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Four Arthurian Romances

by Chrétien, de Troyes, active 12th century · in Italian

QUATTRO ROMANZI ARTURIANI:

"EREC ET ENIDE", "CLIGÉS", "YVAIN" E "LANCELOT"

di Chrétien de Troyes

Fiorito nel XII secolo d.C.

Originariamente scritto in antico francese, nella seconda metà del XII secolo d.C., dal poeta di corte Chrétien de Troyes.

BIBLIOGRAFIA SELEZIONATA:

TESTO ORIGINALE--

Carroll, Carleton W. (Ed.): "Chrétien DeTroyes: Erec and Enide" (Garland Library of Medieval Literature, New York & London, 1987). Curato con traduzione (si veda l'edizione Penguin Classics sotto).

Kibler, William W. (Ed.): "Chrétien DeTroyes: The Knight with the Lion, or Yvain" (Garland Library of Medieval Literature 48A, New York & London, 1985). Testo originale con traduzione inglese (si veda l'edizione Penguin Classics sotto).

Kibler, William W. (Ed.): "Chrétien DeTroyes: Lancelot, or The Knight of the Cart" (Garland Library of Medieval Literature 1A, New York & London, 1981). Testo originale con traduzione inglese (si veda l'edizione Penguin Classics sotto).

Micha, Alexandre (Ed.): "Les Romans de Chrétien de Troyes, Vol. II: Cligés" (Champion, Paris, 1957).

ALTRE TRADUZIONI--

Cline, Ruth Harwood (Trans.): "Chrétien DeTroyes: Yvain, or the Knight with the Lion" (University of Georgia Press, Athens GA, 1975).

Kibler, William W. & Carleton W. Carroll (Trans.): "Chrétien DeTroyes: Arthurian Romances" (Penguin Classics, London, 1991). Contiene traduzioni di "Erec et Enide" (di Carroll), "Cligés", "Yvain", "Lancelot" e l'incompiuto "Perceval" di DeTroyes. Altamente raccomandato.

Owen, D.D.R (Trans.): "Chrétien DeTroyes: Arthurian Romances" (Everyman Library, London, 1987). Contiene traduzioni di "Erec et Enide", "Cligés", "Yvain", "Lancelot" e l'incompiuto "Perceval" di DeTroyes. NOTA: Questa edizione ha sostituito quella di W.W. Comfort nel catalogo della Everyman Library. Altamente raccomandata.

LETTURE CONSIGLIATE--

Anonimo: "Lancelot of the Lake" (Trad: Corin Corely; Oxford University Press, Oxford, 1989). Traduzione inglese di uno dei più antichi romanzi in prosa riguardanti Lancelot.

Anonimo: "The Mabinogion" (Ed: Jeffrey Gantz; Penguin Classics, London, 1976). Contiene una traduzione di "Geraint and Enid", un'anteriore versione gallese di "Erec et Enide".

Anonimo: "Yvain and Gawain", "Sir Percyvell of Gales" e "The Anturs of Arther" (Ed: Maldwyn Mills; Everyman, London, 1992). NOTA: I testi sono in medio inglese; "Yvain and Gawain" è un'opera in medio inglese basata quasi esclusivamente sullo "Yvain" di Chrétien de Troyes.

Malory, Sir Thomas: "Le Morte D'Arthur" (Ed: Janet Cowen; Penguin Classics, London, 1969).

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INTRODUZIONE

Chrétien de Troyes ha avuto la singolare fortuna di diventare il più noto dei poeti dell'antico francese per gli studiosi di letteratura medievale, e di rimanere praticamente sconosciuto a chiunque altro. La conoscenza delle opere di Chrétien da parte degli studenti è stata resa possibile nei circoli accademici dalle ammirevoli edizioni critiche dei suoi romanzi, intraprese e portate a compimento negli ultimi trent'anni dal professor Wendelin Foerster di Bonn. Allo stesso tempo, la mancanza di familiarità del pubblico con l'opera di Chrétien è dovuta all'assenza quasi totale di traduzioni dei suoi romanzi nelle lingue moderne. L'uomo che, per quanto ne sappiamo, raccontò per primo le avventure romantiche dei cavalieri di Artù, Gawain, Yvain, Erec, Lancelot e Perceval, è stato dimenticato; mentre la posterità è stata più benevola verso i suoi debitori, Wolfram von Eschenbach, Malory, Lord Tennyson e Richard Wagner. Il presente volume è nato dal desiderio di proporre questi romanzi d'avventura al lettore di lingua inglese in una versione in prosa basata direttamente sulla forma più antica in cui esistono.

Sono state avanzate in certi ambienti pretese così stravaganti riguardo all'arte di Chrétien che non ci si sente inclini nemmeno a darne eco qui. Il lettore moderno può farsi un proprio giudizio sull'arte del poeta, e tale giudizio probabilmente non sarà elevato. Monotonia, mancanza di proporzione, vane ripetizioni, motivazioni insufficienti, sottigliezze stancanti e una minacciata, se non effettiva, indecenza sono tra i difetti più salienti che colpiranno, e forse confonderanno, il lettore poco familiare con l'arte letteraria medievale. Nessun servizio più grande può essere reso da un curatore in un caso simile che preparare il lettore a trascurare questi difetti comuni e a porre davanti a lui il significato letterario di questo poeta del XII secolo.

Chrétien de Troyes scrisse nello Champagne durante il terzo quarto del XII secolo. Della sua vita non conosciamo né l'inizio né la fine, ma sappiamo che tra il 1160 e il 1172 visse, forse come araldo d'armi (secondo Gaston Paris, basandosi su "Lancelot" 5591-94), a Troyes, dove si trovava la corte della sua protettrice, la contessa Maria di Champagne. Ella era figlia di Luigi VII e di quella celebre Eleonora d'Aquitania, come viene chiamata nelle storie inglesi, la quale, giungendo dal sud della Francia nel 1137, prima a Parigi e poi in Inghilterra, potrebbe aver avuto una qualche parte nell'introduzione di quegli ideali di cortesia e servizio alle donne che presto sarebbero diventati il culto della società europea. La contessa Maria, possedendo i gusti e i doni della sua reale madre, fece della propria corte una stazione sperimentale sociale, dove questi ideali provenzali di una società perfetta vennero piantati di nuovo in un suolo congeniale. Risulta dalla testimonianza dei contemporanei che l'autorità di questa celebrata dama feudale fosse considerevole e largamente sentita. L'antica città di Troyes, dove teneva corte, deve essere segnata in grande su qualsiasi mappa della storia letteraria. Fu infatti lì che Chrétien fu indotto a scrivere quattro romanzi che insieme formano l'espressione più completa che possediamo da parte di un singolo autore degli ideali della cavalleria francese. Questi romanzi, scritti in distici rimati di otto sillabe, trattano rispettivamente di Erec ed Enide, Cligés, Yvain e Lancelot. Un altro poema, "Perceval le Gallois", fu composto intorno al 1175 per Filippo, conte di Fiandra, a cui Chrétien fu legato durante i suoi ultimi anni. Quest'ultimo poema non è incluso nella presente traduzione a causa della sua straordinaria lunghezza di 32.000 versi, perché Chrétien ne scrisse solo i primi 9.000, e perché la signorina Jessie L. Weston ci ha offerto una versione inglese del ben noto "Parzival" di Wolfram, che racconta sostanzialmente la stessa storia, sebbene con uno spirito diverso. Aver incluso questo poema, di cui scrisse meno di un terzo, nelle opere di Chrétien sarebbe stato ingiusto nei suoi confronti. È vero che il romanzo di "Lancelot" non fu completato da Chrétien, ci viene detto, ma il poema è suo in gran parte tale che sarebbe eccessivamente scrupoloso non definirlo tale. Gli altri tre poemi menzionati sono interamente suoi. Inoltre, sono assegnati abbastanza generalmente al poeta due componimenti lirici insignificanti, il pio romanzo di "Guillaume d'Angleterre" e l'elaborazione di un episodio dalle "Metamorfosi" di Ovidio (vi, 426-674) chiamato "Philomena" dal suo recente editore (C. de Boer, Parigi, 1909). Tutti questi sono esistenti e accessibili. Ma poiché "Guillaume d'Angleterre" e "Philomena" non sono universalmente attribuiti a Chrétien, e poiché non hanno nulla a che fare con il materiale arturiano, sembra ragionevole limitare la presente impresa a "Erec ed Enide", "Cligés", "Yvain" e "Lancelot".

Il professor Foerster, basando la sua osservazione sulla migliore conoscenza che possediamo di una materia oscura, ha definito "Erec ed Enide" il più antico romanzo arturiano esistente. Non è possibile contestare questa pretesa significativa, ma rendiamola un po' più intelligibile. La ricerca ha dimostrato che fin dall'alto Medioevo la tradizione popolare era diffusa in Gran Bretagna e Bretagna. L'esistenza di queste tradizioni comuni ai popoli brittonici fu portata all'attenzione del mondo letterario da Guglielmo di Malmesbury ("Gesta regum Anglorum") e Goffredo di Monmouth ("Historia regum Britanniae") nelle loro storie latine rispettivamente intorno al 1125 e al 1137, e dal poeta anglo-normanno Wace immediatamente dopo. Gli studiosi hanno combattuto guerre sulle teorie della trasmissione del cosiddetto materiale arturiano durante i secoli trascorsi tra l'epoca dell'attività del favoloso condottiero nel 500 d.C. e la sua apparizione come grande personaggio letterario nel XII secolo. I documenti mancano per i secoli bui della tradizione popolare prima della conquista normanna, e i teorici possono fare ciò che vogliono. Ma Artù e i suoi cavalieri, come li vediamo nei più antichi romanzi francesi, hanno poco in comune con i loro prototipi celtici, così come li intravediamo nelle leggende irlandesi, gallesi e bretoni. Chrétien apparteneva a una generazione di poeti francesi che presero in carico una grande massa di folklore celtico che comprendevano in modo imperfetto, e ne fecero quello che, naturalmente, non era mai stato prima: il veicolo per trasportare un ricco carico di costumi e ideali cavallereschi. Come ideale di condotta sociale, il codice della cavalleria non toccò mai le classi medie e inferiori, ma fu la religione dell'aristocrazia e dell'"honnête homme" del XII secolo. Mai la letteratura fu in alcuna epoca più vicina agli ideali di una classe sociale. È così vero che è difficile determinare se siano state le pratiche sociali a richiamare la letteratura, o se, come nel caso del romanzo pastorale francese del XVII secolo, sia più vero dire che la letteratura abbia suggerito alla società i suoi ideali. Comunque sia, è opportuno osservare che i romanzi d'avventura francesi ritraggono l'aristocrazia tardo-medievale come essa vorrebbe essere. Per le stridenti incongruenze tra la realtà e l'ideale, si può ricorrere alle cronache dell'epoca. Eppure, anche la storia racconta di molti brutti peccati rimproverati e di molte gesta valorose compiute grazie agli ideali cortesi della cavalleria. Il debito del nostro codice sociale verso questa letteratura di cortesia e frequente sacrificio di sé è perfettamente manifesto.

