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Emily Brontë

by A. Mary F. (Agnes Mary Frances) Robinson · in Italian

Collana Donne Eminenti

A cura di John H. Ingram

EMILY BRONTE

Tutti i diritti riservati.

EMILY BRONTE

di

A. MARY F. ROBINSON

Seconda Edizione.

Londra: W. H. Allen and Co. 13, Waterloo Place 1883.

[Tutti i diritti riservati]

Londra: Stampato da W. H. Allen and Co., 13 Waterloo Place. S.W.

INDICE.

PAGINA

Introduzione 1

CAPITOLO I. Ascendenza 8

CAPITOLO II. Prima infanzia 18

CAPITOLO III. Cowan's Bridge 28

CAPITOLO IV. Fanciullezza 40

CAPITOLO V. L'andata a scuola 53

CAPITOLO VI. Adolescenza a Haworth 61

CAPITOLO VII. Nella Rue d'Isabelle 77

CAPITOLO VIII. Un retrospettivo 92

CAPITOLO IX. Il richiamo 103

CAPITOLO X. I prospetti 111

CAPITOLO XI. La caduta di Branwell 116

CAPITOLO XII. Scrivere poesia 128

CAPITOLO XIII. Guai 144

CAPITOLO XIV. Wuthering Heights: la sua origine 154

CAPITOLO XV. Wuthering Heights: la storia 168

CAPITOLO XVI. 'Shirley' 209

CAPITOLO XVII. La fine di Branwell 217

CAPITOLO XVIII. La morte di Emily 223

FINE! 233

* * * * *

ELENCO DELLE FONTI.

1846-56. Le opere di Currer, Ellis e Acton Bell.

1857. Vita di Charlotte Bronte. Mrs. Gaskell. 1ª e 2ª Edizione.

1877. Charlotte Bronte. T. Wemyss Reid.

1877. Note su Charlotte Bronte. A. C. Swinburne.

1881. Tre Grandi Inglesi. P. Bayne. Manoscritto. Conferenza su Emily Bronte. T. Wemyss Reid. Manoscritto. Note su Emily e Charlotte Bronte. Miss Ellen Nussey. Manoscritto. Lettere di Charlotte e Branwell Bronte.

1879. Reminiscenze dei Bronte. Miss E. Nussey.

1870. Lettere inedite di Charlotte, Emily e Anne Bronte. Hours at Home.

1846. Copia annotata delle poesie di Emily Bronte.

1872. Branwell Bronte: nel "Mirror". G. S. Phillips.

1879. Immagini del passato. F. H. Grundy.

1830. Prospetto della Clergymen's Daughters' School a Cowan's Bridge.

1850. Prefazione a Wuthering Heights. Charlotte Bronte.

1850. Avviso biografico di Ellis e Acton Bell. Charlotte Bronte.

1850. Wuthering Heights: nel "Palladium". Sydney Dobell. Reminiscenze personali di Mrs. Wood, Mrs. Ratcliffe, Mrs. Brown e Mr. William Wood, di Haworth.

1811-18. Poesie di Patrick Bronte, B.A., Vicario di Haworth.

1879. Haworth: Passato e Presente. J. Horsfall Turner.

* * * * *

EMILY BRONTE.

INTRODUZIONE.

Esistono, forse, pochi test di eccellenza così sicuri come il verdetto popolare su un'opera d'arte cent'anni dopo la sua realizzazione. Tanto tempo deve trascorrere per l'oscillazione e il rimbalzo del gusto, per il disfacimento di vistosi orpelli e per permettere all'opera d'arte stessa di formare un pubblico capace di apprezzarla. Frammenti così meravigliosi ci giungono delle lodi elisabettiane; e non possiamo fare a meno di ricordare il numero di copie del 'Prometeo Liberato' vendute durante la vita del poeta. Sappiamo fin troppo bene "cosa mangiasse John Keats", e ricordiamo con diffidenza la tartaruga che offrimmo a pranzo a Hobbs e Nobbs, e quanto compiaciuti li guardammo poi indossare i loro allori.

Diffidiamo, dunque, con ogni mezzo della nostra e dell'altrui valutazione di tutti gli eroi morti entro cento anni. Nel pretendere un verdetto infallibile, ricordiamo quanto suonino strane le nostre decisioni dall'altra parte della galleria dei sussurri del Tempo. Dovremo quindi pronunciarci solo su Chaucer e Shakespeare, su Gower e sul nostro dotto Ben? Ahimè! siamo troppo certi dei loro meriti relativi; mettiamo in gioco la nostra reputazione senza scrupoli, senza ardori di battaglia. Questi li riserviamo a coloro per i quali il futuro non è ancora sicuro, per i quali una parola tempestiva può ancora essere detta, per i quali ancora possiamo provare quello scatto di entusiasmo possibile solo quando il corso del destino è ancora ignoto, e, mentre combattiamo, immaginiamo che la gloria del nostro eroe sia nelle nostre mani.

Ma molto gradualmente la vittoria viene ottenuta. Un gusto si forma inconsciamente per le qualità necessarie al prossimo sviluppo dell'arte – qualità che Blake nella sua soffitta, Millet senza un soldo, posero in opere immortali. Finalmente, quando il tempo è maturo, qualche intenditore vede il quadro, soffia la polvere dal libro e subito proclama la sua scoperta. Mr. Swinburne, per così dire, ha soffiato la polvere da 'Wuthering Heights'; e ora esso occupa il suo giusto posto nello scaffale dove Coleridge e Webster, Hofmann e Leopardi hanno la loro sede. Fino ad allora, poche coraggiose righe di benvenuto da parte di Sydney Dobell, un bel verso di Mr. Arnold, una recensione di Mr. Reid, erano state tutto l'elogio che era stato concesso al libro da coloro che ne avevano l'autorità. Qua e là una ragazza di mulino nelle fabbriche del West Riding leggeva e rileggeva la copia logora della biblioteca circolante; qua e là qualche bambino avido, insoddisfatto, appassionato si imbatteva nel libro e lo amava, nonostante i rimproveri, trovandovi un'immaginazione che appagava e una tempesta che schiariva l'aria; o qualche cuore dalla fibra forte sentiva senza un brivido la giustizia di quella visione severa di inevitabile rovina ereditata, che segue il bambino trovato per caso di un marinaio straniero e di una madre di porto. Ma questi lettori non erano molti; ancora oggi il libro non è popolare.

Perché, in verità, le qualità che distinguono Emily Bronte non sono quelle di prima necessità per un romanziere. Lei è priva di esperienza; la sua gamma di personaggi è ristretta e locale; non ha un'atmosfera di ampia umanità come George Eliot; non possiede il felice dono di Jane Austen di farci amare in un libro ciò che abbiamo trascurato nella vita; non riconosciamo in lei la verità umana e la passione, l'infallibile, serena amarezza dell'umorismo, che hanno dato a Charlotte Bronte un posto tra Cervantes e Victor Hugo.

Emily Bronte appartiene a una classe diversa. La sua immaginazione è più ristretta, ma più intensa; vede meno, ma ciò che vede è assolutamente presente: nessuno scrittore ha descritto le brughiere, il vento, i cieli con la sua appassionata fedeltà, ma questo è tutto ciò che descrive della Natura. La sua natura ristretta e fervida considerava come un semplice fastidio le scene e i personaggi banali toccati da immortale compassione e umorismo in 'Villette' e 'Shirley'; Paul Emanuel stesso le appariva solo come un maestro pedante ed esigente; ma, d'altra parte, per una certa classe di mente, non c'è nulla nella narrativa di così commovente come lo spettacolo di Heathcliff che muore di gioia – una gioia innaturale, irreale – la sua natura da pantera paralizzata, aneanti, in un delirio di beatitudine visionaria.

Solo un'immaginazione del potere più raro potrebbe concepire tale dénouement, ripagando una vita di nera ingratitudine non con comuni orrori, non con una volgare frenesia da manicomio; ma con la torturante apprensione di una felicità mai del tutto afferrata, sempre appena oltre il confine della realizzazione. Solo un'immaginazione dal tocco più fine e raro, assolutamente sicura nel camminare su quel sentiero sottile come un capello che solo connette questo mondo con la terra dei sogni. Pochi hanno calpestato quel ponte pericoloso con l'impavidità di Emily Bronte: quello è il suo terreno e lì guadagna il nostro più alto elogio; ma ponetela sulla terra, chiedetele di interpretare per noi le vite comuni delle persone circostanti, lei non sa dare risposta. Lo spirito rapido e sicuro si muove con l'andatura goffa ed esitante di un uccello abituato a volare.

Lei ci dice ciò che ha visto; e ciò che ha visto e ciò che era incapace di vedere sono ugualmente caratteristici. Tutta la selvaggia natura di quella brughiera, tutti i segreti di quelle fattorie solitarie, tutte le potenzialità dell'unica tragedia di passione e debolezza che toccò la sua vita solitaria, lei le indovinò e le appropriò; ma non la vita del villaggio ai suoi piedi, non il fermento dei mulini, le rivolte, le improvvise alternanze di ricchezza e povertà; non l'incessante rivalità tra chiesa e cappella; e mentre il West Riding ha conosciuto il prototipo di quasi ogni persona e quasi ogni luogo in 'Jane Eyre' e 'Shirley', nessun singolo personaggio in 'Wuthering Heights' ha mai scalato le colline attorno a Haworth.

Si dica che due stranieri siano passati attraverso lo Staffordshire, lasciandoci i loro rapporti su ciò che hanno visto. Il primo, andando di giorno, ci parlerà dell'orribile oscurità del paese; ma ancora di più, senza dubbio, di quella terribile, paziente lotta dell'uomo con il fuoco e l'oscurità, del cupo coraggio di quelle vite sconosciute; e vedrebbe per cosa faticano, donne con bambini piccoli tra le braccia; e noterebbe il cielo blu oltre il fumo, doppiamente prezioso per un ambiente così orribile. Ma il secondo viaggiatore ha viaggiato attraverso la notte; né squallore né bruttezza, né cielo né bambini ha visto, solo una vasta distesa di oscurità solcata da fuochi fiammeggianti, o qua e là bruciata in un rosso spento da forni accesi; e davanti a questi, strani lavoratori, seminudi, a malapena umani, e rossi nel balzo tremolante e nel bagliore del fuoco. Il significato del loro lavoro non poteva vedere, ma una paurosa e impressionante fantasmagoria di fiamme e oscurità e ardenti energie all'opera nella notte circostante.

Così diversamente appariva il paese nero di questo mondo a Charlotte, dalla vista chiara e compassionevole, e a Emily Bronte, una viaggiatrice attraverso le ombre. Ognuna ha registrato fedelmente ciò che vedeva, e il luogo era lo stesso, ma quanto dissimile la visione! Gli occhiali del temperamento colorano il mondo in modo molto diverso per ogni osservatore; e, per comprendere la visione, anche noi dovremmo per un momento guardare attraverso la lente del veggente. Ottenere un tale sguardo transitorio, ottenere e dare una tale momentanea intuizione nel carattere di Emily Bronte, è stato lo scopo che ho cercato di realizzare in questo libro. Che io non abbia soddisfatto il mio desiderio è forse inevitabile – il compito è stato lasciato troppo a lungo. Se ho fatto qualcosa, sento che gran parte della ricompensa è dovuta ai miei molti e generosi aiutanti. Primo fra loro devo ringraziare il Dr. Ingham, il mio gentile ospite a Haworth, Mrs. Wood, Mr. William Wood, Mrs. Brown e Mrs. Ratcliffe di quella parrocchia – tutti i quali avevano conosciuto la famiglia ormai estinta dei Bronte; e i miei ringraziamenti sono dovuti non meno a Mr. T. Wemyss Reid, come si vedrà più avanti, a Mr. J. H. Ingram e a Mr. Biddell, che hanno raccolto molte preziose informazioni per mio beneficio; e più di tutti devo gratitudine e riconoscenza a Miss Ellen Nussey, senza il cui generoso aiuto il mio lavoro sarebbe rimasto ignorante e fuori strada. A lei, se fosse stato più degno, se fosse stato tutto ciò che il soggetto merita, e tuttavia senza quelle ombre di malinconia e turbamento ingiunte dalla natura della storia; a lei, potessi solo aver parlato dell'alto carattere nobile di Emily Bronte e non delle grandi prove della sua vita, avrei osato dedicare questo studio. Ma all'amica di Emily offro solo ciò che, attraverso lei, ho imparato di Emily; lei, che sapeva così poco delle vergogne e del dolore di Branwell, non ha nulla a che fare con questo, il loro triste e necessario resoconto. Solo le luci e il sole del mio lavoro dedico a lei. Può darsi che abbia dato una parte troppo grande alle ombre, alle molteplici follie e fallimenti di Branwell Bronte. Eppure nella vita di Emily Bronte le influenze formatrici erano così poche, e i peccati di questo amato e traviato fratello avevano una parte così grande nel determinare l'inclinazione del suo genio, che averli tralasciati avrebbe significato ignorare lo shock che trasformò la fantasia delle 'Poesie' nella tragedia di 'Wuthering Heights'. Sarebbe stato lasciare non raccontata la pazienza, il coraggio, l'altruismo che perfezionarono il carattere eroico di Emily Bronte; e averla lasciata gravata dalla calunnia di aver scelto di inventare i crimini e la violenza dei suoi dramatis personae. Non così, ahimè! Erano solo riflessi della passione e del dolore che oscuravano la sua casa; non fu nessuna fantasia perversa a spingere quella ragazza pura e innocente in un continuo rimuginare sulla forza conquistatrice del peccato e sulla supremazia dell'ingiustizia.

Lei rimuginava sul problema notte e giorno; ne prese appassionatamente a cuore le difficoltà; nel mezzo dei suoi pensieri turbati scrisse 'Wuthering Heights'. Dallo spirito chiaro che ispira la fine della sua opera, sappiamo che la tempesta è finita; sappiamo che la sua prossima tragedia sarebbe stata meno violenta. Ma non la vedremo mai; perché – ed è per questo che la maggior parte di noi la ricorda – improvvisamente e silenziosamente morì.

Morì, prima che una sola parola di degna lode la raggiungesse. Morì con la sua opera incompresa e trascurata. E tuttavia non infelice. Perché la sua casa sulle brughiere le era molto cara, i più piccoli e semplici doveri piacevoli; amava le sue sorelle con devota amicizia, e aveva molte piccole felicità nella sua vita paziente, allegra e altruista. Potessi mostrarla com'era! – non l'austera e violenta poetessa che, a mo' di cuculo, ha usurpato il suo posto; ma coraggiosa verso il destino e timida verso l'uomo; severa con se stessa, tollerante verso tutte le cose deboli e fallaci; silenziosa, eppure a volte scintillante di felici sortite. Perché rappresentarla com'era sarebbe il suo più nobile e appropriato monumento.

CAPITOLO I.

ASCENDENZA.

Emily Bronte nacque da genitori senza alcun talento peculiare per la letteratura. È vero che le lettere di sua madre sono scritte in modo preciso e grazioso. È vero che suo padre pubblicò alcuni opuscoli e poesie religiose. Ma in nessuno dei due casi vi è traccia di doti letterarie o poetiche. Pochi, davvero, sono i Giornali Parrocchiali che non potrebbero mostrare tra i loro contenuti poesie e articoli di gran lunga superiori alle deboli e prive di carattere effusioni del padre dei Bronte. Il fatto sembra importante; perché in questo caso non un solo membro di una famiglia, ma un'intera famiglia, è dotato in misura maggiore o minore di facoltà non derivate da nessuno dei due genitori.

Poiché i figli possono ereditare il genio da genitori che non sono essi stessi dotati, come due correnti di aria che scorrono si uniscono per formare un liquido con proprietà diverse da ciascuna; e mai la biografia è più preziosa di quando ci permette di percepire attraverso quale combinazione di qualità alleate, attrito di temperamenti opposti, ricorrenza di tratti ancestrali, la sottile cosa che chiamiamo carattere viene determinata. In questo caso, poiché, come ho detto, l'intera famiglia manifestava una brillantezza che non si trova in nessuno dei due genitori, un tale studio sarebbe particolarmente interessante. Ma, sfortunatamente, la storia del padre dei bambini e la costituzione della madre dei bambini è tutto ciò che è chiaro alla nostra indagine.

Eppure anche da questo brevissimo pedigree si dichiarano due importanti fattori di genio – due potenti ed efficaci eredità. Dal padre, Currer, Ellis e Acton derivarono una forte volontà. Dalla madre, la malattia che uccise Emily e Anne nel fiore della loro giovinezza e rese Charlotte sempre delicata e malaticcia. In entrambi i casi il ragazzo, Patrick Branwell, fu solo leggermente colpito; ma anche lui morì giovane, per eccessi che suggeriscono un segno di follia nella sua costituzione.

Follia e genio stanno ai lati della consunzione, i suoi angeli peggiori e migliori. Nessuno chiami empio o assurdo classificare il dono più grande per l'umanità come il risultato occasionale di una tendenza ereditaria alla malattia tubercolare. Ci sono naturalmente molte altre cause determinanti; tuttavia è certo che la scrofola o la tisi ereditarie possono manifestarsi, non in queste malattie, o non solo in queste malattie, ma in un'alterazione, in meglio o in peggio, della condizione della mente. Dal male può venire il bene, o un male peggiore.

Il padre dei bambini era un uomo nervoso, irritabile e violento, che li dotò di un'organizzazione nervosa facilmente disturbata e di un'indomabile forza di volontà. Le ragazze, almeno, mostrarono entrambe queste caratteristiche. Patrick Branwell deve essere stato una copia più debole, più brillante, più violenta, meno tenace, meno retta di suo padre; e sembra non aver subito alcuna modificazione dalla natura morale paziente e costante di sua madre. Lei era il modello che le sue figlie copiarono, in gradi diversi, sia nel carattere che nella salute. Passione e volontà le diede il padre. Il loro genio non venne direttamente da nessuno dei genitori; ma dalla costituzione della loro natura.

Inoltre, da entrambi i lati, i bambini ricevettero un ceppo celtico; e questo è un fatto significativo, che significa una predisposizione alla superstizione, all'immaginazione e all'orrore che è un filo conduttore in tutte le loro opere. La loro madre, Maria Branwell, apparteneva a una buona famiglia della classe media della Cornovaglia, stabilita da tempo come mercanti a Penzance. Il loro padre era il figlio di un contadino irlandese, Hugh Prunty, stabilito nel nord dell'Irlanda, ma nativo del sud.

La storia del Reverendo Patrick Bronte, B.A. (il cui bel nome greco, abbreviato dall'antica denominazione irlandese di Bronterre, era così ingenuamente ammirato dai suoi figli), è di per sé una storia notevole e interessante.

Il Reverendo Patrick Bronte era uno dei dieci figli di un piccolo proprietario terriero ad Ahaderg nella contea di Down. La famiglia a cui apparteneva ereditò forza, bell'aspetto e pochi scarsi acri di terreno per coltivare patate. Dovevano essere stati molto poveri, quei dieci bambini, spesso affamati, freddi e bagnati; ma queste influenze avverse sembravano solo rinforzare i tendini di Patrick Prunty e spronare la sua determinazione a elevarsi al di sopra dell'ambiente circostante. Crebbe un giovane alto e forte, insolitamente bello con una testa ben formata, profilo regolare e bei occhi blu. Un modo vivace e impressionabile mascherava efficacemente un certo egoismo e rigore di temperamento che divennero chiari negli anni successivi. Sembrava un ragazzo generoso, svelto, impulsivo. Quando aveva sedici anni, Patrick lasciò il tetto paterno deciso a guadagnarsi una posizione. A Drumgooland, un villaggio vicino, aprì quella che in Irlanda chiamano scuola pubblica; una sorta di scuola di siepe per i bambini del villaggio. Si dedicò al suo mestiere per cinque o sei anni, usando il suo tempo libero per perfezionarsi nella conoscenza generale, nella matematica e in un po' di greco e latino.

I suoi sforzi meritavano di essere coronati dal successo. Il Rev. Mr. Tighe, il pastore della parrocchia, fu così colpito dalla determinazione e dall'abilità di Patrick Prunty che gli consigliò di tentare l'ammissione in una delle università inglesi; e quando il giovane ebbe circa venticinque anni, andò, con l'aiuto di Mr. Tighe, a Cambridge, ed entrò al St. John's.

Lasciò l'Irlanda nel luglio del 1802, per non visitarla mai più. Non si curò mai di guardare di nuovo le scene della sua prima lotta. Non trovò mai i mezzi per rivisitare la madre o la casa, gli amici o il paese. Tra Patrick Bronte, orgoglioso del suo profilo greco e del suo nome greco, il bell'universitario del St. John's, e i nove giovani Prunty scalzi e affamati di Ahaderg, si stendeva una distanza non misurabile in miglia. Sotto il suo esterno caldo e appassionato era nascosta una ferma risoluzione di farsi strada nel mondo; ma, sebbene freddo, il giovane era giusto e abnegante, e finché sua madre visse ricevette venti sterline all'anno, risparmiate con difficoltà dal suo misero reddito.

Patrick Bronte rimase quattro anni a Cambridge; quando se ne andò aveva perso il suo accento irlandese e preso il suo B.A. Lasciando il St. John's fu ordinato curato nell'Essex.

L'energia del giovane, del tipo che fatica solo per raggiungere un dato fine personale, lo aveva portato lontano sulla via del successo. A vent'anni maestro di scuola di siepe a Drumgooland, Patrick Bronte era a trent'anni un rispettabile pastore della Chiesa d'Inghilterra, con una posizione assicurata e rispettabili conoscenze clericali. Si stava avvicinando molto alla meta.

Non rimase a lungo nell'Essex. Una curazia migliore gli fu offerta a Hartshead, un piccolo villaggio tra Huddersfield e Halifax nello Yorkshire. Mentre era a Hartshead, il bell'infiammabile curato irlandese incontrò Maria Branwell nella canonica dello zio vicino a Leeds. Non era la prima volta che Patrick Bronte si innamorava; le persone del vicinato erano solite sorridere della sua facilità di adorazione, e la pensavano in linea con il suo carattere entusiasta. Avevano perfettamente ragione; nella sua strana natura la violenza e la freddezza erano ugualmente autentiche, essendo entrambe un mezzo per gratificare qualche ambizione personale, desiderio o indolenza. Non è un tipo irlandese raro; auto-importante, retto, onorevole, eppure con una propensione verso la sottigliezza: astemio nell'abitudine, ma con stravaganze di violenta auto-indulgenza; cortese e impulsivo verso gli stranieri, sebbene freddo verso i membri della famiglia; naturalmente violento, e spesso assumendo la violenza come strumento di autorità; egoista e ligio al dovere; appassionato, e privo di intenso affetto.

Con l'arrivo di Miss Branwell, la vita dei bambini subì un mutamento. La zia, con le sue abitudini di Penzance, le sue scarpe alte e la sua educazione da gentildonna, tentò di imporre una disciplina inglese più rigorosa, o almeno un ordine metodico, nella casa del reverendo. Per i bambini, la cui vita era stata finora una questione di libertà selvaggia, passeggiate solitarie tra le brughiere e letture di giornali, il cambiamento fu profondo. Miss Branwell era determinata a fare di loro delle persone "come si deve", secondo i canoni della sua classe e della sua epoca. Ma la sua influenza fu limitata; ella era una straniera in quella terra settentrionale, una creatura che temeva il freddo, che viveva nei suoi ricordi e che, nonostante la sua intenzione di occuparsi delle nipoti, non riuscì mai a penetrare davvero nel mondo chiuso e intensamente unito di quei piccoli esseri.

Le bambine e il loro fratello vivevano in un isolamento quasi totale. Miss Branwell si occupava della loro istruzione formale, impartendo lezioni di cucito e di economia domestica, attività che le piccole Bronte sopportavano con pazienza, preferendo di gran lunga le loro ore di gioco immaginativo. Patrick Branwell, il prediletto e l'unico maschio, godeva di una libertà maggiore; la zia nutriva per lui un affetto particolare, vedendo in lui le speranze della famiglia. Tuttavia, anche per lui, il peso dell'atmosfera del parsonage era inevitabile. Il padre continuava a condurre la sua esistenza appartata, e la zia, sebbene presente, rimaneva una figura distante, un'autorità necessaria ma non amata.

Nonostante la presenza della zia, il legame tra i bambini si fece ancora più stretto. Essi formavano un mondo a sé stante, una repubblica di spiriti liberi le cui leggi erano dettate dall'immaginazione. Maria continuava a vegliare sulle sorelle più piccole con una sollecitudine che quasi commuoveva, mentre Charlotte, con la sua mente vigile e precoce, iniziava a osservare il mondo intorno a sé con uno sguardo che non era più quello di una bambina. Emily, selvaggia e riservata, trovava la sua vera casa tra le brughiere, dove il vento le parlava con una voce che nessun altro poteva comprendere. Anne, la più mite, seguiva le tracce delle sorelle maggiori, un'ombra dolce in quel panorama di solitudine.

Le durezze di Haworth, il clima implacabile e la severità di un padre che non sapeva come avvicinarsi ai propri figli, forgiarono i loro caratteri in modo indelebile. Non c'era spazio per la frivolezza in quella vita. Ogni giorno era un esercizio di resistenza, ogni momento di gioia era rubato al grigio che circondava le loro vite. Eppure, in quell'oscurità, la loro mente fioriva in modi straordinari. La mancanza di giochi tradizionali veniva colmata da una produzione incessante di storie, poemi e mondi fantastici, un rifugio dove potevano essere chiunque volessero, lontano dalla realtà delle mura di pietra e del cimitero che si affacciava sulla loro finestra.

Il tempo passava, e la zia, con le sue scatole di tabacco d'oro e i suoi racconti di giorni passati, diventava parte integrante di quel paesaggio, ma non ne alterava l'essenza. Ella rappresentava il mondo esterno, un mondo di decoro e convenzioni che, pur venendo rispettato, rimaneva estraneo ai cuori dei bambini Bronte. La loro vera educazione non avveniva tra i libri di lezioni, ma nelle silenziose esplorazioni dei pendii, nei sussurri scambiati nelle stanze buie e nella profonda, silenziosa comunione che li legava l'uno all'altro, pronti ad affrontare un destino che, fin dall'inizio, sembrava segnato dalla stessa malinconia che avvolgeva le brughiere che tanto amavano.

Così la signorina Ellen Nussey ricorda l'anziana e austera signorina Branwell circa dieci anni dopo il suo primo arrivo nello Yorkshire. Ma si è sempre detto di lei che fosse cambiata ben poco. Il vivido ritratto della signorina Nussey rappresenterà con buona precisione la signorina quarantenne che, per un rigoroso e nobile senso del dovere, lasciò la sua piacevole casa nel sud per prendersi cura dei piccoli orfani che correvano liberi alla canonica di Haworth. È facile immaginare con quale inorridito stupore zia e nipoti debbano aver considerato le reciproche peculiarità.

Era, senza dubbio, un vantaggio stimabile per i bambini avere una parente investita dell'autorità su di loro. D'ora in avanti il loro tempo non fu più a loro libera disposizione. Ripetevano le lezioni al padre, cucivano con la zia e imparavano da lei tutti i doveri domestici. Il vantaggio sarebbe stato una benedizione se la loro zia fosse stata una donna dal carattere dolce e materno; ma il passaggio dalla libertà perfetta alla sua disciplina da vecchia zitella non fu facile da sopportare: un bene amaro, un tonico rinforzante ma sgradevole, che rendeva i bambini ancor meno espansivi, ancor più chiusi in se stessi e silenziosi. Patrick Branwell era il preferito della zia, il monello, intelligente, brillante, ribelle e affettuoso Patrick. Dopo di lui preferiva sempre la graziosa e dolce piccola Anne, con i suoi modi dolci e appiccicosi, la sua pronta sottomissione, i suoi grandi occhi azzurri e la carnagione chiara, rosea e bianca. Charlotte, impulsiva, ostinata e bruttina, la rude e tenace Emily, non erano fatte per essere le sue preferite. Molte fiere lotte di volontà, molti cupi ascolti di reminiscenze troppo frivole, devono aver mostrato alla zia e alle sue nipoti la differenza delle loro nature. Anche Maria, la vecchia guida della stanza dei bambini, deve aver trovato difficile la sottomissione; ma la sua era una natura singolarmente dolce e modesta. Di Elizabeth si ricorda ben poco.

Il signor Bronte, ora che i bambini stavano uscendo dall'infanzia, sembra aver provato un certo orgoglio per loro. Probabilmente le loro lezioni quotidiane gli mostravano il carattere e il talento nascosti sotto quei pallidi e seri visini. In una lettera alla signora Gaskell racconta esempi del loro precoce talento. I padri più legati alla casa sorrideranno dei mezzi semplici ma teatrali che egli adottò per scoprire il segreto delle reali disposizioni dei suoi figli. Fu un'ispirazione caratteristica, degna dell'ideatore dell'antico nome di Bronte. Una certa semplicità di fiducia nella propria sottigliezza conferisce un sapore piccante al modo di raccontare la storia:

"Mi viene in mente una circostanza che potrei altrettanto bene menzionare. Quando i miei figli erano molto piccoli, quando, per quanto possa ricordare, la maggiore aveva circa dieci anni e la minore quattro, pensando che sapessero più di quanto avessi ancora scoperto, per farli parlare con meno timidezza, ritenni che se fossero stati messi sotto una sorta di copertura avrei potuto raggiungere il mio scopo; e capitando di avere una maschera in casa dissi a tutti loro di stare in piedi e parlare coraggiosamente da sotto la copertura della maschera."

"Iniziai con la più piccola (Anne, in seguito Acton Bell), e chiesi cosa desiderasse maggiormente una bambina come lei; rispose: 'Età ed esperienza'. Chiesi alla successiva (Emily, in seguito Ellis Bell) cosa fosse meglio fare con suo fratello Branwell, che a volte era un bambino cattivo; rispose: 'Ragiona con lui; e quando non vuole ascoltare la ragione, frustalo'. Chiesi a Branwell quale fosse il modo migliore per conoscere la differenza tra l'intelletto degli uomini e quello delle donne; rispose: 'Considerando la differenza tra loro riguardo ai corpi'. Chiesi poi a Charlotte quale fosse il libro migliore al mondo; rispose: 'La Bibbia'. E quale fosse il secondo migliore; rispose: 'Il libro della Natura'. Chiesi poi alla successiva (Elizabeth, che sembra aver preso a cuore gli insegnamenti della signorina Branwell) quale fosse il miglior modo di educare una donna; rispose: 'Quello che la renderebbe capace di governare bene la sua casa'. Infine, chiesi alla più grande quale fosse il miglior modo di trascorrere il tempo; rispose: 'Impiegandolo nella preparazione per un'eternità felice'. Potrei non aver dato esattamente le loro parole, ma l'ho fatto quasi, poiché hanno lasciato un'impressione profonda e duratura nella mia memoria. La sostanza, comunque, era esattamente quella che ho dichiarato."

Il carattere severamente pratico della risposta di Emily è un sollievo dalla filosofia non infantile di Branwell, Maria e della piccola. Una bambina di quattro anni che preferisce l'età e l'esperienza a una tartelletta e qualche dolce deve essere un prodotto innaturale. Ma i Bronte sembrano non aver avuto infanzia; discussioni illimitate su dibattiti, lunghe passeggiate senza compagni di gioco, la libera lettura di riviste metodiste, questo è il nutrimento della loro infanzia. Anni dopo, quando invitarono alcuni scolari a prendere il tè, le giovani figlie del reverendo dovettero chiedere ai loro piccoli scolari di insegnare loro come giocare. Era la prima volta che si erano mai preoccupate di provare.

Ciò che la loro infanzia aveva realmente insegnato loro era il valore dello strano esperimento del padre. Impararono a parlare coraggiosamente da sotto una maschera. Trattenute, forzatamente silenziose, assumendo un aspetto dimesso per celare i loro piccoli cuori appassionati, le cinque sorelle non dicevano mai il loro intimo pensiero con lo sguardo, la parola o il gesto. Risparmiavano il tempo libero in cui non potevano giocare per inventare storie, drammi e fiabe, in cui ognuna lasciava libere, senza rumore, senza paura di freni, le fantasie che non cercavano mai di mettere in atto come gli altri bambini sono soliti fare. Charlotte scriveva racconti di eroismo e avventura. Emily si interessava di più alle fiabe, fantasie selvagge, innaturali e strane, suggerite senza dubbio in qualche misura dalle bizzarre storie irlandesi del padre. Già nella sua stanza dei bambini la particolare inclinazione del suo genio prese forma.

Nel frattempo, la regolare vita esteriore proseguiva: il levarsi presto, lo spolverare e il preparare il budino, le lezioni ripetute al padre, la porzione giornaliera di cucito completata nella camera da letto della signorina Branwell, poiché quella signora arrivò a detestare sempre più il pavimento lastricato del soggiorno. Ogni giorno, un'ora sottratta per una passeggiata sulle brughiere; tempi pacifici in estate quando le bambine portavano il loro cucito sotto i biancospini e i ribes stentati nel giardino, il ticchettio degli zoccoli della signorina Branwell udito indistintamente all'interno. Tempi felici in cui sei bambini, tutto l'uno per l'altro, raccontavano storie meravigliose a bassa voce per il loro stesso incanto. Poi, una primavera, la malattia in casa; i bambini che soffrivano di una complicazione di morbillo e pertosse. Non ebbero mai più momenti così felici, perché si pensò che fosse meglio che le due maggiori andassero via dopo la loro malattia; che cambiassero aria in una buona scuola. Il signor Bronte fece delle ricerche e venne a sapere di un istituto fondato per le figlie dei clero a Cowan's Bridge, un villaggio sulla strada principale tra Leeds e Kendal. Dopo qualche esitazione le autorità scolastiche acconsentirono a ricevere le bambine, ormai libere da infezioni, sebbene ancora delicate e bisognose di cure. Lì il signor Bronte portò Maria ed Elizabeth nel luglio del 1824. Emily e Charlotte seguirono a settembre.

CAPITOLO III.

COWAN'S BRIDGE.

"Fu nell'anno 1823 che la scuola per le figlie del clero fu progettata per la prima volta. Il luogo era allora considerato solo come desiderabile in sé, e come un luogo che avrebbe potuto probabilmente essere fattibile in un futuro lontano. La menzione di esso, tuttavia, a soli due amici nel Sud avendo incontrato la loro calorosa approvazione e una rimessa di 70 sterline, sembrò aprirsi un varco per l'inizio dell'opera.

"Con questa somma in mano, confidando in Colui che ha tutti i cuori a sua disposizione, e a cui appartengono l'argento e l'oro, i locali a Cowan's Bridge furono acquistati, le necessarie riparazioni e aggiunte procedettero, e la scuola fu arredata e aperta nella primavera del 1824. L'intera spesa per l'acquisto e l'equipaggiamento ammontò a 2333 sterline, 17 scellini e 9 pence.

"La scarsa provvidenza di una gran parte del clero della Chiesa istituita è stata a lungo fonte di rammarico; e mezzi molto efficienti sono stati adottati in vari modi per porvi rimedio. L'unico scopo della Scuola per le Figlie del Clero è quello di aggiungere, nella sua misura, a questi mezzi, mettendo una buona istruzione femminile alla portata del clero più povero. E da loro l'aiuto tempestivo così offerto è stato debitamente apprezzato. L'ansia e la fatica che necessariamente accompagnano la gestione di una tale istituzione sono state abbondantemente ripagate dalla gratitudine che è stata manifestata tra i genitori delle alunne.

"È stata una circostanza molto gratificante che la Scuola per le Figlie del Clero sia stata in grado di seguire il progetto di istituzioni alquanto affini a Londra. Le alunne sono venute come apprendiste dalla Corporation of the Sons of the Clergy; e allo stesso modo dalla Clergy Orphan School, in cui l'istruzione è di natura limitata e le alunne non sono autorizzate a rimanere dopo l'età di sedici anni.

"La scuola è situata nella parrocchia di Tunstall, sulla strada principale da Leeds a Kendal, tra le quali città una carrozza corre quotidianamente, e a circa due miglia dalla città di Kirkby Lonsdale.

"Ogni alunna paga 14 sterline l'anno (metà in anticipo) per vitto, alloggio, pensione e istruzione; 1 sterlina di iscrizione per le spese dei libri, e 3 sterline di iscrizione per mantelle, vestiti, cappellini, ecc., che indossano tutte allo stesso modo. Così che il primo pagamento che un'alunna è tenuta a portare con sé è di 11 sterline; e il successivo pagamento semestrale di 7 sterline. Se si studia francese, musica o disegno, si pagano 3 sterline l'anno aggiuntive per ciascuna di queste.

"L'istruzione è diretta secondo le capacità delle alunne e i desideri dei loro amici. In tutti i casi il grande obiettivo in vista è il loro miglioramento intellettuale e religioso; e fornire quell'istruzione semplice e utile che possa meglio adattarle a tornare con rispettabilità e vantaggio alle proprie case; o a mantenersi nelle diverse posizioni della vita alle quali la Provvidenza può chiamarle."

... Qui arriva qualche spiegazione dei conti del tesoriere. Poi il rapporto ricomincia:--

"Per quanto i termini siano bassi, è stato angosciante scoprire che in molti casi i membri del clero che hanno fatto domanda per conto delle loro figlie non sono stati in grado di avvalersi dei benefici della scuola a causa dell'inadeguatezza dei loro mezzi per raccogliere i pagamenti richiesti.

"L'obiettivo dei progettisti non sarà pienamente realizzato finché non saranno forniti i mezzi per ridurre i termini ancora più bassi, in casi estremi, a discrezione del comitato. Ed egli confida che arriverà il momento in cui, tramite lasciti o altro, la scuola potrà essere messa alla portata di quelli del clero per cui è specificamente intesa, vale a dire i più indigenti.

"La scuola è aperta a tutto il regno. Donatori e abbonati ottengono la prima attenzione nella raccomandazione delle alunne; e l'unica indagine fatta sulle domande di ammissione riguarda le circostanze realmente bisognose della richiedente.

"Ci sono ora novanta alunne nella scuola (il numero che può essere ospitato) e molte sono in attesa di ammissione.

"La scuola è sotto la cura della signora Harben, come sovrintendente, otto insegnanti e due sotto-insegnanti.

"A Dio appartiene la gloria del grado di successo che ha accompagnato questa impresa, e che ha di gran lunga superato le aspettative più ottimistiche. Ma l'espressione di un riconoscimento molto grato non deve mancare verso i molti benefattori che hanno così prontamente e generosamente prestato la loro assistenza. Hanno la loro ricompensa nelle preghiere costanti che vengono offerte da molti cuori riconoscenti per tutti coloro che sostengono questa istituzione."

Così eccellentemente e moderatamente corre il rapporto del quarto anno del filantropico Gymnase Moronval, l'evangelico Dotheboys Hall, familiare ai lettori di 'Jane Eyre'. Quando queste congratulazioni furono messe in stampa, quegli orrori di fame, crudeltà e febbre erano tutti compiuti, portando la morte a molti bambini, e a coloro che vivevano un ricordo amareggiante di torto. Le due ragazze Bronte che sopravvissero ai loro giorni di scuola portarono con sé una profonda sfiducia nella gentilezza umana, una difficile credenza nell'affetto sincero, non naturale per i loro spiriti caldi e appassionati. Portarono via corpi ancora più indeboliti, inclini alla malattia; portarono via il ricordo di due care sorelle morte. "A Dio la gloria", dice il rapporto. Piuttosto, preghiamo, al reverendo William Carus Wilson.

Il rapporto citato sopra fu pubblicato sei anni dopo l'autunno in cui le piccole Bronte furono mandate a Cowan's Bridge; non si sapeva allora in quali termini una di quelle pallide bambine avrebbe ringraziato i suoi benefattori, avrebbe parlato dei suoi vantaggi. Parlò alla fine, e generazioni di lettori hanno considerato come stracci sporchi la rettitudine di quell'istituzione, migliaia di cuori caritatevoli hanno battuto forte per l'indignazione verso la vanità filantropica che voleva salvare la propria anima attraverso le sofferenze dei teneri corpi dei bambini piccoli. Eppure per una strana anomalia questo benefattore orco, questo Brocklehurst, deve essere stato un entusiasta zelante e abnegato, con tutta la sua bontà rovinata da un imperioso amore per l'autorità, un'estravagante presunzione.

Fu nel primo anno della scuola che le piccole Bronte lasciarono la loro casa sulle brughiere per Cowan's Bridge. Era naturale che ancora molte cose andassero storte e stridessero nell'ordine non perfezionato della casa; altrettanto naturale che i bambini non riuscissero a trovare scuse: povere piccole prigioniere chiuse, tremanti e affamate, in un asilo ostile lontano dagli amici e dalla libertà.

La scuola, lunga e bassa, più simile a una modesta casa colonica che a un'istituzione, forma due lati di un rettangolo. Le finestre sul retro si affacciano su un giardino piatto di circa settanta iarde di diametro. Parte della casa era originariamente un cottage; la parte più lunga un mulino per rocchetti in disuso, un tempo mosso dal ruscello che scorre a lato del piccolo giardino umido. Il piano terra fu trasformato in aule scolastiche, i dormitori erano sopra, la sala da pranzo e la stanza degli insegnanti erano nel cottage alla fine. Tutte le stanze erano pavimentate in pietra, dal soffitto basso, dalle finestre piccole; non costruite per bambini in crescita, che lavorano insieme in grandi classi. Nessun consiglio di amministrazione permetterebbe ai bambini più poveri delle nostre strade di Londra di lavorare in aule scolastiche così poco ventilate.

Il mulino per rocchetti, non costruito per l'abitazione, era, senza dubbio, difettoso e insufficiente nel drenaggio. La posizione della casa, scelta per la sua vicinanza al ruscello, era umida e fredda, su una brughiera spoglia e non riparata, abbastanza pittoresca in estate con gli ontani verdi che sovrastano il ruscello chiacchierante, ma in inverno amaramente gelida. In questa tetra casa di macchine, il posto delle ruote e delle molle scacciate fu preso da novanta piccoli esseri umani affamati e in crescita, tutti vestiti allo stesso modo con i rozzi e mal adattati indumenti della carità, tutti istruiti a guardare, parlare e pensare allo stesso modo, tutti lodati o tenuti in riprovazione a seconda che somigliassero o divergessero dalle macchine il cui posto occupavano e il cui movimento regolare e sconsiderato era il modello della loro vita.

Questi bambini dovevano principalmente la loro eccellente istruzione, il loro cibo e alloggio miserabili, agli sforzi di un ricco ecclesiastico di Willingdon, il villaggio più vicino. Il reverendo Carus Wilson era una persona di importanza nel vicinato; una persona a cui ci si rivolgeva nelle emergenze, che si vantava della sua prudenza, lungimiranza ed efficienza nell'aiutare gli altri. Con ciò, non meno un uomo di desiderio reale e zelante di fare del bene, una persona energica e senziente capace di vedere i mali e ideare rimedi. Voleva aiutare: non voleva meno che si sapesse che aveva aiutato. Compiangendo le condizioni miserabili di molti dei suoi compagni di lavoro, non riposò finché non ebbe fondato una scuola dove le figlie del clero povero potessero ricevere una discreta istruzione a un prezzo nominale. Quando il denaro per la scuola fu disponibile, la proprietà fu affidata a dodici fiduciari; il signor Wilson era uno di questi. Era anche tesoriere e segretario. Quasi tutto il lavoro, il potere, la supervisione, l'autorità dell'affare, li prese sulle sue spalle. Non aveva paura del lavoro e amava il potere. Voleva gestire, voleva essere sovrintendente, voleva guidare, organizzare e consigliare. Si sentiva così sicuro della sua capacità di muovere tutte le molle da solo, che sembra aver esercitato poca fatica e ancora meno discrezione nel nominare i suoi subordinati. La buona fortuna gli mandò una donna gentile, saggia e nobile come sovrintendente; ma gli altri insegnanti erano meno capaci, alcuni scontrosi, altri senza autorità. La governante, che avrebbe dovuto essere scelta con la massima cura, poiché nelle sue mani giaceva l'intera gestione e preparazione del cibo di questi bambini in crescita, era una donna sciatta e sprecona, presa dalla cucina del signor Wilson, e molto stimata da lui stesso. Ciononostante, alla sua porta dobbiamo attribuire gran parte della miseria di "Lowood".

I fondi erano scarsi e alquanto incerti. L'onore e la necessità imponevano allo stesso modo una certa economia. Il signor Wilson contrattava per carne, farina e latte, e spesso ispezionava lui stesso le provviste. Ma forse non ispezionava la cucina. Le studentesse di "Lowood" avevano molti racconti da narrare di latte inacidito in pentole sporche; di porridge bruciato con disgustosi frammenti al suo interno da recipienti di cottura poco puliti; di riso bollito in acqua presa dal barile della pioggia, aromatizzato con foglie morte e la polvere del tetto; di manzo salato quando già contaminato dalla decomposizione; di orribili torte di resurrezione fatte di scarti poco appetitosi e grasso rancido. La carne, la farina, il latte e il riso erano senza dubbio abbastanza buoni quando il signor Wilson li vedeva, ma le piccole scolarette affamate con la loro fame delusa non avevano né il coraggio di lamentarsi né l'imparzialità di scusare. Per il resto, non era facile lamentarsi con il signor Wilson. Il suo acido evangelismo lo portava alla stessa conclusione dell'avarizia di un maestro di scuola dello Yorkshire meno disinteressato; avrebbe ordinato loro di conquistare la natura umana. Essendo un uomo molto orgoglioso, cercava di coltivare l'umiltà negli altri. I bambini erano tutti vestiti allo stesso modo, tutti indossando in estate semplici cappellini di paglia da cottage, vestiti bianchi la domenica e nankeen durante la settimana; tutti indossando in inverno vestiti di stoffa viola e mantelle viola: un abbigliamento pratico e appropriato che non doveva permettere invidie, gelosie o adulazioni. Non dovevano essere vanitosi, né dovevano essere avidi. Una richiesta di cibo dal gusto migliore avrebbe marchiato chi la faceva con il disprezzo duraturo del reverendo William Carus Wilson, fiduciario, tesoriere e segretario. Dovevano imparare che era sbagliato amare cose carine da indossare, cose buone da mangiare, giochi piacevoli da fare; queste piccole scolarette prese per metà in carità. Il signor Wilson era respinto dal lato infantile di un bambino; lo ignorava deliberatamente.

Una volta in questa tetra, fredda e affamata casa di carità, c'era poca speranza di fuga. Tutte le lettere e i pacchi erano ispezionati dalla sovrintendente; a nessun amico delle alunne era permesso entrare nella scuola, se non per una breve visita di cortesia. Ma è probabile che Maria ed Elizabeth, mandate prima, non avessero alcun pensiero di avvertire le loro sorelline. Erano così prive di ogni esperienza che probabilmente immaginavano tutte le scuole come Cowan's Bridge; così ansiose di imparare, che senza dubbio accettavano volentieri il freddo, la fame, la deliberata scortesia, che rendevano la loro infanzia ansiosa e vecchia.

Il destino colpì più duramente la sorella maggiore, la intelligente, gentile, sciatta Maria. La lezione principale insegnata a Cowan's Bridge era il valore della routine.

Maria, con i suoi modi negligenti, le sue opinioni pronte, la sua gentile e amorevole incapacità di diventare una macchina, Maria era in discordia con ogni principio di Cowan's Bridge. Incorse nell'amaro risentimento di una delle insegnanti, che cercò con ogni mezzo di umiliare e mortificare la creatura dolce e disorganizzata. Quando, a settembre, la brillante e loquace Charlotte e la piccola Emily arrivarono a Cowan's Bridge, trovarono la loro piccola madre idolatrata, la loro Maria, il bersaglio, lo zimbello e la pecora nera della scuola.

Le cose andarono meglio per le due più giovani, Charlotte, una bambina brillante e intelligente, ed Emily, la più graziosa delle sorelline, "una bimba adorabile, di meno di cinque anni, la vera cocca della scuola".[3] Ma sebbene all'inizio, senza dubbio, queste due piccole fossero compiaciute dal cambio di scenario e dalla compagnia di altri bambini, la sventura stava per abbattersi su di loro. Non fu la mera, sgradevole scarsezza del cibo, né il mero freddo che sentivano nelle ossa; videro la loro sorella maggiore farsi di giorno in giorno più magra, più pallida, senza che nessuno si prendesse cura di lei, senza alcuna indulgenza verso la sua debolezza. La povera bambina, maltrattata e malnutrita, si ammalò gravemente senza lamentarsi; ma alla fine persino le autorità di Cowan's Bridge si resero conto che stava morendo. Mandarono a chiamare il signor Brontë nella primavera del 1825. Egli non aveva avuto notizia della malattia nelle lettere delle sue figlie, regolarmente ispezionate dalla sovrintendente. Non aveva udito racconti di cibo scadente, stanze umide, incuria. Si recò a Cowan's Bridge e vide Maria, la sua piccola compagna intelligente, magra, consumata, morente. Il povero padre subì uno shock terribile. La portò a casa con sé, lontano dalle tre sorelline che si sforzavano di guardarla mentre se ne andava. Lei tornò a Haworth. Qualche giorno dopo morì.

Non molte settimane dopo la morte di Maria, quando la primavera rese Lowood sopportabile, quando le tre sorelline rattristate non si svegliavano più di notte per il freddo, non più zoppicanti con i piedi sanguinanti, potevano camminare al sole e cogliere fiori, quando aprile divenne maggio, un'epidemia di malattia si abbatté su Cowan's Bridge. Le ragazze, una dopo l'altra, divennero deboli e fiacche; né i rimproveri né i testi religiosi le smuovevano ormai; invece di trascorrere le ore di gioco all'aria dolce di primavera, invece di cogliere fiori o fare gare di corsa, queste bambine in crescita divennero tutte languide, flaccide, indolenti. Non c'era modo di spingerle a lavorare o giocare. Il crescente malessere tra le ragazze rese infine ansiosi persino i loro insensibili guardiani. Elizabeth Brontë fu una delle prime a cedere. Non era la febbre ad affliggerla, la misteriosa e non dichiarata febbre che covava sulla casa; la sua tosse frequente, lo spirito coraggioso, il colorito chiaro puntavano a un'altra meta. La mandarono a casa affidata a un servitore; e prima che l'estate colorasse i poveri bordi di fiori sulle tombe più recenti nel cimitero di Haworth, Elizabeth Brontë era morta, non più destinata a soffrire la fame, il gelo o il dolore. La sua dura vita di dieci anni era finita. La seconda delle sorelle Brontë era caduta vittima della tisi.

La disciplina fu improvvisamente allentata per coloro che rimanevano a Cowan's Bridge. C'era più da mangiare, perché c'erano meno bocche da sfamare; c'era più tempo per giocare e passeggiare, poiché non c'era nessuno a sorvegliare e frenare le bambine impazienti, che giocavano, mangiavano, gridavano, correvano scatenate, con un certo senso di sollievo, sebbene sapessero di essere libere solo perché la morte era in casa e la pestilenza nell'aria.

La valle boscosa di Cowan's Bridge era nebbiosa, malsana, umida. Le alunne sottoalimentate, costrette in spazi angusti, trascurate. La loro strana indolenza e pesantezza si fecero sempre più forti con la primavera. Tutto a un tratto, quarantacinque delle ottanta ragazze giacevano malate di tifo. Molte furono mandate a casa solo per morire, alcune morirono a Cowan's Bridge. Tutti coloro che potevano, fecero tornare a casa i propri figli. Tra i pochi che rimasero nella valle che generava la febbre, nella casa contaminata, dove gli odori di pastiglie e farmaci si mescolavano, senza però riuscire a sopraffarlo, al debole e nauseante odore di febbre e mortalità, tra questi pochi abbandonati vi erano Charlotte ed Emily Brontë.

Grazie alla vita libera e sconsiderata, al sole, alla nuova abbondanza di cibo, le due bambine non contrassero l'infezione. Le cose, in verità, erano più luminose per loro ora, o lo sarebbero state, se lo spirito indignato in quei minuscoli corpi avesse potuto perdonare o dimenticare la morte delle due sorelle.

La riforma era arrivata a Cowan's Bridge e, a passi rapidi, aveva spazzato via il vecchio ordine delle cose. Il sito fu dichiarato insalubre; il vestiario insufficiente; l'acqua fetida e salmastra. Quando al medico che ispezionò la scuola fu chiesto di assaggiare il cibo quotidiano delle alunne, lo sputò fuori. Tutto, tutto doveva essere cambiato. Fu un momento di dolorosa e grave umiliazione per il signor Wilson. Non aveva provato rimorsi, né dubbi; aveva lavorato molto duramente, pensava che le cose stessero andando molto bene. I conti erano in ordine eccellente, l'istruzione accurata e buona, il sistema elaborato, le ragazze sembravano davvero acquisire uno spirito mite e tranquillo; e, per citare il prospetto, "il grande obiettivo in vista è il loro miglioramento intellettuale e religioso". Poi intervenne la malattia non prevista, e l'istituzione modello divenne un termine di biasimo per la contea e l'ordine a cui apparteneva. Le persone, tuttavia, non furono ingiuste nei confronti dell'influente e facoltoso tesoriere, amministratore e segretario. Riconobbero la sua energia, le capacità finanziarie e l'attitudine all'organizzazione. Tutto ciò che fecero fu mitigare il rigore della sua gestione. Egli continuò a essere tesoriere, ma i fondi furono affidati a un comitato. Mantenne il suo posto di ispettore, ma furono nominati degli assistenti per condividere le sue responsabilità. La scuola fu affidata a una nuova governante; vennero distribuite razioni di cibo più ampie e migliori. Infine, fu avviata una sottoscrizione per costruire una casa migliore in un luogo più salubre. Quando Charlotte ed Emily Brontë andarono a casa per le vacanze di mezza estate, la riforma era in pieno svolgimento a Cowan's Bridge.

