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Biographia Literaria

by Samuel Taylor Coleridge · in Italian

BIOGRAPHIA LITERARIA

Di Samuel Taylor Coleridge

INDICE DEI CONTENUTI

CAP.

I Motivi della presente opera--Accoglienza della prima pubblicazione dell'Autore--Disciplina del suo gusto a scuola--Effetto degli scrittori contemporanei sulle menti giovanili--Sonetti di Bowles--Confronto tra i poeti precedenti e successivi a Pope

II La supposta irritabilità del genio messa alla prova dei fatti--Cause e occasioni dell'accusa--La sua ingiustizia

III Gli obblighi dell'Autore verso i critici, e la probabile occasione--Principi della critica moderna--Opere e carattere del signor Southey

IV Le Lyrical Ballads con la Prefazione--Le prime poesie del signor Wordsworth--Sulla Fantasia e l'Immaginazione--L'indagine sulla distinzione è importante per le Belle Arti

V Sulla legge dell'Associazione--La sua storia tracciata da Aristotele a Hartley

VI Che il sistema di Hartley, per quanto differisce da quello di Aristotele, non è sostenibile in teoria, né fondato sui fatti

VII Delle conseguenze necessarie della Teoria di Hartley--Dell'errore originale o equivocazione che ne procurò l'ammissione--Memoria technica

VIII Il sistema del Dualismo introdotto da Des Cartes--Raffinato prima da Spinoza e poi da Leibnitz nella dottrina dell'Harmonia praestabilita--Ilozoismo--Materialismo--Nessuno di questi sistemi, o qualsiasi teoria possibile dell'Associazione, fornisce o sostituisce una teoria della Percezione, o spiega la formazione dell'Associabile

IX È possibile la Filosofia come scienza, e quali sono le sue condizioni?--Giordano Bruno--Aristocrazia letteraria, o l'esistenza di un patto tacito tra i dotti come ordine privilegiato--Gli obblighi dell'Autore verso i Mistici--Verso Immanuel Kant--La differenza tra la lettera e lo spirito degli scritti di Kant, e una rivendicazione della Prudenza nell'insegnamento della Filosofia--Il tentativo di Fichte di completare il sistema Critico--Il suo successo parziale e il fallimento ultimo--Obblighi verso Schelling; e tra gli scrittori inglesi verso Saumarez

X Un capitolo di digressioni e aneddoti, come interludio che precede quello sulla natura e la genesi dell'Immaginazione o Potere Plastico--Sulla Pedanteria ed espressioni pedanti--Consigli ai giovani autori riguardo alla pubblicazione--Vari aneddoti della vita letteraria dell'Autore, e il progresso delle sue opinioni in Religione e Politica

XI Un'affettuosa esortazione a coloro che nella prima giovinezza si sentono inclini a diventare autori

XII Un capitolo di richieste e premonizioni riguardanti la lettura o l'omissione del capitolo che segue

XIII Sull'Immaginazione, o potere Esemplastico

XIV Occasione delle Lyrical Ballads, e gli oggetti originariamente proposti--Prefazione alla seconda edizione--La controversia che ne seguì, le sue cause e la sua acrimonia--Definizioni filosofiche di una Poesia e della Poesia con scolii

XV I sintomi specifici del potere poetico chiariti in un'analisi Critica di Venere e Adone, e Il ratto di Lucrezia di Shakespeare

XVI Punti salienti di differenza tra i Poeti dell'età presente e quelli del quindicesimo e sedicesimo secolo--Desiderio espresso per l'unione dei meriti caratteristici di entrambi

XVII Esame dei principi peculiari del signor Wordsworth--La vita rustica (soprattutto, la vita umile e rustica) particolarmente sfavorevole alla formazione di una dizione umana--Le parti migliori del linguaggio sono prodotto dei filosofi, non di villani o pastori--Poesia essenzialmente ideale e generica--Il linguaggio di Milton è tanto il linguaggio della vita reale, anzi, incomparabilmente più di quello dell'abitante di un cottage

XVIII Linguaggio della composizione metrica, perché e in che misura essenzialmente diverso da quello della prosa--Origine ed elementi del metro--Le sue conseguenze necessarie, e le condizioni imposte dallo scrittore metrico nella scelta della sua dizione

XIX Continuazione--Riguardo all'oggetto reale, che è probabile che il signor Wordsworth avesse davanti a sé nella sua prefazione critica--Chiarimento e applicazione di questo

XX Il soggetto precedente continuato--Lo stile neutro, o quello comune a Prosa e Poesia, esemplificato da saggi di Chaucer, Herbert e altri

XXI Osservazioni sul modo attuale di condurre le riviste critiche

XXII I difetti caratteristici della poesia di Wordsworth, con i principi dai quali si deduce il giudizio che siano difetti--La loro proporzione rispetto alle bellezze--Per la maggior parte caratteristici solo della sua teoria

LETTERE DI SATYRANE

XXIII Critica sul Bertram

XXIV Conclusione

So wenig er auch bestimmt seyn mag, andere zu belehren, so wuenscht er doch sich denen mitzutheilen, die er sich gleichgesinnt weis, (oder hofft,) deren Anzahl aber in der Breite der Welt zerstreut ist; er wuenscht sein Verhaeltniss zu den aeltesten Freunden dadurch wieder anzuknuepfen, mit neuen es fortzusetzen, und in der letzten Generation sich wieder andere fur seine uebrige Lebenszeit zu gewinnen. Er wuenscht der Jugend die Umwege zu ersparen, auf denen er sich selbst verirrte. (Goethe. Einleitung in die Propylaeen.)

TRADUZIONE. Per quanto poco egli possa essere chiamato a istruire gli altri, desidera nondimeno aprire il suo cuore a coloro che egli sa, o spera, siano di mente simile alla sua, ma che sono ampiamente dispersi nel mondo: desidera riannodare i suoi legami con i suoi amici più antichi, continuare quelli formati di recente, e conquistare altri amici tra la generazione nascente per il corso rimanente della sua vita. Desidera risparmiare ai giovani quei percorsi tortuosi, sui quali lui stesso aveva perso la via.

BIOGRAPHIA LITERARIA

CAPITOLO I

Motivi della presente opera--Accoglienza della prima pubblicazione dell'Autore--Disciplina del suo gusto a scuola--Effetto degli scrittori contemporanei sulle menti giovanili--Sonetti di Bowles--Confronto tra i poeti precedenti e successivi a Pope.

È stato mio destino veder introdotto il mio nome sia nelle conversazioni, sia a stampa, più frequentemente di quanto mi sia facile spiegare, sia che io consideri la scarsità, l'insignificanza e la limitata diffusione dei miei scritti, o il ritiro e la distanza in cui ho vissuto, sia dal mondo letterario che da quello politico. Il più delle volte è stato collegato a qualche accusa che non potevo riconoscere, o a qualche principio che non avevo mai nutrito. Ciononostante, se non avessi avuto altro motivo o incitamento, il lettore non sarebbe stato disturbato da questa discolpa. Quali fossero i miei ulteriori scopi, si vedrà nelle pagine seguenti. Si scoprirà che la minima parte di ciò che ho scritto riguarda me personalmente. Ho usato la narrazione principalmente allo scopo di dare una continuità all'opera, in parte per via delle riflessioni miscellanee suggeritemi da eventi particolari, ma ancora di più come introduzione a un'esposizione dei miei principi in Politica, Religione e Filosofia, e a un'applicazione delle regole, dedotte da principi filosofici, alla poesia e alla critica. Ma tra gli oggetti che mi ero proposto, non è stato il meno importante quello di attuare, per quanto possibile, una sistemazione della controversia di lunga data riguardante la vera natura della dizione poetica; e allo stesso tempo definire con la massima imparzialità il reale carattere poetico del poeta, dai cui scritti questa controversia fu accesa per la prima volta, e da allora è stata alimentata e attizzata.

Nella primavera del 1796, quando avevo appena superato la soglia dell'età adulta, pubblicai un piccolo volume di poesie giovanili. Furono accolte con un grado di favore che, giovane com'ero, sapevo bene non mi era stato concesso tanto per un merito positivo, quanto perché erano considerate germogli di speranza e promesse di opere migliori a venire. I critici di quel giorno, i più lusinghieri, al pari dei più severi, concordarono nell'obiettare loro oscurità, una generale ampollosità di dizione e una profusione di doppi epiteti appena coniati [1]. La prima è la colpa che uno scrittore è meno in grado di rilevare nelle proprie composizioni: e la mia mente non era allora sufficientemente disciplinata da accettare l'autorità degli altri come sostituto della mia convinzione. Soddisfatto che i pensieri, per quanto fossero, non avrebbero potuto essere espressi altrimenti, o almeno più chiaramente, dimenticai di indagare se i pensieri stessi non richiedessero un grado di attenzione inadatto alla natura e agli oggetti della poesia. Questa osservazione tuttavia si applica principalmente, sebbene non esclusivamente, ai Religious Musings. Il resto dell'accusa ammisi in tutta la sua estensione, e non senza sinceri ringraziamenti sia ai miei censori privati che a quelli pubblici per i loro amichevoli ammonimenti. Nelle edizioni successive, potai i doppi epiteti senza mano risparmiatrice, e usai i miei migliori sforzi per domare il gonfiore e lo sfarzo sia del pensiero che della dizione; sebbene in verità, queste piante parassite della poesia giovanile si fossero insinuate nelle mie poesie più lunghe con tale intricata unione, che spesso ero costretto a omettere di districare l'erbaccia, per paura di spezzare il fiore. Da quel periodo alla data della presente opera non ho pubblicato nulla, con il mio nome, che avrebbe potuto in qualche modo essere sottoposto alla giuria della critica anonima. Persino le tre o quattro poesie, stampate con le opere di un amico [2], per quanto furono censurate, furono accusate degli stessi o simili difetti, (sebbene io sia persuaso non con uguale giustizia),--di un eccesso di ornamento, in aggiunta a una dizione forzata ed elaborata. Mi si deve permettere di aggiungere che, anche nel primo periodo delle mie poesie giovanili, vidi e ammisi la superiorità di uno stile più austero e naturale, con una visione non meno chiara di quella che possiedo attualmente. Il mio giudizio era più forte delle mie capacità di realizzare i suoi dettami; e le colpe del mio linguaggio, sebbene in parte dovute a una scelta errata dei soggetti, e al desiderio di dare una coloritura poetica a verità astratte e metafisiche, in cui un nuovo mondo allora mi sembrava aprirsi, derivavano tuttavia, in parte, anche da un'innata diffidenza verso il mio talento comparativo.--Durante diversi anni della mia giovinezza e prima età adulta, venerai coloro che avevano reintrodotto la virile semplicità del greco e dei nostri antichi poeti, con tale entusiasmo da far apparire presuntuosa la speranza di scrivere con successo nello stesso stile. Forse un processo simile è accaduto ad altri; ma le mie prime poesie erano contrassegnate da una facilità e semplicità che ho studiato, forse con minor successo, di imprimere nelle mie ultime composizioni.

A scuola, (Christ's Hospital,) godetti dell'inestimabile vantaggio di un maestro molto sensibile, ma allo stesso tempo molto severo, il Reverendo James Bowyer. Egli formò precocemente il mio gusto alla preferenza di Demostene su Cicerone, di Omero e Teocrito su Virgilio, e ancora di Virgilio su Ovidio. Mi abituò a confrontare Lucrezio, (in quegli estratti che leggevo allora,) Terenzio, e soprattutto le poesie più castigate di Catullo, non solo con i poeti romani delle età cosiddette d'argento e di bronzo; ma anche con quelli dell'era augustea: e su basi di senso comune e logica universale a vedere e affermare la superiorità dei primi nella verità e naturalezza sia dei loro pensieri che della dizione. Allo stesso tempo in cui studiavamo i poeti tragici greci, ci faceva leggere Shakespeare e Milton come lezioni: ed erano le lezioni che richiedevano più tempo e fatica per essere portate a termine, così da sfuggire alla sua censura. Imparai da lui che la poesia, persino quella delle odi più elevate e, apparentemente, quella delle più sfrenate, aveva una logica sua propria, severa come quella della scienza; e più difficile, perché più sottile, più complessa e dipendente da cause più numerose e più fugaci. Nei poeti veramente grandi, soleva dire, c'è una ragione assegnabile, non solo per ogni parola, ma per la posizione di ogni parola; e ricordo bene che, avvalendosi dei sinonimi per l'Omero di Didimo, ci faceva tentare di mostrare, riguardo a ciascuno, perché non avrebbe risposto allo stesso scopo; e in cosa consistesse l'idoneità peculiare della parola nel testo originale.

Nelle nostre composizioni in inglese, (almeno per gli ultimi tre anni della nostra educazione scolastica,) non mostrava alcuna pietà per frasi, metafore o immagini, non sostenute da un sano senso, o dove lo stesso senso avrebbe potuto essere trasmesso con uguale forza e dignità in parole più semplici [3]. Liuto, arpa e lira, Musa, Muse e ispirazioni, Pegaso, Parnaso e Ippocrene erano tutte un abominio per lui. Nella fantasia riesco quasi a sentirlo ora, esclamare: “Arpa? Arpa? Lira? Penna e calamaio, ragazzo, intendi! Musa, ragazzo, Musa? La figlia della tua balia, intendi! Fonte pieria? Oh sì! la pompa del chiostro, suppongo!” Anzi, certe introduzioni, similitudini ed esempi erano posti per nome su una lista di interdizione. Tra le similitudini, ricordo quella del frutto del mancinello, poiché si adattava ugualmente bene a troppi soggetti; in cui tuttavia cedeva subito la palma all'esempio di Alessandro e Clito, che era ugualmente buono e appropriato, qualunque fosse il tema. Era ambizione? Alessandro e Clito!--Adulazione? Alessandro e Clito!--ira--ubriachezza--orgoglio--amicizia--ingratitudine--tardo pentimento? Sempre, sempre Alessandro e Clito! Alla fine, essendo state esemplificate le lodi dell'agricoltura con la saggia osservazione che, se Alessandro avesse tenuto l'aratro, non avrebbe trafitto il suo amico Clito con una lancia, questo vecchio amico provato e servizievole fu bandito con editto pubblico in saecula saeculorum. Mi sono talvolta avventurato a pensare che una lista di questo tipo, o un index expurgatorius di certe frasi ben note e sempre ricorrenti, sia introduttive che di transizione, includendo un vasto assortimento di modesti egoismi, e lusinghieri illeismi, e simili, potrebbe essere appesa nelle nostre corti di giustizia, e in entrambe le Camere del Parlamento, con grande vantaggio per il pubblico, come un importante risparmio di tempo nazionale, un sollievo incalcolabile per i ministri di Sua Maestà, ma soprattutto, come assicurazione dei ringraziamenti degli avvocati di campagna, e dei loro clienti, che hanno disegni di legge privati da far approvare in Parlamento.

Che sia come sia, c'era un'abitudine del nostro maestro, che non posso passare sotto silenzio, perché la ritengo imitabile e degna di imitazione. Spesso permetteva che i nostri esercizi, con qualche pretesto di mancanza di tempo, si accumulassero, finché ogni ragazzo ne aveva quattro o cinque da far controllare. Quindi, disponendo l'intero numero fianco a fianco sulla sua scrivania, chiedeva allo scrivente perché questa o quella frase non avrebbe potuto trovare un posto altrettanto appropriato sotto questa o quella tesi: e se non si poteva dare una risposta soddisfacente, e venivano trovati due errori dello stesso tipo in un esercizio, seguiva l'irrevocabile verdetto, l'esercizio veniva strappato, e un altro sullo stesso soggetto doveva essere prodotto, in aggiunta ai compiti della giornata. Il lettore vorrà, confido, scusare questo tributo di ricordo a un uomo le cui severità, anche ora, non di rado forniscono i sogni, con cui la fantasia cieca vorrebbe interpretare alla mente le sensazioni dolorose del sonno turbato; ma che non diminuiscono né offuscano il profondo senso dei miei obblighi morali e intellettuali. Ci ha inviato all'Università eccellenti studiosi di latino e greco, e tollerabili ebraisti. Eppure la nostra conoscenza classica era il meno dei buoni doni che abbiamo derivato dalla sua zelante e coscienziosa istruzione. Ora se n'è andato verso la sua ricompensa finale, pieno di anni e pieno di onori, anche di quegli onori che erano più cari al suo cuore, in quanto riconoscentemente conferiti da quella scuola, e ancora legandolo agli interessi di quella scuola, in cui era stato lui stesso educato, e alla quale per tutta la sua vita era stato una cosa dedicata.

Per cause che non è qui il luogo di indagare, nessun modello dei tempi passati, per quanto perfetto, può avere lo stesso vivido effetto sulla mente giovanile quanto le produzioni del genio contemporaneo. La disciplina che la mia mente aveva subito, Ne falleretur rotundo sono et versuum cursu, cincinnis, et floribus; sed ut inspiceret quidnam subesset, quae, sedes, quod firmamentum, quis fundus verbis; an figurae essent mera ornatura et orationis fucus; vel sanguinis e materiae ipsius corde effluentis rubor quidam nativus et incalescentia genuina;--rimosse tutti gli ostacoli all'apprezzamento dell'eccellenza nello stile senza diminuire il mio diletto. Che io fossi così preparato per la lettura dei sonetti e delle prime poesie del signor Bowles, aumentò allo stesso tempo la loro influenza e il mio entusiasmo. Le grandi opere dei tempi passati sembrano a un giovane cose di un'altra razza, rispetto alle quali le sue facoltà devono rimanere passive e sottomesse, proprio come di fronte alle stelle e alle montagne. Ma gli scritti di un contemporaneo, forse non più vecchio di lui di molti anni, circondato dalle stesse circostanze e disciplinato dagli stessi costumi, possiedono per lui una realtà e ispirano un'amicizia reale come di un uomo per un uomo. La sua stessa ammirazione è il vento che attizza e alimenta la sua speranza. Le poesie stesse assumono le proprietà della carne e del sangue. Recitare, esaltare, contendere per esse è solo il pagamento di un debito dovuto a qualcuno che esiste per riceverlo.

Ci sono, in verità, modi di insegnare che hanno prodotto, e stanno producendo, giovani di ben altro stampo; modi di insegnare, in confronto ai quali siamo stati chiamati a disprezzare le nostre grandi scuole pubbliche e università,

nelle cui sale sono appese Le armi degli invincibili cavalieri di un tempo--

modi, con cui i bambini devono essere metamorfosati in prodigi. E prodigi con una vendetta ne ho conosciuti così prodotti; prodigi di presunzione, superficialità, arroganza e infedeltà! Invece di immagazzinare la memoria, durante il periodo in cui la memoria è la facoltà predominante, con fatti per il successivo esercizio del giudizio; e invece di risvegliare con i modelli più nobili l'amore e l'ammirazione fondati e non mescolati, che è il temperamento naturale e grazioso della prima giovinezza; questi pargoli di una pedagogia migliorata sono insegnati a disputare e decidere; a sospettare tutto fuorché la propria saggezza e quella del loro docente; e a non tenere nulla di sacro dal loro disprezzo, se non la propria spregevole arroganza; ragazzi-laureati in tutti i tecnicismi, e in tutte le passioni sporche e l'impertinenza della critica anonima. Solo a tali disposizioni può essere necessario l'ammonimento di Plinio, Neque enim debet operibus ejus obesse, quod vivit. An si inter eos, quos nunquam vidimus, floruisset, non solum libros ejus, verum etiam imagines conquireremus, ejusdem nunc honor praesentis, et gratia quasi satietate languescet? At hoc pravum, malignumque est, non admirari hominem admiratione dignissimum, quia videre, complecti, nec laudare tantum, verum etiam amare contingit.

Avevo appena iniziato il mio diciassettesimo anno, quando i sonetti del signor Bowles, venti in numero, e appena pubblicati in un opuscolo in quarto, furono resi noti e presentati a me per la prima volta da un compagno di scuola che ci aveva lasciato per l'Università, e che, durante tutto il tempo in cui fu nella nostra prima classe (o nel nostro linguaggio scolastico un Grecian), era stato il mio patrono e protettore. Mi riferisco al dottor Middleton, il veramente dotto, e sotto ogni aspetto eccellente Vescovo di Calcutta:

qui laudibus amplis Ingenium celebrare meum, calamumque solebat, Calcar agens animo validum. Non omnia terra Obruta; vivit amor, vivit dolor; ora negatur Dulcia conspicere; at flere et meminisse relictum est.

Fu un doppio piacere per me, e rimane ancora un tenero ricordo, che avessi ricevuto da un amico così venerato la prima conoscenza di un poeta, dalle cui opere, anno dopo anno, fui così entusiasticamente deliziato e ispirato. Le mie prime conoscenze non avranno dimenticato l'indisciplinata impazienza e lo zelo impetuoso con cui mi affaticavo per fare proseliti, non solo dei miei compagni, ma di tutti coloro con cui conversavo, di qualunque rango e in qualunque luogo. Poiché le mie finanze scolastiche non mi permettevano di acquistare copie, feci, in meno di un anno e mezzo, più di quaranta trascrizioni, come i migliori doni che potessi offrire a coloro che avevano in qualche modo conquistato il mio riguardo. E con quasi uguale diletto ricevetti le tre o quattro pubblicazioni seguenti dello stesso autore.

Sebbene io abbia visto e conosciuto abbastanza del genere umano da essere ben consapevole che forse rimarrò solo nel mio credo, e che sarà già un bene se non mi sottoporrò ad accuse peggiori di quella di singolarità; non sono perciò distolto dal dichiarare che considero, e ho sempre considerato, gli obblighi dell'intelletto tra i più sacri dei doveri della gratitudine. Un pensiero di valore, o una particolare concatenazione di pensieri, mi procura un piacere aggiuntivo quando posso con sicurezza riferirlo e attribuirlo alla conversazione o alla corrispondenza di un altro. I miei obblighi verso il signor Bowles erano davvero importanti, e per un bene radicale. In un'età molto precoce, ancor prima del mio quindicesimo anno, mi ero smarrito nella metafisica e nelle controversie teologiche. Nient'altro mi piaceva. La storia, e i fatti particolari, persero ogni interesse nella mia mente. La poesia – (sebbene, per uno scolaro di quell'età, fossi al di sopra della media nella versificazione inglese, e avessi già prodotto due o tre composizioni che, oso dire, a prescindere dalla mia età, erano alquanto superiori alla mediocrità, e che mi avevano procurato più credito di quanto il sano, buon senso del mio vecchio maestro fosse affatto lieto di concedermi) – la poesia stessa, sì, i romanzi e le opere di narrativa, divennero insipidi per me. Nei miei vagabondaggi senza amici durante i giorni di permesso [4], (poiché ero orfano e non avevo quasi alcun legame a Londra), ero sommamente deliziato se qualche passante, specialmente se vestito di nero, entrava in conversazione con me. Poiché trovavo presto il modo di indirizzarla sui miei argomenti preferiti

Di provvidenza, preveggenza, volontà e destino, Destino fisso, libero arbitrio, preveggenza assoluta, E non trovavo fine, perso in labirinti vaganti.

Questa assurda ricerca fu, senza dubbio, dannosa sia per le mie facoltà naturali, sia per il progresso della mia educazione. Sarebbe stata forse distruttiva, se fosse continuata; ma da essa fui propiziamente distolto, in parte proprio grazie a un'introduzione casuale a una famiglia amabile, principalmente tuttavia dall'influenza geniale di uno stile di poesia così tenero eppure così virile, così naturale e reale, eppure così dignitoso e armonioso, come i sonetti e le altre prime poesie del signor Bowles. Sarebbe stato bene per me, forse, se non fossi mai ricaduto nella stessa malattia mentale; se avessi continuato a cogliere il fiore e a mietere il raccolto dalla superficie coltivata, invece di scavare nelle malsane miniere di mercurio dell'erudizione metafisica. E se in seguito ho cercato rifugio dal dolore fisico e da una sensibilità mal gestita in ricerche astruse, che esercitavano la forza e la sottigliezza dell'intelletto senza risvegliare i sentimenti del cuore; c'è stato comunque un lungo e benedetto intervallo, durante il quale alle mie facoltà naturali fu concesso di espandersi, e alle mie tendenze originarie di svilupparsi; – la mia fantasia, e l'amore per la natura, e il senso della bellezza nelle forme e nei suoni.

Il secondo vantaggio, che devo alla mia precoce lettura e ammirazione di queste poesie, (alle quali lasciatemi aggiungere), sebbene a me note in un periodo alquanto successivo, il Lewesdon Hill del signor Crowe, riguarda più direttamente il mio attuale argomento. Tra coloro con cui conversavo, vi erano, naturalmente, moltissimi che avevano formato il loro gusto, e le loro nozioni di poesia, dagli scritti di Pope e dei suoi seguaci; o per parlare più in generale, in quella scuola di poesia francese, condensata e rinvigorita dall'intelletto inglese, che aveva predominato dal secolo scorso. Non ero cieco ai meriti di questa scuola, tuttavia, poiché per inesperienza del mondo, e conseguente mancanza di simpatia verso gli argomenti generali di queste poesie, esse mi davano poco piacere, senza dubbio sottovalutavo il genere, e con la presunzione della giovinezza negavo ai suoi maestri il legittimo nome di poeti. Vidi che l'eccellenza di questo genere consisteva in osservazioni giuste e acute sugli uomini e sui costumi in uno stato artificiale di società, come materia e sostanza; e nella logica dell'arguzia, espressa in distici epigrammatici fluidi e forti, come forma: che anche quando il soggetto era rivolto alla fantasia, o all'intelletto, come nel Riccio rapito, o nel Saggio sull'uomo; anzi, quando si trattava di una narrazione consequenziale, come in quel prodotto sorprendente di talento e ingegno senza pari che è la Traduzione dell'Iliade di Pope; ancora si cercava una punta alla fine di ogni secondo verso, e il tutto era, per così dire, un sorite, o, se mi è concesso scambiare una metafora logica con una grammaticale, una congiunzione disgiuntiva di epigrammi. Nel frattempo la materia e la dizione mi sembravano caratterizzate non tanto da pensieri poetici, quanto da pensieri tradotti nel linguaggio della poesia. Su quest'ultimo punto, ho avuto modo di rendere i miei pensieri gradualmente sempre più chiari a me stesso, attraverso frequenti amichevoli dispute riguardanti il Giardino botanico di Darwin, che, per alcuni anni, fu grandemente esaltato, non solo dal pubblico dei lettori in generale, ma persino da coloro il cui genio e la cui naturale robustezza di intelletto permisero loro in seguito di agire in prima fila nel dissipare queste "nebbie dipinte" che occasionalmente sorgono dalle paludi ai piedi del Parnaso. Durante la mia prima vacanza a Cambridge, assistetti un amico in un contributo per una società letteraria nel Devonshire: e in questo ricordo di aver paragonato l'opera di Darwin al palazzo di ghiaccio russo, scintillante, freddo e transitorio. Nello stesso saggio, inoltre, assegnai svariate ragioni, tratte principalmente da un confronto di passaggi nei poeti latini con l'originale greco, da cui erano stati presi in prestito, per la preferenza delle odi di Collins a quelle di Gray; e della similitudine in Shakespeare

Quanto come un giovane o un prodigo Il legno ghirlandato scioglie dalla nativa baia, Stretto e abbracciato dal vento meretrice! Quanto come il prodigo essa ritorna, Con le costole logore e le vele a brandelli, Magra, lacera, e ridotta in miseria dal vento meretrice! (Mercante di Venezia, Atto II, sc. 6.)

all'imitazione nel Bardo;

Ride bello il mattino, e soffia lieve lo zeffiro Mentre orgogliosamente cavalcando sull'azzurro regno In fiera bardatura la nave dorata va, La giovinezza alla prua e il piacere al timone; Noncurante del dominio dell'impetuoso turbine, Che tacito in truce riposo, attende la preda serale.

(in cui, per inciso, le parole "regno" e "dominio" sono rime caramente acquistate) – preferii l'originale sulla base del fatto che nell'imitazione dipendeva interamente dal fatto che il compositore mettesse, o meno, una maiuscola, sia in questo, sia in molti altri passaggi dello stesso poeta, se le parole dovessero essere personificazioni o semplici astrazioni. Menziono questo perché, nel riferire varie linee di Gray al loro originale in Shakespeare e Milton, e nella chiara percezione di quanto completamente tutta la proprietà andasse perduta nel trasferimento, fui, in quel primo periodo, condotto a una congettura, che molti anni dopo mi fu richiamata dal fatto che lo stesso pensiero fosse stato avviato in conversazione, ma molto più abilmente, e sviluppato più pienamente, dal signor Wordsworth; – vale a dire, che questo stile di poesia, che ho caratterizzato sopra come traduzioni di pensieri in prosa in linguaggio poetico, era stato mantenuto, se non interamente originato, dall'abitudine di scrivere versi latini, e dalla grande importanza attribuita a questi esercizi nelle nostre scuole pubbliche. Qualunque cosa possa essere stata nel quindicesimo secolo, quando l'uso della lingua latina era così generale tra gli uomini colti, che si dice che Erasmo avesse dimenticato la sua lingua madre; tuttavia ai giorni nostri non si deve supporre che un giovane possa pensare in latino, o che possa avere altra fiducia nella forza o nell'adeguatezza delle sue frasi se non l'autorità dello scrittore da cui le ha adottate. Di conseguenza deve prima preparare i suoi pensieri, e poi scegliere, da Virgilio, Orazio, Ovidio, o forse più compendiosamente dal suo Gradus, metà e quarti di versi, in cui incarnarli.

Non mi oppongo mai a un certo grado di spirito litigioso in un giovane dall'età di diciassette a quella di ventiquattro o venticinque anni, a patto di trovarlo sempre a discutere su un lato della questione. Le controversie, causate dal mio zelo non simulato per l'onore di un contemporaneo preferito, allora a me noto solo dalle sue opere, furono di grande vantaggio nella formazione e nell'affermazione del mio gusto e delle mie opinioni critiche. Nella mia difesa dei versi che scorrono l'uno nell'altro, invece di chiudersi a ogni distico; e del linguaggio naturale, né libresco, né volgare, né odorante di lucerna, né di canile, come io ti ricorderò; invece dello stesso pensiero agghindato nella merceria da rigattiere di,

------la tua immagine sulla sua ala Davanti all'occhio della mia fantasia recherà la memoria,--

dovevo continuamente addurre il metro e la dizione dei poeti greci, da Omero a Teocrito inclusivamente; e ancora di più dei nostri antichi poeti inglesi, da Chaucer a Milton. Né era tutto. Ma poiché era la mia costante replica alle autorità portate contro di me da poeti successivi di grande nome, che nessuna autorità poteva valere in opposizione alla Verità, alla Natura, alla Logica e alle Leggi della Grammatica Universale; spinto anche dalla mia precedente passione per le indagini metafisiche; mi affaticai a cercare un solido fondamento, su cui poggiare permanentemente le mie opinioni, nelle facoltà componenti della mente umana stessa, e nella loro dignità e importanza comparativa. A seconda della facoltà o della fonte, da cui derivava il piacere dato da qualsiasi poesia o passaggio, stimavo il merito di tale poesia o passaggio. Come risultato di tutte le mie letture e meditazioni, astrassi due aforismi critici, ritenendoli comprensivi delle condizioni e dei criteri dello stile poetico; – primo, che non la poesia che abbiamo letto, ma quella a cui ritorniamo, con il massimo piacere, possiede il potere genuino, e reclama il nome di poesia essenziale; – secondo, che qualsiasi verso possa essere tradotto in altre parole della stessa lingua, senza diminuzione del loro significato, sia nel senso o nell'associazione, o in qualsiasi sentimento degno, è in tal modo vizioso nella sua dizione. Si osservi tuttavia che ho escluso dall'elenco dei sentimenti degni il piacere derivante dalla pura novità nel lettore, e il desiderio di suscitare meraviglia per le proprie capacità nell'autore. Spesso da allora, nel perseguire le tragedie francesi, ho immaginato due segni di ammirazione alla fine di ogni verso, come geroglifici dell'ammirazione dell'autore stesso per la propria arguzia. La nostra genuina ammirazione per un grande poeta è una corrente sotterranea continua di sentimento! è ovunque presente, ma raramente ovunque come eccitazione separata. Ero solito affermare con audacia che sarebbe stato poco più difficile spingere una pietra fuori dalle Piramidi a mani nude, che alterare una parola, o la posizione di una parola, in Milton o Shakespeare, (nelle loro opere più importanti almeno,) senza far dire al poeta qualcosa d'altro, o qualcosa di peggio, di quanto egli dice. Una grande distinzione mi sembrava di vedere chiaramente tra i difetti caratteristici dei nostri antichi poeti e la falsa bellezza dei moderni. Nei primi, da Donne a Cowley, troviamo i pensieri più fantastici e insoliti, ma nella più pura e genuina lingua inglese; nei secondi i pensieri più ovvi, in un linguaggio il più fantastico e arbitrario. I nostri antichi poeti difettosi sacrificarono la passione e il flusso appassionato della poesia alle sottigliezze dell'intelletto e alle stelle dell'arguzia; i moderni allo splendore e al luccichio di un'immaginazione perpetua, eppure frammentata ed eterogenea, o piuttosto a un qualcosa di anfibio, fatto, metà di immagine e metà di significato astratto [5]. I primi sacrificarono il cuore alla testa; i secondi sia il cuore che la testa alla punta e al drappeggio.

Il lettore deve familiarizzare con lo stile generale di composizione che a quel tempo era considerato poesia, per comprendere e giustificare l'effetto prodotto su di me dai Sonetti, dalla Monodia a Matlock e dalla Speranza del signor Bowles; poiché è peculiare del genio originale diventare sempre meno sorprendente, in proporzione al suo successo nel migliorare il gusto e il giudizio dei suoi contemporanei. Le poesie di West, invero, avevano il merito di una dizione casta e virile; ma erano fredde, e, se posso così esprimermi, solo colorate in modo morto; mentre nella migliore di Warton c'è una rigidità, che troppo spesso dà loro l'aspetto di imitazioni dal greco. Qualunque relazione, dunque, di causa o impulso possa avere la raccolta di Ballate di Percy con le poesie più popolari dei nostri giorni; tuttavia in uno stile più sostenuto ed elevato, dei poeti allora viventi, Cowper e Bowles [6] furono, per quanto ne so, i primi a combinare pensieri naturali con una dizione naturale; i primi a riconciliare il cuore con la testa.

È vero, come ho già menzionato, che per diffidenza verso le mie stesse capacità, per un breve periodo adottai una dizione laboriosa e fiorita, che io stesso ritenevo, se non assolutamente viziosa, comunque di valore molto inferiore. Gradualmente, tuttavia, la mia pratica si conformò al mio miglior giudizio; e le composizioni dei miei ventiquattresimi e venticinquesimi anni – (per esempio, le poesie più brevi in versi sciolti, i versi che ora formano la parte centrale e la conclusione della poesia intitolata il Destino delle Nazioni, e la tragedia di Remorse) – non sono più al di sotto del mio attuale ideale rispetto al tessuto generale dello stile di quanto lo siano quelle della data più recente. I loro difetti erano almeno un residuo del lievito precedente, e tra i molti che mi hanno fatto l'onore di mettere le mie poesie nella stessa classe di quelle dei miei superiori, l'uno o i due, che hanno preteso di portare esempi di semplicità affettata dal mio volume, sono stati in grado di addurre un solo caso, e quello tratto da una copia di versi metà ridicoli, metà biliosi, che intendevo, e avevo io stesso caratterizzato, come sermoni propiora.

Ogni riforma, per quanto necessaria, sarà dalle menti deboli portata a un eccesso, che richiederà esso stesso una riforma. Il lettore mi scuserà se noto che io stesso fui il primo a esporre risu honesto i tre peccati della poesia, uno o l'altro dei quali è il più incline ad assediare un giovane scrittore. Tanto tempo fa, come alla pubblicazione del secondo numero del Monthly Magazine, sotto il nome di Nehemiah Higginbottom, contribuii con tre sonetti, il primo dei quali aveva lo scopo di suscitare una risata bonaria allo spirito del lugubre egotismo, e al ricorrere di frasi preferite, con il doppio difetto di essere al contempo trite e licenziose; – il secondo era sul linguaggio e sui pensieri striscianti e bassi, sotto il pretesto della semplicità; il terzo, le cui frasi erano prese interamente in prestito dalle mie poesie, sull'uso indiscriminato di linguaggio e immagini elaborati e roboanti. Il lettore li troverà nella nota [7] qui sotto, e confido che li considererà ristampati per scopi puramente biografici, e non per i loro meriti poetici. Così generale a quel tempo, e così decisa era l'opinione riguardante i vizi caratteristici del mio stile, che un celebre medico (ora, ahimè! non più tra noi) parlando di me sotto altri aspetti con la sua solita gentilezza, a un gentiluomo che stava per incontrarmi a una cena, non poté tuttavia resistere dal dargli un suggerimento di non menzionare "La casa che costruì Jack" in mia presenza, poiché "ero sensibile come un foruncolo su quel sonetto"; non sapendo egli che io ero lo stesso autore di esso.

CAPITOLO II

Supposta irritabilità degli uomini di genio messa alla prova dei fatti -- Cause e occasioni dell'accusa -- La sua ingiustizia.

Ho spesso pensato che non sarebbe né privo di istruzione né privo di divertimento analizzare, e portare alla chiara coscienza, quel sentimento complesso con cui i lettori in generale si schierano contro l'autore, a favore del critico; e la prontezza con cui applicano a tutti i poeti il vecchio sarcasmo di Orazio sugli scribacchini del suo tempo

------genus irritabile vatum.

Una debolezza e un offuscamento del potere immaginativo, e una conseguente necessità di fare affidamento sulle impressioni immediate dei sensi, rendono, lo sappiamo bene, la mente soggetta a superstizione e fanatismo. Avendo una porzione carente di calore interno e proprio, le menti di questa classe cercano nella folla circum fana un calore comune, che non possiedono singolarmente. Fredde e flemmatiche nella loro natura, come fieno umido, si riscaldano e si infiammano per coacervazione; o come api diventano irrequiete e irritabili a causa dell'aumentata temperatura delle moltitudini raccolte. Da qui la parola tedesca per fanatismo, (tale almeno era il suo importo originale,) deriva dallo sciame delle api, vale a dire, schwaermen, schwaermerey. Essendo la passione in proporzione inversa all'intuizione, – che più è vivida, tanto meno è distinta – la rabbia è la conseguenza inevitabile. L'assenza di ogni fondamento all'interno delle proprie menti per ciò che credono tuttavia sia vero che indispensabile alla loro sicurezza e felicità, non può che produrre uno stato di sentimento inquieto, un senso involontario di paura dal quale la natura non ha mezzi per salvarsi se non attraverso la rabbia. L'esperienza ci informa che la prima difesa delle menti deboli è la recriminazione.

Non c'è filosofo che non veda, Che rabbia e paura sono una sola malattia; Sebbene quella possa bruciare, e questa gelare, Sono entrambe simili alla febbre terzana.

Ma dove le idee sono vive, ed esiste un potere infinito di combinarle e modificarle, i sentimenti e gli affetti si fondono più facilmente e intimamente con queste creazioni ideali che con gli oggetti dei sensi; la mente è influenzata dai pensieri, piuttosto che dalle cose; e solo allora sente l'interesse necessario anche per gli eventi e gli incidenti più importanti, quando per mezzo della meditazione essi sono passati in pensieri. La sanità della mente si trova tra la superstizione con il fanatismo da una parte, e l'entusiasmo con l'indifferenza e una malata lentezza all'azione dall'altra. Poiché le concezioni della mente possono essere così vivide e adeguate da precludere quell'impulso alla loro realizzazione, che è più forte e più irrequieto in coloro che possiedono più del semplice talento, (o la facoltà di appropriarsi e applicare la conoscenza altrui,) – ma mancano ancora di qualcosa del potere creativo e autosufficiente del genio assoluto. Per questa ragione, dunque, essi sono uomini di genio dominante. Mentre i primi riposano contenti tra il pensiero e la realtà, come in un intermundio di cui il loro stesso spirito vivente fornisce la sostanza, e la loro immaginazione la forma sempre mutevole; i secondi devono imprimere le loro preconcezioni sul mondo esterno, al fine di presentarle di nuovo alla propria vista con il grado soddisfacente di chiarezza, distinzione e individualità. Questi in tempi tranquilli sono formati per esibire una poesia perfetta in un palazzo, o in un tempio, o in un giardino paesaggistico; o un racconto di avventura in canali che uniscono mare con mare, o in mura di roccia, che, respingendo i flutti, imitano il potere e forniscono la benevolenza della natura alle flotte riparate; o in acquedotti che, inarcando l'ampia valle da montagna a montagna, danno una Palmira al deserto. Ma ahimè! in tempi di tumulto essi sono gli uomini destinati a uscire come lo spirito formatore della rovina, a distruggere la saggezza dei secoli per sostituirvi le fantasie di un giorno, e a cambiare re e regni, come il vento sposta e modella le nuvole [8]. I resoconti biografici sembrano confermare questa teoria. Gli uomini di maggior genio, per quanto possiamo giudicare dalle loro stesse opere o dai resoconti dei loro contemporanei, sembrano essere stati di temperamento calmo e tranquillo in tutto ciò che li riguardava personalmente. Nella sicurezza interiore di una fama permanente, sembrano essere stati indifferenti o rassegnati riguardo alla reputazione immediata. Attraverso tutte le opere di Chaucer regna una serenità, un'ilarità virile che rende quasi impossibile dubitare di un'abitudine di sentimento corrispondente nell'autore stesso. L'equanimità e la dolcezza di temperamento di Shakespeare erano quasi proverbiali nella sua epoca. Che ciò non derivasse dall'ignoranza della sua grandezza comparativa, ne abbiamo abbondante prova nei suoi Sonetti, che difficilmente potevano essere noti a Pope [9], quando asserì che il nostro grande bardo –

------divenne immortale suo malgrado. (Epist. ad Augusto.)

Parlando di qualcuno che aveva celebrato, e contrapponendo la durata delle sue opere con quella della sua esistenza personale, Shakespeare aggiunge:

Dal momento in cui il tuo nome avrà vita immortale, Sebbene io, una volta andato, debba morire per tutto il mondo; La terra può concedermi solo una tomba comune, Quando tu giacerai sepolto negli occhi degli uomini. Il tuo monumento sarà il mio verso gentile, Che occhi non ancora creati leggeranno; E lingue a venire reciteranno il tuo essere, Quando tutti i respiranti di questo mondo saranno morti: Tu vivrai ancora, tale virtù ha la mia penna, Dove il respiro più respira, proprio nella bocca degli uomini. SONETTO LXXXI.

Ho preso il primo che mi è venuto in mente; ma la prontezza di Shakespeare nel lodare i suoi rivali, ore pleno, e la fiducia nella propria uguaglianza con coloro che riteneva più degni della sua lode, sono ugualmente manifestate in un altro Sonetto.

Fu la vela gonfia e orgogliosa del suo grande verso, Diretta alla lode di te, troppo prezioso, Che nel mio cervello rinchiuse i miei pensieri maturi, Facendo della loro tomba il grembo in cui crebbero? Fu il suo spirito, da spiriti istruito a scrivere Sopra un tono mortale, che mi colpì a morte? No, né lui, né i suoi compagni di notte Che gli davano aiuto, il mio verso stupirono. Lui, né quel fantasma familiare e affabile, Che ogni notte lo inganna con informazioni, Come vincitori del mio silenzio possono vantarsi; Non ero malato di alcuna paura per questo! Ma quando il tuo volto riempì la sua linea, Allora mi mancò la materia, che indebolì la mia. S. LXXXVI.

In Spenser, invero, rintracciamo una mente costituzionalmente tenera, delicata e, in confronto ai suoi tre grandi pari, avrei quasi detto, effeminata; e questa ulteriormente rattristata dall'ingiusta persecuzione di Burleigh e dalle gravi calamità che sopraffecero i suoi ultimi giorni. Queste cause hanno diffuso su tutte le sue composizioni una “grazia malinconica”, e hanno tratto fuori strazi occasionali, tanto più patetici per la loro gentilezza. Ma in nessun luogo troviamo la minima traccia di irritabilità, e ancor meno di sprezzante o affettato disprezzo per i suoi censori.

La stessa calma, e un’autocontrollo persino maggiore, può essere affermato di Milton, per quanto riguardano i suoi poemi e il suo carattere poetico. Riservò la sua rabbia per i nemici della religione, della libertà e del suo paese. La mia mente non è capace di formare una concezione più augusta di quella che sorge dalla contemplazione di questo grande uomo nei suoi ultimi giorni; – povero, malato, vecchio, cieco, calunniato, perseguitato, –

Oscurità davanti, e la voce del pericolo dietro, –

in un’epoca in cui era poco compreso tanto dalla parte per cui, quanto da quella contro cui, aveva combattuto; e tra uomini davanti ai quali procedeva così lontano da rimpicciolirsi per la distanza; eppure ancora in ascolto della musica dei propri pensieri, o se ulteriormente allietato, allietato solo dalla fede profetica di due o tre individui solitari, egli nondimeno

------non disputò Contro la mano o il volere del Cielo, né abbatté un briciolo Di cuore o speranza; ma continuò a resistere e a dirigersi Dritto avanti.

Solo da altri ricaviamo la conoscenza che Milton, nei suoi ultimi giorni, ebbe i suoi schernitori e detrattori; e persino nel suo giorno di giovinezza e speranza, che avesse nemici ci sarebbe rimasto ignoto, se non fossero stati allo stesso tempo i nemici del suo paese.

Sono ben consapevole che, negli stadi avanzati della letteratura, quando esistono molti ed eccellenti modelli, un alto grado di talento, combinato con gusto e giudizio, e impiegato in opere di immaginazione, farà guadagnare a un uomo il nome di grande genio; sebbene anche quell’analogon del genio, che, in certi stati della società, potrebbe persino rendere i suoi scritti più popolari di quanto avrebbe potuto fare l’assoluta realtà, sarebbe cercato invano nella mente e nel temperamento dell’autore stesso. Eppure, anche in istanze di questo tipo, un esame attento rivelerà spesso che l’irritabilità, che è stata attribuita al genio dell’autore come sua causa, ha avuto origine in realtà in una cattiva conformazione del corpo, in un dolore ottuso o in un difetto costituzionale di sensazione piacevole. Ciò che viene addebitato all’autore appartiene all’uomo, che probabilmente sarebbe stato ancora più impaziente, se non fosse stato per le influenze umanizzanti della stessa ricerca che pure porta la colpa della sua irritabilità.

Come dobbiamo spiegare allora la facile credulità generalmente accordata a questa accusa, se l’accusa stessa non è, come ho cercato di dimostrare, sostenuta dall’esperienza? Questa mi sembra una soluzione non molto difficile. In qualsiasi paese la letteratura sia ampiamente diffusa, ci saranno molti che scambiano un intenso desiderio di possedere la reputazione del genio poetico per i poteri reali e le tendenze originali che lo costituiscono. Ma gli uomini, i cui desideri più cari sono fissati su oggetti del tutto fuori dal loro potere, diventano in ogni caso più o meno impazienti e inclini alla rabbia. Inoltre, sebbene possa essere paradossale affermare che un uomo possa conoscere una cosa e crederne l’opposto, certamente una persona vana può essersi abituata a nutrire il desiderio, e a perseverare nel tentativo, di apparire ciò che non è, fino a diventare essa stessa uno dei propri proseliti. Eppure, poiché questa persuasione contraffatta e artificiale deve differire, anche nei sentimenti della persona stessa, da un reale senso di potere interiore, cosa può esserci di più naturale del fatto che questa differenza si traduca in un’irritabilità sospettosa e gelosa? Proprio come la zolla fiorita che copre una cavità può essere spesso scoperta dal suo scuotere e tremare.

Ma, ahimè! la moltitudine di libri e la diffusione generale della letteratura hanno prodotto altri e più deplorevoli effetti nel mondo delle lettere, tali da bastare a spiegare, sebbene in alcun modo a giustificare, il disprezzo con cui le lamentele meglio fondate del genio ferito vengono respinte come frivole, o accolte come materia di divertimento. Ai giorni di Chaucer e Gower, la nostra lingua avrebbe potuto (con la dovuta concessione per le imperfezioni di una similitudine) essere paragonata a una natura selvaggia di canne vocali, dalle quali solo i favoriti di Pan o Apollo potevano costruire persino la rozza siringa; e da questa solo i costruttori potevano trarre note di musica. Ma ora, in parte grazie alle fatiche dei poeti successivi, e in parte grazie allo stato più artificiale della società e della conversazione sociale, il linguaggio, meccanizzato come fosse in un organetto, fornisce allo stesso tempo sia lo strumento che la melodia. Così persino i sordi possono suonare, in modo da deliziare i molti. A volte (poiché è con le similitudini come con gli scherzi a tavola, uno è sicuro di suggerirne un altro) ho tentato di illustrare lo stato attuale della nostra lingua, in relazione alla letteratura, con una stamperia di pezzi stereotipati più grandi e più piccoli, che, nell’attuale moda anglo-gallicana di periodi sconnessi ed epigrammatici, richiede solo una porzione ordinaria di ingegno per variare indefinitamente, e tuttavia produrre qualcosa che, se non è senso, gli somiglierà tanto da andar bene lo stesso. Forse meglio: perché risparmia al lettore la fatica di pensare; previene il vuoto, mentre asseconda l’indolenza; e assicura la memoria da ogni pericolo di pletora intellettuale. Di qui, di tutti i mestieri, la letteratura al momento richiede il minor talento o informazione; e, di tutti i modi di letteratura, la produzione di poesie. La differenza tra queste e le opere di genio non è certo minore di quella tra un uovo e un guscio d’uovo; eppure, a distanza, sembrano entrambe la stessa cosa.

Ora non è meno notevole che vero con quanta poca attenzione le opere di letteratura amena vengano comunemente lette, non solo dalla massa dei lettori, ma anche da uomini di prim’ordine, finché qualche incidente o discussione casuale non abbia risvegliato la loro attenzione e non li abbia messi in guardia. E di qui individui al di sotto della mediocrità, non meno nel potere naturale che nella conoscenza acquisita; anzi, pasticcioni che hanno fallito nei più umili lavori meccanici, e la cui presunzione è in debita proporzione alla loro mancanza di senso e sensibilità; uomini che, essendo prima scarabocchiatori per ozio e ignoranza, diventano poi libellisti per invidia e malevolenza, sono stati in grado di condurre un commercio di successo al servizio dei librai, anzi, si sono elevati a un nome e una reputazione temporanei presso il pubblico in generale, con quella più potente di tutte le adulazioni, l’appello alle passioni cattive e maligne del genere umano. Ma poiché è nella natura del disprezzo, dell’invidia e di tutte le propensioni maligne richiedere un rapido cambiamento di oggetti, tali scrittori sono destinati, prima o poi, a svegliarsi dal loro sogno di vanità verso la delusione e l’abbandono, con sentimenti amareggiati e avvelenati. Anche durante il loro successo di breve durata, consapevoli loro malgrado su quale fondamento mutevole esso poggi, si risentono per il mero rifiuto della lode come per una rapina, e alle critiche più giuste si accendono subito in un abuso violento e indisciplinato; finché la malattia acuta, trasformandosi in cronica, tanto più mortale quanto meno violenta, essi diventano gli strumenti adatti della detrazione letteraria e della calunnia morale. Non possono allora più essere messi in discussione senza esporre il querelante al ridicolo, perché, perbacco, sono critici anonimi, autorizzati, secondo l’espressione di Andrew Marvell, come “individui sinodici” a parlare di se stessi plurali majestatico! Come se la letteratura formasse una casta, come quella dei Paria nell’Indostan, che, per quanto maltrattati, non devono osare considerarsi vittime di un torto! Come se ciò che, in tutti gli altri casi, aggiunge una tinta più profonda alla calunnia, la circostanza di essere anonima, qui agisse solo per rendere il calunniatore inviolabile! Così, in parte, dai temperamenti accidentali degli individui (uomini di indubbio talento, ma non uomini di genio) – temperamenti resi ancora più irritabili dal loro desiderio di apparire uomini di genio; ma ancora più efficacemente dagli eccessi dei meri contraffattori sia del talento che del genio; essendo il numero anche incomparabilmente maggiore di coloro che si pensa siano uomini di genio rispetto a quelli che lo sono davvero; e in parte dalla distinzione naturale, ma non per questo meno parziale e ingiusta, fatta dal pubblico stesso tra la proprietà letteraria e ogni altra proprietà; credo sia nata la prevenzione che considera un’insolita irascibilità riguardo alla ricezione dei propri prodotti come caratteristica del genio.

Potrebbe correggere i sentimenti morali di una numerosa classe di lettori supporre una Rivista messa in piedi, il cui oggetto dovrebbe essere quello di criticare tutte le principali opere presentate al pubblico dai nostri tessitori di nastri, stampatori di calicò, ebanisti e produttori di porcellana; che dovrebbe essere condotta con lo stesso spirito, e prendersi la stessa libertà con il carattere personale, dei nostri giornali letterari. Difficilmente, penso, negherebbero la loro convinzione, non solo che il genus irritabile includerebbe molte altre specie oltre a quella dei bardi; ma che l’irritabilità del commercio ridurrebbe presto i risentimenti dei poeti a mere schermaglie in confronto. O la ricchezza è l’unico oggetto razionale dell’interesse umano? O anche se ciò fosse ammesso, il poeta non ha alcuna proprietà sulle sue opere? O è un caso raro, o colpevole, che colui che serve all’altare delle Muse debba essere costretto a trarre il suo sostentamento da quell’altare, quando oltretutto ha forse deliberatamente abbandonato le più belle prospettive di rango e opulenza per dedicarsi, uomo intero e senza distrazioni, all’istruzione o all’affinamento dei suoi concittadini? O, se dovessimo ignorare tutti gli oggetti e moventi più elevati, tutta la benevolenza disinteressata, e persino quell’ambizione di lode duratura che è allo stesso tempo la stampella e l’ornamento, che sostiene e tradisce l’infermità della virtù umana, – il carattere e la proprietà dell’uomo, che lavora per i nostri piaceri intellettuali, hanno meno diritto a una parte della nostra solidarietà rispetto a quelli del mercante di vini o della modista? La sensibilità invero, sia rapida che profonda, non è solo una caratteristica, ma può essere considerata una parte integrante del genio. Ma non è meno un segno essenziale del vero genio che la sua sensibilità sia eccitata da qualsiasi altra causa più potentemente che dai propri interessi personali; per questa semplice ragione, che l’uomo di genio vive per lo più nel mondo ideale, in cui il presente è sempre costituito dal futuro o dal passato; e perché i suoi sentimenti sono stati abitualmente associati a pensieri e immagini, al numero, alla chiarezza e alla vivacità dei quali la sensazione del sé è sempre in proporzione inversa. Eppure, se per caso avesse occasione di respingere qualche falsa accusa, o di rettificare qualche censura errata, nulla è più comune tra i molti che scambiare la generale vivacità del suo modo e del suo linguaggio, qualunque sia l’oggetto, per gli effetti di una particolare irritazione dovuta alla sua accidentale relazione con lui stesso.

Per quanto mi riguarda, se dai miei sentimenti, o dal test meno sospetto delle osservazioni altrui, fossi stato reso consapevole di qualsiasi irritabilità o gelosia letteraria; confido che non sarei stato, comunque, né così sciocco né così arrogante da attribuire tale imperfezione al genio. Ma un’esperienza – (e non avrei bisogno di abbondanti documenti per provare le mie parole, se aggiungessi) – un’esperienza provata di vent’anni mi ha insegnato che il peccato originale del mio carattere consiste in un’indifferenza negligente verso l’opinione pubblica e verso gli attacchi di coloro che la influenzano; che la lode e l’ammirazione sono diventate di anno in anno sempre meno desiderabili, se non come segni di simpatia; anzi, che mi è difficile e penoso pensare con qualsiasi interesse persino alla vendita e al profitto delle mie opere, per quanto, nelle mie attuali circostanze, tali considerazioni debbano necessariamente essere importanti. Eppure non mi è mai passato per la testa di credere o immaginare che il quantum di potere intellettuale concessomi dalla natura o dall’educazione fosse in qualche modo collegato a questa mia abitudine di sentire; o che avesse bisogno di altri genitori o protettori oltre all’indolenza costituzionale, aggravata in languore dalla cattiva salute; gli accumulati imbarazzi della procrastinazione; la viltà mentale, che è l’inseparabile compagna della procrastinazione, e che ci rende ansiosi di pensare e conversare su qualsiasi cosa piuttosto che su ciò che riguarda noi stessi; infine, tutte quelle vessazioni assillanti, imputabili ai miei difetti o alle mie fortune, che mi lasciano poco dolore da dedicare a mali comparativamente distanti ed estranei.

L’indignazione per i torti letterari la lascio agli uomini nati sotto stelle più felici. Non posso permettermela. Ma lungi dal condannare coloro che possono, ritengo sia dovere di uno scrittore, e lo considero a credito del suo cuore, provare ed esprimere un risentimento proporzionato alla grossolanità della provocazione e all’importanza dell’oggetto. Non c’è professione al mondo che richieda un’attenzione così precoce, così lunga o così ininterrotta come quella della poesia; e in verità come quella della composizione letteraria in generale, se è tale da soddisfare affatto le richieste sia del gusto che della logica rigorosa. Quanto sia difficile e delicato il compito, persino della sola meccanica del verso, si può congetturare dal fallimento di coloro che hanno tentato la poesia in tarda età. Dove dunque un uomo ha, fin dalla sua prima giovinezza, dedicato tutto il suo essere a un oggetto che, per ammissione di tutte le nazioni civili in ogni epoca, è onorevole come ricerca e glorioso come traguardo; cosa, di tutto ciò che riguarda lui e la sua famiglia, se solo escludiamo il suo carattere morale, può avere pretese più eque alla sua protezione, o autorizzare maggiormente atti di autodifesa, dei prodotti elaborati del suo intelletto e della sua industria intellettuale? La prudenza stessa ci comanderebbe di mostrare, anche se difetto o deviazione della sensibilità naturale ci avessero impedito di provarlo, un dovuto interesse e una qualificata ansia per la prole e i rappresentanti del nostro essere più nobile. Lo so, ahimè! per dolorosa esperienza. Ho deposto troppe uova nelle sabbie roventi di questa natura selvaggia, il mondo, con incuria struzzesca e oblio struzzesco. La maggior parte invero è stata calpestata ed è dimenticata; ma pure un non piccolo numero è strisciato fuori alla vita, alcuni per fornire piume per i berretti degli altri, e ancor più per impennare le frecce nelle faretre dei miei nemici, di coloro che, non provocati, hanno teso insidie contro la mia anima.

Sic vos, non vobis, mellificatis, apes!

CAPITOLO III

Gli obblighi dell’Autore verso i critici, e la probabile occasione – Principi della critica moderna – Opere e carattere del Sig. Southey.

Ai critici anonimi di riviste, giornali e notiziari di vario nome e rango, e ai satirici con o senza nome in versi o in prosa, o in testo in versi aiutato da commento in prosa, credo sinceramente e professo di dover ben due terzi di qualsiasi reputazione e pubblicità io possa possedere. Perché quando il nome di un individuo è apparso così frequentemente, in così tante opere, per così tanto tempo, i lettori di queste opere – (che con uno scaffale o due di bellezze, estratti eleganti e Ana, formano nove decimi della lettura del Pubblico leggente) – non possono non avere familiarità con il nome, senza ricordare distintamente se sia stato introdotto per elogio o per censura. E ciò diventa tanto più probabile se (come credo) l’abitudine di leggere opere periodiche può essere correttamente aggiunta al catalogo di Averroè di Anti-Mnemonici, o indebolitori della memoria. Ma dove questo non è stato il caso, il lettore sarà comunque propenso a sospettare che debba esserci qualcosa di insolitamente forte ed esteso in una reputazione che potrebbe richiedere o sopportare un cannoneggiamento così spietato e di lunga durata. Senza alcun sentimento di rabbia dunque – (per il quale invero, per conto mio, non ho alcun pretesto) – mi si può ancora concedere di esprimere un certo grado di sorpresa che, dopo aver corso il guanto di sfida critico per una certa classe di difetti che avevo, non essendo passato nulla davanti al seggio del giudizio nel frattempo, io sia stato, anno dopo anno, trimestre dopo trimestre, mese dopo mese – (per non menzionare vari piccoli periodici di rivoluzione ancora più rapida, “o settimanali o diurni”) – trascinato fuori da loro, per almeno diciassette anni consecutivamente, nelle prime file dei proscritti, e costretto a subire l’urto dell’abuso per difetti direttamente opposti, e che certamente non avevo. Come spiegherò tutto ciò?

Qualunque possa essere stato il caso con altri, certamente non posso attribuire questa persecuzione all’antipatia personale, o all’invidia, o a sentimenti di animosità vendicativa. Non alla prima, poiché con l’eccezione di pochissimi che sono miei amici intimi, e lo erano prima che fossero conosciuti come autori, ho avuto poca altra conoscenza con personaggi letterari, se non quella che può essere implicata in un’introduzione accidentale, o un incontro casuale in una compagnia mista. E per quanto ci si possa fidare di parole e sguardi, devo credere che, anche in queste istanze, non avessi suscitato alcuna disposizione ostile. Né per lettera, né in conversazione, ho mai avuto dispute o controversie oltre al comune scambio sociale di opinioni. Anzi, dove avevo ragione di supporre che le mie convinzioni fossero fondamentalmente diverse, è stata mia abitudine, e posso aggiungere, l’impulso della mia natura, assegnare le basi del mio credo, piuttosto che il credo stesso; e non esprimere dissenso, finché non potessi stabilire alcuni punti di completa simpatia, alcune basi comuni a entrambe le parti, da cui iniziare la sua spiegazione.

Ancor meno posso attribuire questi attacchi all’invidia. Le poche pagine che ho pubblicato sono di una data troppo lontana, e l’estensione della loro vendita una prova troppo conclusiva contro il fatto che siano state popolari in qualsiasi momento, da rendere probabile, avrei quasi detto possibile, l’eccitazione dell’invidia a loro riguardo; e l’uomo che dovesse invidiarmi per qualsiasi altro motivo, in verità deve essere pazzo d’invidia!

Infine, con ben poca parvenza di ragione, potrei sospettare che la causa risieda in un’animosità nei miei confronti dettata da sentimenti vendicativi. Ho già detto che la mia conoscenza degli uomini di lettere è stata limitata e distante, e che non ho avuto né dispute né controversie. Fin dal mio primo ingresso nella vita, ho vissuto, salvo brevi e rari intervalli, all’estero o in ritiro. I miei vari saggi su temi di interesse nazionale, pubblicati in momenti diversi, prima sul Morning Post e poi sul Courier, insieme ai miei cicli di lezioni sui principi della critica applicati a Shakespeare e Milton, costituiscono la mia intera notorietà; le uniche occasioni in cui avrei potuto offendere qualsiasi membro della repubblica delle lettere. Con una sola eccezione, in cui le mie parole furono dapprima travisate e poi applicate intenzionalmente a un individuo, non ho mai potuto apprendere di aver suscitato il disappunto di alcuno tra i miei contemporanei letterari. Avendo annunciato la mia intenzione di tenere un ciclo di lezioni sui meriti e i difetti caratteristici della poesia inglese nelle sue diverse epoche; primo, da Chaucer a Milton; secondo, da Dryden incluso a Thomson; e terzo, da Cowper ai giorni nostri; cambiai il mio piano e limitai la mia dissertazione ai primi due periodi, affinché non potessi fornire alcun pretesto ai mentecatti per travisare, o ai maligni per applicare erroneamente le mie parole e, avendovi impresso il proprio significato, farle passare come moneta corrente nei mercati della chiacchiera o della denigrazione.

Le lodi agli indegni sono percepite dagli animi ardenti come furti ai danni dei meritevoli; ed è fin troppo vero, e fin troppo frequente, che Bacon, Harrington, Machiavel e Spinoza non vengano letti, perché lo sono Hume, Condillac e Voltaire. Ma in una compagnia promiscua nessun uomo prudente si opporrà ai meriti di un contemporaneo nel suo presunto campo di competenza; accontentandosi di lodare a sua volta coloro che ritiene eccellenti. Se mai dovessi ritenere mio dovere oppormi alle pretese di individui, lo farei in libri che possano essere soppesati e confutati, nei quali potrei sviluppare l’insieme delle mie ragioni e dei miei sentimenti, con i loro limiti e le loro modificazioni necessarie; non in una conversazione irrecuperabile, dove, per quanto forti possano essere le ragioni, i sentimenti che le hanno dettate verrebbero certamente attribuiti da qualcuno all’invidia e al malcontento. Inoltre, so bene, e confido di aver agito secondo tale conoscenza, che devono essere gli ignoranti e gli sciocchi a esaltare gli indegni; e gli encomi di critici privi di gusto o giudizio sono la naturale ricompensa di autori privi di sentimento o genio. Sint unicuique sua praemia.

Come posso dunque, scartando, come faccio, queste tre cause, spiegare attacchi la cui lunga durata e inveteratezza richiederebbe tutte e tre per essere giustificata? La soluzione sembra essere questa: ero in rapporti di intimità con il signor Wordsworth e il signor Southey! Ciò, tuttavia, trasferisce, piuttosto che rimuovere, la difficoltà. Sia pure che, per un’inconscia estensione del vecchio adagio, noscitur a socio, i miei amici letterati non si trovino mai sotto la cascata della critica senza che io debba essere inzuppato dagli spruzzi; ma come è accaduto che il torrente si riversasse su di loro?

In primo luogo, dunque, riguardo al signor Southey. Ricordo bene l’accoglienza generale delle sue prime pubblicazioni; ovvero, le poesie pubblicate con il signor Lovell sotto i nomi di Moschus e Bion; i due volumi di poesie a suo nome, e il Joan of Arc. Le censure dei critici di professione sono esistenti e possono essere facilmente consultate: versi trascurati, disuguaglianza nel merito delle diverse poesie, e (nelle opere più leggere) una predilezione per lo strano e il bizzarro; in breve, difetti che avrebbero potuto essere previsti in uno scrittore giovane e rapido, furono davvero sottolineati a sufficienza. Né mancava a quel tempo uno spirito di parte per aggravare le mancanze di un poeta, il quale con tutto il coraggio di una giovinezza incorrotta aveva dichiarato il suo zelo per una causa che riteneva essere quella della libertà, e il suo orrore per l’oppressione, sotto qualunque nome fosse consacrata. Ma non fu affatto obiettato da altri, né sognato dal poeta stesso, che egli preferisse versi trascurati e prosastici per regola e riflessione, o che pretendesse a qualsiasi altra arte o teoria di dizione poetica, eccetto quella che tutti possiamo apprendere da Orazio, Quintiliano, l’ammirevole dialogo, De Oratoribus, generalmente attribuito a Tacito, o le Prolusioni di Strada; se davvero il naturale buon senso e lo studio precoce dei migliori modelli nella sua stessa lingua non avessero infuso le medesime massime in modo più sicuro e, se oso usare l’espressione, più vitale. Tutto ciò che si sarebbe potuto dedurre equamente era che, nel suo gusto e nella sua stima degli scrittori, il signor Southey concordasse assai più con Thomas Warton che con il dottor Johnson. Né intendo negare che, in ogni tempo, il signor Southey fosse dello stesso avviso di Sir Philip Sidney nel preferire un’eccellente ballata nello stile poetico più umile a venti poesie mediocri che si pavoneggiavano nel più alto. E da cosa sono state caratterizzate le sue opere, pubblicate da allora, ciascuna più sorprendentemente della precedente, se non da maggior splendore, un pathos più profondo, riflessioni più profonde e una dignità di linguaggio e di metro più sostenuta? Lontano possa essere il periodo, ma quando giungerà il momento in cui tutte le sue opere saranno raccolte da qualche editore degno di essere il suo biografo, confido che un’appendice di excerpta di tutti i passaggi, in cui i suoi scritti, il suo nome e il suo carattere sono stati attaccati, tratti dagli opuscoli e dalle opere periodiche degli ultimi vent’anni, possa esserne un accompagnamento. Eppure, che possa dimostrarsi curativa nei tempi a venire non oso sperare; poiché finché ci saranno lettori che traggono diletto dalla calunnia, si troveranno recensori pronti a calunniare. E tali lettori diventeranno con ogni probabilità più numerosi, in proporzione a quanto una diffusione ancora maggiore della letteratura produrrà un aumento di saccenti, e il saccentismo porterà con sé petulanza e presunzione. Nei tempi antichi, i libri erano come oracoli religiosi; col progredire della letteratura, divennero poi venerabili precettori; scesero poi al rango di amici istruttivi; e, man mano che il loro numero aumentava, sprofondarono ancora più in basso, a quello di compagni di svago; e al presente sembrano degradati a colpevoli chiamati a rispondere al cospetto di ogni giudice autoeletto, e tuttavia non meno perentorio, che sceglie di scrivere per umore o interesse, per inimicizia o arroganza, e di sottostare alla decisione “di chi legge con malizia, o di chi legge dopo cena”.

Il medesimo movimento retrogrado può essere tracciato nella relazione che gli autori stessi hanno assunto verso i propri lettori. Dall’elevato indirizzo di Bacon: “queste sono le meditazioni di Francesco di Verulam, che egli ritenne interesse della posterità possedere”: o dalla dedica a Monarca o Pontefice, in cui l’onore conferito era asserito in equilibrio con il patrocinio riconosciuto: dal Pindaro di:

------’ep’ alloi-- si d’alloi megaloi: to d’eschaton koryphoutai basilensi. Maeketi paptaine porsion. Eiae se te touton upsou chronon patein, eme te tossade nikaphorois omilein, prophanton sophian kath’ Ellanas eonta panta.--OLYMP. OD. I.

vi fu un graduale declino nell’etichetta o nello stile di pretesa consentito.

Poeti e filosofi, resi diffidenti dal loro stesso numero, si rivolgevano ai “lettori dotti”; poi miravano a conciliare le grazie del “lettore candido”; finché, il critico salendo mentre l’autore scendeva, gli amatori della letteratura furono collettivamente elevati a una municipalità di giudici, e indirizzati come la Città! E ora, finalmente, essendo supposti tutti gli uomini capaci di leggere, e tutti i lettori capaci di giudicare, il pubblico moltitudinario, plasmato in un’unità personale dalla magia dell’astrazione, siede despota nominale sul trono della critica. Ma, ahimè! come in altri dispotismi, esso non fa che riecheggiare le decisioni dei suoi ministri invisibili, le cui pretese intellettuali alla tutela delle Muse sembrano, per la maggior parte, analoghe alle qualificazioni fisiche che adattano i loro fratelli orientali alla sovrintendenza dell’Harem. Così si dice che San Nepomuc fu installato come guardiano dei ponti, perché vi era caduto sopra e vi era sprofondato; così pure si dice che Santa Cecilia sia stata per prima propiziata dai musicisti, perché, avendo fallito nei propri tentativi, aveva preso in antipatia l’arte e tutti i suoi professori di successo. Ma avrò probabilmente occasione in futuro di esporre più ampiamente le mie convinzioni riguardo a questo stato di cose, e le sue influenze sul gusto, sul genio e sulla moralità.

Nel Thalaba, nel Madoc, e ancora più evidentemente nell’unico [16] Cid, nel Kehama, e, come ultimo, così migliore, il Roderick; Southey ha dato ampia prova, se cogitare quam sit magnum dare aliquid in manus hominum: nec persuadere sibi posse, non saepe tractandum quod placere et semper et omnibus cupiat. Ma d’altra parte, concepisco che il signor Southey fosse del tutto incapace di comprendere in che cosa potesse consistere il crimine o il danno di stampare mezza dozzina o più di poesie giocose; o, per parlare più in generale, composizioni che sarebbero state godute o ignorate, a seconda che il gusto e l’umore del lettore potessero essere; purché non contenessero nulla di immorale. Nell’epoca attuale, periturae parcere chartae è enfaticamente una richiesta irragionevole. La minima bagattella che abbia mai inviato nel mondo aveva pretese dieci volte migliori al suo inchiostro e alla sua carta di tutte le sciocche critiche su di essa, che non provavano altro se non che il critico non era uno di coloro per i quali la bagattella era stata scritta; e di tutte le gravi esortazioni a una maggiore riverenza per il pubblico — come se la pagina passiva di un libro, per il fatto di avervi impresso un epigramma o un racconto in versi, assumesse istantaneamente sia potere locomotore che una sorta di ubiquità, così da svolazzare e ronzare nell’orecchio del pubblico con grave fastidio di detta misteriosa personalità. Ma ciò che conferisce un’ulteriore e più ridicola assurdità a questi lamenti è il curioso fatto che, se in un volume di poesia il critico dovesse trovare una poesia o un passaggio che ritiene più particolarmente privo di valore, è certo che lo selezionerà e lo ristamperà nella recensione; con ciò, secondo le sue stesse basi, spreca molta più carta dell’autore, quanto più le copie di una rivista alla moda sono numerose di quelle del libro originale; in alcuni, e quelli i casi più prominenti, come diecimila a cinquecento. Non conosco nulla che superi la viltà di decidere sui meriti di un poeta o di un pittore — (non attraverso difetti caratteristici; poiché dove c’è genio, questi indicano sempre le sue bellezze caratteristiche; ma) — attraverso fallimenti accidentali o passaggi difettosi; eccetto l’impudenza di difenderlo come il dovere proprio, e la parte più istruttiva, della critica. Omettete o passate leggermente sopra l’espressione, la grazia e il raggruppamento delle figure di Raffaello; ma ridicolizzate nel dettaglio gli aghi da calza e i manici di scopa che devono rappresentare gli alberi nei suoi sfondi; e non lasciate mai che senta la fine dei suoi boccali! Ammettete che l’Allegro e il Penseroso di Milton non siano privi di merito; ma ripagatevi di questa concessione ristampando per intero le due poesie sullo University Carrier! Come equo esempio dei suoi Sonetti, citate

“A Book was writ of late called Tetrachordon;”

e, come caratteristico del suo ritmo e metro, citate la sua traduzione letterale del primo e secondo Salmo! Per giustificarvi, dovete solo asserire che, se vi foste soffermati principalmente sulle bellezze e le eccellenze del poeta, l’ammirazione di queste potrebbe sedurre l’attenzione dei futuri scrittori dagli oggetti del loro amore e stupore, verso un’imitazione delle poche poesie e passaggi in cui il poeta era più dissimile da se stesso.

Ma finché le recensioni saranno condotte su principi ben diversi, e con motivi ben diversi; finché, al posto di dettami arbitrari e sberleffi petulanti, i recensori sosterranno le loro decisioni con riferimento a canoni fissi di critica, precedentemente stabiliti e dedotti dalla natura dell’uomo; le menti riflessive proclameranno un’arroganza da parte loro l’annunciarsi così agli uomini di lettere come le guide del loro gusto e giudizio. Per l’acquirente e il mero lettore è, in ogni caso, un’ingiustizia. Chi mi dice che vi sono difetti in un’opera nuova non mi dice nulla che non avrei dato per scontato senza la sua informazione. Ma chi indica ed elucida le bellezze di un’opera originale mi fornisce davvero un’informazione interessante, tale che l’esperienza non mi avrebbe autorizzato ad anticipare. E per quanto riguarda le composizioni che gli autori stessi annunciano con

Haec ipsi novimus esse nihil,

perché dovremmo giudicare con una regola diversa due opere stampate, solo perché l’uno autore è in vita e l’altro nella tomba? Quale uomo di lettere non ha rimpianto la pudicizia di Spratt nel rifiutarsi di lasciare che il suo amico Cowley apparisse nelle sue pantofole e vestaglia? Non sono forse il solo ad aver tratto un divertimento innocente dagli indovinelli, enigmi, versi trisillabi e simili, di Swift e dei suoi corrispondenti, in ore di languore, quando leggere le sue opere più compiute sarebbe stato inutile per me, e, in qualche modo, un atto di ingiustizia verso l’autore. Ma sono in difficoltà nel concepire per quale perversità di giudizio questi svaghi del suo genio potrebbero essere impiegati per sminuire la sua fama come autore di Gulliver, o del Tale of a Tub. Se il signor Southey avesse scritto il doppio delle poesie di merito inferiore, o di interesse parziale, di quante ne abbiano vivacizzato i giornali del giorno, avrebbero aggiunto al suo onore presso gli uomini buoni e saggi, non semplicemente o principalmente come prova della versatilità dei suoi talenti, ma come evidenza della purezza di quella mente, che anche nelle sue levità non ha mai dettato una riga di cui debba pentirsi sotto qualsiasi profilo morale.

Ho nell’immaginazione trasferito al futuro biografo il dovere di contrastare la fama fissa e ben meritata di Southey con l’abuso e l’instancabile ostilità dei suoi critici anonimi fin dalla sua prima giovinezza alla sua maturità più piena. Ma non posso pensare così male della natura umana da non credere che questi critici abbiano già provato vergogna, sia che considerino l’oggetto del loro abuso nel suo carattere morale o letterario. Riflettete infatti sulla varietà e sull’estensione delle sue acquisizioni! Egli non è secondo a nessuno, né come storico né come bibliografo; e quando lo considero come un saggista popolare — (poiché gli articoli delle sue composizioni nelle recensioni sono, per la maggior parte, saggi su soggetti di profondo o curioso interesse piuttosto che critiche su opere particolari) — cerco invano qualsiasi scrittore che abbia trasmesso così tante informazioni, da così tante e così recondite fonti, con così tante giuste e originali riflessioni, in uno stile così vivace e pungente, eppure così uniformemente classico e perspicuo; nessuno, in breve, che abbia combinato così tanta saggezza con così tanto spirito; così tanta verità e conoscenza con così tanta vita e fantasia. La sua prosa è sempre intelligibile e sempre intrattenente. In poesia ha tentato quasi ogni specie di composizione conosciuta prima, e ne ha aggiunte di nuove; e se eccettuiamo la lirica più alta — (nella quale quanto pochi, quanto pochissimi anche delle menti più grandi sono stati fortunati) — ha tentato ogni specie con successo; dalla canzone politica del giorno, gettata via nel giocoso traboccare di onesta gioia ed esultanza patriottica, alla ballata selvaggia; dalla facilità epistolare e narrativa aggraziata, alla austera e impetuosa declamazione morale; dalle bellezze pastorali e dalle luci selvagge e fluttuanti del Thalaba, in cui il sentimento e l’immaginazione hanno dato permanenza persino all’eccitazione della curiosità; e dal pieno splendore del Kehama — (una galleria di quadri finiti in un unico splendido pezzo di fantasia, nel quale, nonostante ciò, la grandezza morale si eleva gradualmente sopra la brillantezza della colorazione e l’audacia e la novità del meccanismo) — alle bellezze più sobrie del Madoc; e infine, dal Madoc al suo Roderick, nel quale, conservando tutte le sue precedenti eccellenze di poeta eminentemente inventivo e pittoresco, ha superato se stesso nel linguaggio e nel metro, nella costruzione dell’insieme, e nello splendore di particolari passaggi.

Dunque, qui concluderò? No! I caratteri dei defunti, al pari degli encomi sulle lapidi, così come vengono descritti con religiosa tenerezza, allo stesso modo vengono letti, certo con benevola simpatia, ma pur sempre con deduzione razionale. Vi sono uomini che meritano una memoria più alta; uomini con i cui caratteri è interesse dei loro contemporanei, non meno che dei posteri, familiarizzare; finché è ancora possibile per una censura imparziale, e persino per un’invidia dai tratti acuti, passare al setaccio il racconto senza offendere le cortesie dell’umanità; e finché l’elogiatore, scoperto in esagerazioni o falsità, debba pagare l’intera penale della propria bassezza nel disprezzo che bolla l’adulatore convinto. Pubblicamente il signor Southey è stato vituperato da uomini che, come vorrei sperare per l’onore della natura umana, scagliavano tizzoni ardenti contro una figura della propria immaginazione; pubblicamente i suoi talenti sono stati sminuiti, i suoi principi denunciati; altrettanto pubblicamente, dunque, io, che l’ho conosciuto intimamente, ritengo mio dovere lasciare a verbale che è una felicità quasi senza pari di Southey possedere i doni migliori del talento e del genio, liberi da tutti i loro difetti caratteristici. Per coloro che ricordano lo stato delle nostre scuole pubbliche e università di circa vent’anni or sono, apparirà una lode non comune, per chiunque, l’essere passato dall’innocenza alla virtù, non solo libero da ogni abitudine viziosa, ma immacolato da un solo atto d’intemperanza, o dalle degradazioni affini all’intemperanza. Quello schema di mente, cuore e contegno abituale che, nella sua prima maturità e nei primi scritti polemici, Milton, rivendicando il privilegio dell’autodifesa, asserisce di sé, e sfida i propri calunniatori a smentire; questo, i suoi compagni di scuola, i suoi colleghi di college e i suoi amici più maturi, con una fiducia proporzionata all’intimità della loro conoscenza, testimonieranno essere nuovamente realizzato nella vita di Robert Southey. Ma ancora più sorprendente per coloro che, per biografia o per propria esperienza, hanno familiarità con le abitudini generali del genio, apparirà l’ineguagliabile industria e perseveranza del poeta nelle sue occupazioni; la dignità e il valore di tali occupazioni; la sua generosa sottomissione a compiti di interesse transitorio, o tali che solo il suo genio avrebbe potuto rendere altrimenti; e il fatto che, avendo così più che soddisfatto le pretese dell’affetto o della prudenza, egli abbia nondimeno trovato per sé il tempo e la forza di realizzare di più, e in dipartimenti più vari, di quanto quasi ogni altro scrittore abbia fatto, sebbene impiegato interamente su soggetti di propria scelta e ambizione. Ma poiché Southey possiede, e non è posseduto dal, suo genio, allo stesso modo è padrone persino delle proprie virtù. Il tenore regolare e metodico delle sue fatiche quotidiane, che verrebbe ritenuto raro nelle occupazioni più meccaniche, e potrebbe essere invidiato dal semplice uomo d’affari, perde ogni parvenza di formalità nella dignitosa semplicità dei suoi modi, nella freschezza e nella sana allegria dei suoi spiriti. Sempre occupato, i suoi amici lo trovano sempre disponibile. Non meno puntuale nelle piccolezze che costante nell’adempimento dei doveri più alti, egli non infligge alcuno di quei piccoli dolori e disagi che gli uomini irregolari spargono intorno a sé, e che nell’insieme diventano così spesso formidabili ostacoli sia alla felicità che all’utilità; mentre al contrario egli infonde tutti i piaceri, e ispira tutta quella serenità d’animo in coloro che gli stanno intorno o che sono a lui legati, che la perfetta coerenza e (se si potesse coniare un tale termine) l’assoluta affidabilità, ugualmente nelle piccole come nelle grandi faccende, non possono che ispirare e conferire; quando anche questo è addolcito, senza esserne indebolito, dalla gentilezza e dalla mansuetudine. Conosco pochi uomini che meritino così bene il carattere che un antico attribuisce a Marco Catone, vale a dire, che egli fosse il più simile alla virtù, in quanto sembrava agire rettamente, non in obbedienza a alcuna legge o motivo esteriore, ma per la necessità di una natura felice, che non poteva agire altrimenti. Come figlio, fratello, marito, padre, padrone, amico, egli si muove con passi fermi eppure lievi, altrettanto non ostentati e altrettanto esemplari. Come scrittore, ha uniformemente reso i suoi talenti subordinati ai migliori interessi dell’umanità, della virtù pubblica e della pietà domestica; la sua causa è stata sempre la causa della pura religione e della libertà, dell’indipendenza nazionale e dell’illuminazione nazionale. Quando i futuri critici soppeseranno il suo premio di lode e censura, sarà Southey il poeta soltanto, a fornire loro i scarsi materiali per la seconda. Non mancheranno inoltre di registrare che, come nessun uomo fu mai amico più costante, mai poeta ebbe più amici e ammiratori tra i buoni di ogni partito; e che i ciarlatani nell’istruzione, i ciarlatani in politica e i ciarlatani nella critica furono i suoi soli nemici.

CAPITOLO IV

Le Lyrical Ballads con la Prefazione--Le poesie giovanili del signor Wordsworth--Sulla fantasia e l’immaginazione--L’indagine della distinzione è importante per le Belle Arti.

Ho vagato lontano dall’obiettivo in vista, ma poiché ho immaginato lettori che avrebbero rispettato i sentimenti che mi avevano tentato dalla strada principale; così oso contare su non pochi, che simpatizzeranno calorosamente con essi. Al presente sarà sufficiente al mio scopo, se ho dimostrato che gli scritti del signor Southey, non più dei miei, fornirono l’occasione originale a questa finzione di una nuova scuola di poesia, e ai clamori contro i suoi supposti fondatori e proseliti.

Altrettanto poco credo che le Lyrical Ballads del signor Wordsworth ne siano state di per sé la causa. Parlo esclusivamente dei due volumi così intitolati. Un esame attento e ripetuto di questi mi conferma nella convinzione che l’omissione di meno di cento versi avrebbe precluso nove decimi della critica su quest’opera. Azzardo questa dichiarazione, tuttavia, sulla supposizione che il lettore l’abbia presa in mano come avrebbe fatto con qualsiasi altra raccolta di poesie che pretenda di derivare i propri soggetti o interessi dagli incidenti della vita domestica o ordinaria, mescolati a toni più elevati di meditazione che il poeta esprime nella propria persona e carattere; con la condizione che queste poesie siano state lette senza conoscenza di, o riferimento a, le opinioni peculiari dell’autore, e che il lettore non abbia avuto la sua attenzione precedentemente diretta a quelle peculiarità. In quel caso, come accadde effettivamente con le prime opere del signor Southey, i versi e i passaggi che avrebbero potuto offendere il gusto generale sarebbero stati considerati come mere disuguaglianze, e attribuiti a disattenzione, non a perversità di giudizio. Gli uomini d’affari che avevano passato la loro vita principalmente nelle città, e da cui ci si sarebbe potuti attendere dunque che traessero il piacere più alto da acute notazioni di uomini e costumi veicolate in un linguaggio facile, eppure corretto e puntuale; e tutti coloro che, leggendo poca poesia, sono maggiormente stimolati da quella specie di essa che sembra più distante dalla prosa, avrebbero probabilmente ignorato del tutto i volumi. Altri, più cattolici nel loro gusto, e tuttavia abituati a essere più soddisfatti quando più eccitati, si sarebbero accontentati di decidere che l’autore fosse stato di successo in proporzione all’elevatezza del suo stile e del suo soggetto. Non pochi, forse, avrebbero potuto, per la loro ammirazione delle *Lines written near Tintern Abbey, on revisiting the Wye*, quelle *Left upon a Yew Tree Seat*, *The Old Cumberland Beggar*, e *Ruth*, essere gradualmente condotti a leggere con sentimento affine *The Brothers*, *the Hart-leap Well*, e qualunque altra poesia in quella collezione possa essere descritta come tenente un posto di mezzo tra quelle scritte nello stile più elevato e quelle nello stile più umile; come per esempio tra *Tintern Abbey* e *The Thorn*, o *Simon Lee*. Se il loro gusto non dovesse sottostare a ulteriori cambiamenti, e rimanesse ancora non riconciliato alle frasi colloquiali, o alle imitazioni di esse, che sono, più o meno, sparse attraverso la classe menzionata per ultima; tuttavia, anche dal piccolo numero di queste ultime, le avrebbero ritenute solo una trascurabile sottrazione al merito dell’intera opera; o, cosa che a volte non è sgradevole nella pubblicazione di un nuovo scrittore, come servente ad accertare la naturale tendenza, e di conseguenza la direzione propria del genio dell’autore.

Nelle osservazioni critiche, dunque, preposte e annesse alle *Lyrical Ballads*, credo, possiamo tranquillamente riposare, come la vera origine dell’ineguagliabile opposizione che gli scritti del signor Wordsworth sono stati da allora destinati a incontrare. I passaggi più umili nelle poesie stesse furono enfatizzati e citati per giustificare il rifiuto della teoria. Ciò che, in e per se stesso, sarebbe stato dimenticato o perdonato come imperfezioni, o perlomeno fallimenti comparativi, provocò diretta ostilità quando annunciato come intenzionale, come il risultato di una scelta dopo piena deliberazione. Così le poesie, ammesse da tutti come eccellenti, unite a quelle che avevano soddisfatto il gran numero maggiore, sebbene formassero due terzi dell’intera opera, invece di essere ritenute (come in tutto diritto avrebbero dovuto essere, anche se diamo per scontato che il lettore abbia giudicato rettamente) un’espiazione per le poche eccezioni, diedero vento e combustibile all’animosità contro sia le poesie che il poeta. In ogni perplessità c’è una porzione di paura, che predispone la mente alla rabbia. Non capaci di negare che l’autore possedesse sia genio che un intelletto potente, si sentivano molto positivi -- ma tuttavia non erano del tutto certi che egli potesse non essere nel giusto, e loro stessi in errore; un inquieto stato d’animo, che cerca sollievo litigando con l’occasione di esso, e meravigliandosi della perversità dell’uomo, che aveva scritto un lungo e argomentativo saggio per persuaderli che

Il bello è brutto, e il brutto è bello;

in altre parole, che essi erano stati per tutta la vita ad ammirare senza giudizio, e ora stavano per censurare senza ragione.

Che questa congettura non sia lontana dal segno, sono indotto a credere dal fatto notevole, che posso affermare per mia conoscenza, che la stessa censura generale sia stata basata da quasi ogni diversa persona su qualche diversa poesia. Tra coloro, il cui candore e giudizio stimo altamente, ricordo distintamente sei che espressero le loro obiezioni alle *Lyrical Ballads* quasi con le stesse parole, e del tutto con lo stesso intento, ammettendo contemporaneamente che diverse poesie avevano dato loro grande piacere; e, strano come potesse sembrare, la composizione che uno citava come esecrabile, un altro la citava come la sua preferita. Sono davvero convinto nella mia mente che, se lo stesso esperimento avesse potuto essere tentato con questi volumi, come fu fatto nella nota storia del quadro, il risultato sarebbe stato lo stesso; le parti che erano state coperte da macchie nere il primo giorno, si sarebbero trovate ugualmente *albo lapide notatae* in quello successivo.

Comunque sia, era certamente duro e ingiusto fissare l’attenzione su poche poesie separate e isolate con tanta avversione, come se fossero state altrettante macchie di peste sull’intera opera, invece di passarle sopra in silenzio, come altrettanta carta bianca, o fogli del catalogo di un libraio; specialmente, poiché nessuno pretendeva di avervi trovato alcuna immoralità o indelicatamente; e le poesie, dunque, nel peggiore dei casi, potevano solo essere considerate come altrettante monete leggere o inferiori in un rotolo d’oro, non come altrettanta lega in un peso di lingotti. Un amico, i cui talenti tengo nella massima considerazione, ma il cui giudizio e forte senso comune ho avuto occasione quasi continua di riverire, facendo a me le solite lamentele riguardanti sia lo stile che i soggetti delle poesie minori del signor Wordsworth; ammisi che c’erano alcuni pochi dei racconti e incidenti, nei quali non potevo io stesso trovare una causa sufficiente per essere stati registrati in metro. Menzionai *Alice Fell* come istanza; “No,” replicò il mio amico con più della solita prontezza di modi, “non posso essere d’accordo con te lì! -- quella, lo ammetto, mi sembra una poesia straordinariamente piacevole.” Nelle *Lyrical Ballads*, (poiché la mia esperienza non mi abilita a estendere l’osservazione in modo ugualmente non qualificato ai due volumi successivi,) ho udito in momenti diversi, e da individui diversi, ogni singola poesia esaltata e riprovata, con l’eccezione di quelle di tipo più elevato, che come è stato osservato prima, sembrano aver vinto lodi universali. Questo fatto di per sé mi avrebbe reso diffidente nelle mie censure, se non fosse stata fornita una base ancora più forte dallo strano contrasto del calore e della lunga durata dell’opposizione, con la natura dei difetti dichiarati come giustificanti la stessa. I difetti seduttivi, i *dulcia vitia* di Cowley, Marini, o Darwin potrebbero ragionevolmente essere pensati capaci di corrompere il giudizio pubblico per mezzo secolo, e richiedere una guerra di vent’anni, campagna dopo campagna, per detronizzare l’usurpatore e ristabilire il gusto legittimo. Ma che una schietta semplicità, sotto l’affettazione della semplicità, parole prosaiche in metro debole, pensieri sciocchi in frasi infantili, e una preferenza per associazioni e caratteri mediocri, degradanti, o nel migliore dei casi triviali, dovrebbero riuscire a formare una scuola di imitatori, una compagnia di ammiratori quasi religiosi, e questo pure tra giovani uomini di mente ardente, educazione liberale, e non

------con allori accademici non conferiti;

e che questo nudo e calvo contraffatto della poesia, che è caratterizzato come al di sotto della critica, dovrebbe per quasi vent’anni aver quasi monopolizzato la critica, come il bersaglio principale, se non l’unico, di rassegne, riviste, opuscoli, poesie e paragrafi; questa è davvero materia di meraviglia. Di ancora maggiore lo è, che il contrasto dovrebbe ancora continuare così indeciso come quello tra Bacco e le rane in Aristofane; quando il primo discese nei regni dei dipartiti per riportare indietro lo spirito dell’antica e genuina poesia;--

CORO: Brekekekex, koax, koax. DIONISO: Tutte in malora voi e il vostro koax. Non è nulla, in verità, se non un koax. DIONISO: Piangete voi, ché a me non importa. CORO: Ma noi grideremo, quanto più la gola ci concede, per tutto il giorno, brekekekex, koax, koax! DIONISO: In questo non vincerete. CORO: E nemmeno voi noi, mai. DIONISO: E nemmeno voi me, giammai. Poiché griderò, anche se dovessi morire, per tutto il giorno, finché non avrò prevalso sul vostro koax! CORO: Brekekekex, KO’AX, KOAX!

Durante l’ultimo anno della mia residenza a Cambridge, 1794, feci la conoscenza della prima pubblicazione del signor Wordsworth intitolata *Descriptive Sketches*; e raramente, se non mai, l’emergere di un genio poetico originale sopra l’orizzonte letterario fu annunciato più evidentemente. Nella forma, stile e maniera dell’intera poesia, e nella struttura dei particolari versi e periodi, c’è una durezza e asprezza connesse e combinate con parole e immagini tutte in bagliore, che potrebbero ricordare quei prodotti del mondo vegetale, dove fiori sfarzosi sorgono da una scorza e guscio duri e spinosi, all’interno dei quali il frutto ricco si sta elaborando. Il linguaggio non è solo peculiare e forte, ma a tratti nodoso e contorto, come dalla sua stessa impaziente forza; mentre la novità e l’affollata folla di immagini, agendo in congiunzione con le difficoltà dello stile, richiede sempre una maggiore chiusura di attenzione, di quanto la poesia -- in ogni caso, la poesia descrittiva -- abbia diritto di pretendere. Non di rado dunque giustificava la lamentela dell’oscurità. Nel seguente estratto ho a volte immaginato di vedere un emblema della poesia stessa, e del genio dell’autore così come allora era mostrato.--

È tempesta; e nascoste nella nebbia di ora in ora, Tutto il giorno le piene versano un mormorio profondo; Il cielo è velato, e ogni vista allegra È scura la regione come con l’arrivo della notte; Eppure che improvvisa esplosione di luce soverchiante! Trionfante sul petto della tempesta, Scintilla la forma che ruota dell’aquila fiammeggiante; A oriente, in lunga prospettiva scintillante, risplendono Le scogliere incoronate di boschi che sul lago si reclinano; Quelle scogliere orientali cento ruscelli spiegano, In un tratto trasformati in pilastri che fiammeggiano d’oro; Dietro la sua vela il contadino si sforza di schivare L’occidente, che brucia come un unico sole dilatato, Dove in un possente crogiuolo spirano Le montagne, ardenti come carboni di fuoco.

La Psiche poetica, nel suo processo verso il pieno sviluppo, subisce tanti cambiamenti quanti il suo omonimo greco, la farfalla. Ed è notevole quanto presto il genio si pulisca e si purifichi dai difetti e dagli errori dei suoi primi prodotti; difetti che, nelle sue prime composizioni, sono tanto più invadenti e confluenti, perché come elementi eterogenei, che avevano solo un uso temporaneo, essi costituiscono il fermento stesso, mediante il quale essi stessi vengono portati via. O possiamo paragonarli ad alcune malattie, che devono lavorare sugli umori, ed essere espulse sulla superficie, per assicurare il paziente dalla loro futura ricorrenza. Ero nel mio ventiquattresimo anno, quando ebbi la felicità di conoscere il signor Wordsworth personalmente, e finché dura la memoria, difficilmente dimenticherò l’improvviso effetto prodotto sulla mia mente dalla sua recitazione di una poesia manoscritta, che rimane ancora inedita, ma di cui la strofa e il tono di stile erano gli stessi di *The Female Vagrant*, come originariamente stampata nel primo volume delle *Lyrical Ballads*. Non vi era qui alcun segno di pensiero teso, o dizione forzata, nessuna folla o turbolenza di immagini; e, come il poeta ha ben descritto egli stesso nelle sue *Lines on revisiting the Wye*, la riflessione virile e le associazioni umane avevano dato sia varietà, che un interesse addizionale agli oggetti naturali, che, nella passione e nell’appetito del primo amore, gli erano sembrati né aver bisogno né permettere. Le occasionali oscurità, che erano sorte da un imperfetto controllo sulle risorse della sua lingua nativa, erano quasi del tutto scomparse, insieme a quel difetto peggiore di frasi arbitrarie e illogiche, al contempo banali e fantastiche, che occupano un posto così distinto nella tecnica della poesia ordinaria, e che, più o meno, legheranno le prime poesie del più vero genio, a meno che l’attenzione non sia stata specialmente diretta alla loro vacuità e incongruenza. Non percepii nulla di particolare nel mero stile della poesia allusa durante la sua recitazione, eccetto appunto tale differenza che non era separabile dal pensiero e dalla maniera; e la strofa spenseriana, che sempre, più o meno, richiama alla mente del lettore lo stile stesso di Spenser, avrebbe senza dubbio autorizzato, nella mia allora opinione, una discesa più frequente verso le frasi della vita ordinaria, di quanto avrebbe potuto essere azzardato senza un effetto negativo nel distico eroico. Non fu tuttavia la libertà dal falso gusto, sia riguardo ai difetti comuni, sia a quelli propriamente suoi, che fece un’impressione così inusuale sui miei sentimenti immediatamente, e successivamente sul mio giudizio. Fu l’unione del sentimento profondo con il pensiero profondo; il fine equilibrio della verità nell’osservare, con la facoltà immaginativa nel modificare, gli oggetti osservati; e soprattutto il dono originale di diffondere il tono, l’atmosfera, e con esso la profondità e l’altezza del mondo ideale attorno a forme, incidenti e situazioni, dei quali, per la vista comune, l’abitudine aveva offuscato tutto il lustro, aveva prosciugato lo scintillio e le gocce di rugiada.

Quest’eccellenza, che in tutti gli scritti del signor Wordsworth è più o meno predominante, e che costituisce il carattere della sua mente, non appena l’ebbi avvertita, cercai di comprenderla. Meditazioni ripetute mi condussero dapprima a sospettare — (e un’analisi più intima delle facoltà umane, dei loro segni appropriati, delle loro funzioni ed effetti, maturò la mia congettura in piena convinzione) — che la Fantasia e l’Immaginazione fossero due facoltà distinte e largamente differenti, invece di essere, secondo la credenza generale, o due nomi con un unico significato, o, al massimo, il grado inferiore e superiore di una sola e medesima potenza. Non è, lo confesso, facile concepire una traduzione più pertinente del greco phantasia che il latino imaginatio; ma è altrettanto vero che in tutte le società esiste un istinto di crescita, un certo buon senso collettivo e inconscio che lavora progressivamente per de-sinonimizzare quelle parole originariamente dello stesso significato, che il confluire dei dialetti fornì alle lingue più omogenee, come il greco e il tedesco: e che la stessa causa, unita alle casualità della traduzione da opere originali di paesi diversi, provoca nelle lingue miste come la nostra. Il primo e più importante punto da dimostrare è che due concezioni perfettamente distinte vengono confuse sotto una sola e medesima parola, e — fatto questo — appropriare tale parola esclusivamente a un significato, e il sinonimo, se ve ne fosse uno, all’altro. Ma se — (come accadrà spesso nelle arti e nelle scienze) — non esiste alcun sinonimo, dobbiamo inventare o prendere in prestito una parola. Nel caso presente l’appropriazione è già iniziata, ed è stata legittimata nell’aggettivo derivato: Milton aveva una mente altamente immaginativa, Cowley una mente molto fantasiosa. Se dunque riuscissi a stabilire l’effettiva esistenza di due facoltà generalmente differenti, la nomenclatura sarebbe immediatamente determinata. Alla facoltà con cui ho caratterizzato Milton, dovremmo limitare il termine «immaginazione»; mentre l’altra verrebbe contraddistinta come «fantasia». Ora, se fosse una volta pienamente accertato che questa divisione non è meno fondata nella natura di quella del delirio dalla mania, o dei

Liuti, allori, mari di latte e navi d’ambra,

di Otway, da quelli di Shakespeare:

Che! l’hanno condotto le sue figlie a tal punto?

o dalla precedente apostrofe agli elementi; la teoria delle belle arti, e della poesia in particolare, non potrebbe che trarne una luce ulteriore e importante. Essa fornirebbe nei suoi effetti immediati una torcia di guida al critico filosofico; e in ultima analisi al poeta stesso. Nelle menti energiche, la verità muta presto per domestichezza in potere; e dal dirigere nella discriminazione e valutazione del prodotto, diviene influente nella produzione. Ammirare per principio è l’unico modo di imitare senza perdita di originalità.

È stato già accennato che la metafisica e la psicologia sono state a lungo il mio cavallo di battaglia. Ma avere un cavallo di battaglia, ed esserne vanitosi, si trova così comunemente insieme, che passano quasi per la stessa cosa. Confido dunque che vi sarà più buonumore che disprezzo nel sorriso con cui il lettore castiga la mia compiacenza, se confesso di essere incerto se la soddisfazione derivante dalla percezione di una verità nuova per me non sia stata resa più pungente dal concetto che essa lo sarebbe altrettanto per il pubblico. Vi fu un tempo, certamente, in cui mi attribuii un certo piccolo merito nella convinzione di essere stato il primo dei miei connazionali ad aver indicato il diverso significato di cui i due termini erano capaci, e ad aver analizzato le facoltà a cui dovrebbero essere appropriati. Il recente volume di sinonimi del signor W. Taylor non l’ho ancora visto; ma la sua specificazione dei termini in questione è stata chiaramente dimostrata insufficiente ed erronea dal signor Wordsworth nella Prefazione aggiunta alla recente raccolta delle sue Poesie. Si troverà che la spiegazione che il signor Wordsworth ha dato di persona differisce dalla mia, principalmente, forse, poiché i nostri scopi sono diversi. Difficilmente avrebbe potuto accadere altrimenti, dal vantaggio di cui ho goduto di frequenti conversazioni con lui su un argomento al quale una sua poesia per prima ha diretto la mia attenzione, e le mie conclusioni sul quale egli aveva reso più lucide a me stesso con molti felici esempi tratti dall’operazione degli oggetti naturali sulla mente. Ma era intento del signor Wordsworth considerare le influenze della fantasia e dell’immaginazione così come si manifestano nella poesia, e dai diversi effetti concluderne la diversità di specie; mentre è mio scopo indagare il principio seminale, e quindi dalla specie dedurre il grado. Il mio amico ha tracciato uno schizzo magistrale dei rami con i loro frutti poetici. Io desidero aggiungere il tronco, e persino le radici fin dove esse si sollevano sopra il terreno, e sono visibili all’occhio nudo della nostra comune coscienza.

Tuttavia, anche in questo tentativo, sono consapevole che sarò costretto ad attingere più largamente all’attenzione del lettore di quanto un’accozzaglia così immetodica come questa possa autorizzare; quando in un’opera simile (l’Ecclesiastical Polity) di una mente tale quale quella di Hooker, il giudizioso autore, sebbene non meno ammirevole per la perspicuità che per il portamento e la dignità del suo linguaggio — e sebbene scrivesse per uomini di cultura in un’epoca colta — vide tuttavia occasione di anticipare e premunirsi contro «lamentele di oscurità», ogni volta che doveva tracciare il suo soggetto «fino alla più alta sorgente e fonte». Il che, (prosegue egli) «poiché gli uomini non vi sono avvezzi, le pene che ci prendiamo sono molto più necessarie che gradite; e le materie che trattiamo, sembrano in ragione della novità (finché la mente non divenga più familiare con esse) oscure e intricate». Vorrei volentieri dunque risparmiare sia a me che agli altri questa fatica, se sapessi come senza di essa presentare un’esposizione intelligibile del mio credo poetico — non come mie opinioni, che non pesano nulla, ma come deduzioni da premesse stabilite espresse in una forma tale che sia calcolata o a produrre una convinzione fondamentale, o a ricevere una confutazione fondamentale. Se posso osare ancora una volta adottare le parole di Hooker, «coloro per i quali sembreremo tediosi, non sono in alcun modo danneggiati da noi, poiché è nelle loro mani risparmiare quella fatica che non sono disposti a sopportare». A coloro almeno, mi si permetta di aggiungere, che si sono presi tanta pena per rendermi ridicolo per una perversione del gusto, e hanno sostenuto l’accusa attribuendomi strane nozioni senza altra autorità che le loro stesse congetture, spetta verso se stessi così come verso di me non rifiutare l’attenzione alla mia stessa esposizione della teoria che riconosco; o sottrarsi al disturbo di esaminare le basi su cui la poggio, o gli argomenti che offro a sua giustificazione.

