CARMEN
di Prosper Mérimée
Traduzione di Lady Mary Loyd
CAPITOLO I
Avevo sempre sospettato che le autorità geografiche non sapessero quello che si dicessero, quando collocavano il campo di battaglia di Munda nella contea dei Bastuli-Poeni, vicino alla moderna Monda, un paio di leghe a nord di Marbella.
Secondo la mia congettura, fondata sul testo dell'autore anonimo del Bellum Hispaniense, e su certe informazioni raccolte nell'ottima biblioteca posseduta dal duca di Osuna, credevo che il luogo della memorabile contesa, in cui Cesare giocò il tutto per tutto, una volta per sempre, contro i campioni della Repubblica, dovesse cercarsi nei dintorni di Montilla.
Trovandomi in Andalusia nell'autunno del 1830, feci un'escursione abbastanza lunga, col proposito di chiarire certi dubbi che ancora mi opprimevano. Una memoria che ben presto pubblicherò, spero, dissiperà ogni esitazione che possa sussistere nella mente di tutti gli onesti archeologi. Ma prima che la mia dissertazione risolva definitivamente il problema geografico, dalla cui soluzione dipende tutta la dotta Europa, desidero raccontare un piccolo fatto. Non recherà pregiudizio alla interessante questione della esatta località di Munda.
A Cordova avevo preso a nolo una guida e un paio di cavalli, e mi ero messo in cammino senz'altro bagaglio che alcune camicie e i Commentari di Cesare. Mentre un giorno vagavo per le terre alte della piana di Cachena, sfinito dalla fatica, arso dalla sete, scottato da un sole cocente, maledicendo in cuor mio, e con tutta l'anima, Cesare e i figli di Pompeo, il mio sguardo scorse, a una certa distanza dal sentiero che seguivo, un praticello verde, cosparso di giunchi e di canne. Ciò indicava la vicinanza di una sorgente, e infatti, man mano che mi avvicinavo, compresi che quella che sembrava prateria era uno stagno, in cui un ruscello, che pareva scaturire da una gola stretta tra due alti sproni della Sierra di Cabra, entrava e scompariva.
Se risalivo quel ruscello, ragionai, probabilmente avrei trovato acqua più fresca, meno sanguisughe e rane, e forse un po' d'ombra fra le rocce.
All'imbocco della gola, il mio cavallo nitrì, e un altro cavallo, a me invisibile, gli rispose con un nitrito. Prima che avessi avanzato cento passi, la gola si allargò d'improvviso, e scorsi una sorta di anfiteatro naturale, interamente ombreggiato dalle ripe scoscese che lo circondavano da ogni parte. Era impossibile immaginare un luogo di sosta più delizioso per un viaggiatore. Ai piedi dei rocciosi dirupi, il ruscello spumeggiando saliva e ricadeva in una vaschetta, foderata di sabbia bianca come la neve. Cinque o sei splendide querce sempreverdi, riparate dal vento e rinfrescate dalla sorgente, crescevano accanto al bacino e lo ombreggiavano col loro fitto fogliame. E attorno ad esso un tappeto erboso, fitto e lucente, offriva al viandante un letto migliore di qualsiasi albergo in dieci leghe all'intorno.
Il vanto di scoprire quel grazioso luogo non spettava a me. Un uomo vi si stava riposando già — dormendo, senza dubbio — prima che io vi giungessi. Svegliato dal nitrito dei cavalli, si era alzato in piedi e si era avvicinato alla sua cavalcatura, la quale aveva approfittato del sonno del padrone per fare un'abbondante scorpacciata dell'erba circostante. Era un giovanotto attivo, di statura media, ma di corporatura robusta, e dall'espressione fiera e accigliata. La sua carnagione, che un tempo doveva essere stata fine, era abbronzata dal sole, fino a essere più scura dei capelli. Una delle sue mani stringeva la cavezza del cavallo. Nell'altra teneva una tromba a canna corta di ottone.
A tutta prima, confesso, la tromba e l'aspetto selvaggio dell'uomo che la portava mi misero un po' in sospetto. Ma avevo sentito tanto parlare di briganti che, non avendone mai veduto nessuno, avevo finito col non credere alla loro esistenza. E inoltre, avevo visto tanti onesti agricoltori armarsi fino ai denti prima di recarsi al mercato, che la vista di armi da fuoco non mi dava alcun diritto di dubitare del carattere di uno sconosciuto. «E poi», dissi fra me, «che cosa potrebbe fare delle mie camicie e della mia edizione Elzeviro dei Commentari di Cesare?» Così feci un amichevole cenno del capo all'uomo della tromba, e domandai, con un sorriso, se gli avevo disturbato il sonnellino. Senza rispondere, mi squadrò da capo a piedi. Poi, come se quell'esame l'avesse soddisfatto, guardò con altrettanta attenzione la mia guida, che in quel momento sopraggiungeva. Vidi la guida impallidire e fermarsi con un'aria di evidente spavento. «Un incontro sfortunato!» pensai fra me. Ma la prudenza mi consigliò subito di non lasciar trasparire alcun segno di ansietà. Smontai dunque da cavallo. Dissi alla guida di togliere i finimenti ai cavalli, e inginocchiatomi accanto alla sorgente, mi bagnai il capo e le mani, e poi bevetti una lunga sorsata, stendendomi bocconi, come i soldati di Gedeone.
Frattanto, osservavo lo sconosciuto e la mia guida. Quest'ultima sembrava avanzare suo malgrado. Ma l'altro non pareva avere cattive intenzioni verso di noi. Aveva infatti lasciato libero il suo cavallo, e la tromba, che prima teneva in posizione orizzontale, ora pendeva verso terra.
Non giudicando necessario risentirmi della scarsa attenzione che mi veniva usata, mi stesi supino sull'erba e chiesi con calma al proprietario della tromba se avesse del fuoco con sé. Nello stesso tempo tirai fuori il mio portasigari. Lo sconosciuto, sempre senza aprire bocca, trasse fuori la sua pietra focaia e non tardò a darmi fuoco. Era evidente che si andava addomesticando, perché sedette davanti a me, sebbene continuasse a impugnare l'arma. Quando ebbi acceso il sigaro, ne scelsi il migliore che mi restava e gli chiesi se fumava.
«Sì, signore», rispose. Queste erano le prime parole che gli udivo pronunciare, e notai che non pronunciava la lettera s* alla maniera andalusa, onde conclusi che era un viaggiatore come me, sebbene, forse, un po' meno archeologo.
* Gli Andalusi aspirano la s, e la pronunciano come la c dolce e la z, che gli Spagnoli pronunciano come il th inglese. Un Andaluso si riconosce sempre dal modo in cui dice senor.
«Troverà che questo è abbastanza buono», dissi, porgendogli un vero Avana regalia.
Inchinò leggermente il capo, accese il suo sigaro al mio, mi ringraziò con un altro cenno del capo, e cominciò a fumare con un'aria di vivissimo godimento.
«Ah!» esclamò, soffiando lentamente dalla bocca e dalle narici il primo getto di fumo. «Quanto tempo è che non fumavo!»
In Spagna, il dare e l'accettare un sigaro stringe legami di ospitalità simili a quelli che in Oriente si fondano sullo spartire il pane e il sale. Il mio compagno si mostrò più loquace di quanto avrei sperato. Però, sebbene dicesse di appartenere al partido di Montilla, parve molto male informato sul paese. Non conosceva il nome della deliziosa valle in cui ci trovavamo, non sapeva dirmi il nome di nessuno dei villaggi vicini, e quando gli chiesi se non avesse notato da quelle parti avanzi di mura, tegole dai bordi larghi, o pietre scolpite, confessò di non essersi mai curato di cose simili. In compenso, si dimostrò un esperto in materia di cavalli, trovò da ridire sul mio — cosa non difficile — e mi fece la genealogia del suo, che proveniva dalla celebre razza di Cordova. Era davvero una bestia splendida, e, stando a quanto affermava il padrone, così robusta, che una volta aveva coperto trenta leghe in un solo giorno, o di galoppo o di trotto spinto, per tutto il tempo. Nel bel mezzo del racconto, lo sconosciuto si interruppe bruscamente, come se si fosse spaventato e rammaricato di aver detto troppo. «Il fatto è che avevo una grande fretta di arrivare a Cordova», riprese, un po' imbarazzato. «Dovevo presentare un'istanza ai giudici per una causa». Mentre parlava, guardava la mia guida Antonio, che teneva gli occhi bassi.
La sorgente e l'ombra fresca erano così deliziose che mi vennero in mente certe fette di un prosciutto eccellente, che i miei amici di Montilla avevano infilato nella bisaccia della mia guida. Gli ordinai di tirarle fuori, e invitai lo sconosciuto a partecipare al nostro pranzo improvvisato. Se era da tempo che non fumava, certo mi parve che non mangiasse da quarantotto ore almeno. Mangiava come un lupo affamato, e pensai che il mio arrivo doveva essere stato davvero provvidenziale per quel poveretto. Frattanto la mia guida mangiava poco, beveva ancor meno, e non apriva bocca, sebbene nella prima parte del viaggio si fosse dimostrato un chiacchierone impareggiabile. Sembrava a disagio in presenza del nostro ospite, e una specie di mutua diffidenza, di cui non riuscivo a indovinare la causa, sembrava correre fra loro.
Le ultime briciole di pane e gli ultimi resti di prosciutto erano spariti. Avevamo fumato entrambi il secondo sigaro; ordinai alla guida di sellare i cavalli, e stavo per congedarmi dal mio nuovo amico, quando egli mi domandò dove intendessi passare la notte.
Prima che avessi il tempo di notare un cenno che la mia guida mi stava facendo, avevo già risposto che sarei andato alla Venta del Cuervo.
«È un brutto alloggio per un signore come voi! Ci devo andare anch'io, e se mi permettete di venire con voi, andremo insieme».
«Con grande piacere!» risposi, montando a cavallo. La guida, che mi teneva la staffa, mi guardò di nuovo con aria significativa. Io risposi alzando le spalle, come per rassicurarlo che ero perfettamente tranquillo, e ci mettemmo in cammino.
I misteriosi segnali di Antonio, la sua evidente ansietà, alcune parole lasciate cadere dallo sconosciuto, soprattutto la sua cavalcata di trenta leghe, e la spiegazione, assai poco plausibile, che ne aveva dato, mi avevano già permesso di farmi un'idea sull'identità del mio compagno di viaggio. Non avevo più alcun dubbio che mi trovassi in compagnia di un contrabbandiere, e forse di un brigante. Che m'importava? Conoscevo abbastanza il carattere spagnolo per essere certissimo di non avere nulla da temere da un uomo che aveva mangiato e fumato con me. La sua stessa presenza mi avrebbe protetto in caso di un incontro spiacevole. E inoltre, ero ben lieto di sapere come fosse fatto davvero un brigante. Non si incontrano tipi del genere tutti i giorni. E c'è un certo fascino nel trovarsi a stretta vicinanza di un essere pericoloso, specialmente quando si sente che l'essere in questione è mansueto e addomesticato.
Speravo che lo sconosciuto cadesse a poco a poco in un tono confidenziale, e, nonostante gli ammicchi della mia guida, portai il discorso sul tema dei banditi di strada. Inutile dire che ne parlava con grande rispetto. A quel tempo c'era in Andalusia un brigante famoso, di nome José-María, le cui imprese erano sulla bocca di tutti. «Supponiamo che io stia cavalcando in compagnia di José-María!» dissi fra me. Raccontai tutte le storie che conoscevo sul conto dell'eroe — erano tutte a suo favore, anzi — e mi sfogai a esprimere la mia ammirazione per la sua generosità e il suo valore.
«José-María non è che un furfante», disse gravemente lo sconosciuto.
«Sarà giusto verso se stesso, o è un eccesso di modestia?» pensai, poiché, a forza di scrutare il mio compagno, ero arrivato a conciliare il suo aspetto con la descrizione di José-María che avevo letto affissa ai cancelli di diverse città andaluse. «Sì, deve essere lui — capelli biondi, occhi azzurri, bocca grande, denti belli, mani piccole, camicia fine, giacca di velluto con bottoni d'argento, ghette di cuoio bianco, e un cavallo baio. Non c'è dubbio. Ma il suo incognito sarà rispettato!» Giungemmo alla venta. Era proprio come lui me l'aveva descritta. In altre parole, il buco più miserando del suo genere che avessi mai visto. Un unico vasto locale serviva da cucina, da sala da pranzo e da camera da letto. Un fuoco ardeva su una pietra piatta nel mezzo della stanza, e il fumo usciva da un buco nel tetto, o meglio restava sospeso in una nube a qualche piede dal pavimento. Lungo le pareti, cinque o sei tappeti da mulo erano stesi per terra. Quelli erano i letti dei viaggiatori. A venti passi dalla casa, o meglio dal solo locale che ho appena descritto, sorgeva una specie di tettoia, che faceva le veci di stalla.
Gli unici abitanti di quella deliziosa dimora visibili in quel momento, in ogni caso, erano una vecchia e una bambina di dieci o dodici anni, entrambe nere come la fuliggine e vestite di cenci ripugnanti. «Ecco l'unico resto delle antiche popolazioni di Munda Boetica», dissi fra me. «O Cesare! O Sesto Pompeo, se tornaste su questa terra, come restereste stupiti!»
Quando la vecchia vide il mio compagno di viaggio, le sfuggì un'esclamazione di sorpresa. «Ah! Signor Don José!» gridò.
Don José aggrottò le sopracciglia e alzò la mano con un gesto autoritario, che ridusse immediatamente al silenzio la vecchia.
Mi voltai verso la mia guida e le feci capire, con un cenno che nessun altro colse, che sapevo tutto sull'uomo in cui compagnia stavo per passare la notte. La nostra cena fu migliore di quanto mi aspettassi. Su un tavolino alto appena un piede ci fu servito un vecchio gallo, in fricassea con riso e numerosi peperoni, poi altri peperoni all'olio, e infine un gazpacho — una sorta di insalata fatta di peperoni. Queste tre pietanze molto piccanti ci costrinsero a frequenti ricorsi a un otre di pelle di capra pieno di vino di Montilla, che ci parve delizioso.
Finito il pasto, scorsi un mandolino appeso al muro — in Spagna si vedono mandolini in ogni angolo — e chiesi alla bambina, che ci aveva serviti, se sapesse suonarlo.
«No», rispose. «Ma Don José suona bene!»
«Fatemi la cortesia di cantarmi qualcosa», gli dissi, «sono appassionato della vostra musica nazionale».
«Non posso rifiutare nulla a un signore così gentile, che mi dà sigari così eccellenti», rispose Don José allegramente, e, fatta dare dal bambino il mandolino, cantò accompagnandosi. La sua voce, sebbene roca, era gradevole, l'aria che cantava era strana e malinconica. Quanto alle parole, non ne compresi neppure una.
«Se non m'inganno», dissi, «quella che avete cantato non è un'aria spagnola. Assomiglia agli zortziko che ho sentito nelle Province*, e le parole devono essere in lingua basca».
* Le Province privilegiate, Álava, Biscaglia, Guipúzcoa, e una parte della Navarra, che godono tutte di speciali fueros. In questi paesi si parla la lingua basca.
«Sì», disse Don José, con uno sguardo cupo. Depose il mandolino al suolo, e cominciò a fissare con un'espressione singolarmente malinconica il fuoco che si andava spegnendo. Il suo viso, al tempo stesso fiero e dall'aria nobile, mi ricordava, mentre la luce del focolare lo illuminava, il Satana di Milton. Come lui, forse, il mio compagno meditava sulla patria che aveva perduto, sull'esilio che si era guadagnato, con qualche misfatto. Tentai di rianimare la conversazione, ma era talmente assorto in tristi pensieri che non mi rispose.
La vecchia era già andata a riposare in un angolo della stanza, dietro un tappeto a brandelli appeso a una corda. La bambina l'aveva seguita in quel rifugio, sacro al gentil sesso. Allora la mia guida si alzò e mi propose di accompagnarlo nella stalla. Ma a quelle parole Don José, destandosi, per così dire, di soprassalto, chiese bruscamente dove stesse andando.
«Alla stalla», rispose la guida.
«A far che? I cavalli hanno già mangiato! Puoi dormire qui. Il signore ti darà il permesso».
«Ho paura che il cavallo del signore sia ammalato. Vorrei che il signore lo vedesse. Forse saprebbe cosa bisogna fare».
Mi fu perfettamente chiaro che Antonio voleva parlarmi in separata sede.
Ma non intendevo destare i sospetti di Don José, e, trovandomi nella situazione in cui ero, giudicai di gran lunga la più saggia il mostrare una sicurezza assoluta.
Dissi dunque ad Antonio che non sapevo nulla al mondo di cavalli, e che morivo di sonno. Don José lo seguì fino alla stalla, e tornò poco dopo, solo. Mi disse che il cavallo non aveva nulla, ma che la mia guida, considerando l'animale un tale tesoro, lo stava strigliando con la sua giacca per farlo sudare, e contava di passare la notte in quella gradevole occupazione. Frattanto io mi ero steso sui tappeti da mulo, dopo essermi accuratamente avvolto nel mio mantello, per evitare di toccarli. Don José, dopo avermi chiesto scusa della libertà che si prendeva di mettersi così vicino a me, si sdraiò attraverso la porta, ma non prima di aver ricaricato la tromba e di averla accuratamente sistemata sotto la bisaccia, che gli faceva da guanciale.