Quale sia stata la fonte immediata e specifica di Chrétien per i suoi romanzi è di profondo interesse per lo studioso. Sfortunatamente, ci ha lasciato nel dubbio. Parla nel modo più vago dei materiali che usò. Non c'è prova che avesse alcuna fonte scritta celtica. Siamo così rimandati a originali letterari latini o francesi andati perduti, o a tradizioni continentali correnti che risalgono a una fonte celtica. Questo problema assai difficile è tuttora irrisolto nel caso di Chrétien, come lo è nel caso dell'anglo-normanno Béroul, che scrisse di Tristano intorno al 1150. Il materiale era evidentemente a portata di mano e Chrétien se ne appropriò, senza molta comprensione del suo spirito primitivo, ma apprezzandolo come cornice per la società ideale sognata ma non realizzata ai suoi tempi. Aggiungete a questa perspicacia letteraria una buona base nella favola classica, un modico di dottrina ecclesiastica, una notevole facilità nella frase, nella figura e nella rima, e abbiamo le basi per l'arte di Chrétien così come la troveremo a un esame più attento.

Un poeta narrativo francese del XII secolo aveva tre categorie di soggetti tra cui scegliere: leggende collegate alla storia di Francia ("matière de France"), leggende collegate ad Artù e ad altri eroi celtici ("matière de Bretagne") e storie tratte dalla storia o dalla mitologia greca e romana, correnti in traduzioni latine e francesi ("matière de Rome la grant"). Chrétien ci dice in "Cligés" che i suoi primi saggi come poeta furono le traduzioni in francese di alcune parti delle opere più popolari di Ovidio: le "Metamorfosi", l'"Ars Amatoria" e forse i "Remedia Amoris". Ma sembra aver scelto precocemente come suo campo speciale le storie di origine celtica che trattavano di Artù, della Tavola Rotonda e di altri aspetti del folklore celtico. Non solo era attento all'interesse letterario di questo materiale quando razionalizzato per soddisfare il gusto dei lettori francesi; suo è inoltre il merito di aver dato a un folklore alquanto rozzo quella raffinatezza ed eleganza che è peculiarmente francese, e che è inseparabilmente associata alle leggende arturiane in tutta la letteratura moderna. Sebbene Béroul, e forse altri poeti, avessero precedentemente basato poemi romantici su singoli eroi celtici come Tristano, nondimeno a Chrétien, per quanto possiamo vedere, è dovuto il considerevole onore di aver costituito la corte di Artù come centro letterario e punto di raduno per un'innumerevole compagnia di cavalieri e dame impegnati in una serie infinita di avventure amorose e pericolose imprese. Piuttosto che attribuire incondizionatamente a Chrétien questa importante convenzione letteraria, si dovrebbe tenere a mente che tutti i suoi poemi implicano la familiarità da parte dei suoi lettori con gli eroi della corte di cui parla. Si supporrebbe che altre storie, raccontate prima delle sue versioni, fossero correnti. Alcuni critici si spingerebbero fino a sostenere che Chrétien sia giunto verso la fine, piuttosto che all'inizio, di una scuola di scrittori francesi di romanzi arturiani. Ma, se è così, non possediamo queste versioni anteriori, e per mancanza di rivali Chrétien può essere salutato come un innovatore nelle correnti scuole di poesia.

E ora consideriamo i difetti che un lettore moderno non sarà lento a rilevare nello stile di Chrétien. La maggior parte dei suoi difetti salienti sono comuni a tutta la letteratura narrativa medievale. Possono essere attribuiti allo straordinario tempo libero della classe per cui fu composta: una classe sempre pronta a rileggere una vecchia storia raccontata di nuovo, e che tollerava qualsiasi descrizione, per quanto dettagliata. I passatempi di questa classe di lettori erano giostrare, cacciare e fare l'amore. Da qui la preponderanza di queste materie nella letteratura delle sue ore di svago. Nessun dettaglio della giostra o della caccia era sconosciuto o sgradito a questi lettori; nessun argomento sottile riguardante l'arte dell'amore era troppo astruso per dilettare una generazione immersa nella casistica amorosa e nelle allegorie. E se alcune scene ci sembrano poco delicate, tuttavia, dopo un confronto con altri autori del suo tempo, Chrétien deve essere congedato con una condanna lieve. È certo che intendeva evitare ciò che era indecente, come facevano gli scrittori di poesia narrativa in generale. Per apprezzare appieno il trattamento casto di Chrétien bisogna conoscere altre forme di letteratura medievale, come i fabliaux, le farse e le moralità, in cui la cortesia non imponeva alcun freno. Per la mancanza di senso della proporzione del nostro poeta e per la sua trascuratezza nell'adeguata motivazione di molti episodi, non si possono porgere scuse. Non è sempre colpevole; alcuni episodi denotano maestria poetica. Ma un poeta che conosceva, come lui, un po' di poesia latina di prim'ordine, e che aveva fatto della sua arte un mestiere, avrebbe dovuto trattare il suo materiale più intelligentemente, anche nel XII secolo. L'enfasi non è sempre posta con discriminazione, né il suo filo è sempre tenuto libero da grovigli nella filatura.

È stato fatto riferimento all'uso che Chrétien fa delle sue fonti. La tendenza di alcuni critici è stata quella di minimizzare l'originalità del poeta francese sottolineando analogie sorprendenti nella favola classica e celtica. L'attenzione è stata rivolta specialmente alla difesa della fontana e al servizio di una fata amante nello "Yvain", alla prigionia dei sudditi di Artù nel regno di Gorre, come narrato nel "Lancelot", che ricorda così insistentemente il trattamento del regno della Morte da cui qualche dio o eroe infine libera coloro che sono in prigionia, e alla morte simulata di Fenice nel "Cligés", con le sue molte varianti. Questi episodi non sono che esempi di paralleli che verranno in mente al lettore osservatore. Il punto difficile da determinare, parlando di concezioni così diffuse nella letteratura classica e medievale, è la fonte immediata da cui queste concezioni raggiunsero Chrétien. L'elenco delle opere di consultazione allegato a questo volume permetterà allo studente di andare più a fondo in questa questione molto dibattuta, e ci permetterà di dispensare da un esame degli argomenti in questa sede. Tuttavia, paralleli così convincenti per molti degli episodi fiabeschi e romantici di Chrétien sono stati addotti dagli studiosi della leggenda irlandese e gallese che non si può fare a meno di essere colpiti dal fatto che Chrétien fosse in contatto, o per tradizione orale o letteraria, con le popolazioni della Gran Bretagna e della Bretagna, e che abbiamo qui la sua ispirazione più immediata. Il professor Foerster, opponendosi strenuamente alla cosiddetta teoria anglo-normanna che suppone l'esistenza di perduti romanzi anglo-normanni in francese come fonti di Chrétien de Troyes, è, tuttavia, ben lontano dal vero quando insiste su quella che è, per quanto ci riguarda, l'essenziale originalità del poeta francese. Il lettore generale oggi si preoccuperà tanto poco quanto si preoccupava il lettore del XII secolo di come il poeta sia giunto ai motivi e agli episodi delle sue storie, se li abbia presi in prestito o inventati lui stesso. Ogni poeta dovrebbe essere giudicato non come un "trovatore" ma come un "utilizzatore" del bagaglio comune di idee. Lo studio delle fonti della poesia medievale, che viene portato avanti così ostinatamente dagli studiosi, può ben gettare luce sulle correnti principali della tradizione letteraria, ma non getta alcun riflesso, favorevole o meno, sull'arte personale del poeta nel gestire il suo materiale. Su quel punto può perorare la sua causa davanti alla giuria.

L'originalità di Chrétien, dunque, consiste nel suo ritratto dell'ideale sociale dell'aristocrazia francese nel XII secolo. Per quanto ne sappiamo, egli fu il primo a creare nelle lingue volgari una vasta corte, dove uomini e donne vivevano in conformità con le regole della cortesia, dove si diceva la verità, dove la generosità era a mano aperta, dove i deboli e gli innocenti erano protetti da uomini che si dedicavano al culto dell'onore e alla ricerca di una reputazione immacolata. Onore e amore si combinavano per impegnare l'attenzione di questa società; queste erano la sua religione in un senso assai più reale di quanto lo fosse quella della Chiesa. La perfezione era raggiungibile secondo questo codice etico: Gawain, per esempio, era un cavaliere perfetto. Sebbene gli ideali di questa corte e quelli del cristianesimo siano in accordo in molti punti, tuttavia l'amor cortese e la morale cristiana sono inconciliabili. Questo materiale arturiano, così come usato da Chrétien, è fondamentalmente immorale se giudicato secondo gli standard cristiani. Senza dubbio, i poeti e il pubblico sapevano che fosse così, e in ciò risiedeva il suo fascino per una società in cui le reali relazioni tra i sessi erano rigidamente prescritte dalla Chiesa e dalla pratica feudale, piuttosto che dai sentimenti degli individui interessati. L'amore appassionato di Tristano per Isotta, di Lancelot per Ginevra, di Cligés per Fenice, affascina la società cristiana convenzionale del XII secolo e del XX secolo allo stesso modo, ma c'è solo un nome tra gli uomini per relazioni come le loro, e né rettitudine né ragione giacciono per quella via. Persino Tennyson, nonostante tutto ciò che ha fatto per spiritualizzare questo materiale, fu costretto a ritrarre l'inevitabile dissoluzione e rovina della corte di Artù. Chrétien conosceva bene la differenza tra giusto e sbagliato, tra ragione e passione, come il lettore di "Cligés" può imparare da sé. Fenice non era Isotta, e non voleva che il suo Cligés fosse un Tristano. Infedeltà, se volete, ma non "ménage à trois". Sia "Erec" che "Yvain" presentano una moralità convenzionale. Ma il "Lancelot" è flagrantemente immorale, e il poeta è attento a dichiarare che per questo particolare romanzo è debitore alla sua protettrice Maria di Champagne. Dice che fu lei a fornirgli sia la "matière" che il "san", il materiale della storia e il suo metodo di trattamento.