CAPITOLO V

Sulla legge dell’Associazione — La sua storia tracciata da Aristotele a Hartley.

Vi sono stati uomini in ogni epoca che sono stati spinti come da un istinto a proporre la propria natura come un problema, e che dedicano i loro tentativi alla sua soluzione. Il primo passo fu costruire una tavola di distinzioni, che sembrano aver formato sul principio dell’assenza o presenza della Volontà. Le nostre varie sensazioni, percezioni e movimenti furono classificate come attive o passive, o come mezzi partecipi di entrambe. Una distinzione ancora più fine fu presto stabilita tra il volontario e lo spontaneo. Nelle nostre percezioni ci sembriamo meramente passivi a un potere esterno, sia come uno specchio che riflette il paesaggio, o come una tela bianca sulla quale una mano sconosciuta lo dipinge. Poiché è degno di nota che quest’ultimo, ovvero il sistema dell’Idealismo, può essere fatto risalire a fonti altrettanto remote quanto il primo, ovvero il Materialismo; e Berkeley può vantare un’ascendenza almeno tanto venerabile quanto Gassendi o Hobbes. Queste congetture, tuttavia, riguardanti il modo in cui le nostre percezioni hanno avuto origine, non potevano alterare la differenza naturale tra Cose e Pensieri. Nel primo, la causa appariva del tutto esterna, mentre nel secondo, a volte la nostra volontà interferiva come causa produttrice o determinante, e a volte la nostra natura sembrava agire per un meccanismo proprio, senza alcuno sforzo cosciente della volontà, o addirittura contro di essa. Le nostre esperienze interiori erano così disposte in tre classi separate: il senso passivo, o ciò che gli Scolastici chiamano la qualità meramente ricettiva della mente; il volontario; e lo spontaneo, che occupa il posto di mezzo tra entrambi. Ma non è nella natura umana meditare su alcun modo di azione senza ricercare la legge che lo governa; e nella spiegazione dei movimenti spontanei del nostro essere, il metafisico prese il sopravvento sull’anatomista e sul filosofo naturale. In Egitto, Palestina, Grecia e India l’analisi della mente aveva raggiunto il suo mezzogiorno e la sua maturità, mentre la ricerca sperimentale era ancora alla sua alba e infanzia. Per molti, moltissimi secoli, è stato difficile avanzare una nuova verità, o persino un nuovo errore, nella filosofia dell’intelletto o della morale. Riguardo, tuttavia, alle leggi che dirigono i movimenti spontanei del pensiero e al principio del loro meccanismo intellettuale, esiste, è stato asserito, un’importante eccezione assai onorevole per i moderni, e nel cui merito il nostro paese rivendica la parte maggiore. Sir James Mackintosh — (che, tra la varietà dei suoi talenti e acquisizioni, non è di minor fama per la profondità e accuratezza delle sue indagini filosofiche che per l’eloquenza con cui si dice renda perspicui i loro risultati più difficili, e attraenti i più aridi) — affermò nelle Lezioni, tenute da lui alla Lincoln’s Inn Hall, che la legge dell’associazione come stabilita nella contemporaneità delle impressioni originali, formava la base di tutta la vera psicologia; e che qualsiasi scienza ontologica o metafisica, non contenuta in tale (ovvero, empirica) psicologia, non era che una tela di astrazioni e generalizzazioni. Di questa verità prolifica, di questa grande legge fondamentale, egli dichiarò Hobbes essere stato lo scopritore originale, mentre la sua piena applicazione all’intero sistema intellettuale la dovevamo a Hartley; che stava in relazione a Hobbes come Newton a Keplero; essendo la legge dell’associazione ciò che per la mente è la gravitazione per la materia.

Della prima clausola in questa asserzione, per quanto concerne i meriti comparativi degli antichi metafisici, inclusi i loro commentatori, gli Scolastici, e dei filosofi moderni britannici e francesi da Hobbes a Hume, Hartley e Condillac, non è questo il luogo di parlare. Così ampio è invero il baratro tra il credo filosofico di Sir James Mackintosh e il mio, che lungi dal poter unirci le mani, potremmo a malapena rendere le nostre voci intelligibili l’uno all’altro: e colmarlo richiederebbe più tempo, abilità e potere di quanto io creda di possedere. Ma la seconda clausola coinvolge per la maggior parte una mera questione di fatto e di storia, e l’accuratezza dell’affermazione deve essere giudicata dai documenti piuttosto che dal ragionamento.

Anzitutto, dunque, nego la pretesa di Hobbes in toto: poiché egli era stato anticipato da Des Cartes, il cui lavoro De Methodo precedette il De Natura Humana di Hobbes di più di un anno. Ma ciò che è di molta più importanza, Hobbes non costruisce nulla sul principio che aveva annunciato. Non lo annuncia nemmeno come differente in alcun rispetto dalle leggi generali del moto e dell’impatto materiale: né era, invero, possibile per lui farlo, in modo compatibile con il suo sistema, che era esclusivamente materiale e meccanico. Ben diversamente è per Des Cartes; per quanto anch’egli nei suoi scritti successivi (e ancora più egregiamente i suoi seguaci De la Forge, e altri) abbia oscurato la verità con i loro tentativi di spiegarla sulla teoria dei fluidi nervosi e delle configurazioni materiali. Ma, nel suo interessante lavoro, De Methodo, Des Cartes narra la circostanza che per prima lo condusse a meditare su questo soggetto, e che da allora è stata spesso notata e impiegata come esempio e illustrazione della legge. Un bambino che con gli occhi bendati aveva perso molte delle sue dita per amputazione, continuò a lamentarsi per molti giorni consecutivi di dolori, ora a questa articolazione e ora a quella, proprio delle dita che erano state tagliate. Des Cartes fu condotto da questo incidente a riflettere sull’incertezza con cui attribuiamo un luogo particolare a un qualsiasi dolore o disagio interiore, e procedette dopo lunga considerazione a stabilirlo come legge generale: che impressioni contemporanee, siano esse immagini o sensazioni, si richiamano meccanicamente a vicenda. Su questo principio, come base, egli edificò l’intero sistema del linguaggio umano, come un unico processo continuato di associazione. Mostrò in quale senso non solo i termini generali, ma le immagini generiche — sotto il nome di idee astratte — esistessero effettivamente, e in che consistano la loro natura e il loro potere. Come una parola può divenire l’esponente generale di molte, così per associazione una semplice immagine può rappresentare un’intera classe. Ma in verità Hobbes stesso non avanza alcuna pretesa ad alcuna scoperta, e introduce questa legge dell’associazione, o (nel suo linguaggio) discorsione della mente, come un fatto ammesso, nella cui soluzione soltanto, e ciò per cause puramente fisiologiche, egli arroga a sé ogni originalità. Il suo sistema è brevemente questo: ogniqualvolta i sensi sono urtati da oggetti esterni, sia dai raggi di luce riflessi da essi, sia da effluvi delle loro particelle più fini, ne risulta un movimento corrispondente degli organi più intimi e sottili. Questo movimento costituisce una rappresentazione, e ne rimane un’impressione del medesimo, o una certa disposizione a ripetere lo stesso movimento. Ogniqualvolta sentiamo diversi oggetti allo stesso tempo, le impressioni che rimangono, (o nel linguaggio del signor Hume, le idee,) sono collegate insieme. Ogniqualvolta dunque uno qualsiasi dei movimenti, che costituiscono un’impressione complessa, è rinnovato attraverso i sensi, gli altri seguono meccanicamente. Ne consegue di necessità, dunque, che Hobbes, così come Hartley e tutti gli altri che derivano l’associazione dalla connessione e interdipendenza della supposta materia, i cui movimenti costituiscono i nostri pensieri, devono aver ridotto tutte le sue forme all’unica legge del Tempo. Ma persino il merito di annunciare questa legge con precisione filosofica non può essere equamente concesso a lui. Poiché gli oggetti di due qualsiasi idee non hanno bisogno di essere coesistiti nella stessa sensazione per divenire mutualmente associabili. Lo stesso risultato seguirà quando una sola delle due idee è stata rappresentata dai sensi, e l’altra dalla memoria.

Molto tuttavia prima di Hobbes o Des Cartes la legge dell’associazione era stata definita, e le sue importanti funzioni esposte da Ludovicus Vives. Phantasia, è da notare, è impiegato da Vives per esprimere il potere mentale di comprensione, o la funzione attiva della mente; e imaginatio per la ricettività (via receptiva) delle impressioni, o per la percezione passiva. Il potere di combinazione egli lo appropria alla prima: «quae singula et simpliciter acceperat imaginatio, ea conjungit et disjungit phantasia». E la legge per cui i pensieri sono spontaneamente presentati segue così: «quae simul sunt a phantasia comprehensa, si alterutrum occurrat, solet secum alterum representare». Al tempo dunque egli subordina tutte le altre cause eccitanti dell’associazione. L’anima procede «a causa ad effectum, ab hoc ad instrumentum, a parte ad totum»; da lì al luogo, dal luogo alla persona, e da questo a qualunque cosa sia preceduta o seguita, tutto come essendo parti di un’impressione totale, ciascuna delle quali può richiamare l’altra. Le apparenti molle «saltus vel transitus etiam longissimos», egli le spiega col medesimo pensiero che è stato una parte componente di due o più impressioni totali. Così «ex Scipione venio in cogitationem potentiae Turcicae, propter victorias ejus de Asia, in qua regnabat Antiochus».

Ma da Vives passo immediatamente alla fonte delle sue dottrine, e (per quanto possiamo giudicare dai resti ancora esistenti della filosofia greca) come alla prima, così alla più piena e perfetta enunciazione del principio associativo, vale a dire, agli scritti di Aristotele; e di questi in particolare ai trattati De Anima, e «De Memoria», che quest’ultimo appartiene alla serie di saggi intitolati nelle vecchie traduzioni Parva Naturalia. Nella misura in cui gli scrittori successivi hanno deviato dalle sue dottrine, o vi hanno aggiunto, mi appaiono aver introdotto o errore o supposizione priva di fondamento.

In primo luogo è da osservare che le posizioni di Aristotele su questo soggetto sono prive di finzione. Il saggio Stagirita non parla di particelle successive che propagano il movimento come palle da biliardo, come Hobbes; né di spiriti nervosi o animali, dove solidi inanimati e irrazionali sono sciolti, e distillati, o filtrati per ascensione, in fluidi viventi e intelligenti, che incidono e ri-incidono incisioni sul cervello, come i seguaci di Des Cartes, e i patologi umorali in generale; né di un etere oscillante che doveva compiere lo stesso servizio per i nervi del cervello considerati come fibre solide, come gli spiriti animali compiono per essi sotto la nozione di tubi cavi, come insegna Hartley — né infine, (con sognatori ancora più recenti) di composizioni chimiche per affinità elettiva, o di una luce elettrica a un tempo oggetto immediato e organo ultimo della visione interiore, che sorge al cervello come un’Aurora Boreale, e lì, divertendosi in varie forme — come l’equilibrio di più e meno, o negativo e positivo, è distrutto o ristabilito — immagina sia il passato che il presente. Aristotele consegna una teoria giusta senza pretendere a un’ipotesi; o in altre parole una rassegna comprensiva dei fatti diversi, e delle loro relazioni l’uno con l’altro senza supposizione, cioè, un fatto posto sotto un numero di fatti, come loro comune supporto e spiegazione; sebbene nella maggioranza dei casi queste ipotesi o supposizioni meritino meglio il nome di upopoiaeseis, o suffizioni. Egli usa invero la parola kinaeseis, per esprimere ciò che chiamiamo rappresentazioni o idee, ma le distingue accuratamente dal movimento materiale, designando quest’ultimo sempre con l’aggiungere le parole en topo, o kata topon. Al contrario, nel suo trattato De Anima, egli esclude luogo e movimento da tutte le operazioni del pensiero, siano esse rappresentazioni o volizioni, come attributi del tutto e assurdamente eterogenei.

La legge generale dell’associazione, o, più accuratamente, la condizione comune sotto la quale tutte le cause eccitanti agiscono, e nella quale possono essere generalizzate, secondo Aristotele è questa. Le idee, per essere state insieme, acquisiscono un potere di richiamarsi a vicenda; o ogni rappresentazione parziale risveglia la rappresentazione totale di cui era stata una parte. Nella determinazione pratica di questo principio comune a particolari ricordi, egli ammette cinque agenti o cause occasionali: primo, connessione nel tempo, sia simultanea, precedente o successiva; secondo, vicinanza o connessione nello spazio; terzo, interdipendenza o connessione necessaria, come causa ed effetto; quarto, somiglianza; e quinto, contrasto. Come soluzione aggiuntiva degli occasionali apparenti abissi nella continuità della riproduzione egli prova che movimenti o idee possedenti l’uno o l’altro di questi cinque caratteri erano passati attraverso la mente come anelli intermedi, sufficientemente chiari da richiamare altre parti delle stesse impressioni totali con le quali erano coesistiti, sebbene non abbastanza vividi da eccitare quel grado di attenzione che è requisito per un ricordo distinto, o come possiamo appropriatamente esprimerlo, dopo la coscienza. Nell’associazione dunque consiste l’intero meccanismo della riproduzione delle impressioni, nella Psicologia Aristotelica. È la legge universale della fantasia passiva e della memoria meccanica; quella che fornisce a tutte le altre facoltà i loro oggetti, a tutto il pensiero gli elementi dei suoi materiali.

Consultando l’eccellente commentario di San Tommaso d’Aquino sui Parva Naturalia di Aristotele, fui colpito immediatamente dalla sua stretta somiglianza con il Saggio sull’Associazione di Hume. I pensieri principali erano gli stessi in entrambi, l’ordine dei pensieri era lo stesso, e persino gli esempi differivano solo per l’occasionale sostituzione di Hume di esempi più moderni. Menzionai la circostanza a diversi miei conoscenti letterati, che ammisero la strettezza della somiglianza, e che essa sembrava troppo grande per essere spiegata da una mera coincidenza; ma pensarono improbabile che Hume avesse ritenuto le pagine del Dottore Angelico degne di essere sfogliate. Ma qualche tempo dopo il signor Payne mostrò a Sir James Mackintosh alcuni strani volumi di San Tommaso d’Aquino, in parte forse per aver udito che egli aveva nelle sue Lezioni passato un alto encomio su questo filosofo canonizzato; ma principalmente dal fatto che i volumi erano appartenuti al signor Hume, e avevano qua e là segni marginali e note di riferimento di suo pugno. Tra questi volumi vi era quello che contiene i Parva Naturalia, nella vecchia versione latina, avvolto e fasciato nel commentario sopra menzionato.

Resta dunque per me, innanzitutto, esporre in che cosa Hartley differisca da Aristotele; poi, esibire le ragioni della mia convinzione, che egli abbia differito solo per errare: e in seguito, come risultato, mostrare mediante quali influenze della scelta e del giudizio il potere associativo divenga memoria o fantasia; e, in conclusione, appropriare le funzioni restanti della mente alla ragione e all’immaginazione. Con i miei migliori sforzi per essere quanto più perspicuo la natura del linguaggio permetta su un tale argomento, sollecito vivamente i buoni auspici e l’amichevole pazienza dei miei lettori, mentre procedo così “a tastoni lungo il mio oscuro e pericoloso cammino”.

CAPITOLO VI

Che il sistema di Hartley, per quanto differisce da quello di Aristotele, non è né sostenibile in teoria, né fondato sui fatti.

Delle vibrazioni ipotetiche di Hartley nel suo ipotetico etere oscillante dei nervi, che è la prima e più ovvia distinzione tra il suo sistema e quello di Aristotele, dirò poco. Ciò, insieme a tutti gli altri tentativi simili di rendere un oggetto della vista ciò che non ha alcuna relazione con la vista, è già stato sufficientemente esposto dal giovane Reimarus, da Maasz e da altri, come un oltraggio agli stessi assiomi della meccanica in uno schema il cui merito consiste nell’essere meccanico. Se sia possibile un’altra filosofia, oltre a quella meccanica; e ancora, se il sistema meccanico possa avere qualche pretesa di essere chiamato filosofia; sono questioni per un altro luogo. È, tuttavia, certo che finché neghiamo la prima e affermiamo la seconda, dobbiamo smarrirci ogni volta che vogliamo penetrare negli adyta della causalità; e tutto ciò che la laboriosa congettura può fare è colmare le lacune della fantasia. Sotto quel dispotismo dell’occhio (l’emancipazione dal quale Pitagora con i suoi simboli numerici, Platone con i suoi simboli musicali, ed entrambi con la disciplina geometrica, perseguivano come prima propaideuma della mente) – sotto questa forte influenza sensuosa, siamo irrequieti perché le cose invisibili non sono oggetti della visione; e i sistemi metafisici, per la maggior parte, diventano popolari non per la loro verità, ma nella misura in cui attribuiscono alle cause una suscettibilità di essere viste, se solo i nostri organi visivi fossero sufficientemente potenti.

Tra cento possibili confutazioni ne basti una. Secondo questo sistema l’idea o vibrazione a dall’oggetto esterno A diviene associabile con l’idea o vibrazione m dall’oggetto esterno M, perché l’oscillazione a si è propagata in modo da riprodurre l’oscillazione m. Ma l’impressione originale da M era essenzialmente diversa dall’impressione A: a meno che dunque cause diverse non possano produrre lo stesso effetto, la vibrazione a non potrebbe mai produrre la vibrazione m: e questo dunque non potrebbe mai essere il mezzo con cui a e m sono associati. Per comprendere ciò, al lettore attento basta ricordare che le idee stesse, nel sistema di Hartley, non sono nient’altro che le loro appropriate vibrazioni configurative. È una mera illusione della fantasia concepire la preesistenza delle idee, in una catena di associazione, come tante palle da biliardo di colore diverso a contatto, cosicché quando un oggetto, la stecca da biliardo, colpisce la prima o palla bianca, lo stesso moto si propaghi attraverso la rossa, la verde, la blu e la nera, e metta il tutto in movimento. No! Dobbiamo supporre che la stessa forza, che costituisce la palla bianca, costituisca la rossa o la nera; o che l’idea di un cerchio costituisca l’idea di un triangolo; il che è impossibile.

Ma si potrebbe dire che, mediante le sensazioni dagli oggetti A e M, i nervi abbiano acquisito una disposizione alle vibrazioni a e m, e che quindi a debba solo essere ripetuta per riprodurre m. Ora concederemo, per un momento, la possibilità di una tale disposizione in un nervo materiale, il che tuttavia sembra appena meno assurdo che dire che una banderuola abbia acquisito l’abitudine di girare verso est perché il vento è rimasto così a lungo in quel quadrante: poiché se si risponde che dobbiamo includere la circostanza della vita, che ne è allora della filosofia meccanica? E che cos’è il nervo, se non il sasso che il burlone mise nella pentola come primo ingrediente della sua zuppa di sassi, che richiede solo sale, rape e montone per il resto! Ma se soprassediamo su questo, e presupponiamo l’esistenza reale di una tale disposizione; sono possibili due casi. O ogni idea ha il suo nervo e la sua oscillazione corrispondente, o questo non è il caso. Se la verità fosse la seconda, non guadagneremmo nulla da queste disposizioni; poiché allora, avendo ogni nervo diverse disposizioni, quando il moto di qualsiasi altro nervo viene propagato in esso, non vi sarà alcun fondamento o causa presente per cui debba sorgere esattamente l’oscillazione m, piuttosto che qualsiasi altra alla quale fosse egualmente predisposto. Ma se prendiamo la prima, e lasciamo che ogni idea abbia un proprio nervo, allora ogni nervo deve essere capace di propagare il suo moto in molti altri nervi; e ancora, non vi è alcuna ragione assegnabile per cui la vibrazione m debba sorgere, piuttosto che qualsiasi altra ad libitum.

È di moda sorridere delle vibrazioni e vibraziuncole di Hartley; e la sua opera è stata ripubblicata da Priestley, con l’omissione dell’ipotesi materiale. Ma Hartley era un uomo troppo grande, un pensatore troppo coerente, perché ciò potesse essere fatto in modo coerente o per un fine saggio. Poiché tutte le altre parti del suo sistema, per quanto peculiari a esso, una volta rimosse dalla loro base meccanica, non solo perdono il loro sostegno principale, ma lo stesso motivo che portò alla loro adozione. Così il principio di contemporaneità, che Aristotele aveva reso la condizione comune di tutte le leggi dell’associazione, Hartley fu costretto a rappresentarlo come esso stesso l’unica legge. Poiché a quale legge può essere soggetta l’azione degli atomi materiali, se non quella della prossimità nel luogo? E a quale legge possono essere soggetti i loro movimenti se non quella del tempo? Ancora, da ciò risulta inevitabilmente che la volontà, la ragione, il giudizio e l’intelletto, invece di essere le cause determinanti dell’associazione, devono necessariamente essere rappresentati come sue creature, e tra i suoi effetti meccanici. Si concepisca, per esempio, un ampio ruscello che serpeggia attraverso un paese montuoso con un numero indefinito di correnti, che variano e confluiscono l’una nell’altra a seconda che le raffiche soffino casualmente dall’apertura delle montagne. L’unione temporanea di diverse correnti in una, così da formare la corrente principale del momento, presenterebbe un’immagine accurata della teoria della volontà di Hartley.

Se questo fosse stato realmente il caso, la conseguenza sarebbe stata che tutta la nostra vita sarebbe divisa tra il dispotismo delle impressioni esteriori e quello della memoria insensata e passiva. Si prenda la sua legge nella sua astrazione più alta e nella sua forma più filosofica, vale a dire che ogni rappresentazione parziale richiama la rappresentazione totale di cui era parte; e la legge diviene nugatoria, se non altro per la sua universalità. Nella pratica sarebbe in verità pura illegalità. Si consideri quanto debba essere immensa la sfera di un’impressione totale dalla sommità della chiesa di San Paolo; e quanto rapida e continua la serie di tali impressioni totali. Se, dunque, supponiamo l’assenza di ogni interferenza della volontà, della ragione e del giudizio, deve risultare una o l’altra di due conseguenze. O le idee, o le reliquie di tale impressione, imiteranno esattamente l’ordine dell’impressione stessa, il che sarebbe un delirio assoluto: oppure una qualsiasi parte di quell’impressione potrebbe richiamarne qualsiasi altra parte, e – (poiché dalla legge di continuità, deve esistere in ogni impressione totale qualche parte o parti che sono componenti di qualche altra impressione totale successiva, e così via ad infinitum) – qualsiasi parte di qualsiasi impressione potrebbe richiamare qualsiasi parte di qualsiasi altra, senza una causa presente a determinare cosa debba essere. Poiché chiamare in causa la volontà, o la ragione, come cause della loro stessa causa, vale a dire, come al contempo cause ed effetti, può soddisfare solo coloro che, nelle loro pretese prove di un Dio, avendo prima richiesto l’organizzazione come unica causa e fondamento dell’intelletto, richiederanno poi freddamente la preesistenza dell’intelletto come causa e fondamento dell’organizzazione. Vi è in verità un solo stato a cui questa teoria si applica affatto, vale a dire quello della completa ebbrezza; e anche a questo si applica solo parzialmente, perché la volontà e la ragione non sono forse mai interamente sospese.

Un caso di questo tipo si verificò in una città cattolica in Germania un anno o due prima del mio arrivo a Gottinga, e non aveva allora cessato di essere un frequente argomento di conversazione. Una giovane donna di ventiquattro o venticinque anni, che non sapeva né leggere né scrivere, fu colpita da una febbre nervosa; durante la quale, secondo le asseverazioni di tutti i preti e i monaci del vicinato, divenne posseduta, e, a quanto appariva, da un diavolo molto dotto. Continuava incessantemente a parlare latino, greco ed ebraico, con toni molto pomposi e con un’enunciazione distintissima. Questa possessione era resa più probabile dal fatto noto che lei era o era stata un’eretica. Voltaire consiglia umoristicamente al diavolo di rifiutare ogni conoscenza con i medici; e sarebbe stato più a vantaggio della sua reputazione se avesse seguito questo consiglio nel caso presente. Il caso aveva attirato l’attenzione particolare di un giovane medico, e secondo la sua dichiarazione molti eminenti fisiologi e psicologi visitarono la città ed esaminarono a fondo il caso sul posto. Fogli pieni dei suoi deliri furono presi dalla sua stessa bocca, e si trovò che consistevano in frasi, coerenti e intelligibili ciascuna per sé, ma con poca o nessuna connessione l’una con l’altra. Dell’ebraico, solo una piccola porzione poté essere fatta risalire alla Bibbia; il resto sembrava essere nel dialetto rabbinico. Ogni trucco o cospirazione era fuori discussione. Non solo la giovane donna era sempre stata una creatura innocua e semplice; ma era evidentemente sofferente per una febbre nervosa. Nella città, in cui era stata residente per molti anni come serva in diverse famiglie, non si presentava alcuna soluzione. Il giovane medico, tuttavia, decise di ripercorrere la sua vita passata passo dopo passo; poiché la paziente stessa era incapace di rispondere razionalmente. Riuscì infine a scoprire il luogo dove i suoi genitori erano vissuti: vi si recò, li trovò morti, ma uno zio ancora in vita; e da lui apprese che la paziente era stata caritatevolmente presa da un vecchio pastore protestante all’età di nove anni, ed era rimasta con lui alcuni anni, fino alla morte del vecchio. Di questo pastore lo zio non sapeva nulla, se non che era un uomo molto buono. Con grande difficoltà, e dopo molte ricerche, il nostro giovane filosofo medico scoprì una nipote del pastore, che aveva vissuto con lui come governante e ne aveva ereditato i beni. Ricordava la ragazza; raccontò che il suo venerabile zio era stato troppo indulgente e non poteva sopportare di sentire la ragazza rimproverata; che era disposta a tenerla, ma che, dopo la morte del suo protettore, la ragazza stessa si era rifiutata di restare. Furono fatte allora, naturalmente, ansiose indagini sulle abitudini del pastore; e la soluzione del fenomeno fu presto ottenuta. Poiché apparve che era stata abitudine del vecchio, per anni, camminare su e giù per un corridoio della sua casa, nel quale si apriva la porta della cucina, e leggere a se stesso ad alta voce dai suoi libri preferiti. Un numero considerevole di questi era ancora in possesso della nipote. Aggiunse che era un uomo molto dotto e un grande ebraista. Tra i libri fu trovata una collezione di scritti rabbinici, insieme a diversi Padri greci e latini; e il medico riuscì a identificare così tanti passaggi con quelli presi al capezzale della giovane donna, che nessun dubbio poteva rimanere in una mente razionale circa la vera origine delle impressioni fatte sul suo sistema nervoso.

Questo caso autenticato fornisce sia prova che esempio del fatto che le reliquie della sensazione possono esistere per un tempo indefinito in uno stato latente, nello stesso identico ordine in cui furono originariamente impresse; e poiché non possiamo razionalmente supporre che lo stato febbrile del cervello agisca in altro modo se non come stimolo, questo fatto (e non sarebbe difficile addurne diversi dello stesso genere) contribuisce a rendere persino probabile che tutti i pensieri siano in se stessi imperituri; e che, se la facoltà intelligente fosse resa più comprensiva, richiederebbe solo un’organizzazione diversa e proporzionata – il corpo celeste invece del corpo terrestre – per portare davanti a ogni anima umana l’esperienza collettiva di tutta la sua esistenza passata. E questo, questo, forse, è il terribile libro del giudizio, nei cui geroglifici misteriosi ogni parola oziosa è registrata! Sì, nella natura stessa di uno spirito vivente, può essere più possibile che il cielo e la terra passino, che una singola azione, un singolo pensiero, sia allentato o perduto da quella catena vivente di cause, con tutti i cui anelli, consci o inconsci, il libero arbitrio, il nostro unico Io assoluto, è coestensivo e co-presente. Ma non oso ora discorrere più a lungo di questo, in attesa di un umore più elevato e di un soggetto più nobile, avvertito dall’interno e dall’esterno che è profanazione parlare di questi “misteri tois maede phantasteisin, os kalon to taes dikaiosynaes kai sophrosynaes prosopon, kai oute hesperos oute eoos outo kala. To gar horon pros to horomenon syngenes kai homoion poiaesamenon dei epiballein tae thea, ou gar an popote eiden ophthalmos haelion, haelioeidaes mae gegenaemenos oude to kalon an idae psychae, mae kagae genomenae” – a coloro alla cui immaginazione non è mai stato presentato quanto sia bello il volto della giustizia e della saggezza; e che né la stella del mattino né quella della sera sono così belle. Poiché per dirigere lo sguardo rettamente, conviene che l’osservatore si sia reso congenere e simile all’oggetto osservato. Mai l’occhio avrebbe potuto vedere il sole, se non fosse stato esso stesso di forma solare (cioè preconfigurato alla luce da una similarità di essenza con quella della luce), né un’anima non bella può giungere a un’intuizione del bello.

CAPITOLO VII

Delle conseguenze necessarie della Teoria Hartleiana – Dell’equivoco originale o ambiguità che ne procurò l’ammissione – Memoria technica.

Tralasceremo l’assoluta incompatibilità di una tale legge – se legge si può chiamare, che sarebbe essa stessa schiava del caso – anche con quell’apparenza di razionalità che ci viene imposta dai fenomeni esteriori del comportamento umano, astraendo dalla nostra stessa coscienza. Accetteremo di dimenticare questo per un momento, per fissare la nostra attenzione su quella subordinazione delle cause finali a quelle efficienti nell’essere umano, che deriva di necessità dall’assunto che la volontà, e con la volontà tutti gli atti del pensiero e dell’attenzione, siano parti e prodotti di questo cieco meccanismo, invece di essere poteri distinti, la cui funzione è controllare, determinare e modificare il caos fantasmatico dell’associazione. L’anima diviene un mero ens logicum; poiché, come essere reale separabile, sarebbe più inutile e ridicola dei gatti nel clavicembalo dei gatti, descritto nello Spectator. Poiché quelli formavano una parte del processo; ma, secondo lo schema di Hartley, l’anima è presente solo per essere pizzicata o accarezzata, mentre gli stridii o le fusa stesse sono prodotti da un’agenzia del tutto indipendente ed estranea. Ciò comporta tutte le difficoltà, tutta l’incomprensibilità (se non sia anzi, os emoige dokei, l’assurdità) dell’intercomunione tra sostanze che non hanno alcuna proprietà in comune, senza alcuna delle conseguenze convenienti che hanno corrotto il giudizio all’ammissione dell’ipotesi Dualistica. Di conseguenza, questo caput mortuum del processo hartleiano è stato respinto dai suoi seguaci, e la coscienza considerata come un risultato, come una melodia, il prodotto comune della brezza e dell’arpa, sebbene anche questa sia la mera rimozione di un’assurdità per far posto a un’altra, ugualmente preposterous. Poiché che cos’è l’armonia se non un modo di relazione, il cui stesso esse è percipi? – un ens rationale, che presuppone il potere che, percependo, la crea? Il filo del rasoio diviene una sega per la vista armata; e le deliziose melodie di Purcell o Cimarosa potrebbero essere farfugliamenti sconnessi per un ascoltatore la cui partizione del tempo fosse mille volte più sottile della nostra. Ma immaginiamo di aver superato anche questo ostacolo, e “con un balzo superare ogni confine”. Eppure, secondo questa ipotesi, della dissertazione alla quale sto attualmente sollecitando l’attenzione del lettore, si potrebbe dire altrettanto giustamente che sia stata scritta dalla chiesa di San Paolo quanto da me: poiché è il mero movimento dei miei muscoli e nervi; e questi a loro volta sono messi in moto da cause esterne altrettanto passive, le quali cause esterne stanno esse stesse in connessione interdipendente con tutto ciò che esiste o è esistito. Così l’intero universo coopera a produrre il più minuto tratto di ogni lettera, salvo solo che io stesso, e io solo, non ho nulla a che fare con ciò, se non la mera osservazione priva di causa ed effetto di esso quando è compiuto. Eppure a stento può essere chiamata osservazione; poiché non è né un atto né un effetto; ma un’impossibile creazione di un qualcosa-nulla dal suo stesso contrario! È la mera stagnola di mercurio dietro uno specchio; e in questo solo consiste il misero e inutile Io! La somma totale del mio commercio morale e intellettuale, sciolta nei suoi elementi, è ridotta a estensione, movimento, gradi di velocità e quelle copie diminuite del moto configurativo, che formano ciò che chiamiamo nozioni, e nozioni di nozioni. Di tale filosofia bene avrebbe potuto dire Butler:

La metafisica è solo un moto di marionette Che va con le viti, la nozione di una nozione; La copia di una copia e uno zoppo disegno Innaturalmente preso da un pensiero Che contraffà tutti i trucchi pantomimici, E gira gli occhi, come un vecchio crocifisso; Che scambia tutto ciò che nomina Con un altro nome, e lo rende vero o falso; Trasforma la verità in falsità, la falsità in verità, In virtù del dente del babilonese.

L’inventore dell’orologio, se questa dottrina fosse vera, non lo inventò in realtà; egli stava solo a guardare, mentre le cieche cause, le sole vere artiste, si dispiegavano. Così deve essere stato anche per il mio amico Allston, quando abbozzò il suo quadro dell’uomo morto resuscitato dalle ossa del profeta Elia. Così deve essere stato con il signor Southey e Lord Byron, quando l’uno si immaginava di comporre il suo Roderick, e l’altro il suo Childe Harold. Lo stesso deve valere per tutti i sistemi di filosofia; per tutte le arti, i governi, le guerre per mare e per terra; in breve, per tutte le cose che sono state o che saranno mai prodotte. Poiché, secondo questo sistema, non sono gli affetti e le passioni che sono all’opera, in quanto sono sensazioni o pensieri. Noi solo immaginiamo di agire per risoluzioni razionali, o motivi prudenti, o per impulsi di rabbia, amore o generosità. In tutti questi casi l’agente reale è un qualcosa-nulla-tutto, che fa tutto ciò di cui noi conosciamo, e non conosce nulla di tutto ciò che esso stesso fa.

L’esistenza di uno spirito infinito, di una volontà intelligente e santa, deve, secondo questo sistema, essere meri moti articolati dell’aria. Poiché poiché la funzione dell’intelletto umano non è altra che apparire a se stesso di combinare e applicare i fenomeni dell’associazione; e poiché questi derivano tutta la loro realtà dalle sensazioni primarie; e le sensazioni a loro volta tutta la loro realtà dalle impressioni ab extra; un Dio non visibile, udibile o tangibile, può esistere solo nei suoni e nelle lettere che formano il suo nome e i suoi attributi. Se in noi stessi non vi fossero facoltà come quelle della volontà e della ragione scientifica, dovremmo avere un’idea innata di esse, il che rovescerebbe l’intero sistema; oppure non potremmo avere alcuna idea affatto. Il processo, mediante il quale Hume degradò la nozione di causa ed effetto in un cieco prodotto di illusione e abitudine, nella mera sensazione di vita che procede (nisus vitalis) associata alle immagini della memoria; questo stesso processo deve essere ripetuto con l’eguale degradazione di ogni idea fondamentale nell’etica o nella teologia.

Sono ben lontano, lontanissimo, dal voler caricare dell’odio di tali conseguenze il carattere morale di coloro che per primi formarono, o che in seguito adottarono, questo sistema! È quanto mai degno di nota nell'eccellente e pio Hartley che, nelle prove dell'esistenza e degli attributi di Dio con cui si apre il suo secondo volume, egli non faccia alcun riferimento al principio o ai risultati del primo. Anzi, egli assume, come suoi fondamenti, idee che, se abbracciassimo le dottrine del suo primo volume, non potrebbero esistere se non nelle vibrazioni del mezzo etereo comune ai nervi e all'atmosfera. Invero, l'intero secondo volume è, con le minime eccezioni possibili, indipendente dal suo peculiare sistema. Tanto è vero che la fede, che salva e santifica, è un'energia collettiva, un atto totale dell'intero essere morale; che il suo sensorio vivente è nel cuore; e che nessun errore dell'intelletto può essere moralmente incriminato se non è proceduto dal cuore. Ma se tali essi siano, nessun uomo può esserne certo nel caso di un altro, forse a stento persino nel proprio. Ne consegue, per inevitabile corollario, che l'uomo può forse determinare cosa sia un'eresia, ma solo Dio può sapere chi sia un eretico. Non ne consegue affatto, tuttavia, che le opinioni fondamentalmente false siano innocue. Cento cause possono coesistere a formare un unico complesso antidoto. Eppure il pungiglione della vipera rimane velenoso, sebbene vi siano molti che hanno raccolto la cosa malvagia e ciò non ha recato loro danno. Alcuni, invero, sembrano esserci stati, almeno in una sfortunata nazione vicina, che hanno abbracciato questo sistema con una piena visione di tutte le sue conseguenze morali e religiose; alcuni--

------che si credono oltremodo liberi, Quando entro questa sfera grossolana e visibile Incatenano il pensiero alato, schernendo l'ascesa, Superbi nella loro bassezza; e ingannano se stessi Con rumorosa vacuità di dotte frasi, I loro fluidi sottili, impulsi, essenze, Strumenti automi, effetti senza causa, e tutti Quei ciechi onniscienti, quegli onnipotenti schiavi, Che spogliano la creazione del suo Dio!

Tali uomini hanno bisogno di disciplina, non di argomentazioni; devono essere resi uomini migliori, prima di poter diventare più saggi.

L'attenzione sarà impiegata in modo più proficuo nel tentativo di scoprire ed esporre i paralogismi, per mezzo della cui magia una tale fede poté trovare accoglienza in menti modellate per un credo più nobile. Questi, mi pare, possono essere tutti ridotti a un unico sofisma come loro genere comune: lo scambiare le condizioni di una cosa per le sue cause e la sua essenza; e il processo, mediante il quale giungiamo alla conoscenza di una facoltà, per la facoltà stessa. L'aria che respiro è la condizione della mia vita, non la sua causa. Non avremmo mai potuto apprendere di avere occhi se non attraverso il processo del vedere; tuttavia, avendo visto, sappiamo che gli occhi devono essere preesistiti per rendere possibile il processo della vista. Mettiamo sotto esame lo schema di Hartley sotto la guida di questa distinzione; e scopriremo che la contemporaneità, (la Lex Continui di Leibniz,) è il limite e la condizione delle leggi della mente, essendo essa stessa piuttosto una legge della materia, almeno dei fenomeni considerati come materiali. Al massimo, essa è per il pensiero ciò che la legge di gravitazione è per la locomozione. In ogni movimento volontario noi contrastiamo dapprima la gravitazione, per poterci avvalere di essa. Essa deve esistere, affinché vi sia qualcosa da contrastare, e che, con la sua reazione, possa aiutare la forza esercitata per resisterle. Consideriamo cosa facciamo quando saltiamo. Per prima cosa resistiamo alla forza gravitazionale con un atto puramente volontario, e poi, con un altro atto, in parte volontario, vi cediamo per posarci sul punto che avevamo precedentemente prefissato a noi stessi. Ora, che un uomo osservi la propria mente mentre compone; o, per prendere un caso ancora più comune, mentre cerca di ricordare un nome; e troverà il processo del tutto analogo. La maggior parte dei miei lettori avrà osservato un piccolo insetto acquatico sulla superficie dei ruscelli, che proietta un'ombra a cinque punte bordata di colori prismatici sul fondo soleggiato del ruscello; e avrà notato come il piccolo animale si faccia strada contro la corrente, mediante impulsi alterni di movimento attivo e passivo, ora resistendo alla corrente, ora cedendovi per raccogliere forza e un fulcro momentaneo per un'ulteriore propulsione. Questo non è un emblema inadatto dell'auto-esperienza della mente nell'atto di pensare. Vi sono evidentemente due poteri all'opera, che relativamente l'uno all'altro sono attivo e passivo; e ciò non è possibile senza una facoltà intermedia, che è al tempo stesso sia attiva che passiva. Nel linguaggio filosofico, dobbiamo denominare questa facoltà intermedia in tutti i suoi gradi e determinazioni, l'IMMAGINAZIONE. Ma, nel linguaggio comune, e specialmente sul tema della poesia, appropriamo il nome a un grado superiore della facoltà, unito a un superiore controllo volontario su di essa.

La contemporaneità, dunque, essendo la condizione comune di tutte le leggi dell'associazione, e un elemento componente nella materia soggetta, le cui parti devono essere associate, deve necessariamente essere co-presente a tutte. Nulla, pertanto, può essere più facile che far passare per la sostanza essenziale di tutto questo costante compagno di ciascuna, dinanzi a una mente incauta. Ma se facciamo appello alla nostra stessa coscienza, troveremo che anche il tempo stesso, come causa di un particolare atto di associazione, è distinto dalla contemporaneità, come condizione di ogni associazione. Vedendo uno sgombro, può accadere che io pensi immediatamente all'uva spina, perché allo stesso tempo mangiai sgombro con uva spina come contorno. Essendo la prima sillaba di quest'ultima parola quella che era coesistita con l'immagine dell'uccello così chiamato, potrei allora pensare a un'oca. Nel momento successivo l'immagine di un cigno potrebbe apparire davanti a me, sebbene non avessi mai visto i due uccelli insieme. Nei primi due casi, sono consapevole che la loro coesistenza nel tempo è stata la circostanza che mi ha permesso di ricordarli; e sono ugualmente consapevole che quest'ultima mi è stata richiamata dall'operazione congiunta di somiglianza e contrasto. Così è con causa ed effetto: così pure con l'ordine. Così sono in grado di distinguere se sia stata la vicinanza nel tempo, o la continuità nello spazio, a causarmi il richiamo di B alla menzione di A. Esse non possono essere infatti separate dalla contemporaneità; poiché ciò significherebbe separarle dalla mente stessa. L'atto della coscienza è in verità identico al tempo considerato nella sua essenza. Intendo il tempo per sé, come contrapposto alla nostra nozione di tempo; poiché questa è sempre mescolata con l'idea di spazio, che, come opposto del tempo, ne è dunque la misura. Tuttavia, l'accidente di vedere due oggetti nello stesso momento, e l'accidente di vederli nello stesso luogo, sono due cause distinte o distinguibili: e la vera legge generale pratica dell'associazione è questa: che qualunque cosa renda certe parti di un'impressione totale più vivide o distinte del resto, determinerà la mente a richiamare queste preferibilmente ad altre egualmente collegate insieme dalla condizione comune della contemporaneità, o (ciò che ritengo un termine più appropriato e filosofico) della continuità. Ma la volontà stessa, confinando e intensificando l'attenzione, può arbitrariamente conferire vividezza o distinzione a qualsiasi oggetto; e da qui possiamo dedurre l'inutilità, se non l'assurdità, di certi recenti schemi che promettono una memoria artificiale, ma che in realtà possono solo produrre una confusione e un avvilimento della fantasia. Una logica sana, come abituale subordinazione dell'individuo alla specie, e della specie al genere; una conoscenza filosofica dei fatti sotto la relazione di causa ed effetto; un temperamento allegro e comunicativo che ci disponga a notare le somiglianze e i contrasti delle cose, affinché possiamo essere in grado di illustrare l'una per mezzo dell'altra; una coscienza tranquilla; una condizione libera da ansietà; una salute solida, e soprattutto (per quanto riguarda la memoria passiva) una sana digestione: queste sono le migliori, queste sono le sole Arti della Memoria.

CAPITOLO VIII

Il sistema del Dualismo introdotto da Des Cartes--Raffinato prima da Spinoza e in seguito da Leibniz nella dottrina della Harmonia praestabilita--Ilozoismo--Materialismo--Nessuno di questi sistemi, o qualsiasi possibile teoria dell'associazione, fornisce o sostituisce una teoria della percezione, o spiega la formazione dell'associabile.

Al meglio della mia conoscenza, Des Cartes fu il primo filosofo a introdurre l'assoluta ed essenziale eterogeneità dell'anima come intelligenza, e del corpo come materia. L'assunto e il modo di parlare sono rimasti, sebbene la negazione di ogni altra proprietà alla materia se non quella dell'estensione, negazione su cui è fondato l'intero sistema del Dualismo, sia stata da tempo screditata. Poiché, dato che l'impenetrabilità è intelligibile solo come modo di resistenza, la sua ammissione pone l'essenza della materia in un atto o potere, che essa possiede in comune con lo spirito; e corpo e spirito non sono dunque più assolutamente eterogenei, ma si può senza alcuna assurdità supporre che siano diversi modi, o gradi di perfezione, di un substrato comune. A questa possibilità, tuttavia, non era di moda badare. L'anima era una sostanza pensante, e il corpo una sostanza riempitrice di spazio. Eppure l'azione apparente dell'una sull'altra pesava gravemente sul filosofo da un lato; e non meno gravemente pesava dall'altro l'evidente verità che la legge di causalità vale solo tra cose omogenee, cioè cose aventi qualche proprietà comune; e non può estendersi da un mondo all'altro, il suo contrario. Una stretta analisi dimostrò che non era meno assurdo della domanda se l'affetto di un uomo per sua moglie giacesse a nord-est, o a sud-ovest dell'amore che nutriva verso suo figlio. La dottrina di Leibniz di un'armonia prestabilita, che egli certamente prese in prestito da Spinoza, il quale aveva a sua volta preso spunto dalle macchine animali di Des Cartes, era nella sua interpretazione comune troppo strana per sopravvivere all'inventore--troppo ripugnante al nostro senso comune; il quale non ha in verità diritto a una voce giudiziaria nei tribunali della filosofia scientifica; ma i cui sussurri esercitano ancora una forte influenza segreta. Persino Wolf, l'ammiratore e illustre sistematizzatore della dottrina leibniziana, si accontenta di difendere la possibilità dell'idea, ma non l'adotta come parte dell'edificio.

L'ipotesi dell'Ilozoismo, dall'altro lato, è la morte di ogni fisiologia razionale, e invero di ogni scienza fisica; poiché essa richiede una limitazione dei termini, e non può consistere con il potere arbitrario di moltiplicare gli attributi mediante qualità occulte. Inoltre, non serve a alcuno scopo; a meno che, invero, una difficoltà possa essere risolta moltiplicandola, o che possiamo acquisire una nozione più chiara della nostra anima venendo a sapere che abbiamo un milione di anime, e che ogni atomo dei nostri corpi ha un'anima propria. Assai più prudente è ammettere la difficoltà una volta per tutte, e poi lasciarla riposare. Vi è invero un sedimento sul fondo del recipiente, ma tutta l'acqua sopra di esso è limpida e trasparente. L'ilozoista lo scuote soltanto, e rende il tutto torbido.

Ma non è né nella natura dell'uomo, né nel dovere del filosofo disperare riguardo a qualsiasi problema importante finché, come nella quadratura del cerchio, l'impossibilità di una soluzione non sia stata dimostrata. Come l'esse, assunto come originariamente distinto dal scire, possa mai unirsi ad esso; come l'essere possa trasformarsi in un conoscere, diventa concepibile a una sola condizione; vale a dire, se si può dimostrare che la vis representativa, o il Sentiente, è esso stesso una specie di essere; cioè, o come proprietà o attributo, o come ipostasi o sussistenza di sé. Il primo--che il pensare sia una proprietà della materia in particolari condizioni--è, in verità, l'assunto del materialismo; un sistema che non potrebbe non essere patrocinato dal filosofo, se solo realizzasse effettivamente ciò che promette. Ma come un'affezione dal di fuori possa metamorfosarsi in percezione o volontà, il materialista l'ha finora lasciato non solo incomprensibile come l'ha trovato, ma l'ha aggravato in un'assurdità comprensibile. Poiché, si ammetta che un oggetto dal di fuori possa agire sul sé cosciente, come su un oggetto consustanziale; tuttavia tale affezione potrebbe solo generare qualcosa di omogeneo a se stessa. Il movimento potrebbe solo propagare movimento. La materia non ha un interiore. Rimuoviamo una superficie, ma per incontrarne un'altra. Possiamo solo dividere una particella in particelle; e ogni atomo comprende in sé le proprietà dell'universo materiale. Lasciate che ogni mente riflessiva faccia l'esperimento di spiegare a se stessa l'evidenza delle nostre intuizioni sensibili, dall'ipotesi che in una data percezione vi sia un qualcosa che le è stato comunicato da un impatto, o un'impressione ab extra. In primo luogo, dall'impatto sul senziente, o ens representans, non l'oggetto stesso, ma solo la sua azione o effetto, passerà in esso. Non la lingua di ferro, ma le sue vibrazioni passano nel metallo della campana. Ora, nella nostra percezione immediata, non è il mero potere o atto dell'oggetto, ma l'oggetto stesso, che è immediatamente presente. Potremmo invero tentare di spiegare questo risultato attraverso una catena di deduzioni e conclusioni; ma che, in primo luogo, la facoltà stessa di dedurre e concludere richiederebbe ugualmente una spiegazione; e in secondo luogo, che non esiste in realtà tale intermediazione tramite nozioni logiche, come quelle di causa ed effetto. È l'oggetto stesso, non il prodotto di un sillogismo, che è presente alla nostra coscienza. O vorremmo spiegare questa sopravvenienza dell'oggetto alla sensazione, mediante una facoltà produttiva messa in moto da un impulso; ancora, la transizione, nel senziente, dell'oggetto stesso, dal quale procedette l'impulso, assume un potere che può permeare e possedere interamente l'anima,

E come un Dio per arte spirituale, Essere tutto in tutto, e tutto in ogni parte.

E come è arrivato il senziente qui? E che ne è stato della Materia promettitrice di meraviglie, che doveva compiere tutti questi prodigi per forza di mera figura, peso e movimento? Il procedimento più coerente del materialista dogmatico è ricadere nel rango comune dei sostenitori dell'anima-e-corpo; fingere il misterioso, e dichiarare l'intero processo una rivelazione data, e non da comprendersi, che sarebbe profano esaminare troppo da vicino. Datur non intelligitur. Ma una rivelazione non confermata da miracoli, e una fede non comandata dalla coscienza, un filosofo può arrischiare di ignorare, senza sospettarsi di alcuna tendenza irreligiosa.

Così, come il materialismo è stato generalmente insegnato, è del tutto inintelligibile, e deve tutti i suoi proseliti alla propensione così comune tra gli uomini di scambiare immagini distinte per concezioni chiare; e viceversa, di rifiutare come inconcepibile ciò che per sua stessa natura è inimmaginabile. Ma non appena diventa intelligibile, cessa di essere materialismo. Per spiegare il pensare, come fenomeno materiale, è necessario raffinare la materia in una mera modificazione dell'intelligenza, con la duplice funzione di apparire e percepire. Proprio così fece Priestley nella sua controversia con Price. Spogliò la materia di tutte le sue proprietà materiali; sostituì poteri spirituali; e quando ci aspettavamo di trovare un corpo, ecco! non avevamo altro che il suo fantasma--l'apparizione di una sostanza defunta!

Non mi dilungherò oltre su questo argomento; poiché (se Dio concederà salute e permesso) sarà trattato ampiamente e sistematicamente in un'opera, che sto preparando da molti anni, sul Logos produttivo umano e divino; con, e come introduzione a, un commentario completo al Vangelo di San Giovanni. Per rendermi intelligibile per quanto il mio presente argomento richiede, sarà sufficiente osservare brevemente.--1. Che ogni associazione richiede e presuppone l'esistenza dei pensieri e delle immagini da associare.--2. Che l'ipotesi di un mondo esterno esattamente corrispondente a quelle immagini o modificazioni del nostro stesso essere, che sole, secondo questo sistema, noi effettivamente contempliamo, è un idealismo altrettanto radicale di quello di Berkeley, in quanto rimuove ugualmente, forse in grado più perfetto, ogni realtà e immediatezza di percezione, e ci pone in un mondo onirico di fantasmi e spettri, lo sciame inspiegabile e la generazione equivoca di moti nei nostri stessi cervelli.--3. Che questa ipotesi non comporta la spiegazione, né preclude la necessità, di un meccanismo e di forze co-adeguate nel senziente, che al tocco più che magico dell'impulso dal di fuori deve creare di nuovo per sé l'oggetto corrispondente. La formazione di una copia non è risolta dalla mera preesistenza di un originale; il copista della Trasfigurazione di Raffaello deve ripetere più o meno perfettamente il processo di Raffaello. Sarebbe facile spiegare un pensiero dall'immagine sulla retina, e quella dalla geometria della luce, se questa stessa luce non presentasse la medesima difficoltà. Potremmo altrettanto razionalmente cantare il credo bramino della tartaruga che sosteneva l'orso, che sosteneva l'elefante, che sosteneva il mondo, sull'aria di "Questa è la casa che Jack costruì". Il sic Deo placitum est lo ammettiamo tutti come causa sufficiente, e la bontà divina come ragione sufficiente; ma una risposta al Quando e al Perché non è una risposta al Come, che è la sola preoccupazione del fisiologo. È un sophisma pigrum, e (come ha detto Bacone) l'arroganza della pusillanimità, che solleva l'idolo della fantasia di un mortale e ci comanda di prostrarci e adorarlo, come opera di divina sapienza, un ancile o palladio caduto dal cielo. Con lo stesso identico argomento i sostenitori del sistema tolemaico avrebbero potuto respingere quello newtoniano, e indicando il cielo con un sogghigno compiaciuto [26] avrebbero potuto fare appello al senso comune, se il sole non si muovesse e la terra non stesse ferma.

CAPITOLO IX

È possibile la Filosofia come scienza, e quali sono le sue condizioni?--Giordano Bruno--Aristocrazia letteraria, o l'esistenza di un tacito patto tra i dotti come ordine privilegiato--Gli obblighi dell'Autore verso i Mistici--verso Immanuel Kant--La differenza tra la lettera e lo spirito degli scritti di Kant, e una difesa della prudenza nell'insegnamento della Filosofia--Il tentativo di Fichte di completare il sistema Critico--Il suo successo parziale e fallimento finale--Obblighi verso Schelling; e tra gli scrittori inglesi verso Saumarez.

Dopo aver studiato successivamente nelle scuole di Locke, Berkeley, Leibniz e Hartley, e non essendo riuscito a trovare in nessuna di esse un luogo di riposo per la mia ragione, cominciai a chiedermi: è possibile un sistema di filosofia, come distinto dalla mera storia e classificazione storica? Se possibile, quali sono le sue condizioni necessarie? Fui per un momento propenso a rispondere negativamente alla prima domanda, e ad ammettere che l'unico impiego praticabile per la mente umana fosse osservare, raccogliere e classificare. Ma presto sentii che la natura umana stessa si ribellava a questa voluta rassegnazione dell'intelletto; e non appena scoprii che lo schema, preso con tutte le sue conseguenze e ripulito da tutte le incongruenze, non era meno impraticabile che contronaturale. Si assuma nella sua piena estensione la posizione, nihil in intellectu quod non prius in sensu, si assuma senza il qualificativo di Leibniz praeter ipsum intellectum, e nello stesso senso in cui la posizione fu intesa da Hartley e Condillac: e allora ciò che Hume aveva dimostrativamente dedotto da questa concessione riguardo a causa ed effetto, si applicherà con uguale e schiacciante forza a tutte le altre undici forme categoriali [27], e alle funzioni logiche corrispondenti ad esse. Come possiamo fare mattoni senza paglia;--o costruire senza cemento? Impariamo certamente tutte le cose per occasione di esperienza; ma i fatti stessi così appresi ci costringono verso l'interno, verso gli antecedenti che devono essere presupposti per rendere possibile l'esperienza stessa. Il primo libro del Saggio di Locke, (se l'errore supposto, che esso si sforza di sovvertire, non sia una mera cosa di paglia, un'assurdità che nessun uomo ha mai creduto, o invero avrebbe mai potuto credere,) è formato su un sophisma heterozaetaeseos, e coinvolge il vecchio errore di Cum hoc: ergo, propter hoc.

Il termine, Filosofia, si definisce come un’affettuosa ricerca della verità; ma la Verità è il correlativo dell’Essere. Anche questo non è concepibile in alcun modo, se non assumendo come postulato che entrambi siano ab initio identici e coinferenti; che l'intelligenza e l'essere siano reciprocamente il substrato l’uno dell’altro. Presunsi che questa fosse una concezione possibile (ovvero che non comportasse alcuna inconsonanza logica) dalla durata del tempo in cui la definizione scolastica dell’Essere Supremo, come actus purissimus sine ulla potentialitate, fu accolta nelle scuole di Teologia, sia dai teologi pontifici che da quelli riformati. Il primo studio di Platone e Plotino, con i commentari e la THEOLOGIA PLATONICA dell'illustre fiorentino; di Proclo e Gemisto Pletone; e in un periodo successivo del De Immenso et Innumerabili e del “De la causa, principio et uno” del filosofo di Nola, che poteva vantare un Sir Philip Sidney e Fulke Greville tra i suoi patroni, e che gli idolatri di Roma bruciarono come ateo nell’anno 1600; avevano tutti contribuito a preparare la mia mente alla ricezione e all’accoglienza del Cogito quia Sum, et Sum quia Cogito; una filosofia di apparente audacia, ma certamente la più antica e, pertanto, presuntivamente la più naturale.

Perché dovrei aver paura? Dite piuttosto: come oso vergognarmi del teosofo teutonico, Jacob Behmen? Molti, invero, e grossolani furono i suoi deliri; e tali da fornire frequente e ampia occasione al trionfo dei dotti sul povero ciabattino ignorante, che aveva osato pensare con la propria testa. Ma mentre ricordiamo che questi deliri erano tali da potersi prevedere data la sua totale mancanza di ogni disciplina intellettuale e la sua ignoranza della psicologia razionale, non si dimentichi che quest’ultimo difetto egli lo aveva in comune con i più dotti teologi della sua epoca. Non aveva familiarità né con i libri, né con gli uomini eruditi. Un quietista mite e timido, le sue facoltà intellettuali non furono mai stimolate verso un’energia febbrile da folle di proseliti, o dall’ambizione di proselitismo. Jacob Behmen era un entusiasta, nel senso più rigoroso, non solo distinto, ma contrapposto a un fanatico. Mentre in parte traduco le osservazioni seguenti da uno scrittore contemporaneo del Continente, mi sia permesso di premettere che avrei potuto trascriverne la sostanza da miei appunti personali, che furono scritti molti anni prima che il suo opuscolo fosse dato alle stampe; e che preferisco le parole di un altro alle mie, in parte come tributo dovuto alla priorità di pubblicazione; ma ancora di più per il piacere della simpatia in un caso in cui la coincidenza era la sola cosa possibile.

Chiunque abbia familiarità con la storia della filosofia, durante gli ultimi due o tre secoli, non può che ammettere che sembra essere esistito una sorta di patto segreto e tacito tra i dotti, di non oltrepassare un certo limite nella scienza speculativa. Il privilegio del libero pensiero, tanto decantato, non è stato in alcun momento ritenuto valido nella pratica effettiva, se non entro questo limite; e non si è mai osato fare un solo passo oltre di esso senza attirare obbrobrio sul trasgressore. I pochi uomini di genio tra la classe dei dotti, che effettivamente varcarono questo confine, evitarono ansiosamente l’apparenza di averlo fatto. Pertanto, la vera profondità della scienza, e la penetrazione fino al centro più intimo, dal quale tutte le linee della conoscenza divergono verso la loro sempre distante circonferenza, fu abbandonata agli illetterati e ai semplici, che un desiderio inappagato e un'ebollizione originale dello spirito avevano spinto all’indagine del fondamento vivente e dimorante di tutte le cose. Costoro, dunque, poiché i loro nomi non erano mai stati iscritti nelle corporazioni dei dotti, furono perseguitati dai livree registrati come intrusi nei loro diritti e privilegi. Tutti, senza distinzione, furono marchiati come fanatici e fantasisti; non solo coloro le cui selvagge ed esorbitanti immaginazioni avevano generato in realtà solo fantasmi stravaganti e grotteschi, e le cui produzioni erano, per la maggior parte, povere copie e grossolane caricature di una genuina ispirazione; ma anche i veri ispirati, gli originali stessi. E questo per nessun altro motivo, se non perché erano gli incolti, uomini di umili e oscure occupazioni. Quando, e da chi tra i letterati di professione, abbiamo mai sentito ripetere la divina dossologia: Ti ringrazio, o Padre! Signore del Cielo e della Terra! perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli [28]. No; gli alteri sacerdoti dell’erudizione non solo bandirono dalle scuole e dai mercati della scienza tutti coloro che avevano osato attingere acque vive dalla fonte, ma li cacciarono dal Tempio stesso, che nel frattempo si permetteva a compratori, venditori e cambiavalute di trasformare in una spelonca di ladri.

Eppure non sarebbe facile scoprire alcun fondamento sostanziale per questo orgoglio sprezzante in quei letterati che più si sono distinti per il loro disprezzo verso Behmen, Thaulerus, George Fox e altri; a meno che non sia perché sapevano scrivere ortograficamente, comporre periodi armoniosi e avevano le mode della paternità letteraria quasi letteralmente sulla punta delle dita, mentre i secondi, nella semplicità dell’anima, rendevano le loro parole echi immediati dei loro sentimenti. Da qui la frequenza di quelle espressioni tra loro, che sono state scambiate per pretese di ispirazione immediata; come per esempio: “Mi fu consegnato”; “Mi sforzai di non parlare”; “Dissi, starò in silenzio”; “Ma la parola era nel mio cuore come un fuoco ardente”; “e non potevo trattenermi”. Da qui anche la riluttanza a dare offesa; da qui la preveggenza e il timore dei clamori che sarebbero stati sollevati contro di loro, così frequentemente dichiarati negli scritti di questi uomini, ed espressi, com’era naturale, con le parole dell’unico libro con cui avevano familiarità [29]. “Guai a me, perché sono diventato uomo di lite e uomo di contesa — amo la pace: le anime degli uomini mi sono care: eppure, poiché cerco la luce, ognuno di loro mi maledice!” Oh! richiede sentimenti più profondi e un’immaginazione più forte di quanto appartenga alla maggior parte di coloro per i quali il ragionamento e l’espressione fluida sono stati un mestiere appreso nell'infanzia, concepire con quale forza, con quali lotte interiori e commozione, la percezione di una verità nuova e vitale si impossessi di un uomo di genio non istruito. Le sue meditazioni sono quasi inevitabilmente impiegate sull’eterno, o sul perpetuo; poiché “il mondo non è suo amico, né lo è la legge del mondo”. Dobbiamo dunque sorprenderci se, sotto un’eccitazione così forte e insolita, il corpo dell’uomo simpatizzi con le lotte della sua mente; o che egli possa a volte essere così deluso da scambiare le tumultuose sensazioni dei suoi nervi, e gli spettri coesistenti della sua fantasia, per parti o simboli delle verità che gli si stavano disvelando? È stato, invero, plausibilmente osservato che per trarre un qualsiasi vantaggio, o per raccogliere un qualsiasi significato intelligibile, dagli scritti di questi mistici ignoranti, il lettore deve portare con sé uno spirito e un giudizio superiori a quelli degli scrittori stessi:

E ciò che egli porta, che bisogno ha di cercarlo altrove?

— un sofisma, che concordo pienamente con Warburton sia indegno di Milton; quanto più lo è dell'augusta Persona nella cui bocca egli lo ha posto? Un’asserzione mi azzarderò a fare, come suggerita dalla mia esperienza: che esistono in-folio sull’intelletto umano e sulla natura dell’uomo che avrebbero un titolo ben più giusto al loro alto rango e celebrità, se nell’intero enorme volume si potesse trovare tanta pienezza di cuore e intelletto quanta ne prorompe in molte semplici pagine di George Fox, Jacob Behmen e persino del commentatore di Behmen, il pio e fervido William Law.

Il sentimento di gratitudine che nutro verso questi uomini mi ha fatto divagare più di quanto avessi previsto o proposto; ma averli tralasciati in uno schizzo storico della mia vita letteraria e delle mie opinioni mi sarebbe parso come il rifiuto di un debito, il nascondimento di un dono. Poiché gli scritti di questi mistici hanno agito non in piccola misura per impedire alla mia mente di essere imprigionata entro i contorni di un qualsiasi sistema dogmatico. Hanno contribuito a mantenere vivo il cuore nella testa; mi hanno dato un indistinto, eppure stimolante e operante presentimento che tutti i prodotti della pura facoltà riflessiva partecipassero della morte, e fossero come i ramoscelli e le fronde che crepitano in inverno, nei quali doveva ancora essere spinta una linfa da qualche radice che non avevo ancora penetrato, se volevano offrire alla mia anima nutrimento o riparo. Se troppo spesso sono stati per me una nube di fumo in movimento durante il giorno, sono stati tuttavia sempre una colonna di fuoco durante la notte, nel corso delle mie peregrinazioni attraverso il deserto del dubbio, e mi hanno permesso di costeggiare, senza attraversarli, i deserti sabbiosi dell’assoluta incredulità. Che il sistema sia suscettibile di essere convertito in un panteismo irreligioso, lo so bene. L’Etica di Spinoza può, o non può, esserne un esempio. Ma in nessun momento ho potuto credere che, in sé e essenzialmente, sia incompatibile con la religione, naturale o rivelata: e ora sono assolutamente persuaso del contrario. Gli scritti dell’illustre saggio di Königsberg, il fondatore della Filosofia Critica, più di ogni altra opera, hanno contemporaneamente rinvigorito e disciplinato il mio intelletto. L’originalità, la profondità e la compressione dei pensieri; la novità e la sottigliezza, eppure solidità e importanza delle distinzioni; la catena adamantina della logica; e mi azzarderò ad aggiungere — (per quanto appaia un paradosso a coloro che hanno tratto la loro nozione di Immanuel Kant dai recensori e dai francesi) — la chiarezza e l'evidenza della Critica della Ragion Pura; e della Critica del Giudizio; degli Elementi Metafisici della Scienza della Natura; e della sua Religione entro i limiti della sola ragione, si impadronirono di me come con la mano di un gigante. Dopo quindici anni di familiarità con essi, leggo ancora queste e tutte le sue altre produzioni con immutato piacere e crescente ammirazione. I pochi passaggi che rimanevano oscuri per me, dopo dovuti sforzi di pensiero (come il capitolo sull’appercezione originaria), e le apparenti contraddizioni che si verificano, ho presto scoperto essere accenni e insinuazioni riferiti a idee che KANT o non ritenne prudente dichiarare, o che considerò coerentemente lasciate indietro in una pura analisi, non della natura umana in toto, ma del solo intelletto speculativo. Qui, dunque, fu costretto a iniziare dal punto della riflessione, o coscienza naturale: mentre nel suo sistema morale gli fu permesso di assumere un terreno più elevato (l’autonomia della volontà) come postulato deducibile dal comando incondizionato, o (nel linguaggio tecnico della sua scuola) l’imperativo categorico, della coscienza. Era stato in pericolo imminente di persecuzione durante il regno del defunto re di Prussia, quello strano composto di dissolutezza senza legge e superstizione dominata dai preti: ed è probabile che avesse poca inclinazione, in vecchiaia, a ripetere le fortune e le fughe per il rotto della cuffia di Wolf. L’espulsione del primo tra i discepoli di Kant, che tentò di completare il suo sistema, dall’Università di Jena, con la confisca e il divieto dell’opera sgradita per i congiunti sforzi delle corti di Sassonia e Hannover, fornì la prova sperimentale che la cautela del venerabile vecchio non era infondata. Nonostante quindi le sue stesse dichiarazioni, non ho mai potuto credere che fosse possibile per lui non aver inteso altro con il suo Noumeno, o Cosa in sé, di quanto le sue mere parole esprimano; o che nella sua stessa concezione egli limitasse tutto il potere plastico alle forme dell’intelletto, lasciando per la causa esterna, per il materiale delle nostre sensazioni, una materia senza forma, che è indubbiamente inconcepibile. Nutrivo dubbi, allo stesso modo, se, nella sua stessa mente, egli ponesse addirittura tutto l’accento, che sembra porre, sui postulati morali.

Un’idea, nel senso più alto di quella parola, non può essere trasmessa se non tramite un simbolo; e, eccetto che nella geometria, tutti i simboli comportano necessariamente un’apparente contraddizione. Phonaese synetoisin: e per coloro che non potevano penetrare attraverso questo guscio simbolico, i suoi scritti non erano intesi. Le domande a cui non si può rispondere pienamente senza esporre il rispondente a pericolo personale, non hanno diritto a una risposta onesta; eppure dire questo apertamente, in molti casi fornirebbe proprio quel vantaggio che l’avversario sta insidiosamente cercando. La veridicità non consiste nel dire, ma nell’intenzione di comunicare, la verità; e il filosofo che non può proferire l’intera verità senza veicolare falsità, e allo stesso tempo, forse, eccitare le passioni più maligne, è costretto a esprimersi o in modo mitico o in modo equivoco. Quando Kant, dunque, fu importunato di risolvere egli stesso le dispute dei suoi commentatori, dichiarando ciò che intendeva, come avrebbe potuto declinare gli onori del martirio con meno offesa che rispondendo semplicemente: “Intendevo ciò che ho detto, e all’età di quasi ottant’anni, ho altro, e di più importante, da fare che scrivere un commentario sulle mie opere.”

La Wissenschaftslehre, o Dottrina della Scienza Ultima, di Fichte doveva aggiungere la chiave di volta dell’arco: e iniziando con un atto, invece che con una cosa o sostanza, Fichte diede sicuramente il primo colpo mortale allo Spinozismo, come insegnato da Spinoza stesso; e fornì l’idea di un sistema veramente metafisico, e di una metafisica veramente sistematica: (ovvero avente la sua molla e il suo principio dentro di sé). Ma questa idea fondamentale egli la sovraccaricò con una pesante massa di mere nozioni, e atti psicologici di arbitraria riflessione. Così la sua teoria degenerò in un rozzo [30] egoismo, una vantata e iperstoica ostilità verso la Natura, come inanimata, senza Dio e del tutto empia: mentre la sua religione consisteva nell’assunzione di un mero Ordo ordinans, che ci era permesso exoterice chiamare DIO; e la sua etica in un’ascetica, e quasi monastica, mortificazione delle passioni e dei desideri naturali. Nella Natur-Philosophie di Schelling, e nel System des transcendentalen Idealismus, trovai per la prima volta una geniale coincidenza con molto di ciò che avevo faticosamente elaborato per me stesso, e un potente aiuto in ciò che avevo ancora da fare.

Ho introdotto questa dichiarazione come appropriata alla natura narrativa di questo schizzo; tuttavia, piuttosto in riferimento all’opera che ho annunciato in una pagina precedente, che al mio attuale soggetto. Sarebbe solo un mero atto di giustizia verso me stesso, se avvertissi i miei futuri lettori che un’identità di pensiero, o persino una somiglianza di frase, non sarà in ogni momento una prova certa che il passaggio sia stato preso in prestito da Schelling, o che le concezioni siano state originariamente apprese da lui. In questo caso, come nelle lezioni drammatiche di Schlegel a cui ho fatto cenno in precedenza, per lo stesso motivo di autodifesa contro l’accusa di plagio, molte delle somiglianze più sorprendenti, anzi tutte le idee principali e fondamentali, nacquero e maturarono nella mia mente prima che avessi mai visto una sola pagina del filosofo tedesco; e potrei in verità affermare, prima che le opere più importanti di Schelling fossero state scritte, o almeno rese pubbliche. Né c’è affatto da meravigliarsi di questa coincidenza. Avevamo studiato nella stessa scuola; eravamo stati disciplinati dalla stessa filosofia preparatoria, ovvero gli scritti di Kant; avevamo entrambi uguali obblighi verso la logica polare e la filosofia dinamica di Giordano Bruno; e Schelling ha di recente, e come per un’acquisizione recente, dichiarato quella stessa affettuosa riverenza per le fatiche di Behmen, e altri mistici, che avevo formato in un periodo molto precedente. La coincidenza del sistema di Schelling con certe idee generali di Behmen, egli dichiara essere stata mera coincidenza; mentre i miei obblighi sono stati più diretti. Egli ha bisogno di dare a Behmen solo sentimenti di simpatia; mentre io gli devo un debito di gratitudine. Dio non voglia! che io sia sospettato del desiderio di entrare in rivalità con Schelling per gli onori inequivocabilmente suoi di diritto, non solo come grande e originale genio, ma come fondatore della Filosofia della Natura, e come il più riuscito perfezionatore del Sistema Dinamico [31] che, iniziato da Bruno, fu reintrodotto (in una forma più filosofica, e liberato da tutte le sue impurità e accompagnamenti visionari) da Kant; nel quale fu la crescita nativa e necessaria del suo stesso sistema. I seguaci di Kant, tuttavia, sui quali (per la maggior parte) il mantello del loro maestro era caduto senza, o con una porzione assai scarsa, del suo spirito, avevano adottato le sue idee dinamiche solo come una specie più raffinata di meccanica. Ad eccezione di una o due idee fondamentali, che non possono essere sottratte a Fichte, a Schelling dobbiamo il completamento, e le vittorie più importanti, di questa rivoluzione in filosofia. Per me sarà felicità e onore sufficiente se dovessi riuscire a rendere il sistema stesso intelligibile ai miei connazionali, e nell’applicazione di esso al più augusto dei soggetti per i più importanti degli scopi. Se un’opera sia prole dello spirito di un uomo, e prodotto di un pensiero originale, sarà scoperto da coloro che ne sono gli unici legittimi giudici, con test migliori del mero riferimento alle date. Per i lettori in generale, tutto ciò che si troverà in questa o in una futura opera mia, che somigli o coincida con le dottrine del mio predecessore tedesco, sebbene contemporaneo, sia interamente attribuito a lui: a condizione che l’assenza di riferimenti distinti ai suoi libri, che non potevo in ogni momento fare con verità come designanti citazioni o pensieri effettivamente derivati da lui; e che, confido, sarebbero superflui dopo questo riconoscimento generale; non mi sia addebitata come una generosa dissimulazione o intenzionale plagio. Non sono stato infatti (eheu! res angusta domi!) finora in grado di procurarmi più di due dei suoi libri, vale a dire il primo volume dei suoi Trattati raccolti, e il suo Sistema dell’Idealismo Trascendentale; ai quali, tuttavia, devo aggiungere un piccolo opuscolo contro Fichte, il cui spirito era per i miei sentimenti dolorosamente incongruente con i principi, e che (con la consueta concessione accordata a un’antitesi) mostrava l’amore della sapienza piuttosto che la sapienza dell’amore. Considero la verità come un ventriloquo divino: non mi importa da quale bocca si supponga che provengano i suoni, se solo le parole sono udibili e intelligibili. “Sebbene, devo confessare di essere in dubbio se debba portarlo alla luce o no, essendo così contrario all’occhio del mondo, e il mondo così potente nel cuore della maggior parte degli uomini, che correrò il rischio o di non essere considerato o di non essere compreso.”

E per concludere il soggetto della citazione, con un grappolo di citazioni che, essendo tratte da libri non di uso comune, possono contribuire al divertimento del lettore, come un volontario prima di un sermone: “Dolet mihi quidem deliciis literarum inescatos subito jam homines adeo esse, praesertim qui Christianos se profitentur, et legere nisi quod ad delectationem facit, sustineant nihil: unde et discipline severiores et philosophia ipsa jam fere prorsus etiam a doctis negliguntur. Quod quidem propositum studiorum, nisi mature corrigitur, tam magnum rebus incommodum dabit, quam dedit barbaries olim. Pertinax res barbaries est, fateor: sed minus potent tamen, quam illa mollities et persuasa prudentia literarum, si ratione caret, sapientiae virtutisque specie mortales misere circumducens. Succedet igitur, ut arbitror, haud ita multo post, pro rusticana seculi nostri ruditate captatrix illa communi-loquentia robur animi virilis omne, omnem virtutem masculam, profligatura nisi cavetur.”

Un’osservazione fin troppo profetica, che è stata in adempimento dall’anno 1680 al presente 1815. Per persuasa prudentia, Grynaeus intende il senso comune autocompiaciuto opposto alla scienza e alla ragione filosofica.

Est medius ordo, et velut equestris, ingeniorum quidem sagacium, et commodorum rebus humanis, non tamen in primam magnitudinem patentium. Eorum hominum, ut sic dicam, major annona est. Sedulum esse, nihil temere loqui, assuescere labori, et imagine prudentiae et modistiae tegere angustiores partes captus, dum exercitationem ac usum, quo isti in civilibus rebus pollent, pro natura et magnitudine ingenii plerique accipiunt.

“Come dunque i medici sono molte volte costretti a tralasciare quei metodi di cura che essi stessi sanno essere i più idonei, e, sopraffatti dall’impazienza del paziente, sono costretti a tentare il meglio che possono: allo stesso modo, considerando come stanno le cose con questa presente epoca, piena di lingua e debole di cervello, ecco che noi cederemmo (se il nostro soggetto lo permettesse) al flusso di essa. In quel modo saremmo contenti di provare la nostra tesi, la quale, essendo la peggiore in sé, è tuttavia ora, a causa della comune imbecillità, la più adatta e la più probabile a essere sopportata.”

Se questo timore poteva essere razionalmente nutrito nell’età polemica di Hooker, sotto la allora robusta disciplina della logica scolastica, perdonabilmente uno scrittore dei tempi presenti può attendersi un pubblico scarso per temi astrusissimi, e verità che non possono essere né comunicate né recepite senza uno sforzo di pensiero, oltre che pazienza d’attenzione.

“Che s’io non erro al calcolar de’ punti, Par ch’ Asinina Stella a noi predomini, E’l Somaro e’l Castron si sian congiunti. Il tempo d’Apuleio piu non si nomini: Che se allora un sol huom sembrava un Asino, Mille Asini a’ miei di rassembran huomini!”

CAPITOLO X

Un capitolo di digressioni e aneddoti, come intermezzo che precede quello sulla natura e la genesi dell’Immaginazione o Potere Plastico – Sulla pedanteria e le espressioni pedantesche – Consigli ai giovani autori riguardo alla pubblicazione – Vari aneddoti della vita letteraria dell’Autore, e il progresso delle sue opinioni in Religione e Politica.

“Esemplastic. La parola non è in Johnson, né l’ho incontrata altrove.” Nemmeno io. L’ho coniata io stesso dalle parole greche, eis en plattein, plasmare in uno; perché, dovendo trasmettere un senso nuovo, ho pensato che un termine nuovo avrebbe sia aiutato a ricordare il mio significato, sia impedito che fosse confuso con l’usuale importanza della parola, immaginazione. “Ma questa è pedanteria!” Non necessariamente, spero. Se non sono male informato, la pedanteria consiste nell’uso di parole inadatte al tempo, al luogo e alla compagnia. Il linguaggio del mercato sarebbe nelle scuole pedantesco, sebbene potrebbe non essere riprovato con quel nome, quanto il linguaggio delle scuole al mercato. Il semplice uomo di mondo, che insiste sul fatto che non dovrebbero essere impiegati altri termini se non quelli che occorrono nella conversazione comune in una disquisizione scientifica, e senza maggiore precisione, è un pedante tanto quanto l’uomo di lettere che, sopravvalutando le acquisizioni dei suoi uditori, o fuorviato dalla propria familiarità con termini tecnici o scolastici, conversa a tavola con la mente fissa al suo museo o laboratorio; anche se quest’ultimo pedante, invece di chiedere alla moglie di preparare il tè, le chiedesse di aggiungere al quant. suff. di thea Sinensis l’ossido di idrogeno saturato di calorico. Per usare la metafora colloquiale (e in verità alquanto volgare), se il pedante del chiostro e il pedante del vestibolo puzzano entrambi egualmente di bottega, tuttavia l’odore della rilegatura russa di buoni vecchi folii e in-quarto dall’aspetto autentico è meno fastidioso dei vapori della taverna o del bagno pubblico. Anzi, sebbene la pedanteria dello studioso possa tradire un po’ di ostentazione, tuttavia una mente ben condizionata tollererebbe più facilmente, penso, la coda di volpe della vanità dotta, che la sans culotterie di un’ignoranza sprezzante, che assume un merito dalla mutilazione nel sogghigno auto-consolatorio dell’ingombro pomposo delle code.

La prima lezione della disciplina filosofica è svezzare l’attenzione dello studente dai gradi delle cose, che soli formano il vocabolario della vita comune, e dirigerla verso la specie astratta dal grado. Così lo studente di chimica impara a non essere sorpreso dalle disquisizioni sul calore nel ghiaccio, o sulla luce latente e fissabile. In tale discorso l’istruttore non ha altra alternativa che usare parole vecchie con significati nuovi (il piano adottato da Darwin nella sua Zoonomia); o introdurre nuovi termini, seguendo l’esempio di Linneo e dei creatori dell’attuale nomenclatura chimica. Quest’ultimo modo è evidentemente preferibile, se non altro perché il primo richiede un duplice sforzo di pensiero in uno stesso atto. Poiché al lettore, o uditore, è richiesto non solo di apprendere e tenere a mente la nuova definizione; ma di disimparare, e tenere fuori dalla propria vista, il significato vecchio e abituale; un compito assai più difficile e sconcertante, e per il quale il mero simulacro di evitare la pedanteria mi sembra un compenso inadeguato. Laddove, in effetti, è in nostro potere richiamare un termine inappropriato che era diventato obsoleto senza sufficiente ragione, è senza dubbio un male minore ripristinarlo che coniarne uno nuovo. Così, per esprimere in una parola tutto ciò che appartiene alla percezione, considerata come passiva e meramente ricettiva, ho adottato dai nostri classici più antichi la parola sensuous; perché sensual non è al presente usato, se non in senso cattivo, o almeno come distinzione morale; mentre sensitive e sensible trasmetterebbero ciascuno un significato diverso. Così pure ho seguito Hooker, Sanderson, Milton e altri, nel designare l’immediatezza di qualsiasi atto o oggetto di conoscenza con la parola intuition, usata talvolta soggettivamente, talvolta oggettivamente, proprio come usiamo la parola thought; ora come il pensiero, o atto di pensare, e ora come un pensiero, o l’oggetto della nostra riflessione; e facciamo ciò senza confusione o oscurità. Le parole stesse, objective e subjective, di così costante ricorrenza nelle scuole di un tempo, ho osato reintrodurle, perché non avrei potuto, in modo così breve o conveniente, distinguere con termini più familiari il percipere dal percipi. Infine, ho cautamente discriminato i termini, the reason e the understanding, incoraggiato e confermato dall’autorità dei nostri autentici teologi e filosofi, prima della Rivoluzione.

------sia la vita, sia il senso, La fantasia e l’intelletto; donde l’anima La ragione riceve, e la ragione è il suo essere, Discorsiva o intuitiva: il discorso [32] È il più delle volte vostro, la seconda è la nostra, Differendo solo nel grado, nella specie è lo stesso.

Dico che fui confermato da un’autorità così venerabile: poiché avevo motivi precedenti e superiori nella mia stessa convinzione dell’importanza, anzi, della necessità della distinzione, sia come condizione indispensabile sia come parte vitale di ogni sana speculazione in metafisica, etica o teologica. Stabilire questa distinzione era uno degli scopi principali di The Friend; se pure in una biografia della mia stessa vita letteraria posso con proprietà riferirmi a un’opera, che fu stampata piuttosto che pubblicata, o così pubblicata che sarebbe stato bene per lo sfortunato autore se fosse rimasta in manoscritto. Ho persino in questo momento motivo amaro per ricordare ciò che un numero dei miei sottoscrittori ha solo un motivo insignificante per dimenticare. Questa effusione avrebbe potuto essere risparmiata; ma vorrei lusingarmi che il lettore sarà meno austero di un professore orientale di bastonatura, il quale, durante un tentativo di estorcere per argumentum baculinum una piena confessione da un colpevole, interruppe il suo grido di dolore ricordandogli che era “una mera digressione!” “Tutto questo rumore, signore! non è pertinente, e non è affatto una risposta alle mie domande!” “Ah! ma,” (replicò il sofferente,) “è la risposta più pertinente in natura ai vostri colpi.”

Un uomo imprudente di comune bontà d’animo non può non desiderare di volgere persino le sue imprudenze a beneficio degli altri, per quanto ciò sia possibile. Se dunque qualcuno dei lettori di questa semi-narrazione stesse preparando o intendendo un’opera periodica, lo avverto, in primo luogo, di non fidarsi del numero dei nomi sulla sua lista di sottoscrizione. Poiché non può essere certo che i nomi siano stati messi giù per sufficiente autorità; o, se ciò fosse accertato, rimane ancora da sapere se non siano stati estorti dall’importunità di qualche amico troppo zelante; se il sottoscrittore non avesse ceduto il suo nome, meramente per mancanza di coraggio di rispondere no; e con l’intenzione di abbandonare l’opera appena possibile. Un gentiluomo mi procurò quasi cento nomi per THE FRIEND, e non solo colse frequenti opportunità per ricordarmi il suo successo nella ricerca, ma si affannò a imprimere nella mia mente il senso dell’obbligo che avevo verso i sottoscrittori; poiché, (come mi ammonì molto pertinentemente,) “cinquantadue scellini l’anno erano una grossa somma da donare a un singolo individuo, dove c’erano così tanti oggetti di carità con forti pretese all’assistenza dei benevoli.” Di questi cento mecenati, novanta abbandonarono la pubblicazione prima del quarto numero, senza alcun preavviso; sebbene fosse ben noto a loro che, a causa della distanza e della lentezza e irregolarità del trasporto, ero costretto a fare scorta di carta bollata per almeno otto settimane in anticipo; ogni foglio della quale mi costava cinque pence prima del suo arrivo dal mio stampatore; sebbene il denaro della sottoscrizione non dovesse essere ricevuto fino alla ventunesima settimana dopo l’inizio dell’opera; e infine, sebbene fosse in nove casi su dieci impraticabile per me ricevere il denaro per due o tre numeri senza pagare una somma eguale per l’affrancatura.

A conferma del mio primo avvertimento, selezionerò un fatto tra molti. Sulla mia lista di sottoscrittori, tra un numero considerevole di nomi egualmente lusinghieri, c’era quello di un conte di Cork, con il suo indirizzo. Avrebbe potuto benissimo essere un conte di Bottiglia, per quanto ne sapevo, che era stato contento di riverire la nobiltà in abstracto, piuttosto che in concretis. Naturalmente THE FRIEND veniva regolarmente inviato, se ricordo bene, fino al diciottesimo numero; cioè, fino a una quindicina di giorni prima che la sottoscrizione dovesse essere pagata. Ed ecco! proprio in questo momento ricevetti una lettera da sua Signoria, che mi rimproverava in un linguaggio assai più signorile che cortese per la mia impudenza nel dirigere i miei opuscoli a lui, che non sapeva nulla di me o della mia opera! Diciassette o diciotto numeri della quale, tuttavia, sua Signoria si compiacque di trattenere, probabilmente per le comodità culinarie o post-culinarie dei suoi servitori.

In secondo luogo, avverto tutti gli altri dal tentativo di deviare dal modo ordinario di pubblicare un’opera tramite il commercio. Pensavo davvero che per l’acquirente fosse indifferente se il trenta per cento del prezzo di acquisto andasse ai librai o al governo; e che la comodità di ricevere l’opera per posta alla propria porta avrebbe dato la preferenza a quest’ultimo. È duro, lo ammetto, aver lavorato per anni nel raccogliere e organizzare i materiali; aver speso ogni scellino che poteva essere risparmiato dopo che le necessità della vita erano state soddisfatte, nel comprare libri, o in viaggi allo scopo di consultarli o di acquisire fatti alla fonte; poi comprare la carta, pagare la stampa, e simili, tutto almeno il quindici per cento oltre ciò che il commercio avrebbe pagato; e poi, dopo tutto, dare il trenta per cento non dei profitti netti, ma dei risultati lordi della vendita, a un uomo che deve meramente dare ai libri spazio sullo scaffale o in magazzino, e permettere al suo apprendista di consegnarli oltre il bancone a coloro che possono chiederli; e questo pure copia per copia, sebbene, se l’opera sia su qualsiasi argomento filosofico o scientifico, possano passare anni prima che l’edizione sia esaurita. Tutto ciò, confesso, deve sembrare una difficoltà, e una a cui i prodotti dell’industria in nessun altro modo di esercizio sono soggetti. Eppure anche questo è meglio, molto meglio, che tentare in qualsiasi modo di unire le funzioni di autore ed editore. Ma il modo più prudente è vendere il diritto d’autore, almeno di una o più edizioni, per il massimo che il commercio offrirà. Solo da pochi ci si può aspettare una grande remunerazione; ma cinquanta sterline e la tranquillità mentale sono di maggior vantaggio reale per un uomo di lettere che la possibilità di cinquecento con la certezza di insulti e ansie degradanti. Sarò stato gravemente frainteso se questa dichiarazione dovesse essere interpretata come scritta con il desiderio di sminuire il carattere dei librai o degli editori. Gli individui non hanno fatto le leggi e le usanze del loro commercio, ma, come in ogni altro commercio, le prendono come le trovano. Finché non si può dimostrare che il male è rimovibile, e senza la sostituzione di un inconveniente eguale o maggiore, non sarebbe né saggio né virile persino lamentarsene. Ma usarlo come pretesto per parlare, o persino per pensare, o provare sentimenti, in modo scortese o ingiurioso nei confronti dei commercianti, come individui, sarebbe qualcosa di peggio che poco saggio o persino poco virile; sarebbe immorale e calunnioso. I miei motivi puntano in una direzione assai diversa e verso oggetti assai altri, come si vedrà nella conclusione del capitolo.

Un vecchio ecclesiastico dotto ed esemplare, che molti anni fa andò alla sua ricompensa seguito dai rimpianti e dalle benedizioni del suo gregge, pubblicò a proprie spese due volumi in ottavo, intitolati A NEW THEORY OF REDEMPTION. L’opera fu trattata assai severamente nella MONTHLY o CRITICAL REVIEW, dimentico quale; e questa ostilità non provocata divenne il tema preferito di conversazione del buon vecchio tra i suoi amici. “Bene!” (era solito esclamare,) “nella seconda edizione, avrò l’opportunità di esporre sia l’ignoranza che la malignità del critico anonimo.” Due o tre anni tuttavia passarono senza alcuna notizia dal libraio, che aveva intrapreso la stampa e la pubblicazione dell’opera, e che era perfettamente a suo agio, poiché l’autore era noto per essere un uomo di grandi proprietà. Alla fine i conti furono richiesti; e nel corso di poche settimane furono presentati dal fattorino della ditta, di persona. Il mio vecchio amico si mise gli occhiali e, tenendo il foglio con mano non molto ferma, cominciò: “Carta, tanto: oh, abbastanza moderato – non affatto oltre le mie aspettative! Stampa, tanto: bene! abbastanza moderato! Rilegatura, copertine, pubblicità, trasporto, e così via, tanto.” – Ancora nulla di sbagliato. Selleridge (poiché l’ortografia non è una parte necessaria delle acquisizioni letterarie di un libraio) L3. 3s. “Dio mio! solo tre ghinee per il come si chiama – il selleridge?” “Niente di più, signore!” replicò il fattorino. “No, ma è troppo moderato!” replicò il mio vecchio amico. “Solo tre ghinee per vendere mille copie di un’opera in due volumi?” “Oh signore!” (grida il giovane viaggiatore) “avete scambiato la parola. Non ce n’è stata nessuna venduta; sono state rimandate indietro da Londra molto tempo fa; e queste L3. 3s. sono per il cellaridge, o spazio in magazzino nella nostra cantina dei libri.” L’opera fu di conseguenza promossa dall’ominosa cantina dell’editore alla soffitta dell’autore; e, nel presentare una copia a un conoscente, il vecchio gentiluomo era solito raccontare l’aneddoto con grande umorismo e ancora maggiore buon animo.

Con eguale mancanza di conoscenza del mondo, fui un soffritore ben più che eguale per essa, proprio all’inizio della mia attività di autore. Verso la fine del primo anno dal tempo in cui, in un’ora infausta, lasciai i chiostri amichevoli e il felice boschetto del tranquillo, sempre onorato Jesus College, Cambridge, fui persuaso da svariati filantropi e Anti-polemisti a dar inizio a un’opera periodica, intitolata THE WATCHMAN, affinché, secondo il motto generale dell’opera, tutti potessero conoscere la verità, e che la verità potesse renderci liberi! Per esentarla dalla tassa di bollo, e allo stesso modo per contribuire il meno possibile alla presunta colpa di una guerra contro la libertà, doveva essere pubblicata ogni ottavo giorno, trentadue pagine, grande ottavo, fittamente stampato, e al prezzo di soli quattro pence. Di conseguenza con un proclama infuocato – “La Conoscenza è Potere”, “Per gridare lo stato dell’atmosfera politica” – e così via, partii per un tour verso il Nord, da Bristol a Sheffield, allo scopo di procurarmi clienti, predicando lungo la strada nella maggior parte delle grandi città, come volontario senza salario, in una giacca blu e panciotto bianco, affinché non si vedesse su di me nemmeno un brandello della donna di Babilonia. Perché ero a quel tempo e molto dopo, sebbene un Trinitario (cioè ad normam Platonis) in filosofia, tuttavia uno zelante Unitario in religione; più accuratamente, ero uno Psilantropista, uno di coloro che credono che nostro Signore sia stato il vero figlio di Giuseppe, e che pongono l’accento principale sulla risurrezione piuttosto che sulla crocifissione. Oh! mai potrò ricordare quei giorni né con vergogna né con rimpianto. Perché ero il più sincero, il più disinteressato. Le mie opinioni erano in verità su molti e più importanti punti erronee; ma il mio cuore era semplice. Ricchezza, rango, la vita stessa sembravano allora a buon mercato per me, rispetto agli interessi di ciò che credevo essere la verità, e la volontà del mio Creatore. Non posso nemmeno accusarmi di essere stato mosso dalla vanità; perché nell’espansione del mio entusiasmo non pensavo affatto a me stesso.

La mia campagna iniziò a Birmingham; e il mio primo attacco fu contro un rigido Calvinista, un candelaio di mestiere. Era un uomo alto e scuro, in cui la lunghezza era così predominante sulla larghezza che avrebbe potuto quasi essere preso in prestito come attizzatoio da fonderia. Oh quella faccia! una faccia kat’ emphasin! Ce l’ho davanti in questo momento. I capelli lisci, neri, simili a spago, pingui-nitescenti, tagliati in linea retta lungo la stoppia nera delle sue sottili sopracciglia color polvere da sparo, che sembravano una stoppia bruciata da una rasatura della settimana scorsa. Il colletto della giacca dietro in perfetta unione, sia di colore che di lucentezza, con le corde grossolane eppure scivolose, che suppongo chiamasse capelli, e che con una curva verso l’interno alla nuca – l’unico approccio alla flessione in tutta la sua figura – si insinuavano dietro il suo panciotto; mentre la faccia scarna, scura, molto dura, e con forti solchi perpendicolari, mi dava una vaga nozione di qualcuno che mi guardasse attraverso una griglia usata, tutta fuliggine, grasso e ferro! Ma era uno dei purosangue, un vero amante della libertà, e, come mi fu riferito, aveva dimostrato con soddisfazione di molti, che Mr. Pitt era una delle corna della seconda bestia nell’APOCALISSE, che parlava come un drago. Una persona, a cui una delle mie lettere di raccomandazione era stata indirizzata, fu il mio presentatore. Fu un nuovo evento nella mia vita, il mio primo colpo nel nuovo mestiere che avevo intrapreso di autore, sì, e di autore che commerciava per proprio conto. Il mio compagno, dopo alcune frasi imperfette e una moltitudine di esitazioni, abbandonò la causa al suo cliente; e io iniziai un’arringa di mezz’ora a Phileleutheros, il candelaio, variando le mie note, attraverso l’intera gamma dell’eloquenza, dal raziocinante al declamatorio, e in quest’ultimo dal patetico all’indignato. Argomentai, descrissi, promisi, profetizzai; e iniziando con la cattività delle nazioni finii con il prossimo avvento del millennio, finendo il tutto con alcuni dei miei versi che descrivevano quel glorioso stato tratti dai Religious Musings:

------Tali delizie Che fluttuano verso la terra, visitatori permessi! Quando in qualche ora di solenne giubileo I massicci cancelli del Paradiso sono spalancati E vengono fuori in frammenti selvaggi Dolci echi di melodie ultraterrene, E odori strappati da letti di amaranto, E coloro che dal fiume cristallino della vita Sprigionano su ala rinfrescata, brezze ambrosiali!

Il mio uomo di lumi ascoltò con perseverante e lodevole pazienza, sebbene, come mi fu detto in seguito, lamentandosi di certe brezze che non erano del tutto ambrosiali, fosse una giornata torrida per lui. “E quanto, signore,” disse dopo una breve pausa, “potrebbe essere il costo?” “Solo quattro pence,” – (Oh! come sentii l’anti-climax, l’abisso abissale di quei quattro pence!) – “solo quattro pence, signore, ogni numero, da essere pubblicato ogni ottavo giorno.” – “Sono un sacco di soldi alla fine di un anno. E quanto, dicevate, ce ne sarebbe per il denaro?” “Trentadue pagine, signore, grande ottavo, fittamente stampato.” – “Trenta e due pagine? Dio mio! perché eccetto quello che faccio in famiglia di sabato, è più di quanto legga mai, signore! per tutto l’anno. Sono tanto favorevole, quanto chiunque altro a Birmingham, signore! alla libertà e alla verità e a tutte queste cose, ma quanto a questo – nessuna offesa, spero, signore – devo chiedere di essere scusato.”

Così finì il mio primo tentativo di procacciarmi abbonati: per ragioni che menzionerò a breve, feci solo un’altra richiesta di persona. Ciò avvenne a Manchester, presso un distinto e facoltoso grossista di tessuti di cotone. Prese la mia lettera di presentazione e, dopo averla letta, mi misurò dalla testa ai piedi e di nuovo dai piedi alla testa, per poi chiedermi se avessi un conto o una fattura dell’articolo. Gli presentai il mio prospetto. Lo scorse rapidamente, borbottando sulla prima facciata e ancora più rapidamente sulla seconda e ultima pagina; lo accartocciò tra le dita e il palmo della mano; poi, con estrema lentezza e in modo significativo, ne sfregò e spianò una parte contro l’altra; infine, mettendolo in tasca, mi voltò le spalle con un “siamo sommersi da questi articoli!” e, senza aggiungere una sillaba, si ritirò nel suo ufficio contabile. E, posso dire sinceramente, con mio indicibile divertimento.

Questo, l’ho detto, fu il mio secondo e ultimo tentativo. Tornando sconfitto dal primo, in cui avevo vanamente provato a ripetere il miracolo di Orfeo con il patriota di Birmingham, pranzai con il mercante che mi aveva presentato a lui. Dopo pranzo, mi importunò affinché fumassi una pipa con lui e altri due o tre illuminati del suo stesso rango. Mi opposi, sia perché mi ero impegnato a trascorrere la serata con un ministro e i suoi amici, sia perché non avevo mai fumato se non una o due volte in vita mia, e allora si trattava di tabacco d’erbe mescolato con Oronooko. Tuttavia, sulla rassicurazione che il tabacco fosse altrettanto leggero, e vedendo peraltro che era di colore giallo; senza dimenticare la deplorevole difficoltà che ho sempre riscontrato nel dire “no” e nell’astenermi da ciò che le persone intorno a me stavano facendo, ne presi mezza pipa, riempiendo la metà inferiore del fornello con del sale. Fui presto costretto a posarla, a causa di una vertigine e di una sensazione angosciante agli occhi, che, poiché avevo bevuto solo un bicchiere di birra, sapevo dover essere l’effetto del tabacco. Poco dopo, ritenendomi ristabilito, uscii per onorare il mio impegno; ma la camminata e l’aria fresca fecero riemergere tutti i sintomi, e avevo appena fatto in tempo a entrare nel salotto del ministro e ad aprire un piccolo pacchetto di lettere, che lui aveva ricevuto da Bristol per me, che caddi all’indietro sul divano in una sorta di svenimento piuttosto che di sonno. Fortunatamente avevo trovato appena il tempo di informarlo dello stato confuso dei miei sentimenti e dell’occasione. Poiché qui e così giacevo, il mio viso simile a un muro appena imbiancato, mortalmente pallido e con gocce fredde di sudore che scendevano dalla fronte, mentre uno dopo l’altro arrivavano i vari gentiluomini che erano stati invitati a incontrarmi e a trascorrere la serata con me, nel numero di quindici o venti. Poiché il veleno del tabacco agisce solo per poco tempo, alla fine mi risvegliai dall’insensibilità e guardai intorno alla compagnia, con gli occhi abbagliati dalle candele che erano state accese nel frattempo. Per alleviare il mio imbarazzo, uno dei gentiluomini iniziò la conversazione con: “Ha visto un giornale oggi, signor Coleridge?” “Signore!” risposi, stropicciandomi gli occhi, “sono tutt’altro che convinto che a un cristiano sia permesso leggere giornali o qualsiasi altra opera di interesse meramente politico e temporaneo.” Questa osservazione, così ridicolmente inopportuna, o meglio, incongrua rispetto allo scopo per il quale ero noto aver visitato Birmingham, e per assistermi nel quale si erano tutti riuniti, produsse un involontario e generale scoppio di risa; e raramente ho trascorso ore così deliziose come quelle che ho goduto in quella stanza dal momento di quella risata fino alle prime ore del mattino seguente. Mai, forse, in una compagnia così mista e numerosa ho sentito da allora una conversazione sostenuta con tale animazione, arricchita con tale varietà di informazioni e ravvivata con un tale flusso di aneddoti. Sia allora che in seguito, tutti si unirono nel dissuadermi dal proseguire con il mio progetto; mi assicurarono, nelle espressioni più amichevoli e allo stesso tempo più lusinghiere, che né l’occupazione era adatta a me, né io adatto all’occupazione. Eppure, se avessi deciso di persistere, promisero di adoperarsi al massimo per procurarmi abbonati, e insistettero affinché non facessi più richieste di persona, ma continuassi il reclutamento per procura. La stessa ospitale accoglienza, la stessa dissuasione e, fallita quella, le stesse gentili premure a mio favore, incontrai a Manchester, Derby, Nottingham, Sheffield; in effetti, in ogni luogo in cui feci sosta. Ricordo spesso con affettuoso piacere i molti uomini rispettabili che si interessarono a me, un perfetto estraneo per loro, non pochi dei quali posso ancora annoverare tra i miei amici. Essi testimonieranno per me quanto fossero opposti anche allora i miei principi a quelli del giacobinismo o persino della democrazia, e possono attestare la rigorosa accuratezza della dichiarazione che ho lasciato registrata nel decimo e nell’undicesimo numero di THE FRIEND.

Da questo memorabile viaggio tornai con quasi mille nomi sulla lista degli abbonati di THE WATCHMAN; tuttavia, più che convinto che la prudenza dettasse l’abbandono del progetto. Ma proprio per questo motivo vi perseverai; poiché ero in quel periodo della mia vita così completamente ossessionato dalla paura di essere influenzato da motivi egoistici, che il sapere che un modo di agire fosse il dettame della prudenza era una sorta di prova presuntiva, per i miei sentimenti, che il contrario fosse il dettame del dovere. Di conseguenza, iniziai l’opera, che fu annunciata a Londra tramite lunghi manifesti con lettere più grandi di quanto si fosse mai visto prima, e che, sono stato informato, poiché non li ho visti io stesso, eclissarono persino le glorie dei volantini della lotteria. Ma ahimè! la pubblicazione del primissimo numero fu ritardata oltre il giorno annunciato per la sua apparizione. Nel secondo numero, un saggio contro i giorni di digiuno, con una censurabile applicazione di un testo di Isaia come motto, mi fece perdere quasi cinquecento dei miei abbonati in un colpo solo. Nei due numeri seguenti mi feci nemici tutti i miei protettori giacobini e democratici; poiché, disgustato dalla loro infedeltà e dalla loro adozione della morale francese insieme alla filosofia francese; e forse pensando che la carità debba iniziare da chi ci è più vicino, invece di abusare del governo e degli aristocratici principalmente o interamente, come ci si aspettava da me, diressi i miei attacchi al “patriottismo moderno”, e osai persino dichiarare la mia convinzione che, quali che fossero stati i motivi dei ministri per la sedizione, o come allora era di moda chiamarle, le leggi bavaglio, tuttavia le leggi stesse avrebbero prodotto un effetto desiderato da tutti i veri amici della libertà, nella misura in cui avrebbero contribuito a dissuadere gli uomini dal declamare apertamente su soggetti di cui non avevano mai approfondito i principi, e dal “perorare presso i poveri e gli ignoranti, invece di perorare per loro”. Allo stesso tempo, dichiarai la mia convinzione che l’istruzione nazionale e una concomitante diffusione del Vangelo fossero la condizione indispensabile di qualsiasi vero miglioramento politico. Così, al momento della pubblicazione del settimo numero, ebbi la mortificazione – (ma perché dovrei dire questo, quando in verità mi importava troppo poco di qualsiasi cosa riguardasse i miei interessi mondani per esserne minimamente mortificato?) – di vedere i numeri precedenti esposti in varie botteghe di vecchi ferri per un penny l’uno. Al nono numero abbandonai l’opera. Ma dall’editore di Londra non riuscii a ottenere uno scellino; era un ------ e mi sfidò apertamente. Da altri posti ricavai ben poco, e dopo ritardi tali da rendere quel poco privo di valore; e sarei stato inevitabilmente gettato in prigione dal mio stampatore di Bristol, che si rifiutò di aspettare anche solo per un mese, per una somma tra le ottanta e le novanta sterline, se il denaro non fosse stato pagato per me da un uomo per nulla abbiente, un caro amico, che si legò a me fin dal mio primo arrivo a Bristol, che è rimasto mio amico con una fedeltà non vinta dal tempo o persino dalla mia stessa apparente negligenza; un amico dal quale non ho mai ricevuto un consiglio che non fosse saggio, né un rimprovero che non fosse gentile e affettuoso.

