa ne sa lui di allevamento di bestiame?”
“Dice di essersi documentato leggendo.”
“Sciocchezze!” ruggì il Colonnello. “Non puoi imparare a coltivare da un libro! Che cosa ne sa lui di cavalli?”
“Oh! Se ne intende di cavalli, va bene,” Noah sorrise ambiguamente. “Tu e io non potremmo insegnargli nulla sui cavalli.”
“Sa sparare?”
“Non riesce a colpire la porta di un fienile.”
Il Colonnello emise un profondo sospiro, scolò le ultime gocce dal suo bicchiere, poi si sporse in avanti, confidenzialmente:
“Noah Wicker, ti piace quel giovane?”
“Piacergli?” Noah alzò lo sguardo sorpreso. “Beh, a tutti piace Don Morley.”
“A me no,” disse il Colonnello ferocemente. “Ecco che arriva adesso. Vorrei che tu guardassi questo!”
Un giovane temerario in costume da equitazione modello, a cavallo di un sauro dalla coda mozzata, superò sconsideratamente una recinzione dove non c’era alcun cancello e arrivò al galoppo attraverso la distesa di erba blu preferita dal Colonnello.
“Terribilmente spiacente di aver tagliato attraverso, Colonnello!” gridò con toni che tradivano poco pentimento. “Ho perso il filo come al solito e mi sono perso tra i giunchi. Spero di non aver fatto aspettare Miss Lady?”
Il Colonnello si alzò ed estese una mano di benvenuto. Un vero Kentuckiano può commettere un omicidio ed essere ancora un gentiluomo, ma mancare di ospitalità significa perdere persino il proprio rispetto di sé.
“Mia figlia, signor Morley, sarà qui tra poco,” annunciò con grande formalità.
“E come va, Mike?” continuò il giovane Morley, chinandosi ad accarezzare il cane; “non volevo ignorarti, vecchio mio, parola mia, non volevo.”
Il cane, una bestia ispida, con occhi piccoli e lamentosi che guardavano fuori da una frangia di peli duri, espresse il suo apprezzamento per questa attenzione con tutta l’emozione che un moncherino di coda poteva permettere.
“È una giornata fantastica!” continuò il visitatore con entusiasmo, asciugandosi i polsi e la fronte, e scuotendo i capelli all’indietro. “Se non dovessi andare in città stasera le chiederei di portarmi a pescare, Colonnello. Salve! Che tipo di mulinello è quello?”
Ora, l’oggetto che aveva attirato l’attenzione era un’invenzione del Colonnello, qualcosa su cui lavorava da molto tempo, quindi non poté resistere a spiegarne le qualità uniche.
“Beh, che mi venga un colpo!” disse Morley, rigirandolo e rigirandolo con ammirazione. “Se non è la cosa più intelligente che abbia mai visto. Questa piccola vite regola il gioco, vero? La sua mente legale riesce a capire questo, Wick?”
“È stato un gran lavoro riuscire a farlo incastrare,” disse il Colonnello, lusingato suo malgrado. “Mi ha preso la parte migliore di una settimana per risolvere quel solo punto.”
“Una settimana!” esclamò Morley. “Mi ci sarebbero voluti mesi! Oh! Eccola qui!” e dall’aspetto molto ardente che balzò sul suo volto, e dalla prontezza con cui balzò in piedi, si sarebbe potuto dubitare se la sua mente fosse stata interamente sulla questione in discussione.
Miss Lady lo accolse con una franchezza quasi da ragazzo, ma ci fu un inconfondibile rossore sotto l’abbronzatura liscia della sua guancia che non sfuggì all’occhio vigile del Colonnello.
“Eccoti qui, Papà! eccoti qui, Noah!” disse, lanciando un piccolo pacchetto a ciascuno; “panini e uova sode per due.”
“Hai messo il sale per le uova?” chiese il Colonnello, avendo avuto esperienza con i suoi pranzi.
“Credo di sì. Apri il tuo e guarda, Noah. Dì, caro papà!” piombò su di lui da dietro, infilandogli un braccio attorno al collo mentre lui era inginocchiato sulla veranda per raccogliere ami e lenze, “mi lascerai cavalcare Prince, solo per questa volta, vero?”
Il Colonnello boccheggiò, in parte per lo strangolamento e in parte per lo stupore.
“Prince!” gridò. “Beh, direi proprio di no! Quel puledro è appena domato alla sella. La settimana scorsa ha disarcionato Jimpson.”
“Beh, io non sono Jimpson. Per favore, papà, solo per questa volta.”
“Se è quella bestiolina di cui mi parlava Wick,” disse Morley, “di certo non ti affideremo a lui.”
Il Colonnello si appoggiò all'indietro sulle ginocchia dove stava inginocchiato sulla veranda e fissò in cagnesco Morley.
“Chi intendi per noi?”
“Il partito conservatore di cui io, per una volta, faccio parte. Da tutto ciò che sento dire di quel puledro, nessuna ragazza potrebbe gestirlo.”
“Lei si sbaglia assolutamente, signore! Ho insegnato a mia figlia a stare a cavallo prima ancora di insegnarle a camminare. Gestirlo? Naturalmente che può gestirlo! Jimpson!” ruggì in conclusione, “metti la sella da donna su Prince!”
CAPITOLO II
La strada di Cane Run si stendeva dritta davanti a loro, ora bianca sotto la piena luce del sole, ora screziata dai minuscoli riflessi danzanti dei ramoscelli intrecciati sopra la testa, rivestiti di fresco col loro abito di verde. Viole bianche e viola facevano capolino dagli angoli della recinzione e, in alto, gli uccelli si davano da fare tra i rami.
Due giovani, arrossiti e sorridenti, tirarono le redini e si guardarono. Negli occhi di entrambi c’era una sfida.
“Ti sfido fino al mulino!” gridò Miss Lady, tirando la briglia. “Non partire finché non do il via. Ora, via!”
Partirono al galoppo attraverso i campi ridenti e assolati, troppo impetuosi e giovani, e gloriosamente liberi, per sprecare un pensiero su quell’inesorabile ruota della vita, sulla quale prima o poi i più irresponsabili devono spezzarsi le ali. Andarono avanti, collo a collo, il galoppo che si trasformava in una corsa. Superarono il maniscalco, superarono il vecchio mulino che doveva essere il traguardo, attraversarono il lungo ponte coperto, oltre la collina e di nuovo fuori sulla strada pianeggiante dove procedevano ancora affiancati.
E vicinissimo a loro, con la testa alta e la criniera al vento, giungeva un altro destriero, libero, irresponsabile, senza briglie, invisibile. Era il Romanticismo, che galoppava sulla loro scia; il Romanticismo, i cui zoccoli facevano danzare i loro impulsi all’unisono, il cui respiro sulle loro guance li faceva ridere di gioia di fronte al vento.
Erano quasi giunti in città, avendo raggiunto quel sobborgo trasandato che aveva dato il suo nome plebeo al quartiere un tempo aristocratico. Nuvole di polvere vorticavano al loro passaggio e i sassi volavano a destra e a sinistra sotto gli zoccoli dei cavalli; gli uomini sui carri tiravano i loro tiri verso il bordo della strada per lasciar passare la folle coppia; i cani si precipitavano fuori da oscuri portoni, abbaiando furiosamente.
Improvvisamente, proprio mentre si avvicinavano allo snodo ferroviario, il fischio acuto di una locomotiva fece impennare Prince nell’aria. Donald si sollevò sulle staffe e fece un afferrò frenetico la testa del cavallo, ma proprio mentre la mancava, udì il segnale metallico di un treno in arrivo e vide le sbarre immediatamente davanti a loro che si abbassavano. All’istante si slanciò giù dalla sella e saltò verso la testa di Prince. Il cavallo, quasi sotto il muso della locomotiva, si impennò freneticamente, scartò di lato, poi si fermò tremante, mentre Miss Lady liberava abilmente la gonna dall’arcione e si lasciava scivolare a terra.
In un secondo Don fu al suo fianco.
“Ti sei fatta male?” gridò, afferrandole il braccio con la mano libera e guardandola ansiosamente in volto.
“Nemmeno un po’. Chi ha vinto?” chiese lei con un piccolo sussulto nella voce.
“Dio! Sei stata coraggiosa! Se ti fosse successo qualcosa!” la sua mano si strinse sul polso di lei, e lui trattenne il respiro bruscamente.
Il treno merci del pomeriggio passò fragorosamente e loro rimasero vicini con il fiato caldo della locomotiva sui volti. I capelli di lei le soffiavano sul viso e lui poteva sentire il corpo di lei tremare contro la sua spalla. Nessuno dei due sembrava consapevole del fatto che lui le tenesse ancora la mano e che i cavalli stessero strattonando le rispettive briglie.
Mentre il treno tuonava oltre e le sbarre si alzavano, Miss Lady si voltò rapidamente e iniziò a fissare i capelli sciolti.
“Bel rischio, signorina,” commentò un uomo dai capelli rossi con una bandierina, che attraversava in fretta i binari e si univa a una vecchia venditrice di mele e a due ragazzini che costituivano un pubblico interessato.
“Vi ho visto arrivare e vi avrei lasciato passare, solo che sto facendo una sostituzione in questo lavoro, e non me la sentivo di correre rischi inutili.”
“Ehi, ragazzo!” gridò Donald, “tieni il mio cavallo. Il sottopancia si è rotto; dovrò fare un altro buco nella cinghia.”
La parola “ragazzo”, essendo un termine generico, fu prontamente appropriata da ciascuno dei giovani come riferita a se stesso, e ne seguì una feroce zuffa in cui il più grande ebbe la meglio.
“Tocca a Skeeter,” annunciò l’addetto alla bandiera, un arbitro autoproclamato. “Levati di mezzo, Chick, e dai al signore la possibilità di vedere cosa sta facendo.”
Chick, un ragazzino dalla testa grossa e dal corpo piccolo, emise un suono gutturale inintelligibile dalla gola e rimase dov’era, evidentemente considerando di fondamentale importanza vedere cosa stesse facendo il signore.
Fu con una certa difficoltà che il nuovo buco nella cinghia venne fatto, e per fissare meglio la fibbia Don le diede alcuni colpi secchi con l’impugnatura del suo frustino. All’ultimo colpo, il pomello d’argento volò via dall’impugnatura e rotolò a bordo strada.
In un istante i ragazzini si lanciarono all’inseguimento, il più grande avendo abbandonato il suo posto senza scrupoli quando c’era di mezzo un bottino. Si avvinghiarono insieme nella polvere della strada, molto prima di raggiungere il premio, e con braccia e gambe intrecciate rotolarono verso di esso.
Chick era sotto quando arrivarono, ma allentò la presa sulla gola di Skeeter e scagliò fuori una mano piccola e sporca che si chiuse sul tesoro. In un istante Skeeter si avventò sul pugno chiuso e stava cercando di aprirlo, quando una terza persona si unì alla mischia.
“Il piccolo l’ha preso!” gridò Miss Lady indignata; “l’ha preso per primo! Daglielo subito!”
“Che io sia dannato se lo faccio!” gridò Skeeter, spinto alla furia dal combattimento.
“Che io sia dannata se non lo farai,” disse Miss Lady, altrettanto determinata.
La scaramuccia fu feroce ma breve, e quando Don arrivò da loro, Miss Lady aveva restituito il bottino al legittimo vincitore e stava aiutando il nemico sconfitto a pulirsi la polvere dagli occhi.
“Bene, socio,” disse Donald a Chick, “cosa hai da dire alla giovane signora per averti difeso?”
“Non ha niente da dire,” disse Skeeter sbrigativamente. “È muto. Nessuno tranne me può capirlo. Dice grazie, signora.”
Non avendo Chick emesso alcun suono, era evidente che Skeeter si affidava alla telepatia.
“È un trovatello dei bidoni della spazzatura,” continuò Skeeter, desideroso di fornire informazioni; “non ha famiglia vera, ed è stato al tribunale dei minori due volte; una volta per aver saltato sui treni merci e una volta perché abbiamo spaccato delle finestre insieme.”
Tutti gli occhi si volsero sull’eroe, che divenne immediatamente assorto nel manico della sua frusta. Era piccolo, estremamente magro ed estremamente sporco. Le cose più appariscenti di lui erano i suoi grandi occhi malinconici e il suo ampio sorriso che mostrava dove sarebbero spuntati i denti. Sul petto stretto, una giacca lacera e senza gomiti era tenuta insieme da un solo bottone, mentre un paio di gambe nude e sottili svanivano rispettivamente in una scarpa nera alta e in una marrone bassa, entrambe ben ventilate sui talloni.
“Non credo che sia così cattivo,” sorrise Miss Lady, prendendogli il mento tra le mani e voltandogli il viso verso il suo. “Vero, Chick?”
Egli emise uno strano suono gutturale in gola ma, essendo il suo interprete ufficiale ormai assorbito dai cavalli, non fu in grado di farsi capire.
“Deve essere terribile per un ragazzo non poter fare domande!” continuò lei, guardandolo dall’alto in basso, poi scorgendo qualcosa nel suo volto che altri non notavano, lo attirò improvvisamente a sé e gli diede una piccola stretta materna.
Il viaggio di ritorno fu alquanto lento, poiché l’incidente, per quanto lieve, aveva reso i cavalieri più sobri, e c’era, inoltre, un argomento in discussione che richiedeva una considerevole e seria esposizione da una parte, e molta stuzzicante evasione dall’altra.
“Dipende tutto da te,” stava dicendo Donald, mentre salivano l’ultima collina. “Cropsie Decker parte per la costa domani ma il piroscafo non salpa per dieci giorni. Devo andare o restare?”
“Ma eri così arrabbiato per questo due settimane fa, che riuscivi a malapena ad aspettare di partire.”
“Possono succedere molte cose in due settimane. Devo restare?”
“Cosa ne pensa la tua famiglia?”
“La mia famiglia? Oh, intendi mia sorella. Non ha l’abitudine di perdere il sonno per i fatti miei. Probabilmente direbbe di andare. Sono piuttosto impopolare con lei proprio ora, perché non approvo questa storia tra mia nipote Margery e Fred Dillingham. Immagino che sarebbe piuttosto sollevata di togliermi di mezzo. Infatti, tutti dicono di andare, tranne il Dottor Queerington. È un nostro cugino, è stato il mio professore d’inglese, su all’università. Ha sempre nutrito l’illusione che io sappia scrivere. Vuole che mi stabilisca da qualche parte in campagna e che mi metta al lavoro seriamente.”
“Non intendi John Jay Queerington, l’autore?” disse Miss Lady con entusiasmo. “È davvero tuo cugino? Papà è andato a scuola da suo padre e mi ha raccontato così tanto di lui che, senza averlo mai visto, potrei scriverci un libro.”
“Un grande vecchio a modo suo, un’autorità su Dio sa quanti argomenti, eppure guadagna a malapena abbastanza per prendersi cura dei suoi figli.”
“Ma pensa ai libri che sta donando al mondo! Ha detto a papà che era al suo tredicesimo volume!”
“Sì, nuota per la maggior parte del tempo in un mare di declinazioni, coniugazioni e sintassi, in greco, latino e inglese.”
“Penso che sia magnifico!” gridò Miss Lady, cercando di mantenere Prince al passo. “Adoro le persone che fanno grandi cose e che valgono qualcosa.”
“Tutto ciò che suppongo sia inteso come una frecciata contro un povero diavolo che non fa nulla e non vale nulla?”
“Non l’ho mai detto.”
“Senti qui,” disse Donald in modo bizzarro, “per due settimane mi hai convinto a non fare cose. Quando penso a tutte le cose che ti ho promesso, sento i capelli che mi diventano bianchi. Dopo avermi finito con i 'non fare', non comincerai mica con i 'fare', vero?”
“Certamente. Il Dottor Queerington pensa davvero che potresti essere uno scrittore?”
“Mi sta addosso per questo da quando ero un ragazzino. Scarabocchio sempre qualcosa, ma non c’è niente di concreto. Inoltre,” aggiunse con un sorriso, “diventerò un fattore.”
Miss Lady gettò indietro la testa e rise:
“Vuol diventare un fattore E stare con i fattori Il seme del fieno sulla fronte E un rastrello nella mano.”
“Oh! Don Morley, un minuto è l’Oriente, quello dopo la letteratura, e quello dopo una fattoria; non sai cosa vuoi!”
“Sì che lo so,” lui afferrò la briglia di lei e avvicinò i cavalli. “So perfettamente cosa voglio, e lo sai anche tu. Non te l’ho detto quattro volte al giorno per due settimane?”
Lei guardò lontano verso l’orizzonte dove si stava formando un banco di nuvole minacciose:
“Oh, tutti pensiamo di volere delle cose un giorno e le dimentichiamo quello dopo. La vita è fatta di desideri che sembrano grandi e vitali un minuto, e piccoli e assurdi quello dopo. Immagino che alla fine otteniamo ciò che è meglio per noi.”
“Io finora no!” disse Don con ferocia. “Ho ottenuto ciò che era peggio per me e ne ho ricavato il peggio.”
Erano ormai svoltati nel viale e stavano conducendo i cavalli verso il cancello dove Jimpson li attendeva per prenderli.
“Non mettere via la mia cavalla,” ordinò Donald. “Devo tornare in città stasera. C’è pioggia in quelle nuvole; dovrei partire in questo istante.”
Ma la sua fretta non era evidentemente imperativa, poiché seguì Miss Lady attraverso gli stretti sentieri tortuosi, tra un groviglio di arbusti e viti, nel giardino fiorito all’antica. La spirea stava appena mettendo fuori i suoi lunghi pennacchi piumati di bianco, e i lillà annuivano bianchi e viola nella brezza.
“Ecco la prima rosa selvatica!” gridò Miss Lady, scattando verso un angolo del vecchio muro di pietra; “l’idea che abbia osato sbocciare così presto!”
Lui prese il fragile fiorellino e gli sorrise a metà tra il divertito e l’interrogativo: “È buffo,” disse imbarazzato, “che tu mi dia questo. Sai, è a questo che mi hai fatto pensare, la prima volta che ti ho vista... una rosa selvatica. Vero, Mike?”
Mike, che aveva sognato tutto il pomeriggio sulla veranda, si era alzato con riluttanza al loro passaggio e li aveva seguiti. Aveva un’andatura lenta e zoppicante, e la lingua gli penzolava dal lato della bocca. Era evidentemente un sacrificio per lui accompagnarli, ma il dovere è dovere.
“Tu cane angelo! Vieni qui dalla tua padroncina!” ordinò Miss Lady, mentre lei e Donald si lasciavano cadere nella vecchia amaca a doghe, che oscillava sotto i lillà da quando il Colonnello era un ragazzo.
Ma Mike le passò davanti e, dopo essersi accoccolato vicino a Don con una grande dimostrazione di intimità, si sdraiò ai suoi piedi.
“Sono contento che qualcuno mi ami,” disse Donald.
“È ai tuoi stivali da equitazione che Mike vuole bene. Non ha mai avuto la possibilità di assaggiare il lucido per scarpe marrone prima d’ora!”
“Perché mi vuoi bene?”
“Io? Chi ha detto che te ne voglio?”
“Non me ne vuoi?”
“Oh, sì, mi piacciono anche gli stivali marroni. Perché non mi hai detto che i miei capelli erano caduti di nuovo?”
“Perché sei così bella, così come sei, Miss Lady...”
“Ora, Don, se ricominci me ne vado dritta in casa. Cosa intendevi dicendo che hai ottenuto ciò che era peggio per te e che ne hai ricavato il peggio?”
“Oh, il modo in cui sono stato cresciuto. Vedi, mia sorella mi prese con sé quando ero un bambino, e credo di essere stato un terribile fastidio per lei. Le piaceva viaggiare, e ha continuato per un bel po’ anche dopo la nascita di Margery. Sono cresciuto in alberghi, su piroscafi e treni, andando a scuola ovunque ci trovassimo a soggiornare abbastanza a lungo; a volte in Francia, a volte in Svizzera, a volte in America. Ricordo un Natale in cui avevo circa sei anni, eravamo in un albergo a Parigi. La mia tata mi mise a letto presto così da poter uscire col suo innamorato, e mi disse che Babbo Natale non esisteva, così non sarei rimasto sveglio ad aspettarlo. Odio quella donna ancora oggi! Ricordo la stanza grande e solitaria, le tende rosse, il lampadario di cristallo e il modo in cui piangevo perché non c’era nessun Babbo Natale, e perché non avevo un innamorato!”
“Povero piccolo! Era una madre che volevi.”
“Forse. Mia sorella è stata buona con me. Ma non mi ha capito; non lo ha mai fatto. Mi ha sempre dato troppo di tutto, consigli inclusi.”
“Ma da quando sei adulto, hai avuto un sacco di tempo per... per... prendere le cose in mano tua.”
“Beh, l’ho fatto per un po’. Sono riuscito a superare l’università, poi sono entrato nelle officine e mi sono divertito un mondo per cinque mesi, ma ne è nato un putiferio! Mia sorella pensava che, dopo tutto quello che aveva fatto per me, non avrei dovuto andare contro i suoi desideri, e credo avesse ragione. Poi sono entrato in banca e stavo iniziando a capirci qualcosa, quando lei ha avuto un crollo nervoso e le è stato ordinato di andare in Egitto per l’inverno. Mio cognato non poteva portarla, così ha mandato me.”
“Ma tu sei rimasto più a lungo di lei.”
“Sì, ho girato per un po’ in Costa Azzurra.”
“E sei tornato a casa da quanto?”
“Tre mesi. Onestamente, volevo buttarmi a capofitto in qualcosa subito, ma Cropsie Decker ha avuto questa offerta di andare in Oriente per l’Herald-Post, e mi ha chiesto di andare con lui. Ero entusiasta finché... finché non sono arrivato qui.”
Entrambi rimasero in silenzio per un po’, osservando un ragno che stava esplorando la stringa dello stivale di Don.
“Sembra tutto così inutile ora. Quello che voglio è una casa mia, una casa, intendo. Non ho mai avuto molto di questo genere di cose... non sono sicuro di aver saputo cosa fosse una casa finché non ho visto Thornwood.”
“Non è cara?” chiese Miss Lady con uno sguardo amorevole sopra la spalla alla vecchia casa che si stagliava contro il cielo. “Potrei baciare ogni suo mattone, la amo così tanto.”
“Vorrei non dover tornare in città stasera!” esplose Donald in modo inconcludente. “Vorrei non doverci tornare mai più!”
“Perché?”
“Oh, per un sacco di ragioni. Sono un ragazzo diverso qui in campagna, con cose da fare, e il giusto tipo di cose a cui pensare, e... e tu! Vedi,” sorrise senza alzare lo sguardo, “non valgo molto in città.”
“In che senso?” chiese Miss Lady, con una franchezza sconcertante.
Donald scrollò le sue larghe spalle: “Oh! Non lo so. Mi caccio nei guai prima di rendermene conto. Questo viaggio in Oriente, ora; sembrava grandioso quando ho detto che sarei andato, Cropsie è un vero tipo, il miglior compagno del mondo con cui andare a fare una scampagnata del genere, ma...”
Miss Lady lanciò un’occhiata al volto attraente, infantile e irresponsabile accanto a lei.
“Non andare, Don!” sussurrò impulsivamente; “resta qui e compra la tua fattoria!”
“Dici sul serio!” chiese lui, afferrandole le mani. “Vuoi che resti?”
Il sangue le affluì alle guance, ma non ritrasse le mani. Nei suoi occhi bramosi e luminosi era balzata la risposta che era rimasta in sospeso per tutto il pomeriggio.
“Se resto,” incalzò lui con calore, “se metto la testa a posto, mi comporto bene e riesco nel mio intento, mi prometterai...”
“Jimpson!” tuonò una voce familiare dalla strada. “Quel negro buono a nulla e pigro, perché non viene ad aiutarmi con queste cose? Jimpson!”
“Glielo dico io, papà!” gridò Miss Lady, saltando giù dall’amaca.
“Ma aspetta!” implorò Donald, “solo un minuto. Devo battere quel temporale verso la città e dire a Decker che il viaggio è saltato. Ma tornerò domattina! Forse per colazione. Oh, mia cara, sono così felice! Dì che mi ami! Dillo!”
Il vecchio Mike si agitò nel sonno, poi aprì un occhio. Era evidentemente tempo per lui di agire. Quando due giovani stanno in piedi molto vicini con le mani intrecciate e gli occhi pieni d’amore nel vago profumo di un vecchio giardino, anche un cane da compagnia sa che è tempo di interferire! Con grande prontezza di spirito scoprì uno scoiattolo immaginario nella siepe proprio accanto a loro e iniziò un abbaiare così furioso che Miss Lady si voltò e rise. Per un secondo rimase lì, con la testa gettata all’indietro, uno sguardo stuzzicante, mezzo timido e mezzo audace sul volto, poi lasciò un bacio rapido sulla mano che stringeva la sua e, senza dire una parola, volò via con le guance cremisi lungo il sentiero bordato di lillà.
CAPITOLO III
Donald Morley cavalcò verso la città attraverso l’imminente tempesta, in quello stato particolare di estasi che ai mortali è permesso godere solo una volta nella vita. Non che innamorarsi fosse una sensazione nuova; al contrario, un’esperienza variegata lo aveva reso piacevolmente familiare con tutti i sintomi. Ma questo, si assicurò con veemenza appassionata, era qualcosa di completamente e assolutamente diverso. Tra quel momento e quella mattina in cui era andato pigramente da Wicker in cerca di una fattoria, si stendeva un mare vasto quanto il Destino!
Lì in campagna era inaspettatamente andato incontro al suo destino e, con la consueta impetuosità, lo aveva inseguito e raggiunto. Altre ragazze avrebbero potuto turbare il suo cuore, ma era rimasto a una piccola pagana selvaggia dei boschi il compito di turbargli l’anima. Le aveva messo a nudo i luoghi più segreti del suo essere, le aveva confessato i suoi peccati e aveva ricevuto l’assoluzione. Da quel momento in poi le frivolezze della gioventù si erano lasciate alle spalle, e l’ambizione si era posata sulla sua fronte. Avrebbe rinunciato al viaggio in Oriente, comprato una fattoria e si sarebbe messo a lavorare come se non avesse un soldo al mondo. Una volta che il Colonnello fosse stato indotto a riconoscere il suo valore, i cancelli del Paradiso si sarebbero spalancati!
Pensò alla casa che avrebbe costruito per lei, ai fiori che l’avrebbero circondata, ai cavalli e ai cani che avrebbero avuto e forse... Il ricordo del suo volto mentre stringeva Chick sulla strada gli balenò davanti, e lui raddrizzò le spalle all’improvviso e sorrise quasi tremando. Sì, sarebbe stato degno di lei, da quel momento in avanti la vita non avrebbe dovuto riservargli privilegio più alto!
Erano passate le sette quando raggiunse lo snodo, e pesanti brontolii di tuono si udivano provenire da ovest.
“Questa strada arriva fino al viale?” chiese a un uomo, indicando con la sua frusta dal manico liscio.
La persona dinoccolata a cui si era rivolto staccò il proprio peso dal palo del telegrafo che lo sosteneva e si avvicinò lentamente. Mentre lo faceva, Donald riconobbe l’arbitro dai capelli rossi del pomeriggio.
“No, signore, Capitano,” disse, “non ci arriva. Questo qui è Bean Alley. Questi politici della città hanno il loro modo di gestire le strade; prendono una matita, vede, e tracciano una linea lungo la proprietà della gente che può pagare per le strade. Il resto di noi sta nelle pozzanghere di fango.” L’uomo trovava evidentemente qualche difficoltà a esprimersi senza l’ausilio di imprecazioni. C’erano dei vuoti lasciati tra le parole, che colmava mentalmente con labbra serrate e un inarcarsi di sopracciglia irsute, che servivano come un efficace sostituto. La sua conversazione, se stampata, somiglierebbe a quegli esercizi grammaticali, con i quali si è lottato nella prima giovinezza, in cui “un----cane----attaccò un----ragazzo con un----bastone.”
Ma la sua eloquenza repressa andò sprecata sull’uditore, poiché Donald si era lasciato assorbire da un cartellone teatrale che raffigurava una giovane donna soprannaturalmente snella, in equilibrio su una bottiglia di champagne, che scrutava civettuola un mondo ammirato attraverso le dita distese di una piccola mano guantata di nero. Era “La Florine”, le cui grazie aveva sentito elencare infinite volte dal signor Cropsie Decker.
Questa sera, annunciava il poster, “La Florine” avrebbe eseguito per la prima volta in qualsiasi città americana la sua incomparabile danza, “Il Serpente del Nilo”.
Don aveva consultato l’orologio e fatto un calcolo lampo sul tempo necessario per mangiare un boccone e arrivare al Gayety, prima di ricordare di essere un personaggio riformato. Allora ritirò severamente lo sguardo dalla signora che sbirciava attraverso le dita nell’oscurità e lo riportò sulla persona dai capelli rossi, che aveva continuato la sua conversazione con ininterrotta loquacità.
“... e lei mi dice,” stava concludendo “'Signor Flathers,' mi dice, 'è un privilegio aiutare gente come lei. Un uomo che è stato nel rigagnolo infinite volte, e ha sopportato gli orrori terribili del delirium tremens quattro volte e ancora riesce a sentire i moti del Cristianesimo nel proprio petto.'”
Donald lo guardò e rise. Era evidentemente un compagno di peccato.
“Quindi ti sei raddrizzato, eh? Come ti senti?”
Il signor Flathers lanciò un’occhiata di traverso verso l’alto, come per valutare il bel giovane a cavallo.
“Assai deprimente,” confessò, “con una sete che si accumula da settimane e settimane, e una moglie malata, e un figlio adottato che non spiccica parola da sette anni. Ma mi sto affidando al Signore. Lui provvederà.”
“Oh, te la caverai!” disse Don, sentendosi insolitamente indulgente verso i suoi simili. “Ecco un dollaro, se può aiutarti un po’.”
“Aiuterà,” disse il signor Flathers in modo rassicurante; “senza dubbio aiuterà. Ho molto di cui essere grato, lo so. Per esempio, non sono mai stato un parente povero! È più di quanto molti uomini possano dire! Il fatto è che non ce n’è nessuno in tutta la mia parentela che abbia qualcosa in più di me!”
L’acquazzone che aveva minacciato iniziò ora sul serio, e Donald si diresse verso la città a un galoppo svelto, ma prima di aver percorso due isolati la pioggia scendeva a catinelle attraverso la strada, ed egli fu costretto a smontare e cercare riparo nell’ingresso di un edificio isolato che sorgeva all’estremità del terreno comune. Era una doppia porta con la parte superiore in vetro colorato, su cui era scritto in grassetto,
Il SALOON CANT-PASS-IT.
In una delle finestre un cartello informava gli affamati residenti di Billy-goat Hill che la loro sete non avrebbe potuto essere placata fino a dopo le dodici della domenica sera.
Mentre Donald stava nell’ingresso, un’automobile svoltò l’angolo e si fermò, le luci dei fari brillavano sulla strada bagnata, gettando tutto ciò che si trovava fuori dal loro raggio in un’oscurità improvvisa.
Un uomo scese dalla macchina e corse a cercare riparo. Tossiva e si teneva il colletto stretto attorno alla gola.
“Ehi, salve, Dillingham,” disse Morley, riconoscendolo. “Come sei finito qui fuori?”
“A fare un giro di piacere,” disse Dillingham con un arricciamento delle labbra. “Ho provato a fare una scorciatoia e sono rimasto bloccato. Tu che ci fai qui?”
“Sono stato fuori in campagna per un paio di settimane. Mi sono fatto sorprendere dall’acquazzone. Che c’è? Stai male?”
Dillingham era appoggiato allo stipite della porta, tremante. Era un giovane basso, olivastro e dall’aria delicata con gonfiori autoesplicativi sotto gli occhi alquanto prominenti.
“Gelo fino alle ossa,” disse battendo i denti. “Devo prendere qualcosa per scaldarmi. Questo è un saloon?”
“Sì, ma è chiuso. Non aprirà fino a mezzanotte.”
Il signor Dillingham fece una condanna generale di un’amministrazione cittadina che avrebbe tollerato un simile procedimento, poi mise al lavoro il suo ingegno per eludere la legge.
“Di chi è questo posto, comunque?” chiese, guardando in alto. “Di Sheeley? Beh, certo. Sono stato qui per incontri di pugilato. Vive da qualche parte qui intorno. Ugh! Ma che freddo ho. Sarò un cadavere la prossima settimana a quest’ora se non blocco questo brivido. Andiamo a cercarlo e prendiamoci da bere.”
Donald esitò a dare la notizia della sua riforma a uno che era già in una condizione di debolezza. Si assicurò che avrebbe rifiutato quando fosse arrivato il momento. Nel frattempo, non si presentò alcun motivo per rifiutarsi di aiutare il suo amico alla ricerca di un salvagente.
“Sheeley viveva in una di quelle baracche laggiù. Sta diminuendo un po’, che ne dici se andiamo?” propose Dillingham, scuotendo l’acqua dal berretto.
“Sei stato alla casa oggi?” chiese Donald mentre guadavano il fango.
“Sono appena arrivato da lì. La verità è che Margery e io abbiamo sistemato le cose finalmente. Niente congratulazioni?”
“Certamente,” disse Donald, allungando una mano bagnata, ma aggrottando la fronte nell’oscurità. “Lo hai detto a mia sorella?”
“La signora Sequin?” Dillingham sorrise con divertimento superiore. “Immagino non ci sia stato bisogno di dirglielo. Credo ci abbia pensato lei prima di noi. Piuttosto presa da me, sai, fin dall’inizio.”
Donald trattenne il respiro ma non disse nulla. Se non fosse stato vero, come si sarebbe divertito a dare un pugno in faccia a Dill!
“Tu parti per l’Oriente questa settimana, immagino,” continuò Dillingham. “Fortunato diavolo! Decker mi ha chiesto di andare con lui. Se non fosse stato per il nonno paterno sarei andato in un minuto, ma ha messo giù il piede. Quando salpi?”
“Ho rinunciato al viaggio. Comprerò una fattoria vicino ai Wicker e mi metterò a lavorare.”
Dillingham fischiò incredulo:
“Sì, ti vedo farlo! Conti di vincere il Derby, suppongo?”
“No, non farò correre il mio cavallo.”
“Cosa! Ma Lickety-Split potrebbe vincere quella gara camminando. Tutti dicono che vincerai tu. Ecco, questa è la baracca; almeno è dove viveva lui.”
Una luce brillante filtrava dalla finestra senza tende di un piccolo cottage, rivelando un gruppo familiare all’interno. Una donna grassa e sorridente con i bigodini, con un bambino tra le braccia e sei ragazzini in vari stadi di pulizia domenicale, pendeva dalle labbra di un uomo che sedeva su una grande sedia a dondolo di velluto e leggeva da un libro illustrato molto colorato. Nel capofamiglia Dillingham riconobbe Richard Sheeley, ex pugile e attuale proprietario del Cant-Pass-It.
“Beh, se non è il signor Dillingham!” esclamò Sheeley, spalancando la porta in risposta al loro bussare. “Inzuppato, vero? Qualcosa per scaldarvi? Certo. Entrate pure e aspettate finché non mi metto le scarpe e trovo un ombrello e verrò con voi. Non tengo una goccia qui,” aggiunse in un sussurro, dietro una mano così grande che evidentemente la considerava insonorizzata. “La signora non lo tollera, per via dei bambini, eh?”
“È lui, mamma, quello di cui ti stavo parlando,” Richard Sheeley Jr., detto “Skeeter”, tirò la manica di sua madre, annuendo verso Donald, che stava facendo le coccole alla più piccola e timida delle figlie della casa.
“Non è così mite come sembra!” stava dicendo la signora Sheeley, mentre cercava di staccare la bambina da dietro le sue gonne. “Ha il temperamento di suo padre insieme alla sua intelligenza. Nessuno dei due ha un briciolo di buon senso quando si arrabbia. Non ho mai visto una bambina con un tale carattere, tu sì, papà?”
Ma Sheeley non le diede retta; era occupato a fare gli onori di casa a uno che considerava evidentemente un ospite d’onore.
“Si sieda proprio qui, signor Dillingham, lasci che tolga il libro dalla sedia. Stavo leggendo alla signora e ai ragazzi un libro che Skeeter ha portato a casa dalla Scuola Domenicale, tutto su Daniele e la fossa dei leoni. Una bella storia, signor Dillingham. Uno degli articoli sugli animali più vivaci in cui mi sia mai imbattuto.”
Quando furono pronti per andare, la signora Sheeley li seguì ansiosa fino alla porta.
“È una notte terribilmente tempestosa, papà; non rimarrai fuori, vero?”
“Non a lungo. Tornerò per finire la storia. A presto, ragazzi!” Si lanciò giù per i gradini di legno, tra i suoi due ben vestiti compagni, voltandosi ogni tanto verso la porta luminosa e aperta, dove la donna grassa e sorridente stava circondata da mezza dozzina di bambini biondi.
Proprio quando raggiunsero il saloon, la tempesta, che evidentemente aveva solo fatto una pausa per riprendere fiato, scoppiò in tutta la sua furia. Il tuono rotolò più vicino e lampi di fulmini squarciarono l’oscurità.
“Qui! La porta laterale!” gridò Sheeley.
“Aspettate che accenda un fiammifero. Prenderò l’ombrello. Andate pure di sopra, se non vi dispiace. Voglio che vediate i miglioramenti che ho fatto. Non c’è un saloon da questa parte dei limiti della città che abbia l’attrezzatura per gli incontri di pugilato che ha il mio.”
“Nel frattempo dacci dentro con del whisky,” ricordò Dillingham bruscamente; “e dico, non puoi accendere un fuoco da qualche parte? Sto battendo i denti come un idiota.”
“Certo che posso. C’è una stufa lassù, e una bottiglia o due di liquore extra fine. Salite pure.”
A metà delle scale poco illuminate si fermarono. Sopra il vento e la pioggia, un suono curioso era giunto dal basso, come se qualcuno fosse inciampato contro qualcosa.
“Chi è?” chiese Sheeley bruscamente, sporgendosi sopra la balaustra e scrutando nell’oscurità.
Non giunse alcuna risposta, ma un soffio di vento arrivò da qualche parte, facendo oscillare il becco del gas.
“Oh! è una finestra lasciata aperta,” disse Sheeley. “Quel barista sciocco! Scendo un attimo a chiuderla.”
La serratura si rivelò ostinata, e fu con una certa difficoltà che la forzò in posizione. Nel frattempo i due giovani avevano acceso il gas nella grande stanza superiore e stavano ispezionando il palco sopraelevato dove i pugili erano soliti impegnarsi clandestinamente nella nobile arte dell’autodifesa.
“Il suo liscio, credo, signor Dillingham?” disse Sheeley, raggiungendoli; “e il suo amico gentiluomo?”
“Niente per me,” disse Morley con inutili fermezza. “Aspetterò solo un secondo finché la tempesta non si placa, poi andrò in città.”
“Fai ancora boxe in questi giorni, Dick?” chiese Dillingham, versandosi un secondo bicchiere di whisky, mentre si aggirava sopra il fuoco appena acceso.
“Oh! Indosso i guantoni occasionalmente per gratificare gli amici. Il mio forte in questi giorni è il faro; ci sono più soldi.”
Donald, stando alla finestra a fissare la notte selvaggia, tamburellava impazientemente sul vetro.
“Sbrigati, Dill,” disse. “Non voglio tenere la mia cavalla ferma così a lungo sotto la pioggia.”
“Al diavolo la tua cavalla,” disse Dillingham; “aspetta solo dieci minuti finché non mi sono scongelato e verrò con te.”
Donald aveva aspettato dieci minuti per Dill in passato, ma mai con l’attuale senso di responsabilità, nato dal suo nuovo legame con la famiglia. Sapeva che la sua unica possibilità di portarlo a casa era assecondarlo.
Come fischiava il vento attraverso la finestra! Si chiese cosa stesse facendo Miss Lady. Era seduta al tavolo nell’accogliente soggiorno a Thornwood, con la luce della lampada sui suoi capelli? Era al clavicembalo, a cantare per il Colonnello? Era in piedi, come lui, alla finestra, a scrutare nella notte selvaggia, a pensare... e a desiderare...?
“Che ne dite di una partita a poker?” chiese Sheeley, facendo scorrere leggermente un mazzo di carte lungo il suo braccio e capovolgendole con una destrezza che parlava di lunga familiarità.
“Ottima idea!” esclamò Dillingham con entusiasmo. “Passami quella bottiglia, vuoi? Cos’è, Morley? Non hai tempo? Che diavolo ti succede stasera?”
Donald rispose, con grande dignità, che non gli succedeva proprio niente, tranne che voleva tornare in città.
“Meglio non iniziare con questo tempo,” sollecitò Sheeley, mentre un fragore di tuono scuoteva le finestre. “Presto smetterà.”
“Ti dico cosa farò!” disse Dillingham, mettendo un braccio attorno alla spalla di Donald affettuosamente, e parlando in modo un po’ instabile. “Se fai un paio di partite verrò a casa con te... Dovresti essere disposto a farlo per un amico che sta per diventare tuo zio. Voglio dire, tuo nipote.”
“E verrai nel momento in cui smetterà di piovere?”
“Sì, se giochi con noi.”
Donald rimase indeciso, guardando le dita sottili e instabili di Dillingham mescolare le carte. Doveva portarlo a casa in qualche modo, per il bene di Margery. Dill non sapeva mai quando fermarsi, sarebbe rimasto lì tutta la notte a meno che qualcuno non intervenisse.
Sheeley incrociò il suo sguardo e annuì in modo significativo.
“Va bene!” disse Donald, sedendosi sulla sedia libera. “Solo due partite, ricorda! Niente whisky, grazie. Quant’è il piatto?”
CAPITOLO IV
Quando Miss Lady aveva sostenuto la causa degli oppressi quel pomeriggio, aveva inconsapevolmente rovinato un criminale in divenire. Chick Flathers, all’età avanzata di undici anni, era rimasto così colpito dall’ingiustizia delle condizioni sociali da dedicarsi a una vita di crimine. Aveva già collezionato due apparizioni presso il Tribunale dei Minori e due giorni nel Centro di Detenzione. Era ormai pienamente deciso a diventare un ladro.
Certo, c’erano circostanze attenuanti per Chick. Era indiscutibilmente uno svantaggio aver aperto gli occhi per la prima volta in un bidone della spazzatura, e nel bidone del signor Flathers, per giunta. Il trasferimento in una camionetta della polizia verso un’incubatrice nell’Ospedale della Città era stata la mossa successiva, quindi il ritorno dal signor Flathers che, dato che era il suo bidone, si sentì chiamato dalla Provvidenza ad adottare il trovatello.
La sfortuna successiva che lo colpì fu quella di essere fatto cadere dalla finestra sulla testa, durante uno dei momenti di distrazione di Maria Flathers. Questo apparentemente non intaccò la sua testa, ma col tempo influì seriamente sul suo modo di parlare. Il fatto che avesse così tanto da dire, senza essere in grado di dirlo, risultò in una corrente repressa che a volte traboccava in rabbia e cattiveria. Parlava molto, ma nessuno era in grado, o si prendeva la briga di provare, a capirlo. Cioè, non finché Skeeter Sheeley non gli diede il suo soprannome e divenne il suo interprete ufficiale.
La loro amicizia risaliva a un giorno memorabile in cui Skeeter aveva sentito per la prima volta dell’incidente dell’incubatrice e aveva prontamente apostrofato il trovatello dei Flathers come “Pollo”. L’insulto era stato immediatamente risentito in una battaglia così feroce e sanguinosa che i dettagli divennero storici negli annali di Billy-goat Hill. Chick, sebbene di peso più leggero e muscoli deboli, era armato di giusta indignazione. Non osservava alcuna regola, ma combatteva con braccia, gambe, denti e unghie. Le probabilità erano contro di lui però, e dovette essere aiutato a uscire dal campo, un eroe sconfitto.
Da quel momento in poi, secondo una di quelle leggi misteriose che governano il mondo dei ragazzi, i due furono compagni inseparabili, facendo guerra aperta a tutti i quartieri limitrofi, impegnandosi in spedizioni predatorie nel proprio e, quando l’interesse per la vita scemava, combattendosi a vicenda.
Skeeter interpretava tutto ciò che Chick diceva, lo interpretava liberamente e con immaginazione, e Chick apparentemente si considerava in dovere d’onore di accettare l’interpretazione e sostenerla, non importa quanto si allontanasse dall’esprimere il suo significato.
Undici anni di malvagità erano stati così vissuti con spavalderia quando Chick si innamorò improvvisamente e inaspettatamente. Fu quando la bella giovane signora al passaggio a livello si era chinata su di lui come un angelo soccorritore, che era stato costretto a cambiare la sua classificazione della razza umana. Finora era stata divisa in adulti e bambini, d’ora in poi sarebbe stata divisa in uomini e donne!
Per tutto quel pomeriggio di domenica andò in giro in un sogno. Non riusciva a superare il fatto che lei avesse preso le sue parti, che gli avesse messo un braccio attorno e gli avesse sorriso. Una o due volte, quando nessuno guardava, si mise la mano molto sporca sulla guancia e sentì il punto in cui le dita di lei si erano posate.
Ma questa nuova e tenera emozione non fu lasciata interferire con il progetto speciale che Chick aveva in mente. Era un progetto così colossale nella sua natura, che nemmeno Skeeter doveva essere ammesso al segreto. Per sei settimane Chick era stato vittima di un sistema di gioco, e stasera doveva prendere la sua vendetta.
All’ora di cena Skeeter riconobbe una convenzione della civiltà e si ritirò nel seno della sua famiglia, ma Chick, non dovendo rendere conto a nessuno e non riconoscendo alcuna convenzione, rubò un paio di mele da un carro di passaggio e si riparò nella discarica ad aspettare il buio.
Non dovette aspettare a lungo, poiché grandi nuvole nere stavano coprendo il cielo, e non riusciva più a vedere le case in fondo al vicolo. Riponendo accuratamente i torsoli di mela in tasca per scambi futuri, si fece strada tra i barattoli di latta e i detriti, finché non raggiunse lo snodo. Qui esitò. Era lì che lui e Skeeter avevano lottato per la frusta. Era qui che la giovane signora era venuta in suo soccorso, e aveva detto che non credeva fosse poi così cattivo. Caspita! Ma era una bella giovane signora, e la sua mano era così morbida, e la sua voce...
Chick si infilò le mani nelle tasche e si tirò il berretto sugli occhi. Non era il modo in cui un ragazzo doveva sentirsi quando aveva un lavoro da fare! Con occhi vigili per i passanti, scivolò attraverso un’apertura nella recinzione ed entrò nel deposito ferroviario. Quando emerse, barcollava sotto il peso di un piede di porco che cercava invano di nascondere sotto la sua giacca stracciata.
Proprio all’intersezione di Bean Alley e il deposito ferroviario, dove l’oscurità si accumulava densamente negli angoli, si fermò di nuovo. Stava aspettando la sua occasione per attraversare l’ampio terreno comune, senza essere visto. Due volte partì, e due volte si ritirò e si appiattì contro il muro mentre qualcuno passava.
Se, per l’osservatore occasionale, Chick non era che un ragazzino sporco e stracciato, sottodimensionato e malnutrito, e piuttosto spaventato, per se stesso almeno era un audace desperado, in procinto di vendicarsi per un torto commesso.
Il tuono brontolò minaccioso e una goccia di pioggia gli cadde sul viso mentre costeggiava il terreno comune e raggiungeva il grande e buio saloon all'incrocio. Costeggiando il muro laterale, strisciò fino al retro e cercò la finestra aperta che aveva individuato più presto quel giorno. Era una finestra bassa e di facile accesso, e non perse tempo a scavalcarla.
Il passaggio era nell'oscurità più totale, ma tastò la strada lungo la parete finché non raggiunse una porta. Qui cercò a tentoni la maniglia e la aprì. Un lampione all'esterno gettava una luce fioca e tremolante nella stanza, rivelando il lungo bancone con le sue lucide guarniture. Chick posò il piede di porco e, tremando, si tolse il cappotto. Secondo i film sui criminali, quella era la prima mossa. Poi afferrò risolutamente la sua arma e, col cuore che batteva forte, si avvicinò al suo nemico.
Sembrava un nemico molto innocente mentre se ne stava lì nella penombra, annunciando con lettere stampate sulla facciata che sette persone su dieci, inserendo una moneta da cinque centesimi nella fessura, ricevevano un premio in denaro. Ma Chick sapeva che mentiva! Non aveva forse divorato i suoi nichel, settimana dopo settimana? Non aveva forse lavorato per averli, combattuto per essi e sanguinato per essi, credendo con fiducia che il premio sarebbe stato suo? Ed eccolo lì, rimpinzato dei suoi preziosi nichel, ancora misterioso e affascinante, ma traditore fino al midollo!
In un impeto d'ira, Chick gli assestò un colpo sonoro con il piede di porco, poi si rannicchiò nel terrore per ciò che avrebbe potuto accadere. Non si udì alcun suono se non lo scroscio della pioggia contro le finestre e il pesante brontolio del tuono sopra la testa. Ancora una volta Chick afferrò la sua pesante arma e iniziò l'attacco sul serio. Colpo dopo colpo, tanto velocemente quanto le sue braccia minute riuscivano a far oscillare il piede di porco. Improvvisamente una molla sembrò scattare e ne scaturì un flusso di denaro che rotolò attorno ai suoi piedi e via, fino agli angoli più remoti della stanza.
Chick si rannicchiò sul pavimento, sopraffatto dai suoi sforzi e dal successo della sua impresa. La ricchezza era a portata di mano, più ricchezza di quanto avesse mai sognato! Non oro e argento incomprensibili, ma cari, familiari nichel, di cui conosceva il potere d'acquisto. Ma nessun pensiero di appropriazione gli attraversò la mente mentre se ne stava lì in ginocchio, giocherellando con il mucchio scintillante. Stava contando attentamente la sua parte legittima, gli undici nichel che la slot machine gli aveva rubato, e la sua esitazione derivava dal fatto che stava cercando di scegliere quelli più lucidi!
Avendo ottenuto ciò per cui era venuto, si rimise in spalla il piede di porco e si lasciò andare nel passaggio oscuro. Qui si fermò terrorizzato! Qualcosa stava sbuffando e sibilando fuori, qualcosa che suonava come se potesse essere il Diavolo!
Nel credo di Chick c'era una sola affermazione. Credeva assolutamente nel Diavolo. Sapeva oltre ogni ombra di dubbio che era rosso, con gli zoccoli biforcuti e che la sua coda terminava con una punta dura e affilata, come il punteruolo da ghiaccio di Mammy Flathers. Sapeva anche che quando respirava, lo faceva tra gemiti e sibili, proprio come quelli che stava udendo in quel preciso momento. I capelli di Chick si sarebbero drizzati sulla testa, avrebbero voluto farlo, ma non erano abbastanza lunghi.
Per un momento rimase senza fiato, poi emise un sospiro di sollievo. Non era altro che un'automobile, dopotutto! Andò in punta di piedi verso una finestra e sbirciò fuori. I fari della macchina gettavano lunghe luci attraverso la strada bagnata e lucente, ma non si vedeva nient'altro.
Dopo molto tempo udì delle voci alla porta laterale. Qualcuno stava entrando nel saloon! Poteva sentire la maniglia della porta girare e una chiave nella serratura. Si voltò verso il bar, poi, ricordando un piccolo ripostiglio sotto le scale dove lui e Skeeter giocavano spesso, cercò a tentoni lungo il muro. Eccolo! E giusto in tempo per inciamparvi dentro e tirare la porta, lasciando abbastanza fessura per respirare, nel caso il suo respiro fosse mai tornato.
La porta laterale fu spalancata e allo scoppiettio di un fiammifero seguì la luce fioca di un becco di gas in fondo al passaggio.
“Ecco, prendo io l'ombrello!” disse una voce che temeva subito dopo quella del Diavolo. Era Sheeley; sarebbe entrato nel bar e avrebbe scoperto il disastro della slot machine! Chick stava cominciando a sentire le manette ai polsi quando si rese conto di passi che salivano al piano di sopra. Perché stavano andando di sopra? Era un incontro di pugilato? Dimenticando la sua posizione precaria, si sporse in avanti per ascoltare, facendo cadere una scatola sullo scaffale accanto a lui.
“Chi è?” giunse con i toni più feroci di Sheeley dalle scale sovrastanti, e Chick si rannicchiò nell'oscurità con i denti che battevano. Poi lo sentì dire qualcosa riguardo alla finestra, e seguì il suono dei suoi pesanti passi giù per le scale e di nuovo su.
Ora era la sua occasione per scappare mentre erano di sopra. Con la massima cautela spinse la porta del ripostiglio e a mani e ginocchia iniziò il suo pericoloso viaggio verso la finestra. Fu in quel momento che decise categoricamente che non avrebbe fatto il ladro. Un idraulico correva meno rischi e guadagnava di più. Una volta alla finestra non riuscì a smuovere la serratura. In piedi sul davanzale, piagnucolando per la paura, lottò freneticamente, ferendosi le dita e strappandosi le unghie, ma non riuscì a muoverla. Poi provò la porta, ma Sheeley l'aveva evidentemente chiusa a chiave e aveva tolto la chiave.
Un lampo accecante di fulmine lo fece correre di nuovo verso il suo nascondiglio, dove si accasciò sul pavimento, tremando e rannicchiandosi. Sempre più vicino ruggiva il tuono, e il vento sembrava ansioso di entrare in casa tanto quanto lui era desideroso di uscirne. Gradualmente le sue braccia e le sue gambe smisero di sussultare, la sua testa si rilassò contro una scatola vuota, appoggiò la mano sulla guancia che era stata accarezzata e dimenticò i suoi problemi nel sonno.
Quando si svegliò sentì voci forti di sopra. Dapprima suppose di essere a casa e che la voce fosse solo Mr. Flathers che si godeva una delle sue periodiche ricadute. Ma la voce di Dick Sheeley lo richiamò; Dick era arrabbiato con qualcuno, e quando Dick si arrabbiava combatteva. Non c'era un ragazzo su Billy-goat Hill che non avrebbe affrontato la morte per vedere l'ex pugile in una rissa. Era un riconoscimento che poneva chiunque di colpo nei ranghi più alti dell'aristocrazia giovanile.
Chick strisciò fuori dal suo nascondiglio e tese l'orecchio. Le voci si fecero più forti e più eccitate. Attirato come da una calamita, salì le scale un gradino alla volta. In cima c'era un rientranza nel corridoio, un angolo in cui poteva nascondersi, invisibile dalla porta aperta di fronte. Lì si sdraiò sulla pancia e strisciò in avanti finché il suo occhio non fu in linea con la fessura della porta socchiusa.
Tre uomini erano seduti attorno a un tavolo da gioco, due di loro con le spalle verso di lui; e Dick di fronte a loro con la mascella serrata e i denti in mostra. Tutti e tre parlavano contemporaneamente, e Dick era il più eccitato dei tre.
“Non avevi nessun asso di picche da mostrare! L'hai scartato. Sai che l'hai fatto, tu... imbroglione!” Si era alzato e stava scuotendo il pugno in faccia al giovane magro.
“È una bugia, vile bastardo!” gridò l'altro selvaggiamente, ma prima che le parole fossero ben fuori dalla sua bocca, il possente braccio destro di Sheeley era scattato oltre il tavolo e lo aveva colpito in faccia.
“Sheeley! Per l'amor di Dio, non vedi che Dillingham è ubriaco?” protestò l'altro giovane che Chick riconobbe come il suo amico del pomeriggio.
“Ubriaco o non ubriaco, non può darmi del bugiardo!” urlò Sheeley, e l'istante successivo Chick, col cuore che batteva follemente tra lui e il pavimento, era nel suo elemento. Era una rissa! Una vera, in cui l'eroe di Billy-goat Hill si difendeva contro due avversari.
I bicchieri e le bottiglie di whisky andarono per primi, il liquore gocciolava dal tavolo al pavimento; poi una sedia fu rovesciata e un vetro della finestra andò in frantumi sul terreno sottostante.
Il giovane magro non aveva il buon senso di fermarsi; ripetutamente lanciò i suoi insulti all'infuriato Sheeley, combattendo con impazienza gli sforzi del suo compagno che cercava di separarli. Improvvisamente Chick lo vide fare un passo indietro, mentre gli altri stavano lottando, e armeggiare nella tasca posteriore. Lo vide stabilizzarsi contro lo stipite della porta, a meno di un metro di distanza, e sollevare una pistola. Ci fu un colpo secco, un gemito soffocato, poi una caduta pesante.
L'uomo con la pistola la lanciò attraverso la finestra rotta, poi barcollò fino al tavolo dove si accasciò con la testa tra le braccia.
Cosa fosse successo nell'angolo, Chick non poteva dirlo, ma in pochi minuti il suo giovane amico entrò rapidamente nel suo campo visivo e scosse la figura flaccida che giaceva in parte sul tavolo.
“Alzati, Dill! Per l'amor di Dio! Sei troppo ubriaco per accendere la tua macchina? Non appena riuscirò a fermare quel sangue devo andare a cercare un dottore.”
Gli occhi storditi dell'uomo ubriaco lo guardarono in un terrore impotente!
“Non posso restare qui!”
“Devi restare qui! Non vedi che non sei in grado di guidare una macchina? Fatti forza, idiota; dobbiamo fare qualcosa e farla in fretta. Scendi e prova ad accendere. Ecco la chiave della porta! Sarò lì non appena riuscirò a fermare il sangue!”
L'uomo al tavolo barcollò verso la porta, attraversò il corridoio, così vicino a Chick che quasi lo calpestò, poi andò ondeggiando giù per le scale, sostenendosi con il muro e la ringhiera. Chick sentì la porta laterale sbattere e il ciuf-ciuf della macchina, poi si rese conto che stava girando l'angolo.
Il giovane nella stanza corse freneticamente alla finestra e si sporse fuori, poi disse qualcosa di selvaggio a bassa voce e si precipitò nel passaggio e giù per le scale a capofitto. Chick sentì la porta laterale sbattere di nuovo e, un momento dopo, il galoppo di un cavallo.
Poi tutto divenne immobile, tranne il rumoroso battito del suo cuore che minacciava di rompere i suoi confini. Attraverso la fessura vide il tavolo con i bicchieri rotti e il whisky che gocciolava, gocciolava sul pavimento; vide le sedie rovesciate e il becco di gas che tremolava nel vento proveniente dalla finestra rotta.
La cosa che non poteva vedere era ciò che giaceva nell'angolo, l'ammasso rannicchiato e macchiato di sangue di un qualcosa per cui una donna grassa e sorridente e sei ragazzini biondi stavano aspettando oltre il terreno comune. Chick strisciò verso la cima delle scale, e mentre raggiungeva l'ultimo gradino la sua mano toccò un oggetto duro. Lo raccolse e lo tenne verso la luce, e mentre lo faceva, la gioia che spesso sboccia sull'orlo della tragedia fu sua per un momento. Era la frusta da cavallerizzo di cui aveva ereditato l'impugnatura quel pomeriggio!
Giù per le scale, attraverso la porta e fuori nella notte inzuppata di pioggia corse; attraverso il terreno comune, attraverso lo scalo ferroviario e giù per la stretta e disgustosa oscurità di Bean Alley. Oltre un recinto sgangherato e su per un portico fatiscente si arrampicò come un gatto, finché non raggiunse il piccolo solaio nella dimora di due stanze dei Flathers che chiamava casa.
Qui il criminale incallito, il trasgressore di leggi e di slot machine, l'aspirante ladro, si gettò su un vecchio materasso e con due pugni sporchi negli occhi pianse tutto il suo cuore alle travi sopra di lui.
Non era pentimento per i suoi peccati, né era terrore per il segreto che era chiuso dietro le sue labbra inarticolate, sebbene entrambi avessero una parte. Era perché una bella giovane signora aveva preso le sue difese, gli aveva messo le braccia attorno e si era rifiutata di credere che fosse cattivo come diceva Skeeter Sheeley.
CAPITOLO V
Durante il resto della settimana la tempesta, che aveva scatenato tutto il problema, continuò a incombere minacciosa, scatenandosi giorno dopo giorno in feroci e dispettosi acquazzoni. Fuori a Thornwood l'aspetto era quanto mai triste; il terreno basso davanti alla casa era sott'acqua per un quarto di miglio, alberi, flaccidi e infangati, stavano sconsolati in un lago non familiare, il ponte sotto la diga era stato spazzato via, e i cavalli che andavano al torrente per bere venivano costantemente presi dalla corrente e dovevano essere salvati con delle funi. Nel giardino dei fiori, piccoli boccioli dal volto sporco giacevano nel fango, le viti strisciavano lungo i sentieri, tutto il profumo e il colore sembravano essere stati inzuppati via da quegli scrosci continui e battenti.
All'interno della casa non era molto più allegro. L'ingresso principale, con la sua ripida e stretta scalinata e il rivestimento del pavimento in tela cerata dal paesaggio altamente ornato, era in un crepuscolo perenne. Un barlume occasionale dal legno bianco o dalla modanatura dorata di un quadro cercava invano di scacciare l'oscurità. Il salotto, sulla destra dell'ingresso, era sepolcrale con le sue fessure delle finestre imbottite di carta e le persiane saldamente chiuse. Certo, il soggiorno dall'altra parte dell'ingresso faceva del suo meglio per sembrare allegro, ma anche quel luogo confortevole con il suo soffitto basso e i mobili in mogano ammaccati, le sue alte credenze ai lati del largo camino in pietra e il suo amichevole disordine di necessità quotidiane, non era all'altezza della situazione.
Un pomeriggio, quando il Colonnello rientrò dal pollaio dove lui e Uncle Jimpson si erano costituiti in un corpo di recupero, sorprese Miss Lady seduta nell'oscurità sul pavimento davanti al camino vuoto, con sospette tracce di lacrime sul viso.
“Accendi una luce,” sbottò il Colonnello; “non devi stare seduta al buio così, sai. Dov'è la mia pipa?”
Lei scattò in piedi e trovò l'oggetto mancante, e con un gran sfoggio di allegria accese la lampada e tese il fiammifero affinché lui potesse accendere la pipa.
“Cosa c'è che non va?” chiese il Colonnello; “sei un po' tremante, non è vero?”
