Capitolo I
A mio parere, è impossibile creare personaggi finché non si sia trascorso molto tempo a studiare gli uomini, così come è impossibile parlare una lingua finché non la si sia seriamente appresa. Non essendo abbastanza vecchio per inventare, mi accontento di narrare, e prego il lettore di accertarsi della veridicità di una storia in cui tutti i personaggi, a eccezione dell’eroina, sono ancora in vita. Testimoni oculari della maggior parte dei fatti che ho raccolto si possono trovare a Parigi, e potrei chiamarli a confermarmi se la mia testimonianza non bastasse. E, grazie a una particolare circostanza, io solo posso scrivere queste cose, poiché io solo sono in grado di fornire i dettagli finali, senza i quali sarebbe stato impossibile rendere la storia al contempo interessante e completa.
Ecco come questi dettagli sono giunti a mia conoscenza. Il 12 marzo 1847, vidi in Rue Lafitte un grande manifesto giallo che annunciava una vendita di mobili e curiosità. La vendita doveva aver luogo a causa della morte della proprietaria. Il nome della proprietaria non era menzionato, ma la vendita si sarebbe tenuta al numero 9 di Rue d’Antin, il 16, dalle 12 alle 17. Il manifesto annunciava inoltre che le stanze e i mobili potevano essere visitati il 13 e il 14.
Sono sempre stato molto appassionato di curiosità, e decisi di non lasciarmi sfuggire l’occasione, se non di acquistarne, quanto meno di vederle. Il giorno seguente mi recai al numero 9 di Rue d’Antin.
Era presto, eppure c’erano già numerosi visitatori, uomini e donne, e le donne, sebbene fossero vestite di cachemire e velluto e avessero le loro carrozze in attesa alla porta, fissavano con stupore e ammirazione il lusso che vedevano dinanzi a loro.
Non impiegai molto a scoprire il motivo di tale stupore e ammirazione, poiché, avendo iniziato a esaminare le cose con una certa attenzione, scoprii senza difficoltà di trovarmi nella casa di una mantenuta. Ora, se c’è una cosa che le donne della buona società vorrebbero vedere (e c’erano signore della buona società lì), è la casa di quelle donne le cui carrozze schizzano le loro ogni giorno, che, come loro, fianco a fianco con loro, hanno i palchi all’Opera e agli Italiens, e che ostentano a Parigi l’opulenta insolenza della loro bellezza, dei loro diamanti e dei loro scandali.
Questa era morta, quindi le più virtuose tra le donne potevano entrare persino nella sua camera da letto. La morte aveva purificato l’aria di questa dimora di splendida bruttura, e se fosse stata necessaria una scusa ulteriore, avevano quella di essere venute semplicemente a una vendita, senza sapere di chi. Avevano letto i manifesti, volevano vedere ciò che i manifesti avevano annunciato e fare la loro scelta in anticipo. Cosa c’era di più naturale? Eppure, nonostante tutto, nel mezzo di tutte quelle belle cose, non potevano fare a meno di guardarsi intorno in cerca di qualche traccia della vita di questa cortigiana, della quale avevano udito, senza dubbio, storie abbastanza strane.
Sfortunatamente il mistero era svanito con la dea e, nonostante tutti i loro sforzi, scoprirono solo ciò che era in vendita dopo il decesso della proprietaria, e nulla di ciò che era stato in vendita durante la sua vita. Per il resto, c’erano parecchie cose che valeva la pena acquistare. I mobili erano superbi; c’erano armadi e tavoli in palissandro e in stile Boulle, vasi di Sèvres e cinesi, statuette di Sassonia, raso, velluto, pizzi; non mancava nulla.
Girovagai per le stanze, seguendo le curiose signore di distinzione. Entrarono in una stanza con parati persiani, e stavo proprio per entrare a mia volta, quando ne uscirono quasi subito, sorridenti, e come se si vergognassero della loro stessa curiosità. Ero ancora più desideroso di vedere la stanza. Era il gabinetto di toeletta, disposto con tutti gli articoli per la pulizia personale, in cui la stravaganza della defunta sembrava toccare il suo apice.
Su un grande tavolo contro la parete, un tavolo di tre piedi di larghezza e sei di lunghezza, scintillavano tutti i tesori di Aucoc e Odiot. Era una collezione magnifica, e non c’era una di quelle mille piccole cose così necessarie alla toeletta di una donna di quel genere che non fosse d’oro o d’argento. Una tale collezione poteva essere stata messa insieme solo poco a poco, e certamente non era stata iniziata e finita dallo stesso amante.
Non scandalizzandomi alla vista del gabinetto di toeletta di una mantenuta, mi divertii a esaminare ogni dettaglio, e scoprii che quegli oggetti magnificamente cesellati recavano iniziali diverse e corone diverse. Li guardai l’uno dopo l’altro, ognuno a richiamare una vergogna distinta, e dissi che Dio era stato misericordioso con la povera ragazza, nel non averla lasciata pagare la pena ordinaria, ma piuttosto a morire nel mezzo della sua bellezza e del suo lusso, prima dell’avvento della vecchiaia, la prima morte della cortigiana.
C’è qualcosa di più triste al mondo della vecchiaia del vizio, specialmente in una donna? Non conserva alcuna dignità, non ispira alcun interesse. L’eterno pentimento, non per le cattive strade seguite, ma per i piani falliti, per il denaro speso invano, è una cosa triste quanto se ne possa incontrare. Conoscevo una donna anziana che era stata “allegra”, il cui unico legame con il passato era una figlia quasi bella quanto lo era stata lei. Questa povera creatura a cui sua madre non aveva mai detto: “Tu sei mia figlia”, se non per ordinarle di nutrire la sua vecchiaia come lei stessa aveva nutrito la propria giovinezza, si chiamava Louise, e, obbedendo alla madre, si abbandonava senza volontà, senza passione, senza piacere, come avrebbe lavorato a qualsiasi altra professione le fosse stata insegnata.
La vista costante della dissolutezza, una dissolutezza precoce, in aggiunta al suo continuo stato di salute cagionevole, aveva estinto nella sua mente tutta la conoscenza del bene e del male che Dio le aveva forse dato, ma che nessuno aveva mai pensato di sviluppare. Ricorderò sempre lei, mentre passava lungo i boulevard quasi ogni giorno alla stessa ora, accompagnata dalla madre con tanta assiduità quanto una vera madre avrebbe potuto accompagnare la propria figlia. Ero molto giovane allora, e pronto ad accettare per me stesso la morale facile dell’epoca. Ricordo, tuttavia, il disprezzo e il disgusto che si destarono in me alla vista di questo scandaloso accompagnamento. Anche il suo volto era inesprimibilmente verginale nella sua espressione di innocenza e di sofferenza malinconica. Era come una figura della Rassegnazione.
Un giorno il volto della ragazza si trasfigurò. Nel mezzo di tutte le dissolutezze tracciate dalla madre, le sembrò che Dio le avesse riservato un’unica felicità. E perché mai Dio, che l’aveva fatta senza forza, avrebbe dovuto lasciarla senza consolazione, sotto il triste fardello della sua vita? Un giorno, dunque, comprese che avrebbe avuto un figlio, e tutto ciò che le restava di castità balzò di gioia. L’anima ha strani rifugi. Louise corse a dare la buona notizia alla madre. È una cosa vergognosa di cui parlare, ma non stiamo raccontando storie di piaceri peccaminosi; stiamo raccontando fatti veri, che sarebbe meglio, senza dubbio, passare sotto silenzio, se non credessimo che sia necessario di tanto in tanto rivelare il martirio di coloro che sono condannati senza essere ascoltati, disprezzati senza essere giudicati; è vergognoso, ma questa madre rispose alla figlia che già a malapena avevano abbastanza per due, e che certamente non avrebbero avuto abbastanza per tre; che tali figli sono inutili, e un parto è tanto tempo perduto.
Il giorno seguente una levatrice, della quale diremo solo che era un’amica della madre, visitò Louise, che rimase a letto per alcuni giorni, per poi alzarsi più pallida e più debole di prima.
Tre mesi dopo un uomo ebbe pietà di lei e cercò di guarirla, moralmente e fisicamente; ma l’ultimo colpo era stato troppo violento, e Louise ne morì. La madre vive ancora; come? Dio lo sa.
Questa storia mi tornò in mente mentre guardavo gli oggetti da toeletta in argento, e un certo lasso di tempo deve essere trascorso durante queste riflessioni, poiché non era rimasto nessuno nella stanza se non io e un addetto, che, in piedi vicino alla porta, mi osservava attentamente per vedere che non intascassi nulla.
Mi avvicinai all’uomo, al quale stavo causando tanta ansia. “Signore”, dissi, “può dirmi il nome della persona che viveva qui?”
“Mademoiselle Marguerite Gautier.”
La conoscevo di nome e di vista.
“Cosa!” dissi all’addetto; “Marguerite Gautier è morta?”
“Sì, signore.”
“Quando è morta?”
“Tre settimane fa, credo.”
“E perché le stanze sono visitabili?”
“I creditori credono che questo farà salire i prezzi. Le persone possono vedere in anticipo l’effetto degli oggetti; vede, questo li induce a comprare.”
“Era indebitata, dunque?”
“Fino al collo, signore.”
“Ma la vendita coprirà il debito?”
“E anche di più.”
“Chi otterrà ciò che resta?”
“La sua famiglia.”
“Aveva una famiglia?”
“Così pare.”
“Grazie.”
L’addetto, rassicurato sulle mie intenzioni, si toccò il cappello, e io uscii.
“Povera ragazza!” mi dissi mentre tornavo a casa; “deve aver avuto una morte triste, poiché, nel suo mondo, si hanno amici solo quando si è perfettamente sani.” E mio malgrado iniziai a provare malinconia per il destino di Marguerite Gautier.
Sembrerà assurdo a molte persone, ma provo una simpatia sconfinata per le donne di questo genere, e non credo sia necessario scusarsi per tale simpatia.
Un giorno, mentre stavo andando alla Prefettura per un passaporto, vidi in una delle strade vicine una povera ragazza che veniva condotta via da due agenti di polizia. Non so cosa fosse successo. Tutto ciò che so è che piangeva amaramente mentre baciava un bambino di soli pochi mesi, dal quale il suo arresto stava per separarla. Da quel giorno non ho mai osato disprezzare una donna a prima vista.
Capitolo II
La vendita doveva aver luogo il 16. Era stato lasciato un giorno di intervallo tra i giorni di visita e la vendita, per dare tempo di smontare i parati, le tende, ecc. Ero appena tornato dall’estero. Era naturale che non avessi saputo della morte di Marguerite tra le notizie che gli amici raccontano sempre al ritorno dopo un’assenza. Marguerite era una bella donna; ma sebbene la vita di tali donne faccia abbastanza scalpore, la loro morte ne fa ben poco. Sono soli che tramontano come sono sorti, inosservati. La loro morte, quando muoiono giovani, viene appresa da tutti i loro amanti nello stesso momento, poiché a Parigi quasi tutti gli amanti di una donna nota sono amici. Si scambiano pochi ricordi, e la vita di tutti prosegue come se l’incidente non fosse mai accaduto, senza nemmeno una lacrima.
Al giorno d’oggi, a venticinque anni, le lacrime sono diventate una cosa così rara che non devono essere sprecate indiscriminatamente. È il massimo che ci si possa aspettare se i genitori che pagano per essere pianti vengono pianti in cambio del prezzo che pagano.
Quanto a me, sebbene le mie iniziali non comparissero su nessuno degli averi di Marguerite, quell’istintiva indulgenza, quella naturale pietà che ho già confessato, mi portarono a riflettere sulla sua morte, forse più di quanto meritasse. Ricordavo di aver incontrato spesso Marguerite al Bois, dove si recava regolarmente ogni giorno in un piccolo coupé blu trainato da due magnifici bai, e avevo notato in lei una distinzione del tutto al di fuori delle altre donne del suo genere, una distinzione che era esaltata da una bellezza davvero eccezionale.
Queste infelici creature, ogni volta che escono, sono sempre accompagnate da qualcuno. Poiché nessun uomo ama rendersi cospicuo facendosi vedere in loro compagnia, e poiché temono la solitudine, portano con sé o coloro che non sono abbastanza benestanti da avere una carrozza, o una o l’altra di quelle eleganti signore anziane, la cui eleganza è un po’ inspiegabile, e a cui ci si può sempre rivolgere per informazioni riguardo alle donne che accompagnano.
Nel caso di Marguerite era del tutto diverso. Era sempre sola quando andava in carrozza sugli Champs-Élysées, sdraiata il più possibile, vestita di pellicce d’inverno, e in estate indossando abiti molto semplici; e sebbene passasse spesso davanti a persone che conosceva, il suo sorriso, quando sceglieva di sorridere, era visto solo da loro, e una duchessa avrebbe potuto sorridere esattamente in quel modo. Non andava avanti e indietro come le altre, dal Rond-Point fino alla fine degli Champs-Élysées. Andava dritta al Bois. Lì lasciava la carrozza, camminava per un’ora, tornava alla carrozza e tornava rapidamente a casa.
Tutte queste circostanze di cui ero stato così spesso testimone tornarono alla mia memoria, e rimpiansi la sua morte come si potrebbe rimpiangere la distruzione di una bella opera d’arte.
Era impossibile vedere più fascino nella bellezza che in quella di Marguerite. Eccessivamente alta e magra, possedeva al massimo grado l’arte di riparare a questa svista della Natura con la semplice disposizione delle cose che indossava. Il suo cachemire le arrivava fino a terra, e mostrava su ogni lato le ampie balze di un abito di seta, e la pesante muffola che teneva premuta contro il petto era circondata da pieghe così sapientemente disposte che l’occhio, per quanto esigente, non avrebbe potuto trovare nulla da ridire sul contorno delle linee. La sua testa, una meraviglia, era oggetto della cura più civettuola. Era piccola, e sua madre, come direbbe Musset, sembrava averla fatta così per farla con cura.
Incastonati in un ovale di grazia indescrivibile, due occhi neri, sormontati da sopracciglia di una curva così pura che sembravano dipinte; velate quelle pupille da ciglia incantevoli, che, quando abbassate, gettavano la loro ombra sulla tonalità rosea delle guance; tracciato un naso delicato e dritto, le narici un po’ aperte, in un’ardente aspirazione verso la vita dei sensi; disegnata una bocca regolare, con labbra socchiuse graziosamente su denti bianchi come il latte; colorata la pelle con la peluria di una pesca che nessuna mano ha toccato, e avrete l’aspetto generale di quel volto incantevole. I capelli, neri come giaietto, ondulati naturalmente o meno, erano divisi sulla fronte in due ampie bande e drappeggiati indietro sopra la testa, lasciando intravedere appena la punta delle orecchie, nelle quali brillavano due diamanti, del valore di quattromila o cinquemila franchi ciascuno. Come sia stato possibile che la sua vita ardente avesse lasciato sul volto di Marguerite l’espressione verginale, quasi infantile, che lo caratterizzava, è un problema che possiamo solo enunciare, senza tentare di risolvere.
Marguerite aveva un meraviglioso ritratto di se stessa, fatto da Vidal, l’unico uomo il cui pennello potesse renderle giustizia. Ho tenuto questo ritratto con me per qualche giorno dopo la sua morte, e la somiglianza era così sorprendente che mi ha aiutato a rinfrescare la memoria su alcuni punti che altrimenti avrei potuto non ricordare.
Alcuni dettagli di questo capitolo mi giunsero solo in seguito, ma li scrivo qui per non essere costretto a tornarci sopra quando la storia stessa sarà iniziata.
Marguerite era sempre presente a ogni prima, e passava ogni serata o al teatro o al ballo. Ogni volta che c’era un nuovo spettacolo lei era sicura di esserci, e aveva immancabilmente tre cose con sé sul bordo del suo palco di platea: il suo binocolo da teatro, un sacchetto di dolci e un bouquet di camelie.
Per venticinque giorni al mese le camelie erano bianche, e per cinque erano rosse; nessuno seppe mai il motivo di questo cambio di colore, che menziono sebbene non possa spiegarlo; fu notato sia dai suoi amici che dagli habitué dei teatri che frequentava più spesso. Non fu mai vista con fiori che non fossero camelie. Presso il fioraio, Madame Barjon, era arrivata a essere chiamata “la Signora delle Camelie”, e il nome le rimase addosso.
Come tutti coloro che frequentano un certo ambiente a Parigi, sapevo che Marguerite aveva vissuto con alcuni degli uomini più alla moda della società, che ne parlava apertamente, e che loro stessi se ne vantavano; cosicché tutti sembravano ugualmente soddisfatti gli uni degli altri. Tuttavia, per circa tre anni, dopo un soggiorno a Bagnères, si diceva vivesse con un vecchio duca, straniero, enormemente ricco, che aveva cercato di allontanarla il più possibile dalla sua vita precedente e, a quanto pareva, con sua piena soddisfazione.
Ecco cosa mi fu detto sull’argomento. Nella primavera del 1847 Marguerite stava così male che i medici le ordinarono di andare alle terme, e lei andò a Bagnères. Tra i malati c’era la figlia di questo duca; non solo soffriva dello stesso disturbo, ma era così simile a Marguerite nell’aspetto che avrebbero potuto essere prese per sorelle; la giovane duchessa era all’ultimo stadio della tisi, e pochi giorni dopo l’arrivo di Marguerite morì. Una mattina, il duca, rimasto a Bagnères per restare vicino al suolo che aveva sepolto una parte del suo cuore, scorse Marguerite a una svolta della strada. Gli parve di vedere l’ombra di sua figlia e, avvicinandosi a lei, le prese le mani, la abbracciò, pianse su di lei e, senza nemmeno chiederle chi fosse, la pregò di lasciargli amare in lei l’immagine vivente della sua bambina defunta. Marguerite, sola a Bagnères con la sua cameriera, e non avendo alcun timore di compromettersi, acconsentì alla richiesta del duca. Alcuni che la conoscevano, trovandosi per caso a Bagnères, si presero la briga di spiegare al duca la vera posizione di Mademoiselle Gautier. Fu un colpo per il vecchio, poiché la somiglianza con la figlia era terminata in una direzione, ma era troppo tardi. Era diventata una necessità per il suo cuore, il suo unico pretesto, la sua unica scusa per vivere. Non le fece rimproveri, non aveva infatti alcun diritto di farlo, ma le chiese se si sentisse capace di cambiare il suo modo di vivere, offrendole in cambio del sacrificio ogni compenso che potesse desiderare. Acconsentì.
Va detto che Marguerite stava proprio allora molto male. Il passato le sembrava, nella sua natura sensibile, come una delle cause principali della sua malattia, e una sorta di superstizione la portava a sperare che Dio le avrebbe restituito sia la salute che la bellezza in cambio del suo pentimento e della sua conversione. Verso la fine dell’estate, le acque, il sonno, la naturale fatica delle lunghe passeggiate, le avevano effettivamente più o meno ripristinato la salute. Il duca l’accompagnò a Parigi, dove continuò a vederla come aveva fatto a Bagnères.
Questa liaison, di cui il movente e l’origine erano del tutto ignoti, causò grande scalpore, poiché il duca, già noto per la sua immensa fortuna, divenne ora noto per la sua prodigalità. Tutto ciò fu attribuito alla dissolutezza di un vecchio ricco, e si credette a tutto tranne che alla verità. Il sentimento del padre per Marguerite aveva, in verità, una causa così pura che qualsiasi cosa diversa da una comunione di cuori gli sarebbe sembrata una sorta di incesto, e non le aveva mai rivolto una parola che sua figlia non avrebbe potuto ascoltare.
Lungi da me voler far apparire la nostra eroina diversa da ciò che era. Finché rimase a Bagnères, la promessa fatta al duca non era stata difficile da mantenere, ed ella l’aveva mantenuta; ma, una volta tornata a Parigi, abituata com’era a una vita di dissipazione, di balli, di orge, le sembrò che la solitudine, interrotta solo dalle visite stabilite del duca, l'avrebbe uccisa per la noia, e l’alito rovente della sua vecchia vita le tornò a soffiare sul capo e sul cuore.
Dobbiamo aggiungere che Marguerite era tornata più bella di quanto non fosse mai stata; aveva appena vent'anni, e la sua malattia, sopita ma non debellata, continuava a darle quei desideri febbrili che sono quasi sempre il risultato delle malattie di petto.
Fu un grande dolore per il duca quando i suoi amici, sempre in cerca di qualche scandalo da parte della donna con la quale, a loro parere, egli si stava compromettendo, vennero a dirgli, anzi a provargli, che nei momenti in cui lei era certa di non vederlo riceveva altre visite, e che tali visite si prolungavano spesso fino al giorno seguente. Messa alle strette, Marguerite ammise tutto al duca e gli consigliò, senza arrière-pensée, di non occuparsi più di lei, poiché si sentiva incapace di mantenere l'impegno preso e non voleva continuare ad accettare favori da un uomo che stava ingannando. Il duca non tornò per una settimana; fu quanto di meglio riuscì a fare, e l'ottavo giorno venne a pregare Marguerite di lasciarsi ancora visitare, promettendo che l'avrebbe presa così com'era, purché potesse vederla, e giurando che non le avrebbe mai rivolto un rimprovero, nemmeno se fosse dovuto morirne.
Questo era, dunque, lo stato delle cose tre mesi dopo il ritorno di Marguerite; vale a dire, nel novembre o dicembre del 1842.
Capitolo III
All'una del giorno 16 mi recai in Rue d’Antin. La voce del banditore si poteva udire fin dalla porta esterna. Le stanze erano gremite di gente. Vi erano tutte le celebrità dell'improprietà più elegante, scrutate furtivamente da certe gran dame che avevano colto l'occasione della vendita per poter vedere, da vicino, donne che non avrebbero mai avuto altra occasione di incontrare, e che forse invidiavano in segreto per i loro facili piaceri. La duchessa di F. sgomitava con Mlle. A., uno degli esempi più malinconici della nostra cortigiana moderna; il marchese di T. esitava davanti a un mobile il cui prezzo veniva fatto salire da Mme. D., l'adultera più elegante e famosa del nostro tempo; il duca di Y., che a Madrid si presume si stia rovinando a Parigi, e a Parigi si stia rovinando a Madrid, e che, a dire il vero, non raggiunge mai nemmeno il limite delle sue entrate, discorreva con Mme. M., una delle nostre narratrici più argute, che di tanto in tanto scrive ciò che dice e firma ciò che scrive, mentre allo stesso tempo scambiava sguardi confidenziali con Mme. de N., fulgido ornamento degli Champs-Élysées, quasi sempre vestita di rosa o di azzurro, e che guidava due grandi cavalli neri che Tony le aveva venduto per 10.000 franchi, e che lei aveva pagato, a modo suo; infine, Mlle. R., che guadagna col solo talento il doppio di quanto le donne del mondo guadagnino con la dote e tre volte tanto quanto le altre guadagnino con i loro amori, era venuta, nonostante il freddo, a fare qualche acquisto, e non era la meno osservata tra la folla.
Potremmo citare le iniziali di molti altri tra coloro che si trovavano, non senza un certo reciproco stupore, fianco a fianco in una stanza. Ma temiamo di stancare il lettore. Aggiungeremo solo che tutti erano di ottimo umore, e che molti dei presenti avevano conosciuto la donna defunta e sembravano dimenticare completamente il fatto. Si udivano risate fragorose; i banditori gridavano a squarciagola; i mercanti che avevano riempito i banchi davanti al tavolo della vendita cercavano invano di ottenere silenzio, per sbrigare i loro affari in pace. Mai vi fu adunanza più rumorosa o più varia.
Scivolai silenziosamente in mezzo a questo tumulto, triste al pensiero che la povera creatura i cui beni venivano venduti per pagare i suoi debiti era morta nella stanza accanto. Essendo venuto più per osservare che per comprare, guardavo i volti dei banditori, notando come si illuminassero di gioia ogni volta che qualcosa raggiungeva un prezzo superiore alle loro aspettative. Oneste creature, che avevano speculato sulla prostituzione di questa donna, che avevano guadagnato il cento per cento su di lei, che avevano tormentato con i loro solleciti gli ultimi istanti della sua vita, e che venivano ora dopo la sua morte a raccogliere insieme i frutti dei loro calcoli disonorevoli e gli interessi del loro credito vergognoso! Quanto erano saggi gli antichi ad avere un solo Dio per i mercanti e per i ladri!
Abiti, cachemire, gioielli venivano venduti con incredibile rapidità. Non c'era nulla che mi interessasse, e aspettavo ancora. All'improvviso sentii: "Un volume, splendidamente rilegato, con i bordi dorati, intitolato Manon Lescaut. C'è qualcosa di scritto sulla prima pagina. Dieci franchi".
"Dodici", disse una voce dopo un silenzio piuttosto lungo.
"Quindici", dissi io.
Perché? Non lo sapevo. Senza dubbio per via di quel qualcosa di scritto.
"Quindici", ripeté il banditore.
"Trenta", disse il primo offerente con un tono che sembrava sfidare ulteriore competizione.
Era ormai diventata una lotta. "Trentacinque", gridai con lo stesso tono.
"Quaranta".
"Cinquanta".
"Sessanta".
"Cento".
Se avessi voluto destare scalpore, ci sarei certamente riuscito, poiché era calato un profondo silenzio, e la gente mi fissava come per vedere che sorta di persona fosse quella che pareva così determinata a possedere il volume.
L'accento che avevo dato alla mia ultima parola sembrò convincere il mio avversario; preferì abbandonare un conflitto che non avrebbe potuto che portarmi a pagare il volume dieci volte il suo prezzo, e, facendo un inchino, disse molto gentilmente, sebbene un po' in ritardo:
"Cedo, signore".
Non essendoci altre offerte, il libro mi fu assegnato.
Poiché temevo qualche nuovo moto di ostinazione, che il mio amour propre avrebbe potuto sostenere un po' meglio del mio portafoglio, scrissi il mio nome, feci mettere da parte il libro e uscii. Devo aver dato parecchio materiale di riflessione ai testimoni di quella scena, che senza dubbio si chiedevano quale potesse essere il mio scopo nel pagare cento franchi per un libro che avrei potuto trovare ovunque per dieci, o, al massimo, quindici.
Un'ora dopo, mandai a ritirare il mio acquisto. Sulla prima pagina era scritto a inchiostro, con mano elegante, un'iscrizione da parte del donatore. Consisteva in queste parole:
Manon a Marguerite.
Umiltà.
Era firmato Armand Duval.
Qual era il significato della parola Umiltà? Manon doveva forse riconoscere in Marguerite, secondo l'opinione di M. Armand Duval, la sua superiore nel vizio o nell'affetto? La seconda interpretazione sembrava la più probabile, poiché la prima sarebbe stata un'impertinente schiettezza che Marguerite, qualunque fosse la sua opinione su se stessa, non avrebbe mai accettato.
Uscii di nuovo, e non pensai più al libro fino alla sera, quando stavo andando a letto.
Manon Lescaut è una storia toccante. Ne conosco ogni dettaglio, eppure ogni volta che mi imbatto nel volume, la stessa simpatia mi attrae verso di esso; lo apro, e per la centesima volta rivivo con l'eroina dell'abate Prévost. Ora, quest'eroina è così verosimile che mi sembra di averla conosciuta; e così, una sorta di paragone tra lei e Marguerite mi diede un'insolita inclinazione a leggerlo, e la mia indulgenza si mutò in pietà, quasi in una sorta di amore per la povera ragazza a cui dovevo il volume. Manon morì nel deserto, è vero, ma tra le braccia dell'uomo che l'amava con tutta l'energia della sua anima; che, quando fu morta, scavò per lei una tomba, e la innaffiò con le sue lacrime, e vi seppellì il suo cuore; mentre Marguerite, peccatrice come Manon, e forse convertita come lei, era morta in un letto sontuoso (sembrava, dopo ciò che avevo visto, il letto del suo passato), ma in quel deserto del cuore, un deserto più arido, più vasto, più spietato di quello in cui Manon aveva trovato la sua ultima dimora.
Marguerite, infatti, come avevo appreso da alcuni amici a conoscenza delle ultime circostanze della sua vita, non aveva avuto un solo amico vero al suo capezzale durante i due mesi della sua lunga e dolorosa agonia.
Poi, da Manon e Marguerite, la mia mente vagò verso coloro che conoscevo, e che vedevo cantare lungo la strada che conduceva a una morte simile. Povere anime! Se non è giusto amarle, non è forse bene compiangerle? Voi compiangete il cieco che non ha mai visto la luce del giorno, il sordo che non ha mai udito le armonie della natura, il muto che non ha mai trovato una voce per la sua anima, e, sotto un falso manto di vergogna, non vorrete compiangere questa cecità del cuore, questa sordità dell'anima, questa mutaggine della coscienza, che pone la povera creatura afflitta fuori di sé e la rende, suo malgrado, incapace di vedere ciò che è bene, di ascoltare il Signore e di parlare il linguaggio puro dell'amore e della fede.
Hugo ha scritto Marion Delorme, Musset ha scritto Bernerette, Alexandre Dumas ha scritto Fernande, i pensatori e i poeti di ogni tempo hanno recato alla cortigiana l'offerta della loro pietà, e a volte un grande uomo le ha riabilitate con il suo amore e persino con il suo nome. Se insisto su questo punto, è perché molti tra coloro che hanno iniziato a leggermi saranno pronti a gettare via un libro in cui temeranno di trovare un'apologia del vizio e della prostituzione; e l'età dell'autore farà qualcosa, senza dubbio, per accrescere questo timore. Lasciate che io disinganni coloro che così pensano, e che continuino a leggere, se nient'altro che tale timore li trattiene.
Sono semplicemente convinto di un certo principio, che è: per la donna la cui educazione non ha insegnato ciò che è giusto, Dio apre quasi sempre due vie che vi conducono: le vie del dolore e dell'amore. Sono dure; coloro che vi camminano procedono con i piedi sanguinanti e le mani lacerate, ma lasciano anche gli orpelli del vizio sulle spine del ciglio della strada, e raggiungono la fine del viaggio in una nudità che non è vergognosa agli occhi del Signore.
Coloro che incontrano questi audaci viandanti dovrebbero soccorrerli, e raccontare a tutti di averli incontrati, poiché così facendo indicano la via. Non si tratta di porre all'inizio della vita due segnavia, uno recante la scritta "La Via Giusta", l'altro la scritta "La Via Sbagliata", e di dire a chi vi giunge: "Scegli". Bisogna, come Cristo, indicare le vie che conducono dalla seconda strada alla prima, a coloro che sono stati facilmente sviati; ed è necessario che l'inizio di queste vie non sia troppo doloroso né appaia troppo impenetrabile.
Ecco il cristianesimo con la sua meravigliosa parabola del Figliol Prodigo per insegnarci l'indulgenza e il perdono. Gesù era colmo di amore per le anime ferite dalle passioni degli uomini; amava fasciare le loro ferite e trovare in quelle stesse ferite il balsamo che avrebbe dovuto guarirle. Così disse alla Maddalena: "Ti sarà molto perdonato perché hai molto amato", una sublimità di perdono che non può che aver suscitato una fede sublime.
Perché ci rendiamo più severi di Cristo? Perché, aggrappandoci ostinatamente alle opinioni del mondo, che si indurisce per apparire forte, rifiutiamo, come esso rifiuta, anime sanguinanti per ferite dalle quali, come il sangue cattivo di un malato, il male del loro passato potrebbe essere guarito, se solo una mano amica fosse tesa per lavarle e condurle nella convalescenza del cuore?
È alla mia generazione che parlo, a coloro per i quali le teorie di M. de Voltaire fortunatamente non esistono più, a coloro che, come me, comprendono che l'umanità, in questi ultimi quindici anni, è stata in uno dei suoi momenti di espansione più audaci. La scienza del bene e del male è acquisita per sempre; la fede è rifatta, il rispetto per le cose sacre ci è tornato, e se il mondo non è diventato tutto a un tratto buono, è almeno diventato migliore. Gli sforzi di ogni uomo intelligente tendono nella stessa direzione, e ogni volontà forte è imbrigliata allo stesso principio: Siate buoni, siate giovani, siate veri! Il male non è che vanità, abbiamo l'orgoglio del bene, e soprattutto non disperiamo mai. Non disprezziamo la donna che non è madre, sorella, serva né moglie. Non limitiamo la stima alla famiglia né l'indulgenza all'egoismo. Poiché "vi è più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento", diamo gioia al cielo. Il cielo ce la renderà con usura. Lasciamo sul nostro cammino l'elemosina del perdono per coloro che i desideri terreni hanno sviato, che una speranza divina forse salverà, e, come dicono le vecchie quando vi offrono qualche rimedio domestico, se non fa bene non farà male.
Senza dubbio deve sembrare audace tentare di dedurre questi grandi risultati dal magro soggetto di cui mi occupo; ma io sono tra coloro che credono che tutto sia nel poco. Il bambino è piccolo, e racchiude l'uomo; il cervello è angusto, e ospita il pensiero; l'occhio non è che un punto, e copre leghe.
Capitolo IV
Due giorni dopo, la vendita era terminata. Aveva prodotto 150.000 franchi. I creditori si divisero i due terzi, e la famiglia, una sorella e un pronipote, ricevette il resto.
La sorella spalancò gli occhi quando l'avvocato le scrisse che aveva ereditato 50.000 franchi. La ragazza non vedeva sua sorella da sei o sette anni, e non sapeva cosa ne fosse stato dal momento in cui era scomparsa da casa. Venne a Parigi in fretta, e grande fu lo stupore di coloro che avevano conosciuto Marguerite quando videro come sua unica erede una bella e florida ragazza di campagna, che fino ad allora non aveva mai lasciato il suo villaggio. Aveva fatto fortuna in un colpo solo, senza nemmeno conoscere la fonte di quella fortuna. Se ne tornò, seppi in seguito, alla sua campagna, grandemente rattristata dalla morte della sorella, ma con una tristezza che era alquanto lenita dall'investimento al quattro e mezzo per cento che era riuscita a fare.
Tutte queste circostanze, spesso ripetute a Parigi, la città madre dello scandalo, avevano iniziato a essere dimenticate, e io stesso stavo a poco a poco dimenticando la parte che vi avevo preso, quando un nuovo incidente portò a mia conoscenza l'intera vita di Marguerite, e mi rese noto dettagli così patetici che fui colto dall'idea di scrivere la storia che ora sto scrivendo.
Le stanze, ormai svuotate di tutti i loro mobili, erano in affitto da tre o quattro giorni quando, una mattina, suonarono alla mia porta.
Il mio servitore, o, meglio, il mio portiere, che fungeva da servitore, andò alla porta e mi portò un biglietto, dicendo che la persona che glielo aveva dato desiderava vedermi.
Diedi un'occhiata al biglietto e vi lessi queste due parole: Armand Duval.
Cercai di pensare dove avessi visto quel nome, e ricordai il primo foglio della copia di Manon Lescaut. Cosa poteva volere da me la persona che aveva regalato il libro a Marguerite? Diedi ordine di farlo entrare subito.
Vidi un giovane, biondo, alto, pallido, vestito con un abito da viaggio che sembrava non avesse cambiato da qualche giorno, e di cui non si era nemmeno preso la briga di spazzolare la polvere arrivando a Parigi, poiché ne era coperto.
M. Duval era profondamente agitato; non fece alcun tentativo di nascondere la sua agitazione, e fu con le lacrime agli occhi e la voce tremante che mi disse:
"Signore, vi prego di scusare la mia visita e il mio costume; ma i giovani non sono molto cerimoniosi l'uno con l'altro, e avevo così tanta fretta di vedervi oggi che non sono nemmeno andato all'albergo dove ho inviato i miei bagagli, e sono corso direttamente qui, temendo che, dopo tutto, potrei mancarvi, per quanto presto sia".
Pregai M. Duval di sedersi vicino al fuoco; lo fece, e, tirato fuori il fazzoletto dalla tasca, vi nascose il viso per un momento.
"Sarete smarrito nel comprendere", continuò, sospirando tristemente, "per quale scopo un visitatore sconosciuto, a quest'ora, in tale costume, e in lacrime, sia venuto a trovarvi. Sono semplicemente venuto a chiedervi un grande favore".
"Parlate, signore, sono interamente a vostra disposizione".
"Voi eravate presente alla vendita di Marguerite Gautier?"
A questa parola l'emozione, che aveva dominato per un istante, ebbe il sopravvento, e fu costretto a coprirsi gli occhi con la mano.
"Devo sembrarvi molto assurdo", aggiunse, "ma perdonatemi, e credete che non dimenticherò mai la pazienza con cui mi avete ascoltato".
"Signore", risposi, "se il servizio che posso rendervi è in grado di lenire un po' il vostro turbamento, ditemi subito cosa posso fare per voi, e mi troverete solo troppo felice di obbligarvi".
Il dolore di M. Duval era empatico, e mio malgrado provai il desiderio di fargli del bene. Al che mi disse:
"Avete comprato qualcosa alla vendita di Marguerite?"
"Sì, un libro".
"Manon Lescaut?"
"Precisamente".
"Avete ancora il libro?"
"È nella mia camera da letto".
Nell'udire ciò, Armand Duval sembrò sollevato da un gran peso, e mi ringraziò come se gli avessi già reso un servizio semplicemente conservando il libro.
Mi alzai e andai nella mia stanza a prendere il libro, che gli porsi.
"È proprio questo", disse, guardando l'iscrizione sulla prima pagina e voltando le pagine; "è proprio questo", e due grosse lacrime caddero sui fogli. "Bene, signore", disse, sollevando il capo, e non cercando più di nascondermi che aveva pianto e che era persino in quel momento sul punto di piangere, "tenete in grande considerazione questo libro?"
"Perché?"
"Perché sono venuto a chiedervi di cedermelo".
"Perdonate la mia curiosità, ma foste voi, dunque, a regalarlo a Marguerite Gautier?"
"Fui io!"
"Il libro è vostro, signore; riprendetelo. Sono felice di potervelo consegnare".
"Ma", disse M. Duval con un certo imbarazzo, "il minimo che io possa fare è darvi in cambio il prezzo che avete pagato per esso".
"Permettetemi di offrirvelo. Il prezzo di un singolo volume in una vendita di quel genere è un nulla, e non ricordo quanto ho dato per esso".
"Avete dato cento franchi".
"È vero", dissi, imbarazzato a mia volta, "come fate a saperlo?"
«È molto semplice. Speravo di arrivare a Parigi in tempo per l'asta, e sono riuscito a essere qui solo stamattina. Ero assolutamente deciso ad avere qualcosa che le fosse appartenuto, così sono corso dal banditore e gli ho chiesto di mostrarmi l'elenco degli oggetti venduti e i nomi degli acquirenti. Ho visto che questo volume era stato comprato da voi, e ho deciso di chiedervi di cedermelo, sebbene il prezzo che avevate fissato mi facesse temere che poteste avere voi stesso qualche ricordo legato al possesso del libro».
Mentre parlava, era evidente che temesse che io avessi conosciuto Marguerite come l'aveva conosciuta lui. Mi affrettai a rassicurarlo.
«Conoscevo M.lle Gautier solo di vista», dissi; «la sua morte mi ha fatto l'impressione che la morte di una bella donna deve sempre fare a un giovane a cui era piaciuto vederla. Volevo comprare qualcosa alla sua vendita, e ho rilanciato per questo libro per pura ostinazione e per infastidire qualcun altro, che era altrettanto desideroso di ottenerlo e che sembrava sfidarmi nella gara. Ripeto, dunque, che il libro è vostro, e ancora una volta vi prego di accettarlo; non trattatemi come se fossi un banditore, e che sia il pegno tra noi di una conoscenza più lunga e intima».
«Bene», disse Armand, tendendomi la mano e stringendo la mia; «accetto, e ve ne sarò grato per tutta la vita».
Ero molto ansioso di interrogare Armand a proposito di Marguerite, poiché l'iscrizione nel libro, il viaggio affrettato del giovane, il suo desiderio di possedere il volume, stuzzicavano la mia curiosità; ma temevo che, se avessi interrogato il mio visitatore, potesse sembrare che avessi rifiutato il suo denaro solo per avere il diritto di ficcare il naso nei suoi affari.
Fu come se avesse indovinato il mio desiderio, poiché mi disse:
«Avete letto il volume?»
«Tutto quanto».
«Cosa ne pensate delle due righe che vi ho scritto dentro?»
«Mi sono reso conto subito che la donna a cui avevate donato il volume doveva essere del tutto fuori dalla categoria ordinaria, poiché non potevo prendere quelle due righe come un mero complimento vuoto».
«Avevate ragione. Quella donna era un angelo. Guardate, leggete questa lettera». E mi porse un foglio che sembrava essere stato riletto molte volte.
Lo aprii, e questo è ciò che conteneva:
«MIO CARO ARMAND: — Ho ricevuto la vostra lettera. Siete ancora buono, e ne ringrazio Dio. Sì, amico mio, sono malata, e con una di quelle malattie che non danno mai tregua; ma l'interesse che ancora nutrite per me rende la mia sofferenza meno grave. Non vivrò abbastanza a lungo, credo, per avere la felicità di stringere la mano che ha scritto la gentile lettera che ho appena ricevuto; le sue parole basterebbero a guarirmi, se qualcosa potesse guarirmi. Non vi vedrò, perché sono molto vicina alla morte, e voi siete a centinaia di leghe di distanza. Mio povero amico! La vostra Marguerite dei bei tempi andati è tristemente cambiata. È meglio forse che non mi rivediate piuttosto che vedermi così come sono. Chiedete se vi perdono; oh, con tutto il cuore, amico, perché il modo in cui mi avete ferita era solo un modo per dimostrare l'amore che avevate per me. Sono a letto da un mese, e penso così tanto alla vostra stima che scrivo ogni giorno il diario della mia vita, dal momento in cui ci siamo lasciati al momento in cui non sarò più in grado di scrivere. Se l'interesse che provate per me è reale, Armand, quando tornerete andate a trovare Julie Duprat. Vi darà il mio diario. Vi troverete la ragione e la scusa per ciò che è passato tra noi. Julie è molto buona con me; parliamo spesso di voi insieme. Era lì quando è arrivata la vostra lettera, ed entrambe abbiamo pianto leggendola.
Se non mi aveste mandato alcun messaggio, le avevo detto di darvi quelle carte quando sareste tornato in Francia. Non ringraziatemi per questo. Questo guardare quotidianamente indietro ai soli momenti felici della mia vita mi fa un bene immenso, e se voi troverete nel leggerlo qualche scusa per il passato, io, da parte mia, vi trovo un conforto continuo. Vorrei lasciarvi qualcosa che vi ricordi sempre di me, ma qui è stato tutto sequestrato, e non ho nulla di mio.
Capite, amico mio? Sto morendo, e dal mio letto posso sentire un uomo camminare avanti e indietro nel salotto; i miei creditori lo hanno messo lì per controllare che non venga portato via nulla, e che non mi rimanga nulla nel caso in cui non morissi. Spero che aspetteranno la fine prima di cominciare a vendere.
Oh, gli uomini non hanno pietà! O meglio, mi sbaglio, è Dio che è giusto e inflessibile!
E ora, caro amore, verrete alla mia vendita, e comprerete qualcosa, perché se mettessi da parte anche la minima cosa per voi, potrebbero accusarvi di sottrazione di beni sequestrati.
È una vita triste quella che sto lasciando!
Sarebbe bene da parte di Dio lasciarmi vedervi ancora prima che io muoia. Secondo ogni probabilità, addio, amico mio. Perdonatemi se non scrivo una lettera più lunga, ma coloro che dicono di volermi curare mi sfiniscono con i salassi, e la mia mano si rifiuta di scrivere ancora.
MARGUERITE GAUTIER.»
Le ultime due parole erano a malapena leggibili. Restituii la lettera ad Armand, che l'aveva, senza dubbio, riletta nella sua mente mentre io la leggevo sulla carta, poiché mi disse mentre la prendeva:
«Chi direbbe che una donna mantenuta avrebbe potuto scrivere questo?» E, sopraffatto dai ricordi, fissò per qualche tempo la grafia della lettera, che infine portò alle labbra.
«E quando penso», continuò, «che è morta prima che potessi vederla, e che non la vedrò mai più, quando penso che ha fatto per me ciò che nessuna sorella avrebbe mai fatto, non posso perdonarmi di averla lasciata morire così. Morta! Morta e pensando a me, scrivendo e ripetendo il mio nome, povera cara Marguerite!»
E Armand, dando libero sfogo ai suoi pensieri e alle sue lacrime, mi tese la mano e continuò:
«La gente penserebbe che sia abbastanza infantile se mi vedesse piangere così per una donna morta come lei; nessuno saprà mai cosa ho fatto soffrire a quella donna, quanto sono stato crudele con lei! Quanto era buona, quanto rassegnata! Pensavo di essere io a dover perdonare lei, e oggi mi sento indegno del perdono che lei mi concede. Oh, darei dieci anni della mia vita per piangere ai suoi piedi per un'ora!»
È sempre difficile consolare un dolore che non si conosce, e tuttavia provavo una simpatia così viva per il giovane, mi rendeva così francamente partecipe della sua angoscia, che credevo che una mia parola non gli sarebbe stata indifferente, e dissi:
«Non avete genitori, amici? Sperate. Andate a trovarli; vi consoleranno. Quanto a me, posso solo compiangervi».
«È vero», disse, alzandosi e camminando avanti e indietro nella stanza, «vi sto annoiando. Perdonatemi, non ho riflettuto a quanto poco possa significare per voi il mio dolore, e che vi sto importunando con qualcosa che non può e non deve interessarvi affatto».
«Avete frainteso le mie parole. Sono interamente al vostro servizio; solo mi rammarico della mia incapacità di calmare la vostra angoscia. Se la mia compagnia e quella dei miei amici possono darvi qualche distrazione, se, insomma, avete bisogno di me, non importa in che modo, spero capirete quanto piacere mi darà fare qualsiasi cosa per voi».
«Perdono, perdono», disse lui; «il dolore acuisce le sensazioni. Lasciatemi restare qui ancora per qualche minuto, il tempo di asciugarmi gli occhi, così che gli oziosi per strada non guardino come una curiosità vedere un omone come me che piange. Mi avete reso molto felice dandomi questo libro. Non so come potrò mai esprimervi la mia gratitudine».
«Dandomi un po' della vostra amicizia», dissi, «e raccontandomi la causa della vostra sofferenza. Ci si sente meglio raccontando ciò che si soffre».
