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Alice's Adventures in Wonderland

by Lewis Carroll · in Italian

Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie

di Lewis Carroll

EDIZIONE MILLENNIUM FULCRUM 3.0

Indice

CAPITOLO I. Giù nella tana del coniglio CAPITOLO II. La pozza di lacrime CAPITOLO III. Una gara e una lunga storia CAPITOLO IV. Il Coniglio manda un biglietto CAPITOLO V. Consiglio da un Bruco CAPITOLO VI. Maiale e pepe CAPITOLO VII. Una festa da matti CAPITOLO VIII. Il campo da croquet della Regina CAPITOLO IX. La storia della Finta Tartaruga CAPITOLO X. La quadriglia delle ostriche CAPITOLO XI. Chi ha rubato le marmellate? CAPITOLO XII. La deposizione di Alice

CAPITOLO I. Giù nella tana del coniglio

Alice cominciava a sentirsi molto annoiata seduta accanto alla sorella sulla riva del fiume, e non avendo nulla da fare: una o due volte aveva guardato il libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano né immagini né dialoghi, “e a cosa serve un libro,” pensò Alice “senza immagini o dialoghi?”

Così si mise a riflettere da sola (come poteva, perché il caldo la faceva sentire molto assonnata e stupida), se il piacere di fare una ghirlanda di margherite valesse la pena di alzarsi e raccogliere le margherite, quando all’improvviso un Coniglio Bianco con occhi rosa corse vicino a lei.

Non c’era nulla di così straordinario in questo; né Alice pensò che fosse così strano sentire il Coniglio dire a se stesso: “Oh caro! Oh caro! Farò tardi!” (riflettendoci dopo, le venne in mente che avrebbe dovuto stupirsene, ma in quel momento le sembrò tutto molto naturale); ma quando il Coniglio si mise a frugare nella tasca del panciotto, tirò fuori un orologio e si guardò, poi si mise a correre, Alice si alzò di scatto, perché le balenò in mente che non aveva mai visto un coniglio con il panciotto, o con un orologio da tirar fuori, e, divorata dalla curiosità, gli corse dietro attraverso il campo e per fortuna fu proprio in tempo per vederlo infilarsi in una grande tana di coniglio sotto la siepe.

Un attimo dopo Alice lo seguì, senza nemmeno chiedersi come avrebbe fatto a uscire di nuovo.

La tana del coniglio andava dritta come un tunnel per un po’, e poi scendeva all’improvviso, così all’improvviso che Alice non ebbe il tempo di pensare a fermarsi prima di ritrovarsi a cadere in un pozzo molto profondo.

O il pozzo era molto profondo, o lei cadeva molto lentamente, perché ebbe tutto il tempo, mentre cadeva, di guardarsi intorno e chiedersi cosa sarebbe successo dopo. Prima, cercò di guardare in basso e capire dove sarebbe andata a finire, ma era troppo buio per vedere qualcosa; poi guardò i lati del pozzo, e notò che erano pieni di scaffali e librerie; qua e là vide mappe e immagini appese a dei chiodi. Prese un barattolo da uno degli scaffali mentre passava; c’era scritto “MARMELLATA D’ARANCE”, ma con grande delusione era vuoto: non le piaceva lasciar cadere il barattolo per paura di uccidere qualcuno sotto, così lo mise in uno degli scaffali mentre cadeva.

“Beh!” pensò Alice tra sé, “dopo una caduta del genere, non avrò paura di scendere le scale! Quanto coraggio penseranno che ho a casa! Perché, non direi nulla, anche se cadessi dal tetto della casa!” (Il che era molto probabile.)

Giù, giù, giù. La caduta non finiva mai? “Chissà quanti chilometri ho fatto finora?” disse ad alta voce. “Devo essere arrivata vicino al centro della terra. Vediamo: dovrebbero essere quattromila chilometri, credo—” (infatti, Alice aveva imparato diverse cose del genere a scuola, e anche se non era una grande occasione per sfoggiare le sue conoscenze, visto che non c’era nessuno ad ascoltarla, era comunque un buon esercizio ripeterle) “—sì, dovrebbe essere la distanza giusta—ma poi mi chiedo a che Latitudine o Longitudine sono arrivata?” (Alice non aveva idea di cosa fossero la Latitudine o la Longitudine, ma le sembravano parole importanti da dire.)

Poi ricominciò. “Chissà se attraverserò la terra! Che strano sarà venir fuori tra la gente che cammina con la testa all’ingiù! Gli Antipodi, credo—” (era piuttosto contenta che non ci fosse nessuno ad ascoltarla, questa volta, perché non sembrava affatto la parola giusta) “—ma dovrò chiedere loro come si chiama il paese, sai. Scusi, signora, è questa la Nuova Zelanda o l’Australia?” (e provò a fare una riverenza mentre lo diceva—immagina fare una riverenza mentre si cade nell’aria! Pensi di poterlo fare?) “E che ignorante mi penserà per averlo chiesto! No, non servirà a niente chiedere: forse lo vedrò scritto da qualche parte.”

Giù, giù, giù. Non c’era nient’altro da fare, così Alice ricominciò a parlare. “Dinah mi mancherà molto stasera, credo!” (Dinah era la gatta.) “Spero che si ricorderanno di darle il latte a merenda. Dinah, cara! Vorrei che fossi qui con me! Non ci sono topi nell’aria, temo, ma potresti acchiappare un pipistrello, ed è molto simile a un topo, lo sai. Ma i gatti mangiano i pipistrelli, mi chiedo?” E qui Alice cominciò ad assopirsi, e continuò a dire a se stessa, in modo sognante, “I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?” e a volte: “I pipistrelli mangiano i gatti?” perché, vedi, non potendo rispondere a nessuna delle due domande, non importava molto come la metteva. Si sentiva assonnata, e aveva appena iniziato a sognare di camminare mano nella mano con Dinah, e di dirle con grande serietà: “Ora, Dinah, dimmi la verità: hai mai mangiato un pipistrello?” quando all’improvviso, bum! bum! cadde su un mucchio di ramoscelli e foglie secche, e la caduta finì.

Alice non si era fatta male, e si alzò in piedi in un attimo: guardò in alto, ma era tutto buio; davanti a lei c’era un altro lungo passaggio, e il Coniglio Bianco era ancora in vista, che correva giù per il passaggio. Non c’era un attimo da perdere: via corse Alice come il vento, e fu appena in tempo per sentirlo dire, mentre svoltava un angolo: “Oh, le mie orecchie e i miei baffi, quanto sono in ritardo!” Era vicina a lui quando svoltò l’angolo, ma il Coniglio non c’era più: si ritrovò in un lungo e basso salone, illuminato da una fila di lampade appese al soffitto.

C’erano porte tutt’intorno al salone, ma erano tutte chiuse a chiave; e quando Alice fu arrivata in fondo a un lato e su dall’altro, provando ogni porta, camminò tristemente giù per il centro, chiedendosi come avrebbe fatto a uscire di nuovo.

All’improvviso si imbatté in un piccolo tavolino a tre gambe, tutto fatto di vetro solido; non c’era nulla sopra tranne una piccola chiave d’oro, e il primo pensiero di Alice fu che potesse appartenere a una delle porte del salone; ma, ahimè! o le serrature erano troppo grandi, o la chiave era troppo piccola, ma comunque non apriva nessuna delle porte. Tuttavia, al secondo giro, si imbatté in una tenda bassa che non aveva notato prima, e dietro c’era una piccola porta di circa quindici centimetri: provò la piccola chiave d’oro nella serratura, e con grande gioia si adattò!

Alice aprì la porta e scoprì che portava a un piccolo passaggio, non molto più grande di una tana di topo: si inginocchiò e guardò lungo il passaggio nel giardino più bello che avesse mai visto. Come desiderava uscire da quel salone buio, e vagare tra quei letti di fiori luminosi e quelle fontane fresche, ma non riusciva nemmeno a far passare la testa attraverso la porta; “e anche se la mia testa passasse,” pensò la povera Alice, “sarebbe di poca utilità senza le spalle. Oh, come vorrei poter mi rimpicciolire come un cannocchiale! Penso di poterlo fare, se solo sapessi come iniziare.” Perché, vedi, tante cose strane erano successe ultimamente, che Alice aveva iniziato a pensare che pochissime cose fossero davvero impossibili.

Non sembrava esserci utilità nell’aspettare vicino alla piccola porta, così tornò al tavolo, sperando di trovare un’altra chiave, o almeno un libro di regole per rimpicciolire le persone come i cannocchiali: questa volta trovò una piccola bottiglia (“che di certo non c’era prima,” disse Alice), e intorno al collo della bottiglia c’era un’etichetta di carta, con le parole “BEVIMI,” stampate meravigliosamente in grandi lettere.

Era molto carino dire “Bevimi,” ma la saggia Alice non lo avrebbe fatto di fretta. “No, guarderò prima,” disse, “e vedrò se c’è scritto ‘veleno’ o no”; perché aveva letto diverse belle storie di bambini che erano stati bruciati e mangiati da bestie feroci e altre cose spiacevoli, tutto perché non ricordavano le semplici regole che i loro amici avevano insegnato loro: come, che un ferro rovente ti brucia se lo tieni troppo a lungo; e che se ti tagli il dito molto profondamente con un coltello, di solito sanguina; e non aveva mai dimenticato che, se bevi molto da una bottiglia con su scritto “veleno,” è quasi certo che non ti farà bene, prima o poi.

Tuttavia, questa bottiglia non aveva scritto “veleno,” così Alice osò assaggiarla, e trovandola molto buona, (aveva, in effetti, un sapore misto di torta alle ciliegie, budino, ananas, tacchino arrosto, caramelle e toast imburrato,) la finì in un attimo.

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“Che sensazione strana!” disse Alice; “devo stare rimpicciolendo come un cannocchiale.”

E così era infatti: ora era alta solo dieci centimetri, e il suo viso si illuminò al pensiero di essere ora della misura giusta per passare attraverso la piccola porta nel giardino. Prima, però, aspettò qualche minuto per vedere se stava per rimpicciolire ulteriormente: si sentiva un po’ nervosa per questo; “perché potrebbe finire, sai,” disse Alice a se stessa, “che mi dissolvo completamente, come una candela. Chissà cosa sarei allora?” E provò a immaginare cosa fosse la fiamma di una candela dopo che la candela è spenta, perché non ricordava di aver mai visto una cosa del genere.

Dopo un po’, vedendo che non succedeva nulla, decise di entrare nel giardino; ma, ahimè per la povera Alice! quando arrivò alla porta, si rese conto di aver dimenticato la piccola chiave d’oro, e quando tornò al tavolo per prenderla, scoprì di non poterci arrivare: poteva vederla benissimo attraverso il vetro, e provò a salire su una delle gambe del tavolo, ma era troppo scivoloso; e quando si fu stancata di provare, la povera creaturina si sedette e si mise a piangere.

“Vieni, non ha senso piangere così!” disse Alice a se stessa, piuttosto severamente; “ti consiglio di smettere subito!” Di solito si dava dei buoni consigli, (anche se molto di rado li seguiva), e a volte si sgridava così tanto da far venire le lacrime agli occhi; e una volta ricordò di aver cercato di darsi dei pugni per aver imbrogliato in una partita a croquet che stava giocando contro se stessa, perché questa bambina curiosa era molto appassionata di fingere di essere due persone. “Ma non serve a niente ora,” pensò la povera Alice, “fingere di essere due persone! Perché, non c’è abbastanza di me per fare una persona rispettabile!”

Ben presto il suo sguardo cadde su una piccola scatola di vetro che era sotto il tavolo: l’aprì, e trovò una tortina, sulla quale c’era scritto “MANGIAMI” in modo meraviglioso con delle uvette. “Beh, la mangerò,” disse Alice, “e se mi fa crescere, posso prendere la chiave; e se mi fa rimpicciolire, posso passare sotto la porta; quindi in entrambi i casi entrerò nel giardino, e non mi importa cosa succede!”

Ne mangiò un pezzetto, e disse ansiosamente a se stessa: “Quale strada? Quale strada?”, tenendo una mano sulla cima della testa per sentire in quale direzione stava crescendo, e fu molto sorpresa di scoprire che rimaneva della stessa misura: certo, di solito succede quando si mangia una torta, ma Alice aveva fatto così l’abitudine a aspettarsi che succedessero solo cose strane, che le sembrava molto noioso e stupido che la vita continuasse nel modo solito.

Così si mise al lavoro, e molto presto finì la torta.

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CAPITOLO II. La pozza di lacrime

“Sempre più strano!” esclamò Alice (era così sorpresa che per un momento dimenticò come parlare bene); “ora mi sto aprendo come il più grande cannocchiale che sia mai esistito! Addio, piedi!” (perché quando guardò in basso verso i piedi, le sembrarono quasi fuori dalla sua vista, si stavano allontanando così tanto). “Oh, i miei poveri piedini, chissà chi vi metterà le scarpe e le calze ora, cari? Sono sicura che non potrò! Sarò troppo lontana per preoccuparmi di voi: dovrete arrangiarvi come potete;—ma devo essere gentile con loro,” pensò Alice, “o forse non cammineranno come voglio! Vediamo: gli regalerò un nuovo paio di stivali ogni Natale.”

E continuò a pianificare da sola come avrebbe fatto. “Devono andare con il corriere,” pensò; “e quanto sarà strano, mandare regali ai propri piedi! E quanto saranno strane le indicazioni!

Piedi Destro e Sinistro di Alice, Signori, Camino, vicino al Caminetto, (con l’amore di Alice).

Oh, che sciocchezza sto dicendo!”

Proprio in quel momento la sua testa sbatté contro il soffitto del salone: in effetti ora era alta più di tre metri, e subito prese la piccola chiave d’oro e corse verso la porta del giardino.

Povera Alice! Poteva appena, stesa su un fianco, guardare nel giardino con un occhio; ma entrare era più impossibile che mai: si sedette e ricominciò a piangere.

“Dovresti vergognarti di te stessa,” disse Alice, “una grande ragazza come te,” (poteva ben dirlo), “a continuare a piangere in questo modo! Smetti subito, ti ordino!” Ma continuò comunque, versando litri di lacrime, finché non ci fu una grande pozza tutt’intorno a lei, di circa quattro centimetri di profondità e che arrivava a metà del salone.

Dopo un po’ sentì un leggero fruscio di piedi in lontananza, e si asciugò velocemente gli occhi per vedere cosa stava arrivando. Era il Coniglio Bianco che tornava, splendidamente vestito, con un paio di guanti bianchi di capretto in una mano e un grande ventaglio nell’altra: veniva trotterellando in gran fretta, borbottando tra sé mentre veniva: “Oh! la Duchessa, la Duchessa! Oh! non sarà furiosa se l’ho fatta aspettare!” Alice si sentiva così disperata che era pronta a chiedere aiuto a chiunque; così, quando il Coniglio le fu vicino, iniziò, con una voce bassa e timida: “Se non le dispiace, signore—” Il Coniglio sobbalzò violentemente, lasciò cadere i guanti bianchi di capretto e il ventaglio, e scappò via nel buio il più velocemente possibile.

Alice prese il ventaglio e i guanti, e, visto che il salone era molto caldo, continuò a sventolarsi tutto il tempo che parlava: “Caro, caro! Quanto è strano tutto oggi! E ieri le cose andavano come al solito. Mi chiedo se sono cambiata durante la notte? Vediamo: ero la stessa quando mi sono alzata stamattina? Quasi quasi mi ricordo di essermi sentita un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, la prossima domanda è: chi diavolo sono? Ah, questo è il grande enigma!” E iniziò a pensare a tutti i bambini che conosceva della sua stessa età, per vedere se poteva essere stata scambiata con uno di loro.

“Sono sicura di non essere Ada,” disse, “perché i suoi capelli sono così lunghi e ricci, e i miei non sono per niente ricci; e sono sicura di non poter essere Mabel, perché so un sacco di cose, e lei, oh! lei ne sa così poche! Inoltre, lei è lei, e io sono io, e—oh, caro, quanto è complicato tutto! Proverò a vedere se so ancora tutte le cose che sapevo. Vediamo: quattro per cinque fa dodici, e quattro per sei fa tredici, e quattro per sette—oh, caro! Non arriverò mai a venti a questo ritmo! Comunque, la Tabellina del Quattro non è importante: proviamo con la Geografia. Londra è la capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma—no, questo è tutto sbagliato, ne sono certa! Devo essere stata scambiata con Mabel! Proverò a dire ‘Come fa il coccodrillo—’” e si unì le mani in grembo come se stesse recitando lezioni, e iniziò a ripeterlo, ma la sua voce suonava rauca e strana, e le parole non venivano come al solito:—

“Come fa il coccodrillo a lucidare la sua coda, e a versare le acque del Nilo su ogni squama d’oro!

“Come allegro sembra sorridere, come ordinatamente spalma le sue zampe, e accoglie i piccoli pesci con fauci gentilmente sorridenti!”

“Sono sicura che non sono le parole giuste,” disse la povera Alice, e i suoi occhi si riempirono di lacrime mentre continuava: “Devo essere Mabel dopo tutto, e dovrò andare a vivere in quella piccola casa noiosa, e avere pochissimi giocattoli da usare, e oh! così tante lezioni da imparare! No, ho deciso; se sono Mabel, rimarrò qui! Non servirà a niente che mettano giù la testa e dicano ‘Risali, cara!’ Io guarderò solo su e dirò ‘Chi sono allora? Dimmelo prima, e poi, se mi piace essere quella persona, salirò: se no, rimarrò qui finché non sarò qualcun altro’—ma, oh, caro!” esclamò Alice, con un improvviso scoppio di lacrime, “Vorrei che mettessero giù la testa! Sono così stanca di essere qui da sola!”

Mentre diceva questo guardò in basso verso le sue mani, e fu sorpresa di vedere che aveva indossato uno dei guanti bianchi di capretto del Coniglio mentre parlava. “Come ho fatto?” pensò. “Devo stare rimpicciolendo di nuovo.” Si alzò e andò al tavolo per misurarsi, e scoprì che, più o meno, ora era alta circa sessanta centimetri, e stava rimpicciolendo rapidamente: presto scoprì che la causa di questo era il ventaglio che stava tenendo, e lo lasciò cadere di fretta, appena in tempo per evitare di scomparire del tutto.

“Questa è stata una fortuna!” disse Alice, molto spaventata per il cambiamento improvviso, ma molto contenta di esistere ancora; “e ora al giardino!” e corse con tutta la velocità verso la piccola porta: ma, ahimè! la piccola porta era chiusa di nuovo, e la piccola chiave d’oro era sul tavolo di vetro come prima, “e le cose sono peggiori di prima,” pensò la povera bambina, “perché non sono mai stata così piccola come adesso, mai! E dichiaro che è troppo ingiusto, che lo è!”

Mentre diceva queste parole, il suo piede scivolò e in un altro momento, splash! era immersa fino al mento nell’acqua salata. La sua prima idea fu che era caduta in mare in qualche modo, “e in quel caso posso tornare indietro in treno,” disse a se stessa. (Alice era stata al mare una volta nella vita e aveva concluso in generale che ovunque andassi sulla costa inglese trovavi un numero di cabine per il bagno in mare, alcuni bambini che scavavano nella sabbia con palette di legno, poi una fila di pensioni e dietro di loro una stazione ferroviaria.) Tuttavia, presto si rese conto che si trovava nella pozza di lacrime che aveva versato quando era alta nove piedi.

“Vorrei non aver pianto così tanto!” disse Alice, mentre nuotava cercando di trovare una via d’uscita. “Ora sarò punita per questo, suppongo, annegando nelle mie stesse lacrime! Sarà una cosa strana, questo è certo! Tuttavia, oggi tutto è strano.”