Tornarono a casa, due dei quattro bambini che avevano lasciato la loro casa felice sei mesi prima. Tornarono a casa per non trovare più la materna Maria, né la robusta e paziente Elizabeth. Le passeggiate sulle brughiere, i racconti sotto i biancospini dovevano da quel momento in poi essere incompleti. Le due maggiori di quel gruppetto non si potevano più trovare né in casa né in giardino: giacevano tranquille sotto una grande lastra di pietra vicino alla panca del vicario in chiesa. Le tre sorelline, il fratellino, devono aver pensato spesso alle loro silenziose vicine quando il sermone era molto lungo. Così familiarizzate e vicine alla morte fin da piccole, una di loro almeno, l'alta e coraggiosa Emily, crebbe senza mai nutrire pensieri cupi a riguardo, né sogni di un paradiso lontano.

Quando le vacanze terminarono, le due sorelle tornarono a scuola. Il loro padre, stranamente, non ebbe timore di mandarle in quel luogo fatale. La loro zia, con le sue due preferite a casa, non era eccessivamente in ansia. Charlotte ed Emily tornarono a Cowan's Bridge. Ma prima dell'inverno si ammalarono: l'aria umida, il luogo malsano (poiché la nuova casa non era ancora stata costruita) fecero emergere la debolezza delle loro costituzioni. Tenendo presente il destino delle sorelle maggiori, le autorità avvertirono il signor Brontë, e le due bambine tornarono a casa a Haworth.

NOTE: [Nota 2: Si desidera fortemente che le alunne indossino solo il loro abito scolastico durante le vacanze.] [Nota 3: La signora Harben alla signora Gaskell.]

CAPITOLO IV. INFANZIA.

La casa in cui Charlotte ed Emily tornarono non era molto più salubre di quella che avevano lasciato; ma era casa. Era ventosa, fredda e mal drenata. Il signor Brontë cercava sempre di spronare i suoi parrocchiani a migliorare le condizioni igieniche del luogo; ma per molti anni i suoi sforzi furono vani. La gente accorta dello Yorkshire era restia a mettere i propri soldi sottoterra, ed era difficile convincerli che la vera causa delle frequenti epidemie e febbri a Haworth fosse tale da poter essere curata con un efficace sistema di drenaggio del sottosuolo. Era più facile ed economico dare la colpa alla Provvidenza. Così il pastore predicava invano. E a ragione predicava, poiché la sua stessa casa era nel centro del male.

"Uscendo dal cancello del Parsonage si guardava verso il capanno dello scalpellino, che era pieno di lastre pronte all'uso, e all'orecchio giungeva l'incessante 'chip, chip' dello scalpello che incideva gli 'In Memoriam' dei defunti."

Così recita il manoscritto della signorina Nussey. Racconta anche del suono costante della campana a morto; delle frequenti sepolture nel cimitero affollato. Non era una casa allegra e sana per bambini sensibili e delicati.

"Dalle finestre del Parsonage la prima vista era l'appezzamento d'erba delimitato da un muro, un biancospino o due, e alcuni arbusti e cespugli di ribes che non crescevano. Accanto a questi c'era il grande cimitero che circondava la casa, così pieno di lapidi che a stento si poteva vedere una striscia d'erba."

Oltre questo, le brughiere, le brughiere selvagge, sterili e prive di alberi, che si estendono per miglia e miglia, nutrendo poche greggi di pecore di montagna, ospitando alcune lepri e conigli selvatici, offrendo un luogo di nidificazione agli uccelli del cielo e, per l'uso dell'uomo, né grano né pascolo, ma cave di pietra e cumuli di torba che bruciavano lividi lassù nelle notti d'autunno.

Tale è la casa a cui Emily Brontë si aggrappava con l'amore appassionato dello svizzero per le sue montagne bianche, con una nostalgia in assenza che tendeva le corde stesse della vita. Eppure la sua infanzia in quella casa senza madre aveva pochi elementi di felicità infantile, e la sua operosa severità di vita quotidiana era rattristata dalla perdita di Maria ed Elizabeth, care e mai dimenticate compagne di gioco. Charlotte, ormai la maggiore della famiglia, aveva solo due anni più di Emily, ma il suo senso di responsabilità la faceva sembrare di un'età del tutto diversa. Era la piccola Anne la compagna di Emily: la delicata, schiva, graziosa Anne, la preferita della signorina Branwell. Anne riusciva a partecipare solo agli stati d'animo più semplici o leggeri della sorella, eppure le era così cara che Emily non cercò mai un'altra amica. Così fin dall'infanzia si abituò a tenere per sé i suoi pensieri più profondi e le fantasie più vivaci.

Una vita quieta e regolare: spazzolare i tappeti, cucire, spolverare al mattino. Poi alcune lezioni necessarie recitate alla zia al piano di sopra; poi, la sera, mentre il signor Brontë scriveva i suoi sermoni nello studio e la signorina Branwell sedeva nella sua camera da letto, i quattro bambini, soli in salotto, o seduti accanto al fuoco in cucina, mentre Tabby, la serva, si muoveva vivacemente, scrivevano i loro giornalini o inventavano i loro giochi.

C'era ancora molto di politica nei giochi. Il signor Brontë, che nutriva un vivo interesse per gli affari del mondo, raccontava sempre ai bambini le principali notizie pubbliche del giorno e permetteva loro di leggere i giornali e le riviste che riuscivano a trovare. Così i piccoli Brontë chiacchieravano del Duca di Wellington quando altri bambini avevano ancora Jack l'ammazzagiganti come eroe; il Marchese di Douro era il loro Principe Azzurro; i loro Yahoo, i Cattolici; i loro potenti geni del male, il Ministero Liberale.

"I nostri giochi furono stabiliti", dice Charlotte, la cronista di famiglia, nella sua storia dell'anno 1829: "'Giovani Uomini', giugno 1826; 'I nostri Compagni', luglio 1827; 'Isolani', dicembre 1827. Questi sono i nostri tre grandi giochi che non vengono tenuti segreti. I migliori giochi di Emily e miei furono stabiliti il primo dicembre 1827; gli altri, marzo 1828. I migliori giochi significano giochi segreti; sono quelli molto belli. Tutti i nostri giochi sono molto strani. La loro natura non ho bisogno di scriverla su carta, perché penso che la ricorderò sempre. Il gioco dei 'Giovani Uomini' ebbe origine da alcuni soldatini di legno che aveva Branwell; 'I nostri Compagni' dalle favole di Esopo; e gli 'Isolani' da diversi eventi accaduti. Tratteggerò l'origine dei nostri giochi in modo più esplicito, se posso. Primo, 'Giovani Uomini'. Papà comprò a Branwell dei soldatini di legno a Leeds; quando papà tornò a casa era notte e noi eravamo a letto, così la mattina seguente Branwell venne alla nostra porta" (la stanzetta sopra il corridoio. Anne dormiva con la zia) "con una scatola di soldati. Emily ed io saltammo giù dal letto, io ne afferrai uno ed esclamai: 'Questo è il Duca di Wellington! Questo sarà il Duca'. Dopo aver detto questo, anche Emily ne prese uno e disse che sarebbe stato suo; quando arrivò Anne, disse che uno sarebbe stato suo. Il mio era il più grazioso di tutti, il più alto e il più perfetto in ogni parte. Quello di Emily era un tipo dall'aspetto serio, e lo chiamammo 'Gravey'. Quello di Anne era una cosina strana, molto simile a lei, e lo chiamammo 'Ragazzo d'attesa'. Branwell scelse il suo e lo chiamò Bonaparte."

In un altro gioco Emily sceglie Sir Walter Scott, il signor Lockhart e Johnny Lockhart come suoi rappresentanti; Charlotte il Duca di Wellington, il Marchese di Douro, il signor Abernethy e Christopher North. Quest'ultimo personaggio era davvero di grande importanza agli occhi dei bambini, poiché la Blackwood's Magazine era la loro lettura preferita. Sugli scaffali del padre c'erano pochi romanzi e pochi libri di poesia. Lo studio del pastore vantava necessariamente le sue opere di teologia e consultazione; per i bambini c'erano solo i romanzi selvaggi di Southey, le poesie di Sir Walter Scott, lasciate dalla loro madre della Cornovaglia, e "alcune pazze riviste metodiste piene di miracoli, apparizioni e avvertimenti soprannaturali, sogni presagenti e fanatismo frenetico; e le lettere altrettanto pazze della signora Elizabeth Rowe dai Morti ai Vivi", familiari ai lettori di 'Shirley'. Per controbilanciare tutto questo romanticismo e terrore, i bambini avevano il loro interesse per la politica e la Blackwood's Magazine, "il periodico più capace che ci sia", dice Charlotte, tredicenne. Leggevano anche il John Bull, "un alto Tory, molto violento, il Leeds Mercury, il Leeds Intelligencer, un eccellente giornale Tory", e divennero così fanatici esperti in tutte le questioni scottanti del giorno.

La signorina Branwell si assicurò che alle ragazze non mancasse una conoscenza più domestica. Ognuna faceva la sua parte nel lavoro quotidiano e ne imparava tutti i dettagli con la stessa precisione di una fanciulla tedesca nella sua scuola di cucina. Emily si dedicava volentieri anche ai lavori domestici più pesanti; lì si sentiva capace e necessaria; e, senza dubbio, al piano di sopra, ascoltando cupamente le storie di passate gaiezze della compassata signorina Branwell, questa ragazza goffa e in crescita era felice di ricordare che anch'essa era importante per la casa, nonostante il suo rimuginare impacciato.

Le ragazze se la passavano abbastanza bene; ma non il loro fratello. La brillante mancanza di scopi di Branwell, la gaiezza celtica, l'amore per il divertimento e il cuore leggero lo rendevano il compagno di giochi più affascinante, ma un impegno molto preoccupante. Gli amici consigliarono al signor Brontë di mandare il figlio a scuola, ma la vanità peculiare che lo spingeva a modellare la giovinezza dei suoi figli in ogni dettaglio sulla propria gli proibiva di seguire il loro consiglio. Poiché lui si era nutrito di patate, i suoi figli non avrebbero dovuto mangiare carne. Poiché lui era cresciuto a casa come meglio poteva, perché Patrick Branwell avrebbe dovuto andare a scuola? Ogni giorno il padre dedicava una parte del suo tempo a lavorare con il ragazzo; ma il tempo di un pastore non è il suo, e spesso veniva chiamato via per affari parrocchiali. Senza dubbio il signor Brontë pensava che quelle ore senza precettore fossero trascorse, come le avrebbe trascorse lui, nella preparazione diligente di compiti difficili. Ma Branwell, con tutto il fascino superficiale del padre, era privo della forza di volontà sottostante, e possedeva, senza freni, la tentazione all'autoindulgenza, a cui il padre cedeva raramente, contrastandola piuttosto con un regime di vita ascetico. Quei lunghi pomeriggi non venivano trascorsi lavorando, ma in compagnia maliziosa degli spiriti più selvaggi del villaggio, per i quali "il Patrick del Vicario" era il modello di leadership brillante nei guai.

Senza dubbio la loro ammirazione lusingava Branwell, ed egli godeva del divertimento rumoroso che facevano insieme. Tuttavia non trascurò del tutto le sue sorelle. Charlotte ha detto che in quel periodo lo amava come la sua stessa anima: una frase seria su quelle labbra serie. Ma erano Emily e Branwell a essere tutto l'uno per l'altra: brillante, superficiale, esigente fratello; silenziosa, profondamente pensierosa, altruista sorella, più ansiosa di dare che di ricevere. Nel gennaio 1831, Charlotte andò a scuola dalla signorina Wooler, a Roe Head, a venti miglia di distanza; e Branwell ed Emily furono spinti ancora di più l'uno verso l'altra per cercare conforto e intrattenimento.

Charlotte rimase un anno e mezzo a scuola, e tornò nel luglio del 1832 per insegnare a Emily e Anne ciò che aveva imparato in sua assenza; inglese-francese, inglese e disegno era quasi tutta l'istruzione che poteva dare. Fortunatamente il genio non ha bisogno di programmi di studio. Tuttavia le sorelle si affannarono per estrarre il massimo beneficio da tali vantaggi che rientravano nel loro raggio d'azione. Ogni mattina dalle nove alle dodici e mezza lavoravano alle lezioni; poi passeggiavano insieme sulle brughiere, che stavano appena iniziando a fiorire. Queste brughiere conobbero un'Emily diversa dalla ragazza tranquilla di quattordici anni che aiutava nei lavori domestici e imparava le lezioni così regolarmente a casa. Sulle brughiere era allegra, vivace, quasi selvaggia. Faceva ridere le altre con i suoi stravaganti motti di spirito e i suoi modi cordiali. Si sentiva perfettamente a casa lì, prendendo gli uccellini implumi tra le mani così dolcemente che non ne avevano paura, e raccontando loro delle storie. Una figura strana: alta, magra, angolosa, con tutti i suoi pollici non ancora sviluppati; una quantità di capelli castano scuro, profondi e bellissimi occhi color nocciola che potevano lampeggiare di passione, lineamenti piuttosto forti e severi, la bocca prominente e risoluta.

Le sorelle, e talvolta Branwell, si spingevano lontano sulle brughiere; a volte quattro miglia fino a Keighley, nella valle sopra la cresta, invisibile dalle alture, ma sempre covata da una debole pellicola di fumo, che sembrava il vapore che si alzava da qualche lago infuocato. Le sorelle ora si erano abbonate a una biblioteca circolante a Keighley, e intraprendevano volentieri la faticosa camminata di otto miglia per il piacere di riportare con sé un romanzo di Scott o una poesia di Southey. A Keighley, inoltre, compravano la carta. Il cartolaio si stupiva di come riuscissero a consumarne così tanta.

Altri giorni andavano oltre la Stanbury Moor fino alla Cascata, una gola romantica nel fianco brucato della collina dove un piccolo ruscello gocciola su grandi massi, e dove spuntano alcune betulle sottili e delicate, una meraviglia in questo paese arido. Questo era un luogo preferito di Emily, e in verità tutte loro amavano quel posto. Qui usavano un po' della loro carta, poiché mantenevano ancora la vecchia abitudine di scrivere racconti e poesie, e amavano scarabocchiare all'aperto. E un po' la usavano per disegnare, poiché in quel periodo prendevano lezioni, ed Emily e Charlotte erano dedite all'arte: Charlotte facendo copie con minuzia ed esatta fedeltà; Emily disegnando animali e nature morte con molta maggiore libertà e sicurezza di tratto. Anche parte della carta di Charlotte doveva essere andata in corrispondenza. Aveva stretto amicizia a scuola, un evento di grande importanza per quella cerchia ristretta. Una di queste amiche, la più cara, era sconosciuta a Haworth. Molte volte Emily e Anne devono aver ascoltato i racconti della ragazza graziosa, colta e vivace, una preferita in molte case, che aveva conquistato il cuore della loro timida e semplice sorella. Lei era, in verità, abituata a una vita molto diversa, questa bella ragazza, ma la sua giovinezza luminosa e i piaceri mondani non le impedirono di vedere che la stravagante, antiquata Charlotte Brontë fosse la persona più straordinaria della sua conoscenza. Fu la prima, al di fuori della casa di Charlotte, a scoprire il suo vero carattere e genio; e ciò a un'età, in una posizione, in cui la maggior parte delle ragazze sarebbe stata troppo impegnata con visioni di un futuro felice per se stesse per simpatizzare con le strane attività, la morbosa sensibilità, di una mente come quella che possedeva Charlotte. Ma così presto questa ragazza la amò; e vive ancora, l'ultima ad avere un ricordo intimo dei modi, delle persone e delle abitudini della famiglia Brontë.

Nel settembre 1832, Charlotte lasciò di nuovo casa per una visita di quindici giorni a casa di questa cara amica. Branwell la portò lì. Probabilmente non era mai stato lontano da casa prima. Era di umore selvaggio per la bellezza della casa e dei giardini, ispezionando, criticando tutto, riversando un flusso di commenti, ricco di termini tecnici di studio, prendendo vedute in ogni direzione della vecchia casa merlata, e scegliendo "pezzi" che avrebbe voluto dipingere, deliziando l'intera famiglia con la sua brillante intelligenza e i suoi modi felici e irlandesi. Nel frattempo Charlotte guardava, timida e spenta. "Ti lascio in Paradiso!" gridò Branwell, e si avviò attraverso la brughiera per inventare belle storie della sua visita per Emily e Anne nel nudo salottino di Haworth.

L'amica di Charlotte, Ellen, la mandò a casa carica di mele per le sue due giovani sorelle: "Elles disent qu'elles sont sur que Mademoiselle E. est tres-aimable et bonne; l'une et l'autre sont extremement impatientes de vous voir; j'espere que dans peu de mois elles auront ce plaisir----". Così scrive Charlotte nel pittoresco anglo-francese che le amiche usavano tra loro per esercitarsi. Ma l'inverno si avvicinava, e l'inverno a Haworth è desolato. Miss Branwell convinse le impazienti ragazze a rimandare la visita finché l'estate non avesse reso la brughiera calda, secca e bella, in modo che le giovani potessero trascorrere gran parte del tempo all'aperto. Nell'estate del 1833 Ellen venne a Haworth.

Miss Ellen Nussey è l'unica persona in vita ad aver conosciuto Emily Bronte in termini di intima uguaglianza, e la sua testimonianza conferma quella degli amici più umili che aiutavano la laboriosa figlia del pastore nelle faccende di cucina e di pulizia; da tutti sentiamo parlare di una ragazza attiva, gioviale e dal cuore caldo, piena di umorismo e di sentimenti per chi conosceva, sebbene timida e fredda nei modi verso gli estranei. Un essere ben diverso dalla fiera e appassionata Vestale che si è insediata nel ricordo di Emily.

Nel 1833 Emily aveva quasi quindici anni, una ragazza alta e dalle lunghe braccia, ormai formata, dall'andatura elastica; con una figura sottile che appariva regale nei suoi abiti migliori, ma sciolta e mascolina quando si aggirava per la brughiera, fischiettando ai suoi cani e facendo lunghi passi sulla terra accidentata. Una ragazza alta, magra, dalle articolazioni sciolte: non brutta, ma con lineamenti irregolari e una carnagione pallida e spessa. I suoi capelli castano scuro erano naturalmente belli e, in seguito, stavano bene raccolti in modo morbido con un alto pettine sulla nuca; ma nel 1833 li portava in un'antiestetica pettinatura a riccioli stretti e crespi. Aveva occhi color nocciola bellissimi. "Occhi gentili, accesi, liquidi", dice l'amica che è sopravvissuta a tutta quella famiglia. Aveva un naso aquilino, una bocca grande, espressiva e sporgente. Parlava poco. Nessuna grazia o stile nel vestire apparteneva a Emily, ma sotto i suoi abiti goffi i suoi movimenti naturali avevano la flessuosa bellezza delle creature selvatiche che amava. Era una grande camminatrice e trascorreva tutto il suo tempo libero nella brughiera. Amava la libertà di quel luogo, l'aria vasta. Amava anche le creature. Non c'è mai stata un'anima con un amore più appassionato per Madre Terra, per ogni erba e fiore, per ogni uccello, bestia e insetto che vivesse. Avrebbe popolato la casa di animali domestici se Miss Branwell non avesse tenuto sotto dovuto controllo l'amore della nipote per gli animali. Era permesso un solo cane, che veniva ammesso in salotto a ore stabilite, ma fuori casa Emily faceva amicizia con tutte le bestie e gli uccelli. Tornava a casa portando tra le mani qualche uccellino o coniglietto, parlandogli dolcemente mentre camminava. "Ee, Miss Emily", diceva la giovane domestica, "verrebbe da pensare che l'uccellino riesca a capirvi". "Sono certa che può", rispondeva Emily. "Oh, sono certa che può".

Le ragazze portavano la loro amica a fare lunghe passeggiate nella brughiera. Quando si spingevano molto lontano, Tabby, la loro vecchia factotum, insisteva per scortarle, a meno che Branwell non si assumesse tale compito, poiché ai suoi occhi erano ancora delle "bimbe". Emily e Anne camminavano insieme. Loro e Branwell guadavano i ruscelli e piazzavano pietre per facilitare il passaggio alle sorelle maggiori. A ogni punto panoramico, davanti a ogni fiore, la felice brigata si fermava per parlare, ammirare e teorizzare in concerto. La riservatezza di Emily era svanita come nebbia mattutina. Era piena di gioia e allegria, nel suo dominio, non più goffa e silenziosa. Nelle belle giornate, Emily e Anne convincevano le altre a camminare fino alla Cascata, che creava un'isola di erba verde brillante in mezzo all'erica, punteggiata di sorgenti limpide, ombreggiata qua e là da una betulla argentata e cosparsa di massi grigi, bellissimi punti di sosta. Qui le quattro ragazze - il "quartetto" come si chiamavano - andavano a sedersi ad ascoltare le storie di Ellen sul mondo che non avevano visto. Oppure Emily, semi-distesa su una lastra di pietra, giocava come una bambina con i girini nell'acqua, facendoli nuotare, e si metteva a moralizzare sui forti e sui deboli, sui coraggiosi e sui codardi mentre inseguiva le creature con la mano. Una volta riposate, tornavano a casa trascinandosi, una brigata allegra, tranne quando incontravano qualche villico errante. Allora le tre figlie del pastore camminavano avanti, silenziose e timide.

Alle nove il cucito veniva messo da parte e le quattro ragazze chiacchieravano e ridevano, passeggiando per il salotto. Miss Branwell andava a letto presto e le giovani venivano lasciate sole nel salotto pulito e senza tende, con le sue pareti grigie e i mobili di crine. Ma in buona compagnia nessuna stanza è mal arredata; e avevano molto da dirsi e molto da ascoltare nelle sere in cui Branwell era a casa. Il più delle volte doveva mancare; poiché, ogni volta che un visitatore alloggiava al "Black Bull", la piccola locanda dall'altra parte del cimitero, il padrone di casa mandava a chiamare "Il Patrick del Vicario" affinché venisse a intrattenere gli ospiti con la sua brillante logorrea.

Non si scriveva molto in presenza di Ellen, ma si discuteva allegramente, si inventavano storie e si sostenevano argomentazioni serie. Parlavano a volte delle defunte Maria ed Elizabeth, ricordate sempre con un'intensità d'amore. Verso le otto, Mr. Bronte chiamava la famiglia per le preghiere della sera: e un'ora dopo era solito chiudere a chiave la porta d'ingresso e andare di sopra a dormire, fermandosi sempre nel soggiorno con un gentile ammonimento ai "bambini" di non far tardi. Alla fine le ragazze smettevano di chiacchierare e si ritiravano per la notte, con Emily che cedeva il suo letto all'ospite e prendeva posto nella stanza della servitù.

A colazione la mattina seguente Ellen era solita ascoltare con un misto di sgomento e ritrosia le storie di selvaggio orrore che Mr. Bronte amava raccontare, spaventose storie di un'Irlanda superstiziosa o leggende barbariche sui rudi abitanti della brughiera; Ellen diventava pallida e gelida ad ascoltarle. A volte si meravigliava scorgendo il volto di Emily, rilassato dal rigore della compagnia, mentre si chinava per porgere la sua ciotola di porridge al cane: assumeva un'espressione strana, gratificata, compiaciuta, come se avesse ottenuto qualcosa che sembrava completare un quadro nella sua mente. Perché questa silenziosa Emily, che parlava poco se non in rari scoppi di spirito selvaggio; questa energica massaia, che cucinava e puliva come se non avesse altro scopo se non quello di provvedere al conforto quotidiano; era la stessa Emily che a cinque anni era solita sorprendere la stanza dei bambini con le sue fantastiche fiabe. Due vite scorrevano fianco a fianco nel suo cuore, senza mai mescolarsi né interrompersi a vicenda. Pratica massaia dalle mani capaci, sognatrice di strani orrori: ogni sé era indipendente dal compagno a cui era legato giorno e notte. La gente di quei tempi la conosceva solo per come appariva - "L'Emily del Vicario" - una ragazza timida e goffa, che non insegnava mai alla scuola domenicale come le sue sorelle, che non parlava mai con gli abitanti del villaggio come l'allegro Branwell, ma molto buona e cordiale nell'aiutare i malati e i bisognosi: non carina secondo la stima del villaggio - una "ragazza trasandata", non una personcina composta e curata come la graziosa Anne, né dotata del gusto nel vestire di Charlotte Bronte; solo una ragazza intelligente con uno spirito tutto suo. Così la giudicava il villaggio. A casa la amavano con i suoi forti sentimenti, i vestiti disordinati, la volontà indomabile e il pronto disprezzo per il banale; era apprezzata come un membro caro e necessario della famiglia. Del sé più profondo di Emily, del suo genio violento, né amici né vicini sognavano in quei giorni. E oggi, è solo questa Emily che viene ricordata.

I giorni passavano, piacevoli giorni autunnali in cui Charlotte e la sua amica vagavano attraverso la brughiera in fiore, in cui Anne ed Emily portavano i loro piccoli sgabelli e le grandi scrivanie in giardino, sedendo a scarabocchiare sotto i cespugli di ribes, fermandosi di tanto in tanto a cogliere il frutto maturo. Poi giunse il freddo ottobre, portando venti gelidi e pioggia. Ellen tornò a casa, lasciando una sedia vuota nel quartetto, lasciando Charlotte più sola, e persino Emily e Anne un po' tristi. "Non hanno mai voluto bene a nessuno quanto a te", dice Charlotte.

Arrivò l'inverno, più malsano del solito quell'anno, e la brughiera dietro la casa era impraticabile a causa della neve e della pioggia. Miss Branwell lamentava continuamente gli inverni caldi e fioriti di Penzance, tremando davanti al fuoco nella sua camera da letto; Mr. Bronte era malato; fuori, l'aria era colma del suono funebre della campana a morto. Ma i quattro giovani seduti attorno al focolare del salotto non erano freddolosi né infelici. Sognavano un futuro felice e glorioso, una grande carriera nell'Arte; non per Charlotte, non per Emily o Anne, loro erano solo ragazze; i loro sogni erano per la speranza e la promessa della casa: per Branwell.

CAPITOLO V.

ANDARE A SCUOLA.

Emily aveva ora sedici anni e, sebbene la gente del villaggio la definisse "la più intelligente dei bimbi Bronte", aveva ben poco da mostrare della sua intelligenza. La sua istruzione era fatta in casa quanto i suoi vestiti, non tale da dare lustro a una governante; e una governante Emily sarebbe dovuta diventare. Le sorelle Bronte erano troppo severe e nobili nelle loro teorie sulla vita per contemplare il matrimonio come mezzo di sostentamento; ma anche sorelle più mondane avrebbero ammesso che c'erano poche possibilità che l'impaziente Emily si sposasse. Era quasi violenta nella sua avversione per gli estranei. La prima volta che Ellen soggiornò a Haworth, Charlotte fu malata un giorno e non poté uscire con la sua amica. Con loro sorpresa, Emily si offrì volontaria per accompagnare l'estranea a fare una passeggiata nella brughiera. Charlotte attese ansiosamente il loro ritorno, temendo qualche scoppio d'impazienza o di sdegno da parte della sua sorella indomabile. Le due ragazze alla fine tornarono a casa. "Come si è comportata Emily?" chiese Charlotte, ansiosamente, tirando in disparte la sua amica. Si era comportata bene; aveva mostrato il suo vero io, la sua anima nobile, energica e veritiera, e da quel giorno nacque una vera amicizia tra la dolce Ellen e l'intrattabile Emily; ma ciò non toglie che la domanda di Charlotte riveli quanto diversamente la ragazza considerasse gli estranei di regola. In seguito, quando i curati, cercando Mr. Bronte nel suo studio, vi trovavano invece Emily, erano soliti battere una ritirata così frettolosa che divenne un classico scherzo in canonica il fatto che Emily apparisse al mondo esterno con le sembianze di un vecchio orso. Odiava i volti e i luoghi sconosciuti. Le sue sorelle dovevano aver visto che un tale temperamento, se la rendeva improbabile ad attrarre un marito o a desiderare di attrarne uno, la rendeva anche lamentevolmente inadatta a guadagnarsi da vivere come governante. A quei tempi non potevano sapere che il difetto era incurabile, un'infermità congenita della natura; e senza dubbio Charlotte, la saggia sorella maggiore, pensò di aver trovato una cura sia per l'istruzione limitata che per le simpatie limitate quando suggerì che Emily andasse a scuola. Scrive alla sua amica nel luglio del 1835:--

"Avevo sperato di avere l'estremo piacere di vederti a Haworth quest'estate, ma le vicende umane sono mutevoli e le risoluzioni umane devono piegarsi al corso degli eventi. Stiamo per dividerci, disperderci, separarci. Emily andrà a scuola, Branwell andrà a Londra, e io andrò a fare la governante. Quest'ultima determinazione l'ho presa io stessa, sapendo che avrei dovuto fare il passo prima o poi, e 'meglio subito che poi', per usare un proverbio scozzese; e sapendo bene che papà avrebbe avuto abbastanza da fare con il suo reddito limitato, se Branwell fosse stato piazzato alla Royal Academy ed Emily a Roe Head. Dove andrò a risiedere? mi chiederai. A quattro miglia da te, in un luogo che non è sconosciuto a nessuna delle due, essendo nientemeno che la stessa Roe Head menzionata sopra. Sì! Andrò a insegnare nella stessa scuola dove sono stata istruita io stessa. Miss Wooler mi ha fatto l'offerta, e io l'ho preferita a una o due proposte di governante privata che avevo ricevuto in precedenza. Sono triste - molto triste - al pensiero di lasciare casa; ma il dovere - la necessità - queste sono padrone severe, che non vogliono essere disobbedite. Non ho forse detto una volta che dovresti essere grata per la tua indipendenza? Sentivo ciò che dicevo all'epoca, e lo ripeto ora con doppia serietà; se qualcosa potesse tirarmi su il morale è l'idea di essere così vicina a te. Sicuramente tu e Polly verrete a trovarmi; sarebbe sbagliato da parte mia dubitarne; non sei mai stata scortese finora. Emily ed io lasciamo casa il 27 di questo mese; l'idea di stare insieme ci consola entrambe un po', e, in verità, dato che devo trovarmi una situazione, 'Le mie linee sono cadute in luoghi piacevoli'. Sia amo che rispetto Miss Wooler".[4]

Lo strappo nel lasciare la casa, così temuto da Charlotte, era ancora più acuto per la sua sorella minore, morbosamente timorosa degli estranei, eccentrica, incapace di vivere senza una vasta libertà. Andare a scuola; doveva avere un suono terribile per quella creatura indomabile e libera, felicissima solo con i cani nella brughiera, con poco sentimento o istinto per l'amicizia; nessun desiderio di incontrare i suoi simili. Emily era perfettamente felice a Haworth a cucinare la cena, stirare la biancheria, scrivere poesie alla Cascata, portare il suo cane per chilometri nella brughiera, camminare per il salotto con il braccio intorno alla vita della dolce Anne. Ora avrebbe dovuto lasciare tutto questo, separarsi dalla sua cara sorellina. Ma era ragionevole e giusta, e, sentendo che il tentativo doveva essere fatto, fece i bagagli con il suo scarso guardaroba e, senza lamentarsi, partì con Charlotte per Roe Head.

Charlotte sapeva dove stava andando. Amava e rispettava Miss Wooler; ma con quanta ansia Emily deve aver cercato la casa dove avrebbe dovuto vivere e non essere a casa. Alla fine la vide, una casa di campagna allegra e spaziosa, che sorgeva un po' appartata in un campo. C'era un'ampia e piacevole vista di campi e boschi; ma la prospettiva verde era sporcata e rovinata dal fumo dei frequenti mulini. Campi verdi, mulini grigi, tutto parlava di industria, lavoro, occupazione. Non c'era nessuna distesa selvaggia di brughiera qui, nessuna possibilità di solitudine. Credo che quando Emily Bronte vide il posto, abbia dovuto capire molto bene che non sarebbe stata felice lì.

"Mia sorella Emily amava la brughiera", dice Charlotte, scrivendo di quei giorni nella solitudine successiva - "fiori più luminosi della rosa sbocciavano nella più nera dell'erica per lei; da una concava scura in una livida collina la sua mente poteva creare un Eden. Trovava nella desolata solitudine molte e care delizie; e non l'ultima e più amata era la libertà. La libertà era il respiro delle narici di Emily; senza di essa periva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dal suo modo di vivere molto silenzioso, molto appartato, ma senza restrizioni e non artificiale, a uno di routine disciplinata (sebbene sotto i più gentili auspici) fu ciò che non riuscì a sopportare. La sua natura era qui troppo forte per la sua fortezza. Ogni mattina, quando si svegliava, le visioni di casa e della brughiera le si affollavano, oscurando e rattristando il giorno che le stava davanti. Nessuno sapeva cosa le affliggesse tranne me. Lo sapevo fin troppo bene. In questa lotta la sua salute fu rapidamente spezzata: il suo viso bianco, la forma attenuata e la forza calante minacciavano un rapido declino. Sentivo nel mio cuore che sarebbe morta se non fosse tornata a casa".

Guardando così, Charlotte si allarmò. Ricordò la morte di Maria ed Elizabeth, e temette, temette con angoscia, che questa sorella amatissima potesse seguirle. Espose a Miss Wooler la sua paura, e la direttrice, consapevole della propria gentilezza e un po' risentita per il disagio di Emily, acconsentì che la ragazza venisse mandata a casa senza indugio. Non si curava di Emily e non fu dispiaciuta di perderla. Così in ottobre tornò a Haworth, nell'unico posto dove era felice e stava bene. Tornò a un lavoro più duro e a una vita più semplice di quella che aveva conosciuto a scuola; ma anche a casa, alla libertà, alla comprensione, ai suoi animali e ai suoi fiori. Nella sua atmosfera nativa recuperò molto presto la salute e la forza che sembravano così naturali per il suo spirito veloce; che erano, ahimè, così facilmente messe in pericolo. Era stata a scuola solo tre mesi.

Anche un'assenza così breve può alterare assai gravemente l'aspetto delle cose familiari. Haworth stessa era la stessa; la composta e ordinata Miss Branwell trotterellava ancora con le sue enormi cuffie e i suoi minuscoli zoccoli; il Vicario raccontava ancora le sue orribili storie a colazione, combatteva ancora vane battaglie con i parrocchiani che non volevano drenare il villaggio e con le donne che volevano stendere la biancheria sulle lapidi. Anne era ancora trasparente e carina, pensierosa e pia come un tempo; ma sopra la speranza della casa, l'audace e intelligente Branwell, che avrebbe reso famoso il nome Bronte nell'arte, un cambiamento cupo e offuscante era giunto. Emily deve averlo visto con occhi nuovi, lasciata sempre più in compagnia di Branwell, quando, dopo le vacanze di Natale, Anne tornò con Charlotte a Roe Head.

Non c'è in nessuna delle lettere di Charlotte alcun ulteriore discorso sull'invio di Branwell alla Royal Academy. Egli desiderava ardentemente andare, e per lui, l'unico figlio, ogni sacrificio era stato fatto volentieri. Ma c'erano ragioni per cui quel ragazzo brillante e senza principi non doveva essere affidato ora, da solo, a Londra. Troppo frequenti erano state quelle visite al "Black Bull", intraprese, all'inizio, per intrattenere i viaggiatori di Londra, Leeds e Manchester, che trovavano le loro serate noiose. Il ragazzo del Vicario stava seguendo il destino proverbiale dei figli dei pastori. Per quanto non presagissero la fine in serbo, per quanto sperassero che tutti i suoi errori fossero un necessario attributo di virilità, le sorelle devono aver letto nei suoi nervi scossi la dissipazione per la quale il loro intelligente Branwell era già notevole a Haworth. È vero che essere a volte peggiorati dall'alcol non era un difetto raro cinquant'anni fa nello Yorkshire; ma il graduale abbrutimento della natura di Branwell, la crescente impertinenza, la salute alterata, devono aver dato un crudele risveglio ai sogni delle sue sorelle per la sua carriera. Nel 1836 questo deterioramento era agli inizi; un'erbaccia in bocciolo che poteva solo portare un frutto amaro e velenoso. Emily sperava per il meglio; suo padre non sembrava vedere il pericolo; Miss Branwell viziava il ragazzo; e il villaggio lo considerava un giovanotto straordinariamente piacevole con un sorriso e un inchino per tutti, amante di un bicchiere e di una chiacchierata nel piacevole salotto del "Black Bull" la sera; un allegro, sventato, dai capelli rossi, sorridente giovanotto, pieno di pronte cortesie per tutti i suoi amici nel villaggio; eppure, non meno pieno di sconsiderate crudeltà verso i suoi amici a casa.

Per il resto, non aveva nulla da fare, e non era certo da biasimare se non riusciva a dedicare sedici ore al giorno a scrivere versi per il *Leeds Mercury*, la sua unica occupazione ostensibile. Sembra incredibile che Mr. Bronte, che comprendeva bene le particolari tentazioni alle quali suo figlio era esposto, abbia potuto permettergli di bighellonare per il villaggio, senza far nulla, mese dopo mese, attratto al male non da uno scopo preciso, ma da un temperamento sociale debole e da amici sciocchi. Eppure fu così, e con tale educazione, poca speranza di salvezza poteva esserci per quel vanitoso, alquanto intelligente, bugiardo, affascinante ragazzo.

Così le cose andarono avanti, abbastanza tristemente in realtà, sebbene forse più piacevolmente in apparenza - poiché Branwell, con il suo amore per l'approvazione e la pronta affettuosità, si prendeva ogni disturbo compatibile con l'autoindulgenza per evitare che il rumore delle sue malefatte arrivasse a casa. Così le cose andarono avanti fino a quando Charlotte tornò da Miss Wooler con la piccola Anne nelle vacanze di metà estate del 1836.

Un intervallo di felicità per la solitaria Emily; l'amica di Charlotte venne al Parsonage dall'aspetto grigio e freddo, ravvivando quel luogo cupo con la sua giovinezza gaia e il suo aspetto dolce. Una casa con quattro giovani ragazze al suo interno era per Branwell più attraente dell'allettante salotto del "Black Bull". La luna del raccolto di quell'anno non deve aver assistito a un incontro più felice. "Non sarebbe giusto", dice la superstite di quegli spiriti ardenti, "tralasciare un ricordo che dovrebbe essere fatto della vita delle sorelle insieme, dopo i giorni di scuola, e prima che la loro salute venisse fiaccata dagli sforzi per mantenersi, che in questo periodo ebbero tutte un assaggio di felicità e godimento. Cominciavano a sentirsi consapevoli delle proprie forze, erano ricche della compagnia l'una dell'altra, la loro salute era buona, il loro spirito era alto, c'erano spesso gioia e allegria; commentavano ciò che leggevano; analizzavano gli articoli e anche i loro autori; la perfezione di una conversazione senza freni e l'intelligenza illuminavano la fine delle giornate che trascorrevano fin troppo velocemente. La marcia serale nel salotto, un'abitudine costante appresa a scuola, teneva il tempo con i loro pensieri e sentimenti; era libera e rapida; marciavano a coppie, Emily e Anne, Charlotte e la sua amica, con le braccia intrecciate l'una attorno all'altra in modo infantile, tranne quando Charlotte, in un'esuberanza di spirito, si staccava per un momento, faceva una graziosa piroetta (sebbene non avesse mai imparato a ballare) e tornava alla sua marcia."

Così trascorsero le sere e i giorni, in modo felice per un breve periodo. Poi Charlotte e Anne tornarono da Miss Wooler, ed Emily, anch'ella, raccolse il guanto di sfida contro la necessità. Non era di un carattere tale da lasciare che la sgradevolezza di qualsiasi dovere le impedisse di intraprenderlo. Era molto severa nei suoi rapporti con se stessa, sebbene tenera verso chi sbagliava, e ansiosa di portare i pesi dei deboli. Non permetteva a nessuno se non a se stessa di decidere cosa le spettasse fare. Non poteva vedere Charlotte faticare e non lavorare a sua volta. A casa lavorava, è vero, più duramente dei servitori; ma sentiva che fosse giusto non solo lavorare, ma guadagnare. Così, avendo recuperato la sua forza naturale, lasciò Haworth in settembre, e Charlotte scrive da scuola alla sua amica: "Mia sorella Emily ha ottenuto un posto come insegnante in una grande scuola vicino a Halifax. Ho ricevuto una lettera da lei dopo la sua partenza; fornisce un resoconto sconcertante dei suoi doveri; duro lavoro dalle sei del mattino alle undici di sera, con solo mezz'ora di esercizio fisico nel mezzo. Questa è schiavitù. Temo che non potrà mai resistere."

Resistette, tuttavia, per tutto quel trimestre; tornò a Haworth per un breve riposo a Natale, e di nuovo partì per la vita odiata che conduceva, sgobbando tra estranei. Ma quando la primavera tornò, con la sua febbrile debolezza, con la sua bellezza e i suoi ricordi, in quel luogo severo di esilio, fallì. La sua salute crollò, distrutta dalla nostalgia di casa a lungo repressa. Stanca e mortificata nel cuore, Emily tornò di nuovo a cercare vita e felicità nelle brughiere selvagge di Haworth.

NOTE:

[Nota 4: Mrs. Gaskell.]

CAPITOLO VI.

L'ADOLESCENZA A HAWORTH.

I due anni successivi trascorsero molto solitari per Emily a Haworth; i Bronte erano troppo poveri perché tutti potessero restare a casa, e poiché era stato definitivamente stabilito che Emily non poteva vivere lontano, lavorava duramente a casa mentre le sue sorelle andavano per il mondo a guadagnarsi il pane. Non aveva amiche oltre alle sue sorelle; la lontana Anne era la sua unica confidente. Al di fuori della sua cerchia, l'unica persona che desiderava incontrare era l'amica di Charlotte, Ellen, e, naturalmente, Ellen non veniva a Haworth mentre Charlotte era via. Anche Branwell era assente. Il suo primo incarico fu come assistente in una scuola; ma, mortificato dai sarcasmi dei ragazzi sui suoi capelli rossi e sulla sua "abbattuta piccolezza", lasciò rapidamente il suo posto e tornò a Haworth per confidare la sua vanità ferita alla tenera misericordia della rude e valorosa Emily, o per bighellonare nel villaggio in cerca di una consolazione più pronta.

Poi andò come precettore privato presso una famiglia a Broughton-in-Furness. Una sua lettera da lì spedita a qualche spirito affine a Haworth, morto da tempo, mi è stata prestata per cortesia del signor William Wood, uno degli ultimi compagni di Branwell, nelle cui mani resta il foglio strappato e sbiadito. Gran parte di essa è illeggibile a causa di strappi accidentali e della voluta escissione di passaggi privati, e parte di ciò che si può leggere non può essere citato; così com'è, la lettera è preziosa nel mostrare quali cose nella vita sembrassero desiderabili e degne di essere ottenute per questo fratello, in cui si riponevano grandi speranze, dell'austera Emily, della coraggiosa Charlotte, della pia Anne.

"Broughton-in-Furness, 15 marzo.

"VECCHIO FANTE DI BRISCOLA,

"Non pensare che ti abbia dimenticato, anche se ho tardato così tanto nello scriverti. Il mio proposito era di mandarti una storia non appena avessi trovato i materiali per filarne una. E solo ora ho avuto il tempo di guardarmi intorno e capire dove sono.

"Se mi vedessi ora non mi riconosceresti, e rideresti di sentire la reputazione che la gente mi attribuisce. Oh, la falsità e l'ipocrisia di questo mondo! Sono bloccato in una cittadina ritirata in riva al mare, avvolta da colline boscose che si ergono attorno a me, enormi, rocciose e coperte di nuvole. Il mio datore di lavoro è un magistrato di contea in pensione e grande proprietario terriero, di indole davvero cordiale e generosa. Sua moglie è una donna tranquilla, silenziosa, amabile; i suoi figli sono due ragazzi in gamba e pieni di spirito. Il mio padrone di casa è un rispettabile chirurgo, e sei giorni su sette è ubriaco come un lord; sua moglie è un'anima indaffarata, chiacchierona e di buon cuore; sua figlia--oh! morte e dannazione! Beh, cosa sono io? cioè, cosa pensano che io sia?--un filosofo gentiluomo, sobriissimo, astinente, paziente, di indole mite, virtuoso, il ritratto delle buone opere, il tesoro del pensiero retto. Le carte vengono mescolate sotto la tovaglia, i bicchieri vengono spinti nell'armadio se entro nella stanza. Non prendo né alcolici, né vino, né bevande di malto. Mi vesto di nero e sorrido come un santo o un martire. Ogni signora dice: 'Che buon giovane gentiluomo è il precettore dei Postlethwaite.' Questo è un fatto, come sono un'anima vivente, e rido di loro in modo del tutto confortevole; ma è in questo umore che intendo farli continuare. Ho dato un addio di sei mesi al vecchio amico whisky a Kendal la notte dopo che [partii]. C'era un gruppo di gentiluomini al Royal Hotel; mi sono unito a loro e ho ordinato la cena e un 'toddy caldo come l'Inferno'. Pensavano che fossi un medico e mi hanno messo a capotavola. Ho proposto loro alcuni brindisi del tipo più forte... mandandoli giù nello stesso tempo finché la stanza non girava e le candele danzavano nei loro occhi. Uno era un rispettabile vecchio gentiluomo con la testa incipriata, guance rosee, pancia grassa e dita inanellate... ha iniziato con un discorso, e in due minuti, proprio nel mezzo di una frase grandiosa, si è fermato, ha scosso la testa, ha guardato selvaggiamente intorno, ha balbettato, tossito, si è fermato di nuovo, ha chiesto le sue pantofole, e così il cameriere lo ha aiutato ad andare a letto. Poi un alto scudiero irlandese e un nativo della terra d'Israele hanno iniziato a litigare sulle loro nazioni, e nel calore della discussione si sono scaricati i bicchieri l'un l'altro sulla gola del vicino, invece che sulla propria. Ho consigliato vesciche, salassi [qui illeggibile], così ho scagliato anche io il mio bicchiere sul pavimento e ho giurato che mi sarei unito alla vecchia Irlanda. Ne è seguita una confusione regolare, ma alla fine siamo stati domati, e mi sono ritrovato a letto la mattina dopo, con una bottiglia di birra, un bicchiere e un cavatappi accanto a me. Da allora non ho assaggiato nulla di più forte dell'acqua e latte, né spero di farlo finché non tornerò a Mezza Estate, quando vedremo il da farsi. Sto diventando grasso come il Principe Win a Springhead e pio come il suo amico Parroco Winterbottom. La mia mano non trema più: scrivo ai banchieri di Ulverston con il signor Postlethwaite, e mi siedo a bere il tè e a sparlare con le vecchie signore. Per quanto riguarda le giovani, ne ho una seduta accanto a me proprio ora, viso chiaro, occhi blu, capelli scuri, dolce diciottenne. Non pensa nemmeno che il Diavolo le sia così vicino. Sono stato felice di vedere la tua nota, vecchio Scudiero, ma non capisco una frase--forse saprai cosa intendo............ .......................... Come stanno tutti da te? Bramo... [tutto strappato dopo] tutto sulla gente di Haworth. Il piccolo Naso pensa che io l'abbia dimenticato? No, per Giove! e nemmeno Alick. Gli manderò un ricordo uno di questi giorni. Ma devo parlare con qualcuno di più carino; quindi buonanotte, vecchio mio. Scrivi subito, e credimi, tuo,

"IL FILOSOFO."

La tanto vantata riforma di Branwell non fu mantenuta a lungo. Presto tornò tanto senza cuore, tanto affettuoso, tanto vanitoso, tanto privo di principi quanto prima, per ridere e bighellonare lungo la ripida strada di Haworth. Poi andò a Bradford come ritrattista, e--tanto è impressionante l'audacia--riuscì effettivamente per alcuni mesi a guadagnarsi da vivere lì, sebbene la sua istruzione fosse assai scarsa e, a giudicare dagli esemplari ancora conservati a Haworth, il suo talento naturale fosse allo stesso livello di quello del tipico studente alle prime armi in qualsiasi scuola d'arte. La sua criniera fulva, la sua posa da genio autodidatta, i suoi versi nell'angolo del poeta sul giornale non poterono mantenere a galla per sempre questo ritrattista ventenne, senza istruzione e scialacquatore. Presto ci fu una fine alla sua pittura lì. Scomparve da Bradford improvvisamente, pesantemente indebitato, e si perse di vista, finché, senza forze, ubriacone e mangiatore di oppio, tornò a casa da Emily a Haworth.

Nel frattempo l'impetuosa Charlotte diventava nervosa e debole, la dolce Anne tisica e abbattuta, nel loro lavoro lontano da casa; ed Emily faticava dall'alba al tramonto con la vecchia serva Tabby per la vecchia zia che non si era mai curata di lei, e il vecchio padre sempre cortese e distante.

Conoscevano il volto della necessità più da vicino di quello di qualsiasi amico, quelle ragazze Bronte, e il morso della povertà era per il loro stesso piede; per questo erano sempre premurose verso chiunque cadesse nella stessa condizione. Durante le vacanze di Natale del 1837, la vecchia Tabby cadde sulla ripida e scivolosa strada e si ruppe una gamba. Aveva già quasi settant'anni e poteva fare ben poco lavoro; ora il suo incidente la mise completamente fuori gioco, lasciando Emily, Charlotte e Anne a trascorrere le vacanze di Natale facendo le faccende domestiche e curando l'inferma. Miss Branwell, ansiosa di risparmiare le mani delle ragazze e il portafoglio di suo cognato, insistette affinché Tabby venisse mandata a casa di sua sorella per essere curata e un'altra serva venisse assunta per il Parsonage. Tabby, sosteneva, era abbastanza benestante, sua sorella in condizioni agiate; la cucina del Parsonage poteva fornirle brodi e gelatine in abbondanza, ma perché sprecare il tempo libero delle ragazze e il loro scarso patrimonio per una vecchia serva in grado di mantenersi da sola. Il signor Bronte fu finalmente persuaso, e la sua decisione resa nota. Ma le ragazze non furono persuase. Tabby, sostenevano, era una di famiglia, e si rifiutarono di abbandonarla nella malattia. Non dissero molto, ma fecero più che dire: digiunarono. Quando il tè fu servito, le tre sedettero in silenzio, a digiuno. La mattina dopo trovò la loro volontà ancora più forte della loro fame: nessuna colazione. Fecero il lavoro del giorno, e venne l'ora di cena. Resistettero ancora, pallide e smunte. Allora i superiori cedettero.

Le ragazze ottennero la loro vittoria: non un capriccio ostinato, ma il diritto di compiere un sacrificio generoso e di portare un onorevole fardello.

Quel Natale, naturalmente, non ci poterono essere visite, né il successivo. Tabby fu lenta a guarire; ma non stancò la pazienza delle sue amiche.

Due anni dopo, Charlotte scrive alla sua vecchia compagna di scuola:--

"21 dicembre 1839.

"Siamo al momento, e lo siamo state durante l'ultimo mese, piuttosto occupate, poiché per quello spazio di tempo siamo state senza servitori, eccetto una ragazzina per sbrigare commissioni. La povera Tabby è diventata così zoppa che alla fine è stata costretta a lasciarci. Risiede con sua sorella, in una piccola casa tutta sua, che ha comprato con i propri risparmi un anno o due fa. È molto comoda e non le manca nulla. Poiché è vicina, la vediamo molto spesso. Nel frattempo, Emily ed io siamo sufficientemente occupate, come puoi immaginare: io gestisco la stiratura e tengo pulite le stanze; Emily si occupa della cottura al forno e segue la cucina. Siamo animali così strani che preferiamo questo modo di arrangiarci piuttosto che avere una faccia nuova tra noi. Inoltre, non disperiamo del ritorno di Tabby, e lei non sarà soppiantata da un' estranea in sua assenza. Ho suscitato molto l'ira della zia bruciando i vestiti la prima volta che ho tentato di stirare; ma ora vado meglio. I sentimenti umani sono cose strane; sono molto più felice a passare il lucido nero sulle stufe, rifare i letti e spazzare i pavimenti a casa di quanto lo sarei vivendo come una gran dama in qualsiasi altro posto." [5]

L'anno 1840 trovò Emily, Branwell e Charlotte tutti a casa insieme. Senza forze e dissipato com'era, Branwell era ancora una presenza gradita; il suo discorso gaio risvegliava ancora liete promesse nella famiglia ambiziosa e amorevole che sperava ogni cosa da lui. I suoi errori e le sue colpe venivano perdonati; pensando, povere anime, che le forti passioni che lo portavano fuori strada denotassero un carattere forte e non una volontà priva di potere.