“Io? Guardami!” Tenne il fiammifero molto dritto e molto stretto, poi, mentre tremava, lo spense e glielo fece cadere nella manica. “C'è della posta là sul tavolo per te, caro papà. Noah l'ha portata giù dalla città nel suo calesse.”
Lo disse con molta noncuranza ed elencò persino il contenuto mentre glielo porgeva:
“Due circolari, una lettera dal vivaista, il Confederate Veteran e i giornali.”
“Niente per te?”
“Niente.”
Sotto il suo sguardo gli occhi di Miss Lady si abbassarono e lei si voltò bruscamente verso la finestra, mentre il Colonnello, con la bocca aperta e la pipa in mano, la osservava.
Non aveva mai visto la sua bambina così in vita sua! Che motivo aveva il suo labbro di tremare a metà di una frase, o i suoi occhi di riempirsi di lacrime improvvise, facendola voltare le spalle al suo adorante papà e occuparsi della tenda della finestra?
Naturalmente è sconvolgente avere un amico, che vedi quotidianamente da un paio di settimane, finire nei guai come era successo al giovane Donald Morley. Faceva star male persino il Colonnello, non lo negava. Ma che motivo aveva la gattina di prendere tutto così a cuore? Perché era chiamata a sostenere così calorosamente la causa di questo giovane straniero, a risentirsi di ogni insinuazione e a sostenere appassionatamente che sarebbe stato in grado di spiegare tutto? Morley non aveva spiegato. Tre giorni erano passati trascinandosi e non si era saputo nulla da lui. Probabilmente non si sarebbe saputo nulla da lui! Il Colonnello voleva sentirsi vittorioso, ma non lo era! Invece, gettava sguardi ansiosi e comprensivi alla nuca di sua figlia e si asciugava di nascosto il suo piccolo naso all'insù sull'angolo del suo fazzoletto dal bordo rosso.
Aveva una mezza idea di rinunciare al suo viaggio in Virginia! Certo, non vedeva l'ora da mesi di celebrare il Founders' Day al vecchio college. Se non fosse stato per vedere tutti i vecchi ragazzi, sarebbe rimasto a casa. Perbacco! La bambina veniva prima; sarebbe rimasto a casa comunque!
“Quei guanti,” sbottò per dare la notizia; “quelli sottili che ti ho detto di rammendare. Bene, non serve che li rammendi.”
“Non l'ho fatto,” disse Miss Lady, “ma lo farò ora.”
“Non serve. Non ne avrò bisogno. Il fatto è che non ci vado.”
“Sì che ci vai,” disse Miss Lady, aggiungendo in modo inconcludente, “Perché no?”
“Servito qui a casa. Strade spazzate via, tutto fuori posto. Ho deciso di rimanere a casa.” Miss Lady si voltò dalla finestra dove stava seguendo le gocce di pioggia sul vetro e si lanciò verso di lui, stabilendosi sulle sue ginocchia, per quanto ci si potesse stabilire su una superficie così perpendicolare.
“Non hai intenzione di fare una cosa del genere. Uncle Jimpson ti accompagnerà in città per prendere il primo treno domattina.”
“Non ci vado,” insistette il Colonnello, scuotendo la testa con ostinazione.
“Sì che ci vai. Dov'è la tua borsa da viaggio?”
“Sul ripiano più alto della credenza. Ma non ci vado.” Lo disse con fermezza, ma l'istante dopo chiese: “Jimpson ha stirato il mio abito grigio?”
“Oh! Squire Daddy, mi dispiace tanto di aver dimenticato di dirglielo! Glielo dirò ora.”
“Troppo tardi!” sospirò il Colonnello rassegnato; “inutile parlarne ancora.”
“Sì che è utile! Il tuo entusiasmo è solo diventato umido come tutto il resto. Dirò a Uncle Jimpson di accendere un fuocherello per tirarci su il morale, poi lavoreremo tutti per prepararti.”
Sembrò essere un sollievo per lei darsi da fare e mettere le cose in moto. In poco tempo ebbe un fuoco allegro che ardeva nel focolare e le tende tirate contro il triste crepuscolo esterno.
Il Colonnello sedeva al centro della stanza, guardando Uncle Jimpson e Aunt Caroline raccogliere il suo guardaroba sparso, tenendo d'occhio nel frattempo Miss Lady. Semplicemente non aveva intenzione di vederla infelice! Era assurdo! Del tutto fuori questione! La sua bambina che piangeva negli angoli dove lui non poteva vederla? L'idea stessa di una cosa del genere! Se doveva piangere, cosa c'era che non andava nella sua spalla?
“Non hai che quattro fazzoletti nel bucato, Cunnel,” annunciò Aunt Caroline dalle sue ginocchia accanto a un grande cesto di vimini. “Non sembra abbastanza per un signore bianco per mettersi in viaggio.”
“Jimpson,” il Colonnello alzò lo sguardo con aria di rimprovero, “hai sentito? Mi hai fatto scendere fino a quattro fazzoletti.”
“E calzini,” continuò Caroline, godendosi l'opportunità di sottolineare le carenze della sua metà inferiore, “circa diciassette, tutti spaiati. Non ce ne sono quasi due dello stesso colore.”
“Miss Lady, li ha accumulati per rammendarli,” spiegò Jimpson, felice di spostare la responsabilità. “Dice che prenderà un giorno libero uno di questi giorni, e rammenderà tutto in casa.”
Il Colonnello si guardò attorno: “Dov'è Miss Lady?”
“Fuori nel corridoio, a leggere il giornale della sera. Non ho mai visto quella ragazza prestare così tanta attenzione al giornale. Sì, signore, la chiamo.”
“Altre notizie sulla sparatoria?” chiese il Colonnello casualmente, quando lei tornò.
“Sì, Mr. Dillingham è stato incriminato e chiamato davanti alla corte. Il caso è stato rinviato al primo giugno.”
“E Sheeley? Quali sono le sue condizioni?”
“Il giornale dice che perderà l'occhio, ma che probabilmente guarirà.”
“E... e non si è saputo nulla di Morley?”
“Non ancora.”
Dopo cena, quando tutti i preparativi per il viaggio furono completati e la presenza allegra di Uncle Jimpson e Aunt Caroline fu rimossa, il Colonnello e Miss Lady sedettero davanti al fuoco che moriva e cercarono di conversare. Fuori i rami bagnati spazzavano le finestre e improvvise raffiche di pioggia battevano contro i vetri.
“Trent'anni da quando ho visto alcuni dei vecchi ragazzi,” disse il Colonnello, cercando di scaldarsi all'idea del suo imminente viaggio. “Mi mancherà il vecchio Professor Queerington, ma John Jay sarà lì. Abbiamo in programma di tornare a casa insieme. Un uomo eccezionale, lui, un uomo eccezionale!”
“Chi? Oh, sì, il Dottor Queerington.”
“Solo un ragazzino quando ero a pensione da suo padre. Non può avere molto più di quarant'anni ora. L'uomo più intelligente che il vecchio college abbia mai sfornato! E buono tanto quanto è intelligente. Un po' troppa istruzione sui libri forse, e non molta saggezza pratica, ma non ci sono molte teste fatte per portare entrambe. È solido però, solido fino al midollo, e questo significa molto di questi tempi. Cosa c'è che non va? Hai sonno?”
“No, solo agitazione. Dì, papà, cosa pensi che faranno al signor Dillingham, se verrà condannato?”
“È un reato da penitenziario, a quanto sento. Ma Noah dice che riusciranno a farlo assolvere. Il vecchio generale Dillingham ha un sacco di soldi e amici in tribunale. Si occuperà lui di suo nipote.”
“Ma se venisse scagionato,” esordì Miss Lady, “allora la colpevolezza ricadrebbe su...”
“Ora senti un po’,” la interruppe il Colonnello, “smettila di tormentarti la testolina con quel processo. Va’ lì e suonami un paio di quei bei pezzi di una volta, e poi andremo entrambi a letto.”
La voce dolce e non istruita di Miss Lady iniziò con sufficiente coraggio. Descrisse con sentimento il fascino di Annie Laurie, ed era a metà di Robin Adair quando esitò, ricominciò, inciampò di nuovo, e infine si fermò in modo ignominioso.
“Tsk! Tsk!” disse il Colonnello, agitato, tirandosi fuori dalla sedia in un tempo incredibilmente breve per un gentiluomo così robusto. “Così non va, sai; non è giusto!”
“È quel pezzo sciocco!” disse Miss Lady con stizza. “Mi colpisce sempre i sentimenti.”
“Ma non dovrebbe farti piangere così. Su, dimmi tutto.”
“Non c’è nulla da dire... cioè...”
“Beh, non importa allora. Sfoga pure il pianto. Ecco, va bene. Non badare a me. Solo il tuo vecchio papà.” E tra un gran darsi da fare, coccole e sciocche rassicurazioni sul fatto che lui fosse il suo papà, la portò sul divano. Seduta sul pavimento con le braccia sulle sue ginocchia, lei pianse con l’abbandono di una bambina, mentre le dita corte e tozze del Colonnello le accarezzavano teneramente i capelli lucenti. Alla fine, quando la tempesta si fu placata e lei riuscì ad alzare lo sguardo, lui le prese il viso tra le mani.
“Sputa il rospo, gattina!” esordì lui. “Cosa ti turba? La faccenda di Don Morley?”
Lei baciò la mano più vicina.
“Lo pensavo. Ti... ti sei affezionata a lui parecchio, eh?”
Lei annuì tra i singhiozzi.
“Più di chiunque altro?” lo chiese con gelosia, ma senza indietreggiare.
“Tranne che a te, papà.” Fu un sussurro flebile, ma rassicurante.
“E che mi dici di lui?” continuò il Colonnello.
Un altro scoppio di pianto, poi un risoluto sforzo di autocontrollo.
“Lui voleva fare la cosa giusta. Lo so! Aveva promesso di smettere di bere e giocare d’azzardo e di andare a lavorare.”
“Ha fatto un buon inizio!” Il Colonnello scosse le ceneri dalla pipa. “E dopo essersi cacciato nel guaio, perché al diavolo è scappato? Perché non è rimasto ad affrontare la situazione? Qualsiasi sciocco saprebbe che se Dillingham viene scagionato, ogni sospetto ricadrebbe su di lui.”
“Ma, papà, non abbiamo ancora sentito la sua versione. Se potessi solo avere sue notizie, o vederlo.”
“Vederlo!” esplose lui. “Per amor del cielo, perché mai vorresti vederlo? No, signora! Non finché a Bob Carsey resta un po’ di piombo nel suo fucile! Pensi che ci sia il rischio che si aggiri da queste parti mentre sono via? Questo chiude la faccenda! Non mi muoverò di un passo. Dillo a Jimpson! Dillo a Caroline! Disfate i miei bagagli.”
“Ma, papà, aspetta! Probabilmente a quest’ora è già sulla costa. Inoltre, non ha scritto né mandato alcun messaggio. Come facciamo a sapere che... che vuole tornare?”
“Ci proverà, eccome. Ho visto come stavano le cose. Ho visto come ti guardava. Quell’insolente cagnaccio!”
“Papà! Ti prego, non farlo! Non lo conosci. Spiegherà tutto quando scriverà, lo so che lo farà!”
“Ma non scriverà! Non ne avrà il coraggio. L’idea che se ne sia andato così, lasciando la mia ragazza, per finire invischiato in uno scandalo come questo! Devi promettermi di non parlare mai più con quel giovane scellerato!”
“Ma se spiegasse tutto?”
“Perché non l’ha già fatto? Perché non può. Inoltre, non voglio che lo faccia. Con lui abbiamo chiuso. Promettimi di non avere più nulla a che fare con lui.”
Lei esitò, e il Colonnello cominciò a buttare fuori le cose dalla sua borsa con grande agitazione.
“Ti prego, Squire Daddy!” Lei gli prese le mani e lo guardò, e qualcosa nei suoi occhi imploranti e nelle labbra tremanti ricordava così tanto un altro volto che lui aveva amato, che crollò completamente e dovette ricorrere a uno dei suoi quattro fazzoletti puliti che erano ancora nella borsa.
Era un vecchio sciocco, dichiarò tra violenti soffi di naso e colpi di tosse. Stava solo facendo quello che riteneva fosse suo dovere. Non intendeva renderla infelice. Non aveva abbastanza buon senso per crescere una ragazza. C’aveva provato, però! Ci avrebbe sempre provato. Solo che lei non doveva essere infelice; lui non poteva sopportarlo. Sarebbe morto se lei avesse osato essere infelice!
E Miss Lady, con le braccia attorno al suo collo, asciugando inutilmente i suoi occhi gonfi con il suo piccolo nodo di fazzoletto bagnato, dichiarò appassionatamente che gli avrebbe promesso qualsiasi cosa al mondo, che sarebbe stata felice, che era felice!
“Non ancora,” disse il Colonnello, asciugandosi ripetutamente la fronte; “ma lo sarai! Sistemeremo tutto. Appena torno, affronterò la faccenda. La indagherò fino in fondo. Daremo a Morley ogni possibilità di riscattarsi. Ma fino ad allora, non lo vedrai se puoi evitarlo, né leggerai le sue lettere, se dovesse scriverne? Non ti dispiace promettermi almeno questo, vero?”
“Lo prometto, papà.”
Oh! Le promesse fatte per un giorno, e mantenute attraverso gli anni, quante vite aggrovigliate hanno sulla coscienza!
Miss Lady rimise le cose del Colonnello nella borsa e si chinò a dargli la buonanotte.
“Sei sicura che non ti dispiaccia se parto?”, chiese lui, studiando il suo viso. “Sarò di ritorno sabato sera.”
“Va bene. Addio, non sarò alzata domattina quando parti. Divertiti, caro papà, e... e non preoccuparti per me.”
Lui le accese la candela e la portò fino ai gradini, dove la baciò di nuovo.
“La mia bambina,” sussurrò.
La casa si fece silenziosa. Sul pianerottolo, l’alto orologio scandiva le ore fino a mezzanotte; il fuoco si ridusse in brace; dal portico all’esterno giungeva il gocciolio, gocciolio, gocciolio della grondaia. Il Colonnello sedeva ancora sulla sua sedia dal sedile diviso, i suoi piccoli occhi come fuochi di guardia nell’oscurità, in ascolto del minimo rumore di irrequietezza proveniente dalla stanza al piano di sopra.
CAPITOLO VI
L’improvvisa luce della pubblicità che era caduta sul saloon Cant-Pass-It diffuse un riverbero su tutta quella zona di Billy-goat Hill. Tutti avevano qualcosa di cui parlare, e tutti parlavano, tranne Chick.
Phineas Flathers si autoproclamò centro informazioni e si dedicò esclusivamente a discutere la faccenda. Myrtella, la sua sorella gemella, che per quindici anni aveva presieduto innumerevoli cucine in tutta la città, rischiò quasi di perdere il suo nuovo posto a causa dell’interesse per la faccenda.
L’unico argomento su cui Myrtella Flathers si considerava un’esperta era l’omicidio. In svariati terzi piani sul retro, aveva per anni seguito le cronache nere correnti con interesse bruciante. Realismo, romanticismo, intrigo, avventura, li trovava tutti in quei cupi racconti di criminalità quotidiana.
Myrtella e Phineas Flathers erano stati gettati nel mare della vita in tenera età, a nuotare o affogare a loro piacimento. Myrtella era sopravvissuta combattendo le onde, mentre Phineas aveva adottato l’espediente meno faticoso di lasciarsi galleggiare.
Per lui il lavoro appariva un’azione del tutto artificiale e anormale, autoimposta e non necessaria. Il palcoscenico della vita offriva così tante opportunità per esercitare la sua abilità istrionica, che l’idea di stabilizzarsi in una routine lavorativa gli sembrava uno spreco di talento. Con lungimirante discernimento aveva intuito presto che un ruolo serio non faceva per lui.
Cercando un campo che promettesse le maggiori opportunità per il suo talento, scoprì la chiesa Immanuel in città. Qui la filantropia ardeva con tale zelo entusiasta che il raccolto non bastava per i lavoratori. Phineas vide la sua occasione e la colse. Divenne un Figliol Prodigo.
Da quel momento, la sua unica vocazione fu frequentare la chiesa. Tre volte alla settimana, incurante delle intemperie, srotolava le sue lunghe gambe dai pioli della sedia al Cant-Pass-It, lisciava con cura i capelli rossi e si dirigeva verso un banco in prima fila nella chiesa Immanuel. A intervalli calcolati alla perfezione, cadeva in peccato e veniva redento, passando da periodi di grave ricaduta a periodi di grande fervore religioso. Nel frattempo seguiva le Scritture alla lettera e non si curava del domani. La sua fiducia nella Provvidenza e nel Comitato Femminile divenne, col tempo, assoluta.
Né il rispetto di sé di Phineas Flathers soffriva minimamente per questo modo di vivere. In nessun senso si considerava un peso. Non dava forse tre volte alla settimana una magistrale interpretazione del “nostro povero bisognoso”, del “nostro fratello sfortunato”? Non offriva forse generosamente la sua famiglia affinché ogni nuova società ecclesiastica potesse farsi le ossa? Maria, sua moglie, non aveva forse lavorato stancamente su trattati incomprensibili, e Chick, il suo figlio adottivo, fatto penitenza a scuola domenicale, fino a tre domeniche di fila? Considerando tutto, Phineas sentiva che la chiesa otteneva molto per i suoi soldi.
Myrtella Flathers, seguendo un altro metodo, aveva per quindici anni combattuto ogni ostacolo che avesse incrociato il suo cammino. Aveva lasciato dietro di sé tradizioni di cucina insuperabile e pulizia ineguagliabile, insieme a un esercito sconfitto di padrone, domestiche, lavandaie e maggiordomi. Apparteneva all’ordine dei Cuochi Militanti e da tempo aveva conquistato i suoi speroni.
Tra le cose che Myrtella, nella sua drastica condanna della vita in generale, disapprovava, nulla era più grande di suo fratello e della sua famiglia. Ma il legame di sangue, più forte di simpatie o antipatie, favoritismi o pregiudizi, la riportava da lui ancora e ancora, per condividere con lui ciò che aveva e per criticare la sua condotta.
In quel particolare pomeriggio era partita per Billy-goat Hill per sentire della sparatoria e per dare alla famiglia la notizia di aver trovato un nuovo posto. Succedeva con tale regolarità che non avrebbe meritato attenzione, se non si fosse aggiunto lo sconcertante fatto che Myrtella ne era soddisfatta. Nei suoi quindici anni di servizi ribelli non era mai stata vicina a un posto che le desse soddisfazione. Certo, c’erano stati casi oscuri e da non ricordare in cui non aveva soddisfatto lei stessa, ma di solito era il posto, il “nuovo posto”, con il suo variabile codice di obblighi e divieti, che portava Myrtella a passare molte delle sue giornate nell’Ufficio di Collocamento, o sui tram, o a vagare per le strade in cerca di quella sempre sfuggente “buona casa”.
Era partita per il suo pellegrinaggio in uno stato d’animo abbastanza equo, ma prima di aver fatto molta strada, il vento l’aveva resa furiosa. Era una frizzante brezza di marzo che si era attardata ed era ora girovagava a maggio, in cerca di guai.
Myrtella virò contro di essa, come uno sloop a vela, con tutto l’armamento e le vele spiegate, una persona angolare e robusta con un’espressione bellicosa stranamente in contrasto con i movimenti imbarazzati, quasi timidi, delle sue mani e dei suoi piedi. Ciocche corte di capelli neri lisci sferzavano il suo viso, le gonne, spinte strettamente contro le ginocchia, si gonfiavano nel vento, mentre il suo cappello a tesa larga catturava tutta la forza della raffica, come una vera vela di gabbia.
Quando ebbe fatto tre virate per attraversare la piazza, ed era pronta per girare l’angolo, ci fu un colpo di vento improvviso che fece sbattere tutte le vele contro l’albero, lasciandola in tale agitazione di indignazione che non riuscì a vedere un filo che stendeva la sua insidiosa lunghezza, due pollici sopra il marciapiede, dalla recinzione al bordo della strada.
Dopo la caduta, invece di morire di apoplessia, come ci si sarebbe potuti aspettare dal suo volto, Myrtella si rialzò dal marciapiede e, sbirciando attraverso una fessura nella recinzione, sorrise. Era un’espressione così insolita per i suoi tratti che quasi non sapevano come gestirla.
“Ti vedo, Chick!” disse con una voce che cercava di essere gentile; “perché non vieni fuori qui a parlarmi?”
Chick e Skeeter, riconoscendo un rigonfiamento significativo nella borsa a rete che lei portava, sgattaiolarono fuori, il primo che evitava abilmente il suo braccio proteso in segno di benvenuto.
“Lui dice,” intervenne il sempre pronto Skeeter, mentre il suo compagno emetteva strani rumori in gola, “che non sapeva fossi tu. Non voleva farti inciampare. Onestamente! Non sei arrabbiata, vero?”
“No, non sono arrabbiata.” Myrtella sorrideva ancora mentre si spolverava la gonna. “Ecco un’arancia che ho portato per te, Chick. Non sei stato male, vero?”
“No! Non è stato male, ma ha fatto quel bagno che gli hai chiesto, e dov’è il suo nichelino?”
Myrtella stette a guardare i ragazzi finché il negozio all’angolo non li inghiottì insieme al loro nuovo nichelino, poi sospirò e svoltò in Bean Alley.
Non c’erano strade lì, e una roccia occasionale o un barattolo di latta erano le uniche isole in un mare di fango. Il cottage dei Flathers, composto da due stanze e mezzo sottotetto, poggiava il suo peso contro il cottage accanto, con una sorta di cieca fiducia simile a quella che Phineas Flathers riponeva nella Chiesa. Dall’altro lato godeva di una vista ininterrotta sulla Discarica, che faceva da sfondo a tutta la vita sociale giovanile di quella sezione di Billy-goat Hill.
Qui le navi venivano varate nelle pozzanghere di fango, si tentavano giardini fioriti in barattoli di latta, e si combattevano feroci guerre tra bande rivali; qui aspiranti madri giocavano con bambole di stracci e bastoncini, e candidati al circo eseguivano prodezze acrobatiche sull’unico pezzo di recinzione che non era crollato. E tutta questa attività si svolgeva quasi sotto le ruote dei carri che passavano avanti e indietro tutto il giorno. Myrtella, facendosi strada nel fango, stava proprio svoltando l’angolo della casa dei Flathers quando i suoi occhi caddero su un vetro rotto imbottito con una gonna di lana che aveva dato a Maria affinché la trasformasse in pantaloni per Chick. Lo tirò via prontamente con una forza che trascinò con sé il vetro, e quando raggiunse la porta sul retro, la mascella era serrata e le sopracciglia aggrottate.
Considerando il fatto che la stanza sul retro era un composto di cucina, lavanderia, sala da pranzo, dispensa, carbonaia e cantina, gli sguardi con cui Myrtella passò in rassegna la stanza e il suo unico occupante avrebbero potuto essere un tantino meno severi. Era uno sguardo in cui il suo personale odio per lo sporco si combinava con la sua disapprovazione razziale per i “parenti acquisiti”.
Nell’unico spazio della stanza non occupato, Maria Flathers era china su una tinozza, debolmente intenta a convincere capi neri a diventare grigi. Era tutto ciò che chiedeva da loro. Non era ambiziosa. L’ambizione, come ogni altra cosa, le era stata tolta da tempo da quella schiuma calda e fumante che la avvolgeva per la maggior parte delle sue ore di veglia e la lasciava fisicamente, mentalmente e moralmente fiacca. Il suo unico forte istinto era la maternità; ma cinque piccoli Flathers, aprendo occhi deboli sul loro ambiente futuro, si erano sentiti così scoraggiati da chiuderli prontamente di nuovo. Era come se non potessero davvero sopportare la prospettiva della vita in quella casa con il signor e la signora Flathers come genitori!
Solo Chick sopravvisse, il bambino del barile di cenere, che in realtà non era affatto loro, ma che avendo iniziato la vita nel loro cortile, continuava come tutto il resto continuava una volta stabilito dai Flathers, per il semplice motivo che nessuno si prendeva mai la briga di cambiare il disordine esistente delle cose.
Mentre Myrtella entrava con rabbia in porto e attraccava alla soglia, Maria alzò lo sguardo con un sussulto:
“Santo cielo! Myrtella, mi hai fatto spaventare. Mi ero scordata che oggi fosse il tuo pomeriggio libero. Pensavo proprio che fossi l’esattore dell’affitto di Sheeley.”
“Di Sheeley?” ripeté Myrtella, con la curiosità che superava il suo umore, mentre rimuoveva una vecchia scarpa e un setaccio per farina dalla sedia più vicina e si sedeva.
“Sì, è il nostro padrone di casa, ma manda un altro uomo a riscuotere. Immagino tu abbia saputo che gli hanno sparato?”
“Letto ogni parola che è stata stampata. Sta per morire?”
“Lui no. Non ha niente, a parte l’occhio che gli è saltato via. Mio zio, a casa, si è fatto saltare entrambi gli occhi... Tu, Chick!” questo rivolto a una presenza invisibile che si manifestava solo attraverso una pioggia di sassi che seguiva il passaggio di un gatto in fuga. “Vai al saloon, Chick, e dì a tuo papà che deve venire a casa. C’è qui la zia 'Tella.”
“Non sembra crescere di un pollice all’anno,” disse Myrtella pensierosa, guardandolo allontanarsi.
“Quella signora Ivy è tornata di nuovo a chiedermi di mandarlo all’Orfanotrofio. Dice che può farlo entrare, e gli insegneranno a leggere e scrivere.”
“Beh, non ci va! Credo che finché pago io le bollette della spesa, ho il diritto di decidere chi mangerà il cibo! Cosa stai nascondendo?”
Maria, che aveva tentato di rimuovere furtivamente qualcosa dal tavolo, sembrò scusarsi.
“È una di quelle statuine di gesso, scommetto,” continuò Myrtella. “Avrei dovuto sapere che avresti preso l’altra, e non c’è un centimetro quadrato di spazio in casa per appoggiarla! Quanto l’hai pagata?”
La signora Flathers ritirò il grembiule e spolverò teneramente i tratti vivacemente colorati di una squaw indiana, le cui piume del capo riposavano sul suo braccio. Poi la mise su un angolo della stufa dove la sua dignità imponente produsse un’impressione momentanea persino sulla ferrea Myrtella.
“Quanto?” chiese lei senza pietà.
“Un quarto subito, e dieci centesimi a settimana.” Maria sospirò. “Non sarebbe un problema se non fosse per Phineas che spende così tanto in biglietti per andare in chiesa e per quell’esattore dell’affitto, con le gambe storte e spregevole, che viene a sgattaiolare qui ogni settimana, comportandosi come se la povera gente tenesse i soldi lì in giro nei barattoli in attesa di uno come lui!”
L’odio di Maria per l’esattore dell’affitto era l’unica emozione che sembrava essere rimasta nel suo seno appassito. Sconcertarlo, evitarlo, anticipare il suo arrivo e non essere in casa, costituiva lo scopo principale della sua esistenza.
Un colpo di cancello annunciò l’arrivo del capo famiglia, che fu prontamente seguito dalle note di un inno fischiettato allegramente in rag-time.
Phineas Flathers, dopo mesi di astinenza, aveva raggiunto quel periodo in cui sentiva che non solo la sua costituzione, ma la sua professione avrebbero beneficiato di una temporanea caduta in peccato. La sollecitudine per il suo benessere morale stava iniziando a scemare in Chiesa; la sua frequenza regolare, il suo apparente assorbimento nel sermone e la sua esecuzione emotiva degli inni, tutto concorreva a elevarlo dalla classe di convertiti interessanti alla banalità mortale dei membri regolari. Proprio quel pomeriggio aveva deciso di ravvivare l’interesse per il suo caso a ogni costo. Aveva appena offerto da bere agli altri, come avrebbe voluto che gli altri trattassero lui al Cant-Pass-It, quando fu chiamato a casa per vedere sua sorella.
Ora si presentava sulla soglia di casa, una mano su entrambi i lati dello stipite, e si inchinò profondamente:
“Miss Flathers! Piacere di vederti! Vedo che continui a favorirti nell’aspetto. Hai perso il posto, suppongo?”
“Esatto, sii pure offensivo!” Myrtella esplose alteramente; “rinfacciami pure che sono difficile da accontentare, e che non sono disposta ad adattarmi a qualsiasi posto mi capiti.”
“Beh, non volevo dire che te lo rinfacciavo esattamente,” iniziò Phineas, ansioso di propiziarsi.
“Il che significa che sono una bugiarda?” Myrtella si preparò all’azione.
“Oh, dai, non fare così,” la blandì Phineas; “non intendevo nulla di male. Su, raccontaci perché te ne sei andata.”
“Chi ha detto che me ne sono andata? Mettendomi in bocca parole che non ho mai pensato di pronunciare! Non me ne sono andata, e per di più non ho intenzione di farlo. Ho un buon posto.”
Phineas fischiò una nota di sorpresa fastidiosamente sottile: “La signora per cui lavori deve essere sorda e muta.”
“Lo è. Lo stesso che sarai tu un giorno. È morta da tre anni.”
Il trionfo con cui fece questo annuncio zittì momentaneamente Phineas e le permise di continuare:
“È un signore vedovo con tre figli quello per cui cucino, e non ne ho visto uno se non all’ora dei pasti da quando sono entrata al loro servizio. Si chiamano Queerington, abitano in College Street, proprio dietro l’angolo dalla chiesa di Immanuel. Lui è un insegnante o qualcosa del genere, uno di quegli uomini topo di biblioteca, la cui testa non presta mai attenzione a ciò che fa il resto del corpo. ‘Si occupi di tutto,’ mi ha detto, ‘faccia la spesa, cucini e non mi disturbi per niente.’”
“Ma lui ti disturba?” intervenne Phineas con astuzia; “questo è il vero punto.”
“Non te l’ho appena detto che non lo fa? È stato via per un viaggio in Virginia; torna a casa stasera. Ho l’intera casa nel palmo della mia mano, dalla cantina alla soffitta. La signorina Connie, è la più grande, volubile come un piccione e con la testa così piena di ragazzi che non presta attenzione a nient’altro al mondo. Poi c’è la signorina Hattie, la seconda, proprio in quella detestabile età dei tredici anni, ma così occupata a beccare sua sorella che non le resta tempo per me...”
“Pensavo avessi detto che c’erano tre figli,” intervenne Maria con dolcezza.
“Li ho detti. Non avrai mica pensato che mentissi, vero? Sempre pronta ad afferrare le parole di una persona prima ancora che le escano di bocca! Il terzo è un maschietto, Bertie lo chiamano, malaticcio e smilzo, ma un bel ragazzino davvero. Dov’è andato Chick?”
“È seduto lì fuori sulla soglia. Hai sentito della nostra sparatoria?”
“Maria stava cercando di dirmelo, ma non sembrava avere nulla di chiaro da raccontare. Chi pensi che sia stato?”
Phineas Flathers, in equilibrio sulle zampe posteriori della sedia, con i pollici infilati negli scalfi del gilet, non era affatto riluttante a lanciarsi in un resoconto completo della faccenda, abbellendola con molti ghirigori man mano che procedeva. Nel seno della propria famiglia era libero da quei vincoli di riserbo che imbarazzavano la sua parlantina quando si trovava in società più formali. La quantità di imprecazioni che riusciva a sciorinare nel corso di una conversazione ordinaria era a dir poco sbalorditiva. Essendo questa più di una conversazione ordinaria e trovandosi lui in vena, richiedeva un vocabolario extra. Espose graficamente i fatti del caso, poi diede libero sfogo alla sua immaginazione nel darne spiegazione. Interpretò l’intera faccenda come uno scontro tra capitale e lavoro, un conflitto tra l’aristocratico viziato e l’uomo comune. La sparatoria era il risultato di un piano ordito nei minimi dettagli: Dillingham e Morley si erano incontrati su appuntamento, mossi da un movente che lui non chiarì, per uccidere Sheeley, un onesto lavoratore. Non era stato forse quello a cavallo, che dicono fosse il signor Morley, a fermarlo all’incrocio, proprio nel pomeriggio della sparatoria, e a intrattenerlo in una conversazione? Phineas assicurò ai suoi ascoltatori che tremava ancora adesso al solo pensiero del pericolo che aveva corso!
“L’avevo visto prima di quel giorno cavalcare con una bella signorina, che per poco non si rompeva l’osso del collo sotto una locomotiva, ma questa volta era da solo, seduto lì sul suo cavallo, fiero come un re e a stuzzicarmi sul fatto che i ricchi non permettessero a noi povere classi lavoratrici di avere strade qui fuori. Ho sospettato qualcosa proprio allora; mi sono detto, ‘ha una bella faccia ma la sua mente è un pozzo di corruzione.’ E quando ho saputo che aveva sparato a Sheeley... Ora cosa diavolo ti succede, Chick?”
Durante questo racconto Chick era rimasto seduto sulla soglia, le ginocchia tirate al mento, ad ascoltare intensamente, ma a questo punto gridò in uno sputo di suoni di protesta.
“È la sparatoria, gli è rimasta impressa nella mente,” spiegò Maria, avvolgendo i suoi capelli lunghi e sottili in uno chignon ancora più stretto dietro la nuca. “Si comporta così ogni volta che ci sente parlarne, e nessuno riesce a capire una parola di quello che dice. Per due o tre giorni non sono quasi riuscita a fargli mangiare nulla.”
“Se la tua cucina non è migliore di quanto non fosse un tempo, non mi stupisce,” disse Myrtella. “Quanto è stato ferito gravemente Sheeley, Phineas?”
“Oh, rimarrà a letto ancora per un mese. Dicono che la retina dell’occhio gli si sia spaccata proprio nel mezzo. Ma non è questo che preoccupa Sheeley. Vive in grande all’ospedale, tutte le sue fatture pagate, e i signorotti che si prendono cura di lui. Ho sentito dire che non intende nemmeno sporgere denuncia. L’hanno sistemato per bene; oltre al fatto che non vuole mettersi contro quella banda di giovani rampanti. Conta di ricominciare con quegli incontri di pugilato, non appena la polizia smetterà di tenerlo d’occhio. Dì, sorellina, non è che hai un quarto di dollaro con te, vero?”
La peculiare capacità di persuasione della voce di Phineas quando lanciava questi suggerimenti finanziari era molto insidiosa. In qualche modo sottile faceva sì che il favore fosse tutto a vantaggio del destinatario; offriva al donatore, per così dire, la possibilità di acquisire merito.
Ma Myrtella indossava l’armatura dell’esperienza. “No, non ce l’ho!” disse, afferrando più saldamente la sua borsa. “Sto pagando il droghiere ora, e comprando vestiti per Chick. Che bene serve? Non faccio in tempo a coprirgli la pelle che tu vai a venderti i vestiti che ha addosso. Quando hai intenzione di trovartelo un lavoro?”
“Beh, potresti dire che ce l’ho già. Per lo meno sto seguendo le Scritture e portando i pesi gli uni degli altri. Jires, il guardiano del passaggio a livello, giù allo Snodo, è rimasto bloccato con i reumatismi e non vuole che il capo lo sappia. Sta seduto nella sua casetta e assume me per andare fuori a segnalare i treni come mi dice lui.”
“Quanti treni al giorno?”
“Due che salgono, tre che scendono e un paio di merci.”
“Dovresti morire per lo sforzo, a sentir te. Quanto prendi?”
“Oh, non è molto. Ma io non sono un uomo ambizioso. Che senso ha che io mi ammazzi di lavoro e faccia accumulo quando non ho un figlio a cui lasciare tutto? Se Claude fosse vissuto, o McKinley, avrei potuto avere qualcosa per cui lavorare.”
“Vuoi dire che avresti avuto qualcosa che lavorasse per te. Il Signore ha fatto certamente un buon lavoro quando ha cambiato idea sul lasciare che quei bambini vivessero.”
“Hanno le cipolle per cena nella casa accanto,” disse Maria debolmente, per sviare una vecchia discussione. “Non sono riuscita a togliermele dalla testa per tutto il pomeriggio.”
Chick, che era stato mandato dal droghiere a vedere che ore fossero, tornò alzando cinque dita.
“Accidenti, devo filare!” disse Phineas. “Il treno passeggeri dalla Virginia è atteso alle cinque e sedici. Non arriverà qui prima di un quarto alle sei, ma io sono sempre lì al minuto. È per questo che Jires mi paga, per essere regolare e affidabile. Fammi solo prendere un’abitudine regolare e un orologio non può competere con me. Ma pensa, se entrassi in ritardo in chiesa, sospenderebbero la funzione!”
“Beh, vedi di non prendere l’abitudine regolare di venire dai Queerington!” fu la stoccata finale di Myrtella mentre lui si alzava barcollando. “Quando avrò qualcosa da dirti verrò io qui.”
“Giusto!” acconsentì Phineas cordialmente; “fai pure come se fossi a casa tua. Casa mia è casa tua. Maria ti dirà che le ho detto proprio ieri sera, le ho detto: ‘Maria, non c’è bisogno che tu ti senta così a disagio nel chiedere l’affitto a Myrtella questo mese, perché questa è casa sua, tanto quanto la mia. Non c’è un’asse in questa casa che non condividerei con lei, lo sa bene.’ Raccontale tutto quello che ho detto, Maria, non tralasciare nulla. Addio!” e con uno sguardo affettuoso e un gesto della mano Phineas se ne andò.
Ora, se avesse seguito il sentiero stretto e angusto, indicato dalle rocce e dalle lattine, che conduceva allo Snodo, invece della larga strada indicata dalla passerella di legno che portava al Cant-Pass-It, la tragedia che aleggiava su Billy-goat Hill avrebbe potuto essere evitata.
Ma aveva lasciato il saloon nel bel mezzo di un’accesa disputa con due italiani, riguardo alla supremazia dell’America su tutte le altre nazioni. Il fatto che il suo paese non fosse mai stato orgoglioso di lui non lo dissuase affatto dall’essere molto orgoglioso del suo paese. Finché la disputa non fosse stata conclusa correttamente, sentiva che l’onore della nazione era in gioco.
Il suo fervore patriottico era così alto che, quando arrivò all’incrocio, il treno passeggeri era già in vista. Jires, impotente e terrorizzato al suo posto, stava urlando distrattamente indicazioni dalla sua piccola cabina di sentinella.
“Flathers! C’è un crollo della massicciata giù lungo la linea! Dobbiamo fermare il treno passeggeri. Tira fuori la bandiera rossa! Presto uomo! Sii pronto a segnalare al macchinista. Tre volte incrociate! La bandiera rossa, stupido! La BANDIERA ROSSA! Oh, Dio mio!”
Perché Phineas Flathers, a cui tutte le bandiere ora sembravano rosse, bianche e blu, stava in piedi all’incrocio, agitando gioiosamente una bandiera bianca, mentre il macchinista con la mano sulla valvola a farfalla rilasciava i freni e mandava il suo treno a tuonare lungo la discesa verso la distruzione.
* * * * *
Nel frattempo Myrtella, avendo terminato la sua visita in un gran finale pirotecnico, nel quale aveva mostrato Phineas a sua moglie in una serie di ritratti infuocati e realistici, prese la sua partenza. Non era la prima volta che affrontava l’alternativa di pagare l’affitto o vedere il suo unico parente buttato sulla strada, né era la prima volta che, dopo aver detto innumerevoli pezzi del suo pensiero a Maria, avesse fatto seguire loro l’affitto.
Per tutta la strada verso casa discusse la faccenda ad alta voce con se stessa, e stava ancora brontolando cupamente quando raggiunse i Queerington. Così assorbita dai propri torti, non notò che la porta d’ingresso era spalancata e che delle figure correvano frenetiche nell’atrio.
Mentre entrava dalla porta laterale, una giovane ragazza dal volto pallido, con i capelli spazzolati all’indietro in una lunga treccia, corse attraverso la dispensa.
“Che succede, signorina Hattie?”
La ragazza si sostenne al corrimano. “È papà!” disse con i denti che battevano. “C’è stato un terribile incidente appena sotto lo Snodo. Non possono nemmeno portarlo a casa. Lo stanno portando in un posto lì vicino, dal colonnello Carsey. Il colonnello Carsey è rimasto ucciso. Era seduto proprio accanto a papà. Oh! Myrtella, ho così paura che papà muoia!”
Myrtella, stando impotente davanti alla ragazza terrorizzata, non riuscì a trovare parole di conforto. Di fatto, appariva ancora più formidabile e irta del solito.
“Beh, non è ancora morto,” disse bruscamente, “e comunque, non c’è motivo per cui tu non debba cenare. I guai pesano sempre di più su uno stomaco vuoto.”
CAPITOLO VII
L’incidente fatale che il patriottismo malriposto di Phineas Flathers aveva precipitato cambiò il corso di molte vite, ma per nessuno portò conseguenze di così vasta portata come per la figlia del vecchio Bob Carsey.
Miss Lady non riuscì mai a ricordare chiaramente quei primi giorni dopo la morte di suo padre. Le sembravano un incubo confuso di medici e infermieri sconosciuti, di uno strano uomo in bilico tra la vita e la morte nel letto della stanza degli ospiti, di persone estranee che andavano e venivano, o sedevano in gruppi silenziosi sulle rigide sedie di crine nell’atrio, in attesa di notizie. Due soli fatti rimasero fissi nel caos vorticoso di irrealtà; suo padre era morto, e nessuna lettera era arrivata da Donald Morley.
Ogni giorno, quando arrivava la posta, si scuoteva dalla sua apatia e, con dita tremanti, smistava le lettere, rileggendole più e più volte, senza mai trovare quella che cercava. A poco a poco, sotto il dolore straziante per suo padre, giunse il dolore sordo e persistente di una prima disillusione. La fiducia e la lealtà con cui aveva iniziato a difendere Donald iniziarono a vacillare di fronte al suo silenzio. Nella sua difficoltà era stata pronta a correre da lui, a soccorrere e perdonare, ma lui non l’aveva chiamata. Ora, nel suo grande bisogno, lei chiamava lui, e lui non veniva. Il sospetto iniziò a farsi strada dietro il dubbio.
Non aveva forse ammesso la sua instabilità? Suo padre non l’aveva forse visto fin dal primo momento? Il suo desiderio di stabilirsi in campagna non era che uno dei capricci di cui la sua vita sembrava fatta? Forse lei stessa era stata solo un’infatuazione passeggera, qualcosa desiderato per il momento, ma presto dimenticato. Alla fine di una settimana il suo orgoglio scese in campo. Qualsiasi ragione lui potesse offrire ora sarebbe arrivata troppo tardi.
L’improvviso tuffo dall’irresponsabile fanciullezza in questa misteriosa regione di dolore e dubbio, dove si deve percorrere da soli il sentiero spinoso, la terrorizzava e la confondeva. Fece tutte le ultime, tristi e futili cose che si possono fare per i defunti; poi, quando tutto fu finito, fuggì dalla confusione di Thornwood e cercò il silenzio dei boschi. Qui, violente esplosioni di dolore ribelle erano seguite da ore di apatia in cui camminava per chilometri, senza vedere né sentire nulla, ma spinta da un insistente desiderio di essere in movimento.
Fu alla fine di una di queste camminate che Noah Wicker la trovò, a tarda sera, sull’erba vicino al fiume, a singhiozzare con il cuore spezzato nel punto in cui il Colonnello era solito pescare.
Le parole di conforto di Noah erano scarse quanto le sue altre parole, così si sedette su un tronco lì vicino e attese in silenzio finché lei non fu pronta per tornare a casa. Al ponticello, dove la lasciò, le porse una lettera.
“L’ho presa alla stazione a mezzogiorno,” disse. “Pensavo di passare prima, ma non sapevo se mi volevi.”
Lei non lo sentì, la lettera era arrivata! Le sue dita fremettero al tocco, e il sangue caldo le salì al cuore. Senza un altro pensiero per Noah, corse su per il vialetto verso casa, dove si chiuse nel soggiorno. Fiammifero dopo fiammifero scoppiettarono e si spensero tra le sue dita nervose, prima che la lampada venisse accesa.
Lui aveva scritto! Gli importava! Stava arrivando! Più e più volte sussurrò le parole a se stessa. Poi guardò il timbro postale sulla busta pesante, e il suo cuore sprofondò. San Francisco! Dopo tutto non stava tornando!
Il suo dito ansioso era sul sigillo, quando i suoi occhi caddero su una pipa di radica che giaceva sul tavolo accanto a una borsa di tabacco riempita a metà. In un istante le sembrò di vedere una mano bruna e tozza allungarsi per prenderla, il guizzo rapido del fiammifero, il bagliore della luce su un vecchio volto segnato dalle intemperie, poi un respiro profondo di contentezza mentre il Colonnello si sistemava e porgeva l’altra mano alla sua bambina.
E la sua ultima promessa a lui era stata quella di non fare nulla finché il nome di Donald non fosse stato scagionato. Poteva mantenere la sua promessa ora, ma avrebbe potuto farlo dopo aver letto la lettera di Donald? Se il solo tocco di essa nella sua mano implorava per lui, cosa avrebbero fatto le parole vive?
Guardò con disperazione la stanza allegra e accogliente, ogni centimetro della quale le parlava di suo padre e del suo amore per lei. Sull’infisso bianco della porta erano segnati a matita gli orgogliosi record che lui aveva fatto della sua altezza a ogni compleanno successivo. Sulle pareti c’erano le sue foto che lui aveva custodito gelosamente, da quando era una bambina dagli occhi tondi fino al giorno d’oggi. Nell’armadietto c’era una scatola verde contenente le sue prime scarpine, i suoi vestitini, la sua prima lettera, i suoi riccioli da neonata.
Sopra il clavicembalo c’era un ritratto del Colonnello stesso, dipinto prima che lei nascesse. Rappresentava uno sportivo giovane e spericolato, circondato dal suo branco di segugi. Vent’anni prima, questo cacciatore galante aveva rinunciato alla caccia, insieme a tante altre gioie, per provvedere ai suoi bisogni infantili, per condividere le sue gioie e i suoi dolori, ed essere padre, madre, compagno di giochi, tutto in uno.
Strinse forte la lettera di Donald Morley e chiuse gli occhi. Mai nella sua breve vita aveva desiderato fare qualcosa così disperatamente come desiderava leggere quella lettera, eppure leggerla significava rompere una promessa fatta a qualcuno a cui non avrebbe mai più potuto promettere nulla. Il suo amore appena risvegliato e il suo senso di giustizia imploravano calorosamente per Donald, ma la stanza vuota e il suo cuore vuoto, e un appassionato senso di lealtà verso il defunto, parlavano in silenzio per suo padre.
Dopo tutto, nulla avrebbe potuto giustificare quei lunghi giorni di silenzio, quel mancato arrivo di Donald da lei nella sua difficoltà. Il giudizio di suo padre era probabilmente corretto dopo tutto, ed era meglio che lei ponesse fine alla faccenda una volta per tutte.
Singhiozzando come una bambina, baciò la lettera ancora e ancora, e inginocchiandosi davanti al fuoco, la tenne sulla fiamma e la guardò ridursi in cenere sul focolare.
Dopo quella settimana desolata ne seguì un’altra, con la stessa invasione di estranei, gli stessi rapporti variabili dalla stanza del malato. A poco a poco, tuttavia, i rapporti divennero più favorevoli, la tensione si allentò, i visitatori divennero meno frequenti e Thornwood iniziò a tornare al suo stato normale.
A causa della natura della ferita del dottor Queerington e del grave shock che aveva subito, non si ritenne opportuno trasferirlo in città finché non fosse stato più forte. La tranquilla casa di campagna era un luogo eccellente per la convalescenza e, sotto la direzione della sua infermiera diplomata, gli si poteva permettere di leggere e scrivere, libero dal fastidio che doveva assalirlo una volta tornato a casa.
Questo accordo fu accettato con apatia da Miss Lady, che non aveva piani per il futuro e temeva un altro cambiamento. Era singolarmente sola al mondo e troppo stordita per il momento per sapere quale dovesse essere il suo prossimo passo. L’unica cosa di cui era certa era che non avrebbe mai lasciato Thornwood.
Uno dei primi giorni in cui al dottor Queerington fu permesso di alzarsi, lei andò a trovarlo. La sua prima impressione nella stanza oscurata fu la stretta gentile di una mano e una voce meravigliosamente bassa che pronunciava parole di conforto. Poi, gradualmente, vide il volto snello ed eccessivamente serio di un uomo di mezza età, con occhi piccoli un po’ troppo vicini, un’ampia fronte intellettuale e una bocca ferma e ben formata che sembrava estranea ai sorrisi.
Da quel momento in poi trovò nella sua stanza un rifugio. Era stato l’oggetto sconosciuto della sua ammirazione fin da quando era bambina, era l’amico di suo padre, l’ultimo a stare con lui prima della morte, e le parlava per ore dei grandi misteri della vita e della morte. Era l’unica persona con cui parlava che non sembrava mai avere dubbi.
Non era la prima volta che il dottore si rivelava una presenza consolatoria nei momenti di afflizione. Dove altri congetturavano o svicolavano, lui affermava con audacia. L’universo, per lui, era un libro aperto, dal quale amava leggere ad alta voce.
Una mattina, sei settimane dopo l’incidente, Miss Lady entrò nella sua stanza con un mazzo di fiori e lo trovò appoggiato sul letto, con i suoi libri intorno e una nota in mano.
“Ho una comunicazione da mia cugina, la signora Sequin,” disse con la cortese formalità che gli era abituale. “Sembra che stia per onorarmi di una visita.”
“La signora Sequin?” Miss Lady si voltò così repentinamente che rovesciò il vaso in cui stava sistemando i fiori. “Ora guarda cosa ho fatto! Lo aggiusto io, signorina Wuster; non si disturbi.”
Apparentemente richiedeva poco autocontrollo per l’infermiera diplomata trattenersi dal disturbarsi. Era seduta con i talloni saldamente agganciati sotto il piolo di una sedia dallo schienale dritto, lavorando all’uncinetto con appassionato abbandono. Riempire borse dell’acqua calda, misurare la temperatura, nutrire i pazienti erano mere interruzioni alla sua vera vocazione di convertire rocchetti di filo di lino in iarde di pizzo di lino.
“Dichiara la sua intenzione di venire a trovarmi,” continuò il Dottore, “ma non riesco a decifrare i suoi geroglifici a sufficienza per scoprire l’ora. Forse può aiutarmi.”
“Questa è una D?” chiese Miss Lady, guardando sopra la sua spalla.
“Giudico di sì; un adattamento del carattere greco. Perché l’arte della calligrafia debba essere considerata obsoleta, non saprei...”
“Oh, dice che arriverà oggi,” interruppe Miss Lady, “con il treno delle undici. Devo scendere e dire allo zio Jimpson di essere alla stazione, e far mettere un posto in più a tavola a zia Caroline.”
“Allora lei cosa ha intenzione di fare, mia cara?”
“Stavo andando al cimitero.”
“Meglio che tu venga quassù, invece. Nel tuo stato mentale una persona è molto sensibile all’ambiente. Dovresti evitare tutto ciò che eccita le emozioni. Credo tu possa fidarti di me nel sapere cosa è meglio per te in questo momento?”
“Certo che posso,” disse Miss Lady impulsivamente; “lei mi ha aiutata più di chiunque altro. Papà le sarebbe così grato se lo sapesse.”
“Lo sa,” annunciò il Dottore con la risolutezza di chi a cui tutte le cose sono state rivelate. “Ma non dobbiamo discutere di queste cose ora. Miss Wuster mi ha appena letto il resoconto del processo del giovane Dillingham. Forse l’hai seguito?”
“Sì,” disse Miss Lady senza alzare lo sguardo.
“È una questione di particolare interesse per me,” continuò il Dottore; “di particolare rammarico, dovrei dire. Il giovane Dillingham è fidanzato con la figlia di mio cugino che attendo oggi, e l’altro giovane coinvolto, Donald Morley, è il fratello della signora Sequin.”
“Beh, per la mia vita,” disse Miss Wuster, contando i punti tra una frase e l’altra, “non riesco a capire come abbiano fatto a scagionare il signor Dillingham, a meno che non sia stato nel modo in cui ha detto il signor Gooch.”
“Chi è il signor Gooch?” chiese Miss Lady al Dottore.
“Il gentiluomo che è venuto a trovarmi ieri. È un avvocato e ha seguito il caso da vicino. Non si fa scrupolo di affermare che il processo è stato una farsa, una di quelle parodie legali che talvolta si verificano quando un rampollo di una famiglia ricca e influente capita di trasgredire la legge. Sembra che il gestore del saloon, che in un primo momento era ragionevolmente sicuro di ciò che era accaduto, abbia subito uno strano vuoto di memoria quando era sul banco dei testimoni. Gooch pensa che sia stato corrotto, ma Gooch è fallibile quando sono coinvolti i moventi umani. La sua misantropia influenza invariabilmente il suo giudizio.”
“Beh, niente al mondo potrà impedirmi di pensare che sia stato il signor Dillingham a sparare!” dichiarò l’infermiera con violenta faziosità. “Guardi il modo in cui se l’è svignata a casa, lasciando che l’altro giovane trovasse un dottore e aiutasse a trasportare Sheeley in ospedale. Sì, signore, è ora della sua medicina, aspetti solo che finisca questo rocchetto e andrò giù a scaldare l’acqua.”
“Lui... lui non avrebbe dovuto andarsene?” disse Miss Lady, guardando il Dottore interrogativamente.
“Donald, intendi? Certamente no, è stata una mossa quanto mai sconsigliata, probabilmente qualche idea donchisciottesca sul non voler testimoniare contro il suo amico. Se conoscessi il ragazzo capiresti che tipo di persona impulsiva e sconsiderata sia. È stato un mio allievo un tempo e mi ero affezionato molto a lui. Ha talento, indubbio talento, ma è una nave senza timone; va alla deriva da quando è nato.”
“Questa assoluzione del signor Dillingham dà la colpa a... a lui, non è vero?”
“Naturalmente. La sua assenza al processo è stata senza dubbio uno degli argomenti più forti a favore di Dillingham. Il signor Gooch mi dice che il collegio di difesa si è dato particolare pena per gettare sospetti su Donald. Il caso è stato estremamente confuso, l’assenza di testimoni, il fallimento nello stabilire la proprietà della pistola, l’assurda complicazione riguardo alla slot machine e al piede di porco... un ammasso assoluto di prove contraddittorie. Quanto al fatto che Donald Morley sia colpevole, è assurdo! Non è il tipo d’uomo che fugge davanti alla punizione.”
Il cuore di Miss Lady si gonfiò di gratitudine. Naturalmente Donald Morley non era nulla per lei ora. Se ne era assicurata così continuamente per due mesi che stava iniziando a crederci. Sapeva che era scatenato, spericolato e inaffidabile, che l’aveva delusa nel suo momento di maggior bisogno e che lo aveva cancellato dalla sua vita per sempre. Ma era stato gentile da parte del Dottore prendere le sue difese!
“Ora so cosa intendeva mio padre quando diceva che lei era l’uomo più giusto che avesse mai conosciuto!” disse timidamente, sollevando un paio di occhi lucenti.
“Sfortunatamente per Donald, la Corte non condivide la mia opinione. Non è ancora noto nemmeno alla famiglia, ma il signor Gooch mi dice che Donald è stato incriminato dal grand jury.”
“Incriminato!”
“Sì, non potrà mai tornare nel Kentucky senza affrontare il processo. È una faccenda seria per lui, temo.”
CAPITOLO VIII
Quando nel corso della mattinata lo zio Jimpson si avviò alla stazione per incontrare la signora Sequin, non ebbe bisogno di dirigere il corso del suo destriero. Se il vecchio John non avesse conosciuto la strada per esperienza, la memoria ereditata dei suoi antenati lo avrebbe spinto a girare due volte a destra, una volta a sinistra, e ad accostare a un certo angolo della banchina della stazione. Perché l’onore di essere il “cavallo di stazione” dei Carsey gli era disceso da suo padre Luke, il cui padre Mark, nei giorni della prosperità, aveva viaggiato in finimenti con Matthew, ricoprendo quello stesso importante ufficio. Così John stava, in un certo senso, godendo del prestigio della successione apostolica.
Giunto alla stazione, lo zio Jimpson si aggirò con disinvoltura intorno alla cassetta delle lettere dell’ufficio postale e prelevò ostentatamente la posta dei Carsey. Era un piccolo atto di cui andare fieri, ma in mancanza di doveri più importanti doveva bastare. Nelle ultime sei settimane l’avvento di persone di città a Thornwood aveva risvegliato in lui vecchie ambizioni. Una nuova vivacità era osservabile nella sua andatura, una sveltezza nel suo modo di parlare, che zia Caroline non esitò a definire come “darsi delle arie”.
Il sangue di un maggiordomo scorreva nelle vene dello zio Jimpson, un maggiordomo maestoso ed ebano che era solito stare sulla porta di Thornwood durante i vecchi tempi e reggere un vassoio d’argento coperto di bottoniere per gli ospiti in arrivo. Lo zio Jimpson aveva ereditato questo vassoio insieme a un’ambizione che non era superiore ai bottoni. Anno dopo anno era decaduto insieme alle decadenti fortune dei Carsey, passando dalla casa ai cavalli, poi al campo, e diventando infine l’uomo di fatica, ma senza mai abbandonare quel sogno della sua giovinezza: stare in livrea nei saloni dei ricchi ed esercitare quei talenti con cui la Provvidenza lo aveva benedetto.
Mentre scambiava i complimenti del giorno con due braccianti, che stavano caricando un carro lì vicino, il suo occhio cadde su uno strano oggetto che stava sulla porta della sala da pranzo. Somigliava allo zio Jimpson alle immagini che aveva visto dei leoni, solo che era piccolo, bianco e abbaiava notevolmente come un cane.
“Quello sì che è un animale dall'aspetto curioso,” osservò. “Deve appartenere a uno spettacolo.”
Uno dei braccianti rise e indicò con il pollice la sala d’attesa. Lo zio Jimpson camminò in punta di piedi fino alla finestra e scrutò dentro. Tutto ciò che riuscì a vedere fu la schiena di una signora molto imponente e la cima di un grande cappello piumato.
“Sta... sta aspettando qualcuno?” sussurrò, facendo un gesto ansioso con il suo cappello morbido.
“Oh! no,” disse l’uomo più vicino; “non sta aspettando; si sta solo godendo il panorama su quei manifesti ferroviari. Le piace sedersi lì, lo fa da mezz’ora.”
Lo zio Jimpson raschiò il fango dalle scarpe, abbottonò l’unico bottone rimasto sulla sua giacca di lino e, lasciando cadere il cappello fuori dalla porta, prese coraggio per presentarsi.
“Mi scusi, signora, ma questo qui capita per caso di essere la signora Sequin?”
“Proprio così,” disse la signora, altezzosa.
“Sì, signora, è quello che pensavo. È quello che ho detto a Carline... almeno è quello che le dirò. Sono il cocchiere del colonnello Carsey.”
La signora Sequin lo squadrò freddamente attraverso un lunino d’argento. “Non avevano capito che sarei arrivata col treno delle undici?”
“Sì, signora, è giusto. Ma bisogna sempre tener conto di quelli a scartamento ridotto. Devono andare piano per non uscire dai binari. Deve essere il treno delle dieci quello col quale è arrivata.”
“Nient’affatto, ho lasciato la città alle undici meno dieci.”
“Sì, signora, allora quello era il treno delle dieci. Il treno delle undici non parte prima di mezzogiorno circa.”
“Assurdo!” disse la signora Sequin, alzandosi di scatto. “Mi porti alla carrozza. Fanchonette! Dove sei?”
Lo zio Jimpson trascinò in avanti, con fare scusante, il piede sinistro, sull’orlo dei cui pantaloni il cagnolino aveva affondato i suoi piccoli denti affilati.
“Piccola bestia spaventosamente ostinata,” disse la signora Sequin, “non lascerà la presa finché non ne avrà voglia. Non deve aver paura che la morda. Non si lascerebbe mai indurre a mordere una persona di colore.”
Lo zio Jimpson, trasportando il cane sul piede, si mise in testa, mentre la signora Sequin, con il passo cauto di una persona robusta abituata alle insidie dei tappeti orientali sui pavimenti in legno duro, lo seguiva. Era una donna dalla figura florida e dalla presenza imponente, la cui elaborata acconciatura e l’attenzione ai dettagli nell’abbigliamento davano prova del fatto che il mondo avesse le sue pretese.
Alla vista del logoro, vecchio calesse coperto di fango e del decrepito John apostolico, si fermò.
Jimpson, tutto cerimoniosa cortesia, stese un soprabito di lino sulla ruota e, con un gesto degno di Chesterfield, la fece salire.
“Voglio la capote alzata,” comandò. “Il riverbero è indicibile.”
Lo zio Jimpson, in piedi accanto alla ruota, trascinò i piedi in imbarazzo: “Sì, signora,” acconsentì, “la alzerò se vuole. Ma non resterà su. No, signora, non resterà. Sembra che negli ultimi due o tre anni abbia preso l’abitudine di ricadere. Il colonnello diceva che voleva farla riparare una o due volte, ma non l’ha fatto.”
Fanchonette proprio in quel momento si infuriò per un pezzetto di carta rimasto impigliato nella ruota, e diede sfogo a un tale violento scoppio di collera che richiese l’attenzione indivisa della sua padrona per calmarla.
Lo zio Jimpson, occupando la parte più piccola possibile del sedile e con una gamba che penzolava fuori dal calesse, gioiva della vicinanza di tanta eleganza. Gli dava una sensazione di prosperità e importanza, e lo portava a raddrizzare la schiena, curvare il gomito e persino adottare un modo più formale con il vecchio John. Si pentì profondamente di non aver indossato una giacca pulita e, quanto al calesse, stava già pianificando una pulizia completa prima di riaccompagnare l’elegante ospite nel pomeriggio.
“Si fermi un momento!” comandò la signora Sequin perentoriamente. “Che vista! Non avevo idea che ci fosse un tale scenario da queste parti!”
“Sì, signora, è uno dei migliori scenari del mondo! Si può vedere da quelle alture fino al ponte. Tutta questa collina era nostra. Ricordo di aver sentito dire come il signor Rogers Clark l’abbia data al nonno del colonnello come concessione terriera quando gli indiani vivevano qui!”