Proprio in quel momento sentì qualcosa che sguazzava nella pozza a poca distanza e nuotò più vicino per capire cosa fosse: all’inizio pensò che dovesse essere una foca o un ippopotamo, ma poi si ricordò di quanto fosse piccola ora e presto si rese conto che era solo un topo che era caduto come lei.

“Sarebbe utile ora,” pensò Alice, “parlare con questo topo? Tutto è così strano qui sotto, che penso molto probabilmente possa parlare: in ogni caso, non c’è male nel provare.” Così iniziò: “Oh Topo, conosci la via d’uscita da questa pozza? Sono molto stanca di nuotare qui intorno, oh Topo!” (Alice pensò che questo dovesse essere il modo giusto di parlare con un topo: non aveva mai fatto una cosa del genere prima, ma si ricordò di aver visto nella grammatica latina di suo fratello, “Un topo—di un topo—a un topo—un topo—oh topo!”) Il Topo la guardò con curiosità e le sembrò di ammiccare con uno dei suoi piccoli occhi, ma non disse nulla.

“Forse non capisce l’inglese,” pensò Alice; “immagino sia un topo francese, venuto con Guglielmo il Conquistatore.” (Perché, con tutta la sua conoscenza della storia, Alice non aveva un’idea molto chiara di quanto tempo fosse trascorso da qualsiasi evento.) Così ricominciò: “Où est ma chatte?” che era la prima frase del suo libro di lezioni di francese. Il Topo fece un salto improvviso fuori dall’acqua e sembrò tremare tutto dalla paura. “Oh, ti prego, scusami!” esclamò Alice in fretta, temendo di aver offeso i sentimenti del povero animale. “Mi sono completamente dimenticata che non ti piacciono i gatti.”

“Non piacciono i gatti!” esclamò il Topo, con una voce acuta e appassionata. “Ti piacerebbero i gatti se fossi al mio posto?”

“Beh, forse no,” disse Alice con un tono calmante: “non arrabbiarti per questo. Eppure vorrei poterti mostrare la nostra gatta Dinah: penso che ti piacerebbero i gatti se solo potessi vederla. È una cosa così cara e tranquilla,” continuò Alice, quasi tra sé, mentre nuotava pigra nella pozza, “e si siede a fare le fusa così piacevolmente vicino al fuoco, leccandosi le zampe e lavandosi la faccia—e è una cosa così morbida e piacevole da accudire—e è così brava a prendere i topi—oh, ti prego, scusami!” esclamò Alice di nuovo, perché questa volta il Topo era tutto arruffato e sentì che doveva essere davvero offeso. “Non parleremo più di lei se preferisci.”

“Noi infatti!” esclamò il Topo, che tremava fino alla punta della coda. “Come se potrei parlare di un argomento del genere! La nostra famiglia ha sempre odiato i gatti: cose orribili, basse, volgari! Non voglio sentire più quel nome!”

“Non lo farò davvero!” disse Alice, molto affrettata per cambiare l’argomento della conversazione. “Ti piacciono—ti piacciono i cani?” Il Topo non rispose, così Alice continuò con entusiasmo: “C’è un cane così carino vicino a casa nostra che vorrei mostrarti! Un piccolo terrier dagli occhi brillanti, sai, con oh, un pelo marrone riccio così lungo! E porterà le cose quando le lanci e si metterà seduto e chiederà il suo pasto, e farà tutte le cose—non ricordo la metà di loro—e appartiene a un contadino, sai, e dice che è così utile, vale cento sterline! Dice che uccide tutti i ratti e—oh, caro!” esclamò Alice con un tono triste, “ho paura di averlo offeso di nuovo!” Perché il Topo stava nuotando lontano da lei il più velocemente possibile e stava facendo un bel trambusto nella pozza mentre andava.

Così lo chiamò dolcemente, “Caro Topo! Torna indietro, per favore, e non parleremo più di gatti o cani, se non ti piacciono!” Quando il Topo sentì questo, si voltò e nuotò lentamente indietro verso di lei: il suo volto era completamente pallido (per la passione, pensò Alice) e disse con una voce bassa e tremante, “Andiamo a riva e poi ti racconterò la mia storia e capirai perché odio i gatti e i cani.”

Era ora di andare, perché la pozza si stava riempiendo di uccelli e animali che erano caduti dentro: c’erano un’Anatra e un Dodo, un Lori e un Aquilotto e diversi altri curiosi creature. Alice guidò il gruppo e tutti nuotarono verso riva.

CAPITOLO III. Una Corsa Caucus e una Lunga Storia

Erano davvero un gruppo strano che si riunì sulla riva—gli uccelli con le piume sgualcite, gli animali con il pelo che si attaccava loro addosso e tutti bagnati, arrabbiati e a disagio.

La prima domanda, naturalmente, fu come asciugarsi di nuovo: tennero una consultazione su questo e dopo pochi minuti sembrò del tutto naturale ad Alice trovarsi a parlare familiarmente con loro, come se li avesse conosciuti tutta la vita. Anzi, ebbe una lunga discussione con il Lori, che alla fine si offese e disse solo: “Sono più vecchio di te e devo sapere meglio”; e questo Alice non lo permise senza sapere quanti anni avesse e, poiché il Lori si rifiutò categoricamente di dire la sua età, non c’era più nulla da dire.

Alla fine il Topo, che sembrava essere una persona di autorità tra loro, esclamò: “Sedetevi tutti e ascoltate me! Vi farò asciugare in fretta!” Si sedettero tutti subito, in un grande cerchio, con il Topo al centro. Alice teneva gli occhi ansiosamente fissi su di lui, perché era sicura che avrebbe preso un brutto raffreddore se non si fosse asciugata molto presto.

“Ahem!” disse il Topo con un’aria importante, “siete tutti pronti? Questa è la cosa più asciutta che conosco. Silenzio, per favore! ‘Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu presto sottomesso dagli inglesi, che volevano leader e che erano stati di recente molto abituati all’usurpazione e alla conquista. Edwin e Morcar, i conti di Mercia e Northumbria—’”

“Ugh!” disse il Lori, con un brivido.

“Ti prego, scusami!” disse il Topo, aggrottando le sopracciglia, ma molto gentilmente: “Hai parlato?”

“Non io!” disse il Lori in fretta.

“Pensavo che lo avessi fatto,” disse il Topo. “—Continuo. ‘Edwin e Morcar, i conti di Mercia e Northumbria, dichiararono per lui: e persino Stigand, il patriottico arcivescovo di Canterbury, ritenne opportuno—’”

“Trovò cosa?” disse l’Anatra.

“Trovò,” rispose il Topo piuttosto seccato: “naturalmente sai cosa significa ‘it’.”

“So cosa significa ‘it’ abbastanza bene, quando trovo una cosa,” disse l’Anatra: “di solito è una rana o un verme. La domanda è, cosa trovò l’arcivescovo?”

Il Topo non notò questa domanda, ma continuò frettolosamente, “‘—ritenne opportuno andare con Edgar Atheling per incontrare Guglielmo e offrirgli la corona. Il comportamento di Guglielmo all’inizio fu moderato. Ma l’insolenza dei suoi normanni—’ Come stai andando ora, cara?” continuò, rivolgendosi ad Alice mentre parlava.

“Sono bagnata come prima,” disse Alice con un tono malinconico: “non sembra asciugarmi per niente.”

“In tal caso,” disse il Dodo solennemente, alzandosi in piedi, “propongo che l’incontro sia aggiornato, per l’immediata adozione di rimedi più energici—”

“Parla in inglese!” disse l’Aquilotto. “Non conosco il significato della metà di quelle parole lunghe e, cosa più importante, non credo che tu lo sappia neanche!” E l’Aquilotto abbassò la testa per nascondere un sorriso: alcuni degli altri uccelli ridacchiarono apertamente.

“Quello che stavo per dire,” disse il Dodo con un tono offeso, “era che la cosa migliore per asciugarci sarebbe una Corsa Caucus.”

“Cos’è una Corsa Caucus?” disse Alice; non che volesse saperlo molto, ma il Dodo aveva fatto una pausa come se pensasse che qualcuno dovesse parlare e nessun altro sembrava intenzionato a dire qualcosa.

“Beh,” disse il Dodo, “il modo migliore per spiegarlo è farlo.” (E, dato che potresti voler provare la cosa tu stesso, un giorno d’inverno, ti dirò come il Dodo lo gestì.)

Prima tracciò un percorso di corsa, in una sorta di cerchio, (“la forma esatta non importa,” disse,) e poi tutto il gruppo fu posizionato lungo il percorso, qua e là. Non ci fu un “Uno, due, tre, e via”, ma iniziarono a correre quando volevano e smisero quando volevano, quindi non era facile sapere quando la corsa fosse finita. Tuttavia, quando avevano corso per mezz’ora o giù di lì e si erano completamente asciugati di nuovo, il Dodo improvvisamente esclamò “La corsa è finita!” e tutti si affollarono intorno a lui, ansimando e chiedendo, “Ma chi ha vinto?”

Questa domanda il Dodo non poté rispondere senza molto pensiero e si sedette per un lungo tempo con un dito premuto sulla fronte (la posizione in cui di solito vedi Shakespeare, nelle sue immagini), mentre il resto aspettava in silenzio. Alla fine il Dodo disse: “Tutti hanno vinto e tutti devono avere premi.”

“Ma chi darà i premi?” chiese un coro di voci.

“Beh, lei, naturalmente,” disse il Dodo, indicando Alice con un dito; e tutto il gruppo si affollò intorno a lei, esclamando in modo confuso, “Premi! Premi!”

Alice non aveva idea di cosa fare e, disperata, mise la mano in tasca e tirò fuori una scatola di confetti, (fortunatamente l’acqua salata non ci era entrata dentro), e li distribuì come premi. Ce n’era esattamente uno a testa, per tutti.

“Ma lei deve avere un premio anche lei, sai,” disse il Topo.

“Naturalmente,” rispose il Dodo molto solennemente. “Cos’altro hai in tasca?” continuò, rivolgendosi ad Alice.

“Solo un ditale,” disse Alice tristemente.

“Dammelo qui,” disse il Dodo.

Poi si affollarono tutti intorno a lei di nuovo, mentre il Dodo presentò solennemente il ditale, dicendo: “Ti preghiamo di accettare questo elegante ditale”; e, quando ebbe finito questo breve discorso, tutti applaudirono.

Alice pensò che tutta la cosa fosse molto assurda, ma tutti sembravano così seri che non osò ridere; e, non sapendo cosa dire, si limitò ad inchinarsi e a prendere il ditale, cercando di sembrare il più solenne possibile.

La cosa successiva fu mangiare i confetti: questo causò un po’ di rumore e confusione, perché i grandi uccelli si lamentavano di non poter assaporare i loro e i piccoli si soffocavano e dovevano essere battuti sulla schiena. Tuttavia, fu tutto finito alla fine e si sedettero di nuovo in cerchio e pregarono il Topo di raccontare loro qualcos’altro.

“Hai promesso di raccontarmi la tua storia, sai,” disse Alice, “e perché è che odi—C e D,” aggiunse in un sussurro, quasi temendo che si sarebbe offeso di nuovo.

“La mia è una storia lunga e triste!” disse il Topo, rivolgendosi ad Alice e sospirando.

“È una lunga coda, certamente,” disse Alice, guardando giù con meraviglia alla coda del Topo; “ma perché la chiami triste?” E continuò a riflettere su questo mentre il Topo parlava, così che la sua idea della storia era qualcosa di simile a questo:—

“Furia disse a un topo, Che incontrò in casa, ‘Andiamo entrambi in tribunale: ti farò processare.—Vieni, non accetto rifiuti; Dobbiamo avere un processo: Perché davvero questa mattina Non ho nulla da fare.’ Disse il topo al cane, ‘Un processo, caro signore, Senza giuria o giudice, Sarebbe uno spreco di fiato.’ ‘Sarò giudice, sarò giuria,’ Disse il furbo Furia: ‘Proverò tutta la causa e ti condannerò a morte.’”

“Non stai ascoltando!” disse il Topo ad Alice severamente. “A cosa stai pensando?”

“Ti prego, scusami,” disse Alice molto umilmente: “eri arrivato alla quinta curva, penso?”

“Non lo ero!” esclamò il Topo, bruscamente e molto arrabbiato.

“Un nodo!” disse Alice, sempre pronta a rendersi utile e guardandosi intorno ansiosamente. “Oh, fammi aiutare a scioglierlo!”

“Non farò nulla del genere,” disse il Topo, alzandosi e allontanandosi. “Mi insulti parlando in modo così insensato!”

“Non volevo!” supplicò la povera Alice. “Ma sei così facilmente offeso, lo sai!”

Il Topo rispose solo con un ringhio.

“Per favore, torna indietro e finisci la tua storia!” chiamò Alice dopo di lui; e gli altri si unirono in coro, “Sì, per favore, fallo!” ma il Topo scosse solo la testa impazientemente e camminò un po’ più velocemente.

“Che peccato che non sia rimasto!” sospirò il Lori, non appena fu completamente fuori vista; e un vecchio Granchio colse l’occasione per dire a sua figlia: “Ah, cara! Che questo ti sia di lezione a non perdere mai la pazienza!” “Taci, mamma!” disse il giovane Granchio, un po’ seccamente. “Sei abbastanza da provare la pazienza di un’ostrica!”

“Vorrei avere la nostra Dinah qui, lo so che lo vorrei!” disse Alice ad alta voce, rivolgendosi a nessuno in particolare. “La farebbe tornare subito!”

“E chi è Dinah, se posso osare di chiedere?” disse il Lori.

Alice rispose con entusiasmo, perché era sempre pronta a parlare del suo animale domestico: “Dinah è la nostra gatta. Ed è così brava a prendere i topi che non puoi immaginare! E oh, vorrei che potessi vederla con gli uccelli! Perché, mangerebbe un piccolo uccello non appena lo guarderebbe!”

Questo discorso causò una notevole sensazione tra il gruppo. Alcuni degli uccelli si affrettarono ad andarsene subito: un vecchio Merlo iniziò ad avvolgersi molto attentamente, osservando: “Devo davvero tornare a casa; l’aria notturna non fa bene alla mia gola!” e un Canarino esclamò con una voce tremante ai suoi figli: “Venite via, cari! È ora che siate tutti a letto!” Con varie scuse si allontanarono tutti e Alice si trovò presto da sola.

“Vorrei non aver menzionato Dinah!” disse a se stessa con un tono malinconico. “Nessuno sembra amarla, qui sotto, e sono sicura che è la gatta migliore del mondo! Oh, cara Dinah! Chissà se ti rivedrò mai!” E qui la povera Alice iniziò a piangere di nuovo, perché si sentiva molto sola e abbattuta. Dopo un po’, tuttavia, sentì di nuovo un leggero calpestio di passi in lontananza e guardò su con ansia, sperando quasi che il Topo avesse cambiato idea e stesse tornando indietro per finire la sua storia.

“Ma allora,” pensò Alice, “non diventerò mai più grande di così? Da un lato è un sollievo, non diventare mai una vecchia, ma dall’altro… dover imparare sempre lezioni nuove! Oh, non mi piacerebbe affatto!”

“Oh, che sciocca, Alice!” si rispose. “Come fai a imparare lezioni qui? Non c’è quasi spazio per te, e non ce n’è per i libri di testo!”

E così continuò, prendendo prima una parte e poi l’altra, e facendo una conversazione completa da sola; ma dopo qualche minuto sentì una voce fuori, e si fermò per ascoltare.

“Mary Ann! Mary Ann!” disse la voce. “Portami i guanti immediatamente!” Poi si sentì un leggero calpestio di passi sulle scale. Alice sapeva che era il Coniglio che veniva a cercarla, e tremò fino a far tremare la casa, dimenticando completamente che ora era circa mille volte più grande del Coniglio, e non aveva motivo di averne paura.

Poco dopo il Coniglio arrivò alla porta, e cercò di aprirla; ma, siccome la porta si apriva verso l’interno, e il gomito di Alice premeva forte contro di essa, il tentativo fallì. Alice lo sentì dire a se stesso: “Allora farò il giro e entrerò dalla finestra.”

“Non ci riuscirai!” pensò Alice, e, dopo aver aspettato finché le parve di sentire il Coniglio proprio sotto la finestra, all’improvviso stese la mano, e afferrò qualcosa nell’aria. Non riuscì a prendere nulla, ma sentì uno strillo e una caduta, e lo schianto di un vetro rotto, da cui dedusse che era appena possibile che fosse caduto in una serra per cetrioli, o qualcosa del genere.

Poi si sentì una voce arrabbiata, quella del Coniglio: “Pat! Pat! Dove sei?” E poi una voce che non aveva mai sentito prima: “Sicuro che sono qui! Sto scavando per le mele, vostra grazia!”

“Scavando per le mele, davvero!” disse il Coniglio arrabbiato. “Ecco! Vieni ad aiutarmi a uscire da qui!” (Si sentirono altri rumori di vetro rotto.)

“Ora dimmi, Pat, cos’è quella cosa nella finestra?”

“Sicuro, è un braccio, vostra grazia!” (Lo pronunciò “arrum.”)

“Un braccio, sciocco! Chi ha mai visto uno di quelle dimensioni? Perché, riempie l’intera finestra!”

“Sicuro, lo fa, vostra grazia: ma è un braccio per tutto il resto.”

“Beh, non ha motivo di essere lì, in ogni caso: vai e portalo via!”

Ci fu un lungo silenzio dopo questo, e Alice poté sentire solo sussurri di tanto in tanto; come: “Sicuro, non mi piace, vostra grazia, per niente, per niente!” “Fai come ti dico, codardo!” e infine stese di nuovo la mano, e afferrò di nuovo qualcosa nell’aria. Questa volta ci furono due piccoli strilli, e altri rumori di vetro rotto. “Quante serre per cetrioli ci devono essere!” pensò Alice. “Chissà cosa faranno dopo! Per quanto riguarda il tirarmi fuori dalla finestra, vorrei solo che potessero! Sono sicura di non voler restare qui ancora a lungo!”

Aspettò per un po’ senza sentire nient’altro: infine si sentì un rumore di piccole ruote di carretto, e il suono di molte voci che parlavano tutte insieme: riuscì a distinguere le parole: “Dov’è l’altra scala?—Perché, dovevo portarne solo una; Bill ha preso l’altra—Bill! portala qui, ragazzo!—Ecco, mettile in questo angolo—No, legatele insieme prima—non arrivano nemmeno a metà—Oh! andranno bene lo stesso; non essere pignolo—Ecco, Bill! afferra questa corda—Reggerà il tetto?—Attento a quella tegola—Oh, sta cadendo! Attenzione sotto!” (un forte schianto)—“Ora, chi l’ha fatto?—È stato Bill, credo—Chi deve scendere nel camino?—No, non io! Lo fai tu!—Questo no, allora!—Bill deve scendere—Ecco, Bill! il padrone dice che devi scendere nel camino!”

“Oh! Quindi Bill deve scendere nel camino, vero?” disse Alice a se stessa. “Sembra che mettano tutto sulle spalle di Bill! Non vorrei essere al posto di Bill per niente al mondo: questo camino è stretto, certo; ma penso di poter dare un calcio!”

Calò il piede giù per il camino il più possibile, e aspettò finché sentì un piccolo animale (non poteva indovinare di che tipo fosse) che grattava e si dimenava nel camino proprio sopra di lei: poi, dicendo a se stessa: “Questo è Bill,” diede un calcio forte, e aspettò per vedere cosa sarebbe successo dopo.