Era ancora in Branwell che riponevano la fama della famiglia. Le loro poesie, le loro storie, erano per queste ragazze solo un legittimo mezzo di divertimento e sollievo. Il serio affare della loro vita era insegnare, cucinare, pulire; guadagnare o risparmiare le pure spese della loro esistenza. Nessun sogno di fama letteraria dava uno scopo alle giornate tranquille di Emily Bronte. Charlotte e Branwell, più impulsivi, più ambiziosi, avevano inviato il loro lavoro a Southey, a Coleridge, a Wordsworth, nella vana, patetica speranza di incoraggiamento o riconoscimento. Non così la più severa Emily, per la quale l'espressione era allo stesso tempo una necessità e un rimpianto. Il cervello di Emily, la scrivania chiusa a chiave di Emily, questi e nient'altro conoscevano il grado della sua passione, del suo genio, del suo potere. Eppure un potere riconosciuto sarebbe stato dolce per quello spirito dominante.

Nel frattempo, la difficoltà immediata era guadagnarsi da vivere. Anche quelle ragazze pazienti e coraggiose non potevano accettare il pensiero di un'intera vita trascorsa in un triste lavoro di governante da parte di Charlotte e Anne, in una solitaria fatica da parte di Emily che restava a casa. Una via d'uscita da questa odiosa prospettiva non sembrava impossibile da raggiungere. Per anni fu la speranza più sfrenata, il sogno caro all'autrice di 'Cime Tempestose' e all'autrice di 'Villette'. E quale era questa cara e audace ambizione?--tenere una scuola per signore a Haworth.

Abbastanza lontano, difficile da raggiungere, appariva loro questo meschino e comune ideale. Poiché la casa con le sue quattro camere da letto avrebbe dovuto essere ampliata; poiché l'istruzione delle ragazze, con il suo anglo-francese e la musica incerta, avrebbe dovuto essere adornata dalle necessarie competenze. Questo avrebbe richiesto tempo; tempo e denaro; due lussi molto difficili da ottenere per le figlie tormentate del Vicario di Haworth. Sospiravano, e improvvisamente si fermavano nel loro fare progetti e stilare circolari. Sembrava così difficile.

Una persona, in effetti, avrebbe potuto aiutarle. Miss Branwell aveva risparmiato dalla sua rendita di 50 sterline l'anno. Aveva una certa somma; abbastanza piccola, ma a Charlotte ed Emily sembrava potente quanto la bacchetta della fata. La domanda era: avrebbe rischiato?

Sembrava di no. La vecchia signora aveva sempre destinato i suoi risparmi principalmente al caro figliol prodigo che portava il suo cognome, ed Emily e Charlotte non erano le sue preferite. Le ragazze in realtà chiedevano solo un prestito, ma lei dubitava, esitava, dubitava ancora. Erano troppo orgogliose per trarre vantaggio da un'offerta fatta così a malincuore; e mentre parlavano ancora di quali mezzi potessero impiegare, mentre faticavano ancora dolorosamente attraverso romanzi francesi impropri come "il miglior sostituto per la conversazione francese", rinunciarono al sogno per il momento, e Charlotte cercò di nuovo una sistemazione. Trascorse quasi un anno prima che la trovasse--un anno felice, pieno di progetti e conversazioni con Emily e libero da qualsiasi ansia più pressante di quella che la salute delicata di Anne dava sempre alle sue sorelle. Branwell era via e se la cavava bene come capostazione a Luddendenfoot, "partito per cercare fortuna nella selvaggia, errante, avventurosa, romantica, cavalleresca capacità di impiegato sulla ferrovia Leeds e Manchester". Ellen venne a stare a Haworth in estate; ora era piuttosto socievole e vivace nella casa grigia sulle brughiere; poiché, costretto dalla salute cagionevole, il signor Bronte aveva ingaggiato l'aiuto di un curato, e il curato di Haworth portava i suoi amici ecclesiastici in casa, con grande disgusto di Emily, e il mezzo sognante turbamento della pensierosa Anne, il che gravava su Charlotte della responsabilità di parlare per tutte e tre.

Nelle vacanze, quando Anne era a casa, tornavano tutta la vecchia allegria e il godimento della vita. C'era, inoltre, il curato, "grazioso, piacevole, spensierato, di buon cuore, generoso, incurante, astuto, volubile e poco clericale", ad aggiungere piccantezza alla situazione. "Si siede di fronte ad Anne in chiesa, sospirando dolcemente e guardando con la coda dell'occhio--e lei è così tranquilla, il suo sguardo così abbassato; sono un quadro", dice la gaia Charlotte. Questo primo curato a Haworth era esente dal liberale disprezzo di Emily; era un favorito in canonica, un giovane intelligente, dallo spirito brillante e di bell'aspetto, molto nelle buone grazie di Miss Branwell. Prendeva in giro e lusingava la vecchia signora con tale grazia da assicurarsi sempre un benvenuto; così che le sue visite quotidiane allo studio del signor Bronte erano quasi sempre seguite da una chiamata nel salotto opposto, quando Miss Branwell lasciava frequentemente il suo ritiro al piano di sopra e si univa alla vivace chiacchierata. Presiedeva sempre al tavolo del tè, al quale il curato era un ospite frequente, e le sue nipoti venivano tenute ben divertite per tutta l'ora del tè dalle piccanti battute del curato, che sbaragliavano la vecchia signora nei suoi piccoli piani di controllo sulle tre ragazze piene di spirito. Nessuna si godeva il divertimento più della tranquilla Emily, sempre presente e divertita, "il suo volto scintillante come sempre quando si divertiva", mi dice la signorina Ellen Nussey. Molte felici leggende, troppo familiari per essere citate qui, registrano il cuore leggero e lo spirito gaio che Emily portava in quei giorni sereni. Stupide, graziose storielle sulla sua impavida protezione delle altre ragazze dai corteggiatori troppo pressanti. Mai duenna fu così galante, così gaia e così inevitabile. In omaggio all'eccellenza del suo aspetto marziale e risoluto in tali occasioni, la piccola famiglia la soprannominò "Il Maggiore", un nome che le rimase addosso nei giorni in cui lo slancio e l'allegria del suo contegno soldatesco furono tristemente sobri, e solo il coraggio e il cuore impavido rimasero.

Ma in questi primi giorni del 1841, Emily era felice quanto le altre ragazze di campagna in salute in una casa congeniale. "Faceva quello che facevamo noi", dice la signorina Nussey, "e non si assentava mai quando poteva evitarlo; la vita in questo periodo doveva esserle stata dolce e piacevole". Una vita uguale, senza ombre, in cui le inezie sembravano di grande importanza. Sentiamo parlare delle piccole gioie e delle avventure di quei giorni, ricordate così fedelmente e a lungo, con una patetica piacevolezza. Sono così lievi, e il loro colore è svanito, come rose pressate, sebbene rimanga ancora una tenue dolcezza. I disastri quando la signorina Branwell era irritabile e non in vena di ricevere i suoi ospiti; l'eccitazione a lungo attesa di una passeggiata sulle brughiere fino a Keighley, dove il curato doveva tenere una conferenza; l'allarme e l'agitazione quando il curato, scoprendo che nessuna delle quattro ragazze aveva mai ricevuto un biglietto di San Valentino, propose di inviarne uno a ciascuna per il giorno di San Valentino successivo. "No, no, le anziane non lo permetterebbero mai, eppure sarebbe certamente un evento ricevere un San Valentino; ancora, ci sarebbe una tale ramanzina da parte della signorina Branwell". "Oh no", disse lui, "li spedirò da Bradford". E a Bradford camminò, dieci miglia andata e ritorno, così che nel fatidico 14 febbraio il postino, atteso con ansia, portò quattro biglietti di San Valentino, tutti su carta delicatamente colorata, tutti arricchiti da un verso di poesia originale, che toccava qualche piacevole caratteristica di ciascuna destinataria. Che ilarità e che confronto di note! Quale compiaciuta finzione di indignazione! Le ragazze decisero di ripagarlo con la stessa moneta, e Charlotte scrisse alcune rime piene di divertimento e scherno che tutte le ragazze firmarono — Emily partecipando a tutto questo con molto spirito e divertimento — e che infine furono spedite tra il mistero e l'allegria segreta.

Alla fine questo piacevole scherzo giunse al termine. Charlotte mise un annuncio per un posto e lo trovò. Mentre era via, ricevette una lettera dalla signorina Wooler, che le offriva l'avviamento della sua scuola a Dewsbury Moor. Era un'occasione da non perdere, sebbene sia difficile immaginare quale incentivo Emily e Charlotte potessero offrire alle loro allieve. Ma era soprattutto necessario creare una casa dove la delicata Anne potesse essere protetta, dove la Emily che soffriva di nostalgia potesse essere felice, dove Charlotte potesse avere il tempo di scrivere, dove tutte potessero vivere e lavorare insieme. L'offerta della signorina Wooler fu immediatamente accettata. La signorina Branwell fu indotta a prestare alle ragazze 100 sterline. Non giunse alcuna risposta dalla signorina Wooler. Allora l'ambiziosa Charlotte, dalla sua posizione lontano, scrisse alla signorina Branwell a Haworth:

"29 settembre 1841.

"Cara zia,

"Non ho saputo nulla della signorina Wooler da quando le ho scritto, comunicandole che avrei accettato la sua offerta. Non posso congetturare il motivo di questo lungo silenzio, a meno che non sia sorto qualche impedimento imprevisto nel concludere l'accordo. Nel frattempo è stato suggerito e approvato dal signor e dalla signora ---- e da altri un piano che desidero ora comunicarvi. I miei amici raccomandano, se desidero assicurarmi un successo permanente, di ritardare l'apertura della scuola di altri sei mesi e di ingegnarmi in ogni modo, con le buone o con le cattive, per trascorrere il tempo intermedio in qualche scuola nel Continente. Dicono che le scuole in Inghilterra siano così numerose, la concorrenza così grande, che senza un tale passo verso il raggiungimento della superiorità, probabilmente avremo una lotta molto dura e potremmo fallire alla fine. Dicono, inoltre, che il prestito di 100 sterline, che siete stata così gentile da offrirci, forse non sarà tutto necessario ora, dato che la signorina Wooler ci presterà i mobili; e che, se l'impresa deve essere buona e di successo, metà della somma, almeno, dovrebbe essere spesa nel modo che ho menzionato, assicurando così un rimborso più rapido sia degli interessi che del capitale.

"Non andrei in Francia o a Parigi. Andrei a Bruxelles, in Belgio. Il costo del viaggio lì, alla tariffa di viaggio più cara, sarebbe di 5 sterline, la vita lì è poco più della metà meno cara di quanto non lo sia in Inghilterra, e le strutture per l'istruzione sono pari o superiori a qualsiasi luogo in Europa. In sei mesi potrei acquisire una totale familiarità con il francese. Potrei migliorare notevolmente in italiano e persino dare una spolverata al tedesco; vale a dire, a condizione che la mia salute continui a essere buona come lo è ora....

"Questi sono vantaggi che si rivelerebbero di reale utilità quando avremo effettivamente avviato una scuola; e, se Emily potesse condividerli con me, potremmo in seguito guadagnarci un posto nel mondo che non potremo mai avere ora. Dico Emily invece di Anne; perché Anne potrebbe fare il suo turno in un periodo futuro, se la nostra scuola avesse successo. Sento con certezza, mentre scrivo, che vedrete la correttezza di ciò che dico. Vi piace sempre usare il vostro denaro nel miglior modo possibile. Non amate fare acquisti meschini; quando concedete un favore, spesso lo fate con stile; e contateci, 50 o 100 sterline, così impiegate, sarebbero ben utilizzate. Naturalmente, non conosco nessun altro amico al mondo a cui potrei rivolgermi su questo argomento oltre a voi. Sento la convinzione assoluta che, se ci venisse concesso questo vantaggio, sarebbe la nostra fortuna per la vita. Papà forse penserà che sia un progetto stravagante e ambizioso; ma chi è mai emerso nel mondo senza ambizione? Quando lasciò l'Irlanda per andare all'Università di Cambridge, era ambizioso quanto lo sono io ora."

Era vero. Deve aver toccato una corda vibrante nel petto del vecchio. Assorbito dai pettegolezzi parrocchiali e dai suoi 'Cottage Poems', non curandosi più del mondo ma solo dei resoconti dei giornali su di esso, attivamente ozioso, vivendo una vita infruttuosa di ascetica autoindulgenza, il Vicario di Haworth era molto orgoglioso del suo passato energico. Lo aveva sempre additato ai suoi figli come un modello da copiare. L'appello di Charlotte avrebbe certamente assicurato suo padre come alleato alla sua causa. La signorina Branwell, d'altra parte, non avrebbe desiderato mostrare ambizione nelle sue nipoti, già troppo irrefrenabili. Ma stava invecchiando; sarebbe stato un conforto per lei, dopo tutto, vederle sistemate, e sistemate prosperamente grazie alla sua generosità. "Conto su di voi, zia, per aiutarci. Penso che non rifiuterete", aveva detto Charlotte. Come avrebbe potuto, davvero, la signorina Branwell, vivendo nella loro casa, essere felice e rifiutare?

Tuttavia, molte discussioni ebbero luogo prima che l'ansiosa Charlotte ottenesse la risposta. Emily, che ne era altrettanto coinvolta, deve aver ascoltato in attesa, in una strana perturbazione di speranza e timore. Lasciare casa: sapeva bene cosa significasse. Da quando aveva sei anni non aveva mai lasciato lo Yorkshire; ma quei mesi di estenuante nostalgia di casa a Roe Head, ad Halifax, devono essere ritornati dolorosamente alla sua memoria. Haworth era salute, contentezza, la possibilità stessa di esistere per questa ragazza. Lasciare Haworth per una città straniera oltre i mari, vedere volti estranei tutt'intorno, sentire e parlare una lingua strana, la prospettiva di avventura tanto gradita a Charlotte deve aver assunto la forma di un incubo per Emily. E per questo doveva sperare; questo doveva desiderare, implorare se necessario, e almeno sostenere. Perché Charlotte diceva che la cosa era essenziale per il loro futuro; e in tutti i dettagli di gestione, la parola di Charlotte era legge per le sue sorelle. Persino Emily, l'indipendente, indomabile Emily, così risoluta nel seguire qualsiasi sentiero scelto, guardava a Charlotte per scegliere la strada negli affari pratici.

Alla fine il consenso fu ottenuto, scritto e spedito. L'allegra Charlotte diede il preavviso ai suoi datori di lavoro e presto partì per casa. C'era molto da fare. "Lettere da scrivere a Bruxelles, a Lilla e a Londra, un sacco di lavoro da sbrigare, oltre a vestiti da riparare". Fu deciso che le sorelle avrebbero rinunciato alla loro possibilità della scuola a Dewsbury Moor, poiché il sito era basso e umido, e non era stato adatto ad Anne. Al loro ritorno da Bruxelles avrebbero aperto una scuola in qualche salubre località balneare nell'East Riding. Burlington era il luogo su cui si soffermava principalmente la loro fantasia. In questo luogo bello e salutare, di fronte al mare, avrebbero affollato le allieve desiderose di ricevere istruzione da tre figlie di un ecclesiastico, "istruite all'estero" (per sei mesi), parlando un francese fluente, un italiano migliorato e una spolverata di tedesco. Un scintillante programma di realizzazioni danzava davanti ai loro occhi.

C'erano, tuttavia, molte difficoltà pratiche da superare prima. Il primissimo passo, la scelta di una scuola, era difficile da compiere. Charlotte scrive a Ellen:

"20 gennaio 1842.

"Prevediamo di lasciare l'Inghilterra tra circa tre settimane, ma non siamo ancora certe del giorno, poiché dipenderà dalla comodità di una signora francese ora a Londra, Madame Marzials, sotto la cui scorta dobbiamo salpare. Il nostro luogo di destinazione è cambiato. Papà ha ricevuto un resoconto sfavorevole dal signor, o piuttosto dalla signora Jenkins, sulle scuole francesi a Bruxelles, rappresentandole come di una casta inferiore sotto molti aspetti. Dopo ulteriori indagini, un istituto a Lilla nel nord della Francia è stato caldamente raccomandato da Baptist Noel e da altri ecclesiastici, ed è lì che è deciso che andremo. I termini sono 50 sterline l'anno per ogni allieva solo per vitto e francese; ma per questa somma sarà concessa una stanza separata; senza questa indulgenza sono qualcosa di meno. Ho considerato gentile da parte della zia acconsentire a una somma extra per una stanza separata. Troveremo che sia un grande privilegio sotto molti aspetti. Mi rammarico del cambiamento da Bruxelles a Lilla per molte ragioni."

Per Charlotte rammaricarsi del cambiamento significava che doveva essere scoperto un miglioramento. Aveva messo il cuore nell'andare a Bruxelles; la signora Jenkins raddoppiò i suoi sforzi e alla fine scoprì il Pensionnat di Madame Heger in Rue d'Isabelle.

Lì, come tutto il mondo sa, Charlotte ed Emily Brontë, entrambe maggiorenni, andarono a scuola.

"Lasceremo l'Inghilterra tra circa tre settimane". Le parole avevano un suono di felice audacia alle orecchie di Charlotte. Da quando, a sei anni, era partita sola per scoprire la Città d'Oro, il romanticismo, la scoperta, l'avventura erano state dolci promesse per lei. Aveva spesso desiderato vedere il mondo; ora lo vedrà. Aveva avuto sete di conoscenza; ecco la fonte. Desiderava aggiungere nuove note a quella gamma del carattere umano che poteva suonare con una scienza così profonda; farà un capolavoro dei suoi acquisti. In questo periodo le sue lettere sono piene di affaccendata gaiezza, dando resoconti del suo lavoro, facendo progetti, scherzando. Una giovane donna felice e piena di speranza come chiunque viva nella parrocchia di Haworth.

Emily è diversa. È lei che ha immaginato la ragazza in paradiso che si spezzava il cuore piangendo per la terra, finché gli angeli non la cacciarono via con rabbia, e la gettarono in mezzo alla brughiera, per risvegliarsi lì singhiozzando di gioia. Non le importava di conoscere gente nuova; odia gli estranei; camminare con il suo bulldog, Keeper, sulle brughiere è la sua migliore avventura. Imparare cose nuove va benissimo, ma lei apprezza sopra ogni cosa l'originalità e il selvaggio sapore provinciale della sua casa. Ciò che ama fortemente, profondamente, è la sua casa nella brughiera, la sua gente, le creature nella landa, i cani che mangiano sempre dalle sue mani, i fiori nel triste giardino che crescono solo grazie alla cura infinita che lei prodiga loro. La spina nana sotto la quale siede per scrivere le sue poesie è più bella per lei dei cedri del Libano. A ognuna di queste deve ora dire addio. È con un tono diverso che dice nei suoi addii: "Lasceremo l'Inghilterra tra circa tre settimane".

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 5: Mrs. Gaskell.]

[Nota 6: Mrs. Gaskell.]

CAPITOLO VII.

IN RUE D'ISABELLE.

La Rue d'Isabelle aveva un carattere tutto suo. Si trova sotto i vostri piedi mentre state in Rue Royale, vicino alla statua del Generale Beliard. Quattro rampe di scale conducono giù alla strada, metà giardino, metà vecchie case, con a un'estremità un grande palazzo quadrato, che possiede il giardino che corre dietro di esso e alla sua destra. La casa è vecchia; un'iscrizione latina mostra che fu donata alla grande Gilda dei Balestrieri dalla Regina Isabella nei primi anni del XVII secolo. Il giardino è più antico; molto prima che la Gilda dei Balestrieri del Grande Giuramento, in ossequio al desiderio della Regina Isabella, permettesse che la strada fosse costruita attraverso di esso, il giardino era stato il loro luogo di esercitazione. Lì Isabella stessa, membro del loro ordine, aveva abbattuto l'uccello. Ma il giardino aveva un passato ancora più antico; quando meli, peri e viali di ciliegi di Bruges, quando aiuole di maggiorana e menta, di timo e basilico riempivano il frutteto e l'erbario dell'Ospedale dei Poveri. E il giardino stesso, prima che alberi o fiori fossero piantati, aveva risuonato con il guaito dei segugi del Duca, quando, nel XIII secolo, era stato la Fosse-aux-chiens. Questo giardino storico, questo palazzo, costruito da una regina per un grande ordine, apparteneva nel 1842 a Monsieur e Madame Heger, ed era un famoso Pensionnat de Demoiselles.

Lì il Vicario di Haworth portò le sue due figlie un giorno di febbraio, trascorse una notte a Bruxelles e tornò dritto alla sua vecchia casa sulle brughiere, così moderna in confronto al palazzo in Rue d'Isabelle. Un cambiamento, davvero, per Emily e Charlotte. Anche oggi, Bruxelles (il quartier generale del cattolicesimo molto più della moderna Roma) ha un gusto per la sfarzo che richiama i giorni medievali. Le strade addobbate con fronde e cosparse di fiori, attraverso le quali passano lentamente le processioni della Chiesa, bambini vestiti di bianco, ragazzi come angeli che spargono rose, portabandiera con vessilli blasonati. Coristi in cotta che cantano lodi latine, accoliti in scarlatto che agitano incensieri, reliquiari e immagini, davanti ai quali la gente cade in ginocchio in preghiera; tutto ciò oggi non è una vista insolita a Bruxelles, e deve essere stato ancora più frequente nel 1842.

Il mercato dei fiori all'aperto, con garofani, alti gigli candidi e delicate rose d'amour, che riempiono la pittoresca piazza medievale davanti alla bellissima antica facciata dell'Hotel de Ville. Ste.-Gudule con le sue guglie e i suoi archi; la Montagne de la Cour (ripida quasi quanto la strada di Haworth), le sue finestre in fiamme di notte con gioielli; il piccolo, incantevole parco, i suoi grandi olmi che stanno appena mettendo le foglie, le sue statue che stanno appena scoppiando dai loro involucri invernali di paglia; le gallerie di antichi dipinti, le loro pareti una sobria gloria di colori, blu, profondi come una notte d'estate, ricchi rossi, ori bruni, verdi vividissimi.

Tutto questo avrebbe dovuto fare impressione sulle due ragazze casalinghe dello Yorkshire; e Charlotte, infatti, percepì qualcosa della sua bellezza e stranezza. Ma Emily, per un amaro senso di esilio, per una naturale ristrettezza di spirito, si ribellò contro tutto ciò come un insulto alla memoria della sua casa; desiderava, senza speranza, inutilmente, Haworth. Le due Brontë erano molto diverse dalle scolare belghe nel Pensionnat di Madame Heger. Erano, per una cosa, ridicolmente vecchie per andare a scuola — ventiquattro e ventisei anni — e sembravano sentire la loro posizione; il loro modo di parlare era forzato e strano; tutti i "romanzi francesi scettici, malvagi, immorali, oltre quaranta, il miglior sostituto per la conversazione francese che si possa incontrare", che le ragazze avevano faticosamente letto con tanta singolarità di spirito, non avevano curato la larghezza del loro accento né gli idiomi artificiali del loro francese dello Yorkshire. Monsieur Heger, infatti, considerava che non sapessero affatto il francese. I loro modi, persino tra gli inglesi, erano rigidi e compassati; la cordiale, volgare, gioviale espansione delle loro compagne di scuola belghe deve averle fatte sembrare senza vita come marionette. Il loro abbigliamento — Haworth si era permesso di meravigliarsi dell'incongruenza di quelle sorprendenti maniche a coscia di montone (il capriccio preferito di Emily dentro e fuori la moda), della magrezza mal tagliata di quelle gonne, abbastanza goffe sulla rotonda piccola Charlotte, ma una vera caricatura del medievalismo sulla figura alta, sottile e slanciata di Emily. Sapevano di non essere nel loro elemento e restavano vicine, parlando raramente. Eppure Monsieur Heger, osservando pazientemente, sentiva la presenza di uno strano potere sotto quegli esteriori goffi.

Uno strano ometto di grande penetrazione, questo maestro di scuola francese. "_Homme de zèle et de conscience, il possède à un haut degré l'éloquence du bon sens et du coeur._" Feroce e dispotico nell'esigere obbedienza, eppure tenero di cuore, magnanimo e tirannico, assurdamente vanitoso e assolutamente altruista. La scuola di sua moglie era un regno per lui; vi portava un'energia, uno zelo, una facoltà di amministrazione degni di governare un regno. Fu con il diletto di un botanico che scopre una pianta rara nel suo giardino, di un politico che scorge un futuro statista nella sua culla, che percepì l'insolita facoltà che elevava le sue due allieve inglesi sopra le loro compagne. Le osservò in silenzio per alcune settimane. Quando fu del tutto sicuro, si fece avanti e, per così dire, le rivendicò per sé.

Charlotte accettò subito il giogo. Tutto ciò che le ordinava di fare, si sforzava di compierlo; seguiva i suoi fili di pensiero; adottava lo stile che raccomandava; gli dava in cambio di tutte le sue pene l'obbedienza più instancabile, l'affettuosa comprensione di una grande intelligenza. Scrive a Ellen della sua gioia nell'imparare e servire: "È molto naturale per me sottomettermi, molto innaturale comandare".

Non così con Emily. Le qualità che sua sorella comprendeva e accettava, la irritavano indicibilmente. La maestria nelle piccole cose, l'irritabilità, la vigilanza del focoso piccolo professore di retorica erano assolutamente sgradevoli per lei. Contradiceva le sue teorie in faccia; faceva bene le sue lezioni, ma come sceglieva di farle. Era indomabile, feroce, implacabile, quanto Charlotte era pronta e sottomessa. E tuttavia era Emily ad avere la parte maggiore dell'ammirazione di Monsieur Heger. Egoista ed esigente la considerava, lei che non cedeva mai al suo petulante, innocuo egoismo, che non cedeva mai alla sua benevola tirannia; ma le riconosceva poteri logici, una capacità di argomentazione insolita in un uomo, e rara, davvero, in una donna. Lei, non Charlotte, era il genio ai suoi occhi, sebbene si lamentasse che la sua testarda volontà la rendesse sorda a ogni ragione, quando la sua stessa determinazione, o il suo stesso senso del giusto, erano in questione. Immaginava che potesse essere una grande storica, così disse alla signora Gaskell. "La sua facoltà di immaginazione era tale, le sue visioni di scene e personaggi sarebbero state così vivide e così potentemente espresse, e sostenute da tale sfoggio di argomentazioni, che avrebbe dominato il lettore, quali che fossero le sue opinioni precedenti o la sua percezione più fredda della verità. Sarebbe dovuta essere un uomo: un grande navigatore!" gridò il piccolo, oscuro, entusiasta retore. "La sua potente ragione avrebbe dedotto nuove sfere di scoperta dalla conoscenza di quelle antiche; e la sua forte volontà imperiosa non sarebbe mai stata scoraggiata dall'opposizione o dalla difficoltà; non avrebbe mai ceduto se non con la vita!"

Eppure non furono mai amici; sebbene Monsieur Heger potesse parlare così bene di Emily in un momento, si ricordi, in cui erano le lodi di Charlotte a essere cercate, quando il genio di Emily era considerato come un incubo di potenza spaventosa, quello di una lunatica. Lui e lei erano entrambi troppo imperiosi, troppo indipendenti, troppo testardi. Una coppia di spade, nessuna delle quali poteva servire a rinfoderare l'altra.

Quel tempo a Bruxelles fu sprecato per Emily. I personaggi triviali che Charlotte rese immortali la infastidivano semplicemente. Le nuove impressioni che davano un altro respiro alla visione di Charlotte non erano nulla per lei. Tutto ciò che era grandioso, notevole, appassionato, sotto la superficie di quel convenzionale Pensionnat de Demoiselles, era invisibile a Emily. Nonostante il suo genio, era molto dura e ristretta.

Povera ragazza, aveva nostalgia di casa. Per lei tutto non era nulla, meno che un sogno, quel luogo in cui viveva. L'assorbimento di Charlotte nella sua nuova vita, il suo desiderio di compiacere il padrone, era una debolezza spregevole per quel cuore amareggiato. Rideva quando scopriva la sorella maggiore intenta a cercare di sistemare i suoi abiti casalinghi secondo il gusto francese, e procedeva silenziosamente attraverso le ampie aule scolastiche con una feroce soddisfazione per le sue maniche brutte, per il taglio Haworth delle sue gonne. Raramente rivolgeva la parola a qualcuno; solo a volte discuteva con Monsieur Heger, forse segretamente lieta di avere l'occasione di scandalizzare Charlotte. Se uscivano per il tè, sedeva immobile sulla sedia, rispondendo "Sì" e "No"; inerte, infelice, con il cuore pieno di lacrime. Quando il suo lavoro era terminato, passeggiava nell'antico giardino dei balestrieri, sotto gli alberi, appoggiata al braccio della sorella più piccola, pallida, silenziosa: una figura alta e curva. Spesso non diceva nulla. Anche Charlotte era molto proficuamente silenziosa; sotto i suoi occhi 'Villette' stava prendendo forma. Ma Emily non pensava a Bruxelles. Stava sognando Haworth.

Una poesia che scrisse in questo periodo può essere citata qui appropriatamente. Era, ci dice Charlotte, "composta al crepuscolo, nell'aula scolastica, quando l'ozio dell'ora di ricreazione serale riportava, in piena marea, i pensieri di casa":

"Ancora un poco, ancora un poco, Il compito stancante è messo da parte, E posso cantare e posso sorridere Ugualmente, finché ho vacanza.

"Dove andrai, mio cuore tormentato-- Quale pensiero, quale scena ti invita ora? Quale luogo, vicino o lontano, Ha riposo per te, mia fronte stanca?

"C'è un luogo tra aride colline, Dove l'inverno ulula e la pioggia batte; Ma, se la tetra tempesta raggela, C'è una luce che riscalda ancora.

"La casa è vecchia, gli alberi sono spogli, Senza luna sopra si curva la cupola del crepuscolo, Ma cosa al mondo è cara la metà-- Così agognata--come il focolare di casa?

"L'uccello muto seduto sulla pietra, Il muschio scuro che gocciola dal muro, Il biancospino emaciato, i sentieri invasi, Li amo; come li amo tutti!

"E, mentre meditavo, la stanza nuda, La luce aliena del fuoco svanì; E dal mezzo di una cupa tristezza Passai al giorno luminoso, senza nubi.

"Un piccolo e solitario viottolo verde, Che si apriva su un ampio terreno comune; Una lontana, tetra, fioca, azzurra catena Di montagne che circondano ogni lato:

"Un cielo così caro, una terra così calma, Così dolce, così morbida, un'aria così silenziosa; E--approfondendo ancora l'incanto simile a un sogno-- Selvagge pecore della brughiera che pascolano ovunque.

"Quella era la scena, la conoscevo bene; Conoscevo il fruscio del sentiero erboso, Che, serpeggiando sopra ogni rigonfiamento ondoso, Tracciava i sentieri delle pecore erranti.

"Potessi essermi trattenuta solo un'ora, Avrebbe ben ripagato una settimana di fatica; Ma la verità ha bandito il potere della fantasia, La costrizione e il pesante compito ricadono.

"Proprio mentre stavo con occhio rapito, Assorta in una beatitudine così profonda e cara, La mia ora di riposo era trascorsa, E ritornarono lavoro, schiavitù, cura."

Charlotte intanto scrive di buon umore, anzi ad alto spirito, alla sua amica: "Penso di non essere mai infelice, la mia vita attuale è così deliziosa, così congeniale, rispetto a quella di una governante. Il mio tempo, costantemente occupato, passa troppo rapidamente. Finora sia Emily che io abbiamo avuto buona salute, e quindi siamo state in grado di lavorare bene. C'è un individuo di cui non ho ancora parlato--Monsieur Heger, il marito di Madame. È professore di retorica--un uomo di potere quanto a mente, ma molto collerico e irritabile quanto a temperamento--un esserino nero e brutto, con un volto che varia nell'espressione; a volte prende i lineamenti di un gatto maschio folle, a volte quelli di una iena delirante, occasionalmente--ma molto raramente--scarta queste pericolose attrazioni e assume un'aria non cento volte distante da quella che chiameresti mite e signorile. È molto arrabbiato con me proprio in questo momento, perché ho scritto una traduzione che ha scelto di stigmatizzare come 'peu correct'. Non me lo ha detto, ma ha scritto le parole sul margine del mio libro, e ha chiesto, in frasi brevi e severe, come accadeva che le mie composizioni fossero sempre migliori delle mie traduzioni? aggiungendo che la cosa gli sembrava inspiegabile."

Il lettore avrà già riconosciuto nel piccolo, nero, brutto e collerico professore di retorica, l'unico eroe assolutamente naturale di un romanzo femminile, la figura amata e stravagante dell'immortale Monsieur Paul Emanuel.

"Lui ed Emily," aggiunge Charlotte, "non vanno affatto d'accordo. Emily lavora come un cavallo, e ha avuto grandi difficoltà da affrontare, molto maggiori di quelle che ho avuto io."

Emily lavorava davvero sodo. Era lì per lavorare, e non finché non avesse imparato una certa quantità la sua coscienza le avrebbe permesso di tornare a Haworth. Era per la cara libertà che lavorava. Iniziò il tedesco, uno studio preferito negli anni successivi, e di un certo scopo, poiché lo stile di Hoffmann lasciò la sua impressione sull'autrice di 'Cime Tempestose'. Lavorò duramente alla musica; e in mezzo anno la studentessa malferma divenne una musicista brillante e competente. Si dice che il suo modo di suonare fosse singolarmente accurato, vivido e pieno di fuoco. Anche il francese, sia nella grammatica che nella letteratura, era uno studio costante.

Monsieur Heger riconobbe il fatto che nel trattare con le Bronte non doveva fare le solite concessioni all'inesperienza non sviluppata di una studentessa. Queste erano donne di intelligenza matura e notevole. Il metodo che adottò nell'insegnare loro era piuttosto quello di un professore universitario che quello solitamente usato in un pensionato. Sceglieva qualche capolavoro di stile francese, qualche passaggio di eloquenza o ritrattistica, lo leggeva loro con una breve lezione sulle sue qualità distintive, sottolineando cosa fosse esagerato, cosa appropriato, cosa falso, cosa sottile nella concezione dell'autore o nel suo modo di esprimerlo. Venivano poi congedate per fare una composizione simile, senza l'aiuto di grammatica o dizionario, avvalendosi il più possibile delle sfumature di stile e delle peculiarità di metodo dello scrittore scelto come modello del momento. In questo modo le ragazze divennero intimamente familiari con la tecnica letteraria dei migliori maestri francesi. Per Charlotte le lezioni erano di incalcolabile valore, perfezionando in lei quello stile chiaro e accurato che rende il suo miglior lavoro mai noioso, mai antiquato. Ma il solo pensiero di imitare qualcuno, specialmente di imitare qualsiasi scrittore francese, era ripugnante per Emily, "rustica fin dentro, legata alla brughiera, selvaggia e nodosa come una radice di erica."[7] Quando Monsieur Heger ebbe spiegato loro il suo piano, "Emily parlò per prima; e disse che non vedeva alcun bene da ricavarne; e che adottandolo avrebbero perso ogni originalità di pensiero ed espressione. Avrebbe intrapreso una discussione sull'argomento, ma per questo Monsieur Heger non aveva tempo. Charlotte parlò allora; anch'essa dubitava del successo del piano; ma avrebbe seguito il consiglio di Monsieur Heger, perché era tenuta a obbedirgli finché era sua allieva."[8] Charlotte trovò presto un vivo godimento in questo tipo di composizione letteraria, eppure il devoir di Emily era il migliore. Non sono, ahimè, più visibili, non più sotto la custodia di un custode così cortese e orgoglioso come quello con cui ebbe a che fare la signora Gaskell; ma lei e Monsieur Heger hanno entrambi espresso le loro opinioni che nel genio, nell'immaginazione, nel potere e nella forza del linguaggio, Emily fosse la superiore delle due sorelle.

Così grande era la personalità di questa energica, silenziosa, pensierosa, malvestita giovane inglese, che tutti coloro che la conoscevano riconoscevano in lei il genio che erano lenti a percepire nella sorella più socievole e veemente. Madame Heger, la mondana, dal comportamento freddo, surveillante di Villette, ammise la singolare forza di una natura più antipatica alla propria. Eppure Emily non aveva compagni; l'unica persona di cui sentiamo parlare, anche nei termini più negativi di cordialità, è una delle insegnanti, una certa Mademoiselle Marie, "di talento e originale, ma dai modi ripugnanti e arbitrari, che hanno reso l'intera scuola, eccetto Emily ed io, i suoi acerrimi nemici." Non meno arbitraria e ripugnante sembrava la povera Emily stessa, un rametto di erica viola in discordia con quei gerani e lobelie luminosi e lisci; Emily, di cui ogni amico sopravvissuto elogia l'infallibile, tranquillo altruismo, lo spirito gioviale pronto ad aiutare, l'affetto timido ma fedele. Era così completamente hors de son assiette che persino le sue virtù erano fuori posto.

C'era sempre una cosa che poteva fare, una cosa naturale come il respiro per Emily--il lavoro determinato. In quel misericordioso assorbimento poteva dimenticare la sua stanchezza straziante e la stridente stranezza delle cose; ogni lezione conquistata era un altro passo compiuto sulla lunga strada di casa. E le giornate concedevano ampio spazio al lavoro, sebbene fosse sostenuto da una dieta piuttosto magra.

Contando le pensionanti e le esterne, la scuola di Madame Heger contava oltre cento alunne. Queste erano divise in tre classi; la seconda, in cui si trovavano le Bronte, conteneva sessanta studentesse. Nell'ultima fila, fianco a fianco, assorte e silenziose, sedevano Emily e Charlotte. Poco dopo essersi alzate, alle pensionanti veniva data la loro leggera colazione belga di caffè e panini. Poi dalle nove alle dodici studiavano. Tre maestre e sette professori erano impegnati a seguire le diverse classi. A mezzogiorno un pranzo di pane e frutta; poi un giro nel viale verde, Charlotte ed Emily camminavano sempre insieme. Dall'una alle due lavori di ricamo; dalle due alle quattro, di nuovo lezioni. Poi la cena: l'unico pasto solido della giornata. Dalle cinque alle sei l'ora era libera, l'ora di meditazione di Emily. Dalle sei alle sette la terribile lecture pieuse, odiosa allo spirito protestante delle Bronte. Alle otto una cena di panini e acqua; poi le preghiere, e a letto.

La stanza in cui dormivano era un lungo dormitorio scolastico. Dopo tutto non riuscirono a ottenere il lusso, tanto desiderato, di una stanza separata. Ma i loro due letti erano soli insieme all'estremità, velati da tende bianche; discreti e ritirati come loro stesse. Qui, dopo il duro lavoro della giornata, dormivano. Nel sonno, non si è più in esilio.

Ma spesso Emily non dormiva. Il vecchio dolore ben noto, l'insonnia, il desiderio, stavano ricominciando a rilassare le sue stesse corde del cuore. "Seguirono la stessa sofferenza e il conflitto, accentuati dal forte contraccolpo del suo retto spirito eretico e inglese dalla gentile gesuitica del sistema straniero e romano. Ancora una volta sembrò affondare, ma questa volta si riprese attraverso la pura forza della risoluzione: con interiore rimorso e vergogna guardò indietro al suo precedente fallimento, e decise di conquistare, ma la vittoria le costò cara. Non fu mai felice finché non portò la sua conoscenza duramente guadagnata nel remoto villaggio inglese, nella vecchia casa della canonica e nelle desolate colline dello Yorkshire."[9]

Ma non ancora, non ancora, questa felicità! L'opportunità che era stata così duramente guadagnata non doveva essere gettata via prima che ne fosse stato tratto il massimo. E non era completamente sola. Charlotte era lì. Il successo che aveva nel suo lavoro deve aver aiutato un po' a rendere la sua casa straniera tollerabile per lei. Presto seppe abbastanza di musica da dare lezioni alle alunne più giovani. Poi il tedesco, che costava a lei e a Charlotte dieci franchi extra al mese, oltre a molto studio e lotta severi. Charlotte scrive in estate: "Emily sta facendo rapidi progressi in francese, tedesco, musica e disegno. Monsieur e Madame Heger iniziano a riconoscere le parti preziose del suo carattere sotto le sue singolarità."

Era dubbio, persino, se sarebbero tornate a casa a settembre. Madame Heger fece una proposta alle sue due allieve inglesi affinché rimanessero, senza pagare, ma senza stipendio, per mezzo anno. Avrebbe licenziato la sua insegnante di inglese, il cui posto sarebbe stato preso da Charlotte. Emily doveva insegnare musica alle allieve più giovani. La proposta era gentile e sarebbe stata di vantaggio alle sorelle.

Charlotte si dichiarò incline ad accettarla. "Sono stata felice a Bruxelles," asserì. E Emily, sebbene lei, in verità, non fosse felice, riconobbe il beneficio da trarre da un periodo di studio più lungo. Sei mesi, dopo tutto, erano piuttosto brevi per acquisire una conoscenza approfondita del francese, con l'italiano e il tedesco, quando si aggiungono a queste acquisizioni la musica e il disegno, su cui Emily lavorava di buona lena. Inoltre, non poteva fallire di nuovo, non poteva tornare a Haworth lasciando Charlotte indietro; né poteva rovinare il futuro di Charlotte persuadendola a rifiutare i termini di Madame Heger. Così entrambe le sorelle accettarono di rimanere a Bruxelles. Non erano completamente senza amici lì; due signorine Taylor, compagne di scuola e care amiche di Charlotte, erano a scuola al Chateau de Kokleberg, appena fuori le barriere. I lettori di 'Shirley' le conoscono come Rose e Jessie Yorke. Le Bronte le incontravano spesso, quasi ogni settimana, presso alcuni cugini dei Taylor, che vivevano in città. Ma questo diversivo, piacevole per Charlotte, era solo un ulteriore fastidio per Emily. Sedeva rigida e silenziosa, incapace di dire una parola, desiderando di essere da qualche parte a suo agio. Anche la signora Jenkins aveva iniziato chiedendo loro di passare le domeniche con lei; ma Emily non diceva mai una parola, e Charlotte, sebbene a volte si eccitasse e parlasse bene e con veemenza, non si avventurava mai in un'opinione finché non si era gradualmente girata sulla sedia dando le spalle alla persona a cui si rivolgeva. Erano così timide, così rustiche, che la signora Jenkins smise di invitarle, sentendo che non amavano rifiutare, e non trovavano alcun piacere nel venire. Charlotte, in verità, aveva ancora i Taylor, i loro cugini, e la famiglia di un medico che viveva in città, la cui figlia era un'allieva e amica sua. Charlotte, inoltre, aveva Madame Heger e il suo ammirato professore di retorica; ma Emily non aveva alcun amico eccetto sua sorella.

Ciononostante fu deciso che sarebbero rimaste. Le grandes vacances iniziarono il 15 agosto, e, poiché il viaggio per lo Yorkshire costava così tanto, e poiché erano ansiose di lavorare, le ragazze Bronte passarono le vacanze in Rue d'Isabelle. Oltre a loro rimasero solo sei o otto pensionanti. Tutti i loro amici erano via per le vacanze; ma lavorarono duramente, preparando le loro lezioni per i maestri che, senza vacanze come loro, erano rimasti indietro nella bianca, polverosa, torrida, afosa Bruxelles, per tenere lezioni alla scarsa classe del pensionato di Madame Heger.

Così le tetre sei settimane passarono. In ottobre il trimestre ricominciò, le allieve tornarono, nuove allieve furono ammesse, Monsieur Heger era più gesticolante, veemente, dominante del solito, e Madame, nel suo modo silenzioso, non era meno occupata. Vita e giovinezza riempirono le stanze vuote. Le ragazze Bronte, tristi abbastanza in verità, poiché la loro amica Martha Taylor era morta improvvisamente al Chateau de Kokleberg, erano, nonostante ciò, in grado di sentirsi in una posizione più naturale per donne della loro età. Charlotte, d'ora in poi, per ordine di Monsieur Heger, "Mademoiselle Charlotte," era la nuova insegnante di inglese; Emily l'assistente maestra di musica. Ma, a metà ottobre, nel primo fervore del loro impiego, giunse un improvviso richiamo a Haworth. La signorina Branwell era molto malata. Immediatamente le due ragazze, che le dovevano così tanto, che, se non fosse stato per la sua generosità, non avrebbero mai potuto essere così lontane nel momento del bisogno, decisero di tornare a casa. Comunicarono la loro determinazione a Monsieur e Madame Heger, che, sufficientemente generosi da mettere il dovere delle ragazze prima della propria convenienza, le sostennero nel loro corso. Fecero frettolosamente i bagagli, presero i posti via Anversa per Londra, e si prepararono a partire. All'ultimo momento, i bauli fatti, la mattina presto arrivò il postino. Portava un'altra lettera da Haworth. La loro zia era morta.

Tanto più grande era il bisogno che tornassero a casa in fretta. Il loro padre, rimasto senza la sua compagna di vent'anni, per badare alla sua casa, per leggergli la sera, per discutere con lui su basi di parità, il loro padre sarebbe stato solo e addolorato. D'ora in poi una delle sue figlie doveva restare con lui. Anne era in una posizione eccellente; dovevano chiederle di rinunciarvi? E cosa ora della scuola, la scuola a Burlington? C'era molto su cui consultarsi e riflettere; dovevano correre a casa. Così, conoscendo il peggio, il loro futuro appeso fuori forma e sciolto davanti ai loro occhi, iniziarono il loro triste viaggio non sapendo se o quando sarebbero potute tornare.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 7: C. Bronte.]

[Nota 8: Mrs. Gaskell.]

[Nota 9: C. Bronte. Memoria delle sue sorelle.]

CAPITOLO VIII.

UN RITROSPETTIVA.

"Povera, brillante, allegra, lunatica, abbattuta, selvaggiamente eccitabile, infelice Bronte! Nessuna storia registra le tue molte lotte verso il bene--il tuo spirito, brillantezza, attrattiva, desiderio di eccitazione--tutte le qualità che ti rendevano così 'buona compagnia' e ti trascinarono in una tomba prematura."

Così esclama il signor Francis H. Grundy, ricordando il compagno di baldoria dei suoi primi anni, la creatura mezzo folle e pietosa che l'oppio e il brandy avevano fatto del brillante Branwell a ventidue anni. Tornato da Bradford, il suo sistema nervoso straziato dai fumi dell'oppio, aveva bighellonato per Haworth finché suo padre, ostinato com'era, percepì l'ovvio fatto che ogni giorno di ozio portava il suo unico figlio più disperatamente verso l'abisso della rovina. Alla fine esercitò la sua influenza per trovare del lavoro per Branwell, e ottenne per il suo scapestrato, fantasioso, morboso ragazzo il posto di capostazione in un piccolo luogo lungo la strada, di nome Luddendenfoot, sulla ferrovia Lancashire e Yorkshire. Lì andò alcuni mesi prima che Charlotte ed Emily partissero per Bruxelles. Fu lì che il signor Grundy lo incontrò; un capostazione originale.

"Se una posizione fosse stata scelta per questa strana creatura allo scopo di spingerlo diversi passi verso il male, sarebbe dovuta essere questa. La linea era stata appena aperta. La stazione era una rozza capanna di legno, e non c'era alcun villaggio nelle vicinanze. Solo nelle terre selvagge dello Yorkshire, con pochi libri, poco da fare, nessuna prospettiva, e una paga misera, senza alcuna società congeniale al suo gusto migliore, ma piena di produttori selvaggi, baldanzosi, testardi, mezzo istruiti, che lo avrebbero accolto nelle loro case, e bevuto con lui tutte le volte che avesse scelto di andare, cosa doveva fare quest'uomo morboso, che non sopportava di stare solo?"[10]

Ciò che Branwell faceva sempre, in breve, era ciò che era più facile per lui fare. Beveva fino a diventare violento, quando non beveva fino a diventare sdolcinato. Lasciava il facchino alla stazione a tenere i libri, e se ne andava per giorni "a bere" con i suoi amici e compagni di bagordi. Intorno a questo periodo il signor Grundy, allora ingegnere ad Halifax, incontrò la povera, mezza demente, sola creatura, e per un po' le cose andarono un po' meglio.

L'alcol e la rivolta non avevano abbellito il tesoro dalla criniera fulva, ridente e bello di Haworth. Ecco il suo ritratto come appariva in questo momento al suo amico:

"Era insignificantemente piccolo--una delle prove della sua vita. Aveva una massa di capelli rossi, che portava spazzolati alti sulla fronte--per aiutare la sua altezza, immagino--una grande fronte intellettuale, bitorzoluta, quasi la metà delle dimensioni dell'intero contorno facciale; piccoli occhi da furetto, infossati e ancora più nascosti dagli occhiali mai rimossi; naso prominente, ma lineamenti inferiori deboli. Aveva uno sguardo abbassato, che non variava mai, tranne che per un rapido sguardo momentaneo a lunghi intervalli. Piccolo e magro di persona, era l'opposto di attraente a prima vista."

Eppure questo insignificante, infossato frammento di umanità aveva un incantesimo per coloro che lo sentivano parlare. Non c'era soggetto, morale, intellettuale o filosofico troppo remoto o troppo profondo per lui da misurarlo in un momento, con il sempre pronto, fallace filo a piombo della sua brillante vanità. Parlava per ore: era eloquente, convincente, quasi nobile; e in seguito accompagnava il suo pubblico alla taverna più vicina.

"A volte andavamo in calesse ad Haworth (dodici miglia) e visitavamo la sua gente. Lì era al suo meglio, ed era eloquente e divertente, sebbene a volte scoppiasse in lacrime al ritorno, e giurasse che intendeva emendarsi. Credo, tuttavia, che fosse mezzo pazzo e non potesse controllarsi."[11]

Così i suoi amici devono pensare con gentilezza. Pazzo; se ossessionanti, morbose paure e fantasie evocate da droghe velenose e mai da placare; se una volontà prostrata sotto il giogo di abitudini impure; se una costituzione incline al disturbo nervoso e rovinata da un eccesso precoce; se tali cose che lo costringono con una pressione quotidiana impercettibile a scegliere le cose che detestava, a essere la cosa che temeva, a recitare una parte ripugnante per la sua anima; se tale estraniamento e falsificazione del vero sé di un uomo può contare come follia, lo sfortunato, inutile ragazzo era pazzo.

Deve essergli stato amaro, tornando a casa, essere accolto con tanta gentilezza, essere oggetto di tante speranze da parte di chi lo aveva perdonato con generosità e non sospettava quale pesante ipoteca fosse stata nel frattempo gravata sul loro perdono; dover parlare alla composta, graziosa anziana signora che si negava ogni cosa, ogni giorno, per risparmiare un'eredità per lui; dover osservare la pia, dolce Anne, nei cui sogni i peccati contro cui pregava non erano mai entrati; peggio di tutto, la vista del suo rispettabile, ben conservato padre, onorato da tutta la parrocchia, di successo, posizionato dalla sua stessa ferrea, continua volontà ben al di sopra degli assalti della tentazione, eppure con un temperamento singolarmente affine a quello del suo morboso, appassionato figlio.

Così piangeva tornando a casa; piangeva per la propria caduta e, forse più sinceramente, per la breve durata del proprio pentimento. Poi le lunghe serate trascorse solo con i propri pensieri in quel luogo solitario lo rendevano timoroso del pentimento, timoroso di Dio, di se stesso, della notte, di tutto. Beveva.

Aveva crisi di orgoglio altrettanto contrario. "Era orgoglioso del suo nome, della sua forza e delle sue capacità". Orgoglioso del suo nome! Scrisse una poesia su di esso, "Bronte", un elogio di Nelson, che ottenne l'approvazione benevola di Leigh Hunt, della signorina Martineau e di altri, ai quali, su sua esplicita richiesta, fu sottoposta. Aveva mai sentito parlare della sua dozzina di zii e zie, i Prunty di Ahaderg? O, in caso contrario, con quali sensazioni il Vicario di Haworth deve aver ascoltato questo sbandierare e trionfare sulle glorie del suo antico nome?

Anche Branwell aveva crisi di rabbia, la ripetizione delle stravaganze di suo padre. "L'ho visto scagliare il pugno chiuso contro i pannelli di una porta: sembrava calmarlo". Il lato rude della sua natura aveva pieno sfogo e forse gli guadagnò un certo rispetto, negato alla sua intelligenza, nella società in cui era principalmente gettato. Per un po', la compagnia del signor Grundy servì a salvarlo dall'abbandono totale alla licenza. Ma, nel bel mezzo di questo miglioramento, arrivò il crollo. Come aveva seminato, così raccolse.