“Chi la possiede ora? Chi possiede la cima della collina?”
“Non lo so, signora. Abbiamo venduto un bel po’ di terreno.”
“Beh, devo scoprirlo immediatamente. Manderò un agente domani a indagare sulla faccenda. Il colonnello Carsey ha lasciato solo una figlia, credo, e lei non si è mai sposata?”
Lo zio Jimpson strattonò le redini e sembrò un po’ contrariato.
“Non ancora,” disse, “ma lei non è una zitella, Miss Lady. Non c’è mai stata una signora Carsey finora che sia appassita sul gambo; il guaio con loro è che vengono colte troppo presto. Quanto alla madre di Miss Lady, non aveva che appena compiuto diciassette anni quando io e il colonnello andammo giù in Alabama a sposarla.”
“Chi sono i parenti, i consiglieri di Miss Carsey?”
“Non ne ha. Non aveva un’anima viva e respirante oltre a suo padre, eccetto me e Carline, e Carline è soggetta a passare a miglior vita quasi in qualsiasi momento.”
“Ma chi vivrà con lei?”
“Spero che si sposi un giorno,” disse Jimpson con speranza, “tutti i ragazzi sono stati completamente fuori di testa per quella bambina da quando era piccola. Ma lei era così pazza di suo padre che rideva solo di loro. Ora che il colonnello non c’è più, dovrà trovarsi qualcun altro da accudire.”
“Beh, devo scoprire qualcosa su quella collina,” disse la signora Sequin, voltandosi per un’ultima occhiata. “Di chi è questa vecchia proprietà a cui stiamo arrivando?”
“Questa è la nostra tenuta, questa è Thornwood,” disse lo zio Jimpson, metà per orgoglio, metà per scusa, mentre aggirava le buche nella strada. “Non sembra più quella di una volta. È un posto terribilmente bello quando è sistemato.”
“Terribilmente in rovina,” disse la signora Sequin tra sé, facendo un’ampia panoramica della proprietà, “tutto questo prato davanti dovrebbe essere terrazzato e avere vialetti in granitoidi e accessi formali. La casa potrebbe essere resa davvero imponente.”
Erano svoltati nel lungo viale sinuoso e stavano seguendo il vecchio muro grigio che descriveva un ampio cerchio davanti alle capanne dei negri, per poi dirigersi verso la casa.
Improvvisamente la signora Sequin indicò drammaticamente il piccolo portico di una delle capanne.
“Uno Sheraton! Gran cielo! Da dove viene? Cosa ci fa lì?”
Lo zio Jimpson, seguendo la direzione del suo dito, sembrò sorpreso: “Quello non è uno Sheraton, quella è una credenza. Almeno lo era prima che la trasformassi in un pollaio. Ho tolto i cassetti e ho messo quei traversini. Ho quaranta dei polli più carini che lei abbia mai visto!”
“E le gambe sono curve e hanno dei pomelli, non è vero?”
“No, signora, non sono più storte delle gambe della maggior parte dei polli. Lei alleva polli nella sua proprietà?”
“No, ma potremmo farlo quando andremo in campagna. A proposito, non conosce per caso un buon uomo di colore da queste parti, vero? Uno che capisca di cavalli e che faccia una bella figura in livrea?”
Gli occhi dello zio Jimpson si fissarono nelle loro orbite. Il vecchio John e il calesse traballante svanirono dalla sua coscienza. Al loro posto si vide seduto sul sedile di guida di una grandiosa Victoria, in una giacca a doppio petto e cilindro, agitare leggermente le redini sul dorso di due svelti purosangue. Era ancora più seducente del suo caro sogno di fare il maggiordomo! Sentiva già il suo petto gonfio tendere contro i bottoni d’oro!
Ma che dire di Miss Lady? Chi sarebbe rimasto a Thornwood a prendersi cura di lei? Le infelicità domestiche lo avevano reso insensibile alle pretese di zia Caroline, ma Miss Lady, la sua “piccola padroncina”?
“No, signora,” disse abbattuto mentre aiutava la signora Sequin a scendere. “Non posso dire di sì, non proprio al momento. Qualche volta potrei sentir parlare di un buon uomo, diciamo della mia taglia e costituzione. Tu, Mike!”
Mike si era scagliato contro il piccolo barboncino con l’apparente intenzione di ingoiarla in un boccone, ma al severo rimprovero dello zio Jimpson scattò invece contro una mosca, cercando di dare l’impressione che fosse quello il suo obiettivo fin dall’inizio.
“Non ti vergogni di te stesso?” borbottò lo zio Jimpson. “Gironzolare qui e fare la linguaccia ai bianchi? Torna sul retro dove appartieni. Tu ed io siamo negri dei campi di granoturco, ecco tutto ciò che siamo!”
E con quella stizzita desolazione che spesso segue il sacrificio di sé, lo zio Jimpson zoppicò via con il sottomesso Mike che si nascondeva sui suoi talloni.
CAPITOLO IX
Mentre la signora Basil Sequin saliva gli ampi gradini di Thornwood, si congratulava con se stessa per un dovere che stava per essere compiuto. Non aveva rinunciato a un pranzo di bridge per fare questo faticoso viaggio in campagna per ragioni puramente altruistiche. Era venuta per dimostrare a se stessa, e alla sua cerchia, il legame di amicizia che esisteva tra lei e il suo illustre cugino. L’esperienza le aveva insegnato che un riferimento occasionale a “mio cugino preferito, John Jay Queerington, l’autore, sa”, aveva la sua influenza. “Il suo è l’unico grande intelletto,” amava dire a suo marito, “a cui sono imparentata per sangue o per matrimonio.”
La reputazione del Dottor Queerington era una di quelle assunzioni locali che potrebbero essere descritte come prenatali piuttosto che postume. Era ciò che sarebbe diventato a rendere il suo nome una parola che incuteva timore nella comunità, più di quanto non fosse già. Era la convinzione dei suoi amici e colleghi che un mondo tardivo avrebbe riconosciuto troppo tardi il suo genio.
Dopo aver atteso impazientemente che qualcuno rispondesse al suo energico uso del pesante battente, la signora Sequin infilò Fanchonette sotto il braccio e spinse la porta. L’ingresso aveva porte a destra e a sinistra, ma prima di fare ulteriori indagini si fermò a esaminare minuziosamente l’alto orologio di mogano e i caratteristici candelabri d’argento che stavano su un vecchio tavolo ai piedi della scala.
Mentre si chinava per ispezionare questi ultimi, sentì aprire una porta e, alzando lo sguardo, vide una ragazza carina e snella con una corta sottogonna bianca e una fodera di vestito nero senza maniche, che metteva in mostra un paio di braccia notevolmente ben modellate.
“Oh, non sapevo che fosse arrivata!” esclamò la giovane, porgendo cordialmente un sorriso di benvenuto. “Che cagnolino adorabile! È un barboncino?”
“È un barboncino francese,” disse la signora Sequin con un modo inteso a impressionare questa persona estremamente disinvolta. “Dove troverò mio cugino, il Dottor Queerington?”
“Nella stanza sul davanti al piano di sopra, da quel lato. Salirei con lei, solo che Miss Ferney Foster, la nostra vicina, sta provando questa fodera e deve tornare ai suoi sottaceti. Vorrei che fossimo nati piumati come gli uccelli, non crede?”
La signora Sequin, che aveva una suscettibilità maschile per un bel viso, non poté reprimere un sorriso.
“So che questa fodera sembra strana,” continuò la ragazza con un luccichio di risposta negli occhi. “Ma non sembra più strana di quanto sembri. Miss Ferney non sa cosa c’è che non va, e nemmeno io. Le dispiacerebbe dare un’occhiata lì sopra tra le spalle? Terrò io il cagnolino.”
Con sua sorpresa, la signora Sequin si ritrovò a togliersi i guanti e ad aggiustare una fodera tagliata male su un collo bianco e liscio, mentre la ragazza davanti a lei, avendo spostato ogni responsabilità, si mise a fare le coccole al barboncino che teneva tra le braccia.
“È troppo stretta qui,” disse la signora Sequin, appuntando e aggiustando, “e troppo larga lì. Faccia riprendere le cuciture laterali fino al punto che ho segnato, e allunghi le cuciture delle spalle di almeno un pollice.”
“Grazie mille. Ora sembra celestiale. Vada pure di sopra! Può togliersi le sue cose nella mia stanza, se vuole, proprio di fronte a quella del Dottore.” E senza ulteriori cerimonie la giovane padrona di casa andò saltellando lungo il corridoio, lasciando la signora Sequin a salire le scale da sola.
Salire era uno dei principali talenti della signora Sequin. Venticinque anni di esperienza sulla scala sociale l’avevano resa estremamente sicura di sé. La sua ricompensa ora stava nel sedere sul gradino più alto e nel dettare arbitrariamente a tutti quelli che stavano sotto. Aveva acquisito una passione per il dettare, per organizzare e mettere in ordine. Le cuciture storte che aveva appena appuntato dritte le davano una soddisfazione che quasi contrastava il suo fastidio per l’informalità della sua accoglienza.
Una volta stabilitasi al capezzale del Dottore, con l’infermiera incaricata di far esercitare Fanchonette nel cortile sottostante, si abbandonò al piacere di raccontare lungamente le sue pene degli ultimi mesi. Le piaceva parlare, come a una prima donna piace cantare: amava sentire le cadenze della propria voce e guardare i gesti delle sue mani ingioiellate.
“È un sollievo indicibile,” assicurò il Dottore, “vedere effettivamente con i miei occhi che lei non è un invalido martoriato dal terribile incidente! Non può immaginare quanto io sia stata spaventosamente in ansia, ma poi tutta questa primavera è stata un vero incubo. Donald e Lee Dillingham entrambi coinvolti in questo indicibile pasticcio, Margery sull’orlo di un esaurimento nervoso, lei forse fatalmente ferito, e Basil Sequin troppo preso dai propri affari per dare un momento di considerazione ai miei.”
“Basil ha gravi responsabilità come presidente della People’s Bank, Katherine,” disse il Dottore, tenendo le dita tra le pagine del massiccio volume che aveva chiuso con rammarico al suo ingresso. “Io, per primo, gli devo un debito di gratitudine per avermi sollevato da ogni ansia finanziaria. Inoltre lei è sempre perfettamente capace di prendere le redini in una crisi familiare.”
“Sì, ma mi sta logorando. Lo noto nel bridge. Non sono la giocatrice che ero un anno fa. Questo processo di Lee Dillingham è stato uno sforzo orrendo. Naturalmente, se fosse stato condannato, avrei costretto Margery a rompere il fidanzamento, e ciò avrebbe complicato le cose in modo spaventoso. Sa che suo nonno, il vecchio generale, è il maggiore azionista della People’s Bank, e Basil insiste che non deve essere offeso. Quello era uno dei motivi per cui ero così ansiosa di tenere Don lontano. Anche se Lee fosse stato colpevole, Don non avrebbe potuto testimoniare contro di lui quando era fidanzato con Margery. L’unica strada possibile era tacere l’intera faccenda con quanta meno pubblicità possibile. Ringraziando il cielo, il generale Dillingham ha fatto uscire Lee dai guai, e io sto ricominciando a respirare.”
“E non ha avuto notizie da Donald?”
«No, davvero, e spero di non averne per il momento. Subito dopo la sparatoria ho scritto in ogni luogo in cui avrei potuto pensare che andasse, supplicandolo, se avesse un briciolo di gratitudine per me o di affetto per Margery, di stare alla larga e di non far nemmeno conoscere dove si trovasse finché questa miserabile faccenda non si fosse placata. Riesco quasi sempre a fare appello a Don facendo leva sulla gratitudine. Devo dire, a suo favore, che come il resto degli uomini Morley, sperpera il suo patrimonio come un gentiluomo. Si ricorda dello zio Curtis? Al club dicevano che fosse un bevitore spaventoso, eppure nessuna donna della sua famiglia l'ha mai visto ubriaco. E poi guardi il nonno Morley!» La signora Sequin era in sella a uno dei suoi passatempi preferiti. Possedeva una vasta e variegata collezione di scheletri nell'armadio, alcuni di rara antichità, che si dilettava a esibire. Poteva raccontare nei minimi dettagli le sfortunate alleanze matrimoniali di entrambi i rami della famiglia risalenti a generazioni addietro, ed era ancora più infallibile in fatto di date di nascita rispetto alla Bibbia di famiglia. Se un parente per caso si confondeva un tantino e ammetteva di compiere trentanove anni il prossimo giugno invece che lo scorso giugno, la signora Sequin piombava sull'errore come un gatto su un topo. Poteva dimostrargli immediatamente che era nato la primavera in cui morì lo zio Lem Miller, e che quello era lo stesso anno in cui la nonna Weller si sposò per la seconda volta, pertanto aveva compiuto trentanove anni lo scorso giugno.
«Donald dovrebbe tornare immediatamente», dichiarò il dottor Queerington, quando lei fece una pausa per riprendere fiato; «se è colpevole, dovrebbe subire la sua punizione; se è innocente, come credo, dovrebbe essere riabilitato».
«Beh, non riusciamo a trovarlo», disse la signora Sequin con rassegnata allegria. «Probabilmente è in Oriente con Cropsie Decker. Che letto magnifico questo! Pensa che potrei comprarlo? La gente di campagna preferisce quasi sempre i mobili nuovi».
Il suggerimento di un sorriso aleggiò sulle labbra sottili del dottore: «I possedimenti di Thornwood, immagino, non siano in vendita».
«Immagino che la straordinaria giovane persona che ho incontrato nell'ingresso sia la signorina Carsey? Che razza di ragazza è, comunque?»
«Miss Lady?» Il dottore si sistemò il cuscino. «Una ragazza estremamente gentile, credo. Estremamente comprensiva e attenta a tutte le mie esigenze, e ricettiva a un livello notevole. Mi ha letto quotidianamente e trovo che abbia una mente piuttosto insolita, indisciplinata naturalmente, ma originale e interessante».
«Ma che modi sorprendenti ha la creatura! Mi ha accolto a braccia nude e mi ha chiesto di adattarle un vestito quando non mi aveva mai visto prima in vita sua. Ma è certamente graziosa! Non vedevo una creatura così carina da anni».
«Davvero!» disse il dottore, aggiustandosi gli occhiali. «Non l'avevo notato, in particolar modo. Un bel volto franco, con occhi scuri... sì, credo di aver notato che avesse occhi color castano di una chiarezza insolita; ricordo di averlo notato».
«Cosa ha intenzione di fare? Chi starà con lei?» chiese la signora Sequin. «Pensi a una ragazza del genere sepolta qui in campagna! Vestita in modo appropriato, e un po' più sobria, farebbe scalpore. Non mi dispiacerebbe affatto invitarla a trascorrere qualche giorno da me, qualche volta. Sa che adoro i giovani, e la povera Margery, come tutte le altre debuttanti dell'anno scorso, è semplicemente finita. Non ha una scintilla di entusiasmo per nulla. Spero che lei non abbia dimenticato il fatto che la sua Constance dovrebbe debuttare quest'inverno?»
«Mia cara Katherine», disse il dottore con aria di forzata pazienza, «lei non sembra rendersi conto che il mio tempo e la mia mente sono assorbiti da cose ben più grandi della società. Spero l'anno prossimo di completare il quinto e ultimo volume della mia 'Storia dell'influenza normanna sulla letteratura e la lingua inglese'. Se ho potuto dedicare ai miei figli ben poco del mio tempo e della mia attenzione, è solo per il mio desiderio di lasciare loro qualcosa di valore ben maggiore: un nome che confido starà tra quelli dei più illustri studiosi inglesi dei miei giorni».
La signora Sequin lenì la sua irritazione studiando le sue unghie lucidate a specchio. «Naturalmente, quello sarà un vantaggio per loro. Ma che ne sarà di loro nel frattempo? Il cielo sa in cosa si trasformerà Hattie se non viene presa in mano. Ora si rifiuta di avere guarnizioni sulla biancheria intima e indossa scarpe da maschiaccio. Quanto a Constance! Ho perso ogni speranza di riuscire a prenderla. Va semplicemente allo sbando, senza creare alcun legame sociale. Ciò di cui hanno davvero bisogno, cugino John, è una madre».
«Devo cercare di occuparmi di loro di più», disse il dottore, in modo un po' impotente. «Li ha visti di recente?»
«Sono passata di lì questa mattina. Stavano tutti bene, suppongo; Connie era dagli Ivy come al solito, e Hattie a scuola. Che creatura selvaggia la sua nuova cuoca, Myrtella. Credo che sia un'anarchica! Ha aperto la porta solo di uno spiraglio, e quando le ho chiesto come stessero le signorine, ha detto che era sicura di non saperlo, che non gliel'aveva chiesto».
«E Bertie, ha visto Bertie?»
«Sì, era con lei. Aveva in mano un pezzo di pasta sporca che, a suo dire, sarebbe diventato una torta. Devo dire che sembra buona con Bertie, ma non tollererei la sua impertinenza nemmeno per un istante».
«Myrtella possiede virtù nascoste», disse il dottore. «È un'eccellente cuoca e una buona amministratrice. I suoi unici difetti, a quanto pare, sono difetti di carattere».
«Dai quali il Cielo mi guardi! Che diavolo è quel rumore? Sembra che qualcuno stia prendendo a calci la porta».
«Per favore, apra!» chiamò una voce dall'esterno, e mentre la signora Sequin obbediva, Miss Lady entrò, portando un grande vassoio per il pranzo gaiamente decorato con fiori del giardino.
«'Benedette siano quelle feste incoronate da semplice abbondanza'», citò il dottore. «Vede come mi viziano, Katherine?»
«Non credo che si possa viziarlo, vero, signora Sequin?» chiese Miss Lady, mentre sistemava le sue uova. «C'è altro, dottore?»
«Non scappare», disse la signora Sequin, seguendo i suoi movimenti con franca ammirazione. «Vieni qui e siediti, voglio parlarti. Ho scoperto il sito ideale per la mia nuova casa e voglio chiederti un parere. Conosci il crinale occidentale di questa collina che domina il fiume; apparteneva a tuo padre?»
«Era tutto nostro, molto tempo prima che venisse chiamato Colle Billy-goat».
«Il nome è un ostacolo», disse il dottore. «Potresti modificarlo, Katherine, chiamando la tua futura dimora 'Angora Heights'».
«Proprio quello che ci vuole», disse la signora Sequin, desiderosa di cogliere qualsiasi suggerimento che emanasse dall'intelletto di Queerington. «Ma a chi appartiene il terreno?»
«Appartiene al signor Wicker, ora».
«Wicker?» ripeté la signora Sequin. «Dove ho sentito questo nome? Ma cugino John, non era l'uomo presso cui Don ha alloggiato, quando cercava una fattoria? Quanto abbiamo riso su quella sua assurda idea di fare l'agricoltore!»
«Io non ci ho riso sopra», disse il dottore. «L'ho incoraggiato. Mi sembrava l'idea più eccellente!»
«Ma lei non ha tenuto conto della volubilità di Don. Naturalmente è un ragazzo adorabile, ma ha avuto tanti hobby quante fidanzate».
«Ho tenuto conto del suo carattere, che potrebbe ancora mettere radici nel terreno adatto», disse il dottore con dignità; poi, rivolgendosi a Miss Lady, che si era alzata ed era in piedi accanto al letto, con le mani strettamente intrecciate e gli occhi fissi sui suoi, spiegò: «Stiamo parlando del fratello minore della signora Sequin; glielo stavo raccontando questa mattina. Ma, bambina!» Poiché Miss Lady si era improvvisamente coperta il viso con le mani ed era corsa verso la porta.
«È lo shock per la morte del padre», spiegò la signora Sequin, che si vantava di indovinare le motivazioni. «Io sono stata così per settimane quando il mio ultimo cane è stato investito. La cosa più banale mi sconvolgeva. Ho perso due partite a carte un pomeriggio solo perché qualcuno aveva menzionato un carro del ghiaccio».
Le dita lunghe e sottili del dottore tamburellarono distrattamente sul copriletto. Poco dopo, interruppe in modo del tutto irrilevante il costante flusso di chiacchiere della signora Sequin: «Ho detto castano, Katherine, sono più di un nocciola, direi, un nocciola profondo con una notevole luce».
CAPITOLO X
I lunghi mesi estivi trascinarono la loro lunghezza per Miss Lady, mesi di dolore e ribellione, di solitudine e lacrime. Poi venne un giorno in cui, senza una ragione apparente, le ombre si sollevarono. Stava camminando attraverso le distese del fiume, con Mike alle calcagna, quando ancora una volta sentì il mondo cantare, e prima che se ne rendesse conto, un canto di risposta scaturì dalle sue labbra.
Zio Jimpson, che arava nelle vicinanze, alzò lo sguardo e sorrise:
«È giusto, tesoro; suona come i vecchi tempi sentirti cantare di nuovo. Stavo proprio qui a riflettere su come mi sentirei bene se il Colonnello potesse arrivare calpestando tutto e farmi una delle sue imprecazioni pre-guerra perché sono pigro».
«Oh, zio Jimpson, se potesse! Sembra così tanto tempo da quando ci ha lasciato. Sono appena stata dalla signorina Ferney, ma non c'era. Voglio convincerla a venire a stare con me finché non saprò cosa fare. Si aspettano di portare il dottore a casa domani».
«Sì signorina, Carline me lo stava dicendo. Mi sembra che sia stato abbastanza bene da andarsene già da un po'». Zio Jimpson si grattò la testa con saggezza.
«Non so cosa sarà di noi», disse Miss Lady tirando tristemente le orecchie a Mike. «Dicono che se non vendo il resto di Thornwood, non avremo abbastanza soldi per vivere. Ma non venderò un altro acro. Insegnerò a scuola, prima».
Zio Jimpson era scandalizzato: «Ora, Miss Lady, bambina, non ti mettere in testa quelle idee. Quelle sono idee da vecchia zitella, tu non sei ancora una vecchia zitella! Perché non ti sposi, e ti prendi una carrozza, e io guiderò e Carline cucinerà e si prenderà cura dei bambini».
«Non mi sposerò mai, zio Jimpson», dichiarò Miss Lady, con l'appassionata sicurezza della giovinezza. «E non lascerò mai Thornwood. Se vedi la signorina Ferney scendere lungo la strada, chiedile di fermarsi un minuto. Vieni, Mike, siamo in ritardo adesso».
Ed erano in ritardo, cinque minuti, secondo l'orologio dal quadrante aperto che giaceva nella mano del dottore mentre entravano in giardino. Era seduto sulla sua sedia a rotelle con i suoi libri e manoscritti su un tavolo al suo fianco, e rivolse un viso speranzoso verso il cancello mentre lei entrava.
Era strano cosa avessero fatto due mesi a Thornwood per il dottore. Era stato portato lì privo di sensi, un serio professore di mezza età, che correva negli stessi binari da vent'anni. Gli stessi dintorni, le stesse persone, la stessa monotona routine quotidiana lo avevano reso arrugginito e sbiadito come i libri di testo con cui viveva. Nient'altro che una collisione avrebbe potuto scuoterlo fuori dalla sua routine, e la collisione era arrivata.
L'improvviso cambiamento dal cupo realismo di una cattedra universitaria, con la sua squallida lavagna e il gesso cigolante, al romanticismo di un vecchio giardino fiorito dove i fiori civettavano tra loro oltre i confini e gli uccelli facevano l'amore in ogni ramo, era sufficiente a rinfrescare lo spirito persino di un John Jay Queerington. La sua coscienza cosmica, che di solito lavorava oltre l'orario stabilito, sforzandosi di risolvere problemi a cui la Natura aveva rinunciato, sembrava addormentata. Il suo volto fine e serio si rilassò alquanto dalla sua austerità e, col passare dei giorni, leggeva meno e osservava di più.
Le sue osservazioni, in breve tempo, portarono a una scoperta; lui, che era così stanco della specie di femminilità coltivata in serra, si era imbattuto quasi per caso in un raro fiore selvatico non classificato, che stuzzicava la sua curiosità e reclutava il suo interesse. Per due mesi aveva dipeso quasi interamente dalla sua giovane padrona di casa per compagnia, e il fatto che la grande cassa di libri che aveva ordinato dalla città rimanesse chiusa, dava prova che il dottore non si era annoiato.
Durante le ore in cui non era assorbito dal verificare statistiche e dall'aggiungere riferimenti a quelle voluminose e ancora crescenti note per il quinto volume della sua grande opera, si dedicava a selezionare e organizzare i frammenti di fatti e fantasie che trovava conservati nella mente di Miss Lady. In circostanze normali avrebbe liquidato un'allieva per la quale la chiarezza e l'accuratezza erano estranee, e la cui attenzione vagava a ogni farfalla di passaggio. In aula non solo esigeva, ma praticava ordine e metodo. Arrivava alle sue conclusioni attraverso una serie di azioni mentali tanto metodiche quanto arrivava alla sua scrivania ogni mattina alle otto e trentuno. Ma queste non erano circostanze normali.
L'impetuosa giovane persona che lo ascoltava con tale ammirazione e rispetto rapiti, quando lo ascoltava, non aveva alcun metodo o sistema. Aspettava semplicemente il suggerimento, il lampo che rivelava la visione, poi saltava gioiosamente e senza paura alla sua conclusione.
Il fatto che lo stupiva non era che lei atterrasse frequentemente prima di lui, ma che atterrasse affatto!
Quanto a Miss Lady, stava trovando l'interesse e la compagnia del dottore un gradito conforto nella sua solitudine. Il pozzo della sua conoscenza le sembrava senza fondo, e non si stancava mai di sporgersi sull'orlo e guardare giù, spesso vedendo stelle nell'oscurità che non vedeva mai di giorno.
Quando quest'ultima lezione fu terminata, il dottore chiuse il libro con riluttanza:
«Ti ho dato solo un abbozzo per il lavoro futuro», disse. «Il resto dipende da te. Hai già deciso cosa farai?»
«No, farò tutto quello che mi dirà, dottore. Solo che spero non sia insegnare a scuola... il solo pensiero di insegnare mi fa raggrinzire».
«Non è del tutto fuori dalla portata della possibilità che tu ti sposi», disse il dottore, tracciando parallelogrammi sul bracciolo della sedia. «Tali cose accadono, sai».
Miss Lady, seduta con i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi delle mani, lanciò uno strano sguardo interrogativo verso di lui.
«Crede nell'amore, dottore?»
«Beh, certo, mia sciocca ragazza, in tutte le sue manifestazioni, filiale, paterna, coniugale. Assicuratamente, lo credo».
«Ma intendo quell'altro tipo, il tipo che crea un piccolo paradiso per un uomo e una donna qui sulla terra, che risponde a tutti i loro desideri, così che nient'altro conti, purché si abbiano l'un l'altro. Leggo di questo nei romanzi e nella poesia, ma non lo vedo. Le persone sposate che conosco si danno l'un l'altro per scontati tanto quanto le mani e i piedi. Non è questo che significa amore per me».
Il dottore sorrise con indulgenza. «Aspetta di aver superato l'età sentimentale prima di dare il tuo verdetto! La maggior parte delle giovani signore immagina che, poiché l'amore non arriva, bardato di tutto punto su un destriero bianco come la neve, non sia amore. Tu, probabilmente, come le altre, hai letto troppi romanzi romantici. Quando arriverai a conoscere meglio la vita, ti renderai conto che l'uguaglianza morale e l'affinità intellettuale promettono un'unione molto più sicura di un violento attaccamento romantico».
Lei lo guardava con tanta serietà come se fosse stato la fonte di ogni saggezza.
«Quanto dura di solito?» chiese.
«Durare?» ripeté.
«L'età sentimentale. Suppongo che una ragazza dovrebbe uscirne entro i vent'anni. Ma io non faccio mai le cose in tempo. Non sapevo nemmeno di essere sentimentale finché non me lo ha detto lei. Ho imparato molte cose da quando è arrivato».
«C'erano alcune cose che non avevi bisogno di imparare», disse il dottore con calma. «Gentilezza e compassione, e una rara comprensione. Guarderò sempre con piacere a queste tranquille settimane trascorse sotto il tetto di tuo padre. Mi hanno dato l'unica possibilità che ho avuto in anni per una scrittura indisturbata sulla Storia che resterà come l'opera della mia vita. Devo confessare che temo il mio ritorno a casa. Il rumore e la confusione, la costante invasione della mia privacy, le richieste del mio tempo, mi spaventano. Pochissimi realizzano la portata del mio lavoro, e la necessità che mi impone di isolarmi. Sei stata singolarmente comprensiva e utile a tale riguardo».
«Ma pensi a cosa ha significato per me la sua presenza qui! È entrato nella mia vita proprio quando tutto il resto sembrava svanire. Mi ha spiegato le cose e mi ha dato qualcosa da fare. Non può nemmeno iniziare a sapere quanto mi ha aiutato».
«Ho solo cercato di dirigere e suggerire», disse il dottore; «in breve, di prendere il posto...»
«Di un padre», finì Miss Lady con entusiasmo.
Il dottore tamburellò impazientemente con il piede. Dopo tutto, suo padre era un uomo molto più anziano di lui: la distanza, in quel momento, tra i quaranta e i sessant'anni sembrava infinitamente più grande di quella tra i venti e i quaranta.
«Vede», continuò Miss Lady, inconsciamente, «lei ha preso il posto di papà in tanti modi che ho fatto affidamento su di lei per tutto. Mi rende terribilmente sola quando penso alla sua partenza. Qui sotto lei è appartenuto solo alla signorina Wuster e a me, e una volta tornato in città sarà di nuovo il famoso dottor Queerington e apparterrà a tutti. Non oserò scriverle per paura di sbagliare a scrivere una parola».
«Davvero, mi aspetterò una lettera settimanale che riporti il progresso dei tuoi studi, e verrò a trovarti di volta in volta e ti aiuterò con i tuoi piani per il futuro».
«Sì, ma non sarà la stessa cosa. Ci siederemo in salotto, e lei sarà un ospite, e io avrò paura di lei. Ho sempre paura di lei nel momento in cui perdo di vista la sua figura».
«Che sciocchezza! Non critico mai nulla se non la tua pronuncia, e un'occasionale esagerazione di affermazione. Se sono sembrato severo...»
«Non lo è stato! È stato un angelo! Quando penso a tutto il tempo che ha tolto alla sua scrittura per aiutarmi, mi vergogno per averglielo lasciato fare».
«Non devi pensare», disse il dottore lentamente, «che io sia stato del tutto disinteressato. Ti ho trovata singolarmente utile per me. Penso di poter dire che mi stimoli e mi rinfreschi più di chiunque altro io conosca».
«Lo faccio? Oh! Dottore! Questa è la cosa più bella che mi sia mai stata detta».
Non era preparato per il volto radioso di gratitudine che fu sollevato verso il suo, né per la vicinanza dei suoi occhi luminosi che non gli diedero ulteriore motivo per dubitare della loro esatta tonalità.
«Sì», disse con un leggero imbarazzo, «la tua mente mi interessa eccessivamente. Non è complessa, né sottile, ma notevolmente intuitiva. Hai immaginazione e umorismo, e una grande ricettività».
Miss Lady indossava lo sguardo assorbito che le persone solitamente indossano quando le loro caratteristiche sono sottoposte a vivisezione; non avrebbe potuto essere più affascinata se avesse visto il suo viso per la prima volta in uno specchio.
«Questo piccolo volume ora», continuò il dottore, prendendo un trattato elementare sull'evoluzione; «sono particolarmente ansioso di vedere che effetto avrà su una mente fresca e ingenua. Prendi appunti mentre leggi, e ne discuteremo quando avrai finito».
«E non dimenticherà di mandarmi la copia della Browning?»
«No, raramente dimentico. Ma potrei non mandartela. La scienza è meglio per te proprio ora della poesia. Qual è quel fiore che stai curando così attentamente?»
Gli occhi di Miss Lady caddero, e il colore balzò sul suo viso.
«Questo? Solo una rosa selvatica che ho trovato laggiù vicino al muro. Pensavo che avessero smesso di fiorire settimane fa».
Il dottore la prese tra le mani ed esaminò minuziosamente: «È la Rosa Blanda», disse, «cinque sepali fessi che terminano in un tubo. Plinio ci dice che nei tempi antichi i guerrieri usavano i petali di questa rosa per guarnire le loro carni più prelibate. Chi è quella strana persona che sta scavalcando il varco?»
«È la signorina Ferney. Che seccatura, nel nostro ultimo giorno! Ma ho dimenticato, le ho chiesto di venire. Se rimane troppo a lungo, dica una piccola bugia, non è vero, e dica che ha bisogno di me per qualcosa?»
«Non sarà una bugia», disse il dottore con calma, «ho bisogno di te».
Miss Lady incontrò la sua visitatrice al portico anteriore e la sollevò dal barattolo che stava trasportando.
«Sono sottaceti», disse la signorina Ferney, una donnina avvizzita il cui piccolo viso rosicchiante suggeriva quello di uno scoiattolo. «Ho pensato che avendo compagnia potresti averne bisogno. Non so però. La gente di città potrebbe essere troppo aristocratica per mangiare sottaceti di campagna».
«L'idea, signorina Ferney! Non ne vendete forse tutto il tempo in città?»
«Sì, con le etichette. La gente di città dà molta importanza alle etichette. Da bambina, non mi era permesso mangiare cose che avessero un'etichetta. Sento dire che se ne va?»
«Chi?»
«Il vostro Dottore. Non capisco come abbiate fatto a sopportarlo per così tanto tempo.»
«Oh! Voi non conoscete il dottor Queerington! È stato un grande privilegio averlo qui. È un uomo molto distinto, signorina Ferney, e così gentile e buono!»
«Buono o cattivo, per me sono tutti uguali. Preferirei avere una mosca sotto la zanzariera piuttosto che un uomo che ronza in giro per casa mia. Quando se ne va?»
«Domani. Sarà troppo presto per voi per venire a trovarmi?»
«No, sono pronta a venire. Sorella Lizzie vorrà sicuramente provare alcune di quelle ricette strampalate e rovinare un moggio o due di cetrioli, ma ho promesso che verrò e lo farò. Che cos'è questa storia che Jimpson mi sta raccontando sul fatto che sosterrete gli esami per la scuola di contea?»
Miss Lady sospirò: «Potrei dover insegnare; non lo so».
«Vendete ancora un po' di terra. Non vi servono cento acri.»
«Ne abbiamo già venduta troppa! La prossima sarà la casa. Sono determinata a tenere Thornwood anche se il tetto mi dovesse crollare in testa!»
«So come vi sentite», disse la signorina Ferney, i cui sentimenti tendevano verso il settore immobiliare. «Ho risparmiato ogni nichel guadagnato per quasi vent'anni per ricomprare la nostra proprietà. Da tutto ciò che abbiamo sentito la scorsa primavera, sorella Lizzie riteneva piuttosto che vi sareste sposata.»
«Beh, non mi sposerò.»
«Ne sono contenta. La gente è fin troppo pronta a credere a ogni corteggiatore che una ragazza ha finché non arriva ai trent'anni. Dopo di che non credono più a nessuno. Mia sorella è stata tratta in inganno da quello che le hanno detto dai Wicker.»
«Che cosa le hanno detto?» chiese Miss Lady, mentre guidava una ribelle ipomea lungo il graticcio.
«Oh, le hanno parlato di quel giovane di città con cui scorrazzavate per tutta la campagna la scorsa primavera. La signora Wicker ha detto che non aveva altro pensiero in testa se non voi. Che l'aveva sfinita parlandole di voi, proprio come se non avesse contribuito ad allevarvi col biberon!»
Miss Lady trovava ancora la pianta avvincente, ma si prese il tempo di dire voltandosi indietro:
«Dite a vostra sorella e alla signora Wicker che quel giovane è andato in Cina.»
«Beh, nessuno potrebbe desiderarlo più lontano! Spero che ci resti. Siete una ragazza troppo in gamba per sposarvi. Cosa vogliono le donne dal matrimonio, comunque? Guardate me! Quarant'anni da nubile e nemmeno un minuto speso a desiderare di essere sposata! Esulto per la mia indipendenza, esulto per la mia libertà.»
Alla signorina Ferney fu concesso di esultare indisturbata, poiché Miss Lady, appoggiata alla ringhiera del portico, aveva apparentemente dimenticato la sua esistenza.
«Decidetevi a prendere quel posto a scuola e a condurre una vita utile e indipendente. Conosco un'insegnante nella contea di Shelby che ha la stessa scuola da quindici anni, da quando era una ragazza paffutella e carina, ed è magra come lo sono io ora e grigia come un topo. Ha mantenuto quella stessa posizione e se l'è cavata bene per tutti questi anni.»
Miss Lady si voltò di scatto e spalancò le braccia:
«Se non state zitta subito, signorina Ferney, scapperò via per unirmi al circo! Preferirei di gran lunga stare su una punta di piede con gonne vaporose e luccicanti e saltare attraverso un cerchio piuttosto che insegnare a scuola!»
La signorina Ferney apparve scandalizzata: «Non sembrate stare molto bene», disse quasi come scusa per tanta impertinenza. «Credo proprio che abbiate la febbre. Vado dritta a casa a prepararvi un tonico.»
Miss Lady sedette per qualche tempo sui gradini con gli occhi rivolti al fiume lontano. Su per il fianco della collina le cime degli alberi increspavano al vento, e giù nella valle il ruscello serpeggiante danzava nelle secche o si attardava in pozze brune a sussurrare segreti ai rami bassi. Il mondo le sembrava non solo molto bello, ma anche molto solitario, e il voto di celibato eterno, fatto allo zio Jimpson, appariva grande e terribile in presenza della signorina Ferney.
«Oh, eccovi qui», disse l'infermiera, girando attorno alla casa; «il Dottore si è rifiutato di sdraiarsi finché non sareste uscita in giardino. Dice che ha bisogno di voi per qualcosa. Liberatemi dai convalescenti!»
Miss Lady rise e corse lungo il sentiero verso il giardino, dove il Dottore la salutò con il suo sorriso più raro. Il resto della mattinata lo passarono a studiare manoscritti, ordinando appunti e apportando correzioni, lei felice di avere anche solo una minuscola parte nel suo grande lavoro, e lui trovando il suo entusiasmo e il suo interesse un condimento gradito per stimolare il suo appetito ormai stanco per quel compito. Nel frattempo, una piccola rosa malconcia languiva inosservata sotto il manoscritto di “La storia dell'influenza normanna sulla lingua e la letteratura inglese”.
CAPITOLO XI
Per trecentosessantacinque giorni Myrtella Flathers esercitò un dominio incontrastato nella casa dei Queerington. La semi-invalidità del Dottore, dopo il suo ritorno da Thornwood, gettò ogni responsabilità su di lei e, sebbene gli permettesse di indossare la corona, era lei a impugnare lo scettro. Mai la casa era stata in tale ordine immacolato, né i giovani Queerington erano apparsi con indumenti così presentabili, e mai la porta d'ingresso era stata sbattuta con tanta insistenza in faccia agli ospiti indesiderati.
L'albero genealogico dei Queerington era infatti afflitto da troppi rami. C'erano piccoli ramoscelli secchi di cugine nubili, ceppi annodati e rachitici di zii e zie semidefunti, vigorosi e pretenziosi germogli di nipoti, tutti i quali avevano finora pesato sul magro reddito del Dottore e sulla sua fin troppo generosa ospitalità.
Myrtella si opponeva alle incursioni che questi invasori facevano sul suo tempo e sulla sua forza, e si opponeva anche al lavoro extra che la loro presenza comportava per lei. In breve, riteneva che l'albero genealogico avesse bisogno di una potatura e si dedicò al compito con tutto il cuore. Con una scortesia persistente riuscì a recidere un parente dopo l'altro, finché non ottenne per il Dottore una privacy finora inimmaginabile.
«Non c'è un'ora del giorno in cui non stia respingendo qualcuno!» annunciò trionfante un giorno alla cuoca della porta accanto. «Quando sono arrivata qui, avreste pensato che fosse una stazione ferroviaria, gente che andava e veniva con borse; e campanelli che suonavano, e bauli trascinati sui tappeti. Sporcizia dalla cima della casa fino al fondo; la signorina Hattie con le sottane che le pendevano sotto il vestito; e tutti i bambini del vicinato che correvano dentro e fuori, e che addirittura toglievano il materasso dal letto di Bertie per usarlo come slitta giù per le scale!»
«Nel nome di San Patrizio!» solidarizzò Norah, la visitatrice; «e il loro papà non faceva nulla con loro?»
«Chi ha detto che non faceva nulla?» ribatté istantaneamente Myrtella. «La prossima volta insinuerete che parlavo del Dottore alle sue spalle. State cercando di farmi perdere il posto, ecco cosa state facendo.»
«Non io! Mi stavo vantando di voi non più di una settimana fa, dicendo che brava e gentile cuoca foste, e che grande e pulito fosse qui.»
«Certamente», disse Myrtella con alterigia, «potrei non lavorare per una signora così intelligente da non conoscere nemmeno la sua cucina se la incontrasse per strada. Potrei non lavorare in una casa dove tirano giù le tende e accendono lampade rosse di giorno per evitare di mostrare lo sporco sotto il divano. Noi non teniamo due domestiche senza avere abbastanza da nutrirle, ma io sono soddisfatta. Almeno per il momento. Verrà il giorno in cui non dovrò essere al servizio di nessuno. Metto da parte qualcosa ogni settimana, e il tempo non è lontano in cui siederò a capotavola nella mia pensione, e sarà 'Miss Flathers', se vi aggrada! Voi, Bertie!» questo a un ragazzino dall'aspetto fragile nel cortile sul retro. «Alzati dall'erba in questo istante! Vuoi prenderti il croup e tenermi sveglia tutta la notte, come la settimana scorsa.»
«Certo che potrei trovare un posto peggiore di quello della signora Ivy», continuò Norah. «Un po' di chiacchiere, fiori freschi ogni giorno davanti alla sua fotografia, e le cose a posto per il signor Gerald, è tutto ciò che vuole. L'ultimo posto in cui ho lavorato... dalla signora Sequin, mala sorte a lei!... Era una festa o una cena tra me e il mio riposo ogni sera della settimana! Non me ne importava un fico secco dell'intera banda, a parte il signor Don Morley, un giovane gentiluomo fine come pochi ne ho visti!»
«Quello che ha sparato a Dick Sheeley ed è scappato?»
«Quello a cui l'hanno addossata», disse Norah con enfasi indignata. «È stato quel buono a nulla del signor Lee Dillingham a farlo, e la signora Sequin che smuove il cielo per far sposare la signorina Margery con lui. Ho visto come cercavano di impedire al signor Don di tornare a casa e sentire le storie che stavano raccontando. Lui vale tutto il gruppo messo insieme; un gentiluomo dentro e fuori, e la mano in tasca ogni volta che lo servivi. Non è qualcuno che vi sta chiamando giù per le scale di servizio?»
«Che chiamino», disse Myrtella, per la quale questi confronti con i posti passati erano pieni di interesse. «È solo la signorina Hattie; se ha qualcosa di importante da dire, può scendere e dirlo.»
Evidentemente valeva la pena dirlo, poiché un momento dopo, una ragazza magra e dai lineamenti affilati di quattordici anni infilò la testa dalla porta.
«Myrtella, ti ho detto che volevo quel vestito bianco sistemato. Lo indosserò questo pomeriggio.»
«È troppo presto per indossare abiti estivi», annunciò Myrtella, continuando a stirare. «Non ho cucito i bottoni di proposito, così non potresti indossarlo.»
«Beh, lo indosserò! Vado dritta di sopra e me lo spillo addosso.»
Mentre la porta si chiudeva con un tonfo, Myrtella rivolse un viso raggiante a Norah:
«Non è orlato!» disse con soddisfazione.
Norah scrollò le spalle:
«Sarebbe un giorno freddo quello in cui qualcuno mi farebbe fare la cuoca, l'infermiera e la sarta per una famiglia di quattro persone per cinque dollari alla settimana!»
Myrtella la fulminò con lo sguardo attraverso l'asse da stiro:
«Chi ha detto che qualcuno mi sta costringendo? Sono pagata per fare la cuoca e i lavori di casa in questa casa, e se mi va di mettermi a comandare un po', sono affari miei. Ringraziando il Signore, ho abbastanza buone maniere per badarci! Quanto caffè sei venuta a chiedere in prestito?»
«Una tazza basterà, fino al mattino. La riporterò prima di colazione.»
«Mettila in questo barattolo quando lo farai. Tengo ciò che restituisci separato dal nostro, così posso prestartelo di nuovo. Non siamo abituati alla cicoria.»
Norah tossì in modo sprezzante dietro la mano:
«Certo che potreste essere comprensiva verso una signora impegnata come la signora Ivy. Non riesce a concentrarsi sulle cose ordinarie.»
«Smettetela di farla sedere nei consigli di club, e partecipare a comitati, e cercare di regolare la nazione, e forse si ricorderebbe di ordinare la spesa. Su cosa sta lavorando ora?»
«Un mendicante. Stava leggendo le Scritture per lui quando sono venuta via, e lui seduto lì, così pietoso, a raccontarle come ha perso tutto ciò che aveva nell'alluvione. Un uomo dedito alle cose religiose, se mai ne ho sentito uno.»
«Rosso di capelli?» chiese Myrtella, bloccando un ferro caldo a mezz'aria.
«Lo era.»
«Quando avrà finito con lui, mandalo qui da me», Myrtella fece scendere il ferro sull'asse con un tonfo. «Se c'è una persona al mondo che sto aspettando, è un rosso di capelli vittima dell'alluvione.»
Norah, mentre usciva, incontrò un altro visitatore e tornò indietro per annunciarlo:
«Guardate un po' cosa ha tirato fuori Bertie qui! Il ragazzino più strano e sporco! Mi ricorda un uovo su un paio di stuzzicadenti!»
Myrtella, sbirciando oltre la sua spalla, scese improvvisamente le scale.
«È Chick!» gridò, raggiante verso di lui. «Da quanto tempo sei qui, Chick?»
«E chi è Chick?» chiese Norah, immediatamente curiosa. «Sembra che tu ci tenga molto! Cosa affligge il bambino? Perché indica la nostra casa? Non ha una lingua in bocca?»
«Ce l'ha, anche se non così lunga come quella di certa gente. Chick! Bertie! Entrate qui!» e senza cerimonie Myrtella li trascinò in cucina e sbatté la porta in faccia a Norah.
Una volta nella sua roccaforte, prima abbracciò Chick, poi lo trascinò con la forza al lavandino e lo sottopose a un vigoroso lavaggio. Entrambe le azioni apparentemente lo annoiavano terribilmente, poiché volse i suoi occhi annebbiati dal sapone con invidia verso il bambino più piccolo che scorrazzava in preda a trasporti di gioia.
«Andremo a pattinare sul marciapiede!» gridava Bertie eccitato. «Tu puoi avere un pattino e io l'altro e vedremo chi vince.»
«Non farete nulla del genere!» sentenziò il Destino al rubinetto. «Non ho intenzione di lasciarvi correre in giro, surriscaldarvi e prendere il raffreddore. Inoltre, non sei abbastanza grande per stare al passo con Chick!» Poi, vedendo la delusione che il suo ultimatum aveva causato, aggiunse: «se non fosse per il fatto che appiccichi tutto, potrei prepararti un po' di caramelle».
«Oh, 'Tella! Davvero? Caramelle alla melassa? Chiedigli se gli piacciono le caramelle alla melassa.»
Violenti cenni di assenso dalla vittima avvolta dal vapore.
Myrtella aveva iniziato con la semplice ambizione di lavare la faccia di Chick, ma il confine si era rivelato problematico. Che lo definisse nettamente o tentasse effetti artistici in chiaroscuro, il risultato era ugualmente insoddisfacente. Myrtella era scrupolosa; prima di finire con Chick, lui stava in piedi con i piedi in un secchio, pulito, bagnato e nudo come un pesce.
Tutto ciò consumava tempo, ed entrambi i ragazzi stavano diventando impazienti, quando un rumore particolare proveniente dall'esterno attirò la loro attenzione. Solo per Chick il suono sembrava familiare, poiché rise, scosse la testa e indicò il cortile.
«Sembra il singhiozzo!» disse Bertie, con la testa di lato.
La bocca di Myrtella si chiuse come una trappola. «Gli farò passare io il singhiozzo!» mormorò misteriosamente e, lasciando i bambini a sorvegliare le caramelle, uscì sul portico e chiuse la porta dietro di sé.
Bertie, nei suoi gonnellini corti, con i piedi rannicchiati su una sedia, guardava Chick con interesse assorto mentre indossava i suoi pantaloni logori e sporchi. Un paio di bretelle viola che un tempo appartenevano al signor Flathers suscitarono la sua particolare ammirazione.
«Dì, Chick, hai un socio?»
Chick annuì.
«Non potresti essere socio anche con me, vero?»
Un violento scuotimento della testa.
«Non pensavo potessi averne due contemporaneamente.» Bertie contemplò pensieroso le caramelle in ebollizione. «Potrei avere molti soci se non fossi sempre malato. Se mai non avessi più quello che hai, potresti prendere me, Chick?»
Chick lo esaminò criticamente, lo fece alzare in piedi, ne misurò l'altezza e gli toccò persino il braccio per testare i muscoli. Poi fece un'osservazione che, pur mancando di lucidità, era nondimeno conclusiva.
«Ma sto per diventare più grande», insistette Bertie.
«E ho un carillon, e una pistola ad acqua, e delle biglie...»
A questo punto Chick tirò prontamente fuori una manciata di biglie dalla sua tasca e fece capire, con molti sussurri e sibili, che era impegnato in un commercio all'ingrosso e al dettaglio in quel campo e aperto a negoziazioni.
Bertie fece una corsa veloce verso la stanza dei giochi e tornò con una graziosa borsa blu dalla quale versò tesori di agata e cristallo.
Chick perse ogni interesse per le caramelle. La sua reputazione professionale era in gioco. Non avrebbe mai potuto affrontare la banda di Billy-goat Hill se avesse fallito nello spennare questo agnello che la Provvidenza gli aveva così chiaramente messo sulla strada.
Nel frattempo Myrtella stava esercitando la prerogativa di sorella maggiore sui gradini del retro, impartendo a suo fratello quello che chiamava modestamente un pezzo della sua mente.
Poiché Phineas, in una delle sue periodiche ricadute, era scivolato troppo lontano. La sua ambizione di eccellere come rigenerato lo aveva portato fuori dai pascoli tranquilli del gregge di Immanuel, nel più esaltante campo di battaglia dell'Esercito della Salvezza. Attratto dalla prospettiva di raccontare le sue esperienze all'angolo di una strada con l'accompagnamento di una fisarmonica, aveva abbandonato il rifugio sicuro del Ladies' Aid e cercato nuovi mondi da conquistare.
L'esperimento non era stato un successo. Si ritrovava ora, alla fine di un anno, ad andare di porta in porta, logoro e trasandato, a recitare il piccolo e poco interessante ruolo di vittima dell'alluvione. Ma lo spirito di Phineas volava allegramente al di sopra delle sue circostanze. Incoraggiava persino Myrtella nella sua invettiva contro di lui, spronandola a un nuovo sforzo, come i monaci di un tempo corteggiavano la flagellazione.
«Proprio così, sorella!» esortava, «sfogati pure. Dico alla signora della porta accanto, dico, quello che mi serve è una bella lavata di capo da mia sorella. Mi darà una strigliata, dico, poi si metterà ad aiutarmi. È il suo modo, dico, non c'è persona più generosa su questo globo terrestre. Speravo che forse sarebbe stata spinta a seguire il tuo esempio, ma non lo è stata. Mi ha fatto una predica della scuola domenicale per più di un'ora, poi non mi ha dato altro che questa Bibbia, e io un uomo affamato! Ho mangiato un po' di tutto ai miei tempi, ma ho paura a rischiare la mia digestione su Deuteronomi e Salmi!»
«Beh, non hai bisogno di venire a mendicare qui intorno e trascinare il fango», annunciò Myrtella fermamente. «Ho chiuso con te! Hai avuto tante possibilità quante ne ho avute io per farcela. Non ho mai chiesto favori a nessuno; mi sono messa al lavoro e ho faticato. Inoltre, non ho intenzione di fermarmi finché non diventerò una proprietaria di pensione. E tu cosa sarai? Un parassita pigro, ubriacone e buono a nulla.»
Phineas, giocherellando con il suo cappello, fiutò improvvisamente l'aria e sorrise.
«Caramelle alla melassa!» esclamò gioioso. «Non riuscivo a capire cosa mi facesse sentire così bene. Dì, sorella, devi aver saputo che stavo arrivando.»
Myrtella stava in rigida disapprovazione sul gradino più alto ed esaminò il suo parente prossimo con tale gelido disprezzo che lui decise di cambiare tattica.
«Onestamente, sorella, non sono venuto per chiedere nulla. Sono venuto davvero per raccontarti della nostra fortuna.»
Questa mossa fu così astuta che colse Myrtella di sorpresa e suscitò una debole dimostrazione di curiosità. «Non lo sapevamo fino alla scorsa settimana», proseguì Phineas misteriosamente, «e non ne abbiamo fatto parola con nessuno finché non avremo allestito un salotto e dipinto un'insegna.»
«Per cosa?»
«Per le sedute! C'è stato un dottor Dago, che si fa chiamare Professor King, che gironzola per la collina, e nel momento in cui posa gli occhi su Maria Flathers vede che è una medium. Le ha dato quattro lezioni per un dollaro, e lei ha iniziato a sentire colpi e campanelli suonare alla quinta seduta. Ieri sera ha iniziato a spostare i mobili.»
«Deve essere stata in trance!» esclamò Myrtella. «Conosco Maria da circa quattordici anni e non ho mai sentito dire che spostasse i mobili. Può faticare di più a pulire attorno alla gamba di un tavolo che chiunque altro abbia mai conosciuto.»
Ma nonostante il suo scherno, Myrtella era colpita. Per molti anni aveva considerato una visita a uno spiritualista o a un chiaroveggente uno dei suoi vizi più sfrenati e stravaganti. La possibilità di avere una medium in famiglia era un lusso che non si poteva liquidare alla leggera.
«Dove hai preso i soldi per le lezioni?» chiese improvvisamente.
Phineas esitò e fu perduto.
«Hai speso quelli di Chick! È logoro come uno spaventapasseri. Sembra che non riceva abbastanza cibo per far spuntare le costole. Ti colgo a spendere i soldi che gli do in spiriti, vivi o morti, e non ti darò mai più un centesimo!»
«Ora, sorella, aspetta! Non mi hai lasciato finire. Sto pensando di gestire un'impresa di pompe funebri, in concomitanza con le sedute. Potremmo tenere d'occhio i clienti allora e costruirci un buon commercio. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sulla terra è solo un po' di capitale, e saremmo una coppia autosufficiente nel giro di una settimana.»
Così convincenti furono le argomentazioni di Phineas che, alla fine, Myrtella acconsentì ad agire come deus ex machina per la nuova avventura psichica, a condizione che Chick fosse adeguatamente vestito, nutrito e mandato a scuola.
Raggiunto questo accordo, Myrtella allungò la mano verso la scopa e iniziò un attacco così vigoroso ai gradini che Flathers fu costretto a concludere che la sua presenza poteva essere tranquillamente dispensata. Si ricompose, si schiaffò il cappello di lato sulla testa, si infilò la Bibbia sotto il braccio e fece un ampio inchino.
«Addio, mio vero amore. Porta i soldi sabato sera, e Maria caricherà gli spiriti e li farà manifestare per te, gratis. Mi dispiace di non poter aspettare che quel caramello alla melassa sia pronto. Potresti mandarmene un po' con Chick. Adieu!»
Myrtella rimase in piedi, scopa in mano, a guardare la figura tutta giunture che si allontanava ciondolando lungo il marciapiede e fuori dal cancello sul retro. Fischiava allegramente la dossologia e il suo volto aveva l'espressione rapita di chi non rivolge il pensiero alle cose terrene. Lei sospirò e scosse il capo.
«Il campanello della porta d'ingresso sta suonando», chiamò Bertie, «e anche il telefono, e papà è uscito e dice che puoi pulire il suo studio. Ecco di nuovo il campanello.»
«Immagino sia il signor Gooch che si autoinvita a cena. Non ho intenzione di farlo entrare. Passami quel piatto lì per versarci il caramello.»
«Guarda, 'Telia, cosa mi ha scambiato Chick!»
Myrtella lanciò un'occhiata di sbieco al palmo teso di Bertie e annullò prontamente l'affare.
«Non ti vergogni, Chick Flathers! Scambiare le belle biglie di un ragazzino con quelle comuni? È barare, ecco cos'è, è rubare! Non ti vergogni?»
Chick si vergognò e ebbe la grazia di mostrarlo. Il suo pentimento probabilmente non si sarebbe manifestato se non fosse stato scoperto, ma trovandosi di fronte allo sguardo accusatore di Myrtella e all'espressione sorpresa e ferita negli occhi di Bertie, la sua coscienza indurita fu punta e il labbro iniziò a tremargli.
Con un gesto feroce di protezione, Myrtella lo tirò a sé:
«Non farlo, Chick! Non piangere! Non volevo sgridarti. Tu non hai avuto le stesse opportunità degli altri ragazzi. Non hai mai avuto giocattoli, non hai mai avuto nulla. Sei stato un povero bambino abbandonato fin da quando sei nato. Oh! Dio, sono una donna malvagia! Non sono degna di vivere sulla terra!»
Questo incredibile sfogo sbalordì a tal punto i due bambini che rimasero a fissarla con gli occhi spalancati per lo stupore. Per alcuni istanti lei oscillò avanti e indietro con il grembiule sulla testa, poi si asciugò selvaggiamente gli occhi e, ordinando loro di seguirla, salì le scale sul retro con scopa e paletta.
Lo studio del dottor Queerington si trovava in cima alla casa, dove, chiudendo porte e finestre e tappandosi le orecchie con del cotone, era in grado di escludere quel mondo materiale al quale preferiva rimanere estraneo. La stanza era piena di libri dal pavimento al soffitto, ed era una delle croci della vita di Myrtella che, dietro le file visibili di volumi, ne stessero altre, formando una sorta di biblioteca sommersa fuori dalla portata del suo straccio e del suo piumino.
In nessuna stanza della casa sentiva la propria importanza più pienamente che in questo santuario interiore. Aveva calcolato con precisione matematica l'esatta posizione di ciascuno degli utensili da scrivania del dottore, conosceva la divinità che circondava un manoscritto e la natura inviolabile dei segnalibri.
Quando Bertie iniziò a giocherellare con il calamaio, lei gli si avventò contro.
«Non osate toccare nulla, nessuno dei due! Quando il dottore mi ha detto di occuparmi delle sue cose, l'ho fatto. Non c'è mai stata una parola di lamentela da quando sono qui, e non ne avrò una proprio adesso. Ecco il dottore che sale i gradini; finirò qui più tardi. Via di lì, Chick!»
Ma Chick aveva fatto una scoperta. Sulla scrivania del dottore, sorridente da una cornice di porcellana, aveva trovato la sua divinità! Era la bella signorina che una volta aveva preso le sue difese in una rissa con Skeeter Sheeley per il manico di una frusta; era la giovane signora che gli sorrideva sempre quando passava a cavallo di Billy-goat Hill; era lei che aveva cambiato la sua ambizione di vita dal furto aggravato all'idraulica! Senza curarsi degli avvertimenti, afferrò la fotografia e, mentre lo faceva, questa gli scivolò dalle dita e la cornice andò in frantumi sul pavimento.
Il dottor Queerington, sulla soglia, comprese la situazione a colpo d'occhio. Guardò rapidamente dal volto inorridito di Myrtella alla figura rannicchiata dello strano bambino, poi sorrise in modo rassicurante.
«Non è stato fatto alcun danno serio», disse con voce calma e piacevole; «la cornice può essere facilmente sostituita, e quanto alla fotografia...» si fermò e sorrise di nuovo, poi prese la mano di Bertie nella sua; «Myrtella, non avrò più bisogno di una fotografia di quella giovane signora. Ha acconsentito a venire lei stessa e a prendersi cura di tutti noi.»
Myrtella rimase come pietrificata; la sua figura massiccia con il piumino sollevato si stagliava contro la luce, come una statua della dea della guerra. Alla fine trovò la voce:
«Prendersi cura?» esclamò. «Vuol dire che verrà a essere la signora Squeerington?»
«Proprio così.»
«Beh, allora do il preavviso», annunciò Myrtella con tutta la dignità di una maestà offesa e, spingendo Chick davanti a sé, sbatté la porta in faccia allo sbalordito dottore e scese le scale altezzosamente.
CAPITOLO XII
«Una sposa che non vede il proprio dovere, dovrebbe essere costretta a vederlo», dichiarò la signora Sequin alla signora Ivy nel suo modo più impressionante. «Ci si aspetta naturalmente qualcosa dalla moglie di John Jay Queerington. Le ho detto espressamente che il venerdì era il suo giorno, ho persino telefonato per ricordarglielo, ed ecco che sono le quattro, la gente sta iniziando ad arrivare, e lei è via a giocare a tennis!»
Aspettavano nel crepuscolo del salotto dei Queerington, quel salotto austero, rigido, da vecchia zitella, che era emerso completamente arredato dalla mente di un decoratore circa due decenni prima e non aveva mai battuto ciglio da allora. Era una stanza con cui nessuno si era mai preso delle libertà. Hattie aveva osservato una volta, con stizza, che suo padre avrebbe preferito spostare un dente dalla mascella inferiore a quella superiore piuttosto che spostare un ornamento o un quadro dal salotto al secondo piano.
La signora Ivy, la signora interpellata, sorrise con tolleranza. Era una delle caratteristiche più irritanti della signora Ivy quella di essere sempre tollerante verso le scocciature degli altri. Era bionda e paffuta, indossava una toga modificata e un sorriso cristallizzato.
«Ah! Signora Sequin», fece le fusa, «la nostra piccola sposa è una figlia della Natura. Dolcezza e luce! Non dobbiamo aspettarci troppo da lei all'inizio. Il mio Gerald dice che è come una piccola cascata selvaggia che danza al sole, senza dighe di convenzioni. Gerald sa esprimere le cose così perfettamente.»