«Avete ragione. Ma oggi ho troppo bisogno di piangere; non riesco a parlare molto bene. Un giorno vi racconterò tutta la storia, e vedrete se ho motivo di rimpiangere la povera ragazza». E ora, aggiunse, strofinandosi gli occhi per l'ultima volta e guardandosi nello specchio, «dite che non mi considerate troppo assolutamente idiota, e permettetemi di tornare a trovarvi un'altra volta».
Mi gettò uno sguardo gentile e amabile. Ero vicino ad abbracciarlo. Quanto a lui, i suoi occhi ricominciarono a riempirsi di lacrime; vide che me ne accorgevo e voltò la testa.
«Coraggio», dissi.
«Addio», disse.
E, facendo uno sforzo disperato per trattenere le lacrime, uscì dalla stanza quasi correndo.
Sollevai la tenda della mia finestra e lo vidi salire sul cabriolet che lo attendeva alla porta; ma non appena fu seduto scoppiò in lacrime e nascose il viso nel fazzoletto.
Capitolo V
Passò un bel po' di tempo prima che avessi altre notizie di Armand, ma, d'altra parte, sentivo parlare costantemente di Marguerite.
Non so se avete notato, se una volta che il nome di qualcuno che avrebbe potuto, nel corso naturale delle cose, rimanere sempre sconosciuto, o tutt'al più indifferente, viene menzionato davanti a voi, immediatamente i dettagli iniziano a raggrupparsi attorno al nome, e scoprite che tutti i vostri amici vi parlano di qualcosa di cui non vi hanno mai accennato prima. Scoprite che questa persona vi era quasi accanto ed è passata vicino a voi molte volte nella vostra vita senza che ve ne accorgeste; trovate coincidenze negli eventi che vi vengono raccontati, una vera affinità con certi fatti della vostra stessa esistenza. Non ero assolutamente a quel punto riguardo a Marguerite, poiché l'avevo vista e incontrata, la conoscevo di vista e di fama; tuttavia, dal momento della vendita, il suo nome arrivava alle mie orecchie così frequentemente, e, a causa della circostanza che ho menzionato nell'ultimo capitolo, quel nome era associato a un dolore così profondo, che la mia curiosità aumentava in proporzione al mio stupore. La conseguenza fu che, ogni volta che incontravo amici ai quali non avevo mai sussurrato il nome di Marguerite, iniziavo sempre dicendo:
«Avete mai conosciuto una certa Marguerite Gautier?»
«La Signora delle Camelie?»
«Esattamente».
«Oh, benissimo!»
La parola era talvolta accompagnata da un sorriso che non poteva lasciare dubbi sul suo significato.
«Beh, che tipo di ragazza era?»
«Una brava ragazza».
«È tutto?»
«Oh, sì; più intelligenza e forse un po' più di cuore di quanto ne abbiano la maggior parte».
«Sapete qualcosa di particolare su di lei?»
«Ha rovinato il Barone di G.»
«Nient'altro che questo?»
«Era l'amante del vecchio Duca di...»
«Era davvero la sua amante?»
«Così dicono; ad ogni modo, le ha dato un sacco di soldi».
I tratti generali erano sempre gli stessi. Tuttavia ero ansioso di scoprire qualcosa sulle relazioni tra Marguerite e Armand. Incontrando un giorno un uomo che bazzicava costantemente le donne di malaffare, gli chiesi: «Conoscevi Marguerite Gautier?»
La risposta fu quella consueta: «Benissimo».
«Che tipo di ragazza era?»
«Una bella, brava ragazza. Mi è dispiaciuto molto sentire della sua morte».
«Non aveva un amante di nome Armand Duval?»
«Alto e biondo?»
«Sì».
«È verissimo».
«Chi era questo Armand?»
«Un tizio che ha dilapidato per lei i pochi soldi che aveva, e poi ha dovuto lasciarla. Dicono che ne fosse completamente pazzo».
«E lei?»
«Dicono sempre che fosse molto innamorata di lui, ma come sanno essere innamorate ragazze come quelle. Non serve chiedere loro ciò che non possono dare».
«Che ne è stato di Armand?»
«Non lo so. Lo conoscevamo molto poco. È stato con Marguerite per cinque o sei mesi in campagna. Quando lei è tornata, lui se n'era andato».
«E non l'avete mai più visto da allora?»
«Mai».
Anch'io non avevo più visto Armand. Cominciavo a chiedermi se, quando era venuto a trovarmi, la notizia recente della morte di Marguerite non avesse esagerato il suo antico amore, e di conseguenza il suo dolore, e mi dicevo che forse aveva già dimenticato la donna morta, e insieme a lei la promessa di tornare a trovarmi. Questa supposizione sarebbe sembrata abbastanza probabile nella maggior parte dei casi, ma nella disperazione di Armand c'era stato un accento di reale sincerità, e, passando da un estremo all'altro, immaginai che l'angoscia avesse provocato una malattia, e che il mio non vederlo fosse spiegato dal fatto che era malato, forse morto.
Mi interessavo al giovane mio malgrado. Forse c'era un po' di egoismo in questo interesse; forse intuivo qualche patetica storia d'amore sotto tutto questo dolore; forse il mio desiderio di sapere tutto al riguardo aveva molto a che fare con l'ansia che il silenzio di Armand mi causava. Poiché M. Duval non tornava a trovarmi, decisi di andare a trovare lui. Un pretesto non era difficile da trovare; sfortunatamente non conoscevo il suo indirizzo, e nessuno tra coloro che interrogai seppe darmelo.
Andai in Rue d'Antin; forse il portinaio di Marguerite avrebbe saputo dove viveva Armand. C'era un nuovo portinaio; ne sapeva quanto me. Chiesi allora in quale cimitero fosse stata sepolta M.lle Gautier. Era il cimitero di Montmartre. Era ormai il mese di aprile; il tempo era bello, le tombe non sembravano tristi e desolate come in inverno; insomma, faceva abbastanza caldo perché i vivi pensassero un po' ai morti e facessero loro visita. Andai al cimitero, dicendomi: «Uno sguardo alla tomba di Marguerite, e saprò se il dolore di Armand esiste ancora, e forse potrò scoprire cosa ne è stato di lui».
Entrai nell'ufficio del custode e gli chiesi se il 22 febbraio fosse stata sepolta nel cimitero di Montmartre una donna di nome Marguerite Gautier. Sfoglio le pagine di un grosso libro in cui sono iscritti e numerati coloro che entrano in quest'ultima dimora, e rispose che il 22 febbraio, alle ore 12, era stata sepolta una donna con quel nome.
Gli chiesi di mostrarmi la tomba, poiché non c'è modo di trovare la strada senza una guida in questa città dei morti, che ha le sue strade come una città dei vivi. Il custode chiamò un giardiniere, a cui diede le istruzioni necessarie; il giardiniere lo interruppe, dicendo: «Lo so, lo so.—Non è difficile trovare quella tomba», aggiunse, voltandosi verso di me.
«Perché?»
«Perché ha fiori molto diversi dagli altri».
«Sei tu che te ne occupi?»
«Sì, signore; e vorrei che tutti i parenti si prendessero tanta cura dei morti quanto il giovane che mi ha dato i suoi ordini».
Dopo diverse svolte, il giardiniere si fermò e mi disse: «Eccoci qui».
Vidi davanti a me un quadrato di fiori che non avrei mai scambiato per una tomba, se non fosse stato per una lastra di marmo bianco che portava un nome.
La lastra di marmo era in piedi, una ringhiera di ferro segnava i limiti del terreno acquistato, e la terra era coperta di camelie bianche. «Che ne dice?» disse il giardiniere.
«È bellissimo».
«E ogni volta che una camelia appassisce, ho ordine di sostituirla».
«Chi le ha dato l'ordine?»
«Un giovane signore, che ha pianto la prima volta che è venuto qui; un vecchio amico suo, suppongo, perché dicono che fosse una ragazza allegra. Molto carina, anche, credo. L'ha conosciuta, signore?»
«Sì».
«Come l'altra?» disse il giardiniere, con un sorriso malizioso.
«No, non le ho mai parlato».
«E viene qui lo stesso! È molto gentile da parte sua, perché quelli che vengono a trovare la povera ragazza non affollano certo il cimitero».
«Non viene nessuno?»
«Nessuno, tranne quel giovane signore che è venuto una volta».
«Solo una volta?»
«Sì, signore».
«Non è più tornato?»
«No, ma tornerà quando tornerà a casa».
«È via per qualche motivo?»
«Sì».
«Sa dove si trova?»
«Credo sia andato a trovare la sorella di M.lle Gautier».
«Cosa vuole lì?»
«È andato a ottenere l'autorizzazione per far riesumare il cadavere e metterlo da un'altra parte».
«Perché non vuole lasciarlo qui?»
«Sa, signore, la gente ha strane idee sui morti. Ne vediamo di tutti i colori ogni giorno. Il terreno qui è stato acquistato solo per cinque anni, e questo giovane signore vuole un affitto perpetuo e un pezzo di terra più grande; sarà meglio nella parte nuova».
«Cosa chiama la parte nuova?»
«I nuovi appezzamenti di terra che sono in vendita, lì a sinistra. Se il cimitero fosse stato sempre tenuto come è adesso, non ce ne sarebbe uno uguale al mondo; ma c'è ancora molto da fare prima che sia tutto come dovrebbe essere. E poi le persone sono così strane!»
«Cosa intende dire?»
«Intendo dire che ci sono persone che portano il loro orgoglio anche qui. Ora, questa Damigella Gautier, sembra che vivesse in modo un po' libero, se mi passa l'espressione. Povera signora, ora è morta; non ne rimane più di lei che di quelli di cui nessuno ha nulla da ridire. Noi li innaffiamo ogni giorno. Beh, quando i parenti della gente sepolta accanto a lei hanno scoperto che tipo di persona fosse, cosa pensa che abbiano detto? Che avrebbero cercato di tenerla lontana da qui, e che dovrebbe esserci un pezzo di terra da qualche parte in disparte per questo tipo di donne, come c'è per i poveri. Ha mai sentito una cosa del genere? Gliel'ho detto chiaro e tondo: gente benestante che viene a vedere i propri morti quattro volte l'anno, e portano i fiori loro stessi, e che fiori! E stanno attenti a quanto costano quelli che fingono di piangere, e scrivono sulle loro lapidi tutto il dolore per le lacrime che non hanno versato, e vengono a creare difficoltà per i loro vicini. Mi creda o no, signore, non ho mai conosciuto la giovane signora; non so cosa abbia fatto. Beh, mi sono innamorato della povera cosa; mi prendo cura di lei bene, e le lascio le sue camelie a un prezzo onesto. È il corpo che preferisco tra tutti. Vede, signore, siamo obbligati ad amare i morti, perché siamo così occupati che abbiamo a malapena il tempo di amare qualcos'altro».
Guardai l'uomo, e alcuni dei miei lettori capiranno, senza che io debba spiegarlo, l'emozione che provai nel sentirlo. Egli se ne accorse, senza dubbio, poiché continuò:
«Mi dicono che ci sia stata gente che si è rovinata per quella ragazza, e amanti che l’hanno adorata; bene, quando penso che ora non ce n’è uno che le compri nemmeno un fiore, è strano, signore, e triste. E, dopo tutto, non se la passa così male, perché ha la sua tomba tutta per sé, e se c’è solo uno che la ricorda, lui compensa gli altri. Ma abbiamo altre povere ragazze qui, proprio come lei e della sua stessa età, e vengono semplicemente gettate in una fossa comune, e mi si spezza il cuore quando sento i loro poveri corpi cadere nella terra. E non c’è anima viva che pensi più a loro, una volta morte! Non è un mestiere allegro, il nostro, specialmente quando ci è rimasto un po’ di cuore. Che cosa si aspetta? Non posso farci nulla. Io stesso ho una bella ragazza, robusta; ha appena vent’anni, e quando una ragazza di quell’età arriva qui penso a lei, e non m’importa se sia una gran signora o una vagabonda, non posso fare a meno di sentirlo un po’. Ma le sto rubando tempo, signore, con i miei racconti, e non era per ascoltarli che è venuto qui. Mi è stato detto di mostrarle la tomba di Mlle. Gautier; eccola. C’è qualcos’altro che posso fare per lei?»
«Conosce l’indirizzo di M. Armand Duval?» chiesi.
«Sì; abita in Rue de ——; almeno, è lì che vado sempre a prendere i soldi per i fiori che vede lì.»
«Grazie, buon uomo.»
Diedi un’ultima occhiata alla tomba coperta di fiori, desiderando quasi di penetrare nelle profondità della terra e vedere cosa la terra avesse fatto della bella creatura che vi era stata gettata; poi mi allontanai tristemente.
«Vuole vedere M. Duval, signore?» disse il giardiniere, che camminava al mio fianco.
«Sì.»
«Beh, sono quasi certo che non sia ancora tornato, altrimenti sarebbe già stato qui.»
«Non crede che abbia dimenticato Marguerite?»
«Non solo sono sicuro che non l’abbia fatto, ma scommetterei che vuole cambiare la sua tomba proprio per poterla vedere un’ultima volta.»
«Perché lo pensa?»
«La prima cosa che mi disse quando venne al cimitero fu: “Come posso rivederla?”. Non si può fare a meno di cambiare tomba, e gli ho spiegato tutte le formalità a cui bisogna badare per riuscirci; perché, vede, se si vuole spostare un corpo da una tomba all’altra bisogna identificarlo, e solo la famiglia può dare il permesso sotto la direzione di un ispettore di polizia. È per questo che M. Duval è andato a trovare la sorella di Mlle. Gautier, e può star certo che la sua prima visita sarà per me.»
Eravamo arrivati al cancello del cimitero. Ringraziai di nuovo il giardiniere, mettendogli in mano qualche moneta, e mi avviai verso l’indirizzo che mi aveva dato.
Armand non era ancora tornato. Lasciai un messaggio per lui, pregandolo di venire a trovarmi non appena fosse arrivato, o di farmi sapere dove avrei potuto trovarlo.
Il giorno dopo, al mattino, ricevetti una lettera da Duval, che mi informava del suo ritorno e mi chiedeva di passare a trovarlo, poiché era così esausto per la fatica che gli era impossibile uscire.
Capitolo VI
Trovai Armand a letto. Nel vedermi mi tese una mano che scottava. «Hai la febbre», gli dissi. «Non è nulla, la stanchezza di un viaggio rapido; tutto qui». «Sei andato a trovare la sorella di Marguerite?». «Sì; chi te l’ha detto?». «Lo sapevo. Hai ottenuto quello che volevi?».
«Sì; ma chi ti ha parlato del mio viaggio e del motivo per cui l’ho intrapreso?».
«Il giardiniere del cimitero.»
«Hai visto la tomba?»
Osai a malapena rispondere, perché il tono in cui erano state pronunciate quelle parole mi dimostrava che chi parlava era ancora preda dell’emozione a cui avevo assistito in precedenza, e che ogni volta che i suoi pensieri o le sue parole tornavano su quel triste argomento, l’emozione si sarebbe rivelata, ancora per molto tempo, più forte della sua volontà. Mi limitai a un cenno del capo.
«L’ha tenuta bene?» continuò Armand. Due grosse lacrime rotolarono sulle guance del malato, che voltò la testa per nasconderle. Finsi di non vederle e cercai di cambiare discorso. «Sei stato via tre settimane», dissi.
Armand si passò una mano sugli occhi e rispose: «Esattamente tre settimane».
«Hai fatto un lungo viaggio.»
«Oh, non ho viaggiato tutto il tempo. Sono stato male per quindici giorni, altrimenti sarei tornato molto tempo fa; ma ero appena arrivato quando mi è venuta questa febbre e sono stato costretto a restare in camera.»
«E sei partito per tornare prima di essere guarito del tutto?»
«Se fossi rimasto in quel posto per un’altra settimana, sarei morto lì.»
«Beh, ora che sei tornato, devi prenderti cura di te; i tuoi amici verranno a badare a te; io per primo, se me lo permetterai.»
«Mi alzerò tra un paio d’ore.»
«Sarebbe molto imprudente.»
«Devo.»
«Cosa devi fare con tanta fretta?»
«Devo andare dall’ispettore di polizia.»
«Perché non fai seguire la faccenda a uno dei tuoi amici? Probabilmente ti farà stare peggio di come sei ora.»
«È la mia unica possibilità di guarire. Devo vederla. Da quando ho saputo della sua morte, e specialmente da quando ho visto la sua tomba, non riesco a dormire. Non riesco a realizzare che questa donna, così giovane e così bella quando l’ho lasciata, sia davvero morta. Devo convincermene. Devo vedere cosa Dio ha fatto di un essere che ho amato così tanto, e forse l’orrore della vista mi guarirà dalla mia disperazione. Mi accompagnerai, se non ti è di troppo disturbo?»
«Cosa ha detto sua sorella a riguardo?»
«Nulla. Sembrava molto sorpresa che uno sconosciuto volesse comprare un pezzo di terra e dare a Marguerite una nuova tomba, e ha firmato immediatamente l’autorizzazione che le ho chiesto.»
«Credimi, sarebbe meglio aspettare finché non sarai del tutto guarito.»
«Non temere; sarò del tutto calmo. Inoltre, uscirei di senno se non portassi a termine una risoluzione che ho preso. Ti giuro che non sarò più me stesso finché non avrò visto Marguerite. È forse la sete della febbre, il sogno di una notte insonne, un momento di delirio; ma anche se dovessi diventare un trappista, come M. de Rancé, dopo aver visto, vedrò.»
«Capisco», dissi ad Armand, «e sono al tuo servizio. Hai visto Julie Duprat?»
«Sì, l’ho vista il giorno in cui sono tornato, per la prima volta.»
«Ti ha dato le carte che Marguerite ti aveva lasciato?»
Armand estrasse un rotolo di carte da sotto il cuscino e lo ripose immediatamente.
«So tutto quello che c’è in queste carte a memoria», disse. «Per tre settimane le ho lette dieci volte al giorno. Le leggerai anche tu, ma più tardi, quando sarò più calmo e potrò farti capire tutto l’amore e la tenerezza nascosti in questa confessione. Per il momento voglio che tu mi faccia un favore.»
«Quale?»
«Il tuo fiacre è di sotto?»
«Sì.»
«Bene, vuoi prendere il mio passaporto e chiedere se ci sono lettere per me al fermoposta? Mio padre e mia sorella devono avermi scritto a Parigi, e sono partito con tale fretta che non sono andato a controllare prima di partire. Quando tornerai andremo insieme dall’ispettore di polizia e organizzeremo la cerimonia di domani.»
Armand mi porse il passaporto e io andai in Rue Jean Jacques Rousseau. C’erano due lettere indirizzate a Duval. Le presi e tornai indietro. Quando rientrai nella stanza, Armand era vestito e pronto per uscire.
«Grazie», disse prendendo le lettere. «Sì», aggiunse, dopo aver dato un’occhiata agli indirizzi, «sono di mio padre e di mia sorella. Devono essere stati molto confusi dal mio silenzio.»
Aprì le lettere, le intuì più che leggerle, poiché ognuna era di quattro pagine; e un momento dopo le ripiegò. «Andiamo», disse, «risponderò domani.»
Andammo al commissariato di polizia e Armand consegnò il permesso firmato dalla sorella di Marguerite. Ricevette in cambio una lettera per il custode del cimitero, e fu stabilito che l’esumazione avrebbe avuto luogo il giorno seguente, alle dieci, che sarei passato a prenderlo un’ora prima e che saremmo andati al cimitero insieme.
Confesso che ero curioso di presenziare e non ho dormito tutta la notte. A giudicare dai pensieri che mi riempivano il cervello, deve essere stata una lunga notte anche per Armand. Quando entrai nella sua stanza alle nove del mattino seguente, era spaventosamente pallido, ma sembrava calmo. Sorrise e mi tese la mano. Le sue candele erano consumate; e prima di uscire prese una lettera molto pesante indirizzata a suo padre, contenente senza dubbio un resoconto delle impressioni di quella notte.
Mezz’ora dopo eravamo a Montmartre. L’ispettore di polizia era già lì. Camminammo lentamente in direzione della tomba di Marguerite. L’ispettore procedeva davanti; Armand e io seguivamo a pochi passi.
Di tanto in tanto sentivo il braccio del mio compagno tremare convulsamente, come se avesse dei brividi dalla testa ai piedi. Lo guardai. Capì il mio sguardo e mi sorrise; non avevamo scambiato una parola dall’uscita di casa.
Poco prima di arrivare alla tomba, Armand si fermò per asciugarsi il volto, coperto di grosse gocce di sudore. Approfittai della pausa per trarre un respiro profondo, perché anch’io sentivo come se avessi un peso sul petto.
Qual è l’origine di quel piacere doloroso che troviamo in spettacoli di questo genere? Quando giungemmo alla tomba, il giardiniere aveva rimosso tutti i vasi di fiori, la ringhiera di ferro era stata tolta e due uomini stavano rivoltando il terreno.
Armand si appoggiò a un albero e guardò. Tutta la sua vita sembrò scorrergli davanti agli occhi. Improvvisamente uno dei due picconi urtò una pietra. Al rumore, Armand indietreggiò, come per una scossa elettrica, e mi afferrò la mano con tale forza da farmi male.
Uno dei becchini prese una pala e cominciò a svuotare la terra; poi, quando rimasero solo le pietre a coprire la bara, le gettò via una a una.
Scrutai Armand, perché ogni momento temevo che le emozioni che visibilmente stava reprimendo potessero essere troppo per lui; ma lui continuava a guardare, con gli occhi fissi e spalancati, come quelli di un pazzo, e un leggero tremore alle guance e alle labbra erano gli unici segni della violenta crisi nervosa che stava subendo.
Quanto a me, tutto ciò che posso dire è che mi pentii di essere venuto.
Quando la bara fu scoperta, l’ispettore disse al becchino: «Apritela». Obbedirono, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
La bara era di quercia e cominciarono a svitare il coperchio. L’umidità della terra aveva arrugginito le viti e non fu senza qualche difficoltà che la bara venne aperta. Un odore doloroso si sprigionò nonostante le piante aromatiche con cui era coperta.
«O mio Dio, mio Dio!» mormorò Armand, facendosi più pallido di prima.
Persino il becchino indietreggiò.
Un grande sudario bianco copriva il cadavere, delineandone strettamente alcuni contorni. Questo sudario era quasi completamente mangiato a un’estremità, lasciando visibile uno dei piedi.
Stavo quasi per svenire e, nel momento in cui scrivo queste righe, rivedo l’intera scena in tutta la sua imponente realtà.
«Presto», disse l’ispettore. A quel punto uno degli uomini tese la mano, cominciò a scucire il sudario e, prendendolo per un’estremità, mise improvvisamente a nudo il volto di Marguerite.
Era terribile da vedere, è orribile da raccontare. Gli occhi non erano altro che due buchi, le labbra erano scomparse, svanite, e i denti bianchi erano serrati. I capelli neri, lunghi e secchi, erano premuti strettamente contro la fronte e velavano a metà le cavità verdi delle guance; eppure riconobbi in quel volto il gioioso viso bianco e rosa che avevo visto così spesso.
Armand, incapace di distogliere gli occhi, si era portato il fazzoletto alla bocca e lo mordeva.
Per quanto mi riguarda, fu come se un cerchio di ferro mi stringesse la testa, un velo mi coprisse gli occhi, un ronzio mi riempisse le orecchie, e tutto ciò che potei fare fu stappare un flacone di sali che per caso avevo con me e farne lunghi respiri.
Attraverso questo stordimento udii l’ispettore dire a Duval: «Identifica?».
«Sì», rispose il giovane con voce sorda.
«Allora richiudete e portate via», disse l’ispettore.
I becchini rimisero il sudario sul volto del cadavere, fissarono la bara, la presero per ciascuna estremità e cominciarono a portarla verso il punto in cui era stato loro ordinato di portarla.
Armand non si mosse. I suoi occhi erano fissi sulla tomba vuota; era bianco come il cadavere che avevamo appena visto. Sembrava pietrificato.
Vidi cosa stava per succedere non appena il dolore causato dallo spettacolo si fosse attenuato e avesse cessato di sostenerlo. Mi avvicinai all’ispettore. «La presenza di questo signore è ancora necessaria?», chiesi, indicando Armand.
«No», rispose, «e le consiglierei di portarlo via. Sembra malato.»
«Vieni», dissi ad Armand, prendendolo per un braccio.
«Cosa?», disse, guardandomi come se non mi riconoscesse.
«È tutto finito», aggiunsi. «Devi venire, amico mio; sei tutto bianco; hai freddo. Queste emozioni saranno troppo per te.»
«Hai ragione. Andiamo», rispose meccanicamente, ma senza fare un passo.
Lo presi per il braccio e lo guidai. Si lasciò condurre come un bambino, mormorando solo di tanto in tanto: «Hai visto i suoi occhi?», e si voltava come se la visione lo avesse richiamato.
Ciononostante, i suoi passi divennero più irregolari; sembrava camminare a scatti; i denti battevano; le mani erano fredde; un’agitazione violenta percorreva il suo corpo. Gli parlai; non rispose. Riusciva appena a lasciarsi guidare. Un fiacre stava aspettando al cancello. Arrivammo appena in tempo. Non appena si fu seduto, i brividi divennero più violenti e ebbe un vero e proprio attacco di nervi, nel mezzo del quale la paura di spaventarmi lo portò a stringermi la mano e a sussurrare: «Non è nulla, nulla. Voglio piangere».
Il suo petto si affannava, gli occhi erano iniettati di sangue, ma non ne uscivano lacrime. Gli feci annusare i sali che avevo con me e, quando arrivammo a casa sua, restavano solo i brividi.
Con l’aiuto del suo servitore lo misi a letto, accesi un gran fuoco nella sua camera e corsi dal mio medico, al quale raccontai tutto ciò che era accaduto. Si affrettò con me.
Armand era arrossato e delirante; balbettava parole sconnesse, nelle quali si poteva distinguere chiaramente solo il nome di Marguerite.
«Bene?», dissi al medico quando ebbe esaminato il paziente.
«Bene, non ha né più né meno che una febbre cerebrale, ed è molto fortunato, perché credo fermamente (che Dio mi perdoni!) che avrebbe perso la ragione. Fortunatamente, la malattia fisica ucciderà quella mentale, e tra un mese sarà libero dall’una e forse dall’altra.»
Capitolo VII
Le malattie come quella di Armand hanno una cosa positiva: o uccidono sul colpo o vengono superate molto presto. Quindici giorni dopo gli eventi che ho appena raccontato, Armand era convalescente ed eravamo già diventati grandi amici. Durante tutto il corso della sua malattia non mi ero quasi mai allontanato dal suo fianco.
La primavera era prodiga dei suoi fiori, delle sue foglie, dei suoi uccelli, dei suoi canti; e la finestra del mio amico si apriva gaiamente sul suo giardino, dal quale sembrava provenirgli un respiro rigenerante di salute. Il medico gli aveva permesso di alzarsi e spesso sedevamo a parlare alla finestra aperta, all’ora in cui il sole è allo zenit, tra mezzogiorno e le due. Stavo attento a non fare riferimento a Marguerite, temendo che il nome potesse risvegliare tristi ricordi nascosti sotto l’apparente calma del malato; ma Armand, al contrario, sembrava dilettarsi a parlare di lei, non più come in passato, con le lacrime agli occhi, ma con un dolce sorriso che mi rassicurava sul suo stato mentale.
Avevo notato che, fin dalla sua ultima visita al cimitero e dalla visione che aveva provocato una crisi così violenta, il dolore sembrava essere stato vinto dalla malattia, e la morte di Marguerite non gli appariva più sotto il suo aspetto precedente. Una sorta di consolazione era nata dalla certezza di cui era ora pienamente persuaso, e per scacciare l’immagine cupa che spesso gli si presentava, tornava sui ricordi felici della sua relazione con Marguerite e sembrava risoluto a non pensare ad altro.
Il corpo era troppo indebolito dall’attacco di febbre, e persino dal processo di guarigione, per permettergli emozioni violente, e la gioia universale della primavera che lo avvolgeva portava i suoi pensieri istintivamente verso immagini di letizia. Si era sempre ostinatamente rifiutato di dire alla sua famiglia del pericolo che aveva corso, e quando fu di nuovo bene, suo padre non sapeva nemmeno che fosse stato malato.
Una sera eravamo rimasti seduti alla finestra più a lungo del solito; il tempo era stato superbo e il sole andava a coricarsi in un crepuscolo sfolgorante d’oro e d’azzurro. Sebbene fossimo a Parigi, il verde che ci circondava sembrava separarci dal mondo, e la nostra conversazione era interrotta solo di tanto in tanto dal rumore di un veicolo di passaggio.
«Fu in questo periodo dell’anno, la sera di un giorno come questo, che incontrai Marguerite per la prima volta», mi disse Armand, come se ascoltasse i propri pensieri piuttosto che ciò che dicevo io. Non risposi. Poi, voltandosi verso di me, disse:
«Devo raccontarti l’intera storia; ne farai un libro; nessuno ci crederà, ma sarà forse interessante farlo.»
«Mi racconterai tutto più tardi, amico mio», gli dissi; «non sei ancora abbastanza forte.»
«È una serata calda, ho mangiato la mia razione di pollo», mi disse sorridendo; «non ho febbre, non abbiamo nulla da fare, te la racconterò ora.»
«Dal momento che lo desideri davvero, ascolterò.»
Ecco ciò che mi raccontò, e ho cambiato a malapena una parola della toccante storia.
Sì (continuò Armand, lasciando ricadere la testa sulla sedia), sì, era proprio una serata come questa. Avevo trascorso la giornata in campagna con uno dei miei amici, Gaston R—. Tornammo a Parigi la sera e, non sapendo cosa fare, andammo al Variétés. Uscimmo durante uno degli intervalli e una donna alta ci superò nel corridoio; il mio amico le fece un cenno di saluto.
«A chi stai salutando?», chiesi.
«Marguerite Gautier», disse.
«Sembra molto cambiata, perché non l’avevo riconosciuta», dissi, con un’emozione che presto capirai.
«È stata malata; la povera ragazza non durerà a lungo.»
Ricordo quelle parole come se mi fossero state dette ieri.
Devo dirti, amico mio, che per due anni la vista di questa ragazza aveva esercitato su di me uno strano effetto ogni volta che mi capitava di incontrarla. Senza sapere perché, diventavo pallido e il cuore mi batteva violentemente. Ho un amico che studia le scienze occulte, e lui chiamerebbe ciò che ho provato «affinità di fluidi»; quanto a me, so solo che ero destinato a innamorarmi di Marguerite e che lo avevo previsto.
È certamente un fatto che lei mi abbia colpito in modo molto definito, che molti dei miei amici lo avessero notato e che si fossero divertiti molto nel vedere chi fosse a esercitare su di me tale impressione.
La prima volta che la vidi fu in Place de la Bourse, davanti da Susse; una carrozza scoperta era ferma lì e una donna vestita di bianco ne scese. Un mormorio di ammirazione la accolse mentre entrava nel negozio. Per quanto mi riguarda, rimasi inchiodato al suolo dal momento in cui entrò fino a quello in cui uscì. Potevo vederla attraverso le vetrine del negozio mentre sceglieva ciò che era venuta a comprare. Avrei potuto entrare, ma non osai. Non sapevo chi fosse e temevo che potesse indovinare il motivo del mio ingresso e offendersi. Tuttavia, non pensai che l'avrei mai più rivista.
Era vestita elegantemente; indossava un abito di mussola con molte balze, uno scialle indiano ricamato agli angoli con fiori d'oro e seta, un cappello di paglia, un singolo braccialetto e una pesante catena d'oro, come stava proprio allora diventando di moda.
Ritornò alla sua carrozza e partì. Uno dei commessi stava sulla porta a guardare la carrozza della sua elegante cliente. Mi avvicinai a lui e gli chiesi quale fosse il nome della signora.
«Mademoiselle Marguerite Gautier», rispose. Non osai chiederle l'indirizzo e proseguii per la mia strada.
Il ricordo di questa visione, perché era davvero una visione, non voleva abbandonare la mia mente come tante altre visioni che avevo avuto, e cercai ovunque questa donna in bianco dalla bellezza regale.
Qualche giorno dopo ci fu una grande rappresentazione all'Opéra Comique. La prima persona che vidi in uno dei palchi fu Marguerite Gautier.
Il giovane che era con me la riconobbe immediatamente, poiché mi disse, menzionando il suo nome: «Guarda quella bella ragazza».
In quel momento Marguerite voltò il suo binocolo nella nostra direzione e, vedendo il mio amico, sorrise e gli fece cenno di venire da lei.
«Vado a dirle "come va?"», disse, «e tornerò tra un momento».
Non potei fare a meno di dire: «Uomo fortunato!».
«Perché?»
«Per andare a vedere quella donna».
«Sei innamorato di lei?»
«No», dissi arrossendo, perché non sapevo davvero cosa dire; «ma mi piacerebbe molto conoscerla».
«Vieni con me. Ti presenterò».
«Chiedile se puoi».
«Davvero, non c'è bisogno di essere cerimoniosi con lei; vieni».
Ciò che disse mi turbò. Temevo di scoprire che Marguerite non fosse degna del sentimento che provavo per lei.
In un libro di Alphonse Karr intitolato *Am Rauchen*, c'è un uomo che una sera segue una donna molto elegante, della quale si era innamorato a prima vista per la sua bellezza. Solo per baciarle la mano sentiva di avere la forza di tentare tutto, la volontà di conquistare tutto, il coraggio di ottenere tutto. Osava a malapena guardare la caviglia sottile che lei mostrava sollevando l'abito dal fango. Mentre lui sogna tutto ciò che farebbe per possedere questa donna, lei si ferma all'angolo della strada e gli chiede se vuole venire a casa con lei. Lui gira la testa, attraversa la strada e torna tristemente a casa propria.
Ricordai la storia e, avendo desiderato soffrire per questa donna, temevo che lei mi accettasse troppo prontamente e mi desse subito ciò che avrei voluto acquistare con una lunga attesa o con qualche grande sacrificio. Noi uomini siamo fatti così, ed è molto fortunato che l'immaginazione presti tanta poesia ai sensi e che i desideri del corpo facciano così tanta concessione ai sogni dell'anima. Se qualcuno mi avesse detto: «Avrai questa donna stasera e sarai ucciso domani», avrei accettato. Se qualcuno mi avesse detto: «Puoi essere il suo amante per dieci sterline», avrei rifiutato. Avrei pianto come un bambino che vede il castello che aveva sognato svanire mentre si sveglia dal sonno.
Tuttavia, desideravo conoscerla; era il mio unico mezzo per farmi un'opinione su di lei. Dissi quindi al mio amico che insistevo per avere il suo permesso di essere presentato, e vagai su e giù per i corridoi, dicendomi che di lì a poco lei mi avrebbe visto e che non avrei saputo dove guardare. Provai (sublime infantile ingenuità dell'amore!) a mettere insieme le parole che le avrei detto.
Un momento dopo il mio amico tornò. «Ci sta aspettando», disse.
«È sola?» chiesi.
«Con un'altra donna».
«Non ci sono uomini?»
«No».
«Vieni, allora».
Il mio amico si diresse verso la porta del teatro.
«Non è quella la strada», dissi.
«Dobbiamo andare a prendere dei dolci. Me ne ha chiesti».
Entrammo in una pasticceria nel passage de l’Opera. Avrei comprato l'intero negozio e mi stavo guardando intorno per vedere quali dolci scegliere, quando il mio amico chiese una libbra di chicchi d'uva glassati.
«Sai se le piacciono?»
«Non mangia nessun altro tipo di dolci; lo sanno tutti».
«Ah», continuò quando fummo usciti dal negozio, «sai che tipo di donna è quella a cui sto per presentarti? Non immaginare che sia una duchessa. È semplicemente una donna mantenuta, molto mantenuta, caro mio; non essere timido, di' qualsiasi cosa ti passi per la testa».
«Sì, sì», balbettai, e lo seguii, dicendomi che presto mi sarei curato della mia passione.
Quando entrai nel palco, Marguerite stava ridendo a crepapelle. Avrei preferito che fosse stata triste. Il mio amico mi presentò; Marguerite mi fece un piccolo cenno col capo e disse: «E i miei dolci?»
«Eccoli».
Mi guardò mentre li prendeva. Abbassai gli occhi e arrossii.
Si sporse verso la sua vicina e le disse qualcosa all'orecchio, al che entrambe risero. Evidentemente io ero la causa della loro ilarità e il mio imbarazzo aumentò. A quel tempo avevo come amante una personcina molto affettuosa e sentimentale, i cui sentimenti e le cui lettere malinconiche mi divertivano molto. Mi resi conto del dolore che dovevo averle dato con ciò che provavo in quel momento, e per cinque minuti l'amai come nessuna donna era mai stata amata.
Marguerite mangiò i suoi chicchi d'uva glassati senza degnarmi di ulteriore attenzione. L'amico che mi aveva presentato non voleva lasciarmi in una posizione così ridicola.
«Marguerite», disse, «non devi sorprenderti se il signor Duval non dice nulla: lo sopraffai a tal punto che non riesce a trovare una parola da dire».
«Direi, al contrario, che è venuto con te solo perché ti sarebbe pesato venire qui da solo».
«Se fosse vero», dissi, «non avrei implorato Ernest di chiederti il permesso di presentarmi».
«Forse era solo per rimandare il momento fatale».
Per quanto poco si conoscano donne come Marguerite, non si può fare a meno di sapere il piacere che provano nel fingere di essere spiritose e nel prendere in giro le persone che incontrano per la prima volta. È senza dubbio una rivincita per le umiliazioni che devono spesso subire da parte di coloro che vedono ogni giorno.
Per rispondere loro in modo appropriato, occorre un certo talento, e io non avevo avuto l'opportunità di acquisirlo; inoltre, l'idea che mi ero fatto di Marguerite accentuava gli effetti della sua derisione. Nulla di ciò che veniva da lei mi era indifferente. Mi alzai in piedi, dicendo con voce alterata, che non riuscivo a controllare del tutto:
«Se è questo che pensa di me, madame, non mi resta che chiederle perdono per la mia indiscrezione e congedarmi con la certezza che non accadrà più».
Dopodiché mi inchinai e uscii dal palco. Avevo appena chiuso la porta quando sentii una terza risata. Non sarebbe finita bene per chiunque mi avesse urtato in quel momento.
Tornai al mio posto. Fu dato il segnale per alzare il sipario. Ernest tornò al suo posto accanto a me.
«Che modo di comportarsi!» disse, sedendosi. «Penseranno che tu sia pazzo».
«Cosa ha detto Marguerite dopo che me ne sono andato?»
«Ha riso e ha detto che non aveva mai visto nessuno così divertente. Ma non considerarla un'occasione persa; solo non fare a queste donne l'onore di prenderle sul serio. Non sanno cosa siano la cortesia e la cerimonia. È come se offrissi profumi ai cani: penserebbero che puzzino e andrebbero a rotolarsi nel fango».
«Dopo tutto, cosa mi importa?» dissi, fingendo di parlare con noncuranza. «Non vedrò mai più questa donna e, se mi piaceva prima di conoscerla, è tutta un'altra cosa ora che la conosco».
«Bah! Non dispero di vederti un giorno in fondo al suo palco e di sentire che ti stai rovinando per lei. Tuttavia, hai ragione, non è stata ben educata; ma sarebbe un'amante affascinante da avere».
Fortunatamente il sipario si alzò e il mio amico tacque. Non potrei assolutamente dirti cosa stessero recitando. Tutto ciò che ricordo è che di tanto in tanto alzavo gli occhi verso il palco che avevo abbandonato così bruscamente, e che i volti di nuovi visitatori si succedevano l'uno dopo l'altro.
Ero ben lungi dall'aver smesso di pensare a Marguerite. Un altro sentimento si era impossessato di me. Mi sembrava di dover cancellare il suo insulto e la mia assurdità; mi dicevo che, se avessi speso ogni centesimo che avevo, l'avrei conquistata e avrei vinto il mio diritto al posto che avevo abbandonato così in fretta.
Prima che la rappresentazione finisse, Marguerite e la sua amica lasciarono il palco. Mi alzai dal mio posto.
«Te ne vai?» disse Ernest.
«Sì».
«Perché?»
In quel momento vide che il palco era vuoto.
«Vai, vai», disse, «e buona fortuna, o meglio, fortuna migliore».
Uscii.
Sentii il fruscio degli abiti, il suono delle voci, sulla scala. Mi feci da parte e, senza essere visto, vidi le due donne passarmi accanto, accompagnate da due giovani. All'ingresso del teatro furono raggiunte da un servitore.
«Di' al cocchiere di aspettare alla porta del Café Anglais», disse Marguerite. «Ci andremo a piedi».
Pochi minuti dopo vidi Marguerite dalla strada, a una finestra di una delle grandi sale del ristorante, mentre faceva a pezzi, uno a uno, i cameli del suo bouquet. Uno dei due uomini era chinato sulla sua spalla e le sussurrava all'orecchio. Presi posizione alla Maison-d’or, in una delle stanze al primo piano, e non persi di vista la finestra per un istante. All'una di notte Marguerite salì nella sua carrozza con i suoi tre amici. Presi una carrozza e li seguii. La carrozza si fermò al numero 9 di Rue d’Antin. Marguerite scese ed entrò da sola. Era senza dubbio solo un caso, ma il caso mi riempì di gioia.
Da quel momento in poi, incontrai spesso Marguerite a teatro o negli Champs-Elysées. C'era sempre la stessa allegria in lei, la stessa emozione in me.
Alla fine passarono quindici giorni senza che la incontrassi. Incontrai Gaston e chiesi di lei.
«Povera ragazza, è molto malata», rispose.
«Cosa le succede?»
«È tisica, e il tipo di vita che conduce non è esattamente la cosa adatta per guarirla. Si è messa a letto; sta morendo».
Il cuore è una cosa strana; ero quasi felice di sentirlo.
Ogni giorno andavo a chiedere di lei, senza lasciare il mio nome o il mio biglietto da visita. Sentii che era convalescente ed era andata a Bagnères.
Il tempo passava, l'impressione, se non il ricordo, svaniva gradualmente dalla mia mente. Viaggiavo; le storie d'amore, le abitudini, il lavoro, presero il posto di altri pensieri, e quando ricordavo questa avventura la consideravo come una di quelle passioni che si hanno quando si è molto giovani, e di cui si ride subito dopo.
Del resto, non era merito mio aver avuto la meglio su questo ricordo, poiché avevo completamente perso di vista Marguerite e, come ti ho detto, quando mi passò accanto nel corridoio del Variétés, non la riconobbi. Era velata, è vero; ma, velata com'era, due anni prima non avrei avuto bisogno di vederla per riconoscerla: l'avrei saputo intuitivamente. Tuttavia, il mio cuore iniziò a battere quando seppi che era lei; e i due anni trascorsi da quando l'avevo vista, e quelli che sembravano essere i risultati di quella separazione, svanirono in fumo al solo tocco del suo abito.
Capitolo VIII
Tuttavia (continuò Armand dopo una pausa), mentre sapevo di essere ancora innamorato di lei, mi sentivo più sicuro di me, e parte del mio desiderio di parlare di nuovo con Marguerite era il desiderio di farle vedere che ero più forte di lei.
Quante strade prende il cuore, quante ragioni inventa per se stesso, pur di arrivare a ciò che vuole!
Non potevo rimanere nel corridoio e tornai al mio posto in platea, guardandomi rapidamente intorno per vedere in quale palco fosse. Era in un palco al piano terra, completamente sola. Era cambiata, come ti ho detto, e non portava più un sorriso indifferente sulle labbra. Aveva sofferto; stava ancora soffrendo. Sebbene fosse aprile, indossava ancora un costume invernale, tutta avvolta nelle pellicce.
La fissai così intensamente che i miei occhi attirarono i suoi. Mi guardò per alcuni secondi, alzò il binocolo per vedermi meglio e sembrò pensare di avermi riconosciuto, senza essere del tutto sicura di chi fossi, poiché quando abbassò gli occhiali, un sorriso, quel saluto affascinante e femminile, le balenò sulle labbra, come per rispondere all'inchino che sembrava aspettarsi; ma io non risposi, per avere un vantaggio su di lei, come se avessi dimenticato, mentre lei ricordava. Credendosi in errore, distolse lo sguardo.
Il sipario si alzò. Ho visto spesso Marguerite a teatro. Non l'ho mai vista prestare la minima attenzione a ciò che veniva recitato. Quanto a me, lo spettacolo mi interessava altrettanto poco e non prestavo attenzione a nient'altro che a lei, pur facendo del mio meglio per evitare che se ne accorgesse.
Poco dopo la vidi guardare verso la persona che si trovava nel palco di fronte; guardando, vidi una donna che conoscevo molto bene. Era stata una donna mantenuta, aveva cercato di salire sul palcoscenico, aveva fallito e, facendo affidamento sulla sua conoscenza con persone alla moda a Parigi, si era messa in affari e aveva aperto un negozio di modista. Vidi in lei un mezzo per incontrare Marguerite e approfittai di un momento in cui guardò verso di me per farle un cenno con la mano. Come mi aspettavo, mi fece cenno di venire nel suo palco.
Prudence Duvernoy (questo era l'auspicato nome della modista) era una di quelle donne grasse di quarant'anni con le quali serve pochissima diplomazia per far loro capire cosa si vuole sapere, specialmente quando ciò che si vuole sapere è semplice quanto quello che avevo da chiederle.
Approfittai di un momento in cui stava sorridendo verso Marguerite per chiederle: «Chi stai guardando?»
«Marguerite Gautier».
«La conosci?»
«Sì, sono la sua modista ed è una mia vicina».
«Abiti in Rue d’Antin?»
«No. 7. La finestra del suo camerino dà su quella del mio».
«Dicono che sia una ragazza affascinante».
«Non la conosci?»
«No, ma mi piacerebbe».
«Vuoi che le chieda di venire nel nostro palco?»
«No, preferirei che me la presentassi tu».
«A casa sua?»
«Sì».
«È più difficile».
«Perché?»
«Perché è sotto la protezione di un vecchio duca geloso».
«“Protezione” è affascinante».
«Sì, protezione», rispose Prudence. «Povero vecchio, sarebbe molto in imbarazzo a offrirle qualcos'altro».
Prudence mi raccontò poi come Marguerite avesse fatto la conoscenza del duca a Bagnères.
«Questo, dunque», continuai, «è il motivo per cui è sola qui?»