La prima cosa che sentì fu un coro generale di: “Ecco Bill!” poi la voce del Coniglio: “Prendetelo, tu che sei vicino alla siepe!” poi silenzio, e poi un’altra confusione di voci: “Tienigli su la testa—Brandy ora—Non fargli ingoiare—Come stai, vecchio? Cosa ti è successo? Raccontaci tutto!”

Infine si sentì una vocina debole, squittente, (“Quello è Bill,” pensò Alice,) “Beh, a malapena lo so—Niente di più, grazie; sto meglio ora—ma sono troppo confuso per dirtelo—tutto quello che so è che qualcosa mi viene addosso come un giocattolo a molla, e io vado su come un razzo!”

“Quindi lo hai fatto, vecchio!” dissero gli altri.

“Dobbiamo bruciare la casa!” disse la voce del Coniglio; e Alice gridò più forte che poté: “Se lo fate, vi ci mando Dinah!”

Ci fu un silenzio immediato, e Alice pensò tra sé: “Chissà cosa faranno dopo! Se avessero un po’ di buon senso, toglierebbero il tetto.” Dopo un minuto o due, iniziarono a muoversi di nuovo, e Alice sentì il Coniglio dire: “Un carretto basterà, per iniziare.”

“Un carretto di cosa?” pensò Alice; ma non ebbe il tempo di dubitare, perché il momento dopo una pioggia di sassolini iniziò a cadere nella finestra, e alcuni la colpirono in faccia. “Metterò fine a questo,” disse a se stessa, e gridò: “Fareste meglio a non farlo di nuovo!” il che produsse un altro silenzio totale.

Alice notò con sorpresa che i sassolini si stavano trasformando in piccole torte mentre giacevano sul pavimento, e le venne un’idea brillante. “Se mangio una di queste torte,” pensò, “è sicuro che mi farà cambiare dimensione; e siccome non può farmi diventare più grande, suppongo che mi farà diventare più piccola.”

Così ingoiò una delle torte, e fu felice di scoprire che iniziò a rimpicciolirsi immediatamente. Non appena fu abbastanza piccola da passare attraverso la porta, corse fuori dalla casa, e trovò una folla di piccoli animali e uccelli che aspettavano fuori. Il povero piccolo Lucertola, Bill, era in mezzo, tenuto su da due porcellini d’India, che gli stavano dando qualcosa da una bottiglia. Tutti si lanciarono su Alice non appena apparve; ma lei corse via il più velocemente possibile, e presto si trovò al sicuro in una fitta foresta.

“La prima cosa che devo fare,” disse Alice a se stessa, mentre vagava nella foresta, “è tornare alla mia taglia giusta; e la seconda cosa è trovare la strada per quel bel giardino. Penso che sarà il piano migliore.”

Sembrava un piano eccellente, senza dubbio, e molto ben organizzato; l’unica difficoltà era che non aveva la più pallida idea di come metterlo in pratica; e mentre guardava ansiosamente tra gli alberi, un piccolo latrato proprio sopra la sua testa la fece guardare su di scatto.

Un enorme cucciolo la stava guardando dall’alto con grandi occhi rotondi, e stava stendendo debolmente una zampa, cercando di toccarla. “Povera piccola cosa!” disse Alice, con un tono accattivante, e cercò di fischiare per attirarlo; ma era terrorizzata tutto il tempo al pensiero che potesse avere fame, nel qual caso era molto probabile che la mangiasse nonostante tutte le sue lusinghe.

Senza sapere bene cosa stesse facendo, raccolse un piccolo pezzo di legno, e lo porse al cucciolo; il quale saltò in aria con tutte e quattro le zampe insieme, con uno squittio di gioia, e si lanciò verso il legno, e fece finta di azzannarlo; poi Alice si nascose dietro una grande pianta di cardi, per non essere travolta; e non appena apparve dall’altro lato, il cucciolo si lanciò di nuovo verso il legno, e rotolò a capofitto nella fretta di afferrarlo; poi Alice, pensando che fosse molto simile a giocare con un cavallo da tiro, e aspettandosi ogni momento di essere calpestata, corse di nuovo intorno alla pianta di cardi; poi il cucciolo iniziò una serie di brevi cariche verso il legno, correndo molto poco in avanti ogni volta e molto indietro, e ringhiando raucamente tutto il tempo, finché alla fine si sedette a una buona distanza, ansimando, con la lingua penzoloni dalla bocca, e i grandi occhi semichiusi.

Questo sembrò ad Alice un buon momento per scappare; così partì subito, e corse finché fu completamente stanca e senza fiato, e finché il latrato del cucciolo si sentiva molto lontano.

“Eppure che caro piccolo cucciolo era!” disse Alice, mentre si appoggiava a un botton d’oro per riposarsi, e si ventilava con una delle foglie: “Mi sarebbe piaciuto molto insegnargli dei trucchi, se—se solo fossi stata della taglia giusta per farlo! Oh, caro! Ho quasi dimenticato che devo crescere di nuovo! Vediamo—come si fa? Supponiamo che debba mangiare o bere qualcosa; ma la grande domanda è, cosa?”

La grande domanda era certamente, cosa? Alice guardò tutto intorno a sé, ai fiori e alle foglie d’erba, ma non vide nulla che sembrasse la cosa giusta da mangiare o bere in quelle circostanze. C’era un grande fungo che cresceva vicino a lei, circa della sua stessa altezza; e dopo aver guardato sotto di esso, e su entrambi i lati, e dietro, le venne in mente che avrebbe potuto guardare e vedere cosa c’era sulla cima di esso.

Si stirò in punta di piedi, e sbirciò oltre il bordo del fungo, e i suoi occhi incontrarono immediatamente quelli di un grande bruco blu, che era seduto sulla cima con le braccia conserte, fumando tranquillamente un lungo narghilè, e senza fare la minima attenzione a lei o a qualunque altra cosa.

CAPITOLO V. Consigli da un Bruco

Il Bruco e Alice si guardarono per un po’ in silenzio: infine il Bruco tolse il narghilè dalla bocca, e le parlò con una voce pigra, sonnolenta.

“Chi sei?” disse il Bruco.

Non era un inizio incoraggiante per una conversazione. Alice rispose, piuttosto timidamente, “Io—io a malapena lo so, signore, proprio adesso—almeno so chi ero quando mi sono alzata questa mattina, ma penso di essere cambiata diverse volte da allora.”

“Cosa intendi con questo?” disse il Bruco severamente. “Spiegati!”

“Temo di non poter spiegare me stessa, signore,” disse Alice, “perché non sono me stessa, vede.”

“Non vedo,” disse il Bruco.

“Temo di non poterlo mettere più chiaramente,” rispose Alice molto educatamente, “perché non riesco a capirlo nemmeno io all’inizio; ed essere di così tante dimensioni diverse in un giorno è molto confuso.”

“Non lo è,” disse il Bruco.

“Beh, forse non l’hai ancora trovato,” disse Alice; “ma quando dovrai trasformarti in una crisalide—lo farai un giorno, lo sai—e poi dopo in una farfalla, penso che ti sentirai un po’ strana, non è vero?”

“Per niente,” disse il Bruco.

“Beh, forse i tuoi sentimenti possono essere diversi,” disse Alice; “tutto quello che so è che mi sentirei molto strana.”

“Tu!” disse il Bruco con disprezzo. “Chi sei?”

Il che le riportò di nuovo all’inizio della conversazione. Alice si sentì un po’ irritata dal fatto che il Bruco facesse osservazioni così brevi, e si tirò su e disse, molto seriamente, “Penso che dovresti dirmi chi sei, prima.”

“Perché?” disse il Bruco.

Ecco un’altra domanda enigmatica; e siccome Alice non riusciva a pensare a nessuna buona ragione, e siccome il Bruco sembrava essere in uno stato d’animo molto sgradevole, si voltò e se ne andò.

“Torna indietro!” chiamò il Bruco dopo di lei. “Ho qualcosa di importante da dire!”

Questo sembrava promettente, certo: Alice si voltò e tornò indietro.

“Mantieni la calma,” disse il Bruco.

“È tutto?” disse Alice, ingoiando la sua rabbia il più possibile.

“No,” disse il Bruco.

Alice pensò che avrebbe potuto aspettare, siccome non aveva nient’altro da fare, e forse dopo tutto le avrebbe detto qualcosa di interessante. Per qualche minuto fumò senza parlare, ma infine si srotolò le braccia, tolse di nuovo il narghilè dalla bocca, e disse: “Quindi pensi di essere cambiata, vero?”

“Temo di esserlo, signore,” disse Alice; “non riesco a ricordare le cose come facevo—e non mantengo la stessa taglia per più di dieci minuti insieme!”

“Non riesci a ricordare cosa?” disse il Bruco.

“Beh, ho provato a dire ‘Come fa l’ape operosa’, ma è venuto tutto diverso!” rispose Alice con voce molto malinconica.

“Ripeti: ‘Sei vecchio, Padre Guglielmo,’” disse il Bruco.

Alice si unì le mani, e iniziò:

“Sei vecchio, Padre Guglielmo,” disse il giovane, “E i tuoi capelli sono diventati molto bianchi; Eppure stai incessantemente in piedi sulla testa— Pensi, alla tua età, che sia giusto?”

“Nella mia giovinezza,” rispose Padre Guglielmo al figlio, “Temevo che potesse danneggiare il cervello; Ma, ora che sono perfettamente sicuro di non averne, Perché, lo faccio di nuovo e di nuovo.”

“Sei vecchio,” disse il giovane, “come ho detto prima, E sei diventato molto insolitamente grasso; Eppure hai fatto un capovolgimento all’indietro entrando dalla porta— Dimmi, qual è il motivo di ciò?”

“Nella mia giovinezza,” disse il saggio, mentre si scuoteva i capelli grigi, “Ho mantenuto tutti i miei arti molto flessibili Con l’uso di questa pomata—uno scellino la scatola— Permettimi di vendertene un paio?”

“Sei vecchio,” disse il giovane, “e le tue mascelle sono troppo deboli Per qualsiasi cosa più dura del grasso; Eppure hai finito l’oca, con le ossa e il becco— Dimmi, come hai fatto a farlo?”

“Nella mia giovinezza,” disse suo padre, “mi sono dedicato alla legge, E ho discusso ogni caso con mia moglie; E la forza muscolare, che ha dato alla mia mascella, È durata per il resto della mia vita.”

“Sei vecchio,” disse il giovane, “uno a malapena supporrebbe Che il tuo occhio fosse così fermo come sempre; Eppure hai bilanciato un’anguilla sulla punta del naso— Cosa ti ha reso così terribilmente intelligente?”

“Ho risposto a tre domande, e questo è abbastanza,” Disse suo padre; “non darti arie! Pensi che possa ascoltare tutto il giorno queste cose? Vattene, o ti butterò giù per le scale!”

“Questo non è detto bene,” disse il Bruco.

“Non proprio bene, temo,” disse Alice timidamente; “alcune delle parole sono cambiate.”

“È sbagliato dall’inizio alla fine,” disse il Bruco decisamente, e ci fu silenzio per qualche minuto.

Il Bruco fu il primo a parlare.

“Che taglia vuoi essere?” chiese.

“Oh, non sono particolare sulla taglia,” rispose Alice in fretta; “solo che non piace cambiare così spesso, lo sai.”

“Non lo so,” disse il Bruco.

Alice non disse nulla: non era mai stata così contraddetta in vita sua prima, e sentiva di stare perdendo la pazienza.

“Sei contenta ora?” disse il Bruco.

“Beh, mi piacerebbe essere un po’ più grande, signore, se non le dispiace,” disse Alice: “tre pollici è un’altezza così misera.”

“È un’altezza molto buona infatti!” disse il Bruco arrabbiato, rizzandosi in piedi mentre parlava (era esattamente tre pollici di altezza).

“Ma non ci sono abituata!” supplicò la povera Alice con un tono pietoso. E pensò tra sé: “Vorrei che le creature non si offendessero così facilmente!”

“Ti ci abituerai in tempo,” disse il Bruco; e mise il narghilè in bocca e iniziò a fumare di nuovo.

Questa volta Alice aspettò pazientemente finché non scelse di parlare di nuovo. In un minuto o due il Bruco tolse il narghilè dalla bocca e sbadigliò una o due volte, e si scosse. Poi scese dal fungo, e strisciò via nell’erba, osservando mentre andava: “Un lato ti farà crescere più alto, e l’altro lato ti farà crescere più basso.”

“Un lato di cosa? L’altro lato di cosa?” pensò Alice a se stessa.

“Del fungo,” disse il Bruco, come se lei glielo avesse chiesto ad alta voce; e in un altro momento fu fuori dalla vista.

Alice rimase a guardare pensierosa il fungo per un minuto, cercando di capire quali fossero i due lati; e siccome era perfettamente rotondo, trovò che era una domanda molto difficile. Comunque, alla fine si stirò le braccia intorno ad esso il più possibile, e staccò un pezzetto dal bordo con ogni mano.

“E ora quale è quale?” disse a se stessa, e assaggiò un po’ del pezzetto di destra per provare l’effetto: il momento dopo sentì un colpo violento sotto il mento: aveva colpito il piede!

Era molto spaventata da questo cambiamento così improvviso, ma sentì che non c’era tempo da perdere, siccome si stava rimpicciolendo rapidamente; così si mise subito all’opera per mangiare un po’ dell’altro pezzetto. Il mento le era così vicino al piede che c’era a malapena spazio per aprire la bocca; ma ci riuscì alla fine, e riuscì a ingoiare un boccone del pezzetto di sinistra.

* * * * * * *

* * * * * *

* * * * * * *

“Ecco, la mia testa è finalmente libera!” disse Alice con un tono di gioia, che cambiò in allarme in un altro momento, quando scoprì che le sue spalle non c’erano più: tutto quello che poteva vedere, quando guardò giù, era un’enorme lunghezza di collo, che sembrava alzarsi come un gambo da un mare di foglie verdi che giacevano molto al di sotto di lei.

“Cosa può essere tutta quella roba verde?” disse Alice. “E dove sono andate le mie spalle? E oh, le mie povere mani, come faccio a non vederle?” Si muoveva mentre parlava, ma non sembrava esserci alcun risultato, tranne un leggero tremolio tra le foglie verdi lontane.

Siccome non sembrava esserci alcuna possibilità di far arrivare le mani alla testa, provò a far scendere la testa verso di loro, e fu felice di scoprire che il collo si piegava facilmente in qualsiasi direzione, come un serpente. Aveva appena riuscito a curvarlo in una graziosa zigzag, e stava per tuffarsi tra le foglie, che scoprì essere solo le cime degli alberi sotto i quali aveva vagato, quando un sibilo acuto la fece tirare indietro di scatto: un grande piccione aveva volato verso il suo viso, e la stava colpendo violentemente con le ali.

“Serpente!” gridò il Piccione.

“Non sono un serpente!” disse Alice indignata. “Lasciami in pace!”

“Serpente, dico di nuovo!” ripeté il Piccione, ma in un tono più sottomesso, e aggiunse con una specie di singhiozzo: “Ho provato in ogni modo, e nulla sembra piacergli!”

Alice era sempre più perplessa, ma pensò che non avesse senso dire nient’altro finché il Piccione non avesse finito.

“Come se non fosse abbastanza difficile covare le uova,” disse il Piccione; “ma devo stare attento ai serpenti notte e giorno! Perché, non ho avuto un attimo di sonno in queste tre settimane!”

“Mi dispiace molto che tu sia stato infastidito,” disse Alice, che stava iniziando a capire il suo significato.

“E proprio quando avevo preso l’albero più alto della foresta,” continuò il Piccione, alzando la voce a uno strillo, “e proprio quando stavo pensando di essere finalmente libero di loro, devono per forza venire strisciando giù dal cielo! Ugh, Serpente!”

“Ma non sono un serpente, ti dico!” disse Alice. “Sono una—sono una—”

“Beh! Cosa sei?” disse il Piccione. “Posso vedere che stai cercando di inventare qualcosa!”

“Io—io sono una bambina,” disse Alice, piuttosto dubbiosa, mentre ricordava il numero di cambiamenti che aveva subito quel giorno.

Per continuità solo — questa è la FINE della sezione precedente, già tradotta. Non tradurla di nuovo e non ripeterla nella tua risposta. Mantieni i nomi, la terminologia e il registro coerenti:

con un tono malinconico. “Nessuno sembra amarla, qui sotto, e sono sicura che è la gatta migliore del mondo! Oh, cara Dinah! Chissà se ti rivedrò mai!” E qui la povera Alice iniziò a piangere di nuovo, perché si sentiva molto sola e abbattuta. Dopo un po’, tuttavia, sentì di nuovo un leggero calpestio di passi in lontananza e guardò su con ansia, sperando quasi che il Topo avesse cambiato idea e stesse tornando indietro per finire la sua storia.

“Una storia verosimile, davvero!” disse il Piccione con un tono di profondo disprezzo. “Ho visto molte bambine nella mia vita, ma mai una con un collo come quello! No, no! Sei un serpente; e non c’è bisogno di negarlo. Supponiamo che tu mi dica dopo che non hai mai assaggiato un uovo!”

“Ho assaggiato le uova, certo,” disse Alice, che era una bambina molto sincera; “ma le bambine mangiano le uova tanto quanto i serpenti, lo sai.”

“Non ci credo,” disse il Piccione; “ma se lo fanno, allora sono una specie di serpente, questo è tutto quello che posso dire.”

Questa era un’idea così nuova per Alice, che rimase completamente in silenzio per un minuto o due, il che diede al Piccione l’opportunità di aggiungere: “Stai cercando delle uova, lo so bene; e cosa importa a me se sei una bambina o un serpente?”

“Importa molto a me,” disse Alice frettolosamente; “ma non sto cercando delle uova, come capita; e se lo fossi, non vorrei le tue: non mi piacciono crude.”

“Beh, vattene, allora!” disse il Piccione con un tono sgarbato, mentre si sistemava di nuovo nel suo nido. Alice si accovacciò tra gli alberi il più possibile, perché il suo collo continuava a impigliarsi tra i rami, e ogni tanto doveva fermarsi e sbrogliarlo. Dopo un po’ si ricordò che aveva ancora i pezzi di fungo nelle mani, e si mise al lavoro molto attentamente, assaggiando prima uno e poi l’altro, e crescendo a volte più alta e a volte più bassa, finché non riuscì a riportarsi alla sua altezza solito.

Era così tanto tempo che non era della taglia giusta, che all’inizio le sembrò molto strano; ma ci si abituò in pochi minuti, e iniziò a parlare da sola, come al solito. “Ecco, metà del mio piano è fatto! Quanto sono strani tutti questi cambiamenti! Non sono mai sicura di cosa sarò, da un minuto all’altro! Comunque, sono tornata alla mia taglia giusta: la prossima cosa è entrare in quel bellissimo giardino—come si fa, mi chiedo?” Mentre diceva questo, arrivò improvvisamente in un luogo aperto, con una piccola casa di circa quattro piedi di altezza. “Chiunque viva lì,” pensò Alice, “non sarà mai possibile arrivare da loro in questa taglia: perché, li spaventerei a morte!” Così iniziò ad assaggiare di nuovo il pezzo di destra, e non osò avvicinarsi alla casa finché non si fu ridotta a nove pollici di altezza.

CAPITOLO VI. Maiale e Pepe

Per un minuto o due rimase a guardare la casa, chiedendosi cosa fare dopo, quando all’improvviso un footman in livrea uscì di corsa dal bosco—(lo considerò un footman perché era in livrea: altrimenti, giudicando solo dal suo viso, l’avrebbe chiamato un pesce)—e bussò forte alla porta con i pugni. Fu aperta da un altro footman in livrea, con un viso rotondo e grandi occhi come una rana; e Alice notò che entrambi i footman avevano i capelli impomatati che si arricciavano su tutta la testa. Era molto curiosa di sapere cosa stesse succedendo, e si avvicinò un po’ per ascoltare.