«Beh, ne ho avuto abbastanza di cercare di gestire una cascata!» disse la signora Sequin con aria cupa. «Il cugino John mi ha chiesto di prenderla sotto la mia ala, e devo dire che la trovo difficile. Perfettamente dolce e di buon carattere, sa, ma segue sempre la sua strada. Ha deciso che le piacciono più gli amici di Connie che quelli del dottore, che i capelli non le stanno bene pettinati come dovrebbero, che non indosserà abiti fatti da sarte alla moda perché sono scomodi. Mi ha persino detto che le piace essere un po' fuori moda!»
«Ma non ha ragione?» mormorò la signora Ivy. «Dio le ha dato un corpo aggraziato e simmetrico, non dovrebbe forse rivestirlo con vesti fluide che non costringano o...»
«Per l'amor del cielo, signora Ivy, non osi iniziare con la riforma dell'abbigliamento! La sua unica possibilità di successo sociale è la sua bellezza. Mi terrorizza semplicemente il modo in cui dice subito la prima cosa che le passa per la testa. Mi ci vorranno mesi per insegnarle la prima lezione della società, ovvero che la cosa più immodesta del mondo è la verità nuda e cruda.»
«Ciò che spero di risvegliare nella cara ragazza», disse la signora Ivy con un sorriso di superiorità, «è un senso di responsabilità verso i suoi simili. Ho già proposto il suo nome per la Lega Anti-Tabacco e la signorina Snell, la nostra segretaria corrispondente della Società Missionaria Estera, ha promesso di incontrarmi qui alle cinque. Sono queste giovani anime ardenti che devono raccogliere lo stendardo della riforma quando cade dalle mani di noi veterane.»
«Beh», disse la signora Sequin, volgendo un profilo bello e annoiato alla sua compagna, «non supererò mai l'assurdità di questo matrimonio!»
«Ah!» disse la signora Ivy, posando una mano bianca e paffuta sul braccio della signora Sequin, «le forze cosmiche li hanno fatti incontrare! Ciò che cerchiamo sta cercando noi. Lei era giovane, inesperta, alla deriva nel mondo; lui era malato, solo, con tre figli senza madre. Mi ha detto che, durante l'anno passato, le lettere del dottore sono state tutto ciò che l'ha sostenuta.»
«Certo che lo hanno fatto! Le lettere del cugino John sostengono tutti. Soprattutto se non avete mai sentito le sue lezioni. Certo, lui si ripete.»
«Quanto alla sua giovinezza», continuò la signora Ivy. «E se fosse ancora solo un bocciolo di rosa? Sboccerà; noi l'aiuteremo a sbocciare, io e lei, non è vero?»
Nel frattempo la sposa era entrata dall'ingresso laterale e si stava affrettando freneticamente nella stanza di sopra per cambiare un costume da tennis con un nuovo abito da casa.
Connie Queerington stava assistendo, ma l'assistenza di Connie era solitamente d'intralcio. Era una giovane bionda estremamente loquace, con occhi azzurri a cui non piaceva nient'altro che il proprio riflesso.
«Non riuscirò mai ad allacciarlo se non stai ferma», stava dicendo. «Ogni volta che ridi si riapre.»
«Quindici-zero, trenta-zero, quaranta-zero, game!» provava la signorina Lady, esercitandosi in un servizio appena acquisito con un colpo vigoroso della racchetta. «Potrei giocare tutto il giorno e tutta la notte! Pensi che riuscirò mai a diventare una brava giocatrice?»
«Certo, se solo non ti agitassi così tanto e colpissi le palle prima che rimbalzino. Gerald Ivy dice che il tuo gioco sopra la testa è fantastico. È pazzo di te, comunque. Darei entrambi i miei mignoli per farmi guardare come ha guardato te oggi.»
«Sciocca!» rise la signorina Lady. «Ecco che salta il bottone della mia pantofola. Credi che qualcuno noterà se fisso il cinturino con una spilla?»
«Nessuno tranne Myrtella. Siediti sopra il piede se passa di qui. Se non ti sbrighi, la cugina Katherine avrà un esaurimento nervoso.»
«Non capisco perché dobbiate trattare il giorno del ricevimento come il giorno del giudizio», si lamentò la signorina Lady. «Chi altro c'è di sotto?»
«Solo la signora Ivy ora. È quella che ti ha tenuto la mano e ti ha chiamata raggio di sole. La madre di Gerald, sai. Hat non può sopportarla; dice che è una gatta morta. Naturalmente il signor Gooch sarà qui per cena.»
«Chi?»
«Il signor Gooch.»
«Un amico del dottore?»
«No, davvero. Non è amico di nessuno. Ci annoia tutti a morte.»
«Beh, perché viene?»
«Non lo so. Viene sempre il venerdì. È entrato qui una volta per ripararsi dalla pioggia e la mamma gli ha chiesto di restare per il tè. Sono passati dieci anni e da allora è tornato quasi ogni venerdì.»
«Avete compagnia così tutto il tempo?» chiese la signorina Lady un po' senza fiato.
«Questo non è niente!» esclamò Connie drammaticamente. «Prima che arrivasse Myrtella non ho mai saputo cosa significasse dormire nel mio letto, e dovevo mangiare le zampe dei polli finché non mi sono sentita come un millepiedi. Ecco! Sei a posto; vieni. Non dimenticare di parlare della festa a papà!»
La signorina Lady era sposata da due settimane, ma stava ancora vorticando selvaggiamente in un turbine di nuove esperienze che la eccitavano e la confondevano. Per un lungo inverno solitario aveva combattuto i suoi problemi nella piccola scuola di campagna, affidandosi implicitamente all'amicizia e alla guida del dottor Queerington. Le sue lettere settimanali, espresse in paragrafi di perfezione tecnica, le sembravano oracoli di saggezza e bellezza. Poi era accaduto l'evento sorprendente e incredibile! Lui, il grande dottor Queerington, l'amico di suo padre, il suo amico, l'uomo che rispettava più di chiunque altro al mondo, aveva scelto lei, una ragazza giovane e inesperta, come sua moglie!
Per chi era sicura di aver chiuso per sempre con le illusioni, e che si lusingava che l'età sentimentale fosse ormai un ricordo lontano, l'onore di una vita di compagnia con un uomo come il dottor Queerington era quasi travolgente. Voleva appassionatamente essere utile al mondo, far sì che la sua vita contasse qualcosa. L'opportunità di essere al servizio del dottore, di aiutarlo a completare la grande opera che lo assorbiva, di soddisfare i suoi bisogni fisici e di portare gioia nella sua vita, assumeva il carattere di un sacro privilegio.
Se dubbi assillanti e vaghi desideri insoddisfatti la possedevano a volte, li attribuiva a quel caro ma irreale fascino del romanticismo che il dottore le aveva insegnato dover giocare per un po' all'alba della giovinezza, ma che svanisce nel meriggio della maturità. E così, non essendo esperta nella scienza dell'autoanalisi, mise coraggiosamente la mano in quella del dottore e promise di obbedire con un franco senso di sollievo per la responsabilità trasferita.
La nuova vita in cui entrò si rivelò diversa sotto ogni aspetto da ciò che si era aspettata. Il tempo del dottore, programmato al minuto, non ammetteva interruzioni, per quanto utili potessero essere da parte sua. In effetti, sembrava considerarla un lusso caro che non aveva tempo di godersi. I bambini la accettarono secondo le loro rispettive nature: Connie come un'amica, Hattie come un'arcirivale e Bertie come un idolo.
Hattie aveva quattordici anni e aveva risolto tutti i problemi dell'universo. Sosteneva fermamente Aristotele e con disprezzo liquidava Platone dal mondo della filosofia. Non approvava i ragazzi, la società, i secondi matrimoni, e aveva quattro amiche disperatamente intime, che avrebbero tutte voluto fare le scrittrici. Secondo le sue osservazioni, lei era l'unica persona nell'universo, eccetto suo padre, ad aderire alla verità. Di conseguenza, la sua missione nella vita era lottare sola contro le inesattezze degli altri.
La signorina Lady trovò rifugio dai commenti caustici di Hattie nella devozione immediata di Bertie. Lui le aveva conquistato il cuore la sera del suo arrivo, quando si era addormentato in grembo a lei con l'ultima ingiunzione che lei «doveva stare sempre con loro, finché Dio non l'avesse chiamata».
Qualunque idea la signorina Lady avesse nutrito di occuparsi degli affari domestici fu prontamente scoraggiata da Myrtella, che aveva gentilmente acconsentito a dare alla nuova padrona un mese di prova, minacciando che al primo tentativo di interferenza l'avrebbe abbandonata al suo destino.
Il loro primo incontro fu di buon auspicio. Myrtella, tornando dal suo pomeriggio libero, aveva sentito un gran tumulto nella stanza dei bambini e si era affrettata a salire per indagare. L'introduzione di Bertie fu senza fiato:
«È la nuova mamma, 'Tella, e Chick è qui, e stiamo giocando all'orso, e abbiamo rotto le molle del letto, e lei sa un sacco di storie, e conosce Chick!»
Myrtella, che si era preparata per un combattimento mortale, non era pronta per un avversario che sedeva nel mezzo del letto della nursery, ridendo dietro una massa arruffata di lucenti capelli castani.
«Oh! questa è Myrtella, vero?» chiese l'orso, scuotendo la criniera e sorridendo con una franchezza accattivante. «Bertie dice che sei la zia di Chick, e Chick è un mio vecchio amico, non è divertente?»
«Dove hai conosciuto Chick?» chiese Myrtella con sospetto immediato.
«Viviamo entrambi su Billy-goat Hill. Ci salutiamo sempre quando passo di lì, vero, Chick?»
Chick, che era parzialmente sotto il letto, ancora nel suo personaggio di impavido cacciatore, riconobbe il fatto con un tale torrente di incoerenze entusiastiche che Myrtella interruppe severamente:
«Vieni fuori di qui immediatamente. È ora che tu vada a casa comunque. La prima cosa che so è che riceverò lamentele per averti in giro così tanto. E guarda le tue mani, Bertie Queerington! Stai per essere messo nella vasca da bagno subito, ecco cosa ti succederà!»
«Lo bagno io», disse la signorina Lady con entusiasmo.
«No», disse Myrtella fermamente, «non c'è nessuno che possa gestirlo tranne me.»
Ma nonostante la ferocia dell'aspetto di Myrtella, c'era un luccichio ammorbidito nei suoi occhi che mostrava che la nuova padrona aveva iniziato dando soddisfazione.
I primi giorni dopo il suo arrivo, la signorina Lady li passò nel salotto buio a ricevere visite. Tutti i parenti del dottore, sopravvissuti ai loro spasmi di indignazione per il suo matrimonio, si unirono in una pronta determinazione ad addestrare la sua giovane moglie nel modo in cui avrebbe dovuto comportarsi. Consigli tanto vari quanto abbondanti le furono riversati addosso. All'inizio era divertita; poi fu indicibilmente annoiata; alla fine fu disperata. Non era abituata a stare al chiuso tutto il giorno, non era abituata a passare il tempo con signore anziane che parlavano di obblighi morali, richieste sociali e coscienze civiche. I doveri della sua vita matrimoniale che avevano promesso responsabilità così interessanti e meravigliose opportunità per aiutare il dottore nel suo grande lavoro, sembravano ridursi al noioso compito di tenere se stessa e i bambini lontani dalla sua strada, preservando un silenzio tombale in casa e intrattenendo un'infinita serie di visitatori.
Anche questo sarebbe stato sopportabile se il dottore avesse potuto trovare il tempo, dal suo lavoro che gli assorbiva l'anima, per ascoltare alla fine della giornata, con divertita tenerezza, tutte le sue piccole esperienze, se avesse discusso con lei il modo migliore per gestire i bambini, riso con lei delle sue lotte con Myrtella e incoraggiato quelle parole affettuose e carezze che facevano così parte della sua natura.
Se avesse potuto farlo, la signorina Lady avrebbe presto trovato soddisfazione nel riversare su di lui il suo affetto. Era incline a essere appassionatamente legata a chi le stava intorno, e non era tipo da restare immobile in una prigionia mentale o emotiva.
Ma il dottore stava lottando attraverso il mese più snervante dell'anno all'università. L'inizio di un nuovo trimestre, l'adeguamento delle classi, l'iscrizione di nuovi alunni, tutto ciò costituiva un pesante drenaggio sulla sua costituzione indebolita. Non era in condizioni, la sera, di dare altro, nemmeno a una sposa giovane e devota che era pronta a rinunciare a qualsiasi altro piacere per bruciare incenso al santuario della sua cultura.
La nostalgia di casa che le era rimasta addosso dal giorno in cui aveva voltato le spalle a Thornwood l'avrebbe avvolta completamente se non fosse stato per Connie. Connie aveva solo un anno meno di lei ed era totalmente disapprovata dai parenti della famiglia. Godeva della reputazione di essere frivola e vana, e del tutto priva di riverenza verso i suoi anziani.
Gli amici e i divertimenti di Connie si rivelarono la linea di minor resistenza lungo la quale la signorina Lady corse verso la libertà. Il campo da tennis servì come gioioso sostituto della grigia monotonia della nuova casa, e la compagnia libera e facile degli amici di Connie fu un felice sollievo dalle anziane femmine che la invadevano.
Il dottore era ancora il perno maestoso attorno al quale ruotavano i suoi pensieri, ma il cerchio stava diventando sempre più ampio. La differenza di età, che all'inizio alla sua inesperienza era sembrata una considerazione così banale, si rivelò più seria con il passare del tempo.
Era avida di vita, appassionata di piacere, plastica, suscettibile. Ogni nuova esperienza era per lei un'epoca, mentre per il dottore, le cui abitudini e opinioni erano fissate per l'eternità, era solitamente solo un'ulteriore interruzione al suo lavoro.
Non era che lui non riuscisse ad apprezzarla. La luce che appariva nei suoi occhi seri ogni volta che lei era vicina, l'infallibile cortesia e gentilezza con cui le parlava, l'assoluta libertà che le concedeva e l'adulante appello che faceva al suo intelletto, calmavano qualunque dubbio potesse essere sorto nella sua mente.
Dei propri sentimenti non osava smettere di pensare. La vita era tutta così strana, così diversa da come si aspettava. I lampi di dubbio e perplessità che arrivavano nelle pause tra le festività strettamente pianificate di Connie, li attribuiva alla nostalgia di casa.
Era tardi quando la sua ultima visitatrice se ne andò, e mentre correva leggera verso lo studio del dottore, si rese conto con un piccolo senso di delusione di non vederlo dalla colazione. Anche ora si fermò alla porta, per paura di interrompere qualche volo della musa. Ma sbirciando dentro, trovò la sua grande poltrona accostata alla finestra e la cima di una testa che appariva sopra lo schienale. Avanzando cautamente in punta di piedi, gli coprì gli occhi con le mani e gli lasciò cadere un bacio sulla fronte rivolta verso l'alto.
In un istante un piccolo gentiluomo strano e bellicoso era balzato in piedi e la stava affrontando con lineamenti che assomigliavano a quelli di un bombo ingrandito e oltraggiato.
“Mi dispiace tantissimo!” balbettò Miss Lady con una risata imbarazzata, “Io... io pensavo che lei fosse il Dottore!”
“Anche ammesso,” ammise lo sconosciuto piuttosto fermamente, stando con il mento sollevato e le narici dilatate, “anche ammesso. Sembra che lei abbia dimenticato il fatto che il Dottor Queerington è ora un uomo sposato!”
“Sì, ma lei non capisce. Io sono...”
“Un'amica di Constance, senza dubbio. Ma date le circostanze mi permetterà di dire che una tale condotta è sconsiderata. Non ne farei menzione se non fossi un amico di famiglia...”
“Oh! Lei è il signor Gooch?”
“Lo sono. E ho il piacere di rivolgermi a...”
“Beh, io sono la signora Queerington,” disse Miss Lady, arrossendo violentemente.
Il signor Gooch si sprofondò di nuovo sulla sedia e la guardò con indignazione.
“Impossibile!” sbottò. “Non mi avevano detto... anzi, non ero preparato... Posso chiederle di non menzionare il mio errore alle ragazze? Constance, come avrà indubbiamente scoperto, è molto sciocca, incline a fare grandi questioni dal nulla. Non ne parleremo.”
“Ah!” disse il Dottore sulla soglia con le braccia piene di libri. “Come sta, mia cara? Come sta, signor Gooch? Che cos'è questa cospirazione del silenzio?”
“È solo contro le ragazze,” rise Miss Lady. “Lo coinvolgeremo, vero, signor Gooch?”
Il Dottore ascoltò con tollerante divertimento mentre Miss Lady faceva un resoconto drammatico del doppio malinteso, ma il signor Gooch non accennò a un sorriso.
Per tutta la cena di quella sera Miss Lady cercò invano di propiziarsi l'ospite. Il suo atteggiamento mostrava fin troppo chiaramente che la considerava un'intrusione nella famiglia che egli aveva ritenuto opportuno adottare. Solo quando arrivò il budino il suo umore si addolcì. La cucina di Myrtella era così eminentemente di suo gusto che era disposto a sopportare molto pur di avere il privilegio di goderne. Inoltre, la risata migliorava sempre la sua digestione e la giovane persona a capotavola si stava rivelando divertente.
“Il signor Gooch sta aspettando altro caffè,” annunciò Hattie, interrompendo un resoconto animato che Miss Lady stava facendo della sua prima giornata alla scuola di campagna.
“Lasciala finire la storia,” disse il Dottore, a cui il cibo era indifferente. Si stava concedendo l'insolito lusso di indugiare a tavola dopo che il pasto era terminato, un'abitudine raramente tollerata in casa Queerington.
“Ma non c'è tempo,” insistette Hattie. “Connie dà una festa stasera.”
“Una festa?” Le sopracciglia del Dottore si sollevarono.
“Sì,” intervenne Connie. “Miss Lady ha detto che non pensava che le sarebbe dispiaciuto, e ha convinto Myrtella a lasciarci ballare qui. Non le dispiacerà il rumore, solo per questa sera, vero papà?”
Il Dottore considerò la faccenda con gravità. Dopotutto, la sua lettura sarebbe stata interrotta dal signor Gooch, quindi tanto valeva acconsentire. Raramente si opponeva a un piano che non interferisse con le sue azioni. Il suo assorbimento nella ricerca precludeva un interesse per le semplici questioni familiari.
“Spero che non vi stiano costringendo a prestare servizio?” chiese, lanciando un'occhiata a Miss Lady.
“Davvero lo stiamo facendo!” gridò Connie. “Lei suonerà per noi per ballare, quando non ballerà lei stessa. Naturalmente la vogliamo con noi.”
“Dimentichi, Constance, che ci sono altre pretese su di lei. Il signor Gooch e io vorremmo averla con noi nello studio.”
Miss Lady guardò in alto con sorpresa compiaciuta.
“Questo chiude la questione, Connie,” disse; “voi ragazze potete suonare da sole. Vieni a letto, Kiddie,” e con Bertie alle calcagna, la nuova padrona di Queerington corse lungo il corridoio.
Per dieci anni il Dottor Queerington e il signor Gooch avevano giocato a pinochle ogni venerdì sera. Il Dottore non lo gradiva particolarmente, se non come uno di quegli incidenti che diventano accettabili con una lunga ripetizione. Era un abitudinario nato, che considerava un mondo ben regolato come un luogo in cui tutto scorreva negli stessi solchi per l'eternità. Una delle sue principali fonti di soddisfazione riguardo al suo secondo matrimonio era che prometteva di non interferire con quelle leggi stabilite che regolavano la sua giornata, dalla colazione puntuale alle 7:15 alle lunghe ore con i suoi libri la sera. In breve, il Dottor Queerington era una sorta di orologio umano ben regolato, che annunciava le sue opinioni in modo irrevocabile come il rintocco annuncia le ore, e ticchettava così monotonamente negli intervalli che quasi ci si dimenticava della sua presenza.
Se per lui la partita del venerdì sera era solo un'abitudine, per il signor Gooch era un'occasione. Una volta sedutosi, e dopo aver dato un'occhiata in giro per assicurarsi che la sua mano non fosse riflessa in uno specchio, disponeva le sue carte con cautela nel palmo in modo che solo gli angoli fossero visibili, squadrava la mascella e procedeva con solennità a osservare il pieno rigore del gioco. Non c'erano scherzi con i punti, o ripetizioni di prese. Il matrimonio di re e regine veniva solennizzato senza gioia, e persino la sfilata di una sequenza reale non portava alcun rossore di trionfo sulle sue guance, ma lo induceva solo a registrarla in cifre piccole e precise in un taccuino di marocchino rosso che portava sempre con sé per lo scopo.
Quando Miss Lady salì nello studio, dopo aver concesso a Bertie due bis di “Jack l'ammazzagiganti”, trovò gli uomini silenziosamente assorbiti nel loro gioco. Seduta su uno sgabello al fianco del Dottore, cercò di seguire la spiegazione dettagliata che lui dava durante ogni mano. Ma il gergo di “dichiarazioni”, “sequenze” e “matrimoni comuni” divenne presto noioso, e si ritrovò a studiare distrattamente il volto serio e nobile del Dottore, e ad ascoltare la sua voce bassa e flessibile che inconsciamente si addolciva quando le parlava.
Nonostante lo studio fosse molto caldo in queste soffocanti serate di settembre, e i passi mentali del Dottore fossero troppo lunghi perché lei potesse tenere il passo, guardava tuttavia con impazienza alle ore trascorse lì. Se a volte non riusciva a seguire le sue delucidazioni, o le veniva sonno a leggere ad alta voce qualche classico logoro, non era perché la sua ammirazione e il suo rispetto per suo marito stessero diminuendo. Di fatto, lui era sempre al suo meglio in quel momento, circondato dai libri che conosceva e amava, ed espandendosi sotto l'approvazione della sua unica ascoltatrice riconoscente. Qui regnava, un signore feudale, protetto nel suo castello di libri contro quel nemico strano e formidabile, il Mondo.
“Quattro assi e pinochle,” annunciò il signor Gooch con cupa soddisfazione.
Miss Lady si alzò irrequieta e andò alla finestra nell'alcova. Dal salotto sottostante arrivavano le note di un valzer e frammenti di risate; sopra di lei le stelle apparivano grandi e bianche nella notte estiva. Pensò a quanto dovesse essere strano e solitario là fuori a Thornwood con le luci tutte spente e le finestre sbarrate. Le piccole creature notturne cantavano in giardino ormai, e le brezze fresche stavano iniziando ad agitare le cime degli alberi. Si chiese come se la stesse cavando Mike senza di lei, e un nodo le salì alla gola. Deglutì risolutamente e sorrise con sicurezza verso le stelle. La sua vita coniugale non era affatto come si era aspettata, ma tutto si sarebbe risolto per il meglio. Certo, nessuno sembrava aver bisogno di lei, nulla era richiesto da lei, ma si sarebbe ricavata un posto, doveva ricavarsi un posto. Forse se avesse avuto qualcosa da fare oltre a giocare con Connie e le sue amiche tutto il giorno, avrebbe superato questa sensazione di inutilità e questa ossessionante nostalgia per le colline e le valli, per i suoi cavalli e i suoi cani, e per la vecchia casa di mattoni tra gli alberi.
All'improvviso trattenne il respiro e tese l'orecchio:
“Sta tornando a casa,” stava dicendo il signor Gooch nella stanza dietro di lei. “Almeno, hanno mandato a chiamarlo. Il giovane Decker, che è appena tornato, dice che Morley arriverà su una barella piuttosto che far credere alla gente che ha sparato a un uomo e poi è scappato. Non avevano mai sentito una parola sull'accusa.”
“Come mi aspettavo,” disse il Dottore, mescolando le carte. “Quando torna?”
“Quando sarà in grado di viaggiare, immagino. Decker lo ha lasciato giù con la febbre in un ospedale a Singapore. È finito, temo.”
“Molto probabilmente,” disse il Dottore. “Povero Donald! Tocca a te.”
Miss Lady scivolò dietro la tenda e si sostenne al davanzale della finestra. Perché il suo cuore aveva quasi smesso di battere? Perché batteva ora come se volesse soffocarla? Perché il pensiero di Donald Morley disteso, malato e senza amici in un ospedale straniero, risvegliava in lei ogni desiderio di andare da lui subito, a qualsiasi costo? Ondate di sorpresa e vergogna la travolsero. Non sentiva nulla, non vedeva nulla, tranne il fatto che qualcosa che credeva fosse morto aveva ripreso vita. Si stava svegliando da un lungo sonno intorpidito, e il risveglio era terrificante. Quale catastrofe irreparabile era accaduta tra ora e quel momento supremo in cui era stata sotto i lillà nel crepuscolo con le braccia di Donald Morley intorno a lei, il suo respiro sulla sua guancia e la sua supplica appassionata: “Oh, se solo sapessi quanto ho bisogno di te! Sarò qualsiasi cosa sotto il cielo per amor tuo se solo starai dalla mia parte!”
“Ho vinto io,” disse il Dottore. “La fortuna mi ha favorito. Che fine ha fatto Miss Lady? Il richiamo dei giovani di sotto è diventato troppo forte, presumo.”
Il signor Gooch, di pessimo umore per la perdita dell'ultima partita, ripose cupamente il suo mazzo di carte nella custodia con il taccuino di marocchino rosso e si preparò a partire. Il Dottore posizionò automaticamente il tavolo da gioco contro la parete, dispose le sedie agli angoli preferiti, raddrizzò un libro sulla scrivania e spense le luci, lasciando una figura bianca e sottile con mani tremanti e occhi terrorizzati, rannicchiata sotto la luce delle stelle dietro le tende ondeggianti.
CAPITOLO XIII
Era sempre un'occasione significativa quando il signor e la signora Basil Sequin trovavano il tempo nelle loro vite frenetiche di discutere una questione familiare. Non c'era una particolare mancanza di interesse da nessuna delle due parti, era semplicemente che i loro orari non coincidevano. Quando lui non era al suo club, lei era al suo; quando lui cenava a casa, lei era trattenuta a una riunione del consiglio di amministrazione; quando lui andava al Nord per una convenzione di banchieri, lei andava al Sud per partecipare a un torneo di bridge. Quindi non c'era da meravigliarsi che il maggiordomo, mentre sparecchiava la colazione, avesse guardato con perplessità il signor e la signora Sequin rimanere a tavola in un'intensa conversazione.
Il signor Sequin era un uomo magro e curvo, precocemente vecchio a cinquant'anni. L'espressione tormentata e affannata che era così abituale sul suo viso aveva scavato solchi che nessun umore più leggero poteva ora cancellare. Il suo umore attuale, tuttavia, non era leggero. Sedeva con la mano a coprirsi gli occhi e accigliato cupamente sulla tovaglia.
“Ti ho detto un mese fa,” stava dicendo, “che avresti dovuto tagliare alcune delle spese per la nuova casa. Siamo già andati ventimila oltre la stima originale. Non c'è mese ormai che i nostri conti non siano in scoperto. Non è stato detto nulla direttamente, ma è noto per strada. Nulla verrà detto, finché si capirà che devo avere la gestione della tenuta Dillingham alla morte del generale, ma se questo allontanamento dovesse continuare tra Margery e Lee Dillingham...”
“Ora, Basil!” gridò drammaticamente la signora Sequin, “non prendere sul serio, per carità, una paziente che soffre di esaurimento nervoso. Margery non è altro che un fascio di idee, e Cropsie Decker l'ha tutta agitata riguardo all'ingiustizia che è stata fatta a Don. Non le permetterò nemmeno di parlarmi di questo, è tutto così sciocco. Che differenza può fare chi ha sparato? I ragazzi sono ben fuori dal guaio ed è quasi dimenticato a quest'ora. I giovani che sono fidanzati devono avere qualcosa su cui litigare; questo non conterà nulla. Andrò avanti a fare i preparativi per un matrimonio all'inizio della primavera. A proposito, sai la finestra a arco nel salotto? Bene, la sto facendo fare quattro piedi più larga così potranno sposarsi lì di fronte alla loggia, così!”
Le due dita paffute della signora Sequin fungevano da sposa e sposo, ma il signor Sequin non era interessato.
“Non sarei sorpreso se Decker avesse mandato un telegramma a Donald per tornare a casa. È in un grande stato di indignazione per il fatto che la colpa è stata data a Don. Vedi, è tutta una questione fresca per loro.”
“Sarei perfettamente furiosa con Don,” dichiarò la signora Sequin, “se tornasse e iniziasse a litigare con Lee. Margery sarà sicura di prendere le sue parti; è sempre così sciocca riguardo a Don. Se stesse abbastanza bene sarei tentata di affrettare il matrimonio prima di Natale. Ma poi, non potremmo farlo nella nuova casa, e ho praticamente costruito quel primo piano per il matrimonio. Tutto dipende dal farlo lì.”
“Tutto dipende dal farlo da qualche parte!” disse il signor Sequin cupamente.
“La cuoca della signora Queerington, signora, desidera parlarle,” annunciò il maggiordomo alla porta della dispensa.
“Dille di aspettare,” disse la signora Sequin senza voltare la testa. “Cosa hai deciso riguardo alle stime del decoratore, Basil?”
“Decidere? Che tempo ho io per considerare le decorazioni? Perché non puoi occupartene tu?”
“Perché, infatti? Devo solo occuparmi delle modifiche alla finestra a arco, guardare i nuovi schizzi per il garage, fare uno shampoo e un massaggio, pranzare dai Weldems, portare Fanchonette dal veterinario, fare la prova alle tre e andare dai Bartrums alle cinque. Senz'altro, me ne occuperò io. Darò l'ordine a Lefferan; gestisce i design più esclusivi.”
“È quello che vogliamo,” disse il signor Sequin, alzandosi; “i più esclusivi e i più costosi. Il nostro credito è buono ancora per qualche mese. Fai trovare l'auto piccola in banca alle 6:30. Non sarò a casa per cena.”
La signora Sequin sospirò mentre lui sbatteva la porta d'ingresso. Non serviva negare il fatto che gli uomini fossero una prova, anche i migliori di loro. Non era forse il cugino John Queerington, quel modello di perfezione, caduto dal suo piedistallo al sorriso di una ingenua ragazzina di campagna? E c'era Basil, riconosciuto come un vero mago della finanza, che aspettava fino a quando la nuova casa non era quasi completata, per poi andare nel panico per il costo. E ora Donald, che pensava fosse al sicuro dall'altra parte del mondo, che minacciava di tornare a casa nel momento più inopportuno e creare guai senza fine!
“Mi scusi, signora,” disse il maggiordomo, “ma dice che non aspetterà un altro minuto.”
“Jenkins!” La signora Sequin sollevò le sopracciglia con disapprovazione. “Manda quella donna odiosa nella stanza di Miss Margery; la vedrò lì.”
La stanza sopra la sala da pranzo era uno di quei pasticci rosa e bianchi che la convenzione prescrive per le debuttanti. Ghirlande di rose rosa festonavano la carta da parati, legate a intervalli da enormi fiocchi rosa. Fiocchi rosa e balze soffocavano la toeletta e il tavolo da cucito, e cuscini rosa e bianchi riempivano il sedile della finestra. Favori di cotillon, vecchi programmi di danza, programmi teatrali, erano appuntati alle pesanti tende rosa e bianche che escludevano la luce del sole. Tra i cuscini di pizzo del letto in ottone giaceva una ragazza languida e pallida, che fissava il soffitto intrecciato di rose, come un prigioniero potrebbe fissare le sue sbarre.
“Chiudi la porta, Myrtella,” disse la signora Sequin mentre entravano. “Sono mortalmente spaventata dalle correnti d'aria. Buongiorno, Margery. Dov'è il tuo cappello blu? Ho detto a Miss Lady di mandare a prenderlo, perché ho intenzione di portarla dai Bartrums questo pomeriggio e semplicemente non potevo permettere che apparisse con quel cappello ridicolo che indossa sempre.”
La ragazza a letto volse un viso irritato verso sua madre:
“Ma, Miss Lady aveva promesso di passare il pomeriggio con me. Non vedevo l'ora da giorni.”
“Sì, lo so, cara, ma le ho detto che non stavi proprio bene, e che sarebbe potuta venire domani. Vedi, lei davvero non può permettersi di perdere il tè dei Bartrums; è il primo intrattenimento di questo autunno e tutti saranno lì. So che pensi che la signora Bartrum sia un po' allegra, ma non puoi negare che gestisce quel gruppo di giovani.”
Margery Sequin strinse le sue sottili mani bianche nervosamente e riprese il suo studio del soffitto coperto di viti.
“Ecco il cappello,” disse la signora Sequin, consegnando una grande cappelliera a Myrtella, poi notando la sua espressione offesa aggiunse a titolo di conciliazione: “Non so come farebbero senza di te dal Dottore. Sento dire che la nuova padrona non distingue una casseruola da una padella.”
“Non è mica stupida,” rispose Myrtella immediatamente sulla difensiva.
“Certo che no, solo giovane e distratta. Oserei dire che non ordina nemmeno la spesa, vero?”
“No, signora.”
“Né pianifica i pasti?”
“No, signora.”
“E tu ti occupi di tutto come se lei non ci fosse? È davvero troppo divertente, non è vero, Margery? Di' alla signora Queerington che manderò l'auto per lei alle cinque; e vedi di assicurarti che sia adeguatamente abbottonata.”
Myrtella riuscì a portare se stessa e la scatola silenziosamente fuori dalla stanza, ma il maggiordomo che la incrociò sulle scale di servizio fu sorpreso da una pioggia verbale che non era affatto destinata a lui. Era come se un carro botte avesse improvvisamente e inaspettatamente aperto la sua fornitura a prescindere dall'ambiente circostante.
Alle cinque Miss Lady, molto radiosa e apparentemente di ottimo umore, si presentò dai Sequin.
“Posso entrare solo per un minuto?” chiese alla porta di Margery. “Ti ho portato dei crisantemi. Lo zio Jimpson li ha portati da Thornwood questa mattina. È un peccato che tu non stia bene.”
Margery rivolse occhi ammirati al volto luminoso sopra di lei.
“Non sto peggio,” disse, “solo delusa. Pensavo che avrei avuto te tutta per me questo pomeriggio.”
“Ma non sapevo che avresti potuto avermi! Corro a dirlo a tua madre.”
La signora Sequin, che veniva inserita in un abito molto stretto dalla pura abilità fisica della sua cameriera, esclamò con soddisfazione quando Miss Lady entrò:
“Ecco, lo sapevo! Il cappello fa il costume. Sei perfetta! Ora, ricorda le persone a cui voglio che tu sia particolarmente gentile, la signora Gibbs, la signora Marchmont...”
“La sciocca vecchia che si dipinge la faccia e indossa le perle come palline di naftalina? È passata ieri per dirmi il nome del suo parrucchiere. Sono sempre le persone che non hanno capelli che vogliono farseli acconciare.”
“Miss Lady! È la signora Leslie Marchmont, la donna più ricercata in città!”
“Non mi importa, i suoi cavalli sembrano come se fossero stati nutriti con gambi di mais.”
“Ma non devi dire certe cose! Devi coltivare la discrezione. Se vuoi che ti presenti alle persone giuste...”
“Ma potrebbero non essere le persone giuste per me! Alcune sono adorabili, ma non sopporto quelle affettate, né quelle che mi trattano con condiscendenza.”
“Ma non ti tratteranno con condiscendenza se sarai un po' più riservata. Non c'è alcuna ragione al mondo per dire loro che tieni solo una domestica e che vieni da Billy-goat Hill. È un nome orribile dato alla nostra bellissima collina, da persone orribili. Vedi, devi davvero coltivare più cautela. Sei... cosa dovrei dire? Troppo franca, troppo naturale.”
Miss Lady rise. “Non ho la minima idea di come si faccia a essere innaturali, ma, grazie al cielo, non devo impararlo oggi! Margery si sente meglio e mi lascerà stare con lei.”
“È assurdo! Sei tutta pronta per andare, e voglio che la signora Bartrum ti veda per la prima volta proprio come sei adesso. Dove sono i tuoi guanti?”
“Li ho dimenticati, ma non importa, non vado.”
“Manderò Jenkins a prenderli subito.”
La guancia di Miss Lady arrossì e guardò la signora Sequin con perplessità, poi la sua fronte si schiarì.
“Ha paura che rimanga troppo a lungo e stanchi Margery? Prometto di andare via nel momento in cui sembrerà stanca. Può fidarsi di lei con me, vero?”
“Ma ha la sua infermiera, non c'è alcuna ragione al mondo...”
“Se non che lei vuole che io rimanga. Si sentirà più felice anche lei, sapendo che non è sola.”
“Ma non vuoi andare al tè?”
“Oh, volevo un pochino. Ma penso che fosse perché tu, Connie e Margery avete detto che ero carina. Sono terribilmente stretta e a disagio; mi chiedo se Margery non possa prestarmi una vestaglia?”
Fu così che la signora Sequin si diresse dai Bartrum di pessimo umore, lasciando le due ragazze a chiacchierare nel boudoir rosa, con l'infermiera confinata ai piani bassi.
“Non vuoi un po' d'aria fresca?” chiese Miss Lady, dopo aver sopportato il caldo finché le era stato possibile.
“Puoi aprire la porta,” disse Margery, “non lasciamo mai la finestra alzata per via delle correnti.”
“Ma posso coprirti bene e mettere il paravento. Ecco! Non puoi prendere freddo con tutto quello addosso. È il tipo di giornata che mi fa venir voglia di essere a cavallo, a galoppare attraverso i boschi con il vento in faccia.”
Margery osservò i movimenti rapidi di Miss Lady mentre apriva tutte le finestre dietro le tende increspate, lasciando entrare una corrente d'aria fresca e rinvigorente.
“Come sei giovane!” disse. “Anni e anni più giovane di quanto mi senta io. Non riesco a capacitarmi che tu sia sposata e abbia tre figliastri.”
“Nemmeno io,” disse Miss Lady. “Me ne dimentico sempre. Non ti andrebbe di metterti a sedere per un po'?”
“Oh! Non posso. Devo stare perfettamente a riposo.”
“Chi lo dice?”
“Tutti quelli che soffrono di esaurimento nervoso. I medici dicono che i miei nervi non sono altro che fili vibranti. Suppongo di aver esagerato l'inverno scorso, ma naturalmente non potevo tirarmi indietro nel bel mezzo della mia prima stagione.”
“Non credo che ti farebbe il minimo male metterti a sedere. Se ti sistemo quella grande sedia a dondolo, vuoi provare?”
“Ma non sto seduta da sei settimane. Quando ci provo a letto ho delle sensazioni di formicolio.”
“È perché hai le gambe distese. Proviamo sulla sedia, con le gambe a penzoloni.”
“Ci proverò, ma so che non posso farcela. Ecco! Grazie mille! Non penseresti mai che un anno fa ero forte quanto te! Insomma, tra ottobre e marzo sono andata a oltre centocinquanta ricevimenti, oltre ai teatri e all'opera.”
“Cielo!” esclamò Miss Lady sbalordita.
“Certo, verso Capodanno ho iniziato a vacillare, ma la mamma mi ha fatto fare massaggi ed elettricità e mi ha tenuta in piedi fino alla Quaresima. Dopo di che sono crollata fino all'estate. Poi siamo andate a White Sulphur, dove i Dillingham hanno un cottage; dovevo stendermi ogni pomeriggio, ma riuscivo sempre ad alzarmi per i balli.”
L'infermiera, entrando con una lunga scatola di fiori, si fermò sorpresa nel vedere la sua paziente seduta, poi uscì discretamente in punta di piedi.
“Qualcuno ti ha mandato dei fiori!” esclamò Miss Lady eccitata. “Che bello! Posso aprire la scatola?”
“Come preferisci. Probabilmente sono di Lee. Ora li manda invece di venire.”
“Ma potrebbe esserci un biglietto,” disse Miss Lady, cercando tra la carta velina.
Margery scosse la testa stancamente; la piccola animazione che le aveva colorato il viso svanì, lasciandolo pallido e svogliato.
“Suppongo che tu trovi strano il modo in cui parla una ragazza fidanzata,” disse poco dopo, con un fremito nervoso nella voce. “La verità è che Lee ed io abbiamo litigato a causa di mio zio, Donald Morley. Non lo perdonerò mai per il modo in cui ha trattato Don; mai!”
“Lo farai, se lo ami,” disse Miss Lady.
“Ma non sono sicura di amarlo!” sbottò Margery. “Non dovrei dirlo! Non lo dirò più, ma morirò se non parlo con qualcuno. La mamma non vuole ascoltare una parola. Dice che sono i nervi. Ma la verità è, Miss Lady, che non ne sono mai stata sicura; è questo che mi fa ammalare!”
“Gliel'hai detto?”
“Sì, e lui ride di me. Potrebbe avere ragione, potrebbero avere ragione tutti. Quando guarirò forse riderò di me stessa. Ma proprio ora sembra così terribile che i preparativi vadano avanti mentre io sono qui sdraiata, notte dopo notte, a combattere i dubbi, a cercare di convincermi, a cercare di essere sicura. Come puoi dire quando sei innamorata? Come fai a saperlo?”
La mano di Miss Lady, che stava accarezzando dolcemente le dita sottili e bianche della ragazza, si fermò; i suoi occhi cercarono la finestra aperta e trasse un breve respiro.
“Saperlo?” ripeté come tra sé e sé. “Come fai a sapere quando hai freddo, quando hai fame, quando sei stanca, quando ti senti sola? Come fai a sapere che vuoi aria quando stai soffocando? Tutto intorno a te te lo dice, il tuo cuore, la tua mente, il tuo corpo, la tua anima. Non puoi fare a meno di saperlo!”
“Ma se non mi sentissi così! E se un giorno, per qualcun altro, dovessi sentirmi così! Oh! Miss Lady, dimmi cosa devo fare! Tutti gli altri mi spingono ad andare avanti, dicendomi di non preoccuparmi, di non aver paura. Ma tu non sei come gli altri, tu consideri qualcosa di più dei vantaggi esteriori che si possono ottenere. Dimmi, cosa faresti al mio posto?”
“Aspetterei che arrivi quello giusto,” esclamò Miss Lady, voltandosi verso di lei quasi con ferocia, “aspetterei, fosse per sempre! Non hanno il diritto di convincerti. O ami o non ami, e nessuna forza al mondo può cambiare le cose. Puoi ridere del sentimento e fingere di non crederci, puoi dire a te stessa mille volte che stai facendo la cosa sensata. Puoi accecarti completamente di fronte alla verità per un po'. Ma un giorno dovrai renderti conto che l'unica cosa reale nella vita è l'amore, e che sei impotente nel farlo vivere o morire.”
Dopo di ciò rimasero a lungo in silenzio, finché Miss Lady non si alzò bruscamente e, accampando una scusa, si congedò in fretta. Era spaventata da ciò che aveva detto, da ciò che aveva pensato. Era terrorizzata da questo strano, nuovo io, che parlava da una strana, nuova esperienza e annullava tutte le sue opinioni accuratamente acquisite. Non fu finché non raggiunse casa, dopo una camminata vivace attraverso l'aria frizzante, che il tumulto nel suo cervello si placò.
Sul tavolo dell'ingresso, accanto a una copia ben logora di Shelley, giacevano i guanti del Dottore e il morbido cappello grigio. Afferrò i guanti impulsivamente e li appoggiò alla guancia.
“Caro, caro Dottore!” sussurrò quasi con ferocia. “Così buono, e gentile, e... e meraviglioso!”
Improvvisamente si accorse di qualcuno che la osservava di nascosto attraverso lo spiraglio della porta della sala da pranzo.
“Myrtella!” gridò. “Sei tu?”
“Sì signora, se vi aggrada,” giunse in accenti strani e mansueti. “Vorrei parlarvi.”
Era così completamente fuori dal corso degli eventi umani che Myrtella assumesse un atteggiamento di umiltà, che Miss Lady la guardò con stupore.
“Non posso dire,” iniziò Myrtella, ancora per metà dietro la porta, “che mi piaccia il modo in cui vanno le cose in questa casa. Sto pensando di dare il preavviso.”
“Ma, Myrtella!” esclamò Miss Lady costernata. “Temo che il lavoro sia troppo pesante. Potremmo prendere...”
“Non occorre finire, signora Squeerington, stavate per dire una domestica. Se pensate che condividerei la mia stanza con qualche olandese o qualche irlandese, devo dire che vi sbagliate di grosso! Inoltre, non vi do soddisfazione? Non faccio il lavoro come piace a voi?”
“Certamente che sì, ma pensavo che tu...”
“Fossi diventata vecchia, suppongo, e non potessi fare tanto lavoro come un tempo. Sembro debole, vero?”
Miss Lady lanciò un'occhiata alla figura massiccia con le braccia robuste sui fianchi e sorrise.
“Bene, qual è allora il problema?” chiese gentilmente. “Perché vuoi andartene?”
Gli occhi di Myrtella si spostarono mentre strofinava della polvere immaginaria dalla porta:
“Non sono abituata a lavorare per una signora che non prende mai in mano la situazione. Non sembra naturale, e lascia spazio alla gente per parlare.”
“Ma pensavo volessi avere il controllo totale e gestire le cose esattamente come hai fatto in passato.”
“Beh, non sembra giusto che voi non mi diate ordini, né che vi arrabbiate con il garzone, né che vi occupiate di nessuno. Se la gente non sapesse, penserebbe che non siete abituata a essere una signora!”
Miss Lady si morse il labbro per trattenersi dal ridere. “Sarò fin troppo felice di gestire la casa, solo che non ne so molto. Zia Caroline e zio Jimpson facevano tutto a casa, e tu hai fatto tutto qui.”
“Beh, non lo farò più,” disse Myrtella fermamente. “Se volete mettervi all'opera e imparare, vi insegnerò. Ma non rimarrò se non a una condizione: dovete prendere in mano tutto! Dovete chiudere a chiave le cose e darmi ciò di cui ho bisogno. Dovete ordinare tutti i pasti e dirmi cosa volete che venga fatto ogni mattina. Non permetterò che la gente mi rinfacci che lavoro per una signora che non distingue una padella da un tegame!”
“Hai ragione, Myrtella,” disse Miss Lady, col volto improvvisamente diventato serio. “Non mi stupisce che tu ti vergogni di me. Forse un po' di sano lavoro duro spazzerà via le ragnatele dal mio cervello. Quando devo prendere in carico le cose, domani?”
“Come volete,” disse Myrtella docilmente; poi con uno scatto improvviso, “anche se sembrerebbe che ci si possa fidare di me ancora un giorno per finire le pulizie generali e prendermela con lo spazzino per non aver svuotato quei barili.”
“Venerdì, allora?”
“Venerdì,” disse Myrtella come una che firmi la propria condanna a morte, e la giovane padrona, fissando distrattamente fuori dalla finestra, non immaginava che un potente usurpatore stesse abdicando volontariamente a un trono affinché la legittima proprietaria potesse rientrare in possesso del suo.
CAPITOLO XIV
Le lampade rosse erano tutte accese nel piccolo salotto della signora Ivy, e il tavolo da tè disordinato e la confusione generale della stanza sovraffollata davano prova che uno dei suoi frequenti “at home” era giunto al termine.
Si sarebbe potuto dedurre che anche la padrona di casa fosse giunta al termine, a giudicare dai suoi occhi chiusi e dalle mani giunte, e dallo sforzo con cui inalava il respiro e dalla violenza con cui lo esalava. La cameriera, sparecchiando le cose del tè, la osservava con apprensione.
“Scusatemi, signora, ma volete la borsa dell'acqua calda?” chiese quando non poté più sopportare la tensione.
La signora Ivy aprì un occhio riluttante e si degnò di richiamare il suo spirito al mondo materiale.
“Norah, come hai potuto?” chiese piagnucolosa. “Non ti ho pregata di non disturbare mai la mia meditazione?”
“Sì, signora, ma questo, si potrebbe dire, era peggio del solito. La sorella gemella di mia madre è morta d'asma.”
“Non parlarmi mai quando mi vedi entrare nel silenzio. Stavo negando la fatica; ora dovrò ricominciare tutto da capo!”
Era evidentemente difficile per la signora Ivy tranquillizzare di nuovo il suo spirito. I suoi occhi vagavano affettuosamente per la stanza, posandosi prima su un oggetto caro e poi su un altro. Fotografie autografate rivestivano le pareti, volumi autografati ingombravano i tavoli. Sopra la sua testa due piccoli incensieri di bronzo mandavano ghirlande di incenso a arricciarsi attorno a una vasta testimonianza, che riconosceva il suo valoroso servizio a favore della crociata anti-tabacco. A fianco di questa c'erano distintivi di varie forme e dimensioni, che rappresentavano le società a cui apparteneva. Nell'armadietto alla sua sinistra c'erano tesori ancora più inquietanti, come il primo paio di scarpine di Gerald e il martelletto che l'ultima presidente della Federazione delle Sorelle aveva usato prima che, come amava dire la signora Ivy, “fosse chiamata a rassegnare le proprie dimissioni dal Consiglio della Morte”.
Prima che l'errore della fatica fosse stato completamente cancellato dal suo stato mentale, i suoi occhi caddero su un opuscolo, e divenne immediatamente assorbita dal suo contenuto. Esponeva il bisogno di una Casa per Animali Storpi, e quando giunse alla seconda pagina stava già formulando una mozione da presentare al suo club l'indomani. La signora Ivy era molto dedita alle mozioni; di fatto, era una delle sue missioni nella vita proporre continuamente che le cose fossero diverse da come erano, senza in alcun modo fornire la forza motrice per cambiarle.
Mentre era così impegnata, fu interrotta da un visitatore in ritardo. Era un giovane basso e robusto, con una mascella quadrata e prominente e un luccichio negli occhi.
“Mister Decker!” esclamò la signora Ivy, nuotando verso di lui. “Dopo tutti questi mesi in quelle meravigliose terre d'Oriente! Riesco quasi a percepire l'odore di sandalo su di voi!”
“È droga,” disse Decker, con una risata facile. “Droga cinese. Ho fatto pulire questi vestiti due volte e non riesco a sbarazzarmene. Li avevo addosso una notte in una fumeria d'oppio a Hankow. Divertente come quell'odore ti rimanga addosso.”
“Una fumeria d'oppio?” ripeté la signora Ivy, alzando una mano in segno di protesta. “E non si sta facendo alcuno sforzo per sradicare tali iniquità in Cina? Non potrebbe qualche azione concertata da parte dei club femminili in tutti i paesi cristiani creare un sentimento pubblico contro di esse?”
Decker si morse il labbro mentre si chinava a raccogliere l'opuscolo che lei aveva fatto cadere.
“Gerald è qui, immagino?”
“Certo! Che sbadataggine la mia non spiegare che insisto sempre affinché il caro ragazzo riposi tra le quattro e le cinque. Eredita polmoni delicati dal padre, e un temperamento emotivo e artistico da me. Poi, entrambi i suoi nonni materni soffrivano di cuore.”
“Ancora a martellare con la sua musica, immagino?” chiese Decker, ispezionando minuziosamente la fotografia di una femmina dall'aspetto mansueto che sembrava totalmente incapace di essere all'altezza della firma audace e aggressiva con cui si era firmata.
“Cara Miss Snell,” spiegò la signora Ivy, “segretaria corrispondente dell'A. T. L. A. Se foste venuto prima avreste potuto conoscerla. Cosa stavate chiedendo? Oh, sì! Riguardo alla musica di Gerald. Beh, non potreste immaginare Gerald senza musica più di quanto potreste pensare a un uccello senza ali. Perirebbe semplicemente senza un pianoforte. Quando siamo all'estero ne noleggiamo uno se dobbiamo stare in un posto solo dieci giorni. Il suo papà non riesce a capirlo, ma d'altronde il signor Ivy non è musicale, povero caro; non conosce davvero la differenza tra una fuga e una fantasia.”
“Nemmeno io,” disse Decker. “I Queerington vivono ancora della porta accanto?”
“Sì. Sapete che il nostro amato Dottore si è sposato di nuovo.”
“Cosa! Il buon vecchio Sillogismo Queerington! non vorrete dire! Mi chiedo se conosca il suo nome di battesimo? Mi ha fatto da insegnante per quattro anni all'Università e non è mai riuscito a ricordare il mio.”
“Oh! ecco il mio ragazzo! Ti senti meglio, caro?” La signora Ivy volse occhi pieni di aspettativa alla porta dove stava entrando un giovane magro e messo insieme in modo disordinato. Aveva l'andatura dinoccolata che indica ambizioni rilassate tanto quanto muscoli rilassati, e le sue mani erano profonde nelle tasche come se fossero a casa loro.
“Ciao, Decker, contento di vederti,” disse lentamente e con languore. “Vorrei che ravvivassi il fuoco, Mater cara; fa un freddo bestiale qui.”
“Lo farò io,” disse Decker brevemente.
Gerald Ivy si lasciò cadere con grazia sul divano e si immerse nell'esame delle sue unghie. Era un giovane piuttosto bello, sebbene anemico, con l'aria generale di uno che ha pesato il mondo e l'ha trovato carente. I suoi occhi, grandi, marroni ed espressivi, scrutavano la stanza irrequieti. Erano occhi esperti, capaci di esprimere più emozioni in un momento di quante Gerald ne avesse provate in una vita intera.
Mentre sfogliava pigramente le pagine di una rivista, chiese a Decker da quanto tempo fosse tornato in America.
“Un paio di mesi, ma sono in città solo da due settimane. Mi dispiace sentire che non sei in salute.”
“Oh! sono una rovina,” disse Gerald; “una rovina fatiscente e romantica. Qualcosa non va nella mia testa oggi. Ho la faccia gonfia, Mater?”
La signora Ivy si chinò su di lui con immediata sollecitudine.
“Credo proprio che sia gonfia, tesoro; proprio qui. Guarda, signor Decker, non sembra un tantino più piena dell'altra parte?”
L'occhio di Cropsie Decker, non essendo allenato da anni di sollecitudine materna, non riuscì a distinguere alcuna differenza.
“Non importa,” disse Gerald cupamente; “se non è questo, allora è qualcos'altro. Quali sono le novità, Decker?”
“L'unica novità per me è questo discorso idiota che è stato permesso di far circolare su Don Morley. È per questo che sono venuto a trovarti. Cosa dice Dillingham al riguardo?”
“Oh, conosci Dill; lui evita. Tutta la faccenda è sbollita qui mesi fa; l'argomento è estinto quanto il dodo.”
“Beh, non rimarrà estinto a lungo! Ho mandato un telegramma a Don perché torni a casa, e scommetto che smuoverà le acque. Non c'è più nulla che lo trattenga ora che Margery Sequin ha rotto il fidanzamento.”
“Che tristezza!” mormorò la signora Ivy. “Spero che il giovane signor Dillingham non faccia nulla di disperato. Pensare alla sua coppa della felicità che viene strappata dalle sue labbra...”
I due giovani si guardarono e risero.
“Non preoccuparti per Dill, Mater. Ha più di una coppa a cui ripiegare. È il vecchio signor Sequin che potrebbe fare qualcosa di disperato. Ho sentito che hanno fatto una scenata incredibile, ma Margery tiene duro.”
“Dicono per strada,” disse Decker, “che il signor Sequin abbia fatto affidamento sui soldi dei Dillingham per rimpinguare la banca. Ha tirato la corda un po' troppo negli ultimi due anni.”
“Non di solo pane vive l'uomo,” citò la signora Ivy; “i nostri amici hanno vissuto la vita materiale, hanno dimenticato di essere solo amministratori, e come amministratori saranno chiamati a rispondere del modo in cui usano la loro ricchezza. La signora Sequin non fa assolutamente alcuno sforzo per far avanzare il progresso del mondo. Ha rifiutato fin dall'inizio di unirsi all'A.T.L.A. e non è nemmeno membro del Woman's Club.”
“Beh, spero che il signor Sequin non abbia giocato con i soldi di Don Morley,” disse Decker, riprendendo l'argomento dal quale la signora Ivy era volata via per la tangente. “Donald ha sempre lasciato tutto a lui, e non ne sa più dei suoi investimenti di quanto ne sappia io. Tutto ciò che gli preme è spendere le sue rendite, e questo lo tiene occupato.”
In quel momento apparve Norah con tè fresco e dolcetti, facendosi strada con una certa difficoltà attraverso il labirinto di lampade rosse, tavolini, poggiapiedi e piedistalli coronati di marmo che affollavano la stanza.
“Ah!” esclamò la signora Ivy, “ecco alcuni dei dolcetti, Gerald, che ami. Ne proverai uno, vero? Abbiamo le pene dell'inferno per tentare il suo appetito, signor Decker. Può mangiare solo ciò che gli piace. Ho sempre sostenuto con suo padre che ci fosse qualche causa fisica per la sua brama di dolci. Non glieli ho mai negati quando era bambino. Ma da quando è nato non ha mai vissuto veramente di cibo, ha vissuto di musica.”
Gerald, al momento intento a deliziarsi con il suo secondo dolcetto, diede prova che non faceva affidamento solo sul potere sostenitore della musica.
“E ora, volete scusarmi, caro signor Decker?” chiese la signora Ivy, raccogliendo le sue gonne color lavanda. “Sono una donna molto, molto impegnata, e la mia scrivania richiede molto del mio tempo. Verrete a trovarci di nuovo, vero? Gli amici di Gerald, sapete, sono i miei amici. Addio.” E con una tenera pressione della mano e uno sguardo persistente, se ne andò.
Gerald attese finché la porta non fu chiusa, poi tirò fuori le sigarette che offrì a Decker.
“L'ultimo hobby della Mater è il tabacco,” sorrise con indulgenza. “Ha intenzione di abolirlo dall'universo. Ti ricordi come il Dottor Queerington era solito discettare sull'argomento all'università?”
“A proposito, tua madre mi dice che si è sposato di nuovo. Non so perché, ma la cosa mi diverte. Era una vedova?”
Gerald, con i gomiti sui braccioli della sedia e tenendo la tazza da tè con entrambe le mani appena sotto il livello degli occhi, sembrò improvvisamente cupo.
“No,” disse. “Vorrei al Cielo che lo fosse!”
“Cosa c'è che non va nel vecchio Sillogismo? Ho sempre pensato che fosse una brava persona.”
“Non sto pensando a lui!” disse Gerald con impazienza. “Sto pensando alla ragazza. Non può essere molto più grande di me ed è la cosa più squisita che tu abbia mai visto. Il suo colorito è assolutamente luminoso. Dovrebbe essere dipinta da Besnard o La Touche o qualcuno di quei tipi francesi che si specializzano nella luce. Irradia positività!”
“Come le è mai capitato di sposare il Dottore?”
«Il cielo lo sa! L’ha catturata da qualche parte nei boschi. Non credo che avesse mai visto un uomo prima d’ora. Giove! Dovresti vederla giocare a tennis e sentirla ridere. È una meraviglia assoluta, disinvolta e alla mano come uno dei ragazzi, ma schietta come una lama. Non le importa un fico secco dei soldi, dei vestiti o della società. Hai mai sentito di una ragazza davvero carina che fosse fatta così?»
«Spero che al Dottor Queerington piaccia quanto piace a te.»
«Cielo, amico mio! Piace a tutti; non si può fare altrimenti. Ma nessuno la capisce. Vedi, la considerano una bambina; non hanno la minima idea di cosa stia passando.»
«E tu pensi di averla?»
«Lo so. Sta cercando di adattarsi, e non ci riesce. Sta scoprendo il suo errore e sta facendo un gioco coraggioso per nasconderlo. Quando è arrivata, si è buttata in tutto. Non aveva mai giocato a tennis o a golf, e si divertiva a imparare più di chiunque altro io abbia mai visto. Poi, all’improvviso, ha smesso. Un vecchio parente essiccato ha detto al Dottore che non stava bene che sua moglie corresse in giro con i giovani, e la faccenda è finita lì. Ha rinunciato come un angelo, e non è nemmeno il tipo a cui piace rinunciare. Ora le sue giornate sono dedicate ai pesanti lavori domestici, e le sue serate a migliorare la propria mente nel soffocante studio del Dottore.»
«Parlare con il Dottore,» confessò Decker, «mi ha sempre fatto l’effetto di guardare le Cascate del Niagara; grandiose, imponenti e maestose, ma dopo un po’ stancano. Come sta reggendo?»
«Diventa ogni giorno più magra, più pallida e più bella. È una ragazza di campagna, sai, abituata ai cavalli e all’esercizio all’aria aperta. Deve aver sofferto una nostalgia bestiale, ma è coraggiosa fino al midollo. All’inizio è stato terribilmente difficile per lei fingere. È perché è così onesta. Ma ha dovuto imparare. Nessuna donna, buona o cattiva, può attraversare la vita senza imparare a fingere, solo che per quelle buone è più difficile. Che cos’è quel frastuono infernale in strada?»
Si alzarono e andarono alla finestra, con Gerald che guardava oltre la spalla del suo compagno più basso.
Un mulo grigio decrepito attaccato a un pesante carro si era fermato in mezzo alla strada, e un gruppo di neri agitati stava inutilmente cercando di convincerlo a muoversi. Con un orecchio proteso in avanti e le zampe anteriori piantate saldamente a terra, la bestia decrepita faceva mutamente la sua dichiarazione d’indipendenza, incassando i colpi che piovevano sulla schiena con l’ostinato eroismo di chi ha deciso di morire piuttosto che arrendersi.
«Per Giove, se quei tipi non stanno cercando di accendergli un fuoco sotto!» esclamò Decker. «Preferirebbero baloccarsi con un mulo ostinato piuttosto che mangiare anguria! Andiamo fuori a vedere lo spettacolo.»
Quando Decker raggiunse il portico, dopo aver lasciato Gerald allo specchio dell’ingresso a ispezionarsi il volto con minuziosa sollecitudine, una nuova figura era apparsa sulla scena. Era una ragazza vestita di bianco, in piedi nel cortile dei Queerington, e mentre guardava la vide scattare improvvisamente dal cancello verso la strada come se fosse stata sparata da un cannone.
«Smettetela di tirargli la testa in quel modo!» esclamò. «Non osate colpirlo di nuovo. Portate via quel fuoco!»
I neri si ritrassero alquanto stupiti e il conducente bloccò la frusta a mezz’aria.
«Vi farò vedere io come farlo andare,» continuò lei; «mettetegli del fango in bocca. Sì, fango, una grossa zolla di fango. Ecco, così va bene; fatene una palla e mettetecela. Sì, potete farlo! Oh, cielo! Datelo a me!»