«Precisamente».
«Ma chi l'accompagnerà a casa?»
«Lui».
«Verrà a prenderla?»
«Tra un momento».
«E tu, chi ti accompagna a casa?»
«Nessuno».
«Posso offrirmi io?»
«Ma sei con un amico, non è vero?»
«Possiamo offrirci, allora?»
«Chi è il tuo amico?»
«Un tipo affascinante, molto divertente. Sarà felicissimo di fare la tua conoscenza».
«Bene, va bene; andremo dopo che questo pezzo sarà finito, perché conosco l'ultimo pezzo».
«Con piacere; vado a dirlo al mio amico».
«Vai, allora. Ah», aggiunse Prudence, mentre me ne andavo, «ecco il duca che sta entrando nel palco di Marguerite».
Lo guardai. Un uomo di circa settant'anni si era seduto dietro di lei e le stava dando un sacchetto di dolci, nel quale lei si servì subito, sorridendo. Poi lo tese verso Prudence, con un gesto che sembrava dire: «Ne vuoi?»
«No», fece segno Prudence.
Marguerite ritrasse il sacchetto e, voltandosi, iniziò a parlare con il duca.
Potrebbe sembrare infantile raccontarti tutti questi dettagli, ma tutto ciò che riguarda Marguerite è così fresco nella mia memoria che non posso fare a meno di ricordarli ora.
Tornai da Gaston e gli raccontai dell'accordo che avevo preso per lui e per me. Accettò e lasciammo i nostri posti in platea per andare verso il palco della signora Duvernoy. Avevamo appena aperto la porta che conduceva alla platea quando dovemmo farci da parte per permettere a Marguerite e al duca di passare. Avrei dato dieci anni della mia vita per essere al posto di quel vecchio.
Quando furono in strada, lui la fece salire su una carrozza scoperta, che guidava lui stesso, e furono portati via da due cavalli superbi.
Tornammo al palco di Prudence e, quando lo spettacolo finì, prendemmo una carrozza e andammo al numero 7 di Rue d’Antin. Alla porta, Prudence ci invitò a salire a vedere i suoi saloni espositivi, che non avevamo mai visto e di cui sembrava molto orgogliosa. Puoi immaginare con quanto entusiasmo accettai. Mi sembrava di avvicinarmi sempre di più a Marguerite. Presto diressi la conversazione verso di lei.
«Il vecchio duca è dalla tua vicina», dissi a Prudence.
«Oh, no; probabilmente è sola».
«Ma deve annoiarsi terribilmente», disse Gaston.
«Passiamo la maggior parte della serata insieme, o lei mi chiama quando rientra. Non va mai a letto prima delle due del mattino. Non riesce a dormire prima di allora».
«Perché?»
«Perché soffre al petto ed è quasi sempre febbricitante».
«Non ha amanti?» chiesi.
«Non vedo mai nessuno restare dopo che me ne sono andata; non dico che nessuno venga mai quando io non ci sono. Spesso di sera incontro lì un certo Comte de N., che pensa di fare qualche progresso andando a trovarla alle undici di sera e mandandole gioielli in gran quantità; ma lei non lo sopporta. Fa un errore; lui è molto ricco. È inutile che le dica di tanto in tanto: "Cara mia, quello è l'uomo che fa per te". Lei, che di solito mi ascolta, mi volta le spalle e risponde che è troppo stupido. Stupido, in effetti, lo è; ma sarebbe una posizione per lei, mentre questo vecchio duca potrebbe morire da un giorno all'altro. I vecchi sono egoisti; la sua famiglia non fa che rimproverargli il suo affetto per Marguerite; ci sono due ragioni per cui è probabile che non le lasci nulla. Le do buoni consigli, e lei dice solo che sarà tempo più che sufficiente per prendersi il conte quando il duca sarà morto. Non è tutto divertimento», continuò Prudence, «vivere così. So bene che non farebbe per me, e manderei presto a quel paese il vecchio. È così noioso; la chiama figlia sua; bada a lei come a una bambina; ed è sempre tra i piedi. Sono certa che in questo preciso momento uno dei suoi servitori stia gironzolando per la strada per vedere chi esce, e soprattutto chi entra».
«Ah, povera Marguerite!» disse Gaston, sedendosi al pianoforte e suonando un valzer. «Non ne avevo idea, ma ho notato che ultimamente non sembra così allegra».
«Zitto», disse Prudence, mettendosi in ascolto. Gaston si fermò.
«Credo mi stia chiamando».
Restammo in ascolto. Una voce chiamava: «Prudence!»
«Suvvia, ora dovete andare», disse Mme. Duvernoy.
«Ah, questa è la vostra idea di ospitalità», disse Gaston ridendo; «non ce ne andremo finché non ci andrà».
«Perché dovremmo andare?»
«Vado da Marguerite».
«Aspetteremo qui».
«Non potete».
«Allora verremo con te».
«Ancora meno».
«Conosco Marguerite», disse Gaston; «posso benissimo farle una visita».
«Ma Armand non la conosce».
«Glielo presenterò».
«Impossibile».
Sentimmo di nuovo la voce di Marguerite che chiamava Prudence, la quale corse alla finestra del suo spogliatoio. La seguii con Gaston mentre apriva la finestra. Ci nascondemmo per non essere visti dall'esterno.
«È da dieci minuti che ti chiamo», disse Marguerite dalla sua finestra, con tono quasi imperioso.
«Cosa vuoi?»
«Voglio che tu venga subito di là».
«Perché?»
«Perché il Comte de N. è ancora qui e mi sta annoiando a morte».
«Non posso, ora».
«Cosa te lo impedisce?»
«Ci sono due giovanotti qui che non vogliono andarsene».
«Di' loro che devi uscire».
«Gliel'ho detto».
«Bene, allora lasciali in casa. Se ne andranno presto quando vedranno che te ne sei andata».
«Metteranno tutto a soqquadro».
«Ma cosa vogliono?»
«Vogliono vederti».
«Come si chiamano?»
«Uno lo conosci, il signor Gaston R.»
«Ah, sì, lo conosco. E l'altro?»
«Il signor Armand Duval; e lui non lo conosci».
«No, ma portali pure. Qualsiasi cosa è meglio del conte. Ti aspetto. Vieni subito».
Marguerite chiuse la sua finestra e Prudence la sua. Marguerite, che aveva ricordato il mio volto per un momento, non ricordava il mio nome. Avrei preferito essere ricordato a mio svantaggio piuttosto che essere così dimenticato.
«Sapevo», disse Gaston, «che sarebbe stata felicissima di vederci».
«Felicissima non è la parola», rispose Prudence, mentre si metteva il cappello e lo scialle. «Vi vedrà per sbarazzarsi del conte. Cercate di essere più gradevoli di lui, o (conosco Marguerite) darà tutta la colpa a me».
Seguimmo Prudence di sotto. Tremavo; mi sembrava che questa visita avrebbe avuto una grande influenza sulla mia vita. Ero ancora più agitato di quella sera in cui fui presentato nel palco all'Opéra Comique. Quando raggiungemmo la porta che conoscete, il cuore mi batteva così violentemente che riuscivo a stento a pensare.
Sentimmo il suono di un pianoforte. Prudence suonò. Il pianoforte tacque. Una donna che sembrava più una dama di compagnia che una serva aprì la porta. Entrammo nel salotto, e di lì nel boudoir, che era allora esattamente come lo avete visto da quel momento in poi. Un giovane era appoggiato alla mensola del camino. Marguerite, seduta al pianoforte, lasciava vagare le dita sui tasti, iniziando frammenti di musica senza finirli. L'intera scena trasudava noia, l'uomo imbarazzato dalla consapevolezza della propria nullità, la donna stanca del suo cupo visitatore. Alla voce di Prudence, Marguerite si alzò e, venendo verso di noi con uno sguardo di gratitudine verso Mme. Duvernoy, disse:
«Entrate, e siate i benvenuti».
Capitolo IX
«Buonasera, mio caro Gaston», disse Marguerite al mio compagno. «Sono molto contenta di vederti. Perché non sei venuto a trovarmi nel mio palco alle Variétés?»
«Temevo di essere indiscreto».
«Gli amici», e Marguerite si soffermò sulla parola, come per far capire a chi era presente che, nonostante il modo familiare in cui lo aveva salutato, Gaston non era e non era mai stato nulla più di un amico, «gli amici sono sempre i benvenuti».
«Allora, mi permettete di presentarvi il signor Armand Duval?»
«Avevo già autorizzato Prudence a farlo».
«Per quanto riguarda questo, madame», dissi, inchinandomi e riuscendo a far uscire dalla gola suoni più o meno intelligibili, «ho già avuto l'onore di essere presentato a voi».
I bellissimi occhi di Marguerite sembravano cercare nella memoria, ma non riusciva, o sembrava non riuscire, a ricordare.
«Madame», continuai, «vi sono grato per aver dimenticato l'occasione della mia prima presentazione, poiché fui molto assurdo e devo esservi sembrato molto fastidioso. Fu all'Opéra Comique, due anni fa; ero con Ernest de ——».
«Ah, ricordo», disse Marguerite con un sorriso. «Non eravate voi ad essere assurdi; ero io ad essere dispettosa, come sono tuttora, ma un po' meno. Mi avete perdonata?»
E mi tese la mano, che io baciai.
«È vero», continuò; «sapete che ho la cattiva abitudine di cercare di mettere in imbarazzo le persone la prima volta che le incontro. È molto stupido. Il mio medico dice che è perché sono nervosa e sempre malata; credete al mio medico».
«Ma sembrate stare bene».
«Oh! Sono stata molto male».
«Lo so».
«Chi ve l'ha detto?»
«Lo sapevano tutti; venivo spesso a chiedere di voi, ed ero felice di sentire della vostra convalescenza».
«Non mi hanno mai dato il vostro biglietto».
«Non l'ho lasciato».
«Siete stato dunque voi a passare ogni giorno mentre ero malata, senza mai lasciare il vostro nome?»
«Sì, sono stato io».
«Allora siete più che indulgente, siete generoso. Voi, conte, non lo avreste fatto», disse rivolgendosi al signor de N., dopo avermi lanciato uno di quegli sguardi con cui le donne riassumono la loro opinione su un uomo.
«Vi conosco solo da due mesi», rispose il conte.
«E questo signore solo da cinque minuti. Dite sempre qualcosa di ridicolo».
Le donne sono spietate verso coloro per i quali non nutrono interesse. Il conte arrossì e si morse le labbra.
Mi dispiaceva per lui, poiché sembrava, come me, essere innamorato, e l'amara franchezza di Marguerite doveva averlo reso molto infelice, specialmente in presenza di due estranei.
«Stavate suonando il piano quando siamo entrati», dissi, per cambiare argomento. «Non volete essere così gentile da trattarmi come una vecchia conoscenza e continuare?»
«Oh», disse, gettandosi sul divano e facendoci segno di sederci, «Gaston sa com'è la mia musica. Va benissimo quando sono sola con il conte, ma non voglio infliggervi una tale punizione».
«Mi accordate questa preferenza?» disse il signor de N., con un sorriso che cercò di rendere delicatamente ironico.
«Non rimproveratemelo. È l'unica». Era destino che il pover'uomo non riuscisse a dire una sola parola. Lanciò uno sguardo davvero supplicante a Marguerite.
«Bene, Prudence», continuò, «hai fatto ciò che ti ho chiesto?»
«Sì».
«Va bene. Me ne parlerai più tardi. Dobbiamo discuterne; non andartene prima che io possa parlarti».
«Siamo senza dubbio degli intrusi», dissi, «e ora che noi, o meglio io, abbiamo avuto una seconda presentazione, per cancellare la prima, è tempo per Gaston e per me di andare».
«Niente affatto. Non mi riferivo a voi. Voglio che restiate».
Il conte tirò fuori di tasca un orologio molto elegante e guardò l'ora. «Devo andare al mio club», disse. Marguerite non rispose. Il conte lasciò allora la sua posizione accanto al camino e, avvicinandosi a lei, disse: «Addio, madame».
Marguerite si alzò. «Addio, mio caro conte. Andate già via?»
«Sì, temo di annoiarvi».
«Non mi annoiate oggi più di qualsiasi altro giorno. Quando vi rivedrò?»
«Quando mi darete il permesso».
«Addio, dunque».
È stato crudele, ammetterete. Fortunatamente, il conte aveva ottime maniere ed era molto bonario. Si limitò a baciare la mano di Marguerite, che lei gli porse con sufficiente noncuranza, e, salutandoci, uscì.
Mentre varcava la soglia, lanciò un'occhiata a Prudence. Lei scrollò le spalle, come a dire:
«Cosa ti aspetti? Ho fatto tutto quello che potevo».
«Nanine!» gridò Marguerite. «Accompagna il signor Conte alla porta».
Sentimmo la porta aprirsi e chiudersi.
«Finalmente», gridò Marguerite, tornando, «se n'è andato! Quell'uomo mi dà terribilmente sui nervi!»
«Cara mia», disse Prudence, «lo tratti davvero troppo male, ed è così buono e gentile con te. Guarda questo orologio sulla mensola del camino, che ti ha regalato: deve essergli costato almeno tremila franchi, ne sono certa».
E Mme. Duvernoy iniziò a rigirarlo tra le mani, mentre giaceva sulla mensola del camino, guardandolo con occhi avidi.
«Cara», disse Marguerite, sedendosi al pianoforte, «quando metto da una parte ciò che mi dà e dall'altra ciò che mi dice, mi sembra che compri le sue visite a un prezzo molto basso».
«Il poveretto è innamorato di te».
«Se dovessi ascoltare tutti quelli che sono innamorati di me, non avrei tempo per cenare».
E cominciò a far correre le dita sul pianoforte, poi, voltandosi verso di noi, disse:
«Cosa volete bere? Credo che mi piacerebbe un po' di punch».
«E io potrei mangiare un po' di pollo», disse Prudence. «Che ne dite di cenare?»
«Ecco, andiamo a cenare», disse Gaston.
«No, ceneremo qui».
Suonò il campanello e apparve Nanine.
«Ordina la cena».
«Cosa devo prendere?»
«Quello che vuoi, ma subito, subito».
Nanine uscì.
«Ecco», disse Marguerite, saltellando come una bambina, «ceneremo. Quanto è noioso quell'idiota di conte!»
Più la guardavo, più mi incantava. Era di una bellezza squisita. La sua esilità era un incanto. Ero perso nella contemplazione.
Cosa stesse passando per la mia mente, avrei qualche difficoltà a spiegarlo. Ero pieno di indulgenza per la sua vita, pieno di ammirazione per la sua bellezza. La prova di disinteresse che dava non accettando un giovane ricco e alla moda, pronto a sperperare tutto il suo denaro per lei, la scusava ai miei occhi per tutti i suoi difetti passati.
C'era una sorta di candore in questa donna. Si poteva vedere che era ancora nella verginità del vizio. Il suo portamento fermo, la sua figura flessuosa, le sue narici rosee e aperte, i suoi grandi occhi, leggermente venati di blu, indicavano una di quelle nature ardenti che spargono attorno a sé una sorta di profumo voluttuoso, come le boccette orientali che, per quanto le si chiuda bene, lasciano comunque sfuggire parte del loro profumo. Infine, che fosse semplice natura o un soffio di febbre, passava di tanto in tanto negli occhi di questa donna un barlume di desiderio, promettendo un paradiso per colui che avesse amato. Ma coloro che avevano amato Marguerite non si contavano, né quelli che lei aveva amato.
In questa ragazza c'erano allo stesso tempo la vergine che un nonnulla aveva trasformato in cortigiana, e la cortigiana che un nonnulla avrebbe trasformato nella più amorevole e pura delle vergini. Marguerite aveva ancora orgoglio e indipendenza, due sentimenti che, se feriti, possono equivalere a un senso di vergogna. Non dissi una parola; la mia anima sembrava essere passata nel mio cuore e il mio cuore nei miei occhi.
«Dunque», disse all'improvviso, «sei stato tu a venire a chiedere di me quando ero malata?»
«Sì».
«Sai, è stato davvero splendido da parte tua! Come posso ringraziarti?»
«Permettendomi di venire a trovarvi di tanto in tanto».
«Ogni volta che vuoi, dalle cinque alle sei, e dalle undici a mezzanotte. Ora, Gaston, suona l'Invitation à la Valse».
«Perché?»
«Per farmi piacere, innanzitutto, e poi perché non riesco mai a suonarla io stessa».
«Quale parte trovi difficile?»
«La terza parte, quella in diesis».
Gaston si alzò, andò al pianoforte e iniziò a suonare la meravigliosa melodia di Weber, lo spartito della quale era aperto davanti a lui.
Marguerite, appoggiando una mano sul pianoforte, seguiva ogni nota sullo spartito, accompagnandola a voce bassa, e quando Gaston arrivò al passaggio che gli aveva menzionato, cantò, facendo correre le dita lungo la parte superiore del pianoforte:
«Do, re, mi, do, re, fa, mi, re; ecco cosa non riesco a fare. Di nuovo».
Gaston ricominciò da capo, dopodiché Marguerite disse:
«Ora, lascia che ci provi io».
Prese il suo posto e iniziò a suonare; ma le sue dita ribelli finivano sempre per scontrarsi con una delle note.
«Non è incredibile», disse, esattamente come una bambina, «che non riesca a riuscire a suonare quel passaggio? Crederebbe che a volte ci passo due ore al mattino? E quando penso che quell'idiota di conte lo suona senza spartito, e magnificamente, credo davvero sia quello che mi fa infuriare così tanto con lui». E ricominciò, sempre con lo stesso risultato.
«Il diavolo si porti via Weber, la musica e i pianoforti!» gridò, gettando lo spartito dall'altra parte della stanza. «Come posso suonare otto diesis uno dopo l'altro?» Incrociò le braccia e ci guardò, battendo il piede. Il sangue le salì alle guance e le labbra si socchiusero in un leggero colpo di tosse.
«Su, su», disse Prudence, che si era tolta il cappello e si stava lisciando i capelli davanti allo specchio, «finirai per andare su tutte le furie e farti del male. Meglio venire a cenare; per quanto mi riguarda, sto morendo di fame».
Marguerite suonò il campanello, si sedette di nuovo al piano e iniziò a canticchiare una canzone molto audace, che accompagnò senza difficoltà. Gaston conosceva la canzone e fecero una sorta di duetto.
«Non cantare quelle cose sconce», dissi a Marguerite, implorante.
«Oh, quanto sei perbene!» disse, sorridendo e porgendomi la mano. «Non è per me, ma per te».
Marguerite fece un gesto come a dire: «Oh, è da tanto che ho chiuso con la perbenismo!» In quel momento apparve Nanine.
«La cena è pronta?» chiese Marguerite. «Sì, madame, tra un momento».
«A proposito», mi disse Prudence, «non ti sei guardato intorno; vieni, ti farò vedere». Come sapete, il salotto era una meraviglia.
Marguerite venne con noi per un momento; poi chiamò Gaston e andò in sala da pranzo con lui per vedere se la cena era pronta.
«Ah», disse Prudence, scorgendo una piccola figura in porcellana di Sassonia su un tavolino, «non sapevo che avessi questo piccolo gentiluomo».
«Quale?»
«Un piccolo pastore che tiene una gabbia per uccelli».
«Prendilo, se ti piace».
«Non voglio privartene».
«Stavo per darlo alla mia cameriera. Lo trovo orrendo; ma se ti piace, prendilo».
Prudence vedeva solo il regalo, non il modo in cui veniva dato. Mise via la piccola figura e mi portò nello spogliatoio, dove mi mostrò due miniature appese fianco a fianco, dicendo:
«Quello è il Comte de G., che era molto innamorato di Marguerite; è stato lui a lanciarla. Lo conosci?»
«No. E questa?» chiesi, indicando l'altra miniatura.
«Quello è il piccolo Vicomte de L. È dovuto sparire».
«Perché?»
«Perché era quasi rovinato. Quello sì, se vuoi, che amava Marguerite».
«E lei amava lui, senza dubbio?»
«È una ragazza così strana, non si sa mai. La notte in cui se ne andò, lei andò a teatro come al solito, eppure aveva pianto quando lui l'aveva salutata».
Proprio allora apparve Nanine per dirci che la cena era servita.
Quando entrammo nella sala da pranzo, Marguerite era appoggiata al muro e Gaston, tenendole le mani, le stava parlando a bassa voce.
«Sei pazzo», rispose Marguerite. «Sai bene che non ti voglio. Non serve a nulla, dopo due anni, fare la corte a una donna come me. Con noi, è subito o mai più. Su, signori, a tavola!»
E, divincolandosi da Gaston, Marguerite lo fece sedere alla sua destra, me alla sua sinistra, poi chiamò Nanine:
«Prima di sederti, di' in cucina di non aprire a nessuno se suonano».
Quest'ordine fu dato all'una del mattino.
Ridendo, bevendo e mangiando, ci siamo lasciati andare a questa cena. In breve tempo l'allegria raggiunse il suo limite estremo, e le parole che sembrano divertenti a una certa classe di persone, parole che degradano la bocca che le pronuncia, si sentivano di tanto in tanto, tra gli applausi di Nanine, di Prudence e di Marguerite. Gaston si stava divertendo un mondo; era un brav'uomo, ma un po' viziato dalle abitudini della sua giovinezza. Per un momento cercai di dimenticare me stesso, di forzare il mio cuore e i miei pensieri a diventare indifferenti a ciò che avevo davanti, e di prendere parte a quell'allegria che sembrava una delle portate del pasto. Ma poco a poco mi ritrassi dal rumore; il mio bicchiere rimaneva pieno, e mi sentivo quasi triste nel vedere questa bella creatura di vent'anni bere, parlare come un facchino e ridere tanto più forte quanto più scandalosa era la battuta.
Tuttavia, questa ilarità, questo modo di parlare e bere, che mi sembravano negli altri solo il risultato di cattive compagnie o cattive abitudini, sembravano in Marguerite una necessità di dimenticare, una febbre, un'irritabilità nervosa. A ogni bicchiere di champagne le sue guance si accendevano di un colore febbrile, e una tosse, appena percettibile all'inizio della cena, divenne alla fine così violenta che fu costretta ad appoggiare la testa sullo schienale della sedia e tenersi il petto tra le mani ogni volta che tossiva. Soffrivo al pensiero del danno che una costituzione così fragile doveva subire da eccessi quotidiani come questo. Alla fine, accadde qualcosa che temevo e avevo previsto. Verso la fine della cena Marguerite fu colta da un attacco di tosse più violento di tutti quelli che aveva avuto mentre ero lì. Sembrava che le si stesse squarciando il petto. La povera ragazza divenne paonazza, chiuse gli occhi per il dolore e si portò il tovagliolo alle labbra. Era macchiato da una goccia di sangue. Si alzò e corse nel suo spogliatoio.
«Cosa succede a Marguerite?» chiese Gaston.
«Ha riso troppo e sputa sangue. Oh, non è nulla; le succede ogni giorno. Tornerà tra un minuto. Lasciala in pace. Preferisce così».
Non riuscivo a restare immobile; e, tra lo sconcerto di Prudence e Nanine, che mi chiamavano per farmi tornare, seguii Marguerite.
La stanza in cui si era rifugiata era illuminata soltanto da una candela. Era distesa su un grande divano, con l’abito slacciato, una mano sul cuore e l’altra abbandonata lungo il fianco. Sul tavolo c’era una bacinella riempita a metà d’acqua, e l’acqua era venata di striature di sangue.
Molto pallida, la bocca socchiusa, Marguerite cercava di riprendere fiato. Di tanto in tanto il suo petto si sollevava per un lungo sospiro, che sembrava darle un po’ di sollievo, e per qualche secondo pareva sentirsi del tutto a suo agio.
Mi avvicinai a lei; non fece alcun movimento, così mi sedetti e presi la mano che giaceva sul divano.
«Ah! sei tu», disse con un sorriso.
Devo essere apparso molto agitato, perché aggiunse:
«Non ti senti bene nemmeno tu?»
«No, ma tu: soffri ancora?»
«Molto poco»; e si asciugò col fazzoletto le lacrime che la tosse le aveva portato agli occhi; «ormai ci sono abituata».
«Ti stai uccidendo, madame», le dissi con voce commossa. «Vorrei essere un amico, un tuo parente, per poterti impedire di farti del male in questo modo».
«Ah! non vale davvero la pena che tu ti allarmi», rispose con tono alquanto amaro; «guarda quanta attenzione mi prestano gli altri! Sanno fin troppo bene che non c’è nulla da fare».
Dopodiché si alzò e, prendendo la candela, la posò sul caminetto e si guardò allo specchio.
«Come sono pallida!» disse, mentre si allacciava l’abito e passava le dita tra i capelli sciolti. «Su, torniamo a cena. Vieni?»
Rimasi seduto e non mi mossi.
Vide quanto fossi rimasto profondamente colpito dall’intera scena e, avvicinandosi a me, mi tese la mano dicendo:
«Andiamo, su».
Le presi la mano, la portai alle labbra e, mio malgrado, due lacrime vi caddero sopra.
«Ma che bambino che sei!» disse, sedendosi di nuovo accanto a me. «Stai piangendo! Che cosa c’è?»
«Ti sembrerò molto sciocco, ma sono terribilmente turbato da ciò che ho appena visto».
«Sei molto buono! Che cosa vorresti da me? Non riesco a dormire. Devo divertirmi un po’. E poi, le ragazze come me, cosa importa, una in più o una in meno? I medici mi dicono che il sangue che sputo viene dalla gola; io fingo di crederci; è tutto ciò che posso fare per loro».
«Ascolta, Marguerite», dissi, non riuscendo più a trattenermi; «non so quale influenza avrai sulla mia vita, ma in questo preciso momento non c’è nessuno, nemmeno mia sorella, per cui io provi l’interesse che provo per te. È stato lo stesso fin da quando ti ho vista. Ebbene, per l’amor del cielo, prenditi cura di te e non vivere come stai vivendo ora».
«Se mi prendessi cura di me, morirei. Tutto ciò che mi sostiene è la vita febbrile che conduco. Poi, quanto al prendersi cura di sé, va benissimo per le donne con famiglia e amici; quanto a noi, dal momento in cui non possiamo più servire alla vanità o al piacere dei nostri amanti, ci lasciano, e lunghe notti seguono lunghi giorni. Lo so. Sono stata a letto per due mesi e, dopo tre settimane, nessuno veniva a trovarmi».
«È vero che non sono nulla per te», continuai, «ma se me lo permetti, mi prenderò cura di te come un fratello, non ti lascerò mai e ti guarirò. Poi, quando sarai di nuovo forte, potrai tornare alla vita che conduci, se vorrai; ma sono certo che finirai per preferire una vita tranquilla, che ti renderà più felice e preserverà la tua bellezza».
«La pensi così stasera perché il vino ti ha reso triste, ma non avresti mai la pazienza che fingi di avere».
«Permettimi di dirti, Marguerite, che sei stata male per due mesi, e che per due mesi sono venuto a chiedere tue notizie ogni giorno».
«È vero, ma perché non sei salito?»
«Perché allora non ti conoscevo».
«Dovevi essere così cerimonioso con una ragazza come me?»
«Si deve sempre essere cerimoniosi con una donna; è ciò che provo, almeno».
«Quindi ti prenderesti cura di me?»
«Sì».
«Resteresti al mio fianco tutto il giorno?»
«Sì».
«E anche tutta la notte?»
«Finché non ti stancassi di me».
«E come chiami questo?»
«Devozione».
«E da cosa nasce questa devozione?»
«Dall’irresistibile simpatia che provo per te».
«Quindi sei innamorato di me? Dillo chiaramente, è molto più semplice».
«È possibile; ma se devo dirtelo un giorno, non è oggi».
«Farai meglio a non dirmelo mai».
«Perché?»
«Perché ne possono derivare solo due cose».
«Quali?»
«O non accetterò: allora avrai del risentimento nei miei confronti; o accetterò: allora avrai una misera amante; una donna nervosa, malata, triste, o allegra con un’allegria più triste del dolore, una donna che sputa sangue e spende centomila franchi l’anno. Questo va benissimo per un vecchio ricco come il duca, ma è molto dannoso per un giovane come te, e la prova è che tutti i giovani amanti che ho avuto mi hanno lasciata molto presto». Non risposi; ascoltai. Questa franchezza, che era quasi una sorta di confessione, la vita triste di cui intravedevo qualche scorcio attraverso il velo dorato che la copriva e alla cui realtà la povera ragazza cercava di sfuggire tra dissipazione, vino e veglie, mi colpì così profondamente che non potei pronunciare una sola parola.
«Via», continuò Marguerite, «stiamo dicendo solo sciocchezze. Dammi il braccio e torniamo in sala da pranzo. Non capiranno cosa intendiamo con la nostra assenza».
«Entra pure, se vuoi, ma permettimi di restare qui».
«Perché?»
«Perché la tua allegria mi ferisce».
«Ebbene, sarò triste».
«Marguerite, lascia che ti dica qualcosa che senza dubbio avrai sentito spesso, così spesso che l’abitudine di sentirlo te lo ha fatto dimenticare, ma che non è meno reale, e che non ripeterò mai più».
«E sarebbe...?» disse, con il sorriso di una giovane madre che ascolta un’idea sciocca del proprio figlio.
«È questo, che da quando ti ho vista, non so perché, hai preso posto nella mia vita; che se scaccio il pensiero di te dalla mia mente, esso ritorna sempre; che quando ti ho incontrata oggi, dopo non averti vista per due anni, hai fatto sul mio cuore e sulla mia mente un’impressione più profonda che mai; che, ora che mi hai lasciato venire a trovarti, ora che ti conosco, ora che so tutto ciò che c’è di strano in te, sei diventata una necessità della mia vita, e mi farai impazzire, non solo se non vorrai amarmi, ma se non vorrai lasciarti amare da me».
«Ma, creatura sciocca che sei, ti dirò, come Mme. D., “Devi essere molto ricco, allora!” Ma guarda, non sai che spendo seimila o settemila franchi al mese, e che non potrei vivere senza; non sai, povero amico mio, che ti manderei in rovina in men che non si dica, e che la tua famiglia ti ripudierebbe se vivessi con una donna come me. Siamo amici, buoni amici, ma niente di più. Vieni a trovarmi, rideremo e parleremo, ma non esagerare il mio valore, perché valgo molto poco. Hai un buon cuore, vuoi qualcuno che ti ami, sei troppo giovane e troppo sensibile per vivere in un mondo come il mio. Prendi una donna sposata. Vedi, ti parlo francamente, come un amico».
«Ma che diavolo fate qui?» gridò Prudence, che era entrata senza che la sentissimo e che ora stava proprio sulla soglia, con i capelli un po’ sciolti e l’abito slacciato. Riconobbi la mano di Gaston.
«Stiamo parlando seriamente», disse Marguerite; «lasciaci soli; torneremo presto».
«Bene, bene! Parlate, figlioli», disse Prudence, uscendo e chiudendo la porta dietro di sé, come per sottolineare ulteriormente il tono con cui aveva detto quelle parole.
«Ebbene, è deciso», continuò Marguerite, quando restammo soli, «non ti innamorerai di me?»
«Me ne andrò».
«Fino a questo punto?»
Ero andato troppo oltre per tirarmi indietro; ed ero davvero trascinato via. Questo misto di allegria, tristezza, candore, prostituzione, la sua stessa malattia, che senza dubbio sviluppava in lei una sensibilità alle impressioni, così come un’irritabilità nervosa, tutto questo mi rendeva chiaro che, se fin dal principio non avessi dominato completamente la sua natura leggera e dimentica, lei sarebbe stata perduta per me.
«Andiamo, dici sul serio quello che dici?» disse.
«Seriamente».
«Ma perché non me l’hai detto prima?»
«Quando avrei potuto dirtelo?»
«Il giorno dopo che eri stato presentato a me all’Opéra Comique».
«Pensavo che mi avresti accolto molto male se fossi venuto a trovarti».
«Perché?»
«Perché mi ero comportato in modo così stupido».
«È vero. Eppure eri già innamorato di me».
«Sì».
«E questo non ti ha impedito di andare a letto e dormire del tutto comodamente. Si sa che cosa significa quel tipo di amore».
«Lì ti sbagli. Sai cosa ho fatto quella sera, dopo l’Opéra Comique?»
«No».
«Ti ho aspettata alla porta del Café Anglais. Ho seguito la carrozza in cui eravate tu e le tue tre amiche, e quando ho visto che eri l’unica a scendere e che sei entrata da sola, sono stato felicissimo».
Marguerite cominciò a ridere.
«Di cosa ridi?»
«Di nulla».
«Dimmelo, ti prego, o penserò che ridi ancora di me».
«Non ti arrabbierai?»
«Che diritto ho di arrabbiarmi?»
«Beh, c’era una ragione sufficiente per cui sono entrata da sola».
«Quale?»
«Qualcuno mi stava aspettando qui».
Se mi avesse trafitto con un pugnale non mi avrebbe fatto più male. Mi alzai e, porgendole la mano, «Addio», dissi.
«Sapevo che ti saresti arrabbiato», disse; «gli uomini sono frenetici nel voler sapere ciò che è certo darà loro dolore».
«Ma ti assicuro», aggiunsi freddamente, come volendo dimostrare quanto fossi completamente guarito dalla mia passione, «ti assicuro che non sono arrabbiato. Era del tutto naturale che qualcuno ti stesse aspettando, proprio come è del tutto naturale che io me ne vada di qui alle tre del mattino».
«Hai anche tu qualcuno che ti aspetta?»
«No, ma devo andare».
«Addio, allora».
«Mi mandi via?»
«Per nulla al mondo».
«Perché sei così sgarbata con me?»
«In che modo sono stata sgarbata con te?»
«Nel dirmi che qualcuno ti stava aspettando».
«Non ho potuto fare a meno di ridere all’idea che tu fossi stato così felice di vedermi rientrare sola quando c’era una ragione così buona per farlo».
«Si trova piacere in cose abbastanza infantili, ed è un peccato distruggere un tale piacere quando, semplicemente lasciandolo stare, si può rendere qualcuno così felice».
«Ma cosa pensi che io sia? Non sono né cameriera né duchessa. Non ti conoscevo fino a oggi e non devo rendere conto a te delle mie azioni. Supponendo che un giorno io diventassi la tua amante, sei tenuto a sapere che ho avuto altri amanti oltre a te. Se fai scene di gelosia come questa prima, cosa sarà dopo, se questo dopo dovesse mai esistere? Non ho mai incontrato nessuno come te».
«Questo perché nessuno ti ha mai amata come ti amo io».
«Francamente, allora, mi ami davvero?»
«Quanto è possibile amare, credo».
«E questo dura da—?»
«Dal giorno in cui ti ho vista entrare da Susse, tre anni fa».
«Sai, è tremendamente bello? Ebbene, cosa devo fare in cambio?»
«Amami un po’», dissi, col cuore che mi batteva così forte da riuscire a stento a parlare; perché, nonostante i sorrisi mezzi derisori con cui aveva accompagnato l’intera conversazione, mi sembrava che Marguerite iniziasse a condividere la mia agitazione e che l’ora tanto attesa si stesse avvicinando.
«Ebbene, ma il duca?»
«Quale duca?»
«Il mio geloso vecchio duca».
«Non saprà nulla».
«E se dovesse sapere?»
«Ti perdonerebbe».
«Ah, no, mi lascerebbe, e che ne sarebbe di me?»
«Rischi questo per qualcun altro».
«Come fai a saperlo?»
«Dall’ordine che hai dato di non far entrare nessuno stasera».
«È vero; ma quello è un amico serio».
«A cui non tieni affatto, dato che hai sbarrato la porta contro di lui a un’ora simile».
«Non spetta a te rimproverarmi, dato che è stato per ricevere te, te e il tuo amico».
A poco a poco mi ero avvicinato a Marguerite. Le avevo cinto la vita con le braccia e sentivo il suo corpo flessuoso pesare leggermente sulle mie mani intrecciate.
«Se sapessi quanto ti amo!» dissi a bassa voce.
«Davvero?»
«Lo giuro».
«Ebbene, se prometti di fare tutto ciò che ti dico, senza una parola, senza un’opinione, senza una domanda, forse dirò di sì».
«Farò tutto ciò che desideri!»
«Ma ti avverto che devo essere libera di fare ciò che voglio, senza darti il minimo dettaglio su quello che faccio. Da tempo desidero un giovane amante, che sia giovane e non ostinato, che ami senza diffidenza, amato senza reclamarne il diritto. Non ne ho mai trovato uno. Gli uomini, invece di essere soddisfatti di ottenere per lungo tempo ciò che speravano a stento di ottenere una volta, esigono dalle loro amanti un resoconto completo del presente, del passato e persino del futuro. Man mano che si abituano a lei, vogliono dominarla, e più si dà loro, più diventano esigenti. Se decido ora di prendere un nuovo amante, deve avere tre qualità molto rare: deve essere fiducioso, sottomesso e discreto».
«Ebbene, sarò tutto ciò che desideri».
«Vedremo».
«Quando vedremo?»
«Più avanti».
«Perché?»
«Perché», disse Marguerite, liberandosi dalle mie braccia e, prendendo da un grande mazzo di camelie rosse una singola camelia, la mise all’occhiello del mio vestito, «perché non si possono sempre mantenere gli accordi il giorno in cui vengono firmati».
«E quando ti rivedrò?» dissi, stringendola tra le braccia.
«Quando questa camelia cambierà colore».
«Quando cambierà colore?»
«Domani sera tra le undici e mezzanotte. Sei soddisfatto?»
«Hai bisogno di chiedermelo?»
«Nemmeno una parola di questo né al tuo amico, né a Prudence, né a chiunque altro».
«Prometto».
«Ora, baciami e torniamo in sala da pranzo».
Mi tese le labbra, si risistemò i capelli e uscimmo dalla stanza, lei cantando e io quasi fuori di me.
Nella stanza accanto si fermò per un momento e mi disse a bassa voce:
«Ti sembrerà strano che io sia pronta a prenderti da un momento all’altro. Ti dirò perché? È», continuò, prendendo la mia mano e appoggiandola contro il suo cuore affinché potessi sentire con quanta rapidità e violenza palpitasse; «è perché non vivrò quanto gli altri, e mi sono promessa di vivere più in fretta».
«Non parlarmi così, te ne supplico».
«Oh, stai tranquillo», continuò ridendo; «per quanto poco tempo io abbia da vivere, vivrò più a lungo di quanto tu mi amerai!»
E se ne andò cantando verso la sala da pranzo.
«Dov’è Nanine?» disse, vedendo Gaston e Prudence soli.
«Sta dormendo nella tua stanza, aspettando che tu sia pronta per andare a letto», rispose Prudence.
«Poverina, la sto uccidendo! E ora signori, è ora di andare».
Dieci minuti dopo, Gaston e io lasciammo la casa. Marguerite mi strinse la mano e mi disse addio. Prudence rimase indietro.
«Ebbene», disse Gaston, quando fummo in strada, «cosa pensi di Marguerite?»
«È un angelo e sono follemente innamorato di lei».
«Così immaginavo; glielo hai detto?»
«Sì».
«E ti ha promesso di crederci?»
«No».
«Non è come Prudence».
«Ti ha promesso di farlo?»
«Meglio ancora, caro mio. Non lo diresti; ma non è ancora mezza male, la povera vecchia Duvernoy!»
Capitolo XI
A questo punto Armand si fermò.
«Vorresti chiudere la finestra per me?» disse. «Comincio ad avere freddo. Intanto andrò a letto».
Chiusi la finestra. Armand, che era ancora molto debole, si tolse la vestaglia e si coricò a letto, appoggiando la testa per qualche istante sul cuscino, come un uomo stanco per aver parlato troppo o disturbato da ricordi dolorosi.
«Forse hai parlato troppo», gli dissi. «Preferiresti che me ne andassi e ti lasciassi dormire? Puoi raccontarmi il resto della storia un altro giorno».
«Sei stanco di ascoltarla?»
«Al contrario».
«Allora continuerò. Se mi lasciassi solo, non dormirei».
Quando tornai a casa (continuò, senza bisogno di fermarsi a ricordare, tanto i dettagli erano freschi nella sua mente), non andai a letto, ma iniziai a riflettere sull’avventura della giornata. L’incontro, la presentazione, la promessa di Marguerite, si erano succedute così rapidamente e così inaspettatamente che c’erano momenti in cui mi sembrava di aver sognato. Tuttavia, non era la prima volta che una ragazza come Marguerite si prometteva a un uomo il giorno dopo quello in cui le era stato chiesto.
Sebbene, in verità, facessi questa riflessione, la prima impressione prodotta su di me dalla mia futura amante era così forte che ancora persisteva. Mi rifiutavo ostinatamente di vedere in lei una donna come le altre e, con la vanità così comune a tutti gli uomini, ero pronto a credere che lei non potesse che condividere l’attrazione che mi spingeva verso di lei.
Tuttavia, avevo davanti a me molti esempi contrari, e avevo spesso sentito dire che l’affetto di Marguerite era una cosa da ottenere più o meno a caro prezzo, a seconda della stagione.
Ma, d’altra parte, come conciliare questa reputazione con il suo costante rifiuto del giovane conte che avevamo trovato a casa sua? Si potrebbe dire che le fosse sgradevole e che, poiché era splendidamente mantenuta dal duca, sarebbe stata più incline a scegliere un uomo che le piacesse, se avesse dovuto prendere un altro amante. Se fosse così, perché non scelse Gaston, che era ricco, spiritoso e affascinante, e perché teneva a me, che aveva trovato così ridicolo la prima volta che mi aveva visto?
È vero che ci sono eventi di un momento che dicono più del corteggiamento di un anno. Tra coloro che erano a cena, io ero stato l’unico a essersi preoccupato del fatto che lei avesse lasciato la tavola. L’avevo seguita, ero rimasto così colpito da non poterglielo nascondere, avevo pianto mentre le baciavo la mano. Questa circostanza, aggiunta alle mie visite quotidiane durante i due mesi della sua malattia, avrebbe potuto mostrarle che ero un po’ diverso dagli altri uomini che conosceva, e forse lei si era detta che per un amore che poteva manifestarsi in tal modo poteva ben fare ciò che aveva fatto così spesso da non avere più conseguenze per lei.
Tutte queste supposizioni, come puoi vedere, erano abbastanza improbabili; ma qualunque fosse stata la ragione del suo consenso, una cosa era certa: aveva acconsentito.
Ora, io ero innamorato di Marguerite. Non avevo più nulla da chiederle. Tuttavia, sebbene fosse soltanto una mantenuta, avevo così tanto preconizzato per me, forse per poetizzarlo un poco, un amore senza speranza, che quanto più si avvicinava il momento in cui non avrei dovuto avere più nulla da sperare, tanto più dubitavo. Non chiusi occhio per tutta la notte.
A stento mi riconoscevo. Ero mezzo demente. Ora mi pareva di non essere abbastanza bello, ricco o elegante per possedere una tale donna, ora ne ero colmo di vanità al solo pensiero; poi cominciavo a temere che Marguerite non avesse per me che un capriccio di pochi giorni, e mi dicevo che, poiché presto avremmo dovuto separarci, sarebbe stato meglio non mantenere il suo appuntamento, ma scriverle per confidarmi le mie paure e lasciarla. Da ciò passavo a una speranza illimitata, a una fiducia sconfinata. Sognavo sogni incredibili sul futuro; mi dicevo che ella avrebbe dovuto a me la sua guarigione morale e fisica, che avrei passato la mia vita intera con lei, e che il suo amore mi avrebbe reso più felice di tutti gli amori verginali del mondo.
Ma non posso ripeterti le mille riflessioni che salivano dal mio cuore alla testa, e che svanirono soltanto con il sonno che mi colse al primo chiarore del giorno.
Quando mi svegliai erano le due. Il tempo era superbo. Non credo che la vita mi sia mai parsa così bella e così colma di possibilità. I ricordi della notte precedente tornavano a me senza ombra o impedimento, scortati gagliardamente dalle speranze della notte a venire. Di tanto in tanto il mio cuore balzava d'amore e di gioia nel petto. Una dolce febbre mi percorreva. Non pensavo più alle ragioni che avevano colmato la mia mente prima che mi addormentassi. Vedevo solo il risultato, pensavo solo all'ora in cui avrei rivisto Marguerite.
Era impossibile restare chiuso in casa. La mia stanza mi pareva troppo piccola per contenere la mia felicità. Avevo bisogno della natura intera per sfogarmi.
Uscii. Passando per Rue d’Antin, vidi il coupé di Marguerite che l'attendeva alla porta. Mi diressi verso gli Champs-Élysées. Amavo tutte le persone che incontravo. L'amore dona una sorta di bontà.
Dopo aver camminato per un'ora dai cavalli di Marly fino al Rond-Point, vidi in lontananza la carrozza di Marguerite; la indovinai piuttosto che riconoscerla. Mentre svoltava l'angolo degli Champs-Élysées si fermò, e un giovane alto lasciò un gruppo di persone con cui stava parlando e si avvicinò a lei. Parlarono per qualche istante; il giovane tornò dai suoi amici, i cavalli ripartirono, e avvicinandomi al gruppo riconobbi colui che aveva parlato a Marguerite nel Comte de G., il cui ritratto avevo visto e che Prudence mi aveva indicato come l'uomo a cui Marguerite doveva la sua posizione. Era a lui che ella aveva chiuso le porte la sera precedente; immaginai che avesse fermato la carrozza per spiegargli il perché, e sperai che allo stesso tempo avesse trovato qualche nuovo pretesto per non riceverlo la notte seguente.
Come passai il resto della giornata non lo so; camminai, fumai, parlai, ma cosa dissi, chi incontrai, l'avevo del tutto dimenticato alle dieci di sera.
Tutto ciò che ricordo è che, tornato a casa, passai tre ore davanti allo specchio, e guardai l'orologio e la pendola cento volte, che sfortunatamente segnavano entrambe la stessa ora.
Quando scoccarono le dieci e mezza, mi dissi che era ora di andare.
A quel tempo abitavo in Rue de Provence; seguii Rue du Mont-Blanc, attraversai il Boulevard, risalii Rue Louis-le-Grand, Rue de Port-Mahon e Rue d’Antin. Guardai verso le finestre di Marguerite. C'era luce. Suonai. Chiesi al portiere se Mlle. Gautier fosse in casa. Rispose che non rientrava mai prima delle undici o delle undici e un quarto. Guardai l'orologio. Avevo intenzione di venire molto lentamente, e avevo percorso in cinque minuti il tragitto da Rue de Provence a Rue d’Antin.