Coscienziosamente un oppositore della prima guerra rivoluzionaria, eppure con gli occhi completamente aperti sul vero carattere e sull’impotenza dei fautori dei principi rivoluzionari in Inghilterra, principi che tenevo in orrore – (poiché faceva parte del mio credo politico che chiunque smettesse di agire come individuo, rendendosi membro di una società non sanzionata dal proprio Governo, perdesse i diritti di cittadino) – un veemente anti-ministeriale, ma dopo l’invasione della Svizzera, un più veemente anti-gallicano, e ancora più intensamente un anti-giacobino, mi ritirai in un cottage a Stowey, e provvidi al mio scarso sostentamento scrivendo versi per un giornale mattutino di Londra. Vidi chiaramente che la letteratura non era una professione con cui potessi sperare di vivere; poiché non potevo nascondere a me stesso che, qualunque fossero i miei talenti o meno sotto altri aspetti, non erano del tipo che potesse permettermi di diventare uno scrittore popolare; e che, qualunque fossero le mie opinioni in sé, erano quasi equidistanti da tutti e tre i partiti di spicco: i seguaci di Pitt, i seguaci di Fox e i Democratici. Dell’invendibilità dei miei scritti ebbi un divertente memento una mattina dalla nostra domestica. Poiché, capitandomi di alzarmi a un’ora più mattutina del solito, la osservai mentre metteva una quantità stravagante di carta nella grata per accendere il fuoco, e la rimproverai dolcemente per il suo spreco; “Oh, signore!” (rispose la povera Nanny) “ma sono solo i Watchmen.”

Mi dedicai ora alla poesia e allo studio dell’etica e della psicologia; e così profonda era la mia ammirazione a quel tempo per il SAGGIO SULL’UOMO di Hartley, che diedi il suo nome al mio primogenito. Oltre al gentiluomo, mio vicino, il cui giardino confinava con il mio piccolo frutteto, e la cui coltivazione dell’amicizia era stata il mio unico motivo nello scegliere Stowey come mia residenza, ebbi la fortuna di acquisire, poco dopo il mio insediamento lì, una benedizione inestimabile nella società e nel vicinato di uno a cui potevo guardare con pari reverenza, sia che lo considerassi come poeta, filosofo o uomo. La sua conversazione si estendeva a quasi tutti i soggetti, eccetto la fisica e la politica; con quest’ultima non si è mai preoccupato. Eppure né il mio ritiro né la mia totale astrazione da tutte le dispute del giorno poterono proteggermi in quei tempi gelosi dal sospetto e dal disonore, che non si fermarono a me, ma si estesero al mio eccellente amico, la cui perfetta innocenza fu persino addotta come prova della sua colpevolezza. Uno dei tanti sicofanti indaffarati di quel giorno – (uso qui la parola sicofante nel suo senso originale, come un miserabile che adula il partito prevalente denunciando i propri vicini, con il pretesto che siano esportatori di fichi proibiti o fantasie; per l’applicazione morale del termine non importa quale) – uno di questi bastardi sicofanti della legge, discorrendo sulla politica del vicinato, espresse la seguente profonda osservazione: “Per quanto riguarda Coleridge, non c’è così tanto male in lui, perché è un giracapo che dice tutto ciò che gli passa per la testa; ma quel ------! è lui il traditore oscuro. Non si sente MAI dire una sillaba da LUI sull’argomento.”

Ora che la mano della Provvidenza ha disciplinato l’intera Europa alla sobrietà, come gli uomini domano gli elefanti selvatici, tra colpi e carezze; ora che gli inglesi di tutte le classi sono tornati alle loro vecchie nozioni e sentimenti inglesi; sarà difficile credere quanta influenza fosse in quel momento posseduta ed esercitata dallo spirito di diffamazione segreta – (il compagno troppo costante dello zelo di parte) – durante l’irrequieto interregno dal 1793 all’inizio dell’amministrazione Addington, o l’anno prima della tregua di Amiens. Poiché, entro quest’ultimo periodo, le menti dei partigiani, esauste dall’eccesso di stimolazione e umiliate dalla reciproca delusione, erano diventate languide. Le stesse cause che inclinarono la nazione alla pace disposero gli individui alla riconciliazione. Entrambe le parti si erano trovate in errore. L’una aveva confessatamente frainteso il carattere morale della rivoluzione, e l’altra aveva calcolato male sia le sue risorse morali che fisiche. L’esperimento fu fatto al prezzo di grandi, quasi diremmo, umilianti sacrifici; e gli uomini saggi previdero che sarebbe fallito, almeno nel suo obiettivo diretto e ostensibile. Eppure fu acquistato a buon mercato e realizzò un obiettivo di pari valore e, se possibile, di importanza ancora più vitale. Poiché portò a un’unanimità nazionale senza precedenti nella nostra storia dal regno di Elisabetta; e la Provvidenza, mai mancante a una buona opera quando gli uomini hanno fatto la loro parte, fornì presto un focus comune nella causa della Spagna, che ci rese tutti ancora una volta inglesi, gratificando e correggendo al contempo le predilezioni di entrambe le parti. I sinceri veneratori del trono sentirono la causa della lealtà nobilitata dalla sua alleanza con quella della libertà; mentre gli onesti zeloti del popolo non poterono che ammettere che la libertà stessa assumeva una forma più accattivante, umanizzata dalla lealtà e consacrata dai principi religiosi. I giovani entusiasti che, lusingati dall’arcobaleno mattutino della rivoluzione francese, si erano vantati di espatriare le proprie speranze e paure, ora, disciplinati dalle tempeste successive e resi sobri dall’aumento degli anni, avevano imparato a stimare e onorare lo spirito di nazionalità come la migliore salvaguardia dell’indipendenza nazionale, e questa a sua volta come il prerequisito assoluto e la base necessaria dei diritti popolari.

Se anche in Spagna la delusione ha stroncato le nostre aspettative troppo precoci, tuttavia non tutto è distrutto ciò che è frenato. Il raccolto stava forse crescendo troppo rigoglioso nel fusto per granire bene; e c’erano, senza dubbio, sintomi della ruggine gallicana su di esso. Se alla superstizione e al dispotismo è stato permesso di lasciar entrare le loro pecore lupesche per calpestarlo e divorarlo fino alla superficie, tuttavia le radici rimangono vive, e la seconda crescita potrebbe rivelarsi più forte e più sana per l’interruzione temporanea. In ogni caso, verso di noi il cielo è stato giusto e clemente. Il popolo d’Inghilterra ha fatto del suo meglio e ha ricevuto le proprie ricompense. Possiamo continuare a meritarlo a lungo! Cause che era stata abitudine troppo generale degli statisti precedenti considerare come appartenenti a un altro mondo, sono ora ammesse da tutti i ranghi come i principali agenti del nostro successo. “Abbiamo combattuto dal cielo; le stelle nei loro corsi hanno combattuto contro Sisara.” Se dunque l’unanimità fondata su sentimenti morali è stata tra le fonti meno equivoche della nostra gloria nazionale, quell’uomo merita la stima dei suoi compatrioti, anche come patrioti, che dedica la sua vita e i massimi sforzi del suo intelletto alla preservazione e alla continuità di quell’unanimità attraverso la rivelazione e l’istituzione di principi. Poiché da questi tutte le opinioni devono essere alla fine giudicate; e, (poiché i sentimenti degli uomini sono degni di considerazione solo nella misura in cui sono i rappresentanti delle loro opinioni fisse), sulla conoscenza di questi ogni unanimità, non accidentale e fugace, deve essere fondata. Lasciate che lo studioso, che dubita di questa asserzione, si riferisca solo ai discorsi e agli scritti di Edmund Burke all’inizio della guerra americana e li confronti con i suoi discorsi e scritti all’inizio della rivoluzione francese. Troverà i principi esattamente gli stessi e le deduzioni le stesse; ma le inferenze pratiche quasi opposte nell’uno rispetto a quelle tratte nell’altro; eppure in entrambi ugualmente legittime e in entrambi ugualmente confermate dai risultati. Da dove ha tratto la superiorità della preveggenza? Da dove è sorta la sorprendente differenza, e nella maggior parte dei casi persino la discrepanza, tra i motivi assegnati da lui e da coloro che hanno votato con lui, sulle stesse questioni? Come dobbiamo spiegare il fatto notorio che i discorsi e gli scritti di Edmund Burke siano più interessanti al giorno d’oggi di quanto non si trovassero al momento della loro prima pubblicazione; mentre quelli dei suoi illustri confederati sono dimenticati, o esistono solo per fornire prove che la stessa conclusione, che un uomo aveva dedotto scientificamente, può essere raggiunta da un altro in conseguenza di errori che per fortuna hanno neutralizzato l’un l’altro. Sarebbe sgarbato come congettura, anche se non fosse, come in effetti è, falso in punto di fatto, attribuire questa differenza alla carenza di talento da parte degli amici di Burke, o di esperienza, o di conoscenza storica. La soluzione soddisfacente è che Edmund Burke possedeva e aveva assiduamente affinato quell’occhio che vede tutte le cose, azioni ed eventi, in relazione alle leggi che determinano la loro esistenza e circoscrivono la loro possibilità. Si riferiva abitualmente ai principi. Era uno statista scientifico; e quindi un veggente. Poiché ogni principio contiene in sé i germi di una profezia; e, come il potere profetico è il privilegio essenziale della scienza, così l’adempimento dei suoi oracoli fornisce il test esteriore e, (per gli uomini in generale), l’unico test della sua pretesa al titolo. Per quanto le raffinatezze di Burke potessero apparire noiose ai suoi auditori parlamentari, tuttavia le classi colte in tutta Europa hanno motivo di essere grate che egli

------continuasse a raffinare, E pensasse a convincere, mentre essi pensavano a cenare.

Le nostre stesse insegne, (mi disse un illustre amico), danno prova che c’è stato un Tiziano nel mondo. Allo stesso modo, non solo i dibattiti in parlamento, non solo i nostri proclami e documenti di stato, ma i saggi e gli articoli di fondo dei nostri giornali sono altrettanti promemoria di Edmund Burke. Di ciò il lettore può facilmente convincersi se, per ricordo o riferimento, confronterà i giornali dell’opposizione all’inizio e durante i cinque o sei anni seguenti la rivoluzione francese con i sentimenti e le basi di argomentazione assunti nella stessa classe di giornali al presente, e da alcuni anni a questa parte.

Se lo spirito di giacobinismo, che gli scritti di Burke hanno esorcizzato dalle classi superiori e da quelle letterate, possa, come il fantasma in Hamlet, essere udito muoversi e scavare nelle camere sotterranee con un’attività tanto più pericolosa quanto meno rumorosa, può ammettere un interrogativo. Ho dato le mie opinioni su questo punto, e le basi di esse, nelle mie lettere al giudice Fletcher, suscitate dalla sua requisitoria alla giuria della contea di Wexford, e pubblicate sul Courier. Comunque sia, lo spirito maligno della gelosia, e con esso i cuccioli cerberei della discordia e della calunnia, non percorrono più i loro giri nella società colta.

Molto diversi erano i giorni a cui questi aneddoti mi hanno riportato. Le oscure congetture di qualche zelante Quidnunc trovarono un terreno così congeniale nel grave allarme di un Dogberry titolato del nostro vicinato, che una spia fu effettivamente inviata dal governo per la sorveglianza mia e del mio amico. Doveva esserci non solo abbondanza, ma varietà di questi “uomini d’onore” a disposizione dei Ministri: poiché questo si rivelò un uomo molto onesto. Dopo tre settimane di perseveranza davvero indiana nel seguirci (poiché eravamo solitamente insieme), durante tutto il qual tempo raramente uscivamo senza che egli riuscisse a tenersi a portata d’orecchio — (e per tutto il tempo del tutto insospettato; come avrebbe potuto, infatti, un tale sospetto entrare nelle nostre fantasie?) — non solo respinse la richiesta di Sir Dogberry di tentare ancora un po’, ma gli dichiarò la sua convinzione che sia il mio amico che io fossimo sudditi leali, per quanto potesse scoprire in contrario, come chiunque altro nei domini di Sua Maestà. Si era ripetutamente nascosto, disse, per ore intere dietro un argine in riva al mare (il nostro posto preferito), origliando la nostra conversazione. Dapprima immaginò che fossimo consapevoli del nostro pericolo; poiché spesso mi sentiva parlare di un certo Spy Nozy, che era incline a interpretare come se stesso e come un tratto notevole che gli apparteneva; ma fu presto convinto che si trattasse del nome di un uomo che aveva scritto un libro e vissuto molto tempo prima. Il nostro discorso verteva per lo più su libri, e ci incitavamo continuamente a guardare questo e ad ascoltare quello; ma non riuscì a cogliere una parola sulla politica. Una volta mi aveva raggiunto sulla strada; (ciò accadde mentre tornavo a casa solo dalla casa del mio amico, che distava circa tre miglia dal mio cottage) e, spacciandosi per un viaggiatore, aveva intavolato una conversazione con me, parlando apposta in modo democratico per provocarmi. Il risultato, a quanto pare, non solo lo convinse che non ero un amico del giacobinismo, ma (aggiunse) che avevo “chiaramente dimostrato che si trattava di una cosa tanto sciocca quanto malvagia, che si sentiva in colpa anche se l’aveva solo indossata per finta”. Ricordavo distintamente l’accaduto e ne avevo fatto menzione subito al mio ritorno, ripetendo ciò che il viaggiatore dal naso alla Bardolph aveva detto, insieme alla mia risposta; e così poco sospettai il vero oggetto del mio “tentatore prima che accusatore”, che espressi con non poco piacere la mia speranza e convinzione che la conversazione fosse stata di qualche utilità al povero malcontento fuorviato. Questo incidente, dunque, prevenne ogni dubbio sulla verità del rapporto, che per mezzo di un amico mi giunse dal padrone della locanda del villaggio, al quale era stato ordinato di intrattenere il gentiluomo del Governo nel migliore dei modi, ma soprattutto di tacere riguardo alla presenza di una tale persona nella sua casa. Alla fine ricevette gli ordini di Sir Dogberry di accompagnare il suo ospite all’intervista finale; e, dopo il suffragio assolutorio del gentiluomo onorato della fiducia dei Ministri, rispose come segue alle seguenti domande: D. “Bene, oste! E che cosa sapete della persona in questione? L. Lo vedo spesso passare con il maister ----, il mio padrone di casa (cioè il proprietario dell’edificio), e talvolta con i nuovi arrivati a Holford; ma non ho mai detto una parola a lui, né lui a me. D. Ma non sapete che ha distribuito fogli e volantini di natura sediziosa tra la gente comune? L. No, vostro Onore! Non ho mai sentito una cosa del genere. D. Non avete visto questo signor Coleridge, o sentito dire, dei suoi arringare e parlare a capannelli e crocchi di abitanti? — A cosa state ridacchiando, signore? L. Chiedo scusa a vostro Onore! Ma stavo solo pensando a come lo avrebbero fissato. Se quello che ho sentito è vero, vostro Onore! non avrebbero capito una parola di ciò che diceva. Quando il nostro Vicario era qui, il Dr. L., il maestro della grande scuola e Canonico di Windsor, ci fu una grande cena dal maister; e uno dei contadini che era lì ci disse che lui e il Dottore parlarono in vero ebraico greco l’uno con l’altro per un’ora intera dopo cena. D. Rispondete alla domanda, signore! Arringa mai la gente? L. Spero che vostro Onore non sia arrabbiato con me. Non posso dire di più di quanto so. Non l’ho mai visto parlare con nessuno, tranne che con il mio padrone di casa, il nostro curato e lo strano gentiluomo. D. Non è stato visto vagare sulle colline verso il Canale, e lungo la riva, con libri e fogli in mano, a prendere carte e mappe del paese? L. Beh, quanto a questo, vostro Onore! Ammetto di aver sentito; sono certo, non vorrei dire male di nessuno; ma è certo che ho sentito--D. Parlate chiaro, uomo! Non abbiate paura, state facendo il vostro dovere verso il vostro Re e il Governo. Cosa avete sentito? L. Beh, la gente dice, vostro Onore! che egli sia un Poeta, e che stia per mettere Quantock e tutto ciò che sta qui intorno in stampa; e dato che sono così spesso insieme, suppongo che lo strano gentiluomo abbia qualche interesse nell’affare.” — Così finì questa formidabile inquisizione, la cui ultima parte soltanto richiede spiegazione, e allo stesso tempo conferisce all’aneddoto un posto nella mia vita letteraria. Avevo considerato come un difetto nell’ammirabile poema THE TASK, che l’argomento, che dà il titolo all’opera, non fosse, e in effetti non potesse essere, portato avanti oltre le tre o quattro prime pagine, e che, in tutto il poema, i collegamenti siano spesso goffi e le transizioni brusche e arbitrarie. Cercai un soggetto che desse uguale spazio e libertà per descrizione, avvenimenti e riflessioni appassionate su uomini, natura e società, fornendo al contempo in sé una connessione naturale alle parti e unità al tutto. Un tale soggetto credevo di averlo trovato in un ruscello, tracciato dalla sua sorgente nelle colline tra il muschio giallo-rossastro e i ciuffi conici di gramigna a forma di vetro, fino al primo salto o caduta, dove le sue gocce diventano udibili e inizia a formare un canale; di lì verso il fienile di torba e zolle, costruito esso stesso con gli stessi blocchi scuri che riparava; verso l’ovile; verso il primo appezzamento di terreno coltivato; verso il cottage solitario e il suo desolato giardino sottratto alla brughiera; verso il borgo, i villaggi, la città mercato, le manifatture e il porto marittimo. Le mie passeggiate erano quindi quasi quotidiane sulla cima di Quantock e tra le sue valli scoscese. Con la mia matita e il mio taccuino in mano, facevo studi, come li chiamano gli artisti, e spesso modellavo i miei pensieri in versi, con gli oggetti e le immagini immediatamente davanti ai miei sensi. Molte circostanze, cattive e buone, intervennero a impedire il completamento del poema, che doveva essere intitolato THE BROOK. Se avessi finito l’opera, era mio intento, nel calore del momento, dedicarla al nostro allora comitato di salute pubblica come contenente le carte e le mappe con cui avrei dovuto rifornire il Governo francese a sostegno dei loro piani di invasione. E questo per un tratto di costa che, da Clevedon a Minehead, permette a malapena l’approccio di una barca da pesca!

Tutta la mia esperienza, dal mio primo ingresso nella vita fino all’ora presente, è a favore della massima di avvertimento secondo cui l’uomo che si oppone in toto agli zelanti politici o religiosi della sua epoca è più al sicuro dalla loro infamia rispetto a colui che differisce da loro solo in uno o due punti, o forse solo in misura. Mediante quel trasferimento dei sentimenti della vita privata nella discussione di questioni pubbliche, che è l’ape regina nell’alveare del fanatismo di parte, il partigiano ha più simpatia per un opposto intemperante che per un moderato amico. Godiamo ora di una pausa, e possa essa durare a lungo! Oltre a meriti ben più alti e importanti, le nostre attuali società bibliche e le altre numerose associazioni per fini nazionali o caritatevoli possono servire forse a far sfogare l’attività superflua e il fervore di menti agitate in iperboli innocenti e nel trambusto della gestione. Ma l’albero del veleno non è morto, sebbene la linfa possa per una stagione essersi ritirata alle sue radici. Per lo meno non lasciamoci cullare in una tale nozione della nostra totale sicurezza da non mantenere guardia e vigilanza, persino sui nostri sentimenti migliori. Ho visto intolleranza grossolana mostrata a sostegno della tolleranza; antipatia settaria mostrata in modo fin troppo invadente nella promozione di una comprensione non discriminante delle sette; e atti di crudeltà (avrei quasi detto) di tradimento, commessi a sostegno di un oggetto vitalmente importante per la causa dell’umanità; e tutto questo da uomini anche di indole naturalmente gentile e condotta esemplare.

La bacchetta magica del fanatismo è preservata negli adyta stessi della natura umana; e necessita solo del calore riattivante di una mano maestra per germogliare di nuovo e produrre i vecchi frutti. L’orrore della guerra dei contadini in Germania e i funesti effetti dei dogmi degli anabattisti (che differivano da quelli del giacobinismo solo per la sostituzione del gergo teologico a quello filosofico) colpirono tutta l’Europa per un tempo con spavento. Eppure poco più di un secolo fu sufficiente a cancellare ogni memoria efficace di questi eventi. Gli stessi principi, con conseguenze simili sebbene meno spaventose, furono di nuovo all’opera dall’imprigionamento del primo Carlo fino alla restaurazione di suo figlio. La massima fanatica di estirpare il fanatismo con la persecuzione produsse una guerra civile. La guerra terminò con la vittoria degli insorti; ma il temperamento sopravvisse, e Milton aveva abbondanti ragioni per asserire che “Presbitero non era che VECCHIO PRETE scritto in grande!” Un buon risultato, grazie al cielo! di questo fanatismo fu il ristabilimento della chiesa. E ora si sarebbe potuto sperare che lo spirito malizioso fosse stato legato per una stagione, “e posto un sigillo su di lui, affinché non ingannasse più la nazione”. Ma no! La palla della persecuzione fu ripresa con vigore immutato dai perseguitati. Lo stesso principio fanatico che, sotto il solenne giuramento e patto, aveva trasformato cattedrali in stalle, distrutto i più rari trofei dell’arte e della pietà ancestrale, e cacciato i più brillanti ornamenti dell’apprendimento e della religione in buchi e angoli, marciò ora sotto insegne episcopali e, avendo prima affollato le prigioni d’Inghilterra, vuotò la sua intera fiala d’ira sui miserabili Covenanti di Scozia. Una provvidenza misericordiosa costrinse infine entrambe le parti a unirsi contro un nemico comune. Seguì un governo saggio; e la chiesa stabilita divenne, e ora è, non solo il più brillante esempio, ma il nostro migliore e unico sicuro baluardo di tolleranza! — il vero e indispensabile argine contro una nuova inondazione di zelo persecutorio — Esto perpetua!

Un lungo intervallo di quiete seguì; o meglio, l’esaurimento aveva prodotto una fase fredda di febbre terzana che era sintomatizzata dall’indifferenza tra i molti, e da una tendenza all’infedeltà o allo scetticismo nelle classi istruite. Alla fine quei sentimenti di disgusto e odio, che per un breve momento la moltitudine aveva attaccato ai crimini e alle assurdità del fanatismo settario e democratico, furono trasferiti ai privilegi oppressivi della nobiltà, e al lusso, agli intrighi e al favoritismo delle corti continentali. Gli stessi principi, vestiti con l’ostentata veste di una filosofia alla moda, si elevarono ancora una volta trionfanti ed effettuarono la rivoluzione francese. E non abbiamo forse avuto, negli ultimi tre o quattro anni, ragione di temere che le detestabili massime e le corrispondenti misure del recente dispotismo francese avessero già offuscato le memorie pubbliche del delirio democratico; avessero deviato verso altri oggetti la forza elettrica dei sentimenti che avevano radunato e sostenuto quei ricordi; e che un favorevole concorso di occasioni fosse l’unica cosa che mancasse per risvegliare il tuono e precipitare il fulmine dal lato opposto del cielo politico?

In parte per indolenza costituzionale, che proprio nel culmine della speranza aveva tenuto a freno il mio entusiasmo, ma ancor più per le abitudini e le influenze di un’educazione classica e di studi accademici, a stento era trascorso un anno dall’inizio delle mie avventure letterarie e politiche che la mia mente sprofondò in uno stato di totale disgusto e sconforto, sia riguardo alle dispute che alle parti contendenti. Con un sentimento più che poetico esclamai:

I sensi e le tenebre invano ribelli, Schiavi per propria volontà! Nel folle gioco Spezzano i ceppi, per portare il nome Di libertà, inciso in catena più grave. O Libertà! con inutile sforzo Ti ho inseguita per molte ore stanche; Ma tu non gonfi il fasto del vincitore, né mai Hai infuso la tua anima in forme di umana potenza! Ugualmente da tutti, comunque ti lodino, (Né preghiera né nome vantato ti trattiene) Dai vili servitori dell’Arpia della Superstizione E dai più osceni schiavi della Blasfemia faziosa, Tu fuggi via sulle tue ali di cherubino, Guida dei venti senza casa e compagna delle onde!

Mi ritirai in un cottage nel Somersetshire ai piedi di Quantock, e dedicai i miei pensieri e studi ai fondamenti della religione e della morale. Qui mi ritrovai completamente alla deriva. I dubbi irruppero; si abbatterono su di me “dalle fontane del grande abisso” e caddero “dalle finestre del cielo”. Le verità sorgive della religione naturale e i libri della Rivelazione contribuirono ugualmente al diluvio; e passò molto tempo prima che la mia arca toccasse un Ararat e riposasse. L’idea dell’Essere Supremo mi appariva implicita in tutti i particolari modi di essere tanto necessariamente quanto l’idea di spazio infinito in tutte le figure geometriche mediante le quali lo spazio è limitato. Ero compiaciuto dell’opinione cartesiana, che l’idea di Dio si distingue da tutte le altre idee implicando la sua realtà; ma non ero del tutto soddisfatto. Iniziai allora a chiedermi quale prova avessi dell’esistenza esteriore di qualsiasi cosa. Di questo foglio di carta, per esempio, come cosa in sé, separata dal fenomeno o immagine nella mia percezione. Vidi che, nella natura delle cose, una tale prova è impossibile; e che di tutti i modi di essere, che non sono oggetti dei sensi, l’esistenza è assunta da una necessità logica derivante dalla costituzione della mente stessa — dall’assenza di ogni motivo per dubitarne, non da alcuna contraddizione assoluta nella supposizione del contrario. Tuttavia, l’esistenza di un Essere, fondamento di ogni esistenza, non era ancora l’esistenza di un creatore e governatore morale. “Nella posizione che tutta la realtà è contenuta nell’essere necessario come attributo, o esiste attraverso di lui come suo fondamento, rimane indeciso se le proprietà dell’intelligenza e della volontà debbano essere riferite all’Essere Supremo nel primo o solo nel secondo senso; come attributi inerenti, o solo come conseguenze che hanno esistenza in altre cose attraverso di lui. Se quest’ultimo fosse il vero, allora, nonostante tutta la preminenza che deve essere assegnata all’Eterno Primo per la sufficienza, unità e indipendenza del suo essere, come terribile fondamento dell’universo, la sua natura cadrebbe ancora ben al di sotto di ciò che siamo tenuti a comprendere nell’idea di DIO. Poiché, senza alcuna conoscenza o risoluzione determinante propria, sarebbe solo un cieco fondamento necessario di altre cose e altri spiriti; e così si distinguerebbe dal DESTINO di certi antichi filosofi in nessun aspetto, se non quello di essere descritto in modo più definito e intelligibile.”

Per un tempo molto lungo, in verità, non potevo conciliare la personalità con l’infinità; e la mia testa era con Spinoza, sebbene tutto il mio cuore rimanesse con Paolo e Giovanni. Eppure era sorta su di me, anche prima di aver incontrato la CRITICA DELLA RAGION PURA, una certa luce guida. Se il mero intelletto non poteva fare alcuna scoperta certa di una causa prima santa e intelligente, poteva ancora fornire una dimostrazione che nessun argomento legittimo poteva essere tratto dall’intelletto contro la sua verità. E cos’altro è questo se non l’asserzione di San Paolo che, mediante la sapienza — (più propriamente tradotto mediante i poteri del ragionamento) — nessun uomo è mai giunto alla conoscenza di Dio? Cos’altro che il più sublime, e probabilmente il più antico, libro sulla terra ci ha insegnato,

L’uomo ricerca l’argento e l’oro: Tratto il minerale dalla terra, e l’oscurità nella luce.

Ma dove trova la sapienza? Dov’è il luogo dell’intendimento?

L’abisso grida: non è in me! L’oceano riecheggia: non è in me!

Da dove viene dunque la sapienza? Dove dimora l’intendimento?

Nascosto agli occhi dei viventi Tenuto segreto agli uccelli del cielo!

L’inferno e la morte rispondono: Ne abbiamo sentito la fama da lontano!

DIO ne segna la strada; DIO ne conosce il luogo di dimora!

Egli contempla le estremità della terra; Egli esamina ciò che è sotto i cieli!

E come pesò i venti, e misurò il mare, E dispose leggi alla pioggia, E un sentiero al tuono, Un sentiero ai bagliori del fulmine!

Allora la vide, E la contò; Ne investigò la profondità, E con una corda la circondò!

Ma all’uomo disse: Il timore del Signore è per te sapienza! E evitare il male, Questo è il tuo intendimento.

Divenni convinto che la religione, come pietra angolare e chiave di volta della morale, debba avere un’origine morale; almeno in modo tale che l’evidenza delle sue dottrine non potesse, come le verità della scienza astratta, essere del tutto indipendente dalla volontà. Era quindi da aspettarsi che la sua verità fondamentale fosse tale da poter essere negata; sebbene solo dallo stolto, e persino dallo stolto solo per la follia del cuore!

La questione dunque riguardante la nostra fede nell’esistenza di un Dio, non solo come fondamento dell’universo per la sua essenza, ma come suo creatore e giudice per la sua sapienza e santa volontà, appariva stare così. La ragione scientifica, i cui oggetti sono puramente teorici, rimane neutrale, fintanto che il suo nome e la sua parvenza non sono usurpati dagli oppositori della dottrina. Ma essa diventa allora un’alleata efficace esponendo la falsa parvenza di dimostrazione, o dimostrando l’uguale dimostrabilità del contrario da premesse ugualmente logiche. L’intelletto intanto suggerisce, l’analogia dell’esperienza facilita la credenza. La natura la eccita e la richiama, come per una rivelazione perpetua. I nostri sentimenti la rendono quasi necessaria; e la legge della coscienza la comanda perentoriamente. Gli argomenti che in qualche modo si applicano ad essa sono a suo favore; e non c’è nulla contro di essa, se non la sua stessa sublimità. Non potrebbe essere intellettualmente più evidente senza divenire moralmente meno efficace; senza contrastare il proprio fine sacrificando la vita della fede alla fredda meccanica di un assenso senza valore perché compulsivo. La credenza in un Dio e in uno stato futuro (se un’acquiescenza passiva può essere lusingata con il nome di credenza) non genera certo sempre un buon cuore; ma un buon cuore genera così naturalmente la credenza, che le pochissime eccezioni devono essere considerate come strane anomalie derivanti da circostanze strane e sfortunate.

Da queste premesse procedetti a trarre le seguenti conclusioni. Primo, che avendo una volta ammesso pienamente l’esistenza di un Creatore infinito eppure autocosciente, non ci è permesso fondare l’irrazionalità di qualsiasi altro articolo di fede su argomenti che dimostrerebbero ugualmente irrazionale ciò che avevamo ammesso essere reale. Secondo, che tutto ciò che è deducibile dall’ammissione di uno spirito autocomprensivo e creativo può essere legittimamente usato a prova della possibilità di qualsiasi ulteriore mistero riguardante la natura divina. Possibilitatem mysteriorum, (Trinitatis, etc.) contra insultus Infidelium et Haereticorum a contradictionibus vindico; haud quidem veritatem, quae revelatione sola stabiliri possit; dice Leibnitz in una lettera al suo Duca. Aggiunge poi la seguente giusta e importante osservazione. “In vano saranno addotte tradizioni o testi delle scritture a sostegno di una dottrina, donec clava impossibilitatis et contradictionis e manibus horum Herculum extorta fuerit. Poiché l’eretico risponderà ancora che i testi, il cui senso letterale non è tanto al di sopra quanto direttamente contro ogni ragione, devono essere intesi figurativamente, come Erode è una volpe, e così via.”

Questi principi sostenevo, filosoficamente, mentre per quanto concerneva la religione rivelata rimanevo uno zelante unitariano. Consideravo l'idea della Trinità una lecita deduzione scolastica dall'essere di Dio, inteso come intelligenza creatrice; e che essa avesse pertanto diritto al rango di dottrina esoterica della religione naturale. Ma non scorgendo in essa alcun valore pratico o morale, la confinai alle scuole di filosofia. L'ammissione del Logos, in quanto ipostatizzato (ovvero, né mero attributo, né personificazione), non rimosse in alcun modo i miei dubbi circa l'Incarnazione e la Redenzione attraverso la croce; i quali non potevo conciliare razionalmente con l'impassibilità dell'Essere Divino, né nei miei sentimenti morali con la sacra distinzione tra cose e persone, tra il pagamento vicario di un debito e l'espiazione vicaria della colpa. Una rivoluzione più radicale nei miei principi filosofici, e una visione più profonda del mio stesso cuore, erano ancora necessarie. Ciononostante, non posso dubitare che la differenza delle mie nozioni metafisiche da quelle degli unitariani in generale abbia contribuito alla mia definitiva riconversione all'intera verità in Cristo; proprio come, secondo la sua stessa confessione, i libri di certi filosofi platonici (libri quorundam Platonicorum) diedero inizio al salvataggio della fede di sant'Agostino dal medesimo errore, aggravato dall'accompagnamento assai più cupo dell'eresia manichea.

Mentre la mia mente era così turbata, per una graziosa provvidenza di cui non potrò mai essere abbastanza grato, il generoso e munifico patrocinio del signor Josiah e del signor Thomas Wedgwood mi permise di terminare la mia istruzione in Germania. Invece di importunare gli altri con le mie rozze nozioni e le mie composizioni giovanili, da allora in poi fui meglio impiegato nel tentare di colmare la mia testa con la saggezza altrui. Trassi il miglior profitto dal mio tempo e dai miei mezzi; e non vi è dunque alcun periodo della mia vita su cui io possa voltarmi a guardare con tale incondizionata soddisfazione. Dopo aver acquisito una tollerabile padronanza della lingua tedesca [38] a Ratzeburg, che insieme al mio viaggio e al soggiorno in quel luogo ho descritto in The Friend, proseguii attraverso Hannover verso Gottinga.

Qui frequentai regolarmente le lezioni di fisiologia al mattino, e di storia naturale la sera, sotto Blumenbach, un nome tanto caro a ogni inglese che abbia studiato in quell'università, quanto è venerabile per gli uomini di scienza in tutta Europa! Le lezioni di Eichhorn sul Nuovo Testamento mi venivano ripetute dagli appunti di uno studente di Ratzeburg, un giovane di solida cultura e instancabile operosità, che ora, credo, è professore di lingue orientali a Heidelberg. Ma i miei sforzi principali furono diretti verso una conoscenza fondata della lingua e della letteratura tedesca. Dal professor Tychsen ricevetti tante lezioni sul gotico di Ulfila quante ne bastarono per rendermi edotto della sua grammatica e delle parole radicali di più frequente occorrenza; e con l'assistenza occasionale del medesimo linguista filosofo, lessi integralmente [39] la parafrasi metrica del Vangelo di Ottfried, e i più importanti resti del teotisco, ovvero lo stato di transizione della lingua teutonica dal gotico all'alto tedesco del periodo svevo. Di questo periodo (il cui dialetto raffinato è analogo a quello del nostro Chaucer, e che lascia lo studioso filosofo nel dubbio se la lingua non abbia da allora perso più in dolcezza e flessibilità di quanto abbia guadagnato in condensazione e copiosità) lessi con assidua precisione i Minnesänger (o cantori d'amore, i poeti provenzali della corte sveva) e i romanzi metrici; e poi mi affaticai attraverso sufficienti esempi dei maestri cantori, i loro degeneri successori; non senza tuttavia un occasionale piacere tratto dai rozzi, eppure interessanti componimenti di Hans Sachs, il calzolaio di Norimberga. Del genio di quest'uomo esistono a stampa cinque volumi in folio a doppie colonne, e un numero quasi uguale in manoscritto; eppure l'instancabile bardo si premura di informare i suoi lettori che non ha mai fabbricato una scarpa di meno, avendo virtuosamente cresciuto una numerosa famiglia con il lavoro delle sue mani.

In Pindaro, Chaucer, Dante, Milton e molti altri, abbiamo esempi della stretta connessione tra genio poetico e amore per la libertà e per la genuina riforma. Il senso morale, per lo meno, non sarà offeso se aggiungo all'elenco il nome di questo onesto calzolaio (un mestiere, tra l'altro, notevole per la produzione di filosofi e poeti).

Il suo poema intitolato LA STELLA DEL MATTINO fu la primissima pubblicazione apparsa a lode e sostegno di Lutero; e un eccellente inno di Hans Sachs, che è stato meritatamente tradotto in quasi tutte le lingue europee, veniva comunemente cantato nelle chiese protestanti ogni volta che l'eroico riformatore vi faceva visita.

Negli scritti tedeschi di Lutero stesso, ed eminentemente nella sua traduzione della Bibbia, ebbe inizio la lingua tedesca. Intendo la lingua così come è scritta al presente; quella che viene chiamata Alto Tedesco, in distinzione dal Platt-Teutsch, il dialetto delle pianure o dei paesi settentrionali, e dall'Ober-Teutsch, la lingua della Germania centrale e meridionale. L'Alto Tedesco è invero una lingua comune, non propriamente la lingua nativa di alcuna provincia, ma la scelta e la fragranza di tutti i dialetti. Per questa ragione è al contempo la più copiosa e la più grammaticale di tutte le lingue europee.

Nel giro di meno di un secolo dalla morte di Lutero, il tedesco fu inondato di barbarismi pedanteschi. Lessi alcuni volumi di questo periodo per motivi di curiosità; poiché non è facile immaginare nulla di più fantastico del semplice aspetto delle loro pagine. Quasi ogni terza parola è una parola latina con una desinenza germanizzata, essendo la porzione latina sempre stampata in caratteri romani, mentre nell'ultima sillaba viene mantenuto il carattere tedesco.

Alla fine, verso l'anno 1620, sorse Opitz, il cui genio somigliava più da vicino a quello di Dryden di qualsiasi altro poeta che mi sovvenga al momento. Secondo l'opinione di Lessing, il più acuto dei critici, e di Adelung, il primo dei lessicografi, Opitz e i poeti slesi suoi seguaci non solo restaurarono la lingua, ma rimangono tuttora i modelli di pura dizione. Uno straniero non ha diritto di voto su una tale questione; ma dopo una ripetuta lettura delle opere di Opitz i miei sentimenti giustificarono il verdetto, e mi sembrò di aver acquisito da esse una sorta di tatto per ciò che è genuino nello stile degli scrittori successivi.

Della splendida era iniziata con Gellert, Klopstock, Ramler, Lessing e i loro pari, non ho bisogno di parlare. Con le opportunità di cui ho goduto, sarebbe stato vergognoso non avere familiarità con i loro scritti; e ho già detto quanto il presente abbozzo biografico richiede riguardo ai filosofi tedeschi, con le cui opere, per la maggior parte, feci conoscenza in un periodo assai successivo.

Poco dopo il mio ritorno dalla Germania fui sollecitato a intraprendere il dipartimento letterario e politico del Morning Post; e accettai la proposta a condizione che il giornale fosse da allora in poi condotto secondo determinati principi fissi e annunciati, e che non fossi obbligato né richiesto di discostarmi da essi in favore di alcun partito o di alcun evento. Di conseguenza, quel giornale divenne e per molti anni continuò ad essere anti-ministeriale in verità, tuttavia con una qualificata approvazione dell'opposizione, e con assai maggiore serietà e zelo sia anti-giacobino che anti-gallicano. Fino a quest'ora non riesco a trovare motivo di approvare la prima guerra, né nel suo inizio né nella sua condotta. Né riesco a comprendere con quale ragione né il signor Perceval (che ho la singolarità di considerare il miglior e più saggio ministro di questo regno), né l'attuale Amministrazione, si possa dire abbiano perseguito i piani del signor Pitt. L'amore per il loro paese e la perseverante ostilità ai principi francesi e all'ambizione francese sono invero qualità onorevoli comuni a loro e al loro predecessore. Ma mi appare chiaro come l'evidenza dei fatti possa rendere qualsiasi questione di storia, che i successi di Perceval e dell'attuale ministero siano dovuti al fatto di aver perseguito misure direttamente contrarie a quelle del signor Pitt. Tali sono, per esempio, la concentrazione della forza nazionale su un unico obiettivo; l'abbandono della politica dei sussidi, almeno fino al punto di non spronare né corrompere le corti continentali alla guerra finché le convinzioni dei loro sudditi non l'avessero resa una guerra da loro stessi cercata; e soprattutto, la loro virile e generosa fiducia nel buon senso del popolo inglese, e in quella lealtà che è legata al [40] cuore stesso della nazione dal sistema del credito e dall'interdipendenza della proprietà.

Comunque sia, sono persuaso che il Morning Post si sia rivelato un alleato assai più utile per il Governo nei suoi obiettivi più importanti, in conseguenza del suo essere generalmente considerato moderatamente anti-ministeriale, di quanto non lo sarebbe stato se fosse stato l'esplicito panegirista del signor Pitt. Quei pochi la cui curiosità o fantasia dovesse spingerli a sfogliare i giornali di quella data, potranno trovarne una piccola prova nei frequenti addebiti mossi dal Morning Chronicle, secondo cui tali e tali saggi o paragrafi di fondo erano stati inviati dal Tesoro. Il rapido e insolito aumento nelle vendite del Morning Post è una garanzia sufficiente del fatto che una genuina imparzialità, unita a una rispettabile porzione di talento letterario, assicurerà il successo di un giornale senza l'aiuto di alcun patrocinio di partito o ministeriale. Ma per imparzialità intendo un'onesta e illuminata aderenza a un codice di principi intelligibili, annunciati in precedenza e fedelmente richiamati a sostegno di ogni giudizio su uomini ed eventi; non l'abuso indiscriminato, non l'indulgenza verso le proprie passioni maligne da parte di un editore, e ancor meno, se ciò fosse possibile, la determinazione a far denaro lusingando l'invidia e la cupidigia, l'inquietudine vendicativa e la presunzione del volgo mediocre; una determinazione quasi diabolica, ma che, mi è stato riferito, è stata vantata da un uomo, il più famigerato tra questi adulatori della plebe! Dall'inizio dell'amministrazione Addington fino ad oggi, tutto ciò che ho scritto sul MORNING POST, o (dopo che quel giornale fu trasferito ad altri proprietari) sul COURIER, è stato in difesa o a sostegno delle misure del Governo.

Cose di tal natura a stento sopravvivono alla notte Che le genera; periscono alla vista; Così scagliate lontano dal dopo-vita, che ivi A stento si può dir altro, se non che furono!

Eppure in questi lavori ho impiegato, e, secondo la convinzione di amici parziali, sprecato, il fiore e la maturità del mio intelletto. Molto certamente, non hanno aggiunto nulla alla mia fortuna o alla mia reputazione. L'industria della settimana provvedeva alle necessità della settimana. Dal governo o dagli amici del governo non solo non ho mai ricevuto remunerazione, né mi sono mai aspettato di riceverne; ma non sono mai stato onorato con un singolo riconoscimento, o espressione di soddisfazione. Eppure il retrospettivo sguardo è tutt'altro che doloroso o motivo di rimpianto. Non sono infatti così sciocco da prendere per qualcosa di più di una violenta iperbole del dibattito di partito l'asserzione del signor Fox, secondo cui l'ultima guerra (confido che l'epiteto non sia applicato prematuramente) fu una guerra prodotta dal Morning Post; o sarei orgoglioso di avere tali parole incise sulla mia tomba. Altrettanto poco riguardo la circostanza che io fossi uno specifico oggetto del risentimento di Buonaparte durante la mia residenza in Italia, in conseguenza di quei saggi sul Morning Post durante la pace di Amiens. Di ciò fui avvertito, direttamente, dal Barone Von Humboldt, il Plenipotenziario prussiano, che a quel tempo era il ministro della corte prussiana a Roma; e indirettamente, tramite il suo segretario, dal cardinale Fesch in persona. Né attribuisco un peso maggiore al fatto confermante, che un ordine per il mio arresto fu inviato da Parigi, pericolo dal quale fui salvato dalla gentilezza di un nobile benedettino e dalla graziosa connivenza di quel buon vecchio uomo, l'attuale Papa. Poiché l'appetito vendicativo del defunto tiranno era onnivoro, e si nutriva ugualmente di un Duca d'Enghien [41] e dello scrittore di un paragrafo di giornale. Come un vero avvoltoio [42], Napoleone, con un occhio non meno telescopico e con un gusto altrettanto grossolano nella sua rapina, poteva scendere dalle altezze più abbaglianti per avventarsi sulla lepre nel cespuglio, o persino sul topo di campo tra l'erba. Ma traggo una gratificazione dalla consapevolezza che i miei saggi abbiano contribuito a introdurre la pratica di porre le questioni e gli eventi del giorno in un punto di vista morale; nel dare dignità a particolari misure rintracciando la loro politica o impolitica in principi permanenti, e un interesse ai principi mediante l'applicazione di essi a singole misure. Negli scritti del signor Burke, in verità, si possono trovare i germi di quasi tutte le verità politiche. Ma oso attribuire a me stesso il merito di aver per primo definito ed analizzato esplicitamente la natura del Giacobinismo; e che nel distinguere il giacobino dal repubblicano, dal democratico e dal semplice demagogo, ho sia salvato la parola dal rimanere un mero termine di abuso, sia messo in guardia molte menti oneste che, anche nel calore dello zelo contro il Giacobinismo, ammettevano o sostenevano principi dai quali le parti peggiori di quel sistema possono essere legittimamente dedotte. Che questi non siano necessari risultati pratici di tali principi, lo dobbiamo a quella fortunata inconseguenza della nostra natura, che permette al cuore di rettificare gli errori dell'intelletto. L'esame dettagliato del Governo consolare e della sua pretesa costituzione, e la prova da me fornita che si trattasse di un consumato dispotismo in maschera, estorsero una ritrattazione persino dal Morning Chronicle, che in precedenza aveva esaltato questa costituzione come la perfezione di una libertà saggia e regolata. Su ogni grande accadimento mi sforzavo di scoprire nella storia passata l'evento che più da vicino gli somigliasse. Mi procuravo, ove possibile, gli storici contemporanei, i memorialisti e i libellisti. Poi, sottraendo equamente i punti di differenza da quelli di somiglianza, a seconda che l'equilibrio favorisse i primi o i secondi, congetturavo che il risultato sarebbe stato lo stesso o diverso. Nella serie di saggi intitolati "Un confronto della Francia sotto Napoleone con Roma sotto i primi Cesari", e in quelli che seguirono "Sulla probabile restaurazione finale dei Borbone", mi sento autorizzato ad affermare, per l'effetto prodotto su molti uomini intelligenti, che, se mancassero le date, si sarebbe potuto sospettare che i saggi fossero stati scritti negli ultimi dodici mesi. Il medesimo piano perseguii all'inizio della rivoluzione spagnola, e con lo stesso successo, prendendo la guerra delle Province Unite con Filippo II come base del confronto. Ho menzionato ciò non per motivi di vanità, né tantomeno per motivi di autodifesa, che giustificherebbero un certo grado di egocentrismo, specialmente se si considera quanto spesso e grossolanamente sia stato attaccato per sentimenti che ho esercitato i miei migliori poteri per confutare e smascherare, e quanto gravemente tali accuse abbiano agito a mio svantaggio mentre ero a Malta. O meglio, lo avrebbero fatto, se i miei stessi sentimenti non avessero precluso il desiderio di un insediamento stabile in quell'isola. Ma l'ho menzionato per la piena convinzione che, armato della duplice conoscenza della storia e della mente umana, un uomo difficilmente errerà nel suo giudizio riguardo alla somma totale di qualsiasi futuro evento nazionale, se sia stato in grado di procurarsi i documenti originali del passato, insieme a resoconti autentici del presente, e se possieda un tatto filosofico per ciò che è veramente importante nei fatti, e nella maggior parte dei casi dunque per quei fatti che la dignità della storia ha escluso dai volumi dei nostri compilatori moderni, per cortesia dell'epoca intitolati storici.

Aver vissuto invano deve essere un pensiero doloroso per qualsiasi uomo, e specialmente per colui che ha fatto della letteratura la propria professione. Dovrei pertanto piuttosto compatire che essere adirato con la mente che potesse attribuire a sentimenti non più nobili di quelli della vanità o dell'amor proprio la soddisfazione che ho riconosciuto di aver goduto dalla ripubblicazione dei miei saggi politici (sia integralmente che come estratti) non solo in molti dei nostri giornali provinciali, ma nelle testate federali in tutta l'America. Consideravo come una qualche prova di non aver lavorato del tutto invano il fatto che, dagli articoli scritti da me poco prima e all'inizio della recente infelice guerra con l'America, non solo i sentimenti fossero stati adottati, ma in alcuni casi la lingua stessa, in diversi documenti di stato del Massachusetts.

Ma nessuno di questi motivi, né tutti congiuntamente, mi avrebbero spinto a una dichiarazione così scomoda per i miei stessi sentimenti, se il mio carattere non fosse stato ripetutamente attaccato, con un'ingiustificabile intrusione nella vita privata, come quello di un uomo incorreggibilmente ozioso, e che, pur confidando non solo in ampi talenti, ma favorito da inusuali opportunità di migliorarli, li avesse tuttavia lasciati arrugginire senza alcuno sforzo efficiente, né per il proprio bene né per quello dei suoi simili. Anche se le composizioni che ho reso pubbliche, e per giunta in una forma la più certa di una vasta circolazione, sebbene la meno lusinghiera per l'amor proprio di un autore, fossero state pubblicate in libri, avrebbero riempito un rispettabile numero di volumi, anche omettendo ogni passaggio di interesse meramente temporaneo. I miei scritti in prosa sono stati accusati di una richiesta sproporzionata di attenzione; di un eccesso di raffinatezza nel modo di arrivare alle verità; di battere il terreno per ciò che avrebbe potuto essere abbattuto con lo sguardo; della lunghezza e laboriosa costruzione dei miei periodi; in breve, di oscurità e amore per il paradosso. Ma i miei critici più severi non hanno preteso di aver trovato nelle mie composizioni trivialità, o tracce di una mente che si sottraesse alla fatica di pensare. Nessuno mi ha accusato di abbellire con altre parole i pensieri altrui, o di riscaldare nuovamente la cramben jam decies coctam della letteratura o della filosofia inglese. Raramente ho scritto in un giorno ciò la cui acquisizione o investigazione non mi fosse costata la precedente fatica di un mese.

Ma sono i libri l'unico canale attraverso cui può scorrere il flusso dell'utilità intellettuale? La diffusione della verità deve essere stimata dalle pubblicazioni; o le pubblicazioni dalla verità che esse diffondono o almeno contengono? Lo dico col calore scusabile di una mente punta da un'accusa, che non solo è stata avanzata in riviste di larghissima diffusione, non solo registrata nelle più ingombranti opere di letteratura periodica, ma che per la frequenza delle ripetizioni è divenuta un fatto ammesso nei circoli letterari privati, e sconsideratamente ripetuta da troppi che si definiscono miei amici, e le cui memorie avrebbero dovuto suggerire una testimonianza contraria. Volesse il cielo che il criterio dell'utilità di uno studioso fosse il numero e il valore morale delle verità che egli è stato mezzo di gettare nella circolazione generale; o il numero e il valore delle menti che, con le sue conversazioni o lettere, ha eccitato all'attività e fornito dei germi della loro crescita futura!

Un rango distinto non potrebbe certo, nemmeno allora, essere assegnato alle mie fatiche; ma oserei guardare al futuro con fiducia verso un'onorevole assoluzione. Oserei fare appello al numeroso e rispettabile pubblico che, in tempi e luoghi diversi, ha onorato le mie aule di lezione con la propria presenza, se i punti di vista da cui sono stati esaminati gli argomenti trattati, se i fondamenti del mio ragionamento fossero tali quali li avevano ascoltati o letti altrove, o abbiano poi ritrovato in pubblicazioni precedenti. Posso dichiarare coscienziosamente che il completo successo del REMORSE la prima sera della sua rappresentazione non mi ha dato un piacere così grande o sentito come l'osservazione che la platea e i palchi erano gremiti di volti a me familiari, sebbene di individui di cui non conoscevo i nomi, e di cui non sapevo nulla, se non che avevano frequentato l'uno o l'altro dei miei corsi di lezione. È un eccellente, sebbene forse un po' volgare proverbio, che ci sono casi in cui un uomo può ben dire “tanto vale aver fatto una cosa che un'altra”. A coloro che, per ignoranza del grave danno che ho ricevuto da questa voce di aver sognato la mia vita senza scopo, danni che ricordo a malincuore, e tanto meno sono disposto a registrare in uno schizzo della mia vita letteraria; o a coloro che, per i loro sentimenti, o per il piacere che traggono dal pensare con disprezzo agli altri, vorrebbero, come i consolatori di Giobbe, attribuire queste lamentele, estorte da me dal senso del torto, all'autocompiacimento o alla vana presunzione, ho già fornito materiale così ampio che non guadagnerò nulla dal trattenere il resto. Non esiterò dunque a interrogare le coscienze di coloro che, per la loro lunga conoscenza di me e delle circostanze, sono i più qualificati a decidere o a essere i miei giudici, se la restituzione del suum cuique aumenterebbe o sminuirebbe la mia reputazione letteraria. In questa discolpa spero di essere inteso come parlo di me stesso comparativamente, e in proporzione alle pretese che altri hanno diritto di avanzare sul mio tempo o sui miei talenti. Per ciò che ho compiuto devo essere giudicato dai miei simili; ciò che avrei potuto fare è una questione per la mia stessa coscienza. Per conto mio, forse, avrei avuto ragioni sufficienti per lamentare la mia mancanza di autocontrollo e la negligenza nel concentrare le mie forze nella realizzazione di qualche opera permanente. Ma al verso piuttosto che alla prosa, se a uno dei due, appartiene la voce del lutto per

Acuti tormenti d'Amore, che si risveglia come un bimbo Turbolento, con un grido nel cuore; E paure ostinate che sfuggivano all'occhio della speranza; E speranza che a stento si sarebbe riconosciuta dalla paura; Senso della giovinezza passata, e maturità giunta invano, E genio donato e conoscenza conquistata invano; E tutto ciò che avevo raccolto in selvatici sentieri boschivi, E tutto ciò che la paziente fatica aveva allevato, e tutto, Il comunione con te aveva dischiuso--ma fiori Sparsi sul mio cadavere, e portati sulla mia bara, Nella stessa cassa, per la stessa tomba!

Questi esisteranno, per il futuro, confido, solo nelle tensioni poetiche che i sentimenti del momento hanno evocato. In quelle soltanto, gentile lettore,

Affectus animi varios, bellumque sequacis Perlegis invidiae, curasque revolvis inanes, Quas humilis tenero stylus olim effudit in aevo. Perlegis et lacrymas, et quod pharetratus acuta Ille puer puero fecit mihi cuspide vulnus. Omnia paulatim consumit longior aetas, Vivendoque simul morimur, rapimurque manendo. Ipse mihi collatus enim non ille videbor; Frons alia est, moresque alii, nova mentis imago, Vox aliudque sonat--Jamque osservatio vitae Multa dedit--lugere nihil, ferre omnia; jamque Paulatim lacrymas rerum experientia tersit.

CAPITOLO XI

Un'esortazione affettuosa a coloro che nella prima età si sentono disposti a diventare autori.

Era un'osservazione prediletta del compianto signor Whitbread che nessuno fa nulla per un singolo motivo. I motivi separati, o meglio gli stati d'animo che hanno prodotto le riflessioni e gli aneddoti precedenti, sono stati palesati al lettore in ogni singolo caso. Ma un interesse per il benessere di coloro che, al tempo presente, possono trovarsi in circostanze non dissimili dalle mie al mio primo ingresso nella vita, è stato il costante accompagnamento, e (per così dire) il sottofondo di tutti i miei sentimenti. Whitehead, esercitando la prerogativa del suo titolo di poeta laureato, rivolse ai giovani poeti una carica poetica, che è forse la migliore, e certamente la più interessante, delle sue opere. Senza altro privilegio se non quello della simpatia e dei sinceri buoni auguri, rivolgerei un'esortazione affettuosa ai giovani letterati, fondata sulla mia esperienza. Sarà breve; poiché l'inizio, il mezzo e la fine convergono in un solo precetto: non perseguire mai la letteratura come un mestiere. Ad eccezione di un uomo straordinario, non ho mai conosciuto un individuo, tanto meno un individuo di genio, sano o felice senza una professione, cioè, un qualche impiego regolare, che non dipenda dalla volontà del momento, e che possa essere svolto in modo meccanico fino al punto che solo un quantum medio di salute, spirito e sforzo intellettuale siano necessari al suo fedele adempimento. Tre ore di svago, non disturbate da alcuna ansia estranea, e attese con gioia come un cambiamento e una ricreazione, saranno sufficienti a realizzare nella letteratura un prodotto maggiore di ciò che è veramente geniale, di quanto non facciano settimane di costrizione. Il denaro e l'immediata reputazione costituiscono solo un fine arbitrario e accidentale del lavoro letterario. La speranza di accrescerli con un qualsiasi sforzo si rivelerà spesso uno stimolante per l'industria; ma la necessità di acquisirli convertirà in tutte le opere di genio lo stimolante in un narcotico. I motivi per eccesso invertono la loro natura stessa, e invece di eccitare, stordiscono e intorpidiscono la mente. Poiché è una distinzione del genio dal talento che il suo fine predominante è sempre compreso nei mezzi; e questo è uno dei molti punti che stabiliscono un'analogia tra genio e virtù. Ora, sebbene i talenti possano esistere senza genio, tuttavia, poiché il genio non può esistere, certamente non manifestarsi, senza talenti, consiglierei a ogni studioso, che sente il potere geniale operare in sé, di fare una divisione tra i due, tale che egli dedichi i suoi talenti all'acquisizione di una competenza in qualche commercio o professione nota, e il suo genio a oggetti della sua scelta tranquilla e imparziale; mentre la consapevolezza di essere spinto in entrambi, allo stesso modo, dal sincero desiderio di compiere il proprio dovere, nobiliterà entrambi. “Mio caro giovane amico,” (direi) “supponiti stabilito in una qualsiasi occupazione onorevole. Dalla manifattura o dall'ufficio di contabilità, dal tribunale, o dall'aver visitato il tuo ultimo paziente, ritorni la sera,

Cara ora tranquilla, quando il dolce senso di Casa È più dolce------

dalla tua famiglia, preparato per i suoi godimenti sociali, con i volti stessi di tua moglie e dei tuoi figli illuminati, e la loro voce di benvenuto resa doppiamente gradita dalla consapevolezza che, per quanto li riguarda, hai soddisfatto le richieste del giorno con il lavoro del giorno. Poi, quando ti ritiri nel tuo studio, nei libri sui tuoi scaffali rivedi tanti venerabili amici con cui puoi conversare. Il tuo spirito è libero da ansie personali quasi quanto le grandi menti, che in quei libri vivono ancora per te! Anche il tuo scrittoio con la sua carta bianca e tutti gli altri strumenti apparirà come una catena di fiori, capace di collegare i tuoi sentimenti così come i pensieri a eventi e personaggi passati o futuri; non una catena di ferro, che ti costringe a pensare al futuro e al remoto richiamando le pretese e i sentimenti del perentorio presente. Ma perché dovrei dire ritirarsi? Le abitudini della vita attiva e la frequentazione quotidiana con il tumulto del mondo tenderanno a darti tale autocontrollo che la presenza della tua famiglia non sarà alcuna interruzione. Anzi, il silenzio sociale, o le voci non disturbanti di una moglie o di una sorella saranno come un'atmosfera ristoratrice, o una musica soave che modella un sogno senza diventarne l'oggetto. Se sono richiesti fatti per provare la possibilità di combinare prestazioni importanti nella letteratura con un impiego pieno e indipendente, le opere di Cicerone e Senofonte tra gli antichi; di Sir Thomas More, Bacon, Baxter, o per riferirsi subito a casi più recenti e contemporanei, Darwin e Roscoe, sono subito risolutive della questione.”

Ma tutti gli uomini potrebbero non osare promettersi una sufficienza di autocontrollo per l'imitazione di quegli esempi: sebbene un rigoroso esame dovrebbe sempre essere fatto, se l'indolenza, l'irrequietezza, o una vanità impaziente di gratificazione immediata, non abbiano manomesso il giudizio e assunto la maschera dell'umiltà per gli scopi dell'autoinganno. Eppure la Chiesa presenta a ogni uomo di cultura e genio una professione, in cui può nutrire una razionale speranza di essere capace di unire i più ampi schemi di utilità letteraria con il più rigoroso adempimento dei doveri professionali. Tra le numerose benedizioni del Cristianesimo, l'introduzione di una Chiesa stabilita rivendica una speciale pretesa alla gratitudine di studiosi e filosofi; in Inghilterra, almeno, dove i principi del Protestantesimo hanno cospirato con la libertà del governo per raddoppiare tutti i suoi poteri salutari con la rimozione dei suoi abusi.

Che non solo le massime, ma i fondamenti di una pura moralità, i cui semplici frammenti

------gli elevati tragici solenni insegnarono In coro o giambo, maestri migliori Di prudenza morale, con diletto ricevuti In brevi sentenziosi precetti; [43]

e che le sublimi verità dell'unità e degli attributi divini, che un Platone trovò più difficili da apprendere e ritenne ancora più difficile rivelare; che queste debbano essere diventate la proprietà quasi ereditaria dell'infanzia e della povertà, della catapecchia e dell'officina; che anche agli illetterati suonino come luoghi comuni, è un fenomeno che deve trattenere tutti, eccetto le menti di stampo più volgare, dal sottovalutare i servizi persino del pulpito e del leggio. Eppure coloro che confinano l'efficienza di una Chiesa stabilita ai suoi uffici pubblici, possono a stento essere posti in un rango di intelletto molto più elevato. Che a ogni parrocchia in tutto il regno sia trapiantato un germe di civiltà; che nei villaggi più remoti vi sia un nucleo, attorno al quale le capacità del luogo possano cristallizzarsi e illuminarsi; un modello sufficientemente superiore da eccitare, eppure sufficientemente vicino da incoraggiare e facilitare, l'imitazione; questo, l'agire continuo e discreto di un'istituzione di chiesa protestante, questo è ciò che il patriota, e il filantropo, che vorrebbe unire l'amore per la pace con la fede nel progressivo miglioramento dell'umanità, non può stimare a un prezzo troppo alto. Non può essere valutato con l'oro di Ofir, con l'onice prezioso, o lo zaffiro. Non si farà menzione di corallo, o di perle: poiché il prezzo della saggezza è superiore ai rubini. Il sacerdote è con i suoi parrocchiani e tra loro; egli non è né nella cella del chiostro, né nel deserto, ma un vicino e un padre di famiglia, la cui educazione e rango lo ammettono al palazzo del ricco proprietario terriero, mentre i suoi doveri lo rendono frequente visitatore della fattoria e del cottage. Egli è, o può divenire, connesso con le famiglie della sua parrocchia o della sua vicinanza tramite matrimonio. E tra i casi di cecità, o nel migliore dei casi di miopia, che è natura della cupidigia infliggere, ne conosco pochi più sorprendenti dei clamori degli agricoltori contro la proprietà ecclesiastica. Qualunque cosa non venisse pagata al sacerdote sarebbe inevitabilmente al contratto di affitto successivo pagata al proprietario terriero, mentre, come stanno le cose al presente, le entrate della Chiesa sono in qualche modo la proprietà reversibile di ogni famiglia che possa avere un membro educato per la Chiesa, o una figlia che possa sposare un sacerdote. Invece di essere preclusa e immobile, essa è di fatto l'unica specie di proprietà terriera che sia essenzialmente mobile e circolante. Che non esistano inconvenienti, chi pretenderà di asserirlo? Ma devo ancora attendere la prova che gli inconvenienti siano maggiori in questa che in qualsiasi altra specie; o che sia gli agricoltori che il clero trarrebbero beneficio dal costringere questi ultimi a divenire o Trulliber o funzionari stipendiati. Anzi, non esito a dichiarare la mia ferma persuasione, che qualunque ragione di malcontento gli agricoltori possano assegnare, la vera causa è questa: che possono imbrogliare il parroco, ma non possono imbrogliare l'amministratore; e che sono delusi se fossero stati capaci di trattenere solo due sterline in meno della pretesa legale, avendo previsto di trattenerne cinque. Ad ogni modo, considerato relativamente all'incoraggiamento dell'apprendimento e del genio, lo stabilimento presenta un patrocinio allo stesso tempo così efficace e non gravoso, che sarebbe impossibile offrirne uno simile o uguale in un paese che non sia Cristiano e Protestante. Non c'è quasi dipartimento della conoscenza umana senza qualche attinenza con le varie verità critiche, storiche, filosofiche e morali, in cui lo studioso deve essere interessato come sacerdote; nessun perseguimento degno di un uomo di genio, che non possa essere seguito senza incongruenza. Dare la storia della Bibbia come libro, sarebbe poco meno che narrare l'origine o il primo eccitamento di tutta la letteratura e la scienza che possediamo ora. Il decoro stesso, che la professione impone, è favorevole ai migliori scopi del genio, e tende a contrastare i suoi difetti più frequenti. Infine, quell'uomo deve essere carente di sensibilità, chi non trovasse un incentivo all'emulazione nelle grandi e brucianti luci, che in una lunga serie hanno illustrato la chiesa d'Inghilterra; chi non sentisse da dentro un'eco alla voce dai loro sacri sacrari,

Et Pater Aeneas et avunculus excitat Hector.

Ma, qualunque sia la professione o il mestiere scelto, i vantaggi sono molti e importanti, confrontati con lo stato di un semplice uomo di lettere, che in qualsiasi grado dipende dalla vendita delle sue opere per le necessità e le comodità della vita. Nel primo un uomo vive in simpatia con il mondo, in cui egli vive. Almeno egli acquisisce un tatto migliore e più rapido per la conoscenza di ciò, con cui gli uomini in generale possono simpatizzare. Impara a gestire il suo genio più prudentemente ed efficacemente. I suoi poteri e le sue acquisizioni gli guadagnano ugualmente più ammirazione reale; poiché superano le legittime aspettative degli altri. Egli è qualcosa oltre che un autore, e non è perciò considerato meramente come un autore. I cuori degli uomini sono aperti a lui, come a uno della loro classe; e se egli si sforza o meno nei circoli conversazionali della sua cerchia, il suo silenzio non è attribuito all'orgoglio, né la sua comunicatività alla vanità. A questi vantaggi mi avventurerò ad aggiungere una superiore possibilità di felicità nella vita domestica, se non altro perché è tanto naturale per l'uomo essere fuori dalla cerchia della sua famiglia durante il giorno, quanto è meritorio per la donna rimanere per la maggior parte al suo interno. Ma questo argomento coinvolge punti di considerazione così numerosi e così delicati, e non solo permetterebbe, ma richiederebbe documenti così ampi dalla biografia di uomini letterari, che ora ne accenno soltanto in transitu. Quando la stessa circostanza si è verificata in tempi molto diversi a persone molto diverse, tutte le quali hanno qualche cosa in comune; c'è ragione di supporre che tale circostanza non sia meramente attribuibile alle persone interessate, ma sia in qualche misura causata dall'unico punto in comune a tutti loro. Invece della veemente e quasi calunniosa esortazione contro il matrimonio, che il Misogyne, Boccaccio [44] rivolge agli uomini letterari, sostituirei il semplice consiglio: non essere meramente un uomo di lettere! Lascia che la letteratura sia un onorevole aumento alle tue armi; ma non costituire lo stemma, o riempire lo scudo!

Alle obiezioni dalla coscienza posso naturalmente rispondere in nessun altro modo, che richiedendo al giovane obiettore (come ho già fatto in una precedente occasione) di accertarsi con un rigoroso autoesame, se non possano essere all'opera altre influenze; se spiriti, “non di salute”, e con sussurri “non dal cielo”, non possano camminare nel crepuscolo della sua coscienza. Lasci che cataloghi i suoi scrupoli, e li riduca a una forma distinta e intelligibile; lasci che sia certo, di aver letto con mente docile e disposizioni favorevoli le migliori e più fondamentali opere sull'argomento; di aver avuto mente e cuore aperti alle grandi e illustri qualità dei molti personaggi rinomati, che avevano dubitato come lui, e le cui ricerche erano terminate nella chiara convinzione, che i loro dubbi erano stati infondati, o almeno non in proporzione al contrappeso. Felice sarà per un tale uomo, se tra i suoi contemporanei più anziani di lui dovesse incontrare uno, che, con poteri simili e sentimenti acuti come i suoi, avesse nutrito gli stessi scrupoli; avesse agito su di essi; e che per ricerca successiva (quando il passo era, ahimè! irrimediabile, ma per quella stessa ragione la sua ricerca innegabilmente disinteressata) avesse scoperto di aver litigato con le opinioni ricevute solo per abbracciare errori, di aver lasciato la direzione tracciata per lui sulla grande strada dell'onorevole sforzo, solo per deviare in un labirinto, dove quando ebbe vagato fino a che la sua testa fu vertiginosa, la sua fortuna migliore fu finalmente di aver trovato la via d'uscita di nuovo, troppo tardi per la prudenza sebbene non troppo tardi per la coscienza o per la verità! Il tempo trascorso in tale ritardo è tempo vinto: poiché la maturità nel frattempo sta avanzando, e con essa l'aumento della conoscenza, la forza del giudizio, e soprattutto, la temperanza dei sentimenti. E anche se questi non dovessero produrre alcun cambiamento, tuttavia il ritardo impedirà almeno che l'approvazione finale della decisione sia alterata dalla censura interiore della fretta e della vanità, da cui era stata precipitata. Sarebbe una sorta di irreligione, e poco meno di una calunnia sulla natura umana credere, che vi sia una qualsiasi professione o impiego stabilito e rispettabile, in cui un uomo non possa continuare ad agire con onestà e onore; e senza dubbio non ve n'è nessuno, che non possa a volte presentare tentazioni al contrario. Ma dolorosamente si troverà ingannato quell'uomo, che immagina che la professione della letteratura, o (per parlare più chiaramente) il commercio dell'autorialità, assedi i suoi membri con meno o con meno insidiose tentazioni, della Chiesa, della legge, o dei differenti rami del commercio. Ma ho trattato sufficientemente di questo spiacevole argomento in un capitolo iniziale di questo volume. Concluderò il presente dunque con un breve estratto da Herder, il cui nome avrei potuto aggiungere all'illustre lista di coloro che hanno combinato il perseguimento di successo delle Muse, non solo con il fedele adempimento, ma con i più alti onori e onorevoli emolumenti di una professione stabilita. La traduzione il lettore la troverà in una nota qui sotto [45]. “Am sorgfaeltigsten, meiden sie die Autorschaft. Zu frueh oder unmaessig gebraucht, macht sie den Kopf wueste and das Herz leer; wenn sie auch sonst keine ueble Folgen gaebe. Ein Mensch, der nur lieset um zu druecken, lieset wahrscheinlich uebel; und wer jeden Gedanken, der ihm aufstosst, durch Feder and Presse versendet, hat sie in kurzer Zeit alle versandt, und wird bald ein blosser Diener der Druckerey, ein Buchstabensetzer werden.”

CAPITOLO XII

Un capitolo di richieste e premonizioni riguardanti la lettura o l'omissione del capitolo che segue.

Nella lettura delle opere filosofiche ho tratto grande beneficio da un proposito che, nella forma antitetica e con la concessa singolarità di un adagio o di una massima, sono solito formulare così: finché non comprendete l'ignoranza di uno scrittore, presumetevi ignoranti della sua comprensione. Questa mia regola d'oro, lo ammetto, somiglia a quelle di Pitagora per oscurità piuttosto che per profondità. Se tuttavia il lettore mi permetterà di essere lo Ierocle di me stesso, confido che ne troverà il significato pienamente spiegato dai seguenti esempi. Ho ora davanti a me il trattato di un fanatico religioso, pieno di sogni ed esperienze soprannaturali. Vedo chiaramente le basi dello scrittore e la loro vacuità. Ho una visione completa delle cause che, attraverso il tramite del suo corpo, hanno agito sulla sua mente; e, mediante l'applicazione di leggi ricevute e accertate, posso spiegare in modo soddisfacente alla mia ragione tutti gli strani incidenti che lo scrittore registra su se stesso. E questo posso farlo senza sospettarlo di alcuna menzogna intenzionale. Come quando in pieno giorno un uomo segue le tracce di un viaggiatore che aveva smarrito la strada nella nebbia o per un infido chiarore di luna, proprio così, e con lo stesso tranquillo senso di certezza, posso seguire le tracce di questo visionario smarrito. Comprendo la sua ignoranza.

D'altra parte, sto rileggendo con le migliori energie della mia mente il TIMEA di Platone. Tutto ciò che comprendo mi impressiona con un senso reverenziale del genio dell'autore; ma vi è una porzione considerevole dell'opera alla quale non riesco ad attribuire alcun significato coerente. In altri trattati dello stesso filosofo, destinati alla comprensione media degli uomini, sono stato deliziato dal magistrale buon senso, dalla perspicuità del linguaggio e dall'appropriatezza delle induzioni. Ricordo anche che numerosi passaggi in questo autore, che ora comprendo a fondo, erano in precedenza non meno inintelligibili per me di quelli ora in questione. Sarei consapevole del fatto che sarebbe assai di moda liquidarli immediatamente come gergo platonico. Ma non posso farlo con soddisfazione del mio spirito, perché ho cercato invano cause adeguate alla soluzione della presunta incongruenza. Non ho alcuna intuizione della possibilità che un uomo così eminentemente saggio usi parole con significati così dimezzati per se stesso, da dover necessariamente risultare prive di senso per i suoi lettori. Quando, oltre ai motivi così suggeriti dalla mia stessa ragione, porto in distinta memoria il numero e la serie di grandi uomini che, dopo lungo e zelante studio di queste opere, si erano uniti nell'onorare il nome di Platone con epiteti che quasi trascendono l'umanità, sento che un verdetto sprezzante da parte mia potrebbe denotare mancanza di modestia, ma difficilmente sarebbe accolto dagli esperti come prova di superiore penetrazione. Pertanto, del tutto sconfitto in tutti i miei tentativi di comprendere l'ignoranza di Platone, concludo di essere ignorante della sua comprensione.

In luogo delle varie richieste che l'ansia dell'autore rivolge al lettore ignoto, avanzo solo questa: che egli voglia o trascurare del tutto il capitolo seguente, o leggerlo interamente in connessione. La parte più bella del corpo più magnifico apparirà deforme e mostruosa, se separata dal suo posto nell'insieme organico. Anzi, su argomenti delicati, dove una differenza apparentemente insignificante di più o di meno può costituire una differenza di genere, persino un'esposizione fedele delle idee principali e di sostegno, se separate dalle forme da cui sono al contempo rivestite e modificate, può forse presentare uno scheletro, sì; ma uno scheletro atto a spaventare e dissuadere. Sebbene potrei trovare numerosi precedenti, non desidero che il lettore spogli la sua mente di tutti i pregiudizi, né che tenga fuori dalla vista tutti i sistemi precedenti durante il suo esame del presente. Poiché in verità tali richieste mi appaiono non molto diverse dal consiglio dato ai pazienti ipocondriaci nella medicina domestica del Dr. Buchan; vale a dire, di conservarsi uniformemente tranquilli e di buon umore. Finché non avessi scoperto l'arte di distruggere la memoria a parte post, senza danno per le sue operazioni future e senza pregiudizio per il giudizio, sopprimerei la richiesta come prematura; e pertanto, per quanto io possa desiderare di essere letto con mente imparziale, non presumo di porla come condizione necessaria.

La portata della mia audacia è quella di suggerire un criterio, per mezzo del quale si possa razionalmente congetturare in anticipo se un lettore perderebbe o meno il suo tempo, e forse il suo temperamento, nella lettura di questo o di qualsiasi altro trattato costruito su principi simili. Ma sarebbe crudelmente interpretato come implicante il minimo disprezzo per le qualità morali o intellettuali degli individui così esclusi. Il criterio è questo: se un uomo accetta come fatti fondamentali, e quindi naturalmente indimostrabili e incapaci di ulteriore analisi, le nozioni generali di materia, spirito, anima, corpo, azione, passività, tempo, spazio, causa ed effetto, coscienza, percezione, memoria e abitudine; se sente la sua mente completamente in pace riguardo a tutto ciò, ed è soddisfatto se solo può analizzare tutte le altre nozioni in uno o più di questi supposti elementi con plausibile subordinazione e appropriata disposizione: a una tale mente vorrei comunicare, il più cortesemente possibile, il suggerimento che per lui il capitolo non è stato scritto.

Vir bonus es, doctus, prudens; ast haud tibi spiro.

Poiché questi termini includono in verità tutte le difficoltà che la mente umana può proporre per la soluzione. Prendendoli dunque in massa, e non esaminati, occorreva solo un decente apprendistato nella logica per estrarne i contenuti in tutte le forme e colori, come i professori di prestigio alle nostre fiere di paese estraggono nastro dopo nastro dalle loro bocche. E non è più difficile ridurli di nuovo ai loro diversi generi. Ma sebbene questa analisi sia altamente utile nel rendere la nostra conoscenza più distinta, essa non vi aggiunge realmente nulla. Non accresce, sebbene ci dia una maggiore padronanza sulla ricchezza che possedevamo in precedenza. Per scopi forensi, per tutte le professioni stabilite della società, questo è sufficiente. Ma per la filosofia nel suo senso più alto come scienza delle verità ultime, e quindi scientia scientiarum, questa mera analisi dei termini è solo preparatoria, sebbene come disciplina preparatoria sia indispensabile.

Ancor meno si può prevedere una lettura favorevole da parte dei proseliti di quella filosofia compendiosa che, parlando di mente ma pensando a mattoni e malta, o altre immagini altrettanto astratte dal corpo, escogita una teoria dello spirito soprannominando la materia, e in poche ore può qualificare i suoi discepoli più ottusi a spiegare l'omne scibile riducendo ogni cosa a impressioni, idee e sensazioni.

Ma è tempo di dire la verità; sebbene richieda un certo coraggio dichiararlo in un'epoca e in un paese in cui le disquisizioni su tutti gli argomenti, non privilegiati nell'adottare termini tecnici o simboli scientifici, devono essere rivolte al Pubblico. Dico dunque che non è possibile né necessario per tutti gli uomini, né per molti, essere filosofi. Esiste una coscienza filosofica (e in quanto attualizzata da uno sforzo di libertà, artificiale) che giace al di sotto o (per così dire) al di dietro della coscienza spontanea naturale a tutti gli esseri riflettenti. Come gli antichi Romani distinguevano le loro province settentrionali in Cisalpine e Transalpine, così possiamo dividere tutti gli oggetti della conoscenza umana in quelli che stanno da questa parte e quelli che stanno dall'altra parte della coscienza spontanea; citra et trans conscientiam communem. Quest'ultima è esclusivamente il dominio della filosofia pura, che è quindi correttamente intitolata trascendentale, al fine di distinguerla immediatamente sia dalla mera riflessione e rappresentazione da un lato, sia dall'altro da quei voli di speculazione senza legge che, abbandonati da ogni distinta coscienza, poiché trasgrediscono i confini e gli scopi delle nostre facoltà intellettuali, sono giustamente condannati come trascendenti [46]. La prima catena di colline, che circonda la scarsa valle della vita umana, è l'orizzonte per la maggior parte dei suoi abitanti. Sulle sue creste nasce e tramonta il sole comune. Da esse sorgono le stelle, e toccandole svaniscono. Dai molti, persino questa catena, il limite naturale e baluardo della valle, è solo imperfettamente conosciuta. Le sue ascese più alte sono troppo spesso nascoste da nebbie e nuvole provenienti da paludi incolte, che pochi hanno il coraggio o la curiosità di penetrare. Alla moltitudine sottostante questi vapori appaiono, ora come i luoghi oscuri di agenti terrificanti, nei quali nessuno può intromettersi impunemente; e ora, tutti accesi di colori non propri, sono guardati come gli splendidi palazzi della felicità e del potere. Ma in ogni epoca vi sono stati pochi che, misurando e scandagliando i fiumi della valle ai piedi delle loro cascate più lontane e inaccessibili, hanno appreso che le sorgenti devono essere molto più in alto e molto più all'interno; pochi che, persino nei ruscelli in piano, hanno rilevato elementi che né la valle stessa né le montagne circostanti contenevano o potevano fornire [47]. Come e donde a questi pensieri, a queste forti probabilità, la visione accertante, la conoscenza intuitiva possa finalmente sopravvenire, può essere appreso solo dal fatto. Potrei opporre alla domanda le parole con cui [48] Plotino suppone che la Natura risponda a una simile difficoltà. "Se qualcuno la interrogasse su come opera, se graziosamente si degnasse di ascoltare e parlare, risponderà: non spetta a te inquietarmi con interrogatori, ma comprendere in silenzio, proprio come io sono silenziosa, e opero senza parole."

Allo stesso modo nel quinto libro della quinta Enneade, parlando della conoscenza suprema e intuitiva come distinta da quella discorsiva, o nel linguaggio di Wordsworth,

"La visione e la facoltà divina;"

egli dice: "non è lecito indagare da dove sia sorta, come se fosse una cosa soggetta a luogo e movimento, poiché essa né si è avvicinata fin qui, né di nuovo parte da qui verso qualche altro luogo; ma essa o ci appare o non ci appare. Perciò non dovremmo perseguirla con l'intento di scoprirne la fonte segreta, ma vegliare in quiete finché non risplenda improvvisamente su di noi; preparandoci allo spettacolo beato come l'occhio attende pazientemente il sole nascente." Loro, e solo loro, possono acquisire l'immaginazione filosofica, il sacro potere dell'autointuizione, coloro che all'interno di sé possono interpretare e comprendere il simbolo, che le ali della silfide d'aria si stanno formando sotto la pelle del bruco; solo coloro che sentono nei propri spiriti lo stesso istinto che spinge la crisalide della mosca cornuta a lasciare spazio nel suo involucro per le antenne, ancora da venire. Essi sanno e sentono che il potenziale opera in loro, proprio come l'attuale opera su di loro! In breve, tutti gli organi di senso sono formati per un corrispondente mondo di senso; e noi lo abbiamo. Tutti gli organi dello spirito sono formati per un corrispondente mondo di spirito: sebbene quest'ultimi organi non siano sviluppati allo stesso modo in tutti. Ma essi esistono in tutti, e la loro prima apparizione si rivela nell'essere morale. Come potrebbe essere altrimenti che persino i mondani, non del tutto degradati, contemplino l'uomo di bontà semplice e disinteressata con sentimenti contraddittori di pietà e rispetto? "Pover'uomo! non è fatto per questo mondo." Oh! in ciò essi proferiscono una profezia di universale adempimento; poiché l'uomo deve o elevarsi o sprofondare.

È il segno essenziale del vero filosofo non accontentarsi di nessuna luce imperfetta, finché non sia stata dimostrata l'impossibilità di raggiungere una conoscenza più piena. Che la coscienza comune stessa fornisca prove, con la sua stessa direzione, di essere collegata a correnti dominanti sotto la superficie, lo assumerò semplicemente come postulato pro tempore. Una volta concesso ciò, sebbene solo in attesa dell'argomento, posso dedurre con sicurezza da esso l'uguale verità della mia precedente asserzione, che la filosofia non può essere intelligibile per tutti, nemmeno tra le classi più istruite e colte. Un sistema, il cui primo principio è rendere la mente intuitiva dello spirituale nell'uomo (ovvero di ciò che giace dall'altra parte della nostra coscienza naturale) deve necessariamente avere una grande oscurità per coloro che non hanno mai disciplinato e rafforzato questa coscienza ulteriore. Deve in verità essere una terra di tenebre, un perfetto Anti-Gosen, per uomini ai quali i tesori più nobili del loro stesso essere vengono riferiti solo attraverso l'imperfetta traduzione di movimenti senza vita e privi di vista. Forse, in gran parte, attraverso parole che sono solo le ombre delle nozioni; proprio come la comprensione nozionale stessa è solo l'astrazione ombrosa della verità vivente e reale. Sull'IMMEDIATO, che dimora in ogni uomo, e sull'intuizione originaria, o affermazione assoluta di esso, (che è anch'essa in ogni uomo, ma non in ogni uomo assurge a coscienza) dipende tutta la certezza della nostra conoscenza; e ciò non diventa intelligibile a nessun uomo tramite il ministero di mere parole dall'esterno. Il medium, attraverso il quale gli spiriti si comprendono a vicenda, non è l'aria circostante, ma la libertà che essi possiedono in comune, come l'elemento etereo comune del loro essere, le cui tremule reciprocazioni si propagano fino all'intimo dell'anima. Laddove lo spirito di un uomo non è colmato dalla coscienza della libertà (fosse anche solo dalla sua irrequietezza, come di chi ancora lotta in schiavitù) ogni interscambio spirituale è interrotto, non solo con gli altri, ma persino con se stesso. Non c'è da meravigliarsi, dunque, che egli rimanga incomprensibile a se stesso così come agli altri. Non c'è da meravigliarsi che, nel temibile deserto della sua coscienza, si logori con parole vuote, alle quali nessun eco amichevole risponde, né dal suo stesso cuore, né dal cuore di un essere umano; o che si smarrisca nell'inseguimento di fantasmi nozionali, mere rifrazioni di verità invisibili e distanti attraverso il distorto medium della sua stessa comprensione non ravvivata e stagnante! Rimanere inintelligibile a una tale mente, esclama Schelling in una simile occasione, è onore e buon nome davanti a Dio e agli uomini.

La storia della filosofia (osserva lo stesso autore) contiene esempi di sistemi che per generazioni successive sono rimasti enigmatici. Tale ritiene il sistema di Leibniz, che un altro autore (temerariamente, penso, e invidiosamente) esalta come l'unico filosofo che fosse egli stesso profondamente convinto delle proprie dottrine. Come finora interpretate, tuttavia, esse non hanno prodotto l'effetto che Leibniz stesso, in un passaggio assai istruttivo, descrive come criterio di una vera filosofia; ovvero, che essa spiegherebbe e raccoglierebbe al contempo i frammenti di verità sparsi attraverso sistemi apparentemente i più incongrui. La verità, dice egli, è diffusa più ampiamente di quanto comunemente si creda; ma è spesso dipinta, più spesso mascherata, e talvolta è mutilata e talvolta, ahimè! in stretta alleanza con errori nocivi. Quanto più a fondo, tuttavia, penetriamo nel fondamento delle cose, tanta più verità scopriamo nelle dottrine del maggior numero di sette filosofiche. La mancanza di realtà sostanziale negli oggetti dei sensi, secondo gli scettici; le armonie o numeri, i prototipi e le idee, ai quali Pitagorici e Platonici riducevano ogni cosa; l'UNO e TUTTO di Parmenide e Plotino, senza [49] lo spinozismo; la connessione necessaria delle cose secondo gli Stoici, conciliabile con la spontaneità delle altre scuole; la filosofia vitale dei Cabalisti e degli Ermetisti, che assumevano l'universalità della sensazione; le forme sostanziali e le entelechie di Aristotele e degli scolastici, insieme con la soluzione meccanica di tutti i fenomeni particolari secondo Democrito e i filosofi recenti--tutto ciò troveremo unito in un punto centrale di prospettiva, che mostra regolarità e una coincidenza di tutte le parti nell'oggetto stesso, che da ogni altro punto di vista deve apparire confuso e distorto. Lo spirito del settarismo è stato finora la nostra colpa e la causa dei nostri fallimenti. Abbiamo imprigionato le nostre stesse concezioni entro le linee che abbiamo tracciato, allo scopo di escludere le concezioni degli altri. J’ai trouvé que la plupart des Sectes ont raison dans une bonne partie de ce qu’elles avancent, mais non pas tant en ce qu’elles nient.

Un sistema che mira a dedurre la memoria con tutte le altre funzioni dell'intelligenza deve naturalmente porre la sua prima posizione al di fuori della memoria, e anteriormente ad essa, altrimenti il principio di soluzione sarebbe esso stesso parte del problema da risolvere. Una tale posizione deve dunque, in prima istanza, essere richiesta, e la prima domanda sarà: con quale diritto viene richiesta? Per questo motivo ritengo opportuno fare alcune osservazioni preliminari sull'introduzione dei Postulati in filosofia. La parola postulato è presa in prestito dalla scienza della matematica [50]. In geometria la costruzione primaria non è dimostrata, ma postulata. Questa prima e più semplice costruzione nello spazio è il punto in movimento, o la linea. Se il punto sia mosso in una sola e medesima direzione, o se la sua direzione sia continuamente cambiata, rimane ancora indeterminato. Ma se la direzione del punto sia stata determinata, essa è determinata o da un punto al di fuori di esso, e allora sorge la linea retta che non racchiude alcuno spazio; oppure la direzione del punto non è determinata da un punto al di fuori di esso, e allora esso deve rifluire su se stesso, cioè sorge una linea ciclica, che racchiude uno spazio. Se la linea retta è assunta come positiva, la ciclica è allora la negazione della retta. È una linea che in nessun punto si slancia nella retta, ma cambia la sua direzione continuamente. Ma se la linea primaria è concepita come indeterminata, e la linea retta come determinata in ogni punto, allora la ciclica è la terza composta da entrambe. È al contempo indeterminata e determinata; indeterminata attraverso qualsiasi punto al di fuori, e determinata attraverso se stessa. La geometria fornisce dunque alla filosofia l'esempio di un'intuizione primaria, dalla quale ogni scienza che rivendichi evidenza deve prendere il suo inizio. Il matematico non inizia con una proposizione dimostrabile, ma con un'intuizione, un'idea pratica.

Ma qui si presenta un'importante distinzione. La filosofia è impiegata su oggetti del SENSO interno, e non può, come la geometria, appropriarsi per ogni costruzione di una corrispondente intuizione esterna. Ciononostante, la filosofia, se deve giungere all'evidenza, deve procedere dalla costruzione più originale, e la questione allora è quale sia la costruzione più originale o il primo atto produttivo per il senso interno. La risposta a questa domanda dipende dalla direzione che viene data al senso interno. Ma in filosofia il senso interno non può avere la sua direzione determinata da un oggetto esterno. Per la costruzione originale della linea posso essere costretto da una linea tracciata davanti a me sulla lavagna o sulla sabbia. Il tratto così tracciato non è in verità la linea stessa, ma solo l'immagine o figura della linea. Non è da esso che impariamo per primi a conoscere la linea; ma, al contrario, portiamo questo tratto alla linea originale generata dall'atto dell'immaginazione; altrimenti non potremmo definirla come priva di larghezza o spessore. Eppure questo tratto è l'immagine sensibile della linea originale o ideale, e un mezzo efficiente per eccitare ogni immaginazione all'intuizione di essa.

Si richiede dunque se si trovi un qualche mezzo in filosofia per determinare la direzione del senso interno, come in matematica esso è determinabile mediante la sua immagine specifica o raffigurazione esteriore. Ora, la direzione del senso interno è determinata per la maggior parte solo da un atto di libertà. La coscienza di un uomo si estende solo alle sensazioni piacevoli o spiacevoli causate in lui da impressioni esterne; un altro allarga il suo senso interno fino alla coscienza delle forme e della quantità; un terzo, oltre all'immagine, è consapevole della concezione o nozione della cosa; un quarto giunge a una nozione delle proprie nozioni: riflette sulle proprie riflessioni; e così possiamo dire, senza improprietà, che l'uno possiede più o meno senso interno dell'altro. Questo più o meno tradisce già che la filosofia, nei suoi primi principi, deve avere un lato pratico o morale, così come uno teorico o speculativo. Questa differenza di grado non esiste nella matematica. Socrate, in Platone, mostra che uno schiavo ignorante può essere portato a comprendere e a risolvere da sé il più difficile problema geometrico. Socrate tracciò le figure per lo schiavo sulla sabbia. I discepoli della filosofia critica potrebbero parimenti (come fu in effetti fatto da La Forge e da alcuni altri seguaci di Des Cartes) rappresentare l'origine delle nostre rappresentazioni in lastre di rame; ma nessuno ha ancora tentato di farlo, e sarebbe del tutto inutile. Per un eschimese o un neozelandese la nostra filosofia più popolare sarebbe del tutto inintelligibile. Il senso, l'organo interiore, non è ancora nato in lui. Così ve ne sono molti tra noi, sì, e alcuni che si credono pure filosofi, ai quali l'organo filosofico manca del tutto. Per un tale uomo, la filosofia è un mero gioco di parole e nozioni, come una teoria della musica per il sordo, o come la geometria della luce per il cieco. La connessione delle parti e le loro dipendenze logiche possono essere viste e ricordate; ma il tutto è senza fondamento e vuoto, non sostenuto da alcun contatto vivente, non accompagnato da alcuna intuizione realizzatrice che esista per e nell'atto che ne afferma l'esistenza, che è nota perché è, ed è perché è nota. Le parole di Plotino, nell'assunta persona della Natura, valgono per l'energia filosofica: To theoroun mou, theoraema poiei, osper oi geometrai theorountes graphousin; all’ emon mae graphousaes, theorousaes de, uphistantai ai ton somaton grammai. Con me l'atto di contemplazione crea la cosa contemplata, come i geometri contemplando descrivono linee corrispondenti; ma io non descrivendo linee, bensì semplicemente contemplando, le forme rappresentative delle cose sorgono nell'esistenza.

Il postulato della filosofia, e al tempo stesso la prova della capacità filosofica, non è altro che il disceso dal cielo CONOSCI TE STESSO! (E coelo descendit, Gnothi seauton). E questo sia praticamente che speculativamente. Poiché, siccome la filosofia non è né una scienza della sola ragione o intelletto, né meramente una scienza della morale, ma la scienza dell'ESSERE nel suo complesso, il suo fondamento primario non può essere né meramente speculativo né meramente pratico, ma entrambi in uno. Ogni conoscenza poggia sulla coincidenza di un oggetto con un soggetto. (I miei lettori sono stati avvertiti in un capitolo precedente che, per la loro comodità così come per quella dello scrivente, il termine soggetto è usato da me nel suo senso scolastico come equivalente a mente o essere senziente, e come necessario correlativo di oggetto o quicquid objicitur menti.) Poiché possiamo conoscere solo ciò che è vero: e la verità è universalmente posta nella coincidenza del pensiero con la cosa, della rappresentazione con l'oggetto rappresentato.

Ora, la somma di tutto ciò che è meramente OGGETTIVO, chiameremo d'ora in avanti NATURA, confinando il termine al suo senso passivo e materiale, in quanto comprende tutti i fenomeni mediante i quali la sua esistenza ci è resa nota. D'altra parte, la somma di tutto ciò che è SOGGETTIVO, possiamo comprenderla nel nome dell'IO o INTELLIGENZA. Entrambe le concezioni sono in necessaria antitesi. L'intelligenza è concepita come esclusivamente rappresentativa, la natura come esclusivamente rappresentata; l'una come cosciente, l'altra come priva di coscienza. Ora, in tutti gli atti di conoscenza positiva è richiesto un concorso reciproco di entrambi, vale a dire dell'essere cosciente e di ciò che è in sé inconscio. Il nostro problema è spiegare questo concorso, la sua possibilità e la sua necessità.

Durante l'atto stesso della conoscenza, l'oggettivo e il soggettivo sono così istantaneamente uniti che non possiamo determinare a quale dei due appartenga la priorità. Qui non vi è né un primo né un secondo; entrambi sono coistantanei e uno. Mentre tento di spiegare questa intima coalizione, devo supporla dissolta. Devo necessariamente muovere dall'uno, al quale do quindi una precedenza ipotetica, per giungere all'altro. Ma poiché vi sono solo due fattori o elementi nel problema, soggetto e oggetto, e poiché rimane indeterminato da quale di essi io debba cominciare, vi sono due casi ugualmente possibili.

1. O L'OGGETTIVO È PRESO COME IL PRIMO, E ALLORA DOBBIAMO RENDERE CONTO DELLA SOPRAVVENIENZA DEL SOGGETTIVO, CHE CONFLUISCE CON ESSO.

La nozione del soggettivo non è contenuta nella nozione dell'oggettivo. Al contrario, essi si escludono a vicenda. Il soggettivo deve dunque sopravvenire all'oggettivo. La concezione di natura apparentemente non implica la co-presenza di un'intelligenza che ne faccia un duplicato ideale, vale a dire che la rappresenti. Questo scrittoio, per esempio, (secondo le nostre nozioni naturali) esisterebbe anche se non esistesse alcun essere senziente a guardarlo. Questo è dunque il problema della filosofia naturale. Essa assume l'oggettivo o natura inconscia come il primo, e deve dunque spiegare come l'intelligenza possa sopravvenirvi, o come essa stessa possa crescere fino all'intelligenza. Se dovesse apparire che tutti i naturalisti illuminati, senza essersi distintamente proposto il problema, si siano nondimeno costantemente mossi nella linea della sua soluzione, ciò deve offrire una forte presunzione che il problema stesso sia fondato nella natura. Poiché se ogni conoscenza ha, per così dire, due poli reciprocamente richiesti e presupposti, tutte le scienze devono procedere dall'uno o dall'altro, e devono tendere verso l'opposto fino al punto equatoriale in cui entrambi sono riconciliati e divengono identici. La necessaria tendenza di tutta la filosofia naturale è dunque dalla natura all'intelligenza; e questa, e nessun'altra, è la vera base e l'occasione dello sforzo istintivo di introdurre la teoria nelle nostre visioni dei fenomeni naturali. La massima perfezione della filosofia naturale consisterebbe nella perfetta spiritualizzazione di tutte le leggi della natura in leggi di intuizione e intelletto. I fenomeni (il materiale) scompaiono del tutto, e devono rimanere le sole leggi (il formale). Di qui deriva che, nella natura stessa, quanto più il principio di legge prorompe, tanto più la scorza cade, i fenomeni stessi divengono più spirituali e alla fine cessano del tutto nella nostra coscienza. I fenomeni ottici non sono che una geometria, le cui linee sono tracciate dalla luce, e la materialità di questa luce stessa è già divenuta oggetto di dubbio. Nelle apparizioni del magnetismo ogni traccia di materia è perduta, e dei fenomeni di gravitazione, che non pochi tra i più illustri newtoniani hanno dichiarato non altrimenti comprensibili che come un'immediata influenza spirituale, non rimane altro che la sua legge, la cui esecuzione su vasta scala è il meccanismo dei moti celesti. La teoria della filosofia naturale sarebbe dunque completata quando tutta la natura fosse dimostrata identica nell'essenza a ciò che, nella sua più alta potenza nota, esiste nell'uomo come intelligenza e autocoscienza; quando i cieli e la terra dichiareranno non solo la potenza del loro creatore, ma la gloria e la presenza del loro Dio, proprio come egli apparve al grande profeta durante la visione del monte nei lembi della sua divinità.

Ciò può bastare a mostrare che anche la scienza naturale, che inizia con il fenomeno materiale come realtà e sostanza delle cose esistenti, finisce nondimeno, per la necessità di teorizzare inconsciamente e, per così dire, istintivamente, nella natura come intelligenza; e per questa tendenza la scienza della natura diviene finalmente filosofia naturale, l'uno dei due poli della scienza fondamentale.

2. O IL SOGGETTIVO È PRESO COME IL PRIMO, E IL PROBLEMA È ALLORA COME SOPRAVVENGA A ESSO UN OGGETTIVO COINCIDENTE.

Nel perseguire queste scienze, il nostro successo in ciascuna dipende da un'austera e fedele adesione ai propri principi, con un'attenta separazione ed esclusione di quelli che appartengono alla scienza opposta. Come il filosofo naturale, che dirige le sue visioni all'oggettivo, evita sopra ogni cosa la mescolanza del soggettivo nella sua conoscenza, come per esempio supposizioni arbitrarie o piuttosto suffizioni, qualità occulte, agenti spirituali e la sostituzione di cause finali a cause efficienti; così, d'altra parte, il filosofo trascendentale o intelligenziale è ugualmente ansioso di precludere ogni interpellazione dell'oggettivo nei principi soggettivi della sua scienza, come per esempio l'assunzione di impressioni o configurazioni nel cervello, corrispondenti a immagini in miniatura sulla retina dipinte da raggi di luce provenienti da supposti originali, che non sono gli oggetti immediati e reali della visione, ma deduzioni da essa ai fini della spiegazione. Questa purificazione della mente è effettuata da uno scetticismo assoluto e scientifico, al quale la mente si determina volontariamente allo scopo specifico di una certezza futura. Des Cartes, che (nelle sue meditazioni) per primo, almeno tra i moderni, diede un bell'esempio di questo dubbio volontario, di questa indeterminazione autodeterminata, esprime felicemente la sua totale differenza dallo scetticismo della vanità o dell'irreligione: Nec tamen in Scepticos imitabar, qui dubitant tantum ut dubitent, et praeter incertitudinem ipsam nihil quaerunt. Nam contra totus in eo eram ut aliquid certi reperirem. Né è meno distinto nei suoi motivi e nel suo scopo finale, che nei suoi oggetti propri, i quali non sono, come nell'ordinario scetticismo, i pregiudizi dell'educazione e della circostanza, ma quei pregiudizi originali e innati che la natura stessa ha piantato in tutti gli uomini, e che per tutti tranne che per il filosofo sono i primi principi della conoscenza e il test finale della verità.

Ora, questi pregiudizi essenziali sono tutti riducibili all'unica presunzione fondamentale, CHE ESISTANO COSE FUORI DI NOI. Poiché ciò, da un lato, non ha origine né in basi né in argomenti, e tuttavia, dall'altro, rimane a prova di ogni tentativo di rimuoverlo mediante basi o argomenti (naturam furca expellas tamen usque redibit); da un lato pretende una certezza IMMEDIATA come una posizione al tempo stesso indimostrabile e irresistibile, e tuttavia dall'altro, in quanto si riferisce a qualcosa di essenzialmente diverso da noi stessi, anzi addirittura in opposizione a noi stessi, lascia inconcepibile come essa possa eventualmente divenire parte della nostra coscienza immediata; (in altre parole, come ciò che, ex hypothesi, è e continua a essere estrinseco ed alieno al nostro essere, debba divenire una modificazione del nostro essere) il filosofo si costringe dunque a trattare questa fede come nulla più che un pregiudizio, innato sì e connaturale, ma pur sempre un pregiudizio.

L'altra posizione, che non solo reclama ma necessita l'ammissione della sua immediata certezza, ugualmente per la ragione scientifica del filosofo come per il senso comune del genere umano nel suo complesso, vale a dire, IO SONO, non può essere propriamente intitolata un pregiudizio. È senza fondamento, certo; ma allora, nell'idea stessa, essa preclude ogni fondamento, e separata dalla coscienza immediata perde tutto il suo senso e la sua importanza. È senza fondamento; ma solo perché essa stessa è il fondamento di ogni altra certezza. Ora, l'apparente contraddizione, che la prima posizione, vale a dire l'esistenza di cose fuori di noi, che per sua natura non può essere immediatamente certa, debba essere ricevuta così ciecamente e così indipendentemente da ogni fondamento come l'esistenza del nostro essere, il filosofo trascendentale può risolverla solo con la supposizione che la prima sia inconsciamente coinvolta nella seconda; che essa non sia solo coerente, ma identica, e una stessa cosa con la nostra immediata autocoscienza. Dimostrare questa identità è l'ufficio e l'oggetto della sua filosofia.

Se si dicesse che questo è idealismo, si ricordi che esso è idealismo solo in quanto è al tempo stesso, e proprio per questo, il realismo più vero e vincolante. Poiché in che cosa consiste propriamente il realismo del genere umano? Nell'asserzione che esiste un qualcosa fuori di loro, che, o come, o dove non sanno, che causa gli oggetti della loro percezione? Oh no! Questo non è né connaturale né universale. È ciò che pochi hanno insegnato e appreso nelle scuole, e che i molti ripetono senza chiedersi nulla sul proprio significato. Il realismo comune a tutto il genere umano è assai più antico e giace infinitamente più in profondità di questa spiegazione ipotetica dell'origine delle nostre percezioni, una spiegazione scremata dalla mera superficie della filosofia meccanica. È il tavolo stesso che l'uomo di senso comune crede di vedere, non il fantasma di un tavolo dal quale egli possa dedurre argomentativamente la realtà di un tavolo che non vede. Se distruggere la realtà di tutto ciò che effettivamente contempliamo significa idealismo, cosa può esserlo più egregiamente del sistema della moderna metafisica, che ci bandisce in una terra di ombre, ci circonda di apparizioni e distingue la verità dall'illusione solo dalla maggioranza di coloro che sognano lo stesso sogno? "Asserii che il mondo era pazzo", esclamò il povero Lee, "e il mondo disse che io ero pazzo, e maledizione a loro, mi hanno messo in minoranza".

È al vero e originale realismo che vorrei dirigere l'attenzione. Esso crede e richiede né più né meno che l'oggetto che contempla o presenta a se stesso sia il reale e vero oggetto. In questo senso, per quanto possiamo sforzarci contro di esso, siamo tutti collettivamente nati idealisti, e perciò, e solo perciò, siamo al tempo stesso realisti. Ma di questo i filosofi delle scuole non sanno nulla, o disprezzano la fede come il pregiudizio del volgo ignorante, perché vivono e si muovono in una folla di frasi e nozioni dalle quali la natura umana è da tempo svanita. Oh, voi che riverite voi stessi, e camminate umilmente con la divinità nei vostri cuori, voi siete degni di una filosofia migliore! Lasciate che i morti seppelliscano i morti, ma voi preservate la vostra natura umana, la cui profondità non fu mai scandagliata da una filosofia composta di nozioni e mere entità logiche.