Afferrò la mascella inferiore del mulo con pollice e indice e, con un movimento abile, riuscì a far entrare la sostanza sgradita tra i denti dell’animale.
Il mulo mostrò sorpresa, poi curiosità. Le sue zampe anteriori si rilassarono, il suo occhio perse il fuoco e, quando una leggera pressione cadde sulla sua cavezza, era troppo assorto nella nuova sensazione per resistere.
«Brava, Miss Lady!» chiamò Gerald, avvicinandosi a lei con passo lento. «Ti avevo detto che eri irresistibile. Cosa gli hai sussurrato all’orecchio?»
«Un sacco di cose!» disse lei, accettando il suo fazzoletto immacolato per pulirsi il fango dalle mani, «ma naturalmente il fango ha aiutato. Lo zio Jimpson mi ha insegnato quel trucco. Dice che un mulo ha spazio in testa per un solo pensiero alla volta, e tutto ciò che devi fare è sostituire il suo pensiero fisso con qualcos’altro e lui camminerà.»
«Spero che tu non debba mai mettermi del fango in bocca,» disse Gerald, guardandola senza tentare di nascondere la sua ammirazione. «Non puoi venire a trovare la mamma per un po’? Le farebbe piacere offrirti una tazza di tè.»
«Non mi piace il tè nel pomeriggio; mi rovina la cena.»
«Beh, allora vieni a trovare me. C’è un mio amico che voglio farti conoscere. Gli ho parlato di te.»
«Non posso. Sto disegnando per Bertie. Rimarrebbe deluso.»
«Anche io. Anche Decker.»
«Decker?» Miss Lady gli lanciò un’occhiata. «Non intendi Cropsie Decker?»
«Sì, proprio lui; l’inviato speciale dell’Herald-Post. È un incentivo sufficiente?»
Miss Lady lo guardò in modo piuttosto strano. «Verrò,» disse dopo un momento di esitazione.
Non tornarono in salotto, ma nella sala della musica, una grande stanza sul lato opposto dell’ingresso che la signora Ivy, ferma sostenitrice dell’effetto psicologico dei colori, aveva arredato in blu per indurre uno stato contemplativo negli occupanti. Sulla mensola del camino e sui tavoli c’era la stessa collezione eterogenea di chincaglieria che caratterizzava il salotto. Diverse immagini di Gerald adornavano le pareti, la più imponente delle quali lo presentava seduto al pianoforte, con sua madre in piedi accanto a lui, un’espressione rapita sul suo profilo elevato.
Miss Lady svolazzava da un oggetto all’altro, facendo domande senza aspettare risposte, osservando tutto, commentando tutto, mentre i due giovani stavano fianco a fianco sul tappeto del camino a guardarla. Era come un colibrì che ha paura di posarsi.
«Per favore, signora Queerington,» implorò infine Gerald. «Sai che non ti interessano quelle vecchie macchine fotografiche. Te le mostrerò un’altra volta. Voglio che tu parli con Decker. Siediti qui su questa grande poltrona e io mi siederò ai tuoi piedi, dove merito, e Cropsie si siederà dove vuole e ci racconterà le sue avventure.»
«Ma dov’è tua madre? Credevo avessi detto che stava servendo il tè?»
«Scenderà subito. Ora, raccontaci una storia, Decker. Un uomo non può vagare per l’Oriente per un anno senza che gli succeda qualcosa di eccitante.»
«Temo di non avere una natura incline alle esperienze,» disse Decker, sorridendo. «Dovresti avere qui Morley. È lui il compagno che è venuto con me, signora Queerington. Scommetterei su di lui contro chiunque per quanto riguarda le avventure. Ricordi quel grande incendio dell’anno scorso a Tokyo? Don fu il primo a trovarsi sul posto, a fare l’eroe nobile, a trascinare fuori donne e bambini e a combattere galantemente le fiamme, mentre io me ne stavo a letto all’Imperial Hotel a combattere le zanzare! Fu coinvolto in una collisione in mare, proprio al largo della costa coreana, si immischiò in una rivolta cinese a Nanchino e fu arrestato come spia mentre scattava foto alle fortificazioni di Miyajima. Se avessi metà della sua fortuna, sarei l’uomo più pagato del sindacato.»
«Non so se invidio particolarmente la sua fortuna nell’incidente che è successo qui proprio prima che partisse,» disse Gerald, accendendo una sigaretta fresca.
«Non è stato nulla a suo discredito,» disse Decker con calore. «Si trovava lì per caso quando quel pazzo di Dillingham si è cacciato in una sparatoria, e ha lasciato la città perché non voleva testimoniare contro l’uomo che sua nipote stava per sposare. Non ha considerato le conseguenze, non lo fa mai. Quando l’ho incontrato a San Francisco era un terno al lotto se sarebbe tornato a casa o se avrebbe proseguito.»
«Non sapeva di essere stato incriminato?» chiese Gerald.
«Certamente no. Nessuno dei due lo sapeva finché non sono tornato a casa e ho trovato la gente che parlava del “povero Donald Morley”, comportandosi come se fosse un rifugiato in fuga dalla giustizia. Sono arrivate due o tre lettere dalla signora Sequin, ma era così impegnata a esortare Don a stare lontano che non ha avuto il tempo di scrivere nient’altro. Abbiamo recuperato un vecchio giornale locale, da qualche parte a Giava, con un resoconto del processo. Quella è stata la prima avvisaglia per Don che Dillingham lo stesse scaricando. Anche allora riusciva a stento a crederci; non ha nulla in sé per comprendere un uomo come Lee Dillingham.»
«Ma lui era con lui... quella sera al saloon,» azzardò Miss Lady, sedendosi molto dritta e ascoltando con molta attenzione.
Gerald sorrise con scetticismo. «È entrato per ripararsi dalla pioggia, mia cara signora; è ciò che ha scritto a casa, a quanto capisco; e non ha consumato nemmeno un drink. Piuttosto uno sforzo per l’immaginazione alla luce degli eventi successivi.»
«Ascolta, Ivy,» disse Decker, alzandosi e piazzandosi davanti al fuoco con la mascella quadrata sporgente e il luccichio scomparso dai suoi occhi. «Conosco questa storia dall’inizio alla fine, e conosciamo entrambi Don Morley. È pieno di difetti come un istrice di aculei, ma non è né un bugiardo né un codardo. Se dice che quella sera era sobrio, scommetterei la mia vita che lo fosse.»
Ci fu una pausa scomoda durante la quale Gerald si tastò teneramente il volto afflitto e Decker fissò il lampadario.
«Avrebbe dovuto restare a spiegare,» disse Miss Lady, non osando alzare lo sguardo; «il primo dovere di un uomo è verso se stesso e... e verso coloro che tengono a lui.»
«È stato quello il problema,» disse Decker lentamente. «Sembra che la persona a cui Don teneva di più non volesse ascoltare una spiegazione. Le scrisse tutti i dettagli e le chiese di telegrafargli se dovesse andare o restare. Quando l’ho incontrato a San Francisco, aspettava quel telegramma da tre giorni, ed era quasi fuori di sé. L’ho fatto salire sul piroscafo quasi con la forza. Abbiamo fatto scalo dieci giorni a Honolulu, e lui si era convinto che una lettera lo stesse aspettando a Yokohama e che avrebbe preso il piroscafo successivo per casa. Per tutta la traversata ho sentito parlare di quella ragazza dal momento in cui il cinese portava il nostro caffè al mattino fino a quando non scendevamo di nuovo per la notte. Quasi le rivolgeva le sue preghiere; smise di bere qualsiasi cosa; si rifiutò persino di fare una partita a poker tra amici. Beh, ho camminato su così tanti ponti al ritmo del fascino di quella ragazza che potrei scriverci un libro.»
«Come si chiama?» chiese Gerald molto interessato.
«Cielo, non lo so! Era una ninfa dei boschi, una driade, un gioiello, un fiore, potrei continuare all’infinito. Ne aveva una nuova per lei ogni giorno. Quando siamo arrivati in Giappone, non riusciva ad aspettare che il piroscafo attraccasse, ma andò a riva con la barca del pilota e si diresse dritto alla Cook’s. Non c’era nulla. Era così in ogni porto che toccavamo. Ogni volta le sue speranze salivano alle stelle, e ogni volta rimaneva deluso. Non ho mai visto tanta perseveranza e fede. Trovava scuse su scuse per lei. Era troppo orgoglioso per scrivere ancora, e diventava sempre più magro e sempre più nostalgico. Conosci quella collisione di cui ti ho parlato? Beh, ci è finito dentro aspettando un piroscafo a Nagasaki nella speranza di ricevere una lettera prima di lasciare il Giappone.»
«Cosa è successo dopo?» chiese Gerald; «è entrato un altro pianeta nel suo raggio visivo?»
«Difficilmente. Il crollo è arrivato proprio prima che lo lasciassi, un paio di mesi fa. Eravamo al Raffles Hotel a Singapore a prendere il tè con alcune ragazze francesi del piroscafo. Il nostro commissario di bordo passò di lì e diede a Don una lettera che riconobbi come proveniente dalla signora Sequin. Lesse il primo foglio, poi alzò lo sguardo in modo selvaggio e chiese se ci fosse dispiaciuto scusarlo poiché aveva qualcosa di cui voleva occuparsi prima che il piroscafo partisse. Alle cinque non si era ancora fatto vedere, e ho dovuto affrettarmi a portare i nostri bagagli a terra e mettermi a cercarlo. Era stato terribilmente malandato per un paio di mesi e quando è stato lasciato ho capito che era successo qualcosa di grave. L’ho trovato a tarda notte nell’ospedale straniero, fuori di sé con la febbre. Sembra che la lettera gli avesse comunicato che la sua ragazza stava per sposarsi e, quasi fuori di testa, era salito su un risciò e aveva girato per ore sotto il sole tropicale, cercando di affrontare la realtà. Naturalmente, nello stato di deperimento in cui si trovava, questo lo ha messo fuori gioco e, quando è tornato al Raffles, non sapeva più chi fosse né dove si trovasse. Sono rimasto con lui finché l’Herald-Post non mi ha mandato a chiamare per tornare a casa. Forse non pensi che mi sia dispiaciuto lasciare il vecchio amico in quel paese dimenticato da Dio, sdraiato sulla schiena, a fissare il soffitto, con tutte le sue illusioni infrante.»
«Voleva venire con te?» chiese Gerald.
«Non voleva nulla. Aveva desiderato una cosa così a lungo che non gli era rimasto più alcun desiderio. Ho cercato di fargli prenotare il passaggio sul piroscafo successivo per tornare a casa. Ma ha detto che dubitava che sarebbe mai tornato, che non appena fosse stato in grado di viaggiare avrebbe continuato a fare il giro del mondo, e che non faceva molta differenza dove fosse sbarcato.»
«Un piccolo romanzo piuttosto tragico,» disse Gerald. «Quanti guai dovete pagare voi donne, signora Q.!»
Ma Miss Lady non lo sentì, era ancora china in avanti, assorta nel racconto di Decker.
«Se tornasse a casa, in risposta al tuo telegramma, quando potrebbe arrivare qui?» chiese.
«Non prima di Natale, direi.»
«Se fossi Lee Dillingham, andrei a Sud per l’inverno,» disse Gerald, andando al pianoforte e suonando alcuni accordi casuali.
Dopo che Cropsie Decker se ne andò, Miss Lady rimase molto silenziosa sulla grande poltrona, mentre Gerald suonava per lei. Fu un bene che solo il vecchio e gentile busto di Liszt guardasse il suo volto bianco e teso e le mani giunte.
Per oltre due mesi aveva combattuto uno spettro, senza mai osare alzare gli occhi su di esso, ma combattendolo ciecamente, appassionatamente, incessantemente. Aveva negato la sua esistenza, confutato ogni ricordo, riempito la sua vita fino all’orlo con altri interessi, altri affetti, e lì, improvvisamente, lo aveva incontrato faccia a faccia, e non era più orribile, ma una visione bella e radiosa, una cosa da seppellire nel profondo del suo essere, una cosa sacra e solenne, da non guardare o rimuginare, ma da non negare più.
Le note tempestose e insistenti dell’“Appassionata” riempivano la stanza, inondando ogni sua fibra, sollevandola e abbattendola a turno. Come poteva riprendersi mentre Gerald suonava in quel modo? Stava affondando in un grande mare di emozioni e la musica la travolgeva come un vento impetuoso, escludendo tutto al mondo tranne Donald Morley. Lui non l’aveva delusa, era lei ad aver deluso lui. Stava tornando a casa, ed era troppo tardi. Avrebbe dovuto incontrarlo faccia a faccia, vedere tutto ciò che aveva sofferto nei suoi occhi e non dire una parola. Sicuramente avrebbe potuto concedergli quest’ora, proprio finché durava la musica; concederla a lui e a se stessa per la vita intera che avevano perso insieme.
Non seppe quando la musica cessò, non seppe quando Gerald tornò sullo sgabello ai suoi piedi. Era evidentemente lì da un po’ quando si accorse del suo gomito sul bracciolo della sua poltrona e della sua testa affondata in essa.
«Gerald!» disse lei, sussultando; «cosa succede?»
«Tutto. È questo il tuo problema?»
«Cosa intendi?»
«Intendo che sei infelice,» disse lui, prendendole la mano.
Lei balzò in piedi e accese le luci elettriche.
«Sembra che io sia infelice?» chiese, lanciandogli il suo solito sorriso luminoso. «Era la musica, il crepuscolo e il modo in cui hai suonato. Quella sonata non dovrebbe mai essere suonata se non in una stanza affollata con tutte le luci accese.»
«Non era la musica,» insistette Gerald; «sai che non era quella. Qualcosa ti sta tormentando, e qualcosa sta tormentando me. Posso dirti cosa c’è che non va in me, Miss Lady?»
La stava guardando molto intensamente attraverso il tavolo, e Miss Lady riconobbe per la prima volta i segnali di pericolo nei suoi occhi.
«Lascia che indovini!» esclamò lei, col suo spirito che correva in suo soccorso. «Credo di sapere. L’ho pensato quando sono entrata. È la parotite!»
La mano di Gerald volò istintivamente al viso e i suoi occhi cercarono lo specchio. Miss Lady, applicando a Gerald Ivy il rimedio dello zio Jimpson per un mulo ostinato, aveva scongiurato un disastro.
CAPITOLO XV
Il tempo era un’astrazione di cui gli abitanti di Bean Alley prendevano poco conto. La divisione arbitraria della propria vita in settimane, giorni e ore sembrava, nel complesso, inutile. C’era un solo giorno per gli uomini, ed era il giorno della paga, e uno per le donne, ed era il giorno dell’affitto. Quanto ai bambini, ogni giorno era il loro, proprio come dovrebbe essere in ogni angolo del mondo.
In questo particolare pomeriggio autunnale, proprio fuori dal cottage di Phineas Flathers, era in corso una partita vivace. Era un gioco noto a Bean Alley come “Sockabout”, che aveva a che fare con berretti o cappelli malconci disposti in fila, e con una piccola palla di gomma che veniva lanciata verso di essi da una certa distanza. Come molti altri passatempi apparentemente semplici, il Sockabout aveva le sue complessità. Infatti, le regole ammettevano così tante interpretazioni che un arbitro era indispensabile.
In circostanze normali Chick Flathers avrebbe disdegnato un ruolo così passivo come quello dell’arbitro, ma quel giorno era svantaggiato. In primo luogo, non aveva un berretto da contribuire alla fila a terra, e in secondo luogo, era gravato da un fagotto molto grande e guizzante, che dava segni di marcato disappunto nel momento in cui cessava di scuoterlo violentemente sulle ginocchia.
Nel mezzo di un’alterco insolitamente feroce, in cui quattro ragazzi contendevano lo stesso berretto, la voce di Skeeter Sheeley si levò sopra il clamore.
«È il nostro turno! L’arbitro dice di sì, vero, Chick? Oh, l’hai detto eccome! Ti capisco meglio di quanto tu riesca a capire te stesso. Certo che è il nostro. Smettila di spingermi, Gussie McGlory, ti prendo a schiaffi in faccia tra un minuto! Attento, Chick! Attento al bambino!»
Il più giovane residente di Bean Alley fu probabilmente salvato da una morte prematura dall’opportuna comparsa di due signore all’estremità della strada.
Chick, riconoscendo la più giovane, corse gioiosamente incontro a lei, ma alla vista della sua accompagnatrice si fermò di colpo. Per due anni aveva considerato quella signora anziana, paffuta e sorridente, come la sua nemica giurata. Lei gli dava la caccia. Voleva chiuderlo in qualcosa che suonava come “La Terribile Casa dei Salici”. Una volta l’aveva quasi preso, ma zia 'Tella si era interposta. Non aveva paura dell’agente scolastico, né del poliziotto, sebbene di solito dessero la caccia anche a lui, ma faceva orribili incubi in cui si vedeva trascinato in cattività da questa signora mite in abito viola, che sorrideva sempre.
Proprio mentre cercava un nascondiglio sufficientemente grande per ospitare se stesso e il suo carico, fu chiamato a casa. Un notevole trambusto era evidente nella cucina affollata e il signor Flathers si muoveva con un’alacrità insolita per lui.
«Togliti scarpe e calze, Chick, e gira la giacca al rovescio. Ecco, terrò io il bambino; la tua Mammy sta allattando l’altro. Spingi quella lattina di birra sotto la stufa e nascondi quell’orologio a cucù.»
Chick seguì le istruzioni con l’aria di chi capiva la situazione. Non era la prima volta che si preparava in fretta per delle visite.
«Si sono fermate dai Jires,» riferì il signor Flathers dalla finestra. «Ecco, prendi questo bambino e siediti lì sul gradino della porta. Non osare muoverti finché non ti hanno visto e ti hanno parlato.»
Chick riprese la sua posizione sul gradino della porta con il cuore pesante. La linea del fronte era stata spinta verso sud ed egli si ritrovò completamente fuori dalla linea di tiro.
I suoi piedi e le sue gambe nudi erano gelati nell'aria pungente di novembre, e aveva fatto sobbalzare il bambino finché non ebbe sentito di non avere più sobbalzi in corpo. Era, per di più, un'impresa terrificante restare seduto lì ad attendere con calma il proprio destino.
«Eccoli, sono loro!» annunciò Skeeter Sheeley, correndo lungo il vicolo. «Hanno dato al signor Jires delle arance. Se ne danno una anche a te, me ne dai metà?»
Chick era troppo infelice per rispondere. Le sbarre di un istituto sembravano già chiudersi su di lui.
La signora Ivy, tenendo le gonne molto alte e scegliendo con cautela dove mettere i piedi attorno alle pozzanghere ghiacciate, fu la prima a raggiungerlo.
«Ah! Ecco il nostro bravo piccolo amico Rick, o Dick, giusto? E questa è la dolce sorellina che Dio ti ha mandato.»
«No che non lo è,» disse Skeeter; «quello lì è un maschio, e non è parente suo. Il babbo è dentro, la mamma è dentro da novanta giorni, e sta solo a pensione a casa sua.»
«Il caso segnalato per l'Istituto,» disse la signora Ivy, voltandosi con un cenno significativo verso la sua compagna che era appena arrivata.
Alla parola «istituto» Chick rabbrividì. Era la parola più terribile della lingua inglese per lui.
«Cosa c'è che non va nel tuo pollice, piccolo mio?» chiese Miss Lady, vedendo il suo sguardo spaventato. «Vieni qui, Skeeter, e dimmi cosa dice.»
Sollevò Chick dal pargolo i cui genitori non erano in grado di provvedere ai suoi bisogni e si sedette sul gradino tra i due ragazzi, ascoltando con attenzione lusinghiera una descrizione dettagliata delle ferite e delle cicatrici di ciascun eroe e di come fossero state ricevute.
La signora Ivy, nel frattempo, un vero ragno in mezzo a una tela di istituti, stava pianificando con circospezione di intrappolare ogni mosca indifesa e indigente che le capitasse a tiro. Per lei, la tela non era fatta per la mosca, ma la mosca per la tela; fornire mosche era la sua occupazione principale.
In piedi appena dentro la porta della cucina con le gonne ancora raccolte con cura attorno a sé, osservava ciò che la circondava con lugubre compassione.
«Il fatto è,» stava dicendo Phineas mentre si teneva il cappotto stretto al colletto, nel preteso tentativo di nascondere la mancanza di una camicia, «che non abbiamo prosperato da quando lei è stata qui l'ultima volta. Sembra la mano del Signore...»
«Ah, signor Flathers,» rimproverò la signora Ivy, con un dito sulle labbra, «non dimentichi mai che Egli castiga colui che ama.»
«Non lo dimentico, signora Ivy, non lo dimentico. Lo tengo a mente. Se non fosse per quello, signora Ivy, giuro che non so cosa farei. Ora, il suo venire oggi è stata una risposta alle preghiere! Ho proprio chiesto che in qualche modo si provvedesse prima che l'uomo dell'affitto tornasse alle sei. Non ho detto nella mia preghiera in quale modo, ho solo detto un modo, che un modo venisse trovato. E quando ho visto lei e la giovane signora girare nel vicolo, ho detto a Maria: 'non provare mai più a scuotere la mia fede, le nuvole si sono diradate!'»
La signora Ivy, che era molto più incline a dispensare morale che denaro, cambiò posizione.
«Signor Flathers,» disse, guardandolo con quello che riteneva essere uno sguardo indagatore, «beve mai?»
Assicuratosi che Chick avesse messo la lattina del tutto fuori vista, Phineas la guardò con aria di rimprovero:
«Io? Perché, signora Ivy, pensavo che tutti sapessero che da quando sono entrato in Chiesa... naturalmente non nego che ci sia stato un tempo in cui conoscevo il gusto del liquore. Non c'è nulla di buono nel negarlo, e, oltretutto, la confessione mi fa bene, umilia il mio spirito, signora Ivy, mi impedisce di essere un pubblicano.»
«E il tabacco?» chiese la signora Ivy. «Il liquore e il tabacco vanno a braccetto, sono mali gemelli. È dedito all'uso del tabacco?»
«Io no!» disse Phineas, dicendo la verità per una volta. «Non mi sporco le labbra con un sigaro da oltre vent'anni, e non potrebbe convincermi a masticare nemmeno se mi desse il cloroformio. Se il liquore è la bevanda, il tabacco è il cibo del diavolo, per come la vedo io.» La signora Ivy gli sorrise raggiante, mentre apriva la borsa d'argento alla cintura. «Segnalerò il suo caso alla nostra prossima riunione,» disse con entusiasmo. «Citerò le sue esatte parole. E ora ho intenzione di appuntarle questa piccola spilla, questa piccola spilla bianca che dice al mondo che lei appartiene alla Lega Anti-Tabacco. Ha l'onore di indossare ciò che pochi dei nostri più grandi statisti possono indossare! Ha dimostrato che un umile lavoratore può aprire la strada alla Riforma.»
Miss Lady apparve a questo punto con il pensionante, il quale, come la maggior parte degli individui della sua classe, si lamentava continuamente della quantità e della qualità del suo cibo.
«Ci trova in cattive acque, signora Squeerington,» disse Phineas, offrendole una sedia senza fondo con l'aria di un martire cristiano. «Se mia sorella Myrtella sapesse la metà di ciò che stiamo passando, non continuerebbe ad indurire il suo cuore contro di noi.»
«Il cuore di Myrtella sta bene,» disse Miss Lady allegramente; «lei si prende cura di Chick, non è vero?»
«Lo fa, signora, in un certo senso. Ma ci sono forti spese per un pover'uomo con famiglia. La signora Flathers ora non è in grado di fare una seduta da prima che arrivasse il bambino. Ne ha fatta una ieri, ma dice di non sapere cosa le sia preso, si sente così debole!»
«Da quanto tempo si prende cura di quest'altro bambino?» chiese Miss Lady.
«Quasi da quando è arrivato il nostro. Il tribunale dei minori cercava qualcuno che lo allattasse finché la mamma non usciva dall'ospedale della prigione. Ho detto a Maria: 'Ecco un'occasione per fare una buona azione cristiana e guadagnare un soldo onesto. Lo prenderemo e lo tratteremo come se fosse nostro, ho detto, e il Signore non ci dimenticherà, ho detto!'»
Il pensionante, approfittando di questa assicurazione di ospitalità, sollevò una richiesta di cibo così perentoria che Miss Lady fu costretta a camminare per la stanza con lui.
«Dov'è la signora Flathers?» chiese disperata. «Non possiamo dargli un biberon o qualcosa del genere?»
Maria, più flaccida e inanimata del solito, uscì dall'oscura penombra della stanza adiacente, portando un fagotto ancora più flaccido e inanimato che scambiò con Miss Lady per il suo, e si ritirò silenziosamente nella stanza interna dove fu seguita dalla signora Ivy.
«E questo qui è il nostro!» esclamò Phineas, chinandosi con improvviso entusiasmo sul bambino tra le braccia di Miss Lady e sollevando teneramente lo scialle dal viso avvizzito e dalle minuscole mani simili ad artigli. «Questa qui è Loreny. Non ce n'è stata nessuna delle altre che sia vissuta più di due settimane, e questa qui va avanti da quattro. Sembra quasi che la terremo con noi, vero?»
Miss Lady non riuscì a trovare una risposta. Le labbra bianche e i cerchi blu attorno ai piccoli occhi infossati tradivano la stessa riluttanza a rischiare la vita in tali circostanze che era stata mostrata da tutti gli altri piccoli Flathers.
«Certo che non è come quell'altro bambino,» continuò Phineas con genuina serietà, «ma poi lui è un maschio e mangia di più. Lei diventerà grassa e carina, vero Loreny?»
Mise il suo pollice bruno e rozzo nella manina che si chiuse attorno ad esso e vi si aggrappò, e rimase a guardarla, incurante della sua ospite.
«Non sembra quella che si definisce forte,» continuò ansioso, «ma lei non direbbe che è malata, vero?»
«Temo di sì,» disse Miss Lady gravemente; «a me sembra molto malata.»
«Davvero? Allora farò meglio a chiamare il dottore,» Phineas si alzò in fretta, poi si sedette di nuovo. «Ma non ha mai fatto bene agli altri. Maria ha sempre sostenuto che è stato lui a ucciderli. Non c'è qualcosa che possiamo fare? Non sa qualcosa?»
«Sì, credo di sì, solo che potresti non essere disposto a farlo.»
«Mi metta alla prova. Farò qualsiasi cosa lei dica, signorina. Se solo il Signore la risparmiasse...»
«Non è il Signore che se la sta portando via,» gridò Miss Lady con impazienza, «sei tu che la stai mandando, signor Flathers. Non vedi che stai uccidendo la tua bambina?»
Lui la guardò con stupito orrore.
«Sì, è così!» continuò Miss Lady ferocemente, «stai vendendo il suo cibo a un altro bambino; stai lasciando che sua madre lavori così duramente da riuscire a malapena a nutrire se stessa. Guarda solo la signora Flathers! Chiunque può vedere che se avesse cibo migliore e meno da fare sarebbe una persona diversa.»
«Oh, Maria era davvero carina una volta,» disse Phineas un po' risentito, «ma quando un uomo sposa una di quelle biondine sottili non sa mai cosa si ritrova. Si restringono un po' e diventano sbiadite e filiformi.»
«Sì, ma pensi a ciò che ha ottenuto lei,» disse Miss Lady, determinata a colpire nel segno. «Myrtella dice che lei era un giovane uomo forte e bello, che avrebbe potuto dedicarsi a quasi tutto, e guardi lei ora! Un fannullone finito, che se ne sta in giro per i saloon a parlare di religione mentre la sua bambina muore di fame. Non mi stupisce che Myrtella si vergogni di lei, io mi vergogno di lei, e se questa povera bambina vivrà mai abbastanza da crescere, si vergognerà anche lei di lei!»
«No, no,» gridò Phineas con voce rotta, la testa tra le mani, «non sarà così... se il Signore... voglio dire, se vive, sarò un uomo migliore, signora Squeerington, davvero lo sarò. Nessuno al mondo saprà mai quanto desidero dei figli miei. È per questo che ho adottato Chick... è una delle ragioni per cui ho preso questo nuovo. Sembrava quasi che, quando la mia bambina se n'è andata...»
«Proveremo a tenerla,» disse Miss Lady con un impeto di compassione. «Farò tutto il possibile, ma lei deve aiutare, signor Flathers. È disposto a fare la sua parte, non è vero?»
Le sue emozioni, abituate a rispondere a falsi stimoli, essendo ora sollecitate dall'unico sentimento genuino in lui, minacciarono di diventare incontrollabili.
«Via, via!» disse Miss Lady, «se vuole davvero salvarla, credo ci sia un modo.»
«Non un orfanotrofio?» chiese Phineas, sollevando un occhio dalla sottana del bambino dove aveva sepolto la testa.
«No, una casa pulita tutta sua. Non c'è motivo per cui lei non debba andare a lavorare, signor Flathers, e mantenere la sua famiglia decorosamente. Porterò Chick a casa con me. Myrtella sarà felice di averlo per una piccola visita. La signora Ivy manderà l'altro bambino all'orfanotrofio. Allora dovrà occuparsi solo della signora Flathers e della bambina; sicuramente può farlo, non è vero?»
«Sì signora, posso farlo. Certo che ogni uomo può farlo. Ma sono senza un lavoro fisso da così tanto tempo, potrebbe aiutarmi a trovare qualcosa da cui iniziare?»
«Le troverò qualcosa da fare, se solo si impegnerà. Forse la signora Sequin può darle lavoro nella sua nuova casa. Ha dato un posto al nostro vecchio domestico di colore, zio Jimpson.»
«Basta che non sia lavoro in giardino, o portare carbone, o qualcosa che causi i reumatismi.»
«Ha i reumatismi?»
«No, signora, lode a Dio! Sono scampato finora stando attento. Sa cosa significa, signora Squeerington, quando un uomo con famiglia viene bloccato dai reumatismi. C'è Jires, ora...»
«Sì, e il signor Jires fa più per la sua famiglia stando disteso sulla schiena di quanto lei faccia per la sua, stando in piedi e camminando! Non mi sta ingannando per niente, signor Flathers, e non serve a nulla cercare di ingannare se stesso. O intende seriamente andare a lavorare o non lo intende. Quale delle due?»
Il forte impulso di Phineas Flathers fu quello di fuggire dalla scena. Vedeva la sua libertà svanire davanti alla terribile prospettiva prospettata da questa graziosa giovane signora che poteva essere così comprensiva un momento e così severa quello dopo. Ma le minuscole dita simili ad artigli di Loreny lo trattenevano. Guardò il suo pollice imprigionato e sorrise teneramente. Poi affrontò Miss Lady apertamente per la prima volta.
«Mi aiuti a trovare un lavoro, signorina, e le prometto che mi prenderò cura di questa bambina.»
«Ciò di cui avete bisogno,» giunse il mormorio della voce della signora Ivy dalla stanza accanto, dove stava congedandosi da Maria Flathers, «è più bellezza nella vostra casa, qualcosa che vi elevi e vi ispiri. Ho intenzione di inviarvi una delle nostre gallerie d'arte itineranti; potrete tenere i quadri per un'intera settimana, abbastanza a lungo da imparare i titoli e i nomi dei pittori. Pensate cosa significherà sollevare i vostri stanchi occhi verso una bella e serena Madonna! E non potreste avere più colore in casa? Troviamo il colore così stimolante. Gerani scarlatti, per esempio. Non vi piacerebbero dei gerani scarlatti?»
«Non saprei dove metterli,» disse Maria stancamente, spostando il peso del pensionante sull'altro braccio. Poi il suo viso si indurì improvvisamente e si voltò verso la cucina.
«Flathers,» disse, «è lui che sta girando intorno alla casa ora. Ha detto che sarebbe tornato prima delle sei e che non avrebbe tollerato scherzi. Cosa intendi fare, Flathers?»
Prima che Miss Lady e la signora Ivy potessero uscire, la strada fu bloccata da un uomo tarchiato, muscoloso e guercio che posò una mano su entrambi i lati dello stipite della porta e annunciò inutilmente che era lì. I frenetici tentativi di Phineas di far capire al nuovo arrivato, tramite ammiccamenti e gesti, che la presenza di ospiti gli avrebbe impedito di parlare di affari, furono vani.
«Dovrete scusarmi, signore,» disse l'intruso allegramente, «ma non posso più perdere tempo con questa banda. È pagare o uscire, questa volta e senza errori.»
Maria iniziò a piangere e si dimenticò di far sobbalzare il pensionante, e il pensionante, che insisteva per essere sobbalzato ogni istante in cui non dormiva o mangiava, iniziò a piangere a sua volta. Dopodiché Loreny, che era stata adagiata sul tavolo della cucina, udì il rumore e si sentì in dovere di aggiungere la sua voce al coro.
A questo punto Chick e i suoi colleghi, fiutando l'eccitazione da lontano, ne avevano seguito le tracce e ora si presentavano senza fiato e interessati ad attendere gli sviluppi. «Essere messi fuori» non era una particolare novità a Bean Alley, ma la presenza di ospiti aggiungeva un tratto pittoresco.
«Se può aspettare ancora una settimana,» disse Phineas con un certo tentativo di dignità, «sarò in grado di saldare i conti fino ad oggi. Conto di trovare un lavoro...»
A questo punto l'uomo dell'affitto gettò la testa all'indietro e rise, e i ragazzini dietro di lui risero, e persino il pensionante smise di piangere per un momento per vedere cosa fosse successo.
«Ma lo troverà davvero,» insistette Miss Lady, venendo in aiuto di Phineas. «Inizierà a lavorare all'inizio della settimana. Sicuramente può aspettare ancora una settimana.»
«Posso, signorina!» disse l'uomo sulla porta, galantemente. «È da più di due mesi che aspetto ancora una settimana per Flathers. Non c'è assolutamente alcun bisogno di discutere ulteriormente la questione. È pagare o uscire, oggi.»
«Beh, se questo non è il limite!» disse Phineas, con l'aria di chi ci era arrivato molte volte prima, ma mai un limite così illimitato come questo.
«Ma se paghiamo noi l'affitto di questo mese per lui, non può lasciargli recuperare l'arretrato più tardi?» argomentò Miss Lady, cercando di consolare Maria che minacciava di diventare isterica.
«Quando conoscerete Flathers da quanto lo conosco io, non parlerete di lui che salda i conti.»
«Ma non potete metterli fuori così, con quella bambina piccola e nessun posto dove andare!»
«Ci sono l'Organizzazione di Beneficenza e il Ricovero di Mendicità,» suggerì la signora Ivy, asciugandosi gli occhi per la commozione.
«Odio doverli ridurre a questo,» disse l'uomo ostinatamente, «ma devo pensare alla mia famiglia, e non sono più quello di una volta, da quando ho perso l'occhio.»
«Pover'uomo,» sospirò la signora Ivy; «che fortuna che fosse quello sinistro! Come è successo?»
«Sparato via,» disse l'uomo, tutt'altro che restio a entrare nei dettagli. «In una rissa tra un paio di giovani ricchi che bazzicavano da me. Sparato via a sangue freddo quando non stavo guardando.»
«Ma, buon uomo, non ha sporto denuncia?» chiese la signora Ivy. «Sa che abbiamo una Società di Assistenza Legale proprio per casi come il suo.»
«Sì signora, ma uno dei giovani signori è scappato dal paese, è partito per terre straniere, si è dato alla macchia, come si potrebbe dire.»
«Ma non era lui quello che ha sparato, vero?» chiese Miss Lady, un'improvvisa macchia luminosa su entrambe le guance e la ferma determinazione negli occhi che era stata la rovina di Flathers.
«Non sono mai stato in grado di dire chi sia stato,» disse l'uomo, vacillando sotto il suo sguardo fisso.
«Forse le conveniva non dirlo?»
L'uomo lanciò un rapido sguardo di sospetto verso di lei, poi il suo occhio tornò su Phineas.
«Naturalmente, non voglio spingerlo verso il Ricovero, e se conta di trovare lavoro...»
«Lo farò, Dick,» disse Phineas fervidamente. «Lunedì mattina metterò la spalla alla ruota da qualche parte.»
«Beh, se le signore pagano questo mese,» disse l'uomo, evidentemente ansioso di andarsene, «aspetterò ancora una settimana per l'arretrato.»
Miss Lady era preoccupata e silenziosa sulla strada di casa. Il mondo a volte sembrava disperatamente squallido e la natura umana una faccenda sconcertante.
Al suo cancello la signora Ivy si fermò all'improvviso: «Sa una cosa,» disse, «mi è appena venuto in mente! Non sarei affatto sorpresa se quell'orribile uomo guercio fosse proprio quello a cui il signor Morley ha sparato!»
CAPITOLO XVI
Notte di Natale su Billy-goat Hill, e luci scintillanti, iniziando dalle candele poste nelle bottiglie nei cottage più umili di Bean Alley, punteggiavano la collina qua e là, finché tutte sembrarono convergere in un punto brillante sulla sommità, dove un vero alone di luce pendeva sopra la cima della collina.
Perché Angora Heights stava facendo un ricevimento di inaugurazione, e mai, da quando il vecchio Bob Carsey aveva portato a casa la sua giovane sposa dall'Alabama, si erano visti tali preparativi per una funzione sociale. Tutte le carrozze del quartiere erano state messe al servizio dell'evento e mezza dozzina di automobili erano state mandate dalla città per trasportare gli ospiti dalla stazione alla casa.
All'interno della dimora, tutto era magnificamente nuovo. Stanze d'epoca, realizzate con scrupolosa precisione, si aprivano l'una nell'altra attraverso portali ad arco. Massicci specchi dorati accentuavano gli ampi spazi dell'atrio e ripetevano le luci di innumerevoli lampadari. Se un ricordo fugace o una vecchia associazione si fossero intrufolati per caso nel ballo di Natale, non avrebbero trovato alcun oggetto familiare su cui soffermarsi. L'atmosfera era formale e impersonale come quella di un museo.
Al centro del salone, come un generale che impartisce gli ultimi ordini prima di una battaglia, stava la signora Sequin, la sua figura prosperosa racchiusa in un'armatura di lustrini neri scintillanti, e la sua acconciatura elaboratamente cotonata sormontata da un elmetto incipiente di gemme fiammeggianti.
«Tirate indietro quelle portiere di un soffio,» ordinò, «e abbassate quella finestra dall'alto. Jimpson è andato alla stazione per i Queerington?»
«Sì, signora, mezz'ora fa,» rispose la cameriera.
«Nel momento in cui torna, ditegli che deve prendere il carro piccolo e tornare alla stazione alle dieci. Il catering ha appena telefonato dicendo che sta mandando i gelati extra con l'ultimo treno, ma che non può mandare un altro cameriere. Jenkins, lasciando il posto come ha fatto, ha sconvolto tutto. Suppongo sia troppo tardi per trovare qualcuno ora; l'auto speciale arriva qui alle nove. Cos'è quel rumore? Sembra qualcuno che canta nella sala da pranzo.»
«È il nuovo addetto alla caldaia, signora, che la signora Queerington ha mandato. Sembra che non riesca a stare zitto.»
«Lo farò stare zitto io!» disse la signora Sequin, che era vicina all'irritazione quanto l'abito da sera permetteva.
Phineas Flathers, dopo aver rinfrescato il fuoco, si stava fermando un momento ad ammirare se stesso nello specchio olandese sopra la mensola del camino quando la signora Sequin lo sorprese chiedendo perentoriamente se fosse lui il nuovo uomo.
«Sono io,» disse Phineas con spiccata deferenza, «il nuovo uomo e un uomo nuovo. Rigenerato, nato di nuovo, signora, lo spirito del male si è allontanato da me.»
La signora Sequin sussultò. «Come si chiama?»
«Flathers, signora.»
«Terribile! La chiamerò Benson.»
«Benson sia. Uomini migliori di me hanno cambiato nome. C'era Saul, ora, Saul di Tarso...»
«Chiuda le prese d’aria della fornace e non salga più al piano di sopra per nessuna ragione. Ma no... aspetti un momento.» L’occhio acuto della signora Sequin lo squadrò dalla testa ai piedi. «Ha mai avuto esperienza nel servizio?»
Phineas, il cui unico vanto in fatto di servizio era che «servono anche coloro che stanno solo a guardare e attendere», abbassò lo sguardo.
«Solo alla comunione, signora, e durante la colletta. Ma non mi sento troppo superiore per dare una mano, signora. Lei farebbe altrettanto per me. Dicevo proprio alla signora in cucina che chiunque avrebbe la fortuna di lavorare per una persona dal volto generoso come il suo.»
«Si dia una ripulita, metta la giacca di Jenkins e, se dovesse essere assolutamente necessario un altro cameriere, potranno chiamare lei», ordinò sbrigativa la signora Sequin, chiamando poi la cameriera: «La signorina Margery è già scesa?»
«È in biblioteca, signora.»
Margery, pallida e svogliata, si voltò dalla finestra all’ingresso della madre.
«Stavo giusto aspettando Miss Lady», disse; «sarà piuttosto divertente vedere lei e Connie alla loro prima grande festa.»
«Spero che non indossi quel vestito infantile con cui si è sposata. Va bene per Connie darsi arie con mussolina bianca e nastri azzurri, ma la moglie di cugino John dovrebbe indossare qualcosa che la faccia sembrare più adulta. Ma guarda, con quell’abito corto e il modo in cui porta i capelli, sembra una ragazzina di scuola!»
«È bellissima.»
«Certo che lo è, ma a che le serve? Alla fine di quattro mesi non ha fatto praticamente alcun progresso. Non che non ne abbia avuto ogni occasione! La gente era pronta ad accoglierla, ma lei semplicemente non l’ha permesso. Cosa ti aspetti da una persona che dice che il bridge e gli abiti steccati le fanno venire mal di schiena? Non ha un’idea in testa che non sia il Dottore, i bambini e un sacco di poveracci. Devo dire che sono terribilmente delusa da lei. Ma d’altronde dovrei essermi abituata alle delusioni, a quest’ora. Cosa sarà quando sarà di mezza età?»
«Non sarà mai di mezza età», sorrise Margery; «continuerà a essere giovane e a far sentire giovani le persone che la circondano. Padre dice che è l’unica persona che conosce che gli fa dimenticare la sua età. A proposito, dov’è Padre?»
«Trattenuto in città, come al solito. Probabilmente arriverà in auto quando la serata sarà a metà e sarà troppo stanco per essere educato. Non l’ho mai visto così sconvolto. Naturalmente è per il tuo fidanzamento rotto. Dice che potremmo dover chiudere la casa, ora che ci siamo sistemati, e andare all’estero per ridurre le spese, ma ovviamente è ridicolo! Questo mi ricorda, gli Horton hanno mandato le loro scuse?»
«Lei sì», disse Margery distrattamente.
«Oh, cielo, questo significa che ci sarà lui! È così orribilmente schizzinoso, di sicuro farà osservazioni sul fatto che ho messo una loggia italiana in un salotto Luigi XVI. Sembra proprio che, con tutto il tempo e il denaro che abbiamo speso in questo posto... Non è quella la carrozza?»
«Sì, sento Miss Lady ridere.»
Mentre la porta d’ingresso si spalancava, due figure avvolte nei cappotti si precipitarono nell’atrio, portando con sé una ventata di giovinezza e allegria insieme all’aria pungente della sera.
«Spero che siamo i primi ospiti», esclamò Miss Lady, scuotendosi una sciarpa dalla testa, «perché abbiamo avuto un incidente. Siamo cadute entrambe. Connie è scivolata sul gradino e io mi sono seduta sopra di lei. C’è stato uno strappo tremendo e non sappiamo di chi sia! Ho paura a togliermi il cappotto!»
«Ma dov’è il Dottore?» gridò la signora Sequin costernata.
«A Padre sarebbe piaciuto venire», esordì Connie con disinvoltura, ma Miss Lady la interruppe: «Non credo che volesse davvero venire, signora Sequin. Ha detto che sarebbe stato molto più felice nel suo studio, a giocare a pinacolo, che seduto qui su una sedia dorata dallo schienale rigido a mangiare gelato. Forse pensa che non avrei dovuto venire senza di lui?»
«Sciocchezze!» esclamò la signora Sequin. «Mi esaspero completamente quando cugino John fa così. C’erano almeno mezza dozzina di persone a cui avevo promesso di presentarlo. Se non aveva considerazione per me, avrebbe dovuto averla per te. Ti ha tenuta a casa decisamente troppo. Dimentica che hai vent’anni meno di lui; si aspetta che tu agisca come se ne avessi quaranta.»
«No, non lo fa», protestò lealmente Miss Lady; «il Dottore non si aspetta mai da nessuno nulla che non sia giusto. Mi ha spinto a venire, non è vero, Connie?»
Ma Connie era assorta in una balza strascicante che pendeva floscia intorno ai suoi piedi.
«Guarda!» gridò tragicamente; «è strappato proprio davanti. Cosa devo fare?»
«Gli abiti di Margery sarebbero tutti troppo lunghi per te», disse la signora Sequin, osservando lo strappo attraverso il suo lorgnon, «forse Marie può fare qualcosa con questo.»
«Non lo indosserò tutto rattoppato!» gridò Connie sull’orlo delle lacrime; «piuttosto torno a casa...»
«No, non lo farai», disse Miss Lady; «questa è la tua prima festa da grande e ci conti da settimane. Faremo cambio di vestito. Non mi importa affatto di stare un po’ più su, e poi, nessuno baderà a me.»
«È assolutamente assurdo!» esclamò la signora Sequin indignata; «devi ricordare chi sei e che tutti ti stanno guardando. Perché non puoi indossare uno degli abiti di Margery e lasciare a Connie il tuo?»
«Va bene, indosserò qualsiasi cosa tu dica. Non osare piangere, Connie! Non ti perdonerò mai se ti farai diventare il naso rosso. Ascolta! I musicisti stanno accordando gli strumenti! Posso avere il primo valzer, signora?» e afferrando la signora Sequin per le sue guantate mani paffute, fece ballare quell’augusta persona lungo l’atrio.
«Lasciami andare, bambina ridicola», rise la signora Sequin, trascinandola su per i gradini; «le auto stanno salendo la collina ora. Falla sembrare il più carina possibile, Marie, e fai in fretta!»
In lontananza si potevano vedere le luci brillanti e in movimento delle automobili e quelle più fioche delle carrozze che si avvicinavano, e ben presto, sotto lo splendore delle luci del portico, figure frettolose in pelliccia, raso frusciante e morbidi velluti venivano introdotte formalmente nel grande atrio di ricevimento.
La signora Sequin, montata sui suoi più alti trampoli sociali, stava con Margery nell’alcova, così accuratamente pianificata per un’altra occasione. Un ballo, certo, era uno scarso sostituto per un matrimonio, ma la signora Sequin non era tipo da sprecare le proprie energie in vani rimpianti. Il ballo sarebbe stato un successo; già le stanze si stavano riempiendo rapidamente delle persone che la signora Sequin desiderava vedere di più. La vecchia signora Marchmont si era alzata dal letto di malata per venire dalla città e mettere a nudo le sue antiche ossa in onore dell’occasione. La signora Bartrum aveva preso possesso dell’angolo più grazioso della biblioteca e vi teneva una corte allegra; i giovani accorrevano da una stanza all’altra; tutti ridevano, chiacchieravano ed esclamavano per il fascino della nuova casa. Di fatto, l’autocompiacimento della padrona di casa per il suo risultato era superato solo dalla curiosità degli ospiti, che stavano confermando con i propri occhi le voci selvagge che erano circolate sulla stravaganza dei Sequin.
Il signor Horton, l’architetto locale che non era stato considerato di fama sufficiente per realizzare i progetti della casa, vagava di stanza in stanza in un tranquillo giro di ispezione. I timori della signora Sequin riguardo al suo giudizio non erano senza fondamento, poiché il signor Horton era uno di quei critici i cui consigli si ignorano sempre, ma la cui approvazione si desidera ardentemente. Era una persona curata e immacolata, con una barba corta e appuntita e occhi stretti e critici che sembravano sempre prendere misure. Passando dalla sala da pranzo olandese, con le sue piastrelle blu e il peltro antico, si fermò sulla soglia del salotto dove le danze erano già iniziate. Il suo sguardo, che abbracciava tutto, dalla scanalatura dorata dei pannelli alle teste di bronzo sulle linee verticali dei camini di marmo, si posò infine su un oggetto che evidentemente dava completa soddisfazione al suo gusto critico.
Una giovane ragazza si era fermata vicino a lui e stava osservando con entusiasmo i ballerini. Presentava un’armonia in verde e oro, dai suoi capelli lucenti raccolti in una morbida voluta bassa sulla nuca, alle sue piccole pantofole dorate che battevano il tempo della musica. L’abito aderente di un verde pallido che cadeva in linee morbide dalle sue spalle era velato di pizzo dai toni profondi, rivelando il suo collo tondo e bianco e le braccia lunghe e ben modellate, nude dalla spalla alla punta delle dita. Horton sorrise inconsciamente mentre osservava il suo volto pronto e ricettivo, e sentì la vitalità repressa in ogni movimento del suo corpo sottile.
«Chi è?» chiese a Cropsie Decker, che stava lì vicino.
«Chi è chi?»
«Quella creatura radiosa in verde. Non appartiene a una sala da ballo, appartiene a una foresta con foglie d’edera tra i capelli. Per Giove, guarda le sue linee e la libertà dei suoi movimenti. Non vedevo braccia simili da anni!»
Cropsie seguì il suo sguardo: «Oh, quella è la nuova signora Queerington... la moglie di John Jay, sai.»
«Ma intendo la giovane ragazza che passa per la porta lì, con quei capelli meravigliosi e il profilo?»
«Quella è la signora Queerington. Non è una schianto? Tutti parlano di lei stasera. Ti presenterò se vuoi.»
Horton lo seguì lungo il bordo esterno dei ballerini, ancora convinto che Cropsie avesse fatto un errore. Ma quando fu debitamente presentato non ci fu più spazio per il dubbio.
«Spero di non essere troppo in ritardo per reclamare un ballo», disse. «Mi faccio sempre un punto d’onore di ballare solo una volta durante la serata, e con la donna più bella sulla pista. Spero che non permetterà a questi giovani squali di tagliarmi fuori dal mio ballo?»
Miss Lady sollevò verso di lui un paio di occhi scintillanti ed eccitati. Dal momento in cui era apparsa, un po’ timidamente nelle sue piume prese in prestito, e si era rifugiata sotto l’ala esperta della signora Sequin, era stata la sensazione della serata. Sapientemente condotta da un gruppo all’altro, aveva lasciato entusiasmo al suo passaggio. Evidentemente si stava godendo al massimo la novità di ricevere omaggio da un cortigiano in nero dopo l’altro, e di sentir dire cose deliziose su se stessa. L’unico apparente ostacolo al suo piacere era quando era costretta a dire, come fece ora:
«Grazie infinite, ma non sto ballando.»
«Non balla?» ripeté il signor Horton, non incurante del candore delle sue spalle contro il marmo scuro di un piedistallo vicino... «Perché no?»
«Il Dottore e io abbiamo rinunciato a ballare.»
«Oh, quindi non le permette di ballare?»
«Permettermi?» lei sollevò le sopracciglia livellate, sorridendo. «Semplicemente non gli interessa.»
«E a lei non interessa nemmeno?»
«Oh, sì, mi interessa, mi interessa troppo. Ecco perché non ballo.»
«Ma sta ballando. Balla da quando è arrivata. L’ho osservata. Non potrebbe ballare con me, invece di ballare da sola?»
Lei rise e scosse la testa, ma il suo piede continuava a battere il tempo e i suoi occhi seguivano le coppie oscillanti che passavano oltre.
«Qual è l’obiezione del Dottore?» incalzò il signor Horton.
«Pensa che sia poco dignitoso per le donne sposate ballare, e immagino che lo pensi anch’io, solo che...» Miss Lady sospirò... «vede, continuo a dimenticare di essere una donna sposata!»
«Di certo fa venire voglia agli altri di dimenticarlo», poi i suoi occhi scesero davanti al candore infantile dello sguardo di lei. «Venga ora, signora Queerington, non sta prendendo il matrimonio un po’ troppo sul serio?»
«Forse sì, ma sono nuova, sa, e ho un sacco di cose da imparare.»
«Le è mai passato per la mente che il Dottore potrebbe avere qualcosa da imparare?»
«No», disse lei raggiante, «lui sa tutto. A volte vorrei che non fosse così. Sarei orgogliosa se potessi insegnargli anche solo questo!» e ne misurò la quantità sulla punta del suo mignolo.
«Forse non è un allievo bravo quanto lei. Dovrebbe portarlo a vedere 'Harnessing a Husband' all’Ardmore questa settimana.»
«Uno spettacolo? Mi piacerebbe andare a teatro almeno una volta.»
«Non c’è mai stata? Che straordinario! Venga con la signora Horton e me venerdì sera e lasci che condividiamo il suo primo brivido.»
«Posso?» Miss Lady iniziò con entusiasmo, poi frenandosi, «temo che al Dottore non interessi molto la scena moderna. Gli piaceva vedere i grandi attori, ma dice che gli spettacoli che mettono in scena ora lo annoiano terribilmente. Non potremmo venire a trovarvi qualche volta invece?»
«Come preferisce», disse il signor Horton, stringendosi nelle spalle, «ma spero che lei si renda conto che sta viziando quel dotto marito suo. Invece di adattarsi a lui, faccia in modo che lui si adatti a lei. Venga ora, non è ora che lei si ravveda? Perché non iniziare finendo questo ballo con me?»
Continuava a ridere e a scuotere la testa. «Non è che non voglia! Preferirei ballare piuttosto che fare qualsiasi altra cosa al mondo... eccetto andare a cavallo.»
«Avrei dovuto sapere che era una cavallerizza. Cavalca spesso?»
«Non ora.»
«Al Dottore non interessa, suppongo?»
Lei gli lanciò un’occhiata interrogativa, poi guardò altrove:
«No», disse, «non gli interessa.»
Cropsie Decker, che era rimasto nei paraggi, si fece avanti e richiese il numero successivo.
«C’è un angolino magnifico nel giardino d’inverno dove possiamo sederci per questo valzer. Non le dispiacerà se la porto via, signor Horton?»
«Non se farà tesoro di alcune delle cose sagge che le ho detto», disse Horton, guardandola attraverso i suoi occhi stretti e tirandosi i piccoli baffi biondi. «Au revoir, Madame Beaux Yeux!»
Miss Lady non si mosse dal punto in cui lui l’aveva lasciata. Sotto le palme nell’atrio, l’orchestra stava iniziando uno dei valzer più sconvolgenti di Strauss; le sue dita battevano il tempo. All’improvviso tese la mano a Cropsie.
«Non ne posso più! Devo ballare una volta se non dovessi mai più ballare in vita mia!»
Ogni occhio nella sala da ballo seguì la figura sottile, mentre girava dentro e fuori tra la folla. Miss Lady ballava con la grazia e l’abbandono di una bambina. Si era data completamente alla gioia del momento. Si stava lasciando andare per la prima volta dopo il suo matrimonio, seguendo il lieto impulso del suo cuore, e ballando come una Baccante avrebbe potuto ballare da sola in una notte di luna in qualche radura della foresta.
Quando finalmente la musica si fermò, Cropsie la trascinò nel giardino d’inverno.
«Qui, vieni dietro questa palma, sbrigati! Ti cercheranno tutti per il prossimo ballo. Gerald Ivy sta correndo in giro ora cercandoti, e anche il signor Horton. Siediti lì alla finestra e rinfrescati!»
Si accasciò ridendo e senza fiato sul davanzale della finestra. Tutta l’euforia del ballo era nei suoi occhi, le sue labbra erano socchiuse, le sue guance arrossate e una ciocca di capelli sciolti le ricadeva sulla spalla.
Fu in quel momento che delle ruote risuonarono sul vialetto sottostante, spingendola a sporgersi pigramente per vedere chi stesse arrivando. Un carro si fermò all’ingresso laterale e un uomo scese. Si sentì la voce dello zio Jimpson fare una domanda, poi arrivò la voce dell’altro uomo, con una risposta rapida e incisiva.
Miss Lady, seduta immobile a guardare in basso, si voltò all’improvviso dalla finestra. Il colore aveva abbandonato il suo viso e la sua mano tremava visibilmente contro la tenda.
«Che succede?» gridò Cropsie; «stai male? Hai ballato troppo a lungo?»
«Non è nulla, sto bene. Cioè, starò bene...»
«Non posso portarti dell’acqua, o un gelato, o chiamare la signora Sequin?»
«No, no, per favore! Non è nulla. Scivolerò in camerino finché non mi sentirò meglio. Posso passare di qui per le scale laterali.»
«Aspetta, vengo con te. Sei bianca come se avessi visto un fantasma!»
Ma prima che potesse raggiungerla, lei era scomparsa in regioni misteriose dove lui non osò seguire.
CAPITOLO XVII
Nel corso di quella notte di Natale, ci fu un membro della casa dei Sequin che non riuscì a fremere con lo spirito festivo, e la cui depressione aumentò costantemente col passare della sera. La grande occasione che lo zio Jimpson aveva sognato per tutta la vita era finalmente arrivata e, invece di poter emergere con essa e dimostrare il suo indiscutibile diritto al ruolo di maggiordomo, era stato destinato a fare la spola verso la stazione su quella stessa monotona strada di Cane Run che lui e il Vecchio John avevano contribuito a consumare negli ultimi venticinque anni!
Certo, un pulito carro da deposito e un vivace sauro giovane avevano sostituito l’antico calesse e il ronzino apostolico, ma questi erano ben lontani dai sogni dello zio Jimpson. Una carrozza a quattro cavalli in quel momento non lo avrebbe compensato del fatto che un compiacente fuochista dai capelli rossi, un «povero rifiuto bianco» arrivato solo ieri, avesse il permesso di servire il vassoio che per ogni diritto di precedenza apparteneva a lui.
In attesa impaziente alla stazione per il treno che doveva portare gli sfuggenti gelati che aveva inseguito per tutta la sera, ebbe finalmente la soddisfazione di vedere la piccola locomotiva strisciare fuori dall’oscurità e fermarsi sibilando.
Così presi erano il capotreno, il frenatore e lo zio Jimpson nel depositare in sicurezza i refrigeratori sulla banchina, che nessuno notò un passeggero che era sceso. Di fatto, non fu finché lo zio Jimpson non sentì il nome della signora Sequin che interruppe il suo lavoro e alzò lo sguardo.
Lo straniero era un uomo giovane, di buona costituzione, che indossava un lungo cappotto ispido e un berretto di taglio straniero che suscitò l’immediata invidia del frenatore. La borsa e la valigia che portava erano coperte di etichette straniere, e aveva l’aria di una persona che è improvvisamente piombata in un posto strano e non sa bene cosa fare di se stessa.
«Dice che vuole arrivare a casa della signora Sequin stasera?» lo zio Jimpson osservò le borse con sospetto. «Mi scusi, signore, ma lei non sta vendendo niente, vero?»
La risata che accolse questo fu così spontanea che lo zio Jimpson si affrettò a scusarsi: «Non ho mai pensato che lo fosse, solo che non stavamo cercando nessuna compagnia ferroviaria, e pensavo che lei non avesse l’aria di chi sta venendo alla festa.»
«Quale festa?» chiese l’uomo, il cui sguardo divertito lasciava il posto a uno di costernazione.
«La nostra festa. Stiamo facendo un ballo e un’inaugurazione di casa. Deve venire da molto lontano per non averne sentito parlare!»
«Vuole dire che i Sequin stanno dando una festa, stasera?»
«Sì, signore.»
«Ma non mi aspettano? Non hanno ricevuto il mio telegramma?»
«Non saprei, signore. Non mi hanno detto nulla.»
Lo straniero se ne stava con i piedi ben piantati, l’orologio in mano e un’espressione cupa sulla sola parte del viso visibile tra il berretto e il bavero rialzato.
«A che ora è il prossimo treno per tornare in città?»
«Non ce ne sono, eccetto lo speciale, che è stato noleggiato per riportare la festa in città. Quello parte verso le due.»
«Aspetterò quello», disse lo straniero, gettando la borsa contro la porta della sala d’attesa e iniziando a camminare irrequieto su e giù per la banchina coperta di neve.
Ma questo non incontrava le idee di ospitalità dello zio Jimpson.
«Non sapevano che lei stava arrivando», argomentò. «So proprio che non lo sapevano. Ma questo non impedirà loro di essere immensamente felici di vederla. Meglio che salga, capo, e mi lasci accompagnarla su.»
«No, c’è evidentemente più posto per me in città!»
«Posto! Ma signore, potremmo prenderci cura di tutti i Presidenti degli Stati Uniti in una volta sola! Inoltre, non sembra giusto lasciarla qui a pestare i piedi nel freddo per tre o quattro ore da solo. Si sentirebbe terribilmente solo.»
«Sono abituato a essere solo. Non sono stato nient’altro per un anno.»
«Ma questa qui è diversa», insistette il vecchio nero, grattandosi la testa; «questa è la notte di Natale. Non è naturale che la gente non si riunisca, rida, sia felice, dimentichi i propri litigi e i propri problemi e si diverta. Sa che non sarà felice a pestare i piedi qui nell’oscurità tutto solo; sa che questo non è un modo di passare il Natale, capo!»
Lo straniero continuò a fissare l’oscurità per un momento, poi rise, quella stessa risata improvvisa, contagiosa e infantile che aveva accolto il suggerimento dello zio Jimpson che lui fosse un agente.
«Hai ragione!» esclamò; «questo non è il momento di nutrire rancore. Forse non hanno ricevuto il telegramma. Rischierò. C’è una porta laterale da cui potresti farmi entrare di soppiatto?»
«Sì, signore! Abbiamo quattro porte laterali, oltre a quella sul retro. Non c’è nulla che non abbiamo. Si accomodi pure nel carro, e io caricherò i bagagli. Non è il modo in cui mi piacerebbe portarla al palazzo, a cavalcioni di una gelatiera con la neve in faccia, ma ce la porterò!»
Zio Jimpson, certo di avere un pubblico per almeno venti minuti, dimenticò i propri torti e si dispose a sfruttare al meglio l’occasione.
Faceva molto freddo e gli zoccoli del cavallo battevano con forza sul terreno gelato. Oltre il cerchio tremolante di luce della lanterna oscillante, tutto era oscuro e misterioso.
