FARINA
Di George Meredith
IL CLUB DELLA ROSA BIANCA
In quelle epoche vigorose in cui i Kaiser levavano in alto il calice d’oro di Aquisgrana e bevevano, col gomito rivolto al cielo, il vino dagli occhi verdi dell’antico romanticismo, viveva, a un tiro di schioppo dalle ossa delle Undicimila Vergini e dei Tre Re Magi, un prospero renano, di nome Gottlieb Groschen, o, come fu talvolta nobilitato, Gottlieb von Groschen; del quale nessun mercante più ricco commerciò per la gloria della sua antica città natale, né borghese più onorato inghiottì con imparzialità succo rosso e bianco all’ombra del proprio fico.
Colline vitate, tra le più avide di sole del Rheingau, luccicavano nel novero dei possedimenti di Gottlieb; campi di grano sotto Colonia; cave di basalto nei pressi di Linz; sorgenti minerali nel Nassau, un lascito dei Romani al genio e all’intraprendenza del primo dei mercanti tedeschi. Avrebbe potuto ricomprare ogni rupe da falconeria, proprietario compreso, dalla Torre di Hatto fino a Rheineck. Loreley, intenta a pettinare i suoi riccioli gialli contro la nube notturna, scorgeva le zattere del vecchio Gottlieb scivolare all’infinito al chiaro di luna attraverso il varco di ferro che essa popola sopra St. Goar. Un coro di lamenti levavano le mogli dei suoi zatterieri, lì vedovate dalla sua acquatica musica!
Questo degno cittadino di Colonia deteneva vaste lettere manoscritte del Kaiser a lui indirizzate:
«Caro mio figlio bennato e suddito, Gottlieb!» ed egli era a suo agio con i più orgogliosi principi del Sacro Romano Impero Germanico. Perché Gottlieb era un prestatore di denaro e un uomo onesto in un sol corpo. Egli predisponeva i fruttuosi raccolti dell’usura, senza incalzare le stagioni con eccessivo rigore. «Semino il mio seme in inverno», soleva dire, «e spero di mietere un buon profitto in autunno; ma se il raccolto è scarso, meglio lasciarlo lì a ingrassare il suolo.»
«La vecchia terra è la creditrice più saggia», aggiungeva; «lei non spremerà mai il sole, ma prende semplicemente ciò che egli può darle anno dopo anno, assicurandosi così un buon interesse annuale.»
Perciò, quando la gente chiedeva a Gottlieb come fosse salito a un simile apice di fortuna, il vecchio mercante socchiudeva l’occhio nell’angolo più astuto e rispondeva con malizia: «Perché sono sempre stato uno studioso dei corpi celesti»; una comunicazione che non mancò di rendere gli astri e i sistemi oggetti di ardente culto popolare a Colonia, dove la scienza era da tempo considerata alchemica, e tale può ancora essere.
Raramente il Kaiser poteva andare in guerra nel Welschland senza prima prendere serio consiglio dal suo bennato figlio e suddito Gottlieb, e alleggerire i suoi forzieri. Invero, il passatempo imperiale sarebbe dovuto cessare, e il Kaiser sarebbe languito, se non fosse stato per lui. Colonia considerava il suo illustre cittadino qualcosa di più che un uomo. I borghesi si levavano il cappello quando passava; e i monelli scapestrati e sporchi di cuoio lo fissavano con rispetto soprannaturale, a bocca spalancata, come se una miniera d’oro di grande mole avesse camminato attraverso il gioco atterrito.
Ma, per i giovani di Colonia, egli aveva un titolo di reverenza più alto, in quanto padre della bella Margarita, la Rosa Bianca di Germania; una nobile fanciulla, senza pari, e un gioiello per principi.
La devozione di questi giovani dovrebbe valer loro un nome nella cavalleria. In suo onore, quotidianamente e nottetempo, si procuravano tra loro lividi neri e sfilavano con volti tumefatti, nell’umile speranza di trovare ciò gradito ai suoi occhi. I teneri fanatici andavano in bande su e giù per la Renania, sfidando i viandanti e i contadini con bastone e boccale ad accettare la supremazia della loro signora. Chiunque di loro viaggiasse in terre straniere, scriveva a casa vantandosi di quante volte la sua testa fosse stata rotta per conto della bella Margarita; e se ciò accadeva assai spesso, si creava uno spirito di invidia che lo costringeva, al suo ritorno, a verificare la propria prodezza su non meno di una ventina dei suoi rivali. Non possedere una cicatrice di bellezza, come venivano chiamate le ferite ricevute in questi infiniti combattimenti, divenne segno di inferiorità, cosicché si congetturava che avvenissero molte automutilazioni volontarie; e per ovviare a questo pezzo di tradimento, venivano redatti verbali dei combattimenti e autenticati, attestando che un certo glorioso taglio o ferita era stato onorevolmente vinto in campo leale; in quale occasione; e da chi; ogni membro del Club della Rosa Bianca conservava il proprio rotolo particolare e, nei giorni di festa e di vacanza, lo portava fieramente nel proprio elmo. Gli stranieri che entravano a Colonia rimanevano stupiti dall’aspetto orrendo dei giovanotti, e pensavano di non aver mai osservato una razza così brutta; ma erano costretti ad ammettere la fine influenza della bellezza sul commercio, vedendo che il consumo di birra aumentava quasi di ora in ora. Tutta la Baviera non poteva eguagliare Colonia per la quantità smaltita.
I membri principali del Club della Rosa Bianca erano Berthold Schmidt, il figlio del ricco orafo; Dietrich Schill, figlio del sellaio imperiale; Heinrich Abt, Franz Endermann ed Ernst Geller, figli di notabili borghesi, ognuno dei quali portava un rotolo lungo un braccio nel proprio berretto, ed era troppo sfigurato in volto perché gli uomini richiedessero un’ispezione del documento. Erano giovani pericolosi da incontrare, perché i giuramenti, le cerimonie e le ritrattazioni che esigevano da ogni viandante, al di sotto del rango di barone, erano quanto pochi avrebbero potuto soddisfacentemente compiere, se amanti di donne diverse dalla bella Margarita, o mariti leali; e quanto nessuno, salvo teste e stomaci addestrati, avrebbe potuto sopportare, per quanto naturalmente virili. Il capitano del Club era colui che riusciva a bere più birra senza sospiri intermedi, e il cui volto contava il numero più orgoglioso di tagli e miscela di colori. Il capitanato era più conteso tra Dietrich Schill e Berthold Schmidt, i quali, nel calore e nella costanza della disputa, stavano gradualmente perdendo le sembianze umane. «La buona moneta», si gloriavano di riflettere, «non ha bisogno di sigillo.»
Un giovane a Colonia resisteva alla tirannia imperante e sceglieva di rendere omaggio alla bellezza a modo suo, e con comodo. Era Farina, e giuramenti venivano registrati contro di lui sopra barili di birra vuoti. Un assioma del Club della Rosa Bianca stabiliva che chiunque doveva essere innamorato di Margarita, e la coscienza del Club li rendeva triplicemente sospettosi verso coloro che non erano membri. Avevano la consolazione di sapere che Farina era povero, ma poi veniva affermato che era uno studioso di Arti Nere, e da uno così il peggio poteva ragionevolmente essere temuto. Avrebbe potuto stregare Margarita!
Dietrich Schill fu incaricato dal Club di sondare la Rosa Bianca in persona sul soggetto di Farina, e un pomeriggio nella stagione della vendemmia, quando lei sedeva sotto i caldi pali delle viti tra le amiche fanciulle, mangiando uva matura, arrivò ciondolando Dietrich, sogghignando, cappello in mano, con il suo rotolo trascinato dietro di sé.
«Ne vuoi?» disse Margarita, offrendogli un grappolo.
«Infelice mascalzone che sono!» rispose Dietrich, gesticolando un rifiuto da volpe; «se solo accetto un favore, infrango la fede col Club.»
«Infrangila per farmi piacere», disse Margarita, sorridendo con malizia.
Dietrich boccheggiò. Si alzò sulle punte dei piedi per vedere se qualcuno del Club fosse nei paraggi, e allungò a metà la mano. Una risata beffarda lo fece ritrarre come se fosse stato punto. Gli acini caddero. Farina era ai piedi di Margarita a offrirli in cambio.
«Ne vuoi?» disse Margarita, con accento più dolce e una leggera eccedenza di colore sulle guance.
Farina portò il grappolo purpureo al petto e lo strinse forte sul cuore, sempre inginocchiato.
La fronte e il petto di Margarita sembravano riflessi dello scorrere cremisi lì presente. Scosse il volto verso il cielo e finse di ridere del simbolo. Le sue compagne batterono le mani. Gli occhi di Farina bramarono verso di lei una volta, poi si alzò e si unì alla piacevolezza.
La furia aiutò Dietrich a dimenticare il suo impaccio. Toccò Farina sulla spalla con due dita e mormorò raucamente: «Il Club non lo permette mai.»
Farina s’inchinò, come per ringraziarlo profondamente per le regole del Club. «Non sono un membro, sapete», disse, e si avviò verso un sedile vicino a Margarita.
Dietrich lo fissò torvo. Come capo di un Club, comprendeva l’uso dei simboli. Aveva perso una splendida opportunità, e Farina l’aveva colta. Farina lo aveva derubato.
«Posso parlare con la signorina Margarita?» domandò il capo della Rosa Bianca, con voce roca.
«Certamente, Dietrich! parla pure», disse Margarita.
«Da soli?» continuò lui.
«È permesso dal Club?» disse una delle giovani ragazze, con un’occhiata impertinente.
Dietrich non degnò di risposta, ma attese la decisione di Margarita. Lei esitò un secondo; poi si erse in tutta la sua statura davanti a lui; lo affrontò con fermezza e gli fece cenno di seguirla alcuni passi lungo il sentiero delle viti. Dietrich s’inchinò e, passando davanti a Farina, lo informò che il Club gli avrebbe estorto soddisfazione per l’insulto.
Farina rise, ma rispose: «Ascolta, tu del Club! il bere birra ha migliorato le tue maniere tanto quanto il combattere ha abbellito il tuo viso. Continua; bevi e combatti! ma ricorda che il Kaiser sta arrivando, e con lui compagni che non si lasceranno bullizzare.»
«Che vuoi dire?» gridò Dietrich, voltandosi di scatto verso il suo nemico.
«Non così forte, amico», replicò Farina. «O desideri spaventare le fanciulle? Intendo dire questo, che il Club farebbe meglio a dare meno offesa possibile e a tenere gli occhi spalancati quanto più può, se vuole essere di servizio alla signorina Margarita.»
Dietrich si allontanò con un grugnito.
«Ora!» disse Margarita.
Battea il piede. Dietrich divenne infedele al Club e la guardò più a lungo di quanto la sua missione giustificasse. Lei era luminosa come i giardini del tramonto dei pomi d’oro. Le trecce dei suoi capelli gialli erano intrecciate in ghirlande, e su un lato del capo un croco zafferano era conficcato con la corolla verso il basso. Dolcezza, canto e arguzia pendevano come rugiada del mattino sulle sue labbra macchiate d’uva. Indossava un corsetto scarlatto con fasce di velluto nero sulle spalle. L’abito giovanile era di stoffa blu sottile e cadeva corto sopra i suoi piedi ben piantati, elegantemente calzati in pelle bianca con fibbie. Vi era testimonianza nelle sue membra e nel modo in cui portava il collo di un drago amabile, ma capace, pronto, quando eccitato, a drizzarsi e a custodire i pomi d’oro contro tutti, salvo il legittimo pretendente. Eppure il suo labbro inferiore e la piccola palla bianca del mento avevano un abbandono sognante; i suoi franchi occhi blu andavano dritti nell’interlocutore: il drago dormiva. Era un fascino pericoloso. «Perché», dice il minnesinger, «quale ornamento più ci incanta in una giovane bellezza del dolce sonno di una forza mai chiamata in causa, e che essa stessa non conosce! Canta cose doppie al cuore della cavalleria; seduce e ci avverte; corteggia e minaccia. È come la natura, splendente pace, eppure madre di tempesta.»
«Non c’è uomo», esclama con rapimento Heinrich von der Jungferweide, «che possa resistere al desiderio di conquistare un dolce tesoro davanti al quale giace un drago che dorme. Il pericolo stesso chiacchiera promesse.»
Ma il drago deve davvero dormire, come con Margarita.
«Un drago finto, che finge di dormire, ha distrutto più vergini di tutti gli imperatori pagani», dice il vecchio Hans Aepfelmann di Düsseldorf.
Il piede di Margarita batteva più veloce.
«Parla, Dietrich!» disse lei.
Dietrich dichiarò al Club che in quel punto aveva mormorato: «Noi ti amiamo.» Margarita fu lieta di credere che non avesse parlato per sé. Egli la informò poi dei timori nutriti dal Club, giurato di vegliare su di lei e proteggerla, riguardo alle arti di Farina.
«E cosa temete?» disse Margarita.
«Temiamo, dolce signora, che possa essere in lega con Sathanas», rispose Dietrich.
«Davvero, allora», disse Margarita, «di tutti i giovani di Colonia egli è il meno somigliante al suo confederato.»
Dietrich deglutì e strizzò l’occhio, come un paziente che si riprende con una smorfia da una pozione detestata.
«Vi abbiamo avvertita, Fräulein Groschen!» esclamò. «Ora diventa nostro dovere assicurarci che non siate insidiata.»
Margarita arrossì e rispose: «Siete gentili. Ma sono una fanciulla cristiana e non un soldano pagano, e non ho bisogno di un corpo di guardie fulve alle mie calcagna.»
A quel punto tornò verso le sue compagne e ricominciò a macchiarsi la bocca graziosa con l’uva.
LA PAROLA DELL’ARAZZO
Le belle fanciulle avranno il loro eroe nella storia. Sigfrido era il prescelto di Margarita. Cantava di Sigfrido per tutta la casa. «Oh i vecchi giorni della Germania, quando un tale eroe camminava!» cantava.
«E chi conquista Margarita», rifletteva Farina, «più felice di Sigfrido, ha tra le braccia Brunilde e Crimilde insieme!»
A coronamento del petto della giovane ragazza vi era un cammeo, e l’abilità di qualche astuto artista del Welschland vi aveva forgiato la storia del Drachenfels. Il suo petto sollevava la battaglia su e giù.
Questo cammeo era una stella polare per la virilità tedesca, ma causava molte caste espressioni di orrore alla zia Lisbeth, sorella nubile di Gottlieb, che sembrava istintivamente prendere le parti del Drago. Era una donnina dalla costituzione fragile, con un volto che denotava il perpetuo sapore di limone, e che regnava nella casa di suo fratello quando la buona moglie era scomparsa. La robustezza di Margarita stava cominciando ad allarmare e scandalizzare la scorta sigillata di virtù della zia Lisbeth.
«Deve essere sorvegliata, una madl del genere», diceva zia Lisbeth. «Ursula! che membra ha!»
Margarita veniva sorvegliata; ma essendo la spia né nemica né amica, nulla fu scoperto contro di lei. Ciò non soddisfaceva zia Lisbeth, il cui sospetto era la sua migliore testimone. Ammetteva che Margarita dissimulava bene.
«Ma», disse alla nipote, «sebbene sia bene in una ragazza non ostentare queste cattiverie con impudenza, mi preme troppo per non dirti: sii ciò che sembri, piccola mia!»
«E tale sono!» esclamò Margarita, balzando in piedi e torreggiando.
«Benissimo, nipote mia», strillò Lisbeth; «ma ora che Frau Groschen giace nel campo di Dio, devi il tuo dovere a me, bada! Ti sei confessata la settimana scorsa?»
«Dall’inizio alla fine», rispose Margarita.
Zia Lisbeth fissò un pio rimprovero sul cammeo di Margarita.
«E indossi ancora quella cosa?»
«Perché no?» disse Margarita.
«Ragazza! chi ti direbbe di metterlo in un posto simile, salvo Satana? Oh, tu povera bimba perduta! affinché gli occhi dei giovani oziosi siano attratti lì! e tu diventi il suo laccio per gli altri, Margarita! Che cos’era quel giullare errante gallese se non il maligno in persona, forse, tu fanciulla del peccato! Dicono che sia stato visto a Colonia ultimamente. Era scuro come Satana e zoppicava da una gamba. Buon Maestro in cielo, proteggici! era Satana stesso, potrei giurarlo!»
Zia Lisbeth si fece il segno della croce sulla fronte e sul petto.
Margarita aveva iniziato a giocherellare col cammeo, come per strapparlo via; ma il finale di zia Lisbeth la fece ridere apertamente.
«Dove non vedo male, zia, penserò che sia il buon Dio», rispose; «e dove vedo che c’è male, penserò che si celi Satana.»
Un sogghigno di acida disperazione passò sul volto di zia Lisbeth. Sospirò e tacque, essendo una di quelle canne assai deboli che vengono facilmente sconfitte e mai vinte.
«Continuiamo con l’Arazzo, bambina», disse.
Ora, Margarita ambiva a completare un certo Arazzo da presentare al Kaiser Heinrich al suo ingresso a Colonia dopo la sua ultima campagna sul Danubio turbantato. Il soggetto era ancora il suo amato Sigfrido che uccideva il Drago sul Drachenfels. Ogni volta che zia Lisbeth indulgeva in una qualche amara verginità, ed era superata dalla schietta verginità di Margarita, esponeva questo arazzo come una bandiera di tregua. Lo stavano lavorando a pezzi, non avendo espedienti per farlo in un unico pezzo. Margarita prendeva Sigfrido e zia Lisbeth il Drago. Si dividevano la rupe tra loro. Un barlume birbante del Reno verso Nonnenwerth poteva già essere scorto, l’Angolo di Roland appeso come una sentinella attraverso l’isola che cantava, come qualcuno appesantito da una lunga veglia.
Zia Lisbeth era una grande esperta nell’arte e l’aveva insegnata a Margarita. La piccola dama l’aveva imparata, con molte altre questioni raccapriccianti, nella famiglia del Palatino di Boemia. Di solito parlava degli spettri del Castello di Hollenbogenblitz nel passare dei fili. Quelli erano tristi spettri in Boemia, che sapevano di omicidio e del respiro sepolcrale della mezzanotte. Emettevano rumori che ibernavano il sangue e rivelavano visioni che irrigidivano capelli lunghi tre piedi; sì, e li mantenevano rigidi!
Margarita si mise su una panca accanto alla finestra ad arco ribassato, e zia Lisbeth sedette di fronte a lei. Un sole serale infiammava i contrafforti della Cattedrale e ombreggiava i telai della coppia pacifica in una luce temperata. Margarita srotolò un campionario guainato con intrecci di fili di vari colori, e fu presto occupata a infilare fili d’argento nell’elmo e nelle corna di Sigfrido.
«Ti ho parlato dell’intendente, il povero Kraut, non è vero, bambina?» domandò zia Lisbeth, schiarendosi quietamente la gola.
«Molte volte!» disse Margarita, e continuò a canticchiare sulle ginocchia
«Il suo amore era un Barone, Un Barone così audace; Lei lo amava per amore, Lui la amava per l’oro.»
«Egli deve vedere con i propri occhi, ed essere soddisfatto», continuò zia Lisbeth; «e il Santo Tommaso ad avvertirlo per esempio! Povero Kraut!»
«Povero Kraut!» fece eco Margarita.
«Il Re amava il vino, e il Cavaliere amava il vino, E amavano la stagione estiva: Si sarebbero potuti amare bene, Se non fosse stato per colei che amavano insieme.»
«Puoi dirlo, povero Kraut, bambina!» disse zia Lisbeth. «Bene! il suo volto era prima di allora rosso come la mascella di questo drago, e da allora in poi andò in giro bianco come un uovo di pollastra. Fu qualcosa di meraviglioso!» «Fu quello!» intonò Margarita.
«Oh il Re amava la sua sposa legittima, Il Cavaliere una dama fuorilegge; E dieci contro uno – fecero lotta squillante, Sotto la foresta ombrosa.»
«Cinquanta contro uno, bambina!» disse zia Lisbeth: «Dimentichi la storia. Fecero sedere Kraut con loro al banchetto chiacchierante, l’unico mortale lì. Le pareti erano piene di orbite senza occhi, ma con fosforo al loro posto, che bruciava blu e umido.»
«Non stasera, zia cara! Mi spaventa tanto», implorò Margarita, perché vide arrivare il dolore.
«Notte! quando è pieno mezzodì, tu timida! Il buon cielo abbia pietà di chi è come te! Il piatto era lungo sette piedi e largo quattro. Kraut lo misurò con l’occhio e non lo dimenticò mai. Non lui! Quando il coperchio del piatto fu sollevato, lì vide se stesso giacere, bollito!»
«Non mi sentivo a disagio allora», disse Kraut. «Sembrava naturale.»
«Il suo viso, come giaceva lì, dice, era del tutto calmo, solo un po’ rugoso e dall’aspetto porcino. C’era il neo sul mento e la grinza sotto la palpebra sinistra. Bene! il Barone affettò. Tutti gli ospiti erano avidi di un pezzo di lui. Alcuni invocavano il petto; altri le dita dei piedi. Era da brividi sedersi e sentire quello! La Baronessa disse: “Guancia!”»
«Ah!» gridò Margarita, «questo non posso sopportarlo! Non voglio sentirlo, zia; non voglio!»
«Guancia!» ribadì zia Lisbeth, annuendo verso il pavimento.
Margarita si mise le dita nelle orecchie.
«Eppure, dice Kraut, anche allora non provava nulla di strano. Naturalmente era inorridito di sedersi con spettri, come io e te dovremmo essere; ma il primo tremito era passato. Si era tuffato nel bagno degli orrori, e lì era. Ho sentito dire che devi pronunciare i nomi della Vergine e della Trinità, spargendo acqua intorno a te tutto il tempo per tre minuti; e se fai questo senza interruzione, ogni cosa svanirà. Così dicono. “Oh! caro cielo di misericordia!” dice Kraut, “cosa provai quando il Barone posò il suo lungo coltello da caccia sulla mia guancia sinistra!”»
Qui zia Lisbeth levò gli occhi per struggersi di fronte allo spavento di Margarita. Era assai dispiaciuta di trovare la nipote, con i gomiti sul davanzale e le mani attorno al capo, intenta a guardare quietamente in strada.
Disse severamente: «Dove hai imparato quella canzone che stavi cantando poco fa, Margarita? Parla, tu ragazza!»
Margarita rise.
«Il tordo, e l’allodola, e il merlo, Mi hanno insegnato a cantare: E oh che il falco volesse prestare il suo occhio, E l’aquila prestare la sua ala.»
«Non voglio ascoltare queste canzoni svergognate», esclamò zia Lisbeth.
«Perché vorrei vedere le terre che vedono loro, Ed essere dove sono state: Non basta cantare Sempre in valli invisibili!»
Si udì una voce che la applaudiva. «Bene! davvero bene! Canta ancora, Gretelchen! mio uccellino!»
Margarita si voltò e scorse suo padre sulla soglia. Corse verso di lui e gli diede cordialmente il loro bacio di benvenuto. Gottlieb lanciò un’occhiata all’elmo di Sigfrido.
«Indovinato che il lavoro procedeva bene; canti così lietamente oggi, Grete! Molto carino! E quello è il Drachenfels? Ossa delle Vergini! che uomo audace fu Sigfrido, e fortunato, ad avere la ragazza più graziosa di Deutschland innamorata di lui. Bene, dobbiamo dare Margarita a Sigfrido dopo tutto, credo! Aha? o qualcuno bravo quanto Sigfrido. Quindi cinguetta pure, tesoro mio!»
«Zia Lisbeth non approva le mie canzoni», rispose Margarita, srotolando alcuni fili d’argento.
«Esegui il comando di tuo padre, ragazza!» disse zia Lisbeth.
«E eseguendo il suo comando, Dovessi mai far cosa malvagia, Preferirei morire al suo volto adorato, Che abbandonarmi al suo volere.»
«Via, via,» disse zia Lisbeth, tendendo le dita; «vedi, Gottlieb, a cosa porta la troppa indulgenza. Nessun'altra ragazza nella benedetta Renania, e in Boemia per giunta, oserebbe dire tali parole! -- che... non riesco a ripeterle! -- non chiedermelo! -- Sta diventando una ragazza franca!»
«Che ballata è mai quella?» disse Gottlieb, sorridendo.
«La ballata della Santa Ottilia; e il suo amante fu venduto alle tenebre. E lei lo amava... lo amava...»
«Come tu ami Siegfried, piccolina?»
«Di più, padre mio; perché lei vide Winkried, e io non ho mai visto Siegfried. Ah! se avessi visto Siegfried! Non importa. Lei lo amava; ma amava la Virtù ancor di più. E la Virtù è figlia di Dio, e il buon Dio le perdonò di amare Winkried, il figlio del Diavolo, perché amava la Virtù ancor di più, e Lui la salvò mentre veniva trascinata giù... giù... giù, e stava quasi per svenire per il puzzo di zolfo... la salvò e la fece portare nella Sua Gloria, testa e piedi, sulle ali degli angeli, davanti a tutti gli uomini, come speranza per le fanciulle.»
«E quando pensai di essere perduta Scoprii di essere salva, E fui portata attraverso nuvole benedette, Dove sventolavano gli stendardi della beatitudine.»
«E così pensi anche tu di poterti innamorare dei figli del Diavolo, ragazza?» fu il commento di zia Lisbeth.
«Guarda il Drago di Lisbeth, cuoricino! Gli somiglia tanto!» disse Margarita a suo padre.
Il vecchio Gottlieb si tirò su le calze e ridacchiò.
«È la mia ragazza! si vede bene,» disse, accarezzandola, e si alzò ansimando dalla sedia per dondolare fino al Drago. Ma zia Lisbeth voltò stizzita il Drago verso la parete.
«Non è ancora finito, Gottlieb, e non deve essere guardato,» intervenne. «Chiamerò qualcuno per la legna e baderò al fuoco: queste sere di primavera si fanno fredde»: e zia Lisbeth si allontanò piagnucolando.
Margarita cantò:
«Io con le mie compagne, In disordine e baldoria, Raccoglievo erbe e fiori Lungo il confine della foresta.»
«La canzone di tua madre, figlia del mio cuore!» disse Gottlieb; «ma non irritare la buona Lisbeth: lei ti vuole bene!»
«E pensi che mi voglia bene? E dirai che è vero? Oh, e mi vorrà lei, Quando verrò a corteggiarla?»
«Tu cerbiatta saltellante! tu gazza chiacchierona!» disse Gottlieb.
«Avrà nastri e gingilli, E brillerà come un mattino di maggio, Quando andremo alla chiesetta sulla collina, Per la nostra via nuziale fiorita.»
«Questo sì; e anche qualcosa di più!» gridò Gottlieb. «Ma ascoltami, Gretelchen; il Kaiser sarà qui tra tre giorni. Cara mia! se non avessi accumulato e tesaurizzato tutto per te, avrei ora i piedi su un focolare dove persino lui potrebbe scaldarsi gli stivali. Quindi prepara i tuoi abiti migliori e i tuoi gioielli, e mostrati a te stessa; orgogliosa come chiunque altro nel paese. Ora sei la figlia di un semplice borghese, Grete; ma non finirai così, farfalla mia, o non c'è né valore né ingegno in Gottlieb Groschen!»
«Tre giorni!» esclamò Margarita; «e l'elmo non è finito, e i pezzi dell'arazzo non sono cuciti e uniti, e l'acqua non è sfumata... Oh! devo lavorare giorno e notte.»
«Figlia! Non voglio che tu lavori di notte! Le tue guance rosee saranno presto risucchiate dalla luce dell'olio, e non sembrerai migliore delle povere bellezze di Corte color sego... per non parlare del pericolo. Questa vecchia casa vide Carlo Magno abbracciare il capo magistrato della sua città fedele, laggiù. Alcuni giurano che vi dormì. Non storceva il naso davanti a stanze più piccole di quelle in cui risiedono i nostri Kaiser. Niente soffitti d'oro con cornici intagliate, ma semplici travi di legno.»
«Sappi che gli uomini di gran fama, Erano uomini dai bisogni semplici: Nudi si coricavano davanti al Signore, E dormivano sulle grandi imprese.»
«Dio lo sa, non c'è modo di svuotare il tuo bagaglio di ballate, Grete: tanto si dirà di te. Sì; i tempi stanno cambiando: stiamo degenerando. Guarda gli uomini di Linz ora, rispetto a come erano! Avrebbero lasciato che i ragazzi di Andernach facessero galleggiare gambi di cavolo verso di loro senza reagire? E perché? Tutto perché hanno paura di quella bestia di brigante Werner, che ottiene la redenzione da Laach, vicino al suo covo, ogni volta che commette un crimine che vale la pena pagare. Quanto a me, il mio legname e le mie mercanzie devono scendere lungo il fiume, e sono troppo buoni per le ninfe sotto il Reno, o pensi che lo riconoscerei con un pedaggio, quel cane infernale? Tuoni e fulmini! se potessero essere saldati i vecchi conti sulla sua pelle!»
Gottlieb fece roteare un braccio frustante in aria e gemette di legge e giustizia. Dove si stava andando a finire!
Margarita addolcì il tema con un verso:
«E sebbene pungere il nemico, Sia dolcezza per l'ape adirata, L'ape adirata deve darsi da fare, Prima di riporre il dolce nel suo alveare.»
L'emozione maliziosa della voce di sua figlia solleticò Gottlieb. «È così, uccellino! Tu e il proverbio avete ragione. Non so cosa sia meglio,
«Meglio accumulare E restare in vita Che svegliare la vendetta Con quel che prendi.»
Un fracasso nella piazza della cattedrale portò Gottlieb in piedi alla finestra. Era una compagnia di cavalieri scintillanti nelle armature. Un trombettiere cavalcava a lato della truppa, e davanti un portastendardo, con il petto coperto da una barba color ocra, mostrava in alto ai buoni cittadini di Colonia tre falchi bruni, con uccellini nel becco, su un campo azzurro punteggiato di stelle.
«Santa Croce!» esclamò Gottlieb, a bassa voce; «le insegne di Werner! Dove ha trovato il denaro per equipaggiare i suoi uomini? Perché, questa è una sfida a tutta Colonia proprio sotto il nostro naso! Che non mi visiti ora! La rovina fuma sulle tracce di quel furfante. Mi sono sentito caldo e freddo a turno tutto il giorno.»
I cavalieri arrivarono tintinnando incuranti lungo la strada, divisi in gruppetti di due o tre, ridendo tra loro e adocchiando con sguardo rapace le fanciulle alle finestre ombreggiate dai timpani. I buoni cittadini di Colonia non li guardavano con favore. Alcuni voltarono le spalle e sbatterono bruscamente le porte: altri aggrottarono la fronte e si misero le mani in tasca: non pochi si infilarono nei vicoli laterali come cani bastonati, e corsero via con le ginocchia flesse. Erano in verità individui dall'aspetto feroce, questi fidati servitori del barone brigante Werner, di Werner’s Eck, dietro Andernach. Cuoio, acciaio e polvere li rivestivano dalla testa ai piedi; grandi e neri come orsi; con occhi da lupo, naso da volpe. Scintillavano valorosamente nei raggi calanti del sole, e Margarita sporse un po' in avanti la sua bella testa bionda intrecciata oltre la spalla del padre per cogliere l'intera estensione della sinistra cavalcata. Uno della truppa non tardò a scorgere la giovane bellezza. La indicò audacemente a un compagno, che approvò il suo appetito e la segnalò a un terzo. Il resto seguì l'esempio, e Margarita rimase come folgorata quando si rese conto che tutti quegli occhi affamati stavano predando i suoi. Il vecchio Gottlieb era troppo pieno delle proprie paure per pensare a lei, e quando ritrasse la testa piuttosto bruscamente, fu con un funesto presentimento che la destinazione di Werner a Colonia fosse diretta alla casa di Gottlieb Groschen, per scopi fin troppo facili da indovinare.
«Brache del Diavolo!» mormorò Gottlieb; «guarda ancora, Grete, e vedi se quella truppa infernale blocca la strada là fuori.»
Le guance di Margarita erano straripanti della rosa dell'offesa.
«Non li guarderò più, padre.»
Gottlieb fissò, e poi la accarezzò.
«Oh! se fossi un uomo, padre!»
Gottlieb sorrise e si accarezzò la barba.
«Oh! come brucio!»
E la ragazza tremò visibilmente.
«Grete! cerca di essere il più donna che puoi, e presto gentaglia come questa potrai spazzarla via, come ragnatele, senza alcun danno.»
Fu spaventato da un violento colpo alla porta di strada, e da uno squillo di tromba tanto insolente come se si stessero chiamando i morti. Zia Lisbeth entrò e volteggiò cupa per la stanza, gridando:
«Siamo perduti: sono su di noi! meglio la morte con un ago! Mai si dirà di me; mai! i mostri!»
Poi, ammonendoli di chiudere, sbarrare, bloccare e barricare ogni stanza della casa, zia Lisbeth si appollaiò sul bordo di una sedia e invertì le abitudini della civetta, restando silenziosa quando immobile.
«Non c'è nulla da temere per te, Lisbeth,» disse Gottlieb, con enfasi scortese.
«Gottlieb! ricordi cosa accadde all'assedio di Magonza? e la povera Marthe Herbstblum, che sperava di morire com'era; e Dame Altknopfchen, e Frau Kaltblut, e la sorella del vecchio fornaio Hans Topf, tutte sante come badesse, e ciò non le salvò! e nulla salverà da tali divoratori empi.»
Gottlieb se n'era andato, avendo spesso sentito menzionare in precedenza la calamità subita da quelle donne segnate dal destino.
«Consolati, buon cuore, sul mio seno,» disse Margarita, portando Lisbeth in quel dolce nido di pace e fortezza.
«Margarita! è opera tua! non ho forse detto... non attirarli, perché sciamano troppo presto su di noi! Ed eccoli qui! e, forse, tra cinque minuti tutto sarà finito!
Herr Je! -- Cosa, stai ridendo! Cieli di bontà, la ragazza è entusiasta!»
Qui un beffardo ah-ah! accompagnato da un colpo fragoroso alla porta, scosse l'intera casa, e di nuovo la tromba squarciò le orecchie con furia.
Questo richiamo, che sembrò a zia Lisbeth definitivo, produsse una strana compostezza nel suo volto. Era molto pallida, ma si dispose l'abito con decenza, come se la paura fosse svanita, e intrecciò le mani sulle ginocchia.
«La volontà del Signore lassù deve essere fatta,» disse; «è empio lamentarsi quando siamo dati in mano ai Filistei. Altri sono stati martirizzati, e furono comunque accetti.»
A questo discorso eroico aggiunse, con fredda energia: «Che vengano!»
«Zia,» gridò Margarita, «sento la voce di mio padre con quegli uomini. Zia! non permetterò che sia solo. Devo scendere da lui. Tu sarai al sicuro qui. Verrò da te se c'è motivo di allarme.»
E nonostante l'incredulo grido di protesta di zia Lisbeth, si affrettò a raggiungere Gottlieb.
LA SCOMMESSA
Prima che Margarita raggiungesse il pianerottolo delle scale, si pentì della fretta e si ritrasse. Avvolte in un tuono di imprecazioni, distinse: «È la fanciullina che vogliamo; salutiamola e andiamocene! o copriti il cranio con qualcosa di più spesso di quello che hai addosso ora, se ne vuoi uno intero, padre felice!»
«Gottlieb von Groschen io sono,» rispose suo padre, «e il Kaiser...»
«È tanto amante di una bella ragazza quanto lo siamo noi! Portala giù, e basta con questo sbavare! È solo per un momento, vecchio Misure e Bilance!»
«Vi dico, furfanti, che conosco il vostro padrone, e se non sarete puniti per questo, possa io morire mendicante!» esclamò Gottlieb, saltando di rabbia.
«Possa tu morire ricco come un abate! E così sarà, se non la porti giù, perché ho giurato di vederla; ecco la fine della storia, uomo!»
«Vedrò, anche, se le leggi permettono questa infamia!» gridò Gottlieb. «Insultare un cittadino pacifico! nella sua stessa casa! un amico del vostro imperatore! Gottlieb von Groschen!»
«Groschen? Siamo cugini, allora! Non vorrai chiudere fuori i tuoi parenti più stretti? Fulmine del Diavolo! Non mi conosci? Pfennig? Von Pfennig! Questo qui è Heller: quello è Zwanziger: tutti noi Von, ogni anima! Non sei deciso? Questo ti schiarirà le idee, mio gioioso Re Pancia!»
E Margarita udì il furfante fare un passo come per darsi lo slancio per un colpo. Si affrettò nel corridoio e, scivolando davanti a suo padre, disse al suo aggressore:
«Avete chiesto di me! Sono qui!»
Il suo volto era incolore e la sua voce sembrava uscire da una corda tesa. Stava con il piede sinistro leggermente avanzato, e tutto il suo corpo sollevato e tremante: le braccia incrociate e premute forte sotto il seno: gli occhi dilatati in un blu intenso: la bocca bianca come la cenere. Uno strano lustro, come di un fuoco interno represso, tremolava su di lei.
«Il mio nome è Schwartz Thier, e tale è la mia natura!» disse il tizio con un ghigno; «ma che io possa non baciare mai più una bella ragazza, se faccio del male a una giovane bellezza come questa! Il commercio amichevole è il mio piano di vita.»
«Fuori di casa mia, allora, tizio, ed ecco del denaro per te,» disse Gottlieb, mostrando una manciata di monete tremante di rabbia.
«Pah! denaro! quaranta volte tanto non coprirebbe la mia scommessa! E se lo facesse? Non sarei forse disonorato? deriso per un cuore di pecora? No, non sono un gonzo, e non mi faccio fregare. Parlerò con la giovane signora! Silenzio, là fuori! tutto procede per il verso giusto»: questo ai suoi compagni attraverso la porta. «Così, mia bellissima fanciulla! ecco come stanno le cose: ti abbiamo vista alla finestra, bella come una rosa fresca con una corona d'oro. Ecco noi poveri diavoli venuti ad accogliere il Kaiser. Ho iniziato a glorificarti. “Schwartz Thier!” dice Henker Rothhals a me, “Scommetto che non riesci a dare un bacio a quella bella ragazza entro venti minuti, contando dallo schiaffo delle mani!” Fatto! fu la mia parola, e abbiamo battuto i pugni insieme. Ora, vedi, questo è diretto! Tutto ciò che voglio è non perdere i miei soldi ed essere reso uno zimbello... lasciando da parte quella bocca zuccherina che fa venire l'acquolina alla mia»; e si passò il dorso della mano lungo le mascelle irte di barba: «Quindi, vieni! non esitare! nessun male per te, mia bellezza, ma un complimento, e Schwartz Thier è tuo amico e qualsiasi altra cosa tu voglia per sempre. Vieni, il tempo è quasi scaduto.»
Margarita si appoggiò al padre per un momento come se un malore mortale l'avesse colta. Poi, contraendo mani e piedi, disse al suo orecchio: «Lasciami alle mie cure; va', prendi gli uomini per proteggerti»; e ordinò a Schwartz Thier di aprire la porta spalancata.
Vedendo che Gottlieb non voleva lasciarla, lei giunse le mani e lo supplicò. «Il buon Dio mi proteggerà! supererò questi uomini. Guarda, padre mio! non osano colpirmi in strada: te ti abbatterebbero senza pietà. Va'! ciò che osano in una casa, non osano in strada.»
Schwartz Thier aveva aperto la porta. Alla vista di Margarita, la truppa lanciò un grido.
«Ora! sulla soglia di casa, in piena vista, mia bellissima! che possano vedere che diavolo fortunato sono... e non abbiano dubbi sulla consegna.»
Margarita guardò indietro. Gottlieb era ancora lì, ogni parte di lui che tremava come una palude sotto un tacco pesante. Lei corse da lui. «Padre mio! ho un piano, vuoi rovinarlo e darmi in pasto a questa bestia? Non puoi fare nulla, nulla! proteggi te stesso e salvami!»
«Colonia! pieno giorno!» mormorò Gottlieb, come se l'enormità avesse prostrato la sua fede nei fatti; e si mosse lentamente indietro.
Margarita camminò verso la soglia. Schwartz Thier la stava aspettando, il braccio cerchiato e il volto sogghignante chinato al livello della sua vittima. Questa rozza esibizione di galanteria si rivelò costosa per lui. Mentre stava dolcemente chiudendo la sua presa di ferro intorno a lei, godendosi in anticipo con i bordi della bocca cupa le lusinghe del trionfo, Margarita scattò oltre lui attraverso la porta, ed era già venti passi oltre la truppa prima che uno di loro pensasse di inseguirla. Al primo suono di uno zoccolo, Henker Rothhals afferrò le redini del cavaliere e ruggì: «Gioco leale per una scommessa leale! lascia tutto al Thier!» Il Thier, quando si fu ripreso dallo stupore, cercò il vecchio Gottlieb per dargli un colpo alle spalle, come Margarita aveva previsto. Non trovandolo a portata di mano, il tizio si precipitò fuori con la massima rapidità consentita dalla sua armatura, e colse un'occhiata di Margarita che fuggiva rapidamente verso la piazza della cattedrale.
«Solo cinque minuti, Schwartz Thier!» cantò qualcuno della truppa.
«Il diavolo può sbrigare i suoi affari in uno,» fu la replica, e Schwartz Thier si issò sul suo destriero dal dorso largo, e speronò la bella bestia finché non fece scaturire una raffica di scintille dalla selce.
In un minuto si fermò davanti a Margarita.
«Così! preferisci regolare questa faccenda nella piazza.
Bene! mia dolce scelta!» e balzò al suo fianco.
L'atto della fuga aveva toccato il cuore della giovane ragazza con lo spirito della fuga. Si rannicchiò come una lepre stanca sotto il naso del segugio, e si coprì il volto con le due mani. Margarita non era un fuscello di peso, ma Schwartz Thier l'aveva sollevata tra le braccia con la stessa facilità con cui avrebbe lanciato un fazzoletto.
«Guardate tutti, e testimoniate!» gridò, sollevando l'altro braccio.
Henker Rothhals e il resto della truppa guardavano, mentre arrivavano trottando sulla scena, con la freddezza degli arbitri: ma testimoniarono qualcosa di diverso da ciò che Schwartz Thier si proponeva. Questa fu la vista di un formidabile bastone, che faceva roteare un alone ostile sopra la testa del Thier, e vi discendeva con tale onesta intenzione di confonderlo e abbatterlo, che il Thier soccombette alla sua forza senza argomentazioni, e la piazza riecheggiò simultaneamente colpo e caduta. Allo stesso tempo, il maneggiatore di questo solido pezzo di logica afferrò Margarita e lanciò un grido nella piazza affinché tutti gli uomini retti lo sostenessero nel salvare una fanciulla dalle grinfie di briganti e stupratori. Una folla si stava radunando, ma sembrava considerare il cerchio ora formato dai cavalieri come in qualche modo incantato, poiché solo uno, un giovane esile e biondo, si fece avanti e si schierò accanto allo straniero.
«Prendi tu la fanciulla: io mi terrò al bastone,» disse quest'ultimo, inciampando nelle sue parole come se fosse in una terra straniera tra vecchie radici e fosse di lupi che gli avevano già scosso via alcuni denti, rendendolo cauto riguardo al resto.
«Può essere Margarita!» esclamò il giovane, chinandosi verso di lei e chiamandola: «Margarita! Fraulein Groschen!»
Lei aprì gli occhi, rabbrividì e disse: «Non ho avuto paura! Sono al sicuro?»
«Al sicuro finché avrò vita, e questo buon amico.»
«Dov'è mio padre?»
«Non l'ho visto.»
«E tu... chi sei? Devo questo a te?»
«Oh! no! no! A me non devi nulla.»
Margarita guardò frettolosamente intorno, e ai suoi piedi giaceva il Thier con il suo elmo d'acciaio scintillante di ammaccature, e tre rivoli di sangue che scorrevano lungo la sua fronte macchiata. Guardò di nuovo il giovane, e un rossore di riconoscimento diede vita alle sue guance.
«Non ti ho riconosciuto. Perdonami. Farina! quali ringraziamenti possono ricompensare tale coraggio! Dimmi! dobbiamo andare?»
Il giovane la fissò un istante, ma ripresosi, fece una rapida ricognizione e chiamò lo straniero affinché seguisse e aiutasse a dare alla giovane fanciulla un sicuro condotto verso casa.
Proprio allora Henker Rothhals muggì: «Tempo scaduto!» Fu risposto da un coro di assenso dalla truppa. Avevano finora pazientemente recitato le loro parti come spettatori, immobili sui loro cavalli. L'assalto al Thier era tutto nel gioco, e una visibile interferenza della fortuna in favore di Henker Rothhals. Ora il trambusto generale li scosse, e i penetranti occhi color nocciola dello straniero lessero correttamente le loro intenzioni quando sollevò il suo temibile bastone in preparazione per un altro possente colpo, questa volta difensivo. Rothhals, e una mezza dozzina di altri, con un grido di battaglia di imprecazioni, spronarono i loro destrieri in una volta per travolgerlo. Non avevano calcolato la lunghezza e la buona volontà dell'arma del loro antagonista. Appena furono in movimento, la fece roteare, sfiorando le narici dei loro cavalli con una precisione che suggeriva pratica nell'impresa, e disarcionandone due, Rothhals tra loro. Cadde pesantemente sulla testa e mostrò segni di essere incapace di combattere quanto il Thier. Un applauso scoppiò dalla folla, ma fu interrotto.
Il primo del loro numero fu colpito a terra da un compagno della truppa.
Invocando San Giorgio, il suo santo patrono, lo straniero iniziò sistematicamente a fare un cerchio libero nel suo cammino in avanti. Molti dei cavalieri tentarono un fendente al suo braccio con le loro lunghe spade a due mani, ma i cavalli non potevano essere portati una seconda volta al bordo del cerchio magico; e il sangue di questi guerrieri essendo completamente salito, ora venivano verso di lui a piedi. Nella loro rabbia avrebbero fatto un lavoro rapido dei tre, a dispetto della magistratura di Colonia, se non fossero stati arrestati dalle grida di «Werner! Werner!»
All’estremità sud-occidentale della piazza, rivolto verso il Reno, cavalcava il barone predone, in armatura completa, elmo e usbergo, con un unico scudiero al seguito. Aveva apparentemente scorto la rissa e, sia perché riconobbe i suoi uomini o perché cercava il suo elemento naturale, si affrettò per averne la sua parte, che solitamente era quella del re delle bestie. Il suo primo richiamo fu per Schwartz Thier. Gli uomini si fecero da parte, ed egli scorse il suo uomo non in condizioni di fornire risposte militari. Gridò per Henker Rothhals, e di nuovo gli uomini aprirono i ranghi in silenzio, mostrando i due distesi in direzioni opposte, con i piedi inclinati verso un punto comune. Il Barone lanciò uno sguardo furioso; poi si strappò il guanto di maglia e se lo infilò tra i denti. Un gorgoglio stridente di imprecazioni fu tutto ciò che udirono, e poco dopo eruppe:
«Chi è stato?»
Gli occhi di Margarita erano chiusi. Li aprì, affascinata dall'orrore. C’era un misto ultraterreno, terribile e comico nei suoni della furia petulante di Werner, che pareva il verso di un orso lamentoso, montando da una minaccia dal petto cavo fino a uno sbadigliante lamento. Mai in vita sua Margarita aveva provato uno shock di paura simile. Il mezzo sussulto di una risata si spezzò sulle sue labbra tremanti. Fissò Werner e stava per cadere; ma il braccio di Farina si serrò istantaneamente attorno alla sua vita. Lo straniero raccolse la sua risata, forte e cordiale.
«Quanto a chi sia stato, signor Barone,» gridò con tono allegro, «sono io l’uomo! Poiché potrebbe voler sapere perché - e questo è dovuto sia a lei che a me - tutto ciò che posso dire è che il Muso Nero che giace laggiù si è meritato il suo castigo per aver gozzovigliato con questa fanciulla pacifica senza il suo consenso - un’offesa che nella mia isola verde puniremmo con una crepa sul cranio, ve lo garantisco, e anche a tutta la compagnia presente,» e fece un cenno brusco tutt’intorno. «Quanto all’altro lì, che sembra come se una corda gli sia già stata attorno al collo una volta e abbia mancato il suo dovere, si conti pure il salario per aver aiutato il diavolo nei suoi affari, come farà qualsiasi altro ragazzo qui a cui piaccia farsi avanti e provare.»
Werner stesso, probabilmente, gli avrebbe dato il lavoro che cercava; ma il suo occhio era scivolato un momento su Margarita, e l’applauso a stento represso della folla alle parole dello straniero mancò di portare la sua ira all'azione, per questa volta sola.
«Chi è la fanciulla?» chiese ad alta voce.
«Fraulein von Groschen,» rispose Farina.
«Von Groschen! Von Groschen! La figlia di Gottlieb Groschen? - Canaglie!» ruggì il Barone, voltandosi verso i suoi uomini, e fuori ne sgorgò una sorgente di fango di imprecazioni e minacce oscene, che causò a Henker Rothhals, il quale aveva aperto gli occhi, di richiuderli di nuovo, come se fosse già andato nel luogo del calore.
«Prestami solo il tuo bastone, amico,» gridò Werner.
«Nemmeno per sogno! prendili a colpi con il tuo legno,» rispose lo straniero, e fece un passo indietro.
Werner annodò le sopracciglia tese e parve fatto a pezzi dalle diverse maree contrastanti della sua ira. Afferrò la criniera del suo cavallo e ne strappò via delle manciate, finché lo splendido animale non si impennò per l’agonia.
«Nessuno di voi sopravviverà a questa notte, mascalzoni! Impiccherò ognuno di voi, figlio di una strega! I miei ultimi ordini sono stati: state calmi in città, nidiata di diavoli. Prendi questo! E questo!» colpendo su di loro con la spada nuda. «Via di qui, e portate via questi due porci dalla vista in fretta, o farò cadere le loro teste, e mi assicurerò che sia fatto.»
Quest’ultimo ordine nasceva dalla prudenza, poiché in cima alla via principale c’era un luccichio della guardia cittadina, che marciava con le lance in spalla.
«Fanciulla,» disse Werner, con un inchino da toro, «permettimi di condurti da tuo padre.»
Margarita non rispose; ma diede la mano a Farina e fece un passo più vicino allo straniero.
Le sopracciglia di Werner si fecero nere.
«Basti avervi salvato, bella fanciulla,» mormorò raucamente. «La gratitudine non è mai stata un dono delle donne. Dite a vostro padre che gli farò le mie scuse per la condotta dei miei uomini.»
Dopodiché, lanciando uno sguardo di calma sufficienza verso la guardia che sopraggiungeva negli ultimi raggi del giorno, il Barone scrollò le sue enormi spalle a un’altezza che esprimeva le varie sfumature sprezzanti del pavoneggiarsi feudale, si mise un braccio guarnito di cuoio sul fianco e si allontanò con un’andatura comoda.
«Amen!» esclamò lo straniero, appoggiandosi al suo bastone. «Ci sono Baroni nella mia vecchia terra; ma mai una bestia bruta in armatura.»
Margarita gli stette davanti e gli prese le due mani.
«Vieni con me da mio padre! Lui ti ringrazierà. Io non posso. Verrai?»
Lacrime e un singhiozzo di sollievo scaturirono da lei.
La guardia cittadina, vedendo la formidabile schiena di Werner voltarsi, aveva adottato il passo doppio e ora giungeva ansimando, mentre lo straniero si chinava sorridente sotto un nuovo traboccare di carezze innocenti. Margarita fu stretta al petto di suo padre.
«Avrai vendetta per questo, dolce creatura,» gridò il vecchio Gottlieb negli intervalli tra gli abbracci.
«Non temere, padre mio; sono stati puniti»: e Margarita raccontò la storia del valore dello straniero, elevandolo a un secondo Sigfrido. La guardia lo acclamò, ma non inseguì il Barone.
Il vecchio Gottlieb, senza esitazione, salutò lo stupito campione con un bacio su entrambe le guance.
«Il mio migliore amico! Hai salvato mia figlia dall’indegnità! Vieni con noi a casa, se puoi credere che sia una casa quella in cui i lupi vengono a sfidarci, trascinando via i nostri cari fin dai nostri usci. Vieni, affinché possiamo ringraziarti almeno sotto un tetto. La mia figlioletta! Non è una ragazza coraggiosa?»
«Non è nient’altro che la rosa bianca di Germania,» disse lo straniero, con un bell’inchino di spalle verso Margarita.
«Così è chiamata,» esclamò Gottlieb; «è degna di essere un uomo!»
«Gli uomini ne sarebbero i perdenti, allora, più di quanto potrebbero permettersi,» rispose lo straniero con una risata squillante.
«Vieni, buon amico,» disse Gottlieb; «devi aver bisogno di ristoro. Dimostra di essere un vero eroe con il tuo appetito. Come disse Carlo il Grande all’Arcivescovo Turpino: “Ho conquistato il mondo perché la Natura mi ha dato un gozzo; poiché ovunque il distintivo della soggezione è un povero stomaco”. Venite tutti! Una giornata ben conclusa, nonostante tutto!»
LA FRECCIA D’ARGENTO
Sulla soglia della casa di Gottlieb un certo numero di borghesi principali di Colonia si era riunito spontaneamente per porgergli le proprie condoglianze. Mentre si avvicinava, levarono un chiasso di congratulazioni. Forti furono le espressioni di orrore e disgusto per la truppa di Werner con cui questi eccellenti cittadini rivestirono i loro sentimenti oltraggiati; poiché l’insulto a Gottlieb era l’insulto di tutti. Le tasse sul flusso del Reno erano già abbastanza provocatorie da sopportare; ma che la licenza di queste bande di predoni si estendesse fino alle case di uomini liberi e pacifici, leali sudditi dell’Imperatore, era segno che il male era passato dalle punture ai colpi, come diceva il proverbio, e doveva ora essere affrontato come si conveniva ai borghesi dell’antica Colonia, e distrutto con un’azione congiunta.
«Dentro! Dentro, voi tutti!» disse Gottlieb, allargando il sorriso per adattarsi ai molti. «Ne parleremo lì dentro. Nel frattempo, ho un eroe da presentarvi: carne e ossa! non moneta da vecchia e sogni a occhi aperti di giovinetta: la cosa onesta, e una rarità, miei padroni. Tutto questo davanti a un po’ di buon succo del Reno da sopra Bacharach. Dentro, e siate i benvenuti, amici!»
Gottlieb trascinò lo straniero con sé sotto i portali intagliati di rovere antico, e gli altri si accoppiarono ed entrarono reverentemente al suo seguito. Margarita, per compensare questa mancanza di cortesia, si formò per ultima nel corteo. Potrebbe aver avuto un altro motivo, poiché ne approfittò per sussurrare qualcosa a Farina, portando sole e nubi sul suo volto in rapidi rossori. Egli parve protestare con gesti muti; ma lei, con un atteggiamento di silenzio, significò il suo desiderio di sigillare la conversazione, ed egli si abbatté di nuovo. Sulla soglia di casa si fermò un momento e chinò il capo pensierosa, come mossa da una reminiscenza. Il giovane si era allontanato di qualche passo. Margarita guardò verso di lui. Le sue braccia erano tese lungo i fianchi, le mani serrate e tese dal polso. Aveva l’aspetto di chi tira contro la restrizione di una catena che si allenta improvvisamente anello dopo anello per tutta la sua forza.
«Farina!» chiamò; e lo fece tornare indietro di corsa. «Farina! Non pensi che io sia ingrata? Non potevo dire a mio padre tra la folla cosa hai fatto per me. Lo saprà. Ti ringrazierà. Non ti comprende ora, Farina. Lo farà. Non sembrare così triste. Tanto volevo dirti.»
Così tanto le affollava la mente che il suo cuore di fanciulla divenne indisciplinato e l’avvertì di stare in guardia.
Il giovane stava come in ascolto di un usignolo dei vecchi boschi, dopo che la prima dolce tensione della sua voce fu nel suo orecchio. Quando lei cessò, egli fissò i suoi occhi. Non erano più profondi e calmi come laghi di foresta; l’azzurro teneramente luminoso vibrava, come con una scintilla dell’anima della giovane ragazza, nei raggi della luna che stava allora sorgendo.
«Oh, Margarita!» disse il giovane, in toni che svanirono in sospiri: «che cosa sono io per meritare i tuoi ringraziamenti, fosse pure la mia vita per un simile dono!»
Le prese la mano, ed ella non la ritrasse. Due volte le sue labbra si soffermarono su quelle dita pure.
«Margarita: mi perdoni: sono stato così a lungo senza speranza. Ho baciato la tua mano, la più cara tra gli angeli di Dio!»
Ella trattenne dolcemente la mano bianca e piena nella sua pressione.
«Margarita! Ho pensato di non avere mai prima della morte questa beatitudine sacra. Sono ricompensato in anticipo per ogni dolore che verrà prima della morte.»
Ella lasciò cadere su di lui uno sguardo di una dolcezza fiduciosa che fu per il giovane come il cancello aperto dell’innocente giardino del suo cuore.
«Mi perdoni, Margarita? Posso chiamarti mia amata? lottare, attendere, pregare, sperare, per te, mia stella della vita?»
Il suo volto era una carità così dolce!
«Caro amore! una parola! - o non dire nulla, ma resta, e non muoverti. Sei così bella! Oh, potessi inginocchiarmi davanti a te qui; adorarti; venerare questa mano bianca per sempre.»
Il colore era svanito dalle sue guance come un beato rosso occidentale che lascia un ricco pallore nel cielo; e con le sue sopracciglia chiare livellate su di lui, il petto che si sollevava sempre più rapidamente, ella lottò contro l’incanto che era su di lei, e alla fine liberò la mano.
«Devo andare. Non posso restare. Perdonarti? Chi potrebbe non essere orgoglioso del tuo amore! - Addio!»
Si voltò per allontanarsi, ma indugiò a un passo da lui, toccandosi frettolosamente il petto e l’una e l’altra mano, come per cercare una spilla o un anello. Poi arrossì, sfilò la freccia d’argento dalle trecce raccolte dorate sopra il collo, gliela tese, e se ne fu andata.
Farina afferrò il tesoro e barcollò in strada. Mezza dozzina di vicini erano raggruppati vicino alla porta.
«Che succede ora nella casa del Maestro Groschen?» chiese uno, mentre egli si tuffava in mezzo a loro.
«Cosa succede?» disse il giovane ubriaco di gioia, cogliendo la parola, e si perse in estasi; «Non c’è mai stata tale felicità! È il paradiso dentro, l’esilio fuori. Ma quale esilio! Una stella sempre nei cieli per illuminare la strada e rallegrare il cammino dell’esiliato»; e si sbottonò il giustacuore e si strinse l’asta fredda al petto.
«Di che stai parlando e saltellando, compagno?» esclamò un altro: «Non sai rispondere di quelle strida, come un cristiano, tu che sei appena uscito di casa? Perché, ci sono strida proprio ora! È una donna. Mille tuoni! suona come la voce della Frau Lisbeth. Cosa le potrà succedere?»
«Forse è in fiamme,» fu suggerito freddamente tra due o tre.
«Peccato vedere bruciare la vecchia casa,» notò uno.
«Casa! La donna, uomo! la donna!»
«Ah!» rispose l’altro, un antico abitante di Colonia, scuotendo la testa, «la casa è più vecchia!»
Farina, ora ripresi i sensi, udì strida che riconobbe come possibili nel caso di zia Lisbeth, che temeva la malvagità del sesso opposto ed era allarmata dall’irruzione dei numerosi ospiti del vecchio Gottlieb. A confermarglielo, ella apparve presto e si sporse a metà da una delle finestre superiori, chiamando disperatamente Sant’Orsola in aiuto. Ringraziò la vecchia signora nel suo cuore per avergli dato un pretesto per entrare di nuovo in Paradiso; ma prima ancora che l’amore potesse spingerlo, Frau Lisbeth fu afferrata e trascinata senza rimorsi fuori dalla vista, e lui e la stanza rosata si oscurarono insieme.
Farina si avviò due volte verso il flusso del Reno; altrettante volte tornò indietro. Era difficile stare lontano da lei. Era più difficile esserle vicino e non essere vicini. Il suo cuore avvampò di gelosia per lo straniero. Tutto minacciava di rovesciare la sua esile ma alta struttura di beatitudine scagliata così improvvisamente nei cieli. Gli bastava ricordare che la sua mano era sulla freccia d’argento, e un fulgore si diffuse sul suo volto, e una calma cadde sul suo petto. «È stata una promessa della sua fede verso di me,» rifletteva il giovane. «Lei mi ama! Non si è fidata del suo cuore franco per parlare. Oh, generosa giovane ragazza! cosa sono io per osare sperare in un tale premio? poiché non potrò mai esserne degno. Ed ella è una che, donando il suo cuore, lo dona tutto. Non la conosco? Quanto appariva incantevole mentre ringraziava lo straniero! L’azzurro dei suoi occhi, quell’azzurro tiepidamente luminoso, sembrava farsi pieno sulle palpebre che si chiudevano, come la gratitudine del cielo. La sua bellezza è meravigliosa. Che meraviglia, dunque, se lui la ama? Dovrei pensarlo uno scudiero del suo rango. Ci sono scudieri di alto lignaggio e di basso.»
Così rifletteva Farina con le braccia conserte e le gambe incrociate nell’ombra della camera di Margarita. Gradualmente cadde in una sorta di sonno annebbiato. Le case divennero marchiate con frecce d’argento. Tutta la pietra della Cattedrale era un luccichio, e una danza, e un fremito di esse. Nel cielo una confusione labirintica di voli e cadute di frecce. Farina si vedeva al servizio dell’Imperatore a guardare questi segni, e ad aspettarsi l’indomani di vincere gloria e un nome per Margarita. Gloria e nome ormai vinti, il vecchio Gottlieb era proprio sul punto di benedirli paternalmente, quando un colpetto brusco lo destò dal delizioso sogno lunare.
«Eroe di giorno! guardiano di casa di notte! Questo racconta una storia,» disse una voce allegra.
La luna splendeva giù sulla piazza della Cattedrale e sulla strada, e Farina vide lo straniero in piedi, solido e rubicondo davanti a lui. Dapprima fu spinto a risentirsi per una tale manata familiare, ma il volto dello straniero era di quella natura blanda e onesta che, come il sole, conquista ovunque di rimando una riflessione della sua stessa gentilezza.
«Avete ragione,» rispose Farina; «proprio così!»
«Vini graziosi là dentro, e una rara giovane fanciulla. Ha una gola come un usignolo, e più ballate al comando di quanto ne possa contenere la borsa di un pifferaio. Ora, se non avessi una moglie a casa.»
«Siete sposato?» gridò Farina, afferrando la mano dello straniero.
«Certamente; e la mia ragazza sa dire la sua riguardo al bell’aspetto, così come la migliore delle vostre fanciulle tedesche qui, credetemi.»
Farina represse l’inclinazione a compiere qualcuna di quelle bizzarrie che la gioia violenta eccita, e dopo essere corso via e tornato, decise di affidare il suo segreto allo straniero.
«Guardate,» disse in un sussurro, che apre le porte private di una confidenza.
Ma lo straniero ripeté la stessa parola ancora più seriamente, e portò gli occhi di Farina su un paio di figure scure che si muovevano sotto la Cattedrale.
«C’è qualche agnello in gioco quando i lupi vanno in giro,» aggiunse: «Sono ora due ore a mezzanotte. Dubito se il lavoro della nostra giornata sia finito finché non udiremo il rintocco, amico.»
«Che interesse avete per le persone di questa casa da vegliare su di loro così?» chiese Farina.
Lo straniero soffocò una risata nella barba.
«Una strana domanda, in verità. Perché, in primo luogo, ci piace molto chiunque per il quale abbiamo fatto un buon lavoro. Questo conta qualcosa. In secondo luogo, ho spezzato il pane in questa casa. Mettetelo nel computo. In terzo luogo; beh! in terzo luogo, sommate tutto insieme, e la somma totale è al vostro servizio, giovane signore.»
Farina lo osservò attentamente. Non c’era un punto sul suo volto dove l’inganno potesse celarsi, o il sospetto potesse attaccarsi. Afferrò la mano dello straniero.
«Mi avete chiamato amico poco fa. Fatemi vostro amico. Guardate, stavo per dire: amo questa fanciulla! Morirei per lei. L’ho amata a lungo. Questa notte mi ha dato una testimonianza che il mio amore non è vano. Sono povero. Lei è ricca. Sono povero, ho detto, e mi sento più ricco del Kaiser con questo che mi ha dato! Guardate, è ciò che le nostre ragazze tedesche si infilano tra i capelli sulla nuca, questa freccia d’argento!»
«Un pezzo molto grazioso di abbigliamento pagano!» esclamò lo straniero.
«Allora, stavo per dire - ditemi, amico, un modo per vincere onore e ricchezza rapidamente; non mi importa a quale raro rischio. Solo per la ricchezza, o per un’alta baronìa, suo padre me la darà!»
Lo straniero ronzò sui suoi baffi in una pausa di fredda pietà, come quella che gli anziani assumono quando i giovani parlano di conquistare il mondo per le loro amanti: e in verità è una calma di mente ben conquistata!
«Le cose sembrano così vivaci qui in casa in fatto di fanciulla, che direi, aspettate un po’ e guardate la vostra occasione. Ma siete un ragazzo di coraggio: servo nell’esercito del Kaiser, sotto il mio signore: il Kaiser sarà qui tra tre giorni. Se siete di quell’idea allora, dubito poco che potreste ottenere un buon posto: ma, guardate di nuovo! c’è un intruglio maturo là in fondo. Perbacco, potreste vincere i vostri speroni questa notte stessa; chi lo sa? - Per la vita! c’è un tipo alto che si unisce a quei due che si aggirano.»
«Riuscite a vedere nell’ombra cupa, Messere Scudiero?»
«Sì! grazie alle vostre segrete stiriane, dove ho passato un anno di apprendistato:
“Ho imparato a guardare ratti e topi A giocare, mai un mozzicone di candela. Giocavano così bene; cantavano così carini; Mi chiamavano compagno; mi chiamavano amico!”
Così dice la ballata della prigionia del nostro re dalla barba rossa. Ogni male ha un bene:
“Quando le nostre dita dei piedi e i menti sono in alto, Le piante velenose fanno la coppa più dolce”
come borbottano le vecchie quando siamo malati. Heigho! vorrei essere tornato bene a casa nella piccola isola, anche se quella era proprio la loro canzone di benvenuto per me, da buon cristiano.»
«Ditemi il vostro nome, amico,» disse Farina.
«Guy è il mio nome, giovane uomo: Goshawk (Astore) è il mio titolo. Guy l’Astore! così mi chiamavano nella mia terra allegra. Il berretto calza quando non va più stretto. Allora scagliavo la freccia, ed ero addosso al mio nemico prima che potesse arruffare una piuma. Ora, quale sarebbe il mio soprannome?
“Un cambiamento così triste, e un cambiamento così cattivo, Potrebbe far sospirare sia cristiani che pagani: Il cambiamento è una maledizione, perché è tutto per il peggio: La vecchiaia striscia su, e la gioventù sta volando!”
e così via, con la vecchia canzone. Ma qui ci sono io, e là c’è una selvaggina che ha bisogno di essere scacciata; quindi inizieremo solo ad annusare un po’ intorno a loro.»
Attraversò l’altro lato della strada, e Farina lo seguì fuori dal chiaro di luna. Le due figure e quella più alta li stavano evidentemente osservando; poiché anch’essi cambiarono posizione e passarono dietro un angolo della Cattedrale.
«Ditemi come le strade si incrociano tutto intorno alla Cattedrale, conoscete la città,» disse lo straniero, tendendo la mano.
Farina tracciò con il dito una mappa approssimativa delle strade sulla mano dello straniero.
«Bene! è così che il mio signore segna sempre il campo di battaglia, e mi fa mostrare le postazioni del nemico. Avanti, da questa parte!»
Si allontanò dalla Cattedrale ed entrambi scivolarono vicini, sotto le grondaie e le tettoie delle case. Nessuno dei due parlò. Farina sentiva di essere nelle mani di un abile capitano e si rammaricava solo della mancanza di un’arma con cui mietere il frutto della sorpresa che intendevano attuare; poiché giudicava chiaramente che quelli fossero membri della banda di Werner in perlustrazione. Si snodarono lungo innumerevoli incroci di strade strette, con case costruite in modo irregolare, ritte o inclinate con facce storte in fila, qui un cottage dalle travi pittoresche, là quasi un palazzo con stemmi dorati, mensole e fregi. Lanterne a olio, spente, pendevano a intervalli presso gli angoli, vicino a un Cristo pallido sul crocifisso. Lungo i passaggi pendevano accese. I passaggi e i vicoli erano troppo bui e stretti perché la luna, nel suo ardore più luminoso, potesse penetrarvi; lungo le strade, una sottile corsia di raggi bianchi riusciva a insinuarsi: «In tutta coscienza», come dichiaravano i bravi cittadini di Colonia, «abbastanza per quei segugi pagani e figli del peccato che se ne vanno in giro quando la benedetta lampada di Dio è spenta». Così, quando c’era la luna, la spesa dell’olio veniva risparmiata al tesoro di Colonia, soddisfacendo in tal modo i virtuosi.
Dopo un incessante girare di qua e di là, tendendo l’orecchio ai passi e sfuggendo essi stessi a un inseguimento che i loro movimenti sospetti avevano suscitato, giunsero sul Reno. Un’ondata piena di chiaro di luna bruniva il fiume cavalleresco in scaglie, placche e anelli scintillanti, mentre esso rotolava a capofitto verso il mare, da sotto rupi e vessilli di antica cavalleria e rapina. Entrambi salutarono la scena con un’esplosione di piacere. La nebbia grigia delle pianure sul lato sud scintillava deliziosa ai loro occhi, venendo da quella sonnolenta folla e calca di abitazioni; ma la solenne gloria del fiume, che non indugiava, incurante, riversandosi appassionata in una sorta di sublime colloquio tra sé e il cielo verso il grande sposalizio delle acque, scosse profondamente il cuore innamorato di Farina. Il giovane non poté trattenere le lacrime, come se una bacchetta magica lo avesse toccato. Tremava d’amore; e quella beatitudine delicata che la speranza verginale ci riversa addosso per prima, come una pioggia d’argento, quando ha preso le sembianze di una giovane bellezza e ci ha promesso la sua mano bella e fugace, lo abbracciò teneramente.
Mentre emergevano negli spazi della luna, un grido dello straniero arrestò Farina.
«Lo vedi? Sul molo, là! È proprio quello, il più alto dei tre. Lakin! Ma lo prenderemo.»
Avvolto in un lungo mantello, con un berretto basso a punta e una piuma, stava la persona indicata. Sembrava meditare sul fluire dell’acqua, ignaro di presenze ostili, o del tutto incurante di esse. C’era una maestà nella sua statura e nel suo portamento che rese l’avanzata dei due verso di lui più cauta e rispettosa di quanto il loro primo impulso avesse consigliato. Non riuscivano a leggere i suoi lineamenti, celati dietro voluminose pieghe: tutto, eccetto un paio di occhi assai strani che, anche mentre fissavano direttamente verso il basso, sembravano carichi di un liquido infuocato e irrequieto.
I due erano vicini dietro di lui: Guy l’Astore si preparò a uno di quei balzi fatali sul nemico che gli avevano fatto guadagnare il suo soprannome. Consultò Farina in silenzio, il quale annuì pronto; ma l’istante dopo, un grido di angoscia sfuggì al giovane:
«Persa! Andata! Persa! Dov’è? Dov’è! La freccia! La Freccia d’Argento! La mia Margarita!»
Prima che gli echi della sua voce avessero cessato di lamentarsi in lontananza, si ritrovarono soli sul molo.
I GIGLI DELLA VALLE
«Si è aperto come un pipistrello!» disse lo straniero.
«La sua ombra era rossa!» disse Farina.
«È scappato come una freccia!» disse lo straniero.
«Oh! Pegno del mio giovane amore, come ho potuto perderti!» esclamò il giovane, e i suoi occhi erano annebbiati dalle lacrime.
Guy l’Astore scosse gravemente i suoi riccioli castani.
«Portami un uomo e io lo affronterò, chiunque sia, come un uomo; ma questo tizio ha un cattivo odore e modi estranei, eccome! Il suo sguardo mi ribolle lungo tutta la schiena e mi punge la punta delle dita. Gesù, salvaci!»
«Salvaci!» ripeté Farina, con l’eco di un’anima smorzata.
Fecero il segno della Croce e purificarono il luogo con pie giaculatorie.
«L’ho visto finalmente; concedi che sia per l’ultima volta! Questa è la mia preghiera, nel nome della Vergine e della Trinità,» disse Guy. «E ora torniamo sui nostri passi: forse scoveremo quel tuo gingillo, ma non sono in grado di compiere imprese mortali per questa notte.»
Appesantiti dal loro oscuro incontro, i due passarono di nuovo dietro la Cattedrale. Gli sguardi affamati di Farina divoravano ogni impronta del loro cammino. Dove la luna non gli offriva lanterna, andava in ginocchio e tastava il terreno alla ricerca del suo tesoro perduto, con la paziente agonia di un avaro, facendo scorrere lentamente la mano sul bordo di pietra e tra gli interstizi della selce fitta, come un verme dalla sensibilità acuta. La disperazione si faceva pesante nel suo petto. A ogni svolta invocava qualche buon santo nuovo affinché lo aiutasse, e passava in rassegna tutte le propiziazioni che la sua fantasia poteva suggerire e la sua sapienza religiosa ispirare. Poco dopo raggiunsero l’inizio della strada dove abitava Margarita. La luna stava calando ed era più pallida, come se fosse toccata da un presagio dell’alba. Sospiri gelidi provenienti dalla terra aperta attraversavano gli spazi della città. Su certi timpani colorati e facciate incrociate di legno, la luce bianca indugiava; ma per lo più le case erano velate nel crepuscolo, e la casa di Gottlieb si confondeva nel chiarore con quelle dei vicini, nonostante la sua maggiore imponenza e l’antica grandezza della sua struttura a graticcio. Decisero di riprendere la loro posizione lì, e camminarono, Farina con la testa bassa sulle spalle e Guy con le narici al vento, come a disagio per il suo senso dell’olfatto.
Sul davanzale di una casa ben tenuta si trovava un vaso di fiori, una rozza costruzione in terracotta a forma di chiatta fluviale, in cui crescevano dei gigli di valle che piegavano i loro campanellini bianchi sui bordi.
L’Astore li fissò con nostalgia.
«Devo annusare quei fiori benedetti se voglio essere salvato!» e sancì la risoluzione col suo bastone.
Mosso da quest’esclamazione, Farina li guardò.
«Come sembrano una compagnia di fanciulle che galleggiano nel vascello della vita!» disse.
Guy ispezionò curiosamente Farina e il vaso di fiori, scrollò le spalle e, con l’aiuto del compagno, salì al livello del vaso, afferrò il premio e ridiscese.
«Ecco,» gridò, tra lunghi ed estasiati respiri, «questo scaccia il fetore dalle narici meglio di ogni altra cosa, il respiro di un fiore fresco come una ragazza! Fino ad ora ero tormentato dal tanfo dei dannati che saliva da sotto di me. Questo è l’incenso stesso del paradiso, credo!»
E Guy inalò il profumo dei fiori e parlò loro gentilmente.
«Hanno una dolcezza malinconica, amico mio,» disse Farina. «Penso a Fate sussurranti, a Elfi e Spiriti, quando il loro odore mi pervade. Non anche tu?»
«No, e non spero di farlo finché non avrò perso del tutto il senno,» fu la risposta dell’Astore. «Per quanto mi riguarda, è un fiore onesto, e se potessi rendere un buon servizio alla giovane fanciulla che l’ha messo lì, starei ricambiando un bene ricevuto; perché se quel fiore non ha combattuto il diavolo nel mio naso stanotte, e lo ha battuto, la mia testa è un nespolo!»
«Non so bene se come devoto cristiano dovrei ascoltare questo, amico mio,» obiettò Farina con mitezza. «I gigli sono davvero emblemi dei santi; ma poi, non sono poveri fiori della terra, essendo trasfigurati, lucenti per sempre. Oh, Croce e Passione! Con quanta serenità argentea la tua gloria mi avvolge, fissando queste belle campane! Guardo il mare bianco dei santi. Sono innamorato dell’angoscia carnale e del martirio. Ogni bellezza è quella indossata da volti dal sorriso pallido in cui la Speranza siede come una corona sul Dolore, e il pallido riflusso della vita mortale è il crepuscolo della gioia eterna. Pace incolore! Oh, mia amata! Così cammini tu per la mia anima sul mare bianco sempre di notte, avvolta nella caduta dritta del tuo lino verginale immacolato; portando in mano il giglio, e appoggiandovi la guancia, dove la rosa umana è ammorbidita in una fioritura lattea di rosso, gli sponsali del cielo con la terra; sopra di te, muovendosi con te, una corona di stelle zaffiro, e la solitudine della purezza intorno!»
«Ah!» sospirò l’Astore, dondolando il suo vaso di fiori; «la luna dà colpi proprio come il sole. Per fede, colpito dalla luna e colpito da una ragazza in una volta sola! Presto chiederà la sua testa. Questo miscuglio di monaco e menestrello è un segno sicuro. È il loro modo di amare in questa terra: diventano tutti pazzi, di colpo. Non ho mai sentito discorsi simili.»
Guy accompagnò queste osservazioni con uno sguardo pietoso verso il suo compagno.
«Vieni, Signor Innamorato! Dammi una mano a restituire ciò che abbiamo preso al suo legittimo proprietario. Sangue di Cristo! Ma sento appetito. Quest’aria notturna mi colpisce nel petto come un ariete. Pensavo di aver accumulato una solida scorta di ventiquattr’ore di Wurst della Vestfalia alla tavola imbandita del Mastro Groschen. Roba buona, mandata giù con del vino superiore del Reno; diciamo il tuo Liebfrauenmilch per i miei gusti; anche se, quando l’ho provato la prima volta, ho fatto smorfie come un giullare, e ho ricordato il roast beef e la birra di Glo’ster nelle mie preghiere.»
L’Astore stava per riporre il vaso di gigli quando un colpo di un breve manganello, lanciato con abilità, lo colpì al collo e lo portò a terra. Con lui caddero i gigli. Guardò a destra e a sinistra, e afferrò il vaso di fiori rotto come proiettile di ritorno; ma nessun nemico era in vista per mettere alla prova la sua precisione di tiro.
Le porte ad arco profondo mostravano le loro cavità vuote, le finestre dormivano.
«Quel giovane mi ha tradito?» pensò lo scudiero sconfitto, mentre si appoggiava tranquillamente al braccio. Farina non era da nessuna parte nelle vicinanze.
Guy fu rapidamente rassicurato.
«Per la mia fede, ora! Questa è una bella cosa! E un bel tipo! E un passo svelto! Quel ragazzo farà strada! Un giorno sarà uno scudiero. Guardalo. Per le viscere di a’Becket! È uno spettacolo! Preferirei vedere questo, ora, che la tavola imbandita del vecchio Groschen che geme di nuovo sotto il Wurst e fa scorrere un fiume di Rudesheimer! Continua a lottare! Ti darò una mano se ce n’è bisogno; ma l’onore sarà tuo, ragazzo, se puoi conquistarlo.»
Questo incitamento al segugio era scaturito da un inseguimento lungo la strada, nel quale l’Astore osservò Farina inseguire e catturare un robusto fuggitivo, che rifiutava con tutte le sue forze di essere riportato indietro, sforzandosi a ogni due o tre passi in punta di piedi di rivoltarsi contro l’impulso che Farina aveva impresso sul suo collo e sulle sue vesti inferiori.
«Chi avrebbe pensato che il ragazzo fosse così nervoso e pieno di spirito, con la sua faccia dolce, gli occhi azzurri e i capelli lisci? Ma un prato verde ha più vita di tante montagne nere. Salve, e ben fatto! Se potessi farti cavaliere, lo farei: credimi!» e strinse la mano a Farina.
Farina rimase modestamente in disparte, lasciando che l’Astore affrontasse il suo prigioniero.
«Allora, Signor Timido-nell’ombra! valoroso Colpisce-alla-schiena! Scudiero Manganello, e Cavaliere del nobile ordine delle Gambe di Mercurio! Mettiti pure alla distanza in cui eri da me quando hai scagliato questo strumento alla mia testa. Per la Madonna! Mi brucia un graffio, ti ripagherò con la stessa moneta, ed è fortuna per te che la moneta sia piccola, o potresti aspettarti lo stesso, credimi. Ora, indietro!»
L’Astore scattò in avanti col manganello, ma il prigioniero non mostrò esitazione nell’obbedire e indietreggiò di circa quindici metri.
«Immagino che indovini che non ho mai fatto questo stupido trucco prima d’ora,» meditò Guy, «altrimenti non sarebbe così sveglio.» Osservando che anche Farina era indietreggiato in linea come guardia, Guy gli fece cenno di spostarsi più a destra, urlando: «Non importa perché!»
«Ora,» pensò Guy, «se fossi sicuro di colpirlo, farei prima la parte del discorso; ma dato che non lo sono – lanciare manganelli non è una professione onorevole da nessuna parte – mi riserverò. Il mascalzone non si scoraggia. Vediamo quanto resta fermo.»
L’Astore si liberò il polso, fissò lo sguardo e fece oscillare il manganello meditabondo avanti e indietro tenendolo per un’estremità. Poi lanciò dalla spalla un potente colpo verso il basso, con calma, osservando come colpisse il prigioniero a terra, come un bue sotto il maglio.
«Colpito!» disse, e si sciolse il polso.
Farina si inginocchiò accanto al corpo e sollevò la testa sul suo petto. «Berthold! Berthold!» gridò; «non ti accadrà altro male, uomo! Parla!»
«Conosci il disgraziato?» disse Guy, avvicinandosi con calma.
«È Berthold Schmidt, figlio del vecchio Schmidt, il grande orefice di Colonia.»
«San Dunstan non era al suo fianco questa volta!»
«Un mio rivale,» sussurrò Farina.
«Oho!» e l’Astore emise un basso sibilo dalla punta della lingua. «Beh! Come avrei detto se le sue orecchie fossero state aperte: la Giustizia ha colpito il colpo; e uno gentile. Questo succede a fare tiri al volo e a non affrontare le cose lealmente. E questo sembra tutto ciò che si possa dire. Dove vive?»
Farina indicò la casa dei Gigli.
«Maledizione! Il cane ha ragione dalla sua. Uff! Vive lì? Ci ha preso per dei predoni notturni. Perché non venire avanti lealmente e chiedere i miei affari?
Annusare un fiore non vale un collo spezzato, né difendere la tua proprietà merita proprio un buco nel cranio. Ora, ragazzo mio, vedi cosa succede a trattare con colpi fugaci; e che questo ti serva da monito.»
Presero il corpo per la testa e i piedi e lo deposero alla porta della casa di suo padre. Qui il colore tornò alle sue guance, e pulirono le strisce di sangue che lo macchiavano. Guy dimostrò di poter essere tenero con un nemico caduto, e Farina con un rivale sfortunato. Era una gara a chi potesse suggerire i rimedi più validi o le posizioni più comode. Uno prestò un fazzoletto e lo accudì; l’altro corse alla fontana della città e gli portò dell’acqua. Nel frattempo la luna era scesa, e il mattino, grigio e senza raggi, guardava le cime delle case e lungo le strade con occhio più fermo. Entrambi scorsero ora un gruppo di uomini, lontano, davanti alla casa di Gottlieb, e schierati con un certo ordine. Tutta la loro carità li abbandonò all’istante.
«Impossessati del manganello,» disse Guy: «Vedi che può fare danni. Altro lavoro prima di colazione, e dovrò dare un bel resoconto di me stesso alla mia ostessa dei Tre Santi Re!»
Farina recuperò il piccolo strumento distruttivo.
«Sono pronto,» disse. «Ma ascolta! Non c’è molto lavoro per noi lì, credo. Quelli sono ragazzi di Colonia, non grugniti della selva. È il Club della Rosa Bianca. Sempre troppo tardi per il servizio.»
Voci che cantavano un canto di caccia, popolare in quell’epoca, si levarono nell’aria limpida del mattino; e gradualmente le parole divennero distinte.
Il Kaiser andò a caccia, A caccia, tra-ra: Con il suo corno da caccia al sorgere del mattino, Il Kaiser calpestò boccioli e spine: Tra-ra!
E la rugiada trema verde mentre i cavalieri si impennano, E mille piume sventolano per la paura; E un dolore punge rapido il cuore del cervo; Perché il Kaiser è fuori a caccia, Tra-ra! Ta, ta, ta, ta, Tra-ra, tra-ra, Ta-ta, tra-ra, tra-ra!
Il proprietario del manganello si svegliò a queste note rinvigorenti, ed emise un debole «Tra-ra!» di risposta.
«Ascolta ancora!» disse Farina, in risposta all’apprezzamento dell’Astore, il cui volto era increspato dall’armonia.
Il cinghiale giaceva grugnendo, Grugnendo, tra-ra! E, boom! arriva il Kaiser a cacciarmi? O, queak! il piccolo uccellino che saltella sull’albero? Tra-ra! Oh uccellino, e cinghiale, e cervo, state calmi! Perché una fanciulla in fiore, o una dama nel pieno vigore, Sono la preda più squisita, e la caccia più tortuosa, Quando i Kaiser vanno a caccia, Tra-ra! Ha, ha, ha, ha, Tra-ra, tra-ra, Ha-ha, tra-ra, tra-ra!
Le voci indugiarono a lungo sull’ultima nota, e la lasciarono morire in una cadenza da foresta.
«Per Dio! Ben fatto. Urrah! Tra-ra, ha-ha, tra-ra! Questo è un trucco a cui non siamo nemmeno per metà vivi a casa,» disse Guy. «Mi sento in amicizia con questi ragazzi tedeschi.»
La disposizione dell’Astore verso i ragazzi tedeschi fu in quel momento duramente messa alla prova da una rapida pacca sulla spalla da parte di un’estremità di quercia tedesca, e dal proclama che era prigioniero della mano che aveva dato il saluto, nel nome del Club della Rosa Bianca. In seguito a ciò, il suo bastone gli fu strappato da una dozzina di robusti giovani, che non gli diedero il tempo di ottenere la sua famosa distanza per la difesa contro i numeri; e lui e Farina furono condotti immediatamente al gruppo che cantava in coro davanti alla casa di Gottlieb Groschen.
I MESSAGGI
Di tutti gli abitanti, Gottlieb aveva dormito di più col giorno sulle palpebre, poiché Werner incombeva su di lui come un incubo. Margarita giaceva e sognava a colori di rosa, e se fremeva sul suo divano di seta imbottito come un’arpa tesa, e si agitava sonnacchiosa in piccoli balzi e scatti, era perché un uccellino giaceva nel suo seno, ansimando e cantando attraverso la notte, e che lui non doveva essere placato, ma avrebbe espresso musicalmente i pensieri segreti più dolci di una fanciulla stregata dall’amore. La devozione di Farina lei la conosceva; la sua tenerezza la intuiva: il suo coraggio lo aveva testimoniato quel giorno. La giovane ragazza, appena sentì di poter amare degnamente, amò con tutte le sue forze. Attutito e lontano giunse il canto di caccia sotto il suo cuscino, e risvegliò curve delicate e sognanti nel suo bel viso, mentre diradava ma non bandiva il suo sogno. Anche zia Lisbeth sentì il canto, e balzò fuori dal suo letto per controllare che la porta e la finestra fossero assicurate contro il lascivo Kaiser. Nonostante le sue prove, aveva fatto la sua scorta di sonno; ma essendo posseduta da una sorta di mistica credenza da nubile secondo cui in casi di pericolo incombente da parte dell’uomo, il letto era una roccia di rifugio e una difesa fortificata, vi si strisciò di nuovo, e lasciò che il sole sorgesse senza di lei. La voce di Gottlieb non poté svegliarla ai doveri domestici che amava compiere con un viso così dolente. Lo sentì aprire la sua finestra, e parlamentare con toni arrabbiati con i musicisti di sotto.
«Esca!» mormorò zia Lisbeth; «stanne alla larga, Gottlieb!»
Lui scese le scale e aprì la porta di strada, dopodiché il rimprovero e le invettive ricominciarono di nuovo.
«Hai dato loro vantaggio, Gottlieb, fratello mio,» si lamentò lei; «e solo i buoni cieli possono dire cosa possa risultare da tale imprudenza.»
Un silenzio, combustibile per lo strascicare di piedi nel passaggio e sulle scale, rintronò orrori nella testa di zia Lisbeth.
«Era proprio quel suono nell’ala sinistra di Hollenbogenblitz,» disse: «solo che allora era notte e non mattino. Ursula mi protegga!»
«Perché, Lisbeth! Lisbeth!» gridò Gottlieb dal basso. «Scendi! Sono già le cinque del mattino. C’è compagnia; e cosa dobbiamo fare senza la donna?»
«Ah, Gottlieb! Questo è tipico degli uomini! Non considerano quanto sia diverso per noi!» la quale misteriosa frase, essendo stata pronunciata solo per se stessa, godette di un significato che le sarebbe stato altrimenti negato.
Zia Lisbeth si vestì e incontrò Margarita che scendeva. Si scambiarono il buongiorno della giovane fanciulla e della vecchia.
«Vai tu per prima,» disse zia Lisbeth.
Margarita corse avanti allegramente.
«Ragazza!» gridò zia Lisbeth, «cos’è quella cosa tra i tuoi capelli sulla nuca?»
«Ho preso in prestito la freccia di Lieschen, zia. La mia ha avuto un incidente.»
«La freccia di Lieschen! Un incidente! Ora me ne occuperò dopo colazione, Margarita.»
«Tra-ra, ta-ta, tra-ra, tra-ra,» cantava Margarita.
«Il cinghiale giaceva grugnendo, Grugnendo, tra-ra.»
«Il vero e proprio ornamento di una fanciulla! Guarda il mio, bambina! L’ho indossato per cinquant’anni. Possa io meritare di indossarlo finché non sarò chiamata! O Margarita! Non scherzare con quel simbolo.»
«“Oh uccellino, e cinghiale, e cervo, state calmi!”
Sono così felice, zia.»
«Bei tempi per essere felici, Margarita.»
“Sii felice in Primavera, dolci fanciulle tutte, Perché il freddo dell’Autunno cadrà presto.”
Così canta il Minnesinger, zia; e
“Una fanciulla nella foglia invernale Diffonderà la sua stessa malattia di dolore.”
Amo i Minnesinger! Sono uomini così dolci e gentili! Tali amanti! E uomini di azioni oltre che di canto: spada da una parte e arpa dall’altra. Combattono fino al tramonto, e poi allentano la loro armatura per soffiare una ballata alla loro amata al chiaro di luna, coperti dalle macchie della battaglia come sono, e stanchi!»
«Che ragazza! Minnesinger! Sì; conosco storie di quei Minnesinger. Vennero al castello... Margarita, una perla della tua croce è rotta. Ci penserò io. Indossa quella di perle finché non riparo questa. Possa tu non cadere mai sulla strada dei Minnesinger. Non sono come la truppa di Werner. Non battono alle porte: scivolano dentro la casa come serpenti.»
«Lisbeth! Lisbeth!» sentirono Gottlieb chiamare con impazienza.
«Arriviamo, Gottlieb!» e in un sommesso mormorio Margarita la sentì dire: «Possa questo giorno trascorrere senza affanni e vergogna per le pie e le caste.»
Margarita riconobbe la voce dello straniero prima ancora che avesse aperto la porta e, nel presentarsi, l'eroe le rivolse un saluto protettivo.
«Si può vedere,» disse, «che servono uomini migliori di quelli di Werner per scacciare la rosa da quella guancia.»
Gottlieb premette la guancia rosea contro la propria spalla e le diede un colpetto.
«Che ne pensi, Grete? Hai ora quaranta dei migliori ragazzi di Colonia arruolati per proteggerti e fare la guardia alla casa giorno e notte. Ecco! Che altro potrebbe chiedere una Pfalzgrafin, ora? E servizio volontario; tutto da ripagare con un sorriso, che oserei dire la mia signora non negherà loro. Lisbeth, conosci il nostro amico. Non temerlo, buona Lisbeth, e dacci la colazione. Bene, dolce creatura, ti verranno tributati onori regali. Scommetto che hanno già iniziato un buon lavoro rinchiudendo quel vagabondo sognatore e fannullone, Farina...»
«Lui? Perché, padre mio? Come hanno osato! Cosa ha fatto?»
«Oh, non trasalire, mia fanciulla fatata! Una faccenduola di cocci, cara! Ha cercato di entrare nella stanza di Cunigonde Schmidt e ha fatto cadere il suo vaso di gigli: per il che Berthold Schmidt lo ha buttato a terra e il nostro amico qui, per spirito di corpo, ha buttato a terra Berthold. Tuttavia, il principale colpevole è stato condotto in prigione dalla tua fidata guardia, e lì lasciatelo raffreddare. Berthold ti racconterà la storia di persona: sarà qui per colazione e riceverà i tuoi ordini, signora comandante in capo.»
Il Goshawk teneva gli occhi su Margarita. I denti erano serrati sul labbro inferiore e l'intera figura aveva uno strano aspetto di impaccio, tanto era divisa dalla rabbia.
«Come testimone dell'accaduto, penso di poter fornire una versione più chiara, bella fanciulla,» intervenne. «In primo luogo, il colpevole sono io. Siamo passati sotto la finestra della Fraulein Schmidt ed ero io quello che si è arrampicato per salutare i gigli. Un germoglio è nel mio elmo, e permettetemi di offrirlo a una degna destinataria.»
Offrì i fiori con un sorriso e Margarita li prese, raggiante di gratitudine.
«Il nostro amico Berthold,» continuò, «ha pensato bene di sferrarmi un colpo alle spalle per poi correre a chiamare i suoi compagni. È stato catturato dal mio valoroso giovane eroe, Farina; riguardo al cui carattere mi rammarico che il tuo rispettato padre e io siamo in disaccordo: poiché, sulla parola di un soldato e uomo leale, è il migliore tra i bravi ragazzi che abbia incontrato finora in Germania, credimi. Per farla breve, la giustizia è stata resa su Berthold per mano mia, a causa di un atto di tradimento. Sembra essere una sorta di capitano di una delle truppe, e non nutre affetto per Farina; poiché la versione dei fatti che hai sentito da tuo padre è una piccola invenzione del signor Berthold in persona. Per rendergli giustizia, sembrava altrettanto disposto a farmi finire sotto la pietra fredda; ma una parola del tuo buon padre ha cambiato il corso delle cose; e poiché pensavo di poter servire meglio il nostro amico da libero che dietro le sbarre, ho accettato la libertà. Pshaw! Avrei dovuto accettarla in ogni caso, a dire il vero, poiché le vostre prigioni tedesche sono luoghi mortali, gelidi e pieni di ratti. Quindi non considerarmi un eroe, bella signora Margarita, sebbene la tentazione di sembrarlo a occhi così dolci iniziasse a portarmi fuori strada. E ora, riguardo ai nostri affari per le strade a quest'ora, pensate bene di noi.»
«Lo farò! Lo penso!» disse Margarita.
«Lisbeth! Lisbeth!» chiamò Gottlieb. «Colazione, sorellina! Il nostro campione sta morendo di fame. Chiede wurst, panini al latte, vino e tutte le tue conserve più rare. Fai in fretta, dunque, perché l'onore di Colonia è in gioco.»
Zia Lisbeth fece tintinnare le chiavi dentro e fuori, e presto quell'armonia attirò una schiera di domestici con piatti di carni suine, panini di pane bianco di grano, il perenne wurst, latte, vino, pane d'orzo e provviste domestiche di leccornie in abbondanza, tutto scintillante sull'argento, ravvivato da tovaglie di un bianco immacolato. Gottlieb colse un luccichio così solare sul volto del Goshawk davanti a questo schieramento ospitale che diede l'ordine di inizio senza aspettare Berthold, e il suo ospite si mise subito a mangiare, non allentando i suoi sforzi per mezz'ora buona secondo l'orologio della Cattedrale, evitando la birra con un'espressione storta fatta di disprezzo e rammarico, e bevendo un brindisi ben colmo in vino del Reno per tutti i presenti. Margarita era pensierosa: zia Lisbeth in guardia. Gottlieb ricordò il consiglio di Carlo Magno all'Arcivescovo Turpino e fece del suo meglio per rimanere sulla terra come uno dei suoi signori dominanti.
«Povero Berthold!» disse. «È un bravo ragazzo e merita di sedere alla mia tavola più spesso. Immagino che la faccenda del vaso di fiori lo abbia trattenuto. Brinderemo a lui: eh, Grete?»
«Brindate a lui, caro padre! Ma eccolo qui a ringraziarvi di persona.»
Margarita provò una fitta di pietà quando Berthold entrò. Le macchie livide del suo livido si scurivano intorno agli occhi, dando loro una luce malvagia ogni volta che fissava intensamente; ma sembravano sinceri; e parlavano di un combattimento nel quale poteva dire di non aver dimostrato viltà e di essere stato trattato con una certa crudeltà. Rivolse al Goshawk un muto rimprovero; eppure sorrise e lo amò profondamente quando lo vide tendere una mano di benvenuto e offrire un bicchiere fraterno a Berthold. Il figlio del ricco orefice era occupato a studiare l'oroscopo delle sue fortune negli occhi di Margarita; ma quando Margarita attirò la sua attenzione su Guy, si voltò verso di lui con uno sguardo di stupore che lasciò il posto a un cordiale saluto.
«Ben fatto, Berthold, mio bravo ragazzo! Sono tutti amici quelli che siedono a tavola,» disse Gottlieb. «In ogni caso, alla mia tavola:
«“È un degno avversario Chi perdona il colpo Che gli fu dato pieno e leale,”
dice la canzone; e il proverbio riprende con: “Un nemico generoso è un amico dalla parte sbagliata”; e nessuno ne ha colpa, se non la vecchia Dama Fortuna. Quindi ora un brindisi a questa gioviale riconciliazione tra voi. Lisbeth! Devi berlo.»
La donnina si inchinò con malinconica obbedienza.
«Perché sei scappato via?» sussurrò Guy a Berthold.
«Perché eravate due contro uno.»
«Due contro uno, uomo! Perché, non esiste la correttezza in questa vostra terra? Pensavi che ne avrei approfittato?»
«Come potevo sapere chi fossi, o cosa avresti fatto?» mormorò Berthold, un po' cupo.
«Davvero no, amico! E così sei corso a farti diventare venti contro due? Ma non buttarti giù per questo. Stavo per dire che, sebbene ti abbia trattato in modo corretto, è stato forse un tantino severo, considerando la tua gioventù: ma l'esempio è tutto; e devo farti sapere in confidenza che mai in vita mia avevo brandito un manganello; così, vedi, ti ho dato tutte le possibilità.»
Berthold mosse le labbra in risposta; ma pensare alla figura di sconfitta che stava mostrando davanti a Margarita lo portò a valutare sfavorevolmente quante probabilità avesse avuto a suo favore.
Il brindisi fu fatto. Zia Lisbeth toccò il bicchiere giallo fumoso con un labbro schizzinoso e fece cenno a Margarita di ritirarsi.
«L'arazzo, bambina!» disse. «Cose pericolose vengono dette dopo il terzo bicchiere, lo so, Margarita.»
«Trovi che il mio campione sia bello, zia?»
«Stavo per parlarti di lui, Margarita. Se ricordo bene, ha un aspetto rude e piacevole, per quanto conti. Sì: ma tu, fanciulla, stai pensando a lui? L'ho visto strizzare l'occhio tre volte; e questo, come sappiamo, è un'abitudine di coloro che si sono venduti. E cosa deve aspettarsi la fragile umanità femminile da un tale animale nerboruto?»
«E oh! per allacciargli l'armatura, E augurargli fortuna sul campo; Per brindare a lui con la coppa del bacio, Il cavaliere che non cede!
Sono certa che sia tenero, zia. Nota quanto appare gentile di tanto in tanto.»
«Tu, ragazza! Sì, credo che sia follemente innamorata di lui. Tenero, e gentile! Lo è anche l'orso quando sei fuori dalla sua tana; ma entraci, fanciulla, e prova! Tu, buona Ursula, preservami da un simile destino.»
«Non temere, cara zia! Non averne paura! Inoltre, non sono sempre gli uomini a essere cattivi. Non devi dimenticare Dalila, la moglie di Lot, la Pfalzgrafin Jutta e la Baronessa che chiese un pezzo del povero Kraut. Ma, lavoriamo, lavoriamo!»
Margarita sedette davanti a Sigfrido e contemplò l'eroe. Per la prima volta, notò una somiglianza nei suoi lineamenti con Farina: gli stessi lunghi capelli biondi sparsi sulle spalle come quelli che fluivano da sotto l'elmo di Sigfrido; gli occhi azzurri, le sopracciglia squadrate e i contorni regolari. «Questa è una meraviglia,» pensò Margarita. «E Farina! È stato per vegliare su di me che ha vagato per le strade la scorsa notte, il mio caro! Non è bellissimo?» e guardò più da vicino Sigfrido.
Zia Lisbeth aveva iniziato con il drago secondo il suo solito metodo, e vagava presto attraverso sale scheletriche del vecchio palazzo reale in Boemia. La lingua lanuginosa del mostro suggerì nuovi orrori alla sua mente, e se Margarita avesse ascoltato, avrebbe potuto avere buone scuse per dimenticare la condizione del suo amante; ma la sua voce serviva solo come un meccanismo a orologeria e la sua mente era in prigione con Farina. Era intenta a dibattere a lungo su come ottenere il suo rilascio; e meditava così profondamente, ed esclamava in così tanti scoppi di impazienza, che zia Lisbeth sentì il suo cuore sciogliersi per la fanciulla. «Ora,» disse, «questa è una storia ben nota riguardo all'Elettrice Vedova di Baviera, quando venne in visita al castello; e, mia cara bambina, che sia un monito. Terribile, oltretutto!» e la donnina rabbrividì piacevolmente. «Lei aveva... posso dirti questo, Margarita... sì, era stata infedele al suo sposo legittimo. Capisci, fanciulla; o, no! non capisci: io lo capisco solo in parte, bada. Infedele, dico...»
«Infedele... non vera: continua, cara zia,» disse Margarita, afferrando la parola.
«Credo che sappia quanto me!» esclamò zia Lisbeth; «tali sono le ragazze al giorno d'oggi. Quando ero giovane... oh! che una fanciulla sapesse qualcosa allora... oh! era riprovazione generale. Nessuno pensava di confessarlo. Arrossivamo e abbassavamo gli occhi all'idea stessa. Bene, l'Elettrice! lei era... devi indovinare. Così chiese il suo intruglio alle undici di notte. Che pensi che fosse? Bene, c'era dello spirito dentro: per non dire noce moscata, limone e noccioli di pesca. Voleva che mi sedessi con lei, ma pregai la mia signora di tenermi lontana dalla donna cattiva: e nessuna amica di Ilda di Baviera fu Berta di Boemia, puoi starne certa. Oh! le cose che diceva mentre beveva il suo intruglio.
Isentrude sedeva con lei e diceva che era spaventoso! Oltre la blasfemia! e che sembrava una strega della Bibbia, seduta a bere, imprecare e fissare con la sua camicia da notte e la cuffia. Era in viaggio verso l'Ungheria e reclamò l'ospitalità del castello lungo la strada. Entrambe erano vedove. Bene, era un quarto a mezzanotte. L'Elettrice ricadde sul cuscino, come faceva sempre quando aveva finito la candela. Isentrude la coprì, ammucchiò legna sul fuoco, si avvolse nella vestaglia e si preparò a dormire. Era inverno, e il vento ululava alle porte, faceva tremare le finestre e scuoteva l'arazzo... che il Signore ci aiuti! Fuori era tutta neve e nient'altro che foresta; come hai visto quando sei venuta da me lì, Gretelchen. Scoccò la mezzanotte. Isentrude stava sonnecchiando; ma dice che dopo l'ultimo rintocco si svegliò dal freddo. Un freddo nebbioso aleggiava nella stanza. Guardò l'Elettrice, che non si era mossa. Il fuoco ardeva debolmente e sembrava oppresso: Herr Je! Pensò di sentire un rumore. No. Del tutto silenzioso! Come il cielo la preservi, dice Isentrude, l'odore in quella stanza divenne come quello di una tomba aperta, viscido e putrido. Santa Vergine! Questa volta era certa di aver sentito un rumore; ma sembrava provenire da entrambi i lati. C'era la grande porta che conduceva al primo pianerottolo e alla sala di rappresentanza; e esattamente di fronte c'era il pannello del passaggio segreto. I rumori sembravano avanzare come passo dopo passo, e divennero più forti in ogni orecchio mentre lei stava inorridita sul marmo del focolare. Guardò di nuovo l'Elettrice e i suoi occhi erano spalancati; ma nonostante le chiamate di Isentrude, non voleva svegliarsi. Pensa solo! Ora il rumore aumentò, ed era un regolare suono di calpestio-stridore, calpestio-vortice... che si faceva sempre più vicino: Santi della misericordia! L'appartamento era soffocante di vapori. Isentrude fece uno scatto e si nascose dietro una tenda del letto proprio mentre le due porte si aprivano. Poteva vedere attraverso una fessura nel lavoro intrecciato, e strizzò gli occhi che aveva tenuto chiusi stretti nel sentire lo stridio dei cardini delle porte... strizzò gli occhi per vedere per un momento... siamo creature così peccatrici e curiose! Ciò che vide allora, dice che non lo dimenticherà mai; né io! Come era donna viva, lì vide i due principi morti, il Principe Palatino di Boemia e l'Elettore di Baviera, in piedi faccia a faccia ai piedi del letto, tutti in armatura bianca, con spade sguainate e attendenti che reggevano torce di pino. Nessuno dei due parlò. Le loro visiere erano abbassate; ma li riconobbe dalle loro insegne e dal portamento: entrambi presenze alte e imponenti, buoni cavalieri ai loro tempi, che avevano combattuto contro gli Infedeli! Così uno di loro indicò il letto, poi una torcia fu abbassata e il combattimento ebbe inizio. Isentrude vide le scintille volare e l'acciaio colpire finché non fu infranto; ma continuarono a combattere, senza curarsi delle ferite e sbuffando di rabbia man mano che si scaldavano. Combatterono per un'ora intera. La povera ragazza era così consumata dal guardare che lasciò andare la tenda e rimase del tutto esposta tra loro. Così, per sostenersi, appoggiò la mano sul fianco del letto; e... pensa a cosa sentì: una mano fredda come il ghiaccio serrò la sua, e non poté liberarsene! In quell'istante uno dei principi cadde. Era Boemia. Baviera rinfoderò la spada, fece un cenno con la mano e gli attendenti presero il fantasma macellato, per i piedi e le spalle, e lo portarono verso la porta del passaggio segreto, mentre Baviera incedeva dietro...»
«Vergognoso!» esclamò Margarita. «Parlerò a Berthold mentre scende. Lo sento arrivare. Farà quello che voglio.»
«Chiamalo terribile, Grete! Terribile lo era. Se Berthold volesse sedersi ad ascoltare... Ah! è andata via. Una brava ragazza! e di una leggerezza solo superficiale.»
Zia Lisbeth sentì la voce di Margarita rivolgersi rapidamente a Berthold. La sua risposta fu bassa e breve. «Si rifiuta di ascoltare qualsiasi cosa del genere,» interpretò zia Lisbeth. Poi lui sembrò implorare e Margarita rispose con frasi brevi. «Confido che non sia nulla che una fanciulla non dovrebbe sentire,» esclamò la donnina con un sospiro.
La porta si aprì e Lieschen si fermò all'ingresso.
«Per la Fraulein Margarita,» disse, porgendo una lettera a metà.
«Dalla a me,» comandò zia Lisbeth.
La donna esitò... «È per la Fraulein.»
«Dalla a me, ti dico!» e zia Lisbeth afferrò avidamente la missiva e la sottopose al supplizio del tatto. Era pesante e conteneva qualcosa di duro. Lunghe pressioni pensierose ne rivelarono la forma sulla carta. Era una freccia. «Vai!» disse alla donna e, una volta sola, iniziò, come un'ape, a ronzare tutt'intorno ad essa, e infine la aprì. Conteneva la Freccia d'Argento di Margarita. «L'astuzia di quella ragazza!» E lo scritto diceva:
«DOLCISSIMA FANCIULLA!
«Per questa freccia del nostro fidanzamento, ti scongiuro di incontrarmi in tutta fretta fuori dalla porta occidentale, dove, ardente di rivelarti notizie urgentissime che non possono essere affidate alla carta, ora attende, supplicando i santi, il tuo
«FARINA.»
Zia Lisbeth ripose lettera e freccia in un cassetto; lo chiuse a chiave; e «l'ho sempre pensato». Salì le scale per consultarsi con Gottlieb. Boati di risate la accolsero proprio mentre alzava il chiavistello, e lei si ritirò imbarazzata.
Non c'era tempo da perdere. Farina doveva essere colto in flagrante mentre aspettava Margarita, da Gottlieb o da lei stessa. Gottlieb si stava divertendo. «Possa questo esserti di monito, Gottlieb,» mormorò Lisbeth, mentre avvolgeva il suo corpicino nel mantello di pelliccia di Margarita, decisa a essere lei a confondere Farina.
Cinque minuti dopo Margarita tornò. Zia Lisbeth se n'era andata. Al drago mancava ancora la punta della lingua biforcuta e un rivolo di fili infuocati pendeva dalle fauci del mostro. Un'altra lettera fu portata nella stanza da Lieschen.
«Per zia Lisbeth,» disse Margarita, leggendo l'indirizzo. «Da chi può essere?»
«Lei non sta a pressare riguardo alle tue lettere,» disse la donna; e informò Margarita della missiva precedente.
«Dici che ne ha estratto una freccia?» disse Margarita, con il volto in fiamme. «Chi l'ha portata? dimmelo!» e aspettando solo di sentire che era la madre di Farina, strappò la lettera e lesse:
«CARISSIMA LISBETH!
«La tua vecchia amica ti scrive; lei che a stento ha occhi per vedere le parole che scrive. Sai che siamo una casata decaduta, per il dispiacere dell'Imperatore verso il mio defunto marito. Mio figlio, Farina, è il mio unico sostegno e ricambia bene le benedizioni che gli elargisco. Alcuni lo chiamano ozioso: alcuni lo pensano troppo sapiente. Giuro a te, Lisbeth, che è solo buono. Le sue ore sono devolute all'estrazione di essenze... non a magia nera. Ora è nei guai, in prigione. L'ombra che distrusse il suo defunto padre lo minaccia. Ora, per la nostra antica amicizia, amata Lisbeth! intercedi presso Gottlieb, affinché possa perorare per mio figlio davanti all'Imperatore quando verrà...»
Margarita non lesse oltre. Andò alla finestra e vide la sua guardia schierata fuori. Si gettò un fazzoletto sulla testa e lasciò la casa dal cancello del giardino.
IL MONACO
A quell'ora il sole era alto sopra Colonia. I mercati erano affollati di compratori e venditori, mescolati a uno sciame di soldati oziosi, per le cui nature assetate erano state rovesciate bancarelle di vino. Baroni e cavalieri dell'impero, valorosamente montati e follemente seguiti, affluivano ogni ora a Colonia dal sud e dal nord della Germania. Qui, svevi sbalorditi e guerrieri dai tratti rotondi del Regno d'Oriente, si pavoneggiavano su e giù, accarezzando i cavalli che incontravano, per mancanza di occupazione per le mani. Laggiù, enormi pomerani, con cespugli di barba irrigiditi verso l'esterno dalla mascella, urtavano come montagne tra gli abitanti pacifici. Soldati smontati da cavallo procedevano a gambe larghe, in calzamaglie strette e larghe, pronti a bere alla salute di chiunque fornisse il liquore di migliore qualità per quel solenne impegno, e ugualmente pronti a litigare con chi non lo facesse. Era una scena di piume sgargianti, berretti a tesa larga, calzamaglie appariscenti, piastre d'acciaio blu e ammaccate, braghe di lana tagliate, leggings di cuoio, insegne e stivali e spalle imperiosi. Margarita era troppo agitata nella mente per essere consapevole di un'imprudenza; ma i suoi arti tremavano e istintivamente affrettò il passo. Quando fu sotto l'insegna dei Tre Santi Re, dove abitava la madre di Farina, rivolse una fervente preghiera di ringraziamento e respirò liberamente.
«Mi aspettavo un messaggio da Lisbeth,» disse Frau Farina; «ma tu, cuore buono! tu ci aiuterai?»
«Tutto ciò che può essere fatto da me, lo farò,» rispose Margarita; «ma sua madre desidera vederlo e io sono venuta a farle compagnia.»
La vecchia signora giunse le mani e pianse.
«Ha trovato un'amica così buona, il mio povero ragazzo! E credimi, cara fanciulla, non è indegno, perché figlio migliore non è mai esistito, e buon figlio, tutto buono! Sicuramente andremo da lui, ma non così come sei. Ti vestirò io. Ci sono folle così grandi per le strade: le ho sentite sferragliare stamattina presto. Riposa, cuore caro, finché non torno.»
Margarita ebbe il tempo di ispezionare l'unica stanza in cui viveva il suo amante. Era piantata con bottiglie, vasi, pipe e cilindri, accatastati su pavimento, sedia e tavolo. Non poté sopprimere una leggera sorpresa di paura, poiché questa mostra indicava un rapporto con cose nascoste e una convocazione di spiriti sparsi. Era questo che rendeva la sua fronte così pallida e il cerchio del suo occhio più scuro di quanto la giovinezza dovrebbe permettere! Scacciò il sentimento e assunse il suo volto luminoso mentre Dame Farina riappariva, portando sul braccio un abito da convento e altri indumenti. Margarita si lasciò rivestire delle vesti bianche e nere della rinuncia alla vita.
«Ecco!» disse la Frau Farina, «e per sigillare la promessa, ho ingaggiato una guardia che ci accompagni. È stato gravemente ferito in un combattimento di strada ieri, ed era alloggiato di sotto, dove l'ho curato e accudito, ed egli è grato, come un uomo dovrebbe essere - sebbene io abbia fatto poco, pur facendo del mio meglio - e con lui vicino a noi non abbiamo nulla da temere.»
«Bene», disse Margarita, e si baciarono e partirono. La guardia le stava aspettando fuori.
«Venite, mia piccola signora, e con voi la santa sorella! Non è che un passo da qui, e scommetto di portarvi al sicuro, tanto certo quanto il mio nome è Schwartz Thier! - Ehi? La buona sorella sta cedendo. Guardate, ora! La porterò io.»
Margarita recuperò il suo autocontrollo prima che lui potesse mettere in atto questa offerta.
«Facciamo solo in fretta ad arrivare», ansimò.
Il Thier procedette a grandi passi e diede loro salvacondotto fino alla prigione dove Farina era rinchiuso, che si trovava vicino a uno dei forti esterni della città.
«Ringrazialo e congedalo», sussurrò Margarita.
«No! Lui aspetterà - non è vero, amico? Non staremo molto, sebbene sia mio figlio che vengo a visitare qui», disse Frau Farina.
«Fino a domani mattina, mia piccola signora! Il leone ringraziò colui che gli tolse la spina dal piede, e il Thier potrà essere nero, ma non è ingrato, né una bestia peggiore del leone.»
Entrarono tra le mura e lo lasciarono.
Per i primi cinque minuti Schwartz Thier trovò occupazione per le sue facoltà fissando le finestre traballanti e dai piccoli vetri del vicinato. Perseverò in ciò, dopo che ogni novità si era esaurita, per un intuitivo timore della noia. Non c'era nulla da vedere. Una vecchia una volta fece capolino da una soffitta e innaffiò le selci. Tormentato dal crescente timore del ripugnante incubo del non aver nulla da fare, il Thier tentò di stabilire un'intesa amorosa con lei. Lei rispose con un'indignata sporgenza del labbro inferiore, svanendo rapidamente. Non gli rimase altra risorsa che maledirla con estrema cordialità. Il Thier batté il piede destro, e poi il sinistro, e ricordò la vecchia come una seccatura per altri cinque minuti. Quando fu del tutto dimenticata, sbadigliò. Ci voleva un'altra compagna del momento, da corteggiare, rimproverare e rimpiangere. Il cancello della prigione era in una strada isolata. Pochi passanti transitavano, e quelli che lo facevano si allontanavano dal pesante individuo dagli occhi lascivi e dal malizioso ozio che vi stazionava, nel modo più disinvolto possibile. Il Thier ne chiamò due o tre. Uno se la diede a gambe, un altro s'inchinò, fece un sorrisetto, gli augurò gentilmente buona giornata e finse di non sentire altro, avendo affari urgenti in vista. Il Thier era un cane fedele, ma la tentazione di tradire la fiducia e inseguirli era grande. Iniziò a provare un'eguale disposizione a piangere e a ruggire. Canticchiò una ballata -
«Giurai che di lei avrei fatto a mio modo, E con lui avrei fatto quel che volevo: Imparai la mia balestra oltre la collina: Ora cosa dice la mia signora?
Datemi la buona vecchia balestra, dopo tutto, e nessuno di questi ingombranti sbuffa-e-spara che ti buttano giù più spesso del tuo avversario!
Una croce sta ancora nella foresta, E una croce nel cimitero grigio: Maledizione su chi ebbe a suo modo, E su chi ebbe quel che voleva!
Buon inizio, cattiva fine! Non è sempre così. "Molte croci ha costruito la balestra", dicono. Vorrei avere la mia, ora, per impallinare quella vecchia, o qualcun altro. Giurerei che mi sta spiando da sopra il timpano, o dietro qualche fessura. Sono curiose, le vecchie, maledette siano! E le giovani, a dirla tutta. Nemmeno una giovane qui.
Quando sono dentro per il saccheggio di una città, Cosa, pensate, vado a cercare, su e giù? Argento e oro ne intasco in abbondanza, Ma il bocconcino dolce è la mia fanciulla sotto i venti.
Mi piacerebbe essere dentro per il saccheggio di questa Colonia. Stanerei quella bella ragazza di cui sono stato truffato ieri. Prendete l'oro e l'argento, e date a me la fanciulla! Il suo collo è d'argento, e i suoi capelli d'oro. Ah! e le sue guance rose, e la sua bocca - non dite altro! Sto quasi pensando che Werner, l'animale affamato, abbia gettato occhi da lupo su di lei. Dicono che abbia parlato di lei la scorsa notte. Non lasciate che mi ostacoli. Fulmini e saette! Gli porto rancore. Sta iniziando a dimenticare il mio piano di vita.»
Uno stormo di piccioni attraverso la cima azzurra della strada distrasse il Thier da queste riflessioni. Rimase a bocca aperta a guardarli con disperazione, e si mise a stiracchiarsi e scuotersi, facendo risuonare i polmoni con fragorosi colpi. Mentre volgeva di nuovo lo sguardo attorno, incontrò quello di un monaco di fronte, fissato su di lui in silenzio penetrante. Il Thier odiava i monaci come una bestia selvatica evita il fuoco; ma ora anche un monaco era benvenuto.
«Ehi!» gridò.
Il monaco attraversò verso di lui.
«Amico!» disse, «la noia ti sta insegnando la dissolutezza. Prenderesti servizio per il lavoro di una notte, dove il pericolo è poco, la ricompensa duratura?»
«Quanto a quello», rispose il Thier, «il pericolo mi viene come il bosco verde al cervo, e una buona paga non è mai stata data in promesse. Ma sono legato per la prossima ora al genere femminile qui dentro. Loro sono le mie padrone; come lo sono state di tipi tosti prima di me.»
«Le cercherò, e otterrò il loro consenso», disse il monaco, e così lo lasciò.
«Affare veloce!» pensò il Thier, e divenne più vivace. «Il Barone non vorrà me stasera: e se anche fosse? Che si impicchi pure - sebbene, se dovesse farlo, sarà un peccato che io non sia lì ad aiutarlo.»
Camminò sotto il muro fino al suo estremo. Tornando indietro, scorse il monaco al cancello.
«Una mano rapida!» pensò il Thier.
«Non intruderti con domande con me», esordì il monaco; «ma taci e segui: le donne ti liberano, e volentieri.»
«Questo non è il mio piano di vita, ora! Soldi in contanti, e poi comandami»: e Schwartz Thier rimase con un piede avanti e la mano protesa.
Un ricciolo di disprezzo oscurò i freddi lineamenti del monaco.
Infilò una mano in un lato della sua tonaca sopra la cintura e lanciò un sacchetto di monete.
«Prendilo, se è in te rinunciare alla benedizione più grande», gridò con disprezzo.
Il Thier sbirciò nel sacchetto e sembrò soddisfatto.
«Seguo», disse; «guida, buon padre, e sarò sulle tracce della santità per la prima volta da quando mia madre si è liberata di me.»
Il monaco si affrettò lungo la strada e verso il mercato, incurante delle posture e riverenze della gente, che si fermava a fissare lui e il suo scarno accompagnatore. Mentre attraversavano la piazza, Schwartz Thier scorse Henker Rothhals che partiva da una mescita a cavallo, e non poté fare a meno di chiamarlo. Prima che il monaco avesse il tempo di proferire un rimprovero, erano immersi insieme in un doppio scambio di domande e risposte.
«Whirr!» gridò il Thier, interrompendo una comunicazione. «L'hanno presa, vero? e l'hanno portata oltre il fiume? Sono dei vostri per la mia parte, o chiamatemi pecora!»
Fece un cenno con la mano al monaco e, afferrando le redini del cavallo, corse via accanto al suo complice montato, pesantemente calzato com'era.
Il monaco si accigliò guardandolo andare, e gonfiò il petto con un duro sospiro.
«Andato!» esclamò, «e l'oro maledetto con lui! Bene una voce mi avvertì che tale servizio non era mai da comprare!»
Non si fermò a lamentarsi o pentirsi, ma tornò verso la prigione con passi rapidi, mormorando: «Io con il lasciapassare per la prigione per due; perché sono stato ingannato da quel bandito? Non ho visto il giovane stesso dato nelle mie mani lì, lui che era con la damigella e l'anziana donna?»
LA CAVALCATA E LA CORSA
Tardo nel pomeriggio un cavaliere, nella livrea della guardia del corpo del Kaiser, cavalcò asciutto e impolverato verso Colonia, con la notizia che il Kaiser era al Castello di Hammerstein, e comandando a tutti i cavalieri, baroni, conti e principi convocati, di radunarsi e prepararsi per il suo arrivo, su un certo spazio di terra nuda a due leghe da Colonia, per poi unirsi al corteo del suo ingresso trionfale nell'antica città del suo impero.
Guy il Falco, robusto su una giumenta fiamminga, e un cavallo da soma accanto a lui, poco dopo lasciò l'hotel dei Tre Re Magi, e trottò fino alla porta di Gottlieb.
«Montare tende è ora il mio mestiere», disse, mentre Gottlieb scendeva da lui. «Il mio signore è con il Kaiser. Devo dire addio per il momento. La giovane signorina è visibile?»
«Né giovane, né vecchia, buon amico», rispose Gottlieb, con un volto alquanto contrariato. «Ho cenato da solo per mancanza della vostra compagnia. Messaggi segreti sono arrivati, sento, a ciascuna di loro, ed entrambe sono a spasso. Ora cosa ne pensate di questo, dopo la scena di ieri? - Anche Lisbeth!»
«Predica dal vecchio testo, Mastro Groschen; "Non fare mai affidamento sul genere femminile per un atto saggio." Ma addio! e dite alla signorina Margarita che prendo male il fatto che non mi abbia dato la sua mano di fanciulla da salutare prima di partire. I miei più gravi rispetti alla Frau Lisbeth. Presto sarò seduto con voi a bere quel vostro vino pregiato, o la fortuna è morta contro di me.»