Avevo creduto di essere così stanco da poter dormire anche in un alloggio simile. Ma, nel giro di un'ora, una sensazione di prurito assai sgradevole mi svegliò dal primo sonno. Non appena ne compresi la natura, mi alzai in piedi, persuaso che avrei fatto benissimo a passare il resto della notte all'aria aperta anziché sotto quel tetto inospitale. Camminando in punta di piedi raggiunsi la porta, scavalcai Don José, che dormiva il sonno del giusto, e feci così bene che riuscii a uscire dall'edificio senza svegliarlo. Proprio accanto alla porta c'era una panca di legno larga. Mi ci stesi sopra e mi sistemai, come meglio potei, per il resto della notte. Stavo per richiudere gli occhi una seconda volta, quando mi parve di scorgere l'ombra di un uomo e poi l'ombra di un cavallo muoversi assolutamente senza rumore, uno dietro l'altro. Mi raddrizzai a sedere, e allora credetti di riconoscere Antonio. Sorpreso di vederlo fuori dalla stalla a quell'ora, mi alzai e gli andai incontro. Mi aveva visto prima lui, e si era fermato ad aspettarmi.
«Dov'è?» mormorò Antonio.
«Alla venta. Sta dormendo. Le cimici non lo disturbano. Ma tu, che cosa vuoi fare di quel cavallo?» Notai allora che, per soffocare ogni rumore mentre usciva dalla tettoia, Antonio aveva accuratamente avvolto i piedi del cavallo nei brandelli di una vecchia coperta.
«Parlate più basso, per amor di Dio», disse Antonio. «Voi non sapete chi è quell'uomo. È José Navarro, il più famoso brigante di Andalusia. Vi ho fatto segni tutto il giorno, e voi non mi avete capito».
«Che m'importa che sia un brigante o no», risposi. «Non ci ha derubati, e scommetto che non vuole farlo».
«Può darsi. Ma ci sono duecento ducati sulla sua testa. In un posto che conosco, a una lega e mezzo da qui, sono acquartierati alcuni lancieri, e prima dell'alba porterò con me un paio di tipi robusti. Gli avrei portato via il cavallo, ma la bestia è così selvatica che nessuno, tranne Navarro, può avvicinarglisi».
«Che il diavolo ti porti!» gridai. «Che male ti ha fatto quel poveretto perché tu voglia denunciarlo? E poi, sei sicuro che sia il brigante che credi?»
«Sicurissimo! Mi ha seguito nella stalla poco fa, e mi ha detto: 'Sembra che tu mi conosca. Se riveli a quel bravo signore chi sono, ti spacco la testa!' Voi restate qui, signore, stategli vicino. Non avete nulla da temere. Finché saprà che siete lì, non sospetterà nulla».
Mentre parlavamo, ci eravamo allontanati tanto dalla venta che il rumore degli zoccoli del cavallo non avrebbe potuto essere udito là dentro. In un batter d'occhio Antonio strappò via i brandelli che aveva avvolto intorno ai piedi della bestia, e stava per saltare in groppa. Invano cercai di trattenerlo con preghiere e minacce.
«Non sono che un pover’uomo, signore» disse «non posso permettermi di perdere duecento ducati, soprattutto quando li guadagnerei liberando il paese da una simile canaglia. Ma badate a quel che fate! Se Navarro si sveglia, darà di piglio al suo archibugio, e allora guardatevi voi! Ormai mi sono spinto troppo innanzi per tornare indietro. Fate il meglio che potete per voi stesso!»
Il briccone era già in sella, punzecchiò il cavallo con gli sproni, e io li persi ben presto di vista entrambi nel buio.
Ero molto in collera con la mia guida, e terribilmente allarmato altresì. Dopo un istante di riflessione, mi misi in animo una risoluzione e tornai alla venta. Don Jose dormiva ancora sodo, rifacendo, certo, le forze e il sonno perduti in parecchi giorni di avventura. Dovetti scuoterlo con violenza prima di riuscire a svegliarlo. Mai dimenticherò il suo sguardo feroce e lo slancio con cui cercò di afferrare il suo archibugio, che io, per precauzione, avevo allontanato dal suo giaciglio.
«Signore» dissi «vi chiedo scusa di disturbarvi. Ma ho una sciocca domanda da farvi. Vi farebbe piacere vedere mezza dozzina di lancieri entrare qui?»
Balzò in piedi e con voce terribile chiese:
«Chi ve l’ha detto?»
«Poco importa da dove venga l’avvertimento, purché sia buono.»
«La vostra guida mi ha tradito… ma la pagherà! Dov’è?»
«Non lo so. Nella stalla, immagino. Ma qualcuno mi ha avvertito…»
«Chi vi ha avvertito? Non può essere la vecchia strega…»
«Qualcuno che non conosco. Senza ulteriori discussioni, ditemmi sì o no, avete motivo di non voler aspettare che arrivino i soldati? Se ne avete, non perdete tempo! Se no, buonanotte a voi, e perdonate il disturbo che vi ho dato!»
«Ah, la vostra guida! La vostra guida! Avevo già avuto dei sospetti su di lui… ma… l’aggiusterò io con lui! Addio, signore. Che Dio vi ricompensi del servigio che vi debbo! Non sono poi così malvagio come voi mi credete. Sì, ho ancora qualcosa in me che un uomo onesto può compiangere. Addio, signore! Ho un solo rammarico, di non poter pagare il mio debito verso di voi!»
«In ricompensa del servigio che vi ho reso, Don Jose, promettetemi che non sospetterete di nessuno e che non cercherete vendetta. Ecco alcuni sigari per il vostro viaggio. Buona fortuna.» E gli tesi la mano.
Egli la strinse, senza una parola, prese il suo zaino e l’archibugio, e dopo aver detto alcune parole alla vecchia in un linguaggio che non potevo capire, corse fuori verso il capanno. Qualche minuto dopo lo udii galoppare via nella campagna.
Quanto a me, mi stesi di nuovo sulla mia panca, ma non ripresi sonno. Mi domandai in cuor mio se avevo fatto bene a salvare dal capestro un ladro, e forse un assassino, unicamente e soltanto perché avevo mangiato prosciutto e riso in sua compagnia. Non avevo forse tradito la mia guida, che sosteneva la causa della legge e dell’ordine? Non l’avevo forse esposto alla vendetta di un furfante? Ma allora, che dire delle leggi dell’ospitalità?
«Un mero pregiudizio da selvaggio» dissi fra me. «Dovrò rispondere di tutti i crimini che questo brigante potrà commettere in futuro.» Eppure quell’istinto della coscienza che resiste a ogni argomento è davvero un pregiudizio? Può darsi che non avrei potuto uscire dalla delicata posizione in cui mi trovavo senza qualche rimorso. Ero ancora tormentato dall’incertezza più angosciante sulla moralità del mio operato, quando vidi mezza dozzina di cavalieri sopraggiungere, con Antonio che prudentemente si teneva indietro. Andai loro incontro e dissi che il brigante era fuggito da oltre due ore. La vecchia, interrogata dal sergente, confessò di conoscere Navarro, ma disse che, vivendo sola come viveva, non avrebbe mai osato rischiare la vita denunciandolo. Aggiunse che, quando veniva a casa sua, era solito andarsene nel cuore della notte. Io, dal canto mio, fui costretto a cavalcare fino a un paesetto a qualche lega di distanza, dove mostrai il mio passaporto e firmai una dichiarazione davanti all’Alcalde. Ciò fatto, mi fu permesso di riprendere le mie indagini archeologiche. Antonio era astioso con me, sospettando che fossi stato io a impedirgli di guadagnare quei duecento ducati. Cionondimeno, ci separammo da buoni amici a Cordova, dove gli diedi una mancia generosa quanto lo consentiva lo stato delle mie finanze.
CAPITOLO II
Passai parecchi giorni a Cordova. Mi era stato parlato di un certo manoscritto nella biblioteca del convento dei domenicani che avrebbe potuto fornirmi dettagli assai interessanti sull’antica Munda. I buoni padri mi fecero l’accoglienza più cordiale. Trascorrevo le ore diurne nel loro convento, e di notte passeggiavo per la città. A Cordova, al calar del sole, si raduna sulla banchina del fiume, lungo la riva destra del Guadalquivir, una gran folla di sfaccendati. I frequentatori del luogo sono costretti a respirare l’odore di una conceria che mantiene ancora l’antica fama del paese per la lavorazione del cuoio. Ma, per compenso, godono di uno spettacolo che ha un suo incanto proprio. Qualche minuto prima che suoni la campana dell’Angelus, una gran folla di donne si raccoglie presso il fiume, giù sotto la banchina, che è piuttosto alta. Nessun uomo oserebbe mescolarsi alle loro file. Nell’istante in cui suona l’Angelus, si suppone che sia caduto il buio. All’ultimo rintocco, tutte le donne si spogliano e scendono nell’acqua. Seguono risate, strilli e un baccano meraviglioso. Gli uomini, sulla banchina sovrastante, osservano le bagnanti, sforzando gli occhi e vedendo ben poco. Eppure i contorni bianchi e incerti, percepibili sull’azzurro cupo delle acque del fiume, agitano l’animo poetico, e chi possiede un po’ di fantasia non fa fatica a immaginare che Diana e le sue ninfe stiano facendo il bagno laggiù, mentre egli stesso non corre il rischio di finire come Atteone.
Mi fu raccontato che un giorno un gruppo di sfaccendati si coalizzò e corruppe il campanaro della cattedrale perché suonasse l’Angelus una ventina di minuti prima dell’ora stabilita. Sebbene fosse ancora pieno giorno, le ninfe del Guadalquivir non esitarono un istante e, riponendo ben più fiducia nella campana dell’Angelus che nel sole, si accinsero alla loro toilette balneare — sempre la più semplice — con animo sereno. Io non ero presente, in quell’occasione. Ai miei tempi, il campanaro era incorruttibile, il crepuscolo era molto fioco, e nessuno, tranne un gatto, avrebbe potuto distinguere la differenza tra la più vecchia venditrice di arance e la più bella commessa di Cordova.
Una sera, dopo che fu sceso un buio quasi completo, mi ero appoggiato al parapetto della banchina, fumando, quando una donna salì i gradini che portavano dal fiume e si sedette accanto a me. Nei capelli portava un grosso mazzo di gelsomino — un fiore che, di notte, esala un profumo inebriante. Era vestita con semplicità, quasi poveramente, di nero, come si vestono la sera la maggior parte delle ragazze del popolo. Le donne della classe agiata portano il nero solo di giorno; di notte si vestono alla francese. Quando mi fu vicina, la donna lasciò scivolare sulle spalle la mantiglia che le aveva coperto il capo, e «al tenue lume che veniva dalle stelle» mi accorsi che era giovane, di bassa statura, ben proporzionata, e con occhi molto grandi. Gettai subito il mio sigaro. Ella apprezzò questo segno di cortesia, essenzialmente francese, e si affrettò a informarmi che amava molto l’odore del tabacco e che anzi fumava lei stessa, quando poteva procurarsi dei papelitos molto dolci. Io per fortuna ne avevo di simili nella mia tabacchiera, e glieli offrii subito. Ella si degnò di prenderne uno e lo accese a uno stoppino ardente che ci portò un bambino, ricevendone in cambio un soldo. Mescolammo il nostro fumo, e parlammo così a lungo, la bella signora e io, che finimmo col restare quasi soli sulla banchina. Credetti di poter azzardare, senza sconvenienza, il suggerimento di andare a mangiare un gelato alla neveria.* Dopo un istante di modesto indugio, ella acconsentì. Ma, prima di accettare definitivamente, volle sapere che ora fosse. Io feci suonare il mio ripetitore, e ciò parve riempirla di stupore.
* Un caffè cui è annesso un deposito di ghiaccio, o meglio di neve. Non c’è quasi villaggio in Spagna senza la sua neveria.
«Che invenzioni ingegnose, voi stranieri! Di che paese siete, signore? Siete inglese, senza dubbio!»*
* Ogni viaggiatore in Spagna che non porti in giro campioni di calicò e di seta viene scambiato per un inglese (inglesito). È lo stesso che in Oriente.
«Sono francese, e il vostro devoto servitore. E voi, signora, o signorina, probabilmente siete di Cordova?»
«No.»
«In ogni caso, siete Andalusa? Il vostro modo dolce di parlare me lo fa credere.»
«Se fate tanta attenzione all’accento della gente, dovete essere in grado di indovinare chi sono.»
«Credo che voi siate del paese di Gesù, a due passi dal Paradiso.»
Avevo imparato questa metafora, che sta per l’Andalusia, dal mio amico Francisco Sevilla, un noto picador.
«Puah! Qui la gente dice che per noi non c’è posto in Paradiso!»
«Allora forse siete di sangue moresco… oppure…» Mi arrestai, non osando aggiungere «ebrea.»
«Oh, via! Dovete pur vedere che sono una zingara! Non vi piacerebbe che vi dicessi la baji?* Non avete mai sentito parlare di Carmencita? Sono proprio io!»
* Il vostro destino.
Ero un così gran briccone, a quei tempi — ormai quindici anni fa — che la stretta vicinanza di una fattucchiera non mi fece arretrare inorridito. «Sta bene!» pensai. «La settimana scorsa ho cenato con un brigante di strada. Oggi andrò a mangiare gelati con una serva del diavolo. Un viaggiatore deve vedere ogni cosa.» Avevo poi un altro motivo per coltivare la sua conoscenza. Quando avevo lasciato l’università — lo confesso con vergogna — avevo sprecato un certo tempo nello studio delle scienze occulte, e avevo persino tentato, più d’una volta, di esorcizzare i poteri delle tenebre. Sebbene fossi guarito, già da un pezzo, dalla mia passione per tali indagini, sentivo ancora una certa attrazione e curiosità per tutto ciò che attiene alle superstizioni, e mi rallegravo di avere l’occasione di scoprire fin dove fosse giunta l’arte magica presso gli zingari.
Parlando mentre camminavamo, eravamo giunti alla neveria, e ci sedemmo a un tavolino illuminato da una candela protetta da una campana di vetro. Ebbi allora il tempo di osservare con comodo la mia gitana, mentre parecchi bravi signori, intenti a mangiare i loro gelati, restavano a bocca aperta vedendomi in così gaia compagnia.
Dubitavo molto che la signorina Carmen fosse una zingara di puro sangue. In ogni caso, era infinitamente più bella di qualsiasi altra donna della sua razza che io avessi mai visto. Perché una donna sia bella, dicono in Spagna, deve soddisfare trenta se, o, se vi piace di più, dovete poter definire il suo aspetto con dieci aggettivi, applicabili a tre parti della sua persona.
Per esempio, tre cose in lei devono essere nere: gli occhi, le ciglia e le sopracciglia. Tre devono essere delicate: le dita, le labbra, i capelli, e così via. Per il resto di questo catalogo, si veda Brantôme. La mia zingarella non poteva rivendicare tante perfezioni. La sua pelle, sebbene perfettamente liscia, era quasi color del rame. Gli occhi erano posti obliqui nel viso, ma erano magnifici e grandi. Le labbra, un po’ carnose ma bellamente disegnate, lasciavano vedere una fila di denti bianchi come mandorle appena sgusciate. I capelli — forse un po’ ruvidi — erano neri, con riflessi azzurrini come l’ala del corvo, lunghi e lucenti. Per non tediare i miei lettori con una descrizione troppo minuziosa, mi limiterò ad aggiungere che a ogni difetto ella univa qualche pregio, che anzi risaltava forse maggiormente per contrasto. C’era qualcosa di strano e di selvaggio nella sua bellezza. Il suo viso stupiva, a prima vista, ma nessuno poteva dimenticarlo. Gli occhi, specialmente, avevano un’espressione di voluttà e di ferocia insieme, che io non avevo mai scorto in alcun altro sguardo umano. «Occhio di zingara, occhio di lupo!» è un detto spagnolo che designa una vista acutissima. Se i miei lettori non hanno tempo di recarsi al Jardin des Plantes per studiare lo sguardo del lupo, faranno bene a osservare il gatto comune mentre sta in agguato di un passero.
Si comprenderà che sarei parso ridicolo se avessi proposto di farmi predire il destino in un caffè. Chiesi dunque alla bella fattucchiera il permesso di accompagnarla a casa sua. Ella non fece difficoltà ad acconsentire, ma volle sapere di nuovo che ora fosse, e mi chiese di far suonare ancora una volta il mio ripetitore.
«È proprio d’oro?» disse, guardandolo con attenzione rapita.
Quando ci rimettemmo in cammino, era buio fitto. La maggior parte delle botteghe era chiusa, e le strade erano quasi deserte. Attraversammo il ponte sul Guadalquivir, e all’estremità del sobborgo ci fermammo davanti a una casa dall’aspetto ben poco principesco. La porta fu aperta da un bambino, al quale la zingara rivolse alcune parole in una lingua a me sconosciuta, che in seguito seppi essere il romaní, o chipe calli — l’idioma degli zingari. Il bambino scomparve subito, lasciandoci soli padroni di una stanza abbastanza vasta, arredata con un tavolino, due sgabelli e un cassone. Non devo dimenticare di menzionare un orcio d’acqua, una pila di arance e un mazzo di cipolle.