«Sono davvero contento che siano arrivate quelle gelatiere», disse zio Jimpson, rimboccando la coperta da viaggio; «mi sarebbe davvero dispiaciuto tornare indietro senza. Il Colonnello diceva sempre che i negri sono nati per questo, per prendere ciò che il padrone manda a cercare.»
«Chi è il Colonnello?» chiese lo straniero con una rapida occhiata di riconoscimento verso il vecchio negro.
«Il Colonnello Bob Carsey. Il mio vecchio padrone. Ora è morto, e la signora Sequin mi ha preso in prestito per un po’».
«Quando è morto?»
«L’anno scorso, a maggio.»
L’uomo con il berretto straniero se lo calò maggiormente sugli occhi e riprese a scrutare la strada.
«Tutta questa collina apparteneva a noi», continuò zio Jimpson; «molto prima che i Sequin fossero nati. Immagino che lei abbia sentito parlare di Thornwood?»
«Sì. Chi ci abita ora?»
«Nessuno. Quando morì il Colonnello, la mia giovane Miss non aveva nessuno che si prendesse cura di lei, né denaro per gestire la proprietà, niente, eccetto me e Carline. Non le restava altro da fare che sposarsi.»
Seguì una lunga pausa durante la quale il viaggiatore osservò l’ombra distorta del cavallo al trotto mentre procedeva lungo la strada.
«Certo», sbottò poco dopo il vecchio negro, «il dottor Queerington è un signore molto in gamba, e si prende cura di lei come se fosse una delle sue figlie. E lei si sta abituando al giogo, ma per lei è dura. Non è naturale attaccare una giovane puledra a un vecchio cavallo da carrozza e aspettarsi che tenga il passo. Lei continua a tirarsi indietro, quasi avesse paura di lasciarsi andare e comportarsi come faceva un tempo.»
Stavano attraversando il ponte coperto e il rumore delle ruote sulle assi sconnesse rendeva difficile la conversazione.
«Le è mai capitato di avere nostalgia di casa, capo?» chiese zio Jimpson in modo inconcludente.
«Piuttosto», disse lo straniero con enfasi. «Sono nato con la nostalgia di casa.»
«Beh, è questo che affligge la mia giovane Miss ed è questo il problema mio, di Carline e di Mike. Nessuno di noi è abituato a vivere nelle case degli altri e a mischiarsi con le famiglie altrui. Certo, è molto bello essere ricchi e darsi delle arie, ma è solitario. Prima che facesse così freddo, io e Carline andavamo giù a casa quasi ogni sera e ci sedevamo nei quarti, ascoltando le rane e i grilli, e io dicevo: 'Carline, ti ricordi di quella volta che Miss Lady cadde a capofitto nel barile di sorgo? E di quella volta che fece ubriacare i polli con l’uovo sbattuto?' Non c’è mai stata nessuno al mondo come quella bambina, pronta a ogni birichinata che fosse mai stata architettata, ma così dolce e suadente che il Colonnello non sapeva mai come punirla.»
Lo straniero tirò fuori una pipa di schiuma di mare, stava per accendere un fiammifero, ma evidentemente dimenticò l’intenzione e guardò distrattamente davanti a sé nell’oscurità.
«Questo è Thornwood!» disse zio Jimpson con entusiasmo, indicando con la frusta un lungo viale di alberi; «non può vedere la casa perché non ci sono luci alle finestre. Il padre del Colonnello piantò quegli alberi lo stesso anno in cui comprò Carline. Signore, quanto ero perso per quella ragazza gialla! Ma non sapevo nulla di corteggiamenti. Carline però era più qualificata, e mi fece chiedere alla vecchia Miss se potevo averla come moglie. Non avevamo bisogno di Bibbie, né di predicatori, né di sciocchezze simili a quei tempi. Ma quando la vecchia Miss fu d’accordo, ci vestimmo a festa, camminammo per tutta la proprietà e dicemmo a tutti i negri che eravamo sposati. Umph, umph! Ma ne ero orgoglioso quel giorno! Indossavo un paio di pantaloni nuovi di zecca che costarono duecentosessantaquattro dollari in denaro confederato! Quando il signor Abe Lincum ci rese liberi, ci fece sposare di nuovo con un predicatore e una Bibbia, ma io non ho mai visto alcuna differenza.»
«La signora... la signora Queerington torna mai a Thornwood?» chiese lo straniero, inciampando sul nome come se fosse molto difficile per lui pronunciarlo.
«Sì, signore, viene proprio come me e Carline, vaga intorno alla casa e al giardino, e si siede nella vecchia amaca a barile, a riflettere tra sé e sé.»
«E Mike, che fine ha fatto?»
Zio Jimpson lo guardò con sorpresa: «Come faceva a sapere di Mike, signore?»
«Non ne ha parlato poco fa; non era il cane?»
«Sì, signore. È il nostro cane. Sta con la signorina Ferney Foster che abita giù oltre il fabbro, dall’altra parte della strada. Non gli piace più di quanto piaccia a noi; anche lui ha nostalgia di casa.»
Erano giunti a un pretenzioso cancello bianco e zio Jimpson, richiamato al senso dei suoi doveri, si raddrizzò dalla sua postura curva, piegò il gomito e imboccò la curva come se stesse guidando una carrozza di gala. Attraverso gli alberi spogli sopra di loro brillavano le magnifiche proporzioni di Angora Heights, con la sua pretenziosa collezione di scuderie, garage e alloggi per la servitù sul retro.
«Per tutti gli dei!» esclamò lo straniero a bassa voce; «è tutto qui?»
«No, signore!» negò zio Jimpson con enfasi; «se fosse giorno potrebbe vedere i Ramparts e l’Esplanade. Laggiù c’è la Lagun. Non è altro che il nostro vecchio stagno dove eravamo soliti pescare i rospi toro, ma la signora Sequin mi ha detto di chiamarlo Lagun. Vede quelle incisioni sopra la porta? Quella figura che sale quella scala egiziana è John Dark. Non ha mai sentito parlare di John Dark? Era una donna che combatté una battaglia una volta.»
«Gira da quella parte, lontano dalle automobili», ordinò lo straniero, che sembrava molto più preoccupato di fare un ingresso discreto nel palazzo che di studiarne le caratteristiche architettoniche. «Ecco qualcosa da mettere nella punta della tua calza di Natale, e un’altra per Caroline. Sbrigati!»
Saltò agilmente sopra la ruota e si voltò per prendere la borsa. Mentre lo faceva, la luce della finestra del giardino d’inverno sovrastante illuminò pienamente il suo volto rivolto verso l’alto.
«Davanti al Signore!» gridò zio Jimpson, con un ampio sorriso che gli divideva il viso quasi in due. «Avrei dovuto sapere che l’unico signore al mondo che dava mance del genere era il signor Don Morley!»
CAPITOLO XVIII
È davvero una cosa molto difficile snobbare il Natale. Si può relegarlo nella categoria delle scocciature, voltare le spalle a Babbo Natale e considerare l’intera istituzione una noia colossale, ma prima che la giornata finisca di solito ha la meglio su di te, come è successo a Donald Morley, arrivato senza preavviso e non invitato alla porta laterale del palazzo dei Sequin.
Aveva avuto la meglio su di lui l’anno precedente, quando si era alzato all’alba grigia di una giornata indiana e si era stoicamente diretto verso le rive del Gange. Si era proclamato al di sopra degli inni vedici dei bramini nati due volte, immersi fino alle ginocchia nel fiume sacro; aveva seguito i suoi passi tra fachiri imbrattati di cenere e mucche adornate di gioielli; aveva persino infestato il ghat della cremazione dove era rimasto a guardare i corpi umani bruciare sulle pire.
Diciotto mesi di vagabondaggio lo avevano reso stanco della casualità; delle conoscenze fatte sui piroscafi in un porto e abbandonate in quello successivo; dei luoghi sconosciuti, delle lingue incomprensibili e dell’orda di alieni volti gialli. Era stanco a morte della libertà dell’alto mare e desiderava ardentemente una solida ancora e un porto tranquillo.
Quando arrivò l’esplosiva epistola di Cropsie Decker che gli annunciava la sua incriminazione, la rottura del fidanzamento di Margery, il tradimento di Lee Dillingham, il suo primo pensiero non fu ai propri torti, ma al fatto che ciò avrebbe reso necessario il suo ritorno a casa.
Non si fermò a capire che tornare a casa significava per lui una cosa sola. Cercò persino di persuadere se stesso che vedere Miss Lady nel ruolo di una moglie felice e compiacente lo avrebbe guarito dal suo insaziabile desiderio per lei. Dal momento in cui aveva saputo del suo matrimonio, aveva cercato disperatamente di cacciarla dai suoi pensieri, usando ogni mezzo tranne uno per raggiungere il suo scopo. Attraverso tutto il suo risentimento e l’amarezza del cuore, non era mai tornato alla sua vecchia vita. Quelle promesse fatte a lei nel pieno ardore della sua passione adolescenziale, le aveva mantenute con la lealtà disperata con cui si conservano gli indumenti dei morti.
Ora che era stato incriminato per un crimine di cui era totalmente innocente, il suo primo desiderio era sapere se lei credesse ancora in lui. Certo, c’erano forti ragioni per cui non avrebbe dovuto: la sua stessa confessione delle sue mancanze; la sfortunata complicazione nell’affare Dillingham; la sua successiva scomparsa. Era naturale che fosse stata indotta a vedere la follia di riporre la sua fede in una proposta così instabile come lui. La sua prima angosciata protesta contro il matrimonio di lei aveva lasciato il posto a una stoica accettazione del fatto. Stava pagando il prezzo che molti uomini hanno pagato per le follie della loro giovinezza, ed era pronto a pagare senza protestare, se solo lei fosse stata messa in grado di comprendere la verità.
Tutto ciò che c’era di meglio in lui esigeva giustizia da lei, la giustizia per cui aveva implorato in quella lunga lettera inviata da San Francisco. Tornare a casa per lui non significava solo un processo con giuria e un verdetto di colpevolezza o innocenza. Significava molto di più. Avrebbe saputo dalle sue stesse labbra se avesse mai ricevuto la sua lettera e se credesse o meno in lui. Dalla sua decisione dipendeva la sua fede nella natura umana e in Dio.
L’improvvisa decisione di tornare in America era stata presa una notte a Porto Said, dove si era appena unito a una spedizione esplorativa diretta verso la Valle dei Re. Aveva annullato l’impegno, si era imbarcato su un piccolo piroscafo russo diretto ad Alessandria e, troppo impaziente per aspettare un transatlantico da quel porto, si era imbarcato su una nave mercantile per Napoli. La traversata dell’Atlantico era stata tempestosa ed era sbarcato a New York con due giorni di ritardo, senza avere il tempo di avvisare la famiglia del suo arrivo.
E ora, dopo diciotto mesi di esilio in terre straniere, era finalmente tornato a casa! Cioè, se questa dimora splendente e sconosciuta, piena di musica, luci e servitori stranieri, poteva essere chiamata casa. Comunque, era quanto di più simile a una casa potesse rivendicare, e il fatto che il vitello grasso non fosse stato ucciso per lui e che la legge lo aspettasse dietro l’angolo non impedì al suo battito di accelerare e alle sue labbra di sorridere mentre faceva i gradini laterali due alla volta ed entrava nell’atrio sul retro.
Un uomo presuntuoso dai capelli rossi stava sulla porta della dispensa con un tovagliolo sul braccio, impartendo ordini perentori e regolando il viavai dei camerieri. «Lei è il maggiordomo?» chiese Donald.
«Non ancora», disse l’uomo, chiudendo un occhio e assumendo un’aria confidenziale; «però vedo che è lei a cercarmi. Ha capito il mio stile nel momento in cui mi ha visto maneggiare un vassoio di bicchieri. 'Flathers', mi dice, 'tu mantieni le cose in movimento lì dietro nella dispensa, e tieni d’occhio John'. John è il maggiordomo. È un uomo che beve, Dio sia lodato, e io punto al suo posto. Lei è l’autista?»
«No», disse Donald bonariamente. «Sono un fratello prodigo. Dove l’ho vista prima?»
«Non saprei dire. Se una persona mi vede una volta, non mi dimentica mai. È il mio splendore dorato. Andiamo, ragazzi! Sbrigatevi! Presto con quelle torte. Tirate fuori quelle gelatiere extra. Muovetevi.»
«Porti questo biglietto alla signora Sequin», disse Donald, «e le chieda se può concedersi un momento per vedere un visitatore nell’ingresso sul retro.»
Phineas lanciò un’occhiata sospettosa dal biglietto allo straniero, poi decise che non avrebbe messo in discussione la faccenda.
Un momento dopo, la signora Sequin, con i suoi abiti luccicanti raccolti attorno a sé e un’espressione di grande turbamento sui lineamenti, percorse la dispensa con i suoi tacchi alti.
«Donald! Mio caro ragazzo!» esclamò effusivamente, porgendo la guancia con la cautela di chi spera che il bacio sia leggero. «Cosa diavolo ci fai qui? Non avevamo idea che fossi in America. Come sei dimagrito! Ero in un’agonia perfetta per te. Non quei bicchieri da champagne, John; quelli più grandi. Quel noioso maggiordomo! È stato brillo tutto il giorno. Ora, che mi dici di te, Donald? È terribilmente imprudente da parte tua essere qui; sai naturalmente... dell’incriminazione?»
«Ecco perché sono qui. Ma come stanno tutti? Come stanno fratello Basil e la piccola vecchia Margery? Dov’è la mia cavalla da sella?»
«Ti dirò tutto domani, Don. Ora vorrai andare nella tua stanza. Flathers, porta le borse di questo signore nella camera degli ospiti est... no, è occupata. Non ti dispiacerà salire un’altra rampa, solo per stasera, caro?»
«Oh, infilami ovunque, basta che ci sia un bagno a portata di mano.»
«Tutte le camere da letto hanno il bagno», disse la signora Sequin distrattamente, con gli occhi rivolti al maggiordomo confuso che stava cercando di stappare una bottiglia con un cacciavite, «Lascia che Flathers... intendo Benson... lo faccia, John, e tu prendi queste borse. Mi dispiace tanto di non poter venire su con te, Don, ma il cotillon è appena iniziato e devo occuparmi delle bomboniere.»
«Va bene, non disturbarti per me, mi metterò dei vestiti decenti e sarò di nuovo giù tra poco.»
La signora Sequin si fermò con la mano sulla ringhiera, poi si sporse in avanti con premura:
«Non prenderti il disturbo di vestirti e tornare giù, Don. È tardi e devi essere morto di stanchezza. Vai a letto. Capirò.»
Donald, stando alcuni gradini sopra di lei, le lanciò uno sguardo interrogativo, poi anche lui capì.
«Oh, va bene», disse, mordendosi il labbro; «credo che non scenderò. Potresti mandare Marge su, dopo che la gente se ne sarà andata, giusto per dire 'Ciao'.»
«Certo, saremo entrambe su. Niente potrebbe trattenerla se sapesse che sei qui. Ma è meglio che nessuno sappia. Sono stata attenta a non menzionare il tuo nome davanti ai servi. Potrai fare una bella chiacchierata con noi e andartene via senza che nessuno sia più saggio. È così bello che tu sia arrivato in tempo per Natale! Buonanotte.» Salì due gradini e gli porse l’altra guancia per un bacio.
Il delinquente John, nel frattempo, stava compiendo acrobazie con le borse, finendo così intrecciato con le proprie gambe e i gradini delle scale che Donald gliele strappò di mano e, ottenendo una vaga indicazione riguardo alla stanza che avrebbe dovuto occupare, salì a cercarla da solo.
Provò un po’ della calda ribellione e del risentimento che aveva sperimentato in un’altra notte di Natale, molto tempo prima, quando l’infermiera francese strabica lo aveva messo a letto alle cinque e lo aveva lasciato solo nel grande albergo di Parigi. Allora aveva pianto fino ad addormentarsi perché non c’era Babbo Natale e perché non aveva una fidanzata. Ma le consolazioni dei sei anni sono negate ai venticinque.
Al secondo piano seguì le indicazioni e svoltò a destra. I camerini erano deserti, le cameriere avevano preso posto sui gradini per sbirciare i ballerini sottostanti. Anche lui si fermò e guardò la folla che vorticava allegramente. C’era il suo vecchio mondo familiare, i compagni con cui aveva frequentato l’università, le ragazze con cui aveva flirtato, la stessa musica su cui aveva ballato, innumerevoli volte. Ed era così estraniato da tutto come se fosse morto di febbre in quel vecchio ospedale grigio di Singapore? Ah, se solo lo fosse stato!
Si voltò bruscamente e iniziò a salire la seconda rampa di scale, e mentre lo faceva qualcosa si alzò precipitosamente dai gradini e svolazzò davanti a lui.
Guardò in alto e mentre lo faceva il caos si scatenò dentro di lui. Lì in cima, nella luce soffusa del corridoio superiore, sorpresa, incerta, colta alla sprovvista, stava Miss Lady, non la bella ragazza sconsiderata dei suoi sogni, ma una donna bellissima e malinconica con le labbra tremanti e gli occhi sgranati, che gli tendeva le mani in un benvenuto involontario.
Perse completamente la testa. Tutto il sangue nel suo corpo gli salì alla gola. Qualcosa cantò in ogni fibra di lui.
«Miss Lady!» gridò, afferrando le mani che lei porgeva nelle sue, poi, mentre lei si ritraeva dal suo sguardo troppo ardente, ricordò. «Chiedo scusa, naturalmente ora è la signora Queerington.»
«Non per te, Don. Quando sei arrivato? Sei di nuovo in salute? Nessuno sapeva che stavi arrivando? Gli altri ti hanno visto?»
Riversò le sue domande con entusiasmo, come se temesse un’altra pausa. Stava facendo uno sforzo disperato per apparire disinvolta, ma la sua ansia la tradiva. Ripeté che non aveva idea che fosse in America e si rifugiò in una rassicurazione generale che tutti sarebbero stati così felici di riaverlo a casa.
Donald, magro e abbronzato, rimase in silenzio, osservandola scrutatore. I suoi occhi profondi erano più limpidi e stabili di un tempo, ma non erano più gli occhi di un ragazzo. Era come un marinaio la cui nave era naufragata. Non aveva nulla di peggio da temere e nulla da sperare. Desiderava semplicemente vedere lo scoglio su cui la sua imbarcazione della vita si era infranta.
Miss Lady continuava a porre domande, ma evidentemente non sempre badava alle risposte, poiché ne fece alcune due volte. Fu solo quando si accennò ai problemi di Donald che il suo umore si stabilizzò e perse la sua timidezza.
«Naturalmente devi affrontare il processo», disse, e la sua voce risuonò con la vecchia sicurezza; «devi combattere l’intera faccenda una volta per tutte e dimostrare la tua innocenza.»
«Oh, la Corte lo dimostrerà senza problemi, ma cosa importa? Se la gente era disposta a dannarmi senza ascoltare, a credere che avessi cavato un occhio a un uomo, per poi scappare via per sfuggire alla punizione... Bah! È disgustoso.»
«Ma non tutti ci credono. Il Dottore no, né Margery, né Cropsie Decker, né io. Centinaia dei tuoi amici sono pronti a sostenerti. Non ascoltare quello che dicono gli altri, ma resta e combatti fino in fondo.»
Lui alzò lo sguardo all’improvviso. «Hai mai ricevuto quella lettera che ti ho scritto prima di salpare da 'Frisco?»
Non intendeva farla uscire così, quella domanda che lo aveva torturato così a lungo, ma la sua simpatia e cordialità lo avevano innervosito.
Sporgendosi in avanti con tutta la sua anima negli occhi, guardò il colore salire costantemente dalla gola alle guance, poi alla fronte. La sentì trarre un respiro acuto e tremante come chi cammina su un precipizio, poi lei lo affrontò con fermezza.
«Sì, Donald», disse, incontrando il suo sguardo senza battere ciglio, «l’ho ricevuta.»
Lui lasciò cadere la testa sulla mano dove poggiava sulla ringhiera, e rimasero per un momento in silenzio, salvo per i motivi musicali che arrivavano dal basso. Poi raddrizzò le spalle.
«Tutto qui. Dovevo esserne sicuro, sai. E tu non hai creduto in me?»
Sul volto di lei tremò il desiderio di parlare e la necessità del silenzio.
«Credo in te, Don», disse sinceramente. «Credo in te con tutto il cuore e l’anima. E noi saremo tuoi amici; ce lo permetterai, al Dottore e a me?»
Lui prese la mano che lei offriva, ma non disse nulla, e dopo che lei se ne fu andata, entrò nella sua stanza e, gettandosi sul letto, nascose il viso nei cuscini.
L'anno nuovo era iniziato sotto cattivi auspici in casa Queerington. In primo luogo, Bertie si era svegliato con la varicella ed era stato confinato nella stanza dei bambini. Poi il Dottore aveva seguito la sua consuetudine annuale di esaminare i propri affari, col solito risultato di scoprire che i suoi conti erano pesantemente in rosso. Questo fatto era stato comunicato solennemente a ogni membro della famiglia, a turno, insieme a moniti riguardo al futuro. All'ora di pranzo Hattie era stata mandata in camera sua per aver suggerito in modo impertinente che il padre spendeva più per i suoi libri di quanto lei facesse per i propri vestiti, e Connie faceva il broncio per una paghetta ridotta.
«Naturalmente», spiegò il Dottore a Miss Lady mentre sprofondava esausto nella sua sedia da invalido, che era stata rimessa in servizio nelle ultime settimane, «non ho dubbi che Basil Sequin possa sistemare le cose per me. Lo ha sempre fatto in passato, ma ultimamente sembra molto sotto pressione, molto tormentato. Mi spiace quasi chiedergli di nuovo un prestito così presto».
«Non potremmo affittare una casa più piccola e ricevere meno visite?» suggerì Miss Lady.
Il Dottore scosse la testa. «Sarebbe molto difficile per me adattarmi a nuovi ambienti. Le condizioni qui per il mio lavoro sono abbastanza soddisfacenti. Il pianoforte degli Ivy, certo, è un fastidio costante, ma usando dei batuffoli di cotone nelle orecchie elimino quel disturbo. È particolarmente sfortunato che questa complicazione riguardo al denaro debba arrivare proprio nel momento più critico del mio lavoro. A meno che Basil Sequin non riesca a trovare un accordo, mi troverò in serio imbarazzo».
«Ti dirò cosa possiamo fare», esclamò Miss Lady con vivacità, proprio come se non avesse cercato di farsi coraggio per fare questa offerta per una settimana intera. «Possiamo vendere un altro pezzetto di Thornwood. Da quando i Sequin hanno costruito lì, tantissime persone hanno chiesto informazioni sui terreni».
«No», disse il Dottore, con le rughe della preoccupazione che si facevano più profonde sul suo volto fine e grave. «Non è rimasto quasi nulla oltre alla casa e alla fattoria. Il tuo attaccamento sentimentale per questo luogo è tale che non posso permetterne il sacrificio. La faccenda si sistemerà senza dubbio da sola. Prenderò alcuni allievi privati all'università e forse organizzerò un corso supplementare di lezioni. Le esigenze degli ultimi due anni sono state eccezionali».
«Ma ti stai già ammazzando di lavoro», protestò Miss Lady. «Il dottor Wyeth ha detto la settimana scorsa che non puoi reggere lo sforzo. Il resto di noi dovrebbe fare qualcosa; dobbiamo fare qualcosa!»
«Tu stai facendo qualcosa, mia cara. Mi stai sollevando da innumerevoli pesi riguardanti la casa e i bambini. Ti stai rivelando di grande aiuto per me nel mio lavoro, non solo leggendo ad alta voce, ma con la comprensione e la solidarietà incrollabili che mi offri. Qualunque successo coronerà l'opera della mia vita, sarà in parte merito tuo».
Lei sedeva su uno sgabello ai suoi piedi e lo guardava con occhi strani e muti. Il suo corpo fragile e l'ambizione smisurata, la sua vita priva d'amore che non sapeva cosa si perdesse, suscitavano in lei una pietà quasi materna. Un feroce risentimento sorse in lei contro se stessa, per non amarlo come sapeva che un marito dovrebbe essere amato. Se solo l'avesse conquistata con il cuore invece che con la testa!
Il campanello suonò e Miss Lady alzò lo sguardo con apprensione.
«Era la donna dei sottaceti», annunciò Myrtella, entrando un momento dopo dall'ingresso. «L'ho liquidata».
«Non Miss Ferney!» esclamò Miss Lady, balzando in piedi e correndo fuori a chiamarla.
Miss Ferney Foster, con molta difficoltà, fu convinta a tornare e a sedersi sul bordo di una sedia dell'ingresso. In passato, a Capodanno, faceva sempre una visita formale a Thornwood e offriva al Colonnello un campione delle sue migliori mercanzie. Il Colonnello, a sua volta, mandava sempre in cantina a prendere una delle bottiglie più coperte di ragnatele sullo scaffale sospeso e gliela donava con grande galanteria. L'indegnità di essersi vista rifiutare l'ingresso a casa della figlia del Colonnello era quasi più di quanto potesse sopportare.
«Ora, raccontami tutto di chi è rimasto a casa», chiese Miss Lady con impazienza. «Comincia dal fondo della collina e risali dritto fino in cima».
«Non ho molte notizie», disse Miss Ferney, stuzzicando le dita dei suoi guanti di cotone. «Sono stata a cucire dai Sequin tutta la settimana».
«Misericordia! Quanto siamo diventati altolocati!»
«Solo orli a tovaglie e tovaglioli. Non posso dire di pensare granché della loro nuova sistemazione. È un po' striminzita».
«Ma come, Miss Ferney! È la casa più grande in cui sia mai stata!»
«Non parlo della grandezza. Parlo delle rifiniture. Non c'è un solo tappeto che copra il pavimento per due piedi, e la carta da parati è rattoppata in ogni stanza tranne una. Per quanto riguarda la sala da pranzo! Beh, non ci avrei creduto se non l'avessi visto con i miei occhi! Non hanno un quadro, o un centrino, o una tenda, o un mantovana, di nessun tipo. Suppongo che non dovrei dirlo in giro, ma il giorno in cui ero lì non avevano nemmeno una tovaglia!»
Miss Lady rise suo malgrado, e Bertie la sentì e scese dal letto per chiamare oltre la ringhiera che, se stavano raccontando barzellette, per favore salissero lassù.
«Sa quel giovanotto che stava dai Wicker?» chiese Miss Ferney mentre salivano. «Beh, è il fratello della signora Sequin. Sta dando loro un bel po' di grattacapi».
«In che senso?»
«Vogliono che vada via da qualche parte, e lui non ne vuole sapere. La servetta mi ha detto che lui e sua sorella hanno avuto un bel diverbio, e che Miss Margery ha preso le sue parti».
«Ha intenzione di restare?» Miss Lady si fermò e le sue dita strinsero la ringhiera.
«Non saprei. Immagino che se si arrabbia abbastanza scapperà in Cina come ha fatto l'altra volta. Non c'è qualcuno che la chiama?»
Era Connie, corsa su a dire che c'era un giovane alla porta d'ingresso che sembrava una lapide con un ciuffo biondo.
«Noah Wicker!» esclamò Miss Lady. «Dimenticavo di avergli promesso che avrei cercato di farlo entrare nello studio legale del signor Gooch per l'inizio dell'anno. Non è da lui arrivare proprio il primo giorno? Scendi tu, Connie, sii cara, e intrattienilo finché non arrivo. Sarò lì tra poco».
Ma «tra poco» si rivelò un termine elastico, perché dopo che Miss Ferney se ne fu andata, e quattro diverse persone furono rassicurate al telefono che tutti gli inviti venivano declinati a causa dell'indisposizione del Dottore, Miss Lady trovò Hattie ancora imbronciata in camera sua e passò mezz'ora a riportare la pace in quel petto turbato.
Nel frattempo Myrtella salì ad annunciare con giubilo che un tubo dell'acqua era scoppiato in cantina. Poche cose suscitavano tanta gioia in Myrtella quanto lo scoppio di un tubo dell'acqua. Era un atto di insubordinazione da parte del tubo, per il quale provava una profonda solidarietà.
«Ed è la sera in cui il signor Gooch viene a cena, e se resta anche quell'uomo in salotto, il gelato non basterà per tutti», dichiarò, con evidente soddisfazione per la tragedia cumulativa.
Quando i nodi furono sciolti, Miss Lady si era dimenticata del tutto di Noah Wicker, e se ne ricordò solo quando Connie entrò dichiarando con indignazione che non avrebbe parlato con quello stupido ancora per un minuto.
«Povera cara bambina!» esclamò, dandole una stretta pentita. «Mi dispiace. Hattie, ti dispiacerebbe scendere a intrattenerlo un secondo, finché non mi cambio?»
«Sì, mi dispiace», disse Hattie fermamente.
Naturalmente Noah rimase a cena, e Miss Lady lo considerò un atto della Provvidenza che lui e il signor Gooch fossero stati così immediatamente messi insieme.
Ma quando arrivò il signor Gooch, era preoccupato per affari ben più importanti. Portò la notizia sbalorditiva che Donald Morley era tornato a casa e, contro il parere della sua famiglia e dei suoi avvocati, aveva deciso di affrontare il processo per la sparatoria di Dick Sheeley!
«È assolutamente assurdo!» sbottò il signor Gooch, «mettersi volontariamente nelle grinfie della legge in un caso complicato come questo! Avrebbe potuto vivere altrove per qualche anno. Anche se fosse innocente, le prove sono tutte contro di lui. Ho discusso con lui per due giorni. Sua sorella mi dice che ci ha lavorato per una settimana. Non vuole ascoltare nessuno».
«Giustissimo», disse il Dottore enfaticamente. «La riabilitazione del suo buon nome dovrebbe essere la sua preoccupazione principale. 'Il tesoro più puro che i tempi mortali offrano è una reputazione immacolata'. Sono più gratificato di quanto possa dire che Donald stia seguendo questa strada. Sta giustificando la mia ferma fiducia nella sua integrità. Una volta scagionato da una giuria, il fantasma di quella sfortunata faccenda sarà, spero, sepolto per sempre».
«Non è così certo che sarà scagionato», disse il signor Gooch, prendendo il suo posto abituale a tavola, con uno sguardo sollecito alla porta dove Myrtella sarebbe apparsa con la zuppa. «Farò del mio meglio per lui, ma ho i miei dubbi».
«Dite che è qui da una settimana?» chiese il Dottore. «Strano che non sia passato a trovarci. È sempre stato affezionato ai bambini e nutriva un certo riguardo, credo, per me. Voglio che incontri la signora Queerington».
Ci fu una pausa, durante la quale Noah Wicker lanciò uno sguardo sorpreso alla padrona di casa.
«Conosco il signor Morley», disse lei con fermezza, mentre il colore le saliva alle guance. «L'ho conosciuto quando era con Noah alla fattoria».
«Davvero», disse il Dottore. «Devo aver dimenticato che ne avessi fatto menzione. Temo, signor Wicker, che l'abbiamo trascurata stasera nella nostra preoccupazione per i problemi di Donald. Ma è un argomento che indubbiamente la interessa allo stesso modo?»
Noah iniziò a rispondere, ma rendendosi conto che gli ospiti lo stavano guardando, si dimenticò cosa volesse dire e si limitò a un inchino.
A questo punto accadde la cosa che più di ogni altra Miss Lady temeva. Donald Morley fu annunciato da Myrtella con toni il cui accento sottintendeva che nulla avrebbe potuto impedire al gelato di finire.
«Bene, bene!» esclamò il Dottore, alzandosi e accogliendolo con la mano tesa, «un caloroso bentornato a casa. Conosci tutti qui, credo? Persino la signora Queerington mi dice che ti ha incontrato. E questa è Hattie. Sono certo che non eri preparato a vederla così alta».
Donald, trattenendo la mano di Hattie, fece il giro dei saluti.
«Dove sono Connie e Bert?»
«Connie si sta vestendo per una festa, e il povero vecchio Bert è alle prese con la varicella», riuscì a dire Miss Lady mentre si affaccendava con le tazze del caffè.
«E ora raccontaci di te», disse il Dottore, avvicinando una sedia per Donald accanto alla sua. «Mi perdonerai per i cuscini, ma sono ancora un po' invalido, e la signorina in fondo alla tavola insiste a viziarmi. Sapevi, naturalmente, del mio incidente, circa due anni fa?»
«Non finché non sono tornato a casa», disse Donald senza alzare lo sguardo. «Spero che tu sia guarito?»
«Oh, no, non guarirò mai. I medici me l'hanno assicurato fin dall'inizio, ma hanno anche detto che con attenzione e una corretta conservazione delle mie energie probabilmente vivrei fino a tarda età. Non credo che tu abbia mai dovuto resistere alla tentazione di sovraccaricarti di lavoro, Donald?»
Donald sorrise e corrugò la fronte.
«Ha un bel po' di lavoro che lo aspetta ora!» grugnì il signor Gooch, la cui mente, temporaneamente distratta dall'insalata, tornò subito al processo.
«Lavoro per una causa ammirevole», disse il Dottore. «Il signor Gooch ci stava giusto parlando della tua decisione, Donald, e non posso esprimere la mia soddisfazione per la tua condotta».
«Grazie, Dottore! È il primo incoraggiamento che ricevo. La mia famiglia sembra pensare che io sia un pazzo, e persino il mio avvocato, qui, sta accettando il caso per protesta».
«Il valore di un buon nome», iniziò il Dottore, poi ricordando di essersi espresso a lungo su quell'argomento all'inizio della serata, si interruppe chiedendo se Donald avesse scritto qualcosa durante la sua assenza.
«Oh! sì, scarabocchio sempre. Non ammonta a nulla, però».
«Sì, invece!» dichiarò Hattie, per la quale il cugino Don era sempre stato un eroe. «Il signor Decker ha detto a Gerald Ivy che tu hai scritto tutte le cose migliori negli articoli che ha mandato a casa per il sindacato».
«Lo sospettavo!» disse il Dottore. «Pensavo di aver riconosciuto il tuo punto di vista umoristico in quel primo articolo sulla Cina. Dissi a mia moglie all'epoca che avevi visualizzato la scena, per il lettore, esattamente come l'avevi vista tu».
«Ma non l'ho fatto!» disse Donald. «Ho scritto quella storia un mese prima di arrivare in Cina. Decker ebbe l'idea di far scrivere tutti gli articoli mentre attraversavamo il Pacifico, così non avremmo dovuto preoccuparcene dopo essere sbarcati. Salivamo sul ponte della nave e li sfornavamo come frittelle calde. Sono tutte sciocchezze che io abbia fatto le parti migliori. Ma se Decker è una meraviglia! Sta riducendo la cosa a una scienza; non ha nemmeno bisogno di una penna o di una matita; solo un sacco di guide turistiche, un pacchetto di spilli e un paio di forbici. Letteratura da tavolino, la chiama lui. Ha passato la maggior parte del tempo a ritagliare i miei sfoghi su misura».
«Questo perché hai assecondato la tua immaginazione. È una droga nel mercato giornalistico, ma è inestimabile altrove. Perché non provare qualcosa per le riviste? Scegli un tema congeniale e dai libero sfogo alla tua fantasia. Sarà interessante vedere cosa ne verrà fuori».
L'ingresso di Connie interruppe l'ulteriore conversazione. Non aveva trascurato alcun dettaglio della sua toeletta, e il risultato era una confezione rosa e bianca pronta per la conquista.
«Pensavamo che non saresti mai venuto a trovarci, cugino Don», disse, facendo il broncio e lanciando un'occhiata di sbieco a Noah Wicker. «Sei a casa da una settimana intera!»
«Cielo, Connie! Non mi aspettavo di trovarti così cresciuta. Da quanto tempo sei in società?»
«Non ci sono mai stata», disse lei, lasciando la mano e sorridendo consapevolmente. «Non verrai alla festa dei Bartrum stasera?»
«No, non sono in vena di feste di questi tempi».
«Ma non ho mai avuto la possibilità di ballare con te da quando mi hai insegnato il valzer».
«Terribile privazione! Sai ancora fare il cake walk che ti ho insegnato?»
«Sì, e anche Miss Lady! Non è buffo? Dice che è quello che ballano i neri ai picnic su a Thornwood! Avanti, Miss Lady; facciamo vedere loro!»
«Constance, Constance!» rimproverò il Dottore gentilmente, mentre la ragazza prendeva le mani di Miss Lady e cercava di tirarla in piedi. «Vedi, Donald, i bambini dimenticano che la signora Queerington è tutto fuorché una compagna di giochi, e a volte...» si alzò e le posò una mano sulla spalla, «a volte lo dimentica anche lei».
Donald spinse via la sedia bruscamente.
«Credo che verrò alla festa, Connie, dopo tutto. Farò un salto nella stanza di Decker all'hotel e mi cambierò d'abito. Mi terrai un valzer o due?»
«Tutti, se vuoi! Sarà il ballo più allegro della stagione, dicono tutti così. Cambia idea, Miss Lady, e vieni! Non capisco come tu possa esitare quando ricordi il tempo che hai passato dai Sequin! Gerald viene a prendermi; possiamo andarci tutti insieme».
Miss Lady aveva bisogno solo della scintilla dell'entusiasmo di Connie per accendere tutti i fuochi proibiti in lei. I suoi occhi volarono al volto del Dottore.
Lui sorrise quando colse il suo sguardo bramoso. «Va' con loro, mia cara, se ti fa piacere. È un istinto piuttosto naturale, credo, celebrare la prima notte dell'Anno Nuovo».
«Ma tu, mi porterai? Solo per questa volta, Dottore?»
«No, no. I miei giorni di festa sono finiti. Donald qui prenderà il mio posto, non è vero, Donald?»
Ma Miss Lady non gli diede modo di rispondere. Quel clamore folle e insistente dentro di lei per la gioia, per la vita, per l'amore, non poteva essere assecondato nemmeno per un momento. Aveva paura di se stessa!
«Starò a casa», disse, con un coraggioso tentativo di gaiezza, consapevole degli occhi critici di Donald su di lei. «Faremo un torneo di pinochle, e Noah ed io batteremo la squadra di casa sul suo stesso campo. Vero, Noah?»
Ma Noah non la sentì; era assorbito dall'osservare Connie che stava in punta di piedi, appuntando un fiore all'occhiello di Don Morley.
CAPITOLO XX
Per il mese successivo non si parlò d'altro che del processo di Donald Morley. La verità sulla questione subiva una frattura composta ogni volta che l'argomento veniva discusso. In alcuni ambienti si asseriva con sicurezza che il fuggitivo dalla giustizia fosse stato catturato nel momento stesso in cui era sbarcato in America, e che gli fosse stata concessa la libertà solo dietro una cauzione pesante. Altri sostenevano che una coscienza sporca lo avesse spinto alla confessione.
Nel frattempo i suoi amici erano o esasperati dalla sua follia nel ravvivare il vecchio scandalo, o chisciottescamente entusiasti della sua richiesta di giustizia. La signora Sequin si opponeva aspramente alla sua azione finché non scoprì che i Bartrum, il dottor Queerington e altri amici influenti lo sostenevano; allora decise di sospendere il giudizio finché il processo non fosse finito. Certo, se doveva essere un eroe, voleva essere la sua amorevole sorella, ma se doveva essere condannato, non avrebbe avuto più nulla a che fare con lui. Aveva agito direttamente contro il suo consiglio nel tornare a casa, e osservò con sinistra certezza che «se la sarebbe vista lui».
Donald si gettò nel lavoro davanti a lui con cupa determinazione. Passava ore ogni giorno nello studio soffocante del signor Gooch a esaminare la trascrizione delle testimonianze nel processo Dillingham; fece numerose visite a Billy-goat Hill, rievocando ogni dettaglio della sparatoria. Alla prima visita aveva cercato Sheeley, fiducioso di poter rinfrescare la sua memoria riguardo alla sua parte nella rissa, ma con suo sgomento scoprì che Sheeley era già stato convocato nell'ufficio del procuratore distrettuale. In ogni direzione si voltasse, incontrava il piovra della legge.
Il signor Gooch non gli dava molto incoraggiamento. Ansava, si lamentava e contestava ogni suggerimento. Il suo cliente gli appariva come un ragazzo avventato che era uscito bene da un brutto pasticcio e non aveva abbastanza buon senso per restarne fuori. Sentiva questo così fortemente da ritenersi in dovere di esprimerlo a lungo, in ogni occasione possibile.
Donald sedeva davanti a lui con le braccia incrociate e le mascelle serrate, aspettando con impazienza che queste arringhe cessassero. Lo aveva assunto perché era l'avvocato di famiglia e perché era amico del Dottor Queerington. Alla fine della prima settimana si rese conto di aver commesso un errore e confidò il fatto a Noah Wicker.
Noah, avendo superato con successo il corso di legge all'università, occupava ora, grazie ai persistenti sforzi di Miss Lady, un angolo buio dell'ufficio esterno del signor Gooch. Qui, con i piedi agganciati a un piolo di uno sgabello e le dita che afferravano il suo ciuffo, lottava ostinatamente con i casi che sentiva in tribunale, cercando laboriosamente di risolvere punti oscuri con l'aiuto dello Statuto e del Codice.
Donald prese presto l'abitudine di discutere del suo imminente processo con lui, nei momenti in cui il signor Gooch era assente. Trovava il punto di vista calmo e impersonale di Noah un sollievo dopo l'atteggiamento scettico e disapprovante dell'avvocato più anziano.
Durante quei giorni Donald passava meno tempo possibile ad Angora Heights. Gli scheletri di famiglia che si erano sempre annidati negli armadi dei Sequin sembravano divertirsi nei loro nuovi, spaziosi alloggi. È un fatto malinconico che più armadi si acquisiscono, più scheletri ci sono per occuparli!
L'esistenza della signora Sequin, se irrequieta in città, lo era triplicamente in campagna. Tra il prendere treni e il ricevere e congedare ospiti, assumere e licenziare servitù, e tormentarsi per le cose non essenziali, viveva nel vortice di un turbine che disturbava tutto al suo passaggio.
Tra lei e Margery l'abisso si stava allargando. Avendo dichiarato la sua indipendenza, la ragazza si spinse oltre, iscrivendosi a un corso di formazione per l'asilo, un atto che causò una rottura che minacciava di essere seria, finché il capofamiglia per una volta non fece valere la sua autorità e inaspettatamente prese le parti della figlia.
Il signor Sequin in quei giorni ebbe poco tempo da dedicare alle questioni familiari. Si alzava alle sei, beveva tre tazze di caffè nero, divorava i giornali ed era sulla strada per l'ufficio prima ancora che il suo giardiniere fosse fuori dal letto. Prima e dopo l'orario bancario aveva riunioni di comitato e appuntamenti speciali, rubando pochi minuti per il pranzo nel ristorante più vicino.
Donald aveva avuto una sola occasione di parlare con lui dal suo ritorno, ed era stata una sera in cui era stato convocato nel suo studio. Lo trovò a camminare irrequieto su e giù per la stanza, con le mani infilate a fondo nelle tasche.
“Ho sentito che hai deciso di affrontare il processo?” chiese bruscamente il signor Sequin.
“Sì, dovevo chiarire la faccenda. È tutto così idiota, il fatto che io sia stato incriminato! Non prevedo alcun problema.”
“Non si può mai dire,” disse il signor Sequin, “ma non ti ho fatto chiamare per discutere del processo. È di affari che voglio parlare. Sai quante azioni possiedi nella People's Bank?”
“No, non saprei dire esattamente.”
“Bene, è ora che tu lo scopra. Ti piacerebbe occuparti dei tuoi affari d'ora in avanti?”
Donald lo guardò con sorpresa non dissimulata. Finora, l'unico momento in cui le questioni di denaro erano state discusse tra loro era stato quando lui si era reso colpevole di qualche stravaganza di troppo. Questo improvviso cambio di tattica da parte di suo cognato era sconcertante.
“Beh, non mi piacerebbe affatto, a meno che non serva a sollevarti da un peso,” disse.
“Non è questo. Un fastidio in più o in meno non conta. Il punto è che voglio che tu agisca per conto tuo. L'esito di questo processo non è affatto certo; potresti aver bisogno di una notevole somma di denaro liquido prima di arrivare alla fine. Perché non vendi le tue azioni bancarie e fai degli investimenti più redditizi per conto tuo?”
“Ma credevo che le azioni della banca...” iniziò Donald, ma il signor Sequin si voltò verso di lui con impazienza.
“Vuoi il mio consiglio o no?”
“Certamente che lo voglio.”
“Molto bene. Ascoltami. Quasi ogni dollaro che hai è vincolato alla People's Bank. Vai domani mattina da un agente di cambio, Gilson è il migliore, e digli che devi avere una grossa somma di denaro immediatamente. Per ottenerla sei disposto a sacrificare ogni singola azione della People's che possiedi. Digli di non metterle sul mercato, ma di venderle in piccoli lotti a persone diverse, e di non badare al prezzo. Fagli capire che ha a che fare con il tuo processo, e avvertilo in modo particolare di non farmi sapere nulla della transazione.”
“Ma non capisco,” disse Donald, osservando con occhi turbati la figura curva che continuava a camminare su e giù per la stanza come un animale in gabbia.
“Non mi sono offerto di spiegare. Mi sono offerto di consigliare,” ringhiò il signor Sequin. “Ci sono complicazioni che non potrebbero esserti chiarite nemmeno in un mese! Ti chiederò di non fare più riferimento a questa faccenda con me o con chiunque altro. Ho un sacco di documenti da controllare ora, quindi ti auguro la buonanotte.”
Donald si alzò da dove era rimasto seduto al tavolo.
“Certo che sai tu cosa è meglio,” disse irrisolto. “E so che non dovrei scaricare le mie responsabilità su di te. A proposito, non posso aiutarti con un po' di questa roba? Sembri esausto per stasera.”
“Esausto?” Il signor Sequin sorrise ironicamente e si passò le dita tra i capelli grigi e radi. “Ma Don, farei cambio con qualsiasi vecchio cadavere stasera, solo per avere la possibilità di sdraiarmi in un angolo tranquillo e smettere di pensare! No, non c'è niente che tu possa fare. Non c'è niente che nessuno possa fare. Buonanotte; chiudi la porta uscendo, e dì a chi sta di sotto di riferire che non ci sono se dovessi essere chiamato al telefono.”
Tutto considerato, non c'è da stupirsi che Donald passasse meno tempo possibile ad Angora Heights. Il tempo in cui non era occupato col processo gli pesava molto. Diffidente verso i suoi amici, sensibile alle critiche e timoroso della umiliante prova che lo attendeva, trascorse uno dei mesi più infelici della sua vita. Cercò di scrivere, ma la fantasia fuggiva davanti al bagliore della realtà. L'unico posto dove trovò una pace temporanea fu sotto il tetto della cupa casa in College Street.
Fin dall'inizio il dottor Queerington aveva sostenuto la sua causa e insistito affinché accettasse la sua ospitalità. Certo, l'ospitalità del dottore solitamente iniziava e finiva con il suo benvenuto, dopodiché si ritirava nello studio, lasciando il suo ospite alle cure della famiglia.
In quei momenti Miss Lady andava invariabilmente con lui. Infatti, Donald non l'aveva mai vista sola dal momento del suo arrivo, e il fatto stesso che lei rimanesse raramente al piano di sotto la sera rendeva la sua coscienza più leggera riguardo al trattenersi nelle sue vicinanze.
La signora Ivy fu la prima a commentare le sue frequenti visite. Confidò alla signora Sequin di temere che lui si stesse interessando a Connie Queerington, e che qualcuno avrebbe dovuto dirgli che Connie era innamorata del caro Gerald da anni e anni. Un osservatore imparziale avrebbe potuto esprimere un'opinione meno sicura riguardo all'oggetto degli affetti di Miss Connie.
Noah Wicker, ad esempio, pur non essendo esattamente un osservatore imparziale, era giunto a una conclusione del tutto diversa.
“Guarda come guarda Don,” disse oscuramente a Miss Lady in un'occasione.
Miss Lady rise: “Oh! Connie è come l'ultima duchessa, le piace tutto ciò che guarda, e i suoi sguardi vanno ovunque.”
“Sì, ma questo è diverso. Ti ha mai detto qualcosa di lui?”
“Cielo, sì, Connie mi parla di tutti i ragazzi.”
“Parla di me?” Gli occhi di Noah erano speranzosi come quelli di un cane.
Per un secondo Miss Lady esitò, poi scese a compromessi con la verità e disse: “Sì.” Non aggiunse che Connie era particolarmente loquace riguardo ai suoi capelli, al cigolio dei suoi stivali e alla sua apparente genialità nell'essere onnipresente.
“Sai cosa farei se fossi in te, Noah?” disse. “Mi farei fare un nuovo vestito.”
“Ma questo è nuovo!”
“Sì, lo so, ma non ti sta bene. E prenditi delle scarpe che non cigolino, e... e non ti dispiacerà se te lo dico, Noah? I pompadour sono passati di moda sei anni fa.”
Noah scosse cupamente la testa. “Non sono i miei vestiti. Non sono i vestiti che fanno Don Morley. A proposito, non siete più amici voi due?”
Miss Lady affrontò la domanda senza vacillare. “Sì, siamo amici. Riuscirà a vincere?”
“Con Miss Connie?”
“No, ragazzo sciocco. Nel suo processo.”
“Non lo so.”
“Cosa succederà se perde?”
“Il caso sarà appellato.”
“E se perde in Corte d'Appello?”
“Spetta a Gooch assicurarsi che non perda. Vorrei solo essere sicuro di poche altre cose come lo sono dell'innocenza di Donald Morley!”
Un pomeriggio, pochi giorni prima del processo, Donald, dopo aver oscillato tra l'hotel e il suo club e aver trovato entrambi ugualmente intollerabili, salì sulla carrozza e andò dai Queerington. Era una giornata fredda e cruda, con una nebbia sottile che riempiva l'aria, e persino la noiosa formalità del salotto grigio sembrava un sollievo rispetto alla cupezza esterna.
Miss Lady si alzò dal pianoforte mentre lui entrava, ma Connie la tirò indietro:
“Non scapperai via lasciandoci soli, vero, cugino Don? Stava proprio per suonare perché il signor Wicker cantasse. Sapevi che sa cantare?”
“Oh, sì. Wick è l'usignolo originale. Ti ricordi le nostre serenate sulla Cane Run Road, Wick?”
“Sì,” disse Noah cupamente.
“Avevo dimenticato che tu e il signor Wicker vi conosceste,” disse Connie curiosa. “Ma la Cane Run Road passa vicino a Thornwood, vero?”
“Sì,” disse Don con calma, afferrando la conversazione e spingendola fuori dalle secche. “Avanti, Wick, canta qualcosa; noi ti accompagneremo nel ritornello.”
Ma quando giunse il momento del ritornello, Donald aveva dimenticato la sua promessa. Era appoggiato in un angolo del divano, con la mano a coprire gli occhi, a guardare Miss Lady e a chiedersi quale scherzo del destino l'avesse spinta a sposare John Jay Queerington. Non c'era uomo al mondo il cui valore morale ammirasse di più, ma Miss Lady sembrava fuori posto nella sua vita come un colibrì scattante e vibrante in un museo di storia naturale. Notò le lievi ombre intorno ai suoi occhi e la piega malinconica delle sue labbra. Se solo avesse potuto liberarla! Un desiderio folle lo colse di vederla ancora una volta gioiosamente in volo con tutta la sua vecchia vivacità e audacia. Eppure lei era entrata a occhi aperti nella sua gabbia, e lui doveva ancora vedere il minimo battito delle sue ali contro le sbarre.
In quella prima notte del suo ritorno, sicuramente aveva letto un benvenuto nei suoi occhi! Ma mai più, con parole o gesti, aveva avuto motivo di pensare che lei ricordasse. Era gentile ed evasiva, e gli parlava come parlava a Decker e Gerald Ivy, solo che guardava loro quando parlava, e lui non lo guardava mai.
Eppure le era importato! Gli bastava richiamare alla mente la rivelazione fulminea dei suoi occhi quella notte in giardino per sapere che, per un momento trascendente almeno, era sua. Era lo sguardo che aveva sostenuto la sua fede in lei durante tutti quei lunghi mesi di silenzio, facendolo aggrappare alla convinzione, finché non ebbe sentito la verità dalle sue stesse labbra, che lei non avesse ricevuto la sua lettera. Era il ricordo di quello sguardo e di ciò che aveva promesso che si riversò su di lui ora mentre la osservava.
Tutti gli impulsi spericolati della sua giovinezza, i lunghi anni senza freni, lo travolsero, spingendolo a destare in lei qualche risposta alla sua feroce, insistente richiesta. Lei doveva ricordare il modo in cui l'aveva amata, doveva sapere il modo in cui l'amava ora. Se le era rimasto ancora un cuore, doveva rispondere in qualche modo al suo bisogno imperativo.
Ma i suoi occhi rimasero fissi sulla tastiera e le sue dita seguirono le note senza esitazione. Se avesse saputo come le lacrime bruciavano sotto le sue ciglia, e quanto fossero fredde le sue dita sui tasti; se avesse potuto indovinare come lei sedesse lì sotto il suo sguardo fisso, con i muscoli tesi e i nervi vibranti, calcolando i minuti che dovevano passare prima che gli interminabili versi di Noah finissero e lei potesse scappare, avrebbe potuto avere compassione di lei.
“Canta, cugino Don!” esigette Connie; “stai lasciando tutto al signor Wicker e a me, mentre te ne stai seduto lì con l'aria esattamente di chi ha perso l'ultimo amico.”
“No, solo le mie illusioni, Connie.”
“Dove le hai perse?”
“A Singapore. Tutte tranne una. Me la sono tenuta stretta per tutto il giro del mondo, solo per perderla la notte di Natale quando sono tornato a casa. Non ti dispiace per me?”
“Nemmeno un po',” disse Connie sfacciatamente. “Non potrei dispiacermi per qualcuno che ha il tuo bell'aspetto... vero, signor Wicker? Dov'è andata Miss Lady?”
“Ha detto che andava a sdraiarsi, che aveva mal di testa,” disse Noah.
“So cosa c'è che non va,” disse Connie; “cerca di impedirci di vederlo, ma è tutta sconvolta per la vendita di Thornwood.”
“Thornwood!” esclamò Donald; “non l'ha venduta?”
“No, ma è stata messa in vendita. Morirebbe sul rogo per papà. Lui non sa nemmeno che è in vendita.”
“Ma sicuramente c'è un altro modo.” Connie fece spallucce. “Sono sicura di non saperlo. Hattie ha rinunciato alla musica e al francese, e abbiamo mandato Bertie alla scuola pubblica, e io non ho avuto che un vestito da festa quest'inverno. Ma una ragazza non deve dipendere dai vestiti per divertirsi, vero, signor Wicker?”
Quella notte Donald rimase sveglio a lungo, rimuginando sulle cose. Una volta finito il processo se ne sarebbe dovuto andare, dove non avrebbe potuto vedere Miss Lady né sentir parlare di lei. Si sarebbe dovuto tuffare in qualche affare che assorbisse il suo tempo e la sua attenzione. Ma prima di andare doveva fare un investimento, e farlo subito. Per farlo, avrebbe seguito il consiglio di Basil Sequin e offerto le sue azioni bancarie in vendita al mattino.
CAPITOLO XXI
C'era ansia nella casa grigia di College Street. Il secondo giorno del processo di Donald Morley era giunto e non era stata raggiunta alcuna decisione. Ogni squillo del telefono, ogni apertura della porta d'ingresso portava un affrettarsi di passi attraverso il corridoio e un'ansiosa richiesta di sapere se ci fossero novità.
“Non finirò mai i miei compiti!” esclamò Hattie con irritazione, raccogliendo i suoi averi sparsi dopo una di queste corse alla porta. “Magari il cielo volesse che uno dei miei dita fosse una matita!”
“Perché non desideri che la tua lingua lo sia, Hat, così non dovresti temperarla,” suggerì Connie.
“Scommetto che Miss Lady ha avuto la mia matita,” continuò Hattie, ignorando il commento di Connie. “Non ha mai posseduto un paio di forbici, o una matita, o un infila-bottoni da quando è qui. E guarda quelle lettere sul caminetto! Non penserà mai a spedirle.”
“Cosa ci fanno con i bordi neri?”
“Ha comprato un lotto di carta l'altro giorno, di tutti i colori e dimensioni, cercando di essere economica. Usa quelle da lutto per pagare le bollette.”
“Sì, e io dovrò inserire le mie piccole lettere d'amore rosa in grandi buste blu per tutto l'inverno. Dì, Hat, pensi che andrebbe bene se chiamassi il signor Wicker per chiedergli come sta andando il processo?”
“Certamente no. Sentiremo non appena ci sarà qualcosa da sentire. Vorrei che smettessi di parlare e mi lasciassi studiare.”
Connie si astenne eroicamente dal parlare per cinque minuti, poi annunciò:
“Sai, non credo che a Miss Lady piaccia!”
“Chi? Il signor Wicker?”
“No, sciocca... Don.”
“Da quando hai smesso di dire cugino Don, prego?”
“Oh, secoli fa. È sempre così silenziosa quando lui viene, e sale di sopra alla prima occasione che ne ha. Penso che sia cambiata molto da quando è arrivata, non credi?”
“Beh, immagino che cambieresti anche tu, se avessi sposato un uomo malato con tre figli, povero come la miseria, e una cuoca scorbutica come Myrtella.”
“Ma lei ha Myrtella che le mangia di mano. Immagina se sposassi un uomo vecchio come papà!”
“Se dovessi sposarmi, preferirei sposare papà piuttosto che chiunque altro. Ma non ho ancora visto l'uomo che sarei disposta a sposare.”
“Oh, io sì! Ne conosco dieci proprio ora che sposerei in un minuto.”
“Connie Queerington! Chi sono gli altri oltre a Gerald e al cugino Don?”
“Indovina.”
“Noah Wicker?”
Connie rise. “Il signor Wicker non è male come una volta. Deve aver preso del cloroformio e essersi fatto tagliare il pompadour. Don dice che è incredibilmente intelligente.”
“Chiunque potrebbe essere intelligente se impiegasse un'intera giornata per comporre ogni discorso. Ti dirò qual è il problema di Miss Lady; si sta preoccupando a morte per papà. Ti ha detto cosa le ha detto il dottor Wyeth?”
“Che papà dovrebbe lasciare i suoi corsi e andarsene da qualche parte? Ma naturalmente non può farlo.”
“Ma può! Miss Lady ha affittato Thornwood dall'uomo che l'ha comprata, e andremo tutti là questa primavera.”
“Cielo! Ciò significa rane, grilli e succiacapre, e un periodo di solitudine per me.”
“Ma pensa a papà!” disse Hattie con la sua aria più virtuosa. “Se è perfettamente tranquillo, forse può finire il suo libro.”
“No, non lo farà,” disse Connie con irritazione. “Forse finirà se stesso, ma non finirà mai quel libro; continua a pensare ad altre cose da dire, proprio come fa il signor Melcher quando prega. Se non fosse per quel vecchio stupido libro, forse guarirebbe. Era il telefono?”
Si rivelò essere il campanello della porta laterale, suonato da una vecchia donna che aveva perso il marito e i denti davanti, ed era impegnata nella precaria occupazione di vendere lacci per scarpe. Era una delle numerose protette, che cominciavano a chiamare Miss Lady poco dopo la colazione, e continuavano le loro visite durante il giorno, con esasperazione di Myrtella Flathers, che passava il suo tempo a escogitare mezzi per liberare il corridoio posteriore da questi ingombri.
In questo caso, la strategia non fu necessaria, poiché le fu ordinato di mandare via la donna. Una procedura così insolita suscitò la sua curiosità e tornò in sala da pranzo per sbirciare attraverso la porta la sua giovane padrona, che sedeva immobile dalla colazione con i gomiti sul tavolo e le mani intrecciate sotto il mento. Era evidente che qualcosa non andava, e Myrtella divenne così preoccupata che alla fine decise di agire. La panacea che applicava a tutti i mali, morali o fisici, era un contro-irritante.
“Mis' Squeerington!” si avventurò finalmente. “Spero che non si sia dimenticata che è sabato mattina e dovrebbe rimproverare il droghiere. È un manigoldo, ecco cos'è, a mandarci le costine della signora Ivy e il fegato della signora Logan. Non è un modo decente di trattare un vecchio cliente, e bisognerebbe dirglielo. Non c'è mai stato un droghiere nato al mondo che non dovesse essere rimproverato! Se lo aspettano, lo cercano, e quando non lo ricevono se ne accorgono.”
“Non posso 'rimproverare' le persone, Myrtella; non so come fare,” disse Miss Lady con apatia.
“Glielo insegnerò io. Ha già imparato molto più di quanto chiunque avrebbe supposto quando è arrivata. Ma c'è una cosa che non ha imparato. Quando una signora si mette a sorridere al telefono e a dire al macellaio che non conosce un taglio dall'altro ma che si fida di lui per mandarle un bel pezzo, può star certa che riceverà della cartilagine. I complimenti e i sorrisi possono ottenere alcune cose, ma ci vogliono rimproveri e risposte a tono per ottenere una buona bistecca!”
“Penso che manderò te dal droghiere oggi, Myrtella... potrebbe... potrebbe piovere.”
“Non pioverà prima di mezzogiorno,” disse Myrtella con autorità, con un tono che indicava la sua intenzione di fermare la pioggia immediatamente se avesse mostrato l'intenzione di farlo. “Le farà bene uscire a fare due passi.”
Miss Lady scosse la testa.
“Beh, allora è meglio che lasci che mandi Bertie qui, sta facendo un baccano infernale in asilo e il suo papà gli starà addosso presto.”
Bertie fu indotto ad abbandonare una vita di avventure sulla testiera del letto dal suggerimento che Miss Lady avesse qualcosa da dirgli in sala da pranzo. Corse attraverso il corridoio gridando “Edizioni straordinarie” a squarciagola.
“Bertie, tesoro! Per favore no,” gridò Miss Lady, risvegliata dalla sua apatia. “Ricordati che è sabato e papà è a casa.”
“Vorrei che non ci fosse,” disse Bertie. “Odio una casa in punta di piedi! Quando posso gridare le edizioni straordinarie?”
“Quando andremo a Thornwood. Tu ed io giocheremo dappertutto tra le colline, e ti insegnerò a essere un vero ragazzo di campagna.”
“E potrà esserci anche Chick?”