Così, con una stretta di mano, Guy diede di sprone alla sua bestia dai fianchi rotondi, e fu rapidamente fuori Colonia sulla strada accidentata.
Non era né il primo né l'ultimo degli uomini d'arme che si affrettavano a obbedire al mandato del Kaiser. Una fila di cavalli e fanti in nodi serpentini si allungava lungo la terra piatta, facendo lampeggiare colori più vivaci dei prati primaverili che bordavano la loro linea di passaggio. Guy, con un cenno per tutti e un saluto per i meglio disposti, spinse verso l'avanguardia, finché il blocco crescente lo costrinse ad adottare il passo di lumaca del gruppo avanzato, e gli diede abbastanza lavoro per evitare che i suoi due cavalli venissero schiacciati dalla massa. Di tanto in tanto lanciava un occhio esperto ai cieli, e fu presto confermato in un'opinione che aveva ripetutamente espresso, che "il primo accampamento notturno sarebbe stato un diluvio." A Ovest una banca di nuvole nere stava cancellando il sole prima del tempo. A nord-est brillavano campi nudi di blu leggermente toccati da strisce fluttuanti e fiocchi di vapore cremisi. I solchi stavano diventando viola scuro, e gradualmente un'oscurità gemente avvolse l'intera linea, e attutì il rumore degli zoccoli, dei giuramenti e delle ruote dei carri in un unico cupo mormorio.
Guy si sentiva molto come un verme tagliato, mentre si faceva strada nell'oscurità, spinto dal retro, e ridotto a brancolare dietro il corpo principale. Frequenti e profondi consigli prese con una fiaschetta fidata appesa alla sua cintura. Non era una piacevole riflessione che la pioggia sarebbe caduta prima che potesse costruire qualcosa di simile a un riparo per cavallo e uomo. Ancora più triste la necessità di scegliere la sua posizione su terreno sconosciuto, e nell'oscurità. Tenne un ansioso sguardo rivolto alla luna, e fu presto rallegrato nel vedere un ampio fuoco che faceva brillare fasci ramificati attraverso un frutteto su una collina a est.
«Il mio signore la chiama Dea», disse Guy, malinconicamente. «Il titolo è stravagante, e più nello stile di questi stranieri, ma lei può averlo stasera, se solo terrà la tempesta dal celare il suo occhio luminoso per un paio d'ore.»
Lei sorse con un lustro presago. Derivazioni di sottili nuvole chiare superiori si appoggiavano giù per scale, pure come argento vergine, perché lei salisse al suo posto più alto sul semicerchio non ribelle del cielo.
«La mia mente è decisa!» disse Guy alla parte di se stesso che ascoltava. «Da qui uscirò.»
Dal raggio più chiaro aveva scorto una stretta traccia che correva in un parallelo bianco con la rotta generale. A costo di slogare un miglio di cavalcata, vi si infilò. Una diga dovette essere superata, alcuni pesanti maggesi attraversati, e la via fu dritta davanti a lui. Iniziò a deridere il lento trotto e la mancanza di iniziativa che facevano apparire i compagni che aveva lasciato così poveri in confronto al Falco, ma la vista di due cavalieri davanti frenò la sua vanità, e ora per raggiungerli sollecitò la sua grassa giumenta fiamminga con insoliti colpi di tallone, che la fecero scartare e mostrare più ardore che velocità.
Gli oggetti di questo ardente inseguimento non si svegliarono all'inizio al senso di essere inseguiti. Entrambi cavalcavano con visi celati, e apparivano profondamente disattenti al mondo fuori dalle loro meditazioni. Ma il Falco non poteva essere negato, e a forza di ruggire alternativamente contro di loro e rimproverare le sue due bestie zoppicanti, alla fine svegliò il più giovane dei cavalieri, che chiamò il suo compagno a gran voce: senza effetto sembrava, poiché dovette ripetere l'avvertimento. Guy era vicino a loro, quando il giovane esclamò:
«Padre! santo padre! È Sathanas in persona!»
L'altro si voltò e indicò tremando un punto oscuro in lontananza mentre vociferava:
«Non qui! non qui; ma laggiù!»
Guy riconobbe la voce del primo oratore, e gridò:
«Fermatevi! sostate un secondo! Avete dimenticato il Falco?»
«Mai!» venne la risposta, «e non dimenticare Farina!»
Sprone e destrieri più veloci li portarono fuori portata prima che Guy potesse aggiungere un'altra sillaba. Farina guardò indietro a lui con rimorso, ma il Monaco ora rimproverò il suo assistente con indignazione.
«Tu debole! niente meno che sciocco! a tradire il tuo nome in una tale avventura come questa, a un'anima salva i santi!»
Farina scosse indietro i suoi riccioli, e tenne la fronte alla luna. Tutta l'ira spettrale del Monaco fu sventata dall'unica piccola ultima dolce parola della sua amata, che faceva musica nelle sue orecchie ogni volta che il fastidio risuonava.
«E qui», dicono i vecchi scrittori, «gli amanti, che amano veramente, sono veramente ricompensati per le loro fatiche e dolori; in quell'amore, per il quale soffrono, è sempre presente per allontanare la sofferenza non scaturita dall'amore: ma i sleali, che non servono l'amore fedelmente, sono una razza data in balia di tutto ciò che questo mondo vile può scatenare su di loro, senza consolazione o conforto della loro signora, Amore; al quale non sacrificando tutto, non sanno trarre diletto.»
L'anima di un amante vive attraverso ogni sua fibra nella gioia di una cavalcata al chiaro di luna. Il dolore e l'afflizione sono mali lenti che si rannicchiano dalla brezza, e nutrono le loro nature lontano dalle cose che si muovono velocemente. Un vero amante non è una di quelle mosche malinconiche che guizzano e si perdono sopra pozze fangose e stagnanti. Deve essere nell'aria grande. Deve colpire tutte le corde della vita. La velocità è la sua estasi. Nelle sue ampie braccia abbraccia l'intera forma della bellezza. Aquile sono i suoi istinti; colombe i suoi desideri. Allora la bella luna è la presenza stessa della sua fidanzata in cielo. Così per ore cavalcò Farina in una gloria che fuggiva d'argento; mentre il Monaco, come un'ombra, galoppava severo e silenzioso accanto a lui. Così, incoronandoli nel cielo, una metà era tutta amore e luce; l'altra, oscurità e nefasto proposito.
IL COMBATTIMENTO SUL DRACHENFELS
Non alla terra fu concesso l'onore di iniziare la grande battaglia di quella notte. Da un raggio di chiaro di luna bluastro che si spegneva, Farina scorse un vasto regno di oscurità riempire il vuoto dell'Ovest, e la luna fu presto estinta dietro pigri frammenti di schiuma di ferro distaccati dalla massa oscillante di rovina, mentre pesantemente macinava sull'atmosfera nel primo lancio di tuono del movimento.
Il cuore del giovane era forte, ma non poteva vedere senza palpiti più rapidi questa manifestazione di potenza incommensurabile, che sembrava come se con un colpo fosse capace di distruggere la creazione e le opere dell'uomo. L'aspetto nudo della tempesta conferiva terrore all'avventura in cui era impegnato, e di cui non conosceva lo scopo, né poteva prevederne l'esito. Ora non c'era nulla a illuminare il loro cammino se non quei lampi biforcuti che il fulmine gettava loro a intervalli, toccando qui una collina con cottage raggruppati, colpendo a giorno lì un fiore di maggio, una chiazza di erba, un singolo albero lungo la strada. Improvvisamente un più vivido e continuo tremolio di fuoco viola incontrò il suo riflesso sul paesaggio, e Farina vide il flusso del Reno sotto di lui.
«In una notte così», pensò, «Siegfried combatté e uccise il drago!»
Un soffio di luce, come dalle fauci del drago sconfitto nelle sue agonie, gli fece conoscere il paese che attraversava. Cremisi sopra l'acqua brillava la roccia stessa infestata dal mostro, e a metà canale oltre, piatto e nero verso il flusso, si stendeva l'Isola delle Monache in pace claustrale.
«Fermati!» gridò il Monaco, e segnalò con un fischio particolare, al quale sembrò aspettare senza fiato una risposta. Furono immediatamente circondati da figure velate in abiti lunghi.
«Non troppo tardi?» chiese loro il Monaco con voce roca.
«Ancora un'ora!» fu la risposta, in toni chiari e dolci di voce di donna.
«Grande forza e valore più che umano sia mio», esclamò il Monaco, smontando.
Passò lontano da loro; e loro si disposero in cerchio, mentre pregava, inginocchiato.
Presto ritornò, e condusse Farina verso una riva, estraendo da qualche nascondiglio un libro e una campana, che diede nelle mani del giovane.
«Per la tua anima, nessuna parola!» disse il Monaco, parlando in gola mentre riprendeva fiato. «No! non in risposta a me! Sii fedele, e più che fortuna terrena è tua; perché ti dico, non fallirò, avendo grazia per sostenere questo combattimento.»
Dopodiché iniziò l'ascesa del Drachenfels.
Farina seguì. Non aveva alcun indizio della missione del Monaco, né della parte che lui stesso avrebbe dovuto giocare in essa. Un tale carico di silenzio si accumulò sul suo spirito interrogante, che solo il grido degli elementi infuriati gli impedì di fermare il Monaco e chiedere la fine del suo servizio lì. Quel grido era abbastanza da congelare il discorso sulle labbra stesse di un mortale. Perché a malapena ebbero appoggio sul sentiero tortuoso delle rupi, quando l'intera vendetta della tempesta fu scagliata contro la montagna. Enormi massi furono allentati e vennero rotolando dall'alto: alberi strappati dalle radici dalle fenditure sibilarono sui vortici del vento: torrenti di pioggia schiumarono giù per i fianchi di ferro della roccia, e volarono via in piume grigie contro le brevi pause dell'oscurità: la montagna sussultò, e tremò, e spalancò una successione di orribili abissi.
«C'è un diavolo in questo», pensò Farina. Guardò indietro e segnò il fiume che rifletteva abissi luridi di nuvole sopra la vetta della montagna - sì! e sulla vetta una forma fiammeggiante era riflessa.
Due mani nervose fermarono il grido sulla sua bocca.
«Non ti ho avvertito?» disse la voce roca del Monaco. «Posso ben vegliare, e pensare per te come per un cane. Sii fedele!»
Porse una fiaschetta al giovane, e gli ordinò di bere. Farina bevve e si sentì riccamente rinvigorito. Il Monaco prese poi campana e libro.
«Solo mezza ora», mormorò, «per questo combattimento che deve risuonare attraverso i secoli.»
Facendosi il segno della croce, salì selvaggiamente verso l'alto. Farina lo vide fare un cenno indietro una volta, e l'istante successivo fu perso dietro un'inclinazione della cima più alta.
Il vento che aveva appena urlato mille grida di morte, era ora paurosamente muto, sebbene Farina potesse sentirlo sollevare cappuccio e capelli. Nella calma innaturale il suo orecchio ricevette toni di un inno cantato sotto; ora scendendo, ora gonfiandosi; come se le voci vacillassero tra preghiera e ispirazione. Farina si aggrappò a una sporgenza di roccia, e fissò gli occhi su ciò che stava accadendo sull'altezza.
C'era il Monaco nel suo cappuccio e veste marrone, di fronte - se poteva fidarsi delle sue palle oculari - alla figura arroventata del Principe delle Tenebre.
Finora nessun scontro mortale aveva avuto luogo tra loro. Stavano discutendo: rabbiosamente, è vero: tuttavia con la prima deferenza reciproca di logici esperti. Latino e tedesco venivano alternativamente usati da entrambi. Emozionò il fervido amore di Farina per la patria sentire il tedesco che Satana parlava: ma il suo latino era buono, e il suo dominio su quella lingua notevole; perché, ottenendo la peggio nella discussione, come al solito, si vendicò parodiando uno dei cantici della Chiesa con un punto che scompose il suo avversario, e lo fece indietreggiare di un passo, chiedendo sostegno contro un tale astuto assalto.
«L'uso di un'arma inaspettata in guerra è di per sé mezza vittoria. Inducete il vostro antagonista a usarla come compenso per voi, e contate di metterlo completamente in rotta...» dice la vecchia cronaca militare.
«Coraggio!» disse il Demone con facile scherno. «Tu conosci il tuo gioco, io il mio! Desidero davvero che la buona gente sia felice; che balli, baci, si riproduca, qualunque cosa tu voglia. Siamo perfettamente d'accordo. Non puoi avere alcuna obiezione verso di me, se non per un folle vecchio pregiudizio, non personale, ma di casta; un'antipatia da tonaca, per la quale ti perdono! Ciò di cui dovrei lamentarmi con te, e sono certo che mi basterà accennarlo, è che forse parli un po' troppo attraverso il naso.»
Il Monaco non cadde nella trappola scherzosa replicando con lo stesso tono.
«Ridi col Diavolo e non riderai a lungo», dice il proverbio.
Restando fedele alle proprie armi, l'uomo santo si accigliò.
«Vattene, Demone!» gridò. «Al tuo regno di sotto! Hai infierito sulla terra per un mese, causando malattie, uragani ed epidemie di peccati mortali. Non discutere più! Sparisci!»
Il Demone sorrise: gli angoli della bocca risalirono fino alle orecchie e gli occhi scivolarono quasi in uno solo.
«Sempre attraverso il naso!» disse con tono di rimprovero.
«Ti do cinque minuti!» gridò il Monaco.
«Speravo in un colloquio più lungo», sospirò il Demone, scuotendo la gamba sinistra e giocherellando con la coda.
«Un minuto!» esclamò il Monaco.
«Veramente!» disse il Demone. «Conosco il vecchio Tempo e le sue abitudini meglio di quanto tu possa fare. Ci incontriamo ogni sabato sera e ci scambiamo le nostre barzellette migliori. Ne tengo un libro, Laggiù!»
E come se avesse motivo di ricordare il pavimento delle sue Sale, si alzò sulle punte e scattò con le gambe.
«Due minuti!»
Il Demone fece segno di perfetta acquiescenza e continuò:
«Ci capiamo, lui ed io. Tutti i Vecchi sono così. Finché dura lui, durerò io. La cosa che mi sorprende è che tu ed io non riusciamo ad andare d'accordo, simili come siamo nel temperamento, ed entrambi pronti a puntare sulla posta alta. Il mio fallimento è, forse, una passione troppo grande per lo sport, aha! Beh, è un peccato che tu non voglia provare a vivere secondo il principio benevolo. Sono davvero gentile con coloro che compiangono la mia condizione. Do loro tutto ciò che vogliono, aha! Ehm! Prova a non credere in me adesso, aha! Oh!... Non ci riesci? Cosa sono gli occhi? Persuaditi di sognare. Puoi fare qualsiasi cosa con una mente come la tua, Padre Gregory! E considera il lusso di togliermi di mezzo così facilmente, come fanno in molti. È il mio suggerimento migliore, aha! Di solito sono io stesso a dare loro una gomitata con l'idea brillante... Sei al di sopra delle tangenti? Stavo per osservare...»
«Tre!»
«Osservare che, se tieni agli onori mondani, posso soffocarti con quel genere di cose. Parecchi dei tuoi personaggi di spicco hanno fatto un patto con me quando erano nella nebbia e mi devono un'inezia. Patrocinio, lo chiamano. Io abbocco gli alti e i bassi. Il troppo poco e il troppo mi servono meglio di Belzebù. Uno stomaco debole è certamente più carnalmente virtuoso di uno pieno. Di conseguenza il mio regno sta diventando troppo rispettabile. Hanno tutti dei titoli e si oppongono a sentirsi chiedere di attizzare il fuoco senza... Onorevole-e-con-Eccedente-Splendore-Raggiante Baronessa Questa! Ammirabilmente-Benigna-Sguardo-verso-il-basso Altezza Quella! Interrompe gli affari, specialmente quando devi chiedere loro di friggersi, secondo le regole... Ti piacerebbe Magonza e il Rheingau?... Non ti importa della Bellezza... Puella, Puellae? Ne ho in abbondanza, anch'io, di sotto. Le Bellezze Storiche riscaldate in un attimo. Quelle moderne rese famose dal mattino alla sera... La Fama è la salsa della Bellezza. O no, eh?»
«Quattro!»
«Non così in fretta, se ti piace. Vuoi che me ne vada. Ora, dov'è la tua carità? Mi chiedi di essere sempre a tormentare quei poveri diavoli là sotto? Finché sono qui, hanno una tregua. Non possono pensarti gentile, Padre Gregory! Quanto al danno, vedi, non sono più piacevole stando faccia a faccia con te, sebbene certe belle dame si affezionino alla mia persona in modo mostruoso. Il segreto è la quantità di chiacchiere da salotto che so fare: ciò fa dimenticare loro il mio odore, che è, lo confesso, abominevole, sgradevole a me stesso e la mia peggiore maledizione. La tua specie, Padre Gregory, è alquanto sgradevole in quel particolare, se posso giudicare dal loro Legato qui. Beh, prova con le chiacchiere. Si innamorerebbero disperatamente di puzzole e moffette se dotate di chiacchiere. Perché, si sono innamorati di monaci prima d'ora! Se di moffette, perché non di monaci? E ancora...»
«Cinque!»
Dopo aver solennemente ruggito questo numero tremendo, l'uomo santo sollevò le braccia per iniziare il combattimento.
Farina sentì i nervi vibrare di ammirazione per il guerriero fantasma che sfidava la Seconda Potenza della Creazione su quella solitaria cima montuosa. Si aspettava, e rabbrividì al pensiero della più terribile lotta mai narrata tra quelle avvenute tra eroi e cani del male: ma il suo stupore fu grande nell'udire il Demone, mentre la Campana era in aria e il Libro in alto, ritirarsi gridando: «Fermo!»
«Mi arrendo», disse cupo. «Quali condizioni?»
«Istantanea liberazione di te dalla faccia della terra.»
«Bene! Ora», disse il Demone, «credevi forse che sarei caduto nella trappola di un combattimento? Senza dubbio desideri diventare un santo e far parlare tutti della mia ultima sconfitta... Quadri, poesie, processioni, con il Diavolo sconfitto! No. Sei più che all'altezza per me.»
«Silenzio, Oscurità!» tuonò il Monaco, «e non pensare di vincere il tuo vincitore con le lusinghe. Sparisci!»
E di nuovo si erse in tutta la sua ira.
Il Demone si infilò la coda tra le gambe e gettò l'estremità biforcuta, carnosa e tremante sopra la spalla. Poi annuì allegramente, puntò i piedi e fece qualche passo in disparte, dicendo: «Spero che ci rivedremo.»
Su ciò spiegò le ali, che erano come le pinne del pesce-drago, appuntite in punte velenose.
«Comandi per la tua gente di sotto?» chiese, sogghignando con il mento storto. «Disperati malfattori alcuni di quei cappucci. Fai bene a non riconoscerli.»
Farina vide l'uomo santo per nulla dell'umore di lasciar che il Nemico lo circuisse ancora.
Il Demone fu influenzato da una simile riflessione; poiché, dicendo: «Colonia è la città che la tua Santità abita, credo?», scattò come un razzo sopra la Renania, colpendo l'intera lunghezza del fiume e le sue creste di castelli dalla barba ruvida, le sporgenze di ardesia, i cespugli di rovi, i pendii di viti e le valli infestate, con un lampo di zolfo. Francoforte e il lontano Meno lo videro e arrossirono. L'antica Treviri e la Mosella; Heidelberg e il Neckar; Limburgo e la Lahn, ne furono complici. E la rapida arteria di queste vene lucenti, il Reno, dalla sua culla di neve alla sua salata morte, scintillò orrori stigii mentre la Cometa Infernale, balzata sopra Bonn, brillò un minuto ardente lungo il volto del fiume e svanì, lasciando una scia di fiamma frastagliata trascinata sui cieli di mezzanotte.
Farina respirò a fatica attraverso i denti.
«L'ultima parte è stata terribile», disse, facendosi avanti dove il Monaco era inginocchiato e stringeva il suo breviario, «ma è stato vinto facilmente.»
«Facilmente?» esclamò l'uomo santo, ansimando soddisfazione: «tu debole! spetta forse a te misurare le difficoltà o valutare le potenze? Facilmente? tu mondano! e così vengono giudicate le grandi imprese quando il pericolo è passato! E cosa sono io se non l'umile strumento che ha portato a questa meravigliosa conquista! il povero utensile di questo strabiliante trionfo! Dirà la spada: Questa è la battaglia che ho vinto! Là il nemico che ho rovesciato! Inchinatevi a me, voi signori della terra e adoratori di atti potenti? Non così! No, ma la spada è onorata nella mano dell'eroe e, se non si spezza, è considerata fidata. Questo, dunque, questo poco posso pretendere, che io sono stato fidato! Fidato in un incontro eroico! Fidato in una battaglia con il terrore della terra! Oh! ma questo non deve essere detto. Questo significa pensare troppo! Questo significa essere più di quanto finora raggiunto dall'uomo!»
Il guerriero santo incrociò le braccia e chinò dolcemente il capo.
«Portatemi dalle Sorelle», disse. «Lo spirito se n'è andato da me! Sono debole e come un bambino!»
Farina chiese, e ottenne, la sua benedizione.
«E con essa i miei ringraziamenti!» disse il Monaco. «Hai testimoniato come può essere superato! Hai guardato una scena che sarà la gloria della cristianità! Hai assistito allo sconcerto dell'Oscurità davanti alla voce della Luce! Eppure non pensare molto a me: considerami poco in questa faccenda! Sono solo uno strumento! solo uno strumento! e ancora, solo uno strumento!»
Farina si tirò le braccia dell'eroico combattente sulle spalle e scese dal Drachenfels.
La tempesta era come un'angoscia dimenticata. Splendente di splendore verginale brillava la luna; e le vecchie rocce, accarezzate dai suoi raggi, puntarono ancora una volta le loro corna verso il cielo azzurro. Tutto il fogliame della terra si scosse come per scuotersi di dosso un sogno malvagio e fremette di volta in volta, sussurrando di vecchie paure placate e di pace presente. Il cuore del fiume giocava con l'immagine della luna nelle sue profondità.
«È molto aver vinto per la terra», mormorò il Monaco. «E cos'è la vita, o chi non rischierebbe tutto, per strappare tale bellezza dagli artigli del Demone, l'Arcinemico? Eppure, non io! non io! non dire che sono stato io a fare questo!»
Dolci lodi di melodia salirono a loro sulla fragranza umida dell'aria. Era l'inno delle Sorelle.
«Quanto è dolce!» mormorò il Monaco. «Via da me! via con esso!»
Sollevandosi sulla schiena di Farina, e appoggiando i piedi sulle cosce del giovane, gridò ad alta voce: «Vi ordino, chiunque voi siate, non cantate questa impresa davanti all'imperatore! Per il respiro delle vostre narici; fermatevi! prima di sussurrare alcunché del combattimento di San Gregory con Satana, e della sua vittoria, e della meraviglia di essa, mentre egli vive; perché morirebbe l'umile monaco che è.»
Riprese posto e Farina lo portò nel cerchio delle Sorelle. Quelle donne pure lo presero e lo consolarono, lamentandosi e riempiendo la notte di toni trionfanti.
Farina restò in disparte.
«La brezza parla dell'alba», disse il Monaco; «dobbiamo essere a Colonia prima del pieno giorno.»
Montarono a cavallo e le Sorelle si raggrupparono e riverirono sotto le benedizioni del Monaco.
«Nessuna parola su questo!» disse il Monaco ammonendo. «Siamo silenziosi, Padre!» risposero. «Verso Colonia!» fu allora il suo grido, e via, lui e Farina, volarono.
L'ASTORE GUIDA
Il mattino era tra le nuvole grigie orientali mentre cavalcavano verso l'accampamento frettolosamente formato per incontrare il Kaiser. Tutto lì era in un guazzabuglio di confusione. Feroci lotte per la precedenza continuavano nei pressi del terreno della tenda imperiale, dove, sotto lo stendardo della Germania, bighellonavano alcuni veterani della guardia del Kaiser, osservando con calma la calca. Fino al limite del terreno coltivato non si vedeva altro che capannelli di guerrieri che facevano a pugni per rivendicare la superiorità dei rispettivi signori. Variamente e accanitamente contese erano queste pretese, come testimoniavano molti galli rossi. Attraverso quel punto dove fioriva il campo verde, non veniva posato un piede, poiché la cura del Kaiser per il contadino e l'affetto per i buoni raccolti si facevano rispettare anche nel calore di quelle gelose rivalità. Si diceva di lui che si sarebbe accampato in una palude o avrebbe preso alloggio in una cattedrale, piuttosto che calpestare un filo d'erba verde o rovesciare un palo di vite nell'impero. Perciò la presenza del Kaiser Heinrich non era mai salutata come la piaga d'Egitto dai contadini, ma era benvenuta come il mese di maggio ovunque andasse.
Padre Gregory e Farina si ritrovarono al centro di un gruppo prima di tirare le redini, e si alzò un grido: «Il buon padre deciderà, e tutto sarà giusto», seguito da: «D'accordo! Grandine e tempesta! è sceso apposta.»
«Padre», disse uno, «ecco! Dico che ho visto il Diavolo in persona volare via dal Drachenfels e sbattere dentro Colonia. Fritz qui, e Frankenbauch, l'hanno visto pure loro. Giureranno su di lui: anche io. Tuono dell'inferno! se lo faremo. Quei tizi là sostengono che fosse un lampo di fulmine, come se non l'avessi visto, corna, coda e artigli, e fu uno spettacolo maestoso, da peccatore quale sono.»
Uno scontro di voci, a favore e contro il Diavolo, esplose su questa accurata descrizione dello spirito Malvagio. Il Monaco affondò il collo nel petto.
«Volentieri tacerei su questo, figli miei», disse con voce supplicante.
«Parla, Padre», gridò il primo portavoce, prendendo coraggio dagli sguardi del Monaco.
Padre Gregory sembrò consultarsi profondamente con se stesso. Alla fine, sollevando il capo e mormorando: «Deve essere», disse ad alta voce:
«Era veramente Satana, o figli miei! Lui, questa notte, in mortale combattimento ho incontrato e superato sulla cima del Drachenfels, davanti agli occhi di questo giovane; e da Satana questa notte vi libero! strumento qui come in ogni altra cosa.»
Grida e un ronzio che si spandeva lontano risuonarono nell'accampamento. Centinaia avevano ora visto Satana volare via dal Drachenstein. Padre Gregory non poteva più sperare di sfuggire alle folle importune che lo assediavano per i dettagli. Il punto più conteso ora era l'esatta posizione della coda di Satana durante il suo circuito aereo, prima di scendere a Colonia. Frustava come quella di un leone! Era eretta, di sicuro! La infilò tra le gambe come un levriero! La faceva tozza come quella di un orso bruno! La portava dritta come una picca!
«O figli miei! ho seminato discordia? Non vi ho dato pace?» esclamò il Monaco.
Ma continuarono a discuterne con crescente frenesia.
Farina lanciò uno sguardo sul tumulto e scorse il suo amico Guy che lo chiamava con fervore. Non ebbe difficoltà ad allontanarsi verso di lui, poiché le catene di tutti gli sguardi erano rivolte solo al Monaco.
L'Astore scalpitava per l'eccitazione.
«Non un momento da perdere, ragazzo mio», disse Guy, afferrandogli il braccio. «Ecco, ho già fatto mezza dozzina di risse per questo pezzetto di terreno. Conosci quel tizio accovacciato là?»
Farina scorse il Thier all'ingresso di una tenda fatiscente. Si stava sfregando con rammarico una testa rotta.
«Ora», continuò Guy, «montarlo è la cosa da fare; e poi all'inseguimento dei lupi di Werner il più velocemente possibile. Nessuna domanda! Sei vincolato, vero? E io cosa sono? Ma questa è una questione di vita o di morte, ragazzo! Ascolta!»
L'Astore sussurrò qualcosa che risucchiò il sangue dalle guance di Farina.
«Ascolta... qual è il tuo nome da blocco della mascella? Mantieni la parola data con me e avrai la tua vendetta, e le monete che prometto, oltre all'interesse del mio signore per un padrone migliore: ma, svelto! non monteremo finché non saremo fuori dalla vista della feccia infernale con cui ti accampi.»
Il Thier si alzò e barcollò dietro di loro attraverso l'accampamento. Non ci fu difficoltà a farlo montare, i cavalli erano liberi e scorrazzavano per la campagna, non ancora liberati dai loro terrori della tempesta della scorsa notte.
«Ecco, siamo tre bravi uomini!» esclamò Guy, quando furono partiti e Farina gli ebbe dato in fretta i punti salienti della sua avventura con il Monaco. «Tre bravi uomini! Uno ha aiutato a prendere a calci il diavolo: uno ha fatto l'apprendistato con il suo arto: e uno è pronto a incontrarlo piede a piede ogni giorno, quest'ultimo dovrei essere io. Non ci serve un altro uomo, anche se fosse per ripescare quel tesoro di cui parli, che si trova sotto il Reno e protetto da non so quanti piccoli cattivi imbroglioni. I cavalli possono essere traghettati a Linz, dici?»
«Sì, da quelle parti», grugnì il Thier.
«Siamo sulla strada giusta, allora!» disse Guy. «Grazie a entrambi, non dormo da due notti... nemmeno un colpo, e devo recuperare mentre vado... non è la prima volta.»
L'Astore chinò il corpo e non disse più nulla. Farina non riuscì a ottenere una parola in più da lui. Dalla padronanza che aveva ancora sulle redini, l'Astore dimostrò da solo di essere ancora nel mondo dei viventi. Schwartz Thier, reso scontroso o stordito dall'ultima testa rotta che aveva ricevuto, tenne le mascelle serrate come se fossero state inchiodate.
A Linz i cavalli erano ben riposati. L'Astore, che un istante prima stava russando, li esaminò con attenzione e scosse il suo capo calcolatore.
«Dai un pugno a quella bestia tua sulle costole», disse a Farina. «Ah! non un metro di fiato in lui. E c'è il ritorno, quando avremo di più da trasportare. Beh: questo è il denaro del mio signore; ma, per fede, va per una buona causa, e Messer Groschen sistemerà tutto, senza dubbio; non c'è dubbio.»
L'Astore aveva visto alcune bestie eccellenti nelle scuderie della Kaiser’s Krone; ma il padrone di casa non voleva fare alcuno scambio senza un anticipo d'argento. Fatto questo, l'accordo fu rapido.
«Schwartz Thier! Ho il tuo nome ora», disse Guy, mentre traghettavano, «sei assolutamente certo che abbiano lasciato Colonia con la fanciulla ieri, ora?»
«Ah, l'hanno fatto! Ed è all'Eck al sicuro a quest'ora.»
«E via dall'Eck questa notte dovrà venire, credimi!»
«O morirò con lei!» gridò Farina.
«Quindici uomini al massimo, ha, hai detto», continuò Guy.
«Due non sani, cinque fedeli come l'acciaio, e il resto tentennante. Per la vita, un lucchetto aperto ci serve; ma due ci salvano: per cinque siamo all'altezza, aggiungendo il borioso Barone; il resto va con la vittoria.»
«Possiamo fidarci di questo tizio?» sussurrò Farina.
«Fidarci!» ruggì Guy. «Perché, l'ho preso a pugni, ragazzo; l'ho legato e perdonato. Fidarsi? fidati di me! Se Werner vede quel suo muso nel raggio di mezzo miglio dal suo covo, lo arrostirà vivo.»
Abbassò la voce: «Fidarsi? Non possiamo fare nulla senza di lui. L'ho buttato fuori dal diavolo stamattina presto. Non c'è possibilità per Sua Altezza da nessuna parte ora. Questo Eck di Werner resisterebbe a un assedio del Kaiser in persona, ho sentito. Dobbiamo entrarci come donnole; e uscirne come possiamo.»
Congedata la chiatta con severi ordini di attendere da mezzogiorno a mezzogiorno, i tre balzarono sui loro cavalli freschi.
«Fermiamoci al primo villaggio», disse Guy; «dobbiamo fare provviste. Come dice Messer Groschen, "Non si fa nulla, Turpin, senza provviste".»
«Astore!» gridò Farina; «hai tempo; dimmi come è stata fatta questa faccenda.»
L'unica risposta fu un leggero ma deciso russare, che parlava, come una tromba voluttuosa, della terra dei sogni e delle sue visioni.
A Sinzig, il Thier pose la mano sulla briglia di Guy, con le parole: «Mangia qui», una forma di segnale breve ma efficace, che risvegliò completamente l'Astore. Il segno della Trauben li accolse. Qui, wurstel puzzolenti di aglio, uova, pane nero e vino aspro era tutto ciò che riuscirono a procurarsi. Farina si rifiutò di mangiare e mantenne la sua risoluzione, nonostante i rimproveri sarcastici di Guy.
«Striglia le bestie, allora, e falle bere», disse quest'ultimo. «Ha fatto un voto, suppongo», mormorò Guy.
«È il modo di fare di quei tizi. Niente di virile e schietto, prendere le cose come vengono; ma volare in alto nel cielo ogni volta che c'è una corsa verso il loro paradiso. Cosa ha fatto il suo stomaco per offenderlo? Si metterà a piangere proprio quando vogliamo tutto tranquillo. Non farei a Werner il complimento di andare senza colazione per lui. Non io! Tu lo faresti, Schwartz Thier?»
«Henker! Non io!» ringhiò il Thier. «Ne perderà una prima lui.»
«Prima strappagli la preda, o lui sarà, Dio ci salvi! un pasto per un Kaiser, la bestia.»
Guy chiamò la padrona di casa, sbatté giù il conto e insultò il vino.
«Signore», disse la padrona di casa, «la nostra è solo una povera locanda e facciamo del nostro meglio.»
«Così fate», rispose l'Astore, ammorbidito; «e dico che una lingua civile e sorrisi rosei addolciscono persino il vino aspro.»
La padrona di casa, una vedova estiva, arrossì e, mentre lui stava uscendo dalla stanza, lo chiamò in disparte.
«Pensavo che fossi uno della banda di quel terribile Werner, e lo odio.»
Guy la disingannò.
«Ha preso mia sorella», continuò lei, «e la sua crudeltà l'ha uccisa. Mi ha perseguitata persino durante la vita del mio buon uomo. Ieri sera è venuto qui nel mezzo della tempesta con una giovane creatura luminosa come un angelo, e triste...»
«Se n'è andato, sei sicura?» interruppe Guy.
«Andato! Oh, sì! Non appena la tempesta si è placata, l'ha trascinata via. Oh! il modo in cui quella giovane cosa mi ha guardata, e io non ho potuto fare nulla per lei.»
«Ora, il Signore ti benedica per una rosea cristiana!» gridò Guy e, nella sua ammirazione, le gettò un braccio attorno e suggellò un bacio squillante su ogni guancia.
«Nessun uomo buono frodato da questo! E fatemi vedere il tizio che pensa male di ciò. Se mai raccontassi un segreto a una donna, te ne racconterei uno ora, credimi. Ma non lo faccio mai, quindi addio! Non un altro?»
«Non un altro!» ripeté lei, battendo il piede.
«In altra moneta, allora,» disse Guy; e stringendole la vita, che questa volta non si ritrasse, il favorito Goshawk registrò un roseo pagamento su una bocca rossa e freschissima, ricevendo in cambio uno sconto così vivace che si sentì in coscienza obbligato a saldare l'intera somma una seconda volta.
«Che uomo!» sospirò la locandiera, mentre guardava il Goshawk allontanarsi lungo le rive; «cortese come un cavaliere, franco come uno scudiero e gentile come un paggio!»
L'ANGOLO DI WERNER
A una lega da Andernach, e più nel cerchio invernale del sole rispetto a Laach, il suo comodo vicino monastico, sorgeva il castello di Werner, il Barone Predone. Lontano verso sud, velata dalla luce pomeridiana, si estendeva una gialla successione di colline sabbiose che sputavano fuoco contro il cielo azzurro di un mondo antico, ma ora morte e prive di vegetazione. Tutt'intorno si stende una pianura polverosa, dove i fili d'erba primaverili non appena spuntano vengono subito lordati dalla sabbia e assumono un aspetto invecchiato, in accordo con gli avari raccolti che promettono. L'aridità del paesaggio è alleviata su un lato dagli alti boschi di Laach, attraverso i quali il sole al tramonto brucia di un rosso dorato, e sull'altro dal luccichio argenteo di un ruscello stretto e tortuoso, bordato di pioppi, visibile solo per un miglio scintillante da tutte le colline assetate. L'Eck, o Angolo, è esso stesso fittamente boscoso, ma di una crescita stentata, e giace come una macchia scura sul paesaggio. Serviva, tuttavia, a nascondere interamente il castello e a mascherare ogni movimento dell'accorto e terribile padrone. Un occhio esperto che avanzasse verso il boschetto difficilmente noterebbe il bagliore delle torrette sopra le foglie più alte, ma da ogni feritoia delle mura il circuito della terra giace scoperto. Werner poteva dominare con uno sguardo il corso del Reno dalla vasta roccia sopra Coblenza fino alla torre bianca di Andernach. Egli rivendicava quella marcia come suo diritto; ma la Mosella non era distante quanto una lunga cavalcata, e soddisfaceva la sua sete di rapina principalmente su quel fiume, dilettandosene, di conseguenza, tanto quanto la sua natura di brigante traboccava oltre i limiti dei suoi privilegi feudali.
Spesso il Barone aveva resistito ad assedi e restrizioni, bandi e imposizioni di ogni genere. Si vantava che non vi fosse cavaliere nel raggio di venti miglia che non avesse battuto, né monaco entro lo stesso limite che non fosse al suo soldo. Questo millantare riceveva una certa garanzia dal suo aumentare annuale di licenza; e la sua astuzia, unita al suo castello, lo rendeva una notevole piaga della regione, uno scandalo per l'abbazia di cui godeva il favore, e una spaventosa afflizione per i contadini e gli agricoltori più poveri.
Il sole cominciava a calare su Laach e gettava le ombre delle torri dell'abbazia a metà sulle acque blu del lago, quando due uomini in abiti da contadini emersero dal bosco. I loro piedi affondavano pesantemente e le teste pendevano basse, mentre camminavano accanto a un carro carico di paglia, fischiettando un'aria di stupida indifferenza; ma un ascoltatore attento avrebbe potuto udire che il veicolo traballante trasportava una voce umana che dava loro direzioni sulla strada da prendere e sul tipo di comportamento da osservare in determinate evenienze. La terra era solitaria. Un bifolco di passaggio chiese se stessero trasportando pedaggi o tributi a Werner. Tributo, gli fu consigliato di rispondere, il che lo fece scrollare le spalle e imprecare mentre proseguiva. Sentendolo, la voce nel carro ridacchiò cupamente. Il loro successivo colloquio fu con un soldato, che li raggiunse e volle sapere cosa avessero nel carro per Werner. Tributo, risposero, e si guadagnarono il titolo di «maiali coraggiosi» per il disturbo.
«Ma di cosa è fatto il piatto?» disse il soldato, smuovendo la paglia con la punta della spada.
«Tributo,» giunse la risposta.
«Ah! Non siete stati alla scuola di Werner,» e il soldato vibrò un colpo di spada verso il più alto dei due, provocando un tremendo brivido in tutto il suo corpo; ma egli tenne la testa china a terra, e sembrò tradire una coscienza animale solo nell'avvicinare l'orecchio al carro.
«Sangue e tempesta! Volete parlare?» gridò il soldato.
«Non parlo mai molto; ma se non dite nulla al Barone,» – infilando la mano nella paglia – «ecco cosa vale più delle parole.»
«Ben detto! Eh? Liebfrauenmilch? Oh, oh! un raro salasso!»
Infrangendo il collo della fiasca su una ruota, il soldato l'applicò alla bocca e non cessò di ingurgitare profondamente finché il suo viso non fu rivolto al cielo e la bottiglia rovesciata. Poi la scagliò a terra, sospirò e si scosse.
«Rara notizia! Il Kaiser è arrivato: sarà a Colonia entro notte; ma prima deve vedere il Barone, e io sono il corriere con l'ordine. Questo per mostrarvi quanto in alto si trovi nella grazia del Kaiser. Non pensate ancora di rovesciare Werner, voi altri; badate bene, ora!»
«Quello è Blass-Gesell,» disse la voce nel carro, mentre il soldato trottava via: aggiungendo, «contro di noi.»
«Ne fa sei,» rispose il guidatore.
In vista dell'Eck, ne scorsero un altro venire verso di loro. Questa volta il guidatore fu il primo a parlare.
«Tributo! Viveri! Pane e vino per l'alto Barone Werner dai suoi vassalli oltre Tonnistein.»
«E io ne sono fuori! digiuno come un lupo invernale,» urlò il tizio.
Stava per accingersi a un'ispezione del contenuto del carro, quando una seconda fiasca sollevata in aria diede un boccone alla sua curiosità. Questa fiasca subì la sorte della precedente.
«Un testone svevo, non è vero?»
«Sì, di quel paese,» disse il guidatore. «Forse, Henker Rothhals capita di essere col Barone?»
«Al diavolo lui! Vorrei che avesse il mio lavoro, e io il suo, di sorvegliare l'uccellino nella sua nuova gabbia, finché non verrà portata fuori stanotte, e poi un bel brindisi al Barone per tutti.»
Il guidatore gli augurò un viaggio fortunato, raccomandandogli vivamente di aggirare l'abbazia verso ovest e passare per la valle dell'Ahr, poiché c'era qualcosa in movimento da quelle parti, e borbottando, «Ne fa cinque di nuovo,» mentre metteva le ruote in movimento.
«Goshawk!» disse il suo compagno visibile; «che dici ora?»
«Dico, benedetta quella vedova!»
«Oh! portami faccia a faccia con questo maledetto Werner in fretta, mio Dio!» ansimò il giovane.
«Zitto! non è Werner che vogliamo – c'è il Thier che parla. No, no, Schwartz Thier! Mi fido di te, senza dubbio; ma il tasso annusa la tana prima di entrarvi. Siamo stranieri, e ci è concesso sbagliare strada.»
Lasciando il carro alle cure di Farina, si fece largo attraverso una fitta vegetazione di arbusti e sottobosco, e arrivò accovacciandosi su uno spigolo precipite di rupe celata, che dominava una vista della roccaforte, estendendosi attorno ad essa, come scavata da qualche azione naturale, a circa un tiro di sasso di distanza, e quasi al livello della torre di vedetta. A picco da un profondo bacino circolare rivestito di bosco, e con il fondo d'erba e acqua gorgogliante, sorgeva una roccia nuda macchiata di muschio, sulla cui cima il castello era saldamente appollaiato, come un falco in osservazione. L'unico mezzo di accesso era uno stretto ponte naturale di roccia gettato da questo pinnacolo isolato verso la terraferma. Un uomo, ben disposto, avrebbe potuto tenerlo contro quaranta.
«La nostra via è la migliore,» pensò Guy, mentre meditava ogni modo di ottenere l'ammissione. «Cento uomini all'ora potrebbero perdersi a tagliare gradini su quell'ardesia ripida; e una volta in cima dovremmo solo essere spinti giù di nuovo.»
Mentre era così occupato, udì un richiamo suonare dal castello e tornò di corsa da Farina.
«Il Thier comanda ora,» disse, «e chi comanda è il capitano. Sembra più facile uscirne che entrarvi. C'è una torre quadrata e una rotonda. Indovino che la fanciulla sia nella rotonda. Ora, ragazzo, niente grida – Tu non vieni con noi; ma torna indietro per i cavalli, e tienili pronti e riposati in quel prato annaffiato sotto il castello. Il sentiero giù è facile.»
«Uomo!» gridò Farina, «per chi mi prendi? – va' tu per i cavalli.»
«Non per uno sciocco,» replicò Guy, serrando le labbra; «ma ora è il tuo momento per dimostrare di esserlo.»
«Con te, o senza di te, entro in quel castello!»
«Oh! se vuoi essere servito caldo per la cena del Barone, fai pure.»
«Tuoni!» ringhiò Schwartz Thier, «non vi muovete?»
Il Goshawk fece cenno a Farina di farsi da parte.
«Fai come ti dico, o vado a Colonia.»
«Traditore!» mormorò il giovane.
«Giurando questo, che se falliamo, il Barone avrà bisogno di un cerusico prima che di una sposa.»
«Quel colpo deve essere mio!»
Il Goshawk afferrò il muscolo del braccio di Farina finché il giovane fu costretto ad allentarlo per il dolore.
«Potresti piantare un coltello attraverso una parete di legno di sei pollici? Dubito che questo cinghiale abbia bisogno di un colpo più duro di quanto molti uomini migliori saprebbero dare. Sangue! obbedisci, servo. Come faremo a tenere quel tizio leale, se vede che siamo in disaccordo?»
«Cedo,» esclamò Farina con un abbassamento del petto; «ma se non sento nulla di voi entro mezzanotte – Oh! allora non pensare che lascerò un altro minuto al caso. Addio! presto! Il Cielo ti prosperi! Tu la vedrai, e morirai sotto i suoi occhi. Questo potrebbe essermi negato. Cosa ho fatto per vedermi rifiutato quell'ultimo dono?»
«Andato senza colazione e cena,» disse Guy con toni di ripugnanza.
Un fischio dal carro, seguito dal rumore dei cancelli del castello che venivano spalancati, chiamò via il Goshawk, ed egli incurvò le spalle e si incamminò per fare la sua parte, senza un'altra parola. Farina guardò dopo di lui e si lasciò cadere nel riparo.
LA DONNA DELL'ACQUA
«Uccello degli amanti! Voce della passione d'amore! Dolce, profondo, disastroso usignolo!» canta l'antico menestrello; «chi che non ha amato, udendoti è toccato dalla bacchetta dei misteri dell'amore, e anela a chi non sa chi sia, umiliato da troppa pienezza di cuore; ma chi, ascoltando, già ama, sente il linguaggio che vorrebbe parlare, eppure non ci riesce; sente il grande mare senza lingua dei suoi desideri infiniti agitarsi oltre il suo stretto petto; è come uno spogliato delle ali a cui gli angeli fanno cenno verso le loro case d'argento: ed egli si protende per ascendere ad esse, ed è schernito dal suo sforzo: allora egli è tra i caduti, e tra i caduti rimarrebbe, se non fosse che le lacrime lo alleggeriscono, e attraverso le lacrime scorrono dardi ingioiellati gettati giù a lui dal cielo, preziose scale intarsiate di ametista, zaffiro, diaspro mescolato, berillo, rosa-rubino, etere del cielo arrossato con soffice fioritura delle insopportabili Presenze: ed ecco, le scale danzano, e tremano, e tendono un agguato alle sue palpebre, ed una seconda volta è schernito, aspirando: e dopo il terzo svenimento sta la Speranza davanti a lui con le braccia ripiegate, e gli occhi asciutti dalle illusioni delle lacrime, dicendo, Tu hai visto! tu hai sentito! la tua forza è giunta in te fin qui! ora non morirò mai in te!»
«Perché certamente,» dice il menestrello, «la Speranza non è nata dalla terra, o sarebbe peritura. Piuttosto sappila prole di quell'abbraccio con cui il forte amore tende i cieli. Questo dobbiamo alla tua musica, usignolo nuziale! E la differenza di questo spirito celestiale dalla fantasia sogghignante da cui tutti rimangono presto o tardi abbandonati, è la differenza tra il giorno dipinto con i suoi poveri lacci ambiziosi, e la notte che solleva le sue miriadi di candele attorno al trono dell'eterno, le stelle profete del tempo immortale! E l'una muore, e l'altra vive; e l'una è non rimpianta, e l'altra cammina in abiti tessuti dal pensiero di divina malinconia; le sue orecchie affollate dalle pallide ondate che avvolgono questa riva mutevole; nei suoi occhi una forma di bellezza che fluttua debolmente, che non raggiungerà da questo lato dell'acqua, ma su cui rimugina per sempre.»
«Pertanto, continua le tue care quattro lunghe note, che sono come il bordo stesso dove esultanza e angoscia si sciolgono, si incontrano e sono affilate in un'unica estasi, uccello che divide la morte! Riempi i boschi di appassionato gorgoglio e singhiozzo, dolce cappellano del servizio matrimoniale di un'anima con il cielo! Versa il tuo santo vino di canto sull'oscurità dai passi soffici, finché, come un sacerdote del tempio più intimo, non sia ubriaco di belle intelligenze!»
Così gli antichi menestrelli e i minnesänger.
Forte e pieno cantarono gli usignoli quella notte in cui Farina fece la guardia presso il colpevole castello che seppelliva la sua amata vivente. Il castello sembrava esso stesso un'ombra più densa tra le ombre proiettate dalla luna di roccia e albero. Il prato si stendeva come un cortile verde ai piedi del castello. Era di rigogliosa erba smeraldo profonda, dolcemente mescolata con il grigio alla luce della luna, e appariva come diaspro. Dove le ombre cadevano più fitte, c'era ancora una nebbia di colore. Tutt'intorno scorreva un ruscello, che chiacchierava tra sé. Il croco primaverile sollevava la testa nelle erbe umide a metà prato, rallegrato dalla freschezza. Le aspre alture sembravano stringere questo unico punto innocente come il loro unico tesoro di giardino; e una riva di noccioli lo nascondeva al castello con il braccio di un amante.
«La luna me lo dirà,» rifletteva Farina; «la luna mi segnalerà l'ora! Quando la luna penderà sopra la torre rotonda, saprò che è tempo di colpire.»
Il canto degli usignoli era un battito pieno e incessante.
Andava come il grido di un cuore da ramo a ramo. Le quattro note lunghe, e la quinta breve che porta a quel torrente di musica affrettato, gorgogliante ricco di passione, giungevano fitte e costanti da sotto le foglie tremule.
Inizialmente Farina era stato sordo ad esse. Il suo cuore era nella prigione con Margarita, o con il Goshawk nei suoi pericoli, formando mille piani disperati, tra i vomeri arroventati di un'azione disperata. Alla fine, senza il senso di essere corteggiato, fu vinto. La tenerezza del suo amore lo dominò allora.
«Dio non permetterà che quella bella testa subisca danno!» pensò, e col pensiero un peso cadde dal suo petto.
Passeggiò per i prati e accarezzò i tre destrieri al pascolo. Involontariamente la sua vista si fissò sulla luna. Andava così lentamente. Sembrava non muoversi affatto. Una piccola ala di vapore volò verso di lei; sbiancò, passò, e la luna era più lenta di prima. Oh! i cieli stavano ritardando la loro marcia per guardare questa iniquità? Ancora e ancora gridava, «Pazienza, non è il momento!» Si gettò sull'erba. Il momento dopo scalò le alture, e scrutava la massa di oscurità che fronteggiava il cielo. Essa ergeva una tale testa corazzata di minaccia, che il suo cuore fu colto da un tremito, come se fosse stato colpito. Dietro giacevano sparse alcune piccole stelle che ammiccavano debolmente su campi di zaffiro, e una macchia di luce gialla era in una breccia di una parete.
Discese. Cosa stava facendo il Goshawk? Era tradito? Era certamente giunto il momento? No; la luna non aveva ancora colpito la faccia del castello. Si fece strada attraverso la riva di noccioli tra falene notturne che sfrecciavano, e alzò lo sguardo per misurare la distanza della luna. Mentre lo faceva, un primo tocco d'argento cadde sulla selce canuta.
«Oh, giovane uccello del cielo in quella stretta del Diavolo!»
Suoni come l'abbaiare di cani da cinghiale lo allarmarono. Guairono fino al silenzio.
Si ritirò. Il prato respirava pace, e sempre più gli usignoli voluminizzavano le loro note. Come in un cerchio incantato di canto palpitante, soccombette alla languidezza. Il ruscello scorreva accanto a lui fresco come un infante, scherzando con il chiaro di luna. Vi si sporse sopra, e tre volte, volubilmente, immerse la mano nella chiara traslucenza.
Era il suo proprio viso riflesso lì?
Farina si piegò vicino sopra un gorgo dell'acqua. Turbinava con uno strano tumulto, rompendo in linee e luci un viso non suo, né della luna; né era un riflesso. L'agitazione aumentò. Ora una ghirlanda di bolle coronò la pozza, e una pura ninfea, ma più grande, ascese vacillando.
Si scostò; e sotto di lui apparve una testa luminosa, inghirlandata di rose gemmate. Nessuna figura di donna più bella Farina aveva visto. Il suo volto aveva il bianco lucente del chiaro di luna, e tutta la sua forma ondulava in un vestito di bianco-argento lampeggiante, meraviglioso a vedersi. La Signora dell'Acqua gli sorrise, e traboccò di increspature e fossette di limpida bellezza. Poi, mentre egli si ritirava sull'erba del prato, lei nuotò verso di lui, e prendendogli la mano, la premette contro di sé. Dopo il suo tocco il giovane non ebbe più paura. Curvò il dito e gli fece cenno di seguirla. Tutto ciò che faceva era fatto fluidamente. Il giovane era un'ombra nella sua scia d'argento mentre passava come un'onda innocua sopra i crochi chiusi; ma i crochi fremettero e gonfiarono le loro gole di porpora striata e argento come per deliziosi rari sorsi di vino. Alito di violetta, e cardamine, e mughetto, si mescolavano e svolazzavano attorno a lei. Farina era come un uomo che compie l'intento del giorno in un sogno. Poteva vedere il cuore dentro di lei traslucido, appeso come un rubino freddo e scuro. Per la purezza della sua natura sentì che una tale presenza doveva essere venuta solo per aiutare. Poteva essere la fata custode di Margarita!
Superarono la riva di noccioli e aggirarono la rupe del castello, lavata dal ruscello e, sotto la luna che avanzava, ferma in un anello di argento che tumultuava. Il giovane con i suoi occhi fervidi notò le antiche macchie del tempo e le cicatrici di una lunga sfida che prendevano colore. Quel mistero di malvagità che le torri avevano indossato nell'oscurità si dissolse, ed egli non soffrì più la sensazione quasi confusa di piccolezza competitiva che lo faceva pensare che non ci fosse nulla da fare, se non morire, combattendo da solo una tale forza massiccia. La luna splendeva caldamente superiore, come il valore di cavalieri vergini; e ora il duro cipiglio delle mura colpì la risoluzione nel suo spirito, e lo rinvigorì con l'odio e il disprezzo che il vero coraggio prova quando è contrapposto alla frode e alla malvagità.
Su un blocco di ardesia caduto, imbottito di ricco muschio marrone e rugginose macchie del tempo, la Donna dell'Acqua sedette, e indicò a Farina il cammino della luna verso la torre rotonda. Non parlò, e se le sue labbra si aprivano, vi posava il suo dito freddo sopra. Poi cominciò a mormorare una dolce, monotona canzone, vaga e incurante, molto affascinante da udire. Farina non colse parole, né se la canzone fosse di giorni nella polvere o nel fiore, ma la sua mente fiorì di leggende e tristi splendori di storie, mentre lei cantava sul blocco di ardesia sotto ombre sparse vicino all'acqua.
Aveva ascoltato a lungo in trance, quando la Donna dell'Acqua tacque e protese un sottile dito indice verso la luna. Essa stava come un punto sopra la torre rotonda. Farina si alzò in fretta. Lei non lo lasciò chiedere il suo aiuto, ma gli prese la mano e lo guidò su per la ripida salita. A metà strada verso il castello, si riposò. Lì, nascosto da cespugli di rovi, gli rivelò il basso portale di un passaggio segreto, e lo spinse aperto senza sforzo. Si fermò all'ingresso, ed egli poté vederla tremare, sembrando crescere più alta, finché non fu come una fontana scintillante nella luce fredda. Poi scese, come cade una rugiada morente, e si rannicchiò nel passaggio.
L'oscurità, densa di rugiade della terra, opprimeva i suoi sensi. Sentiva le pareti molli raschiargli vicino. Né la più fioca lampada, né un suono che facesse da guida erano nei paraggi; ma la dama procedeva come chi conosceva la propria strada. Superata una prigione dalla volta bassa, risalirono scale scavate nella roccia e giunsero a una porta che, obbediente al tocco di lei, rivelò una camera lievemente velata da un unico raggio di luna. Farina percepì che si trovavano sopra le fondamenta del castello. Le pareti luccicavano pallide di armature cavalleresche, usberghi spalancati come per accogliere teste, corazze di acciaio blu, alabarde e scuri a mano, schinieri, daghe, lance da cinghiale e speroni fissati a talloni lucidati. Egli afferrò un falcione appeso in disparte, ma la dama gli trattenne il braccio e lo condusse a un'altra rampa di pietra che terminava in una sorta di corridoio. Rumori di risa e di un sontuoso banchetto lo investirono a quel punto. La Dama dell'Acqua inclinò il capo, come per riconoscere una voce familiare; e poi lo trasse verso un'apertura a feritoia.
Farina scorse una scena che dapprima lo abbagliò, ma, man mano che prendeva forma, lo abbatté nello sgomento. Sotto, allo stesso livello della camera che aveva lasciato, una rozza sala da banchetto risplendeva, sotto la luce di una dozzina di fiaccole, tra carne di cinghiale fumante, carne di cervo, boccali di pietra e coppe di corno. A capotavola sedeva Werner, scarlatto per il banchetto furioso, e alla sua destra, Margarita, esangue come una bella martire legata al rogo. I seguaci di Werner occupavano tutta la lunghezza della sala, facendo da coro ai discorsi del Barone e bevendo alla propria salute quando non vi era motivo di farne un'altra. Farina vide la sua amata, sola. Era vestita come quando si era separato da lei l'ultima volta. Il caro cammeo giaceva sul suo seno, ma non si sollevava orgoglioso come un tempo. Le sue spalle erano curve in avanti e contraevano il suo petto nel respiro. Avrebbe avuto un aspetto umiliato, se non fosse stato per la severità marmorea dei suoi occhi. Erano fissi come occhi che vedono la via della morte attraverso ogni oggetto terreno.
"Ora, cani!" gridò il Barone, "alla salute della notte! E gonfiate i polmoni, perché non voglio sentire il miagolio di un gatto quando si brinda alla sposa di Werner. Monaco o non monaco, è mia. Sì, mia bella! Sarà tutto sistemato al mattino, dovessi trascinare qui tutti i ratti di Laach per il naso. Tuono! Nessuna mancanza di rispetto alla sposa di Werner da parte di Papa o abate. Ora, cantate a squarciagola! O aspettate! Questi tizi berranno prima."
Si allungò e scagliò un boccale di vino a destra e a sinistra dietro di sé, e la disperazione di Farina gli irrigidì le membra quando riconobbe il Goshawk e Schwartz Thier legati al pavimento. Le loro barbe erano già umide di precedenti libagioni elargite allo stesso modo, e ricevettero ciò in un silenzio cupo; ma Farina credette di osservare un rapido sguardo d'incoraggiamento scoccare da sotto le sopracciglia contratte del Goshawk, mentre Margarita voltava momentaneamente il capo verso di lui.
"Leccatevi i baffi, bestie, e non dite che Werner lesina buon vino ai parassiti nella sua notte di nozze. Ora," continuò il Barone, facendosi più rauco man mano che parlava più forte: "Breve e squillante, cuccioli del diavolo: Werner e la sua Sposa! E possa ella presto darvi un giovane barone che vi tenga in ordine meglio di quanto possa fare io, come farà, se compirà il suo dovere."
Il Barone si alzò e sollevò il suo braccio enorme per guidare il brindisi.
"Werner e la sua Sposa!"
Nessuna voce lo seguì. Vi fu un'improvvisa intenzione di far eco al richiamo; ma si interruppe e finì in toni strascicati, come se la porta della sala si fosse chiusa sulla risposta.
"Cos'è questo?" ruggì il Barone, con quella voce da bestia in gabbia che Margarita ricordava di aver sentito nella Piazza della Cattedrale.
Nessuno rispose.
"Parlate! O vi farò marcire a un braccio di profondità nella roccia, cani!"
"Herr Baron!" disse Henker Rothhals in modo impressionante; "il fatto è che c'è qualcosa di empio tra noi."
Il calice del Barone volò alla sua testa prima ancora che le parole fossero pronunciate.
"Farò una cosa empia di chiunque lo dica," e Werner li squadrò uno per uno.
"Allora lo dico io, Herr Baron!" proseguì Henker Rothhals, asciugandosi la faccia: "Il Diavolo si è rivoltato contro di voi, alla fine. Guardate lassù... Ah, ora è sparito; ma dov'è l'uomo seduto da questo lato che non l'ha visto?"
Il Barone fece un balzo e salì sul tavolo.
"Ora! Qualche mascalzone qui vuole essere così gentile da dirlo?"
Qualcosa nel crudele atteggiamento della sua minacciosa mascella squadrata ridusse al silenzio molti che stavano per confermare l'affermazione.
"Fatti avanti, Henker Rothhals!"
Rothhals fece scivolare un coltello da caccia lungo il polso e si allontanò dal tavolo.
"Bestia!" ruggì il Barone, "ho detto che non avrei versato sangue stasera. Ho risparmiato un traditore e un nemico..."
"Guardate ancora!" disse Rothhals; "qualcuno dirà di non aver visto nulla lassù."
Mentre tutte le teste, compresa quella di Werner, erano rivolte all'apertura che li osservava, Rothhals lanciò il suo coltello al Goshawk senza essere visto.
Questa volta arrivarono risposte alla sua sfida, ma non di conferma. Il Barone parlò con una dolcezza ansimante.
"Così vi prendete gioco di me? Sono pericoloso per questo genere di giochi. Vi ricordate di Blass-Gesell? Ho fatto di lui una bestia migliore mandandolo a tre quarti della strada per l'inferno a scontare la pena." Ruggendo, "Prendi questo!" scagliò una lama larga, finora nascosta nella mano destra, dritta contro Rothhals. Si conficcò nella sua guancia e nella mascella, strappandogli un terribile respiro di dolore mentre cadeva contro la parete.
"Ecco una lezione per non contraddirmi, bambini!" disse Werner, facendo stridere i suoi piedi tozzi avanti e indietro sul tavolo scricchiolante e gonfiando la sua mostruosa circonferenza di petto e addome. "Lasciatelo stare lì per un po', a mostrare cosa succede a ostacolare Werner! Diavoli di fuoco! Davanti alla baronessa, poi! Qualcosa di empio è lì? Qualcosa di empio nella sua mascella, credo! Lasciatelo conficcato! È contro la carne alla fine, eh? Vi insegnerò io per chi sta! Chi parla?"
Tutti rimasero in silenzio. Quegli uomini erano animali dominati da un bruto più potente.
Si strinse la gola e scosse il tavolo con un salto, mentre squittiva, più che chiamare, una seconda volta: "Chi ha parlato?"
Non dovette chiedere di nuovo. In questa pausa, mentre il Barone scrutava in cerca della sua vittima, una canzone, cantata così dolcemente da sembrare remota, ma di cui ogni sillaba era chiaramente rotonda, si gonfiò nelle sue orecchie e lo gelò nella sua posa irata.
"Il sangue dei baroni diverrà ghiaccio, E il loro castello cadrà in rovina, Quando un vero amante immergerà tre volte nell'acqua, Che scorre intorno al Werner’s Eck.
Intorno al Werner’s Eck l'acqua scorre; I noccioli tremano e scuotono: Le mura che hanno oscurato soli così felici, Sono colte dal sisma della rovina.
E trema con la rovina, e trema col rimpianto, Tu, ultimo della stirpe di Werner! I cuori dei baroni erano freddi quando conobbero L'abbraccio della Dama dell'Acqua.
Poiché un peccato fu commesso, e una vergogna fu perpetrata, Che l'acqua andò a nascondere: E coloro che pensarono di annullarlo, Non fecero che diffonderlo ovunque.
Stai pronto, stai pronto a pagare il prezzo, E tieni fede al tuo banchetto nuziale: Una mano si è immersa tre volte nell'acqua, E la Dama dell'Acqua è qui."
IL SALVATAGGIO
Il Goshawk era in piedi. "Ora, ragazza," disse a Margarita, "ora è il momento!" Le prese la mano e la condusse alla porta. Schwartz Thier si chiuse dietro di lei. Nessun uomo nella sala si oppose. La testa di Werner si voltò a seguirli, come un cane in guardia; ma era muto. La porta si aprì e Farina entrò. Portava un fascio di armi sotto il braccio. La vista familiare liberò i sensi di Werner dall'incantesimo. Gridò di sbarrare il passaggio ai prigionieri. I suoi uomini erano schierati come statue nella sala. Vi fu un sussulto tra loro, come se quel rumore terribile comunicasse un istinto di obbedienza, ma nulla più. Si guardarono l'un l'altro e rimasero immobili.
Il Goshawk aveva gli occhi su Werner. "Indietro, ragazza!" disse a Margarita. Lei prese una spada da Farina e rispose, con le labbra bianche e gli occhi scintillanti, "So combattere, Goshawk!"
"E lo farai, se necessario; ma lascia fare a me ora," rispose Guy.
Il suo occhio non lasciò mai il Barone. Improvvisamente risuonò uno stridore di acciaio. Tutti si scostarono e i combattenti si trovarono opposti su terreno libero. Farina prese la mano sinistra di Margarita e la sistemò contro la parete tra il Thier e se stesso. Gli uomini di Werner erano ben contenti di lasciare che il loro padrone risolvesse la faccenda. Le parole dette da Henker Rothhals, che il Diavolo lo aveva abbandonato, sembravano nelle loro menti confermate dalla canzone spettrale che tutti i presenti avrebbero giurato di aver udito con le proprie orecchie. "Lasciatelo rischiare e tentare la sua fortuna," dicevano, scrollando le spalle. La battaglia era tra Guy, come campione di Margarita, e Werner.
A giudizio di Schwartz Thier, i due erano ben assortiti, ed egli ne valutava le diverse qualità per esperienza diretta. "Per un lavoro veloce il Barone, e il mio nuovo compagno per la resistenza!" Il riassunto di Farina a favore del Goshawk era: "Un cuore più saldo, tendini più duri e una buona causa." Il combattimento era generalmente osservato con occhio professionale e poche preghiere. Margarita, sola, chiedeva aiuto dall'alto e si inginocchiava alla Vergine; ma anche lei, lo scontro delle armi e la terribile serietà del duello mortale la destarono a occhi avidi. Non aveva cincischiato con gli eroi nei suoi sogni. Era pronta ad affiancare Sigfrido sul campo cremisi tanto quanto ad accudirlo nella camera di seta.
Fu un bene che un cuore di donna fosse lì a notare la grazia e la gloria dell'umanità nel diritto incontro piede a piede. Per gli altri, era solo un calcolo di colpi fortunati. Anche Farina, nella sua ansia per lei, vedeva solo l'illuminarsi e l'oscurarsi della prospettiva di fuga in ogni atteggiamento e in ogni colpo risonante. Margarita era posseduta da un'esaltazione dolorosa. Ai suoi occhi, il Barone bestiale assumeva ora una forma e un volto più nobili; ma il Goshawk assumeva l'aspetto sovrano degli antichi eroi, che, perseguitati o favoriti dal cielo, mantenevano la loro posizione, ricordando di che pasta erano fatti e chi li aveva creati.
"Mai," dicono gli antichi scrittori, con un fervore onorevole per la loro conoscenza degli elementi che compongono il nostro essere, "mai possa questo luminoso privilegio del giusto combattimento allontanarsi da noi, né il vantaggio di esso mancare di essere colto! Uomo contro uomo, o bestia, che mantiene singolarmente la sua posizione, è un rapimento per il petto quanto la Bellezza nell'ora più tenera può offrire. Perché se la donna trae grazia a sé quando languisce, così certamente fa l'uomo in questi stati d'animo feroci, quando acciaio e ferro scintillano opposti, e il loro respiro è fuoco, e le loro labbra bianche per il blocco della risolutezza; tutte le loro facoltà annodate in un punto, e le loro energie vive come la luce del giorno per dimostrarsi superiori, secondo le leggi e sotto la benedizione della cavalleria."
"Poiché tutti," continuano a migliorare il paragone, "possono ammirare e gioire delle belle valli fiorite sotto la cupola blu della pace; ma è il raro cuore nobile che comprende soltanto, ed è elevato, dalle terrificanti meraviglie della tempesta, quando nube incontra nube in cieli neri come il sepolcro, e la Gloria siede come una fiamma sull'elmo della Rovina."
Per un po' i combattenti mostrarono la loro destrezza, accontentandosi di tagli astuti e colpi di punta, in cui Werner trasse per primo sangue con un fendente acuto lungo la fronte del Goshawk. Guy gli aveva permesso di mantenere la sua posizione sul tavolo, e continuava a combattere contro il suo viso e il suo collo. Ora scattò all'indietro con il corpo dai fianchi e sferrò un colpo circolare al ginocchio di Werner, mandandolo in ritirata con un grugnito di dolore. Prima che il Barone potesse riprendere la posizione, Guy era al suo livello sul tavolo.
Werner rivolse un urlo di rimprovero ai suoi uomini. Non erano ancora disposti ad assecondarlo. Tutti approvavano la sua battaglia personale col Destino, e mai come ora lo ammiravano e ne sentivano il potere; ma la faccenda era eccitante, e non erano i pilastri per sostenere una casa che cade.
Werner serrò le due mani sulla sua pesante spada e si scagliò su Guy con furia più pesante. Stava diventando non indegno della piccola stima femminile che Margarita era portata a concedergli. La voce della Dama dell'Acqua sussurrava al suo cuore che il Barone combatteva contro il suo destino, e ciò nobilita tutte le anime viventi.
A testa scoperta i combattenti si impegnarono, e l'elmo era il punto principale dell'attacco. Nessuna deviazione dai colpi era possibile per nessuno dei due: parare o incassare; un passo falso avrebbe garantito la sconfitta. Ciò induceva anche alla prudenza. Molti doppi calpestii di piedi si sentirono, poiché ognuno doveva ritirarsi a turno.
"Non alla testa così tanto, sopporterà colpi lì per tutta la notte," disse Henker Rothhals in un intervallo di respiro. I colpi erano stati equamente scambiati, ma la testa del Barone sembrava certamente la meno vulnerabile, laddove Guy mostrava diverse ammaccature che sanguinavano liberamente. Eppure appariva, nello sguardo e nel portamento, fresco come quando avevano iniziato, e il calmo, regolare sollevarsi del suo petto contrastava con i rapidi respiri di Werner. Anche il suo sorriso, rinnovato ogni volta che il Barone faceva una pausa per riprendere fiato, dava coraggio a Margarita. Non era un sorriso di scherno, ma di assoluta fiducia, e colpiva ancor più il suo avversario. Mentre Werner ricominciava, e la scelta era sempre lasciata a lui, ogni espressione del volto del Goshawk passava in piena luce nei suoi ampi occhi.
Il gioco del Barone era una furia sconsiderata. Non c'era nulla da studiare in esso. Guy divenne l'oggetto principale della speculazione. Evidentemente stava cercando di stancare il suo uomo.
Colpiva selvaggiamente, pensavano alcuni. Altri giudicavano che fosse un colpitore casuale e non avesse alcun punto mortale nel mirino. L'opinione di Schwartz Thier veniva frequentemente espressa. "Troppo tondo il colpo... addosso a lui! Taglia, non affettare!"
Guy perseverava nel suo modo. Secondo Schwartz Thier, portò su di sé, per la sua ostinazione, il colpo che lo prese sulla spalla sinistra e quasi lo spezzò. Era un colpo pesante, seguito da un tonfo sordo. Il filo della spada deviò sulla sua scapola, o sarebbe stato messo fuori combattimento. Ma il grido di Werner fu breve, e non ebbe il tempo di sfruttare il successo. Uno dei colpi bassi e avvolgenti del Goshawk gli recise a metà il polso destro, e il sangue schizzò sul tavolo. Ansimò e sembrò soccombere, ma resistette ancora, sebbene con forza attenuata. Guy ora attaccò. Attenendosi ai suoi colpi circolari, abituò Werner a proteggere il corpo, e vi si oppose così vivacemente a destra e a sinistra, che Werner divenne confuso, perse la sua cautela e cedette terreno. Improvvisamente la spada del Goshawk lampeggiò nell'aria e tagliò di netto la testa di Werner. Fu un colpo così acuto contro una difesa mal formata, che il Barone cadde senza una parola proprio sul bordo del tavolo, e lì rimase appeso, afferrandosi debolmente con le dita.
"Chi sbarra la strada ora?" cantò Guy.
Nessuno accettò la sfida. Il successo lo rivestì di terrori e gli diede dimensioni da gigante.
"Allora state bene, miei allegri uomini tutti," disse Guy. "Non portatemi rancore per questo. Un po' di cure rimetteranno in sesto il prode Barone."
Camminò con disinvoltura verso il bordo del tavolo e tese il dito affinché Margarita lo seguisse. Lei fece un passo avanti. Gli uomini unirono le barbe, mormorando. Non riusciva ad avanzare. Farina piegò il gomito e presentò la punta della spada. Tre dei ruffiani ora disputavano il cammino con l'acciaio nudo. Margarita guardò il Goshawk. Lui sorrideva, calmo e curioso, mentre si appoggiava sulla sua spada e le faceva un cenno d'incoraggiamento. Lei fece un altro passo di sfida. Un tizio allungò la mano per fermarla. Tutto il suo orgoglio di fanciulla si levò d'un tratto. "Che ragazza gloriosa!" mormorò il Goshawk, mentre vedeva il volto di lei illuminarsi improvvisamente; lei indietreggiò di un passo e sferrò un taglio netto sulle nocche del suo assalitore, sfidandolo, o sfidando uno di loro, con occhi duri e luminosi, meravigliosamente vendicativi, a posare la mano su una fanciulla pura.
"L'hai avuta, Barenleib!" gridarono gli altri, e poi a Margarita: "Guarda, giovane padrona! Siamo poveri compagni e chiediamo un'inezia di riscatto, e poi ci separiamo da amici."
"Nemmeno un asso!" sentenziò il Goshawk dal suo posto.
"Due contro uno, ricordalo."
"Le probabilità sono a nostro favore," rispose il Goshawk con sicurezza.
Si schierarono di fronte alla porta della sala. Invece di accettare questa sfida, Guy si avvicinò a Werner e stese il suo nemico lamentante per il lungo in una posizione più comoda. Poi sollevò Margarita sul tavolo e li chiamò con un grido di "Libero passaggio!" Risposero con una scrollata di spalle cupa e uno scherno.
"Schwartz Thier! Rothhals! Farina! Allacciatevi e preparatevi allora," cantò Guy.
Misurò la lunghezza della sua spada e la sollevò. Il Goshawk non aveva sottovalutato i suoi nemici. Fu tentato di disprezzarli quando notò le loro mascelle e i loro bulbi oculari che si allungavano gradualmente.
Nessuno di loro si mosse. Tutti lo fissavano come se i loro midolli stessero gelando dall'orrore.
"Cos'è questo?" gridò Guy.
Ne sapevano quanto lui, ma una forza era dietro di loro, irresistibile contro i loro sforzi. La quercia gemente scivolò aperta, spingendoli in avanti, e un'apparizione scivolò oltre, morbida come l'argento pallido della luna. Scivolò verso il Barone, gli mise le braccia attorno e cantò per lui. Se la Dama dell'Acqua avesse posato una mano di ferro su tutti quei ruffiani, non li avrebbe potuti tenere legati più strettamente di quanto fece la paura della sua presenza. Il Goshawk trasse la sua bella carica attraverso di loro, seguito da Farina, il Thier e Rothhals. Un ultimo scorcio della sala li mostrò immobili come sculture di un'antica cattedrale, fissi a guardare la luce bianca su una colonna scanalata della parete.
IL PASSAGGIO DEL RENO
Bassa tra le scure dune di sabbia dietro l'Abbazia di Laach calò la luna tonda e rossa. Lunghi tratti di nebbia giallastra rubarono attraverso le valli della Renania. Gli usignoli cantavano ancora. Sempre più vicina la luna venne nelle valli silenziose.
C'è una valle dietro il Castello di Hammerstein, un anello di prato assolato, cinto da un ruscello di ardesia argentata e sorvegliato da quattro colline dalle alte vette che digradano in quattro lunghi angoli boscosi verso la base erbosa. Qui, si dice, elfi e creature della terra giocano, danzando in cerchi con piedi ridenti che rendono grassi i funghi. Starebbero adempiendo alla tradizione ora, se non fosse che il luogo era occupato da un robusto gruppo di mortali, armati di bastoni. Gli intrusi erano assonnati e giacevano sui pendii. Di tanto in tanto due si alzavano, e risuonavano duri echi di quercia. Di nuovo tutti erano calmi come bestiame che rumina, e l'acqua bianca scorreva compiaciuta della quiete.
Può darsi che gli elfi abbiano architettato guai tra loro; poiché i colpi di quercia stavano diventando più frequenti. Uno si lamentava di un calcio: un altro esigeva soddisfazione per un pizzicotto. "Via," biascicava l'accusato assonnato in entrambi i casi, "troppa birra ieri sera!" Nel giro di tre minuti, la compagnia contava un paio di teste rotte. L'Est stava vincendo sull'Ovest in cielo, e il crepuscolo si stava assottigliando. Cominciarono a notare, ognuno, chi avesse preso a bastonate. Un rumore di qualcosa in rapido movimento li rese all'erta. Un capriolo corse giù da una delle colline e scorrazzò attraverso il prato. La bella bestia andò allungandosi così rapidamente da essere a malapena distinta.
"Sathanas ancora una volta!" mormorarono, e si radunarono insieme.
Il nome passò attraverso di loro come una parola d'ordine.
"Non lui questa volta," gridarono i due nuovi arrivati, emergendo dal fogliame. "È al sicuro sotto Colonia... peggio per tutti gli uomini buoni che ci vivono! Ma venite! Seguite verso il Reno! C'è lavoro per noi dall'altra parte, e lavoro pesante."
"Perché," risposero parecchi, "abbiamo la nostra sfida con i ragazzi di Leutesdorf e Wied oggi."
"Vedete questo?" disse il primo degli altri, indicando una rosa bianca di avorio intagliato nel suo berretto.
"Fratelli!" gonfiò la voce, "seguite con volontà, perché la Rosa Bianca è in pericolo!"
Immediatamente si schierarono e seguirono zelanti attraverso i germogli di giovani cespugli, e sopra cumuli di foglie morte umide, un'arrampicata di mezz'ora, quando sfilarono sotto Hammerstein e si trovarono davanti al Reno. Il loro capo condusse lungo il fiume e, dopo una camminata frettolosa, si fermò, sciolse il cappuccio e si spogliò.
"Ora," disse, legando il fagotto alla schiena, "fatemi conoscere il cane che rifiuta di seguire il suo capo quando la Rosa Bianca è in pericolo."
"Lunga vita a Dietrich!" gridarono. Si lasciò cadere dalla riva e guadò dentro. Fu presto sostenuto dal resto dei giovinastri, e tutti si lanciarono coraggiosamente verso il centro della corrente.
Mai la storia sentì un più nobile Passaggio del Reno di questo, compiuto tra Andernach e Hammerstein dai membri del Club della Rosa Bianca, fagotto sulla schiena, per sollevare la Rosa Bianca di Germania dalla schiavitù e dalla vergogna!
Furono trascinati lontano dalla rapida corrente e giunsero a riva ansimando. Una volta rivestiti, risalirono il passo di Tonnistein e bevvero a lungo alla sorgente delle acque piacevoli, aperta lì ai viandanti. Giunti ai margini di Laach, scorsero due contadini legati schiena contro schiena a un nocciolo. Li liberarono, ma non poterono ottenere alcuna informazione, poiché i tizi, dopo uno sbadiglio e un ammiccamento, se la diedero a gambe levate per assicurarsi la libertà. Sulle rive del lago la fratellanza avvistò un gruppo di giovani, che salutarono e dai quali furono accolti in compagnia.
«Dov’è Berthold?» chiese Dietrich.
Non era presente.
«Tanto meglio per noi, allora,» disse Dietrich.
Fu qui seriamente proposto al capitano se non dovessero fermarsi all'abbazia e riflettere, visto che si prospettava una grande impresa.
«In verità,» disse Dietrich, «morire a stomaco vuoto è da pagani, e il sangue freddo fa spalancare una ferita fresca. Il Kaiser Conrad dovrebbe essere ospitale, e i monaci onorano i numeri. Eccoci qui, trentanove; andiamo!»
L'Occidente era blu scuro per la luce caduta. Le acque del lago diventavano grigie al crepuscolo. L'abbazia si ergeva avvolta nelle ombre. I giovani avevano già iniziato a battere contro le porte del convento, quando furono chiamati dalla voce dell'Astore a cavallo. Con loro grande confusione, videro la Rosa Bianca stessa alla sua destra. Dietrich, abbattuto, si inchinò alla sua dolce signora.
«Eravamo venuti per il salvataggio,» balbettò.
Una risata scoppiò dall'Astore. «Credevate che la dama fosse rinchiusa nella dispensa spettrale, eh!»
Dietrich afferrò la spada e strinse la cintura.
«Il Club non permette scherzi con la Rosa Bianca, Messere straniero.»
Margarita fece la pace. «Vi ringrazio tutti, buoni amici. Ma non litigate, ve ne prego, con chi mi salva a rischio della propria vita.»
«Il nostro servizio è uguale,» disse l'Astore, gesticolando, «Solo che noi siamo arrivati prima del Club, per il che Farina ed io chiediamo di cuore perdono all'intera fratellanza.»
«Farina!» esclamò Dietrich. «Allora facciamo un prigioniero invece di liberare una prigioniera.»
«Che succede?» disse Guy.
«Succede questo,» rispose Dietrich. «Quello è un fuggitivo da due padroni: la legge di Colonia e il vincitore di Satana; e ogni buon cittadino è autorizzato a riportarlo indietro, vivo o morto.»
«Dietrich! Dietrich! osi parlare così dell'uomo che mi ha salvata?» gridò Margarita.
Dietrich insistette con malumore.
«Allora, guarda!» disse la Rosa Bianca, arrossendo sotto la pallida alba; «lui non andrà, non andrà con voi.»
Uno dei membri del Club stava per parlare alla Rosa Bianca – una violazione del privilegio del capitano. Dietrich lo atterrò senza che opponesse resistenza e riprese:
«Deve essere fatto, Bellezza di Colonia! Il monaco, Padre Gregory, sta ora subendo vergogna e disprezzo per la mancanza di questo testimone fuggiasco.»
«Basta! Vado!» disse Farina.
«Mi lasci?» Margarita lo guardò con dolce rimprovero. La stanchezza e l'intensa eccitazione avevano dato una fiamma liquida ai suoi occhi e un'oscurità accattivante attorno alle loro iridi che si sposava stranamente con la sua giovinezza florida. I suoi lineamenti avevano un soffice rossore bianco. Era meno radiosa, ma non era mai sembrata così incantevole. Un aspetto di dolce languore umano colpì il cuore dell'amore e sollevò tumulti.
«È un dovere,» disse Farina.
«Allora vai,» gli fece cenno, e gli porse la mano da baciare. Lui la sollevò alle labbra. Questo fu visto da tutto il Club.
Mentre partivano con Farina, e Guy si preparava a chiedere di entrare nel convento, Dietrich chiese casualmente come stesse Dame Lisbeth. Schwartz Thier era lì vicino e rispose, ridendo, di essersi completamente dimenticato della piccola signora.
«L'abbiamo presa per errore al posto vostro, signora! È stata capace di strillare! Nel momento in cui è stata baciata... muta come un chiostro. L'abbiamo baciata, tutti noi, per divertimento. Nessun male, nessun male! L'avremmo lasciata andare quando abbiamo scoperto di avere il vecchio uccello invece del giovane, ma contavamo sul riscatto, capite. È all'Eck, che sbatte, scommetto, come una noce dell'anno scorso nel guscio!»
«Lisbeth! Lisbeth! povera Lisbeth; torneremo da lei. All'istante,» gridò Margarita.
«Tu no,» disse Guy.
«Sì! Io!»
«No!» disse Guy.
«Valoroso Astore! il migliore degli uccelli, lasciami andare!»
«Senza me o Farina, mai! Vedo che non avrò alcuna possibilità con la mia signora ora. Vieni, allora, vieni, bella Irresistibile! venite, ragazzi. Farina può tornare indietro da solo. Avrete la fama di aver salvato Dame Lisbeth.»
«Farina! non dimenticare di confortare mio padre,» disse Margarita.
Tra la compagnia di Margarita e quella di Farina, ci fu poca disputa nella mente del capitano su quale scelta fare. A Farina fu permesso di viaggiare da solo verso Colonia; e Dietrich, coccolato da Margarita e gentilmente deriso da Guy, guidò il Club dalle acque di Laach al castello del Barone Rapinatore.
I RITORNI DI SATANA
Il monaco Gregory stava percorrendo la strada maestra tra il campo imperiale e la sofferente Colonia. Il sole era sorto attraverso distanze interminabili di nubi che lo tenevano lontano in una successione di cumuli in ritirata e veli più sottili, regno oltre regno, finché non apparve senza fuoco, come un re fantasma in una terra fantasma. L'allodola era nel petto del mattino. Il topo di campagna correva lungo i solchi. Le rugiade pendevano rosse e grigie sulle rive erbose e sugli alberi lungo la strada. A volte le narici del buon padre si dilatavano, e si batteva il petto, ricadendo in una dolorosa contemplazione. Passando accanto a qualsiasi cittadino di Colonia, la testa spettrale sprofondava nel cappuccio. «Ecco un corvo nero!» dicevano molti. Il monaco Gregory li sentiva e mormorava: «Mi hai, Maligno! tu mi hai!»
Era mezzogiorno quando Farina arrivò scalpitando dal campo.
«Padre,» disse, «ti ho cercato.»
«Figlio mio!» esclamò il monaco Gregory con mano che zittiva, «non hai fatto bene a lasciarmi a lottare contro le lingue del dubbio. Non rispondermi. La fanciulla! e cosa pesava in una tale bilancia? – Basta! Sono punito. Bene dice l'antico proverbio:
“Guardati dai ritorni di Satana!”
Io, che pensavo di averlo vinto! La vanità mi ha distrutto, in questo mondo e nel prossimo. Sono vittima dell'auto-incenso. Sento i demoni gridare il loro coro: “Ecco che arriva il monaco Gregory, che si faceva chiamare Vincitore delle Tenebre!” Nel campo sono screditato e deriso; nella città sono sputato, detestato. Satana, figlio mio, non combatte con gli artigli anteriori. È con la coda che combatte, o Farina! – Ascolta, figlio mio! è entrato nel suo regno sottostante attraverso Colonia, proprio sotto le pietre della Piazza della Cattedrale, e il suo fetore permane in modo abominevole, sfidando le narici dei santi e degli empi allo stesso modo. Il Kaiser non può avvicinarsi a causa sua; i cittadini sono oltraggiati. Oh! se fossi rimasto in silenzio con umiltà, lo avrei davvero conquistato. Ma mi ha dato una facile vittoria, per gonfiarmi. Non durerò. Ora rimane solo questo, figlio mio; che tu porti viva testimonianza alla verità della mia affermazione, come io la porto alla follia!»
Farina promise, di fronte a tutti, che avrebbe proclamato e testimoniato la sua vittoria sul Drachenfels.
«Affinché io non sia classificato come un impostore!» continuò il monaco. «E quanto grande deve essere la virtù di coloro che incontrano quello spirito oscuro! Il valore non giova a nulla. Ma se la virtù non è in voi, presto sarete gonfi fino a scoppiare con quel veleno del diavolo, l'auto-incenso. Sicuramente, figlio mio, tu sei fedele; e per questo servizio posso ricompensarti. Seguimi ancora una volta.»
Sulla strada incontrarono Gottlieb Groschen, che si affrettava verso il campo. Lo sconcerto corrugò le oneste guance del vecchio mercante. Farina tirò le redini davanti a lui.
«Vostra figlia è al sicuro, degno Maestro Groschen,» disse.
«Al sicuro?» gridò Gottlieb; «dov'è, la mia Grete?»
Farina spiegò brevemente. Gottlieb spalancò le braccia e stava per ringraziare il giovane. Vide Padre Gregory, e l'intera sua figura si contrasse per il disgusto.
«Siete in compagnia di quell'animale pestilenziale, di quella maledizione di Colonia!»
«Il buon monaco...» disse Farina.
«Siete in combutta con lui, allora, mascalzone! Non aspettatevi ringraziamenti da parte mia. Colonia, dico, è maledetta! Maledetti ficcanaso! non potevate lasciare in pace Satana? Non ci faceva del male. Eravamo liberi da lui. Colonia, dico, è maledetta! Il nemico del genere umano è portato da voi a essere il nemico mortale di Colonia.»
Così dicendo, Gottlieb se ne andò.
«Vedi, figlio mio,» disse il monaco, «non ragionano!»
Farina era abbattuto. Volentieri, per quanto lo riguardava, avrebbe lasciato l'anima del Male come un vagabondo libero per amore di un orizzonte più luminoso per la sua speranza.
Nessun rimorso accompagnò Gottlieb. Il Kaiser gli aveva assegnato un accampamento e una guardia d'onore per la sua famiglia mentre infuriava la lordura, e lì Gottlieb accolse Margarita e zia Lisbeth il mezzogiorno dopo il suo incontro con Farina. La Rosa Bianca aveva riposato a Laach e stava fiorendo di nuovo. Lei e l'Astore arrivarono trotterellando in anticipo sul Club attraverso i boschi di Laach, spaventando i cervi con risate e facendo scappare le lepri con le orecchie all'indietro per tutta la campagna. Invano Dietrich minacciava Guy con i terrori del Club: zia Lisbeth implorava Margarita di non lasciarla con i fanti, invano. La gioiosa coppia galoppava per la campagna, superava i fossi e saltava i canali, su e giù per le rive, felici come falchi del mattino, entrando ad Andernach a buon ritmo; dove sostarono in un'osteria capace di produrre buon vino del Reno e della Mosella allora come oggi. Qui fecero preparare il pasto di mezzogiorno nel giardino per l'arrabbiato Club, e li calmarono un po' al loro arrivo con bicchieri del miglior Scharzhofberger. Dopo una sosta rinfrescante, furono noleggiate tre barche. Durante il tragitto verso il fiume, incontrarono una processione di monaci guidata dall'Arcivescovo di Andernach, che portavano una piccola figura di Cristo scolpita nel prugnolo e verniciata: si diceva che facesse miracoli, ed era un dono alla buona città da parte di due pellegrini ungheresi.
«Siete diretti a Colonia?» chiesero i monaci.
«Direttamente giù per la corrente!» risposero.
«Mandate, dunque, qui a noi Gregory, il vincitore delle Tenebre, affinché sappia che c'è gratitudine sulla terra e congratulazioni per le grandi imprese,» dissero i monaci.
Così, con genuflessioni, i viaggiatori proseguirono e salirono sulle barche presso la Torre Bianca dell'Arcivescovo. Fluttuarono sotto il Castello di Hammerstein e Rheineck; Salzig e la confluenza dell'Ahr; Rolandseck e Nonnenwerth; Drachenfels e Bonn; colline verdi di giovani viti; valli che ondeggiavano di fogliame fresco. Margarita cantava mentre fluttuavano. Cantava antiche ballate che facevano sospirare l'Astore per casa e colpivano il Club con un amore delirante per la grande acqua antica che li stava portando avanti. Zia Lisbeth non si lasciò commuovere. Lei sola teneva la testa bassa. Non guardò Gottlieb in faccia mentre la abbracciava. Né a nessuna domanda volle dare risposta. Da quel momento in poi, fu caritatevole verso le donne; e l'esuberante allegria e familiarità degli uomini verso di lei divennero presto gentili e rispettose. Il drago in zia Lisbeth era stato distrutto. Non si oppose più al cammeo di Margarita.
L'Astore fece rapidamente pace con il suo signore e godette della lode del Kaiser. Dietrich Schill pensò di sfidarlo, ma il Club aveva affari più seri: e questo era di emettere sentenza su Berthold Schmidt per il crimine di aver tradito la Rosa Bianca nelle mani di Werner. Avevano trovato Berthold all'Eck e lì avevano acconsentito a lasciarlo rimanere finché non fosse stato pagato il riscatto per il suo corpo traditore. Berthold, nella sua folle passione, fu ingannato da Werner e, al suo rilascio, tramite il pagamento del riscatto, si sottomise al giudizio del Club, che lo condannò a combattere contro tutti loro a turno, per poi subire l'esilio dal Renania; l'Astore, per amore di sua sorella, intercedette davanti a un tribunale più severo.
L'INGRESSO A COLONIA
Per sette giorni il Kaiser Heinrich rimase accampato fuori Colonia. Sei volte in sei giorni successivi il Kaiser tentò di entrare in città e fu respinto.
«Barba del Barbarossa!» disse il Kaiser, «questa è la prima roccaforte che mi abbia mai resistito.»
I vescovi guerrieri, gli elettori, i pfalzgraf e i cavalieri dell'Impero giurarono tutti che non era una vergogna non essere all'altezza del Demone.
«Se,» disse il riflessivo Kaiser, «dobbiamo soffrire qui sotto ciò che la povera Colonia è destinata a subire ora, riformiamoci e facciamo penitenza, per tutto ciò che è saporito.»
Il vento che proprio in quel momento soffiava su di loro direttamente da Colonia rese i cortigiani seri. Molti pensarono alle loro anime per la prima volta.
Questo è registrato in onore del monaco Gregory.
La settima mattina, il Kaiser annunciò la sua determinazione a fare un ultimo tentativo.
Era l'alba, e un giovane stava davanti alla tenda del Kaiser, chiedendo udienza.
Condotto al cospetto del Kaiser, il giovane, dicono, riuscì a scuoterlo dalla sua depressione, poiché, per quanto coraggioso fosse, il Kaiser Heinrich temeva l'esito. Immediatamente fu dato ordine alla cavalcata di partire secondo il rescritto, con il Kaiser Heinrich che teneva il giovane alla sua destra. Ma il giovane aveva trovato l'occasione di visitare Gottlieb e Margarita, a ciascuno dei quali fornì una fiaschetta, curiosamente sagomata e carica di una distillazione.
Quando la testa della processione raggiunse le porte di Colonia, si manifestarono sintomi di esitazione.
Il Kaiser Heinrich ordinò un avanzamento, a ogni costo.
Il Pfalzgraf Nase, come lo chiamano le vecchie cronache nel loro umorismo, ma certamente un grande nobile, guidò l'avanguardia e attraversò il ponte levatoio.
Esitazione e segni di orrore si manifestarono nell'assemblea attorno alla persona del Kaiser. Il Kaiser e il giovane alla sua destra erano allegri. Non si abbatterono per nulla! Diversi cavalieri eroici chiesero il permesso del Kaiser di ritirarsi.
«Seguite il Pfalzgraf Nase!» si dice abbia detto il Kaiser.
Grande fu lo stupore della gente di Colonia nel vedere il Kaiser Heinrich cavalcare in perfetta maestosità lungo la strada principale verso la Cattedrale, mentre a destra e a sinistra di lui vescovi ed elettori cadevano incapaci.
Il Kaiser avanzò finché al suo fianco cavalcò solo il giovane.
«Il tuo nome?» disse il Kaiser.
Rispose: «Un povero giovane, invincibile Kaiser! Farina sono chiamato.»
«La tua ricompensa?» disse il Kaiser.
Rispose: «La mano di una fanciulla di Colonia, graziosissimo Kaiser e padrone!»
«È tua!» disse il Kaiser.
Il Kaiser Heinrich guardò dietro di sé, e tra una folla che stringeva i pomi delle selle e barcollava sconfitta, ce n'erano solo due eretti, una fanciulla e un vecchio.
«Quella è lei, invincibile Kaiser!» continuò Farina, inchinandosi profondamente.
«Sarà sistemato sul posto,» disse il Kaiser.
Una parola del Kaiser Heinrich sigillò il consenso di Gottlieb.
Disse: «Grazioso Kaiser e padrone! sebbene un tale giovane non avrebbe mai potuto aspirare di per sé al possesso di una Groschen, quando il Kaiser intercede per lui, l'obiezione è come la roccia di Mosè, e sgorga il consenso. In verità ha reso un buon servizio a Colonia, e se Margarita, mia figlia, può essere persuasa...»
Il Kaiser si rivolse a lei con le sue sopracciglia fiammeggianti.
Margarita arrossì un pronto autunno di roseo consenso maturo.
«Un matrimonio registrato lassù!» disse il Kaiser, indicando verso l'alto.
«Sono tua,» mormorò Margarita, mentre Farina si avvicinava a lei.
«Sigillalo! sigillalo!» disse il Kaiser, di buon umore; «non accettare consensi da uomo o donna senza un sigillo.»
Farina gettò il contenuto di una fiaschetta in aria e salutò la sua amata sulle labbra.
Questa scena ebbe luogo vicino al cerchio di terra bruciata dove il Più Falso discese nel suo regno sottostante.
Gli uomini ora pervasero Colonia con le fiaschette, purificando l'atmosfera. Divenne possibile respirare liberamente.
«Noi tedeschi,» disse il Kaiser Heinrich, quando fu di nuovo circondato dai suoi cortigiani, «possiamo sbagliare se seguiamo sempre il Pfalzgraf Nase; ma questa volta siamo stati ben guidati.» Al che ci fu una risata ossequiosa.
Il Pfalzgraf addusse una narice suscettibile.
«Temo che tu sia solo un mortale timido,» disse il Kaiser.
«Mai mi sono trovato tale sul Campo Tedesco, Maestà Imperiale!» rispose il Pfalzgraf. «Mi prendo la gloria che questo fetore dell'Oltretomba mi sopraffaccia.»
«Anche quello dobbiamo combattere, vedete!» esclamò il Kaiser Heinrich; «ma venite tutti a un matrimonio questa notte, e prendete spose non appena volete, tutti voi. Moltiplicatevi e dateci sudditi leali in abbondanza. Conto la prosperità dal numero di matrimoni nel mio impero!»
Il Club della Rosa Bianca fu invitato da Gottlieb al matrimonio, e lo prese con grande ira finché non videro il Kaiser e un così eccellente e sostanzioso cibo tedesco presente, quando immediatamente infuriò una battaglia su chi dovesse rendere maggior onore all'evento, e fu in disputa fino all'alba: Dietrich Schill fu l'uomo, avendo consumato wurst lunghi quanto il suo braccio e vino sufficiente a far galleggiare un salmone di San Goar; il che fu a lungo orgogliosamente cronacato nella sua famiglia, ed è ora riesumato tra gli antichi onorevoli registri di Colonia.
L'Astore fu il testimone di nozze di Farina, e che testimone brioso fu! Zia Lisbeth sedeva in un angolo, sorridendo debolmente.
«Bambina!» disse la piccola signora a Margarita quando si baciarono nel congedarsi, «il tuo coraggio mi stupisce. Pensi? Sai? Povera, dolce uccellino, consegnata mani e piedi!»
«Lo amo! Lo amo, zia! questo è tutto ciò che so,» disse Margarita: «amore, amore, amalo!»
«Il Cielo ti aiuti!» esclamò zia Lisbeth.
«Prega con me,» disse Margarita.
Le due si inginocchiarono ai piedi del letto nuziale e pregarono preghiere molto diverse, ma per lo stesso fine. Fatto ciò, zia Lisbeth aiutò a svestire la Rosa Bianca, tremò, raccontò un triste aneddoto nuziale del Castello, mise la sua piccola mano avvizzita sul cuore di Margarita e gridò.
«Bambina! galoppa!» esclamò.
«È la felicità,» disse Margarita, restando nei suoi capelli.
«Possa solo durare!» esclamò zia Lisbeth.
«Durerà, zia! sono umile: sono vera»; e la bella ragazza raccolse la balza della sua camicia da notte.
«Non guardarti allo specchio,» disse Lisbeth; «non stasera! Guarda, se puoi, domani.»
Lispirò la Rosa Bianca nel suo letto, la rimboccò e la baciò, lasciandola come un bocciolo che attende il sole.
CONCLUSIONE
L'ombra del monaco Gregory non fu più vista a Colonia. Entrò nel Calendario e si colloca subito dopo Sant'Antonio. Per tre secoli consecutivi le città della Renania vantarono le sue visite in carne ed ossa, e il vincitore delle Tenebre causò terribili faide renane.
L'Infernale Codato ripeté il suo famoso Ritorno su Farina. Il giovane si svegliò una mattina e vide magazzini che erano l'esatto modello del suo, che esponevano fiaschette modellate proprio come le sue, e un Farina a destra e a sinistra di lui. In una settimana, erano raddoppiati. Un mese li quadruplicò. Aumentarono.
«Fama e Fortuna,» rifletteva Farina, «vengono dall'uomo e dal mondo: l'Amore viene dal cielo. Possiamo essere degni e perdere la prima. Non perdiamo l'amore a meno che non siamo indegni. Volete conoscere il vero Farina? Cercate colui che cammina sotto il sigillo della beatitudine; la cui cara è per sempre la sua giovane dolce sposa, che lo conduce lontano dai lacci, che inonda la sua anima con freschezza celeste. Non c'è ipocrisia che possa imitare quell'aspetto. Meno di tutte, le creature dei Dannati! Da questo posso essere riconosciuto.»
Sette anni dopo, quando l'Astore venne a Colonia per vedere vecchi amici e bere un po' del più vecchio Rudesheimer di Gottlieb, fu intercettato da falsi Farina; e scoprì il vero solo alla fine, per caso, nei giardini musicali vicino al Reno, dove Farina sedeva, avendo da una parte Margarita e ai suoi piedi tre ragazzi e una ragazza, sui quali entrambi si chinavano amorevolmente, come la vite genitrice che accarezza i suoi grappoli d'uva alla luce estiva.
CAPITOLO I
Un’escursione oltre le immediate periferie di Londra, progettata molto tempo prima che la sua carrozzella con pony venisse noleggiata per condurvelo, in effetti sin dal suo ritiro dal servizio attivo, condusse il Generale Ople attraverso una celebre brughiera, della quale si innamorò all'istante, fino a un’elevata strada maestra lungo i confini di un parco, per la quale scambiò prontamente il suo cuore, e così gradualmente a un tiro di schioppo o poco più dalla riva del fiume, dove decise non solo di donare i propri affetti, ma di stabilirsi per la vita. Si può notare che fosse di temperamento avventuroso, sebbene avesse ritenuto opportuno allentare il cinturino della spada. La carrozzella, tuttavia, era stata noleggiata con lo scopo assai particolare di aiutarlo a passare in rassegna le fila di quelle che chiamava case di campagna, cottage, o persino siti edificabili, non troppo distanti dalla dolce Londra: e siccome quando un Celebe parte con l’intento di inseguire e ottenere, non v’è dubbio che porterà a casa una moglie, la circostanza che vi fosse una casa in affitto, in una posizione ariosa, a una certa distanza a portata di voce dalla metropoli che venerava, fu sufficiente ad accendere l'entusiasmo del Generale. Avrebbe preso la prima che vide, se non fosse stato per sua figlia, che lo accompagnava e che, all'età di diciotto anni, stava per intraprendere la gestione della sua casa. La fortuna, sotto la guida moderatrice di Elizabeth Ople, lo indirizzò a un compendio di comodità. Il luogo in cui si imbatté può essere descritto solo con il linguaggio dei banditori d’asta e, per la prima settimana dopo averlo preso, egli li seguì modestamente definendolo bijou. Col tempo, quando la sua stessa immaginazione, istigata da uno stato di qualcosa di più della semplice contentezza, vi ebbe lavorato sopra, scelse la felice espressione, "una residenza signorile". Poiché era, dichiarava, una piccola tenuta. Vi era una guardiola, che somigliava a due garitte costrette a unirsi, dove in una metà sedeva curva una vecchia coppia, e nell'altra metà giaceva compressa; vi era un vialetto sul retro per scuderie rintracciabili; vi era un pezzetto d’erba che sarebbe apparso un prato se ingrandito; e vi era un muro attorno all'orto e una striscia di bosco attorno al giardino fiorito. Lo spiare del mondo esterno era impossibile. Comfort, fortificazione e signorilità rendevano il luogo, come diceva il Generale, una casa inglese ideale.
La portata della tenuta era di mezzo acro, e forse un perch o due, proprio della dimensione adatta all'amore avvolgente che il Generale Ople era più felice di donare. Decise saggiamente di trattenere la vecchia coppia alla guardiola, i cui membri erano abituati alla restrizione, e anche di non acquistare una mucca, che avrebbe richiesto pascolo. Con il vecchio, mentre la vecchia badava al campanello dell'elegante ingresso principale dai cancelli con punte dorate, si impegnò a fare il giardiniere; un’attività in cui si dilettava, fintanto che poteva svolgerla in modo signorile, vale a dire, fintanto che non veniva osservato. Era perfettamente nascosto dalla strada. Solo una casa, e curiosamente, solo una finestra della casa, e per di più, a mostrare la protezione estesa al Douro Lodge, quella finestra una soffitta, lo sovrastava. E la casa era vuota.
La casa (poiché chi può sperare, e chi dovrebbe desiderare che una casa comoda, con serre, voliere, stagno e rimessa per barche, e altre gioie della ricchezza, rimanga inoccupata) fu presa due stagioni dopo da una signora, di cui la Fama, che rotolava come una nube di polvere dal luogo che aveva lasciato, riferiva che fosse eccentrica. La parola non è istruttiva: non spaventa. In una signora di una certa età, è piuttosto una caratteristica dell’aristocrazia in pensione. E almeno implica ricchezza.
Il Generale Ople era molto ansioso di vederla. Nutriva il sentimento di umile deferenza verso l’aristocrazia, e vi era qualcosa nelle ricchezze che suscitava la sua ammirazione. Londra, per esempio, non aveva paura di dire che la riteneva la meraviglia del mondo. Osservò, inoltre, che il saccheggio di Londra basterebbe a rendere ogni comune soldato dell’esercito d’occupazione straniero un gentiluomo indipendente per il resto dei suoi giorni naturali. Ma questo è un incubo! disse, sorprendendo se stesso con un aborrito sogno d'invidia verso quegli arricchiti ufficiali invasori: poiché il Bottino è l’unica cosa adorabile che la mente militare possa contemplare in astratto. La sua abitudine era di esplodere in pesanti sospiri quando si era spinto fin lì, come un uomo in guerra con se stesso.
La signora arrivò a tempo debito: ricevette i biglietti da visita del vicinato e segnalò la propria eccentricità non prestando loro alcuna attenzione, eccetto il biglietto di una certa Mrs. Baerens, che ebbe udienza da lei immediatamente. Per accordo espresso, il biglietto del Generale Wilson Ople, in quanto suo vicino più prossimo, seguì il biglietto del rettore, il capo sociale del distretto; e al rettore fu concessa un’udienza, ma Lady Camper non era in casa per il Generale Ople. È di rango superiore al mio, e potrebbe non desiderare di associarsi a me, disse modestamente il Generale. Ciononostante, era ferito: poiché suo malgrado, e senza il minimo desiderio di importunare la propria persona, come spiegava il significato che aveva in sé, il suo grado nell’esercito britannico lo costringeva a esserne il rappresentante, in assenza di chiunque di rango superiore. Così che era professionalmente offeso, e poiché il suo cuore era nella sua professione, si può onestamente affermare che fosse ferito nei sentimenti, sebbene dicesse di no e insistesse sulla distinzione. Una volta al giorno, la sua passeggiata per l’esercizio costituzionale lo costringeva a passare davanti alle finestre di Lady Camper, che non erano pudicamente ritirate, come diceva scherzosamente del Douro Lodge, nella reclusione della mezza paga, ma arcuate in fuori imperiosamente, militarmente, come un generalissimo a cavallo, e avevano il pieno comando della strada e dei livelli fino al rigoglioso fogliame del parco. Passava con passo svelto, con una delicata flessione del suo portamento eretto, come se avesse fretta di salutare un amico in vista, la cui mano era pronta per la stretta. Tanto sarebbe stato osservato da una domestica; e considerando la sua bella figura e la particolare lucentezza argentea dei suoi capelli, l’accelerazione dell’andatura era notevole. Quando passava in carrozza, l’orecchio destro del pony veniva stuzzicato, con estrema indignazione di un animoso animaletto. Ne conseguiva di conseguenza che il Generale veniva trasportato al galoppo sotto gli occhi di Lady Camper, e tale andatura dispiacendogli, la riduceva invariabilmente un passo o due oltre l’angolo dei suoi terreni.
Ma né lui né sua figlia Elizabeth attribuivano importanza a una circostanza così banale. Il Generale evitava puntigliosamente di dare un’occhiata alle finestre durante il passaggio davanti a esse, sia nella sua folle corsa che a piedi. Elizabeth dava un’occhiata di sfuggita, come si guarda un albero lungo la strada. Il loro discorso riguardo a Lady Camper era uno scambio di luoghi comuni sulla sua solitudine: e questa sua condizione era ancor più sconcertante per il Generale Ople quando sentì da sua figlia che la signora era molto bella, e non così tanto anziana, come aveva immaginato dovessero essere le signore eccentriche. Anche il racconto del rettore su di lei eccitava la mente. Gli aveva informato brutalmente che andava in chiesa di tanto in tanto per salvare le apparenze, ma non era una frequentatrice abituale, trovando impossibile sopportare la lunghezza della funzione; poteva, tuttavia, essere annoverata tra i sottoscrittori di tutte le beneficenze, e lasciava il suo banco aperto ai poveri, e solo ai poveri. Aveva viaggiato per tutta l’Europa e conosceva l’Oriente. Schizzi ad acquerello delle scene che aveva visitato adornavano le sue pareti, e un paio di pistole, che aveva trovato utili, affermava, giacevano sullo scrittoio nel suo salotto. Il Generale Ople dedusse dal rettore che lei nutrisse un grande disprezzo per gli uomini: eppure era curiosamente variato da lamenti sulla debolezza delle donne. "Davvero non può essere un esempio di ciò," disse il Generale, pensando alle pistole.
Ora, impariamo da coloro che hanno studiato le donne sulla scacchiera, e sanno cosa faranno l’ebano o l’avorio lungo linee particolari, o saltando, che gli uomini di cui si parla molto prenderanno possesso dei loro pensieri; e certamente il fatto può essere accettato come una delle loro mosse. Ma l’intera struttura della nostra conoscenza su di loro, che ci viene insegnato a costruire su questa percezione originariamente acuta, viene infranta quando sentiamo che è esattamente lo stesso, nella stessa misura, in proporzione alla quantità di lavoro che hanno da fare, esattamente lo stesso con gli uomini e i loro pensieri nel caso di donne di cui si parla molto. Così era per il Generale Ople, e non mi resta nulla da dire, se non che esiste un terreno più ampio della scacchiera. Sono serio nel protestare la somiglianza delle singole coppie sulla terra comune, perché altrimenti il Generale è in pericolo dell’accusa di essere un personaggio femminile; e non solo era un valoroso ufficiale, e un veterano nelle dispute da polvere da sparo, era anche (ed è una cosa straordinaria che una genuina umiltà non lo impedisse, e sopravvivesse ad essa) un signore e conquistatore del sesso. Aveva fatto il suo bel po’ di danni, tutto nel modo dell’onore, naturalmente, ma i cuori avevano bussato. E ora, con i suoi luminosi capelli bianchi, i suoi basettoni bianchi ben spazzolati su un viso bruciato dal sole, i suoi lineamenti ben definiti e un accattivante abbassamento delle palpebre, c’era ancora polvere in lui, se non piombo.
Vi era una lamentevole suscettibilità al fascino delle signore. D’altra parte, per la protezione del sesso, un residuo di timidezza lo tratteneva dall’impresa attiva e nello stato di sofferenza, finché mancavano indicazioni di incoraggiamento. Aveva ucciso quelle tenere, che venivano da lui, attratte dalla tenerezza in lui, per essere uccise: ma le donne intelligenti lo allarmavano e paralizzavano. La loro attitudine a interrogare e richiedere immediate risposte brillanti; la loro richiesta di spirito fresco, di un tipo che non viene fornito dalle pubblicazioni che lo colpiscono nelle teste con un martello, e lo forniscono all’ingrosso; le loro letture varie; il loro potere di ridicolo pure; le rendevano terribili nella sua contemplazione.
Supponendo (poiché l’infiammabile ufficiale stava ora pensando, e pensando profondamente, a una donna intelligente), supponendo che le pistole di Lady Camper fossero necessarie per la sua difesa una notte: al primo colpo che proclamasse la sua estremità, il valore potrebbe ottenere un’introduzione a lei a condizioni facili, e non ci si aspetterebbe che fosse arguto. Lei, forse, dopo l’eccitazione, ammetterebbe la sua superiorità maschile, nel bellissimo stile antico, svenendo tra le sue braccia. Tale era la fantasticheria che indulgeva di sfuggita, e solo così poteva avventurarsi a sperare in una conoscenza con la formidabile signora che era la sua vicina di casa. Ma la fiera società dei ladri gli negava l’opportunità.
Nel frattempo, seppe che Lady Camper aveva un nipote, e il giovane gentiluomo era in un reggimento di cavalleria. Il Generale Ople lo incontrò fuori dai suoi cancelli, ricevette e ricambiò un saluto cortese, gli piacquero il suo aspetto e le sue maniere e parlò di lui a Elizabeth, chiedendole se per caso lo avesse visto. Lei rispose che credeva di sì, e lodò la sua abilità equestre. Il Generale scoprì che era un eccellente rematore. Sua figlia lo stava portando a remi su per il fiume quando il giovane gentiluomo sfrecciò accanto, con una splendida remata, in uno scafo da regata, fece marcia indietro e, fluttuando al fianco, presunse di iniziare una conversazione, durante la quale riuscì a esprimere rincrescimento per l’inclinazione della zia alla solitudine. Poiché appartenevano a rami gemelli dello stesso Servizio, il Generale e il signor Reginald Roller avevano un tema in comune, e una passione. Elizabeth disse a suo padre che nulla le procurava tanto piacere quanto sentirlo parlare con il signor Roller di questioni militari. Il Generale Ople le assicurò che piaceva anche a lui. Iniziò a spiare in giro per il signor Roller, e a volte accadeva che conversassero oltre il muro; difficilmente poteva essere evitato. Un indizio o due, un’indefinibile allusione volante, fecero capire al Generale che Lady Camper non era stata felice nel suo matrimonio. Era addolorato al pensiero della sua sventura; ma siccome lei non aveva superato i quaranta, il disastro non era, forse, irremediabile; vale a dire, se le si potesse insegnare a estendere il suo perdono agli uomini e ad abbandonare la sua solitudine. "Se," disse a sua figlia, "Lady Camper dovesse per caso essere indotta a contrarre una seconda alleanza, lei sarebbe, ci si potrebbe aspettare, umanizzata, e avremmo vicini altamente gradevoli." Elizabeth sperò ingenuamente che tale evento avesse luogo.
Raramente dissentiva da suo padre, verso il quale, prendendo esempio dal mondo che lo circondava, guardava come al modello di un uomo di saggia condotta.
E lo era; e sebbene modesto, era di buon umore con se stesso, si approvava, e poteva dire che, senza vantarsi del successo, era un uomo soddisfatto, finché non incontrò la sua pietra di paragone in Lady Camper.
CAPITOLO II
Questa è la materia patetica della mia storia, e richiede di essere sottolineata, perché egli non riuscì mai a spiegare cosa fosse ciò che gli sembrava così crudele in essa, poiché non era un brillante figlio della fortuna, non era un grande pretendente, nessuno di coloro che sono logicamente spostati dalle altezze a cui sono stati elevati, manifestamente creati per mostrare la morale nella Provvidenza. Era modesto, ritirato, umilmente contento; una residenza signorile appagava la sua ambizione. Popolare, poteva ammettere di esserlo, ma non meteoricamente; piuttosto per la sua disponibilità a ricevere luce che per il suo desiderio di diffonderla. Perché, dunque, la terribile prova fu portata a pesare su di lui, tra tutti gli uomini? Era uno di noi; non peggiore, e non sorprendentemente o pericolosamente migliore; e non poteva fare a meno di sentire, nell’amarezza delle sue riflessioni su un destino inspiegabile, che la punizione che gli toccava, immeritata com’era, appariva come assenza di Disegno nello schema delle cose, Lassù. Sembrava che il colpo gli fosse stato inflitto dal caso sconsiderato. E credere a ciò, significava per la mente del Generale Ople dover tornare al suo alfabeto e ricominciare l’ascesa della faticosa montagna della comprensione.
Per procedere, l’introduzione del Generale a Lady Camper fu dovuta a un messaggio che lei gli mandò tramite il suo giardiniere, con la richiesta di tagliare un ramo di un olmo montano, che oscurava la sua vista attraverso i suoi terreni verso il fiume. Il Generale consultò sua figlia e giunse alla conclusione che, poiché difficilmente poteva inviare una risposta scritta a un messaggio verbale, ma desiderava grandemente sottoscrivere i desideri di Lady Camper, la cosa migliore da fare fosse richiedere un colloquio. Mandò a dire che avrebbe atteso Lady Camper immediatamente, e si recò subito alla sua toilette. Era la nipote di un conte.
Elizabeth lodò il suo aspetto, "lo approvò", come avrebbe detto lui; e ben poteva, poiché il suo cappello, il soprabito, i pantaloni e gli stivali erano degni di un’introduzione alla Regalità. Un tocco di seta scarlatta attorno al collo gli dava vigore, e meglio di quello, la rinvigorente consapevolezza di esso.
"Non devi essere nervoso, papà," disse Elizabeth.
"Per nulla," rispose il Generale. "Dico, per nulla, mia cara," ripeté, e tradì così di essere caduto in uno stato nervoso. "Stavo dicendo, ho conosciuto mattinate peggiori di questa." Si voltò verso di lei e sorrise luminosamente, annuì e rivolse il viso a incontrare il futuro.
Rimase assente un’ora e mezza.
Tornò con il suo splendore un po’ smorzato, per nulla eclissato; come, quando l’esperienza ci ha fornito materia di riflessione, cessiamo di brillare abbagliantemente, pur non essendo offuscati; i raggi sono semplicemente diventati più sereni. La somma delle sue impressioni fu trasmessa nell’affermazione riflessiva: "Mostra solo, mia cara, quanto la realtà sia diversa dalla nostra anticipazione di essa!"
Lady Camper era stata affascinante; piena di condiscendenza, gentile, amichevole, disposta a essere soddisfatta del sacrificio del più piccolo ramo dell’olmo montano, e richiedendone solo tanto per ragioni di cortesia.
Elizabeth desiderava sentire quali fossero, e trovava la richiesta piuttosto singolare; ma il Generale la pregò di tenere a mente che avevano a che fare con una donna molto straordinaria; "altamente istruita, davvero eccessivamente bella," disse a se stesso, ad alta voce.
Le ragioni erano il suo gusto per l’aria e la vista, e il desiderio di vedere nei terreni del vicino senza dover salire in soffitta.
Elizabeth emise una leggera esclamazione e arrossì.
"Quindi, mia cara, siamo oggetto di interesse per sua signoria," disse il Generale.
Le assicurò che le maniere di Lady Camper erano deliziose. Strano a dirsi, conosceva molto della sua storia antecedente, cose che non aveva supposto fossero note; "piccole questioni," osservò, con cui sua figlia concepì debolmente un riferimento alle conquiste dei suoi giorni impetuosi. Lady Camper aveva degnato di impartirne alcune delle proprie, incidentalmente; che era di sangue gallese e nata tra le montagne. "Ha un aspetto romantico," fu il commento del Generale; e che suo marito era stato un viaggiatore insaziabile prima di diventare invalido, e non si era mai curato dell’Arte. "Circostanza davvero straordinaria, con una tale moglie!" disse il Generale.
Si avventò sull’olmo montano con le proprie mani, sotto la copertura del fogliame, e il giorno seguente porse i suoi rispetti a Lady Camper, per informarsi se sua signoria vedesse ulteriore ostruzione alla vista.
"Nessuna," rispose lei. "E ora vedremo cosa faranno i due uccellini."
Apparentemente, dunque, nutriva un’animosità verso una coppia di uccelli sull’albero.
"Sì, sì; dico che cinguettano presto al mattino," disse il Generale Ople.
"A tutte le ore."
"Il canto degli uccelli...?" implorò dolcemente per la natura.
"Se il nido è fornito per loro; ma non mi piace il cinguettio vagabondo."
Il Generale acconsentì perfettamente. Questo, in un impegno con una donna intelligente, è ciò che si dovrebbe fare, altrimenti è probabile che ti ritrovi piantato inconsapevolmente in un vento forte, il cappello soffiato via, e le code della giacca chissà dove; in altre parole, apparirai ridicolo nel tuo sconcerto; e il Generale Ople procedeva sempre con la massima cautela per evitare quel pantano del ridicolo. I pantani più estremi li aveva finora evitati; i minori, in cui cadeva nelle sue agili evasioni dai grandi, era stato finora benedetto nel non trovarne nessuno che li notasse.
Richiese il permesso di sua signoria di presentare sua figlia. Lady Camper mandò il suo biglietto.
Elizabeth Ople scorse una signora alta, dalle maniere eleganti, con bei lineamenti e penetranti occhi scuri, un portamento disinvolto della sua persona e una voce gradevole, ma (la visione della sua età balenò sotto gli occhi esigenti della giovinezza) cinquant’anni se ne aveva uno. Il colore ricco lo confessava. Ma era molto piacevole, e la percezione di Elizabeth vi si soffermò solo perché la cavalleria virile di suo padre aveva difeso la signora contro un anno in più di quaranta.
La ricchezza del colore, temeva Elizabeth, era artificiale, e causava al suo ingenuo sangue giovane un brivido. Poiché siamo così devoti alla natura quando la dama ci sta lusingando con i suoi doni, che detestiamo il sostituto, omettendo di pensare a quanto meno sia un’imposizione che una forma di adorazione pratica dell’autentico.
La nostra giovane detective, tuttavia, nascose la sua emozione di orrore infantile.
Lady Camper osservò di lei: "Sembra onesta, e questo è il massimo che possiamo sperare dalle ragazze."
"È un gioiello per un uomo onesto," sospirò il Generale, "un giorno!"
"Speriamo che sia un giorno lontano."
"Eppure," disse il Generale, "le ragazze si aspettano di sposarsi."
Lady Camper fissò i suoi occhi neri su di lui, ma non parlò.
Disse a Elizabeth che gli occhi di sua signoria erano eccessivamente scrutatori: "Solo," disse, "poiché non ho nulla da nascondere, sono in grado di sottomettermi all’ispezione"; e rise leggermente fino a un colpo di tosse interruttivo, e fece passare in rassegna gli ornamenti del caminetto.
Il Generale Ople era l'eroe che difendeva una dama le cui arie di alterigia la rendevano oggetto di non poche maldicenze. Assicurava a tutti che Lady Camper era molto fraintesa; era una donna davvero notevole; era una dama affabilissima e altamente intelligente. Costruendo i suoi attributi su uno splendido climax, dichiarava che era pia, caritatevole, arguta e in verità un'artista straordinaria. Poneva particolare enfasi sulle sue qualità artistiche, descrivendo la sua abilità con il pennello, i suoi schizzi ad acquerello e anche alcune caricature immensamente ingegnose. Poiché non parlava d'altro, i suoi amici ne sentirono abbastanza di Lady Camper, che era tutt'altro che una beniamina. I Pollington, i Wilder, i Warden, i Baeren, i Gosling e altri suoi conoscenti parlavano di Lady Camper e del Generale Ople in modo piuttosto malevolo. Erano tutti gente di città, e ammiravano il Generale, ma si rammaricavano che fosse caduto così abbiettamente ai piedi di una signora rossa di belletto come un manifesto ferroviario. Il fatto che lui non se ne accorgesse mostrava lo stato in cui versava. La sorella della signora Pollington, un'amabile vedova, relitta di un grande magazzino cittadino di nome Barcop, era gelata da un calo delle sue attenzioni. La sua scusa per non apparire alle feste in giardino era che era impegnato a servire Lady Camper.