Appena restammo soli, la zingara cavò fuori dal suo cassone un mazzo di carte, segnate da un uso costante, una calamita, un camaleonte disseccato e alcuni altri indispensabili accessori della sua arte. Poi mi ordinò di posare la mano sinistra sopra una moneta d’argento, e le cerimonie magiche ebbero regolarmente inizio. È inutile riferire le sue predizioni, e quanto allo stile della sua esecuzione, essa dimostrò che la fattucchiera non era affatto da poco.
Sfortunatamente fummo ben presto disturbati. La porta fu spalancata di colpo, e un uomo, avvolto fino agli occhi in un mantello bruno, entrò nella stanza, apostrofando la zingara in termini tutt’altro che gentili. Quel che dicesse non riuscii a coglierlo, ma il tono della voce rivelava ch’era di pessimo umore. La zingara non mostrò né sorpresa né sdegno per il suo arrivo, ma gli corse incontro e, con una straordinaria loquacità, le vomitò contro parecchie frasi nella lingua misteriosa di cui si era già servita in mia presenza. La parola payllo, frequentemente ripetuta, fu l’unica che compresi. Sapevo che gli zingari la usano per designare tutti gli uomini che non siano della loro razza. Ritenendomi argomento di quel discorso, mi preparai a una spiegazione alquanto delicata. Avevo già posato la mano sulla gamba di uno degli sgabelli, e stavo meditando entro di me quale fosse il momento più opportuno per scagliarglielo in testa, quando, respingendo bruscamente la zingara da un lato, l’uomo avanzò verso di me. Poi, facendo un passo indietro, esclamò:
«Come, signore! Siete voi?»
Lo guardai a mia volta e riconobbi il mio amico Don Jose. In quel momento mi rammaricai davvero di averlo salvato dal capestro.
«Come, siete voi, mio brav’uomo?» esclamai, con il sorriso più disinvolto che mi riuscì di mettere insieme. «Avete interrotto questa signorina proprio mentre mi prediceva le cose più interessanti!»
«Sempre lo stesso. Ci vuole un taglio netto!» sibilò fra i denti, lanciandole un’occhiata feroce.
Intanto la gitana continuava a parlargli nella sua lingua. Ella si faceva sempre più concitata. Gli occhi le divennero feroci e iniettati di sangue, i lineamenti le si contrassero, batté il piede. Mi parve che stesse cercando con ogni insistenza di spingerlo a fare qualcosa che lui non voleva fare. Quel che fosse, credetti di capirlo fin troppo bene, dal gesto con cui continuava a passarsi la manina sotto il mento. Ero propenso a credere che volesse far tagliare la gola a qualcuno, e nutrivo il sospetto ben fondato che la gola in questione fosse la mia. A quel torrente di eloquenza, l’unica risposta di Don Jose fu di due o tre parole dette in tono brusco. A questo punto la zingara gli lanciò uno sguardo del più profondo disprezzo, poi, sedutasi alla turca in un angolo della stanza, scelse un’arancia, le strappò la buccia e si mise a mangiarla.
Don Jose mi prese il braccio, aprì la porta e mi guidò nella strada. Camminammo per circa duecento passi nel silenzio più profondo. Poi mi tese la mano.
«Andate sempre dritto» disse «e arriverete al ponte.»
In quell’istante mi voltò le spalle e si allontanò a gran passi. Io ripresi la via della mia locanda, piuttosto mortificato e di pessimo umore. Il peggio di tutto fu che, quando mi spogliai, scoprii che il mio orologio era scomparso.
Varie considerazioni mi impedirono di andare a reclamarlo il giorno dopo, o di chiedere al Corregidor la cortesia di farne ricerca. Portai a termine il mio lavoro sul manoscritto dei domenicani e partii per Siviglia. Dopo parecchi mesi trascorsi errando qua e là per l’Andalusia, volevo tornare a Madrid, e a tal fine dovevo passare per Cordova. Non avevo intenzione di fermarmi, perché avevo preso in antipatia quella bella città e le signore che facevano il bagno nel Guadalquivir. Tuttavia avevo alcune visite da fare e certe commissioni da sbrigare, che mi avrebbero trattenuto parecchi giorni nell’antica capitale dei principi mussulmani.
Nel momento in cui mi presentai al convento dei domenicani, uno dei monaci, che aveva sempre mostrato il più vivo interesse per le mie ricerche sul luogo del campo di battaglia di Munda, mi accolse a braccia aperte, esclamando:
«Sia lodato Iddio! Siete il benvenuto! Mio caro amico. Ci pensavate tutti morto, e io stesso ho recitato non pochi paternostri e ave (non che me ne penta!) per la vostra anima. Dunque non siete stato assassinato, alla fine? Che foste stato derubato, lo sapevamo!»
«Che intendete dire?» chiesi, piuttosto stupito.
«Oh, lo sapete! Quella splendidissima ripetizione che solevate far suonare nella biblioteca ogni volta che dicevamo che era tempo di andare in chiesa. Ebbene, è stata ritrovata, e ve la renderanno.»
«Come!» interruppi, piuttosto fuori dai gangheri «l’ho perduta…»
«Il furfante è sotto chiave, e siccome era noto come uno capace di sparare a qualsiasi cristiano per una peseta, avevamo una terribile paura che vi avesse ucciso. Verrò con voi dal Corregidor, e lui vi restituirà il vostro bell’orologio. E, dopo, non oserete più dire che la legge non compie il suo dovere, in Spagna.»
«Vi assicuro» dissi «che preferirei di gran lunga perdere l’orologio che dover testimoniare in tribunale per mandare al patibolo un povero disgraziato, e tanto più perché… perché…»
«Oh, non abbiate timore! È bell’e spacciato; lo si potrebbe impiccare due volte. Ma, quando dico impiccare, dico male. Il vostro ladro è un Hidalgo. Perciò sarà strangolato con il garrote dopodomani, senza fallo.* Così vedete che un furto più o meno non influirà sulla sua posizione. Magari avesse fatto solo del furto! Ma ha commesso parecchi omicidi, uno più orribile dell’altro.»
* Nel 1830 la classe nobiliare godeva ancora di questo privilegio. Oggigiorno, sotto il regime costituzionale, i borghesi hanno raggiunto la medesima dignità.
«Come si chiama?»
«In questo paese è conosciuto solo come Jose Navarro, ma ha un altro nome basco, che né voi né io riusciremo mai a pronunciare. Del resto, l’uomo merita d’essere visto, e voi, che amate studiare i tratti peculiari di ogni paese, non dovreste perdere questa occasione di notare come un furfante prenda congedo da questo mondo, in Spagna. È in prigione, e padre Martinez vi condurrà da lui.»
Il mio amico domenicano era così deciso a farmi vedere i preparativi di quella «bella forca pulita» che dovetti acconsentire. Andai a trovare il prigioniero, dopo aver provveduto a un fascio di sigari, nella speranza che potessero indurlo a perdonare l'intrusione.
Fui introdotto alla presenza di Don Jose proprio mentre stava seduto a tavola. Mi salutò con un cenno piuttosto distaccato e mi ringraziò cortesemente del dono che gli avevo portato. Dopo aver contato i sigari del fascio che gli avevo messo in mano, ne estrasse un certo numero e mi restituì il resto, osservando che non gliene sarebbero occorsi altri.
Chiesi se, spendendo un po' di denaro, o ricorrendo ai miei amici, non avrei potuto fare qualcosa per alleviare la sua sorte. Cominciò col stringersi nelle spalle, sorridendo mestamente. Poi, come sopra pensiero, mi chiese di far celebrare una messa per il riposo della sua anima.
Quindi aggiunse nervosamente: «Vorreste... vorreste che ne venisse celebrata un'altra per una persona che vi ha fatto un torto?»
«Senz'altro, mio caro» risposi. «Ma in questo paese nessuno mi ha fatto torto, per quanto mi consta.»
Mi prese la mano e la strinse, assumendo un'aria molto grave. Dopo un istante di silenzio, riprese a parlare.
«Potrei osare chiedervi un altro favore? Quando tornerete al vostro paese, forse passerete per la Navarra. In ogni caso, passerete per Vittoria, che non è molto lontana.»
«Sì» dissi, «passerò senz'altro per Vittoria. Ma potrei anche molto facilmente passare da Pamplona, e per amor vostro, credo che ne sarei ben lieto.»
«Ebbene, se andrete a Pamplona, vedrete più d'una cosa che v'interesserà. È una bella città. Vi darò questa medaglia» mi mostrò una piccola medaglia d'argento che portava appesa al collo. «L'avvolgerete nella carta» — si fermò un istante per padroneggiare la commozione — «e la porterete, o la spedirete, a una vecchia signora di cui vi darò l'indirizzo. Dite-le che sono morto — ma non ditele come sono morto.»
Promisi di compiere la sua commissione. Lo rividi il giorno dopo, e trascorsi parte di quel giorno in sua compagnia. Dalle sue labbra appresi i tristi episodi che seguono.
CAPITOLO III
«Sono nato» disse «a Elizondo, nella valle del Baztán. Il mio nome è Don Jose Lizzarrabengoa, e voi sapete abbastanza della Spagna, signore, per capire subito, dal mio nome, che vengo da un antico ceppo cristiano e basco. Mi fregio del Don perché ne ho il diritto, e se fossi a Elizondo potrei mostrarvi la mia genealogia su pergamena. La mia famiglia voleva che entrassi nella Chiesa, e mi fece studiare a tal fine, ma il lavoro non mi piaceva. Ero troppo appassionato di pallone elastico, e quella fu la mia rovina. Quando noi navarresi cominciamo a giocare al pallone, dimentichiamo tutto il resto. Un giorno, dopo che ebbi vinto la partita, un giovane di Álava attaccò lite con me. Impugniamo le maquile,* e io vinsi di nuovo. Ma dovetti lasciare il vicinato. Mi imbattei in alcuni dragoni e mi arruolai nel Reggimento Cavalleggeri di Almanza. I montanari come noi imparano presto a fare i soldati. Prima di allora ero caporale, e mi era stato detto che presto sarei stato nominato sergente, quando, per mia sfortuna, fui messo di guardia alla Manifattura dei Tabacchi di Siviglia. Se siete stato a Siviglia, avrete visto il grande edificio, appena fuori dei bastioni, vicino al Guadalquivir; posso quasi immaginarne l'ingresso, e la sala della guardia proprio accanto, ancora adesso. Quando i soldati spagnoli sono di servizio, o giocano a carte o dormono. Io, da onesto navarrese, cercavo sempre di tenermi occupato. Stavò fabbricando una catenella per reggere il mio spillone da polvere, con un pezzetto di fil di ferro: a un tratto, i miei compagni dissero: 'suona la campana, le ragazze stanno tornando al lavoro'. Dovete sapere, signore, che alla manifattura sono impiegate quattro o cinquecento donne. Arrotolano i sigari in un grande salone nel quale nessun uomo può entrare senza un permesso del Veintiquatro,** perché quando fa caldo si mettono a loro agio, specialmente le più giovani. Quando le operaie tornano dopo pranzo, molti giovanotti scendono a vederle passare e a dir loro ogni sorta di sciocchezze. Ben poche di quelle signorine rifiutano una mantiglia di seta, e agli uomini che amano quel genere di svago non resta che chinarsi e pescare. Mentre gli altri guardavano le ragazze passare, io me ne stavo sulla mia panca vicino alla porta. Ero un giovane allora — il mio cuore era ancora nella mia terra, e non credevo a nessuna ragazza graziosa che non avesse le gonne blu e le lunghe trece di capelli sulle spalle.*** E inoltre, le andaluse mi facevano un po' paura. Non mi ero ancora abituato ai loro modi; non facevano che canzonare uno — non dicevano mai una sola parola sensata. Così me ne stavo seduto col naso chino sulla mia catenella, quando sentii alcuni curiosi dire: 'Ecco che arriva la gitanella!' Allora alzai gli occhi, e la vidi! Era proprio quella Carmen che conoscete, e nelle cui stanze vi incontrai qualche mese fa.
*Bastoni ferrati usati dai baschi.
**Magistrato incaricato della polizia municipale e dei regolamenti del governo locale.
***Il costume abituale delle contadine nella Navarra e nelle Province Basche.
«Portava una gonnella molto corta, sotto la quale si vedevano benissimo le sue calze di seta bianca — con più d'un buco — e le sue delicate scarpette di marocchino rosso, allacciate con nastri color fiamma. Aveva gettato indietro la mantiglia, per mostrare le spalle, e un grosso mazzo di acacia infilato nella camicia. Aveva un altro fiore d'acacia all'angolo della bocca, e camminava ancheggiando sui fianchi, come una puledra della scuderia di Cordova. Nel mio paese, chiunque avesse visto una donna vestita a quel modo si sarebbe segnato. A Siviglia ogni uomo le rivolgeva qualche ardente complimento sul suo aspetto. Lei aveva una risposta per ciascuno, con la mano sul fianco, audace come la vera zingara che era. Sul momento il suo aspetto non mi piacque, e tornai al mio lavoro. Ma lei, come tutte le donne e i gatti, che non vengono se li chiami e vengono se non li chiami, si fermò di colpo davanti a me e mi parlò.
«'Compadre,' disse, alla maniera andalusa, 'non mi dareste la vostra catenella in cambio delle chiavi della mia cassaforte?'
«'È per il mio spillone da polvere,' risposi.
«'Il vostro spillone da polvere!' esclamò lei, con una risata. 'Oh oh! Immagino che il signore faccia merletti, visto che vuole gli spilli!'
«Tutti si misero a ridere, e io sentii che il viso mi diventava rosso, senza riuscire a trovare una risposta.
«'Su, amor mio!' riprese lei, 'fammi sette braccia di merletto per la mia mantiglia, mio caro fabbricante di spilli!'
«E togliendosi il fiore d'acacia dalla bocca me lo lanciò col pollice così che mi colpì proprio tra gli occhi. Vi dico, signore, fu come se mi avesse colpito una pallottola. Non sapevo dove guardare. Me ne stavo immobile, come un'asse di legno. Quando lei fu entrata nella manifattura, vidi il fiore d'acacia, che era caduto a terra tra i miei piedi. Non so cosa mi prese, ma lo raccolsi, senza che i miei compagni se ne accorgessero, e me lo misi con cura dentro la giubba. Fu la mia prima follia.
«Due o tre ore più tardi stavo ancora pensando a lei, quando un portiere ansante e terrorizzato irruppe nella sala della guardia. Ci disse che una donna era stata accoltellata nel grande salone dei sigari, e che la guardia doveva intervenire subito. Il sergente ordinò a me di prendere due uomini e di andare a vedere di che si trattasse. Presi i miei due uomini e salii. Immaginate, signore, che quando entrai nella sala, trovai, per cominciare, circa trecento donne, ridotte in camicia, o quasi, che urlavano, strillavano e gesticolavano facendo un baccano tale che non si sarebbe sentito nemmeno il tuono di Dio. Da un lato della sala, una delle donne giaceva supina, grondante sangue, con una X appena incisa sul viso da due colpi di coltello. Di fronte alla donna ferita, che le più buone della banda stavano soccorrendo, vidi Carmen, trattenuta da cinque o sei compagne. La ferita gridava: 'Un confessore, un confessore! Sono morta!' Carmen non diceva nulla. Stringeva i denti e roteava gli occhi come un camaleonte. 'Che cosa è successo?' chiesi. Faticai non poco a ricostruire l'accaduto, perché tutte le operaie parlavano contemporaneamente. Risultò che la ragazza ferita si era vantata di avere in tasca denaro sufficiente a comprarsi un'asina al mercato di Triana. 'Ebbene,' disse Carmen, che aveva la sua lingua, 'non ti basta una scopa?' Pungolata da quella stoccata, forse perché si sentiva piuttosto al verde proprio in quel settore, l'altra replicò che lei non sapeva niente di scope, non avendo l'onore di essere né zingara né figlioccia del diavolo, ma che la signorina Carmen avrebbe fatto ben presto conoscenza con la sua asina, quando il Corregidor l'avesse portata a cavallo con due lacchè dietro a scacciarle le mosche. 'Bene,' ribatté Carmen, 'ti farò delle abbeveratoie sulle guance perché le mosche vi bevano, e ci dipingerò sopra una scacchiera!'* E con ciò, zacchete, bum! Si mise a tracciare croci di Sant'Andrea sul viso della ragazza con un coltello che aveva usato per tagliare le estremità dei sigari.
*Pintar un javeque, «dipingere uno sciabecco», un particolare tipo di nave. La maggior parte dei bastimenti spagnoli di questo tipo ha una striscia dipinta a scacchi rossi e bianchi tutt'intorno.