“Sì, e forse per quel momento Chick sarà stato all'ospedale e potrà parlare come gli altri ragazzi.”
Bertie era in piedi sullo schienale della sua sedia a questo punto, apparentemente cercando di strangolarla.
“E potremo scivolare giù dalla ghiacciaia come facevi tu? E lo zio Jimpson chiamerà i formica-leone fuori dalla terra come faceva quando eri una bambina?”
“Ascolta!” gridò Miss Lady alzandosi improvvisamente. “Cos'è quello?”
Dalla fine della strada arrivò il suono: “Wuxtry! Ecco la vostra Wuxtry! Tutto su...”
“È solo l'edicolante, stavo facendo come lui,” disse Bertie. “Cos'è successo? Perché tremi così, Miss Lady?”
Myrtella infilò la testa dalla porta. “Ecco che arriva quella signora Ivy correndo attraverso il cortile. Ne avrà per un'ora.”
Ma la signora Ivy non sembrò avere tempo per niente quando Miss Lady la raggiunse. Era mezza sdraiata su un divano di crine nel corridoio anteriore con una boccetta di sali profumati al naso e un giornale in mano.
“Oh, cara!” riuscì a boccheggiare. “Che shock spaventoso! Così totalmente inaspettato!”
“Ti riferisci a Don?” Le labbra di Miss Lady si mossero a malapena mentre faceva la domanda.
«No, la banca! Ero tutta sola in casa quando ho sentito i ragazzi gridare che c’erano edizioni straordinarie... Ah! il mio povero cuore debole!»
«Del brandy?» suggerì Miss Lady con ansia.
La signora Ivy sollevò occhi deboli ma contrariati: «Mai! L’Angelo della Morte non mi troverà mai con l’odore di liquore sulle labbra. Potreste mandare a prendere della nitroglicerina?»
Quando la signora Ivy fu rianimata, Connie e Hattie si erano unite al gruppo nel corridoio, e quest’ultima stava leggendo ad alta voce, con tono sbigottito, il resoconto del fallimento della People’s Bank. L’anzianità e la reputazione dell’istituto, insieme alla posizione di rilievo di Basil Sequin come finanziere locale, conferivano alla faccenda una gravità notevole.
«E pensare che dovrei esserne coinvolta!» si lamentò la signora Ivy. «Sono tesoriere del Consiglio W.A. solo da sei settimane e questo è stato il mio primo investimento! Mi hanno detto di usare il mio giudizio, e ho fatto il meglio che potevo! Proprio giovedì scorso sono andata a trovare il signor Gilson, il mediatore, sapete, per investire il denaro che stiamo raccogliendo per la costruzione della Casa Parrocchiale. Mi ha detto che ero arrivata al momento giusto perché aveva appena messo le mani su alcune azioni della People’s Bank, “di prima qualità”, le ha chiamate, e ricordo esattamente cosa gli ho detto, ho detto: “Signor Gilson, io lascio semplicemente che sia la Provvidenza a guidarmi, e mi ha condotta alla sua porta!”, e le ho comprate!» singhiozzò la signora Ivy; «quaranta azioni!»
«Immagino che il papà abbia perso una cifra terribile», disse Hattie, seduta sui gradini, con gli occhi sbarrati e ansiosa.
«E tutti i Sequin, e Don», aggiunse Connie.
«Dice che tutti gli azionisti e la maggior parte dei depositanti rischiano di perdere cifre ingenti», disse Miss Lady, scrutando il giornale; «devo avvertire subito il Dottore.»
Salì i gradini di corsa e bussò senza fiato alla porta del suo studio. Solo al secondo colpo le fu dato il permesso di entrare.
Il Dottore sedeva alla scrivania in una lunga vestaglia grigia, con una coperta sulle ginocchia: attorno a lui erano disposte diverse sedie dallo schienale dritto sulle quali erano sparsi centinaia di fogli di manoscritto fittamente scritto. Al suo fianco, su un supporto, c’era un dizionario immenso, dal quale sollevò un paio di occhi assorti e preoccupati.
«Dottore!» esclamò Miss Lady con impeto, «la Banca è fallita... il giornale dice...»
«Per favore!» il Dottore sollevò una mano implorante; «non me lo dica adesso. La notizia può aspettare e io sono in una fase cruciale del mio riassunto. Il lavoro di oggi è importante, molto importante. Chiuda la porta, la prego.»
Miss Lady rimase nel corridoio e fissò la carta da parati color grigio spento. Una rabbia feroce salì in lei, non contro il Dottore, ma contro quel lavoro vampiresco che gli stava risucchiando tutta la vitalità, la compassione e la comprensione. Era ansiosa di portare i suoi pesi; era disposta a combattere le sue battaglie; ma era difficile prendere le sue difese da sola contro se stessa. Desiderava amore, affetto e comprensione, e voleva una spalla virile su cui piangere quando il cammino diventava troppo arduo. Ma la spalla inclinata e studiosa del Dottore non offriva alcun luogo di riposo per una testa stanca del mondo.
«Signora Squeerington!» chiamò Myrtella dal piano di sotto. «Il droghiere non aveva barbabietole, e le sue patate novelle sono dure come sassi, e se fossi in lei andrei da Smithers solo per fargli un dispetto per un po’. E ho dimenticato di dirle che quel tale, il signor Wicker, l’ha chiamata un’ora fa, e dice che la causa è persa. Non so cosa intendesse. Spero che non l’abbia persa qui in giro. La prossima cosa che sentirò sarà che diranno che l’ho presa io!»
CAPITOLO XXII
È una legge deprimente della vita che le preoccupazioni vadano invariabilmente a caccia in branco. Se si trattasse solo di un piccolo fastidio latrante che abbaia ai tuoi talloni, potresti spaventarlo via con una risata; ma quando un’orda famelica si mette sulle tue tracce con la cupa determinazione di stanarti, è tutta un’altra faccenda.
Donald Morley, camminando avanti e indietro sulla terrazza di Angora Heights in una certa notte buia di marzo, sentiva il fiato del branco inseguitore premergli alle spalle. Non aver vinto la causa era stato un colpo grave non solo per il suo orgoglio, ma per la sua fede nel prossimo. Aveva affrontato il processo con la sicurezza certa di un uomo innocente che è ancora abbastanza giovane da fare assoluto affidamento sulla giustizia della legge. Nonostante la serie di prove schiaccianti presentate dal pubblico ministero e l’egotismo presuntuoso del signor Gooch che lo rendeva impopolare agli occhi del giudice e della giuria, la vittoria di Donald era quasi assicurata, quando la voce del fallimento della People’s Bank travolse l’aula di tribunale. Nell’istantanea ondata di sospetto che si levò contro Basil Sequin, la causa di Donald fu persa. Metà dei giurati erano, direttamente o indirettamente, coinvolti. Il caso fu liquidato sommariamente e la faccenda minore fu inghiottita da quella più grande.
Umiliato e contrariato quanto Donald fosse per la propria posizione, era ugualmente preoccupato per la banca. I giornali erano pieni di allusioni inquietanti; la gente evitava di parlarne in sua presenza; la sfiducia e il sospetto si annidavano dietro gli angoli.
Donald si fermò alla fine della terrazza e guardò in alto verso la scura e massiccia mole di muratura sopra di lui. In ogni doccione sogghignante e in ogni cornicione scolpito, leggeva la rovina di qualche umile dimora.
Al primo accenno di guai imminenti, la signora Sequin aveva preso Margery ed era fuggita in Europa, lasciando il signor Sequin a combattere con le spalle al muro per affrontare le difficoltà in cui la sua stravaganza lo aveva fatto precipitare. «Non ho paura per Basil», aveva assicurato ai suoi amici prima di partire. «Sistemerà le cose. Certo, si parlerà di lui, le persone brillanti sono sempre sulla bocca di tutti, e i direttori sono stati piuttosto sgradevoli. Ma controllerà la situazione, vedrete.»
E la fiducia della signora Sequin stava trovando conferma. Basil Sequin stava controllando la situazione. Era emerso dalle rovine con le finanze meno intaccate rispetto alla sua reputazione.
Ogni volta che Donald voltava l’angolo della lunga terrazza, i suoi occhi cercavano involontariamente una luce che brillava lontano, in basso, attraverso i tronchi spogli degli alberi. Era la luce di Thornwood che ancora una volta proiettava i suoi fasci familiari attraverso la Cane Run Road e su per il dolce pendio di Billy-goat Hill. Appoggiò le braccia sulla balaustra e rimase a guardare la notte. C’era una dolcezza nell’aria, un odore di terra smossa, un leggero bisbiglio tra le cime degli alberi appena germogliate che accennava a cose in procinto di essere rivelate.
Improvvisamente ci fu uno strano frullare nell’aria sopra di lui, un fremito tremulo ed eccitato. Alzando lo sguardo vide uno stormo di uccelli, che ruotavano e volteggiavano sopra di lui, preparandosi ad atterrare. Notte dopo notte avevano viaggiato, sopra foreste e attraverso fiumi oscuri, battendo valorosamente le loro ali fragili contro la burrasca, spinti da un unico scopo, dritti come una freccia nell’aria silenziosa: il desiderio di ritrovare i loro vecchi rifugi sotto la protezione amichevole della Collina, e lì celebrare i loro convegni d’amore nel luogo chiamato casa.
La gola di Donald si contrasse bruscamente. Mai in quei giorni tumultuosi in Giappone, né in quelli disperati a Singapore, aveva desiderato Miss Lady come la desiderava ora. Non era la sua giovinezza o la sua bellezza a cui stava pensando; era la stretta ferma e fiduciosa della sua mano, il coraggio incrollabile dei suoi occhi, le sue parole: «Io credo in te, Don, con tutto il mio cuore e la mia anima». Era come un uomo affamato che deve avere del pane anche se appartiene a un altro. Prima ancora di rendersene conto, si stava precipitando giù lungo il sentiero verso la strada.
Connie sarebbe stata la sua scusa, sebbene ultimamente avesse avuto dei rimorsi di coscienza riguardo a Connie. Aveva sviluppato un gusto per l’esplorazione di quella terra seducente del Flirt dove le linee di confine non sono mai state definite, e pericoli sono noti per annidarsi oltre i confini. Come avventuriero vecchio ed esperto, sentiva di averla già accompagnata troppo lontano.
Giunto al grande cancello coloniale di Thornwood, trovò qualcuno che scendeva da un calesse.
«Ehilà, Wick!» disse. «Aspetta, ti apro io. Pensavo che fossi rimasto in città!» Noah si tolse un paio di guanti color cuoio inconfondibilmente nuovi e aprì il cancello da solo.
«Sono rimasto in città», disse con distacco. «Stai venendo qui?»
«Sì, credo che farò un salto per un po’, a meno che tu non abbia un impegno?»
La pausa di Noah fu ancora più lunga del solito. «No», disse lentamente dopo un momento. «Non posso dire di averne. Vuoi salire?»
Donald non poté reprimere un sorriso mentre saliva accanto a lui, notando la ricercatezza del suo abbigliamento.
«Ti stai facendo incredibilmente elegante in questo periodo, vecchio mio. Chi è la ragazza?»
«Sai chi è.»
«Non vorrai mica dire Connie Queerington! Ora, Wick, vacci piano e non giocare con quella ragazza. La prima cosa che sai è che si innamorerà di te.»
Il labbro di Noah si irrigidì. «Se tu la lasciassi in pace, forse potrebbe farlo.»
«Cosa sto facendo io?»
«La stessa cosa che hai sempre fatto. Frequentare una ragazza giusto il tempo necessario per rovinarla per chiunque altro, e poi andartene e dimenticarti tutto di lei.»
Donald guardò con stupore il volto arrabbiato accanto a lui.
«Che diavolo vuoi dire con questo, Wick?»
«Quello che dico. Immagino non sia passato così tanto tempo da aver dimenticato entrambi un altro caso.»
«Senti, Wick», disse Donald, con la rabbia che montava, «faresti meglio a lasciar perdere. Non sai di cosa stai parlando.»
«So che hai rovinato le mie possibilità una volta e non le rovinerai di nuovo. Devi lasciare in pace Miss Connie. Devi promettermi...»
«Non ti prometto nulla.»
Erano arrivati al paletto per legare i cavalli e Donald scese dal calesse e, senza aspettare il suo compagno, risalì il vialetto verso la casa. La pace del vecchio luogo lo avvolse come le pieghe di un indumento caldo. Dimenticò Noah e le preoccupazioni che lo inseguivano; dimenticò tutto tranne il fatto che Thornwood, con tutti i suoi ricordi e le sue tradizioni, era per il momento suo, tenuto in sacro affidamento fino al momento in cui avrebbe potuto restituirlo a colei che lo amava di più.
«Ma guarda, è il cugino Don!» gridò Connie che aveva sentito le ruote ed era uscita a controllare. «Non sono mai stata così contenta di vedere qualcuno in vita mia. Pensavo fosse il signor Wicker!»
«Su col morale! Sta legando il suo cavallo al paletto proprio ora.»
«Che noia! Pensavo l’avessimo lasciato in città ieri. Non credo che tu sia per nulla contento di averci come vicini. Perché non sei venuto ieri sera? Non ti vedo da quattro giorni!»
«Non ti sei persa nulla, Connie. Sono stato a terra.»
«Tutti lo sono! È troppo stupido per parlarne. Dopo il processo e il fallimento della banca non sono riuscita a strappare un sorriso a nessuno! Spero che la Tartaruga non sia di cattivo umore.»
«Chi è la Tartaruga?»
«Il signor Wicker. Hat lo chiama così, perché non molla mai la presa finché non tuona. Non entri in salotto?»
«No, stasera lascio il campo libero a Wick. Voglio vedere tuo padre per affari.»
«Sembra interessante!» disse Connie con audacia. «Potevi parlare prima con me!»
Il Dottore si stava preparando per andare a letto quando Donald entrò nel soggiorno, ma posò il candelabro e lo salutò calorosamente.
«Una fenice che risorge dalle sue ceneri!» disse. «Sono felice di vedere che sei sopravvissuto alle prove degli ultimi dieci giorni. È molto gentile da parte tua venire a trovarci nel mezzo dei tuoi guai per darci il benvenuto nei nostri nuovi alloggi. Non ci lascerai, vero, mia cara?» questo a Miss Lady che si era alzata all’ingresso di Donald.
«Stavo andando a preparare il suo brodo di carne.»
«Oh, certo. Non so dirti, Donald, quanto io sia dispiaciuto per la sentenza sul tuo caso. Com’è potuto succedere?»
Donald, i cui occhi affamati stavano divorando ogni dettaglio familiare dell’accogliente stanza illuminata dal fuoco, scrollò le spalle. «Undici giurati erano per l’assoluzione, mi è stato detto, e il dodicesimo, un tipo chiamato Jock Hibben, li ha convinti a cambiare idea.»
«Jock Hibben? Conosco l’uomo. Un socialista radicale che ci sta dando qualche problema all’università. Un bell’oratore, credo, ma un fanatico. Hai presentato istanza per un nuovo processo?»
«È stata rifiutata.»
«Davvero! E farai appello, ovviamente?»
«Sì.»
«La sentenza sarà sicuramente ribaltata», lo rassicurò il Dottore, «e il secondo processo volgerà a tuo favore. Non ho mai dubitato dell’esito finale. Che cos’è questo rumore di graffi?»
Miss Lady, che stava appena entrando, si fermò ad ascoltare, poi posò improvvisamente la tazza che portava sul tavolo e spalancò la porta.
Un cane lungo, ispido e spettinato, con piccoli occhi tristi e un mozzicone di coda, si lanciò su di lei e iniziò estasiato a leccarle le mani.
«È Mike», gridò lei gioiosamente, sedendosi sul pavimento e raccogliendo il suo visitatore infangato tra le braccia. «Sapevo che avrebbe scoperto che eravamo a casa. Oh! benedetto, benedetto cane!»
Mike, incapace di contenere i suoi trasporti, fece un giro folle della stanza, rovesciando la pila di manoscritti che il Dottore aveva accuratamente sistemato su un supporto al suo fianco. Al suo secondo giro scoprì il visitatore che annusò con crescente eccitazione.
Donald sollevò l’indice e si picchiettò il ginocchio. In un istante Mike ricordò. Sollevando le zampe anteriori e appoggiandovi la testa, rispose alla chiamata alla preghiera.
Due paia di occhi si incontrarono involontariamente, e i proprietari sorrisero.
«Lo faccia uscire, mia cara», esortò il Dottore, che si era chinato a raccogliere i fogli sparsi del suo manoscritto. «Questo è l’ultimo volume della mia serie, Donald. Ricordi che stavo raccogliendo dati per esso quando eri all’università. Avevo previsto di pubblicarlo questa primavera, ma ora dovrà essere rimandato.»
Donald ebbe un sussulto. «A causa del fallimento della banca, immagino?»
«Beh, sì. Basil consiglia una riduzione di tutte le spese per il momento. Comunque, potrebbe essere altrettanto bene pubblicare in autunno. Questo mi darà altri tre mesi per la revisione.»
«Spero che lei non sia stato seriamente coinvolto, Dottore?»
«No, no, immagino di no», disse il Dottore vagamente mentre faceva una correzione a margine su uno dei fogli. «Basil e io siamo stati così tanto occupati che abbiamo a malapena avuto l’occasione di discutere la faccenda. Ha detto che avrei potuto perdere qualcosa, ma che avrebbe protetto i miei interessi. Confido che tu non sia tra i perdenti?»
«No», disse Donald bruscamente, «non ho perso nulla.» Poi, dopo una pausa durante la quale fissò il pavimento, sollevò lo sguardo. «Dottore, voglio chiederle consiglio su una cosa. I suoi standard di giusto e sbagliato mi sembrano un po’ più certi di quelli della maggior parte delle persone. Sono nei guai e voglio il suo consiglio.»
Stava guardando il Dottore mentre parlava, ma era acutamente consapevole della figura esile che stava in piedi con le spalle rivolte a loro davanti al fuoco acceso.
«Vede», disse, buttandosi a capofitto sull’argomento, «una settimana prima che la banca fallisse ho scoperto che avrei potuto aver bisogno di un sacco di denaro contante prima di finire il processo. Così ho venduto tutte le mie azioni della People’s Bank.»
«È stato fortunato.»
«Ma, Dottore! Non capisce? Nel momento in cui ho venduto le azioni, non valevano nemmeno la carta su cui erano stampate!»
«Ma lei ne era all’oscuro.»
«Certo; ma questo cambia il fatto che ho preso denaro per azioni che non valevano nulla?»
Il Dottore si sfregò le mani pensieroso. Per una volta non era pronto a dare una risposta immediata a una questione riguardante una questione morale.
«Su due piedi le consiglierei di rimborsare il denaro, ma non so se un tale consiglio sia saggio. Il fatto è che né io né lei siamo sufficientemente esperti in questioni finanziarie per sapere cosa sia consuetudine in casi del genere. Cosa consiglia suo cognato?»
«Non ho avuto alcuna conversazione con lui da quando la banca è fallita. Rimane in città quasi ogni notte, e può immaginare come siano le sue giornate.»
«Beh, dovrei sottoporre la questione a lui, spiegare i miei scrupoli, e poi agire indiscutibilmente secondo il suo consiglio. È stata la mia regola nella vita, quando il mio giudizio non era sufficiente, consultare la massima autorità disponibile su quel determinato argomento e attenermisi. Basil Sequin, nonostante questo sfortunato fallimento, è indubbiamente il nostro finanziere più abile. Posso solo invitarla a fare come ho fatto io; lasciare tutto interamente a lui.»
«Io non lo farei!» gridò Miss Lady, voltandosi con un ritorno del suo vecchio modo di fare infantile e impetuoso; «non lo lascerei a nessuno. Ricomprerei le azioni, ogni singola quota. Non terrei denaro per il quale non ho dato nulla! Dovreste vedere Miss Ferney Foster! Ha comprato azioni della banca solo la scorsa settimana; ha dato tutti i soldi che aveva guadagnato con i suoi sottaceti in dieci anni, e quando ha scoperto che la banca era fallita, ha perso il senno. Sono stata lì oggi e non mi ha riconosciuto.»
«Chi le ha venduto le azioni?»
«Un mediatore di nome Gilson.»
«Erano le mie azioni», gridò Donald. «Ovviamente deve essere rimborsata! E tutti gli altri. Ricomprerò ogni singola azione, anche se dovessi spendere l’ultimo dollaro!»
«Ti costerà tutto quello che hai?» Miss Lady scrutò il suo viso con ansia.
«Sì, e anche di più. Ho fatto un investimento con parte del denaro prima di sapere che la banca era nei guai; poi c’è la legge sulla doppia responsabilità. Non importerebbe così tanto se non fosse per il processo.»
«Tua sorella, ovviamente, sarà pronta ad aiutarti. O ha perso anche lei?»
«No», disse Donald, con le labbra che si stringevano, «lei non ha perso. Non ha avuto azioni della banca per un anno. Ma non chiederò il suo aiuto.»
«Perché si è opposta così violentemente alla tua linea di condotta? Oh, capisco. Un punto d’onore su cui concordo pienamente con te. Ma non andrai a fondo, Donald. Vedremo di far sì che ciò non accada. Non sono un uomo ricco, come sai. Ci sono stati momenti recentemente in cui il futuro sembrava molto buio. Ma questa signorina ci ha guidato in acque più calme. Se dovesse, nel corso dei prossimi mesi, avere bisogno di una somma ragionevole, sono felice di dire che saremo nella posizione di aiutarla.»
Donald gli strinse la mano. «Non ricorrerò a lei, Dottore. Ma una volta che avrò finito con questo maledetto processo, cercherò di giustificare la sua fiducia in me.»
Il grande orologio nel corridoio emise un fischio preliminare, poi singhiozzò violentemente nove volte. Il Dottore sistemò con cura i suoi voluminosi documenti in una logora cartella marrone e si alzò con uno sforzo.
«Mi scuserete ora se vi do la buonanotte? Il mio medico è diventato piuttosto arbitrario nel regolare i miei orari. Mantieni alto il coraggio, ragazzo mio; quel coraggio che “disdegna di piegarsi a mezzi meschini per un fine sordido”. Ammiro la strada che hai intrapreso, ammiro te. Buonanotte a entrambi.»
Li guardarono andar via, con la sua figura alta e curva, e i suoi occhi fini e seri che vedevano la vita solo attraverso lo stupefacente filtro dei libri. Poi si guardarono l’un l’altra.
«Chiamerò Connie», disse Miss Lady, muovendosi verso la porta.
«Solo un minuto, per favore.»
Lei tornò indietro riluttante e rimase in piedi con le mani giunte sullo schienale di una sedia, respirando rapidamente.
«Ricordi», chiese Donald, standole davanti e parlando con voce bassa e tesa, «l’ultima volta che siamo stati in questa stanza, e le promesse che ti ho fatto? Bene, le ho mantenute. Ho combattuto come un diavolo... Non sai cosa significhi, non puoi sapere. Ma le ho mantenute. Ora voglio dirti che devo infrangere le regole. Hai ragione sul denaro delle azioni della banca. Non è mio. Lo restituirò domani. Ma altro denaro deve arrivare da qualche parte per portare avanti il processo. C’è solo una possibilità a cui riesco a pensare. Devo iscrivere Lickety Split al Derby.»
«No, non devi! Ci sono altri modi. Devi andare a lavorare.»
«Lavorare!» esplose ferocemente. «Non ho forse cercato di trovarmi un posto da quando sono tornato a casa? Chi vuole legarsi a me finché non viene deciso questo maledetto processo? Ho cercato di scrivere, ma i miei lavori tornano indietro più in fretta di quanto io riesca a spedirli. A cosa servo? A una partita a biliardo, a correre a sessanta miglia all’ora in automobile, a fare baldoria con qualunque perdigiorno capiti al club. Bah! Sono stanco di farmi compatire dalla gente perché non sono in gioco, perché non ho mai guadagnato un centesimo in vita mia, se non col gioco d’azzardo!»
«Ma tutto questo è alle tue spalle, Don! Hai il resto della tua vita per vivere diversamente. Quando il processo sarà deciso...»
«Sì, e supponiamo che vada contro di me? È successo prima, potrebbe succedere ancora. Mi parli di giustizia e di verità! Io non sono riuscito a trovarle. Ne ho avuto abbastanza di questa gloriosa cosa chiamata vita; sono pronto a mollare.»
«Non puoi mollare, Don!» Lo disse dolcemente, con la luce del fuoco che arrossava il suo volto ansioso e premuroso. «Non credi che a volte vogliamo tutti mollare? Dobbiamo solo riprendere coraggio e combattere fino in fondo. Anch’io sono nei guai, stasera, Don. Mi aiuterai?»
I suoi occhi volarono verso i di lei mentre si inginocchiava a metà sulla sedia davanti a lei.
«Ho venduto Thornwood», continuò lei, con le labbra tremanti. «Fatico ancora a parlarne. Mi sento come una traditrice verso papà, verso tutti i Carsey che hanno mai vissuto qui, verso me stessa! Sai cosa significa questo posto per me. Credo che morirei se vedessi qualcun altro viverci! Non so chi l’abbia comprato, non voglio saperlo. Tutto ciò che so è che sono stata perfettamente infelice ogni ora da quando ho firmato il documento, finché poco fa il Dottore non si è offerto di prestarti il denaro. Oh! Don, se pensassi che vendere Thornwood significasse poter aiutare a riabilitare il tuo nome, non avrei mai più un solo istante di rimpianto! Ci lascerai aiutarti?»
Lui alzò la mano come per parare un colpo: «Non farlo», disse bruscamente. «Non posso accettare il tuo aiuto. Non posso nemmeno accettare la tua amicizia, o quella del Dottore. Non vedi che sto attraversando l’inferno? Non sai che ti amo?»
Il colore svanì dal suo volto e i suoi occhi vacillarono per un istante, poi si fecero fermi.
«Non devi mai più dirlo, Don! Devi cercare di non pensarci. Ti perdonerò perché voglio che tu mi perdoni per qualcosa. Sai la lettera che mi mandasti da San Francisco? L’ho bruciata, senza aprirla, proprio lì dove sei in piedi ora. È stata una vigliaccata, anche se pensavo che tu fossi nel torto. Se avessi saputo la verità, non sarei mai rimasta in silenzio per tutti quei mesi. Ti ho fatto un gran torto, Don; puoi perdonarmi?»
Lui studiò il suo volto, come se volesse scrutare con pura intensità quegli occhi luminosi che dicevano tutto e nulla. Alla fine la testa gli cadde.
«Sono stato uno sciocco a pensare che tu tenessi a me», disse con voce rotta; «sapevo di non essere abbastanza buono per te. Lo sapevo fin dall’inizio, ma ci ho provato. Devo continuare a provare per amor tuo?»
«No, Don, non per il mio. Per il tuo, e per il bene della ragazza che un giorno diventerà tua moglie. Ma voglio che tu ricordi che mi sentirò responsabile per qualunque cosa ti accada. Se rinunci alla lotta e torni alla vecchia vita, saprò che è stato perché ti ho deluso; se avrai successo, come credo avrai, sarò felice sempre nel sapere di aver avuto una piccola parte in tutto ciò. Ci diciamo buonanotte?»
Lui prese la mano che lei gli offriva e seguì uno di quei silenzi che, una volta passati tra un uomo e una donna, vengono ricordati al di sopra di ogni parola pronunciata, un silenzio in cui tutte le barriere cadono e l’anima parla all’anima. Era come una grande armonia che vibrava di cose bellissime non dette.
La lasciò in piedi alla luce del fuoco, con gli occhi che brillavano in modo strano nel suo viso altrimenti impassibile. Chiuse risolutamente la porta sulla luce e sul calore di quella stanza accogliente e familiare, e uscendo sulla strada, si diresse miseramente verso la vuota grandiosità della grande casa, il cui tetto a torrette e timpani spezzava la linea dell’orizzonte in cima alla Collina.
CAPITOLO XXIII
In due delle stanze più cupe e sporche della più sporca e cupa delle stradine che penzolavano senza meta dal cortile del tribunale, il signor Gooch aveva il suo ufficio. Era un posto piccolo e buio che non suggeriva nulla se non un cestino della carta straccia stracolmo. Carte ingombravano il tavolo e traboccavano da ogni scomparto del vecchio scrittoio; pile di carte giacevano lungo gli scaffali dei libri e rigonfiavano da buste tozze sulla mensola del camino. Sopra, al di sopra e al di sotto di tutto giaceva l’indisturbata polvere dei mesi.
Nell’angolo ridotto a un crepuscolo perenne dalla vicinanza del muro della prigione adiacente, Noah Wicker sedeva sul suo sgabello alto e, con l’assistenza di una solitaria luce oscillante, scavava grumi di sapere giuridico dalle miniere di saggezza intorno a lui. Per chi non avesse visto Noah dai suoi primi giorni di pratica legale, presentava un aspetto poco familiare. I suoi piedi, ancora agganciati goffamente sotto il piolo dello sgabello, erano calzati in scarpe di vernice di uno stile così marcato da renderlo leggermente ciondolante. I suoi vestiti erano del taglio più approvato e la sua calzetteria rifletteva la tonalità della sua cravatta.
Solo i suoi capelli ricordavano il giovane di campagna che era emerso dalla scuola di legge poco tempo prima, con vestiti comprati in negozio e stivali scricchiolanti. Una ciocca frontale che è stata assiduamente incoraggiata a stare in piedi per molti anni, non è incline a risedersi al primo capriccio del suo proprietario. Ha raggiunto un’età di indipendenza ed è incline a insistere sui propri diritti.
Noah, solo in ufficio un giorno di primavera, tirò fuori furtivamente dalla scrivania un piccolo oggetto che tenne nel palmo della sua mano larga e studiò minuziosamente. Quando i raggi dell’elettrica oscillante capitavano di colpirlo, mandavano macchie di luce a danzare sul soffitto sporco. Perché Noah stava diventando ansioso riguardo al suo pompadour e non riusciva a trattenersi dall’esaminarlo a intervalli frequenti. Ogni espediente era stato tentato, dalla chirurgia al sapone, ma la ciocca bionda e ispida lo sfidava. Sembrava l’ultima barriera che si frapponeva tra lui e la vita cosmopolita.
Un passo leggero sulle scale fece sparire lo specchio nella scrivania e portò un’espressione di concentrazione assorta sulla sua fronte espansiva.
«C’è il signor Gooch?» chiese Connie Queerington, spingendo un cappello piumato nel suo campo visivo.
Noah si staccò dallo sgabello e si fece avanti con entusiasmo, ma si fermò quando scoprì che lei non era sola.
«Entra, Gerald», disse lei ospitalmente. «Conosci il signor Wicker, vero? Ad ogni modo lui ti conosce. Gli ho raccontato interi fiumi di cose su di te, vero signor Wicker?»
Noah si inchinò gravemente e, dopo aver portato delle sedie, si ritirò alla sua scrivania in uno stato di calma esteriore e ira interiore.
Gerald Ivy spolverò delicatamente la sedia con il fazzoletto e si sedette, cullando una caviglia vestita di seta sul ginocchio per non esporre più del necessario i suoi abiti alla sporcizia della dimora del signor Gooch.
«Che seccatura che non sia qui!» disse Connie. «Potrei lasciare il messaggio di papà, ma ho fatto sapere a Hat di incontrarmi qui. A che ora devi andare, Gerald?»
«Alle quattro», disse Gerald, poi dando un’occhiata all’orologio, «sono solo le tre e mezza adesso.»
«L’orologio è lento», annunciò Noah inaspettatamente dal suo angolo.
Gerald si tolse i guanti con calma. «Che importa mezz’ora quando posso passarla con te? Stavo giusto per andare a incontrare Mater alla prigione, dove è stata a spillare boccioli di rosa su petti pentiti. Avanti, raccontami tutto di te!» Si sporse in avanti con i gomiti sulle ginocchia e le mani giunte, abbassando la voce su un tono confidenziale e portando l’intera batteria dei suoi sguardi a giocare su di lei.
«Perché dovrei?» chiese Connie maliziosamente. «Non ti sei fatto vedere da me da quando sono andata in campagna.»
«A che serviva? Non potevi aspettarti che competessi con un eroe che fa una sceneggiata così teatrale come Morley. Arrendersi per un atto che dice di non aver commesso, rimborsare denaro quando non è tenuto a farlo, andare a lavorare come cronista di basso livello dopo aver vissuto come un signore per tutta la vita! Non capisco come i direttori teatrali se lo siano lasciato sfuggire! È la stoffa di cui sono fatti gli idoli dei matinée. Ha fatto girare la testa a metà delle ragazze in città!»
«Ha fatto girare la mia, eccome», disse Connie con compiacimento. «Sono pazza di lui. E non sta facendo tutte quelle cose per impressionare. Non è quel tipo. Vero, signor Wicker?»
Noah, così improvvisamente interpellato, fu costretto a rispondere sinceramente che non lo era. Ma lo fece con uno strattone di gomito di protesta, che mandò una boccetta d’inchiostro a volare sul pavimento.
Gerald approfittò dell’incidente per portare Connie alla finestra.
«È terribilmente solitario senza di te», sussurrò. «Quando torni a casa?»
«Il cielo lo sa!» disse Connie, portando le mani dietro la schiena per tenerle al sicuro. «Ora che qualcun altro ha affittato la casa di College Street e Miss Lady ha venduto Thornwood, non so cosa sarà di noi.»
«Non ti manco neanche un po’?» chiese Gerald, giocando con la borsa d’argento al suo polso.
«Certo che mi manchi, sciocco. Il mio cappello è dritto? Vorrei avere uno specchio.»
Noah, inginocchiato sul pavimento a pulire l’inchiostro, si protese verso la scrivania e poi si fermò.
«Sarò io il tuo specchio!» disse Gerald, offrendo i suoi occhi in un modo di cui solo una persona molto miope avrebbe potuto approfittare.
«L’orologio del Municipio batte le quattro», disse Noah cupamente.
Ma il desiderio di Noah di avere Connie tutta per sé non doveva essere esaudito. Non appena Gerald se ne fu andato, arrivò Hattie, molto magra e spigolosa, che trasportava una prodigiosa pila di libri di scuola.
«Che senso aveva incontrarti qui?» chiese a Connie, senza perdere tempo in convenevoli. «Mi hai fatto perdere il treno delle quattro e due e mi hai fatto fare una strada più lunga. Cosa volevi da me?»
«Volevo usare il tuo carnet chilometrico, cara», disse Connie dolcemente. «Quanto tempo pensi che ci vorrà, signor Wicker, prima che il signor Gooch rientri?»
«Da un momento all’altro», disse Noah, lisciandosi i capelli con un dito inchiostrato. «Io... credo che l’orologio sia un po’ avanti.» Poi, mentre Connie rideva, tirò su la parte superiore della scrivania e scomparve dietro di essa.
«Che posto soffocante!» disse Connie, vagando per la stanza. «Se il signor Gooch non fosse così avaro, l’avrebbe fatto pulire.»
«Non definirei avaro un uomo che ha donato una biblioteca alla facoltà di legge», obiettò Hattie.
«Sì, e ha passato il resto della sua vita a risparmiare ogni centesimo per ripagarsene. Ha mangiato cinquantadue cene all’anno a casa nostra per dieci anni, sono cinquecentoventi cene, e non ci ha mai nemmeno offerto un gelato al cioccolato!»
«Non credo sia avaro essere economi», disse Hattie con la sua aria più superiore.
Noah, che era rivolto verso la porta aperta, iniziò improvvisamente a fare strani gesti e violenti appelli al silenzio, ma le ragazze erano lanciate in una vecchia discussione e non lo videro.
«Inoltre», stava concludendo Connie, «bara a carte; lo sai che lo fa.»
«Solo al solitario. Non vedo perché non dovrebbe barare con se stesso se vuole. È a posto, anche se è strano, e penso che dovresti vergognarti di parlare di lui nel modo in cui fai!»
«Buongiorno, Harriet», disse il signor Gooch asciutto, entrando dalla stanza esterna e senza guardare Connie. «Un messaggio da tuo padre?»
Connie fece scivolare il biglietto nella mano di Hattie e si rifugiò con Noah dietro il piano della scrivania.
«Ha sentito?» sussurrò istericamente. Poi, senza aspettare una risposta, si avventò su un oggetto sulla scrivania. «È uno specchio?»
Noah lo tirò fuori vergognoso.
«Tienimelo», ordinò lei. «Non così lontano. Così!»
Stare lì dietro la scrivania a tenere il suo piccolo specchio per permetterle di incipriarsi il naso sembrava a Noah l’apoteosi del romanticismo.
«Troppo?» chiese lei, inclinando il viso per l’ispezione. «E il cappello è dritto? Voglio apparire al meglio, perché sai, potrei incontrare Donald Morley sui gradini.»
Evidentemente non rimase delusa, poiché Noah, in piedi alla finestra in attesa di cogliere l’ultimo fremito della sua piuma mentre passava per la strada, dovette aspettare cinque minuti strazianti, alla fine dei quali Don gli parlò dalla porta.
«Ciao, Wick. C’è il signor Gooch?»
«C’era un minuto fa.»
«Tornerà?»
«Non saprei, davvero.»
Noah rispose con un tono che scoraggiava ulteriori conversazioni e Donald, dopo un’occhiata acuta verso di lui, scrollò le spalle e prese un libro. Non dovette aspettare molto prima che il signor Gooch tornasse.
«Ti ho telefonato in tutta la città», disse l’avvocato stizzito. «È vera questa voce che hai ricomprato le tue azioni della banca?»
«È vera. Era l’unica cosa onesta che potessi fare.»
«Nient’affatto», si lamentò il signor Gooch, che diventava appassionatamente attaccato all’opinione contraria nel momento stesso in cui accertava la tua. «È stata una mossa quixotesca, una mossa temeraria. Suppongo tu sia a conoscenza della doppia responsabilità?»
«Sì, lo so», ribatté Donald con impazienza.
«Sei singolarmente fortunato, signor Morley, a poter assecondare questi capricci magnanimi. Le tue risorse, presumo...»
«Le mie risorse consistono in un pezzo di terra e un paio di cavalli da corsa. È tutto quello che resta.»
«La terra?» Il signor Gooch sembrò rincuorato. «Proprietà cittadina?»
«No, è una fattoria.»
«Dove?»
«Sulla Cane Run Road.»
La testa di Noah apparve sopra la scrivania per la prima volta durante la conversazione e sembrò sorpreso, come se avesse fatto una scoperta.
«Adiacente alla proprietà di tua sorella, immagino?» continuò il signor Gooch. «È buono, molto buono. Dovrebbe portare a... ?»
«Non è in vendita», disse Donald brevemente.
Il signor Gooch, che era emerso dal bordo del suo guscio, vi rientrò prontamente.
«Vede, signor Gooch», disse Donald, sporgendosi in avanti e parlando con serietà, «quando ha preso questo caso non avevo bisogno di pensare all’aspetto finanziario. Volevo mettere a posto la faccenda e non mi importava un fico secco di quanto sarebbe costato. Da allora le cose sono cambiate. Penso sia giusto dirle che, dopo aver venduto i miei cavalli e aver sistemato tutto, non rimarrà più di mille dollari. Basteranno a coprire il suo onorario?»
Il signor Gooch fu visibilmente offeso. «Non è mia abitudine, signore, fissare una somma in anticipo. C’è un gran lavoro in questo caso, di natura molto fastidiosa. Potremmo cercare di rientrare nella somma pattuita e, nel caso, ovviamente potrebbe vendere la proprietà.»
«No», disse Donald, «non la venderò. E devo sapere oggi quali saranno le sue condizioni. Ho ottenuto un lavoro all’Herald-Post come corrispondente temporaneo al Campidoglio. Vado lassù domani e probabilmente resterò fino a quando il mio caso verrà chiamato. Vorrei avere una sua risposta definitiva subito.»
«Beh, non volevo il caso all’inizio», disse il signor Gooch. «È il genere di cosa che non mi interessa. Potrei riuscire a concluderlo per mille dollari, ma non so se mi va di impegnarmi.»
«Molto bene», disse Donald, alzandosi con spirito. «Ciò significa che dovrò trovarmi un altro avvocato.»
«Farai un errore», disse il signor Gooch, torcendo i suoi piccoli lineamenti in un nodo duro e osservando Donald da vicino. «È un grande rischio cambiare avvocato a metà di un caso. C’è molto in gioco. Non dovresti tirarti indietro su una questione di denaro in un momento critico come questo.»
«Santo cielo, uomo! Non mi sto tirando indietro su una questione di denaro! Mettrei tutto quello che ho se fosse un milione. Pensi che avrei preso un lavoro a Frankfort per dieci dollari alla settimana se avessi avuto dei soldi?»
«Ma possiedi ancora dei beni!»
«Sì, signor Gooch, e per ragioni che non potrebbe mai capire continuerò a possederli. Buona giornata.»
«Aspetti un minuto!» Noah Wicker si dispiegò in sezioni e si alzò in piedi.
«Supponiamo che io prenda il suo caso.»
Donald e il signor Gooch lo guardarono con uguale stupore.
«Non ho molta esperienza», continuò Noah lentamente e cupamente. «Non sapevo nemmeno che un avvocato rispettabile potesse abbandonare un caso a metà quando un cliente perdeva i suoi soldi. Ho molto da imparare. Ma conosco questo caso da cima a fondo e conosco lei, Don Morley. Se non riesco a scagionarla con o senza denaro, farei meglio a rinunciare alla pratica legale proprio qui e ora. Pensa di essere disposto a fidarsi di me?»
Donald esitò per un momento, passando dallo sguardo onesto e semplice di Noah a quello sprezzante del signor Gooch, poi prese una decisione.
«Si faccia, Wick! E l’onorario...»
Noah tese una mano, la cui larghezza del palmo era già stata commentata.
«L’onorario vada al diavolo», disse strascicando le parole.
CAPITOLO XXIV
Donald Morley impacchettò i suoi pochi averi e partì per la sua piccola missione per l’Herald-Post con una determinazione degna di una causa più grande. La remunerazione era inferiore a quanto era solito pagare il suo stalliere, ma il fallimento nel trovare una posizione, insieme a un conto bancario prosciugato, avevano addolcito il suo spirito, ed era pronto ad afferrare qualsiasi cosa gli desse una possibilità di giustificare la fiducia dei suoi amici.
Quando arrivò per la prima volta nella sonnolenta cittadina in cui lo stato sbrigava i suoi affari, prese due stanze in albergo. Più tardi si trasferì in una pensione, e alla fine della terza settimana si ritrovava in una piccola stanza spoglia in un palazzo per uffici, mangiando le sue colazioni alla stazione, i suoi pranzi in un ristorante e le sue cene in albergo. Perché, nella sua determinazione a rimettersi in pari con il mondo, era riuscito a disfarsi di quasi tutto ciò che aveva, eccetto mille dollari che aveva segretamente depositato sul conto di Noah.
All’inizio la povertà era una novità alquanto distratta; serviva a distogliere la sua mente da quei terrori incalzanti che avevano riempito il suo orizzonte. Per la prima volta nella vita stava risparmiando per uno scopo. Ma far durare la spesa abituale di una giornata per una settimana richiede previdenza e giudizio, doti che Donald non possedeva. Aveva contato di aumentare la piccola somma ricevuta dall’Herald-Post scrivendo articoli di approfondimento per altri giornali, ma i suoi sforzi avevano incontrato scarso successo. Invano dispose il suo articolo secondo il piano esatto stabilito da Cropsie Decker. Ritagliò, incollò e appuntò, cercò statistiche, verificò affermazioni e sradicò spietatamente ogni piccola fantasia vagabonda che osasse intromettersi nella solenne compagnia dei fatti. Ma i suoi sforzi, una volta terminati, avevano con quelli di Cropsie lo stesso rapporto che un mucchio di mattoni ha con una casa.
Solo una volta aveva messo da parte Cropsie e la sua letteratura da tavolino, seguendo il proprio impulso. Fu dopo la sua prima visita dai Queerington, quando il Dottore gli aveva consigliato di scegliere un tema congeniale e di lasciare libero sfogo alla fantasia. Una parola di incoraggiamento era tutto ciò di cui aveva bisogno per iniziare una serie di racconti che ardevano per essere espressi fin da quando aveva lasciato l’India. Erano le avventure raccontategli dal suo portatore maomettano, Khalil Samad, che sedeva sui talloni molte notti davanti al fuoco del giovane sahib, filando storie di meravigliosa varietà. A Donald bastava chiudere gli occhi per vedere il volto acuto e sottile sormontato dal suo enorme turbante bianco, e sentire il torrente di pittoresco inglese stentato che sgorgava dalle labbra di uno dei pochi maomettani in India che potesse maledire i vari nativi nel loro vernacolo dal Passo Khyber a Trichinopoli.
Ma la storia delle avventure di Khalil, essendo stata varata in acque ignote, non aveva ancora dato notizie di sé, e Donald era tornato pazientemente ai suoi articoli di fondo, costringendosi a rimanere legato alla realtà e annoiandosi come solo una persona con un’immaginazione creativa può annoiarsi davanti alla nuda, spoglia verità.
La sua unica consolazione in quei giorni era il fatto che Miss Lady non avrebbe dovuto rinunciare a Thornwood. Tramite un agente aveva affittato la proprietà ai Queerington per i successivi due anni a una somma assurdamente bassa, e il pensiero di lei in mezzo ai suoi amati dintorni valeva a riconciliarlo con la miseria dei propri.
La sua stanzetta squallida vantava solo un letto di ferro e un lavabo, mentre il resto dello spazio sul pavimento era occupato principalmente dal suo imponente baule da piroscafo, rinforzato in ottone e coperto di etichette straniere. Sullo scaffale polveroso sopra il lavabo si trovava una serie incongrua di articoli da toeletta in argento con monogramma; lungo la parete correva una fila di scarpe, mentre dal tubo del gas pendeva un pesante mazzo di cravatte. L’inconveniente principale dell’essere poveri, aveva deciso Donald, stava nel non sapere cosa fare delle proprie cose.
Non erano solo le sue cose, tuttavia, che trovava difficile sistemare. Per un certo numero di ore al giorno un uomo può costringersi al compito di sedere a un tavolaccio, riempiendo blocchi gialli di parole che probabilmente non saranno mai lette, ma dopo troppo tempo la natura tende a ribellarsi. In quei momenti Donald infuriava come un leone in gabbia. La sua mente volava involontariamente alla possibilità che questa segregazione non fosse che un antipasto di quell’altra che lo attendeva qualora la revisione del processo non fosse stata concessa. Fin dall’inizio si era rifiutato di considerare la possibilità di una condanna; lui era innocente, sarebbe stato scagionato. Ma mentre i giorni si trascinavano, un’ombra cominciò a pedinarlo e a sedersi ai piedi del suo letto di notte, sogghignando verso di lui attraverso le sbarre di ferro.
Se ci fosse stato un amico a cui rivolgersi durante quei giorni, avrebbe potuto essere risparmiato da alcune delle ore di angoscia che sopportò, ma il suo orgoglio era ferito nel vivo e rifuggiva dal vedere chiunque conoscesse lui o la sua famiglia. Cropsie Decker avrebbe potuto aiutarlo, ma Cropsie era in Messico. Per Noah Wicker aveva cessato di essere un individuo, era diventato un cliente, un primo cliente, e le personalità venivano sommerse nelle astrazioni. L’unico posto dove avrebbe potuto trovare comprensione ed empatia era a Thornwood, la cui porta ospitale aveva risolutamente chiuso con la propria mano. Se pensava che le profondità della solitudine fossero state scandagliate là in Oriente, ora doveva imparare che è solo nel proprio paese, tra la propria gente, che il piombo tocca il fondo.
Il giorno prima che il caso venisse presentato, Noah arrivò dalla città e ancora una volta ripercorsero ogni noioso, familiare dettaglio. Quando arrivò la sera, Donald era in uno stato di nera prostrazione. Una mezza dozzina di notti insonni e il ritorno di parecchi articoli non tendevano a rallegrare la situazione, e quando Noah accettò l’invito del Giudice a cenare con lui, Donald sentì di essere stato abbandonato al suo destino.
Il crepuscolo stava calando, quel tipo che non ha inizio né fine, un crepuscolo umido, grigio, saturo, che soffoca l’anima in una nebbia di malinconia e rilassa tutte le fibre morali. Donald andò alla sua piccola finestra e guardò fuori. La strada sottostante era deserta, salvo per qualche occasionale carrozza logora che sguazzava nel fango sulla via per la stazione. A lunghi intervalli passava un ombrello e una volta una mandria di bestiame avanzò a fatica, guidata da un ragazzo a cavallo di un mulo. Donald abbassò la tenda con ferocia e accese l’unico becco del gas.
In una rivista che aveva preso c’era un articolo grafico sul lavoro minorile nelle miniere, con foto di bambini cenciosi ed emaciati che passavano la vita sottoterra, respirando aria malsana e diventando deformi nel corpo e nell’anima. Scagliò via il libro e lasciò cadere la testa sulle braccia. La vita sembrava una grande, inesorabile macchina, che annullava l’aspirazione umana, lo sforzo umano. Che senso aveva combatterla? Che senso aveva credere in un ordine divino, in un simile infernale caos?
Incapace di sopportare oltre la propria compagnia, afferrò il cappello e si avviò verso l’albergo. Era in uno stato d’animo spericolato, senza speranza, pronto a cercare distrazione ovunque la trovasse, e come succede di solito in casi simili, la distrazione gli venne incontro a metà strada.
Il piccolo ufficio dell’albergo era in uno spasmo di attività, i campanelli suonavano, le porte sbattevano e gli ospiti arrivavano. Il gruppo di sfaccendati che solitamente sedeva davanti al fuoco, criticando i lavori quotidiani della legislatura, ora stava in semicerchio voltando le spalle al camino, guardando i nuovi arrivati.
“È una compagnia teatrale,” spiegò uno della folla loquace a Donald; “la comitiva più vivace che abbiamo avuto da mesi. Quella è la primadonna che parla con il tipo col vestito a quadri. Un bel pezzo di donna, vero?”
L’oggetto di questa osservazione, avendo appena raccontato una storia che aveva suscitato una risata generale, si voltò con noncuranza e passò in rassegna la stanza con uno sguardo brillante ed esperto. Il riflettore superò il facchino e i fattorini, l’ossequioso impiegato al banco, il semicerchio di ammiratori al fuoco, e fece una sosta audace quando raggiunse Donald Morley.
In quel momento stava accendendo una sigaretta e presentava un’apparenza di colossale indifferenza verso tutte le stelle, terrestri e celesti. Ma quando ebbe gettato il fiammifero nel braciere aperto, si avvicinò con noncuranza al banco e diede un’occhiata al registro.
C’era l’esuberante firma, l’inchiostro ancora fresco sul ghirigoro,
“La Florine.”
Era la vecchia fiamma di Cropsie Decker, “Il Serpente del Nilo”, che aveva visto l’ultima volta in bilico sul tappo di una bottiglia di champagne su un manifesto a Billy-goat Hill! Senza alzare lo sguardo, era consapevole che gli stessi occhi maliziosi che avevano sbirciato attraverso le dita guantate di nero sul manifesto lo stavano guardando ora con il più vivo interesse. Lo seguirono attraverso la stanza, risero di lui sopra la spalla dell’uomo col vestito a quadri, lanciarono una sfida ai suoi piedi e lo sfidarono a raccoglierla.
Donald la osservò con crescente fascino. Era bello solo stare vicino a qualcosa di così spensierato, allegro e irresponsabile. Anche lui, un tempo, era rimasto in punta di piedi sul bordo pericoloso delle cose e aveva riso in faccia al Destino. Perché non avrebbe dovuto farlo di nuovo? A un uomo che sta per essere impiccato viene offerta un’ultima buona cena, perché non avrebbe dovuto concedersi un altro buon momento prima che il dado fosse tratto l’indomani?
Sarebbe bastato presentare il suo biglietto da visita e menzionare Cropsie Decker, e il resto sarebbe stato facile. Aveva abbastanza denaro per pagare un biglietto del teatro e una cenetta intima dopo. Ma che dire dei fiori?
Infilò la mano avidamente in tasca per un giro di perlustrazione. Mentre lo faceva, le sue dita incontrarono un piccolo oggetto duro che tirò fuori e guardò con curiosità. Era il cinorrodo essiccato di una rosa selvatica, che era stato trasferito da una tasca all’altra fin dal giorno in cui osò sbocciare prima del tempo, in una fessura del muro di pietra che circondava il giardino a Thornwood. Il tocco di esso riportò alla mente un vecchio amaca a botte sotto i lillà, e gli occhi lucenti di una ragazza, sollevati verso i suoi con uno sguardo di fiduciosa innocenza.
Senza un’altra occhiata al “Serpente del Nilo”, si alzò il bavero del cappotto, si tirò il cappello sugli occhi e si precipitò nella strada bagnata e desolata. Per ore camminò, senza sapere né curarsi di dove andasse. Stava combattendo la battaglia più dura che un uomo sia chiamato a combattere, la battaglia contro se stesso senza alcuna ricompensa in vista.
Quando tornò nella sua stanza, esausto e spettinato alle nove, trovò due lettere sotto la porta. Una, una busta bordata di nero indirizzata con la grafia familiare di Connie, se la infilò in tasca, sorridendo suo malgrado al ricordo della carta da lettere economica di Miss Lady. L’altra, una busta lunga e voluminosa, recante il contrassegno di una nota rivista, lo fece sedere mollemente sul suo baule da piroscafo e fissarla con infelicità.
La sua preziosa storia era tornata finalmente! La possibilità che fosse accettata era stata l’unica speranza a cui si era aggrappato durante molte ore disperate. In essa aveva, per la prima volta, osato dire le cose che provava, avventurarsi coraggiosamente nella terra del romanticismo che fino ad allora aveva cautamente lambito. Decine di altri racconti simili brulicavano nel suo cervello, in attesa solo di conoscere il destino di questo. Ed era tornata indietro! Era il meglio che avesse da offrire, e il suo meglio non era abbastanza buono! Guardò il foglio logoro e sgualcito, e l’allegato piegato che senza dubbio esponeva gli ipocriti rimpianti dell’editore, poi con un gesto impaziente gettò la busta e il suo contenuto nel cestino, imprecando contro se stesso e la sua presunzione di pensare di saper scrivere, e contro gli editori e la loro presunzione di pensare di saper giudicare.
L’allegato piegato, nel frattempo, che si trovava nel manoscritto, decise di smentire la totale depravazione delle cose inanimate e, invece di cadere a faccia in giù, cadde a faccia in su proprio in cima al mucchio. Fu così che Donald Morley, che si aggirava disperatamente per i suoi limitati alloggi, scorse improvvisamente una parola che lo fece afferrare il foglio di carta e correre verso la luce.
L’editore, a quanto pareva, aveva letto la storia con autentico piacere. Khalil Samad era una creazione del tutto nuova, presentata con un’originalità e un umorismo del tutto deliziosi. L’unico difetto della storia era la sua brevità. Naturalmente, la rivista l’avrebbe accettata così com’era, ma l’opinione della redazione era che, se l’autore avesse avuto materiale per altre storie di natura simile, sarebbe stato un peccato per lui non elaborarlo in un libro. Un romanzo con Khalil Samad come eroe, se scritto con lo stesso fascino di questo primo racconto, sarebbe stato un indubbio successo. Questo era solo un suggerimento, naturalmente, e avrebbe potuto non coincidere con gli altri piani letterari del signor Morley. In ogni caso, l’editore si congratulò con lui per l’originalità della sua storia e non vedeva l’ora di pubblicarla in una forma o nell’altra.
Donald lesse il biglietto due volte prima di assimilarne il contenuto, poi fece un respiro prodigioso. Altre storie di natura simile? Ma ne conosceva a decine! Khalil Samad era stato il suo unico compagno per due mesi, e l’occupazione principale di Khalil era stata parlare di se stesso e delle sue scappatelle. Donald conosceva i principali incidenti della sua carriera drammatica dal tempo in cui era stato rapito da un bandito bengalese e venduto in matrimonio all’età di dieci anni, al giorno in cui aveva salutato con le lacrime agli occhi dal molo di Bombay.
Sì, certamente, la scrittura del romanzo coincideva con i piani letterari del signor Morley. Ma che dire degli altri suoi piani? Si fermò di colpo. Come faceva a sapere cosa avrebbero potuto portare ventiquattro ore? E se, per qualche terribile errore, non gli fosse stata concessa una nuova udienza? Ma Noah Wicker era fiducioso. Aveva scoperto un punto nel processo precedente che era tecnicamente inammissibile. A un testimone era stato permesso di fare una dichiarazione nonostante l’obiezione del signor Gooch, e Noah era riuscito a trovare una decisione precedente che lo faceva credere che un annullamento fosse praticamente certo.
In qualche modo, da quando la sua storia era stata accettata, Donald trovò molto più facile condividere la fiducia di Noah. Ondate di coraggio ritrovato lo travolsero. Forse, dopo tutto, sarebbe stato in grado di fare qualcosa di valido al mondo! Avrebbe lavorato come un troiano, avrebbe iniziato stasera.
Afferrò carta e penna, ma il desiderio di condividere le sue buone notizie lo spinse a scrivere lettere piuttosto che narrativa. Voleva dirlo a Miss Lady, voleva dirlo al Dottore. Voleva paralizzare Cropsie Decker! Poi pensò a Noah e, infilando il biglietto dell’editore in tasca, si precipitò giù per le scale e attraversò la strada verso l’albergo.
Noah era andato a letto, ma fu tirato fuori senza cerimonie.
“Leggi quello!” gridò Don, infilando la mano in tasca e tirando fuori una busta.
“Non è aperta,” disse Noah sbadigliando; poi, riconoscendo la calligrafia di Connie Queerington, si svegliò all’improvviso.
“Accidenti! Quella è quella sbagliata,” disse Donald, tuffandosi per l’altro biglietto. “Eccola! Ammira un autore in erba, Wick! Ho scritto della roba che dicono valga la pena. Ne vogliono ancora!”
Noah lesse il biglietto, poi lo restituì con calma.
“È incoraggiante, mi congratulo con te,” osservò laconicamente.
Il volto di Donald si oscurò, poi si schiarì e fece un passo avanti impulsivamente:
“Ascolta, Wick,” disse, “pensi che io stia invadendo il tuo territorio. Non è così. Quella è la prima lettera che ricevo da Connie da settimane. Non le ho scritto una riga da quando ho lasciato casa, ma le piace tenermi al guinzaglio. Gioca solo con Ivy e me per tenersi in allenamento. Non dar retta né a lei né a me. Insisti e vinci.”
“Oh, insisto, non c’è dubbio,” disse Noah ostinatamente, “ma non sembro avere molte possibilità con nessuno di voi.”
“Sciocchezze, uomo! Pensa alla tua testa! Il Signore ti ha dato più cervello di quanto la maggior parte di noi ne abbia alla fine. Il Giudice ha detto stamattina che ne sai più di common law di qualsiasi giovane avvocato che gli venga in mente.”
“Sì, ma la conoscenza della common law non vincerà questa causa. Lei non mi guarderà mai, Donald, se non come ultima risorsa. Pensa che io sia un campagnolo pesante e goffo, e credo che abbia ragione.”
Se ne stava lì, torreggiante nel suo pigiama blu di due taglie più piccolo, i capelli ritti e le grandi mani che afferravano lo schienale della sedia. “Non conosco il gioco,” continuò impotente. “Voi ragazzi fate il punto mentre io decido cosa giocare. È troppo per me. Siete tutti troppo per me, ma non getterò le carte, non ancora.”
Donald si alzò dai piedi del letto dove era seduto e prese Noah per le spalle.
“Hai lavorato come un cane sul mio caso, vecchio mio. Che ne dici se prendessi io il comando del tuo?”
“Cosa intendi?”
“Dici che non conosci le regole del gioco. Io le conosco a rovescio, sottosopra e in tutti i sensi. Lascia che giochi io questa mano per te con Connie Queerington, e tu vincerai.”
“Ma... ma tu?”
“Cielo, uomo! Pensi che se significasse qualcosa per me avrei dimenticato di leggere la sua lettera per tutto questo tempo? No, ho chiuso con quel genere di cose.” Voltò la testa bruscamente e il suo viso si oscurò. “Non c’è mai stata che una corsa per me, che valesse la pena correre, e sono rimasto al palo.”
“Forse Miss Connie...”
“Le piaccio? Certo che le piaccio. E lei mi piace tremendamente. È così che ti aiuterò. Lascia fare a me, Wick. Lascia che le scriva tutte le lettere che voglio. Lascia che le racconti di come ti stai facendo un nome qui, di come il Giudice ti stia prendendo in simpatia e il Governatore ti inviti a cena. In breve, lascia che ti drammatizzi, Wick; le scriverò un’opera in cinque atti con te come eroe. Tutto quello che devi fare è allentare le tue lettere e tenerti lontano dalla sua vista per un mese o poco più. Dille che finché non puoi essere nulla di più per lei, sarai un buon amico. Connie odia che un uomo sia un amico! Vuole che sia o un conoscente o un amante. Sei uscito dalla prima categoria, e lei non ti lascerà in pace finché non ti riporterà nella terza.”
Noah si strofinò la fronte massiccia e confusa. “È troppo complicato per me,” disse; “credo che dovrò accettare i tuoi servizi.”
Quella notte Donald lavorò fino alle ore piccole, delineando avidamente i capitoli del suo nuovo libro. Era così assorbito che solo quando raddrizzò la schiena stanca e iniziò a prepararsi per andare a letto si ricordò di non aver ancora letto la lettera di Connie.
Era uno scarabocchio macchiato e incoerente.
“Caro cugino Don,” lesse, “non so come farò mai a scrivere, perché ho gli occhi quasi fuori dalle orbite per il pianto, ma Miss Lady semplicemente non può fare tutto, e qualcuno deve dirlo ai parenti. Hattie dovrebbe aiutarmi, ma pensa di dover scrivere prima alle sue amiche intime, e ne ha una dozzina. Sai quanto è odiosa.