Il Footman-Pesce iniziò producendo da sotto il braccio una grande lettera, quasi grande quanto lui, e la consegnò all’altro, dicendo, con un tono solenne: “Per la Duchessa. Un invito dalla Regina per una partita a croquet.” Il Footman-Rana ripeté, con lo stesso tono solenne, cambiando solo l’ordine delle parole: “Dalla Regina. Un invito per la Duchessa per una partita a croquet.”

Poi si inchinarono entrambi, e i loro riccioli si intrecciarono.

Alice rise così tanto per questo, che dovette tornare di corsa nel bosco per paura che la sentissero; e quando sbirciò di nuovo, il Footman-Pesce era sparito, e l’altro era seduto a terra vicino alla porta, guardando stupidamente in su verso il cielo.

Alice si avvicinò timidamente alla porta, e bussò.

“Non c’è alcun bisogno di bussare,” disse il Footman, “e questo per due motivi. Primo, perché sono dallo stesso lato della porta come te; secondo, perché stanno facendo un tale rumore dentro, che nessuno potrebbe sentirti.” E di certo c’era un rumore straordinario all’interno—un costante ululare e starnutire, e ogni tanto un forte schianto, come se un piatto o una pentola fossero stati rotti in pezzi.

“Per favore, allora,” disse Alice, “come faccio a entrare?”

“Potrebbe esserci un po’ di senso nel bussare,” continuò il Footman senza badare a lei, “se avessimo la porta tra di noi. Per esempio, se tu fossi dentro, potresti bussare, e io potrei farti uscire, lo sai.” Stava guardando in su verso il cielo tutto il tempo mentre parlava, e questo Alice pensò fosse decisamente scortese. “Ma forse non può farne a meno,” disse a se stessa; “i suoi occhi sono così vicini alla cima della testa. Ma in ogni caso potrebbe rispondere alle domande.—Come faccio a entrare?” ripeté ad alta voce.

“Mi siederò qui,” osservò il Footman, “fino a domani—”

In quel momento la porta della casa si aprì, e un grande piatto uscì volando, dritto verso la testa del Footman: lo sfiorò appena il naso, e si ruppe in pezzi contro uno degli alberi dietro di lui.

“—o forse il giorno dopo,” continuò il Footman con lo stesso tono, come se non fosse successo nulla.

“Come faccio a entrare?” chiese Alice di nuovo, con un tono più alto.

“Devi entrare proprio?” disse il Footman. “Questa è la prima domanda, lo sai.”

Lo era, senza dubbio: solo che ad Alice non piaceva che glielo dicessero. “È davvero orribile,” borbottò tra sé, “il modo in cui tutte le creature discutono. È sufficiente a far impazzire qualcuno!”

Il Footman sembrò pensare che fosse una buona opportunità per ripetere il suo commento, con variazioni. “Mi siederò qui,” disse, “di tanto in tanto, per giorni e giorni.”

“Ma cosa devo fare io?” disse Alice.

“Qualsiasi cosa tu voglia,” disse il Footman, e iniziò a fischiare.

“Oh, non c’è alcun senso nel parlargli,” disse Alice disperatamente: “è perfettamente idiota!” E aprì la porta e entrò.

La porta portava direttamente in una grande cucina, che era piena di fumo da un capo all’altro: la Duchessa era seduta su uno sgabello a tre gambe in mezzo, accudendo un bambino; la cuoca era china sul fuoco, mescolando un grande calderone che sembrava pieno di zuppa.

“C’è sicuramente troppo pepe in quella zuppa!” disse Alice a se stessa, per quanto poteva per gli starnuti.

Ce n’era sicuramente troppo nell’aria. Anche la Duchessa starnutì occasionalmente; e per quanto riguarda il bambino, starnutiva e ululava alternativamente senza un attimo di pausa. Le uniche cose nella cucina che non starnutivano, erano la cuoca e un grande gatto che era seduto sul camino e sorrideva da un orecchio all’altro.

“Per favore, mi diresti,” disse Alice, un po’ timidamente, perché non era del tutto sicura che fosse buona educazione per lei parlare per prima, “perché il tuo gatto sorride così?”

“È un gatto del Cheshire,” disse la Duchessa, “e per questo. Maiale!”

Disse l’ultima parola con una violenza così improvvisa che Alice sobbalzò; ma si rese conto in un altro momento che era rivolta al bambino, e non a lei, così prese coraggio, e continuò:

“Non sapevo che i gatti del Cheshire sorridessero sempre; in realtà, non sapevo che i gatti potessero sorridere.”

“Possono tutti,” disse la Duchessa; “e la maggior parte lo fa.”

“Non conosco nessuno che lo faccia,” disse Alice molto educatamente, sentendosi molto contenta di essere entrata in una conversazione.

“Non sai molto,” disse la Duchessa; “e questo è un fatto.”

Ad Alice non piaceva affatto il tono di questo commento, e pensò che sarebbe stato meglio introdurre un altro argomento di conversazione. Mentre cercava di fissarne uno, la cuoca tolse il calderone di zuppa dal fuoco, e si mise subito al lavoro lanciando tutto ciò che aveva a portata di mano contro la Duchessa e il bambino—i ferri del camino vennero per primi; poi seguì una pioggia di pentole, piatti e stoviglie. La Duchessa non ci fece caso nemmeno quando la colpirono; e il bambino urlava così tanto già, che era del tutto impossibile dire se i colpi lo facessero soffrire o no.

“Oh, per favore, fai attenzione a quello che fai!” gridò Alice, saltando su e giù in un’agonia di terrore. “Oh, ecco che gli va via il prezioso naso!” mentre una pentola insolitamente grande volò vicino ad esso, e quasi lo portò via.

“Se tutti facessero attenzione ai fatti loro,” disse la Duchessa con un ringhio rauco, “il mondo andrebbe avanti molto più velocemente di quanto non faccia.”

“Il che non sarebbe un vantaggio,” disse Alice, che era molto contenta di avere l’opportunità di mostrare un po’ della sua conoscenza. “Pensa solo al lavoro che farebbe con il giorno e la notte! Vedi, la terra impiega ventiquattro ore per girare sul suo asse—”

“Parlando di assi,” disse la Duchessa, “tagliale la testa!”

Alice guardò piuttosto ansiosamente la cuoca, per vedere se intendeva cogliere il suggerimento; ma la cuoca era impegnata a mescolare la zuppa, e non sembrava ascoltare, così continuò: “Ventiquattro ore, penso; o sono dodici? Io—”

“Oh, non disturbarmi,” disse la Duchessa; “non ho mai potuto sopportare le cifre!” E con questo iniziò ad accudire di nuovo il suo bambino, cantandogli una specie di ninna nanna mentre lo faceva, e dandogli una scossa violenta alla fine di ogni verso:

“Parla rudemente al tuo bambino, E battilo quando starnutisce: Lo fa solo per infastidirti, Perché sa che ti dà fastidio.”

CORO. (In cui la cuoca e il bambino si unirono):

“Wow! wow! wow!”

Mentre la Duchessa cantava il secondo verso della canzone, continuava a lanciare il bambino violentemente su e giù, e il povero piccolo urlava così, che Alice poteva a malapena sentire le parole:

“Parlo severamente al mio bambino, Lo batto quando starnutisce; Perché può godere appieno Del pepe quando gli piace!”

CORO.

“Wow! wow! wow!”

“Ecco! Puoi accudirlo un po’, se vuoi!” disse la Duchessa ad Alice, lanciandole il bambino mentre parlava. “Devo andare a prepararmi per giocare a croquet con la Regina,” e si affrettò ad uscire dalla stanza. La cuoca lanciò una padella dietro di lei mentre usciva, ma la mancò.

Alice prese il bambino con una certa difficoltà, perché era una creaturina dalla forma strana, e teneva le braccia e le gambe in tutte le direzioni, “proprio come una stella marina,” pensò Alice. Il povero piccolo stava sbuffando come una locomotiva quando lo prese, e continuava a piegarsi e a raddrizzarsi di nuovo, in modo che per il primo minuto o due, era tutto quello che poteva fare per tenerlo.

Non appena ebbe capito il modo giusto di accudirlo, (che era di avvolgerlo in una specie di nodo, e poi tenere stretta la sua orecchia destra e il piede sinistro, in modo da impedirgli di sciogliersi,) lo portò fuori all’aria aperta. “Se non porto via questo bambino,” pensò Alice, “sono sicura che lo uccideranno in un giorno o due: non sarebbe un omicidio lasciarlo qui?” Disse le ultime parole ad alta voce, e la creaturina grugnì in risposta (aveva smesso di starnutire entro quel momento). “Non grugnire,” disse Alice; “non è affatto un modo appropriato di esprimersi.”

Il bambino grugnì di nuovo, e Alice guardò molto ansiosamente nel suo viso per vedere cosa avesse. Non c’era dubbio che avesse un naso molto rialzato, molto più simile a un grugno che a un vero naso; anche i suoi occhi stavano diventando estremamente piccoli per un bambino: in generale, Alice non le piaceva affatto l’aspetto della cosa. “Ma forse stava solo singhiozzando,” pensò, e guardò di nuovo nei suoi occhi, per vedere se ci fossero delle lacrime.

No, non c’erano lacrime. “Se stai per trasformarti in un maiale, mio caro,” disse Alice, seriamente, “non avrò più nulla a che fare con te. Attento adesso!” Il povero piccolo singhiozzò di nuovo (o grugnì, era impossibile dire quale), e continuarono per un po’ in silenzio.

Alice stava appena iniziando a pensare tra sé: “Ora, cosa devo fare con questa creatura quando la porto a casa?” quando grugnì di nuovo, così violentemente, che guardò giù nel suo viso con un po’ di allarme. Questa volta non c’era dubbio: era né più né meno che un maiale, e sentì che sarebbe stato del tutto assurdo per lei portarlo oltre.

Così mise giù la creaturina, e si sentì molto sollevata nel vederlo trotterellare tranquillamente nel bosco. “Se fosse cresciuto,” disse a se stessa, “sarebbe stato un bambino orribilmente brutto: ma fa un maiale piuttosto grazioso, penso.” E iniziò a pensare ad altri bambini che conosceva, che avrebbero potuto fare molto bene come maiali, e stava giusto dicendo a se stessa: “se solo si conoscesse il modo giusto per cambiarli—” quando fu un po’ sorpresa nel vedere il Gatto del Cheshire seduto su un ramo di un albero a pochi metri di distanza.

Il Gatto sorrideva solo quando vide Alice. Le sembrò di buon carattere, pensò: ma aveva artigli molto lunghi e un gran numero di denti, così sentì che doveva essere trattato con rispetto.

“Gatto del Cheshire,” iniziò, piuttosto timidamente, perché non sapeva affatto se gli sarebbe piaciuto il nome: comunque, sorrise solo un po’ di più. “Ecco, gli è piaciuto finora,” pensò Alice, e continuò. “Mi diresti, per favore, quale strada dovrei prendere da qui?”

“Questo dipende molto da dove vuoi arrivare,” disse il Gatto.

“Non mi interessa molto dove—” disse Alice.

“Allora non importa quale strada prendi,” disse il Gatto.

“—purché arrivi da qualche parte,” aggiunse Alice come spiegazione.

“Oh, questo è sicuro,” disse il Gatto, “se cammini abbastanza a lungo.”

Alice sentì che questo non poteva essere negato, così provò un’altra domanda. “Che tipo di persone vivono qui?”

“In quella direzione,” disse il Gatto, agitando la zampa destra, “vive un Cappellaio: e in quella direzione,” agitando l’altra zampa, “vive una Lepre di Marzo. Visita chi vuoi: sono entrambi matti.”

“Ma non voglio andare tra persone matte,” osservò Alice.

“Oh, non puoi farne a meno,” disse il Gatto: “siamo tutti matti qui. Io sono matto. Tu sei matta.”

“Come fai a sapere che sono matta?” disse Alice.

“Devi esserlo,” disse il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui.”

Alice non pensò che questo lo provasse affatto; comunque, continuò: “E come fai a sapere che sei matto?”

“Per iniziare,” disse il Gatto, “un cane non è matto. Lo ammetti?”

“Suppongo di sì,” disse Alice.

“Beh, allora,” continuò il Gatto, “vedi, un cane ringhia quando è arrabbiato, e scodinzola quando è contento. Ora io ringhio quando sono contento, e scodinzolo quando sono arrabbiato. Quindi sono matto.”

“Io lo chiamo miagolare, non ringhiare,” disse Alice.

“Chiamalo come vuoi,” disse il Gatto. “Giochi a croquet con la Regina oggi?”

“Mi piacerebbe molto,” disse Alice, “ma non sono stata invitata ancora.”

“Mi vedrai lì,” disse il Gatto, e scomparve.

Alice non fu molto sorpresa da questo, si stava abituando a cose strane che accadevano. Mentre guardava il posto dove era stato, apparve di nuovo all’improvviso.

“A proposito, che ne è stato del bambino?” disse il Gatto. “Mi ero quasi dimenticato di chiedere.”

“Si è trasformato in un maiale,” disse Alice tranquillamente, come se fosse tornato in modo naturale.

“Pensavo che lo avrebbe fatto,” disse il Gatto, e scomparve di nuovo.

Alice aspettò un po’, metà aspettandosi di vederlo di nuovo, ma non apparve, e dopo un minuto o due si incamminò nella direzione in cui si diceva vivesse la Lepre di Marzo. “Ho visto dei cappellai prima,” disse a se stessa; “la Lepre di Marzo sarà molto più interessante, e forse siccome è maggio non sarà completamente matta—almeno non così matta come lo era a marzo.” Mentre diceva questo, guardò in su, e c’era il Gatto di nuovo, seduto su un ramo di un albero.

“Hai detto maiale, o fico?” disse il Gatto.

“Ho detto maiale,” rispose Alice; “e vorrei che non continuassi ad apparire e scomparire così all’improvviso: mi fai venire il mal di mare.”

“Va bene,” disse il Gatto; e questa volta scomparve molto lentamente, iniziando con la fine della coda, e finendo con il sorriso, che rimase per un po’ dopo che il resto era sparito.

“Beh! Ho spesso visto un gatto senza sorriso,” pensò Alice; “ma un sorriso senza gatto! È la cosa più curiosa che abbia mai visto in vita mia!”

Non era andata molto lontano prima di vedere la casa della Lepre di Marzo: pensò che dovesse essere la casa giusta, perché i camini erano modellati come orecchie e il tetto era coperto di pelo. Era una casa così grande, che non le piaceva avvicinarsi finché non avesse assaggiato un po’ di più del pezzo di sinistra del fungo, e si fosse alzata a circa due piedi di altezza: anche allora si avvicinò piuttosto timidamente, dicendo a se stessa: “Supponiamo che sia completamente matta dopo tutto! Quasi vorrei essere andata a vedere il Cappellaio invece!”

CAPITOLO VII. Una Festa da Tè Matta

C’era una tavola apparecchiata sotto un albero di fronte alla casa, e la Lepre di Marzo e il Cappellaio stavano prendendo il tè: un Ghiro era seduto tra loro, addormentato, e gli altri due lo usavano come un cuscino, appoggiandovi i gomiti, e parlando sopra la sua testa. “Molto scomodo per il Ghiro,” pensò Alice; “solo, siccome è addormentato, suppongo che non gli importi.”

La tavola era grande, ma i tre erano tutti ammassati insieme in un angolo: “Nessun posto! Nessun posto!” gridarono quando videro Alice arrivare. “C’è tanto posto!” disse Alice indignata, e si sedette in una grande poltrona a un’estremità della tavola.

“Prendi del vino,” disse la Lepre di Marzo con un tono incoraggiante.

Alice guardò tutto intorno alla tavola, ma non c’era nulla se non tè. “Non vedo alcun vino,” osservò.

“Non ce n’è,” disse la Lepre di Marzo.

“Allora non è stato molto gentile da parte tua offrirlo,” disse Alice arrabbiata.

“Non è stato molto gentile da parte tua sederti senza essere invitata,” disse la Lepre di Marzo.

“Non sapevo che fosse la tua tavola,” disse Alice; “è apparecchiata per molti più di tre.”

“I tuoi capelli hanno bisogno di essere tagliati,” disse il Cappellaio. Aveva guardato Alice per un po’ con grande curiosità, e questa fu la sua prima osservazione.

“Dovresti imparare a non fare commenti personali,” disse Alice con una certa severità; “è molto scortese.”

Il Cappellaio aprì gli occhi molto larghi sentendo questo; ma tutto quello che disse fu: “Perché un corvo assomiglia a una scrivania?”

“Ecco, ora ci divertiremo!” pensò Alice. “Sono contenta che abbiano iniziato a chiedere indovinelli.—Penso di poter indovinare,” aggiunse ad alta voce.

“Intendi dire che pensi di poter trovare la risposta?” disse la Lepre di Marzo.

“Esattamente,” disse Alice.

“Allora dovresti dire quello che intendi,” continuò la Lepre di Marzo.

“Lo faccio,” rispose Alice frettolosamente; “almeno—almeno intendo quello che dico—è la stessa cosa, lo sai.”

“Non è affatto la stessa cosa!” disse il Cappellaio. “Potresti altrettanto bene dire che ‘vedo quello che mangio’ è la stessa cosa di ‘mangio quello che vedo’!”

“Potresti altrettanto bene dire,” aggiunse la Lepre di Marzo, “che ‘mi piace quello che ottengo’ è la stessa cosa di ‘ottengo quello che mi piace’!”

“Potresti altrettanto bene dire,” aggiunse il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno, “che ‘respiro quando dormo’ è la stessa cosa di ‘dormo quando respiro’!”

“È la stessa cosa con te,” disse il Cappellaio, e qui la conversazione si interruppe, e il gruppo rimase in silenzio per un minuto, mentre Alice cercava di ricordare tutto quello che sapeva sui corvi e sulle scrivanie, il che non era molto.

Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. “Che giorno del mese è?” disse, voltandosi verso Alice: aveva tirato fuori l’orologio dalla tasca, e lo stava guardando con ansia, scuotendolo di tanto in tanto, e portandolo all’orecchio.

Alice ci pensò un po’, e poi disse: “Il quattro.”

“Due giorni di errore!” sospirò il Cappellaio. “Ti avevo detto che il burro non sarebbe andato bene per il meccanismo!” aggiunse guardando arrabbiato la Lepre di Marzo.

“Era il burro migliore,” rispose umilmente la Lepre di Marzo.

“Sì, ma ci devono essere finite delle briciole,” borbottò il Cappellaio: “non avresti dovuto metterlo con il coltello del pane.”

La Lepre di Marzo prese l’orologio e lo guardò con aria cupa: poi lo immerse nella sua tazza di tè, e lo guardò di nuovo: ma non riuscì a pensare a nulla di meglio da dire se non la sua prima osservazione: “Era il burro migliore, lo sai.”

Alice lo aveva osservato da sopra la spalla con una certa curiosità. “Che orologio strano!” osservò. “Segna il giorno del mese, e non dice che ore sono!”

“Perché dovrebbe?” mormorò il Cappellaio. “Il tuo orologio ti dice che anno è?”

“Certo che no,” rispose Alice molto prontamente: “ma questo perché rimane lo stesso anno per così tanto tempo.”

“Il che è esattamente il caso del mio,” disse il Cappellaio.