Quelle lunghe assenze, a bere nelle case dei suoi amici, erano state sfruttate dall'unico altro abitante della stazione di Luddendenfoot. Il facchino era stato lasciato a tenere i registri e, seguendo l'esempio del suo padrone, cercava il proprio divertimento prima del guadagno dei suoi datori di lavoro. Deve aver ricavato un bel gruzzolo da quelle scappatelle di Branwell, poiché alcuni mesi dopo che il Vicario di Haworth aveva ottenuto la nomina di suo figlio, quando i libri ricevettero il loro consueto esame, furono scoperte gravi mancanze. Fu istituita un'inchiesta, che portò alla luce il peculiare metodo di gestione della stazione adottato da Branwell. Il ragazzo stesso non fu sospettato di vero e proprio furto; ma così continua, così lampante era stata la sua negligenza, così disperata la causa, che fu sommariamente licenziato dal servizio della compagnia e rimandato a casa in grave disgrazia a Haworth.

Tornò a casa non solo in disgrazia, ma malato. Mai robusto, la sua costituzione era alterata e distrutta dai suoi eccessi; eppure, stranamente, la tisi, che portò via così prematuramente le figlie più dotate e dai principi più saldi della casa, la tisi, che avrebbe potuto essere originariamente prodotta dalla vita viziosa che questo giovane aveva condotto, non reclamò lui. Il carattere di sua madre e la sua malattia discesero solo alle figlie. Branwell ereditò il temperamento violento, le forti passioni e la debolezza nervosa di suo padre senza la forza di volontà e la fibra morale che rendevano suo padre straordinario. Probabilmente questo ragazzo brillante, debole, superficiale ed egoista riproduceva abbastanza accuratamente le caratteristiche di qualche antenato Prunty; poiché Patrick Branwell era tanto distintamente irlandese come se la sua infanzia fosse stata trascorsa nella capanna del nonno ad Ahaderg.

Tornò a casa per trovare le sue sorelle tutte via. Anne nella sua posizione di istitutrice. Emily e Charlotte in Rue d'Isabelle. Nessuno, dunque, che potesse frenare le sue abitudini, a parte la ordinata vecchia zia, che diventava ogni giorno più debole, la quale trascorreva quasi tutto il suo tempo in camera da letto per evitare i pavimenti lastricati del seminterrato; e il padre, che non amava la compagnia, consumava i pasti da solo per paura dell'indigestione e trovava necessario trascorrere il tempo successivo in perfetta tranquillità. La maggior parte della giornata era, quindi, a disposizione incontrollata e non supervisionata di Branwell.

A onor del vero, sembra aver fatto il tentativo di trovare un nuovo posto di lavoro, consistente nello scrivere lettere al suo amico Grundy, e probabilmente ad altri, per sollecitare un impiego. Ma la sua colpa era stata troppo lampante per essere perdonata. Il signor Grundy sembra aver consigliato allo sfortunato giovane di cercare rifugio nella Chiesa, dove l'influenza di suo padre e dei parenti di sua madre avrebbero potuto aiutarlo; ma, come disse Branwell, non aveva una sola qualifica, "salvo, forse, l'ipocrisia". I figli dei pastori raramente hanno una grande considerazione della Chiesa. L'energia, l'abnegazione e la resistenza che un ecclesiastico dovrebbe possedere non erano certamente nelle corde di Branwell. Inoltre, come avrebbe potuto ottenere la laurea? Montgomery, a quanto pare, gli consigliò di tentare con la letteratura. "Tutto molto bello, ma ho poca stima di me stesso e un grande desiderio di attività. Dici che scrivi con sentimenti simili a quelli con cui mi hai lasciato l'ultima volta; non tenerli più oltre. Confido di essere un po' cambiato, altrimenti non varrei un pensiero; e sebbene nulla potrebbe mai darmi il tuo spirito vivace e un aspetto esteriore corrispondente, potrei, nell'abbigliamento e nell'apparenza, emulare qualcosa di simile a una normale decenza. E ora, ovunque gli anni a venire possano portare, alle nevi della Groenlandia o alle sabbie dell'Africa, confido, ecc. 9 giugno 1842."[12]

È dubbio, a giudicare dalle lettere e dai versi di Branwell, se dal seguire il consiglio di James Montgomery sarebbe derivato qualcosa di molto migliore del "Cottage in the Wood" di suo padre. Facilità fluida, spesso sull'orlo della banalità, con qua e là un tocco brillante e felice, con qua e là un sapore del convenzionale libro di inni e del tono dal pulpito: tali effusioni deboli e prive di carattere sono tutto ciò che resta del sedicente genio tormentato dalla passione di Haworth. Il vero genio è forse raramente di un temperamento così appariscente.

Povero Branwell! Era necessaria una forza maggiore della sua per recuperare quel primo passo falso verso la rovina. Non può aiutare se stesso e non riesce a trovare nessuno che lo aiuti; si appella di nuovo al signor Grundy (in una lettera che deve, per prove interne, essere stata scritta in questo periodo, sebbene sia stampato un anno diverso e impossibile nella sua intestazione):--

"CARO SIGNORE,

"Non posso evitare la tentazione di rallegrarmi lo spirito scrivendovi due righe mentre siedo qui da solo, essendo tutta la famiglia in chiesa: l'unico occupante di un'antica canonica tra colline solitarie, che probabilmente non udirà mai il fischio di una locomotiva finché non sarò nella tomba.

"Dopo aver provato, dal mio ritorno a casa, dolore e malattia estremi, con una depressione mentale peggiore di entrambi, ho finalmente acquisito salute, forza e sanità mentale, di gran lunga superiori, confido, a qualsiasi cosa mostrata da quel miserabile relitto che conoscevate sotto il mio nome. Ora posso parlare allegramente e godere della compagnia di un altro senza lo stimolo di sei bicchieri di whisky. Posso scrivere, pensare e agire con un apparente avvicinamento alla risolutezza, e mi manca solo un motivo per esercitarmi per essere più felice di quanto non sia stato per anni. Ma sento che la mia guarigione da una condizione quasi di follia è ritardata dal non avere nulla da ascoltare se non il vento che geme tra i vecchi camini e i vecchi frassini, nulla da guardare se non colline coperte di erica, percorse quando la vita aveva tutto da sperare e nulla da rimpiangere per me, nessuno con cui parlare se non vecchi Greci e Romani scorbutici che sono polvere da cinquemila anni. Eppure questa vita tranquilla, per contrasto, fa apparire l'anno trascorso a Luddendenfoot come un incubo, poiché darei la mia mano piuttosto che subire di nuovo la negligenza strisciante, la dissolutezza maligna ma fredda, la determinazione di scoprire fino a che punto la mente potesse portare il corpo senza che entrambi fossero scaraventati all'inferno, che troppo spesso hanno segnato la mia condotta là, perso come ero per tutto ciò che realmente amavo, e cercando sollievo nell'indulgenza di sentimenti che formano la macchia più nera del mio carattere.

"Eppure mi è rimasto ancora qualcosa che potrebbe essermi utile. Ma non dovrei rimanere troppo a lungo in solitudine, perché il mondo dimentica presto coloro che gli hanno detto 'addio'. La quiete è una cura eccellente, ma nessuna medicina dovrebbe essere continuata dopo la guarigione di un paziente, quindi sto per, sebbene mi vergogni della faccenda, tormentarvi per avere risposte a ----.

"Scusate il disturbo che sto dando a qualcuno verso cui non ho alcun diritto, e per i cui servizi non offro alcun ritorno se non gratitudine e riconoscenza, che vi sono già dovute. Porgete i miei sinceri saluti al signor Stephenson. Una parola o due per dimostrare che non mi avete del tutto dimenticato mi farà molto piacere,

"Vostro, ecc."

Ahimè, nessuna mano tesa salvò il disgraziato che affondava dalle sabbie mobili dell'oziosa sensualità che lentamente lo inghiottirono! Eppure, in questo periodo, ci sarebbe potuta essere speranza, se fosse stato tenuto lontano dal male. Liberare se stesso non poteva. Il suo "grande desiderio di attività" sembra essere rimasto sospeso per alcuni mesi, poiché il 25 ottobre è ancora a Haworth. Scrive quindi di nuovo al signor Grundy. La lettera ci porta al momento in cui, nel mattino freddo e senza vita, Charlotte ed Emily partirono per il loro viaggio verso casa; ci rivela quanta vera sofferenza non meritata debba essersi svolta fianco a fianco con le miserie senza scopo di Branwell nella grigia vecchia canonica di Haworth. La buona e metodica vecchia zia zitella, che per vent'anni aveva dato il meglio del suo cuore a questo nipote allegro e affettuoso, era giunta al limitare della tomba, avendo atteso abbastanza a lungo da vedere la disperata fallacia di tutti i suoi sogni per lui, di tutto il suo affetto. Branwell, che era davvero tenero di cuore, deve essere diventato sobrio allora.

Scrive al signor Grundy con un tono sincero e virile:--

"MIO CARO SIGNORE,

"Non c'è alcun malinteso. Ho avuto una lunga assistenza al letto di morte del Rev. signor Weightman, uno dei miei più cari amici, e ora sto assistendo al letto di morte di mia zia, che è stata per vent'anni come una madre per me. Mi aspetto che muoia tra poche ore.

"Poiché le mie sorelle sono lontane da casa, ho avuto molto per la testa, e queste cose devono servire come scusa per ciò che non intendeva mai essere una negligenza della vostra amicizia verso di noi.

"Avevo intenzione non solo di scrivervi, ma al Rev. James Martineau, riconoscendo con gratitudine e sincerità la ricezione della sua critica più gentile e veritiera, almeno nei consigli, sebbene troppo generosa nelle lodi, ma una triste cerimonia deve, temo, essere compiuta prima. Porgete i miei più sinceri rispetti al signor Stephenson e scusate questo scarabocchio; i miei occhi sono troppo offuscati dal dolore per vedere bene. Credetemi, il vostro non molto felice, ma obbligato amico e servitore,

"P. B. BRONTE."

Ma non fu che tre giorni dopo che giunse la fine. A quel tempo Anne era a casa ad assistere la donna che l'aveva presa, una bambina piccola, nel suo amore e l'aveva sempre tenuta lì. Anne aveva sempre vissuto felicemente con la signorina Branwell; il suo spirito più abbattuto non risentiva delle occasionali oppressioni, delle piccole tirannie, che rivoltavano Charlotte e zittivano Emily. E, alla fine, tutto il costante sacrificio di sé di quei vent'anni, spesi per il loro bene in un paese strano e odiato, sarebbe emerso, rendendo ancora più cara la sofferente a coloro che dovevano perderla.

Il 29 ottobre Branwell scrive di nuovo al suo amico:--

"MIO CARO SIGNORE,

"Poiché non voglio perdere un vero amico, scrivo per deprecare il tono della vostra lettera. Solo la morte mi ha reso negligente verso la vostra gentilezza, e di recente ho avuto così tanta esperienza con lei, che vostra sorella non mi biasimerebbe ora per indugiare in visioni cupe sia di questo mondo che di un altro. Sono incoerente, temo, ma sono rimasto sveglio due notti assistendo a sofferenze così strazianti che non augurerei al mio peggior nemico di sopportare; e ora ho perso l'orgoglio e la guida di tutti i giorni felici legati alla mia infanzia. Ho sofferto un tale dolore da quando vi ho visto l'ultima volta a Haworth, che ora non mi importerebbe se stessi combattendo in India, o ---- poiché, quando la mente è depressa, il pericolo è la cura più efficace."

La signorina Branwell era morta. Tutto era finito: fu sepolta un martedì mattina, prima che Charlotte ed Emily, avendo viaggiato giorno e notte, arrivassero a casa. Trovarono il signor Bronte e Anne seduti insieme, a piangere quietamente la presenza abituale che non si sarebbe più conosciuta. Branwell non c'era. Era la prima volta che avrebbe visto le sue sorelle dopo la sua grande disgrazia; non poté aspettare a casa per accoglierle.

Il testamento della signorina Branwell dovette essere reso noto. La piccola proprietà che aveva risparmiato dal suo reddito frugale fu tutta lasciata alle sue tre nipoti. Branwell era stato il suo prediletto, l'unico figlio, chiamato con il suo nome; ma la sua disgrazia l'aveva ferita troppo profondamente. Non fu nemmeno menzionato nel suo testamento.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 10: 'Pictures of the Past.' F. H. Grundy.]

[Nota 11: 'Pictures of the Past.']

[Nota 12: 'Pictures of the Past.']

CAPITOLO IX.

IL RICHIAMO.

Improvvisamente richiamate da quella che era sembrata la via del dovere, con tutte le loro prospettive future infrante, le tre sorelle si ritrovarono di nuovo a Haworth insieme. Non poteva esserci discussione ora sul fatto che tenessero una scuola a Burlington; se mai, doveva essere a Haworth, dove il padre poteva vivere con loro. I lasciti della signorina Branwell avrebbero ampiamente provveduto alle necessarie alterazioni della casa; la questione davanti a loro era se dovessero iniziare immediatamente queste alterazioni, o prima di tutto assicurare una istruzione superiore a se stesse.

In ogni caso, una doveva restare a casa per fare da governante al signor Bronte. Emily si offrì prontamente. La sua offerta fu gradita a tutte; era la più esperta nelle faccende domestiche. Anne aveva una posizione confortevole, che avrebbe potuto riprendere alla fine delle vacanze di Natale, e Charlotte era ansiosa di tornare a Bruxelles.

Sarebbe certamente stato un vantaggio per la loro scuola, quel sogno caro ora così probabile che si avverasse, che le ragazze fossero in grado di insegnare tedesco, e che almeno una di loro parlasse francese con scioltezza e bene. Il signor Heger scrisse al signor Bronte quando Charlotte ed Emily partirono, sottolineando quanto più stabili e duraturi sarebbero diventati i loro vantaggi, se avessero potuto continuare per un altro anno a Bruxelles. "In un anno", dice, "ognuna delle vostre figlie sarebbe stata completamente preparata per il futuro; ognuna di loro stava acquisendo allo stesso tempo istruzione e la scienza per istruire. Mademoiselle Emily stava imparando il pianoforte, ricevendo lezioni dal miglior maestro che abbiamo a Bruxelles, e già aveva delle piccole allieve; stava quindi perdendo allo stesso tempo un residuo di ignoranza, e uno, ancora più imbarazzante, di timidezza. Mademoiselle Charlotte stava iniziando a dare lezioni di francese, e stava acquisendo quell'sicurezza e quell'aplomb così necessari a un insegnante. Un anno ancora, al massimo, e il lavoro sarebbe stato completato, e completato bene."

Emily, come sappiamo, rifiutò l'esca. Una volta a Haworth, non si lasciò indurre, con l'offerta di alcun vantaggio, ad abbandonare la sua brughiera natia. D'altra parte, Charlotte non desiderava altro. La sua era una natura molto capace di affetto, di gratitudine, di sentimento. Sarebbe stato uno strappo doloroso per lei rompere così improvvisamente con la sua vita laboriosa e tranquilla nel vecchio palazzo, Rue d'Isabelle. Quasi impercettibilmente era diventata molto amica del posto. Mary Taylor se n'era andata, è vero, e la luminosa, attraente Martha dormiva lì, troppo profondamente per sentirla, nel cimitero protestante. Ma nella straniera, eretica, lontana Bruxelles c'erano ricordi che chiamavano la schietta, semplice donnina dello Yorkshire. Non poteva fare a meno di ascoltare. Il professore dai capelli scuri, tenero di cuore, focoso, per il quale provava l'amicizia riverente ed entusiasta che le ragazze intellettuali spesso danno a un uomo molto più vecchio di loro; la famiglia del dottore; persino Madame Beck; persino le studentesse belghe; le sarebbe piaciuto rivederle tutte. Forse non si rendeva conto di quanto diverso sarebbe sembrato il posto di Bruxelles senza sua sorella. E sarebbe stato certamente un vantaggio per la scuola che lei conoscesse il tedesco. Per questi e molti altri motivi, Charlotte decise di rinunciare a uno stipendio di 50 sterline all'anno offertogli in Inghilterra, e di accettare quello di 16 che avrebbe guadagnato a Bruxelles.

Fu così stabilito che alla fine delle vacanze di Natale le tre sorelle si sarebbero divise di nuovo. Ma prima furono insieme per quasi tre mesi.

Branwell era a casa. Anche allora a Haworth quello era un piacere e non un peso. Le sue sorelle non lo videro mai nel suo peggio; il suo veemente pentimento portò convinzione nei loro cuori. Speravano ancora nel suo futuro, si dicevano ancora che gli uomini erano diversi dalle donne, e che passioni così forti denotavano una natura che, se una volta diretta correttamente, sarebbe stata appassionatamente corretta. Non sentivano la misera flaccidità della sua fibra morale; non sapevano che i deboli scivolano giù quando cercano di stare in piedi, e non possono marciare dritti. Erano entrambe troppo tenere e troppo dure con il loro fratello, perché non potevano riconoscere che creatura fosse questo genio sfortunato della loro famiglia.

Così, quando il primo shock fu superato, la famiglia riunita fu molto contenta. Leggermente, naturalmente, come una foglia d'autunno, la vecchia zia era caduta fuori dalla famiglia, finiti i suoi lunghi doveri; e loro, sebbene l'amassero e la piangessero, erano più liberi per la sua partenza. Non c'era più freno alle loro azioni, alle loro opinioni; erano padrone in casa propria. Fu un felice Natale, sebbene non privo di peso. Le sorelle, separate per così tanto tempo, avevano molta esperienza da scambiarsi, molti piani da fare. Dovevano rivisitare i loro vecchi luoghi preferiti nelle brughiere, ora bianche di neve. Ci furono passeggiate alla biblioteca di Keighley per i libri che erano stati aggiunti durante la loro assenza. Ellen venne a Haworth. Poi, alla fine di gennaio 1843, Anne tornò ai suoi doveri, e Charlotte partì da sola per Bruxelles.

Emily fu lasciata indietro con Branwell; ma non per molto. Deve essere stato in questo periodo che lo sfortunato giovane ottenne un posto come precettore nella casa dove Anne era istitutrice. Sembrò una connessione molto fortunata; la famiglia era ben nota per la sua posizione rispettabile, proveniva da un ceppo eminente nelle buone opere, e le sorelle potevano ben credere che, sotto la dolce influenza di Anne e tali auspici favorevoli, il loro fratello sarebbe stato condotto sulla via dei giusti.

Poi Emily rimase sola nella casa grigia, a eccezione del padre ritirato e della vecchia Tabby, ormai oltre i settant'anni. Non era infelice. Nessuna vita avrebbe potuto essere più libera della sua; era lei a disporre, ed era lei a svolgere la maggior parte dei lavori domestici. Si alzava sempre per prima al mattino e sbrigava la parte più gravosa delle faccende giornaliere prima che la fragile vecchia Tabby scendesse; poiché la gentilezza e l'attenzione per gli altri erano parte della natura di questa donna asociale e ruvida. Svolgeva lo stiraggio domestico e gran parte della cucina. Faceva il pane; e il suo pane era famoso a Haworth per la sua leggerezza ed eccellenza. Mentre impastava, lanciava di tanto in tanto uno sguardo a un libro aperto puntellato davanti a sé. Era la sua lezione di tedesco. Ma non studiava sempre sui libri; coloro che lavoravano con lei in quella cucina, ragazze chiamate ad aiutare nei momenti di maggior mole di lavoro, ricordano come tenesse un pezzetto di carta e una matita al proprio fianco, e come, nel momento in cui poteva concedersi una pausa dalla cucina o dallo stiraggio, annotasse qualche pensiero impaziente per poi riprendere il lavoro. Con queste ragazze era sempre amichevole e cordiale — "piacevole, a volte del tutto gioviale come un ragazzo", "così geniale e gentile, un po' mascolina", dicono i miei informatori; ma con gli estranei era estremamente timida, e se il garzone del macellaio o l'uomo del fornaio arrivavano alla porta della cucina, lei scappava come un uccello verso l'ingresso o il salotto finché non sentiva i loro scarponi chiodati allontanarsi lungo il sentiero. Non era facile scorgere quel raro uccello. Per questo, forse, la gente di Haworth pensava più alle sue capacità che a quelle di Anne o Charlotte, che potevano essere viste a scuola ogni domenica. Dicono: "Un sacco di gente pensava fosse la più intelligente di tutte, ma per quanto fosse timida, non riusciva proprio a mostrarlo".

Per divertimenti aveva i suoi animali e il giardino. Dava sempre da mangiare agli animali personalmente: il vecchio gatto; Flossy, lo spaniel preferito di Anne; Keeper, il feroce bulldog, suo costante e caro compagno, il cui ritratto, disegnato dalla sua mano vivace, esiste ancora. E le creature della brughiera erano tutte, in un certo senso, i suoi animali domestici e avevano confidenza con lei. L'intensa devozione di questa donna silenziosa verso ogni sorta di creatura muta ha qualcosa di patetico, inspiegabile, quasi folle. "Non mostrava mai riguardo per alcuna creatura umana; tutto il suo amore era riservato agli animali", disse qualche giudizioso superficiale alla signora Gaskell. Riguardo, aiuto e leale amicizia verso tutti i bisognosi furono sempre caratteristiche di Emily Bronte; eppure, tra la sua natura e quella del feroce, amorevole e fedele Keeper, quella dell'uccello selvatico di brughiera, dei pettirossi che muoiono in cattività, delle lepri veloci, dei gabbiani che solcano le nuvole presagio di tempesta, c'era una somiglianza naturale.

Anche i fiori che crescevano silenziosi erano suoi amici. Il piccolo giardino, aperto a tutti i venti che corrono sopra Lees Moor e Stillingworth Moor fino alla ventosa sommità di Haworth Street — quel piccolo giardino il cui unico baluardo contro la tempesta erano le lapidi fuori dalla recinzione, le spine nane e i cespugli di ribes all'interno — era tuttavia la dimora di molti fiori dolci e resistenti, che si arrampicavano sotto la casa e vicino al riparo dei cespugli. Così i giorni trascorrevano abbastanza velocemente nel curare la sua casa, il suo giardino, le sue creature mute. La sera sedeva sul tappeto davanti al camino nel salotto solitario, un braccio gettato attorno al collo fulvo di Keeper, studiando un libro. Perché era necessario studiare. Dopo le vacanze di Natale successive, le sorelle speravano di mettere in pratica la loro visione a lungo accarezzata di gestire una scuola insieme. Le lettere da Bruxelles mostravano a Emily che Charlotte era turbata, eccitata, piena di vaga inquietudine. Sarebbe stata felice, dunque, di essere a casa, di usare lo strumento che era costato tanta fatica perfezionare. Uno strumento costoso, davvero, forgiato con amore, angoscia, paure solitarie, passione vinta; ma in quel tempo nessuno intuì che, non il tedesco dell'insegnante, non il francese fluente acquisito all'estero, fosse il vero risultato di questo terribile ardore, bensì un romanzo che si sarebbe chiamato "Villette".

Emily quindi, "Il mio caro amore", come Charlotte era solita chiamarla, non può essere stata del tutto certa della felicità di questa cara sorella; e col passare del tempo anche le lettere di Anne iniziarono a dare notizie inquietanti. Non che la sua salute stesse crollando; era, come al solito, Branwell il cui comportamento angosciava le sorelle. Era cambiato così stranamente; un giorno di ottimo umore, quello successivo abbattuto nella disperazione, dandosi arie misteriose di importanza, dichiarandosi più che soddisfatto della sua situazione, sorridendo in modo strano, poi, forse, l'istante dopo tutto rimorso e oscurità. Anne non riusciva a capire cosa lo affliggesse, ma temeva qualche male.

A casa, inoltre, i problemi aumentavano lentamente. La vecchia Tabby divenne molto malata e non riuscì a lavorare; la ragazza Hannah se ne andò; Emily ebbe tutto l'impegno di investire il piccolo patrimonio appartenente alle tre sorelle dopo la morte della signorina Branwell; peggio ancora, la salute del vecchio signor Bronte iniziò a declinare, la sua vista a mancare. Peggio di tutto — in quell'oscurità, disperazione, solitudine — il vecchio, così temeva Emily, acquisì l'abitudine di bere, sebbene non in eccesso, comunque più di quanto il suo passato astemio permettesse. Senza dubbio esagerava le sue paure, con Branwell sempre presente nei suoi pensieri. Ma Emily iniziò ad avere paura, sola a Haworth, responsabile, sapendosi carente di quell'influenza controllante così caratteristica della sorella maggiore. Il suo fardello di dubbio era più di quanto potesse sopportare. Decise di scrivere a Charlotte.

Il 2 gennaio 1844, Charlotte arrivò a Haworth.

Il 23 del mese scrisse alla sua amica:--

"Tutti mi chiedono cosa farò ora che sono tornata a casa, e tutti sembrano aspettarsi che io apra immediatamente una scuola. In verità è ciò che desidererei fare. Lo desidero sopra ogni cosa, ho denaro sufficiente per l'impresa, e spero ora qualifiche sufficienti per darmi una discreta possibilità di successo; tuttavia non posso ancora permettermi di iniziare la vita — di toccare l'oggetto che sembra ora a portata di mano, e che ho cercato di raggiungere per così tanto tempo. Mi chiederai perché? È per conto di papà; lui è ora, come sai, invecchiato; e mi addolora dirti che sta perdendo la vista. Ho sentito per alcuni mesi che non dovrei stare lontana da lui, e sento ora che sarebbe troppo egoista lasciarlo (almeno finché Branwell e Anne sono assenti) per perseguire interessi egoistici miei. Con l'aiuto di Dio, cercherò di negare me stessa in questa faccenda, e di aspettare.

"Ho sofferto molto prima di lasciare Bruxelles. Penso, tuttavia, per quanto a lungo vivrò, non dimenticherò cosa mi è costata la separazione dal signor Heger. Mi ha addolorato così tanto addolorare colui che è stato un amico così vero, gentile, disinteressato... Haworth sembra un posto così solitario e tranquillo, sepolto lontano dal mondo. Non mi considero più giovane, anzi, avrò presto ventotto anni; e sembra come se dovessi lavorare, e sfidare le rudi realtà del mondo, come fanno le altre persone----."[13]

Aspetta, ansiosa Charlotte, ci sono in serbo per te abbastanza e avanzi di rudi realtà, abbastanza da lavorare e sfidare, in questa appartata Haworth. Non c'è bisogno di andare in cerca di pericoli e prove. L'aria si sta facendo densa di oscurità attorno al tuo nido d'aquila di montagna. Per quanto sia alta, tranquilla, solitaria, le tempeste del cielo e le tempeste della terra l'hanno trovata, per abbattersi lì.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 13: Mrs. Gaskell.]

CAPITOLO X.

I PROSPETTI.

Gradualmente la prima depressione di Charlotte svanì. Lunghe discussioni con Emily, mentre facevano le loro passeggiate sulle brughiere, lungo silenzioso rimuginare sui mezzi e i modi, mentre sedevano insieme in salotto a cucire camicie per Branwell, lunghi pensieri, portarono a nuovi consigli. Andò, inoltre, a stare dalla sua amica Ellen, e il cambiamento aiutò a ripristinare la sua salute indebolita. Scrive alla sua amica:--

"25 marzo

"CARA NELL,

"Sono arrivata a casa sana e salva e non ero troppo stanca all'arrivo a Haworth. Mi sento piuttosto meglio oggi di quanto sia stata, e col tempo spero di riacquistare più forza. Ho trovato Emily e papà bene, e una lettera di Branwell che lascia intendere che anche lui e Anne stanno abbastanza bene. Emily ti è molto obbligata per i semi che hai mandato. Desidera sapere se il pisello siciliano e il fiordaliso cremisi sono fiori resistenti, o se sono delicati e dovrebbero essere seminati in luoghi caldi e riparati. Scrivimi domani e fammi sapere come state tutti, se tua madre continua a migliorare...

"Buongiorno, cara Nell, non ti dirò nient'altro per il momento.

"C. BRONTE."

"Lunedì mattina.

"Il nostro povero gattino è stato male due giorni ed è appena morto. È pietoso vedere persino un animale giacere senza vita. Emily è addolorata."

Di pari passo con tutte queste cure più leggere procedevano i progetti per la scuola. Alla fine le due sorelle decisero di iniziare non appena avessero visto una discreta possibilità di ottenere alunni. Iniziarono la ricerca seriamente; ma, fortunatamente, rimandarono i necessari lavori di ristrutturazione in casa finché non ebbero la promessa sicura di, almeno, tre o quattro. Poi le loro richieste diminuirono man mano che, giorno dopo giorno, quella possibilità diventava più difficile e debole. All'inizio dell'estate Charlotte scrive: "Non appena avrò una possibilità anche per un solo alunno, farò stampare dei biglietti con le condizioni e inizierò le riparazioni necessarie in casa. Vorrei che tutto fosse fatto prima dell'inverno. Penso di fissare la retta e l'istruzione inglese a 25 sterline l'anno".

Ancora nessuna notizia di alunni, ma le ragazze proseguivano coraggiosamente, scrivendo a ogni madre di figlie con cui potessero vantare una conoscenza. Ma, ahimè, accadeva con una che i suoi figli fossero già a scuola a Liverpool, con un'altra che sua figlia fosse appena stata promessa alla signorina C., con una terza che pensasse l'impresa lodevole, ma Haworth era un posto così molto remoto. Invano le ragazze spiegavano che da certi punti di vista la posizione isolata era un vantaggio; poiché, se avessero aperto la scuola in qualche posto alla moda, avrebbero dovuto pagare l'affitto della casa, e non avrebbero potuto assolutamente offrire un'istruzione eccellente per 25 sterline l'anno. I genitori sono gente esigente. Tuttavia, ogni signora prometteva di raccomandare la scuola a madri meno schizzinose, o meno impegnate; e, sapendo quanto bene avrebbero dimostrato di meritare l'opportunità, una volta ottenuta, Charlotte ed Emily presero coraggio per sperare.

Arrivarono le vacanze e ancora nulla era stabilito. Anne tornò a casa e aiutò a stendere piani e scrivere lettere — ma, ahimè, tornò a casa anche Branwell, irritabile, stravagante, selvaggiamente allegro, o cupamente abbattuto. Le sue sorelle non potevano più illudersi sul fatto che bevesse, bevesse abitualmente, fino all'eccesso. E Anne aveva paure — vaghe, terribili, presaghe — che non riusciva a spiegare del tutto.

A quel punto avevano alzato la retta a 35 sterline, considerando, forse, che la loro prima offerta fosse stata così bassa da screditare il loro tentativo. Ma ancora non ottenevano risposte favorevoli. Era dura, perché le ragazze non erano state avare di tempo, denaro o fatica per prepararsi alla loro occupazione. Guardandosi intorno potevano contare molte maestre di scuola molto meno preparate. Solo le Bronte non avevano appoggi.

Nel frattempo Branwell si divertiva come poteva. C'era sempre il "Black Bull", con il suo circolo ammiratore di compagni di bevute, e le ragazze che ammiravano l'inchino cortese di Patrick e il sorriso accattivante di Patrick. Brava gente tutta, che poco immaginava quanto vizio, quanta miseria stessero incoraggiando con la loro approvazione. Anche il signor Grundy veniva ogni tanto a trovare il suo vecchio amico. "Li conoscevo tutti", dice — "Il padre, retto, bello, distantemente cortese, dai capelli bianchi, alto; conoscendomi come amico di suo figlio, mi trattava alla maniera di Grandison, venendo lui stesso alla piccola locanda per invitare me, un ragazzo, su a casa sua, dove restavo freddamente a disagio finché non potevo scappare con Patrick Branwell verso le brughiere. Le figlie — distanti e distratte, dal naso grande, dalla figura minuta, dai capelli rossi (!), dagli occhiali prominenti; che mostravano un grande sviluppo intellettuale, ma con gli occhi costantemente abbassati, molto silenziose, dolorosamente riservate. Questo avveniva circa nel periodo delle loro prime avventure letterarie, diciamo 1843 o 1844."[14]

Ma di avventura letteraria al momento c'era poco pensiero. La scuola occupava ancora i loro pensieri e sogni. Alla fine, non facendosi avanti alcun alunno, vennero stampati alcuni biglietti con le condizioni e dati da distribuire agli amici di Charlotte e Anne; Emily non aveva amici.

Non ne è rimasto nessuno di essi, quei pietosi biglietti mai garantiti; testimonianze di speranze così infruttuose. Sono giustamente svaniti, come i fantasmi di bambini mai nati; e ancor più rapido a svanire fu il sogno che li aveva richiamati. Le settimane passavano, e ogni settimana di sette mattine senza lettere, ogni settimana di sette notti ansiose, rendeva le sorelle più pienamente consapevoli che l'attenzione e l'occupazione non sarebbero arrivate a loro nel modo in cui avevano sognato; le faceva pensare bene che la casa di Branwell non dovesse essere la dimora di bambini innocenti.

Anne tornò al suo lavoro lasciando il futuro incerto come prima.

A ottobre Charlotte, sempre la portavoce, scrive di nuovo alla sua amica e diligente aiutante in questa faccenda:--

"CARA NELL,

"Io, Emily e Anne ti siamo davvero obbligate per gli sforzi che hai fatto per nostro conto; e se non hai avuto successo sei solo come noi. Tutti ci augurano ogni bene; ma non ci sono alunni da trovare. Non abbiamo alcuna intenzione attuale, tuttavia, di spezzarci il cuore sull'argomento; ancor meno di sentirci mortificate per la nostra sconfitta. Lo sforzo deve essere benefico, qualunque ne sia il risultato, perché ci insegna esperienza e una conoscenza aggiuntiva di questo mondo.

"Ti mando due circolari aggiuntive, e te ne manderò altre due, se lo desideri, quando scriverò ancora."

Anche quelle quattro circolari non portarono a nulla; erano passati ormai più di sei mesi da quando le tre sorelle avevano iniziato la loro seria ricerca di alunni: più di tre anni da quando avevano preso come scopo principale dei loro sforzi la formazione di questa piccola scuola. Non riuscirono a ottenere un solo alunno; non una promessa. Alla fine seppero di essere state sconfitte.

A novembre Charlotte scrive ancora a Ellen:--

"Non abbiamo fatto ancora alcuna modifica alla nostra casa. Sarebbe una follia farlo finché c'è così poca probabilità di ottenere mai alunni. Temo che ti stia dando troppa preoccupazione per conto nostro.

"Dipende da questo, se dovessi persuadere una mamma a portare la sua bambina a Haworth, l'aspetto del luogo la spaventerebbe, e probabilmente riporterebbe la cara ragazza con sé seduta stante. Siamo contente di aver fatto il tentativo, e non ci lasceremo abbattere perché non ha avuto successo."[15]

Non c'era altro da dire, solo mettere via con cura, come si mettono via i pensieri di un matrimonio interrotto, tutti i sogni che avevano riempito così tanti mesi solo per essere riposti in un cassetto, come si ripongono i capi cuciti a lungo di un bambino nato morto, i piani disegnati per il costruttore, i biglietti stampati, le liste di libri da procurarsi; solo per affrontare di nuovo un futuro di fatiche separate tra estranei, per rinunciare alla visione di una casa insieme.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 14: 'Pictures of the Past.']

[Nota 15: Mrs. Gaskell.]

CAPITOLO XI.

LA CADUTA DI BRANWELL.

Mentre la primavera cresceva sulle brughiere, screziandole con freschi germogli verdi, schiarendo il cielo sopra di esse, sciogliendo i venti affinché corressero attraverso di esse; mentre la bella stagione maturava a Haworth, ognuno dei suoi giorni rendeva più chiaro alle due donne ansiose in attesa lì in quale forma il loro vago presentimento si sarebbe avverato alla fine. Parlavano raramente di Branwell ormai.

Era un tempo duro e ansioso, sempre in attesa di un male imminente. Problemi minori, inoltre, si raccoglievano attorno a questo dolore informe presagito: il signor Bronte stava diventando cieco; Charlotte, sempre nervosa, temeva lo stesso destino, e poteva cucire ben poco con la sua debole, cara vista. Le lettere di Anne parlavano di salute logorata da un sospetto costante e straziante. Era Emily, quella forte portatrice di pesi, su cui ricadeva la maggior parte del lavoro.

Charlotte divenne davvero debole con l'arrivo dell'estate. La sua natura sensibile e veemente sentiva l'ansia come un dolore fisico. Era costantemente con suo padre; il suo spirito sprofondava col suo, mentre mese dopo mese la sua vista diventava sensibilmente più debole. Il vecchio, a cui la propria importanza era così cara, soffriva acutamente, davvero, per la paura della cecità reale, e più per l'orrore della dipendenza che per il timore del dolore o della privazione. "Teme che non sarà nulla nella parrocchia", dice la triste Charlotte. E mentre suo padre, mai impaziente, mai irritabile, diventava più profondamente abbattuto e ansioso, anche lei diventava nervosa e paurosa; anche lei abbattuta.

Alla fine, quando giugno arrivò e non portò alcuna luminosità in quella vecchia casa grigia, con l'ombra invisibile sempre in agguato sopra di essa, Charlotte fu persuasa a cercare riposo e cambiamento nella casa della sua amica vicino a Leeds.

Anne era a casa ora; era tornata malata, infelice. Aveva sospetti che la facevano sentire degradata, anima pura, riguardo alla relazione di suo fratello con la moglie del suo datore di lavoro. Molte lettere erano passate tra loro, anche attraverso le sue mani. Troppo spesso aveva sentito le sue sconsiderate piccole alunne minacciare la madre per ottenere un'indulgenza più che abituale, dicendo: "A meno che non faccia come vogliamo, diremo a papà del signor Bronte". La povera ragazza si sentiva complice involontaria di quel tradimento, di quell'inganno.

Coricarsi la notte sotto il tetto, spezzare di giorno il pane del buon uomo malato, costretto a letto, il cui onore, non poteva non temere, era in pericolo a causa di suo fratello, tale tensione atroce era troppo grande per quella natura fragile e abbattuta. E tuttavia dire apertamente a se stessa che Branwell aveva commesso questa disgrazia — era impossibile. Piuttosto i suoi sospetti dovevano essere le morbose sollecitazioni di una mente malata. Era malvagia ad averli provati. Povera, dolce Anne, dolce, "piccolo corpo austero", scene del genere, tali vicinanze sconsacrate di lussuria, non erano per te. Alla fine la malattia arrivò e la rese libera. Tornò a casa.

A casa, con il suo lavoro costante, l'aria pura delle buone opere; a casa, con la sua malattia e il suo amore, il suo timore per gli altri e il nobile sacrificio di sé; quanto era benvenuto al suo spirito ferito! E tuttavia questo tormento infinitamente più leggero stava logorando Charlotte. La persuasero ad andare via, e, quando ebbe ceduto, cercarono di tenerla lontana.

Emily scrive a Ellen a luglio:--

"CARA SIGNORINA NUSSEY--Se ti sei messa in testa che Charlotte resti un'altra settimana, ha il nostro consenso unito. Io, per parte mia, prenderò tutto con calma domenica. Sono lieta che si stia divertendo; che faccia il massimo dei prossimi sette giorni per tornare robusta e cordiale. Amore a lei e a te da parte di Anne e mia, e dille che a casa stanno tutti bene.--Tua,

"EMILY BRONTE."

Charlotte rimase la settimana extra, beneficiandone notevolmente. Partì per casa, e si godette il viaggio, perché viaggiò con un gentiluomo francese, e parlò di nuovo con gioia la dolce lingua che aveva lasciato echi così persistenti nella sua memoria, che le proibiva di sentirsi ancora del tutto contenta nella sua isolata casa dello Yorkshire. Per quanto lieve fosse, quella piccola eccitazione le fece bene; sentendosi coraggiosa e pronta ad affrontare e combattere con una legione di ombre, raggiunse il cancello di casa sua, entrò. Branwell era lì.

Era stato mandato a casa un giorno o due prima, apparentemente per una vacanza. Doveva aver saputo che finalmente era emersa qualche verità; doveva aver sentito che non sarebbe mai più tornato. Anche Anne doveva aver avuto dei presentimenti; eppure il peggio non era ancora noto. Emily, almeno, non poteva intuirlo. Non durò a lungo quella tregua dall'aperta vergogna. Proprio il giorno del ritorno di Charlotte era arrivata una lettera per Branwell dal suo datore di lavoro. Tutto era stato scoperto. Questa lettera ordinava a Branwell di non vedere mai più la madre dei bambini affidati alle sue cure, di non mettere mai più piede nella sua casa, di non scriverle né parlarle mai. Branwell, che l'amava appassionatamente, in quel momento non ebbe alcun pensiero per la vergogna, la nera infamia che aveva gettato sulla casa di suo padre. Imprecò, delirò, giurò che non avrebbe potuto vivere senza di lei; poi si scagliò contro di lei perché restava col marito. Quindi pregò che l'uomo malato morisse presto; sarebbero stati ancora felici. Ah, non l'avrebbe mai più rivista!

Una scena strana nel tranquillo salotto di un vicariato di campagna, quest'angoscia di un amore colpevole, questi rivolgimenti da un'estasi vergognosa a una disperazione vergognosa. Branwell delirava, folle, agonizzante; e il padre cieco ascoltava, con il cuore malato, forse tormentato dal rimorso; e la sorella gentile ascoltava, fremendo, come se vedesse l'inferno spalancato ai suoi piedi. Anche Emily ascoltava, indignata per il tradimento, inorridita per la vergogna; eppure con un'immensa pietà nel suo petto fiero e amorevole.

In questa scena entrò Charlotte.

Charlotte, con il suo veemente senso del giusto; Charlotte, con la sua ferma indignazione; quando finalmente comprese l'intera passione colpevole e corrotta che aveva distrutto due case, si voltò con qualcosa nel cuore improvvisamente irrigidito, morto. Era il suo amore appassionato per questo fratello vergognoso e traviato, un tempo caro a lei quanto la sua stessa anima. Eppure fu molto paziente. Scrive a un'amica con calma e senza troppo disprezzo:--

"Abbiamo avuto un brutto da fare con Branwell. Non pensava ad altro che a stordire o annegare la sua agonia mentale" (in che modo, il lettore lo sa ormai) "nessuno in questa casa poteva avere pace, e alla fine siamo stati costretti a mandarlo via da casa per una settimana, con qualcuno che badasse a lui. Mi ha scritto stamattina, esprimendo un certo senso di contrizione... ma finché rimarrà a casa, oso sperare a stento in un po' di pace in famiglia. Dobbiamo tutti, temo, prepararci a un periodo di angoscia e inquietudine."[16]

Un tempo stanco e senza speranza. Branwell tornò, fisicamente migliore, ma per nulla più santo nello spirito. La sua unica speranza era che il suo nemico potesse morire, morire presto, e che le cose potessero tornare come erano state in precedenza. Nessun pensiero di pentimento. Il denaro che aveva, lo spendeva in gin o oppio, qualsiasi cosa per lenire i ricordi. Vive ancora a Haworth una donna che era solita aiutare nei lavori domestici al "Black Bull". Ricorda ancora come, al primo mattino, pallido, con gli occhi arrossati, entrasse nel corridoio della locanda, con il suo bellissimo inchino e il gesto ampio del cappello sollevato, con il suo sorriso cortese e il pronto "Buongiorno, Anne!". Poi si voltava verso il bancone e, frugando nelle tasche per trovare i pochi spiccioli che poteva avere – sei pence, otto pence, dieci pence, a seconda dei casi – ordinava tanto gin e sedeva lì a bere finché non era finito tutto, per poi restare ancora lì in silenzio; o a volte parlava appassionatamente della donna che amava, della sua bellezza, della sua dolcezza, di quanto desiderasse rivederla; amava parlare di lei persino a un cane; ne parlava per ore al suo cane. Eppure – per non lasciarci andare alla pietà per questa disperazione reale – diamo uno sguardo a una delle lettere di quest'uomo. Come poteva una tale debolezza volgare, un sentimentalismo così corrotto e ripugnante, un pentimento così sdolcinato alla Micawber, sentire ancora così tanto! Non è un compito facile giudicare una miseria troppo perversa per la pietà, troppo sincera per il disprezzo assoluto.

È di nuovo al signor Grundy che scrive:--

"Da quando le ho stretto la mano a Halifax, due estati fa, la mia vita, fino a poco tempo fa, è stata una di apparente felicità e appagamento. Lei chiederà: 'Perché si lamenta allora?' Posso solo rispondere mostrando la corrente sotterranea di angoscia che ha trascinato la mia barca in un vortice, nonostante le onde di superficie della vita che sembravano condurmi alla pace. In una lettera iniziata nella primavera del 1843" (sic; 1845?) "e mai terminata a causa di incessanti attacchi di malattia, ho cercato di dirle che ero precettore del figlio di un ricco gentiluomo la cui moglie è sorella della moglie di ----, un membro del Parlamento, e cugina di Lord ----. Questa signora (sebbene suo marito mi detestasse) mi ha mostrato un grado di gentilezza che, quando un giorno fui profondamente addolorato per la condotta di suo marito, è maturato in dichiarazioni di sentimenti più che ordinari. La mia ammirazione per le sue doti intellettuali e personali, la mia conoscenza della sua sincerità altruista, del suo carattere dolce e della cura instancabile per gli altri, con solo un ritorno non corrisposto dove più avrebbe dovuto essere dato... sebbene lei abbia diciassette anni più di me, tutto si è combinato in un attaccamento da parte mia e ha portato a reciprocità che avevo poco previsto. Tre mesi fa ho ricevuto una lettera furiosa dal mio datore di lavoro, che minacciava di spararmi se fossi tornato dalle mie vacanze che stavo trascorrendo a casa; e le lettere della sua cameriera personale e del medico mi hanno informato dello scoppio, frenato solo dal suo fermo coraggio e dalla risoluzione che, qualunque male fosse toccato a lei, nessuno dovesse toccare me... Sono rimasto per nove lunghe settimane, totalmente distrutto nel corpo e abbattuto nello spirito. La probabilità che lei diventasse libera di donare a me se stessa e la sua tenuta non è mai sorta per scacciare la prospettiva del suo declino sotto il suo attuale dolore. Temevo, inoltre, il naufragio della mia mente e del mio corpo, che – Dio lo sa – durante una breve vita sono stati messi a dura prova. Undici notti continue di orrore insonne mi hanno ridotto quasi alla cecità, e, portato in Galles per guarire, il dolce paesaggio, il mare, il suono della musica mi hanno causato attacchi di indicibile angoscia. Lei dirà: 'Che sciocco!' Ma se conoscesse le molte cause che ho per addolorarmi, che non posso nemmeno accennare qui, forse mi compatisce oltre a biasimarmi. Su gentile richiesta del signor Macaulay e del signor Baines, ho cercato di risvegliare la mia mente scrivendo qualcosa degno di essere letto, ma davvero non posso farlo. Naturalmente lei disprezzerà lo scrittore di tutto questo. Posso solo rispondere che lo scrittore fa lo stesso e non vorrebbe vivere, se non sperasse che il lavoro e il cambiamento possano ancora risanarlo.

"Scusandomi sinceramente per quello che sembra un egocentrismo piagnucoloso, e osando a stento accennare ai giorni in cui, in sua compagnia, potevo talvolta affogare i pensieri che 'mi ricordano giorni passati', temo 'passati per non tornare mai più', resto, ecc."[17]

Infelice Branwell! Una certa consolazione la deriva nel suo dolore estremo dal fatto che la dama del suo amore possa impiegare la propria cameriera e il proprio medico per scrivere lettere al suo amante in esilio. È chiaro che il suo orgoglio è gratificato da questa associazione irregolare con un lord. Può permettersi di aspettare, stordito dal gin e dalle droghe, fino a quel tempo felice in cui potrà farsi avanti e reclamare "lei stessa e la tenuta", d'ora in avanti Branwell Brontë, Esq., giudice di pace, e una persona di prestigio nella contea. Un tale futuro paradisiaco sorge sopra questo presente purgatorio di dolori e confusione.

Quella frase riguardante "lei stessa e la tenuta" è singolarmente apocalittica. Getta una luce del tutto nuova su un fatto che, ai tempi della signora Gaskell, era considerato una prova che qualche residuo di coscienza si agitasse ancora in questo pover'uomo. Alcuni mesi dopo il suo licenziamento, verso la fine di questo infelice anno 1845, incontrò questa signora a Harrogate su appuntamento. Si dice che lei propose una fuga insieme, pronta a rinunciare a tutto il suo sfarzo. Fu Branwell a consigliare pazienza e un po' più di attesa. Forse, sebbene lei stessa gli fosse cara, "sebbene abbia diciassette anni più di me", "lei stessa e la tenuta" gli erano stimabilmente più care.

Eppure era sincero, eppure per lui si trattava di una questione di vita o di morte, di paradiso o inferno. Se non poteva avere lei, non avrebbe avuto nulla. Avrebbe rovinato se stesso e tutti quelli che poteva. Molto probabilmente, in questa furia di vana disperazione, come un bambino appassionato che strilla, colpisce e lacera, convulsamente perché non può avere la luna.

Non c'è da stupirsi che la freddezza di Charlotte, aggravata dal continuo oltraggio da parte di Branwell, sia gradualmente diventata disprezzo e silenzio. Nella misura in cui aveva esultato per questo fratello, sperato tutto per lui, ora si ritraeva da lui, amareggiata e gelida nel cuore.

"Comincio a temere", dice lei, la sorella un tempo ambiziosa, "che si sia reso incapace di occupare qualsiasi posizione rispettabile nella vita." Non può chiedere a Ellen di venire a trovarla, perché lui è in casa. "E finché lui è qui, tu non verrai. Sono sempre più confermata in questa risoluzione quanto più lo vedo. Vorrei poter dire una parola in suo favore, ma non posso. Mi terrò la lingua."[18]

Per un certo periodo sperò che la crisi passasse e che poi – non importa quanto umilmente, più oscuramente era meglio – lui avrebbe almeno guadagnato il pane onestamente lontano da casa. Tale non era la sua intenzione. Professava di essere troppo malato per lasciare Haworth; e malato, senza dubbio, lo era, per il continuo consumo di oppio e il bere quotidiano di liquori. Si ostinava nei suoi comodi alloggi, al "Black Bull" proprio dall'altra parte del cimitero, incurante del disagio che arrecava agli altri. "Branwell non offre prospettive di speranza", dice ancora Charlotte. "Come possiamo stare meglio finché Branwell resta a casa e degenera invece di migliorare? È stato fatto intendere che sarebbe riaccolto dove era stato in precedenza se si comportasse più seriamente, ma lui rifiuta di fare lo sforzo. Non vuole lavorare, e a casa è un drenaggio di ogni risorsa, un impedimento a ogni felicità. Ma è inutile lamentarsi----"

Inutile davvero; eppure ancora una volta si costrinse a fare l'inutile tentativo, dopo l'ennesimo sfogo, più del solito, dell'uomo che stava bevendo se stesso verso la follia e la rovina. Scrive nel marzo del 1846 alla sua amica e conforto, Ellen:--

"Sono entrata nella stanza dove si trovava Branwell, per parlargli, circa un'ora dopo essere tornata a casa; è stato un lavoro molto forzato rivolgergli la parola. Avrei potuto risparmiarmi il disturbo, dato che lui non ha prestato attenzione e non ha dato risposta; era stordito. I miei timori non erano vani. Sento che ha ottenuto una sterlina mentre ero via, con il pretesto di pagare un debito pressante; è andato immediatamente a cambiarla in un'osteria, e l'ha impiegata come c'era da aspettarsi..., ha concluso il suo resoconto dicendo che era un 'essere senza speranza'. È fin troppo vero. Nel suo stato attuale è quasi impossibile restare nella stanza dove si trova."[19]

Deve essere stato intorno a quel periodo che lei rinunciò per sempre a rimostranze o lamentele su questo punto. "Mi terrò la lingua", aveva detto, e mantenne la parola. Per più di due anni mantenne un silenzio assoluto verso di lui; vivendo sotto lo stesso tetto, testimoniando giorno dopo giorno la sua degradazione sempre più profonda, nessuna sillaba attraversò le sue labbra verso di lui. Poiché non poteva (per amore di coloro che amava e che poteva confortare) rifiutare il ripugnante contatto e la presenza quotidiana del peccato, lo sopportava, ma non voleva averne comunione. Non aveva alcun diritto su di esso, né esso su di lei. Guardava senza parlare; quell'uomo era morto per lei.

Anne, in cui la fibra dell'indignazione era meno forte, seguì meno severamente le orme della sorella.

"Lei aveva", dice Charlotte nelle sue 'Memorie', "nel corso della sua vita, dovuto contemplare, da vicino e per molto tempo, i terribili effetti di talenti mal usati e facoltà abusate; la sua era naturalmente una natura sensibile, riservata e abbattuta; ciò che vide entrò molto profondamente nella sua mente; le fece del male."

Lo spettacolo di questo male, che colpiva senza merito una creatura così cara, fragile e innocente, assorbì tutta la pietà di Charlotte. Non ne rimase alcuna per Branwell.