Nel terzo trattato della mia Logosophia, annunciato alla fine di questo volume, darò (Deo volente) le dimostrazioni e le costruzioni della Filosofia Dinamica scientificamente organizzate. Esso non è, secondo la mia convinzione, altro che il sistema di Pitagora e di Platone ravvivato e purificato da miscele impure. Doctrina per tot manus tradita tandem in vappam desiit! La scienza dell'aritmetica fornisce esempi che una regola può essere utile nell'applicazione pratica, e per lo scopo particolare può essere sufficientemente autenticata dal risultato, prima ancora di essere stata essa stessa pienamente dimostrata. È sufficiente che essa sia resa intelligibile. Ciò sarà, confido, stato effettuato nelle seguenti Tesi per quei miei lettori che sono disposti ad accompagnarmi attraverso il capitolo seguente, nel quale i risultati saranno applicati alla deduzione dell'Immaginazione, e con essa ai principi di produzione e di critica geniale nelle belle arti.

TESI I

La verità è correlativa all'essere. La conoscenza senza una corrispondente realtà non è conoscenza; se conosciamo, deve esserci un qualcosa di noto da noi. Conoscere è, nella sua essenza stessa, un verbo attivo.

TESI II

Ogni verità è o mediata, vale a dire derivata da qualche altra verità o verità; o immediata e originale. Quest'ultima è assoluta, e la sua formula A. A.; la prima è di certezza dipendente o condizionale, e rappresentata nella formula B. A. La certezza, che aderisce in A, è attribuibile a B.

SCOLIO. Una catena senza un gancio dal quale tutti gli anelli derivino la loro stabilità, o una serie senza un primo, è stata non inopportunamente allegorizzata come una fila di ciechi, ciascuno dei quali regge il lembo dell'uomo davanti a sé, giungendo ben lontano dalla vista, ma tutti muovendosi senza la minima deviazione in una linea retta. Si darebbe naturalmente per scontato che vi fosse una guida alla testa della fila: e se si rispondesse, No! Signore, gli uomini sono senza numero, e l'infinita cecità fornisce il posto della vista?

Ugualmente inconcepibile è un ciclo di verità uguali senza un principio comune e centrale, che prescriva a ciascuna la propria sfera nel sistema della scienza. Che l'assurdità non ci colpisca così immediatamente, che non sembri ugualmente inimmaginabile, è dovuto a un atto surrettizio dell'immaginazione, la quale, istintivamente e senza che noi lo notiamo, non solo riempie gli spazi intermedi e contempla il ciclo (di B. C. D. E. F. ecc.) come un cerchio continuo (A.) dando a tutti collettivamente l'unità della loro orbita comune; ma fornisce anche, mediante una sorta di subintelligitur, l'unica potenza centrale che rende il movimento armonioso e ciclico.

TESI III

Dobbiamo cercare dunque una qualche verità assoluta capace di comunicare ad altre posizioni una certezza che essa stessa non ha preso in prestito; una verità auto-fondata, incondizionata e nota per la sua stessa luce. In breve, dobbiamo trovare un qualcosa che è, semplicemente perché è. Per essere tale, deve essere una che sia il proprio predicato, almeno nella misura in cui tutti gli altri predicati nominali devono essere modi e ripetizioni di essa stessa. Anche la sua esistenza deve essere tale da precludere la possibilità di richiedere una causa o un antecedente senza un'assurdità.

TESI IV

Che vi possa essere un solo principio siffatto, può essere provato a priori; poiché se ve ne fossero due o più, ciascuno dovrebbe riferirsi a qualche altro, dal quale sia affermata la sua uguaglianza; di conseguenza nessuno sarebbe auto-fondato, come l'ipotesi richiede. E a posteriori, sarà provato dal principio stesso quando sarà scoperto, in quanto implica l'antecedenza universale nella sua stessa concezione.

SCOLIO. Se affermiamo di un'asse che è blu, il predicato (blu) è accidentale, e non implicato nel soggetto, asse. Se affermiamo di un cerchio che è equiradiale, il predicato è certamente implicato nella definizione del soggetto; ma l'esistenza del soggetto stesso è contingente, e suppone sia una causa che un percipiente. Il medesimo ragionamento si applicherà all'indefinito numero di supposte verità indimostrabili esentate dall'approccio profano dell'indagine filosofica dall'amabile Beattie, e da altri meno eloquenti e non più profondi inauguratori del senso comune sul trono della filosofia; un tentativo infruttuoso, se non altro perché è la duplice funzione della filosofia riconciliare la ragione con il senso comune, ed elevare il senso comune a ragione.

TESI V

Tale principio non può essere una COSA o un OGGETTO. Ogni cosa è ciò che è in conseguenza di qualche altra cosa. Una cosa infinita e indipendente è non meno una contraddizione di un cerchio infinito o di un triangolo senza lati. Oltretutto una cosa è ciò che è capace di essere un oggetto che esso stesso non sia l'unico percipiente. Ma un oggetto è inconcepibile senza un soggetto come sua antitesi. Omne perceptum percipientem supponit.

Ma neppure il principio può essere trovato in un soggetto in quanto soggetto, contrapposto a un oggetto: poiché unicuique percipienti aliquid objicitur perceptum. Deve essere trovato dunque né nell'oggetto né nel soggetto presi separatamente, e di conseguenza, poiché nessun altro terzo è concepibile, deve essere trovato in ciò che non è esclusivamente né soggetto né oggetto, ma che è l'identità di entrambi.

TESI VI

Questo principio, e così caratterizzato, si manifesta nel SOM o IO SONO; che d'ora in avanti esprimerò indiscriminatamente con le parole spirito, io e autocoscienza. In questo, e in questo solo, oggetto e soggetto, essere e conoscere, sono identici, ciascuno coinvolgendo e supponendo l'altro. In altre parole, esso è un soggetto che diviene un soggetto mediante l'atto di costruire se stesso oggettivamente a se stesso; ma che non è mai un oggetto se non per se stesso, e solo nella misura in cui, con lo stesso atto, diviene un soggetto. Può essere descritto dunque come una perpetua auto-duplicazione di una stessa potenza in oggetto e soggetto, che si presuppongono a vicenda e possono esistere solo come antitesi.

SCOLIO. Se a un uomo viene chiesto come faccia a sapere di essere, egli può solo rispondere: sum quia sum. Ma se (ammessa l'assolutezza di questa certezza) gli venisse chiesto di nuovo come egli, la persona individuale, sia giunto ad essere, allora, in relazione al fondamento della propria esistenza e non al fondamento della propria conoscenza di tale esistenza, egli potrebbe rispondere: sum quia Deus est, o, ancor più filosoficamente, sum quia in Deo sum.

Ma se eleviamo la nostra concezione all'io assoluto, al grande eterno IO SONO, allora il principio dell'essere e della conoscenza, dell'idea e della realtà; il fondamento dell'esistenza e il fondamento della conoscenza dell'esistenza, sono assolutamente identici: Sum quia sum; io sono, perché affermo me stesso come esistente; affermo me stesso come esistente, perché sono.

TESI VII

Se dunque conosco me stesso solo attraverso me stesso, è contraddittorio esigere dell'io qualsiasi altro predicato che non sia quello dell'autocoscienza. Solo nell'autocoscienza di uno spirito vi è la richiesta identità di oggetto e di rappresentazione; poiché in questo consiste l'essenza di uno spirito, che esso è auto-rappresentativo. Se dunque questa è l'unica verità immediata, nella cui certezza è fondata la realtà della nostra conoscenza collettiva, ne deve conseguire che lo spirito, in tutti gli oggetti che contempla, contempla solo se stesso. Se ciò potesse essere dimostrato, la realtà immediata di ogni conoscenza intuitiva sarebbe assicurata. È stato mostrato che uno spirito è ciò che è il proprio oggetto, e tuttavia non in origine un oggetto, bensì un soggetto assoluto per il quale tutto, se stesso incluso, può divenire un oggetto. Esso deve dunque essere un ATTO; poiché ogni oggetto è, in quanto oggetto, morto, fisso, incapace in se stesso di alcuna azione, e necessariamente finito. Ancora, lo spirito (in origine l'identità di oggetto e soggetto) deve in qualche senso dissolvere questa identità, al fine di esserne conscio; fit alter et idem. Ma ciò implica un atto, e ne consegue pertanto che l'intelligenza o autocoscienza è impossibile, se non per mezzo di e in una volontà. Lo spirito autocosciente è dunque una volontà; e la libertà deve essere assunta come fondamento della filosofia, e non può mai essere da essa dedotta.

TESI VIII

Qualunque cosa sia oggettiva nella sua origine, è parimenti in quanto tale necessariamente finita. Pertanto, poiché lo spirito non è originariamente un oggetto, e in quanto il soggetto esiste in antitesi a un oggetto, lo spirito non può originariamente essere finito. Ma non può neppure essere un soggetto senza divenire un oggetto, e, poiché esso è originariamente l'identità di entrambi, non può essere concepito né come infinito né come finito in modo esclusivo, bensì come l'unione più originaria di entrambi. Nell'esistenza, nella riconciliazione e nel ricorrere di questa contraddizione consiste il processo e il mistero della produzione e della vita.

TESI IX

Questo principium commune essendi et cognoscendi, in quanto sussistente in una VOLONTÀ, o ATTO primario di auto-duplicazione, è il principio mediato o indiretto di ogni scienza; ma è il principio immediato e diretto della scienza ultima soltanto, vale a dire, della filosofia trascendentale soltanto. Poiché occorre ricordare che tutte queste Tesi si riferiscono unicamente a una delle due Scienze Polari, vale a dire, a quella che inizia con il soggettivo e si confina rigidamente in esso, lasciando l'oggettivo (per quanto esso sia esclusivamente oggettivo) alla filosofia naturale, che è il suo polo opposto. Nella sua stessa idea, dunque, come conoscenza sistematica del nostro CONOSCERE collettivo (scientia scientiae), essa comporta la necessità di un qualche principio sommo del conoscere, che sia al tempo stesso fonte e forma concomitante in tutti gli atti particolari dell'intelletto e della percezione. Questo, è stato mostrato, può essere trovato solo nell'atto e nell'evoluzione dell'autocoscienza. Non stiamo indagando un principium essendi assoluto; poiché allora, lo ammetto, molte valide obiezioni potrebbero essere mosse contro la nostra teoria; bensì un principium cognoscendi assoluto. Il risultato di entrambe le scienze, o il loro punto equatoriale, sarebbe il principio di una filosofia totale e indivisa, come, per ragioni di prudenza, ho scelto di anticipare nello Scolio alla Tesi VI e nella nota sottostante. In altre parole, la filosofia passerebbe nella religione, e la religione diverrebbe comprensiva della filosofia. Iniziamo con l'IO CONOSCO ME STESSO, per terminare con l'assoluto IO SONO. Procediamo dall'IO, per perdere e ritrovare ogni io in DIO.

TESI X

Il filosofo trascendentale non indaga quale fondamento ultimo della nostra conoscenza possa giacere al di fuori del nostro conoscere, ma cosa sia l'ultimo nel nostro conoscere stesso, oltre il quale non possiamo passare. Il principio del nostro conoscere è cercato all'interno della sfera del nostro conoscere. Deve essere dunque qualcosa che possa esso stesso essere conosciuto. Si asserisce solo che l'atto dell'autocoscienza è per noi la fonte e il principio di ogni nostra possibile conoscenza. Se al di fuori di noi esista qualcosa di superiore e oltre questo auto-conoscere primario, che è per noi la forma di tutto il nostro conoscere, deve essere deciso dal risultato.

Che l'autocoscienza sia il punto fisso al quale per noi tutto è connesso e vincolato, non necessita di ulteriore prova. Ma che l'autocoscienza possa essere la modificazione di una forma superiore di essere, forse di una coscienza superiore, e questa a sua volta di una ancora superiore, e così via in un regressus all'infinito; in breve, che l'autocoscienza possa essa stessa essere qualcosa di spiegabile in qualcos'altro, che deve giacere oltre la possibilità della nostra conoscenza, perché l'intera sintesi della nostra intelligenza è formata per prima in e attraverso l'autocoscienza, non ci riguarda affatto in quanto filosofi trascendentali. Poiché per noi, l'autocoscienza non è una specie di essere, ma una specie di conoscere, e per di più la più alta e la più lontana che esista per noi. Può tuttavia essere mostrato, ed è in parte già stato mostrato in precedenza, che anche quando l'Oggettivo è assunto come il primo, non possiamo mai passare oltre il principio dell'autocoscienza. Se tentassimo di farlo, saremmo respinti da fondamento a fondamento, ognuno dei quali cesserebbe di essere un fondamento nel momento in cui vi facessimo pressione. Saremmo risucchiati nell'abisso di una serie infinita. Ma ciò farebbe sì che la nostra ragione frustri il fine e lo scopo di ogni ragione, vale a dire, l'unità e il sistema. O dovremmo interrompere la serie arbitrariamente, e affermare un assoluto qualcosa che è in e di se stesso al tempo stesso causa ed effetto (causa sui), soggetto e oggetto, o piuttosto l'identità assoluta di entrambi. Ma poiché ciò è inconcepibile, se non in un'autocoscienza, ne consegue che anche in quanto filosofi naturali dobbiamo giungere allo stesso principio dal quale come filosofi trascendentali siamo partiti; vale a dire, in un'autocoscienza in cui il principium essendi non sta al principium cognoscendi in relazione di causa ad effetto, ma sia l'uno che l'altro sono co-inherenti e identici. Così il vero sistema della filosofia naturale pone la sola realtà delle cose in un ASSOLUTO, che è al tempo stesso causa sui et effectus, pater autopator, uios heautou — nell'identità assoluta di soggetto e oggetto, che essa chiama natura, e che nella sua massima potenza non è null'altro che volontà o intelligenza autocosciente. In questo senso, la posizione di Malebranche, che noi vediamo tutte le cose in Dio, è una rigorosa verità filosofica; e altrettanto vera è l'asserzione di Hobbes, di Hartley, e dei loro maestri nell'antica Grecia, che ogni conoscenza reale presuppone una sensazione precedente. Poiché la sensazione stessa non è che visione nascente, non la causa dell'intelligenza, ma l'intelligenza stessa rivelata come un potere anteriore nel processo di auto-costruzione.

Makar, ilathi moi; Pater, ilathi moi Ei para kosmon, Ei para moiran Ton son ethigon!

Tenendo dunque a mente questo, che l'intelligenza è uno sviluppo autonomo, non una qualità che sopravviene a una sostanza, possiamo astrarre da ogni grado, e allo scopo della costruzione filosofica ridurla a genere, sotto l'idea di un potere indistruttibile con due forze opposte e contrastanti, che, per una metafora mutuata dall'astronomia, possiamo chiamare forze centrifuga e centripeta. L'intelligenza nell'una tende a oggettivare se stessa, e nell'altra a conoscere se stessa nell'oggetto. Sarà in futuro mio compito costruire attraverso una serie di intuizioni gli schemi progressivi che devono seguire da tale potere con tali forze, fino a giungere alla pienezza dell'intelligenza umana. Per il mio scopo presente, assumo tale potere come mio principio, al fine di dedurre da esso una facoltà, la cui generazione, agire e applicazione formano il contenuto del capitolo seguente.

In una pagina precedente ho giustificato l'uso di termini tecnici in filosofia, ogniqualvolta essi tendano a precludere la confusione di pensiero, e quando assistono la memoria con l'esclusiva singolarità del loro significato più di quanto possano, per breve tempo, smarrire l'attenzione con la loro stranezza. Confido di non aver esteso questo privilegio oltre le basi sulle quali l'ho rivendicato; vale a dire, la convenienza della frase scolastica per distinguere il genere da tutti i gradi, o piuttosto per esprimere il genere con l'astrazione del grado, come ad esempio molteplicità al posto di moltitudine; o in secondo luogo, per amore della corrispondenza di suono in termini interdipendenti o antitetici, come soggetto e oggetto; o infine, per evitare la stancante ricorrenza di perifrasi e definizioni. Così mi avventurerò a usare potence, per esprimere un grado specifico di un potere, a imitazione degli algebristi. Ho persino azzardato il nuovo verbo potenziate, con i suoi derivati, per esprimere la combinazione o il trasferimento di poteri. È con i termini nuovi o inusuali come con i privilegi nelle corti di giustizia o nel legislativo; non può esservi legittimo privilegio dove esiste già una legge positiva adeguata allo scopo; e quando non esiste alcuna legge, il privilegio deve essere giustificato dalla sua conformità al fine, o causa finale, di ogni legge. Parole inusuali e di nuovo conio sono senza dubbio un male; ma la vaghezza, la confusione e l'imperfetta trasmissione dei nostri pensieri sono un male ben maggiore. Ogni sistema, che si trovi nella necessità di usare termini non familiarizzati dalla metafisica in voga, sarà descritto come scritto in uno stile inintelligibile, e l'autore deve aspettarsi l'accusa di aver sostituito il gergo dotto alla chiara concezione; mentre, secondo il credo dei nostri filosofi moderni, nulla è ritenuto una chiara concezione se non ciò che è rappresentabile mediante un'immagine distinta. Così il concepibile è ridotto entro i confini del rappresentabile. Hinc patet, qui fiat, ut cum irrepraesentabile et impossibile vulgo ejusdem significatus habeantur, conceptus tam continui, quam infiniti, a plurimis rejiciantur, quippe quorum, secundum leges cognitionis intuitivae, repraesentatio est impossibilis. Quanquam autem harum e non paucis scholis explosarum notionum, praesertim prioris, causam hic non gero, maximi tamen momenti erit monuisse gravissimo illos errore labi, qui tam perverse argumentandi ratione utuntur. Quicquid enim repugnat legibus intellectus et rationis, utique est impossibile; quod autem, cum rationis purae sit objectum, legibus cognitionis intuitivae tantummodo non subest, non item. Nam hic dissensus inter facultatem sensitivam et intellectualem, (quarum indolem mox exponam,) nihil indigitat, nisi, quas mens ab intellectu acceptas fert ideas abstractas, illas in concreto exsequi et in intuitus commutare saepenumero non posse. Haec autem reluctantia subjectiva mentitur, ut plurimum, repugnantiam aliquam objectivam, et incautos facile fallit, limitibus, quibus mens humana circumscribitur, pro iis habitis, quibus ipsa rerum essentia continetur.

I critici, che sono più pronti a lanciare questa accusa di pedanteria e inintelligibilità, sono i più inclini a trascurare l'importante fatto che, oltre al linguaggio delle parole, esiste un linguaggio degli spiriti — (sermo interior) — e che il primo è solo il veicolo del secondo. Di conseguenza, la loro sicurezza di non comprendere lo scrittore filosofico, invece di provare alcunché contro la filosofia, può fornire un'uguale, e (caeteris paribus) persino più forte presunzione contro il loro stesso talento filosofico.

Grandi sono davvero gli ostacoli che un metafisico inglese deve incontrare. Tra i suoi giudici più rispettabili e intelligenti, ve ne saranno molti che hanno dedicato la loro attenzione esclusivamente alle preoccupazioni e agli interessi della vita umana, e che portano con sé, alla lettura di un sistema filosofico, un'abituale avversione per tutte le speculazioni la cui utilità e applicazione non siano evidenti e immediate. A costoro opporrei in prima istanza semplicemente un'autorità che essi stessi tengono in venerazione, quella di Lord Bacon: non inutiles Scientiae existimandae sunt, quarum in se nullus est usus, si ingenia acuant et ordinent.

Ve ne sono altri i cui pregiudizi sono ancor più formidabili, in quanto fondati sui loro sentimenti morali e principi religiosi, che erano stati allarmati e scioccati dai principi empi e perniciosi difesi da Hume, Priestley e dai fatalisti o necessitari francesi; alcuni dei quali avevano pervertito i ragionamenti metafisici fino alla negazione dei misteri e, in effetti, di tutte le dottrine peculiari del Cristianesimo; altri persino fino alla sovversione di ogni distinzione tra bene e male. Chiederei a tali uomini di considerare ciò che un eminente e riuscito difensore della fede cristiana ha osservato: che la vera metafisica non è altro che la vera divinità, e che di fatto gli scrittori che hanno dato loro un così giusto offesa erano sofisti che avevano tratto vantaggio dal generale abbandono in cui è infelicemente caduta la scienza della logica, piuttosto che metafisici, un nome in verità che quegli scrittori furono i primi a esplodere come privo di significato. In secondo luogo, vorrei ricordare loro che, fintanto che vi saranno uomini al mondo per i quali il Gnothi seauton è un istinto e un comando della propria natura, fintanto vi saranno metafisici e speculazioni metafisiche; che la falsa metafisica può essere efficacemente contrastata solo dalla vera metafisica; e che, se il ragionamento è chiaro, solido e pertinente, la verità dedotta non può mai essere meno preziosa a causa della profondità da cui può essere stata tratta.

Una terza classe si professa amichevole verso la metafisica e crede di essere essa stessa costituita da metafisici. Non hanno obiezioni al sistema o alla terminologia, a patto che si tratti del metodo e della nomenclatura a cui sono stati familiarizzati negli scritti di Locke, Hume, Hartley, Condillac, o forse del Dr. Reid e del Professor Stewart. Alle obiezioni derivanti da questa causa, è risposta sufficiente che uno degli obiettivi principali del mio tentativo era dimostrare la vaghezza o l'insufficienza dei termini usati nelle scuole metafisiche di Francia e Gran Bretagna dopo la rivoluzione, e che gli errori che mi propongo di attaccare non possono sussistere se non celati dietro la maschera di una nomenclatura plausibile e indefinita.

Ma il peggiore e più vasto impedimento rimane ancora. È il predominio di una filosofia popolare, al tempo stesso contraffazione e nemico mortale di ogni vera e virile ricerca metafisica. È quella corruzione, introdotta da certi eclettici aforizzanti e privi di metodo, i quali, congedando non solo ogni sistema, ma ogni connessione logica, scelgono ciò che è più plausibile e appariscente; che selezionano qualunque parola possa avere una qualche parvenza di senso senza il minimo dispendio di pensiero; in breve, qualunque cosa possa abilitare gli uomini a parlare di ciò che non comprendono, con un'attenta elusione di ogni cosa che potrebbe risvegliarli a un momento di sospetto della propria ignoranza. Questa, ahimè!, è una malattia irrimediabile, poiché porta con sé non tanto un'indisposizione verso un particolare sistema, quanto un'assoluta perdita di gusto e facoltà per ogni sistema e per ogni filosofia. Come echi che si generano l'un l'altro tra le montagne, la lode o il biasimo di tali uomini rotola a salve ben oltre il colpo del moschetto originale. Sequacitas est potius et coitio quam consensus: et tamen (quod pessimum est) pusillanimitas ista non sine arrogantia et fastidio se offert.

Procederò ora alla natura e alla genesi dell'Immaginazione; ma devo prima chiedere il permesso di notare che, dopo una lettura più accurata delle osservazioni del Sig. Wordsworth sull'Immaginazione, nella sua prefazione alla nuova edizione delle sue poesie, trovo che le mie conclusioni non sono così concordi con le sue come, confesso, avevo dato per scontato. In un articolo da me contribuito all'Omniana del Sig. Southey, On the soul and its organs of sense, si trovano le seguenti frasi: "Queste (le facoltà umane) le ordinerei sotto i differenti sensi e poteri: come l'occhio, l'orecchio, il tatto, ecc.; il potere imitativo, volontario e automatico; l'immaginazione, o potere plasmante e modificante; la fantasia, o potere aggregativo e associativo; l'intelletto, o potere regolativo, sostanziante e realizzante; la ragione speculativa, vis theoretica et scientifica, o il potere mediante il quale produciamo o miriamo a produrre unità, necessità e universalità in tutta la nostra conoscenza per mezzo di principi a priori; la volontà, o ragione pratica; la facoltà di scelta (Germanice, Willkuehr) e (distinta sia dalla volontà morale che dalla scelta), la sensazione di volizione, che ho trovato ragione di includere sotto il capo di tatto singolo e doppio". A ciò, per quanto si riferisce al soggetto in questione, vale a dire le parole (il potere aggregativo e associativo), l'obiezione del Sig. Wordsworth "è solo che la definizione è troppo generale. Aggregare e associare, evocare e combinare, appartengono tanto all'Immaginazione quanto alla Fantasia". Rispondo che se, per il potere di evocare e combinare, il Sig. Wordsworth intende la stessa cosa, e non più di quanto intendevo io per aggregativo e associativo, continuo a negare che ciò appartenga affatto all'Immaginazione; e sono incline a congetturare che egli abbia scambiato la compresenza della Fantasia con l'Immaginazione per l'operazione di quest'ultima singolarmente. Un uomo può lavorare con due strumenti molto differenti nello stesso momento; ognuno ha la sua parte nel lavoro, ma il lavoro effettuato da ciascuno è distinto e differente. Ma probabilmente apparirà nel prossimo capitolo che, ritenendo necessario tornare molto più indietro di quanto il soggetto del Sig. Wordsworth richiedesse o permettesse, ho attribuito a entrambi, Fantasia e Immaginazione, un significato che egli non aveva in vista, almeno mentre scriveva quella prefazione. Giudicherà lui. Volesse il Cielo che potessi incontrare molti lettori simili! Concluderò con le parole del Vescovo Jeremy Taylor: "Colui al quale tutte le cose sono una, che trae tutte le cose a una, e vede tutte le cose in una, può godere di vera pace e riposo dello spirito."

CAPITOLO XIII

Sull'immaginazione, o potere esemplastico

O Adamo, uno è l'Onnipotente, da cui Tutte le cose procedono, e a lui ritornano, Se non depravate dal bene, create tutte Tali alla perfezione, una materia prima tutte, Dotata di forme varie, vari gradi Di sostanza, e, nelle cose che vivono, di vita; Ma più raffinata, più spiritosa e pura, Man mano che più vicino a lui è posta, o verso lui tende, Ciascuna nelle proprie sfere attive assegnate, Finché il corpo non si elevi fino allo spirito, entro limiti Proporzionati a ciascun genere. Così dalla radice Sorge più leggero il verde stelo, da lì le foglie Più aeree: infine il fiore luminoso e consumato Spiriti odorosi respira: fiori e i loro frutti, Nutrimento dell'uomo, per scala graduale sublimati, A spiriti vitali aspirano: ad animali: Ad intellettuali!—danno sia vita che senso, Fantasia e intelletto; donde l'anima RAGIONE riceve, e la ragione è il suo essere, Discorsiva o intuitiva.

"Sane dicerentur si res corporales nil nisi materiale continerent, verissime in fluxu consistere, neque habere substantiale quicquam, quemadmodum et Platonici olim recte agnovere."

"Hinc igitur, praeter pure mathematica et phantasiae subjecta, collegi quaedam metaphysica solaque mente perceptibilia, esse admittenda et massae materiali principium quoddam superius et, ut sic dicam, formale addendum: quandoquidem omnes veritates rerum corporearum ex solis axiomatibus logisticis et geometricis, nempe de magno et parvo, toto et parte, figura et situ, colligi non possint; sed alia de causa et effectu, actioneque et passione, accedere debeant, quibus ordinis rerum rationes salventur. Id principium rerum, an entelecheian an vim appellemus, non refert, modo meminerimus, per solam Virium notionem intelligibiliter explicari."

Sebomai noeron Kruphian taxin Chorei TI MESON Ou katachuthen.

Des Cartes, parlando da naturalista e a imitazione di Archimede, disse: datemi materia e movimento e vi costruirò l'universo. Dobbiamo naturalmente intendere che egli volesse dire: renderò intelligibile la costruzione dell'universo. Nello stesso senso il filosofo trascendentale afferma: concedetemi una natura dotata di due forze contrarie, l'una delle quali tenda a espandersi infinitamente, mentre l'altra si sforzi di apprendere o di ritrovare se stessa in questa infinità, e farò sorgere dinanzi a voi il mondo delle intelligenze con l'intero sistema delle loro rappresentazioni. Ogni altra scienza presuppone l'intelligenza come già esistente e completa: il filosofo la contempla nel suo sviluppo, e ne rappresenta, per così dire, la storia alla mente, dalla nascita alla maturità.

Il venerabile saggio di Koenigsberg ha preceduto la marcia di questo pensiero fondamentale come un pioniere efficace nel suo saggio sull'introduzione delle quantità negative nella filosofia, pubblicato nel 1763. In esso ha mostrato che, invece di assalire la scienza della matematica per mezzo della metafisica, come fece Berkeley nel suo ANALYST, o di sofisticarla, come fece Wolf, col vano tentativo di dedurre i primi principi della geometria da presupposti fondamenti più profondi dell'ontologia, conveniva piuttosto al metafisico esaminare se l'unico ambito del sapere che l'uomo sia riuscito a erigere a scienza pura non potesse fornire materiali, o almeno indizi, per stabilire e pacificare il dominio instabile, bellicoso e intricato della filosofia. Un'imitazione del metodo matematico era stata in verità tentata con non miglior fortuna di quella che accompagnò il tentativo di Davide di indossare l'armatura di Saul. Un altro uso, tuttavia, è possibile e di ben maggiore promessa, vale a dire l'applicazione effettiva delle posizioni che avevano così meravigliosamente ampliato le scoperte della geometria, mutatis mutandis, agli argomenti filosofici. Kant, dopo aver brevemente illustrato l'utilità di un tale tentativo nelle questioni di spazio, movimento e quantità infinitesimali, così come impiegate dal matematico, passa all'idea delle quantità negative e al loro trasferimento nell'indagine metafisica. Gli opposti, osserva giustamente, sono di due tipi: logici, cioè tali da essere assolutamente incompatibili; oppure reali, senza essere contraddittori. I primi li denomina Nihil negativum irrepraesentabile, la cui connessione produce sciocchezze. Un corpo in movimento è qualcosa — Aliquid cogitabile; ma un corpo, nello stesso momento in movimento e non in movimento, è nulla, o, al massimo, aria articolata in sciocchezza. Ma una forza motrice di un corpo in una direzione e un'uguale forza dello stesso corpo in una direzione opposta non sono incompatibili, e il risultato, vale a dire la quiete, è reale e rappresentabile. Ai fini del calcolo matematico è indifferente quale forza chiamiamo negativa e quale positiva, e di conseguenza appropriamo quest'ultima a ciò che accade di essere l'oggetto principale dei nostri pensieri. Così, se il capitale di un uomo è dieci e i suoi debiti otto, la sottrazione sarà la stessa, sia che chiamiamo il capitale debito negativo, sia che chiamiamo il debito capitale negativo. Ma poiché quest'ultimo sta praticamente in riferimento al primo, rappresentiamo naturalmente la somma come 10-8. È parimenti chiaro che due forze uguali che agiscono in direzioni opposte, essendo entrambe finite e distinte l'una dall'altra solo per la loro direzione, devono neutralizzarsi o ridursi a vicenda all'inazione. Ora, la filosofia trascendentale esige: primo, che si concepiscano due forze che si contrastano per la loro natura essenziale; non solo non in conseguenza della direzione accidentale di ciascuna, ma come anteriori a ogni direzione, anzi, come le forze primarie dalle quali le condizioni di tutte le possibili direzioni sono derivabili e deducibili: secondo, che si assuma che queste forze siano entrambe ugualmente infinite, entrambe ugualmente indistruttibili. Il problema sarà dunque quello di scoprire il risultato o prodotto di due tali forze, come distinto dal risultato di quelle forze che sono finite e derivano la loro differenza unicamente dalla circostanza della loro direzione. Quando avremo formato uno schema o profilo di questi due diversi tipi di forza, e dei loro diversi risultati, mediante il processo del ragionamento discorsivo, rimarrà per noi di elevare la tesi da nozionale ad attuale, contemplando intuitivamente questa potenza unica con le sue due forze inerenti indistruttibili eppure contrastanti, e i risultati o generazioni a cui la loro compenetrazione dà esistenza, nel principio vivente e nel processo della nostra stessa autocoscienza. Con quale strumento ciò sia possibile, la soluzione stessa lo scoprirà, rivelando allo stesso tempo a chi e per chi sia possibile. Non omnia possumus omnes. Esiste un genio filosofico non meno che poetico, che si distingue dalla perfezione più alta del talento, non per grado ma per specie.

Il contrasto dunque delle due forze assunte non dipende dal loro incontro da direzioni opposte; la potenza che agisce in esse è indistruttibile; è dunque inesauribilmente ri-ebolliente; e poiché qualcosa deve essere il risultato di queste due forze, entrambe ugualmente infinite ed entrambe ugualmente indistruttibili; e poiché la quiete o neutralizzazione non può essere questo risultato; nessuna concezione è possibile, se non che il prodotto debba essere un tertium aliquid, o generazione finita. Di conseguenza questa concezione è necessaria. Ora, questo tertium aliquid non può essere altro che una compenetrazione delle potenze contrastanti, partecipe di entrambe.

* * * * * *

Fin qui era stata trascritta l'opera per la stampa, quando ricevetti la seguente lettera da un amico, il cui giudizio pratico ho avuto ampia ragione di stimare e riverire, e il cui gusto e sensibilità precludono tutte le scuse che il mio amor proprio avrebbe potuto suggerirmi di addurre a difesa contro la decisione di consiglieri di pari buon senso, ma con meno tatto e sentimento.

“Caro C.

“Mi chiedi la mia opinione riguardo al tuo Capitolo sull'Immaginazione, sia per quanto riguarda le impressioni che ha fatto su di me, sia per quanto riguarda quelle che penso farà sul Pubblico, ovvero quella parte del pubblico che, dal titolo dell'opera e dal fatto che essa formi una sorta di introduzione a un volume di poesie, costituirà probabilmente la grande maggioranza dei tuoi lettori.

“Per quanto mi riguarda, e dichiarando in primo luogo l'effetto sul mio intelletto, le tue opinioni e il tuo metodo di argomentazione non erano solo così nuovi per me, ma così direttamente opposti a tutto ciò che ero sempre stato abituato a considerare come verità, che anche se avessi compreso le tue premesse abbastanza da ammetterle, e avessi visto la necessità delle tue conclusioni, sarei rimasto comunque in quello stato mentale che nella tua nota al Cap. IV hai così ingegnosamente sviluppato, come l'antitesi di quello in cui si trova un uomo quando dice una sciocchezza. Con le tue stesse parole, mi sarei sentito come se fossi stato a testa in giù.

“L'effetto sui miei sentimenti, d'altra parte, non posso rappresentarlo meglio se non supponendo di aver conosciuto solo le nostre luminose e ariose cappelle moderne, e di essere stato poi per la prima volta collocato, e lasciato solo, in una delle nostre più grandi cattedrali gotiche in una ventosa notte d'autunno al chiaro di luna. ‘Ora in bagliore, e ora nell'oscurità;’ spesso in un'oscurità palpabile non senza una gelida sensazione di terrore; poi improvvisamente emergendo in luci ampie ma visionarie con ombre colorate dalle forme fantastiche, eppure tutte adornate di sante insegne e simboli mistici; e di tanto in tanto uscendo pienamente su immagini e sculture di pietra di grandi uomini, con i cui nomi avevo familiarità, ma che mi guardavano con volti e un'espressione diversissimi da tutto ciò che ero stato abituato a collegare a quei nomi. Coloro che mi era stato insegnato a venerare come quasi sovrumani per grandezza d'intelletto, li trovavo appollaiati in piccole nicchie di traforo come nani grotteschi; mentre i grotteschi, nella mia credenza fino ad allora, stavano a guardia dell'altare maggiore con tutti i caratteri dell'apoteosi. In breve, ciò che avevo supposto sostanze si assottigliava in ombre, mentre ovunque le ombre venivano approfondite in sostanze:

Se sostanza si potesse chiamare ciò che ombra sembrava, Poiché l'una pareva l'altra!

“Eppure dopo tutto, non ho potuto fare a meno di ripetere i versi che avevi citato da un poema manoscritto tuo nel FRIEND, e applicato a un'opera del Sig. Wordsworth, sebbene con alcune delle parole alterate:

------Un racconto orfico davvero, Un racconto oscuro di pensieri alti e appassionati Cantato su una strana musica!

“Stai certo, tuttavia, che attendo con ansia il tuo grande libro sulla FILOSOFIA COSTRUTTIVA, che hai promesso e annunciato: e che farò del mio meglio per comprenderlo. Solo non ti prometterò di scendere nella grotta oscura di Trofonio con te, per strofinarmi gli occhi, al fine di produrre le scintille e i lampi figurati che mi è richiesto di vedere.

“Tanto per quanto mi riguarda. Ma quanto al Pubblico, non esito un momento a consigliarti e a esortarti a ritirare il Capitolo dalla presente opera, e a riservarlo per i tuoi annunciati trattati sul Logos o intelletto comunicativo nell'Uomo e nella Divinità. Primo, perché, per quanto imperfettamente io comprenda il presente Capitolo, vedo chiaramente che hai fatto troppo, eppure non abbastanza. Sei stato costretto a omettere così tanti legami, per la necessità di compressione, che ciò che rimane sembra (se posso ricorrere alla mia precedente illustrazione) come i frammenti dei gradini a chiocciola di un'antica torre in rovina. Secondo, un argomento ancora più forte (almeno uno che sono certo sarà più efficace con te) è che i tuoi lettori avranno sia diritto che ragione di lamentarsi di te. Questo Capitolo, che non potrà, quando sarà stampato, ammontare a meno di cento pagine, aumenterà necessariamente di molto le spese dell'opera; e ogni lettore che, come me, non sia né preparato né forse portato per lo studio di un argomento così astruso trattato in modo così astruso, sarà, come ho già accennato, quasi autorizzato ad accusarti di una sorta di imposizione ai suoi danni. Perché chi, potrebbe giustamente osservare, avrebbe potuto dal tuo frontespizio, vale a dire “La mia vita letteraria e le mie opinioni”, pubblicato peraltro come introduzione a un volume di poesie miscellanee, anticipare, o persino congetturare, un lungo trattato sul Realismo Ideale che ha la stessa relazione di astrusità con Plotino, che Plotino ha con Platone. Sarà un bene se già non hai troppa disquisizione metafisica nel tuo lavoro, sebbene, poiché la maggior parte della disquisizione è storica, sarà senza dubbio sia interessante che istruttiva per molti alle cui menti impreparate le tue speculazioni sul potere esemplastico sarebbero del tutto inintelligibili. Stai certo, se pubblichi questo Capitolo nella presente opera, ti verrà ricordato il Siris del Vescovo Berkeley, annunciato come un Saggio sull'acqua di catrame, che iniziando col Catrame finisce con la Trinità, formando l'omne scibile l'interspazio. Dico nella presente opera. In quell'opera maggiore alla quale hai dedicato tanti anni, e uno studio così intenso e vario, sarà al suo posto appropriato. Il tuo prospetto avrà descritto e annunciato sia il suo contenuto che la sua natura; e se qualche persona lo acquisterà, che non provi alcun interesse per i soggetti di cui tratta, avrà solo se stessa da biasimare.

“Potrei aggiungere a questi argomenti uno derivato da motivi pecuniari, e in particolare dai probabili effetti sulla vendita della tua presente pubblicazione; ma peserebbero poco su di te rispetto ai precedenti. Inoltre, ho osservato da tempo che gli argomenti tratti dai tuoi interessi personali agiscono più spesso su di te come narcotici che come stimolanti, e che negli affari di denaro hai una piccola porzione di natura suina nella tua idiosincrasia morale, e, come queste amabili creature, devi occasionalmente essere tirato all'indietro dalla barca per farti entrare in essa. Tutto il successo ti accompagni, perché se il pensare duro e il leggere duro sono meriti, te lo sei meritato.

“Il tuo affettuoso, ecc.”

In conseguenza di questa lettera molto giudiziosa, che ha prodotto la completa convinzione nella mia mente, mi accontenterò per il momento di esporre il risultato principale del capitolo, che ho riservato per quella futura pubblicazione, un prospetto dettagliato della quale il lettore troverà al termine del secondo volume.

L'Immaginazione quindi la considero o come primaria, o secondaria. L'Immaginazione primaria la ritengo il potere vivente e l'agente primo di tutta la percezione umana, e come una ripetizione nella mente finita dell'atto eterno di creazione nell'IO SONO infinito. L'Immaginazione secondaria la considero come un'eco della precedente, coesistente con la volontà cosciente, eppure ancora identica alla primaria nel tipo della sua agenzia, e differente solo nel grado, e nel modo della sua operazione. Essa dissolve, diffonde, dissipa, per ricreare: o dove questo processo è reso impossibile, ancora comunque si sforza di idealizzare e di unificare. È essenzialmente vitale, proprio come tutti gli oggetti (in quanto oggetti) sono essenzialmente fissi e morti.

La FANTASIA, al contrario, non ha altri gettoni con cui giocare, se non fissità e definizioni. La fantasia non è in verità altro che un modo della memoria emancipato dall'ordine del tempo e dello spazio; mentre è mescolata con, e modificata da quel fenomeno empirico della volontà, che esprimiamo con la parola Scelta. Ma ugualmente con la memoria ordinaria la Fantasia deve ricevere tutti i suoi materiali bell'e pronti dalla legge dell'associazione.

CAPITOLO XIV

Occasione delle Lyrical Ballads, e gli obiettivi originariamente proposti--Prefazione alla seconda edizione--La controversia che ne seguì, le sue cause e la sua acrimonia--Definizioni filosofiche di una Poesia e della Poesia con scolii.

Durante il primo anno in cui il Sig. Wordsworth ed io fummo vicini, le nostre conversazioni si spostarono frequentemente sui due punti cardinali della poesia: il potere di eccitare la simpatia del lettore attraverso una fedele aderenza alla verità della natura, e il potere di dare l'interesse della novità attraverso i colori modificanti dell'immaginazione. Il fascino improvviso, che incidenti di luce e ombra, che il chiaro di luna o il tramonto diffondevano su un paesaggio noto e familiare, sembravano rappresentare la praticabilità di combinarli entrambi. Questa è la poesia della natura. Il pensiero si suggerì (a quale di noi non ricordo) che una serie di poesie potesse essere composta di due tipi. Nell'uno, gli incidenti e gli agenti dovevano essere, in parte almeno, soprannaturali; e l'eccellenza cui mirare doveva consistere nell'interessare gli affetti attraverso la verità drammatica di tali emozioni, come quelle che naturalmente accompagnerebbero tali situazioni, supponendole reali. E reali in questo senso lo sono state per ogni essere umano che, da qualunque fonte di illusione, si sia in qualsiasi momento creduto sotto un'agenzia soprannaturale. Per la seconda classe, i soggetti dovevano essere scelti dalla vita ordinaria; i personaggi e gli incidenti dovevano essere tali quali si troveranno in ogni villaggio e nelle sue vicinanze, dove c'è una mente meditativa e sensibile a cercarli, o a notarli, quando si presentano.

In quest'idea ebbe origine il piano delle LYRICAL BALLADS; in cui fu convenuto che i miei sforzi dovessero essere diretti a persone e personaggi soprannaturali, o almeno romantici; tuttavia in modo da trasferire dalla nostra natura interiore un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell'immaginazione quella volontaria sospensione dell'incredulità per il momento, che costituisce la fede poetica. Il Sig. Wordsworth, d'altra parte, doveva proporsi come suo obiettivo di dare il fascino della novità alle cose di ogni giorno, e di eccitare un sentimento analogo al soprannaturale, risvegliando l'attenzione della mente al letargo della consuetudine, e dirigendola alla bellezza e alle meraviglie del mondo dinanzi a noi; un tesoro inesauribile, ma per il quale, in conseguenza della pellicola della familiarità e della sollecitudine egoistica, abbiamo occhi, eppure non vediamo, orecchie che non ascoltano, e cuori che né sentono né comprendono.

Con questa visione scrissi THE ANCIENT MARINER, e stavo preparando tra le altre poesie, THE DARK LADIE, e la CHRISTABEL, nelle quali avrei realizzato il mio ideale più da vicino di quanto avessi fatto nel mio primo tentativo. Ma l'industria del Sig. Wordsworth si era rivelata di gran lunga più efficace, e il numero delle sue poesie così tanto maggiore, che le mie composizioni, invece di formare un bilanciamento, apparivano piuttosto come un'interpolazione di materia eterogenea. Il Sig. Wordsworth aggiunse due o tre poesie scritte nel suo carattere, nella dizione appassionata, elevata e sostenuta, che è caratteristica del suo genio. In questa forma le LYRICAL BALLADS furono pubblicate; e furono presentate da lui, come un esperimento, per vedere se soggetti che per loro natura rifiutavano gli ornamenti consueti e lo stile extra-colloquiale delle poesie in generale, potessero essere così gestiti nel linguaggio della vita ordinaria da produrre l'interesse piacevole, che è compito peculiare della poesia impartire. Alla seconda edizione aggiunse una prefazione di considerevole lunghezza; nella quale, nonostante alcuni passaggi di significato apparentemente contrario, fu inteso che egli sostenesse l'estensione di questo stile alla poesia di ogni tipo, e rifiutasse come vizioso e indifendibile ogni frase e forma di discorso che non fosse inclusa in ciò che egli (sfortunatamente, penso, adottando un'espressione equivoca) chiamava il linguaggio della vita reale. Da questa prefazione, preposta a poesie nelle quali era impossibile negare la presenza di un genio originale, per quanto la sua direzione potesse essere giudicata erronea, sorse l'intera controversia a lungo continuata. Poiché dalla congiunzione di potere percepito con presunta eresia spiego l'inveteratezza e in alcuni casi, mi addolora dirlo, le passioni acrimoniose con cui la controversia è stata condotta dagli assalitori.

Se le poesie del Sig. Wordsworth fossero state le cose sciocche e infantili, quali furono per lungo tempo descritte come essere; se fossero state davvero distinte dalle composizioni di altri poeti meramente per bassezza di linguaggio e inanità di pensiero; se avessero in verità contenuto nulla più di ciò che si trova nelle parodie e nelle finte imitazioni di esse; sarebbero dovute affondare immediatamente, un peso morto, nel pantano dell'oblio, e avrebbero trascinato la prefazione insieme a loro. Ma anno dopo anno il numero degli ammiratori del Sig. Wordsworth aumentò. Essi si trovavano anche, non nelle classi inferiori del pubblico dei lettori, ma principalmente tra giovani uomini di forte sensibilità e menti meditative; e la loro ammirazione (infiammata forse in qualche grado dall'opposizione) era distinta dalla sua intensità, potrei quasi dire, dal suo fervore religioso. Questi fatti, e l'energia intellettuale dell'autore, che era più o meno consciamente sentita, dove era esteriormente e persino clamorosamente negata, incontrandosi con sentimenti di avversione alle sue opinioni, e di allarme per le loro conseguenze, produssero un vortice di critica, che avrebbe di per sé sostenuto le poesie per la violenza con cui le faceva girare vorticosamente. Con molte parti di questa prefazione nel senso loro attribuito e che le parole senza dubbio sembrano autorizzare, non ho mai concordato; ma al contrario vi ho obiettato come erronee nel principio, e come contraddittorie (in apparenza almeno) sia ad altre parti della stessa prefazione, sia alla pratica stessa dell'autore nella maggior parte delle poesie stesse. Il Sig. Wordsworth nella sua recente raccolta ha, trovo, degradato questa disquisizione prefatoria alla fine del suo secondo volume, da leggersi o meno a scelta del lettore. Ma non ha, per quanto riesco a scoprire, annunciato alcun cambiamento nel suo credo poetico. Ad ogni modo, considerandola come la fonte di una controversia, nella quale sono stato onorato più di quanto meriti dalla frequente congiunzione del mio nome con il suo, ritengo opportuno dichiarare una volta per tutte, in quali punti coincido con le opinioni sostenute in quella prefazione, e in quali punti differisco del tutto. Ma per rendermi intelligibile devo preventivamente, con il minor numero di parole possibile, spiegare le mie visioni, primo, di una Poesia; e secondo, della Poesia stessa, nel genere, e nell'essenza.

Il compito della disquisizione filosofica consiste nella distinzione accurata; mentre è privilegio del filosofo mantenersi costantemente consapevole che distinzione non è divisione. Per ottenere nozioni adeguate di qualsiasi verità, dobbiamo intellettualmente separare le sue parti distinguibili; e questo è il processo tecnico della filosofia. Ma, fatto ciò, dobbiamo poi restaurarle nelle nostre concezioni all'unità in cui effettivamente coesistono; e questo è il risultato della filosofia. Un poema contiene gli stessi elementi di una composizione in prosa; la differenza deve dunque consistere in una loro diversa combinazione, in conseguenza di un diverso oggetto proposto. Secondo la differenza dell'oggetto sarà la differenza della combinazione. È possibile che l'oggetto sia meramente quello di facilitare il ricordo di dati fatti o osservazioni mediante una disposizione artificiale; e la composizione sarà un poema, semplicemente perché distinta dalla prosa dal metro, o dalla rima, o da entrambi congiuntamente. In questo, il senso più basso, un uomo potrebbe attribuire il nome di poema al ben noto computo dei giorni nei vari mesi;

“Trenta dì conta novembre, con april, giugno e settembre,” ecc.

e altri della stessa classe e scopo. E poiché si trova un piacere particolare nell'anticipare il ricorrere di suoni e quantità, tutte le composizioni che hanno questo fascino sovraaggiunto, quali che siano i loro contenuti, possono essere intitolate poemi.

Tanto per la forma superficiale. Una differenza di oggetto e contenuti fornisce un ulteriore terreno di distinzione. Lo scopo immediato può essere la comunicazione di verità; sia di verità assoluta e dimostrabile, come nelle opere di scienza; sia di fatti esperiti e registrati, come nella storia. Il piacere, e di quello del tipo più elevato e permanente, può derivare dal raggiungimento del fine; ma non è esso stesso il fine immediato. In altre opere la comunicazione del piacere può essere lo scopo immediato; e sebbene la verità, morale o intellettuale, debba essere il fine ultimo, ciò distinguerà il carattere dell'autore, non la classe a cui l'opera appartiene. Beato davvero quello stato di società in cui lo scopo immediato verrebbe frustrato dal pervertimento del corretto fine ultimo; in cui nessun fascino di dizione o immagini potrebbe esentare il BATILLO persino di un Anacreonte, o l'ALESSIA di Virgilio, dal disgusto e dall'avversione!

Ma la comunicazione del piacere può essere l'oggetto immediato di un'opera non composta metricamente; e quell'oggetto può essere stato in alto grado raggiunto, come nei romanzi e nei racconti. La mera sovraaggiunta del metro, con o senza rima, darebbe allora a questi il diritto al nome di poemi? La risposta è che nulla può piacere permanentemente, che non contenga in sé la ragione del perché sia così, e non altrimenti. Se il metro viene sovraaggiunto, tutte le altre parti devono essere rese consonanti con esso. Devono essere tali da giustificare la perpetua e distinta attenzione a ogni parte, che un esatto e corrispondente ricorrere di accento e suono è calcolato a eccitare. La definizione finale, così dedotta, può essere formulata come segue. Un poema è quella specie di composizione che si oppone alle opere di scienza proponendo come suo oggetto immediato il piacere, non la verità; e da tutte le altre specie (avendo questo oggetto in comune con essa) si distingue proponendosi tale diletto dal tutto, che sia compatibile con una distinta gratificazione da ogni parte componente.

La controversia non di rado è eccitata in conseguenza del fatto che i contendenti attribuiscono ciascuno un significato diverso alla stessa parola; e in pochi casi ciò è stato più lampante che nelle dispute riguardanti il presente soggetto. Se un uomo sceglie di chiamare poema ogni composizione che abbia rima, o misura, o entrambe, devo lasciare la sua opinione incontestata. La distinzione è almeno competente a caratterizzare l'intenzione dello scrittore. Se si aggiungesse che il tutto è anche intrattenitivo o commovente, come un racconto, o come una serie di riflessioni interessanti; ammetto naturalmente ciò come un altro ingrediente adatto di un poema, e un merito aggiuntivo. Ma se la definizione ricercata è quella di un poema legittimo, rispondo, deve essere uno le cui parti si sostengono e si spiegano reciprocamente; tutte, nella loro proporzione, armonizzandosi con, e sostenendo lo scopo e le note influenze della disposizione metrica. I critici filosofici di ogni epoca coincidono con il giudizio ultimo di tutti i paesi, nel negare egualmente le lodi di un giusto poema, da un lato, a una serie di versi o distici sorprendenti, ciascuno dei quali, assorbendo l'intera attenzione del lettore su di sé, si scinde dal contesto e forma un tutto separato, invece di una parte armonizzante; e dall'altro, a una composizione non sostenuta, da cui il lettore raccoglie rapidamente il risultato generale non attratto dalle parti componenti. Il lettore dovrebbe essere portato avanti, non meramente o principalmente dall'impulso meccanico della curiosità, o da un irrequieto desiderio di giungere alla soluzione finale; ma dalla piacevole attività della mente eccitata dalle attrattive del viaggio stesso. Come il moto di un serpente, che gli egiziani resero emblema del potere intellettuale; o come il percorso del suono attraverso l'aria; a ogni passo egli si sofferma e mezzo arretra; e dal movimento retrogrado raccoglie la forza che lo riporta di nuovo in avanti. Praecipitandus est liber spiritus, dice Petronio molto felicemente. L'epiteto, liber, qui bilancia il verbo precedente; e non è facile concepire più significato condensato in meno parole.

Ma se ciò dovesse essere ammesso come carattere soddisfacente di un poema, dobbiamo ancora cercare una definizione di poesia. Gli scritti di Platone, e Jeremy Taylor, e la *Teoria della Terra* di Burnet, forniscono prove innegabili che la poesia del tipo più elevato può esistere senza metro, e persino senza gli oggetti controdistintivi di un poema. Il primo capitolo di Isaia (anzi una porzione molto ampia dell'intero libro) è poesia nel senso più enfatico; eppure non sarebbe meno irrazionale che strano asserire che il piacere, e non la verità, fosse l'oggetto immediato del profeta. In breve, qualunque importo specifico attribuiamo alla parola Poesia, si troverà implicato in essa, come necessaria conseguenza, che un poema di qualunque lunghezza né può, né dovrebbe essere, tutta poesia. Eppure, se si deve produrre un tutto armonioso, le parti rimanenti devono essere preservate in armonia con la poesia; e ciò non può essere altrimenti effettuato che mediante una tale studiata selezione e disposizione artificiale, che partecipi di una, sebbene non peculiare, proprietà della poesia. E questa ancora non può essere altra che la proprietà di eccitare un'attenzione più continua ed equabile di quanto il linguaggio della prosa miri a fare, sia esso colloquiale o scritto.

Le mie stesse conclusioni sulla natura della poesia, nell'uso più stretto della parola, sono state in parte anticipate in alcune delle osservazioni sulla Fantasia e sull'Immaginazione nella prima parte di quest'opera. Cos'è la poesia? è una domanda così vicina a: cos'è un poeta? che la risposta all'una è implicata nella soluzione dell'altra. Poiché è una distinzione risultante dal genio poetico stesso, che sostiene e modifica le immagini, i pensieri e le emozioni della mente stessa del poeta.

Il poeta, descritto in ideale perfezione, porta l'intera anima dell'uomo in attività, con la subordinazione delle sue facoltà l'una all'altra secondo il loro relativo valore e dignità. Egli diffonde un tono e uno spirito di unità, che fonde, e (per così dire) amalgama, l'una nell'altra, mediante quel potere sintetico e magico, al quale vorrei appropriare esclusivamente il nome di Immaginazione. Questo potere, messo per la prima volta in azione dalla volontà e dall'intelletto, e trattenuto sotto il loro irremissibile, sebbene gentile e inavvertito, controllo, laxis effertur habenis, si rivela “nella bilancia o riconciliazione di qualità opposte o discordanti”: di identità con differenza; del generale con il concreto; dell'idea con l'immagine; dell'individuo con il rappresentativo; del senso di novità e freschezza con oggetti vecchi e familiari; di uno stato di emozione più che usuale con un ordine più che usuale; del giudizio sempre sveglio e della ferma padronanza di sé con l'entusiasmo e il sentimento profondo o veemente; e mentre fonde e armonizza il naturale e l'artificiale, subordina pur sempre l'arte alla natura; il modo alla materia; e la nostra ammirazione per il poeta alla nostra simpatia per la poesia. Senza dubbio, come osserva Sir John Davies riguardo all'anima (e le sue parole possono con lieve alterazione essere applicate, e persino più appropriatamente, all'Immaginazione poetica)

Senza dubbio questo non potrebbe essere, se non che essa muta I corpi in spirito per sublimazione strana, Come il fuoco converte in fuoco le cose che brucia, Come noi il nostro cibo mutiamo nella nostra natura.

Dalla loro materia grezza essa astrae le loro forme, E trae una sorta di quintessenza dalle cose; Che nella propria natura essa trasforma Per portarle leggere sulle sue ali celesti.

Così fa essa, quando da stati individuali Astrae le specie universali; Che poi, rivestite di nomi e destini diversi, Rubano accesso attraverso i sensi alle nostre menti.

Infine, il Buon Senso è il Corpo del genio poetico, la Fantasia il suo Drappeggio, il Moto la sua Vita, e l'Immaginazione l'Anima che è ovunque, e in ciascuna; e forma tutto in un tutto aggraziato e intelligente.

CAPITOLO XV

I sintomi specifici del potere poetico elucidati in un'analisi critica della VENERE E ADONE, e dello STUPRO DI LUCREZIA di Shakespeare.

Nell'applicazione di questi principi a scopi di critica pratica, come impiegati nella valutazione di opere più o meno imperfette, mi sono sforzato di scoprire quali siano le qualità in un poema che possono essere considerate promesse e sintomi specifici di potere poetico, come distinto dal talento generale determinato alla composizione poetica da motivi accidentali, da un atto della volontà, piuttosto che dall'ispirazione di una natura geniale e produttiva. In questa indagine, non potevo, pensai, fare di meglio che tenere davanti a me la prima opera del più grande genio che forse la natura umana abbia ancora prodotto, il nostro Shakespeare dalla mente-di-miriadi [61]. Intendo la VENERE E ADONE, e il LUCREZIA; opere che danno al tempo stesso forti promesse della forza, e tuttavia ovvie prove dell'immaturità, del suo genio. Da queste ho estratto i seguenti segni, come caratteristiche del genio poetico originale in generale.

1. Nella VENERE E ADONE, la prima e più ovvia eccellenza è la perfetta dolcezza della versificazione; il suo adattamento al soggetto; e il potere mostrato nel variare la marcia delle parole senza passare in un ritmo più elevato e maestoso di quanto fosse richiesto dai pensieri, o permesso dalla proprietà di preservare un senso di melodia predominante. Il diletto nella ricchezza e dolcezza del suono, persino fino a un eccesso difettoso, se è evidentemente originale, e non il risultato di un meccanismo facilmente imitabile, lo considero come una promessa altamente favorevole nelle composizioni di un giovane uomo. L'uomo che non ha musica nell'anima non può davvero mai essere un poeta genuino. Immagini (persino tratte dalla natura, ancor più quando trapiantate dai libri, come viaggi, esplorazioni e opere di storia naturale), incidenti toccanti, pensieri giusti, sentimenti personali o domestici interessanti, e con questi l'arte della loro combinazione o intreccio nella forma di un poema, possono tutti, con sforzo incessante, essere acquisiti come un mestiere da un uomo di talento e molta lettura, il quale, come ho già osservato una volta, ha scambiato un intenso desiderio di reputazione poetica per un genio poetico naturale; l'amore per il fine arbitrario per un possesso dei mezzi peculiari. Ma il senso del diletto musicale, con il potere di produrlo, è un dono dell'immaginazione; e questo insieme al potere di ridurre la moltitudine nell'unità dell'effetto, e di modificare una serie di pensieri mediante qualche pensiero o sentimento predominante, può essere coltivato e migliorato, ma non può mai essere imparato. È in questi che “poeta nascitur non fit”.

2. Una seconda promessa di genio è la scelta di soggetti molto remoti dagli interessi privati e dalle circostanze dello scrittore stesso. Almeno ho trovato che, quando il soggetto è tratto immediatamente dalle sensazioni ed esperienze personali dell'autore, l'eccellenza di un particolare poema è solo un segno equivoco, e spesso una promessa fallace, di genuino potere poetico. Forse ricorderemo la storia dello statuario, che aveva acquisito considerevole reputazione per le gambe delle sue dee, sebbene il resto della statua accordasse solo indifferentemente con la bellezza ideale; finché sua moglie, esaltata dalle lodi del marito, ammise modestamente di essere stata il suo modello costante. Nella VENERE E ADONE questa prova di potere poetico esiste persino all'eccesso. È ovunque come se uno spirito superiore, più intuitivo, più intimamente consapevole persino dei personaggi stessi, non solo di ogni sguardo e atto esteriore, ma del flusso e riflusso della mente in tutti i suoi pensieri e sentimenti più sottili, stesse ponendo il tutto davanti alla nostra vista; lui stesso nel frattempo non partecipante alle passioni, e mosso solo da quell'eccitazione piacevole che era risultata dal fervore energico del suo stesso spirito nel mostrare così vividamente ciò che aveva così accuratamente e profondamente contemplato. Penso che avrei congetturato da questi poemi che già allora il grande istinto, che spingeva il poeta al dramma, stava segretamente lavorando in lui, spingendolo — mediante una serie e una catena mai interrotta di immagini, sempre vivide e, perché ininterrotte, spesso minute; mediante il più alto sforzo del pittoresco nelle parole, di cui le parole siano capaci, più alto forse di quanto sia mai stato realizzato da qualsiasi altro poeta, Dante non eccettuato; a fornire un sostituto per quel linguaggio visivo, quel costante intervento e commento corrente mediante tono, sguardo e gesto, che nelle sue opere drammatiche aveva il diritto di attendersi dagli attori. La sua Venere e Adone sembrano al tempo stesso i personaggi stessi, e l'intera rappresentazione di quei personaggi da parte degli attori più consumati. Sembra che non ti venga detto nulla, ma di vedere e udire tutto. Da qui è, per la perpetua attività di attenzione richiesta da parte del lettore; dal rapido flusso, il rapido mutamento, e la natura giocosa dei pensieri e delle immagini; e soprattutto dall'alienazione, e, se posso arrischiare una tale espressione, l'assoluta distaccatezza dei sentimenti stessi del poeta, da quelli di cui egli è al tempo stesso il pittore e l'analista; che sebbene il soggetto stesso non possa che detrarre dal piacere di una mente delicata, mai poema fu meno pericoloso sotto un profilo morale. Invece di fare come Ariosto, e come, ancora più offensivamente, ha fatto Wieland, invece di degradare e deformare la passione in appetito, le prove dell'amore nelle lotte della concupiscenza; Shakespeare ha rappresentato qui l'impulso animale stesso, in modo da precludere ogni simpatia con esso, dissipando l'attenzione del lettore tra le mille immagini esteriori, e circostanze ora belle, ora fantastiche, che ne formano gli abiti e lo scenario; o deviando la nostra attenzione dal soggetto principale mediante quelle frequenti riflessioni argute o profonde, che la mente sempre attiva del poeta ha dedotto da, o collegato a, le immagini e gli incidenti. Il lettore è costretto in troppa azione per simpatizzare con il puramente passivo della nostra natura. Tanto meno una mente così destata e risvegliata può essere covata da emozioni meschine e indistinte, come la nebbia bassa e pigra può strisciare sulla superficie di un lago, mentre un forte vento la sta spingendo in avanti in onde e flutti.

3. È stato osservato in precedenza che le immagini, per quanto belle, sebbene fedelmente copiate dalla natura, e altrettanto accuratamente rappresentate in parole, non caratterizzano di per sé il poeta. Diventano prove di genio originale solo nella misura in cui sono modificate da una passione predominante; o da pensieri o immagini associati risvegliati da quella passione; o quando hanno l'effetto di ridurre la moltitudine all'unità, o la successione a un istante; o infine, quando una vita umana e intellettuale viene trasferita a esse dallo spirito stesso del poeta,

Che scaglia il suo essere attraverso terra, mare e aria.

Nei due versi seguenti, per esempio, non c'è nulla di discutibile, nulla che impedirebbe loro di formare, al loro posto appropriato, parte di un poema descrittivo:

Mira quella fila di pini, che tosati e curvi Si piegano dal soffio del mare, visti al crepuscolo della sera.

Ma con una piccola alterazione del ritmo, le stesse parole sarebbero egualmente al loro posto in un libro di topografia, o in un tour descrittivo. La stessa immagine salirà a parvenza di poesia se così trasmessa:

Quella fila di pini desolati e visionari, Discernuti al bagliore del crepuscolo, mira! come fuggono Dal feroce soffio del mare, tutte le loro chiome selvagge Che sventolano davanti a loro.

Ho dato questo come un'illustrazione, per nulla come un esempio, di quell'eccellenza particolare che avevo in vista, e nella quale Shakespeare, persino nelle sue prime, come nelle sue ultime opere, supera tutti gli altri poeti. È da questo che egli conferisce ancora dignità e passione agli oggetti che presenta. Senza l'aiuto di alcuna eccitazione precedente, essi irrompono su di noi subito in vita e in potere --

“Molti gloriosi mattini ho visto Adulare le cime dei monti con occhio sovrano.”

“Non le mie proprie paure, né l'anima profetica Del vasto mondo che sogna le cose a venire --

* * * * * * * * * * * *

La luna mortale ha subito la sua eclisse, E i tristi auguri deridono il loro presagio; Le incertezze ora si incoronano certe, E la Pace proclama olive di infinita età. Ora con le gocce di questo tempo sì balsamico Il mio amore appare fresco, e la Morte a me si sottomette, Poiché a dispetto di lei, vivrò in questa povera rima, Mentre lei insulta le tribù ottuse e senza parola. E tu in questo troverai il tuo monumento, Quando le creste dei tiranni, e le tombe di bronzo saranno spente.”

Come di valore più elevato, così senza dubbio ancor più caratteristica del genio poetico diviene l'immaginazione, quando essa si modella e si colora alle circostanze, alla passione, o al carattere, presenti e predominanti nella mente. Per esempi impareggiabili di questa eccellenza, la memoria stessa del lettore lo rimanderà al RE LEAR, all'OTHELLO, in breve a quale non delle opere drammatiche del “grande, sempre vivente, morto uomo”? Inopem me copia fecit. Quanto sia fedele alla natura, egli stesso l'ha finemente espresso nell'esempio dell'amore nel suo 98° Sonetto.

Da te sono stato assente in primavera, Quando l'orgoglioso aprile variopinto, agghindato in tutto il suo ornamento, Ha infuso uno spirito di gioventù in ogni cosa; Che il pesante Saturno rideva e saltava con lui. Eppure né i canti degli uccelli, né il dolce profumo Di fiori diversi per odore e per tinta, Potevano farmi narrare alcuna storia d'estate, O dal loro fiero grembo coglierli, dove crescevano. Né mi meravigliavo dei gigli bianchi, Né lodavo il vermiglio profondo nella rosa; Erano, sebbene dolci, solo figure di diletto, Tratte dopo te, tu modello di tutte quelle. Eppure sembrava ancora inverno, e, lontano tu, Come con la tua ombra, con essi giocavo!

Scarsamente meno sicuro, o se un segno meno prezioso, non meno indispensabile

Gonimon men poiaetou------ ------hostis rhaema gennaion lakoi,

fornirà l'immaginazione quando, con più del potere del pittore, il poeta ci dà la più vivida immagine di successione con il sentimento di simultaneità:--

Con ciò, egli si rompe dal dolce abbraccio Di quelle belle braccia, che lo legavano al suo petto, E corre a casa attraverso l'oscura radura;--

* * * * * *

Guarda! come una stella brillante scocca dal cielo, Così egli scivola nella notte dall'occhio di Venere.

4. L'ultimo carattere che menzionerò, il quale in verità proverebbe ben poco, se non preso congiuntamente ai precedenti;--ma senza il quale i precedenti difficilmente potrebbero sussistere in alto grado, e (anche se ciò fosse possibile) offrirebbero promesse solo di lampi transitori e di una potenza meteorica;--è la profondità, e l'energia del pensiero. Nessun uomo è mai stato ancora un grande poeta, senza essere allo stesso tempo un filosofo profondo. Poiché la poesia è il fiore e il profumo di tutta la conoscenza umana, dei pensieri umani, delle passioni umane, delle emozioni, del linguaggio. Nei poemi di Shakespeare il potere creativo e l'energia intellettuale lottano come in un abbraccio bellico. Ognuno, nel suo eccesso di forza, sembra minacciare l'estinzione dell'altro. Alla fine, nel dramma, essi si riconciliarono, e combatterono ciascuno con il proprio scudo davanti al petto dell'altro. O come due rapidi torrenti che, al loro primo incontro tra rive strette e rocciose, si sforzano reciprocamente di respingersi e si mescolano riluttanti e in tumulto; ma presto, trovando un canale più ampio e sponde più cedevoli, si fondono, e si dilatano, e scorrono avanti in un'unica corrente e con un'unica voce. Il VENUS AND ADONIS non permise forse il dispiegamento delle passioni più profonde. Ma la storia di Lucrezia sembra favorire e persino richiedere i loro moti più intensi. Eppure, nella gestione del racconto da parte di Shakespeare, non troviamo né pathos, né alcuna altra qualità drammatica. Vi è la stessa immagine minuta e fedele del poema precedente, negli stessi colori vividi, animata dallo stesso impetuoso vigore di pensiero, e che diverge e si contrae con la stessa attività delle facoltà assimilative e modificatrici; e con un dispiegamento ancora maggiore, una gamma ancora più vasta di conoscenza e riflessione; e infine, con lo stesso perfetto dominio, spesso dominazione, sull'intero mondo del linguaggio. Che cosa diremo dunque? proprio questo; che Shakespeare, non mero figlio della natura; non automa del genio; non passivo veicolo d'ispirazione, posseduto dallo spirito, non possessore di esso; studiò dapprima pazientemente, meditò profondamente, comprese minuziosamente, finché la conoscenza, divenuta abituale e intuitiva, si unì ai suoi sentimenti abituali, e alla fine diede alla luce quella stupenda potenza, per la quale egli resta solo, senza eguali o secondi nella sua stessa classe; quella potenza che lo sedette su una delle due vette colpite dalla gloria della montagna poetica, con Milton come suo pari, non rivale. Mentre il primo si scaglia fuori, e passa in tutte le forme del carattere e della passione umana, l'unico Proteo del fuoco e del flusso; l'altro attrae tutte le forme e le cose a se stesso, nell'unità del proprio ideale. Tutte le cose e i modi d'agire si plasmano di nuovo nell'essere di Milton; mentre Shakespeare diviene ogni cosa, pur rimanendo per sempre se stesso. Oh, quali grandi uomini non hai tu prodotto, Inghilterra, paese mio!--Veramente, in verità--

Dobbiamo essere liberi o morire, noi che parliamo la lingua, Che Shakespeare parlò; la fede e la morale mantenere, Che Milton tenne. In ogni cosa siamo nati Dal primo sangue della terra, abbiamo titoli molteplici.

CAPITOLO XVI

Punti salienti di differenza tra i Poeti dell'età presente e quelli del quindicesimo e sedicesimo secolo--Desiderio espresso per l'unione dei meriti caratteristici di entrambi.

La Cristianità, fin dal suo primo stabilirsi su diritti feudali, è stata finora un unico grande corpo, per quanto imperfettamente organizzato, tale che si troverà uno spirito simile ad aver agito in ogni periodo in tutte le sue membra. Lo studio dei poemi di Shakespeare--(non includo le sue opere drammatiche, per quanto eminentemente meritino anch'esse quel titolo)--mi ha condotto a un esame più attento dei poeti contemporanei sia in Inghilterra che in altri paesi. Ma la mia attenzione si è fissata in particolar modo su quelli d'Italia, dalla nascita alla morte di Shakespeare; essendo quello il paese in cui le belle arti erano state più assiduamente, e finora più con successo, coltivate. Astratti dai gradi e dalle peculiarità del genio individuale, le proprietà comuni ai buoni scrittori di ogni periodo sembrano stabilire un punto saliente di differenza tra la poesia del quindicesimo e sedicesimo secolo e quella dell'età presente. L'osservazione può forse essere estesa alla sorella arte della pittura. Almeno quest'ultima servirà a illustrare la prima. Nell'età presente il poeta--(vorrei essere inteso come parlante in generale, e senza allusione a nomi individuali)--sembra proporsi come oggetto principale, e come ciò che è più caratteristico della sua arte, immagini nuove e sorprendenti; con incidenti che interessano gli affetti o eccitano la curiosità. Sia i suoi personaggi che le sue descrizioni egli li rende, quanto più possibile, specifici e individuali, persino fino a un grado di ritrattistica. Nella sua dizione e nel metro, d'altra parte, è comparativamente negligente. La misura è costruita o senza alcun sistema precedente, e non riconosce alcun principio giustificativo se non quello della convenienza dello scrittore; oppure si adotta un movimento meccanico, di cui un distico o una strofa è in misura tale un esempio adeguato, che le differenze occasionali appaiono evidentemente derivare dal caso, o dalle qualità del linguaggio stesso, non dalla meditazione e da uno scopo intelligente. E il linguaggio, dalla traduzione di Omero di Pope al Temple of Nature di Darwin [62], può, nonostante alcune illustri eccezioni, essere troppo fedelmente caratterizzato come pretenzioso di essere poetico per nessun motivo migliore, se non che sarebbe intollerabile nella conversazione o nella prosa. Sebbene, ahimè! persino i nostri scritti in prosa, anzi persino lo stile dei nostri discorsi più impostati, si sforzano di essere alla moda, e si agghindano con gli ornamenti sporchi e logori della musa meretrice. È vero che ultimamente si osserva un grande miglioramento a questo riguardo nei nostri scrittori più popolari. Ma è altrettanto vero che questo ritorno al senso comune e all'autentico inglese materno è ben lungi dall'essere generale; e che la composizione dei nostri romanzi, riviste, arringhe pubbliche e simili è comunemente tanto banale nel pensiero, eppure enigmatica nell'espressione, come se Eco e la Sfinge avessero unito le teste per costruirla. Anzi, persino di coloro che maggiormente si sono salvati da questo contagio, mi sentirei interiormente colpevole dell'accusa di doppiezza o viltà, se tacessi la mia convinzione che pochi hanno custodito la purezza della loro lingua nativa con quella cura gelosa, che il sublime Dante nel suo trattato De la volgare Eloquenza, dichiara essere il primo dovere di un poeta. Poiché il linguaggio è l'armeria della mente umana; e contiene al tempo stesso i trofei del suo passato, e le armi delle sue future conquiste. Animadverte, dice Hobbes, quam sit ab improprietate verborum pronum hominibus prolabi in errores circa ipsas res! Sat [vero], dice Sennertus, in hac vitae brevitate et naturae obscuritate, rerum est, quibus cognoscendis tempus impendatur, ut [confusis et multivotis] sermonibus intelligendis illud consumere opus non sit. [Eheu! quantas strages paravere verba nubila, quae tot dicunt ut nihil dicunt;--nubes potius, e quibus et in rebus politicis et in ecclesia turbines et tonitrua erumpunt!] Et proinde recte dictum putamus a Platone in Gorgia: os an ta onomata eidei, eisetai kai ta pragmata: et ab Epicteto, archae paideuseos hae ton onomaton episkepsis: et prudentissime Galenus scribit, hae ton onomaton chraesis tarachtheisa kai taen ton pragmaton epitarattei gnosin.

Egregie vero J. C. Scaliger, in Lib. I. de Plantis: Est primum, inquit, sapientis officium, bene sentire, ut sibi vivat: proximum, bene loqui, ut patriae vivat.

Qualcosa di analogo ai materiali e alla struttura della poesia moderna mi sembra di aver notato--(ma qui prego di essere inteso come parlando con la massima diffidenza)--nei nostri comuni pittori di paesaggi. I loro primi piani e le distanze intermedie sono comparativamente poco attraenti: mentre l'interesse principale del paesaggio è gettato nello sfondo, dove montagne e torrenti e castelli proibiscono all'occhio di procedere, e nulla lo tenta a tracciare la via del ritorno. Ma nelle opere dei grandi maestri italiani e fiamminghi, gli oggetti di fronte e quelli intermedi del paesaggio sono i più ovvi e determinati, l'interesse svanisce gradualmente nello sfondo, e il fascino e il valore peculiare del quadro consistono, non tanto negli oggetti specifici che esso trasmette all'intelletto in un linguaggio visivo formato dalla sostituzione di figure alle parole, quanto nella bellezza e nell'armonia dei colori, delle linee e dell'espressione, con cui gli oggetti sono rappresentati. Perciò la novità del soggetto era piuttosto evitata che cercata. Un'eccellenza superiore nel modo di trattare gli stessi soggetti era la prova e il test del merito dell'artista.

Non diversamente avviene con i poeti più raffinati del quindicesimo e sedicesimo secolo, specialmente quelli d'Italia. L'immaginario è quasi sempre generale: sole, luna, fiori, brezze, ruscelli mormoranti, cantori gorgheggianti, deliziose ombre, amabili fanciulle crudeli quanto belle, ninfe, naiadi e dee, sono i materiali comuni a tutti, e che ciascuno plasmava e disponeva secondo il proprio giudizio o fantasia, poco sollecito ad aggiungere o a particolarizzare. Se facciamo un'onorevole eccezione a favore di alcuni poeti inglesi, anche i pensieri sono poco nuovi quanto le immagini; e la favola dei loro poemi narrativi, per la maggior parte tratta dalla mitologia, o da fonti di pari notorietà, deriva le sue principali attrazioni dal modo di trattarli; dal flusso appassionato o dalla disposizione pittoresca. In opposizione all'età presente, e forse in un estremo altrettanto difettoso, essi ponevano l'essenza della poesia nell'arte. L'eccellenza, a cui miravano, consisteva nella squisita levigatezza della dizione, combinata con una perfetta semplicità. Questo loro oggetto primario lo ottenevano evitando ogni parola che un gentiluomo non userebbe in una conversazione dignitosa, e ogni parola e frase che solo un uomo dotto userebbe; mediante la studiata posizione di parole e frasi, così che non solo ogni parte fosse melodiosa in se stessa, ma contribuisse all'armonia dell'insieme, ogni nota riferendosi e conducendo alla melodia di tutte le parole precedenti e seguenti dello stesso periodo o strofa; e infine con uguale fatica, la maggiore perché non tradita, dalla variazione e dalle varie armonie del loro movimento metrico. Le loro misure, tuttavia, non dovevano la loro varietà all'introduzione di nuovi metri, quali sono stati tentati ultimamente nell'Alonzo and Imogen, e altri presi in prestito dal tedesco, avendo nella loro stessa meccanica un ritmo specifico soverchiante, a cui il generoso lettore asseconda la sua voce e l'enfasi, con più indulgenza verso l'autore che attenzione al significato o alla quantità delle parole; ma che, a un orecchio familiare con i numerosi suoni dei poeti greci e romani, ha un effetto non dissimile da quello di galoppare su una strada lastricata in un carro di posta tedesco senza molle. Al contrario, i bardi più antichi sia d'Italia che d'Inghilterra producevano una varietà ben maggiore così come più affascinante attraverso innumerevoli modificazioni, e sottili bilanciamenti di suono nei metri comuni del loro paese. Una reputazione duratura ed invidiabile attende quell'uomo di genio che tentasse e realizzasse un'unione;--che richiamasse l'alta finitura, l'appropriatezza, la facilità, la delicata proporzione, e soprattutto, la grazia diffusiva e onnipresente, che hanno preservato, come in un sacrario di preziosa ambra, il Passero di Catullo, la Rondine, la Cicala, e tutti gli altri piccoli amori di Anacreonte; e che, con glorie luminose, sebbene diminuite, rivisitarono la giovinezza e la prima età adulta dell'Europa cristiana, nelle valli dell'Arno [63], e nei boschetti di Iside e di Cam; e che con questi combinasse l'interesse più acuto, il pathos più profondo, la riflessione più virile, e l'immaginario più fresco e più vario, che danno un valore e un nome che non passeranno ai poeti che hanno fatto onore ai nostri stessi tempi, e a quelli dei nostri predecessori immediati.

CAPITOLO XVII

Esame dei principi peculiari di Mr. Wordsworth--La vita rustica (soprattutto, la vita umile e rustica) particolarmente sfavorevole alla formazione di una dizione umana--Le parti migliori del linguaggio il prodotto di filosofi, non di clown o pastori--Poesia essenzialmente ideale e generica--Il linguaggio di Milton è tanto il linguaggio della vita reale, anzi, incomparabilmente più di quello del contadino.

Per quanto dunque Mr. Wordsworth nella sua prefazione abbia sostenuto, e assai abilmente sostenuto, una riforma nella nostra dizione poetica, per quanto abbia dimostrato la verità della passione, e la proprietà drammatica di quelle figure e metafore nei poeti originali, le quali, private delle loro ragioni giustificative, e convertite in meri artifici di connessione o ornamento, costituiscono la falsità caratteristica nello stile poetico dei moderni; e per quanto egli abbia, con uguale acutezza e chiarezza, indicato il processo mediante il quale questo cambiamento è stato effettuato, e le somiglianze tra quello stato in cui la mente del lettore è gettata dalla piacevole confusione di pensiero derivante da una sequenza inusuale di parole e immagini; e quello stato che è indotto dal linguaggio naturale del sentimento appassionato; egli ha intrapreso un compito utile, e merita ogni lode, sia per il tentativo che per l'esecuzione. Le provocazioni a questa rimostranza in favore della verità e della natura erano ancora di perpetua ricorrenza prima e dopo la pubblicazione di questa prefazione. Non posso inoltre non aggiungere che il confronto di tali poemi di merito, come sono stati dati al pubblico negli ultimi dieci o dodici anni, con la maggioranza di quelli prodotti prima dell'apparizione di quella prefazione, non lascia alcun dubbio nella mia mente che Mr. Wordsworth sia pienamente giustificato nel credere che i suoi sforzi non siano stati affatto inefficaci. Non solo nei versi di coloro che hanno professato la loro ammirazione per il suo genio, ma anche di coloro che si sono distinti per ostilità alla sua teoria, e denigrazione dei suoi scritti, le impressioni dei suoi principi sono chiaramente visibili. È possibile che con questi principi altri si siano mescolati, i quali non sono ugualmente evidenti; e alcuni che sono instabili e sovvertibili per la ristrettezza o imperfezione della loro base. Ma è più che possibile che questi errori di difetto o esagerazione, accendendo e alimentando la controversia, possano aver contribuito non solo alla più ampia propagazione delle verità di accompagnamento, ma che, per la loro frequente presentazione alla mente in uno stato eccitato, possano aver conquistato per esse un risultato più permanente e pratico. Un uomo prenderà in prestito una parte dal suo avversario tanto più facilmente, se si sente giustificato nel continuare a rifiutarne una parte. Mentre rimangono punti importanti in cui può ancora sentirsi nel giusto, in cui trova ancora solido appoggio per una resistenza continua, egli adotterà gradualmente quelle opinioni, che erano le meno remote dalle proprie convinzioni, come non meno congrue con la propria teoria di quanto lo siano con quella che biasima. Allo stesso modo, con una sorta di prudenza istintiva, abbandonerà a poco a poco le sue posizioni più deboli, finché alla fine sembrerà dimenticare che gli siano mai appartenute, o farà finta di considerarle al massimo come accidentali e "piccole aggiunte", la cui rimozione lascia la cittadella illesa e non in pericolo.

Le mie divergenze da certe supposte parti della teoria di Mr. Wordsworth si fondano sull'assunto che le sue parole siano state giustamente interpretate, come intese a sostenere che la dizione propria per la poesia in generale consista interamente in un linguaggio tratto, con le dovute eccezioni, dalle bocche degli uomini nella vita reale, un linguaggio che effettivamente costituisce la conversazione naturale degli uomini sotto l'influenza di sentimenti naturali. La mia obiezione è, innanzitutto, che in qualsiasi senso questa regola è applicabile solo a certe classi di poesia; in secondo luogo, che anche a queste classi essa non è applicabile, se non in un senso che non è mai stato da nessuno (per quanto ne sappia o abbia letto) negato o dubitato; e infine, che per quanto, e nel grado in cui essa è praticabile, essa è tuttavia come regola inutile, se non dannosa, e quindi non c'è bisogno, o non si dovrebbe, praticarla. Il poeta informa il suo lettore di aver generalmente scelto la vita umile e rustica; ma non in quanto umile e rustica, o al fine di ripetere quel piacere di dubbio effetto morale, che persone di rango elevato e di raffinata cultura traggono spesso da un'imitazione felice dei modi rudi e non levigati e del discorso dei loro inferiori. Poiché il piacere così derivato può essere ricondotto a tre cause eccitanti. La prima è la naturalezza, di fatto, delle cose rappresentate. La seconda è l'apparente naturalezza della rappresentazione, come sollevata e qualificata da un'impercettibile infusione della conoscenza e del talento dell'autore, la quale infusione costituisce invero un'imitazione in quanto distinta da una mera copia. La terza causa può essere trovata nel sentimento consapevole del lettore della propria superiorità, risvegliato dal contrasto presentatogli; proprio come per lo stesso scopo i re e i grandi baroni di un tempo mantenevano, a volte clown e sciocchi reali, ma più frequentemente individui scaltri e spiritosi in quel ruolo. Questi, tuttavia, non erano gli scopi di Mr. Wordsworth. Egli scelse la vita umile e rustica, "perché in quella condizione le passioni essenziali del cuore trovano un terreno migliore, nel quale possono raggiungere la loro maturità, sono meno sotto costrizione, e parlano un linguaggio più chiaro ed enfatico; perché in quella condizione di vita i nostri sentimenti elementari coesistono in uno stato di maggiore semplicità, e conseguentemente possono essere più accuratamente contemplati, e più forzatamente comunicati; perché i modi della vita rurale germogliano da quei sentimenti elementari; e dal carattere necessario delle occupazioni rurali sono più facilmente compresi, e sono più durevoli; e infine, perché in quella condizione le passioni degli uomini sono incorporate con le forme belle e permanenti della natura."

Ora è chiaro per me che nei più interessanti tra i poemi, in cui l'autore è più o meno drammatico, come THE BROTHERS, MICHAEL, RUTH, THE MAD MOTHER, e altri, le persone introdotte non sono affatto tratte dalla vita umile o rustica nell'accettazione comune di quelle parole! e non è meno chiaro che i sentimenti e il linguaggio, per quanto possano essere concepiti come realmente trasferiti dalle menti e dalla conversazione di tali persone, sono attribuibili a cause e circostanze non necessariamente connesse con "le loro occupazioni e dimora". I pensieri, i sentimenti, il linguaggio e i modi dei pastori-agricoltori nelle valli del Cumberland e del Westmoreland, per quanto siano effettivamente adottati in quei poemi, possono essere spiegati da cause che produrranno e producono gli stessi risultati in ogni stato di vita, sia in città che in campagna. Come le due principali annovero quell'indipendenza che eleva un uomo al di sopra della servitù, o della fatica quotidiana per il profitto di altri, ma non al di sopra della necessità dell'industria e di una frugale semplicità di vita domestica; e l'accompagnante educazione non ambiziosa, ma solida e religiosa, che ha reso familiari pochi libri, ma la Bibbia, e la Liturgia o il libro degli Inni. A quest'ultima causa, invero, che è tanto accidentale quanto è la benedizione di particolari paesi e di un particolare tempo, non il prodotto di particolari luoghi o occupazioni, il poeta deve l'apparenza di probabilità che i suoi personaggi possano realmente sentire, pensare e parlare con una tollerabile somiglianza alla sua rappresentazione. È un'eccellente osservazione del Dr. Henry More, che "un uomo di educazione limitata, ma di buone doti, attraverso la lettura costante della Bibbia formerà naturalmente una retorica più accattivante e autorevole di coloro che sono colti: l'intermittenza di lingue e di frasi artificiali avvilendo il loro stile."

È inoltre da considerare che, per la formazione di sentimenti sani e di una mente riflessiva, le negazioni comportano impedimenti non meno formidabili della sofisticazione e delle mescolanze viziose. Sono convinto che, affinché l'anima umana possa prosperare nella vita rustica, sia prerequisito una certa posizione di vantaggio. Non è detto che ogni uomo sia destinato a migliorare grazie alla vita di campagna o ai lavori rurali. L'istruzione, o l'originale sensibilità, o entrambe, devono preesistere, se i mutamenti, le forme e gli incidenti della natura devono dimostrarsi uno stimolo sufficiente. E dove questi non sono sufficienti, la mente si contrae e si indurisce per mancanza di stimoli: e l'uomo diventa egoista, sensuale, grossolano e dal cuore duro. Si confronti la gestione delle Leggi sui Poveri a Liverpool, Manchester o Bristol con l'ordinaria dispensa dei sussidi ai poveri nei villaggi agricoli, dove gli agricoltori sono i sorveglianti e i guardiani dei poveri. Se la mia esperienza non è stata particolarmente infausta, così come quella dei molti rispettabili ecclesiastici di campagna con i quali ho conversato sull'argomento, il risultato genererebbe più che scetticismo riguardo agli auspicabili influssi della vita umile e rustica in sé e per sé. Qualunque cosa si possa concludere dall'altra parte, dai più forti legami locali e dallo spirito intraprendente degli svizzeri e di altri montanari, si applica a una particolare modalità di vita pastorale, sotto forme di proprietà che permettono e generano costumi veramente repubblicani, non alla vita rustica in generale, o all'assenza di coltivazione artificiale. Al contrario, i montanari, i cui costumi sono stati così spesso elogiati, sono in generale meglio istruiti e lettori più accaniti degli uomini di pari rango altrove. Ma dove ciò non avviene, come tra i contadini del Galles del Nord, le antiche montagne, con tutti i loro terrori e tutte le loro glorie, sono immagini per i ciechi e musica per i sordi.

Non mi sarei dilungato così tanto su questo passaggio, ma qui sembra esservi il punto in cui tutte le linee di divergenza convergono come verso la loro fonte e il loro centro; intendo, per quanto, e in qualunque rispetto, il mio credo poetico differisca dalle dottrine promulgate in questa prefazione. Adotto con piena fede il principio di Aristotele, che la poesia, in quanto poesia, è essenzialmente ideale, che evita ed esclude ogni accidente; che le sue apparenti individualità di rango, carattere o occupazione debbano essere rappresentative di una classe; e che le persone della poesia debbano essere rivestite di attributi generici, degli attributi comuni della classe: non di quelli che un individuo dotato potrebbe possedere, ma di quelli che, per la sua situazione, è più probabile a priori che egli possieda. Se le mie premesse sono corrette e le mie deduzioni legittime, ne consegue che non può esservi alcun medium poetico tra i pastori di Teocrito e quelli di un'immaginaria età dell'oro.

I caratteri del vicario e del pastore-marinaio nel poema THE BROTHERS, e quello del pastore di Green-head Ghyll in MICHAEL, possiedono tutta la verosimiglianza e la qualità rappresentativa che gli scopi della poesia possano richiedere. Sono persone di una classe nota e costante, e i loro modi e sentimenti sono il prodotto naturale di circostanze comuni alla classe. Si prenda Michael per esempio:

Un vecchio dal cuore saldo e dalle membra forti. La sua corporatura era stata, dalla giovinezza all'età matura, di una forza insolita: la sua mente era acuta, intensa e frugale, adatta a ogni affare, e nella sua vocazione di pastore era pronto e vigile più degli uomini comuni. Di qui aveva appreso il significato di tutti i venti, dei soffi di ogni tonalità; e spesso, quando gli altri non badavano, Egli udiva il Sud creare musica sotterranea, simile al rumore delle cornamuse su distanti colline delle Highlands. Il Pastore, a tale avviso, si rammentava del suo gregge, e a se stesso diceva: "I venti stanno ora ordendo lavoro per me!" E invero, in ogni momento, la tempesta, che spinge il viaggiatore a un riparo, lo chiamava su verso le montagne: egli era stato solo nel cuore di molte migliaia di nebbie, che venivano a lui e lo lasciavano sulle vette. Così visse, finché il suo ottantesimo anno fu passato. E grossolanamente erra quell'uomo, che supponesse che le verdi valli, e i ruscelli e le rocce, fossero cose indifferenti ai pensieri del Pastore. Campi, dove con animo lieto aveva respirato l'aria comune; le colline, che così spesso aveva scalato con passi vigorosi; che avevano impresso così tanti incidenti nella sua mente di stenti, abilità o coraggio, gioia o paura; che, come un libro, conservavano la memoria degli animali muti, che aveva salvato, nutrito o riparato, legando a tali atti, così gratificanti in se stessi, la certezza di un onorevole guadagno; questi campi, queste colline che erano il suo Essere vivente, ancor più del suo stesso sangue — che cosa potevano meno? — avevano fatto forte presa sui suoi affetti, erano per lui un piacevole sentimento di amore cieco, il piacere che risiede nella vita stessa.

D'altro canto, nei poemi che sono intonati su un registro più basso, come HARRY GILL e THE IDIOT BOY, i sentimenti sono quelli della natura umana in generale; sebbene il poeta abbia giudiziosamente ambientato la scena in campagna, al fine di porsi nelle vicinanze di immagini interessanti, senza la necessità di attribuire una percezione sentimentale della loro bellezza ai personaggi del suo dramma. In THE IDIOT BOY, in effetti, il carattere della madre non è tanto il prodotto reale e nativo di una "situazione in cui le passioni essenziali del cuore trovano un terreno migliore, nel quale possono raggiungere la loro maturità e parlare un linguaggio più piano ed enfatico", quanto piuttosto un'incarnazione di un istinto abbandonato dal giudizio. Di qui, le due seguenti accuse mi paiono non del tutto prive di fondamento: almeno, sono le uniche obiezioni plausibili che ho udito verso quel bel poema. La prima è che l'autore non abbia, nel poema stesso, prestato sufficiente cura a precludere alla fantasia del lettore le disgustose immagini dell'ordinaria idiozia morbosa, che tuttavia non era affatto sua intenzione rappresentare. Egli fu persino, dal "burr, burr, burr", non contrastato da alcuna descrizione precedente della bellezza del ragazzo, aiutato nel richiamarle. L'altra è che l'idiozia del ragazzo sia così equamente bilanciata dalla follia della madre da presentare al lettore comune più un risibile burlesque sull'accecamento della decrepitezza senile che una mostra analitica dell'affetto materno nei suoi ordinari operati.

In THE THORN, il poeta stesso riconosce in una nota la necessità di un poema introduttivo, nel quale avrebbe dovuto ritrarre il carattere della persona dalla quale si suppone provengano le parole del poema: un uomo superstizioso moderatamente immaginativo, dalle facoltà lente e dai sentimenti profondi, "un capitano di una piccola nave mercantile, per esempio, il quale, essendo oltre l'età di mezzo della vita, si fosse ritirato con una rendita, o un piccolo reddito indipendente, in qualche villaggio o città di campagna di cui non era nativo, o in cui non era stato abituato a vivere. Tali uomini, non avendo nulla da fare, divengono creduli e loquaci per indolenza". Ma in un poema, e ancor più in un componimento lirico — e la Nutrice in ROMEO E GIULIETTA è la sola che mi impedisce di estendere l'osservazione persino alla poesia drammatica, sebbene persino la Nutrice possa essere considerata del tutto un caso pertinente — non è possibile imitare veramente un interlocutore ottuso e garrulo senza ripetere gli effetti dell'ottusità e della garrulità. Comunque sia, oso asserire che le parti — (e queste formano la parte di gran lunga maggiore dell'intero) — che avrebbero potuto altrettanto bene o ancora meglio procedere dalla stessa immaginazione del poeta, ed essere pronunciate nel suo stesso carattere, sono quelle che hanno dato, e che continueranno a dare, un piacere universale; e che i passaggi esclusivamente appropriati al narratore supposto, come l'ultimo distico della terza strofa [64]; le ultime sette righe della decima [65]; e le cinque strofe seguenti, con l'eccezione delle quattro ammirevoli righe all'inizio della quattordicesima, sono avvertiti da molti cuori imparziali e non sofisticati come improvvisi e spiacevoli sprofondamenti dall'altezza alla quale il poeta aveva precedentemente sollevato loro, e alla quale egli rieleva nuovamente sia se stesso che il suo lettore.

Se dunque sono costretto a dubitare della teoria, secondo la quale la scelta dei personaggi doveva essere diretta, non solo a priori, da basi di ragione, ma sia dai pochi casi in cui si deve supporre che il poeta stesso sia stato da essa governato, sia dalla relativa inferiorità di tali casi; ancor più devo esitare nel mio assenso alla sentenza che segue immediatamente la citazione precedente; e che non posso ammettere né come fatto particolare, né come regola generale. "Il linguaggio, pure, di questi uomini è stato adottato (purificato invero da ciò che appaiono essere i suoi reali difetti, da ogni causa duratura e razionale di disappunto o disgusto) perché tali uomini comunicano a ogni ora con i migliori oggetti dai quali la migliore parte del linguaggio è originariamente derivata; e perché, dal loro rango nella società e dall'uguaglianza e dallo stretto circolo delle loro relazioni, essendo meno sotto l'azione della vanità sociale, essi trasmettono i loro sentimenti e le loro nozioni in espressioni semplici e non elaborate." A ciò rispondo che il linguaggio di un rustico, purificato da ogni provincialismo e grossolanità, e ricostruito tanto da essere reso coerente con le regole della grammatica — (che in essenza non sono altro che le leggi della logica universale, applicate ai materiali psicologici) — non differirà dal linguaggio di qualsiasi altro uomo di senso comune, per quanto istruito o raffinato egli possa essere, eccetto per quanto le nozioni che il rustico ha da trasmettere sono meno numerose e più indiscriminate. Ciò diverrà ancora più chiaro se aggiungiamo la considerazione — (egualmente importante sebbene meno ovvia) — che il rustico, dal più imperfetto sviluppo delle sue facoltà, e dal più basso stato della loro coltivazione, mira quasi esclusivamente a trasmettere fatti isolati, sia quelli della sua scarsa esperienza che della sua credenza tradizionale; mentre l'uomo istruito cerca principalmente di scoprire ed esprimere quelle connessioni tra le cose, o quei legami relativi da fatto a fatto, dai quali è deducibile una legge più o meno generale. Poiché i fatti sono preziosi per un uomo saggio, principalmente in quanto conducono alla scoperta della legge intrinseca, che è il vero essere delle cose, la sola soluzione delle loro modalità di esistenza, e nella cui conoscenza consiste la nostra dignità e il nostro potere.

Altrettanto poco posso concordare con l'asserzione che dagli oggetti con i quali il rustico comunica a ogni ora sia formata la parte migliore del linguaggio. Poiché in primo luogo, se comunicare con un oggetto implica una tale familiarità con esso da renderlo capace di essere discriminatamente riflesso, la distinta conoscenza di un rustico non istruito fornirebbe un vocabolario molto scarno. Le poche cose e modalità d'azione necessarie per le sue comodità corporee sarebbero le sole a essere individualizzate; mentre tutto il resto della natura sarebbe espresso da un piccolo numero di confusi termini generali. In secondo luogo, nego che le parole e le combinazioni di parole derivate dagli oggetti, con i quali il rustico ha familiarità, sia con conoscenza distinta che confusa, possano giustamente dirsi formare la parte migliore del linguaggio. È più che probabile che molte classi della creazione bruta possiedano suoni discriminanti, con i quali possono trasmettere l'una all'altra avvisi di tali oggetti che riguardano il loro cibo, il riparo o la sicurezza. Eppure esitiamo a chiamare l'aggregato di tali suoni un linguaggio, se non metaforicamente. La parte migliore del linguaggio umano, propriamente detto, è derivata dalla riflessione sugli atti della mente stessa. È formata da un'appropriazione volontaria di simboli fissi ad atti interni, a processi e risultati dell'immaginazione, la maggior parte dei quali non hanno posto nella coscienza dell'uomo non istruito; sebbene nella società civilizzata, per imitazione e memoria passiva di ciò che ascoltano dai loro istruttori religiosi e altri superiori, i più non istruiti partecipino al raccolto che non hanno né seminato né mietuto. Se si tracciasse la storia delle frasi in uso quotidiano tra i nostri contadini, una persona non precedentemente consapevole del fatto rimarrebbe sorpresa nel trovarne un numero così grande che, tre o quattro secoli fa, erano proprietà esclusiva delle università e delle scuole; e, all'inizio della Riforma, erano state trasferite dalla scuola al pulpito, e così gradualmente passate nella vita comune. L'estrema difficoltà, e spesso l'impossibilità, di trovare parole per i più semplici processi morali e intellettuali nelle lingue delle tribù incivilite ha provato forse il più grave ostacolo al progresso dei nostri più zelanti e abili missionari. Eppure queste tribù sono circondate dalla stessa natura di cui lo sono i nostri contadini; ma in forme ancor più impressionanti; e sono, inoltre, obbligate a specificarne molte di più. Quando, dunque, il signor Wordsworth aggiunge: "di conseguenza, un tale linguaggio" — (intendendo, come prima, il linguaggio della vita rustica purificato dal provincialismo) — "derivante da ripetuta esperienza e sentimenti regolari, è un linguaggio più permanente, e assai più filosofico, di quello che è frequentemente sostituito ad esso da Poeti, che pensano di conferire onore a se stessi e alla loro arte in proporzione a quanto indulgono in abitudini di espressione arbitrarie e capricciose;" si può rispondere che il linguaggio, che egli ha in vista, può essere attribuito ai rustici con non maggior diritto di quanto lo stile di Hooker o Bacon a Tom Brown o Sir Roger L'Estrange. Senza dubbio, se ciò che è peculiare a ciascuno fosse omesso in ciascuno, il risultato dovrebbe necessariamente essere lo stesso. Inoltre, che il poeta, che usa una dizione illogica, o uno stile adatto a eccitare solo il basso e mutevole piacere della meraviglia per mezzo di una novità senza fondamento, sostituisce un linguaggio di follia e vanità, non a quello del rustico, ma a quello del buon senso e del sentimento naturale.

Qui mi sia permesso di ricordare al lettore che le posizioni, che confuto, sono contenute nelle frasi: "una selezione del linguaggio reale degli uomini"; "il linguaggio di questi uomini" (cioè, uomini nella vita umile e rustica) "è stato adottato; mi sono proposto di imitare, e, per quanto possibile, di adottare il linguaggio stesso degli uomini".

"Tra il linguaggio della prosa e quello della composizione metrica, non vi è, né può esservi, alcuna differenza essenziale": è contro questi esclusivamente che la mia opposizione è diretta.

Obietto, in prima istanza, a un'equivocazione nell'uso della parola "reale". Il linguaggio di ogni uomo varia, secondo l'estensione della sua conoscenza, l'attività delle sue facoltà e la profondità o prontezza dei suoi sentimenti. Il linguaggio di ogni uomo ha, in primo luogo, le sue individualità; in secondo luogo, le proprietà comuni della classe a cui appartiene; e in terzo luogo, parole e frasi di uso universale. Il linguaggio di Hooker, Bacon, del Vescovo Taylor e di Burke differisce dal linguaggio comune della classe istruita solo per il numero superiore e la novità dei pensieri e delle relazioni che avevano da trasmettere. Il linguaggio di Algernon Sidney non differisce affatto da quello che ogni gentiluomo ben istruito desidererebbe scrivere, e (con le dovute concessioni per la non deliberazione, e il treno di pensiero meno connesso naturale e proprio alla conversazione) tale quale desidererebbe parlare. Né l'uno né l'altro differiscono la metà di quanto il linguaggio generale della società colta differisce dal linguaggio della composizione più semplice del signor Wordsworth rispetto a quello di un comune contadino. Per "reale", dunque, dobbiamo sostituire ordinario, o lingua communis. E questo, abbiamo provato, non si trova più nella fraseologia della vita umile e rustica che in quella di qualsiasi altra classe. Si omettano le peculiarità di ciascuna e il risultato deve naturalmente essere comune a tutti. E certamente le omissioni e i cambiamenti da apportare al linguaggio dei rustici, prima che possa essere trasferito a qualsiasi specie di poema, eccetto il dramma o altra imitazione dichiarata, sono almeno così numerosi e pesanti quanto sarebbe richiesto nell'adattare allo stesso scopo il linguaggio ordinario di commercianti e manifattori. Senza menzionare che il linguaggio così altamente esaltato dal signor Wordsworth varia in ogni contea, anzi in ogni villaggio, secondo il carattere accidentale dell'ecclesiastico, l'esistenza o non esistenza di scuole; o persino, forse, come l'esattore, l'oste e il barbiere capitino o meno di essere zelanti politici, e lettori del giornale settimanale pro bono publico. Prima della coltivazione la lingua communis di ogni paese, come Dante ha ben osservato, esiste ovunque in parti, e da nessuna parte come un tutto.

Né il caso è reso affatto più sostenibile dall'aggiunta delle parole "in uno stato di eccitazione". Poiché la natura delle parole di un uomo, quando è fortemente colpito da gioia, dolore o rabbia, deve necessariamente dipendere dal numero e dalla qualità delle verità generali, concezioni e immagini, e delle parole che le esprimono, con le quali la sua mente era stata precedentemente nutrita. Poiché la proprietà della passione non è creare, ma porre in aumentata attività. Almeno, qualunque nuova connessione di pensieri o immagini, o — (che è egualmente, se non più che egualmente, l'effetto appropriato della forte eccitazione) — qualunque generalizzazione di verità o esperienza il calore della passione possa produrre; tuttavia i termini del loro trasporto devono essere preesistiti nelle sue conversazioni precedenti, e sono solo raccolti e affollati insieme dall'inusuale stimolazione. È invero molto possibile adottare in un poema le ripetizioni prive di senso, le frasi abituali e altri gettoni vuoti, che un intelletto non fornito o confuso interpone a brevi intervalli, al fine di mantenere la presa sul suo soggetto, che continua a sfuggirgli, e per darsi tempo per la riflessione; o, in mero aiuto della vacuità, come nelle scarse compagnie di un palcoscenico di campagna lo stesso attore fa avanti e indietro, per evitare l'apparenza di spazi vuoti, nella processione di Macbeth, o Enrico VIII. Ma quale assistenza al poeta, o ornamento al poema, questi possano fornire, sono in perdita di congetturare. Nulla certamente può differire né per origine né per modo più ampiamente dalle apparenti tautologie del sentimento intenso e turbolento, in cui la passione è maggiore e di più lunga durata di quanto possa essere esaurita o soddisfatta da una singola rappresentazione dell'immagine o dell'incidente che la eccita. Tali ripetizioni ammetto essere una bellezza del tipo più alto; come illustrato dal signor Wordsworth stesso dal canto di Debora. Ai piedi di lei si curvò, cadde, giacque disteso: ai piedi di lei si curvò, cadde: dove si curvò, là cadde morto. Giudici v. 27.