E una volta, il fatto che lei non si degnasse di ricambiare le visite dell'ossequioso Generale era un argomento fertile di ironia. Ma lei si degnò. Lady Camper arrivò al suo cancello inaspettatamente, suonò il campanello e fu fatta entrare come una visitatrice qualunque. Accadde che il Generale stesse facendo giardinaggio – non la graziosa occupazione di potare – stava vangando – e per forza di cose si era tolto la giacca ed era accaldato, impolverato, impresentabile. Dall'adorare la terra come madre delle rose, si può passare al cospetto di una dama senza purificazione; non si può (o così pensava il Generale) quando si viene colti nell'atto di adorare la madre dei cavoli. E sebbene egli stesso amasse il cavolo quanto la rosa, nel suo cuore rispettasse il vegetale ancor più di quanto stimasse il fiore, poiché andava fiero del suo orto, questo non era un segreto che il mondo dovesse conoscere, e quasi ribaltò quando gli fu portata notizia dell'estremo onore che Lady Camper gli aveva concesso. Infilò frettolosamente le braccia nella sua giacca da fatica, sperando di riuscire ad allontanarsi verso la casa e passare un paio di minuti a sistemarsi; e con qualsiasi altro visitatore sarebbe stato possibile, ma a Lady Camper non piaceva sedere da sola in una stanza. Era sul quadrato di prato mentre il Generale si intrufolava lungo il vialetto. Se avesse tenuto le spalle rivolte a lui, lui avrebbe potuto aggirarla come l'ombra di una meridiana, senza essere notato. Lei aveva un udito spaventosamente acuto. Si voltò mentre lui era nell'agonia dell'esitazione, in un atteggiamento bizzarro, una gamba in marcia, proiettata da un frenetico stare in punta di piedi della gamba posteriore, il momento più fatale che avrebbe mai potuto scegliere per smascherarlo.
Naturalmente non c'era altra scelta che arrendersi sul posto.
Iniziò a sprecare il suo ingegno stordito in profuse scuse. Lady Camper parlò semplicemente del grazioso nido di giardino, annusò i fiori, accettò una rosa Niel e una Rohan, una Cline, una Falcot e La France.
"Una bella rosa davvero," disse di quest'ultima, "solo che profuma di olio di macassar."
"Davvero, non mi aveva mai colpito, dico che non mi era mai venuto in mente prima," replicò il Generale, annusandola come una presa di tabacco. "Stavo dicendo, dico sempre..." E tacitamente, con il più assurdo dei sorrisi, chiese il permesso di lasciare incompiuta una frase di per sé non particolarmente difficile.
"Ho un naso," osservò Lady Camper.
Come la persona di nobili natali che era, secondo la versione del Generale Ople dell'intervista nella sua tenuta, quando le si parò davanti nel suo costume da giardiniere, lei lo mise a suo agio, o si sforzò di farlo; e se egli subì una sofferenza considerevole, fu colpa della sua eccessiva scrupolosità riguardo all'abbigliamento, alla proprietà, all'apparenza.
La condusse, su sua richiesta, all'orto e al pezzetto di paddock, alle stalle e alla rimessa, poi di nuovo sul prato.
"È la casa ideale per una giovane coppia," disse lei.
"Non sono più giovane," il Generale si inchinò, con il sospiro peculiare di questa confessione. "Dico, non sono più giovane, ma definisco il posto una residenza signorile. Stavo dicendo, io..."
"Sì, sì!" Lady Camper scosse la testa, socchiudendo gli occhi, con una contrazione delle sopracciglia, come se provasse dolore.
Egli percepiva un'espressione simile ogni volta che parlava della sua residenza.
Forse ricordava giorni più felici entrare in un tale nido. Forse era stata una tale casa per una giovane coppia quella in cui lei era entrata al suo matrimonio con Sir Scrope Camper, prima che lui ereditasse il titolo e le tenute.
Il Generale era in difficoltà a concepire cosa fosse.
Ricorse a un'altra menzione della sua idea sulla natura della residenza. Fu quasi un parossismo. Decise di non tormentare più i suoi ricordi; e poiché questa risoluzione dirigeva la sua mente verso la sua residenza, pensandola preminentemente signorile, la sua lingua commise l'errore di ripeterlo, con "da gentiluomo" come variazione.
Elizabeth era fuori – non sapeva dove. La domestica lo informò che Miss Elizabeth era uscita a remare sull'acqua.
"È sola?" chiese Lady Camper.
"Credo di sì," rispose il Generale.
"La povera bambina non ha una madre."
"È stata una triste perdita per entrambi, Lady Camper."
"Senza dubbio. È troppo carina per uscire da sola."
"Posso fidarmi di lei."
"Ragazze!"
"Ha lo spirito di un uomo."
"Bene. Ha uno spirito; sarà messo alla prova."
Il Generale fornì modestamente un esempio o due della sua vivacità.
Lady Camper sembrò gradire questo tema; apparve graziosamente interessata.
"Tuttavia, non dovrebbe permetterle di uscire sola," disse.
"Ripongo in lei una fiducia implicita," disse il Generale; e Lady Camper rinunciò.
Propose di camminare lungo i sentieri fino alla riva del fiume, per incontrare Elizabeth di ritorno.
Il Generale manifestò alacrità frenata dalla riluttanza. Lady Camper gli aveva detto che non amava sedere sola in una stanza estranea; dopo di ciò, difficilmente avrebbe potuto lasciarla per correre di sopra a cambiarsi d'abito; eppure come, vestito com'era, con una giacca da fatica che lo avvertiva di non immaginare la sua vista posteriore, e lo teneva costantemente un poco dietro Lady Camper, affinché lei non ne fosse disturbata – e conosceva l'abitudine del secondo rango di criticare il primo – come acconsentire ad affrontare il mondo esterno in tale stile fianco a fianco con la dama che ammirava?
"Venga," disse lei; e lui scattò in avanti di un passo, guardando come se avesse mancato il colpo.
"Non viene, Generale?"
Avanzò meccanicamente.
Non incontrarono anima viva lungo i sentieri, eccetto una bambina, alla quale Lady Camper diede una piccola moneta d'argento, perché era un ritratto.
L'atto di carità affondò nel cuore del Generale, come ogni graziosa azione fa su un letto di cera calda.
Lady Camper lo sorprese rispondendo ai suoi pensieri. "No; è per mio piacere."
Poco dopo disse: "Eccoli."
Il Generale Ople scorse sua figlia in riva al fiume in fondo al sentiero, sotto la scorta di Mr. Reginald Rolles.
Era un altro ritratto, e uno piacevole. La giovane dama e il giovane gentiluomo indossavano cappelli da canottaggio, ed erano entrambi vestiti di bianco, in piedi vicino o appena voltati dal fuoribordo e dal leggero skiff che stavano per lasciare in custodia a un barcaiolo. Elizabeth tese un dito a braccio teso, impartendo direzioni, che Mr. Rolles raccolse e articolò ulteriormente all'uomo, per amore dell'enfasi; e fu lui, piuttosto che Elizabeth, a essere colpevole del mezzo sussulto alla vista delle persone che si stavano avvicinando.
"Mio nipote, dovrebbe sapere, è destinato a essere un soldato operativo," disse Lady Camper; "preferisco quel tipo di soldato."
Il Generale Ople abbassò le spalle al complimento personale.
Lei riprese: "La sua paga è una questione importante per lui. Lei è consapevole della esiguità della paga di un sottotenente."
"Io," disse il Generale, "dico che sento la mia povera mezza paga, essendo sempre stato un soldato operativo io stesso, molto importante, stavo dicendo, molto importante per me!"
"Perché si è ritirato?"
Il suo interesse per lui sembrava promettente. Rispose coscienziosamente: "Oltre ai doveri di Generale di Brigata, non potevo, dico che non potevo, osare aspirare; posso accettare ed eseguire ordini; rifuggo dalla responsabilità!"
"È un peccato," disse lei, "che lei non fosse, come mio nipote Reginald, interamente dipendente dalla sua professione."
Pose tale enfasi sulla sua osservazione che il Generale, che aveva appena espresso una stima molto modesta delle proprie capacità, fu incapace di respingere l'adulazione di lei che lo supponeva un uomo di una certa fortuna. Tossì e disse: "Molto poca." Gli venne in mente che avrebbe potuto doverle fare una dichiarazione a tempo debito, e sottolineò: "Molto poca davvero. Sufficiente," le assicurò, "per un'apparenza signorile."
"Le ho dato il suo avvertimento," fu la sua risposta imperscrutabile, pronunciata a portata d'orecchio dei giovani, verso i quali, specialmente verso Elizabeth, fu graziosa. L'uniforme da canottaggio della donzella fu lodata, e il suo radioso rossore dovuto all'esercizio e all'esposizione.
Lady Camper si rammaricò di non poter abbandonare il suo parasole: "Mi riempio di lentiggini così facilmente."
Il Generale, che si arrovellava sulle sue strane parole riguardo a un avvertimento, fissò la rosa rossa dell'arte sulla guancia di lei con aria di profonda astrazione.
"Mi riempio di lentiggini così facilmente," ripeté lei, abbassando il parasole per difendere il viso dal calcolatore scrutinio.
"Io mi abbronzo," disse Elizabeth.
Lady Camper appoggiò il bocciolo di una rosa Falcot contro la guancia della giovane, ma ne trasse flutti di colore, che sopraffecero il momentaneo confronto della pelle abbronzata dal sole con il ricco giallo scuro della rosa nel suo approfondirsi verso l'interno in un marrone tenue.
Reginald tese la mano per il fiore privilegiato, e lei glielo lasciò prendere; poi guardò il Generale; ma il Generale stava guardando, con la sua solita aria di soddisfazione, il vuoto.
CAPITOLO III
"Lady Camper non è un enigma comune," osservò il Generale Ople a sua figlia.
Elizabeth tendeva a esserne compiaciuta, poiché su suggerimento di lei il Generale aveva comprato un paio di cavalli, affinché potesse cavalcare nel parco, accompagnata da suo padre o dal piccolo stalliere. Tuttavia, la gran dama era difficile da leggere. Metteva alla prova le risorse del suo reddito con ogni sorta di istigazione alla spesa, a cui la sua galanteria non poteva resistere; lo incoraggiava a parlare delle sue gesta in armi; era amichevole, quasi affettuosa, e prodiga di regali di frutta, pesche, nettarine, uva e meraviglie di serra, che faceva piovere sulla sua tavola; ma era un enigma nella sua evidente insoddisfazione verso di lui per qualcosa che sembrava aver lasciato in sospeso. E cosa poteva essere?
Al loro ultimo colloquio gli aveva chiesto: "È sicuro, Generale, di non avere altro da dirmi?"
E come egli fece notare, raccontandolo a Elizabeth: "Si potrebbe davvero essere tentati di fraintendere sua signoria... dico che ci si potrebbe impegnare oltre ogni recupero. Ora, mia cara, cosa pensi che intendesse?"
Elizabeth stava "abbronzandosi," o arrossendo oscuramente, come era nel suo modo di fare.
Rispose: "Sono certa che lei non sappia nulla che possa interessarle; nulla, a meno che..."
"Bene?" il Generale la incalzò.
"Come posso dirlo, papà?"
"Non potrai davvero pensare..."
"Papà, cosa potrei mai pensare?"
"Se fossi abbastanza sciocco!" mormorò. "No, no, sono un vecchio. Stavo dicendo, sono passato l'età della follia."
Un giorno Elizabeth tornò a casa dalla sua cavalcata in uno stato d'animo pensieroso. Non aveva, oltre a quanto è stato menzionato, incitato suo padre a pensare all'età della follia; ma volontariamente o meno, Lady Camper lo aveva fatto, con un eccesso di grazia che equivaleva a un invito diretto; come, per esempio: "Persisterà nel negarmi la sua confidenza, Generale?" Aggiunse: "Non sono una persona così difficile." Questi discorsi sollecitanti ebbero luogo la mattina del giorno in cui Elizabeth sedeva alla sua tavola, dopo una lunga cavalcata in campagna, profondamente meditativa.
Un biglietto fu consegnato al Generale Ople, con la richiesta di passare a parlare con Lady Camper nel corso della serata, o la mattina seguente. Elizabeth attese finché il suo cappello non fu in testa, poi disse: "Papà, durante la mia cavalcata di oggi, ho incontrato Mr. Rolles."
"Sono contento che tu abbia avuto un'abile scorta, cara mia."
"Non potevo rifiutare la sua compagnia."
"Certamente no. E dove avete cavalcato?"
"In una valle bellissima; e lì abbiamo incontrato..."
"Sua signoria?"
"Sì."
"Lei ti ammira sempre a cavallo."
"Così lo sai, papà, nel caso lei dovesse parlarne."
"E sono tenuto a dirti, figlia mia," disse il Generale, "che questa mattina il modo di fare di Lady Camper nei miei confronti era... se fossi uno sciocco... dico, questa mattina ho battuto in ritirata, ma a quanto pare lei... non vedo via d'uscita, supponendo che lei..."
"Sono certa che lei ti stimi, caro papà," disse Elizabeth. "Tu ti sei affezionato a lei, cara mia?" chiese ansiosamente il Generale; "un poco? – un poco ne hai timore?"
"Un poco," rispose Elizabeth, "solo un poco."
"Non agitarti per me."
"No, papà; farai sicuramente la cosa giusta."
"Ma stai tremando."
"Oh! no. Ti auguro successo."
Il Generale Ople era felicissimo di essere rinforzato dai buoni auguri di sua figlia. La baciò per ringraziarla. Tornò da lei per baciarla ancora. Lei aveva notevolmente alleggerito la difficoltà almeno di una posizione delicata.
Era proprio nella natura imperiosa di Lady Camper convocarlo la sera per terminare la conversazione del mattino, dal cui visibile trabocchetto aveva battuto una ritirata piuttosto precipitosa. Ma se sua figlia gli augurava cordialmente successo, e Lady Camper gli offriva la corona di esso, ebbene allora doveva solo farsi animo, come un buon comandante che deve attraversare un fiume guadabile in presenza del nemico; uno scatto, uno spruzzo, un paio di raffiche fragorose, e sei dall'altra parte, stabilito sulla riva opposta. Ma devi essere sicuro della vittoria, altrimenti, con il fiume alle spalle, la tua nuova posizione rischia di essere precaria. Così il Generale entrò nel salotto di Lady Camper con cautela, osservando la bella nemica. Sapeva di essere affascinante, le sue vecchie conquiste gli sussurravano nelle orecchie, e la sua accoglienza quasi indicava uno sgabello ai suoi piedi. Sarebbe potuto cadere lì all'istante, se non avesse ricordato un accenno che Mr. Reginald Rolles aveva lasciato riguardo alla sorprendente variabilità di Lady Camper.
Lady Camper iniziò.
"Generale, lei è scappato via da me questa mattina. Mi lasci parlare. E, a proposito, devo rimproverarla; non avrebbe dovuto lasciarlo fare a me. Le cose sono andate così lontano che non posso fingere di essere cieca. Conosco i suoi sentimenti come padre. La felicità di sua figlia..."
"Mia signora," intervenne il Generale, "ho la sua distinta assicurazione che essa, dico che è avvolta nella mia."
"Mi lasci parlare. I giovani dicono qualsiasi cosa. Bene, hanno una certa scusa per l'egoismo; noi no. Sono in qualche misura legata a mio nipote; è il figlio di mia sorella."
"Certamente, mia signora. Non mi metterei tra lui e la luce, stia pure tranquilla. Se sono, stavo dicendo se non mi sbaglio, io... e lui è, o ha la stoffa di un eccellente soldato, ed è probabile che sia un distinto ufficiale di cavalleria."
"Deve farsi strada nel mondo da solo, Generale."
"Tutti i buoni soldati lo devono, mia signora. E se la mia posizione non è, dopo un considerevole periodo di servizio, dico se..."
"Per continuare," disse Lady Camper: "non ho mai amato i matrimoni precoci. Mi sono sposata da adolescente prima di conoscere gli uomini. Ora li conosco, e ora..."
Il Generale si tuffò in avanti: "L'onore che ci fa ora: – un'esperienza matura vale: – mia cara Lady Camper, l'ho ammirata: – e la sua obiezione ai matrimoni precoci non può applicarsi a... davvero, signora, il vigore, dicono... sebbene la giovinezza, naturalmente... eppure i giovani, come lei osserva... e io ho, sebbene forse la mia reputazione sia contro di ciò, stavo dicendo ho una naturale timidezza con il suo sesso, e sono brizzolato, dai capelli bianchi, ma fortunatamente senza un solo malanno."
Le sopracciglia di Lady Camper mostrarono un po' di smarrimento. "Sto parlando di questi giovani, Generale Ople."
"Acconsento a tutto in anticipo, mia cara signora. Dovrebbe essere, dico che Mr. Rolles dovrebbe essere sistemato."
"Dovrebbe esserlo anche lei, Generale, dovrebbe esserlo anche Elizabeth."
"Lo sarà, lo sarà, cara signora. Ciò che ho, con il suo permesso, se – buon cielo! Lady Camper, non so quasi dove mi trovo. Lei vorrebbe... non mi piacerebbe perderla: lei non lo vorrebbe. Col tempo lei... ha ogni qualità di una buona moglie."
"Ecco, si fermi lì, e sia comprensibile," disse Lady Camper. "Ha ogni qualità. Il denaro dovrebbe essere una di esse. Ha denaro?"
"Oh! mia signora," esclamò il Generale, "non attingeremo alla sua borsa quando verrà il suo momento."
"Ha diecimila sterline?"
"Elizabeth? Ne avrà, alla morte di suo padre... ma quanto al mio reddito, è moderato, e sufficiente solo a mantenere un'apparenza signorile nel giusto rispetto di sé. Non faccio sfoggio. Dico che non faccio sfoggio. Un matrimonio ricco è l'ultima cosa al mondo a cui avrei mirato. Preferisco la quiete e il ritiro. Personalmente, intendo. Questo è il mio gusto personale. Ma se la dama... dico se dovesse accadere che la dama... e in verità non sono uno che pressa una corte: ma se colei che mi distingue e mi onora dovesse capitare di essere ricca, tutto ciò che posso fare è lasciare la sua ricchezza a sua disposizione, e lo faccio: lo faccio senza riserve. Mi sento molto confuso, allarmantemente confuso. Sua signoria merita un superiore... spero di non aver... sono interamente alla mercé di sua signoria."
"È preparato, se sua figlia venisse chiesta in matrimonio, a versarle diecimila sterline, Generale Ople?"
Il Generale si ricompose. Nel suo cuore apprezzava profondamente la bellezza morale dell'estrema sollecitudine di Lady Camper a favore della dote di sua figlia; ma avrebbe desiderato un rinvio di quella e di altre questioni materiali appartenenti a un futuro lontano finché il suo destino non fosse stato deciso.
Così disse: "La generosità di sua signoria è molto marcata. Dico che è molto marcata."
"Come, mio buon Generale Ople! come è marcata in qualche misura?" gridò Lady Camper. "Non sono generosa. Non fingo di esserlo; e certamente non voglio che i giovani pensino che lo sia. Voglio essere giusta. Ho dato per scontato che lei intenda essere lo stesso. Allora mi farà il favore di rispondermi?"
Il Generale sorrise in modo accattivante e intenso, per mostrarle che la apprezzava, e che non l'avrebbe lasciata sfuggire ai suoi elogi.
"Marcata, in questo modo, cara signora, che lei pensa al futuro di mia figlia più di me. Dico, più di quanto faccia il suo stesso padre. So che dovrei parlare più calorosamente, mi sento calorosamente. Non sono mai stato un uomo eloquente, e se mi prende come un soldato, sono, come, sono sempre stato al servizio, stavo dicendo sono Wilson Ople, del grado di Generale, su cui fare affidamento per l'esecuzione degli ordini; e, signora, lei è Lady Camper, e lei mi comanda. Non posso essere più preciso. Infatti, è la sensazione della necessità di rimanere vicini agli affari che distrugge ciò che direi. Sono infatti lamentevolmente incompetente a condurre il mio caso."
Lady Camper lasciò la sua sedia.
"Mio Dio, è molto strano, a meno che io non sia singolarmente in errore," disse.
Il Generale ora intuì debolmente di poter essere in errore, da parte sua.
Ma aveva bruciato le sue navi, fatto saltare i suoi ponti; la ritirata non poteva essere presa in considerazione.
Stette in piedi, la testa china e rivolta al profilo di lei, come qualcuno che supplica in un inseguimento, e con molta deferenza, con una cortese veemenza, implorò prima il perdono di sua signoria per la sua presunzione, e poi il dono della mano di sua signoria.
Quanto al suo linguaggio, era la lingua del Generale Ople. Ma il suo portamento era nobile. Se i suoi capelli bianchi e setosi tagliati parlavano di età, la sua figura trasudava virilità. Era un ritratto, e lei amava i ritratti.
Per il suo bene, lo pregò di smettere. Temeva di sentir parlare di qualcosa di "signorile."
«Questa è una nuova idea per me, mio caro Generale,» disse lei. «Dovete concedermi del tempo. Le persone della nostra età devono pensare alla salute. Naturalmente, in un certo senso, siamo entrambi liberi di fare come ci pare. Forse potrei esservi di qualche aiuto. La mia preferenza va all'assoluta indipendenza. E desideravo parlare di un affare diverso. Venite da me domani. Non abbiatevene a male se deciderò che è meglio rimanere come siamo.»
Il Generale s'inchinò. I suoi sforzi, e il vacillare della bandiera della bella nemica, gli avevano ispirato un positivo risveglio di passione maschile per conquistare quella fortezza. Disse bene: «Ho dunque, signora, la felicità di poter sperare fino a domani?»
Lei rispose: «Non vorrei privarvi di un momento di felicità. Portate con voi un po' di buon senso quando verrete.»
Il Generale chiese con impazienza: «Ho il permesso di sua signoria di venire presto?»
«Consultate la vostra felicità,» rispose lei; e se ai suoi occhi lei sembrava tornare allo stato di enigma, nel complesso era delizioso. Gli restituiva la giovinezza. Quella sera lo disse a Elizabeth; doveva davvero iniziare a pensare di farla sposare con qualche degno giovanotto. «Sebbene,» disse, con un'aria di franca ebbrezza, «la mia opinione è che i giovani di questi tempi non siano vivaci quanto i vecchi, altrimenti sarei stato assediato già da un pezzo.»
Il contenuto esatto del colloquio, con una discrezione assai onorevole, si astenne dal riferirlo alla sua curiosa figlia.
CAPITOLO IV
Elizabeth tornò a casa a cavallo per la colazione dopo un galoppo attorno al parco e, passando davanti ai cancelli di Lady Camper, ricevette il saluto del suo parasole. Lady Camper parlò con lei attraverso le sbarre. Non c'era un solo segno che indicasse un cambiamento o una piega nella sua affabilità di vicina. Osservò, con molta semplicità, che era abitudine di suo nipote fare galoppi mattutini, e che forse Elizabeth avrebbe potuto vederlo, poiché i suoi alloggi erano vicini; ma non pretese una risposta. Aveva passato una notte piuttosto inquieta, disse. «Come sta il Generale?»
«Papà deve aver dormito profondamente, poiché di solito mi chiama attraverso la porta quando sente che sono alzata,» disse Elizabeth.
Lady Camper annuì gentilmente e si allontanò.
Di primo mattino il Generale Ople era pronto alla battaglia. Le sue forze erano l'anticipazione della vittoria, una toeletta accuratamente composta e un inusuale spirito d'intraprendenza nel campo del discorso; poiché non provava più quel timore reverenziale verso Lady Camper.
«Avete dormito bene?» chiese lei.
«Eccellentemente, mia signora.»
«Sì, vostra figlia mi dice che vi ha sentito mentre passava davanti alla vostra porta al mattino per una cavalcata incontro a mio nipote. Siete, suppongo, pronto per gli affari.»
«Elizabeth?... incontro a...?» L'impressione del Generale per qualsiasi cosa estranea alla sua emozione era debole e svaniva all'istante. «Pronto! Oh, certamente»; e inserì un complimento sulla fresca fioritura mattutina di sua signoria.
«Difficilmente può essere visibile,» rispose lei; «non mi sono ancora dipinta.»
«Sua signoria procede alla pittura di primissimo mattino?»
«Rossetto. Io uso il rossetto.»
«Dio mio! Non l'avrei mai supposto.»
«Ci avete speculato sopra molto apertamente, Generale. Ricordo che cercavate di vedere una lentiggine attraverso il rossetto; ma la verità è che ho un pallore soprannaturale se non uso il rossetto, dunque lo uso. Capite, perciò, che ho un colorito falso. Ora agli affari.»
«Se sua signoria insiste nel chiamarli affari. Ho poco da offrire... me stesso!»
«Avete una dimora signorile.»
«Lo è, mia signora, lo è. È un bijou.»
«Ah!» Lady Camper sospirò avvilita.
«È un perfetto bijou!»
«Mi faccia il favore, Generale, di non pronunciare la parola francese come se stesse giurando su qualcosa in inglese, come un soldato di cavalleria.»
Il Generale sussultò, ammise che la parola era francese e si scusò per la sua pronuncia. La sua variabilità era ora visibile sopra un angolo del campo di battaglia come una nuvola temporalesca.
«Gli affari che dobbiamo discutere riguardano i giovani, Generale.»
«Sì,» rallegrato da ciò, acconsentì: «Sì, cara Lady Camper; è una parte degli affari; è una parte secondaria; va discussa; dico che sottoscrivo in anticipo. Posso dire che, onorandovi, stimandovi come faccio, e sperando ardentemente nel vostro consenso...»
«Devono avere una casa e un reddito, Generale.»
«Presumo, carissima signora, che Elizabeth sarà la benvenuta nella vostra casa. Io certamente non scaccerò mai Reginald dalla mia.»
Lady Camper gettò indietro la testa. «Allora non siete ancora sveglio, o praticate l'arte di dormire a occhi aperti! Ora ascoltatemi. Io uso il rossetto, ve l'ho detto. Mi piace il colore e non mi piace vedere le rughe o che vengano viste. Perciò uso il rossetto. Non pretendo di ingannare il mondo così platealmente sulla mia età, e voi non vorrei ingannarvi nemmeno per un istante. Ho settant'anni.»
L'effetto di questa nobile franchezza sul Generale fu quello di farlo alzare dalla sedia in posizione seduta, come se fosse saltato in aria.
Il volto di lei era inesorabilmente imperturbabile sotto il suo alternato battere di ciglia e fissare che la attirava vicino e la scagliava lontano, come un giocattolo misterioso.
«Ma,» disse lei, «sono un'artista; non mi piace l'aspetto dell'estrema vecchiaia, quindi lo nascondo meglio che posso. Voi siete molto gentile ad assecondare l'inganno: uno innocente e, credo, appropriato, davanti al mondo, sebbene non nei confronti del gentiluomo che mi fa l'onore di chiedermi la mano. Desiderate risolvere prima i nostri affari. Voi mi stimate; suppongo intendiate quanto i giovani intendono quando dicono di amare. È così? Cerchiamo di intenderci.»
«Posso,» boccheggiò il malinconico Generale, «dico che posso... non posso... non posso credere a sua signoria...»
«Siete libero di chiamarmi Angela.»
«Ange...» ci provò, e per la vergogna ricadde. «Signora, sì. Grazie.»
«Ah,» esclamò Lady Camper, «non usate queste volgari contrazioni del parlare decente in mia presenza. Aborro la parola “grazie”. È adatta ai frivoli.»
«Dio mio, l'ho usata tutta la vita,» gemette il Generale.
«Allora, per il resto, resti inteso che la rinneghiate. Per continuare, la mia età è...»
«Oh, impossibile, impossibile,» quasi gemette il Generale; c'era davvero una crepa nella sua voce.
«Verso i settanta. Ma, come voi, sono felice di dire di non avere alcuna malattia. Non porto una struttura inferma in un'unione che necessita di lasciare la porta di casa aperta giorno e notte al medico. La mia convinzione è che potrei seguire ancora mio marito in campagna, se fosse un guerriero invece che un pensionato.»
Il Generale sussultò.
Stava per dire umilmente: «Come Generale di Brigata...»
«Sì, sì, avete bisogno di un ufficiale comandante, e questo l'ho visto, e questo mi ha indotto a meditare sulla vostra proposta,» lo interruppe lei; mentre lui, studiando attentamente il volto di lei, con l'aspetto doloroso di un giovane che sferza una memoria asinina in un esame orale, tentava di schierare i segni della sua età giovanile contro la sua tremenda confessione dell'estremamente antico, dell'appassitamente antico. Se non fosse stato per il rossetto manifesto, manifesto a dispetto della sua dichiarazione di non essere ancora passata quella mattina al pennello, avrebbe gettato il guanto per sfidarla sul tema della sua età. Possedeva in realtà del fascino. La sua bocca aveva un fascino; i suoi occhi erano vivaci; la sua figura, matura se volete, era almeno piena e bella; stava dritta, aveva un portamento regale. La sua esclamazione mentale fu: «Che costituzione meravigliosa!»
Per una mancanza di cortesia, la ripeté a se stesso a mezza voce; era incredibilmente nervoso.
«Sì, ho una salute migliore di tante donne più giovani,» disse lei. «Un calcolo ordinario mi darebbe vent'anni buoni davanti. Sono vedova, come sapete. E, a proposito, avete una propensione per le vedove. Non è vero? Credo di aver sentito parlare di una vedova Barcop in questa parrocchia. Non protestate. Vi assicuro che sono estranea alla gelosia. Il mio reddito...»
Il Generale alzò le mani.
«Bene, allora,» disse la signora fredda e composta, «prima che vada oltre, posso chiedervi, sapendo ciò che mi avete costretto a confessare, siete ancora della stessa idea riguardo al matrimonio? E un momento, Generale. Vi prometto sinceramente che il vostro ritirarvi di un passo non influenzerà, per quanto mi riguarda, i miei sentimenti amichevoli e di vicinato; non in alcun grado. Saremo come eravamo?»
Lady Camper gli tese la sua mano delicata.
Lui la prese rispettosamente, ispezionò le dita aristocratiche e non raggrinzite, e baciandole, disse: «Non mi ritiro mai da una posizione, a meno che io non venga respinto. Lady Camper, io...»
«Il mio nome è Angela.»
Il Generale riprovò: non riusciva a pronunciare il nome.
Chiamare Angela una signora di settant'anni è difficile di per sé. È, a quanto pare, tre volte difficile nel corteggiamento.
«Angela!» disse lei.
«Sì. Dico, non c'è nome femminile più bello, cara Lady Camper.»
«Risparmiatemi quella parola “femminile” finché vivrete. Rivolgetevi a me con quel nome, se vi aggrada.»
Il Generale sorrise. Il sorriso era inteso a propiziazione e dolcezza. Divenne un sorriso sfacciato.
«A meno che non desideriate farvi indietro,» disse lei.
«Davvero, no. Sono felice, Lady Camper. La mia vita è vostra. Dico, la mia vita è devota a voi, cara signora.»
«Angela!»
Il Generale Ople fu con un rossore liberato dal nome.
«Basterà,» disse lei. «E poiché penso sia possibile essere ammirati troppo come artista, devo chiedervi di mantenere segreto il mio numero di anni.»
«Fino alla morte, signora,» disse il Generale.
«E ora faremo un giro in giardino, Wilson Ople. E guardatevi da una cosa, per cominciare, poiché siete pieno di erbacce, e intendo strapparne via un po': non chiamate mai alcun luogo dimora signorile in mia presenza, né lasciate che giunga alle mie orecchie che avete usato la frase altrove. Non esprimete stupore. Al momento basta che io non la sopporti. Ma solo questo,» aggiunse Lady Camper, «solo questo se non è vostra intenzione ritirarvi dalla vostra posizione.»
«Signora, mia signora, stavo dicendo--hem!--Angela, non potrei desiderare di ritirarmi.»
Lady Camper si appoggiò con una certa pressione sul suo braccio, osservando: «Avete una curiosa inclinazione per le antichità.»
«Mia cara signora, è la vostra mente; dico, è la vostra mente: stavo dicendo, sono innamorato della vostra mente,» il Generale tentò di rassicurarla, e anche se stesso.
«O sono i miei poteri come artista?»
«La vostra mente, i vostri straordinari poteri mentali.»
«Bene,» disse Lady Camper, «un veterano Generale di Brigata è una gruccia tanto buona quanto una vecchia nonna senza figli possa avere.»
E come gruccia, il Generale Ople, facendo sfoggio dei suoi terreni con l'anziana donna, si ritrovò usato e trattato.
L'accuratezza delle sue percezioni potrebbe essere messa in dubbio. Era come un uomo stordito da un grande frutto tropicale, che risponde al desiderio dei suoi occhi cadendogli sulla testa; ma gli parve che lei crescesse in amarezza a ogni passo che facevano, come se fosse determinata a fargli realizzare le sue rughe.
Fu addirittura così inconseguente, o così poco consapevole della sua posizione, da opporsi nel suo cuore a sentirsi chiamare Wilson.
È vero che lei pronunciò Wilsonople come se i nomi formassero una sola parola. E in una seconda occasione (quando fu incline a sentirsi ferito) osservò: «Temo, Wilsonople, se dobbiamo parlare chiaramente, che tu non sia che uno sciocco.» Lui, forse, naturalmente si oppose a ciò. Era, tuttavia, stordito, e a malapena sapeva.
Eppure, ancora una volta, la donna magica cambiò. Ogni parvenza di asprezza, e di punta linguistica da megera, svanì quando disse addio.
L'astronomo, guardando la crostosa frastagliatura e la scoria della luna ingrandita attraverso il suo telescopio, e di nuovo a occhio nudo la luna dal raggio dolce, quando le creste dei crateri sono tenui come pennellate di sopracciglia, ha una simile acuta alternazione di prospettiva a quella che mistificò il Generale Ople.
Ma tra il guardare un astro che è variabile solo a nostro capriccio, e il contemplare una donna che muta e vibra sempre con il proprio, quanto è vasta la differenza!
E considerate che questa donna sta per essere la propria moglie! Avrebbe potuto credere (se non avesse saputo per certo che tali cose non esistono) di essere nelle mani di una strega.
L'«addio» di Lady Camper fu perfettamente bello: un addio gentile, cordiale, intimo, soprattutto, per soddisfare il suo attuale desiderio, fu un addio da signora; l'addio di una donna delicata ed elegante, che non aveva quasi lasciato il suo ancoraggio verso i quaranta per salpare verso i cinquanta.
Ahimè! Aveva la sua parola, che non aveva meno di settant'anni. E, peggio, aveva tradito i segni più malinconici di acidità e vecchiaia non appena lui si era giurato a lei stretto e fisso.
«La strada è aperta per voi per ritirarvi,» furono le sue ultime parole.
«La mia strada,» rispose galantemente, «è in avanti.»
Si stava ritraendo mentre lo diceva, e qualcosa la provocò a sorridere.
CAPITOLO V
È una cosa nobile dire che la propria strada è in avanti, e si addice a un uomo di battaglie. Il Generale Ople era un gentiluomo troppo leale per pensare a qualsiasi altra strada. Tuttavia, sebbene non dotato di immaginazione, non poté evitare la sensazione di aver rivolto il volto verso l'Inverno. Si ritrovò improvvisamente a camminare dritto nel cuore dell'Inverno, e di un Inverno pungente. Poiché sua signoria si era dimostrata acutamente pungente. Le sue piccole frasi consuete, alle quali Lady Camper si opponeva, non riusciva a vederci alcun male. Conversare con lei nella privacy della vita domestica non sarebbe mai stata la faccenda scorrevole che è per altri uomini. Avrebbe richiesto perenne vigilanza, salti, balzi, inciampi e scuse.
Non era una prospettiva piacevole.
D'altra parte, era la nipote di un conte. Era ricca. Poteva essere un'ottima amica per Elizabeth; e poteva essere, quando voleva, sia in modo dominante che incantevole, da signora.
Bene! Ma lui era un Ufficiale Generale di non più di cinquantacinque anni, nel pieno del suo vigore, e lei una donna di settanta!
La prospettiva era desolata. Assomigliava a una veduta sulle steppe. In termini della disciplina che doveva aspettarsi, poteva essere paragonato a una recluta alle prime armi, e nella propria casa!
Tuttavia, era una donna di mente. Uno sarebbe stato orgoglioso di lei.
Ma conosceva il peggio di lei? Un terribile presentimento, che non conoscesse il peggio di lei, fece rotolare un oceano di tristezza sul Generale Ople, facendo scaturire un solo pensiero nell'oscurità, vale a dire che stava per ricevere una punizione per essersi ritirato dal servizio attivo a una vita di agi in un'età relativamente precoce, quando era ancora in assetto di marcia. E l'ombra del pensiero era che meritava la punizione!
Era nel suo giardino all'alba. L'esercizio fisico intenso è il migliore degli oppiacei per le cupe riflessioni. Il Generale scompose sua figlia offrendosi di accompagnarla nella sua cavalcata mattutina prima della colazione. Lei considerò che lo avrebbe affaticato. «Non sono un uomo di ottant'anni!» gridò. Avrebbe voluto esserlo.
Guidò la strada verso il parco, dove presto avvistarono il giovane Rolles, che fermò il cavallo e li spiò come una vedetta, ma, percependo di essere stato visto, arrivò al trotto, salutando il Generale con cordiale stupore.
«E che dice il mondo, Generale?» disse. «Ma tutti applaudiamo il vostro gusto. Mia zia Angela era la donna più bella del suo tempo.»
Il Generale mormorò confuso: «Dio mio!» e guardò il giovane, pensando che non potesse aver conosciuto quel tempo.
«È tutto combinato, mio caro Generale?»
«Nulla è combinato, e vi prego... dico vi prego... sono uscito per aria fresca e andatura.»
Il Generale cavalcò freneticamente.
A dispetto dell'aria fresca, non riuscì a mangiare a colazione. Era tenuto, naturalmente, a presentarsi a Lady Camper, per comune civiltà, subito dopo.
E innanzitutto, quali erano le frasi che doveva evitare di pronunciare in sua presenza? Poteva ricordare solo la «dimora signorile». Ed era una dimora signorile, pensò mentre se ne congedava. Era una, nominata accuratamente per adattarsi al luogo. Lady Camper è davvero una persona assai eccentrica! decise dalla sua esperienza con lei.
Era piuttosto stupito che il giovane Rolles avesse parlato così freddamente della propensione di sua zia al matrimonio; ma forse la sua età esatta era ignota ai membri più giovani della sua famiglia.
Quest'idea lo rinfrescò suggerendogli l'indole estremamente onorevole della scomoda confessione di Lady Camper.
Lui stesso aveva una confessione scomoda da fare. Avrebbe dovuto parlare del suo reddito. Stava vivendo fino ai limiti di esso.
È una donna retta, e io devo essere lo stesso! disse, fortunatamente non in sua presenza.
L'argomento era sgradevole per un uomo sensibile sul tema del denaro, e sentendo che la sua prudenza era stata recentemente fuorviata per mantenere le apparenze.
Lady Camper era nel suo giardino, reclinata sotto il suo parasole. Una sedia era accanto a lei, alla quale, riconoscendo il saluto del suo corteggiatore, gli fece cenno.
«Avete incontrato mio nipote Reginald questa mattina, Generale?»
«Curiosamente, nel parco, stamattina, prima di colazione, l'ho fatto, sì. Hem! Io, dico che l'ho incontrato. Sua signoria l'ha visto?»
«No. Il parco è molto grazioso di primo mattino.»
«Dolcemente grazioso.»
Lady Camper alzò la testa, e con la mitezza di una dittatura assicurata, pronunciò: «Non lo dica mai davanti a me.»
«Mi sottometto, mia signora,» disse il povero uomo fustigato.
«Perché, naturalmente lo fate. Le frasi volgari devono essere sopportate, eccetto quando i nostri intimi ne sono colpevoli, e allora non siamo semplicemente offesi, siamo compromessi da esse. Siete ancora dell'idea in cui mi avete lasciato ieri? Avete un giorno di più. Ma vi avverto, anche io.»
«Sì, mia signora, non possiamo, dico che non possiamo controllare il tempo. Decisamente della stessa idea. Proprio così.»
«Mi faccia il favore di non dire mai “Proprio così”. Il mio avvocato lo dice. Puzza della City di Londra. E non sembri così miserabile.»
«Io, signora? mia cara signora!» il Generale lampeggiò in un bagliore che svanì istantaneamente.
«Bene,» disse lei allegramente, «e siete per la vecchia?»
«Per Lady Camper.»
«Siete seducente nelle vostre lusinghe, Generale. Bene, allora, dobbiamo parlare di affari.»
«I miei affari...» il Generale Ople stava iniziando, con la fronte turbata; ma Lady Camper alzò il dito.
«Toccheremo i vostri affari incidentalmente. Ora ascoltatemi, e non esclamate finché non ho finito. Sapete che questi due giovani hanno confabulato oltre il muro per alcuni mesi. Si sono incontrati sul fiume e nel parco abitualmente, apparentemente con il vostro consenso.»
«Mia signora!»
«Non ho detto con la vostra complicità.»
«Intendete mia figlia Elizabeth?»
«E mio nipote Reginald. Li abbiamo nominati, se ciò ci fa progredire. Ora, la fine di tali incontri è il matrimonio, e prima è meglio è, se devono continuare. Preferirei che non lo facessero; non ritengo sia un bene per i giovani soldati sposarsi. Ma se lo fanno, è certo che la loro paga non sosterrà una famiglia; e in un matrimonio di due giovani sani, dobbiamo assumere l'esistenza della famiglia. Avete permesso alle cose di andare così oltre che il ragazzo è follemente innamorato; suppongo lo sia anche la ragazza. È una brava ragazza. Non ho obiezioni su di lei personalmente. Ma insisto che venga fatto un accordo su di lei prima che dia a mio nipote anche un solo soldo. Ascoltatemi fino in fondo, poiché non amo gli affari, e sarò lieta di aver finito con queste spiegazioni. Reginald non ha nulla di suo. È il figlio di mia sorella, e le volevo bene, e il ragazzo mi piace abbastanza. Attualmente ha quattrocento sterline l'anno da me. Li raddoppierò, alla condizione che facciate subito un trasferimento di diecimila sterline – non meno; e che sia un sì o un no! – da stabilire su vostra figlia e che vada ai suoi figli, indipendente dal marito – cela va sans dire. Ora potete parlare, Generale.»
Il Generale parlò, con il fiato tratto dagli abissi:
«Diecimila sterline! Hem! Dieci! Hem, francamente... dieci, mia signora! Il reddito di uno... sono colto completamente alla sprovvista. Dico, la condotta di Elizabeth... sebbene, povera figliola! sia naturale per lei cercare un compagno, intendo, accettare un compagno e una sistemazione, e Reginald è un giovanotto pieno di speranze... stavo dicendo, mi saltano addosso da un’imboscata, e auguro loro ogni felicità. Ed essa è un’ardente soldatessa, e un soldato deve sposare. Ma diecimila!»
«È per garantire la felicità di vostra figlia, Generale.»
«Sterline! mia signora. Mi storperebbe piuttosto.»
«Avreste la mia casa, Generale; avreste la metà, come dicono gli avvocati, della mia borsa; avreste cavalli, carrozze, servitori; non indovino cos’altro desiderereste avere.»
«Ma, madama... un pensionato del Governo! Posso volgere lo sguardo ai servizi passati, dico vecchi servizi, e accetto la mia posizione. Ma, madama, un pensionato di mia moglie, portando quasi nulla al patrimonio comune! Temo che il mio amor proprio, dico, verrebbe...»
«Bene, e cosa verrebbe a fare, Generale Ople?»
«Stavo dicendo, il mio amor proprio come pensionato di mia moglie, mia signora. Non potrei presentarmi a lei a mani vuote.»
«Vi aspettate che sia io la persona a dover assegnare del denaro a vostra figlia, per salvarla dalle disgrazie? Un marito dissoluto, per esempio; poiché Reginald è giovane, e nessuno può indovinare cosa verrà fatto di lui.»
«Indubbiamente vostra signoria ha ragione. Potremmo tentare l’assenza per la povera ragazza. Non ho parenti di sesso femminile, ma potrei mandarla al mare presso un’amica.»
«Generale Ople, vi proibisco, se tenete alla mia stima, mai... e ripeto, vi proibisco mai... di affliggere le mie orecchie con quella frase, “amica!”»
Il Generale sbatté le palpebre in uno stato di umiltà insorta.
Queste incessanti sferzate non potevano che pungere il più umile degli uomini; e «amica», ne era certo, era un termine molto comune, usato, ne era certo, nella migliore società. Non aveva mai sentito Sua Maestà parlare ai ricevimenti di un’amica, ma era abbastanza certo che ne avesse una; e se fosse così, quale potrebbe essere l’obiezione da parte dei suoi sudditi a menzionarlo come termine adatto alle proprie circostanze?
Era tormentato e perplesso dal trattamento della vecchia Lady Camper, e decise di non chiamarla Angela nemmeno sotto supplica... non quel giorno, almeno.
Lei disse: «Non avrete bisogno di portare proprietà di alcun tipo nel patrimonio comune; non le cerco né le desidero. La cosa generosa da fare per voi sarebbe dare a vostra figlia tutto ciò che avete, e venire da me.»
«Ma, Lady Camper, se mi denudo o riduco il mio reddito... un uomo alla discrezione di sua moglie, stavo dicendo un uomo alla mercé di sua moglie...!»
Il Generale Ople era realmente costretto, dalla sua virile dignità, a fare questa protesta per suo conto. Non vedeva come avrebbe potuto evitare di farlo; era più un agente che un mandante. «Alla mercé di mia moglie,» disse di nuovo, ma semplicemente come un araldo che proclama ordini superiori.
Le sopracciglia di Lady Camper erano irate. Un profondo cremisi sanguigno superò il rossetto, e le conferì un terribile aspetto tempestoso.
«Il congresso ora cessa di sedere, e il trattato non è concluso,» fu tutto ciò che disse.
Si alzò, gli fece un cenno, «Buongiorno, Generale,» e gli voltò le spalle.
Lui sospirò. Era un uomo libero. Ma questo non poteva essere negato... indipendentemente dall’età della signora, era una donna grandiosa nel portamento, e quando appariva arrabbiata, aveva un aspetto regale che la sollevava dal computo del tempo.
Così ora sapeva che c’era qualcosa di peggio dietro ciò che aveva conosciuto in precedenza. Fu precipitoso nel definirlo il peggio. «Ora,» disse a se stesso, «conosco il peggio!»
Nessun uomo dovrebbe mai dirlo. Tanto meno uno che è entrato in relazioni con una dama eccentrica.
CAPITOLO VI
La cortesia richiedeva che il Generale Ople non apparisse rallegrarsi del suo congedo come pretendente, e dovesse almeno dare qualche segno di tenersi a disposizione di una mente che riconsidera. Fu colpevole di correre a Londra il giorno seguente, e di rimanere assente fino al calare della notte; e fece lo stesso nei due giorni seguenti. Quando si presentò ai cancelli della residenza di Lady Camper, la sbalorditiva notizia che la signora era partita per il Continente e l’Egitto gli diede dei fremiti di rimorso, che assunsero una forma più definita in una sorta di timore reverenziale per la sua costituzione trionfante. Si astenne dal menzionare la sua età, poiché era il più onorevole degli uomini, ma un’abitudine alla loquacità da salotto lo spinse a dire e ripetere un’idea che lo aveva visitato, secondo cui Lady Camper era una di quelle donne meravigliose paragonabili a generali brillanti, e si difendono dall’assedio del Tempo con vari movimenti aggressivi. Timoroso di non essere compreso, a causa della rarità delle occasioni in cui la tozza e semplice squadra di onesti regolari sassoni al suo comando era chiamata a spiegare un’idea, riformulò la frase. Ma, poiché accadde che i regolari del suo vocabolario non fossero numerosi, e non abituati a lavorare su pensieri e immagini, le sue ripetizioni riuscirono piuttosto a esporre la notizia che aveva acquisito di recente che a rendere più chiaro il suo significato. Quindi non dobbiamo meravigliarci che i suoi conoscenti potessero supporre che egli fosse segretamente consapevole di un grado estremo in cui Lady Camper fosse una veterana.
Il Generale Ople entrò di nuovo nelle gaiezze del vicinato, e trascorse l’Inverno allegramente. In giustizia verso di lui, tuttavia, si dovrebbe dire che all’intento indugiare della sua mente su Lady Camper, e non alla vita festosa che conduceva, era dovuta la sua totale ignoranza dell’infelicità di sua figlia. Viveva con lui, eppure era in altre case che apprendeva che lei fosse infelice. Dopo il suo ultimo colloquio con Lady Camper, aveva informato Elizabeth dell’ammontare rovinoso e preposterico di denaro richiesto per un accordo su di lei e, Elizabeth, come la ragazza di buon senso che era, aveva risposto immediatamente: «Non se ne può parlare, papà.»
Aveva parlato anche a Reginald. Il giovane cadde in una drammatica furia di strapparsi i capelli e lunghe falcate, non disdicevole a un dragone innamorato. Ma sostenne che sua zia, sebbene eccentrica, fosse una donna cordialmente gentile. Sembrava sentire, se non accennare in parte, che il Generale avrebbe potuto accettare le condizioni di Lady Camper. Il giovane ufficiale non poteva più essere il benvenuto a Douro Lodge, così il Generale gli fece una visita mattutina ai suoi alloggi, e fu angosciato nel trovarlo a fare colazione molto tardi, picchiettando uova che dimenticava di aprire – uno dei segnali più sicuri di un giovane uomo profondamente e perdutamente innamorato, come il Generale sapeva per esperienza – e circondato da riviste sportive non tagliate delle settimane passate, che datavano dal giorno in cui il suo colpo lo aveva colpito, con la stessa precisione con cui l’orologio dell’annegato segna il suo minuto. Lady Camper era andata in Italia, ed era in comunicazione con suo nipote: Reginald non fu più esplicito. Le sue gambe erano molto prominenti nella sua disperazione, e le sue dita eseguivano frequentemente la parte di pettini smussati; di conseguenza, il Generale fu impressionato dalla sua passione per Elizabeth. La ragazza che, se era spesso meditativa, incontrava sempre i suoi occhi con un sorriso, e diceva quietamente «Sì, papà,» e «No, papà,» gli dava poca preoccupazione riguardo allo stato dei suoi sentimenti. Eppure tutti dicevano ora che lei fosse infelice. La signora Barcop, la vedova, alzò la voce sopra le altre. Era così attenta a Elizabeth che al Generale fu gentilmente suggerito, che qualcuno stesse corteggiandolo attraverso sua figlia. Fissò la vedova. Ora, lei non aveva superato molto i trent’anni; ed era davvero singolare – avrebbe potuto ridere – pensare alla signora Barcop lo portava insistentemente a pensare a Lady Camper. Vale a dire, la sua folle fantasia tornava dalla signora di forse trentacinque anni alla signora di settanta.
Tale, pensava, è il genio in una donna! Dei suoi vicini in generale, la signora Baerens, moglie di un mercante tedesco, una squisita suonatrice di pianoforte, era la più incline a indurlo a parlare di Lady Camper. Era una donna gentile e ciarliera, e si sapeva che era stata una governante prima che le sue grazie ritirassero il gastronomico Gottfried Baerens dalla sua devozione al ben servito club della City, dove, come esclamava (girandosi sempre con affetto verso la moglie mentre vocalizzava il complimento), aveva trovato ogni necessità, ogni lusso, nella vita, «come non potete averli fuori da Londra – tutto eccetto la femmina!» La signora Baerens, una signora di estrazione teutonica, era distinguibile come appartenente a quel sesso; almeno, non era maschile. Parlava con grande rispetto di Lady Camper e della sua famiglia, e sembrava essere d’accordo con gli elogi del Generale sulla costituzione di Lady Camper. Eppure pensava che lei lo scrutasse in modo strano.
Una mattina di aprile il Generale ricevette una lettera con il timbro postale italiano. Aprendola con la sua solita calma e felice curiosità, percepì che era composta da disegni a penna. E improvvisamente il suo cuore affondò come una nave autoaffondata. Si vide vittima di una caricatura.
Il primo schizzo era sembrato semplicemente pittoresco, e suppose che fosse un abile gioco di fantasia di qualche amico in viaggio, o forse una scena reale leggermente esagerata. Anche leggendo: «Una vista distante della città di Wilsonople,» fu solo leggermente illuminato. Il suo cuore batteva ancora con la dovuta regolarità. Ma il secondo e il terzo schizzo tradirono la mano terribile. La vista distante della città di Wilsonople era bella con cupole scintillanti, che, nella successiva vista ravvicinata, si dimostrarono essere state bolle di sapone, poiché veniva mostrato un luogo di estrema piattezza, cinto da folli fortificazioni all’antica; e nella terza vista, che rappresentava l’interno, sorgeva come unico luogo di abitazione, una garitta.
Disegnato minuziosamente, e, ahimè! con spaventosa accuratezza, un gentiluomo militare in tenuta informale occupava la garitta. Non poteva sussistere alcun dubbio sulla persona che doveva rappresentare.
Il Generale cercò strenuamente di rimanere incredulo. Ricordava fin troppo bene chi lo aveva chiamato Wilsonople.
Ma ecco la cosa straordinaria che lo mandò in giro per il vicinato in cerca di esclamazioni: sulla quarta pagina c’era il profilo di una mano femminile incantevole, che teneva una penna, come nell’atto di ombreggiare, e sotto di essa queste parole: «Ciò che dico è, dico che penso sia estremamente poco signorile.»
Ora considerate i sentimenti del Generale quando, voltandosi a questa quarta pagina, avendo queste stesse parole in bocca, come l’espressione accurata dei suoi pensieri, le scoprì scritte!
Un nemico che anticipa le azioni della nostra mente, ha una qualità del maligno divino che potrebbe ben ispirare terrore. I sensi del Generale Ople furono colpiti dall’aspetto di una Dea livida, che lo penetrava, lo leggeva da parte a parte, e aveva sia il potere che la volontà di esporlo e renderlo ridicolo per sempre.
L’incantevolezza della mano, inoltre, in modo sconcertante contestava la sua denuncia della condotta di lei. Era signorile eminentemente, e lo coinvolgeva in una confusa mistura del morale e del materiale, grande quanto i giovani sono noti sentire quando tentano di separarli, in uno dei loro frenesie.
Con una piccola risata amara piegò la lettera, se la mise nel taschino, e uscì per una passeggiata, principalmente per parlare a se stesso di questo. Ma poiché lo assorbiva interamente, la mostrò al rettore, che incontrò, e ciò che disse il rettore non ha importanza, poiché il Generale Ople non ascoltò alcuna osservazione, facendo visita in successione ai Pollington, ai Gosling, ai Baerens, e altri, per quanto fosse presto, e i padroni di quelle case assenti ad accumulare tesori; e alle signore ovunque mostrava gli schizzi che aveva ricevuto, osservando, che Wilsonople significava se stesso; ed eccolo lì, disse, indicando il tizio col berretto nella garitta, fatto inconfondibilmente. La somiglianza in effetti era notevole. «È una donna di genio,» esclamò, con totale malinconia. La signora Baerens, con l’aiuto di una lente d’ingrandimento, lo aiutò a leggere una riga sotto la garitta, che aveva preso per un semplice tratto tremante; recitava: Una residenza signorile.
«Che occhi ha!» esclamò il Generale; «Dico che è miracoloso che occhi abbia alla sua età di... Stavo dicendo, non avrei mai saputo che fosse scrittura.»
Sospirò pesantemente. La sua sensibilità rabbrividente alla caricatura era accresciuta da un certo timore evidente della mano che colpiva; il sapere di essere assolutamente nudo di fronte a questa donna, indifeso, aperto all’esposizione dei suoi piccoli capricci, debolezze, trucchi, incompetenze, in ciò che giaceva nel suo cuore, e le parole che gli venivano in lingua. Si sentiva come un uomo perseguitato.
Così profondamente sentì il colpo, che la gente chiedeva come fosse possibile che egli fosse così sciocco da ballare attorno assistendo Lady Camper nei suoi sforzi per renderlo ridicolo; recitava le parti di editore e agente per la spaventosa caricaturista. In verità, c’era una ragione stranamente doppia per la sua condotta; ballava in giro per cercare simpatia, aveva il desiderio più intenso di simpatia, ma più di questo, o tanto quanto, desiderava che i poteri della sua nemica fossero ampiamente apprezzati; in primo luogo, affinché potesse essere scusato con se stesso per il fatto di fremere sotto di essi, e in secondo luogo, poiché un’ammirazione timorosa per lei, che doveva essere approfondita da un sentimento corrispondente attorno a lui, lo aiutava a godere di lussuosi ricordi di un’ora in cui era vicino a farla sua... sua, nella santa contemplazione astratta del matrimonio, senza realizzare le loro probabili condizioni relative dopo la cerimonia.
«Dico, quella è l’immagine esatta della mano di sua signoria,» era particolarmente propenso a rimarcare, «Dico che è una mano bellissima.»
Portava la lettera nel suo portafoglio; e iniziando a immaginare che lei avesse fatto il peggio, poiché non riusciva a immaginare una malignità inventiva capace di perseguire il tema, parlava del trattamento di lei con compassione e rammarico, non mal assunto dall’essere parzialmente sincero.
Due lettere datate in Francia, una Digione, l’altra Fontainebleau, arrivarono insieme; e poiché il Generale sapeva che Lady Camper stava tornando in Inghilterra, si aspettava che lei fosse ansiosa di scusarsi con lui. Le sue dita non erano così sicure, poiché strappò una delle lettere per aprirla.
La Città di Wilsonople era riconoscibile immediatamente. Così pure l’unico abitante.
La piccola risata amara del Generale Ople ricorse, come la tosse di un paziente dal petto debole nel mutare dei nostri venti verso est.
L’ombra di una donna senza volto si inginocchia a terra vicino alla garitta, piangendo. L’ombra senza volto di un giovane uomo a cavallo viene vista galoppare verso un abisso. L’unico abitante contempla la sua faccia e figura sostanzialmente piene e carnose in uno specchio.
Successivamente, vediamo lo stendardo della Gran Bretagna ammainato; successivamente, spiegato e portato da una truppa di ombre alla garitta. L’ufficiale all’interno dice: «Dico che sarei molto felice di portarlo, ma non posso lasciare questa residenza signorile.»
Successivamente, lo stendardo viene mostrato assalito da cerbottane. Diverse ombre sono prostrate. «Stavo dicendo, vi assicuro che nulla eccetto questa residenza signorile mi impedisce di guidarvi,» dice il valoroso ufficiale.
Il Generale Ople tremò di indignazione protestante quando si vide sdraiato in una garitta ingrandita, mentre distaccamenti di ombre si affrettano verso di lui per mostrargli lo stendardo del suo paese che striscia nella polvere; e lui è fatto dire maliziosamente: «Detesto la responsabilità. Dico che sono un fervente patriota, e molto affezionato alle mie comodità, ma evito la responsabilità.»
La seconda lettera conteneva scene tra Wilsonople e la Luna.
Lui si rivolge a lei come sua vicina, e le racconta dei suoi trionfi sul sesso.
Le chiede di informarlo se lei sia una «femmina», affinché possa essere trionfato su di lei.
Passa frettolosamente davanti alla sua finestra a piedi, con la testa china, proprio come il Generale era solito camminare.
Guida furiosamente un pony topo.
Taglia un albero, affinché lei possa sbirciare attraverso.
Poi, dal punto di vista della Luna, Wilsonople, un Sileno, viene scorto in una poltrona a fare l’occhiolino a una coppia che fa il broncio troppo chiaramente per poter nutrire dubbi sulle loro intenzioni.
Una quarta lettera arrivò, recante la data di Parigi. Questa illustrava il corteggiamento di Wilsonople verso la Luna, e finiva con il suo «dire,» nel suo modo peculiare: «Nonostante la sua pittura non avrei potuto concepire che la sua età fosse così enorme.»
Come rompere il suo fidanzamento con la Lady Luna? Non acconsentire a nessuna delle sue condizioni!
Poco abituato com’era a leggere dietro un velo, l’acutezza della sofferenza affinò l’intelligenza del Generale a un grado che lo sostenne in un dialogo animato con ogni schizzo successivo, o freccia avvelenata che ronzava verso di lui dal momento in cui i suoi occhi si posavano su di esso; ed ecco alcuni esempi:
«Wilsonople informa la Luna che lei è “dolcemente carina”.
«La ringrazia con “grazie” per un bel pezzo di formaggio verde lunare.
«La indica, apparentemente dicendo a qualcuno, “la mia amica”.
«Starnutisce “Bijou! bijou! bijou!”»
Erano inezie, ma attaccavano le sue abitudini di linguaggio; e iniziò a diventare sempre più allarmantemente assurdo in ogni fresca caricatura della sua persona.
Guardò se stesso come la mano della donna maliziosa lo aveva formato. Era ingiusto; non era una somiglianza... eppure lo era! C’era un angolo di somiglianza rimasto che faceva lievitare la massa; d’ora in poi doveva camminare all’aperto con questa immagine angosciante di se stesso davanti agli occhi, invece del riflesso soddisfacente dell’uomo che aveva, ed era felice pensando di averlo, fatto dei danni a suo tempo. Una tale fine per un uomo conquistatore era troppo patetica.
Il Generale si sorprese a parlare tra sé con qualcosa di più forte di un ronzio ai tavoli da pranzo dei vicini. Si guardò attorno e notò che le persone lo stavano osservando silenziosamente.
CAPITOLO VII
Il ritorno di Lady Camper fu oggetto di speculazioni nel vicinato, poiché la maggior parte delle persone pensava che lei avrebbe smesso di perseguitare il Generale con i suoi preposterici e ingiustificabili schizzi a penna quando viveva così vicino; e come lui si sarebbe comportato era la domanda. Coloro che facevano di lui un eroe erano certi che l’avrebbe trattata con disdegno. Altri erano incerti. Era stato colpito così duramente che sembrava possibile che non avrebbe mostrato molto spirito.
Lui, da parte sua, era arrivato ad avere tale timore della posta, che il ritorno di Lady Camper lo sollevò dalle sue apprensioni mattutine; e l’avrebbe perdonata, sebbene avesse paura di vederla, se solo avesse promesso di lasciarlo in pace per il futuro. Aveva paura di vederla, a causa del troppo probabile fornitura di nuovo materiale per la mano della signora. Naturalmente non poteva evitare di essere visto da lei, e quella era una miseria particolare. Un’umiltà signorile, o compostezza d’aspetto, quando visto, sperava, avrebbe disarmato la sua nemica. Avrebbe dovuto, pensava. Aveva sopportato cose inaudite. Nessuno dei suoi amici e conoscenti sapeva, non potevano sapere, cosa avesse sopportato. Gli aveva causato attacchi di balbuzie. Aveva distrutto la compostezza della sua andatura. Elizabeth lo aveva informato che parlava tra sé incessantemente, e ad alta voce. Lei, povera figliola, sembrava pallida anche lei. Era evidentemente ansiosa per lui.
Il giovane Rolles, che aveva incontrato di tanto in tanto, insisteva nel lodare il buon cuore di sua zia. Così, forse, avendo saziato la sua vendetta, lei avrebbe potuto ora essere incline alla pace, alle condizioni di una cortese distanza.
«Sì! povera Elizabeth!» sospirò il Generale, in pietà per la delusione della povera ragazza; «povera Elizabeth! lei non immagina minimamente cosa ha passato suo padre. Povera figliola! Dico, non ha idea delle mie sofferenze.»
Il Generale Ople consegnò il suo biglietto da visita ai cancelli della residenza di Lady Camper e scappò alla sua residenza in uno stato di calore pungente che richiedeva di spazzolarsi i capelli con spazzole dure per diversi minuti per confortarlo e ristabilirlo.
Era arrivato a lavorare nel suo giardino, quando il biglietto da visita di Lady Camper gli fu portato un’ora dopo la consegna del proprio; una piacevole prontezza, che mostrava segni di pentimento, e suggeriva al Generale istantaneamente alcuni sarcasmi pungenti sulle donne, in cui si era imbattuto in citazioni sui giornali e dal pulpito, le sue due fonti principali di informazione.
Invece di restituire il biglietto alla cameriera, se lo infilò nel cappello e continuò a scavare.
Il primo di una serie di lettere contenenti spudorate caricature realistiche gli fu recapitato il pomeriggio seguente. Arrivarono fitte e rapide. Non gli fu concesso un solo giorno di tregua. Niobe sotto i dardi di Diana non fu assalita in modo meno violento e letale. La ferocia dell’attacco risiedeva nel ridicolo gettato sulle abitudini quotidiane di uno degli uomini più sensibili che ci fossero, sia per quanto riguardava il suo aspetto personale, sia per l’opinione del mondo. Avrebbe potuto nascondere i disegni, ma non avrebbe potuto nascondere i lividi, e la gente chiedeva incessantemente all’infelice Generale cosa stesse dicendo, poiché parlava tra sé e sé come se stesse ripetendo loro qualcosa per la decima volta.
«Dico», diceva, «dico che per una signora, una signora davvero istruita, sedersi, come deve aver fatto... stavo dicendo, deve essersi seduta in una soffitta per avere la visuale giusta su di me. E guardate qui... questo è ciò che ha fatto. Questo è l’ultimo, la consegna di questo pomeriggio. Sua signoria mi ha colto correttamente nel costume, ma non potrei mostrare un tale schizzo alle signore.»
Una vista posteriore del Generale veniva mostrata nell’atto di scavare.
«Dico che non potrei permettere alle signore di vederlo», informò i gentiluomini, ai quali fu concesso di ispezionarlo liberamente.
«Ma vedete, non ho via di scampo; sono alla sua mercé dalla mattina alla sera», disse il Generale, con la lingua tremante, «a meno che non rimanga chiuso in casa; e quella per me è la morte, o a meno che non abbandoni il posto e il mio contratto d’affitto; e lo farò... dico, non troverò da nessuna parte in Inghilterra nulla che si avvicini al prezzo o alle comodità di una... di una residenza che definireste adatta a un gentiluomo. Io la chiamo un gioi... è, in breve, un gioiello. Ma dovrò andarmene.»
Il giovane Rolles si offrì di andare a protestare presso sua zia Angela.
Il Generale disse: «Gra... la ringrazio molto. Non vorrei che sua signoria pensasse che io sia così suscettibile. Non so quasi», confessò pietosamente, «cosa sia giusto dire e cosa no... cosa no. Io-io-io non so mai quando non sembro uno sciocco. Corro da un albero all’altro per evitare la luce. Sono seriamente colpito nell’appetito. Dico, dovrò andarmene.»
Reginald gli fece capire che se fosse fuggito, le frecce lo avrebbero seguito, poiché Lady Camper non avrebbe mai perdonato la sua fuga, ed era perfettamente in grado di pubblicare un libro sulle avventure di Wilsonople.
Domenica pomeriggio, a passeggio nel parco con la figlia sottobraccio, il Generale Ople incontrò il signor Rolles. Vide che il giovane ed Elizabeth erano mortalmente pallidi, e poiché l’idea stessa di infelicità dirigeva la sua attenzione su se stesso, si rivolse a entrambi sul tema della sua persecuzione, non dando a nessuno dei due la possibilità di parlare finché non furono costretti a separarsi.
Ne scaturì uno schizzo, in cui un Cupido avvizzito e una Psiche sfiorita venivano separati da Wilsonople, che li teneva forzatamente distanti con i pugni da poliziotto, mentre cortesemente ed elegantemente li supplicava di ascoltarlo. «Incontratevi», dice loro, «più spesso che volete, in mia compagnia, purché mi ascoltiate»; e il patetismo del suo aspetto avanzava una richiesta affamata di un uditorio comprensivo.
Ora, questo, e non la serie che rappresentava il martirio della vecchia coppia ai cancelli di Douro Lodge, le cui sagome rigide testimoniavano l’affollamento di una residenza signorile, questo fu lo schizzo che il Generale Ople, nella sua follia dovuta al morso insistente del tafano, distribuì alla festa in giardino della signora Pollington. Alcuni hanno detto che non avrebbe dovuto tradire la propria figlia; ma è ragionevole supporre che non avesse idea che sua figlia fosse la Psiche. O, se l’aveva, era confusa, a causa della violenza della sua emozione personale. Presumendo che fosse proprio questo lo schizzo, lo porse a due o tre signore a turno, e fu udito pronunciarsi a intervalli nei seguenti frammenti: «Come vuole, mia signora, come vuole; colpisca, dico colpisca; lo sopporto; dico che lo sopporto. ... Se sua signoria non è clemente, dico che sono paziente.... Potrei impazzire, stavo dicendo che potrei impazzire, ma finché ho la ragione cammino a testa alta, cammino a testa alta.»
Il signor Pollington e alcuni gentiluomini della City, sentendo i rinnovati soliloqui del povero Generale, furono presi dal disgusto per la condotta di Lady Camper e consigliarono vivamente di rivolgersi ai tribunali.
Diede loro ascolto distrattamente, ma dopo aver estratto l’intero capitolo delle caricature (che sembrava conservasse in una custodia di pelle di marocchino nel taschino della giacca), mostrandole con commenti e osservando: «Ce ne saranno altre, devono essercene altre, dico che sono sicuro che ci sono cose che faccio che sua signoria scoprirà ed esporrà», rifiutò di cercare riparazione o una semplice protezione; e si assistette poco dopo allo spettacolo miserabile di quest’uomo cortese che ascoltava la signora Barcop sul tempo, rispondendo in segno di acquiescenza: «Fa caldo. Se sua signoria volesse solo astenersi dai colori. Molto caldo, come dice lei, signora... non mi lamento di penna e inchiostro, ma preferirei evitare i colori. E oso dire che anche lei lo trova caldo?»
La signora Barcop chiuse gli occhi e sospirò davanti al relitto di un bell’ufficiale militare.
Gli chiese: «Qual è la sua obiezione ai colori?»
La sua mano fu immediatamente al taschino, mentre diceva: «Non ha visto?» – sebbene solo pochi minuti prima le avesse mostrato il contenuto del pacchetto, includendo una rapida occhiata alla famosa scena dello scavo.
A quel punto, l’intero distretto era in fervente simpatia per il Generale Ople. Le signore non proclamarono, come fecero i loro consorti, lo stupore che un uomo potesse permettere a una donna di spingerlo in uno stato di semi-follia; ma una o due confessarono ai propri mariti che ci voleva una grande ammirazione per il Generale Ople per non disprezzarlo, sia per la sua suscettibilità che per la sua pazienza. Quanto agli uomini, sapevano che aveva affrontato le palle di cannone nel fragore della battaglia; sapevano che aveva sopportato privazioni, non solo il freddo ma la vera e propria mancanza di cibo e bevande — un orrore quasi inimmaginabile per questi coraggiosi banchettanti quotidiani; così non potevano guardarlo del tutto con disprezzo; ma la sua mancanza di buon senso era offensiva, e ancora di più la sua sottomissione al flagello di una donna. Nessuno di loro si sarebbe degnato di sentirlo. Avrebbero permesso a lei di vedere che poteva pungerli? Le avrebbero riso in faccia. Oppure l’avrebbero trascinata davanti a un magistrato.
Era una domenica di inizio estate quando il Generale Ople si incamminò per la funzione mattutina, non accompagnato da Elizabeth, che non si sentiva bene. La chiesa era del tipo premuroso e all’antica, con piazze di banchi chiusi che permettevano alla mente di astraersi dal sermone o di lottare con calma con le difficoltà presentate dal predicatore, come faceva spesso il Generale Ople, sentendosi non poco innamorato della sua sincera attenzione nel cimentarsi con il punto nodale e lasciando parzialmente intravedere la lotta.
La Chiesa era, inoltre, un santuario per lui. Qui la sua nemica non veniva. Aveva questo unico luogo di rifugio, e sembrava quasi di nuovo un uomo felice.
Era passato dentro e fuori il suo cappello, cosa che abitualmente faceva stando in piedi, quando chi dovrebbe avvicinarsi a un paio di metri da lui se non Lady Camper. Il suo banco era pieno di poveri, che facevano segno di ritirarsi. Lei fece cenno loro di restare seduti, poi si sedette tranquillamente tra loro, di fronte al Generale lungo la navata.
Durante il sermone si udì una voce bassa, acuta in contrapposizione al monotono del predicatore, ripetere queste parole: «Dico che non sono sicuro che sopravviverò.» Si udì anche un considerevole borbottio nello stesso settore.
Dopo il consueto cerimonioso gioco, quando tutti erano liberi di muoversi, in cui a nessuno piaceva muoversi per primo, Lady Camper e un ragazzo dell’orfanotrofio furono coloro che presero l’iniziativa. Ma Lady Camper non riuscì a uscire dal banco a causa della porta che si era incastrata. Sorrise mentre con la sua mano graziosa tentava due o tre volte di scuoterla per aprirla. Il Generale Ople fece un passo avanti in suo aiuto. Tirò la porta, fece un accenno di rispettoso inchino e senza dubbio si sarebbe ritirato, se Lady Camper, pur riconoscendo la cortesia, non gli avesse messo il libro di preghiere tra le mani affinché lo portasse al suo seguito. Non ebbe scelta. Fece una sorta di danza scivolata all’indietro per riprendere il cappello e seguì sua signoria. Tutti i presenti, ansiosi di assistere allo spettacolo, osservarono il passaggio di Lady Camper che trascinava il Generale vittima dietro di sé senza che i membri ben vestiti della congregazione si muovessero, finché non li colse il desiderio di vedere come Lady Camper si sarebbe comportata con il suo pesce una volta che lo ebbe fuori dal sacro edificio.
Nessuno avrebbe potuto immaginare una scena simile. Lady Camper era nella sua carrozza; il Generale Ople reggeva il suo libro di preghiere, cappello in mano, sul gradino della carrozza, e sembrava che stesse arrostendo davanti alle sbarre di una fornace; poiché mentre stava lì, Lady Camper stava rapidamente disegnando contorni su un piccolo album tascabile. Ci sono cani la cui timidezza è messa a dura prova nel sopportare l’osservazione umana e un discorso diretto rivolto loro, persino da parte dei loro padroni; e questi cari cani semplici scodinzolano e girano la testa di lato esitanti, come per supplicarti di non guardarli e parlare loro in quel modo. Il Generale Ople, in presenza dell’album da disegno, era molto simile all’animale nervoso. Avrebbe voluto fuggire. Dava un’occhiata a quello, si guardava attorno, e di nuovo a quello, e al cielo. La crudeltà di sua signoria e la sua inspiegabile sottomissione a essa erano testimoniate dalla moltitudine.
Gli amici del Generale camminavano molto lentamente. La carrozza di Lady Camper sfrecciò via, e il Generale li raggiunse, rivolgendosi a loro e a se stesso alternativamente. Gli chiesero dove fosse Elizabeth, ed egli rispose: «Povera bambina, sì! Mi dicono che è pallida, ma non riesco a credere di essere così perfettamente, dico così perfettamente ridicolo, quando mi unisco ai responsi.» Estrasse mezzo dozzina di fogli e mostrò loro gli schizzi che Lady Camper aveva fatto in chiesa, caricandolo mentre si sedeva e mentre si alzava. Li aveva strappati dal libro e glieli aveva consegnati mentre si allontanava. «Stavo dicendo, il culto nel senso ordinario mi sarà interdetto se sua signoria...», disse il Generale, mescolando mestamente i fogli di carta da disegno in cui figurava.
Fece la seguente strana confessione al signor e alla signora Gosling sulla strada: che era andato al suo baule, aveva tirato fuori la sua cintura da spada per misurare la sua circonferenza e si era trovato più magro di quando aveva lasciato il servizio, il che non era stato il caso prima della sua partecipazione all’ultima udienza della stagione precedente. Quindi la deduzione era ovvia: Lady Camper lo aveva ridotto. Lo aveva ridotto efficacemente come un assedio estenuante.
«Ma perché le presta attenzione? Perché...!» esclamò il signor Gosling, un gentiluomo della City la cui rotondità avrebbe deviato un colpo di fucile.
«Permetterle di ferirla così gravemente!» esclamò la signora Gosling.
«Signora, se fosse mia moglie», spiegò il Generale, «lo sentirei. Dico che è questo il fatto; lo sento se appaio così estremamente ridicolo agli occhi umani, a un occhio qualsiasi.»
«Agli occhi di Lady Camper.»
Ammise che poteva essere quello. Non aveva pensato di attribuire l’acutezza del suo dolore alla misera immagine che presentava agli occhi di questa particolare signora. No; era davvero vero, curiosamente vero: l’occhio di un’altra signora avrebbe potuto trasformarlo in una forma di zucca, esagerare tutti i suoi difetti di cinquanta volte, ed egli, pur non apprezzandolo, ovviamente no, avrebbe comunque conservato una certa imperturbabilità virile. Com’era possibile che Lady Camper avesse un tale potere su di lui? Una signora che nascondeva settant’anni con un barattolo di fard o di vernice! Era stregoneria nella sua forma peggiore. Per sei mesi, al suo comando, aveva vissuto la vita di una bestia, degradato nella sua stessa stima; bruciato da ogni risata che udiva; correndo, inseguito, raggiunto, e per così dire segnato o marchiato, e poi lasciato andare perché il processo venisse ripetuto.
CAPITOLO VIII
I nostri giovani barbari fanno tutto a modo loro quando cadono in amore; ci conducono dove vogliono e ci interessano ai loro desideri, ai loro pianti e a quella bella performance che sono i loro baci. Ma quando vediamo i nostri veterani vacillare verso il declino, accettiamo a malapena che abbiano un desiderio; quanto a un bacio, li sgridiamo se li scopriamo su un sentiero secondario verso il bosco sacro dove tali cose si suppone vengano fatte dai venerabili. E questa ingiustizia palese, per non dire scortesia, è dovuta interamente a una malsana opinione che la Natura non vi sia coinvolta, come se fosse la nostra stima per la Natura a farci mancare loro di rispetto. Essi, in verità, ce la mostrano discreta, civilizzata, in un aspetto morale decente: scorci di vita reale, visioni dell’occhio della mente, vengono aperti dalle loro piccole emozioni toccanti; laddove quei giovani prepotenti che arrivano a urlarci contro e a prenderci per i sensi dimostrano chiaramente o che non siamo migliori di loro, o che prestiamo attenzione alla Natura solo quando ci fa paura. Se ci importasse di lei, saremmo in piedi a seguirla devotamente nei suoi passi più calmi, studiandola profondamente nei suoi ritmi più lenti. Non insegna loro nulla quando vorticano. I nostri istruttori più vicini, i veri filosofi — i narratori, in breve — impareranno col tempo che la Natura non è necessariamente sempre ruggente, e non appena lo faranno, si potrà dire che il mondo è illuminato. Nel frattempo, nella contemplazione di un paio di basette bianche che svolazzano attorno a un paio di guance manifestamente dipinte, siate certi che la Natura è coinvolta: non quella meretrice prepotente — ma lasciate che i giovani si divertano. Si conceda il superiore interesse per le passioni degli anziani, e non si dirà una parola contro i giovani.
Se, dunque, la Natura è coinvolta, come è stata resa attiva? Il motivo del suo lancio in quest’ultima avventura è che ha percepito la persona che può fornire la virtù che sa per esperienza essere mancante. Così, nell’istanza più ampia, molti che hanno viaggiato lontano lungo la strada, tornano al culto della giovinezza, che hanno perduto. Alcuni sono per la mondanità aggraziata dello spirito, di cui hanno abbastanza da ammirarla. Alcuni sono affascinati da mani che sanno impugnare la verga, che in giorni precedenti hanno evitato a loro spese. Nel caso del Generale Ople, furono in parte le sue frustate, in parte la sua penetrazione; la sua abilità, che sedeva così bene su una donna ricca, la sua indifferenza per le maniere convenzionali, che così bene si addiceva a una di nobile nascita, e più di tutto, la sua correzione dei suoi piccoli punti deboli e incompetenze, nonostante il suo fastidio, lo conquistarono. Iniziò a provare una sorta di piacere pungente nei suoi schizzi grotteschi della sua persona; una tendenza a tornare a quelli vecchi mentre temeva l’arrivo dei nuovi. Si sentono vecchi signori parlare con affetto della verga; e non sono legati al dolore, ma lo strumento ravviva il loro sentimento di giovinezza; e il Generale Ople godeva a metà, pur ritraendosi, dei contorni passati di Lady Camper su di lui. Perché, in lontananza, la punta della frusta può sembrare una carezza avvolgente invece di un tocco pungente. Ma questo sciogliersi vile nel suo cuore fu rimproverato da un orgoglio molto degno, che volò per sostegno all’offesa che lei aveva arrecato alle sue devozioni e all’offesa al sacro edificio. Dopo averci riflettuto, decise che doveva lasciare la sua residenza; e poiché gli appariva alla luce del dovere, con un’angoscia indicibile, incaricò l’agente immobiliare della sua città di vendere il suo contratto d’affitto o di affittare la casa arredata, senza ulteriori indugi.
Dallo studio dell’agente immobiliare svoltò in quello del chimico, per un tonico — una procedura sciocca, poiché aveva ricevuto abbastanza rinforzo nel colpo che si era appena inflitto, ma aveva riflettuto sui tonici di recente, immaginando certi effetti valorosi di essi, con visioni di un’ex felicità spensierata che probabilmente avrebbero ripristinato. Così chiese che il tonico fosse forte, e ne prese un bicchiere al bancone.
Quindici minuti dopo la pozione, arrivò in vista della sua casa, e contemplandola, avrebbe potuto definirla una residenza signorile ad alta voce sotto le finestre di Lady Camper, tanto era violenta la sua insurrezione. Ne parlava incessantemente, ma si asteneva dal dirlo a Elizabeth, poiché lei appariva pallida, la ragione per cui i suoi modesti meriti lo toccavano così. Bramava l’ora della sua dose successiva, e una caricatura che seguisse, affinché potesse bere e sfidarla. Una caricatura gli era davvero dovuta, pensava; altrimenti perché aveva abbandonato la sua dimora gioiello? Lady Camper, tuttavia, non ne mandò nessuna. Dovette aspettare una quindicina di giorni prima che ne arrivasse una, e quella era piuttosto un ritratto, e un ritratto avvenente, eccetto che per un certo disordine nel suo abbigliamento, che sapeva essere molto diverso da lui. Eppure lo spedì allo specchio, per portare quel verificatore di fatti a testimonianza contro lo schizzo. Mentre sedeva lì, udì il bussare della domestica alla porta e la strana notizia che sua figlia era con Lady Camper e aveva lasciato detto che sperava non dimenticasse il suo impegno per andare alla festa in giardino della signora Baerens.
Il Generale balzò via dallo specchio, urlando all’assente Elizabeth in un impeto d’ira così estraneo a lui, che tornò frettolosamente per dare un’altra occhiata a se stesso, ed esclamò al massimo della sua voce: «Dico che lo attribuisco a un’indigestione di quel tonico. Mi sentite?» La domestica rispose debolmente fuori dalla porta che lo sentiva, allarmandolo, poiché sembrava esserci confusione da qualche parte. La sua speranza era che nessuno menzionasse il nome di Lady Camper, poiché il solo pensiero di lei gli causava una scossa alla testa. «Credo che mi stia venendo un colpo apoplettico», disse al rettore, che lo salutò, in anticipo rispetto alle signore, sul prato del signor Baerens. Lo disse sorridendo, ma desiderando una qualche dimostrazione di simpatia, invece del sussurro e della mano senza significato sul suo colletto clericale con cui il rettore rispose, gridò: «Apoplessia», e il suo amico sembrò allora comprendere, e scomparve tra le signore.
Diverse di loro circondarono il Generale, e una chiese se la serie stesse continuando. Egli estrasse il suo taccuino, le porse l’ultima e fece notare la grossolana ingiustizia di essa; poiché, come chiese loro di prendere nota, sua signoria ora lo ritraeva come una persona disattenta al suo abbigliamento, e le pregò di osservare che lo aveva disegnato con la cravatta allentata. «E questo, dico questo non si è mai saputo di me da quando sono entrato in società.»
Le signore si scambiarono sguardi di profonda preoccupazione; poiché il fatto era che il Generale era arrivato senza cravatta e senza colletto, e sembrava non essere consapevole della circostanza. Il rettore aveva detto loro che, in risposta a un accenno che aveva fatto sull’argomento delle cravatte, il Generale Ople aveva espresso una leggera apprensione per l’apoplessia; ma la sua incurante o meramente parziale osservanza delle leggi dell’abbottonatura non poteva avere nulla a che fare con tali timori. Significavano piuttosto un disordine dell’intelligenza. Elizabeth fu condannata per averlo lasciato andare in giro da solo. La situazione era davvero molto dolorosa, poiché una parola a un uomo così sensibile lo avrebbe fatto fuggire per la vergogna e per sempre; e tuttavia, lasciarlo sfilare sul terreno nello stato, rispetto al suo sé naturale, di spaventapasseri, e con la terribile abitudine di parlare da solo in modo così furioso, era un’alternativa orribile. La signora Baerens alla fine diresse suo marito verso il Generale, tremante come se osservasse le operazioni di un siluro; e altre signore condividevano la sua eccessiva ansia, poiché il signor Baerens aveva il modo e l’aspetto dell’artiglieria, e in quell’occasione portava un sovraccarico di polvere.
Il Generale tese l'orecchio verso il signor Baerens, il cui tedesco-inglese e la ripetuta osservazione, "I am to do it wid delicassy", non facilitavano la comprensione; e quando avrebbe potuto essere illuminato, rimase impietrito nel vedere Lady Camper passeggiare sul prato con Elizabeth. La gran dama rimase un momento accanto alla signora Baerens; poi si diresse dritta verso di lui, contemplandolo in silenzio.
Poi disse: "Il vostro braccio, Generale Ople", e compì con lui un giro del prato, parlando a stento.
Su sua richiesta, egli la accompagnò alla carrozza. Prese posto accanto a lei, obbediente. Sentiva di essere sotto schizzo, e si comportò come l'omino piatto di un bambino, che sussulta al tirare di un filo.
"Dove avete lasciato la vostra ragazza, Generale?"
Prima che potesse radunare il suo ingegno per rispondere alla domanda, gli fu chiesto:
"E che cosa avete fatto della vostra cravatta e del colletto?"
Si toccò la gola.
"Oggi sono piuttosto nervoso, ho dimenticato Elizabeth", disse, facendo correre le dita in un picchiettio di meraviglia attorno al collo.
Lady Camper sorrise con un umorismo trionfante sulle labbra serrate.
L'assenza verificata di cravatta e colletto sembrava soffocarlo.
"Non importa, siete stato in giro senza", disse Lady Camper, "e questa è una vittoria per me. E avete pensato prima a Elizabeth quando ho attirato la vostra attenzione su questo, e questa è una vittoria per voi. È una vittoria molto grande. Vi prego, non siate sgomento, Generale. Avete un bell'aspetto da campagna. E niente scuse, se vi piace; mi andate bene così come siete. Ecco la mia mano".
Il Generale Ople comprese l'ultima osservazione. Strinse la mano della dama in silenzio, molto nervosamente.
"Ma non stringetevi nelle spalle come se ci fosse una qualche possibilità di nascondere ciò che è fragorosamente evidente", disse Lady Camper, elettrizzandolo con la sua stretta cordiale, i suoi occhi gentili e il suo linguaggio singolare. "Avete omesso il colletto. Ebbene? Il colletto è il fatale tocco finale nell'abbigliamento maschile; renderebbe Apollo borghese".
La sua mano era nella sua: e osservando il gioco dei lineamenti di lei, una scintilla entrò nel cervello del Generale Ople, portandolo, dimentico di colletto e caricature, a esclamare: "Settanta? La vostra signoria ha detto settanta? Assolutamente impossibile! Vi prendete gioco di me".
"Parleremo quando saremo liberi da questo accompagnamento di ruote di carrozza, Generale", disse Lady Camper.
"Chiederò il permesso di andare a prendere Elizabeth, madama".
"Giustamente pensato. Prendetela nella mia carrozza. E, a proposito, la signora Baerens era la mia vecchia maestra di musica, ed è, credo, un anno più vecchia di me. Può dirvi da che parte dei settanta io sia".
"Non avrò bisogno di chiederlo, mia signora", disse, sospirando.
"Allora manderemo la carrozza per Elizabeth, e chiariremo tutto insieme immediatamente. Sono impaziente; sì, Generale, impaziente: per cosa? Per il perdono".
"Da parte mia, mia signora?" Il Generale respirò profondamente.
"Di chi altri? Sapete di cosa si tratta? Non credo che lo sappiate. Voi inglesi avete la minima esperienza dell'umanità. Intendo questo: colpire così forte che, alla fine, ammorbidite il vostro cuore verso la vittima. Ebbene, questa è la mia debolezza. E noi del nostro sangue non poniamo alcun freno ai colpi che sferriamo quando pensiamo che siano necessari, così esageriamo sempre".
Il Generale Ople aiutò Lady Camper a scendere dalla carrozza, che fu subito spedita a prendere Elizabeth.
Si preparò ad ascoltarla con un sorriso sconnesso di acuta attenzione.
Lei era cambiata. Parlava di denaro. Diecimila sterline dovevano essere assicurate a sua figlia. "E ora", disse lei, "vi ricorderete che vi manca un colletto".
Egli acconsentì. Chiese il permesso di ritirarsi per dieci minuti.
"Uomo semplicissimo! Cosa vi coprirà?" esclamò, e ordinandogli perentoriamente di sedersi in salotto, prese in mano una delle famose pistole e disse: "Se mi mettessi in una posizione simile, e mi rendessi anch'io scollata, vi soddisferebbe? Vedete queste armi omicide. Ebbene, io sono una codarda. Temo le armi da fuoco. Sono posate lì per imporsi sul mondo, e credo che lo facciano. Si sono imposte su di voi. Ora, non pensereste mai di fingere di possedere una qualità morale che non avete. Ma, sciocco, semplice uomo che siete! Potete darvi arie di ricchezza, comprare cavalli per nascondere la vostra nudità, e quando venite valutato secondo il metro del vostro reddito apparente, preferite sembrare in ritirata avara piuttosto che comportarvi francamente e onestamente. Ho esagerato un po', ma sono vicina al segno".
"La vostra signoria che manca di coraggio!" gridò il Generale.
"Ritempratevi meditandoci sopra", disse lei. "E per provarvelo, fui lieta di prendere questa casa quando seppi che avrei avuto un galantuomo per vicino. Nessun visitatore sarà ammesso, Generale Ople, così siete a gola scoperta solo per me: sedetevi tranquillamente. Un giorno avete speculato sul belletto sulle mie guance per lo spazio di un minuto e mezzo: avevo detto che mi si formano facilmente le lentiggini. Il vostro sguardo significava che non riuscivate davvero a scorgere una sola lentiggine a causa del belletto. Vi ho perdonato, o non l'ho fatto. Ma quando vi ho trovato, a una conoscenza più approfondita, indifferente alla felicità di vostra figlia quanto lo eravate stata alla sua reputazione..."
"Mia figlia! La sua reputazione! La sua felicità!"
Il Generale Ople alzò gli occhi sotto un'ondata, pronunciando a metà le esclamazioni.
"Così indifferente alla sua reputazione, che avete permesso a un giovane di parlare con lei sopra il muro, e di incontrarla su appuntamento: così spericolato riguardo alla felicità della ragazza, che quando ho cercato di portarvi a un trattato, per suo conto, non siete riuscito a separarvi dal pensare a voi stesso e ai vostri affari. Quando l'ho scoperto, forse ero predisposta a darvi un po' di quello che le mie sorelle chiamavano il mio pepe. Non volevate dichiarare onestamente le proporzioni del vostro reddito, e fingevate di essere fedele alla donna di settanta anni. Assurdo! Potrebbe una mia caricatura superare in grottesco il vostro schizzo di voi stesso? Siete un uomo coraggioso e generoso lo stesso: e sospettoso che sia più un farsi velo che egoismo - o estremo egoismo - ciò che vi acceca. Una certa quantità dovete averne per essere un uomo. Non vi piaceva il mio belletto, ancora meno vi piaceva la mia sincerità; eravate infastidito dalle mie correzioni alle vostre abitudini di linguaggio; eravate inorridito dall'età di settanta anni, ed eravate credulone - Generale Ople, ascoltatemi, e ricordate che non avete il colletto - eravate credulone riguardo alla mia dichiarazione della mia grande età, o avete scelto di esserlo, o avete scelto di sembrarlo, perché avevo accarezzato il pelo del vostro gatto controcorrente. E poi, pieno di voi stesso, senza pensare a Elizabeth, ma per ritirarvi nell'atteggiamento cavalleresco dell'uomo fedele alla parola data alla vecchia, insistendo solo per apportare una certa indipendenza al patrimonio comune, perché - vi cito! e non avete il colletto, ricordate - "non potevate essere alla mercé di vostra moglie", avete rotto la vostra proposta sulla questione del denaro. Dov'era la vostra considerazione per Elizabeth allora?
"Ebbene, Generale, vi piaceva pensare a voi stesso, e ho pensato che vi avrei aiutato. Vi ho dato abbondante materia. Non dirò che intendevo operare una cura omeopatica. Ma se vi spingo a dimenticare il vostro colletto, è o non è un trionfo?"
"No", aggiunse Lady Camper, "non è un trionfo per me, ma lo è per voi, se volete trarne il massimo. La vostra colpa è stata quella di lasciare il servizio attivo, Generale, e amare troppo la vostra comodità. È la colpa dei vostri connazionali. Dovete ottenere un reggimento di milizia, o un'ispezione della milizia. Siete dieci volte l'uomo in esercizio. Perché, volete dirmi che vi sareste curato di quei disegni miei mentre marciavate?"
"Credo di sì, dico che credo di sì", osservò il Generale seriamente.
"Ne dubito", disse lei. "Ma al punto; ecco che arriva Elizabeth. Se non avete molto denaro da parte per lei, secondo il vostro prudente calcolo, riflettete su come questo denaro vi abbia indebolito e ridotto al livello delle persone che ci circondano qui - che sono, cosa? Abitanti di residenze signorili, sì! Ma che tipo di creatura? Non hanno alcuno standard mentale, nessuno scopo morale, nessuna cavalleria nativa. Stavate rapidamente diventando uno di loro, solo, fortunatamente per voi, eravate sensibile al ridicolo".
"Elizabeth avrà metà del mio denaro assicurato a lei", disse il Generale; "sebbene temo che non sia molto. E se riuscissi a trovare un'occupazione, mia signora..."
"Qualcosa di più degno di quello", disse Lady Camper, tratteggiando contorni rapidamente sul margine di un libro, e lui si vide mentre frustava un pony; "o quello", e stava cogliendo un cavolo; "o quello", e stava facendo un inchino a tre pali vestiti di sottane.
"La somiglianza è esatta", gemette il Generale Ople.
"Così potete supporre che vi abbia studiato", disse lei. "Ma non c'è una vera somiglianza. Leggere esagerazioni fanno più danno alla verità che violazioni sconsiderate di essa.
Non vi sareste curato per nulla di una caricatura, se non aveste nutrito l'assurda idea di essere uno dei nostri conquistatori. È la vera tragedia della modestia per un uomo come voi avere tali nozioni, mio povero caro buon amico. I modesti sono i più facilmente intossicabili quando sorseggiano vanità. E riflettete se non siate stato intossicato, perché questi giovani sono stati infelici, e voi non l'avete osservato, sebbene uno di loro vivesse con voi, ed è la figlia che amate. Ecco, ho finito. Vi prego di mostrare un bel volto a Elizabeth".
Il Generale obbedì meglio che poté. Si sentiva proprio come una pecora che è appena uscita dalla tosatura, e quando fu rilasciato desiderò scappare via. Ma appena fu fuggito, ebbe il desiderio del rinnovamento dell'operazione. "Lei vede dentro di me, lei vede dentro di me", si sentì dire tra sé e sé, e alla fine imparò a dirlo con un'esultazione segreta, poiché, dato che era da parte sua una straordinaria intuizione vedere dentro di lui, gli balenò che, riconoscendone la verità, faceva una scoperta di nuovi poteri nella natura umana.
Il Generale Ople studiò Lady Camper diligentemente alla ricerca di nuove prove della sua penetrazione dei misteri del suo petto; per mezzo della quale, poiché accadde che lei stesse diligentemente osservando i due giovani fidanzati, egli iniziò a osservarli a sua volta, e provò piacere alla vista. I loro incontri, le loro separazioni, le loro cavalcate fuori e a casa gli fornivano temi di conversazione. Presto ebbe abbastanza di cui parlare, e in precedenza, come ricordava, non aveva mai sostenuto una conversazione di una certa durata con compostezza e il benefico senso di pienezza. Cinquemila sterline, somma a cui Lady Camper ridusse il suo stipulato per la dote di Elizabeth, le assegnò alla sua cara ragazza con gioia, e uscì con la confessione alla signora che dodicimila sterline ben investite comprendevano la sua fortuna. Lei fece spallucce; aveva smesso di tirarlo di qua e di là, così le sue catene erano piacevoli, e lui disse a sé stesso: "Se mai lei dovesse nel cuore della notte volere un uomo a difenderla!" Lo menzionò a Reginald, che era stato il depositario dei lamenti di Elizabeth riguardo al fatto che suo padre fosse lasciato solo, abbandonato, e il giovane concepì un piano per far suonare la grande campana di sua zia a mezzanotte, il che avrebbe certamente portato a un esito drammatico e al felice ristabilimento della nostra supremazia maschile alla fine di questa storia. Ma se ne dimenticò nella gioia dello sposo, finché non stava facendo il suo misero discorso ufficiale alla colazione di nozze, e fece strizzare l'occhio a Elizabeth su una lacrima. Mentre lei stava nell'atrio pronta a partire, un grande furgone fu osservato sulla strada ai cancelli di Douro Lodge; e questo, dichiararono gli uomini in custodia, conteneva i beni e i ninnoli delle persone che avevano preso la casa arredata per un anno, e stavano arrivando proprio quel pomeriggio.
"Ricordo, dico ora ricordo, ho avuto un avviso", disse il Generale allegramente alla figlia turbata.
"Ma dove dovete andare, papà?" gridò la povera ragazza, vicina al singhiozzo.
"Otterrò un impiego di qualche tipo", disse lui. "Stavo dicendo che lo voglio, ne ho bisogno, lo richiedo".
"State dicendo tre volte ciò che una volta sarebbe bastato", disse Lady Camper, e gli fece alcune domande, aggrottò le sopracciglia con un sorriso e gli offrì un alloggio nella casa del suo vicino.
"Davvero, carissima zia Angela?" disse Elizabeth.
"Cos'altro posso fare, bambina? Sembra che io lo abbia scacciato da una residenza signorile, e devo dargliene una da signora. Vero, avrei preferito averlo a portata di mano, ma dato che ho sempre desiderato un poliziotto in casa, tanto vale accontentarmi di un soldato".
"Ma se perdete la vostra reputazione, mia signora?" disse Reginald.
"Allora devo contare sul Generale per ripristinarla".
Il Generale Ople chinò immediatamente la testa sulle dita di Lady Camper.
"Una cosa strana che accade a una donna di quarantun anni!" disse ai suoi grandi personaggi, ed essi si sottomisero con la migliore grazia del mondo, mentre le orecchie del Generale formicolavano finché non si sentì più giovane di Reginald. Questo, correvano le sue riflessioni, o sarebbe più corretto dire valsavano, questo è il risultato del trucco! - che puoi credere che una donna abbia una qualsiasi età quando le sue guance sono tinte!
Quanto a Lady Camper, era stata fatta galleggiare accidentalmente sopra il ridicolo del chiasso di un matrimonio in un'età terribile per lei quanto la sua finzione di settant'anni lo era stata per il Generale Ople; si rassegnò a lasciare che le cose andassero con la marea. Non era stata beata nel suo primo matrimonio, aveva abbandonato la caccia a un uomo ideale, e ne aveva trovato uno che era intonabile in modo da non offendere le sue orecchie, propenso a essere sempre un fondo di divertimento per il suo umorismo, buono, impressionabile, e soprattutto, molto pittoresco. Ecco il suo segreto, e di come accadde che un uomo semplice e una donna complessa giunsero all'unione dopo la più strana divisione.
La dolce Susie è partita per ottenere il consenso dei genitori, E a lungo i vecchi devono discutere cosa mai significhi. Li ha lasciati la vigilia di quel felice mattino di maggio, Per risplendere come il bocciolo che pende dal biancospino!
Al di là del suo valore storico, la ballata è un esempio per i poeti dei nostri giorni, che volano verso la Grecia mitologica, o un medievalismo fantasioso e morboso, o—non sia mai!—idee astratte, per temi di canto, di ciò che si può fare per rendere la nostra vita inglese poeticamente interessante, se solo volessero cogliere i tesori offerti loro lungo il cammino; e poiché la Natura è ora come allora il lasciapassare per la popolarità, devono ringraziare solo se stessi per la poca presa che hanno sul cuore della gente. Un duca nativo vivente vale cinquanta Febo Apollo per gli inglesi, e una prosperosa ragazza di campagna che sale da un paio di secchi al rango di duchessa, un oggetto più romantico di schiere delle vostre visionarie Isotte e Ginevre.
CAPITOLO II
Un certo tempo dopo il matrimonio, sua Grazia scese alle Wells, e si prese l'onore di chiamare il signor Beamish. Rivolgendosi a quel gentiluomo, al quale non era estraneo, comunicò lo scopo della sua visita.
«Signore, e mio carissimo amico,» disse, «per prima cosa lasciate che vi preghi di mitigare la severità del vostro volto, poiché se sono qui in violazione del vostro divieto, partirò immediatamente in conformità ad esso. Potrei davvero deplorare la perdita della passione per il gioco d'azzardo di cui mi avete effettivamente guarito. Ero allora armato contro una più crudele, che non concede alcun intervallo a un uomo per fare voto di guarire!»
«La malattia che è tutta crisi, temo,» osservò il signor Beamish.
«Che, signore, quando prende piede su legna secca, brucia fino all'ultima scheggia. Sono ora» — il duca emise un gemito tenero — «tre anni che ho avuto il capriccio di sposare una nipote!»
«Di Adamo,» disse allegramente il signor Beamish. «Non vi era alcun impedimento legittimo all'unione.»
«Purtroppo nessuno. Eppure non dovete supporre che me ne penta. Una creatura ammirevole, signor Beamish, una vera divinità! E più è conosciuta, più è adorata. Ecco la sfortuna. Alla mia età, quando gli organi maggiori e minori sono in cospirazione per dirmi che sono mortale, la passione amorosa deve essere accolta come una calamità, sebbene uno non vorrebbe esserne libero per il rinnovamento della giovinezza. Dovete capire che, con un piccolo gusto nascente per la dissipazione, lei è la più innocente degli angeli. Finora abbiamo vissuto... Per lei è stato un mondo nuovo. Ma sta iniziando a trovarlo stretto. No, no, non è stanca della mia compagnia. Tutt'altro. Ma nella sua condizione attuale un'inclinazione per tali ritrovi come quelli che avete qui, per esempio, è come un desiderio di prendere aria: e le sane abitudini della mia duchessa non l'hanno abituata a essere murata viva. E insomma, per quanto ci dedichiamo, si avvicina un termine in cui l'entusiasmo di fare da compagno di giochi di vostra moglie tutto il giorno, correndo attorno ai tavoli e volando lungo i corridoi davanti a un fazzoletto annodato, è notevolmente allentato. Eppure il timore di una separazione da lei mi ha tenuto a questi passatempi per un periodo considerevole oltre il mio gradimento. Non che io ammetta stanchezza. Ho, a quanto pare, un gusto per la riflessione; sono ora molto disposto a leggere e meditare, il che non può essere fatto senza riposo. Mi sistemo, e ricevo una palla di lana in faccia, e ci si aspetta che la restituisca. Acconsento; e allora direste una nursery in armi. Sarebbe altrimenti lo spettacolo deplorevole di una bellissima giovane donna che sbadiglia.»
«Terremoto e salnitro ci minacciano meno terribilmente,» disse il signor Beamish.
«In fine, lei ha estratto una promessa che 'quest'estate visiterà le Wells per un mese, e temo di non poter infrangere la promessa della mia parola; temo di non poterlo fare.»
«Molto certamente non lo farei,» disse il signor Beamish.
Il duca emise un sospiro. «Ci sono ragioni, ragioni di famiglia, per cui la mia compagnia e protezione devono esserle negate qui. Non ho alcun desiderio... in verità il mio nome, per il momento, fino a quando non avrà trovato la sua strada... e c'è sempre un prezzo da pagare per questo. Ah, signor Beamish, i quadri sono nostri, quando li abbiamo comprati e appesi; ma chi ci assicura il possesso di una bellissima opera della Natura? Ultimamente mi sono dato a riflettere molto e seriamente. Sono tentato di schierarmi con i Divini nei sermoni che ho letto; la carne è l'abitazione di un diavolo ribelle.»
«A cui ci opponiamo nella misura in cui noi stessi ne siamo liberati,» acconsentì il signor Beamish.
«Ma questa mania dei giovani per il piacere, l'eterno piacere, è una delle meraviglie. Non li stanca; sono insaziabili.»
«C'è la cateratta, e c'è la scogliera. Di potentato in potentato, duca — finché siete nel mio territorio, s'intende. Una volta, mentre mi recavo a un luogo di culto, passai davanti a un puritano, che si lamentava di una farfalla che svolazzava graziosamente in giro in profanazione del Giorno di Riposo. “Amico,” gli dissi, “conclusivamente mi provate che non siete una farfalla.” Il burbero non fece altro che gratificarmi con l'anatema del suo volto.»
«Cugino Beamish, la mia lamentela su questi giovani è che perdono il loro piacere nel perseguirlo. Ho fatto prediche alla mia duchessa...»
«Ha!»
«Sciocco, lo riconosco,» disse il duca. «Ma supponete, ora, che abbiate catturato la vostra farfalla, e che non possiate né lasciarla andare né acconsentire a seguire i suoi capricci. Questo vi mette in scacco.»
«I giovani,» disse il signor Beamish, «finiscono sotto la mia osservazione in questo mio povero regno — giovani e vecchi. Li trovo prodigiosamente simili nel loro amore per il piacere, differendo principalmente nella loro capacità di soddisfarlo. Questa non è un'osservazione non comune. I giovani hanno un filo che desiderano smussare; i vecchi al contrario. Il grido dei giovani per il piacere è in realtà — ho studiato il loro linguaggio — un grido per dei pesi. Curioso! E i vecchi gridano per averne troppi sulle spalle: il che non è sorprendente. Tra loro creano un concerto gradevole sia per incantare le orecchie che per guidare i passi del filosofo, la cui saggezza consiste nell'evitare le loro tracce.»
«Bene. Ma vi ho chiesto un consiglio pratico, e voi mi date un saggio.»
«Per la ragione, duca, che proponete un caso che suggerisce l'impiccagione. Menzionate due cose impossibili da fare. L'alternativa è, una giarrettiera e il montante del letto. Quando siamo arrivati a un bivio, e non possiamo decidere né di prendere la destra né la sinistra, né avanti né indietro, l'indice del cartello che ci dirigerebbe punta a se stesso, ed enfaticamente dice: Forca.»
«Beamish, sono distratto. Se le rifiuto la visita, prevedo dissensi, lacrime, giochi con la palla, scorribande, non un giorno di riposo che mi rimane. Potrei essere d'accordo con il vostro puritano, positivamente. Se glielo permetto, una creatura così innocente nell'atmosfera di un posto come questo deve subire una qualche corruzione. Dovreste sapere che la posizione da cui l'ho presa era... era modesta. Era assolutamente un ranuncolo dei campi. Ha avuto vari maestri. Balla... balla graziosamente, potrei dire in modo ammaliante. E così ora è intenta a sfoggiare i suoi talenti: tali sono le donne!»
«Avete sentito parlare di Chloe?» disse il signor Beamish. «Lì avete un esempio di una giovane signora non corrotta da questo posto — del quale direi solo che è meglio non visitarlo, ma è meglio assaggiarlo che desiderarlo.»
«Chloe? Una signora che ha sperperato la sua fortuna per riscattare qualche furfante ingrato: ricordo di averne sentito parlare. È ancora qui? E in rovina, naturalmente?»
«Nel portafoglio.»
«Ciò non può accadere senza la perdita della reputazione.»
«Il difensore di Chloe ammetterà che è esposta ai mali dell'imprevidenza. Più brillantemente risplendono la sua purezza nativa, la sua bontà di cuore, la sua fiducia. È una signora la cui esaltazione brilla nella sua umiliazione.»
«Ha, vedo, preservato la sua bellezza,» osservò il duca, con un sorriso.
«Nonostante il volo delle rose, che non ebbero la pazienza del suo cuore. È ora il giglio che regna. Così, dunque, Chloe sarà assegnata alla duchessa durante il suo soggiorno, e a meno che il diavolo stesso non interferisca, garantisco sua Grazia contro qualsiasi danno peggiore dell'esperienza; e quello,» aggiunse il signor Beamish, mentre il duca alzava le braccia alla parola terribile, «quello sarà lieve. Giocherà; è sicura di giocare. Mettetelo in conto per un migliaio. Le tracciamo un percorso di follie consentite, e lei gioca per perdere il migliaio per gradi, con un effetto così rivelatore su una coscienza coniugale quanto possiamo produrre.»
«Un migliaio,» disse il duca, «sarà davvero a buon mercato. Penso ora di aver avuto una descrizione di questa bella Chloe, e da un entusiasta; una bruna? elegantemente nei modi e di una buona famiglia terriera; sebbene abbia pensato bene di nascondere il suo nome. E quella sarà la nostra difficoltà, cugino Beamish.»
«Era, sotto il mio dominio, Miss Martinsward,» proseguì il signor Beamish. «Venne qui molto giovane, e subito i suoi pretendenti furono una legione. Alla maniera delle donne, scelse il peggiore tra loro; e per il tipo Caseldy sacrificò la fortuna che aveva ereditato da uno zio materno. Per rilasciarlo dalla prigione, pagò tutti i suoi debiti; una montagna di cambiali, con gli avvocati ammassati sopra — Pelio su Ossa, per citare i nostri poeti. In effetti, obbedendo ai dettami di un'anima intrisa di generosità, commise l'indiscrezione di spogliarsi di tutto, scandalizzando la decenza. Questo fu immediatamente dopo aver raggiunto la maggiore età; e fu il colpo di grazia ai suoi rapporti con la famiglia. Da allora, onorata persino dai libertini, ha vissuto impoverita alle Wells. La chiamai Chloe, e uomo o donna irrispettoso verso Chloe fa i bagagli. Dall'essere la vittima della sua indole generosa, non ho potuto salvarla; posso proteggerla dai dardi della malizia.»
«Non ha passione per il gioco?» chiese il duca.
«Nutre una passione per l'uomo per cui ha sanguinato, a esclusione delle altre passioni. Vive, e credo di poter dire che sia il movente del suo alzarsi e vestirsi ogni giorno, nell'attesa del suo arrivo.»
«Potrebbe essere morto.»
«Il cane è vivo. E non ha cessato di essere l'Affascinante Caseldy, dicono. Tra noi, duca, c'è materia per spezzarle il cuore. È stato il Conte Caseldy dei tavoli da gioco continentali, ed è recentemente Sir Martin Caseldy, stabilitosi sulla proprietà che lei lo rese libero di prendere intatta alla morte del padre.»
«Pah! un mascalzone!»
«Con un marchio più nero su di lui ogni mattina che guarda fuori attraverso la sua proprietà, e la lascia languire! Lei ancora — lo dico per la redenzione del nostro sesso — riceve offerte. Le sue incomparabili attrattive di mente e persona esercitano l'impero naturale della bellezza. Ma non ne vuole sapere. La chiamo la Bella Suicida. È morta per amore; ed è un fantasma, un buon fantasma, e un fantasma piacevole, ma un'apparizione, un cero.»
Il duca si agitò, ed espresse la speranza di sentire che non fosse di conversazione malinconica; e ancora, che l'oggetto del suo discorso non fosse limitato all'amore e agli amanti, felici o infelici. Desiderava che la sua duchessa, disse, fosse intrattenuta su argomenti più gai: essendo l'amore un tema che desiderava riservare a se stesso. «Questo mese!» disse, scuotendosi e gemendo in modo prognostico. «Vorrei che questo mese fosse finito, e che ne fossimo ben purgati.»
Il signor Beamish lo rassicurò. L'arguzia e la vivacità di Chloe erano così famose da essere considerate medicinali, affermò; era assediata per la sua compagnia; componeva e cantava versi improvvisati, suonava l'arpa e il clavicembalo divinamente, e toccava la chitarra, e ballava, ballava come la luna argentea sulle acque del mulino. Concluse dicendo che era allo stesso tempo umana e saggia, umile e divertente, virtuosa eppure non una Tartara; la migliore delle compagne per sua Grazia la giovane duchessa. Inoltre, si impegnò coraggiosamente a condurre la duchessa attraverso il termine della sua visita sotto un nome che sarebbe stato tanto buono quanto una mascherata per nascondere quello di sua Grazia, mentre le dava tutti gli onori dovuti al suo rango.
«Voi interpretate rigorosamente i miei desideri,» disse il duca; «tutti gli onori, il posto d'onore, e la mia ira su uomo o donna che li contrasti!»
«La mia! se vi aggrada, duca,» disse il signor Beamish.
«Mille perdoni! Lascio fare a voi, cugino. Non potrei essere in mani più sicure. Vi sono cordialmente vincolato. Chloe, dunque. A proposito, ha un decente rispetto per l'età?»
«È incline alla riverenza.»
«Non quello. È, vorrei chiedere, nessuna chiacchierona lasciva dei vezzi e dei vantaggi della giovinezza?»
«Ha un giovane ammiratore che ho soprannominato Alonzo, che a stento nota.»
«Niente potrebbe essere meglio. Alonzo: h'm! Un fedele amante?»
«La vita è il suo albero, sul quale incide incessantemente le iniziali della sua padrona.»
«Non dovrebbe essere troppo crudele. Ricordo me stesso in passato: ero... I giovani, quando a lungo trascurati, trasferiranno i loro affetti, e saranno più caldi verso la seconda fiamma che verso la prima. Vi metto in guardia. La segue molto? Questi dipinti e sospiri degli amanti nelle vicinanze delle più innocenti delle donne sono contagiosi.»
«Sua Grazia tornerà a casa tanto prima.»
«O via! — possa perdonarmi! Sono come l'ebreo di Re Giovanni, costretto a prestare il suo tesoro senza garanzia. Che mondo è il nostro! Niente, Beamish, niente di desiderabile avrete che non sia ambito! Catturate un premio, e scoprirete di essere in guerra con la vostra specie. Dovete essere sulla difensiva da quel momento. Non esiste una processione pacifica sulla terra. Che sia una bellissima giovane donna! — Ah!»
Il signor Beamish rispose incoraggiante: «Il lottatore campione sfida tutti i contendenti mentre indossa la cintura.»
Il duca acconsentì abbattuto. «Vero; o viene sfidato, diciamo. C'è qualche storia che potremmo raccontarle di questo Alonzo? Potreste deportarlo per il mese, mio caro Beamish.»
«Non commetto alcuna ingiustizia se non con una ragione sufficiente. È un giovane stimabile, come mostrato dalla sua devozione a una donna senza pari. Dotarla del suo nome e della sua fortuna è il suo unico pensiero.»
«Comprendo; un eccellente giovane! Ho un iniziale interesse per questo giovane Alonzo. Non dovete permettere alla mia duchessa di ridere di lui. Incoraggiatela piuttosto a promuovere la sua causa. La sciocchezza di un giovane non sarà un cattivo spettacolo. Chloe, dunque. Avete messo a riposo la mia mente, Beamish, ed è solo un altro obbligo aggiunto al mucchio; quindi, se non parlo di pagamento, la ragione è che so che non vorreste che fossi in bancarotta.»
Il resto del colloquio del duca e del signor Beamish si riferiva alla data dell'arrivo di sua Grazia alle Wells, all'alloggio che doveva ricevere, e ad altri accordi minori riguardanti il suo stato e comfort; il duca che osservava perpetuamente: «Ma lascio tutto a voi, Beamish,» quando aveva impartito istruzioni precise al riguardo, persino alla specifica dei negozianti, il pasticcere e lo speziale, che dovevano bilanciarsi o cancellarsi a vicenda nella natura opposta delle loro forniture, e il merciaio e il gioielliere, presso i quali doveva fare i suoi acquisti. Poiché il duca aveva un ricordo di negozi frivoli, e anche di commessi frivoli; e fu servendo come uno per un giorno che un certo grande nobile giunse alla vittoria con una dama gelosamente custodita bella come Venere. «Avrei sfidato la dea!» gridò, e si placò dal suo entusiasmo in modo lamentoso, come un debole strumento a fiato. «Così lì vedete la prudenza di una scelta dei negozi. Ma lascio fare a voi, Beamish.» Analogamente il grande comandante militare, avendo fatto tutto ciò che una cauta previsione può suggerire per assicurarsi la vittoria, si getta sulla Provvidenza, con la speranza di propiziare l'imprevisto e oscuramente possibile.
CAPITOLO III
Lo splendido equipaggio di una carrozza a sei cavalli, con lacchè in scarlatto e verde, portò Beau Beamish per cinque miglia lungo la strada in una giornata soleggiata per incontrare la giovane duchessa al confine del suo territorio, e condurla in pompa magna alle Wells. Chloe sedeva accanto a lui, ricevendo consigli riguardo ai suoi futuri doveri. Era quel giorno il damerino consumato, suadente, ma monarchico, e il suo modo di parlare partecipava alla sua grandezza esteriore. «Spia per me l'orizzonte, e informami se da qualche parte distingui un carro,» disse, mentre si fermavano sulla cresta di una collina di lunga discesa, dove la carreggiata polverosa affondava tra le sue siepi brune, e strisciava risalendo da vuoti secchi macchiati di giunchi verso campi di grano su un'altezza compagna che li fronteggiava direttamente, a una distanza di circa tre quarti di miglio. Chloe guardò fuori, mentre il beau sollevava fugacemente il cappello per rinfrescarsi, e mormorò, con un'occhiata lungo il tracciato afoso: «Fa sudare l'occhio guardare!»
Chloe disse poco dopo: «Ora si alza la polvere. Qualcosa si avvicina. Ora discerno cavalli, ora un veicolo; ed è un carro!»
Furono impartiti ordini ai postiglioni perché venissero suonati i corni.
Sia Chloe che Beau Beamish incresparono la fronte alle note disordinate dei tripli corni, il cui rintocco creava un acido nell'aria invece di dolcezza.
«Direste, cani da canile che abbaiano alla luna!» disse il beau rabbrividendo. «Eppure, come sapete, questi tizi sono stati esercitati. Li ho tenuti in un prato per ore, cotti e inzuppati, per liberarli dalla loro cacofonia nativa. Ma la amano, come amano la pancetta e i fagioli. Il gusto musicale del nostro popolo è allo stadio dell'appetito primitivo per il rumore, e di quello sono ghiotti.»
«Sarà piacevole da sentire in lontananza,» rispose Chloe.
«Sì, più estrema è la distanza, più piacevole è da sentire. Stanno avanzando?»
«Si fermano. C'è un cavaliere alla finestra. Ora si toglie il cappello.»
«Con un gesto ampio?»
Chloe descrisse un semicerchio nel modo grandioso.
Le sopracciglia del beau si alzarono. «Potenze divine!» mormorò. «È lasciata libera di mano in mano, e a metà strada arriva un cavaliere. Non avevamo contato sui falchi. Quindi devo trattare con un cavaliere! Significa, mia cara Chloe, che devo incontanente fingere la passione se voglio essere alla sua altezza: niente di meno.»
«È volato via,» disse Chloe.
«Chi incontra dopo aver incontrato me, non mi importa,» disse il beau, facendo schioccare un dito. «Ma c'è stato un intervallo per il danno con una signora innocente come Eva. Sta avanzando?»
«Il carro sta trottando giù per la collina. È tornato indietro al galoppo. Lei non ha cavaliere al seguito.»
«Sono stati congedati al mio ordine dieci miglia fa, particolarmente a vantaggio dell'orda cavalleresca, a quanto pare. Nel caso di una donna, Chloe, un battito di ciglia è un'omissione di vigilanza.»
«Questo è un assioma adatto all'harem del Gran Signore.»
«Il Gran Signore potrebbe darci lezioni proficue per trattare con il sesso.»
«Diffidate di noi, ed è una dichiarazione di guerra!»
«Fidatevi di voi, e il tappo è fuori dalla boccetta di sali.»
«Signor Beamish, siamo donne, ma abbiamo anime.»
«Il torsolo nella mela la cui guancia rubiconda alletta il piccolo Tommy a rubare il frutteto è un conservante altrettanto buono.»
«Ammettete che gli uomini sono nostri nemici?»
«Sostengo che portano lo stendardo della virtù.»
«Oh, signor Beamish, morirò.»
«Lo proibisco nella mia vita, Chloe, poiché desidero morire credendo in una donna.»
«Niente adulazione per me a spese delle mie sorelle!»
«Allora volate in un eremitaggio; poiché ogni adulazione è a spese di qualcuno, bambina. È un estratto essenziale dell'umanità! Viverci, alla maniera di certe persone, è male — è decisamente cannibalesco. Ma possiamo spruzzare i nostri fazzoletti con essa, e dovremmo, se volessimo accarezzare i nostri nasi con un'aria. La società, mia Chloe, è un ricominciamento a un livello superiore del sistema selvaggio; dobbiamo avere i nostri sacrifici. Come, per esempio, che dite di me stesso accanto ai nostri squires bifolchi stivali?»
«Centinaia di loro, signor Beamish!»
«Si tratta di un olocausto di squires sacrificati per produrre incenso per me, sebbene voi non abbiate celebrato riti druidici né li abbiate stipati in gigantesche gabbie di vimini. Siate filosofa, ma accettate i vostri tributi personali. Concedete anche a noi i nostri. Ho la seria intenzione di preservare questa giovane duchessa, e mi aspetto che il mio compito sia arduo. Porto il vessillo summenzionato; in verità e in penitenza, lo porto. È un errore del volgo supporre che tutto sia drago nelle fauci del drago.»
«Gli uomini sono le sue zanne e i suoi artigli.»
«Sì, ma la passione per il suo alito infuocato è nella donna. Lei vorrà spiccare il suo balzo e fare il suo salto, volere e volere! E nel punto in cui lei vuole e non vuole, il drago inghiotte e lei va giù! Tuttavia, l'affare consiste nel tenere la nostra duchessa ranuncolo lontana da quel medesimo punto. È vicina?»
«Riesco a vederla», disse Chloe.
Beau Beamish richiese un suo schizzo, e Chloe iniziò: «È incantevole.»
Al che lui commentò: «Ogni donna è incantevole a quaranta passi, e ancor più nell'immaginazione.»
«Bei capelli ramati, e un colorito abbagliante di rosso e bianco, incorniciato in una cuffia blu.»
«I suoi occhi?»
«Blu languidi.»
«È una strega inglese!» esclamò il beau, e invocò con compassione il suo signore assente.
Le ottiche di Chloe non furono più messe a dura prova per discernere i lineamenti della bella dama, poiché i finestrini del cocchio si vennero a trovare all'altezza di quelli del beau sull'ampio pianoro della collina. Lo sportello della sua carrozza fu aperto. Egli sedette eretto, livellando il suo sguardo privilegiato sulla Duchessa Susan finché lei non arrossì.
«Sì, madama», disse lui, «non sono il primo.»
«Oh, signore!» esclamò lei; «chi siete voi?»
Il beau sollevò deliberatamente il cappello e s'inchinò. «Colui, madama, del cui arrivo l'avvisò il gentiluomo che prese commiato da voi su quel rilievo.»