Ma c'era un cuore di donna abbastanza forte nella sua compassione da sopportare i disgusti, le debolezze, i peccati quotidiani della vita di Branwell, e tuttavia persistere nell'aiuto e nell'affetto. Notte dopo notte, quando il signor Brontë era a letto, quando Anne e Charlotte erano salite nella loro stanza, Emily restava ancora alzata, ad aspettare. Spesso doveva aspettare molto a lungo nella casa silenziosa prima che il passo vacillante, la bestemmia mormorata, la mano incerta alla porta, le imponessero di scuotersi dai suoi tristi pensieri e di alzarsi per far entrare il figliol prodigo e condurlo al sicuro al suo riposo. Ma non si stancò mai della sua gentilezza. In quella casa silenziosa, era la silenziosa Emily ad avere sempre una parola di conforto per Branwell; era Emily che ricordava ancora che lui era suo fratello, senza che quel ricordo le gelasse il cuore fino al torpore. Sperava ancora di riconquistarlo con l'amore; e la forza e la sincerità stessa della sua passione colpevole (un orrore e un peccato aggiuntivi agli occhi delle sue sorelle) erano un richiamo per Emily, sempre comprensiva verso i sentimenti violenti. Così fu lei che, più delle altre, divenne familiare con l'agonia, i dubbi e la vergogna di quell'anima tormentata; e se, nella sua scarsa conoscenza del mondo, immaginava tali passioni tormentate come naturali, non è su di lei, di certo, che deve essere gettata la colpa della sua pietà.

Col passare del tempo e con l'aggravarsi e l'irrequietezza di Branwell, fu un bene per la solitaria vigilante che fosse forte. Alla fine lui si ammalò, e si accontentava di andare a letto presto e giacere lì mezzo stordito dall'oppio e dal liquore. Una di quelle notti, essendo il loro padre e Branwell a letto, le sorelle salirono a dormire. Emily era entrata per prima nella stanzetta del corridoio dove ancora dormiva, quando Charlotte, passando davanti alla porta socchiusa di Branwell, vide uno strano bagliore luminoso all'interno.

"Oh, Emily!" gridò, "la casa è in fiamme!"

Emily uscì, le dita sulle labbra. Si era ricordata del grande orrore di suo padre per il fuoco; era l'unico terrore di un uomo coraggioso; non voleva tende di mussola, né abiti leggeri in casa sua. Uscì silenziosamente e vide la fiamma; poi, molto bianca e determinata, corse dalla sua stanza giù nel corridoio, dove ogni notte stavano secchi pieni d'acqua. Con uno in ogni mano salì di sopra. Anne, Charlotte, la giovane serva, ritraendosi contro il muro, rannicchiate insieme in un orrore stupito – Emily andò dritta avanti ed entrò nella stanza in fiamme. In poco tempo la luce brillante cessò di divampare. Fortunatamente la fiamma non aveva raggiunto le parti in legno: l'ubriaco Branwell, girandosi nel letto, doveva aver rovesciato la luce sulle lenzuola, perché queste e il letto erano tutti in fiamme, e lui privo di sensi in mezzo quando Emily entrò, proprio come Jane Eyre trovò il signor Rochester. Ma non era con una creatura umana ragionevole e riconoscente che Emily doveva avere a che fare. Dopo alcuni lunghi istanti, coloro che stavano ancora nel corridoio la videro barcollare fuori, pallida, con gli abiti bruciacchiati, trasportando a metà tra le braccia, a metà trascinando, il fratello ubriaco. Lo mise nel suo letto e tolse la luce; poi, rassicurando le ragazze isteriche che non ci poteva essere ulteriore pericolo, disse loro di andare a riposare – ma dove dormì lei stessa quella notte nessuno lo ricorda più.

Deve essere stato molto presto dopo questo fatto che Branwell iniziò a dormire nella stanza del padre. Il vecchio, abbastanza coraggioso, e concependo che la sua presenza potesse essere un leggero freno alle furie dell'ubriachezza del suo infelice figlio, insistette in questo accordo, sebbene spesso le ragazze lo implorassero di rinunciarvi, sapendo benissimo quale rischio per la vita corresse. Non di rado Branwell dichiarava che lui o suo padre sarebbero stati morti prima del mattino; e ben poteva accadere che nel suo delirio insensato assassinasse il vecchio cieco.

"Le sorelle ascoltavano spesso il colpo di una pistola nel cuore della notte, finché l'occhio vigile e l'orecchio attento diventavano pesanti e ottusi per la tensione perpetua sui loro nervi. Al mattino il giovane Brontë usciva a passeggio, dicendo con l'incontinenza di parola di un ubriaco: 'Il povero vecchio ed io abbiamo avuto una notte terribile. Lui fa del suo meglio – il povero vecchio! – ma per me è finita'" (piagnucolando) "'è colpa sua, colpa sua.'"[20]

E in tale fatale progresso trascorsero due anni, portando la sofferenza in quella casa sempre più in basso, sempre più profonda, facendola sprofondare giorno dopo giorno di male in peggio.

NOTE:

[16] Signora Gaskell.

[17] 'Pictures of the Past.'

[18] Signora Gaskell.

[19] Signora Gaskell.

[20] Signora Gaskell.

CAPITOLO XII.

SCRIVERE POESIA.

Mentre le mani di Emily Brontë erano piene di lavoro banale, mentre il suo cuore era sepolto sotto il suo carico di vergogna e dolore, non pensate che la sua mente fosse più in pace. Aveva sempre usato il suo tempo libero per studiare o creare; e la cupezza dell'esistenza rendeva questa sua vita interiore doppiamente preziosa ora. C'è una minuscola copia delle 'Poesie' di Ellis, Currer e Acton Bell, che era di proprietà di Emily, contrassegnata con il suo nome e con la data di ogni poesia accuratamente scritta sotto il titolo, nella sua grafia minuta e ordinata. È stata di grande utilità per me nel classificare l'ordine di queste poesie, principalmente inni all'immaginazione, il "Confortatore" di Emily, il suo "Amore fatato"; implorandola di accendere una tale luce nell'anima che le nuvole opache dei cieli terreni possano sembrare di scarsa importanza.

La luce che doveva essere accesa era davvero di una luminosità soprannaturale; una fiamma da sotto la terra; una fiamma di fulmine dai cieli; un faro di terribile avvertimento. Sebbene così tanto sia a malapena evidente in queste prime poesie, che brillano di fantastici fuochi di lucciole, vezzi fatati, o che bruciano solenni e pallide come ceri accesi alla luce del giorno attorno a un feretro, tuttavia, in qualunque forma, "la luce che non fu mai su mare o terra", lo strano splendore trasfigurante dell'immaginazione, è presente lì.

Nessuno in casa vide mai quali cose Emily scrivesse nei momenti di pausa dalla preparazione della pasta, in quelle brevi sedute sotto i ribes, in quelle lunghe e solitarie veglie per il fratello ubriaco. Non scriveva per essere letta, ma solo per alleviare un cuore gravato. "Un giorno", scrive Charlotte nel 1850, ricordando il passato vicino e svanito, "un giorno nell'autunno del 1845, mi imbattei accidentalmente in un volume manoscritto di versi nella grafia di mia sorella Emily. Naturalmente non fui sorpresa, sapendo che poteva scrivere e scriveva versi. Lo sfogliai, e qualcosa di più della sorpresa mi colse – una profonda convinzione che non si trattasse di comuni effusioni, per nulla simili alla poesia che le donne scrivono solitamente. Le trovai condensate e concise, vigorose e autentiche. Al mio orecchio, avevano anche una musica particolare, selvaggia, malinconica ed elevante."

Molto vero; queste poesie con il loro eccesso di immaginazione, la loro musica istintiva e la loro irregolare correttezza di forma, la loro impressionante ampiezza, gli effetti di paesaggio, i loro scarsi accenni a dogmi o a uomini perfidi, non sono, davvero, per nulla simili alla poesia che le donne scrivono solitamente. La mano che dipinse questo singolo verso,

"La luna pallida che lotta nel cielo,"

avrebbe dovuto stringere la mano a Coleridge. La voce avrebbe potuto cantare in concerto con Blake quella che cantò questo singolo frammento di canzone:

"La speranza era solo un'amica timida; Sedeva fuori dalla tana sbarrata, Osservando come tendesse il mio destino, Proprio come gli uomini dal cuore egoista.

"Era crudele nella sua paura; Attraverso le sbarre, un giorno uggioso, Guardai fuori per vederla lì, E lei voltò la faccia dall'altra parte!"

Se la poesia fosse finita qui sarebbe stata perfetta, ma essa e molte altre di queste liriche hanno l'incertezza della chiusa che solitamente contraddistingue le opere giovanili. Spesso incoerenti, inoltre, le immagini di un sogno che si susseguono rapidamente senza un nesso logico; eppure appena scalfite dall'incoerenza, poiché l'effetto che cercano di produrre non è un'emozione, non una convinzione, ma un'impressione di bellezza, o di orrore, o di estasi. I contorni incerti sono bagnati in una vaga aria dorata di immaginazione, e ci vengono mostrati con il tocco magico di un Coleridge, di un Leopardi: il tocco che offre un'atmosfera, una scena, quasi senza un dettaglio evidente né dell'una né dell'altra. Potremmo non comprendere il significato del canto, ma comprendiamo il sentimento che lo ha ispirato, così come, terminata la lettura di "Kubla Khan", non rimane nella nostra mente la visione raffigurata del palazzo o della danzatrice, ma una partecipazione personale all'esaltata fantasia di Coleridge, un avvio di rêverie, un'impressione.

Leggete questa poesia, scritta nell'ottobre 1845:

"IL FILOSOFO.

"Basta col pensiero, filosofo, Troppo a lungo hai sognato Senza luce, in questa stanza tetra, Mentre il sole d'estate risplende! Anima che spazi nel cosmo, quale triste ritornello Conclude ancora una volta le tue meditazioni?

"Oh, per il tempo in cui dormirò Senza identità, E non m'importi come la pioggia possa inzupparmi, O la neve possa coprirmi! Nessun paradiso promesso, questi desideri sfrenati Potrebbero appagarli tutti, o anche solo a metà; Nessun inferno minacciato, con fuochi inestinguibili, Potrebbe domare questa volontà inestinguibile!

"Così dissi, e dico ancora lo stesso; Ancora, fino alla mia morte, dirò: Tre dei, entro questo piccolo corpo, Sono in guerra notte e giorno; Il paradiso non potrebbe contenerli tutti, eppure Sono tutti contenuti in me, E devono essere miei finché non dimenticherò La mia presente entità! Oh, per il tempo in cui nel mio petto Le loro lotte saranno finite! Oh, per il giorno in cui riposerò, E non soffrirò mai più!

"Vidi uno spirito, in piedi, uomo, Dove tu te ne stai, un'ora fa, E attorno ai suoi piedi scorrevano tre fiumi, Di uguale profondità e uguale flusso: Un torrente dorato, e uno simile al sangue, E uno sembrava essere di zaffiro; Ma, dove essi univano il loro triplice flutto, Si riversava in un mare inchiostrato. Lo spirito rivolse il suo sguardo abbagliante Giù attraverso la cupa notte di quell'oceano, Poi, accendendo tutto, con un bagliore improvviso, Il felice abisso scintillò vasto e luminoso: Bianco come il sole, assai, assai più bello, Di quanto le sue divise sorgenti fossero!

"E persino per quello spirito, veggente, Ho vegliato e cercato per tutta la mia vita; Cercato in cielo, inferno, terra e aria: Una ricerca infinita, e sempre sbagliata! Avessi solo visto il suo occhio glorioso Illuminare una volta le nubi che mi smarriscono, Non avrei mai levato questo grido codardo Di smettere di pensare, e smettere di essere; Non avrei mai chiamato l'oblio benedetto, Né, tendendo mani bramose verso la morte, Implorato di scambiare per riposo insensato Quest'anima senziente, questo respiro vivente:

"Oh, lasciatemi morire, affinché potere e volontà Possano chiudere la loro crudele contesa; E il bene vinto, e il male vincitore Si perdano in un'unica quiete!"

Qualche parvenza di coerenza può, senza dubbio, essere conferita a questa poesia facendo sì che le prime tre strofe e l'ultima siano pronunciate dal richiedente, e la quarta dal filosofo. Anche così, il soggetto ha poco fascino. Ciò che ci preme è la sorprendente energia con cui le immagini successive sono proiettate, il tono sincero del verso, l'immaginazione che riveste tutti i suoi mutamenti. L'uomo e il filosofo non sono che il goffo meccanismo della lanterna magica, quanto più tenuti fuori dalla vista, meglio è.

"Bene vinto e male vincitore!" Un pensiero che deve essere sorto spesso nella mente di Emily durante quest'anno e quelli successivi. Un pensiero cupo, abbastanza strano nella figlia di un pastore di campagna; uno destinato ad avere un grande risultato nella sua opera.

Di queste visioni che costituiscono la parte maggiore del contributo di Emily al minuscolo libro, nessuna ha una grazia più inquietante di questo sogno ad occhi aperti del 5 marzo 1844, qui esemplificato da pochi versi strappati in modo abbastanza brusco dalla loro cornice:

"Su un soleggiato pendio, giacevo sola Un pomeriggio d'estate; Era il tempo del matrimonio di Maggio Con il suo giovane amante, Giugno.

* * * * *

"Gli alberi agitavano le loro creste piumate, I lieti uccelli gorgogliavano limpidi; E io, tra tutti gli invitati alle nozze, Ero la sola imbronciata lì.

* * * * *

"Ora, se fosse davvero così, Non potrei mai esserne sicura, Ma come in un accesso di stizzoso dolore, Mi distesi sulla brughiera,

"Mille migliaia di fuochi scintillanti Sembravano accendersi nell'aria; Mille migliaia di cetre argentee Risuonavano lontano e vicino:

"Mi parve, il respiro stesso che respiravo Fosse pieno di scintille divine, E tutto il mio giaciglio d'erica fosse intrecciato Da quel fulgore celeste!

"E, mentre l'ampia terra risuonava eco Alla loro strana musica, I piccoli spiriti scintillanti cantavano, O sembravano cantare, per me."

* * * * *

Ciò che cantavano è in verità di ben poca importanza: un motivo del vago sentimento panteistico comune sempre ai poeti, ma il suo modo di rappresentare la piccola sinfonia aerea è incantevole. Richiama la brillantezza fiabesca delle brughiere al tramonto, quando il sole, scivolando dietro una collina occidentale, scorre in raggi orizzontali verso una cresta opposta, dorando con pallido oro l'erba sbiadita color fulvo; impigliata nel velo di erbe di lillà che seminano, steso, come la pruina su un chicco d'uva, su tutta la landa; scintillante sui bordi croccanti dei fiori d'erica, bianco puro, colore rosa canina, tinta di conchiglia, porpora; enfatizzando ogni sperone grigio-verde del sottobosco di lichene terrestre; colpendo ogni ramo di brugo spruzzato di scarlatto e dai boccioli bianchi: un effetto iridescente, scintillante, danzante di fiori bianchi, rosa e porpora; di fioritura di lillà, di germogli e rami grigio-verdi e grigio biancastri, tutti in movimento croccante e danzanti insieme nella brezza sulla cima della collina. Ho citato quella notte ventosa in un verso:

"La luna pallida che lotta nel cielo."

Ecco un altro verso per mostrare come osservasse bene dall'ampia finestra della sua camera da letto i cieli grigi che si estendevano lontano sopra le nere brughiere che si estendevano lontano:

"E oh, quanto lentamente quella stella dall'occhio acuto Ha seguito il grigio gelido; Che, ancora a vegliare! quanto lontano Il mattino se ne sta."

Tali tocchi diretti e vitali richiamano passaggi ben noti in 'Cime tempestose': le immagini di Catharine delle brughiere; quella squisita allusione alle campane della chiesa di Gimmerton, che non si possono udire sulle brughiere in estate quando gli alberi sono coperti di foglie, ma sempre udite a Cime tempestose nei giorni quieti che seguono un grande disgelo o una stagione di pioggia costante.

Ma non, ahimè!, in tale fantasia, in tale amorevole intimità con la natura, potevano trascorrere molte delle giornate addolorate di Emily. Né era nella sua natura che tutti i suoi sogni dovessero essere allegri. I canti più belli, i più peculiarmente suoi, sono tutti di sfida e lutto, stati d'animo così naturali per lei che sembra quasi non aver bisogno dell'intervento delle parole nella loro confessione. La musica selvaggia, malinconica ed elevante di cui Charlotte parla saggiamente è abbastanza forte da muovere i nostri stessi cuori a dolore in versi come i seguenti, cose che non ci toccherebbero affatto se fossero scritte in prosa; che non hanno alcuna nota personale. Eppure ascoltate:

"Morte! che colpisti quando ero più fiduciosa Nella mia certa fede di gioia a venire: Colpisci ancora, dividendo il ramo avvizzito del Tempo Dalla fresca radice dell'Eternità!

"Le foglie, sul ramo del Tempo, crescevano luminose, Piene di linfa, e piene di rugiada argentata; Gli uccelli sotto il suo riparo si radunavano ogni notte; Ogni giorno attorno ai suoi fiori le api selvatiche volavano.

"Il dolore passò, e colse il fiore dorato."

Solenne, ossessionante con una passione infinitamente al di là delle mere parole, della mera immagine; perché, in qualche modo meraviglioso, la musica stessa del verso impressiona, ci ricorda, dichiara le sacre inevitabili perdite della morte.

Una poesia ancora migliore è 'Ricordo', scritta due anni dopo, nel marzo del 1845; qui le parole e il pensiero sono degni della musica e dell'atmosfera. Possiede una passione vitale; sebbene possa a stento essere una passione personale, poiché, "quindici inverni selvaggi" prima del 1845, Emily Brontë era una ragazza di dodici anni, senza compagni, a parte le sorelle ancora in vita, Branwell, la zia e i servitori del vicariato. Qui, come altrove nel presente volume, l'istinto creativo si rivela nell'immaginare emozioni e non personaggi. L'artista ha fornito la passione dell'amante.

"Freddo nella terra, e la neve profonda ammucchiata sopra di te, Lontano, lontano, rimosso, freddo nella tomba tetra! Ho dimenticato, mio unico Amore, di amarti, Separata finalmente dall'onda che tutto separa del Tempo?

"Ora, quando sono sola, i miei pensieri non volano più Sopra le montagne, su quella costa settentrionale, Riposando le loro ali dove l'erica e le foglie di felce coprono Il tuo nobile cuore per sempre, per sempre più?

"Freddo nella terra, e quindici inverni selvaggi, Da quelle colline brune, si sono sciolti in primavera: Fedele, davvero, è lo spirito che ricorda Dopo tali anni di mutamento e sofferenza!

"Dolce Amore della giovinezza, perdona, se ti dimentico, Mentre la marea del mondo mi trascina con sé; Altri desideri e altre speranze mi assediano, Speranze che oscurano, ma non possono farti torto.

"Nessuna luce successiva ha illuminato il mio paradiso, Nessun secondo mattino ha mai brillato per me; Tutta la beatitudine della mia vita fu data dalla tua cara vita, Tutta la beatitudine della mia vita è nella tomba con te.

"Ma, quando i giorni dei sogni dorati erano periti, E persino la Disperazione era impotente a distruggere, Allora imparai come l'esistenza potesse essere nutrita, Rafforzata, e alimentata senza l'aiuto della gioia.

"Allora frenai le lacrime dell'inutile passione, Svezzai la mia giovane anima dal desiderare la tua; Negai severamente il suo ardente desiderio di affrettarsi Giù verso quella tomba già più mia che tua.

"E, ancora adesso, non oso lasciarla languire, Non oso indulgere nel dolore estasiato della memoria; Una volta bevuto profondamente di quell'angoscia divinissima, Come potrei cercare di nuovo il mondo vuoto?"

Ancora meglio, di un'eccellenza standard, è una piccola poesia, che, per qualche timido impulso di struzzo, Emily scelse di chiamare

"IL VECCHIO STOICO.

"Le ricchezze tengo in scarsa stima; E l'Amore rido a scherno; E la brama di fama non era che un sogno Che svanì con il mattino:

"E se prego, l'unica preghiera Che muove le mie labbra per me È: 'Lascia il cuore che ora porto, E dammi la libertà!'

"Sì, mentre i miei giorni veloci si avvicinano alla meta, È tutto ciò che imploro; Nella vita e nella morte, un'anima senza catene, Con il coraggio di sopportare."

In tutto il libro si riconosce la capacità di produrre qualcosa di più raffinato e assai diverso da ciò che è qui prodotto; si riconosce tanto, ma non l'autore di 'Cime tempestose'. Grandi impressioni di atmosfera e paesaggio rivelano un temperamento artistico straordinariamente ricettivo; splendido e vigoroso movimento di versi mostra che l'artista è un poeta. Poi siamo in un vicolo cieco. Non c'è alcun indizio di che tipo di poeta: troppo riservata per essere costantemente lirica, non vi è sufficiente prova della facoltà drammatica per aiutarci a trovare la pista giusta. Tutto ciò che possiamo dire è che abbiamo davanti una mente capace di illusioni molto complete e reali, perseguitata dall'immaginazione, sempre fantastica, e spesso terribile; un temperamento riservato, impavido e meditabondo; un carattere di grande forza e ruvidezza, estremamente tenace nelle impressioni. Dobbiamo chiamare in causa Monsieur Taine e il suo Milieu per spiegare 'Cime tempestose'.

Questo primo volume rivela un'immaginazione travolgente che non ha ancora raggiunto il suo sbocco appropriato. È doloroso, leggendo queste prime poesie, sentire quanto spietata e orribile fosse spesso quella forte immaginazione, ancora non diretta su alcuna linea prestabilita. A volte, davvero, dolci fantasie giungevano a Emily, ma spesso erano visioni di oscure segrete, scene di morte e disperato distacco, di follia e agonia.

"Così stavo, nel sole glorioso del Cielo, E nel bagliore dell'Inferno; Il mio spirito beveva un tono misto, Di canto di serafino, e lamento di demone; Ciò che la mia anima sopportò, la mia anima sola Dentro se stessa può raccontare!"

È doloroso, davvero, pensare che i dintorni di questa violenta immaginazione, con la sua inclinazione verso il capriccioso e il terrificante, fossero solitudine, dolore, forzata compagnia con la degradazione; una vita così amara, per lungo tempo, e resa così amara attraverso la colpa di un altro, che Emily accolse le sue fantasie, persino le più cupe, come un felice sfogo dalla realtà.

"Oh, terribile è il freno, intensa l'agonia, Quando l'orecchio inizia a udire, e l'occhio inizia a vedere; Quando il polso inizia a pulsare, il cervello a pensare ancora, L'anima a sentire la carne, e la carne a sentire la catena."

Tali furono i versi che Charlotte scoprì un giorno d'autunno del 1845, che la sorpresero, a buona ragione, per la loro originalità e musica. Emily non fu compiaciuta da ciò che ai suoi occhi, così gelosi della sua libertà, doveva essere sembrata una deliberata interferenza con la sua proprietà. "Mia sorella Emily," continua Charlotte, "non era una persona di carattere dimostrativo, né una nei recessi della cui mente e dei cui sentimenti persino coloro che le erano più vicini e cari potevano intromettersi senza permesso; ci vollero ore per riconciliarla con la scoperta che avevo fatto, e giorni per persuaderla che tali poesie meritassero la pubblicazione. Sapevo, tuttavia, che una mente come la sua non poteva essere priva di qualche scintilla latente di onorevole ambizione, e mi rifiutai di scoraggiarmi nei miei tentativi di attizzare quella scintilla fino a farla diventare fiamma.

"Nel frattempo, la mia sorella minore produceva tranquillamente alcune delle sue composizioni, lasciando intendere che, dato che quelle di Emily mi avevano dato piacere, avrei potuto gradire di dare un'occhiata ad alcune delle sue. Non potevo non essere un giudice di parte, eppure pensai che anche questi versi avessero una loro dolce e sincera pateticità."

Solo un giudice di parte poteva trovare qualcosa di molto da lodare nei banali versi della gentile Anne. Se il libro avesse avuto un indice dei primi versi, che critica graffiante sui contenuti sarebbe stata!

"Dolci sono i tuoi canti, bardo celeste." "Riposerò in questo pergolato riparato." "Oh, sono molto stanca, sebbene le lacrime non scorrano più."

Da tali inizi prevediamo troppo chiaramente il disperato bathos della fine. Povera bambina, i suoi dolori reali e profondi, espressi in frasi così logore e inadatte, sono poco toccanti quanto la bellezza di una commessa londinese sotto gli ornamenti pronti all'uso e di seconda mano dei suoi abiti di seconda mano.

Charlotte, tuttavia, conoscendo il vero dolore, la vera mitezza che li ispirava, non inopportunamente mise nei versi banali il pathos delle circostanze della scrittrice. In verità, le sue stesse poesie non sono tali da giustificare alcun grande rigore di critica. Sono spesso, come poesie, effettivamente inferiori a quelle di Anne, il suo modo di trascinare una storia o una morale alla fine di una lirica avendo un effetto alquanto comico; eppure, nel complesso, la sua parte del libro la distingue chiaramente come una eloquente e immaginativa raccontatrice, allo stesso tempo in cui le nega il minimo germoglio, la più piccola foglia, di quella corona d'alloro senza fiori che Emily potrebbe reclamare. Ma a quel tempo la differenza non era così chiaramente distinguibile; sebbene Charlotte sentisse e riconoscesse sempre la superiorità della sorella a questo riguardo, non era riconosciuta come di un tipo tale da eclissare del tutto i suoi stessi piccoli racconti in versi, e da togliere lucentezza alle pie effusioni di Anne.

Fu selezionato un pacchetto di manoscritti, un piccolo pacchetto scritto in tre mani diverse e firmato da tre nomi. Le sorelle non desideravano rivelare la loro identità; decisero per un nome d'arte, e scelsero il comune cognome del nord del paese di Bell. Non desideravano essere conosciute come donne: "avevamo la vaga impressione che le autrici siano soggette ad essere guardate con pregiudizi"; eppure la loro fastidiosa onorevolezza impediva loro di indossare una maschera che non avevano alcun mandato di portare; per soddisfare entrambi gli scrupoli assunsero nomi che avrebbero potuto ugualmente appartenere a un uomo o a una donna. Nella parte dello Yorkshire dove vivevano i bambini vengono spesso battezzati con nomi di famiglia; sopra i negozi avrebbero visto "Sunderland Akroyd", variato da "Pighills Sunderland", con a stento un John o un James a far loro compagnia. Quindi non c'era nulla di strano per loro nella moda così ingegnosamente adattata ai loro usi. Ellis velava Emily; Currer, Charlotte; Acton, Anne. Il primo e l'ultimo sono nomi comuni abbastanza; una Miss Currer che fu una delle sottoscrittrici a Cowan's Bridge potrebbe aver suggerito il suo pseudonimo a Charlotte. Alla fine ogni dettaglio fu discusso, deciso, e il pacchetto spedito a Londra per tentare la sorte nel mondo:

"Questa pubblicazione del nostro piccolo libro fu un duro lavoro. Com'era da aspettarsi, né noi né le nostre poesie eravamo affatto richieste; ma per questo eravamo state preparate fin dall'inizio; sebbene inesperte noi stesse, avevamo letto l'esperienza degli altri. Il grande enigma stava nella difficoltà di ottenere risposte di qualsiasi tipo dagli editori ai quali ci rivolgevamo. Essendo grandemente molestate da questo ostacolo, mi avventurai a rivolgermi ai signori Chambers di Edimburgo per una parola di consiglio: potrebbero aver dimenticato la circostanza, ma io no; poiché da loro ricevetti una breve e professionale ma civile e sensata risposta, sulla quale agimmo, e alla fine facemmo strada."[21]

Alla fine le tre sorelle trovarono un editore che avrebbe intrapreso il lavoro su commissione; una risposta favorevole giunse dai signori Aylott & Jones, di Paternoster Row, che stimarono la spesa del libro in trenta ghinee. Era una gran cosa per le tre sorelle risparmiare dai loro guadagni, ma erano desiderose di stampare, desiderose di fare sacrifici, come se in qualche modo oscuro vedessero già la gloriosa meta. Ma al momento c'era affare da fare. Comprarono uno dei numerosi piccoli manuali che sono sempre in vendita per mostrare alla povera vana falena della scrittura amatoriale come meno bruciarsi le ali: piccoli libri acquistati e letti più avidamente di chiunque di quelli che portano al mondo. Una tale guida per l'editore, intesa per ambiziosi scolari, le Brontë comprarono e studiarono con ansia quanto loro. Alla fine di febbraio tutto era stabilito, il carattere deciso, il denaro spedito, i tipografi al lavoro. La copia di Emily Brontë è datata 7 maggio 1846.

Che ansia allo scioglimento del pacco in cui arrivarono quelle prime copie! Che delusione, inframmezzata da estasi, nel leggere i propri versi, inalterati, eppure stampati! Un'esperienza non così comune allora come oggi; essere una poetessa in quei giorni aveva una certa distinzione, e le tre sorelle devono aver ansiosamente atteso un saluto. Le poesie erano state spedite a molte riviste: Colburne's, Bentley's, Hood's, Jerrold's, Blackwood's, il loro primo idolo; alla Edinburgh Review, Tait's Edinburgh Magazine, la Dublin University Magazine; all'Athenaeum, la Literary Gazette, il Critic, e al Daily News, il Times, e al quotidiano Britannia. Sicuramente da qualche parte avrebbero udito una parola autentica di avvertimento o benvenuto tale da confermare subito le loro speranze o le loro disperazioni. Erano diventate abituate ad attendere; ma dovettero attendere a lungo. Alla fine, il 4 luglio, l'Athenaeum recensì il loro libro in un breve paragrafo, ed è notevole che, sebbene in tali recensioni delle poesie come apparvero dopo la pubblicazione di 'Jane Eyre', sia sempre il "fine senso della natura" di Currer Bell, l'"intelletto maturo e la mano magistrale" di Currer Bell, che vince ogni lode; tuttavia, in questo primo avviso, il critico ancora non accecato ha percepito a chi spettasse la palma. Ellis Bell egli pone al primo posto dei tre supposti fratelli, nominandolo "un fine spirito bizzarro con un evidente potere d'ali che può raggiungere altezze non qui tentate". Accanto a lui il critico classifica Currer, infine Anne. A stento un altro avviso videro.

Il piccolo libro era evidentemente un fallimento; era caduto nato morto dalla stampa. Dovevano tutte le loro speranze morire non appena nate? Almeno risolsero di non essere troppo presto ostacolate, e già, nel fitto della loro delusione, iniziarono a gettare le basi dei romanzi che avrebbero scritto. Come il nostro esercito, vincevano le loro battaglie non ammettendo mai di essere state battute.

Tentarono tutto tra loro, questa delusione, queste risoluzioni. Quando l'inquisitore postino chiese a Mr. Brontë se sapesse chi fosse quel Mr. Currer Bell per il quale arrivavano sempre tante lettere, il vecchio gentiluomo rispose con un senso di autorità, "Mio buon uomo, non esiste tale persona nella parrocchia"; e quando, in rare occasioni, Branwell entrava nella stanza dove stavano scrivendo, nessuna parola veniva detta del lavoro che stava procedendo. Nemmeno alla sorella Ellen, così vicina a tutti i loro cuori, fu fatta alcuna confessione del modo in cui passavano il loro tempo.

"Non abbiamo fatto nulla (di cui valga la pena parlare) da quando sei stata qui", dice la coscienziosa Anne. Ciononostante, la loro amica trasse le sue conclusioni. Verso quel periodo venne a stare a Haworth e a volte (un po' divertita dalla loro reticenza) le stuzzicava con i suoi sospetti, con grande allarme e sorpresa di Charlotte. Una volta, in quel periodo, mentre passeggiavano insieme nella brughiera, un mutamento improvviso e una luce apparvero nel cielo.

"Guardate", disse Charlotte; e le quattro ragazze guardarono in alto e videro tre soli splendere limpidi sopra le loro teste. Rimasero un po' in silenzio a fissare il bellissimo parelio; Charlotte, la sua amica e Anne raggruppate insieme, Emily poco più in alto, in piedi su un poggio coperto di erica. "Siete voi!" disse alla fine Ellen. "Siete voi i tre soli." "Zitta!" esclamò Charlotte, indignata per la sciocchezza fin troppo acuta della sua amica; ma mentre Ellen, con i sospetti confermati dalla veemenza di Charlotte, riabbassava gli occhi verso terra, guardò per un momento Emily. Era ancora in piedi sul suo poggio, tranquilla, soddisfatta; e attorno alle sue labbra aleggiava un sorriso dolcissimo e felice. Non era arrabbiata, l'indipendente Emily. Le era piaciuta quella piccola frase.

NOTE:

[Nota 21: 'Memoir.' C. B.]

CAPITOLO XIII.

TRIBOLAZIONI.

Mentre Emily Brontë si sforzava di creare un mondo di fantasia e romanticismo naturale per il suo spirito appassionato, l'esistenza reale e quotidiana in cui doveva lavorare e soffrire stava diventando di giorno in giorno più ansiosa e tormentata. Una vita quasi invivibile, a ricordarla, soffocata dalla volgare tragedia dei guai di Branwell, dalle squallide preoccupazioni che i suoi debiti comportavano, dall'estenuante ansia che vegliava sull'incipiente cecità del vecchio Mr. Brontë. Questi mesi del 1846 durante i quali, ricordiamolo, Emily scriveva 'Cime tempestose', devono essere stati i più pesanti e cupi dei suoi giorni; fu durante il loro logorante trascorrere che ella percepì infine quanto dovesse essere assolutamente disperata, quanto insensibile al bene, la vita che restava a suo fratello.

Finché gli fu concesso un futuro, Branwell non raggiunse mai il limite dell'abbrutimento. Beveva per annegare il dolore, per attutire la memoria e il volo del tempo; si spinse lontano, ma non troppo da non poter tornare indietro quando fosse spuntato il giorno che lo avrebbe richiamato alla prosperità e alla felicità. Era ancora, sebbene pervertito e degradato, capace di riformarsi e suscettibile a influenze sacre. Non aveva gettato via definitivamente la bontà e l'onore; erano solo momentaneamente scartati, come anelli tolti per un lavoro gravoso; di lì a poco li avrebbe rimessi.

Improvvisamente, il futuro gli fu tolto. Una mattina, circa sei mesi dopo il suo licenziamento, arrivò una lettera per Branwell che annunciava la morte del suo precedente datore di lavoro. Tutto ciò che aveva sperato giaceva ai suoi piedi: il buon uomo, offeso, era morto. Sua moglie, le sue ricchezze, avrebbero dovuto ora rendere Branwell lieto. Una nuova vita, guadagnata con il peccato e l'odio, doveva cominciare; una nuova buona vita, onorevole e felice. Era nella natura di Branwell rallegrarsi quando la pace e l'onore gli venivano incontro, sebbene non facesse alcuno sforzo per raggiungerli, e quella mattina fu molto felice.

"Ballò letteralmente giù per il cimitero come se fosse fuori di sé; era così innamorato di quella donna", dice il mio informatore.

La mattina seguente si alzò, si vestì con cura e si preparò per un viaggio, ma prima ancora che partisse da Haworth due uomini arrivarono al villaggio a tutta velocità. Mandarono a chiamare Branwell e, quando egli arrivò, in un grande stato di agitazione, uno dei cavalieri smontò e andò con lui al "Black Bull". Entrarono nella sala marrone della locanda, la sala allegra e rivestita di pannelli di legno, dove Branwell aveva così spesso dominato i suoi compagni di bevute dalla sua grande sedia ad angolo. Dopo qualche tempo il messaggero si alzò e se ne andò; e coloro che erano nella locanda pensarono di aver udito uno strano rumore nella sala: un belato simile a quello di un vitello. Tuttavia, essendo persone indaffarate, non andarono a vedere se fosse accaduto qualcosa, e tra la folla delle loro occupazioni il suono svanì dalle loro orecchie e dalla loro memoria. Ore dopo, la giovane ragazza che aiutava nelle faccende domestiche alla locanda, l'Anne che ancora ricorda i saluti fluenti di Branwell, trovò l'occasione di entrare nella sala. Entrò e lo trovò sul pavimento, con un aspetto cambiato e terribile. Era caduto in una sorta di crisi stupefatta. Dopo quel giorno fu un essere alterato.

Il messaggio che aveva udito aveva cambiato il corso della sua vita. Non era la convocazione che si aspettava, ma una preghiera da parte della donna che amava di non avvicinarsi a lei, di non tentarla alla rovina; se lo avesse visto una volta, la cura dei suoi figli, la fiducia nelle loro fortune, tutto sarebbe andato perduto. Lo implorava di stare lontano; ansiosa, forse, in questa improvvisa solitudine della morte, di riscattare il passato, o resa da qualche tenera superstizione meno disposta a tradire i morti che i vivi; o, può essere, semplicemente ansiosa di mantenere a ogni costo il rango, la posizione, gli onori a cui era abituata. Che sia come sia, Branwell si ritrovò dimenticato.

"Oh, terribile cuore di donna, Che in un giorno dimentica ciò che l'uomo ricorda, Dimenticando lui insieme a esso."

Dopo quel giorno fu diverso. Si disperò e bevve fino a morire, bevendo verso la tomba e l'oblio, dei del suo Sabbath, e prendendo in prestito un piacere transitorio a un interesse spaventoso. Ma per un uomo simile la tentazione suprema è il godimento: deve averlo, anche se la vita e il paradiso vanno perduti. E mentre gozzovigliava, "e con tutto il suo modo di fare dava segni di intenso godimento",[22] il suo vecchio padre diventava completamente cieco, Anne di giorno in giorno più delicata e con il fiato corto, l'ambiziosa Charlotte languiva come un'aquila in gabbia, ed Emily, scrivendo 'Cime tempestose', definiva sciocchi coloro che trovavano la storia più terribile della vita.

Fu lei a vedere di più il fratello abbandonato, perché Anne non poteva che rabbrividire al suo peccato, e Charlotte era troppo indignata per provare pietà. Ma Emily, la donna austera e caritatevole, che non si risparmiava alcun tormento, che amava portare teneramente tra le sue mani laboriose i nidiacei dalle ali spezzate, Emily non era disgustata dalla sua debolezza. Devo forse disprezzare il cervo per la sua timida rapidità nel fuggire, o il leprotto perché non sa morire coraggiosamente, o schernire l'agonia della morte del lupo perché la bestia è scarna e ripugnante da vedere? si chiede in una delle poche poesie personali che ci ha lasciato. No! Un enfatico no; perché Emily Brontë aveva un posto nel suo cuore per tutti i figli selvaggi della natura, e disprezzarli per i loro istinti naturali le era impossibile. E così accadde che smise di indignarsi per le follie di Branwell; decise di accettare con dolore senza rabbia i suoi vizi naturali. Tutto ciò che restava del suo pronto disdegno era un'estrema pazienza che non si aspettava alcuna riforma, non chiedeva alcun miglioramento; la pazienza che aveva per il leprotto e per il lupo, creature spregevoli e piene di danni, eppure non per propria scelta; la pazienza di una disperazione rassegnata e senza speranza.

La pietà di Branwell era tutta per se stesso. Non risparmiò la pia famiglia costretta alla contaminazione delle sue cattive abitudini. "Non accade nulla a Haworth", dice Charlotte; "nulla almeno di piacevole. Un piccolo incidente è accaduto circa una settimana fa per pungolarci alla vita; ma, se non ti dà più piacere sentirlo di quanto ne dia a noi testimoniarlo, difficilmente mi ringrazierai per averlo menzionato. È stato semplicemente l'arrivo di un ufficiale giudiziario in visita a Branwell, che lo invitava a pagare i suoi debiti o a fare un viaggio a York. Naturalmente i suoi debiti dovevano essere pagati. Non è piacevole perdere denaro, volta dopo volta, in questo modo; ma che senso ha soffermarsi su tali argomenti. Non lo renderà migliore."[23]

I rimproveri non facevano che indurire il suo cuore e fargli sentire più che mai di essere vittima delle circostanze e del destino. "A volte",[24] dice Mr. Phillips, "si lamentava del modo in cui veniva trattato a casa e, come esempio, raccontava quanto segue:

"'Una delle ragazze della scuola domenicale, alla quale lui e tutta la sua casa si interessavano molto, si ammalò gravemente e temevano che non sarebbe sopravvissuta.

"'Andai a trovare la povera piccola', disse, 'mi sedetti con lei per mezz'ora e le lessi un salmo e un inno su sua richiesta. Mi sentii molto incline a pregare anche con lei', aggiunse, con la voce tremante di emozione, 'ma vedi, non ero abbastanza buono. Come potevo osare pregare per un'altra, io che avevo quasi dimenticato come pregare per me stesso? Me ne andai con il cuore pesante, perché ero certo che sarebbe morta, e tornai dritto a casa, dove caddi in malinconiche riflessioni. Volevo qualcuno che mi rallegrasse. Spesso lo voglio; ma nessuna parola gentile trova la via per le mie orecchie, tanto meno per il mio cuore. Charlotte osservò la mia depressione e mi chiese cosa mi affliggesse. Così glielo dissi. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai, se vivrò fino a cento anni, cosa che non farò mai. Non era affatto da lei. Mi ferì, come se qualcuno mi avesse sferrato un colpo in bocca. Implicava così tante cose. Era uno sguardo dubbioso. Mi percorse, interrogando ed esaminando, come se fossi stato una bestia selvatica. Diceva: 'Le mie orecchie mi hanno ingannato o ho sentito bene?' E poi venne l'espressione dolorosa e frustrata che era peggiore di tutto. Diceva: 'Mi chiedo se sia vero'. Ma, mentre lasciava la stanza, sembrò accusare se stessa di avermi fatto un torto, e mi sorrise gentilmente dicendo: 'È la mia piccola allieva e andrò a trovarla'. Non risposi una parola. Ero troppo distrutto. Quando se ne fu andata, venni qui al "Black Bull" e passai la nottata in puro disgusto e disperazione. Perché non potevano darmi un po' di credito quando cercavo di essere buono?'"

In tal modo l'estate del 1846 avanzava, abbastanza stancamente, con maggiori economie nella famiglia già frugale, affinché i debiti di Branwell potessero essere onorevolmente pagati, con crescenti timori per il padre, su cui la dispepsia e la cecità stavano posando mani pesanti. Non riusciva più a leggere; lui, il grande camminatore che amava vagare da solo, riusciva a stento a procedere tastoni; tutto ciò che gli restava della vista era la capacità di riconoscere figure ben note se poste sotto una luce intensa. Eppure continuava ancora a predicare; restando in piedi, grigio e senza vista sul pulpito, pronunciando le parole (per forza non studiate) che gli venivano alle labbra. Lui stesso, nella sua triste vecchiaia e nel suo austero autocontrollo, un sermone nobilissimo e comprensibile.

Il suo morale era molto depresso; poiché ora non poteva più dimenticare se stesso nei suoi studi solitari, non poteva più camminare solo sulle brughiere libere quando il tormento invadeva la casa stretta sottostante. Viveva ora per necessità in relazione intima con le sue figlie; dipendeva da loro. E ora faceva conoscenza con la natura eroica delle sue figlie, e vedeva la meschina fatica delle loro vite, e come degnamente la trasformassero in una grazia nel sopportarla. E ora vedeva chiaramente il temperamento vanitoso, dipendente e appassionato di suo figlio, e sapeva come, per mancanza di disciplina, la pianta fosse stata rovinata e trascinata nel fango, pianta che avrebbe potuto fiorire magnificamente e portare buoni frutti se fosse stata sostenuta e guidata; la povera spalliera che non poteva reggersi da sola. La Nemesi aveva visitato la sua casa. Sentiva le conseguenze del suo egoismo, della sua arroganza, della sua fredda isolazione, e amaramente, amaramente piangeva.

La cataratta cresceva mese dopo mese, un velo che si ispessiva e cancellava il mondo; e mese dopo mese il vecchio cieco sedeva stancamente a pensare durante il giorno alla rovina del suo caro figlio, poiché aveva sempre amato Branwell più di tutti, e restava a letto la notte in ascolto dei suoi passi; mentre di sotto, sola, sua figlia vegliava altrettanto stancamente per il ritorno del figliol prodigo.

Le tre ragazze guardavano e desideravano aiutare. Tutto ciò che potevano fare lo facevano, essendo Charlotte il costante aiuto e compagna di suo padre; ma tutto ciò che potevano fare era poco. Non volevano rassegnarsi a vederlo sprofondare nella cecità. Si occupavano di raccogliere tutte le informazioni che potevano ricavare riguardo alle operazioni per la cataratta e i nomi degli oculisti. Ma al momento non c'era altro da fare che aspettare e sopportare; poiché persino loro, con la loro conoscenza limitata, potevano dire che gli occhi del padre non erano ancora pronti per il bisturi del chirurgo.

Nel frattempo lavoravano in segreto ai loro romanzi. Non appena le poesie furono spedite, e persino quando fu evidente che anche quell'impresa era fallita, le sorelle decisero di provare a guadagnarsi da vivere scrivendo. Non potevano più lasciare la loro casa, essendo il padre indifeso e Branwell peggio che indifeso; tuttavia, con spese sempre crescenti e nessun guadagno, era difficile sbarcare il lunario. Anche il futuro era incerto; se il caso del padre si fosse rivelato disperato, se fosse diventato completamente cieco, malato, incapace di lavorare, sarebbero state davvero senza casa. Con tale cupo presagio nei cuori, con tale austera e impellente necessità che ordinava loro di lottare e lottare ancora, come un nuotatore ostacolato lotta per la terraferma, queste tre sorelle iniziarono il loro lavoro. Due di loro, in tempi futuri, sarebbero state conosciute in tutto il mondo, sarebbero state influenze per tutti i tempi a venire e, una nuova gloria nel mondo non conosciuta prima dei loro giorni, avrebbero costituito "con la signora Browning, la perfetta trinità della fama femminile inglese."[25] Ma con poco pensiero a questo, pesantemente e molto stancamente, si avviarono verso la loro impresa.

Ogni sera, quando il cucito veniva riposto, la scrittura aveva inizio; le tre sorelle, sedute attorno al tavolo, o più spesso marciando in tondo per la stanza come ai tempi della scuola, tenevano solenne consiglio sul progresso del loro lavoro. La divisione dei capitoli, la scelta dei nomi dei personaggi, lo svolgimento degli eventi, venivano allora decisi, in modo che ciascuna desse una mano al lavoro dell'altra. Poi, terminate tali deliberazioni, la carta veniva estratta e gli appunti casuali della giornata corretti e messi in bella copia; e per un'ora o più non vi sarebbe stato alcun suono se non il grattare delle penne sulla carta e il lamento rafficato del vento all'esterno.

Un lavoro così metodico fa rapidi progressi. In pochi mesi ogni sorella ebbe un romanzo completato. Charlotte, un grave e tranquillo studio della vita e del carattere belga, 'Il professore'; Anne, un accurato resoconto delle prove di una governante, che intitolò 'Agnes Grey'. La storia di Emily era molto diversa e meno percettibilmente intrecciata con la sua esperienza. Conosciamo tutti almeno il nome di 'Cime tempestose'.

I romanzi furono spediti e all'inizio sembrarono avere ancora meno probabilità di successo di quanto avessero avuto la scuola o il libro di poesie. Editore dopo editore li rifiutò; allora, pensando che forse non fosse astuto inviare i tre romanzi in un colpo solo, poiché lo scarso successo di uno avrebbe potuto pregiudicare tutti, le sorelle li inviarono separatamente per tentare la sorte. Ma sempre con lo stesso risultato: mese dopo mese, arrivava il rifiuto.

A casa gli affari continuavano a non essere meno scoraggianti. Branwell spesso costretto a letto da violenti attacchi di vomito, Mr. Brontë diventava sempre più completamente cieco. Alla fine, alla fine di luglio, Emily e Charlotte partirono per Manchester per consultare un oculista. Lì sentirono parlare di Mr. Wilson come il migliore, e da lui andarono; ma solo per scoprire che non si poteva dare alcun parere decisivo finché gli occhi del padre non fossero stati esaminati. Tuttavia, non scoraggiate, tornarono a Haworth; perché almeno avevano trovato un medico ed erano certe che, anche alla tarda età del padre, un'operazione avrebbe potuto avere successo. Pertanto, alla fine di agosto, Charlotte, che era la principale compagna del padre e la più facilmente sostituibile da casa, portò il vecchio Mr. Brontë a Manchester. Mr. Wilson dichiarò i suoi occhi pronti per l'operazione, e il vecchio e sua figlia presero una pensione per un mese. "Mi chiedo come se la caveranno Emily e Anne a casa con Branwell", dice Charlotte, abituata a essere la guida e il capo di quella piccola famiglia.

Difficilmente, senza dubbio; perché Anne era poco adatta ora a lottare contro il destino. Non si era mai ripresa completamente dalla prolungata miseria del suo soggiorno con Branwell in quella casa fatale che doveva rovinare il loro futuro ed essere rovinata da loro. Diveniva sempre più debole, quella "piccola gentile", così tenera, così poco adatta al suo accidentato e cupo cammino di vita. Emily guardava con il cuore a pezzi; il tormento la circondava da ogni lato; suo padre cieco a Manchester; suo fratello che beveva fino a morire in casa; sua sorella che declinava, impallidendo di giorno in giorno; e ogni tanto arrivava una lettera che annunciava che tale o talaltra casa editrice non aveva uso per 'Agnes Grey' e 'Cime tempestose'.

Charlotte a Manchester non se la passava molto meglio. 'Il professore' le era stato restituito proprio il giorno dell'operazione del padre, quando (sopportando questo colpo non confessato come meglio poteva) dovette restare nella stanza mentre la cataratta veniva rimossa dai suoi occhi. L'esercizio rende forte il coraggio; quella sera, quando suo padre nella sua stanza oscurata non poteva più parlare o essere interpellato, proprio quella sera iniziò 'Jane Eyre'.

Questo significava essere più coraggiosa della coraggiosa Emily, che non ci ha lasciato nulla, eccetto pochi versi, scritti più tardi di 'Cime tempestose'. Ma a Haworth c'era lavoro in abbondanza per ogni istante delle giornate piene, e Charlotte, a Manchester, trovava la sua insolita inattività e la sua forzata clausura molto tristi.

Verso la fine di settembre Mr. Brontë fu dichiarato sulla buona strada per la guarigione, e lui e Charlotte partirono per Haworth. Fu un felice ritorno a casa, poiché le cose erano andate meglio di quanto Charlotte avesse osato sperare durante le ultime settimane della sua assenza. Ogni giorno il vecchio diventava più forte e, a poco a poco, la vista tornava. Poteva vedere il glorioso viola delle brughiere, le brughiere di Emily, non meno amate nella sua dolorosa età adulta che nel suo felice tempo di giovinezza scapestrata. Poteva vedere i volti dei suoi figli e il miserevole cambiamento nei lineamenti di Branwell. Cominciò a poter leggere un poco, un pochissimo alla volta, e per novembre fu sufficientemente guarito da assumere su di sé l'intero dovere dei tre servizi domenicali.

Non molto tempo dopo questo periodo, tre membri di quella tranquilla famiglia furono ulteriormente rallegrati nell'apprendere che 'Agnes Grey' e 'Cime tempestose' avevano trovato accettazione da parte di un editore. Accettazione; ma a condizioni impoverenti. Eppure, per tanto erano riconoscenti. Scrivere e seppellire senza essere lette le cose che si sono scritte è suonare musica su un pianoforte muto. Chi suona, vorrebbe essere ascoltato.

NOTE:

[Nota 22: George Searle Phillips.]

[Nota 23: Mrs. Gaskell.]

[Nota 24: 'Branwell Brontë.' G. S. Phillips.]

[Nota 25: A. C. Swinburne. 'Note on Charlotte Brontë.']

CAPITOLO XIV.

'CIME TEMPESTOSE': LA SUA ORIGINE.

Una vecchia canonica grigia che sorge tra le tombe, remota dal mondo sulla sua cima battuta dal vento, tutt'intorno le vette vicine selvagge di brughiere; un luogo solitario tra frassini seminati e spine stentate, il mondo tagliato fuori da un lato dalle file silenziose dei morti serrati, e distanziato dall'altro da tratti di brughiera lunghi un miglio: tale, sappiamo, era la casa di Emily Brontë.

Un vecchio padre cieco e disilluso, un tempo incline a una straordinaria violenza di temperamento, ma ora divenuto calmo con l'età, che mostrava la sua delusione per la vita con un cinismo malinconico che era del tutto sincero; due sorelle, entrambe amate, una, infiammata dal genio e pronta al sentimento, che nascondeva il suo entusiasmo sotto il freddo contegno dell'ex governante, senza successo e non riconosciuta; l'altra più gentile, più cara, più bella, che moriva lentamente, pollice dopo pollice, per il nefasto vicinato del vizio. Un fratello, non meno caro, che beveva intenzionalmente fino a morire per la furiosa passione frustrata verso un'amante che non poteva sposare: questi erano i membri della famiglia di Emily Brontë.

Lei stessa la conosciamo: inesperta, coraggiosa, appassionata e piena di pietà. Era meraviglioso che riassumesse la vita in una riga amara?--

"Bene conquistato e male conquistatore."

Le sue circostanze personali provavano la validità dell'assioma, e di altre vite non aveva che scarsa conoscenza. Chi avrebbe dovuto interrogare? La gentile Ellen, che sembrava provenire da un altro mondo e tuttavia aveva già fin troppi problemi per conto suo? I curati che disprezzava per la loro ristretta pedanteria? La gente del villaggio, di cui non sapeva nulla se non quando la malattia, il torto o la morte la chiamavano nelle loro case per prestare aiuto e protezione? La sua vita le aveva concesso una sola visione del mondo, e non riusciva a comprendere che ve ne fossero altre che non aveva mai visto.