Gli studiosi hanno cercato di fissare la cronologia delle opere del poeta e sono stati tentati di speculare sull'evoluzione delle sue idee letterarie e morali. La cronologia del professor Foerster è generalmente accettata e c'è ben poca probabilità che egli sia in errore quando suppone che l'opera di Chrétien si sia svolta come segue: il perduto "Tristan" (la cui esistenza è negata da Gaston Paris nel "Journal des Savants", 1902, pp. 297 sgg.), "Erec et Enide", "Cligés", "Lancelot", "Yvain", "Perceval". Gli argomenti a favore di questa cronologia, basati tanto sulla critica esterna quanto su quella interna, si possono trovare nelle introduzioni alle recenti edizioni del professor Foerster. Quando speculiamo sullo sviluppo delle idee morali di Chrétien, non ci troviamo su un terreno così sicuro. Come abbiamo visto, i suoi standard variano ampiamente nei diversi romanzi. Quanto di questa variazione sia dovuto a circostanze fortuite imposte dalla natura del soggetto o dal gusto del pubblico, e quanto invece a un mutamento di convinzioni, è facile da comprendere, se consideriamo qualche romanziere contemporaneo, quanto sia pericoloso giudicare le convinzioni morali così come sono riflesse in un'opera letteraria. Il "Lancelot" deve essere la chiave di volta di qualsiasi teoria costruita sull'evoluzione morale di Chrétien. La seguente supposizione è sostenibile, se la cronologia di Foerster è corretta. Dopo le opere della sua giovinezza, consistenti in poesie liriche e traduzioni che incarnavano gli ideali di Ovidio e della scuola dei poeti trovatori contemporanei, Chrétien prese in mano il materiale arturiano e intraprese un nuovo corso. "Erec" è il più antico romanzo arturiano sopravvissuto in qualsiasi lingua, ma è quasi certamente non il primo ad essere stato scritto. È una storia perfettamente pulita: di amore, allontanamento e riconciliazione nelle figure di Erec e della sua incantevole amata Enide. L'analisi psicologica dei moventi di Erec nella rude prova di Enide è degna di attenzione, ed è più sottile di qualsiasi cosa precedente nella letteratura francese a noi nota. Il poema è un romanzo episodico nella biografia di un eroe arturiano, con la consueta quantità di spazio dedicata alle sue avventure. "Cligés" connette apparentemente in modo arbitrario una novella bizantina di dubbia origine alla corte di Artù. Si pensa che la storia incarni lo stesso motivo dell'estesa novella dell'inganno praticato a Salomone da sua moglie, e che la fonte di Chrétien, come egli stesso sostiene, fosse letteraria (cfr. Gaston Paris nel "Journal des Savants", 1902, pp. 641-655). La scena in cui Fenice finge la morte per ricongiungersi al suo amante è un parallelo di molte altre nella storia letteraria, e suggerirà, naturalmente, la situazione in Romeo e Giulietta. Questo romanzo illustra bene il potere di attrazione della corte di Artù come centro letterario, e il suo uso come punto di ritrovo per cavalieri cortesi di qualunque estrazione. Il poema è stato definito un "Anti-Tristano", a causa del suo riferimento sprezzante all'amore di Tristano e Isotta, che, si suppone generalmente, fosse stato narrato da Chrétien nei suoi anni giovanili. Segue forse il "Lancelot", con la sua significativa dedica alla Contessa di Champagne. Di tutta l'opera del poeta, questo racconto del salvataggio di Ginevra da parte del suo amante sembra esprimere più da vicino gli ideali della corte di Maria, ideali in cui la devozione e la cortesia dissimulano appena l'amore libero. "Yvain" è un ritorno alla naturale inclinazione del poeta, in un romanzo episodico, mentre "Perceval" corona la sua produzione con la sua nota pura ed elevata, sebbene priva di quel misticismo religioso che più tardi caratterizzò il "Parzival" di Wolfram von Eschenbach. "Guillaume d'Angleterre" è un romanzo pseudo-storico di avventure in cui i tormenti mondani e la ricompensa finale della pietà sono esposti in modo convenzionale. È privo di ispirazione, il suo posto è difficile da determinare e la sua paternità è messa in discussione da alcuni. È al di fuori del materiale arturiano, e non vi è alcun indizio del suo posto nell'evoluzione dell'arte di Chrétien, se davvero sia opera sua.

Qualche parola deve essere dedicata al posto di Chrétien nella storia della poesia narrativa medievale. I canti epici eroici di Francia, dedicati o al conflitto della cristianità sotto la guida della Francia contro i Saraceni, o alle lotte e rivalità dei vassalli francesi tra loro, erano stati correnti per forse un secolo prima che il nostro poeta iniziasse a scrivere. Questi poemi epici, dei quali sono sopravvissuti circa sessanta, ritraggono una società feudale bellicosa, virile, priva di sentimentalismo, la cui occupazione principale era combattere e i cui ideali dominanti erano la fede in Dio, la lealtà ai legami familiari feudali e il coraggio in battaglia. Il posto della donna è relativamente oscuro e dell'arte dell'amore si dice poco. È una poesia di vigore maschile, di moralità intransigente e di colpi duri dati e ricevuti per Dio, per la Cristianità e per il Re di Francia. Questa poesia è scritta in versi di dieci o dodici sillabe raggruppati, all'inizio in "tirades" assonanzate, più tardi in rima, di lunghezza ineguale. Era intesa per una società che era ancora omogenea, e ad essa in principio senza dubbio tutte le classi della popolazione ascoltavano con uguale interesse. Come poesia è monotona, senza senso delle proporzioni, infarcita per facilitare la memorizzazione da parte di recitatori professionisti, e non adornata da figure, fantasia o immaginazione. La sua pretesa di accuratezza storica generava prosaicità nel suo approccio allo stile delle cronache. Ma la sua ispirazione era nobile, la sua concezione dei doveri umani era elevata. Fornisce un ritratto realistico dell'epoca che la produsse, l'epoca delle prime crociate, e ancora oggi sceglieremmo come nostri modelli di cittadinanza Orlando e Oliviero piuttosto che Tristano e Lancillotto. I poemi epici, che trattano dei personaggi pseudo-storici che avevano combattuto nelle guerre civili e straniere sotto Carlo Magno, rimasero il nutrimento letterario preferito delle classi medie fino alla fine del XIII secolo. Il professor Bédier è attualmente impegnato a spiegare lo straordinario ascendente che questi poemi avevano sul pubblico e a dimostrare che essi esercitarono una funzione distinta quando sfruttati dalla Chiesa durante tutto il periodo delle crociate per celebrare i santuari locali e promuovere il cristianesimo muscolare. Ma la raffinatezza che iniziò a penetrare negli ideali dell'aristocrazia francese verso la metà del XII secolo bramava una diversa espressione nella letteratura narrativa. La mitologia e la storia greca e romana furono colte con qualche effetto per soddisfare la nuova richiesta. Il "Roman de Thèbes", il "Roman d'Alexandre", il "Roman de Troie" e la sua logica continuazione, il "Roman d'Eneas", sono tutti tentativi del XII secolo di vestire la leggenda classica con gli abiti della cavalleria medievale. Ma più adatta a soddisfare la nuova richiesta fu la scoperta da parte degli attenti anglo-normanni, forse in Bretagna, forse nel Sud dell'Inghilterra, di un vasto corpo di materiale leggendario che, per quanto ne sappiamo, non aveva mai ricevuto prima di questo secolo alcun elaborato trattamento letterario. L'esistenza della domanda letteraria e questa scoperta del materiale per la sua pronta soddisfazione è una delle coincidenze più notevoli nella storia della letteratura. Sembrerebbe che l'orgoglio delle popolazioni celtiche per un eroe celtico, aiutato e sostenuto da Goffredo di Monmouth, che mostrò per primo le possibilità romantiche del materiale, fece dell'oscuro capo britannico Artù un conquistatore mondiale. Artù divenne così già nella "Historia regum Britanniae" di Goffredo un consapevole protagonista di Carlo Magno e suo rivale in popolarità. Questa grandiosa concezione di Artù persistette in Inghilterra, ma questa concezione del capo britannico non interessò i francesi. Per Chrétien, Artù non aveva alcun significato politico. Egli è semplicemente l'arbitro della sua corte in tutti gli affari di giustizia e cortesia. Il seguito molto realistico di baroni virili e indaffarati di Carlo Magno è sostituito da una corte di eleganti cavalieri e dame disoccupate. L'ambientazione di Carlo Magno è storica e geografica; l'ambientazione di Artù è ideale e nell'aria. Nei più antichi poemi epici troviamo solo uomini timorati di Dio e poche donne che si eclissano; nei romanzi arturiani incontriamo gentiluomini e dame, più eleganti e seducenti di chiunque nei poemi epici, ma meno fortificati dalla fede e dal senso del dovere contro il vizio poiché respirano un'atmosfera snervante di ozio e decadenza morale. Sebbene la Chiesa abbia fatto il tentativo nel "Parzival", non poté mai mettere le mani così efficacemente su questo materiale celtico, perché conteneva troppi elementi che erano radicalmente incompatibili con gli insegnamenti essenziali del cristianesimo. Un rapido confronto tra la nobile fine dei pari di Carlo Magno che combattono per il loro Dio e il loro Re a Roncisvalle con le carriere futili e dilettantesche dei cavalieri di Artù in giostre e cacce, mostrerà meglio di semplici parole dove risiede la differenza.

Lo studioso della storia degli ideali sociali e morali troverà molto da interessargli nei romanzi di Chrétien. I riferimenti medievali mostrano che egli era considerato dai suoi immediati successori, come è considerato oggi se visto equamente, un maestro dell'arte del narrare. Più di ogni altro singolo poeta narrativo, fu preso come modello sia in Francia che all'estero. Il professor F. M. Warren ha esposto in dettaglio i punti più raffinati nell'arte della poesia come praticata da Chrétien e dai suoi contemporanei artigiani (si veda "Some Features of Style in Early French Narrative Poetry, 1150-1170" in "Modern Philology", iii., 179-209; iii., 513-539; iv., 655-675). I poeti della sua stessa terra si riferiscono a lui con venerazione, e i poeti stranieri gli resero omaggio in sommo grado attraverso traduzioni dirette e ricamando sui temi che egli aveva reso popolari. I cavalieri resi famosi da Chrétien varcarono presto le frontiere e ottennero diritti di cittadinanza in paesi così diversi come la Germania, l'Inghilterra, la Scandinavia, l'Olanda, l'Italia e in minor misura la Spagna e il Portogallo. L'inevitabile tendenza del XIV e XV secolo a ridurre la poesia in prosa influenzò il materiale arturiano; vaste compilazioni in prosa incarnarono infine nella stampa la materia precedentemente espressa in versi, e fu in questa forma che le storie furono conosciute dalle generazioni successive finché un rinnovato interesse per il Medioevo non portò alla luce i manoscritti in versi.

A parte alcuni episodi dei romanzi di Chrétien, lo studioso sarà maggiormente interessato al trattamento dell'amore così come vi viene ritratto. Su questo argomento possiamo sentire parlare l'uomo del suo tempo. "Cligés" contiene il corpo della dottrina dell'amore di Chrétien, mentre Lancillotto è il suo amante più perfetto. Il suo debito verso Ovidio non è stato ancora indicato con sufficiente precisione. Un codice elaborato per governare il sentimento e la sua espressione fu sviluppato indipendentemente dai trovatori della Provenza all'inizio del XII secolo. Questi ideali provenzali della vita cortese furono portati nella Francia settentrionale in parte come risultato di un matrimonio reale nel 1137 e della crociata del 1147, e lì da poeti come Chrétien furono raccolti e fusi con la dottrina ovidiana in un'esposizione altamente complicata ma perfettamente definita delle relazioni ideali tra i sessi. Da nessuna parte nelle lingue volgari si può trovare un'esposizione migliore di queste relazioni di quella in "Cligés".

Così lasciamo Chrétien a parlare attraverso i secoli per se stesso e per la sua generazione. Egli deve essere letto come narratore piuttosto che come poeta, come casuista piuttosto che come filosofo. Ma quando tutte le deduzioni sono fatte, il suo significato come artista letterario e come fondatore di una preziosa tradizione letteraria lo distingue da tutti gli altri poeti delle razze latine tra la fine dell'Impero e l'arrivo di Dante.