Lei guardò con ingenuità sopra la spalla, e verso il beau che scendeva dalla carrozza. «Un gentiluomo?»
«A cavallo.»
La duchessa sporse la testa dal finestrino, d'impulso, per misurare la distanza tra le due colline.
«Mai!» esclamò.
«Come, madama, non vi ha recato alcun messaggio per annunziarmi?» disse il beau, contrariato.
«Santo cielo! Voi dovete essere il signor Beamish», rispose lei.
Egli posò il cappello sul petto e la invitò a lasciare la carrozza per un posto accanto a lui. Lei pose una condizione: «Se siete davvero il signor Beamish?» Egli s'accigliò e sollevò il capo per convincerla; ma lei non volle lasciarsi impressionare, ed egli si rivolse a Chloe per stabilire la propria identità. Udendo il nome di Chloe, la duchessa chiamò: «Oh! ecco, ora basta, perché Chloe è la mia cameriera qui, e so che è una dama di nascita, e diventeremo amiche. Accompagnatemi da Chloe. E voi siete Chloe?» disse, dopo un franco passo da un gradino all'altro delle carrozze. «E non vi dispiace essere la mia cameriera? Siete davvero una creatura gentile e squisita. E vedo che siete una dama di nascita; lo capisco in un minuto. Voi siete bruna, io sono bionda; andremo d'accordo. E ditemi — piano! — che occhi terribilmente lunghi ha! Vi chiederò tra poco cosa pensate di me. Non sono mai stata ai Wells prima d'ora. Dio mio! La carrozza ha svoltato. Quanto lontano dovremo essere per udire le campane che annunciano il mio arrivo? So che avrò le campane. Signor Beamish, signor Beamish! Devo fare quattro chiacchiere con una donna, e ho soggezione di voi, signore, sì, ne ho, ma uomini e uomini ne vedo a dozzine, pronti a parlare al solo sollevare di un mio dito, nel palazzo del mio duca — sebbene siano anziani, è vero — ma una donna che sia una dama, e abbastanza gentile da essere la mia cameriera, non l'ho ancora incontrata da quando ho il diritto di portare una corona. Ecco, terrò la mano di Chloe, e questo basterà. Voi mi direste subito, Chloe, se non fossi vestita secondo il vostro gusto; non è vero? Quanto al chiacchierare, per me è segno che le persone mi piacciono. Davvero, a volte non so cosa dire al mio duca. Mi siedo e penso che sia così buffo avere un duca al posto di un marito. Siete partito!»
La duchessa rise della risata di Chloe. Chloe si scusò, ma fu informata dalla sua padrona che era proprio ciò che le piaceva.
«Per i primi due anni», riprese, «riuscivo a malapena a spiccicare sillaba. Balbettavo, arrossivo, desideravo essere in camera mia a spazzolarmi e arricciarmi i capelli, ed ero pronta a fare la riverenza a chiunque. Ora mi sento a mio agio, perché ho molto coraggio — eccetto riguardo alla morte, e sono peggio riguardo alla morte di quanto fossi quando ero una semplice popolana con un goffo "cielo!" negli occhi rotondi e la bocca aperta come un uovo. Mi chiedo perché sia così. Ma non è orribile la morte? E gli scheletri!» La duchessa rabbrividì.
«Dipende dallo scheletro», disse Beau Beamish, che si era unito alla conversazione. «Il vostro, madama, preferirei non incontrarlo, perché mi precipiterebbe in trasporti di rimpianto per la perdita della carne. Ho, tuttavia, incontrato il mio e ho avuto motivo di sentirmi soddisfatto dell'incontro.»
«Il vostro scheletro, signore!» disse la duchessa, meravigliata e sgomenta.
«Inequivocabilmente il mio. Vi chiamerò a testimone raccontandovi di lui.»
La Duchessa Susan spalancò la bocca e: «Oh, non fatelo!» esclamò; ma aggiunse: «È pieno giorno, e ho qualcuno che dorme vicino a me dopo il calar del buio»; con che sorrise a Chloe, la quale le promise che non c'era motivo di allarmarsi.
«Incontrai il mio gentiluomo mentre mi stavo dirigendo verso la mia stanza di notte», disse il beau, «lungo uno stretto corridoio, dove era imperativo che uno di noi cedesse il passo; e, devo confessarlo, siamo tutti così straordinariamente simili nelle ossa, che rimasi preparato a pretenderne il posto. Poiché indubbiamente il tizio era un ostacolo, e al primo sguardo ripugnante. Lo presi per lo scheletro di chiunque, l'insegna della Morte, con il suo teschio ghignante, le costole numerate e gli straordinari piedi piatti — di fatto, l'intero, goffo e tremante sbarbatello su cui l'uomo è costruito, e dalla cui immagine nei suoi momenti di debolezza è perseguitato. Ero stato, per essere franchi, a ballare dopo una cena con alcuni dei nostri più scelti Wits e Bellezze. È una ricetta per evocare apparizioni. Bene, allora, penso, mio caro compagno, ti farò trasalire; e senza un saluto mi feci avanti. Madama, vi do la mia parola, si comportò in tutto e per tutto come io stesso avrei fatto in circostanze simili. Ritirandosi con un'inclinazione della sua struttura, si erge e mi fa un inchino esattamente nel punto di mezzo tra dignità e servitù. Io avanzo, lui si ritira, e di nuovo l'inchino, privo di servilismo, maestosamente condiscendente. Questi, penso, sono modi regali. Avrei potuto prenderlo per il Re di Zibellino in persona, spogliato del suo manto. In anima mia, mi fece arrossire.»
«E questo è tutto?» chiese la duchessa, sollevandosi con un sospiro.
«Perché, madama», disse il beau, «non vedete che non avrebbe potuto essere altri che il mio, che poteva comportarsi con quell'aria grandiosa e quella grazia quando ferito dal suo parente più prossimo? All'apertura della mia porta, e nell'accettare il passo, che ora gli accordai di tutto cuore, riconobbi subito sia lui sia il rimprovero che mi aveva deliberatamente rivolto — o la cena a base di vino su cui avevo ballato, forse dovrei dire — e protesto che con tale esibizione di suprema buona educazione riuscì a trasmettermi il più alto complimento mai ricevuto da uomo, vale a dire la certezza che, dopo il deperimento di questo abito mortale, sarò ancora noto per urbanità ed eleganza. Anzi, e di più, immortalmente, senza lo scivolone di cui fui colpevole quando portai il sacco di vino.»
La Duchessa Susan si sventolò per aiutare la sua digestione dell'aneddoto.
«Beh, non è una storia così spaventosa, e so che voi siete il grande signor Beamish», disse lei.
Lui le chiese se il gentiluomo le avesse fatto cenno verso di lui sulla collina.
«Cosa può intendere con un gentiluomo?» si voltò verso Chloe. «Il mio duca mi ha detto che vi avreste incontrata, signore. E che dovete proteggermi. E se accade qualcosa, sarà colpa vostra.»
«Interamente», disse il beau. «Manterrò pertanto una guardia vigile.»
«Eccetto il lasciarmi libera. Uff! Sono stata chiusa in scatola così a lungo. Dichiaro, Chloe, che mi sento come un abito da festa messo in mostra, e un po' timorosa di rovinarmi. Sono una vera bambina, più di quanto lo fossi quando il mio duca mi ha sposata. Mi sembrava di entrare e crescere di nuovo, dopo essere stata elevata alla fortuna. E nessuno a cui raccontarlo! Pensate! Perché non si può parlare ai vecchi gentiluomini di ciò che accade nel proprio cuore.»
«Come stanno le cose con i giovani gentiluomini?» le chiese il beau.
E lei rispose: «Loro lo scoprono.»
«Non se voi non li aiutate», disse lui.
La Duchessa Susan lasciò ricadere a metà le palpebre e lo sguardo, mentre lo fissava con la timida ingenuità di uno dei pensieri della natura che le passava per la testa, all'alba sui pascoli del mondo. Gli occhi blu languidi e il labbro a ciliegia formavano un quadro estremamente vivificante. «Ora, mi chiedo se sia vero?» trasferì la sua malizia nel discorso.
«Diffidate dei mezza età!» esclamò lui.
Lei si appellò a Chloe. «E io sono sicura che siano i più gentili.»
Chloe convenne che lo fossero.
La duchessa valutò Chloe e il beau insieme, con una mente rapida nell'apprendere tutto ciò di cui aveva fame.
Avrebbe proseguito il tema piacevole se non fosse stata indirizzata a guardare in basso le torri e i tetti dei Wells, che brillavano assonnati in una siesta di sole estivo pomeridiano.
Con un dispiegamento della sua veste di seta, toccò l'edificio dei suoi capelli, mormorando a Chloe: «Non posso sopportare quella cipria. Mi vedrete camminare con una crinolina. Posso farlo. L'ho fatto su una musica lenta finché il mio duca non ha battuto le mani. Non sono nulla da seduta rispetto a come sono in piedi. Questo perché non ho ancora un linguaggio raffinato. Lo avrò. Sembra che sia l'ultima cosa ad arrivare. Dunque, ecco il posto. E dove si incontrano tutti i grandi personaggi e passeggiano...?»
«Passeggiano dove vedete gli alberi, madama», disse Chloe.
«E dov'è che le dame si siedono a mangiare crostate di marmellata con panna montata sopra, mentre i gentiluomini stanno in piedi a fare complimenti?»
Chloe disse che era in un negozio vicino alla sala delle pompe.
La Duchessa Susan guardò oltre i tetti delle case, oltre le siepi polverose.
«Oh, e quella cipria!» esclamò. «Odio essere fuori moda ed essere uno spettacolo. Ma amo così tanto i miei capelli, ne ho così tanti, e mi piace il colore, e anche al mio duca. Solo, non lasciate che mi tocchino. Se una volta inizio ad arrossire davanti alla gente, il mio coraggio svanisce; il mio canto interiore si soffoca; e ho una vera allodola che canta in me tutto il giorno, con la pioggia o con il sole — piano, tutto parla d'amore e divertimento.»
Chloe sorrise, e la Duchessa Susan disse: «Proprio come un uccellino, perché non so cosa sia.»
Guardò Chloe aspettandosi che lei dicesse di saperlo.
In quel momento un paio di squires a cavallo si avvicinarono, e la carrozza si fermò, mentre Beau Beamish dava ordini affinché le campane della chiesa venissero messe a suonare, e la banda venisse incontro e precedesse il suo equipaggio in testa al viale del bagno: «in onore dell'arrivo di Sua Grazia la Duchessa di Dewlap.»
Pronunciò queste parole ad alta voce ai suoi uomini, e rivolse uno sguardo fulgido alla duchessa, cosicché per un minuto lei rimase affascinata e non consultò il proprio udito; ma presto cadde in un'inquietudine; i segnali si moltiplicarono, si morse il labbro, e dopo aver respirato affannosamente una o due volte, «Si riferiva a me, signor Beamish?» disse.
«Voi, madama, siete la persona che "siamo lieti di onorare"», rispose lui.
«Duchessa di che?» lei contrasse i tratti in preda al disagio per udire meglio.
«Duchessa di Dewlap», disse lui.
«Non è il mio titolo, signore.»
«È il vostro titolo sul mio territorio, madama.»
Lei rese il suo grazioso naso e il labbro superiore brutti con una smorfia di «Dew—! Ed entrare in quella città davanti a tutta quella gente come Duchessa di... Oh, no, non lo farò; proprio non lo farò! Richiamate quegli uomini ora, vi prego; ora, se vi piace. Vi prego, signor Beamish! Mi offenderete, signore. Non ho intenzione di essere uno zimbello. Offenderete il mio duca, signore. Morirebbe piuttosto che vedere feriti i miei sentimenti. Ecco, tutto il mio piacere è rovinato. Non voglio e non entrerò in città come duchessa di quel nome stupido, quindi richiamateli, richiamateli all'istante. So chi sono e cosa sono, e so cosa mi è dovuto, lo so.»
Beau Beamish replicò: «Anch'io. Chloe vi dirà che io sono il signore qui.»
«Allora me ne torno a casa, sì. Non mi farò ridere dietro come una sciocca gran dama. Sono una vera dama di alto rango, e tale apparirò. Cos'è una Duchessa di Dewlap? Tanto varrebbe essere Duchessa di Coda di Mucca, Duchessa di Mopsend. E quella gente! Ma non lo sarò. Non mi si prenderà in giro. Li vedo che fissano! No, posso prendere la mia decisione, e vi prego di richiamare i vostri uomini, o me ne torno a casa.» Mormorò: «Essere presa in giro — essere resa una sciocca!»
«La carrozza di Sua Grazia è dietro», disse il beau.
La sua freddezza dispotica provocò in lei un grido e un pianto: ripeté, «Dewlap! Dewlap!» tra i singhiozzi; si scosse le spalle e nascose il volto.
«Siete orgogliosa del vostro titolo, vero, madama?» disse lui.
«Lo sono.» Si scostò le mani dal viso per rispondergli con orgoglio. «Che lo sono!» intendeva come un'affermazione più forte.
«Allora ascoltatemi», disse in modo impressionante; «sono amico del vostro duca, e voi siete sotto la mia tutela qui. Io sono il vostro guardiano e voi siete la mia protetta, e potete entrare in città solo a condizione di obbedirmi. Ora, ascoltatemi, madama; nessuno può rubarvi il vostro vero nome e titolo se non voi stessa. Ma state entrando in un luogo dove incontrerete mille tentazioni di infangarlo, e forse perderlo. Siate avvertita: non fate nulla che possa farlo.»
«Allora potrò avere il mio titolo?» disse lei, rasserenandosi.
«Per il mese della vostra visita siete Duchessa di Dewlap.»
«Dico che non lo sarò!»
«Lo sarete.»
«Mai, signore!»
«Lo comando.»
Lei si gettò in avanti, con un lamento, sul petto di Chloe. «Non potete fare qualcosa per me?» gemette.
«È impossibile smuovere il signor Beamish», disse Chloe.
Dopo una pausa, composta da singhiozzi e sospiri, la duchessa lasciò andare con voce rotta: «Allora sono sicura che penso — penso che avrei preferito incontrare — incontrare il suo scheletro!»
La sua sincerità era pari all'arguzia.
Beau Beamish scoppiò a ridere. L'applaudì cordialmente, e nella genuina gentilezza di un'ammirazione che lo sorprese, si permise la libertà di prendere e salutare le sue dita. Lei immaginò che ci fosse un'altra possibilità per lei, ma lui si accigliò al solo menzionarla.
Su queste procedure si udì l'esilarante suono della banda; simultaneamente scoppiò un rintocco di campane a festa; e un ammonimento sulla necessità di nascondere il suo dispetto ed esibire sia il rango che un contegno di fronte al popolo, combinato con l'eccitazione delle nuove scene e la musica in marcia, bandirono il senso più acuto di delusione dalla mente della Duchessa Susan; così molto presto si tenne eretta, e indossò un volto aperto a ogni meraviglia, impressionabile come la superficie blu di un lago, increspata qua e là da brezze capricciose contro un sole al tramonto.
CAPITOLO IV
Era un assioma per il signor Beamish, il nostro primo, se non unico beau filosofico e un gentiluomo di una certa profondità di pensiero, che gli inglesi, in quanto società, richiedano un governo tirannico tanto quanto i politici sono in grado di farne a meno: e questo egli spiegava con un'esposizione del carattere di una razza dotata dell'eminente virtù dell'autoaffermazione individuale, che li porta a insistere su un buon spazio vitale ovunque si riuniscano. La società, tuttavia, non essendo tollerabile dove la fluidità dei rapporti è disturbata da un continuo colpirsi sui fianchi, i meriti del libero cittadino diventano i loro difetti quando viene stabilito un circolo fraterno, e coloro che hanno mostrato un esempio di civiltà troppo notevole in una sfera per richiedere elogi, sono spesso visti sgomitare sull'orlo logoro della barbarie nell'altra. Devono quindi essere ridotti ad accettare leggi non create da loro stessi, e di estrema rigidità.
Qui c'è anche un ulteriore pericolo; poiché gli spiriti galanti che li distinguono nello stato di indipendenza possono (egli previde la malinconica esperienza di un'epoca successiva) abbandonarli completamente in soggezione, e la gloriosa turbolenza adatta al verde del villaggio abbandonarli persino nei loro luoghi di associazione liberale, se una volta fossero completamente addomesticati dall'autorità. La nostra «allegra Inghilterra» sarà allora l'Inghilterra dal volto lungo, un'Inghilterra dalle mascelle cadenti, come una testa di cinghiale, che porta per parlare un limone in bocca: buona per festeggiare, forse; non con cui!
Il signor Beamish sembrerebbe aver realmente previsto il pericolo di una transizione che poteva sorvegliare solo ai suoi tempi; e, come diceva, «Vado, come sono venuto, come un lampo»; non aveva né antenati né discendenti: era un genio, sapeva di essere un solitario, quindi, nonostante i suoi sforzi per creare i suoi simili. All'interno del suo distretto ottenne qualcosa, abbastanza da dargli fama come uno dei padri principeschi della nostra civiltà domestica, sebbene ora sembriamo aver perso di più di quanto guadagnato in passato. L'inseguimento del naturale è sempre carico di dubbi azzardi. Se galoppa indietro, secondo il proverbio, lo farà alla carica: comunemente galoppa via, del tutto via; e allora, per qualsiasi tipo di animazione, la nostra precaria dipendenza è sul cervello: dobbiamo vivere del nostro spirito, che è solitamente meno produttivo della terra, e non può essere trasmesso in eredità.
A torto o a ragione (ci sono opinioni divergenti al riguardo) il signor Beamish represse il naturale ctonio con una verga di ferro sotto il suo dominio. La sfacciata e il bifolco non ebbero pace finché non ebbero dato imitazioni pubbliche della dama e del gentiluomo; né la dama e il gentiluomo furono privilegiati nell'essere ciò che lui chiamava «bandiere libere». Poteva essere caritatevole verso la passione, ma tuonava la parola stessa (tirata su fumante dal lago di zolfo) contro coloro che fingevano di essere sfacciatamente colpevoli dei peccatucci della galanteria. Il suo famoso abbordaggio a una dama che minacciava di affondare, e già si comportava come un vascello in quella situazione: «Dunque, madama, sento che vi state preparando ad iscrivervi all'antichissimo ordine?»... (lo nominò) fu un pezzo di insolenza che lo coinvolse in qualche discordia con il marito della dama e «il mascalzone dell'amministratore», come sceglieva di definire la terza parte in questi affari: eppure si dice che abbia salvato la dama.
Inoltre, egli attaccava la volgarità delle persone di qualità, e ha detto a una dama alla moda che si stava lasciando andare a un marcato ghigno di disdegno, non migliorando i suoi lineamenti, «che sarebbe stato lieto di avere la sua assicurazione che fosse il suo volto quello che presentava al genere umano»: una cosa — grazie forse soprattutto a lui — non più possibile da pronunciare. Una del sesso che gli chiedeva perché rivolgesse le sue persecuzioni particolarmente alle donne: «Perché combatto le vostre battaglie», dice lui, «e vi trovo tra le file del nemico.» Le trattava come traditrici.
Egli era tuttavia ben sostenuto da un sesso che compensa l’antipatia per il proprio amico prima di una certa età con un cordiale riconoscimento di lui quando ne ha raggiunto il periodo. Una falange di gran dame gli conferiva i terrori dell’Olimpo per chiunque, eccetto per i nativamente audaci, i truculenti e gli insopportabilmente ottusi; e in mezzo a loro egli lanciava decreti e fulmini con buon effetto: non, s’intende, senza ricevere missili di ritorno, e non senza sollevare la successiva questione se l’opera di quell’uomo fosse benefica per il paese, lui che certamente domava il campagnolo e la sua progenie, ma al costo dei loro spiriti animali e del loro dono di parola; vale a dire, rendendoli delle pietrificazioni. Nell’operazione chirurgica della tracheotomia, il successo del trattamento del paziente dipende, crediamo, dalla prontezza e dall’abilità dell’introduzione della trachea artificiale; e può darsi che i nostri infelici compatrioti, quando recisi dalla fonte del loro respiro, non siano stati trattati con garbo; o che vi sia in loro un’opposizione fisica a qualunque cosa di artificiale, e debba essere natura o niente. La disputa verrà lasciata dov’è.
Ora, avventurarsi nel portare in parata una bella giovane Duchessa di Dewlap, con un sentore di pastorella addosso nonostante la sua acquisita arte di procedere conformemente in un guardinfante, e pretendere il pieno omaggio di rispetto per una signora che portava tale titolo, la quale aveva le inebrianti attrattive della mela rossa del frutteto sull’albero accanto al muro della strada, quando il proprietario è assente, era audace nel signor Beamish, rasentava la temerarietà; né lui stesso ci avrebbe tentato se non fosse stato assicurato del sostegno della sua falange di gran dame. Esse infatti, dopo essere state rese partecipi del segreto, avevano stipulato che prima dovevano ispezionare la lattaia trasformata; e la rassegna non fu sfavorevole. La Duchessa Susan ne uscì più indenne del suo duca. Era impacciata, e il suo incedere istruito e la statura davvero ammirevole l’aiutarono a placare le critiche del suo sesso; dalle quali la sua innocenza fin troppo facilmente arrossente fu lodata, con una riserva, espressa nell’osservazione che era un giocattolo mostruosamente raffinato per la seconda infanzia di un duca, e non avrebbe mai dovuto essere lasciato volare via dal suo vivaio. La sua modista fu approvata. Il duca era un noto intenditore di fascino femminile, e avrebbe badato, s’intende, al decoroso ornamento della persona di lei con le migliori modiste. Il suo sorriso era grazioso, i suoi occhi dolci; poteva rivelarsi buona, se ben custodita per un po’; ma questi meriti della donna non sono quelli della gran dama, e il suo titolo era un raggio troppo forte sul suo carattere per dargli una giusta occasione con le sue critiche. Tutte, senza eccezione, raccomandarono cipria per i suoi capelli e le sue guance. Quell’odore di pastorella non poteva essere esorcizzato in altro modo, dichiararono. Il suo arrossire era indecente.
Davvero le critiche del sesso avversario si comportarono in modo da far brulicare i rossori rosei come le schiere di giovani Amori attorno a Citerea nella sua nascita marina, quando, chi librandosi e chi sprofondando, svolazzano come la sua zona sciolta, e fendono l’aria fitti come petali di fiori sul respiro dell’estate, tessendo la sua rete per il mondo. La Duchessa Susan poteva protestare la sua incapacità di trattenere i rossori; che il torto era fatto dagli occhi insolenti, e non dalle sue ingenue guance. Sì, ma la natura, se dobbiamo domare questi uomini, deve essere avvolta e celata, parzialmente soffocata, assolutamente soffocata all’occorrenza. La donna naturale non muove un passo senza colpire la terra per evocare l’orribile apparizione dell’uomo naturale, che non è come lei, ma un selvaggio cannibale. Per essere la luce che guida, è suo compito indossare la veste nebbiosa di un’idea, affinché possa dimorare come un’idea nelle menti degli uomini, molto fioca, molto potente, ma astrusa, inafferrabile. Molta saggezza le fu impartita sull’argomento, ed ella comprese un poco, ed echeggiò vuota al resto, disposta a mostrare intera docilità fin dove la sua intelligenza acconsentiva a essere sveglia. Era in quello stadio della delicata, debolmente tinta innocenza dell’innamoramento di sé quando le belle giovani donne che non sono state prese per l’istruzione nell’infanzia ritengono un disonore essere fatte apparire diverse da come la benedetta natura le ha fatte, che le ha rese belle, e che dunque sicuramente merita di essere adorata. Le lezioni delle gran dame e i consigli di Chloe fallirono nel persuaderla a usare il batuffolo di cipria. Forse anche, man mano che la timidezza la abbandonava, ella godeva della sua distinzione in mezzo a loro.
Ma la distinzione di una Duchessa di Dewlap con i capelli e le guance dei nostri campi nativi era carica di problemi che superavano i calcoli del signor Beamish. Aveva percepito che sarebbe stata attraente; non aveva fatto i conti con l’omogeneità dei suoi particolari vezzi inglesi. Una bellezza in rosso, bianco e blu è la nostra dea Venere con la mela di Paride in mano; e dopo due visite alla Pump Room, e una passeggiata nei viali attorno all’Assembly House, ella aveva diviso completamente gli ospiti ordinari dei Wells in maschi e femmine nell’opinione, come madre Natura aveva fatto nel sesso. E gli uomini non volevano essere messi a tacere; avevano fissato la loro più divina, e spettava alle donne soccombere a quello stato malsano, così carico di tuoni. Cavalieri e scudieri, militari e rurali, rigettarono la loro fedeltà a destra e a manca per dedicarsi a questa robusta nuova visione, e nel loro peculiare modo, con un generale View-halloo, e Yoicks, Tally-ho, e via che si va, a tutta birra! Ineguagliato come è in Inghilterra che la Bellezza accenda gli ardori dell’odore della volpe, la Duchessa Susan fece di più — trasformò tutti i suoi seguaci in segugi; erano pazzi: nel giro di pochissimi giorni dal suo ingresso le scommesse infuriavano attorno a lei, e vi furono risse, allegre frecciate al suo carattere sotto forma di vigorosi encomi, accuse di menzogna, e in un’occasione un colpo da knock-out in pubblico, come se il luogo non avesse mai conosciuto il tocco raffinato del signor Beamish.
Egli fu gettato in grande perplessità da quel colpo. Pur disapprovando il duello quanto più poteva, un affare di spada era tuttavia più tollerabile del pugno brutale: e di tutti gli uomini che ne potevano essere colpevoli, chi avrebbe previsto il giovane Alonzo, il quieto, modesto amante di Chloe! Era lui. Il caso giunse davanti al signor Beamish per la sua decisione; egli dovette pronunciare un giudizio imparziale, e per qualche tempo, durante l’esame delle prove, soffrì, come ci assicura nelle sue Memorie, un’agonia regale. Dover colpire con il gladio della Giustizia coloro che essi più stimano è la più grande afflizione nota ai re. Lo avrebbe fatto: meritava di regnare. Felicemente, la prova contro il gentiluomo che era stato atterrato, il signor Ralph Shepster, scusò il signor Augustus Camwell, altrimenti Alonzo, per aver trattato con lui prontamente per chiudergli la bocca.
Questo Shepster, un grezzo giovane scudiere, «puzzolente», scrive di lui Beau Beamish, «per metà di terra, e per l’altra metà di città», aveva coinvolto Chloe nelle sue familiari osservazioni sulla Duchessa di Dewlap; e il rispetto personale nutrito dal signor Beamish per Chloe approvò così fortemente la difesa di lei da parte di Alonzo, che nel giudicare pose l’accento sulla passione del giovane Alonzo per Chloe, per provare al contempo il disinteresse dell’aggressore e la natura giudiziaria della sentenza: la quale era che il signor Ralph Shepster dovesse subire l’esilio, e avesse il diritto di esigere riparazione. Quest’ultima parte del decreto aiutò a compiere l’esecuzione della prima. Shepster rifiutò l’acciaio freddo, definendolo omicidio, ed era effusivo della logica della natura sull’argomento.
«Perché un uomo arriva e mi atterra, dovrei andare da lui e chiedergli di trafiggermi!»
Il suo scuotere il capo significava che non era un tale sciocco. Volubile e prolifico di illustrazioni, come non lo è nessuno quanto un figlio della natura ispirato a pronunciare le sue parole di saggezza, egli sfidò il mandato, e si rifiutò la soddisfazione, finché nel modo più strano possibile sciami di piume bianche non lo assalirono, ed egli divenne un bersaglio per una persecuzione troppo provante per l’amicizia dei suoi amici. Fuggì, ripetendo la sua storia, di aver visto la «Duchessa di Beamish», e Chloe ad accompagnarla, a un appuntamento nel South Grove, dove un gentiluomo, sconosciuto ai Wells, si presentò alle avventurose signore, e camminarono insieme — una storia che finiva con cenni d’intesa.
L’esilio di Shepster fu una di quelle vittorie della giustizia sulle quali il genere umano potrebbe congratularsi se non lasciassero alcun tumulto dietro di sé. Ma, come quando un ragazzo è stato fustigato davanti ai compagni, il timore può visitarli, tuttavia c’è anche malizia nella scuola; e ovunque sulla terra una punizione sommaria che non spazza via il luogo è probabile che infetti chi vi rimane. I grandi legislatori, Licurgo, Dracone, Solone, Beamish, riconoscono con dolore di aver dovuto ricorrere ad agenti infernali, dopo aver così purificato il loro circolo da un offensore. I medici confessano lo stesso per le loro medicine. L’agente espellente deve a sua volta essere espulso, ed è un veleno sottile, che influenza i nostri spiriti. La Duchessa Susan aveva ora l’incenso di una vittima ad accrescere il suo fascino; come il galeone spagnolo carico di tesori per il quale, nel suo viaggio verso casa dalle acque sudamericane, i nostri intraprendenti corsari leggeri stazionavano in attesa, aveva la doppia attrattiva di essere desiderabile e un nemico. Vegliare coscienziosamente su di lei era un affare tormentoso.
Il signor Beamish mandò a chiamare Chloe, ed ella venne da lui immediatamente. Il suo sguardo era curioso; egli lo studiò mentre conversavano. Così guarda chi sta osservando il volo sicuro di una freccia, o le felici combinazioni di un intrigo. Dicendo: «Non sono un inquisitore, bambina», si avventurò in due o tre modeste inquisizioni riguardo alla sua padrona. Il titolo di cui aveva travestito la Duchessa Susan, confessò di rimpiangerlo come causa principale dell’agitazione del suo principato. «È corteggiata», disse, «meno come una cittadella che sventola una bandiera che come una locanda dove la richiesta è di spazio per sedersi e un boccale! Questi sono i nostri modi. Eppure, devo ammettere, una Duchessa di Dewlap è una provocazione, e il mio esclusivo desiderio di proteggere il nome del mio signore resta corretto dai pericoli che circondano la sua dama. Ella è diversa da come la supponevo; è, speriamo, un’eccellente brava creatura, ma troppo attraente perché la maggior parte e il ponte levatoio e le difese consuete vengano trascurate.»
Chloe incontrò il suo interrogatorio con un pronto resoconto dell’innocenza e della buona natura della giovane duchessa che placò il signor Beamish.
«E tu?» disse lui.
Lei sorrise in risposta.
Quel sorriso non era il sorriso comune; era uno di un’eager esultanza, che produceva mentre lui fissava il guizzo di un riflesso inquisitore sulle sue labbra. Un tale sorriso ci invita a indovinare e ci sprona a indovinare, ci avverte che bruciamo e affretta il nostro bruciare, e così, come un angelo che ci trasporta verso qualche promontorio di banchetto celeste, ci solleva fuori di noi stessi per vedere nell’universo del colore ciò che la bocca ha solo pallido discorso per raccontare. Quello è il linguaggio stesso del cuore; gli anni sono in uno sguardo, come monte e valle della terra oscura balzano su nel fulmine.
Si trattenne: osava a stento dirlo.
Lei annuì.
«Hai visto l’uomo, Chloe?»
Il suo sorriso si infranse nelle dure linee di un’estasi vicina al dolore. «È venuto; è qui; è fedele; non mi ha dimenticata. Avevo ragione. Sapevo! Sapevo!»
«Caseldy è venuto?»
«È venuto. Non chiedere. Averlo! Vederlo! Signor Beamish, è qui.»
«Finalmente!»
«Crudele!»
«Bene, Caseldy è venuto, dunque! Ma ora, amica Chloe, dovresti essere resa consapevole che l’uomo...»
Lei si tappò le orecchie. Mentre lo faceva, il signor Beamish osservò una spessa matassa di seta pendere da una mano. Parte di essa era intrecciata, e all’estremità superiore c’era un nodo. Assomigliava all’inizio della sua manifattura di una frusta: la dondolava avanti e indietro, permettendogli di afferrare e sollevare i fili sulle dita allo scopo di esaminare il suo lavoro. Non vi era alcun complimento speciale da pagare, così la lasciò andare senza commento.
I loro volti avevano espresso il desiderio di lei di non sentire nulla da lui di Caseldy e la sua sottomissione di non dire nulla. La sua felicità era troppo grande; sembrava pregare di potersi coricare con essa sul petto, alla maniera di una giovane madre esausta che ha appena ricevuto per la prima volta il suo bambino tra le braccia dalla nutrice.
CAPITOLO V
Assecondando Chloe con la sua solita premura, il signor Beamish si astenne dal gettare un’ombra sulla sua gioia appena nata, e persino in se stesso dal dubitare della sicurezza delle sue fondamenta. Il ritorno di Caseldy ai Wells era almeno qualche garanzia della sua costanza, visto che qui avevano stabilito di incontrarsi quando lui e Chloe si separarono l’ultima volta. Tutto poteva andare bene, sebbene fosse inspiegato perché non si fosse presentato prima. Alla più leggera richiesta la risposta di Chloe fu un brivido di felicità.
Inoltre, il signor Beamish calcolò che Caseldy sarebbe stato un alleato utile per comandare un adeguato rispetto per sua Grazia la Duchessa di Dewlap. Così si diresse allegramente agli alloggi di Caseldy per consegnare un messaggio di benvenuto, incontrando, sulla via verso di essi, il signor Augustus Camwell, con il quale ebbe una breve conversazione, con sua grande ammirazione per la bontà e l’autocontrollo dell’innamorato giovane gentiluomo nel parlare della migliore fortuna di Caseldy e Chloe. Il signor Camwell sembrava di fretta.
Caseldy non era in casa, e il signor Beamish procedette agli alloggi della duchessa. Chloe l’aveva trovata assente. I due si consultarono. Il signor Beamish assunse un’aria seria, finché Chloe non menzionò il negozio del pasticciere, poiché la Duchessa Susan aveva un debole per i dolci; amava una visita dal pasticciere, le cui crostate di marmellata le erano più care dei suoi più famosi pasticci di montone caldi. Il pasticciere informò il signor Beamish che sua Grazia era stata nel suo negozio, più presto del solito, a quanto pare, e accompagnata da un gentiluomo dall’aspetto straniero che portava i baffi. Sua Grazia, disse il pasticciere, aveva mangiato diverse crostate, insieme al gentiluomo, che si era complimentato con lui per aver superato il pasticciere continentale. Il signor Beamish lanciò un’occhiata a Chloe. Proseguì le sue ricerche giù alla Pump Room, mentre lei guardava attorno al caffè delle dame. Incontratisi di nuovo, tornarono agli alloggi della duchessa, dove una banda stava suonando nella strada, per ordine di sua Grazia; ma la duchessa era fuori, e non era stata vista sin dalla sua partenza mattutina.
«Che tipo di carattere attribuiresti alla signora Susan di Dewlap, dalla tua conoscenza personale?» disse il signor Beamish a Chloe, mentre scendevano dalla porta.
Chloe rifletté e disse: «Aggiungerei “buono” al paragone più scortese che potresti trovare per lei.»
«Ma accettando il paragone!» Il signor Beamish annuì, e rimuginò sulla circostanza che fossero molto nelle mani della natura con la Duchessa Susan, di cui si potrebbe dire che il suo carattere fosse buono, eppure tanto più vivo alle tentazioni che assediano la stagione di Primavera. Accostò l’aggettivo di Chloe a un numero di epiteti ugualmente applicabili alla natura e alle donne, secondo le idee correnti, concludendo: «Conte, chiamano il tuo Caseldy ai suoi alloggi. “Il Conte è fuori per una passeggiata.” È dato per spacciato. Ah! farai sì che abbandoni quel “Conte” quando ti porterà via da qui.»
«Non parlare del tempo oltre il mese», disse Chloe, così urgentemente su un respiro rapido da far sì che il signor Beamish le rivolgesse uno sguardo interrogativo.
Lei rispose: «Non è un mese di splendore quanto possiamo chiedere?»
Il beau si batté i gomiti con compiacimento sui fianchi in filosofica concordanza con il suo sentimento.
Nel pomeriggio, sul viale, furono raggiunti dal signor Camwell, tra gruppi di signore alla moda e i loro accompagnatori, che camminavano serenamente, per prescrizione medica, per l’appetito. Poiché egli non commentò l’assenza della duchessa, il signor Beamish vi alluse; dopodiché fu informato che lei era nei prati, e vi era stata per alcune ore.
«Non senza guardia», rispose al signor Beamish.
«Aha!» esclamò questi; «abbiamo un Argo!» e poiché la duchessa non era sulle alture, e i raggi del sole erano miti tra le nuvole, acconsentì alla proposta del suo giovane amico di avanzare per incontrarla. Chloe camminava con loro, ma il suo viso era sprezzante; agli stili diede la mano al signor Beamish; non rivolse parola al signor Camwell, e lui ne conosceva il motivo. Tuttavia mantenne la sua aria di rassegnazione soldatesca all’adempimento del dovere, e tenne la testa come un gentiluomo incapace di concepire l’ignominia di aver fatto la spia. Chloe si ritrasse da lui.
La Duchessa Susan si distingueva mentre attraversava un ampio prato non falciato, cinguettando sotto un’allodola, Caseldy ad accompagnarla. Si fermò bruscamente e gli parlò; poi avanzò, gridando ingenuamente: «Oh, signor Beamish, non è esattamente quello che volevate che facessi?»
«No, signora», disse lui, «avevate i miei ordini contrari.»
«Oh!» esclamò lei, «pensavo che dovessi correre nei campi di tanto in tanto per preservare la mia semplicità. Lo sapevo che mi era stato detto, e chi me l’aveva detto!»
Il signor Beamish si inchinò effusivamente all’introduzione di Caseldy, le cui dita toccò in segno di rinnovo della conoscenza, e con una risata si rivolse alla duchessa:
«Signora, mi ricordate un racconto della mia infanzia. Avevo un compagno giovanile della più tenera età, di nome Tommy Plumston, e godeva del privilegio dell’intimità con un monello componente chiamato Jimmy Clungeon, con il quale avventuroso vagabondo, in barba all’interdizione di sua madre di lasciare la casa per un minuto durante la sua assenza, partì per un tour del distretto, risultante, forse come conseguenza della sua completezza, in questo, che a una distanza calcolata a quattro miglia dalla dimora materna, percepì la sua amata mamma con sufficiente chiarezza da sentirsi sicuro che anch’ella avesse visto lui. Tommy consultò con Jimmy, e poi balzò in avanti correndo verso la sua mamma accigliata, e si espresse in queste ingenue parole, che ripeto come furono pronunciate, per darvi il sapore del bimbo innocente: disse: “Credo di aver creduto di sentirti chiamarmi, mamma! e Jimmy Clungeon, ha creduto di credere così anche lui!” Quindi, vedete, la coppia di loro era sotto l’impressione di stare facendo bene. C’è una delicata distinzione nei tempi verbali di ogni credere dove l’altro ha creduto, abbastanza in sé da imprimere sincerità sull’affermazione.»
Caseldy disse: «La veridicità di un ragazzo che possiede un amico chiamato Clungeon è fuori discussione.»
La Duchessa Susan spalancò gli occhi. «Quattro miglia da casa! E cosa gli fece sua madre?»
«La mamma di Tommy», disse il signor Beamish, e con la splendente licenza del periodo che continuava ancora in termini tollerabili con la natura sotto il compromesso del decoroso «Oh-vergogna!» dichiarò schiettamente la cosa che fece.
«Mi pare, signore, di aver colto la vista della vostra figura sulla collina laggiù circa un’ora o poco prima», disse Caseldy al signor Camwell.
«Se è stato nel momento in cui stavate uscendo da quel bosco, signore, la vostra supposizione è corretta», disse il giovane gentiluomo.
«Siete lungimirante, signore!»
«Lo sono, signore.»
«E lo sono anch’io.»
«E io», disse Chloe.
«La nostra Chloe vi distinguerà accuratamente a un miglio, e l’ha fatto», osservò il signor Beamish.
«Si indovina in punta di piedi su un sospetto, e se si ha torto passa, e se si ha ragione è un miracolo», disse lei, e alzò la voce in una canzone per abbandonare l’argomento.
«Sì, sì, Chloe; così allora avevi un sospetto, mascalzona, il giorno in cui abbiamo avuto il piacere di incontrare la duchessa, vero?» insistette il signor Beamish.
La Duchessa Susan s’intromise. «Che bella canzone! e voi a fermarla, signore!»
Caseldy riprese l’aria.
«Oh, voi due insieme!» gridò lei. «Amo sentire la musica nei campi; è celestiale. Bande in città e voci nei campi verdi, dico! Non potreste unirvi a Chloe, signor... Conte, signore, prima che arriviamo tra la gente, qui dove è tutto così bello e calmo. Musica! e il mio cuore comincia così a battere. Cantate, signor Alonzo?»
«Scarsamente», rispose il giovane gentiluomo.
«Ma il Conte sa cantare, e Chloe è un vero angelo quando canta; non è vero, cara?» implorò rivolta a Chloe, alla quale Caseldy si era rivolto con un preludio, un inchino e un gesto della mano.
La voce di Chloe prese il volo. Quella maschia e ricca di Caseldy vi si accordò. La canzone era gaia; egli schioccava le dita a intervalli, secondo lo stile straniero, cantando a pieni polmoni, con note piene e un raffinato abbandono, mostrando una rapidissima sensibilità per le astute modulazioni della sua bella compagna e un occhio per l’estasi della Duchessa Susan.
Il signor Beamish e il signor Camwell applaudirono.
«Non so mai cosa dire quando sono così colma», lasciò cadere un sospiro la duchessa. «E lui sa suonare il flauto, signor Beamish. Mi ha promesso che verrà in orchestra a suonare un po’ durante uno dei vostri bei concerti serali, e sarà delizioso... Oh!»
«Vi ha promesso, signora, è davvero così?» disse il damerino. «È stato durante il tragitto per i Wells che ve l’ha promesso?»
«Durante il tragitto per i Wells!» esclamò lei dolcemente. «Ma come potrebbe qualcuno promettermi qualcosa prima ancora di avermi visto? Trovo sia una cosa strana da chiedere a una persona. No, oggi, mentre passeggiavamo; e io dovrei sentirlo cantare, ha detto. Ammira così tanto la sua Chloe. Beh, non c’è da stupirsi, vero? Lei sa fare tutto; lavorare a maglia, cucire, cantare, ballare... e parlare! Non è mai a corto di parole. Riesce a far sì che intere scene di cose ti ruotino attorno, come in un teatrino ottico, le dico. Ed è sempre allegra. Non ha mai un minuto di malumore; e io a volte sono come un piatto di latte stantio, buono solo per i maiali.
Con i vostri orari notturni qui, sono certa di aver bisogno di essere stuzzicata al mattino, e Chloe mi allieta con una delle sue canzoni, e io dico: “Ecco il mio uccellino!”»
Il signor Beamish aggiunse: «E ricorderete che lei ha un cuore.»
«Lo immagino proprio!» disse la duchessa.
«Un cuore, signora!»
«Beh, cos’altro?»
Nient’altro, il damerino, dal suo aspetto, fu costretto ad ammettere.
Appariva perplesso di fronte a questa figlia della natura in una corona; e ancor più quando lei fece notare: «Voi sapete del suo cuore, signor Beamish.»
Lui acconsentì, poiché ovviamente conosceva la devozione di una vita di lei per Caseldy; ma c’era malizia nel tono di lei. Tuttavia, non si aspettava che una donna della sua educazione avesse un tono perfettamente concorde con le circostanze. Parlò in via sperimentale del volto e della figura attraenti di Caseldy, e fu lieto di sentire la duchessa dire: «È quello che dico a Chloe.»
«Bene», disse lui, «dobbiamo considerarli uniti; sono una cosa sola.»
La Duchessa Susan rispose: «È quello che dico a lui; lei farà tutto ciò che desiderate.»
Lui ripeté queste parole con un’esclamazione, e decise tra sé che erano semplicemente sciocche. Era una vera pastorella per nascita e natura, che richiedeva una stretta protezione sulle sue attrattive a causa della sua semplicità; tale era la sua lettura del problema; l’aveva concepita al primo sguardo e vi tornava sempre sotto l’influenza dei suoi occhi ingenui, sebbene le sue teorie su uomini e donne fossero astute, e quel cavaliere scorto dalla lungimirante Chloe alla finestra della carrozza della Duchessa Susan lo turbasse a tratti. L’abitudine di anticipare lo sciocco in una determinata persona è il modo sicuro per essere a volte il turlupinato, come non sarebbe stato l’ultimo ad avvertire un neofita; ma la saggezza astratta ha bisogno di un sospetto perennemente vigile e affilato, se vogliamo che sia viva per confrontarsi con occhi ingenui e con la nostra preconcetta idea della loro ingenuità.
«Parlate di Chloe con lui?» disse lui.
Lei rispose: «Sì, certo. E lui la ama! Mi piace sentirlo. È uno di quei gentiluomini che non mi fanno sentire timida in loro presenza.»
Ricevette una breve lezione sulle virtù della timidezza nel preservare il sesso dal pericolo; dopo di che, considerando che la signora che non prova timidezza con un particolare cavaliere non ha visto risvegliarsi alcun sentimento, cedette il posto al signor Camwell e procedette a sondare Caseldy.
Quel gentiluomo fu comunicativo e sincero. Chloe lo aveva lasciato, ed egli raccontò di come, richiamato in patria in Inghilterra e costretto a risolvere una disputa che minacciava una causa legale, avesse dovuto con rammarico astenersi dal frequentare i Wells per un periodo, non per timore delle tentazioni del gioco – aveva soggiogato la fragilità del desiderio di giocare – ma perché riteneva dovuto verso la sua Chloe presentarle un volto sereno, e desiderava prima liberarsi dei seri fastidi che lo assillavano. Per una ragione simile non aveva scritto; voleva nutrirsi della sua sorpresa. «E ne ho avuto la ricompensa», disse, come se fosse stato lui la persona a soffrire maggiormente per quell’astinenza. «Ho trovato... posso dirlo a voi, signor Beamish... amore nei suoi occhi. Divina per natura, è una degli immortali, sia nell’aspetto che nella costanza.»
Si riferirono alla Duchessa Susan. Caseldy ammise con riluttanza che sarebbe stata una scortesia rimuovere Chloe dal suo servizio durante il breve periodo che le restava ai Wells; e così disse di non averlo proposto, poiché la duchessa era una bambina, un’innocente, non stupida in alcun modo; ma, naturalmente, il suo trapianto da una posizione inferiore a una elevata la metteva in svantaggio.
Il signor Beamish parlò delle difficoltà del suo incarico come guardiano, e anche dello strano cavaliere visto da Chloe alla finestra della carrozza di lei.
Caseldy sorrise e disse: «Se ce n’era uno – e Chloe è piuttosto lungimirante – non possiamo aspettarci che lo confessi.»
«Perché no, signore, se lei è questo modello di innocenza?» fu indotto a chiedere il signor Beamish.
«Lei vi teme, signore», rispose Caseldy. «Le avete ispirato uno straordinario timore di voi.»
«Io?» disse il damerino: era stato il suo impegno ispirarlo, e si gonfiò alquanto, più per il sollievo al pensiero di possedere il potere di controllare la sua delicata pupilla che per vanità; eppure sarebbe audace affermare che non ci fosse una dose di quest’ultima. Era un uomo molto umano; e aveva, come abbiamo visto, le sue idee sull’effetto che l’impressione del timore produce sui cuori delle donne. Qualcosa, in ogni caso, lo portò a dimenticare il cavaliere.
Furono attratti dai tre che li precedevano, da una vivace disputa tra Chloe e il signor Camwell.
La Duchessa Susan la spiegò nel suo stile schietto: «Lei vuole che lui se ne torni a casa, e lui dice che lo farà se lei gli darà quella doppia matassa di seta che dondola, e lei dice che non lo farà, chieda pure quanto vuole; così lui dice che non se ne andrà, e io sono sicura di non vedere perché dovrebbe; e lei dice che lui può restare, ma non avrà la sua collana, come la chiama. Così il signor Camwell cerca di afferrarla e Chloe si accende. Cielo, non sa accigliarsi...! verso di lui. Non si acciglia mai con nessuno se non con lui.»
Caseldy tentò di persuadere il signor Camwell. Con la bocca all’orecchio di Chloe, disse: «Dagliela; lascia che il pover’uomo abbia il suo ricordo; liquidalo con quello.»
«Posso sentire! E questo è davvero gentile», esclamò la Duchessa Susan.
«Una collana un po’ da ragazzina», osservò il signor Beamish; «ma potrebbe averla, senza il congedo, poiché non posso acconsentire a perdere Alonzo. No, signora», fece un cenno verso la duchessa.
Caseldy continuò a sussurrare: «Non puoi pensare di indossare una cosa simile al collo?»
«Davvero», disse Chloe, «ci penso.»
«Beh, che moda avete qui?»
«Non è ancora una moda», disse lei.
«Un cerchietto di seta non si addirà bene a nessun ciondolo prezioso che io conosca.»
«Un sacchetto di polvere non è un ciondolo molto prezioso», disse lei.
«Oh, un memento mori!» esclamò lui.
E lei rispose: «Sì.»
Lui la prese in giro per la sua superstizione, continuando: «Sicuramente, amore mio, è un modo economico per sbarazzarsi di un jaloux molesto e invadente. Scagliaglielo tra le mani come un mittimus.»
«La sua presenza vi disturba?» chiese lei.
«Ammetterò che non è piacevole avere sempre il tizio alle calcagna, con il suo sguardo abbattuto. Ci osserva ora, perché ho le labbra vicine alla tua guancia. Dovrebbe essere assente; è uno di troppo. Spediscilo in viaggio con il souvenir che chiede.»
«Lo tengo per un viaggio mio, che potrei dover intraprendere», disse Chloe.
«Con me?»
«Tu seguirai; non puoi fare a meno di seguirmi, Caseldy.»
Lui speculò sul suo contegno. Lei stava sorridendo teneramente. «Sei felice, Chloe?»
«Non ho mai conosciuto tale felicità», disse lei. Il fulgore dei suoi occhi lo confermava.
Lui guardò verso la Duchessa Susan, che era come un girasole al sole. Il suo sguardo indugiò un momento. Le abbondanti e radiose grazie giovanili di lei erano la fascinazione più ricca su cui un occhio come il suo potesse indugiare. «Così va bene», disse. «Saremo perfettamente felici finché il mese non finisce. E dopo? Ma liberaci di Monsieur le Jeune; lanciagli quella sciocchezza; gli risparmio quello. Sarà una beatitudine per lui, al costo di un pezzetto di filo di seta per noi. Inoltre, se lo teniamo qui per curarlo della sua passione, non potrebbe essere – questi ragazzi virano improvvisamente, come i venti d’Albione, da un bel soggetto all’altro – a costo della preziosa e semplice signora che stai proteggendo? Accenno soltanto. Questi due si influenzano a vicenda, come se potesse essere. Lei parla di lui. Sia come vuoi, ma una sciocchezza del genere, mia Chloe, per sbarazzarsi di un occhio verde!»
«Desideri tanto che se ne vada?» disse lei.
Lui si strinse nelle spalle. «Il tizio è tra i piedi.»
«Lo credi un po’ pericoloso per la mia signora innocente?»
«Francamente, lo credo.»
Lei tese la corda di seta semitessuta tra le due mani per provarne la resistenza, fece un secondo nodo e la ripose in tasca.
Immediatamente assunse la sua aria più vivace da compagna di giochi, personaggio nel quale nessuno era così incantevole come Chloe, poiché diventava la compagna degli uomini senza perdere la sua posizione tra le donne sagge e dolci, ed era come un ragazzo brillante e ben educato, a cui i suoi ammiratori più anziani hanno lasciato la guida in battute, capricci e lotte; ma più piacevole di un ragazzo, le tinte morbide del suo sesso attenuavano il suo spirito brioso; sembrava la delegata del suo sesso, per dire ai più rozzi dove potevano incontrarsi, come su un ponte sopra il torrente che li separava, allegramente per lo scambio del meglio di entrambi, non accesi né tentati dal fuoco, eppure con tutti gli elementi che fanno bruciare il fuoco per animare i loro cuori.
«Fortunato l’uomo che conquista per sé quel cordiale per tutta la vita!» disse il signor Beamish alla Duchessa Susan.
Lei aveva scarsa comprensione delle frasi metaforiche, ma era rapida nel leggere i volti; e confrontando l’entusiasmo sul volto del damerino con l’aspetto di turbato stupore e rimpianto di Caseldy, ebbe pietà dell’amante consapevole di non avere la parte maggiore degli affetti della sua amata. Quando poco dopo lui la guardò, la donna dal cuore tenero avrebbe potuto piangere per pura compassione, tanto si mostrava consapevole della preferenza di Chloe per l’altro.
CAPITOLO VI
Quella sera la Duchessa Susan giocò al tavolo del Faraone e perse ottocento sterline, per la disperazione dovuta alla perdita di venti. Dopo averla incoraggiata a procedere fino a questo estremo, Caseldy la fermò. La stava conducendo fuori dalla sala da gioco quando un paio di giovani scudieri dell’ordine degli Shepster, stimolati dal vino, la intercettarono per porgerle le loro condoglianze, cosa che fecero con gesti esagerati, intesi come ampia imitazione della cortesia importata dal Continente, e un melodioso arpeggiare sulle variazioni popolari del suo nome di battesimo, senza dimenticare il suo singolare titolo, «mia adorabile, adorabile Gola!»
Lei era eccitata e stordita dalla sua esperienza immediata nel trasferimento di denaro, e disse: «Sono certa di non sapere cosa volete.»
«Sì!» gridarono loro, battendosi il petto come chitarre e tentando la posa di chi pizzica lo strumento; «lei sa. Lei sa. La bella Susie sa cosa vogliamo.» E uno esclamò, mellifluo, «Oh!» e l’altro «Ah!» in flagrante derisione dei modi stranieri che riproducevano in un rozzo burlesque – un trucco auto-consolatorio e comune del rozzo.
Caseldy era dietro. Si fece avanti e si inchinò loro. «Signori, volete dirmi cosa volete?»
Lo disse con uno sguardo che intendeva acciaio. Li raffreddò a sufficienza da permettergli di mettere la duchessa sotto la protezione del signor Beamish, che in quel momento entrava da un’altra stanza con Chloe; dopodiché la coppia di villani si ritirò per rinvigorire il proprio sangue valoroso.
Il signor Beamish aveva visto che c’era motivo di gratitudine verso Caseldy, a cui disse: «Ha perso?» e sembrò soddisfatto nel sentire l’ammontare della perdita, e incaricò Caseldy di scortare le signore ai loro alloggi immediatamente, osservando: «Addio, Conte!»
«Troverete utile il mio titolo straniero qui, dopo un paio di duelli», fu la risposta.
«Niente duelli, se possibile evitarli; sebbene percepisca come il sapore del vostro essere conte possa diffondere un sano allarme tra i nostri rurali, che si scontrerebbero volentieri con voi a pugni, ma non gradiscono l’ingannevole arma fredda.»
Il signor Beamish accompagnò con un inchino altero la duchessa lontano.
Caseldy colse l’opportunità mentre la aiutava a salire nella sua portantina per dire: «Proveremo con la chiromante un giorno fortunato per avere la nostra rivincita.»
Lei rispose: «Oh, non parlarmi mai più di giocare; ho le tasche quasi vuote e non ho mai conosciuto un posto così peccaminoso come questo. Mi sento come se fossi caduta in un fosso. E c’è il signor Beamish, tutto impettito quando mi fa l’inchino. State facendo aspettare Chloe, signore.»
«Dov’era lei mentre eravamo al tavolo?»
«Certo che era col signor Beamish.»
«Ah!» gemette lui.
«La povera anima è in preda alla disperazione per le sue perdite di stasera», si voltò a dire a Chloe, allontanandosi dalla duchessa chiusa nella portantina. «Falle fare un bel pianto confortevole e dalle qualche massima morale.»
«Lo farò», disse lei. «Mi ami, Caseldy?»
«Amarti? Io? Il tuo? Quale rassicurazione vorresti?»
«Nessuna, caro amico.»
Ecco una donna facilmente ingannata.
Nei cuori di certi uomini, a causa di un disprezzo intellettuale per i facili gonzi, il rimorso nell’ingannare è diminuito dalla leggerezza del loro compito; e quella morbida fiducia che spesso, seppur fugacemente, spingerebbe i traditori a riconsiderare il fascino dell’anima bella che stanno abbandonando, spinge questi cavalieri corazzati a perseguire con rinnovato ardore le fruttuose vie del tradimento. I loro sentimenti sono inoltre caldi per la loro preda; e scegliendo di giudicare la loro vittima dal calore presente dei loro sentimenti, possono a volontà sentirsi feriti, fino a essere scandalizzati, da una freddezza che non desta in loro alcun sospetto. La gelosia avrebbe la possibilità di fermarli, poiché non è impossibile stuzzicarli per farli tornare a una lealtà dichiarata; ma anche la pura indifferenza ha una presa maggiore su di loro rispetto a una fiducia ottusa e cieca. Odiano il peso che impone; l’aspetto cieco è solo abbastanza toccante da ricordare loro il peso, e lo odiano per questo, e per l’enorme presunzione della convinzione che siano eternamente legati a un’imbecille. Lei va in giro con gli occhi chiusi, aspettandosi di non inciampare, e quando lo fa, è colpa mia? L’uomo offeso lo chiede nel corso del suo ragionamento.
Ricorre ai meriti della sua vittima, ma solo con compassione, e la compassione è raffreddata dal pensiero che lei possa alla fine mettersi sulla sua strada per ostacolarlo. A quel punto è portato a pensare al premio che lei potrebbe sottrargli; e quando una donna è un ostacolo, l’altra risplende desiderabile come la vita oltre la morte; lui deve averla; la vede nel colore del suo desiderio per lei, e l’ostacolo in quello della sua ripulsione. La crudeltà non è altro che lo sforzo dell’uomo di conquistare l’oggetto desiderato.
Lei non dovrebbe lasciare alla sua immaginazione concepire che alla fine la cieca possa risvegliarsi per ostacolarlo. Meglio per lei scacciarlo, o fargli sapere che darà battaglia per tenerlo. Ma l’orgoglio di un amore che si è indurito nella fedeltà dell’amore non può sempre essere saggio alla prova.
Caseldy camminava considerevolmente indietro rispetto alle due portantine. Vide lungo la strada ciò che stava per accadere. I suoi due giovani scudieri erano appostati alla porta della Duchessa Susan quando lei arrivò, e lui ricevette un colpo da uno di loro nel farsi strada per lei. Lei gli tirò la mano. «Ti hanno fatto male?» chiese.
«Pensami stasera a ringraziare loro e il cielo per questo, tesoro mio», rispose lui, con una pressione che illuminò il momento fugace per accendere le ore successive.
Chloe aveva preso aiuto da uno dei suoi portatori per saltar fuori. Tese un dito verso gli intrusi turbolenti, gridando severamente: «C’è del sangue su di voi... non avvicinatevi a me!» Il discorso più elevato non sarebbe stato così astuto da colpire il loro ingegno. Si fissarono l’un l’altro al chiaro di luna. Quale di loro aveva sangue addosso? Poiché non erano lì per il sangue, ma per un gioco rozzo e per qualcosa di cui vantarsi il giorno dopo, gesticolarono secondo le prime istruzioni del maestro di ballo, per galanteria, e si tolsero di mezzo a Caseldy quando questi si pose al servizio della sua signora. «Non fate caso a loro, caro», disse lei.
«No, no», disse lui; e «Cos’è?», e il suo accento rauco e la stretta tremante al braccio di lei la nausearono fino alla sensazione di una morte imminente.
Al piano di sopra, la Duchessa Susan fece mostra di abbracciarla. Entrambe stavano tremando. La duchessa attribuì la sua condizione a quegli uomini terribili. «Perché ce l’hanno tanto con me?» disse.
E Chloe disse: «Perché sei bella.»
«Lo sono?»
«Lo sei.»
«Lo sono?»
«Molto bella; giovane e bella; bella in boccio. Imparerai a scusarli, signora.»
«Ma, Chloe...» La duchessa chiuse la bocca. Da una languida reverie, sospirò: «Suppongo di doverlo essere! Il mio duca... oh, non parlarmi di lui. Caro uomo! è a letto e profondamente addormentato molto prima di ora. Mi chiedo come gli sia venuto in mente di lasciarmi venire qui.
L’ho importunato, lo so. Sono davvero, davvero bella, Chloe, così che gli uomini non possono farne a meno?»
«Molto, signora.»
«Ecco, buonanotte. Voglio andare a letto, e non posso baciarti perché continui a chiamarmi signora, e mi geli in ghiaccioli; ma ti voglio bene, Chloe.»
«Sono certa che me ne vuoi.»
«Sono certissima di sì. So che non intendo mai far del male. Ma come ci si aspetta che ci comportiamo noi donne, allora? Oh, sono infelice, lo sono.»
«Devi astenerti dal giocare.»
«È quello! Ho perso i miei soldi... l’avevo dimenticato. E dovrò confessarlo al mio duca, anche se mi aveva avvertita. I vecchi tengono le dita alzate... così! Un dito: e non dimentichi mai la vista di esso, mai. È un dito rotondo, come il manico di una brocca, e non ti punta contro quando fanno la predica, e la pelle è come un vecchio cappotto sulle spalle di un vecchio... o, Chloe! proprio come, quando guardi l’unghia, un copriletto stropicciato sul volto di un cadavere. Dichiaro, è proprio come! Mi sento come se non mi importasse affatto di parlare di cadaveri stasera. E i miei soldi sono andati, e non mi importa molto. Sono di nuovo una ragazza selvaggia, più bella di quando quel... è un caro, gentile, buon vecchio nobile, con il suo buffo vecchio dito: “Susan! Susan!” Non sono peggio delle altre. Tutti giocano qui; tutti superiori. Beh, tu hai giocato, Chloe.»
«Mai!»
«Ti ho sentita dire che hai giocato una volta, e che la posta era più alta, hai detto, di quanto chiunque altro abbia mai giocato.»
«Non denaro.»
«Cosa, allora?»
«La mia vita.»
«Bontà... sì! Capisco. Capisco tutto stasera... anche gli uomini. Così hai fatto! Non sono così vergognosamente malvagi, Chloe. Perché non riesco a vedere il male della natura umana... se siamo discrete, intendo. Di tanto in tanto una danza di campagna e un gioco, e a casa a letto e a sognare. Non c’è nulla di male in questo, lo giuro. Ed è per questo che sei rimasta in questo posto. Ti piace, Chloe?»
«Ci sono abituata.»
«Ma quando sarai sposata col Conte Caseldy te ne andrai?»
«Sì, allora.»
Lo disse così senza gioia che la Duchessa Susan aggiunse, con intensa affettuosità: «Non sei obbligata a sposarlo, cara Chloe.»
«Né lui me, signora.»
La duchessa la prese impulsivamente per baciarla e disse che si sarebbe spogliata da sola, poiché desiderava restare sola.
Da quella notte fu una creatura infiammata.
La totale scomparsa della coppia di eroi, ultimi in ordine di tempo a cospirare per vessare la sua delicata protetta, diede a Mr. Beamish un’alta opinione di Caseldy come collaboratore in un ufficio quale quello che ricopriva. Se n’erano andati, e non si seppe più nulla di loro. Caseldy limitò le sue osservazioni in merito all’osservazione di aver impiegato i mezzi migliori per sbarazzarsi di quella razza di disgraziati; e se le loro anime fossero fuggite, o solo i loro corpi, rimaneva un mistero. Ma la duchessa faceva passeggiate tranquille con Caseldy a farle da guardia, mentre Mr. Beamish contava i giorni rimanenti della sua visita con l’impazienza di un uomo che ha motivo di tenere gli occhi sull’orologio. Perché la Duchessa Susan non era molto gestibile, ormai; aveva attacchi d’insorgenza, e diceva chiaramente che il suo tempo era breve e che intendeva fare come le piaceva, andare dove le piaceva, giocare quando le piaceva, ed essere una donna indipendente, se di lì a poco doveva essere portata via e rinchiusa in un castello che non era altro che una portantina più grande.
Caseldy protestava di essere impotente quanto il damerino. Descriveva in modo divertente il fastidio di doverle correre incessantemente dietro in ogni direzione, e suggeriva che dovesse stare battendo il distretto per ritrovare il suo “strano cavaliere”, del quale, o di uno che aveva cavalcato accanto alla sua carrozza per mezza giornata durante il viaggio verso le Wells, diceva che lei avesse lasciato cadere una sorta di accenno. Si lamentava dell’impossibilità di ottenere un’ora di privacy con la sua Chloe.
«E io, abituato a consultarla, ne vedo troppo poca», disse Mr. Beamish. «Presto non ne vedrò affatto, e già avverto la mia perdita.»
Rappresentò il suo caso alla Duchessa Susan: che lei era sempre fuori a fare lunghe corse e a portargli via Chloe, quando le sue occupazioni gli impedivano di accompagnarle; e poiché Chloe stava per essere perduta per lui definitivamente, ne sentiva profondamente l’assenza.
La duchessa gli lanciò repliche enigmatiche: «Può cambiare tutto questo, Mr. Beamish, se vuole, e sa che può. Oh, sì, può farlo. Ma le piace fare la farfalla, e quando ha reso pallide le signore è felice: e loro devono restare lì ad appassire per lei. Mai! Ho questo orgoglio. Posso essere tormentata, ma non cadrò mai nel verde e nella malinconia per un uomo.»
Si pavoneggiò davanti a uno specchio, nel quale non si rifletteva alcun segno di pallore.
Mr. Beamish meditò, e pensò fosse prudente parlare virilmente a Caseldy dei suoi infantili sospetti, affinché lei non potesse, per caso, turbare allo stesso modo la mente dell’amante.
«Oh, si rassicuri, mio caro signore, per quanto mi riguarda», disse Caseldy. «Ma, a dirle il vero, credo di poter interpretare le insinuazioni della sua cremosa signoria in modo un po’ diverso e altrettanto chiaramente. Per parte mia, preferisco il pallido al florido, e gioco la mia mano destra sulla fedeltà di Chloe. Qualunque male io possa avere la folle crudeltà – sventura, preferirei chiamarla – di arrecare a quella donna dall’animo celestiale nei giorni a venire, nessuno dirà mai di me che fui colpevole, anche solo per un istante, della bassezza di dubitare della sua purezza e costanza. E, signore, aggiungerò che potrei fare affidamento perfettamente anche sul suo onore.»
Mr. Beamish s’inchinò. «Lei mi rende solo giustizia. Ma, dica, quale interpretazione?»
«Ha iniziato temendola», disse Caseldy, provocando uno sguardo sbalordito seguito da un cipiglio. «Immagina che lei la trascuri. Forse ha il sospetto tipico di una donna che lei lo faccia per metterla alla prova.»
Mr. Beamish citò freneticamente le sue numerose occupazioni. «Come posso essere sempre al suo seguito?» Poi disse: «Puh», e giocherellò teneramente con le balze del polso. «Tush, tush», disse, «no, no: sebbene, se si arrivasse a uno scontro tra noi, potrei, nell’interesse del mio vecchio amico, il suo signore, che ho ragioni di stimare, interporre un’influenza che renderebbe l’esercizio della mia autorità gradevole. Finora non ne ho visto alcun bisogno reale, e osservo con attenzione. Il suo occhio è stato su Colonel Poltermore una o due volte, il suo su di lei. La donna è una rosa a giugno, signore, e perdono il mondo intero per il fatto che guardi, e anche che desideri. Ma non ho osservato nulla di serio.»
«Domani è dei nostri per la gita al faro», disse Caseldy. «Ha insistito per averlo; e almeno questo mi concederà un’ora di licenza.»
«Mi faccia il favore di riferirmi», disse Mr. Beamish.
In questo modo ingaggiò Caseldy per fornirgli invenzioni, e si preparò a ingoiarle. Era Poltermore e Poltermore, il Colonnello qui, il Colonnello là, finché la caccia divenne così accesa che Mr. Beamish non poté più ascoltare l’estenuante monotonia del giovane Mr. Camwell sul suo unico tema del doppio gioco del fidanzato di Chloe. Divenne del suo stesso parere, e trattò il giovane quasi con la stessa freddezza di lei. Col tempo fu pronto a indovinare, per sua acuta perspicacia, che lo “strano cavaliere” non potesse essere altri che Colonel Poltermore. Quando Caseldy lo suggerì, Mr. Beamish disse: «L’ho tenuto d’occhio.» Aggiunse, con stile altamente soddisfatto di sé: «Con tutto il suo addestramento straniero, amico mio, imparerà che noi inglesi non siamo così indietro rispetto a voi nell’arte di sbrogliare un intrigo nell’oscurità.» Al che Caseldy rispose che il mondo continentale aveva poco da insegnare a Mr. Beamish.
Il povero Colonel Poltermore, come venne chiamato, era chiaramente vittima dell’improvvisa affabilità della Duchessa Susan. La trasformazione di un rigido ufficiale militare in un agile Puck, un corriere di commissioni e un vivace attendente, non poteva passare inosservata. Il primo effetto della sua discriminante condiscendenza su questo sfortunato gentiluomo fu di renderlo il paladino delle sue pretese di buona educazione. L’aveva per natura, era la grande signora della Natura, protestava alle nobili dame della cerchia in cui si muoveva; e loro ammettevano che fosse diversa in ogni modo da una borghese elevata dal matrimonio a rango elevato: non era volgare. Ma rimanevano dubbiose sulla perfetta semplicità di una giovane donna che operava tali cambiamenti negli uomini da rendere uno dei famosi conquistatori del giorno il suo agitato e umile servitore. Per gradi rapidi il Colonnello era caduto a quel punto. Quando non era al suo fianco, marciava sempre con passi affrettati, correndo attraverso le stanze e lungo i vicoli e i boschi finché non l’aveva scoperta e non si era attaccato alle sue gonne. E, curiosamente, l’oggetto della sua gelosia era il devoto Alonzo! Mr. Beamish rise quando ne sentì parlare. L’eccitazione e l’aria stordita della signora, tuttavia, accusavano Poltermore di uno stadio di successo che richiedeva di essere combattuto immediatamente. Si parlò del grande desiderio della Duchessa Susan di fare visita al popolare indovino della capanna nella brughiera, e Mr. Beamish pose il suo veto sulla spedizione. Lei gli aveva obbedito astenendosi dal gioco ultimamente, così lui si aspettava pienamente che il suo interdetto sarebbe stato rispettato; e inoltre l’indovino era un furfante, un falso astrologo noto per aver predetto a certe tenere signore cose che desideravano solo troppo immaginare predestinate da una straordinaria indicazione del corso dei pianeti attraverso lo zodiaco, inducendole così a peccare con l’esempio delle congiunzioni celesti: un pezzo di empia dissolutezza. Il damerino prese una posizione elevata nelle sue obiezioni all’avventura. Tuttavia, la Duchessa Susan ci andò. Si recò alla brughiera al mattino presto, accompagnata da Chloe, Colonel Poltermore e Caseldy. In seguito fecero colazione in una locanda dove venivano serviti di tanto in tanto banchetti zingareschi per la moda, e furono di ritorno alle Wells non appena il mondo fu in piedi. La loro sorpresa fu prodigiosa quando Mr. Beamish, accostandoli in piena assemblea, chiese se fossero soddisfatti del resoconto delle loro fortune, e ancor di più quando dimostrò positivamente di essere a conoscenza delle fortune che erano state raccontate a ognuno di loro in privato.
«Lei, Colonel Poltermore, sarà baciato dalla fortuna fino al decimo miglio, dove il suo carro si ribalterà e rimarrà zoppo per la vita.»
«Non così male», disse il Colonnello allegramente, essendo stato informato di molto meglio.
«E lei, Conte Caseldy, avrà tutto come vuole con buona fortuna, dopo aver commesso un atto di strage, con la sola pena di subire una visita ogni notte dal cadavere.»
«Fantasma», lo corresse sorridendo Caseldy.
«E Chloe non ha voluto farsi leggere la fortuna, perché la conosceva!» Mr. Beamish lanciò uno sguardo paterno verso di lei. «E lei, signora», inarcò le sopracciglia verso la duchessa, «ha ricevuto la comunicazione che “Tutto per Amore” la farà cadere come l’ha innalzata, la abbatterà come l’ha presa, fornirà il banchetto al gentiluomo corvo che appartiene di diritto all’aquila reale?»
«Niente del genere! E non credo a nessuna delle loro storie», gridò la duchessa, con la faccia in fiamme.
«Lo nega, signora?»
«Lo faccio. Non c’è mai stata parola di un corvo o di un’aquila, lo giuro, ora.»
«Nega che ci sia mai stata parola di “Tutto per Amore”? Parli, signora.»
«Il rigiro del loro prestigiatore!» mormorò, stizzita. «Come se avessi dato ascolto alle loro sciocchezze!»
«La Duchessa di Dewlap osa darmi della bugiarda?» disse Mr. Beamish.
«Non è il mio titolo, e lei lo sa», ribatté lei.
«Cos’è questo?» cantò fuori il damerino arrabbiato. «Che roba è questa che indossa?» Si erse in tutta la sua altezza e pose la mano su un bordo di pizzo del suo abito da mattina, lo strappò furiosamente e ne fece oscillare un lembo intorno a sé: e mentre la duchessa ansimava e tremava per un oltraggio che le valse la simpatia di ogni signora presente così come la difesa dei gentiluomini, lui gettò il pizzo a terra e lo calpestò, rendendo la sua voce tonante intelligibile sopra il tumulto: «Ascoltate cosa fa! È un crimine! Indossa la roba con l’amido giallo di Betty Worcester per finta antichità! E chiunque altro lo indossi se lo tolga prima che la città dica che siamo disonorati, quando vi dico che Betty Worcester è stata impiccata a Tyburn ieri mattina per omicidio!»
Ci furono grida.
Appena ebbe finito di parlare, l’assemblea iniziò a sciogliersi; lui stava al centro come un palo che snoda nastri, tra una confusione di abiti frettolosi, il cui suono, turbine e deriva era come quello delle foglie autunnali sparse su un vento che si alza a novembre. Le truppe di signore correvano a spogliarsi dei loro ornamenti in pizzo vecchio d’imitazione alla moda, che le denunciava in qualche modo complici e sodali della sanguinaria e detestata sciagurata, Mrs. Elizabeth Worcester, la loro benefattrice del giorno precedente, ora impiccata e penzolante sulla forca.
Quelle signore che non indossavano pizzo d’imitazione o alcun pizzo al mattino, non erano affatto dispiaciute per il damerino per la sua esposizione di coloro che lo facevano. I gentiluomini erano confusi dalla sua esibizione di potere audace. I due gentiluomini più vicini a risentirsi violentemente per la sua brutalità verso la Duchessa Susan, la portarono via dalla stanza in compagnia di Chloe.
«La donna dovrà temermi a buon proposito», disse Mr. Beamish a se stesso.
CAPITOLO VIII
Mr. Camwell era nell’anticamera mentre Chloe usciva dietro ai due risentiti sostenitori della Duchessa Susan.
«Sarò vicino agli abeti sul Mount alle otto di questa sera», disse lei.
«Sarò lì», rispose lui.
«Porti Mr. Beamish in campagna, che questi gentiluomini abbiano tempo di calmarsi.»
Lui le promise che sarebbe stato fatto.
Vicino all’ora del suo appuntamento, egli stava sotto gli abeti, ammirando il tramonto lungo la linea occidentale delle colline, e quando Chloe lo raggiunse egli parlò della bellezza della scena.
«Sebbene nulla sembri dire addio in modo più eloquente», aggiunse, con voce calante.
«Potremmo dirlo ora, ed essere amici», rispose lei.
«Più tardi di ora, pensi sia improbabile che potresti perdonarmi, Chloe.»
«In verità, signore, me lo sta rendendo difficile.»
«Sono rimasto qui a fare la guardia; non per mio piacere», disse lui.
«Mr. Beamish è un eccellente protettore della duchessa.»
«Eccellente; ed è istruito abilmente a supporre che lei lo tema grandemente; e quando lei lo offende, lui fa mostra della sua terribilità da Giove, con l’effetto sulla donna di spirito naturale che lei ha visto, e altri avevano previsto, che lei è esasperata e diventa imprudente. Faccia un altro nodo alla sua corda, Chloe.»
Lei guardò altrove, dicendo: «Non ne è stato lei la causa? Lei era in collusione con quel ciarlatano della brughiera, che ha letto loro la fortuna stamattina. Vedo lontano, sia nell’oscurità che nella luce.»
«Ma non attraverso una tenda. Ero presente.»
«Odioso, odioso affare della spia! Lei ha lavorato un grande male, Mr. Camwell. E come può conciliarlo con la sua coscienza che lei debba recitare una parte così bassa?»
«Ho solo compiuto il mio dovere, cara signora.»
«Lei finge che sia la sua devozione per me! Potrei esserne lusingata se non vedessi una figura così abietta al mio servizio. Ora mi restano solo quattro giorni del mio mese di felicità, e la mia richiesta a lei è: mi lasci godermeli. La supplico di andarsene. Molto umilmente, più seriamente, chiedo la sua partenza. Me lo conceda, e non rimanga a avvelenare i miei ultimi giorni qui. Ci lasci domani. Ammetterò le sue buone intenzioni. Le do la mia mano in gratitudine. Addio, Mr. Camwell.»
Lui le prese la mano. «Addio. Prevedo una separazione precoce, e questa cara mano è mia finché l’ho tra le mie. Addio. È una parola da ripetere a una separazione come la nostra. Non spegniamo la nostra luce con un solo respiro: lasciamo che svanisca gradualmente, come quel tramonto laggiù.»
«Parli così», disse lei.
«Ah, Chloe, dare la propria vita! Ed è la sua felicità che ho cercato più del suo favore.»
«Ci credo; ma non mi sono piaciuti i mezzi. Lei ci lascia domani?»
«Mi sembra che domani sia il termine.»
Il volto di lei si oscurò. «Questo mi dice una promessa molto incerta.»
«Lei guardava a un mese di felicità, intendendo un mese di illusione. L’illusione scade stanotte. Si sveglierà per vedere la sua fine al mattino. Lei non ha mai guardato oltre il mese dal giorno del suo arrivo.»
«Che non sia nominato, la supplico.»
«Allora lei acconsente che un’altra sia sacrificata affinché lei si goda il suo stato di inganno un’ora di più?»
«Non sono ingannata, signore. Desidero pace, e la bramo, e questo è tutto ciò che vorrei avere.»
«E lei fa di lei la sua offerta di pace, lei che si è impegnata a servire! Troppo sicuramente i suoi occhi sono stati aperti quanto i miei. Nodo per nodo, l’ho osservata, dov’è? Lei ha segnato i punti su quella corda di seta dove la conferma di un giusto sospetto era troppo forte per lei.»
«L’ho fatto, e ho continuato a essere allegra?» Si placò dal suo disprezzo su un involontario «Ah!» che fu un brivido.
«Lei ha recitato Cuor Leggero, signora, e troppo bene per ingannarmi. Nel frattempo ha lasciato che quel male procedesse, piuttosto che far disturbare la sua folle ninna nanna.»
«Davvero, Mr. Camwell, lei presume.»
«Il tempo, e la mia conoscenza di ciò che comporta, lo richiedono e lo scusano. Lei e io, mio caro e unico amore sulla terra, stiamo fuori dalle regole ordinarie. Siamo tra la vita e la morte.»
«Lo siamo sempre.»
«Ascolti ancora il predicatore: li abbiamo addosso, con la domanda: quale sarà domani. Lei vuole continuare a dormire, ma io dico di no; né quella iniquità di doppio tradimento dovrà essere commessa a causa del suo desiderio di essere cullata in una culla. Mi ascolti fino in fondo. La droga che ha ingoiato per ingannare se stessa non reggerà allo shock che l’attende domani con la prima luce. Senta questi uccelli! Quando canteranno la prossima volta, lei sarà ben sveglia, e di me, e del culto e servizio che avrei voluto dedicarle, non… è un tramonto spettrale di un giorno che non doveva mai essere! Sveglia, e guardando cosa? Indietro da una mostruosa scelleratezza al disgraziato abbandonato che vi ha fatto l’occhiolino con nodi in una corda. Li conti allora, e dove sarà la sua risposta al cielo? Gliel’ho chiesto, per salvarla da quei colpi di rimorso; sì, terribili!»
«Oh, no!»
«Terribili, dico!»
«Lei si sbaglia, Mr. Camwell. È il mio calmante. Recito le mie preghiere su di esso.»
«Veda come una persistente residenza in questo posto ha reso un pagano dell’anima più pura tra noi! Se lei… ma quel giorno non doveva illuminarmi! Più adorabile nei suoi errori di quanto lo siano gli altri con le loro virtù, lei ha peccato per eccesso delle qualità che gli uomini apprezzano. Oh, lei ha una generosità senza confini, infelicemente avvolta con un orgoglio altrettanto grande. Ecco la sua colpa, quella è la causa della sua miseria. Troppo generosa! Troppo orgogliosa! Lei ha dato fiducia, e non smetterà di dare fiducia; lei si è votata all’amore, mai a rimostrare, mai a sembrare dubitare; è troppo la sua religione, rara in verità. Ma pensi a quella creatura inesperta e sciocca che è sulle rapide verso la sua distruzione. Non è lei – lo griderà forte domani – la sua vittima? Lo sente dentro di lei ora.»
«Amico, mio caro, vero amico», disse Chloe con la sua voce più profonda di melodia, «metta a riposo la sua mente riguardo a domani e a lei. La sua salvezza è assicurata. Scommetto la mia vita su questo. Non sarà una vittima. Al peggio avrà solo imparato una lezione. Così, dunque, addio! L’Occidente pende come una ghirlanda di fiori senz’acqua, trascurata dalla padrona che adornavano. Ricordi la scena, e che qui ci siamo separati, e che Chloe le ha augurato la felicità che era fuori dal suo potere conferire, perché lei era di un altro mondo, con la sua storia scritta fino all’ultima striscia rossa prima ancora che lei la conoscesse. Addio; questa volta addio per sempre!»
Mr. Camwell si pose sul suo cammino. «Occhi ciechi, se le piace», disse, «ma non sentirà un linguaggio cieco. Perdo la scarsa considerazione per me che ho conservato; mi odi; meglio odiato da lei che sottrarmi al mio dovere! La sua duchessa è via al primo albeggiare di domani mattina; si è arrivati a questo. Parlo con piena conoscenza. Glielo chieda.»
Chloe gettò un vacillante disprezzo verso di lui nella voce, tanto quanto i battiti acuti del suo cuore glielo avrebbero permesso. «Le chiedo, signore, come sia giunto a questa piena conoscenza di cui si vanta?»
«Ce l’ho; basti questo. No, sarò specifico; la sua carrozza è ordinata per l’ora che le nomino; la sua cameriera è già a una stazione sulla strada della fuga.»
«Lei ha i loro servitori al suo soldo?»
«Per la mina, la contromina. Dobbiamo frugare nel fango per eguagliare gli ingannatori. Lei, signora, ha scelto di essere delicata all’eccesso, e ha scaricato su di me l’essere grossolano, e se vuole, abominevole, nei miei mezzi per difenderla. Non è troppo tardi per lei per salvare la signora, né troppo tardi per riportarlo al senso dell’onore.»
«Non posso pensare che il Colonel Poltermore sia così disonorevole.»
«Povero Colonel Poltermore! L’ufficio che è fatto per ricoprire è vecchio. Non si vergogna, Chloe?»
«Ho ascoltato troppo a lungo», rispose lei.
«Allora, se è suo piacere, parta.»
Lui le fece spazio. Lei gli passò accanto. Facendo due passi affrettati nell’oscurità del crepuscolo, si fermò, tenendosi al cuore, e voltandosi dolorosamente verso di lui, gettò le braccia fuori, e si lasciò afferrare e baciare.
Al suo chiederle perdono, cosa che la sua lunga abitudine al rispetto lo costringeva a fare nel pieno del rapimento e delle ripetizioni, lei disse: «Lei non deruba nessuno.»
«Oh», gridò lui, «c’è una ricompensa, dunque, per l’amore fedele. Ma sono l’uomo che ero un minuto fa? Ho lei; la abbraccio; e dubito di essere io. O è il fantasma di Chloe?»
«Lei è morta e la visita.»
«E lo farà ancora?»
Chloe non poteva parlare per la stanchezza.
L’intensità della felicità che lei donava restando muta dove si trovava, incantava i suoi sensi. Ma tanto a lungo il gelo li aveva avvinti che il loro risveglio al calore era perseguitato da speculazioni sul sapore dolce di questa ricompensa per la fedeltà verso di lui, e sullo strano sapore della propria infedeltà verso se stessa. E riflettendo sul freddo atto di speculare mentre braccia forti e bocca ardente la stringevano, pensò che i suoi sensi potessero essere davvero morti, e lei un fantasma in visita al buon giovane per il suo conforto. Così si sentono i fantasmi, pensò, e ciò che chiamiamo felicità nell’amore è un incontro tra estasi e condiscendenza. Un altro pensiero la attraversò come un colpo mortale: «Non così per quei due! Per loro sarà estasi che incontra estasi; prenderanno e daranno felicità in egual misura». Una fitta di gelosia le attraversò le membra. Lasciò che la lucidità di quel pensiero aiutasse a tendere il suo fervore in un ultimo stringerlo al seno, e liberandosi gentilmente, disse: «Nessuno viene derubato. E ora, caro amico, mi prometta che non disturberà il signor Beamish».
«Chloe», disse lui, «mi ha corrotto?»
«Non desidero che lui sia turbato.»
«La duchessa, le ho detto...»
«Lo so. Ma ha la parola di Chloe che veglierà sulla duchessa e morirà per salvarla. È un giuramento. Ha sentito parlare di alcuni piani. Le dico che non porteranno a nulla: non accadrà. Davvero, amico mio, sono sveglia; vedo quanto vede lei. E quelli... dopo essere stata dove sono stata io, può supporre che io abbia un rimpianto? Ma lei è la mia cara e particolare responsabilità, e se corre un rischio, si fidi di me: non ci sarà alcuna catastrofe; lo giuro; e ora, addio. Ceniamo in compagnia stasera. Si aspetteranno alcuni versi di Chloe, e lei deve cantare tra sé per qualche minuto per smuovere il letto da cui le sue canzoni prendono il volo; perciò ci separeremo, e per il suo bene la eviti; non sia presente alla nostra tavola, o nella stanza, o da nessuna parte lì. Sì, lei non deruba nessuno», disse, con una voce che serpeggiava dentro di lui deliziosamente vacillando; «ma credo di poter arrossire ai ricordi, e preferirei che lei fosse assente. Addio! Non le chiederò obbedienza oltre stasera. La sua parola?»
Lui gliela diede in uno stupore di felicità, e lei fuggì.
CAPITOLO IX
Chloe trasse il cordoncino di seta dal seno, mentre discendeva il sentiero fioco tra le furie, e fece scorrere le dita lungo il numero dei nodi. «Non ho diritto di vivere», disse. Sette era il numero; sette anni aveva atteso il ritorno del suo amante; contava la sua età e la completava in sette. Il fatalismo l’aveva sostenuta durante l’assenza del suo amante; ora la teneva saldamente. Grazie a ciò era stata in grado di dire: «Lui verrà»; e dicendo «È venuto», il suo tocco si posò sul primo nodo del cordino. Non aveva il potere di spostare le dita, e la causa dell’annodare quel nodo si stagliava nel suo cervello impressa in caratteri rosso cupo, leggibili né al suo occhio né alla sua comprensione, ma un riemergere dell’ora che l’aveva portata sul suo spirito con umana distinzione, eccetto che per la luce del giorno: aveva la sensazione di aver smarrito la luce, vedendo forse più chiaramente. Tutto le assicurava che vedeva più chiaramente degli altri; vedeva anche quando era bene smettere di vivere.
Il suo era l’infelice destino di chi è dotato di immaginazione poetica per palpitare con la donna che la sostituisce e condividere il fascino dell’uomo che inganna. Al loro primo incontro, in sua presenza, aveva visto che non erano estranei; li compatì per aver mentito, e quando giurò di ostacolare questo corso di malvagità, fu per salvare una creatura più giovane del suo sesso, non per rivalità. Li trattò entrambi con una fiera generosità che superava la gentilezza. Tutto ciò che c’era di egoismo nel suo seno si risolse nel godimento del suo unico mese di illusione fortemente voluta.
Il bacio a cui si era abbassata non derubava nessuno, nemmeno la purezza del suo corpo, poiché quando questo nodo fu legato si consegnò alla sua fine, ed era diventata un sacchetto di polvere. Gli altri nodi sul cordino indicavano verifiche; questo primo era un sospetto, ed era il più prezioso, sentiva che era più una certezza; proveniva dal mondo oscuro oltre noi, dove tutto è noto. La sua convinzione che ne fosse giunto era nutrita dalla testimonianza, lo spazio di oscurità in cui aveva vissuto da allora, esaurendo la sua ultima vitalità in una simulazione di felicità infantile, che non era altro che il protrarsi della sua emozione di quel momento di acuto aspro dolce — quale che sia, i condannati laggiù ottengono per la loro conoscenza della gioia — quando, al primo incontro con il suo amante, la percezione del suo tradimento verso l’anima che si confidava in lui, le disse che aveva vissuto, e le aprì il regno prezioso dell’insensibilità come sua eredità.
Fece sì che la sua tragica umiltà parlasse con gratitudine alla ferita che la uccideva. «Se non fosse stato così, non l’avrei visto», disse: — Il suo amante non sarebbe venuto da lei se non per il suo inseguimento di un’altra donna.
Lo perdonò per essere stato attratto da quel bellissimo trapianto dei campi: perdonò anche lei. «Lui, quando lo vidi per la prima volta, era così bello per me. Per lui avrei potuto fare altrettanto.»
Lontano, in una sala illuminata dell’Ovest, la sua famiglia levava mani di rimprovero. Erano oggetti minuti, distinti acutamente come figure rimpicciolite tagliate nell’acciaio. Il sentimento non poteva essere molto caldo per loro, erano così piccoli, e un mare che l’aveva annegata correva nel mezzo; e guardando da quella parte non aveva quasi calore di sentimento, salvo per un rhaiadr bianco che balzava fuori da una nuvola spezzata attraverso rocce ramificate, dove si era arrampicata e aveva sognato da bambina. Il sogno allora era dei giorni colorati a venire; ora era più infantile nella mente, e guardava l’acqua sparsa allargarsi, ne assaporava lo spruzzo, seduta lì a bere la scena, imperturbata dalle speranze come un agnello, diversa da un infante solo nel sapere di essersi scrollata di dosso la vita per tornare a casa ed essere ristorata. Sentiva la sua gente parlare; erano interminabili chiacchieroni nella cascata. La verità era con loro, e la saggezza. Come, dunque, poteva pretendere di avere il diritto di vivere? Già non aveva nome; era meno viva di una lapide. Perché chi era Chloe? La sua famiglia poteva passare davanti alla tomba di Chloe senza piangere, senza moraleggiare. Avevano previsto la sua rovina, l’avevano predetta, la sbandieravano nelle acque, e proseguivano verso le pianure, raccontando al mondo la loro profezia, e rendendo ciò che non era ancora avvenuto una cosa più leggera da compiere.
Le lampade in una linea irregolarmente punteggiata sotto la collina la chiamavano al suo compito di apparire come la più gaia tra coloro che traggono il respiro per il giorno e hanno polso per il domani.
CAPITOLO X
A mezzanotte la grande cena per celebrare la riconciliazione del signor Beamish e della duchessa Susan terminò, e sotto un cielo dolce e limpido le signore, col loro chiacchiericcio argentino di gratitudine per il divertimento, presero Chloe tra le braccia per baciarla, rendendo naturale per i loro cavalieri esclamare che Chloe era benedetta sopra i mortali. La duchessa preferì camminare. Il suo spirito era eccitato, e il suo linguaggio odorava della sua origine, ma la superba bellezza carnale della donna era radiosa, e gridando: «Dichiaro che scoppierei in uno di quei palchetti, proprio come se mi aveste rinchiusa in una stalla!», si fece vento sul viso, e dispiegò sontuosamente le sue gonne sferiche, accompagnata dal vinto e prigioniero colonnello Poltermore, un gentiluomo manifestamente intento a insinuare subdoli scivoloni di linguaggio per servire qui un pizzico di polvere, là un fiammifero. «Lo sono?» la si sentì dire. Emise prodigiosi sospiri dal petto profondo di una civetta che ha preso a ruggire.
Poco dopo la sua voce lanciò: «Come se lo facessi!». Queste vivide illuminazioni del procedere del colonnello erano un pascolo per i gruppi alle spalle, composti da due dame molto importanti, Caseldy, il signor Beamish, un lord e Chloe.
«Lei uomo! Oh!» scaturì dalla duchessa. «Cosa sento? Non voglio ascoltare; non posso, non devo, non dovrei.»
Così diceva, ma la testa le si inclinava, gli porgeva il suo orecchio timido e riluttante, con totale abbandono alle seduzioni dei suoi sussurri, e il lord lasciò andare una risata fragorosa. Era stata una cena di vino abbondante, e le canzoni che nascono dal vino. La natura fu scusata dai nostri naturalisti di mezzanotte.
Le due grandi dame, ammonite dalla violenza della risata del nobile, reclamarono il signor Beamish per accompagnarle nel congedarsi da Chloe e dalla duchessa Susan.
Nel momentaneo mescolarsi delle coppie che accompagna gli addii tra una compagnia, la duchessa mormorò a Caseldy:
«L’ho fatto bene?»
Lui la lodò per la perfezione nella sua recitazione. «Sono alla sua porta alle tre, ricordi.»
«Ho il cuore in gola», disse lei.
Il colonnello Poltermore aveva ancora il privilegio di condurla i pochi passi più avanti verso il suo alloggio.
Caseldy camminò accanto a Chloe, e in silenzio, finché non disse: «Se non ho ancora menzionato l’argomento...»
«Se è un’allusione al denaro non me la faccia sentire stasera», rispose lei.
«Posso solo dire che i miei avvocati hanno istruzioni. Ma i miei avvocati non possono pagarla in gratitudine. Non mi creda ingrato nel suo più severo esame della mia condotta. L’ho sempre stimata sopra tutte le donne; lo faccio, e lo farò; lei è troppo al di sopra di me. Temo di essere un composto di cattivo materiale; non mi sono guadagnato un nome particolarmente buono sul Continente; inizio a conoscere me stesso, e in confronto a lei, cara Catherine...»
«Lei parla a Chloe», disse lei. «Catherine è una persona sepolta. È morta senza dolore. È ormai polvere.»
L’uomo sollevò il petto. «Le donne non hanno idea delle nostre tentazioni.»
«Lei è scusato da me per tutti i suoi errori, Caseldy. Lo ricordi sempre.»
Lui sospirò profondamente. «Ah, lei ha il cuore di una cristiana.»
Lei rispose: «Sono giunta alla conclusione che sia di una pagana».
«Quanto a me», replicò lui, «sono un fatalista. Per tutta la vita ho visto il mio destino. Ciò che deve essere, sarà; non possiamo fare nulla.»
«Ho sentito di uno che morì di un’indigestione che aveva previsto, anzi proclamato, mentre si concedeva l’ultimo boccone desiderato», disse Chloe.
«Era spinto a farlo.»
«Dall’interno.»
Caseldy acconsentì; il suo spirito era annebbiato, e un’illustrazione anche più rozza e grottesca avrebbe ottenuto un cenno serio e un sospiro da lui. «Sì, siamo mossi da altre mani!»
«È piacevole pensarlo: e lo pensi di me domani. Lo farà?» disse Chloe.
Lui lo promise cordialmente, per indurla a pensare lo stesso di lui.
La loro separazione non fu in alcun modo notevole. Le graziose formalità furono eseguite alla porta, e la coppia di gentiluomini partì.
«È ancora completamente buio», disse la duchessa Susan, guardando il cielo, e corse di sopra, e si accasciò, lamentandosi della debolezza delle gambe, in una sedia dell’anticamera della sua camera da letto, dove Chloe dormiva. Poi chiese l’ora della notte. Non riusciva a sopprimere il suo sommesso «Oh!» di pesante palpitazione di minuto in minuto. Improvvisamente partì a passo spedito verso la sua stanza, dicendo che doveva essere la sonnolenza a colpirla così.
La sua camera da letto aveva una porta sul salotto, e da lì, come pure dalla stanza di Chloe, si raggiungeva il pianerottolo sulle scale, poiché la stanza correva parallela a entrambe le camere da letto. Camminò dentro e spalancò la finestra, ma la chiuse immediatamente; aprì e chiuse la porta, e tornò indietro e chiamò Chloe. Voleva che le si leggesse qualcosa. Chloe nominò alcuni libri rasserenanti. La duchessa scelse un libro di sermoni. «Ma siamo tutti peccatori così terribili, è meglio non disturbarci a tarda notte.» Scartò quel suggerimento. Chloe propose libri di poesia. «Solo che non li capisco, eccetto che per le allodole, i ranuncoli e i campi di fieno, e non sono di alcun conforto per una donna che brucia», fu la risposta.
«È febbricitante, signora?» disse Chloe. E la duchessa fu brusca con lei: «Sì, signora, lo sono».
Si rimproverò con un cambio di tono: «No, Chloe, non febbricitante, solo questa tua aria qui è un’aria così eccitante, come dice il dottore; e mi hanno fatto bere vino, e ho suonato prima di cena — Oh! il mio denaro; dicevo che avrei potuto ottenerne di più, ma ora!» sospirò — «ma c’è di meglio al mondo del denaro. Lo sai, vero, mia cara? Dimmi. E voglio che tu sia felice; questo lo scoprirai. Vorrei davvero che potessimo esserlo tutti!» Pianse, e parlò di aver bisogno di un po’ di musica per comporsi.
Chloe allungò una mano verso la sua chitarra. La duchessa ascoltò alcune note e gridò che le andavano al cuore e la ferivano. «Tutto ciò che ci piace molto ha una recinzione e un cartello contro gli intrusi, a causa di così tante persone al mondo», gemette. «Non suonare, posa quella cosa, per favore, cara. Sei la creatura più intelligente che chiunque abbia mai incontrato; lo dicono tutti. Vorrei che io... Le donne incantevoli catturano gli uomini, e le donne intelligenti li conservano: l’ho sentito dire in questo luogo miserabile, ed è una bella prospettiva per me, vicina a una sciocca! Lo so di esserlo.»
«Il duca la adora, signora.»
«Povero duca! Lascialo stare — dorme così afflitto con la bocca così, e quel mento da bambino, come se sognasse un fischietto di latta. Non avrebbe dovuto lasciarmi venire qui. Parliamo del signor Beamish. Come sentirà la tua mancanza, Chloe!»
«La sentirà», disse Chloe tristemente.
«Se te ne vai, cara.»
«Me ne vado.»
«Perché dovresti lasciarlo, Chloe?»
«Devo.»
«E lì, il pensiero di ciò ti rende infelice!»
«Lo rende.»
«Non ce n’è bisogno, ne sono certa.»
Chloe la guardò.
La duchessa voltò la testa. «Perché non puoi essere gaia, come eri al tavolo della cena, Chloe? Sei fuori per lui come un fiore quando il sole salta sopra la collina; sei su come un’allodola nelle rugiade; come ero io quando non pensavo a nulla. Oh, il primo mattino; e ho sonno. Che bestia mi sento, con la mia grandezza, e il tempo tra un’ora o due che gli uccelli cantino, e io pronta a cadere. Devo andare a spogliarmi.»
Si precipitò su Chloe, la baciò frettolosamente, dichiarando di essere morta di fatica, e la congedò. «Non voglio aiuto, so spogliarmi da sola. Come se Susan Barley non potesse farlo per se stessa! E puoi chiudere la tua porta, non avrò spaventi stasera, sono così esausta.»
«Un altro bacio», disse Chloe teneramente.
«Sì, prendilo» — la duchessa le porse la guancia — «ma sono così stanca che non so cosa sto facendo.»
«Non sarà sulla sua coscienza», rispose Chloe, baciandola calorosamente.
Con quelle parole si ritirò, e la duchessa chiuse la porta. Vi fece scorrere un catenaccio immediatamente.
«Sono troppo stanca per sapere cosa sto facendo», disse tra sé, e rimase in piedi con gli occhi chiusi per abbracciare certi pensieri che le facevano battere il seno.
C’era il letto, c’era l’orologio. Aveva l’opzione di sdraiarsi e fluttuare quietamente nel giorno, ogni pericolo passato. Sembrò dolce per un minuto. Ma presto sembrò una vita vecchia, logora, di fine autunno, fredda, senza scopo, come qualcosa che era affamato e sdentato. Il letto che proponeva un sonno innocente la respinse e la spinse verso l’orologio. L’orologio era terribile: la lancetta sull’ora, il dito che seguiva il minuto, le comandavano di muoversi attivamente, e la spingevano a gentili meditazioni sul letto. Si sdraiò vestita, dopo aver messo la luce accanto all’orologio, affinché potesse vederlo a suo piacimento, e considerando necessario che il letto apparisse come se vi si fosse giaciuto. Considerando anche che avrebbe dovuto essere sentita muoversi durante il processo dello spogliarsi, si alzò dal letto per assicurarsi della sua lettura del colpevole orologio. Un’ora e venti minuti! Non aveva più tempo di quello: e non era abbastanza per i suoi vari preparativi, sebbene fosse vero che la sua cameriera aveva impacchettato e preso una scatola con le cose principalmente necessarie; ma la duchessa doveva cambiarsi le scarpe e il vestito, e giocare a nascondino con i cambiamenti della sua mente, una prefazione sedativa a qualsiasi passo fatale tra le donne del suo stampo, poiché così invitano l’indecisione a esaurire i loro scrupoli, e lasciano che il sangue faccia la sua strada. Avendo così poco spazio di tempo, pensò che la questione fosse decisa, e con un certo sollievo si gettò disperata sul letto, e si sdraiò per sempre con il suo duca. Poco dopo la sua testa era al lavoro a riesaminarlo severamente, valutandolo non meno accuratamente di quanto farebbe il moralista maschio caritatevole verso il suo sesso. Lasciò il letto, con un balzo per sfuggire al suo immaginario signore; e come se avesse sentito che lui era lì, non si sdraiò più. Una vita tranquilla come quella era più piatta per la sua idea di un grande libro rilegato elegantemente senza alcuna stampa sulle pagine, e senza un’immagine. La sua contemplazione di essa, in contrasto con la vita agitata davanti alla sua vista dal segnatempo, mandò l’intero sistema in furia; ardeva dalla voglia di volare. Provvidamente, tuttavia, diede colpi a un cuscino, e gettò le coperte nel disordine appropriato, per informare il mondo che le sue membra le avevano riscaldate, e che tutto era stato impulso per lei. Procedette quindi a svestirsi, mormorando a se stessa che poteva fermarsi ora, e poteva fermarsi ora, a ogni stadio dell’avanzata verso una nuova vestizione della sua persona, e moralizzando sul suo singolare destino, nella bocca di un osservatore. «Fu lanciata improvvisamente sopra la testa di tutti, e improvvisamente giù andò.» Susan sussurrò a se stessa: «Ma era per amore!» Posseduta dalla rosa dell’amore, finì i suoi affari, con un’attenzione a tutto ciò che era necessario che era pari alla perfetta serenità mentale. Dopodiché non c’era nulla da fare, se non sedersi curva su una sedia, coprirsi il volto e contare i ticchettii dell’orologio, che dicevano: Sì — no; fa’ — non fare; vola — resta; vola — vola! Le sembrò di sentire un movimento. Beh, poteva benissimo, con quel suo cuore terribile!
Chloe dormiva, in pace a quell’ora, pensò; e come invidiava Chloe! Poteva essere felice, se avesse voluto. Perché no? Ma che tipo di felicità era? La paragonò a quella del cadavere sottoterra, e si ritrasse con disgusto.
Susan stava al suo specchio per dare un’occhiata alla creatura attorno alla quale c’era tutto questo disturbo, e alzò le braccia in alto per uno sbadiglio languido, non sgradevole, che si chiuse in un beato fremito con la sensazione delle braccia del suo amante che si erano insinuate attorno alla sua vita e l’avevano presa mentre era indifesa. Perché sicuramente lo avrebbero fatto. Prese un anello ingioiellato, un dono di lui, dalla sua borsa, e lo baciò, e lo tirò dentro e fuori dal dito, lasciandolo su. Ora poteva indossarlo senza timore di interrogatori e sopracciglia virtuose. Oh celestiale ora — se solo fosse tra un’ora; e andare dietro a cavalli al galoppo!
L’orologio era al momento terribile. Esitò interiormente e si affrettò; una volta i suoi piedi rimasero bloccati, e fermamente disse: «No»; ma l’orologio era il suo signore. L’orologio era il suo amante e il suo signore; e obbedendogli, riuscì ad arrivare nel salotto, con il pretesto che desiderava semplicemente vedere attraverso la finestra frontale se la luce del giorno stesse arrivando.
Quanto bene conosceva quella mezza luce del riflusso dell’onda dell’oscurità.
Era abbastanza strano vederlo mostrare le case che riacquistavano la solidità del giorno trascorso, invece di campi fermi, siepi nere, familiari sagome di alberi. Le case non avevano veglia, si vedeva solo che stavano lì, e la luce era una rivelazione di vuoto. Il cuore di Susan era astuto nel rimproverare il suo duca per la differenza della scena che contemplava rispetto a quella della terra innocente e dal petto aperto. Sì, era l’alba in un luogo malvagio in cui non le si sarebbe mai dovuto permettere di mettere piede. Ma dov’era colui che cercava? Lì! La figura ammantata di un uomo era all’angolo della strada. Era lui. Il suo cuore si gelò; ma i suoi arti erano tesi per lasciarsi la casa alle spalle, raggiungere l’aria, respirare e (così correvano i suoi pensieri) svenire, ben protetta. Ai suoi sensi la casa era una casa in fiamme, che le gridava di scappare.
Eppure camminava deliberatamente, per essere sicura di dove metteva i piedi in una stanza buia; tastò lungo il muro e giunse alla porta, dove uno sgabello quasi la fece inciampare. Qui il suo tocco fu in difetto, poiché sebbene sapesse di doversi trovare vicino alla porta, fu accolta da un’ostruzione che non sembrava legno, e la porta non sembrava né chiusa né aperta. Non riusciva a trovare la maniglia; qualcosa vi pendeva sopra. Pensando freddamente, immaginò che la cosa dovesse essere una veste o una vestaglia; pendeva pesantemente. Le sue dita percepirono il tocco della seta; distinse una massa pendente, e la tastò con molta attenzione e meccanicamente, dicendo tra sé, nella sua ansia di superarla senza far rumore: «Se dovessi svegliare la povera Chloe, proprio lei!». Il suo timore era che la porta potesse scricchiolare. Prima che qualsiasi altro allarme le colpisse il cervello, la mano con cui tastava fu colpita da paralisi, la bocca le si spalancò, la gola le si gonfiò, il groppo le salì in gola, e lo sforzo per inghiottirlo e riprendere fiato le impedì di fare speculazioni acute mentre tastava di nuovo, pizzicava, tirava la cosa, pronta a ridere, pronta a urlare. Sopra la sua testa, tutta da un lato, la cosa aveva una parte superiore rotonda e bianca. Poteva essere una mano quella su cui il suo tocco era scivolato? Anche un braccio! questo era un braccio! Lo afferrò, immaginando che si aggrappasse a lei. Tirò per liberarsene, tirò disperatamente, e un peso scese, e un lampo di tutti i nervi straziati del suo corpo le disse che un cadavere umano era addosso a lei.
Alle tre e tre quarti di una mattina di mezza estate, come riferisce il signor Beamish della sua ultima partecipazione alla Storia di Chloe, una voce di donna, in toni acuti di angoscia, emise tre grida consecutive, che furono udite da lui nel momento in cui lasciava il gradino della porta di casa, in obbedienza alla convocazione del giovane signor Camwell, recapitata dieci minuti prima, con grande urgenza, dal lacchè di quel gentiluomo. Al suo arrivo nella strada della casa abitata dalla Duchessa Susan, scorse molte teste con berretto da notte alle finestre, e una finestra della casa in questione sollevata ma vacante. La sua prima impressione accusò la coppia di gentiluomini, che vide portare spade sguainate in atteggiamento tutt’altro che amichevole, di una brutta rissa che probabilmente aveva spaventato Sua Grazia, o la sua assistente personale, una donna capace di urlare, poiché era ben certo che non potesse essere stata Chloe, la meno incline del suo sesso ad abbandonarsi all’uso delle loro armi, né nel terrore né nel pericolo. Gli antagonisti erano il signor Camwell e il Conte Caseldy. Al suo avvicinarsi, il signor Camwell rinfoderò la spada, dicendo che il suo lavoro era compiuto. Caseldy era scosso dall’ira, a tal punto da rendere pericoloso il ruolo di intermediario. Ci erano stati affondi tra loro, e Caseldy gridava a squarciagola che avrebbe voluto il sangue del suo nemico. La guardia notturna non si vedeva da nessuna parte. Presto, tuttavia, alcuni bottegai e i loro apprendisti aiutarono il signor Beamish a preservare la pace, nonostante la furia di Caseldy e le provocazioni – «non facili da sopportare», dice il cronista – da lui offerte al giovane Camwell. Quest’ultimo disse al signor Beamish: «Sapevo che non sarei stato all’altezza, così ho mandato a chiamare lei», provocando stupore nell’amico, dato che era certo del naturale valore del giovane.
Il signor Beamish stava per pronunciare un’allocuzione di rimprovero verso entrambi in parti uguali, essendo del tutto ignaro di qualsiasi altra ragione per l’allarme che non fosse questa palese esplosione di una rivalità che avrebbe teso ad attribuire al fascino di Chloe, quando la porta di casa si spalancò per farli entrare, e la padrona di casa, tenendo le mani giunte ben tese, li implorò di correre su dalla povera signora: «Oh, è morta; è morta, morta!».
Caseldy le corse accanto.
«Come, morta! buona donna?» la interrogò il signor Beamish con incredulità, sorridendo a metà.
Lei rispose tra i suoi gemiti: «Morta per il collo; giù dalla porta – Oh!».
Il giovane Camwell si strinse la fronte, invocando il nome del Creatore. Quando raggiunsero il pianerottolo al piano di sopra, Caseldy uscì dal salotto.
«Quale?» disse Camwell leggendo in volto l’altro.
«Lei!» disse l’altro.
«La duchessa?» esclamò il signor Beamish.
Ma Camwell entrò nella stanza. Non aveva nulla da chiedere dopo quella risposta.
La figura distesa lungo il pavimento era coperta da un lenzuolo. Il giovane cadde lungo disteso accanto ad essa, e il suo volto era rivolto verso il basso.
Il signor Beamish riferisce: «Ancora oggi, quando scrivo a distanza di quindici anni, ho il brivido tragico di quell’ora nel sangue, e contemplo la forma avvolta nel sudario della più ammirevole delle donne, il cui cuore fu spezzato da un uomo infedele prima che dedicasse il suo relitto di vita ad arrestare qualcuno più debole di lei sulla via della perdizione. In ciò le fu concesso beneficamente di essere di servizio come pregava di essere attraverso la sua morte. Morì per salvare. In un’ultima lettera, trovata sul suo puntaspilli, indirizzata a me sotto sigillo di segretezza verso le parti principalmente interessate, anticipa l’intera confessione dell’infelice duchessa. Anzi, profetizza: “La duchessa vi dirà sinceramente di averne avuto abbastanza dell’amore!”. Quelle esatte parole mi vennero ripetute dalla povera signora quotidianamente finché il suo signore non arrivò per guidare il corteo funebre e assistere nel curare il ritorno alla salute della moglie, fino a uno stato che la rendesse idonea a viaggiare. A me, almeno, fu costante nel ripetere: “Mai più amore!”. Dal suo comportamento verso il suo duca, posso giudicarla sincera. Parlava di sentire gli occhi di Chloe trapassarla con ogni sua parola che ricordasse. Né la fine di Chloe fu meno efficace sul traditore. Fu nel corteo verso la sua tomba. Non parlò a nessuno. C’è un verso della poesia recante la soprascritta, “Le mie ragioni per morire”, che mostra che ella fu premurosa nel garantire la salvezza del signor Camwell:
Muoio perché il mio cuore è morto Per ammonire un’anima dal peccato muoio: Muoio affinché il sangue non venga versato, ecc.
Temeva che lui si trovasse da qualche parte sulla strada per guastare i piani ai fuggitivi, e lei lo conosceva, come in verità egli conosceva se stesso, non all’altezza di uno addestrato agli stratagemmi stranieri dell’acciaio, per quanto egli fosse pronto a contestare il cammino del traditore. Ricorda la richiesta del signor Camwell per il cordone di seta annodato nella sua preghiera che esso venga tagliato dalla sua gola e dato a lui».
Il signor Beamish si concede dei versi sopra la tomba di Chloe. Sono di un carattere tale da raffreddare l’emozione. Ma quando troviamo un uomo, che è solitamente della più rapida suscettibilità al ridicolo così come a ciò che è opportuno, incurante dell’esposizione, possiamo riflettere sulla veridicità del sentimento da cui è spinto a superare la propria guardia e venire fuori nella sua nudità; qualcosa della lingua del poeta può respirare verso di noi attraverso il suo balbettio mortale, anche se dobbiamo riconoscere che una citazione disperderebbe il patos.
Concluso l’acquisto delle aringhe, il signor Tinman attraversò il cumulo di ghiaia verso la casa sulla spiaggia. Era un uomo dall’aspetto piuttosto fresco, di carnagione sassone, e da lontano sembrava di buon umore. Che fosse riuscito a conservare un tale aspetto pur combattendo quotidianamente contro il vino, era prova di un grande vigore fisico. Il suo passo era lento, come doveva necessariamente essere sulla ghiaia, dove mezzo passo viene sottratto a ogni passo intero nel camminare; e, inoltre, era consapevole di un respiro collettivo al suo passaggio che denotava un’assemblea censoria. Perché non avrebbe dovuto fare la spesa per conto proprio? Infuse dignità alla propria figura che si allontanava in risposta a quell’interrogazione interiore. Il momento era di quelli in cui un uomo di retta coscienza dovrebbe avere una coda per la sua giusta manifestazione. I filosofi hanno richiamato l’attenzione sul potere del volto umano di esprimere la pura virtù, ma non appena esso è passato, lo spirito eretto al suo interno sembrerebbe indifeso. L’ampiezza delle nostre spalle è apparentemente offerta ai nostri critici affinché vi scrivano sopra. Il semplice senso del valore morale compie uno scarso dovere nel sopperire a quell’assenza di lineamenti nella nuda e piatta schiena. In questo siamo inferiori agli animali. Quanto è carico di linguaggio un cane dietro di sé! Tutti l’hanno notato. Lasciate che un cane si allontani da un cerchio ostile, e la sua coda scattante e cauta non solo lo difende, ma minaccia; è un’arma. L’uomo non ha altra scelta che agitarsi e ribollire, o irrigidirsi in modo assurdo. Conoscendo il sentimento popolare riguardo alla sua spesa — poiché gli uomini sanno vedere dietro le proprie spalle, sebbene non abbiano nulla con cui parlare — Tinman somigliava a quelle persone di principio che rifiutano di pagare per un “Dio la benedica!” da una mendicante loquace, e ne ottengono l’opposto dopo che se ne sono andate. Era abbastanza sensibile da percepire che la sua schiena era segnata col gesso come su una lavagna. L’unica osservazione che lo seguì fu: “Eccolo che va!”
Si recò al cancello verso il mare della casa sulla spiaggia, reso praticabile in un basso muro di selce, dove fu accolto dalla sorella Martha, alla quale consegnò il cesto. Apparentemente indicò il costo del suo acquisto alla dozzina. Lei toccò il pesce e premette le pance dei più in alto, forse per interrogarli teneramente riguardo alle loro uova. Poi la coppia uscì dalla vista. Poco dopo, le aringhe sprigionavano i loro odori attraverso i camini di tutta Crikswich, e vi era tanto di concordia e unione festosa tra gli abitanti.
La casa sulla spiaggia era stata piazzata dove si trovava, si suppone, per amor della vista sul mare, dal quale si voltava di scatto per affrontare la città attraverso un lembo di erba e crosta salmastra, apparendo come un caporale quadrato e sprezzante impegnato nella perenne rivista di una squadra imbranata di reclute. Il mare non la dilettava, né la terra. La Marine Parade che le stava di fronte a sinistra riparava occhi malaticci, sotto una logora veranda verde, da un sole che raramente appariva, come i denigratori delle nubili pretendono che quelle vergini siano sempre guardinghe contro colui che non viene. Belle Vue Terrace fissava con esili lastre di vetro senza riserve, non vergognandosi del suo colorito giallastro. Un’osteria spalancata, che si definiva da poco Hotel, indietreggiò di un passo. Ville con titoli di regalità e battaglie sanguinose reclamavano cinque piedi di giardino, e si gonfiavano in finestre a bovindo accanto ad altre ville che si ergevano saldamente, raccomandando all’attenzione una decorosa rettitudine e un decoro non invadente in preferenza. Su un prato elevato sulla destra c’era il Crouch. La Hall of Elba si annidava tra boschi nani battuti dalle intemperie più oltre verso la scogliera. Rasatezza, assenza di lineamenti, vuoto, torpidità, crostosità formavano l’espressione esteriore di una città in cui la gente era ragionevolmente lieta di venire da Londra in estate, poiché a Crikswich non c’era nulla che distraesse dalla nuda ricerca della salute. Il mare gettava la sua salamoia rigenerante all’animale che annusava con determinazione, il quale si recava ai pasti con un appetito che lo rendeva cordialmente elogiativo del luogo, nonostante certi franchi sbuffi di fognatura provenienti da un deposito a cielo aperto sul terreno comune che si mescolavano alla salamoia. La tradizione narrava di una signora e un signore francesi che entrarono in città per prendere alloggio per un mese, e che l’indomani presero una barca dalla riva, dicendo nel loro debole inglese a un marinaio veterano della guardia costiera, che avevano consultato sul tempo: “È meglio zis zan zat”, mentre si stringevano nelle spalle tra il mare agitato e la terra cadaverica. E non furono più visti. Il loro significato nessuno lo seppe. Avendo pagato il conto alla pensione, il loro comportamento fu ascritto a follia sistematica. Gli inglesi venivano a Crikswich per la pura aria salmastra del mare, e non si aspettavano che fosse cucinata, condita e decorata per loro. Se queste cose vengono fatte alla natura, non è più la natura che avete, ma qualcosa di francesizzato. Quei francesi vogliono spuntare la barba a Nettuno! Aspettate solo, e sarete sicuri di trovare varietà nella natura, più di quanto possiate desiderare. La troverete in Nettuno. Che ne dite di una breccia nel muro di cinta, e di un’inondazione della distesa erbosa aromatica che si estende dalla casa sulla spiaggia fino alle terrazze traballanti, alle ville, ai cottage: e all’osteria trasformata dalla sua insegna in Hotel, lungo il fronte della città? Un tale evento era accaduto in passato, e aveva dato alla casa sulla spiaggia il serio scuotimento che solo il grande Nettuno nella sua ira può dare. Ma molti anni erano trascorsi. Delle scogliere artificiali erano state costruite per intercettarlo e deviarlo. Generalmente compiva i suoi danni invernali su un mulino e sulle paludi salmastre più a ovest. Il signor Tinman era sempre stato estremamente zelante nel promuovere la spesa di quel che la città poteva risparmiare per la protezione della riva, come se fosse per la propiziazione o la sfida del dio del mare. Vi era una benevola battuta su di lui a quel proposito tra i confratelli giurati. Rispondeva con la battuta che la prima cosa a cui gli inglesi dovevano badare erano le difese dell’Inghilterra.
Ma non va bene soffermarsi troppo affettuosamente sulle nostre epoche di pace, per le quali facciamo sacrifici così splendidi. La pace, a parte l’avvento di una banda tedesca, che disturbava il riposo della città a intervalli, aveva infuso agli abitanti di Crikswich, dentro e fuori, la somiglianza con la sua immagine più perfetta, insieme, bisogna confessarlo, a un grado di nervosismo che investiva gli eventi comuni di alcuni dei terrori dell’Ultima Tromba, quando una notte, proprio dopo il passaggio dell’equinozio di primavera, accadde qualcosa.
CAPITOLO II
Una carrozza si fermò di colpo nel raggio di luce di candela che saltellava in modo intermittente e debole sull’oscurità ventosa fuori dalla bottega aperta di Crickledon, il falegname, di fronte alla spiaggia. Fu chiesta la casa del signor Tinman. Crickledon smise di piallare; a metà disteso sul banco, urlò: “Giri a destra; dritto davanti; non può sbagliarsi”. Fece un cenno a uno dei compari intenti a osservare il suo lavoro: “Non a meno che non vogliano fare da esca per i merluzzi. Chissà per chi è quel tizio per Tinman?” Le speculazioni degli amici di Crickledon andarono perdute nel grido della pialla.
Uno diede un’occhiata attraverso la porta e osservò che la carrozza era ancora lì. “Il signore è sceso ed è andato a piedi”, disse Crickledon. Fu informato che qualcuno era visibile all’interno. “La moglie del signore, forse”, disse. I suoi amici si concessero il privilegio di pensare ciò che volevano, e ci fu il solito silenzio di lingue nella bottega. Egli forniva loro suono e movimento per il loro divertimento, e di tanto in tanto un frammento di conversazione; e gli spiriti più posati che abitavano nel suo vicinato immediato erano soliti fare un salto a vederlo lavorare fino all’ora di cena, invece di ricorrere al più torbido e costoso divertimento dell’osteria.
Crickledon alzò lo sguardo dalla misurazione di una linea di pollice. Sulla soglia stava un signore barbuto, che si annunciò con l’esclamazione sorprendente: “Che bel pasticcio!” e si affrettò a far largo a un uomo ben noto a loro come Ned Crummins, l’addetto del tappezziere, sulla cui schiena pendeva un mobile, le cui condizioni, con una sintetica brevità di umorismo degna di ammirazione letteraria, egli mostrò voltandosi mutamente su se stesso mentre entrava.
“Distrutto!” fu il grido generale.
“Gli sono finito addosso di schianto”, disse il signore. “Chi diavolo! — nessuna ossa rotta, questa è una cosa. Il tizio — ecco, guardatelo: è come una tartaruga di vetro”.
“È uno specchio a figura intera”, osservò Crickledon, e posò un dito sulla stella al centro.
“Il signore mi è finito addosso di schianto”, disse Crummins, depositando la cornice sul pavimento della bottega.
“Non ho mai avuto uno shock simile in vita mia”, continuò il signore. “In fede mia, l’ho scambiato per una porta: l’ho fatto davvero. Una specie di luce ha brillato da una delle vostre case qui, e nel buio pesto ho pensato di essere alla porta della casa del vecchio Mart Tinman, e mi venga un colpo se non ci sono entrato — crash! Ma che diavolo fate, trasportando quello specchio enorme di notte, uomo? E, guardate qui, ditemi; com’è che vi è capitato di andare col vetro in avanti quando avevate lo specchio sulla schiena?”
“Beh, non è colpa mia, questo lo so”, replicò Crummins. “Sono arrivato con tutta la cura di cui un uomo è capace. Stavo giusto per urlare al signor Tinman: ‘Conosco la strada, non tema per me’; perché mi pare di sentirlo chiamare da casa sua: ‘Vedi la strada?’, e questo signore mi ci finisce dentro con tutta la sua forza, e il vetro va in frantumi. Ero a soli dieci passi dal cancello del signor Tinman, e così attento, calcolavo ogni piede che poggiavo, sì; lo so che l’ho fatto, però”.
“Perché, ero io che chiamavo: ‘Sono sicuro che non riesco a vedere la strada’.”
“Mi ha sentito, stupido!” replicò il signore barbuto. “Che senso ha avuto girare quello specchio contro di me proprio nel momento in cui mi ci sono scagliato?”