CAPITOLO XVIII

Linguaggio della composizione metrica, perché e in che misura essenzialmente diverso da quello della prosa — Origine ed elementi del metro — Le sue necessarie conseguenze, e le condizioni perciò imposte allo scrittore metrico nella scelta della sua dizione.

Concludo, pertanto, che il tentativo è impraticabile; e che, se non fosse impraticabile, sarebbe comunque inutile. Poiché il potere stesso di fare la selezione implica il precedente possesso del linguaggio selezionato. O dove può aver vissuto il poeta? E secondo quali regole potrebbe dirigere la sua scelta, che non lo avrebbero messo in grado di selezionare e organizzare le sue parole alla luce del proprio giudizio? Non adottiamo il linguaggio di una classe con la mera adozione di tali parole esclusivamente, che quella classe userebbe, o almeno comprenderebbe; ma altresì seguendo l'ordine, nel quale le parole di tali uomini sono solite succedersi l'una all'altra. Ora quest'ordine, nell'interazione di uomini non istruiti, è distinto dalla dizione dei loro superiori in conoscenza e potere, dalla maggiore disgiunzione e separazione nelle parti componenti di ciò, qualunque esso sia, che desiderano comunicare. Vi è una mancanza di quella prospettiva mentale, di quella visione d'insieme, che abilita un uomo a prevedere l'intero di ciò che deve trasmettere, inerente a qualsiasi punto; e per questo mezzo a subordinare e organizzare le diverse parti secondo la loro importanza relativa, così da trasmetterlo in una volta sola, e come un tutto organizzato.

Ora prenderò la prima strofa, su cui mi è capitato di aprire, nelle Lyrical Ballads. È una delle più semplici e la meno peculiare nel suo linguaggio.

«In paesi lontani son stato, Eppure non ho visto spesso Un uomo sano, un uomo nel pieno vigore, Piangere per le pubbliche vie, da solo. Ma uno così, su suolo inglese, E sulla larga strada maestra, incontrai; Lungo la larga strada maestra egli venne, Le sue guance di lacrime erano bagnate; Robusto sembrava, sebbene fosse triste; E tra le braccia un agnello portava.»

Le parole qui sono senza dubbio tali da essere correnti in ogni rango della vita; e naturalmente non meno nel casolare e nel cottage che nella bottega, nella manifattura, nel college o nel palazzo. Ma è questo l'ordine in cui il rustico avrebbe disposto le parole? Sono gravemente ingannato, se il seguente modo meno compatto di iniziare il medesimo racconto non sia una copia assai più fedele. «Sono stato in molte parti, lontano e vicino, e non so se abbia mai visto prima d'ora un uomo piangere da solo nella pubblica via; un uomo adulto intendo, che non fosse né malato né ferito», ecc., ecc. Ma quando passo alla seguente strofa in The Thorn:

«In ogni momento del giorno e della notte Questa misera donna là si reca; Ed è nota a ogni stella, E a ogni vento che soffia; E là, accanto al Biancospino, siede, Quando la luce azzurra del giorno è nei cieli, E quando il turbine è sulla collina, O l'aria gelida è pungente e immobile, E tra sé e sé grida, Oh miseria! Oh miseria! Oh povera me! Oh miseria!»

e confronto ciò con il linguaggio degli uomini comuni; o con quello che posso concepire come probabile che provenga, nella vita reale, da un tale narratore, come viene supposto nella nota alla poesia; confrontatelo sia nella successione delle immagini che delle frasi; mi sovviene la sublime preghiera e l'inno di lode che Milton, in opposizione a una liturgia stabilita, presenta come un equo esempio di comune devozione estemporanea, e quale ci potremmo aspettare di udire da ogni ministro auto-ispirato di un conventicolo! E rifletto con diletto, quanto poco una mera teoria, sebbene di sua propria fattura, interferisca con i processi della genuina immaginazione in un uomo di vero genio poetico, il quale possiede, come il signor Wordsworth, se mai uomo lo fece, molto certamente possiede,

«La Visione e la Facoltà divina.»

Rimane dunque un solo punto, ma il più importante; la sua disamina è stata, in verità, il mio principale incentivo per la precedente inchiesta. «Non vi è né può esservi alcuna differenza essenziale tra il linguaggio della prosa e quello della composizione metrica.» Tale è l'asserzione del signor Wordsworth. Ora la prosa stessa, almeno in tutte le opere argomentative e consecutive, differisce, e deve differire, dal linguaggio della conversazione; proprio come il leggere deve differire dal parlare. A meno che dunque la differenza negata non sia quella delle mere parole, intese come materiali comuni a tutti gli stili di scrittura, e non dello stile stesso nell'accezione universalmente ammessa del termine, si potrebbe naturalmente presumere che debba esistere una differenza ancora maggiore tra l'ordinanza della composizione poetica e quella della prosa, di quanta ci si aspetti che distingua la prosa dalla conversazione ordinaria.

Non mancano, in verità, esempi nella storia della letteratura, di apparenti paradossi che hanno destato lo stupore del pubblico come verità nuove e sbalorditive, ma che, a un esame, si sono ridotti a inoffensivi e mansueti luoghi comuni; come gli occhi di un gatto, visti al buio, sono stati scambiati per fiamme di fuoco. Ma il signor Wordsworth è tra gli ultimi uomini a cui una delusione di questo genere verrebbe attribuita da chiunque abbia goduto della minima opportunità di comprendere la sua mente e il suo carattere. Laddove un'obiezione è stata anticipata da un tale autore come naturale, la sua risposta ad essa deve necessariamente essere interpretata in un senso che sia, o sia stato, o sia capace di essere controverso. Il mio scopo deve dunque essere quello di scoprire qualche altro significato per il termine «differenza essenziale» in questo luogo, escluso l'indistinguibilità e la comunanza delle parole stesse. Poiché se debba esistere una classe di parole nell'inglese, che somigli in qualche grado al dialetto poetico del greco e dell'italiano, è una questione di importanza molto subordinata. Il numero di tali parole sarebbe davvero esiguo, nella nostra lingua; e persino nell'italiano e nel greco, esse consistono non tanto in parole diverse, quanto in lievi differenze nelle forme di declinare e coniugare le stesse parole; forme, senza dubbio, che essendo state, in un periodo più o meno remoto, le comuni flessioni grammaticali di qualche tribù o provincia, erano state accidentalmente appropriate alla poesia dalla generale ammirazione di certi intelletti maestri, le prime luci stabilite dell'ispirazione, alle quali quel dialetto accadeva di essere nativo.

Essenza, nel suo significato primario, indica il principio di individuazione, il principio più intimo della possibilità di qualsiasi cosa, in quanto quella particolare cosa. È equivalente all'idea di una cosa, ogni volta che usiamo la parola, idea, con precisione filosofica. Esistenza, d'altra parte, si distingue dall'essenza, per la sovrapposizione della realtà. Così parliamo dell'essenza, e delle proprietà essenziali di un cerchio; ma non asseriamo per questo, che qualsiasi cosa, che realmente esiste, sia matematicamente circolare. Così pure, senza alcuna tautologia, sosteniamo l'esistenza dell'Essere Supremo; vale a dire, per una realtà corrispondente all'idea. Vi è, poi, un uso secondario della parola essenza, in cui essa significa il punto o fondamento di distinzione tra due modificazioni della stessa sostanza o soggetto. Così ci sarebbe concesso dire, che lo stile architettonico dell'Abbazia di Westminster è essenzialmente diverso da quello di San Paolo, anche se entrambi fossero stati costruiti con blocchi tagliati nella stessa forma, e dalla stessa cava. Solo in quest'ultima accezione del termine deve essere stato negato dal signor Wordsworth (poiché solo in questo senso è affermato dall'opinione generale) che il linguaggio della poesia (vale a dire la costruzione formale, o architettura, delle parole e delle frasi) sia essenzialmente diverso da quello della prosa. Ora l'onere della prova spetta all'oppositore, non ai sostenitori della credenza comune. Il signor Wordsworth, di conseguenza, assegna come prova della sua posizione, «che non solo il linguaggio di una larga porzione di ogni buona poesia, anche del carattere più elevato, deve necessariamente, eccetto che per quanto riguarda il metro, non differire in alcun rispetto da quello della buona prosa, ma altresì che alcune delle parti più interessanti delle migliori poesie risulteranno essere strettamente il linguaggio della prosa, quando la prosa è ben scritta. La verità di questa asserzione potrebbe essere dimostrata da innumerevoli passaggi da quasi tutti gli scritti poetici, persino dello stesso Milton». Egli cita poi il sonetto di Gray--

«Invano a me i sorridenti mattini risplendono, E il rosso Febo solleva il suo aureo fuoco; Gli uccelli invano il loro amoroso canto uniscono, O i campi allegri riprendono il loro verde abbigliamento. Queste orecchie, ahimè! per altre note sospirano; Un oggetto diverso richiedono questi occhi; La mia solitaria angoscia non scioglie alcun cuore che il mio; E nel mio petto le gioie imperfette si spengono. Eppure il mattino sorride per rallegrare la razza affaccendata, E nuovo piacere reca agli uomini più felici; I campi a tutti il loro solito tributo portano; Per scaldare i loro piccoli amori gli uccelli si lamentano: Io infruttuosamente piango a colui che non può udire, E piango ancor più, perché piango invano.»

e aggiunge la seguente osservazione:--«Si percepirà facilmente, che la sola parte di questo Sonetto che abbia un qualche valore, sono i versi stampati in corsivo; è altrettanto ovvio, che, eccetto che nella rima, e nell'uso della singola parola 'infruttuosamente' per infruttuosamente, che è fin qui un difetto, il linguaggio di questi versi non differisce in alcun rispetto da quello della prosa.»

A un idealista che difendeva il proprio sistema col fatto che, dormendo, spesso crediamo di essere svegli, fu ben risposto dal suo semplice vicino: «Ah, ma quando siamo svegli crediamo mai di dormire?» Le cose identiche devono essere convertibili. Il passaggio precedente sembra poggiare su un simile sofisma. Poiché la questione non è, se non possa occorrere in prosa un ordine di parole, che sarebbe ugualmente appropriato in una poesia; né se non vi siano bei versi e frasi di frequente occorrenza nelle buone poesie, che sarebbero ugualmente acconci così come belli nella buona prosa; poiché né l'una né l'altra cosa è mai stata negata o messa in dubbio da alcuno. La vera questione deve essere, se non vi siano modi di espressione, una costruzione, e un ordine delle frasi, che sono al loro posto adatto e naturale in una composizione in prosa seria, ma che sarebbero sproporzionati ed eterogenei nella poesia metrica; e, viceversa, se nel linguaggio di una poesia seria non possa esservi una disposizione sia di parole che di frasi, e un uso e selezione di (quelle che sono chiamate) figure retoriche, sia quanto al loro genere, alla loro frequenza, e alle loro occasioni, che su un soggetto di egual peso sarebbero viziose ed estranee in una prosa corretta e virile. Io sostengo, che in entrambi i casi questa inadeguatezza di ciascuna al posto dell'altra frequentemente esisterà e deve esistere.

E in primo luogo dall'origine del metro. Questa la vorrei far risalire all'equilibrio nella mente, operato da quello sforzo spontaneo che si adopera per tenere sotto controllo i moti della passione. Si potrebbe facilmente spiegare altresì in che modo questo salutare antagonismo sia assistito dallo stato stesso, che esso contrasta; e come questo equilibrio di antagonisti sia divenuto organizzato nel metro (nell'usuale accettazione di quel termine), da un sopravveniente atto della volontà e del giudizio, consapevolmente e per il previsto fine del piacere. Assumendo questi principi come dati della nostra argomentazione, ne deduciamo due condizioni legittime, che il critico ha diritto di attendersi in ogni opera metrica. Primo, che, siccome gli elementi del metro devono la loro esistenza a uno stato di accresciuta eccitazione, così il metro stesso dovrebbe essere accompagnato dal linguaggio naturale dell'eccitazione. Secondo, che siccome questi elementi sono formati nel metro artificialmente, da un atto volontario, col disegno e allo scopo di mescolare il diletto all'emozione, così le tracce della presente volizione dovrebbero essere proporzionalmente discernibili attraverso tutto il linguaggio metrico. Ora queste due condizioni devono essere riconciliate e co-presenti. Deve esservi non solo una collaborazione, ma un'unione; un'interpenetrazione di passione e di volontà, di impulso spontaneo e di proposito volontario. Ancora, quest'unione può essere manifestata solo in una frequenza di forme e figure retoriche, (originariamente prole della passione, ma ora figli adottivi della potenza), maggiore di quanto sarebbe desiderato o tollerato, laddove l'emozione non è volontariamente incoraggiata e mantenuta per amore di quel piacere, che tale emozione, così temperata e dominata dalla volontà, si trova capace di comunicare. Essa non solo detta, ma di per sé tende a produrre un impiego più frequente di un linguaggio pittoresco e vivificante, di quanto sarebbe naturale in qualsiasi altro caso, in cui non esistesse, come esiste nel presente, un precedente e ben inteso, sebbene tacito, patto tra il poeta e il suo lettore, che quest'ultimo ha diritto di attendersi, e il primo è tenuto a fornire questo tipo e grado di eccitazione piacevole. Possiamo in qualche misura applicare a quest'unione la risposta di Polixenes, nel Racconto d'Inverno, al disprezzo di Perdita per i garofani striati, poiché ella aveva udito dire,

«Vi è un'arte, che, nella loro variopinta veste, condivide Con la grande natura creatrice. POL. Di' pure che vi sia; Eppure la natura non è resa migliore da alcun mezzo, Ma la natura crea quel mezzo; così, oltre quell'arte, Che, tu dici, aggiunge alla natura, è un'arte, Che la natura crea. Vedi, dolce fanciulla, noi sposiamo Un virgulto più gentile al ceppo più selvaggio; E facciamo concepire una corteccia di razza più umile Da una gemma di stirpe più nobile. Questa è un'arte, Che emenda la natura, --la cambia piuttosto; ma L'arte stessa è natura.»

In secondo luogo, argomento dagli effetti del metro. Per quanto il metro agisca in sé e per sé, esso tende ad aumentare la vivacità e la suscettibilità sia dei sentimenti generali che dell'attenzione. Questo effetto esso produce mediante la continua eccitazione della sorpresa, e mediante le rapide reciprocazioni della curiosità ancora gratificata e ancora rieccitata, le quali sono troppo lievi in verità per essere in un dato momento oggetti di distinta coscienza, eppure divengono considerevoli nella loro influenza aggregata. Come un'atmosfera medicata, o come il vino durante una conversazione animata, esse agiscono potentemente, sebbene esse stesse inosservate. Laddove, pertanto, non sono forniti nutrimento corrispondente e materia appropriata per l'attenzione e i sentimenti così destati, vi deve necessariamente essere una delusione provata; come quella di saltare nel buio dall'ultimo gradino di una scala, quando avevamo preparato i nostri muscoli per un salto di tre o quattro.

La discussione sui poteri del metro nella prefazione è altamente ingegnosa e tocca in ogni punto la verità. Ma non riesco a trovare alcuna esposizione dei suoi poteri considerati astrattamente e separatamente. Al contrario il signor Wordsworth sembra sempre valutare il metro in base ai poteri, che esso esercita durante, (e, come penso, in conseguenza della) sua combinazione con altri elementi della poesia. Così la precedente difficoltà rimane senza risposta, quali siano gli elementi, con i quali esso debba essere combinato, al fine di produrre i propri effetti per un qualche scopo piacevole. Le rime bisillabe e trisillabe, in verità, formano una specie inferiore di spirito, e, badate esclusivamente per se stesse, possono divenire fonte di divertimento momentaneo; come nel distico del povero Smart allo scudiero gallese che gli aveva promesso una lepre:

«Dimmi, tu figlio del grande Cadwallader! Hai mandato la lepre? o l'hai ingoiata?»

Ma per qualsiasi scopo poetico, il metro assomiglia, (se l'appropriatezza della similitudine può scusarne la bassezza), al lievito, privo di valore o sgradevole di per sé, ma che dona vivacità e spirito al liquore con cui è proporzionalmente combinato.

Il riferimento a THE CHILDREN IN THE WOOD in nessun modo soddisfa il mio giudizio. Tutti noi ci abbandoniamo volentieri per un po' ai sentimenti della nostra infanzia. Questa ballata, dunque, la leggiamo sotto tali ricordi dei nostri sentimenti infantili, quali ugualmente ci renderebbero care poesie, che il signor Wordsworth stesso considererebbe difettose nell'estremo opposto di uno sfarzoso e tecnico ornamento. Prima dell'invenzione della stampa, e in grado ancora maggiore, prima dell'introduzione della scrittura, il metro, specialmente il metro allitterativo, (sia allitterativo all'inizio delle parole, come in PIERCE PLOUMAN, o alla fine, come nelle rime) possedeva un valore indipendente come aiuto alla memoria, e conseguentemente alla conservazione, di qualsiasi serie di verità o incidenti. Ma non sono convinto dal confronto dei fatti, che THE CHILDREN IN THE WOOD debba la sua conservazione, o la sua popolarità, alla sua forma metrica. Il repertorio del signor Marshal offre un numero di racconti in prosa inferiori per pathos e merito generale, alcuni di data altrettanto antica, e molti altrettanto largamente popolari. TOM HICKATHRIFT, JACK THE GIANT-KILLER, GOODY TWO-SHOES, e LITTLE RED RIDING-HOOD sono rivali formidabili. E il fatto che essi siano continuati in prosa, non può essere equamente spiegato dall'assunzione, che la comparativa bassezza dei loro pensieri e immagini precludesse persino le più umili forme di metro. La scena di GOODY TWO-SHOES nella chiesa è perfettamente suscettibile di narrazione metrica; e, tra i thaumata thaumastotata persino della presente età, non ricordo un'immagine più sorprendente di quella dell'«intero stormo di corvi, che volò fuori dalla barba del gigante», spaventato dalla voce tremenda, con cui questo mostro rispose alla sfida dell'eroico TOM HICKATHRIFT!

Se da questi passiamo a composizioni universalmente, e indipendentemente da ogni associazione precoce, amate e ammirate; sarebbero MARIA, THE MONK, o THE POOR MAN’S ASS di Sterne, letti con maggior diletto, o avrebbero una miglior probabilità di immortalità, se fossero stati composti senza alcun cambiamento nella dizione in rima, piuttosto che nel loro stato presente? Se non sono grossolanamente ingannato, la risposta generale sarebbe negativa. Anzi, confesserò, che, nei volumi stessi del signor Wordsworth, ANECDOTE FOR FATHERS, SIMON LEE, ALICE FELL, BEGGARS, e THE SAILOR’S MOTHER, nonostante le bellezze che si possono trovare in ciascuno di essi laddove il poeta interpone la musica dei propri pensieri, sarebbero stati più dilettevoli per me in prosa, raccontati e gestiti, come dal signor Wordsworth avrebbero potuto essere, in un saggio morale o in un tour a piedi.

Il metro in sé è semplicemente uno stimolante dell'attenzione, e dunque eccita la domanda: Perché l'attenzione deve essere così stimolata? Ora la domanda non può essere risolta dal piacere del metro stesso; poiché abbiamo mostrato che questo è condizionato, e dipendente dall'appropriatezza dei pensieri e delle espressioni, alle quali la forma metrica è sovrapposta. Né riesco a concepire altra risposta che possa essere razionalmente data, se non questa: scrivo in metro, perché sto per usare un linguaggio diverso da quello della prosa. Inoltre, laddove il linguaggio non è tale, per quanto interessanti siano le riflessioni, che sono capaci di essere tratte da una mente filosofica dai pensieri o dagli incidenti della poesia, il metro stesso deve spesso divenire debole. Prendete le ultime tre strofe di THE SAILOR’S MOTHER, per esempio. Se potessi per un momento astrarre dall'effetto prodotto sui sentimenti dell'autore, come uomo, dall'incidente al momento del suo reale accadere, oserei fare appello al suo proprio giudizio, se nel metro stesso egli trovasse una ragione sufficiente perché fossero scritte metricamente?

E, così continuando, ella disse, «Avevo un Figlio, che per molti giorni Navigò sui mari; ma egli è morto; In Danimarca fu naufrago; E ho viaggiato fin dove Hull per vedere Quali vestiti potesse aver lasciato, o altra proprietà.

L'Uccello e la Gabbia erano entrambi suoi Era l'Uccello di mio Figlio; e netto e lindo Egli lo teneva: molti viaggi Questo Uccello canoro ha fatto con lui; Quando l'ultima volta navigò lasciò l'Uccello dietro; Come potesse essere, forse, da presagi della sua mente.

Egli alle cure di un compagno di alloggio L'aveva lasciato, perché fosse guardato e nutrito, Finché non fosse tornato di nuovo; e là Io lo trovai quando mio Figlio fu morto; E ora, Dio mi aiuti per il mio poco senno! Lo trascino con me, Signore! egli ne traeva tanto diletto.»

Se sproporzionando l'enfasi leggiamo queste strofe in modo da rendere le rime percepibili, persino le rime trisillabe potrebbero a stento produrre un egual senso di stranezza e stravaganza, come sentiamo qui nel trovare rime in frasi così esclusivamente colloquiali. Vorrei ulteriormente chiedere se, non fosse per quello stato visionario, in cui la figura della donna e la suscettibilità del suo proprio genio avevano posto l'immaginazione del poeta,--(uno stato, che diffonde la sua influenza e colorazione su tutto, ciò che coesiste con la causa eccitante, e nel quale

«Le cose più semplici, e le più familiari Guadagnano uno strano potere di spargere timore intorno a sé»,)

vorrei chiedere al poeta se non avrebbe sentito un brusco crollo in questi versi dalla strofa precedente?

«L'antico spirito non è morto; I vecchi tempi, pensai, stanno respirando là; Orgoglioso ero che il mio paese generasse Tale forza, una dignità così bella: Ella chiese un'elemosina, come chi è in povero stato; Io la guardai di nuovo, né il mio orgoglio scemò.»

Non deve essere omesso, ed è inoltre degno di nota, che quelle strofe forniscono il solo equo esempio che io sia stato capace di scoprire in tutti gli scritti del signor Wordsworth, di un'effettiva adozione, o vera imitazione, del reale e proprio linguaggio della vita bassa e rustica, liberato dai provincialismi.

In terzo luogo, deduco la posizione da tutte le cause altrove assegnate, che rendono il metro la forma propria della poesia, e la poesia imperfetta e difettosa senza il metro. Essendo il metro, dunque, connesso alla poesia il più delle volte e per una peculiare idoneità, qualunque altra cosa venga combinata con esso deve, sebbene non sia di per sé essenzialmente poetica, possedere tuttavia qualche proprietà in comune con la poesia, come un intermedio di affinità, una sorta di (se oso prendere in prestito una nota espressione dalla chimica tecnica) mordente tra essa e il metro sovrapposto. Ora la poesia, afferma giustamente il signor Wordsworth, implica sempre passione: parola che deve qui essere intesa nel suo senso più generale, come uno stato eccitato dei sentimenti e delle facoltà. E come ogni passione ha il suo battito proprio, così avrà parimenti i suoi modi caratteristici di espressione. Ma dove esiste quel grado di genio e talento che conferisce a uno scrittore il diritto di mirare agli onori di un poeta, l'atto stesso della composizione poetica è, e si ammette che implichi e produca, un insolito stato di eccitazione, il che naturalmente giustifica e richiede una corrispondente differenza di linguaggio, così veramente, sebbene forse non in un grado così marcato, come l'eccitazione dell'amore, della paura, della rabbia o della gelosia. La vividezza delle descrizioni o delle declamazioni in Donne o Dryden deriva tanto e altrettanto spesso dalla forza e dal fervore di chi descrive, quanto dalle riflessioni, dalle forme o dagli incidenti che costituiscono il loro soggetto e i loro materiali. Le ruote prendono fuoco dalla mera rapidità del loro movimento. Fino a che punto, e sotto quali modificazioni, ciò possa essere ammesso ad agire, tenterò di definirlo in un'osservazione successiva sulla risposta del signor Wordsworth a questa obiezione, o piuttosto sulla sua obiezione a questa risposta, come già anticipato nella sua prefazione.

In quarto luogo, e come intimamente connesso a ciò, se non lo stesso argomento in una forma più generale, adduco l'alto istinto spirituale dell'essere umano che ci spinge a cercare l'unità attraverso un adattamento armonioso, e stabilendo così il principio che tutte le parti di un insieme organizzato devono essere assimilate alle parti più importanti ed essenziali. Questo e i precedenti argomenti possono essere rafforzati dalla riflessione che la composizione di una poesia è tra le arti mimetiche; e che l'imitazione, in contrapposizione alla copia, consiste o nell'interfusione del simile attraverso il radicalmente differente, o del differente attraverso una base radicalmente la stessa.

Infine, faccio appello alla pratica dei migliori poeti, di tutti i paesi e in tutte le epoche, come autorizzante l'opinione (dedotta da tutto quanto sopra) che in ogni significato della parola essenziale, che non implicherebbe qui una mera tautologia, possa esserci, ci sia e debba esserci una differenza essenziale tra il linguaggio della prosa e quello della composizione metrica.

Nella critica del signor Wordsworth al sonetto di Gray, la simpatia del lettore con la sua lode o colpa delle diverse parti è data per scontata forse troppo facilmente. Egli non ha, almeno, tentato di conquistarla o costringerla mediante un'analisi argomentativa. Nella mia concezione almeno, i versi rifiutati come privi di valore differiscono, con l'eccezione dei primi due, tanto e altrettanto poco dal linguaggio della vita comune, quanto quelli che egli ha stampato in corsivo come dotati di autentica eccellenza. Dei cinque versi così onorevolmente distinti, due di essi differiscono dalla prosa anche più ampiamente, nella posizione delle parole, rispetto ai versi che precedono o seguono.

«Un oggetto diverso richiedono questi occhi; La mia solitaria angoscia non scioglie alcun cuore fuorché il mio; E nel mio petto le gioie imperfette spirano.»

Ma se fosse altrimenti, cosa proverebbe questo, se non una verità di cui nessuno ha mai dubitato? Videlicet, che vi sono frasi che sarebbero ugualmente al loro posto sia in versi che in prosa. Assicuratamente non prova il punto che solo richiede prova; vale a dire, che non vi sono passaggi che si adatterebbero all'uno e non all'altro. Il primo verso di questo sonetto è distinto dal linguaggio ordinario degli uomini dall'epiteto al mattino. Poiché metteremo da parte, al momento, la considerazione che la parola particolare «sorridente» è logora, e, in quanto comporta una sorta di personificazione, non del tutto congrua con l'attributo comune e materiale di «splendente». E, senza dubbio, questa aggiunta di epiteti allo scopo di una descrizione supplementare, dove non è richiesta alcuna attenzione particolare per la qualità della cosa, verrebbe notata come un dare un tono poetico alla conversazione di un uomo. Se il cacciatore esclamasse: «Venite ragazzi! il mattino roseo vi chiama su:» si supporrà che abbia qualche canzone in testa. Ma nessuno sospetta ciò, quando dice: «Un mattino umido non ci confinerà nei nostri letti.» Questo dunque è un difetto nella poesia, oppure non lo è. Chiunque dovesse decidere in senso affermativo, gli chiederei di rileggere una qualsiasi poesia, di un qualsiasi poeta confessatamente grande da Omero a Milton, o da Eschilo a Shakespeare; e di cancellare (con il pensiero, intendo) ogni esempio di questo tipo. Se il numero di queste cancellazioni immaginarie non lo sbalordisse; o se continuasse a ritenere l'opera migliorata dalla loro totale omissione; egli deve addurre ragioni di forza ed evidenza non ordinarie, ragioni fondate sull'essenza della natura umana. Altrimenti, non esiterei a considerarlo come un uomo non tanto immune a ogni autorità, quanto morto ad essa.

Il secondo verso,

«E Febo che arrossisce solleva il suo fuoco d'oro;--»

ha davvero quasi tanti difetti quante parole. Ma allora è un cattivo verso, non perché il linguaggio sia distinto da quello della prosa; ma perché trasmette immagini incongruenti; perché confonde la causa e l'effetto; la cosa reale con il rappresentante personificato della cosa; in breve, perché differisce dal linguaggio del buon senso! Che il «Febo» sia logoro, e un'immagine da scolaro, è un difetto accidentale, dipendente dall'epoca in cui l'autore scriveva, e non dedotto dalla natura della cosa. Che sia parte di una mitologia esplosa è un'obiezione più profondamente fondata. Eppure, quando la torcia dell'antica sapienza fu riaccesa, così rallegranti furono i suoi raggi, che i nostri più antichi poeti, tagliati fuori dal Cristianesimo da ogni meccanismo accreditato, e privati di tutti i guardiani e simboli riconosciuti dei grandi oggetti della natura, furono naturalmente indotti ad adottare, come linguaggio poetico, quei personaggi favolosi, quelle forme del soprannaturale nella natura, che avevano dato loro un così caro diletto nelle poesie dei loro grandi maestri. Anzi, ancora oggi quale studioso di gusto geniale non simpatizzerà con loro al punto di leggere con piacere in Petrarca, Chaucer o Spenser ciò che forse condannerebbe come puerile in un poeta moderno?

Non ricordo alcun poeta, i cui scritti sosterrebbero più sicuramente la prova della teoria del signor Wordsworth, di Spenser. Eppure il signor Wordsworth dirà che lo stile della seguente strofa è indistinguibile dalla prosa, e dal linguaggio della vita ordinaria? O che sia vizioso, e che le strofe siano macchie nella REGINA DELLE FATE?

«Con ciò il carrettiere del nord aveva posto Il suo tiro a sette pieghe dietro la stella ferma, Che nell'onde dell'oceano non fu mai bagnata, Ma ferma è fissata e manda luce da lontano A tutti coloro che nel selvaggio profondo vagano E l'allegro chanticlere con la sua nota acuta Aveva avvertito una volta che il carro infuocato di Febo In fretta stava scalando la collina orientale, Pieno d'invidia che la notte così a lungo la sua stanza riempisse.»

«Alla fine la porta orientale dorata Del più grande cielo cominciò ad aprirsi bene, E Febo fresco, come sposo alla sua compagna, Venne danzando fuori, scuotendo i suoi capelli rugiadosi, E scagliò i suoi raggi luccicanti attraverso l'aria cupa: Il che quando il vegliardo elfo percepì, subito Balzò su, e si preparò In armi color sole e schieramento bellicoso; Poiché con quel pagano orgoglioso egli combatterà quel giorno.»

Al contrario, a quanti passaggi, sia nei libri di inni che nelle poesie in versi sciolti, potrei, (se non fosse odioso), dirigere l'attenzione del lettore, il cui stile è quanto mai antipoetico, perché, e solo perché, è lo stile della prosa? Non vorrà suppormi capace di avere in mente versi come:

«Misi il mio cappello sulla testa E camminai nello Strand; E lì incontrai un altro uomo, Il cui cappello era nella sua mano.»

A tali esemplari sarebbe davvero una risposta equa e piena che questi versi non sono cattivi perché antipoetici; ma perché vuoti di ogni senso e sentimento; e che sarebbe un tentativo ozioso dimostrare che «una scimmia non è un Newton, quando è autoevidente che non è un uomo.» Ma il senso sarà buono e ponderato, il linguaggio corretto e dignitoso, il soggetto interessante e trattato con sentimento; e tuttavia lo stile sarà, nonostante tutti questi meriti, giustamente biasimevole come prosaico, e unicamente perché le parole e l'ordine delle parole troverebbero il loro posto appropriato nella prosa, ma non sono adatte alla composizione metrica. LE GUERRE CIVILI di Daniel è un'opera istruttiva, e persino interessante; ma prendete le seguenti strofe, (e dal centinaio di esempi che abbondano avrei potuto probabilmente selezionarne altri assai più sorprendenti):

«E affinché possiamo con maggiore agio Discernere il vero discorso, concedi di mostrare Quali furono i tempi precedenti vicini a questi, Che questi possiamo con maggiore profitto conoscere. Di' come il mondo cadde in questa malattia; E come così grande intemperanza crebbe; Così vedremo con quali gradi essa venne; Come le cose al culmine presto vanno fuori sesto.»

«Dieci re avevano dal Conquistatore normanno regnato Con fato mescolato e variabile, Quando l'Inghilterra alla sua massima altezza giunse Di potere, dominio, gloria, ricchezza e stato; Dopo che aveva con molta pena sostenuto La violenza dei principi, con dibattito Per titoli e le spesso ammutinazioni Di nobili per le loro antiche libertà.»

«Poiché primo, il Normanno, conquistando tutto con la forza, Con la forza fu costretto a mantenere ciò che aveva ottenuto; Mescolando i nostri costumi e la forma del diritto Con costituzioni straniere, che aveva portato; Dominando i potenti, umiliando il povero sventurato, Con ogni mezzo più severo che potesse essere forgiato; E, rendendo la successione dubbia, lacerò Il suo stato appena ottenuto, e lo lasciò turbolento.»

Si sosterrà da una parte che questi versi siano meschini e insensati? O dall'altra, che non siano prosaici, e per quella ragione antipoetici? Il meritato epiteto di questo poeta è quello del «ben linguaggiato Daniel;» ma anche, e con il consenso dei suoi contemporanei non meno che di tutti i critici successivi, «il prosaico Daniel.» Eppure coloro che così designano questo saggio e amabile scrittore per la frequente mancata corrispondenza della sua dizione al suo metro nella maggioranza delle sue composizioni, non solo le ritengono preziose e interessanti sotto altri aspetti; ma ammettono volentieri che si possono trovare in tutte le sue poesie, e specialmente nelle sue EPISTOLE e nel TRIONFO DI IMENEO, molti e squisiti esemplari di quello stile che, come terreno neutro di prosa e versi, è comune a entrambi. Un estratto raffinato e quasi privo di difetti, eminente tanto per altre bellezze quanto per la sua perfezione in questo tipo di dizione, può essere visto negli ESEMPLARI DRAMMATICI di Lamb, un'opera di vario interesse per la natura delle selezioni stesse, (tutte tratte dalle opere dei contemporanei di Shakespeare), --e che deriva un alto valore aggiuntivo dalle note, che sono piene di giusta e originale critica, espressa con tutta la freschezza dell'originalità.

Tra i possibili effetti di un'adesione pratica a una teoria che mira a identificare lo stile della prosa e del verso --(se non reclama addirittura per quest'ultimo una somiglianza ancora più vicina allo stile medio degli uomini nell'intercorso a voce viva della vita reale)-- potremmo anticipare il seguente come non il meno probabile che si verifichi. Accadrà, come ho già osservato, che il metro stesso, la sola differenza riconosciuta, diverrà occasionalmente metro solo per l'occhio. L'esistenza di prosaismi, e il fatto che essi detraggano dal merito di una poesia, deve alla fine essere concessa, quando un numero di versi successivi può essere reso, anche all'orecchio più delicato, non riconoscibile come verso, o come se fosse mai stato inteso per verso, semplicemente trascrivendoli come prosa; quando, se la poesia è in versi sciolti, ciò può essere effettuato senza alcuna alterazione, o al più semplicemente ripristinando una o due parole al loro posto appropriato, dal quale sono state trapiantate per nessuna causa o ragione assegnabile se non quella della convenienza dell'autore; ma se è in rima, con il mero scambio della parola finale di ogni verso per qualche altra dello stesso significato, ugualmente appropriata, dignitosa ed eufonica.

La risposta o obiezione nella prefazione all'osservazione anticipata «che il metro spiana la strada ad altre distinzioni,» è contenuta nelle seguenti parole. «La distinzione di rima e metro è regolare e uniforme, e non, come quella prodotta da (ciò che è solitamente chiamato) dizione poetica, arbitraria e soggetta a infiniti capricci, sui quali non si può fare alcun calcolo. Nel primo caso il lettore è totalmente alla mercé del poeta riguardo a quale immaginario o dizione egli possa scegliere di connettere alla passione.» Ma è questo un poeta, di cui un poeta sta parlando? No, sicuramente! Piuttosto di uno sciocco o di un folle: o al meglio di un vano o ignorante fantastico! E non potrebbero cervelli così selvaggi e così deficienti fare esattamente lo stesso disastro con rime e metri, come si suppone facciano con modi e figure del discorso? Come è il lettore alla mercé di tali uomini? Se continua a leggere le loro sciocchezze, non è forse colpa sua? Il fine ultimo della critica è molto più stabilire i principi della scrittura, che fornire regole su come giudicare ciò che è stato scritto da altri; se davvero fosse possibile che i due potessero essere separati. Ma se si chiede, secondo quali principi il poeta debba regolare il proprio stile, se non aderisce strettamente al tipo e all'ordine delle parole che sente al mercato, alla festa, alla strada maestra, o al campo arato? Rispondo; secondo principi, la cui ignoranza o negligenza lo convincerebbe di non essere alcun poeta, ma un sciocco o presuntuoso usurpatore del nome. Secondo i principi della grammatica, della logica, della psicologia. In una parola, da una tale conoscenza dei fatti, materiali e spirituali, che più appartengono alla sua arte, che, se è stata governata e applicata dal buon senso, e resa istintiva dall'abitudine, diviene il rappresentante e la ricompensa dei nostri passati ragionamenti, intuizioni e conclusioni consci, e acquisisce il nome di Gusto. Secondo quale regola che non lasci il lettore alla mercé del poeta, e il poeta alla propria, deve quest'ultimo distinguere tra il linguaggio adatto alla rabbia soppressa, e il linguaggio, che è caratteristico della rabbia assecondata? O tra quello della rabbia e quello della gelosia? È ottenuto vagando in cerca di persone arrabbiate o gelose nella società non coltivata, al fine di copiare le loro parole? O non molto piuttosto dal potere dell'immaginazione che procede sul tutto nel singolo della natura umana? Dalla meditazione, piuttosto che dall'osservazione? E da quest'ultima in conseguenza solo della prima? Come occhi, per i quali la prima ha predeterminato il loro campo visivo, e ai quali, come al suo organo, comunica un potere microscopico? Non c'è, credo fermamente, un uomo ora vivente, che abbia, dalla sua propria esperienza interiore, una intuizione più chiara del signor Wordsworth stesso, che le ultime menzionate siano le vere fonti della discriminazione geniale. Attraverso lo stesso processo e mediante la stessa agenzia creativa il poeta distinguerà il grado e il tipo di eccitazione prodotta dall'atto stesso della composizione poetica. Intuitivamente saprà, quali differenze di stile essa ispira e giustifica immediatamente; quale intermischianza di volontà conscia è naturale a quello stato; e in quali istanze tali figure e colori del discorso degenerano in mere creature di uno scopo arbitrario, freddi artifici tecnici di ornamento o connessione. Poiché, proprio come la verità è la sua propria luce ed evidenza, scoprendo immediatamente se stessa e la falsità, così è la prerogativa del genio poetico distinguere per istinto parentale la propria prole dai rimpiazzi, che gli gnomi della vanità o le fate della moda possono aver deposto nella sua culla o chiamato con i suoi nomi. Se una regola potesse essere data dall'esterno, la poesia cesserebbe di essere poesia, e sprofonderebbe in un'arte meccanica. Sarebbe morfosi, non poiesis. Le regole dell'Immaginazione sono esse stesse i poteri stessi della crescita e della produzione. Le parole a cui sono riducibili presentano solo i contorni e l'aspetto esterno del frutto. Un ingannevole contraffatto della forma superficiale e dei colori può essere elaborato; ma la pesca di marmo appare fredda e pesante, e solo i bambini la mettono alle loro bocche. Non troviamo difficoltà nell'ammettere come eccellente, e il linguaggio legittimo del fervore poetico auto-appassionato, l'apostrofe di Donne al Sole nella seconda strofa della sua PROGRESSO DELL'ANIMA.

«Te, occhio del cielo! quest'Anima grande non invidia; Dalla tua forza maschile è tutto, ciò che abbiamo, generato. Nel primo Oriente tu ora inizi a splendere, Succhi balsamo precoce e spezie isolane lì, E vorrai presto nella tua carriera a redini sciolte Al Tago, Po, Senna, Tamigi e Danubio cenare, E vedere di notte questo mio mondo occidentale: Eppure non hai visto più nazioni di lei, Che prima di te un giorno iniziò ad essere, E, la tua luce fragile essendo spenta, vivrà a lungo, a lungo più di te.»

O la strofa successiva a quella:

«Grande Destino, il commissario di Dio, Che hai segnato un sentiero e un periodo Per ogni cosa! Tu, che, dove noi progenie prendemmo, Le nostre vie e fini vedi in un istante: tu Nodo di tutte le cause! Tu, la cui fronte immutabile Mai sorride né si acciglia! O! concedi tu di guardare, E mostra la mia storia nel tuo libro eterno,» ecc.

Altrettanto poca difficoltà troviamo nell'escludere dagli onori di un calore e di un'elevazione non affettati la follia preconcetta della pseudopoesia, o l'isterismo sorprendente della debolezza che si sovrasforza, che scoppia sul lettore impreparato in svariate odi e apostrofi a termini astratti. Tali sono le Odi alla gelosia, alla Speranza, all'Oblio, e simili, nella collezione di Dodsley e nei giornali di quel giorno, che raramente mancano di ricordarmi una copia di versi di Oxford sui due SUTTON, che inizia con:

«Inoculazione, fanciulla celeste! discendi!»

Non si deve negare che uomini di indubbio talento, e persino poeti di vero, sebbene non di prim'ordine, genio, abbiano da una teoria errata illuso sia se stessi che altri nell'estremo opposto. Lessi una volta a una compagnia di donne sensibili e ben istruite il periodo introduttivo della prefazione di Cowley alle sue «Odi Pindariche», scritte a imitazione dello stile e del modo delle odi di Pindaro. «Se,» (dice Cowley), «un uomo dovesse intraprendere di tradurre Pindaro, parola per parola, si penserebbe che un folle ne abbia tradotto un altro come può apparire, quando lui, che non comprende l'originale, legge la traduzione verbale di lui in prosa latina, di cui nulla sembra più delirante.» Procedetti poi con la sua versione libera della seconda Olimpica, composta per lo scopo caritatevole di razionalizzare l'Aquila Tebana.

«Regina di tutte le cose armoniose, Parole danzanti e corde parlanti, Quale dio, quale eroe, canterai? Quale uomo felice porterai a glorie eguali? Inizia, inizia la tua nobile scelta, E lascia che le colline intorno riflettano l'immagine della tua voce. Pisa appartiene a Giove, Giove e Pisa reclamano il tuo canto. Le belle primizie della guerra, i giochi Olimpici, Alcide, offrì a Giove; Alcide, anche, le tue corde può muovere, Ma, oh! quale uomo unirsi a questi può degno provarsi? Unisci Terone audacemente ai loro sacri nomi; Terone il prossimo onore reclama; Terone a nessun uomo dà posto, È primo nella gara di Pisa e della Virtù; Terone lì, e lui solo, Persino i suoi veloci antenati ha superato.»

Uno dei membri della compagnia esclamò, con il pieno assenso degli altri, che se l'originale fosse stato più folle di questo, doveva trattarsi di una follia incurabile. Tradussi allora l'ode dal greco, e il più vicino possibile, parola per parola; e l'impressione fu che, nel movimento generale dei periodi, nella forma dei legami e delle transizioni, e nella sobria maestà dell'alto senso, apparisse loro di accostarsi più di ogni altra poesia avessero udito allo stile della nostra Bibbia, nei libri profetici. La prima strofa basterà come saggio:

«O inni dominatori dell'arpa! (o) o inni sovrani delle arpe! Quale Dio? quale Eroe? Quale Uomo celebreremo? Veramente Pisa appartiene a Giove, Ma le Olimpiadi (o i giochi olimpici) Ercole istituì, Le primizie delle spoglie di guerra. Ma Terone per il carro a quattro cavalli, Che portò vittoria a lui, Ci conviene ora cantare ad alta voce: Il Giusto, l'Ospitale, Il baluardo di Agrigento, Di rinomati padri Il fiore, proprio colui Che conserva la sua città natale eretta e sicura.»

Ma sono tali capricci retorici condannabili solo per la loro deviazione dal linguaggio della vita reale? E non possono essere preclusi in altro modo che con il rifiuto di ogni distinzione tra prosa e verso, eccetto quella del metro? Certamente il buon senso, e una moderata intuizione della costituzione della mente umana, sarebbero ampiamente sufficienti a provare che tale linguaggio e tali combinazioni non sono il prodotto nativo né della fantasia né dell'immaginazione; che la loro operazione consiste nell'eccitazione della sorpresa mediante la giustapposizione e l'apparente riconciliazione di cose ampiamente diverse o incompatibili. Come quando, per esempio, si fa in modo che le colline riflettano l'immagine di una voce. Certamente, non è richiesto un gusto insolito per vedere chiaramente che questa giustapposizione coatta non è prodotta dalla presentazione di forme impressionanti o deliziose alla visione interiore, né da alcuna simpatia per i poteri modificanti con cui il genio del poeta aveva unito e ispirato tutti gli oggetti del suo pensiero; che è dunque una specie di spirito, una pura opera della volontà, e implica un agio e una padronanza di sé, sia di pensiero che di sentimento, incompatibili con il costante fervore di una mente posseduta e riempita dalla grandezza del suo soggetto. Per riassumere il tutto in una frase. Quando verrà addotta una poesia, o una parte di essa, che sia evidentemente viziosa nelle figure e nella tessitura del suo stile, e tuttavia per la cui condanna non si possa assegnare alcuna ragione, se non quella che differisce dallo stile in cui gli uomini effettivamente conversano, allora, e non prima, potrò considerare questa teoria come plausibile, o praticabile, o capace di fornire una regola, una guida, o una precauzione, che non avrebbe potuto, più facilmente e più sicuramente, così come più naturalmente, essere dedotta nella mente stessa dell'autore da considerazioni di grammatica, logica, e la verità e natura delle cose, confermate dall'autorità di opere la cui fama non appartiene a un solo paese né a una sola epoca.

CAPITOLO XIX

Continuazione — Riguardo al vero oggetto che, è probabile, il signor Wordsworth avesse davanti a sé nella sua prefazione critica — Delucidazione e applicazione di ciò.

Potrebbe sembrare da alcuni passaggi nella prima parte della prefazione del signor Wordsworth, che egli intendesse limitare la sua teoria dello stile, e la necessità di una stretta conformità con il linguaggio reale degli uomini, a quei particolari soggetti tratti dalla vita umile e rustica, che per via di esperimento si era proposto di naturalizzare come una nuova specie nella nostra poesia inglese. Ma dal filo del ragionamento che segue; dal riferimento a Milton; e dallo spirito della sua critica sul sonetto di Gray; quelle frasi sembrano essere state piuttosto cortesie di modestia, che effettive limitazioni del suo sistema. Eppure, così privo di fondamento appare questo sistema a un esame attento; e così strano e travolgente nelle sue conseguenze, che non posso, e non voglio, credere che il poeta stesso l'abbia mai adottato nel senso assoluto in cui le sue espressioni sono state comprese da altri, e che, invero, secondo tutte le comuni leggi dell'interpretazione, sembrano portare. Cosa intendeva dunque? Intendo che, nella chiara percezione, non priva di disgusto o disprezzo, delle vistose affettazioni di uno stile che passava per molti come dizione poetica (sebbene in verità avesse ben poche pretese alla poesia, quanto alla logica o al senso comune), egli restrinse la sua visione per il momento; e sentendo una giustificabile preferenza per il linguaggio della natura e del buon senso, anche nelle sue forme più umili e meno ornate, si lasciò andare a esprimere, in termini fin troppo ampi e troppo esclusivi, la sua predilezione per uno stile il più lontano possibile dal falso e appariscente splendore che desiderava far esplodere. È possibile che questa predilezione, all'inizio meramente comparativa, sia deviata per un tempo in diretta parzialità. Ma il vero oggetto che aveva in vista era, non ne dubito, una specie di eccellenza che era stata molto tempo prima felicemente caratterizzata dal giudizioso e amabile Garve, le cui opere sono così giustamente amate e stimate dai tedeschi, nelle sue osservazioni su Gellert, dalle quali il seguente è letteralmente tradotto. «Il talento richiesto per fare eccellenti versi è forse maggiore di quanto il filosofo sia pronto ad ammettere, o troverebbe in suo potere acquisire: il talento di cercare solo l'espressione adatta del pensiero, e tuttavia di trovare allo stesso tempo con essa la rima e il metro. Gellert possedeva questo dono felice, se mai qualcuno dei nostri poeti lo ha posseduto; e nulla forse ha contribuito maggiormente alla grande e universale impressione che le sue favole fecero alla loro prima pubblicazione, o conduce di più alla loro continua popolarità. Era uno strano e curioso fenomeno, e tale che in Germania era stato precedentemente inaudito, leggere versi in cui tutto era espresso proprio come si desidererebbe parlare, e tuttavia tutto dignitoso, attraente e interessante; e tutto allo stesso tempo perfettamente corretto quanto alla misura delle sillabe e alla rima. È certo che la poesia, quando ha raggiunto questa eccellenza, fa un'impressione assai maggiore della prosa. Così tanto, in verità, che anche la gratificazione che le rime stesse offrono, diventa allora non più una gratificazione spregevole o insignificante.»

Per quanto nuovo questo fenomeno possa essere stato in Germania al tempo di Gellert, non è affatto nuovo, né di recente esistenza nella nostra lingua. A dispetto della licenziosità con cui Spenser occasionalmente costringe l'ortografia delle sue parole a un asservimento alle sue rime, l'intera FAIRY QUEEN è un esempio quasi continuo di questa bellezza. La canzone di Waller GO, LOVELY ROSE, è senza dubbio familiare alla maggior parte dei miei lettori; ma se mi fosse capitato di avere con me le poesie di Cotton, più ma assai meno meritatamente celebrato come l'autore del VIRGIL TRAVESTIED, mi sarei concesso, e penso avrei gratificato molti, che non conoscono le sue opere serie, selezionando alcuni ammirevoli saggi di questo stile. Non mancano in quel volume poesie, piene di ogni eccellenza di pensiero, immagine e passione che ci aspettiamo o desideriamo nella poesia della musa più mite; e tuttavia formulate in modo tale che il lettore non vede alcun motivo, né nella scelta né nell'ordine delle parole, per cui non avrebbe potuto dire la stessa cosa in una conversazione appropriata, e non può concepire come avrebbe potuto esprimere tali pensieri altrimenti senza perdita o danno al suo significato.

Ma in verità la nostra lingua è, e fin dal primo albore della poesia sempre è stata, particolarmente ricca di composizioni contraddistinte da questa eccellenza. La 'e' finale, che ora è muta, nell'età di Chaucer era indifferentemente pronunciata o omessa. Noi stessi usiamo ancora sia "beloved" che "belov'd" a seconda che la rima, o la misura, o lo scopo di maggiore o minore solennità possa richiedere. Lasciamo dunque che il lettore adotti solo la pronuncia del poeta e della corte in cui visse, sia rispetto alla 'e' finale che all'accentazione dell'ultima sillaba; oserei allora chiedere, cosa potremmo udire, persino nel linguaggio colloquiale di donne eleganti e senza affettazione (che sono le particolari padrone di "pure English and undefiled"), di più naturale, o apparentemente meno studiato, delle seguenti stanze dal TROILUS AND CRESEIDE di Chaucer.

«E dopo questo, verso la porta egli andò, Dove Creseide uscì cavalcando a passo ben lento, E su e giù là fece molti giri, E a se stesso disse spesso: Ahimè! Da qui cavalcò la mia beatitudine e il mio sollievo. Come volesse il Dio beato ora per la sua gioia, Potessi vederla di nuovo tornare a Troia! E verso la collina laggiù la seguii, Ahimè! e là presi da lei il mio commiato E laggiù la vidi cavalcare verso suo padre; Per il dolore del quale il mio cuore si spezzerà; E fin qui a casa venni quando fu sera, E qui dimoro, scacciato da ogni gioia, E resto, finché non potrò rivederla a Troia. E di se stesso immaginava egli spesso Di essere disfatto, pallido e fatto più piccolo Di quanto fosse solito, e che gli uomini dicessero piano, Cosa può essere? chi può indovinare il vero, Perché Troilo ha tutta questa pesantezza? E tutto ciò non era che la sua malinconia, Che egli aveva di se stesso tale fantasia. Un'altra volta immaginare egli voleva Che ogni creatura, che passava accanto a lui per la via, Avessi di lui pietà, e che dovessero dire, Sono proprio dispiaciuto, Troilo morirà! E così egli guidò un giorno ancora o due, Come avete udito: tale vita cominciò a condurre Come colui che stava tra speranza e timore: Per il che gli piacque mostrare nei suoi canti La ragione del suo guado come meglio poteva, E fece una canzone di parole solo poche, Un poco il suo cuore dolente per alleggerire, E quando fu lontano dalla vista di ogni uomo Con voce soffusa lui della sua dama cara, Che assente era, cominciò a cantare come potete udire:

* * * * * *

Questa canzone, quando egli così cantato ebbe, assai presto Ricadde di nuovo nei suoi sospiri antichi E ogni notte, come era sua consuetudine fare; Stava a contemplare la luna luminosa E tutto il suo dolore alla luna egli raccontò, E disse: Io credo, quando tu sarai cornuta di nuovo, Io sarò lieto, se tutto il mondo è vero!»

Un altro squisito maestro di questa specie di stile, dove lo studioso e il poeta fornisce il materiale, ma il perfetto gentiluomo di buona educazione le espressioni e l'arrangiamento, è George Herbert. Poiché, per la natura del soggetto e la troppo frequente bizzarria dei pensieri, il suo TEMPLE; or SACRED POEMS AND PRIVATE EJACULATIONS è comparativamente poco conosciuto, estrarrò due poesie. La prima è un sonetto, ugualmente ammirevole per il peso, il numero e l'espressione dei pensieri, e per la semplice dignità del linguaggio. A meno che, in verità, un gusto schizzinoso non debba obiettare alla seconda metà del sesto verso. La seconda è una poesia di maggiore lunghezza, che ho scelto non solo per il presente scopo, ma anche come un esempio lampante e un'illustrazione di un'asserzione azzardata in una pagina precedente di questi schizzi, vale a dire che il difetto caratteristico dei nostri poeti più anziani è l'opposto di quello che distingue troppi dei nostri più recenti versificatori; i primi trasmettono i pensieri più fantastici nel linguaggio più corretto e naturale; i secondi nel linguaggio più fantastico trasmettono i pensieri più banali. Questi ultimi sono un indovinello di parole; i primi un enigma di pensieri. Il primo mi ricorda uno strano passaggio nelle IDEAS di Drayton:

Come altri uomini, anch'io medito, Perché in tal modo io distorco l'invenzione; E perché uso queste metafore vertiginose, Lasciando il sentiero che la maggior parte segue; Vi risolverò: io sono un lunatico!

L'altro richiama un passaggio ancora più strano in THE SYNAGOGUE: or THE SHADOW OF THE TEMPLE, una serie collegata di poesie a imitazione del TEMPLE di Herbert, e, in alcune edizioni, ad esso annessa.

Oh come la mia mente È confusa! Non un pensiero, Che io possa trovare, Ma è aggrovigliato Tutto nel nulla! Brevi estremità di fili, E strette strisce Di cimose, Nodi, gorgiere arruffate, Sciolti ciuffi spezzati Di ritorti, Sono il vestito logoro delle mie meditate lacerazioni, Che, avvolto e tessuto, forma un abito per nulla: Una volta penso, e poi sono nel dolore A pensare come dis-pensare di nuovo quel pensiero.

Subito dopo questi passaggi burleschi non posso procedere con gli estratti promessi, senza cambiare il tono ludico del sentimento con l'interposizione delle tre seguenti stanze di Herbert.

VIRTÙ.

Dolce giorno, così fresco, così calmo, così luminoso, Le nozze della terra e del cielo, La rugiada piangerà la tua caduta stanotte; Poiché tu devi morire.

Dolce rosa, la cui tinta irata e coraggiosa Ordina al temerario osservatore di asciugarsi l'occhio La tua radice è sempre nella sua tomba, E tu devi morire.

Dolce primavera, piena di dolci giorni e rose, Una scatola, dove dolci compatti giacciono La mia musica mostra, voi avete le vostre chiusure, E tutto deve morire.

IL PECCATO DEL CUORE: UN SONETTO DI GEORGE HERBERT.

Signore, con quanta cura ci hai cinti tutt'intorno, I genitori prima ci stagionano; poi i maestri di scuola Ci consegnano alle leggi; ci mandano legati Alle regole della ragione, santi messaggeri, Pulpiti e domeniche, il dolore che insegue il peccato, Afflizioni assortite, angoscia di ogni dimensione, Reti fini e stratagemmi per catturarci, Bibbie spalancate, milioni di sorprese; Benedizioni in anticipo, legami di gratitudine, Il suono della Gloria che risuona nelle nostre orecchie Fuori, la nostra vergogna; dentro, le nostre coscienze; Angeli e grazia, speranze e timori eterni. Eppure tutte queste difese e il loro intero schieramento Un astuto peccato del cuore soffia via del tutto.

AMORE SCONOSCIUTO.

Caro amico, siediti, il racconto è lungo e triste E nei miei svenimenti, presumo, il tuo amore Sarà più compiacente che d'aiuto. Un Signore avevo, E ho, del quale alcuni terreni, che possono migliorare, Detengo per due vite, ed entrambe le vite in me. A lui portai un piatto di frutta un giorno, E nel mezzo posi il mio cuore. Ma lui (sospiro a dirlo) Guardò un servo, che conosceva il suo occhio, Meglio di quanto tu conosca me, o (che è tutt'uno) Di quanto io stesso. Il servo istantaneamente, Abbandonando la frutta, si impadronì solo del mio cuore, E lo gettò in una fonte, in cui cadeva Un rivolo di sangue, che usciva dal fianco Di una grande roccia: ricordo bene tutto, E ne ho buona causa: lì fu immerso e tinto, E lavato, e strizzato: lo strizzare stesso ancora Costringe alle lacrime. "Il tuo cuore era sporco, temo." In verità è vero. Commisi e commetto Molte colpe, più di quanto il mio contratto possa sopportare; Eppure chiesi sempre perdono, e non mi fu negato. Ma tu ascolterai. Dopo che il mio cuore fu bene, E pulito e giusto, come io una sera (sospiro a raccontare) Camminai solo fuori, vidi una grande E spaziosa fornace fiammeggiante, e su di essa Un calderone bollente, attorno al cui bordo Era scritto a grandi lettere AFFLIZIONE. La grandezza mostrava il proprietario. Così andai A prendere un sacrificio dal mio ovile, Pensando con quello, che presentavo così, Di scaldare il suo amore, che, temevo, si raffreddasse. Ma mentre il mio cuore lo offriva, l'uomo Che doveva prenderlo da me, scivolò con la mano, E gettò il mio cuore nella padella scottante; Il mio cuore che lo aveva portato (capisci?) Il cuore dell'offerente. "Il tuo cuore era duro, temo." In verità è vero. Trovai una materia callosa Che cominciava a diffondersi ed espandersi lì: Ma con una droga più ricca dell'acqua bollente Lo bagnai spesso, persino con il sangue santo, Che a una tavola, mentre molti bevevano vino puro, Un amico rubò nella mia coppa per il bene, Persino preso interiormente, e di natura divina Per ammorbidire le durezze. Ma alla fine Uscendo dal calderone, presto fuggii Alla mia casa, dove per riparare la forza Che avevo perso, mi affrettai al mio letto: Ma quando pensai di dormire via tutte queste colpe, (sospiro a parlarne) Trovai che alcuni avevano riempito il letto di pensieri, Vorrei dire spine. Caro, poteva il mio cuore non spezzarsi, Quando con i miei piaceri persino il mio riposo era andato? Molto bene capivo chi era stato lì: Poiché non avevo dato la chiave a nessuno se non a uno: Deve essere stato lui. "Il tuo cuore era ottuso, temo." In verità uno stato d'animo pigro e sonnolento Mi possedeva spesso; così che quando pregavo, Sebbene le mie labbra si muovessero, il mio cuore restava indietro. Ma tutti i miei debiti furono pagati da un altro, Che prese la mia colpa su di sé. "Veramente, Amico, "Per quanto sento, il tuo Maestro mostra verso di te "Più favore di quanto tu sappia. Osserva la fine. "La fonte fece solo ciò che era vecchio rinnovare "Il calderone ammorbidì ciò che era diventato troppo duro: "Le spine ravvivarono ciò che era diventato troppo ottuso: "Tutto non fece che sforzarsi di riparare ciò che avevi guastato. "Perciò sii rallegrato, e lodalo pienamente "Ogni giorno, ogni ora, ogni momento della settimana "Che desidera ardentemente che tu sia nuovo, tenero, vivo."

CAPITOLO XX

Il soggetto precedente continuato — Lo stile neutro, o quello comune a Prosa e Poesia, esemplificato da saggi di Chaucer, Herbert, e altri.

Non ho timore nel dichiarare la mia convinzione che l'eccellenza definita ed esemplificata nel capitolo precedente non sia l'eccellenza caratteristica dello stile del signor Wordsworth; perché posso aggiungere con uguale sincerità che essa è preclusa da poteri superiori. Il merito dell'uniforme adesione al genuino, logico inglese è indubbiamente suo; anzi, ponendo l'enfasi principale sulla parola uniforme, oserò aggiungere che, tra tutti i poeti contemporanei, è solo suo. Poiché, in un senso meno assoluto della parola, includerei certamente il signor Bowles, Lord Byron, e, per tutti i suoi scritti successivi, il signor Southey, essendo le eccezioni nelle loro opere così poche e poco importanti. Ma della specifica eccellenza descritta nella citazione da Garve, mi sembra di trovare più, e più indubbi saggi, nelle opere di altri; per esempio, tra le poesie minori del signor Thomas Moore, e del nostro illustre Laureato. Per me rimarrà sempre un fatto singolare e degno di nota che una teoria, che stabilirebbe questa lingua comune, non solo come il migliore, ma come l'unico stile raccomandabile, sia proceduta da un poeta la cui dizione, dopo quella di Shakespeare e Milton, mi appare tra tutte le altre la più individualizzata e caratteristica. E si ricordi anche che sto ora interpretando i controversi passaggi della prefazione critica del signor Wordsworth secondo lo scopo e l'oggetto che si può supporre egli intendesse, piuttosto che secondo il senso che le parole stesse devono trasmettere se prese senza questa concessione.

Una persona di qualsiasi gusto, che avesse studiato solo tre o quattro delle principali opere di Shakespeare, non mancherebbe quasi mai, senza il nome apposto, di riconoscere come di Shakespeare una citazione da qualsiasi altra opera, anche se di poche righe. Una simile peculiarità, sebbene in grado minore, accompagna lo stile del signor Wordsworth, ogniqualvolta parla in propria persona; o ogniqualvolta, sebbene sotto un nome fittizio, è chiaro che egli stesso stia ancora parlando, come nelle diverse dramatis personae de THE RECLUSE. Anche nelle altre poesie, in cui si propone di essere più drammatico, ve ne sono poche in cui non faccia occasionalmente irruzione. Il lettore potrebbe spesso rivolgersi al poeta con le sue stesse parole in riferimento alle persone introdotte:

«Sembra, mentre ripercorro la ballata riga per riga Che solo la metà sia loro, e la metà migliore sia tua.»

Chi, essendo stato precedentemente a conoscenza di una parte considerevole delle pubblicazioni del signor Wordsworth, e avendole studiate con pieno sentimento del genio dell'autore, non rivendicherebbe subito come wordsworthiana la piccola poesia sull'arcobaleno?

«Il Bambino è padre dell'Uomo, ecc.»

O in LUCY GRAY?

«Nessun compagno, nessun camerata Lucy conosceva; Ella dimorava su una vasta brughiera; La cosa più dolce che sia mai cresciuta Accanto a una porta umana.»

O in THE IDLE SHEPHERD-BOYS?

«Lungo il margine pietroso del fiume L'allodola canta un canto gioioso; Il tordo è indaffarato nel bosco, E gorgheggia forte e gagliardo. Mille agnelli sono sulle rocce, Tutti appena nati! sia la terra che il cielo Fanno giubileo, e più di tutto, Quei ragazzi con la loro corona verde; Non odono mai il grido, Quel grido lamentoso! che su per la collina Viene dal profondo di Dungeon-Ghyll.»

È necessario che io menzioni la squisita descrizione del Sea-Loch in THE BLIND HIGHLAND BOY? Chi se non un poeta racconta una storia con tale linguaggio ai piccoli accanto al caminetto come:

«Eppure faceva molti sogni inquieti; Sia quando udiva il grido dell'aquila, Sia quando udiva il ruggito dei torrenti, E udiva l'acqua battere la riva Laddove sorgeva il loro cottage.

Accanto a un lago sorgeva il loro cottage, Non piccolo come il nostro, un flusso di pace; Ma uno di dimensioni possenti, e strano; Che, agitato o calmo, è pieno di mutamenti, E in fermento nel suo letto.

Poiché verso questo lago, notte e giorno, La grande Acqua del Mare trova la via Attraverso i lunghi, lunghi snodarsi delle colline, E beve tutti i graziosi ruscelli E i fiumi grandi e forti:

Poi torna in fretta per la strada da cui venne, Ritorna con la stessa faccenda di sempre; Lo faceva quando la terra era nuova; E questo farà per sempre, Finché durerà la terra.

E, con l'arrivare della marea, Arrivano barche e navi che dolcemente cavalcano, Tra i boschi e le rocce elevate; E ai pastori con le loro greggi Portano racconti di terre lontane.»

Potrei citare quasi per intero la sua RUTH, ma prendete le seguenti strofe:

Ma, come vi è stato già detto, Questo Giovinetto, sportivo, gaio e audace, E, con la sua cresta danzante, Così bello, attraverso terre selvagge Aveva vagato con bande erranti Di Indiani nell'Ovest.

Il vento, la tempesta che ruggisce alta, Il tumulto di un cielo tropicale, Potrebbero ben essere cibo pericoloso Per lui, un Giovane a cui fu dato Così tanto di terra — così tanto di cielo, E un sangue così impetuoso.

Qualunque cosa in quei climi trovasse Irregolare alla vista o al suono Trasmetteva alla sua mente Un impulso affine, sembrava alleato Ai suoi stessi poteri, e giustificava I moti del suo cuore.

Né meno, per nutrire il pensiero voluttuoso, Le belle forme della natura operavano, Bei alberi e fiori incantevoli; Le brezze prestavano il loro languore; Le stelle avevano sentimenti, che inviavano In quei pergolati magici.

Eppure nei suoi peggiori intenti, credo, Che talvolta vi intervenissero Pure speranze di alto proposito, Poiché le passioni legate a forme così belle E maestose, devono pur avere la loro parte Di nobile sentimento.»

Ma dalle composizioni più elevate del signor Wordsworth, che formano già i tre quarti delle sue opere; e che, confido, costituiranno in futuro una proporzione ancora maggiore; — da queste, sia in rima che in versi sciolti, sarebbe difficile e quasi superfluo selezionare esempi di una dizione peculiarmente sua, di uno stile che non può essere imitato senza che sia subito riconosciuto come originato nel signor Wordsworth. Non sarebbe facile aprirle su uno qualsiasi dei suoi toni più elevati, che non contenga esempi di ciò; e tanto più in proporzione a quanto i versi siano eccellenti, e più simili all'autore. Per coloro che potrebbero aver avuto meno familiarità con i suoi scritti, darò tre esempi scelti con poca cura. Il primo dalle righe sul BOY OF WINANDER-MERE, — che

«Soffiava richiami mimici ai gufi silenziosi, Affinché gli rispondessero. — Ed essi gridavano Attraverso la valle acquatica, e gridavano ancora, Con lunghi richiami, e strida, ed echi forti Raddoppiati e raddoppiati; concorso selvaggio Di ilarità e frastuono giocondo! E quando accadeva, Che pause di profondo silenzio schernissero la sua abilità, Allora a volte in quel silenzio, mentre restava sospeso In ascolto, un lieve shock di mite sorpresa Ha portato lontano nel suo cuore la voce Dei torrenti di montagna; o la scena visibile Sarebbe entrata inavvertitamente nella sua mente Con tutta la sua solenne immaginazione, le sue rocce, I suoi boschi, e quel cielo incerto, ricevuto Nel seno del lago immobile.»

Il secondo sarà quella nobile imitazione di Drayton (se non si trattasse piuttosto di una coincidenza) nelle righe TO JOANNA.

— «Quando ebbi fissato forse per due minuti lo sguardo, Joanna, guardandomi negli occhi, scorse Quel mio rapimento, e rise ad alta voce. La Roccia, come qualcosa che si scuote dal sonno, Raccolse la voce della Dama, e rise ancora! Quella vecchia donna seduta su Helm-crag Era pronta con la sua caverna; Hammar-scar E l'alto Ripa di Silver-How emisero Un rumore di risate; il meridionale Loughrigg udì, E Fairfield rispose con un tono di montagna. Helvellyn lontano nel chiaro cielo azzurro Portò la voce della dama! — il vecchio Skiddaw soffiò La sua tromba parlante! — indietro dalle nuvole Da Glaramara verso sud venne la voce: E Kirkstone la lanciò dalla sua testa nebbiosa!»

Il terzo, che è in rima, lo traggo dal SONG AT THE FEAST OF BROUGHAM CASTLE, sulla restaurazione di Lord Clifford, il Pastore, alle Proprietà e agli Onori dei suoi Antenati.

— «Ora è giunto un altro giorno, Speranza più adatta, e destino più nobile; Egli ha gettato via il suo bastone, E ha sepolto profondamente il suo libro; L'armatura che arrugginisce nelle sue sale Sul sangue di Clifford chiama — “Soggioga lo scozzese”, esclama la Lancia! Portatemi al cuore della Francia, È il desiderio dello Scudo — Dì il tuo nome, o Campo tremante! — Campo di morte, ovunque tu sia, Gemiti con la nostra vittoria! Giorno felice, e ora possente, Quando il nostro Pastore, nel suo potere, In armatura e a cavallo, con lancia e spada, Ai suoi antenati restaurato, Come una Stella che riappare, Come una gloria da lontano, Per primo guiderà il gregge della guerra!»

«Ahimè! il fervente arpista non sapeva, Che per un'Anima tranquilla il Componimento era creato, Che, a lungo costretta a camminare per sentieri umili, Era addolcita nel sentimento, placata e domata.

Amore aveva trovato in capanne dove giacciono i poveri; I suoi maestri quotidiani erano stati boschi e ruscelli, Il silenzio che è nel cielo stellato, Il sonno che è tra le colline solitarie.»

Le parole stesse nei brani precedenti sono, senza dubbio, sufficientemente comuni per la maggior parte. — Ma in quale poesia non lo sono, se eccettuiamo alcuni tentativi disgraziati di tradurre le arti e le scienze in versi? In THE EXCURSION il numero di parole polisillabiche (o ciò che la gente comune chiama, da dizionario) è più grande del solito. E così deve essere per forza, in proporzione al numero e alla varietà delle concezioni di un autore, e alla sua sollecitudine di esprimerle con precisione. — Ma quelle parole in quei luoghi sono comunemente impiegate nella vita reale per esprimere lo stesso pensiero o cosa esterna? Sono lo stile usato nell'ordinaria interazione delle parole parlate? No! né lo sono i modi di connessione; e ancor meno le pause e le transizioni. Qualcuno che non fosse un poeta — o almeno, qualcuno che non fosse consapevole di essersi espresso con notevole vivacità — avrebbe descritto un uccello che canta forte con, «Il tordo è indaffarato nel bosco?» — o avrebbe parlato di ragazzi con una striscia di licopodio attorno ai loro cappelli logori, come i ragazzi «con la loro corona verde?» — o avrebbe tradotto un bel giorno di Maggio in «Sia la terra che il cielo fanno giubileo!» — o avrebbe portato tutti i diversi segni e circostanze di un lago marino davanti alla mente, come le azioni di un potere vivente e agente? O avrebbe rappresentato il riflesso del cielo nell'acqua, come «Quel cielo incerto ricevuto nel seno del lago immobile?» Persino la costruzione grammaticale non è infrequentemente peculiare; come «Il vento, la tempesta che ruggisce alta, il tumulto di un cielo tropicale, potrebbero ben essere cibo pericoloso per lui, un giovane a cui fu dato, ecc.» C'è una peculiarità nel frequente uso dell'asindeto (cioè, l'omissione della particella connettiva prima dell'ultima di diverse parole, o diverse frasi usate grammaticalmente come singole parole, essendo tutte nello stesso caso e reggenti o governate dallo stesso verbo) e non meno nella costruzione di parole per apposizione («a lui, un giovane»). In breve, se fossero esclusi dalle composizioni poetiche del signor Wordsworth tutto ciò che una letterale aderenza alla teoria della sua prefazione escluderebbe, i due terzi almeno delle bellezze segnate della sua poesia dovrebbero essere cancellati. Poiché un numero di gran lunga maggiore di versi verrebbe sacrificato che in qualsiasi altro poeta recente; poiché il piacere ricevuto dalle poesie di Wordsworth deriva meno dall'eccitazione della curiosità o dal rapido flusso della narrazione, i passaggi sorprendenti formano una proporzione maggiore del loro valore. Non lo adduco come un criterio equo di eccellenza comparativa, né lo penso tale; ma semplicemente come un dato di fatto. Affermo che da nessun scrittore contemporaneo si potrebbero citare così tante righe, senza riferimento alla poesia in cui si trovano, per il loro peso o bellezza indipendente. Dalla sfera della mia esperienza posso richiamare alla mia memoria tre persone di poteri e acquisizioni non comuni, che avevano letto le poesie di altri con piacere sempre più inalterato, e avevano pensato molto più altamente dei loro autori, come poeti; che pure mi hanno confessato, che da nessuna opera moderna erano balzati fuori così tanti passaggi di nuovo nelle loro menti in tempi diversi, e come occasioni diverse avevano risvegliato un umore meditativo.

CAPITOLO XXI

Osservazioni sull'attuale modo di condurre i giornali critici.

Da tempo desidero vedere un'indagine equa e filosofica sul carattere di Wordsworth, come poeta, sull'evidenza delle sue opere pubblicate; e un apprezzamento positivo, non comparativo, delle loro eccellenze, carenze e difetti caratteristici. Non conosco alcuna pretesa che la mera opinione di qualsiasi individuo possa avere di pesare più dell'opinione dell'autore stesso; contro la cui probabilità di parzialità genitoriale dovremmo contrapporre quella di aver pensato più a lungo e più profondamente sull'argomento. Ma chiamerei quell'indagine equa e filosofica in cui il critico annuncia e tenta di stabilire i principi, che egli ritiene fondamento della poesia in generale, con la specificazione di questi nella loro applicazione alle diverse classi di poesia. Avendo così preparato i suoi canoni di critica per lode e condanna, procederebbe a particolarizzare i passaggi più sorprendenti ai quali ritiene applicabili, notando fedelmente il ricorrere frequente o infrequente di meriti o difetti simili, e distinguendo altrettanto fedelmente ciò che è caratteristico da ciò che è accidentale, o un mero cedimento dell'ala. Allora, se le sue premesse fossero razionali, le sue deduzioni legittime e le sue conclusioni giustamente applicate, il lettore, e forse il poeta stesso, potrebbe adottare il suo giudizio alla luce del giudizio e nell'indipendenza del libero arbitrio. Se ha sbagliato, presenta i suoi errori in un luogo definito e in forma tangibile, e tiene la torcia e guida la via alla loro individuazione.

Ammetto molto volentieri, e stimo ad alto valore, i servizi che l'EDINBURGH REVIEW, e altri formati in seguito sullo stesso piano, hanno reso alla società nella diffusione della conoscenza. Penso che l'inizio dell'EDINBURGH REVIEW sia un'epoca importante nella critica periodica; e che essa abbia un diritto alla gratitudine della repubblica letteraria, e anzi del pubblico lettore in generale, per aver originato lo schema di recensire solo quei libri, che sono suscettibili e meritevoli di critica argomentativa. Non meno meritevole, e di gran lunga più fedelmente e in generale di gran lunga più abilmente eseguito, è il loro piano di fornire il posto vacante della spazzatura o mediocrità, saggiamente lasciata affondare nell'oblio per il suo stesso peso, con saggi originali sugli argomenti più interessanti del tempo, religiosi o politici; in cui i titoli dei libri o opuscoli prefissi forniscono solo il nome e l'occasione della disquisizione. Non chiamo in causa la pungenza, o asprezza del suo stile dannatorio, in sé e per sé, finché l'autore viene indirizzato o trattato come la mera impersonificazione dell'opera allora sotto processo. Non ho alcun alterco con loro su questo conto, finché non vengono ammesse allusioni personali, e nessun re-impegno (per un nuovo processo) di performance giovanili, che furono pubblicate, forse dimenticate, molti anni prima dell'inizio della recensione: poiché per il forzare il ritorno di tali opere all'attenzione pubblica non sono facilmente assegnabili motivi, se non quelli forniti al critico dalla sua stessa malignità personale; o cosa ancora peggiore, da un'abitudine alla malignità sotto forma di semplice lascivia.

«Nessun rancore privato hanno bisogno, nessun dispetto personale La viva sectio è la sua stessa delizia! Ogni inimicizia, ogni invidia, essi disconoscono, Disinteressati ladri del nostro buon nome: Freddi, sobri assassini della fama del loro prossimo!» S. T. C.

Ogni censura, ogni sarcasmo riguardante una pubblicazione che il critico, con l'opera criticata davanti a sé, può giustificare, è diritto del critico. Lo scrittore è autorizzato a rispondere, ma non a lamentarsi. Né alcuno può prescrivere al critico, quanto morbide o quanto dure; quanto amichevoli, o quanto amare, debbano essere le frasi che egli deve selezionare per l'espressione di tale riprovazione o ridicolo. Il critico deve sapere, quale effetto è suo obiettivo produrre; e in vista di questo effetto deve pesare le sue parole. Ma non appena il critico tradisce, che ne sa più del suo autore, di quanto le pubblicazioni dell'autore avrebbero potuto dirgli; non appena da questa conoscenza più intima, ottenuta altrove, si avvale del minimo tratto contro l'autore; la sua censura diventa istantaneamente offesa personale, i suoi sarcasmi insulti personali. Cessa di essere un critico, e assume su di sé il carattere più spregevole a cui una creatura razionale può essere degradata, quello di un chiacchierone, diffamatore e pasquinante: ma con questo grave aggravante, che egli ruba le passioni inquiete e deformanti del mondo nel museo; nel luogo stesso che, dopo la cappella e l'oratorio, dovrebbe essere il nostro santuario, e luogo sicuro di rifugio; offre abominazioni sull'altare delle Muse; e rende la sua sacra recinzione il cerchio stesso in cui evoca lo spirito menzognero e profano.

Questa determinazione di personalità senza licenza, e di censura permessa e legittima, (che devo in parte all'illustre Lessing, egli stesso un modello di critica acuta, spiritosa, talvolta pungente, ma sempre argomentativa e onorevole) è oltre ogni controversia quella vera: e sebbene non eserciterei io stesso tutti i diritti della seconda, tuttavia, purché la prima venga esclusa, mi sottometto al suo esercizio nelle mani di altri, senza lamentele e senza risentimento.

Si formi una comunicazione tra un qualsiasi numero di uomini dotti nei vari rami della scienza e della letteratura; e sia che il presidente e il comitato centrale siano a Londra, o a Edimburgo, se solo mettono da parte la loro individualità e si impegnano interiormente, così come esternamente, ad amministrare il giudizio secondo una costituzione e un codice di leggi; e se basando questo codice sulla duplice base della morale universale e della ragione filosofica, indipendente da ogni prevista applicazione a opere e autori particolari, ottengono il diritto di parlare ciascuno come rappresentante del loro corpo corporativo; avranno onore e buoni auspici da me, e io accorderò loro le loro giuste dignità, sebbene auto-assunte, non meno allegramente di quanto potrei informarmi su di loro presso l'ufficio dell'araldo, o rivolgermi a loro nel libro dei pari. Per quanto forti possano essere le grida per la reputazione impedita o sovvertita, per quanto numerose e impazienti le lamentele di spietata severità e insopportabile dispotismo, non sentirò, né pronuncerò nulla se non a difesa e giustificazione della macchina critica. Se qualche Don Chisciotte letterario si trovasse provocato dai suoi suoni e movimenti regolari, lo ammonirei con Sancho Panza, che non è un gigante ma un mulino a vento; lì sta al suo posto, e sulla sua collinetta, non esce mai dalla sua strada per attaccare nessuno, e a nessuno e da nessuno dà o chiede assistenza. Quando la stampa pubblica ha versato una parte dei suoi prodotti tra le sue macine, essa la macina via, il sacco di un uomo come quello di un altro, e con qualunque vento possa soffiare in quel momento. Tutti i trentadue venti sono ugualmente suoi amici. Dell'intera vasta atmosfera non desidera nemmeno un dito di larghezza in più di quanto sia necessario perché le sue vele girino. Ma questo spazio deve essere lasciato libero e non impedito. Moscerini, scarabei, vespe, farfalle, e l'intera tribù degli effimeri e degli insignificanti, possono volare dentro e fuori e in mezzo; possono ronzare, e fare baccano, e stridere; possono fischiare con i loro minuscoli tubi, e suonare i loro esili corni, non castigati e non notati. Ma gli oziosi e i bravacci di dimensioni più grandi e mostra più orgogliosa devono stare attenti, a come si pongono all'interno del suo raggio. Molto meno possono presumere di mettere le mani sulle vele, la cui forza non è né maggiore né minore di quanto sia il vento che le spinge a girare. Chiunque il braccio spietato scagli in alto, o faccia turbinare con sé nell'aria, ha solo se stesso da biasimare; sebbene, quando lo stesso braccio lo getta via da sé, raddoppierà più spesso di quanto non spezzi la forza della sua caduta.

Mettendo da parte la troppo manifesta e troppo frequente interferenza della parte nazionale, e persino la predilezione o avversione personale; e riservando per sentimenti più profondi quelle peggiori e più criminali intrusioni nella sacralità della vita privata, che non di rado meritano un castigo legale piuttosto che letterario, i due principali oggetti e occasioni che trovo per biasimo e rimpianto nella condotta della recensione in questione sono in primo luogo, la sua infedeltà al suo stesso annunciato ed eccellente piano, sottoponendo a critica opere né indecenti né immorali, eppure di tale insignificante importanza anche in punto di dimensioni e, secondo il verdetto dello stesso critico, così prive di ogni merito, come deve suscitare nella mente più candida il sospetto, che fossero all'opera antipatia o sentimenti vendicativi; o che vi fosse una fredda prudenziale predeterminazione ad aumentare la vendita della recensione lusingando le passioni maligne della natura umana. Per non diventare io stesso soggetto all'accusa, che sto portando contro altri, mediante un'accusa senza prove, rimando all'articolo sul sermone del Dr. Rennell nel primissimo numero della EDINBURGH REVIEW come illustrazione del mio significato. Se guardando attraverso tutti i volumi successivi il lettore dovesse trovare questo un caso isolato, devo sottomettermi a quella dolorosa perdita di stima, che attende un'accusa infondata o esagerata.

Il secondo punto di obiezione appartiene a questa recensione solo in comune con tutte le altre opere di critica periodica: almeno, si applica in comune al sistema generale di tutte, qualunque eccezione vi possa essere a favore di particolari articoli. O se si attacca alla EDINBURGH REVIEW, e alla sua unica rivale (THE QUARTERLY), con forza particolare, ciò deriva dalla superiorità di talento, acquisizione e informazione che entrambe hanno così innegabilmente mostrato; e che senza dubbio approfondisce il rimpianto se non il biasimo. Mi riferisco alla sostituzione dell'asserzione all'argomento; alla frequenza di verdetti arbitrari e talvolta petulanti, non di rado non supportati nemmeno da una singola citazione dall'opera condannata, che avrebbe potuto almeno spiegare il significato del critico, se non provato la giustizia della sua sentenza. Anche dove questo non è il caso, gli estratti sono troppo spesso fatti senza riferimento a basi o regole generali da cui si possa dedurre la difettosità o inammissibilità delle qualità attribuite; e senza alcun tentativo di mostrare, che le qualità siano attribuibili al passaggio estratto. Ho incontrato tali estratti dalle poesie del signor Wordsworth, annessi a tali asserzioni, che mi hanno portato a immaginare, che il recensore, avendo scritto la sua critica prima di aver letto l'opera, avesse poi punzecchiato con uno spillo i passaggi, con cui illustrare i vari rami delle sue opinioni preconcette. Per quale principio di scelta razionale possiamo supporre che un critico sia stato diretto (almeno in un paese cristiano, e lui stesso, speriamo, cristiano) che dà le seguenti righe, ritraendo il fervore della devozione solitaria eccitata dalla magnifica esibizione delle opere dell'Onnipotente, come prova ed esempio della tendenza di un autore a farneticazioni totali, e assoluta inintelligibilità?

«O quale anima era la sua, quando sulle cime Delle alte montagne contemplava il sole Sorgere, e bagnare il mondo di luce! Egli guardava-- L'oceano e la terra, la solida struttura della terra, E la massa liquida dell'oceano, giacevano sotto di lui In letizia e profonda gioia. Le nubi erano toccate, E nei loro volti silenziosi egli leggeva Amore ineffabile. Non occorreva alcun suono, Né alcuna voce di gioia: il suo spirito beveva Lo spettacolo! sensazione, anima e forma, Tutto si fondeva in lui; esse inghiottivano Il suo essere animale; in esse viveva, E per esse viveva: esse erano la sua vita.»

Si può forse pretendere che l'autore o i suoi ammiratori debbano essere indotti a prestare seria attenzione a decisioni che non provano altro che lo stato pietoso del gusto e della sensibilità del critico stesso? Aprendo la recensione, vedono un passaggio preferito, della cui forza e verità avevano una certezza intuitiva nella propria esperienza interiore, confermata, se mai conferma potesse ricevere, dalla simpatia dei loro amici più illuminati; alcuni dei quali forse, persino secondo l'opinione del mondo, occupano un rango intellettuale più elevato di quanto il critico stesso oserebbe rivendicare. E proprio questo passaggio vedono selezionato come l'effusione caratteristica di una mente abbandonata dalla ragione! Come se fornisse la prova che lo scrittore stesse delirando, altrimenti non avrebbe potuto così inanellare parole senza senso o scopo! Nessuna diversità di gusto sembra capace di spiegare un tale contrasto di giudizio.

Che io abbia sopravvalutato il merito di un passaggio o di una poesia, che io abbia errato riguardo al grado della sua eccellenza, potrei essere facilmente indotto a crederlo o a temerlo. Ma che versi, il cui senso avevo analizzato e trovato consonante con tutte le migliori convinzioni del mio intelletto; e la cui immaginazione e dizione avevano raccolto attorno a quelle convinzioni i miei sentimenti più nobili oltre che più deliziosi; che io debba ammettere che tali versi siano pura assurdità o follia, è troppo perché anche le argomentazioni più ingegnose possano ottenerlo. Ma che una tale rivoluzione del gusto possa essere provocata da poche rozze asserzioni, sembra poco meno che impossibile. Al contrario, richiederebbe uno sforzo di carità non liquidare la critica con l'aforisma del saggio, in animam malevolam sapientia haud intrare potest.

Che dire allora se questo stesso critico avesse citato un gran numero di singole righe e persino di lunghi paragrafi, che egli stesso riconosce possedere una bellezza eminente e originale? Che dire se egli stesso avesse ammesso che bellezze altrettanto grandi sono sparse in abbondanza in tutto il libro? E tuttavia, pur sotto questa impressione, avesse iniziato la sua critica in volgare esultanza con una profezia intesa a garantirne il proprio adempimento? Con un «Questo non va!» Cosa? Se dopo tali riconoscimenti estorti al suo stesso giudizio dovesse procedere di accusa in accusa di piattezza e delirio; di voli e banalità; e infine, consegnando l'autore alla casa degli incurabili, dovesse concludere con un tono del più rozzo disprezzo evidentemente basato sullo stato alterato delle sue stesse associazioni morali? Si supponga inoltre che tutto ciò sia stato fatto senza un solo principio guida stabilito o persino annunciato, e senza alcun tentativo di deduzione argomentativa, sebbene il poeta avesse offerto un'opportunità più che usuale, avendo precedentemente reso pubblici i propri principi di giudizio nella poesia, e sostenuti con una catena connessa di ragionamenti!

L'ufficio e il dovere del poeta è selezionare l'atteggiamento più dignitoso oltre che

«Il più gaio, il più felice atteggiamento delle cose.»

Il contrario, poiché in tutti i casi un contrario è possibile, è l'appropriato compito del burlesco e della parodia, un gusto predominante per i quali è sempre stato considerato un segno di una mente bassa e degradata. Quando ero a Roma, tra le molte altre visite alla tomba di Giulio II, vi andai una volta con un artista prussiano, un uomo di genio e di grande vivacità di sentimento. Mentre stavamo fissando il MOSÈ di Michelangelo, la nostra conversazione si volse alle corna e alla barba di quella stupenda statua; alla necessità di ciascuna di sostenere l'altra; all'effetto sovrumano delle prime, e alla necessità dell'esistenza di entrambe per dare armonia e integrità sia all'immagine che al sentimento da essa suscitato. Immaginatele rimosse, e la statua diventerebbe innaturale, senza essere soprannaturale. Richiamammo alla mente le corna del sole nascente, e io ripetei il nobile passaggio dalla SANTA MORTE di Taylor. Che le corna fossero l'emblema del potere e della sovranità tra le nazioni orientali, e siano ancora conservate come tali in Abissinia; l'Acheloo degli antichi greci; e le probabili idee e sentimenti che originariamente suggerirono la mescolanza della forma umana e brutale nella figura, mediante la quale realizzarono l'idea del loro misterioso Pan, come rappresentazione dell'intelligenza mescolata a un potere più oscuro, più profondo, più potente e più universale dell'intelletto cosciente dell'uomo; dell'intelligenza; — tutti questi pensieri e ricordi passarono in processione davanti alle nostre menti. Il mio compagno, che possedeva più della sua parte di odio che i suoi compatrioti nutrivano verso i francesi, mi aveva appena osservato: «Un francese, signore! è l'unico animale in forma umana che per nessuna possibilità può elevarsi alla religione o alla poesia»: quando, ecco! due ufficiali francesi di distinzione e rango entrarono nella chiesa! «Osservate», sussurrò il prussiano, «la prima cosa che quegli scellerati noteranno — (poiché inizieranno istantaneamente notando la statua a pezzi, senza un solo istante di pausa di ammirazione impressa dall'insieme) — saranno le corna e la barba. E le associazioni che collegheranno immediatamente a esse saranno quelle di un capro e di un cornuto.» Mai uomo indovinò più fortunatamente. Se avesse ereditato una porzione dei poteri profetici del grande legislatore, la cui statua stavamo contemplando, avrebbe difficilmente potuto pronunciare parole più coincidenti con il risultato: poiché proprio come aveva detto, così avvenne.

Nell'EXCURSION il poeta ha introdotto un vecchio, nato in umili ma non abiette circostanze, che aveva goduto di vantaggi di educazione più che usuali, sia dai libri che dalla disciplina più temibile della natura. Questa persona egli rappresenta come spinta dall'irrequietezza di sentimenti fervidi e da un intelletto bramoso verso una vita itinerante; e come avendo di conseguenza trascorso la maggior parte del suo tempo, sin dalla prima giovinezza, in villaggi e casolari di porta in porta,

«Un mercante vagabondo chino sotto il suo carico.»

Ora, se questo sia un personaggio appropriato per un alto poema didascalico, è forse discutibile. Presenta un giusto oggetto di controversia; e la questione deve essere determinata dalla congruenza o incongruenza di un tale personaggio con ciò che sarà dimostrato essere i costituenti essenziali della poesia. Ma certamente il critico che, tralasciando tutte le opportunità che un tale modo di vita offrirebbe a un tale uomo; tutti i vantaggi della libertà della natura, della solitudine e del pensiero solitario; tutte le varietà di luoghi e stagioni, attraverso le quali il suo percorso era giaciuto, con tutte le mutevoli immagini che portano con sé; e infine, tutte le osservazioni sugli uomini,

«I loro costumi, i loro godimenti e le loro occupazioni, Le loro passioni e i loro sentimenti»

che la memoria di questi viaggi annuali deve aver dato e richiamato a una tale mente — il critico, dico, che dalla moltitudine di possibili associazioni debba tralasciare tutte queste per fissare la sua attenzione esclusivamente sulle carte per spilli, e i nastri per busti, che potrebbero essere stati tra le mercanzie del suo zaino; questo critico, a mio parere, non si può pensare possieda uno stato di sentimento morale molto più alto o molto più sano di quello dei francesi sopra ricordati.

CAPITOLO XXII

I difetti caratteristici della poesia di Wordsworth, con i principi dai quali viene dedotto il giudizio che siano difetti — La loro proporzione rispetto alle bellezze — Per la maggior parte caratteristici solo della sua teoria.

Se il signor Wordsworth ha esposto principi di poesia che le sue argomentazioni sono insufficienti a sostenere, siano lui e coloro che hanno adottato i suoi sentimenti corretti dalla confutazione di quelle argomentazioni, e dalla sostituzione di principi più filosofici. E si dia ancora il dovuto credito alla porzione e all'importanza delle verità che sono mescolate alla sua teoria; verità, la cui attenzione troppo esclusiva ne aveva causato gli errori, tentandolo a spingere quelle verità oltre i loro limiti appropriati. Se la sua teoria errata ha minimamente influenzato le sue composizioni poetiche, se ne indichino gli effetti e se ne diano gli esempi. Ma si mostri anche fino a che punto l'influenza ha agito; se diffusamente, o solo a scatti; se il numero e l'importanza delle poesie e dei passaggi così infettati siano grandi o trascurabili rispetto alla porzione sana; e infine, se siano intessuti nella trama delle sue opere, o siano sciolti e separabili. Il risultato di un tale processo dimostrerebbe senza dubbio, ciò che è ormai tempo di annunciare decisamente e ad alta voce, che i supposti tratti caratteristici della poesia del signor Wordsworth, che siano ammirati o riprovati; che siano semplicità o ingenuità; fedele aderenza alla natura essenziale, o selezioni volontarie dalla natura umana delle sue forme più meschine e sotto le associazioni meno attraenti; sono tanto poco i tratti reali della sua poesia nel complesso, quanto del suo genio e della costituzione della sua mente.

In un numero relativamente piccolo di poesie scelse di tentare un esperimento; e questo esperimento supporremo sia fallito. Eppure, anche in queste poesie, è impossibile non percepire che la tendenza naturale della mente del poeta è verso grandi oggetti e concezioni elevate. La poesia intitolata FEDELTÀ è per la maggior parte scritta in un linguaggio tanto poco elevato e nudo quanto forse qualsiasi altro nei due volumi. Eppure prendete la seguente strofa e confrontatela con le strofe precedenti della stessa poesia.

«Vi è talvolta un pesce che salta Che manda attraverso il lago un allegro richiamo solitario; Le rupi ripetono il gracidare del corvo, In una sinfonia austera; Lì giunge l'arcobaleno — la nuvola — E le nebbie che stendono il sudario volante; E i raggi del sole; e la folata sonora, Che, se potesse, si affretterebbe a passare; Ma quell'enorme barriera la trattiene saldamente.»

O confrontate le ultime quattro righe della strofa conclusiva con la metà precedente.

«Sì, la prova era chiara che, dal giorno In cui il Viaggiatore era così morto, Il Cane aveva vegliato attorno al luogo, O al fianco del suo Padrone: Come sia stato nutrito qui per così tanto tempo Lo sa chi diede quell'amore sublime, — E diede quella forza di sentimento, grande Al di sopra di ogni stima umana!»

Può una mente candida e intelligente esitare nel determinare quale di questi rappresenti meglio la tendenza e il carattere nativo del genio del poeta? Non deciderà forse che l'una fu scritta perché il poeta voleva scrivere così, e l'altra perché non poteva reprimere così interamente la forza e la grandezza della sua mente, senza dover scrivere in qualche parte o altra di ogni composizione diversamente? In breve, che la sua unica malattia è l'essere fuori dal suo elemento; come il cigno che, essendosi divertito per un po' a schiacciare le erbacce sulla riva del fiume, torna presto ai suoi maestosi movimenti sulla sua superficie riflettente e sostentatrice. Si osservi che sto qui supponendo che il giudice immaginato, al quale faccio appello, abbia già deciso contro la teoria del poeta, per quanto essa sia diversa dai principi dell'arte generalmente riconosciuti.

Non posso qui entrare in un esame dettagliato delle opere del signor Wordsworth; ma tenterò di dare i risultati principali del mio giudizio, dopo una conoscenza di molti anni e ripetute letture. E sebbene, per apprezzare i difetti di una grande mente sia necessario comprendere preventivamente le sue eccellenze caratteristiche, tuttavia mi sono già espresso con sufficiente pienezza da precludere gran parte degli effetti negativi che potrebbero derivare dal perseguire una disposizione contraria. Inizierò quindi con quelli che ritengo i difetti prominenti delle sue poesie finora pubblicate.

Il primo difetto caratteristico, sebbene solo occasionale, che mi sembra di trovare in queste poesie è l'incostanza dello stile. Sotto questo nome mi riferisco alle transizioni improvvise e impreparate da righe o frasi di particolare felicità — (ad ogni modo sorprendenti e originali) — a uno stile, non solo privo di passione ma indistinto. Egli scende troppo spesso e troppo bruscamente a quello stile che collocherei nella seconda divisione del linguaggio, dividendolo nelle tre specie: primo, quella peculiare alla poesia; secondo, quella che è propria solo della prosa; e terzo, quella neutra o comune a entrambe. Ci sono state opere, come il Saggio su Cromwell di Cowley, in cui prosa e versi sono mescolati (non come nella Consolazione di Boezio, o nell'ARGENIS di Barclay, con l'inserimento di poesie supposte essere state parlate o composte in occasioni precedentemente narrate in prosa, ma) il poeta passa dall'una all'altra, come dettato dalla natura dei pensieri o dai suoi stessi sentimenti. Eppure questo modo di composizione non soddisfa un gusto colto. C'è qualcosa di spiacevole nell'essere così costretti ad alternare stati d'animo così dissimili, e questo anche in una specie di scrittura il cui piacere deriva in parte dalla preparazione e dalla precedente aspettativa del lettore. Si avverte una parte di quell'imbarazzo che aleggia sull'introduzione delle canzoni nelle nostre moderne opere comiche; e per evitare il quale il giudizioso Metastasio (sul cui gusto squisito non può esservi esitazione, quali che siano i dubbi che si possono nutrire sul suo genio poetico) collocava uniformemente l'aria alla fine della scena, nello stesso tempo in cui elevava e infondeva passione allo stile del recitativo immediatamente precedente. Anche nella vita reale, la differenza è grande ed evidente tra le parole usate come segni arbitrari del pensiero, la nostra liscia moneta di scambio del commercio, con l'immagine e l'iscrizione consumate dall'uso; e quelle che trasmettono immagini prese in prestito da un oggetto esteriore per ravvivare e particolarizzare qualcos'altro; o usate allegoricamente per dare corpo allo stato interiore della persona che parla; o tali che siano almeno gli esponenti del suo particolare modo di essere e della sua insolita estensione di facoltà. Tanto che, infatti, nelle cerchie sociali della vita privata troviamo spesso che un uso sorprendente di quest'ultime interrompe il flusso generale della conversazione, e per l'eccitazione derivante dall'attenzione concentrata produce una sorta di umidità e interruzione per alcuni minuti dopo. Ma nella lettura di opere di arte letteraria, ci prepariamo a un tale linguaggio; e il compito dello scrittore, come quello di un pittore il cui soggetto richiede insolito splendore e prominenza, è quello di sollevare le tinte inferiori e neutre, in modo che quelli che in uno stile diverso sarebbero i colori dominanti, siano qui usati come mezzi di quella delicata degradazione necessaria per produrre l'effetto di un insieme. Dove ciò non è ottenuto in una poesia, il metro ricorda semplicemente al lettore le sue pretese solo per deluderle; e dove questo difetto si verifica frequentemente, i suoi sentimenti sono alternativamente scossi dall'anticlimax e dall'iperclimax.

Rimando il lettore alle squisite strofe citate per un altro scopo dal BLIND HIGHLAND BOY; e poi aggiungo, come esempi a mio parere di questa disarmonia nello stile, i due seguenti:

«E una, la più rara, era una conchiglia, Che lui, povero bambino, aveva studiato bene: La conchiglia di una tartaruga verde, sottile E vuota; — potresti sederti dentro, Era così larga, e profonda.»

«Il nostro ragazzo delle Highlands visitava spesso La casa che conteneva questo premio; e, condotto Dal caso o dalla scelta, vi giunse Un giorno, quando non c'era nessuno a casa, E trovò la porta non sbarrata.»

O pagina 172, vol. I.

«È andato dimenticato, lascia che faccia Il mio meglio. C'era un sorriso o due — Posso ricordarli, vedo I sorrisi che valgono tutto il mondo per me. Caro bambino! Devo posarti: Mi turbi con strani allarmi; Hai sorrisi, dolci sorrisi tuoi; Non posso tenerti tra le mie braccia; Poiché mi confondono: così come sono, Ho dimenticato quei suoi sorrisi!»

O pagina 269, vol. I.

«Tu hai un nido, per il tuo amore e per il tuo riposo E sebbene poco turbato dall'accidia, Allodola ebbra! saresti restia A essere una viaggiatrice come me. Felice, felice creatura! *Con un'anima forte come un fiume di montagna* *Che effonde lode all'Onnipotente donatore,* Gioia e allegria siano con noi entrambi! Ascoltando te o qualcun altro, Un fratello altrettanto allegro, Io sulla terra andrò brancolando Da solo allegramente finché il giorno è finito.»

L'incongruenza che mi sembra di trovare in questo passaggio è quella delle due nobili righe in corsivo con quelle precedenti e seguenti. Così vol. II. pagina 30.

«Vicino a uno Stagno, sul lato più lontano, Stava da solo; un minuto credo, L'ho guardato, lui continuando immobile Poi verso il margine più lontano dello Stagno mi sono avvicinato; Essendo lui per tutto il tempo davanti a me in piena vista.»

Confrontatelo con la ripetizione della stessa immagine, due strofe dopo la successiva.

«E, mentre mi avvicinavo con passo gentile, Accanto al piccolo stagno o torbiera, Immobile come una Nuvola stava il Vecchio, Che non ode i venti forti quando chiamano; E si muove del tutto, se pur si muove.»

O infine, la seconda delle tre strofe seguenti, confrontata sia con la prima che con la terza.

«I miei pensieri precedenti ritornarono; la paura che uccide; E la speranza che non vuole essere nutrita; Freddo, dolore e fatica, e tutti i mali della carne; E i potenti Poeti morti nella loro miseria. Ma ora, perplesso da ciò che il Vecchio aveva detto, La mia domanda ho rinnovato avidamente, "Com'è che vivi, e cosa fai?"»

«Lui con un sorriso ripeté allora le sue parole; E disse, che raccogliendo sanguisughe lontano e ovunque Viaggiava; agitando così attorno ai suoi piedi Le acque degli Stagni dove dimorano. "Una volta potevo incontrarle da ogni parte; Ma sono diminuite da tempo per lenta decadenza; Tuttavia persevero ancora, e le trovo dove posso."»

Mentre parlava così, il luogo solitario, La figura del Vecchio, e il suo parlare, tutto mi turbava Nell'occhio della mia mente mi sembrava di vederlo procedere Attorno alle brughiere stanche continuamente, Vagando da solo e silenziosamente.

In effetti, questa bella poesia è particolarmente caratteristica dell'autore. Non c'è quasi difetto o eccellenza nei suoi scritti di cui non presenterebbe un esempio. Ma sarebbe ingiusto non ripetere che questo difetto è solo occasionale. Da un'attenta rilettura dei due volumi di poesie, dubito che i passaggi discutibili ammonterebbero in totale a cento righe; non l'ottava parte del numero di pagine. Nell'EXCURSION il sentimento di incongruenza è raramente eccitato dalla dizione di qualsiasi passaggio considerato in sé, ma dall'improvvisa superiorità di qualche altro passaggio che forma il contesto.