"Sono costretta ad ammettere", dice Charlotte, "che non aveva quasi più conoscenza pratica dei contadini tra i quali viveva di quanto una monaca ne abbia della gente di campagna che passa davanti ai cancelli del suo convento. L'indole di mia sorella non era naturalmente socievole; le circostanze favorirono e incoraggiarono la sua tendenza all'isolamento; eccetto per andare in chiesa, o per fare una passeggiata sulle colline, varcava raramente la soglia di casa. Sebbene il suo sentimento per le persone che la circondavano fosse benevolo, non cercò mai rapporti con loro, né, con pochissime eccezioni, ne ebbe mai; eppure li conosceva, conosceva le loro abitudini, il loro linguaggio, le storie delle loro famiglie; poteva sentir parlare di loro con interesse e parlarne con dovizia di particolari, minuti, vividi e accurati; ma con loro scambiava raramente una parola. Ne conseguì che ciò che la sua mente aveva raccolto del reale riguardo a loro era troppo esclusivamente confinato a quei tratti tragici e terribili dei quali, ascoltando gli annali segreti di ogni rozzo vicinato, la memoria è talvolta costretta a ricevere l'impronta. La sua immaginazione, che era uno spirito più cupo che solare, più potente che gioioso, trovò in tali tratti materiali da cui trasse creazioni come Heathcliff, come Earnshaw, come Catharine. Avendo formato questi esseri, non sapeva ciò che aveva fatto. Se gli ascoltatori della sua opera, quando letta in manoscritto, fremevano sotto l'influenza opprimente di nature così implacabili e inesorabili – di spiriti così perduti e caduti; se ci si lamentava che il solo ascolto di certe scene vivide e spaventose bandiva il sonno di notte e turbava la pace mentale di giorno, Ellis Bell si stupiva di cosa si intendesse e sospettava il lamentante di affettazione. Se solo fosse vissuta, la sua mente sarebbe cresciuta di per sé come un albero robusto – più alto e più dritto, più ampio nel ramificarsi – e i suoi frutti maturi avrebbero raggiunto una maturazione più dolce e una fioritura più solare; ma su quella mente potevano agire solo il tempo e l'esperienza, all'influenza di altri intelletti non era suscettibile." [26]

Eppure nessun essere umano è interamente libero, nessuno interamente indipendente, dall'ambiente circostante. E Emily Brontë meno di chiunque altro poteva rivendicare tale immunità. Possiamo a fatica immaginarla come una prospera ereditiera, amante e amata, vivace e persino sbarazzina; ma con la sua fantasia cavalleresca intrisa di uno splendore gentile tutto suo, possiamo appena immaginare Emily Brontë come Shirley Keeldar, ma difficilmente Shirley Keeldar intenta a scrivere 'Cime Tempestose'. Emily Brontë lontana dalle sue brughiere, dalla sua solitudine, dalla sua povertà, dalla sua disciplina, dalla sua compagnia col genio, la violenza e il degrado, avrebbe assunto un altro colore, come le ortensie crescono ora rosse, ora blu, a seconda della natura del terreno. Non fu la sua mancanza di conoscenza del mondo a far sì che il romanzo che scrisse diventasse 'Cime Tempestose', non la sua inesperienza, ma piuttosto la sua esperienza, limitata e perversa, certamente, e specializzata da un temperamento assai singolare, eppure intima e molto reale. La sua immaginazione fu ispirata tanto dalle circostanze della sua vita, quanto lo fu quella di Anne quando scrisse 'La signora di Wildfell Hall', o quella di Charlotte nel suo capolavoro 'Villette'; ma, poiché in ogni caso l'immaginazione era di qualità diversa, l'esperienza, agendo su di essa, produsse un risultato distinto e dissimile; un risultato ottenuto non meno dalla contrarietà che dall'armonia delle circostanze. Poiché l'ambiente ci influenza in due modi: sottilmente e permanentemente, tingendoci da parte a parte come il vino tinge l'acqua, o, per qualche violenta vicinanza di forza antipatica, mandandoci per la tangente il più lontano possibile dalla presenza antagonista che così detestabilmente ci circonda. Il fatto che Charlotte Brontë conoscesse principalmente ecclesiastici è in gran parte responsabile di 'Shirley', quell'elogio satirico della Chiesa e apoteosi degli insegnanti della scuola domenicale. Ma Emily, vivendo in questa stessa atmosfera clericale evangelica, ne rimane rivoltata, spinta all'altro estremo; e, mentre protegge le sue vere opinioni da se stessa sotto il termine onnicomprensivo di "Broad Church", troviamo nei suoi scritti nessuna fede così forte come la fede nell'uso presente e nella gloria della vita; nessun amore così grande come il suo amore per la terra – la terra madre e tomba; nessuna asserzione di immortalità, ma una profonda certezza di riposo. Non c'è nota così spesso colpita in tutta la sua opera, e colpita con tale varietà di enfasi, come questa: che il bene per amore del bene è desiderabile, il male per amore del male detestabile, e che per i giusti e gli ingiusti allo stesso modo c'è riposo nella tomba.

Questa tranquilla figlia di un ecclesiastico, sentendo sempre parlare male dei Dissenzienti, è perciò per pura audacia e giustizia rivoltata diventata ella stessa una dissenziente. Una dissenziente in più di un senso. Mai natura fu più sensibile alle stupidità e alla ristrettezza dell'opinione convenzionale, una natura più propensa a trovarsi nelle file dell'opposizione; e con una tale natura l'indignazione è la forza che più spesso sblocca il cancello della parola. L'impulso di rivelare torti e sofferenze per come sono realmente è straordinariamente forte; sebbene la rivelazione stessa sia imperfetta. Cosa, dunque, rivelerebbe questa inesperta figlia del pastore dello Yorkshire? L'incongruenza della vita rispetto alle immagini autorizzate della vita; la forza del male, conquistabile solo dal processo a lenta rotazione della natura che non ammette l'eterna durata del perverso; le cupe e spaventose lezioni dell'ereditarietà; la sufficienza del finito per il finito, della vita per la vita, senza altra ricompensa che quella che la condotta di vita compie per colui che vive; la parentela tutto-penetrante degli esseri viventi, stelo di erica, allodola che canta, bambino fiducioso, tiranno implacabile; e, non da ultimo, non da ultimo per lei già nella sua ombra, la sicura e universale pace della morte.

Un singolare vangelo da un tale predicatore; ma una fede sempre più enfatizzata e radicata nella mente di Emily dalla sua incapacità di acconsentire al rigido, pragmatico insegnamento, alla ristretta prevenzione, dei Calvinisti di Haworth. Eppure questo stesso Calvinismo influenzò le sue idee, questa dottrina che lei rifiutava così appassionatamente, definendosi discepola del tollerante e riflessivo Frederick Maurice, e scrivendo, in sfida alle sue fiamme e ai suoi stridori, le più lenitive consolazioni alla mortalità che io ricordi nella nostra lingua.

Tuttavia, così duplice è la forza dell'ambiente, questa fede antagonista, respingendola all'estremo rimbalzo del credo, non la mandò via da esso prima che avesse assimilato alcuni dei suoi precetti più severi. Da questa dottrina di ricompensa e punizione imparò che per ogni tendenza malvagia incontrollata c'è una spaventosa espiazione; sebbene non la ponesse certamente nelle fiamme dell'inferno, ma negli istinti pervertiti dei nostri stessi figli. Terribili teorie di peccato incurabile dannato e perdita predestinata la avvertivano che una stirpe malvagia genererà solo contaminazione: i figli dei folli devono essere soggetti alla follia; i figli dei depravati, inclini alla depravazione; il seme della pianta velenosa sorge a distruggere e rovinare, solo per essere superato dallo sradicamento e dalla sterilizzazione, o dall'innesto giudizioso, dal paziente addestramento di molti anni.

Così prevenuta ed evangelica Haworth aveva preparato la donna che rifiutava il suo dogma ebraico, a scoprire da sola le verità sottostanti. Le accettò nel loro pieno significato. Le è stato attribuito a colpa di non mostrare da nessuna parte alcun appropriato orrore per il diabolico e vendicativo Heathcliff. Lei che lo rivela ricorda la dubbia discendenza di quel bambino abbandonato nel porto, "Lascar o Zingaro"; ricorda l'infanzia ismaelita, troppo amata e odiata, del piccolo intruso la cui mano era contro la mano di ogni uomo. Ricordando questo, si sottomette con tanta pazienza alla sua anima bruna e agli istinti selvaggi quanto alla sua pelle bruna e al "gergo che nessuno poteva capire". Dai cardi non si raccolgono uva.

Nessun uso, sembra dire, nell'aspettare che i figli di genitori malvagi crescano, di propria volontà e senza assistenza, dritti e nobili. La qualità stessa della loro volontà è ereditata come i loro occhi e i loro capelli. Heathcliff non è un demone o un folletto; il bambino destinato e non addestrato di qualche vacanza di un marinaio mezzo selvaggio, violento e traditore. E fino a che punto riterremo il peccatore responsabile di una natura che è essa stessa la punizione del crimine di qualche antenato. Anche per tali deve esserci riposo. Nessuna possibilità nella mente giusta e riverente di Emily Brontë che il Dio che credeva essere la vera fonte e anima della vita potesse condannare al fuoco eterno le vittime di tendenze morbose non scelte da loro stessi. Nessun purgatorio, e nessuna fiamma eterna, è necessaria per purificare i peccati di Heathcliff; la sua tomba sul fianco della collina crescerà verde come ogni altro punto d'erba, le pecore della brughiera troveranno l'erba altrettanto dolce, l'erica e le campanule cresceranno dello stesso colore su di essa come sopra la tomba di un bambino. Poiché la vita e il peccato e la punizione finiscono con la morte per l'uomo morente; egli scivola allora il suo fardello su altre spalle, e nessuna visione turba il suo riposo.

"Mi chiedevo come qualcuno potesse mai immaginare sonni inquieti per chi dorme in quella terra tranquilla." Così termina l'ultima pagina di 'Cime Tempestose'.

Fin qui le teorie sulla vita e sul male che lo scontro tra circostanze e carattere trasse da Emily Brontë. Accadde, come sappiamo, che ebbe occasione di mettere alla prova queste teorie; e se non fosse stato per quello non avrebbe mai potuto scrivere 'Cime Tempestose'. Non che la storia, la concezione, avrebbero fallito. Dopotutto, non c'è nulla di più sconvolgente nella violenta storia di quella fattoria d'altopiano di quanto molti manieri delle Midlands immersi negli olmi, molte case di campagna selvagge del Galles o della Cornovaglia potrebbero rivelare. Storie socialmente più dolorose della semplice violenza bruta degli Earnshaw; di follia e tradimento, storie di ragazze intrappolate involontariamente in un matrimonio lunatico affinché la tenuta potesse avere un erede; leggende di terribile violenza, di bambini reietti, mogli disonorate, male orribile e persistente. Chi, nei luoghi segreti della sua memoria, non conserva tali chiacchiere ossessionanti? E Emily, familiare con tutte le storie selvagge di Haworth risalenti a un secolo fa, e nutrita con orrori irlandesi raccapriccianti, racconti del 1798, racconti di oppressione e miseria, Emily, con tutta questa tradizione inquietante a portata di mano, avrebbe avuto meno difficoltà nel combinare e lavorare i singoli motivi in un insieme coerente, poiché non conosceva le persone reali le cui storie sapeva a memoria. Nessuna memoria di modo individuale, predominanza o preferenza per un tipo individuale, catturò e scompose le sue teorie, essendo la sua concezione più completa per la sua ignoranza. Questo molto la sua forte ragione e il suo potere creativo le permisero di realizzare. Ma non è tutto.

Questa è la trama; ma far parlare, agire, delirare, amare, vivere, morire un personaggio, attraverso un'intera vita di eventi, proprio come i lettori si sentono convinti che debba aver agito, debba aver vissuto e sia morto, questo richiede almeno tanta esperienza di natura alquanto simile da servire come base per la propria immaginazione, una riserva di certezza e rassicurazione a cui attingere in tempi di perplessità e dubbio. Branwell, che posò per Anne abbastanza tristemente per il ritratto di Henry Huntingdon, servì sua sorella Emily, non certo come un modello, una cosa da copiare, ma come una carta delle proporzioni con cui misurare, e a cui riferirsi, per la corretta investitura, l'idea ispirata. Il signor Wemyss Reid (la cui grande conoscenza della storia dei Brontë e la ancora maggiore gentilezza nell'ammettermi ai suoi vantaggi per quanto possibile, non posso non riconoscere a sufficienza) – questo capace critico percepisce una somiglianza in buona fede tra il carattere di Heathcliff e il carattere di Branwell Brontë così come appariva a sua sorella Emily. Tanto, tenendo a mente il verso riguardante il leprotto, confesso di non riuscire a vedere. Branwell mi sembra più affine al miserabile figlio di Heathcliff che a Heathcliff. Ma che, nel dipingere l'oltraggioso amore ostacolato di Heathcliff per Catharine, Emily attinse alla sua esperienza della sofferenza di suo fratello, questo estratto da una conferenza inedita del signor Reid lo rivelerà a sufficienza [27]:--

"Fu nella compagnia forzata di quest'uomo perduto e degradato che Emily ricevette, ne sono certo, molte delle impressioni che furono successivamente trasmesse alle pagine del suo libro. Non è stato detto più e più volte dai critici di ogni tipo che 'Cime Tempestose' si legge come il sogno di un mangiatore d'oppio? E qui scopriamo che durante tutto il tempo della stesura del libro un abituale e dichiarato mangiatore d'oppio era al fianco di Emily. Ho detto che forse la parte più sorprendente di 'Cime Tempestose' era quella che tratta le relazioni di Heathcliff e Catharine dopo che lei era diventata moglie di un altro. Intere pagine della storia sono piene dei deliri e delle furie del cattivo contro l'uomo la cui vita sta tra lui e la donna che ama. Deliri simili si trovano in tutte le lettere di Branwell Brontë scritte in questo periodo della sua carriera; e possiamo essere sicuri che deliri simili erano sempre sulle sue labbra mentre, lunatico e più che mezzo pazzo, vagava per le stanze del presbiterio a Haworth. Anzi, ho trovato alcune sorprendenti coincidenze verbali tra il linguaggio stesso di Branwell e passaggi in 'Cime Tempestose'. In una delle sue lettere ci sono queste parole in riferimento all'oggetto della sua passione: 'La mia stessa vita senza di lei sarà l'inferno. Cosa può valere per lei il cosiddetto amore del suo miserabile marito malaticcio rispetto al mio?' Ora, voltatevi a 'Cime Tempestose' e leggerete queste parole: 'Due parole comprenderebbero il mio futuro – morte e inferno; l'esistenza dopo averla persa sarebbe l'inferno. Eppure ero uno sciocco a immaginare per un momento che lei valorizzasse l'attaccamento di Edgar Linton più del mio. Se lui amasse con tutti i poteri del suo essere meschino, non potrebbe amare in ottant'anni quanto io potrei in un giorno.'"

Tanta parte in 'Cime Tempestose' Branwell certamente l'ebbe. Egli fu una pagina del libro in cui sua sorella studiò; egli servì, come per il temperamento di un artista tutte le cose inconsciamente servono, per il rozzo blocco di granito dal quale l'opera è scolpita, e, anche mentre sopportava a fatica i suoi vizi, Emily imparò indubbiamente da essi quei segreti più oscuri dell'umanità necessari al suo incantesimo tragico. Le servirono, quegli spaventosi, appassionati sfoghi di suo fratello, proprio come le brughiere che amava, la fantasia che corteggiava, le servirono. Strana bacchetta divinatoria del genio, che evoca oro dalla terra più fangosa della vita comune; strana e terribile facoltà che accumula le sue scorte e meccanicamente trae il suo profitto dalle nostre esperienze più lievi o miserabili, notando il gesto con cui la madre viene a sapere della rovina del figlio, cogliendo la debole ombra mutevole che la tenda bianca scossa dal vento manda sopra il viso morto che guardiamo, traendo la sua vita da mille morti, umiliazioni, perdite, con una mano nelle nostre gioie più acute e dolori più amari; questa facoltà era di Emily Brontë, e trasse il suo profitto dalla vergogna di suo fratello.

Qui finì la parte di Branwell nella produzione di 'Cime Tempestose'. Ma non è bene ignorare la sua pretesa alla sua intera paternità; poiché nel silenzio sprezzante di coloro che conoscono la loro falsità, tali calunnie vivono e prosperano come insetti immondi sotto pietre cadute. Il vano vanto di un sognatore senza principi, mezzo pazzo per l'oppio, mezzo ubriaco di gin, che non significa altro che il desiderio di essere ammirato a ogni costo, è stato dato troppo risalto da quegli amanti del sensazionalismo che preferiscono qualsiasi bugia sorprendente a una vecchia verità. Le loro fila sono state aumentate dal numero di coloro che, ignoranti delle vere circostanze della vita di Emily, trovarono impossibile che una ragazza inesperta potesse ritrarre tanta violenza e tale passione morbosa. Al contrario, date queste circostanze, nessuno se non una ragazza personalmente inesperta avrebbe potuto trattare l'argomento con l'assoluta e asessuata purezza che troviamo in 'Cime Tempestose'. Quanto infetta, banale e ignominiosa avrebbe reso Branwell, affidandosi ai propri ricordi, la passione ostacolata di un avventuriero violento per una donna il cui marito malaticcio entrambi disprezzano! Quella purezza come di acciaio lucido, fredda e più dura del ghiaccio, quella libertà nel trattare con l'amore e l'odio, audace come l'amore di un infante per la fiamma luminosa del fuoco, poteva appartenere solo a colei la cui intensità di genio era rivaleggiata dalla ristrettezza della sua esperienza – un'esperienza limitata non solo dalle circostanze, ma da una natura impermeabile a qualsiasi sentimento più ardente dell'amore naturale per la casa e i suoi cari, che inizia prima del ricordo e inconsapevole come il respiro.

Il critico, avendo le poesie di Emily e i pochi versi e lettere rimanenti di Branwell, non può dubitare dell'incapacità di quel prodigo snervato e loquace di produrre un'opera d'arte così sostenuta, appassionata e remota. Poiché in nessun aspetto lo stile conciso, focoso, immaginativo di Emily assomiglia ai manierismi deboli, sconnessi, ora volgari, ora carini di Branwell. C'è, in verità, scarsa prova che lo scrittore delle poesie di Emily potesse produrre 'Cime Tempestose'; ma c'è, ad ogni modo, l'impossibilità che la sua opera potesse essere priva di fuoco, concentrazione e fantasia selvaggia. Un'impossibilità grande quanto quella che volgarità e pacchianeria non debbano ostentare le loro teste brutte qua e là da sotto le frasi migliori di Branwell. E poiché non c'è una sola effusione volgare, trita o alla Micawber in tutto 'Cime Tempestose'; e poiché la passione di Heathcliff non è mai trattata nel modo spregevole vorrei-essere-mondano in cui Branwell descrive le proprie sensazioni, e poiché al momento in cui 'Cime Tempestose' fu scritto egli era manifestamente, e per sua stessa confessione, troppo fisicamente prostrato per qualsiasi sforzo letterario, possiamo concludere che Branwell non scrisse il libro.

Dall'altra parte abbiamo non solo l'evidenza letteraria delle qualità simili in 'Cime Tempestose' e nelle poesie di Ellis Bell, ma l'espressa e reiterata assicurazione di Charlotte Brontë, che mai nemmeno sognò, sembrerebbe, che si potesse supporre che suo fratello avesse scritto il libro; la testimonianza degli editori che fecero il loro trattato con Ellis Bell; della serva Martha che vide la sua padrona scriverlo; e – più convincente di tutto per coloro che hanno apprezzato il carattere di Emily Brontë – l'impossibilità che uno spirito così retto e così incurante della fama potesse commettere una miserabile frode per ottenerla.

In verità, così priva di fondamento è questa spregevole diceria che attaccarla sembra assurdo, solo a volte è saggio rischiare un'assurdità. Insetti meschini, lasciati troppo a lungo illesi, possono rivelarsi nemici pericolosi che danneggiano irrimediabilmente la vite fertile su cui si sono fissati nella sicurezza della loro piccolezza.

Alle tre circostanze favorevoli del capolavoro di Emily, che abbiamo già menzionato – la vicinanza della sua casa, il carattere della sua indole, la qualità della sua esperienza – se ne deve aggiungere una quarta, di grado inferiore, eppure non assolutamente priva di importanza. Si tratta della sua conoscenza della letteratura tedesca, e specialmente dei racconti di Hoffmann. Ai tempi di Emily Brontë, il Romanticismo e la Germania avevano un unico significato; è vero che a Londra e nella prosa l'influenza tedesca si stava estinguendo, ma nella lontana Haworth, e negli scritti di poeti che Emily avrebbe letto, in Scott, in Southey, e più di tutti in Coleridge, con le cui poesie le proprie hanno una così distinta affinità, essa è ancora predominante. Dell'influenza materialistica dell'Italia, dell'ateo Shelley, di Byron con la sua audacia e il suo realismo, del sensuale Keats, lei avrebbe avuto poca esperienza nel suo remoto vicariato. E, se li avesse conosciuti, probabilmente non avrebbero fatto alcuna impressione su una natura suscettibile solo a influenze affini. Thackeray, l'eroe di sua sorella, avrebbe potuto non essere mai esistito, per quel che ne troviamo traccia negli scritti di Emily; mai c'è in tutta la sua opera una sola allusione al periodo più movimentato della sua vita, quella vista dei campi più rigogliosi e degli olmi più alti dell'Inghilterra centrale; quello scorcio della frenetica e vasta Londra; quella notte sul fiume, con il sole che scivola dietro gli alberi maestri, doppiamente grande attraverso la nebbia e il fumo in cui le case, i ponti, le navi sono tutti spettrali e sfocati. Nessun accenno a questo, né al mare, né al Belgio, con la sua caratteristica vita straniera; né a quello stile e metodo francese così accuratamente impressi in lei da Monsieur Heger, e che così decisamente modellarono l'arte di sua sorella maggiore. Ma nel mezzo delle sue occupazioni a Haworth cogliamo un rapido scorcio di lei che legge il suo libro tedesco la notte, seduta sul tappeto del focolare con il braccio intorno al collo di Keeper; che gli dà un'occhiata in cucina, dove sta preparando il pane, con il volume di sua scelta appoggiato davanti a lei; e dallo stile del romanzo annotato nella brutta copia, quasi simultaneamente alla sua lettura, sappiamo che per lei lo studio del tedesco non era – come il francese e la musica – la mera acquisizione necessaria di un'istitutrice, ma un'influenza che penetrò nella sua mente e contribuì a plasmare la foggia dei suoi pensieri.

Così tanta prefazione è necessaria per spiegare, non il genio di Emily Brontë, ma le condizioni di quel genio – non serve dire altro. Lo scopo del mio scritto è mancato se le circostanze della sua carriera non sono presenti nella mente del mio lettore. È troppo tardi, a questo punto, per fare altro che enumerarle e accennare brevemente al loro significato. Tale critica, di fronte all'opera vivente, è fin troppo simile allo sguardo rivolto, in una verde e bella campagna, a una mappa, dalla quale si possono, certo, accertare le strade che vi conducono e quelle che ne portano via, e la dimensione del luogo in relazione ai distretti circostanti, ma che non può dare alcuna somiglianza riconoscibile della scena che ci giace tutto intorno, con la sua fresca vita dimenticata e la sua bellezza ignorata. Pertanto, mettiamo fine alla teoria e volgiamoci al libro su cui poggia la fama della nostra eroina, di fronte all'eternità. Può darsi che, districando la sua storia e notando il modo in cui i fatti di carattere e circostanza impressero la sua mente, si possa, per un momento, essere ammessi a una comprensione più profonda e chiara del suo funzionamento di quanto potremmo guadagnare con lo studio più completo delle prove esterne, con la critica più sincera e partecipe.

NOTE:

[Nota 26: 'Memoir.' Charlotte Brontë.]

[Nota 27: 'Emily Brontë.' T. Wemyss Reid.]

CAPITOLO XV.

'CIMETESTA:' LA STORIA.

Sulla sommità di Haworth Hill, oltre la strada, sorge una casa di pietra grigia, che viene indicata come l'originale di 'Cimetesta' (Wuthering Heights). Alcuni pochi e miseri frassini battuti dal vento crescono davanti, le brughiere si ergono sul retro estendendosi per miglia. È una casa con una certa pretesa, un tempo vicariato di Grimshaw, quel potente predicatore wesleyano che, frusta in mano, soleva visitare il "Black Bull" la domenica mattina e sferzare i gaudenti verso la cappella per ascoltare il suo sermone. In parte decaduta dalle sue precedenti pretese, è ora una fattoria, con una sala comune foderata di quercia e dal pavimento in pietra, simile a quella descritta in 'Cimetesta'. Sopra la porta c'è, inoltre, un pezzo di scultura: H. E. 1659, una somiglianza abbastanza vicina a "Hareton Earnshaw, 1500" – ma la "selva di grifoni sgretolati e ragazzini svergognati" non si trova da nessuna parte. Né notiamo "l'eccessiva inclinazione di alcuni abeti stentati alla fine della casa e una serie di spine emaciate che allungano tutte i loro rami da una parte come se chiedessero l'elemosina al sole", e, a mio parere, questa bella vecchia fattoria di Sowdens è fin troppo vicina ai mulini di Haworth per rappresentare la casa solitaria e dimenticata da Dio della fantasia di Emily. Avendo visto il luogo, come è dovere, si torna più che mai colpiti dal fatto che, mentre ogni individuo e ogni sito nei romanzi di Charlotte possono essere chiaramente identificati, l'immaginazione di Emily e la sua capacità di trarre conclusioni sono le sole responsabili del carattere delle sue creazioni. Questo non significa che non avesse dati su cui basarsi. Se non avesse visto Sowdens, e molte altre case simili, non avrebbe mai inventato 'Cimetesta'; la storia e la passione di Branwell impressero la sua fantasia nell'immaginare la storia e la passione, in qualche modo simili, di Heathcliff. Ma nel processo del suo lavoro, la natura delle sue creazioni superò completamente i fatti e i ricordi che l'avevano indotta a iniziare. Questi erano solo la manciata di polvere che prese per creare il suo uomo; e le qualità e i difetti del suo capolavoro sono entrambi largamente spiegati quando ricordiamo che la sua creazione del personaggio non fu affatto modificata da alcun tentativo di ritrattistica.

Pertanto, in 'Cimetesta' abbiamo a che fare con una storia, un quadro fantastico; nel disegno e nella proporzione non innaturale, ma certamente non dipinto secondo natura. Per citare i bei commenti di sua sorella –

"'Cimetesta' fu scolpita in un'officina selvaggia, con strumenti semplici, da materiali casalinghi. Lo statuario trovò un blocco di granito su una brughiera solitaria; fissandolo vide come dalla roccia si potesse trarre una testa, selvaggia, scura, sinistra; una forma modellata con almeno un elemento di grandezza – il potere. Lavorò con uno scalpello rozzo, e senza altro modello che la visione delle sue meditazioni. Con il tempo e la fatica la roccia prese forma umana; e là sta colossale, scura e accigliata, metà statua, metà roccia; nel primo senso, terribile e simile a un folletto; nel secondo, quasi bella, poiché la sua colorazione è di un grigio maturo, e il muschio della brughiera la riveste; e l'erica, con le sue campanelle in fiore e la sua fragranza balsamica, cresce fedelmente vicino al piede del gigante."

Del rozzo scalpello troviamo abbondanti tracce nei primi capitoli del libro. La gestione della narrazione è singolarmente goffa, introdotta da un certo Mr. Lockwood – un forestiero nel Nord, un misantropo immaginario, che ha preso in affitto una tenuta nella brughiera per stare lontano dal mondo – e in seguito continuata per lui dalla sua governante per allietare i lunghi ozi di una malattia invernale. Ma, superando questa iniziale goffaggine di concezione, troviamo uno stile all'altezza della materia e risentiamo un po' dell'eloquente paragone di Charlotte; poiché ci sono tocchi, fini e delicati, che solo una mano esperta può osare dare, e c'è sentimento nel libro, non solo "terribile e simile a un folletto", ma paziente e costante, vivace e tenero, struggente e appassionato. Scopriamo, superando l'inesperto inizio, che lo stile dell'opera è nobile e compiuto, e che – lungi dall'essere una fantasia casuale e sbozzata a metà, una testa che sovrasta un tronco di pietra – il suo piano è pensato con esattezza scientifica, nessuna linea sfocata, nessun indizio dimenticato, l'opera di un temperamento intenso e poetico la cui visione è troppo vivida per essere incongrua.

I primi quattro capitoli di 'Cimetesta' sono meramente introduttivi. Narrano la visita di Mr. Lockwood lì, la sua sorpresa per la rozzezza del luogo in contrasto con l'aria straniera e l'aspetto signorile che distinguevano Mr. Heathcliff e la sua bella nuora. Notò anche la profonda scontrosità e il cattivo umore di tutti in casa. Sorpreso da una tempesta di neve, fu tuttavia costretto a dormire lì e fu condotto dalla governante in una vecchia camera, a lungo inutilizzata, dove (poiché inizialmente non riusciva a dormire) si divertì a dare un'occhiata ad alcuni libri ammuffiti ammucchiati su un angolo del davanzale. Essi e il davanzale erano tutti scarabocchiati con la scritta, Catharine Earnshaw, a volte variata in Catharine Heathcliff, e ancora in Catharine Linton. Nulla se non questi tre nomi era scritto sul davanzale, ma i libri erano coperti in ogni risguardo e margine con un commento a penna e inchiostro, una sorta di diario, come si rivelò, scarabocchiato con una mano infantile. Mr. Lockwood trascorse la prima parte della notte a decifrare questo ricordo sbiadito; una serie di contrattempi e mancanze infantili risalenti a un quarto di secolo prima. Evidentemente questa Catharine Earnshaw doveva essere una parente di Heathcliff, poiché lui figurava nella narrazione come suo compagno di marachelle, e il capro espiatorio favorito dell'ira del fratello maggiore. Dopo un po' Mr. Lockwood si addormentò, per essere turbato da sogni tormentosi, in uno dei quali immaginò che questa infantile Catharine Earnshaw, o piuttosto il suo spirito, stesse bussando e graffiando alla finestra sfiorata dagli abeti, supplicando di essere fatta entrare. Sopraffatto dall'intenso orrore dell'incubo, gridò ad alta voce nel sonno. Svegliatosi improvvisamente, scoprì con sua confusione che il suo urlo era stato udito, poiché apparve Heathcliff, estremamente arrabbiato che a qualcuno fosse stato permesso di dormire nella stanza con l'alcova di quercia.

"Se il piccolo demone fosse entrato dalla finestra probabilmente mi avrebbe strangolato," risposi... "Catharine Linton o Earnshaw, o comunque fosse chiamata – doveva essere una creatura mutata, una piccola anima malvagia! Mi ha detto che cammina sulla terra da vent'anni; una giusta punizione per le sue trasgressioni mortali, non ne ho dubbi."

"Appena queste parole furono pronunciate mi ricordai dell'associazione del nome di Heathcliff con quello di Catharine nei libri.... Arrossii per la mia sconsideratezza – ma, senza mostrare ulteriore consapevolezza dell'offesa, mi affrettai ad aggiungere: 'La verità è, signore, che ho trascorso la prima parte della notte a....' Qui mi fermai di nuovo – stavo per dire 'leggere quei vecchi volumi', poi avrebbe rivelato la mia conoscenza del loro contenuto scritto oltre che stampato; così continuai, 'a sillabare il nome graffiato su quel davanzale: un'occupazione monotona calcolata per farmi addormentare, come contare, o....' 'Cosa intendi dire parlando in questo modo con me!' tuonò Heathcliff con ferocia selvaggia. 'Come – come osi, sotto il mio tetto? Dio! è pazzo a parlare così!' E si colpì la fronte con rabbia.

"Non sapevo se risentirmi di questo linguaggio o proseguire la mia spiegazione; ma sembrava così potentemente colpito che ebbi pietà e proseguii con i miei sogni.... Heathcliff ricadde gradualmente nel riparo del letto, mentre parlavo; sedendosi infine quasi nascosto dietro di esso. Indovinai, tuttavia, dal suo respiro irregolare e interrotto, che lottava per vincere un eccesso di violenta emozione. Non volendo mostrargli di aver udito il conflitto, continuai la mia toilette piuttosto rumorosamente... e soliloquizzai sulla lunghezza della notte. 'Non ancora le tre! Avrei giurato che fossero le sei. Il tempo qui ristagna: dobbiamo sicuramente essere andati a riposare alle otto!'

"'Sempre alle nove d'inverno, e ci si alza alle quattro,' disse il mio ospite, sopprimendo un gemito; e, come immaginai, dal movimento dell'ombra del suo braccio, asciugandosi una lacrima dagli occhi. 'Mr. Lockwood,' aggiunse, 'puoi andare nella mia stanza: sarai solo d'intralcio, scendendo le scale così presto.... Prendi la candela e vai dove vuoi. Ti raggiungerò tra poco. Stai lontano dal cortile, però, i cani sono sciolti; e la casa – Juno monta la guardia lì, e – no, puoi solo vagare per i gradini e i passaggi. Ma, via con te! Verrò tra due minuti.'

"Obbedii, tanto quanto bastava per lasciare la camera; quando, ignorando dove portassero gli stretti corridoi, rimasi immobile, e fui testimone, involontariamente, di un atto di superstizione da parte del mio padrone di casa che smentiva stranamente il suo apparente buon senso. Salì sul letto e spalancò la finestra, scoppiando, mentre la tirava, in un irrefrenabile impeto di lacrime. 'Entra! entra!' singhiozzò, 'Cathy, vieni! Oh, tesoro del mio cuore! ascoltami questa volta, Catharine, finalmente!' Lo spettro mostrò il capriccio ordinario di uno spettro: non diede alcun segno di esistenza; ma la neve e il vento vorticavano selvaggiamente all'interno, raggiungendo persino la mia postazione e spegnendo la luce.

"C'era tale angoscia nel fiotto di dolore che accompagnava quel delirio, che la mia compassione mi fece trascurare la sua follia, e mi allontanai, mezzo arrabbiato per aver ascoltato del tutto, e seccato per aver raccontato il mio ridicolo incubo, poiché aveva prodotto quell'agonia; sebbene il perché fosse oltre la mia comprensione."

Mr. Lockwood non ottenne alcun indizio sul mistero di 'Cimetesta'; e più tardi tornò a Thrushcross Grange, per ammalarsi di una febbre persistente. Durante la convalescenza udì la storia del suo padrone di casa dalla sua governante, che era stata in precedenza un'occupante di 'Cimetesta', e dopo di allora, per molti anni, la principale domestica a Thrushcross Grange, dove la giovane Mrs. Heathcliff soleva vivere quando era ancora Catharine Linton.

"Sa qualcosa della storia di Mr. Heathcliff?" disse Mr. Lockwood alla sua governante, Nelly Dean.

"È quella di un cuculo, signore," rispose lei.

È a questo punto che ha inizio la storia di 'Cimetesta', quella violenta e amara storia della "piccola cosa scura accolta da un uomo buono a sua rovina", portata oltre la soglia, come Christabel sollevò Geraldine, per pietà verso la debolezza che, divenuta forte, schiaccerà la mano che l'ha aiutata; portata oltre la soglia, come vengono portati gli spiriti maligni, impotenti a entrare da soli, eppure nessun demone malvagio, solo un'anima umana perduta e annerita dalla tirannia, dall'ingiustizia e dalla rovina congenita. La storia di 'Cimetesta' è la storia di Heathcliff. Inizia con l'improvviso viaggio del vecchio gentiluomo, Mr. Earnshaw, a Liverpool una mattina d'estate all'inizio del raccolto. Aveva chiesto ai figli di scegliere ciascuno un regalo, "purché sia piccolo, perché camminerò fino a lì e tornerò, sessanta miglia per tratta": e il figlio Hindley, un ragazzo orgoglioso e vivace di quattordici anni, aveva scelto un violino; la piccola Cathy di sei anni, una frusta, perché poteva cavalcare qualsiasi cavallo nella stalla; e a Nelly Dean, la loro umile compagna di giochi e corriere di commissioni, era stato promesso un sacchetto di mele e pere. Era la terza notte dalla partenza di Mr. Earnshaw, e i bambini, assonnati e stanchi, avevano supplicato la madre di lasciarli stare alzati ancora un po' – ancora un po' – per dare il benvenuto al padre e vedere i loro nuovi regali. Alla fine – verso le undici – Mr. Earnshaw tornò, ridendo e gemendo per la fatica; e aprendo il suo pastrano, che teneva avvolto tra le braccia, gridò:

"'Guardate qui, moglie! Non sono mai stato così battuto da nulla in vita mia: ma dovete prenderlo come un dono di Dio; anche se è scuro quasi come se venisse dal diavolo.'

"Ci accalcammo intorno, e sopra la testa di Miss Cathy ebbi un'occhiata di un bambino sporco, stracciato, dai capelli neri; abbastanza grande sia per camminare che per parlare; anzi, la sua faccia sembrava più vecchia di quella di Catharine; eppure, quando fu messo in piedi, guardò solo intorno e ripeté più e più volte un qualche gergo che nessuno riusciva a capire. Ero spaventata, e Mrs. Earnshaw era pronta a gettarlo fuori dalla porta: si infuriò, chiedendo come potesse pensare di portare quel moccioso zingaro in casa quando avevano i loro figli da sfamare e accudire? Cosa intendeva fare con esso, e se fosse pazzo? Il padrone cercò di spiegare la faccenda; ma era davvero mezzo morto di fatica, e tutto quello che potei capire, tra i suoi rimproveri, fu un racconto del suo averlo visto affamato e senza tetto, e buono come muto, nelle strade di Liverpool, dove lo raccolse e chiese del suo proprietario. Non un'anima sapeva a chi appartenesse, disse; e il suo denaro e il suo tempo essendo entrambi limitati, pensò fosse meglio portarlo a casa con sé subito, che correre in spese vane lì; perché era determinato a non lasciarlo come l'aveva trovato."

Così il bambino entrò a 'Cimetesta', causa di dissensione fin dal primo momento. Mrs. Earnshaw brontolò fino a calmarsi; i bambini andarono a letto piangendo, perché il violino era stato rotto e la frusta persa nel trasportare il piccolo estraneo per così tante miglia. Ma Mr. Earnshaw era determinato a far rispettare il suo protetto; diede uno schiaffo alla sfacciata piccola Cathy per aver fatto le boccacce al nuovo arrivato, e cacciò Nelly Dean di casa per averlo fatto dormire sulle scale perché i bambini non volevano averlo nel loro letto. E quando lei osò tornare qualche giorno dopo, trovò il bambino adottato nella famiglia, e chiamato con il nome di un figlio morto nell'infanzia – Heathcliff.

Ciononostante, non aveva una posizione invidiabile. Cathy, davvero, era molto legata a lui, e il padrone si era affezionato a lui stranamente, credendo a ogni parola che diceva, "per quanto riguardava, diceva pochissimo, e generalmente la verità", ma Mrs. Earnshaw non amava il piccolo intruso e non interferiva mai in suo favore quando Hindley, che lo odiava, picchiava e colpiva il bambino imbronciato e paziente, che non si lamentava mai, ma sopportava tutti i suoi lividi in silenzio. Questa resistenza rendeva il vecchio Earnshaw furioso quando scopriva le persecuzioni a cui questo neonato era sottoposto; il bambino scoprì presto che era uno strumento di vendetta molto efficace.

"Ricordo che Mr. Earnshaw una volta comprò un paio di puledri alla fiera parrocchiale, e ne diede uno a ciascuno dei ragazzi. Heathcliff prese il più bello, ma divenne presto zoppo, e quando lo scoprì, disse a Hindley: 'Devi scambiare i cavalli con me, non mi piace il mio; e se non lo fai dirò a tuo padre delle tre legnate che mi hai dato questa settimana, e gli mostrerò il mio braccio che è nero fino alla spalla.' Hindley gli fece la linguaccia e lo schiaffeggiò sulle orecchie. 'Faresti meglio a farlo subito,' insistette lui, scappando verso il portico (erano nella stalla). 'Dovrai farlo; e se parlo di questi colpi li riavrai con gli interessi.' 'Via, cane!' gridò Hindley, minacciandolo con un peso di ferro, usato per pesare patate e fieno. 'Tiralo,' rispose lui, restando fermo, 'e poi racconterò come ti sei vantato che mi avresti cacciato di casa non appena lui fosse morto, e vedremo se non caccerà te immediatamente.' Hindley lo tirò, colpendolo al petto, e lui cadde, ma barcollò su subito, senza fiato e pallido; e se non l'avessi impedito, sarebbe andato proprio così dal padrone e avrebbe ottenuto la piena vendetta lasciando che la sua condizione perorasse per lui, facendo capire chi l'aveva causata. 'Prendi il mio puledro, zingaro, allora,' disse il giovane Earnshaw. 'E prego che ti rompa il collo; prendilo e sii dannato, miserabile intruso! e circuisci mio padre per tutto ciò che ha: solo dopo mostragli cosa sei, piccolo demone di Satana. E prendi questo; spero che ti faccia saltare fuori le cervella!'

"Heathcliff era andato a slegare la bestia e spostarla nella sua stalla; stava passando dietro di essa quando Hindley finì il suo discorso colpendolo sotto i suoi piedi, e, senza fermarsi a esaminare se le sue speranze fossero state soddisfatte, corse via il più velocemente possibile. Fui sorpresa di testimoniare con quanta freddezza il bambino si tirò su e continuò con la sua intenzione; scambiando selle e tutto, e poi sedendosi su una balla di fieno per superare il malessere che il violento colpo aveva causato, prima di entrare in casa. Lo convinsi facilmente a lasciarmi dare la colpa dei suoi lividi al cavallo: badava poco a quale storia venisse raccontata purché avesse ciò che voleva. Si lamentava così raramente, davvero, di cose come queste che pensavo davvero non fosse vendicativo; fui ingannata completamente, come sentirete."

Così la divisione si accrebbe. Questo bambino maligno e rassegnato, dalla pelle straniera e l'anima orientale, non poteva che generare discordia in quella casa dello Yorkshire. Non riusciva a comprendere ciò che per istinto era onorevole per una mente inglese. Era rapido a cogliere un vantaggio, paziente, subdolo, nutrendo in silenzio la sua vendetta come uno schiavo vendicativo, finché alfine il momento della punizione non fosse stato suo; abbastanza sincero e coraggioso da essere diventato nobile in un'altra atmosfera, ma con una propensione pronta a una vendetta sotterranea e torbida. Insensibile, pareva, alla gratitudine. Orgoglioso con l'orgoglio irragionevole di un orientale; crudele e violentemente passionale. Una traccia dolce e tenera c'era in questo cuore oscuro e cupo; era un amore straordinariamente grande e indulgente per la dolce, sfacciata, dispettosa Catharine.

Ma questo affetto non servì che ad accrescere il danno che egli recava. Egli che aveva estraniato il figlio dal padre, il marito dalla moglie, aveva separato il fratello dalla sorella in modo altrettanto completo; poiché Hindley odiava il bambino scuro che era il compagno preferito di Cathy. Quando la signora Earnshaw morì, due anni dopo l'avvento di Heathcliff, Hindley aveva imparato a considerare il proprio padre come un oppressore piuttosto che come un amico, e Heathcliff come un intollerabile usurpatore. Così, fin dal principio, egli nutrì sentimenti avversi in casa.

Col passare del tempo il signor Earnshaw cominciò a venir meno. La forza lo abbandonò improvvisamente, e divenne mezzo infantile, irritabile ed estremamente geloso della propria autorità. Considerava ogni affronto a Heathcliff come un affronto al proprio discernimento; cosicché, alla presenza del padrone, al bambino si cedeva il passo e lo si corteggiava per rispetto verso la debolezza di quel padrone, mentre, alle sue spalle, i vecchi torti, il vecchio odio, si mostravano non sopiti. E così il bambino crebbe amaro e diffidente. Le cose andarono un po' meglio per un certo periodo, quando l'intomabile Hindley fu mandato al college; tuttavia c'erano ancora turbamento e inquietudine, poiché il signor Earnshaw non amava sua figlia Catharine, e il suo cuore era ancor più inasprito dal brontolio e dal malcontento del vecchio Joseph, il servitore; il più stucchevole "fariseo santimonioso che abbia mai frugato in una Bibbia per prendersi le promesse e scagliare le maledizioni sui propri vicini". Ma Catharine, sebbene trascurata per Heathcliff, e quasi sempre nei guai per causa sua, era troppo affezionata a lui per esserne gelosa. "La punizione più grande che potessimo inventare per lei era tenerla separata da Heathcliff... Certamente aveva modi tutti suoi, quali non avevo mai visto assumere da una bambina prima d'allora; e ci portava oltre il limite della pazienza cinquanta volte e più al giorno; dall'ora in cui scendeva le scale fino a quella in cui andava a letto, non avevamo un minuto di sicurezza che non stesse combinando qualche guaio. Il suo spirito era sempre ai massimi livelli, la lingua sempre in movimento--cantando, ridendo e tormentando chiunque non volesse fare lo stesso. Era una creatura selvatica e scellerata; ma aveva l'occhio più bello, il sorriso più dolce e il passo più leggero della parrocchia. E dopo tutto, credo, non volesse far del male; poiché, quando una volta ti faceva piangere sul serio, raramente accadeva che non ti tenesse compagnia e ti obbligasse a stare tranquillo affinché potessi consolarla. Nel gioco le piaceva moltissimo fare la piccola padrona, usando liberamente le mani e comandando i suoi compagni."

Improvvisamente questo grazioso folletto dispettoso rimase senza padre; il signor Earnshaw morì tranquillamente, seduto sulla sua sedia accanto al focolare una sera d'ottobre. Il signor Hindley, ora un giovane di vent'anni, tornò a casa per il funerale, con grande stupore della famiglia portando una moglie con sé.

Una ragazza svelta, magra e dagli occhi luminosi, con un colorito mutevole e febbrile, isterica e piena di fantasie, volubile come il vento, ora estrosa e piena di lodi e risate, ora irritabile e languida. Per il resto, il vero idolo del cuore di suo marito. Una parola da parte sua, una frase fugace di antipatia per Heathcliff, era sufficiente a far rivivere tutto il precedente odio del giovane Earnshaw per il ragazzo. Heathcliff fu cacciato dalla loro compagnia, non gli fu più permesso di condividere le lezioni di Cathy, degradato alla posizione di un comune bracciante. All'inizio a Heathcliff non importava. Cathy gli insegnava ciò che imparava, e giocava o lavorava con lui nei campi. Cathy correva libera con lui, e partecipava a tutte le sue marachelle; entrambi promettevano di crescere come veri piccoli selvaggi, mentre Hindley Earnshaw baciava e accarezzava la sua giovane sposa totalmente incurante del loro destino.

Un'avventura cambiò improvvisamente il corso delle loro vite. Una domenica sera Cathy e Heathcliff corsero giù verso Thrushcross Grange per sbirciare dalle finestre e vedere come i piccoli Linton passassero le loro domeniche. Guardarono dentro, e videro Isabella a un'estremità dello splendido salotto, per loro, ed Edgar all'altra, entrambi in un mare di lacrime, litigando stizzosamente. Così esultanti erano i due piccoli selvaggi di Wuthering Heights per questa prova dell'inferiorità dei loro vicini, che scoppiarono in risate fragorose. I piccoli Linton erano terrorizzati, e, per spaventarli ancora di più, Cathy e Heathcliff emisero una varietà di rumori spaventosi; riuscirono a terrorizzare non solo i bambini ma anche i loro sciocchi genitori, che immaginarono che le urla provenissero da una banda di scassinatori, decisi a svaligiare la casa. Lasciarono liberi i cani, in questa convinzione, e il bulldog afferrò la nuda caviglia di Cathy, poiché lei aveva perso le scarpe nella palude. Mentre Heathcliff stava cercando di strangolare la bestia, arrivò il servitore e, presi entrambi i bambini prigionieri, li condusse nell'atrio illuminato. Lì, per l'umiliazione e la sorpresa dei Linton, il piccolo vagabondo zoppicante fu scoperto essere la signorina Earnshaw, e il suo compagno di malefatte, "quella strana acquisizione fatta dal mio defunto vicino nel suo viaggio a Liverpool--un piccolo lascar, o un naufrago americano o spagnolo."

Cathy rimase cinque settimane a Thrushcross Grange, tempo in cui la sua caviglia fu del tutto guarita e i suoi modi molto migliorati. La giovane signora Earnshaw aveva fatto del suo meglio, durante questa visita, per tentare con un giudizioso miscuglio di bei vestiti e lusinghe di innalzare il livello dell'autostima di Cathy. Tornò a casa, dunque, come una bella e ben vestita signorina, per trovare Heathcliff in egual misura deteriorato; il mero bracciante, i cui vestiti erano sporchi di tre mesi di servizio nel fango e nella polvere, con i capelli arruffati e il viso e le mani sporchi.

"'Heathcliff, puoi farti avanti,' gridò il signor Hindley, godendo del suo imbarazzo e compiaciuto di vedere che razza di ripugnante giovane canaglia sarebbe stato costretto a presentarsi. 'Puoi venire a dare il benvenuto alla signorina Catharine, come gli altri servitori.' Cathy, scorgendo il suo amico nel suo nascondiglio, volò ad abbracciarlo, gli diede sette o otto baci sulla guancia in un secondo, e poi si fermò e, tirandosi indietro, scoppiò in una risata, esclamando: 'Ma come sembri nero e arrabbiato! E quanto--quanto buffo e cupo! Ma questo è perché sono abituata a Edgar e Isabella Linton.'

"'Bene, Heathcliff, ti sei dimenticato di me? Stringi la mano, Heathcliff,' disse il signor Earnshaw, con condiscendenza, 'ogni tanto, questo è permesso.'

"'Non lo farò,' rispose il ragazzo, ritrovando finalmente la parola. 'Non starò qui a farmi ridere dietro. Non lo sopporterò.'"

Da quel momento l'amicizia di Catharine con Heathcliff fu costellata da intermittente gelosia da parte sua e intermittente disgusto da parte di lei; e per questo cattivo risvolto, molto più che per qualsiasi brutalità più grossolana, Heathcliff bramava vendetta su Hindley Earnshaw. Nel frattempo Edgar Linton, molto colpito dalla bella Catharine, andava di tanto in tanto a far visita a Wuthering Heights. Sarebbe andato molto più spesso, se non avesse avuto il terrore della reputazione di Hindley Earnshaw, e avesse evitato di incontrarlo.

Poiché questo raffinato giovane gentiluomo di Oxford, questo orgoglioso giovane marito, stava sprofondando in eccessi peggiori di quelli di qualsiasi dei suoi selvaggi antenati Earnshaw. Un dolore sprezzante lo aveva spinto alla disperazione. Nell'estate successiva alla visita di Catharine a Thrushcross Grange, era nato il suo unico figlio ed erede. Un'occasione di grandi festeggiamenti, improvvisamente stroncata dalla scoperta che sua moglie, il suo idolo, stava rapidamente sprofondando nella tisi. Hindley si rifiutò di crederci, e sua moglie mantenne il suo spirito estroso fino alla fine; ma una notte, mentre era appoggiata alla sua spalla, la prese un attacco di tosse--uno molto lieve. Mise le sue due mani attorno al collo di lui, il viso cambiò, ed era morta.

Hindley divenne disperato e si abbandonò a compagni selvaggi, a eccessi di dissolutezza e tirannia. "Il suo trattamento verso Heathcliff era sufficiente a trasformare un santo in un demone." Heathcliff lo sopportò con cupa pazienza, come aveva sopportato i colpi e i calci della sua infanzia, trasformandoli in una leva per estorcere vantaggi; i dolori e i bisogni del suo corpo erano riscattati da una gioia feroce nel cuore, poiché in questa degradazione di Hindley Earnshaw riconosceva lo strumento della propria vendetta.

Il tempo passava, rendendo sempre più netta la differenza tra questo servo zingaro e la sua bella giovane padrona; il tempo passava, lasciando i due ancora grandi amici, ma lasciando anche nel cuore di Heathcliff un appassionato rancore contro l'uomo che, deliberatamente, lo aveva reso indegno della mano di Catharine, e dell'altro uomo sul quale essa doveva essere conferita.

Poiché Edgar Linton era invaghito della dispettosa, capricciosa giovane bellezza di Wuthering Heights. Il suo temperamento violento non lo spaventava, sebbene il suo stesso carattere fosse singolarmente dolce, placido e debole; la sua amicizia compromettente con un tale mero zotico come il giovane Heathcliff era solo un fastidio irrilevante facilmente scusabile. E quando il suo stesso padre e sua madre morirono di una febbre contratta nel curarla non l'amò meno per il dolore che ella portò. Una febbre che lei aveva preso deliberatamente nella disperazione, e un'improvvisa nausea di vivere. Una sera la graziosa Cathy venne in cucina a dire a Nelly Dean che si era impegnata a sposare Edgar Linton. Heathcliff, non visto, era seduto dall'altra parte della panca, su una panca vicino al muro, del tutto nascosto a chi sedeva accanto al focolare.