“Beh, non è colpa mia, lo giuro”, disse Crummins. “Il vento cattura le voci così in una notte buia come la pece, non si può mai dire se siano su una spalla o sull’altra. E se devo perdere il posto senza colpa mia...”
“Non le ho detto, signore, che pagherò i danni? Ecco”, disse il signore, armeggiando col gilet, “ecco, prenda questo biglietto. Lo legga”.
Per la prima volta durante la scena nella bottega del falegname, una certa pomposità gonfiò il tono del signore. La consegna del biglietto apparve agire su di lui come lo squillo di una tromba davanti ai grandi uomini.
“Van Diemen Smith”, si proclamò per l’assistenza di Ned Crummins nel suo compito; lo sguardo di triste preoccupazione di quest’ultimo nel ricevere il biglietto sembrò dichiarare una coscienza poco istruita.
Una voce femminile ansiosa si udì vicino al signor Van Diemen Smith.
“Oh, papà, c’è stato un incidente? Ti sei fatto male?”
“Niente affatto, Netty; niente affatto. Sono finito dentro uno specchio enorme al buio, tutto qui. Una questione di otto o dieci sterline, e questo non ci abbatterà. Ma questi sono quelli che chiamo strani modi nella Vecchia Inghilterra, quando non si può fare un passo al buio, sulla riva del mare senza piombare di colpo dentro uno specchio. E sembra di cattivo auspicio per la mia visita al vecchio Mart Tinman”.
“Potete”, rivolgendosi alla compagnia, “indicarmi una pensione pulita e sana? Stavo pensando di gettarmi, corpo e bagagli, sul vostro sindaco, o chiunque sia — il mio vecchio compagno di scuola; ma non mi piace molto questo inizio. Un paio di stanze da letto e un salotto; lenzuola pulite, ben aerate; buon cibo, ben cucinato; pagamento settimanale in anticipo”.
Il sasso che cade in acqua profonda parla della sua profondità con il tardivo arrivo di bolle sulla superficie, e, allo stesso modo, la domanda molto semplice posta dal signor Van Diemen Smith continuò il suo percorso di penetrazione nella mente riunita nella bottega del falegname per un periodo considerevole, senza alcun segno che mostrasse che avesse raggiunto il fondo.
“Papà, non possiamo andare in una locanda? Ci deve essere qualche albergo”, disse la figlia.
“C’è una buona sistemazione al Cliff Hotel qui vicino”, disse Crickledon.
“Ma”, disse uno dei suoi amici, “se non volete andare così lontano, signore, c’è la casa stessa di mastro Crickledon qui accanto, e sua moglie affitta camere, e non c’è cuoca migliore lungo questa costa”.
“Allora perché l’uomo non l’ha menzionato? Ha paura di avermi?” chiese il signor Smith, un po’ fragorosamente. “Forse non sono ancora molto conosciuto in Inghilterra; ma vi dico, chiedete la rotta per il signor Van Diemen Smith laggiù in Australia”.
“Sì, papà”, interruppe la figlia, “solo devi considerare che potrebbe non essere conveniente accoglierci a quest’ora — così tardi”.
“Non è quello, signorina, con rispetto parlando”, disse Crickledon. “Ho il principio di non raccomandare mai la mia casa. Ecco cos’è. Altrimenti siete i benvenuti a provare da noi”.
“Stavo pensando di piombare d’improvviso dal mio vecchio compagno di scuola, e mettere alla prova la Vecchia Ospitalità Inglese”, meditò il signor Smith. “Ma è tardi. Sì, e quel maledetto specchio! No, staremo da voi, mastro falegname. Manderò il mio biglietto da Mart Tinman domani, e lo farò agitare durante la colazione”.
Il signor Van Diemen Smith fece cenno a Crickledon di farsi avanti.
A questo punto Ned Crummins sollevò lo sguardo dal biglietto che aveva rigirato più e più volte, sempre più come qualcuno che giunge a un giudizio di condanna di un pesce.
“Non posso andare a dare al mio padrone un biglietto invece del suo specchio”, osservò.
“Sì, questo mi ricorda; e vorrei sapere cosa intendevate portando via quello specchio dalla casa del signor Tinman di notte”, disse il signor Smith. “Se devo pagarlo, ho il diritto di sapere. Che senso ha spostarlo di notte? Eh, fatemi sentire. La notte non è il momento per spostare specchi grandi come quello. Non sono così sicuro di non avere ragione”.
“Se vuole fare un salto dal mio padrone insieme a me, signore”, disse Crummins, “forse le spiegherà”.
A Crummins fu chiesto di dichiarare chi fosse il suo padrone, e rispose: “Phippun e Compagnia;” ma il signor Smith rifiutò categoricamente di andare con lui.
“Ma ecco”, disse, “una corona per te, perché sei un bravo ragazzo. Saprai dove trovarmi domattina; e bada, mi aspetterò che Phippun e Compagnia mi diano una spiegazione molto buona del motivo per cui hanno spostato uno specchio enorme in una notte come questa. Ecco, vattene”.
La corona in mano ebbe un effetto congeniale sulla disposizione di Crummins a comunicare. Crickledon gli parlò dello specchio; due o tre degli altri presenti lo spronarono. “Cosa voleva il signor Tinman facendo spostare lo specchio così tardi, Ned? Il tuo padrone non era nervoso per la sua proprietà, vero?”
“Non lui”, disse Crummins, e cominciò a risucchiare il labbro superiore, ad agitare le palpebre e a stare a disagio, segni scintillanti dell’inizio della marea della narrazione.
Incrociò lo sguardo del signor Smith, poi guardò avvilito la signorina.
Crickledon vide il suo dilemma. “Di’ ciò che ti preme, Ned; non badare a come lo dici. L’inglese è inglese. Il signor Tinman ha mandato a chiamarti per portar via lo specchio, vero?”
“L’ha fatto”, disse Crummins.
“E tu sei andato da lui.”
“Sì, l’ho fatto.”
“E lui ti ha fissato lo specchio a figura intera sulla schiena.”
“Ha fatto proprio quello.”
“È tutto chiaro. Aveva comprato lo specchio?”
“No, non l’aveva comprato. L’aveva noleggiato.”
Come quando, in una visita forzata dal dentista, le persone hanno estratto un dente, gli altri colpevoli vengono sottoposti all’operazione più volentieri, tanto che una licenza poetica potrebbe azzardare l’affermazione che li perdano come foglie dagli alberi, così Crummins, che si era sottratto al parlare, ora offriva intere frasi in successione, e quanto importanti fossero ritenute dai suoi concittadini, il signor Smith, e specialmente la signorina Annette Smith, potevano percepirlo dalle loro esclamazioni, prima di essere essi stessi trascinati nella forte corrente dell’interesse.
E questa era la questione: Tinman aveva noleggiato lo specchio per tre giorni. Tardi, proprio il primo giorno del noleggio, quasi al buio, aveva inviato ordini imperativi a Phippun e Compagnia di portar via lo specchio da casa sua sul momento. E perché? Perché, come sosteneva, c’era un difetto nello specchio che causava un riflesso incongruo e assurdo; e in quel momento stava aspettando l’arrivo di un altro specchio a figura intera.
“Vai avanti, Ned”, disse Crickledon.
“Che diavolo se ne fa di uno specchio a figura intera?” gridò il signor Smith, mettendo a rischio il flusso della storia suggerendo al narratore che doveva “tornare indietro”, il che per lui equivaleva a saltare un abisso all’indietro. Fortunatamente il suo cervello aveva colto un’immagine:
“Il signor Tinman è lì in piedi nel suo miglior abito di Corte”.
Il vecchio compagno di scuola del signor Tinman ebbe un sussulto; e non c’è da stupirsi.
“In piedi?” gridò; e poiché l’atto di stare in piedi non era realmente straordinario, si fissò sull’abito: “Di Corte?”
“Così mi ha detto la signora Cavely, era ciò che indossava, e così come l’ho trovato l’ho lasciato”, disse Crummins.
“È in piedi così ora?” disse il signor Van Diemen Smith, con una grande bocca spalancata.
Crummins ripeté ostinatamente l’affermazione. Molti l’avrebbero ornata nella ripetizione, ma lui era per la pura e piatta verità.
“Deve essere preziosamente orgoglioso di avere un abito di Corte”, disse il signor Smith, e fissò la figlia così vitreo che lei sorrise, sebbene fosse impaziente di procedere verso l’alloggio della signora Crickledon.
“Oh! è lì che sta il punto?” interloquì il falegname, con un’espressione buffa a una parola bassa di Ned Crummins. “Si sta esercitando, eh? Il signor Tinman si esercita davanti allo specchio in preparazione per andare a palazzo a Londra”.
“Mi ha dato uno scellino”, disse Crummins.
Crickledon lo comprese immediatamente. “Non ne parleremo, Ned”.
Cosa hai visto? fu così cautamente suggerito.
Lo scellino era sulla lingua di Crummins per frenare il suo tradimento della scena segreta. Ma ricordando di averla testimoniata solo per caso, e che il signor Tinman non lo aveva completamente preso in confidenza, infilò la mano in tasca per toccare la corona che giaceva in compagnia della moneta che moltiplicava cinque volte, e fu ispirato a pensare di essere libero di dire: “Tutto ciò che ho visto è stato quando la porta si è aperta. Non la porta di casa. Era la porta del salotto. L’ho visto camminare verso lo specchio, e tornare indietro dallo specchio. E quando è arrivato allo specchio ha fatto un inchino, sì, ed è tornato indietro proprio così”.
Senza dubbio la presenza di una signora fu l’agente attivo che impedì a Crummins di piegare il corpo interamente, e di dare più di una rapida indicazione della postura del signor Tinman nella sua ritirata davanti allo specchio. Ma fu uno scorcio di ampia farsa, e sebbene fosse ricevuto con la dovuta sobrietà dagli uomini nella bottega del falegname, Annette tirò il braccio di suo padre.
Non riusciva a convincerlo ad andarsene. Quell’immagine del suo vecchio compagno di scuola Martin Tinman che si esercitava davanti a uno specchio a figura intera per presentarsi a palazzo nel suo abito di Corte, sembrava stupire la sua intelligenza australiana.
“Che diritto ha di andare a Corte?” indagò il signor Van Diemen Smith, come lo straniero che era diventato attraverso l’esilio.
“Il signor Tinman è l’ufficiale giudiziario della città”, disse Crickledon.
“E qual era la sua obiezione a quello specchio che ho distrutto?”
“È un signore piuttosto irritabile”, mormorò Crickledon, e si voltò verso Crummins.
Crummins grugnì: “Ha detto che era appannato, e gli faceva venire un torcicollo”.
“Che grande sciocco deve essere! eh?” Il signor Smith lanciò uno sguardo a Crickledon e agli altri volti per il verdetto dei concittadini di Tinman sul suo carattere.
Avevano motivi per pensarla diversamente di Tinman.
“Non è uno sciocco”, disse Crickledon.
Un altro scosse la testa. “Acuto negli affari”.
“Questo sì che lo è”, disse il coro.
Il signor Smith fu informato che il signor Tinman probabilmente avrebbe finito col comprarsi mezza città.
“Allora”, disse il signor Smith, “può permettersi di pagare metà del denaro per quello specchio, e pagare dovrà”.
Una visione seria della recente catastrofe fu presentata dalla sua dichiarazione.
Nel bel mezzo di un colloquio riguardante il costo dello specchio, durante il quale i concittadini di Mr. Tinman iniziarono a intravedere che nella scena a cui aveva assistito Crummins c’era materiale per ridere per un anno o giù di lì, se solo avessero rimandato un po’ il loro diritto alla risata prendendola a piccole dosi, Annette indusse il padre a segnalare a Crickledon la propria disponibilità ad andare a vedere gli alloggi. Non appena lo ebbe fatto, esclamò: “Che diavolo ci ha fatto aspettare tutto questo tempo qui? Ho fame, cara mia; voglio la cena”.
“È perché hai avuto una delusione. Ti conosco, papà”, disse Annette.
“Sì, è piuttosto avvilente per quanto riguarda il vecchio Mart Tinman”, assentì il padre. “O forse non mi sono ripreso dallo shock di aver mandato in frantumi quello specchio e me la prendo con lui. Ma, giuro, è il mio unico amico in Inghilterra, non ho un solo parente che io sappia, e arrivare e trovare il tuo unico amico che si comporta come un asino, è abbastanza per far pensare a un uomo di mangiare e bere.”
Annette mormorò con tono di rimprovero: “Non possiamo proprio dire che sia il nostro unico amico in Inghilterra, papà, vero?”
“Ti riferisci a quel giovanotto? Mi farai passare l’appetito se parli di lui. È un estraneo. Non credo che valga un centesimo. Ammette di essere quello che chiama un giornalista.”
Queste ultime osservazioni furono scambiate in fretta sulla soglia della casa di Crickledon.
“Non sembra promettente”, disse Mr. Smith.
“Non l’ho raccomandato io”, disse Crickledon.
“Perché diavolo affitti le tue stanze, allora?”
“Chi è venuto una volta, torna ancora.”
“Oh! Sono in Inghilterra”, sospirò gioiosamente Annette, sentendosi a casa in un tratto che aveva colto in Crickledon.
CAPITOLO III
La storia dello specchio infranto e della visita del vecchio compagno di scuola di Tinman, appena arrivato dall’Australia, era su molte tavole da colazione prima ancora che Tinman ne sentisse una parola, e quando la sentì non ebbe tempo da perdere per simili incidenti, poiché stava leggendo alla sorella vedova Martha, con tono impressionante, a un volume piuttosto alto, e con un’eccitazione repressa che scacciava ogni cosa esterna dalla sua mente con la stessa violenza con cui agitava il suo corpo. Non sono le onde esterne, ma il motore all’interno che dà scosse e tremori al traballante piroscafo, costringendolo a fendere le onde e spargerle in spuma; e così Martin Tinman fece poco conto dell’attacco esterno costituito dal biglietto da visita di VAN DIEMEN SMITH, e dalla sua riga scritta a matita: “Un vecchio compagno, eh, compare?”. Anche la comunicazione della Phippun & Co. riguardante lo specchio non riuscì a distoglierlo dal suo particolare compito. Era davvero un dovere pubblico; e lo specchio, sebbene vi fosse attinente, era una faccenda privata. Colui che ha rotto lo specchio, che quell’uomo paghi, sentenziò — senza dubbio in maniera più semplice, essendo a suo agio in casa propria, ma con la serenità di chi è elevato. Quanto al nome VAN DIEMEN SMITH, non lo conosceva, e così disse a se stesso, ricordando con precisione l’identità del vecchio compagno che, solo tra gli uomini, avrebbe pensato di scrivere *eh, compare?*.
Mr. Van Diemen Smith non presentò il biglietto di persona. “Da Crickledon”, scrisse, aspettandosi apparentemente che l’ufficiale giudiziario della città corresse da lui prima ancora di sapere chi fosse.
Tinman era troppo occupato. Chiunque può leggere una grafia semplice o la stampa, ma chiedete a chiunque non sia un Ministro di Gabinetto o un Lord-in-Waiting di leggere ad alta voce e con chiarezza in un Palazzo, davanti a un Trono. Oh! La natura della lettura viene distorta in un baleno, e come Tinman disse alla sua degna sorella: “Posso farlo, ma non devo perdere tempo a prepararmi”. Di nuovo, a una rilettura, le informò: “Devo abituarmi”. A questo scopo aveva indossato l’abito la sera prima.
L’articolazione di un inglese impeccabile era il suo obiettivo. Sua sorella Martha sedeva con aria vicereale per ricevere le sue leali congratulazioni per l’illustre matrimonio, ed era pensierosa, meno nervosa del fratello per non dover parlare continuamente, e tuttavia alquanto turbata. Anche lei aveva il suo compito, che consisteva nell’evitare di pensare a se stessa come alla Persona interpellata dal fratello supplice, mentre allo stesso tempo faceva tesoro dell’addestramento scolastico e della perfetta conoscenza della dizione e delle regole di pronuncia che sarebbero stati infallibilmente messi alla prova nell’ora terribile della consegna del Discorso. Non era inoltre un compito da poco essere costretta ad ascoltare fino alla fine del Discorso, prima che fosse concessa la più gentile parola di critica. Non si lamentò esattamente del rinnovo della prova: una fatica può essere sopportata quando è una gioia. Ciò che la infastidiva era la sua memoria che falliva sui punti di obiezione, così come li concepiva nel suo immaginario Alto Seggio; poiché, in verità, nell’istante in cui il fratello aveva finito, perdeva completamente l’acutezza dell’udito, e con essa il ricordo: quindi non c’era altro da fare che dire: “Eccellente! Del tutto ineccepibile, caro Martin, del tutto”. Così disse, ed enfaticamente; ma l’aggiunta della parola “soltanto” era stampata sulla sua fronte contratta, e ogni facoltà della mente e della natura di Tinman essendo sotto sforzo proprio allora, le chiese stizzito: “Cosa ora? Qual è il difetto ora?”. Lei lo rassicurò con languore che non c’era alcun difetto. “Non è il tuo modo di parlare”, disse lui, e ciò che disse era vero. Il suo discernimento era straordinario; generalmente non notava nulla.
Non solo le sue percezioni erano acutizzate dai preparativi per il giorno di grande splendore — giorno di una grande fornace da attraversare, pure! — stava imparando l’inglese a un ritmo sorprendente per giunta. Un Dizionario di pronuncia giaceva aperto sul suo tavolo. Verso questo volava al minimo accenno di un metodo contrario, e dispute, verifiche e trionfi da una parte e dall’altra seguivano tra fratello e sorella. Nel suo cuore, l’uomo agitato credeva che sua sorella fosse una guida fuorviante. Non osava dirlo, lo pensava, e prima del suo viaggio africano attraverso il Dizionario aveva pensato che sua sorella fosse infallibile su questi punti. Non osava dirlo perché non conosceva nessun altro davanti al quale potersi esercitare, e poiché era la sicurezza che cercava principalmente — soprattutto sicurezza, e la sicurezza nasce dalla pratica — preferiva proseguire con la pratica piuttosto che avere una certezza assoluta sulla correttezza.
A mezzogiorno arrivò un altro biglietto da Mr. Van Diemen Smith recante la scritta: alias Phil R.
“È possibile”, chiese Tinman alla sorella, “che Philip Ribstone abbia avuto l’audacia di tornare in questo paese? Penso”, aggiunse, “di essere nel giusto nel trattare chiunque mi invii questo biglietto come un impostore”.
Il consiglio di Martha fu che non dovesse prestare attenzione al biglietto.
“Sono seriamente impegnato”, disse Tinman. Con un “Ora dunque, caro”, riprese i suoi lavori.
Messaggi erano passati tra Tinman e Phippun; e nel pomeriggio Phippun apparve per affrontare la questione del pagamento dello specchio. Aveva visto Mr. Van Diemen Smith, l’aveva trovato molto strano, piuttosto impraticabile. Fu costretto a dire a Tinman che doveva ritenerlo responsabile dello specchio; né poteva inviarne un secondo finché non fosse stato effettuato il pagamento per il primo. Sembrava davvero che Tinman sarebbe stato costretto, dalla forza delle circostanze, ad andare a stringere la mano al suo vecchio amico. Altrimenti si poteva chiaramente vedere che l’uomo se ne sarebbe potuto andare: avrebbe potuto andarsene da un momento all’altro, lasciandosi dietro una disputa legale. D’altra parte, supponendo che fosse venuto a Crickswich in cerca di aiuto in denaro? L’amicizia è una buona cosa, e così pure l’ospitalità, che è una cosa essenzialmente inglese, e di conseguenza una cosa che spetta a un inglese considerare suo dovere compiere, ma non la estendiamo ai poveri. Ma se un povero dovesse avvicinarsi così tanto da afferrarci, giurando di essere stato un tempo nostro amico, come liberarsene? Tinman previde che avrebbe potuto trattarsi di cinque sterline gettate ai cani, forse dieci, contando lo specchio. Si mise il cappello, pieno di malinconici presentimenti; ed erano esattamente le cinque e mezza del pomeriggio primaverile quando bussò alla porta di Crickledon.
Se avesse guardato nella bottega di Crickledon mentre passava, avrebbe visto Van Diemen Smith a cavalcioni di un pezzo di legno, intento a fumare la pipa. Van Diemen vide Tinman. I suoi occhi si spalancarono e si inumidirono. È un fatto vergognoso da registrare su di lui senza perifrasi. In verità, l’uomo barbuto era quasi una donna nel cuore, ed era venuto dagli Antipodi fremente dal desiderio di dare una pacca sulla spalla a Martin Tinman, stringergli la mano, girare l’Inghilterra con lui, offrirgli da bere e parlare dei vecchi tempi in presenza di un reggimento di champagne al trotto. Quella faccenda dello specchio aveva temporaneamente smorzato il suo entusiasmo. L’assenza di una risposta alla sua doppia trasmissione di biglietti lo aveva ferito; e qualcosa nell’aspetto di Tinman disgustava il suo gusto rozzo. Ma i lineamenti ben noti richiamavano i giorni della giovinezza. Tinman era il suo unico legame vivente con il paese che ammirava come conquistatore del mondo, e nel quale si dilettava immaginativamente come sede di piaceri, e non poteva scartare il sentimento di un qualche affetto per Tinman senza perdere la presa sul motivo per cui aveva desiderato così fervidamente e viaggiato così senza fiato per tornare lì. Nei giorni della loro giovinezza, Van Diemen era stato lo spirito cordiale di Tinman, al quale sorseggiava visioni allegre della vita e un buon onesto calore di emozione di tanto in tanto. Se fosse strano o meno che il bevitore fosse ignaro, e lo spirito cordiale calorosamente memore di quei tempi, non staremo a indagare.
Il loro incontro avvenne nella bottega di Crickledon. Tinman fu introdotto da Mrs. Crickledon. La sua voce emise un suono metallico in gola, e la sua aria era quella di un uomo abbottonato fino al palato, mentre leggeva dal biglietto, sbirciando sopra le palpebre: “Mr. Van Diemen Smith, credo”.
“Phil Ribstone, se preferisci”, disse l’altro, senza alzarsi.
“Oh, ah, davvero!” Tinman tossì con moderazione.
“Sì, caro me. Proprio così. Ti sembra strano?”
“Il cambio di nome”, disse Tinman.
“Non di natura, però!”
“Ah! Sei in Inghilterra da molto?”
“Il tempo di correre a Helmstone e qui. Hai avuto fortuna negli affari, sento dire.”
“Grazie; per quanto vanno le cose. Pensi di rimanere in Inghilterra?”
“Devo sistemare la faccenda di uno specchio che ho rotto ieri sera.”
“Ah! Ne ho sentito parlare. Sì, temo che ci dovrà essere un accordo.”
“Pagherò metà del danno. Dovrai sborsare la tua parte.”
Van Diemen sorrise maliziosamente.
“Dobbiamo discuterne”, disse Tinman, sorridendo a sua volta, come un paziente a letto può sorridere alla battuta di un medico; poiché era, come aveva detto di lui Crickledon, tutt’altro che uno sciocco su questioni pratiche, e la menzione di Van Diemen del mezzo pagamento lo rassicurò sulla posizione del suo vecchio amico nel mondo, e lo sciolse dolcemente. “Vuoi cenare con me oggi?”
“Non mi dispiace. Ho una ragazza. Ti ricordi la piccola Netty? Sta passeggiando sulla spiaggia con un giovanotto di nome Fellingham, di cui abbiamo fatto la conoscenza durante il viaggio, e non ci ha lasciato molto soli. La vuoi anche tu? E immagino che dovrai invitare anche lui. È un uomo di giornale; ha fatto il giro del mondo; ne ha viste tante.”
Tinman esitò. Un’idea elettrizzante di mettere dello sherry a quindici scellini la dozzina sulla sua tavola invece del vino cerimoniale a venticinque scellini, lo aiutò a dire ospitalmente: “Oh! Ah! Sì; un qualsiasi tuo amico”.
“E ora forse vorrai stringermi il pugno”, disse Van Diemen.
“Con piacere”, disse Tinman. “È stato il tuo cambio di nome, sai, Philip.”
“Ascolta, Martin. Van Diemen Smith era un detenuto, e il mio benefattore. Perché diavolo fosse così affezionato a quel nome, non saprei dirtelo; ma il suo desiderio in punto di morte fu che io lo prendessi e lo portassi avanti. Mi lasciò la sua fortuna, perché Van Diemen Smith potesse godersi la vita, come lui non fece mai, pover’uomo, quando era in vita. Il denaro fu ottenuto onestamente, con il duro lavoro in un magazzino. Fece del male una volta, e si pentì dopo. Ma, per il Cielo!” — Van Diemen balzò in piedi e tuonò da un ampio petto — “quell’uomo aveva uno dei cuori più nobili che abbiano mai battuto. Lo era! E ne sono orgoglioso. Quando morì, rivolsi i miei pensieri a casa, alla Vecchia Inghilterra e a te, Martin”.
“Oh!” disse Tinman; e ricordato dal modo di parlare di Van Diemen che ci si aspettava cordialità da lui, scosse le membra per darsi una certa vivacità, e continuò: “Beh, sì, dobbiamo tutti morire nella nostra terra natale, se possiamo. Spero che tu sia comodo nei tuoi alloggi”.
“Ti offrirò una delle cene di Mrs. Crickledon per provare. Sei quasi sindaco di questa città, sento dire?”
“Sono l’ufficiale giudiziario della città”, disse Mr. Tinman.
“Stai per andare a Corte, mi dicono.”
“La nomina”, rispose Mr. Tinman, “verrà presto effettuata. Non ho ancora un giorno stabilito.”
Sulla grande strada maestra della vita c’è l’Aspettativa, e c’è il Raggiungimento, e c’è anche l’Invidia. La postura di Mr. Tinman rappresentava il Raggiungimento che adombra l’Aspettativa, e si crogiolava nel vetro dell’Invidia, mentre parlava del giorno stabilito. Era involontario, e naturalmente evanescente, una visione momentanea dello spirito.
Si raddrizzò e chiese di essere scusato per il momento, affinché potesse andare ad avvisare sua sorella dell’arrivo di ospiti.
“Va bene. Immagino che ne vedremo abbastanza l’uno dell’altro”, disse Van Diemen. E quasi prima che lo scricchiolio dei tacchi di Tinman si spegnesse sulla strada fuori dalla bottega, pose la strana domanda a Crickledon: “Sai boxare?”
“Io li costruisco”, rispose Crickledon.
“Perché mi piacerebbe cimentarmi in qualcosa, amico mio.”
Van Diemen si stiracchiò e sbadigliò.
Crickledon consigliò di fare una passeggiata.
“Credo che lo farò”, disse l’altro, e tornò indietro bruscamente. “Quanto lavori durante il giorno?”
“Generalmente, tutte le ore di luce”, rispose Crickledon; “e sempre fino all’ora di cena.”
“Sei sano e felice?”
“Niente di cui lamentarsi.”
“Buon appetito?”
“Abbastanza regolare.”
“Non fai mai una vacanza?”
“Tranne la domenica.”
“Ti piacerebbe lavorare allora?”
“Non dirò questo.”
“Ma sei contento di alzarti lunedì mattina?”
“Sembra più allegro nella bottega.”
“E la falegnameria è la tua gioia?”
“Credo di poter dire di sì.”
Van Diemen si diede uno schiaffo sulla coscia. “C’è ancora vita nella Vecchia Inghilterra!”
Crickledon lo osservò mentre si incamminava verso la spiaggia per cercare sua figlia, e intuì che c’era un tocco di soldato in lui.
CAPITOLO IV
La gioia di Annette Smith per la sua nativa Inghilterra le faceva vedere bellezza e gentilezza ovunque intorno a lei; metteva un’aureola intorno alla casa sulla spiaggia, e la faceva fremere alla tavola di Tinman quando sentiva il tuono delle onde lì vicino. Immaginava che fosse stata una cena molto piacevole per suo padre e per Mr. Herbert Fellingham — specialmente per quest’ultimo, che aveva riso molto; e rimase stupita nel sentirli entrambi a colazione lamentarsi della loro serata. In risposta a ciò, esclamò: “Oh, penso che la posizione della casa sia così romantica!”
“La posizione del padrone di casa lo è straordinariamente”, disse Mr. Fellingham; “ma penso che il suo vino sia il liquido più poco romantico che io abbia mai assaggiato.”
“Deve essere quello!” gridò Van Diemen, confuso da dolori alla testa mai provati prima. “Il vecchio Martin si è risvegliato un po’ come se stesso dopo cena.”
“Ha bevuto con moderazione”, disse Mr. Fellingham.
“Sono sicura che sei stato satirico ieri sera”, disse Annette con tono di rimprovero.
“Al contrario, gli ho detto che pensavo fosse in una posizione romantica.”
“Ma ho avuto una mademoiselle francese come governante e un gentiluomo di Oxford come tutore; e so che hai accettato francese e inglese da Mr. Tinman e sua sorella che io non avrei approvato.”
“Netty”, disse Van Diemen, “ha avuto la migliore istruzione che il denaro potesse procurare; e se dice che sei stato satirico, puoi star certo che lo eri.”
“Oh, in quel caso, naturalmente!” rispose Mr. Fellingham. “Chi potrebbe farne a meno?”
Pensò di essere autorizzato a dare libero sfogo al suo spirito malizioso e satirico, e parlò con leggerezza del carattere accidentale della lettera H nella pronuncia di Tinman; di come, come il cappello di qualcun altro in un forte vento, scendesse sulla testa di qualcun altro, e di come le sue parole camminassero in giro chiedendosi l’un l’altra chi fossero e cosa stessero facendo, danzassero insieme follemente, schioccando le dita al significato; e così via. Era irriverente.
Annette lanciò un’occhiata al padre e abbassò le palpebre.
Mr. Fellingham percepì che gli veniva ingiunto di stare in guardia.
Fece un passo avanti nel suo scherzo; al che Van Diemen disse, con un cipiglio: “Per favore!”
Niente avrebbe potuto resistere a quello.
“Al diavolo il vino del vecchio Mart Tinman!” sbottò Van Diemen nel silenzio improvviso. “La mia testa è un proiettile. Sono di un umore terribilmente pessimo. Riesco a malapena a vedere. Sono bilioso.”
Mr. Fellingham gli consigliò di sdraiarsi per un’ora, e lui se ne andò brontolando, lamentandosi dell’incredulità di Mart Tinman riguardo alla maestosa bellezza di un luogo in Australia chiamato Gippsland.
Annette confidò a Mr. Fellingham, non appena furono soli, la natura cavalleresca di suo padre nelle sue amicizie, e la sua indisposizione a sentire un commento satirico sul suo vecchio compagno di scuola, nel momento in cui capiva che si trattava di satira.
Fellingham obiettò: “L’uomo è una farsa perfetta. È fatto così distintamente per essere deriso come una maschera in una pantomima”.
“Papà non lo penserà”, disse Annette; “e a papà è stato detto che non deve essere deriso come uomo d’affari.”
“Lo apprezzi per questo?”
“Non sono un giudice. Sono troppo felice di essere in Inghilterra per essere giudice di qualsiasi cosa.”
“Non hai toccato il suo vino!”
“Voi uomini date così tanta importanza al vino!”
“Dicono che le polverine siano una buona cosa dopo il vino di Mr. Tinman”, osservò Mrs. Crickledon, che era entrata in salotto per sparecchiare.
Mr. Fellingham fece una risata sonora; ma Mrs. Crickledon gli impose di tacere, poiché Mr. Van Diemen Smith era andato a posare la sua povera testa dolorante sul cuscino. Annette corse di sopra per parlare a suo padre di un dottore.
Durante la sua assenza, Mr. Fellingham ricevette il ritratto popolare di Mr. Tinman dalle labbra di Mrs. Crickledon. Successivamente passeggiò fino alla falegnameria e cercò di ottenerne una conferma.
“Mia moglie parla troppo”, disse Crickledon.
Quando interrogato da un gentiluomo, tuttavia, era naturalmente tenuto a rispondere fino ai limiti della sua conoscenza.
“Che strano vecchio paese è questo!” disse Mr. Fellingham ad Annette, durante la loro passeggiata verso la spiaggia.
Lei lo implorò di non ridere di nulla di inglese.
“Non lo faccio, ti assicuro”, disse lui. “Amo anche il paese. Ma quando si torna dall’estero, e ci si tuffa nella loro vita quotidiana, è difficile mantenere la vera figura del vecchio paese visto dall’esterno, e bisogna ricordare mezza dozzina di grandi nomi per rimettersi in carreggiata. E gli inglesi sono così buffi! Tuo padre viene qui per vedere il suo vecchio amico, e inizia a vantarsi del Gippsland che si è lasciato alle spalle. Tinman si vanta immediatamente di Helvellyn, e si tirano montagne l’un l’altro finché, nella loro prima serata insieme, c’è terremoto e rottura — sono stati quasi alle mani a un certo punto.”
“Oh! Sicuramente no”, disse Annette. “Non li ho sentiti. Erano buoni amici quando sei entrato in salotto. Forse il vino ha influito sul povero papà, se era vino cattivo. Vorrei che gli uomini non ne bevessero mai. Quanto sarebbero più felici.”
“Ma allora cesserebbero di esistere gli incontri sociali in Inghilterra. Cosa faremmo?”
“So che questo è un sarcasmo; ed eri quasi entusiasta quanto me a bordo della nave”, disse Annette, tristemente.
“Verissimo. Lo ero. Ma guarda che creature bizzarre abbiamo intorno! Tinman che si esercita nel suo abito di Corte davanti allo specchio! E quel brav’uomo, il falegname, Crickledon, che ha vissuto con il mare di fronte per tutta la vita, e non è mai stato su una barca, e confessa di essere andato nell’entroterra solo una volta e di non aver mai visto una ghianda!”
“Vorrei poterne vedere una — di una vera quercia inglese”, disse Annette.
“E dopo essere stata in Inghilterra qualche mese sospirerai per il Continente.”
“Mai!”
«Credi che sarai davvero soddisfatta qui?»
«Ne sono certa. Che io e papà non dobbiamo mai più essere degli esuli! Non me ne resi conto quando avevo tre anni e partimmo per l’Australia; ma ora sarebbe come morire per me.» Oh! Annette rabbrividì, come per il brivido dell’esule.
«Sulla mia parola», disse il signor Fellingham, il più dolcemente possibile col vento che gli soffiava contro, «amo il vecchio paese dieci volte di più per il tuo amore verso di esso.»
«Non è così che voglio che l’Inghilterra venga amata», replicò Annette.
«L’amore è nelle tue mani.»
Sembrò indifferente nell’udirlo.
Avrebbe dovuto capire che il modo per corteggiarla era assecondare la sua predilezione con un’altra passione. Poteva percepire che ciò la nobilitava in astratto, ma un latente rancore verso Tinman a causa del suo vino, al quale continuava rabbiosamente ad attribuire un insolito capogiro e una leggera irascibilità, lo rendeva urgente nel desiderio che lei si separasse da Tinman e da sua sorella con la netta divisione della derisione.
Annette si rifiutò di ridere alle caricature più risibili di Tinman. Nel suo antagonismo, spinse la propria semplicità fino al punto di dire che non lo riteneva affatto assurdo. E supponendo che il signor Tinman avesse fatto la proposta alla vedova titolata, Lady Ray, come aveva sentito dire, e ad altre signore giovani e di mezza età del vicinato, perché non avrebbe dovuto farlo, se desiderava sposarsi? Se era parsimonioso, di certo aveva il diritto di gestire i propri affari. Il suo timore era che il signor Tinman e suo padre potessero litigare per il pagamento dello specchio chiwal rotto: lo ammise onestamente, e Fellingham fu così indiscreto da scoppiare in una risata sonora, non molto cordiale.
Annette lo ritenne sgradevolmente satirico; e i suoi pensieri su di lei la ridussero alla condizione di una ragazza comune con occhi espressivi.
Dovette tornare da suo padre. Il signor Fellingham fece una passeggiata sull’erba elastica lungo le scogliere; e «certamente è una ragazza comune», cominciò a riflettere, con un’occhiata di traverso al fatto che le sue meditazioni erano eccitate dall’avvelenamento della sua bile da parte di Tinman. «Una ragazza che non riesce a vedere l’assurdità di Tinman deve essere priva di comune intelligenza.» Dopo un po’, annusò deliziato l’aria fine e pungente che mescolava terra e mare, e tornò verso la città a passo svelto nel tardo pomeriggio, ridendo di se stesso in spregio alla sua miserevole suscettibilità alle impressioni biliose, e in realtà quasi odiando Tinman come causa della sua debolezza — nel modo in cui, forse, il criminale odia il detective. Attribuì interamente a Tinman il fatto che il carattere di Annette fosse diventato, ai suoi occhi, di tinta diversa; poiché, nonostante la freschezza fisica con cui era tornato alla sua compagnia, era incapace di scuotersi di dosso l’idea che lei fosse comune; e fu con rammarico che riconobbe di aver tratto dalla sua passeggiata solo una opinione più alta di se stesso.
Suo padre era vittima di un forte mal di testa e giaceva, uomo gemente, sul suo letto, assistito principalmente dalla signora Crickledon. Annette dovette gestire la faccenda con il signor Phippun e il signor Tinman riguardo al pagamento per lo specchio chiwal. Era stata incaricata di offrire la metà del prezzo per lo specchio da parte di suo padre; di più non avrebbe pagato. Tinman e Phippun sedevano con lei nel cottage di Crickledon, e la signora Crickledon portò giù due messaggi dal suo infermo, entrambi categorici, in cui si affermava che avrebbe combattuto con tutte le armi della legge inglese piuttosto che cedere sulla sua posizione.
Tinman dichiarò che era assolutamente fuori discussione che dovesse pagare un centesimo. Phippun giurò che, dall’uno o dall’altro, avrebbe ottenuto il denaro.
Annette era naturalmente in profonda angoscia, e Fellingham rimandò la discussione al giorno seguente.
Anche dopo un tale assaggio di Tinman, Annette non poté essere indotta a unirsi nel deriderlo in privato. Sembrava addolorata dai crudeli scherzi del signor Fellingham. Era mostruoso, pensava Fellingham, che dovesse attirarsi un secondo rimprovero da Van Diemen Smith, mentre stavano consultandosi in pieno accordo sul caso dello specchio chiwal.
«Devo dirle questo, signor mio», disse Van Diemen, «lei mi piace, ma sarò schietto e veritiero, o non sarei degno del nome di inglese; e lei mi piace davvero, altrimenti non le avrei dato il permesso di venire qui dietro a noi due. Deve rispettare il mio amico se tiene al mio rispetto. È così. Ecco tutto. Ora conosce le mie condizioni.»
«Temo di non poter firmare il trattato», disse Fellingham.
«C’è dell’altro», disse Van Diemen. «Io stesso sono un uomo freddo se sento una risata e penso di conoscerne lo scopo. Accetterò qualsiasi cosa tranne lo scherno. Non sopporto il disprezzo. Quindi capisco il prossimo. E ora lo sa.»
«Questo mette un freno al gioco della fantasia e impedisce di sfogare il vapore», protestò Fellingham. «Prometto di fare del mio meglio, ma tra tutti gli uomini che abbia mai incontrato in vita mia — Tinman! Il ridicolo! Mi perdoni, prego; ma l’asino e il suo specchio! Lo specchio era appannato! Lui — così meticoloso riguardo al suo riflesso nello specchio come un poeta con i suoi versi! Avanti, indietreggia, inchinati; e che massacro della lingua inglese proprio in sua presenza! Se pensassi che si porterà dietro il suo vino, lo farei arrestare per alto tradimento.»
«Lei ha scelto, e sa cosa preferisce», disse Van Diemen, accentuando le sue parole — il che produce l’imbarazzante pausa, la trappola della conversazione, e talvolta dell’amicizia.
Così accadde che il signor Herbert Fellingham tornò a Londra un giorno prima del previsto, e senza dire ciò che intendeva dire.
CAPITOLO V
Un mese dopo, dopo una notte di gelo intenso al limitare dei giorni più caldi di primavera, il signor Fellingham entrò a Crikswich sotto un cielo di un blu perfetto che era in brillante armonia con le verdi colline, le bianche scogliere e il mare scintillante, e senza dubbio fu la bellezza davanti ai suoi occhi che lo convinse della sua illusione nell’aver preso Annette per una ragazza comune. Era giunto con un umore meramente curioso per scoprire se lo fosse o meno. Chi, se non una ragazza comune, si preoccuperebbe di risiedere a Crikswich, si era chiesto; e ora era pienamente certo che nessuna ragazza comune avrebbe mai avuto quell’idea. Squisitamente semplice, lo era certamente; ma quella può benissimo essere una distinzione in una giovane donna i cui occhi sono espressivi.
Il suono di una sega lo attirò verso la bottega di Crickledon, e l’operoso falegname lo mise presto al corrente degli affari.
Crickledon indicò la casa sulla spiaggia come il luogo in cui alloggiavano il signor Van Diemen Smith e sua figlia.
«Mio Dio! E come sta lui?» disse Fellingham.
«La nostra città sembra fargli bene, signore.»
«Beh, suppongo di non dover dire altro.» Fellingham si frenò la lingua. «Come hanno risolto quella disputa sullo specchio chiwal?»
«Il signor Tinman ha dovuto cedere.»
«Davvero.»
«Ma», Crickledon smise di lavorare, «il signor Tinman gli ha venduto un prato.»
«Capisco.»
«Il signor Smith ha comprato un bel po’ di terreno qui. Mi dicono che stia per acquistare Elba. Ha comprato il Crouch. Lui e il signor Tinman sono sempre fuori insieme. Ora sono a Helmstone. Sono stati a Londra.»
«È probabile che tornino oggi?»
«Di sicuro, direi. Il signor Tinman deve essere a Londra domani.»
Crickledon guardò. Non era l’uomo da sembrare astuto, ma c’era un angolo illuminato nel suo sguardo che risvegliò i ricordi di Fellingham, e quest’ultimo esclamò:
«L’Indirizzo? Me n’ero quasi dimenticato. Non è ancora finito? Si è esercitato molto?»
«Non sono stati rotti altri specchi.»
«E come sta sua moglie, Crickledon?»
«È a casa, signore, pronta per una chiacchierata, se ha voglia di provarla.»
La signora Crickledon si dimostrò molto disponibile. «Quel Tinman», era il suo tema. Le aveva portato via gli inquilini, e lei conosceva i suoi scopi. Il signor Smith si pentiva di averla lasciata, ne era certa, sebbene non osasse dirlo chiaramente. Sapeva che la signorina Smith era stanca a morte della costante compagnia della signora Cavely, la sorella di Tinman. Generalmente veniva una volta al giorno solo per sfuggire alla signora Cavely, che non voleva, Dio ti benedica!, mettere piede nella casa di un contadino dove non le era permesso fare la padrona. Fortunatamente la signorina Smith aveva indotto suo padre a procurarsi il vino personalmente dai mercanti.
«Una risoluzione felice», disse Fellingham; «e una risoluzione che fa risparmiare.»
Sentì inoltre che il signor Smith avrebbe preso possesso del Crouch il mese successivo, e che la signora Cavely pendeva sopra la signorina Smith come un nibbio.
«E quel vecchio Tinman, abbastanza vecchio da esserle padre!» disse la signora Crickledon.
Maneggiava i lampi che collegano le idee. Fellingham, sebbene uomo, e inglese, era abbastanza nervosamente vigile da vedere il collegamento.
«Dovranno consultare prima la giovane signora, signora.»
«Se è il cenno di suo padre, lei vi si inchinerà; ora badi a me», disse la signora Crickledon, con enfasi. «È una giovane signora che pensa con la propria testa, ma parte da suo padre quando si tratta di sentimenti. E lui è diventato completamente cieco per quel Tinman.»
Mentre parlavano, apparve Annette.
«Ti ho vista», disse a Fellingham; gioiosamente e apertamente, nel modo più comune possibile.
«Hai intenzione di farmi fare una passeggiata lungo la spiaggia?» disse lui.
Lei propose la campagna dietro la città, e quella fu altrettanto di suo gusto. Ma non fu una passeggiata felice. Aveva deciso di ammirarla, e l’idea di avere Tinman come rivale lo infastidiva. Traboccava di ridicolo verso Tinman, e questo era penoso per Annette, perché non solo vedeva che non si sarebbe controllato davanti a suo padre, ma accendeva il suo stesso spirito satirico in opposizione ai sentimenti amichevoli di suo padre verso il suo vecchio compagno di scuola.
«Il signor Tinman è stato estremamente ospitale con noi», disse lei, un po’ freddamente.
«Posso chiederle, ha acconsentito a ricevere istruzioni sul portamento e la pronuncia?»
Annette non rispose.
«Se la pratica rende perfetti, deve essere vicino al traguardo ormai.»
Lei continuò a tacere.
«Immagino che, nella vita domestica, sia amabile quanto è ospitale, e deve essere una gratificazione quotidiana vederlo nel suo abito di Corte.»
«Non l’ho visto nel suo abito di Corte.»
«È la sua timidezza.»
«La gente parla di queste cose.»
«La gente comune scandalizza i grandi, sui quali non sa nulla, intende dire! Sono certo che sia vero, e vivendo nelle Corti bisogna esserne acutamente consapevoli. Ma che cielo e che mare splendidi!»
«Non è vero?»
Annette fece eco al suo falso entusiasmo con una candore che lo sciolse.
Si stava preparando a recuperare il tempo perduto, quando il selvaggio sventolio di un parasole lungo una strada sulla destra, proveniente dalla città, fece sì che Annette si fermasse e dicesse: «Credo che quella debba essere la signora Cavely. Dovremmo incontrarla.»
Fellingham chiese perché.
«Ama così tanto le passeggiate», replicò Annette, con un dente sul labbro.
Fellingham pensò che sembrasse amare le corse.
La signora Cavely li raggiunse, senza fiato. «Cara! Che passo tieni!» gridò. «Ti ho vista partire. Ti ho seguita, ho corso, mi sono precipitata. Temevo di non raggiungerti mai. E perdere una tale mattinata di paesaggio inglese!»
«Non è paradisiaco?»
«Non si può dire di più», osservò Fellingham, inchinandosi.
«Sono sicura di essere molto lieta di rivederla, signore. Si gode Crikswich?»
«Una volta visitata, sempre desiderata, come Venezia, signora. Posso permettermi di chiedere se il signor Tinman ha presentato il suo Indirizzo?»
«Dopodomani. L’appuntamento è fissato con lui», disse la signora Cavely, più ufficialmente nei modi, «per dopodomani. È emozionato, come può ben credere. Ma il signor Smith è un sollievo immenso per lui — proprio la distrazione che cercava. Siamo diventati una sola famiglia, sa.»
«Davvero, signora, non lo sapevo», disse Fellingham.
La comunicazione infuse tale veleno satirico alle sue ulteriori osservazioni che Annette decise di interrompere la passeggiata e congedarlo per la giornata.
Lui passò alla casa sulla spiaggia dopo l’ora di cena, per vedere il signor Van Diemen Smith, quando ci fu letteralmente un duello tra lui e Tinman; poiché il contributo di Van Diemen alla tavola era champagne, e quello era stato bevuto, ma lo sherry di Tinman era rimasto. Tinman insisteva affinché Fellingham prendesse un bicchiere. Fellingham lo respinse con una composta gravità di ironia che era dolorosamente percepibile ad Annette. Van Diemen alla fine appoggiò l’intento ospitale di Tinman, e, con stupore di Fellingham, scoprì di essere stato considerato da quei due uomini come se stesse pudicamente ritraendosi da un’offerta seducente per tutto il tempo in cui i suoi trucchi di scherma e i suoi trapassamenti di uno di loro erano stati meraviglie di abilità.
Tinman gli spinse il bicchiere in mano.
«Ne ha versato un po’», disse Fellingham.
«Non danneggerà il tappeto», disse Tinman.
«Davvero?» Fellingham fissò il tappeto, come se si aspettasse che sorgesse una fiamma.
Raccontò poi la storia del magnanimo Alessandro che beveva la pozione, in spregio al calunniatore, per mostrare fede nel suo amico.
«Alessandro — Chi era costui?» disse Tinman, ostacolato nei suoi ricordi storici dall’assenza del cognome.
«Il generale Alessandro», disse Fellingham. «Alessandro Philipson, o dichiarò che fosse Joveson; e molto amante del vino. Ma il suo sherry lo fece fuori alla fine.»
«Ah! Beveva troppo, allora», disse Tinman.
«Del suo!»
Annette ammonì il vendicativo giovanotto dicendo: «Quanto tempo resta a Crikswich, signor Fellingham?»
Si era comportato in modo grossolano. Ma un avversario al tempo stesso offensivo e indifeso provoca brutalità. Annette evitò prudentemente di far capire a suo padre che la satira era nell’aria; e né lui né Tinman ne erano esattamente consapevoli: eppure entrambi si rannicchiarono dentro se stessi sotto la sensazione di un soffio diabolico. Fellingham accompagnò loro e certi giurati a Londra il giorno dopo.
Sì, se vi piace: quando un sindaco visita la Maestà, è una circostanza importante, e siete liberi di argomentare a lungo che significa più di un desiderio da parte sua di mostrare il suo potere di scrittura e di lettura: è pieno di conforto per il popolo, come esibizione della loro maestà parimenti; ed è un incoraggiamento per gli uomini a sforzarsi di diventare sindaci, ufficiali giudiziari, o uomini di primo piano di qualsiasi sorta; ma un’enfasi nel riportarlo — far apparire la circostanza troppo importante — trasmetterà sicuramente l’intima convinzione a un popolo politicamente consapevole che la satira è nell’aria, e per quanto caro custodiscano il privilegio di bussare alla prima porta del regno, ed entrare cerimoniosamente per leggere i loro scritti, essi, se non sono in uno dei loro umori per la prostrazione, rideranno. Rideranno del resoconto.
Tanto più è ragione perché non dovremmo compiacerli in tali periodi; e dico guai a me per qualsiasi fratello della penna, e uno in qualche stima, che ha redatto il resoconto di quella presentazione dell’Indirizzo di congratulazioni da parte del signor Ufficiale Giudiziario Tinman, di Crikswich! Herbert Fellingham scatenò il suo livore personale su Tinman. Avrebbe dovuto pensare che coinvolgeva qualcun altro oltre a Tinman, vale a dire, una carica — con la quale la bestia volubile gioisce a dare zampate e giocare con disprezzo di tanto in tanto, si può pensare, come conforto al suo orgoglio, e un indennizzo per quei capricci di abietta adorazione che ricordano fortemente i giorni che vediamo attraverso gli occhiali del signor Darwin.
Non avrebbe dovuto scrivere il resoconto. Mandò un risolino in tutta l’Inghilterra. Fu così poco saggio da spedire una copia del giornale che lo conteneva a Van Diemen Smith. Van Diemen lo lesse con soddisfazione. Così fece Tinman. Entrambi lodarono l’abile giovane scrittore. Ma consegnarono il giornale al tenente della Guardia Costiera, che chiese a Tinman come gli piacesse; e i visitatori stavano cominciando a fare capolino a Crikswich, che si facevano un punto di chiedere di vedere l’uomo capo; e poi arrivò una pubblicazione comica, tutta nel tono repubblicano del tempo, con la Dignità dell’Uomo come punto di vista, e la risata affannosa residente in vecchi giochi di parole a sostegno, nell’elogio del rapporto satirico del famoso Indirizzo di congratulazioni del Balivo di Crikswich.
«Annette», disse Van Diemen a sua figlia, «non incoraggerai più quel tizio del giornale a venire qui. Ha avuto il suo avvertimento.»
CAPITOLO VI
Una delle lezioni più difficili da imparare per i giovani di spirito è che i buoni scherzi non sono sempre buona politica. Devono essere pagati, come le buone cene, sebbene cena e scherzo sembrino essere stati a spese di qualcun altro. Il giovane Fellingham fu trattato rudemente da Van Diemen Smith, e con una certa fredda riserva da Annette: in conseguenza di ciò, la ritenne più che mai comune. Le scrisse una lettera di giocoso rimprovero, seguita da una che faceva appello ai suoi sentimenti.
Ma lei non rispose a nessuna delle due. Così le sue visite a Crikswich ebbero fine.
Dovrebbe colpirci una ragazza che non apprezza il divertimento? I suoi occhi espressivi, la sua strana semplicità e il suo entusiasmo per l’Inghilterra perseguitavano il signor Fellingham; essendo evocati dal contrasto con ciò che incontrava attorno a sé. Ma si dovrebbe rimpiangere molto una ragazza che ci imporrebbe il compito di trattenere le nostre risate su Tinman? Non poteva esserci compagnia tra noi, pensava Fellingham.
In un’escursione ai laghi inglesi vide il nome di Van Diemen Smith in un libro degli ospiti, e cambiò le sue idee sul tema della compagnia. Tra le montagne, o sul mare, o leggendo la storia, Annette era una su mille. Accadde che si trovasse a un ballo pubblico a Helmstone nella stagione invernale, e chi se non Annette stessa arrivò turbinando davanti a lui al braccio di un ufficiale! Fellingham non perse l’occasione di parlarle. Lei lo salutò gaiamente e, parlando con l’eccitazione della danza addosso, apparve estranea alle emozioni serie che lui era disposto a nutrire. Era stata ai laghi e in Scozia. L’estate successiva sarebbe andata in Galles. Tutte le sue esperienze erano deliziose. Era insaziabile, ma soddisfatta.
«Vorrei essere stato con te», disse Fellingham.
«Vorrei che tu lo fossi stato», disse lei.
La signora Cavely era la sua accompagnatrice al ballo, e non gli fu permesso di godersi una conversazione prolungata stando seduto con Annette. Cosa doveva pensare di una ragazza che poteva essere sottomessa alla signora Cavely, e ballava con un numero qualsiasi di ufficiali, e non aveva altra idea se non quella di correre incessantemente per l’Inghilterra in cerca di piacere? Il suo tono nel dire «Vorrei che tu lo fossi stato» era quello dei desideri più comuni, distintamente, se non intenzionalmente, diverso dalla sua melodiosa profondità.
Gli concesse un valzer, e lui parlò di suo padre e delle sue bizzarre stravaganze e sentimenti, avendo una reale simpatia per Van Diemen, e lo disse saggiamente.
Gli occhi di Annette si illuminarono. «Allora perché non vai mai a trovarlo? Ha comprato Elba. Ci trasferiremo nel Palazzo dopo Natale. Al momento siamo al Crouch. Papà sarà sicuramente felice di darti il benvenuto. Non sai che non dimentica mai un amico né rompe un’amicizia?»
«Lo so, e lo amo per questo», disse Fellingham.
Se non si sbagliava di molto, una gentile pressione sulle dita della sua mano sinistra lo ricompensò.
Questo lo determinò. Si dovrebbe qui osservare che lui era per nascita superiore al lignaggio di Annette, e tale è il sentimento di un sangue migliore che la lusinga del suo tocco caldo era necessaria affinché lui trascurasse la distinzione.
Due delle sue visite a Crikswich risultarono semplicemente in colloqui e conversazioni con la signora Crickledon. Van Diemen e sua figlia erano a Londra con Tinman e la signora Cavely, ad acquistare mobili per Elba Hall. La signora Crickledon non si faceva scrupolo di dire che la signora Cavely voleva che suo fratello abitasse nel Palazzo, sebbene il signor Smith l’avesse superato nell’acquisto. Secondo lei, Tinman e il signor Smith avevano le loro divergenze; poiché il signor Smith era un signore molto schietto, ed era noto per chiamare Tinman con nomi che nessun uomo di spirito sopporterebbe se non stesse tramando qualcosa.
Fellingham tornò a Londra, dove vagò per le strade famose per i magazzini di mobili, nella vana speranza di incontrare il nuovo proprietario di Elba.
Fallendo in questo tentativo, scrisse una lettera d’amore ad Annette.
Era il primo. Lui le piaceva. Il suo modo di pensare che avrebbe potuto amarlo era attraverso la riflessione che nessuno si frapponeva. La lettera le schiuse un mondo, più vasto della Gran Bretagna.
Fellingham la supplicava, se nutriva un parere favorevole nei suoi confronti, di preparare il padre allo scopo della sua visita. In caso contrario, doveva interdire la visita con la minor sollecitudine possibile e scaricarlo.
Una linea di condotta decisa era imperativa. Eppure avete visto che lei non era innamorata. Semplicemente non le dispiaceva esserlo. E Fellingham era appena un tantino scaldato. Ora notate cosa faranno gli eventi per accendere i fuochi.
Van Diemen e Tinman, vecchi compari riuniti, ed entrambi di successo nella vita, avevano tuttavia, come diceva la signora Crickledon, le loro divergenze. Iniziarono con un'opposizione alle opinioni di Tinman riguardo alla spesa dei fondi cittadini. Tinman era sempre propenso a dedicarli alla difesa patriottica delle “nostre coste”; mentre Van Diemen, indicando con disgusto la rete fognaria della città che puzzava attraverso il terreno comune sotto la spiaggia, invocava a gran voce che preservasse le nostre vite, per cominciare. Poi Van Diemen aveva acquistato precipitosamente Elba a una valutazione elevata, e Tinman si era aspettato, aspettando, di acquistarla alla propria valutazione e di rivenderla poi per considerazione amichevole al suo amico, per un riguardo amichevole. Van Diemen si era unito alla caccia. Tinman non riusciva a montare a cavallo. Non avevano litigato, ma si erano punzecchiati su questi e altri affari. Van Diemen sospettava che Tinman fosse geloso della sua ricchezza. Tinman sospettava astutamente che Van Diemen fosse sprezzante della sua dignità. Subì una perdita in un prestito di denaro; e invece di commiserarlo, Van Diemen lo aveva deriso per aver preteso garanzie per investimenti al dieci per cento. L’amarezza del colpo per Tinman lo rese spaventosamente sensibile alle critiche sulla sua discrezione. Nella sua angoscia disse alla sorella di essere rovinato, e lei gli consigliò di sposarsi prima del crollo. Era consapevole che esagerasse, ma ripeté il suo consiglio. Si spinse fino a fare il nome della persona. Questo è noto, perché fu origliata dalla sua cameriera, una pettegola della signora Crickledon, la successivamente famosa “Piccola Jane”.
Ora, Annette aveva timidamente accennato al padre la natura della lettera di Herbert Fellingham, professando allo stesso tempo una perfetta prontezza a sottostare alle sue direttive; e la perplessità del padre era assai grande, poiché Annette aveva drammatizzato in modo piuttosto fervente le parole del giovane al ballo di Helmstone, cosa che lo aveva piacevolmente solleticato, e, inoltre, il giovane gli piaceva. D’altro canto, non gradiva affatto la prospettiva di perdere la figlia; e avrebbe desiderato che lei fosse una dama titolata. Accennò al suo diritto di pretendere una posizione elevata. Annette si ritrasse dalla prospettiva, dicendo: “Non permettermi mai di sposare qualcuno che potrebbe vergognarsi di mio padre!”
“Non lo digerirei,” disse Van Diemen, più disposto a favore dell’attuale pretendente.
Annette era ora in trepidazione. Aveva un amante; stava arrivando. E se non fosse venuto, importava? Non così tanto, eccetto che per il suo orgoglio. E se fosse venuto, cosa gli avrebbe detto? Si sentiva come un’attrice che potrebbe da un momento all’altro essere chiamata sul palco, senza conoscere la sua parte. Questo era dolorosamente diverso dall’amore, e la povera ragazza temeva che sarebbe stato suo dovere coscienzioso congedarlo — molto gentilmente, s’intende; e forse, se lui fosse stato impetuoso e pittoresco, ammorbidirsi abbastanza da lasciargli sperare, e provocare così un felice rinvio della questione. Suo padre era stato in una città vicina per affari con il signor Tinman. Bussò alla sua porta a mezzanotte; e lei, nel timore di non sapere cosa — principalmente che l’Ora della Scena fosse in qualche modo scoccata — uscì da lui tremando. Era solo. Si considerò la più infantile dei mortali nell’immaginare di poter essere stata chiamata a mezzanotte per dichiarare i suoi sentimenti, e notò a stento la sua cupa depressione. Le chiese di concedergli cinque minuti; poi le chiese un bacio, e le disse di andare a letto a dormire. Ma Annette aveva visto che una grande afflizione presente gravava su di lui, e non volle essere mandata a dormire. Promise di ascoltare pazientemente, di sopportare qualsiasi cosa, di essere coraggiosa. “Sono cattive notizie da casa?” disse, parlando della vecchia casa dove non aveva lasciato il suo cuore, e dove il suo denaro era investito.
“È questo, mia cara Netty,” disse Van Diemen, lasciandosi condurre nel suo salottino; “dovremo lasciare le coste dell’Inghilterra.”
“Allora siamo rovinati.”
“Non lo siamo; il furfante non può farlo. Potremmo scappare nel Continente, o potremmo andare in America; abbiamo denaro. Ma non possiamo restare qui. Non vivrò alla mercé di nessuno.”
“Il Continente! L’America!” esclamò l’entusiasta dell’Inghilterra. “Oh, papà, ami così tanto vivere in Inghilterra!”
“Non così tanto, mia cara. Tu sì, questo lo so. Ma non vedo come si possa fare. Mart Tinman e io siamo stati ai ferri corti oggi e per metà della notte; e lui ha gettato la maschera, o ha fatto sparire qualcosa dalla mia vista, non saprei dire quale. L’ho buttato a terra.”
“Papà!”
“L’ho rialzato.”
“Oh,” gridò Annette, “il signor Tinman è rimasto ferito?”
“Mi ha chiamato Disertore!”
Annette rabbrividì.
Non sapeva cosa fosse, ma il nome apriva un armadio di orrori, e toccò il padre timidamente, per assicurargli il suo costante amore, e un po’ per rassicurare se stessa sulla sua sostanziale identità.
“E io lo sono,” fece la confessione Van Diemen a voce alta. “Sono un Disertore; rischio di essere marchiato sulla schiena. Ed è in potere di Mart Tinman farmi portare via domani mattina sotto gli occhi di Crikswich, e tutto ciò che posso dire per me stesso, come uomo e britannico, è che non ho disertato davanti al nemico. Questo giuro che non l’avrei mai fatto. La morte, se la morte è davanti; ma la tua povera madre era una bella donna, figlia mia, e lì — non potevo continuare a vivere in caserma lasciandola senza protezione. Non posso raccontare la storia a una giovane donna. Cento sterline mi arrivarono come eredità, proprio nelle mie mani dal cielo aperto, e la tua povera madre e io vedemmo la nostra occasione; consultammo e decidemmo di rischiare, e salii a bordo con lei e te, e oltre i mari andammo, prima al naufragio, infine alla fortuna.”
Van Diemen rise miseramente. “Notarono nel campo di caccia qui che avevo un portamento da soldato. Sarà un portamento da soldato, con un marchio sopra. Non mi chiederanno più di prendere un posto da soldato a nessuno dei loro tavoli. Forse da Mart Tinman, per pietà, dopo aver subito la mia punizione. C’è ancora un anno da scontare dei venti del mio periodo di servizio dovuto. Lui lo sa; ha fatto i conti; mi ha in pugno. Ma la peggiore frusta a nove code per me è la disgrazia. Essere additato: ‘Lì va il Disertore! Era un soldato semplice nei Carabinieri, e ha disertato’. Nessuno dirà: ‘Sì, ma si aggrappò all’idea del suo vecchio compagno di scuola quando era all’estero, e tornò amandolo, e si fidò di lui, e fu ingannato’.”
Van Diemen produsse una tosse spasmodica con un colpo sul petto. Annette stava piangendo.
“Ecco, ora vai a letto,” disse. “Vorrei che tu non avessi saputo nulla di più di quanto sapevi della nostra fuga quando ti feci salire a bordo della nave con la tua povera madre; ma ora sei una giovane donna, e devi aiutarmi a pensare a un altro scappare via, e a quale bagaglio possiamo racimolare in un attimo, perché non vivrò qui alla mercé di Mart Tinman.”
Asciugandosi gli occhi per piangere ancora, Annette disse, quando poté parlare: “Niente lo placherà? Stavo per tormentarti con ogni sorta di domande sciocche, povero caro papà; ma vedo che posso capire se mi impegno. Niente — È così arrabbiato? Non possiamo fare qualcosa per placarlo? Ama il denaro. Lui — oh, il pensiero di lasciare l’Inghilterra! Papà, ti ucciderà; hai messo tutto il tuo cuore nell’Inghilterra. Potremmo — potrei — non potrei, non pensi? — mettermi tra voi come paciere. Il signor Tinman è sempre molto cortese con me.”
A queste parole di Annette, Van Diemen scoppiò in un breve scatto di risata selvaggia. “Ma quello è molto lontano sullo sfondo, signor Mart Tinman!” disse. “Ti attieni al tuo gioco, questo lo so; ma mi troverai volato via, anche se lascio un nome a puzzare come il tuo terreno comune dietro di me. E,” aggiunse, come un gelido promemoria, “quel nome il nome del mio benefattore. Povero vecchio Van Diemen! Pensava fosse un lascito sicuro da fare.”
“Lo era; lo è! Resteremo; non saremo esiliati,” disse Annette. “Farò qualsiasi cosa. Di cosa trattava il litigio, papà?”
“Il fatto è, mia cara, che volevo solo mostrargli — e abbassare il suo orgoglio — che con la mia educazione australiana sono più scaltro del suo vecchio paese. Ho comprato la casa sulla spiaggia mentre lui contrattava, e poi gliel’ho venduta con un ricarico quando la città stava migliorando — solo per farglielo vedere. Poi è esploso per qualcosa che ho detto sull’Australia. Voglio che il terreno comune sia pulito. Lo lasci vivere al Crouch come mio inquilino se trova la casa sulla spiaggia in pericolo.”
“Papà, sono sicura,” ripeté Annette — “sicura di avere influenza sul signor Tinman.”
“Ci sono quelle tue labbra che si chiudono strette,” disse suo padre. “Ascolta appena, e fanno una grande O. L’asino! Ammette che hai influenza, e si offre di tacere se gli dai la tua parola di sposarlo. Non sono sicuro che non abbia detto entro l’anno. Gli ho detto di stare attento a non essere buttato giù di nuovo. Mart Tinman mio genero! È un capovolgimento delle mie aspettative, tanto vale essere agli antipodi senza un secondo viaggio di ritorno! Gli ho fatto sapere che eri impegnata.”
Annette fissò il padre a bocca aperta, come lui aveva predetto; ora con una piccola fossetta gelida a un angolo della bocca, ora all’altro — come una brezza increspa il lago piombato d’inverno qua e là. Non riusciva a far entrare il suo significato nella sua vista, e cercò, guardando fisso, di capirlo meglio; molto come quando una signora nubile solitaria, entrando nella sua camera da letto nelle ore di oscurità, scorge — la tradizione ci dice che ha assolutamente scorto un piede di scassinatore sotto il letto; ed ecco! fissa, e, astutamente per moderare il suo orrore, dubita, eppure non può fare a meno di credere che ci sia una gamba, e un busto, e una testa, e due braccia terribili, che portano pistole, a seguire. Malata, palpita; comprime il suo tremore; tossisce, forse canta una battuta o due di un’aria. Guardando di nuovo in basso, tre volte orribile per lei è scoprire che non c’è alcun piede! Perché se fosse rimasto, si sarebbe potuto immaginare uno stivale innocuo e vuoto. Ma il ritiro ha un significato mortale di vita animale...
Allo stesso modo la nostra afflitta Annette percepì l’oggetto; così comprese gradualmente il fatto di essere stata chiesta come sposa di Tinman, e non riusciva a crederlo credibile. Mezza intuì, ideò il suo piano di fuga da un’altra singola menzione di esso. Ma al commento di suo padre, con un trascinamento di piedi, spaventato dal suo volto, “Non ascoltare quello che ho detto, Netty. Non lo dipingerò più nero di quanto sia” — allora Annette fu sicura di essere stata chiesta in sposa dal signor Tinman, e immaginò che suo padre potesse aver rimuginato nella sua mente che c’era questo mezzo per mantenere Tinman in silenzio, in silenzio per sempre, per i suoi propri interessi.
“Non era vero, quando hai detto al signor Tinman che ero impegnata, papà,” disse.
“No, lo so. Mart Tinman ha solo accennato a metà. Andiamo, dico! Dov’è l’uomo non sposato che non vorrebbe avere una ragazza come te, Netty! Dicono che sia stato rifiutato in tutto un circuito di quindici miglia; e non è neanche brutto — sembra fresco e chiaro. Ma ho pensato che fosse meglio fargli sapere che poteva prendermi in svantaggio, ma non te. Ora, non pensarci, tesoro mio.”
“Non se non è necessario, papà,” disse Annette; e impiegò la sua familiare dolcezza nel persuaderlo ad andare a letto, come se fosse lui l’afflitto che aveva bisogno di essere coccolato.
CAPITOLO VII
Attorno sotto le scogliere vicino al mare, rivolte a Sud, ci sono posti caldi in inverno. Il sole che splende lì in una giornata di gelo ti avvolge come in un mantello. Fu qui che il signor Herbert Fellingham trovò Annette, un blocco di gesso per la sua sedia, e un cumulo di macerie di gesso a difenderla dal respiro pungente dell’est, che di tanto in tanto oscurava l’acqua blu liscia, debolmente, come riflessi di uno stormo di gabbiani.
Si dice che i neonati abbiano le loro idee, e perché non le giovani signore? Coloro che scrivono delle loro perplessità in descrizioni comiche nella loro lunghezza sono scortesi verso di loro, facendole apparire le più semplici tra le creature della narrativa; e la maggior parte di noi, ne sono certo, sarebbe incline a credere in loro se fossero solo un po’ più leggermente toccate. Quei sentimenti turbati della nostra giovane signora delle classi agiate sono degni di nota. Il suo povero occhio che scruta il meno possibile da pesce l’intricato, che scambia per l’infinito, ha il suo posto nella nostra storia, né nessuno di noi dovrebbe mancare di cogliere il pathos se non fosse che così tanto spazio viene preteso per l’esposizione. Così com’è, si deve quasi combattere una battaglia per persuadere il mondo che lei abbia pensieri e sentimenti chiari, e davvero una delicatezza sovrumana è richiesta nel presentarla affinché sia credibile. Anche allora — essendo stato compiuto così tanto — le migliaia abituate a capitoli su di lei quando si trova nella situazione di Annette saranno deluse da frasi brevi, proprio come un tempo il mangiatore di ostriche continentale sarebbe rimasto offeso dall’offerta di uno scambio di due vive per due dozzine di morte. Annette era nella grande posizione cruciale della prosa immaginativa inglese. Lo riconosco, e che a questo scorrono i ruscelli, da lì sgorga l’inondazione. Ma qual era la pura verità? Si era portata a pensare che avrebbe dovuto sacrificarsi per Tinman, e le sue evasioni con Herbert, manifestate in trucchi di freddezza alternati a toni di rimpianto, finirono, come erano iniziate, in una misteriosa mezza sgarbatezza. Non aveva quasi parola da dire. Lasciate che intervenga ancora per osservare che non aveva al momento alcuna intenzione precisa di sposare Tinman. Per la sua mente le circostanze la costringevano a imbarcarsi nell’idea di farlo, e vedeva l’estremità in una distanza estrema, come coloro che stanno intraprendendo viaggi possono vedere la morte per annegamento. Eppure si era imbarcata.
“Ad ogni modo, ho la tua parola che non ti dispiaccio?” disse Herbert.
“Oh! no,” sospirò lei. Le piaceva come gli emigranti la terra che stanno lasciando.
“E non hai promesso la tua mano?”
“No,” disse, ma sospirò pensando che se potesse essere indotta a prometterla, non ci sarebbe parola di lasciare l’Inghilterra.
“Allora, dato che non sei impegnata, e non mi odi, ho una possibilità?” disse, nel semi-lamentoso interrogativo di un organo che fa una conclusione ventosa.
L’oceano mandò su una minuscola onda ai loro piedi.
“Una giornata come questa in inverno è più rara di una giornata estiva,” riprese Herbert incoraggiante.
Annette stava rispondendo, “La gente abusa del nostro clima —”
Ma il pensiero di dover andare via da questo clima nell’oscurità dell’esilio, con suo padre a soffrirne peggio di lei, la sopraffece, e portò la realtà del suo dolore sotto forma di Tinman che nuotava davanti alla sua anima con la velocità di un palo del telegrafo alla finestra del treno in corsa. Fu passato non appena visto, ma le diede una sensazione disperata di velocità.
Cominciò a sentire che questa era la vita sul serio.
E Herbert avrebbe dovuto essere più risoluto, più focoso. Aveva bisogno di una volontà forte.
Ma lui non era sulle rapide della passione dominante. Poiché sebbene procedesse a una certa andatura, era per sua stessa spinta; e temo di dover, con molte scuse, paragonarlo al pattinatore — al pattinatore sul ghiaccio facile e scivoloso, si intenda; ma poteva eseguire giravolte mentre andava, e navigava piuttosto che correre; era attento alle sue figure. Alcuni amanti, amanti onesti, non vanno mai oltre questo pittoresco stadio di pattinaggio; e alcune signore, un bel numero in un clima nebbioso, ingannate dalle loro occasionali corse in avanti, li scambiano per navi sul torrente stesso dell’amore. Lasciate che li scambino, e che la corsa continui. Solo che noi percepiamo che stanno pattinando; stanno correndo su un liscio pavimento ghiacciato, e possono fermarsi al segnale, con appena mezzo metro di stridore sul tallone all’esterno. Ghiaccio, e non fuoco o acqua che cade, è stato il loro mezzo di progressione.
Se un uomo debba svelare il proprio sesso è una questione del tutto diversa. Se veniamo scoperti, non solo siamo finiti, ma anche i nostri racconti d’amore. Tuttavia, non c’è molto motivo di ansia su questo fronte. Ogni membro dell’altra parte è cieco per conto suo.
Per Annette le figure di Herbert erano graziose, ma non la prendevano e la trasportavano; la toccavano a stento. Parlava abbastanza bene da farle provare dispiacere per lui, e non abbastanza calorosamente da farle dimenticare il suo dispiacere per se stessa.
Herbert non riusciva a ottenere alcuna spiegazione della singolarità della sua condotta da Annette, e andò dritto da suo padre, che fu quasi altrettanto inspiegabile per un certo tempo. Alla fine disse:
“Se sei pronto a lasciare il paese con noi, puoi avere il mio consenso.”
“Perché lasciare il paese?” chiese Herbert, nel naturale stupore.
Van Diemen si rifiutò di dirglielo.
Ma vedendo il giovane apparire stupefatto e infelice, fece un giro per la stanza e disse: “Non ho rubato,” e dopo altri giri, “Non ho ucciso.” Ringhiò nel suo trotto da serraglio entro le quattro mura. “Ma sono, in potere di un uomo. Questo ti soddisfa? Mi dirai, perché sono ricco, di schioccare le dita. Non posso. Ho dei sentimenti. Sono in suo potere di ferirmi e disonorarmi. È la disgrazia — a mia disgrazia lo dico — che temo di più. Saresti all’altezza della mia ragione se avessi mai servito in un reggimento. Intendo, disciplina — se avessi mai conosciuto la disciplina — nella polizia se vuoi — qualsiasi cosa — ovunque ci sia ciò che eravamo soliti chiamare spiny de cor. Intendo, a scuola. E sono,” disse Van Diemen, “un idiota di rango doppio D. tonto, e piatto come una frittata, e trasparente come un vetro di finestra. Vedi attraverso di me. Chiunque potrebbe. Non riesco a parlare dei miei fastidi senza tradire me stesso. Che utilità ho tra voi tipi scaltri in Inghilterra?”
Linguaggio di questo genere, in virtù della sua inintellegibilità, mise in moto le acute speculazioni del signor Herbert Fellingham. Fu costretto ad appoggiarsi all’affermazione di Van Diemen, che non aveva rubato e non aveva ucciso, per essere confortato dalla convinzione che non fosse un tempo un famigerato brigante, o un direttore di miniere inadempiente, o qualsiasi altra cosa che sia malvagiamente australiana e da canguro.
Sedeva al tavolo da pranzo a Elba, mangiando come il resto dell’umanità, e sembrando un mendicante affamato per tutto il tempo.
Annette, per pietà della sua confusione, avrebbe voluto che il padre lo rendesse partecipe del loro segreto. Lo suggerì di nascosto, e in seguito ne parlò come di una misura prudente, visto che il signor Fellingham avrebbe potuto scoprire l’esatta entità della sua responsabilità. Van Diemen urlò; si tradì nella sua debolezza come lei non avrebbe mai potuto immaginare. Era pronto ad andarsene, disse – andarsene sul momento, rinunciare a Elba, fuggire dalla vecchia Inghilterra: ciò che non poteva fare era lasciare che i suoi compatrioti sapessero chi fosse, per poi continuare a vivere in mezzo a loro. Dichiarò che quel fatto gli era eternamente presente alla mente, che lo divorava; e Annette ricordò la sua gentilezza verso gli artiglieri di stanza lungo la costa a ovest di Crikswich, sebbene non riuscisse a richiamare alla mente alcun segno di rimorso. Van Diemen disse: “Abbiamo a che fare con Martin Tinman; lui ha un potere su di me, e uno è già abbastanza. Se lasci trapelare il mio segreto a un secondo individuo, raddoppi i miei rischi”. Non voleva farsi spiegare come il secondo potesse neutralizzare il primo. La singolarità dell’effetto del suo carattere sulla posizione di lei stava nel fatto che, sebbene non conoscesse anima viva a cui poter confidare la propria infelicità, e sebbene si sentisse molto più isolata che nella sua casa australiana, il sangue le si gelava e poi ribolliva al pensiero della necessità di lasciare l’Inghilterra.
Profonda, dunque, era la sua gratitudine verso la cara, buona signora Cavely per essersi intromessa a mediare tra suo padre e il signor Tinman. E ben a ragione poteva stupirsi nell’udire l’origine della loro recente disputa.
“È stato,” disse la signora Cavely, “quel Gippsland”.
Annette esclamò: “Cosa?”
“Quel vostro Gippsland, cara mia. Suo padre decanta il Gippsland ogni volta che il mio Martin gli chiede di ammirare le bellezze del nostro vicinato. Quante volte Martin è tornato a casa da me lamentandosene. Non abbiamo alcun dubbio al mondo che il Gippsland sia un posto magnifico; ma mio fratello ha le sue idee sulla dignità, deve sapere, e vorrei solo che fosse più abituato alle contraddizioni, mi creda. È un agnello per natura. E, come dice lui, ‘Perché sottovalutare il proprio paese?’. Non sopporta di sentire vantarsi. Bene! Le chiedo, cara Annette, è una persona così poco importante? Chiede di essere rispettato, e specialmente dal suo più caro amico. Da lì alle percosse! È il modo di fare degli uomini. Iniziano per inezie, bevono, litigano, e uno fa ciò di cui poi si pente, e l’altro dice più di quanto intenda. Tutto ciò che il mio Martin desidera è stringere la mano al suo caro padre, perdonare e dimenticare. Per conquistare la sua stima, cara Annette, si umilierebbe nella polvere. Non vuole aiutarmi a far riavvicinare questi due cari vecchi amici? È irragionevole da parte del suo caro papà continuare a vantarsi del Gippsland se ama così tanto l’Inghilterra, non è vero? Mio fratello è la parte lesa agli occhi della legge. Questo è certo. Pensa forse che sogni di trarne vantaggio? Sta aspettando a casa che gli venga detto che può andare a trovare suo padre. Il rango, la dignità, i sentimenti feriti non sono nulla per lui in confronto all’amicizia”.
Annette pensò al colpo che lo aveva abbattuto, e disse la verità del suo cuore affermando: “È molto generoso”.
“Lei lo comprende”. La signora Cavely le strinse la mano. “Andremo entrambe dal suo caro padre. Potrà,” aggiunse, non senza un barlume di civetteria femminile, “decantare il Gippsland sopra l’Himalaya, con me. Ciò a cui il mio Martin si opponeva tanto era il parlare del Gippsland proprio quando si menzionavano i nostri paesaggi lacustri. Quanto a me, so come gli uomini amino vantarsi di cose che nessun altro ha visto”.
Le due signore andarono insieme da Van Diemen, che si lasciò intenerire. Rimase comunque riservato. La sua accoglienza verso il signor Tinman dispiacque alla figlia. Annette attribuiva la massima importanza a un pugno. Nella sua mente esso appariva come un atto diabolico, e l’uomo che lo perdonava saliva di un gradino o due verso il sublime. Specialmente considerando che egli aveva il potere di scacciare suo padre e lei dalla radiosa, splendente Inghilterra prima che lei avesse potuto ammirare tutte le cattedrali e le chiese, i litorali e i luoghi citati nella poesia stampata, per non parlare della nobiltà.
“Papà, non sei stato gentile con il signor Tinman come speravo,” disse Annette.
“Mart Tinman mi tiene in pugno, e me lo farà pesare,” rispose il padre con cupezza. “Potrebbe lasciar correre con il comandante in capo. Ma un giorno rovinerà la mia reputazione. Per colpa sua dovrò andare in giro a testa bassa in società”.
Van Diemen imitò l’aspetto sconsolato di un condannato al patibolo, in uno di quei rapidi lampi di spontanea verosimiglianza che nascono da un orrore innato che si dipinge all’esterno.
“Un disertore!” gemette.
Riuscì a imprimere la terribile natura dello stigma nell’immaginazione di Annette.
L’ospite di Elba era impegnato a sommare le proprie impressioni, dividendole per questo o quel nuovo particolare; poiché era totalmente all’oscuro. Era attratto dal misterioso colloquio tra la signora Cavely e Annette. La visita e la partenza di Tinman lo spinsero a nuovi calcoli. Annette si fece fredda e visibilmente turbata dalla consapevolezza di ciò.
Cercò di giustificare questo cambiamento d’umore. “Siamo stati invitati a cena alla casa sulla spiaggia domani. Non avrei accettato, ma papà… ci è sembrato un dovere. Naturalmente l’invito si estende anche a lei. Immaginiamo che non le piaccia molto cenare lì. La tavola sarà apparecchiata per lei qui, se preferisce”.
Herbert preferì mettere alla prova l’abilità della signora Crickledon.
Ora, per quanto riguarda la penetrazione, non c’è nulla di paragonabile a una mente prevenuta da un sospetto; poiché dove non c’è luce, questa almeno va in giro con una lanterna. Herbert pregò la signora Crickledon di preparargli una cena, e poi, per dare una giustificazione plausibile alla sua assenza dalla tavola del signor Tinman, partì per una passeggiata invernale sulle colline, un’attività stimolante quanto qualsiasi altra un giovane, tardo o acuto che sia, possa intraprendere; eccellente per gli uomini di penna, siano essi creativi e produttori, o massacratori e recensori; buona, dunque, per le sciocche pecore delle lettere e per i macellai. Si sedette alla tavola della signora Crickledon alle sei e mezza. Lei era, come gli aveva precedentemente informato, una cuoca da quaranta sterline l’anno all’epoca del corteggiamento di Crickledon. Quel marito zelante e devoto aveva fatto la sua prima escursione nell’entroterra, scendendo dalle colline fino alla grande casa, per portarla via come sua sposa alla morte del suo padrone, Sir Alfred Pooney, che non si sarebbe mai separato da lei in vita; e ogni giorno della vita di quell’uomo, egli sporcava tredici piatti a cena, né più né meno, esattamente quel numero, come se credesse che portasse fortuna. E, come diceva Crickledon, era strano. Ma era sempre un piacere cucinare per lui. La signora Crickledon non sopportava di cucinare per chi mangiava poco. E quando Crickledon diceva di non aver mai visto una ghianda, avrebbe potuto vederne una se si fosse guardato intorno nel grande parco, sotto le querce, il giorno in cui era andato a sposarsi.
“Allora è un complimento costante verso di lei, signora Crickledon, il fatto che non l’abbia fatto,” disse Herbert.
Osservò, con la sentenziosità di una filosofia forzata, che non c’era vino migliore del vino cattivo.
La signora Crickledon parlò di una bottiglia lasciata dai suoi inquilini estivi, che ne avevano lasciate due, definendo il vino come vino per convalescenti; lei e suo marito ne avevano aperta una nell’anniversario del loro matrimonio in ottobre. Entrambi convennero che avesse il sapore di un negozio di farmacista; e poiché nessun loro amico poteva essere tentato oltre un sorso, furono consigliati, dato che era chiamato tonico, di mescolarlo al lavaggio dei maiali, in modo che non andasse interamente perduto, ma beneficiasse la costituzione del maiale. Herbert sorseggiò la bottiglia rimanente e, scoprendo di trovarsi nella società superiore di un vecchio Manzanilla, riempì il suo bicchiere.
“Non c’è nulla che conosca che dimostri la differenza tra i gentiluomini e le persone povere quanto i gusti nel vino,” disse la signora Crickledon, ammirandolo mentre portava in tavola un piatto di cotolette – con la salsa Soubise preferita da Sir Alfred Pooney, in cui giustamente la cipolla dovrebbe essere delicata come l’idea dell’amore nei pensieri delle fanciulle, sebbene costituisca l’elemento del sapore. Qualcosa di simile a un tale dettato Sir Alfred Pooney lo aveva trasmesso alla sua cuoca, e lei lo ripeteva con la fresca eleganza di tali dolci detti quando vengono trasfusi attraverso una mente semplice:
“Diceva: mi piace come se fosse quello che chiamereste il rossore di una ragazzina a un bacio dietro l’angolo”.
Il baronetto epicureo aveva l’abitudine di parlare in quel modo.
Herbert bevve alla sua memoria. Era ben sazio; non aveva lavoro da fare, ed era esuberante di spirito, come la signora Crickledon sapeva che i suoi compatrioti avrebbero dovuto essere e sarebbero stati in quelle condizioni. E improvvisamente si passò la mano sulla fronte, così rugosa e scura che la signora Crickledon esclamò: “Cuore o stomaco?”
“Oh, no,” disse lui. “Spero di essere sano in entrambi”.
“Quel vecchio Tinman sta tramando uno dei suoi giochi,” osservò lei.
“Pensa di sì?”
“Sta circuendo la signorina Annette Smith”.
“Sciocchezze! Crickledon. Un uomo della sua età non può pensare seriamente di chiedere la mano di una giovane signora”.
“È un uomo ben tenuto. Non ha mai fatto vita mondana. Non ne aveva la stoffa. E lei potrebbe non curarsi di lui. Ma sentiamo cose che sfuggono”.
“Quali cose ha sentito sfuggire, Crickledon? In un silenzio profondo si possono sentire gli spilli; in un tumulto si possono sentire le palle di cannone. Ma non credo mai ai pettegolezzi origliati”.
“È stato sentito dire al signor Smith,” continuò Crickledon, e abbassò la voce, “è stato sentito dire, era quando litigavano per quel chiwal, e se le sono date di santa ragione prima che il signor Smith lo battesse e lui vendesse quel prato al signor Smith; è stato sentito dire, c’era di peggio della deportazione per il signor Smith se solo avesse alzato un dito. Quei Tinman hanno un carattere terribile. La sua vecchia madre è morta maligna, sebbene fosse una donna risparmiatrice e non dovesse mai un centesimo a un cristiano un’ora più del necessario per pagare il denaro. E il vecchio Tinman è esattamente così”.
“Deportazione!” esclamò Herbert, “sono pure sciocchezze, Crickledon. Sono certo che suo marito le direbbe lo stesso”.
“È stato mio marito a portarmi queste parole,” replicò la signora Crickledon con un certo trionfo. “Mi ha detto, lo ammetto, di tenerla chiusa: ma parlarne con lei, un amico del signor Smith, non farà alcun male. Li ha sentiti sotto la batteria, sopra quel vetro di chiwal: ‘E tu pagherai’, dice il signor Smith, e ‘Io no’, dice il vecchio Tinman. Il signor Smith ha detto che lo avrebbe avuto anche se avesse dovuto estorcere una confessione sul letto di morte a un peccatore. Allora il vecchio Tinman esplode: ‘Tu!’ dice, ‘tu’ e balbettava. ‘Signor Smith’, ha detto mio marito, e non ha mai visto un uomo così scioccato come mio marito per essere stato costretto a sentirli litigare – il signor Smith ha usato la parola dannazione. ‘Può ridere, signore’”.
“Lo dice così bene, Crickledon”.
“E poi il vecchio Tinman ha detto: ‘E una D. a te; e se alzo un dito, è una D. maiuscola sulla tua schiena’”.
“E cosa ha detto il signor Smith, allora?”
“Ha detto, come un uomo colpito, dice mio marito che ha detto: ‘Mio Dio!’”.
Herbert Fellingham balzò lontano dal tavolo.
“Mi dice, Crickledon, che suo marito ha davvero sentito quello – proprio quelle parole? – i toni?”
“Mio marito dice di averlo sentito dire ‘Mio Dio!’ proprio come un pover’uomo colpito o pugnalato. Può parlare con Crickledon, se gli parla da solo, signore. Dico che dovrebbe saperlo. Perché ho notato il signor Smith da quel giorno e non mi è sembrato più il gentiluomo felice e spensierato che era quando l’abbiamo conosciuto. Avrebbe voluto che andassi a cucinare per lui a Elba, ma Crickledon ha pensato che fosse meglio essere indipendenti, e il signor Smith mi ha detto: ‘Forse hai ragione, Crickledon, perché chi sa quanto tempo potrò restare in mezzo a voi?’”
Herbert si concesse il conforto del tabacco nel negozio di Crickledon. Da lì, con la storia confermata, si incamminò verso la casa sulla spiaggia.
CAPITOLO VIII
La luna era sopra il mare. Le imbarcazioni costiere che avevano trovato riparo nella baia dal vento del Nord giacevano con le loro ombre proiettate verso terra sull’acqua fredda e calma, quasi fino al limite della spiaggia, dove non c’era né alito né suono di vento, solo il sciabordio sui ciottoli.
La cena della signora Crickledon e lo stato del suo cuore resero il giovane Fellingham indifferente all’atmosfera invernale. Gli bastava che la notte fosse serena. Si distese sulla ghiaia, pensando al Manzanilla, ad Annette, e al sapore raffinato conferito al tabacco da un’aria secca e immobile al chiaro di luna – pensando anche al suo lavoro, sullo sfondo, per quanto la stanchezza mentale glielo permettesse. L’idea di portare Annette a vedere la sua prima opera a teatro quando sarebbe stata rappresentata era molto rassicurante. La spiaggia sembrava piuttosto un palcoscenico, e il mare un pubblico spettrale, con, se si vuole, le fiancate di navi nere all’ancora come rappresentanti delle banchine dei giornali. Annette era una ragazza carina; sebbene un po’ comune e di umili origini, tuttavia dolce. Che soggetto avrebbe potuto ricavare da suo padre! “Il disertore” offriva una nuova complicazione. Fellingham lo abbozzò rapidamente con la fantasia: Van Diemen, come membro del Parlamento della Gran Bretagna, condotto via dalla Camera dei Comuni per essere marchiato sulla riva! Che caduta magnifica! Abbiamo così poche posizioni intensamente drammatiche nella vita reale inglese che l’autore meditativo si innamorò di questa e rise con un regale “Ha!” come un monarca che esamina i suoi soldati ben equipaggiati.
“Eccoti lì,” disse la voce di Van Diemen; “ho fiutato la tua pipa. Sei un tipo stravagante, a startene sulla spiaggia in una notte fredda. Signore! Non per questo mi sei meno simpatico. Ero anch’io così per il romanticismo della luna nei miei anni giovanili”.
“Dov’è Annette?” disse Fellingham, balzando in piedi.
“Mia figlia? Si sta congedando dal suo promesso”.
“Cos’è questo?” Fellingham rimase senza fiato. “Buon cielo, signor Smith, cosa intende dire?”
“Raccogli la pipa, ragazzo mio. Le ragazze scelgono come preferiscono, suppongo”.
“Il suo promesso, ha detto, signore? Cosa può significare?”
“Mio caro, buon giovane, non fare storie. Resteremo tutti qui, e saremo ben felici di vederti di tanto in tanto. Il fatto è che non avrei dovuto litigare con Mart Tinman come ho fatto; sono troppo irascibile per natura. Il fatto è che l’ho colpito, e lui mi ha perdonato. Io non avrei potuto farlo. E credo che domani avrò un mal di testa; anima mia, lo credo davvero. Mart Tinman ci offrirebbe champagne; ma, povero vecchio, l’ho colpito e non ho potuto rimediare – non vedevo come; e ci siamo stretti la mano davanti al bicchiere – al diavolo il bicchiere! – e la fine di tutto è che Netty – lei non l’ha proposto, ma siccome sono nelle sue – dico, siccome l’avevo colpito, lei… è stato piuttosto solenne, se ci avessi visto – è scoppiata in lacrime, e c’erano la signora Cavely, e il vecchio Mart, e io che sono stato un tale sciocco – se non sono un villano!”
Fellingham percepì un effetto più che comune del vino di Tinman. Toccò Van Diemen sulla spalla. “Posso pregare di sapere esattamente cosa è successo?”
“Anima mia, vivremo tutti comodamente nella vecchia Inghilterra, senza più litigi e fughe,” fu la stupida replica. “Solo che non ho esattamente – credo tu abbia detto ‘esattamente’? – non ho pattuito per il vecchio Mart come mio… ma è un uomo solido; Mart è più giovane di me; è ricco. È eco… è eco… lo sai – mio Signore! dove sono finiti i miei cervelli? – ma è onesto… ‘nomico!”
“Un uomo economico,” disse Fellingham, con composta impazienza.
“Mio caro signore, le sono sinceramente obbligato per la sua assistenza,” rispose Van Diemen. “Eccola”.
Annette era uscita dal cancello nel muro di selce. Sussultò leggermente nel vedere Herbert, che aveva scambiato per una guardia costiera, disse. Lui si inchinò. Tenne la testa china, scrutandola in modo invadente.
“È l’aria sullo champagne,” disse Van Diemen, chiamando a raccolta i suoi polmoni per liberarsi e riprendersi. “Non ero per nulla su di giri in casa”.
“L’aria sullo champagne di Tinman!” disse Fellingham.
“Deve essere come il contatto di due elementi chimici ostili”.
Annette camminò più velocemente.
Scesero dalla ghiaia verso la distesa d’erba rada che correva intorno ai rifiuti della città salmastra verso Elba. Van Diemen annusò, esclamando: “Sarò il testimone di nozze di Mart Tinman per questa faccenda! Ti fermerai con noi, signor… qual è il suo nome di battesimo? Resti con noi quanto vuole. Vecchi amici per me! Lo scherzo è che Nelson era il mio uomo, eppure sono andato ad arruolarmi nella cavalleria. Se parli di sostanze chimiche, il vecchio Mart Tinman era un vigliacco che non si è mai curato un fico secco del suo paese; e io non devo dire nemmeno una sillaba riguardo a quello… laggiù… Australia… Gippsland! Così è finito giù, pulito. Molto dispiaciuto per ciò che abbiamo fatto. Contrito. Penitente”.
“Ora sentiamo un po’ di vento,” disse Annette.
Fellingham mormorò: “Mi permetta; il suo scialle è sciolto”.
Le pose le mani sulle braccia e, stringendola con un tremito, disse: “Un segno! Non è vero? Una parola! Mi odia?”
“La ringrazio molto, ma non ho freddo,” rispose lei, legandosi al padre.
Van Diemen urlò immediatamente: “Perché siamo ragazzi allegri! Perché siamo ragazzi allegri! È l’aria sullo champagne. E impiccami,” disse, mentre entravano nel parco di Elba, “se non vado a camminare sulla mia proprietà”.
Annette si frappose; stava come un giunco sulla sua strada.
“No! Mio Signore! Vedrò per cosa ti ho venduto!” gridò. “Sono un proprietario del suolo della vecchia Inghilterra, e non mi importa più del titolo di scudiero di quanto me ne importi di Napoleone Bonaparty. Ma ti dirò una cosa, signor Hubbard: sua madre non è mai stata così stupita del suo cane come il vecchio Van Diemen lo sarebbe nel sentirsi chiamare scudiero nella vecchia Inghilterra. E un detenuto lo sono stato, perché ho fatto del male una volta, ma ho lavorato per la mia redenzione. E l’odore della mia proprietà mi fa sentire di nuovo le gambe. E ti dirò una cosa, signor Hubbard, come Netty ti chiama quando parla di te in privato: le idee di Mart Tinman sul vino sono più o meno come le sue idee sugli odori sani, e quando sarò balivo di Crikswich, bada bene, troverà due contro uno contro di lui nel nostro consiglio comunale. Amo il mio paese, ma impiccami se non lo purifico –”
Dicendo questo, con l’eccitazione di un alto proposito, Van Diemen si fece strada attraverso un cespugliato, e Fellingham disse ad Annette:
“L’ho persa?”
“Appartengo a mio padre,” disse lei, contraendosi e sciogliendo i suoi abiti femminili per seguirlo nel freddo crepuscolo punteggiato d’argento dei boschi invernali.
Van Diemen sbucò presso un laghetto per pesci.
“Eccovi qui, giovani!” disse alla coppia. “Da questa parte, Fellowman. Ora sono più lucido, ed è mia convinzione di aver detto sciocchezze. Sono gonfiato dal denaro, e non ho più il cuore che avevo una volta. Dico, Fellowman, Fellowbird, Hubbard – qual è il suo vero nome? – immagini una vecchia carpa pescata da quel laghetto e gettata in mare. Questo è l’esilio! E se alla ragazza non importa, cosa conta?”
“Il signor Herbert Fellingham, credo, vorrebbe andare a letto, papà,” disse Annette.
“La signorina Smith deve avere freddo,” accennò Fellingham.
“Saltate dentro,” rispose Van Diemen, e li condusse come un toro.
Annette era poco incline a lasciarli soli nella sala fumatori, e con il pretesto di voler accompagnare il padre a letto rimase con loro, sebbene ci fosse una nuova franchezza e un calore di tono in Herbert che la allarmavano, e a ragione. Egli intuiva in contorni orribili ciò che era accaduto. Non stava più pattinando su ghiaccio facile, ma era disperato alla prospettiva di una perdita per se stesso, e di un destino per Annette, che lo sbalzava dalla repulsione all’incredulità, e così indietro.
Van Diemen lo pregò di accendere la pipa.
«Parto per Londra domani», disse Fellingham. «Non vorrei andare, per ragioni molto particolari; potrei esser più utile lì. Ho un cugino che è un ufficiale generale dell'esercito, e se ho il vostro permesso... vedete, mi sembra che qualsiasi cosa sia meglio che dipendere, per la pace e la tranquillità, dal fatto che la lingua di un uomo non si sciolga, specialmente quando costui non è di umore eccellente; se ho il vostro permesso... senza fare nomi, naturalmente... mi consulterò con lui.»
Ci fu un silenzio di tomba.
«Sapete che potete fidarvi di me, signore. Amo vostra figlia con tutto il cuore. Il vostro onore e i vostri interessi sono i miei.»
Van Diemen lottò per ritrovare la calma.
«Netty, che cosa hai combinato?» disse.
«Non è vero, papà!» rispose lei all’accusa non formulata.
«Annette non mi ha detto nulla, signore. L'ho sentito. Dovete rassegnarvi al fatto che la cosa è risaputa. Ciò che è noto al signor Tinman è quasi certamente noto a tutti al prossimo disaccordo.»
«Quel mascalzone di Mart!» mormorò Van Diemen.
«Sono certa che il signor Tinman non ha parlato di voi, papà», disse Annette, distogliendo lo sguardo dalla figura semi-paralizzata del padre per rivolgersi a Herbert e metterlo alla prova.
«No, ma si è fatto sentire quando se ne discuteva. Ad ogni modo, è risaputo; e ciò che bisogna fare è affrontarlo.»
«Parto. Non rimarrò un giorno. Preferirei vivere sul Continente», disse Van Diemen, scuotendosi come per prepararsi al passo verso quel deserto.
«Il signor Tinman è stato generosissimo!» protestò Annette tra le lacrime.
«Non dirò di no: penso che siate ingannata e che gli prestiate la vostra stessa generosità», disse Herbert. «Potete supporre che sia generoso, anche nel caso più estremo, parlare della faccenda a vostro padre e parlare di denunciarlo? L'ha fatto.»
«Era provocato.»
«Un gentiluomo si distingue dal fatto di non permettere a se stesso di essere provocato.»
«Sono fidanzata con lui e non posso sentire dire che non è un gentiluomo.»
La prima parte della frase Annette la pronunciò con coraggio; alla conclusione crollò. Voleva che Herbert fosse consapevole della verità, affinché smettesse i suoi attacchi al signor Tinman; e credeva che lui avesse solo indovinato le circostanze in cui si trovava suo padre; ma il confronto tra i suoi due pretendenti ora si imponeva, quando il più giovane parlava in un modo così misurato, conciso e pieno di sentimento.
Dovette lasciare la stanza piangendo.
«Vostra figlia si è fidanzata, signore?» disse Herbert.
«Parlatemi domani; non rinunciate a noi se lo ha fatto, siamo stati attirati in trappola, questa è la mia opinione», disse Van Diemen. «C'è il diavolo in quel vino di... Mart Tinman. Lo sento ancora, e al mattino sarà peggio. Che cosa può vedere in lui? Devo lasciare il paese; portarla via. Come l'abbia fatto, non lo so. È stata quella donna, la vedova, la sorella del tizio. Ha parlato finché non si è messa a piangere... ha parlato della nostra unione duratura. In coscienza, credo di aver spinto io Netty! Ero intenerito da quel vino; all'improvviso la donna ha unito le loro mani! E io... un uomo di spirito mi disprezzerebbe!... quello a cui ho pensato è stato: "ora il mio segreto è al sicuro!". Mi avete reso sobrio, giovane signore. Vedo me stesso, se questo significa essere sobri. Non chiedo la vostra opinione su di me; sono un disertore, falso verso la mia bandiera, un violatore del suo giuramento. Solo notate questo: ero sposato, un comune soldato semplice, sposato con una bella giovane donna, fedele come l'acciaio; ma lei era bella, ed eravamo poveri in canna, e lei doveva sopportare la persecuzione di un ufficiale giorno dopo giorno. Tenete a mente quella situazione... La Provvidenza mi ha fatto cadere cento sterline dal cielo. Propriamente parlando, sono spuntate dalla terra, perché le ho raccolte, si potrebbe dire, dalla tomba di un parente. Ricchi e poveri va tutto bene, se io sono ricco e tu sei povero; e si può essere felici anche se si è poveri; ma dove ci sono molte giovani donne povere, molti uomini ricchi sono una tentazione terribile per loro. Questa è la mia cara brava moglie che parla, e se fosse stata risparmiata non sarei mai tornato nella vecchia Inghilterra, e non avrei conosciuto la gioia e il dolore del cuore. Era la mia spina dorsale, era anche il conforto del mio petto. Perché è rimasta con me? Perché ho avuto fiducia in lei quando le apparenze erano contro di lei. Ma non ha mai perdonato a questo paese l'offesa al suo orgoglio di donna. Avrete notato una mascella squadrata in Netty. È quella di sua madre. E dovrò affrontarla, supponendo di scoprire che Mart Tinman mi ha mentito. Sono stato scoperto in qualche modo. Penserò a quale strada prendere da qui al mattino. Buonanotte, giovane gentiluomo.»
«Buonanotte, signore», disse Herbert, aggiungendo: «Otterrò informazioni dagli Horse Guards; quanto alla gente che lo sa qui intorno, non vivete molto in società...»
«Non sono i sentimenti degli altri, sono i miei», lo zittì Van Diemen. «Lo sento, se è nell'aria; da quando Mart Tinman ha spifferato la cosa, mi sento la pelle fredda e calda.»
Fece cenno con la candela accesa e andò a letto, manifestamente consolato dall'idea di essere vittima dei propri sentimenti.
Herbert non riusciva a dormire. La mostruosa scelta di Tinman da parte di Annette a preferenza di lui lo assaliva e scuoteva costantemente la sua comprensione. C'era la "mascella squadrata" menzionata da suo padre a cui pensare. Lo riempiva di un vago timore, ma non riusciva a immaginare che una ragazza, e una ragazza inglese, e una giovane inglese entusiasta, potesse essere priva di sentimento; e presumendo che lo avesse, come si deve, non c'era timore che persistesse nella sua disgustosa scelta quando avesse saputo che suo padre era contrario.
CAPITOLO IX
Annette non lo evitò la mattina seguente. Non evitò nemmeno l'argomento. Ma era stata precisa nel disporre di non scendere al piano di sotto più di pochi minuti prima di suo padre. Herbert scoprì che, al confronto con lei, le ragazze sentimentali sono davvero banali. Aveva concepito un'idea folle di nobiltà in Tinman che la rendeva cieca al suo volto, alla sua figura e al suo carattere... e anche ai suoi modi. Aveva perdonato uno schiaffo!
Per quanto sciocca potesse essere l'illusione, la rivestiva di un'attraente stravaganza.
Era una bellezza in lei il soffermarsi così fermamente sulla qualità morale. Travolto e stordito com'era, e ridotto all'impotenza dalle sue risposte brevi e positive, Herbert era costretto ad ammirare la singolare giovane signora, che parlava, senza troppa timidezza, del suo incongruo, destinato compagno, sebbene la sua ammirazione avesse un taglio che feriva come l'ironia. Mentre era in vena di franchezza, avrebbe dovuto dirgli che, prima della sua decisione, aveva soppesato il caso delle diverse pretese di lui e di Tinman, e le aveva risolte in base alla sua predilezione per la residenza pacifica di suo padre e di se stessa in Inghilterra. Lo aveva fatto con un po' di rammarico, a causa della naturale simpatia della giovane ragazza per l'uomo più giovane. Ma l'uomo più giovane le era sembrato, alla sua mente seriamente diretta, troppo leggero e arioso nel suo corteggiamento, come uno dei suoi ufficiali da valzer... molto bene finché lei seguiva il tempo con lui, ma non abbastanza energico da toglierle i piedi da terra. Era cambiato, e ora che era diventato persuasivo, lei temeva che avrebbe disturbato la serenità con cui desiderava e si sforzava di contemplare la sua decisione. La magnanimità di Tinman era presente nella sua immaginazione per sostenerla, sebbene fosse consapevole che la signora Cavely aveva sorpreso la sua volontà, e l'aveva fatta arrendere senza consultare la sua intelligenza più saggia.
«Non posso ascoltarvi», disse a Herbert, dopo aver ascoltato più a lungo di quanto fosse prudente. «Se ciò che dite di papà è vero, non credo che rimarrà a Crikswich, o addirittura in Inghilterra. Ma sono certa che il vecchio amico di cui parlavamo tanto in Australia non lo abbia tradito deliberatamente.»
Herbert avrebbe dovuto dire: «Guardate noi due!» per procedere nel suo ostacolato corteggiamento; e la ridicolaggine stessa del contrasto lo portò a vedere la follia e la vergogna di proporlo.
Van Diemen scese a colazione con un aspetto esausto e irrequieto. «Non ho fatto la mia passeggiata mattutina... non posso uscire per essere fischiato», disse, chiamando la figlia per il tè, e tè forte; e spiegando a Herbert che sapeva che era dannoso per i nervi, ma che era un antidoto al cattivo champagne.
Il signor Herbert Fellingham aveva precedentemente ricevuto un invito per conto di una sua sorella a Crikswich. Un oscuro senso di genuina sagacia lo ispirò a ricordarlo ad Annette. Lei scrisse graziosamente alla signorina Mary Fellingham, e Herbert provò una debole gioia nel portar via la lettera scritta di suo pugno.
«Portala presto, perché non saremo qui a lungo», disse Van Diemen al momento dei saluti. Espresse un certo timore per il suo prossimo incontro con Mart Tinman.
Herbert portò rapidamente Mary Fellingham a Elba, e la lasciò lì. La situazione era apparentemente immutata. Van Diemen sembrava logoro, come un uomo che si è nutrito principalmente delle proprie riflessioni, cosa che appariva evidente nei suoi pochi frammenti malinconici di discorso. Disse a Herbert: «Come ti senti quando sei scoperto!» e: «Non serve a un uomo col cuore fare del male!» Designò le due strade principali attraverso le quali i poveri peccatori arrivano a una coscienza. La sua avrebbe dormito se non fosse stato per la scoperta; e, come osservò, se non fosse stato per il suo cuore che lo portava da Tinman, non sarebbe caduto in potere di quell'uomo.
L'arrivo di una giovane signora dall'aspetto alla moda a Elba fu motivo di meditazione per la signora Cavely. Era incline a sospettare che significasse qualcosa, e il comportamento di Van Diemen verso suo fratello avrebbe di per sé rafforzato ogni sospetto. Non faceva visita alla casa sulla spiaggia, non invitava Martin a cena, si vedeva raramente, e quando appariva al Consiglio Comunale, una o due volte si opponeva violentemente al suo amico Martin, che tornava a casa contrariato, profondamente offeso nei suoi interessi e nella sua dignità.
«Hai notato qualche differenza nel modo in cui Annette ti tratta, caro?» chiese la signora Cavely.
«No», disse Tinman; «nessuna. Mi stringe la mano. Chiede della mia salute. Mi offre la tazza di tè.»
«Ho visto tutto questo. Ma evita l'intimità con te?»
«Mio Dio, no! Perché dovrebbe? Spero, Martha, di essere un uomo di cui ogni giovane signora in Inghilterra possa fidarsi.»
«Sono certa di sì, caro Martin.»
«Ha un'obiezione a nominare il... il giorno», disse Martin. «L'ho informata che ho un'obiezione ai lunghi fidanzamenti. Non mi piace la sua nuova compagna: dice di essere stata presentata a Corte. Ne dubito fortemente.»
«È per darsi un tono, puoi contarci. Non le credo!» esclamò la signora Cavely, con pungente asprezza personale.
Fratello e sorella esaminarono insieme la Guida di Corte che avevano acquistato nell'occasione al contempo della loro spesa più ingente e del loro gratificante brivido; in essa trovarono certamente il nome del Generale Fellingham. «Ma non può essere imparentato con un giornalista», disse la signora Cavely.
A cui il fratello rispose: «A meno che il giovane non sia diventato un furfante. Odio le professioni improduttive.»
«Lo odio, Martin.» La signora Cavely rise con disprezzo. «Dovrei dire che lo compatisco. È chiaro per me come il sole a mezzogiorno, voleva Annette. Ecco perché avevo fretta. Come temevo che venisse quella sera alla nostra cena! Quando l'ho visto assente, avrei potuto gridare che era la Provvidenza! E quindi fai attenzione... abbiamo avuto tutto fatto per noi dall'Alto finora... ma fai attenzione al tuo temperamento, caro Martin. Affretterò l'unione; perché è una vergogna per una ragazza trascinarsi dietro un uomo finché non è vecchio all'altare. Il temperamento, caro, se solo ci penserai, è il punto debole.»
«Ora ha iniziato a vantarsi con me dei suoi vini australiani!» esclamò Tinman.
«Sopportalo. Sopportalo come fai con il Gippsland. Caro mio, hai la risposta nel cuore: "Sì! ma hai una Corte in Australia?"»
«Ah! e i suoi vini australiani costano il doppio di quello che pago per i miei!»
«Verissimo. Non siamo obbligati a comprarli, spero. Lo farei, però... una dozzina... se lo ritenessero necessario, per tenerlo calmo.»
Tinman continuò a borbottare rabbiosamente sui vini australiani, con una parola di irritazione per il Gippsland, promettendo di tenere d'occhio il suo temperamento.
«A che serve l'Australia per noi», chiese, «se non ci porta denaro?»
«Sta per farlo, caro mio», disse la signora Cavely. «Pensaci quando inizia a vantarsi della sua Australia. E anche se è denaro da galeotto, come confessa...»
«Con il suo denaro da galeotto!» intervenne Tinman tremando. «Quanto devo aspettare?»
«Contate su di me per affrettare il giorno», disse la signora Cavely. «Non c'è altro fastidio?»
«Ovunque io vada per comprare, quell'uomo mi supera nell'offerta e poi dice che è la mancanza di coraggio e di slancio del vecchio paese, e il fare le cose in grande! Un uomo che si inginocchierebbe per restare in Inghilterra!» vociferò Tinman tutto d'un fiato; e arrossì vistosamente per lo sforzo: «Potrebbe ancora doverlo fare. Non sopporto l'insulto.»
«Sei meno in grado di sopportare l'insulto dopo gli Onori», disse la sorella, in obbedienza a ciò che aveva osservato di lui dopo la sua famosa visita a Londra. «Deve essere così, per natura. Ma il temperamento è tutto in questo momento. Ricorda, è stato controllando il temperamento, e lasciando che suo padre si mettesse dalla parte del torto, che hai ottenuto Annette. E mi asterrei anche dal vino. Perché a volte dopo, hai ammesso che ti faceva male. E ho notato queste eruzioni tra te e il signor Smith... come si fa chiamare... generalmente dopo il vino.»
«Sempre i poveri! i poveri! denaro per i poveri!» Tinman insisteva su ulteriori rimostranze contro Van Diemen. «Dico che i medici hanno detto che lo scolo sul terreno comune è salutare; è un odore salutare, nutriente. L'abbiamo sempre avuto e siamo sempre stati una città sana. Ma il mare avanza, e dico che la mia casa e la mia proprietà sono in pericolo. Compra la mia casa sopra la mia testa, e mi offre il Crouch per viverci a un affitto maggiorato. E poi mi vende la mia casa a un prezzo maggiorato, e io compro, e poi vota contro un soldo per la protezione della riva! E siamo di nuovo in Inverno! Come se non fosse in mio potere!»
«Mio caro Martin, andremo a Elba, e presto, se controllerai il tuo temperamento», disse la signora Cavely. «Sei un angelo a lasciarmi parlare così, ed è solo quell'uomo che ti irrita. Lo trovo peccaminosamente ostentato.»
«Potrei spararlo da un cannone se parlassi chiaro, e lui lo sa! Gli manca la comune gratitudine, per non parlare del rispetto», sbuffò Tinman.
«Ma ha una figlia, caro mio.»
Tinman si placò lentamente e con uno scricchiolio.
La sua principale rimostranza contro Van Diemen era il mancato riconoscimento della sua importanza da parte di quell'australiano incolto, che non sembrava essere consapevole delle dignità e delle distinzioni a cui arriviamo nel nostro paese. La figlia danarosa, il matrimonio prospettico, per un uomo economico rifiutato da ogni signora che lo circondava, gli consigliavano di chiudere a chiave il suo temperamento in sottomissione a Martha.
«Porta Annette a cenare con noi», disse, quando Martha propose una visita alla cara giovane creatura.
Martha bevve un bicchiere del vino del fratello a pranzo e partì per la missione.
Annette si rifiutò di essere portata. La sua scusa fu la sua ospite, la signorina Fellingham.
«Portala anche lei, assolutamente... se volete degnarvi, ne sono certa», disse la signora Cavely a Mary.
«Vi sono molto obbligata; non vado a cena fuori al momento», disse la signora di Londra.
«Mio Dio! siete malata?»
«No.»
«Nulla in famiglia, spero?»
«La mia famiglia?»
«Sono certa, chiedo perdono», disse la signora Cavely, imbizzarrendosi con un rancore perdonabile dal moralista più severo.
«Posso parlarvi in privato?» si rivolse ad Annette.
La signorina Fellingham si alzò.
La signora Cavely la affrontò. «Non posso permetterlo; non posso pensarci. Sto solo prendendomi una piccola libertà con quella che posso chiamare la mia futura cognata.»
«Devo venire fuori con voi?» disse Annette, nella pura stanchezza di aiutare Mary Fellingham nel suo piano di mostrare quanto sgradevoli fossero questa signora e suo fratello.
«Non se non volete.»
«Non ho obiezioni.»
«Un'altra volta andrà bene.»
«Scriverete?»
«Per posta davvero!»
La signora Cavely lanciò una risata che si supponeva fosse peculiare del teatro inglese.
«Sarebbe un soldo buttato via», disse Annette. «Pensavo poteste mandare un messaggero.»
L'intercomunicazione con la signorina Fellingham aveva fatto danni alla sua alta concezione morale della coppia che abitava la casa sulla spiaggia. La signora Cavely lo vide, e non poté nascondere che ne soffriva.
Il suo consiglio al fratello, dopo avergli raccontato la scena offensiva in un dialogo animato, fu di far prendere uno spavento a Van Diemen.
«Vorrei non aver bevuto quel bicchiere di sherry prima di partire», esclamò, in modo selvaggio e saggio. «È meglio dopo gli affari. E queste vostre abitudini di gentiluomini di cenare tardi mi sconvolgono. Temo di aver mostrato il mio temperamento; ma tu, Martin, non avresti sopportato un decimo di quello che ho sopportato io.»
«Come osi dire questo!» la rimproverò il fratello con indignazione; e la casa sulla spiaggia racchiuse con difficoltà una tempesta tra fratello e sorella, fortunatamente non udita all'esterno, a causa dei forti venti che infuriavano.
Ciononostante Tinman rifletteva sull'idea di Martha della saggezza di far prendere uno spavento a Van Diemen.
CAPITOLO X
Gli inglesi sono stati chiamati un popolo dal pessimo temperamento, ma questo significa giudicarli dalle loro manifestazioni; laddove un esame delle cause potrebbe dimostrare che non hanno un temperamento peggiore di quanto lo sia quello di un uomo che dorme male perché giace in un letto pieno di pulci. Se un istinto sagace li spinge a disapprovare i racconti realistici, il racconto realistico dovrebbe giustificare la sua apparizione con la scoperta di una scusa per le anime tormentate. Un tempo cantavano madrigali, un tempo ballavano sul verde, si abbandonavano ai loro umori vigorosi, senza dover ricorrere al gioco di parole per divertimento, a un'esibizione di centinaia di gambe nude per allegria, a un lamento sentimentale tutto in gola per la musica. Sono reperibili prove che essi siano stati un popolo allevato artificialmente, nutrendosi del genio di inventori, traspositori, adulteratori, invece che dei prodotti della natura, per l'ultimo mezzo secolo; ed è ingiusto affermare di loro che siano positivamente questo o quello. Sono esperimenti. Sono i figli e le vittime di un'Energia disperata, che attrae con il basso costo, che sazia con la quantità, affinché possa salire nella scala sociale, a spese dei loro tessuti. La terra è in uno stato di fermentazione per montare, e il negozio, che ha sparato metà delle loro stelle allo zenit sociale, è ciò da cui in verità vorrebbero lavarsi via. Né è in alcun modo un segno riprovevole che debbano fuggire come dalla peste il titolo di commerciante. È al contrario il punto di sanità, che ci invita a sperare cordialmente. L'Energia, trasferita al senso morale, potrebbe ancora salvarli.
Nel frattempo questa birra, questo vino, entrambi sono di un carattere tale da aver ucciso più del temperamento di un popolo meno dotato. Martin Tinman invitò Van Diemen Smith a provare il sapore di un vino che, come disse, pensava di "mettere in cantina".
È stato accennato prima a uno strano effetto sulle menti degli uomini che sapevano a cosa andavano incontro, quando ricevevano un invito a cenare con Tinman. Per amore di un piccolo incontro sociale a ogni costo, lo accettavano; lo accettavano con un sospiro, a metà strada secondo misurazione ingegneristica tra il prospettivo e il retrospettivo; quanto più meccanico possibile per le cose umane, come l'usuale grido musulmano di Kismet. Non è stato raccontato del piccolo bambino ebreo che succhiava al seno della madre a Gerusalemme, che questo innocente, molto tempo dopo la Cattività, sussultava convulsamente, abbandonando il suo banchetto, e indulgendo nel più puro lamento ebraico della più tenace delle razze, al suono di passaggio di una voce babilonese o ninivita? In qualche modo simile gli uomini, incapaci di rifiutare, profondi in ciò che rimaneva loro della natura, ascoltavano Tinman; e così fece Van Diemen, sospirando pesantemente sotto l'operazione del semplice istinto animale.
“Sembri infelice,” disse Tinman, non ignaro del suo intento di far prendere uno spavento all’amico.
“Io? No, sto bene,” rispose Van Diemen. “Sto pensando ad alcuni cambiamenti alla Hall prima dell’estate, per ospitare degli invitati... se resterò qui.”
“Immagino che non ti piacerebbe essere separato da Annette.”
“Separato? No, non credo proprio. Chi mai lo farebbe?”
“Perché non mi piacerebbe lasciare la mia cara sorella Martha tutta sola in una casa così vicino al mare...”
“Perché non vai al Crouch, uomo?”
“Grazie.”
“Non c’è bisogno di ringraziare se non approfitti dell’offerta.”
Erano all’ingresso di Elba, dove il signor Tinman si stava recando per vedere la sua promessa sposa. Chiese se Annette fosse in casa e, con suo grande sbalordimento, sentì dire che era andata a Londra per una settimana.
Dissimulando il livore che gli era sorto dentro, rimandò il suo progetto, che pure aveva fortemente fortificato, e disse: “Devi sentirti solo.”
Van Diemen lo informò che sarebbe stato così solo per una notte, poiché il giovane Fellingham stava venendo giù a fargli compagnia.
“Questa sera alle sei, allora,” disse Tinman. “Non siamo gente alla moda, in inverno.”
“Che mi venga un colpo, se so mai quando lo siamo stati!” ribatté Van Diemen.
“Via, però, ti piacerebbe esserlo. Hai le tue ambizioni, Philip, come gli altri uomini.”
“Rispettabile e rispettato... questa è la mia ambizione, signor Mart.”
Tinman fece un sorrisetto: “Con la tua ricchezza!”
“Sì, sono ricco... di una mente soddisfatta.”
“Sono abbastanza certo che apprezzerai la mia nuova annata,” disse Tinman. “Viene direttamente da Oporto, me lo garantisce il mio mercante di vini, sulla sua parola.”
“Qual è il prezzo?”
“No, no, no. Provalo prima. È un prezzo piuttosto salato.”
Van Diemen fu parzialmente rassicurato dall’annuncio. “Cosa chiami un prezzo salato?”
“Beh!... oltre i trenta.”
“Raddoppialo, e potresti avere una possibilità.”
“Ora,” esclamò Tinman, esasperato, “come può un uomo proveniente dall’Australia saperne qualcosa dei prezzi del porto? Non riesci a spogliarti delle tue idee sui prezzi dei cercatori d’oro. Sei tu stesso come una bevanda inebriante per i mercanti della nostra città. La credi una cosa raffinata... ah! ah! oso dire, Philip, che farei lo stesso se fossi al tuo livello presso il mio banchiere. Non possiamo essere tutti lord, né baronetti.”
Riacquistando così abilmente il suo temperamento, frenò quel fuggitivo abituale e si ritirò dalla presenza del vecchio amico per esplodere in compagnia della solitaria Martha.
Il comportamento di Annette fu criticato amaramente dalla sorella quanto dal fratello.
“È andata da quella gente, i Fellingham; e potrebbe pensare di piantarci in asso,” disse la signora Cavely.
“In tal caso, non avrò pietà,” esclamò il fratello. “Ho sopportato” – si inchinò con una professionale umiltà spirituale – “come avrei dovuto, ma potrebbe diventare insopportabile. Dico che ho sopportato abbastanza; e se il peggio dovesse venire, e io lo consegnassi alle autorità... dico che non intendo fargli del male, ma mi ha colpito. Mi ha picchiato da ragazzo e mi ha colpito da uomo, e dico che non ho pensieri di vendetta, ma non posso averlo qui; e dico che se lo cacciassi dal paese, di ritorno al suo Gippsland!”
Martin Tinman tremava per la voglia di parlare, probabilmente per ciò che alimenta la parola, com'è tipico degli uomini adirati.
“E cosa?... cosa poi?” disse Martha, con la tenera mellifluenza del rimprovero fraterno. “Che bene puoi aspettarti dal lasciare che il temperamento abbia la meglio su di te, caro?”