«La faccenda era chiarissima. Presi Carmen per un braccio. 'Sorella mia,' le dissi cortesemente, 'dovete venire con me.' Lei mi lanciò un'occhiata di riconoscimento, ma disse, con aria rassegnata: 'Andiamo. Dov'è la mia mantiglia?' Se la mise sul capo in modo che si vedesse solo uno dei suoi grandi occhi, e seguì i miei due uomini, mite come un agnello. Quando arrivammo alla sala della guardia, il sergente disse che era un affare serio e che bisognava mandarla in prigione. Fui designato di nuovo a scortarla. La feci camminare tra due dragoni, come fa un caporale in tali circostanze. Partimmo verso la città. La zingara aveva cominciato col tenere la bocca chiusa. Ma quando arrivammo alla Calle de la Serpiente — la conoscete, e si guadagna il nome dai suoi molti giri — lei cominciò col lasciar cadere la mantiglia sulle spalle, così da mostrarmi il suo visino lusinghevole, e voltandosi verso di me come meglio poté, disse:
«'Oficial mío, dove mi portate?'
«'In prigione, povera figliola,' risposi, con tutta la dolcezza possibile, come si conviene a un soldiero di buon cuore parlando a un prigioniero, e specialmente a una donna.
«'Ahimè! Che sarà di me! Signor Oficial, abbiate pietà di me! Siete così giovane, così bello.' Poi, a voce più bassa, disse: 'Lasciatemi scappare, e vi darò un pezzo di bar lachi, che farà innamorare di voi ogni donna!'
«La bar lachi, signore, è la calamita, con la quale gli zingari sostengono che chi sappia adoperarla può gettare infiniti incantesimi. Se si riesce a far bere a una donna un po' di quella polvere, in un bicchiere di vino bianco, ella non potrà mai più resistervi. Risposi, con tutta la gravità di cui fui capace:
«'Non siamo qui per dire sciocchezze. Dovrete andare in prigione. Questi sono gli ordini, e non c'è rimedio!'
«Noi uomini del Paese Basco abbiamo un accento che tutti gli spagnoli riconoscono facilmente; viceversa, nessuno di loro riesce mai a imparare a dire Bai, jaona!*
* Sì, signore.
«Così Carmen indovinò subito che ero delle Province. Sapete, signore, che gli zingari, che non appartengono ad alcun paese e vanno sempre in giro, parlano ogni lingua, e la maggior parte si trovano a loro agio in Portogallo, in Francia, nelle nostre Province, in Catalogna, o dovunque. Riescono persino a farsi capire dai Mori e dagli Inglesi. Carmen conosceva il basco abbastanza bene.
«'Laguna ene bihotsarena, compagno del mio cuore,' disse lei a un tratto. 'Sei del nostro paese?'
«La nostra lingua è così bella, signore, che quando la sentiamo in terra straniera ci fa tremare. Vorrei,' aggiunse il bandito a voce più bassa, 'poter avere un confessore del mio paese.'
Dopo un silenzio, riprese.
«'Sono di Elizondo,' risposi in basco, molto commosso dal suono della mia lingua.
«'Vengo da Etchalar,' disse lei (che è un distretto a circa quattro ore di cammino da casa mia). 'Sono stata portata a Siviglia dagli zingari. Lavoravo alla manifattura per guadagnare abbastanza denaro da tornare in Navarra, dalla mia povera vecchia madre, che non ha altro sostegno al mondo all'infuori di me, oltre il suo piccolo barratcea* con venti meli da sidro. Ah! se fossi di nuovo nel mio paese, a guardare le montagne bianche! Sono stata insultata qui, perché non appartengo a questa terra di furfanti e di venditori di arance marce; e quelle sgualdrine sono tutte in combutta contro di me, perché ho detto loro che non tutti i loro jacques** di Siviglia, e tutti i loro coltelli, avrebbero spaventato un ragazzo onesto del nostro paese, col suo berretto blu e la sua maquila! Buon compagno, non farai niente per aiutare una tua compatriota?'
* Campo, orto.
** Bravi, spacconi.
«Mentiva, signore, come ha sempre mentito. Non so che quella ragazza abbia mai detto una parola di verità in vita sua, ma quando parlava, io le credevo — non potevo farne a meno. Storpiava le parole basche, e credetti che venisse dalla Navarra. Ma i suoi occhi, la sua bocca e la sua pelle bastavano a dimostrare che era una zingara. Ero pazzo, non badai più a nulla, pensai tra me che se gli spagnoli avessero osato parlar male del mio paese, avrei sfregiato i loro volti proprio come lei aveva sfregiato quello della sua compagna. Insomma, ero come un ubriaco, cominciavo a dir sciocchezze, e sarei stato lì lì per farle.
«'Se ti dessi una spinta e tu cadessi, buon compatriota,' riprese lei in basco, 'quei due soldati di Castiglia non riuscirebbero a trattenermi.'
«In fede mia, dimenticai gli ordini, dimenticai tutto, e le dissi: 'Ebbene, amica mia, ragazza del mio paese, prova, e che la nostra Signora della Montagna ti aiuti.'
«Proprio in quel momento stavamo percorrendo uno dei tanti vicoli stretti che si vedono a Siviglia. D'un tratto Carmen si voltò e mi colpì il petto col pugno. Caddi all'indietro, apposta. Con un balzo mi scavalcò e fuggì, mostrandoci un paio di gambe! Si parla di un paio di gambe basche! ma le sue erano di gran lunga migliori — veloci com'erano ben tornite. Quanto a me, mi rialzai subito, ma tesi la lancia* di traverso a sbarrar la strada, così che i miei compagni furono fermati al primo istante dell'inseguimento. Poi mi misi a correre io stesso, e loro dietro di me — ma come potevamo raggiungerla? Non c'era verso, con i nostri speroni, le nostre spade e le nostre lance.
* Tutti i soldati di cavalleria spagnoli portano la lancia.
«In meno tempo di quanto io ne abbia impiegato a raccontarvi la storia, la prigioniera era scomparsa. E per giunta, ogni pettegolo del quartiere copriva la sua fuga, ci beffava e ci indicava la direzione sbagliata. Dopo molte marce e contromarce, dovemmo tornare alla sala della guardia senza la ricevuta del governatore della prigione.
«Per evitare la punizione, i miei uomini fecero sapere che Carmen mi aveva parlato in basco; e a dire il vero non sembrava poi così naturale che un colpo di una creatura così piccola avesse rovesciato con tanta facilità un tipo robusto come me. Tutta la faccenda pareva sospetta, o quantomeno poco chiara. Quando smontai di guardia, persi i gradi di caporale, e fui condannato a un mese di prigione. Era la prima volta che venivo punito da quando ero sotto le armi. Addio, dunque, ai galloni di sergente, sui quali avevo fatto tanto assegnamento!
«I primi giorni di prigione furono molto tristi. Quando mi ero arruolato avevo immaginato di diventare senz'altro almeno ufficiale. Due dei miei compatrioti, Longa e Mina, sono capitani generali, in fin dei conti. Chapalangarra era colonnello, e ho giocato a pallone una ventina di volte con suo fratello, che era un poveraccio come me. 'Ora,' continuavo a dirmi, 'tutto il tempo che hai servito senza punizioni è perduto. Ora hai una macchia sul tuo nome, e per riguadagnarti la benevolenza degli ufficiali dovrai faticare dieci volte più di quando ti arruolasti come recluta.' E perché mi sono fatto punire? Per colpa di una sgualdrina zingara, che si è burlata di me, e che in questo momento sta trafficando in qualche angolo della città. Eppure non potevo fare a meno di pensare a lei. Ci credereste, signore, quelle sue calze di seta coi buchi, di cui m'aveva dato così ampia vista mentre se la dava a gambe, mi stavano sempre davanti agli occhi? Mi affacciavo alle finestre sbarrate del carcere sulla strada, e tra tutte le donne che passavano non ne trovavo mai una da paragonare a quella sfacciata — e poi, mio malgrado, sentivo il profumo del fiore d'acacia che m'aveva lanciato, e che, secco com'era, conservava ancora il suo dolce aroma. Se esistono le streghe, quella ragazza lo era di certo.
«Un giorno il carceriere entrò e mi porse un panetto di Alcalá.*
* Alcalá de los Panaderos, villaggio a due leghe da Siviglia, dove si fanno i panetti più deliziosi. Si dice che la loro qualità sia dovuta all'acqua del luogo, e ogni giorno ne giungono a Siviglia grandi quantità.
«'Guarda un po',' disse, 'questo te lo manda tua cugina.'
«Presi il panetto, molto sorpreso, perché non avevo cugini a Siviglia. Sarà uno sbaglio, pensai, guardando il panetto, ma era così appetitoso e odorava così bene, che mi decisi a mangiarlo, senza lambiccarmi il cervello su dove fosse arrivato, o per chi fosse davvero destinato.
«Quando cercai di tagliarlo, il coltello urtò contro qualcosa di duro. Guardai, e trovai una piccola lima inglese, che era stata infilata nella pasta prima che il panetto venisse cotto. Il panetto conteneva anche una moneta d'oro di due piastre. Allora non ebbi più dubbi: era un regalo di Carmen. Per gente del suo sangue, la libertà è tutto, e darebbero fuoco a una città pur di risparmiarsi un giorno di prigione. La ragazza era davvero astuta, e armato di quel panetto avrei potuto infischiermene delle guardie. In un'ora, con quella piccola lima, avrei segato la più grossa sbarra, e con la moneta d'oro avrei scambiato il mio mantello da soldato con un abito borghese nella bottega più vicina. Potete immaginare che un uomo che ha spesso tolto gli aquilotti dai loro nidi sulle nostre scogliere non avrebbe avuto difficoltà a calarsi in strada da una finestra alta meno di trenta piedi. Ma non volli fuggire. Conservavo ancora il codice d'onore del soldato, e la diserzione mi appariva come un crimine esecrando. Eppure quella prova di affetto mi commosse. Quando un uomo è in prigione ama pensare di avere fuori un amico che si interessa di lui. La moneta d'oro piuttosto mi offese; avrei voluto molto restituirla; ma dove avrei trovato la mia creditrice? Non sembrava un'impresa facile.
«Dopo la cerimonia della mia degradazione avevo creduto che le mie sofferenze fossero finite, ma mi aspettava un'altra umiliazione. Venne quando lasciai la prigione, e fui assegnato al servizio, messo di sentinella come un soldato semplice. Non potete immaginare ciò che sopporta un uomo fiero in un momento simile. Credo che avrei preferito essere fucilato sul posto; almeno avrei marciato solo alla testa del mio plotone, in ogni caso; mi sarei sentito qualcuno, con gli occhi degli altri puntati su di me.
«Fui posto di sentinella alla porta della casa del colonnello. Il colonnello era un giovane, ricco, di buon carattere, amante dei divertimenti. C'erano tutti i giovani ufficiali, e molti civili anche, oltre a signore, attrici, a quanto si diceva. Per parte mia, mi sembrò che l'intera città si fosse data convegno a quella porta, per fissarmi con lo sguardo. Poi arrivò la carrozza del colonnello, col suo valletto a cassetta. E chi vedo scenderne se non la zingara! Era agghindata, quella volta, fino agli occhi, bardata di nastri dorati, un vestito a lustrini, scarpe blu, anch'esse a lustrini, fiori e trine d'oro addosso. In mano portava un tamburello. Con lei c'erano altre due zingare, una giovane e una vecchia. Ne hanno sempre una vecchia che va con loro, e poi un vecchio con una chitarra, uno zingaro anche lui, che suona da solo, e anche per le loro danze. Dovete sapere che queste zingare vengono spesso mandate a chiamare nelle case private, per ballare la loro danza speciale, la Romalis, e spesso, anche, per tutt'altri scopi.
«Carmen mi riconobbe, e ci scambiammo sguardi. Non so perché, ma in quel momento avrei voluto essere a cento piedi sotto terra.
«'Agur laguna,' disse. 'Oficial mio! Fai la guardia come una recluta,' e prima che potessi trovar parola, era già dentro la casa.
* Buongiorno, compagno!
«Il gruppo era riunito nel patio, e nonostante la folla potevo vedere quasi tutto ciò che accadeva attraverso la cancellata.* Sentivo le nacchere e il tamburello, le risate e gli applausi. A volte intravedevo la sua testa mentre balzava in alto col suo tamburello. Poi sentivo gli ufficiali dirle molte cose che mi facevano salire il sangue al viso. Quanto alle sue risposte, non ne seppi nulla. Fu in quel giorno, credo, che cominciai ad amarla davvero; per tre o quattro volte fui tentato di precipitarmi nel patio, e di piantare la spada nel corpo di tutti quei damerini che le facevano la corte. Il mio tormento durò un'ora intera; poi le zingare uscirono, e la carrozza le portò via. Mentre mi passava accanto, Carmen mi guardò con quegli occhi che voi sapete, e mi disse molto piano: 'Compagno, chi è ghiotto di buona fritata venga a mangiarla da Lillas Pastia a Triana!'
* Nella maggior parte delle case di Siviglia c'è un cortile interno circondato da un portico ad archi. D'estate viene usato come soggiorno. Sul cortile è steso un pezzo di telone, che viene innaffiato di giorno e rimosso di notte. La porta di strada è quasi sempre lasciata aperta, e il corridoio che conduce al cortile (zaguan) è chiuso da una cancellata in ferro di fattura elegantissima.
«Poi, leggera come un capretto, salì in carrozza, il cocchiere frustò i muli, e l'intera allegra comitiva partì, non so dove.
«Potete immaginare che, appena smontato di guardia, corsi a Triana; ma prima di tutto mi feci radere e mi diedi una rassettata, come se dovessi andare in parata. Lei viveva con Lillas Pastia, un vecchio venditore di pesce fritto, uno zingaro, nero come un Moro, nella cui casa molti civili si ritrovavano a mangiare la fritata, specialmente, credo, perché Carmen vi aveva preso alloggio.
«'Lillas,' disse, appena mi vide, 'non lavoro più per oggi. Domani sarà un altro giorno.* Andiamo, compatriota, facciamo una passeggiata!'
* Mañana sera otro dia. — Proverbio spagnolo.
«Si tirò il mantello sul naso, ed eccoci in strada, senza che io sapessi minimamente dove fossi diretto.
«'Señorita,' dissi, 'credo di dovervi ringraziare per un regalo che ho avuto mentre ero in prigione. Ho mangiato il pane; la lima servirà per affilare la mia lancia, e la conservo in vostro ricordo. Ma quanto al denaro, eccolo.'
«'Ma guarda, ha conservato il denaro!' esclamò, scoppiando a ridere. 'Ma, in fondo, tanto meglio: sono decisamente al verde! Che importa! Il cane che corre non muore mai di fame!* Su, spendiamolo tutto! Offri tu.'
* Chuquel sos pirela, cocal terela. "Il cane che corre trova un osso." — Proverbio zingaro.
«Eravamo tornati verso Siviglia. All'imbocco della Calle de la Serpiente lei comprò una dozzina di arance, che mi fece mettere nel fazzoletto. Poco più avanti comprò un panetto, una salsiccia e una bottiglia di manzanilla. Poi, per ultima cosa, entrò in una bottega di confetti. Là gettò sul banco la moneta d'oro che le avevo restituito, con un'altra che aveva in tasca, e qualche spicciolo d'argento, e poi mi chiese tutto il denaro che avevo. Io non possedevo che una peseta e alcuni cuartos, che le consegnai, vergognandomi moltissimo di non avere di più. Credevo che avrebbe svuotato l'intera bottega. Prese tutto ciò che vi era di meglio e di più caro, yemas,* turrón,** frutta candita, finché durò il denaro. E tutto questo, poi, dovevo portarlo io in sacchetti di carta. Forse conoscete la Calle del Candilejo, dove c'è una testa di Don Pedro l'Avenger.*** Quella testa avrebbe dovuto farmi riflettere. Ci fermammo a una vecchia casa di quella strada. Lei passò nell'andito, e bussò a una porta al piano terra. Ad aprirle venne una zingara, una serva del diavolo fino al midollo. Carmen le disse poche parole in romani. Dapprima la vecchia brontolò. Per rabbonirla Carmen le diede un paio d'arance e una manciata di confetti, e le fece assaggiare un po' di vino. Poi le mise il mantello sulle spalle, e la spinse verso la porta, che sprangò con una barra di legno. Non appena fummo soli, cominciò a ridere e a saltare come una pazza, gridando: 'Tu sei il mio rom, io sono la tua romi.'****
* Tuorli d'uovo zuccherati.
** Una specie di torrone.
*** Questo re, Don Pedro, che noi chiamiamo "il Crudele," e che la regina Isabella la Cattolica non chiamò mai se non "l'Avenger," era solito aggirarsi di notte per le strade di Siviglia in cerca di avventure, come il califfo Harun al-Rashid. Una notte, in una strada solitaria, bisticciò con un uomo che stava cantando una serenata. Ne nacque una zuffa, e il re uccise l'amoroso caballero. Al cozzare delle loro spade, una vecchia sporte la testa dalla finestra e illuminò la scena con una piccola lampada (candilejo) che teneva in mano. I miei lettori devono sapere che re Don Pedro, sebbene agile e muscoloso, soffriva di uno strano difetto nella sua conformazione fisica. Ogni volta che camminava, le ginocchia gli scricchiolavano sonoramente. Da quello scricchiolio la vecchia lo riconobbe facilmente. Il giorno dopo il veintiquatro di turno venne a fare il suo rapporto al re. "Signore, un duello è stato combattuto la scorsa notte in tale strada: uno dei contendenti è morto." "Avete trovato l'omicida?" "Sì, signore." "Perché non è stato già punito?" "Signore, attendo i vostri ordini!" "Eseguite la legge." Ora il re aveva appena pubblicato un decreto secondo cui ogni duellante doveva essere decapitato, e quella testa doveva essere esposta sul luogo del combattimento. Il veintiquatro uscì dall'impiccio da uomo astuto. Fece segare la testa a una statua del re, e la collocò in una nicchia nel mezzo della strada in cui era avvenuto l'omicidio. Il re e tutti i sivigliani giudicarono questa un'ottima facezia. La strada prese il suo nome dalla lampada tenuta dalla vecchia, unica testimone dell'incidente. Questa è la tradizione popolare. Zuniga racconta la storia in modo un po' diverso. Comunque sia, una strada chiamata Calle del Candilejo esiste ancora a Siviglia, e in quella strada c'è un busto che si dice sia un ritratto di Don Pedro. Questo busto, purtroppo, è una produzione moderna. Durante il XVII secolo il vecchio si era molto deteriorato, e il municipio lo fece sostituire da quello che oggi si può vedere.