--W. W. COMFORT.

EREC ET ENIDE [11]

(Vv. 1-26.) Il proverbio del villano dice che molte cose sono disprezzate che valgono molto più di quanto si supponga. Pertanto fa bene chi sfrutta al massimo qualsiasi intelligenza egli possa possedere. Poiché chi trascura questa preoccupazione potrebbe probabilmente omettere di dire qualcosa che successivamente darebbe grande piacere. Così Chrétien de Troyes sostiene che si dovrebbe sempre studiare e sforzarsi di parlare bene e insegnare il giusto; e trae da una storia di avventura un piacevole argomento per mezzo del quale si può provare e sapere che non è saggio chi non fa uso liberale della sua conoscenza finché Dio gliene dà grazia. La storia riguarda Erec, figlio di Lac, una storia che coloro che si guadagnano da vivere raccontando storie sono soliti mutilare e rovinare alla presenza di re e conti. E ora inizierò il racconto che sarà ricordato finché durerà la Cristianità. Questo è il vanto di Chrétien.

(Vv. 27-66.) Un giorno di Pasqua, nella stagione primaverile, il Re Artù tenne corte nella sua città di Cardigan. Mai fu vista una corte così ricca; poiché molti buoni cavalieri erano lì, rudi, audaci e coraggiosi, e ricche dame e damigelle, nobili e belle figlie di re. Ma prima che la corte fosse sciolta, il Re disse ai suoi cavalieri che desiderava cacciare il Cervo Bianco, [12] per osservare degnamente l'antica consuetudine. Quando il mio signore Gawain udì ciò, ne fu grandemente dispiaciuto e disse: "Sire, non trarrete né ringraziamenti né benevolenza da questa caccia. Sappiamo tutti da tempo cosa sia questa usanza del Cervo Bianco: chiunque riesca ad uccidere il Cervo Bianco deve per forza baciare la più bella damigella della vostra corte, accada quel che accada. Ma da ciò potrebbe derivare un gran male, poiché ci sono qui cinquecento damigelle di alto lignaggio, nobili e prudenti figlie di re, e non c'è nessuna di loro che non abbia un cavaliere audace e valoroso come amante che sarebbe pronto a sostenere, a torto o a ragione, che quella che è la sua dama è la più bella e nobile di tutte". Il Re risponde: "Ciò lo so bene; tuttavia non desisterò per questo; poiché la parola di un re non dovrebbe mai essere contraddetta. Domattina andremo tutti allegramente a cacciare il Cervo Bianco nella foresta dell'avventura. E questa caccia sarà molto dilettevole".

(Vv. 67-114.) E così l'affare è combinato per la mattina seguente all'alba. Il domani, non appena è giorno, il Re si alza e si veste, e indossa una giacca corta per la sua cavalcata nella foresta. Comanda che i cavalieri siano svegliati e che i cavalli siano preparati. Già sono a cavallo, e via che vanno, con archi e frecce. Dopo di loro la Regina monta il suo cavallo, portando con sé una damigella. Una damigella era, figlia di un re, e cavalcava un palafreno bianco. Dopo di loro seguì rapidamente un cavaliere, di nome Erec, che apparteneva alla Tavola Rotonda e aveva grande fama a corte. [13] Di tutti i cavalieri che mai vi furono, nessuno ricevette mai tale lode; ed era così bello che in nessun luogo al mondo si avrebbe bisogno di cercare un cavaliere più bello di lui. Era molto bello, coraggioso e cortese, sebbene non avesse ancora venticinque anni. Mai vi fu un uomo della sua età di maggiore cavalleria. E cosa dirò delle sue virtù? Montato sul suo cavallo, e vestito con un mantello di ermellino, venne al galoppo lungo la strada, indossando una giubba di splendida seta fiorita che era stata fatta a Costantinopoli. Aveva indossato calze di broccato, ben fatte e tagliate, e quando i suoi speroni d'oro furono ben attaccati, sedeva saldamente sulle sue staffe. Non portava con sé altra arma che la sua spada. Mentre galoppava, all'angolo di una strada raggiunse la Regina e disse: "Mia signora, se vi aggrada, vi accompagnerò volentieri lungo questa strada, essendo venuto con nessun altro scopo che quello di farvi compagnia". E la Regina lo ringrazia: "Bel amico, mi piace molto la vostra compagnia, in verità; poiché di meglio non potrei avere".

(Vv. 115-124.) Poi cavalcano a tutta velocità finché non giungono nella foresta, dove il gruppo che li aveva preceduti aveva già stanato il cervo. Alcuni suonano i corni e altri gridano; i segugi si tuffano in avanti all'inseguimento del cervo, correndo, attaccando e abbaiando; gli arcieri scoccano a più non posso. E davanti a tutti cavalcava il Re su un cacciatore spagnolo.

(Vv. 125-154.) La Regina Ginevra era nel bosco in ascolto dei cani; accanto a lei c'erano Erec e la damigella, che era molto cortese e bella. Ma coloro che avevano inseguito il cervo erano così lontani da loro che, per quanto intensamente potessero ascoltare per cogliere il suono del corno o l'abbaiare del cane, non potevano più sentire né cavallo, né cacciatore, né cane. Così tutti e tre tirarono le briglie in una radura accanto alla strada. Erano lì da poco tempo quando videro un cavaliere armato solo sul suo destriero, con lo scudo appeso al collo e la lancia in mano. La Regina lo scorse da lontano. Al suo fianco destro cavalcava una damigella di nobile portamento e, davanti a loro, su un ronzino, veniva un nano che portava in mano un flagello annodato. Quando la Regina Ginevra vide il cavaliere avvenente e aggraziato, desiderò sapere chi fossero lui e la sua damigella. Così ordinò alla sua damigella di andare rapidamente a parlargli.

"Damigella," dice la Regina, "va' e ordina a quel cavaliere di venire da me e di condurre con sé la sua damigella." La fanciulla va al trotto dritto verso il cavaliere. Ma il dispettoso nano si lancia in avanti per incontrarla con il suo flagello in mano, gridando: "Fermati, damigella, che cosa vuoi qui? Non avanzerai oltre." "Nano," dice lei, "lasciami passare. Desidero parlare con quel cavaliere; poiché la Regina mi manda qui." Il nano, che era rozzo e malvagio, si piazzò in mezzo alla strada e disse: "Non hai nulla da fare qui. Torna indietro. Non è bene che tu parli con un cavaliere così eccellente." La damigella avanzò e cercò di superarlo con la forza, tenendo il nano in scarsa considerazione quando vide che era così piccolo. Allora il nano sollevò la frusta, quando la vide venire verso di lui, e cercò di colpirla in volto. Lei sollevò il braccio per proteggersi, ma egli alzò di nuovo la mano e la colpì, del tutto indifesa, sulla mano nuda: e così forte la colpì sul dorso della mano che divenne tutta nera e blu. Quando la fanciulla non poté fare altro, suo malgrado dovette tornare indietro. Così piangendo si voltò. Le lacrime le vennero agli occhi e le rigarono le guance. Quando la Regina vede la sua damigella ferita, ne è profondamente addolorata e adirata e non sa cosa fare. "Ah, Erec, caro amico," dice, "sono in grande dolore per la mia damigella che quel nano ha ferito. Il cavaliere deve essere davvero scortese, per permettere a un simile mostro di colpire una creatura così bella. Erec, caro amico, va' tu dal cavaliere e ordinagli di venire da me senza indugio. Desidero conoscere lui e la sua dama." Erec parte verso di là, spronando il suo destriero, e cavalca dritto verso il cavaliere. L'ignobile nano lo vede arrivare e gli va incontro. "Vassallo," dice, "indietro! Perché non so che affari tu abbia qui. Ti consiglio di ritirarti." "Va' via," dice Erec, "nano provocatore! Sei vile e fastidioso. Lasciami passare." "Non lo farai." "Sì che lo farò." "Non lo farai." Erec sposta il nano di lato. Il nano non aveva eguali in malvagità: gli diede un gran colpo con la sua frusta proprio sul collo, così che il collo e il volto di Erec sono segnati dal colpo del flagello; dall'alto al basso appaiono le linee che le strisce di cuoio vi hanno sollevato. Sapeva bene che non avrebbe potuto avere la soddisfazione di colpire il nano; poiché vedeva che il cavaliere era armato, arrogante e di cattive intenzioni, e temeva che lo avrebbe ucciso presto, se avesse colpito il nano in sua presenza. La temerarietà non è coraggio. Così Erec agì saggiamente ritirandosi senza altri indugi. "Mia signora," dice, "ora le cose vanno peggio; poiché il nano furfante mi ha ferito così tanto che mi ha tagliato gravemente il volto. Non ho osato colpirlo o toccarlo; ma nessuno dovrebbe rimproverarmi, poiché ero completamente disarmato. Diffidavo del cavaliere armato, il quale, essendo un tipo brutto e violento, non l'avrebbe presa come uno scherzo, e mi avrebbe ucciso presto nel suo orgoglio. Ma questo vi prometto; che se posso, vendicherò ancora la mia vergogna, o l'accrescerò. Ma le mie armi sono troppo lontane per valermi in questo momento di bisogno; poiché a Cardigan le ho lasciate stamane quando sono partito. E se dovessi andare a prenderle lì, forse non troverei mai più il cavaliere che cavalca via a tutta velocità. Quindi devo seguirlo subito, lontano o vicino, finché non troverò delle armi da noleggiare o prendere in prestito. Se trovo qualcuno che mi presti le armi, il cavaliere mi troverà presto pronto alla battaglia. E potete essere certa senza dubbio che noi due combatteremo finché egli non mi sconfigga, o io lui. E se possibile, sarò di ritorno entro il terzo giorno, quando mi vedrete tornare a casa gioioso o triste, non so quale. Signora, non posso tardare oltre, poiché devo inseguire il cavaliere. Vado. A Dio vi raccomando." E la Regina allo stesso modo più di cinquecento volte lo raccomanda a Dio, affinché lo difenda dal male.

Erec lascia la Regina e non cessa di inseguire il cavaliere. La Regina rimane nel bosco, dove ora il Re era giunto al Cervo. Il Re stesso superò gli altri alla morte. Così uccisero e presero il Cervo Bianco, e tutti tornarono, portando il Cervo, finché non giunsero di nuovo a Cardigan. Dopo cena, quando i cavalieri erano tutti in alto spirito in tutta la sala, il Re, come era usanza, poiché aveva preso il Cervo, disse che avrebbe donato il bacio e osservato così l'usanza del Cervo. Per tutta la corte si ode un gran mormorio: ognuno giura al suo vicino che non sarà fatto senza la protesta della spada o della lancia di frassino. Ognuno desidera galantemente sostenere che la sua dama è la più bella nella sala. La loro conversazione non presagisce nulla di buono, e quando il mio signore Gawain la udì, dovete sapere che non fu di suo gradimento. Così si rivolse al Re: "Sire," dice, "i vostri cavalieri qui sono molto agitati, e tutto il loro parlare è di questo bacio. Dicono che non sarà mai donato senza disturbo e combattimento." E il Re saggiamente gli rispose: "Caro nipote Gawain, dammi consiglio ora, risparmiando il mio onore e la mia dignità, poiché non ho intenzione di creare alcun disturbo."