Alice si sentì terribilmente confusa. L’osservazione del Cappellaio non sembrava avere alcun senso, eppure era sicuramente in inglese. “Non capisco bene cosa intendi,” disse, il più educatamente possibile.

“Il Ghiro è di nuovo addormentato,” disse il Cappellaio, e versò un po’ di tè caldo sul suo naso.

Il Ghiro scosse la testa impazientemente, e disse, senza aprire gli occhi, “Certo, certo; proprio quello che stavo per osservare io stesso.”

“Hai indovinato l’indovinello?” disse il Cappellaio, voltandosi di nuovo verso Alice.

“No, mi arrendo,” rispose Alice: “qual è la risposta?”

“Non ho la più pallida idea,” disse il Cappellaio.

“Nemmeno io,” disse la Lepre di Marzo.

Alice sospirò stancamente. “Penso che potreste fare qualcosa di meglio con il tempo,” disse, “che sprecarlo a chiedere indovinelli senza risposta.”

“Se conoscessi il Tempo così bene come lo conosco io,” disse il Cappellaio, “non parleresti di sprecarlo. È lui.”

“Non so cosa intendi,” disse Alice.

“Certo che no!” disse il Cappellaio, scuotendo la testa con disprezzo. “Scommetto che non hai mai parlato nemmeno con il Tempo!”

“Forse no,” rispose Alice cautamente: “ma so che devo battere il tempo quando imparo la musica.”

“Ah! Questo spiega tutto,” disse il Cappellaio. “Non sopporta di essere battuto. Ora, se solo mantenessi buoni rapporti con lui, farebbe quasi tutto quello che vuoi con l’orologio. Per esempio, supponiamo che siano le nove del mattino, proprio l’ora di iniziare le lezioni: dovresti solo sussurrare un suggerimento al Tempo, e l’orologio farebbe un giro in un batter d’occhio! Un’ora e mezza, ora di pranzo!”

(“Vorrei solo che lo fosse,” disse la Lepre di Marzo tra sé in un sussurro.)

“Sarebbe grandioso, certo,” disse Alice pensierosa: “ma poi—non avrei fame, lo sai.”

“Non all’inizio, forse,” disse il Cappellaio: “ma potresti mantenerlo all’una e mezza finché vuoi.”

“È così che gestisci le cose?” chiese Alice.

Il Cappellaio scosse la testa tristemente. “Non io!” rispose. “Abbiamo litigato lo scorso marzo—proprio prima che impazzisse, lo sai—” (indicando con il cucchiaino da tè la Lepre di Marzo,) “—fu al grande concerto dato dalla Regina di Cuori, e dovetti cantare

‘Brilla, brilla, piccolo pipistrello! Come mi chiedo cosa stai combinando!’

Conosci la canzone, forse?”

“Ho sentito qualcosa di simile,” disse Alice.

“Continua, lo sai,” continuò il Cappellaio, “in questo modo:

‘Sopra il mondo tu voli, Come un vassoio da tè nel cielo. Brilla, brilla—’”

Qui il Ghiro si scosse, e iniziò a cantare nel sonno “Brilla, brilla, brilla, brilla—” e continuò così a lungo che dovettero pizzicarlo per farlo smettere.

“Beh, avevo a malapena finito il primo verso,” disse il Cappellaio, “quando la Regina saltò in piedi e urlò: ‘Sta uccidendo il tempo! Tagliategli la testa!’”

“Che cosa orribilmente crudele!” esclamò Alice.

“E da allora,” continuò il Cappellaio con un tono malinconico, “non fa nulla di quello che gli chiedo! È sempre le sei.”

Ad Alice venne un’idea brillante. “È per questo che ci sono così tante cose da tè qui?” chiese.

“Sì, è così,” disse il Cappellaio con un sospiro: “è sempre l’ora del tè, e non abbiamo tempo per lavare le cose tra un pasto e l’altro.”

“Allora continuate a muovervi, suppongo?” disse Alice.

“Esattamente,” disse il Cappellaio: “man mano che le cose si consumano.”

“Ma cosa succede quando arrivate all’inizio di nuovo?” osò chiedere Alice.

“Supponiamo di cambiare argomento,” interruppe la Lepre di Marzo, sbadigliando. “Mi sto stancando di questo. Propongo che la giovane signorina ci racconti una storia.”

“Temo di non conoscerne una,” disse Alice, piuttosto allarmata dalla proposta.

“Allora lo farà il Ghiro!” esclamarono entrambi. “Svegliati, Ghiro!” E lo pizzicarono su entrambi i lati contemporaneamente.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi. “Non ero addormentato,” disse con una voce rauca e debole: “ho sentito ogni parola che dicevate.”

“Raccontaci una storia!” disse la Lepre di Marzo.

“Sì, per favore, fallo!” supplicò Alice.

“E sii veloce,” aggiunse il Cappellaio, “o ti addormenterai di nuovo prima che sia finita.”

“C’erano una volta tre sorelline,” iniziò il Ghiro di gran carriera; “e si chiamavano Elsa, Lacia e Tilla; e vivevano in fondo a un pozzo—”

“Cosa mangiavano?” disse Alice, che si interessava sempre molto alle questioni di mangiare e bere.

“Vivevano di melassa,” disse il Ghiro, dopo averci pensato un minuto o due.

“Non avrebbero potuto farlo, lo sai,” osservò gentilmente Alice; “si sarebbero ammalate.”

“E infatti si ammalarono,” disse il Ghiro; “molto malate.”

Alice cercò di immaginare a se stessa che tipo di vita straordinaria sarebbe stata, ma la confuse troppo, così continuò: “Ma perché vivevano in fondo a un pozzo?”

“Prendi ancora un po’ di tè,” disse la Lepre di Marzo ad Alice, molto seriamente.

“Non ho ancora preso nulla,” rispose Alice in tono offeso, “quindi non posso prenderne di più.”

“Intendi dire che non puoi prenderne di meno,” disse il Cappellaio: “è molto facile prendere più di nulla.”

“Nessuno ha chiesto la tua opinione,” disse Alice.

“Chi sta facendo osservazioni personali adesso?” chiese trionfalmente il Cappellaio.

Alice non sapeva bene cosa rispondere a questo: così si servì di un po’ di tè e pane e burro, e poi si voltò verso il Ghiro, e ripeté la sua domanda. “Perché vivevano in fondo a un pozzo?”

Il Ghiro ci pensò di nuovo un minuto o due, e poi disse: “Era un pozzo di melassa.”

“Non esiste una cosa del genere!” stava iniziando Alice molto arrabbiata, ma il Cappellaio e la Lepre di Marzo dissero: “Sh! Sh!” e il Ghiro borbottò sdegnato: “Se non sei civile, è meglio che tu finisca la storia da sola.”

“No, per favore, continua!” disse Alice molto umilmente; “non interromperò più. Immagino che possa esserci.”

“Una, infatti!” disse il Ghiro indignato. Comunque, acconsentì a continuare. “E così queste tre sorelline—stavano imparando a disegnare, lo sai—”

“Cosa disegnavano?” disse Alice, dimenticando completamente la sua promessa.

“Melassa,” disse il Ghiro, senza considerare affatto questa volta.

“Voglio una tazza pulita,” interruppe il Cappellaio: “spostiamoci tutti di un posto.”

Si spostò mentre parlava, e il Ghiro lo seguì: la Lepre di Marzo si spostò nel posto del Ghiro, e Alice, piuttosto controvoglia, prese il posto della Lepre di Marzo. Il Cappellaio fu l’unico a trarre vantaggio dal cambiamento: e Alice stava molto peggio di prima, perché la Lepre di Marzo aveva appena rovesciato la lattiera nel suo piatto.

Alice non voleva offendere di nuovo il Ghiro, così iniziò molto cautamente: “Ma non capisco. Da dove prendevano la melassa?”

“Puoi attingere acqua da un pozzo d’acqua,” disse il Cappellaio; “quindi immagino che tu possa attingere melassa da un pozzo di melassa—eh, stupido?”

“Ma erano nel pozzo,” disse Alice al Ghiro, senza badare a questa ultima osservazione.

“Certo che lo erano,” disse il Ghiro; “—bene in fondo.”

Questa risposta confuse così tanto la povera Alice, che lasciò che il Ghiro continuasse per un po’ senza interromperlo.

“Stavano imparando a disegnare,” continuò il Ghiro, sbadigliando e strofinandosi gli occhi, perché si stava addormentando; “e disegnavano ogni sorta di cose—tutto ciò che inizia con la M—”

“Perché con la M?” disse Alice.

“Perché no?” disse la Lepre di Marzo.

Alice tacque.

Il Ghiro aveva chiuso gli occhi entro quel momento, e stava per addormentarsi; ma, pizzicato dal Cappellaio, si svegliò di nuovo con un piccolo strillo, e continuò: “—che inizia con la M, come trappole per topi, e la luna, e la memoria, e la molta roba—sai che dici che le cose sono ‘molta roba’—hai mai visto una cosa come un disegno di molta roba?”

“Davvero, ora che me lo chiedi,” disse Alice, molto confusa, “non penso—”

“Allora non dovresti parlare,” disse il Cappellaio.

Questo atto di maleducazione fu più di quanto Alice potesse sopportare: si alzò con grande disprezzo, e se ne andò; il Ghiro si addormentò immediatamente, e nessuno dei due prese nota della sua partenza, anche se lei guardò indietro una o due volte, sperando metà che l’avrebbero chiamata: l’ultima volta che li vide, stavano cercando di mettere il Ghiro nella teiera.

“In ogni caso, non ci tornerò mai più!” disse Alice mentre si faceva strada attraverso il bosco. “È la festa da tè più stupida a cui abbia mai partecipato in tutta la mia vita!”

Proprio mentre diceva questo, notò che uno degli alberi aveva una porta che portava dritta al suo interno. “Questo è molto strano!” pensò. “Ma oggi tutto è strano. Penso di poter entrare subito.” E così fece.

Di nuovo si trovò nel lungo corridoio, e vicino al piccolo tavolo di vetro. “Ora, gestirò meglio le cose questa volta,” disse a se stessa, e iniziò prendendo la piccola chiave d’oro, e aprendo la porta che portava in giardino. Poi si mise al lavoro a mordicchiare il fungo (ne aveva conservato un pezzo in tasca) finché non fu alta circa un piede: poi camminò lungo il piccolo passaggio: e poi—si trovò finalmente nel bellissimo giardino, tra i luminosi fiori e le fresche fontane.

CAPITOLO VIII. Il Campo di Croquet della Regina

Un grande albero di rose si ergeva vicino all’ingresso del giardino: le rose che crescevano su di esso erano bianche, ma c’erano tre giardinieri che le stavano dipingendo di rosso. Alice pensò che fosse una cosa molto strana, e si avvicinò per osservarli, e proprio mentre si avvicinava a loro sentì uno di loro dire: “Stai attento adesso, Cinque! Non andare a spruzzare vernice su di me in quel modo!”

“Non potevo farne a meno,” disse Cinque, con un tono sgarbato; “Sette mi ha urtato il gomito.”

A cui Sette guardò su e disse: “È giusto, Cinque! Dai sempre la colpa agli altri!”

“Faresti meglio a non parlare!” disse Cinque. “Ho sentito la Regina dire solo ieri che meritavi di essere decapitato!”

“Perché?” disse quello che aveva parlato per primo.

“Non sono affari tuoi, Due!” disse Sette.

“Sì, sono affari suoi!” disse Cinque, “e glielo dirò—è stato per aver portato alla cuoca radici di tulipano invece di cipolle.”

Sette gettò via il pennello, e aveva appena iniziato: “Beh, di tutte le cose ingiuste—” quando il suo sguardo cadde su Alice, mentre la osservava, e si fermò improvvisamente: anche gli altri guardarono, e tutti si inchinarono.

“Mi diresti,” disse Alice, un po’ timidamente, “perché state dipingendo quelle rose?”

Cinque e Sette non dissero nulla, ma guardarono Due. Due iniziò con una voce bassa: “Beh, il fatto è, vedi, Signorina, che qui avrebbe dovuto esserci un albero di rose rosse, e ne abbiamo messo uno bianco per sbaglio; e se la Regina lo scoprisse, ci taglierebbero la testa, lo sai. Quindi, vedi, Signorina, stiamo facendo del nostro meglio, prima che arrivi, per—” In questo momento Cinque, che aveva guardato con ansia attraverso il giardino, esclamò: “La Regina! La Regina!” e i tre giardinieri si gettarono immediatamente a terra. Ci fu un rumore di molti passi, e Alice guardò intorno, desiderosa di vedere la Regina.

Per primi arrivarono dieci soldati con dei randelli; questi erano tutti modellati come i tre giardinieri, oblunghi e piatti, con le mani e i piedi agli angoli: poi i dieci cortigiani; questi erano adornati con diamanti, e camminavano a due a due, come i soldati. Dopo di loro arrivarono i figli reali; ce n’erano dieci, e i piccoli cari saltellavano allegramente mano nella mano, in coppie: erano tutti adornati con cuori. Poi arrivarono gli ospiti, per lo più Re e Regine, e tra loro Alice riconobbe il Coniglio Bianco: stava parlando in modo affrettato e nervoso, sorridendo a tutto ciò che veniva detto, e passò senza notarla. Poi seguì il Fante di Cuori, che portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi; e, infine, in questa grande processione, arrivarono IL RE E LA REGINA DI CUORI.

Alice era piuttosto incerta se dovesse sdraiarsi a terra come i tre giardinieri, ma non riusciva a ricordare di aver mai sentito di una tale regola per le processioni; “e poi,” pensò, “a cosa servirebbe una processione, se la gente dovesse sdraiarsi a terra, in modo da non poterla vedere?” Quindi rimase ferma dove si trovava, e aspettò.

Quando la processione arrivò di fronte ad Alice, si fermarono tutti e la guardarono, e la Regina disse severamente: “Chi è questa?” Lo disse al Fante di Cuori, che si inchinò e sorrise in risposta.

“Idiota!” disse la Regina, scuotendo la testa impazientemente; e, voltandosi verso Alice, continuò: “Come ti chiami, bambina?”

“Mi chiamo Alice, se piace a Vostra Maestà,” disse Alice molto educatamente; ma aggiunse, tra sé: “Beh, sono solo un mazzo di carte, dopo tutto. Non ho bisogno di averne paura!”

“E chi sono questi?” disse la Regina, indicando i tre giardinieri che giacevano intorno all’albero di rose; perché, vedi, siccome giacevano a terra, e il motivo sulle loro schiene era lo stesso del resto del mazzo, non poteva dire se fossero giardinieri, o soldati, o cortigiani, o tre dei suoi stessi figli.

“Come potrei saperlo?” disse Alice, sorpresa del suo stesso coraggio. “Non sono affari miei.”

La Regina divenne cremisi di rabbia, e, dopo averla guardata per un momento come una bestia feroce, urlò: “Tagliatele la testa! Tagliate—”

“Assurdo!” disse Alice, molto forte e decisa, e la Regina tacque.

Il Re posò la mano sul suo braccio, e disse timidamente: “Considera, cara: è solo una bambina!”

La Regina si voltò arrabbiata lontano da lui, e disse al Fante: “Girateli!”

Il Fante lo fece, molto attentamente, con un piede.

“Alzatevi!” disse la Regina, con una voce stridula e forte, e i tre giardinieri si alzarono immediatamente, e iniziarono a inchinarsi al Re, alla Regina, ai figli reali, e a tutti gli altri.

“Smettetela!” urlò la Regina. “Mi fate venire il mal di mare.” E poi, voltandosi verso l’albero di rose, continuò: “Cosa avete fatto qui?”

“Se piace a Vostra Maestà,” disse Due, con un tono molto umile, andando in ginocchio mentre parlava, “stavamo cercando—”

“Lo vedo!” disse la Regina, che nel frattempo aveva esaminato le rose. “Tagliate loro la testa!” e la processione si mosse, con tre dei soldati che rimanevano indietro per eseguire i poveri giardinieri, che corsero da Alice per protezione.

“Non vi faranno decapitare!” disse Alice, e li mise in un grande vaso da fiori che stava vicino. I tre soldati vagarono per un minuto o due, cercandoli, e poi marciarono tranquillamente dopo gli altri.

“Hanno tagliato loro la testa?” urlò la Regina.

“Hanno perso la testa, se piace a Vostra Maestà!” urlano i soldati in risposta.

“Giusto!” urlò la Regina. “Sai giocare a croquet?”

I soldati tacquero, e guardarono Alice, perché la domanda era evidentemente rivolta a lei.

“Sì!” urlò Alice.

“Allora vieni!” ruggì la Regina, e Alice si unì alla processione, chiedendosi molto cosa sarebbe successo dopo.

“È—è una giornata molto bella!” disse una voce timida al suo fianco. Camminava accanto al Coniglio Bianco, che la stava osservando con ansia.

“Molto,” disse Alice: “—dove è la Duchessa?”

“Zitto! Zitto!” disse il Coniglio con un tono basso e affrettato. Guardò ansiosamente sopra la spalla mentre parlava, e poi si alzò in punta di piedi, mise la bocca vicino al suo orecchio, e sussurrò: “È sotto condanna di esecuzione.”

“Perché?” disse Alice.

“Hai detto ‘Che peccato!’?” chiese il Coniglio.

“No, non l’ho detto,” rispose Alice: “non penso che sia affatto un peccato. Ho detto ‘Perché?’”

“Ha dato un pugno alla Regina—” iniziò il Coniglio. Alice scoppiò in una piccola risata. “Oh, zitto!” sussurrò il Coniglio in un tono spaventato. “La Regina ti sentirà! Vedi, è arrivata piuttosto tardi, e la Regina ha detto—”

“Al vostro posto!” urlò la Regina con una voce di tuono, e la gente iniziò a correre in tutte le direzioni, urtandosi l’un l’altro; comunque, si sistemarono in un minuto o due, e il gioco iniziò. Alice pensò di non aver mai visto un campo da croquet così strano in vita sua; era tutto dossi e avvallamenti; le palle erano ricci vivi, le mazze fenicotteri vivi, e i soldati dovevano piegarsi e stare sulle mani e sui piedi, per fare gli archi.

La principale difficoltà che Alice trovò all’inizio fu nel gestire il fenicottero: riuscì a infilarlo comodamente sotto il braccio, con le gambe penzoloni, ma generalmente, proprio quando aveva raddrizzato il collo, e stava per colpire il riccio con la testa, si attorcigliava e le guardava in faccia, con un’espressione così perplessa che non poteva fare a meno di scoppiare a ridere: e quando aveva abbassato la testa, e stava per iniziare di nuovo, era molto seccante trovare che il riccio si era srotolato, e stava cercando di scappare: oltre a tutto questo, c’era generalmente un dosso o un avvallamento nel posto dove voleva mandare il riccio, e, siccome i soldati piegati si alzavano sempre e camminavano via verso altre parti del campo, Alice arrivò presto alla conclusione che fosse un gioco molto difficile infatti.

I giocatori giocavano tutti insieme senza aspettare i turni, litigando tutto il tempo, e lottando per i ricci; e in un tempo molto breve la Regina era in una furia terribile, e andava in giro pestando i piedi, e urlando: “Tagliategli la testa!” o “Tagliatele la testa!” circa una volta al minuto.

Alice iniziò a sentirsi molto inquieta: certo, non aveva ancora avuto alcuna disputa con la Regina, ma sapeva che poteva succedere in qualsiasi momento, “e poi,” pensò, “cosa mi succederebbe? Sono terribilmente appassionati di decapitare la gente qui; il grande mistero è, che ci sia ancora qualcuno vivo!”