**** Rom, marito. Romi, moglie.
«Me ne stavo lì in mezzo alla stanza, carico di tutti i suoi acquisti, senza sapere dove posarli. Lei rovesciò ogni cosa a terra, e mi gettò le braccia al collo, dicendo:
«'Pago i miei debiti, pago i miei debiti! Questa è la legge dei Cales.'*
* Calo, femminile cali, plurale cales. Letteralmente "neri," il nome che gli zingari danno a sé stessi nella propria lingua.
«Ah, signore, quel giorno! quel giorno! Quando ci ripenso dimentico ciò che il domani mi dovrà portare!»
Per un momento il bandito tacque, poi, quando ebbe riacceso il suo sigaro, ricominciò.
«Passammo l'intera giornata insieme, mangiando, bevendo, e via dicendo. Quando si fu ingozzata di confetti, come una bambina di sei anni, ne gettò manciate nel secchio dell'acqua della vecchia. 'Quello diventerà sciroppo per lei,' disse. Spaccò le yemas scagliandole contro le pareti. 'Terranno lontane le mosche.' Non c'era monelleria o follia in cui non si abbandonasse. Le dissi che mi sarebbe piaciuto vederla ballare, solo che non c'erano nacchere da avere. Subito lei afferrò l'unico piatto di terraglia della vecchia, lo mandò in pezzi, ed eccola a ballare la Romalis, facendo tintinnare i cocci come se fossero nacchere d'ebano e d'avorio. Quella ragazza era una buona compagnia, ve lo assicuro! Scese la sera, e sentii i tamburi battere la ritirata.
«'Devo tornare in caserma per l'appello,' dissi.
«'In caserma!' rispose lei, con uno sguardo sprezzante. 'Sei forse uno schiavo negro, per farti menare con l'asta come quello? Sei sciocco quanto un canarino. Il tuo vestito si addice alla tua indole.* Puh! non hai più cuore di un pollo.'
* I dragoni spagnoli indossano un'uniforme gialla.
«Restai, rassegnandomi all'inevitabile prigione di corpo di guardia. La mattina dopo il primo accenno di commiato venne da lei.
«'Senti, Joseito,' disse. 'Ti ho pagato? Secondo la nostra legge, non ti dovevo nulla, perché sei un payllo. Ma sei un bel ragazzo, e mi sei piaciuto. Adesso siamo pari. Buongiorno!'
«Le chiesi quando l'avrei rivista.
«'Quando sarai meno sciocco,' ribatté, ridendo. Poi, con tono più serio, 'Sai, figlio mio, credo davvero di amarti un po'; ma non può durare! Il cane e il lupo non vanno d'accordo a lungo. Forse, se diventassi zingaro, potrei accettare di essere la tua romi. Ma sono sciocchezze, queste cose non sono possibili. Puh! ragazzo mio. Credimi, te la sei cavata bene. Hai incontrato il diavolo — non è sempre nero — e non ti ha torso il collo. Porto un vestito di lana, ma non sono una pecora.* Vai ad accendere un cero alla tua majari,** se lo merita. Su, addio ancora una volta. Non pensare più a La Carmencita, o finirà per farti sposare una vedova con le gambe di legno.'***
* Me dicas vriarda de jorpoy, bus ne sino braco. — Proverbio zingaro.
** La Santa, la Vergine Santissima.
*** La forca, che è la vedova dell'ultimo uomo che vi è stato impiccato.
«Mentre parlava, tirò indietro la barra che chiudeva la porta, e una volta fuori in strada si avvolse nel suo mantello, e girò sui tacchi.
«Diceva la verità. Avrei fatto molto meglio a non ripensare più a lei. Ma dopo quel giorno nella Calle del Candilejo non riuscivo a pensare ad altro. Per tutto il giorno andavo in giro, sperando di incontrarla. Chiedevo notizie di lei alla vecchia, e al venditore di pesce fritto. Entrambi mi dissero che era partita per Laloro, che è il loro nome per il Portogallo. Probabilmente lo dicevano per ordine di Carmen, ma capii subito che mentivano. Qualche settimana dopo il mio giorno nella Calle del Candilejo ero di servizio a una delle porte della città. Poco lontano dalla porta c'era una breccia nel muro. Di giorno i muratori vi lavoravano, e di notte veniva posta una sentinella, per impedire ai contrabbandieri di entrare. Per tutta una giornata vidi Lillas Pastia andare e venire vicino alla guardia, e parlare con alcuni dei miei commilitoni. Lo conoscevano tutti bene, e ancora meglio il suo pesce fritto e le sue frittelle. Venne da me, e mi chiese se avevo notizie di Carmen.
«'No,' dissi.
«'Ebbene,' disse, 'ne avrete presto, compare.'
«Non si sbagliava. Quella notte fui messo a guardia della breccia nel muro. Appena il sergente scomparve, vidi una donna venire verso di me. Il cuore mi disse che era Carmen. Eppure gridai:
«'Ferma! Nessuno può passare di qui!'
«'Via, non essere dispettoso,' disse, facendosi riconoscere.
«'Come! tu qui, Carmen?'
«'Sì, mi payllo. Diciamo poche parole, ma sagge. Ti piacerebbe guadagnare un douro? Verrà gente con dei fagotti. Lasciali passare.'
«'No,' dissi, 'non posso farli passare. Questi sono gli ordini.'
«'Ordini! ordini! Non pensavi agli ordini nella Calle del Candilejo!'
«'Ah!' esclamai, fuori di me al solo pensiero di quella notte. 'Bene è valsa la pena di dimenticare gli ordini per quello! Ma non voglio il denaro di un contrabbandiere!'
«'Bene, se non vuoi denaro, andiamo a cenare insieme dalla vecchia Dorotea?'
«'No,' dissi, mezzo soffocato dallo sforzo che mi costava. 'No, non posso.'
«'Bene! Se fai tante storie, so a chi rivolgermi. Chiederò al tuo ufficiale se vuol venire con me da Dorotea. Ha l'aria gentile, e metterà una sentinella che vedrà solo ciò che è meglio che veda. Addio, canarino! Riderò di gusto il giorno in cui uscirà l'ordine di impiccarti!'
«Fui così debole da richiamarla, e promisi di lasciar passare tutta quanta la tribù degli zingari, se necessario, pur di assicurarmi l'unica ricompensa che desideravo. Lei giurò subito che avrebbe mantenuto fedelmente la parola data il giorno stesso dopo, e corse via a chiamare i suoi, che erano lì vicino. Erano in cinque, di cui Pastia era uno, tutti ben carichi di mercanzia inglese. Carmen faceva la guardia. Doveva avvertirli con le nacchere nell'istante in cui avesse scorto la pattuglia. Ma non ce ne fu bisogno. I contrabbandieri finirono il loro lavoro in un attimo.
«Il giorno dopo andai nella Calle del Candilejo. Carmen mi fece aspettare, e quando venne, era di pessimo umore.
«'Non mi piace la gente che si fa pregare,' disse. 'Tu mi hai fatto un servigio ben più grande la prima volta, senza sapere che ne avresti ricavato qualcosa. Ieri hai mercanteggiato con me. Non so perché sono venuta, perché non mi piaci più. Ecco, togliti di torno. Tieni, un douro per la tua fatica.'
«Fui quasi per gettarle la moneta in testa, e dovetti fare uno sforzo violento per impedirmi di picchiarla davvero. Dopo che ebbimo litigato per un'ora me ne andai infuriato. Per un po' vagai per la città, camminando di qua e di là come un pazzo. Alla fine entrai in una chiesa, e cacciatomi nell'angolo più buio che trovai, piansi lacrime amare. A un tratto sentii una voce.
«'Un dragone in lacrime. Ne farò un filtro!'
«Alzai lo sguardo. Carmen era davanti a me.
«'Ebbene, mi payllo, sei ancora in collera con me?' disse. 'Devo volerti bene mio malgrado, perché da quando mi hai lasciata non so cosa mi sia preso. Senti, sono io che ti chiedo di venire nella Calle del Candilejo, adesso!'
«Così facemmo pace; ma il carattere di Carmen era come il tempo nel nostro paese. Il temporale non è mai così vicino, sulle nostre montagne, come quando il sole è nel suo massimo splendore. Aveva promesso di incontrarmi di nuovo da Dorotea, ma non venne.
«E Dorotea ricominciò a dirmi che era partita per il Portogallo per qualche faccenda zingaresca.
«Siccome l'esperienza mi aveva già insegnato quanto di tutto ciò dovessi credere, andai in giro cercando Carmen ovunque pensassi potesse essere, e venti volte al giorno attraversai la Calle del Candilejo. Una sera mi trovavo da Dorotea, che avevo quasi ammansito offrendole ogni tanto un bicchierino di anisetta, quando entrò Carmen, seguita da un giovane, un tenente del nostro reggimento.
«'Vattene subito,' mi disse in basco. Io rimasi lì, attonito, col cuore pieno di rabbia.
«'Che fate qui?' mi disse il tenente. 'Fuori di qui, andatevene.'
«Non riuscivo a muovere un passo. Mi sentivo paralizzato. L'ufficiale si irritò, e vedendo che non uscivo e che non mi ero nemtato tolto il berretto da campagna, mi prese per il bavero e mi scrollò con forza. Non so cosa gli risposi. Estrasse la spada, e io sfoderai la mia. La vecchia mi afferrò il braccio, e il tenente mi assestò una ferita alla fronte, di cui conservo ancora la cicatrice. Feci un passo indietro, e con uno scatto del gomito mandai a terra la vecchia Dorotea. Poi, siccome il tenente continuava a incalzarmi, volsi la punta della mia spada contro il suo corpo e lui vi si infilzò. Allora Carmen spense la lampada e disse a Dorotea, nella sua lingua, di darsi alla fuga. Io fuggii in strada anch'io, e cominciai a correre, non so dove. Mi sembrava che qualcuno mi stesse seguendo. Quando ripresi i sensi, scoprii che Carmen non mi aveva mai lasciato.
«"Grande stupida di un canarino!" mi disse, "tu non fai altro che coglionerie. E infatti, lo sai bene che ti avevo detto che ti avrei portato sfortuna. Ma su, c'è rimedio a tutto quando si ha per amante una Fiamminga di Roma.* Comincia con l'avvolgerti questo fazzoletto intorno alla testa, e gettami quella tua cintura. Aspettami in questo vicolo – torno in due minuti.
* Flamenco de Roma, termine gergale per i gitani. Roma non sta per la Città Eterna, ma per la nazione dei romi, ossia gli sposati – un nome che i gitani applicano a sé stessi. I primi gitani visti in Spagna provenivano probabilmente dai Paesi Bassi, da qui il nome di Fiamminghi.
"Scomparve, e tornò poco dopo portandomi un mantello a strisce che era andata a prendere, non so dove. Mi fece togliere l'uniforme, e mi fece mettere il mantello sopra la camicia. Così vestito, e con la ferita alla testa fasciata dal fazzoletto, somigliavo abbastanza a un contadino valenziano, parecchi dei quali vengono a Siviglia a vendere una bibita che preparano con le 'chufas'.* Poi mi condusse in una casa molto simile a quella di Dorotea, in fondo a un vicoletto. Lì lei e un'altra gitana mi lavarono e medicarono le ferite, meglio di quanto avrebbe saputo fare qualsiasi chirurgo dell'esercito, mi diedero da bere qualcosa, non so cosa, e infine mi fecero sdraiare su un materasso, sul quale mi addormentai.
* Una radice bulbosa, dalla quale si ricava una bevanda piuttosto gradevole.
"Probabilmente la donna aveva mischiato nel mio bicchiere una di quelle droghe soporifere di cui conoscono il segreto, perché non mi svegliai fino a tarda ora del giorno seguente. Avevo un po' di febbre e un violentissimo mal di testa. Ci volle un po' di tempo prima che mi tornasse in mente la terribile scena di cui avevo fatto parte la notte precedente. Dopo aver medicato la mia ferita, Carmen e la sua amica, accovacciate sui talloni accanto al mio materasso, scambiarono alcune parole in 'chipe calli', che mi parve essere una specie di consulto medico. Poi mi assicurarono entrambe che sarei guarito presto, ma che dovevo uscire da Siviglia nel più breve tempo possibile, perché, se mi avessero acciuffato lì, mi avrebbero senz'altro fucilato.
"'Ragazzo mio,' mi disse Carmen, 'dovrai darti da fare. Adesso che il re non ti dà più né riso né merluzzo* dovrai pensare a guadagnarti da vivere. Sei troppo stupido per rubare bene.** Ma sei coraggioso e svelto. Se hai fegato, prendi il largo verso la costa e fatti contrabbandiere. Non ti avevo promesso di farti impiccare? È meglio che essere fucilato, e poi, se la cosa la fai come si deve, vivrai da principe finché i minoni*** e la guardia costiera non ti mettano le mani addosso.'
* Il rancio ordinario di un soldato spagnolo.
** Ustilar a pastesas, rubare con astuzia, sgraffignare senza violenza.
*** Una specie di corpo di volontari.
"Fu in questo attraente modo che quella figlia del diavolo mi descrisse la nuova carriera che mi suggeriva – l'unica, in verità, che mi rimanesse, ora che avevo incorruttibile la pena di morte. Devo confessarlo, signore? Mi convinse senza troppa fatica. Quella vita selvaggia e pericolosa, mi sembrava, ci avrebbe legati lei e me più strettamente. In futuro, pensavo, avrei potuto essere certo del suo amore.
"Avevo sentito parlare spesso di certi contrabbandieri che giravano per l'Andalusia, ciascuno in groppa a un buon cavallo, con l'amante dietro e il trombone in pugno. Già mi vedevo trottare su e giù per il mondo, con una bella gitana dietro di me. Quando le accennai quella idea, lei rise fino a doversi tenere i fianchi, e giurò che non c'era niente al mondo di più delizioso di una notte passata accampati all'aria aperta, quando ogni rom si ritira con la sua romi sotto la loro tendina, fatta di tre cerchi con una coperta gettata sopra.
"'Se me ne vado sui monti,' le dissi, 'sarò sicuro di te. Non ci sarà nessun tenente lì a dividere con me.'
"'Ah! ah! sei geloso!' ribatté lei, 'tanto peggio per te. Come fai a essere così sciocco? Non capisci che devo amarti, perché non ti ho mai chiesto soldi?'
"Quando mi diceva cose del genere, avrei potuto strangolarla.
"Per farla breve, signore, Carmen mi procurò abiti civili, travestito nei quali uscii da Siviglia senza essere riconosciuto. Andai a Jerez, con una lettera di Pastia per un commerciante di anice la cui casa era il ritrovo dei contrabbandieri. Fui presentato a loro, e il loro capo, soprannominato El Dancaire, mi arruolò nella sua banda. Partimmo per Gaucin, dove trovai Carmen, che mi aveva detto che ci saremmo incontrati lì. In tutte queste spedizioni faceva da spia per la nostra banda, e fu la migliore che si fosse mai vista. Era appena tornata da Gibilterra, e aveva già combinato col capitano di una nave un carico di merci inglesi che dovevamo ricevere sulla costa. Andammo a incontrarlo presso Estepona. Ne nascondemmo una parte sui monti, e caricati del resto, proseguimmo per Ronda. Carmen ci aveva preceduto. Fu di nuovo lei ad avvertirci quando fosse il caso di entrare in città. Questa prima scorreria, e parecchie altre successive, andarono bene. La vita del contrabbandiere mi piaceva più di quella del soldato: potevo fare regali a Carmen, avevo soldi, e avevo un'amante. Non provavo rimorso o quasi, perché, come dicono i gitani, 'L'uomo felice non si gratta'. Eravamo i benvenuti ovunque, i miei compagni mi trattavano bene, e mostravano persino una certa considerazione per me. La ragione era che avevo ucciso il mio uomo, e che alcuni di loro non avevano sulla coscienza un'impresa del genere. Ma ciò che apprezzavo di più nella mia nuova vita era che vedevo Carmen spesso. Mi mostrava più affetto che mai; ciononostante, non avrebbe mai ammesso, davanti ai miei compagni, di essere la mia amante, e mi aveva persino fatto giurare ogni sorta di giuramenti che non avrei detto nulla di lei a loro. Ero così debole nelle mani di quella creatura, che obbedivo a tutti i suoi capricci. E poi, era la prima volta che si rivelava dotata di un po' di contegno da donna onesta, e io ero così sciocco da credere che avesse davvero abbandonato le sue abitudini di prima.