Il secondo difetto posso generalizzarlo con tollerabile precisione, se il lettore vorrà perdonare un termine rozzo e di nuova coniazione. Vi è, dovrei dire, non di rado una concretezza in certe poesie. Questa può essere suddivisa in: primo, una laboriosa minuziosità e fedeltà nella rappresentazione degli oggetti, e delle loro posizioni, così come apparivano al poeta stesso; secondo, l'inserimento di circostanze accidentali, al fine di una piena spiegazione dei suoi personaggi viventi, delle loro inclinazioni e azioni; circostanze che potrebbero essere necessarie per stabilire la probabilità di un'affermazione nella vita reale, dove nulla è dato per scontato dall'ascoltatore, ma che appaiono superflue in poesia, dove il lettore è disposto a credere per il proprio bene. A questa accidentalità mi oppongo, in quanto contraria all'essenza della poesia, che Aristotele proclama essere spoudaiotaton kai philosophotaton genos, il prodotto più intenso, ponderato e filosofico dell'arte umana; aggiungendo, come ragione, che essa è la più cattolica e astratta. Il seguente passaggio dalla lettera prefatoria di Davenant a Hobbes esprime bene questa verità: “Quando considerai le azioni che intendevo descrivere (quelle che implicano le persone), fui nuovamente persuaso a scegliere piuttosto quelle di un'epoca passata, che quella presente; e in un secolo così remoto, da potermi preservare dai loro esami impropri, coloro che non conoscono i requisiti di una poesia, né quanto piacere perdano (e persino i piaceri della poesia eroica non sono infruttuosi), coloro che tolgono la libertà a un poeta, e incatenano i suoi piedi nei ceppi di uno storico. Poiché perché un poeta dovrebbe dubitare, nel narrare, di emendare gli intrighi della fortuna con più deliziosi espedienti di probabili finzioni, poiché gli storici austeri si sono vincolati alla verità? Un obbligo che nei poeti sarebbe tanto sciocco e inutile, quanto la schiavitù dei falsi martiri, che giacciono in catene per un'opinione errata. Ma con ciò intendo dire che la verità, narrativa e passata, è l'idolo degli storici (che adorano una cosa morta), e la verità operativa, e vivente continuamente attraverso gli effetti, è la padrona dei poeti, che non ha la sua esistenza nella materia, ma nella ragione.”

Per questa minuziosa accuratezza nel dipingere l'immaginario locale, i versi in THE EXCURSION, pp. 96, 97 e 98, possono essere presi, se non come un esempio lampante, almeno come un'illustrazione del mio pensiero. Deve essere un forte motivo (come, per esempio, che la descrizione fosse necessaria alla comprensione del racconto) a indurmi a descrivere in un numero di versi ciò che un disegnatore potrebbe presentare all'occhio con una soddisfazione incomparabilmente maggiore con mezza dozzina di tratti della sua matita, o il pittore con altrettanti tocchi del suo pennello. Tali descrizioni causano troppo spesso nella mente di un lettore, che è determinato a comprendere il suo autore, un senso di fatica, non molto dissimile da quello con cui costruirebbe un diagramma, linea per linea, per una lunga proposizione geometrica. Sembra come togliere i pezzi di un puzzle dalla sua scatola. Guardiamo prima una parte, poi un'altra, poi le uniamo e le incastriamo; e quando i successivi atti di attenzione sono stati completati, c'è uno sforzo retrogressivo della mente per vederlo come un tutto. Il poeta dovrebbe dipingere per l'immaginazione, non per la fantasia; e non conosco caso più felice per esemplificare la distinzione tra queste due facoltà. Capolavori del primo modo di pittura poetica abbondano negli scritti di Milton, per esempio:

“Il fico; non quel genere rinomato per il frutto, Ma tale che a tutt'oggi, noto agli Indiani, Nel Malabar o nel Decan spiega le sue braccia Ramificandosi così ampio e lungo, che nel suolo I ramoscelli piegati mettono radice, e figlie crescono Attorno all'albero madre, un'ombra a pilastri Ad arco elevato e CAMMINI RIECHEGGIANTI IN MEZZO; Lì spesso il mandriano indiano, sfuggendo al calore, Si ripara nel fresco, e tende le sue mandrie al pascolo A cerchi aperti tagliati attraverso l'ombra più fitta.”

Questa è creazione piuttosto che pittura, o se pittura, tale, e con tale compresenza dell'intero quadro proiettato all'istante sull'occhio, come il sole dipinge in una camera oscura. Ma il poeta deve anche comprendere e padroneggiare ciò che Bacon chiama i vestigia communia dei sensi, la latenza di tutto in ciascuno, e più specialmente come per una magica penny duplex, l'eccitazione della visione attraverso il suono e gli esponenti del suono. Così, “I cammini riecheggianti in mezzo”, si può quasi dire che rovescino la favola nella tradizione della testa di Memnone, nella statua egizia. Tali possono essere giustamente intitolate le parole creative nel mondo dell'immaginazione.

La seconda divisione riguarda un'apparente minuta adesione alla concretezza dei fatti nel carattere e negli incidenti; un'attenzione biografica alla probabilità, e un'ansia di spiegazione e retrospettiva. Sotto questo capo esporrò, senza alcuna finzione di diffidenza, i risultati della mia migliore riflessione sul grande punto di controversia tra il signor Wordsworth e i suoi oppositori; vale a dire, sulla scelta dei suoi personaggi. Ho già dichiarato, e, confido, giustificato, il mio totale dissenso dal modo di argomentare che i suoi critici hanno finora impiegato. Alla loro domanda: “Perché hai scelto un tale personaggio, o un personaggio di tale rango sociale?” il poeta potrebbe a mio parere ribattere lealmente: perché con la concezione del mio personaggio avete fatto una scelta intenzionale di associazioni meschine o ridicole non fornite da me, ma fornite dai vostri sentimenti malati e schizzinosi? Com'era, infatti, probabile che tali argomenti potessero avere alcun peso con un autore il cui piano, il cui principio guida e il cui obiettivo principale era quello di attaccare e sottomettere quello stato di associazione che ci porta a dare il valore principale a quelle cose in cui l'uomo differisce dall'uomo, e a dimenticare o ignorare le alte dignità che appartengono alla Natura Umana, il senso e il sentimento, che possono, e dovrebbero, essere trovati in tutti i ranghi? I sentimenti con cui, come cristiani, contempliamo una congregazione mista che sorge o si inginocchia davanti al loro Creatore comune, il signor Wordsworth vorrebbe che li nutrissimo in ogni momento, come uomini e come lettori; e attraverso l'eccitazione di questa nobile, eppure priva di orgoglio, imparzialità nella poesia, potrebbe sperare di aver incoraggiato la sua continuazione nella vita reale. La lode degli uomini buoni sia la sua! Nella vita reale, e, confido, persino nella mia immaginazione, onoro un uomo virtuoso e saggio, senza riferimento alla presenza o all'assenza di vantaggi artificiali. Che sia nella persona di un barone armato, di un bardo laureato, o di un vecchio Venditore ambulante, o di un ancora più vecchio Raccoglitore di sanguisughe, le stesse qualità di testa e di cuore devono reclamare la stessa riverenza. E persino nella poesia non sono consapevole di aver mai permesso ai miei sentimenti di essere turbati o offesi da pensieri o immagini che il poeta stesso non abbia presentato.

Ma tuttavia mi oppongo, nondimeno, e per le seguenti ragioni. Primo, perché l'oggetto in vista, come oggetto immediato, appartiene al filosofo morale, e sarebbe perseguito, non solo più appropriatamente, ma a mio parere con una probabilità di successo di gran lunga maggiore, nei sermoni o nei saggi morali, che in una poesia elevata. Sembra, infatti, distruggere la principale distinzione fondamentale, non solo tra una poesia e la prosa, ma persino tra la filosofia e le opere di finzione, in quanto propone la verità come suo oggetto immediato, invece del piacere. Ora, fino a quando non verrà il tempo beato in cui la verità stessa sarà piacere, e le due saranno così unite da essere distinguibili solo a parole, non nel sentimento, rimarrà compito del poeta procedere su quello stato di associazione che effettivamente esiste come generale; invece di tentare prima di renderlo ciò che dovrebbe essere, e poi di lasciare che il piacere segua. Ma qui c'è sfortunatamente un piccolo hysteron-proteron. Poiché la comunicazione del piacere è il mezzo introduttivo attraverso il quale solo il poeta deve aspettarsi di moralizzare i suoi lettori. Secondo: anche se dovessi ammettere, per un momento, che questo argomento sia infondato: eppure come deve essere prodotto l'effetto morale, semplicemente attaccando il nome di una qualche bassa professione a poteri che hanno meno probabilità, e a qualità che certamente non hanno maggiori probabilità, di essere trovate in essa? Il Poeta, parlando in prima persona, può al tempo stesso dilettarci e migliorarci con sentimenti che ci insegnano l'indipendenza della bontà, della saggezza e persino del genio dai favori della fortuna. E dopo aver reso la dovuta riverenza davanti al trono di Antonino, egli può inchinarsi con uguale timore reverenziale davanti a Epitteto tra i suoi compagni di schiavitù

------“e rallegrarsi Nella chiara presenza della sua dignità.”

Chi non è al tempo stesso dilettato e migliorato, quando il Poeta Wordsworth stesso esclama,

“Oh! molti sono i Poeti che sono seminati Dalla Natura; uomini dotati di doni supremi La visione e la facoltà divina, Eppure privi della compiutezza del verso, Né essendo mai, col progredire della vita, stati guidati Dalla circostanza a prendere fino all'altezza La misura di se stessi, questi Esseri favoriti, Tutti tranne pochi sparsi, vivono il loro tempo, Risparmiando ciò che possiedono dentro, E vanno alla tomba, non pensati. Le menti più forti Sono spesso quelle di cui il mondo rumoroso Sente meno.”

Per usare una frase colloquiale, tali sentimenti, in tale linguaggio, fanno bene al cuore; sebbene io, per parte mia, non abbia la massima fede nella verità dell'osservazione. Al contrario, credo che gli esempi siano estremamente rari; e proverei un'obiezione quasi altrettanto forte a introdurre un tale personaggio in una finzione poetica, quanto un paio di cigni neri su un lago, in un paesaggio fantastico. Quando penso a quanti, e a quanto migliori libri di Omero, o persino di Erodoto, Pindaro o Eschilo, avrebbero potuto leggere, sono in potere di quasi ogni uomo, in un paese dove quasi ogni uomo è istruito a leggere e scrivere; e quanto irrequieti, quanto difficilmente nascosti siano i poteri del genio; eppure trovo anche nelle situazioni più favorevoli, secondo il signor Wordsworth, per la formazione di un linguaggio puro e poetico; in situazioni che assicurano familiarità con gli oggetti più grandiosi dell'immaginazione; ma un solo Burns, tra i pastori della Scozia, e non un solo poeta di vita umile tra quelli dei laghi e delle montagne inglesi; concludo che il Genio Poetico non è solo una pianta molto delicata ma molto rara.

Ma sia come sia, i sentimenti con cui,

“Penso a Chatterton, il ragazzo meraviglioso, L'Anima insonne, che perì nel suo orgoglio; Di Burns, che camminava nella gloria e nella gioia Dietro il suo aratro, sul fianco della montagna”--

sono ampiamente diversi da quelli con cui leggerei una poesia, dove l'autore, avendo bisogno del personaggio di un poeta e di un filosofo nella favola della sua narrazione, avesse scelto di farlo diventare uno spazzacamino; e poi, per rimuovere ogni dubbio sull'argomento, avesse inventato un resoconto della sua nascita, parentela ed educazione, con tutti gli strani e fortunati incidenti che avevano concorso nel renderlo al tempo stesso poeta, filosofo e spazzacamino! Nulla, se non la biografia, può giustificare questo. Se fosse ammissibile persino in un romanzo, dovrebbe essere uno alla maniera di De Foe, che intendeva passare per storia, non alla maniera di Fielding: ne THE LIFE OF MOLL FLANDERS, o COLONEL JACK, non in un TOM JONES, o persino un JOSEPH ANDREWS. Molto meno allora può essere legittimamente introdotto in una poesia, i cui personaggi, tra la più forte individualizzazione, devono comunque rimanere rappresentativi. I precetti di Orazio, su questo punto, sono fondati sulla natura sia della poesia che della mente umana. Non sono più perentori, che saggi e prudenti. Poiché in primo luogo una deviazione da essi turba i sentimenti del lettore, e tutte le circostanze che sono finte al fine di rendere tali incidenti meno improbabili, dividono e inquietano la sua fede, invece di aiutarla e sostenerla. A dispetto di tutti i tentativi, la finzione apparirà, e sfortunatamente non come fittizia ma come falsa. Il lettore non solo sa che i sentimenti e il linguaggio sono del poeta stesso, e suoi anche nel suo carattere artificiale, come poeta; ma per i vani tentativi di fargli pensare il contrario, non gli è nemmeno permesso di dimenticarlo. L'effetto è simile a quello prodotto da un Poeta Epico, quando la favola e i personaggi sono derivati dalla storia delle Scritture, come nel MESSIA di Klopstock, o nel CALVARY di CUMBERLAND; e non meramente suggeriti da essa come nel PARADISE LOST di Milton. Quell'illusione, contrapposta al delirio, quella fede negativa, che semplicemente permette alle immagini presentate di agire con la propria forza, senza negazione o affermazione della loro reale esistenza da parte del giudizio, è resa impossibile dalla loro immediata vicinanza a parole e fatti di verità nota e assoluta. Una fede, che trascende persino la credenza storica, deve assolutamente spegnere questo mero analogo poetico della fede, come si dice che il sole estivo estingua i nostri fuochi domestici, quando risplende pienamente su di essi. Ciò che altrimenti sarebbe stato accettato come piacevole finzione, viene respinto come ripugnante falsità. L'effetto prodotto in quest'ultimo caso dalla solenne credenza del lettore, è in misura minore causato negli esempi, ai quali mi sono opposto, dai tentativi falliti dell'autore di fargli credere.

Aggiungete a tutto quanto sopra l'apparente inutilità sia del progetto che degli aneddoti da cui deve trarre sostegno. C'è una parola, per esempio, attribuita al venditore ambulante in THE EXCURSION, caratteristica di un venditore ambulante? Un sentimento, che non avrebbe potuto più plausibilmente, anche senza l'aiuto di alcuna spiegazione precedente, provenire da qualsiasi saggio e benevolo vecchio, di un rango o professione in cui il linguaggio dell'apprendimento e della raffinatezza sono naturali e da attendersi? C'era bisogno che il rango fosse affatto specificato, dove non segue nulla che la conoscenza di quel rango debba spiegare o illustrare? Quando al contrario questa informazione rende il linguaggio, i sentimenti, le opinioni e le informazioni dell'uomo un indovinello, che deve esso stesso essere risolto da episodi di aneddoti? Infine quando questo, e solo questo, avrebbe potuto indurre un autentico Poeta a intrecciare in una poesia dello stile più elevato, e su soggetti i più elevati e di interesse più universale, tali minute questioni di fatto, (non diverse da quelle fornite per il necrologio di una rivista dagli amici di qualche oscuro “ornamento della società recentemente deceduto” in qualche oscura città,) come

“Tra le colline di Athol egli nacque Lì, in una piccola fattoria ereditaria, Una striscia improduttiva di terreno aspro, Suo Padre dimorava; e morì in povertà; Mentre Egli, la cui umile fortuna ripercorro, Il più giovane di tre figli, era ancora un infante, Un piccolo Uno--inconsapevole della loro perdita. Ma prima che avesse superato i suoi giorni infantili Sua Madre vedova, per un secondo Compagno, Sposò l'insegnante della Scuola del Villaggio; Che alla sua prole conferì zelantemente Necessaria istruzione.”

“Dal suo sesto anno, il Ragazzo di cui parlo, In estate accudiva il bestiame sulle Colline; Ma, attraverso gli inclementi e pericolosi giorni Del lungo inverno, egli si recava Alla Scuola del suo Patrigno,”-ecc.

Poiché tutti gli ammirevoli passaggi interposti in questa narrazione, avrebbero potuto, con lievi alterazioni, essere stati raccontati in modo molto più appropriato, e con verosimiglianza di gran lunga maggiore, di un poeta nel carattere di un poeta; e senza incorrere in un altro difetto che ora menzionerò, e una cui sufficiente illustrazione sarà stata qui anticipata.

Terzo; un'indebita predilezione per la forma drammatica in certe poesie, dalla quale risulta uno o l'altro di due mali. O i pensieri e la dizione sono diversi da quelli del poeta, e allora sorge un'incongruenza di stile; o sono gli stessi e indistinguibili, e allora presenta una specie di ventriloquio, dove due sono rappresentati come se parlassero, mentre in verità parla un solo uomo.

La quarta classe di difetti è strettamente connessa alla precedente; ma tuttavia sono tali che derivano anch'essi da un'intensità di sentimento sproporzionata a tale conoscenza e valore degli oggetti descritti, come può essere equamente previsto dagli uomini in generale, persino delle classi più colte; e con i quali quindi pochi soltanto, e quei pochi particolarmente circostanziati, si può supporre che simpatizzino: In questa classe, comprendo la prolissità occasionale, la ripetizione e un mulinello, invece di una progressione, del pensiero. Come esempi, si vedano le pagine 27, 28 e 62 dei Poemi, vol. I. e le prime ottanta righe del VI Libro di THE EXCURSION.

Quinto e ultimo; pensieri e immagini troppo grandi per il soggetto. Questa è un'approssimazione a ciò che potrebbe essere chiamato ampollosità mentale, distinta da quella verbale: poiché, come in quest'ultima c'è una sproporzione delle espressioni rispetto ai pensieri, così in questa c'è una sproporzione del pensiero rispetto alla circostanza e all'occasione. Questo, tra l'altro, è un difetto di cui nessuno tranne un uomo di genio è capace. È la goffaggine e la forza di Ercole con la rocca di Onfale.

È un fatto ben noto, che i colori vivaci in movimento sia creano che lasciano le impressioni più forti sull'occhio. Nulla è più probabile, inoltre, che un'immagine vivida o uno spettro visivo, così originato, possa diventare il legame di associazione nel richiamare i sentimenti e le immagini che avevano accompagnato l'impressione originale. Ma se descriviamo questo in versi, come

“Balenano su quell'occhio interiore, Che è la beatitudine della solitudine!”

con quali parole descriveremo la gioia della retrospettiva, quando le immagini e le azioni virtuose di un'intera vita ben spesa, passano davanti a quella coscienza che è davvero l'occhio interiore: che è davvero “la beatitudine della solitudine?” Certamente sembriamo affondare più bruscamente, per non dire burlescamente, e quasi come in un guazzabuglio, da questo distico a--

“E poi il mio cuore si riempie di piacere, E danza con i narcisi.” Vol. I. p. 328.

Il secondo esempio è dal vol. II. pagina 12, dove il poeta, essendo uscito per un tour di piacere di un giorno, incontra la mattina presto un gruppo di Zingari, che avevano piantato le loro tende di coperte e letti di paglia, insieme ai loro figli e asini, in qualche campo lungo la strada. Alla fine della giornata, al suo ritorno, il nostro turista li trovò nello stesso posto. “Dodici ore,” dice,

“Dodici ore, dodici ore generose sono passate, mentre io Sono stato un viaggiatore sotto il cielo aperto, Molto testimone di cambiamento e allegria, Eppure come li ho lasciati li ritrovo qui!”

Al che il poeta, senza sembrare riflettere che i poveri vagabondi fulvi potrebbero probabilmente aver camminato per settimane intere attraverso strade e sentieri, su brughiere e montagne, e di conseguenza devono essere stati ben lieti di riposare se stessi, i loro figli e il bestiame, per un giorno intero; e trascurando l'ovvia verità, che tale riposo potrebbe essere stato altrettanto necessario per loro, quanto una passeggiata della stessa durata era piacevole o salutare per il più fortunato poeta; esprime la sua indignazione in una serie di versi, la cui dizione e immaginario sarebbero stati piuttosto al di sopra, che al di sotto della soglia, se fossero stati applicati all'immenso impero della Cina non progressivo per trenta secoli:

“Il Sole stanco si è dato al riposo:-- --Poi è uscito Espero dal fulgente occidente, Risplendendo, come un Dio visibile, Il glorioso sentiero in cui camminava. Ed ora, ascendendo, dopo un'ora buia, E una notte di diminuzione del suo potere, Ecco la possente Luna! da questa parte Ella guarda, come se verso di loro--ma essi Non la riguardano:--oh, meglio il male e la lotta, Meglio le azioni vane o malvagie che tale vita! I Cieli silenziosi hanno i loro andirivieni Le stelle hanno compiti!--ma questi non ne hanno alcuno!”

L'ultimo esempio di questo difetto (poiché non ne conosco altri oltre a questi già citati) è dall'Ode, pagina 351, vol. II., dove, parlando di un bambino, “un Tesoro di sei anni di taglia pigmea”, si rivolge così a lui:

“Tu miglior Filosofo, che ancora mantieni La tua eredità, tu Occhio tra i ciechi, Che, sordo e silenzioso, leggi l'eterno abisso, Perseguitato per sempre dalla Mente Eterna,-- Potente Profeta! Veggente benedetto! Su cui riposano quelle verità, Che stiamo faticando per tutta la vita a trovare! Tu, su cui la tua Immortalità Cova come il Giorno, un Padrone sopra uno Schiavo, Un Presente che non deve essere messo da parte!”

Ora, per non soffermarci sullo spirito audace della metafora che connette gli epiteti “sordo e silenzioso” all'occhio apostrofato: o (se dobbiamo riferirlo alla parola precedente, “Filosofo”) sulla sintassi difettosa ed equivoca del passo; e senza esaminare la correttezza di fare di un “Padrone che cova su uno Schiavo”, o del “Giorno” che cova affatto; ci limiteremo a chiedere: che cosa significa tutto ciò? In che senso un bambino di quell'età è un Filosofo? In che senso legge “l'eterno abisso”? In che senso viene dichiarato essere “per sempre perseguitato” dall'Essere Supremo? O così ispirato da meritare gli splendidi titoli di Potente Profeta, Veggente benedetto? Per riflessione? Per conoscenza? Per intuizione cosciente? O per qualsiasi forma o modificazione di coscienza? Queste sarebbero davvero notizie; ma tali da presupporre una rivelazione immediata al comunicatore ispirato, e richiedere miracoli per autenticare la sua ispirazione. I bambini a questa età non ci danno tali informazioni di se stessi; e in quale momento siamo stati immersi nel Lete, che ha prodotto un così totale oblio di uno stato tanto divino? Molti di noi possiedono ancora qualche ricordo, più o meno distinto, di se stessi a sei anni; peccato che a galleggiare siano solo pagliuzze senza valore, mentre tesori, in confronto ai quali tutte le miniere di Golconda e del Messico non sarebbero che paglia, dovrebbero essere assorbiti da qualche golfo ignoto in qualche abisso ignoto.

Ma se questo è troppo selvaggio ed esorbitante per essere sospettato di essere stato il significato del poeta; se questi doni, facoltà e operazioni misteriose non sono accompagnati dalla coscienza; chi altro ne è cosciente? O come può essere chiamato il bambino, se non è parte dell'essere cosciente del bambino? Per quanto ne so, lo Spirito pensante dentro di me potrebbe essere sostanzialmente uno con il principio della vita e dell'operazione vitale. Per quanto ne so, potrebbe essere impiegato come agente secondario nella meravigliosa organizzazione e nei movimenti organici del mio corpo. Ma, certamente, sarebbe un linguaggio strano dire che io costruisco il mio cuore! O che propello le influenze più sottili attraverso i miei nervi! O che comprimo il mio cervello e tiro le tende del sonno attorno ai miei stessi occhi! Spinoza e Behmen erano, su sistemi diversi, entrambi Panteisti; e tra gli antichi vi erano filosofi, maestri dell'EN KAI PAN, che non solo insegnavano che Dio era Tutto, ma che questo Tutto costituiva Dio. Eppure nemmeno questi confonderebbero la parte, in quanto parte, con il tutto, in quanto tutto. Anzi, in nessun sistema la distinzione tra l'individuo e Dio, tra la Modificazione e l'unica, sola Sostanza, è tracciata più nettamente che in quello di Spinoza. Jacobi, in effetti, racconta di Lessing che, dopo una conversazione con lui a casa del poeta Gleim (il Tirteo e l'Anacreonte del Parnaso tedesco), conversazione in cui Lessing aveva confessato privatamente a Jacobi la sua riluttanza ad ammettere qualsiasi esistenza personale dell'Essere Supremo, o la possibilità di personalità eccetto che in un Intelletto finito, e mentre sedevano a tavola, giunse inaspettatamente un acquazzone. Gleim espresse il suo rammarico per la circostanza, poiché avevano inteso bere il loro vino in giardino: al che Lessing, in uno dei suoi umori a metà tra il serio e lo scherzoso, fece un cenno a Jacobi e disse: “Sono io, forse, che sto facendo questo”, cioè piovendo! – e Jacobi rispose: “o forse io”; Gleim si accontentò di fissarli entrambi, senza chiedere alcuna spiegazione.

Così riguardo a questo passo. In che senso gli attributi magnifici, sopra citati, possono essere appropriati a un bambino, che non li renderebbe egualmente adatti a un'ape, o a un cane, o a un campo di grano: o persino a una nave, o al vento e alle onde che la spingono? Lo Spirito onnipresente opera egualmente in loro, come nel bambino; e il bambino ne è egualmente inconscio quanto loro. Non può essere, certamente, che le quattro righe, immediatamente seguenti, debbano contenere la spiegazione?

“Per cui la tomba È solo un letto solitario senza il senso o la vista Del giorno o della luce calda, Un luogo di pensiero dove giaciamo in attesa;”--

Certamente, non può essere che questa apostrofe che desta meraviglia sia solo un commento alla breve poesia, “Siamo in sette?”--che l'intero significato del passo sia riducibile all'affermazione che un bambino, il quale tra l'altro a sei anni sarebbe stato meglio istruito nella maggior parte delle famiglie cristiane, non ha altra nozione della morte che quella di giacere in un luogo buio e freddo? E ancora, spero, non come in un luogo di pensiero! Non la spaventosa nozione di giacere sveglio nella sua tomba! L'analogia tra morte e sonno è troppo semplice, troppo naturale, per rendere possibile una credenza così orribile per i bambini; anche se non avessero avuto l'abitudine, come tutti i bambini cristiani, di sentire il secondo termine usato per esprimere il primo. Ma se la credenza del bambino è solo che “egli non è morto, ma dorme”: in che differisce da quella di suo padre e di sua madre, o di qualsiasi altro adulto e persona istruita? Formarsi un'idea di una cosa che diventa nulla; o del nulla che diventa una cosa; è impossibile a tutti gli esseri finiti allo stesso modo, di qualunque età, e per quanto educati o non educati. Così è con i paradossi splendidi in generale. Se le parole sono prese nel senso comune, esse veicolano un'assurdità; e se, in disprezzo dei dizionari e dell'uso, vengono interpretate in modo da evitare l'assurdità, il significato si riduce a qualche banale ovvietà. Così dovete comprendere le parole contemporaneamente contrarie al loro significato comune, per giungere a un qualche senso; e secondo il loro significato comune, se dovete riceverne un qualche sentimento di sublimità o ammirazione.

Sebbene le istanze di questo difetto nelle poesie del signor Wordsworth siano così poche che per esse sarebbe stato a malapena giusto attirare l'attenzione del lettore verso di esse; tuttavia mi sono soffermato su di esso, e forse ancor più per questa stessa ragione. Poiché, essendo così pochissime, non possono sminuire sensibilmente la reputazione di un autore, che è persino caratterizzato dal numero di verità profonde nei suoi scritti, che resisteranno alla più severa analisi; eppure, per quanto poche siano, sono esattamente quei passaggi che i suoi ciechi ammiratori sarebbero più inclini, e più capaci, di imitare. Ma Wordsworth, dove è davvero Wordsworth, può essere scimmiottato dai copisti, può essere saccheggiato dai plagiari; ma non può essere imitato, se non da coloro che non sono nati per essere imitatori. Poiché senza la sua profondità di sentimento e il suo potere immaginativo il suo senso mancherebbe del suo calore vitale e della sua peculiarità; e senza il suo forte senso, il suo misticismo diventerebbe malsano--mera nebbia e oscurità!

A questi difetti che, come appare dagli estratti, sono solo occasionali, posso opporre, con assai minor timore di incontrare il dissenso di qualsiasi lettore candido e intelligente, le seguenti (per la maggior parte corrispondenti) eccellenze. Primo, un'austera purezza di linguaggio sia grammaticalmente che logicamente; in breve, una perfetta appropriatezza delle parole al significato. Di quanto alto valore io consideri questo, e quanto particolarmente stimabile io ritenga l'esempio al giorno d'oggi, è già stato dichiarato: e in parte anche le ragioni su cui fondo sia l'importanza morale che quella intellettuale di abituarci a una stretta accuratezza di espressione. È notevole quanto limitata conoscenza dei capolavori dell'arte sia sufficiente a formare un gusto corretto e persino sensibile, dove non si sono visti e ammirati che capolavori: mentre d'altra parte, le nozioni più corrette, e la più ampia conoscenza delle opere di eccellenza di ogni epoca e paese, non ci metteranno perfettamente al riparo dalla contagiosa familiarità con la ben più numerosa progenie dell'assenza di gusto o di un gusto pervertito. Se questo è il caso, come notoriamente è, con le arti della musica e della pittura, assai più difficile sarà evitare l'infezione di esempi moltiplicati e quotidiani nella pratica di un'arte che usa le parole, e solo le parole, come suoi strumenti. Nella poesia, in cui ogni riga, ogni frase, può superare il vaglio della deliberazione e della scelta deliberata, è possibile, e appena possibile, raggiungere quell'ultimatum che ho osato proporre come prova infallibile di uno stile irreprensibile; vale a dire: la sua non-traducibilità in parole della stessa lingua senza danno per il significato. Si osservi, tuttavia, che includo nel significato di una parola non solo il suo oggetto corrispondente, ma parimenti tutte le associazioni che essa richiama. Poiché il linguaggio è formato per veicolare non solo l'oggetto, ma parimenti il carattere, l'umore e le intenzioni della persona che lo sta rappresentando. Nella poesia è praticabile preservare la dizione incorrotta dalle affettazioni e dalle appropriazioni indebite, che la paternità promiscua, e una lettura non promiscua solo perché è sproporzionatamente più versata nelle composizioni del giorno, hanno reso generale. Eppure, anche per il poeta che compone nella propria provincia, è un lavoro arduo: e come risultato e pegno di un vigile buon senso, di distinzione fine e luminosa, e di completa padronanza di sé, può giustamente reclamare tutto l'onore che appartiene a un conseguimento egualmente difficile e prezioso, e tanto più prezioso per essere raro. È in ogni tempo il cibo proprio dell'intelletto; ma in un'epoca di eloquenza corrotta è sia cibo che antidoto.

In prosa dubito che sia persino possibile preservare il nostro stile totalmente inalterato dalla fraseologia viziosa che ci incontra ovunque, dal sermone al giornale, dall'arringa del legislatore al discorso dalla sedia conviviale, che annuncia un brindisi o un sentimento. Le nostre catene tintinnano, anche mentre ci lamentiamo di esse. Le poesie di Boezio si elevano in alto nella nostra stima quando le confrontiamo con quelle dei suoi contemporanei, come Sidonio Apollinare e altri. Potrebbero persino essere riferite a un'epoca più pura, se non fosse che la prosa, in cui sono incastonate, come gioielli in una corona di piombo o di ferro, tradisce la vera epoca dello scrittore. Molto tuttavia può essere effettuato dall'educazione. Credo, non solo su basi di ragione, ma per essermi in gran parte assicurato del fatto per esperienza reale sebbene limitata, che, a un giovane condotto fin dalla sua prima fanciullezza a investigare il significato di ogni parola e la ragione della sua scelta e posizione, la logica si presenti come una vecchia conoscenza sotto nuovi nomi.

In qualche futura occasione, che richieda più specificamente tale disquisizione, tenterò di provare la stretta connessione tra veracità e abitudini di accuratezza mentale; i benefici effetti successivi della precisione verbale nella preclusione del fanatismo, che domina i sentimenti più specialmente tramite parole d'ordine indistinte; e di mostrare i vantaggi che il linguaggio da solo, almeno che il linguaggio con incomparabilmente maggiore facilità e certezza di qualsiasi altro mezzo, presenta all'istruttore di imprimere modi di energia intellettuale così costantemente, così impercettibilmente, e come per tali elementi e atomi, da assicurare a tempo debito la formazione di una seconda natura. Quando riflettiamo che la coltivazione del giudizio è un comando positivo della legge morale, poiché la ragione può dare solo il principio, e la coscienza testimonia solo il motivo, mentre l'applicazione e gli effetti devono dipendere dal giudizio; quando consideriamo che la maggior parte del nostro successo e conforto nella vita dipende dal distinguere il simile dal medesimo, ciò che è peculiare in ogni cosa da ciò che essa ha in comune con altre, in modo da selezionare ancora il più probabile, invece del mero possibile o del positivamente inadatto, impareremo a valutare seriamente e con pratica serietà un mezzo, già preparato per noi dalla natura e dalla società, per insegnare alla giovane mente a pensare bene e saggiamente con lo stesso processo non ricordato e con gli stessi risultati mai dimenticati, come quelli per mezzo dei quali le viene insegnato a parlare e conversare. Ora, quanto più caldo sia l'interesse, quanto più geniali siano i sentimenti di realtà e praticabilità, e da qui quanto più forti siano gli impulsi all'imitazione, che uno scrittore contemporaneo, e specialmente un poeta contemporaneo, eccita nella gioventù e nell'età adulta incipiente, è stato trattato nelle pagine precedenti di questi schizzi. Ho solo da aggiungere che tutta la lode che è dovuta all'esercizio di tale influenza per uno scopo così importante, unita a quella che deve essere reclamata per la rarità della stessa eccellenza nella stessa perfezione, appartiene di pieno diritto al signor Wordsworth. Sono ben lungi tuttavia dal negare che abbiamo poeti il cui stile generale possiede la stessa eccellenza, come il signor Moore, Lord Byron, il signor Bowles e, in tutte le sue opere successive e più importanti, il nostro Laureato che onora l'alloro. Ma non ce ne sono, nelle cui opere io non mi sembri di trovare più eccezioni che in quelle di Wordsworth. Citazioni o esempi sarebbero qui del tutto fuori luogo, e devono essere lasciati al critico che dubita e vorrebbe invalidare la giustizia di questo elogio così applicato.

La seconda eccellenza caratteristica dell'opera del signor Wordsworth è: un corrispondente peso e sanità dei Pensieri e dei Sentimenti,--conquistati, non dai libri; ma--dall'osservazione meditativa del poeta stesso. Sono freschi e hanno la rugiada sopra di essi. La sua musa, almeno quando è nella sua forza d'ali, e quando libra in alto nel suo elemento proprio,

Rende udibile un canto concatenato di verità, Di verità profonda un dolce canto continuo, Non appreso, ma nativo, le sue proprie note naturali!

Persino attraverso le sue poesie minori non ce n'è quasi una, che non sia resa preziosa da qualche giusta e originale riflessione.

Vedi pagina 25, vol. II.: o i due seguenti passaggi in una delle sue più umili composizioni.

“O Lettore! avessi tu nella tua mente Tali tesori che il pensiero silenzioso può portare, O gentile Lettore! troveresti Un racconto in ogni cosa;”

e

“Ho sentito di cuori scortesi, azioni gentili Restituite ancora con freddezza; Ahimè! la gratitudine degli uomini Mi ha lasciato più spesso in lutto;”

o in un tono ancora più elevato le sei bellissime quartine, pagina 134.

“Così va ancora nella nostra decadenza: E tuttavia la mente più saggia Piange meno per ciò che l'età porta via Di quanto lascia dietro di sé.

Il Merlo negli alberi estivi, L'Allodola sulla collina, Lasciano liberi i loro carols quando vogliono, Sono tranquilli quando vogliono.

Con la Natura non ingaggiano mai Una folle lotta; vedono Una giovinezza felice, e la loro vecchiaia È bella e libera!

Ma noi siamo pressati da leggi pesanti; E spesso non più lieti, Indossiamo un volto di gioia, perché Siamo stati lieti un tempo.

Se c'è uno, che deve lamentare I suoi cari deposti nella terra, I cuori domestici che erano suoi, È l'uomo dell'allegria.

I miei giorni, mio Amico, sono quasi andati, La mia vita è stata approvata, E molti mi amano; ma da nessuno Sono abbastanza amato;”

o il sonetto su Buonaparte, pagina 202, vol. II. o infine (poiché un volume basterebbe a malapena a esaurire le istanze), l'ultima strofa della poesia sulla Celidonia appassita, vol. II. p. 312.

“Essere il Preferito di un Prodigo--poi, verità peggiore, Pensionante di un Avaro--ecco il nostro destino! O Uomo! Che dalla tua fiera e splendente giovinezza Possa l'età togliere le cose di cui la Giovinezza non aveva bisogno.”

Sia rispetto a questa che alla precedente eccellenza, il signor Wordsworth somiglia sorprendentemente a Samuel Daniel, uno degli scrittori d'oro della nostra età d'oro elisabettiana, ora più ingiustificatamente trascurato: Samuel Daniel, la cui dizione non porta alcun segno del tempo, nessuna distinzione di epoca che è stata, e finché la nostra lingua durerà, sarà così tanto la lingua di oggi e per sempre, come quella che è più intelligibile per noi delle mode transitorie della nostra epoca particolare. Una lode simile è dovuta ai suoi sentimenti. Nessuna frequenza di lettura può privarli della loro freschezza. Poiché, sebbene siano portati nella piena luce del giorno della comprensione di ogni lettore; tuttavia sono tratti da profondità che pochi in ogni epoca hanno il privilegio di visitare, nelle quali pochi in ogni epoca hanno il coraggio o l'inclinazione di scendere. Se il signor Wordsworth non è egualmente a Daniel intelligibile a tutti i lettori di media comprensione in tutti i passaggi delle sue opere, la difficoltà comparativa non sorge dalla maggiore impurità del minerale, ma dalla natura e dagli usi del metallo. Una poesia non è necessariamente oscura perché non mira a essere popolare. È abbastanza, se un'opera sia perspicua per coloro per i quali è scritta, e

“Trovi un pubblico adatto, sebbene pochi.”

All'“Ode sugli Accenni di Immortalità dai Ricordi della prima Infanzia” il poeta avrebbe potuto premettere le righe che Dante indirizza a una delle sue Canzoni--

“Canzone, i’ credo, che saranno radi Color, che tua ragione intendan bene, Tanto lor sei faticoso ed alto.”

“O canto lirico, ci saranno pochi, penso, Che potranno comprendere correttamente il tuo importo: Sei per loro così arduo e così alto!”

Ma l'ode era intesa solo per quei lettori che erano stati abituati a osservare il flusso e riflusso della loro natura più intima, ad avventurarsi a volte nei regni crepuscolari della coscienza, e a sentire un profondo interesse per modi di essere interiore, ai quali sanno che gli attributi di tempo e spazio sono inapplicabili e alieni, ma che tuttavia non possono essere veicolati, se non in simboli di tempo e spazio. Per tali lettori il senso è sufficientemente chiaro, e saranno poco disposti ad accusare il signor Wordsworth di credere nella preesistenza platonica nell'interpretazione ordinaria delle parole, così come io sono poco disposto a credere che Platone stesso l'abbia mai intesa o insegnata.

Polla moi yup' ankonos okea belee endon enti pharetras phonanta synetoisi; es de to pan hermaeneon chatizei; sophos o polla eidos phua; mathontes de labroi panglossia, korakes os, akranta garueton Dios pros ornitha theion.

Terzo (e in cui si eleva ben al di sopra di Daniel) la forza nervosa e l'originalità di singole righe e paragrafi: la frequente curiosa felicitas della sua dizione, di cui non ho bisogno qui di dare esempi, avendoli anticipati in una pagina precedente. Questa bellezza, ed eminentemente caratteristica della poesia di Wordsworth, i suoi più rudi assalitori si sono sentiti costretti a riconoscere e ammirare.

Quarto; la perfetta verità della natura nelle sue immagini e descrizioni come prese immediatamente dalla natura, e provanti una lunga e geniale intimità con lo spirito stesso che conferisce l'espressione fisiognomica a tutte le opere della natura. Come un campo verde riflesso in un lago calmo e perfettamente trasparente, l'immagine è distinta dalla realtà solo dalla sua maggiore morbidezza e lucentezza. Come l'umidità o la lucidatura su un ciottolo, il genio non distorce né colora falsamente i suoi oggetti; ma al contrario fa risaltare molte venature e molte tinte, che sfuggono all'occhio dell'osservazione comune, elevando così al rango di gemme ciò che era stato spesso calciato via dal piede frettoloso del viaggiatore sulla polverosa strada maestra dell'abitudine.

Lasciatemi riferire all'intera descrizione del pattinaggio, vol. I. pagine da 42 a 47, specialmente alle righe

“Così attraverso l'oscurità e il freddo volammo, E nessuna voce era inattiva. Con il chiasso Intanto i precipizi risuonavano forte; Gli alberi spogli e ogni rupe ghiacciata Tintinnavano come ferro; mentre le colline distanti Nel tumulto inviavano un suono alieno Di malinconia, non inosservato, mentre le stelle, A oriente, brillavano limpide, e a occidente Il cielo arancione della sera svaniva.”

O alla poesia sul LILLO VERDE, vol. I. pagina 244. Cosa può essere più accurato eppure più incantevole delle due strofe conclusive?

“Su quel ciuffo di alberi di nocciolo, Che scintillano alla brezza rafficata, Guardalo appollaiato in estasi, Eppure sembra ancora librarsi; Lì! dove il battito delle sue ali Sulla sua schiena e sul corpo getta Ombre e barlumi solari, Che lo coprono tutto quanto.

Mentre così davanti ai miei occhi brilla, Un Fratello delle Foglie sembra; Quando in un momento fuori trabocca La sua piccola canzone in zampilli Come se gli piacesse sdegnare E schernire la Forma che fingeva Mentre stava danzando con la schiera Delle Foglie tra i cespugli.”

O la descrizione del cince azzurra, e del silenzio del meriggio, pagina 284; o la poesia al cuculo, pagina 299; o, infine, sebbene potrei moltiplicare i riferimenti a dieci volte il numero, alla poesia, così completamente di Wordsworth, che inizia

“Tre anni crebbe nel sole e nell'acquazzone”--

Quinto: un patos meditativo, un'unione di pensiero profondo e sottile con la sensibilità; una simpatia per l'uomo in quanto uomo; la simpatia, invero, di un contemplatore, piuttosto che di un compagno di sventure o di un socio (spettatore, haud particeps), ma di un contemplatore dal cui sguardo nessuna differenza di rango occulta l'identità della natura; nessuna ferita del vento o del tempo, o della fatica, o persino dell'ignoranza, maschera del tutto il volto umano divino. La sovrascritta e l'immagine del Creatore restano per lui ancora leggibili sotto le linee oscure con le quali la colpa o la calamità le avevano cancellate o sbarrate. Qui l'Uomo e il Poeta si perdono e si ritrovano l'uno nell'altro, il primo come glorificato, il secondo come sostanziato. In questo mite e filosofico patos, Wordsworth mi appare senza eguali. Così com'è, così scrive. Si veda il vol. I, pagine 134-136, o quella composizione quanto mai commovente, THE AFFLICTION OF MARGARET ---- OF ----, pagine 165-168, che nessuna madre e, se posso giudicare dalla mia esperienza, nessun genitore può leggere senza una lacrima. Oppure si passi a quella lirica genuina, nella precedente edizione, intitolata THE MAD MOTHER, pagine 174-178, di cui non posso trattenermi dal citare due delle stanze, entrambe per il loro patos, e la prima per la fine transizione nei due versi conclusivi della stanza, così espressiva di quello stato di turbamento in cui, a causa della accresciuta sensibilità, l'attenzione del sofferente è bruscamente distolta da ogni inezia, e nello stesso istante ricacciata indietro dall'unico pensiero dispotico, portando seco, per il potere fondente e miscelante dell'Immaginazione e della Passione, l'oggetto estraneo al quale era stata così bruscamente deviata, non più un estraneo ma un alleato e un ospite.

“Succhia, piccolo bimbo, oh succhia ancora! Raffredda il mio sangue; raffredda il mio cervello; Le tue labbra, le sento, piccolo mio! Esse Traggono via dal mio cuore il dolore. Oh! stringimi con la tua manina; Allenta qualcosa al mio petto Intorno a quella stretta e mortale fascia Che sento premuta dalle tue dita. La brezza, vedo, è nell'albero! Viene a rinfrescare il mio bimbo e me.”

“Tuo padre non si cura del mio seno, È tuo, dolce bimbo, lì per riposare; È tutto tuo! -- e se il suo colore È mutato, che era così bello a vedersi, È abbastanza bello per te, mia colomba! La mia bellezza, piccolo bambino, è volata via, Ma tu vivrai con me nell'amore; E che importa se la mia povera guancia è bruna? È un bene per me, tu non puoi vedere Quanto pallida e smunta sarebbe altrimenti.”

Infine, e in modo preminente, rivendico per questo poeta il dono dell'Immaginazione nel senso più alto e rigoroso della parola. Nel gioco della fantasia, Wordsworth, per quanto sento, non è sempre aggraziato, e a volte è recondito. La somiglianza è talvolta troppo strana, o richiede un punto di vista troppo peculiare, o è tale da apparire creatura di una ricerca predeterminata, piuttosto che di una presentazione spontanea. Invero, la sua fantasia si mostra raramente come fantasia pura e non modificata. Ma nel potere immaginativo, egli sta più vicino di tutti i moderni scrittori a Shakespeare e Milton; e tuttavia in una maniera perfettamente non presa in prestito e tutta sua. Per impiegare le sue stesse parole, che sono al contempo un'istanza e un'illustrazione, egli aggiunge davvero a tutti i pensieri e a tutti gli oggetti--

“------il bagliore, La luce che mai fu, su mare o terra, La consacrazione, e il sogno del Poeta.”

Selezionerò alcuni esempi come più manifestamente dimostrativi di questa facoltà; ma se mai dovessi avere la fortuna di rendere la mia analisi dell'Immaginazione, la sua origine e i suoi caratteri, pienamente intelligibile al lettore, egli difficilmente aprirà una pagina delle opere di questo poeta senza riconoscere, più o meno, la presenza e le influenze di questa facoltà. Dalla poesia sugli YEW TREES, vol. I, pagine 303, 304.

“Ma ancor più degni di nota Sono quei fraterni Quattro di Borrowdale, Congiunti in un unico solenne e capace bosco; Tronchi enormi! -- e ogni singolo tronco una crescita Di fibre intrecciate serpentine Che si avvolgono in alto, e inveteratamente si attorcigliano; Non ignare di fantasia, e sguardi Che minacciano il profano; -- un'ombra colonnata, Sul cui pavimento privo d'erba di tinta rosso-bruna, Tinta perennemente dalle spoglie dell'ombra dei pini -- Sotto il cui tetto nero Di rami, come per festosi propositi, addobbato Di bacche che non rallegrano -- sagome spettrali Possono incontrarsi a mezzogiorno; la PAURA e la tremante SPERANZA, IL SILENZIO e LA PREVEGGENZA; LA MORTE, lo Scheletro, E IL TEMPO, l'Ombra; lì a celebrare, Come in un tempio naturale cosparso Di altari indisturbati di pietra muschiosa, Un culto unito; o in muto riposo A giacere, e ad ascoltare il torrente di montagna Che mormora dalle caverne più interne di Glazamara.”

L'effetto della figura del vecchio nella poesia RESOLUTION AND INDEPENDENCE, vol. II, pagina 33.

“Mentre parlava così, il luogo solitario, La forma del Vecchio, e il suo parlare, tutto mi turbava Con l'occhio della mente mi parve di vederlo procedere Per le lande desolate continuamente, Vagando in giro solo e silenziosamente.”

O gli 8°, 9°, 19°, 26°, 31° e 33° nella collezione di sonetti miscellanei -- il sonetto sulla sottomissione della Svizzera, pagina 210, o l'ultima ode, dalla quale scelgo in particolare le due seguenti stanze o paragrafi, pagine 349-350.

“La nostra nascita non è che un sonno e un dimenticare: L'Anima che sorge con noi, la Stella della nostra vita, Ha avuto altrove il suo tramonto, E viene da lontano. Non in totale dimenticanza, E non in assoluta nudità, Ma trascinando nubi di gloria veniamo Da Dio, che è la nostra casa: Il Cielo giace intorno a noi nella nostra infanzia! Le ombre della prigione cominciano a chiudersi Sul Ragazzo che cresce; Ma Egli contempla la luce, e da dove essa fluisce, La vede nella sua gioia! Il Giovane che quotidianamente più lontano dall'Oriente Deve viaggiare, resta il Sacerdote della Natura, E dalla splendida visione È accompagnato nel suo cammino; Alla fine l'Uomo la percepisce morire via, E svanire nella luce del giorno comune.”

E pagine 352-354 della stessa ode.

“O gioia! che nelle nostre braci Vi sia qualcosa che vive, Che la natura ancora ricorda Ciò che fu così fuggitivo! Il pensiero dei nostri anni passati genera in me Perpetue benedizioni: non certo Per ciò che è più degno di essere benedetto; Delizia e libertà, il semplice credo Dell'Infanzia, sia che sia occupata o a riposo, Con nuova speranza che ancora batte nel suo petto:-- Non per questi elevo Il canto di ringraziamento e di lode; Ma per quei tenaci interrogativi Del senso e delle cose esteriori, Cadute da noi, sparizioni; Vaghi timori di una Creatura Che si muove in mondi non realizzati, Alti istinti, davanti ai quali la nostra Natura mortale Tremava come una cosa colpevole sorpresa! Ma per quegli affetti primi, Quei ricordi ombrosi, Che, qualunque essi siano, Sono pur sempre la luce sorgiva di tutto il nostro giorno, Sono pur sempre una luce maestra di tutto il nostro vedere; Ci sostengono -- ci nutrono -- e hanno il potere di far Sembrare i nostri anni rumorosi momenti nell'essere Dell'eterno Silenzio; verità che si destano Per non perire mai; Che né l'apatia, né il folle impegno, Né Uomo né Ragazzo, Né tutto ciò che è in inimicizia con la gioia, Può abolire o distruggere del tutto! Quindi, in una stagione di tempo calmo, Sebbene siamo lontani nell'entroterra, Le nostre Anime hanno vista di quel mare immortale Che ci ha condotti fin qui; Possono in un momento viaggiare fin là, E vedere i fanciulli giocare sulla riva, E udire le possenti acque che rotolano per sempre.”

E poiché sarebbe ingiusto concludere con un estratto, che, sebbene altamente caratteristico, debba tuttavia, per la natura dei pensieri e del soggetto, essere interessante o forse intelligibile solo per un numero limitato di lettori; aggiungerò, dall'ultima opera pubblicata dal poeta, un passaggio ugualmente wordsworthiano; della cui bellezza, e del potere immaginativo in esso mostrato, non vi può essere che un'opinione, e un sentimento. Si veda White Doe, pagina 5.

“Rapido il sagrato si riempie; -- tra poco Guarda ancora ed essi sono tutti andati; Il gruppo attorno al portico, e la gente Che sedeva all'ombra della Quercia del Priore! E a stento sono scomparsi Che l'inno preludiante si ode;-- Con un solo consenso il popolo gioisce, Riempendo la chiesa con voce elevata! Cantano un servizio che sentono: Poiché è ora l'alba dello zelo; E fede e speranza sono al loro culmine Nel tempo aureo della grande Eliza.”

“Un momento pone fine al fervido frastuono, E tutto è tacito, fuori e dentro; Poiché sebbene il prete, più tranquillamente, Reciti la santa liturgia, L'unica voce che puoi udire È il fiume che mormora vicino. --Quando piano! -- tra gli alberi scuri, E lungo il sentiero attraverso il verde aperto, Dove non c'è cosa vivente da vedere; E attraverso quel cancello, dove si trova, Sotto l'arco cinto d'edera, Libero ingresso al terreno del sagrato-- E proprio attraverso il verde tappeto d'erba, Verso la casa stessa di Dio; Viene scivolando dentro con dolce bagliore, Viene scivolando dentro serena e lenta, Morbida e silenziosa come un sogno. Una Daina solitaria! Bianca è come giglio di giugno, E bella come la luna d'argento Quando fuori vista le nubi sono scacciate E lei è lasciata sola in cielo! O come una nave in un giorno gentile Navigante lontano nel sole Una nave scintillante che ha la pianura Dell'oceano per suo proprio dominio.”

* * * * * *

“Quali armoniosi pensierosi mutamenti L'attendono mentre lei si aggira Attorno e attraverso questo Edificio di stato Abbattuto e desolato! Ora un passo o due la sua via È attraverso lo spazio del giorno aperto, Dove l'innamorata luce solare La illumina che era così luminosa; Ora cade una delicata ombra, Cade su di lei come un respiro, Da qualche alto arco o muro, Mentre lei passa al di sotto.”

La seguente analogia, temo, apparirà tenue e fantastica, ma leggendo i Viaggi di Bartram non ho potuto fare a meno di trascrivere le seguenti righe come una sorta di allegoria, o similitudine e metafora collegate dell'intelletto e del genio di Wordsworth. -- “Il suolo è un profondo, ricco, scuro terriccio, su un profondo strato di argilla tenace; e ciò su una fondazione di rocce, che spesso rompono entrambi gli strati, sollevando i loro dorsi sopra la superficie. Gli alberi che crescono principalmente qui sono la gigantesca quercia nera; la magnolia grandiflora; il frassino maggiore; il platano; e alcuni maestosi alberi di tulipano.” Cosa produrrà il signor Wordsworth non sta a me profetizzarlo, ma potrei pronunciare con le più vivide convinzioni ciò che egli è capace di produrre. È la PRIMA GENUINA POESIA FILOSOFICA.

La precedente critica non servirà, ne sono consapevole, a superare i pregiudizi di coloro che hanno fatto il loro mestiere di attaccare e ridicolizzare le composizioni del signor Wordsworth.

La verità e la prudenza potrebbero essere immaginate come cerchi concentrici. Il poeta potrebbe forse aver superato quest'ultima, ma si è confinato ben entro i confini della prima, nel designare questi critici come “troppo petulanti per essere passivi di fronte a un genuino poeta, e troppo deboli per misurarsi con lui; -- uomini di immaginazioni paralizzate, nelle cui menti ogni sana azione è languida; -- che, perciò, si nutrono come i molti dirigono, o con i molti sono avidi di viziose provocazioni.”

Tanto per i detrattori dei meriti di Wordsworth. D'altra parte, per quanto io possa desiderare una loro più piena simpatia, non oso lusingarmi che la libertà con cui ho dichiarato le mie opinioni riguardanti sia la sua teoria che i suoi difetti, la maggior parte dei quali sono più o meno connessi con la sua teoria, sia come causa che come effetto, sarà soddisfacente o gradita a tutti gli ammiratori e sostenitori del poeta. Più indiscriminata della mia la loro ammirazione può essere: più profonda e sincera non può essere. Ma non ho avanzato alcuna opinione né per lode né per censura, se non come testi introduttivi alle ragioni che mi costringono a formarla. Soprattutto, ero pienamente convinto che una tale critica non solo fosse necessaria; ma che, se eseguita con adeguata abilità, dovesse contribuire, non in modo scarso, alla reputazione del signor Wordsworth. La sua fama appartiene a un'altra epoca, e non può essere né accelerata né ritardata. Quanto sia piccola la proporzione dei difetti rispetto alle bellezze, l'ho ripetutamente dichiarato; e che nessuno di essi origina da deficienza di genio poetico. Se fossero stati più numerosi e più grandi, considererei ancora, come amico del suo carattere letterario nella presente epoca, un'esposizione analitica di essi come puro guadagno; se non altro per rimuovere, come certamente a tutte le menti riflessive persino la suddetta analisi deve aver rimosso, lo strano errore, così leggermente fondato, eppure così ampiamente e industriosamente propagato, della propensione del signor Wordsworth per la semplicità! Non sono irritato per metà quanto nel sentire i suoi nemici abusare di lui per la volgarità dello stile, del soggetto e della concezione, quanto sono disgustato dal lato dorato dello stesso significato, come mostrato da alcuni ammiratori affettati, con i quali egli è, perbacco, un “poeta dolce e semplice!” e così naturale, che il piccolo padroncino Carlo e la sua sorella minore ne sono così affascinati, che giocano a “Goody Blake”, o a “Johnny and Betty Foy!”

Se la collezione di poesie, pubblicata con questi schizzi biografici, fosse abbastanza importante (cosa che non sono così vanitoso da credere) da meritare una tale distinzione; proprio come ho fatto, così vorrei che fosse fatto a me.

Per più di diciotto mesi il volume di Poesie, intitolato SIBYLLINE LEAVES, e il presente volume, fino a questa pagina, sono stati stampati e pronti per la pubblicazione. Ma, prima di parlare di me stesso nei toni che mi sono naturali nelle circostanze degli ultimi anni, vorrei presentarmi al Lettore come ero al primo albeggiare della mia vita letteraria:

Quando la Speranza cresceva attorno a me, come la vite rampicante, E frutti, e fogliame, non miei, parevano miei!

A questo scopo ho selezionato dalle lettere, che scrivevo a casa dalla Germania, quelle che apparivano suscettibili di essere più interessanti, e allo stesso tempo più pertinenti al titolo di quest'opera.

LETTERE DI SATYRANE

LETTERA I

Domenica mattina, 16 settembre 1798, il pacchetto di Amburgo salpò da Yarmouth; e io, per la prima volta nella mia vita, vidi la mia terra natia ritirarsi da me. Nel momento della sua scomparsa -- in tutte le chiese, templi, cappelle e case di riunione, in cui la maggior parte, spero, dei miei connazionali era in quel momento riunita, oso dubitare che vi fosse una preghiera più ardente offerta al cielo di quella che allora rivolsi per il mio paese. “Ora dunque,” (dissi a un gentiluomo che mi stava vicino,) “siamo fuori del nostro paese.” “Non ancora, non ancora!” rispose, e indicò il mare; “Anche questa è terra di un suddito britannico.” Questo bon mot diede una spinta ai miei spiriti, mi alzai e guardai intorno i miei compagni di viaggio, che erano tutti sul ponte. Eravamo diciotto in numero, videlicet, cinque inglesi, una signora inglese, un gentiluomo francese e il suo servitore, un annoveriano e il suo servitore, un prussiano, uno svedese, due danesi, e un ragazzo mulatto, un sarto tedesco e sua moglie (la coppia più piccola che io abbia mai visto), e un ebreo. Eravamo tutti sul ponte; ma in breve tempo osservai segni di sgomento. La signora si ritirò nella cabina in una certa confusione, e molti dei volti attorno a me assunsero un aspetto molto dolente e color rana; e entro un'ora il numero di coloro sul ponte fu diminuito della metà. Ero stordito, ma non malato, e lo stordimento se ne andò presto, ma lasciò una febbrosità e una mancanza di appetito, che attribuii, in gran parte, alla saeva Mephitis dell'acqua di sentina; e certamente non fu diminuita dalle esportazioni dalla cabina. Tuttavia, stavo abbastanza bene da unirmi ai passeggeri abili, uno dei quali osservò non inopportunamente che Momo avrebbe potuto scoprire un modo più facile per vedere l'interno di un uomo, che ponendo una finestra nel suo petto. Avrebbe avuto solo bisogno di fare un viaggio in acqua salata su un pacchetto-battello.

Sono incline a credere che un pacchetto sia di gran lunga superiore a una carrozza postale come mezzo per far aprir gli uomini l'uno con l'altro. In quest'ultima l'uniformità della postura predispone all'assopimento, e la definitività del periodo in cui la compagnia si separerà fa pensare a ciascun individuo più a coloro verso cui sta andando, che a coloro con cui sta andando. Ma in mare, più curiosità viene eccitata, se non altro per questo motivo, che le qualità piacevoli o spiacevoli dei vostri compagni sono di maggiore importanza per voi, data l'incertezza su quanto a lungo potreste essere costretti a convivere con loro. Inoltre, se siete compatrioti, ciò inizia a formare una distinzione e un legame di fratellanza; e se di paesi diversi, vi sono nuovi incitamenti alla conversazione, più da chiedere e più da comunicare. Trovai di aver interessato i danesi in un grado non comune. Mi ero strisciato nella barca sul ponte e mi ero addormentato; ma fui svegliato da uno di loro, verso le tre del pomeriggio, che mi disse che mi avevano cercato in ogni buco e angolo, e insistette che mi unissi alla loro compagnia e bevessi con loro. Parlava inglese con tale scioltezza da lasciarmi del tutto incapace di spiegare la singolare e persino ridicola scorrettezza con cui lo parlava. Andai e trovai alcuni vini eccellenti e un dessert d'uva con un ananas. I danesi mi avevano battezzato Dottor Teologia, e vestito come ero tutto di nero, con scarpe grandi e calze di lana nera, avrei potuto certamente passare molto bene per un missionario metodista. Tuttavia declinai il mio titolo. Cosa potrete essere allora? Un uomo di fortuna? No! -- Un mercante? No! -- Un viaggiatore di commercio? No! -- Un impiegato? No! -- Un Philosophe, forse? Era in quel periodo della mia vita in cui di tutti i possibili nomi e caratteri provavo il maggior disgusto per quello di “un Philosophe”. Ma ero stanco di essere interrogato, e piuttosto che essere nulla, o al meglio solo l'idea astratta di un uomo, mi sottomisi con un inchino persino all'aspersione implicita nella parola “un Philosophe”. -- Il danese mi informò quindi che tutti nella presente compagnia erano filosofi allo stesso modo. Certamente non eravamo della scuola stoica. Poiché bevemmo e parlammo e cantammo, finché non parlammo e cantammo tutti insieme; e poi ci alzammo e ballammo sul ponte una serie di danze che, in un senso della parola almeno, erano molto intelligibilmente e appropriatamente intitolate reels. I passeggeri, che giacevano nella cabina sottostante in tutte le agonie del mal di mare, devono aver trovato la nostra baldoria bacchica

------una melodia Aspra e di umore dissonante dal loro lamento.

Lo pensai al momento; e, (a modo, suppongo, di sostenere il mio nuovo carattere filosofico assunto), pensai anche a quanto strettamente il maggior numero delle nostre virtù sia connesso con la paura della morte, e quanta poca simpatia concediamo al dolore, dove non vi è alcun pericolo.

I due danesi erano fratelli. Uno era un uomo con un incarnato bianco chiaro, capelli bianchi e sopracciglia bianche; sembrava sciocco, e nulla di ciò che proferì diede la smentita al suo aspetto. L'altro, che per eminenza ho chiamato il danese, aveva anch'egli capelli bianchi, ma era molto più basso di suo fratello, con arti sottili e un volto molto magro leggermente segnato dal vaiolo. Quest'uomo mi convinse della giustizia di una vecchia osservazione, che molti fedeli ritratti nei nostri romanzi e farse sono stati avventatamente censurati come una caricatura scandalosa, o forse un'inesistenza. Mi ero ritirato alla mia postazione nella barca -- egli venne e si sedette al mio fianco, e appariva non poco brillo. Iniziò la conversazione nello stile più magnifico, e, come una sorta di pionierismo alla sua stessa vanità, mi lusingò con tale grossolanità! I parassiti della vecchia commedia erano modesti al confronto. Il suo linguaggio e la sua accentuazione erano così eccessivamente singolari che determinai per una volta nella vita di prendere appunti di una conversazione. Ecco che segue, alquanto abbreviata, davvero, ma in ogni altro aspetto accuratamente come la mia memoria mi ha permesso.

IL DANESE. Che immaginazione! che linguaggio! che vasta scienza! e che occhi! che fronte bianco-latte! O mio cielo! perché, lei è un Dio!

RISPOSTA. Mi fa troppo onore, Signore.

IL DANESE. O mio cielo! se lei dovesse pensare che io la sto lusingando!—No, no, no! io ho diecimila l'anno—sì, diecimila l'anno—sì, diecimila sterline l'anno! Beh—e che cos'è questo? una mera inezia! Non darei il mio cuore sincero per dieci volte tanto denaro. Sì, lei è un Dio! io un mero uomo! Ma, mio caro amico! pensi a me, come a un uomo! È, è—intendo chiederle ora, mio caro amico—non sono io molto eloquente? Non parlo io l'inglese molto bene?

RISPOSTA. Ammirevolmente! Mi creda, Signore! Raramente ho sentito persino un nativo parlare con tale fluidità.

IL DANESE. (Stringendomi la mano con grande veemenza.) Mio caro amico! che affetto e fedeltà abbiamo l'uno per l'altro! Ma mi dica, mi dica davvero,—Non parlo io, ogni tanto, con qualche errore? Non sono io in qualche torto?

RISPOSTA. Beh, Signore! forse potrebbe essere osservato dai critici raffinati della lingua inglese, che lei usa occasionalmente la parola “è” al posto di “sono”. Nelle nostre migliori compagnie diciamo solitamente io sono, e non io è o io’se. Mi scusi, Signore! è una mera inezia.

IL DANESE. O!—è, è, sono, sono, sono. Sì, sì—lo so, lo so.

RISPOSTA. Io sono, tu sei, egli è, noi siamo, voi siete, essi sono.

IL DANESE. Sì, sì,—lo so, lo so—Sono, sono, sono, è il praesens, e è è il perfectum—sì, sì—e sono è il plusquam perfectum.

RISPOSTA. E sei, Signore! è—?

IL DANESE. Mio caro amico! è il plusquam perfectum, no, no—quella è una gran bugia; sono è il plusquam perfectum—e sei è il plasquam plue-perfectum—(poi facendo oscillare la mia mano avanti e indietro, e puntando verso di me i suoi piccoli occhi nocciola luminosi, che danzavano di vanità e vino)—Vede, mio caro amico che anch'io ho un po' di istruzione?

RISPOSTA. Istruzione, Signore? Chi osa sospettarlo? Chi può ascoltarla per un minuto, chi può persino guardarla, senza percepirne l'estensione?

IL DANESE. Mio caro amico!—(poi con un'espressione che voleva essere umile, e con un tono di voce come se stesse ragionando) Non potrei parlare così di gamberetti e imperfectum, e futurum e plusquamplue perfectum, e tutto ciò, mio caro amico! senza un po' di istruzione?

RISPOSTA. Signore! un uomo come lei non può parlare di alcun argomento senza rivelare la profondità della sua cultura.

IL DANESE. Il grammatico greco, amico mio; ah! ah! Ah! (ridendo, e facendo oscillare la mia mano avanti e indietro—poi con una transizione improvvisa a una grande solennità) Ora le dirò, mio caro amico! Lì è accaduto attorno a me ciò che l'intera historia della Danimarca non registra in alcun altro caso. Il vescovo mi fece tutte le domande su tutta la religione nella grammatica latina.

RISPOSTA. La grammatica, Signore? La lingua, suppongo—

IL DANESE. (Un po' offeso.) Grammatica è lingua, e lingua è grammatica—

RISPOSTA. Diecimila perdoni!

IL DANESE. Beh, e avevo solo quattordici anni—

RISPOSTA. Solo quattordici anni?

IL DANESE. Non di più. Avevo quattordici anni—e mi fece tutte le domande, religione e filosofia, e tutto nella lingua latina—e io risposi a tutte quante, mio caro amico! tutte nella lingua latina.

RISPOSTA. Un prodigio! un prodigio assoluto!

IL DANESE. No, no, no! lui era un vescovo, un grande sovrintendente.

RISPOSTA. Sì! un vescovo.

IL DANESE. Un vescovo—non un mero predicante, non un prediger.

RISPOSTA. Mio caro Signore! ci siamo fraintesi. Dicevo che il fatto che lei rispondesse in latino in un'età così giovane era un prodigio, cioè, una cosa che è meravigliosa; che non accade spesso.

IL DANESE. Spesso! Non c'è un solo caso registrato nell'intera historia della Danimarca.

RISPOSTA. E da allora, Signore—?

IL DANESE. Fui mandato nelle Indie Occidentali—nella nostra Isola, e lì non ebbi più nulla a che fare con i libri. No! no! misi il mio genio in un'altra direzione—e ho fatto diecimila sterline l'anno. Non è questo il genio, mio caro amico?—Ma che cos'è il denaro?—Penso che l'uomo più povero vivente sia mio pari. Sì, mio caro amico; la mia piccola fortuna è piacevole per il mio cuore generoso, perché posso fare del bene—nessun uomo con una fortuna così piccola ha mai fatto tanta generosità—nessuna persona—nessun uomo persona, nessuna donna persona lo ha mai negato. Ma siamo tutti figli di Dio.

Qui l'annoverese lo interruppe, e l'altro danese, lo svedese, e il prussiano, si unirono a noi, insieme a un giovane inglese che parlava correntemente il tedesco, e mi interpretava molti degli scherzi del prussiano. Il prussiano era un mercante viaggiatore, passato di sessant'anni, un uomo in salute, alto, forte, e robusto, pieno di storie, gesticolazioni, e buffonerie, con l'anima così come l'aspetto di un ciarlatano, che, mentre ti fa ridere, ti svuota le tasche. In mezzo a tutti i suoi sguardi buffi e i suoi gesti buffi, rimaneva uno sguardo non toccato dalla risata; e quello sguardo era il vero volto, gli altri non erano che la sua maschera. L'annoverese era un giovane pallido, grasso, gonfio, il cui padre aveva fatto una grande fortuna a Londra, come appaltatore militare. Sembrava emulare i modi dei giovani inglesi facoltosi. Era un tipo di buon carattere, non privo di informazione o letteratura; ma un vanitoso davvero madornale. Aveva l'abitudine di frequentare la Camera dei Comuni, e una volta aveva parlato, come mi informò, con grande applauso in una società di dibattito. Per questo sembrava essersi qualificato con lodevole industriosità: poiché era perfetto nel Dizionario di Pronuncia di Walker, e con un accento, che mi ricordava forzatamente lo scozzese in Roderic Random, che professava di insegnare la pronuncia inglese, si rimetteva costantemente al mio giudizio superiore, se avessi pronunciato o meno questa o quella parola con proprietà, o “la vera delicatezza”. Quando parlava, anche se fossero state solo mezza dozzina di frasi, si alzava sempre: per cui non riuscivo a trovare altro motivo, se non la sua parzialità per quella frase elegante così liberalmente introdotta nelle orazioni dei nostri legislatori britannici, “Mentre sono in piedi”. Lo svedese, che per ragioni che appariranno presto, distinguerò con il nome di Nobiltà, era un uomo dai lineamenti marcati, dalla faccia butterata, la sua carnagione simile nel colore a un attizzatoio rovente che inizia a raffreddarsi. Appariva miseramente dipendente dal danese; ma era, tuttavia, incomparabilmente il meglio informato e il più razionale del gruppo. Infatti i suoi modi e la sua conversazione rivelavano che era sia un uomo di mondo che un gentiluomo. L'ebreo era nella stiva: il gentiluomo francese era disteso sul ponte così male, che non potevo osservare nulla riguardo a lui, eccetto le attenzioni affettuose del suo servitore verso di lui. Il poveretto era molto malato egli stesso, e di tanto in tanto correva al fianco della nave, tenendo sempre gli occhi sul suo padrone, ma ritornava in un momento e si sedeva di nuovo accanto a lui, ora sostenendogli la testa, ora asciugandogli la fronte e parlandogli tutto il tempo con i toni più confortanti. C'era stato un litigio matrimoniale di un tipo molto ridicolo in cabina, tra il piccolo sarto tedesco e la sua mogliettina. Lui aveva assicurato due letti, uno per sé e uno per lei. Questo aveva colpito la donnina come un'azione molto crudele; ella insisteva nell'averne uno solo, e assicurò il secondo ufficiale con i toni più pietosi, che era sua moglie legittima. Il secondo ufficiale e il mozzo decisero a suo favore, insultarono il piccolo uomo per la sua mancanza di tenerezza con molto umorismo, e lo issarono nello stesso scompartimento con la moglie malata di mare. Questo litigio fu interessante per me, poiché mi procurò un letto, che altrimenti non avrei avuto.

Di sera, alle sette, il mare si agitò maggiormente, e il danese, per mezzo della maggiore agitazione, eliminò abbastanza di ciò che aveva ingoiato per far spazio a molto altro. La sua bevanda preferita era zucchero e brandy, cioè, pochissima acqua calda con una grande quantità di brandy, zucchero e noce moscata. Il suo ragazzo di servizio, un mulatto dagli occhi neri, aveva una faccia rotonda e di buon carattere, esattamente del colore della pelle del gheriglio di noce. Il danese e io eravamo di nuovo seduti, tête-à-tête, nella scialuppa della nave. La conversazione, che era ora in effetti piuttosto un'orazione che un dialogo, divenne stravagante oltre tutto ciò che abbia mai sentito. Mi disse che aveva fatto una grande fortuna nell'isola di Santa Cruz, e che stava ora tornando in Danimarca per godersela. Si dilungò sullo stile in cui intendeva vivere, e sulle grandi imprese che si proponeva di iniziare, finché, il brandy aiutando la sua vanità, e la sua vanità e garrulità aiutando il brandy, parlò come un folle—mi supplicò di accompagnarlo in Danimarca—lì avrei visto la sua influenza presso il governo, e mi avrebbe presentato al re, ecc., ecc. Così continuò a sognare ad alta voce, e poi passando con una transizione molto lirica al soggetto della politica generale, declamò, come un membro della Corresponding Society, riguardo, (non circa,) ai Diritti dell'Uomo, e mi assicurò che, nonostante la sua fortuna, considerava l'uomo più povero vivente suo pari. “Tutti sono uguali, mio caro amico! tutti sono uguali! Siamo tutti figli di Dio. L'uomo più povero ha gli stessi diritti di me. Jack! Jack! ancora un po' di zucchero e brandy. Ecco quel tipo ora! È un mulatto—ma è mio pari.—È giusto, Jack! (prendendo lo zucchero e il brandy.) Qui tu Signore! stringi la mano a questo gentiluomo! Stringi la mano a me, cane che non sei altro! Ecco, ecco!—Siamo tutti uguali mio caro amico! Non parlo io come Socrate, e Platone, e Catone—erano tutti filosofi, mio caro filosofo! tutti uomini molto grandi!—e così pure Omero e Virgilio—ma erano poeti. Sì, sì! so tutto al riguardo!—Ma che cosa può dire chiunque altro più di questo? Siamo tutti uguali, tutti figli di Dio. Ho diecimila l'anno, ma non sono più del più umile uomo vivente. Non ho orgoglio; eppure, mio caro amico! posso dire, fallo! ed è fatto. Ah! ah! ah! mio caro amico! Ora ecco quel gentiluomo (indicando Nobiltà) egli è un barone svedese—vedrà. Ehi! (chiamando lo svedese) mi procuri, vuole, una bottiglia di vino dalla cabina. SVEDESE.—Ecco, Jack! vai a prendere al tuo padrone una bottiglia di vino dalla cabina. DANESE. No, no, no! vada lei ora—vada lei stesso vada lei ora! SVEDESE. Pah!—DANESE. Ora vada! Vada, la prego.” E lo svedese andò!!

Dopo di ciò il danese iniziò un'arringa sulla religione, e scambiandomi per un philosophe nel senso continentale della parola, parlò della Divinità in uno stile declamatorio, assomigliando molto alle invettive devozionali di quel rozzo pasticcione, il Sig. Thomas Paine, nella sua Età della Ragione, e mi sussurrò all'orecchio, che maledetta ipocrisia fosse tutta la faccenda di Gesù Cristo. Oserei giurare che pochi uomini hanno meno ragione di accusarsi di indulgere nel persiflage di me stesso. Lo odierei, se non fosse altro perché è un vizio francese, e provo orgoglio nell'evitarlo, perché la nostra lingua è troppo onesta per avere una parola per esprimerlo. Ma in questa istanza la tentazione era stata troppo potente, e l'ho posta nella lista delle mie offese. Pericle rispose a uno dei suoi cari amici, che lo aveva sollecitato in un caso di vita o di morte, a prestare un giuramento equivoco per la sua preservazione: Debeo amicis opitulari, sed usque ad Deos [75]. L'amicizia stessa deve porre il suo ultimo e più audace passo su questo lato dell'altare. Ciò che Pericle non avrebbe fatto per salvare la vita di un amico, può star certo che io non lo rischierei semplicemente per mescolare il bricco della cioccolata della vanità di uno sciocco ubriaco finché non schiume. Assumendo uno sguardo serio, mi professai un credente, e affondai immediatamente di cento braccia nelle sue buone grazie. Si ritirò nella sua cabina, e io mi avvolsi nel mio cappotto, e guardai l'acqua. Una bella nuvola bianca di schiuma a intervalli momentanei scorreva accanto alla nave con un ruggito, e piccole stelle di fiamma danzavano e scintillavano e si spegnevano in essa: e di tanto in tanto leggeri distaccamenti di questa schiuma simile a una nuvola si staccavano dal fianco della nave, ciascuno con la propria piccola costellazione, sul mare, e sfrecciavano fuori vista come una truppa tartara sopra una landa deserta.

Faceva freddo, la cabina era in aperta guerra con i miei olfatti, e trovai motivo di rallegrarmi per il mio cappotto, una coperta rispettabile, pesante e dal collo alto, il cui colletto si rivoltava, e faceva la parte di un berretto da notte in modo molto passabile. Guardando due o tre stelle luminose, che oscillavano con il movimento delle vele, mi addormentai, ma fui svegliato all'una, lunedì mattina, da uno scroscio di pioggia. Mi ritrovai costretto a scendere in cabina, dove dormii molto profondamente, e mi svegliai con un ottimo appetito all'ora di colazione, le mie narici, i più placabili di tutti i sensi, riconciliate con, o anzi insensibili alla mefite.

Lunedì, 17 settembre, ebbi una lunga conversazione con lo svedese, che parlò con il più pungente disprezzo del danese, che descrisse come uno sciocco, pazzo per il denaro; ma confermò i vanti del danese riguardo alla grandezza della sua fortuna, che aveva acquisito in prima istanza come avvocato, e successivamente come piantatore. Dal danese e da lui stesso raccolsi che era effettivamente un nobile svedese, che aveva sperperato una fortuna, che non era mai stata molto grande, e aveva trasferito la sua proprietà al danese, da cui era ora totalmente dipendente. Sembrava soffrire pochissimo per l'insolenza del danese. Era in alto grado umano e attento alla signora inglese, che soffriva molto spaventosamente, e per la quale compiva molti piccoli uffici con una tenerezza e delicatezza che sembravano provare una reale bontà di cuore. Infatti i suoi modi generali e la conversazione non erano solo piacevoli, ma persino interessanti; e lottai per credere alla sua insensibilità riguardo al danese come fortezza filosofica. Poiché sebbene il danese fosse ora completamente sobrio, il suo carattere trasudava da lui da ogni poro. E dopo cena, quando era di nuovo arrossato dal vino, ogni quarto d'ora o forse più spesso gridava allo svedese, “Ehi! Nobiltà, va’—fai tale cosa! Sig. Nobiltà!—racconta ai gentiluomini tale storia, e così via;” con un'insolenza che avrebbe dovuto suscitare disgusto e detestazione, se le sue volgari invettive sui sacri diritti dell'uguaglianza, unite al suo selvaggio scempio della grammatica generale non meno che della lingua inglese, non l'avessero resa così irresistibilmente ridicola.

Alle quattro osservai un'anatra selvatica che nuotava sulle onde, una singola anatra selvatica solitaria. Non è facile concepire quanto sembrasse interessante una cosa in quel deserto rotondo e senza oggetti di acque. Avevo associato un tale sentimento di immensità all'oceano, che mi sentii eccessivamente deluso, quando ero fuori vista di ogni terra, per la ristrettezza e la vicinanza, per così dire, del cerchio dell'orizzonte. Così poco le immagini sono capaci di soddisfare gli oscuri sentimenti connessi alle parole. Di sera le vele furono abbassate, per timore di urtare la terra, che può essere vista solo a una piccola distanza. E alle quattro, martedì mattina, fui svegliato dal grido di “terra! terra!” Era un brutto isolotto roccioso a distanza alla nostra sinistra, chiamato Heiligeland, ben noto a molti passeggeri da Yarmouth ad Amburgo, che sono stati costretti dal tempo burrascoso a passare settimane e settimane in stanca prigionia su di esso, spogliati di tutto il loro denaro dalle esorbitanti richieste dei miserabili che lo abitano. Così almeno mi informarono i marinai.—Verso le nove vedemmo la terraferma, che sembrava a malapena in grado di tenere la testa sopra l'acqua, bassa, piatta, e desolata, con fari e punti di riferimento che sembravano dare un carattere e un linguaggio alla desolazione. Entrammo nella foce dell'Elba, passando Neu-werk; sebbene ancora solo la riva destra del fiume fosse visibile a noi. Su questa vidi una chiesa, e ringraziai Dio per il mio viaggio sicuro, non senza pensieri affettuosi per coloro che avevo lasciato in Inghilterra. Alle undici dello stesso mattino arrivammo a Cuxhaven, la nave gettò l'ancora, e la scialuppa fu issata fuori, per portare l'annoverese e pochi altri a riva. Il capitano accettò di portare noi, che rimanemmo, ad Amburgo per dieci ghinee, alle quali il danese contribuì così ampiamente, che gli altri passeggeri pagarono solo mezza ghinea ciascuno. Di conseguenza salpammo l'ancora, e passammo dolcemente su per il fiume. A Cuxhaven entrambi i lati del fiume possono essere visti con tempo sereno; potevamo ora vedere solo la riva destra. Passammo una moltitudine di mercantili inglesi che avevano aspettato molte settimane per un vento. In breve tempo entrambe le rive divennero visibili, entrambe piatte e che attestavano il lavoro delle mani umane per la loro estrema nettezza. Sulla riva sinistra vidi una chiesa o due in lontananza; sulla riva destra passammo accanto a campanile e mulino a vento e cottage, e mulino a vento e casa singola, mulino a vento e mulino a vento, e casa singola pulita, e campanile. Questi erano gli oggetti e nella successione. Le rive erano molto verdi e piantate con alberi non ineleganza. Trentacinque miglia da Cuxhaven la notte ci colse, e, poiché la navigazione dell'Elba è pericolosa, gettammo l'ancora.

Sopra quale luogo, pensai, pende la luna ai tuoi occhi, mio carissimo amico? Per me pendeva sopra la riva sinistra dell'Elba. Vicino sopra la luna c'era un enorme volume di nuvola nera profonda, mentre un filetto molto sottile attraversava il centro dell'astro, stretto e sottile e nero come un nastro di crespo. La lunga strada tremante di luce lunare, che giaceva sull'acqua e raggiungeva la poppa della nostra nave, brillava debolmente e oscuramente. Vedemmo due o tre luci dalla riva destra, probabilmente da camere da letto. Sentii il contrasto sorprendente tra il silenzio di questo maestoso ruscello, le cui rive sono popolose di uomini e donne e bambini, e greggi e mandrie—tra il silenzio notturno di questo fiume popolato, e il rumore incessante, e il tumulto, e le forti agitazioni della desolata solitudine dell'oceano. I passeggeri di sotto si erano tutti ritirati nei loro letti; e sentii l'interesse di questa scena tranquilla più profondamente per la circostanza di averli appena lasciati. Poiché il prussiano durante tutta la sera aveva mostrato tutti i suoi talenti per affascinare il danese, che lo aveva ammesso nel seguito dei suoi dipendenti. Il giovane inglese continuava a interpretare gli scherzi del prussiano per me. Erano tutti senza eccezione profani e abominevoli, ma alcuni sufficientemente spiritosi, e pochi incidenti, che egli raccontò in prima persona, erano preziosi come illustrazione dei modi dei paesi in cui avevano avuto luogo.

Alle cinque di mercoledì mattina salpammo l’ancora, ma fummo presto costretti a gettarla di nuovo a causa di una fitta nebbia, che il nostro capitano temeva potesse durare tutto il giorno; ma verso le nove si diradò, e navigammo lentamente, vicini alla riva di un’isola bellissima, a quaranta miglia da Cuxhaven, con il vento che continuava a essere debole. Questo isolotto, o isola, è lungo circa un miglio e mezzo, a forma di cuneo, ben boscoso, con radure di un verde vivacissimo, e reso più interessante dalla fattoria straordinariamente pulita che vi sorge sopra. Sembrava fatto per un ritiro senza solitudine: un luogo che attirerebbe i propri amici, precludendo al contempo le importune visite dei semplici curiosi. Le sponde dell’Elba divennero ora più belle, con ricchi prati e alberi che correvano come un basso muro lungo il bordo del fiume; e, facendo capolino al di sopra di essi, case ordinate e, specialmente sulla riva destra, un’abbondanza di guglie, bianche, nere o rosse. Un gusto istintivo insegna agli uomini a costruire le proprie chiese nei paesi pianeggianti con campanili a punta, i quali, non potendo essere ricondotti a nessun altro oggetto, indicano, come con un dito silenzioso, il cielo e le stelle, e a volte, quando riflettono la luce bronzea di un tramonto ricco seppur piovoso, appaiono come una piramide di fiamma che arde verso il cielo. Ricordo una volta, e una sola, di aver visto una guglia in una stretta valle di un paese montuoso. L’effetto non fu solo meschino ma ridicolo, e mi ricordò contro la mia volontà un cappuccio spegnicandela; la stretta vicinanza dell’alta montagna, ai piedi della quale sorgeva, l’aveva completamente rimpicciolita, privandola di ogni connessione con il cielo o le nuvole. A quarantasei miglia inglesi da Cuxhaven, e sedici da Amburgo, il villaggio danese di Veder adorna la riva sinistra con il suo campanile nero, e vicino ad esso si trova il selvaggio e pastorale borgo di Schulau. Finora sia la riva destra che quella sinistra, verdi fino all’orlo e in piano con il fiume, somigliavano alle sponde del canale di un parco. Gli alberi e le case erano ugualmente bassi, a volte gli alberi bassi sovrastavano le case ancora più basse, a volte le case basse si ergevano sopra gli alberi ancora più bassi. Ma a Schulau la riva sinistra si alza improvvisamente per quaranta o cinquanta piedi, e guarda il fiume con la sua facciata perpendicolare di sabbia, scarsamente coperta da ciuffi di verde. L’Elba continuava a offrire uno spettacolo sempre più vivace per la moltitudine di barche da pesca e gli stormi di gabbiani che volteggiavano attorno a esse, clamorosi rivali e compagni dei pescatori; finché non giungemmo a Blankaness, un villaggio oltremodo interessante disseminato tra alberi sparsi, su tre colline in tre divisioni. Ognuna delle tre colline guarda il fiume con facciate di sabbia nuda, con le quali le barche dai pali spogli, disposte in fila lungo le rive, formavano una sorta di armonia fantastica. Tra ogni facciata giace una valle verde e boscosa, ognuna più profonda dell’altra. In breve, è un grande villaggio composto da singoli cottage, ogni cottage al centro del proprio piccolo bosco o frutteto, e ognuno con il proprio sentiero separato: un villaggio con un labirinto di sentieri, o piuttosto un vicinato di case! È abitato da pescatori e costruttori di barche, essendo le imbarcazioni di Blankanese molto richieste in tutta la navigazione dell’Elba. Qui vedemmo per la prima volta le guglie di Amburgo, e da qui, fino ad Altona, la riva sinistra dell’Elba è straordinariamente piacevole, se considerata come la vicinanza di una città laboriosa e repubblicana; in quello stile di bellezza, o piuttosto graziosità, che potrebbe tentare il cittadino a recarsi in campagna, gratificando al contempo il gusto che ha acquisito in città. Case estive e cineserie sono ovunque sparse lungo le rive alte e verdi; le assi delle fattorie lasciate senza intonaco e dipinte allegramente di verde e giallo; e a malapena un albero non è tagliato in forme atte a ricordare all’essere umano il proprio potere e la propria intelligenza invece della saggezza della natura. Tuttavia, questi sono legami di connessione tra città e campagna, e assai meglio dell’affettazione di gusti e piaceri per i quali le abitudini degli uomini li hanno resi inadatti. Passate di lì il sabato e la domenica con i borghesi di Amburgo che fumano le loro pipe, le donne e i bambini che banchettano negli alcove di bosso e tasso, e diventa una natura a sé stante. Mercoledì, alle quattro, lasciammo la nave e, passando con difficoltà attraverso le enormi masse di naviglio che sembravano soffocare l’ampio Elba da Altona in su, fummo infine sbarcati al Boom House, ad Amburgo.

LETTERA II

A una signora.

RATZEBURG.

Meine liebe Freundinn,

Vedi quanto naturale mi risulti il tedesco, sebbene io non sia nel paese da sei settimane! Quasi con la stessa scioltezza dell’inglese del mio vicino, l’Amtsschreiber (o segretario pubblico), il quale, ogni volta che ci incontriamo, anche se fosse mezza dozzina di volte nello stesso giorno, non manca mai di salutarmi con: “---ddam your ploot unt eyes, my dearest Englander! vhee goes it!”; il che è certamente prova di grande generosità da parte sua, essendo queste parole l’intero suo bagaglio di inglese. Avevo, tuttavia, una ragione migliore del desiderio di mostrare la mia competenza: poiché volevo metterti di buon umore nei confronti di una lingua dalla cui acquisizione mi sono ripromesso molta edificazione e il mezzo anche per comunicare un nuovo piacere a te e a tua sorella, durante le nostre letture invernali. E come posso farlo meglio se non sottolineando la sua galante attenzione verso le signore? Il nostro suffisso inglese -ess, credo sia limitato a parole derivate dal latino, come actress, directress, ecc., o dal francese, come mistress, duchess, e simili. Ma il tedesco -inn ci permette di designare il sesso in ogni possibile relazione della vita. Così la signora dell’Amtmann è la Frau Amtmanninn; la moglie del segretario (tra parentesi, la donna più bella che abbia finora visto in Germania) è die allerliebste Frau Amtsschreiberinn; la moglie del colonnello, die Frau Obristinn o Colonellinn; e persino la moglie del pastore, die Frau Pastorinn. Ma sono particolarmente compiaciuto del loro Freundinn che, a differenza dell’amica dei romani, è raramente usato se non nel suo senso migliore e più puro. Ora, so che verrà detto che un’amica è già qualcosa di più di un amico, quando un uomo sente l’ansia di esprimere a se stesso che questo amico è di sesso femminile; ma io lo nego, almeno in quel senso in cui verrà sollevata l’obiezione. Rischierei l’accusa di eresia, piuttosto che abbandonare la mia convinzione che ci sia un sesso nelle nostre anime così come nelle loro vesti periture; e chi non lo sente non ha mai veramente amato una sorella; anzi, non è capace nemmeno di amare una moglie come merita di essere amata, se lei è davvero degna di quel santo nome.

Ora so, mia gentile amica, cosa stai mormorando tra te e te: “È proprio lui! Scappare dietro alla prima bolla che il caso ha soffiato via dalla superficie della sua fantasia; quando uno è ansioso di sapere dove si trova e cosa ha visto”. Ebbene dunque! Che io sia sistemato a Ratzeburg, con i miei motivi e i particolari del mio viaggio fin qui, ti informerà. La mia prima lettera a lui, con la quale senza dubbio ha edificato l’intero vostro focolare, mi ha lasciato sano e salvo ad Amburgo sulle Elbe Stairs, al Boom House. Mentre ero in piedi sulle scale, fui divertito dal contenuto del battello che attraversa il fiume una o due volte al giorno da Amburgo ad Haarburg. Era stipato di ogni sorta di gente di tutte le nazioni, in ogni sorta di abito; gli uomini tutti con la pipa in bocca, e queste pipe di ogni forma e fantasia: dritte e attorcigliate, semplici e complesse, lunghe e corte, di canna, terracotta, porcellana, legno, stagno, argento e avorio; la maggior parte con catene d’argento e coperchi d’argento per il fornello. Pipe e stivali sono la prima caratteristica universale dei maschi di Amburgo che colpirebbe l’occhio di un viaggiatore inesperto. Ma dimentico la mia promessa di tenere un diario il più possibile. Pertanto, 19 settembre, pomeriggio. Il mio compagno, che, ricorderai, parla la lingua francese con inusuale proprietà, aveva stretto una sorta di conoscenza confidenziale con l’emigrato, che sembrava essere un uomo di buon senso e i cui modi erano quelli di un perfetto gentiluomo. Sembrava avere circa cinquant’anni o poco più. Qualunque cosa ci sia di sgradevole nei modi francesi a causa dell’eccesso nel grado, era stata addolcita dall’età o dall’afflizione; e tutto ciò che vi è di delizioso nel genere, prontezza e delicatezza nelle piccole attenzioni, ecc., rimaneva, e senza agitazione, gesticolazione o sproporzionata premura. Il suo contegno esibiva la minuta filantropia di un francese raffinato, temperata dalla sobrietà del carattere inglese spogliato della sua riserva. C’è qualcosa di stranamente attraente nel carattere di un gentiluomo quando applichi la parola enfaticamente, e tuttavia in quel senso del termine che è più facile sentire che definire. Non include né il possesso di un’alta eccellenza morale, né necessariamente nemmeno le grazie ornamentali dei modi. Ho ora davanti agli occhi una persona la cui vita difficilmente reggerebbe il controllo anche nel tribunale d’onore, ancor meno in quello della coscienza; e i suoi modi, se osservati attentamente, desterebbero piuttosto un’idea di goffaggine che di eleganza: eppure chiunque conversasse con lui sentiva e riconosceva il gentiluomo. Il segreto della faccenda, credo, sia questo: sentiamo il carattere di gentiluomo presente a noi, ogni volta che, in tutte le circostanze della vita sociale, le triviali non meno delle importanti, attraverso l’intero dettaglio dei suoi modi e del suo contegno, e con la naturalezza di un’abitudine, una persona mostra rispetto agli altri in modo tale da implicare allo stesso tempo, nei propri sentimenti, un’abituale e sicura anticipazione di reciproco rispetto da parte loro verso se stesso. In breve, il carattere di gentiluomo nasce dal sentimento di Uguaglianza che agisce come un’Abitudine, eppure flessibile alle varietà di Rango, e modificato senza essere disturbato o sostituito da esse. Questa descrizione forse ti spiegherà il fondamento di una delle tue osservazioni, mentre ti traducevo l’interessante dialogo riguardante le cause della corruzione dell’eloquenza. “Che perfetti gentiluomini devono essere stati questi antichi Romani! Fui colpita, ricordo, dallo stesso sentimento nel momento in cui leggevo una traduzione dei dialoghi filosofici di Cicerone e del suo carteggio epistolare: mentre nelle Lettere di Plinio mi sembrava di avere un sentimento diverso: mi dava l’idea di un gentiluomo molto fine”. Pronunciasti le parole come se avessi sentito che l’aggiunta aveva danneggiato la sostanza e il grado aumentato aveva alterato il genere. Plinio era il cortigiano di un monarca assoluto; Cicerone un repubblicano aristocratico. Per questa ragione il carattere di gentiluomo, nel senso a cui l’ho limitato, è frequente in Inghilterra, raro in Francia, e si trova, dove si trova, nell’età matura o nell’ultimo periodo dell’età adulta; mentre in Germania il carattere è quasi sconosciuto. Ma il vero antipodo di un gentiluomo deve essere cercato tra i democratici anglo-americani.

Devo questa digressione, come atto di giustizia verso questo amabile francese, e di umiliazione per me stesso. Poiché in una piccola controversia tra noi sul tema della poesia francese, mi fece sentire il mio stesso cattivo comportamento attraverso il silenzioso rimprovero del contrasto, e quando in seguito mi scusai con lui per il calore del mio linguaggio, mi rispose con un’espressione allegra di sorpresa, e un complimento immediato, che un gentiluomo potrebbe sia fare con dignità che ricevere con piacere. Fui quindi compiaciuto di scoprire che eravamo d’accordo sul fatto di prendere alloggio, se possibile, nella stessa casa. Il mio amico andò con lui in cerca di un albergo, e io a consegnare le mie lettere di raccomandazione.

Camminai in avanti a passo svelto, rallegrato non tanto da qualcosa che vedessi realmente, quanto dal confuso senso che fossi per la prima volta nella mia vita sul continente del nostro pianeta. Mi sentivo come un uccello liberato che era stato covato in una voliera, che ora, dopo il suo primo volo di libertà, si libra nell’aria alta. Molto naturalmente iniziai a meravigliarmi di tutte le cose, alcune per essere così simili e altre per essere così diverse dalle cose in Inghilterra: donne olandesi con grandi cappelli a ombrello che spuntano mezzo iarda davanti a loro, con una prodigiosa pinguedine di sottogonne dietro; le donne di Amburgo con cuffie pieghettate sulla calotta con argento, o oro, o entrambi, bordate attorno con pizzo irrigidito, che sporgevano davanti ai loro occhi, ma non più in basso, così che gli occhi vi scintillavano attraverso; l’hannoveriana con la parte anteriore della testa nuda, poi un pizzo rigido che si ergeva come un muro perpendicolare sulla cuffia, e la cuffia dietro che terminava con un’enorme quantità di nastro che giace o si agita sulla schiena:

“Le loro fisionomie sembravano un bel vessillo Spiegato in sfida a tutti i nemici.”

Le signore tutte in abiti inglesi, tutte truccate, e tutte con denti brutti: cosa che noti istantaneamente dal loro contrasto con il candore quasi animale, troppo lucido, madreperlaceo e la regolarità dei denti delle ridenti, chiassose donne di campagna e serve, che con le loro calze bianche pulite e con pantofole senza tallone, trotterellavano lungo le strade sporche, come se fossero protette da un incantesimo dallo sporco: con una leggerezza, inoltre, che mi sorprese, io che l’avevo sempre considerato come uno dei fastidi del dormire in una locanda il dover fare rumore sulle scale con un paio di esse. Le strade strette; per il mio naso inglese sufficientemente offensive, e spiegando a prima vista l’uso universale degli stivali; senza alcun sentiero appropriato per i pedoni; le facciate a capanna delle case tutte verso la strada, alcune nella forma triangolare ordinaria e intere come dicono i botanici; ma la maggior parte dentellate e smerlate con una stravaganza più che cinese. Soprattutto, fui colpito dall’abbondanza di finestre, così grandi e così tante, che le case sembrano tutte di vetro. La tassa sulle finestre di Mr. Pitt, con le sue graziose piccole aggiunte che spuntano fuori come giovani rospi sul dorso di un rospo del Suriname, migliorerebbe certamente l’aspetto delle case di Amburgo, che hanno un lieve aspetto estivo, non in armonia con la loro grandezza, incongruo con il clima, e che preclude quel sentimento di ritiro e contentezza che uno desidera associare a una casa in una città rumorosa. Ma un incendio sarebbe, temo, il prerequisito necessario alla produzione di qualsiasi bellezza architettonica ad Amburgo: poiché in verità è una città sudicia. Avanzai e attraversai una moltitudine di ponti brutti, con enormi deformità nere di ruote idrauliche proprio accanto a essi. L’acqua interseca la città ovunque, e avrebbe fornito al genio dell’Italia le possibilità di tutto ciò che è più bello e magnifico nell’architettura. Sarebbe potuta essere la rivale di Venezia, ed è accatastamento e bruttezza, fetore e ristagno. Lo Jungfer Stieg (cioè la Passeggiata delle Giovani Signore), a cui le mie lettere mi indirizzavano, faceva eccezione. Era una passeggiata o lungomare piantato con triple file di alberi di olmo, che, essendo annualmente potati e tagliati, rimangono sottili e nani. Questa passeggiata occupa un lato di uno specchio d’acqua quadrato, con molti cigni sopra perfettamente addomesticati, e, che si muovono tra i cigni, vistose barche da diporto con signore dentro, remate dai loro mariti o amanti.------

(Alcuni paragrafi sono stati qui omessi.)------così imbarazzato da una triste e solenne cortesia ancora più che da un inglese stentato, suonò come la voce di un vecchio amico quando sentii il servo dell’emigrato chiedere di me. Era venuto allo scopo di guidarmi al nostro albergo. Attraverso strade e strade incalzai felice come un bambino, e, non ne dubito, con un’espressione infantile di meraviglia nei miei occhi occupati, divertito dai carri di vimini con panche mobili attraverso di essi, una dietro l’altra, (queste erano le carrozze a nolo); divertito dalle insegne dei negozi, sulle quali tutti gli articoli venduti all’interno sono dipinti, e pure in modo molto esatto, sebbene in una grottesca confusione, (un utile sostituto del linguaggio in questo grande mercato delle nazioni); divertito dall’incessante tintinnio dei campanelli delle porte dei negozi e delle case, il campanello appeso sopra ogni porta e colpito con una piccola asta di ferro a ogni entrata e uscita; e infine, divertito dal guardare dentro le finestre, mentre passavo; le signore e i signori che bevevano caffè o giocavano a carte, e i signori tutti che fumavano. Desiderai essere un pittore, così da poterti inviare uno schizzo di una delle partite a carte. La lunga pipa di un signore riposava sul tavolo, il fornello a mezzo iarda dalla sua bocca, fumante come un incensiere presso la peschiera; l’altro signore, che stava distribuendo le carte, e naturalmente aveva entrambe le mani occupate, teneva la pipa tra i denti, la quale pendendo tra le ginocchia, fumava accanto alle sue caviglie. Hogarth stesso non disegnò mai una distorsione più ridicola sia di atteggiamento che di fisionomia di quanto questo sforzo causasse, né mancava accanto ad essa uno di quei bei volti femminili che lo stesso Hogarth, in cui il satirico non estinse mai quell’amore per la bellezza che gli apparteneva come poeta, così spesso e così volentieri introduce, come figura centrale, in una folla di deformità umoristiche, le quali figure, (tale è il potere del vero genio!) né agiscono, né si intende che agiscano come contrasto; ma diffondono attraverso tutto, e sopra ciascuno del gruppo, uno spirito di riconciliazione e gentilezza umana; e, anche quando l’attenzione non è più consapevolmente diretta alla causa di questo sentimento, mescola ancora la sua tenerezza con le nostre risate: e così previene che l’istruttiva ilarità per i capricci della natura o le debolezze o gli umori dei nostri simili degeneri nel veleno cardiaco del disprezzo o dell’odio.

Il nostro albergo DIE WILDE MAN, (la cui insegna non era una cattiva somiglianza del padrone di casa, il quale aveva innestato su un volto assai tetro un sogghigno irrequieto, che era a disposizione di chiunque, e che in effetti, come un attore che provi tra sé, continuava a sfoggiare nell'attesa di un'occasione per usarlo) — né il nostro albergo, dico, né il suo padrone appartenevano alla classe più distinta. Ma esso possiede un grande vantaggio per uno straniero, trovandosi sulla piazza del mercato, e vicino alla gigantesca chiesa di San Nicola: una chiesa con botteghe e case costruite addosso, dalle quali escrescenze e verruche s’innalza il suo alto e massiccio campanile, ornato verso la cima da una corona di grandi sfere dorate. Difficilmente si potrebbe desiderare una stella polare migliore. A lungo conserverò l'impressione lasciata sulla mia mente dal terribile eco, così forte, lungo e tremulo, dell'orologio dal tono profondo all'interno di questa chiesa, che mi svegliò alle due del mattino da un sogno angoscioso, causato, credo, dal piumino che qui si usa al posto delle coperte. Preferirei portarmi dietro la mia coperta come un indiano selvaggio, piuttosto che sottomettermi a questa abominevole usanza. La nostra conoscenza emigrata era, scoprimmo, un intimo amico del celebre Abate de Lisle: e dalla grande fortuna che possedeva sotto la monarchia, ne aveva salvata una quantità sufficiente non solo per l'indipendenza, ma anche per la rispettabilità. Aveva offeso alcuni dei suoi compagni emigrati a Londra, ai quali aveva fatto obbligazione con somme considerevoli, rifiutandosi di concedere ulteriori anticipi, e in conseguenza dei loro intrighi aveva ricevuto l'ordine di lasciare il regno. Pensai che fosse una prova della sua innocenza il fatto che non attribuisse alcuna colpa né all'alien act, né al ministro che l'aveva esercitato contro di lui; e una prova ancora maggiore, che parlasse di Londra con rapimento, e della sua nipote preferita, che si era sposata e stabilita in Inghilterra, con tutto il fervore e tutto l'orgoglio di un genitore affettuoso. Un uomo mandato via con la forza da un paese, costretto a vendere le azioni con una grande perdita, ed esiliato da quei piaceri e da quello stile di società che l'abitudine aveva reso essenziali alla sua felicità, i cui sentimenti predominanti erano tuttavia tutti di natura privata, risentimento per un'amicizia oltraggiata e angoscia per affetti domestici interrotti — un tale uomo, credo, potrei osare garantire innocente di spionaggio al servizio di chiunque, tanto meno di quello dell'attuale Direttorio francese. Parlava con estasi di Parigi sotto la Monarchia: eppure i fatti particolari, che componevano la sua descrizione, lasciarono nella mia mente una convinzione profonda della indegnità francese, quanto il suo stesso racconto aveva fatto dell'ingratitudine degli emigrati. Dal mio arrivo in Germania, non ho incontrato una sola persona, nemmeno tra coloro che detestano la Rivoluzione, che parlasse con favore, o persino con carità, dei fuoriusciti francesi. Sebbene la convinzione della loro influenza nell'organizzazione di questa disastrosa guerra (dagli orrori della quale la Germania del Nord ritiene di essere solo scampata, non al sicuro) possa avere una qualche parte nell'avversione generale con cui sono considerati: tuttavia sono profondamente persuaso che la parte maggiore sia dovuta alla loro stessa dissolutezza, alla loro slealtà e durezza di cuore l'uno verso l'altro, e alla miseria domestica o ai principi corrotti che molti di loro hanno portato nelle famiglie dei loro protettori. Il mio cuore si dilatava con onesto orgoglio, mentre richiamavo alla mente i caratteri severi eppure amabili dei patrioti inglesi, che cercarono rifugio nel Continente alla Restaurazione! Oh, non si paragoni la nostra guerra civile sotto il primo Carlo con la Rivoluzione francese! Nella prima, il carattere traboccava per eccesso di principio; nella seconda, per la fermentazione della feccia! La prima fu una guerra civile tra le virtù e i pregiudizi virtuosi delle due parti; la seconda, tra i vizi. Il vetro veneziano della monarchia francese andò in frantumi sotto l'azione di un doppio veleno.