Stava cercando un modo per scappare, e chiedendosi se potesse andarsene senza essere vista, quando notò un’apparizione curiosa nell’aria: la confuse molto all’inizio, ma, dopo averla osservata per un minuto o due, la riconobbe come un sorriso, e disse a se stessa: “È il Gatto del Cheshire: ora avrò qualcuno con cui parlare.”

“Come stai andando avanti?” disse il Gatto, non appena ci fu bocca a sufficienza per parlare.

“Come stai andando avanti?” ripeté Alice, come se non fosse sicura di aver sentito bene.

Alice attese finché gli occhi apparvero, e poi annuì. “Non ha senso parlargli,” pensò, “finché non avrà le orecchie, o almeno una.” In un altro minuto apparve tutta la testa, e allora Alice posò il fenicottero, e iniziò a raccontare la partita, sentendosi molto contenta di avere qualcuno che l’ascoltasse. Il Gatto sembrò pensare che ce ne fosse abbastanza in vista, e non ne apparve più.

“Non credo che giochino affatto correttamente,” iniziò Alice, con un tono piuttosto lamentoso, “e litigano tutti così terribilmente che non si riesce a sentire la propria voce—e non sembrano avere regole particolari; almeno, se ci sono, nessuno le rispetta—e non hai idea di quanto sia confuso tutto perché le cose sono vive; per esempio, c’è l’arco che devo attraversare dopo, che cammina dall’altra parte del campo—e avrei dovuto colpire il riccio della Regina proprio ora, solo che è scappato quando ha visto arrivare il mio!”

“Come ti piace la Regina?” disse il Gatto con una voce bassa.

“Per niente,” disse Alice: “è così estremamente—” Proprio allora notò che la Regina era proprio dietro di lei, ad ascoltare: così continuò: “—probabile che vinca, che non vale la pena di finire la partita.”

La Regina sorrise e se ne andò.

“Con chi stai parlando?” disse il Re, avvicinandosi ad Alice, e guardando la testa del Gatto con grande curiosità.

“È un amico mio—un Gatto del Cheshire,” disse Alice: “permmettimi di presentartelo.”

“Non mi piace l’aspetto che ha per niente,” disse il Re: “comunque, può baciarmi la mano se vuole.”

“Preferirei di no,” osservò il Gatto.

“Non essere impertinente,” disse il Re, “e non guardarmi in quel modo!” Si mise dietro ad Alice mentre parlava.

“Un gatto può guardare un re,” disse Alice. “L’ho letto in un libro, ma non ricordo dove.”

“Beh, deve essere rimosso,” disse il Re molto decisamente, e chiamò la Regina, che stava passando in quel momento: “Cara! Vorrei che facessi rimuovere questo gatto!”

La Regina aveva solo un modo di risolvere tutte le difficoltà, grandi o piccole. “Tagliategli la testa!” disse, senza nemmeno guardarsi intorno.

“Andrò a prendere il boia io stesso,” disse il Re entusiasta, e si affrettò ad andarsene.

Alice pensò che avrebbe potuto tornare indietro, e vedere come andava la partita, siccome sentiva la voce della Regina in lontananza, che urlava con passione. Aveva già sentito la sua sentenza per tre dei giocatori, da eseguire per aver saltato il loro turno, e non le piaceva l’aspetto delle cose per niente, siccome la partita era in tale confusione che non sapeva mai se fosse il suo turno o no. Così andò in cerca del suo riccio.

Il riccio era impegnato in una lotta con un altro riccio, il che sembrò ad Alice un’ottima opportunità per colpirne uno con l’altro: l’unica difficoltà era che il suo fenicottero era andato dall’altra parte del giardino, dove Alice poteva vederlo che cercava in modo goffo di arrampicarsi su un albero.

Quando ebbe preso il fenicottero e lo ebbe riportato indietro, la lotta era finita, e entrambi i ricci erano scomparsi: “ma non importa molto,” pensò Alice, “siccome tutti gli archi sono scomparsi da questa parte del campo.” Così lo sistemò sotto il braccio, in modo che non potesse scappare di nuovo, e tornò indietro per un’altra chiacchierata con il suo amico.

Quando tornò dal Gatto del Cheshire, fu sorpresa di trovare una folla piuttosto grande raccolta intorno a lui: c’era una disputa in corso tra il boia, il Re, e la Regina, che parlavano tutti insieme, mentre tutti gli altri erano completamente silenziosi, e sembravano molto a disagio.

Non appena Alice apparve, fu chiamata da tutti e tre per risolvere la questione, e le ripeterono i loro argomenti, anche se, siccome parlavano tutti insieme, le fu molto difficile infatti capire esattamente cosa dicessero.

L’argomento del boia era che non potevi tagliare una testa a meno che non ci fosse un corpo a cui tagliarla: che non aveva mai dovuto fare una cosa del genere prima, e non avrebbe iniziato alla sua età.

L’argomento del Re era che qualsiasi cosa che avesse una testa poteva essere decapitata, e che non si doveva parlare a vanvera.

L’argomento della Regina era che se non si faceva qualcosa al riguardo in meno di nessun tempo, avrebbe fatto giustiziare tutti, in giro. (Fu quest’ultima osservazione che aveva fatto sembrare tutto il gruppo così serio e ansioso.)

Alice non poté pensare a nient’altro da dire se non: “Appartiene alla Duchessa: fareste meglio a chiederle.”

“È in prigione,” disse la Regina al boia: “portala qui.” E il boia se ne andò come una freccia.

La testa del Gatto iniziò a svanire non appena se ne fu andato, e, quando tornò con la Duchessa, era completamente scomparsa; così il Re e il boia corsero selvaggiamente su e giù cercando di trovarla, mentre il resto del gruppo tornò alla partita.

CAPITOLO IX. La Storia della Tartaruga Finta

“Non puoi immaginare quanto sia contenta di rivederti, cara vecchietta!” disse la Duchessa, mentre sistemava affettuosamente il suo braccio in quello di Alice, e camminarono via insieme.

Alice fu molto contenta di trovarla in uno stato d’animo così piacevole, e pensò tra sé che forse era solo il pepe che l’aveva resa così cattiva quando si erano incontrate in cucina.

“Quando sarò una Duchessa,” disse a se stessa, (non in un tono molto speranzoso però), “non avrò pepe in cucina per niente. La zuppa va benissimo senza—Forse è sempre il pepe che rende le persone irascibili,” continuò, molto contenta di aver scoperto un nuovo tipo di regola, “e l’aceto che le rende acide—e la camomilla che le rende amare—e—e lo zucchero e cose del genere che rendono i bambini di buon carattere. Solo che la gente lo sapesse: allora non sarebbero così avari, lo sai—”

Si era completamente dimenticata della Duchessa entro quel momento, e sobbalzò un po’ quando sentì la sua voce vicino al suo orecchio. “Stai pensando a qualcosa, cara, e questo ti fa dimenticare di parlare. Non posso dirti proprio ora qual è la morale di questo, ma me lo ricorderò tra un po’.”

“Forse non ne ha una,” osò osservare Alice.

“Sciocchezze, bambina!” disse la Duchessa. “Tutto ha una morale, se solo riesci a trovarla.” E si strinse di più al fianco di Alice mentre parlava.

Ad Alice non piaceva molto stare così vicina a lei: primo, perché la Duchessa era molto brutta; e secondo, perché era esattamente dell’altezza giusta per posare il mento sulla spalla di Alice, e aveva un mento scomodamente appuntito. Comunque, non le piaceva essere scortese, così lo sopportò il più possibile.

“La partita sta andando un po’ meglio ora,” disse, per modo di tenere su la conversazione un po’.

“È così,” disse la Duchessa: “e la morale di questo è—‘Oh, è l’amore, è l’amore, che fa girare il mondo!’”

“Qualcuno ha detto,” sussurrò Alice, “che è fatto da tutti che badano ai fatti loro!”

“Ah, beh! Significa più o meno la stessa cosa,” disse la Duchessa, infilando il suo mento appuntito nella spalla di Alice mentre aggiungeva: “e la morale di questo è—‘Presta attenzione al senso, e i suoni si prenderanno cura di se stessi.’”

“Quanto le piace trovare morali nelle cose!” pensò Alice tra sé.

“Immagino che tu stia chiedendoti perché non metto il mio braccio intorno alla tua vita,” disse la Duchessa dopo una pausa: “la ragione è che ho dei dubbi sul carattere del tuo fenicottero. Posso provare l’esperimento?”

“Potrebbe mordere,” rispose cautamente Alice, non sentendosi per niente ansiosa di far provare l’esperimento.

“Molto vero,” disse la Duchessa: “i fenicotteri e la senape mordono entrambi. E la morale di questo è—‘Gli uccelli dello stesso piumaggio volano insieme.’”

“Solo che la senape non è un uccello,” osservò Alice.

“Giusto, come al solito,” disse la Duchessa: “che modo chiaro hai di mettere le cose!”

“È un minerale, penso,” disse Alice.

“Certo che lo è,” disse la Duchessa, che sembrava pronta ad accordarsi con tutto quello che diceva Alice; “c’è una grande miniera di senape qui vicino. E la morale di questo è—‘Più ce n’è della mia, meno ce n’è della tua.’”

“Oh, lo so!” esclamò Alice, che non aveva badato a quest’ultima osservazione, “è un vegetale. Non sembra uno, ma lo è.”

“Concordo completamente con te,” disse la Duchessa; “e la morale di questo è—‘Sii quello che vorresti sembrare’—o se preferisci che sia messo in modo più semplice—‘Non immaginare mai di non essere altro da quello che potrebbe apparire agli altri che quello che eri o potresti essere stato non fosse altro da quello che avevi sido apparirebbe a loro di essere altro.’”

“Penso che lo capirei meglio,” disse Alice molto educatamente, “se fosse scritto: ma non riesco proprio a seguirlo come lo dici.”

“Non è niente in confronto a quello che potrei dire se volessi,” rispose la Duchessa, con un tono compiaciuto.

“Per favore, non disturbarti a dirlo più a lungo di così,” disse Alice.

“Oh, non parlare di disturbo!” disse la Duchessa. “Ti faccio un regalo di tutto quello che ho detto finora.”

“Un tipo di regalo economico!” pensò Alice. “Sono contenta che non facciano regali di compleanno così!” Ma non osò dirlo ad alta voce.

“Stai pensando di nuovo?” chiese la Duchessa, con un altro colpo del suo mento appuntito.

“Ho il diritto di pensare,” disse Alice con fermezza, perché stava iniziando a sentirsi un po’ preoccupata.

“Proprio come i maiali hanno il diritto di volare; e la m—”

Ma qui, con grande sorpresa di Alice, la voce della Duchessa svanì, proprio nel mezzo della sua parola preferita “morale,” e il braccio che era legato al suo iniziò a tremare. Alice guardò su, e lì c’era la Regina di fronte a loro, con le braccia conserte, che sembrava un temporale.

“Una bella giornata, Vostra Maestà!” iniziò la Duchessa con una voce bassa e debole.

“Ora, ti do un avvertimento,” urlò la Regina, pestando i piedi mentre parlava; “o tu o la tua testa dovete essere via, e questo in circa metà di nessun tempo! Scegli!”

La Duchessa scelse, e fu via in un momento.

“Andiamo avanti con la partita,” disse la Regina ad Alice; e Alice era troppo spaventata per dire una parola, ma la seguì lentamente di nuovo al campo da croquet.

Gli altri ospiti avevano approfittato dell’assenza della Regina, e si erano riposati all’ombra: comunque, non appena la videro, si affrettarono a tornare alla partita, con la Regina che osservava solo che un momento di ritardo sarebbe costato loro la vita.

Tutto il tempo che giocavano, la Regina non smise mai di litigare con gli altri giocatori, e di urlare: “Tagliategli la testa!” o “Tagliatele la testa!” Quelli che condannava venivano presi in custodia dai soldati, che naturalmente dovevano smettere di essere archi per farlo, così che alla fine di mezz’ora o giù di lì non c’erano più archi, e tutti i giocatori, tranne il Re, la Regina, e Alice, erano in custodia e sotto condanna di esecuzione.

Allora la Regina smise, completamente senza fiato, e disse ad Alice: “Hai visto la Tartaruga Finta?”

“No,” disse Alice. “Non so nemmeno cosa sia una Tartaruga Finta.”

“È la cosa da cui si fa la Zuppa di Tartaruga Finta,” disse la Regina.

“Non ne ho mai vista una, o sentita nominare,” disse Alice.

“Allora vieni,” disse la Regina, “e ti racconterà la sua storia.”

Mentre camminavano via insieme, Alice sentì il Re dire con una voce bassa, alla compagnia in generale: “Siete tutti graziati.” “Ecco, questa è una cosa buona!” disse a se stessa, perché si era sentita molto infelice per il numero di esecuzioni che la Regina aveva ordinato.

Arrivarono molto presto a un Grifone, che giaceva addormentato al sole. (Se non sai cosa sia un Grifone, guarda l’immagine.) “Su, pigro!” disse la Regina, “e porta questa giovane signorina a vedere la Tartaruga Finta, e a sentire la sua storia. Devo tornare e vedere dopo alcune esecuzioni che ho ordinato;” e se ne andò, lasciando Alice da sola con il Grifone. Alice non le piaceva molto l’aspetto della creatura, ma in generale pensò che sarebbe stato più sicuro restare con lui che andare dopo quella Regina selvaggia: così aspettò.

Il Grifone si sedette e si strofinò gli occhi: poi guardò la Regina finché non fu fuori dalla vista: poi rise. “Che divertimento!” disse il Grifone, metà a se stesso, metà ad Alice.

“Che divertimento?” disse Alice.

“Beh, lei,” disse il Grifone. “È tutta la sua fantasia, quello: non giustiziano mai nessuno, lo sai. Vieni!”

“Tutti dicono ‘vieni!’ qui,” pensò Alice, mentre andava lentamente dietro a lui: “Non sono mai stata così comandata in tutta la mia vita, mai!”

Non erano andati molto lontano prima di vedere la Tartaruga Finta in lontananza, seduta triste e solitaria su un piccolo masso di roccia, e, mentre si avvicinavano, Alice poté sentirla singhiozzare come se il cuore le si spezzasse. La compianse profondamente. “Qual è il suo dolore?” chiese al Grifone, e il Grifone rispose, quasi con le stesse parole di prima: “È tutta la sua fantasia, quello: non ha nessun dolore, lo sai. Vieni!”

Così andarono dalla Tartaruga Finta, che le guardò con grandi occhi pieni di lacrime, ma non disse nulla.

“Questa qui è una giovane signorina,” disse il Grifone, “che vuole sapere la tua storia, lo fa.”

“Gliela racconterò,” disse la Tartaruga Finta con una voce profonda e cava: “sedetevi tutte e due, e non parlate una parola finché non ho finito.”

Così si sedettero, e nessuno parlò per qualche minuto. Alice pensò tra sé: “Non vedo come possa mai finire, se non inizia.” Ma aspettò pazientemente.

“Una volta,” disse la Tartaruga Finta alla fine, con un profondo sospiro, “ero una Tartaruga vera.”

Queste parole furono seguite da un lungo silenzio, rotto solo da un’occasionale esclamazione di “Hjckrrh!” da parte del Grifone, e dal costante singhiozzare della Tartaruga Finta. Alice stava quasi per alzarsi e dire: “Grazie, signore, per la sua interessante storia,” ma non poté fare a meno di pensare che ci dovesse essere di più da venire, così si sedette e non disse nulla.

“Quando eravamo piccoli,” continuò la Tartaruga Finta alla fine, più calma, anche se singhiozzava un po’ di tanto in tanto, “andavamo a scuola nel mare. Il maestro era una vecchia Tartaruga—lo chiamavamo Tartaruga—”

“Perché lo chiamavate Tartaruga, se non lo era?” chiese Alice.

“Lo chiamavamo Tartaruga perché ci insegnava,” disse la Tartaruga Finta arrabbiata: “davvero sei molto ottusa!”

“Dovresti vergognarti di te stessa per aver fatto una domanda così semplice,” aggiunse il Grifone; e poi si sedettero in silenzio e guardarono la povera Alice, che si sentì pronta a sprofondare nella terra. Alla fine il Grifone disse alla Tartaruga Finta: “Vai avanti, vecchio amico! Non stare tutto il giorno a parlarne!” e continuò in queste parole:

“Sì, andavamo a scuola nel mare, anche se potresti non crederci—”

“Non ho mai detto che non ci credevo!” interruppe Alice.

“Lo hai detto,” disse la Tartaruga Finta.

“Stai zitto!” aggiunse il Grifone, prima che Alice potesse parlare di nuovo. La Tartaruga Finta continuò.

“Avevamo la migliore delle educazioni—infatti, andavamo a scuola ogni giorno—”

“Sono stata in una scuola giornaliera anch’io,” disse Alice; “non devi essere così orgoglioso come se fosse tutto qui.”

“Con extra?” chiese la Tartaruga Finta un po’ ansiosamente.

“Sì,” disse Alice, “imparammo il francese e la musica.”

“E il lavaggio?” disse la Tartaruga Finta.

“Certo che no!” disse Alice indignata.

“Ah! Allora la tua non era una scuola davvero buona,” disse la Tartaruga Finta con un tono di grande sollievo. “Nella nostra avevano alla fine del conto, ‘Francese, musica, e lavaggio—extra.’”

“Non avresti potuto volere molto,” disse Alice; “vivendo in fondo al mare.”

“Non potevo permettermi di impararlo,” disse la Tartaruga Finta con un sospiro. “Ho preso solo il corso regolare.”

“Qual era?” chiese Alice.

“Rotolamento e Contorcimento, naturalmente, per iniziare,” rispose la Tartaruga Finta; “e poi i diversi rami di Aritmetica—Ambizione, Distrazione, Imbruttimento, e Derisione.”

“Non ho mai sentito di ‘Imbruttimento,’” osò dire Alice. “Cos’è?”

Il Grifone alzò entrambe le zampe in sorpresa. “Cosa! Non hai mai sentito di imbruttire!” esclamò. “Sai cosa significa abbellire, suppongo?”

“Sì,” disse Alice dubbiosa: “significa—rendere—qualsiasi cosa—più carina.”

“Beh, allora,” continuò il Grifone, “se non sai cosa significa imbruttire, sei una sciocca.”

Alice non si sentì incoraggiata a fare altre domande su questo, così si voltò verso la Tartaruga Finta, e disse: “Cos’altro dovevi imparare?”

“Beh, c’era Mistero,” rispose la Tartaruga Finta, contando i soggetti sulle sue pinne, “—Mistero, antico e moderno, con Geografia Marina: poi Dizione—il maestro di Dizione era un vecchio congrio, che veniva una volta a settimana: ci insegnava Dizione, Stiramento, e Svenimento a Spirale.”

“Com’era?” disse Alice.

“Beh, non posso mostrartelo io stesso,” disse la Tartaruga Finta: “sono troppo rigido. E il Grifone non lo imparò mai.”

“Non ho avuto tempo,” disse il Grifone: “sono andato dal maestro di Classici, però. Era un vecchio granchio, lo era.”

“Non ci sono mai andato,” disse la Tartaruga Finta con un sospiro: “insegnava Risate e Lamenti, dicevano.”

“Lo faceva, lo faceva,” disse il Grifone, sospirando a sua volta; e entrambe le creature nascosero il viso nelle zampe.

“E quante ore al giorno facevate lezione?” disse Alice, di fretta per cambiare argomento.

“Dieci ore il primo giorno,” disse la Tartaruga Finta: “nove il giorno dopo, e così via.”

“Che piano strano!” esclamò Alice.

“È per questo che si chiamano lezioni,” osservò il Grifone: “perché diminuiscono di giorno in giorno.”