A Tinman non piacque il suo recente modo di usurpare la guida nelle loro consultazioni, e disse, acidamente: “Questo bene, Martha. Otterremo la Hall al mio prezzo, e saremo le Persone Principali qui. Il che,” alzò il tono, “il che lui, un disertore, non ha alcun diritto di pretendere di essere. Quali possano essere i tuoi sentimenti come vecchia abitante, non lo so, ma ho sempre guardato con ammirazione alle persone di Elba Hall, e dico che non mi piace avere un disertore che sperpera denaro da galeotto lì... con il suo cuoco da quaranta sterline l'anno e il suo champagne a settanta la dozzina. È il lusso di Sodoma e Gomorra.”
“Questo non impedisce che sia molto piacevole cenare lì,” disse la signora Cavely; “e sarà la nostra tavola per sempre se avrò un po' di gestione.”
“Ti riferisci a me, signora,” abbaiò Tinman.
“Affatto,” soffiò lei, in dolce contrasto. “Sei di bell'aspetto, Martin, ma non hai nemmeno la metà degli occhi graziosi della persona a cui penso. Non mi sono mai azzardata a sognare di gestire te, Martin. Sto pensando alle persone di Elba.”
“Ma perché questo trattamento straordinario nei miei confronti, Martha?”
“È una bambina, che si lascia dare alla testa da quei Fellingham. Ma è onorevole; mi ha giurato che sarebbe stata onorevole.”
“Pensi davvero che potrei fargli prendere uno spavento?” chiese Tinman con avidità.
“Una sorta di accenno; ma molto gentile, Martin. Sii gentile... quasi casuale... come se non volessi dirlo. Portalo sul suo Gippsland. Poi, se ti porta alle strette con le parole, puoi sempre ridere e dire che andrai a Kew a vedere la serra di felci, e immaginare tutto ciò, così alto, sul Helvellyn o sulle Downs. Perché” – la signora Cavely, alla fine dei suoi astuti consigli e avvertimenti, come al solito, diede sfogo al suo carattere naturale – “perché quell'uomo sia tornato in Inghilterra, con i suoi vanti del Gippsland, non riesco per niente a scoprirlo. È un perfetto mistero.”
“Lo è,” Tinman fece risuonare la sua voce da una grande profondità, in modo riflessivo. Lieto di assumere la parte che lei stava perpetuamente adottando ultimamente, tese la mano e disse: “Ma potrebbe essere stato ordinato per il nostro bene, Martha.”
“Vero, caro,” disse lei, con un sincero sentimento di gratitudine verso il Potere che lo aveva ricondotto al suo modo di pensare e sentire.
CAPITOLO XI
Annette era andata nella grande metropoli, che brucia nelle immaginazioni coloniali come il sole delle città, ed era in procinto di vedere un po' di Londra, sotto gli eccellenti auspici della sua nuova amica, Mary Fellingham, e una fitta nebbia. Era allarmata dall'oscurità, e anche un po' timorosa di Herbert; e questi sentimenti la portarono a rimproverarsi per aver lasciato suo padre.
Sentendola parlare del padre con tristezza, Herbert propose gentilmente di scendere a Crikswich proprio il giorno del suo arrivo. Lei lo ringraziò, e gli diede un assaggio di amarezza sorridendo favorevolmente alla sua offerta; ma siccome desiderava che lei discernesse e prendesse a cuore la differenza tra un uomo e l'altro, nella luce di un corteggiatore, le fece percepire che gli costava pesanti pene partire immediatamente, e la lasciò a riflettere sul suo esempio. A Mary Fellingham piaceva Annette. La riteneva una ragazza sensata dotata di sensibilità non coltivate, l'opposto di migliaia di altre; non banale, quindi; e che le sensibilità si stessero espandendo si vedeva dalla sua graduale indisponibilità a parlare del suo fidanzamento con il signor Tinman, sebbene la sua intimità con Mary si scaldasse ogni giorno di più. Considerava di essere tenuta a sposare quell'uomo in una data lontana, e non provava ancora infelicità. Si era sentita a disagio solo quando doveva salutare e conversare con il suo promesso; specialmente quando la signorina di Londra era stata presente. La partenza di Herbert la sollevò dal pressante senso di contrasto. Lo lodò davanti a Mary per la sua estrema gentilezza verso suo padre, e nel profondo del suo cuore inesplorato desiderò che il padre potesse apprezzarlo ancora più di quanto facesse lei.
Herbert andò a Crikswich di notte e si fermò da Crickledon, dove sentì che Van Diemen stava cenando con Tinman.
Crickledon, il falegname, permise a certe curve asciutte di giocare attorno alle sue labbra come trucioli in miniatura al nome di Tinman; ma Herbert chiese: “Cos'è ora?” invano, e andò da Crickledon, la cuoca.
Questa unione dei due Crickledon, maschio e femmina, era ideale, come quella che le donne povere sognano; e gli uomini farebbero lo stesso, se sapessero quanto sono poveri. Ognuno aveva una professione, ognuno era indipendente dall'altro, ognuno sosteneva la struttura. Di conseguenza c'era rispetto reciproco, come tra due pilastri di una casa. Ognuno vedeva i difetti dell'altro con un sottile occhiolino al mondo, e un occasionale scambio di sarcasmo che era tonico, molto fortificante per l'ingegno senza mettere a repentaglio l'abitudine all'affetto. Crickledon la cuoca difendeva le proprie opinioni e dirigeva la condotta pubblica di Crickledon il falegname; e se lui deviava dalla linea che lei tracciava, lei lo attribuiva alla natura umana, verso la quale era tollerante. Lui, quando lei non aveva seguito il suo consiglio, lo ascriveva alla natura delle donne. Lei non disse mai di essere l'eguale di suo marito; ma il falegname riconobbe orgogliosamente che lei valeva quanto un uomo, e sopportava le debolezze che sminuivano una tale statura, insegnando a se stesso a osservare una pulizia di gestione domestica e generale che gli diceva che certamente lui non valeva quanto una donna. Herbert ne era deliziato. La cuoca deliziava il falegname con piatti abili, gustosi ed economici; e il falegname, obbediente alle sue suppliche, aveva promesso, nel caso in cui le fosse sopravvissuto, che nessun'altra mano se non la sua avrebbe avuto il compito di costruire la sua bara. “È così bello,” diceva lei, “pensare che il proprio marito metterà insieme la scatola in cui giacerai, fatta dalle sue stesse mani!” Se fossero stati anche una coppia dubbiosamente unita, l'anticipazione della cuoca di una comoda bara, opera del miglior falegname d'Inghilterra, li avrebbe tenuti insieme; e ciò che la cucina raffinata fa per cementare le coppie non ha bisogno di essere raccontato a coloro che hanno letto un capitolo o due della storia naturale del sesso maschile.
“Crickledon, anima mia, tuo marito sta lavorando a un po' di divertimento,” le disse Herbert.
“Non riderebbe forte nemmeno davanti a Punch, per paura di una causa,” rispose lei. “Non ride mai apertamente finché non va a letto e ha chiuso la porta a chiave; e quando lo fa, mi dice 'Zitto!'. Tinman non è ancora di nuovo usciere, e da dove venga il suo miglior abito da tribunale da usciere, potresti chiederlo. Si esercita con quello a intermittenza tutta la settimana, di notte, e a volte a metà giornata.”
Herbert la prese in giro per la credulità da pettegola.
“È la verità,” dichiarò lei. “L'ho saputo dalla domestica di casa, la piccola Jane, a cui pagano quattro sterline l'anno per tutto il lavoro di casa: una ragazzina intelligente con le mani e la testa; e sa leggere e scrivere meravigliosamente; e ha intenzione di lasciarli se non le danno un aumento. Ha bussato ed è entrata mentre lui era al culmine dello splendore, e inchinava il suo capo davanti allo specchio. E ora gira la chiave, e un bambino potrebbe sapere che ci sta lavorando.”
“Non può essere un tale asino!”
“Ed è stato visto alla finestra sul mare. 'Chi è il tuo ammiraglio che alloggia nella casa sulla spiaggia?' hanno chiesto gli uomini mentre sbarcavano. Mio marito l'ha sentito. Tinman ce l'ha in testa. Potrebbe essere guarito con il matrimonio con una donna di buon senso, ma presto vorrà andare in giro con gambe di seta se rimane scapolo. Mi dicono che sua madre, qui, avesse un vestito del valore di venti sterline; e la pompa è ereditaria. Risparmi pure quanto vuole, lì c'è la sua falla.”
Il disprezzo di Herbert per Tinman era intenso; era quello dei giovani e degli ignoranti che vivono nelle loro immaginazioni come scialacquatori, ignari della loro importanza come nutrimento della vita, e di quanto sia necessario afferrarne una più solida tra loro per il sostentamento perpetuo quando quelle insostanziali svaniscono. Il grande evento del mandato di usciere era diventato il sole del sistema di Tinman. Si crogiolava nei suoi raggi. Intendeva essere di nuovo l'orgoglioso funzionario, regalmente distinto; intanto, sebbene non sapesse che le sue giornate erano noiose, gemeva sotto la noia; e, come i cavalli da carro o da carrozza, di solito non lamentosi, mostrano la loro visione della natura delle briglie quando hanno il rilascio per scorrazzare in un campo, è possibile che l'esistenza fosse resa tollerabile all'uomo che trotta da qualche minuto di eccitazione nel suo abito da tribunale da usciere. Per pascolare davvero sui nostri ricordi dovremmo drammatizzarli. C'è, tuttavia, solo la testimonianza di una domestica e di un marinaio a mostrare che Tinman lo facesse, e quelli sono testimoni che provengono da classi particolarmente inclini a ingigantire i fatti, date a esagerare piccoli elementi di realtà.
Raggiungendo la hall Herbert trovò il fuoco acceso nella sala fumatori, e poco dopo essersi sistemato lì sentì la voce di Van Diemen alla porta principale che dava la buonanotte a Tinman.
“Grazie al Signore! sei lì,” disse Van Diemen, entrando nella stanza. “Non avrei potuto sperare tanto. Quel furfante!” si voltò verso la porta. “Mi ha minacciato, e poi mi ha blandito. Al diavolo il suo olio! È combustibile. E al diavolo il porto che vuole mettere giù, come lo chiama lui. 'Lascialo ai posteri,' dico io. 'Perché?' dice lui. 'Perché i giovani saranno più capaci di prendersi cura di se stessi,' dico io, e lui insiste per una spiegazione. Gliel'ho data. Esplode come un nido di vespe. Potrebbe aver detto quello che ha detto per la rabbia. Sembrava dispiaciuto dopo... povero vecchio Mart! Il mascalzone ha parlato di Horse Guards e fili del telegrafo.”
“Mascalzone, ma più sciocco,” disse Herbert, pieno del suo disprezzo. “Sfidalo a fare il peggio. Il Generale mi dice che sarebbero lieti di lasciar correre alla Guardia, anche se avessero tutti i fatti. Il marchio è fuori discussione.”
“Giuro che è stato fatto ai miei tempi,” esclamò Van Diemen, tutto in fiamme.
“È fuori discussione. Potresti essere consigliato di lasciare l'Inghilterra per qualche mese. Quanto alla società qui...”
“Se me ne vado, me ne vado per sempre. Ho il cuore spezzato. Sono deluso. Sono ingannato nel mio amico. Lui ed io ai vecchi tempi! Cosa gli è successo? Cosa cambia al mondo gli uomini che restano in Inghilterra così? Non può essere il clima. E hai fatto il mio nome al Generale Fellingham?”
“Certamente no,” disse Herbert. “Ma ascoltami, signore, un momento. Perché non mettere insieme una mezza dozzina di amici del vicinato, e fare una confessione schietta. Agli inglesi piace quel tipo di virilità, e sono sicuri di risuonare in sintonia con essa.”
“Non potrei!” sospirò Van Diemen. “Non è un sentimento naturale quello che provo a riguardo... ho covato sulla parola. Se ho un incubo, vedo Disertore scritto in zolfo sul muro nero.”
“Non puoi rimanere alla sua mercé, ed essere bullizzato come sei. Ti fa ammalare, signore. Non farà nulla, ma continuerà a tormentarti. Lo fermerei subito. Prenderei il treno domani e otterrei un'introduzione al Comandante in Capo. È proprio l'uomo adatto a essere gentile con te in una situazione come questa. Il Generale ti procurerebbe l'introduzione.”
“È più di mio gusto; ma no, non potrei,” gemette Van Diemen nella sua debolezza. “Il denaro mi ha reso meno uomo. Non ero questo tipo di uomo in passato; né lo era Mart Tinman, il traditore! Tutto il mondo sembra cambiare in peggio, e l'Inghilterra non è più quella di una volta.”
“Lasci che quell'uomo rovini tutto per lei, signore.” Herbert raccontò la storia della signora Crickledon sul signor Tinman, aggiungendo: “È un asino totale. Dovrei sfidarlo. Quello che farei sarebbe fargli sapere domani mattina che non intendi vederlo mai più. Colpo per colpo, è la cosa che richiede. In una settimana striscerà da te.”
“E ti piacerebbe sposare Annette,” disse Van Diemen, assaporando, tuttavia, il consiglio, di cui percepiva così chiaramente l'origine e l'obiettivo.
“Certo che mi piacerebbe,” disse Herbert, ancora più schietto nel colore che nelle parole.
“Non lo vedo come marito della mia ragazza.” Van Diemen guardò il cavo rosso nei carboni che cadevano. “Quando arrivai per la prima volta, e lo trovai un uomo sano, abbastanza di bell'aspetto per aver superato di poco i quaranta, gliel'avrei data volentieri, lei annuendo di sì. Ora tutta la mia paura è che faccia sul serio. In anima mia, avevo l'idea che il vecchio Mart fosse ancora una sorta di ragazzo; che giocasse all'uomo, sai. Ma come puoi capire? Immaginavo che le sue arie e la sua rigidità fossero finte; pensavo di vederlo bruciare di vero dietro di esse. Chi può dirlo? Sembra essere geloso del fatto che io compri proprietà nella sua città natale. Qualcosa lo rode. Non avrei mai dovuto colpirlo! È lì il mio errore, e me ne pento. Colpire un amico! Mi stupisce che non sia andato subito alla Horse Guards. Potrei averlo fatto al suo posto, se avessi scoperto di non poterlo battere. Avrei provato prima a prendere a calci.”
“Sì, stinchi prima che tradire,” disse Herbert, stupito quasi quanto disgustato dall'inveterato attaccamento sentimentale di Van Diemen al suo vecchio amico.
Martin Tinman si aspettava buone cose dallo spavento che aveva dato all'uomo dopo cena. Aveva, indubbiamente, ceduto alla rabbia, dimenticando la pura politica, che è così estremamente difficile da praticare. Ma aveva calmato la bestia spaventata; si erano stretti la mano al momento della separazione, e Tinman sperava che la settimana di assenza di Annette gli avrebbe permesso di plasmare suo padre. L'appuntamento del giovane Fellingham di venire a Elba era sfuggito alla memoria del signor Tinman. Era fastidioso vedere questo intruso. “Ad ogni modo, non è con Annette,” disse la signora Cavely. “Quanto manca a suo padre?”
“Cinque mesi,” rispose Tinman. “Avrebbe completato il suo termine di servizio tra cinque mesi.”
“E pensare che sia un uomo ricco perché ha disertato,” intervenne la signora Cavely. “Oh! lo chiamo immorale. Dovrebbe essere arrestato e punito, per essere un esempio per il bene della società. Se perdi tempo, mio caro Martin, la tua occasione è andata. Si sta dimenando ora. E se potessi credere che abbia parlato di noi a quel giovane impertinente, che non ha un soldo che non ottenga dalla sua penna, direi, denuncialo domani. Bramo Elba. Odio questa casa. Sarà inghiottita un giorno; lo so; l'ho sognato. Elba a qualsiasi costo. Conta su di me, Martin, sei stato ostacolato nelle tue richieste a causa della misera casa in cui abiti. Entra a Elba come marito di quella ragazza, o vacci per possederla, e le ragazze strisceranno da te.”
“Sei una donna ridicola, Martha,” disse Tinman, senza dissentire.
La miscela di un'idea di dovere pubblico con un sentimento di rancore personale è un forte incentivo al perseguimento di una linea di condotta severa; e il barlume di interesse personale aggiunto non frena i passi del moralista. Tuttavia, Tinman si contenne. Amava la pace. La predicava, la disseminava. A una riunione in città si sforzò di ottenere il voto di Van Diemen a favore di ulteriori fondi per proteggere “le nostre coste”. Van Diemen rise di lui, dicendogli che voleva una batteria. “No,” disse Tinman, “ne ho avuto abbastanza di soldati.”
“Com'è?”
“Potrebbero essere più cauti. Dico, potrebbero imparare a distinguere i loro amici dai loro nemici.”
“Ecco, ecco,” disse Van Diemen. “Se dici molto altro, amico mio, mi vedrai fare offerte contro di te la prossima settimana per Marine Parade e Belle Vue Terrace. Ho un occhio acuto per le proprietà, e questa città sta migliorando.”
“Guardati intorno prima di speculare su terreni e proprietà immobiliari qui,” ribatté Tinman.
Van Diemen sopportava così tanto da parte sua da chiedersi se potesse essere un inglese. L’epiteto di disertore era la sua ferita aperta. Tentò di prendere l’abitudine di marchiarsi da sé con quel titolo nell’intimità della sua stanza, e riuscì a instaurare l’abitudine di parlare tra sé e sé, tanto che fu udito dalla servitù e Annette, al suo ritorno, fu costretta ad avvertirlo della sua indiscrezione. Questo sviluppo di una nuova debolezza lo esasperò. Piuttosto per dimostrare il proprio coraggio con la sfida che per sventare l’ambizione di Tinman di diventare il principale proprietario di case a Crikswich, superandolo nell’offerta all’asta per la vendita di Marine Parade e Belle Vue Terrace, Van Diemen fece salire il prezzo delle case all’asta e, alla fine, si aggiudicò Belle Vue. La lite fu così violenta che Annette, insieme alla signora Cavely, fu chiamata a intervenire con la sua grazia più dolce. “Il mio paese natale”, le disse Tinman, “è il mio paese natale. Ne vado fiero; desidero possedere proprietà qui, e tuo padre si oppone a me. Si oppone a me. Poi dice che posso riaverla al prezzo d’asta, dopo che è arrivato quasi a raddoppiare il prezzo! Ne ho sopportato... ripeto, ne ho sopportato fin troppo.”
“Le vostre proprietà non dovranno diventare una cosa sola?” disse la signora Cavely, sorridendo come una madre da Tinman ad Annette.
Lui cercò di assumere uno sguardo tenero su un volto contratto e disse: “Sì, me lo ricorderò”.
“Annette vi benedirà con la sua cara mano tra un mese o due al massimo”, mormorò la signora Cavely, con affetto.
“Lo farà?” Tinman si irrigidì per inchinarsi verso di lei.
“Oh, non saprei dire; non mi angosciate. Siate amichevole con papà”, riprese la ragazza, spostandosi per sfuggire.
“Questo è l’essenziale”, disse la signora Cavely; e continuò, quando Annette se ne fu andata: “L’essenziale è superare i prossimi mesi, cara, e poi farci un baffo di noi. Martin, costringerei quell’uomo a venderti Belle Vue a un prezzo inferiore a quello che ha pagato, giusto per mettere alla prova il tuo potere”.
Tinman non fu così energico. Ottenne Belle Vue al prezzo d’asta, e la sua sete di vendetta fu alimentata dal fuoco per averla ottenuta come favore di un amico.
Lo stato avvelenato della sua mente fu aggravato da un forte vento di dicembre che faceva sbatacchiare i suoi serramenti e lo avvertiva dell’accresciuta proprietà esposta alle intemperie. Sia lui che sua sorella attribuirono il loro nervosismo al comportamento sinistro di Van Diemen. Poiché la casa sulla spiaggia era stata, in tempi lontanissimi, minacciata solo dal mare, e nessuna casa sulla terra era meglio protetta dall’uomo – Nettuno, sotto le spoglie di una guardia costiera, essendo pagato dal Governo per pattugliarla durante le ore di buio. Non avevano mai avuto timori prima dell’arrivo di Van Diemen, che li aveva costretti a offrire il triplo del numero consueto di cene agli ospiti ogni anno. Infatti, prima che arrivasse Van Diemen, la casa sulla spiaggia guardava Crikswich senza rivali che sfidassero la sua prevista signoria sul luogo, e per qualche ragione inspiegabile, ai suoi abitanti sembrava essere stata una residenza più sicura oltre che più felice.
Si consolarono con la mossa astuta di Tinman, che acquistò privatamente i cottage a ovest della città, includendo il negozio di Crickledon, adiacente a Marine Parade. Poi, dalla casa sulla spiaggia, guardarono l’intera facciata della loro proprietà.
Entrarono nel mese di febbraio. Non c’era altro tempo da perdere, “o ci sveglieremo scoprendo che quell’uomo ci ha presi in giro”, disse la signora Cavely. Tinman si presentò a Elba per esigere un colloquio privato con Annette. Il suo cappello fu soffiato nell’ingresso non appena la porta si aprì per lui, e lui stesso fu felice di essere protetto dalla porta, tanto violenta era la burrasca. Annette e suo padre erano seduti insieme. Fecero attendere il fidanzato molto a lungo. Alla fine Van Diemen andò da lui e disse: “Netty ti vedrà, se proprio devi. Immagino tu non abbia affari con me?”
“Non oggi”, rispose Tinman.
Van Diemen camminò avanti e indietro per il salotto con le mani nelle tasche. “C’è una disparità di età”, disse bruscamente, come se desiderasse riversare la sua lezione finché la ricordava. “Un uomo oltre i quaranta sposa una ragazza sotto i venti, lui ha superato i sessanta prima che lei ne abbia quaranta; lui decade quando lei è solo nel pieno della maturità. Non avrei mai dovuto colpirti, lo so. E tu hai un temperamento infernalmente cattivo a volte, e l’età non lo migliora, dicono; e lei è stata educata in modo eccellente. È molto attenta alla grammatica, e a un uomo potrebbe non piacere molto quando è un marito. Vedila, se devi. Ma l’idea non la attira; questa è la verità. Disparità di età e inadeguatezza dei caratteri... com’era quello che diceva Fellingham?... come due organetti che suonano melodie diverse tutto il giorno in una casa”.
“Non voglio sentire i paragoni del signor Fellingham”, ribatté Tinman.
“Oh! lui non significa nulla per la ragazza”, disse Van Diemen. “Non sopporta l’idea di lasciarmi”.
“Mio caro Philip! Perché mai dovrebbe lasciarti? Quando avremo interessi in comune come un’unica famiglia...”
“Lei dice che hai un temperamento dannatamente cattivo”.
Tinman proseguiva amichevolmente: “Quando saremo uniti...” Ma la terribile accusa mossa contro il suo temperamento lo fermò. “Posso essere focoso. Annette ha visto che so perdonare. Sono un cristiano. Tu mi hai provocato; mi hai colpito”.
“Ti darò un paio di migliaia di sterline in contanti per annullare l’accordo e non infastidire la ragazza”, disse Van Diemen.
“Ora”, replicò Tinman, “mi sono offeso. Mi piacciono i soldi, come alla maggior parte degli uomini che li hanno guadagnati. Anche a te, Philip. Ma non vengo a corteggiare come un poveraccio. Nemmeno per diecimila; nemmeno per ventimila. Il denaro non può compensarmi della perdita di Annette. Dico che amo Annette”.
“Perché”, continuò Van Diemen nel suo discorso, “ci hai intrappolati in quel fidanzamento, Mart. Mi hai drogato con la roba che compri spacciandola per vino, mentre tua sorella sedeva a zuccherare e ad ammansire la mia ragazza; e lei ha fatto il colpo in un minuto, prendendo Netty di sorpresa quando io ero tutto cuore e niente testa; e da allora avrai visto la ragazza voltare le spalle al matrimonio come i miei boschi dal vento”.
“Signor Van Diemen Smith!” Tinman ansimava; si dominò. “Non mi provocherai. Le mie presentazioni di te in questo vicinato, il mio patrocinio, provano la mia amicizia”.
“Sarai un buon vecchio, Mart, quando avrai superato le tue speranze di essere nominato cavaliere”.
“Il signor Fellingham potrebbe mettertela contro il mio vino, Philip. Lascia che ti dica... ti conosco... non avresti nulla in contrario a chiamare tua figlia Lady”.
“Con un marito dalle gambe storte che saltella in un abito di Corte prima di andare a letto ogni sera, affinché non dimentichi che bel tipo era un tempo! Stai diventando magro per questo, Mart, come un ricordo vecchio di cinquant’anni”.
“Non mi hai mai perdonato quel giorno, Philip!”
“Gelosia, la mia? Prendi i soldi, rinuncia alla ragazza e vedrai che amici saremo. Sosterrò i tuoi acquisti, pubblicizzerò le tue vendite. Pagherò un pittore perché ti ritragga nel tuo abito di Corte e appenderò una copia di te nella mia sala da pranzo”.
“Annette è qui”, disse Tinman, che aveva mostrato i segni dell’insurrezione dell’Etna.
Ammirava Annette. Non fino a poco tempo prima Herbert Fellingham era stato un ammiratore così sincero di Annette quanto lo era Tinman. Sembrava sincera e si vestiva in modo economico. Per queste ragioni era il miglior esempio di donna che conoscesse, e il suo entusiasmo per l’Inghilterra aveva su di lui l’effetto solidale di oscurare il resto del mondo e di elettrizzarlo con la rassicurante convinzione di essere benedetto nel sangue e nel luogo di nascita – punti che suo padre, con i suoi vantaggi del Gippsland e altre persone che parlavano di scene sul Continente, a volte turbava nella sua mente.
“Annette”, disse lui, “vengo a chiederti di conversare in privato”.
“Se lo desiderate... preferirei di no”, rispose lei.
Tinman alzò la testa, come spesso a Helmstone quando qualche commessa negligente doveva udire la sua condanna.
Si inchinò verso di lei. “Capisco. Davanti a tuo padre, allora!”
“Non è un affare piacevole, per me”, brontolò Van Diemen, aggrottando le sopracciglia e alzando le spalle.
“Sono venuto, Annette, per chiederti, per pregarti, supplicarti... davanti a una terza persona... ridi, Philip?”
“Dalla parte sbagliata della bocca, amico mio. E ti dirò una cosa: siamo diretti verso mari in tempesta, e non mi dispiace che tu mi abbia tolto di mano la casa sulla spiaggia”.
“Vi prego, signor Tinman, parlate subito, se vi piace, e farò del mio meglio. Papà vi irrita”.
“No, no”, rispose Tinman.
Riprese il suo incipit. Van Diemen lo interruppe di nuovo.
“Al diavolo il tuo potere su di me, come lo chiami. Eh, vecchio Mart? Sono un disertore. Pagherò mille sterline all’esercito britannico, che mi puniscano o meno. Portami via domani!”
“Papà, sei ingiusto, sgarbato”. Annette si voltò verso di lui in lacrime.
“No, no”, disse Tinman, “non lo sento. Tuo padre mi ha frainteso, Annette”.
“Sono certa di sì”, disse lei fervidamente. “E, signor Tinman, prometterò fedelmente che finché sarete buono con il mio caro padre, non sarò infedele al mio fidanzamento, solo non chiedetemi di fissare alcuna data. Saremo ottimi cari amici se acconsentite a questo. Lo farete?”
Facendo una pausa per un momento, l’uomo innamorato sciolse la sua voce in un lamento: “Oh! Annette, per quanto tempo mi farai aspettare?”
“Ecco, la farai piangere!” disse Van Diemen. “Ora puoi correre di sopra, Netty. Perbacco! Mart Tinman, hai una voce da basso per le storie d’amore”.
“Annette”, la chiamò Tinman, facendola voltare mentre si stava ritirando. “Devo sapere la data prima della fine dell’inverno. Per favore. Con gentile considerazione. Le mie disposizioni lo richiedono”.
“Lascia andare la ragazza”, disse Van Diemen. “Cena con me stasera e ti darò un vino per ravvivare il tuo spirito, vecchio mio”.
“Grazie. Quando avrò ordinato la cena a casa, io... e il mio vino è d’accordo con ME”, rispose Tinman.
“Ne dubito”.
“Non mi provocherai, Philip”.
Si separarono rigidamente.
La signora Cavely aveva spiacevoli notizie domestiche da comunicare a suo fratello, in cambio del suo racconto di afflizione e ira. Riguardava la condotta ingrata della loro piccola domestica Jane, che, come disse la signora Cavely, “istigata da quella donna Crickledon”, aveva accennato a un aumento di stipendio.
“Non ha osato parlare, ma ho visto cosa aveva in mente quando ha rotto un piatto e non voleva dire che le dispiaceva. So che va da Crickledon e sparla di noi. È una lavoratrice volenterosa, ma non ha cuore”.
Tinman era abituato nel suo negozio a Helmstone – dove il cielo lo aveva benedetto con il patrocinio dei ricchi, così visibilmente come i raggi di luce celestiale si vedono selezionare dall’alto le teste dei profeti nelle illustrazioni dei libri sacri economici – a trattare con lavoratori volenterosi che non hanno cuore. Prima della richiesta di un aumento di stipendio – e ne conosceva i segni premonitori – il suo metodo era di calcolare quanto gli sarebbe stato chiesto e dividere la somma stimata per la cifra 4; il che, sembrando provenire da un impulso generoso ed essendo stato non sollecitato, veniva spesso umilmente accettato, e la lavoratrice volenterosa proseguiva il suo percorso magro e affamato al suo servizio. Il trattamento non era sempre gradito ai suoi dipendenti maschi. Alle donne si adattava; perché non amano alzare la voce a meno che non siano in preda a una passione; e se togli loro i motivi di rabbia, togli loro le parole – le rendi polli. E come disse Tinman: “La gratitudine non me l’aspetto mai!” Perché no? Per la ragione che conosceva la natura umana. Poteva citare esempi scioccanti dell’ingratitudine della natura umana, come gli era stata rivelata nel periodo della sua gestione del negozio a Helmstone. Benedetto dall’alto, la malvagità della natura umana lo aveva dal basso troppo frequentemente zolfato e suffumigato perché la sua memoria fosse offuscata; e sebbene fosse sempre pronto a dichiararsi un esempio che il cielo prevale, poteva citare casi di commesse pettegole licenziate che gli lavoravano contro in città, il che indicava lui di persona come prova che le Forze del Bene e del Male erano ancora impegnate in una triste contesa. Si vedano gli Scioperi! si vedano le Rivoluzioni!
“Dille, quando apparecchia la tavola, che le anticipo, per la buona condotta generale, cinque scellini all’anno. Aggiungi”, disse Tinman, “che non voglio ringraziamenti. È per i suoi meriti – per ricompensarla; mi capisci, Martha?”
“Certamente; se pensi sia prudente, Martin”.
“Lo penso. Non deve fiatare una sillaba con la cuoca”.
“Lo farà”.
“Allora tieni d’occhio la cuoca”.
La signora Cavely promise che lo avrebbe fatto. Si sentiva sicura di pagare cinque scellini per l’ingratitudine; e, perciò, fu con umiltà che ammise il suo errore quando, mentre suo fratello sorseggiava il suo liquido zuccherato e acre dopo cena (per devozione al decreto del medico, che doveva bere un paio di bicchieri, rigorosamente come un frate che si flagella), gli comunicò il singolare effetto dell’aumento di salario sulla piccola Jane – “Oh, signora! e io non gliel’ho mai chiesto!” Informò il fratello di come la piccola Jane le avesse confidato che venivano chiamati “tirchi”, e di come la piccola Jane avesse giurato che avrebbe – la piccola cosa volenterosa! – fatto sapere a tutti della loro gentilezza.
“Sì! Ah!” Tinman inalò la lode. “No, no; non voglio essere incensato”, disse. “Ricorda la cuoca. Ho”, continuò pensieroso, “raramente visto fallire il mio piano. Ma bada, darò ai Crickledon lo sfratto domani. Sono una piaga. Inoltre, probabilmente penserò di erigere delle ville”.
“Com’è terribile il vento!” esclamò la signora Cavely. “Darei a quella ragazza Annette un’altra possibilità. Provaci con una lettera”.
Tinman spedì una lettera d’affari ad Annette, che riportò una risposta vaga e poco professionale. Due giorni dopo la signora Cavely riferì al fratello la presenza del signor Fellingham e della signorina Mary Fellingham a Crikswich. Sotto la sua dettatura, scrisse una seconda lettera. Questa volta la risposta venne da Van Diemen:
“Mio caro MARTIN, – Per favore non continuare a tormentare la mia ragazza. Non le piace l’idea di lasciarmi, e la mia esperienza mi dice che non potrei vivere nella stessa casa con te. Quindi è così. Prendila con amicizia. Ho sempre voluto essere, e sono,
“Il tuo amico,
“PHIL.”
Tinman procedette dritto a Elba; cioè, il più dritto possibile che il vento permettesse alle sue gambe di camminare. Fu annunciato che Van Diemen era fuori; la signorina Annette pregò di essere scusata, con il pretesto che non si sentiva bene; e Tinman sentì parlare di una cena a Elba quella sera.
Incontrò il signor Fellingham sul vialetto. Il giovane londinese osò toccare gli affari privati di Tinman perorando la causa dei Crickledon, che erano, disse, molto abbattuti per lo sfratto che avevano ricevuto.
“Un’altra volta”, urlò Tinman. “Non posso sentirvi con questo vento”.
“Entrate”, disse Fellingham.
“Il padrone di casa è assente”, fu la brillante risposta ruggita contro di lui; e Tinman si allontanò barcollando, godendosela come faceva con il suo vino.
La sua casa tremava. Era sostenuto dalla sorella nell’assicurazione di essere stato ingannato.
Il processo che supponeva essere pensare, che era la fustigazione del suo cervello con ogni pungiglione con cui una suscettibilità nativa poteva stimolare il ricordo immediato, lo portò a concludere che doveva portare Van Diemen al buon senso, e Annette a correre da lui per chiedere pietà.
Si sedette quella notte tra l’ululato della tempesta, il vento che fischiava, l’acqua che si infrangeva, i serramenti che sbattevano, la spiaggia che si trascinava disperatamente, come per le dita a stella marina spalancate di chi è mezzo inghiottito.
A stento sapeva cosa scriveva. L’uomo era in uno stato di terrore personale, ardente di indignazione verso Van Diemen come causa principale del suo pericolo. Poiché, per perseguire il suo corteggiamento di Annette, si era astenuto dall’andare a Helmstone per depositare denaro nella sua banca lì, e ciò che era prezioso per la vita così come la vita stessa, era messo in pericolo da quei due – Annette e suo padre – che, se fossero stati sinceri, se fossero stati onesti, per non dire onorevoli, avrebbero ormai aperto Elba a lui come una dimora solida e sicura.
La sua lettera era indirizzata, su una grande busta,
“All’Aiutante Generale,
“HORSE GUARDS.”
Ma se mai fosse stata consegnata alla Posta, quell’ufficio postale doveva essere a Londra; e Tinman lasciò la lettera sulla sua scrivania finché il mattino non gli avesse portato consiglio riguardo all’amico londinese a cui avrebbe potuto spedirla sotto copertura per l’invio, se si fosse spinto così lontano.
Il sonno era impossibile. La notte nera favoriva i demoni laceranti del naufragio, e guardando da una finestra sul retro oltre il mare, Tinman vide con sgomento enormi ghirlande fantasmatiche torreggianti, che viaggiavano rapidamente al suo livello, e illuminavano l’oscurità mentre si gettavano in rovina, con un rantolo, attraverso il cumulo di ghiaia ai suoi piedi.
Si spogliò. Sua sorella lo chiamò per sapere se erano in pericolo. Vestito con la sua vestaglia, scivolò verso la sua porta, per vociferare a lei raucamente che non doveva spaventare la servitù; e una bella qualità nell’educazione della coppia, che li aveva aiutati a prosperare, una forma di autocontrollo, la mantenne calma nelle sue paure tremanti.
Per distrazione Tinman spalancò i cassetti del suo guardaroba. Il suo vestito scintillante giaceva in uno. E pensò: “Che cambiamenti meravigliosi ci sono nel mondo!” intendendo, tra un uomo esposto all’ira degli elementi, e lo stesso individuo che leggeva da pergamena, in quell’abito, in un palazzo, al Capo di tutti noi!
La presunzione è; che deve averlo fatto spesso prima. Il fatto è stabilito, che lo fece quella notte. La conclusione che se ne trae è che doveva dargli un senso di stabilità e sicurezza.
Ad ogni modo che abbia indossato l’abito è del tutto certo.
Probabilmente fu un’opera di ingraziamento e gradi; un sentire la seta, una prova su una gamba, poi l’abbinamento del compagno. Oh voi Rivoluzionari! che non vorreste alcuno stato, alcuna cerimonia, e un solo ordine di brache! Quest’uomo deve essere stato sedotto in spirito fino alla dimenticanza della tempesta che fustigava il suo potente vicino verso un salto più grande e più lontano; deve aver ottenuto dalla contemplazione di se stesso nel suo abito ciò che sarebbe stata la salvezza di tutti gli uomini, specialmente dei suoi compatrioti – l’immaginazione, vale a dire.
Certo è, come ho detto, che si abbigliò con l’abito. Lo coprì con la sua vestaglia, e si coricò sul letto così bardato, per attendere la luce del domani, essendo probabilmente sorpreso dal sonno che agiva sulla stanchezza e sui nervi placati e leniti.
CAPITOLO XII
Elba giaceva più riparata dai venti di Sud-est sotto i pendii della collina di qualsiasi altra casa a Crikswich. Il vento di Sud-est colpiva dalla scogliera verso una torre martello e la casa sulla spiaggia, lasciando Elba a riposo, cosicché il peggior vento per quella costa era uno dei più confortevoli per il proprietario del palazzo, e lui guardava dalla sua finestra superiore un mare di gesso grigio sgretolato, flagellato incessantemente dal vento incessante, senza paura che i suoi terreni elevati e le sue mura sarebbero stati aperti all’alta marea alla devastazione dell’acqua. Van Diemen non aveva idea che la calamità fosse all’opera sulla terra quando si sedette a colazione. Disse a Herbert che aveva pregato per i poveri uomini in mare la scorsa notte. Mary Fellingham e Annette erano ansiose di finire la colazione e montare sulla collina per guardare il mare, e ricevendo un avvertimento da Van Diemen di non andare troppo vicino alla scogliera, erano propense a pensare che fosse inutilmente timoroso per conto loro.
Prima che fossero a metà del pasto, giunse notizia di grandi brecce nella ghiaia e di acqua che copriva il terreno comune. Van Diemen mandò a chiamare il suo giardiniere capo, il cui rapporto sullo stato delle cose all’esterno prese la forma comprensiva di profezia; predisse la caduta della città.
“Sciocchezze; che intendi dire, John Scott?” disse Van Diemen, osservando la sua ordinata tavola della colazione e l’uomo a turno. “Non sembra ancora così, vero?”
“La casa sulla spiaggia non resterà in piedi un’ora di più, signore”.
“Chi lo dice?”
“È isolata dalla terraferma ora, e le onde alte quanto un albero la circondano.”
“Mart Tinman?” gridò Van Diemen.
Tutti sussultarono; tutti balzarono in piedi; e ci fu un fuggi fuggi per cappelli e mantelli. Le cameriere e gli uomini di casa correvano dentro e fuori confermando la notizia dell’inondazione. Alcuni terrorizzati per la sorte dei parenti, altri piacevolmente eccitati, lieti di una catastrofe se non altro per uccidere la monotonia, perché in ogni caso si trattava di un cambio di demoni.
La vista dalla riva esterna di Elba era di acqua che copriva lo spazio del terreno comune fino alle pietre di Marine Parade e Belle Vue. Ma da lontano non aveva l’aspetto di acqua rabbiosa; le signore la trovavano pittoresca, e la casa sulla spiaggia si vedeva salda. Un secondo sguardo rivelò la casa completamente isolata; e mentre il gruppo guidato da Van Diemen girava in fretta verso la città, scorsero pesanti cateratte di schiuma riversarsi giù per il cumulo di ghiaia distrutto su entrambi i lati della casa.
“Perbacco, il muro esterno è stato spazzato via,” disse Van Diemen. “Sono in vero pericolo?” chiese Annette, con i denti che battevano, e il freddo e altre faccende nel suo cuore che le precludevano per il momento quel calore di compassione che sperava presto di provare per loro. Fu lieta di sentire suo padre dire:
“Oh! sono al sicuro a quest’ora. Li troveremo in città. E li accoglieremo e li consoleremo. Dieci contro uno che non hanno fatto colazione. Non andranno in una locanda finché ci sono io nei paraggi.”
Si lanciò in avanti, seguito da vicino da Herbert. Le signore li videro parlare con i cittadini mentre passavano lungo le strade alte, e non trassero buoni auspici dal loro aumento di velocità. All’estremità della città l’acqua era visibile, per una parte della via principale, e attraversandola, le signore andarono rapidamente sotto la vecchia chiesa, sulla cui torre c’erano degli spettatori, attraverso il cimitero fino a un alto prato che scendeva verso un muro di pietra fissato tra il prato e un argine d’erba sopra il livello della strada, dove ora l’acqua salmastra batteva e sollevava degli spruzzi. Non meno di cento persone erano in quel campo, tra loro Crickledon e sua moglie. Tutti osservavano in silenzio la casa sulla spiaggia, che era a est del campo, a una distanza di forse tre tiri di pietra. La scena era selvaggia. Continuamente i torrenti si riversavano attraverso le fessure della ghiaia, e a ogni istante risuonava un tuono, e un’onda balzava alta, superava la casa e la avvolgeva tra i flutti.
“Mi dicono che Mart Tinman sia in casa,” ruggì Van Diemen a Herbert. Ascoltò ulteriori informazioni, e abbaiò: “Non c’è una barca!”
Herbert rispose: “Deve essere un errore, credo; ecco Crickledon che dice di aver ricevuto un avvertimento prima dell’alba e di essere riuscito a spostare gran parte delle sue cose, e la gente laggiù deve essere stata svegliata dal frastuono in tempo per andarsene.”
“Non riesco a sentire una parola di quello che dici;” Van Diemen provò a alzare la voce più del vento. “Hai detto una barca? Ma dove?”
Crickledon il carpentiere fece segno a Herbert. Si incamminarono rapidamente su per il campo.
“Le donne sentono la propria debolezza in tempi come questi, cara mia,” disse la signora Crickledon ad Annette. “Tra i nostri vestiti e la nostra codardia sembra proprio che non siamo all’altezza degli uomini quando i venti sono forti.”
Annette le espresse la speranza che non avesse perso troppi averi. La signora Crickledon disse che era lieta di farle sapere di essere assicurata con una Compagnia per Infortuni. “Ma,” disse, “mi addoloro per quel pover’uomo Tinman, se è vivo, e torna a riva a trovare la sua proprietà distrutta dall’acqua. Benedetto sia! non voleva assicurarsi contro nulla di meno comune di un incendio; e la mia casa e il negozio di Crickledon sono legna che galleggia a quest’ora; e Marine Parade e Belle Vue sono destinate a sparire. E sarà un bel benvenuto per lui, pover’uomo, dai suoi investimenti.”
Un grido, al tremendo colpo di un’onda sulla casa condannata, si levò dal campo. La porta posteriore e quella anteriore furono abbattute, e la forza dell’acqua spinse un volume circolare attraverso il passaggio, scuotendo i muri.
“Non posso sopportarlo,” gridò Van Diemen.
Annette fu troppo lenta per trattenerlo. Corse su per il campo. Si stava preparando a seguirlo quando la signora Crickledon le toccò il braccio e la implorò: “Non interferisca con gli uomini, ma li lasci seguire il loro giudizio quando sono tempi di immenso pericolo, cara mia. Se qualcuno è colpevole sono io, per aver ricordato a mio marito di una barca che era stata varata come scialuppa di salvataggio qui, e che non funzionava, ed è al capannone vicino al Crouch... lasciata lì, l’ho detto spesso, come se facesse il muso. Dio buono!”
Un lenzuolo di lino era stato gettato da una delle finestre della casa sulla spiaggia, e volava sciolto e sventolante in segno di soccorso.
“Sembra che siano impazziti in quella casa, ad aver aspettato così tanto per manifestarsi, poveri animi,” disse la signora Crickledon, sospirando.
Fu rassicurata da destra e da sinistra che erano stati visti segnali in precedenza, e qualcuno affermò che il cuoco del signor Tinman, e anche la signora Cavely, erano a riva.
“Sono i suoi mobili, pover’uomo, a cui si aggrappa: e niente prende così tanto al cuore!” riprese la signora Crickledon. “Ecco che va la sua biancheria da letto!”
Il lenzuolo fu turbinato e strappato via dal vento; disteso, raddoppiato, come uno stormo di oche invernali che cambiano le lettere alfabetiche sulle nuvole, guizzava di qua e di là, e infine si distese sulle acque che si infrangevano contro Marine Parade.
“Non possono aver pensato che ci fosse un pericolo reale nel rimanere,” disse Annette.
“Il signor Tinman stava aspettando l’ufficio di Assicurazioni più economico,” osservò un uomo alla signora Crickledon.
“Il meno caro da pagare è quello del becchino,” rispose lei, stando sulle punte. “E c’è da sperare che paghi di più oggi. Se solo quei muri non cadessero e non fermassero la possibilità della barca di salvarlo per ulteriori spese, pover’uomo! Quali barche c’erano sulla spiaggia ieri notte, in alto e oltre la cresta come erano, sono assi a quest’ora e buone solo per i falegnami.”
“Metà della nostra città è finita,” disse un vecchio; e un altro lo seguì con tono pio: “Dall’acqua veniamo e all’acqua andiamo.”
Parlavano delle antiche incursioni del mare, nessuna così grave come questa minacciava di essere per loro. La galante solidità della casa sulla spiaggia aveva resistito a forti tempeste: era una casa coraggiosa. Il cielo sia ringraziato, non c’erano pescherecci fuori. Principalmente sarebbero state le persone benestanti a soffrire: un caso eccezionale. Poiché è la misteriosa e inspiegabile dispensazione che: “Per lo più il cielo castiga noi.”
Un gruppo di spettatori eccitati attirò il resto del campo a sé. La signora Crickledon, ai margini della folla, riferiva cosa stava succedendo ad Annette e alla signorina Fellingham. Una barca era stata varata dalla città. “Sia lodato il Signore, non ci sono che guardiacoste dentro!” esclamò, e si scusò per aver avuto il cuore rivolto a suo marito.
Annette fu profondamente grata che suo padre non fosse sulla barca.
Si guardarono intorno e videro Herbert accanto a loro. Van Diemen era nelle retrovie, ansimante, e si sforzava di allungare il collo per scorgere la barca che ora remava veloce attraverso un mare agitato verso dove Tinman stesso veniva percepito, che faceva loro cenno selvaggiamente, per metà fuori da una delle finestre.
“Una sterlina a testa a quei tizi, e due se portano Mart Tinman all’asciutto; l’ho promesso, e se le guadagneranno. Guardate lì! Presto, furfanti!”
A est una parte della casa era caduta, sciolta via. Dove sorgeva, appena sotto la linea della ghiaia, era ora come una struttura che si consuma su un tormentato reef sommerso. L’intera linea era stata consegnata alle onde.
“Dov’è sua sorella?” gridò Annette a suo padre.
“Al sicuro a riva; e una delle donne con lei. Ma Mart Tinman voleva restare, lo sciocco! per... povero vecchio! salvare le sue carte e le sue cose; e non ha la testa per farlo, mi dice Martha Cavely. Sono da lui ora! Lo hanno preso! Ce n’è un altro? Oh! è una ragazza, che non voleva andarsene e lasciarlo. Remeranno verso il campo qui. Bravi ragazzi!—Perbacco, perché gli inglesi non sono sempre in pericolo!—eh? se volete vederli brillare!”
“È la piccola Jane,” disse la signora Crickledon, che era stata raggiunta dal marito, e ora che sapeva che non era più in pericolo, teneva la mano su di lui per trattenerlo, giusto per conforto.
La barca sostò sottovento al relitto della casa per un minuto; poi, come se attraversasse una piccola rapida, scese su un’onda coronata di schiuma, tra gli urrà dei cittadini.
“Sono tutti salvi,” disse Van Diemen, sbuffando come se avesse una nebbia davanti agli occhi. “Remeranno verso ovest, con il vento, e lo porteranno a terra tra noi. Ricordo quando il vecchio Mart ed io facevamo il bagno una volta, era più giovane di me, e non sapeva nuotare bene, e lo vidi andare a fondo. Sarebbe stato difficile vederlo portato via davanti ai propri occhi trent’anni dopo. Eccoli che arrivano. Sta bene. È in vestaglia!”
La folla fece largo al signor Van Diemen Smith per accogliere il suo amico. Due dei guardiacoste saltarono fuori, e lo aiutarono a scendere sulla riva asciutta, mentre Herbert, Van Diemen e Crickledon lo prendevano per mano e braccio, e lo issavano sul muro di selce, in preparazione alla sua discesa nel campo. In questa situazione esposta il vento, i cui scherzi sono infiniti quando si alza, afferrò e soffiò la vestaglia di Martin Tinman spalancandola come due ali che sbattevano violentemente su ogni lato di lui, e infine sopra la sua testa.
Van Diemen rivolse un paio di occhi piatti e stupefatti a Herbert, che lanciò un’occhiata furtiva alle signore. Tinman era saltato giù. Ma non prima che il mondo, in un tempestoso scorcio, avesse colto la vista dell’abito di corte.
Una perfetta gravità lo accolse dalla folla.
“Salvo, vecchio Mart! e sono felice di poterlo dire,” disse Van Diemen.
“Siamo così felici,” disse Annette.
“Casa, mobili, proprietà, tutto ciò che possiedo!” esclamò Tinman, tremando.
“Sciocchezze, uomo; hai bisogno di una colazione calda. Tua sorella è andata avanti... verso Elba. Vieni anche tu, vecchio amico; e dov’è quella coraggiosa ragazzina che è rimasta a fianco...”
“C’era una ragazza?” disse Tinman.
“Sì, e c’era un ragazzo che voleva aiutare.” Van Diemen indicò Herbert.
Tinman guardò, e chiese pietosamente: “Avete esaminato Marine Parade e Belle Vue? Dipende dalla marea!”
“Ecco la piccola Jane, signore,” disse la signora Crickledon.
“Fatti avanti,” disse Van Diemen alla piccola Jane.
La ragazza stava facendo delle riverenze ad Annette, dopo essere stata presentata dalla signora Crickledon.
“Martin, tu starai a casa mia; starai a Elba finché non avrai rimesso le cose a posto intorno a te, e poi avrai il Crouch per un anno, senza affitto. Eh, Netty?”
Annette si unì: “Qualsiasi cosa possiamo fare, qualsiasi cosa. Niente può essere troppo.”
Van Diemen stava lodando la piccola Jane per la sua devozione al padrone.
“Il padrone è stato così gentile con me,” disse la piccola Jane.
“Ora, marcia; fa freddo,” Van Diemen diede l’ordine, e Herbert rimase vicino a Mary piuttosto abbattuto, prevedendo che le sue prospettive a Elba si erano oscurate.
“Ora dunque, Mart, gamba sinistra avanti,” Van Diemen intrecciò il suo braccio a quello dell’amico.
“Devo dare un’occhiata,” Tinman si staccò da lui, e lanciò un’occhiata desolata di addio a ciò che restava della casa sulla spiaggia.
“Ti sono rimasto io, vecchio Mart; non dimenticarlo,” disse Van Diemen.
Il petto di Tinman si abbassò. “Sì, sì,” rispose. Era commosso.
“E ho detto a quei tizi che se ti avessero portato all’asciutto avrebbero avuto... ti avrei dato il doppio della paga; e credo proprio che si siano guadagnati i loro soldi.”
“Non credo di essere molto bagnato, sono freddo,” disse Tinman.
“Non puoi fare a meno di avere freddo, quindi vieni.”
“Ma, Philip!” Tinman alzò la voce; “Ho perso tutto. Ho cercato di salvarne un po’. Ho lavorato duramente, ho esposto la mia vita, e tutto invano.”
Si udì la voce della piccola Jane.
“Cosa c’è che non va con la bambina?” disse Van Diemen.
Annette si avvicinò a lei tranquillamente.
Ma la piccola Jane si stava rivolgendo al suo padrone.
“Oh! se le piace, sono riuscita a salvare qualcosa l’ultima volta che la barca era alla finestra, e se le piace, signore, tutti i fagotti sono persi, ma le ho salvato un tagliacarte, e una lettera Horse Guards, ed eccoli qui, signore.”
La piccola creatura riconoscente trasse la lettera quadrata e il tagliacarte dal seno, e li tese al signor Tinman.
Era una lettera di dimensioni imponenti, con THE HORSE GUARDS scritto molto distintamente su di essa nella migliore grafia tonda di Tinman, per colpire il suo spirito vendicativo come positivamente intesa per essere trasmessa, e dargli visione del suo potere di ferire se gli fosse piaciuto; come avrebbe potuto.
“Cosa!” gridò lui, non comprendendo chiaramente quanto la sua devozione avesse compiuto per lui.
“Una lettera alle Horse Guards!” gridò Van Diemen.
“Qui, dammela,” disse il padrone della piccola Jane, e l’afferrò nervosamente.
“Cosa c’è in quella lettera?” chiese Van Diemen. “Fammi guardare quella lettera. Non dirmi che è corrispondenza privata.”
“Mio caro Philip, caro amico, gentili ringraziamenti; non è una lettera,” disse Tinman.
“Non una lettera! perché, ho letto l’indirizzo, ‘Horse Guards.’ L’ho letto mentre passava nelle tue mani. Ora, uomo mio, un’occhiata a quella lettera, o prenditi le conseguenze.”
“Gentili ringraziamenti per la tua assistenza, caro Philip, davvero! Oh! questa? Oh! non è niente.” La strappò a metà.
Il suo volto era del colore del mare d’inverno, con sopra una patina di gesso.
“Strappa ancora, e saprò cosa pensare del contenuto,” Van Diemen si accigliò. “Fammi vedere cosa hai detto. Hai giurato che lo avresti fatto, ed eccolo alla fine, per miracolo; ma fammi vedere e chiuderò un occhio, e rimarrai comunque il mio coinquilino. Se no!----”
Tinman strappava via.
“Ti sbagli, ti sbagli, ti sbagli completamente,” disse, mentre perseguiva con disperazione il suo compito di rendere ogni parola illeggibile.
Van Diemen gli stava di fronte; l’accumulo di riserve di meschine offese e bassezze che aveva sopportato da quest’uomo, si gonfiava sotto la frusta della conclusiva dimostrazione di tradimento. Sembrava così nero che Annette chiamò: “Papà!”
“Philip,” disse Tinman. “Philip! il mio migliore amico!”
“Pooh, sei una povera creatura. Vieni a fare colazione a Elba, e potrai dormire al Crouch, e buonanotte a te. Crickledon,” chiamò la coppia senza tetto, “voi restate a Elba finché non vi costruisco un negozio.”
Con queste parole, Van Diemen fece strada, camminando da solo. Herbert fu costretto a camminare con Tinman.
Mary e Annette vennero dietro, e Mary pizzicò il braccio di Annette così forte che avrebbe dovuto gridare ad alta voce se le fosse stato possibile provare dolore in quel momento, invece di un’esaltazione personale, che volava selvaggiamente sopra lo scontro di stupore e orrore, come un uccello marino sopra la schiuma.
Nel primo posto silenzioso in cui arrivarono, Mary mormorò le parole: “La piccola Jane.”
Annette si guardò intorno verso la signora Crickledon, che chiudeva il corteo, prendendo la piccola Jane per mano. La piccola Jane camminava composta, con un volto placido. Annette lanciò un’occhiata a Tinman. I suoi sentimenti eccitati salirono quasi fino a un grido di risata. Per ore dopo, Mary doveva solo dirle: “La piccola Jane,” per produrre la stessa convulsione. Le rotolava il cuore e i sensi in un’ondata precipitosa, la scuoteva fino alle lacrime brucianti, e le sembrava, nelle sue idee, il più meraviglioso incontro di cose opposte mai conosciuto su questa terra. La giovane signora si vergognava della sua risata; ma le era profondamente debitrice, poiché mai una mente fu resa così chiara da quell’esercizio benefico.
L’uomo saggio non sprecherà la sua risata se può evitarlo, ma ne terrà a freno l’agitazione finché gli sarà possibile. Il ribollire dell’umorismo infonde uno spirito vivace nella mente, laddove il traboccare non è che una spesa prodiga e il turbamento di una corrente limpida: poiché l’elemento comico ti è visibile in tutte le cose, se solo mantieni la tua mente carica della percezione di esso, come ho sentito dire da un grande esegeta su un altro argomento; e parlò con molta verità. Così, continuai a guardare con la gravità della Natura stessa, e non potei fare a meno di immaginare, e con meno della nostra solita ostinazione quando immaginiamo cose sugli stati d’animo della Natura, che la Madre degli uomini contemplasse questa scena con un mezzo sorriso, diversamente dalla semplice osservazione di quelle mucche che scacciavano le mosche dai fianchi ai margini del prato falciato e dei suoi pioppi, visti sotto il tetto curvo di un ampio ramo di quercia. Salvo per questa felice curva ascendente del ramo, eravamo circondati da un fogliame senza fiato; persino l’oscurità era calda; i piccoli insetti che sono nutrimento per i pesci tentavano un volo e cadevano sulla superficie dell’acqua, come se ansimassero. Qua e là, un pesce scontroso acconsentiva a prenderli, e un cerchio si allargava, a testimonianza di un’eccitazione passata.
Avevo ascoltato il muggito omerico del vicario per lo spazio di un minuto o poco più — quello che qualcuno ha chiamato il grande muggito, il ruggito e il rotolio bestiale dell’esametro dell’Iliade: si fermò come una corda tagliata. Una delle numerose figlie della sua casa apparve nell’arco di rose a grappolo bianche sulla terrazza inferiore del giardino e, con un’esclamazione, rimase pietrificata dinanzi allo spettacolo straordinario, e poi scoppiò a ridere. Fino a quel momento avevo resistito, ma la risata franca e fragorosa della giovane signorina mi trascinò, e anch’io lasciai andare un boato, svelandomi. Il vicario, vedendomi, riconobbe la consapevolezza della sua posizione assurda con una risata altrettanto forte. Quanto alla ragazza scapestrata, si lanciò in una serie di strilli acuti come venti picchi, gridando: «Mamma, mamma, sembri come se fossi nel Giordano!»
Il vicario si schiarì la gola in tono ammonitore, poiché era evidente che la signorina Alice stava offendendo sua madre, e presumo pensasse che bastasse che una sola persona della famiglia lo avesse fatto.
«Vuoi uscire dal Giordano?» gridai.
«Sono sufficientemente battezzato con l’acqua», disse l’uomo impotente.
«Davvero, signor Amble», osservò la sua consorte, «può rimproverare una donna per non trarre il meglio dalle circostanze; spero che terrà a mente che è lei a essere irriverente. Non ne posso più. Si merita il ridicolo del signor Pollingray.»
A questo punto, intervenni: «La prego, signora, non immagini che da parte mia ci sia altro che simpatia.» — ma mentre protestavo, con la bocca aperta, la terribile signorina Alice tirò fuori da me la risata senza rimorsi.
«Stanno provando la nuova barca di Frank, signor Pollingray, e l’hanno rovesciata. Oh! Oh!» e di nuovo ci fu il coro dei picchi.
«Alice, desidero che tu vada immediatamente a prendere John il giardiniere», disse la madre adirata.
«Mamma, non posso muovermi; aspetta un minuto, solo un minuto. John è andato a occuparsi dei gerani. Oh! non guardarmi così rassegnato, papà; mi farai morire! Mamma, vieni a prendermi la mano. Oh! Oh!»
La giovane signorina si mise le mani ai fianchi e agitò il corpo come un’indemoniata.
«Perché non entrate attraverso la rimessa delle barche?» chiese quando ebbe dominato la sua crisi.
«Ah!» disse il vicario. Lo vidi colpito da questo nuovo pensiero.
«Quanto è assolutamente assurdo, signor Amble!» esclamò sua moglie, «quando sa che la rimessa è chiusa a chiave e che la barca si trovava sotto l’argine quando mi ha convinto a salirvi.»
Sentendo questa spiegazione dell’incidente, Alice si abbandonò a un’emozione incontrollabile.
«Vedi, cara», il vicario si rivolse a sua moglie, «non può farci nulla; è inutile. Se mai ci viene consigliata la pazienza, è quando ci capitano gli incidenti, perché allora, non essendo responsabili, sappiamo di essere in altre mani, ed è nostro dovere essere relativamente passivi. Forse potrei dire che in ogni difficoltà la pazienza è un salvagente. Ti prego di essere ancora paziente.»
«Signor Amble, inizierò a pensare che lei sia sciocco», disse la consorte, con un cenno più che enfatico.
«Cara, devi solo decidere», fu la risposta mite.
A quel punto, la signorina Alice aveva sconfitto il demone della risata tanto da poter osare chiamare sua madre vicino alla riva e tenderle una mano soccorritrice. La signora Amble guadò fino a portata di mano, seguita dal marito. Furono presi accordi affinché Alice tirasse e il vicario spingesse; entrambi in accordo con le disposizioni della signora Amble, poiché anche nella sua estrema impotenza fingeva autorità e sovranità. Purtroppo, nel momento decisivo, mi capitò (e ammetto che fu più di una disattenzione da parte mia, fu una cosa quanto mai sconsiderata) mi capitò, dico, di gridare — e il fatto che mi sia astenuto dal citare Voltaire depone a mio favore:
«Come diavolo avete fatto a cadere dentro?»
Non può esserci disputa sul fatto che avrei potuto far attendere la mia curiosità, e forse si può dire con qualche giustificazione che io sia stato la causa diretta del comportamento ineguagliabile del mio amico; ma poteva un uomo mortale indovinare che proprio nell’atto di assistere al ritorno della moglie sulla terra ferma, e mentre lei era — se mi si passa il termine — pudicamente nelle sue mani, lui si sarebbe girato con una citazione che lo paragonava al vecchio Palinuro, permettendo nel frattempo alla sua degna e ammirevole zavorra di sprofondare ancora di più e di espandersi in eccesso sulla superficie dell’acqua, finché il vantaggio dell’aiuto di sua figlia non fu perso per lei? Vidi le conseguenze della mia indiscrezione, costernato. Avrei voluto frenare l’assurdo virgiliano, ma in spregio alla mia mano alzata e alla testa voltata, e incurante del fatto che sua moglie fosse allora letteralmente dipendente da lui, il vicario declamò (e l’effetto rinfrescante prodotto dal latino su una signora in tale frangente, si può immaginare):
Vix primos inopina quies laxaverat artus, Et super incumbens, cum puppis parte revulsa Cumque gubernaclo liquidas projecit in undas.
Non è facile quando non si conosce la lingua, ribattere al latino, anche quando si tenta di farlo in inglese. Pochissime orecchie, anche tra le meno istruite, possono tollerare un’invettiva anticlimatica come l’inglese dopo il suono del latino. La signora Amble represse quei sentimenti che il suo vernacolo avrebbe potuto esprimere. Udii solo un gemito che veniva da lei mentre giaceva raggomitolata indistintamente tra le braccia del marito.
«Non... praecipitem! sono felice di dire», aggiunse il mio amico insensato, e rise allegramente mentre rafforzava la sua affermazione con una sfilza di negazioni. «No, no»; in un modo a lui peculiare. «No, no. Se pianto i miei capelli grigi da qualche parte, sarà sulla terra ferma: no. Ma, ora, cara;» tornò al suo dovere; «perché, sei di nuovo giù. Vieni: uno, due, e su.»
Stava sollevando un peso morto. La passione per il discorso sarcastico era palesemente in guerra con la comune prudenza nel seno della signora Amble; la prudenza, tuttavia, ebbe la meglio. Gli rivolse uno sguardo di quel tipo che rende il matrimonio terrificante nei sogni degli scapoli, e poi, unendo la sua energia all’assistenza prestata, fece uno di quei salti insensati della metà superiore del corpo, che colpiscono l’occhio filosofico per l’inutilità di uno sforzo che non nasce da una base solida. A causa della mancanza di coordinazione tra loro, la forza impulsiva del vicario si esaurì quando quella della moglie entrò in gioco. Alice afferrò la madre coraggiosamente. Il vicario ebbe forza sufficiente per trattenere la discesa della moglie; ma Alice (si vanta dei suoi muscoli) non ebbe la forza nella direzione opposta — e non c’è da stupirsi. Ci sono poche giovani signore che potrebbero tirare su di netto quattordici stone da un argine.
La signora Amble rimase in sospeso tra i due.
«Oh, signor Pollingray, se solo fosse da questo lato per aiutarci», esclamò la signorina Alice molto pietosamente, sebbene potessi vedere che era mezza pazza per la lotta interiore tra la risata per i genitori e la preoccupazione per loro.
«Ora, tira, Alice», gridò il vicario.
«No, non ancora», urlò la signora Amble; «sto affondando.»
«Tira, Alice.»
«Ora, mamma.»
«Oh!»
«Spingi, papà.»
«Sono giù.»
«Su, signora; Jane; donna, su.»
«Dolcemente, papà: Abraham, non lo farò.»
«Cara, ma devi.»
«E quell’uomo di fronte.»
«Cosa, Pollingray? Ha cinquant’anni.»
Mi ritrovai a camminare indignato lungo il sentiero. Ancora adesso protesto che il mio amico si sia reso colpevole di cattive maniere, sebbene io tenga conto di tutto per lui; scuso, passo oltre; ma perché — cosa giustifica un uomo che urla l’età di un altro? Che scopo serve? Suppongo che il vicario volesse rassicurare sua moglie, sul principio (l’ho sentito enunciarlo) che i sessi si fondono a cinquant’anni — con cui intende, devo presumere, che qualcosa che può essere buono o cattivo, e generalmente è sciocco — naturalmente, ammiro e rispetto il pudore e la riservatezza quanto chiunque altro — qualcosa è svanito: un riconoscimento dei confini della divisione. C’è, se questa è una questione lamentevole, una perdita di alcuni dei nostri trucchi giovanili a cinquant’anni. Abbiamo smesso di arrossire facilmente: e lasciatemi chiedere a voi di definire un rossore. È una verità involontaria o una bugia ingenua? So che questo suonerà come il linguaggio di un uomo non poco geloso dei suoi coetanei giovanili. Non posso che lasciare alle persone di buon senso considerare se un uomo sano nel fiore degli anni, che ha abbastanza e non è maledetto dall’ambizione, debba essere geloso di un’anima viva.
Un grido della signorina Alice fermò i miei passi in ritirata. Il vicario stava vacillando per sostenere la metà palpitante della sua compagna mentre lei riprendeva piede nel letto del fiume. Il loro tentativo di scalare l’argine era fallito. Fortunatamente in quel momento scorsi la barca di Master Frank, che era galleggiata, con il fondo rivolto verso l’alto, contro un banco di fango sporgente di non-ti-scordar-di-me. Riuscii a raggiungerla e a raddrizzarla, e dopo essermi assicurato uno dei remi, remai verso il salvataggio; anche se non prima di aver colto un fiore, spinto da un motivo di cui non so rendere conto. Il vicario tenne la barca saldamente contro l’argine, mentre io, con l’imminente rischio di unirmi a loro (non dimenticherò l’espressione combinata degli occhi in ritirata della signorina Alice e gli angoli maliziosi della sua bocca) issai la signora dentro, e il fiume con lei. Dal sedile della barca lei stava abbastanza in alto da proiettare il passo verso terra senza pericolo. Quando ebbe messo piede lì, assumemmo tutti un atteggiamento di rispettoso riguardo, e il vicario, che poteva librarsi sopra la calamità come una rondine di bel tempo, riconobbe il ritorno della moglie nell’elemento con una serie di sì scusanti e brevi colpi di tosse.
«Questo fornirebbe un buon concerto per i poeti», osservò. «Una separazione, una separazione di amanti; “proprio come un corpo strappato dall’acqua”, o “dall’acqua colto”; eh? cosa ne pensi — “così piango attorno a lei, lacrimevole sulle sue tracce”, un eccellente...»
Ma la donna oltraggiata, gocciolante in grave disagio sopra di lui, fece un gesto perentorio.
«Signor Amble, vuole salire a riva immediatamente, ho sopportato la sua stupidità abbastanza a lungo. Insisto che lei ricordi, signore, che ha una famiglia che dipende da lei. Altri uomini potrebbero commettere queste follie.»
Questo fu un colpo contro me stesso, uno scapolo che la signora non aveva mai persuaso a sognare di rinunciare alla sua libertà.
«Cara, sto arrivando», disse il vicario.
«Allora, venga subito, o penserò che sia idiota», replicò la moglie.
«Stavo cercando», il vicario ora si rivolse a me, «di dimostrare con una dimostrazione pratica che le donne sono capaci di tanta filosofia quanto gli uomini, sotto qualsiasi improvvisa e affliggente rivoluzione delle circostanze.»
«E se le viene un colpo di sole, sarà giustamente punito, e non mi dispiacerà, signor Amble.»
«Sto arrivando, mia cara Jane. La prego di correre in casa e cambiarsi.»
«Non finché non la vedo fuori dall’acqua, signore.»
«Sta perdendo la pazienza, amore mio.»
«Lei farebbe perdere la pazienza a un santo, signor Amble.»
«Ci sono state sante, mia cara», rispose il vicario con dolcezza; e si rivolse ulteriormente a me: «Fino a questo punto, le assicuro, Pollingray, nessuna condotta avrebbe potuto essere più esemplare di quella della signora Amble. L’avevo fatta salire sulla barca — una buona barca, una barca eccellente — ma salendo io stesso, ci siamo rovesciati. Il primo impulso di una donna comune sarebbe stato quello di rimproverare e sgridare; ma la signora Amble ha ceduto solo al primo impulso. Scoprendo che ogni sforzo solitario per arrampicarsi sulla riva era infruttuoso, ha accettato di aspettare pazientemente e trarre il meglio dalle circostanze; e l’ha fatto; e ha imparato a goderselo. C’è midollo in ogni osso. Cara. Jane, non ti ho mai ammirata così tanto. L’ho messa alla prova, Pollingray, nella metafisica. Le ho parlato dell’opera che abbiamo ascoltato l’ultima volta, penso cinquant’anni fa. E poiché è meno sopportabile per una donna essere paziente nella tribolazione — l’onore è maggiore, quando supera la prova della carne. Tanto che», il vicario assunse un’aria blanda di abnegazione dell’onore, «sono propenso a considerare superiore qualsiasi filosofo maschio; quando ne avrete trovato uno, ah, ah — quando ne avrete trovato uno. O sol pulcher! Sono pronto a cantare che la giornata è stata gloriosa, finora. Pulcher ille dies.»
La signora Amble si appellò a me. «Qualcuno non giurerebbe che è pazzo a vederlo stare con l’acqua alla vita e il sole sulla sua testa calva, sono ridotta a implorarla di non — sebbene lei non abbia una famiglia tutta sua — di non incoraggiarlo. È divertente per lei. La prego, rifletta che tale follia è troppo spesso fatale. Lo costringa a salire a riva.»
La logica dell’appello era senza dubbio chiaramente visibile nella mente della signora, sebbene non fosse formulata accuratamente. Vidi che ero contrassegnato per essere il capro espiatorio della giornata, e umilmente continuai a meritare bene, nonostante tutto. A forza di semplici segni e cenni di assenso, e di una costante propulsione del braccio del mio amico, lo trascinai nella barca, e da lì lo proiettai su fino al livello con sua moglie, che forse si era degnata di capire che era meglio evitare di arrestare la sua mente divergente con qualsiasi osservazione durante il passaggio, e rimase in silenzio. Non appena fu stabilito in piedi, lei lo strappò via.
«Il cappello di papà», chiamò, lanciando uno sguardo a sua figlia, e si diresse lungo il prato verso i sentieri a graticcio di rose che conducevano in alto alla casa del vicario. Dietro le rose la coppia piangente scomparve. L’ultima cosa che vidi del mio amico fu un colpo della sua mano sulla testa nel vano tentativo di afferrare una delle idee fugaci seminate in lui dal rapido passaggio degli oggetti davanti alla sua vista, e scosse via da lui da una fretta anormale. Il reverendo Abraham Amble era stato signore di sua moglie nell’acqua, ma il suo turno era finito. Aveva evidentemente goduto immensamente, e ora capivo perché avesse scelto di prolungarlo il più possibile. I vostri personaggi eccentrici non sono comunemente dilettanti di piccoli artifici. Ci sono ore di vendetta anche per gli uomini succubi delle mogli.
Mi ritrovai a sospirare per la condizione di schiavitù di ogni Benedetto di mia conoscenza, quando il pensiero arrivò come una sorpresa che ero solo con Alice. La bella e piacevole damigella fece una discesa intelligente nella barca, e dopo essersi seduta, iniziò a far roteare il remo nello scalmo, e disse: «Si sente disposto a unirsi a me nel cercare l’altro remo e il cappello di papà, signor Pollingray?» Suggerii: «Non si bagnerà i piedi? Non sono riuscito a svuotare tutta l’acqua nella barca.»
«Oh!» gridò lei, con un colpo di testa; «i piedi bagnati non hanno mai fatto male ai giovani.»
C’era materia per una lezione ammonitrice in questo. Lasciatemi confessare che stavo per darla, quando aggiunse: «Ma signor Pollingray, ho davvero paura che i suoi piedi siano bagnati! Ha dovuto calpestare l’acqua quando ha raddrizzato la barca.»
La mia risposta fu saltare giù al suo fianco con quanta agilità potessi combinare con una corretta discrezione. L’imbarcazione amatoriale oscillò minacciosamente, e mi ritrovai afferrato da e ad afferrare la graziosa damigella, finché per grande fortuna fummo stabilizzati e preservati dalla stessa sfortuna che era toccata ai suoi genitori. Lei rise e arrossì, e barcollammo separandoci.
«Avrebbe parlato di metafisica con me nell’acqua, signor Pollingray?»
Alice fu qui colpevole di uno di quei discorsi maliziosi e innocenti che sanno di Eva molto fortemente; sebbene, naturalmente, di Eva nei suoi giorni migliori.
Presi le cime del timone per governare contro il remare del suo unico remo, e fui abbastanza Adamo da rispondere alla tentazione: «Sarei stato forse grato alla sua caritatevole interpretazione di essa come metafisica.»
Lei rise colloquialmente, per colmare una pausa. Non era stata civetteria: semplicemente la donna inconsciamente al gioco. Un uomo è tenuto a ricordare l’anzianità dei suoi anni quando ciò accade, poiché un veterano di novant’anni e un giovane debosciato logoro saranno ugualmente soggetti ad esso se non evitano la compagnia del sesso. La mia lunga salute robusta e il perfetto affidamento su me stesso tendono apparentemente a darmi momenti incauti, o mi espongono a impressioni passeggere. In effetti ci sono volte in cui temo di avere il cuore di un ragazzo, e certamente nulla di più calamitoso può essere concepito, supponendo che dovesse mai per un solo istante ottenere il completo dominio della mia testa. Questo è il pericolo di un uomo che ha vissuto sobriamente. Non sappiamo mai quando siamo al sicuro? Sono, riflettendo su questo, positivamente pronto a dire che se non c’è sciocco come quello che chiamano un vecchio sciocco (e un uomo nel fiore degli anni, che può essere deriso, è il vecchio sciocco del mondo) c’è saggezza nella teoria dell’avena selvatica, e passerò al modo di pensare di mio nipote: cioè, per quanto Master Charles con il suo agire rappresenti il suo pensare. Sarò in ogni caso più indulgente nel mio giudizio su di lui, e meno severo nelle mie allocuzioni, perché non avrò alcun testo da cui predicare.
Raccogliemmo il cappello e il remo in una delle piccole baie fangose del nostro fiume marrone, che formava un anfiteatro per i ratti d’acqua e drappeggiato con grandi foglie di romice, fiori di ortica, robini selvatici e altre erbacce per le quali la colta giovane signora diede i nomi botanici. Era piacevole sentirla parlare con la piena autorità della conoscenza assoluta del suo soggetto. Ha intelligenza. È decisamente troppo buona per Charles, a meno che non cambi il suo metodo di vita.
«Vogliamo continuare a remare?» chiese, sistemandosi le braccia per lavorare con la coppia di remi.
«Lei mi ha in suo potere», dissi, e lei partì. La sua figura è estremamente aggraziata; fui affascinato dal momentaneo serrarsi delle sue labbra mentre esercitava i suoi muscoli, mentre a intervalli mi parlava della sua gara con uno dei suoi fratelli più giovani e spacconi, che aveva battuto. Credo che sia solo quando usano lo sforzo fisico che gli occhi delle giovani ragazze abbiano un’assoluta semplicità — la semplicità della natura in contrapposizione a quell’altra semplicità artificiale che imparano dalle loro governanti, dalle loro madri e dall’ammirazione degli sciocchi. La purezza attraente, o la bella vernice della non comprensione di nulla che sia considerato improprio in un mondo malvagio, e che è senza dubbio molto utile, non è di mio gusto. Le ragazze francesi, di regola, non possono competere con le nostre inglesi nelle grazie più pure. Sono incomparabili solo quando, da donne, ricorrono all’arte.
Alice poteva guardarmi mentre remava, senza pensare che fosse necessario forzare un sorriso, o parlare, o ridacchiare ed essere sciocca. Mi sentivo verso la ragazza come un compagno.
Non andammo oltre il mulino di Hatchard, dove l'acqua rigonfia il povero fiume assonnato provenendo da un ruscello laterale, e, siccome la corrente fece girare completamente la prua della barca, lasciai che la barca andasse. Questi studi sulle giovani donne vanno benissimo come passatempo; ma cessano presto di essere una ricreazione. Lei forma un'immagine gradevole quando rema, e possiede una risata musicale. Di tanto in tanto cede al brutto vizio di ridere senza curarsi o osare di spiegarne la causa. È moderatamente ben educata. Spero che abbia dei princìpi. Certe cose un uomo della mia età le impara frequentando persone molto giovani, le quali gli sono utili. Che faccenda diversa deve essere questa terra per quella ragazza rispetto a ciò che è per me! Lo sapevo già. E... notate la differenza... ora lo sento.
CAPITOLO II
LEI
Papà non smetterà mai di imbattersi in incidenti e avventure. Se solo esce per sedersi mezz'ora con una delle sue vecchie dame, come le chiama lui, è certo che gli accadrà qualcosa, ed è quasi altrettanto certo che il signor Pollingray passerà di lì in quel momento e ne rimarrà coinvolto.
Dal ritorno del signor Pollingray dalla sua ultima residenza sul Continente, ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo. Charles è ingiusto verso suo zio. Non è affatto il tipo d'uomo grave che mi aspettavo dalla descrizione di Charles. È estremamente divertente, e poi capisce il mondo, e mi piace sentirlo parlare, è così privo di pretese e usa esattamente le parole giuste. Nessuno immaginerebbe la sua età, dal suo aspetto, e ha più spirito di qualsiasi giovane che io abbia ascoltato.
Ma sono convinta di aver scoperto il suo punto debole. È la mia fatale peculiarità non poter stare con le persone dieci minuti senza scorgere in loro qualche punto in cui sono più sensibili. Il signor Pollingray vuole essere considerato del tutto giovanile. Può sopportare qualsiasi quantità di fatica; è sempre fresco e un compagno delizioso; ma non riesci a fargli mostrare nemmeno un'ombra di stanchezza o ad ammettere che abbia mai saputo cosa significhi giacere abbattuto. Questo è davvero fingere di essere sovrumano. Mi piace così tanto che vorrei fosse superiore a questa... non è altro che... vanità. Quale è peggio? Un giovane che si dà l'aria di un saggio, o... ma nessuno può definire il signor Pollingray un vecchio. È uno scapolo convinto. Questo chiarisce il caso. Charles, quando dice di lui che è un ‘gentiluomo in ottimo stato di conservazione’, intende essere ironico. Dubito che Charles a cinquant'anni si dispiacerebbe se si dicesse lo stesso del signor Charles Everett. Il signor Pollingray ha sempre badato alla sua salute. Non ne è rimasto deluso. Sono certa che sia sempre stato molto bravo. Ma, qualunque cosa sia stato, ora è molto piacevole, e non parla alle donne come se le ritenesse singolari, e non si sente timido, intendo dire confuso, come alcuni uomini mostrano di sentirsi... quelli buoni. Forse si sentiva così una volta, ed è per questo che è ancora libero. Il timore di Charles che suo zio si sposi è del tutto indegno. Non lo farà mai, ma perché non dovrebbe? La mamma dichiara che sta aspettando una donna di intelletto, posso sentirla: ‘Dipende da questo, una donna di intelletto sposerà Dayton Manor’. Se quel potente evento non dovesse verificarsi, il povero Charles dovrà affogare il cognome Everett in quello di Pollingray. Il nome del signor Pollingray è la cosa peggiore di lui. Quando penso al suo nome lo vedo dieci volte più vecchio di quanto sia. I miei sentimenti sono in armonia con il suo pedigree riguardo all'età del nome. Bisognerebbe essere una donna di profondo intelletto per vedere il vantaggio di condividerlo.
‘Signora Pollingray!’ Deve essere una signora con la parrucca.
Fu quando stavamo risalendo in barca verso il mulino di Hatchard che percepii per la prima volta la sua debolezza, mi stava guardando così gentilmente, e parlando della sua amicizia per papà, e di quanto fosse felice di essersi finalmente stabilito, vicino a noi a Dayton. Volli usare qualche termine di affetto in risposta, e dissi, ricordo, ‘Sì, e anche noi siamo felici, Padrino’. Rimasi stupita che sembrasse così sconcertato, e continuai: ‘Hai dimenticato che sei il mio padrino?’
Lui rispose: ‘Lo sono? Oh! sì... il nome di Alice’.
Continuava a sembrare incerto, a disagio, e dissi: ‘Vuoi cancellare il passato e abbandonarmi?’
‘No, certamente no’; suppongo pensasse di rassicurarmi.
Vidi le sue labbra muoversi alle parole ‘io cancello il passato’, sebbene non le abbia pronunciate. Arrossì positivamente. Conosco il tipo di giovane che deve essere stato. Esattamente il tipo di giovane che la mamma vorrebbe come genero, e che le sue figlie accetterebbero in pura obbedienza quando ridotte a essere capaci della virtù da una dieta rigorosa, o dal consumo.
Lasciò che la barca girasse all'istante. Questo mi bastò. Mi colpì allora che quando papà aveva detto alla mamma (come fece in quella situazione assurda) ‘Lui ha cinquant'anni’, il signor Pollingray doveva averlo sentito dall'altra parte del fiume, poiché si allontanò in fretta. Tornò, è vero, con la barca, ma ho le mie idee. È sempre pronto a fare un servizio, ma in questa occasione penso sia stato un ripensamento. Non mi azzarderò a chiamarlo di nuovo ‘Padrino’.
Davvero, se ho un desiderio, è quello di poter essere cieca verso le debolezze altrui. Il mio intuito è inveterato. Papà dice di aver sentito il signor Pollingray vantarsi della sua età. Se è così, c'è stato un cambiamento in lui. Non posso essere ingannata. Lo vedo costantemente. Dopo il mio sfortunato discorso, il signor Pollingray evitò la nostra casa per due intere settimane, e a stento ci salutò uscendo di chiesa. La signorina Pollingray lo idolatra... lo vizia. Dice che vale venti Charles. Nous savons ce que nous savons, nous autres. Charles è selvaggio, ma Charles sarebbe al di sopra di queste piccinerie. Come potrebbe la signorina Pollingray comprendere il romanticismo della natura di Charles?
Mia sorella Evelina è ora la preferita del signor Pollingray. Lei non potrebbe dirgli Padrino, se anche volesse. Le persone che sono molto viziate a casa, stanno sempre stabilendo favoriti fuori. Per quanto mi riguarda, che mi lodino o meno, so di poter fare qualsiasi cosa mi metta in testa. Al momento scelgo di essere frivola. So di essere frivola. E allora? Se c'è divertimento nel mondo non devo ridere? Li stupirò via via. Ma riderò finché posso. Sono certa, c'è così tanta miseria nel mondo, è una grazia poter ridere. Il signor Pollingray può pensare ciò che vuole di me. Quando Charles mi dice che devo fare del mio meglio per propiziare suo zio, non può intendere che io debba trattenermi dal ridere, perché quella è ipocrisia, che potrei diventare quando avrò attraversato tutti i modi potenziali e non prima.
È assurdo supporre che io debba essere legata alle visioni della vita di persone anziane.
Oserei dire di aver riso un po' troppo l'altra sera, ma potevo farne a meno? Avevamo una cena. Presenti c'erano il signor Pollingray, la signora Kershaw, la gente dei Wilbury (tre), Charles, mio fratello Duncan, Evelina, la mamma, papà, io stessa, e il signor e la signora (mettiamoli per ultimi per enfasi) Romer Pattlecombe, la signora Pattlecombe (lo stesso numero di sillabe di Pollingray, e una ‘P’ per cominciare) è di trentun anni più giovane di suo marito, e ha ventisei anni; piena di spirito, e sempre a prenderlo in giro, la più mite, gentile, buon vecchia cosa, che non si è mai angustiato per nulla e mai lo farà. La signora Romer non solo fa dello spirito, ma è spirito. Quando hai finito di ridere con lei, puoi ridere di lei. È il sale della società in queste parti. Qualcuno, mentre sedevamo sul prato dopo cena, accennò al guaio occorso a papà e mamma, e la mamma, che non ha mai perdonato al signor Pollingray di averla vista in quella ridicola condizione, disse che gli uomini erano a suo parere più pettegoli delle donne. ‘Ciò è indiscutibile, signora’, disse il signor Pollingray, lui ama confonderla; ‘solo, non lo menzioniamo mai’.
‘C'è una scusa per noi’, disse la signora Romer; ‘le nostre prove sono così grandi, richiediamo una diversione, e così parliamo degli altri’.
‘Ora davvero’, disse Charles, ‘non credo che le vostre prove siano pari alle nostre’.
Per la quale osservazione papà lo schernì, e suo zio fu tagliente con lui; e Charles, lo so, parlava per metà seriamente, sebbene stesse cercando di far uscire allo scoperto la signora Romer: lui ha dei problemi.
Da questo, cademmo su un confronto di sofferenze, e la signora Romer prese la parola. È una donna chiara, piuttosto minuta, nervosa, con mani e lineamenti delicati, estremamente simpatica; tanto che mentre le racconti qualcosa, fa mezza smorfia in anticipo, ed è pronta a strillare dalle risate o a scuotere la testa con estremo dolore; e talvolta, se la lasci andare troppo lontano in una direzione, fa entrambe le cose. Tutte le sue narrazioni sono con alti e bassi delle sue mani, dei suoi occhi, del suo mento e della sua voce. Prendendo il povero, buon vecchio signor Romer per il bavero del cappotto, fece come per metterlo in posa, e disse: ‘Ecco! Ora, va benissimo per voi dire che c'è qualcosa di pari alle sofferenze di una donna in questo mondo. Dichiaro che non sapete nulla di ciò che noi infelici donne dobbiamo sopportare. È terribile! Nessuna creatura maschile può possibilmente sapere quali torture io debba subire’.
La mamma abilmente riuscì, dopo averla interrotta, a deviare l'argomento. Penso che tutte le signore immaginassero di essere in pericolo, ma sapevo che alla signora Romer si poteva perfettamente dare fiducia. Ha un arguzia che piace, jusqu’aux ongles, e il suo senso dell'umorismo non sovrasta mai la sua discrezione con più di uno sguardo... mai con preparazione.
‘Ora’, proseguì, ‘lasciate che vi dica quali prove strazianti io debba passare’. Questo uomo,’ scosse il paziente vecchio gentiluomo avanti e indietro, ‘questo uomo sarà la mia morte. È totalmente privo di un senso di proprietà. Ancora e ancora gli dico... non può il sarto tagliare questi calzoni? Sì, signor Amble, lei predica pazienza alle donne, ma questa è troppo per la resistenza di qualsiasi donna. Ora, tenti di immaginare quale agonia debba essere per me: lui si raserà, e indosserà quei calzoni enormemente alti che, quando sono tirati, arrivano dietro fino alla nuca! Solo ieri mattina, mentre ero a letto, potevo vederlo nel suo spogliatoio. Le dico: lui si raserà, e sceglierà il momento per radersi presto dopo aver allacciato questi calzoni immensamente alti che fanno di lui un cartello. Oh, cielo! Mio caro Romer, gliel'ho detto cinquanta volte se gliel'ho detto una, cielo mio! perché non puoi procurarti dei calzoni decenti come quelli che indossano gli altri uomini? Ha solo una risposta... è stato abituato a indossare quei calzoni, e non si sentirebbe a suo agio con un altro paio. E cosa dice se continuo a lamentarmi? e non posso che continuare a lamentarmi, perché non è solo morale, è un tormento fisico vedere lo spettacolo che fa di sé stesso; dice: “Cara, non avresti dovuto sposare un vecchio”. Cosa! dico io a lui, deve un vecchio indossare calzoni antiquati? No! nulla lo cambierà; quelle sono le sue abitudini. Ma, non avete sentito il peggio. Lo spettacolo di quei calzoni orrendi che distruggono totalmente ogni forma nell'uomo, è abbastanza orribile; ma è assolutamente più di quanto una donna possa sopportare vederlo... poiché lui si raserà... prima coprirsi la faccia di sapone bianco con quel ridicolo pezzo centrale dei suoi calzoni che arriva fino alla nuca, e poi, potete immaginare la rabbia e l'angoscia di una donna! la figura solleva il naso per la punta estrema. Oh! è degradazione! Che rispetto può avere una donna per suo marito dopo quella vista? Immaginatelo! E l'ho implorato di risparmiarmelo. È inutile. Voi schernite i nostri cerchi e dite che ne siete infastiditi ma voi gentiluomini non siete degradati... Oh! indicibilmente!... come io lo sono ogni mattina della mia vita per quello spettacolo crudele di un marito’.
Ho solo debolmente abbozzato lo stile della signora Romer. Evelina, che è pudica e la ritiene volgare, si rifiutò di ridere, ma mi colse, come l'immagine del ‘tuo vecchio marito’, con un effetto così irresistibilmente comico che fui sopraffatta da convulsioni di risate. Non mi difendo. Fu un attacco tanto quanto qualsiasi altro. Feci tutto ciò che potevo per arrestarlo. Alla fine, corsi dentro e su per le scale verso la mia camera da letto e cercai duramente di dispossessarmene. Sono certa che fui un esempio delle sofferenze del mio sesso. Difficilmente avrebbe potuto essere peggio per la signora Romer di quanto lo fu per me. Fui annegata in risate interne molto tempo dopo aver ottenuto una faccia seria. All'inizio della serata il signor Pollingray ci lasciò.
CAPITOLO III
LUI
Sono trasportato dal fascino di una risata musicale. Apparentemente sono condannato a sentirla a mie spese. Non siamo sicuri di nulla in questa vita.
Ho deciso di candidarmi per la contea. Un uomo senza occupazione è preda di ogni amo della follia. Sii un dilettante per tutti i tuoi giorni, e potresti altrettanto giustamente sperare di mietere un raccolto morale come se avessi inseguito farfalle. Le attività create da una professione o da un perseguimento determinato sono necessarie alla crescita della mente.
Cielo! Mi ritrovo a scrivere come un figlio illegittimo di La Rochefoucauld, o di Vauvenargues. Ma è vero che ho cinquant'anni, e non sono maturo. Sono sottosviluppato da qualche parte.
La domanda che devo considerare è se questo sviluppo debba essere compiuto colpevolizzandomi di un atto di folle stravaganza.
Dans la cinquantaine! La riflessione dovrebbe produrre una gravità negli uomini. Un tale numero di anni non suonerà come campane nuziali nelle orecchie di un uomo. Ho i miei libri intorno a me, i miei cavalli, i miei cani, una famiglia soddisfatta. Mi muovo al centro di una macchina perfetta, e sono insoddisfatto. Mi alzo presto. Non digerisco male. Cosa c'è che non va?
La calamità del mio caso è che sono in pericolo di tradire ciò che non va in me agli altri, senza saperlo io stesso. Qualche donna sospetterà e chiacchiererà, perché non ha altro da fare. Le ragazze hanno occhi meravigliosamente astuti per una debolezza nel sesso che sono istruite a considerare superiore. Ma sono in guardia.
Il fatto è manifesto: sento di aver vissuto più o meno inutilmente. È un periodo grasso. Ci sono un certo gruppo di uomini in ogni paese prospero che, avendo di che vivere, e non essendo costretti a faticare, vengono sottomessi all'ideale morale. Molti di loro alla fine si siedono con il nostro sesto Enrico o secondo Riccardo e filosofano sui pastori. Non essere migliore di un semplice villano! Sono migliore? Il bacon di prima qualità e un occasionale sorso di birra forte lo soddisfano, e loro non me. Eppure sono sano, e posso sedere per tutta la notte ed essere pronto, e domani mi candiderò per la contea.
Ho dato l'annuncio che avevo pensieri di entrare in Parlamento, prima di aver formato metà della determinazione, alla festa sul prato di mia sorella ieri.
‘Gilbert!’ gridò, e alzò le mani. Una donna è ferita se non le confidi i tuoi piani non appena riesci a concepirli. Deve essere presente per assistere alla nascita, o i tuoi piani sono piani non benedetti.
Avevo parlato in disparte in modo casuale al mio amico Amble, la cui idea è che la Chiesa non sia rappresentata con sufficiente forza ai Comuni, e che subito, come percepii, afferrò la nozione di farmi promuovere svariate misure connesse alle scuole e agli stipendi clericali, poiché i suoi occhi si dilatarono; disse: ‘Beh, se lo fai, posso metterti al corrente di diverse cose’, e impartendo il solito coro di sì alla sua stessa mente, continuò distrattamente: ‘Pollingray potrebbe essere reso forte sulle tasse ecclesiastiche. C'è molto da fare. Ha vissuto all'estero e richiede istruzione in queste cose. Vogliamo un uomo. Sì, sì, sì. È una buona idea; una nozione’.
Mia sorella, tuttavia, era di un'altra opinione. Mi fece l'onore di prendermi in disparte.
‘Gilbert, eri serio poco fa?’
‘Del tutto serio. Non è la mia caratteristica?’
‘Non in queste occasioni. Ho visto l'idea venirti all'improvviso. Stavi guardando Charles’.
‘Continua: e cosa stava guardando lui?’
‘Stava guardando Alice Amble’.
‘E la giovane signora?’
‘Lei guardava te’.
Fui qui attaccato da una mosca singolarmente pertinace, e uscii dal contrasto con una risata.
‘Ha avuto quella condiscendenza verso di me? E dallo sguardo, la mia risoluzione di entrare in Parlamento è nata? È la dottrina del vaudevilliste francese dei grandi eventi da piccole cause. La pantofola di una soubrette fa inciampare il cuore di un re e cambia il destino di una nazione... la storia dell'umanità. Può essere vero. Se fossi solo sparato in Parlamento dall'occhio di una ragazzina!’
Con questo le presi il braccio gaiamente, camminai con lei, e avevo quasi superato me stesso con eccesso di astuzia. Suppongo che siamo ridotti a vedere più chiaramente ciò che sistematicamente tentiamo di velare agli altri. È meglio agitare un fazzoletto, invece di inchiodare una tenda. Il vantaggio principale è che potresti in tal modo continuare a ingannare te stesso, per questa ragione: pochi sentimenti sono interamente fatti di materia; ma quando lo sono per metà, li rendi concreti cercando deliberatamente di schiacciarli o nasconderli, e sei doppiamente tradito... tradito all'occhio assediante e a te stesso. Quando un sentimento è cresciuto fino a diventare una passione (pietosamente io possa esserne risparmiato!) sono richieste tattiche diverse. A quel punto, avrai già tradito te stesso troppo profondamente per osare di essere frivolo: l'occhio investigatore è consapevole di essere stato deliberatamente deviato: conoscendo alcune cose, si assicura del resto da cui lo distogli. Se vuoi nascondere un caso molto grave, devi parlare gravemente a riguardo. In quale stagione, sii solo sicuro della tua voce, e simula una certa profondità di filosofia sentimentale, e potrai ancora una volta, e per un lungo periodo, confondere l'investigatore dei segreti del tuo petto. Per riassumere: negli stadi preliminari di una debolezza, fai attenzione a non mostrare il tuo stesso allarme, o tutto sarà sospettato. Se la debolezza dovesse trasformarsi in febbre, lascia che se ne veda un po', come un uomo incurante, e nulla sarà realmente pensato.
Posso dire questo, posso fare questo; ed è ancora possibile che una punta di spillo sia passata attraverso le giunture dell'armatura di un uomo come me?
Elizabeth lasciò il mio fianco con la convinzione che io sia uno zio tanto premuroso quanto un fratello affettuoso.
Le dissi, a proposito, ‘Sono stato a osservare quei due. Mi sembra stiano decidendo le cose per sé stessi’.
‘Stavo per parlarti di loro Gilbert’, disse lei.
E io: ‘La ragazza deve essere studiata. La famiglia è buona. Mentre Charles è in Galles, devi averla a Dayton. Ride piuttosto vacantemente, non pensi? ma il suono ha il giusto anello salutare. Le darò l'attenzione che posso mentre è qui, ma nel frattempo devo avere una sposa tutta mia e iniziare il corteggiamento’.
‘Parlamento, intendi’, disse Elizabeth con un sorriso franco e tenero. L'ostessa fu chiamata per dare il benvenuto a un nuovo ospite, e lei mi lasciò, compiaciuta del suo riuscito sforzo di comprendere il mio significato, e assorbita da esso.
Non avrei sfidato Machiavelli; ma non avrei incontrato il fiorentino con rammarico. Provo lo stesso vivo piacere per la destrezza intellettuale. Su alcuni punti mia sorella non è una cattiva avversaria per me. Può battermi in sette partite su dodici a scacchi; ma le cinque che vinco sono consecutive, perché allora sono sveglio. Esiste l'arte naturale e l'arte artificiale, e quest'ultima batte la prima. Fortunatamente per noi, le donne sono estranee a quest'ultima. Hanno dovuto gettare via una maschera prima di aver ricevuto l'istruzione; così, quando sono armate in tal modo, sappiamo cosa incontriamo e quali sono le armi da usare.
Alice, se è davvero una fine schermitrice, si aspetterà di incontrare in me l'ordinario gentiluomo di campagna inglese. L'ho vista al fonte battesimale! È inconcepibile. Si immaginerà di essere almeno dieci volte più sottile di me. Quando prenderò il sopravvento - è improbabile che io ne diventi il padrone. Ciò che potrebbe accadere è che la natura della ragazza si rivelerà, sotto la luce cruda dell'intimità, volgare. Charles lo farò stare lontano per sei settimane; così ci sarà tempo a sufficienza per il periodo di prova. Non lo vedrò finché non tornerà. Se per caso fossi venuto prima a trovarlo e lui avesse alluso a lei, avrebbe avuto la mia coscienza dalla sua parte, ed è ciò che un uomo scrupoloso si guarda bene dall'evitare.
Mi chiedo se i miei amici mi immaginino come lo stesso uomo che conoscevano come Gilbert Pollingray un mese fa? Vedo il cambiamento, sento il cambiamento; ma non ho introspezione, non ho rimorso, non guardo avanti, non provo nulla: niente per gli altri, pochissimo, per me stesso. Mi dicono che sto perdendo fluidità come conversatore a tavola. Ora trovo più sapore in una risata argentata che in uno spirito speziato. E questo è l'uomo che conosce le donne, ed è fin troppo modesto per dare un giudizio deciso su uno qualsiasi dei loro meriti. Per quanto possa scrutarmi dentro, non so dire quando sia iniziato il cambiamento, o in cosa consista, o cosa non vada in me, o quale fascino ci sia nella persona che causa il danno. Lei è la controparte di dozzine di ragazze; vivace, occhi castani, capelli castani, di scarsa educazione – non è troppo duro dirlo – leggermente di scarsa educazione; semi-istruita, se sia arguta non oso opinare. È senza dubbio l'ultima che io o un'altra persona avremmo scelto come colei che mi avrebbe procurato questo male assoluto. Non la conosco, e credo di non avere interesse a conoscerla, e sto bramando l'ora in cui potrò studiarla. Non è questo avere il veleno di un morso nel proprio sangue? L'ira di Venere non è una favola. Ero un avido lettore e disprezzavo il sesso in gioventù, prima che le proprietà di famiglia passassero a me; da allora ho ammirato giocosamente il sesso; ho civettato con una passione, e non ho letto affatto, se non per svago: la sua ira non è una favola. Si possono interpretare molti racconti mitici con i fatti che risiedono nel proprio sangue. Le mie emozioni sono rimaste del tutto dormienti nell'attaccamento sentimentale. Ho, suppongo, vantato di aver ucciso il Pitone, e Cupido mi ha sfiorato con una freccia. Confido nella mia abilità piuttosto che nella sua pietà per evitare una seconda freccia dalla sua faretra. Comprenderò questa ragazza anche se dovessi sottopormi a una stretta intimità con lei per sei mesi. Non c'è dubbio sull'eleganza dei suoi movimenti. Charles farebbe meglio a fare il suo viaggio e a lasciarci rivedere l'anno prossimo. Sì, i suoi movimenti sono (o saranno) aggraziati. Tra un anno avrà acquisito i toni più pieni e la poesia della femminilità. Forse allora, anche il suo sorriso indugerà invece di lampeggiare. Ho conosciuto donne infinitamente più incantevoli di lei. Una ne ho conosciuta! ma lasciamo stare. Louise e io ci siamo detti addio da tempo.
CAPITOLO IV
LEI
Eccomi installata a Dayton Manor House, e portata qui allo scopo preciso (così Charles mi ha scritto) di essere studiata, affinché si possa vedere se sono degna di essere, in qualche augusta occasione futura – forse – un membro (Oh, così tanto da mormorare!) di questa grande famiglia. Se l'avessi saputo quando stavo partendo da casa, avrei annullato la legatura delle mie valigie. Se vi piace, io faccio l'imballaggio, non la legatura. Devo esercitarmi a essere educata, o spaventerò queste brave persone.
Sono mortalmente offesa. Sono molto, molto arrabbiata. Mostrerò il mio carattere. Anzi, l'ho mostrato. Il signor Pollingray deve pensare, e pensa, che io sia un'oca. Caro signore, e penso che lei sia giustificato. Se qualcuno pretende di indovinare come, ho dei nomi adatti a quella persona. Sono un'idiota, una scimmia, e badate che mi chiamo queste brutte cose perché ne merito di peggiori. Sono volubile, credo di essere senza cuore. Charles è via, e non soffro di alcun tormento. La verità è che mi credevo estremamente penetrante, ed era la mia vanità a guardarsi in uno specchio. Vedevo qualcosa che rispondeva ai miei cenni e ai miei saluti e... ma mi verg,ogno, e sono così penitente che potrei iniziare a fare una collezione di scarabei. Non riesco a sollevare la testa.
Il signor Pollingray è un uomo così diverso da quello che avevo immaginato! Com'era quello, ora l'ho del tutto dimenticato. Ricordo troppo chiaramente com'era la sciocca che tirava a indovinare. Sono tre settimane che sono a Dayton, e se le mie sorelle mi riconosceranno quando tornerò in canonica, non sono delle vergini stolte. Per quanto mi riguarda, so che odierò sempre la signora Romer Pattlecombe, e che sono ingiusta verso quella brava donna, ma la odio davvero, e trovo le storie scioccanti, e mi chiedo intensamente cosa mai potessi trovarci di divertente. Non riderò mai più per molti anni. Forse, quando sarò una vecchia donna, potrei. Vorrei che il tempo fosse arrivato. Tutti i giovani mi sembrano così impotentemente sciocchi. Per il momento sono una di loro, e non ho speranza di poter apparire nient'altro. I giovani sono una folla – un banco di pesci piccoli. I loro anziani sono gli eletti del mondo.
La mattina del giorno in cui dovevo lasciare casa per Dayton, una distanza di otto miglia, guardai fuori dalla finestra mentre mi vestivo – presto, alle sette e mezza – e vidi il mozzo del signor Pollingray a cavallo, che conduceva avanti e indietro lungo il sentiero un adorabile piccolo cavallino nero, rotondo e paffuto, che fece balzare il mio cuore con un immenso slancio di desiderio di salirci sopra e scappare lungo le colline. E poi la cameriera venne alla mia porta con una lettera:
«Il signor Pollingray, in cambio del suo comportamento premuroso e del risparmio di disturbo che gli ha recato ufficialmente, prega la sua figlioccia di accettare il piccolo animale qui accompagnato: altezza 14 mani, età 3 anni e mezzo; caccia, ha il passo sicuro, ed è probabile che sia il miglior saltatore della contea.»
Volai al piano di sotto. Corsi fuori di casa verso il mio tesoro, gli baciai il naso e gli accarezzai la criniera. Non riuscivo a staccare le dita da lui. I cavalli sono così simili alle migliori e più belle donne quando le accarezzi. Mostrano così tanto il loro piacere nell'essere vezzeggiati. Incurvano il collo, scalpitano e sembrano orgogliosi. Prendono le tue lusinghe come sole e ne sono deliziosi. Baciai la mia bellezza, scrutando la sua pelle maculata di nero, che sembra Allingborough Heath al crepuscolo. L'odore della sua nuova sella e della pelle della briglia era più dolce di un giardino per me. L'uomo mi porse un grande frustino montato in argento. Desideravo saltare in sella e cavalcare fino a mezzanotte.
Poi mamma e papà uscirono, lessero il biglietto e guardarono il mio adorabile cavallino, e le mie sorelle lo videro e mi baciarono, perché non sono ragazze invidiose. La cosa più angosciante era che non avevamo un abito da amazzone in famiglia. Ero pronta a indossare qualsiasi cosa. Avrei cavalcato vestita da spaventapasseri piuttosto che non cavalcare affatto. Ma mamma mi diede la promessa che in due giorni un abito da amazzone sarebbe stato mandato a Dayton, e dovetti lasciare che il mio animale fosse riportato da dove era venuto. Non ho avuto vita finché non l'ho seguito. Avrei potuto credere che fosse un principe delle fate che mi aveva incantato. Lo chiamai Principe Leboo, perché era nero e buono. Perdono chiunque parli di primo amore dopo quello che è stata la mia esperienza con il Principe Leboo.
Cosa pensasse papà del regalo non lo so, ma so molto bene cosa pensasse mamma: e per quanto mi riguarda, pensavo a tutto, non includendo distintamente quello, perché non potevo supporre tale egoismo in qualcuno così generoso come il signor Pollingray. Ma arrivai a Dayton in uno stato di orgoglio arrogante, che dava sicurezza se non naturalezza ai miei modi. Ringraziai il signor Pollingray calorosamente, ma in un modo da fargli capire che si trattava di una questione di cavallo tra noi. «Lei dà, io registro i ringraziamenti, e finisce qui.»
«Mi pensa una sciocca! una sciocca!»
«Il mio abito», dissi, «arriverà dopo di me. Spero che faremo delle cavalcate insieme.»
«Molte», rispose il signor Pollingray, e il suo inchino mi gonfiò di idee sulla mia condiscendenza.
E poiché la signorina Pollingray (la chiama Regina Elisabetta) sembrava mezzo triste, l'ho interpretato...! Non scrivo cosa ho interpretato che fosse.
Guardate la più grande sciocca di tutta la creazione femminile condotta per la casa dal signor Pollingray. Mi mostrò i ritratti di famiglia.
«Non sono una giudice di quadri, signor Pollingray.»
«Imparerà a vedere i pregi di questi.»
«Temo di no, anche se dovessi studiarli per anni.»
«Potrebbe avere quell'opportunità.»
«Oh! questo è più di quanto possa aspettarmi.»
«Svilupperà intelligenza su tali argomenti a tempo debito.»
Un colpo sordo e lontano mi colpì in questa osservazione; ma non vi prestai attenzione.
Mi condusse per i giardini e i terreni. Il Grande John Methlyn Pollingray piantò quegli alberi, e progettò la casa, e il giardino fiorito parla ancora del suo compito; ma non è il mio padrone, e di conseguenza non potevo condividere la venerazione dei suoi tre pronipoti per lui. Ci sono alti boschi di abeti e boschi di faggi, e un lungo prato stretto in salita tra di essi, attraverso il quale un ruscello cade in continue cascate. È il tipo di scena che amo, perché ha una grandezza boschiva e una solitudine che mi porta a pensare e fa di me una ragazza migliore. Ma quello che dissi fu: «Sì, è il posto di tutti gli altri dove venire a stabilirsi per la sera dei propri giorni.»
«Non potrebbe abituarsi ora?» disse il signor Pollingray.
«Ora?» la mia espressione del viso deve essere stata un quadro.
«Si sente chiamata a declinare una tale residenza nel mattino dei suoi giorni?»
Insistette nel guardarmi mentre parlava, e mi sentii come qualcosa che appassiva scarlatto.
Sono convinta che abbia visto attraverso di me, mentre il suo viso era bronzo lucido. La mia padronanza di me stessa ritornò, poiché il mio orgoglio non doveva essere disperso immediatamente.
«La prego, mi porti alle scuderie», implorai; e lì ero a casa. Lì vidi il mio Principe Leboo, e gli diedi mille carezze.
«Mi conosce già», dissi.
«Allora è di qualche grado in vantaggio rispetto a me», disse il signor Pollingray.
Non è la fredda dissezione del carattere di qualcuno un procedimento crudele? E penso anche che una forma di ospitalità come questa, per cui sono invitata a essere analizzata a mio agio, sia meschina e vile. Sono stata trattata gentilmente e sono grata, ma dico ancora (anche se potrei essere migliorata sotto di essa) che è ingiusto.
Per procedere: arrivò l'ora di cena. L'atmosfera della sua stessa casa sembra favorire il signor Pollingray come certi terreni e siti ne favoriscono altri. Entrò nella sala da pranzo tra noi con le mani dietro la schiena, parlando a entrambe così facilmente e fluidamente, allegramente, naturalmente e piacevolmente, inimitabile da qualsiasi giovane! Difficilmente senti il cambiamento di stanza. Eravamo solo in tre a tavola, ma non mancava l'intrattenimento. Il signor Pollingray è un ospite ammirevole; parla quanto basta lui stesso e ti aiuta a parlare. Ciò che mi conforta è che gli procura vero piacere vedere un appetito cordiale. I giovani, lo so per certo, non amano mai del tutto che noi siamo così umani. Ah! chi ha ragione? Non vorrei perdere la fede nella nostra essenza più nobile che Charles ha. Ma, se è più nobile? Qualcuno che ha vissuto più a lungo nel mondo dovrebbe saperne di più, e il signor Pollingray approva la naturalezza in tutto. Ho visto attraverso gli occhi di Charles per diversi mesi; così implicitamente che sono timida quando sogno di affidarmi al giudizio di un altro. È, tuttavia, un fatto che non sono del tutto naturale con Charles.
Ogni giorno il signor Pollingray indossa l'abito da sera per deferenza verso sua sorella. Se i giovani avessero queste buone abitudini guadagnerebbero il nostro rispetto e perderebbero la propria autostima meno presto.
Dopo cena ho cantato. Poi il signor Pollingray ci ha letto un saggio divertente e si è ritirato nella sua biblioteca. La signorina Pollingray si è seduta e mi ha parlato di suo fratello e di suo nipote – per il quale è che il signor Pollingray sta iniziando a ricevere compagnia e sta entrando in società. La lettera ricevuta successivamente da Charles ha spiegato il «ricevere compagnia». Non potevo comprenderlo all'epoca.
«La casa è stata chiusa per anni, o raramente abitata da noi per più di un mese all'anno. Il signor Pollingray preferisce la Francia. Tutte le sue associazioni, posso dire le sue simpatie, sono in Francia. Ultimamente sembra essere cambiato un po'; ma dalla Normandia alla Touraine e al Delfinato – avevamo una casa triangolare laggiù. Anzi, l'abbiamo ancora. Non sono mai sicura di mio fratello.»
Mentre la signorina Pollingray parlava, i miei occhi erano fissi su un disegno a pastello di Vidal, leggermente colorato con gessetti, di una signora straniera – avrei potuto giurare che fosse francese – giovane, proprio una ragazzina, dubito che la sua età fosse superiore alla mia.
«È carina, non è vero?» disse la signorina Pollingray.
«È quasi bella», esclamai, e la signorina Pollingray, vedendo la mia curiosità, fu così gentile da non tenermi sulle spine.
«Quella è la marchesa di Mazardouin, nata Louise de Riverolles. Vedrà altri ritratti di lei in casa. Questo è il più giovane di tutti, se escludo uno che rappresenta una neonata e che porta le sue iniziali.»
Ricordai di aver notato una somiglianza di tratti in alcuni dei ritratti nelle diverse stanze. Il mio desiderio di guardarli di nuovo era come un improvviso getto di fiamma dentro di me. Non c'era possibilità di vederli fino al mattino; così, promettendomi di sognare il volto che avevo davanti, ho sonnecchiato durante una conversazione con la mia ospite, finché non ho avuto gli occhi, i capelli e i contorni generali della signora francese impressi accuratamente, come speravo, nella mia mente. Non appena fui sulla strada per andare a letto, tutto era svanito. Il tormento di cercare di evocare quel volto era inconcepibile. Mi sono stesa, mi sono agitata, mi sono girata a destra e a sinistra, e ho disperso il mio sonno; ma a poco a poco i miei pensieri sono tornati al signor Pollingray, e allora, come l'inchiostro simpatico tenuto al calore, l'ho rivista; ma vividamente, com'era quando sedeva per l'artista. I capelli erano naturalmente crespi, ondeggianti tre volte sulla fronte e spazzolati via dalle tempie, mostrando le piccole orecchie, e legati in un nodo sciolto dietro. Le sue sopracciglia erano folte e scure, ma morbide; sopracciglia fluenti; di gran lunga più incantevoli, secondo me, di qualsiasi arco disegnato a matita. Occhi scuri, e pieni, non sporgenti. Trovo poca espressione di sentimento interiore in occhi molto sporgenti. Al contrario, sembrano avere una dipendenza di sguardo simile a quella di un pesce su ciò che è fuori, e mostrano profondità pesciose, se ce ne sono. Ad esempio, i miei occhi sono piuttosto sporgenti, e sono proprio la piccola sciocca – ma la signora francese è il mio tema. Madame la Marquise, i vostri occhi sono più dolci per me di quelli celestiali. Non ho mai visto tanta candore e innocenza non affettata in degli occhi prima d'ora. Accetti il complimento della pauvre Anglaise. Ha fatto danni con essi? Il delicato schizzo di Vidal le ha reso giustizia? Le sue labbra e il suo mento e la sua gola riposano in una tale grazia giovanile che, se mai avrò la fortuna di vederla, non sarà invecchiata per me!
Ho dormito e l'ho sognata.
Al mattino, mi sono sentita certa che avesse spesso detto: «Mon cher Gilbert», al signor Pollingray. Aveva mai detto: «Ma chere Louise?» Avrebbe potuto dire: «Ma bien aimee!» perché era un volto da amare.
Il mio cambiamento di sentimento verso di lui risale a quella mattina. In precedenza mi era sembrato un uomo molto più vecchio. Ho percepito in lui ora una giovinezza che va oltre il semplice vigore fisico. Non riuscivo a separarlo dai miei sogni della notte. Insiste nel rivolgersi a me con i termini del nostro rapporto «ufficiale», come se ne facesse un principio del nostro interscambio.
«Bene, e il suo padrino deve congratularsi con lei per aver fatto un riposo tranquillo?» è stato il suo saluto.
Ho risposto stupidamente: «Oh, sì, grazie», e avrei dato mondi per il coraggio di rispondere in francese, ma non mi fidavo del mio accento. A colazione, l'opportunità o meglio la scusa per un tentativo, è stata offerta. Il suo cameriere francese, Francois, lo serve a colazione. Il signor Pollingray e sua sorella chiedevano le cose in lingua francese, e, come temendo qualche violazione di civiltà, il signor Pollingray mi ha chiesto se conoscessi il francese.
«Sì, lo conosco; cioè, lo capisco», balbettai. «Allons, nous parlerons francais», ha detto lui. Ma ho scosso la testa e sono rimasta come una sciocca muta.
Sono stata indotta verso la fine del pasto a uscire con poche parole francesi. Ero completamente confusa. Il signor Pollingray ha preso il modo francese di protestare che si è tutto fuorché perfetti nel parlare. So quanto deve essere suonato assurdo. Ma ho sentito la sua gentilezza, e nel mio cuore lo ho ringraziato umilmente. Credo ora che una residenza in Francia non deteriori un inglese. Il signor Pollingray, quando è nella sua casa, ha le migliori qualità dei due paesi. È gaio, e, sì, mentre lui studia me, io sto studiando lui. Chi di noi due conoscerà l'altro per primo? Era l'amico di college di papà – il junior di papà, ovviamente, e infinitamente più junior di papà ora. Osservo quella debolezza in lui, intendo, il suo aggrapparsi alla giovinezza, sempre meno; ma la vedo, non posso essere del tutto in errore. La verità è che inizio a sentire che non posso avventurarmi a diffidare del mio infallibile giudizio, o non avrò alcuna fiducia in me stessa.
Dopo colazione, sono stata consegnata alla signorina Pollingray, con l'intimidazione che non l'avrei visto fino a cena.
«Gilbert è ansioso di coltivare la società dei suoi vicini inglesi, ora che si è, come suppone, realmente stabilito tra loro», mi ha fatto notare. «Alla sua età, il desiderio di essere utile è quasi una malattia. Ma, lui nutre i poveri, e quella è più di un'occupazione, è una virtù.»
Il suo modo di parlare è diventato occasionalmente francese nella costruzione delle frasi.
«Mais oui», ho detto timidamente, ed essendo sola con lei, non sono stata respinta dal suo sorriso, specialmente perché lei mi incoraggiava.
«Devo», mi ha detto, «vedere una monde di francesi qui a settembre». Dunque, la mia storia deve essere completata, o continuata a settembre. Non sono riuscita a farmi dire chiaramente da Miss Pollingray se Madame la Marquise sarà tra gli ospiti. Ma so che non è vedova. In tal caso, ha un marito. In tal caso, qual è la storia dei suoi rapporti con Mr. Pollingray? Deve esserci una storia. Non avrebbe certamente così tanti suoi ritratti in giro per la casa (e viaggiano con lui ovunque vada) se per lui fosse solo un volto incantevole. Non riesco a capirlo. Erano visitatori frequenti, costanti, l'uno della tenuta dell'altra in Francia; sempre insieme. Forse un uomo dell'età di Mr. Pollingray, o forse M. le Marquis... e qui mi perdo. Le abitudini francesi sono così diverse dalle nostre. Di una cosa sono certa: non si può muovere alcuna accusa contro il mio inglese. Leggo una rettitudine perfetta sul suo volto. Getterei l'ancora accanto a lui. Deve aver avuto un'infelicità terribile.
La mamma ha mantenuto la promessa mandandomi puntualmente l'abito da equitazione e il cappello, ma io avevo corso ben oltre tutti i desideri che avevo formulato quando ho lasciato casa, e temevo a metà la mia cavalcata con Mr. Pollingray. Questo prima di aver ricevuto la lettera di Charles, che mi faceva conoscere lo scopo del mio invito qui. A volte ho bisogno di un orgoglio morboso per mantenermi all'altezza del compito. Suppongo di aver cavalcato in modo consono, poiché Mr. Pollingray ha lodato la mia postura a cavallo. So di saper cavalcare, o di sentire il «soffio di un cavallo come il mio» — come lo chiama lui. Eppure non avrebbe mai potuto avere una compagna più noiosa. La mia conversazione era tutta sì e no, come se procedesse su un paio di stampelle come una miserabile storpia. Ero umiliata e seccata. Per tutto il tempo cercavo di arrivare a parlare della dama francese, e non riuscivo a iniziare con una singola domanda. Sembra aver cancellato il passato sotto ogni aspetto, tranne quello di chiamarmi figlioccia. Il suo discorso verteva sui poveri inglesi, sulla vegetazione, sulla bontà di papà verso le sue vecchie dame nella parrocchia di Ickleworth, e su difetti della mia educazione riconosciuti da me, ma che difficilmente mi avrebbero risollevata nel mio stato depresso. La cavalcata è stata bellissima. Abbiamo percorso per intero un crinale di dodici miglia tra Ickleworth e Hillford, su alte terre comuni, con viste immense su entrambi i lati, e attraverso boschi di faggi, boschi di querce, vallette coperte di ginestre e colline punteggiate di ginepri e tassi — antichi luoghi di picnic per me, ma il fresco entusiasmo di Mr. Pollingray per il paesaggio li faceva sembrare nuovi e strani. Ritorno attraverso la valle.
Il giorno dopo Miss Pollingray si è unita a noi, indossando un feutre gris e una piuma verde, il che sembrava eccessivamente strano finché non ci si abituava. I suoi capelli hanno decise striature grigie, e quello, e il naso da Regina Elisabetta, e il feutre gris!... ma è così gentile che non riuscivo nemmeno a sorridere nel mio cuore. È singolare che Mr. Pollingray, che ha solo tre anni meno di lei, dovrebbe sembrare almeno vent'anni più giovane — almeno. I suoi baffi e la sua barba sono del colore di un covone di grano, e i suoi occhi azzurri che brillano sopra di essi mi ricordano l'estate. Questo lo descrive. Lui è l'estate, e non è ancora caduto nel suo autunno. Miss Pollingray mi ha aiutata a parlare un po'. Ha cercato di frenare l'entusiasmo di suo fratello per il nostro scenario, ed ha esaltato il paysage francese. Lui rideva di lei, poiché quando erano in Francia era lei che soleva dire: «Non c'è nulla qui come l'Inghilterra!». Miss Sciocca cavalcava tra loro, attenta al tintinnio dei campanelli nel suo berretto: «Sì» e «No» al comando di chiunque, dentro e fuori stagione.
Grazie, Charles, per la tua lettera! Stavo cominciando a pensare che il mio invito a Dayton fosse inspiegabile, quando quella lettera è arrivata. Non posso che ritenere un'indegna bassezza attirare una ragazza per studiarla senza avvertirla. Sono andata in camera mia dopo averla letta, e ho scritto in risposta finché non ha suonato la campana della colazione. Ho ripreso la mia occupazione un'ora dopo, e ho scritto fino all'una. In tutto, quindici pagine di scrittura, che ho accuratamente piegato e indirizzato a Charles; ho sigillato la busta, l'ho affrancata e l'ho distrutta. Sono andata a letto. «No, oggi non uscirò a cavallo, ho mal di testa!» L'ho ripetuto circa una mezza dozzina di volte a nessuno che bussasse alla porta, e quando finalmente qualcuno ha bussato ho cercato di ripeterlo una volta, ma avendo ricevuto il messaggio che Mr. Pollingray desiderava particolarmente la mia compagnia in una cavalcata, mi sono alzata sottomessa e ho pianto. Questa umiliazione ha reso il mio carattere feroce. Mr. Pollingray ha osservato il mio volto e lo ha annotato nel suo taccuino. «Una disposizione selvaggia», o no, «Una piccola ribelle indomata»; poiché ha speranze su di me. Ha avuto la crudeltà di dirlo.
«Ciò che sono, rimarrò», ho detto.
Mi ha informato che era perfettamente naturale che io lo pensassi; e alla mia replica che le persone dovrebbero conoscere meglio se stesse: «Alla mia età, forse», ha detto, e ha aggiunto, «Non posso parlare molto con sicurezza della mia conoscenza di me stesso».