20 settembre. Fui presentato al signor Klopstock, fratello del poeta, il quale a sua volta mi presentò al professor Ebeling, un uomo intelligente e vivace, sebbene sordo: così sordo, in effetti, che era un doloroso sforzo parlare con lui, poiché eravamo costretti a lasciar cadere le nostre perle in un enorme cornetto acustico. Da questo cortese e bonario uomo di lettere (spero che i letterati tedeschi in generale somiglino a questo primo esemplare), ho sentito un tollerabile gioco di parole italiano e un aneddoto interessante. Quando Buonaparte era in Italia, essendo stato irritato da qualche caso di perfidia, disse con tono alto e veemente, in una compagnia pubblica: "È un vero proverbio, gli italiani tutti ladroni". Una dama ebbe il coraggio di rispondere: "Non tutti; ma BUONA PARTE". Questo, lo confesso, suonò alle mie orecchie come una delle tante cose argute che avrebbero potuto essere dette. L'aneddoto è più prezioso; poiché esemplifica i modi e i mezzi dell'insinuazione francese. Hoche aveva ricevuto molte informazioni riguardo alla conformazione del paese da una mappa di inusuale completezza e precisione, il cui autore, sentì dire, risiedeva a Düsseldorf. Durante il saccheggio di Düsseldorf da parte dell'esercito francese, Hoche ordinò preventivamente che la casa e i beni di quest'uomo venissero preservati, e affidò l'esecuzione dell'ordine a un ufficiale sulla cui truppa poteva contare. Scoprendo in seguito che l'uomo era fuggito prima che iniziasse il saccheggio, Hoche esclamò: "NON aveva motivo di fuggire! È per tali uomini, non contro di loro, che la nazione francese fa guerra e acconsente a versare il sangue dei suoi figli". Ricordate il sonetto di Milton:

"Il grande conquistatore emazio ordinò di risparmiare La casa di Pindaro quando tempio e torre Andarono al suolo"------

Ora, sebbene il cartografo di Düsseldorf possa stare nella stessa relazione con il bardo tebano, come la lumaca, che segna il suo cammino con linee di bava sul muro che percorre, rispetto all'aquila che vola verso il sole e batte la tempesta con le sue ali; non ne consegue che il giacobino di Francia non possa essere un generale valoroso e un buon politico, quanto il pazzo di Macedonia.

Dal professor Ebeling, il signor Klopstock accompagnò il mio amico e me a casa sua, dove vidi un bel busto di suo fratello. C'era una solenne e pesante grandezza nel suo volto, che corrispondeva alle mie preconcetti sul suo stile e il suo genio. Vidi lì, allo stesso modo, un bellissimo ritratto di Lessing, le cui opere sono al momento il principale oggetto della mia ammirazione. I suoi occhi erano straordinariamente simili ai miei, se non, piuttosto, più grandi e più sporgenti. Ma la parte inferiore del suo volto e il naso... Oh, che squisita espressione di eleganza e sensibilità! Non apparivano profondità, peso o comprensività nella fronte. L'intero volto sembrava dire che Lessing fosse un uomo di sentimenti rapidi e voluttuosi; di una fantasia attiva ma leggera; acuto; eppure acuto non nell'osservazione della vita reale, ma negli ordinamenti e nella gestione del mondo ideale, cioè nel gusto e nella metafisica. Vi assicuro che scrissi queste stesse parole nel mio taccuino con il ritratto davanti agli occhi, e quando non sapevo nulla di Lessing se non il suo nome, e che era uno scrittore tedesco di spicco.

Abbiamo consumato due ore e più davanti a una cattiva cena, alla table d'hote. "Pazienza a una mensa tedesca, sorridendo al tempo". I tedeschi sono i peggiori cuochi d'Europa. Viene posta per ogni due persone una bottiglia di vino comune — Reno e Claret alternativamente; ma nelle case dei ricchi, durante i molti e lunghi intervalli della cena, i servitori fanno girare bicchieri di vini più ricchi. Dal signore di Culpin vennero in quest'ordine. Borgogna — Madera — Porto — Frontignac — Pacchiaretti — Vecchio Hock — Mountain — Champagne — di nuovo Hock — Bishop, e infine, Punch. Un bel quantum, mi sembra! L'ultima portata alla mensa, ovvero fette di arrosto di maiale (poiché tutti i piatti più grandi vengono portati dentro, tagliati, fatti prima girare e poi messi in tavola), con prugne stufate e altri frutti dolci, e questo seguito da formaggio e burro, con piatti di mele, mi ha ricordato Shakespeare [76], e Shakespeare mi ha messo in testa di andare alla commedia francese.

Dio mio! Perché è peggio delle nostre moderne commedie inglesi! Il primo atto mi ha informato che deve tenersi una corte marziale su un conte Vatron, che aveva sfoderato la spada contro il colonnello, suo cognato. Gli ufficiali implorano in suo favore... invano! Sua moglie, la sorella del colonnello, implora con agonie tempestose... invano! Cade in isteria e sviene, mentre cala il sipario interno! Nel secondo atto viene emessa la sentenza di morte sul Conte; sua moglie, frenetica e isterica come prima: più di così (buona creatura laboriosa!) non potrebbe essere. Il terzo e ultimo atto, la moglie ancora frenetica, molto frenetica davvero! I soldati stanno per sparare, il fazzoletto è già caduto; quando grazia! grazia! si sente dietro le quinte: ed entra il Principe Qualcuno, perdona il Conte, e la moglie è ancora frenetica, solo di gioia; tutto qui!

Oh, cara signora! questo è uno dei casi in cui la risata è seguita dalla malinconia: perché tale è il tipo di dramma che viene ora sostituito ovunque a Shakespeare e Racine. Sapete bene che faccio violenza ai miei stessi sentimenti nel mettere insieme questi nomi. Ma per quanto io possa pensare in modo meschino del dramma serio francese, anche nei suoi esemplari più perfetti; e con qualunque diritto io possa lamentarmi della sua perpetua falsificazione del linguaggio, e delle connessioni e transizioni di pensiero che la Natura ha appropriato agli stati di passione; tuttavia, le tragedie francesi sono coerenti opere d'arte, e prole di un grande potere intellettuale. Preservando un'appropriatezza nelle parti, e un'armonia nel tutto, esse formano una natura tutta loro, sebbene una natura falsa. Eppure esse eccitano le menti degli spettatori a un pensiero attivo, a uno sforzo verso un'eccellenza ideale. L'anima non viene stupefatta in mere sensazioni da una meschina simpatia per le nostre sofferenze ordinarie, o da una vuota curiosità per il sorprendente, non nobilitato dal linguaggio o dalle situazioni che incutono timore e deliziano l'immaginazione. Cosa (vorrei chiedere alla folla che si spinge verso le tragedie pantomimiche e le commedie lacrimose di Kotzebue e dei suoi imitatori), cosa state cercando? È la commedia? Ma nella commedia di Shakespeare e Molière, più accurata è la mia conoscenza, e più profondamente penso, maggiore è la soddisfazione che si mescola alle mie risate. Poiché, sebbene le qualità che questi scrittori ritraggono siano davvero ridicole, sia per il genere che per l'eccesso, e squisitamente ridicole, esse sono tuttavia la crescita naturale della mente umana e tali che, con più o meno cambiamenti nel drappeggio, posso applicare al mio cuore, o almeno a intere classi dei miei simili. Quanto spesso il moralista e il metafisico non sono debitori per le più felici illustrazioni di verità generali e delle leggi subordinate del pensiero e dell'azione umana a citazioni, non solo dai personaggi tragici, ma ugualmente dagli Jaques, Falstaff, e persino dagli sciocchi e dai clown di Shakespeare, o dall'Avaro, dall'Ipocondriaco e dall'Ipocrita di Molière! Non dite che sto raccomandando astrazioni: poiché queste caratteristiche di classe, che costituiscono l'istruttività di un personaggio, sono così modificate e particolarizzate in ogni persona del dramma shakespeariano, che la vita stessa non eccita più distintamente quel senso di individualità che appartiene all'esistenza reale. Per quanto possa sembrare paradossale, una delle proprietà essenziali della geometria non è meno essenziale all'eccellenza drammatica, e (se posso menzionare il suo nome senza pedanteria a una signora), Aristotele ha di conseguenza richiesto al poeta un'involuzione dell'universale nell'individuo. Le differenze principali sono che nella geometria è la verità universale stessa ad essere in primo piano nella coscienza, nella poesia la forma individuale in cui la verità è rivestita. Con gli antichi, e non meno con i drammaturghi più anziani di Inghilterra e Francia, sia la commedia che la tragedia erano considerate come generi di poesia. Non cercavano nella commedia di farci ridere meramente, tanto meno di farci ridere con smorfie, accidenti di gergo, frasi gergali del giorno, o il rivestire morali comuni in metafore tratte dalle botteghe o dalle occupazioni meccaniche dei loro personaggi; né si degnavano nella tragedia di carpire l'applauso degli spettatori, rappresentando davanti a loro facsimili dei loro stessi meschini sé in tutta la loro meschinità esistente, o di lavorare sulle loro torbide simpatie attraverso un pathos non meno rispettabile delle lacrime mielose dell'ubriachezza. Le loro scene tragiche intendevano colpirci davvero, ma entro i confini del piacere, e in unione con l'attività sia del nostro intelletto che dell'immaginazione. Desideravano trasportare la mente verso un senso della sua possibile grandezza, e impiantare i germi di quella grandezza durante la temporanea dimenticanza della spregevole "cosa che siamo" e dello stato particolare in cui ogni uomo capita di trovarsi; sospendendo i nostri ricordi individuali e cullandoli nel sonno tra la musica di pensieri più nobili.

Fermi! (mi sembra di sentire il portavoce della folla rispondere, e noi lo ascolteremo. Io sono l'attore, e lui il convenuto.)

CONVENUTO. Fermi! le nostre commedie sentimentali moderne non sono forse piene della migliore morale cristiana?

ATTORE. Sì! esattamente tanta, ed esattamente quella parte di essa, che potete esercitare senza una singola virtù cristiana... senza un singolo sacrificio che sia davvero doloroso per voi! Esattamente quanto vi lusinga, vi manda via soddisfatti dei vostri cuori, e del tutto riconciliati con i vostri vizi, che non possono mai essere pensati troppo male quando tengono così buona compagnia, e camminano mano nella mano con tanta compassione e generosità; adulazione così ripugnante che sputereste in faccia all'uomo che osasse offrirvela in una compagnia privata, a meno che non la interpretaste come un'ironia offensiva, voi la appropriate con infinita soddisfazione, quando condividete il pattume con l'intero porcile, e lo ingozzate da un trogolo comune. Nessun Cesare deve calcare le vostre assi... nessun Antonio, nessun Danese reale, nessun Oreste, nessuna Andromaca!

C. No: o il minor numero possibile. Che cosa ha a che fare un semplice cittadino di Londra, o di Amburgo, con i vostri re e regine, e i vostri vecchi eroi pagani da scolaro? Inoltre, tutti conoscono le storie; e quale curiosità possiamo provare----

A. Come, signore, non per il modo? Non per il linguaggio delizioso del poeta? Non per le situazioni, l'azione e la reazione delle passioni?

C. Siete frettoloso, signore! l'unica curiosità che proviamo è per la storia: e come possiamo essere ansiosi riguardo alla fine di una commedia, o esserne sorpresi, quando sappiamo come andrà a finire?

A. Chiedo scusa per avervi interrotto! ora ci capiamo. Cercate dunque, in una tragedia, che gli uomini saggi di un tempo consideravano il più alto sforzo del genio umano, la stessa gratificazione che ricevete da un nuovo romanzo, l'ultimo romanzo tedesco e altre prelibatezze del giorno, che possono essere gustate solo una volta. Se portate questi sentimenti all'arte sorella della Pittura, la Cappella Sistina di Michelangelo e la Galleria delle Scritture di Raffaello non possono aspettarsi alcun favore da voi. Sapete tutto di loro in anticipo; e siete, senza dubbio, più familiari con i soggetti di quei dipinti che con le storie tragiche delle epoche storiche o eroiche. C'è una coerenza, quindi, nella vostra preferenza per gli scrittori contemporanei: perché i grandi uomini dei tempi passati, almeno quelli che erano considerati grandi dai nostri antenati, cercavano così poco di gratificare questo tipo di curiosità, che sembravano aver considerato la storia sotto una luce non molto superiore a quella con cui il pittore considera la sua tela: come ciò su cui, non attraverso cui, dovevano mostrare la loro appropriata eccellenza. Nessuna opera, simile a un racconto o a un romanzo, può ben mostrare meno varietà di invenzione negli incidenti, o meno ansia nel tesserli insieme, del DON CHISCIOTTE di Cervantes. I suoi ammiratori sentono la disposizione a tornare indietro e rileggere qualche capitolo precedente, almeno dieci volte per ogni volta che provano il desiderio di correre in avanti: o aprire il libro su quelle parti che ricordano meglio, proprio come visitiamo più spesso quegli amici che amiamo di più, e con i cui caratteri e azioni siamo più intimamente conosciuti. Nel divino Ariosto, (come i suoi compatrioti chiamano questo, il loro poeta prediletto), metto in dubbio che ci sia un solo racconto di sua invenzione, o i cui elementi non fossero familiari ai lettori di "antichi romanzi". Tralascerò gli antichi greci, che ritenevano persino necessario alla favola di una tragedia che la sua sostanza fosse precedentemente conosciuta. Che ci fossero state almeno cinquanta tragedie con lo stesso titolo, sarebbe stato uno dei motivi che determinarono Sofocle ed Euripide nella scelta dell'Elettra come soggetto. Ma Milton--

C. Sì, Milton, davvero! ma il dottor Johnson e altri grandi uomini non ci dicono che nessuno oggi legge Milton se non come un compito?

A. Tanto peggio per loro, di cui si può dire questo con verità! Ma perché allora fingete di ammirare Shakespeare? La maggior parte, se non tutti, i suoi drammi erano, per quanto riguarda i nomi e i principali incidenti, già opere di repertorio. Tutte le storie, almeno, su cui sono costruiti, preesistevano nelle cronache, nelle ballate o nelle traduzioni di scrittori inglesi contemporanei o precedenti. Perché, ripeto, fingete di ammirare Shakespeare? È, forse, che fingete solo di ammirarlo? Comunque, poiché una volta per tutte avete respinto i noti eventi e personaggi della storia, o la musa epica, che cosa avete preso al loro posto? Chi ha armato la vostra musa tragica con la sua coppa e il suo pugnale? La musa sentimentale avrei dovuto dire, che avete fatto sedere sul trono della tragedia? Quali eroi ha cresciuto sui suoi coturni?

C. Oh! i nostri buoni amici e vicini di casa... onesti commercianti, valorosi marinai, ufficiali di mezza paga dallo spirito alto, ebrei filantropi, cortigiane virtuose, ramai dal cuore tenero e accalappiacani sentimentali! (un po' bruschi o giù di lì, ma tutti i nostri caratteri generosi e dal cuore tenero sono un po' rudi o misantropi, e tutti i nostri misantropi molto dal cuore tenero.)

A. Ma vi prego, amico, in quali azioni grandi o interessanti possono essere impegnati tali uomini?

C. Regalano una gran quantità di denaro; trovano ricche doti per giovani uomini e fanciulle che hanno tutte le altre buone qualità; tengono testa a lord, baronetti e giudici di pace, (perché sono audaci come Ettore!) — salvano carrozze nel momento in cui stanno cadendo giù dai precipizi; portano via neonati alla vista di eserciti contrapposti; e alcuni dei nostri attori interpretano un uomo muscoloso e abile con tale perfezione, che i nostri poeti drammatici, che hanno sempre gli attori sotto gli occhi, raramente mancano di rendere il loro personaggio maschile preferito forte come Sansone. E poi fanno dei salti prodigiosi!! E ciò che viene fatto sul palco è ancora più sorprendente di ciò che viene recitato. Ricordo una volta un'esplosione così assordante, che non potei sentire una parola della commedia per metà atto dopo di essa: e un po' di vera polvere da sparo che prese fuoco nello stesso momento, e fu annusata da tutti gli spettatori, la naturalezza della scena era davvero sbalorditiva!

A. Ma come potete collegare con tali uomini e tali azioni quella dipendenza di migliaia dal destino di uno, che dà un interesse così elevato ai personaggi di Shakespeare e dei tragici greci? Come potete collegare con loro quel più sublime di tutti i sentimenti, il potere del destino e la forza controllante del cielo, che sembra elevare i personaggi che affondano sotto il suo colpo irresistibile?

C. Oh, mere fantasie! Cerchiamo e troviamo sul palcoscenico attuale i nostri bisogni e le nostre passioni, le nostre vessazioni, perdite e imbarazzi.

A. È la vostra stessa povera natura cavillosa dunque, che desiderate vedere rappresentata davanti a voi? — non la natura umana nella sua altezza e vigore? Ma sicuramente potreste trovare la prima con tutte le sue gioie e dolori, più comodamente nelle vostre case e parrocchie.

C. Vero! ma qui sorge una differenza. La fortuna è cieca, ma il poeta ha gli occhi aperti, ed è inoltre compiacente quanto la fortuna è capricciosa. Fa sì che ogni cosa volga esattamente come vorremmo. Ci gratifica rappresentando come odiosi o spregevoli coloro che odiamo e desideriamo disprezzare.

A. (a parte.) Cioè, gratifica la vostra invidia calunniando i vostri superiori.

D. Fa sì che tutti quei moralisti precisi, che si atteggiano a essere migliori del loro prossimo, si rivelino alla fine ipocriti abbietti, traditori e cattivi dal cuore duro; e i vostri uomini di spirito, che si prendono la loro ragazza e il loro bicchiere con uguale disinvoltura, si dimostrano i veri uomini d'onore e, (affinché nessuna parte del pubblico rimanga insoddisfatta,) si redimono nell'ultima scena, non lasciando alcun dubbio nelle menti delle signore che diventeranno i mariti più fedeli ed eccellenti: sebbene sembri un peccato che siano costretti a sbarazzarsi di qualità che li avevano resi così interessanti! Inoltre, i poveri diventano ricchi tutto a un tratto; e nella scelta matrimoniale finale gli stessi opulenti e altolocati sono portati a confessare; che LA VIRTÙ È LA SOLA VERA NOBILTÀ, E CHE UNA DONNA AMABILE È UNA DOTE A SE STESSA!!

P. Eccellente! Ma avete dimenticato quei brillanti lampi di lealtà, quegli elogi patriottici del Re e della Vecchia Inghilterra, che, specialmente se espressi con una metafora navale o di bottega, sollecitano così spesso e ricevono così infallibilmente il plauso del pubblico! Do atto alla vostra prudenza per l'omissione. Poiché l'intero sistema del vostro dramma è un giacobinismo morale e intellettuale del genere più pericoloso, e quelle tirate comuni sulla lealtà non sono altro che ipocrisia nei vostri commediografi, e la vostra stessa simpatia per esse un grossolano autoinganno. Poiché l'intero segreto della popolarità drammatica consiste per voi nella confusione e sovversione dell'ordine naturale delle cose, delle loro cause e dei loro effetti; nell'eccitazione della sorpresa, rappresentando le qualità della liberalità, del sentimento raffinato e di un fine senso dell'onore, (quelle cose piuttosto che passano tra voi per tali), in persone e classi sociali dove l'esperienza insegna a aspettarsele meno; e nel premiare con tutte le simpatie, che sono dovute alla virtù, quei criminali che la legge, la ragione e la religione hanno scomunicato dalla nostra stima!

E ora--buonanotte! Davvero! Avrei potuto scrivere quest'ultimo foglio senza essere andato in Germania; ma mi immaginavo di parlare con voi accanto al vostro caminetto, e pensate che sia un piccolo piacere per me dimenticare di tanto in tanto che non sono lì? Inoltre, voi e gli altri miei buoni amici vi siete rassegnati a prendermi così come sono, e da qualunque luogo io scriva vi aspetterete che una parte dei miei "Viaggi" consista in escursioni all'interno della mia mente.

LETTERA III

RATZEBURG. Nessun pesciolino rigettato nell'acqua, nessuna mosca liberata dalla mano di un bambino, potrebbe godere del proprio elemento con più vivacità di me in questa casa pulita e tranquilla, con questa incantevole vista della città, dei boschi e del lago di Ratzeburg, dalla finestra alla quale sto scrivendo. Il mio umore certamente, e la mia salute immaginavo, stavano cominciando a vacillare sotto il rumore, lo sporco e l'aria malsana del nostro albergo di Amburgo. Lo lasciai domenica 23 settembre, con una lettera di presentazione del poeta Klopstock, per l'Amtmann di Ratzeburg. L'Amtmann mi accolse con gentilezza e mi presentò al degno pastore, che accettò di darmi vitto e alloggio per qualunque periodo di tempo non inferiore a un mese. Il veicolo, sul quale presi posto, era considerevolmente più grande di una carrozza pubblica inglese, alla quale somigliava per proporzioni e rozzezza più o meno come l'orecchio di un elefante a quello umano. Il suo tetto era composto da assi nude di colori diversi, che sembravano essere state parti di rivestimenti differenti. Al posto delle finestre c'erano tende di cuoio con un piccolo occhio di vetro in ciascuna: servivano perfettamente allo scopo di escludere il panorama e far entrare il freddo. Potevo osservare poco, dunque, se non le locande e le fattorie presso le quali ci fermavamo. Erano tutte uguali, eccetto che per le dimensioni: un'unica grande stanza, simile a un fienile, con un soppalco per il fieno sopra di essa, la paglia e il fieno che penzolavano in ciuffi attraverso le assi che formavano il soffitto della stanza e il pavimento del soppalco. Da questa stanza, che è pavimentata come una strada, a volte una, a volte due più piccole, sono ricavate a un'estremità. Queste hanno solitamente il pavimento. Nella stanza grande il bestiame, i maiali, il pollame, uomini, donne e bambini vivono in amichevole comunità; eppure c'era un'apparenza di pulizia e conforto rustico. Una di queste case l'ho misurata. Era lunga cento piedi. Gli appartamenti erano ricavati da un angolo. Tra questi e le stalle c'era un piccolo spazio intermedio, e qui la larghezza era di quarantotto piedi, ma di trentadue dove c'erano le stalle; naturalmente, le stalle erano su ogni lato profonde otto piedi. I musi delle mucche, ecc., erano rivolti verso la stanza; anzi, erano dentro di essa, così che avevano almeno il conforto di vedere i musi l'una dell'altra. L'allevamento in stalla è universale in questa parte della Germania, una pratica riguardo alla quale l'agricoltore e il poeta sono inclini ad avere opinioni opposte--o almeno, sentimenti molto diversi. Il legname di questi edifici all'esterno è lasciato senza intonaco, come nelle vecchie case da noi, e, essendo dipinto di rosso e verde, taglia e tassella gli edifici molto gaiamente. Da tre miglia da Amburgo quasi fino a Molln, che dista trenta miglia, il paese, per quanto ho potuto vedere, era una pianura piatta, variata solo dai boschi. A Molln è diventato più bello. Ho osservato un piccolo lago quasi circondato da boschi, e un palazzo in vista appartenente al Re di Gran Bretagna, e abitato dall'Ispettore delle Foreste. Abbiamo impiegato quasi lo stesso tempo per percorrere le trentacinque miglia da Amburgo a Ratzeburg, di quanto ne avessimo impiegato per andare da Londra a Yarmouth, centoventisei miglia.

Il lago di Ratzeburg corre da sud a nord, per circa nove miglia di lunghezza, e varia in larghezza da tre miglia a mezzo miglio. A circa un miglio dal punto più meridionale è diviso in due parti, naturalmente molto disuguali, da un'isola, la quale, essendo collegata da un ponte e una stretta lingua di terra con una sponda, e da un altro ponte di immensa lunghezza con l'altra sponda, forma un istmo completo. Su quest'isola è costruita la città di Ratzeburg. La casa del pastore o canonica, insieme a quella dell'Amtmann, dell'Amtsschreiber e alla chiesa, sorge vicino alla sommità di una collina, che degrada verso la lingua di terra e il piccolo ponte, dal quale, attraverso una superba porta militare, si entra nella città-isola di Ratzeburg. Questa a sua volta è essa stessa una piccola collina, salendo e scendendo la quale, si arriva al lungo ponte, e così all'altra sponda. L'acqua a sud della città è chiamata Lago Piccolo, che tuttavia racchiude quasi le bellezze dell'intero lago, essendo le rive abbastanza spesso verdi e spoglie da dare il giusto effetto ai magnifici boschi che occupano la maggior parte della loro circonferenza. Dai giri, le volute e le rientranze della riva, le viste variano quasi ogni dieci passi, e il tutto ha una sorta di bellezza maestosa, una grandezza femminile. A nord del Lago Grande, e facendo capolino sopra di esso, vedo le sette torri delle chiese di Lubecca, alla distanza di dodici o tredici miglia, eppure così distintamente come se non fossero tre. L'unico difetto nella vista è che Ratzeburg è costruita interamente di mattoni rossi, e tutte le case hanno tetti di tegole rosse. All'occhio, dunque, presenta un grumo di rosso mattone. Eppure questa sera, 10 ottobre, venti minuti dopo le cinque, ho visto la città perfettamente bella, e il tutto addolcito in una completa armonia, se posso prendere in prestito un termine dai pittori. Il cielo sopra Ratzeburg e tutto l'est era di un puro blu serale, mentre sopra l'ovest era coperto di leggere nuvole sabbiose. Da qui una profonda luce rossa si diffondeva su tutto il panorama, in indisturbata armonia con la città rossa, i boschi rosso-bruni e i canneti rosso-gialli ai margini del lago. Due o tre barche, con singole persone che le remavano, galleggiavano su e giù nella ricca luce, che non solo era essa stessa in armonia con tutto, ma portava tutto in armonia.

Avrei dovuto dirvi che sono tornato ad Amburgo giovedì (27 settembre) per congedarmi dal mio amico, che viaggia verso sud, e sono ritornato qui il lunedì seguente. Da Empfelde, un villaggio a metà strada da Ratzeburg, ho camminato fino ad Amburgo attraverso profonde strade sabbiose e una desolata pianura: il suolo ovunque bianco, povero ed eccessivamente polverizzato; ma l'avvicinamento alla città è piacevole. Leggere e fresche case di campagna, attraverso le quali si può guardare e vedere i giardini dietro di esse, con pergolati e lavori a traliccio, e fitte pareti vegetali, e alberi in chiostri e porticati, ogni casa con pulite ringhiere davanti, e sedili verdi all'interno delle ringhiere. Ogni oggetto, sia esso frutto della natura o opera dell'uomo, era pulito e artificiale. Mi è piaciuto molto meglio che se le case e i giardini, e i campi di piacere, fossero stati di un gusto più nobile: poiché questo gusto più nobile sarebbe stato una mera scimmiottatura. Il mercante indaffarato, ansioso e amante del denaro di Amburgo avrebbe potuto solo adottare, non avrebbe potuto godere della semplicità della natura. La mente comincia ad amare la natura imitando le comodità umane nella natura; ma questo è un passo nell'intelletto, sebbene basso--e anche se non lo fosse, tutto intorno a me parlava di godimento innocente e comodità sensibili, e io entravo con una simpatia senza scrupoli nei godimenti e nelle comodità persino dei mercanti indaffarati, ansiosi e amanti del denaro di Amburgo. In questo stato d'animo caritatevole e cattolico ho raggiunto i vasti bastioni della città. Questi sono enormi cuscini verdi, uno che sorge sopra l'altro, con alberi che crescono negli spazi intermedi, pegni e simboli di una lunga pace. Del mio ritorno non ho nulla che valga la pena comunicare, se non che ho preso il postiglione straordinario, che corrisponde al viaggiare in posta in Inghilterra. Queste carrozze postali della Germania del nord sono carri di vimini scoperti. Un carro della spazzatura inglese è un pezzo di eleganza, un chef-d'oeuvre di meccanica, rispetto a loro e ai cavalli!--un selvaggio potrebbe usare le loro costole invece delle sue dita per una tavola di numerazione. Ovunque ci fermassimo, il postiglione nutriva le sue bestie con il pane di segale bruno di cui mangiava lui stesso, facendo colazione tutti insieme; solo che i cavalli non avevano gin nella loro acqua, e il postiglione non aveva acqua nel suo gin. Ora e d'ora in poi soggetti di maggiore interesse per voi, e per gli oggetti alla cui ricerca vi ho lasciato: vale a dire, i letterati e la letteratura della Germania.

Credetemi, ho camminato con un'impressione di timore reverenziale nel mio spirito, mentre W---- ed io accompagnavamo il signor Klopstock alla casa di suo fratello, il poeta, che sorge a circa un quarto di miglio dalla porta della città. È una di una fila di piccole e banali case estive, (poiché così sembravano,) con quattro o cinque file di giovani e miseri olmi davanti alle finestre, oltre le quali c'è un prato, e poi una pianura piatta intersecata da diverse strade. Qualunque bellezza, (pensavo,) possa essere davanti agli occhi del poeta al momento, deve certamente essere puramente una sua creazione. Abbiamo aspettato alcuni minuti in un pulito salottino, ornato con le figure di due delle Muse e con stampe, i cui soggetti erano tratti dalle odi di Klopstock. Il poeta entrò. Rimasi molto deluso nel suo volto, e non riconobbi in esso alcuna somiglianza con il busto. Non c'era comprensione nella fronte, nessun peso sopra le sopracciglia, nessuna espressione di peculiarità, morale o intellettuale, negli occhi, nessuna massiccia imponenza nel volto generale. È, se non altro, piuttosto sotto la media di statura. Indossava stivali molto grandi, che le sue gambe riempivano, così spaventosamente erano gonfie. Tuttavia, sebbene né W---- né io potessimo scoprire alcuna indicazione di sublimità o entusiasmo nella sua fisionomia, fummo entrambi ugualmente colpiti dalla sua vivacità, e dalla sua gentile e pronta cortesia. Parlava in francese con il mio amico, e con difficoltà articolò alcune frasi con me in inglese. La sua enunciazione non era minimamente influenzata dalla totale mancanza dei denti superiori. La conversazione iniziò da parte sua con l'espressione del suo rapimento per la resa del distaccamento di truppe francesi sotto il generale Humbert. I loro procedimenti in Irlanda riguardo al comitato che avevano nominato, con il resto del loro sistema organizzativo, sembravano aver dato al poeta grande divertimento. Dichiarò poi la sua sanguigna fiducia nella vittoria di Nelson, e ne anticipò la conferma con un piacere acuto e trionfante. Le sue parole, i toni, gli sguardi, implicavano il più veemente Anti-Gallicanesimo. Il soggetto cambiò verso la letteratura, e chiesi in latino riguardo alla storia della poesia tedesca e ai più anziani poeti tedeschi. Con mio grande stupore confessò che sapeva ben poco dell'argomento. Aveva infatti letto occasionalmente uno o due dei loro scrittori più anziani, ma non in modo da essere in grado di parlare dei loro meriti. Il professor Ebeling, disse, mi avrebbe probabilmente dato ogni informazione di questo tipo: l'argomento non aveva particolarmente eccitato la sua curiosità. Parlò poi di Milton e Glover, e pensava che il verso sciolto di Glover fosse superiore a quello di Milton. W---- ed io esprimemmo la nostra sorpresa: e il mio amico diede la sua definizione e nozione di verso armonioso, che consisteva, (il verso sciolto giambico inglese sopra ogni cosa,) nell'adatta disposizione di pause e cadenze, e nel respiro di interi paragrafi,

"con molti un avvolgente giro Di dolcezza concatenata a lungo protratta,"

e non nel flusso uniforme, tanto meno nella preminenza di vigore antitetico, delle singole linee, che erano in verità dannose per l'effetto totale, eccetto dove erano introdotte per qualche scopo specifico. Klopstock acconsentì, e disse che intendeva limitare la superiorità di Glover alle singole linee. Ci disse che aveva letto Milton, in una traduzione in prosa, quando aveva quattordici anni [77]. Lo compresi così io stesso, e W---- interpretò il francese di Klopstock come avevo già interpretato io. Sembrava sapere ben poco di Milton o in verità dei nostri poeti in generale. Parlò con grande indignazione della traduzione in prosa inglese del suo MESSIA. Tutte le traduzioni erano state cattive, molto cattive--ma quella inglese non era una traduzione--c'erano pagine su pagine non nell'originale--e metà dell'originale non si trovava nella traduzione. W---- gli disse che intendevo tradurre alcune delle sue odi come campioni della lirica tedesca--lui mi disse allora in inglese, "Vorrei che traduceste in inglese alcuni brani scelti del MESSIA, e mi vendicaste del vostro connazionale!". Fu la cosa più vivace che produsse nell'intera conversazione. Ci disse che la sua prima ode era di cinquant'anni più vecchia della sua ultima. Lo guardai con molta emozione--lo consideravo come il venerabile padre della poesia tedesca; come un uomo buono; come un Cristiano; settantaquattr'anni; con le gambe enormemente gonfie; eppure attivo, vivace, allegro, gentile e comunicativo. I miei occhi si sentivano come se una lacrima stesse per gonfiarvisi dentro. Nel ritratto di Lessing c'era una parrucca a toupet, che danneggiava enormemente l'effetto della sua fisionomia--Klopstock indossava la stessa, incipriata e arricciata. A proposito, i vecchi non dovrebbero mai indossare la cipria--il contrasto tra una grande parrucca bianco-neve e il colore della pelle di un vecchio è disgustoso, e le rughe in tale vicinanza appaiono solo canali per lo sporco. È un onore per i poeti e i grandi uomini che si pensi a loro come a parti della natura; e qualunque cosa di trucco e moda vi ferisce in loro, tanto quanto quando vedete venerabili tassi tosati in miserabili pavoni.--L'autore del MESSIA avrebbe dovuto portare i suoi propri capelli grigi.--La sua cipria e parrucca erano per l'occhio ciò che il signor Virgilio sarebbe per l'orecchio.

Klopstock si soffermò molto sul potere superiore che la lingua tedesca possedeva di concentrare il significato. Disse che aveva spesso tradotto parti di Omero e Virgilio, linea per linea, e una linea tedesca si rivelava sempre sufficiente per una greca o latina. In inglese non potete fare questo. Risposi che in inglese potevamo comunemente rendere una linea eroica greca in una linea e mezza del nostro metro eroico comune, e congetturai che questa linea e mezza si sarebbe rivelata contenere non più sillabe di un esametro tedesco o greco. Non mi comprese [78]: e io, che desideravo ascoltare le sue opinioni, non correggerle, fui contento che non lo facesse.

Ora prendemmo congedo. All'inizio della Rivoluzione Francese Klopstock scrisse odi di congratulazioni. Ricevette alcuni doni onorari dalla Repubblica Francese, (una corona d'oro credo), e, come il nostro Priestley, fu invitato a un seggio nella legislatura, cosa che rifiutò. Ma quando la libertà francese si metamorfosò in una furia, rimandò indietro questi doni con una palinodia, dichiarando il suo orrore per i loro procedimenti: e da allora è stato forse più che abbastanza un Anti-Gallicano. Intendo dire che nel suo giusto disprezzo e detestazione per i crimini e le follie dei Rivoluzionari, si lascia dimenticare che la rivoluzione stessa è un processo della Divina Provvidenza; e che come la follia degli uomini è la saggezza di Dio, così sono le loro iniquità strumenti della sua bontà. Dalla casa di Klopstock camminammo verso i bastioni, discorrendo insieme sul poeta e la sua conversazione, finché la nostra attenzione non fu distolta dalla bellezza e singolarità del tramonto e dai suoi effetti sugli oggetti intorno a noi. C'erano boschi in lontananza. Una ricca luce sabbiosa, (anzi, di un colore molto più profondo del sabbioso,) giaceva sopra questi boschi che si annerivano nel bagliore. Sopra quella parte dei boschi che giaceva immediatamente sotto la luce più intensa, fluttuava una nebbia bronzea. Gli alberi sui bastioni, e le persone che si muovevano avanti e indietro tra di essi, erano tagliati o divisi in uguali segmenti di ombra profonda e luce bronzea. Se gli alberi, e i corpi degli uomini e delle donne, fossero stati divisi in uguali segmenti da un righello o un paio di compassi, le porzioni non avrebbero potuto essere più regolari. Tutto il resto era oscuro. Era una scena fatata!--e per aumentare il suo carattere romantico, tra gli oggetti in movimento, così divisi in ombra e luminosità alternate, c'era un bambino bellissimo, vestito con l'elegante semplicità di un bambino inglese, che cavalcava una maestosa capra, la cui sella, briglia e altri finimenti erano in alto grado costosi e splendidi. Prima di abbandonare l'argomento di Amburgo, lasciatemi dire che rimasi un giorno o due più a lungo di quanto altrimenti avrei fatto, per essere presente alla festa di San Michele, il santo patrono di Amburgo, aspettandomi di vedere il fasto civico di questa Repubblica commerciale. Rimasi tuttavia deluso. Non ci furono processioni, due o tre sermoni furono predicati a due o tre vecchie donne in due o tre chiese, e San Michele e il suo patrocinio desiderati altrove dalle classi superiori, essendo tutti i luoghi di intrattenimento, teatro, ecc. chiusi in questo giorno. Ad Amburgo, sembra non esserci affatto religione; a Lubecca è limitata alle donne. Gli uomini sembravano determinati a divorziare dalle loro mogli nell'altro mondo, se non possono in questo. Non concepirete facilmente una vista più singolare, di quella presentata dalla vasta navata della chiesa principale di Lubecca, vista dal coro dell'organo: poiché essendo piena di serve e persone della stessa classe sociale, e tutte le loro cuffie avendo calotte d'oro e d'argento, appare come un ricco pavimento d'oro e d'argento.

Concluderò questa lettera con la mera trascrizione degli appunti che il mio amico W---- prese dalle sue conversazioni con Klopstock, durante i colloqui avvenuti dopo la mia partenza. Su questi farò per il momento una sola osservazione, che parrà presuntuosa, vale a dire che le osservazioni di Klopstock sul venerabile saggio di Koenigsberg sono, per quanto ne so, offensive e誤errate; ed è talmente lontano dal vero che il suo sistema sia ormai abbandonato, che in tutte le università della Germania non vi è un solo professore che non sia un kantiano o un discepolo di Fichte, il cui sistema è costruito su quello kantiano e ne presuppone la verità; o infine che, pur essendo un antagonista di Kant per quanto riguarda la sua opera teorica, non ne abbia abbracciato in tutto o in parte il sistema morale, adottandone parte della nomenclatura. “Avendo Klopstock espresso il desiderio di vedere il CALVARY di Cumberland, e chiesto cosa se ne pensasse in Inghilterra, mi recai da Remnant (il libraio inglese) dove procurai l’Analytical Review, che contiene la recensione del CALVARY di Cumberland. Ricordavo di avervi letto alcuni esempi di una traduzione in versi sciolti del MESSIA. Ne avevo parlato a Klopstock, che desiderava vivamente vederli. Andai a piedi a casa sua e gli misi il libro tra le mani. Accennando al proprio poema, mi disse di aver iniziato IL MESSIA quando aveva diciassette anni; dedicò tre anni interi al progetto senza comporre un solo verso. Era molto incerto sul modo in cui eseguire la sua opera. Non esistevano prima di allora esempi riusciti di versificazione nella lingua tedesca. I primi tre canti li scrisse in una sorta di prosa misurata o numerosa. Questo, sebbene fatto con molta fatica e qualche successo, era ben lungi dal soddisfarlo. Aveva composto esametri sia latini che greci come esercizio scolastico, e vi erano stati anche nella lingua tedesca tentativi in quello stile di versificazione. Si trattava solo di meriti molto modesti. Un giorno fu colpito dall’idea di ciò che si sarebbe potuto fare in quel modo: rimase in camera sua tutto il giorno, saltò persino il pranzo, e scoprì che la sera aveva scritto ventitré esametri, versificando una parte di ciò che aveva scritto in precedenza in prosa. Da quel momento, soddisfatto dei suoi sforzi, non compose più in prosa. Oggi mi ha informato che aveva terminato il suo piano prima di leggere Milton. Era incantato di vedere un autore che prima di lui aveva percorso la stessa strada. Questa è una contraddizione rispetto a quanto aveva detto prima. Non desiderava parlare del suo poema con nessuno finché non fosse finito: ma alcuni suoi amici che avevano visto ciò che aveva terminato, lo tormentarono finché non acconsentì a pubblicare alcuni libri in una rivista. Era allora, credo, molto giovane, circa venticinque anni. Il resto fu stampato in periodi diversi, quattro libri alla volta. L’accoglienza riservata ai primi esempi fu altamente lusinghiera. Impiegò quasi trent’anni per finire l’intero poema, ma di questi trent’anni non più di due furono impiegati nella composizione. Componeva solo in momenti favorevoli; inoltre aveva altre occupazioni. Si vanta del piano delle sue odi e accusa gli scrittori lirici moderni di una grave deficienza sotto questo aspetto. Mossi la stessa accusa contro Orazio: non volle sentirne parlare, ma evitò la discussione. Definì l’ODE ALLA FORTUNA di Rousseau una dissertazione morale in strofe. Parlai del ST. CECILIA di Dryden; ma non sembrava familiare con i nostri scrittori. Voleva conoscere le distinzioni tra il nostro verso sciolto drammatico ed epico. Mi raccomandò di leggere il suo HERMANN prima di leggere IL MESSIA o le odi. Si lusingava che un giorno o l’altro i suoi drammi sarebbero stati conosciuti in Inghilterra. Non aveva sentito parlare di Cowper. Pensava che Voss, nella sua traduzione dell’ILIADE, avesse fatto violenza all’idioma dei tedeschi, e l’avesse sacrificato ai greci, non ricordando a sufficienza che ogni lingua ha il suo spirito e genio particolare. Disse che Lessing era il primo dei loro scrittori drammatici. Mi lamentai del NATHAN come tedioso. Disse che non c’era abbastanza azione; ma che Lessing era il più casto dei loro scrittori. Parlò favorevolmente di Goethe; ma disse che i suoi DOLORI DEL GIOVANE WERTHER erano la sua opera migliore, meglio di qualsiasi suo dramma: preferiva il primo scritto al resto dei drammi di Goethe. I MASNADIERI di Schiller gli sembrarono così stravaganti che non riuscì a leggerli. Parlai della scena del sole al tramonto. Non la conosceva. Disse che Schiller non poteva durare. Pensava che DON CARLOS fosse il migliore dei suoi drammi; ma disse che la trama era inestricabile. Era evidente che conosceva poco le opere di Schiller: infatti disse che non riusciva a leggerle. Buerger, disse, era un vero poeta e sarebbe rimasto; che Schiller, al contrario, doveva essere presto dimenticato; che si abbandonava all’imitazione di Shakespeare, che spesso era stravagante, ma che Schiller lo era diecimila volte di più. Parlò molto sprezzantemente di Kotzebue, innanzitutto come autore immorale, e poi come carente di potenza. A Vienna, disse, sono in estasi per lui; ma noi non consideriamo la gente di Vienna né la più saggia né la più arguta della Germania. Disse che Wieland era un autore affascinante e un sovrano maestro della propria lingua: che a questo riguardo Goethe non poteva essere paragonato a lui, né in verità nessun altro. Disse che il suo difetto era di essere fertile fino all’esuberanza. Gli dissi che l’OBERON era appena stato tradotto in inglese. Mi chiese se non fossi deliziato dal poema. Risposi che pensavo che la storia iniziasse ad affievolirsi verso il settimo o ottavo libro; e osservai che era indegno di un uomo di genio far sì che l’interesse di un lungo poema ruotasse interamente attorno alla gratificazione animale. Sembrò dapprima disposto a scusarlo dicendo che ci sono diversi soggetti per la poesia e che i poeti non vogliono essere limitati nella loro scelta. Risposi che pensavo che la passione amorosa fosse altrettanto adatta agli scopi della poesia quanto qualsiasi altra passione; ma che era un modo economico di compiacere quello di fissare l’attenzione del lettore attraverso un lungo poema sul mero appetito. Bene! ma, disse, vedete, che tali poemi piacciono a tutti. Risposi che era compito di un grande poeta elevare le persone al proprio livello, non scendere al loro. Fu d’accordo e confessò che per nessun motivo al mondo avrebbe scritto un’opera come l’OBERON. Parlò con entusiasmo dello stile di Wieland e indicò il passaggio in cui Retzia partorisce il suo bambino come squisitamente bello. Dissi che non percepivo passaggi molto sorprendenti; ma che tenevo conto delle imperfezioni di una traduzione. Dei furti di Wieland, disse che erano gestiti in modo così squisito che i più grandi scrittori potrebbero essere orgogliosi di rubare come lui. Considerava i libri e le favole dei vecchi scrittori di romanzi alla stregua dell’antica mitologia, come una sorta di proprietà comune, dalla quale un uomo era libero di prendere ciò di cui poteva fare buon uso. Un inglese gli aveva regalato le odi di Collins, che aveva letto con piacere. Sapeva poco o nulla di Gray, eccetto la sua ELEGIA scritta in un CIMITERO di campagna. Si lamentò dello scemo nel LEAR. Osservai che sembrava conferire una terribile ferocia all’angoscia; ma lui continuò a lamentarsi. Chiese se non fosse ammesso che Pope avesse scritto poesia in rima con maggiore abilità di qualsiasi altro nostro scrittore. Dissi che preferivo Dryden, perché i suoi distici avevano una maggiore varietà nel loro movimento. Pensò che la mia ragione fosse buona; ma chiese se la rima di Pope non fosse più esatta. Intesi questa domanda come riferita alle terminazioni finali, e gli osservai che credevo fosse così; ma che pensavo fosse facile scusare qualche imprecisione nei suoni finali, se l’andamento generale del verso era superiore. Gli dissi che non eravamo così esatti riguardo alle terminazioni finali dei versi come i francesi. Non sembrava sapere che non facevamo distinzione tra rime maschili e femminili (cioè singole o doppie): almeno mi fece domande su questo argomento. Sembrava pensare che nessuna lingua potesse essere così formata da non poter essere arricchita da idiomi presi in prestito da un’altra lingua. Dissi che questa era una pratica molto pericolosa; e aggiunsi che pensavo che Milton avesse spesso danneggiato sia la sua prosa che i suoi versi prendendosi questa libertà troppo frequentemente. Gli raccomandai le opere in prosa di Dryden come modelli di inglese puro e nativo. Stavo camminando su un terreno scivoloso, poiché ho ragione di supporre che egli stesso si sia abbandonato generosamente a questa pratica.”

Lo stesso giorno pranzai dal signor Klopstock, dove ebbi il piacere di un terzo colloquio con il poeta. Parlammo principalmente di cose indifferenti. Gli chiesi cosa pensasse di Kant. Disse che la sua reputazione era molto in declino in Germania. Che per quanto lo riguardava non era sorpreso che fosse così, poiché le opere di Kant gli erano del tutto incomprensibili; che era stato spesso infastidito dai kantiani; ma che raramente aveva l’abitudine di discutere con loro. La sua usanza era quella di prendere il libro, aprirlo, indicare un passaggio e pregare che lo spiegassero. Questo solitamente tentavano di fare sostituendo le proprie idee. Non voglio, dico, una spiegazione delle vostre idee, ma del passaggio che abbiamo davanti. In questo modo di solito porto la disputa a una conclusione immediata. Parlò di Wolfe come del primo metafisico che ebbero in Germania. Wolfe aveva seguaci; ma difficilmente potevano essere chiamati una setta, e fortunatamente fino all’apparizione di Kant, circa quindici anni fa, la Germania non era stata infastidita da alcuna setta di filosofi; ma ciascuno aveva perseguito separatamente le proprie indagini senza essere controllato dai dogmi di un maestro. Kant era apparso ambizioso di essere il fondatore di una setta; vi era riuscito: ma ora i tedeschi stavano tornando in sé. Che Nicolai ed Engel avevano contribuito in modi diversi a disincantare la nazione; ma soprattutto l’incomprensibilità del filosofo e della sua filosofia. Sembrò contento di sentire che finora le dottrine di Kant non avevano incontrato molti ammiratori in Inghilterra; non dubitava che avessimo troppa saggezza per farci ingannare da uno scrittore che sfidava il senso comune e la comune comprensione degli uomini. Parlammo di tragedia. Sembrava valutare molto il potere di eccitare le lacrime; dissi che non c’era nulla di più facile che inondare un pubblico, che veniva fatto ogni giorno dagli scrittori più mediocri.

Devo ricordarti, amico mio, innanzitutto, che questi appunti non intendono essere saggi della potenza intellettuale di Klopstock, o nemmeno di “prodezza colloquiale”, giudicare la quale da una conversazione accidentale, e per di più con estranei, e oltretutto stranieri, non sarebbe solo irragionevole, ma calunnioso. In secondo luogo, attribuisco alle osservazioni poco altro interesse se non quello derivante dalla celebrità della persona che le ha fatte. Infine, se mi chiedi se ho letto IL MESSIA e cosa ne penso? Rispondo: finora solo i primi quattro libri: e per quanto riguarda la mia opinione (le cui ragioni in seguito), puoi intuirla da ciò che non ho potuto fare a meno di mormorare tra me e me, quando il buon pastore questa mattina mi ha detto che Klopstock era il Milton tedesco: “un Milton molto tedesco, davvero!!!”

Il Cielo ti preservi, e S. T. COLERIDGE.

CAPITOLO XXIII

Quid quod praefatione praemunierim libellum, qua conor omnem offendiculi ansam praecidere? Neque quicquam addubito, quin ea candidis omnibus faciat satis. Quid autem facias istis, qui vel ob ingenii pertinaciam sibi satisfieri nolint, vel stupidiores sint, quam ut satisfactionem intelligant? Nam quemadmodum Simonides dixit, Thessalos hebetiores esse, quam ut possint a se decipi, ita quosdam videas stupidiores, quam ut placari queant. Adhaec, non mirum est invenire quod calumnietur, qui nihil aliud quaerit, nisi quod calumnietur. ERASMUS ad Dorpium, Theologum.

Nel rifacimento del FRIEND, ho inserito estratti dalle CONCIONES AD POPULUM, stampate, sebbene a malapena pubblicate, nell’anno 1795, nel pieno calore e culmine del mio entusiasmo antiministeriale: queste a riprova che i miei principi politici non hanno subito alcun mutamento. Nel presente capitolo, ho annesso alle mie Lettere dalla Germania, con particolare riferimento a quella che contiene una disquisizione sul dramma moderno, una critica sulla tragedia di BERTRAM, scritta negli ultimi dodici mesi: a riprova che sono stato accusato altrettanto falsamente di qualsiasi incostanza nei miei principi di gusto. La lettera fu scritta a un amico: e l’apparente bruschezza con cui inizia è dovuta all’omissione delle frasi introduttive.

Ricorderete, mio caro signore, che il signor Whitbread, poco prima della sua morte, propose agli abbonati riuniti del Drury Lane Theatre che l’impresa fosse data in gestione a qualche individuo responsabile sotto determinate condizioni e limitazioni: e che la sua proposta fu respinta, non senza indignazione, come sovversiva dell’obiettivo principale per il raggiungimento del quale l’illuminata e patriottica assemblea di filodrammatici era stata indotta a rischiare i propri abbonamenti. Ora, questo obiettivo era dichiarato non essere nientemeno che la redenzione del palcoscenico britannico non solo da cavalli, cani, elefanti e simili rarità zoologiche, ma anche dalle barbarie e dai Kotzebuisti più perniciosi in fatto di morale e gusto. Il Drury Lane doveva essere restaurato alla sua antica fama classica; Shakespeare, Jonson e Otway, con le muse espurgate di Vanbrugh, Congreve e Wycherley, dovevano essere reinaugurati nel loro legittimo dominio sui pubblici britannici; e il processo erculeo doveva iniziare sterminando i mostri parlanti importati dalle rive del Danubio, rispetto ai quali i loro parenti muti, gli emigranti da Exeter ’Change e i carri da spettacolo di Polito (già Pidcock’s), erano mansueti e inoffensivi. Poteva un progetto eroico, così raffinato e al contempo così arduo, essere coerentemente affidato a, poteva il suo successo essere razionalmente atteso da, un manager mercenario, alla cui quarantena critica il lucri bonus odor avrebbe conciliato un certificato di buona salute alla peste in persona? No! Poiché l’opera è proposta, tali devono essere i maestri d’opera. Rango, fortuna, educazione liberale e (i loro naturali accompagnamenti o conseguenze) discernimento critico, tatto delicato, disinteresse, morale insospettabile, noto patriottismo e provato mecenatismo: queste furono le raccomandazioni che influenzarono i voti degli abbonati proprietari del Drury Lane Theatre, questi i motivi che determinarono l’elezione del suo Supremo Comitato di Gestione. Questa circostanza da sola avrebbe suscitato un forte interesse nella mente del pubblico, riguardo alla prima produzione della Musa Tragica che era stata annunciata sotto tali auspici e aveva superato la prova di tali giudizi: e la tragedia, sulla quale avete richiesto il mio parere, fu l’opera su cui le grandi aspettative, giustificate da così tante cause, erano destinate infine a soffermarsi.

Ma prima di entrare nell’esame di BERTRAM, o IL CASTELLO DI ST. ALDOBRAND, frapporrò alcune parole sulla frase Dramma Tedesco, che ritengo essere del tutto impropria. Ai tempi di Lessing, il palcoscenico tedesco, per quello che era, appare essere stato una copia piatta e servile di quello francese. Fu Lessing a introdurre per primo il nome e le opere di Shakespeare all’ammirazione dei tedeschi; e forse non andrei troppo lontano se aggiungessi che fu Lessing a dimostrare per primo a tutti gli uomini pensanti, persino agli stessi connazionali di Shakespeare, la vera natura delle sue apparenti irregolarità. Queste, dimostrò, erano solo deviazioni dagli accidenti della tragedia greca; e da tali accidenti che pesavano come un macigno sulle ali dei poeti greci e restringevano il loro volo entro i limiti di quello che possiamo chiamare l’opera eroica. Dimostrò che, in tutti gli elementi essenziali dell’arte, non meno che nella verità della natura, le opere di Shakespeare erano incomparabilmente più coincidenti con i principi di Aristotele rispetto alle produzioni di Corneille e Racine, nonostante la vantata regolarità di questi ultimi. Sotto queste convinzioni furono composte le opere drammatiche di Lessing stesso. La loro carenza è nella profondità e nell’immaginazione: la loro eccellenza è nella costruzione della trama; il buon senso dei sentimenti; la sobrietà della morale; e l’alta raffinatezza della dizione e del dialogo. In breve, i suoi drammi sono gli esatti antipodi di tutti quelli che è stata la moda degli ultimi anni di abusare e godere allo stesso tempo, sotto il nome di dramma tedesco. Di quest’ultimo, I MASNADIERI di Schiller fu il primo esempio; i primi frutti della sua giovinezza (avevo quasi detto della sua fanciullezza), e come tali, il pegno e la promessa di un genio non comune. Solo come tali, il giudizio più maturo dell’autore tollerò il dramma. Durante tutta la sua vita si espresse riguardo a questa produzione con un’asprezza più che necessaria, come un mostro non meno offensivo per il buon gusto che per la sana morale; e, nei suoi ultimi anni, la sua indignazione per l’insolita popolarità de I MASNADIERI lo sedusse verso l’estremo opposto, vale a dire una studiata debolezza di interesse (per quanto l’interesse dovesse derivare dagli incidenti e dall’eccitazione della curiosità); una dizione elaboratamente metrica; l’affettazione delle rime; e la pedanteria del coro.

Ma per comprendere il vero carattere de I MASNADIERI, e delle innumerevoli imitazioni che ne furono la progenie, devo informarvi, o almeno richiamare alla vostra memoria, che, intorno a quel tempo, e per alcuni anni prima, tre dei libri più popolari nella lingua tedesca erano le traduzioni dei PENSIERI NOTTURNI di YOUNG, le MEDITAZIONI di HERVEY e la CLARISSA HARLOWE di RICHARDSON. Ora, dobbiamo solo combinare lo stile gonfio e il ritmo peculiare di Hervey, che è poetico solo a causa della sua totale inidoneità alla prosa, e potrebbe altrettanto appropriatamente essere chiamato prosaico per la sua totale inidoneità alla poesia; dobbiamo solo, ripeto, combinare questi “Herveyismi” con i pensieri tesi, la metafisica figurata e i solenni epigrammi di Young da una parte; e con la sensibilità caricata, il dettaglio minuto, la consapevolezza morbosa di ogni pensiero e sentimento in tutto il flusso e riflusso della mente, in breve l’auto-involuzione e la continuità onirica di Richardson dall’altra parte; e poi aggiungere gli incidenti terrificanti e i cattivi misteriosi (geni di intelletto soprannaturale, se volete credere sulla parola agli autori, ma al livello dei più vili ruffiani delle celle di condanna, se dobbiamo giudicare dalle loro azioni e stratagemmi); aggiungere i castelli in rovina, i sotterranei, le botole, gli scheletri, i fantasmi in carne ed ossa e il perenne chiarore di luna di un autore moderno (essi stessi la covata letteraria del CASTELLO DI OTRANTO, le cui traduzioni, con le imitazioni e i miglioramenti suddetti, stavano iniziando a fare in Germania tanto rumore quanto i loro originali stavano facendo in Inghilterra); e come composto di questi ingredienti debitamente mescolati, riconoscerete il cosiddetto dramma tedesco. L’olla podrida così cucinata fu denunciata dai migliori critici in Germania come meri crampi di debolezza e orgasmi di un’immaginazione malata da parte dell’autore, e la più bassa provocazione di sentimenti torpidi da parte dei lettori. Il vecchio errore, tuttavia, riguardante l’irregolarità e la ferocia di Shakespeare, nel quale il tedesco non faceva che echeggiare il francese, che a sua volta non era che l’eco dei nostri critici, era ancora in voga, e Shakespeare era citato come autorità per il dramma più anti-shakespeariano. Abbiamo in effetti due poeti che scrivevano come uno, vicino all’epoca di Shakespeare, ai quali (come peggior caratteristica dei loro scritti) il Corifeo dell’attuale dramma può sfidare l’onore di essere un povero parente o un discendente impoverito. Perché se volessimo caritatevolmente acconsentire a dimenticare l’umorismo comico, l’arguzia, le felicità di stile, in altre parole tutta la poesia e nove decimi di tutto il genio di Beaumont e Fletcher, ciò che rimarrebbe diventa un Kotzebue.

Il cosiddetto dramma tedesco, dunque, è inglese nelle sue origini, inglese nei suoi materiali e inglese per riadozione; e finché non potremo provare che Kotzebue, o chiunque dell’intera stirpe dei Kotzebue, che si tratti di drammaturghi, scrittori di romanzi o autori di drammi romantici, sia mai stato ammesso a uno scaffale nelle biblioteche dei tedeschi colti diverso da quello occupato dai loro originali e dalle scimmie delle scimmie nella loro madrepatria, dovremmo rassegnarci a portare il nostro marmocchio sulle nostre spalle; o piuttosto considerarlo come un giovane sconsiderato ritornato dal confino con quei soli miglioramenti nel portamento e nelle maniere con cui i giovani galeotti deportati ritornano solitamente a casa.

Non conosco nulla che contribuisca maggiormente a una visione più chiara della vera natura di qualsiasi fenomeno letterario, che il confronto di esso con qualche produzione più antica, la cui somiglianza è sorprendente, eppure solo apparente, mentre la differenza è reale. Nel caso presente questa opportunità ci è fornita dalla vecchia opera spagnola, intitolata Atheista Fulminato, un tempo, e forse ancora, rappresentata nelle chiese e nei monasteri di Spagna, e che, sotto vari nomi (Don Juan, il Libertino, ecc.), ha avuto il suo giorno di favore in ogni paese d’Europa. Una popolarità così estesa, e di un’opera così grottesca e stravagante, reclama e merita attenzione e indagine filosofica. Il primo punto da notare è che l’opera è interamente immaginativa. Nulla di essa appartiene al mondo reale, se non i nomi dei luoghi e delle persone. Le parti comiche, al pari di quelle tragiche; i personaggi viventi, al pari di quelli defunti, sono creature del cervello; così poco soggette alle regole dell’ordinaria probabilità quanto il Satana del PARADISO PERDUTO, o il Calibano della TEMPESTA, e dunque da comprendere e giudicare come astrazioni personificate. Rango, fortuna, arguzia, talento, conoscenze acquisite e abilità liberali, insieme alla bellezza della persona, al vigore della salute e a una costituzionale audacia — tutti questi vantaggi, elevati dalle abitudini e dalle simpatie di nobili natali e carattere nazionale, si suppone siano combinati in Don Juan, così da fornirgli i mezzi per portare in tutte le sue conseguenze pratiche la dottrina di una natura senza Dio, come unico fondamento e causa efficiente non solo di tutte le cose, gli eventi e le apparenze, ma parimenti di tutti i nostri pensieri, sensazioni, impulsi e azioni. L’obbedienza alla natura è l’unica virtù: l’appagamento delle passioni e degli appetiti il suo unico dettame: il libero arbitrio di ogni individuo l’unico organo attraverso il quale la natura pronuncia i suoi comandi, e

“La contraddizione di sé è l’unico male! Poiché, per le leggi dello spirito, nel giusto È ogni carattere individuale Che agisce in stretta coerenza con se stesso.”

Che le opinioni speculative, per quanto empie e audaci possano essere, non siano sempre seguite da una condotta corrispondente, è verissimo, così come che esse possano difficilmente in alcun caso essere realizzate sistematicamente, a causa della loro inidoneità alla natura umana e alle istituzioni della società. Può esserci inferno solo dove tutto è inferno: e un mondo separato di diavoli è necessario per l’esistenza di un singolo diavolo completo. Ma d’altro canto non è meno chiaro, né, con la biografia di Carrier e dei suoi compagni atei davanti a noi, può essere negato senza cecità volontaria, che il (cosiddetto) sistema della natura (ossia, il materialismo, con il totale rifiuto della responsabilità morale, di una Provvidenza presente, e di una retribuzione sia presente che futura) possa influenzare i caratteri e le azioni degli individui, e persino delle comunità, a un grado che quasi cancella la distinzione tra uomini e diavoli, e farà sì che la pagina del futuro storico somigli alla narrazione dei sogni di un pazzo. Non è la malvagità di Don Juan, dunque, che costituisce il personaggio come astrazione, e lo rimuove dalle regole della probabilità; ma la rapida successione degli atti e degli incidenti corrispondenti, la sua superiorità intellettuale e lo splendido accumulo dei suoi doni e delle sue qualità desiderabili, come coesistenti con un’intera malvagità in una sola e medesima persona. Ma questa è anche la circostanza stessa che conferisce a questa strana opera il suo fascino e il suo interesse universale. Don Juan è, dall’inizio alla fine, un personaggio intelligibile: tanto quanto il Satana di Milton. Il poeta chiede solo al lettore, ciò che, come poeta, ha il privilegio di chiedere: vale a dire, quella sorta di fede negativa nell’esistenza di un tale essere, che concediamo volentieri a produzioni dichiaratamente ideali, e una disposizione allo stesso stato d’animo con cui contempliamo le figure idealizzate dell’Apollo del Belvedere e dell’Ercole Farnese. Ciò che l’Ercole è per l’occhio nella forza corporea, Don Juan lo è per la mente nella forza del carattere. L’ideale consiste nell’equilibrio felice del generico con l’individuale. Il primo rende il personaggio rappresentativo e simbolico, dunque istruttivo; poiché, mutatis mutandis, è applicabile a intere classi di uomini. Il secondo gli conferisce un interesse vivente; poiché nulla vive o è reale, se non in quanto definito e individuale. Per comprendere questo completamente, al lettore basta ricordare lo stato specifico dei suoi sentimenti quando, guardando un quadro della classe storica (più correttamente poetica o eroica), obietta a una particolare figura di essere troppo simile a un ritratto; e questa interruzione della sua compiacenza egli la sente senza il minimo riferimento a, o la minima conoscenza di, alcuna persona nella vita reale che potrebbe riconoscere in questa figura. Basta che tale figura non sia ideale: e dunque non ideale, perché uno dei due fattori o elementi dell’ideale è in eccesso. Un’obiezione simile e più potente sentirebbe nei confronti di una serie di figure che fossero mere astrazioni, come quelle di Cipriani, e quelle che sono state chiamate forme e volti greci, vale a dire, contorni disegnati secondo una ricetta. Anche questi non sono ideali; perché in essi l’altro elemento è in eccesso. “Forma formans per formam formatam translucens” è la definizione e la perfezione dell’arte ideale.

Questa eccellenza è così felicemente raggiunta nel Don Juan, che è capace di interessare senza poesia, anzi, persino senza parole, come nella nostra pantomima di quel nome. Vediamo chiaramente come il carattere è formato; e la stravaganza stessa degli incidenti, e l’intera sovrumana agire di Don Juan, impedisce alla malvagità di urtare le nostre menti in alcun grado doloroso. Non ci crediamo abbastanza per questo effetto; no, nemmeno con quel tipo di temporanea e negativa credenza o acquiescenza che ho descritto sopra. Nel frattempo le qualità del suo carattere sono troppo desiderabili, troppo lusinghiere per il nostro orgoglio e i nostri desideri, per non compensare da questo lato tanta fede aggiuntiva quanta ne è andata persa dall’altro. Non c’è pericolo (pensa lo spettatore o il lettore) che io diventi un tale mostro di iniquità come Don Juan! Non sarò mai un ateo! Non negherò mai ogni distinzione tra bene e male! Non ho la minima inclinazione a essere un tale oltraggioso spaccone nelle mie vicende amorose! Ma possedere un tale potere di affascinare e incantare gli affetti dell’altro sesso! — essere capace di ispirare in una donna affascinante e persino virtuosa, un amore così profondo, e così interamente personale per me! — che anche i miei peggiori vizi, (se fossi vizioso), persino la mia crudeltà e perfidia, (se fossi crudele e perfido), non potrebbero sradicare la passione! — essere così amato per me stesso, che anche con una distinta conoscenza del mio carattere, ella morisse comunque per salvarmi! — questo, signore, fa presa su due lati della nostra natura, quello migliore e quello peggiore. Poiché l’eroico disinteresse, al quale l’amore può trasportare una donna, non può essere contemplato senza un onorevole moto di riverenza verso la femminilità: e, d’altro canto, è tra le miserie, e dimora nelle oscure fondamenta della nostra natura, bramare una conferma esteriore di quel qualcosa dentro di noi, che è il nostro vero io, quel qualcosa, non composto dalle nostre qualità e relazioni, ma esso stesso il sostenitore e la base sostanziale di tutte queste. Amami, e non le mie qualità, può essere un desiderio vizioso e folle, ma non è un desiderio del tutto privo di significato.

Senza potere, la virtù sarebbe insufficiente e incapace di rivelare il suo essere. Somiglierebbe alla magica trasformazione dell’eroina di Tasso in un albero, nel quale poteva solo gemere e sanguinare. Quindi il potere è necessariamente un oggetto del nostro desiderio e della nostra ammirazione. Ma di ogni potere, quello della mente è, sotto ogni aspetto, il grande desideratum dell’ambizione umana. Saremo come Dei nella conoscenza, era e doveva essere stata la prima tentazione: e la coesistenza di un grande dominio intellettuale con la colpa non è mai stata adeguatamente rappresentata senza suscitare il più forte interesse, e per questa ragione, che in questo cattivo ed eterogeneo coordinamento possiamo contemplare l’intelletto dell’uomo più esclusivamente come una sussistenza separata, che nel suo stato proprio di subordinazione alla sua stessa coscienza, o alla volontà di un essere infinitamente superiore.

Questo è il fascino sacro dei personaggi maschili di Shakespeare in generale. Sono tutti fusi nello stampo del gigantesco intelletto di Shakespeare stesso; e questa è l’attrazione palese del suo Riccardo, Iago, Edmund, e altri in particolare. Ma ancora; di tutto il potere intellettuale, quello della superiorità al timore del mondo invisibile è il più abbagliante. La sua influenza è abbondantemente provata dalla sola circostanza che esso può corromperci in una volontaria sottomissione della nostra conoscenza migliore, in una sospensione di tutto il nostro giudizio derivato dalla costante esperienza, e abilitarci a leggere con il più vivo interesse le più selvagge storie di spettri, maghi, geni e talismani segreti. Su questa propensione, così profondamente radicata nella nostra natura, una specifica probabilità drammatica può essere sollevata da un vero poeta, se l’intera sua opera è in armonia: una probabilità drammatica, sufficiente per il piacere drammatico, anche quando i personaggi e gli incidenti componenti confinano con l’impossibilità. Il poeta non richiede che noi siamo svegli e crediamo; ci sollecita solo ad abbandonarci a un sogno; e questo pure con gli occhi aperti, e con il nostro giudizio celato dietro la tenda, pronto a svegliarci al primo moto della nostra volontà: e nel frattempo, solo, a non discredere. E in tale stato d’animo, chi non potrebbe essere impressionato dalla fredda intrepidezza di Don Giovanni all’apparizione del fantasma di suo padre:

“FANTASMA. — Mostro! Mira queste ferite!

“D. GIOVANNI. — Le miro! Erano ben intese e ben eseguite, vedo.

“FANTASMA. — Pentiti, pentiti di tutte le tue scelleratezze. Il mio sangue clamoroso grida vendetta al cielo, Il Cielo riverserà i suoi giudizi su di voi tutti. L’inferno spalanca le fauci per voi, per voi ogni demone invoca, E attende ogni ora la tua caduta impenitente. Ti tormenteranno con eterni orrori, A meno che tu non ti penta repentinamente di tutti i tuoi crimini. (Il Fantasma sprofonda.)

“D. GIOVANNI. — Addio, sei un fantasma sciocco. Pentiti, diceva! Che può significare? I nostri sensi sono tutti in una nebbia, di certo.

“D. ANTONIO. — (uno dei compagni reprobi di D. Giovanni.) Non lo sono! Era un fantasma.

“D. LOPEZ. — (un altro reprobo.) Non ho mai creduto a quelle storie sciocche prima d’ora.

“D. GIOVANNI. — Andiamo! Non importa. Che sia ciò che vuole, deve essere naturale.

“D. ANT. — E la natura è inalterabile anche in noi.

“D. GIOVANNI. — È vero! La natura di un fantasma non può cambiare la nostra.”

Chi può negare una porzione di sublimità alla tremenda coerenza con cui egli resiste all’ultima terribile prova, come un secondo Prometeo?

“Coro di Demoni.

“STATUA-FANTASMA. — Non vuoi ravvederti e provare rimorso?

“D. GIOVANNI. — Se potessi donarmi un altro cuore, forse sì. Ma con questo cuore che ho, non posso.

“D. LOPEZ. — Queste cose sono prodigiose.

“D. ANTON. — Ho una specie di riluttanza a ravvedermi, ma qualcosa mi trattiene.

“D. LOP. — Se potessimo, è ormai troppo tardi. Non voglio.

“D. ANT. — Ti sfidiamo!

“FANTASMA. — Perite, empi sciagurati, andate a trovare le punizioni preparate per voi!

(Tuoni e lampi. D. Lop. e D. Ant. sono inghiottiti.)

“FANTASMA a D. GIOVANNI. — Mira i loro terribili fati, e sappi che il tuo ultimo istante è giunto!

“D. GIOVANNI. — Non pensare di spaventarmi, sciocco fantasma; farò a pezzi il tuo corpo di marmo e abbatterò il tuo cavallo. (Tuoni e lampi — coro di demoni, ecc.)

“D. GIOVANNI. — Queste cose guardo con stupore, ma senza paura. Se tutti gli elementi dovessero essere confusi, E mescolati tutti nel loro antico caos; Se mari di zolfo fiammeggiassero tutto intorno a me, E l’intero genere umano ruggisse entro quei fuochi, Non potrei temere, o provare il minimo rimorso. Fino all’ultimo istante sfiderei il tuo potere. Qui sto fermo, e disprezzo tutte le tue minacce. Il tuo assassino (al fantasma di colui che aveva assassinato) Sta qui! Ora fa il tuo peggio!” (Egli è inghiottito in una nube di fuoco.)

In fine, il carattere di Don Giovanni consiste nell’unione di tutto ciò che è desiderabile per la natura umana, come mezzo, e che quindi per la nota legge dell’associazione diviene alla lunga desiderabile per se stesso. Per se stessi, e nella loro propria dignità, essi sono qui mostrati, come impiegati per fini così inumani che, nell’effetto, appaiono quasi come mezzi senza un fine. Gli ingredienti pure sono mescolati nella proporzione più felice, così da sostenersi e sollevarsi a vicenda — più specialmente in quel costante controbilanciamento di arguzia, gaiezza e generosità sociale, che impedisce al criminale, persino nei suoi momenti più atroci, di sprofondare nel mero mascalzone, per quanto almeno la nostra immaginazione sieda a giudizio. Soprattutto, la fine suffusione attraverso tutto, con le maniere caratteristiche e i sentimenti di un gentiluomo di alta stirpe, dà vita al dramma. Così, avendo invitato a cena la statua-fantasma del governatore, che egli aveva assassinato, invito che il fantasma di marmo accettò con un cenno del capo, Don Giovanni ha preparato un banchetto.

“D. GIOVANNI. — Del vino, garzone! Ecco al fantasma di Don Pedro — avrebbe dovuto essere il benvenuto.

“D. LOP. — Il furfante ha paura di te dopo la morte. (Qualcuno bussa forte alla porta.)

“D. GIOVANNI. — (al servitore) — Alzati e fa il tuo dovere.

“SERV. — Oh il diavolo, il diavolo! (Entra il fantasma di marmo.)

“D. GIOVANNI. — Ah! è il fantasma! Alziamoci e riceviamolo! Vieni, Governatore, sei il benvenuto, siedi lì; se avessimo pensato che saresti venuto, avremmo aspettato per te.

* * * * * *

Qui, Governatore, alla tua salute! Amici, fate girare! Ecco dell’eccellente carne, assaggia questo ragù. Vieni, ti servirò, vieni mangia, e lasciamo che le vecchie liti siano dimenticate. (Il fantasma lo minaccia di vendetta.)

“D. GIOVANNI. — Siamo troppo confermati — maledetto questo discorso arido. Vieni, ecco alla tua dama, ne avevi una quando eri in vita: senza dimenticare la tua dolce sorella. (Entrano i demoni.)

“D. GIOVANNI. — Sono questi parte del tuo seguito? Demoni, dite? Mi spiace non avere dell’acquavite bruciata per trattarli, quella è bevanda adatta ai demoni,” ecc.

Né la scena da cui citiamo è interessante nella sola probabilità drammatica; è suscettibile parimenti di una sana morale; di una morale che ha più che comuni pretese all’attenzione di una classe troppo numerosa, che è pronta ad accettare le qualità del coraggio signorile e dell’onore scrupoloso, (in tutte le leggi riconosciute dell’onore,) come i sostituti della virtù, anziché i suoi ornamenti. Questo, invero, è il valore morale dell’opera nel complesso, e ciò che la pone a una distanza dal mondo dallo spirito del giacobinismo moderno. Quest’ultimo ci introduce goffe copie di queste appariscenti qualità strumentali, al fine di riconciliarci al vizio e alla mancanza di principi; mentre l’Atheista Fulminato presenta una squisita ritrattistica delle stesse qualità, in tutto il loro lustro e splendore, ma le presenta al solo scopo di mostrare la loro vacuità, e al fine di metterci in guardia dimostrando la loro assoluta indifferenza al vizio e alla virtù, ogni volta che queste e simili abilità sono contemplate per se stesse soltanto.

Diciotto anni fa osservai che l’intero segreto del dramma giacobino moderno, (che, e non il tedesco, è la sua appropriata designazione,) e di tutta la sua popolarità, consiste nella confusione e sovversione dell’ordine naturale delle cose nelle loro cause ed effetti: vale a dire, nell’eccitazione della sorpresa rappresentando le qualità della liberalità, del sentimento raffinato e di un acuto senso dell’onore (quelle cose piuttosto che passano tra noi per tali) in persone e in classi dove l’esperienza ci insegna meno ad aspettarcele; e ricompensando con tutte le simpatie che sono dovute alla virtù, quei criminali che la legge, la ragione e la religione hanno scomunicato dalla nostra stima.

Questo di per sé mi ricondurrebbe al BERTRAM, o al CASTELLO DI ST. ALDOBRAND; ma, nella mia mente, questa tragedia è stata portata in connessione con IL LIBERTINO, (l’adattamento di Shadwell dell’Atheista Fulminato al palcoscenico inglese durante il regno di Carlo II,) dal fatto che il nostro dramma moderno è preso, nella sua sostanza, dalla prima scena del terzo atto del LIBERTINO. Ma con quale palpabile superiorità di giudizio nell’originale! Terra e inferno, uomini e spiriti sono in armi contro Don Giovanni; i due primi atti dell’opera non solo ci hanno preparato al soprannaturale, ma ci hanno abituato al prodigioso. Non è, dunque, né più né meno di quanto prevediamo quando il Capitano esclama: “In tutti i pericoli in cui sono stato, tali orrori non ho mai conosciuto. Sono del tutto privo di vigore:” e quando l’Eremita dice di aver “ammirato l’oceano nella furia più selvaggia, eppure mai prima d’ora visto una tempesta così spaventosa, tali orribili lampi e tali scrosci di tuono, non furono mai nella mia memoria.” E lo scoppio di sbalorditiva empietà di Don Giovanni è altrettanto intelligibile nel suo motivo, quanto drammatico nel suo effetto.

Ma cosa c’è che giustifichi il prodigio della tempesta al naufragio di Bertram? È un mero effetto soprannaturale, senza nemmeno un accenno ad alcuna agenzia soprannaturale; un prodigio, senza alcuna circostanza menzionata che sia prodigiosa; e un miracolo introdotto senza fondamento, e che finisce senza risultato. Ogni evento e ogni scena dell’opera avrebbero potuto aver luogo altrettanto bene se Bertram e la sua nave fossero stati spinti da un comune forte vento, o per mancanza di provviste. Il primo atto avrebbe perso invero il suo quadro più grande e più sonoro; una scena per amore di una scena, senza una parola pronunciata; come tale, dunque, (una rarità senza precedenti), dobbiamo prenderla, ed essere grati! Nell’opinione di non pochi, era, in ogni senso della parola, la scena migliore dell’opera. Sono abbastanza certo che fosse la più innocente: e la costante, quieta rettitudine della fiamma delle candele di cera, che i monaci tenevano sopra i flutti ruggenti in mezzo alla tempesta di vento e pioggia, era davvero miracolosa.

La costa siciliana: un convento di monaci: notte: una tempesta portentosissima, ultraterrena: una nave naufraga contro ogni umana aspettativa, un uomo si salva con i suoi prodigiosi poteri di nuotatore, aiutato dalla peculiarità della sua destinazione —

“PRIORE. — Tutti, tutti perirono.

PRIMO MONACO. — Cambia, cambia quelle vesti inzuppate —

PRIORE. — Non ne sapevo nulla — ogni anima perì — Entra il terzo Monaco in fretta.

“TERZO MONACO. — No, ce ne fu uno che combatté con la tempesta Con forza incurante e disperata; molte volte La sua vita fu vinta e persa, come se non gli importasse — Nessuna mano lo aiutò, ed egli non aiutò nessuno — Solo egli affrontò l’onda larga, solo Quell’uomo fu salvato.”

Bene! Quest’uomo viene introdotto dai monaci, supposto bagnato fradicio, e alle domande molto naturali o rimane in silenzio, o dà risposte brevissime e burberissime, e dopo tre o quattro di queste cortesie di mezza riga, “scacciando i monaci” che lo avevano salvato, egli esclama nella vera sublimità del nostro moderno eroismo misantropico —

“Via! voi siete uomini — c’è veleno nel vostro tocco. Ma devo cedere, poiché questo” (cosa?) “mi ha lasciato senza forza.”

Così finiscono le tre prime scene. Nella successiva (il Castello di St. Aldobrand,) troviamo i servitori lì ugualmente spaventati da questa tempesta ultraterrena, sebbene in cosa essa differisse dalle altre violente tempeste non ci viene detto, eccetto che Hugo ci informa, pagina 9 —

“PIET. — Hugo, ben incontrato. Il tuo tempo porta in sé Memoria di una tempesta così terribile?

HUGO. — Sono state frequenti ultimamente.

PIET. — Lo sono sempre in Sicilia.

HUGO. — Così si dice. Ma le tempeste quando ero giovane Passavano sempre via come febbri passeggere della Natura, E rendevano tutto più salubre. Ora la loro furia, Mandata così inopportuna e inutile, Parla come le minacce del cielo.”

Una teoria quanto mai sconcertante sulle tempeste siciliane è questa del vecchio Hugo! E, cosa assai notevole, non sembra affatto fondata su una grande familiarità che egli stesso abbia con questo molesto fenomeno. Difatti, quando Pietro asserisce la “sempre maggiore frequenza” delle tempeste in Sicilia, il vecchio dichiara di non saperne nulla di più, se non per sentito dire. “Così si dice.” Ma perché egli presuma che questa tempesta sia fuori stagione, e su cosa fondi la sua profezia (poiché la tempesta è ancora nel pieno della sua furia), ovvero che essa sarà infruttuosa e priva delle facoltà fisiche comuni a tutti gli altri violenti venti marini nel purificare l’atmosfera, restiamo all’oscuro; così come riguardo ai punti particolari in cui egli sapeva che essa, durante il suo perdurare, differisse da quelle che aveva conosciuto in gioventù. Veniamo infine presentati alla Lady Imogine, la quale, apprendiamo, non ha riposato “durante” la notte; non a causa della tempesta, poiché

“Ben prima che la tempesta sorgesse, i suoi gesti inquieti Precludevano ogni speranza di vederla benedetta dal sonno.”

Seduta a un tavolo, mentre guarda un ritratto, ella ci informa: primo, che i ritrattisti possono realizzare un ritratto a memoria,

“L’arte del pittore può tracciare le fattezze assenti.”

Poiché sicuramente queste parole non potrebbero mai significare che un pittore possa far posare per sé una persona che in seguito possa lasciare la stanza o forse il paese? Secondo, che un ritrattista può permettere a una dama in lutto di possedere una buona somiglianza del suo amante lontano, ma che il ritrattista non può, e chi potrà mai—

“Ripristinare le scene in cui si incontrarono e si separarono?”

La risposta naturale sarebbe stata: ma certo, il pittore di scenografie! Ma questa dama irragionevole richiede in aggiunta che vengano dipinte svariate cose che non hanno né linee né colori—

“I pensieri, i ricordi, dolci e amari, O i sogni elisi degli amanti quando amavano.”

Quest’ultima frase deve intendersi come: quando erano presenti e si amavano l’un l’altra. Poi, se questo ritratto potesse parlare, “assolverebbe la fede del genere femminile”. Come? Era rimasta fedele? No, è andata in sposa a un altro uomo, di cui ora è moglie. Come dunque? Ebbene, che, a dispetto del suo voto nuziale, avesse continuato a bramare e desiderare il suo precedente amante—

“Questo ha il corpo, quello la mente: Chi ha fatto l’affare migliore?”

L’amante, tuttavia, non era soddisfatto di questo prezioso accordo, come presto scopriremo. La dama prosegue informandoci che durante i molti anni della loro separazione, sono accadute nelle diverse parti del mondo un gran numero di “tali cose”; proprio tali, quali nel corso degli anni sempre sono accadute, e fino al Millennio, senza dubbio sempre accadranno da qualche parte o altrove. Eppure questo passaggio, sia nel linguaggio che nel metro, è forse tra le parti migliori del dramma. Entra ora la compagna d’amore e stimatissima ancella della dama, Clotilda, che spiega questo amore e questa stima dimostrandosi un’ascoltatrice quanto mai passiva e impassibile, oltre che una breve e fortunata interrogatrice, che pone per caso domande che avremmo pensato fatte proprio per il gusto delle risposte. In breve, ci ricorda molto quelle eroine di marionette per le quali il burattinaio si ingegna a creare dialoghi senza alcuna abilità di ventriloquio. Questa, nonostante tutto, è la scena migliore del dramma, e sebbene affollata di solecismi, dizione corrotta e offese alla metrica, possederebbe meriti sufficienti a controbilanciarli, se potessimo sospendere il senso morale durante la lettura. Racconta bene e con passione le circostanze preliminari, superando così la difficoltà principale della maggior parte dei primi atti, vale a dire quella della narrazione retrospettiva. Ci racconta di essere stata onorevolmente chiesta in sposa da un nobile giovane, di rango e fortuna assai superiori ai propri: del loro amore reciproco, accresciuto da parte sua dalla gratitudine; della perdita del favore del suo sovrano; della sua disgrazia; della condanna; e della fuga; che egli (così degradato) sprofondò in un vile gaglioffo, il capo di una banda di assassini; e che per l’abituale indulgenza alle abitudini più riprovevoli e alle passioni feroci, era diventato così cambiato, persino nell’aspetto e nei lineamenti,

“Che colei che lo generò avrebbe avuto un sussulto davanti a lui, Né avrebbe riconosciuto il volto alieno del suo bambino, Eppure lei (Imogine) ancora lo amava.”

Ella è costretta dalle silenziose suppliche di un padre, che perisce tra “l’amara vergognosa miseria sulla fredda terra”, a dare la mano, con un cuore così irrimediabilmente già impegnato, al Lord Aldobrand, il nemico del suo amante, proprio a quell’uomo che aveva sventato i suoi schemi ambiziosi e che era, in quel momento, incaricato dell’esecuzione della sentenza di morte pronunciata contro Bertram. Ora, la prova dell’“amore di donna”, così laboriosamente messa in mostra per la compassione, se non per la stima del pubblico, consiste in questo: che, sebbene Bertram fosse diventato un brigante e un assassino di mestiere, un ruffiano nei modi, sì, con forma e lineamenti davanti ai quali sua madre non poteva che “avere un sussulto”, tuttavia lei (Lady Imogine) “la moglie di un nobilissimo, onorato Lord”, stimabile come uomo, esemplare e affettuoso come marito, e padre premuroso del suo unico figlio — che lei, nonostante tutto questo, colpendosi il cuore, osi dire a esso—

“Ma tu sei ancora di Bertram, e di Bertram per sempre.”

Entra ora un Monaco, che implora in nome del suo Priore la consueta ospitalità e il “libero nobile uso” del Castello di St. Aldobrand per alcune miserabili anime naufraghe, e da questo apprendiamo, per la prima volta, con nostra infinita sorpresa, che nonostante la soprannaturalità della tempesta suddetta, non solo Bertram, ma l’intera sua banda, erano stati salvati; con quali mezzi restiamo a congetturare, e possiamo solo concludere che avessero tutti le stesse disperate capacità di nuoto e lo stesso destino salvifico dell’eroe, Bertram stesso. Così termina il primo atto, e con esso il racconto degli eventi, sia quelli con cui la tragedia inizia, sia quelli occorsi prima della data del suo inizio. Il secondo mostra Bertram in un sonno agitato, che il Priore, che sovrasta su di lui, preferisce chiamare “trance convulsa”, e con voce tesa, che avrebbe svegliato uno dei sette dormienti, osserva al pubblico—

“Come lavora il labbro! Come digrignano le labbra nude! E gocce perlate scorrono giù per la sua fronte contorta!”

L’effetto drammatico di tale passaggio non solo lo concediamo agli ammiratori di questa tragedia, ma riconosciamo gli ulteriori vantaggi di preparare il pubblico alla più sorprendente serie di smorfie, bocche spalancate e gesti lunatici che siano mai stati “lanciati” su un pubblico per “bruciare i sensi”.

“PRIORE. — Lo sveglierò da questa orribile trance. Non è un sonno naturale! Ehi, svegliati, straniero!”

Questa è un’applicazione piuttosto stravagante del verbo riflessivo, dobbiamo confessare, sebbene ricordiamo un simile trasferimento dell’agente al paziente in una tragedia manoscritta, in cui il Bertram del pezzo, atterrando un uomo con un solo colpo di pugno, esclama: — “Atterrami te, poi chiediti se vivi.” Bene; lo straniero obbedisce, e qualunque sia stato il suo sonno, il suo risveglio è stato perfettamente naturale; poiché la letargia stessa non potrebbe resistere alla stentorea sgridata del signor Holland, il Priore. Apprendiamo poi dalla migliore autorità, la sua stessa confessione, che l’eroe misantropico, il cui destino era incompatibile con l’annegamento, è il Conte Bertram, che non solo rivela le sue fortune passate, ma confessa con aperta atrocità il suo satanico odio per il signore di Imogine, e la sua frenetica sete di vendetta; e così il personaggio delirante delira, e il personaggio che sgrida sgrida — e cos’altro? Il Priore non agisce? Non manda a chiamare un gruppo di guardie o cacciatori di taglie per manettare il malvagio, o portarlo al Bedlam o a Newgate? Nulla del genere; l’autore preserva l’unità del personaggio, e il Priore che sgrida dall’inizio alla fine non fa altro che sgridare, a eccezione, in verità, dell’ultima scena dell’ultimo atto, in cui, con una rivoluzione assai sorprendente, piagnucola, piange e si inginocchia davanti all’assassino blasfemo condannato, per puro affetto verso l’uomo dal cuore nobile, la cui sublimità del peccato angelico rivaleggia con l’apostata splendente come una stella (cioè, che era orgoglioso come Lucifero e malvagio come il Diavolo), e che “lo aveva brividato” (il Priore Holland suddetto) con selvaggia ammirazione.

Di conseguenza, proprio nella scena successiva, abbiamo questo Macheath tragico, con la sua intera banda, nel Castello di St. Aldobrand, senza alcun tentativo da parte del Priore né di impedirglielo, né di mettere la padrona e i servitori del Castello in guardia contro i nuovi ospiti; sebbene egli (il Priore) sapesse, e confessi di sapere, che i “temibili compagni” di Bertram erano assassini così abituati e naturalizzati alla colpa che—

“Quando la loro stiva inzuppata abbandonò oro e averi, Afferrarono i loro pugnali con istinto di assassino;”

e sebbene sapesse anche che Bertram era il capo di una banda il cui mestiere era il sangue. Al Castello, tuttavia, egli va, così con il consenso del santo Priore, se non con la sua assistenza; e là seguiamolo.

Non appena il nostro eroe è al sicuro alloggiato nel Castello di St. Aldobrand, attira l’attenzione della dama e della sua confidente con i suoi “occhi scuri selvaggi e terribili”, “forma avvolta”, “forma temibile”, “oscuramente selvaggio”, “orgogliosamente severo”, e simili indefiniti da luogo comune, conditi da antitesi meramente verbali, e nel migliore dei casi, copiati con pochissime variazioni, dal Conrade della GIOVANNA D’ARCO di Southey. La Lady Imogine, che è stata (come accade, ci dice, a tutti gli spiriti dolci e solenni) a venerare la luna su una terrazza o sugli spalti con vista sul Castello, insiste per avere un colloquio con il nostro eroe, e pure a quattr’occhi. Il lettore vorrebbe sapere il perché e il percome la confidente venga esclusa, lei che giustamente protesta contro tale “conferenza, sola, di notte, con uno che porta una forma così temibile”; la ragione segue — “perché, dunque, mandalo!” Dico, segue, perché la riga successiva, “tutte le cose di paura hanno perso il loro potere su di me”, è separata dalla precedente da una pausa, e oltre al fatto che è una risposta molto povera al pericolo, non è affatto una risposta alla grossolana indelicatezza di questa esposizione volontaria. Dobbiamo quindi considerarla come un mero ripensamento, che ammorbidisce un po’ la rudezza, ma non aggiunge nulla al peso di quella squisita ragione femminile suddetta. E così esce Clotilda ed entra Bertram, che “sta in piedi senza guardarla”, cioè, con le gambe divaricate, le braccia sui fianchi, il fianco verso il davanti della dama, l’intera figura che assomiglia a una Y rovesciata. Viene presto, tuttavia, scosso dallo stato scontroso allo stato frenetico, e poi seguono deliri, urla, imprecazioni, lei che sviene, lui che si intenerisce, entra correndo il figlio di Imogine, squittisce “madre!” Lui lo afferra, e con un “Dio ti benedica, bambino! Bertram ha baciato il tuo bambino,” — il sipario cala. Il terzo atto è breve, e breve sia il nostro resoconto. Introduce Lord St. Aldobrand sulla via del ritorno, e poi Imogine nel convento, che confessa la sozzura del suo cuore al Priore, il quale prima si abbandona al suo vecchio umore con un attacco di sgridate insensate, poi la lascia sola con il suo amante ruffiano, con il quale ella prende subito un appuntamento infame, e il sipario cala, affinché possa essere portato all’atto e al compimento.

Mi mancano le parole per descrivere l’orrore e il disgusto misti con cui ho assistito all’apertura del quarto atto, considerandolo come una malinconica prova della depravazione della mente pubblica. Lo scioccante spirito di giacobinismo non sembrava più limitato alla politica. La familiarità con eventi e personaggi atroci sembrava aver avvelenato il gusto, anche dove non aveva direttamente disorganizzato i principi morali, e lasciato i sentimenti insensibili a tutti i miti appelli, bramando solo gli stimoli più grossolani e oltraggiosi. Il fatto stesso allora presente ai nostri sensi, che un pubblico britannico potesse rimanere passivo sotto tale insulto al comune decoro, anzi, accogliere con un tuono di applausi un essere umano supposto essere appena uscito, fumante, dal compimento di questa complessa sozzura e bassezza, queste e simili riflessioni premevano come piombo sul mio cuore, tanto che attore, autore e tragedia sarebbero stati dimenticati, se non fosse stato per un semplice uomo anziano seduto accanto a me, che, con una faccia molto seria, che esprimeva allo stesso tempo sorpresa e avversione, mi toccò il gomito e, indicando l’attore, mi disse a mezza voce: “Vede quel piccolo individuo lì? ha appena commesso adulterio!” In parte sollevato dalla risata che questo buffo indirizzo ha provocato, ho forzato la mia attenzione verso il palcoscenico abbastanza da apprendere che Bertram è guarito da un passeggero accesso di rimorso dall’informazione che St. Aldobrand era incaricato (di fare, ciò che ogni uomo onesto avrebbe dovuto fare senza incarico, se avesse fatto il suo dovere) di catturarlo e consegnarlo alla giusta vendetta della legge; un’informazione che (poiché sapeva da tempo di essere un traditore condannato e un fuorilegge proclamato, e non solo un mercante di sangue egli stesso, ma notoriamente il Capitano di una banda di ladri, pirati e assassini), certamente non poteva essergli nuova. È questo, tuttavia, che da solo e istantaneamente lo riporta al suo solito stato di delirio, blasfemia e sciocchezze. Segue poi il colloquio forzato di Imogine con il suo marito offeso, e la sua improvvisa partenza di nuovo, tutto amore e gentilezza, per partecipare alla festa di Sant’Anselmo al convento. Questo era, bisogna ammetterlo, un impegno molto strano per un marito così tenero da prendere pochi minuti dopo un’assenza così lunga. Ma prima la sua dama gli ha detto di avere “un voto su di sé”, e desidera “che la nera perdizione inghiotta la sua anima spergiura” — (Nota: lei sta mentendo proprio in quel momento) — se sale nel suo letto, finché la sua penitenza non è compiuta. Come, dunque, deve divertirsi il povero marito in questo intervallo della sua penitenza? Ma non siate angosciati, lettore, per l’assenza di St. Aldobrand! Poiché l’autore ha architettato di mandarlo fuori di casa, quando un marito sarebbe stato tra i piedi suoi e dell’amante, così senza dubbio non sarà in difficoltà a riportarlo indietro non appena sarà necessario. Ebbene! Il marito uscito da una parte, ecco spuntare l’amante dall’altra, e per il diabolico scopo di straziare l’anima della sua misera complice nella colpa, annunciandole, con le più brutali e blasfeme imprecazioni, la sua ferma e deliberata risoluzione di assassinare suo marito; tutto questo poi senza alcuno scopo discernibile da parte dell’autore, se non quello di introdurre una serie di scatti super-tragici, pause, grida, lotta, lancio di pugnali, cadute a terra, rialzarsi di nuovo selvaggiamente, giuramenti, grida d’aiuto, cadere di nuovo a terra, rialzarsi, vacillare debolmente verso la porta, e, per terminare la scena, una comodissima svenimento della nostra dama, appena in tempo per dare a Bertram un’opportunità di cercare l’oggetto del suo odio, prima che lei allarghi la casa, cosa che in effetti avrebbe avuto tutto il tempo di fare prima, ma che l’autore ha preferito che lei si divertisse e divertisse il pubblico con i delirii e gli scatti sopra descritti. Lei si riprende lentamente, ed entra Clotilda, la confidente e madre confessore; allora inizia, ciò che nel linguaggio teatrale è chiamato pazzia, ma che l’autore più accuratamente intitola delirio, apparendo infatti una sorta di febbre intermittente con attacchi di confusione mentale a intermittenza, ogni volta che l’occasione e l’effetto scenico richiedono. Un comodo ritorno della tempesta, (abbiamo detto al lettore in anticipo come sarebbe andata), aveva cambiato—

“Il ruscello, che bagnava le mura del convento, In un’inondazione spumeggiante: sul suo ciglio Il Lord e il suo piccolo seguito stanno atterriti. Con torcia e campana dalle loro alte merlature I monaci chiamano al passo invano; Deve tornare stasera.”

Parla del diavolo e appaiono le sue corna, dice il proverbio, e infatti, entro dieci righe dall’uscita del messaggero inviato a fermarlo, viene annunciato l’arrivo di Lord St. Aldobrand. La banda di ruffiani di Bertram entra ora e si schiera attraverso il palcoscenico, dando nuova causa alle grida e alla pazzia di Imogine. St. Aldobrand, avendo ricevuto la sua ferita mortale dietro le quinte, barcolla dentro per sguazzare nel suo sangue, e morire ai piedi di questa adultera doppiamente dannata.

Di lei, per quanto riguarda questo quarto atto, abbiamo due punti aggiuntivi da notare: primo, la bassa astuzia e il trucco gesuitico con cui ella delude il marito in parole di perdono, che egli stesso non comprende; e secondo, che ovunque ella è resa oggetto di interesse e simpatia, e non è colpa dell’autore se, in qualsiasi momento, ella eccita sentimenti meno gentili di quelli che siamo abituati ad associare alle auto-accuse di una sincera penitente religiosa. E un pubblico britannico ha tollerato tutto questo? — Lo hanno accolto con applausi, che, se non fosse stato per la rivalità dei carri e delle carrozze, avrebbero potuto disturbare le preghiere serali della scarsa congregazione feriale della cattedrale di San Paolo.

Tempora mutantur, nos et mutamur in illis.

Del quinto atto, l’unica cosa notevole (poiché vaneggiamenti e sciocchezze, sebbene abbondanti come sempre, sono diventate da tempo prima dell’ultimo atto cose scontate) è la rappresentazione profana dell’altare maggiore in una cappella, con tutti i vasi e gli altri preparativi per il santo sacramento. Un inno viene effettivamente cantato sul palco dai ragazzi del coro! Per il resto, Imogine, che di tanto in tanto parla delirando, ma che è sempre confusa quanto più il suo vestito e i suoi capelli glielo permettono, vaga per boschi oscuri con rocce cavernose e precipizi sullo sfondo; e un numero di comparse si muovono continuamente dentro e fuori, per la cui presenza c’è sempre almeno questa ragione, che offrono qualcosa da vedere, per quella parte molto larga del pubblico di Drury Lane che ha poche possibilità di udire una parola. Ella aveva, a quanto pare, portato il suo bambino con sé, ma cosa ne sia del bambino, se lei lo abbia assassinato o meno, nessuno può dirlo, nessuno può scoprirlo; era un enigma alla rappresentazione, e dopo un’attentissima lettura del dramma, un enigma rimane.

“Non so altro, vorrei saperlo, E ve lo racconterei tutto; Perché cosa sia successo a questo povero bambino Nessuno lo ha mai saputo.”

La nostra intera informazione deriva dalle seguenti parole—

“PRIORE. — Dov’è il tuo bambino?

CLOTIL. — (Indicando la caverna in cui ha guardato) Oh, giace freddo nella sua tomba cavernosa! Perché la incalzi con l’orribile tema?

PRIORE. — (che non vuole, il lettore può notare, essere deluso dalla sua dose di sgridate) Era per far (chiedo svegliare) una corda viva del cuore, E ci proverò, anche se la mia si spezza per questo. Dov’è il tuo bambino?

IMOG. — (con una risata frenetica) Il demone della foresta lo ha rapito— Cavalca l’incubo attraverso i boschi dei maghi.”

Ora, questi due versi consistono in un insensato plagio tratto dalla contraffatta follia di Edgar nel Lear, il quale, a imitazione degli incantesimi zingareschi, gioca sul vecchio termine mair, una strega; e nella non meno insensata adozione del demone della foresta di Dryden, e del fiume magico con cui Milton, nel suo Lycidas, caratterizza così finemente lo sconfinato Deva, fabulosus amnis. Si osservi inoltre che queste immagini appaiono uniche nei discorsi di Imogine, senza la minima somiglianza con alcunché ella dica prima o dopo. Ma siamo stanchi. I personaggi di questo atto scorrazzano qua, là e ovunque, fastidiosi come i fuochi fatui che i ragazzi dispettosi, dall’altro lato di una strada stretta, proiettano con uno specchio sui volti dei vicini di fronte. Bertram disarmato, superando Erode nel Charles de Moor dei Masnadieri, affronta i cavalieri riuniti di San Anselmo (tutti in armatura completa) e così, per pura forza di sguardi torvi, li inibisce fino a renderli passivi poltroni. Il repentino cambiamento nei modi del Priore l'abbiamo già notato, ed è davvero così outre che molti tra il pubblico hanno immaginato dovesse venire a galla un gran segreto, ossia: che il Priore fosse uno dei tanti esempi di un peccatore giovanile metamorfosato in un vecchio bisbetico, e che questo Bertram sarebbe apparso alla fine come suo figlio. Imogine riappare al convento e muore di sua spontanea volontà. Bertram si pugnala e muore al suo fianco, e affinché il dramma possa concludersi come è iniziato, vale a dire in una superfetazione di blasfemia su sciocchezze, poiché egli aveva strappato una spada a un vile codardo, che si ritira nel terrore quando essa viene puntata verso di lui per scherzo; questo felo de se, e capitano di ladri — questo ripugnante e lebbroso confluire di rapina, adulterio, omicidio e vile assassinio — questo mostro, la cui azione migliore è l’aver risparmiato ai suoi superiori l’umiliazione di impiccarlo, facendo da carnefice a se stesso; prima raccomanda ai caritatevoli Monaci e al santo Priore di pregare per la sua anima, e poi ha la follia e l'impudenza di esclamare:

“Non muoio di morte da fellone, L’arma d’un guerriero ha liberato l’anima d’un guerriero!”

CAPITOLO XXIV

CONCLUSIONE

Accade talvolta di essere puniti per le proprie colpe da incidenti, nella cui causazione tali colpe non hanno avuto alcuna parte: e questa l'ho sempre sentita come la punizione più severa. La ferita è certamente delle medesime dimensioni; ma i bordi sono frastagliati, e vi è un sordo dolore profondo che sopravvive al bruciore che esso stesso aveva aggravato. Poiché esiste sempre un sentimento consolatorio che accompagna il senso di una proporzione tra antecedenti e conseguenti. Il senso del Prima e del Dopo diviene intelligibile e intellettuale quando, e solo quando, contempliamo la successione nelle relazioni di Causa ed Effetto, le quali, come i due poli del magnete, manifestano l'essere e l'unità di un unico potere attraverso opposti relativi, e forniscono, per così dire, un substrato di permanenza, di identità, e quindi di realtà, al flusso ombroso del Tempo. È l'Eternità che si rivela nei fenomeni del Tempo: e la percezione e il riconoscimento della proporzionalità e dell'appropriatezza del Presente al Passato provano all'Anima afflitta che essa non è ancora stata privata della visione di Dio, che può ancora riconoscere l'efficace presenza di un Padre, sebbene attraverso un vetro oscurato e un'atmosfera torbida, sebbene di un Padre che la sta castigando. E per questa ragione, senza dubbio, siamo così formati nella mente, e persino così organizzati nel cervello e nei nervi, che ogni confusione è dolorosa. È nell'esperienza di molti medici che un paziente, con sintomi di malattia strani e inusuali, sia stato più angosciato nella mente, più infelice, per il fatto di essere inintelligibile a se stesso e agli altri, che per il dolore o il pericolo della malattia: anzi, che il paziente abbia ricevuto il più solido conforto, e abbia ripreso una geniale e durevole allegria, da qualche nuovo sintomo o prodotto che abbia determinato immediatamente il nome e la natura del suo malanno, e lo abbia reso un effetto intelligibile di una causa intelligibile: anche se la scoperta precludeva nello stesso momento ogni speranza di guarigione. Di qui i teologi mistici, le cui illusioni possiamo sperare con maggior fiducia di separare dalle loro effettive intuizioni quando ci degniamo di leggere le loro opere senza la presunzione che tutto ciò che la nostra fantasia (sempre la scimmia, e troppo spesso l'adulteratrice e la falsaria della nostra memoria) non abbia creato o non possa creare in immagine, debba essere sciocchezza — di qui, dico, i Mistici si sono uniti nel rappresentare lo stato degli spiriti reprobi come un sogno terribile nel quale non vi è senso di realtà, nemmeno delle pene che stanno sopportando — un'eternità senza tempo, e per così dire al di sotto di esso — Dio presente senza manifestazione della sua presenza. Ma queste sono profondità sulle quali non osiamo indugiare. Passiamo a un esempio più al livello delle comuni simpatie del genere umano. Qui dunque, e in questa stessa influenza sanatrice della Luce e del Distinto Vedere, possiamo individuare la causa finale di quell'istinto che, nella stragrande maggioranza dei casi, guida e quasi costringe gli Afflitti a comunicare i propri dolori. Di qui fluisce anche l'alleviamento che deriva dallo “sfogare i nostri affanni”: i quali vengono così presentati in forme distinguibili invece che nella nebbia, attraverso la quale tutto ciò che è informe diviene ingigantito e (letteralmente) enorme. Casimiro, nella quinta Ode del suo terzo Libro, ha felicemente [85] espresso questo pensiero.