Passeggiavo avanti e indietro per la strada; non ci sono negozi, e a quell'ora è del tutto deserta. Dopo mezz'ora arrivò Marguerite. Si guardò attorno scendendo dal coupé, come se cercasse qualcuno. La carrozza si allontanò; le scuderie non erano nel palazzo. Proprio mentre Marguerite stava per suonare, le andai incontro e le dissi: «Buonasera».
«Ah, sei tu», disse, con un tono che non mi rassicurò affatto sul piacere che provava nel vedermi.
«Non mi avevi promesso che sarei potuto venire a trovarti oggi?»
«Proprio così. Avevo dimenticato.»
Questa parola sconvolse tutte le riflessioni che avevo fatto durante il giorno. Tuttavia, cominciavo ad abituarmi ai suoi modi, e non la lasciai, come avrei certamente fatto un tempo. Entrammo. Nanine aveva già aperto la porta.
«È venuta Prudence?» chiese Marguerite.
«No, madame.»
«Di’ che la si faccia entrare non appena arriva. Ma prima spegni la lampada in salotto, e se venisse qualcuno, di’ che non sono rientrata e che non rientrerò.»
Era come una donna preoccupata da qualcosa, e forse infastidita da un ospite sgradito. Non sapevo cosa fare o dire. Marguerite si diresse verso la sua camera da letto; io rimasi dov'ero.
«Vieni», disse.
Si tolse il cappello e la mantella di velluto e li gettò sul letto, poi si lasciò cadere in una grande poltrona vicino al camino, che teneva acceso fino all'inizio dell'estate, e mi disse, giocherellando con la catena dell'orologio:
«Ebbene, che novità hai da raccontarmi?»
«Nessuna, eccetto che non sarei dovuto venire stasera.»
«Perché?»
«Perché sembri contrariata, e senza dubbio ti sto annoiando.»
«Non mi stai annoiando; solo non sto bene; ho sofferto tutto il giorno. Non ho potuto dormire e ho un mal di testa spaventoso.»
«Devo andarmene e lasciarti andare a letto?»
«Oh, puoi restare. Se voglio andare a letto non mi disturba che tu sia qui.»
In quel momento ci fu un colpo al campanello.
«Chi arriva ora?» disse, con un gesto di impazienza.
Pochi minuti dopo ci fu un altro colpo.
«Non c'è nessuno che vada ad aprire? Dovrò andare io.» Si alzò e mi disse: «Aspettami qui».
Attraversò le stanze e la sentii aprire la porta esterna. Stetti ad ascoltare.
La persona che aveva fatto entrare non andò oltre la sala da pranzo. Alla prima parola riconobbi la voce del giovane Comte de N.
«Come sta questa sera?» disse lui.
«Non bene», rispose Marguerite con tono secco.
«La disturbo?»
«Forse.»
«Come mi riceve! Che cosa ho fatto, mia cara Marguerite?»
«Mio caro amico, non hai fatto nulla. Sono indisposta; devo andare a letto, quindi sarai così gentile da andartene. È nauseante non poter rientrare la sera senza che tu faccia la tua comparsa cinque minuti dopo. Cosa vuoi? Che sia la tua amante? Ebbene, te l'ho già detto cento volte di no; mi irriti soltanto, e faresti altrettanto bene ad andare altrove. Ti ripeto oggi, per l'ultima volta, che non voglio aver nulla a che fare con te; è deciso. Addio. Ecco che arriva Nanine; può illuminarti fino alla porta. Buonanotte.»
Senza aggiungere un'altra parola, o ascoltare ciò che il giovane balbettava, Marguerite tornò nella stanza e sbatté la porta. Nanine entrò poco dopo.
«Ora capisci», disse Marguerite, «che devi sempre dire a quell'idiota che non ci sono, o che non lo riceverò. Sono stanca di vedere persone che vogliono sempre la stessa cosa; che mi pagano per averla e poi pensano di essere a posto con me. Se coloro che stanno per intraprendere il nostro odioso mestiere sapessero cosa sia realmente, preferirebbero fare le cameriere. Ma no, la vanità, il desiderio di avere abiti, carrozze e diamanti ci trascina; si crede a ciò che si sente, poiché qui, come altrove, esiste la fede, e si consuma il proprio cuore, il proprio corpo, la propria bellezza, a poco a poco; si è temuti come una bestia feroce, disprezzati come un paria, circondati da gente che prende sempre più di quanto dia; e un bel giorno si muore come un cane in un fosso, dopo aver rovinato gli altri e aver rovinato se stessi.»
«Via, via, madame, si calmi», disse Nanine; «i suoi nervi sono un po' scossi stasera.»
«Questo vestito mi dà fastidio», continuò Marguerite, sganciando il corpetto; «dammi una vestaglia. Ebbene, e Prudence?»
«Non è ancora arrivata, ma gliela manderò, madame, non appena viene.»
«Eccola, ora», continuò Marguerite, mentre si toglieva l'abito per indossare una vestaglia bianca, «ecco una che sa benissimo come trovarmi quando ha bisogno di me, eppure non riesce a farmi un servizio decentemente. Sa che sto aspettando una risposta. Sa quanto sono ansiosa, e sono certa che va in giro per i fatti suoi, senza pensare a me.»
«Forse ha dovuto aspettare.»
«Prendiamo del punch.»
«Non le farà bene, madame», disse Nanine.
«Tanto meglio. Porta anche della frutta, e un paté o un'ala di pollo; qualcosa, presto. Ho fame.»
Ho bisogno di dirti l'impressione che questa scena fece su di me, o non puoi immaginarlo?
«Cenerai con me», mi disse; «nel frattempo, prendi un libro. Vado un momento nel mio spogliatoio.»
Accese le candele di un candelabro, aprì una porta ai piedi del letto e scomparve.
Cominciai a riflettere sulla vita di questa povera ragazza, e il mio amore per lei si mescolava a una grande pietà. Passeggiavo avanti e indietro per la stanza, rimuginando sulle cose, quando entrò Prudence.
«Ah, tu qui?» disse, «dov'è Marguerite?»
«Nel suo spogliatoio.»
«Aspetterò. A proposito, sai che ti trova affascinante?»
«No.»
«Non te l'ha detto?»
«Per nulla.»
«Come mai sei qui?»
«Sono venuto a farle visita.»
«A mezzanotte?»
«Perché no?»
«Buffone!»
«Mi ha ricevuto, a dire il vero, molto male.»
«Ti riceverà meglio tra poco.»
«Credi?»
«Ho delle buone notizie per lei.»
«Non c'è nulla di male in questo. Quindi ti ha parlato di me?»
«Ieri sera, o meglio stamattina, quando tu e il tuo amico siete andati via. A proposito, come si chiama il tuo amico? Gaston R., vero?»
«Sì», dissi, non senza sorridere, pensando a ciò che Gaston mi aveva confidato, e vedendo che Prudence a stento sapeva il suo nome.
«È molto gentile, quel ragazzo; cosa fa?»
«Ha venticinquemila franchi di rendita.»
«Ah, davvero! Ebbene, per tornare a te. Marguerite mi ha chiesto tutto di te: chi eri, cosa facevi, quali amanti avevi avuto; insomma, tutto ciò che si può chiedere di un uomo della tua età. Le ho detto tutto quello che sapevo, e ho aggiunto che eri un giovane affascinante. Tutto qui.»
«Grazie. Ora dimmi cosa voleva dirti ieri sera.»
«Assolutamente nulla. Era solo per sbarazzarsi del conte; ma ho davvero qualcosa di cui parlare con lei oggi, e le porto una risposta ora.»
In quel momento Marguerite riapparve dallo spogliatoio, indossando una civettuola cuffietta con mazzetti di nastri gialli, tecnicamente chiamati "cavoli". Era incantevole. Aveva pantofole di raso ai piedi nudi, ed era intenta a lucidarsi le unghie.
«Ebbene», disse, vedendo Prudence, «hai visto il duca?»
«Sì, davvero.»
«E cosa ti ha detto?»
«Mi ha dato...»
«Quanto?»
«Seimila.»
«Li hai presi?»
«Sì.»
«Sembrava contrariato?»
«No.»
«Pover uomo!»
Quel «Pover uomo!» fu detto con un tono impossibile da rendere. Marguerite prese le sei banconote da mille franchi.
«Era proprio ora», disse. «Mia cara Prudence, hai bisogno di denaro?»
«Sai, figlia mia, è il 15 tra un paio di giorni, quindi se potessi prestarmi tre o quattrocento franchi, mi faresti un vero servizio.»
«Mandameli a chiedere domani; è troppo tardi per avere il resto ora.»
«Non dimenticartene.»
«Non temere. Cenerai con noi?»
«No, Charles mi sta aspettando.»
«Sei ancora devota a lui?»
«Pazza, cara! Ti vedo domani. Addio, Armand.»
Mme. Duvernoy uscì.
Marguerite aprì il cassetto di un tavolino e vi gettò le banconote.
«Mi permetti di andare a letto?» disse con un sorriso, mentre si muoveva verso il letto.
«Non solo ti permetto, ma te lo chiedo.»
Rimboccò le coperte ed entrò a letto.
«Ora», disse, «vieni a sederti vicino a me, e facciamo due chiacchiere.»
Prudence aveva ragione: la risposta che aveva portato a Marguerite l'aveva messa di buon umore.
«Mi perdonerai per il mio cattivo umore di stasera?» disse, prendendomi la mano.
«Sono pronto a perdonarti tutte le volte che vorrai.»
«E mi ami?»
«Alla follia.»
«Nonostante il mio brutto carattere?»
«Nonostante tutto.»
«Lo giuri?»
«Sì», dissi in un sussurro.
Nanine entrò, portando piatti, un pollo freddo, una bottiglia di claret e delle fragole.
«Non ho fatto preparare il punch», disse Nanine; «il claret è meglio per lei. Non è vero, signore?»
«Certamente», risposi, ancora sotto l'eccitazione delle ultime parole di Marguerite, gli occhi fissi ardentemente su di lei.
«Bene», disse; «metti tutto sul tavolino, e avvicinalo al letto; ci serviremo da soli. È la terza notte che resti alzato, e devi aver bisogno di dormire. Vai a letto. Non voglio nient'altro.»
«Devo chiudere a chiave la porta?»
«Direi proprio di sì! E soprattutto, di’ loro di non far entrare nessuno prima di mezzogiorno.»
Capitolo XII
Alle cinque del mattino, mentre la luce cominciava ad apparire attraverso le tende, Marguerite mi disse: «Perdonami se ti mando via; ma devo. Il duca viene ogni mattina; gli diranno, quando arriverà, che sto dormendo, e forse aspetterà fino al mio risveglio».
Presi la testa di Marguerite tra le mani; i suoi capelli sciolti fluivano attorno; le diedi un ultimo bacio, dicendo: «Quando ti rivedrò?»
«Ascolta», disse; «prendi la chiavetta dorata sulla mensola del camino, apri quella porta; riportami la chiave e va’. Nel corso della giornata avrai una lettera, e i miei ordini, poiché sai che devi obbedire ciecamente.»
«Sì; ma se ti chiedessi già qualcosa?»
«Cosa?»
«Lasciami quella chiave.»
«Ciò che chiedi è una cosa che non ho mai fatto per nessuno.»
«Ebbene, fallo per me, perché ti giuro che non ti amo come gli altri ti hanno amata.»
«Ebbene, tienila; ma dipende solo da me renderla inutile per te, dopo tutto.»
«Come?»
«Ci sono i chiavistelli alla porta.»
«Sciagurata!»
«Li farò togliere.»
«Dunque mi ami, un pochino?»
«Non so come sia, ma mi sembra di sì! Ora, va’; non riesco a tenere gli occhi aperti.»
La tenni tra le braccia per alcuni secondi e poi andai.
Le strade erano vuote, la grande città dormiva ancora, una dolce freschezza circolava per le vie che poche ore dopo si sarebbero colmate del rumore degli uomini. Mi pareva che questa città dormiente mi appartenesse; cercavo nella memoria i nomi di coloro la cui felicità avevo un tempo invidiato; e non riuscivo a ricordarne uno senza trovarmi più felice.
Essere amati da una giovane ragazza pura, essere il primo a rivelarle lo strano mistero dell'amore, è davvero una grande felicità, ma è la cosa più semplice del mondo. Prendere prigioniero un cuore che non ha esperienza di attacchi è come entrare in una città non fortificata e senza guarnigione. L'educazione, il sentimento familiare, il senso del dovere, la famiglia, sono forti sentinelle, ma non ci sono sentinelle così vigili da non essere ingannate da una ragazza di sedici anni a cui la natura, con la voce dell'uomo che ama, dà i primi consigli dell'amore, tanto più ardenti quanto più sembrano puri.
Quanto più una ragazza crede nella bontà, tanto più facilmente cederà, se non al suo amante, almeno all'amore, poiché, essendo senza sfiducia, è senza forza, e conquistare il suo amore è un trionfo che può essere ottenuto da qualsiasi giovane di venticinque anni. Guarda come le ragazze sono sorvegliate e custodite! Le mura dei conventi non sono abbastanza alte, le madri non hanno serrature abbastanza robuste, la religione non ha doveri abbastanza costanti per chiudere questi incantevoli uccelli nelle loro gabbie, gabbie nemmeno cosparse di fiori. Allora quanto sicuramente devono desiderare il mondo che è loro nascosto, quanto sicuramente devono trovarlo tentatore, quanto sicuramente devono ascoltare la prima voce che viene a dirne i segreti attraverso le loro sbarre, e benedire la mano che è la prima a sollevare un lembo del velo misterioso!
Ma essere realmente amati da una cortigiana: questa è una vittoria di infinitamente maggiore difficoltà. In loro il corpo ha logorato l'anima, i sensi hanno bruciato il cuore, la dissipazione ha smussato i sentimenti. Conoscono da tempo le parole che diciamo loro, i mezzi che usiamo; hanno venduto l'amore che ispirano. Amano per professione, e non per istinto. Sono guardate meglio dai loro calcoli che una vergine da sua madre e dal suo convento; e hanno inventato la parola capriccio per quell'amore non barattato che si concedono di tanto in tanto, per riposo, per scusa, per consolazione, come gli usurai, che imbrogliano un migliaio di persone e pensano di aver comprato la propria redenzione prestando una volta una sterlina a un povero diavolo che muore di fame, senza chiedere interessi o ricevute.
Poi, quando Dio concede l'amore a una cortigiana, quell'amore, che dapprima sembra come un perdono, diviene per lei quasi senza penitenza. Quando una creatura che ha tutto il suo passato da rimproverarsi viene colta tutt'a un tratto da un amore profondo, sincero, irresistibile, del quale non si era mai creduta capace; quando ha confessato il suo amore, quanto assolutamente l'uomo che ama la domina! Quanto forte si sente lui con il suo crudele diritto di dire: non fai nulla per amore che tu non abbia fatto per denaro. Esse non sanno che prova dare. Un bambino, dice la favola, essendosi spesso divertito a gridare «Al lupo! Al lupo!» per disturbare i lavoratori nei campi, fu un giorno divorato da un lupo, perché coloro che aveva tante volte ingannato non credevano più alle sue grida d'aiuto. È lo stesso con queste infelici donne quando amano seriamente. Hanno mentito così spesso che nessuno crederà loro, e nel mezzo del loro rimorso sono divorate dal loro amore.
Da qui quelle grandi devozioni, quei ritiri austeri dal mondo, di cui alcune di loro hanno dato l'esempio.
Ma quando l'uomo che ispira questo amore redentore è abbastanza grande d'animo da riceverlo senza ricordare il passato, quando vi si abbandona, quando, insomma, ama come è amato, quest'uomo prosciuga d'un colpo tutte le emozioni terrene, e dopo un tale amore il suo cuore sarà chiuso a ogni altro.
Non feci queste riflessioni la mattina in cui tornai a casa. Non potevano che essere il presentimento di ciò che mi sarebbe accaduto e, malgrado il mio amore per Marguerite, non ne previdi tali conseguenze. Faccio queste riflessioni oggi. Ora che tutto è irrevocabilmente finito, esse scaturiscono naturalmente da ciò che è avvenuto.
Ma per tornare al primo giorno della mia liaison. Quando giunsi a casa ero in uno stato di gaiezza folle. Al pensiero di come le barriere che la mia immaginazione aveva posto tra Marguerite e me fossero scomparse, di come lei ora fosse mia; del posto che occupavo nei suoi pensieri, della chiave della sua stanza che avevo in tasca e del mio diritto di usare quella chiave, ero soddisfatto della vita, orgoglioso di me stesso, e amavo Dio perché aveva permesso che tali cose fossero.
Un giorno un giovane passa per la strada, sfiora una donna, la guarda, si volta, prosegue per la sua strada. Non conosce la donna, e lei ha piaceri, dolori, amori, ai quali egli non prende parte. Egli non esiste per lei e forse, se le parlasse, lei riderebbe soltanto di lui, come Marguerite aveva riso di me. Passano settimane, mesi, anni, e tutto a un tratto, quando ognuno ha seguito il proprio destino lungo un sentiero diverso, la logica del caso li porta faccia a faccia. La donna diventa l'amante dell'uomo e lo ama. Come? Perché? Le loro due esistenze sono d'ora in poi una sola; hanno appena iniziato a conoscersi quando sembra come se si fossero sempre conosciuti, e tutto ciò che era venuto prima viene cancellato dalla memoria dei due amanti. È curioso, bisogna ammetterlo.
Quanto a me, non ricordavo più come avessi vissuto prima di quella notte. Tutto il mio essere era esaltato dalla gioia al ricordo delle parole che ci eravamo scambiati durante quella prima notte. O Marguerite era molto abile nell'inganno, o aveva concepito per me una di quelle passioni improvvise che si rivelano nel primo bacio e che muoiono, abbastanza spesso, tanto improvvisamente quanto sono nate.
Più riflettevo, più mi dicevo che Marguerite non aveva motivo di fingere un amore che non provava, e mi dicevo anche che le donne hanno due modi di amare, uno dei quali può scaturire dall'altro: amano con il cuore o con i sensi. Spesso una donna prende un amante in obbedienza alla mera volontà dei sensi e impara senza aspettarselo il mistero dell'amore immateriale, e vive d'ora in poi solo attraverso il suo cuore; spesso una ragazza che ha cercato nel matrimonio solo l'unione di due puri affetti riceve l'improvvisa rivelazione dell'amore fisico, quella energica conclusione delle più pure impressioni dell'anima.
Nel mezzo di questi pensieri mi addormentai; fui svegliato da una lettera di Marguerite contenente queste parole:
«Ecco i miei ordini: questa sera al Vaudeville.
«Vieni durante il terzo intervallo.»
Misi la lettera in un cassetto, in modo da averla sempre a portata di mano nel caso avessi dubitato della sua realtà, come mi accadeva di tanto in tanto.
Non mi disse di andare a trovarla durante il giorno, e non osai andare; ma avevo un desiderio così grande di vederla prima della sera che andai agli Champs-Élysées, dove la vidi di nuovo passare e ripassare, come avevo fatto il giorno precedente.
Alle sette ero al Vaudeville. Non ero mai andato a teatro così presto. I palchi si riempivano l'uno dopo l'altro. Ne rimase vuoto solo uno, il palco di proscenio. All'inizio del terzo atto sentii aprirsi la porta del palco, su cui i miei occhi erano rimasti quasi costantemente fissi, e apparve Marguerite. Venne subito alla ribalta, guardò la platea, mi vide e mi ringraziò con uno sguardo.
Quella sera era meravigliosamente bella. Ero io la causa di questa civetteria? Mi amava abbastanza da credere che più bella fosse apparsa, più felice sarei stato? Non lo sapevo, ma se quella era stata la sua intenzione ci riuscì certamente, poiché quando apparve tutte le teste si voltarono, e l'attore che era allora sulla scena guardò per vedere chi avesse prodotto un tale effetto sul pubblico con la sua sola presenza lì.
E io avevo la chiave della stanza di questa donna, e tra tre o quattro ore lei sarebbe stata di nuovo mia!
La gente biasima coloro che si lasciano rovinare dalle attrici e dalle mantenute; ciò che mi stupisce è che non si commettano per loro follie venti volte più grandi. Bisogna aver vissuto quella vita, come ho fatto io, per sapere quanto le piccole vanità che esse concedono ai loro amanti ogni giorno aiutino a fissare più profondamente nel cuore, visto che non abbiamo altra parola per definirlo, l'amore che egli nutre per loro.
Prudence prese poi il suo posto nel palco, e un uomo, che riconobbi come il Comte de G., si sedette in fondo. Appena lo vidi, un brivido freddo mi attraversò il cuore.
Senza dubbio Marguerite percepì l'impressione che la presenza di quest'uomo aveva fatto su di me, poiché mi sorrise di nuovo e, voltando le spalle al conte, sembrò essere molto attenta allo spettacolo. Al terzo intervallo si voltò e disse due parole: il conte lasciò il palco e Marguerite mi fece cenno di venire da lei.
«Buonasera», disse non appena entrai, porgendomi la mano.
«Buonasera», risposi sia a Marguerite che a Prudence.
«Siediti.»
«Ma sto prendendo il posto di qualcuno. Il Comte de G. non torna?»
«Sì; l'ho mandato a prendere dei dolci, così da poter parlare da soli per un momento. Mme. Duvernoy è al corrente del segreto.»
«Sì, figli miei», disse lei; «non abbiate paura. Non dirò nulla.»
«Che cosa ti succede stasera?» disse Marguerite, alzandosi e venendo in fondo al palco per baciarmi sulla fronte.
«Non sto molto bene.»
«Dovresti andare a letto», rispose lei, con quell'aria ironica che si adattava così bene al suo viso delicato e arguto.
«Dove?»
«A casa.»
«Sai che non riuscirei a dormire lì.»
«Bene, allora non serve a nulla che tu venga qui a fare il musone perché hai visto un uomo nel mio palco.»
«Non è per quella ragione.»
«Sì, lo è. Lo so; e hai torto, quindi non parliamone più. Tornerai con Prudence dopo il teatro e resterai lì finché non ti chiamerò. Hai capito?»
«Sì.»
Come avrei potuto disobbedire?
«Mi ami ancora?»
«Puoi chiederlo?»
«Mi hai pensato?»
«Tutto il giorno.»
«Sai che ho davvero paura di finire per volerti molto bene? Chiedilo a Prudence.»
«Ah», disse lei, «è sorprendente!»
«Ora, devi tornare al tuo posto. Il conte starà per tornare e non c'è nulla da guadagnare se ti trova qui.»
«Perché non ti piace vederlo.»
«No; solo se mi avessi detto che volevi venire al Vaudeville stasera avrei potuto prendere questo palco per te proprio come lui.»
«Sfortunatamente, lui lo ha preso per me senza che io glielo chiedessi, e mi ha chiesto di andare con lui; sai bene che non potevo rifiutare. Tutto ciò che ho potuto fare è stato scriverti e dirti dove andavo, così che tu potessi vedermi, e perché volevo vederti io stessa; ma dato che è così che mi ringrazi, approfitterò della lezione.»
«Ho avuto torto; perdonami.»
«Va bene; e ora torna gentilmente al tuo posto e, soprattutto, niente più gelosie.»
Mi baciò di nuovo e lasciai il palco. Nel corridoio incontrai il conte che stava tornando. Tornai al mio posto.
Dopotutto, la presenza di M. de G. nel palco di Marguerite era la cosa più naturale del mondo. Era stato il suo amante, le mandava un palco, l'accompagnava a teatro; era tutto molto naturale, e se dovevo avere un'amante come Marguerite avrei dovuto abituarmi alle sue abitudini.
Ciò nonostante, fui molto infelice per tutto il resto della serata e me ne andai molto tristemente dopo aver visto Prudence, il conte e Marguerite salire sulla carrozza, che li attendeva alla porta.
Tuttavia, un quarto d'ora dopo ero da Prudence. Era appena arrivata.
Capitolo XIII
«Sei arrivato quasi più in fretta di noi», disse Prudence.
«Sì», risposi meccanicamente. «Dov'è Marguerite?»
«A casa.»
«Sola?»
«Con M. de G.»
Andai avanti e indietro per la stanza.
«Bene, che cosa c'è?»
«Pensi che mi diverta ad aspettare qui finché M. de G. non se ne va da Marguerite?»
«Quanto sei irragionevole! Non vedi che Marguerite non può cacciare il conte di casa? M. de G. è con lei da molto tempo; le ha sempre dato molti soldi; lo fa ancora. Marguerite spende più di centomila franchi all'anno; ha un mucchio di debiti. Il duca le dà tutto ciò che chiede, ma lei non sempre si arrischia a chiedergli tutto ciò di cui ha bisogno. Non può permettersi di litigare con il conte, che le vale almeno diecimila franchi l'anno. Marguerite ti vuole molto bene, caro mio, ma la tua liaison con lei, nel suo interesse e nel tuo, non dovrebbe essere seria. Tu con i tuoi settemila o ottomila franchi l'anno, cosa potresti fare per provvedere a tutti i lussi di cui una ragazza come quella ha bisogno? Non basterebbe a mantenere la sua carrozza. Prendi Marguerite per quello che è, una ragazza buona, brillante e carina; sii il suo amante per un mese, due mesi; dalle fiori, dolci, palchi a teatro; ma non metterti altre idee in testa e non fare assurde scene di gelosia. Sai con chi hai a che fare; Marguerite non è una santa. Le piaci, tu le vuoi molto bene; lascia stare il resto. Mi stupisci quando ti vedo così suscettibile; hai l'amante più affascinante di Parigi. Ti riceve con il massimo stile, è coperta di diamanti, non ha bisogno di costarti un soldo, a meno che tu non voglia, e tu non sei soddisfatto. Caro mio, chiedi troppo!»
«Hai ragione, ma non posso farci niente; l'idea che quell'uomo sia il suo amante mi ferisce orribilmente.»
«In primo luogo», rispose Prudence; «è ancora il suo amante? È un uomo che le è utile, niente di più. Le ha chiuso le porte in faccia per due giorni; lui è venuto stamattina – lei non ha potuto che accettare il palco e lasciarsi accompagnare. L'ha riaccompagnata a casa; è entrato per un momento, non si ferma, perché tu stai aspettando qui. Tutto ciò, mi sembra, è abbastanza naturale. Inoltre, non ti dispiace per il duca.»
«Sì; ma è un vecchio, e sono sicuro che Marguerite non sia la sua amante. Poi, va benissimo accettare una liaison, ma non due. Tale facilità in materia somiglia molto al calcolo e pone l'uomo che vi acconsente, persino per amore, molto nella categoria di coloro che, in uno strato inferiore della società, fanno un mestiere della loro connivenza e un profitto del loro mestiere.»
«Ah, caro mio, quanto sei all'antica! Quanti degli uomini più ricchi e alla moda delle migliori famiglie ho visto pronti a fare ciò che ti consiglio di fare, e senza alcuno sforzo, senza vergogna, senza rimorso! Ma si vede ogni giorno. Come pensi che le donne mantenute di Parigi potrebbero vivere nello stile in cui vivono, se non avessero tre o quattro amanti contemporaneamente? Nessuna fortuna, per quanto grande, potrebbe bastare per le spese di una donna come Marguerite. Una fortuna di cinquecentomila franchi l'anno è, in Francia, una fortuna enorme; ebbene, caro amico, cinquecentomila franchi l'anno sarebbero ancora troppo pochi, e per questa ragione: un uomo con un tale reddito ha una grande casa, cavalli, servitù, carrozze; va a caccia, ha amici, spesso è sposato, ha figli, corre ai cavalli, gioca d'azzardo, viaggia, e che altro. Tutte queste abitudini sono così parte della sua posizione che non può rinunciarvi senza sembrare di aver perso tutti i suoi soldi e senza causare scandalo. Tutto sommato, con cinquecentomila franchi l'anno non può dare a una donna più di quarantamila o cinquantamila franchi all'anno, e sono già un bel po'. Ebbene, altri amanti compensano il resto delle sue spese. Con Marguerite è ancora più conveniente; le è capitato per miracolo un vecchio che vale dieci milioni, la cui moglie e figlia sono morte; che ha solo dei nipoti, a loro volta ricchi, e che le dà tutto ciò che vuole senza chiedere nulla in cambio. Ma non può chiedergli più di settantamila franchi l'anno; e sono sicura che se ne chiedesse di più, nonostante la sua salute e l'affetto che ha per lei, non glieli darebbe.
«Tutti i giovani con ventimila o trentamila franchi l'anno a Parigi, vale a dire uomini che hanno appena abbastanza per vivere nella società in cui si muovono, sanno perfettamente, quando sono gli amanti di una donna come Marguerite, che lei non potrebbe nemmeno pagare le stanze in cui vive e i domestici che la servono con quello che le danno. Non le dicono di saperlo; fingono di non vedere nulla, e quando ne hanno avuto abbastanza se ne vanno per la loro strada. Se hanno la vanità di voler pagare per tutto ciò che ottengono si rovinano, come gli sciocchi che sono, e vanno a farsi uccidere in Africa, dopo aver lasciato centomila franchi di debiti a Parigi. Pensi che una donna sia loro grata per questo? Tutt'altro. Dichiara di aver sacrificato la sua posizione per loro e che, mentre stava con loro, perdeva soldi. Questi dettagli ti sembrano scioccanti? Ebbene, sono veri. Sei un bravo ragazzo; mi piaci molto. Vivo con queste donne da vent'anni; so quanto valgono e non voglio vederti prendere troppo sul serio il capriccio che una bella ragazza ha per te.
«Poi, oltre a questo», continuò Prudence; «ammetti che Marguerite ti ami abbastanza da rinunciare al conte o al duca, nel caso in cui uno di loro dovesse scoprire la vostra liaison e dirle di scegliere tra lui e te, il sacrificio che farebbe per te sarebbe enorme, non puoi negarlo. Quale sacrificio uguale potresti fare per lei, da parte tua, e quando ti fossi stancato di lei, cosa potresti fare per compensare ciò che le hai tolto? Nulla. L'avresti tagliata fuori dal mondo in cui si trovavano la sua fortuna e il suo futuro; ti avrebbe dato i suoi anni migliori e verrebbe dimenticata. O saresti un uomo ordinario e, rinfacciandole il suo passato, la lasceresti, dicendole che stavi solo facendo come i suoi altri amanti, e l'abbandoneresti a una miseria certa; oppure saresti un uomo onesto e, sentendoti in dovere di tenerla con te, porteresti inevitabile sfortuna su te stesso, poiché una liaison che è scusabile in un giovane, non è più scusabile in un uomo di mezza età. Diventa un ostacolo a ogni cosa; non permette né famiglia né ambizione, i secondi e ultimi amori dell'uomo. Credimi, dunque, amico mio, prendi le cose per quello che valgono e non dare a una mantenuta il diritto di definirsi tua creditrice, in alcun modo.»
Era ben argomentato, con una logica di cui avrei ritenuto Prudence incapace. Non avevo nulla da rispondere, se non che aveva ragione; le presi la mano e la ringraziai per i suoi consigli.
«Su, su», disse lei, «fai volare via queste sciocche teorie e ridici sopra. La vita è piacevole, caro mio; tutto dipende dal colore del vetro attraverso il quale la si guarda. Chiedi al tuo amico Gaston; ecco un uomo che mi sembra capire l'amore come lo capisco io. Tutto ciò a cui devi pensare, a meno che tu non sia proprio uno sciocco, è che qui vicino c'è una bella ragazza che sta aspettando con impazienza che l'uomo che è con lei se ne vada, pensando a te, conservando tutta la notte per te, e che ti ama, ne sono certa. Ora, vieni alla finestra con me e stiamo a guardare che il conte se ne vada; non tarderà a lasciar campo libero.»
Prudence aprì la finestra e ci appoggiammo fianco a fianco sul balcone. Lei osservava i pochi passanti, io riflettevo. Tutto ciò che aveva detto mi ronzava in testa e non potevo fare a meno di sentire che aveva ragione; ma l'amore genuino che nutrivo per Marguerite aveva qualche difficoltà ad adattarsi a una tale convinzione. Sospiravo di tanto in tanto, al che Prudence si voltava e stringeva le spalle come un medico che ha rinunciato al suo paziente.
«Come ci si rende conto della brevità della vita», dicevo a me stesso, «dalla rapidità delle sensazioni! Conosco Marguerite solo da due giorni, lei è la mia amante solo da ieri, e ha già assorbito così completamente i miei pensieri, il mio cuore e la mia vita che la visita del Comte de G. è una sventura per me.»
Finalmente il conte uscì, salì sulla sua carrozza e scomparve. Prudence chiuse la finestra. Nello stesso istante Marguerite ci chiamò:
«Venite subito», disse; «stanno apparecchiando la tavola e ceneremo.»
Quando entrai, Marguerite corse da me, mi gettò le braccia al collo e mi baciò con tutte le sue forze.
«Siamo ancora imbronciati?» mi disse.
«No, è tutto finito», rispose Prudence. «Gli ho fatto una ramanzina e ha promesso di essere ragionevole.»
«Va bene.»
Mio malgrado lanciai uno sguardo al letto; non era disfatto. Quanto a Marguerite, era già nella sua vestaglia bianca. Ci sedemmo a tavola.
Fascino, dolcezza, spontaneità, Marguerite li aveva tutti, ed ero costretto di tanto in tanto ad ammettere che non avevo il diritto di chiederle nient'altro; che molte persone sarebbero state molto felici di essere al mio posto; e che, come il pastore di Virgilio, non dovevo far altro che godere dei piaceri che un dio, o meglio una dea, metteva davanti a me.
Cercai di mettere in pratica le teorie di Prudence e di essere allegro quanto le mie due compagne; ma ciò che era naturale in loro era da parte mia uno sforzo, e la risata nervosa, di cui non intuivano la fonte, era più vicina alle lacrime che all'allegria.
Finalmente la cena fu finita ed ero solo con Marguerite. Si sedette come al solito sul tappeto davanti al fuoco e guardò tristemente tra le fiamme. A cosa stava pensando? Non lo so. Quanto a me, la guardavo con un misto di amore e terrore, pensando a tutto ciò che ero pronto a soffrire per lei.
«Sai a cosa sto pensando?»
«No.»
«A un piano che mi è venuto in mente.»
«E qual è questo piano?»
«Non posso ancora dirtelo, ma posso dirti quale ne sarebbe il risultato. Il risultato sarebbe che tra un mese sarei libera, non avrei più debiti e potremmo andare a passare l'estate in campagna.»
«E non puoi dirmi con quali mezzi?»
«No, amami solo come io amo te, e tutto riuscirà.»
«E hai fatto questo piano tutta da sola?»
«Sì.»
«E lo porterai a compimento tutta da sola?»
«Io sola ne avrò il disturbo», disse Marguerite, con un sorriso che non dimenticherò mai, «ma ne condivideremo entrambi i benefici».
Non potei fare a meno di arrossire alla parola benefici; pensai a Manon Lescaut che scialacquava con Des Grieux il denaro di Monsieur de B.
Risposi con voce dura, alzandomi dal mio posto:
«Dovete permettermi, mia cara Marguerite, di condividere solo i benefici di quelle imprese che ho concepito e portato a termine io stesso».
«Che significa?»
«Significa che ho il forte sospetto che Monsieur de G. debba essere il vostro socio in questo bel progetto, del quale non posso accettare né i costi né i benefici».
«Che bambino che sei! Pensavo che tu mi amassi. Mi sbagliavo; va bene».
Si alzò, aprì il piano e cominciò a suonare l’“Invitation à la Valse”, fino al famoso passaggio nel modo maggiore che la faceva sempre fermare. Era per abitudine, o per ricordarmi il giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta? Tutto ciò che so è che la melodia riportò a galla quel ricordo e, avvicinandomi a lei, le presi la testa tra le mani e la baciai. «Mi perdoni?» dissi.
«Vedi che ti perdono», rispose; «ma nota che siamo solo al nostro secondo giorno, e ho già dovuto perdonarti qualcosa. È così che mantieni la tua promessa di cieca obbedienza?»
«Cosa posso farci, Marguerite? Ti amo troppo e sono geloso del minimo dei tuoi pensieri. Ciò che mi hai proposto poco fa mi ha reso folle di gioia, ma il mistero nell’attuazione mi ferisce terribilmente».
«Andiamo, ragioniamo», disse, prendendomi entrambe le mani e guardandomi con un sorriso incantevole al quale era impossibile resistere. «Tu mi ami, non è vero? E saresti felice di trascorrere due o tre mesi solo con me in campagna? Anche io sarei felice di questa solitudine a due, e non solo felice, ma la mia salute lo richiede. Non posso lasciare Parigi per così tanto tempo senza mettere in ordine i miei affari, e gli affari di una donna come me sono sempre in gran confusione; ebbene, ho trovato un modo per conciliare tutto, le mie questioni di denaro e il mio amore per te; sì, per te, non ridere; sono così sciocca da amarti! E tu qui ti dai arie da gran signore e parli con parole grosse. Bambino, tre volte bambino, ricorda solo che ti amo, e non lasciare che nulla ti turbi. Allora, è deciso?»
«Accetto tutto ciò che desideri, come sai».
«Allora, tra meno di un mese saremo in qualche villaggio, a passeggiare lungo la riva del fiume e a bere latte. Ti sembra strano che Marguerite Gautier ti parli così? Il fatto è, amico mio, che quando questa vita parigina, che sembra rendermi così felice, non mi brucia, mi stanca, e allora ho improvvise aspirazioni verso un’esistenza più calma che potrebbe richiamare la mia infanzia. Si ha sempre avuto un’infanzia, qualunque cosa si diventi. Non spaventarti; non ti dirò che sono la figlia di un colonnello in pensione e che sono stata educata a Saint-Denis. Sono una povera ragazza di campagna, e sei anni fa non sapevo nemmeno scrivere il mio nome. Sei sollevato, non è vero? Perché sei il primo a cui abbia mai chiesto di condividere la gioia di questo mio desiderio? Immagino perché sento che mi ami per me stessa e non per te, mentre tutti gli altri mi hanno amata solo per loro stessi.
«Sono stata spesso in campagna, ma mai come vorrei andarci. Conto su di te per questa felicità semplice; non essere cattivo, fammela avere. Dì a te stesso: "Lei non vivrà mai fino a diventare vecchia, e un giorno mi dispiacerebbe non aver fatto per lei la prima cosa che mi ha chiesto, una cosa così facile da fare!"»
Cosa potevo rispondere a parole simili, specialmente con il ricordo di una prima notte d’amore e nell’attesa di una seconda?
Un’ora dopo stringevo Marguerite tra le braccia e, se mi avesse chiesto di commettere un crimine, l’avrei obbedita.
Alle sei del mattino la lasciai, e prima di andare via dissi: «A stasera!» Lei mi baciò più calorosamente che mai, ma non disse nulla.
Durante il giorno ricevetti un biglietto che conteneva queste parole:
«CARO BAMBINO: Non sto molto bene e il medico mi ha ordinato riposo. Stasera andrò a letto presto e non ci vedremo. Ma, per farmi perdonare, ti aspetterò domani a mezzogiorno. Ti amo».
Il mio primo pensiero fu: mi sta ingannando!
Un sudore freddo mi imperlò la fronte, poiché amavo già troppo questa donna per non essere sopraffatto dal sospetto. Eppure, avrei dovuto aspettarmi una cosa del genere quasi ogni giorno con Marguerite, e mi era capitato abbastanza spesso con le altre mie amanti, senza che vi facessi troppo caso. Qual era il significato della presa che questa donna aveva esercitato sulla mia vita?
Poi mi venne in mente, visto che avevo la chiave, di andare a trovarla come al solito. In questo modo avrei presto saputo la verità, e se avessi trovato un uomo lì, l’avrei colpito in faccia.
Nel frattempo andai agli Champs-Élysées. Aspettai lì quattro ore. Lei non apparve. La sera andai in tutti i teatri dove era solita andare. Non c’era in nessuno di essi.
Alle undici andai in Rue d’Antin. Non c’era luce alle finestre di Marguerite. Comunque, suonai. Il portinaio mi chiese dove andassi.
«Da Mademoiselle Gautier», dissi.
«Non è rientrata».
«Salirò ad aspettarla».
«Non c’è nessuno».
Evidentemente avrei potuto entrare, visto che avevo la chiave, ma, temendo uno sciocco scandalo, me ne andai. Solo che non tornai a casa; non potevo lasciare la strada, e non staccai mai gli occhi dalla casa di Marguerite. Mi sembrava che ci fosse ancora qualcosa da scoprire, o almeno che i miei sospetti stessero per essere confermati.
Verso mezzanotte una carrozza che conoscevo bene si fermò davanti al numero 9. Il Conte de G. scese ed entrò in casa, dopo aver congedato la carrozza. Per un momento sperai che venisse data a lui la stessa risposta che era stata data a me, e che l’avrei visto uscire; ma alle quattro del mattino lo stavo ancora aspettando.
Ho sofferto profondamente durante queste ultime tre settimane, ma non è nulla, credo, in confronto a ciò che ho sofferto quella notte.
Capitolo XIV
Quando arrivai a casa cominciai a piangere come un bambino. Non c’è uomo al quale una donna non sia stata infedele, almeno una volta, e che non sappia cosa ho sofferto.
Mi dissi, sotto il peso di quelle risoluzioni febbrili che si ha sempre l’impressione di avere la forza di portare a compimento, che dovevo rompere con il mio amore immediatamente, e attesi impazientemente la luce del giorno per partire subito a ricongiungermi con mio padre e mia sorella, del cui amore ero almeno certo, e certo che tale amore non sarebbe mai stato tradito.
Tuttavia, non volevo andarmene senza far sapere a Marguerite perché partissi. Solo un uomo a cui davvero non importa più nulla della sua amante la lascia senza scriverle. Feci e rifeci venti lettere nella mia testa. Avevo avuto a che fare con una donna come tutte le altre donne del suo genere. Avevo poetizzato troppo. Lei mi aveva trattato come uno scolaretto, aveva usato per ingannarmi un trucco che era insultantemente semplice. La mia autostima prese il sopravvento. Dovevo lasciare questa donna senza darle la soddisfazione di sapere che mi aveva fatto soffrire, ed ecco cosa le scrissi con la mia grafia più elegante e con lacrime di rabbia e dolore agli occhi:
«MIA CARA MARGUERITE: Spero che la tua indisposizione di ieri non fosse grave. Sono venuto, alle undici di sera, a chiedere di te, e mi è stato detto che non eri rientrata. Il signor de G. è stato più fortunato, poiché si è presentato poco dopo, e alle quattro del mattino non se n’era ancora andato.
«Perdonami per le poche ore noiose che ti ho dato, e sii certa che non dimenticherò mai i momenti felici che ti devo.
«Sarei passato oggi a chiedere di te, ma intendo tornare da mio padre.
«Addio, mia cara Marguerite. Non sono abbastanza ricco per amarti come vorrei, né abbastanza povero per amarti come vorresti. Dimentichiamo dunque, tu un nome che ti deve essere abbastanza indifferente, io una felicità che è diventata impossibile.
«Ti rimando la tua chiave, che non ho mai usato, e che potrebbe esserti utile, se sei spesso malata come lo eri ieri».
Come vedrai, non sono riuscito a terminare la mia lettera senza un tocco di impertinente ironia, che dimostrava quanto fossi ancora innamorato.
Lessi e rilessi questa lettera dieci volte; poi il pensiero del dolore che avrebbe dato a Marguerite mi calmò un poco. Provai a convincermi dei sentimenti che dichiarava; e quando il mio servitore venne nella mia stanza alle otto, gliela diedi e gli dissi di portarla subito.
«Devo aspettare una risposta?» chiese Joseph (il mio servitore, come tutti i servitori, si chiamava Joseph).
«Se chiedono se c’è una risposta, dirai che non lo sai, e aspetta».
Mi consolavo con la speranza che lei avrebbe risposto. Povere, deboli creature che siamo! Per tutto il tempo che il mio servitore fu via fui in uno stato di estrema agitazione. A un momento ricordavo come Marguerite si fosse data a me, e mi chiedevo con quale diritto le scrivessi una lettera impertinente, quando lei avrebbe potuto rispondere che non era il signor de G. ad avermi soppiantato, ma io ad aver soppiantato il signor de G.: un modo di ragionare che permette a molte donne di avere molti amanti. Un altro momento ricordavo le sue promesse, e cercavo di convincermi che la mia lettera fosse stata solo troppo gentile, e che non esistessero espressioni abbastanza forti per punire una donna che rideva di un amore come il mio. Poi dicevo a me stesso che avrei fatto meglio a non scriverle, ma ad andare a trovarla, e che allora avrei avuto il piacere di vedere le lacrime che avrebbe versato. Infine, mi chiedevo cosa mi avrebbe risposto; già pronto a credere a qualsiasi scusa avesse inventato.
Joseph tornò.
«Ebbene?» gli dissi.
«Signore», disse, «la signora non si era alzata, e stava ancora dormendo, ma non appena suonerà la lettera le verrà portata, e se ci sarà una risposta verrà mandata».
Stava dormendo!
Venti volte fui sul punto di mandare a riprendere la lettera, ma ogni volta dicevo a me stesso: «Forse l’avrà già ricevuta, e sembrerebbe che mi sia pentito di averla inviata».
Man mano che si avvicinava l’ora in cui sembrava probabile che avrebbe risposto, rimpiangevo sempre di più di aver scritto. L’orologio batteva dieci, undici, dodici. A mezzogiorno ero sul punto di presentarmi all’appuntamento come se nulla fosse accaduto. Alla fine non vedevo via d’uscita dal cerchio di fuoco che si chiudeva su di me.
Allora cominciai a credere, con la superstizione che la gente ha quando aspetta, che se fossi uscito per un po’, avrei trovato una risposta al mio ritorno. Uscii col pretesto di andare a pranzare.
Invece di pranzare al Café Foy, all’angolo del Boulevard, come facevo solitamente, preferii andare al Palais Royal e passare così per Rue d’Antin. Ogni volta che vedevo una donna in lontananza, m’immaginavo fosse Nanine che mi portava una risposta. Passai per Rue d’Antin senza nemmeno incontrare un commissionario. Andai da Véry, al Palais Royal. Il cameriere mi diede qualcosa da mangiare, o meglio, mi servì ciò che preferì, poiché non mangiai nulla. Nonostante me stesso, i miei occhi erano costantemente fissi sull’orologio. Tornai a casa, certo che avrei trovato una lettera di Marguerite.