Al consiglio giunse una gran parte dei migliori cavalieri della corte. Arrivò il Re Yder, che fu il primo a essere convocato, e dopo di lui il Re Cadoalant, che era molto saggio e audace. Vennero anche Kay e Girflet, e c'era il Re Amauguin, e un gran numero di altri cavalieri erano lì con loro. La discussione era in corso quando arrivò la Regina e raccontò loro dell'avventura che aveva incontrato nella foresta, del cavaliere armato che aveva visto, e del malizioso nanetto che aveva colpito la sua damigella sulla mano nuda con la sua frusta, e che colpì anche Erec, allo stesso modo con un brutto colpo sul volto; ma che Erec seguì il cavaliere per ottenere vendetta, o accrescere la sua vergogna, e come disse che se possibile sarebbe tornato entro il terzo giorno. "Sire," dice la Regina al Re, "ascoltatemi un momento. Se questi cavalieri approvano ciò che dico, rimandate questo bacio al terzo giorno, quando Erec sarà di ritorno." Non c'è nessuno che non sia d'accordo con lei, e il Re stesso approva le sue parole.

Erec segue costantemente il cavaliere che era armato e il nano che lo aveva colpito finché non giungono in una città ben situata, forte e bella. Entrano dritti attraverso la porta. All'interno della città c'era grande gioia di cavalieri e dame, di cui ce n'erano molti e belli. Alcuni nutrivano per le strade i loro sparvieri e falchi in muta; altri facevano prendere aria ai loro terzuoli, ai loro uccelli in gabbia e ai giovani falchi gialli; altri giocano a dadi o ad altro gioco d'azzardo, alcuni a scacchi, e alcuni a tavoliere. Gli stallieri davanti alle stalle stanno strofinando e strigliando i cavalli. Le dame si stanno agghindando nei loro boudoir. Non appena vedono arrivare il cavaliere, che riconobbero con il suo nano e la sua damigella, escono a tre a tre per incontrarlo. Il cavaliere lo salutano tutti, ma non badano a Erec, perché non lo conoscevano. Erec segue da vicino il cavaliere attraverso la città, finché non lo vide alloggiato. Poi, molto gioioso, passò un po' oltre finché non vide sdraiato su alcuni gradini un vavasore in là con gli anni. Era un bell'uomo, dai capelli bianchi, posato, piacevole e franco. Lì sedeva tutto solo, sembrando immerso nei pensieri. Erec lo prese per un uomo onesto che gli avrebbe subito dato alloggio. Quando svoltò attraverso la porta nel cortile, il vavasore corse ad incontrarlo e lo salutò prima ancora che Erec avesse detto una parola. "Bel signore," dice, "siate il benvenuto. Se vorrete degnarvi di alloggiare da me, ecco la mia casa tutta pronta per voi." Erec risponde: "Grazie! Per nessun altro scopo sono venuto; ho bisogno di un luogo di alloggio questa notte."

Erec smonta dal suo cavallo, che l'ospite stesso conduce via per la briglia, e rende grande onore al suo ospite. Il vavasore chiama sua moglie e la sua bella figlia, che erano occupate in una stanza da lavoro--a fare non so cosa. La dama uscì con sua figlia, che era vestita con una sottoveste bianca morbida con ampie gonne che pendevano larghe in pieghe. Sopra indossava un indumento di lino bianco, che completava il suo abbigliamento. E questo indumento era così vecchio che era pieno di buchi lungo i fianchi. Povero, davvero, era il suo abbigliamento di fuori, ma dentro il suo corpo era bello.

La fanciulla era affascinante, in verità, poiché la Natura aveva usato tutta la sua abilità nel formarla. La Natura stessa si era meravigliata più di cinquecento volte di come in questa occasione fosse riuscita a creare una cosa così perfetta. Mai più avrebbe potuto sforzarsi con successo di riprodurre il suo modello. La Natura testimonia riguardo a lei che mai si è vista una creatura così bella in tutto il mondo. In verità dico che mai Isotta la Bionda ebbe ciocche dorate così radiose da poter essere paragonata a questa fanciulla. L'incarnato della sua fronte e del suo volto era più limpido e delicato del giglio. Ma con arte meravigliosa il suo volto, con tutto il suo delicato pallore, era soffuso di un fresco cremisi che la Natura le aveva donato. I suoi occhi erano così luminosi che sembravano due stelle. Dio non formò mai naso, bocca e occhi migliori. Cosa dirò della sua bellezza? In verità, era fatta per essere guardata; poiché in lei uno avrebbe potuto vedere se stesso come in uno specchio. Così uscì dalla stanza da lavoro: e quando vide il cavaliere che non aveva mai visto prima, si ritrasse un poco, perché non lo conosceva, e nella sua modestia arrossì. Erec, da parte sua, fu stupito quando vide tale bellezza in lei, e il vavasore le disse: "Bella figlia cara, prendi questo cavallo e conducilo alla stalla insieme ai miei cavalli. Bada che non gli manchi nulla: togli la sella e la briglia, dagli avena e fieno, prenditi cura di lui e striglialo, affinché sia in buone condizioni."

La fanciulla prende il cavallo, slaccia il pettorale e toglie briglia e sella. Ora il cavallo è in buone mani, poiché lei si prende ottima cura di lui. Gli getta una cavezza sulla testa, lo strofina, lo striglia e lo mette a suo agio. Poi lo lega alla mangiatoia e gli mette davanti abbondanza di fieno fresco e dolce e avena. Poi tornò da suo padre, che le disse: "Bella figlia cara, prendi ora questo gentiluomo per mano e rendigli ogni onore. Prendilo per mano e portalo di sopra." La fanciulla non tardò (poiché in lei non mancava la cortesia) e lo condusse per mano di sopra. La dama era andata avanti e aveva preparato la casa. Aveva steso cuscini ricamati e coperte sui divani, dove si sedettero tutti e tre: Erec con il suo ospite accanto, e la fanciulla di fronte. Davanti a loro, il fuoco brucia intensamente. Il vavasore aveva solo un servitore maschio, e nessuna ancella per il lavoro di camera o di cucina. Quest'uomo era occupato in cucina a preparare carne e uccelli per la cena. Un abile cuoco era, che sapeva come preparare la farina in acqua bollente e gli uccelli sullo spiedo. Quando ebbe il pasto preparato secondo gli ordini che gli erano stati dati, portò loro l'acqua per lavarsi in due bacili. La tavola fu presto apparecchiata, tovaglie, pane e vino disposti, e si sedettero a cena. Ebbero la loro parte di tutto ciò di cui avevano bisogno. Quando ebbero finito e quando la tavola fu sparecchiata, Erec si rivolse così al suo ospite, il padrone di casa: "Dimmi, bel padrone," chiese, "perché tua figlia, che è così straordinariamente bella e intelligente, è così poveramente e inadeguatamente vestita." "Caro amico," risponde il vavasore, "molti uomini sono danneggiati dalla povertà, e anche io lo sono. Mi addolora vederla così mal vestita, e tuttavia non posso farci nulla, poiché sono stato coinvolto così a lungo in guerra che ho perso o ipotecato o venduto tutte le mie terre. E tuttavia sarebbe vestita abbastanza bene se le permettessi di accettare tutto ciò che le persone desiderano darle. Il signore di questo castello stesso l'avrebbe vestita in modo decoroso e le avrebbe fatto ogni sorta di favore, poiché lei è sua nipote ed egli è un conte. E non c'è nobile in questa regione, per quanto ricco e potente, che non l'avrebbe volentieri presa in moglie se avessi dato il mio consenso. Ma sto ancora aspettando qualche occasione migliore, quando Dio le donerà un onore ancora maggiore, quando la fortuna porterà qui qualche re o conte che la porterà via, poiché sotto il Cielo non c'è re o conte che si vergognerebbe di mia figlia, che è così meravigliosamente bella che il suo pari non può essere trovato. Bella, davvero, lo è; ma ancora più grande della sua bellezza, è la sua intelligenza. Dio non creò mai nessuno così discreto e di cuore così aperto. Quando ho mia figlia accanto, non mi importa un fico di tutto il resto del mondo. Lei è la mia delizia e il mio passatempo, lei è la mia gioia e il mio conforto, la mia ricchezza e il mio tesoro, e non amo nulla così tanto quanto la sua preziosa persona."

Quando Erec ebbe ascoltato tutto ciò che il suo ospite gli aveva raccontato, gli chiese di informarlo da dove venisse tutta la cavalleria che era acquartierata nella città. Poiché non c'era strada o casa così povera e piccola che non fosse piena di cavalieri, dame e scudieri. E il vavasore gli disse: "Caro amico, questi sono i nobili dei dintorni; tutti, giovani e vecchi, sono venuti per una festa che si terrà in questa città domani; per questo le case sono così piene. Quando si saranno tutti riuniti, ci sarà un grande movimento domani; poiché alla presenza di tutto il popolo sarà messo su un posatoio d'argento uno sparviere di cinque o sei mute--il migliore che possiate immaginare. Chiunque desideri ottenere lo sparviere deve avere una dama che sia bella, prudente e cortese. E se c'è un cavaliere così audace da voler difendere il valore e il nome della più bella ai suoi occhi, farà avanzare la sua dama e prenderà lo sparviere dal posatoio, se nessuno oserà opporsi. Questa è l'usanza che stanno osservando, e per questo ogni anno si riuniscono qui." A questo punto Erec parla e gli chiede: "Bel padrone, non vi dispiaccia, ma ditemi, se sapete, chi è un certo cavaliere che porta insegne d'azzurro e oro, che è passato di qui non molto tempo fa, avendo accanto a sé una damigella cortese, preceduto da un nano gobbo." A lui l'ospite rispose allora: "Quello è colui che vincerà lo sparviere senza alcuna opposizione da parte degli altri cavalieri. Non credo che nessuno offrirà opposizione; questa volta non ci saranno colpi o ferite. Per due anni già lo ha vinto senza essere sfidato; e se lo vincerà di nuovo quest'anno, ne avrà guadagnato il possesso permanente. Ogni anno successivo potrà tenerlo senza contestazione o sfida." Rapidamente Erec risponde: "Non mi piace quel cavaliere. Per la mia parola, avessi delle armi lo sfiderei per lo sparviere. Bel padrone, vi prego come un dono di consigliarmi come io possa essere equipaggiato con armi vecchie o nuove, povere o ricche, non importa." E gli risponde generosamente: "Sarebbe un peccato che voi aveste preoccupazioni a tal proposito! Ho buone e belle armi che sarò lieto di prestarvi. In casa ho un usbergo a tripla trama, che è stato selezionato tra cinquecento. E ho dei bei schinieri di valore, lucidati, belli e di peso leggero. L'elmo è luminoso e bello, e lo scudo fresco e nuovo. Cavallo, spada e lancia, tutto vi presterò, naturalmente; quindi non si dica altro." "Grazie gentilmente, buon ospite! Ma non desidero altra spada che questa che ho portato con me, né altro cavallo che il mio, poiché posso cavarmela abbastanza bene con lui. Se mi presterete il resto, lo stimerò un grande favore. Ma c'è un altro dono che desidero chiedervi, per il quale farò giusto ritorno se Dio concede che io esca dalla battaglia con onore." E francamente gli risponde: "Chiedete con fiducia ciò che volete, qualunque cosa sia, poiché nulla di mio vi mancherà." Allora Erec disse che desiderava difendere lo sparviere per conto di sua figlia; poiché sicuramente non ci sarà nessuna damigella che sia bella anche solo per un centesimo quanto lei. E se la porta con sé, avrà una buona e giusta ragione per sostenere e provare che lei ha diritto di portar via lo sparviere. Poi aggiunse: "Sire, non sapete quale ospite avete riparato qui, né conoscete il mio rango e la mia stirpe. Io sono il figlio di un re ricco e potente: il nome di mio padre è Re Lac, e i Bretoni mi chiamano Erec. Appartengo alla corte di Re Artù, e sono con lui ormai da tre anni. Non so se qualche notizia di mio padre o di me sia mai giunta in questa terra. Ma vi prometto e giuro che se mi equipaggerete con le armi, e mi darete vostra figlia domani quando gareggerò per lo sparviere, la porterò nel mio paese, se Dio mi concede la vittoria, e le darò una corona da indossare, e lei sarà regina di tre città." "Ah, bel signore! È vero che voi siete Erec, il figlio di Lac?" "Proprio quello sono," disse egli. Allora l'ospite fu grandemente deliziato e disse: "Abbiamo davvero sentito parlare di voi in questo paese. Ora vi stimo ancora di più, poiché siete molto valoroso e coraggioso. Nulla ormai vi sarà rifiutato da me. Alla vostra richiesta vi do la mia bella figlia." Poi, prendendola per mano, dice: "Ecco, ve la do." Erec la ricevette gioiosamente, e ora ha tutto ciò che desiderava. Ora sono tutti felici lì: il padre è grandemente deliziato, e la madre piange di gioia. La fanciulla sedeva tranquilla; ma era molto felice e contenta di essere promessa a lui, poiché egli era valoroso e cortese: e sapeva che un giorno sarebbe diventato re, e lei avrebbe ricevuto onore e sarebbe stata incoronata ricca regina.