Cathy era molto esaltata, ma non affatto felice. Edgar era ricco, bello, giovane, gentile, follemente innamorato di lei; eppure lei era infelice. Nelly Dean, che stava accudendo il bambino Hareton accanto al fuoco, alla fine perse la pazienza per il suo malcontento stravagante.

"'Tuo fratello sarà contento,'" disse; "'il vecchio signore e la vecchia signora non si opporranno, credo; sfuggirai da una casa disordinata e scomoda verso una ricca e rispettabile; e tu ami Edgar, ed Edgar ama te. Tutto sembra liscio e facile; dov'è l'ostacolo?'

"'Qui! e qui!' rispose Catharine, battendo una mano sulla fronte e l'altra sul petto. 'In qualunque posto viva l'anima. Nella mia anima e nel mio cuore sono convinta di sbagliare.'

"'È molto strano. Non riesco a capirlo.'

"'È il mio segreto. Ma se non ti farai beffe di me, te lo spiegherò. Non posso farlo chiaramente; ma ti darò una sensazione di come mi sento.'

"'Si sedette di nuovo accanto a me; il suo volto divenne più triste e grave, e le sue mani giunte tremavano.

"'Nelly, non fai mai sogni strani?' disse, improvvisamente, dopo alcuni minuti di riflessione.

"'Sì, di tanto in tanto,' risposi.

"'E anch'io. Ho sognato nella mia vita sogni che sono rimasti con me per sempre dopo, e hanno cambiato le mie idee; mi sono passati attraverso e attraverso come vino nell'acqua, e hanno alterato il colore della mia mente. E questo è uno: te lo racconterò, ma fai attenzione a non sorridere di nessuna parte di esso.'

"'Oh, non farlo, signorina Catharine,' gridai. 'Siamo già abbastanza tristi senza evocare fantasmi e visioni per confonderci....'

"Era contrariata, ma non proseguì. Apparentemente passando a un altro argomento, ricominciò dopo poco tempo.

"'Se fossi in paradiso, Nelly, sarei estremamente infelice.'

"'Perché non sei degna di andarci,' risposi; 'tutti i peccatori sarebbero infelici in paradiso.'

"'Ma non è quello. Ho sognato una volta di esserci.'

"'Ti dico che non starò ad ascoltare i tuoi sogni, signorina Catharine. Vado a letto,' interruppi di nuovo.

"Lei rise e mi trattenne, poiché feci un gesto per lasciare la mia sedia.

"'Questo non è niente,' gridò lei; 'stavo solo per dire che il paradiso non sembrava essere una casa; e mi si spezzò il cuore dal piangere per tornare sulla terra; e gli angeli erano così arrabbiati che mi scagliarono fuori nel mezzo della brughiera in cima a Wuthering Heights, dove mi svegliai singhiozzando di gioia. Questo basterà a spiegare il mio segreto così come l'altro. Non ho più diritto di sposare Edgar Linton di quanto ne abbia di essere in paradiso; e, se l'uomo malvagio là dentro non avesse ridotto Heathcliff così in basso, non ci avrei pensato. Mi degraderebbe sposare Heathcliff ora, quindi lui non saprà mai quanto lo amo; e questo, non perché sia bello, Nelly, ma perché è più me stessa di quanto io non sia. Qualunque sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la sua e la mia sono la stessa cosa; e quella di Linton è diversa quanto un raggio di luna dal fulmine, o il gelo dal fuoco.'

"Prima che questo discorso finisse mi resi conto della presenza di Heathcliff. Avendo notato un leggero movimento, voltai la testa, e lo vidi alzarsi dalla panca e scivolare fuori senza far rumore. Aveva ascoltato finché non aveva sentito Catharine dire che l'avrebbe degradata sposarlo, e poi non era rimasto ad ascoltare altro. La mia compagna, seduta a terra, era impedita dallo schienale della panca dal notare la sua presenza o la sua partenza; ma io trasalii, e le dissi di tacere.

"'Perché?' chiese, scrutando nervosamente intorno.

"'Joseph è qui,' risposi, cogliendo opportunamente il rotolio delle ruote del suo carro lungo la strada, 'e Heathcliff starà arrivando con lui.... Infelice creatura, non appena diventerai la signora Linton lui perderà amico e amore e tutto. Hai considerato come sopporterai la separazione, e come lui sopporterà di essere del tutto abbandonato al mondo? Perché, signorina Catharine....'

"'Lui del tutto abbandonato! noi separati!' esclamò, con un accento di indignazione. 'Chi ci separerà, di grazia! Incontreranno la sorte di Milone. Non finché sarò in vita, Ellen; per nessuna creatura mortale. Ogni Linton sulla faccia della terra potrebbe sciogliersi nel nulla, prima che io possa acconsentire ad abbandonare Heathcliff.... Le mie grandi miserie in questo mondo sono state le miserie di Heathcliff, e le ho guardate e sentite ciascuna fin dal principio. Il mio grande pensiero nel vivere è lui stesso. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei ancora ad essere; e se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l'universo diventerebbe un potente estraneo: non sembrerei farne parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono ben consapevole, come l'inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce eterne sottostanti; una fonte di poco diletto visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff. È sempre, sempre nella mia mente: non come un piacere, non più di quanto io sia sempre un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più della nostra separazione; è impraticabile; e----'

"Si fermò, e nascose il viso nelle pieghe della mia gonna; ma io la tirai via con forza. Ero fuori dalla pazienza per la sua follia."

Povera Cathy! bella, altezzosa e capricciosa; chi doveva guidarla e consigliarla? il suo fratello ottuso e ubriacone? la serva che non l'amava ed era impaziente per i suoi voltafaccia come una banderuola? No. E Heathcliff, che, brutalizzato e rozzo com'era, almeno l'amava e la capiva? Heathcliff, che era uscito di casa, il suo rifiuto che gli bruciava nelle orecchie, per non entrarvi finché non fosse stato pronto a esigere sia amore che vendetta. Non tornò quella notte, sebbene il tuono rimbombasse e la pioggia scorresse sopra Wuthering Heights; sebbene Cathy, senza scialle nel vento e nell'umidità, stesse chiamandolo attraverso le violente tempeste che soffocavano e sconcertavano le sue grida.

Per tutta la notte non volle lasciare il focolare, ma rimase sulla panca singhiozzando e gemendo, tutta inzuppata com'era, con le mani sul viso e il viso contro il muro. Un presagio strano per il suo matrimonio, questi primi sogni del suo amore promesso--non sogni, in verità, ma delirio; poiché la mattina dopo bruciava e si agitava nella febbre, vicina alla soglia della morte a quanto sembrava.

Ma lei superò il tutto, e i genitori di Edgar la portarono a casa per curarla. Come sappiamo, contrassero l'infezione e morirono a pochi giorni di distanza l'uno dall'altra. Né questo fu l'unico flagello che la febbre provocò. Catharine, sempre frettolosa e mutevole nel temperamento, fu da allora in poi soggetta a rari intervalli a furie violente e furiose, che minacciavano la sua vita e la sua ragione per la loro estrema intensità. Il medico disse che non doveva essere contraddetta; doveva fare a modo suo, e non era niente meno che omicidio ai suoi occhi per chiunque osasse levarsi e contraddirla. Ma il temperamento teso, i modi viziati e autoritari, i capricci sfacciati della sua sposa, non erano difetti agli occhi di Edgar Linton. "Egli era invaghito, e si credeva l'uomo più felice del mondo il giorno in cui la condusse alla cappella di Gimmerton tre anni dopo la morte di suo padre."

Nonostante tanti presagi cupi il matrimonio fu felice all'inizio. Catharine era coccolata e assecondata da tutti, con Edgar come un adoratore perpetuo; la sua graziosa sorella di indole debole, Isabella, come compagna ammiratrice; e per il necessario spettatore della sua felicità, Nelly Dean, che era stata indotta a lasciare il suo pupillo a Wuthering Heights.

Improvvisamente Heathcliff tornò, non il vecchio Heathcliff, ma un nemico molto più pericoloso, un uomo alto, atletico, ben formato, intelligente e severo. "Una ferocia semi-civilizzata aleggiava ancora nelle sopracciglia depresse e negli occhi, pieni di fuoco nero, ma era soggiogata; e il suo modo di fare era persino dignitoso, sebbene troppo severo per essere aggraziato." Un rivale formidabile per il ragazzesco Edgar Linton, con la sua petulanza da figlio unico, la timidezza costituzionale e la salute debole. Cathy, sebbene fosse realmente legata a suo marito, gli dava un dolore crudele per il suo piacere indisimulato e infantile al ritorno di Heathcliff; lui aveva un presentimento che il male sarebbe derivato dalla vecchia amicizia così rianimata, e avrebbe volentieri proibito a Heathcliff la casa; ma Edgar, così ansioso che nessun cruccio fosse dato a sua moglie, con una ragione doppia allora per proteggere teneramente la sua salute, non poteva infliggere un dolore serio a lei con solo una gelosia infondata come scusa. Così, Heathcliff divenne intimo a Thrushcross Grange, la seconda casa in cui fu reso il benvenuto, il secondo focolare che intendeva rovinare. A quel tempo alloggiava a Wuthering Heights. Al suo ritorno aveva prima inteso, disse a Catharine, "solo di dare un'occhiata al tuo viso, uno sguardo di sorpresa, forse, e di finto piacere; in seguito regolare i miei conti con Hindley; e poi prevenire la legge eseguendo la condanna su me stesso."

Il benvenuto di Catharine cambiò questo piano; suo fratello era al sicuro dalla violenza di Heathcliff; ma non dal suo odio. I conti venivano regolati in una maniera diversa. Hindley--che era ansioso di ottenere denaro per il suo gioco d'azzardo e che si era bevuto il cervello--era fin troppo felice di prendere Heathcliff come inquilino, compagno di baldoria e compagno di carte tutto in una volta. E Heathcliff era contento di aspettare e prendersi la sua vendetta sorso dopo sorso, incoraggiando il suo vecchio oppressore a bere e giocare, guardandolo perdere acro dopo acro della sua terra, sapendo che prima o poi Earnshaw avrebbe perso tutto, e lui, Heathcliff, sarebbe stato padrone di Wuthering Heights, con il figlio di Hindley come suo servitore. La vendetta è dolce. Nel frattempo, Wuthering Heights era un alloggio comodo, a distanza di cammino dalla Grange.

Ma presto le sue visite furono interrotte. Isabella Linton--una ragazza affascinante di diciotto anni con un viso espiègle e una sottile dolcezza di carattere che poteva facilmente inacidire--Isabella Linton si innamorò di Heathcliff. A onor del vero lui non aveva mai sognato di sposarla, finché un giorno Catharine, in un impeto di passione, rivelò il segreto della povera ragazza. Heathcliff finse di non crederle, ma Isabella era l'erede di suo fratello, e sposarla, ereditare il denaro di Edgar, e maltrattare sua sorella, sarebbe stata, davvero, una giusta vendetta sul marito di Catharine.

Inizialmente fu soltanto un'idea artisticamente piacevole, un castello in aria, da sognare piuttosto che da costruire, quella che Heathcliff concepì come piano. Ma un giorno, essendo stato sorpreso in un corteggiamento sperimentale di Isabel, Edgar Linton, lieto di avere una scusa, lo cacciò di casa. Allora, in un parossismo di odio, di vendetta mai sazia e di passione frustrata, Heathcliff colpì con l'arma avvelenata che aveva a portata di mano. Persuase Isabel a fuggire con lui – compito non difficile – ed essi scapparono insieme una notte per sposarsi.

Isabella – la povera, debole, romantica, vivace Isabel – non fu rimpianta subito; poiché un tormento terribile si era abbattuto sulla Grange. Catharine, in un parossismo di rabbia per il licenziamento di Heathcliff, litigò violentemente con Edgar e si chiuse nella propria stanza. Per tre giorni e tre notti vi rimase, senza mangiare; Edgar, segregato nel suo studio, aspettando ogni momento che lei scendesse a chiedere perdono; Nelly Dean, che sola era a conoscenza del suo ostinato digiuno, decise di non dire nulla al riguardo e di piegare, una volta per tutte, lo spirito altero e passionale che possedeva la sua bella giovane padrona.

Così trascorsero tre giorni. Catharine rifiutava ancora tutto il cibo, e l'insensibile Ellen restava ancora ferma nel proposito di lasciarla digiunare, se voleva, senza un rimprovero. Il terzo giorno Catharine sbarrò la porta e chiese del cibo; e ora Ellen Dean era troppo spaventata per esultare. La sua padrona era consumata, emaciata, selvaggia, come dopo mesi di malattia; la serva troppo presuntuosa ricordò l'avvertimento del medico e temette l'ira del suo padrone, quando avesse scoperto le reali condizioni di Catharine.

Sull'ostinata durezza di cuore di questa serva poggia la crisi di "Wuthering Heights"; se Ellen Dean avesse, da principio, tentato di consolare la violenta e infantile Catharine, se avesse informato Edgar della reale debolezza sottostante il suo orgoglio, Catharine non avrebbe avuto alcuna malattia fatale e non avrebbe lasciato una figlia orfana di madre; e se la mesta Isabel, invece di essere lasciata a piangere sola per il parco e il giardino, fosse stata condotta nella stanza di sua sorella e le fosse stata mostrata una malattia reale da curare, una miseria reale da lenire, non sarebbe fuggita con Heathcliff e non si sarebbe votata al dolore per un amore fantastico nato dall'ozio. È caratteristico del genio di Emily Brontë che abbia scelto un mezzo così semplice e dimesso per la produzione di risultati così terribili.

Una crisi che aveva avuto sola e senza assistenza durante quei tre giorni di isolato digiuno aveva sconvolto la ragione di Catharine. Il graduale sopraggiungere del suo delirio è reso con un pathos magistrale che Webster non avrebbe avuto bisogno di rendere più forte, né Fletcher più soave e accattivante:

"Un minuto prima era violenta; ora, sostenuta su un braccio e senza notare il mio rifiuto di obbedirle, sembrava trovare un divertimento infantile nello strappare le piume dagli strappi che aveva appena fatto nei cuscini e nel disporle sul lenzuolo secondo le loro diverse specie: la sua mente aveva vagato verso altre associazioni.

"'Quella è di un tacchino', mormorava tra sé, 'e questa è di un'anatra selvatica, e questa è di un piccione. Ah, mettono le piume di piccione nei cuscini – non c'è da stupirsi che non potessi morire! Bada che io la butti sul pavimento quando mi coricherò. E qui ce n'è una di un fagiano di monte; e questa – la conoscerei tra mille – è di una pavoncella. Bell'uccello; che volteggia sopra le nostre teste nel mezzo della brughiera. Voleva arrivare al suo nido, perché le nuvole avevano toccato le alture e sentiva arrivare la pioggia. Questa piuma è stata raccolta dalla brughiera, l'uccello non è stato sparato: abbiamo visto il suo nido in inverno, pieno di piccoli scheletri. Heathcliff vi ha messo una trappola e i vecchi non hanno osato avvicinarsi. Gli ho fatto promettere che non avrebbe mai sparato a una pavoncella dopo quello, e non l'ha fatto. Sì, eccone altre! Ha sparato alle mie pavoncelle, Nelly? Sono rosse, qualcuna di loro? Fammi guardare'.

"'Piantala con quei lavori da bambina!' interruppi, trascinando via il cuscino e girando i buchi verso il materasso, poiché ne stava rimuovendo il contenuto a manciate. 'Sdraiati e chiudi gli occhi: stai delirando. Che disastro! Il piumino sta volando dappertutto come neve'.

"Andavo qua e là a raccoglierlo.

"'Vedo in te, Nelly', continuò, sognante, 'una donna anziana: hai i capelli grigi e le spalle curve. Questo letto è la grotta delle fate sotto Peniston Crag, e tu stai raccogliendo fulmini elfici per ferire le nostre giovenche; fingendo, mentre sono vicina, che siano solo ciocche di lana. Ecco a cosa arriverai tra cinquant'anni: so che ora non sei così. Non sto delirando; ti sbagli, altrimenti crederei che tu fossi davvero quella strega avvizzita, e penserei di essere sotto Peniston Crag; e sono consapevole che è notte, e ci sono due candele sul tavolo che fanno brillare la credenza nera come giaietto'.

"'La credenza nera? Dov'è?' chiesi. 'Stai parlando nel sonno'.

"'È contro il muro come sempre', rispose. 'Sembra strano. Vedo una faccia dentro!'

"'Non c'è nessuna credenza nella stanza e non c'è mai stata', dissi, riprendendo il mio posto e sollevando la tenda affinché potessi osservarla.

"'Non vedi quella faccia?' chiese, fissando intensamente lo specchio.

"E per quanto potessi dire, ero incapace di farle comprendere che fosse la sua; così mi alzai e la coprii con uno scialle.

"'È ancora lì dietro!' proseguì, ansiosa, 'e si è mossa. Chi è? Spero che non esca quando te ne sarai andata. Oh, Nelly! La stanza è infestata! Ho paura di restare sola'.

"Presi la sua mano nella mia e le chiesi di calmarsi, poiché una serie di brividi le scuoteva il corpo e lei continuava a fissare lo sguardo verso lo specchio.

"'Non c'è nessuno qui!' insistetti. 'Eri tu stessa, signora Linton: lo sapevi poco fa'.

"'Io stessa!' ansimò, 'e l'orologio sta battendo le dodici. È vero allora! È terribile'.

"Le sue dita artigliarono le coperte e le raccolsero sopra i suoi occhi".

Questa scena fu l'inizio di una lunga e paurosa febbre cerebrale, dalla quale, grazie alle devote e incessanti cure di suo marito, Catharine recuperò la vita, ma a stento la ragione. Quella pendeva in bilico, un tocco avrebbe potuto stabilirla dalla parte della salute o della follia. Solo all'inizio di questa febbre fu scoperta la fuga di Isabella. Suo fratello era troppo preoccupato per la malattia della moglie per sentirsi così affranto come Heathcliff sperava. Non fu violento contro sua sorella, né tantomeno arrabbiato; solo, con la mite e costante persistenza della sua natura, si rifiutò di avere qualsiasi comunicazione con la moglie di Heathcliff. Ma quando, all'inizio della guarigione di Catharine, Ellen Dean ricevette una lettera da Isabella, che dichiarava l'estrema miseria della sua vita a Wuthering Heights, dove Heathcliff era ormai padrone, Edgar Linton concesse volentieri alla serva il permesso di andare a vedere sua sorella.

Arrivata a Wuthering Heights, trovò quella dimora, un tempo ricca, gravemente rovinata e deteriorata da anni di dissipazione scriteriata; e Isabella Linton, già trasformata in una donna sciatta, pallida e svogliata, dallo spirito infranto. Come piacevole mezzo per intrattenere sua moglie e la sua vecchia serva, Heathcliff discorse del suo amore per Catharine e della sua convinzione che lei non potesse davvero tenere a Edgar Linton.

"'Catharine ha un cuore profondo quanto il mio: il mare potrebbe essere contenuto in quell'abbeveratoio tanto facilmente quanto tutto il suo affetto monopolizzato da lui. Sciocchezze! È a malapena di un grado più caro a lei del suo cane o del suo cavallo. Non è in lui essere amato come me. Come può lei amare in lui ciò che non possiede?'"

Nelly Dean, non frenata dalla vista della miseria di Isabella, né dal ricordo dei torti che il suo padrone aveva già subito da questo stimabile vicino, fu infine indotta con l'inganno a portare una lettera da lui alla fragile Catharine, ormai in fin di vita, per fissare un incontro. Poiché Heathcliff insisteva sul fatto di non avere alcun desiderio di creare scompiglio o di esasperare il signor Linton, ma solo di rivedere la sua vecchia compagna di giochi, di apprendere dalle sue labbra come stesse e se in qualcosa potesse servirla.

La lettera fu presa e consegnata; l'incontro avvenne una domenica in cui tutta la servitù, eccetto Ellen Dean, era in chiesa. Catharine, pallida, apatica, ma più che mai bella nella sua smarrita debolezza di mente e corpo; Heathcliff, violento nella disperazione, vedendo la morte sul suo volto, alternativamente rimproverandola ferocemente per avergli causato tanta miseria e accarezzando teneramente quel volto alterato e morente. Mai ci fu scena d'amore così strana. Non è una scena da citare, non degna di nota per i suoi passaggi eloquenti o per la bellezza di frasi casuali, ma per la sua passione sostenuta, disperata, pura, terribile. Deve essere letta nella sua sequenza e nella sua interezza. Né posso pensare a un addio più terribile, più penetrante nella sua angoscia di questo. Romeo e Giulietta si separano; ma si conoscono solo da una settimana. Non c'è scena che Heathcliff possa osservare in cui non abbia giocato con Catharine: e, ora che lei sta morendo, non gli è permesso vegliare con lei. Troilo e Cressida si separano; ma Cressida è falsa e a Troilo resta la sua patria. Quale patria ha Heathcliff, il reietto, l'uomo senza nome, l'avventuriero? Antonio e la sua Duchessa; ma loro sono appartenuti l'uno all'altro e sono stati felici; questi due sono eternamente separati. La loro passione è solo accresciuta dalla sua assoluta libertà dal desiderio; persino il malvagio e disperato Heathcliff non nutre alcun amore ignobile per Catharine; tutto ciò che chiede è che lei viva, e che lui possa vederla; che lei possa essere felice anche se fosse con Linton. "Non l'avrei mai bandito dalla sua compagnia, finché lei desiderava la sua", asserisce Heathcliff, e ora lei è pazza di dolore e morente. La consapevolezza delle loro nature tese e ostacolate, inoltre, ci rende più rammaricati che debbano separarsi. Se fosse sopravvissuto, Romeo sarebbe stato felice con Rosalina, dopo tutto; probabilmente Giulietta avrebbe sposato Paride. Ma dove amerà ancora Heathcliff, il pervertito, il cupo, il brutalizzato Heathcliff, la cui unica tenerezza umana è stata il suo amore per la creatura capricciosa, vivace e bella, ora stordita, ora infelice, ora morente tra le sue braccia? Il ricordo stesso della sua violenza e crudeltà rende più terribile lo spettacolo di quest'uomo, seduto con il suo amore morente, in silenzio; i loro volti nascosti l'uno contro l'altro e bagnati dalle reciproche lacrime.

Alla fine si separarono: Catharine incosciente, semimorta. Quella notte nacque la sua piccola figlia di sette mesi; quella notte la madre morì, indicibilmente mutata rispetto alla creatura luminosa e imperiosa che era entrata in quella casa come in un regno, non ancora un anno fa. Al suo fianco, nella stanza oscurata, giaceva suo marito, consumato dall'angoscia. Fuori, sbattendo la testa contro gli alberi con una rabbia da berserker contro il destino, Heathcliff infuriava, inconsolabile.

"'I suoi sensi non tornarono mai: non riconobbe nessuno dal momento in cui l'hai lasciata', dissi. 'Giace con un dolce sorriso sul volto, e i suoi ultimi pensieri vagavano verso i piacevoli giorni passati. La sua vita si è chiusa in un dolce sogno – possa lei svegliarsi altrettanto dolcemente nell'altro mondo!'

"'Possa svegliarsi nel tormento!' gridò, con spaventosa veemenza, battendo il piede e gemendo in un parossismo di passione incontrollabile. 'Perché, lei è una bugiarda fino alla fine! Dov'è? Non lì – non in paradiso – non perduta – dove? Oh! hai detto che non ti importava nulla delle mie sofferenze. E io prego una preghiera. La ripeto finché la mia lingua non si irrigidisce. Catharine Earnshaw, che tu possa non trovare pace finché io sono in vita. Hai detto che ti ho uccisa – allora perseguitami! Credo che i morti perseguitino i loro assassini. So che i fantasmi hanno vagato sulla terra. Sii con me sempre – prendi qualsiasi forma – fammi impazzire! solo non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio, è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita. Non posso vivere senza la mia anima'.

"Sbatté la testa contro il tronco nodoso; e, alzando gli occhi, urlò, non come un uomo, ma come una bestia selvaggia punta a morte con coltelli e lance. Osservai diversi schizzi di sangue sulla corteccia dell'albero, e la sua mano e la sua fronte erano entrambe macchiate; probabilmente la scena a cui assistetti era la ripetizione di altre recitate durante la notte. Non mosse quasi per nulla la mia compassione, mi sgomentò".

Da quel momento una lenta e insidiosa follia lavorò in Heathcliff. Quando era al culmine non era feroce, ma stranamente silenzioso, respirava a stento; ammutolito, come una persona che trattiene il respiro per ascoltare qualche suono appena non ancora udito, come un uomo che tende gli occhi per vedere il puntino all'orizzonte che sorgerà il momento successivo, l'istante dopo, e crescerà fino a diventare la nave che porta a casa il suo tesoro. "Quando sedevo in casa con Hareton, sembrava che uscendo l'avrei incontrata; quando camminavo nelle brughiere, l'avrei incontrata mentre rientrava. Quando andavo lontano da casa, mi affrettavo a tornare; lei doveva essere da qualche parte alle Heights, ne ero certo; e quando dormivo nella sua stanza – fui cacciato via da lì. Non potevo giacere lì; perché nel momento in cui chiudevo gli occhi, lei era fuori dalla finestra, o faceva scorrere i pannelli, o entrava nella stanza, o addirittura posava la sua cara testa sullo stesso cuscino, come faceva da bambina; e dovevo aprire le palpebre per vedere. E così le aprivo e le chiudevo cento volte a notte per rimanere sempre deluso. Era uno strano modo di uccidere, non a centimetri, ma a frazioni di millimetro, ingannarmi con lo spettro di una speranza per diciotto anni". Questa mania di aspettativa che tendeva i nervi fino allo spasimo estremo, si rilassava talvolta; e allora Heathcliff era pericoloso. Quando era pieno del pensiero di Catharine, il mondo gli era indifferente; ma quando questo ricordo ossessivo diminuiva anche solo di poco, ricordava che il mondo era suo nemico, che lo aveva frodato di Catharine. Allora l'avarizia, l'ambizione, la vendetta entravano nella sua anima, e il suo ultimo stato era peggiore del primo. Crudele, con la folle crudeltà, la mania di sangue di un Ezzelin, non lo fu mai; le sue crudeltà avevano uno scopo, le sofferenze delle vittime erano un dettaglio, non un fine. Eppure qualcosa del carattere di quel despota, raffinato nel torturare la mente e non la carne, casto, crudele, avaro di potere, qualcosa di quella morbosità meridionale nel crimine, distingue Heathcliff dai cattivi delle moderne tragedie inglesi. Collocato nel Rinascimento italiano, con Cyril Tourneur come cronista, Heathcliff non avrebbe suscitato l'esplosione di incredula indignazione che accolse la sua apparizione in un romanzo del diciannovesimo secolo.

Poco dopo la nascita della giovane Catharine, Isabella Heathcliff fuggì da suo marito verso il Sud dell'Inghilterra. Egli non fece alcun tentativo di seguirla, e nella sua nuova casa lei diede alla luce un figlio, Linton – frutto di timidezza e odio, paura e ripugnanza – "fin dall'inizio lo descrisse come una creatura malaticcia e irritabile". Nel frattempo la piccola Catharine crebbe come la luce stessa della sua casa, una creatura squisita con la natura gentile e costante di suo padre, ispirata da una scintilla del fuoco di sua madre e alleggerita da un barlume del suo capriccio volubile. Aveva i begli occhi scuri degli Earnshaw e la pelle chiara, i lineamenti regolari e i capelli biondi e ricci dei Linton. "Quella capacità di attaccamenti intensi mi ricordava sua madre. Eppure non le assomigliava; la sua rabbia non era mai furiosa; il suo amore mai feroce; era profondo e tenero". Cathy era in verità una creatura affascinante, sebbene di natura meno passionale e strana di Catharine Earnshaw, non fatta per essere amata in modo così folle né così profondamente sospettata.

Edgar, diventato un completo eremita, si dedicò alla figlia, che trascorreva una vita felice e appartata come una principessa in una fiaba, avventurandosi raramente fuori dai confini del parco e mai da sola. Edgar non aveva mai dimenticato il suo dolore per la morte della sua giovane moglie; amava il suo ricordo con ferma costanza. Se – e penso che possiamo – se ammettiamo che ogni autore abbia qualche qualità speciale con cui, in misura maggiore o minore, dota tutti i suoi figli – se concediamo che le persone di Shakespeare siano tutte meditative, persino la vivace Rosalina e il buffo Dogberry – se ammettiamo che tutti i nostri conoscenti in Dickens siano un tantino autocoscienti, in George Eliot coscienziosi a tal punto che persino Tito Melema prova rimorso per una condotta che, dato il suo periodo e il suo carattere, gli avrebbe più naturalmente dato soddisfazione – allora dobbiamo ammettere che il segno distintivo di Emily Brontë è la costanza. Costanza passionale, folle in Heathcliff; perversa, ma intensa nella Catharine più anziana; ferma e santa in Edgar Linton; persino la dura e ristretta Ellen Dean; persino Joseph, il fariseo ipocrita, sono costanti fino alla morte. Il selvaggio Hindley Earnshaw si beve fino alla morte per il dolore di aver perso la moglie tisica; Hareton ama fino alla fine l'uomo che ha usurpato il suo posto, lo ha degradato, lo ha nutrito di colpi e soprusi: ed è la costanza nell'assenza che amareggia e fa ammalare la giovane Catharine. Persino Isabella Heathcliff, debole com'è, non è volubile. Persino Linton Heathcliff, che, tra tutti i personaggi della narrativa, può condividere con Barnes Newcome la cattiva fama di suprema inamabilità, persino lui ama sua madre e Catharine, e, a modo suo egoista, le ama fino alla fine.

Gli anni passarono, non accadde nulla, se non che Hindley Earnshaw morì, e Heathcliff – a cui ogni iarda era stata ipotecata, prese possesso del luogo; Hareton, che avrebbe dovuto essere il primo gentiluomo del vicinato, "ridotto a uno stato di completa dipendenza dall'inveterato nemico di suo padre, vive come un servo in casa propria, privato dei vantaggi di un salario, del tutto incapace di rimettersi in sesto a causa della sua mancanza di amici e della sua ignoranza di aver subito un torto".

Gli anni senza eventi trascorsero finché Catharine ebbe tredici anni, quando la signora Heathcliff morì ed Edgar andò nel Sud dell'Inghilterra per prendere suo figlio. La piccola Cathy, durante l'assenza del padre, divenne impaziente della sua reclusione nel parco; non c'era nessuno ad accompagnarla attraverso le brughiere, così un giorno saltò la recinzione, si perse e fu infine accolta a Wuthering Heights, luogo di cui, come di tutti i suoi abitanti, era stata tenuta in totale ignoranza. Promise di mantenere la visita segreta a suo padre, per timore che licenziasse Ellen Dean. Fu molto indignata nel sentirsi dire che il rude Hareton era suo cugino; e quando quella notte Linton – delicato, carino, irritabile Linton – arrivò, preferì infinitamente la sua parentela.

La mattina seguente scoprì che Linton se n'era andato, poiché suo padre lo aveva fatto chiamare a Wuthering Heights; Edgar Linton, tuttavia, non disse a sua figlia che suo cugino era così vicino, non avrebbe voluto per nulla al mondo che lei varcasse la soglia di quella terribile casa. Ma un giorno, Cathy ed Ellen Dean incontrarono Heathcliff sulle brughiere, ed egli le persuase, in parte costringendole, a venire a casa a vedere suo figlio, cresciuto come una creatura spregevole, piagnucolosa, malaticcia, in parte violenta, in parte terrorizzata. Il piccolo cuore gentile di Cathy non vedeva i difetti, vedeva solo che suo cugino era malato, infelice, bisognoso di lei; fu facilmente intrappolata, un inverno, quando suo padre ed Ellen Dean erano entrambi malati, in un fidanzamento segreto con questo cugino-ragazzo, l'unico giovane, a parte il rozzo Hareton, che avesse mai visto.

Ogni notte, quando il suo lavoro di assistenza giornaliero era terminato, cavalcava fino a Wuthering Heights per coccolare e vezzeggiare Linton. Heathcliff fece tutto il possibile per favorire il piano. Sapeva che suo figlio stava morendo, nonostante ogni cura fosse presa per preservare l'erede di Wuthering Heights e Thrushcross Grange. È vero che Cathy aveva una pretesa rivale; sposarla a Linton avrebbe significato assicurarsi il titolo, ottenere una moglie per il suo figlio morente per preservare la linea di successione e certamente spezzare il cuore di Edgar Linton. L'amore di Heathcliff per la vendetta e l'amore per il potere si combinarono per rendere il piano una cosa per cui lottare e desiderare.

Divenne disperato man mano che il ragazzo si faceva sempre più debole; era fin troppo probabile che morisse prima del suo zio morente e, se Edgar Linton fosse sopravvissuto, Thrushcross Grange sarebbe andata perduta per Heathcliff. Come ultima risorsa fece scrivere al figlio a Edgar Linton per implorare un incontro su un terreno neutrale. Edgar, che, ignaro del vero carattere di Linton Heathcliff, non vedeva motivo per cui Cathy non dovesse sposare il cugino se si amavano, permise a Ellen Dean di condurre la sua giovane padrona, ora diciassettenne, sulle brughiere dove Linton Heathcliff doveva incontrarli. Cathy era riluttante a lasciare il padre anche solo per un'ora, tanto era malato; ma le era stato detto che Linton stava morendo, perciò si fece forza per andare ancora una volta sulle brughiere: trovarono Linton in uno stato strano, terrorizzato, esausto, sconfortato, che faceva a Cathy delle effusioni spasmodiche come se fosse una lezione che era stato costretto a imparare a suon di percosse. Lei desiderava tornare, ma il ragazzo dichiarò di essere, e pareva, troppo malato per tornare indietro da solo. Lo scortarono a casa agli Heights, e Heathcliff li convinse a entrare, dicendo che sarebbe andato a cercare un medico per il suo ragazzo malato. Ma, una volta che furono in casa, scoprì le sue carte. Le porte furono sprangate; i servi e Hareton via. Né lacrime né preghiere lo avrebbero indotto a lasciar andare le sue vittime finché Catharine non fosse stata la moglie di Linton, e così, le disse, finché suo padre non fosse morto in solitudine. Ma cinque giorni dopo, Catharine Linton, ora Catharine Heathcliff, riuscì a fuggire in tempo per consolare le ore morenti di suo padre con la falsa convinzione della sua felicità; una nobile menzogna, poiché Edgar Linton morì contento, baciando la guancia di sua figlia, ignaro della miseria che le attendeva.

Il giorno seguente Heathcliff si recò alla Grange per ricatturare la sua preda, ma ora Catharine non se ne curava; morto il padre, riceveva tutti gli affronti e i pungoli del destino con un'apatia duratura; era solo lei quella che ferivano. Pochi giorni dopo Linton morì nella notte, solo con la sua sposa. Dopo un anno di assoluta miseria e solitudine, il destino di Catharine fu un poco alleggerito dal fatto che il signor Heathcliff preferì Ellen Dean per il posto vacante di governante a Wuthering Heights.

Poiché la presenza totalizzante di Catharine Earnshaw aveva quasi isolato Heathcliff dall'inimicizia con il mondo; ora era raramente violento. Divenne ancora più disinvolto verso la società, sedendo da solo, mangiando raramente, camminando spesso per l'intera notte. Il suo volto cambiò, e lo sguardo di odio cupo lasciò il posto a un'espressione ancora più allarmante: un'apparenza eccitata, selvaggia, innaturale di gioia. Non si lamentava di alcuna malattia, eppure era molto pallido, esangue, "e i suoi denti visibili di tanto in tanto in una sorta di sorriso; il suo corpo tremava, non come si trema per freddo o debolezza, ma come vibra una corda tesa: un fremito forte, piuttosto che un tremito". Alla fine il suo misterioso assorbimento, la tensione della sua aspettativa, divenne così intensa che non riusciva a mangiare. Animato dalla fame, si sedeva per il pasto, poi sussultava improvvisamente, come se vedesse qualcosa, lanciava un'occhiata alla porta o alla finestra e usciva. Stanco e pallido, non riusciva a dormire; ma lasciava il letto in fretta e usciva a passeggiare per il giardino fino allo spuntar del giorno. "'Non è colpa mia,' rispose, 'se non riesco a mangiare o a riposare. Vi assicuro che non è per nessun progetto prestabilito. Farò entrambe le cose appena mi sarà possibile. Ma potreste altrettanto bene ordinare a un uomo che lotta nell'acqua di riposare a portata di mano dalla riva. Devo raggiungerla prima e poi riposerò. Quanto al pentirmi delle mie ingiustizie, non ho commesso alcuna ingiustizia e non mi pento di nulla. Sono troppo felice, e tuttavia non sono abbastanza felice. La beatitudine della mia anima uccide il mio corpo, ma non soddisfa se stessa.'"

Nel frattempo gli intrighi di una vita, i propositi profondamente radicati della sua vendetta, stavano crollando inosservati tutto intorno a lui, come un castello di carte. Suo figlio era morto. Hareton Earnshaw, il vero erede di Wuthering Heights, e Catharine, la vera erede di Thrushcross Grange, si erano innamorati l'uno dell'altra. Un finale quanto mai insospettato e improbabile; eppure quanto mai naturale. Poiché Catharine era viziata, colta, bella, orgogliosa, eppure quanto mai affettuosa e tenera: e Hareton rozzo, scontroso, ignorante, feroce; eppure leale come l'acciaio, fermo, e con un cuore molto amorevole e fedele, costante anche verso l'uomo che, di proposito, lo aveva brutalizzato e tenuto in servitù. "'Hareton è dannatamente affezionato a me!' rise Heathcliff. 'Dovrai ammettere che ho superato Hindley in questo. Se il malvagio defunto potesse risorgere dalla tomba per insultarmi per i torti subiti dalla sua progenie, avrei il divertimento di vedere la suddetta progenie combatterlo a sua volta, indignata che egli osi inveire contro l'unico amico che ha al mondo.'"

"'Non riuscirà mai a emergere dal suo abisso di rozzezza e ignoranza,'" gridò Heathcliff con esultanza; ma l'amore può fare quanto l'odio. Heathcliff, lui stesso un gran cafone a vent'anni, riuscì a scrollarsi di dosso la sua zoticaggine per vendicarsi dei suoi nemici; l'amore di Catharine Linton ispirò Hareton a uno sforzo altrettanto grande. Questa strana, aspra storia d'amore, aspra-dolce come bacche di mirtillo, secca e rigida nella sua bellezza come ramoscelli di erica viola, è l'interesse più puramente umano, l'unico tenero interesse di Wuthering Heights. È l'antitesi necessaria e legittima del trionfo di Heathcliff, la riaffermazione finale della preminenza del giusto. "Il bene conquistato, e il male che conquista" è spesso pietosamente vero; ma non una legge eterna, solo un incidente troppo frequente. Percependo ciò, Emily Bronte mostra la sconfitta finale di Heathcliff, che, senza parenti né amici, fu alla fine costretto a vedere la proprietà che aveva così crudelmente accumulato discendere ai suoi nemici ereditari. Ed era sconcertato, non tanto dalle vicende amorose di Cathy e Hareton quanto da questa improvvisa reazione alla violenza, questo allentamento delle corde del cuore, che lo lasciava privo di forze e anemico, preda di una monomania invadente. Aveva passato la vita a schiacciare le bacche per la sua vendetta, a mescolare quella bevanda scura e inebriante; e quando giunse il momento finale, quando la sollevò alle labbra, il desiderio lo aveva abbandonato, non ne aveva alcun gusto.

"Non ho commesso ingiustizie," disse Heathcliff; e sebbene la sua vita fosse stata animata da odio, vendetta e passione, riflettiamo su chi siano state le sue vittime. Non il vecchio Squire che lo ospitò per primo; poiché il vecchio non visse mai abbastanza per conoscere la bassezza del suo favorito, e trasse solo conforto dalla sua presenza. Catharine Earnshaw soffrì, non per il carattere del suo amante, ma perché sposò un uomo a cui voleva solo bene, con gli occhi ben aperti al fatto che stava così facendo un torto all'uomo che amava. "Te lo meriti," disse Heathcliff, quando lei stava morendo. "Ti sei uccisa da sola. Perché miseria, degradazione e morte, e nulla che Dio o Satana potessero infliggere ci avrebbe mai separato: tu, di tua spontanea volontà, lo hai fatto." Non la moralità di Mayfair, ma quella le cui lezioni, abbastanza severe e cupe, devono sempre essere dolorosamente evidenti a tali spiriti erranti e appassionati. La terza delle vittime di Heathcliff dunque, o meglio la prima, fu Hindley Earnshaw. Ma se Hindley non fosse stato già un giocatore d'azzardo e un ubriacone, un uomo violento e senz'anima, Heathcliff non avrebbe potuto ottenere alcun potere su di lui. Hindley accolse Heathcliff, come Faust il Diavolo, perché poteva soddisfare i suoi desideri malvagi; perché, in sua presenza, non c'era bisogno di ricordare la vergogna, né gli alti propositi, né la bontà abbandonata; e quando arriva la fine, e dovrà perdere la sua anima, ricordi che erano in due in quel patto.

Isabella Linton fu la vittima più pietosa. Vittima possiamo a stento chiamarla, lei che non richiese alcun inganno, ma corteggiò il proprio destino. E dopo tutto, un matrimonio desiderato principalmente per umiliare una cognata e mostrare alla sposa di essere una persona importante, non fu intollerabilmente ripagato da tre mesi di misera sofferenza; dopo tanto le è permesso di fuggire. Da Edgar Linton, come abbiamo visto, i colpi di Heathcliff caddero da parte senza nuocere, come i colpi del boia da un martire leggendario. Non seppe mai quale posto secondario occupasse nel cuore di sua moglie, non seppe mai della miseria della sua unica figlia - miseria che presto si sarebbe trasformata in gioia. Visse e morì, paziente, felice, fiducioso, non visitato dalla violenza e dalla furia che avevano il loro centro così vicino al suo focolare.

La più giovane Catharine e Hareton soffrirono solo un male temporaneo; la miseria che sopportarono insieme insegnò loro ad amarsi; la verga del tiranno era sbocciata in rose. E lui, solo e paralizzato nel cuore, a consumarsi l'anima in amara solitudine, vide i suoi piani di vendetta tutti frustrati, tanta elaborazione così semplicemente contrastata; fu lui a soffrire.

Soffriva ora: e Catharine Earnshaw che lo aiutò alla rovina con la sua diserzione, e Hindley che lo pervertì con l'oppressione precoce, soffrirono per mano sua. Ma non i senza peccato, i costanti, i nobili; la miseria, alla fine, sposta le sue cupe nebbie davanti alla luce di tali spiriti limpidi: [ta drasanti pathein].

"'È una conclusione misera, non è vero?' disse Heathcliff, 'una terminazione assurda ai miei violenti sforzi. Prendo leve e picconi per demolire le due case, e mi alleno per essere capace di lavorare come Ercole, e quando tutto è pronto e in mio potere, scopro che la volontà di sollevare una tegola da uno dei due tetti è svanita.'"

* * * * *

"Cinque minuti fa Hareton sembrava essere una personificazione della mia giovinezza, non un essere umano: mi sentivo verso di lui in una tale varietà di modi che sarebbe stato impossibile avvicinarlo razionalmente. In primo luogo, la sua sorprendente somiglianza con Catharine lo connetteva spaventosamente a lei. Ciò, tuttavia, che potreste supporre il più potente per arrestare la mia immaginazione è in realtà il meno: poiché cosa non è connesso a lei per me? e cosa non la richiama? Non posso guardare il pavimento senza che le sue fattezze si formino nelle lastre! In ogni nuvola, in ogni albero - che riempie l'aria di notte e colta a sprazzi in ogni oggetto di giorno - sono circondato dalla sua immagine. I volti più ordinari di uomini e donne - le mie stesse fattezze - mi deridono con una somiglianza. L'intero mondo è una terribile raccolta di promemoria che lei esisteva, e che l'ho persa! Bene, l'aspetto di Hareton era il fantasma del mio amore immortale; dei miei selvaggi tentativi di mantenere il mio diritto; la mia degradazione, il mio orgoglio, la mia felicità e la mia angoscia----

"Ma è follia ripetervi questi pensieri: solo che vi farà sapere perché, con la riluttanza a essere sempre solo, la sua compagnia non è di alcun beneficio; piuttosto un'aggravante del tormento costante che soffro; e contribuisce in parte a rendermi indifferente a come lui e sua cugina vadano d'accordo insieme. Non posso più prestare loro alcuna attenzione."

La dolce, vivace Catharine e il timido, appassionato Hareton andavano d'accordo molto graziosamente. Non riesco a ricordare una scena più toccante e realistica di quel loro primo corteggiamento, un pomeriggio piovoso, in cucina dove Nelly Dean sta stirando la biancheria. Hareton, scontroso e infelice, seduto vicino al fuoco, ferito da un colpo di fucile, ma ancora di più dai molteplici rifiuti della graziosa Cathy. Lei, con tutta la sua insolenza, fiacca nel clima uggioso e umido, che lo convince al buonumore con le più dolci grazie avanzanti. È strano che parlando di 'Wuthering Heights' questo bellissimo episodio sia così universalmente dimenticato, e solo la violenza e la passione di passaggi più terribili siano associati al nome di Emily Bronte. Eppure, dal forte esce il dolce; e il miele migliore dai secchi fiori di erica.

Nel frattempo, Heathcliff li lasciava fare, spaventandoli più con il suo strano stato di astrazione che con la sua abituale ferocia.

Non poteva più prestare loro alcuna attenzione. Per quattro giorni non riuscì né a mangiare né a riposare, finché le sue guance divennero incavate e i suoi occhi iniettati di sangue, come una persona che muore di fame, e che diventa cieca per la mancanza di sonno.

Alla fine una mattina presto, quando la pioggia scorreva nel reticolo sbattente di Heathcliff, Nelly Dean, come una buona massaia, entrò per chiuderlo. Il padrone doveva essere alzato o fuori, disse. Ma spingendo indietro i pannelli del letto chiuso, lo trovò lì, steso sulla schiena, i suoi occhi aperti acuti e feroci; del tutto immobile, sebbene il suo viso e la gola fossero lavati dalla pioggia; del tutto immobile, con uno spaventoso, realistico sguardo di esultanza sotto le sopracciglia, con le labbra socchiuse e i denti bianchi affilati che sogghignavano - del tutto immobile e innocuo ora; morto e rigido.

Morto, prima che qualsiasi vendetta lo avesse raggiunto se non le lente, retributive sofferenze del suo stesso petto; morto, ucciso da troppa speranza, e da una gioia innaturale. Mai prima d'ora nessun malvagio ebbe una fine così strana; mai prima d'ora nessun sofferente ebbe un tormento così prolungato e sinistro, "illuso dallo spettro di una speranza per diciotto anni".

Nessuna punizione pubblica o autoritaria. Hareton pianse appassionatamente il suo tiranno perduto, piangendo in amara sincerità, e baciando il volto sarcastico e selvaggio che tutti gli altri si sottraevano a contemplare. E la memoria di Heathcliff era sacra, avendo nel giovane che rovinò un difensore quanto mai valoroso. Persino Catharine non avrebbe mai potuto lamentarsi delle sue malvagità con suo marito.

Nessuna esecrazione in questo mondo o nel prossimo; una grande quiete lo avvolge. La sua violenza non era abbastanza forte da raggiungere quella pace finale e rovinarne la completezza. La [sua] tomba è accanto a quella di Catharine, e vicino a quella di Edgar Linton; sopra di loro cresce il mirtillo selvatico, e il muschio di torba e l'erica. Non si curano della passione, della capricciosa dolcezza, della costante bontà che giacciono al di sotto. È tutto uguale per loro e per le allodole che cantano in alto.

"Mi sono soffermato intorno alle tombe sotto quel cielo benigno; ho guardato le falene svolazzare tra l'erica e le campanule, ho ascoltato il vento dolce che soffiava tra l'erba; e mi sono chiesto come qualcuno potesse mai immaginare sonni inquieti per chi dorme in quella terra tranquilla."

Così finisce la storia di Wuthering Heights.

Il mondo è ora concorde nell'accettare quella storia come un grande e tragico studio di passione e dolore, un'immagine selvaggia di tempesta e brughiera, di bontà oltraggiata e ingratitudine. Il mondo che ha incoronato 'Re Lear' con l'immortalità, conserva una corona minore per 'Wuthering Heights'. Ma nel 1848, i rintocchi di trionfo che acclamarono il successo di 'Jane Eyre' non ebbero eco per l'opera di Ellis Bell. Quel genio strano, meditabondo e premonitore, intenso e ristretto, fu ignorato, trascurato. Un autore, in effetti, in una recensione, Sydney Dobell, nel Palladium parlò nobilmente e chiaramente dell'energia e del genio di questo libro; ma quando quel chiarino presagio di fama fu finalmente suonato, Emily non udì. Due anni prima lo avevano deposto nella tomba.

Nessuna lode per Ellis Bell. È strano pensare che delle due sorelle di Charlotte fu Anne quella che ebbe il breve sorso di fama esilarante. Quando 'La signora di Wildfell Hall' era in bozze, l'editore di Ellis e Acton lo vendette a una ditta americana come l'ultima e più bella produzione dell'autore di 'Jane Eyre' e 'Wuthering Heights'. Strano, che anche un editore potesse sbagliare così, anche per il proprio interesse. Comunque, questo errore causò una confusione tale a Cornhill da rendere necessario che la famosa Charlotte, accompagnata da Anne, nella sua qualità di genio secondario e confondibile, si recasse in città a spiegare la loro esistenza separata. Non c'era bisogno di disturbare l'autore di 'Wuthering Heights', quell'opera rozza di una mano inesperta, sulla cui riproduzione nessun editore litigò; tali onori fastidiosi non erano per lei.

"Eppure," dice Charlotte, "non devo essere intesa come se facessi di queste cose motivo di rimprovero o lamentela; non oso farlo; il rispetto per la memoria di mia sorella me lo vieta. Da parte sua qualsiasi tale manifestazione querula sarebbe stata considerata come una debolezza indegna e offensiva."

Quando, in effetti, il mormorio di lamentela oltrepassò quelle labbra pallide e ispirate? Il fallimento non può esserle giunto con alcuno shock di attonita sorpresa. Tutti i suoi piani erano falliti; il successo di Branwell, la scuola, le sue poesie: la sua volontà ferrea non li aveva condotti al successo.

Ma sebbene non potesse portare il successo, poteva sostenerla contro la disperazione. Quando quest'ultima, più cara, più forte opera sua fu pesata sulla bilancia del mondo e trovata mancante, non sospirò, non si rassegnò e non pensò che la battaglia fosse finita; avrebbe combattuto ancora.

Ma la battaglia era finita, finita prima che la vittoria fosse dichiarata. Niente più fallimenti, niente più lotte per quello spirito coraggioso. Fu in luglio che Charlotte e Anne tornarono da Londra, in luglio quando l'erica è in boccio; a malapena un ultimo ramoscello appassito rimase in dicembre da deporre sul letto di morte di Emily.

CAPITOLO XVI.

'SHIRLEY.'

Mentre 'Wuthering Heights' era ancora nelle mani dei recensori, la sorella più fortunata di Emily Bronte era impegnata in un altro romanzo. Questo libro non ha mai raggiunto il successo costante del suo capolavoro, 'Villette', né ha incontrato il furore che accolse la prima apparizione di 'Jane Eyre'. È, in effetti, inferiore a entrambe le opere; un studio molto tranquillo della vita nello Yorkshire, quasi meschino nel suo interesse per le dispute ecclesiastiche, quasi assurdo nell'inadeguatezza femminile dei suoi eroi. Eppure 'Shirley' ha una grazia e una bellezza proprie. Questo lo deriva dal fascino delle sue eroine - Caroline Helstone, un adorabile ritratto caratteriale della più cara amica di Charlotte, e Shirley stessa, un ritratto ideale di Emily Bronte.

Emily Bronte, ma in condizioni molto diverse. Non più povera, non più ostacolata, non più a conoscenza della miseria e minacciata da una morte prematura; non così, ma come una sorella amorevole avrebbe voluto vederla, bella, trionfante, la figlia viziata di una fortuna felice. Eppure in queste circostanze alterate Shirley mantiene la sua somiglianza con la sorella laboriosa di Charlotte; il travestimento, che forse confonde coloro che, come la signora Gaskell, "non hanno un'impressione piacevole di Emily Bronte", è molto facilmente penetrato da coloro che la amano. Sotto l'eleganza patetica così amorevolmente conferita, sotto i fasti presi in prestito di mille sterline l'anno, un volto adorabile, una casa padronale ancestrale, riconosciamo la nostra eroina tenace e testarda, e sorridiamo un po' tristemente all'inefficienza di questa mascherata di grandezza, così indifferente e non necessaria per lei. Riconosciamo la sorella di Charlotte; ma non l'autore di 'Wuthering Heights'. Attraverso questi anni discerniamo la brillante ereditiera come una persona di importanza infinitamente inferiore alla figlia del Vicario, mal vestita e sovraccarica di lavoro. Imperiale Shirley, non c'è bisogno di agitare la tua bacchetta maestosa, vi ci siamo inchinati molto tempo fa senza essere accecati; e tutti i suoi splendori illusori non sono così potenti come quella penna d'oca consumata che usavi brandire nella affaccendata cucina del parrocchiato di tuo padre.