Il portinaio non aveva ricevuto nulla, ma speravo ancora nel mio servitore. Non aveva visto nessuno da quando ero uscito.
Se Marguerite avesse avuto intenzione di rispondermi, avrebbe risposto molto prima.
Allora cominciai a rimpiangere i termini della mia lettera; non avrei dovuto dire assolutamente nulla, e ciò avrebbe senza dubbio destato i suoi sospetti, poiché, scoprendo che non mi presentavo all’appuntamento, avrebbe chiesto il motivo della mia assenza, e solo allora glielo avrei dato. Così, avrebbe dovuto discolparsi, e ciò che volevo era che lei si discolpasse. Mi rendevo già conto che avrei creduto a qualsiasi ragione mi avesse dato, e qualsiasi cosa era meglio che non rivederla più.
Alla fine cominciai a credere che sarebbe venuta lei stessa a trovarmi; ma l’ora seguiva l’ora, e lei non venne.
Decisamente Marguerite non era come le altre donne, poiché ce ne sono poche che avrebbero ricevuto una lettera come quella che avevo appena scritto senza rispondere affatto.
Alle cinque, mi affrettai verso gli Champs-Élysées. «Se la incontro», pensai, «assumerò un’aria indifferente, e lei sarà convinta che non penso più a lei».
Mentre giravo l’angolo di Rue Royale, la vidi passare nella sua carrozza. L’incontro fu così improvviso che impallidii. Non so se abbia visto la mia emozione; quanto a me, ero così agitato che non vidi altro che la carrozza.
Non andai oltre in direzione degli Champs-Élysées. Guardai le locandine dei teatri, poiché avevo ancora una possibilità di vederla. C’era una prima al Palais Royal. Marguerite ci sarebbe stata di sicuro. Ero al teatro alle sette. I palchi si riempivano uno dopo l’altro, ma Marguerite non c’era. Lasciai il Palais Royal e andai in tutti i teatri dove era più spesso visibile: al Vaudeville, ai Variétés, all’Opéra Comique. Non era da nessuna parte.
O la mia lettera l’aveva turbata troppo perché le importasse di andare a teatro, o temeva di imbattersi in me, e voleva quindi evitare una spiegazione. Così stava sussurrando la mia vanità sui boulevard, quando incontrai Gaston, che mi chiese dove fossi stato.
«Al Palais Royal».
«E io all’Opera», disse; «contavo di vederti lì».
«Perché?»
«Perché Marguerite era lì».
«Ah, era lì?»
«Sì».
«Da sola?»
«No; con un’altra donna».
«Solo questo?»
«Il Conte de G. è venuto nel suo palco per un istante; ma lei se n’è andata con il duca. Contavo di vederti da un momento all’altro, perché c’era una poltrona al mio fianco che è rimasta vuota per tutta la serata, ed ero sicuro che l’avessi presa tu».
«Ma perché dovrei andare dove va Marguerite?»
«Perché sei il suo amante, s’intende!»
«Chi te l’ha detto?»
«Prudence, che ho incontrato ieri. Ti faccio le mie congratulazioni, caro mio; è un’amante affascinante, e non tutti hanno questa fortuna. Tienitela stretta; ti farà onore».
Queste semplici riflessioni di Gaston mi mostrarono quanto fossero state assurde le mie suscettibilità. Se solo l’avessi incontrato la sera prima e mi avesse parlato così, certamente non avrei scritto la sciocca lettera che ho scritto.
Ero sul punto di chiamare Prudence e di mandarla a dire a Marguerite che volevo parlarle; ma temevo che si sarebbe vendicata dicendomi che non poteva vedermi, e tornai a casa, dopo essere passato per Rue d’Antin. Chiesi ancora al mio portinaio se ci fosse una lettera per me. Nulla! Sta aspettando di vedere se farò qualche altro passo, e se ritratto la mia lettera di oggi, mi dissi andando a letto; ma, vedendo che non scrivo, mi scriverà domani.
Quella notte, più che mai, mi rimproverai per ciò che avevo fatto. Ero solo, incapace di dormire, divorato dall’irrequietezza e dalla gelosia, quando lasciando semplicemente che le cose facessero il loro corso naturale sarei stato con Marguerite, ad ascoltare le deliziose parole che avevo udito solo due volte, e che mi facevano bruciare le orecchie nella mia solitudine.
La parte più spaventosa della situazione era che il mio giudizio era contro di me; di fatto, tutto andava a provare che Marguerite mi amava. Primo, la sua proposta di passare l’estate con me in campagna, poi la certezza che non c’era alcuna ragione per cui lei dovesse essere la mia amante, visto che il mio reddito era insufficiente per i suoi bisogni e persino per i suoi capricci. Non poteva dunque esserci da parte sua altro che la speranza di trovare in me un affetto sincero, capace di darle riposo dagli amori mercenari in mezzo ai quali viveva; e proprio il secondo giorno avevo distrutto questa speranza, e pagato con impertinente ironia l’amore che avevo accettato per due notti. Ciò che avevo fatto non era dunque soltanto ridicolo, era indelicato. Non avevo nemmeno pagato la donna, per avere qualche diritto di trovarle dei difetti; ritirandomi dopo due giorni, non ero forse come un parassita dell’amore, che teme di dover pagare il conto del banchetto? Cosa! Conoscevo Marguerite da trentasei ore; ero stato il suo amante per soli ventiquattro; e invece di essere troppo felice che lei mi concedesse tutto ciò che faceva, volevo averla tutta per me, e farle troncare d’un colpo tutte le sue relazioni passate che erano la rendita del suo futuro. Cosa avevo da rimproverarle? Nulla. Aveva scritto per dire che non stava bene, quando avrebbe potuto dirmi molto crudelmente, con l’odiosa franchezza di certe donne, che doveva vedere un amante; e, invece di credere alla sua lettera, invece di andare in qualsiasi strada di Parigi tranne Rue d’Antin, invece di passare la serata con i miei amici, e presentarmi il giorno dopo all’ora stabilita, facevo l’Otello, la spiavo, e pensavo di punirla non vedendola più. Ma, al contrario, lei avrebbe dovuto essere incantata da questa separazione. Avrebbe dovuto trovarmi supremamente sciocco, e il suo silenzio non era nemmeno quello del rancore; era disprezzo.
Avrei potuto fare a Marguerite un regalo che non lasciasse dubbi sulla mia generosità e mi permettesse di sentirmi correttamente in pari con lei, come con una mantenuta, ma avrei sentito di offendere con la minima apparenza di mercimonio, se non l’amore che lei nutriva per me, almeno l’amore che io nutrivo per lei, e poiché questo amore era così puro da non poter ammettere alcuna divisione, non poteva pagare con un regalo, per quanto generoso, la felicità che aveva ricevuto, per quanto breve fosse stata.
Questo è ciò che mi sono detto per tutta la notte, e ciò che ero in ogni momento pronto ad andare a dire a Marguerite. Quando il giorno sorse non avevo ancora dormito. Avevo la febbre. Non riuscivo a pensare ad altro che a Marguerite.
Come potete immaginare, era giunto il momento di prendere una decisione risolutiva e di farla finita, o con la donna o con i propri scrupoli, se, s'intende, lei fosse stata ancora disposta a ricevermi. Ma sapete bene come si sia sempre lenti nel prendere una decisione risolutiva; così, incapace di restare chiuso in casa e non osando fare visita a Marguerite, feci un tentativo nella sua direzione, un tentativo che avrei potuto sempre considerare come un mero caso, qualora avesse avuto successo.
Erano le nove, e mi recai subito da Prudence, la quale mi chiese a cosa dovessi questa visita mattiniera. Non osai dirle francamente che cosa mi conducesse lì. Risposi che ero uscito presto per prenotare un posto sulla diligenza per C., dove viveva mio padre.
«Siete fortunato», disse, «a potervi allontanare da Parigi con questo bel tempo».
Guardai Prudence, chiedendomi se si stesse facendo beffe di me, ma il suo volto era del tutto serio.
«Andrete a salutare Marguerite?» continuò, seria come prima.
«No».
«Fate bene».
«Lo credete?»
«Naturalmente. Dato che avete rotto con lei, perché dovreste rivederla?»
«Sapete che è finita?»
«Mi ha mostrato la vostra lettera».
«Che cosa ha detto a riguardo?»
«Ha detto: "Mia cara Prudence, il vostro protetto non è educato; certe lettere si pensano, non si scrivono"».
«Con che tono l'ha detto?»
«Ridendo», e aggiunse: «Ha cenato da me due volte e non è nemmeno venuto a trovarmi».
Quello, dunque, era l'effetto prodotto dalla mia lettera e dalla mia gelosia. Ero crudelmente umiliato nella vanità del mio affetto.
«Che cosa ha fatto ieri sera?»
«È andata all'opera».
«Lo so. E dopo?»
«Ha cenato a casa».
«Da sola?»
«Con il Comte de G., credo».
Così la mia rottura con lei non aveva cambiato una delle sue abitudini. È per ragioni come questa che certe persone vi dicono: non abbiate più nulla a che fare con questa donna; non le importa nulla di voi.
«Bene, sono molto lieto di scoprire che Marguerite non si scomoda per me», dissi con un sorriso forzato.
«Ha ottime ragioni per non farlo. Avete fatto ciò che dovevate fare. Siete stato più ragionevole di lei, perché lei era davvero innamorata di voi; non faceva altro che parlare di voi. Non so di cosa non sarebbe stata capace».
«Perché non mi ha risposto, se era innamorata di me?»
«Perché si rende conto di essersi sbagliata a lasciarsi amare da voi. Le donne a volte vi concedono di essere infedeli al loro amore; non vi perdonano mai di ferire la loro autostima; e si ferisce sempre l'autostima di una donna quando, due giorni dopo essere diventati il suo amante, la si lascia, non importa per quale ragione. Conosco Marguerite; morirebbe piuttosto che rispondere».
«Che cosa posso fare, dunque?»
«Niente. Lei vi dimenticherà, voi la dimenticherete, e nessuno dei due avrà rimproveri da muovere all'altro».
«Ma se le scrivessi chiedendole perdono?»
«Non fatelo, perché lei vi perdonerebbe».
Avrei potuto gettarmi al collo di Prudence.
Un quarto d'ora dopo ero di nuovo nei miei alloggi e scrissi a Marguerite:
«Qualcuno, che si pente di una lettera scritta ieri e che lascerà Parigi domani se non lo perdonerete, desidera sapere a che ora potrebbe deporre il proprio pentimento ai vostri piedi.
«Quando può trovarvi sola? Perché, sapete, le confessioni devono essere fatte senza testimoni».
Piegai questo genere di madrigale in prosa e lo inviai tramite Joseph, che lo consegnò a Marguerite in persona; lei rispose che avrebbe mandato la risposta più tardi.
Uscii solo per una cena veloce, e alle undici di sera non era arrivata alcuna risposta. Presi la decisione di non sopportarlo più e di partire il giorno seguente. In conseguenza di questa risoluzione, e convinto che non avrei dormito se fossi andato a letto, iniziai a fare i bagagli.
Capitolo XV
Non era passata nemmeno un'ora da quando Joseph ed io avevamo iniziato i preparativi per la mia partenza, quando ci fu un violento colpo al battente.
«Vado ad aprire?» disse Joseph.
«Vai», dissi, chiedendomi chi potesse essere a quell'ora e non osando credere che fosse Marguerite.
«Signore», disse Joseph tornando da me, «sono due signore».
«Siamo noi, Armand», gridò una voce che riconobbi come quella di Prudence.
Uscii dalla mia stanza. Prudence stava in piedi a guardarsi intorno; Marguerite, seduta sul divano, stava meditando. Andai da lei, mi inginocchiai, le presi le due mani e, profondamente commosso, le dissi: «Perdono».
Mi baciò sulla fronte e disse:
«Questa è la terza volta che vi perdono».
«Sarei partito domani».
«Come può la mia visita cambiare i vostri piani? Non sono venuta per impedirvi di lasciare Parigi. Sono venuta perché non ho avuto tempo di rispondervi durante il giorno e non volevo farvi pensare che fossi arrabbiata con voi. Prudence non voleva che venissi; diceva che avrei potuto essere d'intralcio».
«Voi d'intralcio, Marguerite! Ma come?»
«Beh, avreste potuto avere una donna qui», disse Prudence, «e non sarebbe stato affatto divertente per lei vederne arrivare altre due».
Durante questa osservazione Marguerite mi guardò attentamente.
«Mia cara Prudence», risposi, «non sapete cosa state dicendo».
«Che bel posto avete!» continuò Prudence. «Possiamo vedere la camera da letto?»
«Sì».
Prudence andò in camera da letto, non tanto per vederla quanto per rimediare alla sciocchezza che aveva appena detto e lasciare Marguerite e me soli.
«Perché avete portato Prudence?» le chiesi.
«Perché era a teatro con me e perché, quando lascerò questo posto, voglio che qualcuno mi accompagni a casa».
«Non potrei farlo io?»
«Sì, ma, oltre a non voler disturbarvi, ero certa che se foste venuto fino alla mia porta avreste voluto salire, e poiché non potevo permettervelo, non volevo lasciarvi andare via incolpandomi per aver detto di no».
«E perché non potevate lasciarmi salire?»
«Perché sono sorvegliata e il minimo sospetto potrebbe arrecarmi il danno più grave».
«È davvero questa l'unica ragione?»
«Se ce ne fosse un'altra, ve la direi; perché ormai non dobbiamo avere segreti l'uno con l'altra».
«Via, Marguerite, non ho intenzione di girare intorno a ciò che voglio dire davvero. Onestamente, mi volete un po' di bene?»
«Molto».
«Allora perché mi avete ingannato?»
«Amico mio, se fossi la Duchessa Tale e Tale, se avessi duecentomila franchi di rendita, e se fossi la vostra amante pur avendo un altro spasimante, avreste il diritto di chiedermelo; ma io sono Mademoiselle Marguerite Gautier, ho quarantamila franchi di debiti, non ho un soldo di mio e spendo centomila franchi l'anno. La vostra domanda diventa superflua e la mia risposta inutile».
«Avete ragione», dissi, lasciando cadere la testa sulle sue ginocchia; «ma vi amo alla follia».
«Bene, amico mio, dovete amarmi un po' meno o capirmi un po' meglio. La vostra lettera mi ha dato molto dolore. Se fossi stata libera, innanzitutto non avrei visto il conte l'altro ieri, oppure, se l'avessi fatto, sarei venuta a chiedervi perdono come voi chiedete a me ora, e in futuro non avrei avuto altro amante che voi. Ho immaginato per un momento di potermi concedere questa felicità per sei mesi; voi non avete voluto; avete insistito per conoscere i mezzi. Beh, cielo, i mezzi erano abbastanza facili da intuire! Impiegandoli, facevo per voi un sacrificio più grande di quanto immaginiate. Avrei potuto dirvi: "Voglio ventimila franchi"; voi eravate innamorato di me e li avreste trovati, a rischio di rinfacciarmelo più tardi. Ho preferito non dovervi nulla; non avete compreso lo scrupolo, poiché di questo si trattava. Quelle come me, quando abbiamo un po' di cuore, diamo un significato e uno sviluppo a parole e cose sconosciute alle altre donne; ripeto, dunque, che da parte di Marguerite Gautier i mezzi che ha usato per pagare i suoi debiti senza chiedervi il denaro necessario, sono stati uno scrupolo di cui avreste dovuto approfittare, senza dire nulla. Se mi aveste incontrata solo oggi, sareste troppo felice di ciò che vi ho promesso e non mi interroghereste su quello che ho fatto l'altro ieri. Siamo talvolta costrette ad acquistare la soddisfazione della nostra anima a spese del nostro corpo, e soffriamo ancora di più quando, in seguito, quella soddisfazione ci viene negata».
Ascoltavo e ammiravo Marguerite. Quando pensavo che questa creatura meravigliosa, ai cui piedi un tempo avevo desiderato cadere, fosse disposta a lasciarmi prendere posto nei suoi pensieri, la mia parte nella sua vita, e che non fossi ancora contento di ciò che mi dava, mi chiesi se il desiderio dell'uomo abbia davvero dei limiti quando, soddisfatto con la stessa prontezza del mio, tende a volere ancora di più.
«Davvero», continuò, «noi povere creature del caso abbiamo desideri fantastici e amori inconcepibili. Ci concediamo ora per una cosa, ora per un'altra. Ci sono uomini che si rovinano senza ottenere la benché minima cosa da noi; ce ne sono altri che ci ottengono per un mazzo di fiori. I nostri cuori hanno i loro capricci; è la loro unica distrazione e la loro unica scusa. Mi sono concessa a voi prima di quanto abbia mai fatto con qualsiasi altro uomo, ve lo giuro; e sapete perché? Perché quando mi avete vista sputare sangue mi avete preso la mano; perché avete pianto; perché siete l'unico essere umano che abbia mai avuto pietà di me. Vi dirò una cosa folle: una volta avevo un cagnolino che mi guardava con aria triste quando tossivo; quella è l'unica creatura che abbia mai amato. Quando è morto ho pianto più di quando è morta mia madre. È vero che per dodici anni della sua vita lei soleva picchiarmi. Ebbene, vi ho amato all'istante, tanto quanto il mio cane. Se gli uomini sapessero cosa possono ottenere con una lacrima, sarebbero più amati e noi saremmo meno rovinose per loro.
«La vostra lettera mi ha disingannata; mi ha mostrato che vi mancava l'intelligenza del cuore; mi ha fatto più male di qualsiasi cosa avreste mai potuto fare. Era certamente gelosia, ma una gelosia ironica e impertinente. Mi sentivo già triste quando ho ricevuto la vostra lettera. Speravo di vedervi a mezzogiorno, di pranzare con voi e di cancellare, vedendovi, un pensiero che mi accompagnava incessantemente e che, prima di conoscervi, non avevo difficoltà a tollerare.
«Poi», continuò Marguerite, «eravate l'unica persona davanti alla quale mi sembrava, fin dal primo momento, di poter pensare e parlare liberamente. Tutti coloro che circondano donne come me hanno interesse a calcolare le loro minime parole, a pensare alle conseguenze delle loro azioni più insignificanti. Naturalmente non abbiamo amici. Abbiamo amanti egoisti che spendono le loro fortune, non su di noi, come dicono, ma sulla loro vanità. Per queste persone dobbiamo essere allegre quando loro sono allegre, bene quando vogliono cenare, scettiche come loro. Non ci è permesso avere un cuore, pena l'essere schernite e rovinare il nostro credito.
«Non apparteniamo più a noi stesse. Non siamo più esseri, ma cose. Siamo prime nella loro autostima, ultime nella loro stima. Abbiamo donne che si definiscono nostre amiche, ma sono amiche come Prudence, donne che un tempo erano mantenute e che hanno ancora i gusti costosi che la loro età non permette più loro di soddisfare. Allora diventano nostre amiche, o meglio nostre ospiti a tavola. La loro amicizia si spinge fino alla servilità, mai fino al disinteresse. Non vi danno mai un consiglio che non sia lucrativo. Per loro conta ben poco che abbiamo dieci amanti in più, purché ne ricavino abiti o un braccialetto, e che possano venire in carrozza con noi di tanto in tanto o venire nel nostro palco a teatro. Hanno i nostri mazzi di fiori della sera prima e ci prendono in prestito gli scialli. Non ci rendono mai un servizio, per quanto piccolo, senza assicurarsi di essere pagate il doppio del suo valore. Voi stesso avete visto, quando Prudence mi ha portato i seimila franchi che le avevo chiesto di farmi avere dal duca, come si sia fatta prestare cinquecento franchi che non mi restituirà mai, o che mi ripagherà in cappelli, che non usciranno mai dalle loro scatole.
«Non possiamo, dunque, avere, o meglio io non posso avere più di un tipo possibile di felicità, ed è, per quanto io sia talvolta triste, per quanto io soffra sempre, trovare un uomo abbastanza superiore da non fare domande sulla mia vita, ed essere l'amante delle mie impressioni piuttosto che del mio corpo. Un uomo simile l'ho trovato nel duca; ma il duca è vecchio, e la vecchiaia non protegge né consola. Pensavo di poter accettare la vita che mi offriva; ma che volete? Morivo di noia, e se uno è destinato a consumarsi, tanto vale gettarsi tra le fiamme piuttosto che lasciarsi asfissiare dal carbone.
«Poi ho incontrato voi, giovane, ardente, felice, e ho cercato di fare di voi l'uomo che avevo desiderato nella mia solitudine rumorosa. Ciò che amavo in voi non era l'uomo che era, ma l'uomo che sarebbe diventato. Voi non accettate la posizione, la rifiutate come indegna di voi; siete un amante comune. Fate come gli altri; pagatemi e non parlatene più».
Marguerite, stanca di questa lunga confessione, si lasciò cadere sul divano e, per soffocare un leggero colpo di tosse, si portò il fazzoletto alle labbra, e da lì agli occhi.
«Perdono, perdono», mormorai. «Ho capito tutto, ma volevo sentirlo dalle vostre labbra, mia adorata Marguerite. Dimenticate il resto e ricordate solo una cosa: che apparteniamo l'uno all'altra, che siamo giovani e che ci amiamo. Marguerite, fate di me ciò che volete; sono il vostro schiavo, il vostro cane, ma in nome del cielo stracciate la lettera che vi ho scritto e non fatemi partire domani; mi ucciderebbe».
Marguerite trasse la lettera dal suo seno e, porgendomela con un sorriso di infinita dolcezza, disse:
«Eccola. L'ho riportata indietro».
Stracciai la lettera in frammenti e baciai tra le lacrime la mano che me la porgeva.
In quel momento riapparve Prudence.
«Guardate qui, Prudence; sapete cosa vuole?» disse Marguerite.
«Vuole che lo perdoniate».
«Esattamente».
«E voi lo fate?»
«Bisogna farlo; ma vuole di più».
«Che cosa, allora?»
«Vuole cenare con noi».
«E voi acconsentite?»
«Cosa ne pensate?»
«Penso che siate due bambini che non hanno un atomo di buon senso tra loro; ma penso anche che io abbia molta fame, e che prima acconsentiate, prima ceneremo».
«Andiamo», disse Marguerite, «c'è posto per tutti e tre nella mia carrozza».
«A proposito», aggiunse, voltandosi verso di me, «Nanine sarà andata a letto. Dovete aprire voi la porta; prendete la mia chiave e cercate di non perderla di nuovo».
Abbracciai Marguerite fin quasi a soffocarla.
In quel momento entrò Joseph.
«Signore», disse, con l'aria di un uomo molto soddisfatto di sé, «i bagagli sono pronti».
«Tutti?»
«Sì, signore».
«Bene, allora disfateli; non parto più».
Capitolo XVI
Avrei potuto raccontarvi l'inizio di questa liaison in poche righe, ma volevo che vedeste ogni passo con cui siamo arrivati, io ad accettare tutto ciò che Marguerite desiderava, Marguerite a non poter vivere lontana da me.
Fu il giorno dopo la sera in cui venne a trovarmi che le mandai Manon Lescaut.
Da quel momento, vedendo che non potevo cambiare la vita della mia amante, cambiai la mia. Volevo soprattutto non lasciarmi il tempo di riflettere sulla posizione che avevo accettato, poiché, mio malgrado, mi causava una grande sofferenza. Così la mia vita, solitamente così calma, assunse tutto a un tratto un aspetto di rumore e disordine. Non crediate, tuttavia, per quanto disinteressato possa essere l'amore di una donna mantenuta, che non costi nulla. Nulla è così costoso quanto i loro capricci, fiori, palchi a teatro, cene, giornate in campagna, che non si possono mai rifiutare alla propria amante.
Come vi ho detto, avevo poco denaro. Mio padre era, ed è tuttora, receveur général a C. Gode lì di una grande reputazione di lealtà, grazie alla quale riuscì a trovare la garanzia che gli occorreva per ottenere questa posizione.
Rende quarantamila franchi l'anno e, nei dieci anni in cui l'ha ricoperta, ha estinto la garanzia e messo da parte una dote per mia sorella. Mio padre è l'uomo più onorevole del mondo. Quando morì mia madre, lasciò seimila franchi l'anno, che egli divise tra mia sorella e me proprio il giorno in cui ricevette la sua nomina; poi, quando compii ventun anni, aggiunse a questa piccola rendita un assegno annuale di cinquemila franchi, assicurandomi che con ottomila franchi l'anno avrei potuto vivere molto felicemente a Parigi, se, oltre a ciò, mi fossi creato una posizione in legge o medicina. Venni a Parigi, studiai legge, fui ammesso all'albo e, come molti altri giovani, misi il diploma in tasca e mi lasciai andare, come accade così facilmente a Parigi.
Le mie spese erano molto moderate; solo che esaurivo la mia rendita annuale in otto mesi e trascorrevo i quattro mesi estivi con mio padre, il che mi dava praticamente dodicimila franchi l'anno e, in aggiunta, la reputazione di buon figlio. Per il resto, non un soldo di debiti.
Questa, dunque, era la mia posizione quando feci la conoscenza di Marguerite. Potete ben capire che, mio malgrado, le mie spese aumentarono presto. La natura di Marguerite era molto capricciosa e, come tante donne, non considerava mai come una spesa seria quei mille e uno svaghi che componevano la sua vita. Così, desiderando trascorrere con me più tempo possibile, mi scriveva al mattino che avrebbe cenato con me, non a casa, ma in qualche ristorante di Parigi o in campagna. Io passavo a prenderla, cenavamo e andavamo a teatro, spesso cenando anche dopo; e alla fine della serata avevo speso quattro o cinque luigi, che arrivavano a duemila o tremila franchi al mese, il che riduceva il mio anno a tre mesi e mezzo e mi costringeva a indebitarmi o a lasciare Marguerite. Avrei acconsentito a tutto, tranne che a quest'ultima cosa.
Perdonatemi se vi do tutti questi dettagli, ma vedrete che furono la causa di ciò che seguì. Quella che vi racconto è una storia vera e semplice, e le lascio tutta la naiveté dei suoi particolari e tutta la semplicità dei suoi sviluppi.
Capii allora che, poiché nulla al mondo avrebbe potuto farmi dimenticare la mia amante, era necessario che trovassi un modo per far fronte alle spese nelle quali ella mi trascinava. Inoltre, il mio amore per lei esercitava su di me un’influenza così turbatrice che ogni istante trascorso lontano da Marguerite mi pareva un anno, e sentivo il bisogno di consumare tali momenti nel fuoco di una qualche passione, e di viverli con una tale rapidità da non accorgermi di viverli.
Cominciai prendendo in prestito cinque o seimila franchi sul mio piccolo capitale, e con questi mi diedi al gioco. Da quando le case da gioco sono state soppresse, il gioco si pratica ovunque. Un tempo, quando si andava al Frascati, si aveva la possibilità di fare fortuna; si giocava contro denaro e, se si perdeva, si aveva sempre la consolazione di potersi dire che si sarebbe potuto vincere; mentre ora, a eccezione dei circoli, dove vige ancora un certo rigore riguardo ai pagamenti, si è quasi certi, nel momento in cui si vince una somma considerevole, di non incassarla. Ne comprenderete facilmente il motivo. Il gioco è praticato perlopiù da giovani che hanno estremo bisogno di denaro e che non possiedono la fortuna necessaria a sostenere la vita che conducono; giocano, dunque, con questo esito; oppure vincono, e allora coloro che perdono servono a pagare i loro cavalli e le loro amanti, il che è davvero spiacevole. Si contraggono debiti, le conoscenze iniziate attorno a un tavolo verde finiscono in liti nelle quali la vita o l’onore vanno in rovina; e sebbene si possa essere un uomo onesto, ci si ritrova rovinati da uomini molto onesti, il cui unico difetto è di non possedere duecentomila franchi di rendita.
Non ho bisogno di parlarvi di coloro che barano al gioco, e di come un bel giorno si senta parlare della loro fuga precipitosa e della loro tardiva condanna.
Mi gettai in questa vita rapida, rumorosa e vulcanica che, in passato, mi aveva terrorizzato al solo pensiero e che era diventata per me il complemento necessario del mio amore per Marguerite. Cos’altro avrei potuto fare?
Le notti che non trascorrevo in Rue d’Antin, se le avessi passate solo nella mia stanza, non avrei potuto chiudere occhio. La gelosia mi avrebbe tenuto sveglio, infiammandomi il sangue e i pensieri; mentre il gioco dava una piega nuova alla febbre che altrimenti avrebbe divorato il mio cuore, fissandola su una passione che si impossessava di me mio malgrado, fino all’ora in cui avrei potuto recarmi dalla mia amante. Allora, e da questo compresi la violenza del mio amore, lasciavo il tavolo senza un istante di esitazione, che vincessi o perdessi, compiendo coloro che lasciavo indietro poiché non avrebbero trovato, come me, la loro vera felicità nell’abbandonarlo. Per la maggior parte di loro, il gioco era una necessità; per me, era un rimedio. Senza Marguerite, sarei stato libero dal gioco.
Così, in mezzo a tutto ciò, conservai una notevole padronanza di me; perdevo solo ciò che ero in grado di pagare, e vincevo solo ciò che sarei stato in grado di perdere.
Per il resto, la fortuna era dalla mia parte. Non feci debiti e spesi tre volte più denaro di quando non giocavo. Era impossibile resistere a un’esistenza che mi forniva un mezzo facile per soddisfare i mille capricci di Marguerite. Quanto a lei, continuava ad amarmi tanto, o addirittura più di prima.
Come vi ho detto, cominciai col poter restare soltanto da mezzanotte alle sei del mattino, poi fui invitato talvolta in un palco a teatro, poi lei venne talvolta a cenare con me. Una mattina non me ne andai fino alle otto, e venne il giorno in cui non me ne andai fino alle dodici.
Ma, prima della metamorfosi morale, avvenne in Marguerite una metamorfosi fisica. Mi ero fatto carico della sua guarigione e la povera ragazza, vedendo il mio intento, mi obbediva per darmi prova della sua gratitudine. Ero riuscito senza sforzo o fatica a isolarla quasi completamente dalle sue abitudini precedenti. Il mio medico, che le avevo fatto incontrare, mi aveva detto che solo il riposo e la calma avrebbero potuto preservare la sua salute, così che al posto di cene e notti insonni, riuscii a sostituire un regime igienico e un sonno regolare. Malgrado se stessa, Marguerite si abituò a questa nuova esistenza, di cui cominciava a percepire gli effetti benefici. Iniziò a trascorrere alcune serate in casa o, se il tempo era bello, si avvolgeva in uno scialle, indossava un velo e uscivamo a piedi, come due bambini, nei viali oscuri degli Champs-Élysées. Rientrava stanca, faceva una cena leggera e andava a dormire dopo un po’ di musica o di lettura, cosa che non aveva mai fatto prima. La tosse, che ogni volta che la sentivo sembrava trafiggermi il petto, era quasi completamente scomparsa.
Dopo sei settimane il conte era stato completamente accantonato, e solo il duca mi obbligava a nascondere la mia relazione con Marguerite, e persino lui veniva mandato via quando c’ero io, con il pretesto che lei stesse dormendo e avesse dato ordine di non essere svegliata.
L’abitudine o il bisogno di vedermi che Marguerite aveva ormai contratto ebbe questo buon risultato: mi costringeva a lasciare il tavolo da gioco proprio nel momento in cui un giocatore abile lo avrebbe lasciato. Facendo il bilancio, mi ritrovai in possesso di circa diecimila franchi, che mi parevano un capitale inesauribile.
Il periodo dell’anno in cui ero solito raggiungere mio padre e mia sorella era ormai arrivato, e io non partii; entrambi mi scrivevano spesso, supplicandomi di andare. A queste lettere risposi come meglio potevo, ripetendo sempre che stavo benissimo e che non avevo bisogno di denaro, due cose che, pensavo, avrebbero consolato mio padre per il ritardo nel rendergli la mia visita annuale.
Proprio allora, un bel giorno d’estate, Marguerite fu svegliata dalla luce del sole che inondava la sua stanza e, saltando giù dal letto, mi chiese se l’avrei portata in campagna per l’intera giornata.
Mandammo a chiamare Prudence e partimmo tutti e tre, dopo che Marguerite ebbe dato ordine a Nanine di dire al duca che aveva approfittato della bella giornata per andare in campagna con la signora Duvernoy.
Oltre al fatto che la presenza della signora Duvernoy fosse necessaria a causa del vecchio duca, Prudence era una di quelle donne che sembrano fatte apposta per le giornate in campagna. Con il suo immutabile buonumore e il suo eterno appetito, non lasciava mai un momento di noia a chi era con lei, ed era perfettamente felice nell’ordinare uova, ciliegie, latte, coniglio in umido e tutto il resto del tradizionale pranzo in campagna.
Non ci restava che decidere dove andare. Fu ancora Prudence a risolvere la difficoltà.
«Volete andare in vera campagna?» chiese.
«Sì.»
«Ebbene, andiamo a Bougival, al Point du Jour, dalla vedova Arnould. Armand, ordina una carrozza scoperta.»
Un’ora e mezza dopo eravamo dalla vedova Arnould.
Forse conoscete la locanda, che è un albergo nei giorni feriali e un caffè all’aperto la domenica. Dal giardino, che si trova all’altezza di un normale primo piano, si gode di una vista magnifica. A sinistra l’Acquedotto di Marly chiude l’orizzonte, a destra si spazia su una collina dopo l’altra; il fiume, quasi senza corrente in quel punto, si srotola come un largo nastro d’acqua bianca tra la pianura dei Gabillons e l’isola di Croissy, cullato eternamente dal tremolio dei suoi alti pioppi e dal mormorio dei suoi salici. Oltre, distinte alla luce del sole, si ergono casette bianche dai tetti rossi e manifatture che, a quella distanza, conferiscono un tocco ammirevole al paesaggio. Più in là, Parigi nella foschia! Come ci aveva detto Prudence, era la vera campagna e, devo aggiungere, fu un vero pranzo.
Non è solo per gratitudine verso la felicità che gli devo, ma Bougival, nonostante il suo nome orribile, è uno dei posti più graziosi che si possano immaginare. Ho viaggiato molto e visto cose assai più grandiose, ma nessuna più affascinante di questo piccolo villaggio adagiato allegramente ai piedi della collina che lo protegge.
La signora Arnould ci chiese se volessimo prendere una barca, e Marguerite e Prudence accettarono con gioia.
La gente ha sempre associato la campagna all’amore, e ha fatto bene; nulla offre una cornice più bella per la donna che si ama quanto il cielo azzurro, i profumi, i fiori, la brezza, la solitudine splendente dei campi o dei boschi. Per quanto si ami una donna, per quanta fiducia si possa avere in lei, per quanta certezza il suo passato possa offrirci riguardo al suo futuro, si è sempre più o meno gelosi. Se siete stati innamorati, avrete provato il bisogno di isolare da questo mondo l’essere nel quale vorreste vivere interamente. Sembra che, per quanto indifferente possa essere all’ambiente che la circonda, la donna che si ama perda qualcosa del suo profumo e della sua unità al contatto con uomini e cose. Quanto a me, lo provai più di chiunque altro. Il mio non era un amore ordinario; ero innamorato quanto un comune mortale potesse esserlo, ma di Marguerite Gautier; vale a dire che, a Parigi, a ogni passo, potevo imbattermi nell’uomo che era già stato suo amante o che stava per esserlo, mentre in campagna, circondato da gente che non avevamo mai visto e che non aveva nulla a che fare con noi, solo con la natura nella primavera dell’anno, quel perdono annuale, ed escluso dal chiasso della città, potevo nascondere il mio amore e amare senza vergogna o timore.
La cortigiana scompariva a poco a poco. Avevo accanto a me una giovane e bella donna che amavo, che mi amava e che si chiamava Marguerite; il passato non aveva più realtà e il futuro non aveva più nubi. Il sole brillava sulla mia amante come avrebbe potuto brillare sulla più pura delle spose. Passeggiavamo insieme in quei luoghi incantevoli che sembravano essere stati creati apposta per richiamare i versi di Lamartine o per cantare le melodie di Scudo. Marguerite era vestita di bianco, si appoggiava al mio braccio, ripetendomi sotto il cielo stellato le parole che mi aveva detto il giorno prima, e lontano il mondo continuava per la sua strada, senza oscurare con la sua ombra il quadro radioso della nostra giovinezza e del nostro amore.
Questo fu il sogno che il sole cocente mi portò quel giorno attraverso le foglie degli alberi, mentre, sdraiato sull’erba dell’isola su cui eravamo approdati, lasciavo vagare il mio pensiero, libero dai legami umani che l’avevano avvinto, raccogliendo ogni speranza che incontrava sul suo cammino.
Aggiungete che dal punto in cui mi trovavo potevo vedere sulla riva una graziosa casetta di due piani, con una ringhiera semicircolare; attraverso la ringhiera, davanti alla casa, un prato verde, liscio come velluto, e dietro la casa un boschetto pieno di rifugi misteriosi, dove il muschio doveva cancellare ogni mattina il sentiero che era stato creato il giorno prima. Fiori rampicanti si aggrappavano attorno all’ingresso di questa casa disabitata, arrampicandosi fino al primo piano.
Osservai la casa così a lungo che cominciai a pensare a essa come alla mia, tanto incarnava perfettamente il sogno che stavo sognando; vedevo Marguerite e me stesso lì, di giorno nel boschetto che copriva il fianco della collina, la sera seduti sull’erba, e mi chiedevo se creature terrene fossero mai state così felici come lo saremmo stati noi.
«Che bella casa!» mi disse Marguerite, seguendo la direzione del mio sguardo e forse del mio pensiero.
«Dove?» chiese Prudence.
«Laggiù,» e Marguerite indicò la casa in questione.
«Ah, deliziosa!» rispose Prudence. «Ti piace?»
«Moltissimo.»
«Ebbene, di’ al duca di prenderla per te; lo farebbe, ne sono certa. Me ne occuperò io se vuoi.»
Marguerite mi guardò, come per chiedermi cosa ne pensassi. Il mio sogno svanì alle ultime parole di Prudence, e mi riportò alla realtà così brutalmente che ne rimasi ancora stordito dalla caduta.
«Sì, sì, un’idea eccellente,» balbettai, non sapendo cosa stessi dicendo.
«Bene, sistemerò la cosa,» disse Marguerite, liberando la mia mano e interpretando le mie parole secondo il suo desiderio. «Andiamo a vedere se è in affitto.»
La casa era vuota e in affitto per duemila franchi.
«Saresti felice qui?» mi disse.
«Sono sicuro di poterci venire?»
«E per chi altri dovrei seppellirmi qui, se non per te?»
«Ebbene, allora, Marguerite, lascia che la prenda io stesso.»
«Sei pazzo; non solo non è necessario, ma sarebbe pericoloso. Sai benissimo che non ho il diritto di accettarlo se non da un solo uomo. Lasciami stare, bambinone, e non dire nulla.»
«Ciò significa,» disse Prudence, «che quando avrò due giorni liberi verrò a trascorrerli con voi.»
Lasciammo la casa e iniziammo il ritorno a Parigi, parlando del nuovo progetto. Tenevo Marguerite tra le braccia e, scendendo dalla carrozza, avevo già iniziato a guardare alla sua sistemazione con occhi meno critici.
Capitolo XVII
Il giorno dopo Marguerite mi mandò via molto presto, dicendo che il duca sarebbe arrivato a un’ora mattiniera, e promettendomi di scrivermi non appena se ne fosse andato, per fissare un appuntamento per la sera. Nel corso della giornata ricevetti questo biglietto:
«Vado a Bougival con il duca; sii da Prudence stasera alle otto.»
All’ora stabilita Marguerite venne da me dalla signora Duvernoy. «Ebbene, è tutto sistemato,» disse entrando. «La casa è presa?» chiese Prudence. «Sì; ha acconsentito subito.»
Io non conoscevo il duca, ma mi sentivo in colpa per averlo ingannato.
«Ma non è tutto,» continuò Marguerite.
«Cos’altro c’è?»
«Mi sono occupata di trovare un posto dove Armand possa stare.»
«Nella stessa casa?» chiese Prudence, ridendo.
«No, al Point du Jour, dove abbiamo cenato, il duca ed io. Mentre lui ammirava la vista, ho chiesto alla signora Arnould (si chiama signora Arnould, non è vero?) se ci fossero stanze adatte, e lei mi ha mostrato proprio quello che faceva al caso nostro: salotto, anticamera e camera da letto, a sessanta franchi al mese; tutto arredato in modo da distrarre un ipocondriaco. L’ho preso. Ho fatto bene?» Le gettai le braccia al collo e la baciai.
«Sarà incantevole,» continuò. «Tu hai la chiave della porticina, e io ho promesso al duca la chiave della porta d’ingresso, che lui non prenderà, perché verrà durante il giorno quando verrà. Penso, tra noi, che lui sia incantato da un capriccio che mi terrà lontana da Parigi per un po’, e che faccia quindi tacere le obiezioni della sua famiglia. Tuttavia, mi ha chiesto come io, amando Parigi come la amo, potessi decidermi a seppellirmi in campagna. Gli ho detto che ero malata e che volevo riposare. Gli è sembrato difficile credermi. Il povero vecchio è sempre in allerta. Dobbiamo prendere ogni precauzione, mio caro Armand, perché mi farà sorvegliare mentre sarò lì; e non si tratta solo della questione che lui prenda una casa per me, ma deve pagare i miei debiti, e sfortunatamente ne ho molti. Ti va bene tutto questo?»
«Sì,» risposi, cercando di tacitare gli scrupoli che questo modo di vivere risvegliava in me di tanto in tanto.
«Abbiamo visitato tutta la casa e tutto sarà perfetto. Il duca si occuperà di ogni minima cosa. Ah, caro mio,» aggiunse, baciandomi, «sei fortunato; è un milionario che ti prepara il letto.»
«E quando traslocherai nella casa?» chiese Prudence.
«Il prima possibile.»
«Porterai i tuoi cavalli e la tua carrozza?»
«Porterò l’intera casa, e tu potrai occuparti del mio appartamento mentre sarò via.»
Una settimana dopo Marguerite si era stabilita nella sua casa di campagna e io ero installato al Point du Jour.
Allora ebbe inizio un’esistenza che avrò qualche difficoltà a descrivervi. Dapprincipio Marguerite non poté rompere del tutto con le sue vecchie abitudini e, siccome la casa era sempre in festa, tutte le donne che conosceva venivano a trovarla. Per un mese intero non ci fu giorno in cui Marguerite non avesse otto o dieci persone a pranzo. Prudence, dal canto suo, portava giù tutte le persone che conosceva e faceva gli onori di casa come se la casa appartenesse a lei.
Il denaro del duca pagava tutto ciò, come potete immaginare; ma di tanto in tanto Prudence veniva da me, chiedendomi una cambiale da mille franchi, dichiaratamente per conto di Marguerite. Sapete che avevo vinto dei soldi al gioco; pertanto consegnai immediatamente a Prudence ciò che chiedeva per Marguerite e, temendo che potesse aver bisogno di più di quanto possedessi, presi in prestito a Parigi una somma pari a quella che avevo già preso in prestito e restituito. Mi ritrovai dunque ancora una volta in possesso di circa diecimila franchi, senza contare la mia rendita. Tuttavia, il piacere di Marguerite nel vedere i suoi amici fu un po’ moderato quando vide la spesa che tale piacere comportava, e specialmente la necessità in cui si trovava talvolta di chiedermi denaro. Il duca, che aveva preso la casa affinché Marguerite potesse riposarvi, non la visitò più, temendo di trovarsi in mezzo a una numerosa e allegra compagnia, dalla quale non voleva essere visto. Ciò accadde perché una volta era arrivato per cenare tête-à-tête con Marguerite ed era capitato in una comitiva di quindici persone, che stavano ancora pranzando all’ora in cui lui era pronto per sedersi a cena. Aveva aperto incautamente la porta della sala da pranzo ed era stato accolto da uno scoppio di risa, dovendo ritirarsi precipitosamente davanti all’impertinente ilarità delle donne che vi erano riunite.
Marguerite si alzò da tavola e raggiunse il duca nella stanza accanto, dove cercò, per quanto possibile, di indurlo a dimenticare l’incidente, ma il vecchio, ferito nella sua dignità, le portò rancore per questo e non poté perdonarla. Le disse, in modo alquanto crudele, che era stanco di pagare per le follie di una donna che non riusciva nemmeno a fargli usare rispetto sotto il suo stesso tetto, e se ne andò con grande sdegno.
Da quel giorno non si ebbero più sue notizie.
Invano Marguerite congedò i suoi ospiti, cambiò il suo modo di vivere; del duca non si seppe più nulla. Io ne guadagnai in quanto la mia amante mi apparteneva ormai più completamente, e il mio sogno era finalmente realizzato. Marguerite non poteva stare senza di me. Senza curarsi di quale potesse essere il risultato, proclamò pubblicamente la nostra relazione e io venni a vivere interamente a casa sua. I domestici mi si rivolgevano ufficialmente come al loro padrone.
Prudence aveva severamente rimproverato Marguerite riguardo al suo nuovo modo di vivere; ma lei aveva risposto che mi amava, che non poteva vivere senza di me e che, accadesse quel che accadesse, non avrebbe sacrificato il piacere di avermi costantemente con sé, aggiungendo che coloro che non erano soddisfatti di questa sistemazione erano liberi di non venire. Tanto avevo sentito un giorno in cui Prudence aveva detto a Marguerite di avere qualcosa di molto importante da dirle, e io avevo origliato alla porta della stanza in cui si erano chiuse.
Non molto tempo dopo, Prudence tornò di nuovo. Mi trovavo all'altra estremità del giardino quando arrivò, ed essa non mi vide. Non ebbi alcun dubbio, dal modo in cui Marguerite le era andata incontro, che un'altra conversazione simile stava per aver luogo, ed ero impaziente di sentire di cosa si trattasse. Le due donne si chiusero in un boudoir, e io mi misi in un punto da cui potevo udire.
«Ebbene?» disse Marguerite.
«Ebbene, ho visto il duca.»
«Cosa ha detto?»
«Che ti perdonerebbe volentieri per la scena che ha avuto luogo, ma che ha saputo che vivi pubblicamente con il signor Armand Duval, e che questo non lo perdonerà mai. “Lasci il giovane Marguerite”, mi ha detto, “e, come in passato, le darò tutto ciò di cui ha bisogno; altrimenti, non mi chieda più nulla”.»