Questo era un’idea completamente nuova per Alice, e ci pensò un po’ prima di fare la sua prossima osservazione. “Allora l’undicesimo giorno deve essere stato un giorno di festa?”

“Certo che lo fu,” disse la Tartaruga Finta.

“E come faceste il dodicesimo?” continuò Alice con entusiasmo.

“Basta con le lezioni,” interruppe il Grifone con un tono molto deciso: “raccontale qualcosa sui giochi ora.”

CAPITOLO X. La Quadriglia dell’Aragosta

La Tartaruga Finta sospirò profondamente, e passò il dorso di una pinna sugli occhi. Guardò Alice, e cercò di parlare, ma per un minuto o due i singhiozzi gli soffocarono la voce. “Come se avesse un osso in gola,” disse il Grifone: e si mise al lavoro scuotendolo e colpendolo sulla schiena. Alla fine la Tartaruga Finta recuperò la voce, e, con le lacrime che gli scorrevano sulle guance, continuò:

“Potresti non aver vissuto molto in mare—” (“Non ci ho vissuto,” disse Alice)—“e forse non sei mai stata nemmeno presentata a un’aragosta—” (Alice iniziò a dire: “Una volta ne ho assaggiata—” ma si fermò rapidamente, e disse: “No, mai”) “—quindi non puoi avere idea di quanto sia deliziosa una Quadriglia dell’Aragosta!”

“No, infatti,” disse Alice. “Che tipo di ballo è?”

“Beh,” disse il Grifone, “prima ti disponi in una linea lungo la riva del mare—”

“Due linee!” gridò la Tartaruga Finta. “Foche, tartarughe, salmoni, e così via; poi, quando hai liberato il mare da tutte le meduse—”

“Ci vuole generalmente un po’ di tempo,” interruppe il Grifone.

“—avanzate due volte—”

“Ciascuno con un’aragosta come partner!” gridò il Grifone.

“Certo,” disse la Tartaruga Finta: “avanzate due volte, vi mettete in coppia—”

“—cambiate aragoste, e vi ritirate nello stesso ordine,” continuò il Grifone.

“Poi, lo sai,” continuò la Tartaruga Finta, “getti—”

“Le aragoste!” urlò il Grifone, con un balzo nell’aria.

“—il più lontano possibile in mare—”

“Nuotate dopo di loro!” urlò il Grifone.

“Fate un capovolgimento in mare!” gridò la Tartaruga Finta, saltellando selvaggiamente.

“Cambiate aragoste di nuovo!” urlò il Grifone alla cima della voce.

“Tornate a terra di nuovo, e questo è tutto il primo tempo,” disse la Tartaruga Finta, abbassando improvvisamente la voce; e le due creature, che erano state saltellando come cose matte tutto questo tempo, si sedettero di nuovo molto tristemente e tranquillamente, e guardarono Alice.

“Ma io non ho un’aragosta,” disse Alice timidamente. “Non importa,” disse il Grifone. “Fingila.”

“Deve essere una danza molto graziosa,” disse Alice timidamente.

“Ti piacerebbe vederne un po’?” disse la Tartaruga Finta.

“Molto volentieri,” disse Alice.

“Avanti, proviamo la prima figura!” disse la Tartaruga Finta al Grifone. “Possiamo fare a meno delle aragoste, sai. Chi canterà?”

“Oh, canta tu,” disse il Grifone. “Mi sono dimenticato le parole.”

Così iniziarono a danzare solennemente intorno ad Alice, calpestandole i piedi ogni volta che passavano troppo vicini, e agitando le zampe anteriori per segnare il tempo, mentre la Tartaruga Finta cantava questo, molto lentamente e tristemente:—

“Cammineresti un po’ più veloce?” disse una sogliola a una lumaca. “C’è una balena proprio dietro di noi, e mi sta calpestando la coda. Guarda come le aragoste e le tartarughe avanzano con entusiasmo! Stanno aspettando sulla spiaggia—verrai a unirti alla danza? Verrai, non verrai, verrai, non verrai, verrai a unirti alla danza? Verrai, non verrai, verrai, non verrai, non verrai a unirti alla danza?

“Non puoi davvero avere idea di quanto sarà delizioso Quando ci solleveranno e ci getteranno, con le aragoste, in mare!” Ma la lumaca rispose “Troppo lontano, troppo lontano!” e diede un’occhiata di sbieco— Disse che ringraziava la sogliola gentilmente, ma non si sarebbe unita alla danza. Non sarebbe, non potrebbe, non sarebbe, non potrebbe, non sarebbe andata alla danza. Non sarebbe, non potrebbe, non sarebbe, non potrebbe, non potrebbe andare alla danza.

“Che importa quanto lontano andremo?” rispose il suo amico squamoso. “C’è un’altra riva, lo sai, dall’altra parte. Più ci allontaniamo dall’Inghilterra, più ci avviciniamo alla Francia— Allora non impallidire, cara lumaca, ma vieni a unirti alla danza. Verrai, non verrai, verrai, non verrai, verrai a unirti alla danza? Verrai, non verrai, verrai, non verrai, non verrai a unirti alla danza?”

“Grazie, è una danza molto interessante da guardare,” disse Alice, sentendosi molto contenta che fosse finalmente finita: “e mi piace così tanto quella strana canzone sulla sogliola!”

“Oh, per quanto riguarda la sogliola,” disse la Tartaruga Finta, “loro—le hai viste, naturalmente?”

“Sì,” disse Alice, “le ho viste spesso a—” si fermò di colpo.

“Non so dove sia Dinn,” disse la Tartaruga Finta, “ma se le hai viste così spesso, naturalmente sai come sono fatte.”

“Penso di sì,” rispose Alice pensierosa. “Hanno le code in bocca—e sono tutte ricoperte di briciole.”

“Sbagli sulle briciole,” disse la Tartaruga Finta: “le briciole si laverebbero via in mare. Ma hanno le code in bocca; e la ragione è—” qui la Tartaruga Finta sbadigliò e chiuse gli occhi.—“Dille della ragione e di tutto il resto,” disse al Grifone.

“La ragione è,” disse il Grifone, “che sarebbero andate con le aragoste alla danza. Quindi furono gettate in mare. Quindi dovettero cadere da molto in alto. Quindi si misero le code in bocca. Quindi non poterono più tirarle fuori. Questo è tutto.”

“Grazie,” disse Alice, “è molto interessante. Non sapevo così tanto su una sogliola prima.”

“Posso dirti più di questo, se vuoi,” disse il Grifone. “Sai perché si chiama sogliola?”

“Non ci ho mai pensato,” disse Alice. “Perché?”

“Fa gli stivali e le scarpe,” rispose il Grifone molto solennemente.

Alice era completamente perplessa. “Fa gli stivali e le scarpe!” ripeté con meraviglia.

“Beh, con cosa sono fatte le tue scarpe?” disse il Grifone. “Voglio dire, cosa le rende così lucide?”

Alice guardò in basso e rifletté un po’ prima di rispondere. “Sono fatte con il lucido, penso.”

“Stivali e scarpe sotto il mare,” continuò il Grifone con una voce profonda, “sono fatti con una sogliola. Ora lo sai.”

“E di cosa sono fatte?” chiese Alice con grande curiosità.

“Di suole e anguille, naturalmente,” rispose il Grifone piuttosto impazientemente: “qualsiasi gamberetto potrebbe dirtelo.”

“Se fossi stata la sogliola,” disse Alice, i cui pensieri erano ancora sulla canzone, “avrei detto alla balena, ‘Stai indietro, per favore: non ti vogliamo con noi!’”

“Erano obbligati ad averla con loro,” disse la Tartaruga Finta: “nessun pesce saggio andrebbe da nessuna parte senza una balena.”

“Davvero?” disse Alice con un tono di grande sorpresa.

“Naturalmente no,” disse la Tartaruga Finta: “perché, se un pesce venisse da me e mi dicesse che stava per fare un viaggio, gli direi ‘Con quale balena?’”

“Non vuoi dire ‘scopo’?” disse Alice.

“Voglio dire quello che dico,” rispose la Tartaruga Finta con un tono offeso. E il Grifone aggiunse: “Avanti, sentiamo alcune delle tue avventure.”

“Potrei raccontarti le mie avventure—a partire da questa mattina,” disse Alice un po’ timidamente: “ma non serve tornare a ieri, perché allora ero una persona diversa.”

“Spiega tutto questo,” disse la Tartaruga Finta.

“No, no! Le avventure prima,” disse il Grifone con un tono impaziente: “le spiegazioni richiedono un tempo terribile.”

Così Alice iniziò a raccontare loro le sue avventure dal momento in cui vide il Coniglio Bianco. Era un po’ nervosa all’inizio, perché le due creature si avvicinarono così tanto a lei, una da ogni lato, e aprirono gli occhi e le bocche così tanto, ma prese coraggio man mano che andava avanti. I suoi ascoltatori furono perfettamente tranquilli fino a quando arrivò alla parte in cui ripeteva “Sei vecchio, Padre Guglielmo,” al Bruco, e le parole venivano tutte diverse, e poi la Tartaruga Finta tirò un lungo respiro e disse: “Questo è molto strano.”

“È tutto strano quanto può essere,” disse il Grifone.

“È venuto tutto diverso!” ripeté la Tartaruga Finta pensierosa. “Mi piacerebbe sentirla provare a ripetere qualcosa ora. Dille di iniziare.” Guardò il Grifone come se pensasse che avesse qualche tipo di autorità su Alice.

“Alzati e ripeti ‘È la voce del pigro,’” disse il Grifone.

“Come queste creature ordinano in giro e fanno ripetere le lezioni!” pensò Alice; “Potrei benissimo essere a scuola subito.” Comunque, si alzò e iniziò a ripetere, ma la sua testa era così piena della Quadriglia dell’Aragosta che quasi non sapeva cosa stesse dicendo, e le parole uscirono molto strane infatti:—

“È la voce dell’Aragosta; l’ho sentito dichiarare, ‘Mi hai cotto troppo, devo zuccherarmi i capelli.’ Come un’anatra con le palpebre, così lui con il naso Sistema la cintura e i bottoni, e tira fuori le dita dei piedi.”

[nelle edizioni successive continuò come segue Quando la sabbia è tutta asciutta, è allegro come un passero, E parlerà con disprezzo dello Squalo, Ma, quando la marea sale e gli squali sono intorno, La sua voce ha un tono timido e tremante.]

“Questo è diverso da quello che dicevo quando ero bambina,” disse il Grifone.

“Beh, non l’ho mai sentito prima,” disse la Tartaruga Finta; “ma suona come un nonsense insolito.”

Alice non disse nulla; si era seduta con il viso tra le mani, chiedendosi se qualcosa sarebbe mai successo in modo naturale di nuovo.

“Mi piacerebbe che fosse spiegato,” disse la Tartaruga Finta.

“Non può spiegarlo,” disse il Grifone frettolosamente. “Vai avanti con la prossima strofa.”

“Ma riguardo alle sue dita?” insistette la Tartaruga Finta. “Come potrebbe tirarle fuori con il naso, lo sai?”

“È la prima posizione nella danza,” disse Alice; ma era terribilmente perplessa per tutta la faccenda e desiderava cambiare argomento.

“Vai avanti con la prossima strofa,” ripeté il Grifone impazientemente: “inizia con ‘Passai dal suo giardino.’”

Alice non osò disobbedire, anche se era sicura che sarebbe andato tutto storto, e continuò con una voce tremante:—

“Passai dal suo giardino, e notai, con un occhio, Come il Gufo e il Pantera condividevano una torta—”

[nelle edizioni successive continuò come segue Il Pantera prese la pasta della torta, e il sugo, e la carne, Mentre il Gufo aveva il piatto come sua parte del banchetto. Quando la torta fu finita, il Gufo, come un favore, Fu gentilmente permesso di mettere in tasca il cucchiaio: Mentre il Pantera ricevette coltello e forchetta con un ringhio, E concluse il banchetto—]

“A cosa serve ripetere tutta quella roba,” interruppe la Tartaruga Finta, “se non la spieghi man mano che vai avanti? È di gran lunga la cosa più confusa che abbia mai sentito!”

“Sì, penso che faresti meglio a smettere,” disse il Grifone: e Alice fu solo troppo contenta di farlo.

“Proviamo un’altra figura della Quadriglia dell’Aragosta?” continuò il Grifone. “O vorresti che la Tartaruga Finta ti cantasse una canzone?”

“Oh, una canzone, per favore, se la Tartaruga Finta fosse così gentile,” rispose Alice, così entusiasta che il Grifone disse, con un tono piuttosto offeso, “Hm! Non c’è da stupirsi dei gusti! Cantale ‘Zuppa di Tartaruga,’ vuoi, vecchio amico?”

La Tartaruga Finta sospirò profondamente e iniziò, con una voce a volte soffocata dai singhiozzi, a cantare questo:—

“Bella Zuppa, così ricca e verde, Aspettando in una terrina calda! Chi non si chinerebbe per tali delizie? Zuppa della sera, bella Zuppa! Zuppa della sera, bella Zuppa! Bel—lissima Zu—uppa! Bel—lissima Zu—uppa! Zu—uppa della se—e—era, Bella, bellissima Zuppa!

“Bella Zuppa! Chi si cura del pesce, Gioco, o qualsiasi altro piatto? Chi non darebbe tutto il resto per solo due penny di bella Zuppa? Penny di bella Zuppa? Bel—lissima Zu—uppa! Bel—lissima Zu—uppa! Zu—uppa della se—e—era, Bella, bellissima ZUPPA!”

“Coro di nuovo!” gridò il Grifone, e la Tartaruga Finta aveva appena iniziato a ripeterlo, quando un grido di “Il processo sta iniziando!” fu sentito in lontananza.

“Avanti!” gridò il Grifone, e, prendendo Alice per mano, si affrettò via, senza aspettare la fine della canzone.

“Che processo è?” ansimò Alice mentre correva; ma il Grifone rispose solo “Avanti!” e corse più velocemente, mentre sempre più debolmente veniva, portato dalla brezza che li seguiva, le parole malinconiche:—

“Zu—uppa della se—e—era, Bella, bellissima Zuppa!”

CAPITOLO XI. Chi ha Rubato le Torte?

Il Re e la Regina di Cuori erano seduti sul loro trono quando arrivarono, con una grande folla riunita intorno a loro—tutti tipi di piccoli uccelli e bestie, oltre a tutto il mazzo di carte: il Fante era in piedi davanti a loro, in catene, con una guardia su ogni lato per sorvegliarlo; e vicino al Re c’era il Coniglio Bianco, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell’altra. Proprio nel mezzo della corte c’era un tavolo, con un grande piatto di torte sopra: sembravano così buone che Alice si sentì bastante affamata a guardarle—“Vorrei che finissero il processo,” pensò, “e distribuissero i rinfreschi!” Ma non sembrava esserci possibilità di questo, così iniziò a guardarsi intorno, per passare il tempo.

Alice non era mai stata in un tribunale prima, ma ne aveva letto nei libri, e fu bastante contenta di trovare che conosceva il nome di quasi tutto lì. “Quello è il giudice,” disse a se stessa, “per via della sua grande parrucca.”

Il giudice, tra l’altro, era il Re; e siccome portava la corona sopra la parrucca, (guarda il frontespizio se vuoi vedere come faceva,) non sembrava per niente comodo, e certamente non era elegante.

“E quella è la giuria,” pensò Alice, “e quelle dodici creature,” (fu obbligata a dire “creature,” vedi, perché alcuni di loro erano animali, e alcuni erano uccelli,) “suppongo che siano i giurati.” Disse questa ultima parola due o tre volte a se stessa, essendo piuttosto orgogliosa di conoscerne il significato: perché pensava, e a ragione, che pochissime bambine della sua età lo sapessero affatto. Comunque, “giurati” avrebbe fatto altrettanto bene.

I dodici giurati stavano scrivendo molto diligentemente su delle lavagne. “Cosa stanno facendo?” sussurrò Alice al Grifone. “Non possono avere nulla da scrivere ancora, prima che il processo inizi.”

“Stanno scrivendo i loro nomi,” sussurrò il Grifone in risposta, “per paura di dimenticarli prima della fine del processo.”

“Cose stupide!” iniziò Alice con una voce alta e indignata, ma si fermò di colpo, perché il Coniglio Bianco gridò, “Silenzio in corte!” e il Re mise gli occhiali e guardò ansiosamente in giro, per capire chi stesse parlando.

Alice poteva vedere, come se stesse guardando sopra le loro spalle, che tutti i giurati stavano scrivendo “cose stupide!” sulle loro lavagne, e poteva persino capire che uno di loro non sapeva come si scriveva “stupide,” e che doveva chiedere al vicino di dirglielo. “Che bel pasticcio saranno le loro lavagne prima che il processo finisca!” pensò Alice.

Uno dei giurati aveva una matita che strideva. Questo, naturalmente, Alice non poteva sopportare, e girò intorno alla corte e si mise dietro di lui, e molto presto trovò l’opportunità di portargliela via. Lo fece così velocemente che il povero piccolo giurato (era Bill, il Lucertola) non riuscì a capire affatto cosa fosse successo; così, dopo aver cercato in giro per un po’, fu obbligato a scrivere con un dito per il resto del giorno; e questo fu di pochissima utilità, perché non lasciava alcun segno sulla lavagna.

“Araldo, leggi l’accusa!” disse il Re.

A questo il Coniglio Bianco suonò tre squilli di tromba, e poi srotolò il rotolo di pergamena, e lesse come segue:—

“La Regina di Cuori, lei fece delle torte, Tutte in un giorno d’estate: Il Fante di Cuori, lui rubò quelle torte, E le portò via del tutto!”

“Considerate il vostro verdetto,” disse il Re alla giuria.

“Non ancora, non ancora!” interruppe frettolosamente il Coniglio. “C’è molto da venire prima di quello!”

“Chiamate il primo testimone,” disse il Re; e il Coniglio Bianco suonò tre squilli di tromba, e gridò, “Primo testimone!”

Il primo testimone fu il Cappellaio. Entrò con una tazza da tè in una mano e un pezzo di pane e burro nell’altra. “Chiedo scusa, Vostra Maestà,” iniziò, “per aver portato queste: ma non avevo proprio finito il mio tè quando fui chiamato.”

“Avresti dovuto finire,” disse il Re. “Quando hai iniziato?”

Il Cappellaio guardò la Lepre di Marzo, che lo aveva seguito in corte, braccio a braccio con il Ghiro. “Quattordici marzo, penso che fosse,” disse.

“Quindici,” disse la Lepre di Marzo.

“Sedici,” aggiunse il Ghiro.

“Scrivetelo,” disse il Re alla giuria, e la giuria scrisse diligentemente tutte e tre le date sulle loro lavagne, e poi le sommò, e ridusse il risultato in scellini e penny.

“Toglietevi il cappello,” disse il Re al Cappellaio.

“Non è mio,” disse il Cappellaio.

“Rubato!” esclamò il Re, voltandosi verso la giuria, che immediatamente prese nota del fatto.

“Li tengo per venderli,” aggiunse il Cappellaio come spiegazione; “non ne ho nessuno mio. Sono un cappellaio.”

Qui la Regina mise gli occhiali e iniziò a guardare il Cappellaio, che impallidì e si agitò.

“Date la vostra testimonianza,” disse il Re; “e non siate nervoso, o vi farò eseguire sul posto.”

Questo non sembrò incoraggiare il testimone affatto: continuò a spostarsi da un piede all’altro, guardando nervosamente la Regina, e nella sua confusione morse un grande pezzo della sua tazza da tè invece del pane e burro.