«Allora ci fate apparire nient'altro che marionette, Mr. Pollingray».
«Se abbiamo mancato un primo apprendistato all'abitudine dell'autocontrollo, ma filleule».
«Merci, mon parrain».
Lui ha riso. Il mio francese, suppongo.
Ho deciso che, se voleva studiarmi, lo avrei aiutato.
«Posso controllare me stessa quando voglio, ma è solo quando voglio».
Questo mi è sembrato un discorso abbastanza ragionevole, finché non l'ho visto cercare qualcosa da seguire, come spiegazione, e arrivando a vagliare il mio significato, ho visto che era il mio temperamento, e diventando più arrabbiata, ho continuato:
«Il tipo di giovani che hanno un così meraviglioso controllo di sé non sono i più piacevoli».
«No», ha detto; «ci deludono. Ci aspettiamo follia dai giovani».
Ho chiuso le labbra. Il principe Leboo sapeva che doveva andare, e un buon galoppo mi ha riconciliata con le circostanze. Poi sono stata messa a saltare piccole ginestre e fossi, cosa che non si può fingere di fare senza una discreta parvenza di gaiezza; poiché, mentre corri il rischio di una caduta, sei costretta ad apparire allegra e gaia, almeno, io lo sono. Cadere corrucciata non va mai bene. Non ho avuto cadute. Il mio galante Leboo ha fatto balzare il mio cuore d'amore per lui, anche se vi erano legate delle macine. Posso essere seccata quando inizio, ma presto scaccio un cattivo temperamento cavalcando. Ed è mio! Sono certamente incostante verso Charles, perché penso a Leboo cinquanta volte di più. Inoltre, non c'è ancora alcun fidanzamento tra Charles e me. Devo prima essere approvata come degna da Mr. e Miss Pollingray: due paia di occhi e orecchie, sopra i quali vedo seduto un gufo solennemente piumato, che studia i loro rapporti su di me. È un calvario molto crudele a cui sottoporre qualsiasi giovane donna inesperta. È stato concepito duramente e viene eseguito senza rimorsi. Mi lamenterei più rumorosamente — con strilli — se potessi dire di essere infelice; ma ogni notte guardo fuori dalla finestra prima di andare a letto e vedo le lunghe cadute del giovane fiume attraverso il prato, e i boschi oscuri che sembrano racchiudere la casa dal male: sogno l'antico abitante, i suoi antenati, e le moltitudini di primavere in cui i fiori selvatici sono fioriti in quei boschi e gli usignoli vi hanno cantato. E sento che non ci sarà mai una casa per me come Dayton.
CAPITOLO V
LUI
Per vent'anni della mia vita ho abbracciato il fantasma della donna più bella che abbia mai respirato. Mi sono sottomesso ai suoi capricci, ho adorato i suoi piedi, ho, credo, rafforzato i suoi principi. Ho fatto tutto nella mia devozione, eccetto adottare la sua fede religiosa. E ho, come confidavo qualche tempo fa, preso coscienza che quei vent'anni sono stati un periodo di puro passatempo sentimentale, perfettamente inutile, infruttuoso, a meno che, come è possibile, non mi abbia salvato da altre follie. Ma era una follia in sé. Può la propria natura essere troppo salda? La questione se un pizzico di frivolezza non possa essere una salvaguardia mi è sorta spesso davanti. La verità, devo imparare a pensare, è che il mio potere mentale non è all'altezza della mia concezione ideale o sentimentale e della mia nativa tenacia di attaccamento. Sono caduto in una delle trappole di un uomo benintenzionato ma ozioso. Il mondo discredita l'esistenza del platonismo puro nell'amore. Io stesso riesco a malapena a guardare indietro a quei vent'anni di servilismo amoroso con una piena comprensione della parte che ho recitato in essi. Eppure non vorrei rinunciare volentieri all'esaltata ammirazione di Louise per la mia costanza: altrettanto poco volentieri quanto avrei messo a repentaglio la sua purezza. Mi aggrappo al passato come a qualcosa in cui ho meritato bene, sebbene sia a malapena soddisfatto di esso. Secondo le nostre nozioni inglesi conosco il mio nome. Le nozioni inglesi, tuttavia, non devono essere accettate in ogni materia, così come la dichiarazione piatta di un fatto non lo svilupperà in tutte le sue conseguenze. Quando la nostra società inglese sarà avanzata verso un'alta civiltà, sarà meno espansiva nel denunciare le stupidità superiori. Tra noi, molto del giudizio sociale di Bodge sui rapporti tra uomini e donne è l'opinione stereotipata della terra. Esiste qui il dictum per un uomo che adora una donna che è posseduta da un marito. Se l'ha adorata a lungo, e ha saputo di essere preferito da lei nell'innocenza di cuore; se ha risolto il problema di essere il signore del suo petto, senza cercare vilmente di degradarla a essere la sua amante; gli epiteti per caratterizzarlo nel nostro vernacolo saranno probabilmente tanto meno lusinghieri. Politicamente siamo il popolo più autocosciente sulla terra, e socialmente gli animali più franchi. Il terrorismo delle nostre leggi sociali è eminentemente utile, poiché senza di esso animali franchi come siamo potrebbero incorrere in cattivi eccessi. Giudico piuttosto dall'evidenza astratta che dagli esempi che le nostre belle matrone danno agli sbalorditi stranieri quando sono all'estero.
Louise scrive che suo marito è paralizzato. Il marchese de Mazardouin sta finalmente assaggiando la sua mortalità. Tengo a mente il giorno in cui l'ha sposata. Lei dice che si è rivolto al consiglio sacerdotale, e, come una donna, lei lo loda per questo. È l'unica cosa che non ho fatto per piacerle. Lei anticipa il suo decesso. Se fosse libera... cosa allora? Il mio cuore non batte più forte al pensiero. Ci sono vent'anni sopra di esso, e costituiscono un grande peso. Ma ho il desiderio che lei venga da noi. La vecchia follia potrebbe salvarmi da quella nuova. Non che io sia ulteriormente perseguitato dal timore di essere in pericolo imminente qui. Ho stabilito un dominio adeguato sulla mia giovane signora. «Nous avons changé de rôle». Alice è sottomessa; ride debolmente, sta diventando consapevole — un fatto da rimpiangere, se volessi controllare la crescita della creatura. C'è una vasta capacità nella ragazza. Chiaramente non ha centrato i suoi affetti su Charles, così che la coscienza di un uomo potrebbe essere a suo agio se... se scegliesse di ignorare ciò che è dovuto alla decenza. Ma perché, quando lo contesto, mi inchino all'opinione del mondo riguardante la disparità di anni tra marito e moglie? Conosco innumerevoli casi di un vecchio marito che rende felice una giovane moglie. Il mio amico, il Dr. Galliot, ha sposato la sua pupilla, e ha avuto la moglie migliore di qualsiasi uomo di mia conoscenza. Ha pubblicato i suoi dotti manoscritti sin dalla sua morte. Quello è un caso estremo, poiché lui aveva quarantacinque anni più di lei, ed era calvo all'altare. Il vecchio generale Althorpe ha sposato Julia Dahoop, e, se non fosse per la sua pretestuosa gelosia verso di lei, potrebbe essere citato a prova che i calcoli ordinari non devono essere un giogo sul collo di chi cerca seriamente di sposare un compagno adatto, sebbene tardi nella vita. Ma cosa sono cinquant'anni? Segnano il fiore dell'esistenza di un uomo sano. A quell'età ha visto il mondo, può decidere, e sistemarsi, ed è virtualmente più eligibile — per usare la frase gergale dei pettegoli — di un giovane uomo, persino per una ragazza giovane. E non può una qualche bella e fresca ricompensa essere giustamente reclamata come la corona di una carriera virtuosa?
Dico tutto questo, eppure il mio sentimento reale è come se fossi calvo come il Dr. Galliot e geloso come il generale Althorpe. Poiché, con la mia profonda conoscenza di me stesso, io, se fossi come uno di loro, non mi sarei offerto alla mercé di una donna giovane, o del mondo. Né, come sono e so di essere, mi offrirei alla mercé di Alice Amble. Quando la mia filleule è entrata per la prima volta a Dayton aveva alcune idee singolarmente audaci tutte sue. Quelle vivide percezioni femminili giovani e le immaginazioni indomate sono cose disperate da incontrare. Non c'è nulla fuori della loro portata. La nostra sicurezza da esse risiede nel fatto che vedono sempre troppo, e immaginano troppo selvaggiamente; così che, con un piccolo aiuto da parte nostra, possono essere insegnate a diffidare di se stesse; e quando hanno una volta diffidato di se stesse, non dobbiamo più temerle: la loro vitalità soprannaturale è svanita. Immagino la mia graziosa Alice in questo stato ora. Ci lascia domani. In autunno l'avremo di nuovo con noi, e Louise la scruterà con compassione. Desidero che si incontrino. Sarà difficilmente giusto per la ragazza inglese, ma, se sto nel varco tra loro, evocherò non poca quantità di sentimento patriottico dormiente. La contemplazione del contrasto, inoltre, può salvarmi da entrambe: come l'asino logico con i due fasci di fieno su entrambi i lati.
CAPITOLO VI
LEI
Sono a casa. Non c'è mai stato nessuno che si sia sentito così estraneo nella propria casa. Non è passato un mese da quando ho lasciato le mie sorelle, e ricordo a malapena di conoscerle. Tutte loro, e persino papà, sembrano pensare a cose così meschine. Si lamentano che non dico loro nulla. Cosa ho da dire? Il mio Principe! il mio Leboo, se potessi stare nel box con te, allora mi sentirei completamente felice! Cioè, se riuscissi ad addormentarmi. Evelina dichiara che non siamo a otto miglia da Dayton. Mi sembra di essere a otto milioni di miglia di distanza, e passerò tutta la vita a viaggiare lungo una strada stancante per arrivarci di nuovo solo per un lungo giorno soleggiato. E potrebbe piovere quando ci arrivo, dopo tutto! Nessuno conosce il mio guaio. Nessuno conosce nulla!
La notte prima della mia partenza, Miss Pollingray mi ha fatto l'onore di accompagnarmi fino alla mia camera da letto. Mi ha parlato in modo indagatore di Charles; ma non ha preteso risposte compromettenti. Non è a favore dei matrimoni precoci, quindi desidera semplicemente conoscere la base su cui stiamo: quella di amici. L'ho rassicurata che siamo semplicemente amici. «È la base più ferma di un attaccamento», ha detto; e non ho guardato in fretta.
Ma ho ottenuto il mio scopo. L'ho portata a parlare della bellissima Marchesa. Questa è la storia. Mr. Pollingray, quando era un uomo molto giovane, e relativamente povero, andò in Francia con buone presentazioni, e lì vide e si innamorò di Louise de Riverolles. Lei ricambiò la sua passione. Se avesse acconsentito ad abiurare la sua religione e a pregare con lei, Madame de Riverolles, sua madre, avrebbe ascoltato le sue suppliche. Ma Gilbert è stato fermo. Mr. Pollingray, intendo, si è rifiutato di abbandonare la sua fede. Sua madre, di conseguenza, non interferì, e Monsieur de Riverolles, suo padre, la diede al Marchese de Marzardouin, un giovane nobile roué, immensamente ricco, e scioccantemente dissipato. E lei lo ha sposato. No, non riesco a capire le ragazze francesi. Faccia come voglia, è del tutto incomprensibile per me come Louise, amando un altro, potesse sopportare di essere agghindata in paramenti nuziali e andare all'altare e prestare i giuramenti matrimoniali. Nemmeno se la perdizione avesse minacciato mi sarei sottomessa. Ho la sensazione che Mr. Pollingray avrebbe dovuto mostrare almeno un anno di risentimento per tale condotta; eppure lo ammiro per il suo immediato generoso perdono verso di lei. È stato paterno. Lei è stata sposata a sedici anni. Il suo perdono è stato il frutto dei suoi pochi anni di anzianità, ha detto Miss Pollingray, la cui opinione sulla Marchesa non riesco a decifrare. Ad ogni modo, sono stati amici veri e calorosi da allora, costantemente insieme a scambiarsi visite. Ecco perché Mr. Pollingray è stato più francese che inglese per quei lunghi anni.
Miss Pollingray ha concluso chiedendomi cosa pensassi della storia. Ho detto: «È molto strano, le abitudini francesi sono così diverse dalle nostre. Oserei dire... spero..., forse... davvero, Mr. Pollingray sembra felice ora». La sua idea del mio ingegno deve essere che sia di ordine scolastico — un ricettacolo perfetto per impressioni indefinite.
«Ah!» ha detto lei. «Gilbert ha bruciato il suo cuore fino a ridurlo in cenere a quest'ora».
Ho dormito con quella frase nel mio cervello. Al mattino, mi sono alzata e vestita, sognando. Mentre giravo la maniglia della mia porta per scendere a fare colazione, improvvisamente mi sono voltata in un attacco di pianto. Era così pietoso pensare che lui avesse aspettato accanto a lei vent'anni in una lenta angoscia, il suo cuore che si bruciava, senza un rimprovero o una lamentela. L'ho visto, lo vedo ancora, come un martire.
«Alcune persone», ha detto Miss Pollingray, «si sono permesse di pensare male dell'assidua devozione di mio fratello verso una donna sposata. Non c'è una macchia sul suo carattere, o su quello della persona che Gilbert ha amato».
Lo crederei contro ogni calunnia. Mi aggrapperei alla mia fede in lui se stessi annegando.
Ritengo che quei vent'anni siano semplicemente nulla, se lui sceglie che lo siano. È vissuto imbalsamato in un affetto santo. Non c'è da meravigliarsi che si consideri ancora giovane. Ha il diritto di sentire che il suo futuro è davanti a lui.
Nessuna quantità di spugnature riuscirebbe a togliere le macchie dalle mie orribili palpebre rosse. Mi sono intrufolata al mio posto al tavolo della colazione, non sapendo che una delle cameriere aveva lasciato cadere una lettera di Charles nella mia mano, e che l'avevo aperta e la tenevo aperta. La lettera, come ho scoperto dopo, mi diceva che Charles ha ricevuto un ordine da suo zio di andare alla tenuta di Mr. Pollingray nel Delfinato per affari. Non mi dispiace che abbiano supposto che fossi così sciocca da piangere al pensiero che Charles attraversasse il Canale. Lo immaginavano, lo so; poiché poco dopo Miss Pollingray ha sussurrato: «Les absents n’auront pas tort, cette fois, n’est-ce-pas?». E Mr. Pollingray è stato crudelmente gentile: un'aria di «Non vorrei intromettermi in tali emozioni»; e ho accentuato i loro deliri quanto più potevo: non c'era altro modo di giustificare il mio volto da pantomima. Perché dovrebbe immaginare che soffrissi così terribilmente? Parlava con un'allegria eccitata destinata a sollevarmi, ovviamente, ma non c'era giustificazione per il fatto che mi considerasse una specie di ragazza da ballata afflitta e malata d'amore. Ciò lo ha portato anche ad adottare un modo — come chiamarlo, non riesco a pensare: tenero rispetto, riguardo frigido, qualsiasi cosa accompagni e appartenga alla pressione della tua mano con la punta delle dita. Ha detto addio così teneramente che avrei baciato la sua manica. Lo sforzo di trattenermi mi ha resa come un ghiacciolo. Oh! adieu, mon parrain!
ASTRAEA: (ride) Il ghiacciolo è il mio stato naturale. È la mia difesa. Ma non lasciamo che i tuoi sospetti vaghino troppo lontano, Lyra. Sono qui, nel giardino di mia zia, circondata da professori e poeti, a interpretare la mia parte. Senti? Il Professor Spiral sta per ricominciare.
LYRA: Oh, che la terra si apra e mi inghiotta! Non posso sopportare un'altra ondata della sua eloquenza.
ASTRAEA: Allora vieni con me, attraversiamo il frutteto. Lì, almeno, il silenzio è una virtù che non richiede una predica.
(Si allontanano, mentre dalla casa giungono le note di una discussione animata. Sulla soglia appare il PROFESSOR SPIRAL, seguito da DAME DRESDEN.)
SPIRAL: È una questione di temperamento, mia cara Dame. La donna, per sua natura, è una creatura di stasi luminosa. Il movimento, per lei, è un errore di percorso. Quando Astraea, nella sua magnifica solitudine, riflette la luce del defunto Professor Towers, non sta facendo altro che adempiere a una legge cosmica.
DAME DRESDEN: Lei parla con tale autorità, Professore, che ogni mio dubbio si dissolve. Tuttavia, c'è il giovane Arden...
SPIRAL: Il giovane Arden è il rumore del mondo che bussa a una porta sbarrata. Non ha alcuna importanza. Il capitolo è chiuso, anche se lui si ostina a voler leggere l'indice.
DAME DRESDEN: Ma la solitudine non è forse, a lungo andare, una prova troppo severa?
SPIRAL: Per una mente comune, sì. Per una donna come Astraea, è l'unico modo per essere veramente se stessa. Non si deve confondere la libertà con la licenza di ricominciare da capo. La vedovanza è un sacerdozio.
(Arden compare dietro di loro, visibilmente irritato, ma Spiral non gli presta attenzione, girandosi per ammirare il giardino.)
ARDEN: Professore, se il sacerdozio è la meta, non teme che il tempio possa crollare sotto il peso di troppe certezze?
SPIRAL: (con un sorriso compassionevole) Ah, il signor Arden. Sempre pronto a mettere in discussione l'architettura del cielo. Il tempio, mio caro giovane, non è fatto di pietre, ma di dedizione. E la dedizione, come lei dovrebbe aver imparato dal signor Homeware, è una virtù che non conosce seconde edizioni.
ARDEN: Nemmeno quando l'originale è svanito nel nulla?
SPIRAL: Il nulla è una categoria che non appartiene alla memoria di un uomo come il Professor Towers.
DAME DRESDEN: Andiamo, Professore, il pranzo ci attende. La discussione potrà proseguire in un clima più consono. Signor Arden, ci accompagnerà?
ARDEN: Con piacere, Dame. Sarà un onore osservare come il banchetto terreno si concilia con la metafisica della vedovanza.
(Entrano tutti in casa. Il giardino rimane vuoto per un istante, poi HOMEWARE esce dalla biblioteca, con un libro in mano. Si siede su una panchina, sospirando.)
HOMEWARE: Poveri sciocchi. Credono di poter catturare il tempo con le parole, mentre il tempo, nel frattempo, li ha già superati da un pezzo. Astraea, mia cara, se solo sapessi quanto sei più astuta di tutti loro messi insieme. Il gioco è iniziato, e sono certo che, prima della fine, qualcuno dovrà imparare che la vedovanza non è una prigione, ma una fortezza. E le fortezze, di tanto in tanto, hanno bisogno di un nuovo governatore.
(Si immerge nella lettura. Cala la sera.)
ASTRAEA: Non la condivido. È il meno rispettoso dei sentimenti che nutro. Ti prego, risparmiami di menzionarlo, come dici tu di tuo marito. Ha quella pietosa vanità degli uomini, che li porta a pensare che una donna debba necessariamente essere suscettibile alla dichiarazione della mera esistenza della loro passione. Con lui ogni discussione è inutile. Gli è impossibile concepire che una donna possa avere una mente al di sopra delle condizioni del proprio sesso. Una donna, secondo lui, non può avere alcun ideale di vita, se non come una palla da lanciare in aria e afferrare in una tazza. Mettilo da parte... Noi creature siamo condannate al matrimonio, e se lo evitiamo, siamo una sorta di storpio. È grossolanamente terreno nella sua visione di noi. Non siamo in grado di muovere un passo nel pensiero o nell'azione a meno che non ci sottomettiamo ad avere un marito. Questo è il suo ragionamento. Natura! Natura! Devo sentir parlare di Natura! Dobbiamo essere al di sopra della Natura, gli dico, o saremo molto al di sotto. È annoverato tra i nostri brillanti giovani uomini; e sa essere divertente. Fin qui supera la prova; e ha una voce piacevole. Oso dire che è il bravo ragazzo dello zio Homeware. Alle ragazze piace. Perché non fissa la sua attenzione su una di loro? Perché su di me? Sprechiamo il nostro tempo a parlare di lui... Il segreto è che non ha riverenza. Il matrimonio di cui si vanta è un mero accordo conveniente per due persone che vivono insieme sotto il comando della natura. La riverenza per lo stato matrimoniale gli è sconosciuta. Come spiegare il mio sentimento? Sono spinta al silenzio. Smetti di parlare di lui... È vittima della sua eloquenza – la sua passione, la chiama lui. Non devo far altro che affidarmi a lui, e... sarò una delle donne sposate del mondo! Le parole sono inutili. Come posso fargli capire che sono io a rispettare lo stato del matrimonio rifiutandomi; non lui, sollecitandolo perpetuamente. Una volta sposata, sposata per sempre. Vedova è solo un termine. Quando le donne terranno testa a lui, come ho fatto io, saranno più stimate. Ho resistito e ho vinto. Mi dispiace di non condividere l'opinione del tuo favorito.
LYRA: Il mio?
ASTRAEA: Ne hai parlato calorosamente.
LYRA: Calorosamente, è stato?
ASTRAEA: Non sei colpevole, cara mia: ha dei modi accattivanti.
LYRA: Lo considero un giovane uomo virile, abbastanza sveglio; anche bello.
ASTRAEA: Oh, ha un bell'aspetto.
LYRA: E una testa, a quanto si dice.
ASTRAEA: Per il lavoro del mondo, sì.
LYRA: Non romantico.
ASTRAEA: Le idee romantiche sono per sognatori sdolcinati.
LYRA: Le Amazzoni le ripudiano.
ASTRAEA: Ridi di me. Per metà del tempo rido di me stessa. Recupererei il mio orgoglio se potessi risolvermi a fare un passo. Sono forte nel resistere; non ho la forza di muovermi.
LYRA: Vedo la sfinge d'Egitto!
ASTRAEA: E intanto sono una fabbrica di polvere da sparo in questo tranquillo circolo domenicale di un mondo antico, fatto di care brave anime, con le loro interiezioni stereotipate e l'orchestra di entusiasmi; le loro raffinatezze affusolate: la gioia che provano nel loro comune accordo su tutte le cose create. Per loro è riposante. A me spinge a fuggire da stanze, sedie, letti e case. Dormo a stento un paio d'ore. Poi nell'aria del primo mattino, fuori con gli uccelli; non conosco altro piacere.
LYRA: Lavoro in ospedale per variare: civile o militare. Il primo coinvolge il chirurgo di casa: il secondo il grato tenente.
ASTRAEA: Non se una donna può resistere... Ci vado corazzata.
LYRA: Cosa dice la Dama?
ASTRAEA: Sospira su di me! Un po' snervante da sentire.
LYRA: Quando sentiamo di avere la forza dei giganti e ci viene ordinato di sederci e sorridere! Dovresti scagliare contro di lei alcuni dei nostri vecchi giuramenti da giardino, dolci e innocenti: 'Garofano! Dama!'. Quello la faceva ballare sul posto. – 'Ma, carissima Dama, è un impulso naturale per le donne avere quel sollievo quanto per gli uomini; e il naturale deve uscire, begonia! Uscirà!'. Abbiamo scorso tutto il libro di Botanica in cerca di imprecazioni diaboliche. Credo davvero che la nostra cattiva condotta abbia fatto sì che fossimo consegnate al buon uomo all'altare come il giusto correttivo. E tu eri la peggiore.
ASTRAEA: Lo ero? Potrei esserlo ora, anche se sono una creatura così cambiata.
LYRA: Ti piacciono gli studi con il tuo Spiral, dai!
ASTRAEA: Il Professor Spiral è l'unico gentiluomo onesto qui. Rende omaggio ai miei principi. Non sono mai stata disturbata da lui: niente accenni sciocchi o sguardi laterali – sai, il cane all'osso proibito.
LYRA: Un grande oratore.
ASTRAEA: Lo è. Ti soffermi sul più piccolo dei suoi doni. È intellettualmente e moralmente superiore.
LYRA: Lodi di questo genere mi fanno piuttosto propendere per preferire i suoi inferiori. Si è abbuffato dei tuoi sbuffi d'incenso. Ho tossito e raschiato la ghiaia; del tutto invano; lui batteva le dita chiedendone ancora e ancora.
ASTRAEA: Il Professor Spiral è un pensatore; è un saggio. Riconosce alle donne il loro dovuto.
LYRA: Ed è anche uno scapolo – o di conseguenza.
ASTRAEA: Se vuoi, puoi essere giocosa con me come lo era la Lyra dei nostri giorni di fanciullezza. Cara mia, cara mia, quanto sono contenta di averti qui! Mi ricordi che un tempo avevo un cuore. Batterà di nuovo con te al mio fianco, e cercherò in te protezione. Una richiesta nuova da parte mia. Da fastidi, intendo. Ha alterato completamente il mio carattere. A volte ho paura di pensare a ciò che ero, per timore di mettermi improvvisamente a giocare, eseguire piroette e gridare 'Garofano!'. Ecco la campana. Non dobbiamo fare tardi quando il professore si degna di sedersi per i pasti.
LYRA: Quello suona salutare nel professore.
ASTRAEA: Sottobraccio, mia Lyra.
LYRA: Ancora niente Pluriel!
(Entrano in casa e il tempo cambia alla sera dello stesso giorno. La scena è ancora il giardino.)
SCENA VI
ASTRAEA, ARDEN
ASTRAEA: Perdonami se non ti ascolto bene.
ARDEN: Non penserò nemmeno che tu sia barbara.
ASTRAEA: Lo sono. Sono l'oggetto della caccia.
ARDEN: Il cacciatore batte il bosco, allora, non tu.
ASTRAEA: In ogni istante sono costretta a correre, O a voltarmi in mia difesa: come posso essere Altro che barbara? Tu ne sei la causa.
ARDEN: No: il cielo che ti ha resa bella ne è la causa.
ASTRAEA: Dì, la terra, che ti ha dato gli istinti. Portami giù Agli istinti! Quando per caso parlo un po' Con il nostro professore, tu appari in fretta, A gran voce per avvistare di nuovo la lepre mancante. Via le idee! Tutto ciò che è più divino vola via! Devo tenere a mente quanto sei giovane.
ARDEN: Non hai che da guardare in su di quattro anni, Invece di quaranta!
ASTRAEA: Signore?
ARDEN: Ecco la mia sventura! E peggio ancora, giovane, amo come un giovane uomo. Potessi spegnere il fuoco, potrei nascondere La giovinezza che ti offende così tanto.
ASTRAEA: Vorrei che tu lo facessi. Lo vorrei sinceramente.
ARDEN: Impossibile. Brucio.
ASTRAEA: Non dovresti bruciare.
ARDEN: È più di me. È fuoco. Domina la volontà. Non diresti 'non dovrei' se conoscessi il fuoco. Ti afferra. Ti divora.
ASTRAEA: Legna secca.
ARDEN: Freddo spirito! Quanto puoi essere fredda! Ma sii fredda, poiché dolce Devi essere. E i tuoi occhi sono i miei: con essi Vedo me stesso: indegno di usurpare Il posto che occupo un momento. Mentre guardo Ho la mia felicità.
ASTRAEA: Dovresti guardare più in alto.
ARDEN: Attraverso te verso il più alto. Solo attraverso te! Attraverso te Il segno che posso raggiungere è visibile, E ho la forza di sognare di vincerlo. Tu sei l'arco che scaglia la freccia: tu Il vetro che avvicina la distanza. Il mio mondo È luminoso attraverso te, puro paradisiaco, Ma pende dalla foglia esterna della rosa, Non vicino al suo cuore. Astraea! mia amata!
ASTRAEA: Possiamo essere eccellenti amici. E ho dei difetti.
ARDEN: Nominali: ho fame di averne altri da amare.
ASTRAEA: Esito molto costantemente: non ho Nessuna fissità di sentimento o di vista. Non ho coraggio: posso spesso sognare Di osare: quando mi sveglio sono nel terrore. Sono incostante come una farfalla, E superficiale come un ruscello con pesciolini! Strani pesciolini, che tentano la rete del ragazzino, Ma al tocco si immergono subito! Sono di chiunque, E di nessuno! Sono vana. La lode della mia bellezza si annida nelle mie orecchie. L'allodola sale su con essa; l'usignolo Singhiozza sanguinante; i fiori annuiscono; potrei credere A un poeta, anche se mi lodasse in faccia.
ARDEN: Mai un poeta ebbe una fonte così divina Da cui bere!
ASTRAEA: Ti ho dato altro da amare?
ARDEN: Altro! Mi hai dato la tua mente interiore, Dove la coscienza nelle vesti della Giustizia scaglia Una luce così serenamente acuta che in tale luce Fair infants, I newly criminal of earth, Come dice il tuo amico Osier, potrebbero mostrare qualche macchia. I serafini potrebbero! Altro da amare? Oh! questi cari difetti Ti conducono a me come truppe di ragazze ridenti Con ghirlande. Tutto il timore è che tu scherzi, Fingendoli.
ASTRAEA: A che scopo?
ARDEN: Posso indovinare?
ASTRAEA: Credo che sia tu ad avere la nota dello scherzatore. Il mio udito è acuto, e quando parli, Due voci risuonano, anche se parli con fervore. La tua citazione di Osier stona. Attento! Perché eri assente dal nostro punto d'incontro Questa mattina?
ARDEN: Ero sulla strada, e ho incontrato Tuo zio Homeware
ASTRAEA: Ah!
ARDEN: Lui ti ama.
ASTRAEA: Lui mi ama: non ha mai capito. Mi ama come una creatura del gregge; Un po' più bianca di qualche altra. Sì; mi ama, come gli uomini amano; non per elevare; Non per avere fede in; non per spiritualizzare. Per lui sono una donna e una vedova, Una del gregge, non segnata se non da un marchio. L'ha detto! -- Lo confessi! Hai imparato A condividere il suo errore, sbagliando fatalmente.
ARDEN: Su consiglio di chi sono andato da lui?
ASTRAEA: Su consiglio di chi? Un inseguimento che sembrava incessante: persecuzione. Inoltre, sono cambiata da allora: cambio; cambio; È troppo vero che cambio. Potrei stimarti Meglio se cambiassi. E se avessi udito Le nobili parole di stamane dalla bocca Del nostro professore, saresti cambiato, o elevato Al di sopra dei pensieri d'amore, delle chiacchiere d'amore, della fiamma e del battito, Alto come le nevi eterne. Cos'altro ha detto, Mio zio Homeware?
ARDEN: Che non eri libera: E che ci ha consigliato di usare il nostro ingegno.
ASTRAEA: Ma io sono libera! Libera di essere sempre libera! La mia libertà mi mantiene libera! Ci ha consigliato? Non sono una in una cospirazione. Non tramo alcuna discordia con la mia vita attuale. Chi lo fa, non posso considerarlo mio amico. Non libera? Mi conosci poco. Se fossi in catene, Per la libertà venderei la libertà A chi mi aiutasse ad avere un'ora di sollievo. Ma avendo perfetta libertà...
ARDEN: No.
ASTRAEA: Buon signore, Mi freni?
ARDEN: Perfetta libertà?
ASTRAEA: Perfetta!
ARDEN: No!
ASTRAEA: Sono sveglia? Cosa mi acceca?
ARDEN: Filamenti I più sottili mai tessuti attorno a un cervello Dalle nebbie del cervello, dal piccolo spirito chiamato Fantasia. Un soffio li disperderebbe; ma quel soffio Deve venire dall'animazione. Quando il cuore È come un mare gelato, il cervello tesse ragnatele.
ASTRAEA: È molto singolare! Capisco. Traduci abilmente. Sento in versi La prosa di mio zio Homeware. Ha queste nozioni. I vecchi presumono di leggerci.
ARDEN: I giovani possono. Tu fissi un ideale che riflette te, Devo dire bella? Eppure riflette Meno bellezza di quanto la signora che amo Respiri, irradi. Guarda te stessa in me. Che male c'è nel guardare? Tu sei questo fiore, Tu sei quello spirito. Ma lo spirito nutrito Con la sostanza del fiore ne prende tutta la fioritura! E dove negli spiriti c'è la fioritura del fiore?
ASTRAEA: È molto singolare. Hai un tono Completamente cambiato.
ARDEN: Volevi un cambiamento. Per mostrarti, come Ti leggo...
ASTRAEA: Oh! no, no. Significa dissezione. Non ho mai sentito parlare di leggere il carattere Che non significasse dissezione. Risparmiamelo. Sono ostinata, violenta, capricciosa, debole, Avvolta in una ragnatela del mio stesso arcolaio, Una che guarda le stelle, un nastro nel vento...
ARDEN: Un vessillo nel vento! E me tu guidi, E lo farai! Almeno, ti seguirò finché non vincerò.
ASTRAEA: Trattieniti, ti supplico.
ARDEN: Ho avuto La tua mano nella mia.
ASTRAEA: Una volta.
ARDEN: Una volta! Una volta! era; una volta, era il cuore vivo, Che balzava per rompere il ghiaccio. Oh! una volta, era sì Che rideva al maggio gelido come il ritorno della primavera. Dì che sei terrorizzata: non osi scioglierti. Ti piaccio; potresti amarmi; ma osare, Richiede più del coraggio. La venerazione, gli amici, L'auto-adorazione, che è spesso auto-sfiducia, Ti sbarrano la buona strada, e rendono un sogno Una fortezza e una prigione.
ASTRAEA: Cambiato! Sei cambiato Davvero. Quando hai afferrato così audacemente la mia mano Sembrava un capriccio giovanile, fatto da ragazzo. Mi sono meravigliata della scelta del Professor Spiral Di te come esempio, e della nostra speranza. Ora diventi pericoloso. Devi aver pensato, E dici alcune cose vere – tranne 'terrorizzata'. Può essere lusinghiero per il dolce amor proprio Credermi terrorizzata. – È la mia stessa anima, Il mio cuore, la mia mente, tutto ciò che tengo più sacro, Non la paura degli altri, mi ordina di camminare in disparte. Chi mi terrorizza? Chi potrebbe? Amici? Mai! Il mondo? Altrettanto poco. Terrorizzata!
ARDEN: Perdonami.
ASTRAEA: Potrei rispondere, Rispettami. Se amassi, Se potessi essere così infedele da amare, Pensi che non preferirei gridare ai quattro venti La mia vergogna per penitenza piuttosto che lasciare che gli amici vivano Illusi da un'immagine di una votata Al sovrumano, che è diventata nel cuore lo scherno comune Di cose troppo umane.
ARDEN: Dichiareresti il tuo amore?
ASTRAEA: Ho detto, la mia vergogna. La donna che è la vedova è intrappolata, Presa nei lacci! via con le vedove! – Oh! Sento gli uomini gridarlo.
ARDEN: Ma vergogna non ce n'è Per me nell'amare: perciò posso prendere I tuoi amici a testimoni? dire loro che il mio orgoglio È nell'amore per te?
ASTRAEA: Porterà presto Il silenzio che dovrebbe esserci tra noi due, E prima mi darà pace.
ARDEN: E tu acconsenti?
ASTRAEA: Per amore della pace e del silenzio acconsento, Dovresti essere avvertito che crudelmente Li disturberai. Ma è meglio. Dovresti essere avvertito Che le tue suppliche saranno senza speranza. Ma è meglio. Hai il mio pieno consenso. Pesa bene i tuoi atti, Non potrai riposare dove hai lanciato questo dardo. Mettitelo in cuore, e sarai caro, apprezzato, Tra loro: sono dame stimabili, Le più calde delle amiche; sebbene tu possa pensare che volino Troppo in alto per la tua misura di stretto buon senso (E come allievo di mio zio Homeware, signore, Nella mondanità, lo fai), hanno menti giuste: Una volta conosciute, il tuo bando ti tormenterà. Non correrei tali rischi. Offenderai, Andrai vicino a oltraggiarli; e turberai Come non hanno meritato da te. Ma io, Considerando che non sono nulla sulla bilancia Che bilanci, del tutto e per necessità Acconsento. Quando lo avrai pesato, fammelo sapere. Mio zio Homeware avanza da questa parte in fretta. Abbiamo parlato a lungo, e in piena vista!
SCENA VII
ASTRAEA, ARDEN, HOMEWARE
HOMEWARE: Astraea, bambina! Tu, Arden, fatti da parte. Sì, se fosse una fanciulla potresti parlare per primo, Ma essendo vedova deve trovare la sua lingua. Astraea, ti aspettano. Esponi il fatto Non appena sarai interrogata, senza paura. Apri la battaglia con l'artiglieria.
ASTRAEA: Cosa succede, zio Homeware?
HOMEWARE (facendo la volpe): Cosa? Perché, abbiamo osservato i vostri bei preliminari Dalle finestre per metà serata. Ora corri dentro. La loro pazienza è finita, e, come ho detto, Sgancia e fai fuoco subito. Le tue zie Virginia e Winifred, Con Lady Oldlace, sono le senatrici, La Dama per i Cani. Hanno sopracciglia terrificanti, Ma non spaventarti, mio dolce pulcino, E di' loro che lo zio Homeware sostiene la tua scelta, Per avvocato e per sacerdoti! per altare, fonte, E testamento!
ASTRAEA: La mia scelta! cosa ho scelto?
HOMEWARE: Chiede? La senti, Arden? – cosa e chi!
ARDEN: Sicuramente, signore!... cieli! avete...
HOMEWARE: Sicuramente la vecchia volpe, In tutto ciò che ho letto, è più saggia della giovane: E se c'è un gioco per la volpe da fare, La vecchia volpe gioca con più astuzia.
ASTRAEA: Perché volpe? Oh! zio, Mi fai battere il cuore con il tuo mistero; Non ho mai amato gli indovinelli. Perché siedono Aspettandomi, e guardando in modo terribile?
HOMEWARE: Si dice di un antico popolo Che adorava idoli, che un giorno Il loro idolo si abbatté davanti a loro sul pavimento
ASTRAEA: C'è mai stato un racconto così ridicolo!
HOMEWARE: Per chiedere conto dei fuochi serventi I loro anziani sedettero immediatamente...
ASTRAEA: Non c'è preghiera Che ti smuova, zio Homeware?
HOMEWARE: Figlioccia, Questo gentiluomo ti ho proposto Come marito.
ASTRAEA: Arden! siamo perduti.
ARDEN: Astraea! Sostienilo! Sebbene non conoscessi il suo disegno, Mi pianta a metà cielo. Fosse stato Non tu, ma io a sopportare lo shock. Amore mio! Siamo perduti, gridi; ti unisci a me nel dire che siamo perduti! La verità balza dal tuo cuore: e lasciala risplendere Per illuminarci nel nostro brillante giorno di battaglia E vittoria.
ASTRAEA: Chi mi ha tradita!
HOMEWARE: Chi ha tradito? La tua voce, i tuoi occhi, il tuo velo, il tuo coltello e la tua forchetta; Il tuo culto decuplo della tua vedovanza; Come chi vede che deve cedere la bandiera, La abbraccia giurando! affogando nella paglia. Per essere ragionevoli: hai mandato questo gentiluomo Rimandandolo a me...
ASTRAEA: E questo è falso. Tutto è falso. Avete cospirato. Sono disonorata. Ma imparerete che avete giudicato erroneamente. Non sono la creatura fragile che concepite. Tra la vostra visione dello scopo della vita, e la loro Che tra poco mi interrogheranno, io mi aggrappo Alla loro come luce: e la vostra la considero una tana Dove le anime non possono avere crescita.
HOMEWARE: Ma quando abbiamo toccato Il punto delle strette di mano, era giustamente il momento Di pensare ai legami matrimoniali?
ASTRAEA: Arden, addio!
(Si precipita in casa.)
SCENA VIII
ARDEN, HOMEWARE
ARDEN: Addio! ha detto. Con lei quella parola è definitiva.
HOMEWARE: Strano! come i giovani che soffiano parole come nuvole Sui venti, ora calmi, ora burrascosi, e come piace loro Dovrebbero ancora legare il Fato a loro.
ARDEN: È ferita, Ferita nel vivo!
HOMEWARE: Tanto più rapido il nostro successo: perché a meno Di quello, queste dame, che provano per tutto, Non provano nulla.
ARDEN: La tua intenzione è stata gentile, Caro signore, ma mi hai rovinato.
HOMEWARE: Buonanotte. (Andandosene.)
ARDEN: Eppure ha detto, siamo perduti, nella sua sorpresa.
HOMEWARE: Buongiorno. (Ritornando.)
ARDEN: Suppongo di essere tenuto (Se potessi vedere per cosa dovrei essere lieto!) A ringraziarvi, signore.
HOMEWARE: Guarda fisso ma non ringraziare. Ho trovato la mia ragazza che scendeva sulla strada Del flirt pericoloso, e le ho sbarrato la via. O salta la sbarra, o deve tornare indietro. Ciò significa che ti sposa, o dice addio. (Andandosene di nuovo.)
ARDEN: Ora è tra loro. (Guardando la finestra.)
HOMEWARE: Ora vede la sua mente.
ARDEN: È il mio destino che ora decide!
HOMEWARE: C'è ora sospensione sulla terra e attorno alle sfere.
ARDEN: È mia ora: mia! o sono condannato ad andare.
HOMEWARE: L'anello nuziale, o il portabagagli ora!
ARDEN: Ridi quanto vuoi, aria! Non mi vergogno Di amare e di possederlo.
HOMEWARE: Così mostrano i sintomi. Giustamente, giovane uomo, e provando una buona razza. Promuoverlo è un dovere verso il genere umano E ho dato la mia spinta, ma ricorda: La vecchia Ilio non fu conquistata in un giorno. (Entra in casa.)
ARDEN: Dieci anni! Se potessi vincerla alla fine!
SIPARIO
LESLIE STEPHEN.
Il signor Leslie Stephen è uno dei nostri più solidi critici, un uomo il cui giudizio, radicato in una vasta conoscenza, è sempre accompagnato da una chiarezza di espressione che rende la lettura delle sue opere un piacere intellettuale. Possiede quella rara combinazione di rigore analitico e sensibilità letteraria che gli permette di penetrare al cuore di un autore, spogliandolo di ogni artificio per rivelarne l'essenza. Nelle sue biografie e nei suoi saggi, egli non si limita a catalogare le opere o gli eventi, ma cerca di tracciare la genesi della mente che li ha prodotti, collegando il carattere dell'uomo alle circostanze della sua epoca con una precisione quasi scientifica. La sua prosa, priva di inutili orpelli, riflette la sua integrità intellettuale: è l'eloquenza del pensiero che non ha bisogno di compiacersi, ma mira dritto alla verità.
CORRESPONDENCE FROM THE SEAT OF WAR IN ITALY
LETTERS WRITTEN TO THE ‘MORNING POST’ FROM THE SEAT OF WAR IN ITALY.
Queste lettere, redatte nel calore del momento e sotto l'incalzare degli eventi, offrono una testimonianza diretta e vivida di un periodo che ha visto il destino di un'intera nazione decidersi sui campi di battaglia. Scritte con la consapevolezza di chi osserva da vicino il logorio della guerra, esse non si limitano a riportare i movimenti delle truppe o i resoconti delle scaramucce, ma cercano di cogliere lo spirito che animava i combattenti e la sofferenza che il conflitto imprimeva sulle terre solcate dagli eserciti. Il corrispondente, muovendosi tra i ranghi e percependo il battito di una nazione che aspirava alla propria unità, trasmette con urgenza il senso di un mutamento epocale. Ogni dispaccio è un tassello di quel mosaico complesso che è stata la lotta per l'indipendenza italiana, narrata non con il distacco dello storico, ma con la partecipazione di chi ne ha respirato l'aria densa di fumo e di speranza. È, in sostanza, una cronaca che conserva intatta la traccia del tempo vissuto, un documento essenziale per comprendere come la necessità di una causa nazionale abbia saputo trasformare, nel fuoco della battaglia, le ambizioni politiche in una realtà ineluttabile.
Non v'è dubbio che il signor Matthew Arnold sia nel giusto nelle sue apprensioni circa i pericoli che possiamo temere da una Camera dei Comuni a Dublino. Le dichiarazioni e le teorie inedite, o ultra, potrebbero quasi essere scritte in anticipo. Da parte mia, prevederei un pericolo maggiore nell'atteggiamento consueto della stampa e del pubblico metropolitani inglesi verso un esperimento che non gradiscono e che tendono a temere: i commenti cinici, le citazioni tra virgolette, la scrollata di spalle compassionevole, l'ironia gelida, la burla rozza, il ringhio della minaccia, lo scatto brusco, le risate a crepapelle. Ai francesi della Giovane Repubblica, non ancora percepiti come offensivi, sono state tradotte alcune di queste frivolezze sconsiderate, e ne sono stati punti. Abbiamo gratificato la Germania con esse di tanto in tanto, prima che la Germania divenisse la prima potenza in Europa. Prima che l'America si mostrasse come la più grande tra i giganti che non vanno in pezzi, essa ha avuto, come gli americani ricordano con indulgenza, senza farne menzione, una serie di colpi di frusta. È bene imparare le buone maniere senza che ci vengano imposte. Ci sono svariati modi per far fallire l'esperimento. Cionondimeno, quando l'esperimento sarà tentato, considerando che il nostro benessere è coinvolto nel suo non fallire, come noi abbiamo fallito, dovremmo prepararci ad avviarlo cordialmente, ad assisterlo cordialmente. Le menti politiche riflessive considerano la misura un passo indietro; tuttavia, concependo la sola prospettiva che una misura accettata dagli Home Rulers permetterà possibilmente a irlandesi e inglesi di procedere insieme, sembra valere più la pena di tentare che seguire un corso di discordia senza prospettive! Qualunque cosa facciamo o ci asteniamo dal fare ha ormai i suoi evidenti pericoli, e questo, essendo imminente, può apparire il più grande tra essi; ma se una ponderazione delle condizioni lo detta, e la coscienza approva, il procedimento più saggio è fare la prova dell'intentato. La nostra prospettiva era preternaturalmente nera, con un enorme aumento dei pericoli quando l'iniziatore della nostra specie si sollevò avventurosamente dalla postura dei "quattro zampe". Riteniamo di non aver perso nulla per la sua temerarietà. In stati di dubitazione sotto elementi impellenti, l'istinto che punta all'azione coraggiosa è, oltre che il più virile, presumibilmente quello giusto.
LESLIE STEPHEN--1904
Quando quel nobile corpo di pedoni colti e gioviali, i Sunday Tramps, erano in marcia, con Leslie Stephen a guidarli, vi era una conversazione che avrebbe reso la presenza di uno stenografo un beneficio per il paese. Una pausa giungeva all'esame dell'orologio e della carta dell'Ordnance del capo sotto il sole occidentale, e si dava spazio alla corsa attraverso la campagna per raggiungere la coda di un treno che offriva la cena a Londra, al costo di una corsa attraverso siepi, oltre fossati e recinti, oltre proclami contro i trasgressori, sotto il sospetto di essere presi per malfattori più seri in fuga. Il capo dei Tramps aveva un meraviglioso occhio calcolatore nell'osservazione delle distanze e della natura del terreno, come provò con la sua scoperta di passaggi inesplorati nelle alte Alpi, e non aveva pietà per i seguaci affannati. Ho spesso detto di questo studioso di una vita e mente filosofica che aveva in sé la tempra di un grande capitano militare. Non sarebbe stato contrario alla professione delle armi se fosse stato catturato presto per il servizio, nonostante il suo abominio per lo spargimento di sangue. Aveva un coraggio alto e calmo, era imperturbabile in una posizione dubbia, e avrebbe preso con sicurezza la via d'uscita che concepiva essere la migliore. Non dobbiamo deplorare che sia stato distolto dalle vie del soldato, sebbene l'Inghilterra, come il paese ha imparato ultimamente, non possa vantare molti in uniforme che abbiano capacità di comando. Il suo lavoro in letteratura sarà recensito dal suo luogotenente dei Tramps, uno dei più abili scrittori! --[Frederic W. Maitland.]-- La memoria di esso rimane con noi, come la critica più profonda e la più sobria che abbiamo avuto nel nostro tempo. L'unico pungiglione in essa era un'inoffensiva ironia umoristica che di tanto in tanto sgattaiolava fuori per una capriola, come un cucciolo peloso, o l'occasionale increspatura su un lago in un tempo grigio. Non ci è rimasto nulla che le somigli.
Si potrebbe facilmente cadere nella fossa del panegirico enumerando le sue qualità, personali e letterarie. Non sarebbe in disarmonia con il temperamento e le caratteristiche di una mente così equanime. Lui, l'equanime, sia nella condanna che nell'elogio. La nostra perdita di un tale uomo è grande, poiché il lavoro era nel suo cervello, e la mano era attiva fino a ridosso del momento in cui il suo respiro cessò. La perdita per i suoi amici può essere rimpiazzata solo da un'immaginazione che lo evochi accanto a loro. Ciò non sarà un compito per coloro che lo hanno conosciuto abbastanza bene da vedere il suo punto di vista sulle cose come sono, e ravvivare la sua espressione di esso. Con loro egli vivrà a dispetto della parola addio.
CORRISPONDENZA DAL TEATRO DI GUERRA IN ITALIA
LETTERE SCRITTE AL MORNING POST DAL TEATRO DI GUERRA IN ITALIA DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FERRARA, 22 giugno 1866.
Prima che questa lettera raggiunga Londra i cannoni avranno risvegliato sia l'eco del vecchio fiume Po che il classico Mincio. L'insieme delle truppe, circa 110.000 uomini, con i quali Cialdini intende forzare il passaggio del fiume soprannominato sono già ammassati lungo la riva destra del Po, in attesa ansiosa che l'ultima ora di domani scocchi, e che l'ordine per l'azione venga dato. Il telegrafo avrà già informato i vostri lettori che, secondo l'intimazione inviata dal generale Lamarmora martedì sera al quartier generale austriaco, i tre giorni fissati dal messaggio del generale prima di iniziare le ostilità scadranno alle dodici pomeridiane del 23 giugno.
Il quartier generale di Cialdini è stabilito in questa città da mercoledì mattina, e il famoso generale, nel quale il quarto corpo che comanda, e l'intera nazione, ripone tanta fiducia, ha concentrato l'insieme delle sue forze entro un ambito relativamente ristretto, ed è pronto all'azione. Credo pertanto che entro domani la riva destra del Po sarà collegata con la terraferma del Polesine da diversi ponti di barche, che permetteranno al corpo d'armata di Cialdini di attraversare il fiume, e, come tutti qui sperano, di attraversarlo a dispetto di qualsiasi difesa gli austriaci possano opporre.
Sulla strada per questa antica città la scorsa sera ho incontrato il generale Cadogan e due ufficiali superiori prussiani, che a quest'ora devono essersi uniti al quartier generale di Vittorio Emanuele a Cremona; se non è così, sono stati a quest'ora trasferiti altrove, più sul fronte, verso la linea del Mincio, sulla quale, secondo le apparenze, il primo, il secondo e il terzo corpo d'armata italiano sembrano destinati a operare. Il generale inglese e i due ufficiali prussiani sopra menzionati devono seguire lo stato maggiore del re, il primo come commissario inglese, il superiore in grado degli altri due nella stessa veste.
Mi è stato detto qui che, prima di lasciare Bologna, Cialdini tenne un consiglio generale dei comandanti delle sette divisioni di cui è formato il suo potente corpo d'armata, e che disse loro che, a dispetto delle forze che il nemico ha ammassato sulla riva sinistra del Po, tra il punto che fronteggia Stellata e Rovigo, il fiume deve essere attraversato dalle sue truppe, qualunque sacrificio questa importante operazione richieda. Cialdini è un uomo che sa come mantenere la sua parola, e, per questa ragione, non ho dubbi che farà ciò che ha già deciso di compiere. Sono quindi fiducioso che prima che siano trascorsi due o tre giorni, questi 110.000 soldati italiani, o una gran parte di essi, avranno calpestato, per gli italiani, la terra sacra del Veneto.
Una volta attraversato il fiume Po dal corpo d'armata di Cialdini, egli entrerà audacemente nel Polesine e si renderà padrone della strada che conduce da Rovigo verso Este e Padova. Uno sguardo alla carta mostrerà ai vostri lettori come, a circa venti o trenta miglia dalla città prima menzionata, una catena di colline, chiamata Colli Euganei, si distende dall'ultimo sperone delle Alpi Giulie, nelle vicinanze di Vicenza, digradando dolcemente verso il mare. Poiché questa linea offre buone posizioni per contestare l'avanzata di un esercito che attraversa il Po a Lago Scuro, o in qualsiasi altro punto non lontano da esso, è da supporre che gli austriaci vi opporranno resistenza, e non sarei affatto sorpreso che la prima battaglia di Cialdini, se accettata dal nemico, dovesse aver luogo entro quel terreno relativamente ristretto che è compreso tra Montagnana, Este, Terradura, Abano e Padova. È impossibile supporre che il corpo d'armata di Cialdini, essendo così grande, sia destinato ad attraversare il Po solo in un punto del fiume sotto il suo corso: è estremamente probabile che parte di esso lo attraversi in qualche punto sopra, tra Revere e Stellata, dove il fiume è in due o tre casi largo solo 450 metri. Se il generale italiano avesse successo--protetto come sarà dal fuoco tremendo della potente artiglieria di cui dispone--in queste duplici operazioni, gli austriaci che difendono la linea dei Colli Euganei potrebbero essere facilmente aggirati dalle truppe italiane, che avrebbero attraversato il fiume sotto Lago Scuro. Naturalmente queste sono mere supposizioni, poiché nessuno, come potete immaginare, eccetto il re, Cialdini stesso, Lamarmora, Pettiti e Menabrea, è a conoscenza del piano della imminente campagna. C'era una voce oggi al quartier generale di Cialdini che gli austriaci si fossero radunati in gran numero nel Polesine, e specialmente a Rovigo, una piccola città che hanno fortemente fortificato di recente, con l'apparente disegno di opporsi all'attraversamento del Po, se Cialdini dovesse tentarlo a o vicino a Lago Scuro. Vi sono attorno a Rovigo grandi distese di paludi e campi tagliati da fossi e ruscelli, che, sebbene a causa della secchezza della stagione non possano essere, come si credeva generalmente due settimane fa, facilmente inondati, potrebbero tuttavia ben aiutare le operazioni che gli austriaci possono intraprendere per frenare l'avanzata del quarto corpo d'armata italiano. La resistenza all'impresa di Cialdini potrebbe essere, da parte degli austriaci, molto ferma, ma sono quasi certo che sarà vinta dall'ardore delle truppe italiane, e dall'abilità del loro illustre capo.
Come vi ho detto sopra, la dichiarazione di guerra fu consegnata a un maggiore austriaco per la trasmissione al conte Stancowick, il governatore austriaco di Mantova, la sera del 19, dal colonnello Bariola, sottocapo dello stato maggiore, che era accompagnato dal Duca Luigi di Sant'Arpino, il marito dell'amabile vedova di Lord Burghersh. Il duca è il figlio primogenito del principe San Teodoro, uno dei più ricchi nobili di Napoli. A dispetto della sua alta posizione e dei suoi legami familiari, il Duca di Sant'Arpino, che è ben noto nella società elegante di Londra, entrò come volontario nell'esercito italiano, e fu nominato ufficiale d'ordinanza del generale Lamarmora. La scelta di un tale gentiluomo per la missione di cui sto parlando è stata apparentemente fatta con intenzione, al fine di mostrare agli austriaci che la nobiltà napoletana è tanto interessata al movimento nazionale quanto le classi medie e inferiori del Regno, un tempo così terribilmente malgovernato dai Borbone. Il Duca di Sant'Arpino non è l'unico nobile napoletano che si è arruolato nell'esercito italiano da quando è scoppiata la guerra con l'Austria. Per mostrarvi l'importanza che deve essere data a questo pronunciamento dei nobili napoletani, permettetemi di darvi qui una breve lista dei nomi di quelli tra loro che si sono arruolati come soldati semplici nei reggimenti di cavalleria dell'esercito regolare: il Duca di Policastro; il Conte di Savignano Guevara, il figlio primogenito del Duca di Bovino; il Duca d'Ozia d'Angri, che era emigrato nel 1860, e ritornato a Napoli sei mesi fa; il Marchese Rivadebro Serra; il Marchese Pisicelli, la cui famiglia aveva lasciato Napoli nel 1860 per devozione a Francesco II; due Carraciolo, della famiglia storica dalla quale scaturì lo sfortunato ammiraglio napoletano di questo nome, la cui testa Lord Nelson avrebbe fatto meglio a non sacrificare alla crudeltà della Regina Carolina; il Principe Carini, il rappresentante di un'illustre famiglia di Sicilia, un nipote del Marchese del Vasto; e Pescara, un discendente di quel grande generale di Carlo V, al quale l'orgoglioso Francesco I di Francia fu obbligato ad arrendersi e consegnare la sua spada alla battaglia di Pavia. Oltre a questi nobili napoletani che si sono arruolati di recente come soldati semplici, l'esercito italiano ora accampato sulle rive del Po e del Mincio può vantare due Colonna, un principe di Somma, due baroni Renzi, un Acquaviva, del Duca di Atri, due Capece, due Principi Buttera, ecc. Per tornare alla missione del colonnello Bariola e del Duca di Sant'Arpino, aggiungerò alcuni dettagli che mi sono stati detti questa mattina da un gentiluomo che ha lasciato Cremona ieri sera, e che li aveva da una fonte affidabile. Il messaggero del generale Lamarmora era stato diretto a procedere da Cremona al piccolo villaggio di Le Grazie, che, sulla linea del Mincio, segna la frontiera austriaca e italiana.
Sulla riva destra del Lago di Mantova, nell'anno 1340, sorgeva una piccola cappella contenente un dipinto miracoloso della Madonna, chiamata dalla gente della località 'Santa Maria delle Grazie'. I barcaioli e i pescatori del Mincio, che erano stati, come dicevano, spesso salvati da morte certa dalla Madonna--così famosa in quei giorni come la moderna Madonna di Rimini, celebrata per lo sbalorditivo prodigio di ammiccare gli occhi--determinarono di erigerle una dimora più degna.
Di qui sorse il Santuario delle Grazie. Qui, come a Loreto e in altre sante località d'Italia, si tiene una fiera, nella quale, tra un gran numero di cose mondane, rosari, immagini sacre e altri oggetti miracolosi sono venduti, e sbalorditivi benefici si dice siano assicurati alla spesa più irrisoria. Il Santuario della Madonna delle Grazie godendo di una fama assai diffusa, i muti, i sordi, i ciechi e gli zoppi—insomma, persone afflitte da ogni sorta di infermità—affluiscono lì durante la fiera, e non mancano nemmeno negli altri giorni dell'anno. La chiesa di Le Grazie è una delle più curiose d'Italia. Non che vi sia alcunché di rimarchevole nella sua architettura, poiché è una struttura gotica italiana dello stile più semplice. Ma la parte ornamentale dell'interno è assai peculiare. Le pareti dell'edificio sono coperte con una doppia fila di statue di cera, a grandezza naturale, che rappresentano una schiera di guerrieri, cardinali, vescovi, re e papi, che--così corre la storia--pretendevano di aver ricevuto qualche grazia meravigliosa durante la loro esistenza terrena. Tra la grande schiera di personaggi illustri, non sono pochi gli individui più umili la cui storia è fedelmente narrata (se scegliete di crederci) dalle iscrizioni dipinte sottostanti. C'è persino un condannato, che, nel momento di essere impiccato, implorò soccorso alla onnipotente Madonna, dopodiché la trave della forca si spezzò istantaneamente, e il degno individuo fu restituito alla società--un beneficio assai dubbio dopo tutto. Al momento dell'arrivo del colonnello Bariola e del Duca di Sant'Arpino in questo luogo, che dista solo cinque miglia da Mantova, la loro carrozza fu naturalmente fermata dal commissario della polizia austriaca, il cui dovere era di sorvegliare la frontiera. Avendogli detto che avevano un dispaccio da consegnare o al governatore militare di Mantova o a qualche ufficiale inviato da lui per riceverlo, il commissario spedì immediatamente un gendarme a cavallo a Mantova. Due ore erano appena trascorse quando una carrozza entrò nel villaggio di Le Grazie, dalla quale un maggiore austriaco di fanteria scese e si affrettò verso una baracca di legno dove i due ufficiali italiani stavano attendendo. Il colonnello Bariola, che fu addestrato nella scuola militare austriaca di Viller Nashstad, e lasciò regolarmente il servizio austriaco nel 1848, mise al corrente il maggiore appena arrivato della sua missione, che era quella di consegnare il dispaccio sigillato al generale al comando di Mantova e riceverne una regolare ricevuta. Il dispaccio era indirizzato all'Arciduca Alberto, comandante in capo dell'esercito austriaco del Sud, tramite il governatore di Mantova. Dopo che il maggiore ebbe consegnato la ricevuta, i tre messaggeri entrarono in una conversazione cortese, durante la quale il colonnello Bariola colse l'opportunità di presentare il duca, ponendo intenzionalmente l'accento sul fatto della sua appartenenza a una delle più illustri famiglie di Napoli. Accadde che anche il maggiore austriaco fosse stato addestrato nella stessa scuola dove il colonnello Bariola era stato cresciuto--una circostanza della quale fu ricordato dall'ufficiale austriaco stesso. Tre ore erano appena trascorse dall'arrivo dei due messaggeri di guerra italiani a Le Grazie, alla frontiera austriaca, quando erano già in viaggio di ritorno verso il quartier generale di Cremona, dove durante la notte circolava la voce che un telegramma fosse stato ricevuto da Lamarmora da Verona, nel quale l'Arciduca Alberto accettava la sfida. Vittorio Emanuele, che ho visto a Bologna ieri, è arrivato a Cremona al mattino alle due, ma a quest'ora il quartier generale di Sua Maestà deve essersi spostato più verso il fronte, in direzione dell'Oglio. Non sarei affatto sorpreso se il quartier generale italiano fosse stabilito entro domani a Piubega o Gazzoldo, se non addirittura a Goito, un villaggio, come sapete, che segna la frontiera italiano-austriaca sul Mincio. L'insieme del primo, del secondo e del terzo corpo d'armata italiano sono a quest'ora concentrati entro quello spazio relativamente ristretto che giace tra la posizione di Castiglione delle Stiviere, Lonato e Desenzano, sul Lago di Garda, e Solferino da un lato; Piubega, Gazzoldo, Sacca, Goito e Castellucchio dall'altro. Questi tre corpi d'armata devono attaccare quando sentiranno il rombo dell'artiglieria di Cialdini sulla riva destra del Po? Sono destinati a forzare il passaggio del Mincio o a Goito o a Borghetto? o sono destinati a investire Verona, espugnare Peschiera, e porre l'assedio a Mantova? Questo è più di quanto possa dirvi, poiché, lo ripeto, le intenzioni dei leader italiani sono avvolte in un velo che nessuno--austriaci inclusi--è stato finora in grado di penetrare. Una cosa, tuttavia, è certa, ed è questa, che man mano che l'orologio di Vittorio Emanuele segnerà l'ultimo minuto della settantaduesima ora fissata dalla dichiarazione consegnata a Le Grazie mercoledì dal colonnello Bariola al maggiore austriaco, la bella terra dove nacque Virgilio e fu imprigionato il Tasso sarà avvolta da una fitta nuvola del fumo di centinaia e centinaia di cannoni. Speriamo che Dio sia in favore del diritto e della giustizia, che, in questa imminente e feroce lotta, è indubbiamente dalla parte italiana.
CREMONA, 30 giugno 1866.
Il telegrafo vi avrà già informati della concentrazione dell'esercito italiano, il cui quartier generale è stato trasferito da martedì da Redondesco a Piadena, avendo il re scelto l'adiacente villa di Cigognolo per la sua residenza. I movimenti di concentramento dell'esercito reale sono iniziati la mattina del 27, ovvero tre giorni dopo il sanguinoso fatto d'armi del 24, che, narrato e commentato in modi diversi a seconda degli interessi e delle passioni dei narratori, rimane ancora per molti un mistero. Alla fine di questa lettera vedrete che cito una breve frase con cui un maggiore austriaco, ora prigioniero di guerra, ha ritratto i risultati della feroce lotta combattuta oltre il Mincio. Questo ufficiale è uno dei pochi superstiti di un reggimento di volontari austriaci, ulani, di cui egli stesso comandava due squadroni. La dichiarazione fatta da questo ufficiale è stata del tutto esplicita e rende l'idea esatta del valore dimostrato dagli italiani in quel terribile combattimento. Coloro che tendono a sopravvalutare i vantaggi ottenuti dagli austriaci domenica scorsa non devono dimenticare che se Lamarmora avesse ritenuto opportuno persistere nel mantenere le posizioni di Valeggio, Volta e Goito, gli austriaci non avrebbero potuto impedirglielo. Sembra che il generale in capo austriaco condividesse questa opinione, poiché, dopo che il suo esercito ebbe conquistato con terribili sacrifici le posizioni di Monte Vento e Custoza, non è apparso, né gli austriaci hanno dato segno di voler adottare un sistema di guerra più attivo. È compito di un comandante vedere che dopo una vittoria il frutto di essa non vada perduto, e per questo motivo il nemico viene inseguito e molestato, senza lasciargli il tempo per riorganizzarsi. Nulla di tutto ciò è accaduto dopo il 24; nulla è stato fatto dagli austriaci per assicurarsi tali risultati. La frontiera che separa i due domini è ora la stessa che era alla vigilia della dichiarazione di guerra. A Goito, a Monzambano e negli altri villaggi dell'estrema frontiera, le autorità italiane stanno ancora svolgendo i loro doveri. Nulla è cambiato in quei luoghi, se si eccettua che di tanto in tanto un drappello di cavalleria austriaca fa la sua comparsa, con il solo scopo di osservare i movimenti dell'esercito italiano. Uno di questi drappelli, formato da quattro squadroni del reggimento ussari di Württemberg, avanzato alle sei di stamane sulla riva destra del Mincio, ha incontrato il quarto squadrone dei lancieri italiani di Foggia ed è stato respinto, costretto a ritirarsi in disordine verso Goito e Rivolta. In questo scontro ineguale i lancieri italiani si sono distinti moltissimo, hanno fatto prigionieri alcuni ussari austriaci e ne hanno uccisi alcuni altri, tra cui un ufficiale. Lo stesso stato di cose prevale a Rivoltella, un piccolo villaggio sulle rive del Lago di Garda, a circa quattro miglia di distanza dalle fortificazioni più avanzate di Peschiera. Lì, come altrove, alcuni drappelli austriaci sono avanzati con l'obiettivo di osservare i movimenti dei garibaldini, che occupano il terreno collinare che da Castiglione, Esenta e Castel Venzago si estende verso Lonato, Salò e Desenzano, e verso i valichi montani del Caffaro. In quest'ultima località i garibaldini sono venuti alle mani con gli austriaci la mattina del 28, e i primi hanno avuto la meglio nella mischia. Se il fatto d'armi del 24, o la battaglia di Custoza, come l'arciduca Alberto la chiama, fosse stata una grande vittoria per gli austriaci, perché l'esercito imperiale dovrebbe rimanere in tale inazione? L'unica conclusione a cui dobbiamo giungere è semplicemente questa: che le perdite austriache sono state tali da indurre il comandante in capo dell'esercito ad agire prudentemente sulla difensiva. Siamo ora informati che le cariche di cavalleria che i lancieri austriaci e gli ussari ungheresi hanno dovuto sostenere vicino a Villafranca il 24 con i cavalieri italiani dei reggimenti Aosta e Alessandria sono state così fatali per i primi che un'intera divisione della cavalleria del Kaiser deve essere riorganizzata prima di poter essere portata nuovamente in campo.
Il reggimento ussari Haller e due di ulani volontari furono quasi distrutti in quella terribile carica. Per darvi un'idea di questo scontro di cavalleria, basti dire che il colonnello Vandoni, alla testa del reggimento Aosta che comanda, ha caricato quattordici volte durante il breve periodo di quattro ore. Gli ulani volontari del reggimento Kaiser avevano già rinunciato all'idea di rompere il quadrato formato dal battaglione, al centro del quale si trovava il principe Umberto di Savoia, quando sono stati improvvisamente caricati e letteralmente fatti a pezzi dalla cavalleria leggera di Alessandria, nonostante le lunghe lance che portavano. Quest'arma e l'uniforme larga che indossano li rende simili ai cosacchi del Don. C'è una circostanza che, se non erro, non è stata ancora pubblicata dai giornali, ed è questa. Vi è stato un combattimento il 25 in un luogo a nord di Roverbella, tra il reggimento italiano cavalleria Novara e un reggimento di ussari ungheresi, il cui nome non è noto. Questo reggimento è stato così completamente sbaragliato dagli italiani da essere inseguito fino a Villafranca, con due squadroni messi fuori combattimento, mentre il reggimento Novara ha perso solo ventiquattro cavalieri. Credo sia giusto menzionarlo, poiché prova che, il giorno dopo il sanguinoso affare del 24, l'esercito italiano aveva ancora un reggimento di cavalleria operante a Villafranca, un villaggio che distava quindici chilometri dalla frontiera italiana. Un rapporto, che è molto accreditato qui, spiega come l'esercito italiano non abbia tratto i vantaggi che avrebbe potuto trarre dall'azione del 24. Sembra che gli ordini impartiti dal quartier generale italiano durante la notte precedente, e specialmente le istruzioni verbali date da Lamarmora e Pettiti agli ufficiali di stato maggiore dei diversi corpi d'armata, siano stati dimenticati o fraintesi da quegli ufficiali. Quelli inviati a Durando, il comandante del primo corpo, sembrano essere stati i seguenti: che avrebbe dovuto marciare in direzione di Castelnuovo, senza tuttavia prendere parte all'azione. Durando, si afferma generalmente, aveva aderito strettamente agli ordini inviati dal quartier generale, ma sembra che il generale Cerale li abbia intesi troppo letteralmente. Essendo stato ordinato di marciare su Castelnuovo e trovando il villaggio fortemente tenuto dagli austriaci, che accolsero la sua divisione con un fuoco tremendo, egli si impegnò immediatamente nell'azione invece di ripiegare sulla riserva del primo corpo e attendere nuove istruzioni. Se tale è stato realmente il caso, è evidente che Cerale pensava che l'ordine di marcia che aveva ricevuto implicasse che egli dovesse attaccare e prendere possesso di Castelnuovo, se questo villaggio, come in realtà era, fosse già stato occupato dal nemico. Nel menzionare questo fatto mi sento in dovere di osservare che lo scrivo con la più completa riserva, poiché mi dispiacerebbe davvero accusare il generale Cerale di aver frainteso un ordine così importante.
Vedo che uno dei vostri autorevoli contemporanei crede che sarebbe impossibile per il re o per Lamarmora dire quale risultato si aspettassero dal loro mal concepito e peggio eseguito tentativo. Il risultato che si aspettavano è, credo, abbastanza chiaro; volevano rompere il quadrilatero e fare la loro congiunzione con Cialdini, che era pronto ad attraversare il Po durante la notte del 24. Che il tentativo fosse mal concepito e peggio eseguito, né il vostro contemporaneo né il pubblico in generale ha, per il momento, il diritto di concludere, poiché nessuno conosce ancora che imperfettamente i dettagli della terribile lotta. Ciò che è certo, tuttavia, è che il generale Durando, percependo che la divisione Cerale era perduta, fece tutto ciò che poté per aiutarla. Fallendo in questo, si voltò verso i suoi due aiutanti di campo e disse loro freddamente:
«Ora, signori, è tempo che vi ritiriate, poiché ho un dovere da compiere che è strettamente personale: il dovere di morire». Nel dire queste parole galoppò verso il fronte e si pose a circa venti passi da un battaglione di tiratori scelti austriaci che stavano risalendo la collina. In meno di cinque minuti il suo cavallo fu ucciso sotto di lui e lui fu ferito alla mano destra. Non ho bisogno di aggiungere che i suoi aiutanti di campo non si tirarono indietro dal condividere la sorte di Durando. Seguirono coraggiosamente il loro generale, e uno, il marchese Corbetta, fu ferito alla gamba; l'altro, il conte Esengrini, ebbe il cavallo abbattuto sotto di sé. Ho fatto visita a Durando, che è ora a Milano, l'altro ieri. Sebbene fossi un estraneo per lui, mi ha ricevuto immediatamente e, parlando dell'azione del 24, ha solo detto: «Ho la soddisfazione di aver fatto il mio dovere. Attendo tranquillamente il giudizio della storia».
Supponendo, per amore di argomentazione, che il generale Cerale abbia frainteso gli ordini che aveva ricevuto e che, precipitando il suo movimento, abbia trascinato nel medesimo errore l'intero corpo di Durando – supponendo, dico, che questa sia la versione corretta, si può facilmente spiegare il fatto che nessuna delle due parti contendenti sia ancora in grado di descrivere chiaramente l'azione del 24. Perché né l'una né l'altra ha dispiegato e messo in azione tutte le forze che avrebbe potuto avere a sua disposizione? Perché tanti scontri parziali a grande distanza l'uno dall'altro? In una parola, perché quella mancanza di unità che, a mio parere, ha costituito la caratteristica preminente di quella sanguinosa lotta? Posso sbagliarmi di grosso, ma sono dell'opinione che né il generale in capo italiano né l'arciduca austriaco nutrissero la notte del 23 l'idea di dare battaglia il 24. Lì, e solo lì, risiede l'intero mistero dell'affare. La totale mancanza di unità d'azione da parte degli italiani ha assicurato agli austriaci, non la vittoria, ma la possibilità di rendere impossibile il tentativo di Lamarmora di rompere il quadrilatero. Questo nessuno può negarlo; ma, d'altro canto, se l'esercito italiano non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo, il fallimento – grazie al coraggio dimostrato sia dai soldati che dai generali – è stato tutt'altro che disastroso o irreparabile. Gli italiani hanno combattuto dalle tre del mattino fino alle nove di sera come leoni, mostrando ai loro nemici e all'Europa che sanno come difendere il loro paese e che sono degni della nobile impresa che hanno intrapreso.
Ma lasciatemi ora registrare uno degli episodi salienti di quel giorno memorabile. Erano le cinque del pomeriggio quando il generale Bixio, la cui divisione occupava una posizione elevata non lontano da Villafranca, fu attaccato da tre forti brigate austriache, che erano sbucate contemporaneamente da tre strade diverse, sostenute da una numerosa artiglieria. Un ufficiale dello stato maggiore austriaco, agitando un fazzoletto bianco, fu visto galoppare verso il fronte della posizione di Bixio e, una volta in presenza di questo generale, gli intimò di arrendersi. Coloro che non conoscono personalmente Bixio non possono farsi un'idea dell'impressione che questa audace richiesta deve aver fatto su di lui. Mi è stato detto che, nel sentire la parola «arrendersi», il suo volto si sia fatto improvvisamente pallido, poi si sia acceso come porpora, e scagliandosi contro il messaggero austriaco, abbia detto: «Maggiore, se osate pronunciare ancora una volta la parola arrendersi in mia presenza, vi dico – e Bixio mantiene sempre la sua parola – che vi farò fucilare immediatamente». L'ufficiale austriaco aveva appena raggiunto il generale che lo aveva inviato, quando Bixio, muovendo rapidamente la sua divisione, piombò con tale impeto sulla colonna austriaca che stava salendo la collina, che furono gettati alla rinfusa nella valle, causando la massima confusione tra la loro riserva. Bixio stesso guidò i suoi uomini e, con i suoi aiutanti di campo, il cavaliere Filippo Fermi, il conte Martini e il colonnello Malenchini, tutti toscani, caricò effettivamente il nemico. Mi è stato detto che, nel sentire questo episodio, Garibaldi disse: «Non sono affatto sorpreso, poiché Bixio è il miglior generale che io abbia fatto». Una volta respinto il nemico, Bixio ricevette l'ordine di manovrare in modo da coprire il movimento all'indietro dell'esercito, che stava ritirandosi ordinatamente e lentamente verso il Mincio. Assistito dalla cooperazione della cavalleria pesante, comandata dal generale conte de Sonnaz, Bixio coprì la ritirata e durante la notte occupò Goito, una posizione che tenne fino alla sera del 27.
In conseguenza del movimento di concentramento dell'esercito italiano che ho menzionato all'inizio di questa lettera, il quarto corpo d'armata (quello di Cialdini) tiene ancora la linea del Po. Se sono ben informato, il decreto per la formazione del quarto corpo d'armata è stato firmato dal re ieri. Questo corpo è quello di Garibaldi, ed è forte di circa 40.000 uomini. Un ufficiale che è appena tornato da Milano mi ha detto stamane che aveva avuto l'opportunità di parlare con i prigionieri austriaci inviati da Milano alla fortezza di Finestrelle in Piemonte. Tra loro c'era un ufficiale di un reggimento di ulani, che aveva tutta l'apparenza di appartenere a qualche famiglia aristocratica della Polonia austriaca. Essendogli stato chiesto se pensasse che l'Austria avesse realmente vinto la battaglia il 24, ha risposto: «Non so se le illusioni dell'esercito austriaco si spingano fino a indurlo a credere di aver ottenuto una vittoria – non credo. Chi ama l'Austria non può, tuttavia, desiderare che essa ottenga tali vittorie, poiché sono vittorie di Pirro!».
Vi è a Verona qualche elemento nei consigli di guerra austriaci che non comprendiamo, ma che conferisce alle loro operazioni in questa fase della campagna un carattere incerto e vacillante quanto quello che possedeva durante la campagna del 1859. Venerdì sono ancora oltre il Mincio, e sabato la loro piccola flotta sul Lago di Garda risale fino a Desenzano e apre il fuoco contro questa città indifesa e la sua stazione ferroviaria, mentre due battaglioni di tiratori scelti tirolesi occupano l'edificio. Domenica si ritirano, ma ieri mattina presto attraversano il Mincio a Goito e Monzambano, e iniziano a gettare due ponti sullo stesso fiume, tra quest'ultima località e i mulini di Volta. Allo stesso tempo erigono batterie a Goito, Torrione e Valeggio, spingendo le loro pattuglie di esplorazione di ussari fino a Medole, Castiglione delle Stiviere e Montechiara, quest'ultima località distante solo venti miglia da Brescia. Prima che questa notizia mi giungesse qui stamane ero piuttosto incline a credere che stessero giocando a nascondino, nella speranza che i capi dell'esercito italiano si lasciassero tentare dal gioco e ripetessero, per la seconda volta, l'attacco troppo frettoloso al quadrilatero. Questa notizia, che ho da una fonte attendibile, ha tuttavia cambiato la mia opinione precedente, e inizio a credere che l'arciduca austriaco si sia davvero deciso a uscire dalle roccaforti del quadrilatero e intenda effettivamente iniziare la guerra proprio sui campi di battaglia dove il suo cugino imperiale fu battuto il 24 giugno 1859. Può darsi che i disastri parziali subiti da Benedek in Germania abbiano determinato il governo austriaco a ordinare un sistema di guerra più attivo contro l'Italia, o, come si crede generalmente qui, che l'organizzazione del commissariato non fosse abbastanza perfetta nell'esercito comandato dall'arciduca Alberto per permettere un'azione più attiva e offensiva. Comunque sia, il fatto è che le notizie ricevute qui da diverse parti dell'Alta Lombardia sembrano indicare, da parte degli austriaci, l'intenzione di attaccare i loro avversari.
Ieri, mentre il pacifico villaggio di Gazzoldo – a cinque miglia italiane da Goito – era ancora sepolto nel silenzio della notte, è stato occupato da 400 ussari, con grande costernazione della popolazione che è stata svegliata dal galoppo dei loro inaspettati visitatori. Il sindaco del villaggio, che è il farmacista del posto, è stato, sento dire, prelevato con la forza dalla sua casa e costretto a scortare gli austriaci sulla strada che conduce a Piubega e Redondesco. Questo degno magistrato, che non era apparentemente dotato di sufficiente coraggio per fare almeno mezzo eroe, era così spaventato da essersi sentito male, e si trova ancora in condizioni molto precarie. Queste incursioni non sono sempre compiute impunemente, poiché la notte scorsa, non lontano da Guidizzuolo, due squadroni di cavalleria leggera italiana – Cavalleggieri di Lucca, se sono ben informato – a una curva improvvisa della strada che porta dall'ultimo villaggio a Cerlongo, si sono trovati quasi faccia a faccia con quattro squadroni di ulani. Gli italiani, senza contare i loro nemici, hanno spronato i cavalli e sono piombati come un tuono sugli austriaci, che, dopo un combattimento durato più di mezz'ora, sono stati messi in fuga, lasciando sul terreno quindici uomini fuori combattimento, oltre a dodici prigionieri.
Mentre scaramucce di questo genere hanno luogo nel terreno pianeggiante della Lombardia che giace tra il Mincio e il Chiese, un'azione più decisiva è stata adottata dal corpo austriaco che è acquartierato nel Tirolo italiano e in Valtellina. Alcuni giorni fa si credeva generalmente che la missione di questo corpo fosse solo quella di opporsi a Garibaldi nel caso avesse tentato di forzare quei valichi alpini. Ma ora sentiamo improvvisamente che gli austriaci sono già padroni del Caffaro, di Bagolino, Riccomassino e Turano, punti che stanno fortificando. Questo fatto spiega gli ultimi movimenti fatti da Garibaldi verso quella direzione. Ma mentre gli austriaci stanno ammassando le loro truppe sulle Alpi tirolesi, la rivoluzione si sta diffondendo rapidamente nelle montagne più meridionali del Friuli e del Cadore, minacciando così il fianco e le retrovie del loro esercito in Venezia. Questo movimento rivoluzionario potrebbe non aver ancora assunto grandi proporzioni, ma poiché è l'effetto di un piano proposto in precedenza potrebbe diventare davvero imponente, tanto più che i ranghi di quei patrioti italiani sono quotidianamente ingrossati da numerosi disertori e renitenti dei reggimenti veneti dell'esercito austriaco.
Sebbene il corpo principale degli austriaci sembri essere ancora concentrato tra Peschiera e Verona, non mi sorprenderei se attraversassero il Mincio oggi o domani, con l'obiettivo di occupare le alture di Volta, Cavriana e Solferino, che, sia per la loro posizione che per la natura del terreno, sono in sé tante fortezze. Supponendo che l'esercito italiano decida per l'azione – e ci sono tutte le ragioni per credere che sarà così – non è improbabile che, come abbiamo già avuto una seconda battaglia a Custoza, possiamo averne una seconda a Solferino.
Che al quartier generale italiano sia stato deciso qualcosa che possa affrettare il movimento in avanti dell'esercito, lo deduco dal fatto che i commissari militari stranieri presso il quartier generale italiano, che dopo il 24 giugno erano andati a passare l'ozio della loro vita da campo a Cremona, hanno improvvisamente fatto la loro comparsa a Torre Malamberti, una villa appartenente al marchese Araldi, dove è acquartierato lo stato maggiore di Lamarmora. Un evento ancora più importante è la presenza del barone Ricasoli, che ho incontrato ieri sera arrivando qui. Il Presidente del Consiglio veniva da Firenze e, dopo essersi fermato poche ore alla villa di Cicognolo, dove Vittorio Emanuele e la famiglia reale alloggiano, si è diretto a Torre Malamberti per conferire con il generale Lamarmora e il conte Pettiti. La presenza del barone al quartier generale è un incidente troppo importante per essere ignorato da coloro il cui compito è quello di osservare il corso degli eventi in questo paese. E si dovrebbe tenere a mente che, sulla strada per il quartier generale, il barone Ricasoli si è fermato alcune ore a Bologna, dove ha avuto un lungo colloquio con Cialdini. Né è tutto; poiché il fatto più importante che ho da riportare oggi è che, mentre sto scrivendo (cinque del mattino), tre corpi dell'esercito italiano stanno attraversando l'Oglio in diversi punti – tutti e tre agendo insieme e pronti a ogni evenienza. Questa ricognizione in forze può, come vedete, trasformarsi in una battaglia regolare qualora gli austriaci abbiano attraversato il Mincio con il corpo principale del loro esercito nel corso della scorsa notte. Vedete che l'aria intorno a me profuma abbastanza di polvere da giustificare l'aspettativa di eventi che probabilmente eserciteranno una grande influenza sulla causa del diritto e della giustizia – la causa dell'Italia.
MARCARIA, 3 luglio, sera.
La guida di Murray mi risparmierà la fatica di descrivervi com’è fatto questo piccolo e sudicio buco di Marcaria. Il fiume Oglio scorre verso sud, non lontano dal villaggio, e taglia la strada che da Bozzolo conduce a Mantova. Si trova a circa sette miglia da Castellucchio, cittadina che, dopo la pace di Villafranca, segnava la frontiera italiana nella Bassa Lombardia. Verso quest’ultima località ha marciato stamattina l’undicesima divisione degli italiani sotto il comando del generale Angioletti, solo un mese fa ministro della Marina nel gabinetto Lamarmora. La divisione di Angioletti, appartenente al secondo corpo, doveva, in caso di attacco, essere sostenuta dalla quarta e dall’ottava, che avevano attraversato l’Oglio a Gazzuolo quattro ore prima che l’undicesima partisse dal luogo da cui ora vi scrivo. Anche altre due divisioni si mossero in linea obliqua dal corso superiore del suddetto fiume, lo attraversarono su un ponte di barche e furono indirizzate a mantenere i collegamenti con quella di Angioletti sulla sinistra, mentre l’ottava e la quarta avrebbero formato la sua destra. Queste cinque divisioni costituivano l’avanguardia del corpo principale dell’esercito italiano. Non sono in grado di indicarvi l’esatta linea che l’esercito, avanzato così dall’Oglio, abbia seguito, ma mi è stato detto che, per evitare la possibilità di ripetere gli errori occorsi nell’azione del 24, i tre corpi d’armata sono stati diretti a marciare in modo tale da consentire loro di presentare una massa compatta qualora incontrassero il nemico. Contrariamente a ogni aspettativa, alla divisione di Angioletti è stato permesso di entrare e occupare Castellucchio senza sparare un colpo. Non appena la sua avanguardia ha raggiunto il borgo di Ospedaletto, è stata informata che gli austriaci avevano lasciato Castellucchio durante la notte, lasciando pochi ussari che, a loro volta, si sono ritirati verso Mantova non appena hanno visto la cavalleria che Angioletti aveva inviato a perlustrare sia la campagna che il borgo di Castellucchio.
È appena giunta qui la notizia che il generale Angioletti è riuscito a spingere i suoi avamposti fino a Rivolta sulla sinistra, e ancora più avanti sul suo fronte verso Curtatone. Sebbene la distanza da Rivolta a Goito sia di sole cinque miglia, Angioletti, mi è stato detto, non ha potuto accertare se gli austriaci abbiano attraversato il Mincio in forze.
Quale ruolo svolgeranno Cialdini e Garibaldi nella grande lotta nessuno può dirlo. È certo, tuttavia, che questi due leader popolari non resteranno inattivi e che una battaglia, se combattuta, assumerà le proporzioni di un massacro quasi inaudito.
QUARTIER GENERALE DELL’ESERCITO ITALIANO, TORRE MALAMBERTI, 7 luglio 1866.
Mentre l’imperatore d’Austria si getta ai piedi del sovrano di Francia — stavo quasi per scrivere l’arbitro d’Europa — l’Italia e il suo valoroso esercito sembrano respingere sdegnosamente l’idea di ottenere il Veneto come dono di una potenza neutrale. Non vi può essere alcun dubbio sul fatto che il sentimento esistente dall’annuncio della proposta austriaca da parte del Moniteur sia di stupore, e persino di indignazione per quanto concerne l’Italia stessa. Non si sente altro che espressioni di questo tipo in qualunque città italiana ci si trovi, e l’esercito italiano è naturalmente ansioso che non si dica che essa rinunci al suo compito quando gli austriaci parlano di averla battuta, senza dimostrare di poter battere anche loro. Vi sono alte considerazioni d’onore che nessun soldato o generale penserebbe mai di mettere da parte per ragioni umanitarie o politiche, e con queste considerazioni l’esercito italiano è pienamente in accordo dal 24 giugno. Anche il modo in cui il Kaiser ha scelto di rinunciare al punto a lungo conteso, ignorando l’Italia e riconoscendo la Francia come parte nella questione veneta, ha creato grande indignazione tra gli italiani, i cui giornali dichiarano, tutti quanti, che un nuovo insulto è stato recato al Paese. Questo è lo stato dell’opinione pubblica qui, e a meno che non si ottengano i massimi vantaggi da un armistizio prematuro e da un trattato di pace affrettato, è probabile che continui a essere lo stesso, non a totale garanzia dell’ordine pubblico in Italia. Com’è naturale, tutti gli occhi sono rivolti verso Villa Pallavicini, a due miglia da qui, dove il re deve decidere se accettare o rifiutare il consiglio dell’imperatore francese, decisioni entrambe gravide di notevoli difficoltà e non pochi pericoli. Il re avrà chiesto il parere dei suoi ministri, oltre al fatto che quello della Prussia sarà stato richiesto e probabilmente dato. La faccenda potrebbe essere decisa in un senso o nell’altro in brevissimo tempo, o potrebbe trascinarsi per giorni per dare tempo all’ansia e alle paure pubbliche di placarsi e calmarsi. Nel frattempo, sembra che il re e i suoi generali abbiano deciso di non accettare il dono. Un attacco alla testa di ponte di Borgoforte sul lato destro del Po è iniziato il 5 alle tre e mezza del mattino, sotto la direzione immediata del generale Cialdini. Il corpo attaccante era quello del Duca di Mignano. Per tutto il giorno di ieri il cannone è stato udito a Torre Malamberti, come lo è stato anche stamattina tra le dieci e le undici. Borgoforte è una fortezza sulla sponda sinistra del Po, che getta un ponte attraverso questo fiume, la cui estremità destra è protetta da una forte testa di ponte, obiettivo dell’attuale attacco. Si può dire che quest’opera appartenga al quadrilatero, poiché è solo una parte avanzata della fortezza di Mantova, la quale, appoggiandosi sulle retrovie, è collegata a Borgoforte da una strada militare sostenuta dal lato di Mantova dalla fortezza di Pietolo. La distanza tra Mantova e Borgoforte è di soli undici chilometri. La testa di ponte è gettata sul Po; la sua struttura è di data recente e consiste in una parte centrale e in due ali, chiamate rispettivamente Rocchetta e Bocca di Ganda. La chiusa ivi esistente è racchiusa nell’opera della Rocchetta.
Da quando vi ho scritto la mia ultima lettera, Garibaldi è stato costretto a desistere dall’idea di impossessarsi di Bagolino, Sant’Antonio e Monte Suello, dopo un combattimento durato quattro ore, vedendo che aveva a che fare con un’intera brigata austriaca, supportata da ulani, tiratori scelti (quasi un battaglione) e dodici pezzi d’artiglieria. Queste posizioni sono state successivamente abbandonate dal nemico e occupate dai volontari di Garibaldi. In questo scontro il generale ha ricevuto una leggera ferita alla gamba sinistra, la cui natura è tuttavia così lieve che pochi giorni saranno sufficienti a permettergli di riprendere i doveri attivi. Sembra che le armi degli austriaci si siano rivelate molto superiori a quelle dei garibaldini, i cui fucili hanno fatto pessimo servizio. La perdita di questi ultimi ammonta a circa 100 morti e 200 feriti, cifre in cui gli ufficiali appaiono in gran proporzione, dovuto al fatto di essere stati sempre alla testa dei loro uomini, combattendo, caricando e incoraggiando i loro compagni per tutto il tempo. Il capitano aiutante maggiore Battino, già dell’esercito regolare, è morto, colpito da tre proiettili, mentre si lanciava sugli austriaci con il primo reggimento. Nell’abbandonare la linea del Caffaro, che avevano rioccupato dopo l’incontro di Lodrone — in conseguenza del quale i garibaldini avevano dovuto ripiegare a causa del concentramento seguito alla battaglia di Custoza — gli austriaci si sono ritirati verso la fortezza di Lardaro, tra i monti Stabolfes e Tenara, coprendo la via per Tione e Trento, nel Tirolo italiano. Il terzo reggimento di volontari ha sofferto maggiormente, poiché due delle sue compagnie hanno dovuto sopportare il peso del terribile fuoco austriaco mantenuto da posizioni formidabili. Un altro combattimento stava avendo luogo quasi nello stesso momento in Val Camonica, vale a dire a nord del Caffaro e di Rocca d’Anfo, punto d’appoggio di Garibaldi. Questo scontro è stato sostenuto nelle stesse proporzioni, con gli italiani che hanno perso uno dei loro più coraggiosi e migliori ufficiali nella persona del maggiore Castellini, milanese, comandante del secondo battaglione di bersaglieri lombardi. Sebbene questi e il battaglione del maggiore Caldesi abbiano dovuto ripiegare da Vezza, una forte posizione è stata presa vicino a Edolo, mentre nelle retrovie un reggimento ha mantenuto Breno al sicuro.
Sebbene fosse ancora al quartier generale solo due giorni fa, il barone Ricasoli è stato improvvisamente convocato per telegramma da Firenze e, a quanto sento, è appena arrivato. Ciò è indubbiamente causato dalle nuove complicazioni, specialmente poiché, in un consiglio dei ministri presieduto dal barone, è stato votato, la cui natura è ancora sconosciuta, sullo stato attuale degli affari. Come sapete molto bene in Inghilterra, l’Italia ha grande fiducia in Ricasoli, la cui condotta, sempre lungi dall’essere ossequiosa verso l’imperatore francese, ha soddisfatto la nazione. È ritenuto in questo momento l’uomo giusto al posto giusto, e con la grande conoscenza che possiede dell’Italia e degli italiani, e con la cooperazione di un uomo onesto come il generale Lamarmora, l’Italia può dirsi al sicuro, sia dagli amici che dai nemici.
Da ciò che ho visto stamattina, tornando dal fronte, presumo che qualcosa, e forse qualcosa di nuovo, sarà tentato domani. Finora, l’armistizio proposto non ha avuto alcun effetto sulle disposizioni al quartier generale e non ha fermato la voce del cannone. Tra voci, speranze e timori, il desiderio dell’Italia di proseguire con la guerra è stato finora mantenuto dai suoi fidati leader.
QUARTIER GENERALE DEL PRIMO CORPO D’ARMATA,
PIADENA, 8 luglio 1866.
Mentre inizio a scrivervi, non si può nutrire alcun dubbio sul fatto che qualche movimento non solo sia in contemplazione al quartier generale, ma sia effettivamente previsto per aver luogo oggi, e che probabilmente si rivelerà essere contro le posizioni austriache a Borgoforte, sulla riva sinistra del Po. Fino a questo momento la testa di ponte sul lato destro del fiume era stata attaccata solo dai cannoni del generale Duca di Mignano. Si tratterebbe ora, al contrario, di tagliare le comunicazioni tra Borgoforte e Mantova, occupando la parte inferiore del territorio attorno a quest’ultima fortezza, avanzando sulle Valli Veronesi e aggirando il quadrilatero verso il Veneto. Mentre, dunque, si attendono ulteriori notizie per dirci se questo piano sia stato messo in esecuzione e se sarà perseguito, incuranti dell’esistenza di Mantova e Borgoforte sui suoi fianchi, un grande fatto è già accertato: che l’armistizio proposto dall’imperatore Napoleone non è stato accettato e che la guerra deve continuare. Gli austriaci potranno rinchiudersi nelle loro roccaforti, o potranno persino essere così compiacenti da lasciare al re il possesso incontestato di esse ritirandosi sulla stessa linea in cui avanzano i loro avversari; l’inseguimento, se non la lotta, la guerra, se non la battaglia, saranno portati avanti dagli italiani. A Torre Malamberti, dove si trova il quartier generale, non si finiva di vedere ieri ufficiali generali che correvano in tutte le direzioni. Ho incontrato il re, i generali Brignone, Gavone, Valfré e Menabrea a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, e il principe Amedeo, che si è completamente ripreso dalla sua ferita, era stato chiamato per telegramma e arriverà a Cremona oggi. Non si possono ottenere informazioni precise riguardo alle intenzioni degli austriaci, ma c’è da sperare per l’esercito italiano, e per il credito dei suoi generali, che se ne sappia di più ora di quanto si sapesse alla vigilia del famoso 24 giugno, e proprio la mattina stessa. L’eroismo degli italiani in quel giorno memorabile supera qualsiasi idea possibile che ci si possa fare, così come ha superato ogni aspettativa del Paese. Lasciate che vi racconti alcuni dei tanti fatti eroici che vengono alla luce solo quando si ha l’occasione di parlare con coloro che ne sono stati testimoni oculari, poiché non sono oggetto di ingigantiti ordini reggimentali o, per ora, di meritati onori. I soldati italiani sembrano pensare che l’esercito abbia solo fatto il suo dovere e che, ovunque gli italiani combattano, mostreranno sempre uguale valore e fermezza. Il capitano Biraghi, di Milano, appartenente allo stato maggiore, avendo nel mezzo della battaglia ricevuto un ordine dal generale Lamarmora per il generale Durando, procedeva con tutta la velocità possibile verso il primo corpo d’armata, che stava lentamente ritirandosi dinanzi alle forze superiori del nemico e dinanzi al numero grandemente superiore dei suoi cannoni, quando, mentre era sotto una pioggia perfetta di mitraglia, si è trovato improvvisamente di fronte un ufficiale di cavalleria austriaco che era rimasto in agguato per l’attendente italiano. L’austriaco spara il suo revolver contro Biraghi e lo ferisce al braccio. Non scoraggiato, Biraghi lo assale e lo fa voltare; poi, inseguendolo, lo disarciona, ma vede il proprio cavallo abbattuto sotto di lui. Biraghi si libera, uccide il suo antagonista e salta sul cavallo di quest’ultimo. Anche questo, tuttavia, viene abbattuto in un momento da una palla di cannone, sicché il valoroso capitano deve tornare a piedi, sanguinante e quasi incapace di camminare. Parlando di eroismo, di inimitabile resistenza e forza d’animo, cosa ne pensate di un uomo che si vede strappare via interamente il braccio da una granata, eppure resta sul suo cavallo, fermo come una roccia, e ancora dirige la sua batteria finché l’emorragia — e l’emorragia soltanto — lo abbatte infine, morto! Tale è stato il caso di un napoletano — il maggiore Abate, dell’artiglieria — e il suo nome vale la gloria di un intero esercito, di un’intera guerra; e può trovare un compagno adatto solo in quello di un ufficiale del diciottesimo battaglione di bersaglieri, che, scagliandosi contro un portabandiera austriaco, strappa lo stendardo dalle sue mani con la sinistra, se la vede tagliare di netto da un ufficiale austriaco che si trova nelle vicinanze, e immediatamente lo afferra con la destra, finché i suoi stessi soldati lo portano via con il suo trofeo! Non suona forse come la storia greca ripetuta — non sembra forse che i valorosi uomini di un tempo siano nati di nuovo, e i vecchi fatti rinnovati per narrare l’eroismo italiano? Un altro bersagliere — un toscano, di nome Orlandi Matteo, appartenente a quel eroico quinto battaglione che combatté contro intere brigate, reggimenti e battaglioni, perdendo 11 dei suoi 16 ufficiali e circa 300 dei suoi 600 uomini — Orlandi, era già ferito quando, scorgendo una bandiera austriaca, compie un grande sforzo, si scaglia sull’ufficiale, lo uccide, prende la bandiera e, quasi morente, la consegna al suo tenente. Ora si trova in un reparto dell’ospedale San Domenico di Brescia e tutti coloro che hanno appreso del suo coraggio spereranno vivamente che possa sopravvivere per essere indicato come uno dei tanti che si coprirono di gloria in quel giorno. Se è triste leggere di morti incontrate sul campo da tanti patriottici e valorosi soldati, è ancora più triste apprendere che non pochi di loro sono stati barbaramente uccisi dal nemico, e uccisi, per di più, quando erano innocui, poiché giacevano feriti a terra. Il colonnello siciliano Stalella, genero del senatore Castagnetto e uomo coraggioso tra i più coraggiosi, è stato colpito alla gamba da un proiettile e gettato giù dal suo cavallo mentre incitava i suoi uomini a respingere gli austriaci, che in grandi masse premevano sulla sua colonna assottigliata. Sebbene in ritirata, il reggimento ha inviato alcuni dei suoi uomini a portarlo via, ma non appena è stato messo su una barella ha dovuto essere deposto, poiché dieci o dodici ulani stavano galoppando giù, obbligando gli uomini a nascondersi in un cespuglio. Quando gli ulani si sono avvicinati al colonnello, e quando lo hanno visto giacere in agonia, hanno tutti conficcato le loro lance nel suo corpo.
Non è questa crudeltà gratuita — crudeltà persino inaudita, crudeltà che nessun selvaggio possiede? Eppure questi sono fatti, e nessuno oserà mai smentirli da Verona e da Vienna, poiché sono noti tanto quanto era noto e visto che gli ulani e molti dei soldati austriaci erano ubriachi quando hanno iniziato a combattere, e che scendendo dai treni erano provvisti delle loro razioni e di rum, e che hanno combattuto senza i loro zaini. Questa è la verità, e nulla oltre a ciò è stato asserito, a onore degli italiani, che sia a disonore o a credito dei loro nemici; cosicché, pur negando di maltrattare i prigionieri austriaci, sono pronti ad affermare che i loro sono ben trattati a Verona, senza pensare a calunniare e diffamare come hanno fatto i giornali di Vienna.
Stamattina il principe Amedeo è arrivato a Cremona, dove ha ricevuto un’accoglienza spontanea e calorosa dalla popolazione e dalla Guardia Nazionale. Si è diretto subito per la via più breve al quartier generale, così che il suo desiderio di essere di nuovo al fronte quando qualcosa fosse stato fatto è stato esaudito. Questo valoroso giovane, e il suo degno fratello, il principe Umberto, hanno vinto gli applausi di tutta l’Italia, che è giustamente orgogliosa di contare il suo re e i suoi principi tra i primi sul campo.
Ho appena appreso da una fonte molto attendibile che gli austriaci hanno minato il ponte di Borghetto sul Mincio, cosicché, qualora dovesse essere fatto saltare, gli unici due, quelli di Goito e Borghetto, verrebbero distrutti e gli italiani costretti a farne di provvisori al loro posto. Sento anche che le città venete sono senza alcuna guarnigione e che molto probabilmente tutte le forze sono ammassate su due linee, una da Peschiera a Custoza e l’altra dietro l’Adige.
Probabilmente saprete ormai che la guarnigione di Vienna era stata diretta a Praga il 3. Le notizie che riceviamo dalla Prussia sono nel complesso incoraggianti, in quanto il tanto temuto armistizio è stato respinto dal re Guglielmo. Alcuni qui pensano che la Francia non sarà troppo dura con l’Italia per aver mantenuto la parola data al suo alleato, e che il peso della rabbia o della disapprovazione francese dovrà essere sopportato dalla Prussia. Questa è l’ultima cosa che può aspettarsi, come sapete!
È probabile che entro domani sarò in grado di scrivervi di più sulla guerra italo-austriaca del 1866.
GONZAGA, 9 luglio 1866.
Vi scrivo da una villa, distante solo un miglio da Gonzaga, appartenente alla famiglia dei conti Arrivabene di Mantova. I proprietari non vi hanno più messo piede dal 1848, ed è solo la sorte della guerra che li ha portati a rivedere la loro bellissima residenza dell’Aldegatta, mai più, si spera per loro, da abbandonare. È, come vedete, "Mutatum ab illo". Avanti sono andati, dunque, i patrioti esuli! Avanti andrà la nazione che li possiede! Il desiderio di ognuno che è costretto a rimanere indietro è che l’esercito, che i volontari, che la flotta, collaborino tutti, e che sbarchino, tutti quanti, sul suolo veneto, per cercare una grande battaglia, per restituire all’esercito la fama che merita, e al Paese l’onore che possiede. Il re è chiamato a mantenere la parola nobilmente data di vendicare Novara, e con essa la nuova insultante proposta austriaca. Tutto, si dice, è pronto. Si è detto che l’esercito sia numeroso; se essere numerosi e valorosi significa meritare la vittoria, lascino che i generali italiani dimostrino cosa valgono i soldati italiani. Se combatteranno, il Paese li sosterrà con le più audaci risoluzioni — il Paese accetterà una discussione ogni volta che il Governo, avendo disperso ogni timore, proclamerà che la guerra deve essere continuata finché la vittoria non sarà iscritta sullo scudo d’Italia.
Non essendo lontano da Borgoforte, sono in grado di apprendere più di quanto la mera voce del cannone possa dirmi, e perciò vi darò alcuni dettagli dell’azione contro la testa di ponte, iniziata, come vi dissi in una delle mie lettere precedenti, il 4. A Borgoforte vi erano circa 1500 austriaci e, nella notte tra il 5 e il 6, essi hanno mantenuto dai loro quattro fortini un fuoco sufficientemente nutrito, il cui scopo era impedire al nemico di piazzare i propri pezzi. Tale fuoco, tuttavia, non ha causato danni, e gli italiani sono riusciti a installare le proprie batterie. All’alba del 6, il fuoco è iniziato lungo tutta la linea, essendo stati i pezzi da 16 libbre italiani i primi ad aprire il fuoco. L’ala destra italiana era comandata dal colonnello Mattei, la sinistra dal colonnello Bangoni, che ha svolto un ottimo lavoro, mentre l’altra ala non ha avuto altrettanto successo. I pezzi più pesanti non erano ancora arrivati, a causa di uno di quegli incidenti che accadono sempre quando meno te lo aspetti, cosicché i pezzi da 40 libbre non hanno potuto essere puntati contro i forti se non più tardi nel corso della giornata. Il danno arrecato alle opere non è stato grande per il momento, ma si è comunque ottenuto il vantaggio di saggiare la forza delle posizioni nemiche e di trovare il modo giusto per attaccarle. Gli artiglieri hanno operato con grande vigore, e sono stati costretti a desistere solo da un ordine inaspettato giunto verso le due del pomeriggio dal generale Cialdini. L’attacco è stato comunque ripreso il giorno seguente, e le condizioni dei forti di Monteggiana e Rochetta possono dirsi precarie. Come segno dei tempi, e più specialmente della giusta impazienza che prevale in Italia riguardo alla direzione generale dei movimenti dell’esercito, non è privo di importanza notare che la stampa italiana ha iniziato a gridare contro l’oscurità in cui tutto è avvolto, mentre il tempo già trascorso dal 24 giugno parla chiaramente di inazione. Si osserva che l’amaro dono fatto dall’Austria delle province venete, e la sospetta offerta di mediazione della Francia, avrebbero dovuto trovare l’Italia in condizioni assai diverse, sia per quanto riguarda la sua posizione politica che militare. L’Italia è, al contrario, esattamente nello stesso stato in cui si trovava quando l’arciduca Alberto telegrafò a Vienna che era stato ottenuto un grande successo sull’esercito italiano. Questi sono fatti, e, per quanto forti e degne di rispetto possano essere le ragioni, non vi è dubbio che si sia verificato uno straordinario ritardo nella ripresa delle ostilità, e che al momento presente le operazioni progettate siano perfettamente misteriose. Di tanto in tanto trapela qualcosa che serve solo a rendere la successiva assenza di notizie sempre più sconcertante. Per il momento è stata pubblicata la prima relazione ufficiale dell’infelice scontro del 24 giugno, che viene di conseguenza esaminata con ansia e studiata attentamente. È opinione comune che non sia necessaria una grande conoscenza militare per percepire che si è fatto troppo affidamento su presunti fatti, e che l’indulgenza verso speculazioni e idee abbia causato lo spreco di così tanto sangue prezioso. La prudenza che ha caratterizzato le successive mosse degli austriaci potrebbe essere stata causata dagli effetti degli schieramenti dei loro avversari, ma i comandanti italiani avrebbero dovuto evitare la responsabilità di dare al nemico l’opzione di muoversi.
È chiaro che per rimediare alle cose non è sufficiente l’espressione di grida generose e patriottiche, e che deve essere dimostrato che il vigore del corpo non è affatto superato dal vigore della mente. È anche chiaro che molte vite avrebbero potuto essere risparmiate se vi fossero state maggiori prove di intelligenza da parte di coloro che dirigevano il movimento.
La situazione è ancora molto seria. Un armistizio come quello che il generale von Gablenz ha potuto umiliarsi a chiedere ai prussiani è stato rifiutato, ma un altro, che l’Imperatore dei Francesi ha consigliato loro di accettare, potrebbe alla fine diventare realtà. Per l’Italia, la questione puramente veneta potrebbe allora essere risolta, mentre la questione italiana, la questione nazionale, la questione del diritto e dell’onore che l’esercito ha così a cuore, resterebbe ancora da risolvere.
GONZAGA, 12 luglio 1866.
Si dice generalmente che viaggiare sia fastidioso, ma viaggiare con e attraverso brigate, divisioni e corpi d’armata, posso certificare che lo sia più di quanto sia solitamente gradevole. Non è che gli ufficiali italiani o i soldati italiani siano in alcun modo disposti a gettarvi ostacoli sul cammino; ma essi, sfortunatamente per voi, hanno con sé gli inevitabili carri con gli inevitabili carrettieri, entrambi sufficienti a farvi gelare il sangue, anche se il barometro segna un valore molto alto. Tra la loro indolenza, il loro numero e la polvere che sollevavano, ho davvero pensato che mi avrebbero fatto impazzire prima di raggiungere Casalmaggiore nel mio tragitto da Torre Malamberti. Sono partito da quest’ultimo luogo alle tre del mattino, con un tempo splendido che, fedele alla tradizione, mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Attraversando San Giovanni in Croce, dove era stato trasferito il quartier generale del generale Pianell, ho svoltato a destra in direzione del Po, e ho iniziato a farmi un’idea del genere di viaggio estenuante che avrei dovuto affrontare fino a Casalmaggiore. Su entrambi i lati della strada alcuni reggimenti appartenenti alla divisione di retroguardia erano ancora accampati, e mentre passavo è stato oltremodo interessante vedere quanto fossero indaffarati a cucinare il loro “rancio”, a pulire le armi e a sfruttare al meglio il loro tempo. Gli ufficiali stavano oziosamente nei dintorni a fissarmi, supponendo, credo, che io stessi viaggiando con qualche ruolo nel destino del loro paese. Qua e là alcuni soldati che avevano appena lasciato gli ospedali di Brescia e Milano si dirigevano verso i loro corpi e stringevano la mano ai compagni, dai quali solo la malattia o la fortuna della guerra li aveva separati. Sembravano contenti di rivedere la loro vecchia tenda, il loro vecchio tamburo, il loro vecchio sergente portabandiera, e anche la bandiera che avevano portato in battaglia e che non avevano permesso a nessun costo di farsi sottrarre. Posso affermare qui, *en passant*, che ben sei bandiere furono sottratte al nemico nella prima parte della giornata di Custoza, e vennero successivamente abbandonate nella ritirata, mentre di quelle italiane solo una fu persa da un reggimento per pochi minuti, per essere poi prontamente riconquistata. Questo fatto dovrebbe essere sufficiente di per sé a stabilire il valore con cui i soldati hanno combattuto il 24, e il valore con cui combatteranno se, come ardentemente desiderano, verrà data loro una nuova occasione.
Fin quando avevo incontrato solo truppe, in marcia o accampate sulla strada, tutto andava bene, ma presto mi sono ritrovato mescolato a una linea interminabile di carri e simili, che formavano il convoglio militare e civile dell’esercito in movimento. Allora è stato necessario tanta pazienza per evitare di saltar fuori dalla propria carrozza e di castigare i carrettieri, poiché essi insistevano nel non far passare, restando sordi alle mie implorazioni come una pietra. Quando avevi finito con uno dovevi avere a che fare con un altro, e li trovi tutti ostinati ed egoisti come sono da un capo all’altro del mondo, che sia sulla strada per Casalmaggiore o a High Holborn. Di tanto in tanto le cose sembravano procedere bene, e ti credevi libero da ulteriori fastidi, ma presto scoprivi il tuo errore, quando un enorme carro di munizioni ti si parava davanti, quando una ruota si impigliava in un’altra, e l’imperturbabile signor Carrettiere evidentemente gioiva di una nuova opportunità per la sosta, l’inazione, l’indolenza e il sonno. Sono giunto presto alla conclusione che l’Italia non sarebbe stata libera quando gli austriaci fossero stati scacciati, poiché un altro e più formidabile nemico — un nemico della società e del comfort, degli uomini e dei cavalli, dell’umanità in generale — avrebbe dovuto ancora essere battuto, espulso, annientato, nella forma del carrettiere. Se lo impieghi, ti deruba cinquanta volte; se vuoi che guidi velocemente, starà ben attento a impedire all’animale di muoversi affatto; se, peggio di tutto, non pensi a lui, o sei appena stato depredato da lui, non si muoverà di un pollice per farti un favore. Sicuramente il colera non è l’unica pestilenza da cui un paese può essere visitato; e, se Cialdini dovesse mai andare a Vienna, potrebbe vendicare Novara e lo Spielberg portando con sé i carrettieri dell’intero esercito.
Finalmente Casalmaggiore è apparsa all’orizzonte e, quando la buona sorte e i carrettieri lo hanno permesso, l’ho raggiunta. Era ora! Nessun Giacobbe corazzato avrebbe mai potuto resistere ad altri due miglia di viaggio in tale compagnia. A Casalmaggiore ho svoltato. C’erano, fortunatamente, due strade, e non è servita la minima ragione o il minimo argomento per farmi scegliere quella che il mio *cauchemar* non aveva scelto. Stavano attraversando il fiume a Casalmaggiore. Io sono andato, ovviamente, per lo stesso scopo, da qualche altra parte. Qualsiasi posto andava bene — così pensavo, almeno, allora. Nuove avventure, nuove miserie mi attendevano — qualche carrettiere, o qualcun altro, intuendo che non ero un suo amico, né di tutta la sua stirpe, mi aveva gettato la iattatura addosso.
Sono sceso alla Colombina, dopo quattro ore di viaggio, per dare ai cavalli il tempo di riposare un po’. L’Albergo della Colombina è stato una grande delusione, poiché non c’era nulla che potesse essere mangiato. Ho deciso di attendere con molta pazienza, ma diversamente da alcuni ufficiali di cavalleria che, coperti di polvere ed evidentemente affamati e assetati quanto potevano esserlo, hanno iniziato a bestemmiare a cuore aperto. In un’ora sono arrivate alcune uova e del salame, un tipo di salsiccia, e sono stati rapidamente consumati. Un giovane tenente del trentesimo reggimento di fanteria della brigata Pisa ha preso posto di fronte a me, e presto siamo stati impegnati in conversazione. Era stato nel mezzo e nella parte peggiore della battaglia di Custoza, ed era sfuggito dall’essere fatto prigioniero per quello che sembrava un miracolo. Mi ha raccontato come, quando il suo reggimento avanzò sulla posizione di Monte Croce, che mi ha praticamente descritto come avente la forma di un *pudding* inglese, vennero colpiti da batterie sia sui fianchi che frontalmente. Il tenente ha aggiunto, tuttavia, piuttosto sprezzante, che non si sono nemmeno inchinati davanti ad essi, come sembra essere l’usanza — cioè, sdraiarsi —, poiché gli austriaci sparavano molto male. Il fuoco incrociato è diventato tuttavia così tremendo che un ordine ha dovuto essere dato di restare bassi lungo la strada per evitare di essere annientati. L’assalto è stato sferrato, l’intera serie di posizioni è stata presa, e mantenuta pure per ore, finché l’infallibile regola del tre contro uno, sostenuta da batterie, mitraglia e scatole a mitraglia, li ha costretti a ritirarsi, cosa che hanno fatto lentamente e in ordine. Fu allora che il loro comandante di brigata, il maggior generale Rey de Villarey, il quale, sebbene nativo di Mentone, aveva preferito restare con il suo re piuttosto che passare ai francesi dopo la cessione, voltandosi verso il figlio, che era anche il suo aiutante di campo, disse nel suo dialetto: “Ora, figlio mio, dobbiamo morire entrambi”, e con un colpo di speroni fu presto davanti alla linea e sulla collina, dove tre proiettili lo colpirono quasi contemporaneamente, uccidendolo. Il cavallo di suo figlio, cadendo mentre lo seguiva, la sua vita fu risparmiata. Il mio tenente in quel momento era così sopraffatto dalla fame e dalla fatica che cadde a terra, e fu creduto morto. Non lo era, tuttavia, e ebbe abbastanza vita per sentire, dopo che lo scontro fu finito, passare gli *Jagers* austriaci, che si ritirarono poi alle loro posizioni originali, dove la loro fanteria era sdraiata, senza sognarsi per un solo momento di inseguire gli italiani. Quattro dei suoi soldati — tutti napoletani, sentì arrivare in cerca di lui, mentre i proiettili ancora sibilavano tutt’intorno; e, non appena fece loro un segno, si avvicinarono e lo portarono sulle spalle fin dove si trovava ciò che restava del reggimento. È altamente onorevole per l’unità italiana sentire un vecchio ufficiale piemontese lodare le leve delle nuove province, e il tenente ha provato piacere nel raccontare che un altro napoletano era nella mischia accanto a lui, e sparava più velocemente che poteva, quando una granata, scoppiata vicino a lui, gli diede uno sguardo sprezzante, e non cercò nemmeno di salvarsi dalla iattatura.
Il valoroso tenente ha dovuto purtroppo andarsene alla fine, e io sono stato privato di molti racconti interessanti e della compagnia di un uomo coraggioso. Sono partito, dunque, per Viadana, dove intendevo attraversare il Po, la cui riva sinistra la strada stava ora seguendo parallelamente al corso. A Viadana, tuttavia, non ho trovato alcun ponte, poiché i militari avevano demolito quello esistente solo il giorno prima, e così ho dovuto cercare informazioni. Mentre giravo sotto i portici che si incontrano in quasi tutti i villaggi di questo vicinato, sono stato colpito dalla vista di un antico e bellissimo pezzo d’arte — poiché tale era — uno specchio veneziano di Murano. Era appeso al muro all’interno del negozio del merciaio del villaggio, e mi è stato prontamente mostrato dal proprietario, che non nascondeva l’orgoglio che provava nel possederlo. Era uno di quegli specchi che si incontrano raramente ora, che una volta erano così abbondanti nei castelli e nei palazzi degli antichi principi. Sembrava così profondo e autentico, e la cornice dorata era così leggera, e di tale purezza ed eleganza, che è stata necessaria tutta la mia determinazione per trattenermi dal comprarlo, sebbene un accordo non sarebbe stato concluso molto facilmente. Lo specchio, tuttavia, ha dovuto essere abbandonato, poiché Dosalo, il punto più vicino per attraversare il Po, era ancora distante sette miglia. A quest’ora il sole era fuori in tutta la sua forza, e il caldo non era affatto gradevole. Poi c’era polvere, anche, come se i carrettieri fossero passati a centinaia, cosicché il caldo era quasi insopportabile. Finalmente il traghetto di Dosalo è stato raggiunto, la strada che vi conduceva è stata imboccata, e la carrozza, pensavo, stava per essere subito imbarcata, quando un gregge di buoi si è scoperto avere la precedenza; e così ho dovuto aspettare. Questo sotto un tale sole, su una spiaggia senza ombra, e con la prospettiva di dover restare lì per almeno due ore, non è stato affatto piacevole. Ci sono voluti tre quarti d’ora per mettere i buoi sulla barca, ci è voluta mezz’ora per portarli sull’altra riva, e un’altra ora per avere il traghetto indietro. Il panorama dalla spiaggia era splendido, il Po appariva in tutta la possente forza delle sue acque, e mentre guardavi con il cannocchiale buoi e alberi sull’altra riva, sembravano essere vestiti con tutti i colori dell’arcobaleno, e come se appartenessero a un altro mondo. Diversi contadini stavano aspettando la barca vicino a me, parlando della guerra e degli austriaci, e giurando che avrebbero, se possibile, annientato alcuni di questi ultimi. Ho dato loro il cannocchiale con cui guardare, e ho immaginato che non ne avessero mai visto uno prima, poiché trovavano altamente meraviglioso riuscire a capire che ora fosse alla Torre di Luzzara, tre miglia in linea retta dall’altra parte. Anche la rivoltella era oggetto di grande ammirazione, e continuavano a girarla, tastarla e fissarla, come se non riuscissero a capire da che parte venissero inserite le cartucce. Uno di questi contadini, tuttavia, faceva il grande con gli altri, e una volta sull’argomento della storia ha raccontato a chiunque volesse sentire come fosse stato a Sant’Elena, che era proprio nel mezzo di Mosca, dove faceva così tanto freddo che il suo naso era diventato grande quanto la sua testa. Il pover’uomo stava evidentemente mescolando il racconto di una notte con quello della successiva, un racconto probabilmente udito dal vecchio Sindaco, che è allo stesso tempo il maestro di scuola, il notaio e la più alta autorità municipale del luogo.
Sono partito sul traghetto con loro, alla fine. Mentre attraversavamo, hanno iniziato a parlare dei preti, ed erano tutti d’accordo, per dirla nel modo più lieve, nel pensare estremamente poco di loro, e differivano solo su quale punizione avrebbero voluto vederli subire.
Sul lato dove siamo sbarcati giacevano cumuli di casse di munizioni per il corpo d’armata che assediava Borgoforte. Altre venivano trasportate sui carri dai miei amici carrettieri, dei quali era decretato che non mi sarei liberato per un po’ di tempo a venire. Entrando a Guastalla ho trovato solo pochi ufficiali di artiglieria, evidentemente incaricati di ciò che avevamo visto trasportare lungo il percorso. Guastalla è una graziosa cittadina molto orgogliosa della sua statua del duca Ferrante Gonzaga, e la Croce Rossa è una graziosa piccola locanda, che può essere orgogliosa di uno svelto giovane cameriere, il quale ha effettivamente scoperto che, siccome volevo procedere per Luzzara, poche miglia più avanti, facevo meglio a fermarmi fino alla mattina successiva. Non ho seguito il suo consiglio, e sono stato presto sotto la porta di Luzzara, un posto molto grazioso, un tempo uno dei tanti possedimenti dove i Gonzaga avevano una corte, un palazzo e un castello. Gli stemmi sopra l’arco possono ancora essere visti, e non meriterebbero alcuna attenzione se non per una notevole opera in terracotta che rappresenta una corona di pini e foglie di pino in un meraviglioso stato di conservazione. Il tutto è così artisticamente disposto e così naturale che si potrebbe credere sia una delle opere di Luca della Robbia. Luzzara ha anche una grande torre, che avevo visto in lontananza da Dosalo, e l’unico albergo del luogo vi offre un eccellente pranzo italiano. Il vino potrebbe compiacere uno dei più grandi ammiratori dello sherry, e se non vi vengono dati letti di piume, i letti sono almeno puliti come le stanze stesse. Qui, poiché stava diventando troppo buio, ho deciso di fermarmi, una decisione che mi ha dato occasione di vedere uno dei più bei tramonti che abbia mai visto. Mentre guardavo dall’albergo potevo vedere una gradazione di colori, dal rosso porpora al più profondo blu marino, che sorgeva come un’immensa tenda dal verde scuro degli alberi e dei campi, qua e là costellati di piccole case bianche, con i loro tetti rossi, mentre di fronte la Torre di Luzzara sorgeva maestosa nel crepuscolo. Con il passare dell’ora i colori si sono fatti più profondi, e l’estremità inferiore dell’immensa cortina è gradualmente scomparsa, mentre le stelle e i pianeti hanno iniziato a brillare in alto. Un contadino stava cantando in un campo vicino, e le campane di una chiesa suonavano in lontananza. Entrambi sembravano armonizzarsi meravigliosamente. Era una scena di grande bellezza.
Alle quattro del mattino ero in piedi, e poco dopo sulla strada per Reggiolo, e poi per Gonzaga. Qui la vegetazione diventa più lussureggiante, e ogni centimetro di terra contribuisce all’immensa vastità del tutto. La natura è qui in piena perfezione, e poiché anche il filo telegrafico pende oziosamente da albero ad albero, invece di essere fissato su pali, senti che l’aspetto romantico del luogo è troppo bello per essere invaso. Tutto è pace, bellezza e felicità, tutto ti rivela che sei in Italia.