«E tu hai risposto?»
«Che ti avrei riferito la sua decisione, e gli ho promesso che ti avrei indotta a più miti consigli. Pensa soltanto, mia cara bambina, alla posizione che stai perdendo, e che Armand non potrà mai darti. Ti ama con tutta l'anima, ma non ha una fortuna tale da poter provvedere ai tuoi bisogni, e sarà costretto a lasciarti un giorno, quando sarà troppo tardi e quando il duca rifiuterà di fare ancora alcunché per te. Vuoi che parli ad Armand?»
Marguerite sembrava riflettere, poiché non rispose nulla. Il mio cuore batteva violentemente mentre attendevo la sua risposta.
«No», rispose, «non lascerò Armand, e non nasconderò il fatto che vivo con lui. È una follia senza dubbio, ma io lo amo. Cosa vorresti che facessi? E poi, ora che si è abituato a stare sempre con me, soffrirebbe troppo crudelmente se dovesse lasciarmi anche solo per un'ora al giorno. Dopotutto, non ho ancora così tanto tempo da vivere da dovermi rendere infelice per compiacere un vecchio al solo vederlo mi sento vecchia. Che si tenga il suo denaro; ne farò a meno.»
«Ma cosa farai?»
«Non ne ho la minima idea.»
Prudence stava senza dubbio per fare qualche replica, ma io entrai improvvisamente e mi gettai ai piedi di Marguerite, coprendole le mani di lacrime nella gioia di essere così amato.
«La mia vita è tua, Marguerite; non hai più bisogno di quest'uomo. Non sono qui io? Ti lascerò mai, e potrò mai ripagarti per la felicità che mi dai? Niente più barriere, mia Marguerite; noi ci amiamo; che importa tutto il resto?»
«Oh sì, ti amo, mio Armand», mormorò, stringendomi tra le braccia. «Ti amo come non avrei mai pensato di poter amare. Saremo felici; vivremo tranquillamente, e dirò addio per sempre alla vita di cui ora arrossisco. Non mi rimprovererai mai il passato? Dimmelo!»
Le lacrime mi strozzarono la voce. Potei solo rispondere stringendo Marguerite al mio cuore.
«Ebbene», disse lei, voltandosi verso Prudence e parlando con voce rotta, «puoi riferire questa scena al duca, e puoi aggiungere che non abbiamo più bisogno di lui.»
Da quel giorno in poi il duca non fu più menzionato. Marguerite non era più la stessa donna che avevo conosciuto. Evitava tutto ciò che potesse ricordarmi la vita che aveva condotto quando l'avevo incontrata per la prima volta. Mai moglie o sorella circondò marito o fratello con tanta cura amorevole quanta ne ebbe lei per me. La sua natura era morbosamente aperta a tutte le impressioni e accessibile a tutti i sentimenti. Aveva troncato allo stesso modo con i suoi amici e con le sue abitudini, con le sue parole e con le sue stravaganze. Chiunque ci avesse visto uscire di casa per andare sul fiume sull'incantevole barchetta che avevo comprato, non avrebbe mai creduto che la donna vestita di bianco, con un cappello di paglia e una piccola mantellina di seta sul braccio per proteggersi dall'umidità del fiume, fosse quella Marguerite Gautier che, solo quattro mesi prima, era stata sulla bocca di tutti per il lusso e lo scandalo della sua esistenza.
Ahimè, ci affrettammo a essere felici, come se sapessimo che non saremmo stati felici a lungo.
Per due mesi non eravamo nemmeno stati a Parigi. Nessuno veniva a trovarci, eccetto Prudence e Julie Duprat, di cui ti ho parlato, e a cui Marguerite avrebbe in seguito raccontato la toccante narrazione che ho qui.
Trascorrevo intere giornate ai piedi della mia amante. Aprivamo le finestre sul giardino e, mentre guardavamo l'estate maturare nei suoi fiori e all'ombra degli alberi, respiravamo insieme quella vita vera che né Marguerite né io avevamo mai conosciuto prima.
La sua gioia per le piccole cose era quella di una bambina. C'erano giorni in cui correva in giardino, come una bambina di dieci anni, dietro a una farfalla o a una libellula. Questa cortigiana che era costata più denaro in bouquet di quanto ne sarebbe bastato per mantenere agiatamente un'intera famiglia, si sedeva a volte sull'erba per un'ora, esaminando il semplice fiore di cui portava il nome.
Fu in quel periodo che lesse Manon Lescaut, più e più volte. La sorpresi diverse volte a prendere appunti nel libro, e dichiarava sempre che quando una donna ama, non può agire come fece Manon.
Il duca le scrisse due o tre volte. Lei riconosceva la grafia e mi dava le lettere senza leggerle. A volte i termini di quelle lettere mi portavano le lacrime agli occhi. Aveva immaginato che chiudendo la borsa a Marguerite, l'avrebbe riportata a sé; ma quando ebbe percepito l'inutilità di questi mezzi, non riuscì a resistere oltre; scrisse chiedendo di poterla vedere di nuovo, come prima, non importa a quali condizioni.
Lessi queste lettere urgenti e ripetute, e le strappai in pezzi, senza dire a Marguerite cosa contenessero e senza consigliarle di rivedere il vecchio, sebbene fossi tentato di farlo, tanto lo compiangevo, ma temevo che, se glielo avessi consigliato, lei avrebbe potuto pensare che io volessi che il duca, non solo venisse a trovarla, ma si facesse carico delle spese della casa; temevo, soprattutto, che lei potesse ritenermi capace di sottrarmi alle responsabilità di ogni conseguenza a cui il suo amore per me avrebbe potuto condurla.
Accadde così che il duca, non ricevendo risposta, smise di scrivere, e che Marguerite e io continuammo a vivere insieme senza pensare al futuro.
Capitolo XVIII
Sarebbe difficile darti tutti i dettagli della nostra nuova vita. Era fatta di una serie di piccoli eventi infantili, incantevoli per noi ma insignificanti per chiunque altro. Sai cosa significa essere innamorati di una donna, sai come accorcia le giornate, e con quale amorevole indolenza ci si lascia andare verso il domani. Sai quel dimenticare ogni cosa che nasce da un amore violento, fiducioso e ricambiato. Ogni essere che non sia l'amato sembra un essere inutile nella creazione. Ci si rammarica di aver gettato brandelli del proprio cuore ad altre donne, e non si riesce a credere nella possibilità di stringere mai un'altra mano che non sia quella che si tiene tra le proprie. La mente non ammette né lavoro né rimembranza; nulla, insomma, che possa distrarla dall'unico pensiero in cui è incessantemente assorbita. Ogni giorno si scopre nella propria amante un nuovo fascino e piaceri sconosciuti. L'esistenza stessa è solo l'incessante compimento di un desiderio immutabile; l'anima è solo la vestale incaricata di alimentare il fuoco sacro dell'amore.
Andavamo spesso la notte a sederci nel boschetto sopra la casa; lì ascoltavamo le allegre armonie della sera, entrambi pensando alle ore che sarebbero venute e che ci avrebbero lasciati l'uno all'altra fino allo spuntar del giorno. Altre volte non ci alzavamo tutto il giorno; non lasciavamo nemmeno che la luce del sole entrasse nella nostra stanza.
Le tende erano ermeticamente chiuse, e per un momento il mondo esterno non esisteva per noi. Solo Nanine aveva il diritto di aprire la nostra porta, ma solo per portarci i pasti e anche questi li consumavamo senza alzarci, interrompendoli con risate e allegria. A ciò seguiva un breve sonno, poiché, scomparendo nelle profondità del nostro amore, eravamo come due sommozzatori che tornano in superficie solo per prendere fiato.
Tuttavia, sorpresi momenti di tristezza, persino lacrime, in Marguerite; le chiesi la causa del suo turbamento, ed essa rispose:
«Il nostro amore non è come gli altri amori, mio Armand. Tu mi ami come se non fossi mai appartenuta a un altro, e io tremo al pensiero che più tardi, pentendoti del tuo amore e accusandomi del mio passato, tu possa lasciarmi ricadere in quella vita dalla quale mi hai strappata. Penso che ora che ho gustato un'altra vita, morirei se tornassi a quella vecchia. Dimmi che non mi lascerai mai!»
«Lo giuro!»
A queste parole mi guardò come per leggere nei miei occhi se il mio giuramento fosse sincero; poi si gettò tra le mie braccia e, nascondendo la testa nel mio petto, mi disse: «Non sai quanto ti amo!»
Una sera, seduti sul balcone fuori dalla finestra, guardavamo la luna che sembrava levarsi a fatica dal suo letto di nuvole, e ascoltavamo il vento frusciare violentemente tra gli alberi; ci tenevamo per mano, e per un quarto d'ora buono non avevamo parlato, quando Marguerite mi disse:
«L'inverno è alle porte. Ti piacerebbe se andassimo all'estero?»
«Dove?»
«In Italia.»
«Sei stanca di qui?»
«Ho paura dell'inverno; ho paura in particolare del tuo ritorno a Parigi.»
«Perché?»
«Per molte ragioni.»
E continuò bruscamente, senza darmi le sue ragioni per le paure:
«Verrai all'estero? Venderò tutto ciò che ho; andremo a vivere là, e non rimarrà nulla di ciò che ero; nessuno saprà chi sono. Verrai?»
«Certamente, se ti fa piacere, Marguerite, viaggiamo», dissi. «Ma che necessità c'è di vendere cose che ti faranno comodo quando torneremo? Non ho una fortuna abbastanza grande da accettare un simile sacrificio; ma ne ho abbastanza perché possiamo viaggiare magnificamente per cinque o sei mesi, se ciò ti diverte anche solo minimamente.»
«Dopotutto, no», disse, lasciando la finestra e andando a sedersi sul divano all'altra estremità della stanza. «Perché dovremmo spendere denaro all'estero? Ti costo già abbastanza, qui.»
«Mi rimproveri, Marguerite; non è generoso.»
«Perdonami, amico mio», disse, dandomi la mano. «Questo tempo di temporale mi innervosisce; non dico ciò che intendo dire.»
E dopo avermi abbracciato cadde in una lunga fantasticheria.
Scene di questo tipo avvenivano spesso, e sebbene non potessi scoprirne la causa, non potevo fare a meno di vedere in Marguerite segni di inquietudine riguardo al futuro. Non poteva dubitare del mio amore, che cresceva di giorno in giorno, eppure spesso la trovavo triste, senza poter ottenere alcuna spiegazione della ragione, eccetto qualche causa fisica. Temendo che una vita così monotona stesse cominciando a stancarla, proposi di tornare a Parigi; ma lei rifiutò sempre, assicurandomi che non avrebbe potuto essere felice da nessuna parte come in campagna.
Prudence ora veniva solo raramente; ma scriveva spesso lettere che non chiesi mai di vedere, sebbene, ogni volta che arrivavano, sembrassero preoccupare profondamente Marguerite. Non sapevo cosa pensare.
Un giorno Marguerite era nella sua stanza. Entrai. Stava scrivendo. «A chi scrivi?» chiesi. «A Prudence. Vuoi vedere cosa sto scrivendo?»
Avevo il terrore di qualsiasi cosa potesse sembrare sospetto, e risposi che non avevo alcun desiderio di sapere cosa stesse scrivendo; eppure ero certo che quella lettera mi avrebbe spiegato la causa della sua tristezza.
Il giorno dopo il tempo era splendido. Marguerite mi propose di prendere la barca e andare fino all'isola di Croissy. Sembrava molto allegra; quando tornammo erano le cinque.
«La signora Duvernoy è stata qui», disse Nanine, mentre ci vedeva entrare. «È già andata via?» chiese Marguerite.
«Sì, signora, in carrozza; ha detto che era tutto sistemato.»
«Benissimo», disse Marguerite bruscamente. «Servi la cena.»
Due giorni dopo arrivò una lettera da Prudence, e per quindici giorni Marguerite sembrò essersi liberata della sua misteriosa malinconia, per la quale mi chiedeva costantemente perdono, ora che non esisteva più. Eppure, la carrozza non tornava.
«Com'è che Prudence non ti rimanda la tua carrozza?» chiesi un giorno.
«Uno dei cavalli è malato, e ci sono delle riparazioni da fare. È meglio farle mentre siamo qui, e non abbiamo bisogno di una carrozza, piuttosto che aspettare di tornare a Parigi.»
Prudence venne due giorni dopo, e confermò ciò che Marguerite aveva detto. Le due donne andarono a fare una passeggiata in giardino, e quando le raggiunsi cambiarono conversazione. Quella sera, mentre se ne andava, Prudence si lamentò del freddo e chiese a Marguerite di prestarle uno scialle.
Così passò un mese, e tutto il tempo Marguerite fu più gioiosa e più affettuosa di quanto non fosse mai stata. Tuttavia, la carrozza non tornava, lo scialle non era stato rimandato indietro, e cominciai a essere ansioso mio malgrado, e poiché sapevo in quale cassetto Marguerite metteva le lettere di Prudence, approfittai di un momento in cui lei era all'altra estremità del giardino, andai al cassetto e cercai di aprirlo; invano, poiché era chiuso a chiave. Quando aprii il cassetto in cui solitamente venivano tenuti i ninnoli e i diamanti, questo si aprì senza resistenza, ma i portagioie erano scomparsi, insieme al loro contenuto senza dubbio.
Un timore acuto mi penetrò il cuore. Avrei potuto davvero chiedere a Marguerite la verità riguardo a queste sparizioni, ma era certo che non l'avrebbe confessata.
«Mia buona Marguerite», le dissi, «ti chiedo il permesso di andare a Parigi. Non conoscono il mio indirizzo, e mi aspetto che ci siano lettere di mio padre che mi aspettano. Non ho dubbi che sia preoccupato; dovrei rispondergli.»
«Vai, amico mio», disse; «ma torna presto.» Andai dritto da Prudence.
«Avanti», dissi, senza girarci troppo intorno, «dimmi francamente, dove sono i cavalli di Marguerite?»
«Venduti.»
«Lo scialle?»
«Venduto.»
«I diamanti?»
«Impegnati.»
«E chi li ha venduti e impegnati?»
«Io.»
«Perché non me lo hai detto?»
«Perché Marguerite mi ha fatto promettere di non farlo.»
«E perché non mi hai chiesto denaro?»
«Perché lei non voleva.»
«E dove è finito questo denaro?»
«In pagamenti.»
«È molto indebitata?»
«Trentamila franchi, o giù di lì. Ah, caro mio, non te l'avevo detto? Non volevi credermi; ora sei convinto. Il tappezziere che il duca aveva accettato di liquidare fu cacciato di casa quando si presentò, e il duca scrisse il giorno dopo per dire che non avrebbe risposto di nulla riguardo alla signorina Gautier. Quest'uomo voleva il suo denaro; fu pagato in parte con le poche migliaia di franchi che ho avuto da te; poi qualche anima pia lo avvertì che la sua debitrice era stata abbandonata dal duca e viveva con un giovane senza un soldo; agli altri creditori fu detto lo stesso; chiesero il loro denaro e sequestrarono alcuni dei beni. Marguerite voleva vendere tutto, ma era troppo tardi, e inoltre mi sarei opposta. Ma era necessario pagare, e per non chiedere denaro a te, ha venduto i suoi cavalli e i suoi scialli, e ha impegnato i suoi gioielli. Vuoi vedere le ricevute e le polizze di pegno?»
E Prudence aprì il cassetto e mi mostrò le carte.
«Ah, tu pensi», continuò, con l'insistenza di una donna che può dire, avevo ragione dopo tutto, «ah, tu pensi che basti essere innamorati, e andare in campagna a condurre una vita sognante e pastorale. No, amico mio, no. Accanto a quella vita ideale, c'è una vita materiale, e le risoluzioni più pure sono tenute a terra da fili che sembrano abbastanza sottili, ma che sono di ferro, non facili da spezzare. Se Marguerite non ti è stata infedele venti volte, è perché ha una natura eccezionale. Non è colpa mia se non gliel'ho consigliato, perché non potevo sopportare di vedere la povera ragazza spogliarsi di tutto. Lei non ha voluto; ha risposto che ti amava, e che non ti sarebbe stata infedele per nulla al mondo. Tutto ciò è molto carino, molto poetico, ma non si possono pagare i creditori con quella moneta, e ora non può liberarsi dai debiti, a meno che non riesca a trovare trentamila franchi.»
«Va bene, provvederò io a quella somma.»
«Li prenderai in prestito?»
«Cielo! Ma sì!»
«Una bella cosa sarà da fare; litigherai con tuo padre, paralizzerai le tue risorse, e non si trovano trentamila franchi da un giorno all'altro. Credimi, caro Armand, conosco le donne meglio di te; non commettere questa follia; te ne pentirai un giorno. Sii ragionevole. Non ti consiglio di lasciare Marguerite, ma vivi con lei come facevi all'inizio. Lascia che trovi lei i mezzi per uscire da questa difficoltà. Il duca tornerà tra un po'. Il conte di N., se lei volesse accettarlo, me l'ha detto persino ieri, pagherebbe tutti i suoi debiti, e le darebbe quattro o cinquemila franchi al mese. Ha duecentomila franchi l'anno. Sarebbe una posizione per lei, mentre tu sarai certamente costretto a lasciarla. Non aspettare di essere rovinato, tanto più che il conte di N. è uno sciocco, e nulla impedirebbe al tuo essere ancora l'amante di Marguerite. Piangerebbe un po' all'inizio, ma finirebbe per abituarsi, e mi ringrazieresti un giorno per quello che hai fatto. Immagina che Marguerite sia sposata, e inganna il marito; tutto qui. Ti ho già detto tutto questo una volta, solo che a quel tempo era solo un consiglio, e ora è quasi una necessità.»
Ciò che diceva Prudence era crudelmente vero.
«Ecco come stanno le cose», continuò, mettendo via le carte che mi aveva appena mostrato; «donne come Marguerite prevedono sempre che qualcuno le amerà, mai che esse ameranno; altrimenti metterebbero da parte del denaro, e a trent'anni potrebbero permettersi il lusso di avere un amante gratis. Se avessi saputo una volta ciò che so ora! Insomma, non dire nulla a Marguerite, e riportala a Parigi. Hai vissuto con lei da solo per quattro o cinque mesi; è abbastanza. Chiudi gli occhi ora; è tutto ciò che chiunque ti chiede. Alla fine di quindici giorni prenderà il conte di N., e risparmierà durante l'inverno, e la prossima estate ricomincerete daccapo. È così che si fanno le cose, caro mio!»
E Prudence sembrava incantata del suo consiglio, che rifiutai con indignazione.
Non solo il mio amore e la mia dignità non mi avrebbero permesso di agire così, ma ero certo che, sentendosi come si sentiva ora, Marguerite sarebbe morta piuttosto che accettare un altro amante.
«Basta scherzare», dissi a Prudence; «dimmi esattamente di quanto ha bisogno Marguerite.»
«Te l'ho detto: trentamila franchi.»
«E quando le serve questa somma?»
«Prima della fine di due mesi.»
«Li avrà.»
Prudence scrollò le spalle.
«Te li darò io», continuai, «ma devi giurarmi che non dirai a Marguerite che te li ho dati io.»
«Non temere.»
«E se ti manda qualcos'altro da vendere o da impegnare, fammelo sapere.»
«Non c'è pericolo. Non le è rimasto nulla.»
Andai dritto a casa mia per vedere se ci fossero lettere di mio padre. Ce n'erano quattro.
Capitolo XIX
Nelle sue prime tre lettere mio padre chiedeva la causa del mio silenzio; nell'ultima mi lasciava intendere di aver saputo del mio cambiamento di vita e mi informava che stava per venire a trovarmi.
Ho sempre avuto un grande rispetto e un sincero affetto per mio padre. Risposi che ero stato in viaggio per un breve periodo e lo pregai di farmi sapere in anticipo il giorno del suo arrivo, così che potessi essere lì ad accoglierlo.
Diedi al mio servitore il mio indirizzo in campagna, dicendogli di portarmi la prima lettera che fosse arrivata con il timbro postale di C., poi tornai a Bougival.
Marguerite mi aspettava al cancello del giardino. Mi guardò con ansia. Gettandomi le braccia al collo, mi disse: «Hai visto Prudence?»
«No.»
«Sei stato molto tempo a Parigi.»
«Ho trovato lettere di mio padre a cui dovevo rispondere.»
Pochi minuti dopo entrò Nanine, tutta senza fiato. Marguerite si alzò e parlò con lei sottovoce. Quando Nanine fu uscita, Marguerite si sedette di nuovo accanto a me e disse, prendendomi la mano:
«Perché mi hai ingannato? Sei andato a trovare Prudence.»
«Chi te l'ha detto?»
«Nanine.»
«E come lo sapeva?»
«Ti ha seguito.»
«Le hai detto tu di seguirmi?»
«Sì. Pensavo che dovevi avere un motivo molto forte per andare a Parigi, dopo non avermi lasciato per quattro mesi. Avevo paura che ti fosse successo qualcosa, o che forse stessi andando a trovare un'altra donna.»
«Bambina!»
«Ora sono sollevata. So cosa hai fatto, ma non so ancora cosa ti sia stato detto.»
Mostrai a Marguerite le lettere di mio padre.
«Non è questo che ti sto chiedendo. Quello che voglio sapere è perché sei andato a trovare Prudence.»
«Per vederla.»
«È una bugia, amico mio.»
«Beh, sono andato a chiederle se il cavallo stesse meglio e se avesse ancora bisogno del tuo scialle e dei tuoi gioielli.»
Marguerite arrossì, ma non rispose.
«E,» continuai, «ho saputo cosa avevi fatto con i tuoi cavalli, gli scialli e i gioielli.»
«E sei contrariato?»
«Sono contrariato che non ti sia mai venuto in mente di chiedermi ciò di cui avevi bisogno.»
«In una relazione come la nostra, se la donna ha un minimo senso della dignità, dovrebbe fare ogni possibile sacrificio piuttosto che chiedere denaro al suo amante e dare così un carattere venale al suo amore. Tu mi ami, ne sono certa, ma non sai su quanto sottile filo dipenda l'amore che si ha per una donna come me. Chi lo sa? Forse un giorno, quando sarai annoiato o preoccupato, ti sembrerà di vedere un piano accuratamente concertato nella nostra relazione. Prudence è una chiacchierona. Che bisogno avevo dei cavalli? È stata un'economia venderli. Non li uso e non spendo nulla per il loro mantenimento; se mi ami, non chiedo altro, e mi amerai altrettanto senza cavalli, scialli o diamanti.»
Tutto ciò fu detto con tale naturalezza che le lacrime mi salirono agli occhi mentre ascoltavo.
«Ma, mia cara Marguerite,» risposi, stringendole le mani amorevolmente, «sapevi che un giorno avrei scoperto il sacrificio che avevi fatto, e che nel momento in cui l'avessi scoperto non lo avrei più permesso.»
«Ma perché?»
«Perché, mia cara bambina, non posso permettere che il tuo affetto per me ti privi anche solo di un ninnolo. Nemmeno a me piacerebbe che tu potessi, in un momento in cui fossi annoiata o preoccupata, pensare che se vivessi con qualcun altro quei momenti non esisterebbero; e pentirti, anche solo per un minuto, di vivere con me. Tra pochi giorni i tuoi cavalli, i tuoi diamanti e i tuoi scialli ti saranno restituiti. Ti sono necessari come l'aria è alla vita, e potrà essere assurdo, ma mi piaci di più appariscente che semplice.»
«Allora non mi ami più.»
«Sciocca creatura!»
«Se mi amassi, mi lasceresti amarti a modo mio; al contrario, insisti nel vedere in me solo una donna a cui il lusso è indispensabile, e che pensi di essere sempre obbligato a pagare. Ti vergogni di accettare la prova del mio amore. Nonostante te stesso, pensi di lasciarmi un giorno, e vuoi mettere il tuo disinteresse al riparo da ogni sospetto. Hai ragione, amico mio, ma avevo speranze migliori.»
E Marguerite fece un gesto per alzarsi; io la trattenni e le dissi:
«Voglio che tu sia felice e che non abbia nulla da rimproverarmi, tutto qui.»
«E ci separeremo!»
«Ma Marguerite, chi può separarci?» gridai.
«Tu, che non vuoi lasciarmi salire al tuo livello, ma insisti nel volermi prendere al mio; tu, che vuoi che io mantenga il lusso in mezzo al quale ho vissuto, e così mantenere la distanza morale che ci separa; tu, che non credi che il mio affetto sia abbastanza disinteressato da condividere con me ciò che hai, sebbene potremmo viverci abbastanza felici insieme, e preferiresti rovinarti, perché sei ancora legato a un folle pregiudizio. Pensi davvero che potrei paragonare una carrozza e dei diamanti al tuo amore? Pensi che la mia vera felicità risieda nelle inezie che significano così tanto quando non si ha nessuno da amare, ma che diventano davvero inezie quando lo si ha? Pagherai i miei debiti, realizzerai il tuo patrimonio e poi mi manterrai? Quanto durerà? Due o tre mesi, e poi sarà troppo tardi per vivere la vita che ti propongo, perché allora dovresti prendere tutto da me, e questo è ciò che un uomo d'onore non può fare; mentre ora hai otto o diecimila franchi all'anno, con cui dovremmo essere in grado di vivere. Venderò il resto di ciò che non mi serve, e solo con questo guadagnerò duemila franchi all'anno. Prenderemo un bell'appartamento dove potremo vivere entrambi. In estate andremo in campagna, non in una casa come questa, ma in una casa appena abbastanza grande per due persone. Tu sei indipendente, io sono libera, siamo giovani; in nome del cielo, Armand, non spingermi di nuovo nella vita che ho dovuto condurre una volta!»
Non potevo rispondere. Lacrime di gratitudine e di amore mi riempirono gli occhi, e mi gettai tra le braccia di Marguerite.
«Volevo,» continuò, «sistemare tutto senza dirtelo, pagare tutti i miei debiti e prendere un nuovo appartamento. A ottobre saremmo tornati a Parigi, e tutto sarebbe venuto fuori; ma poiché Prudence ti ha raccontato tutto, dovrai essere d'accordo prima, invece di essere d'accordo dopo. Mi ami abbastanza per questo?»
Era impossibile resistere a tanta devozione. Le baciai le mani ardentemente e dissi:
«Farò tutto ciò che desideri.»
Fu convenuto che avremmo fatto come lei aveva pianificato. Dopodiché, lei divenne folle di gioia; ballò, cantò, si divertì a evocare immagini del suo nuovo appartamento in tutta la sua semplicità, e iniziò a consultarmi sulla sua posizione e disposizione. Vidi quanto fosse felice e orgogliosa di questa risoluzione, che sembrava come se ci avrebbe portato in un rapporto sempre più stretto, e decisi di fare la mia parte. In un istante decisi l'intero corso della mia vita. Misi in ordine i miei affari e cedetti a Marguerite la rendita che mi proveniva da mia madre, e che mi sembrava ben poca cosa in cambio del sacrificio che stavo accettando. Restavano i cinquemila franchi all'anno di mio padre; e, qualunque cosa accadesse, avevo sempre abbastanza per vivere. Non dissi a Marguerite cosa avessi fatto, certo com'ero che avrebbe rifiutato il dono. Questa rendita proveniva da un'ipoteca di sessantamila franchi su una casa che non avevo nemmeno mai visto. Tutto ciò che sapevo era che ogni tre mesi il notaio di mio padre, un vecchio amico di famiglia, mi consegnava settecentocinquanta franchi in cambio della mia ricevuta.
Il giorno in cui Marguerite ed io venimmo a Parigi per cercare un appartamento, andai da questo notaio e gli chiesi cosa si dovesse fare per cedere questa rendita a un'altra persona. Il buon uomo immaginò che fossi rovinato e mi interrogò sulla causa della mia decisione. Poiché sapevo che sarei stato obbligato, prima o poi, a dire a favore di chi facevo questo trasferimento, pensai che fosse meglio dirgli subito la verità. Non fece nessuna delle obiezioni che la sua posizione di amico e notaio lo autorizzava a fare, e mi assicurò che avrebbe sistemato l'intera faccenda nel miglior modo possibile. Naturalmente, lo pregai di usare la massima discrezione nei confronti di mio padre, e lasciandolo mi ricongiunsi a Marguerite, che mi aspettava da Julie Duprat, dove era andata preferendo evitare di ascoltare le moralizzazioni di Prudence.
Iniziammo a cercare appartamenti. Tutti quelli che vedemmo sembravano a Marguerite troppo cari, e a me troppo semplici. Tuttavia, trovammo infine, in una delle zone più tranquille di Parigi, una piccola casa, isolata dal corpo principale dell'edificio. Dietro questa piccola casa c'era un giardino incantevole, circondato da mura abbastanza alte da nasconderci dai vicini, e abbastanza basse da non chiuderci la vista. Era meglio delle nostre aspettative.
Mentre io andavo a dare disdetta del mio appartamento, Marguerite andava a trovare un agente d'affari, che, mi disse, aveva già fatto per una delle sue amiche esattamente ciò che voleva che facesse per lei. Venne in Rue de Provence in uno stato di grande gioia. L'uomo aveva promesso di pagare tutti i suoi debiti, di darle una ricevuta per l'importo e di consegnarle ventimila franchi, in cambio dell'intero suo arredamento. Avete visto dall'importo ricavato dalla vendita che questo uomo onesto avrebbe guadagnato trentamila franchi dalla sua cliente.
Tornammo gioiosamente a Bougival, discutendo dei nostri progetti per il futuro, che, grazie alla nostra sconsideratezza, e specialmente al nostro amore, vedevamo sotto la luce più rosea.
Una settimana dopo, mentre facevamo colazione, Nanine venne a dirci che il mio servitore stava chiedendo di me. «Fallo entrare», dissi.
«Signore,» disse lui, «vostro padre è arrivato a Parigi e vi prega di tornare subito alle vostre stanze, dove vi sta aspettando.»
Questa notizia era la cosa più naturale del mondo, eppure, mentre la udimmo, Marguerite ed io ci guardammo. Prevedemmo dei guai. Prima che lei avesse detto una parola, risposi al suo pensiero e, prendendole la mano, dissi: «Non temere nulla.»
«Torna il prima possibile», sussurrò Marguerite, abbracciandomi; «ti aspetterò alla finestra.»
Mandai avanti Joseph a dire a mio padre che stavo arrivando. Due ore dopo ero in Rue de Provence.
Capitolo XX
Mio padre era seduto nella mia stanza in vestaglia; stava scrivendo, e vidi subito, dal modo in cui alzò gli occhi su di me quando entrai, che ci sarebbe stata una discussione seria. Mi avvicinai comunque, come se non avessi visto nulla sul suo volto, lo abbracciai e dissi:
«Quando sei arrivato, padre?»
«Ieri sera.»
«Sei venuto dritto qui, come al solito?»
«Sì.»
«Mi dispiace molto non essere stato qui per accoglierti.»
Mi aspettavo che la predica che il volto freddo di mio padre minacciava iniziasse subito; ma lui non disse nulla, sigillò la lettera che aveva appena scritto e la diede a Joseph perché la spedisse.
Quando fummo soli, mio padre si alzò e, appoggiandosi alla mensola del camino, mi disse:
«Mio caro Armand, abbiamo questioni serie di cui discutere.»
«Ti ascolto, padre.»
«Mi prometti di essere franco?»
«Non sono forse abituato a esserlo?»
«Non è vero che vivi con una donna chiamata Marguerite Gautier?»
«Sì.»
«Sai cosa era questa donna?»
«Una mantenuta.»
«Ed è per lei che quest'anno hai dimenticato di venire a trovare tua sorella e me?»
«Sì, padre, lo ammetto.»
«Sei molto innamorato di questa donna?»
«Lo vedi, padre, dal momento che mi ha fatto mancare il dovere verso di te, per il quale oggi ti chiedo umilmente perdono.»
Mio padre, senza dubbio, non si aspettava risposte così categoriche, poiché sembrò riflettere un momento, e poi mi disse:
«Ti sei reso conto, naturalmente, che non puoi vivere sempre così?»
«Temo di sì, padre, ma non me ne sono reso conto.»
«Ma devi rendertene conto,» continuò mio padre, con un tono più asciutto, «che io, in ogni caso, non dovrei permetterlo.»
«Mi sono detto che finché non avessi fatto nulla di contrario al rispetto che devo alla tradizionale probità della famiglia, avrei potuto vivere come sto vivendo, e questo mi ha rassicurato un po' riguardo ai timori che ho avuto.»
Le passioni sono nemiche formidabili del sentimento. Ero pronto a ogni lotta, anche con mio padre, affinché potessi tenere Marguerite.
«Allora, è giunto il momento in cui devi vivere diversamente.»
«Perché, padre?»
«Perché stai facendo cose che oltraggiano il rispetto che immagini di avere per la tua famiglia.»
«Non capisco cosa intendi.»
«Te lo spiegherò. Avere un'amante se vuoi; pagala come un uomo d'onore è tenuto a pagare la donna che mantiene, con ogni mezzo; ma che tu arrivi a dimenticare le cose più sacre per lei, che tu permetta che il resoconto della tua vita scandalosa raggiunga la mia tranquilla campagna, e getti una macchia sul nome onorevole che ti ho dato, non può essere, non sarà.»
«Permettimi di dirti, padre, che coloro che ti hanno dato informazioni su di me sono stati malinformati. Sono l'amante della signorina Gautier; vivo con lei; è la cosa più naturale del mondo. Non do alla signorina Gautier il nome che tu hai dato a me; spendo a suo conto ciò che i miei mezzi mi permettono di spendere; non ho debiti; e, in breve, non sono in una posizione che autorizzi un padre a dire al proprio figlio ciò che mi hai appena detto.»
«Un padre è sempre autorizzato a salvare il proprio figlio dalle cattive strade. Non hai ancora fatto alcun male, ma lo farai.»
«Padre!»
«Signore, conosco la vita meglio di te. Non esistono sentimenti del tutto puri se non nelle donne perfettamente caste. Ogni Manon può avere il suo Des Grieux, e i tempi sono cambiati. Sarebbe inutile che il mondo invecchiasse se non correggesse i propri modi. Lascerai la tua amante.»
«Mi dispiace molto disobbedirti, padre, ma è impossibile.»
«Ti costringerò a farlo.»
«Sfortunatamente, padre, non esiste più una Santa Margherita in cui le cortigiane possano essere mandate, e, anche se esistesse, seguirei la signorina Gautier se tu riuscissi a farla mandare lì. Cosa vorresti? Forse sono nel torto, ma posso essere felice solo finché sono l'amante di questa donna.»
«Via, Armand, apri gli occhi. Riconosci che è tuo padre che ti parla, tuo padre che ti ha sempre amato e che desidera solo la tua felicità. È onorevole per te vivere come marito e moglie con una donna che tutti hanno avuto?»
«Cosa importa, padre, se nessuno vorrà più? Cosa importa, se questa donna mi ama, se tutta la sua vita è cambiata attraverso l'amore che ha per me e l'amore che io ho per lei? Cosa importa, se è diventata una donna diversa?»
«Pensi dunque, signore, che la missione di un uomo d'onore sia quella di andare in giro a convertire donne perdute? Pensi che Dio abbia dato uno scopo così grottesco alla vita, e che il cuore debba avere spazio per entusiasmi di quel tipo? Quale sarà la fine di questa meravigliosa cura, e cosa penserai di ciò che stai dicendo oggi quando avrai quarant'anni? Riderai di questo tuo amore, se potrai ancora ridere, e se non ha lasciato una traccia troppo seria nel tuo passato. Cosa saresti ora se tuo padre avesse avuto le tue idee e avesse dato la sua vita a ogni impulso di questo tipo, invece di radicarsi fermamente nelle convinzioni di onore e fermezza? Pensaci bene, Armand, e non dire più simili assurdità. Via, lascia questa donna; tuo padre ti scongiura.»
Non risposi nulla.
«Armand,» continuò mio padre, «in nome della tua santa madre, abbandona questa vita, che dimenticherai più facilmente di quanto pensi. Vi sei legato da una teoria impossibile. Hai ventiquattro anni; pensa al futuro. Non potrai amare sempre questa donna, che a sua volta non potrà amarti sempre. Entrambi esagerate il vostro amore. Mettete fine alla vostra intera carriera. Un altro passo, e non sarai più in grado di lasciare la strada che hai scelto, e soffrirai per tutta la vita per ciò che hai fatto nella tua giovinezza. Lascia Parigi. Vieni a stare per un mese o due con tua sorella e me. Il riposo nel nostro tranquillo affetto familiare ti guarirà presto da questa febbre, perché non è altro che questo. Nel frattempo, la tua amante si consolerà; prenderà un altro amante; e quando vedrai per cosa hai quasi rotto con tuo padre, e quasi perso il suo amore, mi dirai che ho fatto bene a venire a cercarti, e mi ringrazierai. Via, verrai con me, Armand, non è vero?» Sentivo che mio padre avrebbe avuto ragione se fosse stata una qualsiasi altra donna, ma ero convinto che si sbagliasse riguardo a Marguerite. Ciononostante, il tono con cui disse queste ultime parole era così gentile, così accorato, che non osai rispondere.
«Allora?» disse con voce tremante.
«Beh, padre, non posso promettere nulla», dissi infine; «ciò che mi chiedi è al di là del mio potere. Credimi», continuai, vedendolo fare un gesto di impazienza, «esageri gli effetti di questa relazione. Marguerite è un tipo di donna diverso da quello che pensi. Questo amore, lungi dal portarmi fuori strada, è capace, al contrario, di mettermi nella direzione giusta. L'amore rende sempre un uomo migliore, non importa quale donna lo ispiri. Se conoscessi Marguerite, capiresti che non sono in pericolo. È nobile quanto la più nobile delle donne. C'è tanto disinteresse in lei quanto cupidigia in altre.»
«Tutto ciò che non le impedisce di accettare l'intera tua fortuna, poiché i sessantamila franchi che ti provengono da tua madre, e che le stai dando, sono, capiscimi bene, l'intera tua fortuna.»
Mio padre aveva probabilmente conservato questa perorazione e questa minaccia per il colpo finale. Ero più fermo davanti a queste minacce che davanti alle sue suppliche.
«Chi ti ha detto che le stavo consegnando questa somma?» chiesi.
«Il mio notaio. Potrebbe un uomo onesto compiere una tale procedura senza avvertirmi? Ebbene, è per impedirti di rovinarti per una prostituta che ora sono a Parigi. Tua madre, quando morì, ti lasciò abbastanza per vivere rispettabilmente, e non da sperperare sulle tue amanti.»
«Ti giuro, padre, che Marguerite non sapeva nulla di questo trasferimento.»
«Perché, allora, lo fai?»
«Perché Marguerite, la donna che calunni e che vuoi che io abbandoni, sta sacrificando tutto ciò che possiede per vivere con me.»
«E tu accetti questo sacrificio? Che razza di uomo sei, signore, per permettere che Mlle. Gautier sacrifichi alcunché per te? Via, basta così. Lascerai questa donna. Poco fa ti ho pregato; ora ti comando. Non voglio tali scandali nella mia famiglia. Fai i bagagli e preparati a venire con me.»
«Perdonami, padre,» dissi, «ma non verrò.»
«E perché?»
«Perché sono all'età in cui nessuno obbedisce più a un comando.»
Mio padre impallidì alla mia risposta.
«Benissimo, signore,» disse, «so cosa resta da fare.»
Suonò e apparve Joseph.
«Fai portare le mie cose all'Hotel de Paris,» disse al mio servitore. Dopodiché andò nella sua stanza e terminò di vestirsi. Quando tornò, mi avvicinai a lui.
«Promettimi, padre,» dissi, «che non farai nulla per dare un dolore a Marguerite?»
Mio padre si fermò, mi guardò con disprezzo e si accontentò di dire: «Credo che tu sia pazzo.» Dopo di ciò uscì, chiudendo la porta violentemente dietro di sé.
Scesi di sotto, presi una carrozza e tornai a Bougival.
Marguerite mi stava aspettando alla finestra.
Capitolo XXI
«Finalmente sei arrivato,» disse, gettandomi le braccia al collo. «Ma come sei pallido!»
Le raccontai della scena con mio padre.
«Dio mio! Ne avevo paura,» disse. «Quando Joseph è venuto a dirti dell'arrivo di tuo padre, ho tremato come se avesse portato notizie di qualche disgrazia. Mio povero amico, sono io la causa di tutto il tuo tormento. Staresti meglio, forse, se mi lasciassi e non litigassi con tuo padre per causa mia. Lui sa che avrai sicuramente un'amante, e dovrebbe esserne grato che sia io, dato che ti amo e non voglio da te più di quanto la tua posizione permetta. Gli hai detto come abbiamo organizzato il nostro futuro?»
«Sì; è quello che lo ha infastidito di più, perché ha visto quanto ci amiamo davvero.»
«Cosa dobbiamo fare, allora?»
«Restare uniti, mia cara Marguerite, e lasciare che la tempesta passi.»
«Passerà?»
«Dovrà passare.»
«Ma tuo padre non si fermerà qui.»
«Cosa pensi che possa fare?»
«Che ne so? Tutto ciò che un padre può fare per far sì che suo figlio gli obbedisca. Ti ricorderà la mia vita passata, e forse mi farà l'onore di inventare qualche nuova storia, affinché tu possa rinunciare a me.»
«Sai che ti amo.»
«Sì, ma quello che so anche è che, prima o poi, dovrai obbedire a tuo padre, e forse finirai per credergli.»
«No, Marguerite. Sono io che gli farò credere a me. Alcuni suoi amici gli hanno raccontato storie che lo hanno fatto arrabbiare; ma lui è buono e giusto, cambierà la sua prima impressione; e poi, dopo tutto, cosa mi importa?»
«Non dire così, Armand. Preferirei che accadesse qualunque cosa piuttosto che tu litigassi con la tua famiglia; aspetta dopo oggi, e domani torna a Parigi. Anche tuo padre ci avrà riflettuto sopra, e forse arriverete entrambi a una migliore comprensione. Non andare contro i suoi principi, fingi di fare qualche concessione a ciò che vuole; sembrate non tenere poi così tanto a me, e lui lascerà che le cose restino come sono. Spera, amico mio, e sii certo di una cosa: che qualunque cosa accada, Marguerite sarà sempre tua.»
«Lo giuri?»
«C'è bisogno che lo giuri?»
Com'è dolce lasciarsi persuadere dalla voce che si ama! Marguerite e io trascorremmo l'intera giornata a parlare dei nostri progetti per il futuro, come se sentissimo il bisogno di realizzarli il più presto possibile. A ogni istante attendevamo qualche evento, ma la giornata passò senza portarci alcuna nuova notizia.
Il giorno dopo partii alle dieci e arrivai all'albergo verso le dodici. Mio padre era uscito.
Andai nelle mie stanze, sperando che forse fosse andato lì. Nessuno era passato. Andai dal notaio. Non c'era nessuno. Tornai all'albergo e aspettai fino alle sei. M. Duval non tornò e io tornai a Bougival.
Trovai Marguerite non ad aspettarmi, come aveva fatto il giorno prima, ma seduta vicino al fuoco, che il tempo rendeva ancora necessario. Era così assorta nei suoi pensieri che mi avvicinai alla sua poltrona senza che lei mi sentisse. Quando posai le labbra sulla sua fronte, trasalì come se il bacio l'avesse improvvisamente svegliata.
«Mi hai spaventata,» disse. «E tuo padre?»
«Non l'ho visto. Non so cosa significhi. Non era al suo albergo, né da nessuna parte dove ci fosse la possibilità che io lo trovassi.»
«Beh, devi riprovare domani.»
«Sono molto incline ad aspettare che sia lui a mandarmi a chiamare. Penso di aver fatto tutto ciò che ci si può aspettare da me.»
«No, amico mio, non è abbastanza; devi andare a trovare tuo padre di nuovo, e devi andarci domani.»
«Perché domani piuttosto che un altro giorno?»
«Perché,» disse Marguerite, e mi parve che arrossisse leggermente a questa domanda, «perché dimostrerà che ci tieni di più, e lui ci perdonerà prima.»
Per il resto della giornata Marguerite fu triste e preoccupata. Dovetti ripetere due volte tutto quello che le dicevo per ottenere una risposta. Attribuì questa preoccupazione alla sua ansia riguardo agli eventi accaduti negli ultimi due giorni. Passai la notte a rassicurarla, e lei mi congedò al mattino con un'inquietudine insistente che non riuscivo a spiegarmi.
Di nuovo mio padre era assente, ma mi aveva lasciato questa lettera:
«Se passi di nuovo oggi, aspettami fino alle quattro. Se non sono rientrato entro le quattro, vieni a cenare con me domani. Devo vederti.»
Aspettai fino all'ora che aveva indicato, ma non apparve. Tornai a Bougival.
La sera prima avevo trovato Marguerite triste; quella sera la trovai febbrile e agitata. Vedendomi, mi gettò le braccia al collo, ma pianse a lungo tra le mie braccia. La interrogai su questo improvviso turbamento, che mi allarmò per la sua violenza. Non mi diede alcuna ragione positiva, ma mi svicolò con quelle evasioni a cui ricorre una donna quando non vuole dire la verità.
Quando si fu un po' calmata, le raccontai il risultato della mia visita e le mostrai la lettera di mio padre, dalla quale, dissi, potevamo presagire bene. Alla vista della lettera e nell'udire il mio commento, le sue lacrime iniziarono a scorrere così copiosamente che temetti una crisi di nervi e, chiamando Nanine, la misi a letto, dove pianse senza una parola, ma mi teneva le mani e le baciava ogni momento.
Chiesi a Nanine se, durante la mia assenza, la sua padrona avesse ricevuto qualche lettera o visita che potesse giustificare lo stato in cui l'avevo trovata, ma Nanine rispose che nessuno era passato e nulla era stato recapitato.
Qualcosa, tuttavia, era accaduto dal giorno prima, qualcosa che mi turbava tanto più perché Marguerite me lo nascondeva.
La sera sembrò un po' più calma e, facendomi sedere ai piedi del letto, mi ripeté molte volte quanto mi amasse. Mi sorrideva, ma con sforzo, poiché suo malgrado i suoi occhi erano velati di lacrime.
Usai ogni mezzo per farle confessare la vera causa del suo turbamento, ma lei insistette nel non darmi altro che vaghe ragioni, come ti ho detto. Alla fine si addormentò tra le mie braccia, ma fu un sonno che stanca piuttosto che riposare il corpo. Di tanto in tanto emetteva un grido, trasaliva e, dopo essersi assicurata che fossi accanto a lei, mi faceva giurare che l'avrei sempre amata.