"La nostra banda, composta da otto o dieci uomini, si riuniva di rado tranne che nei momenti decisivi, e di solito ci sparpagliavamo a due a due per le città e i villaggi. Ciascuno di noi fingeva di avere un mestiere. Uno era uno stagnino, un altro un palafreniere; io si supponeva che vendessi merceria ambulante, ma non mi facevo vedere quasi mai nei posti grandi, per via della mia brutta faccenda di Siviglia. Un giorno, o meglio una notte, dovevamo incontrarci sotto Veger. El Dancaire e io arrivammo prima degli altri.
"'Avremo presto un nuovo compagno,' mi disse. 'Carmen ha appena combinato uno dei suoi colpi migliori. Ha organizzato l'evasione del suo rom, che era nel presidio di Tarifa.'
"Cominciavo già a capire la lingua gitana, che parlavano quasi tutti i miei compagni, e quella parola rom mi fece sussultare.
"Come! suo marito? È sposata, dunque?' dissi al capitano.
"'Sì!' rispose lui, 'sposata con Garcia el Tuerto* – un gitano astuto quanto lei. Il poveretto è stato alle galere. Carmen ha circuito così bene il chirurgo del presidio che è riuscita a far uscire di prigione il suo rom. Parola mia, quella ragazza vale il suo peso in oro. Per due anni ha cercato di organizzargli l'evasione, ma non poté fare nulla finché le autorità non si ficcarono in testa di cambiare chirurgo. Lei fece presto a intendersi con questo nuovo.'
* L'orbo.
"Potete immaginare quanto mi fosse gradita la notizia. Vidi ben presto Garcia el Tuerto. Era il più brutto ceffo che fosse mai stato allevato in gitaneria. La pelle nera, l'anima ancora più nera, e nel complesso era il mascalzone più matricolato che mi fosse mai capitato di incontrare in vita mia. Carmen arrivò con lui, e quando lo chiamò il suo rom in mia presenza, avreste dovuto vedere gli occhi che mi faceva, e le facce che faceva ogni volta che Garcia voltava la testa dall'altra parte.
"Ero disgustato, e non le rivolsi una parola tutta la notte. Il mattino seguente avevamo già fatto i nostri bagagli, e ci eravamo già messi in cammino, quando ci accorgemmo che avevamo una dozzina di cavalieri alle calcagna. Gli spacconi andalusi, che avevano vantato di ammazzare chiunque si fosse avvicinato, fecero subito una figura pietosa. Fu una rotta generale. El Dancaire, Garcia, un bel fusto di Écija, che chiamavano El Remendado, e Carmen stessa, mantennero la calma. Gli altri abbandonarono i muli e si gettarono nelle gole, dove i cavalli non potevano seguirli. Non c'era speranza di salvare i muli, così sganciammo in fretta la parte migliore del nostro bottino, e caricando- celo sulle spalle, cercammo di fuggire tra le rocce lungo i pendii più ripidi. Buttavamo i nostri fardelli davanti a noi e li seguivamo come potevamo, scivolando sui talloni. Nel frattempo il nemico ci sparava addosso. Era la prima volta che sentivo fischiare pallottole intorno a me e non me ne importò poi molto. Quando c'è una donna che guarda, non c'è merito particolare nello schioccare le dita davanti alla morte. Ce la cavammo tutti tranne il povero Remendado, che prese una palla nei fianchi. Buttai via il mio fardello e cercai di sollevarlo.
"'Idiota!' gridò Garcia, 'che ce ne facciamo della mondezza! Finiscilo, e non perdere le calze di cotone!'
"'Lascialo!' urlò Carmen.
"Ero così sfinito che fui costretto a posarlo per un momento sotto una roccia. Garcia gli si avvicinò, e gli sparò in piena faccia col suo trombone. 'Sarebbe bravo chi lo riconoscesse adesso!' disse, guardando la faccia, tagliuzzata da una dozzina di pallini.
"Ecco, signore, che razza di vita deliziosa ho fatto! Quella notte ci trovammo in un folto, sfiniti dalla fatica, senza nulla da mangiare, e rovinati dalla perdita dei muli. Cosa credete che facesse quel diavolo di Garcia? Tirò fuori un mazzo di carte dalla tasca e cominciò a fare partite con El Dancaire alla luce di un fuoco che accesero. Io invece ero disteso a terra, a fissare le stelle, pensando a El Remendado, e dicendomi che avrei preferito di gran lunga essere al suo posto. Carmen era accovacciata accanto a me, e ogni tanto faceva schioccare i castagnetti e canticchiava un motivo. Poi, avvicinandosi a me, come se volesse sussurrarmi qualcosa all'orecchio, mi baciò due o tre volte quasi mio malgrado.
"'Sei un demonio,' le dissi.
"'Sì,' rispose lei.
"Dopo qualche ora di riposo, lei partì per Gaucin, e la mattina dopo un pastorello ci portò qualcosa da mangiare. Restammo lì tutto il giorno, e alla sera ci spostammo vicino a Gaucin. Aspettavamo notizie da Carmen, ma non ne arrivarono. Dopo l'alba vedemmo un mulattiere che accompagnava una donna ben vestita con un ombrellino, e una bambina che sembrava la sua domestica. Disse Garcia, 'Eccoli là due muli e due donne che San Nicola ci ha mandato. Avrei preferito quattro muli, ma non importa. Farò del mio meglio con queste.'
"Prese il suo trombone, e scese per il sentiero, nascondendosi tra i cespugli.
"Noi lo seguimmo, El Dancaire e io tenendoci un po' indietro. Appena la donna ci vide, invece di spaventarsi – e il nostro aspetto sarebbe bastato a spaventare chiunque – scoppiò in una risata fragorosa. 'Ah! i lillipendi! Mi prendono per un'erani!'*
* "Gli idioti, mi prendono per una signora elegante!"
"Era Carmen, ma così ben travestita che, se avesse parlato in un'altra lingua, non l'avrei mai riconosciuta. Saltò giù dal mulo, e parlò per un po' sottovoce con El Dancaire e Garcia. Poi mi disse:
"'Canarino, ci rivedremo prima che tu sia impiccato. Vado a Gibilterra per affari gitani – avrete presto mie notizie.'
"Ci separammo, dopo che ci ebbe indicato un posto dove avremmo trovato rifugio per alcuni giorni. Quella ragazza era la provvidenza della nostra banda. Ricevemmo presto del denaro che ci aveva mandato, e una notizia che ci fu anche più utile – che in un certo giorno due signori inglesi avrebbero viaggiato da Gibilterra a Granada per una strada che ci indicò. Fu una parola d'ordine. Avevano un sacco di belle ghinee. Garcia li avrebbe ammazzati, ma El Dancaire e io ci opponemmo. Tutto quello che demmo loro, oltre alle camicie, di cui avevamo grande bisogno, fu il denaro e gli orologi.
"Signore, un uomo può diventare un farabutto per pura sventatezza. Perdi la testa per una bella ragazza, batti un altro uomo per causa sua, accade una catastrofe, devi darti alla macchia, e da contrabbandiere ti ritrovi bandito prima ancora di aver avuto il tempo di pensarci. Dopo la faccenda dei signori inglesi, decidemmo che le vicinanze di Gibilterra non sarebbero state salubri per noi, e ci inframmetemmo nella Sierra de Ronda. Una volta mi avete nominato Jose-Maria. Ebbene, fu lì che feci la sua conoscenza. Portava sempre con sé la sua amante nelle sue spedizioni. Era una bella ragazza, tranquilla, modesta, di buoni modi, non le si sentiva mai dire una parola volgare, ed era completamente devota a lui. Lui, da parte sua, le rendeva la vita molto infelice. Correva sempre dietro ad altre donne, la maltrattava, e poi a volte si metteva in testa di essere geloso. Un giorno le squarciò la carne con un coltello. Ebbene, lei non faceva che adorarlo ancora di più! Così sono le donne, e soprattutto le andaluse. Quella ragazza era fiera della cicatrice sul braccio, e la mostrava come se fosse la cosa più bella del mondo. E poi Jose-Maria era anche il peggior compagno che ci potesse capitare. In una spedizione che facemmo con lui, combinò le cose in modo da tenersi tutto il guadagno, e a noi toccarono tutte le fatiche e le botte. Ma torniamo alla mia storia. Non avevamo alcuna notizia di Carmen. El Dancaire disse: 'Uno di noi dovrà andare a Gibilterra per avere sue notizie. Deve aver preparato qualche affare. Andrei io subito, ma sono troppo conosciuto a Gibilterra.' El Tuerto disse:
"'Sono conosciuto anch'io lì. Ne ho combinate tante ai gamberi* – e dato che ho un occhio solo, non è poi così facile per me travestirmi.'
* Nome che il popolino spagnolo dà ai soldati inglesi, per il colore della loro uniforme.
"'Allora suppongo che tocchi a me,' dissi, tutto felice al solo pensiero di rivedere Carmen. 'Ebbene, come mi devo regolare?'
"Gli altri risposero:
"'O vai per mare, o passi da San Rocco, come preferisci; una volta a Gibilterra, chiedi nel porto dove sta una cioccolataia che si fa chiamare La Rollona. Quando l'avrai trovata, ti dirà tutto quello che sta succedendo.'
"Fu deciso che saremmo partiti tutti per la Sierra, che io avrei lasciato i miei due compagni là, e avrei preso la strada di Gibilterra, in abito di fruttivendolo. A Ronda uno dei nostri mi procurò un passaporto; a Gaucin mi fu dato un asino. Lo caricai di arance e meloni, e mi misi in cammino. Quando arrivai a Gibilterra, scoprii che molti conoscevano La Rollona, ma che era o morta o se n'era andata ad finibus terræ,* e, secondo me, la sua sparizione spiegava l'interruzione della nostra corrispondenza con Carmen. Sistemai il mio asino, e cominciai a girare per la città, portando in giro le mie arance come per venderle, ma in realtà cercando di scorgere una faccia che conoscessi. Il posto è pieno di straccioni d'ogni nazione del mondo, e somiglia davvero alla Torre di Babele, perché non si fanno dieci passi per una strada senza sentire altrettante lingue. Vidi sì alcuni gitani, ma non osai quasi fidarmi di loro. Li stavo studiando, e loro stavano studiando me. Avevamo indovinato a vicenda di essere dei furfanti, ma la cosa importante per noi era sapere se appartenevamo alla stessa banda. Dopo aver passato due giorni in giri infruttuosi, e non aver scoperto nulla né di La Rollona né di Carmen, stavo pensando di tornare dai miei compagni non appena avessi fatto qualche acquisto, quando, verso il tramonto, mentre camminavo per una via, sentii una voce di donna da una finestra che diceva, 'Fruttivendolo!'
* Alle galere, o magari a tutti i diavoli dell'inferno.
"Alzai lo sguardo, e su un balcone vidi Carmen affacciata, accanto a un ufficiale in giacca scarlatta con le spalline d'oro, i capelli ricci, e tutta l'aria di un ricco milord. Quanto a lei, era vestita magnificamente, uno scialle sulle spalle, un pettine d'oro nei capelli, tutto quello che indossava era di seta; e la birichina, per nulla cambiata, rideva fino a tenersi i fianchi.
"L'inglese mi gridò in uno spagnolo storpiato di salire, perché la signora voleva delle arance, e Carmen mi disse in basco:
"'Sali, e non fare caso meravigliato a nulla!'
"In verità, nulla di ciò che lei faceva avrebbe dovuto mai meravigliarmi. Non sapevo se fossi più felice o più infelice di rivederla. Alla porta della casa c'era un alto domestico inglese con la parrucca incipriata, che mi introdusse in uno splendido salotto. Subito Carmen mi disse in basco, 'Non sai una sola parola di spagnolo, e non sai chi sono.' Poi, rivolgendosi all'inglese, aggiunse:
"'Te l'avevo detto. Ho visto subito che era basco. Adesso sentirai che lingua buffa parla. Non sembra sciocco? Sembra un gatto beccato nella dispensa!'
"'E tu,' le dissi nella nostra lingua, 'sembri una sgualdrina sfacciata – e mi viene una gran voglia di sfigurarti la faccia qui, su due piedi, davanti al tuo ganzo.'
"'Il mio ganzo!' disse lei. 'Ah, l'hai indovinato da solo! Sei geloso di questo idiota? Sei anche più sciocco di quanto non fossi la nostra sera in Calle del Candilejo! Non capisci, sciocco, che in questo momento sto facendo un affare gitano, e lo sto facendo nel modo più brillante? Questa casa è mia – le ghinee di quel gambero saranno mie! Lo conduco per il naso, e lo condurrò in un posto da cui non uscirà mai più!'
"'E se ti sorprendo a far affari gitani in questo stile ancora una volta, vedrò io che non ne farai più!' dissi io.
"'Ah, perbacco! Sei forse il mio rom, tu, per darmi ordini? Se El Tuerto è contento, che te ne importa? Non dovresti essere molto felice di essere l'unico uomo che può dirsi il mio minchorro?'*
* Il mio "amante", o meglio il mio "vanto".
"'Cosa dice?' chiese l'inglese.
"'Dice che ha sete, e che gli piacerebbe bere qualcosa,' rispose Carmen, e si gettò all'indietro su un divano, urlando dalle risate per la sua stessa traduzione.
"Quando quella ragazza comincia a ridere, signore, era inutile per chiunque cercare di parlare seriamente. Tutti ridevano con lei. Anche il grosso inglese cominciò a ridere, da idiota qual era, e ordinò al domestico di portarmi qualcosa da bere.
"Mentre bevevo, lei mi disse:"
“‘Vedi quell’anello che ha al dito? Se ti fa piacere te lo do io.’
“E io risposi:
“‘Darei un mio dito per avere il vostro milord fuori sui monti, e ciascuno di noi con una maquila in pugno.’
“‘Maquila, che cosa significa?’ chiese l’inglese.
“‘Maquila,’ disse Carmen, continuando a ridere, ‘significa un’arancia. Non è una parola curiosa per dire arancia? Dice che gli piacerebbe che voi mangiaste maquila.’
“‘Davvero?’ disse l’inglese. ‘Bene, portate più maquila domani.’
“Mentre parlavamo entrò un servo e annunciò che la cena era servita. Allora l’inglese si alzò, mi diede una piastra e offrì il braccio a Carmen, come se non fosse stata capace di camminare da sola. Carmen, che rideva ancora, mi disse:
“‘Ragazzo mio, non posso invitarti a cena. Ma domani, appena sentirai i tambulli battere per la parata, vieni qui con le tue arance. Troverai una stanza meglio ammobiliata di quella di Calle del Candilejo, e vedrai se sono ancora la tua Carmencita. Poi poi parleremo di affari gitani.’
“Non le risposi nulla — anche quando ero in strada sentivo ancora l’inglese che gridava ‘Portate più maquila domani,’ e le risate squillanti di Carmen.
“Uscii, senza sapere cosa fare; dormii appena, e la mattina dopo ero così furioso contro la creatura traditrice che decisi di lasciare Gibilterra senza rivederla. Ma nel momento in cui i tambulli cominciarono a rullare, mi mancò il coraggio. Presi la mia rete piena di arance e corsi a casa di Carmen. Le sue imposte erano state socchiuse, e vidi i suoi grandi occhi scuri che mi stavano aspettando. Il servo incipriato mi fece entrare subito. Carmen lo mandò fuori con una commissione, e appena fummo soli scoppiò in uno dei suoi attacchi di risata da coccodrillo e mi gettò le braccia al collo. Non l’avevo mai vista così bella. Era agghindata come una regina, e profumata; aveva mobili di seta, tendine ricamate — e io conciato come il ladro che ero!
“‘Minchorro,’ disse Carmen, ‘mi viene voglia di mandare tutto in pezzi qui, appiccare il fuoco alla casa, e filarmela sulle montagne.’ E poi mi accarezzava, e poi rideva, e ballava intorno e stracciava le sue fronzaglie. Mai una scimmia fece capriole, smorfie, o bizze così pazze come quelle che fece lei quel giorno. Quando ebbe riacquistato la sua serietà —
“‘Senti,’ disse, ‘questo è un affare da zingari. Voglio che mi porti a Ronda, dove ho una sorella che è monaca’ (qui fu colta da un altro accesso di risata). ‘Passeremo da un certo punto che ti indicherò. Allora devi piombare su di lui e spogliarlo fino alla pelle. La cosa migliore sarebbe che lo facessi fuori, ma,’ aggiunse, con un certo sorriso diabolico che nessuno che lo vide ebbe mai la voglia di imitare, ‘sai cosa faresti meglio? Lascia che El Tuerto ti venga incontro davanti. Tu stammi un po’ indietro. Il gambero è coraggioso, e anche abile, e ha delle buone pistole. Hai capito?’
“E scoppiò in un’altra risata che mi fece rabbrividire.
“‘No,’ dissi io, ‘odio Garcia, ma è mio compare. Un giorno, forse, ti libererò di lui, ma regoleremo i nostri conti alla maniera del mio paese. È solo il caso che mi ha fatto gitano, e in certe cose sarò sempre un navarro fino, come dice il proverbio.*
* Navarro fino.