Me longus silendi Edit amor, facilesque luctus Hausit medullas. Fugerit ocyus, Simul negantem visere jusseris Aures amicorum, et loquacem Questibus evacuaris iram.

Olim querendo desinimus queri, Ipsoque fletu lacryma perditur Nec fortis [86] aeque, si per omnes Cura volat residetque ramos.

Vires amicis perdit in auribus, Minorque semper dividitur dolor, Per multa permissus vagari Pectora.--

Non farò di ciò una scusa, tuttavia, per tormentare i miei lettori con lamentele o spiegazioni, con le quali, in quanto lettori, hanno poco o nulla a che fare. Può bastare, (per il presente almeno,) dichiarare che le cause che hanno ritardato la pubblicazione di questi volumi per un periodo così lungo dopo che erano stati stampati, non erano collegate a alcuna mia negligenza; e che esse formerebbero un commento istruttivo sul capitolo riguardante l'attività di autore come mestiere, indirizzato ai giovani uomini di genio nel primo volume di quest'opera. Ricordo l'effetto ridicolo prodotto sulla mia mente dalla prima frase di un'autobiografia, che, fortunatamente per lo scrittore, era tanto scarna di incidenti quanto è possibile che lo sia la vita di un individuo — “L’avventurosa vita che mi accingo a registrare, dall’ora in cui sorsi all'esistenza su questo pianeta, ecc.” Eppure, quando, nonostante questo monito di autoimportanza davanti a me, passo in rassegna la mia stessa vita, non posso trattenermi dall'applicare ad essa il medesimo epiteto, e con enfasi più che ordinaria — e nessun sentimento privato, che riguardasse solo me, dovrebbe impedirmi di pubblicarlo (poiché scriverlo lo farò di certo, se vita e tempo libero mi saranno concessi), se una continua riflessione dovesse rafforzare la mia convinzione attuale che la mia storia aggiungerebbe il suo contributo al rafforzamento di un'importante verità, ossia che dobbiamo non solo amare il prossimo come noi stessi, ma anche noi stessi come il nostro prossimo; e che non possiamo fare né l'una né l'altra cosa a meno di non amare Dio sopra entrambi.

Chi vive, che non sia Depravato o che non depravi? Chi muore, che porti Non uno sprone alla tomba, dono dei propri amici?

Per quanto strana possa apparire l'illusione, è verissimo che tre anni fa non sapevo né credevo di avere un nemico al mondo: e ora persino le mie più forti sensazioni di gratitudine sono mescolate alla paura, e mi rimprovero di essere troppo spesso disposto a chiedere: — Ho un amico? — Durante i molti anni trascorsi tra la composizione e la pubblicazione di CHRISTABEL, essa divenne quasi altrettanto nota tra gli uomini di lettere come se fosse stata in comune vendita; venivano fatti i medesimi riferimenti ad essa, e ci si prendeva le medesime libertà, fino ai nomi stessi delle persone immaginarie nel poema. Da quasi tutti i nostri poeti più celebri, e da alcuni con i quali non avevo alcuna conoscenza personale, ho ricevuto o sentito espressioni di ammirazione che (posso dire in verità) apparivano a me stesso del tutto sproporzionate a un'opera che non pretendeva di essere null'altro che un comune Racconto di Fate. Molti, che non avevano riconosciuto alcun merito alle mie altre poesie, stampate o manoscritte, e che me lo hanno detto francamente, hanno fatto uniformemente un'eccezione in favore di CHRISTABEL e del poema intitolato AMORE. Anno dopo anno, e in società dei tipi più diversi, ero stato implorato di recitarlo e il risultato era sempre lo stesso in tutte, e del tutto differente in questo rispetto dall'effetto prodotto dalla recitazione occasionale di qualsiasi altra poesia da me composta. — Questo prima della pubblicazione. E da allora, con pochissime eccezioni, non ho sentito altro che abusi, e questo per di più in uno spirito di amarezza almeno tanto sproporzionato alle pretese del poema, fosse stato pure il più pietosamente al di sotto della mediocrità, quanto i precedenti elogi, e assai più inspiegabile. — Questo può servire da monito agli autori: nei loro calcoli sulla probabile accoglienza di un poema, devono sottrarre una gran parte al panegirico che potrebbe averli incoraggiati a pubblicarlo, per quanto insospettabili e per quanto varie siano potute essere le fonti di tale panegirico. E, innanzitutto, bisogna tener conto dell'inimicizia privata, della cui esistenza forse non avevano nutrito alcun sospetto — dell'inimicizia personale dietro la maschera della critica anonima: in secondo luogo, della necessità di una certa proporzione di abusi e scherno in una Rivista, al fine di renderla vendibile, in conseguenza della quale, se non hanno amici dietro le quinte, la sorte deve necessariamente essere contro di loro; ma infine e soprattutto, dell'eccitazione e della temporanea simpatia di sentimento che la recitazione del poema da parte di un ammiratore, specialmente se è al contempo un caloroso ammiratore e un uomo di celebrità riconosciuta, suscita nel pubblico. Poiché questa è realmente una specie di magnetismo animale, in cui il recitatore che accende, con un continuo commento di sguardi e toni, presta la propria volontà e facoltà apprensiva ai suoi ascoltatori. Essi vivono per il momento all'interno della sfera dilatata del suo essere intellettuale. È altrettanto possibile, sebbene non altrettanto comune, che un lettore lasciato a se stesso sprofondi al di sotto del poema, quanto che il poema lasciato a se stesso si afflosci al di sotto dei sentimenti del lettore. — Ma, nel mio caso personale, ho avuto l'ulteriore sfortuna di essere stato chiacchierato come dedito alla metafisica, e peggio di tutto, a un sistema incomparabilmente più vicino ai voli visionari di Platone, e persino al gergo dei Mistici, che ai dogmi stabiliti di Locke. Tutto ciò che appariva con il mio nome era dunque condannato in anticipo, come metafisica predestinata. In un poema drammatico, che era stato sottoposto da me a un gentiluomo di grande influenza nel mondo teatrale, si incontrava il seguente passaggio:

“Oh, siamo creature querule! Poco meno Che ogni cosa può bastare a renderci felici: E poco più che nulla è abbastanza Per renderci infelici.”

Ah, ecco qui! (esclamò il critico) ecco che arrivano le metafisiche di Coleridge! E il medesimo motivo (vale a dire, non che i versi fossero inadatti al presente stato dei nostri immensi teatri, ma che fossero metafisica [87]) fu assegnato altrove per il rifiuto dei due seguenti passaggi. Il primo è pronunciato in risposta a un usurpatore, che aveva basato la sua istanza sulla circostanza di essere stato scelto dalle acclamazioni del popolo. —

“Quale popolo? Come convocato? O, se convocato, Non deve il magico potere che incanta insieme Milioni di uomini in consiglio, aver bisogno di potere Per conquistarli o manovrarli? Piuttosto, oh, molto piuttosto Grida i tuoi titoli a quelle montagne circostanti, E con una riverberazione mille volte ripetuta Fai che le rocce ti adulino, e l'aria rimbombante, Non corrotta, ti risponda gridando, Re Emerick! Con leggi sane arginare il potere sovrano, Approfondire con la restrizione, e con la prevenzione Della volontà senza legge accumulare e guidare il flusso Nel suo maestoso canale, è compito dell'uomo E gloria del vero patriota! In tutto il resto Gli uomini si affidano più in salvo al Cielo che a se stessi Quando meno sono se stessi: persino in quelle folle vorticose Dove la follia è contagiosa, e troppo spesso Anche gli uomini saggi lasciano a casa il loro buon senso, Per rimproverarli e meravigliarsene, al ritorno.”

Il secondo passaggio è sulla bocca di un cortigiano vecchio ed esperto, tradito dall'uomo in cui aveva maggiormente confidato.

“Eppure Sarolta, semplice, inesperta, Poteva vederlo per quello che era, e spesso mi ha avvertito. Da dove ha imparato questo? — Oh, era innocente! Ed essere innocenti è la saggezza della Natura! La colomba implume conosce i predatori dell'aria, Temuti appena visti, e svolazza al riparo. E il giovane destriero si ritrae sulle anche, Udito il primo sibilo della vipera mai vista prima. Oh, più sicuro dei cento occhi del sospetto È quel senso fine, che al puro di cuore, Per mera opposizione della propria bontà, Rivela l'avvicinarsi del male.”

Poiché dunque il mio carattere di scrittore non avrebbe potuto essere ferito più facilmente da un atto palese di quanto già non fosse in conseguenza della voce, pubblicai un'opera, una gran parte della quale era dichiaratamente metafisica. Un lungo ritardo intercorse tra il suo primo annuncio e la sua apparizione; fu recensita quindi per anticipazione con una malignità, così dichiaratamente ed esclusivamente personale, come credo sia senza precedenti persino nel presente disprezzo per ogni comune umanità che disonora e mette in pericolo la libertà di stampa. Dopo la sua apparizione, l'autore di questo libello si incaricò di recensirla nella Edinburgh Review; e, alla sola condizione che avesse scritto ciò che lui stesso pensava realmente, e avesse criticato l'opera come avrebbe fatto se il suo autore gli fosse stato indifferente, avrei scelto quell'uomo io stesso, sia per il vigore e l'originalità della sua mente, sia per la sua particolare acutezza nel ragionamento speculativo, prima di tutti gli altri. — Ricordai i versi di Catullo.

Desine de quoquam quicquam bene velle mereri, Aut aliquem fieri posse putare pium. Omnia sunt ingrata: nihil fecisse benigne est: Immo, etiam taedet, taedet obestque magis; Ut mihi, quem nemo gravius nec acerbius urget, Quam modo qui me unum atque unicum amicum habuit.

Ma posso dire in verità che il dolore con cui lessi questa rapsodia di insulto predeterminato, aveva il rapsodista stesso come suo intero e unico oggetto.

* * * * * *

Faccio riferimento a questa recensione al presente, in conseguenza dell'informazione datami che l'insinuazione della mia “potenziale infedeltà”, basata su un passaggio del mio primo Sermone Laico, è stata ricevuta e propagata con un grado di credenza, di cui posso tranquillamente assolvere l'originatore della calunnia. Riporto le frasi, così come stanno nel sermone, premettendo solo che stavo parlando esclusivamente di miracoli operati per i sensi esterni degli uomini. “Fu solo per abbattere l'usurpazione esercitata nei e attraverso i sensi, che si fece appello miracolosamente ai sensi. LA RAGIONE E LA RELIGIONE SONO LA LORO STESSA EVIDENZA. Il sole naturale è a questo riguardo un simbolo di quello spirituale. Prima che sia pienamente sorto, e mentre le sue glorie sono ancora sotto velo, egli richiama la brezza a scacciare i vapori usurpatori del tempo notturno, e converte così l'aria stessa nel ministro della sua propria purificazione: non certamente a prova o elucidazione della luce dal cielo, ma per prevenirne l'intercettazione.”

“Ovunque, dunque, circostanze simili coesistono con le medesime cause morali, i principi rivelati, e gli esempi registrati, negli scritti ispirati, rendono i miracoli superflui: e se trascuriamo di applicare le verità in attesa di meraviglie, o sotto pretesto della cessazione di queste ultime, tentiamo Dio, e meritiamo la stessa risposta che il nostro Signore diede ai Farisei in una simile occasione.”

Nel sermone e nelle note sia la verità storica che la necessità dei miracoli sono fortemente e frequentemente asserite. “La testimonianza dei libri di storia (cioè, relativamente ai segni e alle meraviglie, con cui Cristo venne) è uno dei pilastri forti e maestosi della chiesa: ma non è il fondamento!” Invece, dunque, di difendermi, il che potrei facilmente effettuare con una serie di passaggi, che esprimono la medesima opinione, dai Padri e dai più eminenti teologi Protestanti, dalla Riforma alla Rivoluzione, esporrò semplicemente quale sia la mia fede, riguardante le vere evidenze del Cristianesimo. 1. La sua consistenza con la retta Ragione, la considero come il cortile esterno del tempio — l'area comune, all'interno della quale esso sorge. 2. I miracoli, con e attraverso i quali la Religione fu rivelata e attestata per la prima volta, li considero come i gradini, il vestibolo e il portale del tempio. 3. Il senso, l'intimo sentimento, nell'anima di ogni credente della sua estrema desiderabilità — l'esperienza, che egli ha bisogno di qualcosa, unita al forte presagio, che la redenzione e le grazie proposte a noi in Cristo sono ciò di cui egli ha bisogno — questo ritengo sia il vero fondamento dell'edificio spirituale. Con la forte probabilità a priori che fluisce da 1 e 3 sulla corrispondente evidenza storica di 2, nessun uomo può rifiutarsi o trascurare di fare l'esperimento senza colpa. Ma, 4, è l'esperienza derivata da una pratica conformità alle condizioni del Vangelo — è l'occhio che si apre; la luce che albeggia: i terrori e le promesse della crescita spirituale; la beatitudine di amare Dio come Dio, il senso nascente del peccato odiato in quanto peccato, e dell'incapacità di raggiungere l'uno o l'altra senza Cristo; è il dolore che sorge ancora dal profondo e la consolazione che lo incontra dall'alto; i tradimenti viscerali del principale nella guerra e l'estrema fedeltà e longanimità dell'alleato non interessante; — in una parola, è la prova effettiva della fede in Cristo, con i suoi accompagnamenti e risultati, che deve formare il tetto a volta, e la fede stessa è la chiave di volta che completa. Per una credenza efficiente nel Cristianesimo, un uomo deve essere stato un Cristiano, e questo è il sembrante argumentum in circulo, incidente a tutte le Verità spirituali, a ogni soggetto non presentabile sotto le forme di Tempo e Spazio, finché tentiamo di padroneggiare tramite gli atti riflessi dell'Intelletto ciò che possiamo conoscere solo tramite l'atto del divenire. Fate la volontà di mio Padre, e conoscerete se io sono di Dio. Queste quattro evidenze credo siano state e siano tuttora, per il mondo, per l'intera Chiesa, tutte necessarie, tutte egualmente necessarie: ma al presente, e per la maggioranza dei Cristiani nati in paesi Cristiani, credo che la terza e la quarta evidenza siano le più operative, non come sostitutive ma come coinvolgenti una lieta fede indubitabile nelle due precedenti. Credidi, ideoque intellexi, mi appare il dettato egualmente della Filosofia e della Religione, così come credo che la Redenzione sia l'antecedente della Santificazione, e non il suo conseguente. Tutti i predicati spirituali possono essere costruiti indifferentemente come modi di Azione o come stati di Essere. Così Santità e Beatitudine sono la medesima idea, ora vista in relazione all'atto e ora all'esistenza. La pronta credenza che è stata prestata alla calunnia della mia “potenziale infedeltà”, l'attribuisco in parte all'apertura con cui ho avvalorato i miei dubbi, se il pesante interdetto, sotto il quale giace il nome di Benedetto Spinoza, sia meritato nel complesso o nell'intera misura. Sia come sia, vorrei tuttavia poter trovare nei libri di filosofia, teorica o morale, che sono i soli raccomandati agli attuali studenti di teologia nelle nostre scuole stabilite, alcuni passaggi altrettanto paolini, altrettanto completamente concordanti con le dottrine della Chiesa Stabilita, quanto le seguenti frasi nella pagina conclusiva dell'Etica di Spinoza. Deinde quo mens hoc amore divino, seu beatitudine magis gaudet, eo plus intelligit, hoc est, eo majorem in affectus habet potentiam, et eo minus ab affectibus, qui mali sunt, patitur; atque adeo ex eo, quod mens hoc amore divino, seu beatitudine gaudet, potestatem habet libidines coercendi; et quia humana potentia ad coercendos affectus in solo intellectu consistit; ergo nemo beatitudine gaudet, quia affectus coercuit, sed contra potestas libidines coercendi ex ipsa beatitudine oritur.

Per quanto riguarda gli unitariani, è stato spudoratamente asserito che io abbia negato loro l'essere cristiani. Dio me ne scampi! Poiché come potrei conoscere quale possa essere la pietà del cuore, o quale quantità di errore nell'intelletto possa sussistere insieme a una fede salvifica nelle intenzioni e nelle effettive disposizioni dell'intero essere morale in un qualsiasi individuo? Dio non respingerà mai un'anima che lo ami sinceramente: siano pure quali che siano le sue opinioni speculative; e se in un dato caso certe opinioni, siano esse miscredenza o falsa credenza, siano compatibili con un sincero amore di Dio, solo Dio può saperlo. Ma questo ho detto, e continuerò a dire: che se le dottrine, la cui somma credo costituisca la verità in Cristo, sono il Cristianesimo, allora l'unitarianesimo non lo è, e viceversa; e che, parlando teologicamente e impersonalmente, vale a dire dello psilantropismo e del teantropismo come schemi di credo, senza riferimento agli individui che professano l'uno o l'altro, sarebbe assurdo usare un linguaggio diverso finché è dettame del senso comune che due opposti non possono essere propriamente chiamati con lo stesso nome. Non mi sentirei offeso se un unitariano applicasse lo stesso a me, non più di quanto lo sarei se dicesse che, essendo due più due quattro, quattro più quattro debba essere otto.

alla broton ton men keneophrones auchai ex agathon ebalon; ton d’ au katamemphthent’ agan ischun oikeion paresphalen kalon, cheiros elkon opisso, thumos atolmos eon.

Questo è stato il mio obiettivo, e questa sola può essere la mia difesa — e oh! che con questo la mia vita personale così come quella LETTERARIA potesse concludersi! — intendo il desiderio inappagato, non senza la consapevolezza di essermi seriamente sforzato di accendere le giovani menti, e di proteggerle dalle tentazioni degli schernitori, mostrando che lo schema del Cristianesimo, come insegnato nella liturgia e nelle omelie della nostra Chiesa, sebbene non scopribile dalla ragione umana, è tuttavia in accordo con essa; che un legame segue l'altro per necessaria conseguenza; che la Religione passa fuori dal campo visivo della Ragione solo dove l'occhio della Ragione ha raggiunto il proprio orizzonte; e che la Fede è allora solo la sua continuazione: proprio come il giorno si stempera nel dolce crepuscolo, e il crepuscolo, silenzioso e senza respiro, svanisce nell'oscurità. È notte, sacra notte! L'occhio sollevato vede solo il cielo stellato che si manifesta da solo: e lo sguardo esteriore è fissato sulle scintille che brillano nell'immane profondità, sebbene soli di altri mondi, solo per preservare l'anima ferma e raccolta nel suo puro atto di adorazione interiore al grande IO SONO, e al VERBO filiale che lo riafferma dall'eternità all'eternità, il cui eco corale è l'universo.

THEO, MONO, DOXA.

NOTE

[Nota 1: L'autorità di Milton e di Shakespeare può essere utilmente indicata ai giovani autori. Nel Comus e in altre poesie giovanili di Milton c'è una superfluità di doppi epiteti; mentre nel Paradiso Perduto ne troviamo pochissimi, nel Paradiso Riconquistato quasi nessuno. La stessa osservazione vale quasi altrettanto per Pene d'amor perdute, Romeo e Giulietta, Venere e Adone e Lucrece, rispetto al Lear, Macbeth, Otello e Amleto del nostro grande Drammaturgo. La regola per l'ammissione dei doppi epiteti sembra essere questa: o che essi siano già cittadini della nostra lingua, come insanguinato, terrorizzato, auto-compiaciuto: o quando si azzarda un nuovo epiteto, o uno trovato solo nei libri, che esso sia, almeno, una parola sola, non due parole fatte una per puro merito del trattino dello stampatore. Una lingua che, come l'inglese, è quasi priva di casi, è in verità, nel suo genio stesso, inadatta ai composti. Se uno scrittore, ogni volta che gli si presenta una parola composta, cercasse qualche altro modo di esprimere lo stesso senso, le probabilità sono sempre grandemente a favore del fatto che trovi una parola migliore. Ut tanquam scopulum sic fugias insolens verbum, è il saggio consiglio di Cesare agli oratori romani, e il precetto si applica con doppia forza agli scrittori nella nostra lingua. Ma non bisogna dimenticare che lo stesso Cesare scrisse un trattato allo scopo di riformare la lingua ordinaria portandola a una maggiore conformità con i principi della logica o della grammatica universale.]

[Nota 2: Si vedano le critiche al Vecchio Marinaio, nei Monthly e Critical Reviews del primo volume delle Ballate Liriche.]

[Nota 3: Questa è degna di essere classificata come una massima (regula maxima) della critica. Qualunque cosa sia traducibile in altre e più semplici parole della stessa lingua, senza perdita di senso o dignità, è cattiva. N.B. - Per dignità intendo l'assenza di associazioni ridicole e avvilenti.]

[Nota 4: L'espressione del Christ’s Hospital, non propriamente per le vacanze, ma per quei giorni in cui ai ragazzi è permesso di uscire oltre i confini della scuola.]

[Nota 5: Ricordo un caso ridicolo nella poesia di un giovane commerciante:

“Non sopporterò più il dolce dolore dell'amore, O intorno alla gamba del mio cuore legherò la sua catena irritante.”]

[Nota 6: Il Compito di Cowper fu pubblicato qualche tempo prima dei Sonetti del signor Bowles; ma non mi era familiare fino a molti anni dopo. La vena di satira che attraversa quel poema eccellente, insieme alla tonalità cupa delle sue opinioni religiose, avrebbe probabilmente, a quel tempo, impedito che facesse una forte presa sui miei affetti. L'amore per la natura sembra aver condotto Thomson a una religione allegra; e una religione cupa aver condotto Cowper a un amore per la natura. Nella castità della dizione, tuttavia, e nell'armonia del verso sciolto, Cowper lascia Thomson incommensurabilmente al di sotto di sé; eppure sento ancora che quest'ultimo sia stato il poeta nato.]

[Nota 7: SONETTO I

Pensieroso a sera, sul mondo duro meditavo, E il mio povero cuore era triste; così alla Luna Fissavo lo sguardo e sospiravo, e sospiravo; perché ah quanto presto La sera s'incupisce in notte! i miei occhi scrutavano Con lacrimosa vacuità l'erba umida Che piangeva e scintillava nel raggio pallido E mi fermai sul mio cammino solitario E meditai sui miseri che passano Sulla landa desolata del dolore. Ma ahimè! Pensavo soprattutto a me stesso! quando accadde, Che lo spirito soave del bosco ventilato Respirò nel mio orecchio: “Tutto ciò va benissimo, Ma molto di una cosa, non è buono per nulla.” Oh, l'inspiegabile gonfiore del mio povero cuore!

SONETTO II

Oh, io ti amo, mite Semplicità! Poiché la cullante semplicità dei tuoi canti Va al mio cuore, e placa ogni piccola angoscia, Angoscia piccola, eppure forse grande per me. È vero, sul più dolce passo di Lady Fortuna Avanzo trotterellando; eppure non so perché Sono così triste! ma se un amico e io Ci corrucciassimo, mettessimo il broncio e ci separassimo, allora sono molto triste. E poi con sonetti e con simpatia Placo i mistici guai del mio seno sognante: Ora lamentandomi piagnucolando del mio falso amico, Ora inveendo contro l'umanità in generale; Ma che sia triste o feroce, è tutto semplice, Tutto molto semplice, mite Semplicità!

SONETTO III

E questa casa sventrata è quella, che egli costruì, Il compianto Jack! e qui il suo malto ammucchiò, Cauto invano! questi topi, che squittiscono così selvaggi, Non squittiscono ignari della colpa del loro padre. Non la vide scintillare attraverso la radura! Probabilmente era lei, la fanciulla tutta desolata. Che se anche non mungeva alcuna mucca dalle corna storte, Eppure, sempre infesta la valle dove un tempo vagava: E sempre, accanto a lei avanza il suo cavaliere amoroso Ancora sulle sue cosce sono indossate le solite braghe, E attraverso quelle braghe, ancora stracciate e lacere, Le sue grazie posteriori brillano di un bianco soprannaturale. Ah! così attraverso le nuvole rotte al colmo della notte Fa capolino tra bei frammenti la luna piena del raccolto!]

[Nota 8: --

Delle cose antiche tutte sono fin troppo vecchie, Delle cose buone nessuna è abbastanza buona;-- Mostreremo che possiamo aiutare a formare Un mondo di altra stoffa.

Anch'io avrò i miei re, che prendono Da me il segno della vita e della morte: I regni si sposteranno, come nuvole, Obbedienti al mio respiro. Wordsworth, Rob Roy.--Poet. Works, vol. III. p. 127.]

[Nota 9: Pope era vittima del comune errore della sua epoca, un errore tutt'altro che sufficientemente superato ancora oggi. Esso consiste (come ho spiegato ampiamente, e provato in dettaglio nelle mie lezioni pubbliche) nello scambiare per elementi essenziali della scena greca certe regole, che i saggi poeti imposero a se stessi, al fine di rendere tutte le parti rimanenti del dramma coerenti con quelle che erano state imposte loro da circostanze indipendenti dalla loro volontà; circostanze dalle quali il dramma stesso ebbe origine. Le circostanze ai tempi di Shakespeare, che era altrettanto fuori dal suo potere alterare, erano diverse, e tali da permettere, a mio parere, una sfera molto più ampia, e un interesse più profondo e più umano. I critici sono troppo inclini a dimenticare che le regole non sono che mezzi per raggiungere un fine; di conseguenza, dove i fini sono diversi, le regole devono esserlo altrettanto. Dobbiamo aver accertato quale sia il fine, prima di poter determinare quali debbano essere le regole. Giudicando sotto questa impressione, non ho esitato a dichiarare la mia piena convinzione che il giudizio consumato di Shakespeare, non solo nella costruzione generale, ma in tutti i dettagli dei suoi drammi, mi abbia impressionato con maggiore meraviglia, persino della forza del suo genio, o della profondità della sua filosofia. Spero di pubblicare presto la sostanza di queste lezioni; ed è un debito di giustizia verso me stesso e i miei amici notare che il primo corso di lezioni, che differiva dai corsi successivi solo per il variare occasionale delle illustrazioni dei medesimi pensieri, fu rivolto a un pubblico molto numeroso, e non c'è bisogno di aggiungere rispettabile, alla Royal Institution, prima che il signor Schlegel tenesse le sue lezioni sugli stessi argomenti a Vienna.]

[Nota 10: Nel corso di una delle mie lezioni, ho avuto modo di sottolineare la posizione e la scelta quasi impeccabili delle parole nelle composizioni originali di Pope, in particolare nelle sue Satire e nei Saggi morali, allo scopo di confrontarle con la sua traduzione di Omero, che, non sono il solo a considerare, come la fonte principale della nostra dizione pseudo-poetica. E questa, per inciso, è un'ulteriore conferma di un'osservazione fatta, credo, da Sir Joshua Reynolds, che dopo l'uomo che forma ed eleva il gusto del pubblico, colui che lo corrompe è comunemente il più grande genio. Tra gli altri passaggi, ho analizzato frase per frase, e quasi parola per parola, i versi popolari,

Come quando la luna, fulgida lampada della notte, ecc. (Iliade. B. viii.)

più o meno nello stesso modo in cui è stato fatto da allora, in un eccellente articolo sui British Poets di Chalmers nella Quarterly Review. L'impressione sul pubblico in generale fu improvvisa ed evidente: e un certo numero di persone illuminate e altamente istruite, che in diverse occasioni successive mi hanno rivolto la parola sull'argomento, hanno espresso la loro meraviglia che una verità così ovvia non li avesse colpiti prima; ma allo stesso tempo hanno riconosciuto--(così abituati erano stati, nel leggere poesia, a ricevere piacere dalle immagini e dalle frasi separate successiviamente, senza chiedersi se il significato collettivo fosse senso o non-senso)--che avrebbero con ogni probabilità letto lo stesso passaggio altre venti volte con immutata ammirazione, e senza mai riflettere, che

astra phaeinaen amphi selaenaen phainet aritretea--

(cioè, le stelle intorno, o vicino alla luna piena, brillano in modo preminente) trasmette un'immagine giusta e felice di un cielo al chiaro di luna: mentre è difficile determinare se, nei versi,

Attorno al suo trono ruotano i pianeti vividi, E stelle innumerevoli dorano il polo incandescente,

il senso o la dizione siano più assurdi. La mia risposta fu; che, sebbene avessi derivato vantaggi peculiari dalla mia disciplina scolastica, e sebbene la mia teoria generale della poesia fosse la stessa allora come ora, avevo tuttavia provato le stesse sensazioni io stesso, e mi sentivo quasi come se fossi stato appena operato di cataratta, quando, dalla conversazione del signor Wordsworth, ero stato indotto a riesaminare con imparziale rigore la celebre Elegia di Gray. Avevo da tempo rilevato i difetti ne Il Bardo; ma l'Elegia l'avevo considerata al riparo da ogni attacco leale; e fino ad oggi non riesco a leggere l'una o l'altra senza piacere, e una porzione di entusiasmo. Ad ogni modo, qualunque piacere io possa aver perso per la più chiara percezione delle colpe in certi passaggi, è stato più che ripagato dal diletto aggiuntivo con cui leggo il resto.

Un altro esempio a conferma di queste osservazioni mi viene in mente nella Faithful Shepherdess. Seward rintraccia per primo i versi di Fletcher;

Più malattie turpi di quante mai il caldo Sole abbia generato attraverso i suoi ardori, mentre il cane Insegue il leone infuriato, gettando la nebbia E il vapore mortale dal suo respiro irato, Riempendo il mondo inferiore di peste e morte,

verso il Calendario del Pastore di Spenser,

Il leone rampante caccia velocemente Con cani dall'alito nocivo; Il cui latrato funesto porta, in fretta, Pene, piaghe e tetra morte!

Egli prende poi l'occasione per introdurre la similitudine di Omero dell'aspetto dell'armatura di Achille a Priamo paragonata alla Stella del Cane; letteralmente così--

“Poiché questo in verità è davvero splendido, ma fu fatto segno di male, e porta molte malattie consumanti ai miserabili mortali.” Nulla può essere più semplice come descrizione, o più accurato come similitudine; che, (dice Seward,) è così finemente tradotto dal signor Pope

Gloria Terrifica! poiché il suo respiro ardente Contamina l'aria rossa con febbri, piaghe e morte!

Ora qui--(per non parlare del tremendo fustagno)--la Stella del Cane, così chiamata, è trasformata in un vero cane, un cane molto strano, un cane che respira fuoco, febbre, peste e morte, che contamina l'aria rossa: e l'intera somiglianza visiva è persa, mentre la somiglianza negli effetti è resa assurda dall'esagerazione. In Spenser e Fletcher il pensiero è giustificabile; poiché le immagini sono almeno coerenti, ed era intenzione degli scrittori segnare le stagioni con questa allegoria di giochi di parole visualizzati.]

[Nota 11: Specialmente in quest'epoca di personalità, quest'epoca di chiacchiere letterarie e politiche, quando gli insetti più vili sono adorati con una sorta di superstizione egizia, se solo alla testa senza cervello si rimedia con il pungiglione della malignità personale nella coda;--quando le satire più insipide sono diventate oggetto di un vivo interesse pubblico, puramente dal numero di personaggi contemporanei nominati nelle note a mosaico, (che possiedono, tuttavia, il merito comparativo di essere più poetiche del testo,) e perché, per aumentare lo stimolo, l'autore ha sagacemente lasciato il proprio nome a sussurri e congetture.]

[Nota 12: Se valesse la pena di mescolare insieme, come ingredienti, metà degli aneddoti che io stesso so essere veri, o che ho ricevuto da uomini incapaci di intenzionale falsità, riguardo ai caratteri, alle qualifiche e ai motivi dei nostri critici anonimi, le cui decisioni sono oracoli per il nostro pubblico di lettori; potrei tranquillamente prendere in prestito le parole dell'apocrifo Daniele; “Concedetemi, o SOVRANO PUBBLICO, e ucciderò questo drago senza spada né bastone.” Poiché il composto sarebbe come la “pece, e il grasso, e i peli, che Daniele prese, e li fece bollire insieme, e ne fece delle palle; questo le mise nella bocca del drago, e così il drago scoppiò in pezzi; e Daniele disse, ECCO, QUESTI SONO GLI DEI CHE VOI ADORATE.”]

[Nota 13: Questo è un esempio tra i tanti di inganno, dato dal raccontare la metà di un fatto, e dall'omettere l'altra metà, quando è dalla loro reciproca azione di contrasto e neutralizzazione che la verità intera sorge, come un tertium aliquid diverso da entrambe. Così nel famoso verso di Dryden

Il grande ingegno (intendendo il genio) alla follia è certamente vicino.

Ora, se la profonda sensibilità, che è senza dubbio una delle componenti del genio, fosse considerata da sola, singola e non bilanciata, potrebbe essere giustamente descritta come l'esposizione dell'individuo a una maggiore possibilità di squilibrio mentale; ma allora una rapidità di associazione più che usuale, un potere più che usuale di passare da un pensiero all'altro, e da un'immagine all'altra, è una componente ugualmente essenziale; e nella dovuta modifica di ciascuna da parte dell'altra consiste il genio stesso; cosicché sarebbe altrettanto giusto descrivere la terra come in pericolo imminente di uscire dalla sua orbita, o di cadere nel sole, a seconda che il sostenitore dell'assurdità limiti la sua attenzione alla forza proiettile o a quella di attrazione esclusivamente.]

[Nota 14: Poiché quanto ai devoti delle biblioteche circolanti, non oso fare un complimento al loro passatempo, o meglio ammazza-tempo, con il nome di lettura. Chiamatelo piuttosto una sorta di accattonaggio ad occhi aperti, durante il quale la mente del sognatore non fornisce a se stessa nulla se non pigrizia, e un po' di sensibilità smielata; mentre l'intero materiel e l'immaginario dell'assopimento è fornito ab extra da una sorta di camera oscura mentale fabbricata presso l'ufficio stampa, che pro tempore fissa, riflette e trasmette i fantasmi in movimento del delirio di un uomo, così da popolare la sterilità di altri cento cervelli afflitti dallo stesso trance o sospensione di ogni senso comune e di ogni scopo definito. Dovremmo quindi trasferire questa specie di divertimento--(se davvero si può dire che si ritirino a musis coloro che non furono mai in loro compagnia, o che il rilassamento sia attribuibile a coloro i cui archi non sono mai tesi)--dal genere, lettura, a quella classe comprensiva caratterizzata dal potere di conciliare le due propensioni contrarie eppure coesistenti della natura umana, vale a dire, l'indulgenza verso l'accidia e l'odio per la vacuità. In aggiunta ai romanzi e ai racconti di cavalleria in prosa o rima, (con cui quest'ultima intendo né ritmo né metro) questo genere comprende come sue specie, il gioco d'azzardo, l'oscillare o il dondolare su una sedia o un cancello; lo sputare sopra un ponte; il fumare; il prendere tabacco; i litigi tete-a-tete dopo cena tra marito e moglie; lo studiare parola per parola tutti gli annunci di un quotidiano in una taverna in un giorno di pioggia, ecc. ecc. ecc.]

[Nota 15: Ex. gr. Pediculos e capillis excerptos in arenam jacere incontusos; mangiare frutta acerba; fissare le nuvole, e (in genere) le cose mobili sospese nell'aria; cavalcare in mezzo a una moltitudine di cammelli; risate frequenti; ascoltare una serie di scherzi e aneddoti umoristici,--come quando (così da modernizzare il significato del dotto Saraceno) la storia buffa di un irlandese di un uomo inevitabilmente ne provoca un'altra di uno scozzese, che ancora, per lo stesso tipo di congiunzione disgiuntiva, porta a qualche etourderie di un gallese, e quella ancora a qualche colpo astuto di uno dello Yorkshire;--l'abitudine di leggere le lapidi nei cimiteri, ecc. Per inciso, questo catalogo, per quanto strano possa apparire, non è insuscettibile di un sano commento psicologico.]

[Nota 16: Ho osato definirlo unico; non solo perché non conosco alcuna opera del genere nella nostra lingua, (se eccettuiamo alcuni capitoli della vecchia traduzione di Froissart)--nessuna, che unendo i fascini del romanzo e della storia, mantenga l'immaginazione così costantemente in volo, eppure lasci così tanto per la riflessione successiva; ma anche, e principalmente, perché è una compilazione che, nelle varie eccellenze di traduzione, selezione e disposizione, ha richiesto e prova un genio maggiore nel compilatore, vivendo nello stato attuale della società, che nei compositori originali.]

[Nota 17: Non è facile stimare gli effetti che l'esempio di un giovane, tanto distinto per la rigorosa purezza di indole e di condotta quanto per la potenza intellettuale e la cultura letteraria, possa produrre su coloro che hanno la sua stessa età, specialmente su quanti condividono inclinazioni simili e affinità di spirito. Per molti anni, le mie occasioni di frequentazione con il signor Southey sono state rare e a lunghi intervalli; ma indugio con piacere immutato sull'influenza forte e improvvisa, sebbene confido non passeggera, che il mio essere morale subì con la mia conoscenza di lui a Oxford, dove mi ero recato all'inizio delle nostre vacanze di Cambridge in visita a un vecchio compagno di scuola. Non certo sui miei principi morali o religiosi, poiché essi non erano mai stati contaminati; ma nel risvegliare il senso del dovere e della dignità di far sì che le mie azioni si accordassero con quei principi, sia in parola che in atto. Le irregolarità, quasi universali tra i giovani del mio ceto, che ho sempre saputo essere sbagliate, imparai allora a sentirle come degradanti; imparai a conoscere che una condotta opposta, che a quel tempo era considerata da noi come la facile virtù di una prudenza fredda ed egoista, potesse originare dalle nobili emozioni, da visioni le più disinteressate e immaginative. Non è tuttavia solo per memorie grate che sono stato spinto a lasciare così questi miei sentimenti ponderati a futura memoria; ma in un certo senso come un debito di giustizia verso l'uomo il cui nome è stato così spesso connesso al mio per un male che gli è estraneo. Come esempio allego parte di una nota tratta da The Beauties of the Anti-jacobin, in cui, avendo precedentemente informato il pubblico che ero stato disonorato a Cambridge per aver predicato il deismo, in un momento in cui, per il mio ardore giovanile in difesa del Cristianesimo, venivo denigrato come bigotto dai proseliti della filosofia (o per parlare più propriamente, psi-losofia) francese, lo scrittore conclude con queste parole: “da questo momento ha lasciato il suo paese natale, ha iniziato a fare il cittadino del mondo, ha lasciato i suoi poveri figli senza padre e sua moglie in miseria. Ex his disce his friends, LAMB and SOUTHEY.” Con la più severa verità si può affermare che non sarebbe facile scegliere due uomini più esemplari nei loro affetti domestici di coloro i cui nomi venivano così stampati per esteso come appartenenti allo stesso rango morale di un infedele e fuggitivo denunciato, che aveva lasciato i suoi figli senza padre e sua moglie in miseria! È sorprendente che molti uomini buoni siano rimasti più a lungo di quanto forse avrebbero fatto altrimenti contrari a un partito che incoraggiava e ricompensava apertamente gli autori di tali atroci calunnie? Qualis es, nescio; sed per quales agis, scio et doleo.]

[Nota 18: Nelle opinioni di lunga data, e nelle quali non siamo mai stati prima molestati da un solo dubbio, essere improvvisamente convinti di un errore è quasi come essere condannati per una colpa. Esiste uno stato mentale che è l'antitesi diretta di quello che si verifica quando facciamo una sproposito. Lo sproposito consiste appunto nel mettere insieme due pensieri incompatibili, con la sensazione, ma senza il senso, della loro connessione. La condizione psicologica, o ciò che costituisce la possibilità di questo stato, è una vividezza così sproporzionata di due pensieri distanti da estinguere o oscurare la consapevolezza delle immagini o concezioni intermedie, o da distogliere interamente l'attenzione da esse. Così nel noto sproposito: “Ero un bel bambino, ma mi hanno cambiato”: la prima concezione espressa nella parola “Io”, è quella dell'identità personale--Ego contemplans: la seconda espressa nella parola “me”, è l'immagine visiva o l'oggetto mediante il quale la mente rappresenta a se stessa la sua condizione passata, o piuttosto, la sua identità personale sotto la forma in cui immaginava di essere esistita in precedenza--Ego contemplatus. Ora, il cambio di un'immagine visiva con un'altra non comporta in sé alcuna assurdità, e diventa assurdo solo per la sua immediata giustapposizione con il primo pensiero, il che è reso possibile dal fatto che l'intera attenzione è assorbita successivamente da ciascuno singolarmente, in modo da non notare la nozione interposta, cambiato, che per la sua incongruenza con il primo pensiero, Io, costituisce lo sproposito. Si aggiunga solo che questo processo è facilitato dalla circostanza che le parole Io e me sono talvolta equivalenti, e talvolta hanno un significato distinto; talvolta, cioè, significano l'atto dell'autocoscienza, talvolta l'immagine esterna in e mediante la quale la mente rappresenta quell'atto a se stessa, il risultato e simbolo della sua individualità. Ora supponete lo stato esattamente contrario, e avrete un senso distinto della connessione tra due concezioni, senza quella sensazione di tale connessione che è fornita dall'abitudine. L'uomo si sente come se stesse camminando sulla testa, sebbene non possa fare a meno di vedere che sta realmente camminando sui piedi. Questa, come sensazione dolorosa, avrà naturalmente la tendenza ad associarsi a colui che la provoca; proprio come le persone che sono state riportate dalla follia con mezzi dolorosi, sono note per provare un'involontaria avversione verso il loro medico.]

[Nota 19: Senza tuttavia le apprensioni attribuite al riformatore pagano della repubblica poetica. Se possiamo giudicare dalla prefazione alla recente raccolta delle sue poesie, il signor W. avrebbe risposto con Xantia--

su d’ ouk edeisas ton huophon ton rhaematon, kai tas apeilas; XAN, ou ma Di’, oud’ ephrontisa.--Ranae, 492-3.

E qui mi sia consentito suggerire agli autori delle numerose parodie e pretese imitazioni dello stile del signor Wordsworth, che celare e trasmettere contemporaneamente arguzia e saggezza sotto le spoglie della follia e della stupidità, come avviene nei Clowns e nei Fools, anzi persino nel Dogberry del nostro Shakespeare, sia senza dubbio una prova di genio, o in ogni caso di talento satirico; ma che il tentativo di ridicolizzare una poesia sciocca e infantile scrivendone un'altra ancora più sciocca e ancora più infantile, possa solo dimostrare (se pure dimostra qualcosa) che il parodista è uno sciocco ancora più grande dello scrittore originale, e, cosa ben peggiore, un presuntuoso maligno per giunta. Il talento per la mimica sembra più forte là dove la razza umana è più degradata. I poveri selvaggi nudi e mezzo umani della Nuova Olanda si rivelarono eccellenti mimi: e, nella società civile, solo le menti di infimo ordine satirizzano copiando. Almeno la differenza, che deve fondersi con la somiglianza e bilanciarla per costituire una giusta imitazione, esistendo qui meramente in caricatura, detrae dal cuore del libellista, senza aggiungere uno iota al credito del suo intelletto.]

[Nota 20: --

La Farfalla gli antichi Greci fecero Bella insegna dell'anima, e suo unico nome-- Ma dell'anima, sfuggita al servile commercio Della vita mortale! Poiché per questa spoglia terrena Nostro è il destino del rettile, molta pena, molto biasimo, Molteplici moti che fan poca strada, E deformare e uccidere ciò di cui ci nutriamo.]

[Nota 21: Il signor Wordsworth, persino nelle sue due prime poesie, The Evening Walk e Descriptive Sketches, è più libero da quest'ultimo difetto rispetto alla maggior parte dei giovani poeti suoi contemporanei. Esso può tuttavia essere esemplificato, insieme alla costruzione aspra e oscura in cui più spesso peccava, nei seguenti versi:--

“Tra vapori tempestosi sempre sospinti, Dove gridano falchi pescatori, cormorani e aironi; Dove a stento concesso di allietare la desolazione senza speranza, Negato il pane della vita, la spiga nutriente, Avvizzisce la pera sull'ultimo ramo d'autunno, E la mela si ammala pallida sotto il raggio estivo; Eppure qui il contento ha fissato il suo regno sorridente Con l'indipendenza, figlia dell'alto sdegno.”

Spero di non aver bisogno di dire che ho citato questi versi con il solo scopo di far comprendere appieno il mio significato. È da rammaricarsi che il signor Wordsworth non abbia ripubblicato queste due poesie per intero.]

[Nota 22: Ciò si ottiene o dando a una parola un uso generale e all'altra uno esclusivo; come “porre sul dorso” e “girare”; o mediante un'effettiva distinzione di significati, come “naturalista” e “medico”; o mediante la differenza di relazione, come “Io” e “Me” (che i rustici delle nostre diverse province usano ancora in tutti i casi singolari del primo pronome personale). Persino la mera differenza, o corruzione, nella pronuncia della stessa parola, se è diventata generale, produrrà una nuova parola con una significazione distinta; così “proprietà” e “convenienza”; quest'ultima delle quali, fino al tempo di Carlo II, era la parola scritta per tutti i sensi di entrambe. Esiste una sorta di immortale minimo tra gli animalcula infusoria, che non ha naturalmente né nascita né morte, né inizio assoluto né fine assoluta: poiché a un certo periodo appare un piccolo punto sul suo dorso, che si approfondisce e si allunga finché la creatura si divide in due, e lo stesso processo ricomincia in ciascuna delle metà ora divenute integrali. Questo può essere un emblema fantasioso, ma non è affatto un cattivo emblema della formazione delle parole, e può facilitare la concezione di come un'immensa nomenclatura possa essere organizzata a partire da pochi suoni semplici da parte di esseri razionali in uno stato sociale. Poiché ogni nuova applicazione, o eccitazione dello stesso suono, richiamerà una sensazione diversa, il che non può non influenzare la pronuncia. I ricordi successivi del suono, senza la stessa sensazione vivida, la modificheranno ulteriormente finché alla fine ogni traccia della somiglianza originale non sarà consumata.]

[Nota 23: Avrei dovuto aggiungere, con l'eccezione di un singolo foglio che ho incontrato accidentalmente presso lo stampatore. Anche da questo scarso esempio, ho trovato impossibile dubitare del talento, o non ammirare l'ingegnosità dell'autore. Che le sue distinzioni fossero per la maggior parte insoddisfacenti per la mia mente, non prova nulla contro la loro accuratezza; ma potrebbe forse essergli utile, in caso di una seconda edizione, se colgo questa opportunità per suggerire il quesito: se non sia stato occasionalmente fuorviato dall'aver dato per scontata, come a me pare aver fatto, l'inesistenza di sinonimi assoluti nella nostra lingua? Ora non posso fare a meno di pensare che ce ne siano molti che restano da distinguere e appropriare per i nostri posteri, e che considero come tanta ricchezza reversibile nella nostra lingua madre. Quando due significati distinti sono confusi sotto una o più parole--(e tale deve essere il caso, tanto certo quanto la nostra conoscenza è progressiva e di conseguenza imperfetta)--saranno tratte conseguenze erronee, e ciò che è vero in un senso della parola sarà affermato come vero in toto. Gli uomini di ricerca, allarmati dalle conseguenze, cercano nelle cose stesse--(sia dentro che fuori dalla mente)--una conoscenza del fatto, e avendo scoperto la differenza, rimuovono l'equivoco o mediante la sostituzione di una nuova parola, o mediante l'appropriazione di una delle due o più parole che prima erano state usate promiscuamente. Quando questa distinzione è stata così naturalizzata e ha avuto una tale diffusione generale che la lingua pensa per noi--(come il regolo calcolatore che è il sostituto sicuro del meccanico per la conoscenza aritmetica)--diciamo allora che è evidente al senso comune. Il senso comune, pertanto, differisce in epoche diverse. Ciò che è nato e battezzato nelle Scuole passa a poco a poco nel mondo in generale, e diventa proprietà del mercato e del tavolo da tè. Almeno non riesco a scoprire nessun altro significato del termine, senso comune, se deve veicolare una differenza specifica dal senso e dal giudizio in genere, e dove non è usato scolasticamente per la ragione universale. Così, durante il regno di Carlo II, il mondo filosofico fu chiamato alle armi dai sofismi morali di Hobbes, e gli scrittori più abili si sforzarono di individuare un errore che uno scolaretto oggi sarebbe in grado di confutare con il semplice ricordo che costrizione e obbligo veicolavano due idee perfettamente disparate, e che ciò che apparteneva all'uno era stato falsamente trasferito all'altro per una mera confusione di termini.]

[Nota 24: Qui uso la parola idea nel senso del signor Hume a causa della sua diffusione generale tra i metafisici inglesi; sebbene contro il mio stesso giudizio, poiché credo che l'uso vago di questa parola sia stato la causa di molto errore e di più confusione. La parola, idea, nel suo senso originale come usato da Pindaro, Aristofane e nel Vangelo di San Matteo, rappresentava l'astrazione visiva di un oggetto distante, quando vediamo il tutto senza distinguere le sue parti. Platone la adottò come termine tecnico, e come antitesi a eidolon, o immagine sensibile; l'emblema transitorio e deperibile, o parola mentale, dell'idea. Le idee stesse egli le considerava come poteri misteriosi, viventi, seminali, formativi ed esenti dal tempo. In questo senso la parola Idea divenne proprietà della scuola platonica; e raramente ricorre in Aristotele senza una frase aggiunta come secondo Platone, o come dice Platone. I nostri scrittori inglesi fino alla fine del regno di Carlo II o poco oltre, la impiegavano o nel senso originale, o platonicamente, o in un senso quasi corrispondente al nostro uso attuale del sostantivo, Ideale; sempre tuttavia opponendola, più o meno, all'immagine, sia di oggetti presenti che assenti. Il lettore non sarà dispiaciuto della seguente interessante esemplificazione del Vescovo Jeremy Taylor. “San Luigi il Re inviò Ivo Vescovo di Chartres in ambasciata, e egli raccontò di aver incontrato lungo la via una matrona grave e maestosa con un incensiere di fuoco in una mano e un vaso d'acqua nell'altra; e osservandola avere un portamento e uno sguardo malinconico, religioso e fantastico, le chiese cosa significassero quei simboli, e cosa intendesse fare col suo fuoco e la sua acqua; ella rispose: Il mio proposito è con il fuoco bruciare il paradiso, e con la mia acqua spegnere le fiamme dell'inferno, affinché gli uomini possano servire Dio puramente per l'amore di Dio. Ma incontriamo raramente spiriti che amano la virtù così metafisicamente da astrarla da tutte le composizioni sensibili, e amare la purezza dell'idea.” Cartesio avendo introdotto nella sua filosofia l'ipotesi fantasiosa delle idee materiali, o certe configurazioni del cervello, che erano come tante matrici per gli influssi del mondo esterno--Locke adottò il termine, ma ne estese la significazione a qualunque cosa sia l'oggetto immediato dell'attenzione o della coscienza della mente. Hume, distinguendo quelle rappresentazioni che sono accompagnate da un senso di un oggetto presente da quelle riprodotte dalla mente stessa, designò le prime con impressioni, e limitò la parola idea alle seconde.]

[Nota 25: Sono consapevole che questa parola non ricorre né nel Dizionario di Johnson né in alcuno scrittore classico. Ma la parola, intendere, che Newton e altri prima di lui impiegano in questo senso, è ora così completamente appropriata a un altro significato che non ho potuto usarla senza ambiguità: mentre parafrasare il senso, come con rendere intenso, spezzerebbe spesso la frase e distruggerebbe quell'armonia della posizione delle parole con la posizione logica dei pensieri, che è una bellezza in ogni composizione, e tanto più desiderabile in un'indagine filosofica rigorosa. Ho quindi azzardato la parola, intensificare: sebbene, confesso, suoni sgradevole al mio stesso orecchio.]

[Nota 26: E i Presuntuosi vincono Berkeley con un sogghigno.]

[Nota 27: Videlicet; Quantità, Qualità, Relazione e Modo, ognuna consistente in tre suddivisioni. Vedi Kritik der reinen Vernunft. Vedi anche le giudiziose osservazioni su Locke e Hume.]

[Nota 28: San Luca x. 21.]

[Nota 29: Un indiano americano con poca varietà di immagini, e una scorta di linguaggio ancora più scarsa, è obbligato a volgere le sue poche parole a molti scopi, mediante somiglianze così chiare e analogie così remote da dare al suo linguaggio l'apparenza e il carattere della poesia lirica intervallata da grotteschi. Qualcosa non dissimile da questo fu il caso di uomini come Behmen e Fox riguardo alla Bibbia. Era il loro unico arsenale di espressioni, il loro unico organo di pensiero.]

[Nota 30: Il seguente burlesque sull'Egoismo fichtiano potrà, forse, essere divertente per i pochi che hanno studiato il sistema, e per coloro che non ne hanno familiarità, potrà trasmettere una somiglianza tollerabile dell'idealismo di Fichte come ci si può aspettare da una caricatura dichiarata.

L'Imperativo Categorico, o l'annunciazione del nuovo Dio Teutonico, EGOENKAIPAN: un'ode ditirambica, di QUERKOPF VON KLUBSTICK, Grammatico, e Subrettore in Ginnasio.

Eu! Dei vices gerens, ipse Divus, (Parla inglese, Amico!) il Dio Imperativus, Qui su questa croce di mercato ad alta voce grido: Io, Io, Io! Io stesso Io! La forma e la sostanza, il che e il perché, Il quando e il dove, e il basso e l'alto, L'interno e l'esterno, la terra e il cielo, Io, tu e lui, e lui, tu e io, Tutte le anime e tutti i corpi sono Io stesso Io! Tutto Io stesso Io! (Sciocchi! tregua con questo iniziare!) Tutto il mio Io! tutto il mio Io! È un cane eretico chi aggiunge solo Betty Martin! Così gridò il Dio con tono alto e imperiale; In veste di stato più rigido, che scherniva la bellezza, Un pronome-verbo imperativo egli risplendeva-- Poi sostantivo e plurale-singolare divenuto Egli così parlò! Mirate in Io solo (Poiché l'etica vanta una sintassi tutta sua) O se in voi, tuttavia come Io vi deputo, In O! Io, voi, il vocativo del dovere! Io del Lessico intero del mondo la radice! Di tutto l'universo di tatto, suono, vista Il genitivo e l'ablativo per giunta: L'accusativo del torto, il nominativo del giusto, E in tutti i casi il caso assoluto! Auto-costruito, io declino tutti gli altri modi: Imperativo, dal nulla noi ci deriviamo; Eppure come un super-postulato mio, Precedenza non costruita io assegno A X, Y, Z, il Dio Infinitivus!]

[Nota 31: Sarebbe un atto di alta e quasi criminale ingiustizia passare sotto silenzio il nome del signor Richard Saumarez, un gentiluomo ugualmente ben noto come medico e come filantropo, ma che richiede attenzione in questa occasione come autore di “A new System of Physiology” in due volumi in ottavo, pubblicato nel 1797; e nel 1812 di “An Examination of the natural and artificial Systems of Philosophy which now prevail” in un volume in ottavo, intitolato, “The Principles of physiological and physical Science.” Quest'ultima opera non è del tutto uguale alla prima per stile o disposizione; ed è maggiore la necessità di distinguere i principi della filosofia dell'autore dalle sue congetture riguardanti il colore, la materia atmosferica, le comete, ecc. che, giuste o erronee che siano, non sono affatto conseguenze necessarie di quella filosofia. Eppure anche in questo dipartimento di questo volume, che considero l'opera comparativamente inferiore, i ragionamenti mediante i quali il signor Saumarez invalida l'immanenza di un potere infinito in qualsiasi sostanza finita sono prole di nessuna mente comune; e l'esperimento sull'espandibilità dell'aria è almeno plausibile e altamente ingegnoso. Ma il merito, che assicurerà sia al libro che allo scrittore un nome alto e onorevole presso i posteri, consiste nella maestosa forza di ragionamento, e nella copiosità di induzione, con cui ha assalito, e (a mio avviso) sovvertito la tirannia del sistema meccanico in fisiologia; stabilito non solo l'esistenza di cause finali, ma la loro necessità ed efficienza per ogni sistema che meriti il nome di filosofico; e, sostituendo la vita e il potere progressivo alla forza inerte contraddittoria, ha il diritto di essere conosciuto e ricordato come il primo instauratore della filosofia dinamica in Inghilterra. Le vedute dell'autore, per quanto lo riguarda, sono non prese in prestito e completamente sue, poiché non possedeva, né i suoi scritti scoprono, la minima conoscenza delle opere di Kant, in cui esistono i germi della filosofia: e i suoi volumi furono pubblicati molti anni prima del pieno sviluppo di questi germi da parte di Schelling. L'individuazione del sistema browniano da parte del signor Saumarez non fu un servizio leggero o ordinario all'epoca; e difficilmente ricordo in qualsiasi opera su qualsiasi argomento una confutazione così perfettamente soddisfacente. È sufficiente in questo momento aver dichiarato il fatto; poiché nella prefazione al lavoro, che ho già annunciato sul Logos, ho esposto in dettaglio i meriti di questo scrittore, e genuino filosofo, che aveva solo bisogno di aver preso le sue fondamenta un po' più in profondità e più ampiamente per aver superato una parte considerevole delle mie fatiche.]

[Nota 32: Se non fosse per svariate note su Shakespeare e altri scritti che mi sono capitati tra le mani, avrei ritenuto non necessario osservare che il termine discorso qui, o altrove, non significa ciò che oggi chiamiamo discorrere, bensì la discorsività della mente, i processi di generalizzazione e sussunzione, di deduzione e conclusione. Così, la Filosofia è stata finora discorsiva; mentre la Geometria è sempre ed essenzialmente intuitiva.]

[Nota 33: Rivelazione xx. 3.]

[Nota 34: Si veda Laing, History of Scotland; i bardi, le ballate, ecc. di Walter Scott.]

[Nota 35: Così l'organizzazione e il moto sono considerati come derivanti da Dio, non in Dio.]

[Nota 36: Giobbe, cap. xxviii.]

[Nota 37: Ovunque A=B e A non=B siano parimenti dimostrabili, la premessa in ciascun caso innegabile, l'induzione evidente e la conclusione legittima, il risultato deve essere che o i contrari possono essere entrambi veri (il che è assurdo), o che la facoltà e le forme di ragionamento impiegate sono inapplicabili al soggetto, cioè che vi è una metabasis eis allo genos. Così, gli attributi di Spazio e tempo applicati allo Spirito sono eterogenei; e la prova di ciò è che, ammettendoli, esplicitamente o implicitamente, si possono dimostrare veri dei contrari, cioè che la stessa cosa, presa nello stesso senso, è vera e non vera. Che il mondo abbia avuto un inizio nel Tempo e un confine nello Spazio, e Che il mondo non abbia avuto un inizio e non abbia limiti; Che un atto auto-originate sia, e non sia possibile, ne sono esempi.]

[Nota 38: A coloro che intendono acquisire la lingua di un paese nel paese stesso, può essere utile se accenno al vantaggio incalcolabile che ho tratto dall'imparare tutte le parole, che potevano essere così apprese, con gli oggetti davanti a me e senza l'intermediazione dei termini inglesi. Era una parte regolare dei miei studi mattutini per le prime sei settimane del mio soggiorno a Ratzeburg accompagnare il buono e gentile vecchio pastore, presso il quale vivevo, dalla cantina al tetto, attraverso giardini, aie, ecc., e chiamare ogni cosa, anche la più minuta, con il suo nome tedesco. Annunci, farse, libri di barzellette e la conversazione dei bambini mentre giocavo con loro hanno contribuito alla mia conoscenza della lingua in modo più familiare di quanto avrei potuto acquisire solo con opere di letteratura colta, o persino dalla società colta. Vi è un passo di sano buon senso nella Lettera tedesca di Lutero sull'interpretazione, alla cui traduzione premetterò, per amore di coloro che leggono il tedesco, ma che difficilmente avranno consultato spesso i massicci in-folio di questo eroico riformatore, le parole semplici, nervose e idiomatiche dell'originale. “Denn man muss nicht die Buchstaben in der Lateinischen Sprache fragen wie man soll Deutsch reden: sondern man muss die Mutter in Hause, die Kinder auf den Gassen, den gemeinen Mann auf dem Markte, darum fragen: und denselbigen auf das Maul sehen wie sie reden, und darnach dolmetschen. So verstehen sie es denn, und merken dass man Deutsch mit ihnen redet.”

TRADUZIONE:

Poiché non si devono interrogare le lettere nella lingua latina su come si debba parlare tedesco; ma bisogna chiederlo alla madre in casa, ai bambini nelle strade e nei vicoli, all'uomo comune al mercato; sì, e guardare il movimento delle loro bocche mentre parlano, e in seguito interpretare. Allora ti capiscono e notano che si parla tedesco con loro.]

[Nota 39: Questa parafrasi, scritta all'epoca di Carlo Magno, non è affatto priva di passaggi occasionali di considerevole merito poetico. Vi è una fluidità e un tenero entusiasmo nelle seguenti righe (alla conclusione del Capitolo XI) che, anche nella traduzione, non mancheranno, mi lusingo, di interessare il lettore. Ottfried sta descrivendo le circostanze immediatamente successive alla nascita del nostro Signore.

Offrì con gioia il seno verginale; Non lo nascose, scoprì il petto, Che allattò quel bimbo divinissimo! Benedetti, benedetti furono i seni Che il Salvatore infante baciò; E benedetta, benedetta fu la madre Che avvolse le sue membra in fasce, Cantando lo pose sul suo grembo, Si chinò su di lui con i suoi sguardi d'amore, E lo calmò con un moto cullante. Benedetta; poiché lo riparò Dall'aria umida e gelida; Benedetta, benedetta! poiché giacque Con un tal bimbo in un letto benedetto, Vicini come giacciono bimbi e madri! Benedetta, benedetta in eterno, Con le sue labbra verginali baciò, Con le sue braccia, e al suo seno Abbracciò il bimbo divino, Il suo bimbo divino la madre vergine! Non vive su questo anello di terra Un mortale, che possa cantare la sua lode. Potente madre, vergine pura, Nell'oscurità e nella notte Per noi ella partorì il Signore celeste!

È oltremodo interessante considerare l'effetto quando i sentimenti sono elevati oltre la misura naturale dalla credenza in qualcosa di misterioso, mentre tutte le immagini sono puramente naturali. È allora che la religione e la poesia colpiscono più a fondo.]

[Nota 40: Lord Grenville ha recentemente riaffermato (nella Camera dei Lord) l'imminente pericolo di una rivoluzione nella prima parte della guerra contro la Francia. Non dubito che il suo Lordship sia sincero; e deve essere lusinghiero per i suoi sentimenti crederlo. Ma dove sono le prove del pericolo, alle quali un futuro storico può appellarsi? O deve basarsi su un'asserzione? Mi sia permesso di estrarre un passaggio sull'argomento da The Friend. “Ho detto che per resistere agli argomenti degli illegali, gli anti-giacobini proposero di sospendere la legge, e mediante l'interposizione di un particolare statuto di eclissare la benedetta luce del sole universale, affinché spie e informatori potessero tiranneggiare e sfuggire nell'oscurità minacciosa. Oh! se questi uomini ingannati, inebriati dall'allarme e sbigottiti da quel panico della proprietà, di cui essi stessi furono i principali agenti nell'eccitare, avessero mai vissuto in un paese dove esistesse davvero una disposizione generale al cambiamento e alla ribellione! Se avessero mai viaggiato attraverso la Sicilia; o attraverso la Francia al primo sopraggiungere della rivoluzione; o persino, ahimè!, attraverso troppe province di un'isola sorella; non avrebbero potuto fare a meno di ritrarsi dalle loro stesse dichiarazioni riguardanti lo stato d'animo e l'opinione a quel tempo predominanti in tutta la Gran Bretagna. Ci fu un tempo (che il Cielo conceda che quel tempo sia passato!) in cui, attraversando uno stretto braccio di mare, avrebbero potuto apprendere i veri sintomi dell'avvicinarsi del pericolo, ed essersi assicurati dal confondere le riunioni e le oziose invettive di tale sedizione, che si ritraeva atterrita alla vista di un agente di polizia, con il tetro mormorio e la strana costernazione che precede la tempesta o il terremoto della discordia nazionale. Non solo nei caffè e nei teatri pubblici, ma persino alle mense dei ricchi, avrebbero sentito i sostenitori dell'attuale Governo difendere la loro causa nel linguaggio e con il tono di uomini, che sono consapevoli di essere in minoranza. Ma in Inghilterra, quando l'allarme era al suo culmine, non c'era città, no, non c'era paese o villaggio in cui un uomo sospettato di nutrire principi democratici potesse muoversi senza ricevere qualche sgradevole prova dell'odio in cui le sue presunte opinioni erano tenute dalla grande maggioranza del popolo; e gli unici casi di eccesso popolare e indignazione erano dalla parte del governo e della chiesa stabilita. Ma perché dovrei fare appello a questi fatti invidiosi? Sfoglia le pagine della storia e cerca un solo esempio di rivoluzione compiuta senza il concorso dei nobili, degli ecclesiastici o delle classi abbienti, in qualsiasi paese in cui le influenze della proprietà fossero state predominanti, e dove gli interessi dei proprietari fossero interconnessi! Esamina la rivoluzione delle province belghe sotto Filippo II; le guerre civili di Francia nella generazione precedente; la storia della rivoluzione americana, o i fatti ancora più recenti in Svezia e in Spagna; e sarà difficilmente possibile non scorgere che in Inghilterra dal 1791 alla pace di Amiens non vi furono né tendenze alla confederazione né confederazioni reali, contro le quali le leggi vigenti non avessero fornito sia sufficienti salvaguardie che una pena ampia. Ma ahimè! il panico della proprietà era stato colpito in prima istanza per scopi di partito; e quando divenne generale, i suoi propagatori ne furono colpiti essi stessi e finirono col credere alla propria menzogna; proprio come i nostri tori a Borrowdale corrono talvolta impazziti per l'eco del loro stesso muggito. Le conseguenze furono oltremodo dannose. La nostra attenzione fu concentrata su un mostro, che non poteva sopravvivere alle convulsioni in cui era stato partorito; persino l'illuminato Burke stesso parlava e ragionava troppo spesso come se un'anarchia perpetua e organizzata fosse stata una cosa possibile! Così, mentre guerreggiavamo contro le dottrine francesi, prestammo poca attenzione al fatto che i mezzi con cui tentavamo di abbatterle non avrebbero potuto aiutare e accrescere il ben più formidabile male dell'ambizione francese. Come bambini, scappammo dall'abbaiare di un cagnaccio e ci rifugiammo ai talloni di un vizioso cavallo da guerra.” (Vol. II. Saggio i. p. 21, 4ª ed.)]

[Nota 41: Raramente penso all'assassinio di questo illustre Principe senza ricordare le righe di Valerio Flacco:

------super ipsius ingens Instat fama viri, virtusque haud laeta tyranno; Ergo anteire metus, juvenemque exstinguere pergit. Argonaut, I. 29.]

[Nota 42: --

Theara de kai ton chaena kai taen dorkada, Kai ton lagoon, kai to ton tauron genos. Manuele File, De Animal. Proprietat. sez. I. i. 12.]

[Nota 43: Paradiso Riconquistato. Libro IV. r. 261.]

[Nota 44: Vita e Costumi di Dante.]

[Nota 45: TRADUZIONE: “Con la massima sollecitudine possibile evita di scrivere. Troppo presto o smodatamente impiegata, rende la testa vuota e il cuore arido; anche se non vi fossero altre conseguenze peggiori. Una persona, che legge solo per stampare, con ogni probabilità legge male; e chi invia attraverso la penna e la stampa ogni pensiero, nel momento in cui gli viene in mente, in breve tempo li avrà inviati tutti via, e diventerà un mero operaio della tipografia, un compositore.”

A cui posso aggiungere da parte mia che ciò che i fisiologi medici affermano di certe secrezioni si applica ugualmente ai nostri pensieri; anch'essi devono essere riassorbiti nella circolazione e ri-secreti più e più volte per garantire un vigore salutare, sia alla mente che alla sua progenie intellettuale.]

[Nota 46: Questa distinzione tra trascendentale e trascendente è osservata dai nostri teologi e filosofi più antichi, ogni volta che si esprimono scolasticamente. Il Dr. Johnson ha effettivamente confuso le due parole; ma le sue stesse autorità non lo supportano. Di questo celebre dizionario azzarderò a osservare, una volta per tutte, che sospetterei dell'uomo di indole torva che ne parlasse senza rispetto e gratitudine come di un libro molto istruttivo e divertente, e finora, sfortunatamente, un libro indispensabile; ma confesso che sarei sorpreso di sentire da uno studioso filosofico e profondo altro che lodi molto qualificate, in quanto dizionario. Non mi riferisco ora al numero di parole autentiche omesse; poiché questo è (e forse in misura maggiore) vero, come ha notato il sig. Wakefield, dei nostri migliori Lessici greci, e questo anche dopo le successive fatiche di tanti giganti dell'apprendimento. Mi riferisco attualmente sia alle omissioni che alle commissioni di natura più importante. Quali esse siano, me saltem judice, saranno esposte per esteso in The Friend, ripubblicato e completato.

Non avevo mai sentito parlare della corrispondenza tra Wakefield e Fox finché non ne ho visto il resoconto questa mattina (16 settembre 1815) nel Monthly Review. Non sono stato poco gratificato nel trovare che il sig. Wakefield si era proposto quasi lo stesso piano per un dizionario greco-inglese che io avevo formato, e iniziato a eseguire, dieci anni fa. Ma molto, molto più addolorato sono che non sia vissuto per completarlo. Non posso fare a meno di pensare che sia un soggetto di gravissimo rimpanto che la stessa ingente spesa, che ora viene impiegata nella ripubblicazione dello STEPHANUS aumentato, non sia stata applicata a un nuovo Lessico su un piano più filosofico, con i sinonimi inglesi, tedeschi e francesi oltre a quelli latini. In quasi ogni caso il preciso significato individuale potrebbe essere reso con una parola inglese o tedesca; mentre in latino dobbiamo troppo spesso accontentarci di un termine meramente generale e inclusivo. Come può essere altrimenti, del resto, quando tentiamo di rendere la lingua più copiosa del mondo, la più ammirevole per la finezza delle sue distinzioni, in una delle lingue più povere e vaghe? Soprattutto quando riflettiamo sul numero comparativo delle opere, ancora esistenti, scritte mentre il greco e il latino erano lingue vive. Se mi si chiedesse cosa ritengo il beneficio più grande e più puro che un individuo facoltoso, o un'associazione di individui facoltosi, potrebbe conferire al proprio paese e all'umanità, non esiterei a rispondere: “un dizionario filosofico inglese; con i sinonimi greci, latini, tedeschi, francesi, spagnoli e italiani, e con indici corrispondenti.” Che le lingue dotte potrebbero così essere acquisite, meglio, nella metà del tempo, è solo una parte, e non la più importante, dei vantaggi che deriverebbero da un'opera simile. Oh! se fosse permesso dalla Provvidenza che, senza detrimento alla libertà e all'indipendenza, il nostro governo potesse essere messo in grado di diventare qualcosa di più di un comitato per la guerra e le entrate! C'era un tempo in cui tutto doveva essere fatto dal Governo. Non siamo forse volati all'estremo opposto?]

[Nota 47: Aprile 1825. Se non lo vedessi con i miei occhi, non crederei di essere stato colpevole di così tanti strafalcioni idrostatici come quelli che muggiscono in questa infelice allegoria o serie di metafore! Come un fiume potesse viaggiare in salita da una valle molto interna, oltre le montagne intermedie, Morfeo, il tessitore di sogni, può solo scioglierlo. Sono vergognoso e umiliato. S. T. Coleridge.]

[Nota 48: Enneadi, III. 8. 3. La forza del greco sunienai è imperfettamente espressa da “intendere”; la nostra espressione idiomatica “andare d'accordo con me” vi si avvicina di più. Il passaggio che segue, pieno di senso profondo, mi appare evidentemente corrotto; e infatti nessuno scrittore ha più bisogno, merita di meglio, o è meno probabile che ottenga, una nuova e più corretta edizione: ti oun sunienai; oti to genomenon esti theama emon, siopaesis (mallem, theama, emon sioposaes,) kai physei genomenon theoraema, kai moi genomenae ek theorias taes odi, taen physin echein philotheamona uparkei. (mallem, kai moi hae genomenae ek theorias autaes odis). “Che cosa dobbiamo dunque intendere? Che tutto ciò che è prodotto è un'intuizione, io silenzioso; e ciò che è così generato è per sua natura un teorema, o forma di contemplazione; e la nascita, che deriva a me da questa contemplazione, giunge ad avere una natura contemplativa.” Così Sinesio:

‘Odis hiera ‘Arraeta gona

Il paragone successivo del processo della natura naturans con quello del geometra è tratto dal cuore stesso della filosofia.]

[Nota 49: Questo è felicemente effettuato in tre righe da Sinesio, nel suo TERZO INNO:

‘En kai Pan’ta (preso di per sé) è Spinozismo. ‘En d’ ’Apan’ton è una mera Anima Mundi. ‘En te pro panton è Teismo meccanico.

Ma unisci tutti e tre, e il risultato è il Teismo di San Paolo e del Cristianesimo. Sinesio fu censurato per la sua dottrina della preesistenza dell'anima; ma mai, che io sappia, accusato o ritenuto eretico per il suo Panteismo, sebbene né Giordano Bruno né Jacob Behmen lo abbiano mai professato più apertamente.

Mystas de Noos, Ta te kai ta legei, Buthon arraeton Amphichoreuon. Su to tikton ephus, Su to tiktomenon; Su to photizon, Su to lampomenon; Su to phainomenon, Su to kryptomenon Idiais augais. ‘En kai panta, ‘En kath’ heauto, Kai dia panton.

Il Panteismo non è quindi necessariamente irreligioso o eretico; sebbene possa essere insegnato in modo ateistico. Così Spinoza concorderebbe con Sinesio nel chiamare Dio Physis en Noerois, la Natura nelle Intelligenze; ma non potrebbe sottoscrivere il precedente Nous kai noeros, cioè Egli stesso Intelligenza e intelligente.

In questo schizzo biografico della mia vita letteraria posso essere scusato, se menziono qui, che avevo tradotto gli otto Inni di Sinesio dal greco in anacreontiche inglesi prima del mio quindicesimo anno.]

[Nota 50: Si veda Schell. Abhandl. zur Erlaeuter. des Id. der Wissenschafslehre.]

[Nota 51: Des Cartes, Diss. de Methodo.]

[Nota 52: L'impossibilità di una cosa assoluta (substantia unica) in quanto né genere, né specie, né individuo: così come la sua totale inidoneità alla posizione fondamentale di un sistema filosofico, sarà dimostrata nella critica sullo Spinozismo nel quinto trattato della mia Logosophia.]

[Nota 53: È degno di nota che nella prima rivelazione di se stesso, non limitata agli individui; anzi nella primissima rivelazione del suo essere assoluto, Geova rivelò allo stesso tempo la verità fondamentale di tutta la filosofia, che deve iniziare con l'assoluto o non avere un inizio fisso; cioè, cessare di essere filosofia. Non posso fare a meno di esprimere il mio rincrescimento che, nell'uso equivoco della parola that (che), per in that (in quanto), o because (poiché), la nostra mirabile versione abbia reso il passaggio suscettibile di un'interpretazione degradata nella mente dei comuni lettori o ascoltatori, come se fosse un mero rimprovero a una domanda impertinente, Io sono ciò che sono, che potrebbe essere ugualmente affermato di se stesso da qualsiasi essere esistente.

Il Cogito ergo sum cartesiano è discutibile, perché o il Cogito è usato extra gradum, e allora è coinvolto nel sum ed è tautologico; o è preso come un modo o dignità particolare, e allora è subordinato al sum come la specie al genere, o meglio come una modificazione particolare al soggetto modificato; e non pre-ordinato come sembrano richiedere gli argomenti. Poiché Cogito è Sum Cogitans. Questo è chiaro dall'inconsistenza del converso. Cogitat, ergo est è vero, perché è una mera applicazione della regola logica: Quicquid in genere est, est et in specie. Est (cogitans), ergo est. È un ciliegio; dunque è un albero. Ma est ergo cogitat è illogico: perché quod est in specie, non NECESSARIO in genere est. Può essere vero. Ritengo vero che quicquid vere est, est per veram sui affirmationem; ma è una verità derivata, non immediata. Qui dunque abbiamo, per anticipazione, la distinzione tra l'Io finito condizionato! (che, come noto nella coscienza distinta per occasione dell'esperienza, è chiamato dai seguaci di Kant l'empirico!) e l'Io SONO assoluto, e parimenti la dipendenza o meglio l'inerenza del primo nel secondo; nel quale “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, come afferma divinamente San Paolo, differendo ampiamente dai Teisti della scuola meccanica (come Sir J. Newton, Locke e altri) che devono dire da chi abbiamo avuto l'essere, e con esso la vita e i poteri della vita.]

[Nota 54: TRADUZIONE. “Di qui è chiaro, per quale causa molti rifiutino la nozione del continuo e dell'infinito. Essi prendono, cioè, le parole irrepresentabile e impossibile in uno e lo stesso significato; e, secondo le forme dell'evidenza sensibile, la nozione del continuo e dell'infinito è senza dubbio impossibile. Non sto ora sostenendo la causa di queste leggi, che non poche scuole hanno ritenuto opportuno confutare, specialmente la prima (la legge di continuità). Ma è di somma importanza ammonire il lettore che coloro, i quali adottano un modo così pervertito di ragionare, sono in un grave errore. Tutto ciò che si oppone ai principi formali dell'intelletto e della ragione è per ammissione impossibile; ma non per questo ciò che, non essendo quindi soggetto alle forme dell'evidenza sensibile, è esclusivamente un oggetto di puro intelletto. Poiché questa non coincidenza del sensibile e dell'intellettuale (la cui natura esporrò tra breve) non prova nient'altro che la mente non può sempre rappresentare adeguatamente al concreto, e trasformare in immagini distinte, nozioni astratte derivate dal puro intelletto. Ma questa contraddizione, che è di per sé meramente soggettiva (cioè un'incapacità nella natura dell'uomo), passa troppo spesso per un'incongruenza o impossibilità nell'oggetto (cioè le nozioni stesse), e seduce gli incauti a scambiare le limitazioni delle facoltà umane per i limiti delle cose, come realmente esistono.”]

Colgo l’occasione per osservare che qui e altrove Kant usa il termine intuizione, e il verbo attivo (intueri, in tedesco anschauen), per il quale purtroppo non abbiamo una parola corrispondente, esclusivamente per ciò che può essere rappresentato nello spazio e nel tempo. Egli dunque coerentemente e giustamente nega la possibilità di intuizioni intellettuali. Ma poiché non vedo alcuna ragione adeguata per questo senso esclusivo del termine, sono tornato al suo significato più ampio, autorizzato dai nostri antichi teologi e metafisici, secondo i quali il termine comprende tutte le verità a noi note senza un mezzo.

Dal trattato di Kant De mundi sensibilis et intelligibilis forma et principiis. 1770.]

[Nota 55: Franc. Baconis de Verulam, NOVUM ORGANUM.]

[Nota 56: Questa espressione, a priori, è comunemente e grossolanamente fraintesa, e le viene addossata un'assurdità che non merita. Con conoscenza a priori, non intendiamo che possiamo conoscere qualcosa prima dell'esperienza, il che sarebbe una contraddizione in termini; ma che, avendola una volta conosciuta in occasione dell'esperienza (cioè qualcosa che agisce su di noi dall'esterno), sappiamo allora che essa deve essere esistita, altrimenti l'esperienza stessa sarebbe stata impossibile. Solo ora, per esperienza, so di avere degli occhi; ma poi la mia ragione mi convince che devo aver avuto degli occhi per poter fare tale esperienza.]

[Nota 57: Jer. Taylor, Via Pacis.]

[Nota 58: Par. Lost. Libro V. I. 469.]

[Nota 59: Leibnitz. Op. T. II. P. II. p. 53.--T. III. p. 321.]

[Nota 60: Synesii Episcop. Hymn. III. I. 231]

[Nota 61: ‘Anaer morionous, una frase che ho preso in prestito da un monaco greco, il quale la applica a un Patriarca di Costantinopoli. Avrei potuto dire di averla recuperata, piuttosto che presa in prestito: poiché sembra appartenere a Shakespeare, de jure singulari, et ex privilegio naturae.]

[Nota 62: Pubblicato per la prima volta nel 1803.]

[Nota 63: Questi pensieri mi sono stati suggeriti durante la lettura dei Madrigali di Giovambatista Strozzi pubblicati a Firenze nel maggio del 1593 dai suoi figli Lorenzo e Filippo Strozzi, con una dedica al loro zio paterno, il Signor Leone Strozzi, Generale delle battaglie di Santa Chiesa. Poiché non ricordo di aver visto né le poesie né il loro autore menzionati in alcuna opera inglese, né di averli trovati in nessuna delle comuni raccolte di poesia italiana; e poiché la piccola opera è rara, ne trascriverò alcuni esempi. Raramente ho incontrato composizioni che possedessero, secondo il mio sentire, una tale appagante integrità, una tale completa adeguatezza del modo alla materia che tanto ci incanta in Anacreonte, unita alla tenerezza e a più della delicatezza di Catullo. Per quanto siano inezie, furono probabilmente elaborate con grande cura; eppure, alla lettura, le attribuiamo a un'energia spontanea piuttosto che a uno sforzo volontario. Per un gusto colto c'è un piacere nella perfezione per se stessa, indipendentemente dal materiale in cui si manifesta, che nessuno se non un gusto colto può comprendere o apprezzare.

Dopo quanto ho esposto, sembrerebbe presunzione offrire una traduzione; anche se il tentativo non fosse scoraggiato dal diverso genio della mente e della lingua inglese, che richiede un corpo di pensiero più denso come condizione di una rifinitura elevata, rispetto all'italiano. Non posso fare a meno di considerare anche un vantaggio della lingua italiana, per molti altri aspetti inferiore alla nostra, il fatto che il linguaggio della poesia sia più distinto da quello della prosa rispetto a quanto avvenga da noi. A causa della precoce apparizione e della consolidata preminenza dei poeti toscani, in concomitanza con il numero di stati indipendenti e la diversità dei dialetti scritti, gli italiani hanno ottenuto un idioma poetico, come i greci prima di loro avevano ottenuto per le stesse cause con distinzioni maggiori e più varie, per esempio, lo ionico per i loro versi eroici; l'attico per il loro giambico; e i due modi del dorico per il lirico o sacerdotale, e il pastorale, le cui distinzioni erano senza dubbio più ovvie agli stessi greci che a noi.

Mi avventurerò ad aggiungere un'altra osservazione prima di procedere alla trascrizione. Sono consapevole che i sentimenti che ho professato riguardo ai punti di differenza tra la poesia dell'età presente e quella del periodo tra il 1500 e il 1650 sono l'opposto dell'opinione comunemente diffusa. Stavo conversando su questo argomento con un'amica, quando la domestica, una donna degna e sensibile, entrò, e le mostrai due incisioni, l'una una stampa rosata del giorno, l'altra una magistrale acquaforte di Salvator Rosa tratta da uno dei suoi stessi quadri. Pressandola a dirci quale preferisse, dopo un po' di rossore e agitazione, rispose: “Beh, quella, signore, di sicuro!” (indicando la merce delle stamperie di Fleet-street);--“è così pulita ed elegante. L'altra è una cosa così graffiata e sciatta.” Un artista, i cui scritti sono preziosi quasi quanto i suoi quadri, e alla cui autorità verrà concessa più deferenza di quanto io possa anche solo desiderare sia mostrata alla mia, ci ha detto, e anche per sua esperienza, che il buon gusto deve essere acquisito e, come tutte le altre cose buone, è il risultato della riflessione e dello studio sottomesso dei migliori modelli. Se viene chiesto: “Ma cosa dovrei considerare tale?”--la risposta è: presumi che siano i migliori quelli la cui reputazione è maturata in fama col consenso dei secoli. Perché la saggezza ha sempre una maggioranza finale, se non per convinzione, almeno per acquiescenza. Oltre a Sir J. Reynolds posso menzionare Harris di Salisbury, il quale in una delle sue dissertazioni filosofiche ha scritto sui mezzi per acquisire un gusto giusto con la precisione di Aristotele e l'eleganza di Quintiliano.

MADRIGALI.

Gelido suo ruscel chiaro, e tranquillo M’insegno Amor di state a mezzo’l giorno; Ardean le solve, ardean le piagge, e i colli. Ond’ io, ch’ al piu gran gielo ardo e sfavillo, Subito corsi; ma si puro adorno Girsene il vidi, che turbar no’l volli: Sol mi specchiava, e’n dolce ombrosa sponda Mi stava intento al mormorar dell’ onda.

Aure dell’ angoscioso viver mio Refrigerio soave, E dolce si, che piu non mi par grave Ne’l ardor, ne’l morir, anz’ il desio; Deh voil ghiaccio, e le nubi, e’l tempo rio Discacciatene omai, che londa chiara, E l’ombra non men cara A scherzare, a cantar per suoi boschetti, E prati festa et allegrezza alletti.

Pacifiche, ma spesso in amorosa Guerra co’fiori, e l’erba Alla stagione acerba Verdi insegne del giglio e della rosa, Movete, Aure, pian pian; che tregua o posa, Se non pace, io ritrove; E so ben dove:--Oh vago, a mansueto Sguardo, oh labbra d’ambrosia, oh rider, lieto!

Hor come un scoglio stassi, Hor come un rio se’n fugge, Ed hor crud’ orsa rugge, Hor canta angelo pio: ma che non fassi! E che non fammi, O sassi, O rivi, o belue, o Dii, questa mia vaga Non so, se ninfa, o magna, Non so, se donna, o Dea, Non so, se dolce o rea?

Piangendo mi baciaste, E ridendo il negaste: In doglia hebbivi pin, In festa hebbivi ria: Nacque gioia di pianti, Dolor di riso: O amanti Miseri, habbiate insieme Ognor paura e speme.

Bel Fior, tu mi rimembri La rugiadosa guancia del bet viso; E si vera l’assembri, Che’n te sovente, come in lei m’affiso: Et hor del vago riso, Hor del serene sguardo Io pur cieco riguardo. Ma qual fugge, O Rosa, il mattin lieve! E chi te, come neve, E’l mio cor teco, e la mia vita strugge!

Anna mia, Anna dolce, oh sempre nuovo E piu chiaro concento, Quanta dolcezza sento In sol Anna dicendo? Io mi pur pruovo, Ne qui tra noi ritruovo, Ne tra cieli armonia, Che del bel nome suo piu dolce sia: Altro il Cielo, altro Amore, Altro non suona l’Ecco del mio core.

Hor che’l prato, e la selva si scoiora, Al tuo serena ombroso Muovine, alto Riposo, Deh ch’io riposi una sol notte, un hora: Han le fere, e git augelli, ognun talora Ha qualche pace; io quando, Lasso! non vonne errando, E non piango, e non grido? e qual pur forte? Ma poiche, non sent’ egli, odine, Morte.

Risi e piansi d’Amor; ne pero mai Se non in fiamma, o’n onda, o’n vento scrissi Spesso msrce trovai Crudel; sempre in me morto, in altri vissi: Hor da’ piu scuri Abissi al ciel m’aizai, Hor ne pur caddi giuso; Stance al fin qui son chiuso.

[Nota 64: --

“L'ho misurato da una parte all'altra; È lungo tre piedi e largo due.”]

[Nota 65: --

“No, spremiti pure il cervello--è tutto vano, Ti dirò tutto quello che so; Ma al roveto, e allo stagno Che si trova poco più avanti, Vorrei che tu andassi: Forse, quando sarai sul posto, Potrai scorgere qualcosa della sua storia.

Ti darò il miglior aiuto possibile Prima che tu salga sulla montagna, Su fino alla desolata cima, Ti dirò tutto quello che so. Sono ormai circa ventidue anni Da quando lei (il suo nome è Martha Ray) Diede, con la vera buona volontà di una fanciulla, La sua compagnia a Stephen Hill; Ed era allegra e felice, Ed era felice, felice ancora Ogni volta che pensava a Stephen Hill.

E avevano fissato il giorno delle nozze, Il mattino che doveva sposarli entrambi Ma Stephen a un'altra fanciulla Aveva giurato un altro giuramento; E, con quest'altra fanciulla, in chiesa Lo spensierato Stephen andò-- Povera Martha! in quel giorno infausto Una fitta di spietato sgomento Fu inviata nella sua anima; Un fuoco si accese nel suo petto, Che non poteva consumarsi fino a trovare riposo.

Dicono, ben sei mesi dopo questo, Mentre ancora le foglie estive erano verdi, Che lei andasse sulla cima della montagna, E lì fosse spesso vista; Si dice che un bambino fosse nel suo grembo, Come ora era chiaro a ogni occhio; Era incinta, ed era pazza; Eppure spesso era sobriamente triste Per il suo immenso dolore. Oh me! diecimila volte preferirei Che fosse morto lui, quel padre crudele!]

[Nota 66: Non è un errore minore negli insegnanti, quanto un tormento per i poveri bambini, imporre la necessità di leggere come se parlassero. Per curarli dal cantilenare, come viene chiamato, cioè da una differenza troppo grande, il bambino viene fatto ripetere le parole con gli occhi staccati dal libro; e allora, in effetti, i suoi toni somigliano al parlare, per quanto le sue paure, lacrime e tremori glielo permettano. Ma non appena l'occhio viene nuovamente diretto alla pagina stampata, l'incantesimo ricomincia; poiché un senso istintivo comunica ai sentimenti del bambino che pronunciare i propri pensieri momentanei e recitare i pensieri scritti di un altro, come di un altro, e di gran lunga più saggio di lui, sono due cose ampiamente diverse; e poiché i due atti sono accompagnati da sentimenti ampiamente diversi, così devono giustificare diversi modi di enunciazione. Joseph Lancaster, tra le sue altre sofisticazioni dell'eccellente sistema dell'inestimabile Dr. Bell, cura questo difetto del cantilenare appendendo catene e ceppi al bambino, alla cui musica uno dei suoi compagni di scuola, che cammina davanti, canta dolentemente l'ultimo discorso e confessione del bambino, nascita, parentela ed educazione. E questa ignominia che intorpidisce l'anima, questo burlesco empio e indurente per il cuore sull'ultima tremenda inflizione della legge oltraggiata, nel pronunciare la sentenza per la quale il giudice severo e assuefatto non di rado scoppia in lacrime, è stata esaltata come un metodo felice e ingegnoso per rimediare--a cosa? e come?--beh, a un estremo per introdurne un altro, non meno distante dal buon senso, e certamente suscettibile di avere effetti morali peggiori, imponendo una parvenza di disinvoltura petulante e autosufficienza, nella repressione e possibile successiva perversione dei sentimenti naturali. Devo chiedere scusa al Dr. Bell per questa associazione dei due nomi, ma egli sa che il contrasto non è una causa di associazione meno potente della somiglianza.]

[Nota 67: Alterato dalla descrizione dell'Incubo (Night-Mair) nel REMORSE.

“Oh Cielo! era spaventoso! Ora correvo giù e venivo fissato da Forme orribili che non possono essere ricordate; Ora non vedendo nulla e non immaginando nulla; Ma solo avendo paura--soffocato dalla paura! Mentre ogni forma bella o familiare Aveva uno strano potere di spargere terrore intorno a me!”

N.B.--Sebbene Shakespeare abbia, per i suoi scopi giustificatori, introdotto l'Incubo (Night-Mare) con i suoi puledri, tuttavia Mair significa Sorella, o forse una Strega.]

[Nota 68: Ma ancor più dal sistema meccanico di filosofia che ha inutilmente infettato le nostre opinioni teologiche, e insegnandoci a considerare il mondo nella sua relazione con Dio, come quella di un edificio al suo muratore, lascia l'idea dell'onnipresenza una mera nozione astratta nella sala di rappresentanza della nostra ragione.]

[Nota 69: Come l'ingegnoso gentiluomo sotto l'influenza della Musa Tragica riuscì a slogare, “Le auguro il buongiorno, signore! Grazie, signore, e auguro lo stesso a lei,” in due versi eroici sciolti:--

A lei un mattino buono, buon signore! auguro. Lei, signore! ringrazio: a lei lo stesso auguro io.

In quelle parti delle opere di Mr. Wordsworth che ho studiato a fondo, trovo meno casi in cui questo sarebbe praticabile di quanti ne abbia incontrati in molte poesie, dove un'approssimazione alla prosa è stata scrupolosamente e per sistema evitata. In effetti, eccetto le stanze già citate da THE SAILOR’S MOTHER, posso ricordare un solo caso: vale a dire, un breve passaggio di quattro o cinque righe in THE BROTHERS, quel modello di pastorale inglese, che non ho mai letto con occhio sereno.--“James, indicando la cima, verso la quale si erano tutti riproposti di ritornare insieme, li informò che li avrebbe aspettati lì. Si separarono, e i suoi compagni passarono di lì circa due ore dopo, ma non lo trovarono nel posto designato, *una circostanza di cui non si curarono;* ma uno di loro, passando per caso nella casa, che a quel tempo era la casa di James, apprese lì che nessuno l'aveva visto per tutto il giorno.” L'unico cambiamento che è stato fatto è nella posizione della parolina lì in due casi, essendo la posizione nell'originale chiaramente tale da non essere adottata nella conversazione ordinaria. Le altre parole stampate in corsivo sono state così contrassegnate perché, sebbene buono e autentico inglese, non sono la fraseologia della conversazione comune né nella parola messa in apposizione, né nella connessione tramite il pronome genitivo. Gli uomini in generale avrebbero detto: “ma quella era una circostanza a cui non prestavano attenzione, o di cui non prendevano nota;” e il linguaggio è, secondo la teoria della prefazione, giustificato solo dal fatto che il narratore sia il Vicario. Eppure, se qualche orecchio potesse sospettare che queste frasi siano mai state stampate come metro, solo su quelle parole si sarebbe potuto basare il sospetto.]

[Nota 70: Avevo in mente lo straordinario ma intraducibile epiteto che il celebre Mendelssohn applicò al grande fondatore della Filosofia Critica “Der alleszermalmende KANT,” cioè il tutto-frantumante, o piuttosto il tutto-in-nulla-frantumante Kant. Nella facilità e nella forza degli epiteti composti, il tedesco, per il numero dei suoi casi e inflessioni, si avvicina al greco, quella lingua così

“Benedetta nel felice matrimonio di dolci parole.”

È solo nella dolorosa asprezza dei suoi suoni che il tedesco deve rifuggire dal confronto.]

[Nota 71: Sammlung einiger Abhandlungen von Christian Garve.]

[Nota 72: Sonetto IX.]

[Nota 73: L'aver adottato giudiziosamente da parte di Mr. Wordsworth “concourse wild” in questo passaggio per “a wild scene” come appariva nella precedente edizione, mi incoraggia ad azzardare un'osservazione, che certamente non avrei fatto nelle opere di un poeta meno austeramente accurato nell'uso delle parole di quanto egli sia, a suo grande onore. Riguarda la proprietà della parola “scene”, anche nella frase in cui è mantenuta. Dryden, e lui solo nei suoi versi più trascurati, fu il primo, per quanto le mie ricerche hanno scoperto, che per comodità di rima usò questa parola nel senso vago che è stato da allora troppo corrente anche nei nostri migliori scrittori, e che (sfortunatamente, penso) è data come sua prima spiegazione nel Dizionario del Dr. Johnson e quindi sarebbe presa da un lettore incauto come suo senso proprio. In Shakespeare e Milton la parola non è mai usata senza qualche chiaro riferimento, proprio o metaforico, al teatro. Così Milton:

“Cedro, e pino, e abete, e palma ramosa Una scena silvana; e, mentre i ranghi salgono Ombra sopra ombra, un teatro boscoso Di veduta maestosa.”

Mi oppongo a qualsiasi estensione del suo significato, perché la parola è già più equivoca di quanto si potrebbe desiderare; in quanto, nell'uso limitato che raccomando, può ancora significare due cose diverse; vale a dire, lo scenario, e i personaggi e le azioni presentati sulla scena durante la presenza di particolari scene. Può quindi essere preservata dall'oscurità solo mantenendo il significato originale pienamente in mente. Così Milton ancora,

------“Preparati per un'altra scena.”]

[Nota 74: --

Che Copland appena ebbe parlato, che subito ogni collina, Che sorge sul suo confine, riempie le valli vicine; Helvillon dalla sua altezza, lo gettò attraverso le montagne, Da cui non appena di nuovo, il suono Dunbalrase trasse, Dalla cui testa trofeo di pietra, andò sul Windross, Che verso il mare di nuovo, lo risuonò a Dent. Che Brodwater, con ciò entro le sue rive sbalordito, Navigando verso il mare, lo disse a Egremound, I cui edifici, passeggiate e strade, con echi forti e lunghi, Lodarono potentemente la vecchia Copland per il suo canto. Drayton’s POLYOLBION: Canto XXX.]

[Nota 75: Traduzione. Mi conviene schierarmi con i miei amici, ma solo finché lo permettono gli dei.]

[Nota 76: “Slender. Mi sono contuso lo stinco giocando a spada e pugnale per un piatto di prugne stufate, e in fede mia non posso sopportare l'odore della carne calda da allora.”--Così ancora, Evans. “Farò finire la mia cena: ci sono mele e formaggio in arrivo.”]

[Nota 77: Questo mi è stato accidentalmente confermato da un vecchio gentiluomo tedesco a Helmstadt, che era stato compagno di scuola e di letto di Klopstock. Tra gli altri aneddoti giovanili, raccontò che il giovane poeta attribuiva un valore particolare a una traduzione del PARADISE LOST, e dormiva sempre con essa sotto il cuscino.]

[Nota 78: L'osservazione di Klopstock era in parte vera e in parte erronea. Nel senso letterale delle sue parole, e se limitiamo il confronto alla media dello spazio richiesto per l'espressione dello stesso pensiero nelle due lingue, è erronea. Ho tradotto alcuni esametri tedeschi in esametro inglese; e trovo che, in media, tre versi inglesi esprimono quattro versi tedeschi. La ragione è evidente: la nostra lingua abbonda di monosillabi e bisillabi. Il tedesco, non meno del greco, è una lingua polisillabica. Ma sotto un altro punto di vista l'osservazione non era priva di fondamento. Poiché il tedesco possiede lo stesso privilegio illimitato di formare composti, sia con preposizioni che con epiteti, del greco, può esprimere la più ricca parola singola greca in una singola parola tedesca, ed è così liberato dalla necessità di parafrasi deboli o sgraziate. Mi accontenterò di una per il momento, vale a dire l'uso dei prefissi verbali ver-, zer-, ent- e weg-: così reissen, strappare, verreissen, strappare via, zerreissen, strappare a pezzi, entreissen, strappare via o fuori da una cosa, in senso attivo: o schmelzen, sciogliere – ver-, zer-, ent-schmelzen – e allo stesso modo attraverso tutti i verbi neutri e attivi. Se considerate solo quanto sentiremmo la mancanza del prefisso be-, come in bedropt, besprinkle, besot, specialmente nel nostro linguaggio poetico, e poi pensate che questo stesso modo di composizione è intagliato attraverso tutte le loro preposizioni semplici e composte, e molti dei loro avverbi; e che con la maggior parte di questi i tedeschi hanno lo stesso privilegio che abbiamo noi di dividerli dal verbo e collocarli alla fine della frase; non avrete difficoltà a comprendere la realtà e la causa di questo potere superiore nel tedesco di condensare il significato, in cui il suo grande poeta esultava. È impossibile leggere mezza dozzina di pagine di Wieland senza percepire che sotto questo aspetto il tedesco non ha rivali se non il greco. E tuttavia sento che concentrazione o condensazione non è il modo più felice di esprimere questa eccellenza, che sembra consistere non tanto nel minor tempo richiesto per trasmettere un'impressione, quanto nell'unità e simultaneità con cui l'impressione viene trasmessa. Tende a rendere la loro lingua più pittoresca: ritrae meglio le immagini. Abbiamo ottenuto questo potere in parte con i nostri verbi composti derivati dal latino: e il senso del suo grande effetto ha indotto senza dubbio il nostro Milton sia all'uso che all'abuso dei derivati latini. Ma pur tuttavia queste particelle prefissate, non trasmettendo alcun significato separato o separabile al semplice lettore inglese, non possono assolutamente agire sulla mente con la forza o la vivacità di una lingua originale e omogenea quale è il tedesco, e inoltre sono limitate a certe parole.]

[Nota 79: Praecludere calumniam, nell'originale.]

[Nota 80: Meglio così: Forma specifica per formam individualem translucens: o meglio ancora – Species individualisata, sive Individuum cuilibet Speciei determinatae in omni parte correspondens et quasi versione quadam eam interpretans et repetens.]

[Nota 81: —

“Le grandi lacrime rotonde Correvan l'una dietro l'altra giù per il suo muso innocente In un pietoso inseguimento,”

dice Shakespeare di un cervo ferito che china il capo sopra un ruscello: naturalmente, per la posizione del capo, e in modo bellissimo, per l'associazione dell'immagine precedente, quella della caccia, in cui “il povero cervo segregato aveva ricevuto una ferita dal tiro del cacciatore”. Nella supposta posizione di Bertram, la metafora, se non falsa, perde tutta la proprietà dell'originale.]

[Nota 82: Tra una serie di altri esempi di parole scelte senza ragione, Imogine nel primo atto dichiara che i temporali non erano in grado di intercettare le sue preghiere per “l'uomo disperato, che agiva in modi disperati” —

“Sì, quando il fulmine lanciato scorticava i suoi sensi, Le profonde orazioni della sua anima erano sussurrate per lui;”

vale a dire, quando un fulmine rovente, lanciato contro di lei da una nuvola temporalesca, aveva cauterizzato i suoi sensi, in inglese piano, le aveva bruciato gli occhi fuori dalla testa, lei continuava imperterrita a pregare.

“Non era questo amore? Sì, così ama la donna!”]

[Nota 83: Questo tipo di ripetizione è una delle peculiarità di questo autore, e non c'è quasi pagina che non ne fornisca uno o più esempi – Es. gr. nella prima o seconda pagina. Atto I, riga 7ª: “and deemed that I might sleep.” (e pensai che avrei potuto dormire). – Riga 10: “Did rock and quiver in the bickering glare.” (Oscillava e tremava nel bagliore guizzante). – Righe 14, 15, 16: “But by the momently gleams of sheeted blue, Did the pale marbles dare so sternly on me, I almost deemed they lived.” (Ma ai bagliori momentanei dell'azzurro disteso, i pallidi marmi fissavano così severamente su di me, che quasi pensai vivessero). – Riga 37: “The glare of Hell.” (Il bagliore dell'Inferno). – Riga 35: “O holy Prior, this is no earthly storm.” (O santo Priore, questa non è una tempesta terrena). – Riga 38: “This is no earthly storm.” (Questa non è una tempesta terrena). – Riga 42: “Dealing with us.” (A che fare con noi). – Riga 43: “Deal thus sternly:” (Agire così severamente:). – Riga 44: “Speak! thou hast something seen?” (Parla! hai visto qualcosa?) — “A fearful sight!” (Una vista spaventosa!) – Riga 45: “What hast thou seen! A piteous, fearful sight.” (Cosa hai visto! Una vista pietosa e spaventosa). – Riga 48: “quivering gleams.” (bagliori tremanti). – Riga 50: “In the hollow pauses of the storm.” (Nelle pause vuote della tempesta). – Riga 61: “The pauses of the storm, etc.” (Le pause della tempesta, ecc.).]

[Nota 84: Il bambino è un personaggio importante, poiché non vedo con quali mezzi possibili l'autore avrebbe potuto terminare il secondo e il terzo atto se non per la sua tempestiva apparizione. Quanto ingrato dunque non notare ulteriormente il suo destino!]

[Nota 85: Classicamente anche, per quanto consista con la fantasia allegorizzante del moderno, che sforzandosi ancora di proiettare l'interiore, si contraddistingue dalla apparente facilità con cui la poesia degli antichi riflette il mondo di fuori. Casimir offre, forse, l'esempio più sorprendente di questa differenza caratteristica. – Poiché il suo stile e la sua dizione sono realmente classici: mentre Cowley, che somiglia a Casimir sotto molti aspetti, barbarizza completamente la sua latinità, e persino il suo metro, a causa della natura eterogenea dei suoi pensieri. Che il Dr. Johnson abbia espresso un giudizio contrario, e abbia persino preferito le Poesie latine di Cowley a quelle di Milton, è un capriccio che ha, se non erro, suscitato la sorpresa di tutti gli studiosi. Sono rimasto molto divertito l'estate scorsa dal ridicolo spavento con cui un poeta italiano ha letto una pagina della Davideis di Cowley, contrapposto all'entusiasmo con cui ha prima scorso, e poi letto ad alta voce, il Mansus e l'Ad Patrem di Milton.]

[Nota 86: Flectit, o se il metro lo avesse permesso, premit avrebbe sostenuto meglio la metafora.]

[Nota 87: Povera sfortunata Metafisica! e cosa sono? Una singola frase esprime l'oggetto e di conseguenza il contenuto di questa scienza. Gnothi seauton:

Nosce te ipsum, Tuque Deum, quantum licet, inque Deo omnia noscas.

Conosci te stesso: e così conoscerai Dio, per quanto è permesso a una creatura, e in Dio tutte le cose. – Sicuramente, vi è una strana – o meglio, troppo naturale – avversione in molti a conoscere se stessi.]

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