Non riuscivo a capire nulla di questi parossismi di angoscia intermittenti, che continuarono fino al mattino. Poi Marguerite cadde in una specie di torpore. Non dormiva da due notti.
Il suo riposo fu di breve durata, poiché verso le undici si svegliò e, vedendo che ero in piedi, si guardò intorno, gridando:
«Te ne vai già?»
«No,» dissi, tenendole le mani; «ma volevo lasciarti dormire ancora. È ancora presto.»
«A che ora vai a Parigi?»
«Alle quattro.»
«Così presto? Ma starai con me fino ad allora?»
«Certo. Non lo faccio sempre?»
«Sono così contenta! Facciamo colazione?» continuò distratta.
«Se vuoi.»
«E poi sarai gentile con me fino al momento esatto in cui te ne andrai?»
«Sì; e tornerò il prima possibile.»
«Tornerai?» disse, guardandomi con occhi scavati.
«Naturalmente.»
«Oh, sì, tornerai stasera. Ti aspetterò, come faccio sempre, e tu mi amerai, e saremo felici, come lo siamo stati da quando ci conosciamo.»
Tutte queste parole erano dette con una voce così tesa, sembravano nascondere un pensiero così persistente e così doloroso, che tremavo a ogni momento che Marguerite potesse delirare.
«Ascolta,» dissi. «Sei malata. Non posso lasciarti così. Scriverò a mio padre dicendogli di non aspettarmi.»
«No, no,» gridò in fretta, «non farlo. Tuo padre mi accuserà di impedirti di nuovo di andare a trovarlo quando lui vuole vederti; no, no, devi andare, devi! Inoltre, non sono malata. Sto benissimo. Ho fatto un brutto sogno e non sono ancora del tutto sveglia.»
Da quel momento Marguerite cercò di sembrare più allegra. Non ci furono più lacrime.
Quando giunse l'ora di andare, la abbracciai e le chiesi se volesse venire con me fino al treno; speravo che la camminata la distraesse e che l'aria le facesse bene. Volevo soprattutto stare con lei il più a lungo possibile.
Acconsentì, mise il suo mantello e prese Nanine con sé, per non tornare da sola. Venti volte fui sul punto di non andare. Ma la speranza di un rapido ritorno e la paura di offendere ancora di più mio padre mi sostennero, e presi posto sul treno.
«A stasera!» dissi a Marguerite, mentre la lasciavo. Lei non rispose.
Una volta già non aveva risposto alle stesse parole, e il Conte de G., ricorderai, aveva passato la notte con lei; ma quel tempo era così lontano che sembrava essere stato cancellato dalla mia memoria, e se avevo qualche paura, non era certamente che Marguerite mi fosse infedele. Arrivato a Parigi, mi affrettai ad andare da Prudence, con l'intenzione di chiederle di andare a tener compagnia a Marguerite, nella speranza che la sua allegria e vivacità la distraessero. Entrai senza essere annunciato e trovai Prudence intenta alla toeletta.
«Ah!» disse, ansiosa; «Marguerite è con te?»
«No.»
«Com'è?»
«Non sta bene.»
«Non viene?»
«Te l'aspettavi?»
Madame Duvernoy arrossì e rispose, con un certo imbarazzo:
«Volevo solo dire che, visto che sei a Parigi, non viene lei a raggiungerti?»
«No.»
Guardai Prudence; lei abbassò gli occhi e lessi sul suo volto la paura di vedere la mia visita prolungarsi.
«Sono persino venuto a chiederti, mia cara Prudence, se non hai nulla da fare stasera, di andare a trovare Marguerite; le farai compagnia e potrai restare la notte. Non l'ho mai vista come oggi e temo che stia per ammalarsi.»
«Ceno in città,» rispose Prudence, «e non posso andare a trovare Marguerite stasera. La vedrò domani.»
Mi congedai da Mme. Duvernoy, che sembrava quasi altrettanto preoccupata di Marguerite, e andai da mio padre; il suo primo sguardo sembrò studiarmi attentamente. Mi tese la mano.
«Le tue due visite mi hanno fatto piacere, Armand,» disse; «mi fanno sperare che tu abbia riflettuto sulle cose dalla tua parte, come io dalla mia.»
«Posso chiederti, padre, quale sia stato il risultato della tua riflessione?»
«Il risultato, mio caro ragazzo, è che ho esagerato l'importanza dei rapporti che mi erano stati fatti, e che ho deciso di essere meno severo con te.»
«Cosa stai dicendo, padre?» gridai gioiosamente.
«Dico, mio caro figlio, che ogni giovane deve avere la sua amante e che, dalle nuove informazioni che ho avuto, preferirei vederti l'amante di Mlle. Gautier piuttosto che di chiunque altra.»
«Mio caro padre, quanto mi rendi felice!»
Parlammo in questo modo per alcuni istanti, poi ci sedemmo a tavola. Mio padre fu affascinante per tutto il tempo della cena.
Avevo fretta di tornare a Bougival per raccontare a Marguerite di questo fortunato cambiamento, e guardavo l'orologio a ogni istante.
«Controlli l'ora,» disse mio padre, «e sei impaziente di lasciarmi. O giovani, come sacrificate sempre affetti sinceri per quelli dubbi!»
«Non dire così, padre; Marguerite mi ama, ne sono certo.»
Mio padre non rispose; sembrò non dire né sì né no.
Insistette molto perché passassi l'intera serata con lui e non partissi fino al mattino; ma Marguerite non era stata bene quando l'avevo lasciata. Glielo dissi e lo pregai di permettermi di tornare da lei presto, promettendo di venire di nuovo l'indomani.
Il tempo era bello; mi accompagnò fino alla stazione. Mai ero stato così felice. Il futuro appariva come avevo desiderato a lungo vederlo. Non avevo mai amato mio padre come lo amavo in quel momento.
Proprio mentre lo stavo lasciando, mi pregò ancora una volta di restare. Rifiutai.
«Sei davvero molto innamorato di lei?» chiese.
«Follia.»
«Vai, allora,» e si passò la mano sulla fronte come per scacciare un pensiero, poi aprì la bocca come per dire qualcosa; ma mi strinse solo la mano e mi lasciò frettolosamente, dicendo:
«A domani, allora!»
Capitolo XXII
Mi sembrò che il treno non si muovesse. Arrivai a Bougival alle undici.
Non una finestra della casa era illuminata e, quando suonai, nessuno rispose al campanello. Era la prima volta che una cosa simile mi accadeva. Alla fine venne il giardiniere. Entrai. Nanine mi venne incontro con un lume. Andai nella stanza di Marguerite.
«Dov'è madame?»
«Andata a Parigi,» rispose Nanine.
«A Parigi!»
«Sì, signore.»
«Quando?»
«Un'ora dopo di te.»
«Non ha lasciato detto nulla per me?»
«Nulla.»
Nanine mi lasciò.
Forse aveva qualche sospetto o altro, pensai, ed è andata a Parigi per assicurarsi che la mia visita a mio padre non fosse una scusa per una giornata libera. Forse Prudence le ha scritto per qualcosa di importante. Mi dicevo quando fui solo; ma ho visto Prudence; non ha detto nulla che mi facesse supporre che avesse scritto a Marguerite.
All'improvviso mi ricordai della domanda di Mme. Duvernoy, «Non viene oggi?» quando avevo detto che Marguerite era malata. Ricordai allo stesso tempo quanto imbarazzata fosse apparsa Prudence quando l'avevo guardata dopo questa osservazione, che sembrava indicare un appuntamento. Ricordai, anche, le lacrime di Marguerite per tutto il giorno, che la cordiale accoglienza di mio padre aveva piuttosto fatto svanire dalla mia mente. Da quel momento tutti gli incidenti si raggrupparono attorno al mio primo sospetto e lo fissarono così saldamente nella mia mente che ogni cosa serviva a confermarlo, persino la gentilezza di mio padre.
Marguerite aveva quasi insistito perché andassi a Parigi; aveva finto di essere più calma quando le avevo proposto di restare con lei. Ero caduto in qualche trappola? Marguerite mi stava ingannando? Aveva contato di essere tornata in tempo perché io non mi accorgessi della sua assenza, ed era stata trattenuta dal caso? Perché non aveva detto nulla a Nanine, o perché non aveva scritto? Qual era il significato di quelle lacrime, di questa assenza, di questo mistero?
Questo è ciò che mi chiedevo spaventato, mentre stavo nella stanza vuota, fissando l'orologio, che segnava mezzanotte e sembrava dirmi che era troppo tardi per sperare nel ritorno della mia amante. Eppure, dopo tutti gli accordi che avevamo appena preso, dopo i sacrifici che erano stati offerti e accettati, era probabile che mi stesse ingannando? No. Cercai di liberarmi della mia prima supposizione.
Probabilmente aveva trovato un acquirente per i suoi mobili ed era andata a Parigi per concludere l'affare. Non voleva dirmelo in anticipo, perché sapeva che, sebbene vi avessi acconsentito, la vendita, così necessaria per la nostra felicità futura, mi era dolorosa, e temeva di ferire il mio amor proprio parlandomene. Preferiva non vedermi finché tutto non fosse stato fatto, ed era evidentemente per questo che Prudence la stava aspettando quando si lasciò sfuggire il segreto. Marguerite non poteva concludere tutto oggi e stava passando la notte da Prudence, o forse sarebbe tornata persino ora, perché doveva sapere quanto sarei stato in ansia e non avrebbe voluto lasciarmi in quello stato. Ma, se fosse così, perché quelle lacrime? Senza dubbio, nonostante il suo amore per me, la povera ragazza non riusciva a decidersi a rinunciare a tutto il lusso in cui aveva vissuto fino ad ora, e per il quale era stata così invidiata, senza piangerci sopra. Ero pronto a perdonarle tali rimpianti. L'aspettavo con impazienza, affinché potessi dirle, mentre la coprivo di baci, di aver indovinato il motivo della sua misteriosa assenza.
Tuttavia, la notte avanzava e Marguerite non tornava.
La mia ansia stringeva il cerchio a poco a poco e iniziava a opprimermi la testa e il cuore. Forse le era successo qualcosa. Forse era ferita, malata, morta. Forse un messaggero sarebbe arrivato con la notizia di qualche terribile incidente. Forse la luce del giorno mi avrebbe trovato con la stessa incertezza e con le stesse paure.
L'idea che Marguerite mi fosse forse infedele proprio nel momento in cui la aspettavo nel terrore per la sua assenza non tornò alla mia mente. Doveva esserci qualche causa, indipendente dalla sua volontà, a tenerla lontana da me, e più pensavo, più mi convincevo che questa causa non potesse che essere qualche contrattempo o altro. O vanità dell'uomo, che torna a noi sotto ogni forma!
Suonò l'una. Mi dissi che avrei aspettato un'altra ora, ma che alle due, se Marguerite non fosse tornata, sarei partito per Parigi. Nel frattempo cercai un libro, perché non osavo pensare. Manon Lescaut era aperta sul tavolo. Mi sembrò che qua e là le pagine fossero bagnate come di lacrime. Voltai le pagine e poi chiusi il libro, perché le lettere mi sembravano prive di significato attraverso il velo dei miei dubbi.
Il tempo passava lentamente. Il cielo era coperto di nuvole. Una pioggia autunnale batteva contro le finestre. Il letto vuoto sembrava a tratti assumere l'aspetto di una tomba. Avevo paura.
Aprii la porta. Ascoltai e non udii altro che la voce del vento tra gli alberi. Non si vedeva un veicolo sulla strada. La mezz'ora suonò tristemente dal campanile della chiesa.
Iniziai a temere che qualcuno potesse entrare. Mi sembrava che solo un disastro potesse arrivare a quell'ora e sotto quel cielo cupo.
Suonarono le due. Aspettai ancora un po'. Solo il suono della campana turbava il silenzio con il suo battito monotono e ritmico.
Infine uscii dalla stanza, dove ogni oggetto aveva assunto quell'aspetto malinconico che l'irrequieta solitudine del cuore conferisce a tutto ciò che lo circonda.
Nella stanza accanto trovai Nanine addormentata sul suo lavoro. Al rumore della porta si svegliò e chiese se la sua padrona fosse rientrata.
"No; ma se torna, dille che ero così in ansia da dover andare a Parigi."
"A quest'ora?"
"Sì."
"Ma come? Non troverà una carrozza."
"Andrò a piedi."
"Ma piove."
"Non importa."
"Ma madame starà tornando, o se non dovesse tornare sarà tempo a sufficienza domattina per andare a vedere cosa l'abbia trattenuta. Verrà assassinato lungo la strada."
"Non c'è pericolo, mia cara Nanine; ci vedremo domani."
La brava ragazza andò a prendermi un mantello, me lo mise sulle spalle e si offrì di svegliare Mme. Arnould per vedere se si potesse rimediare un veicolo; ma non volli sentire ragioni, convinto com'ero che avrei perso, in una ricerca forse infruttuosa, più tempo di quanto ne avrei impiegato per coprire metà del tragitto. Inoltre, sentivo il bisogno di aria e di fatica fisica per smaltire l'eccessiva eccitazione che mi possedeva.
Presi la chiave dell'appartamento di Rue d’Antin e, dopo aver salutato Nanine che mi accompagnò fino al cancello, mi incamminai.
Dapprima presi a correre, ma la terra era fangosa per la pioggia e mi affaticai doppiamente. Dopo mezz'ora fui costretto a fermarmi ed ero fradicio di sudore. Ripresi fiato e proseguii. La notte era così buia che a ogni passo temevo di scontrarmi con uno degli alberi sul ciglio della strada, che si stagliavano netti davanti a me come grandi fantasmi che mi venissero incontro.
Sorpassai uno o due carri, che ben presto mi lasciai alle spalle. Una carrozza correva al galoppo verso Bougival. Mentre mi superava, mi colse la speranza che Marguerite fosse lì dentro. Mi fermai e gridai: "Marguerite! Marguerite!" Ma nessuno rispose e la carrozza continuò la sua corsa. La guardai svanire in lontananza, poi ripresi il cammino. Impiegai due ore per raggiungere la Barrière de l’Étoile. La vista di Parigi mi restituì le forze e corsi per tutta la lunghezza del viale che avevo percorso così spesso.
Quella notte non passava nessuno; era come attraversare una città morta. L'alba cominciava a spuntare. Quando raggiunsi Rue d’Antin la grande città si agitava un poco prima di svegliarsi del tutto. Le cinque suonarono alla chiesa di Saint Roch nel momento in cui entravo in casa di Marguerite. Gridai il mio nome al portiere, che da me aveva ricevuto abbastanza pezzi da venti franchi da sapere che avevo il diritto di far visita a Mlle. Gautier alle cinque del mattino. Passai senza difficoltà. Avrei potuto chiedere se Marguerite fosse in casa, ma avrebbe potuto rispondere di "no", e preferii rimanere nel dubbio per altri due minuti, poiché, finché dubitavo, c'era ancora speranza.
Ascoltai alla porta, cercando di cogliere un suono, un movimento. Nulla. Il silenzio della campagna sembrava continuare qui. Aprii la porta ed entrai. Tutte le tende erano ermeticamente chiuse. Tirai quelle della sala da pranzo, mi diressi verso la camera da letto e spinsi la porta. Mi scagliai verso il cordone della tenda e lo tirai violentemente. La tenda si aprì, una luce fioca si fece strada. Corsi al letto. Era vuoto.
Aprii le porte una dopo l'altra. Visitai ogni stanza. Nessuno. Era da far impazzire.
Entrai nello spogliatoio, aprii la finestra e chiamai Prudence più volte. La finestra di Mme. Duvernoy rimase chiusa.
Scesi dal portiere e gli chiesi se Mlle. Gautier fosse tornata a casa durante il giorno.
"Sì", rispose l'uomo; "con Mme. Duvernoy."
"Non ha lasciato detto nulla per me?"
"No."
"Sa cos'abbiano fatto dopo?"
"Sono andate via in carrozza."
"Che tipo di carrozza?"
"Una carrozza privata."
Cosa poteva significare tutto ciò?
Suonai alla porta accanto.
"Dove va, signore?" chiese il portiere, dopo avermi aperto.
"Da Mme. Duvernoy."
"Non è tornata."
"Ne è sicuro?"
"Sì, signore; c'è persino una lettera, che le è stata portata ieri sera e che non le ho ancora dato."
E il portiere mi mostrò una lettera che osservai meccanicamente. Riconobbi la grafia di Marguerite. Presi la lettera. Era indirizzata: "A Mme. Duvernoy, da inoltrare al Sig. Duval."
"Questa lettera è per me", dissi al portiere, mostrandogli l'indirizzo.
"Lei è il signor Duval?" replicò.
"Sì."
"Ah! Ricordo. Veniva spesso a trovare Mme. Duvernoy."
Quando fui in strada ruppi il sigillo della lettera. Se un fulmine fosse caduto ai miei piedi, non sarei rimasto più scosso di quanto lo fui per ciò che lessi.
"Quando leggerai questa lettera, Armand, sarò l'amante di un altro uomo. È tutto finito tra noi.
"Torna da tuo padre, amico mio, e da tua sorella, e lì, al fianco di una giovane pura, ignara di tutte le nostre miserie, dimenticherai presto ciò che avresti sofferto per colpa di quella creatura perduta che si chiama Marguerite Gautier, che hai amato per un istante e che deve a te gli unici momenti felici di una vita che, spera, non sarà ancora molto lunga."
Quando lessi l'ultima parola, pensai di impazzire. Per un istante ebbi davvero paura di cadere in strada. Una nube mi passò davanti agli occhi e il sangue mi batteva alle tempie. Infine mi ripresi un poco. Mi guardai intorno e rimasi stupito di vedere la vita degli altri continuare senza fermarsi di fronte al mio strazio.
Non ero abbastanza forte da sopportare il colpo da solo. Allora mi ricordai che mio padre era nella stessa città, che sarei potuto essere da lui in dieci minuti e che, qualunque fosse la causa del mio dolore, lui l'avrebbe condivisa.
Corsi come un pazzo, come un ladro, all'Hotel de Paris; trovai la chiave nella porta della camera di mio padre; entrai. Stava leggendo. Mostrò così poco stupore nel vedermi che sembrava mi stesse aspettando. Mi gettai tra le sue braccia senza dire una parola. Gli diedi la lettera di Marguerite e, cadendo in ginocchio accanto al suo letto, piansi lacrime cocenti.
Capitolo XXIII
Quando il corso della vita ebbe ripreso il suo cammino, non riuscivo a credere che il giorno che vedevo sorgere non sarebbe stato come quelli che lo avevano preceduto. C'erano momenti in cui immaginavo che qualche circostanza, che non riuscivo a ricordare, mi avesse costretto a trascorrere la notte lontano da Marguerite, ma che, se fossi tornato a Bougival, l'avrei ritrovata ansiosa quanto me, e che mi avrebbe chiesto cosa mi avesse trattenuto lontano da lei così a lungo.
Quando l'esistenza ha contratto un'abitudine, come quella di questo amore, sembra impossibile che l'abitudine possa essere spezzata senza infrangere al contempo tutte le altre molle della vita. Ero costretto di tanto in tanto a rileggere la lettera di Marguerite, per convincermi che non stessi sognando.
Il mio corpo, soccombendo allo shock morale, era incapace di muoversi. L'ansia, la camminata notturna e la notizia del mattino mi avevano prostrato. Mio padre approfittò di questo totale abbattimento di tutte le mie facoltà per esigere da me la promessa formale di accompagnarlo. Promisi tutto ciò che chiedeva, poiché ero incapace di sostenere una discussione e avevo bisogno di un po' di affetto per aiutarmi a vivere, dopo quello che era successo. Ero troppo grato che mio padre fosse disposto a consolarmi da una tale calamità.
Tutto ciò che ricordo è che quel giorno, verso le cinque, mi portò con sé in una carrozza postale. Senza dirmi nulla, aveva fatto impacchettare i miei bagagli e caricare dietro la carrozza insieme ai suoi, e così mi portò via. Non realizzai ciò che stavo facendo finché la città non fu scomparsa e la solitudine della strada non mi richiamò alla mente il vuoto del mio cuore. Allora le mie lacrime ricominciarono a scorrere.
Mio padre aveva capito che le parole, anche le sue, non avrebbero fatto nulla per consolarmi, e mi lasciò piangere senza dire una parola, stringendomi solo a tratti la mano, come per ricordarmi che avevo un amico al mio fianco.
La notte dormii un poco. Sognai Marguerite.
Mi svegliai di soprassalto, non ricordando perché fossi in carrozza. Poi la verità mi tornò addosso e lasciai cadere la testa sul petto. Non osavo dire nulla a mio padre. Temevo che mi dicesse: "Vedi che avevo ragione quando dichiaravo che questa donna non ti amava". Ma non sfruttò il suo vantaggio e raggiungemmo C. senza che mi avesse detto nulla, se non parlando di questioni del tutto estranee all'evento che aveva causato la mia partenza da Parigi.
Quando abbracciai mia sorella, mi ricordai di ciò che Marguerite aveva detto di lei nella sua lettera, e vidi subito quanto poco mia sorella, per quanto buona fosse, sarebbe stata in grado di farmi dimenticare la mia amante.
La caccia era iniziata e mio padre pensò che sarebbe stata una distrazione per me. Organizzò battute di caccia con amici e vicini. Andai senza riluttanza né entusiasmo, con quella sorta di apatia in cui ero sprofondato fin dalla mia partenza.
Stavamo battendo la zona per la selvaggina e mi fu assegnato il posto. Poggiai il mio fucile scarico al fianco e meditai. Guardai passare le nuvole. Lasciai vagare il mio pensiero sulle pianure solitarie e di tanto in tanto sentivo qualcuno chiamarmi e indicarmi una lepre a dieci passi. Nessuno di questi dettagli sfuggì a mio padre, e non si lasciò ingannare dalla mia calma esteriore. Sapeva bene che, spezzato come ero ora, avrei un giorno o l'altro sperimentato una reazione terribile, che avrebbe potuto essere pericolosa, e, senza sembrare fare alcuno sforzo per consolarmi, faceva del suo meglio per distrarre i miei pensieri.
Mia sorella, naturalmente, non sapeva nulla di quanto accaduto, e non riusciva a comprendere come io, che un tempo ero stato così spensierato, fossi improvvisamente diventato così triste e sognante.
A volte, sorprendendo nel bel mezzo della mia tristezza l'ansioso scrutinio di mio padre, gli stringevo la mano come per chiedergli tacitamente perdono per il dolore che, mio malgrado, gli stavo causando.
Passò così un mese, ma allo scadere di quel tempo non ne potei più. Il ricordo di Marguerite mi perseguitava incessantemente. Avevo amato, amavo ancora questa donna così tanto che non potevo diventare improvvisamente indifferente a lei. Dovevo amarla o odiarla. Soprattutto, qualunque cosa provassi per lei, dovevo rivederla, e subito. Questo desiderio possedeva la mia mente, e con tutta la violenza di una volontà che aveva iniziato a riaffermarsi in un corpo rimasto troppo a lungo inerte.
Non mi bastava vedere Marguerite tra un mese, una settimana. Dovevo vederla il giorno stesso in cui il pensiero mi era sorto; e andai da mio padre e gli dissi che ero stato chiamato a Parigi per affari, ma che sarei tornato prontamente. Senza dubbio intuì il motivo della mia partenza, poiché insistette perché restassi, ma, vedendo che se non avessi dato seguito alla mia intenzione le conseguenze, nello stato in cui mi trovavo, avrebbero potuto essere fatali, mi abbracciò e mi pregò, quasi in lacrime, di tornare senza indugio.
Non dormii durante il viaggio verso Parigi. Una volta lì, cosa avrei fatto? Non lo sapevo; sapevo solo che doveva essere qualcosa legato a Marguerite. Andai alle mie stanze per cambiarmi d'abito e, poiché il tempo era bello ed era ancora presto, mi incamminai verso gli Champs-Elysées. Dopo mezz'ora vidi in lontananza la carrozza di Marguerite, che giungeva dal Rond-Point verso Place de la Concorde. Aveva ricomprato i suoi cavalli, poiché la carrozza era esattamente come ero abituato a vederla, ma lei non c'era. Appena ebbi notato questo fatto, guardandomi attorno, vidi Marguerite a piedi, accompagnata da una donna che non avevo mai visto.
Mentre mi passava accanto impallidì e un sorriso nervoso le serrò le labbra. Per quanto mi riguarda, il mio cuore batteva violentemente nel petto; ma riuscii a dare un'espressione fredda al mio volto, mentre salutavo freddamente la mia ex amante, che proprio in quel momento raggiunse la sua carrozza, nella quale salì con la sua amica.
Conoscevo Marguerite: questo incontro inaspettato doveva certamente averla sconvolta. Senza dubbio aveva saputo che ero partito e si era così rassicurata sulle conseguenze della nostra rottura; ma, rivedendomi a Parigi, trovandosi faccia a faccia con me, pallido com'ero, doveva aver capito che non ero tornato senza uno scopo, e doveva essersi chiesta quale fosse quello scopo.
Se avessi visto Marguerite infelice, se, vendicandomi su di lei, fossi potuto venirle in aiuto, forse l'avrei perdonata, e certamente non avrei mai sognato di farle del male. Ma la trovavo apparentemente felice, qualcun altro le aveva restituito il lusso che io non potevo darle; la sua rottura con me sembrava assumere un carattere del più vile interesse; ero degradato nella mia stessa stima così come nel mio amore. Risolsi che avrebbe pagato per ciò che avevo sofferto.
Non potevo essere indifferente a ciò che faceva, di conseguenza ciò che l'avrebbe ferita di più sarebbe stata la mia indifferenza; era, dunque, questo il sentimento che dovevo ostentare, non solo ai suoi occhi, ma agli occhi degli altri.
Cercai di assumere un'aria sorridente e andai a far visita a Prudence. La cameriera mi annunciò e dovetti aspettare qualche minuto in salotto. Infine apparve Mme. Duvernoy e mi fece entrare nel suo boudoir; mentre mi sedevo sentii aprirsi la porta del salotto, un passo leggero fece scricchiolare il pavimento e la porta d'ingresso fu chiusa violentemente.
"La sto disturbando", dissi a Prudence.
"Niente affatto. C'era Marguerite. Quando ha sentito che venivi annunciato, è scappata; è stata lei ad andare via proprio ora."
"Ha paura di me, adesso?"
"No, ma ha paura che tu non voglia vederla."
"Ma perché?" dissi, traendo il fiato a fatica, poiché ero soffocato dall'emozione. "La povera ragazza mi ha lasciato per la sua carrozza, i suoi mobili e i suoi diamanti; ha fatto benissimo, e non le porto rancore. L'ho incontrata oggi", continuai con noncuranza.
"Dove?" chiese Prudence, guardandomi e sembrando chiedersi se questo fosse lo stesso uomo che aveva conosciuto così follemente innamorato.
"Agli Champs-Elysées. Era con un'altra donna, molto carina. Chi è?"
"Com'era?"
"Bionda, snella, con boccoli ai lati; occhi azzurri; molto elegante."
"Ah! Era Olympe; è davvero molto carina."
"Con chi vive?"
"Con nessuno; con chiunque."
"Dove abita?"
"Rue Tronchet, n.—. Vuoi farle la corte?"
"Non si sa mai."
"E Marguerite?"
"Sarei ben lontano dal dirti la verità se dicessi che non penso più a lei; ma sono uno di quelli per cui tutto dipende dal modo in cui ci si lascia. Ora, Marguerite ha chiuso con me così alla leggera che capisco di essere stato un gran sciocco ad essere stato così innamorato di lei, perché ero davvero molto innamorato di quella ragazza."
Puoi immaginare il modo in cui lo dissi; il sudore mi imperlò la fronte.
"Ti voleva molto bene, sai, e te ne vuole ancora; la prova è che, dopo averti incontrato oggi, è venuta subito a raccontarmelo. Quando è arrivata qui tremava tutta; pensavo stesse per svenire."
"Bene, che cosa ha detto?"
"Ha detto: 'Verrà sicuramente qui', e mi ha supplicato di chiederti di perdonarla."
"L'ho perdonata, puoi dirglielo. Era una brava ragazza; ma, dopo tutto, come le altre, e avrei dovuto aspettarmelo. Le sono persino grato, perché ora vedo cosa sarebbe successo se avessi vissuto con lei stabilmente. Sarebbe stato ridicolo."
"Sarà molto contenta di sapere che l'hai presa così bene. Era proprio ora che ti lasciasse, mio caro. Il furfante di agente a cui aveva offerto di vendere i suoi mobili è andato in giro dai suoi creditori per scoprire quanto doveva; si sono spaventati e in due giorni sarebbe finita all'asta."
"E ora è tutto saldato?"
"Più o meno."
"E chi ha fornito il denaro?"
"Il Conte di N. Ah, mio caro amico, ci sono uomini fatti apposta per simili occasioni. Per farla breve, le ha dato ventimila franchi, ma alla fine ha ottenuto ciò che voleva. Sa benissimo che Marguerite non è innamorata di lui; ma è molto gentile con lei, tutto sommato. Come hai visto, ha ricomprato i suoi cavalli, ha riscattato i suoi gioielli dal banco dei pegni e le dà tanto denaro quanto il duca era solito darle; se le piacerà vivere tranquillamente, lui resterà con lei per molto tempo."
"E lei cosa fa? Vive sempre a Parigi?"
"Non è più tornata a Bougival dopo che te ne sei andato. Sono dovuta andare io stessa a occuparmi di tutte le sue cose, e anche delle tue. Ne ho fatto un pacco e puoi mandare qualcuno qui a prenderlo. Troverai tutto, eccetto un piccolo astuccio con le tue iniziali. Marguerite voleva tenerlo. Se lo vuoi davvero, glielo chiederò."
"Lascia che lo tenga", balbettai, poiché sentivo le lacrime salirmi dal cuore agli occhi al ricordo del villaggio dove ero stato così felice, e al pensiero che Marguerite tenesse a conservare qualcosa che era appartenuto a me e che mi avrebbe richiamato alla sua mente. Se fosse entrata in quel momento, i miei pensieri di vendetta sarebbero svaniti e mi sarei gettato ai suoi piedi.
"Del resto", continuò Prudence, "non l'ho mai vista come è ora; dorme a malapena, va a tutti i balli, va a cena fuori, beve persino. L'altro giorno, dopo una cena, è dovuta stare a letto per una settimana; e quando il medico l'ha fatta alzare, ha ricominciato, a rischio della vita. Andrai a trovarla?"
"A che pro? Sono venuto a trovare te, perché sei sempre stata affascinante con me e ti conoscevo prima ancora di conoscere Marguerite. Devo a te l'essere stato il suo amante e anche, non è vero, l'essere il suo amante non più?"
"Beh, ho fatto tutto il possibile per allontanarla da te, e credo che mi sarai grato più avanti."
"Ti devo una doppia gratitudine", aggiunsi, alzandomi, poiché ero disgustato dalla donna, vedendola prendere ogni parola che le dicevo come se fosse seria.
"Te ne vai?"
"Sì."
Avevo imparato abbastanza.
"Quando ti rivedrò?"
"Presto. Addio."
"Addio."
Prudence mi accompagnò alla porta e tornai alle mie stanze con lacrime di rabbia agli occhi e un desiderio di vendetta nel cuore.
Dunque Marguerite non era diversa dalle altre; dunque il saldo amore che aveva avuto per me non aveva saputo resistere al desiderio di tornare alla sua vita precedente, e al bisogno di avere una carrozza e di gettarsi nella dissipazione. Così mi dicevo, restando sveglio la notte, sebbene, se avessi riflettuto con la calma di cui mi vantavo, avrei scorto in questa nuova e turbolenta vita di Marguerite il tentativo di tacitare un pensiero costante, una memoria incessante. Sfortunatamente, la passione malvagia ebbe il sopravvento, e cercai solo un mezzo per vendicarmi della povera creatura. Oh, quanto è meschino e vile l’uomo quando è ferito in una delle sue strette passioni!
Questa Olympe che avevo visto era, se non un’amica di Marguerite, perlomeno la donna con cui la si vedeva più spesso dal suo ritorno a Parigi. Stava per dare un ballo e, dato che davo per scontato che Marguerite vi sarebbe stata, cercai di ottenere un invito e ci riuscii.
Quando, colmo delle mie dolorose emozioni, arrivai al ballo, era già molto animato. Si danzava, si gridava persino, e in una delle quadriglie scorsi Marguerite che ballava con il Conte de N., il quale sembrava orgoglioso di esibirla, come se dicesse a tutti: "Questa donna è mia".
Mi appoggiai al caminetto proprio di fronte a Marguerite e la guardai danzare. Il suo volto mutò nel momento in cui mi scorse. La salutai distrattamente con uno sguardo e un cenno della mano.
Quando riflettevo che dopo il ballo lei sarebbe tornata a casa, non con me ma con quel ricco sciocco, quando pensavo a ciò che sarebbe seguito al loro ritorno, il sangue mi salì al volto e sentii il bisogno di fare qualcosa per turbare i loro rapporti.
Dopo la contraddanza mi avvicinai alla padrona di casa, che sfoggiava a beneficio dei suoi ospiti un seno abbagliante e magnifiche spalle. Era bella e, dal punto di vista della figura, più bella di Marguerite. Mi resi conto di questo fatto ancora più chiaramente da certi sguardi che Marguerite le rivolgeva mentre parlavo con lei. L’uomo che fosse stato l’amante di una tale donna avrebbe potuto essere orgoglioso quanto M. de N., ed ella era abbastanza bella da ispirare una passione non meno grande di quella che Marguerite aveva ispirato in me. In quel momento non aveva alcun amante. Non sarebbe stato difficile diventarlo; dipendeva solo dal mostrare abbastanza denaro da attirare la sua attenzione.
Presi una decisione. Quella donna sarebbe stata la mia amante. Iniziai danzando con lei. Mezz’ora dopo, Marguerite, pallida come la morte, indossò la sua pelliccia e lasciò il ballo.
Capitolo XXIV
Era già qualcosa, ma non bastava. Vidi la presa che avevo su questa donna e ne approfittai vilmente.
Quando penso che ora lei è morta, mi chiedo se Dio mi perdonerà mai per il male che le ho fatto.
Dopo la cena, che fu chiassosa quanto più non si poteva, si giocò d’azzardo. Mi sedetti al fianco di Olympe e puntai il mio denaro così sconsideratamente che lei non poté fare a meno di notarmi. In un istante avevo vinto centocinquanta o duecento luigi, che sparsi davanti a me sul tavolo e sui quali lei fissò gli occhi con avidità.
Ero l’unico a non essere completamente assorbito dal gioco e in grado di prestarle qualche attenzione. Per tutto il resto della notte vinsi, ed ero io a darle il denaro per giocare, poiché aveva perso tutto ciò che aveva davanti e probabilmente tutto ciò che aveva in casa.
Alle cinque del mattino gli ospiti partirono. Avevo vinto trecento luigi.
Tutti i giocatori erano già sulla via delle scale; ero l’unico a essere rimasto indietro e, poiché non conoscevo nessuno di loro, nessuno ci fece caso. Olympe stessa faceva luce, e stavo per seguire gli altri, quando, voltandomi, le dissi:
"Devo parlarvi."
"Domani", disse lei.
"No, adesso."
"Cosa avete da dire?"
"Vedrete."
E tornai nella stanza.
"Avete perso", dissi.
"Sì."
"Tutto quello che avevate in casa?"
Lei esitò.
"Siate franca."
"Bene, è vero."
"Ho vinto trecento luigi. Eccoli, se mi lasciate restare qui stanotte."
E gettai l’oro sul tavolo.
"E perché questa proposta?"
"Perché sono innamorato di voi, naturalmente."
"No, ma perché amate Marguerite e volete vendicarvi di lei diventando il mio amante. Non ingannate una donna come me, mio caro amico; sfortunatamente, sono ancora troppo giovane e troppo bella per accettare la parte che mi offrite."
"Dunque rifiutate?"
"Sì."
"Preferireste prendermi per niente? Sarei io allora a non accettare. Rifletteteci, mia cara Olympe; se avessi mandato qualcuno a offrirvi questi trecento luigi per mio conto, alle condizioni che vi allego, avreste accettato. Ho preferito parlarvi io stesso. Accettate senza indagare sui miei motivi; dite a voi stessa che siete bella e che non c’è nulla di sorprendente nel fatto che io sia innamorato di voi."
Marguerite era una donna nella stessa posizione di Olympe, eppure non avrei mai osato dire a lei, la prima volta che l’incontrai, ciò che avevo detto all’altra donna. Amavo Marguerite. Vedevo in lei istinti che mancavano all’altra, e proprio nel momento in cui facevo il mio patto, provavo disgusto verso la donna con cui lo stavo facendo.
Alla fine accettò, naturalmente, e a mezzogiorno lasciai la sua casa come suo amante; ma la lasciai senza il ricordo delle carezze e delle parole d’amore che lei si era sentita in dovere di riversare su di me in cambio dei seimila franchi che le avevo lasciato. Eppure c’erano uomini che si erano rovinati per quella donna.
Da quel giorno inflissi a Marguerite una continua persecuzione. Olympe e lei smisero di vedersi, come potete immaginare. Diedi alla mia nuova amante una carrozza e gioielli. Giocavo, commettevo ogni stravaganza che ci si potesse aspettare da un uomo innamorato di una donna come Olympe. La notizia della mia nuova infatuazione si diffuse immediatamente.
Prudence stessa fu ingannata e alla fine pensò che avessi completamente dimenticato Marguerite. Marguerite stessa, sia che avesse intuito il mio motivo o che fosse stata ingannata come tutti gli altri, conservò una perfetta dignità in risposta agli insulti che le riversavo quotidianamente. Solo, sembrava soffrire, poiché ogni volta che la incontravo era sempre più pallida, sempre più triste. Il mio amore per lei, spinto al punto in cui si trasformava in odio, gioiva alla vista del suo dolore quotidiano. Spesso, quando la mia crudeltà verso di lei diventava infame, Marguerite sollevava su di me occhi così supplichevoli che arrossivo per la parte che stavo recitando, ed ero pronto a implorare il suo perdono.
Ma il mio pentimento durava solo un momento, e Olympe, che aveva finalmente messo da parte ogni rispetto per sé stessa e scoperto che tormentando Marguerite poteva ottenere da me tutto ciò che voleva, alimentava costantemente il mio risentimento contro di lei e la insultava ogni volta che ne trovava l’occasione, con la vile insistenza di una donna autorizzata dall’autorità di un uomo.
Alla fine Marguerite smise di andare a balli o teatri, per paura di incontrare Olympe e me. Poi le impertinenze dirette lasciarono il posto a lettere anonime, e non ci fu cosa vergognosa che io non incoraggiassi la mia amante a raccontare e che io stesso non raccontassi in riferimento a Marguerite.
Per arrivare a un tale punto dovevo essere letteralmente pazzo. Ero come un uomo ubriaco di vino cattivo, che cade in una di quelle esaltazioni nervose in cui la mano è capace di commettere un crimine senza che la testa ne sappia nulla. Nel mezzo di tutto ciò, soffrivo un martirio. La calma non sdegnosa, la dignità non sprezzante con cui Marguerite rispondeva a tutti i miei attacchi, e che la elevava al di sopra di me ai miei stessi occhi, mi esasperava ancora di più contro di lei.
Una sera Olympe era andata da qualche parte e aveva incontrato Marguerite, che per una volta non aveva risparmiato la sciocca creatura, cosicché essa aveva dovuto ritirarsi confusa. Olympe tornò su tutte le furie; Marguerite era svenuta e aveva dovuto essere portata via. Olympe mi raccontò cosa era successo, dichiarò che Marguerite, vedendola sola, si era vendicata su di lei perché era la mia amante, e che dovevo scriverle per dirle di rispettare la donna che amavo, che io fossi presente o assente.
Non c’è bisogno che vi dica che acconsentii e che misi nella lettera che inviai al suo indirizzo lo stesso giorno tutto ciò che c’era di amaro, vergognoso e crudele a cui riuscissi a pensare.
Questa volta il colpo fu più di quanto l’infelice creatura potesse sopportare senza rispondere. Sentii che sarebbe giunta una risposta e decisi di non uscire per tutto il giorno. Verso le due ci fu un suono di campanello e Prudence entrò.
Cercai di assumere un’aria indifferente mentre le chiedevo cosa l’avesse condotta lì; ma quel giorno Mme. Duvernoy non era in vena di ridere, e con voce sinceramente commossa mi disse che dal mio ritorno, vale a dire da circa tre settimane, non avevo tralasciato occasione che potesse recare dolore a Marguerite, che ne era completamente sconvolta e che la scena della sera prima e la mia lettera rabbiosa del mattino l’avevano costretta a mettersi a letto. In breve, senza farmi alcun rimprovero, Marguerite mi mandava a chiedere un po’ di pietà, poiché non aveva più la forza morale o fisica per sopportare ciò che le facevo soffrire.
"Che Mlle. Gautier", dissi a Prudence, "mi cacci da casa sua è del tutto ragionevole, ma che insulti la donna che amo, con il pretesto che questa donna è la mia amante, è una cosa che non permetterò mai."
"Amico mio", disse Prudence, "sei sotto l’influenza di una donna che non ha né cuore né senso; sei innamorato di lei, è vero, ma questa non è una ragione per torturare una donna che non può difendersi."
"Che Mlle. Gautier mi mandi il suo Conte de N. e le parti saranno uguali."
"Sai bene che non lo farà. Perciò, caro Armand, lasciala stare. Se la vedessi, ti vergogneresti del modo in cui la tratti. È bianca, tossisce... non durerà ancora a lungo."
E Prudence mi tese la mano, aggiungendo:
"Vieni a trovarla; la renderebbe molto felice."
"Non ho alcun desiderio di incontrare M. de N."
"M. de N. non c’è mai. Lei non lo sopporta."
"Se Marguerite desidera vedermi, sa dove abito; venga a trovarmi, ma, per quanto mi riguarda, non metterò mai piede in Rue d’Antin."
"La accoglierai bene?"
"Certamente."
"Bene, sono certa che verrà."
"Che venga."
"Sarai fuori oggi?"
"Sarò in casa per tutta la sera."
"Glielo dirò."
E Prudence mi lasciò.
Non scrissi nemmeno per dire a Olympe di non aspettarmi. Non mi preoccupavo mai molto di lei, andando a trovarla a stento una sera a settimana. Si consolava, credo, con un attore di un teatro o di un altro.
Uscii per cena e tornai quasi subito. Feci accendere il fuoco nella mia stanza e dissi a Joseph che poteva uscire.
Non posso darvi un’idea delle diverse impressioni che mi agitarono durante l’ora in cui attesi; ma quando, verso le nove, udii un campanello, si affollarono tutte in un’emozione tale che, mentre aprivo la porta, fui costretto ad appoggiarmi al muro per non cadere.
Fortunatamente l’anticamera era in penombra e il cambiamento del mio volto era meno visibile. Marguerite entrò.
Era vestita di nero e velata. Riuscivo a malapena a riconoscere il suo volto attraverso il velo. Andò in salotto e sollevò il velo. Era pallida come il marmo.
"Sono qui, Armand", disse; "volevi vedermi e sono venuta."
E lasciando cadere la testa sulle mani, scoppiò in lacrime.
Le andai incontro.
"Cosa c’è?", le dissi a bassa voce.
Mi strinse la mano senza dire una parola, poiché le lacrime velavano ancora la sua voce. Ma dopo alcuni minuti, riprendendosi un poco, mi disse:
"Sei stato molto cattivo con me, Armand, e io non ti ho fatto nulla."
"Nulla?", risposi, con un sorriso amaro.
"Nulla se non ciò che le circostanze mi hanno costretto a fare."
Non so se abbiate mai provato in vita vostra, o se mai proverete, ciò che ho provato io alla vista di Marguerite.
L’ultima volta che era venuta a trovarmi, si era seduta nello stesso posto in cui sedeva ora; solo che, da allora, era stata l’amante di un altro uomo, baci diversi dai miei avevano toccato le sue labbra, verso le quali, mio malgrado, le mie si protendevano, eppure sentivo di amare questa donna tanto, forse più di quanto l’avessi mai amata.
Mi fu difficile iniziare la conversazione sull’argomento che l’aveva condotta lì. Marguerite, senza dubbio, se ne rese conto, poiché continuò:
"Sono venuta a disturbarti, Armand, perché ho due cose da chiederti: perdono per quello che ho detto ieri a Mlle. Olympe, e pietà per quello che sei forse ancora pronto a farmi. Intenzionalmente o meno, dal tuo ritorno mi hai dato così tanto dolore che sarei incapace ora di sopportare un quarto di ciò che ho sopportato finora. Avrai pietà di me, non è vero? E capirai che un uomo che non è privo di cuore ha altre cose più nobili da fare che vendicarsi di una donna malata e triste come me. Guarda, prendi la mia mano. Ho la febbre. Ho lasciato il mio letto per venire da te, e chiedere, non la tua amicizia, ma la tua indifferenza."
Presi la mano di Marguerite. Era ardente e la povera donna tremava sotto il suo mantello di pelliccia.
Avvicinai al fuoco la poltrona su cui era seduta.
"Pensi, dunque, che io non abbia sofferto", dissi, "in quella notte in cui, dopo averti aspettato in campagna, venni a cercarti a Parigi e non trovai altro che la lettera che mi fece quasi impazzire? Come hai potuto ingannarmi, Marguerite, quando ti amavo così tanto?"
"Non parlare di questo, Armand; non sono venuta per parlare di questo. Volevo vederti solo non come un nemico, e volevo prendere la tua mano ancora una volta. Hai un’amante; è giovane, carina, ti ama, si dice. Sii felice con lei e dimenticami."
"E tu. Sei felice, senza dubbio?"
"Ho forse il volto di una donna felice, Armand? Non deridere il mio dolore, tu, che sai meglio di chiunque altro quale sia la sua causa e la sua profondità."
"Dipendeva solo da te non essere affatto infelice, se sei come dici."
"No, amico mio; le circostanze sono state più forti della mia volontà. Ho obbedito, non agli istinti di una donna leggera, come sembri dire, ma a una seria necessità, e a ragioni che un giorno conoscerai, e che ti faranno perdonarmi."
"Perché non mi dici quelle ragioni oggi?"