“‘Sei un sciocco,’ ribatté lei, ‘un sempliciotto, un vero payllo. Sei proprio come il nano che si crede alto perché sputa lontano.* Non mi ami! Vattene!’
* Or esorjle de or marsichisle, sin chisnar lachinguel. “La promessa di un nano è che sputerà lontano.” — Proverbio gitano.
“Ogni volta che mi diceva ‘Vattene,’ non riuscivo ad andarmene. Promisi che sarei tornato dai miei compagni e che avrei aspettato l’arrivo dell’inglese. Lei, dal canto suo, promise che si sarebbe fatta passare per malata fino a quando avesse lasciato Gibilterra per Ronda.
“Restai a Gibilterra ancora due giorni. Lei ebbe l’ardire di travestirsi e venirmi a trovare alla locanda. Partii, avevo un mio piano. Tornai al nostro luogo d’appuntamento con le informazioni sul posto e l’ora in cui l’inglese e Carmen sarebbero passati. Trovai El Dancaire e Garcia che mi aspettavano. Passammo la notte in un bosco, accanto a un fuoco di pigne che ardeva magnificamente. proposi a Garcia di giocare a carte, ed egli accettò. Nella seconda partita gli dissi che stava barando; lui cominciò a ridere; io gli gettai le carte in faccia. Cercò di afferrare il suo archibugio. Gli misi il piede sopra, e dissi: ‘Dicono che tu sappia maneggiare il coltello come il miglior tagliagole di Malaga; vuoi provarlo con me?’ El Dancaire cercò di dividerci. Io avevo dato a Garcia un paio di ceffoni, la sua rabbia gli aveva dato coraggio, snudò il coltello, e io snudai il mio. Entrambi dicemmo a El Dancaire che doveva lasciarci soli, e che l’avremmo risolta fra noi. Capì che non c’era verso di fermarci, così si mise in disparte. Garcia si era già curvato, come un gatto pronto a balzare sul topo. Teneva il cappello nella mano sinistra per parare, e il coltello davanti a sé — è la loro guardia andalusa. Io mi piantai alla navarrese, col braccio sinistro alzato, la gamba sinistra avanti, e il coltello tenuto diritto lungo la coscia destra. Mi sentii più forte di qualsiasi gigante. Mi piombò addosso come una freccia. Girai sul piede sinistro, così che non trovò nulla davanti a sé. Ma io gli conficcai il coltello nella gola, e la lama affondò tanto che la mano mi stava sotto il mento. Diedi alla lama una torsione tale che si spezzò. Fu la fine. La lama fu spinta fuori dalla ferita da un fiotto di sangue grosso come il mio braccio, ed egli cadde lungo disteso a faccia in giù.
“‘Che hai fatto?’ mi disse El Dancaire.
“‘Senti,’ dissi io, ‘non potevamo vivere insieme. Amo Carmen e voglio essere l’unico. E poi, Garcia era un farabutto. Mi ricordo cosa fece a quel povero Remendado. Non restiamo che in due, ma siamo entrambi bravi ragazzi. Su, vuoi avermi per amico, per la vita e per la morte?’
“El Dancaire mi tese la mano. Era un uomo di cinquant’anni.
“‘Che il diavolo si porti queste storie d’amore!’ esclamò. ‘Se tu gliel’avessi chiesta, te l’avrebbe venduta per una piastra! Non restiamo che in due — come faremo domani?’
“‘Sbrigo tutto io da solo,’ risposi. ‘Me ne infischio di tutto il mondo ormai.’
“Seppellimmo Garcia e spostammo il campo di duecento passi più in là. La mattina dopo Carmen e il suo inglese arrivarono con due mulattieri e un servo. Dissi a El Dancaire:
“‘All’inglese penso io, tu spaventi gli altri — non sono armati!’
“L’inglese era un tipo coraggioso. Mi avrebbe ucciso se Carmen non gli avesse dato una gomitata.
“Per farla breve, riconquistai Carmen quel giorno, e le mie prime parole furono per dirle che era vedova.
“Quando seppe come era andata —
“‘Sarai sempre un lillipendi,’ disse. ‘Garcia avrebbe dovuto ucciderti. La tua guardia navarrese è un mucchio di sciocchezze, e ha mandato nell’oscurità uomini molto più abili di te. È solo che la sua ora era giunta — e anche la tua verrà.’
“‘Ah, e anche la tua! — se non sarai una romi fedele con me.’
“‘Così sia,’ disse lei. ‘Ho letto più volte nei fondi del caffè che tu e io dovevamo finire insieme le nostre vite. Puh! quel che deve essere, sarà!’ e fece scricchiolare i suoi nacchere, come faceva sempre quando voleva scacciare un pensiero fastidioso.
“Quando si parla di sé, la lingua corre. Immagino che tutti questi particolari vi annoino, ma sarò presto alla fine della mia storia. La nostra vita nuova durò per un bel po’ di tempo. El Dancaire e io raccogliemmo intorno a noi pochi compagni, più fidati dei primi, e rivolgemmo le nostre attenzioni al contrabbando. A volte, anzi, devo confessare che fermavamo i viaggiatori sulle strade, ma solo quando eravamo all’estremo, e non potevamo evitarlo; e del resto non li maltrattavamo mai, e ci limitavamo a prendere loro il denaro.
“Per alcuni mesi fui molto soddisfatto di Carmen. Continuava a servirci nelle nostre operazioni di contrabbando, avvisandoci di ogni occasione di fare un buon colpo. Restava o a Malaga, o a Cordova, o a Granada, ma a una mia parola lasciava tutto, e veniva a raggiungermi in qualche venta o anche nel nostro campo solitario. Solo una volta — fu a Malaga — mi diede qualche preoccupazione. Seppi che si era incapricciata di un mercante molto ricco, col quale probabilmente intendeva rifare il suo tiro di Gibilterra. Malgrado tutto quello che El Dancaire mi diceva per fermarmi, partii, entrai a Malaga in pieno giorno, cercai Carmen e me la portai via immediatamente. Avemmo un alterco violento.
“‘Sai,’ disse lei, ‘ora che sei il mio rom per sempre, non mi piaci più quanto quando eri il mio minchorro! Non voglio essere tormentata, e soprattutto non voglio essere comandata. Scelgo di essere libera di fare quel che mi pare. Bada a non spingermi troppo; se mi stanchi, troverò qualche bravo ragazzo che ti servirà come tu hai servito El Tuerto.’
“El Dancaire ci rappacificò; ma ci eravamo dette cose che ci bruciavano nel cuore, e non eravamo più come prima. Poco dopo ci capitò una disgrazia: i soldati ci sorpresero, El Dancaire e due dei miei compagni furono uccisi; altri due furono presi. Io ero gravemente ferito, e, se non fosse stato per il mio buon cavallo, sarei caduto nelle mani dei soldati. Mezzo morto di fatica, e con una pallottola nel corpo, cercai rifugio in un bosco, con il mio unico compagno rimasto. Quando smontai da cavallo svenni, e pensai che sarei morto là tra gli sterpi, come una lepre colpita. Il mio compagno mi portò in una grotta che conosceva, e poi mandò a chiamare Carmen.
“Lei era a Granada, e accorse subito da me. Per due settimane intere non mi lasciò un solo istante. Non chiuse occhio; mi assistette con un’abilità e una cura che nessuna donna ha mai mostrato all’uomo che amava più teneramente. Appena potei reggermi in piedi, mi trasportò con la massima segretezza a Granada. Queste donne gitane trovano ovunque un rifugio sicuro, e trascorsi più di sei settimane in una casa a sole due porte da quella del Corregidor che stava cercando di arrestarmi. Più di una volta lo vidi passare, da dietro l’imposta. Alla fine guarii, ma avevo pensato molto, nel mio letto di dolore, e avevo deciso di cambiar vita. proposi a Carmen di lasciare la Spagna, e di cercare un onesto sostentamento nel Nuovo Mondo. Lei mi rise in faccia.
“‘Non siamo nati per piantare cavoli,’ gridò. ‘Il nostro destino è di vivere da payllos! Senti: ho combinato un affare con Nathan Ben-Joseph a Gibilterra. Ha delle stoffe di cotone che non riesce a far passare finché tu non vada a ritirarle. Sa che sei vivo, e conta su di te. Cosa direbbero i nostri corrispondenti di Gibilterra se tu li piantassi in asso?’
“Mi lasciai persuadere, e ripresi il mio vile mestiere.
“Mentre mi nascondevo a Granada c’erano delle corride, alle quali Carmen assisté. Quando tornò parlò a lungo di un abile picador di nome Lucas. Sapeva il nome del suo cavallo, e quanto era costata la sua giacca ricamata. Non feci caso; ma pochi giorni dopo, Juanito, l’unico dei miei compagni che fosse rimasto, mi disse che aveva visto Carmen con Lucas in un negozio dello Zacatin. Allora cominciai a insospettirmi. Chiesi a Carmen come e perché avesse fatto conoscenza col picador.
“‘È un uomo dal quale potremo ricavare qualcosa,’ disse. ‘Un torrente rumoroso o ha acqua o ha sassi. Ha guadagnato milleduecento reales nelle corride. Una delle due: o ci prendiamo i suoi soldi, o, visto che è un buon cavaliere e un tipo coraggioso, lo arruoliamo nella nostra banda. Abbiamo perso questo e quello; dovrai sostituirli. Prenditi quest’uomo!’
“‘Non voglio né i suoi soldi né lui,’ risposi, ‘e ti proibisco di parlargli.’
“‘Bada!’ ribatté lei. ‘Se qualcuno mi sfida a fare una cosa, la faccio molto in fretta.’
“Per fortuna il picador partì per Malaga, e io mi misi a far passare le stoffe di cotone dell’ebreo. Questa spedizione mi diede molto da fare, e anche a Carmen. Dimenticai Lucas, e forse lo dimenticò anche lei — almeno per il momento. Fu proprio in quel periodo, signore, che vi incontrai, prima a Montilla, e poi in seguito a Cordova. Non parlerò di quell’ultimo incontro. Voi ne sapete forse più di me. Carmen vi rubò l’orologio, voleva avere anche il vostro denaro, e soprattutto quell’anello che vedo al vostro dito, e che dichiarava essere un anello magico, il cui possesso era per lei molto importante. Avemmo un violento litigio, e io la colpii. Lei impallidì e cominciò a piangere. Era la prima volta che la vedevo piangere, e mi colpì nel modo più doloroso. La supplicai di perdonarmi, ma lei mi tenne il broncio per un giorno intero, e quando ripartii per Montilla non volle baciarmi. Avevo il cuore ancora molto ferito, quando, tre giorni dopo, mi raggiunse col viso sorridente e allegra come un’allodola. Tutto era dimenticato, ed eravamo come due innamorati in luna di miele. Proprio mentre ci separavamo mi disse: ‘C’è una festa a Cordova; ci andrò, e così saprò chi se ne tornerà con dei soldi, e potrò avvertirti.’
“Le permisi di andare. Quando fui solo, pensai alla festa, e al cambiamento d’umore di Carmen. ‘Deve essersi già vendicata,’ dissi fra me, ‘visto che è stata lei la prima a fare la pace.’ Un contadino mi disse che a Cordova c’erano delle corride. Allora il sangue mi cominciò a bollire, e partii come un pazzo diritto verso l’arena. Mi fecero indicare Lucas, e sulla panchina, proprio accanto alla barriera, riconobbi Carmen. Mi bastò un’occhiata per trasformare il sospetto in certezza. Quando apparve il primo toro Lucas cominciò, come mi aspettavo, a fare il galante; strappò la coccarda dal toro e la offerse a Carmen, che se la mise subito nei capelli.*
* La divisa. Un nastro, il cui colore indica il pascolo da cui proviene ciascun toro. Questo nastro viene fissato nella pelle del toro con una specie di uncino, ed è considerato il colmo della galanteria strapparlo alla bestia viva e offrirlo a una donna.
“Il toro mi vendicò. Lucas fu disarcionato, con il cavallo sul petto, e il toro sopra entrambi. Cercai Carmen, era già sparita dal suo posto. Non potevo uscire dal mio, e dovetti aspettare che la corrida finisse. Poi andai a quella casa che già conoscete, e vi attesi tranquillo tutta la sera e parte della notte. Verso le due di notte Carmen tornò, e rimase piuttosto sorpresa di vedermi.
“‘Vieni con me,’ dissi.
“‘Va bene,’ disse lei, ‘andiamo.’
“Andai a prendere il mio cavallo, la feci salire dietro di me, e viaggiammo per tutto il resto della notte senza dirci una parola. Quando spuntò il giorno ci fermammo in una locanda isolata, non lontano da un eremo. Là dissi a Carmen:
“‘Ascolta — dimentico tutto, non ti farò alcun rimprovero. Ma giurami una cosa — che verrai con me in America, e che là vivremo in pace!’
“‘No,’ disse lei, con voce imbronciata, ‘non andrò in America — sto benissimo qui.’
“‘È perché sei vicina a Lucas. Ma stai certa che anche se ora guarisce, non farà vecchiaia. E, in verità, perché dovrei litigare con lui? Sono stanco di ammazzare tutti i tuoi amanti; questa volta ammazzerò te.’
“Lei mi guardò fissamente con i suoi occhi selvaggi, e poi disse:
“‘Ho sempre pensato che mi avresti uccisa. La primissima volta che ti vidi avevo appena incontrato un prete sulla porta di casa mia. E stanotte, mentre uscivamo da Cordova, non hai visto niente? Una lepre attraversò la strada tra le zampe del tuo cavallo. È il destino.’
“‘Carmencita,’ chiesi, ‘non mi ami più?’
“Lei non mi rispose, stava seduta a gambe incrociate su una stuoia, facendo dei segni per terra col dito.
“‘Cambiamo vita, Carmen,’ implorai. ‘Andiamocene via e viviamo in un posto dove non saremo mai separati. Sai che abbiamo centoventi once d’oro sepolte sotto una quercia non lontano da qui, e poi abbiamo altro denaro dall’ebreo Ben-Joseph.’
“Lei cominciò a sorridere, e poi disse: ‘Prima io, e poi tu. So che andrà così.’
“‘Pensaci,’ dissi. ‘Sono alla fine della mia pazienza e del mio coraggio. Deciditi — oppure dovrò decidere io.’
“La lasciai sola e mi avviai verso l’eremo. Trovai l’eremita che pregava. Aspettai che la preghiera fosse finita. Avrei voluto pregare anch’io, ma non ci riuscivo. Quando si rialzò dalle ginocchia gli andai incontro.
“‘Padre,’ dissi, ‘volete pregare per qualcuno che è in grande pericolo?’
“‘Prego per chiunque sia afflitto,’ rispose.
“‘Potete dire una messa per un’anima che sta forse per comparire davanti al suo Creatore?’
“‘Sì,’ rispose, fissandomi.
“E siccome c’era qualcosa di strano in me, cercò di farmi parlare.
“‘Mi pare di avervi visto da qualche parte,’ disse.
“Posi una piastra sulla sua panca.
“‘Quando direte la messa?’ chiesi.
“‘Tra mezz’ora. Viene a servirla il figlio del locandiere di qui. Ditemi, giovane, non avete qualcosa sulla coscienza che vi tormenta? Volete ascoltare il consiglio di un cristiano?’
«Riuscii a stento a trattenere le lacrime. Gli disi che sarei tornato, e mi allontanai in fretta. Andai a sdraiarmi sull’erba finché non sentii la campana. Poi tornai alla cappella, ma rimasi fuori. Quando ebbe detto la messa, tornai alla venta. Speravo che Carmen fosse fuggita. Avrebbe potuto prendere il mio cavallo e andarsene. Ma la trovai ancora là. Non voleva che qualcuno potesse dire che l’avevo spaventata. Mentre io ero assente, aveva scucito l’orlo della gonna e ne aveva tolto il piombo che la appesantiva; e ora stava seduta davanti a un tavolo, fissando una ciotola d’acqua nella quale aveva appena gettato il piombo che aveva fuso. Era così intenta ai suoi sortilegi che dapprima non si accorse del mio ritorno. A volte prendeva un pezzetto di piombo e lo girava in ogni verso con uno sguardo malinconico. A volte cantava una di quelle canzoni magiche, che invocano l’aiuto di Maria Padella, l’amante di Don Pedro, della quale si dice che fosse la _Bari Crallisa_—la grande regina degli zingari.*
* Maria Padella fu accusata di aver stregato Don Pedro. Secondo una tradizione popolare, avrebbe donato alla regina Bianca di Borbone una cintura d’oro che, agli occhi del re stregato, prese l’aspetto di un serpente vivo. Da ciò il disgusto che egli mostrò sempre verso la sventurata principessa.
«‘Carmen,’ le dissi, ‘verrai con me?’ Si alzò, gettò via la sua ciotola di legno, e si mise il mantello sulla testa pronta a partire. Condussero il mio cavallo, ella montò dietro di me, e cavalcammo via.
«Dopo che avemmo fatto un po’ di strada le dissi: ‘Dunque, mia Carmen, sei proprio decisa a seguirmi, non è vero?’
«Ella rispose: ‘Sì, ti seguirò, persino fino alla morte—ma non vivrò più con te.’
«Eravamo arrivati in una gola solitaria. Fermai il cavallo.
«‘È questo il luogo?’ disse.