Quella notte erano rimasti alzati molto tardi. Ma ormai i letti erano pronti, con lenzuola bianche e morbidi cuscini, e quando la conversazione si fece languida, tutti andarono a coricarsi in lieto animo. Erec dormì poco quella notte e, l'indomani, allo spuntar dell'aurora, lui e il suo ospite si alzarono di buon'ora. Entrambi si recano a pregare in chiesa e ascoltano un eremita cantare la Messa dello Spirito Santo, senza dimenticare di fare un'offerta. Quando ebbero ascoltato la Messa, entrambi si inginocchiano davanti all'altare e poi tornano alla casa. Erec era impaziente per il combattimento; così chiede le armi, e gli vengono date. La fanciulla stessa gli indossa le armi (sebbene non pronunci incantesimi o formule magiche), gli allaccia gli schinieri di ferro e li assicura con corregge di pelle di cervo. Gli indossa l'usbergo dalle maglie resistenti e gli allaccia il ventaglio. Il lucente elmo gli pone sul capo, e così lo arma a dovere dalla testa ai piedi. Al suo fianco gli assicura la spada, e poi ordina che venga portato il suo cavallo, cosa che viene fatta. Saltò in sella con un balzo, staccandosi da terra. La damigella porta quindi lo scudo e la lancia robusta: gli porge lo scudo, ed egli lo prende e se lo appende al collo tramite la cinghia. Lei gli pone la lancia in mano e, quando l'ebbe impugnata dall'estremità, egli si rivolse così al gentile vavasore: "Bel signore," disse, "se vi aggrada, fate preparare ora vostra figlia; poiché desidero scortarla verso lo sparviero in conformità al nostro accordo." Il vavasore allora, senza indugio, fece sellare un palafreno baio. Non si può dire nulla del finimento a causa della terribile povertà da cui era afflitto il vavasore. Sella e briglia furono messe, e la fanciulla montò in sella, libera e in abiti leggeri, senza attendere di essere sollecitata. Erec non volle più indugiare; così parte con la figlia dell'ospite al suo fianco, seguita dal gentiluomo e dalla sua signora.

Erec cavalca con la lancia eretta e con l'avvenente damigella al fianco. Tutta la gente, grandi e piccoli, li osserva con occhi pieni di meraviglia mentre attraversano le strade. E così si interrogano l'un l'altro: "Chi è quel cavaliere? Deve essere davvero prode e valoroso per agire da scorta per questa bella fanciulla. I suoi sforzi saranno ben impiegati nel provare che questa damigella è la più bella di tutte." Un uomo dice all'altro: "In verità, a lei dovrebbe andare lo sparviero." Alcuni lodavano la fanciulla, mentre molti dicevano: "Dio! Chi potrà mai essere questo cavaliere, con la bella damigella al suo fianco?" "Non lo so." "Nemmeno io." Così diceva ognuno. "Ma il suo elmo lucente gli dona bene, così come l'usbergo, lo scudo e la sua affilata spada d'acciaio. Sta bene sul suo destriero e ha l'atteggiamento di un valoroso vassallo, ben formato nelle braccia, nelle membra e nei piedi." Mentre tutti stavano così a guardarli, essi da parte loro non persero tempo a posizionarsi presso lo sparviero, dove da un lato attesero il cavaliere. Ed ecco! Lo vedono arrivare, accompagnato dal suo nano e dalla sua damigella. Aveva udito la voce che un cavaliere era giunto desideroso di ottenere lo sparviero, ma non credeva che potesse esserci al mondo un cavaliere tanto audace da osare battersi con lui. Lo avrebbe sconfitto rapidamente e abbattuto. Tutta la gente lo conosceva bene, e tutti lo accolgono e lo scortano in una folla chiassosa: cavalieri, scudieri, dame e damigelle si affrettano a correre dietro di lui. Guidandoli tutti, il cavaliere cavalca orgogliosamente, con la sua damigella e il suo nano al fianco, e si dirige rapidamente verso lo sparviero. Ma tutt'intorno c'era tale calca di gente rozza e volgare che era impossibile toccare il falco o avvicinarsi al luogo dove si trovava. Poi giunse il Conte sulla scena, e minacciò la folla con una verga che teneva in mano. La folla indietreggiò, e il cavaliere avanzò e disse quietamente alla sua dama: "Mia signora, questo uccello, che ha fatto così bene la muta ed è così bello, dovrebbe essere vostro come vostra giusta parte; poiché siete meravigliosamente bella e piena di fascino. Vostro sarà certamente finché io vivrò. Fatevi avanti, mia cara, e sollevate il falco dal trespolo." La damigella stava per stendere la mano quando Erec si affrettò a sfidarla, curandosi poco dell'arroganza dell'altro. "Damigella," grida, "indietro! Andate a trastullarvi con qualche altro uccello, poiché a questo non avete alcun diritto. Nonostante tutto, dico che questo falco non sarà mai vostro. Poiché una migliore di voi lo reclama, sì, molto più bella e più cortese." L'altro cavaliere è molto adirato; ma Erec non se ne cura e ordina alla propria fanciulla di farsi avanti. "Bella mia," grida, "fatti avanti. Solleva l'uccello dal trespolo, poiché è giusto che tu lo abbia. Damigella, fatti avanti! Poiché mi vanto di difenderlo se qualcuno è così audace da intervenire. Poiché nessuna donna ti supera in bellezza o valore, in grazia o onore, né più di quanto la luna oscuri il sole." L'altro non poté più sopportarlo, quando lo sente offrirsi così virilmente al combattimento. "Vassallo," grida, "chi sei tu che mi contendi così il falco?" Erec gli risponde audacemente: "Un cavaliere sono, proveniente da un'altra terra. Questo falco sono venuto a ottenere; poiché è giusto, lo dico a dispetto di tutti, che questa mia damigella lo abbia." "Via!" grida l'altro, "non sarà mai. La follia ti ha portato qui. Se desideri avere il falco, dovrai pagarlo assai caro con il combattimento." "Pagare, vassallo; e come?" "Devi combattere con me, se non me lo cedi." "Dici follie," grida Erec; "per me queste sono minacce oziose; poiché ben poco ti temo." "Allora ti sfido qui e ora. La battaglia è inevitabile." Erec risponde: "Dio mi aiuti ora; poiché mai ho desiderato nulla così tanto." Ora presto udirete il rumore della battaglia.