Proprio in questo momento Alice sentì una sensazione molto curiosa, che la confuse molto fino a quando non capì cosa fosse: stava iniziando a crescere di nuovo, e pensò inizialmente che si sarebbe alzata e avrebbe lasciato la corte; ma al secondo pensiero decise di rimanere dove era finché c’era spazio per lei.

“Non spingete così,” disse il Ghiro, che era seduto accanto a lei. “Fatico a respirare.”

“Non posso farci niente,” disse Alice molto umilmente: “sto crescendo.”

“Non hai il diritto di crescere qui,” disse il Ghiro.

“Non parlare sciocchezze,” disse Alice più audacemente: “sai che stai crescendo anche tu.”

“Sì, ma cresco a un ritmo ragionevole,” disse il Ghiro: “non in quel modo ridicolo.” E si alzò molto sdegnato e attraversò la corte dall’altra parte.

Tutto questo tempo la Regina non aveva mai smesso di guardare il Cappellaio, e, proprio mentre il Ghiro attraversava la corte, disse a uno degli ufficiali della corte, “Portami la lista dei cantanti dell’ultimo concerto!” a cui il povero Cappellaio tremò così tanto che si tolse entrambe le scarpe.

“Date la vostra testimonianza,” ripeté il Re arrabbiato, “o vi farò eseguire, che siate nervoso o no.”

“Sono un povero uomo, Vostra Maestà,” iniziò il Cappellaio con una voce tremante, “—e non avevo iniziato il mio tè—non più di una settimana o giù di lì—e con il pane e burro che diventava così sottile—e il luccichio del tè—”

“Il luccichio di cosa?” disse il Re.

“Iniziò con il tè,” rispose il Cappellaio.

“Naturalmente il luccichio inizia con una T!” disse il Re bruscamente. “Mi prendete per un idiota? Continuate!”

“Sono un povero uomo,” continuò il Cappellaio, “e la maggior parte delle cose luccicavano dopo—solo la Lepre di Marzo disse—”

“Non l’ho detto!” interruppe la Lepre di Marzo in gran fretta.

“L’hai detto!” disse il Cappellaio.

“Lo nego!” disse la Lepre di Marzo.

“Lo nega,” disse il Re: “lasciate fuori quella parte.”

“Beh, comunque, il Ghiro disse—” continuò il Cappellaio, guardandosi ansiosamente in giro per vedere se avrebbe negato anche lui: ma il Ghiro non negò nulla, essendo profondamente addormentato.

“Dopo quello,” continuò il Cappellaio, “tagliai un altro po’ di pane e burro—”

“Ma cosa disse il Ghiro?” chiese uno dei giurati.

“Questo non lo ricordo,” disse il Cappellaio.

“Devi ricordarlo,” osservò il Re, “o ti farò eseguire.”

Il povero Cappellaio lasciò cadere la sua tazza da tè e il pane e burro, e si inginocchiò. “Sono un povero uomo, Vostra Maestà,” iniziò.

“Sei un pessimo oratore,” disse il Re.

Qui uno dei porcellini d’India applaudì, e fu immediatamente soppresso dagli ufficiali della corte. (Siccome è una parola piuttosto dura, ti spiegherò esattamente come fu fatto. Avevano un grande sacco di tela, che si legava in bocca con delle stringhe: in questo ci misero il porcellino d’India, testa prima, e poi ci si sedettero sopra.)

“Sono contenta di aver visto questo,” pensò Alice. “L’ho letto così spesso nei giornali, alla fine dei processi, ‘Ci furono alcuni tentativi di applausi, che furono immediatamente soppressi dagli ufficiali della corte,’ e non avevo mai capito cosa significasse fino ad ora.”

“Se questo è tutto quello che sai, puoi scendere,” continuò il Re.

“Non posso andare più in basso,” disse il Cappellaio: “sono già sul pavimento, come vedi.”

“Allora puoi sederti,” replicò il Re.

Qui l’altro porcellino d’India applaudì, e fu soppresso.

“Avanti, questo ha finito i porcellini d’India!” pensò Alice. “Ora andremo meglio.”

“Preferirei finire il mio tè,” disse il Cappellaio, con uno sguardo ansioso verso la Regina, che stava leggendo la lista dei cantanti.

“Puoi andare,” disse il Re, e il Cappellaio si affrettò a lasciare la corte, senza nemmeno aspettare di mettersi le scarpe.

“—e proprio tagliategli la testa fuori,” aggiunse la Regina a uno degli ufficiali: ma il Cappellaio era già fuori vista prima che l’ufficiale potesse arrivare alla porta.

“Chiamate il prossimo testimone!” disse il Re.

Il prossimo testimone fu la cuoca della Duchessa. Portava la scatola del pepe in mano, e Alice indovinò chi fosse, anche prima che entrasse in corte, dal modo in cui le persone vicino alla porta iniziarono a starnutire tutte insieme.

“Date la vostra testimonianza,” disse il Re.

“Non lo farò,” disse la cuoca.

Il Re guardò ansiosamente il Coniglio Bianco, che disse a bassa voce, “Vostra Maestà deve controinterrogare questo testimone.”

“Beh, se devo, devo,” disse il Re con un’aria malinconica, e, dopo aver piegato le braccia e guardato la cuoca fino a quando i suoi occhi furono quasi fuori vista, disse con una voce profonda, “Cosa sono fatte le torte?”

“Pepe, per lo più,” disse la cuoca.

“Miele,” disse una voce sonnolenta dietro di lei.

“Prendete quel Ghiro,” gridò la Regina. “Decapitatelo! Buttatelo fuori dalla corte! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Via con i suoi baffi!”

Per alcuni minuti tutta la corte fu in confusione, portando via il Ghiro, e, quando si furono calmati di nuovo, la cuoca era scomparsa.

Per continuità solo — questo è la FINE della sezione precedente, già tradotta. Non tradurla di nuovo e non ripeterla nella tua risposta. Corrispondi ai suoi nomi, terminologia e registro: --- “Ma io non ho un’aragosta,” disse Alice timidamente. “Non importa,” disse il Grifone. “Fingila.” ---

“Non importa!” disse il Re, con un’aria di grande sollievo. “Chiamate il prossimo testimone.” E aggiunse sottovoce alla Regina: “Davvero, cara, devi controinterrogare il prossimo testimone. Mi fa venire il mal di testa!”

Alice osservò il Coniglio Bianco mentre frugava nella lista, molto curiosa di vedere come sarebbe stato il prossimo testimone, “—perché non hanno ancora molte prove,” disse a se stessa. Immagina la sua sorpresa, quando il Coniglio Bianco lesse ad alta voce, con la sua vocina stridula, il nome “Alice!”

CAPITOLO XII. La Testimonianza di Alice

“Eccomi!” esclamò Alice, dimenticando completamente, nella confusione del momento, quanto fosse cresciuta negli ultimi minuti, e si alzò in fretta, rovesciando la giuria con il bordo della gonna, facendo cadere tutti i giurati sulle teste della folla sottostante, e lì giacevano sparsi, ricordandole molto un globo di pesci rossi che aveva rovesciato per sbaglio la settimana prima.

“Oh, chiedo scusa!” esclamò con un tono di grande costernazione, e iniziò a raccoglierli di nuovo il più velocemente possibile, perché l’incidente dei pesci rossi le tornava in mente, e aveva una vaga idea che dovessero essere raccolti subito e rimessi nella giuria, o sarebbero morti.

“Il processo non può procedere,” disse il Re con una voce molto grave, “fino a quando tutti i giurati non saranno tornati ai loro posti—tutti,” ripeté con grande enfasi, guardando severamente Alice mentre lo diceva.

Alice guardò la giuria e vide che, nella sua fretta, aveva messo la Lucertola a testa in giù, e il povero animaletto stava agitando la coda in modo malinconico, essendo completamente incapace di muoversi. Presto lo tirò fuori di nuovo e lo rimise a posto; “non che importi molto,” disse a se stessa; “penso che sarebbe altrettanto utile nel processo in un senso come nell’altro.”

Non appena la giuria si fu un po’ ripresa dallo shock di essere stata rovesciata, e le loro lavagne e matite furono trovate e restituite, si misero al lavoro molto diligentemente per scrivere una storia dell’incidente, tutti tranne la Lucertola, che sembrava troppo sconvolta per fare altro che sedere con la bocca aperta, guardando in su verso il soffitto della corte.

“Cosa sai di questo affare?” disse il Re ad Alice.

“Niente,” disse Alice.

“Niente affatto?” insistette il Re.

“Niente affatto,” disse Alice.

“Questo è molto importante,” disse il Re, voltandosi verso la giuria. Stavano appena iniziando a scriverlo sulle loro lavagne, quando il Coniglio Bianco interruppe: “Non importante, Vostra Maestà intende, naturalmente,” disse con un tono molto rispettoso, ma aggrottando le sopracciglia e facendo smorfie mentre parlava.

“Non importante, naturalmente, intendevo,” disse il Re frettolosamente, e continuò tra sé in un sussurro,

“importante—non importante—non importante—importante—” come se stesse provando quale parola suonasse meglio.

Alcuni della giuria scrissero “importante,” e alcuni “non importante.” Alice poteva vedere questo, essendo abbastanza vicina da guardare sulle loro lavagne; “ma non importa affatto,” pensò tra sé.

In questo momento il Re, che per un po’ era stato occupato a scrivere nel suo taccuino, gracchiò “Silenzio!” e lesse ad alta voce dal suo libro, “Regola Quarantadue. Tutte le persone più alte di un miglio devono lasciare la corte.”

Tutti guardarono Alice.

“Non sono alta un miglio,” disse Alice.

“Lo sei,” disse il Re.

“Quasi due miglia,” aggiunse la Regina.

“Beh, non me ne andrò, comunque,” disse Alice: “oltre a questo, non è una regola regolare: l’hai inventata proprio ora.”

“È la regola più vecchia del libro,” disse il Re.

“Allora dovrebbe essere la Numero Uno,” disse Alice.

Il Re impallidì e chiuse il suo taccuino frettolosamente. “Considerate il vostro verdetto,” disse alla giuria, con una voce bassa e tremante.

“Ci sono altre prove da venire, per favore Vostra Maestà,” disse il Coniglio Bianco, saltando su in gran fretta; “questo foglio è stato appena raccolto.”

“Cosa c’è scritto?” disse la Regina.

“Non l’ho ancora aperto,” disse il Coniglio Bianco, “ma sembra essere una lettera, scritta dal prigioniero a—a qualcuno.”

“Deve essere stata quella,” disse il Re, “a meno che non fosse scritta a nessuno, il che non è usuale, lo sai.”

“A chi è indirizzata?” disse uno dei giurati.

“Non è indirizzata affatto,” disse il Coniglio Bianco; “in effetti, non c’è nulla scritto all’esterno.” Srotolò il foglio mentre parlava, e aggiunse: “Non è una lettera, dopo tutto: è un insieme di versi.”

“Sono nella calligrafia del prigioniero?” chiese un altro dei giurati.

“No, non lo sono,” disse il Coniglio Bianco, “e questa è la cosa più strana.” (La giuria sembrò perplessa.)

“Deve aver imitato la mano di qualcun altro,” disse il Re. (La giuria si rianimò di nuovo.)

“Per favore, Vostra Maestà,” disse il Fante, “non l’ho scritta io, e non possono provare che l’abbia fatto: non c’è firma alla fine.”

“Se non l’hai firmata,” disse il Re, “questo rende la cosa ancora peggiore. Devi aver avuto intenzioni malvagie, altrimenti avresti firmato il tuo nome come un uomo onesto.”

Ci fu un generale applauso a questo: era la prima cosa davvero intelligente che il Re avesse detto quel giorno.

“Questo prova la sua colpa,” disse la Regina.

“Non prova nulla del genere!” disse Alice. “Perché, non sapete nemmeno di cosa parlano!”

“Leggili,” disse il Re.

Il Coniglio Bianco mise gli occhiali. “Da dove devo iniziare, per favore Vostra Maestà?” chiese.

“Inizia dall’inizio,” disse il Re gravemente, “e vai avanti fino a quando non arrivi alla fine: poi fermati.”

Questi erano i versi che il Coniglio Bianco lesse:—

“Mi dissero che eri stata da lei, E mi avevi menzionato a lui: Lei mi diede una buona caratterizzazione, Ma disse che non sapevo nuotare.

Lui mandò loro parola che non ero andato (Sappiamo che è vero): Se lei dovesse insistere sulla questione, Cosa diventerebbe di te?

Le diedi uno, loro gli diedero due, Tu ci deste tre o più; Tutti tornarono da lui a te, Anche se erano miei prima.

Se io o lei dovessimo capitare Coinvolti in questo affare, Lui si fida di te per liberarli, Esattamente come eravamo.

La mia idea era che tu fossi stata (Prima che lei avesse questo attacco) Un ostacolo che si mise tra Lui, e noi, e questo.

Non fargli sapere che le piacevano di più, Perché questo deve sempre essere Un segreto, tenuto da tutti gli altri, Tra te e me.”

“Questa è la prova più importante che abbiamo sentito finora,” disse il Re, strofinandosi le mani; “quindi ora lasciate che la giuria—”

“Se qualcuno di loro può spiegarlo,” disse Alice, (era cresciuta così tanto negli ultimi minuti che non aveva più paura di interromperlo,) “gli darò sei penny. Non credo ci sia un atomo di senso in tutto questo.”

La giuria scrisse sulle loro lavagne, “Non crede ci sia un atomo di senso in tutto questo,” ma nessuno di loro tentò di spiegare il foglio.

“Se non c’è senso in tutto questo,” disse il Re, “questo risparmia un mondo di guai, sai, perché non dobbiamo cercare di trovarne. E pourtant non so,” continuò, stendendo i versi sulle sue ginocchia e guardandoli con un occhio; “sembra che ci sia un po’ di senso in tutto questo, dopo tutto. ‘—disse che non sapevo nuotare—’ non sai nuotare, vero?” aggiunse, voltandosi verso il Fante.

Il Fante scosse tristemente la testa. “Sembro uno che sa nuotare?” disse. (Il che certamente non era, essendo fatto interamente di cartone.)

“Va bene, fin qui,” disse il Re, e continuò a borbottare i versi tra sé: “‘Sappiamo che è vero—’ questa è la giuria, naturalmente—‘Le diedi uno, loro gli diedero due—’ perché, questo deve essere quello che ha fatto con le torte, sai—”

“Ma, continua con ‘tutti tornarono da lui a te,’” disse Alice.

“Beh, eccole qui!” disse il Re trionfalmente, indicando le torte sul tavolo. “Non potrebbe essere più chiaro di così. E poi—‘prima che lei avesse questo attacco—’ non hai mai avuto attacchi, cara, penso?” disse alla Regina.

“Mai!” disse la Regina furiosamente, lanciando un calamaio alla Lucertola mentre parlava. (Il povero piccolo Bill aveva smesso di scrivere sulla sua lavagna con un dito, perché aveva scoperto che non lasciava segno; ma ora iniziò di nuovo frettolosamente, usando l’inchiostro che colava giù per la sua faccia, finché durò.)

“Allora le parole non si adattano a te,” disse il Re, guardando intorno alla corte con un sorriso. Ci fu un silenzio assoluto.

“È un gioco di parole!” aggiunse il Re con un tono offeso, e tutti risero. “Lasciate che la giuria consideri il suo verdetto,” disse il Re, per la ventesima volta quel giorno.

“No, no!” disse la Regina. “Sentenza prima—verdetto dopo.”

“Sciocchezze!” disse Alice ad alta voce. “L’idea di avere la sentenza prima!”

“Taci!” disse la Regina, diventando viola.

“Non lo farò!” disse Alice.

“Via la sua testa!” gridò la Regina alla cima della voce. Nessuno si mosse.

“Chi se ne importa di te?” disse Alice, (era cresciuta alla sua altezza completa in quel momento.) “Non sei altro che un mazzo di carte!”

A questo tutto il mazzo si alzò in aria e le volò addosso: lei emise un piccolo grido, metà di spavento e metà di rabbia, e cercò di respingerle, e si trovò sdraiata sulla riva, con la testa in grembo a sua sorella, che stava delicatamente spazzando via alcune foglie morte che erano cadute dagli alberi sul suo viso.

“Svegliati, cara Alice!” disse sua sorella; “Perché, che lungo sonno hai fatto!”

“Oh, ho fatto un sogno così strano!” disse Alice, e raccontò a sua sorella, per quanto riusciva a ricordarli, tutte queste strane Avventure che hai appena finito di leggere; e quando ebbe finito, sua sorella la baciò e disse: “È stato un sogno strano, cara, certamente: ma ora corri a fare la tua merenda; sta diventando tardi.” Così Alice si alzò e corse via, pensando mentre correva, come ben poteva, che strano sogno fosse stato.

Ma sua sorella rimase seduta come l’aveva lasciata, con la testa appoggiata sulla mano, guardando il sole che tramontava, e pensando alla piccola Alice e a tutte le sue meravigliose Avventure, finché anche lei iniziò a sognare a modo suo, e questo fu il suo sogno:—

Prima, sognò la piccola Alice stessa, e ancora una volta le piccole mani erano strette sulle sue ginocchia, e gli occhi luminosi e desiderosi la guardavano—poteva sentire i toni stessi della sua voce, e vedere quel piccolo movimento della testa per tenere indietro i capelli ribelli che le sarebbero sempre entrati negli occhi—e ancora, mentre ascoltava, o sembrava ascoltare, tutto il luogo intorno a lei si animò con le strane creature del sogno di sua sorella.

L’erba lunga frusciava ai suoi piedi mentre il Coniglio Bianco si affrettava—il topo spaventato sguazzava nella pozza vicina—poteva sentire il rumore delle tazze da tè mentre la Lepre di Marzo e i suoi amici condividevano il loro pasto senza fine, e la voce stridula della Regina che ordinava l’esecuzione dei suoi sfortunati ospiti—ancora una volta il maialino starnutiva sul grembo della Duchessa, mentre piatti e stoviglie si fracassavano intorno—ancora una volta lo strillo del Grifone, lo stridore della matita della Lucertola, e il soffocamento dei porcellini d’India soppressi, riempivano l’aria, mescolati ai lontani singhiozzi della miserabile Tartaruga Finta.

Così rimase seduta, con gli occhi chiusi, e mezzo credette di essere nel Paese delle Meraviglie, anche se sapeva di avere solo da aprire di nuovo gli occhi, e tutto sarebbe cambiato in una realtà noiosa—l’erba sarebbe stata solo fruscio nel vento, e la pozza sarebbe stata solo increspata dal movimento delle canne—il rumore delle tazze da tè sarebbe cambiato in tintinnio di campanelli di pecore, e le grida stridule della Regina nella voce del pastore—e lo starnuto del bambino, lo strillo del Grifone, e tutti gli altri strani rumori, sarebbero cambiati (lo sapeva) nel confuso clamore del cortile della fattoria—mentre il muggito del bestiame in lontananza avrebbe preso il posto dei pesanti singhiozzi della Tartaruga Finta.

Infine, si immaginò come questa stessa piccola sorella sarebbe diventata, nel tempo, una donna cresciuta; e come avrebbe conservato, attraverso tutti i suoi anni maturi, il cuore semplice e amorevole della sua infanzia: e come avrebbe riunito intorno a sé altri bambini, e reso i loro occhi luminosi e desiderosi con molti strani racconti, forse persino con il sogno del Paese delle Meraviglie di molto tempo fa: e come avrebbe sentito con tutte le loro semplici tristezze, e trovato piacere in tutte le loro semplici gioie, ricordando la sua stessa infanzia, e i felici giorni d’estate.

FINE

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