«E con un balzo toccò terra. Si tolse il mantello e lo gettò ai suoi piedi, e rimase immobile, con una mano sul fianco, fissandomi con lo sguardo fermo.
«‘Vuoi uccidermi, lo vedo bene,’ disse. ‘È il destino. Ma non riuscirai mai a farmi cedere.’
«Le dissi: ‘Sii ragionevole, ti supplico; ascoltami. Tutto il passato è dimenticato. Eppure sai che sei stata la mia rovina—è per causa tua che sono un brigante e un assassino. Carmen, mia Carmen, lascia che ti salvi, e che mi salvi con te.’
«‘José,’ rispose, ‘ciò che mi chiedi è impossibile. Non ti amo più. Tu mi ami ancora, ed è per questo che vuoi uccidermi. Se volessi, potrei dirti qualche altra menzogna, ma non intendo darmi la pena. Tutto è finito fra noi due. Tu sei il mio rom, e hai il diritto di uccidere la tua romi, ma Carmen sarà sempre libera. Calli è nata, e calli morirà.’
«‘Allora, ami Lucas?’ chiesi.
«‘Sì, l’ho amato—come ho amato te—per un istante—forse meno di quanto ho amato te. Ma ora non amo più nulla, e mi odio per aver mai amato te.’
«Mi gettai ai suoi piedi, le afferrai le mani, le bagnai delle mie lacrime, le rammentai tutti i momenti felici che avevamo trascorso insieme, le offersi di continuare la mia vita di brigante, se ciò le fosse piaciuto. Tutto, signore, tutto—le offersi tutto purché mi amasse ancora.
«Ella disse:
«‘Amarti ancora? Non è possibile! Vivere con te? Non lo farò!’
«Ero pazzo di furore. Estrassi il coltello, avrei voluto che si mostrasse spaventata, e mi supplicasse—ma quella donna era un demonio.
«Gridai: ‘Per l’ultima volta te lo chiedo. Vuoi restare con me?’
«‘No! no! no!’ disse, e batté il piede.
«Poi si sfilò dal dito un anello che le avevo donato, e lo scagliò nel cespuglio.
«La colpii due volte—avevo preso il coltello di Garcia, perché avevo spezzato il mio. Al secondo colpo cadde senza un grido. Mi pare di vederla ancora con quei suoi grandi occhi neri fissi su di me. Poi si offuscarono e le palpebre si chiusero.
«Per una buona ora rimasi prostrato accanto al suo cadavere. Poi mi tornò in mente che Carmen mi aveva detto spesso che le sarebbe piaciuto giacere sepolta in un bosco. Le scavai una fossa con il coltello e la adagiai dentro. Cercai a lungo il suo anello, e alla fine lo trovai. Lo misi nella fossa accanto a lei, con una piccola croce—forse feci male. Poi montai a cavallo, galoppai verso Cordova, e mi costituii alla prima caserma. Dissi che avevo ucciso Carmen, ma non volli dire dove fosse il suo corpo. Quel romito era un uomo santo! Pregò per lei—disse una messa per la sua anima. Povera creatura! Sono i calle i colpevoli per averla cresciuta così.»
CAPITOLO IV
La Spagna è uno dei paesi in cui quei nomadi, sparsi per tutta l’Europa, e noti come Boemi, Gitani, Zingari, Zigeuner, e così via, si trovano oggi nel numero più grande. La maggior parte di questa gente vive, o piuttosto vaga di qua e di là, nelle province meridionali e orientali della Spagna, in Andalusia, e in Estremadura, nel regno di Murcia. Ce ne sono moltissimi in Catalogna. Questi ultimi attraversano spesso la frontiera e si possono vedere a tutte le nostre fiere del meridione. Gli uomini si fanno chiamare di solito palafrenieri, maniscalchi, tosatori di muli; a questi mestieri aggiungono il rattoppo delle pentole e degli utensili di rame, per non parlare del contrabbando e di altre pratiche illecite. Le donne dicono la fortuna, mendicano, e vendono ogni sorta di intrugli, alcuni dei quali sono innocui, mentre altri non lo sono. Le caratteristiche fisiche degli zingari si distinguono più facilmente che non si descrivano, e quando se ne è conosciuto uno, si dovrebbe essere in grado di riconoscere un membro della razza fra mille altri uomini. È soprattutto dalla fisionomia e dall’espressione che essi differiscono dagli altri abitanti dello stesso paese. La loro carnagione è estremamente scura, sempre più scura di quella della razza fra cui vivono. Da ciò il nome di cale (neri) che si danno spesso.* I loro occhi, dall’ovale decisamente allungato, sono grandi, molto neri, e ombreggiati da ciglia lunghe e folte. Il loro sguardo può paragonarsi soltanto a quello di una creatura selvatica. È insieme pieno di ardimento e di timidezza, e sotto questo aspetto i loro occhi sono un fedele indizio del loro carattere nazionale, che è astuto, audace, ma con «il naturale timore dei colpi», come Panurgo. La maggior parte degli uomini sono ragazzi robusti, snelli e agili. Non credo di aver mai visto uno zingaro ingrassato. In Germania le donne zingare sono spesso molto graziose; ma la bellezza è assai rara fra le gitane spagnole. Da giovanissime, possono passare per attraenti nella loro bruttezza, ma una volta giunte alla maternità, diventano assolutamente ripugnanti. La sporcizia d’ambo i sessi è incredibile, e chi non ha visto i capelli di una matrona zingara non può farsene alcuna idea, nemmeno evocando le teste più ruvide, le più unte e le più polverose che si possano immaginare. In alcune grandi città andaluse, certe ragazze zingare, un po’ più presentabili delle altre, curano di più il proprio aspetto. Escono e guadagnano danaro eseguendo danze che somigliano molto a quelle proibite nei nostri balli pubblici durante il carnevale. Un missionario inglese, il signor Borrow, autore di due opere assai interessanti sugli zingari spagnoli, che si propose di convertire a nome della Società Biblica, afferma che non esiste caso di alcuna gitana che abbia mostrato la benché minima debolezza per un uomo che non appartenga alla propria razza. La lode che egli tributa alla loro castità mi sembra assai esagerata. In primo luogo, la stragrande maggioranza si trova nella condizione della donna brutta descritta da Ovidio, «_Casta quam nemo rogavit_». Quanto alle belle, esse sono, come tutte le donne spagnole, molto difficili nello scegliere i loro amanti. Bisogna conquistarne la fantasia, e il loro favore va guadagnato. Il signor Borrow cita, a prova della loro virtù, un tratto che fa onore alla sua, e specialmente alla sua semplicità: dichiara che un uomo immorale di sua conoscenza offrì invano parecchie once d’oro a una bella gitana. Un andaluso, al quale riferii questo aneddoto, sostenne che l’uomo immorale in questione sarebbe riuscito molto meglio se avesse mostrato alla ragazza due o tre piastre, e che offrire once d’oro a una zingara era un metodo di persuasione tanto misero quanto promettere un paio di milioni a una cameriera di taverna. Comunque sia, è certo che la gitana dimostra la più straordinaria devozione al marito. Non c’è pericolo né sofferenza che essa non affronti, per soccorrerlo nel bisogno. Uno dei nomi che gli zingari danno a se stessi, Rome, o «la coppia sposata», mi sembra una prova del loro rispetto razziale per lo stato coniugale. Parlando in generale, si può affermare che la loro virtù principale è il patriottismo—se così possiamo definire la fedeltà che osservano in tutte le loro relazioni con persone della stessa origine, la loro prontezza nell’aiutarsi l’un l’altro, e l’inviolabile segreto che mantengono a beneficio gli uni degli altri, in tutte le questioni compromettenti. E invero qualcosa di simile si può notare in tutte le associazioni misteriose che stanno al di là della legge.
* Mi ha colpito il fatto che gli zingari tedeschi, sebbene intendano perfettamente la parola cale, non amano essere chiamati con quel nome. Fra loro usano sempre la designazione Romane tchave.
Alcuni mesi fa, feci una visita a una tribù di zingari nella regione dei Vosgi. Nella capanna di una vecchia, la più anziana della tribù, trovai uno zingaro, per nulla imparentato con la famiglia, malato di un morbo mortale. L’uomo aveva lasciato un ospedale, dove era assistito con ogni cura, per poter morire fra i suoi. Da tredici settimane giaceva nel loro accampamento, e riceveva cure ben migliori di quelle riservate a tutti i figli e i generi che dividevano il suo ricovero. Aveva un buon letto fatto di paglia e muschio, e lenzuola tollerabilmente bianche, mentre tutti gli altri della famiglia, che contava undici persone, dormivano su assi lunghe tre piedi. Tanto per la loro ospitalità. Proprio quella stessa donna, per quanto umano fosse il suo trattamento verso l’ospite, mi diceva continuamente davanti al malato: «Singo, singo, homte hi mulo». «Fra poco, fra poco deve morire!». In fin dei conti, questa gente vive vite così misere, che un accenno all’avvicinarsi della morte non può avere per loro alcun terrore.
Un tratto notevole del carattere zingaresco è la loro indifferenza in materia di religione. Non che essi siano forti di mente o scettici. Non hanno mai fatto professione di ateismo. Anzi, tutt’altro: la religione del paese che abitano è sempre la loro; ma cambiano religione quando cambiano paese di residenza. Sono ugualmente liberi dalle superstizioni che nei ceti volgari prendono il posto del sentimento religioso. Come potrebbe, del resto, esistere la superstizione in una razza che, di regola, trae il proprio sostentamento dalla credulità altrui? Cionondimeno, ho notato nelle zingare spagnole una particolare ripugnanza a toccare un cadavere. Ben poche di esse si lascerebbero indurre a portare un morto al sepolcro, nemmeno dietro compenso.
Ho detto che la maggior parte delle donne zingare si assume il compito di predire il futuro. Lo fanno con grande successo. Ma trovano una fonte di guadagno ben maggiore nella vendita di amuleti e filtri d’amore. Non solo forniscono zampe di rospo per tenere legati cuori volubili, e calamita polverizzata per accendere l’amore nei cuori freddi, ma, all’occorrenza, sanno usare potenti incantesimi che costringono il diavolo a prestare il suo aiuto. L’anno scorso mi fu raccontata la seguente storia da una signora spagnola. Passeggiava un giorno lungo la Calle de Alcalá, molto triste e ansiosa. Una zingara che stava accovacciata sul marciapiede le gridò: «Bella mia, il vostro amante vi ha tradita!» (Era proprio vero.) «Volete che ve lo faccia tornare?» I lettori immagineranno con quale gioia la proposta fu accolta, e quanta fiducia ispirasse una persona capace di indovinare così i segreti più riposti del cuore. Non essendo possibile procedere alle operazioni di magia nella strada più affollata di Madrid, fu fissato un incontro per il giorno seguente. «Niente sarà più facile che riportare l’infedele ai vostri piedi!» disse la gitana. «Capita che abbiate un fazzoletto, una sciarpa, o un mantello che vi ha dato?» Le fu consegnata una sciarpa di seta. «Ora cucite una piastra in un angolo della sciarpa con della seta cremisi—cucite mezza piastra in un altro angolo—cucite qui una peseta—e là una moneta da due reales; poi, nel mezzo, dovete cucire una moneta d’oro—un doblone sarebbe l’ideale.» Il doblone e tutte le altre monete furono debitamente cuciti dentro. «Ora datemi la sciarpa, e la porterò al Campo Santo quando suonerà mezzanotte. Venite anche voi, se volete vedere un bel pezzo di stregoneria. Vi prometto che domani vedrete l’uomo che amate!» La zingara partì sola per il Campo Santo, poiché la mia amica spagnola aveva troppa paura della stregoneria per accompagnarla. Lascio ai lettori indovinare se la mia povera donna abbandonata rivedesse mai il suo amante, o la sua sciarpa.
Malgrado la loro povertà e il genere di avversione che ispirano, gli zingari sono trattati con una certa considerazione dalla gente più ignorante, e ne sono molto orgogliosi. Si sentono una razza superiore per intelligenza, e disprezzano di cuore le persone di cui godono l’ospitalità. «Questi Gentili sono così stupidi», mi disse uno degli zingari dei Vosgi, «che non c’è merito a farsi loro gioco. L’altro giorno una contadina mi chiamò per strada. Entrai in casa sua. La sua stufa fumava e mi chiese un incantesimo per guarirla. Prima di tutto le feci dare un bel pezzo di lardo, e poi cominciai a borbottare qualche parola in romaní. ‘Sei una sciocca,’ le dissi, ‘sei nata sciocca, e morirai sciocca!’ Quando fui vicino alla porta le dissi, in buon tedesco: ‘Il modo più sicuro perché la tua stufa non faccia fumo è di non accenderci il fuoco!’ e poi me la diedi a gambe.»
La storia degli zingari è ancora un problema. Sappiamo, invero, che le loro prime bande, poche e sparse, apparvero nell’Europa orientale verso l’inizio del quindicesimo secolo. Ma nessuno può dire donde siano partite, né perché siano venute in Europa, e, cosa ancor più singolare, nessuno sa come si siano moltiplicate, in breve tempo, e in modo così prodigioso, e in parecchi paesi, tutti molto lontani fra loro. Gli zingari stessi non conservano alcuna tradizione quanto alla loro origine, e sebbene quasi tutti parlino dell’Egitto come loro patria d’origine, ciò avviene solo perché hanno adottato un’antichissima favola riguardante la loro razza.
La maggior parte degli orientalisti che hanno studiato la lingua zingaresca ritiene che la culla della razza sia stata l’India. Appare, infatti, che molte delle radici e delle forme grammaticali della lingua romaní si trovino in idiomi derivati dal sanscrito. Come si può immaginare, gli zingari, durante le loro lunghe peregrinazioni, hanno adottato molte parole straniere. In ogni dialetto romaní compaiono numerose parole greche.
Al giorno d’oggi gli zingari hanno quasi tanti dialetti quante sono le orde distinte della loro razza. Dappertutto parlano la lingua del paese che abitano più facilmente del loro idioma, che di rado usano, se non per conversare liberamente davanti agli estranei. Un confronto fra il dialetto degli zingari tedeschi e quello usato dagli zingari spagnoli, che non hanno più avuto alcuna comunicazione fra loro da parecchi secoli, rivela l’esistenza di un gran numero di parole comuni a entrambi. Ma ovunque la lingua originaria è assai mutata, sebbene in grado diverso, a contatto con le lingue più colte nell’uso delle quali i nomadi sono stati costretti. Il tedesco in un caso e lo spagnolo nell’altro hanno così modificato la base romaní che non sarebbe possibile a uno zingaro della Foresta Nera conversare con uno dei suoi fratelli andalusi, sebbene qualche frase da ambo le parti basterebbe a convincerli che ciascuno parlava un dialetto della stessa lingua. Alcune parole di uso frequentissimo sono, credo, comuni a ogni dialetto. Così, in ogni vocabolario che ho potuto consultare, pani significa acqua, manro significa pane, mas sta per carne, e lon per sale.
I nomi di numero sono quasi gli stessi dovunque. Il dialetto tedesco mi sembra molto più puro di quello spagnolo, perché ha conservato molte forme grammaticali primitive, mentre i Gitani hanno adottato quelle della lingua castigliana. Tuttavia, alcune parole fanno eccezione, quasi a provare che la lingua era in origine comune a tutti. Il preterito del dialetto tedesco si forma aggiungendo ium all’imperativo, che è sempre la radice del verbo. Nel romaní spagnolo i verbi sono tutti coniugati sul modello della prima coniugazione dei verbi castigliani. Da jamar, infinito di «mangiare», la coniugazione regolare dovrebbe dare jame, «ho mangiato». Da lillar, «prendere», lille, «ho preso». Eppure, alcuni vecchi zingari dicono, per eccezione, jayon e lillon. Non conosco altri verbi che abbiano conservato questa forma antica.
Mentre mi vanto così della mia modesta dimestichezza con la lingua romaní, devo segnalare alcune parole dell’argot francese che i nostri ladri hanno preso a prestito dagli zingari. Dai _Mystères de Paris_ la gente onesta ha appreso che la parola _chourin_ significa «un coltello». È romaní puro—_tchouri_ è una delle parole comuni a ogni dialetto. Il signor Vidocq chiama un cavallo _gres_—anche questa è una parola zingaresca—_gras_, _gre_, _graste_, e _gris_. Aggiungasi la parola _romanichel_, con la quale gli zingari sono designati nell’argot parigino. È una corruzione di _romane tchave_—«ragazzi zingari». Ma un’etimologia di cui vado veramente fiero è quella della parola _frimousse_, «faccia», «volto»—parola che ogni scolaro adopera, o adoperava, ai miei tempi. Si noti, anzitutto, che Oudin, nel suo singolare dizionario, pubblicato nel 1640, scrisse la parola _firlimouse_. Ora, in romaní, _firla_, o _fila_, significa «faccia», e ha lo stesso significato—è esattamente l’_os_ dei Latini. La combinazione di _firlamui_ fu capita all’istante da uno zingaro autentico, e credo che sia conforme allo spirito della lingua zingaresca.
Ho certo detto abbastanza per dare ai lettori di Carmen un’idea favorevole dei miei studi sul romaní. Concluderò con il seguente proverbio, che calza a proposito: _En retudi panda nasti abela macha_. «Fra labbra serrate nessuna mosca può passare.»