Il grande spazio fu sgomberato, con la gente radunata tutt'intorno. Si allontanano l'uno dall'altro per la distanza di un acro, poi lanciano i cavalli l'uno contro l'altro; si raggiungono con le punte delle lance e si colpiscono così duramente che gli scudi vengono trapassati e infranti; le lance si spaccano e si incrinano; gli arcioni vengono fatti a pezzi dietro. Devono per forza perdere le staffe, così che entrambi cadono a terra e i cavalli fuggono attraverso il campo. Sebbene colpiti dalle lance, sono presto di nuovo in piedi e sguainano le spade dai foderi. Con grande ferocia si attaccano l'un l'altro e si scambiano grandi colpi di spada, così che gli elmi vengono ammaccati e fatti risuonare. Fiero è il fragore delle spade, mentre fanno piovere grandi colpi su collo e spalle. Poiché questo non è un mero gioco: rompono tutto ciò che toccano, tagliando gli scudi e frantumando gli usberghi. Le spade sono rosse di sangue cremisi. La battaglia dura a lungo; ma combattono così vigorosamente che si sentono stanchi e fiacchi. Entrambe le damigelle sono in lacrime, e ciascun cavaliere vede la propria dama piangere e alzare le mani a Dio e pregare che Egli possa dare gli onori della battaglia a colui che lotta per lei. "Ah! Vassallo," dice il cavaliere a Erec, "ritiriamoci e riposiamo un poco; poiché troppo deboli sono questi colpi che ci scambiamo. Dobbiamo assestare colpi migliori di questi; poiché ormai si avvicina la sera. È vergognoso e altamente disonorevole che questa battaglia duri così a lungo. Guarda laggiù quella gentile fanciulla che piange per te e invoca Dio. Molto dolcemente prega per te, come fa anche la mia per me. Certamente dovremmo fare del nostro meglio con le nostre lame d'acciaio per il bene delle nostre dame amate." Erec risponde: "Hai parlato bene." Poi si prendono un breve riposo, Erec guardando verso la sua dama mentre prega sommessamente per lui. Mentre sedeva e la guardava, una grande forza si rigenerò in lui. Il suo amore e la sua bellezza lo ispirarono con grande audacia. Si ricordò della Regina, alla quale aveva dato la sua parola che avrebbe vendicato l'insulto fattogli, o lo avrebbe reso ancora più grande. "Ah! Sciagurato," dice, "perché aspetto? Non ho ancora preso vendetta per l'offesa che questo vassallo ha permesso quando il suo nano mi ha colpito nel bosco." La sua rabbia si ravviva dentro di lui mentre convoca il cavaliere: "Vassallo," dice, "ti chiamo a nuova battaglia. Abbiamo riposato troppo a lungo; rinnoviamo ora la nostra contesa." E lui risponde: "Ciò non mi è di peso." Dopodiché, si scagliano di nuovo l'uno contro l'altro. Erano entrambi esperti schermidori. Al suo primo affondo il cavaliere avrebbe ferito Erec se non avesse parato abilmente. Ciononostante, lo colpì così duramente sopra lo scudo accanto alla tempia che gli staccò un pezzo dall'elmo. Raschiando da vicino la sua cuffia bianca, la spada discende, fendendo lo scudo fino alla fibbia e tagliando più di una spanna dal fianco del suo usbergo. Allora deve essere rimasto ben stordito, mentre l'acciaio freddo penetrava fino alla carne sulla sua coscia. Possa Dio proteggerlo ora! Se il colpo non fosse rimbalzato, avrebbe tagliato diritto attraverso il suo corpo. Ma Erec non è affatto sgomento: gli restituisce ciò che gli spetta e, attaccandolo audacemente, lo colpisce sulla spalla con un colpo così violento che lo scudo non può resistervi, né l'usbergo serve a impedire alla spada di penetrare fino all'osso. Fece scorrere il sangue cremisi fino alla cintura. Entrambi i vassalli sono duri combattenti: combattono con gli onori in parità, poiché uno non può guadagnare sull'altro nemmeno un piede di terreno. I loro usberghi sono così strappati e i loro scudi così fatti a pezzi che non ne rimane in realtà abbastanza per servire da protezione. Così combattono tutti esposti. Ognuno perde una gran quantità di sangue, ed entrambi si indeboliscono. Egli colpisce Erec ed Erec colpisce lui. Erec gli assesta un colpo così tremendo sull'elmo che lo stordisce completamente. Poi gliele dà ancora e ancora, assestandogli tre colpi in rapida successione, che spaccano interamente l'elmo e tagliano la cuffia sottostante. La spada raggiunge persino il cranio e taglia un osso della sua testa, ma senza penetrare nel cervello. Inciampa e barcolla, e mentre vacilla, Erec lo spinge, così che cade sul suo fianco destro. Erec lo afferra per l'elmo e lo strappa con forza dalla sua testa, e slaccia il ventaglio, così che la sua testa e il suo volto sono completamente esposti. Quando Erec pensa all'insulto fattogli dal nano nel bosco, gli avrebbe tagliato la testa, se non avesse invocato pietà. "Ah! Vassallo," dice, "tu mi hai sconfitto. Pietà ora, e non uccidermi, dopo avermi sopraffatto e fatto prigioniero: ciò non ti porterebbe mai lode o gloria. Se dovessi toccarmi ancora, faresti una grande scelleratezza. Prendi qui la mia spada; te la cedo." Erec, tuttavia, non la prende, ma dice in risposta: "Sono a un passo dall'ucciderti." "Ah! Gentile cavaliere, pietà! Per quale crimine, in verità, o per quale torto dovresti odiarmi con odio mortale? Non ti ho mai visto prima che io sappia, e mai sono stato impegnato a farti alcuna vergogna o torto." Erec risponde: "In verità lo hai fatto." "Ah, signore, dimmi quando! Poiché non ti ho mai visto, che io possa ricordare, e se ti ho fatto qualche torto, mi metto alla tua mercé." Allora Erec disse: "Vassallo, io sono colui che era nella foresta ieri con la Regina Ginevra, quando tu permettesti al tuo nano maleducato di colpire la damigella della mia signora. È vergognoso colpire una donna. E dopo, ha colpito me, prendendomi per un qualche tipo comune. Tu sei stato colpevole di troppa insolenza quando vedesti un tale oltraggio e permettesti con compiacenza a un mostro di villano di colpire la damigella e me stesso. Per un tale crimine posso ben odiarti; poiché hai commesso una grave offesa. Tu ti costituirai ora mio prigioniero e, senza indugio, andrai dritto dalla mia signora, che certamente troverai a Cardigan, se là dirigerai il tuo cammino. Vi giungerai questa stessa notte, poiché non sono sette leghe da qui, credo. Consegnerai a lei te stesso, la tua damigella e il tuo nano, affinché faccia come meglio crede; e dille che le mando a dire che domani verrò contento, portando con me una damigella così bella, saggia e raffinata che in tutto il mondo non ha eguali. Tanto le potrai dire veracemente. E ora desidero conoscere il tuo nome." Allora dovette dire a dispetto di se stesso: "Signore, il mio nome è Yder, figlio di Nut. Questa mattina non avrei pensato che un solo uomo con la forza delle armi potesse conquistarmi. Ora ho trovato per esperienza un uomo che è migliore di me. Voi siete un cavaliere molto valoroso, e vi impegno la mia fede qui e ora che andrò senza indugio e mi metterò nelle mani della Regina. Ma ditemi senza riserbo quale possa essere il vostro nome. Chi dirò che è colui che mi manda? Poiché sono pronto a partire." Ed egli risponde: "Il mio nome ti dirò senza travestimento: è Erec. Va', e dille che sono io che ti ho mandato da lei." "Ora andrò, e vi prometto che metterò il mio nano, la mia damigella e me stesso interamente a sua disposizione (non dovete aver timore), e le darò notizie di voi e della vostra damigella." Allora Erec ricevette la sua parola data, e il Conte e tutta la gente lì intorno alle dame e ai gentiluomini furono presenti all'accordo. Alcuni erano gioiosi, e altri abbattuti; alcuni erano addolorati, e altri lieti. I più gioirono per il bene della damigella con le vesti bianche, la figlia del povero vavasore, lei dal cuore gentile e aperto; ma la sua damigella e coloro che erano devoti a lui erano addolorati per Yder.

Yder, costretto a eseguire la sua promessa, non volle tardare oltre, ma montò subito sul suo destriero. Ma perché dovrei farne una lunga storia? Prendendo il suo nano e la sua damigella, attraversarono i boschi e la pianura, andando dritti finché non giunsero a Cardigan. Nel pergolato fuori dalla grande sala, Gawain e Kay il siniscalco e un gran numero di altri signori erano radunati. Il siniscalco fu il primo a scorgere coloro che si avvicinavano, e disse a messer Gawain: "Signore, il mio cuore indovina che il vassallo che giunge laggiù è colui di cui parlò la Regina come colui che ieri le fece tale insulto. Se non erro, sono in tre nel gruppo, poiché vedo il nano e la damigella." "È così," dice messer Gawain; "è certamente una damigella e un nano che vengono dritti verso di noi con il cavaliere. Il cavaliere stesso è completamente armato, ma il suo scudo non è integro. Se la Regina lo vedesse, lo riconoscerebbe. Ehi, siniscalco, va' a chiamarla ora!" Così andò immediatamente e la trovò in uno degli appartamenti. "Mia signora," dice, "ricordate il nano che ieri vi ha fatto adirare ferendo la vostra damigella?" "Sì, lo ricordo proprio bene. Siniscalco, avete qualche notizia di lui? Perché lo avete menzionato?" "Signora, perché ho visto un cavaliere errante armato che arrivava su un cavallo grigio, e se i miei occhi non mi hanno ingannato, ho visto una damigella con lui; e mi sembra che con lui arrivi il nano, che tiene ancora il flagello dal quale Erec ricevette la frustata." Allora la Regina si alzò rapidamente e disse: "Andiamo in fretta, siniscalco, a vedere se è il vassallo. Se è lui, potete essere certo che ve lo dirò, non appena lo vedrò." E Kay disse: "Ve lo mostrerò io. Venite su nel pergolato dove sono riuniti i vostri cavalieri. È da lì che lo abbiamo visto arrivare, e messer Gawain stesso vi attende lì. Mia signora, affrettiamoci, poiché qui abbiamo tardato troppo." Allora la Regina si mosse, e giunta alle finestre prese posto accanto a messer Gawain, e riconobbe immediatamente il cavaliere. "Ah! Signori miei," grida, "è lui. È passato attraverso un grande pericolo. È stato in una battaglia. Non so se Erec abbia vendicato il suo dolore, o se questo cavaliere abbia sconfitto Erec. Ma c'è più di un'ammaccatura sul suo scudo, e il suo usbergo è coperto di sangue, così che è più rosso che bianco." "In verità, mia signora," dice messer Gawain, "sono assai certo che abbiate proprio ragione. Il suo usbergo è coperto di sangue, ammaccato e battuto, mostrando chiaramente che è stato in un combattimento. Possiamo facilmente vedere che la battaglia è stata accesa. Ora udiremo presto da lui notizie che ci daranno gioia o tristezza: se Erec lo manda da voi qui come prigioniero a vostra discrezione, o se egli viene con orgoglio in cuore per vantarsi arrogante davanti a noi di aver sconfitto o ucciso Erec. Nessun'altra notizia può portare, credo." La Regina dice: "Sono della stessa opinione." E tutti gli altri dicono: "Può ben essere così."

Nel frattempo Yder entra nel cancello del castello, portando loro notizie. Scesero tutti dal solario e andarono incontro a lui. Yder giunse alla terrazza reale e lì smontò da cavallo. E Gawain prese la damigella e la aiutò a scendere dal suo palafreno; anche il nano, per parte sua, smontò. C'erano più di cento cavalieri in piedi, e quando tutti e tre i nuovi arrivati furono smontati, furono condotti al cospetto del Re. Non appena Yder vide la Regina, si inchinò profondamente e salutò prima lei, poi il Re e i suoi cavalieri, e disse: "Dama, sono inviato qui come vostro prigioniero da un gentiluomo, un cavaliere valoroso e nobile, il cui volto ieri il mio nano ha fatto pungere con la sua frusta annodata. Mi ha sopraffatto nelle armi e mi ha sconfitto. Dama, vi porto qui il nano: è venuto ad arrendersi a voi a vostra discrezione. Porto voi me stesso, la mia damigella e il mio nano, affinché facciate di noi ciò che vi piace". La Regina non se ne sta più in silenzio, ma gli chiede notizie di Erec: "Dimmi", dice, "se ti piaccia, sai quando arriverà Erec?" "Domani, dama, e con lui porterà una damigella, la più bella che io abbia mai conosciuto". Quando ebbe consegnato il suo messaggio, la Regina, che era gentile e assennata, gli disse cortesemente: "Amico, poiché ti sei gettato alla mia mercé, la tua prigionia sarà meno dura; poiché non ho alcun desiderio di cercare il tuo male. Ma dimmi ora, così ti aiuti Dio, qual è il tuo nome?" E lui risponde: "Dama, il mio nome è Yder, figlio di Nut". E seppero che diceva la verità. Allora la Regina si alzò e, andando davanti al Re, disse: "Sire, avete udito? Avete fatto bene ad aspettare Erec, il valoroso cavaliere. Ieri vi ho dato un buon consiglio, quando vi ho consigliato di attendere il suo ritorno. Questo prova che è saggio seguire i consigli". Il Re risponde: "Questa non è una menzogna; è anzi assolutamente vero che chi accetta consigli non è uno sciocco. Felici noi di aver seguito il vostro consiglio ieri. Ma se tenete in qualche modo a me, liberate questo cavaliere dalla sua prigionia, a patto che acconsenta a unirsi d'ora in avanti alla mia casa e alla mia corte; e se non acconsente, ne subisca le conseguenze". Quando il Re ebbe parlato così, la Regina liberò immediatamente il cavaliere; ma fu a questa condizione, che egli rimanesse in futuro alla corte. Non dovette essere sollecitato prima di dare il suo consenso a restare. Ora era della corte e della casa a cui prima non apparteneva. Poi i valletti furono pronti a correre per liberarlo dalle sue armi.