Eppure senza quel ritratto ammirevole avremmo scarsa garanzia per la nostra concezione del carattere di Emily Bronte. Il suo lavoro è singolarmente impersonale. Si deduce da esso che amava le brughiere, che fin dalla sua giovinezza il peso di una fantasia tragica le era gravato pesantemente; che aveva visto il volto del dolore da vicino, incontrando quello sguardo di Medusa con rigida e sprezzante fortezza. Tanto apprendiamo; ma questo è ben poco - una verità unilaterale e quindi a malapena una verità.

Il ritratto di Charlotte ci offre un'altra visione, e fortunatamente ci sono ancora pochi vivi tra i non numerosi amici di Emily Bronte. Ogni tratto, ogni reminiscenza dipinge in linee più scure e chiare l'impressione di carattere che 'Shirley' lascia su di noi. Shirley è davvero l'Emily esteriore, l'Emily che si poteva incontrare e conoscere trentacinque anni fa, solo un po' lucidata, con gli angoli un po' smussati dalla premurosa cura di una sorella. L'Emily più nobile, profondamente sofferente, meditabonda, compassionevole, creatrice, si trova solo in una parola sparsa qua e là, un ricordo casuale, una risposta felice, raccolta dalle pagine del suo lavoro e dal ricordo amorevole dei suoi amici; ma questi resti sono così diretti, insoliti, personali e caratteristici, questo profilo è di un tipo così deciso, che ci colpisce più distintamente di quanto facciano molti ritratti punteggiati e verniciati.

Ma per sapere come Emily Brontë apparisse, si muovesse, sedesse e parlasse, torniamo ancora a "Shirley". Una schiera di memorie corroboranti riaffiora voltando le pagine. Chi se non Emily era sempre accompagnata da un "cane piuttosto grande, forte e dall'aspetto feroce, molto brutto, essendo di una razza incrociata tra un mastino e un bulldog?" Ci è familiare come il leone di Una; non abbiamo bisogno che ci venga detto, Currer Bell, che sedeva sempre sul tappeto del focolare durante le notti, con la mano sulla sua testa, leggendo un libro; ricordiamo bene quanto fosse necessario assicurarsi la sua alleanza per conquistare l'affetto di lei. Una cara amica non ci ha forse informato di aver ottenuto il cuore di Emily incontrando, senza apparente timore o ritrosia, gli enormi slanci di dimostrativo benvenuto di Keeper?

Certamente "Captain Keeldar", con le sue arie da cavaliere, il suo pronto sdegno, il suo amore per l'indipendenza, riporta alla mente con vivida brillantezza il ricordo della nostra vecchia conoscenza, "il Maggiore". Riconosciamo quella pallida snellezza, che maschera una forza elastica che sembra impenetrabile alla fatica — e sospiriamo, ricordando un passaggio nelle lettere di Anne, che registra come, quando reumatismi, tosse e influenza rendevano la canonica di Haworth un ospedale durante le visite del temibile vento dell'est, Emily sola osservasse e si chiedesse perché mai qualcuno dovesse stare male — "lo considera un vento molto poco interessante; non influisce sul suo sistema nervoso". La conosciamo, inoltre, per la sua gentilezza verso gli inferiori. Cento piccole storie affollano le nostre menti. Indimenticate leccornie preparate con le sue stesse mani per l'amica della sua domestica, le visite ancora ricordate della nipotina di Martha in cucina, dove Miss Emily portava la propria sedia per la ragazza malata; aneddoti del suo alzarsi presto per molti anni per svolgere il lavoro più gravoso, perché la prima serva era troppo vecchia e la seconda troppo giovane per alzarsi così presto; e lei, Emily, era così forte. Cento piccoli sacrifici, più cari alla memoria del borsa aperta di Shirley, si risvegliano nei nostri cuori e ci ricordano che, dopo tutto, Emily era l'eroina più nobile e amabile delle due.

Quanto è caratteristico, inoltre, il tocco che la rende sprezzante di tutto ciò che è dominante, dogmatico, dichiaratamente maschile negli uomini di sua conoscenza; e la dolcezza stessa verso il poetico Philip Nunnely, il gaio e infantile Mr. Sweeting, il sentimentale Louis, il cugino zoppo e devoto che la ama in un patetico modo canino. Anche quel coraggio era suo. Non solo la carne di Shirley, ma quella di Emily, sentì le zanne laceranti del cane rabbioso a cui aveva caritatevolmente offerto cibo e acqua; non solo la carne di Shirley, ma la sua, si ritrasse alla punta scarlatta e luminosa del ferro rovente con cui cauterizzò immediatamente la ferita, entrando rapidamente in lavanderia e operando su se stessa senza una parola per nessuno.

Emily, inoltre, sola e disarmata, punì il suo grande bulldog per le sue intemperanze domestiche, in barba a un esplicito avvertimento di non colpire la bestia, per timore che il suo carattere incerto lo spingesse a saltare alla gola dell'aggressore. E fu lei a fomentare le sue contusioni. Questa prodezza e tenerezza di Shirley è una vecchia storia per noi.

E l'amore di Shirley per le vesti pittoresche e splendide non è senza un'eco nei nostri ricordi. Fu Emily che, facendo acquisti a Bradford con Charlotte e la sua amica, scelse una stoffa bianca con un motivo di tuoni e fulmini color lilla, con il terrore a malapena celato delle sue compagne più sobrie. E le stava bene; una creatura alta e agile, con una grazia metà regale e metà indomita nei suoi movimenti improvvisi e flessuosi, che indossava con pittoresca negligenza le sue ampie gonne macchiate di porpora; il viso limpido e pallido; i capelli castani, folti e scurissimi, fissati dietro con un pettine spagnolo; i suoi grandi occhi grigio-nocciola, ora pieni di indolente e indulgente umorismo, ora scintillanti di significati nascosti, ora ravvivati in fiamma da un lampo di indignazione, "un raggio rosso che trafigge la rugiada".

Anche lei aveva il gusto di Shirley per la gestione degli affari. Ricordiamo il turbamento di Charlotte quando Emily insistette per investire i lasciti di Miss Branwell in azioni della York and Midland Railway. "Ha gestito in modo molto elegante e capace per me quando ero a Bruxelles, impedita dalla distanza dal curare i nostri interessi, quindi la lascerò gestire ancora e ne accetterò le conseguenze. Disinteressata ed energica lo è certamente; e, se non è così trattabile o aperta alla persuasione come vorrei, devo ricordare che la perfezione non è il lotto dell'umanità e, finché possiamo guardare coloro che amiamo, e a cui siamo strettamente legati, con stima profonda e mai scossa, è poca cosa che ci irritino occasionalmente con quelle che ci appaiono nozioni ostinate e irragionevoli."[28]

Così parla la gentile sorella maggiore, l'autrice di 'Shirley'. Ma ci sono alcuni che non ameranno mai né il tipo né il ritratto. Sydney Dobell disse un'amara mezza verità quando, ignaro della vera identità di Shirley, dichiarò: "Dobbiamo solo immaginare Shirley Keeldar povera per immaginarla ripugnante". L'orgoglio messo a tacere, la generosità frustrata, il potere inespresso, la passione contenuta di una tale natura non sono qualità che toccano il mondo quando le trova in una donna oscura e semplice. Anche ora, moltissimi non ameranno un'eroina così indipendente dalla loro stima. Si risentiranno della franca imperiosità, del non curarsi di compiacere, della forza inflessibile, dell'assenza di banali tenerezze sottomesse, per le quali lei rimedia con una così ampia, umana e generosa compassione. "Nella natura di Emily", dice sua sorella, "gli estremi di vigore e semplicità sembravano incontrarsi. Sotto una cultura non sofisticata, un gusto non artificiale e un aspetto senza pretese, giacevano una potenza e un fuoco che avrebbero potuto informare il cervello e accendere le vene di un eroe; ma non aveva saggezza mondana — i suoi poteri non erano adatti agli affari pratici della vita — falliva nel difendere i suoi diritti più manifesti, nel consultare il suo legittimo vantaggio. Un interprete avrebbe dovuto sempre stare tra lei e il mondo. La sua volontà non era molto flessibile e generalmente si opponeva al suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, ma caldo e improvviso; il suo spirito del tutto inflessibile."[29]

Così parla l'ispirata interprete di Emily, il cui genio non ha reso popolare la sorella. 'Shirley' non è tra i preferiti del pubblico moderno. Emily Brontë è nata fuori tempo. Atena, che guida le ninfe nella loro corsa sfrenata lungo gli speroni rocciosi dell'Olimpo, e che si ferma in piena corsa per sollevare tra le braccia i piccoli, teneri come la rugiada, o i cuccioli della montagna feriti per caso, avrebbe potuto sceglierla come sua compagna di caccia. O Brunilde, la forte Valchiria, che teme l'amore dell'uomo, la cui gioia è la battaglia e le vette selvagge delle colline, che perde la sua immortalità per proteggere gli inermi e i deboli; avrebbe riconosciuto la parentela di questa sorella nata per ultima. Ma noi moderni non ci curiamo di queste. Le nostre eroine sono Giulietta, Desdemona e Imogen, i nostri esempi Dorothea Brooke e Laura Pendennis, donne il cui fascino è una certa fragranza di affetto. 'Shirley' è troppo indipendente per i nostri gusti; e, per il resto, siamo tutti innamorati di Caroline Helstone.

Disinteressata, ostinata, nobile Emily Brontë, in questo momento, mentre la tua magica sorella stava tessendo per te, con parole d'oro, una trama del destino tanto fortunata quanto i sogni, le vere Norne stavano filando un indumento funebre più pallido. Non avresti mai visto le cose più luminose della vita. L'amore fraterno, la libera solitudine, la creazione non lodata, dovevano rimanere le tue gioie più struggenti. Nessun tocco d'amore, nessun accenno di fama, nessuna ora di agio, giacciono per te sulle ginocchia del Destino. Né rosa né alloro saranno versati sulla tua forma racchiusa in una bara. Nel frattempo, tua sorella scrive e sogna per Shirley. Terribile differenza tra idee e verità; meravigliosa magia dell'irreale nel togliere il pungiglione dalle ferite veritiere che sopportiamo!

Né rosa né alloro deporremo con riverenza per il ricordo sopra la tomba dove riposi; ma il fiore che è sempre stato il tuo, l'erica selvatica e secca. Tu, che eri, secondo le parole di tua sorella, "brughiera, selvaggia e nodosa come una radice di erica", sei cresciuta verso la tua perfezione nel deserto dove nessun alloro fruscia le sue foglie lucide, dove nessuna rosa dolce e fragile si è mai aperta nel cuore di giugno. La tempesta e l'oscurità invernale, la terra vergine, i venti sferzanti di marzo, le avrebbero uccise del tutto; ma tutto ciò è servito a rendere l'erica leggera e forte, a tingere le sue campanelle di un porpora più acceso, a riempire le sue cellule di miele più pungentemente dolce. Il vento freddo e la terra selvaggia creano l'erica; non crescerebbe nei prati riparati. E tu, se avessi conosciuto il destino che l'amore avrebbe scelto, anche tu non saresti prosperata nella tua piena fioritura. Un'altra felice, prospera matrona del nord sarebbe morta. Ma ora vivi, ancora cantando la libertà, l'anima immortale del coraggio e della solitudine, un'altra voce nel vento, un'altra gloria sulle vette delle montagne, Emily Brontë, l'autrice di 'Cime Tempestose'.

NOTE:

[Nota 28: Mrs. Gaskell.]

[Nota 29: 'Notizia biografica.' C. Brontë.]

CAPITOLO XVII.

LA FINE DI BRANWELL.

L'autunno dell'anno 1848 fu tempestoso e selvaggio, con cambiamenti di temperatura improvvisi e frequenti e un vento freddo e penetrante. Quei gelidi soffi che vorticavano intorno alla piccola canonica grigia sulla sua collina esposta, portarono con sé la malattia. Anne e Charlotte languivano e si afflosciavano; anche Branwell stava male. La sua costituzione sembrava distrutta da eccessi a cui non aveva la risoluzione di rinunciare. Spesso dormiva gran parte del giorno; o almeno sedeva assopito ora dopo ora in un letargo di debolezza; ma con la notte questa apatia si trasformava in violenza e sofferenza. "Papà, e talvolta tutti noi, passiamo tristi notti con lui", scrive Charlotte negli ultimi giorni di luglio.

Eppure, la piccola famiglia conosceva così bene le cause di questa inversione di tendenza che non si sospettava alcun pericolo immediato. Era debole, certamente, e il suo appetito veniva meno; ma i consumatori di oppio non sono forti né affamati. Né Branwell stesso, né i suoi parenti, né alcun medico consultato nel suo caso pensava che fosse uno di pericolo immediato; sembrava che questa vita squallida potesse continuare per sempre, segnando le sue ore con un perpetuo oscillare e rimbalzare di eccessi e sofferenze.

Durante questo malinconico autunno Mr. Grundy soggiornava a Skipton, una città a circa diciassette miglia da Haworth. Memore del suo vecchio amico, invitò Branwell a essere suo ospite; ma il giovane morente era troppo debole per fare anche quel piccolo viaggio, sebbene desiderasse l'eccitazione del cambiamento. Mr. Grundy fu così colpito dal tono miserabile della lettera di Branwell che andò a Haworth per vedere di persona cosa affliggesse il suo vecchio compagno. Rimase molto scioccato dal cambiamento. Pallido, scavato, tremante, totalmente distrutto; non c'era più speranza per Branwell; aveva ricominciato a fare uso di oppio.

Qualsiasi cosa per l'eccitazione, per una variazione al suo incessante dolore. Debole com'era, e a malapena in grado di lasciare il letto, bramava pietosamente un appuntamento di qualsiasi tipo, qualsiasi ragione per lasciare Haworth, per liberarsi dei suoi vecchi pensieri, qualsiasi posto ovunque per l'amor del cielo, purché fosse fuori dai loro sussurri. Non dovette aspettare molto.

Più tardi, in quel freddo e tetro settembre, Mr. Grundy visitò di nuovo Haworth. Mandò a chiamare Branwell alla canonica e ordinò la cena e un fuoco per accoglierlo; la stanza sembrava accogliente e calda. Mentre Mr. Grundy sedeva in attesa del suo ospite, il vicario fu fatto entrare. Anche lui era stranamente cambiato; gran parte della sua vecchia rigidità di modi era scomparsa; e fu con autentico affetto che parlò di Branwell, e quasi con disperazione che accennò alle sue crescenti miserie. Quando il messaggio di Mr. Grundy era arrivato, il povero sofferente, sconvolto, giaceva malato a letto, apparentemente troppo debole per muoversi; ma l'irrequietezza febbrile che aveva segnato i suoi ultimi anni era troppo forte per resistere alla possibilità di eccitazione. Aveva insistito per venire, così disse suo padre, e sarebbe stato pronto immediatamente. Poi il triste e quasi cieco gentiluomo salutò l'ospite di suo figlio e lasciò la locanda.

"Improvvisamente la porta si aprì cautamente e apparve una testa. Era una massa di capelli rossi, arruffati, non tagliati, che fluttuavano selvaggiamente intorno a una grande fronte emaciata; le guance gialle e cave, la bocca cadente, le labbra bianche e sottili non tremanti ma scosse, gli occhi infossati, un tempo piccoli, ora sbarrati con la luce della follia — tutto raccontava la triste storia fin troppo chiaramente. Mi precipitai dal mio amico, lo salutai nel mio modo più gaio, come sapevo che gli piacesse di più, lo tirai rapidamente nella stanza e gli imposi un bicchiere di brandy caldo e forte. Sotto la sua influenza e quella dell'ambiente luminoso e allegro, apparve spaventato — spaventato da se stesso. Mi lanciò uno sguardo per un momento e mormorò qualcosa riguardo al lasciare un letto caldo per uscire nella notte fredda. Un altro bicchiere di brandy e il calore di ritorno lo riportarono gradualmente a qualcosa di simile al Brontë di un tempo. Mangiò persino un po' di cena, una cosa che disse di non fare da tempo; così il nostro ultimo colloquio fu piacevole sebbene grave. Non ho mai conosciuto il suo intelletto più lucido. Si descrisse come in attesa ansiosa della morte — anzi, la desiderava, ed era felice, in questi suoi momenti di sanità mentale, di pensare che fosse così vicina. Dichiarò ancora una volta che quella morte sarebbe stata dovuta alla storia che conoscevo, e a nient'altro.

Quando alla fine fui costretto ad andarmene, egli estrasse tranquillamente dalla manica della giacca un coltello da intaglio, lo pose sul tavolo e, tenendomi per entrambe le mani, disse che, avendo perso ogni speranza di vedermi ancora, aveva immaginato quando arrivò il mio messaggio che fosse una chiamata da Satana. Vestitosi, prese il coltello che aveva a lungo nascosto e venne alla locanda, con la ferma determinazione di irrompere nella stanza e pugnalare l'occupante. Nello stato eccitato della sua mente, non mi riconobbe quando aprii la porta, ma la mia voce e il mio modo di fare lo conquistarono e lo 'riportarono a se stesso', come egli disse. Lo lasciai in piedi a capo scoperto sulla strada con la forma curva e le lacrime che cadevano."[30]

Tornò a casa e pochi giorni dopo morì. Quel breve lasso di tempo fu più felice e calmo di quanto avesse conosciuto da anni; le sue cattive abitudini, i suoi sentimenti induriti scivolarono, come una maschera, dall'anima già toccata dalla quiete finale. Era singolarmente cambiato e addolcito, gentile e amorevole verso il padre e le sorelle che avevano sopportato così tanto per mano sua. Era come se si fosse svegliato dal feroce delirio di una febbre; debole com'era e distrutto, potevano di nuovo riconoscere in lui il loro Branwell dei vecchi tempi, la speranza e la promessa di tutti i loro primi sogni. Né loro né lui sognavano che la fine fosse così vicina; aveva spesso parlato di morte, ma ora che stava nell'ombra delle sue ali, era ignaro di quella soggiogante presenza. Ed è piacevole pensare che il dolce contegno dei suoi ultimi giorni non fosse dovuto alla mera codarda paura della morte; ma piuttosto a un ritorno dell'anima al suo vero io, un naturale distacco di tutta la febbre e l'errore estranei, prima che la sofferenza della sua vita si chiudesse. Mezz'ora prima di morire Branwell era ignaro del pericolo; era stato fuori in paese due giorni prima, ed era stato confinato a letto un solo giorno. La mattina seguente era una domenica, il ventiquattro di settembre. Branwell si svegliò perfettamente cosciente e, attraverso la santa quiete di quella prima mattina, giacque, turbato né dalla paura né dalla sofferenza, mentre le campane della chiesa vicina, la torre vicina la cui favolosa antichità gli aveva fornito molti scherzi giovanili, chiamavano gli abitanti del villaggio al culto. Tutti lo conoscevano, tutti mentre passavano davanti alla casa guardavano in su e si chiedevano se "t' Vicar's Patrick" stesse meglio o peggio. Ma quelli della canonica non erano in chiesa: vegliavano nella camera silenziosa e pacifica di Branwell.

Improvvisamente un terribile cambiamento avvenne sul volto tranquillo; non c'era modo di sbagliare il richiamo improvviso e che scuote il cuore. E ora Charlotte crollò; sempre nervosa e molto tesa, la semplice paura di ciò che avrebbe potuto accadere, la prostrò. La portarono via e per una settimana rimase a letto in preda alla malattia e alla febbre. Ma Branwell, il chiamato, il vero sofferente, incontrò la morte con un volto diverso. Insistette per alzarsi; se aveva ceduto agli orrori della vita avrebbe sfidato gli orrori dell'estinzione; sarebbe morto come pensava che nessuno fosse mai morto prima, in piedi. Così, come un antico eroe celtico, quando iniziò l'ultima agonia, si alzò in piedi; silenziosi e colmi di timore reverenziale, il vecchio padre, la pregante Anne, l'amorevole Emily, guardavano. Si alzò in piedi e morì eretto dopo venti minuti di lotta.

Trovarono le sue tasche piene delle lettere della donna che aveva così appassionatamente amato.

Era morto, questo Branwell che aveva straziato i cuori della sua famiglia giorno dopo giorno, che beveva le loro lacrime come vino. Era morto, e ora lo piangevano con dolore acuto e amaro. "Tutti i suoi vizi erano e sono nulla ora; ricordiamo solo i suoi guai", scrive Charlotte. Lo seppellirono nella stessa cripta che era stata aperta ventitré anni fa per accogliere i cadaveri infantili e consumati di Elizabeth e Maria. La domenica tornò, richiamando minuto dopo minuto il declino della sua vita, ed Emily Brontë, pallida e vestita di nero, difficilmente può aver sentito il sermone funebre del fratello per guardare la pietra che nascondeva così tante memorie, così inutile compassione. Prese la morte del fratello molto a cuore, diventando magra e pallida e non dicendo nulla. Aveva fatto uno sforzo per andare in chiesa quella domenica, e mentre sedeva lì, silenziosa e con gli occhi cavi, forse sentiva che era bene aver guardato il suo luogo di riposo, la tomba dove gran parte del suo cuore era sepolto. Perché, dopo il suo funerale, non si riprese mai; un raffreddore e una tosse, presi allora, presero una presa terribile su di lei, e non uscì più di casa dopo quella memorabile domenica.

Ma guardando i suoi occhi tranquilli e che non si lamentavano, non avreste indovinato così tanto.

"Emily e Anne stanno abbastanza bene", dice Charlotte, il nove ottobre, "sebbene Anne sia sempre delicata ed Emily abbia un raffreddore e tosse al momento."

NOTE:

[Nota 30: 'Pictures of the Past.']

CAPITOLO XVIII.

LA MORTE DI EMILY.

Già il 29 ottobre di questo malinconico anno 1848, la tosse e il raffreddore di Emily avevano fatto tali progressi da allarmare la sua attenta sorella maggiore. Prima della morte di Branwell era stata, a quanto pareva, l'unico membro forte di una famiglia delicata. Al fianco della fragile Anne (già, se solo avessero saputo, avanzata nella tubercolosi), dello distrutto Branwell, di Charlotte, sempre nervosa e malata, questa alta e muscolosa Emily era apparsa una torre di forza. Lavorando presto e tardi, raramente stanca e mai lamentosa, trovando il suo miglior svago in lunghe e aspre passeggiate sulle brughiere, sembrava improbabile che desse loro qualche angoscia struggente. Ma i semi della tisi giacevano in profondità sotto questa bella parvenza di vita e forza; lo shock del dolore che provò per la morte del fratello li sviluppò con allarmante rapidità.

La stanchezza dell'assenza si era sempre rivelata eccessiva per la forza di Emily. Lontano da casa abbiamo visto come si struggeva e si ammalava. L'esilio la rendeva magra e pallida, minacciava le sorgenti stesse della vita. E ora doveva sopportare un'inevitabile e infinita assenza, un esilio da cui non poteva esserci ritorno. La tensione era troppo stretta, lo strappo troppo acuto: Emily non poteva sopportarlo e vivere. In una perdita come la sua, privata di un sofferente inerme, il lutto di coloro che rimangono è amareggiato e ravvivato cento volte al giorno quando arrivano i minuti vuoti per i quali mancano i doveri consueti, quando l'indesiderato tempo libero pende attorno all'anima stanca come un indumento informe e ingombrante. Era Emily che si era dedicata principalmente a Branwell. Essendo lui morto, il motivo della sua vita sembrava svanito.

Se fosse stata più forte, se fosse stata più riguardosa verso se stessa all'inizio della malattia, senza dubbio sarebbe guarita, e non sapremo mai quale differenza nella nostra letteratura avrebbe potuto fare un po' di precauzione. Ma Emily era abituata a considerarsi robusta; era talmente avvezza a servire gli altri che starsene a letto a farsi servire le sarebbe parso ignominioso e assurdo. Sia la sua indipendenza che il suo altruismo la rendevano assai cauta nel dare disturbo. È, inoltre, estremamente probabile che non si sia mai resa conto della gravità della propria malattia; la tisi è raramente un male che dispera; attaccando il corpo lascia libero lo spirito, lo spirito che non può rendersi conto di un pericolo da cui non è ferito. Poco tempo dopo, quando toccò ad Anne soffrire, ella scelse la sua cuffietta primaverile quattro giorni prima di morire. Chi di noi non ricorda qualche simile storia patetica della straziante, vana fiducia di coloro che sono in fase avanzata di tisi, che portano sul volto i segni della morte leggibili a tutti gli occhi tranne che ai propri?

Per chi osserva, non vi è agonia peggiore che guardare il coraggioso portamento di costoro, ignari dell'improvvisa tomba ai loro piedi. Charlotte e Anne guardavano e tremavano. Il 29 ottobre, Charlotte, ancora debole per la febbre biliare che l'aveva prostrata il giorno della morte di Branwell, scrive queste parole già piene di presentimenti:

"In questo momento provo molta più inquietudine per mia sorella che per me stessa. Il raffreddore e la tosse di Emily sono molto ostinati. Temo che abbia dolore al petto, e a volte colgo un affanno nel suo respiro quando si è mossa anche solo un po' rapidamente. Appare molto magra e pallida. La sua natura riservata mi procura grande inquietudine mentale. È inutile interrogarla; non ottieni risposta. È ancora più inutile consigliare rimedi; non vengono mai adottati."[31]

Si trattava, infatti, di una grave infiammazione polmonare che questa sfortunata sofferente stava cercando di domare con la forza del coraggio. Alle persone di forte volontà è difficile rendersi conto che la loro malattia non è sotto il loro controllo. Essere malate è per loro un atto di acquiescenza; hanno acconsentito alle richieste del loro corpo debole. Quando la necessità esige il sacrificio, sembra loro così facile negare a se stesse il riposo, l'indulgenza. Oppongono la propria volontà alla propria debolezza e intendono vincere. Non vogliono cedere.

Emily non voleva cedere. Si sentiva doppiamente necessaria alla famiglia in quest'ora di prova. Charlotte era ancora molto debole e malaticcia. Anne, la sua cara sorellina, era insolitamente delicata e fragile. Persino suo padre non era scampato del tutto. Che lei, Emily, sulla quale si era sempre fatto affidamento per forza, coraggio e resistenza, dovesse mostrarsi indegna della fiducia proprio quando era più dolorosamente necessaria; che lei, così incline a prendersi tutti i doveri, così necessaria alla gestione quotidiana della casa, dovesse abbandonare il suo incarico in questo momento di prova, gettare le armi nel momento della battaglia e dare alle sue compagne di sventura il peso supplementare della sua debolezza; una cosa simile le era impossibile.

Così la vana lotta continuò. Non volle rinunciare a nessuno dei suoi doveri, e non fu che nelle ultime settimane di vita che volle, sia pure, permettere alla domestica di alzarsi prima di lei al mattino e sbrigare le prime faccende. Non volle tollerare che si parlasse di rimedi; dichiarando di non essere malata, che presto sarebbe stata bene, nel patetico autoinganno della debolezza piena di spirito. E Charlotte e Anne, per amore delle quali faceva questo sacrificio, ne soffrirono terribilmente. Volentieri, con gratitudine, si sarebbero accollate tutti i suoi doveri; ardevano dal desiderio di alzarsi e darsi da fare. Ma, vedendo quanto fosse debole, non osavano contrariarla; dovevano sedere immobili e sopportare di vederla lavorare per il loro conforto con mani vacillanti e fredde come la morte.

"Giorno dopo giorno", dice Charlotte, "giorno dopo giorno, quando vedevo con quale contegno affrontava la sofferenza, la guardavo con uno stupore di angoscia e amore. Non ho visto nulla di simile; ma, in verità, non ho mai visto il suo pari in nulla. Più forte di un uomo, più semplice di un bambino, la sua natura restava sola. Il punto terribile era che, pur essendo piena di compassione per gli altri, per se stessa non aveva pietà; lo spirito era inesorabile verso la carne; dalla mano tremante, dagli arti snervati, dagli occhi che si spegnevano, si esigeva lo stesso servizio che avevano reso in salute. Stare a guardare tutto ciò, e non osare protestare, era un dolore che nessuna parola può rendere."

Il tempo passava. Ansiosa di tentare quale influenza qualche amico, non della loro famiglia, potesse esercitare su questa sorella ostinata, Charlotte pensò di invitare Miss Nussey a Haworth. Emily era sempre stata lieta di accoglierla. Ma quando giunse il momento si scoprì che il minimo disturbo alla routine quotidiana avrebbe solo reso più pesante il fardello di Emily. E anche quel piano fu abbandonato.

Un altro mese era passato. Emily, più pallida e magra, ma non meno risoluta, adempiva ai suoi doveri con la consueta esattezza, e insisteva sulla sua perfetta salute con una fortitudine di sfida. Il 23 novembre, Charlotte scrive ancora:

"Ti ho detto che Emily era malata nella mia ultima lettera. Non si è ancora ripresa. È molto malata. Credo che se tu la vedessi la tua impressione sarebbe che non vi è speranza. Un aspetto più scavato, consunto, pallido non ho mai visto. La tosse profonda e stizzosa continua; il respiro dopo il minimo sforzo è un affanno rapido; e questi sintomi sono accompagnati da dolori al petto e al fianco. Il suo polso, l'unica volta che ha permesso che venisse sentito, è risultato battere 115 pulsazioni al minuto. In questo stato rifiuta risolutamente di vedere un medico; non darà alcuna spiegazione dei suoi sentimenti; permetterà a malapena che si accenni ai suoi sentimenti."

"Nessun medico avvelenatore" doveva avvicinarla, dichiarò Emily con l'irritabilità della sua malattia. Era un insulto alla sua volontà, ai suoi risoluti sforzi. Lei non era, non voleva essere malata, e non poteva quindi aver bisogno di cura. Forse sentiva, nel profondo del suo cuore, la convinzione che il suo male fosse mortale; che un ritardo nella sentenza fosse tutto ciò che la cura e l'abilità potessero dare; poiché aveva visto Maria ed Elizabeth spegnersi e morire, e solo di recente i medici non avevano salvato suo fratello.

Ma Charlotte, naturalmente, non provava lo stesso. All'insaputa di Emily, scrisse a un grande medico di Londra tracciando una dichiarazione del caso e dei sintomi quanto più minuziosa e attenta possibile. Ma o questa diagnosi per congetture fu troppo imperfetta, o il medico vide che non c'era speranza; poiché il suo parere fu espresso in modo troppo oscuro per essere di qualche utilità. Mandò una bottiglia di medicina, ma Emily non volle prenderla.

Giunse dicembre, e ancora le sorelle, stupite e ansiose, non sapevano cosa pensare. A quel punto anche il signor Bronte aveva percepito il pericolo dello stato di Emily, ed era molto ansioso. Eppure lei negava ancora di essere malata di qualcosa di più grave di una passeggera debolezza; e il dolore al fianco e al petto sembrava diminuire. A volte la piccola famiglia era tentata di prenderla in parola, e credere che presto, con la primavera, sarebbe guarita; e poi, sentendo la sua tosse, ascoltando il respiro affannoso con cui saliva la breve scala, guardando l'estrema emaciazione della sua figura, le mani consumate, gli occhi incavati, i loro cuori venivano improvvisamente meno. La vita era una contraddizione quotidiana di speranza e paura.

I giorni si avvicinavano al Natale; era già la metà di dicembre, e ancora Emily era in giro per casa, capace di servire se stessa, di cucire per gli altri, di prendere parte attiva ai doveri della giornata. Dava sempre da mangiare ai cani personalmente. Un lunedì sera, deve essere stato verso il 14 dicembre, si alzò come al solito per dare la cena alle creature. Si alzò, camminando lentamente, tenendo teso tra le mani magre un grembiule pieno di carne avanzata e pane. Ma quando raggiunse il passaggio lastricato il freddo la prese; barcollò sul pavimento irregolare e cadde contro il muro. Le sue sorelle, che l'avevano tristemente seguita, senza essere viste, si fecero avanti molto allarmate e la pregarono di desistere; ma, sorridendo debolmente, continuò e diede a Floss e Keeper la loro ultima cena dalle sue mani.

Il mattino seguente stava peggio. Prima che si svegliasse, le sorelle che vegliavano udirono il basso gemito inconscio che racconta di una sofferenza continuata anche nel sonno; e temettero per ciò che il nuovo anno avrebbe potuto riservare. Della vicinanza della fine non sognavano. Charlotte era stata fuori sulle brughiere, cercando in ogni valle e incavo un ramoscello di erica, per quanto pallido e secco, da portare alla sorella amante della brughiera. Ma Emily guardò il fiore deposto sul suo cuscino con occhi indifferenti. Era già estraniata e alienata dalla vita.

Ciononostante insistette nell'alzarsi, vestendosi da sola, e facendo tutto per sé. Un fuoco era stato acceso nella stanza, ed Emily sedette sul focolare per pettinarsi i capelli. Era più magra che mai ora — la ragazza alta, snodata, "da sguattera" — i suoi capelli nella loro abbondanza scura e folta erano tutto ciò che in lei non era segnato dal dito marchiante della morte. Sedeva sul focolare pettinandosi i lunghi capelli castani. Ma presto il pettine scivolò dalla sua debole presa tra le ceneri. Lei, l'intrepida, attiva Emily, lo guardò bruciare e fumare, troppo debole per raccoglierlo, mentre il nauseante, odioso odore di osso bruciato le saliva al viso. Alla fine entrò la domestica: "Martha", disse, "il mio pettine è laggiù; ero troppo debole per chinarmi e raccoglierlo."

Ho visto quel vecchio pettine rotto, con un gran pezzo bruciato via; e ho pensato, lo confesso, che sia più patetico delle ossa delle undicimila vergini a Colonia, o del Santo Volto di Lucca annerito dal tempo. Triste, casuale confessione della debolezza umana; lugubre controparte di quell'anima senza catene che fino alla fine mantenne la sua fortezza e ribellione. La carne è debole. Da quando ho visto quella reliquia, il verso strenuo dell'ultima poesia di Emily Bronte mi è parso molto più eroico, molto più commovente; ricordando in quali vesti aderenti e imprigionanti quello spirito libero era confinato.

La carne era debole, ma Emily non le avrebbe concesso alcuna indulgenza. Finì di vestirsi, e scese molto lentamente, con la testa che girava e i passi vacillanti, giù nel piccolo salotto spoglio dove Anne stava lavorando e Charlotte scriveva una lettera. Emily prese un po' di lavoro e cercò di cucire. Il suo respiro mozzato, il suo volto tirato e alterato erano presagi della fine. Ma ancora una piccola speranza tremolava in quei cuori di sorella. "Diventa ogni giorno più debole", scrisse Charlotte, in quel memorabile martedì mattina; non vedendo certamente alcun presagio che questo — questo! — dovesse essere l'ultimo dei giorni e delle ore della sua debolezza.

La mattina volgeva al mezzogiorno, ed Emily peggiorava. Non poteva più parlare, ma — ansimando in un sussurro rauco — disse: "Se volete mandare a chiamare un medico, lo vedrò ora!" Ahimè, era troppo tardi. L'affanno e il dolore straziante aumentarono; persino Emily non poteva più nasconderli. Verso le due le sorelle la pregarono, in un'agonia, di lasciarsi mettere a letto. "No, no", gridò; tormentata dall'inquietudine febbrile che precede l'ultima, più quieta pace. Cercò di alzarsi, appoggiandosi con una mano sul divano. E così il filo della vita si spezzò. Era morta.

Aveva ventinove anni.

La seppellirono, pochi giorni dopo, sotto il lastricato della chiesa; sotto la lastra di pietra dove giacevano la madre, Maria, Elizabeth e Branwell.

Lei che aveva tanto pianto il fratello lo aveva veramente ritrovato, e avrebbe dormito bene al suo fianco.

[Greco: phile met' autou keisomai, philou meta.]

E sebbene nessun vento stormisca mai sopra la tomba su cui non nasce erica profumata, né alcun mirtillo porti i suoi ramoscelli di foglie più verdi e frutti viola, lei non ne sentirà la mancanza ora; lei che si chiedeva come qualcuno potesse immaginare sonni inquieti per coloro che dormono nella terra quieta.

La seguirono alla tomba — il suo vecchio padre, Charlotte, la morente Anne; e mentre lasciavano le porte, furono raggiunti da un altro dolente, Keeper, il cane di Emily. Camminava davanti a tutti, primo nel rango dei dolenti; e forse nessun'altra creatura aveva conosciuto la donna morta così bene. Quando l'ebbero deposta a dormire nell'oscura volta senz'aria sotto la chiesa, e quando ebbero attraversato il desolato cimitero, e furono rientrati nella casa vuota, Keeper andò dritto alla porta della stanza dove la sua padrona era solita dormire, e si sdraiò attraverso la soglia. Lì ululò pietosamente per molti giorni; non sapendo che nessun lamento avrebbe potuto svegliarla mai più. Sopra il piccolo salotto sottostante una grande calma si era stabilita. "Perché dovremmo essere altro che calmi", dice Charlotte, scrivendo alla sua amica il 21 dicembre. "L'angoscia di vederla soffrire è finita; lo spettacolo dei dolori della morte è passato; il giorno del funerale è trascorso. Sentiamo che lei è in pace. Nessun bisogno ora di tremare per il gelo duro e il vento pungente. Emily non li sente."

La morte era finita, davvero, e il giorno del funerale era passato; tuttavia un dovere rimaneva ai dolenti dal cuore straziato, non meno struggente della vista del volto morto cambiato, non meno schiacciante del tonfo di pietre e zolle sulla bara di una persona amata. Presero il grande scrittoio marrone in cui era solita tenere le sue carte, e ordinarono e misero in ordine tutto ciò che vi trovarono. Quanto accattivante la vista di quella scrittura frettolosa e casuale di una mano ora rigida nella morte! Quanto preziose ciascuna di quelle pagine il cui simile non sarebbe mai più stato fatto fino alla caduta della terra alla fine dei tempi! Quanto vicino, quanto totalmente tagliato fuori, il Passato!

Non trovarono alcun romanzo, metà finito o iniziato, nel vecchio scrittoio marrone che era solita appoggiare sulle ginocchia, seduta sotto i biancospini. Ma scoprirono una poesia, scritta alla fine della vita di Emily, profonda, sincera, come si addice alle ultime parole che uno ha il tempo di pronunciare. È la più perfetta ed espressiva del suo lavoro: il monumento più adatto al suo spirito eroico.

Così scorrono le ultime righe che abbia mai tracciato:

"Non è mia un'anima codarda, Né tremante nella sfera tormentata dalle tempeste del mondo; Vedo le glorie del cielo splendere, E la fede splende uguale, armandomi dalla paura.

"O Dio, dentro il mio petto, Onnipotente, divinità sempre presente! Vita, che in me trova riposo, Come io — vita immortale — ho potere in Te.

"Vani sono i mille credi Che muovono i cuori degli uomini: indicibilmente vani; Privi di valore come erbacce avvizzite, O la più oziosa schiuma in mezzo all'immenso mare,

"Per risvegliare il dubbio in chi Si aggrappa così saldamente alla tua infinità; Così sicuramente ancorato Alla roccia incrollabile dell'immortalità.

"Con amore che tutto abbraccia Il tuo spirito anima anni eterni, Pervade e cova sopra, Cambia, sostiene, dissolve, crea e alleva.

"Anche se la terra e l'uomo fossero spariti, E soli e universi cessassero di essere, E Tu fossi lasciato solo, Ogni esistenza esisterebbe in Te.

"Non c'è spazio per la Morte, Nessun atomo che la sua potenza potrebbe rendere vuoto; Tu — Tu sei Essere, Respiro, E ciò che Tu sei non può mai essere distrutto."

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 31: Mrs. Gaskell.]

FINIS!

"È morta in un momento di promessa."

Così scrive Charlotte, nel primo ardore del suo dolore. "È morta in un momento di promessa"; avendo fatto molto, davvero, avendo fatto abbastanza per portare i suoi poteri a una matura perfezione. E il frutto di quella perfezione ci è negato. È morta, tra la fine del lavoro e l'assegnazione della lode. Prima che il minimo sentore dell'immortalità che le è stata assegnata potesse raggiungerla nella sua oscura e lontana casa. Senza un successo in tutta la sua vita, con la sua scuola mai tenuta, i suoi versi mai letti, il suo romanzo mai lodato, suo fratello morto in rovina. Tutte le sue ambizioni erano scemate e morte per la ruggine. Ma era ancora giovane, pronta a vivere, desiderosa di riprovare.

"È morta in un momento di promessa. L'abbiamo vista tolta alla vita nel suo fiore."

Veramente un fiore di dolore, l'ora buia di mezzo della tempesta, scura con il dolore trascorso e la nerezza del dolore imminente. Con Branwell morto, con la sua carissima sorella morente, Emily morì. Se fosse vissuta, quale profitto avrebbe potuto trarre dalla sua vita? Per noi, davvero, sarebbe stato bene; ma per lei? La fama nella solitudine è cibo amaro; e Anne morirà a maggio; e Charlotte sei anni dopo; ed Emily non avrebbe mai potuto farsi nuovi amici. Molto meglio per lei, quello spirito amorevole e fedele, morire mentre la sua vita le era ancora cara, mentre c'era ancora speranza nel mondo, piuttosto che languire qualche anno ancora, in solitudine e debolezza, per lasciare nella fama e nella miseria una vita disillusa.

"È morta in un momento di promessa. L'abbiamo vista tolta alla vita nel suo fiore. Ma è la volontà di Dio, e il luogo dove è andata è migliore di quello che ha lasciato."

Veramente migliore, lasciare che la sua anima parli nel mondo per sempre, che il vento sia più forte per il suo respiro, e l'erica più viola dal suo cuore; molto meglio essere persi nel processo della vita che tutto abbraccia e tutto trasmuta, piuttosto che vivere in un dolore ristretto e individuale. Così almeno, torto o ragione, pensava questa donna che amava così tanto la terra. Non aveva paura di morire. Il pensiero della morte non la riempiva di perplessità, ma di una calma sicura e felice. Riteneva più glorioso della fama, e più dolce dell'amore, dare la sua anima a Dio e il suo corpo alla terra. E chi di noi criticherà la convinzione che rese contenta una vita molto dolorosa?

"La cosa che più mi irrita è questa prigione in frantumi, dopo tutto. Sono stanca di essere rinchiusa qui. Ho nostalgia di fuggire in quel mondo glorioso, ed esserci sempre; non vederlo fiocamente attraverso le lacrime, e desiderarlo attraverso i muri di un cuore che soffre; ma realmente con esso e in esso. Tu pensi di essere migliore e più fortunato di me, in piena salute e forza; ti dispiace per me — molto presto questo sarà alterato. Mi dispiacerà per te. Sarò incomparabilmente sopra e oltre voi tutti."[32]

Ah, sì; incomparabilmente sopra e oltre. Non solo per la visione acuta con cui ha rivelato il mondo glorioso in cui la sua memoria è vento più fresco, e sole più luminoso, non solo per quello; ma perché il ricordo di lei stessa vivente è un precetto altissimo e nobile. Mai prima d'ora le mani furono ispirate allo stesso modo per la fatica quotidiana e per la scrittura d'oro che non deve sbiadire. Mai cuore fu più onorevole e forte, né alcuno più pietoso verso la vergognosa debolezza. Raramente, davvero, qualsiasi uomo, ancora più raramente qualsiasi donna, ha posseduto l'inestimabile dono del genio e non ne ha mai fatto una scusa per una debolezza, una violenza, un fallimento, che in altri mortali condanniamo. Nessuna sua azione richiede tale scusa. Pertanto, essendo morta, ci persuade all'onore; e non solo le sue opere ma la memoria della sua vita sorgeranno e la loderanno, lei che visse senza lode così bene.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[Nota 32: 'Cime tempestose.']

LA FINE.

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Essendo un resoconto accurato e dettagliato, corredato da più di 400 rappresentazioni pittoriche, caratteristiche delle varie malattie a cui è soggetta la razza equina; insieme al più recente metodo di cura e a tutte le prescrizioni necessarie scritte in inglese semplice. Di EDWARD MAYHEW, M.R.C.V.S. 8vo., 18s. 6d.

GESTIONE ILLUSTRATA DEL CAVALLO.

Contenente osservazioni descrittive su anatomia, medicina, ferratura, denti, alimentazione, vizi, stalle; nonché un resoconto semplice della posizione, natura e valore dei vari punti; insieme a commenti su stallieri, mercanti, allevatori, domatori e addestratori. Impreziosito da più di 400 incisioni tratte da disegni originali realizzati appositamente per quest'opera. Di E. MAYHEW. Una nuova edizione, riveduta e migliorata da J. I. LUPTON, M.R.C.V.S. 8vo., 12s.

LONDRA:

W. H. ALLEN & CO., 13, WATERLOO PLACE.

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Crown 8vo. 3s. 6d. ciascun volume.

SERIE DONNE EMINENTI.

A cura di John H. Ingram.

VOLUMI GIÀ PUBBLICATI:--

GEORGE ELIOT. Di Mathilde Blind.

EMILY BRONTE. Di A. Mary F. Robinson.

GEORGE SAND. Di Bertha Thomas.

MARY LAMB. Di Anne Gilchrist.

MARIA EDGEWORTH. Di Helen Zimmern.

MARGARET FULLER. Di Julia Ward Howe.

ELIZABETH FRY. Di Mrs. E. R. Pitman.

CONTESSA D'ALBANY. Di Vernon Lee.

HARRIET MARTINEAU. Di Mrs. Fenwick Miller.

VOLUMI IN PREPARAZIONE:--

Susannah Wesley. Di Mrs. E. Clarke.

Mary Wollstonecraft. Di Elizabeth Robins Pennell.

Madame Roland. Di Mathilde Blind.

Madame de Stael. Di Bella Duffy.

Margherita di Navarra. Di Mary A. Robinson.

Vittoria Colonna. Di Miss A. Kennard.

Londra: W. H. ALLEN & CO., 13 Waterloo Place. S.W.

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Serie Donne Eminenti.

OPINIONI DELLA STAMPA.

GEORGE ELIOT. Di Mathilde Blind.

"Il libro di Miss Blind è uno studio eccellente e accurato di un grande genio."--Vanity Fair.

"Nessuna pagina di questa interessante monografia dovrebbe essere saltata."--Graphic.

"Nulla è più necessario al giorno d'oggi di brevi trattati su grandi scrittori come questi. Miss Blind non ha risparmiato alcuno sforzo per creare una narrazione coerente e attraente, ed è riuscita a presentarci una biografia completa; inframmezzando il suo racconto con critiche incisive."--British Quarterly Review.

EMILY BRONTE. Di A. Mary F. Robinson.

"Miss Robinson rende la parte biografica del suo libro di estremo interesse, mentre la sua critica all'autrice è giusta, profonda e brillante."--Truth.

"Nel volume che abbiamo davanti abbiamo una biografia critica dell'autrice di 'Cime Tempestose', che presenta alla mente una concezione chiara e definita del più autentico e puro genio che questo Paese abbia prodotto. Ciò che Mrs. Gaskell ha fatto per Charlotte Bronte, Miss Robinson lo ha fatto con pari grazia e simpatia per la sorella minore."--Manchester Courier.

"Emily Bronte è presentata amorevolmente e fedelmente sia come donna che come scrittrice, e il volume è uno di quelli per cui tutti gli amanti della letteratura ringrazieranno Miss Robinson e l'editore che l'ha convinta a compiere l'impresa."--Derby Mercury.

GEORGE SAND. Di Bertha Thomas.

"Il libro di Miss Thomas è ben scritto e abbastanza completo; lei è ben intenzionata, sempre equa, e il suo libro merita una decisa raccomandazione come introduzione al suo soggetto."--Athenaeum.

"In questo volume senza pretese, i lettori generici troveranno tutto ciò che hanno bisogno di sapere sulla vita e gli scritti di George Sand. Miss Thomas ha portato a termine un compito piuttosto difficile con grande abilità."--St. James' Gazette.

"Una vita di George Sand scritta con cura e con adeguata conoscenza, deve, e senza dubbio lo farà, essere di interesse per molti lettori, e questo piccolo libro mostra sia cura che conoscenza."--Vanity Fair.

Londra: W. H. ALLEN & CO., 13 Waterloo Place. S.W.

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Serie Donne Eminenti.

OPINIONI DELLA STAMPA.

MARY LAMB. Di Anne Gilchrist.

"La 'Mary Lamb' di Mrs. Gilchrist è uno schizzo colto e meticoloso, scritto con cognizione di causa e sentimento."--Pall Mall Gazette.

"Per il suo compito di documentare questa vita, Mrs. Gilchrist ha evidentemente attinto a letture ampie e a una conoscenza accurata. Va congratulata per la chiarezza e l'interesse della sua narrazione, per il successo con cui ci ha presentato una delle figure più gentili e patetiche della letteratura inglese."--Academy.

"Un volume assolutamente delizioso, amorevolmente empatico nella sua ritrattistica e carico di materiale nuovo e interessante."--Harpers' Magazine.

"A tutte le persone che amano la narrazione della vita privata, e a tutti coloro che desiderano una maggiore intimità di quella finora goduta con Elia e Bridget, raccomandiamo cordialmente la 'Mary Lamb' di Mrs. Gilchrist."--Vanity Fair.

MARIA EDGEWORTH. Di Helen Zimmern.

"Un riassunto molto piacevole della vita e delle opere della nostra dotata connazionale."--Freeman's Journal.

"Un'interessante biografia."--Echo.

"Miss Zimmern è la prima a raccontare la storia nel suo insieme per i lettori inglesi, e il modo in cui descrive la casa irlandese, il sodalizio letterario tra il padre eccentrico e la figlia obbediente, la visita in Francia e l'incontro della Miss Edgeworth con alcune celebrità francesi, inclusa Madame de Genlis, è pieno di vivacità."--Pall Mall Gazette.

MARGARET FULLER. Di Julia Ward Howe.

"Un pezzo di biografia molto fresco e accattivante, e una degna aggiunta alla serie accuratamente selezionata e ben curata di Mr. Ingram."--Freeman's Journal.

"Ben degno di essere associato ai suoi popolari predecessori, e tra i nuovi libri che dovrebbero essere letti."--Derby Mercury.

Londra: W. H. ALLEN & CO. 13 Waterloo Place. S.W.

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Serie Donne Eminenti.

OPINIONI DELLA STAMPA.

ELIZABETH FRY. Di Mrs. E. R. Pitman.

"Tra tutti i filantropi inglesi, nessuno esibisce una natura più nobile o è più degno di una testimonianza permanente di Mrs. Fry. Per questo motivo accogliamo con favore lo schizzo che le ha dedicato Mrs. Pitman, pubblicato nella Serie Donne Eminenti."--Times.

"Un'idea eccellente della nobile vita e dell'opera di Mrs. Fry può essere ricavata dal lavoro semplice ma impressionante di Mrs. Pitman."--Contemporary Review.

"Uno dei migliori e più interessanti della serie."--Literary World.

"Questo è un buon libro, degno di un posto nell'interessante Serie Donne Eminenti."--Spectator.

"Eccellente nell'organizzazione e proporzionato con giudizio."--Academy.

CONTESSA D'ALBANY. Di Vernon Lee.

"L'abile autrice ha svolto il suo lavoro con amore, e non ha lasciato nulla di intentato nel tentativo di mostrare al mondo l'aspetto in carne ed ossa della moglie del giovane Pretendente e del suo amante, il poeta Alfieri."--Lady's Pictorial.

"Ogni pagina del libro testimonia l'abilità dell'autrice e la sua determinazione a comprendere il suo soggetto, e a farlo comprendere ai lettori."--Athenaeum.

"C'è un potere vivido nella realizzazione che Vernon Lee fa della vita e della società fiorentina, e molta bellezza e calore di colore nelle sue descrizioni."--Saturday Review.

"Questa biografia romantica è avvincente quanto qualsiasi opera di immaginazione, e lo stile incisivo e grafico della sua autrice la rende singolarmente attraente."--Morning Post.

HARRIET MARTINEAU. Di Mrs. Fenwick Miller.

"Un resoconto fedele e empatico di questa donna straordinaria."--Scotsman.

"Come descrizione fedele di una donna riflessiva e dalla mentalità aperta sulla vita privata e sulla brillante carriera letteraria di un'altra donna, questo schizzo critico è ammirevole."--Whitehall Review.

"Non è in alcun senso della parola una compilazione, ma una memoria che è un modello di quella concisione che non è incompatibile con una ritrattistica distinta o con un interesse fresco e vivo nella narrazione."--Daily News.

"Mrs. Miller ha svolto bene il suo difficile lavoro, e il suo volume è uno dei più abili e interessanti dell'abile e interessante serie a cui appartiene."--Derby Mercury.

Londra: W. H. ALLEN & CO., 13 Waterloo Place. S.W.

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