“Bene, è peggiorato la scorsa settimana, papà, intendo. Non posso entrare nei dettagli perché li ho raccontati a così tante persone ora che sono quasi impazzita, e ogni volta che li ripercorro mi viene quasi da morire dal pianto. Non ha riconosciuto nessuno di noi per tutta la notte scorsa o stamattina, tranne una volta che ha chiamato Miss Lady e le ha picchiettato la guancia. Alla fine sembrava diventare più forte e ha aperto gli occhi e ha chiesto il suo manoscritto. È stata la cosa più pietosa che tu abbia mai visto alla fine, vederlo cercare di girare i fogli, con i suoi poveri occhi fissi sul muro, senza riconoscere nessuno di noi. Vedrai del funerale sul giornale di domani. Non so come faremo mai a superarlo.
“La tua cugina affettuosa,
“CONSTANCE QUEERINGTON.
“P.S. Per favore dì al signor Wicker... preferirei morire piuttosto che scrivere un’altra lettera.”
CAPITOLO XXV
L’estate che seguì il fallimento della People’s Bank fu una di quelle estati intransigenti che arrivano a maggio e se ne vanno solo con l’ultima foglia a ottobre. Il fiume, ridotto a un debole ruscello, avanzava a fatica tra sponde distanti, e la campagna giaceva riarsa e ansimante sotto un sole implacabile.
In città Noah Wicker faticava laboriosamente sul suo primo caso, al quale era stata concessa una revisione, fissata per il 6 novembre. Al Campidoglio, Donald Morley sedeva giorno dopo giorno, senza giacca, senza colletto, nei torridi confini della sua piccola camera da letto, coprendo furiosamente risme di carta con una grafia compatta. A Thornwood Miss Lady, che era stata lasciata al comando di una nave che affondava, lottava eroicamente per portarla in porto.
Un giorno, all’inizio di luglio, Myrtella Flathers sedeva appena dentro la zanzariera della cucina estiva, armata di uno scacciamosche e di un’espressione di imminente malinconia. Stava evidentemente provando un discorso, poiché le sue labbra si muovevano in curve sprezzanti e le sue irte ciocche nere venivano scosse in segno di sfida. Mike, avventurandosi fuori da un angolo ombreggiato e cogliendo un’occhiata al suo viso, pensò che i suoi commenti impercettibili fossero rivolti a lui e si ritirò con palpebra colpevole e coda abbassata verso la legnaia.
Le amare riflessioni di Myrtella furono interrotte dall’apparizione di Miss Lady sul portico coperto di viti. Sembrava assurdamente giovane nei suoi abiti da vedova, nonostante il fatto che il suo colorito fosse svanito e i suoi occhi stessero iniziando a sembrare troppo grandi per il suo viso.
“Sono venuti per restare una settimana!” annunciò, sedendosi stancamente sul gradino più alto e lanciando uno sguardo disperato alle persiane chiuse della camera degli ospiti al piano di sopra. “Ed è venerdì, e il signor Gooch sarà qui per cena. Vedi come faremo mai a resistere?”
“Io no!” dichiarò Myrtella, schiacciando una mosca nell’eternità con micidiale precisione. “Sono stufa marcia di avere ospiti. Non c’è stato un giorno nei tre mesi da quando il Dottore è morto che non abbiamo avuto i suoi parenti tra i piedi. Mi chiedo come faccia metà del mondo a venir preso da un prurito da viaggio ogni estate, e ad andare a tormentare quelli che restano a casa. Quanto a queste zitelle che sono arrivate oggi, se avessero un po’ di senno vedrebbero che sei completamente sfinita. Non avrei dovuto chieder loro di restare.”
“Ma dovevo. Sono le cugine del Dottore. Hanno detto che venivano a trovarlo ogni estate per anni, e non vogliono perdere di vista i bambini.”
«Uhm! Ai bambini non dispiacerebbe affatto perderle di vista! La signorina Hattie una volta è stata mandata a letto per aver risposto male a quella magra, quella che vuole piatti speciali e che le si faccia bollire tutta l'acqua. Scommetto che le chiederà di cambiarle il materasso».
«L'ha già fatto. È proprio quello che sono venuta a dirti, e vuole la cena un'ora prima della nostra. Ma non è questo che mi preoccupa, Myrtella, ho qualcosa di molto più serio della cugina Emily per la testa».
«Lei non fa eccezione», disse Myrtella, in tono alquanto difensivo. «I problemi sono quasi l'unica cosa di cui i ricchi non hanno il monopolio. Ne ho avuta la mia parte; è un miracolo che mi sia rimasto ancora qualche capello nero in testa!»
«Suo fratello ha perso il suo buon posto?» chiese Miss Lady.
«Phineas? No, signora. È da Iselin da quando ha lasciato la casa della signora Sequin, e a sentir lui sembra che gestisca l'intero stabilimento. Devo dire che se la cava meglio di quanto non abbia mai fatto prima, ma è pieno di arie come un carillon, e quella Maria, che mi tratta dall'alto in basso come se non le avessi pagato l'affitto per tutti questi anni. Ma posso farcela anche senza di loro. È del piccolo Chick che mi preoccupo».
«Cosa c'è che non va in Chick?»
«Cosa c'è che non va?» Myrtella si voltò verso di lei con ferocia. «Tutto è quello che non va in lui. Che possibilità ha in questo mondo? Raccolto da un bidone della spazzatura, vivere nello sporco e nell'ignoranza, bere la birra che trapela dai barili sui vagoni merci, gironzolare per le bettole e diventare ogni giorno che passa più gracile, più stupido e più miserabile. Signore Iddio! Non è abbastanza quello che non va in lui?»
La simpatia pronta e fervida di Miss Lady le illuminò il volto.
«Dobbiamo fare qualcosa per Chick. Il dottor Wyeth crede di poterlo guarire se solo riuscissimo a farlo entrare all'Ospedale dei Bambini. Perché non possiamo...» si bloccò e rimase a guardare verso le colline dall'altra parte del fiume.
«Myrtella, devo dirti una cosa», ricominciò disperatamente, «ho cercato di dirtelo tutto il giorno, ma non sapevo come. Sei stata così buona con noi, durante tutta la malattia del Dottore, e anche prima. Ma temo che dopo questo mese dovremo lasciarti andare».
Myrtella minacciava di dare le dimissioni da un mese, ma a questo annuncio sembrò come se fosse stata vittima di un'esecuzione sulla sedia elettrica fallita.
«È una questione di soldi», continuò Miss Lady in fretta. «Vedi, semplicemente non ne abbiamo. Ho tenuto il conto di ogni centesimo che entra ed esce, proprio come mi ha detto di fare il signor Gooch; ma i conti non tornano. Dovremo solo continuare a tagliare le spese finché non torneranno».
«E lei ha intenzione di cominciare da me», disse Myrtella furiosa, «e di prendersi qualche negro da strapazzo che si porterà a casa in un cesto più di quanto ammonti il mio salario!»
«No, Myrtella; cercheremo di fare il lavoro da soli».
«Vuol dire che lo farà lei! E la signorina Connie si agghinderà e andrà a zonzo in città a caccia di spasimanti, e la signorina Hattie se ne starà lì seduta col naso dentro un libro, e lei continuerà a lavorare e a schiavizzarsi e a consumarsi fino all'osso per loro e per quella loro tribù di parenti scrocconi. Dov'è finito il denaro che ha ricavato da questa fattoria?»
«È servito a pagare i debiti e a realizzare le volontà del Dottore».
«Quella di ristampare tutti i libri che ha scritto, e di farli uscire con lo stesso tipo di copertine?»
«Sì».
«Quanti erano, in tutto?»
«Venti».
Myrtella strinse le labbra e con difficoltà si astenne dal commentare. Per quanto il testamento del Dottore fosse stato discusso liberamente in pubblico, nessuna critica era tollerata in presenza di Miss Lady.
«Per quanto riguarda il fatto che tu te ne vada», disse lei, cambiando argomento, mentre Myrtella sfogava la sua ira sulle mosche, «sai bene che volevi andartene da mesi. È stata solo la tua bontà a farti venire qui con noi dopo che avevi messo da parte abbastanza denaro per aprire la tua pensione. Non ti abbiamo pagato abbastanza, lo so, e... e non ne abbiamo abbastanza per andare avanti nemmeno così come siamo».
Myrtella fece dietrofront sulla soglia, col viso paonazzo per la rabbia:
«Se pensa che io me ne vada e lasci lei e i ragazzi in questa casa enorme, a pasticciare col vostro cibo e a farvi mettere i piedi in testa da tutti, si sbaglia di grosso! La signorina Hattie si ritroverebbe con un'indigestione nel giro di una settimana, e Bertie si prenderebbe il groppone, e lei si ritroverebbe ogni femmina dei Queerington che può permettersi un biglietto del treno che viene qui a piantarsi in casa sua!»
«Ma cosa possiamo fare, Myrtella? Ti dico che i soldi stanno finendo!»
«Cosa fare? Le dirò cosa possiamo fare. Possiamo ospitare gente! Possiamo riempire le stanze con persone che pagano per quello che mangiano, e non ci sarà più posto per gli scrocconi. Lei trovi gli ospiti e io li gestirò».
«Beh, la signora Ivy e Gerald volevano venire in questo modo, ma ho riso di loro. Inoltre non so per quanto riguarda Gerald...»
«A causa della signorina Connie?» chiese Myrtella, che era stata troppo a lungo responsabile della famiglia per non conoscerne i segreti. «Lei lo faccia venire. È uno di quegli uomini che sono come l'estratto di vaniglia: una volta che ne hai preso troppo, non ne vuoi più sapere!»
«E forse verrebbe anche il signor Gooch».
«Beh, gli peserebbe un po' dover pagare per qualcosa che ha sempre avuto gratis. Ma faccia in modo che la signorina Hattie glielo chieda. Lo farebbe per lei più volentieri che per chiunque altro».
Il progetto, sotto l'abile regia di Myrtella, si sviluppò immediatamente. Il signor Gooch e gli Ivy approfittarono volentieri dell'opportunità di fuggire dalla città soffocante verso la fresca ombra di Thornwood. Anche due ex allievi del Dottore, che seguivano un corso estivo all'università, chiesero se potessero avere una stanza, e alla fine di una settimana gli ospiti paganti avevano preso possesso della casa e la famiglia era stata relegata in ogni angolo o nicchia che fosse abbastanza grande da ospitare un letto.
Un problema fu inaspettatamente risolto dall'apparizione dello zio Jimpson, che annunciò che «era tornato finalmente a casa per restare». Il prestigio di uscire quotidianamente in solitaria grandezza per esercitare i cavalli dei Sequin lo aveva stancato, e la prospettiva di condurre gli ospiti dei Queerington avanti e indietro dalla stazione, e di rinnovare la sua intimità con il vecchio John e Mike, si era rivelata irresistibile.
La zia Caroline era morta all'inizio della primavera, e lo zio Jimpson trovò persino la compagnia di Myrtella un sollievo dopo la sua forzata solitudine. Ascoltava con gli occhi sgranati e la mascella cadente i suoi racconti sugli ultimi omicidi e obbediva ai suoi minimi ordini con una prontezza che avrebbe stupito il vecchio Colonnello.
«Stiamo aiutando Miss Lady a mettersi in piedi», diceva con orgoglio ancora e ancora, «e poi magari si risposerà di nuovo».
«Sposarsi!» sbottava Myrtella, «sì, dovrebbe sposarsi con un altro vedovo con tre figli e mille parenti. Inoltre, chi dovrebbe sposare?»
«Non c'è problema per quello», diceva lo zio Jimpson con saggezza; «lei lasci solo che dia un'occhiata oltre le persiane una volta, e vedrà cosa succederà».
«Beh, non sbircerà», disse Myrtella con fermezza. «Non ha altro pensiero in testa che far istruire la signorina Hattie e Bertie, tenere sulla retta via la signorina Connie e portare a termine quel testamento da pazzi del Dottore».
«Aspetti e vedrà», insisteva lo zio Jimpson sorridendo, «quella ragazza non può evitare di attirare pretendenti più di quanto un fiore possa evitare le api. E stavolta sta arrivando l'ape regina, di sicuro!»
CAPITOLO XXVI
«Dov'è Connie? Dov'è Hat?» gridò Miss Lady senza fiato, fermando il suo cavallo coperto di schiuma davanti al portico dove la signora Ivy era seduta nel crepuscolo. «Don Morley ha scritto un libro e sarà pubblicato questo mese!»
«Un libro!» fece eco la signora Ivy incredula, e poi:
«Ah, cara mia, scendi da quella bestia feroce; non ho avuto un momento di pace da quando il signor Wicker ce l'ha mandato!»
Miss Lady scivolò a terra e rimase in piedi con un braccio attorno al collo di Prince, ridendo. Il brivido della sua lunga cavalcata, la prima dopo quasi due anni, le scorreva ancora nelle vene, e la notizia appena ricevuta le faceva fremere il cuore di gioia. La felicità, nonostante i suoi sforzi di non aspettarsela, cominciava a brillare attraverso le acque agitate, una luce tenue e vacillante per il momento, ma che la attirava a sé con un fascino irresistibile. Era qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti di tensione e di tempesta, qualcosa a cui rivolgersi tremante, nelle ore solitarie della notte, quando i muscoli troppo tesi si rifiutavano di rilassarsi e il suo cervello stanco doleva per la pietà e il dolore del mondo.
Durante la sua lunga cavalcata di quel pomeriggio aveva osato per la prima volta dare libero sfogo a pensieri che fino a quel momento erano stati tenuti a freno. Sicuramente la vita era qualcosa di più del triste, monotono, arido tran tran dell'estate passata! Con tutti i suoi problemi e le sue perplessità, era comunque una cosa misteriosa e affascinante. Non la approvava, né si fidava del tutto di essa, ma ne era incorreggibilmente innamorata, e lo sarebbe stata fino alla fine.
«Suppongo tu sappia che la cena è finita», disse la signora Ivy con un velato rimprovero. «Non c'erano lettere per me?»
«Oh, cielo, che sbadata. Ho dimenticato di controllare il resto della posta. Eccola qui».
La signora Ivy smistò il suo plico dall'aspetto ufficiale, poi scrutò da vicino le due buste rimanenti.
«Come sospettavo», disse con un sollevamento significativo delle sopracciglia; «due per Constance, con la stessa grafia ed entrambe col timbro postale della Capitale».
«Ma cosa importa, signora Ivy?»
«Cara mia», mormorò la signora Ivy, «non vedi che sono del signor Morley?»
«Sì; ma ne ho una anche io da parte sua; ci racconta del suo libro».
La signora Ivy sorrise con triste superiorità. «Ah, mia cara, non sei una chaperon molto sofisticata. Ho esitato a parlartene prima, ma penso davvero che le attenzioni di questo giovane verso Constance debbano essere fermate. Non è giusto nei confronti del povero Gerald. Sai quanto lei abbia sempre adorato il mio ragazzo, fin da quando portava le gonne, e non mi dispiace confessarti che l'ho incoraggiata. Naturalmente il temperamento artistico di Gerald lo ha reso suscettibile a molte forme di bellezza, ma ultimamente le è stato davvero molto devoto. Semplicemente non riesco a sopportare l'idea che quel signor Morley interferisca con lo sbocciare del loro amore infantile».
«Ma signora Ivy, lui... lui è suo cugino; la guarda come una bambina».
«Ha solo un anno meno di te, mia cara, e molto più scaltra di quanto sembri. Ho tenuto gli occhi aperti e ne ho viste delle belle. Sta diventando molto riservata e non è sempre gentile con Gerald. Il signor Morley è dietro a tutto questo, vedrai».
«Non credo che ci sia alcun pericolo», disse Miss Lady esaminando criticamente la punta del naso di Prince.
«Ah, mia cara ragazza, sei stata troppo assorbita negli ultimi sei mesi per accorgertene. Chiedi al signor Wicker; ne ha parlato con Gerald la scorsa primavera. Chiedi a Gerald stesso, è immensamente infelice. E ora la stai aiutando a prepararsi per andare alla Capitale in visita, ed è certo che la vedrà ogni giorno. Devo dire che penso sia di pessimo gusto da parte sua fare la corte a una ragazza in queste circostanze».
In un istante Miss Lady si era voltata con gli occhi fiammeggianti:
«Gli amici di Donald sanno che non ha fatto nulla di cui vergognarsi! Non credo che pensi a Connie nel modo in cui intendi tu, ma se lo facesse lei avrebbe ogni motivo per esserne orgogliosa!»
E senza aspettare una risposta, si tirò le redini sul braccio e si incamminò indignata verso la stalla.
La signora Ivy sospirò, poi si voltò per raggiungere il signor Gooch che era appena uscito sul portico.
«Ti è mai venuto in mente», disse come enunciando una verità mai pronunciata prima, «quanto sia riluttante la gioventù a imparare dall'età? Questa cara vedova che il buon Dottore ha lasciato alle nostre cure, sta commettendo alcuni gravi errori».
«Penso che se la cavi abbastanza bene», disse il signor Gooch, sistemandosi comodamente; «il manzo non è sempre buono, ma il pollame e le verdure sono ec-eccellenti».
Il signor Gooch parlò con calore insolito. La cucina di Myrtella, insieme alla gentilezza di Miss Lady e alla netta proprietà che Hattie aveva assunto su di lui, stavano facendo un miracolo. Anche adesso, mentre i suoni di musica e risate provenivano dal soggiorno, si fermò ad ascoltare. Fu sorpreso di scoprire che «Molly Darlings», «Nellie Grays» e altre ragazze musicali che si era lasciato alle spalle, infestavano ancora i corridoi oscuri della sua mente polemica e gli procuravano piccoli brividi di piacere.
«Ah», fece le fusa la signora Ivy, continuando la conversazione. «Lungi da me criticarla. È contro i miei principi nutrire un atteggiamento critico verso chiunque. Inoltre, adoro la cara ragazza. La considero un dono prezioso per un mondo riconoscente. Ma devi ammettere, signor Gooch, che nonostante tutta la sua dolcezza, non sempre si lascia guidare».
«Buon Dio, no», disse il signor Gooch stizzito.
«Ti guarda dritto negli occhi e sorride, mentre tu la consigli, poi va dritta per la sua strada e fa quello che vuole. Questa faccenda del testamento del Dottore, per esempio. Ho passato due giorni a discutere con lei sull'inutilità di pubblicare due dozzine di volumi che nessuno leggerà mai».
«Ma quella era la sua richiesta in punto di morte, signor Gooch. Solo chi ha amato e perduto può conoscere la natura di quell'obbligo». Il signor Gooch sbuffò con impazienza. La felicità coniugale era un argomento che lo irritava in ogni fibra.
«Poi le sue opere di carità», continuò aspramente; «non ha soldi da buttare via, eppure ogni famiglia di Billy-goat Hill viene da lei quando finisce nei guai».
«Sì, e non esita a sedersi in quelle stamberghe spaventose e a prendere in braccio quei bambini sporchi. Mi ha reso terribilmente nervosa da quando siamo arrivati qui. Gerald è così sensibile ai germi».
«Che cos'è quest'ultima pagliacciata sull'asilo?»
«Beh, ha effettivamente convinto la signora Bartrum, la signora Horton e alcune di quelle altre signore della buona società, ad affittare la sala sopra il negozio di alimentari dove si trovava il saloon Cant-Pass-It. Apriranno un asilo e Margery Sequin sta tornando dall'Europa per prenderne la direzione. Temo che il progetto sia costruito sulla sabbia. Non c'è un solo membro di chiesa nel consiglio di amministrazione!»
«Beh, non vengano da me per un contributo», disse il signor Gooch. «Non credo negli asili».
Mentre avveniva questa conversazione, una ben diversa era in corso sul portico laterale del piano superiore, che era stato trasformato in una camera da letto estiva per Miss Lady e Bertie.
«Pensi», stava dicendo Bert con voce assonnata, «che Dio mi darebbe un corno invece di un'arpa quando arriverò in paradiso, se glielo chiedessi?»
«Lo so che lo farà, Bert. Togliti l'altra scarpa».
«Perché non ha dato a Chick qualcosa da dire?»
«L'ha fatto, ma la gola di Chick non lascia passare le parole. Esci dai vestiti ora, sbrigati, Buddikin!»
Ma i piedi di Bert erano ben piantati, e i suoi occhi assonnati fissi in riflessioni filosofiche:
«Se Lui aveva ogni tipo di gola, non vedo perché non abbia dato a Chick una gola buona».
Ciò richiedeva una spiegazione, e Miss Lady tentò di chiarire la questione mentre aiutava il bambino a spogliarsi.
«Non mi racconti una storia?»
«Non stasera, Bert. Sono così stanca; tutte le storie sono finite».
Bert strisciò nel suo letto in silenzio, e rimase a guardare le ombre nel grande albero fuori.
«Vorrei che il cugino Don fosse qui», sospirò. «Lui non finisce mai le storie. Quando torna?»
«Non lo so, caro. Chiudi gli occhi ora e vai a dormire».
Chiuse gli occhi obbedientemente, ma continuò la conversazione con voce assonnata:
«Lui sa tutto di balene e tigri, e grandi navi ed elefanti. È... stato... in tutto il mondo...»
Ma l'Omino del Sonno aveva vinto, e Miss Lady, dopo aver indossato una vestaglia e sciolto i capelli, andò in punta di piedi fino all'estremità del portico e, sedutasi sulla ringhiera, fissò lo sguardo nell'oscurità che si infittiva. Per mezz'ora i tenui incantesimi del crepuscolo erano stati in giro, trasformando collina e valle, e fondendo cielo e terra in un'atmosfera tenera ed elusiva di sogni. Ma il suo volto assorbito e pallido, e le mani tese serrate attorno alle ginocchia, mostravano che non era preoccupata della bellezza della sera.
Le parole della signora Ivy avevano acceso un falò, alla luce del quale gli eventi recenti saltavano alla vista. Connie era stata riservata, non solo riguardo alle sue lettere ma anche riguardo ai suoi impegni. Stava diventando ogni giorno più indifferente a Gerald Ivy e stava sviluppando un gusto per la lettura che era stato causa di molte congetture e prese in giro da parte dei membri della casa.
Due volte durante l'estate Donald era venuto a Thornwood, e in entrambe le occasioni Miss Lady era stata colta da una paura irragionevole, non solo di lui, ma di se stessa. Lo aveva ricevuto sotto la deprimente sorveglianza del signor Gooch e della signora Ivy, e ricordava ora come Connie si fosse impossessata di lui in entrambi i casi. Ma anche se gli affetti transitori di Connie fossero stati temporaneamente impegnati, sicuramente Donald non la stava incoraggiando!
Un fischio basso dal sentiero sottostante la fece guardare in basso. Era Connie e stava procedendo molto cautamente, come se cercasse di eludere qualcuno.
«Miss Lady!» chiamò sottovoce. «Non scendi più?»
«No, vado a letto».
«Non andare ancora. Sto venendo su. Voglio dirti una cosa».
Un momento dopo Connie aprì la porta e la richiuse con cura dietro di sé.
«Bertie dorme?»
«Sì».
«È tutto finito!» annunciò tragicamente. «Gerald ed io abbiamo avuto un'orribile lite, e lui giura che non vivrà per vedere un'altra alba».
«Certo che non la vedrà, dubito che ne abbia mai vista una. Qual è il suo problema?»
«Tutto! Vuole che io stia ai suoi piedi ogni ora del giorno ad adorarlo, e come posso adorare un uomo che ha paura di un calabrone, che non sa guidare e che dorme con un ombrello sopra la testa per oscurare la luce? Semplicemente non posso sopportarlo un minuto di più!»
«Ma, Connie, eri così pazza di lui, non volevi ascoltare una parola contro di lui».
«Lo so. Sono stata una perfetta piccola idiota». Connie stava singhiozzando ora sulla spalla di Miss Lady. «La prima volta che l'ho visto era appena tornato dall'Europa. Suonava a un concerto. Tutti dicevano che era un genio, e i suoi occhi erano così meravigliosi, e non avevo mai visto nessuno come lui. Più mi snobbava, più diventavo pazza di lui. Solo quando è tornato il cugino Don l'ho visto per quello che è realmente».
Miss Lady accarezzò le spalle che sussultavano, ma non disse nulla.
«E nel momento stesso», continuò Connie tempestosamente, «in cui ho iniziato a provare qualcosa di diverso, Gerald ha iniziato a volermi bene. Si è spinto fino a un punto terribile e non vuole che io sia fuori dalla sua vista per un minuto. Mi sento come se avessi vissuto di cioccolatini per tre mesi!»
«Connie!» Miss Lady prese il volto rigato di lacrime tra le sue mani. «Sono contenta che non sia Gerald. Sono contenta dal profondo del cuore, ma sei sicura che non sia qualcun altro?»
Gli occhi azzurri di Connie, mai molto stabili, si spostarono con disagio, e Miss Lady continuò con fervore:
«Sei proprio sicura di non fare quello che hai fatto prima, di infatuarti e di renderti infelice per qualcuno a cui non importa di te?»
«Ma a lui importa!» sbottò Connie indignata; «a lui importa di me più che di chiunque altro al mondo!»
«Come fai a saperlo?»
«Me l'ha detto! Ecco... non avrei dovuto dirlo! Avevo giurato che non l'avrei fatto fino a dopo il processo. Ma non farai parola con nessuno, Miss Lady? Promettimi che non mi chiederai nemmeno di dirti altro?»
Miss Lady la guardò in modo strano.
«So che tutti disapproveranno», continuò Connie sconsideratamente, «e diranno cose orribili su di lui. Ma non mi importa se tu starai dalla mia parte. E lo farai, vero?»
Per due volte Miss Lady cercò di parlare prima che le parole uscissero, poi:
«Sì», sussurrò quasi senza fiato, «sì, prometto di stare dalla tua parte... e dalla sua».
Dopo che Connie se ne fu andata, lei tornò a sedersi sulla ringhiera e fissò lo sguardo nella notte che si faceva sempre più fitta. Per la prima volta in vita sua, quell’oscurità immensa la terrorizzò. I fari che le avevano fatto da guida non erano più visibili. Il grande, solitario mare della vita si stendeva attorno a lei, e lei aveva perso la rotta.
«Papà!» sussurrò nel terrore, «Papà, aiutami!»
Ma solo il debole richiamo di un succiacapre nella valle sottostante rispose al suo grido. Un tremito la colse e, tastando la strada fino al letto dove giaceva Bertie, si infilò accanto a lui, stringendo a sé il corpo piccolo, caldo e morbido, e soffocando i singhiozzi affinché non lo svegliassero. Molto tempo dopo che il succiacapre ebbe cessato il suo lamento, lei rimase distesa a fissare l’oscurità, in attesa dell’alba.
CAPITOLO XXVII
Il sole autunnale lottava pallidamente attraverso le finestre dell’Ospedale dei Bambini, mandando un raggio attraverso l’alto e stretto letto dove giaceva Chick Flathers, osservando con sospetto le manovre delle infermiere. Non era affatto sicuro di aver fatto bene a venire. Per due giorni era stato costretto a restare a letto e quella mattina aveva subìto il suo terzo bagno ed era stato privato della colazione. Il fatto stesso che fosse lì era solo una concessione all’amicizia. Mis’ Queerington lo aveva convinto. Non sarebbe venuto per l’Altra, quella grassa che sorrideva e parlava dell’Orribile Casa dei Salici. Non sarebbe venuto nemmeno per zia ’Telia, ma Mis’ Queerington era diversa; lei capiva i ragazzi. Aveva detto che i dottori gli avrebbero sistemato la gola così che avrebbe potuto urlare più forte di qualsiasi altro ragazzo su Billy-goat Hill! Tutte le urla represse di una dozzina d’anni fremevano sulle sue labbra al solo pensiero!
«Chick, ecco un’arancia e alcuni biscotti che ti ho portato.» Fu zia ’Telia a sedersi vicino al letto e a prendergli la mano. «Se mai guarirai, zia ’Telia ti porterà al circo, o al mare, o da qualche parte.»
Il mare non offriva alcuna idea concreta, così Chick preferì soffermarsi sul circo, ma nemmeno quella prospettiva allettante riuscì a mantenere viva la sua attenzione mentre accadevano tante cose inquietanti attorno a lui. Un’infermiera gli aveva tastato il polso, un’altra gli aveva messo un tubo di vetro in bocca, e ora una terza stava portando dentro uno strano lettino su ruote.
Si voltò irrequieto dal viso ansioso e dalle sopracciglia scure chinato su di lui verso la porta dove stava entrando Mrs. Queerington. Ma sapeva per esperienza che ci sarebbe voluto del tempo prima che lei arrivasse da lui. Tutti quegli altri poveri malati avrebbero voluto parlare con lei, le infermiere l’avrebbero fermata, e il giovane medico di guardia avrebbe preteso un fiore per l’occhiello. Chick li odiava tutti indistintamente. Sembrò passare un’ora prima che il viso luminoso e rassicurante di lei si chinasse su di lui, e lui la sentì dire:
«Non ci vorrà molto, ora, Chicky Boy. Il Dr. Wyeth sarà qui presto, e ti faranno fare un giro su questo buffo carrettino. Mi chiedo cosa stia facendo Skeeter Sheeley a quest’ora? A scuola, immagino.»
Questo distrasse Chick meravigliosamente. Il pensiero di Skeeter costretto a passare la mattinata in aula rendeva la sua stessa sorte meno dura.
«Il Numero Diciassette è pronto per l’operazione?» sentì qualcuno chiedere, e nello stesso istante le dita di zia ’Telia si chiusero sulle sue come una morsa.
Poi il grande dottore, che lo aveva portato lì, apparve ai piedi del suo letto.
«Ah, Mrs. Queerington!» stava dicendo, «la sola vista di lei dovrebbe rincuorare questi giovanotti. Ma lei è ancora più pallida di quanto mi piaccia vedere. Ha fatto di nuovo troppi sforzi?»
Lei scosse la testa. «Sto bene, ma che mi dice del suo paziente?»
Il dottore si accarezzò il mento e sembrò interessato al soffitto. «Alcune complicazioni piuttosto gravi. Molto anemico. Davvero poco su cui lavorare. Forse una possibilità alla pari. Comunque...» scrollò le sue larghe spalle. «Ha dei parenti?»
«No, eccetto questa zia adottiva che lo mantiene. Myrtella!»
Ma Myrtella si era voltata di spalle alla vista del dottore e si rifiutava di alzare lo sguardo.
Chick, che osservava attentamente i due interlocutori ai piedi del letto e cercava invano di capire cosa stessero dicendo su di lui, tirò un sospiro di sollievo quando il Dr. Wyeth porse a Miss Lady un libro e disse con leggerezza:
«Vede che anch’io, come tutti gli altri, sono caduto vittima di ‘Khalil Samad’. Mi risulta che sia già alla decima edizione. Il giovane Morley ha una carriera davanti a sé, se sopravvive a questo processo. Sa quando è fissato?»
«Il sei novembre.»
«Così presto? Beh, non conosco il giovane, ma spero che venga scagionato. Voglio che scriva altri libri da leggere. Mi dispiace che Kinner si occupi dell’accusa. Preferirebbe condannare un innocente piuttosto che un colpevole. Va bene, figliolo, credo che siamo pronti.»
«Non cercare di alzarti!» ammonì l’infermiera a Chick; «ti solleverò io.»
Ma Chick disprezzava l’assistenza. Non aveva forse, appena la settimana scorsa, affrontato valorosamente il centro in una partita di football tra i Bean Alley Busters e gli Shanty Boat Bums, e, coperto di fango, sangue e gloria, era stato portato fuori dal campo? Non dovevano pensare, solo perché era piccolo, magro e non riusciva a parlare, che fosse un bambino! Si arrampicò sulla barella a ruote, ma si rifiutò di sdraiarsi.
«Lascialo sedere allora,» disse Mrs. Queerington. «Gli piace vedere dove sta andando, vero Chick? Ecco che parte la nostra automobile! Honk! Honk!»
L’infermiera lo spinse attraverso i corridoi alti e cupi, mentre Myrtella zoppicava di fianco, aggrappata alla sua mano e asciugandosi gli occhi. Miss Lady volteggiava dall’altra parte, raccontandogli del nuovo pallone da football che si sarebbe trovato sul letto quando si fosse svegliato.
Poi si fermarono, e Myrtella si chinò su di lui frenetica. «Chick!» gridò, con il viso improvvisamente contratto, «guardami ancora una volta! Dimmi che mi perdoni, Chicky! Oh, se ti uccidono...!»
La barella fu spinta frettolosamente nell’ascensore e la porta si chiuse su tutti, eccetto Chick, l’infermiera e l’inserviente.
Fu circa in quel momento che Chick decise di sdraiarsi. Dove lo stavano portando? Cosa stavano per fargli? Cosa intendeva zia ’Tella con quelle strane parole? Dove era finita Mis’ Squeerington? Con un improvviso terrore che lo faceva tremare, guardò l’infermiera ed emise dei suoni interrogativi e rauchi.
«Eccoci!» gridò lei in tono rassicurante, mentre l’ascensore si fermava. «Ed ecco il Dr. Wyeth che ci aspetta.»
«Bene, ometto mio,» disse la grande figura in bianco, prendendo una manina fredda nella sua mano grande e forte, «stiamo per farti addormentare e quando ti sveglierai, sarà tutto finito. Sei un tipo coraggioso, vero?»
Chick, cercando con tutte le sue forze di evitare che le ginocchia facessero tremare il lenzuolo, annuì enfaticamente.
«Lo pensavo,» mentì il dottore allegramente, guardando negli occhi terrorizzati. «Riesco quasi sempre a capire quando uno è fatto della stoffa giusta. Non porti denti finti, vero?»
Il sorriso improvviso e sdentato di Chick rivelò l’inutilità di quella domanda.
«Meno male. Nessun pericolo che tu li ingoi. Ora, che ne dici di metterti questo imbuto sulla bocca e fare un bel respiro profondo? Proprio così! Un altro! Ecco fatto, ancora una volta!»
Chick sentì un’aria calda e dolce irrompere nella sua gola e iniziò a soffocare. Ma la voce del dottore continuava a dire con insistenza: «Ancora una volta!» «Ancora una volta, figliolo!» E il dottore pensava che fosse coraggioso.
Chiuse gli occhi e cercò di non avere paura, ma stavano accadendo cose spaventose! La pelle si stava staccando dal suo corpo; stava salendo in aria; luci danzavano davanti ai suoi occhi ed era improvvisamente preso da una terribile fretta per qualcosa. Non era mai stato così di fretta prima d’ora! Stava lasciando dottori e infermiere molto più in basso, poteva sentire le loro voci farsi sempre più fioche a ogni istante. Poi, improvvisamente, le luci ricominciarono a danzare, la fretta tornò e tutto il fiato gli fu spremuto via. No, non poteva più essere coraggioso! Doveva combattere! Selvaggiamente, ciecamente, silenziosamente lottò contro quella terribile cosa sconosciuta che lo stava dominando. Poi, dopo un ultimo sforzo agonizzante, sprofondò impotente nell’abisso del sonno.
Nel frattempo, al piano di sotto, sedute sui freddi gradini nudi accanto alla porta dell’ascensore, due donne dal volto pallido aspettavano con ansia. Tutto era silenzioso nell’alto e stretto corridoio, a eccezione dei passi delle infermiere che passavano e dell’occasionale grido acuto di dolore o gemito di stanchezza di qualche paziente sofferente.
«È lui!» gridò Myrtella istericamente quando uno di quei lamenti la raggiunse.
«No, no. A quest’ora dorme profondamente. Non saprà nulla finché non sarà tutto finito.» Poi, mentre un altro grido faceva scattare Myrtella in piedi, Miss Lady aggiunse: «Ti prego, Myrtella, non essere così spaventata. Quei lamenti vengono dal piano di sotto.»
Myrtella scosse la mano di lei con impazienza. «Quanto tempo è passato? Perché non mi hai detto che avrebbero dovuto tenerlo per ore e ore?»
«Sono passati solo venti minuti. So quanto sei ansiosa, ma devi cercare di stare calma. Se non lo farai, non ti lasceranno entrare nella stanza quando lo porteranno giù.»
«Non mi lasciano entrare nella stanza!» Il viso di Myrtella divampò di rabbia. «Vorrei proprio vederli provare a fermarmi! Chi ne ha più diritto? Il dottore? L’infermiera? Tu? Nessuno di voi ha il diritto che ho io su di lui. Non sono forse sua madre?»
Miss Lady la guardò con stupore e si ritrasse istintivamente da quella donna disperata e provocatoria.
«È vero!» gridò Myrtella, quasi fuori di sé. «Togli la tua mano dal mio braccio, ritraiti da me come se fossi una lebrosa! Dillo a tutti, di’ alla polizia che ho gettato il mio bambino nel bidone della cenere e l’ho abbandonato! Non fa più alcuna differenza, niente fa differenza se non Chick. Oh, Dio mio! Quanto tempo è passato?»
«Lo porteranno giù molto presto ora, Myrtella. Non strappare il fazzoletto in quel modo. Tieni, prendi il mio.»
Ma gli occhi di Myrtella erano troppo pieni di terrore per le lacrime; sedeva con le mani serrate attorno alle ginocchia, dondolandosi avanti e indietro.
«Non l’ho mai detto a nessuno,» continuò freneticamente; «per tutti questi anni l’ho tenuto imbottigliato nella mia anima finché non l’ha divorata tutta. Non l’ho mai fatto a Chick! Non era Chick allora. Era solo qualcosa che apparteneva a un diavolo. Poi è diventato Chick, e tutto il mio odio si è trasformato in amore, e ora Dio si sta vendicando, sapevo che lo avrebbe fatto! Non lo lascerebbe vivere ora, solo per farmi un dispetto!»
«Myrtella!» La voce di Miss Lady comandò con indignazione. «Non osare dire cose del genere! Chi può dire se proprio in questo momento Dio non stia restituendo Chick a te? Forse sta scegliendo questo modo per mostrarti che ti perdona. Prega Lui, Myrtella! Chiedigli di fare ciò che è meglio per Chick, qualunque cosa sia.»
La testa di Myrtella era affondata sulle ginocchia e le sue mani rozze, indurite dal lavoro, si aggrappavano a quelle sottili di Miss Lady.
Improvvisamente entrambe trasalirono. L’ascensore scese cigolando e si fermò accanto a loro. Ci fu un trascinare di piedi e la barella fu spinta oltre con una piccola figura coperta da un lenzuolo bianco che giaceva immobile sopra di essa.
«È tutto finito,» disse il Dr. Wyeth, seguendo con passo svelto. «Ha opposto una bella resistenza mentre prendeva l’anestetico, ma alla fine lo abbiamo steso. Le condizioni erano meno gravi di quanto prevedessi. Con cura e una buona infermiera dovrebbe rimettersi subito adesso. Ehi! Ecco un’altra paziente!»
Perché Myrtella, fissandolo attraverso i suoi occhiali cerchiati d’acciaio, era caduta come un tronco proprio attraverso il corridoio e giaceva priva di sensi con il suo cappello svolazzante schiacciato sotto un orecchio.
«Allentatele il colletto,» ordinò il Dr. Wyeth, «e portatemi dell’acqua ghiacciata. Ecco! Si riprenderà in un minuto.»
Si inginocchiò accanto a lei con la mano sul suo polso, guardandola con curiosità. Poi si voltò verso Miss Lady:
«È strano come i volti tornino a farti visita. Ho curato questa donna dodici anni fa, quando ero tirocinante nel reparto maternità al City Hospital.»
CAPITOLO XXVIII
Con l’avvicinarsi del sei novembre, gli amici di Donald Morley iniziarono per la prima volta a preoccuparsi seriamente per l’esito del suo processo finale. Il fatto che avesse ingaggiato un avvocato sconosciuto e inesperto per affrontare il temibile Kinner fu considerato la sua follia suprema. Il caso, che aveva sempre suscitato un notevole interesse locale a causa della notorietà delle famiglie coinvolte, divenne ora una questione di ben più grave importanza, riguardando, com’era, l’autore di “Khalil Samad”, il libro più discusso del momento.
Miss Lady, ora sola a Thornwood, eccetto per Bertie e Myrtella, combatté le sue giornate come meglio poteva. Dopo la confessione di Connie l’aveva vista poco, poiché, dopo un giro di visite nella regione del Blue Grass, quella giovane irrequieta era stata con amici in città, ed era ancora lì quando arrivò la data fissata per il processo.
Fino a quel momento Miss Lady aveva vinto nella lotta quotidiana che stava conducendo con il proprio cuore. Più e più volte Donald aveva cercato di vederla, ma con un pretesto o l’altro lei lo aveva evitato. Era confusa, sbalordita e disperatamente infelice, e si chiedeva ripetutamente perché la sua felicità dovesse essere sacrificata per quella di una farfalla superficiale e irresponsabile. Per Donald non provava alcun rimprovero; lui era scivolato in quella relazione con Connie quando il suo bisogno era maggiore, e ora che il suo onore era in gioco quanto quello di lei, non doveva esserci via di ritorno.
Ma quando spuntò il secondo giorno del processo, e lei scese dopo una notte insonne per leggere i rapporti scoraggianti sui procedimenti del giorno precedente, scoprì che qualcosa di più forte di lei stava prendendo il sopravvento. Invano cercò di adempiere ai suoi soliti compiti. Ogni atomo di lei era lì nel tribunale accanto a Donald Morley, sotto processo con lui. Due volte si gettò addosso cappotto e cappello, solo per toglierseli di nuovo e stare alla finestra a osservare con impazienza la tempesta.
L’lunga estate era finalmente giunta al termine. Dopo giorni di radioso sole di ottobre, quando l’inverno sembrava, come l’aldilà, vago e lontano, un vento giunse impetuoso dal nord, spogliando gli alberi in una sola notte e lasciandoli sorpresi dalla loro improvvisa nudità. Poi arrivò la nevischio e, non contenta di attaccare alberi e arbusti, dovette assalire la casa stessa, invadendo finestre e porte, assediando ogni angolo e fessura, solo per sciogliersi alla fine in ruscelli ghiacciati che scendevano rumorosamente lungo le grondaie.
Con il passare della mattinata, Miss Lady diventava sempre più irrequieta. E se accadesse l’assurdo, e per la seconda volta dodici uomini onesti dichiarassero colpevole un uomo innocente? Connie potrebbe affrontare l’ignominia del verdetto? Il suo cuore volubile e incostante si salderebbe a una tale prova? Supponiamo che ancora una volta la persona da cui Donald Morley dipendeva gli venisse meno in un’ora suprema?
Per la terza volta Miss Lady si gettò addosso i suoi indumenti. Non poteva più sopportare la suspense, doveva andare da lui, nel caso avesse avuto bisogno di lei.
«’Fore de Lawd!» esclamò zio Jimpson quando la sua intenzione gli fu resa nota. «Non so cosa penserà il vecchio John di noi, portandolo alla stazione in un giorno come questo! E poi il treno di mezzogiorno è già partito.»
«Allora dovremo andare in città in carrozza. Attacca i cavalli il più in fretta possibile!»
«Ma, Miss Lady, tesoro, lei dimentica il ghiaccio! Il vecchio John scivolerebbe lungo la strada come una mosca su una testa calva.»
«Non importa! Vado. Presto!»
Myrtella, che stava modellando un uomo di pasta sotto la supervisione di Bert, alzò lo sguardo con indignazione:
«Non penserà mica di uscire in questa tempesta senza pranzare, vero?»
«Non riesco a mangiare nulla, non ho fame.»
«È quello che ha detto a colazione. Non ho un briciolo di pazienza con le persone che si fanno ammalare a letto e diventano un fastidio per tutti, solo per il piacere di sguazzare nel fango in un giorno come questo. Le preparerò dei toast e un uovo, mentre lui attacca i cavalli.»
«Continua la storia, ’Telia,» chiese Bertie, posizionando con cura un naso sull’uomo di pasta.
«Bene,» riprese Myrtella dal fornello, lanciando un’occhiata ansiosa a Miss Lady che stava alla finestra a tamburellare con impazienza sul vetro, «tutti si chiedevano quali sarebbero state le sue primissime parole, e il Dr. Wyeth disse: “Non tormentatelo per farlo parlare, lasciate che venga naturale”. Un giorno io e l’infermiera, quella snob di cui ti stavo parlando, ci stavamo preparando a fargli lo spray alla gola, e lui guardava così incuriosito tutti i tubicini di gomma e gli arnesi che lei disse: “Imparerai un sacco di cose quando te ne andrai di qui, Chick”. E cosa pensi che abbia risposto? Proprio in modo intelligente e chiaro come se avesse parlato per tutta la vita?»
«Cosa?» chiese Bertie con il fiato sospeso come se non avesse già sentito quella storia una dozzina di volte.
«“Shucks”, disse Chick, “sapevo già un sacco di cose quando sono arrivato!”» L’orgoglio di Myrtella per questa prima articolazione della sua prole era così grande da renderla incurante del fatto che il pane tostato si stesse bruciando.
«Quando potrai portare Chick a casa?» chiese Miss Lady, mandando giù il tè bollente con un occhio vigile sulla porta della stalla.
«Appena il dottore smette di giocherellare con la sua gola ogni giorno. Va tutto bene da quando l’ho riportato da Phineas. Maria si è proprio affezionata a lui, ora che deve rinunciarci. Dice che ha sempre saputo che fosse intelligente, ma non avrebbe mai sognato le cose che teneva imbottigliate nella sua testa.»
«Non mi sono dimenticata della tua casa,» disse Miss Lady distrattamente. «Il Dr. Wyeth conosce un bel posto in Chestnut Street, e dice che puoi guadagnarti da vivere affittando le stanze alle commesse. Non è giusto che ti tenga qui fuori ancora per molto.»
«Beh, non me ne vado fino a primavera.» Myrtella fece tintinnare le pentole con inutile veemenza. «Io e Chick staremo proprio qui finché non avremo sistemato lei. Ora che Mr. Gooch ha avuto un periodo di spese e sta mandando Miss Hattie all’università, immagino che lei sia sistemata per un pezzo. Molto probabilmente Miss Connie sposerà qualche tipo sveglio e buono a nulla, allora sarà sistemata lei. Ma cosa succederà a lei e a Bertie?»
Miss Lady si chinò impulsivamente sopra la schiena del bambino mentre lui era inginocchiato su una sedia accanto al tavolo, e baciò il pezzetto di collo che spuntava tra il colletto e i riccioli: «Bert e io?» ripeté con un piccolo nodo alla gola; «beh, dovremo prenderci cura l’uno dell’altra, vero Bert?»
CAPITOLO XXIX
La famiglia Flathers si stava concedendo una festa di compleanno. La tavola, apparecchiata in camera da letto in modo che Chick potesse partecipare, era decorata a un’estremità da una splendida torta rosa, con una singola candela, e dall’altra da Loreny stessa, dagli occhi blu e le guance paffute, che gattonava trionfante tra i piatti, prestando uguale attenzione alla zuccheriera e alla brocca della melassa, fermandosi solo per emettere grida estatiche quando una testa rossa e arruffata appariva sopra il bordo del tavolo.
Nel letto, sostenuto da cuscini e con la gola fasciata, Chick eseguiva un motivo vivace con forchetta e coltello sul piatto, mentre Maria Flathers si dedicava al compito di impedire a Loreny May di mettere il suo piedino con la pantofola blu nel burro.
Fuori, il nevischio batteva contro le finestre e la parte superiore rossa del carro di Mr. Iseling aspettava al cancello. Fischiava e sferragliava lungo Bean Alley e trasformava i fili del telegrafo in cavi di ghiaccio. Ma la famiglia Flathers, che si godeva l’inusuale stravaganza di un fuoco aperto e allietata dall’allegria dell’occasione, era felicemente ignara della tempesta finché un colpo secco alla porta non portò l’orso dai capelli rossi da sotto il tavolo a rispondere alla chiamata.
«Beh, se non è Mis’ Squeerington!» gridò Phineas Flathers calorosamente. «Fuori in tutta questa tempesta! Ma non mi sorprende. Non ti ho detto, Maria, che sapevo che avrebbe portato al bambino un regalo di compleanno? Si avvicini al fuoco, mam. Maria, le prenda una sedia a dondolo.»
«No, no!» esclamò Miss Lady senza fiato. «Non posso restare. Devo arrivare in città. Il mio cavallo si è azzoppato sul ponte e sto andando alla Junction per vedere se riesco a salire sul prossimo treno quando si ferma per l'acqua. Voglio che mi accompagniate a salire.»
«Il prossimo treno non si ferma. È un espresso. Il locale non è previsto che per tra un'ora e mezza. Lei non è in condizioni di andare ancora, signora, in nessun modo. Non l'ho mai vista così, tutta sottosopra! Maria, non puoi prepararle una tazza di caffè o qualcosa del genere?»
Miss Lady scosse la testa e si appoggiò stancamente alla mensola del camino.
«Starò bene. Siete sicuri dei treni?»
«Sicuro come le tasse. È destinata ad attendere, e noi ci godremo una bella visitina da parte sua. Immagino sia sorpresa di vedermi a casa a quest'ora?»
«Non ci avevo pensato.»
«Beh, vede, è il suo compleanno, e nemmeno i tornado avrebbero potuto impedirmi di portarle una torta. Non è la cosa più carina su cui abbia mai posato i suoi due occhi? Di' 'Da-da', Loreny... smettila di parlarle, Chick. Avanti, Loreny, di' 'Da-da' per la bella signora!»
«È così sciocco per lei», disse Maria Flathers, cercando di nascondere il proprio orgoglio. «Non vuole che le metta altro che vestiti bianchi e scarpine blu, e fa gli straordinari per pagarli. Myrtella dice che non c'è peggior stolto di uno vecchio.»
«Va bene così», disse Phineas; «avrà di che parlare quando regalerò a Loreny un anello con diamante per il suo prossimo compleanno. Iseling mi darà presto un aumento. L'ha praticamente detto. Sa che sono capace di tutto, dal dirigere un grosso lavoro al guidare un carro; poi guardi il giro di clienti che mi sono fatto! Perché, Mis' Squeerington, quelle dell'Associazione Femminile della chiesa Immanuel mi seguono tutte, e la signora Ivy e le Anti-Tabacco... perdiana, potrei mettermi in proprio domani.»
«È l'una!» avvertì Maria, ansiosa di far ripartire il suo padrone in modo da poter raccogliere qualche briciola di conversazione.
«L'una! Santo cielo! Devo filare, se voglio sentire il resto del processo.»
«Il processo?» ripeté Miss Lady, subito in allerta; «è stato al tribunale stamattina?»
«Sì, signora, ci sono stato. Tutti c'erano. L'aula di tribunale piena fino alla porta. Dissi a Iseling stamattina, dissi: 'Farò la consegna di mezzogiorno, va bene, ma il resto della giornata è mio'. Non è solo per via del mio precedente legame con la famiglia Sequin, dissi; 'è perché il signor Don Morley è un mio amico personale. È un tipo a posto e leale', dissi, 'e il giovane gentiluomo più generoso per cui abbia mai fatto un favore. Se si tratta di stargli vicino nei guai o perdere il lavoro', dissi, 'beh, addio al lavoro!'»
«Ma quando se n'è andato», incalzò Miss Lady, «cosa stavano facendo? Come reagiva la gente?»
«Molto agitata, signora. Non hanno uno straccio di buona prova per lui, e ne hanno abbastanza contro da affondare una nave. Il figlio del vecchio Wicker sta dando battaglia, ma è contro Kinner, e Kinner potrebbe far condannare persino San Pietro!»
«Ma non possono cavare la verità da Sheeley? Non possono costringerlo a dire cosa è successo?»
Phineas scrollò le spalle con disprezzo: «Sheeley ha perso la memoria quando ha perso l'occhio. Uno gli è stato spento col piombo, l'altro con l'argento. Ora dice che non era affatto nella rissa.»
«È una bugia! C'era!» Chick si era alzato dal cuscino e si sporgeva in avanti eccitato.
«Cosa intendi, Chick? Come fai a saperlo?»
«Era nella rissa!» gridò con voce roca. «È stato tra lui e l'ubriacone. Sheeley lo ha beccato a barare con un asso, e ha dato del bugiardo a Sheeley, e se le sono date di santa ragione su tutto il pavimento. Il grosso non c'entrava! Continuava a cercare di fermarli, intromettendosi con la sua frusta.»
«Ma come fai a sapere tutto questo, Chick?» esclamò Miss Lady quasi ferocemente; «te l'ha detto il ragazzo Sheeley?»
«Skeeter? Macché, non sa nulla se non quello che gli ha detto suo padre.»
«Ma chi te l'ha detto?»
Chick serrò le labbra e scosse la testa: «Mi manda la polizia addosso.»
«Chi?»
«Il padre di Skeeter. Per aver sfasciato la slot machine. Ma non ho preso nessuno dei suoi soldi, Mis' Squeerington; erano miei!» Le sue labbra iniziarono a tremare.
«La polizia non ti prenderà, Chick», disse Miss Lady, ora in ginocchio accanto a lui, cercando di fargli uscire ogni dichiarazione e di trattenere la propria eccitazione. «Dimmi, presto! Come fai a sapere della sparatoria?»
«Perché», disse Chick con paura, «io... l'ho vista!»
«Beh, se questa non è il colmo!» disse Phineas, mentre Maria prendeva Loreny in braccio con l'idea che Chick avesse perso la testa e potesse diventare pericoloso.
«Sono rimasto chiuso nel saloon», continuò Chick, visibilmente combattuto tra il desiderio di essere un eroe e la paura delle conseguenze, «ed era notte, e mi sono addormentato.»
«Sì, sì!» incalzò Miss Lady; «continua.»
«Poi sono entrati e hanno fatto un casino e io sono strisciato al piano di sopra e mi sono sdraiato sulla pancia e ho sbirciato attraverso la fessura. E Sheeley e l'Ubriacone hanno iniziato ad azzuffarsi come ti ho detto. E poi, mentre il grosso cercava di far smettere Sheeley, l'Ubriacone è venuto verso la porta proprio dove ero sdraiato io, e si è appoggiato al muro e ha sparato a Sheeley con una pistola.»
«Riconosceresti ancora il Grosso? Oh, Chick, cerca di ricordare che aspetto aveva!»
Chick scosse la testa: «No, non ricordo che faccia avessero. Ma sai qual era lui; mi ha dato il pomello d'argento della sua frusta.»
Miss Lady balzò in piedi: «Dobbiamo portarlo al tribunale, signor Flathers. Presto! Mi aiuti con i suoi vestiti. Gli metterò io le scarpe e le calze.»
«Ma il treno...» esordì Phineas.
«Non possiamo aspettarlo!» gridò Miss Lady. «Deve portarci col carro.» In pochi minuti sorprendenti Chick, confuso ma interessato, fu completamente vestito. «Mi dia le coperte del letto e mi aiuti ad avvolgerlo», disse Miss Lady. «Ecco! Lo porti lei e io terrò l'ombrello. Tieni la bocca chiusa, Chick; non osare aprirla finché non te lo dico io.»
Il confuso Chick, avvolto come una mummia, fu portato di corsa al carro e depositato tra due gelatiere, mentre Miss Lady si inginocchiava accanto a lui, cercando di proteggerlo dal vento. Proprio mentre Phineas stava partendo, arrivò un richiamo dal cottage.
Per la prima e unica volta nella sua vita, Maria Flathers si era scontrata con un'idea. Invano invertì i suoi motori mentali cercando di fare marcia indietro, ma la collisione fu frontale e lei e l'idea rimasero saldamente fuse insieme.
«Ecco il manico della frusta!» gridò selvaggiamente, mentre il vento le afferrava le gonne e le attorcigliava attorno a lei. «Lo stavo usando come ditale. Ed ecco la frusta stessa... li porti via! Li porti come testimoni!»
Ancora una volta il carro dal tetto rosso si mosse, questa volta seriamente. Attraverso il fango e la fanghiglia di Bean Alley, oltre il mucchio di rifiuti, attraverso il Common, la robusta cavallina correva furiosamente.
«Non respirare con la bocca, Chick!» implorò Miss Lady. «E non avere paura. Tutto quello che devi fare è dire quello che hai visto. Non nascondere nulla, dillo esattamente come l'hai detto a me.»
«Della slot machine?» chiese una voce ansiosa dalle coperte.
«Di tutto. Nessuno ti farà del male, né ti incolperà. Non stai prendendo freddo, vero? Tieni, mettiti i miei guanti, e non devi parlare, non un'altra parola.»
Per un tempo interminabile sguazzarono nella fanghiglia della strada, prima di arrivare ai marciapiedi della città. Guardando fuori dal carro, potevano vedere le ampie acque gialle del fiume con le sue lunghe chiatte nere di carbone e il profilo sfocato di Billy-goat Hill, che svaniva sempre più in lontananza.
«Più veloce, signor Flathers, guidi più veloce!» implorò Miss Lady.
Phineas fece volentieri scendere la frusta sul fianco della cavallina, e sfrecciarono via, attraverso la strada affollata in un'ampia via di magazzini, dove seguirono il tram dritto attraverso la città cupa. Per tutto il tempo il nevischio batteva sul tetto rosso del carro e tintinnava sotto gli zoccoli del cavallo, e Miss Lady sedeva stringendo Chick, contando i momenti che passavano.
Alla fine il tribunale scuro si stagliò davanti a loro e Phineas, prendendo una curva di un soffio, si lanciò verso la piazza aperta.
«Il caso Morley è passato alla giuria?» si sporse quasi fuori dal carro per gridare a un uomo che scendeva gli ampi gradini.
«Non ancora.»
Miss Lady stava già freneticamente togliendo le coperte al Chick sommerso.
«Aspetta che il signor Flathers ti prenda in braccio», gridò, saltando a terra e guardandolo con ansia. «Ricorda che dirai loro tutto. Stai aiutando a salvare il signor Morley, e lo stai facendo per me.»
Gli occhi del bambino pallido e dalle gambe stecchino, in piedi in fondo al carro, guizzarono oltre il tribunale verso le finestre sbarrate del carcere adiacente. Improvvisamente le sue gambe iniziarono a tremare ancora più forte di quanto avessero fatto all'ospedale, e le sue labbra tremarono in modo minaccioso.
«Chick!» gridò Miss Lady disperata. «Non mi abbandonerai... mi starai vicino, vero?»
Per un momento chiuse gli occhi molto forte, poi trasferì la piccola cicca di tabacco, che era stata la sua unica consolazione nell'ultima ora, dalla guancia destra alla sinistra.
«Certo!» disse risolutamente.
CAPITOLO XXX
«Uno! due! tre! quattro!»
Il grande orologio che aveva scandito tanti momenti ansiosi per tanti spettatori ansiosi, lanciò il suo annuncio sull'aula di tribunale gremita. L'ultima testimonianza era stata resa, Chick aveva raccontato la sua storia, prodotto le sue prove e identificato Morley; il pubblico ministero aveva fatto a pezzi la sua storia e confuso senza speranza il giovane testimone; l'avvocato della difesa si era ora alzato per fare il suo discorso finale alla giuria. La suspense era densa come nebbia nell'aula.
Miss Lady, seduta tra il signor Gooch e Connie, spinse indietro impazientemente il suo corto velo nero. Le ore che aveva trascorso combattendo dalla mezzanotte sembravano nulla in confronto a questa eternità di attesa. Dall'ingresso nella stanza non aveva guardato Donald nemmeno una volta. Non osava aprire nemmeno una minuscola falla nella diga che tratteneva il mare del suo amore. Ma in ogni fibra del suo essere lo sentiva seduto lì sotto sospetto, il suo futuro nelle mani di dodici uomini che avevano il potere di fargli scontare la pena per un crimine che non aveva commesso. Era ingiusto, crudele, infame! Ondate di indignazione la travolgevano. Avrebbe combattuto per lui contro tutti loro. Si sarebbe alzata e avrebbe raccontato quello che sapeva della storia, e il motivo per cui era rimasto all'estero.
«Non è magnifico?» sussurrò Connie, stringendole il braccio; «è stato perfettamente calmo e tranquillo così per tutto il tempo, eppure pensa cosa significa per lui! Guarda i suoi occhi!»
Miss Lady non poteva guardare, la morsa alla gola si stava stringendo e un cupo boato risuonava nelle sue orecchie.
«Ma se perde, Connie? Se perde, allora cosa?»
«Non perderà. Vincerà. Avresti dovuto sentirlo stamattina. È stato perfettamente magnifico! Persino il signor Gooch ha detto che gli ricordava Lincoln. Ascoltalo ora!»
Miss Lady seguì lo sguardo adorante di Connie finché non si posò sul volto severo ed serio di Noah Wicker, poi la verità la travolse.
Per un momento fu colta da cecità, poi balzò in piedi e sollevò il volto verso Don. Lui aspettava quello sguardo da quando lei era entrata in tribunale, e quando arrivò, lui era pronto.
Mentre Noah Wicker si sedeva tra un tuono di applausi e la giuria, dopo una breve istruzione dal banco, si preparava a ritirarsi, una figura slanciata in abito nero si fece strada impetuosamente tra la folla. Aggirò i posti in fondo e si precipitò dove sedeva l'imputato.
«È un membro della famiglia del signor Morley?» chiese il vice sceriffo.
«No», disse Miss Lady, scostandolo, «ma sto per diventarlo.»
CAPITOLO XXXI
Quella sera il signor Gooch andò a casa con gli Ivy che, visto che ora era alla deriva, si proponeva di adottare. Per molto tempo sedettero davanti al fuoco discutendo dei fatti emozionanti della giornata.
«Riuscivo a stento a credere ai miei occhi», mormorò la signora Ivy, «quando al verdetto di 'Non colpevole', l'ho vista gettargli le braccia al collo!»
«Perché sorpresa?» scattò l'avvocato. «Le donne non nascono fatue?»
«Ma il tutto è così indelicato, così senza cuore! Una giovane vedova che dovrebbe essere in lutto accanto alla tomba del marito, e un giovane scapestrato che è appena sfuggito al penitenziario. La sofferenza non ha insegnato loro nulla?»
Gerald, seduto su uno sgabello davanti al fuoco con le mani intrecciate attorno alle ginocchia, alzò lo sguardo con gli occhi lucidi:
«Non capisci, Madre! Tutto questo è stato il prezzo che hanno pagato l'uno per l'altra. Un grande amore come il loro costa caro. Bisogna pagarlo con la sofferenza. Per Giove, ne è valsa la pena! Quel solo sguardo che si sono scambiati, lì alla fine...»
«Ma il caro, caro Dottore», interruppe la signora Ivy, «è stato deposto solo sette mesi fa!»
«Sei mesi e tre settimane», corresse il signor Gooch stizzito.
FINE