"Perché non porterebbero a una impossibile riunione tra noi, e ti separerebbero forse da coloro da cui non devi essere separato."
"A chi ti riferisci?"
"Non posso dirtelo."
"Allora mi stai mentendo."
Marguerite si alzò e si diresse verso la porta. Non potevo contemplare questo dolore silenzioso ed espressivo senza esserne toccato, quando paragonavo nella mia mente questa donna pallida e piangente alla ragazza scapestrata che si era fatta beffe di me all’Opera Comique.
"Non te ne andrai", dissi, mettendomi davanti alla porta.
"Perché?"
"Perché, nonostante ciò che mi hai fatto, ti amo ancora, e voglio che tu resti qui."
"Per cacciarmi via domani? No; è impossibile. I nostri destini sono separati; non cercare di riunirli. Mi disprezzerai forse, mentre ora puoi solo odiarmi."
"No, Marguerite", gridai, sentendo tutto il mio amore e tutto il mio desiderio risvegliarsi al contatto di questa donna. "No, dimenticherò tutto, e saremo felici come ci eravamo promessi che saremmo stati."
Marguerite scosse la testa con dubbio e disse:
"Non sono forse la tua schiava, il tuo cane? Fai di me ciò che vuoi. Prendimi; sono tua."
E gettando via mantello e cappello, li scagliò sul divano, e iniziò frettolosamente a sciogliere il davanti del suo vestito, poiché, per una di quelle reazioni così frequenti nel suo malessere, il sangue le salì alla testa e la soffocò. Seguì una tosse dura e secca.
"Dì al mio cocchiere", disse, "di tornare indietro con la carrozza."
Scesi io stesso e lo congedai. Quando tornai, Marguerite era distesa davanti al fuoco e i suoi denti battevano per il freddo.
La presi tra le mie braccia. La svestii, senza che lei facesse un movimento, e la portai, gelata, a letto. Poi mi sedetti accanto a lei e cercai di scaldarla con le mie carezze. Non disse una parola, ma mi sorrise.
Fu una notte strana. Tutta la vita di Marguerite sembrò essere passata nei baci con cui mi ricopriva, e la amavo così tanto che nei miei trasporti di amore febbrile mi chiedevo se non avrei dovuto ucciderla, affinché non appartenesse mai a un altro.
Un mese di amore così, e ne sarebbe rimasto solo il cadavere di cuore o di corpo.
L’alba ci trovò entrambi svegli. Marguerite era livida. Non disse una parola. Di tanto in tanto, grosse lacrime le scendevano dagli occhi e restavano sulle guance, brillanti come diamanti. Le sue braccia sottili si aprivano, di tanto in tanto, per stringermi forte, e ricadevano impotenti sul letto.
Per un momento mi sembrò di poter dimenticare tutto ciò che era accaduto da quando avevo lasciato Bougival, e dissi a Marguerite:
"Andiamo via e lasciamo Parigi?"
"No, no!", disse, quasi con spavento; "saremmo troppo infelici. Non posso fare più nulla per renderti felice, ma finché ci sarà un soffio di vita in me, sarò la schiava dei tuoi capricci. A qualunque ora del giorno o della notte vorrai, vieni, e io sarò tua; ma non legare più il tuo futuro al mio, saresti troppo infelice e mi renderesti troppo infelice. Sarò ancora carina per un po’; approfittane, ma non chiedere nient’altro."
Quando se ne fu andata, rimasi spaventato dalla solitudine in cui mi lasciava. Due ore dopo ero ancora seduto sul bordo del letto, a guardare il cuscino che conservava l’impronta della sua forma, e a chiedermi cosa sarebbe stato di me, tra il mio amore e la mia gelosia.
Alle cinque, senza sapere cosa stessi per fare, andai in Rue d’Antin.
Nanine mi aprì.
"Madame non può ricevervi", disse in modo imbarazzato.
"Perché?"
"Perché M. le Comte de N. è qui, e ha dato ordini di non far entrare nessuno."
"Giusto", balbettai; "dimenticavo."
Tornai a casa come un uomo ubriaco, e sapete cosa feci in quel momento di delirio di gelosia, che fu abbastanza lungo da permettermi la cosa vergognosa che stavo per compiere? Mi dissi che quella donna si stava facendo beffe di me; la vidi sola col conte, a ripetergli le stesse parole che aveva detto a me nella notte, e, presa una banconota da cinquecento franchi, gliela inviai con queste parole:
«Siete partita così in fretta che ho dimenticato di pagarvi. Ecco il prezzo della vostra notte».
Poi, quando la lettera fu spedita, uscii come per liberarmi dall'istantaneo rimorso di questa azione infame.
Andai a trovare Olympe, che trovai intenta a provare dei vestiti, e quando fummo soli cantò canzoni oscene per divertirmi. Era il tipo stesso della cortigiana svergognata, senza cuore e senza senno, almeno per me, poiché forse altri uomini avrebbero potuto sognarla come io sognavo Marguerite. Mi chiese del denaro. Glielo diedi e, libero quindi di andarmene, tornai a casa.
Marguerite non aveva risposto.
Non ho bisogno di dirvi in quale stato di agitazione trascorsi il giorno seguente. Alle nove e mezza un fattorino mi portò una busta contenente la mia lettera e la banconota da cinquecento franchi, senza una parola di più.
«Chi vi ha dato questo?» chiesi all'uomo.
«Una signora che stava partendo con la sua cameriera col corriere successivo per Boulogne, e che mi ha detto di non prenderlo finché la carrozza non fosse stata fuori dal cortile».
Mi precipitai in Rue d’Antin.
«Madame è partita per l’Inghilterra alle sei», disse il portinaio.
Non c’era più nulla a trattenermi a Parigi, né odio né amore. Ero esausto per quella serie di colpi. Uno dei miei amici stava partendo per un viaggio in Oriente. Dissi a mio padre che avrei voluto accompagnarlo; mio padre mi diede tratte e lettere di presentazione e, otto o dieci giorni dopo, mi imbarcai a Marsiglia.
Fu ad Alessandria che appresi da un addetto all'ambasciata, che avevo talvolta visto da Marguerite, che la povera ragazza era gravemente malata.
Le scrissi allora la lettera a cui rispose nel modo che sapete; la ricevetti a Tolone.
Partii subito, e voi conoscete il resto.
Ora non vi resta che leggere alcuni fogli che Julie Duprat mi ha dato; sono il miglior commento a ciò che vi ho appena raccontato.
Capitolo XXV
Armand, stanco per quel lungo racconto, spesso interrotto dalle sue lacrime, si mise le due mani sulla fronte e chiuse gli occhi per pensare, o per cercare di dormire, dopo avermi dato le pagine scritte dalla mano di Marguerite. Qualche minuto dopo, un respiro più rapido mi disse che Armand dormiva, ma di quel sonno leggero che il minimo rumore scaccia.
Questo è ciò che ho letto; lo copio senza aggiungere né omettere una sillaba:
Oggi è il 15 dicembre. Sono malata da tre o quattro giorni. Stamattina sono rimasta a letto. Il tempo è cupo, sono triste; non c'è nessuno accanto a me. Penso a te, Armand. E tu, dove sei, mentre scrivo queste righe? Lontano da Parigi, lontano, lontano, mi dicono, e forse hai già dimenticato Marguerite. Ebbene, sii felice; ti devo gli unici momenti felici della mia vita.
Non posso fare a meno di voler spiegarti tutta la mia condotta, e ti ho scritto una lettera; ma, scritta da una ragazza come me, una tale lettera potrebbe sembrare una menzogna, a meno che la morte non l'abbia santificata con la sua autorità e, invece di una lettera, non fosse una confessione.
Oggi sono malata; potrei morire di questa malattia, poiché ho sempre avuto il presentimento che morirò giovane. Mia madre morì di tisi, e il modo in cui sono sempre vissuta non poteva che accrescere l'unica eredità che mi ha lasciato. Ma non voglio morire senza chiarirti tutto di me; questo, se, al tuo ritorno, ti interesserai ancora alla povera ragazza che amavi prima di partire.
Questo è ciò che conteneva la lettera; mi piacerà riscriverla, così da darmi un'altra prova della mia giustificazione.
Ricordi, Armand, come l'arrivo di tuo padre ci sorprese a Bougival; ricordi l'involontario spavento che il suo arrivo mi causò, e la scena che avvenne tra te e lui, che mi raccontasti la sera.
Il giorno seguente, quando eri a Parigi ad aspettare tuo padre, ed egli non tornava, un uomo venne alla porta e consegnò una lettera di M. Duval.
La sua lettera, che accludo a questa, mi pregava, nei termini più seri, di tenerti lontano il giorno seguente, con un pretesto o con un altro, e di vedere tuo padre, che desiderava parlarmi, e mi chiedeva espressamente di non dirti nulla a riguardo.
Sai come ho insistito affinché tu tornassi a Parigi il giorno dopo.
Eri partito da solo un'ora quando tuo padre si presentò. Non dirò quale impressione mi fece il suo volto severo. Tuo padre aveva la vecchia teoria che una cortigiana sia un essere senza cuore né ragione, una sorta di macchina per coniare oro, sempre pronta, come la macchina, a stritolare la mano che le dà tutto, e a fare a pezzi, senza pietà o discernimento, coloro che la mettono in moto.
Tuo padre mi aveva scritto una lettera molto cortese, affinché potessi acconsentire a vederlo; non si presentò affatto come aveva scritto. Il suo modo di fare all'inizio fu così rigido, insolente e persino minaccioso, che dovetti fargli capire che ero a casa mia e che non avevo bisogno di rendergli conto della mia vita, se non a causa del sincero affetto che nutrivo per suo figlio.
M. Duval si calmò un poco, ma continuò a dire che non poteva più permettere che suo figlio si rovinasse per me; che ero bella, era vero, ma, per quanto bella potessi essere, non avrei dovuto usare la mia bellezza per guastare il futuro di un giovane con le spese che gli stavo causando.
A quel punto c'era una sola cosa da fare, mostrargli la prova che, da quando ero la tua amante, non avevo risparmiato alcun sacrificio per esserti fedele senza chiedere più denaro di quanto tu ne avessi da darmi. Gli mostrai le ricevute del monte di pietà, le ricevute delle persone a cui avevo venduto ciò che non potevo impegnare; gli parlai della mia risolutezza nel separarmi dai miei mobili per pagare i miei debiti e vivere con te senza essere una spesa troppo gravosa. Gli parlai della nostra felicità, di come tu mi avessi mostrato la possibilità di una vita più tranquilla e felice, ed egli finì per cedere all'evidenza, offrendomi la mano e chiedendomi perdono per il modo in cui mi aveva inizialmente avvicinata.
Poi mi disse:
«Dunque, madame, non è con i rimproveri o con le minacce, ma con le suppliche che devo cercare di ottenere da voi un sacrificio maggiore di quello che avete già fatto per mio figlio».
Tremai a questo inizio.
Tuo padre si avvicinò, mi prese entrambe le mani e continuò con voce affettuosa:
«Figlia mia, non prendere a male ciò che ho da dirti; ricorda solo che ci sono talvolta nella vita crudeli necessità per il cuore, ma che bisogna sottomettervisi. Voi siete buona, la vostra anima ha una generosità sconosciuta a molte donne che forse vi disprezzano, e sono meno degne di voi. Ma ricordate che non c'è solo l'amante, ma la famiglia; che oltre all'amore ci sono i doveri; che all'età della passione succede l'età in cui l'uomo, se vuole essere rispettato, deve piantarsi solidamente in una posizione seria. Mio figlio non ha fortuna, eppure è pronto ad abbandonarvi l'eredità di sua madre. Se accettasse da voi il sacrificio che state per fare, il suo onore e la sua dignità gli imporrebbero di darvi, in cambio, questa rendita, che vi metterebbe sempre al riparo dalle avversità. Ma egli non può accettare questo sacrificio, perché il mondo, che non vi conosce, darebbe un'interpretazione errata a questa accettazione, e una tale interpretazione non deve infangare il nome che portiamo. Nessuno considererebbe se Armand vi ami, se voi lo amiate, se questo amore reciproco significhi felicità per lui e redenzione per voi; vedrebbero una sola cosa: che Armand Duval ha permesso a una mantenuta (perdonatemi, figlia mia, per ciò che sono costretto a dirvi) di vendere tutto ciò che aveva per lui. Allora giungerebbe il giorno dei rimproveri e dei rimpianti, siatene certa, per voi o per altri, e portereste entrambi una catena che non potreste spezzare. Cosa fareste allora? La vostra giovinezza sarebbe perduta, il futuro di mio figlio distrutto; e io, suo padre, dovrei ricevere da uno solo dei miei figli la ricompensa che mi aspetto da entrambi.
«Voi siete giovane, bella, la vita vi consolerà; siete nobile, e il ricordo di una buona azione vi riscatterà da molte azioni passate. Durante i sei mesi che vi conosce, Armand mi ha dimenticato. Gli ho scritto quattro volte, e non ha mai risposto una sola volta. Avrei potuto morire senza che lui lo sapesse!
«Qualunque sia la vostra risoluzione di vivere diversamente da come avete vissuto, Armand, che vi ama, non acconsentirà mai alla reclusione a cui la sua modesta fortuna vi condannerebbe, e a cui la vostra bellezza non vi dà diritto. Chissà cosa farebbe allora! Ha giocato, lo so; senza parlarvene, lo so anche, ma, in un momento di follia, avrebbe potuto perdere parte di ciò che ho risparmiato, durante molti anni, per la dote di mia figlia, per lui, e per il riposo della mia vecchiaia. Ciò che avrebbe potuto accadere può ancora accadere.
«Siete sicura, inoltre, che la vita a cui state rinunciando per lui non tornerà mai ad attrarvi? Siete sicura, voi che lo avete amato, che non amerete mai un altro? Non soffrireste nel vedere gli ostacoli posti dal vostro amore alla vita del vostro amante, ostacoli per i quali sareste impotente a consolarlo, se, con l'età, pensieri di ambizione dovessero succedere ai sogni d'amore? Riflettete su tutto ciò, madame. Voi amate Armand; provateglielo con l'unico mezzo che vi rimane di provarglielo ancora, sacrificando il vostro amore al suo futuro. Nessuna disgrazia è ancora accaduta, ma ne accadrà una, e forse più grande di quelle che prevedo. Armand potrebbe diventare geloso di un uomo che vi ha amato; potrebbe provocarlo, battersi, essere ucciso. Pensate, allora, a cosa soffrireste in presenza di un padre che vi chiedesse di rendere conto della vita di suo figlio!
«Infine, cara figlia, lasciate che vi dica tutto, perché non vi ho ancora detto tutto, lasciate che vi dica cosa mi ha portato a Parigi. Ho una figlia, come vi ho detto, giovane, bella, pura come un angelo. Ama, e anche lei ha fatto di questo amore il sogno della sua vita. Ho scritto tutto ciò ad Armand, ma, assorbito da voi, non ha risposto. Ebbene, mia figlia sta per sposarsi. Sta per sposare l'uomo che ama; entra in una famiglia onorevole, che richiede che la mia non sia da meno. La famiglia dell'uomo che sta per diventare mio genero ha saputo che tipo di vita conduce Armand a Parigi, e mi ha dichiarato che il matrimonio sarà annullato se Armand continuerà questa vita. Il futuro di una figlia che non ha fatto nulla contro di voi, e che ha il diritto di guardare a un futuro felice, è nelle vostre mani. Avete il diritto, avete la forza di infrangerlo? In nome del vostro amore e del vostro pentimento, Marguerite, concedetemi la felicità di mia figlia».
Piangevo in silenzio, amico mio, a tutte queste riflessioni che avevo fatto così spesso, e che, nella bocca di tuo padre, assumevano una realtà ancora più seria. Mi dicevo tutto ciò che tuo padre non osava dirmi, sebbene gli fosse giunto alle labbra venti volte: che ero, dopo tutto, solo una mantenuta, e che qualunque scusa avessi dato per la nostra relazione, sarebbe sembrata sempre calcolo da parte mia; che il mio passato non mi lasciava alcun diritto di sognare un tale futuro, e che stavo accettando responsabilità per le quali le mie abitudini e la mia reputazione erano tutt'altro che una garanzia. In breve, ti amavo, Armand.
Il modo paterno in cui M. Duval mi aveva parlato; i ricordi puri che aveva risvegliato in me; il rispetto di questo vecchio, che avrei guadagnato; il tuo, che ero sicura di guadagnare in seguito: tutto ciò richiamava nel mio cuore pensieri che mi elevavano ai miei stessi occhi con una sorta di santo orgoglio, sconosciuto fino ad allora. Quando pensavo che un giorno questo vecchio, che ora mi implorava per il futuro di suo figlio, avrebbe detto a sua figlia di mischiare il mio nome alle sue preghiere, come il nome di un'amica misteriosa, mi sembrava di trasformarmi, e sentivo un orgoglio in me stessa.
L'esaltazione del momento forse esagerava la verità di queste impressioni, ma era ciò che provavo, amico, e questi nuovi sentimenti misero a tacere il ricordo dei giorni felici che avevo trascorso con te.
«Ditemi, signore», dissi a vostro padre, asciugandomi le lacrime, «credete che io ami vostro figlio?»
«Sì», disse M. Duval.
«Con un amore disinteressato?»
«Sì».
«Credete che io abbia fatto di questo amore la speranza, il sogno, il perdono della mia vita?»
«Assolutamente».
«Ebbene, signore, abbracciatemi una volta, come abbraccereste vostra figlia, e vi giuro che quel bacio, l'unico bacio casto che abbia mai avuto, mi renderà forte contro il mio amore, e che entro una settimana vostro figlio sarà di nuovo al vostro fianco, forse infelice per un tempo, ma guarito per sempre».
«Siete una nobile ragazza», rispose vostro padre, baciandomi sulla fronte, «e state facendo un tentativo per il quale Dio vi ricompenserà; ma temo molto che non avrete alcuna influenza su mio figlio».
«Oh, state tranquillo, signore; egli mi odierà».
Dovevo erigere tra noi, tanto per me quanto per te, una barriera insormontabile.
Scrissi a Prudence per dire che accettavo la proposta del Comte de N., e che doveva dirgli che avrei cenato con lei e con lui. Sigillai la lettera e, senza dirgli cosa contenesse, chiesi a tuo padre di farla recapitare al suo indirizzo una volta giunto a Parigi.
Mi chiese cosa contenesse.
«Il bene di vostro figlio», risposi.
Tuo padre mi abbracciò ancora una volta. Sentii due lacrime grate sulla fronte, come il battesimo delle mie colpe passate, e nel momento in cui acconsentii a darmi a un altro uomo ardevo di orgoglio al pensiero di ciò che stavo riscattando con questa nuova colpa.
Era del tutto naturale, Armand. Mi dicesti che tuo padre era l'uomo più onesto del mondo.
M. Duval tornò alla sua carrozza e partì per Parigi.
Ero solo una donna, e quando ti rividi non potei fare a meno di piangere, ma non cedetti.
Ho fatto bene? È ciò che mi chiedo oggi, mentre giaccio malata nel mio letto, che non lascerò forse più, se non da morta.
Tu sei testimone di ciò che ho provato mentre l'ora della nostra separazione si avvicinava; tuo padre non era più lì a sostenermi, e ci fu un momento in cui stavo per confessarti tutto, tanto ero terrorizzata dall'idea che tu avresti finito per odiarmi e disprezzarmi.
Una cosa a cui forse non crederai, Armand, è che ho pregato Dio di darmi la forza; e ciò che prova che egli accettò il mio sacrificio è che mi diede la forza che avevo invocato.
A cena avevo ancora bisogno di aiuto, perché non riuscivo a pensare a ciò che stavo per fare, tanto temevo che il mio coraggio venisse meno. Chi avrebbe mai detto che io, Marguerite Gautier, avrei sofferto così al solo pensiero di un nuovo amante? Bevvi per dimenticare, e quando mi svegliai il giorno dopo ero accanto al conte.
Questa è tutta la verità, amico. Giudicami e perdonami, come io ti ho perdonato per tutto il male che mi hai fatto da quel giorno.
Capitolo XXVI
Ciò che seguì quella notte fatale lo sai bene quanto me; ma ciò che non puoi sapere, ciò che non puoi sospettare, è quanto ho sofferto dopo la nostra separazione.
Sentii dire che tuo padre ti aveva portato via con sé, ma ero certa che non avresti potuto vivere a lungo lontano da me, e quando ti incontrai agli Champs-Élysées, fui un po' turbata, ma per nulla sorpresa.
Poi iniziò quella serie di giorni; ognuno di essi mi portava un nuovo insulto da parte tua. Li accolsi tutti con una sorta di gioia, poiché, oltre a provarmi che mi amavi ancora, mi sembrava che più mi perseguitassi, più sarei stata elevata ai tuoi occhi quando avessi saputo la verità.
Non meravigliarti della mia gioia nel martirio, Armand; il tuo amore per me aveva aperto il mio cuore a nobili entusiasmi.
Tuttavia, non fui così forte fin da subito.
Tra il tempo del sacrificio fatto per te e il tempo del tuo ritorno trascorse un lungo periodo, durante il quale fui costretta a ricorrere a mezzi fisici per non impazzire, e per essere accecata e assordata nel vortice di vita in cui mi gettai. Prudence ti ha raccontato (non è vero?) come andassi a tutte le feste e ai balli e alle orge. Avevo una sorta di speranza di uccidermi con tutti questi eccessi, e penso che non passerà molto prima che questa speranza si realizzi. La mia salute naturalmente peggiorò sempre di più, e quando mandai Mme. Duvernoy a chiederti pietà ero completamente esausta, nel corpo e nell'anima.
Non ti ricorderò, Armand, il contraccambio che desti all'ultima prova d'amore che ti diedi, e l'oltraggio con cui scacciasti una donna morente, che non poté resistere alla tua voce quando ti chiese una notte d'amore, e che, come una sciocca, pensò per un istante di poter unire di nuovo il passato col presente. Avevi il diritto di fare ciò che facesti, Armand; la gente non ha sempre dato un prezzo così alto a una mia notte!
Lasciai tutto dopo quello. Olympe ha preso il mio posto presso il Comte de N., e gli ha raccontato, mi dicono, i motivi del mio abbandono. Il Comte de G. era a Londra. È uno di quegli uomini che danno a corteggiare donne come me solo l'importanza di un piacevole passatempo, e che sono così in grado di rimanere amici delle donne, non odiandole perché non ne sono mai stati gelosi, ed è, anche, uno di quei gran signori che aprono solo una parte del loro cuore a noi, ma tutto il loro portafoglio. Fu a lui che pensai immediatamente. Lo raggiunsi a Londra. Mi ricevette con tutta la gentilezza possibile, ma lì era l'amante di una donna della società, e temeva di compromettersi se fosse stato visto con me. Mi presentò ai suoi amici, che diedero una cena in mio onore, dopo di che uno di loro mi portò a casa con sé.
Che cos’altro potevo fare, amico mio? Se mi fossi uccisa, avrei gravato la tua vita, che deve essere felice, di un rimorso inutile; e poi, che senso ha uccidersi quando si è già così vicini alla morte?
Divenni un corpo senz’anima, una cosa senza pensieri; vissi per qualche tempo in quel modo automatico; poi tornai a Parigi e chiesi di te; seppi allora che eri partito per un lungo viaggio. Non c’era più nulla a trattenermi in vita. La mia esistenza divenne quella che era stata due anni prima di conoscerti. Provai a riconquistare il duca, ma l’avevo offeso troppo profondamente. I vecchi non sono pazienti, senza dubbio perché si rendono conto di non essere eterni. Divenni più debole ogni giorno. Ero pallida, triste e più magra che mai. Gli uomini che comprano l’amore esaminano la merce prima di prenderla. A Parigi c’erano donne in salute migliore e non così magre come me; fui piuttosto dimenticata. Questo è tutto il passato fino a ieri.
Ora sono gravemente malata. Ho scritto al duca per chiedergli denaro, poiché non ne ho, e i creditori sono tornati e vengono da me con le loro fatture con spietata perseveranza. Risponderà il duca? Perché non sei a Parigi, Armand? Verresti a trovarmi e le tue visite mi farebbero bene.
20 dicembre.
Il tempo è orribile; nevica e sono sola. Sono in preda a una tale febbre da tre giorni che non ho potuto scriverti una parola. Nessuna notizia, amico mio; ogni giorno spero vagamente in una lettera da parte tua, ma non arriva, e senza dubbio non arriverà mai. Solo gli uomini sono abbastanza forti da non perdonare. Il duca non ha risposto.
Prudence sta impegnando di nuovo le mie cose.
Sputo sangue continuamente. Oh, avresti pietà di me se potessi vedermi. Sei davvero felice di stare sotto un cielo caldo e non, come me, con un intero inverno di ghiaccio sul petto. Oggi mi sono alzata per un po’, ho guardato attraverso le tende della mia finestra e ho osservato la vita di Parigi passare sotto di me, la vita con la quale ormai non ho più nulla a che fare. Ho visto i volti di alcune persone che conoscevo passare rapidamente, gioiose e incuranti. Nessuno ha alzato gli occhi verso la mia finestra. Tuttavia, alcuni giovani sono venuti a chiedere di me. Ero già stata malata una volta e tu, sebbene non mi conoscessi, sebbene non avessi avuto da me nient’altro che un’impertinenza il giorno in cui ti incontrai per la prima volta, venivi a chiedere di me ogni giorno. Abbiamo trascorso sei mesi insieme. Avevo per te tutto l’amore che il cuore di una donna può contenere e dare, e tu sei lontano, mi maledici e non c’è una parola di consolazione da parte tua. Ma è solo il caso che ti ha fatto allontanare da me, ne sono certa, perché se tu fossi a Parigi, non lasceresti il mio capezzale.
25 dicembre.
Il mio medico mi dice che non devo scrivere ogni giorno. E in effetti i miei ricordi non fanno che aumentare la mia febbre, ma ieri ho ricevuto una lettera che mi ha fatto bene, più per ciò che diceva che per l’aiuto materiale che conteneva. Posso scriverti, dunque, oggi. Questa lettera è di tuo padre, ed ecco cosa dice:
«MADAME: Ho appena saputo che siete malata. Se fossi a Parigi verrei io stesso a chiedere di voi; se mio figlio fosse qui lo manderei; ma non posso lasciare C., e Armand è a seicento o settecento leghe da qui; permettetemi, dunque, semplicemente di scrivervi, madame, per dirvi quanto mi addolori apprendere della vostra malattia, e credete ai miei sinceri auguri per una pronta guarigione.
«Uno dei miei buoni amici, il signor H., passerà a trovarvi; avrete la gentilezza di riceverlo? Gli ho affidato un incarico, del cui esito attendo con impazienza.
«Credetemi, madame,
«Vostro devotissimo.»
Questa è la lettera che mi ha mandato. Tuo padre ha un cuore nobile; amalo bene, amico mio, perché pochi uomini sono così degni di essere amati. Questo foglio firmato con il suo nome mi ha fatto più bene di tutte le ricette del nostro grande medico.
Stamattina è passato il signor H. Sembrava molto imbarazzato dalla delicata missione che il signor Duval gli aveva affidato. In effetti, è venuto a portarmi tremila franchi da parte di tuo padre. Volevo rifiutare all’inizio, ma il signor H. mi ha detto che il mio rifiuto avrebbe contrariato il signor Duval, il quale lo aveva autorizzato a darmi questa somma ora, e in seguito tutto ciò di cui potessi aver bisogno. Ho accettato, perché, provenendo da tuo padre, non poteva essere esattamente ricevere l’elemosina. Se sarò morta quando tornerai, mostra a tuo padre ciò che ho scritto per lui e digli che, nel tracciare queste righe, la povera donna alla quale egli è stato così gentile da scrivere una lettera tanto consolatoria ha versato lacrime di gratitudine e ha pregato Dio per lui.
4 gennaio.
Ho passato giorni terribili. Non avrei mai creduto che il corpo potesse soffrire così. Oh, la mia vita passata! La pago doppia ora.
C’è stato qualcuno a vegliarmi ogni notte; non riesco a respirare. Ciò che resta della mia povera esistenza è diviso tra il delirio e la tosse.
La sala da pranzo è piena di dolci e di ogni sorta di regali che i miei amici hanno portato. Alcuni di loro, oso dire, sperano che io diventi la loro amante più avanti. Se potessero vedere cosa ha fatto di me la malattia, fuggirebbero terrorizzati.
Prudence sta facendo i suoi regali di Capodanno con quelli che ho ricevuto io.
C’è il disgelo e il medico dice che potrei uscire tra qualche giorno se il bel tempo continua.
8 gennaio.
Sono uscita ieri in carrozza. Il tempo era incantevole. Gli Champs-Elysées erano pieni di gente. Era come il primo sorriso della primavera. Tutto intorno a me aveva un’aria di festa. Non sapevo prima che un raggio di sole potesse contenere tanta gioia, dolcezza e consolazione.
Ho incontrato quasi tutte le persone che conoscevo, tutte felici, tutte assorbite nei loro piaceri. Quante persone felici non sanno nemmeno di essere felici! Olympe mi è passata accanto in un’elegante carrozza che il signor de N. le ha regalato. Ha cercato di insultarmi con lo sguardo. Non sa quanto io sia lontana da queste cose ora. Un bel ragazzo, che conosco da molto tempo, mi ha chiesto se avrei cenato con lui e un suo amico, che, diceva, era molto ansioso di fare la mia conoscenza. Ho sorriso tristemente e gli ho dato la mano, che bruciava di febbre. Non ho mai visto un volto così stupito.
Sono rientrata alle quattro e avevo un certo appetito per la cena. Uscire mi ha fatto bene. Se solo potessi guarire! Come la vista della vita e della felicità degli altri dia il desiderio di vivere a coloro che, solo la sera prima, nella solitudine della loro anima e nell’ombra della loro stanza di malati, volevano solo morire presto!
10 gennaio.
La speranza di guarire era solo un sogno. Sono di nuovo a letto, coperta di cerotti che mi bruciano. Se dovessi offrire il corpo che la gente ha pagato così caro un tempo, quanto darebbero, mi chiedo, oggi?
Dobbiamo aver commesso qualcosa di molto malvagio prima di nascere, o altrimenti dobbiamo essere destinati a essere davvero molto felici quando saremo morti, affinché Dio permetta che questa vita abbia tutte le torture dell’espiazione e tutti i dolori di una prova.
12 gennaio.
Sto sempre male.
Il conte de N. mi ha mandato del denaro ieri. Non l’ho tenuto. Non voglio nulla da quell’uomo. È per colpa sua che tu non sei qui.
Oh, quel bel tempo a Bougival! Dov’è ora?
Se uscirò viva da questa stanza farò un pellegrinaggio alla casa in cui abbiamo vissuto insieme, ma non la lascerò mai finché non sarò morta.
Chi sa se ti scriverò domani?
25 gennaio.
Non dormo da undici notti. Mi soffoco. Immagino a ogni istante di stare per morire. Il medico mi ha proibito di toccare una penna. Julie Duprat, che si prende cura di me, mi lascia scriverti queste poche righe. Non tornerai prima che io muoia? È tutto finito tra noi per sempre? Mi sembra che potrei guarire se tu venissi. A cosa servirebbe guarire?
28 gennaio.
Stamattina sono stata svegliata da un gran rumore. Julie, che dormiva nella mia stanza, è corsa in sala da pranzo. Ho sentito voci di uomini e le sue che protestavano invano contro di loro. È tornata piangendo.
Erano venuti a pignorare le mie cose. Le ho detto di lasciare che ciò che chiamano giustizia faccia il suo corso. L’ufficiale giudiziario è entrato nella mia stanza con il cappello in testa. Ha aperto i cassetti, ha scritto quello che vedeva e non sembrava nemmeno accorgersi che c’era una donna morente nel letto che fortunatamente la carità della legge mi lascia.
Ha detto, in verità, prima di andarsene, che avrei potuto fare ricorso entro nove giorni, ma ha lasciato dietro di sé un uomo a fare la guardia. Dio mio! Cosa ne sarà di me? Questa scena mi ha fatto stare peggio di prima. Prudence voleva andare a chiedere denaro all’amico di tuo padre, ma non gliel’ho permesso.
Ho ricevuto la tua lettera stamattina. Ne avevo bisogno. La mia risposta ti raggiungerà in tempo? Mi vedrai mai più? Questo è un giorno felice e mi ha fatto dimenticare tutti i giorni che ho passato nelle ultime sei settimane. Mi sembra di stare meglio, nonostante il senso di tristezza sotto l’impressione del quale ti ho risposto.
Dopo tutto, nessuno è infelice per sempre.
Quando penso che potrebbe capitarmi di non morire, che tu torni, di rivedere la primavera, che tu mi ami ancora e che ricominciamo la vita dell’anno scorso!
Sciocca che sono! Riesco a stento a tenere la penna con cui ti scrivo di questo folle sogno del mio cuore.
Qualunque cosa accada, ti ho amato molto, Armand, e sarei morta molto tempo fa se non avessi avuto il ricordo del tuo amore a sostenermi e una sorta di vaga speranza di vederti di nuovo accanto a me.
4 febbraio.
Il conte de G. è tornato. La sua amante gli è stata infedele. È molto triste; le voleva molto bene. È venuto a raccontarmi tutto. Il poveretto è messo piuttosto male quanto a denaro; ciononostante, ha pagato il mio ufficiale giudiziario e ha mandato via l’uomo.
Gli ho parlato di te e mi ha promesso che ti racconterà di me. Ho dimenticato di essere stata la sua amante e lui ha cercato di farmi dimenticare a sua volta. È un buon amico.
Il duca ha mandato ieri a chiedere di me e stamattina è venuto a trovarmi. Non so come il vecchio riesca ancora a restare in vita. È rimasto con me tre ore senza dire venti parole. Due lacrime grosse gli sono cadute dagli occhi quando ha visto quanto ero pallida. Il ricordo della morte di sua figlia lo ha fatto piangere, senza dubbio. La vedrà morire due volte. Aveva la schiena curva, la testa china verso terra, le labbra abbassate, gli occhi vacui. L’età e il dolore pesano col doppio del peso sul suo corpo logoro. Non mi ha rimproverato. Sembrava che gioisse segretamente nel vedere i devasti che la malattia ha fatto in me. Sembrava fiero di essere ancora in piedi, mentre io, che sono ancora giovane, sono distrutta dalla sofferenza.
Il maltempo è tornato. Nessuno viene a trovarmi. Julie veglia su di me quanto più può. Prudence, alla quale non posso più dare tanto quanto ero solita fare, comincia a trovare scuse per non venire.
Ora che sono così vicina alla morte, nonostante quello che dicono i medici, perché ne ho diversi, il che dimostra che sto peggiorando, mi pento quasi di aver dato ascolto a tuo padre; se avessi saputo che avrei preso solo un anno del tuo futuro, non avrei potuto resistere al desiderio di trascorrere quell’anno con te e, almeno, sarei morta con un amico a tenermi la mano. È vero che, se avessimo vissuto insieme quest’anno, non sarei morta così presto.
Sia fatta la volontà di Dio!
5 febbraio.
Oh, vieni, vieni, Armand! Soffro orribilmente; sto per morire, Dio mio! Ero così infelice ieri che volevo trascorrere la serata, che sembrava dovesse essere lunga quanto l’ultima, ovunque fuorché a casa. Il duca è venuto al mattino. Mi sembra che la vista di questo vecchio, che la morte ha dimenticato, mi faccia morire più in fretta.
Nonostante la febbre bruciante che mi divorava, mi sono fatta vestire e portare al Vaudeville. Julie mi ha messo un po’ di rossetto, senza il quale sarei sembrata un cadavere. Avevo il palco dove ti diedi il nostro primo appuntamento. Per tutto il tempo ho avuto gli occhi fissi sulla platea dove sedevi quel giorno, sebbene ci fosse una sorta di campagnolo, che rideva rumorosamente di tutte le sciocchezze che dicevano gli attori. Ero mezza morta quando mi hanno riportata a casa. Ho tossito e sputato sangue tutta la notte. Oggi non posso parlare, riesco a stento a muovere il braccio. Dio mio! Dio mio! Sto per morire! Me lo aspettavo, ma non riesco ad abituarmi al pensiero di soffrire più di quanto soffra ora, e se…
Dopo questo, i pochi caratteri tracciati da Marguerite erano indecifrabili, e ciò che seguiva è stato scritto da Julie Duprat.
18 febbraio.
MONSIEUR ARMAND:
Dal giorno in cui Marguerite ha insistito per andare a teatro, è peggiorata sempre di più. Ha perso completamente la voce e ora l’uso degli arti.
È impossibile dire quanto soffra la nostra povera amica. Non sono abituata a emozioni di questo tipo e sono in uno stato di costante spavento.
Quanto vorrei che tu fossi qui! È quasi sempre delirante; ma delirante o lucida, è sempre il tuo nome che pronuncia, quando riesce a dire una parola.
Il medico mi dice che non le rimane molto tempo. Da quando si è ammalata così gravemente, il vecchio duca non è più tornato. Ha detto al medico che la vista era troppo per lui.
La signora Duvernoy non si sta comportando bene. Questa donna, che pensava di poter ottenere più denaro da Marguerite, a spese della quale viveva quasi completamente, ha contratto debiti che non può onorare e, vedendo che la sua vicina non le è più utile, non viene nemmeno a trovarla. Tutti l’abbandonano. Il signor de G., perseguito per i suoi debiti, ha dovuto tornare a Londra. Partendo, ci ha mandato altro denaro; ha fatto tutto ciò che poteva, ma sono tornati a pignorare le cose e i creditori aspettano solo che lei muoia per vendere tutto.
Volevo usare le mie ultime risorse per impedirlo, ma l’ufficiale giudiziario mi ha detto che è inutile e che ci sono altri pignoramenti in arrivo. Poiché deve morire, è meglio lasciare che tutto vada perduto piuttosto che salvarlo per la sua famiglia, che non si è mai curata di vederla e che non si è mai curata di lei. Non puoi concepire in mezzo a quale dorata miseria stia morendo la povera creatura. Ieri non avevamo assolutamente denaro. Argenteria, gioielli, scialli, tutto è impegnato; il resto è venduto o pignorato. Marguerite è ancora consapevole di ciò che accade intorno a lei e soffre nel corpo, nella mente e nel cuore. Grandi lacrime le rigano le guance, così magre e pallide che non riconosceresti mai il volto di colei che hai amato tanto, se potessi vederla. Mi ha fatto promettere di scriverti quando non potrà più scrivere, e io scrivo davanti a lei. Volge gli occhi verso di me, ma non mi vede più; i suoi occhi sono già velati dall’avvento della morte; eppure sorride, e tutti i suoi pensieri, tutta la sua anima sono tuoi, ne sono certa.
Ogni volta che la porta si apre, i suoi occhi si illuminano e pensa che tu stia per entrare; poi, quando vede che non sei tu, il suo volto riprende l’espressione addolorata, un sudore freddo lo ricopre e gli zigomi si arrossano.
19 febbraio, mezzanotte.
Che triste giornata abbiamo avuto oggi, povero signor Armand! Stamattina Marguerite soffocava; il medico le ha fatto un salasso e la voce le è tornata per un po’. Il medico l’ha pregata di vedere un prete. Ha detto «Sì» ed egli stesso è andato a prendere un abate da Saint-Roch.
Nel frattempo Marguerite mi ha chiamata al suo letto, mi ha chiesto di aprire un armadio, mi ha indicato una cuffia e una lunga camicia coperta di pizzo e ha detto con voce debole:
«Morirò appena mi sarò confessata. Allora mi vestirai con queste cose; è il capriccio di una moribonda.»
Poi mi ha abbracciata piangendo e ha aggiunto:
«Posso parlare, ma soffoco quando parlo; sto soffocando. Aria!»
Sono scoppiata in lacrime, ho aperto la finestra e pochi minuti dopo è entrato il prete. Gli sono andata incontro; quando ha saputo dove si trovava, sembrava temere di essere accolto male.
«Entrate con coraggio, padre,» gli ho detto.
È rimasto pochissimo tempo nella stanza e, quando è uscito, mi ha detto:
«È vissuta peccatrice e morirà cristiana.»
Pochi minuti dopo è tornato con un chierichetto che portava un crocifisso e un sacrestano che li precedeva suonando la campanella per annunciare che Dio stava venendo dalla moribonda.
Sono entrati tutti e tre nella camera da letto dove sono state dette tante parole strane, ma che ora era una sorta di tabernacolo santo.
Mi sono inginocchiata. Non so quanto durerà l’impressione di ciò che ho visto, ma non credo che, finché non toccherà a me, alcuna cosa umana possa farmi un’impressione così profonda.
Il prete ha unto con l’olio santo i piedi, le mani e la fronte della moribonda, ha ripetuto una breve preghiera e Marguerite era pronta a partire per il cielo in cui non dubito andrà, se Dio ha visto la prova della sua vita e la santità della sua morte.
Da allora non ha detto una parola né fatto un movimento. Venti volte l’avrei creduta morta se non l’avessi sentita respirare faticosamente.
20 febbraio, ore 17.
Tutto è finito.
Marguerite è entrata nella sua ultima agonia verso le due. Mai martire ha sofferto tale tortura, a giudicare dalle grida che ha emesso. Due o tre volte si è messa a sedere nel letto, come se volesse trattenere la sua vita, che stava fuggendo verso Dio.
Due o tre volte ha anche pronunciato il tuo nome; poi tutto è taciuto ed è ricaduta sul letto esausta. Lacrime silenziose sono scese dai suoi occhi ed è morta.
Allora mi sono avvicinata a lei; l’ho chiamata e, poiché non rispondeva, le ho chiuso gli occhi e l’ho baciata sulla fronte.
Povera, cara Marguerite, vorrei essere una santa donna affinché il mio bacio potesse raccomandarti a Dio.
Poi l’ho vestita come mi aveva chiesto di fare. Sono andata a cercare un prete a Saint-Roch, ho bruciato due candele per lei e ho pregato in chiesa per un’ora.
Ho dato il denaro che ha lasciato ai poveri.
Non so molto di religione, ma penso che Dio saprà che le mie lacrime erano sincere, le mie preghiere ferventi, le mie elemosine autentiche, e che avrà pietà di colei che, morendo giovane e bella, ha avuto solo me per chiuderle gli occhi e avvolgerla nel suo sudario.
22 febbraio.
Il funerale ha avuto luogo oggi. Molti amici di Marguerite sono venuti in chiesa. Alcuni di loro hanno pianto con sincerità. Quando il corteo funebre si è avviato verso Montmartre, solo due uomini lo hanno seguito: il Comte de G., venuto appositamente da Londra, e il duca, che veniva sorretto da due servitori.
Ti scrivo questi dettagli da casa sua, in mezzo alle mie lacrime e sotto la lampada che arde tristemente accanto a una cena che non posso toccare, come puoi immaginare, ma che Nanine ha preparato per me, poiché non mangio da ventiquattr'ore.
La mia vita non può conservare a lungo queste tristi impressioni, perché la mia vita non è più mia, così come quella di Marguerite non era la sua; ecco perché ti do tutti questi dettagli proprio sul luogo in cui sono avvenuti, nel timore che, se trascorresse troppo tempo tra questi eventi e il tuo ritorno, non sarei in grado di darteli con tutta la loro malinconica esattezza.
Capitolo XXVII
«L’hai letto?» disse Armand, quando ebbi finito il manoscritto.
«Comprendo quanto tu debba aver sofferto, amico mio, se tutto ciò che ho letto è vero.»
«Mio padre lo ha confermato in una lettera.»
Discutemmo per qualche tempo del triste destino che si era compiuto, e tornai a casa per riposare un po’.
Armand, ancora triste, ma un poco sollevato dal racconto della sua storia, si riprese presto, e andammo insieme a fare visita a Prudence e a Julie Duprat.
Prudence era fallita. Ci disse che Marguerite ne era la causa; che durante la sua malattia le aveva prestato molto denaro sotto forma di cambiali, che non poteva pagare, essendo Marguerite morta senza averle restituito il denaro e senza averle dato una ricevuta con la quale potersi presentare come creditrice.
Con l’aiuto di questa favola, che Mme. Duvernoy ripeteva ovunque per giustificare le sue difficoltà economiche, estorse una cambiale da mille franchi ad Armand, il quale non vi credeva, ma fece finta di farlo, per rispetto verso tutti coloro in compagnia dei quali Marguerite aveva vissuto.
Poi andammo da Julie Duprat, che ci raccontò il triste incidente a cui aveva assistito, versando lacrime sincere al ricordo della sua amica.
Infine, ci recammo sulla tomba di Marguerite, sulla quale i primi raggi del sole d'aprile stavano facendo germogliare le prime foglie.
Un dovere rimaneva ad Armand: tornare da suo padre. Desiderava che lo accompagnassi.
Arrivammo a C., dove incontrai M. Duval, così come l’avevo immaginato dal ritratto che suo figlio mi aveva fatto: alto, dignitoso, benevolo.
Accolse Armand con lacrime di gioia e mi strinse la mano affettuosamente. Non tardai a vedere che il sentimento paterno era quello che dominava su ogni altro nella sua mente.
Sua figlia, di nome Blanche, aveva quella trasparenza negli occhi, quella serenità nella bocca che indica un’anima che concepisce solo pensieri santi e labbra che ripetono solo parole pie. Accolse il ritorno del fratello con dei sorrisi, non sapendo, nella purezza della sua giovinezza, che lontano da lì una cortigiana aveva sacrificato la propria felicità alla sola invocazione del suo nome.
Rimasi per qualche tempo nella loro felice famiglia, piena di attenzioni indulgenti per colui che portava loro la convalescenza del suo cuore.
Tornai a Parigi, dove ho scritto questa storia proprio come mi era stata raccontata. Essa ha un solo merito, che forse le sarà negato: quello di essere vera.
Non traggo da questa storia la conclusione che tutte le donne come Marguerite siano capaci di fare tutto ciò che lei ha fatto — tutt’altro; ma ho scoperto che una di loro ha sperimentato un amore serio nel corso della sua vita, che ne ha sofferto e che ne è morta. Ho raccontato al lettore tutto ciò che ho appreso. Era mio dovere.
Non sono l'apostolo del vizio, ma vorrei volentieri essere l'eco di un dolore nobile ovunque io porti la sua voce nella preghiera.
La storia di Marguerite è un’eccezione, lo ripeto; se non fosse stata un’eccezione, non sarebbe valsa la pena di scriverla.