A Gonzaga, che solo pochi giorni fa apparteneva agli austriaci, il tricolore italiano è fuori da ogni finestra. Mentre i vecchi padroni si ritiravano, i nuovi avanzavano; e quando un distaccamento di lancieri di Monferrato è entrato nella vecchia città castello, la gioia degli abitanti sembrava confinare quasi con il delirio. I lancieri sono presto partiti, tuttavia. La bandiera rimane soltanto.
11 luglio.
Cialdini ha iniziato ad attraversare il Po l’8, e ha passato in tre punti, vale a dire Carbonara, Carbonarola e Follonica. Iniziando alle tre del mattino, aveva terminato l’attraversamento sui due primi ponti di barche verso la mezzanotte del 9. Il ponte gettato a Follonica era ancora intatto fino alle sette del mattino del 10, ma le truppe e il convoglio militare e civile che rimanevano hanno seguito il Po senza attraversarlo fino a Stellata, nella presunta direzione di Ponte Lagoscura.
Ieri si sono uditi colpi di cannone qui alle sette del mattino, e fino alle undici, in direzione di Legnano, verso, credo, l’Adige. Il fuoco era vivace e di tale natura da far supporre che fosse stata data battaglia. Forse gli austriaci hanno atteso Cialdini sotto Legnano, oppure hanno conteso il passaggio dell’Adige. Rovigo è stata abbandonata dagli austriaci nella notte tra il 9 e il 10. Hanno fatto saltare le fortezze di Rovigo e Boara, hanno distrutto la testa di ponte sull’Adige e bruciato tutti i ponti. Ora potrebbero cercare di mantenersi sulla riva sinistra di questo fiume fino a Legnano, così da porsi sotto la protezione del quadrilatero; nel qual caso, se Cialdini riuscisse ad attraversare il fiume in tempo, lo scontro sarebbe quasi inevitabile, e sarebbe una spiegazione per il fuoco di ieri. Potrebbero anche andare per ferrovia a Padova, dove avrebbero Cialdini tra loro e il quadrilatero. In ogni caso, se questo generale sarà rapido, o se essi non saranno troppo rapidi per lui, in base a eventuali ordini, un conflitto è difficile da evitare.
Il barone Ricasoli ha lasciato Firenze per il campo, e corrono ogni sorta di voci sullo stato attuale delle negoziazioni, poiché sembra innegabilmente che esse esistano. Le opinioni sono, credo, divise negli alti consigli della Corona, e il paese è ancora ansioso di conoscere il risultato di questo stato di cose. Una splendida vittoria di Cialdini potrebbe in questo momento risolvere molte difficoltà. Allo stato attuale, la guerra è portata avanti ovunque tranne che per mare, poiché le forze di Garibaldi avanzano lentamente nel Tirolo italiano, mentre gli austriaci le attendono dietro le mura di Landaro e Ampola. Gli avamposti dei garibaldini erano, secondo le ultime notizie, vicino a Darso.
Le notizie dalla Prussia sono ancora contraddittorie; mentre la stampa italiana è unanime nel chiedere, col paese, che Cialdini avanzi, incontri il nemico, lo combatta e lo metta in rotta, se possibile. I desideri dell’Italia sono interamente con lui.
NOALE, PRESSO TREVISO, 17 luglio 1866.
Da Lusia ho seguito la divisione del generale Medici fino a Motta, dove l’ho lasciata, non senza rammarico, tuttavia, dato che non si potrebbero trovare facilmente compagni migliori, tanto gentili erano gli ufficiali e gioviali gli uomini. Sono ora accampati attorno a Padova e domani marceranno su Treviso, dove i Cavalleggeri italiani sono già arrivati, se giudico dal fatto che hanno lasciato Noale il 15. Da destra sento che gli avamposti si sono spinti fino a Mira sul Brenta, a venti chilometri da Venezia stessa, e che il primo corpo d’armata deve concentrarsi di fronte a Chioggia. Questo corpo ha marciato da Ferrara direttamente su Rovigo, che il movimento in avanti del quarto, ovvero il corpo d’armata di Cialdini, aveva lasciato privo di soldati. Il generale Pianell ne ha ancora la responsabilità, e il maggior generale Cadalini, già a capo della brigata Siena, lo sostituisce al comando della sua precedente divisione. Il generale Pianell ha sotto di sé il valoroso principe Amedeo, che si è completamente ripreso dalla ferita al petto e di cui la brigata dei granatieri lombardi è orgogliosa come sempre. Non potrebbero desiderare comandante più esperto, superiore migliore e soldato più valoroso. Così le truppe che hanno combattuto il 24 giugno sono tenute in seconda linea, mentre le divisioni ancora fresche sotto Cialdini marciano per prime, il più velocemente possibile. Questo, tuttavia, non serve a nulla. Gli avamposti italiani sul Piave non l’hanno ancora attraversato, per il motivo che devono mantenere le distanze con i loro reggimenti, ma lo faranno non appena questi si avvicineranno al fiume. Se non fosse che questo si fa sempre nella guerra regolare, potrebbero battere il territorio oltre il Piave per parecchie miglia senza nemmeno vedere l’ombra di un austriaco. Al semplice soldato, che non sa di imbrogli diplomatici e di considerazioni politiche, questa ritirata improvvisa significa un ripiegamento quasi altrettanto improvviso, perché ricorda che questa manovra precedette entrambi gli attacchi a Solferino e a Custoza da parte degli austriaci. Per l’ufficiale, tuttavia, non significa altro che un preciso desiderio di non affrontare più l’esercito italiano, e così per lui è fonte di delusione e scoraggiamento. Non riesce a sopportare di pensare che un’altra battaglia sia improbabile, e può essere scusato se non è di umore eccellente quando si parla di questo argomento. Questo è il caso non solo degli ufficiali ma dei volontari, che hanno lasciato le loro case e il conforto della loro vita domestica, non per essere sfilati alle parate, ma per essere mandati contro il nemico. Ce ne sono centinaia nell’esercito regolare, nella cavalleria specialmente, e i Lancieri di Aosta e il reggimento Guide ne sono composti per metà. Se li ascolti, non dovrebbe esserci il minimo dubbio o esitazione sull’attraversare l’Isonzo e marciare su Vienna. Possa il Cielo vedere i loro desideri realizzati, poiché, a meno di non essere schiacciata dalla forza bruta, l’Italia è del tutto decisa a portare la guerra nel paese nemico.
Le decisioni del governo francese sono attese qui con grande ansia, e non mancano uomini che le predicono sfavorevoli all’Italia. Eppure, è difficile per chiunque credere che l’imperatore francese spingerà le cose agli estremi, e accrescerà le molte difficoltà con cui l’Europa deve già contendere.
Oggi girava voce alla mensa che gli austriaci avessero abbandonato Legnano, una delle quattro fortezze del quadrilatero. Non ci ripongo molta fede al momento, ma non è improbabile, poiché possiamo aspettarci molte cose strane dal governo di Vienna. Sarebbe stato molto meglio per loro, visto che l’arciduca Alberto ha parlato in termini elogiativi del re, dei suoi figli e dei suoi soldati, mentre raccontava l’azione del 24, trattare direttamente con l’Italia, assicurandosi così la pace, e forse l’amicizia, da parte sua. Ma gli uomini che hanno governato così dispoticamente per anni sui sudditi italiani non possono riconciliarsi con l’idea che l’Italia si sia finalmente sollevata per essere una nazione, e colgono persino l’opportunità furtiva di scagliare un nuovo insulto in faccia a lei. Si può facilmente vedere che il vecchio spirito sta ancora lottando per l’impero; che il vecchio disprezzo sta ancora cercando di sminuire gli italiani; e che le vecchie idee di Metternich sono ancora tenacemente sostenute. Non merita questo un’altra lezione? Non ha bisogno questo di un’altra Sadowa per tacere per sempre? Sì; e spetta all’Italia farlo. Se è così, si lasci in pace l’esercito di Cialdini, e il giorno potrebbe essere vicino in cui il re potrà dire al paese che il compito è stato compiuto.
Un discorso sullo stato attuale degli affari politici, e sulla particolare posizione dell’Italia, è l’unico argomento degno di nota in una lettera dal campo. Tutto il resto è in stallo, e i movimenti del bell’esercito di cui Cialdini dispone ora, circa 150.000 uomini, non sono più pieni di interesse. Potrebbero, forse, averne qualcuno riguardo a un attacco a Venezia, perché i soldati austriaci la presidiano ancora e saranno obbligati a combattere se saranno assaliti. Si spera, se così fosse, che alla bella regina dell’Adriatico venga risparmiata una scena di devastazione, e che non si trovi nessun nuovo Haynau a rinnovare le gesta di Brescia e Vicenza.
Il re non è ancora arrivato, e sembra probabile che non verrà per qualche tempo, fino al giorno in cui le truppe italiane faranno il loro ingresso trionfale nella città dei Dogi.
Il caldo continua a essere intenso, e questo spiega la lentezza nell’avanzare. Finora non è apparsa alcuna malattia, e bisogna sperare che le truppe rimangano in salute, poiché la malattia mette alla prova il morale molto più di mezza dozzina di Custoza.
P.S.—Avevo finito di scrivere quando un ufficiale è corso nella locanda in cui alloggio e mi ha detto di aver appena sentito che una pattuglia italiana ne ha incontrata una austriaca sulla strada fuori dal villaggio e l’ha messa in rotta. Questo può essere vero o meno, ma era curioso vedere quanto fossero tutti deliziati all’idea di averli finalmente trovati. Non si curavano molto del risultato dello scontro, che, come ho detto, si riferiva essere stato favorevole. Tutto ciò di cui si curavano era che erano vicini al nemico. Non si può disperare di un esercito che è animato da tale spirito. Si penserebbe, dalla gioia che illumina il volto dei soldati che si incontrano ora in giro, che sia stata annunciata una vittoria per le armi italiane.
DOLO, PRESSO VENEZIA, 20 luglio 1866.
Sono tornato da Noale a Padova ieri sera, e a tarda notte ho ricevuto l’avviso presso il mio alloggio che si udiva un cannoneggiamento in direzione di Venezia. Era nero come nell’inferno di Dante, e pioveva e soffiava con violenza—una di quelle tempeste italiane che sembrano risvegliare tutti gli elementi terreni e celesti della creazione. Non c’era altra scelta che mettersi in sella e tentare di puntare al fronte. Nessuno che non l’abbia provato può immaginare che lavoro sia farsi strada lungo una strada su cui un intero corpo d’armata sta marciando con un enorme materiale di guerra in una notte buia come la pece. Questo, tuttavia, è ciò che il vostro corrispondente speciale è stato obbligato a fare. Fortunatamente, avevo appena proceduto fino a Ponte di Brenta quando mi sono imbattuto in un ufficiale dello stato maggiore di Cialdini, che era diretto alla stessa destinazione, ovvero Dolo. Mentre procedevamo lungo la strada sotto una pioggia continua, i nostri occhi di tanto in tanto abbagliati dai luminosi bagliori serpentini del lampo, ci siamo imbattuti in qualche battaglione o squadrone, che avanzava con cautela, poiché era impossibile per loro come per noi distinguere tra la strada e i fossati che la fiancheggiano, poiché tutti i punti di riferimento, così familiari alle nostre guide durante il giorno, erano in un unico livello di oscurità morta. Così è stato che il mio compagno ed io, dopo essere inciampati dentro e fuori dai fossati, dopo aver sbattuto le teste dei nostri cavalli contro un carro di munizioni, o contro un gruppo di soldati riparati sotto qualche grande albero, ci siamo ritrovati, dopo tre ore di cavalcata, in questo villaggio di Dolo. A quest’ora la tempesta si era notevolmente attenuata nella sua violenza, e il tuono era udito solo debolmente di tanto in tanto a una tale distanza da permetterci di udire distintamente il ruggito dei cannoni. I nostri cavalli riuscivano a malapena a farsi strada nel fango nero e appiccicoso, in cui la polvere bianca e soffocante dei giorni precedenti era stata trasformata da una notte di pioggia. Noi, tuttavia, ci siamo fatti strada verso la canonica del villaggio, poiché avevamo già deciso di salire sul campanile della chiesa per avere una vista della campagna circostante e un migliore ascolto dei cannoni, se possibile. Dopo poche parole scambiate con il sagrestano—un convinto italiano, come ci disse di essere—siamo saliti sulla scala della guglia della chiesa. Una volta sulla piattaforma di legno, potevamo udire più distintamente il boato dei cannoni, che suonava come le bordate di una grande nave. Erano i cannoni della flotta di Persano, a lungo inattiva, che attaccavano alcuni dei forti avanzati di Brondolo o di Chioggia? Erano i cannoni di qualche nave da guerra austriaca che aveva ingaggiato una corazzata italiana; o erano quelli dell’“Affondatore”, che ha lasciato il Tamigi solo un mese fa, che colpivano Trieste? A dire il vero, sebbene abbiamo pazientemente atteso due lunghe ore sulla guglia della chiesa di Dolo, quando sia io che il mio compagno siamo scesi non eravamo in grado di risolvere nessuno di questi problemi. Tuttavia, pensavamo allora, e pensiamo ancora, che fossero i cannoni della flotta italiana che aveva attaccato un forte austriaco.
CIVITAVECCHIA, 22 luglio 1866.
Dalla partenza da questo porto della vecchia nave ospedale “Gregeois” circa un anno fa, nessuna nave da guerra francese era stata di stanza a Civitavecchia; ma mercoledì mattina lo sloop a vapore “Catinat”, 180 uomini, ha gettato l’ancora nel porto, e il comandante, appena sbarcato, ha preso il treno per Roma e si è messo in comunicazione con l’ambasciatore francese. Non sono a conoscenza se il governo pontificio avesse richiesto questa nave, o se inviarla sia stata un’attenzione spontanea da parte dell’imperatore francese, ma, in ogni caso, il suo arrivo si è rivelato una fonte di piacere per Sua Santità, poiché non si sa mai cosa possa accadere in tempi turbolenti come i presenti, ed è sempre bene avere un ritiro assicurato.
Ieri è stato notificato in questo porto, così come a Napoli, che gli arrivi da Marsiglia sarebbero stati, fino a nuovo ordine, soggetti a una quarantena di quindici giorni in conseguenza del colera che ha fatto la sua apparizione in quest’ultimo luogo. Un veliero arrivato da Marsiglia nel corso della giornata ha dovuto sbarcare la merce che portava per Civitavecchia su chiatte al largo del lazzaretto, dove la bandiera gialla era stata issata su di esse. Questa nave ha lasciato Marsiglia cinque giorni prima dell’annuncio della quarantena, mentre il “Prince Napoleon” della Compagnia Valery, piroscafo per passeggeri e merci, che ha lasciato Marsiglia solo un giorno prima del suo annuncio, è stato ammesso stamattina alla libera pratica. Pochi viaggiatori verranno qui via mare ora.
MARSIGLIA, 24 luglio.
Abituati come siamo stati ultimamente in Italia a bollettini quasi orari del progresso delle ostilità, è una condizione penosa essere improvvisamente privati di ogni informazione trovandosi a bordo di un piroscafo per trentasei ore senza toccare alcun porto, come è stato il mio caso venendo qui da Civitavecchia a bordo del “Prince Napoleon”. Ma, sebbene i telegrammi mancassero, le discussioni sull’andamento degli eventi erano frequenti a bordo tra i passeggeri imbarcati a Napoli e Civitavecchia, tra cui un forte gruppo di preti francesi e belgi di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, ben forniti di rosari e corone benedetti dal Papa e facsimili delle catene di San Pietro. Non molta simpatia per la causa italiana è stata mostrata da questi signori o dai pochi viaggiatori francesi e tedeschi che, con tre o quattro napoletani, formavano la società del ponte di comando; e il nostro capitano corso non si è dato pena di nascondere il suo disprezzo per i procedimenti dilatori della flotta italiana ad Ancona. Sappiamo che il ministro prussiano, M. d’Usedom, ha recentemente fatto strenue rimostranze a Ferrara contro la lentezza con cui le forze navali e militari italiane stavano procedendo, mentre i loro alleati, i prussiani, erano già vicino alle porte di Vienna; e la conversazione di un gentiluomo prussiano a bordo del nostro piroscafo, che era legato a quell’ambasciata, indicava chiaramente la delusione provata a Berlino per la natura piuttosto inefficace della diversione fatta nel Veneto e sulla costa dell’Istria dall’esercito e dalla marina di Vittorio Emanuele. Ha persino attribuito al suo ministro un’espressione non molto lusinghiera né per le prospettive future dell’Italia come risultato della sua alleanza con la Prussia, né per la fedeltà di quest’ultima nel portare a termine i termini di essa. Non so se questo gentiluomo intendesse che il suo aneddoto dovesse essere preso cum grano salis, ma ho certamente capito che dicesse di aver deplorato al ministro la mancanza di vigore e l’assenza di successo che accompagnavano le operazioni degli alleati italiani della Prussia, quando Sua Eccellenza rispose: “C’est bien vrai. Ils nous ont trompés; mais que voulez-vous y faire maintenant? Nous aurons le temps de les faire égorger après.”
È difficile supporre che possa esistere una preconcepita intenzione da parte della Prussia di ripagare i sacrifici finora compiuti, sebbene senza un brillantissimo accompagnamento di successo, dal governo italiano a sostegno dell’alleanza, facendo i propri termini separati con l’Austria e lasciando l’Italia successivamente esposta alla vendetta di quest’ultima, ma tale sarebbe certamente l’inferenza da trarre dalla conversazione appena citata.
È stato solo arrivando nel porto di Marsiglia, tuttavia, che la piena ostilità della maggior parte dei miei compagni di viaggio verso l’Italia e gli italiani si è manifestata. Un marinaio, il primo uomo che è venuto a bordo prima che sbarcassimo, è stato immediatamente assalito per avere notizie, e lui le ha date come nientemeno che la distruzione, più o meno completa, della flotta italiana da parte di quella degli austriaci. A questa sbalorditiva notizia il prussiano è scoppiato in un grido di indignazione. “Sciocchi! testoni! miserabili! Battuti in mare da una forza inferiore! È questo il modo in cui intendono riconquistare Venezia a forza di armi? Se mai riavranno il Veneto sarà attraverso il sangue dei nostri brandeburghesi e pomerani, e non il loro.” Durante questa tirata un piccolo vecchio belga in nero, con la catena di San Pietro all’occhiello a mo’ di orologio, saltellò via per comunicare la grata notizia a un gruppo dei suoi compagni di viaggio ecclesiastici, strillando in estasi:
“Rossés, Messieurs! Ces blagueurs d’Italiens ont été rossés par mer, comme ils avaient été rossés par terre.” Dopodiché i reverendi signori si sono congratulati a vicenda con cenni, strizzate d’occhio, sorrisi e svariate ferventi strette di mano. Le stesse dimostrazioni sarebbero state indubbiamente fatte dai passeggeri napoletani se fossero appartenuti alla fazione borbonica, ma si è dato il caso che fossero onesti commercianti con casse di corallo e lava per il mercato di Parigi, e quindi sono rimasti semplicemente in silenzio e sbalorditi alla notizia fatale, con gli occhi e la bocca spalancati quanto più possibile. Non appena sono arrivato al mio albergo ho chiesto l’ultimo giornale di Parigi, quando mi è stato consegnato il France, e ho ottenuto conferma in una certa misura del disastro alla flotta italiana narrato dal marinaio, sebbene non proprio nelle stesse formidabili proporzioni.
Prima di abbandonare l’argomento dei miei compagni di viaggio a bordo del “Prince Napoleon” devo menzionare un aneddoto riferitomi, riguardo allo stato del brigantaggio, da un gentiluomo russo o tedesco, che mi ha detto di essere stabilito a Napoli. Si lamentava dei pericoli che aveva occasionalmente incontrato nell’attraversare in diligenza da Napoli a Foggia per affari; e poi, parlando dell’audacia dei briganti in generale, mi ha raccontato che l’anno scorso vide con i propri occhi, in pieno giorno, due briganti che camminavano per le strade di Napoli con messaggi da individui catturati ai loro parenti, menzionando le somme che erano state richieste per i loro riscatti. Erano disarmati, e con i comuni vestiti da contadino, e ogni volta che arrivavano a una delle case a cui erano indirizzati per questo scopo, si fermavano e aprivano un fazzoletto che uno di loro portava in mano, e ne estraevano un orecchio, esaminando se il biglietto su di esso corrispondesse all’indirizzo della casa o al nome del residente. C’erano sei orecchie, tutte etichettate con i nomi dei proprietari originali nel fazzoletto, che venivano gradualmente distribuite alle loro famiglie a Napoli per stimolare il pronto pagamento dei riscatti richiesti. Alla mia domanda sul perché la polizia non prendesse nota di tali operazioni sfacciate, il mio informatore mi disse che, prima dell’arrivo di questi emissari briganti in città, il capo scriveva sempre alle autorità di polizia avvertendole di non interferire con loro, poiché i messaggeri erano sempre seguiti da spie in abiti civili appartenenti alla banda che avrebbero immediatamente riferito qualsiasi molestia incontrata nell’adempimento della loro delicata missione, e il risultato infallibile di tale molestia sarebbe stato prima la messa a morte di tutti gli ostaggi tenuti per riscatto; e poi, la sommaria esecuzione di diversi membri della gendarmeria e delle forze di polizia catturati in varie scaramucce dai briganti, e tenuti come prigionieri di guerra.
Tale audacia sembrerebbe incredibile se non avessimo sentito e letto di così tanti casi simili ultimamente.
Un beneficio assai dubbio Gli americani ricordano in modo indulgente, senza menzionare Come si addice loro, non guardano avanti Le accuse di cinismo sono comuni contro tutti i satirici Il quarto dei Giorgio Qua e là un’anima schietta e buona verso cui egli era affettuoso Immagini sacre e altri oggetti miracolosi vengono venduti È bene imparare le buone maniere senza che ci vengano imposte Uomini perdutamente innamorati delle proprie creazioni Deve esserci il moralista nel satirico se la satira vuole colpire Nessuna pagina dei suoi libri rivela malevolenza o scherno Le piccole concessioni sono segni di debolezza per gli insoddisfatti Statista che si piegò a conquistare il fatto attraverso la finzione Il mondo sociale che egli osservava non gli mostrava eroi L'esaurimento che ne seguì lo chiamammo tranquillità L’espressione di grida generose e patriottiche non è sufficiente Ci fidiamo di loro o li schiacciamo Ci siamo abituati a periodi di febbre irlandese
SULL’IDEA DELLA COMMEDIA E SULLE FUNZIONI DELLO SPIRITO COMICO
Le buone Commedie sono produzioni così rare che, nonostante la ricchezza della nostra letteratura nell’elemento Comico, non ci vorrebbe molto per scorrere l’elenco inglese. Se venissero sottoposte alla prova che propongo, commedie molto rinomate risulterebbero indegne del loro rango, come le dame della Corte di Artù quando furono ridotte alla prova del mantello.
Ci sono ragioni evidenti per cui il poeta Comico non è un’apparizione frequente; e perché il grande poeta Comico rimanga senza pari. È necessaria una società di uomini e donne colti, in cui le idee siano correnti e le percezioni rapide, affinché egli possa essere rifornito di materia e di un pubblico. Il semi-barbarismo di comunità meramente stordite, e i periodi di febbrile emotività, lo respingono; così come uno stato di marcata disuguaglianza sociale tra i sessi; né colui il cui compito è rivolgersi alla mente può essere compreso dove non vi sia un moderato grado di attività intellettuale.
Inoltre, toccare e accendere la mente attraverso la risata richiede più che vivacità, una delicatezza quanto mai sottile. Questo deve essere un dono innato nel poeta Comico. La sostanza che egli tratta gli mostrerà una sorprendente esposizione della mano del tintore, se ne è privo. La gente è pronta ad abbandonarsi a spiritosi colpi sulla schiena, sul petto e sui fianchi; tutti tranne che sulla testa: ed è lì che egli mira. Deve essere sottile per penetrare. Una corrispondente acuminatezza deve esistere per accoglierlo. La necessità di queste due condizioni spiegherà come mai lo contiamo nel corso dei secoli al numero singolare.
‘C’est une étrange entreprise que celle de faire rire les honnêtes gens,’ dice Molière; e la difficoltà dell’impresa non può essere sopravvalutata.
Poi, ancora, egli è assediato da nemici a destra e a sinistra, di un carattere sconosciuto al poeta tragico e a quello lirico, o persino ai filosofi.
Abbiamo in questo mondo uomini che Rabelais definirebbe agelasti; vale a dire, non-ridenti; uomini che sotto questo rispetto sono come corpi morti, i quali se li pungi non sanguinano. Il vecchio masso grigio che ha terminato la sua peregrinazione dalla roccia alla valle, è altrettanto facile da far rotolare di nuovo su quanto lo è far ridere questi uomini. Nessuna collisione di circostanze nella nostra carriera mortale accende una luce per loro. Non c’è che un passo dall’essere agelastici all’essere misogelastici, e il [testo greco che non può essere riprodotto], l’odiatore della risata, impara presto a nobilitare la sua avversione come un’obiezione morale.
Abbiamo un’altra classe di uomini, che si compiace di considerarsi antagonista della precedente, e che possiamo definire ipergelasti; i ridenti eccessivi, sempre ridenti, che sono come i battagli di una campana, che possono essere fatti suonare da una brezza, da una smorfia; che sono messi insieme così male che un ammiccamento li farà tremare.
‘... C’est n’estimer rien qu’estimer tout le monde,’
e ridere di tutto significa non avere alcun apprezzamento del Comico della Commedia.
Nessuna di queste distinte divisioni di non-ridenti e ultra-ridenti sarebbe intrattenuta dalla lettura de Il ricciolo rapito, o dal vedere una rappresentazione de Il Tartuffo. In relazione al palcoscenico, essi hanno assunto nella nostra terra la forma e il titolo di Puritano e Baccanale. Poiché, sebbene il palcoscenico non sia più un pubblico trasgressore, e Shakespeare vi sia stato riportato in auge per dargli nobiltà, non l’abbiamo ancora interamente sollevato dalla contesa di queste due parti. Il nostro parlare sul tema della Commedia apparirà quasi un procedimento libertino agli uni, mentre gli altri penseranno che parlarne seriamente ci ponga in violento contrasto con l’argomento.
La Commedia, dobbiamo ammettere, non è mai stata una delle Muse più onorate. Essa fu nella sua origine, a corto di massacri, la più rumorosa espressione della poca civiltà degli uomini. La luce di Atena sopra il capo di Achille illumina la nascita della Tragedia greca. Ma la Commedia rotolò dentro gridando sotto la protezione divina del Figlio dell’Anfora di vino, come Dioniso viene fatto proclamare da Aristofane. Il nostro secondo Carlo fu il patrono, di simile benignità, della nostra Commedia di Costume, che iniziò in modo analogo come una rappresentazione combattiva, sotto una licenza di deridere e oltraggiare il Puritano, e fu qua e là Baccanale oltre l’esempio aristofanico: peggiore, in quanto una licenziosità cinica è più abominevole della franca sporcizia. Un eminente francese giudica, dalla qualità di parte del materiale dragato per la risata di uomini e donne che assistevano a una commedia attica, che essi dovevano avere poca delicatezza in altri affari quando ne avevano così poca nella scelta dello svago. Forse egli non tiene sufficientemente conto della licenza regolamentata del parlare schietto, proprio della festa del dio e rivendicato dal poeta Comico come suo diritto inalienabile, o del fatto che si trattava di una festa in una stagione di licenza, in una città abituata a dar ascolto alla più audace espressione di entrambe le parti di una causa. Comunque sia, non può esserci dubbio che gli uomini e le donne che assistettero alla recita de La moglie di campagna di Wycherley avessero perso il pudore. La nostra tenacia nelle impressioni nazionali ha fatto sì che da allora la parola teatro pungesse il sistema nervoso puritano come uno strumento satanico; proprio come si sono conosciuti gli Anti-Papisti, per i quali Smithfield era intriso di un sinistro fumo, come se avessero un ricordo più recente del luogo rispetto alle mandrie muggenti. Il puritanesimo ereditario, riguardo al palcoscenico, si incontra, ancora oggi, in molte famiglie del tutto prive di arroganza pia. Si è placato del tutto come potere nella professione della moralità; ma è un errore supporlo estinto, e anche ingiusto dimenticare che un tempo ebbe buone ragioni per odiare, evitare e rimproverare i nostri spettacoli pubblici.
Ci troveremo all’incirca dove lo spirito Comico ci collocherebbe, se stessimo a media distanza tra gli inveterati oppositori e i sostenitori a tamburo battente della Commedia: ‘Comme un point fixe fait remarquer l’emportement des autres,’ come dice Pascal. E se ci fosse più gente in questa posizione, il genio Comico fiorirebbe.
La nostra idea inglese di Commedia di Costume potrebbe essere raffigurata nella persona di una ragazza di campagna sciatta--diciamo Hoyden, la figlia di Sir Tunbelly Clumsy, che, quando era a casa, ‘non disobbediva mai a suo padre se non nel mangiare uva spina acerba’--trasformata in una signora di città imbellettata; con una risata rumorosa e un passo lezioso; l’antenata folle di una discendente inspiegabilmente decaduta. Essa si agita prodigiosamente ed è puntualmente arguta nel suo parlare, sempre in agitazione per sfuggire alla Noia, come si dice che i cani sulle rive del Nilo bevano correndo lungo il fiume per evitare il coccodrillo. Se il mostro la cattura, come a volte accade, ella lo frusta fino a ridurlo in schiuma, cosicché coloro che conoscono la Noia solo come una cosa pesante, non riusciranno a riconoscerla in quella forma leggera ed eterea.
Quando ha scorrazzato attraverso i suoi cinque Atti per sorprendervi con l’informazione che il signor Aimwell è convertito, da una morte improvvisa nel mondo fuori dalle scene, in Lord Aimwell, e può sposare la dama alla luce del giorno, è a merito della sua natura vivace se ella non anticipa che la chiamiate Farsa. Cinque è dignità con uno strascico; mentre uno, due o tre Atti sarebbero gonne corte, e degradanti. È stato dato un consiglio ai capifamiglia: che dovrebbero seguire lo sparo a un ladro nell’oscurità scagliandogli dietro la pistola, cosicché se il proiettile manca, l’arma possa colpire e assicurare al mascalzone di averlo preso. Il punto del suo spirito è in questa maniera integrato dal tintinnio della sua lingua, ed efficacemente, secondo la testimonianza dei suoi ammiratori. Il suo spirito è allo stesso tempo, come il vapore in un motore, la forza motrice e il fischio di avvertimento della sua corsa precipitosa; e svanisce come la scia di vapore quando ha raggiunto il capolinea, senza mai disturbare il cervello in seguito; un merito che condivide con il buon vino, per la gioia dei Baccanali. Quanto a questo spirito, esso è bellicoso. Nelle mani più abili è come la spada del cavaliere nel Mall, pronta a sguainarsi al minimo accenno di provocazione, e per un ufficio simile: ferire. Comunemente il suo atteggiamento è del tutto pugilistico; due pugni smussati che si scambiano colpi e contraccolpi. Quando è innocuo, come quando ricorre la parola ‘sciocco’, o allusioni allo stato di marito, ha il suono dello schiocco del bastone di Arlecchino sul pagliaccio, ed è nella stessa misura esilarante. Credete che l’oziosa risata vuota sia la più desiderabile delle ricreazioni, e la Commedia significativa sembrerà pallida e superficiale al confronto. La nostra idea popolare sarebbe colpita dal gruppo scultoreo della Risata che si tiene entrambi i fianchi, mentre la Commedia prende a pugni, per solleticarlo. Quanto a un significato, essa sostiene che non contribuisce a far festa: tanto varrebbe portare cannoni su uno yacht da regata. La moralità è una duena da aggirare. Questa era l’opinione sulla Commedia inglese di un saggio saggista, il quale disse che la fine di una Commedia sarebbe spesso l’inizio di una Tragedia, se il sipario dovesse rialzarsi sugli attori. In quei vecchi tempi il pudore femminile era protetto da un ventaglio, dietro il quale, ed era di una comoda ampiezza semicircolare, le dame presenti a teatro si ritiravano a un segnale di decoro, per sbirciare, furtivamente di sbieco, o con l’opzione di sbirciare così, attraverso un foro a occhiello graziosamente frangiato nell’arco eclissante.
‘Ego limis specto sic per flabellum clanculum.’-TERENZIO.
Quel ventaglio è la bandiera e il simbolo della società che ci dà la nostra cosiddetta Commedia di Costume, o Commedia dei costumi degli isolani del Mare del Sud sotto una vernice cittadina; e quanto all’idea Comica, vacua come la maschera senza il volto dietro di essa.
Elia, il cui umorismo si dilettava nel varare un galeone di paradossi e nel sospingerlo fin dove poteva, piange l’estinzione della nostra Commedia artificiale, come un poeta che sospira sullo splendore svanito della chiatta di Cleopatra sul Nilo; e la compostezza della sua difesa per una causa condannata anche ai suoi tempi al penitenziario, è un effetto nuovo del ridicolo. Quando il realismo di quei ‘personaggi fittizi semi-creduti’, come li chiama lui, aveva cessato di colpire, essi erano compagnia discutibile, inaccarezzabili come marionette. I loro artifici sono sfacciatamente nudi, e hanno ora l’effetto di un volto dipinto visto, dopo calde ore di danza, alla luce del mattino. Come potevano le Lurewell e le Pliant essere mai lodate per ingegnosità nella malvagità? Critici, apparentemente sobri e di alta reputazione, esibivano le loro superficiali furfanterie affinché il mondo le ammirasse. Queste Lurewell, Pliant, Pinchwife, Fondlewife, Miss Prue, Peggy, Hoyden, tutte loro eccetto l’affascinante Milamant, sono morte come i vestiti dell’anno scorso nel guardaroba di una dama alla moda, e deve essere un’Abigail eccezionalmente depravata del nostro periodo quella che le guarderebbe con il desiderio di apparire a loro immagine. Se lo spettacolo di marionette di Punch e Judy ispiri i nostri monelli di strada a ricorrere immediatamente ai pugni in una disputa, alla maniera di ciascuno degli attori in quell’intrattenimento pubblico che entra in possesso del bastone, è questione aperta: è stato accennato; e moralisti arrabbiati hanno fatto risalire il gusto nazionale per i racconti di crimini all’odore di sangue nelle nostre filastrocche. Sarà comunque difficile mettere in dubbio che sia malsano per uomini e donne vedersi come sono, se non sono migliori di quanto dovrebbero essere: e non vorranno, quando saranno migliorati nei costumi, preoccuparsi molto di vedersi come erano un tempo. Questo è ciò che deriva dal realismo nell’arte Comica; e non è capriccio pubblico, ma la conseguenza di uno stato di miglioramento. Lo stesso dell’immorale si può dire delle esibizioni realistiche di una società volgare.
I francesi fanno una distinzione critica tra ce qui remue e ce qui émeut: ciò che agita e ciò che tocca con emozione. Nella commedia realistica è un incessante remuage: nessuna calma, solo figure frenetiche e nessun pensiero. Eccetto La via del mondo di Congreve, che fallì sul palcoscenico, non c’era nulla per mantenere viva la nostra commedia per i suoi meriti; né, con tutto il suo realismo, una vera ritrattistica, né molto divertimento citabile, né idea; né sale né anima.
I francesi hanno una scuola di commedia solenne alla quale possono rivolgersi per il rinnovamento ogni volta che se ne sono allontanati; e il fatto di avere una tale scuola è principalmente la ragione per cui, come ha sottolineato John Stuart Mill, conoscono gli uomini e le donne più accuratamente di noi. Molière seguì il precetto oraziano, di osservare i costumi della sua epoca e dare ai suoi personaggi il colore adatto a loro al momento. Non dipinse con realismo crudo. Afferrò i suoi personaggi fermamente per lo scopo centrale della commedia, li impresse nell’idea, e leggermente elevando e ammorbidendo l’oggetto di studio (come nel caso dell’ex-ugonotto, il Duca de Montausier, per lo studio del Misantropo, e, secondo Saint-Simon, l’Abate Roquette per il Tartuffo), lo generalizzò in modo da renderlo permanentemente umano. Concedete che sia naturale per le creature umane vivere in società, e Alceste è un segno imperituro di una di esse, sebbene sia disegnato con contorni leggeri, senza alcuna forzata coloritura umana. La nostra scuola inglese non ha immaginato chiaramente la società; e della mente che aleggia sopra uomini e donne riuniti, non ha immaginato nulla. I critici che la lodano per la sua franchezza, e per averci reso le situazioni familiari, come dicono con ammirazione, non possono non disapprovare la commedia di Molière, che fa appello alla mente individuale affinché percepisca e partecipi a quella sociale. Abbiamo tragedie splendide, abbiamo le più belle opere poetiche, e abbiamo commedie letterarie passabilmente piacevoli da leggere, e occasionalmente da vedere recitate. Per commedie letterarie, intendo commedie di ispirazione classica, tratte principalmente da Menandro e dalla Nuova Commedia greca attraverso Terenzio; o altrimenti commedie di concezione personale del poeta, che non hanno avuto modelli nella vita, e sono esagerazioni umoristiche, felici o meno. Queste sono le commedie di Ben Jonson, Massinger e Fletcher. Il Justice Greedy di Massinger possiamo tutti ricondurlo a un tipo, ‘foderato di grasso cappone’, che è stato e sarà; e lui sarebbe comico, come Panurge è comico, ma solo un Rabelais potrebbe farlo muovere con vera animazione. Probabilmente Justice Greedy sarebbe comico per il pubblico di una baracca di campagna e per alcuni dei nostri amici. Se abbiamo perso il nostro giovanile gusto per la presentazione di personaggi messi insieme per adattarsi a un tipo, troviamo difficile mettere insieme il meccanismo di un sorriso civile alla sua enumerazione di piatti. Qualcosa di simile si deve dire di Bobadil, che giura ‘per il piede del Faraone’; con una riserva, poiché egli è fatto muovere più velocemente, e agire. Il comico di Jonson è un’escogitazione da studioso del comico; quello di Massinger da moralista.
Shakespeare è una fonte di personaggi che sono saturi dello spirito comico; con più di quella che chiameremo vita-di-sangue di quanto si trovi ovunque fuori da Shakespeare; ed essi sono di questo mondo, ma sono del mondo allargato al nostro abbraccio dall’immaginazione, e da una grande immaginazione poetica. Essi sono, per così dire--lo espongo per adattarlo al mio confronto attuale--creature dei boschi e delle terre selvagge, non in città murate, non raggruppate e modulate per perseguire un’esibizione comica del mondo più ristretto della società. Jaques, Falstaff e il suo reggimento, la varia truppa di Pagliacci, Malvolio, Sir Hugh Evans e Fluellen--maravigliosi gallesi!--Benedict e Beatrice, Dogberry e gli altri, sono soggetti di uno studio speciale nel comicamente poetico.
La sua Commedia di incredibile imbroglio appartiene alla sezione letteraria. Si può concepire che vi fosse una naturale somiglianza tra lui e Menandro, sia nello schema che nello stile delle sue commedie più leggere. Se Shakespeare fosse vissuto in un periodo successivo e meno emotivo, meno eroico della nostra storia, avrebbe potuto volgersi alla pittura dei costumi tanto quanto dell’umanità. Euripide probabilmente, al tempo di Menandro, quando Atene era schiavizzata ma prospera, avrebbe prestato la mano alla composizione della commedia romantica. Certamente ispirò quel fine genio.
Politicamente è considerata una sventura per la Francia che i suoi nobili si affollassero alla Corte di Luigi XIV. Fu una manna per il poeta comico. Egli aveva quel mondo vivace e mercuriale delle passioni degli animalcoli, le enormi pretese, le placide assurdità, sotto i suoi occhi in piena attività; ciarlatani vociferanti e allocchi che abboccano, ipocriti, posatori, stravaganti, pedanti, dame color rosa e grammatici folli, marchesi che scrivono sonetti, amanti che volano alto, cameriere di mentalità semplice, che si intrecciano come in un telaio, rumorosi come a una fiera. Una cerchia semplicemente borghese non lo fornirà, poiché la classe media deve avere la classe superiore brillante, frivola e indipendente come sprone e modello; altrimenti rischia di essere interiormente noiosa oltre che esteriormente corretta. Eppure, sebbene il Re fosse benevolo verso Molière, non è alla Corte francese che siamo debitori per i suoi impareggiabili studi dell’umanità in società. Per il divertimento della Corte furono scritti i balletti e le farse, che sono più cari alla feccia della classe superiore, così come alla feccia della classe inferiore, della commedia intellettuale. La borghesia francese di Parigi era sufficientemente arguta e illuminata dall’istruzione per accogliere grandi opere come Il Tartuffo, Le donne sapienti e Il Misantropo, opere che erano avventure pericolose per l’intelligenza popolare, grandi navi da varare su ruscelli che corrono verso bassifondi. Il Tartuffo apparve all’orizzonte come una nave nemica; offese, non Dieu mais les dévots, come il Principe di Condé spiegò al Re la cabala sollevata contro di esso.
Le donne sapienti è un capitale esempio delle funzioni della commedia nell’insegnare al mondo a comprendere cosa lo affligge. La farsa de Le preziose ridicole derise e pose fine al mostruoso gergo romantico reso popolare da certi famosi romanzi. La commedia de Le donne sapienti espose la successiva e meno apparente ma più finemente comica assurdità di un eccessivo purismo nella grammatica e nella dizione, e la tendenza a essere idioti nella precisione. I francesi avevano sentito il peso di questa nuova assurdità; ma dovettero vedere la commedia diverse volte prima di essere consolati nelle loro sofferenze vedendo esposta la causa di essa.
Il Misantropo fu ancora più freddamente ricevuto. Molière lo pensava morto. ‘Non posso migliorarlo, e certamente non lo farò mai,’ disse. È uno dei titoli d’onore della Francia che questa commedia quintessenziale dell’opposizione di Alceste e Celimène sia stata alla fine compresa e applaudita. In tutti i paesi la classe media presenta il pubblico che, combattendo il mondo, e con un buon punto d’appoggio nella lotta, conosce meglio il mondo. Può essere la più egoista, ma questa è una questione che ci porta in sofismi. Uomini e donne colti, che non scremano la panna della vita e sono legati ai doveri, pur sfuggendo ai colpi più duri, ne fanno acuti ed equilibrati osservatori. Molière è il loro poeta.
Di questa classe in Inghilterra, un vasto gruppo, né puritano né baccanale, nutre un’obiezione sentimentale ad affrontare lo studio del mondo reale. Essi lo disprezzano quando le sue verità appaiono umilianti: quando i fatti non sono loro immediatamente imposti, essi assumono l’orgoglio dell’incredulità. Vivono in un’atmosfera confusa che suppongono essere ideale. Tollerano, forse approvano, la scrittura umoristica, se si mescola al patetico per scuotere ed elevare i sentimenti. Approvano la Satira, perché, come il becco dell’avvoltoio, sa di carogna, cosa che essi non sono. Ma della Commedia hanno un tremendo terrore, poiché la Commedia li avvolge nella misera schiera del mondo, li accalca con tutti noi in un’ignobile assimilazione, e non può essere usata da alcuna varietà esaltata come un flagello e una scopa. Anzi, essere una varietà esaltata significa finire sotto il calmo occhio curioso dello spirito Comico, ed essere sondati per ciò che si è. Tra loro si vedono uomini, e moltissime donne colte. Potete distinguerli da una frase preferita: "Sicuramente non siamo così cattivi!", e dall'osservazione: "Se questa è la natura umana, salvatecene!", come se fosse possibile: ma nel Paradiso peculiare delle persone ostinate che non vogliono vedere, l'esclamazione assume la grazia salvifica.
Tuttavia, se chiedeste loro se non gradiscono il buon senso, giurerebbero di no. E se interrogaste donne colte sul fatto se faccia loro piacere essere viste muoversi su un piano intellettuale con gli uomini, risponderebbero di sì; molte di loro rivendicano tale condizione. Ora, la Commedia è la fonte del buon senso; non meno perfettamente sana per via dello scintillio: e la Commedia eleva le donne a una posizione che offre loro libero gioco per il loro spirito, come solitamente mostrano, quando ne hanno, dalla parte del buon senso. Più alta è la Commedia, più preminente è la parte di cui godono in essa. Dorine nel Tartuffe è il buon senso incarnato, sebbene palesemente una cameriera. Celimene è l'indiscussa padrona del medesimo attributo nel Misanthrope; più saggia come donna di quanto Alceste lo sia come uomo. Nel Way of the World di Congreve, Millamant mette in ombra Mirabel, la figura maschile più vivace della commedia inglese.
Ma quelle due donne incantevoli, così copiose e così ricercate nel parlare, che scherzano con gli uomini e superano la loro guardia, sono senza cuore! Non è preferibile essere la graziosa idiota, la bellezza passiva, l'adorabile fascio di capricci, molto femminile, molto comprensiva, della narrativa romantica e sentimentale? Alle nostre donne viene insegnato a pensarla così. L'Agnès dell'Ecole des Femmes dovrebbe essere una lezione per gli uomini. Le eroine della Commedia sono come le donne di mondo, non necessariamente senza cuore per il fatto di essere lungimiranti: appaiono tali ai cresciuti sentimentalmente solo per la ragione che usano il loro intelletto, e non sono vascelli erranti che invocano un capitano o un pilota. La Commedia è un’esibizione della loro battaglia con gli uomini, e quella degli uomini con loro: e poiché i due, per quanto divergenti, guardano entrambi a un oggetto, vale a dire la Vita, la graduale somiglianza delle loro impressioni deve portarli a una qualche somiglianza. Il poeta Comico osa mostrarci uomini e donne che giungono a questa reciproca somiglianza; intende dire che quando si avvicinano nella vita sociale le loro menti diventano più simili; proprio come il filosofo discerne la somiglianza tra ragazzo e ragazza, finché la ragazza non viene condotta via verso la stanza dei bambini. Filosofo e poeta Comico sono in parentela nello sguardo che gettano sulla vita: e sono ugualmente impopolari presso i nostri ostinati inglesi della regione confusa e dell'ideale che non deve essere disturbato.
Così, per mancanza di istruzione nell'idea Comica, perdiamo un vasto pubblico tra la nostra classe media colta che dovremmo aspettarci sostenga la Commedia. Il sentimentalista è avverso quanto il Puritano e il Baccanale.
Le nostre tradizioni sono infelici. Il gusto del pubblico è con i ridanciani oziosi, e ancora tende a seguirli. Si può dimostrare, mediante un’analisi del Plain Dealer di Wycherley, un rozzo adattamento in prosa del Misanthrope, farcito di grumi di realismo in un tema volgarizzato per colpire il segno dell'appetito inglese, che abbiamo in esso la nota fondamentale della Commedia del nostro palcoscenico. È Molière travestito, con lo zoccolo al piede e peli sulla punta acuminata dell'orecchio. E quanto sia difficile per gli scrittori districarsi da cattive tradizioni è notevole quando troviamo Goldsmith, che aveva grave padronanza del Comico nella narrazione, produrre una farsa elegante per una Commedia; e Fielding, che era un maestro del Comico sia nella narrazione che nel dialogo, non avvicinarsi nemmeno al presentabile nella farsa.
Queste cattive tradizioni della Commedia ci colpiscono non solo sul palcoscenico, ma nella nostra letteratura, e possono essere rintracciate nella nostra vita sociale. Esse sono il fondamento dei pesanti moralismi che ci sfiniscono, sulla Vita come Commedia, e la Commedia come sgualdrina, quando scrittori popolari, consci della stanchezza nella creatività, desiderano essere cogenti in un cinismo alla moda: perversioni dell'idea di vita, e della giusta stima per la società che abbiamo strappato alla brutalità, e che vorremmo portare più in alto. Immagini stereotipate di questa descrizione sono accettate dai timidi e dai sensibili, così come dai saturnini, in modo del tutto serio; poiché non molti guardano intorno con i propri occhi, ancor meno hanno l'abitudine di pensare con la propria testa. La Vita, lo sappiamo troppo bene, non è una Commedia, ma qualcosa di stranamente mescolato; né la Commedia è una maschera vile. L'importazione corrotta dalla Francia fu nociva; un nobile intrattenimento rovinato per soddisfare il gusto misero di un'età scellerata; e le imitazioni successive, parzialmente drenate del suo veleno e rese decorose, divennero noiose, nonostante il loro divertimento, nel perpetuo ricorrere delle stesse situazioni, a causa dell'assenza di studio originale e vigore di concezione. La scena 5 dell'atto 2 del Misanthrope, dovuto, senza dubbio, al fatto che non produciamo materia per uno studio originale, viene ripetuta in successione da Wycherley, Congreve e Sheridan, e poiché è di seconda mano, l'abbiamo eseguita cinicamente – o tale è il tono; alla maniera del "piano di sotto". La Commedia così trattata può essere accettata come una versione dell'ordinaria comprensione mondana della nostra vita sociale; almeno, in accordo con i dettami correnti a riguardo. Gli epigrammi si possono fare; ma è non istruttivo, tendendo piuttosto a rendere un disservizio. La Commedia giustamente trattata, come la trovate in Molière, che abbiamo così goffamente maltrattato, la Commedia di Molière non getta alcuna infame riflessione sulla vita. È profondamente concepita, in primo luogo, e quindi non può essere impura. Meditate su questa affermazione. Mai uomo brandì un flagello così stridente sul vizio, ma la sua consumata padronanza di sé non è scossa mentre lo somministra. Tartuffe e Harpagon, infatti, sono fatti ciascuno per frustare se stesso e la propria classe, i falsi pietisti e gli insensatamente avidi. Molière li ha solo messi in movimento. Spoglia la Follia fino alla pelle, mostra l'impostura della creatura, ed è contento di offrirle un abbigliamento migliore, con la lezione che Chrysale legge a Philaminte e Belise. Concepirà puramente, e scriverà puramente, nel linguaggio più semplice, il più semplice dei versi francesi. La fonte del suo spirito è la chiara ragione: è una fontana di quel suolo; e sgorga per rivendicare la ragione, il buon senso, la rettitudine e la giustizia; per nessun vano proposito mai. Lo spirito è di tale spirito pervasivo che ispira un gioco di parole con significato e interesse. La sua morale non pende come una coda, né predica da un personaggio scrutando incessantemente il pubblico, come nei recenti drammi realistici francesi: ma è nel cuore della sua opera, pulsante con ogni battito di una struttura organica. Se la Vita è paragonata alla commedia di Molière, non c'è scandalo nel confronto.
Il Way of the World di Congreve è un'eccezione alle nostre altre commedie, le sue stesse tra esse, in virtù della notevole brillantezza della scrittura, e della figura di Millamant. La commedia non ha alcuna idea in sé, oltre a quella stantia, che così va il mondo; e si conclude con la stanca scoperta di un documento in un momento conveniente per la discesa del sipario. Una trama era un ripensamento per Congreve. Con l'aiuto di un cattivo di legno (Maskwell) marcato Forca anche per l'occhio più ottuso, ottiene una sorta di trama in The Double Dealer. Il suo Way of the World potrebbe essere chiamato La conquista di una civetta di città, e Millamant è un ritratto perfetto di una civetta, sia nella sua resistenza a Mirabel che nel modo della sua resa, e anche nella sua lingua. Lo spirito qui non è così saliente come in certi passaggi di Love for Love, dove Valentine finge pazzia o ribatte a suo padre, o Mrs. Frail si rallegra dell'innocuità delle ferite alla virtù di una donna, se lei "le tiene lontano dall'aria". Nel Way of the World, appare meno preparato nella vivacità, ed è più diffuso nel più caratteristico stile dei parlanti. Qui, tuttavia, come altrove, il suo famoso spirito è come uno spadaccino bullo, che non si vergogna di tendere trappole per la sua esibizione, palesemente petulante per il legame tra certe parole comuni e la polveriera delle improprietà da far esplodere. Contrapponete lo spirito di Congreve a quello di Molière. Quello del primo è una lama di Toledo, affilata, e meravigliosamente flessibile per essere acciaio; fatta per il duello, irrequieta nel fodero, essendo così bella quando è fuori. Per brillare, deve avere un avversario. Lo spirito di Molière è come un ruscello che scorre, con innumerevoli luci fresche su di esso a ogni svolta del bosco attraverso il quale il suo compito è trovare una via. Non corre in cerca di ostruzioni, per far rumore sopra di esse; ma quando foglie morte e sostanze più vili sono ammassate lungo il corso, il suo canto naturale è accresciuto. Senza sforzo, e senza abbaglianti lampi di successo, è pieno di guarigione, lo spirito della buona educazione, lo spirito della saggezza.
"L'umorismo genuino e il vero spirito", dice Landor, "richiedono una mente sana e capace, che è sempre una mente grave. Rabelais e La Fontaine sono ricordati dai loro compatrioti come stati dei reveurs. Pochi uomini sono stati più gravi di Pascal. Pochi uomini sono stati più spiritosi."
Applicare la citazione di un cervello così grande come quello di Pascal al nostro connazionale sarebbe ingiusto. Congreve aveva una certa sanità mentale; di capacità, nel senso inteso da Landor, ne aveva poca. Giudicandolo dal suo spirito, ha eseguito alcuni felici affondi, e prendendolo per genuino, è uno spirito di superficie, che non sorge da una profondità né fluisce da una sorgente.
"On voit qu’il se travaille à dire de bons mots."
Guida la povera parola ronzino, "sciocco", così crudelmente al mercato dello spirito come chiunque dei suoi concorrenti. Ecco un esempio, che è stato additato per l'elogio:
WITWOUD: Mi ha portato una lettera dallo sciocco mio fratello, ecc. ecc.
MIRABEL: Uno sciocco, e vostro fratello, Witwoud?
WITWOUD: Sì, sì, il mio fratellastro. Il mio fratellastro è; non più vicino, sul mio onore.
MIRABEL: Allora è possibile che possa essere solo mezzo sciocco.
Per evidente preparazione. Questa è una sorta di spirito che si ricorda di aver sentito a scuola, da un brillante estraneo; forse di cui essersi colpevoli se stessi, un momento più tardi. Era, senza dubbio, uno sfolgorio di fuochi d'artificio intellettuali per lo scudiero campagnolo, che veniva a Londra per andare a teatro e imparare le buone maniere.
Dove Congreve eccelle su tutti i suoi rivali inglesi è nella sua forza letteraria, e in una concisione di stile a lui peculiare. Aveva corretto giudizio, un orecchio corretto, prontezza di illustrazione entro una cerchia ristretta, in istantanee dell'ovvio sull'ovvio, e un linguaggio copioso. Colpisce la media di uno stile raffinato e naturale nel dialogo. È al tempo stesso preciso e volubile. Se avete mai riflettuto sullo stile, riconoscerete che è un risultato segnalato. In questo è un classico, ed è degno di danzare con Molière. Il Way of the World può essere letto correntemente a un primo sguardo, così sicuri sono gli accenti del significato enfatico che colpiscono l'occhio, per forza della croccantezza e dell'astuta levigatezza delle frasi. Non dovete guardarci sopra prima di affidarvi a lui; vi porterà al sicuro. Sheridan imitò, ma fu lontano dal superarlo. Il flusso del Billingsgate da boudoir di Lady Wishfort è ineguagliato per il vigore e la puntura della lingua. Gira vorticosamente con un rintocco finale, come la voce della Natura in furia, ed è, in effetti, eloquenza piccante della pescivendola elevata.
Millamant è un'eroina ammirevole, quasi amabile. È un pezzo di genio in uno scrittore far sì che il modo di parlare di una donna la ritragga. Vi sentite sensibili alla sua presenza in ogni riga del suo parlare. Le stipulazioni con il suo amante in vista del matrimonio, la delicatezza della sua dama raffinata, e le facili evasioni della dama raffinata dall'indelicato, le arie civettuole, e il giocare con l'irresolutezza, che in una cameriera comune sarebbe timidezza, finché non si sottomette a "svanire in una moglie", come dice, formano un quadro che vive nella cornice, ed è in armonia con la descrizione che ne fa Mirabel:
"Eccola che viene, in fede mia, a vele spiegate, con il suo ventaglio aperto, e i suoi nastri fuori, e un banco di sciocchi come scorta."
E, dopo un colloquio:
"Pensare a te! Pensare a un turbine, anche se fosse in un turbine, sarebbe un caso di contemplazione più ferma, una vera tranquillità di mente e di dimora."
C'è una pittoresca, come di Millamant e nessun'altra, nella sua voce, quando viene incoraggiata a prendere Mirabel da Mrs. Fainall, che è "sicura che lei abbia intenzione di lui":
MILLAMANT: Lo sei? Penso di sì – e l'orribile uomo sembra come se lo pensasse anche lui, ecc. ecc.
Si sentono i toni, e si vedono lo schizzo e il colore dell'intera scena nel leggerla.
Celimene è dietro Millamant nella vivacità. Un'aria di incantevole stravaganza aleggia sulle grazie di questa eroina Comica, come il vivace gioco conversazionale di una bella bocca.
Ma nello spirito non è una rivale di Celimene. Ciò che pronuncia aggiunge al suo fascino personale, e non è ulteriormente memorabile. È un ritratto lampeggiante, e un tipo delle dame superiori che non pensano, non di quelle che lo fanno. Nel rappresentare una classe, quindi, è una classe inferiore, nella proporzione in cui una delle donne aristocratiche a figura intera di Gainsborough è inferiore all'impressione permanente di una bella testa veneziana.
Millamant fianco a fianco con Celimene è un esempio di quanto lontano la pittura realistica di un personaggio possa essere portata per conquistare il nostro favore; e di dove venga meno. Celimene è la mente di una donna in movimento, armata di uno spirito ingovernabile; con occhi perspicaci e chiari per il mondo, e una conoscenza molto distinta di appartenere al mondo, e di essere più a casa in esso. È attratta da Alceste per la sua stima verso la sua onestà; non può evitare di vedere dove il buon senso dell'uomo è malato.
Rousseau, nella sua lettera a D’Alembert sul soggetto del Misanthrope, discute il carattere di Alceste, come se Molière lo avesse proposto per un esempio assoluto di misantropia; laddove Alceste è solo un misantropo della cerchia in cui si trova posto: ha una fede toccante nella virtù che risiede in campagna, e un amore critico per la dolce semplicità. Né è la persona principale della commedia a cui dà un nome. È solo passivamente comico. Celimene è lo spirito attivo. Mentre lui denuncia e inveisce, la prova è imposta a lei di trarre il meglio da lui, e controllare se stessa, quanto una donna spiritosa, avidamente corteggiata, può fare. Apprezzandolo, essa confessa praticamente la sua colpevolezza, ed è più disposta a incontrarlo a metà strada di quanto lui sia a piegarsi di un pollice: solo che lei è une ame de vingt ans, il mondo è piacevole, e se le mosche dorate della Corte sono sciocche, i fanatici intransigenti hanno le loro caratteristiche ridicole altrettanto. Può abbandonare la vita che essi rendono gradevole per lei, per un uomo che non vuole essere guidato dal buon senso della sua classe; e che insiste a tuffarsi in un estremo – pari al suicidio ai suoi occhi – per evitarne un altro? Quella è la questione comica del Misanthrope. Perché non vuole continuare a mescolarsi con il mondo dolcemente, placato dall'adulazione della sua segreta e davvero sincera preferenza per lui, e prendendosi la sua rivincita nella satira di esso, come lei fa dal suo standard non molto elevato, e farà tra non molto da quello più esaltato di lui?
Celimene è mondanità: Alceste è non-mondanità. Non implica del tutto altruismo; e ciò è percepito dalla sua testa astuta. Eppure egli è una figura molto non comune nella sua cerchia, e lei lo stima, l'homme aux rubans verts, "che a volte diverte ma più spesso la irrita orribilmente", come può dire di lui quando la sua lingua satirica è in corsa. Purtroppo l'anima di verità in lui, che conquista la sua stima, rifiuta di essere addomesticata, o silenziosa, o sospettosa, ed è il perpetuo ostacolo al loro buon accordo. Egli è quella persona malinconica, il critico di chiunque tranne che di se stesso; intensamente sensibile ai difetti degli altri, ferito da essi; innamorato della propria indubbia onestà, e del suo ideale della forma di vita più semplice che le si addice: qualità che costituiscono il satirico. Egli è un Jean Jacques della Corte. La sua proposta a Celimene quando la perdona, che lei dovrebbe seguirlo nel fuggire il genere umano, e la sua frenesia di detestazione verso di lei al suo rifiuto, sono completamente nell'umore di Jean Jacques. Egli è una creatura impraticabile di una virtù inestimabile; ma Celimene può sentire che fuggire con lui nel deserto: vale a dire dalla Corte alla campagna
"Ou d'etre homme d'honneur on ait la liberte,"
probabilmente si ritroverà la compagna di un satirico affamato, come quella povera principessa che scappò con il servo, e quando entrambi avevano fame nella foresta, le fu ordinato di dargli carne. Lei è una fieffee coquette, che gioisce nel suo spirito e nelle sue attrazioni, e distinta dalla sua inclinazione per Alceste nel mezzo dei suoi molti altri amanti; solo che trova difficile tagliarli via – quale donna con un seguito non lo fa? – e quando l'esposizione del suo spirito impertinente l'ha messa sotto il loro rimprovero, farà tutto il possibile: darà la sua mano all'onestà, ma non può abbandonare del tutto la mondanità. Sarebbe imprudente se lo facesse.
La favola è sottile. I nostri pungenti artefici di trame non vedrebbero alcuna indicazione di vita nei contorni. La vita della commedia è nell'idea. Come con il canto dell'allodola fuori dalla vista, dovete amare l'uccello per essere attenti al canto, così in questo volo più alto della Musa Comica, dovete amare puramente la Commedia calorosamente per comprendere il Misanthrope: dovete essere ricettivi all'idea di Commedia. E per amare la Commedia dovete conoscere il mondo reale, e conoscere uomini e donne abbastanza bene da non aspettarvi troppo da loro, sebbene possiate ancora sperare nel bene.
Menandro scrisse una commedia chiamata Misogynes, che si dice sia stata la più celebre delle sue opere. Questo misogino è un uomo sposato, stando al frammento giunto fino a noi, ed è un odiatore di donne per odio verso la propria moglie. Egli generalizza su di esse a partire dall'esempio di questa deplorevole aggiunta alle sue fortune, e sembra aver avuto la peggio nella contesa con lei, il che è simile all'esito nella realtà, nel mondo civile. Sembra anche esserselo meritato, il che potrebbe essere altrettanto fedele alla copia. Ma non siamo in grado di dire se la moglie fosse una buona voce per il suo sesso: o fino a che punto Menandro in questo caso abbia sollevato l'idea della donna dal fango in cui era stata fatta precipitare dai poeti comici, o meglio dai drammaturghi satirici, del periodo centrale della Commedia greca che precedette lui e la Commedia Nuova, i quali dedicarono il loro ingegno principalmente all'abuso, e per diversificare, all'elogio di signore extra-coniugali di chiara fama. Menandro le idealizzò senza intenzionalmente elevarle. Satirizzò una certa Taide, e la sua Taide nell'Eunuco di Terenzio non è né professionalmente attraente né ripugnante; il suo ritratto delle due Andrie, Criside e sua sorella, non ha eguali per tenerezza. Ma la condizione delle donne oneste ai suoi giorni non permetteva la libertà d'azione e la scherma dialettica di una Celimene, e di conseguenza è al di sotto del nostro standard di Commedia pura.
Sainte-Beuve evoca lo spettro di Menandro, dicendo: Per amor mio amate Terenzio. È per amore di Terenzio che i moderni sono in grado di amare Menandro; e ciò che si è conservato di Terenzio non ci ha apparentemente dato il meglio dell'amico di Epicuro. [Testo greco che non può essere riprodotto] l'amante preso in orrore, e [Testo greco] la fanciulla privata dei suoi riccioli, hanno un suono promettente per scene di gelosia e una fin troppo imperiosa dimostrazione di autorità signorile, che porta a rimpianti del tipo noto agli uomini intemperanti che immaginavano di combattere con il più debole, come indicano i frammenti.
Delle sei commedie di Terenzio, quattro derivano da Menandro; due, l'Hecyra e il Phormio, da Apollodoro. Queste due sono inferiori per azione comica e per la particolare dolcezza di Menandro all'Andria, all'Adelphi, all'Heautontimorumenus e all'Eunuchus: ma Formione è un parassita conviviale più sbarazzino e divertente del Gnatone della commedia citata per ultima. Vi furono numerosi rivali dei quali non sappiamo quasi nulla – se non attraverso le citazioni di Ateneo e Plutarco, e dei grammatici greci che li citarono a sostegno di un dictum – in questo come nei periodi precedenti della commedia ad Atene, poiché le opere di Menandro si contano a molte decine, e vennero incoronate dal premio solo otto volte. Il poeta preferito dai critici, in Grecia come a Roma, fu Menandro; e se alcuni dei suoi rivali qua e là lo superarono in forza comica, e lo distanziarono nella competizione con un'appositezza all'occasione che aveva precedentemente, nello stesso modo, privato il genio di Aristofane del suo dovuto premio nelle Nuvole e negli Uccelli, la sua posizione di capo dei poeti comici della sua epoca fu indiscussa. Plutarco trascina molto inutilmente Aristofane in un confronto con lui, per la confusione del poeta più antico. I loro scopi, la materia di cui trattavano, e i tempi, erano del tutto dissimili. Ma non c'è da stupirsi che Plutarco, scrivendo quando la bellezza dello stile ateniese era la delizia dei suoi protettori, ponesse Menandro al vertice. In quale grado di fedeltà Terenzio abbia copiato Menandro, se, come egli afferma riguardo al passaggio nell'Adelphi tratto da Difilo, verbum de verbo nelle scene più incantevoli – la descrizione delle ultime parole dell'Andria morente, e del suo funerale, per esempio – rimane congetturale. Per noi Terenzio condivide con il suo maestro l'elogio di un'amenità che è come linguaggio elisiano, equilibrata e sempre graziosa; come il volto della giovane sorella dell'Andria:
‘Adeo modesto, adeo venusto, ut nihil supra.’
Il celebre ‘flens quam familiariter,’ la cui traduzione più vicina si arena disperatamente su una prosa aspra, per esprimere la dolente confidenza di una giovane fanciulla che ha perso la sorella e la cara amica, e non ha che il suo amante rimastole; ‘si voltò e si gettò sul suo petto, piangendo come se fosse a casa sua’: questo il nostro istinto ci dice che deve essere greco, sebbene difficilmente più fine in greco. Alcune linee di Terenzio, confrontate con i frammenti originali, mostrano che egli li abbellì; ma il suo gusto era troppo squisito perché potesse fare altro che dedicare il suo genio all'onesta traduzione di pezzi come quello sopra citato. Menandro, dunque; con lui, attraverso l'affinità di simpatia, Terenzio; e Shakespeare e Molière possiedono questa bellissima traslucidità di linguaggio: e lo studio dei poeti comici potrebbe essere raccomandato, se non altro per questo.
Un singolare destino avverso toccò agli scritti di Menandro. Ciò che abbiamo di lui in Terenzio fu scelto probabilmente per compiacere i Romani colti; ed è un'opera romantica con un intrigo comico, ottenuto in due casi, l'Andria e l'Eunuchus, fondendo due dei suoi originali in uno solo. I titoli di alcune delle opere perdute indicano il carattere illuminante comico; un Autocommiserante, un Autocastigatore, un Iracondo, un Superstizioso, un Incredulo, ecc., indicano suggestivi temi domestici.
Terenzio inviò traduzioni manoscritte dalla Grecia, che fecero naufragio; lui, che avrebbe potuto restaurare il tesoro, morì sulla via del ritorno. Gli zeloti di Bisanzio completarono l'opera di distruzione. Così abbiamo le quattro commedie di Terenzio, che ne numerano sei di Menandro, con pochi schizzi di trame – uno di essi, il Thesaurus, introduce un avaro, che ci sarebbe piaciuto confrontare con Arpagone – e una moltitudine di piccoli frammenti di stampo sentenzioso, adatti alla citazione. Rimane abbastanza per far sentire la sua grandezza.
Senza sottovalutare altri scrittori di Commedia, penso si possa dire che Menandro e Molière restino soli specialmente come poeti comici dei sentimenti e dell'idea. In ciascuno di essi vi è una concezione del Comico che raffina fino al dolore, come nel Menedemo dell'Heautontimorumenus, e nel Misantropo. Menandro e Molière hanno fornito finora i tipi principali alla Commedia. Il Micione e il Demea dell'Adelphi, con le loro opposte visioni della corretta gestione della gioventù, sono ancora vivi; gli Sganarello e gli Arnolfo dell'École des Maris e dell'École des Femmes, non sono tutti sepolti. Tartuffe è il padre degli ipocriti; Orgone dei dupes; Trasone, dei millantatori; Alceste dei "Manly"; Davo e Siro dei valletti intriganti, gli Scapino e i Figaro. Le signore che volano nei regni del Rosa, il cui linguaggio indossa i pennacchi ondeggianti della vanità intellettuale, sono riconducibili a Filaminte e Bélise delle Femmes Savantes: e le donne mordaci e argute hanno la lingua di Celimene. La ragione è che questi due poeti idealizzarono la vita: il fondamento dei loro tipi è reale e vivo, ma essi dipinsero con forza spirituale, che è ciò che vi è di solido nell'Arte.
Le concezioni idealistiche della Commedia conferiscono ampiezza e opportunità di audacia al genio Comico, e aiutano a risolvere le difficoltà che esso crea. Come, per esempio, sarà assicurato un pubblico che un evidente e mostruoso ingenuo sia realmente ingannato senza essere un assoluto sciocco? Nel Tartuffe la nota dell'alta Commedia risuona quando Orgone, al suo ritorno a casa, sente dell'eccellente appetito del suo idolo. "Le pauvre homme!", esclama. Gli viene detto che la moglie del suo cuore è stata poco bene. "Et Tartuffe?", chiede, impaziente di sentir parlare di lui, la sua mente pervasa dal pensiero di Tartuffe, folle di tenerezza, e di nuovo canticchia, "Le pauvre homme!". È il grido di pietosa delizia di una madre al racconto di una balia sulle gesta della golosità giovanile del suo amato infante. Dopo questo colpo di maestro del Comico, non solo riponete fede nella rosea preconcetta idea di Orgone, ma la condividete con lui per simpatia comica, e potete ascoltare con non più di un tremito dei muscoli del riso l'esempio che egli dà della sublime umanità di Tartuffe:
‘Un rien presque suffit pour le scandaliser, Jusque-là, qu’il se vint l’autre jour accuser D’avoir pris une puce en faisant sa priere, Et de l’avoir tuée avec trop de colere.’
E averla uccisa con troppa ira! Tradurre Molière è come canticchiare un'aria che si è sentita eseguire da un violinista provetto dai toni puri senza fronzoli.
Orgone, che si risveglia per trovare un altro ingenuo in Madame Pernelle, incredulo delle rivelazioni che hanno finalmente aperto i suoi occhi annebbiati, è una scena del doppio Comico, vivificata dall'incantesimo precedentemente gettato sulla mente. Lì sentiamo il potere della creazione del poeta; e nella luce tagliente di quella svolta improvvisa l'umanità è più viva di quanto qualsiasi opera realista possa renderla.
La Commedia italiana offre molti spunti per un Tartuffe; ma essi possono essere trovati nel Boccaccio, così come nella Mandragola di Machiavelli. Il Frate Timoteo di questo pezzo è solo un frate molto untuoso, che assiste compiacentemente un intrigo con sofismi ecclesiastici (per usare il termine più mite) dietro pagamento. Frate Timoteo ha una bella posa da prete italiano.
DONNA: Credete voi, che’l Turco passi questo anno in Italia?
F. TIM.: Se voi non fate orazione, si.
L'arroganza sacerdotale e l'untuosità, e gli imbrogli e le casistiche, non possono essere dipinti senza che scopriamo una somiglianza nella lunga galleria italiana. Goldoni abbozzò i costumi veneziani della decadenza della Repubblica con una matita francese, ed era uno Scribe italiano nello stile.
Il palcoscenico spagnolo è più ricco di tali Commedie come quella che fornì l'idea del Menteur a Corneille. Ma dovete costringervi a credere che questo bugiardo non stia forzando la mano quando accumula menzogna su menzogna. Non c'è alcun tocco precedente per conquistare la mente alla credulità. La Commedia spagnola è generalmente dai contorni netti, come di scheletri; in rapido movimento, come di marionette. La Commedia potrebbe essere eseguita da una truppa del corpo di ballo; e nel ricordo della lettura si risolve in un animato strascicare di piedi. È, in effetti, qualcosa di diverso dalla vera idea di Commedia. Dove i sessi sono separati, uomini e donne crescono, come lo chiamano i portoghesi, affaimados l'uno dell'altro, colpiti dalla carestia; e tutti gli elementi tragici sono sul palcoscenico. Don Juan è un personaggio comico che fa volare le anime: né l'umorismo dello spezzare una dozzina di cuori femminili concilia la Musa Comica con lo spargimento di sangue.
I tentativi tedeschi di Commedia ricordano vividamente l'immagine di Heine del suo paese nella danza di Atta Troll. Lessing tentò la mano, con un effetto che riporta alla sobrietà i lettori. L'intenzione di produrre l'effetto opposto è appena visibile, e in essa, come le corpulente grazie del povero vecchio orso dei Pirenei che si bilancia e volteggia sulla sua zampa posteriore destra e sinistra, consiste il divertimento. Jean Paul Richter offre la migliore edizione del Comico tedesco nel contrasto di Siebenkas con la sua Lenette. Una luce del Comico c'è in Goethe; abbastanza da completare la splendida figura dell'uomo, ma non di più.
La risata letteraria tedesca, come i risvegli temporizzati del loro Barbarossa nelle cavità dell'Untersberg, è infrequente, e piuttosto mostruosa – mai una risata di uomini e donne in concerto. Viene da una fantasia astratta non raffinata, grottesca o cupa, o grossolana, come gli umori peculiari dei loro piccoli uomini della terra. Risata spirituale non hanno ancora raggiunto: il sentimentalismo li insidia nel volo. Qua e là un Volkslied o Marchen mostra un'attitudine nazionale per una robusta risata animale; e vediamo che la letteratura è costruita su di essa, il che è promettente fin qui; ma per godersela, per entrare nella filosofia del "Broad Grin", che sembra esitare tra il teschio e l'embrione, e raggiunge la sua perfezione in ampiezza dal tirare di due dita quadrate agli angoli della bocca, si deve avere l'aiuto del "buon vino del Reno", ed essere di sangue tedesco non mescolato per di più. Questa pesantezza triplo-olandese dello spirito Comico è di per sé esclusiva dell'idea di Commedia, e la povera voce concessa alle donne nella vita domestica tedesca renderà conto dell'assenza di dialoghi comici che riflettano sulla vita in quella terra. Ne parlerò ancora nella seconda sezione di questa lezione.
Verso est avete il silenzio totale della Commedia tra un popolo intensamente suscettibile al riso, come testimonieranno le Mille e una notte. Dove il velo è sui volti delle donne, non potete avere società, senza la quale i sensi sono barbari e lo spirito Comico è spinto nelle grondaie della grossolanità per placare la sua sete. Gli arabi a questo riguardo sono peggiori degli italiani – molto peggiori dei tedeschi; proprio nella misura in cui il loro sistema di trattare le donne è peggiore.
M. Saint-Marc Girardin, l'eccellente saggista francese e maestro dello stile critico, racconta di una conversazione che ebbe una volta con un gentiluomo arabo sul tema della diversa gestione di queste creature difficili in Oriente e in Occidente: e l'arabo parlò in lode di molti buoni risultati della maggiore libertà goduta dalle signore occidentali, e del fascino di conversare con loro. Gli fu chiesto perché i suoi compatrioti non prendessero misure per concedere loro qualcosa di quel tipo di libertà. Balzò fuori dalla sua individualità in un batter d'occhio, ed entrò nei sentimenti della sua razza, rispondendo, dal pinnacolo di una splendida vanità, con un affettato umiltà di modi: "VOI potete guardarle senza perturbazione – ma NOI!"... E dopo questa profondamente comica interiezione, aggiunse, in toni profondi, "Il volto stesso di una donna!". Il nostro rappresentante di nozioni temperate acconsentì dimessamente che l'orgoglio di infiammabilità dell'arabo dovesse insistere sul pudore del velo come mezzo civilizzatore della sua razza.
C'è stato del divertimento a Bagdad. Ma non ci sarà mai civiltà dove la Commedia non è possibile; e ciò deriva da un certo grado di uguaglianza sociale dei sessi. Non sto citando l'arabo per esortare e disturbare l'Oriente sonnolento; piuttosto affinché le donne colte riconoscano che la Musa Comica è una delle loro migliori amiche. Sono cieche ai loro interessi nell'ingrossare le fila dei sentimentalisti. Lasciate che guardino con la loro visione più chiara all'estero e a casa. Vedranno che dove non hanno libertà sociale, la Commedia è assente: dove sono domestiche, la forma della Commedia è primitiva: dove sono tollerabilmente indipendenti, ma non colte, l'eccitante melodramma prende il suo posto e una versione sentimentale di loro. Eppure il Comico uscirà, come saprebbero se ascoltassero alcune delle conversazioni private di uomini le cui menti non sono dirette dalla Musa Comica: come l'uomo sentimentale, con suo stupore, saprebbe allo stesso modo, se potesse in maniera simile ricevere una lezione. Ma dove le donne sono sulla strada verso una base paritaria con gli uomini, nei risultati e nella libertà – in ciò che hanno conquistato per se stesse, e ciò che è stato concesso loro da una giusta civiltà – lì, e solo in attesa di essere trapiantata dalla vita al palcoscenico, o al romanzo, o alla poesia, la Commedia pura fiorisce, ed è, come aiuterebbe loro ad essere, il più dolce dei divertimenti, la più saggia delle compagne deliziose.
Ora, per guardarci intorno nel tempo presente, penso che sarà riconosciuto che nel trascurare la coltivazione dell'idea Comica, stiamo perdendo l'aiuto di un potente ausiliario. Vedete la Follia scivolare perpetuamente in nuove forme in una società in possesso di ricchezza e tempo libero, con molti capricci, molti strani malanni e strani dottori. Abbondanza di senso comune è nel mondo per respingerla quando pretende all'impero. Ma la primogenita del senso comune, la vigilante Comica, che è il genio della risata riflessiva, che la estinguerebbe prontamente fin dall'inizio, non sta servendo come avvocato pubblico.
Avrete notato la disposizione del senso comune, sotto pressione di qualche pertinace pezzo di sventatezza, a diventare impaziente e arrabbiato. Quello è un segno dell'assenza, o almeno della dormienza, dell'idea Comica. Poiché la Follia è la preda naturale del Comico, a lui nota in tutte le sue trasformazioni, in ogni travestimento; ed è con la gioia balzante del falco sull'airone, del segugio dopo la volpe, che le dà la caccia, mai irritandosi, mai stancandosi, certo di prenderla, non concedendole riposo.
Il disprezzo è un sentimento che non può essere intrattenuto dall'intelligenza comica. Che cos'è se non una scusa per essere oziosi di mente, o personalmente elevati, o comodamente ristretti, non perfettamente umani? Se non fingiamo quando diciamo di disprezzare la Follia, chiudiamo il cervello. C'è un atteggiamento sprezzante in presenza della Follia, che partecipa alla stoltezza secondo la percezione Comica: e la rabbia non è molto meno stolta del disprezzo. La lotta che dobbiamo condurre è essenza contro essenza. Nessuno dubiti del seguito quando questa emanazione di ciò che è più fermo in noi viene lanciata per abbattere la figlia della Ragione Inesistente e del Sentimentalismo: tale essendo la parentela della Follia, quando è rispettabile.
Il nostro moderno sistema di combatterla è troppo a lungo difensivo, e condotto troppo laboriosamente con motori concreti di guerra nell'attacco. Lei ha il tempo di mettersi dietro i trinceramenti. È pronta a sostenere un assedio, prima che l'uomo di scienza pesantemente armato e lo scrittore dell'articolo di fondo o del saggio elaborato abbiano innescato i loro grandi cannoni. Si dovrebbe ricordare che lei ha fascino per la moltitudine; e una moltitudine inglese che la vede fare una lotta coraggiosa ne sarà per metà innamorata, certamente disposta a prestarle un applauso. Sottoscrizioni benevole l'assistono a ingaggiare il suo proprio uomo di scienza, il suo proprio organo nella Stampa. Se ultimamente viene scacciata e rovesciata, può tendere un dito verso le lacune nei nostri ranghi. Può dire di aver comandato un esercito e sedotto uomini, che credevamo uomini sobri e sicuri, ad agire come suoi luogotenenti. Impariamo piuttosto cupamente, dopo che ha fatto lampeggiare la sua lanterna, che abbiamo in mezzo a noi uomini abili e uomini con menti per le quali non c'è stella polare nella navigazione intellettuale. La Commedia, o l'elemento Comico, è lo specifico per il veleno della delusione mentre la Follia sta passando dallo stato di vapore a forma sostanziale.
Oh per un soffio di Aristofane, Rabelais, Voltaire, Cervantes, Fielding, Molière! Questi sono spiriti che, se li conoscete bene, verranno quando li chiamerete. Troverete che l'invocazione stessa di essi agisce su di voi come un'aria rinnovatrice – il Sud-ovest che viene dal mare, o un grido nelle Alpi.
Nessuno oserebbe dire che siamo carenti in burloni. Abbondano, e l'organizzazione che dirige i loro macchinari per spararli sulla scia dell'articolo di fondo e del sentimento popolare è buona.
Ma il Comico differisce da essi nell'indirizzarsi agli ingegni per la risata; e gli ingegni pigri richiedono un po' di addestramento per rispondere ad esso, sia nella vita pubblica che in quella privata, e particolarmente quando i sentimenti sono eccitati.
Il senso del Comico è molto smussato dalle abitudini di fare giochi di parole e di usare frasi umoristiche: il trucco di impiegare polisillabi johnsoniani per trattare dell'infinitamente piccolo. E può realmente essere umoristico, di un genere, eppure mancherà il punto andando troppo in giro per esso.
Un certo duca francese Pasquier morì, alcuni anni fa, a un'età molto avanzata. Era stato il venerabile duca Pasquier nei suoi ultimi anni fino al periodo della sua morte. Vi fu una voce sul duca Pasquier che egli fosse un uomo di profondo egoismo. Di qui sorse una discussione, e fu calorosamente sostenuta, sull'eccessivo egoismo di coloro che, in un mondo di guai, e chiamate all'azione, e innumerevoli doveri, conservano le loro forze per amore di continuare a vivere. Può essere possibile, correva l'argomento, per un cuore veramente generoso continuare a battere fino all'età di cento anni? Il duca Pasquier non fu senza i suoi difensori, che lo paragonarono alla quercia della foresta – un paragone venerabile.
La discussione fu condotta da entrambe le parti con spirito e fervore, allietata qua e là da vivaci tocchi di giocoso polisillabismo, che ricordavano la seria ricerca del divertimento da parte di ragazzi disertori, i quali, certi di essere fuori dalla vista del maestro, si concedono di tanto in tanto un’imitazione di lui. E ben si potrebbe supporre che l’idea Comica non dormisse, non trascurandoli! Essa si risolse infine in questo, che o il duca Pasquier era uno scandalo per la nostra umanità nell’aggrapparsi così a lungo alla vita, o che la onorava con una così tenace resistenza al nemico. Come chi si è inoltrato in un labirinto ed è lieto di uscirne di nuovo dall'ingresso, l'argomento girò attorno per concludersi con il suo inizio.
Ora, immaginate un maestro del Comico che tratti questo tema, e in particolare la discussione su di esso. Immaginate una commedia aristofanesca del CENTENARIO, con lodi corali della morte precoce eroica, e altrettante lodi di una testarda vitalità, e il poeta che ride del coro; e la grande questione per la contesa nel dialogo, riguardo all'età esatta in cui un uomo dovrebbe morire, al minuto identico, affinché possa preservare il rispetto dei suoi simili, seguita da un tentativo sistematico di effettuare una misurazione accurata in linee parallele, con una robusta corda da una parte, e una serie di sbadigli dall'altra, della capacità del veterano di sopportare la vita, e della nostra capacità di sopportare LUI, con un tremendo tirare da entrambe le parti.
La visione comica della discussione non illuminerebbe essa e i contendenti come un fulmine? Ci sono questioni, così come persone, che solo il Comico può toccare in modo appropriato.
Aristofane avrebbe probabilmente incoronato l'antico albero, con l'osservazione consolatoria alla fila emaciata degli eredi del Centenario, in lunga attesa, che essi vivono per vedere la beatitudine di provenire da un ceppo robusto. I dardi del suo ridicolo sarebbero stati rivolti principalmente ai contendenti. Poiché l'unico fondamento dell'argomento era il carattere del vecchio, e i sofisti non sono necessari per dimostrare che possiamo avere molto presto troppo di una cosa cattiva. Un centenario non provoca necessariamente l'idea Comica, né il cadavere di un duca. Essa non è provocata nell'ordine della natura, finché non attiriamo la sua penetrante attenzione su qualche circostanza con la quale abbiamo mescolato i nostri interessi privati, o il nostro offuscamento speculativo. La stupidità, insensibile al Comico, ha il privilegio di suscitarlo; e posare un dito ottuso sulle questioni della vita umana è il metodo più sicuro per stabilire comunicazioni elettriche con una batteria di risate – laddove l'idea Comica è prevalente.
Ma se l'idea Comica prevalesse tra noi, e avessimo un Aristofane a pungolarla e dotarla di ali, staremmo respirando l'aria di Atene. I prosatori che ora si riversano su di noi come fontane pubbliche verrebbero interrotti per strada e lasciati a sbattere le palpebre, muti come cassette delle lettere, con lettere infilate nelle bocche. Ci libereremmo dell'incubo, il nostro terribile familiare – da alcuni chiamato noia – che è nostra attuale umiliazione essere appena abbastanza vivi da detestare, mai abbastanza pronti da eludere. Ci sarebbe una brillante e positiva, chiara percezione ellenica dei fatti. I vapori dell'Irrazionalità e del Sentimentalismo verrebbero spazzati via prima di diventare produttivi. Dove sarebbero il Pessimista e l'Ottimista? Avrebbero in ogni caso un pubblico ridotto. Eppure, forse, il cambio di despoti, da una bonaria vecchia ottusità a un'intelligenza affilata, che è per natura spietata, sarebbe più di quanto potremmo sopportare. La rottura del legame tra le persone ottuse, consistente nell'accordo fraterno che qualcosa sia troppo intelligente per loro, e un tiro fuori dalla loro portata, non è da pensare alla leggera; poiché, per quanto sottile possa sembrare il legame, è equivalente a un cemento che forma un calcestruzzo di densa coesione, molto desiderabile nella stima dello statista.
Un Aristofane politico, approfittando della sua licenza lirica bacchica, si rivelò troppo per l'Atene politica. Non chiederei che fosse fatto rivivere, ma che la luce tagliente di uno spirito come il suo possa essere con noi per colpire di tanto in tanto gli affari pubblici, i temi pubblici, per farli girare più vivacemente.
Egli odiava con il fervore del politico il sofista che corrompeva la semplicità del pensiero, il poeta che distruggeva la purezza dello stile, il demagogo, "il mostro dai denti a sega", che, secondo la sua concezione, ingannava la plebe, e tenne testa a loro con la forza della risata, finché le multe, la limitazione della sua licenza Comica nel coro, e infine la rovina di Atene, che non poteva più sostenere la spesa del coro, lo gettarono del tutto nel dialogo e lo portarono sotto la legge. Dopo la catastrofe, il poeta, che era sempre rimasto a guardare agli uomini di Maratona e Salamina, deve aver sentito di averla prevista; e che avesse ragione quando invocava la pace, e derideva la vanità militare, e la cavillosa vecchia creatura Demo, possiamo ammetterlo. Possedeva il dono del senso comune del poeta Comico – che non include sempre l'intelligenza politica; eppure la sua tendenza politica lo elevò al di sopra della propensione della Commedia Antica per la farsa clamorosa. Egli abusò di Socrate, ma Senofonte, il discepolo di Socrate, con la sua retorica addestrata salvò i Diecimila. Aristofane potrebbe dire che se i suoi avvertimenti fossero stati seguiti non ci sarebbe stata una tale spedizione mercenaria greca sotto Ciro. Atene, tuttavia, era su una frana, stava cadendo; nessuno poteva arrestarla. Guardare indietro, sostenere i vecchi tempi, era un conservatorismo del tutto naturale, e infruttuoso. L'aloe era fiorita. Che avesse ragione o torto nella sua politica e nelle sue critiche, e tenendo a mente gli strumenti che suonava e il pubblico che doveva conquistare, c'è un'idea nelle sue commedie: è l'Idea del Buon Cittadino.
È improbabile che venga fatto rivivere. Egli sta, come Shakespeare, inavvicinabile. Swift dice di lui, con una risatina affettuosa:
‘Ma quanto al Comico Aristofane, Il cane è troppo arguto e troppo profano.’
Aristofane era ‘profano’, sotto la direzione satirica, diversamente dai suoi rivali Cratino, Frinico, Ameipsia, Eupoli e altri, se dobbiamo credere a lui, i quali, nella loro straordinaria fiera di Donnybrook del giorno della Commedia, si picchiavano a vicenda e picchiavano chiunque altro con assoluta cordialità, come faceva lui, ma miravano a piccole prede, e trascinavano in scena donne particolari, cosa che lui non faceva. Egli è un aggregato di molti uomini, tutti di una certa grandezza. Possiamo costruire una concezione delle sue facoltà se montiamo Rabelais su Hudibras, lo solleviamo con la cantabilità di Shelley, gli diamo una vena di Heinrich Heine, e lo copriamo con il mantello dell'Anti-Jacobin, aggiungendo (affinché ci possa essere un po' d'irlandese in lui) un pizzico di Grattan, prima che entri in movimento.
Ma tali sforzi nel concepire un grande uomo mediante l'incorporazione di minori sono vani, e invocano scuse. Supponendo Wilkes come uomo di punta in un paese costantemente precipitato in guerra sotto qualche piumato Lamaco, con nemici che periodicamente incendiano la terra fino alle porte di Londra, e un Samuel Foote, di prodigioso genio, che lo attacca con il ridicolo, penso che si dia una nozione del conflitto intrapreso da Aristofane. Questo calvo ridente, come egli stesso si definisce, era un titanico libellista, che usava la risata come arma politica; una risata senza scrupoli, la risata di Ercole. Era preparato con l'arguzia, come con l'aglio che dice di dare ai galli da combattimento, per farli combattere meglio. Ed era un poeta lirico di delicatezza aerea, con il canto casalingo di un gioioso poeta nazionale, e un poeta di tale sentimento che la maschera comica è a volte non più larga di un panno su un volto per mostrare i tratti seri della nostra comune somiglianza. Egli non deve essere fatto rivivere; ma se il suo metodo venisse studiato, parte del fuoco che è in lui verrebbe a noi, e noi potremmo essere fatti rivivere.
Prendendoli in generale, il pubblico inglese è più in sintonia con questa commedia aristofanesca primitiva, in cui il comico è coronato dal grottesco, l'ironia punta l'arguzia, e la satira è una spada nuda. Hanno in sé le basi del Comico: una stima per il senso comune. Detestano cordialmente il suo contrario. Hanno una risata ricca, sebbene non sia il gros rire del Gallo che lancia gros sel, né la risata mentalmente digestiva del colto francese. E se hanno ora, come un monarca con una truppa di nani, troppi giullari che prendono a calci il dizionario, per permettere loro di riflettere sul fatto di essere ottusi, occasionalmente, come il pensieroso monarca che sorprende se stesso con l'idea di un'idea propria, hanno quell'aspetto. E sono inclini a guardarsi allo specchio. Devono vedere che qualcosa li affligge. Quanto anche l'ordine migliore di loro sopporterà, senza un pensiero di difesa, quando la persona che li affligge è protetta dalla satira, leggiamo nelle Memorie di un'Epoca Precedente, dove la volgarmente tirannica padrona di casa di una grande dimora di ricevimento mescolava gli ospiti e li giocava come un mazzo di carte, con la sua stima esatta della forza di ognuno stampata su di essi: e tuttavia questa casa continuava a essere la più popolare in Inghilterra; né la signora apparve mai in stampa o sulle scene come il tipo comico che era.
È stato suggerito che non abbiano ancora compreso spiritualmente il significato del vivere in società; poiché chi è più allegro, più vivace d'arguzia, nei campi, e come esploratori, colonizzatori, pionieri? Sono felici nell'esercizio rude, e anche nel completo riposo. La condizione intermedia, quando sono chiamati a parlare tra loro, su altro che affari o i loro hobby, li rivela indossare un curioso sguardo di vacuità, come se fosse l'orbita di un occhio mancante. Il Comico sta perennemente germogliando nella vita sociale, e li opprime per il fatto di non essere percepito.
Così, a una cena, uno degli ospiti, che accade di essersi iscritto a una Compagnia Funeraria, prega cortesemente gli altri di iscrivere i loro nomi come azionisti, esaltando i vantaggi che ne deriveranno loro nel caso della loro molto possibile rapida morte, la salubrità del sito, l'attitudine del terreno per un rapido consumo dei loro resti, ecc.; e loro bevono tristezza dall'uomo incongruo, e concepiscono indigestione, non vedendolo in una luce nettamente definita, che li inviterebbe a gustare il comico che è in lui. O viene menzionato che un membro appena eletto del nostro Parlamento celebra il suo arrivo all'eminenza con la pubblicazione di un libro sulle tariffe delle carrozze, dedicato a una cara parente defunta, e il commento su di esso è la parola ‘Davvero’. Ma, solo per contrasto, volgetevi a una scena non rara di ieri nel campo di caccia, dove un brillante giovane cavaliere, essendosi rotto la clavicola, trotta via molto presto dopo, contro il divieto medico, mezzo tenuto insieme da stecche, verso il ritrovo più lontano del suo vicinato, sicuro di sfuggire al suo medico, che è la prima persona che incontra. ‘Sono venuto qui apposta per evitarvi’, dice il paziente. ‘Sono venuto qui apposta per prendermi cura di voi’, dice il medico. Si allontanano, e arrivano a un ruscello in piena. Il paziente lo supera magnificamente: il medico cade dentro. Tutto il campo è vivo con il più cordiale gusto per ogni incidente e ogni luce incrociata su di esso; e ottuso sarebbe stato considerato l'uomo che non avesse avuto una parola da dire al riguardo mentre tornava a casa cavalcando.
Nella nostra letteratura in prosa abbiamo avuto deliziosi scrittori Comici. Oltre a Fielding e Goldsmith, c'è Miss Austen, la cui Emma e il signor Elton potrebbero camminare direttamente in una commedia, se la trama fosse organizzata per loro. I romanzi trascurati di Galt hanno alcuni personaggi e tratti di acuta commedia. Nella nostra letteratura poetica il comico è delicato e aggraziato al di sopra del tocco dell'italiano e del francese. In generale, tuttavia, gli inglesi eletti eccellono nella satira, e sono nobili umoristi. La disposizione nazionale è per il colpo duro, con uno scopo morale a sanzionarlo; o per una genialità rosea, a volte larmoyante, non priva di virilità nel suo tendere alla tenerezza, e con una singolare attrazione per la testardaggine, per decorarla con orecchie d'asino e le più belle aureole silvane. Ma il Comico è uno spirito diverso.
Potete stimare la vostra capacità di percezione Comica essendo in grado di rilevare il ridicolo di coloro che amate, senza amarli di meno: e più essendo in grado di vedere voi stessi alquanto ridicoli agli occhi cari, e accettare la correzione che la loro immagine di voi propone.
Ognuno di una coppia affettuosa può essere disposto, come si dice, a morire per l'altro, eppure non disposto a pronunciare la parola gradevole al momento giusto; ma se gli spiriti fossero abbastanza rapidi da far loro percepire di essere in una situazione comica, come le coppie affettuose devono essere quando litigano, non aspetterebbero la luna o l'almanacco, o una Dorina, per riportare l'alta marea dei sentimenti teneri, affinché si uniscano mani e labbra.
Se rilevate il ridicolo, e la vostra benevolenza è raffreddata da esso, state scivolando nella presa della Satira.
Se invece di scagliarvi contro la persona ridicola con una verga satirica, per farla contorcere e strillare ad alta voce, preferite pungerla sotto una semi-carezza, per la quale essa nella sua angoscia sarà resa dubbiosa se davvero qualcosa le abbia fatto male, siete un motore di Ironia.
Se ridete tutto intorno a lui, lo fate ruzzolare, lo fate rotolare, gli date uno schiaffo, e lasciate cadere una lacrima su di lui, ammettete la sua somiglianza con voi e la vostra con il vostro prossimo, risparmiatelo tanto quanto lo schivate, compatitelo tanto quanto lo esponete, è uno spirito di Umorismo che vi sta muovendo.
Il Comico, che è lo spirito percettivo, è lo spirito governante, che risveglia e dà mira a questi poteri della risata, ma non deve essere confuso con essi: racchiude una loro forma più sottile, che differisce dalla satira, nel non spingere bruscamente nelle sensibilità vibranti, e dall'umorismo, nel non confortarle e rimboccarle, o nell'indicare loro una portata più vasta di quella di questo mondo affaccendato.
Il Jonathan Wild di Fielding presenta un caso di questa peculiare distinzione, quando quell'uomo di eminente grandezza osserva l'ingiustizia di un processo in cui la condanna è stata provocata da dodici uomini della parte opposta; poiché non è satirico, non è umoristico; eppure è immensamente comico sentire un colpevole mascalzone che protesta che la sua stessa ‘parte’ dovrebbe avere voce in capitolo nella Legge. Apre un viale nella razionalizzazione dei mascalzoni. E il Comico non è annullato anche se dovessimo supporre che Jonathan stia dando sfogo al suo umorismo. Potrei averlo sognato o mi potrebbe essere stato suggerito, poiché riferendomi a Jonathan Wild, non lo trovo.
Applicate il caso all'uomo di profonda arguzia, che è sempre certo della sua condanna da parte della parte opposta, e allora cessa di essere comico, e sarà satirico.
Lo sguardo di Fielding su Richardson è essenzialmente comico. Il suo metodo di correggere lo scrittore sentimentale è una miscela del comico e dell'umoristico. Parson Adams è una creazione dell'umorismo. Ma sia la concezione che la presentazione di Alceste e di Tartufo, di Celimene e Filaminte, sono puramente comiche, indirizzate all'intelletto: non c'è umorismo in esse, e rinfrescano l'intelletto che stimolano a rilevare la loro commedia, per forza del contrasto che offrono tra loro stessi e il mondo più saggio che li circonda; vale a dire, la società, o quell'assemblaggio di menti del quale lo spirito Comico ha la sua origine.
Byron aveva splendidi poteri di umorismo, e la più poetica satira di cui abbiamo esempio, fondendosi a volte in dura ironia. Non aveva un forte senso comico, o non avrebbe assunto una posizione antisociale, che è direttamente opposta al Comico; e nella sua filosofia, giudicato dai filosofi, egli è una figura comica, a causa di questa deficienza. ‘So bald er philosophirt ist er ein Kind,’ dice Goethe di lui. Carlyle lo vede sotto questa luce comica, lo tratta nel modo umoristico.
Il Satirico è un agente morale, spesso uno spazzino sociale, che lavora su una riserva di bile.
L'Ironista è una cosa o un'altra, secondo il suo capriccio. L'ironia è l'umorismo della satira; può essere selvaggia come in Swift, con un oggetto morale, o sedata, come in Gibbon, con uno malizioso. L'ironia leziosa che freme di essere vista, e l'ironia che ammicca, affinché non fraintendiate la sua intenzione, sono fallimenti nello sforzo satirico che pretende ai tesori dell'ambiguità.
L'Umorista di ordine mediocre è un ridente rinfrescante, che dà tono ai sentimenti e talvolta permette ai sentimenti di averla vinta su di lui. Ma l'umorista di alto livello ha un abbraccio di contrasti al di fuori della portata del poeta Comico.
Cuore e mente ridono del Don Chisciotte, e ancora rimuginate su di lui. La giustapposizione del cavaliere e dello scudiero è una concezione Comica, l'opposizione delle loro nature quanto mai umoristica. Sono diversi come i due emisferi al tempo di Colombo, eppure si toccano e sono legati in uno solo dalla risata. I grandi scopi del cavaliere e le costanti disavventure, la sua valenza cavalleresca esercitata su oggetti assurdi, il suo buon senso lungo la strada maestra della più folle delle spedizioni; la compassione che strappa alla derisione, e l'ammirevole figura che conserva mentre procede attraverso il freneticamente grottesco e il burlesco che lo assale, sono nei più alti umori dell'umorismo, fondendo il sentimento Tragico con la narrazione Comica.
Il colpo del grande umorista è mondiale, con luci di Tragedia nella sua risata.
Prendendo un grande vivente, sebbene non creativo, umorista per guidare la nostra descrizione: il teschio di Yorick è nelle sue mani nelle nostre stagioni di festa; egli vede visioni dell'uomo primitivo che saltella pretestuosamente sotto le vesti sfarzose della cerimonia. Le nostre anime devono essere in fiamme quando indossiamo la solennità, se non vogliamo premere sul suo nervo più acuto. Finito e infinito lampeggiano dall'uno all'altro con lui, prestandogli un pensiero a doppio taglio che fa capolino dalle sue righe più pacifiche a tratti, come la lanterna della guardia del fuoco alle finestre, che fa il giro di notte. Il comportamento e le prestazioni degli uomini in società sono per lui, per il vivido confronto con la loro mortalità, più grotteschi che rispettabili. Ma chiedetevi, è sempre affidabile per giustezza? Egli volerà dritto come l'aquila emissaria verso Giove verso il vero Eroe. Farà anche una discesa rapida e determinata sull'uomo di sua voluta scelta, che non riusciamo a distinguere come vero. Questo suo vasto potere, costruito sull'unione dei sentimenti e dell'intelletto, manca spesso di proporzione e di discrezione. Gli umoristi che toccano la Storia o la Società sono inclini a essere capricciosi. Sono, come nel caso di Sterne, inclini a essere sentimentali; poiché con loro i sentimenti sono primari, come con i cantanti. La Commedia, d'altra parte, è un'interpretazione della mente generale, ed è per questo motivo necessariamente mantenuta in restrizione. I francesi pongono un marcato accento su mesure et gout, e riconoscono quanto devono a Moliere per averli guidati nella semplice giustezza e gusto. Possiamo insegnare loro molte cose; loro possono insegnare a noi in questo.
Il poeta comico si trova nel campo ristretto, o piazza recintata, della società che dipinge; e si rivolge al recinto ancora più stretto dell’intelletto umano, in riferimento all’operazione del mondo sociale sui loro caratteri. Non si occupa di inizi, né di fini, né di contorni, ma di ciò che state tessendo ora. Per comprendere la sua opera e darle valore, dovete provare una sobria simpatia per il vostro genere e avere una sobria stima delle nostre qualità civili. Lo scopo e il compito del poeta comico sono fraintesi, il suo significato non è colto né il suo punto di vista adottato, quando viene accusato di disonorare la nostra natura e di essere ostile al sentimento, tendendo alla malignità e facendo un uso ingiusto della risata. Coloro che rilevano ironia nella Commedia lo fanno perché scelgono di vederla nella vita. La povertà, dice il satiro, non ha nulla di più duro in sé se non che rende gli uomini ridicoli. Ma la povertà non è mai ridicola per la percezione comica finché non tenta di far sì che i suoi stracci nascondano la sua nudità in un malinconico tentativo di decenza, o di rivaleggiare scioccamente con l’ostentazione. Caleb Balderstone, nel suo sforzo di mantenere l’onore di una nobile casata in uno stato di miseria, è un personaggio squisitamente comico. Nel caso dei “parenti poveri”, d’altro canto, sono i ricchi, che essi imbarazzano, a essere realmente comici; e ridere dei primi, senza vedere la commedia dei secondi, significa tradire una ottusità di visione. L’umorista e il satiro cacciano spesso insieme come ironisti in cerca del grottesco, a esclusione del comico. Quello fu un momento toccante nella storia del Principe Reggente, quando il Primo Gentiluomo d’Europa scoppiò in lacrime a un’osservazione sarcastica di Beau Brummell sul taglio della sua giacca. Umorismo, Satira, Ironia, si avventano tutti insieme su di essa come sulla loro preda comune. Lo spirito comico osserva ma non tocca. Messo in azione, sarebbe farsesco. È troppo grossolano per la Commedia.
Incidenti che gettano il ridicolo sulla nostra sfortunata natura anziché sulla nostra vita convenzionale provocano risate derisorie, che ostacolano l’idea comica. Ma la derisione è sventata dal gioco dell’intelletto. La maggior parte delle cause dubbie in contesa è aperta all’interpretazione comica, e ogni difesa intellettuale di una causa dubbia contiene i germi di un’Idea di Commedia.
La risata della satira è un colpo alla schiena o al viso. La risata della Commedia è impersonale e di una cortesia impareggiabile, più vicina a un sorriso; spesso non è altro che un sorriso. Ride attraverso la mente, poiché la mente la dirige; e potrebbe essere chiamata l’umorismo della mente.
Un eccellente banco di prova per la civiltà di un paese, come ho detto, credo sia il fiorire dell’idea comica e della Commedia; e il test della vera Commedia è che essa debba risvegliare una risata pensosa.
Se credete che la nostra civiltà sia fondata sul buon senso (ed è la prima condizione della sanità crederlo), scorgerete, contemplando gli uomini, uno Spirito sovrastante; non più celeste della luce che balena verso l’alto da superfici vetrose, ma luminoso e vigile; che non va mai oltre loro, né indugia nelle retrovie; così strettamente attaccato a loro che potrebbe essere scambiato per un riflesso servile, finché non se ne studiano i lineamenti. Ha le sopracciglia del saggio, e la malizia solare di un fauno si cela agli angoli delle labbra socchiuse, tese in un’oziosa cautela di mezza tensione. Quel sorriso sottile e festoso, modellato come l’arco lungo, era un tempo la grande risata rotonda di un satiro, che sollevava le sopracciglia come una fortezza sollevata dalla polvere da sparo. La risata tornerà, ma sarà dell’ordine del sorriso, finemente temperato, che mostra la luce del sole della mente, ricchezza mentale piuttosto che rumorosa enormità. Il suo aspetto comune è quello di un’osservazione non sollecita, come se scrutasse un campo pieno e avesse il tempo di scagliarsi sui suoi bocconi scelti, senza alcuna fretta agitata. Il futuro degli uomini sulla terra non lo attrae; la loro onestà e compostezza nel presente sì; e ogni volta che essi crescono sproporzionati, gonfi, affettati, pretenziosi, magniloquenti, ipocriti, pedanti, fantasticamente delicati; ogni volta che li vede autoingannati o bendati, dediti a sfrenarsi in idolatrie, a lasciarsi andare in vanità, a riunirsi in assurdità, a pianificare con miopia, a complottare dementemente; ogni volta che sono in contrasto con le loro professioni e violano le leggi non scritte ma percepibili che li vincolano nella considerazione reciproca; ogni volta che offendono la sana ragione, la giusta giustizia; sono falsi nell’umiltà o minati dalla presunzione, individualmente o in massa — lo Spirito sovrastante guarderà con umana malignità e getterà una luce obliqua su di loro, seguita da salve di risate argentine. Quello è lo Spirito Comico.
Non distinguerlo significa essere ciechi come tori di fronte allo spirituale, e negare l’esistenza di una mente dell’uomo laddove le menti degli uomini sono in congiunzione operativa.
Dovete, come ho detto, credere che il nostro stato di società sia fondato sul buon senso, altrimenti non rimarrete colpiti dai contrasti che lo Spirito Comico percepisce, né avrete esso a cui rivolgervi per la vostra consolazione. Vi troverete, infatti, in quel particolare raggio di luce obliqua, voi stessi illuminati agli occhi del mondo come l’oggetto stesso della caccia e la preda destinata di ciò che per voi è oscuro. Ma sentire la sua presenza e vederla è la vostra garanzia che molte menti sane e solide sono con voi in ciò che state sperimentando: e questo di per sé vi risparmia il dolore del calore satirico e l’amaro desiderio di sferrare colpi pesanti. Condividete il sublime dell’ira, che non avrebbe ferito gli sciocchi, ma semplicemente dimostrato la loro stoltezza. Molière si accontentò di vendicarsi sui critici dell’Ecole des Femmes scrivendo la Critique de l’Ecole des Femmes, uno dei più saggi oltre che più giocosi studi di critica. Una percezione dello spirito comico conferisce un’alta fraternità. Diventate cittadini del mondo più eletto, il più alto che conosciamo in connessione con il nostro vecchio mondo, che non è sovramondano. Cercate lì la vostra inoppugnabile classe superiore! Sentite di essere parte di questa nostra comunità civile, che non potete sfuggirle, e non vorreste se poteste. Una buona speranza vi sostiene; la stanchezza non vi sopraffà; nell’isolamento non vedete alcun fascino per la vanità; l’orgoglio personale è grandemente moderato. Né il vostro titolo di cittadinanza vi escluderà da mondi di immaginazione o di devozione. Lo spirito comico non è ostile al canto più soavemente poetico. Chaucer vi gorgoglia dentro: Shakespeare trabocca: c’è un raggio di luna mite di esso (pallido di super-raffinamento per la distanza dal nostro pianeta di carne e sangue) nel Comus. Pope lo possiede, ed è il lato diurno della notte che oscura a metà Cowper. È ostile solo all’elemento sacerdotale, quando questo, per funesto gonfiore, trascende e sovrappone i confini del suo ufficio: e allora, in casi estremi, è troppo fedele a se stesso per parlare, e vela la lampada: come, ad esempio, lo spettacolo di Bossuet sul cadavere di Molière: a cui gli angeli oscuri possono ridere, ma gli uomini no.
Abbiamo avuto pulpiti comici, a segno che ciò che muove al riso e ciò che è degno di venerazione possono essere in alleanza: non so quanto comici, o quanto aiutati nel sembrare tali dall’inattesezza e dal sollievo della loro apparizione: almeno sono popolari, si dice che conquistino l’orecchio. La risata è aperta alla perversione, come altre cose buone; i tipi sprezzanti e brutali non ci sono ignoti; ma la risata diretta dallo spirito comico è un vino innocuo, che conduce alla sobrietà nella misura in cui ravviva. Entra in voi come aria fresca in uno studio; come quando uno degli improvvisi contrasti dell’idea comica inonda il cervello come una luce rassicurante. Siete consapevoli del tipo vero sentendo che lo accogliete, lo assaporate e avete ciò di cui vivono i fiori, aria naturale come nutrimento. Ciò che emettete — il ruggito gioioso — non è la parte migliore; lasciate che quella vada alla buona compagnia e al beneficio dei polmoni. Aristofane promette ai suoi uditori che, se conserveranno le idee del poeta comico con cura, come tengono la frutta secca nelle scatole, le loro vesti profumeranno di saggezza per tutto l’anno. Il vanto non sarà considerato vuoto da coloro che hanno amici scelti che si sono riforniti secondo le sue indicazioni. Tali tesori di risate scintillanti sono pozzi nel nostro deserto. La sensibilità alla risata comica è un passo nella civiltà. Ritrarsi dall’essere oggetto di essa è un passo nella coltivazione. Conosciamo il grado di raffinatezza negli uomini dalla materia di cui ridono, e dal suono della risata; ma conosciamo parimenti che le nature più grandi si distinguono per la grande ampiezza del loro potere di ridere, e nessuno che ami realmente Molière è raffinato da quell’amore a disprezzare o a essere ottuso verso Aristofane, sebbene possa darsi che l’amante di Aristofane non sia ancora asceso all’altezza di Molière. Abbracciateli entrambi, e avrete l’intera scala della risata nel vostro petto. Nulla al mondo supera in divertimento tempestoso la scena nelle Rane, quando Bacco e Xantia ricevono le loro bastonate dalle mani dell’efficiente Eaco, per scoprire quale dei due sia la divinità, dalla sua invulnerabilità alla condizione mortale del dolore, e ognuno, sotto l’obbligo di non gridare, fa finta che il suo orribile muggito — l’iou-iou del dio essendo il più vigoroso — significhi solo l’arresto di uno starnuto, o l’avvistamento di un cavaliere, o il preludio a un’invocazione a qualche divinità: e lo schiavo riesce a far sì che il dio riceva la dose maggiore di colpi. Passaggi di Rabelais, uno o due nel Don Chisciotte, e la Cena alla maniera degli antichi, nel Peregrine Pickle, sono di una simile cataratta di risate. Ma non è illuminante; non è la risata della mente. La risata di Molière, nelle sue commedie più pure, è eterea, come luce per la nostra natura, come colore per i nostri pensieri. Il Misantropo e il Tartufo non hanno risate udibili; ma i personaggi sono intrisi dello spirito comico. Vivificano la mente attraverso la risata, provenendo dalla mente; e la mente li accetta perché sono chiare interpretazioni di certi capitoli del Libro che giace aperto davanti a tutti noi. Tra questi due stanno Shakespeare e Cervantes, con la risata più ricca di cuore e mente in uno; con molto della robustezza aristofanesca, qualcosa della delicatezza di Molière.
La risata udita in circoli non pervasi dall’idea comica suonerà aspra e senz’anima, come prosa versificata, se vi entrate con un senso della distinzione. Immaginerete di aver cambiato la vostra abitazione in un pianeta più lontano dal sole. Potreste trovarvi anche tra cervelli potenti. Non troverete poeti — o solo uno smarrito, sovravenerato. Troverete uomini dotti senza dubbio, professori, filosofi reputati e illustri dilettanti. Hanno in loro, forse, ogni elemento che compone la luce, eccetto il comico. Leggono versi, discorrono d’arte; ma le loro eminenti facoltà non sono sotto quel vigile senso di una supervisione collettiva, spirituale e presente, di cui abbiamo preso nota. Costruiscono un tempio di arroganza; parlano molto con la voce degli oracoli; la loro ilarità, se non si immerge nella grossolanità, è solitamente una forma di pugnacità.
L’insufficienza di vista nell’occhio che guarda verso l’esterno li ha privati dell’occhio che dovrebbe guardare all’interno. Non si sono mai pesati nella delicata bilancia dell’idea comica così da ottenere un sospetto dei diritti e dei doveri del mondo; e hanno, di conseguenza, una personalità irritabile. Un professore inglese molto dotto schiacciò un argomento in una discussione politica chiedendo rabbiosamente al suo avversario: “È consapevole, signore, che io sono un filologo?”
La pratica della società educata aiuterà a istruirli, e il professore su un divano con belle signore su entrambi i lati può diventare loro allievo e studioso di buone maniere senza saperlo: è almeno uno spettacolo equo e piacevole per la Musa Comica. Ma la società definita educata è volatile nelle sue adorazioni, e domani coccolerà un soldato abbronzato, o un nero africano, o un principe, o uno spiritista: le idee non possono mettere radici nel suo terreno sempre mutevole. È inoltre dedita per autodifesa a chiacchierare esclusivamente degli affari del suo mondo che ruota rapidamente, come i bambini su una giostra rivolgono la loro attenzione al cavallo di legno o alla culla che li precede, per sfuggire alla vertigine e preservare una nozione di identità. Il professore sta meglio fuori da un circolo che spesso confonde rendendo celebri, a volte infastidisce abbandonando, e sempre confonde. La scuola che insegna dolcemente quale pericolo vi sia che una testa coltivata possa ancora essere da sciocco, e le collisioni che possono capitare a menti che volano alto, vuote o piene, è più raccomandabile della sfera di movimento incessante che le fornisce materiale.
Le terre dove lo spirito comico è oscuro sopra di esse sono rigogliose di raccolti grezzi di materia. Il viaggiatore abituato a strade lisce e persone non coperte di lappole e spine è stupito, in mezzo a tanto che è equo e degno di essere amato, di imbattersi in un tale curioso barbarismo. Un inglese fece una visita di ammirazione a un professore nella Terra della Cultura, e fu presentato da lui a un altro distinto professore, con cui entrò così cordialmente in sintonia da uscire con lui da solo un pomeriggio. Il primo professore, un erudito interamente degno del sentimento di stima accademica che spingeva alla visita, si comportò (se escludiamo il pugnale) con la gelosia vendicativa di una bella spagnola offesa. Dopo un breve preludio di tristezza ed esplosioni oscure, scaricò sul suo infedele ammiratore i fulmini di logica appassionata familiari alle orecchie dei volubili caballeros: “O sono un oggetto degno della tua ammirazione, o non lo sono. Di queste cose una sola: o sei competente a giudicare, nel qual caso sono condannato da te; o sei incompetente, e quindi impertinente, e puoi tornartene al tuo paese, ipocrita!” L’ammiratore cercava di persuadere lo studioso ferito che ci è dato di poter ammirare due professori alla volta. Fu scacciato.
Forse questo avrebbe potuto accadere in qualsiasi paese, e una commedia sul Pedante, che scopre l’avida umanità all’interno dello studioso polveroso, non lo porterebbe a casa di uno in particolare. Sono consapevole che era in Germania, quando osservo che i tedeschi non hanno attraversato alcun addestramento comico per avvertirli della subdola, saggia emanazione che li osserva dall’alto, né molto di satirico. Heinrich Heine non è bastato a farli soffrire e meditare. Nazionalmente, così come individualmente, quando sono eccitati sono in pericolo di grottesco, come quando, per esempio, rifiutano di ascoltare le prove e sollevano un clamore nazionale perché uno di sangue tedesco è stato condannato per un crimine in un paese straniero. Sono critici acuti, eppure maneggiano ancora mazze nella controversia. Confrontateli sotto questo aspetto con il popolo istruito da La Bruyère, La Fontaine, Molière; con il popolo che ha le figure di un Trissotin e di un Vadius davanti a sé come avvertimento comico delle vanità personali del professore coccolato. È più di una differenza di razza. È la differenza di tradizioni, temperamento e stile, che deriva dall’istruzione.
Il polemista francese è uno spadaccino raffinato, da temere nelle sue grazie e cortesie. Il tedesco è Orson, o la folla, o un esercito in marcia, in difesa di una buona causa o di una cattiva — una grande o una piccola. La sua ironia è un proiettile di tonnellaggio terrificante: il sarcasmo lo emette come un soffio dalla bocca di un drago. Deve essere e sarà Titano. Calpesta il suo nemico sotto i piedi, ed è stupito che la creatura non sia morta, ma che punga; perché, in verità, il Titano sta combattendo, per confronto, con un dio.
Quando i tedeschi sono in armi, guardando oltre la frontiera alsaziana le folle di francesi che corrono ad applaudire L’ami Fritz al Theatre Francais, guardando e considerando il significato di quell’applauso, che è cupamente comico nella sua risposta politica alla morale domestica del dramma — quando i tedeschi guardano e tacciono, la loro forza di carattere parla. Sono re nella musica, possiamo dire principi nella poesia, buoni speculatori nella filosofia, e i nostri leader nell’erudizione. Che una razza così dotata, posseduta inoltre dal severo buon senso che raccoglie le acque della risata per creare i pozzi, debba apparire in svantaggio, lo ritengo una prova, istruttiva per noi, che la disciplina dello spirito comico è necessaria alla loro crescita. Vediamo a cosa possono giungere in quella grande figura di umanità moderna, Goethe. Sono un popolo in crescita; sono anche conversabili; e quando i loro uomini, come in Francia, e a intervalli ai tavoli da tè di Berlino, accetteranno di parlare su basi di parità con le loro donne, e di ascoltarle, la loro crescita sarà accelerata e più composta. La Commedia, o in qualsiasi forma lo spirito Comico, verrà allora da loro per scolpire alcune figure dal blocco, mostrare loro lo specchio, ravvivare e irradiare l’intelligenza sociale.
La commedia francese moderna è encomiabile per la direttezza dello studio della vita reale, per quanto ciò, che è solo il primo passo in tale erudizione, possa essere di servizio nel comporre e colorare il quadro. Una conseguenza di questo realismo crudo, sebbene ben intenzionato, è la collisione degli scrittori nelle loro scene e incidenti, e nei loro personaggi. La Musa della maggior parte di loro è un’Aventuriere. È intelligente, e una certa diversione esiste nel piano congiunto per confonderla. Lo scopo di questa persona è reintegrarsi nel mondo decoroso; e o, avendo compiuto questo scopo attraverso l’inganno, ha una nostalgie de la boue, che alla fine la riporta dentro, o viene esposta nel suo corso di inganno quando sta per ottenere il suo fine. Un giovanotto molto buono e innocente è la sua vittima, o un giovanotto molto astuto e bonario ostacola il suo cammino. Quest’ultimo è abilitato a essere il campione del mondo decoroso conoscendo bene l’indecoroso. Ha assistito al progresso delle Aventurieres verso il basso; non le aiuterà ad ascendere. Il mondo è con lui; e certamente non è molto di un’ascensione a cui aspirano; ma che razza di figura è lui? Il trionfo di un realismo candido è di non mostrarlo come un eroe. Dovete ammirarlo (poiché si deve supporre che il realismo pretenda di risvegliare una qualche ammirazione) come un giovanotto credibilmente vivo; non migliore, solo un po’ più fermo e astuto, degli altri. Se, tuttavia, pensate affatto, dopo che il sipario è calato, è probabile che pensiate che le Aventurieres abbiano una causa da perorare contro di lui. Vero, e l’autore non ha detto nulla in contrario; ha solo dipinto dal vivo; lascia il suo pubblico alle riflessioni delle menti non filosofiche sulla vita, dall’esemplare che ha presentato nel cerchio luminoso e ristretto di un cannocchiale.
Non so se la mosca nell'ambra sia di particolare utilità, ma l'idea comica racchiusa in una commedia la rende più generalmente percepibile e trasportabile, e questo è un vantaggio. C'è un beneficio per gli uomini nel cogliere le lezioni della Commedia nelle congregazioni, poiché essa ravviva l'ingegno; ed è benefico per gli scrittori, poiché devono avere uno schema chiaro, e anche se non hanno alcuna idea da presentare, devono dimostrare di aver fatto sedere il pubblico per loro prima che si sieda per vedere il quadro. E scrivere per il palcoscenico sarebbe un correttivo a uno stile dotto troppo incrostato, nel quale alcuni grandi cadono a volte. Mantiene gli scrittori minori su un piano definito, e all'inglese. Molti di loro che ora gonfiano un mercato pletorico, nella composizione di romanzi, nelle fabbriche di giochi di parole e nel giornalismo; legati ai meccanismi che impongono materiale deperibile a un pubblico che ingoia voracemente e geme; potrebbero, con un incoraggiamento, dedicarsi allo studio dell'arte nella letteratura. I nostri critici sembrano essere affascinati dalla bizzarria del nostro pubblico, come il mondo lo è quando il nostro serraglio ha una nuova importazione di rilievo, e l'appetito delle creature viene devotamente consultato. Essi richiedono la popolarità di uno scrittore prima di fare molto più che assumere la posizione di arbitri per registrare il suo fallimento o successo. Ora, il maiale fornisce i più popolari dei piatti, ma non è considerato il più onorato degli animali, a meno che non lo sia dal contadino. Il nostro pubblico potrebbe sicuramente essere indotto a provare altra, forse più fine, carne. Ha buon gusto nel canto. Potrebbe essere istruito altrettanto giustamente, nel complesso, e prima quando il punto di vista del contadino sul banchetto cesserà di essere quello umile dei nostri critici letterari, a estendere questa capacità di scelta delicata nella direzione della materia che suscita il riso.