Ora dobbiamo tornare a Erec, che abbiamo lasciato nel campo dove aveva avuto luogo la battaglia. Persino Tristano, quando uccise il feroce Morhot sull'isola di San Sansone, non destò tale giubilo come quello che celebrarono qui per Erec. Grandi e piccoli, magri e robusti, tutti gli fanno festa e lodano la sua cavalleria. Non c'è cavaliere che non gridi: "Signore, che vassallo! Sotto il Cielo non ce n'è un altro uguale!" Lo seguono fino al suo alloggio, lodandolo e parlando molto. Persino il Conte stesso lo abbraccia, lui che più degli altri era contento, e disse: "Sire, se vi piace, dovreste di diritto alloggiare in casa mia, poiché siete il figlio di Re Lac. Se voleste accettare la mia ospitalità mi fareste un grande onore, poiché vi considero il mio signore. Bel sire, vi piaccia, vi prego di alloggiare con me". Erec risponde: "Possa non dispiacervi, ma non abbandonerò il mio ospite questa notte, che mi ha fatto molto onore dandomi sua figlia. Che dite, signore? Non è un dono bello e prezioso?" "Sì, sire", risponde il Conte; "il dono, in verità, è bello e buono. La fanciulla stessa è bella e intelligente, e inoltre è di nascita molto nobile. Dovete sapere che sua madre è mia sorella. Certamente, sono felice in cuor mio che vi degniate di prendere mia nipote. Ancora una volta vi prego di alloggiare con me questa notte". Erec risponde: "Non chiedetemi più nulla. Non lo farò". Allora il Conte vide che insistere ulteriormente era inutile, e disse: "Sire, come vi piace! Tanto vale non parlarne più; ma io e i miei cavalieri saremo tutti con voi questa notte per rallegrarvi e tenervi compagnia". Quando Erec udì ciò, lo ringraziò e tornò all'abitazione del suo ospite, con il Conte che lo accompagnava. Dame e cavalieri erano lì riuniti, e il vavasore era felice in cuor suo. Non appena Erec arrivò, più di una ventina di scudieri corsero rapidamente a togliergli le armi. Chiunque fosse presente in quella casa avrebbe potuto assistere a una scena felice. Erec andò per primo e prese posto; poi tutti gli altri in ordine si siedono sui divani, sui cuscini e sulle panche. Al fianco di Erec si sedette il Conte, e la damigella dal volto radioso, che stava nutrendo il falco, tanto conteso, sul suo polso con l'ala di un piviere. Grande onore, gioia e prestigio aveva guadagnato quel giorno, ed era molto felice in cuor suo sia per l'uccello che per il suo signore. Non avrebbe potuto essere più felice, e lo mostrava chiaramente, senza nascondere la sua gioia. Tutti potevano vedere quanto fosse gaia, e in tutta la casa c'era grande gioia per la felicità della fanciulla che amavano.

Erec si rivolse così al vavasore: "Bel ospite, bel amico, bel sire! Mi avete fatto grande onore, e riccamente vi sarà ripagato. Domani porterò via vostra figlia con me alla corte del Re, dove desidero prenderla come mia sposa; e se indugerete qui un poco, manderò per tempo a prendervi. Vi farò scortare nel paese che ora è di mio padre, ma che più tardi sarà mio. È lontano da qui, tutt'altro che vicino. Lì vi darò due città, molto splendide, ricche e belle. Voi sarete signore di Roadan, che fu costruita al tempo di Adamo, e di un'altra città vicina, che non è da meno. La gente la chiama Montrevel, e mio padre non possiede città migliore. E prima che sia passato il terzo giorno, vi manderò abbondanza di oro e argento, di pellicce pezzate e grigie, e preziose stoffe di seta con cui adornare voi e vostra moglie, mia cara signora. Domani all'alba desidero portare vostra figlia a corte, vestita e abbigliata come è al momento. Desidero che la mia signora, la Regina, la vesta col suo miglior abito di raso e panno scarlatto".

C'era una fanciulla nelle vicinanze, molto onorevole, prudente e virtuosa. Era seduta su una panca accanto alla fanciulla con la tunica bianca, ed era sua cugina, nipote del mio signore il Conte. Quando udì come Erec intendesse portare sua cugina in un abbigliamento così povero alla corte della Regina, ne parlò al Conte. "Sire", dice, "sarebbe una vergogna per voi più che per chiunque altro se questo cavaliere dovesse portare via vostra nipote in un assetto così triste". E il Conte rispose: "Gentile nipote, datele il migliore dei vostri vestiti". Ma Erec udì la conversazione e disse: "In alcun modo, mio signore. Poiché siatene certo, nulla al mondo mi tenterebbe a lasciarle prendere un altro abito finché la Regina non glielo avrà concesso lei stessa". Quando la damigella udì questo, rispose: "Ahimè! Bel sire, poiché insistete nel portare via mia cugina così vestita in una tunica bianca e una camicia, e poiché siete determinato che non debba avere nessuno dei miei vestiti, un regalo diverso desidero farle. Ho tre buoni palafreni, buoni quanto quelli di qualsiasi re o conte, uno sauro, uno pezzato e l'altro nero con le zampe anteriori bianche. Sulla mia parola, se ne aveste cento tra cui scegliere, non ne trovereste uno migliore del destriero pezzato. Gli uccelli nell'aria non volano più velocemente di questo palafreno; e non è troppo vivace, ma si adatta bene a una dama. Un bambino può cavalcarlo, poiché non è né ombroso né testardo, né morde né scalcia né diventa ingestibile. Chiunque stia cercando qualcosa di meglio non sa cosa vuole. E la sua andatura è così facile e dolce che una persona sta più comoda e a suo agio sul suo dorso che in una barca". Allora disse Erec: "Mia cara, non ho alcuna obiezione che lei accetti questo dono; anzi, sono compiaciuto dell'offerta e non desidero che lei la rifiuti". Allora la damigella chiama uno dei suoi fidati servitori e gli dice: "Va', amico, sella il mio palafreno pezzato e conducilo qui subito". Ed egli esegue il suo comando: mette sella e briglia e si sforza di farlo apparire bene. Poi salta sul palafreno dalla criniera, che ora è pronto per l'ispezione. Quando Erec vide l'animale, non risparmiò le sue lodi, poiché poté vedere che era molto bello e docile. Così ordinò a un servitore di ricondurlo e legarlo nella stalla accanto al suo cavallo. Poi si separarono tutti, dopo una serata piacevolmente trascorsa. Il Conte se ne va verso la propria abitazione e lascia Erec con il vavasore, dicendo che gli farà compagnia al mattino quando partirà. Tutta quella notte dormirono bene. Al mattino, quando l'alba fu luminosa, Erec si prepara a partire, ordinando di sellare i suoi cavalli. Anche la sua bella innamorata si sveglia, si veste e si prepara. Il vavasore e sua moglie si alzano pure, e ogni cavaliere e dama lì si prepara a scortare la damigella e il cavaliere. Ora sono tutti a cavallo, e anche il Conte. Erec cavalca accanto al Conte, avendo al suo fianco la sua innamorata sempre premurosa verso il suo falco. Non avendo altre ricchezze, gioca con il suo falco. Erano molto allegri mentre cavalcavano; ma quando venne il momento di separarsi, il Conte volle inviare con Erec un gruppo dei suoi cavalieri per fargli onore scortandolo. Ma egli annunciò che nessuno doveva restare con lui, e che non voleva altra compagnia che quella della damigella. Poi, quando li ebbero accompagnati per un tratto, disse: "Nel nome di Dio, addio!" Allora il Conte bacia Erec e sua nipote, e li affida entrambi al misericordioso Dio. Anche suo padre e sua madre li baciano ancora e ancora, e non poterono trattenere le lacrime: al momento della separazione, la madre piange, il padre e anche la figlia. Poiché tale è l'amore e la natura umana, e tale è l'affetto tra genitori e figli. Piangevano per dolore, tenerezza e amore che avevano per la loro bambina; eppure sapevano bene che la loro figlia doveva occupare un posto dal quale sarebbe derivato loro grande onore. Versarono lacrime d'amore e pietà quando si separarono dalla figlia, ma non avevano altra ragione di piangere. Sapevano bene che alla fine avrebbero ricevuto grande onore dal suo matrimonio. Così al momento della separazione fu versata più di una lacrima, mentre piangendo si raccomandano l'un l'altro a Dio, e così si separano senza più indugio.

Erec lasciò il suo ospite; poiché era molto ansioso di raggiungere la corte reale. Nella sua avventura trasse grande soddisfazione; poiché ora aveva una dama bellissima, discreta, cortese e gentile. Non riusciva a guardarla abbastanza: poiché più la guarda, più gli piace. Non può fare a meno di darle un bacio. È felice di cavalcare al suo fianco, e gli fa bene guardarla. A lungo contempla i suoi bei capelli, i suoi occhi ridenti e la sua fronte radiosa, il suo naso, il suo volto e la sua bocca, per tutto ciò che riempie il suo cuore di gioia. La contempla fino alla vita, il mento e il collo candido, il seno e i fianchi, le braccia e le mani. Ma non meno la damigella guarda il vassallo con occhio limpido e cuore leale, come se fossero in competizione. Non avrebbero smesso di osservarsi nemmeno per la promessa di una ricompensa! Erano un abbinamento perfetto in cortesia, bellezza e gentilezza. Ed erano così simili in qualità, maniere e costumi, che nessuno che volesse dire la verità avrebbe potuto scegliere il migliore tra loro, né il più bello, né il più discreto. Anche i loro sentimenti erano molto simili; così che erano ben adatti l'uno all'altro. Così ognuno ruba il cuore dell'altro. Né la legge né il matrimonio hanno mai unito due creature così dolci. E così cavalcarono fino a quando, proprio allo scoccare del mezzogiorno, si avvicinarono al castello di Cardigan, dove entrambi erano attesi. Alcuni dei primi nobili di corte erano saliti a guardare dalle finestre superiori per vedere se riuscivano a scorgerli. La Regina Ginevra corse su, e persino il Re venne con Kay e Perceval del Galles, e con loro il mio signore Gawain e Tor, figlio di Re Ares; anche Lucan il coppiere era lì, e molti altri valorosi cavalieri. Alla fine, scorsero Erec che arrivava in compagnia della sua dama. Lo conoscevano tutti molto bene fin da quando riuscivano a vederlo. La Regina è molto compiaciuta, e in effetti l'intera corte è lieta del suo arrivo, perché tutti lo amano. Non appena fu giunto davanti alla sala d'ingresso, il Re e la Regina scendono a incontrarlo, salutandolo tutti nel nome di Dio. Accolgono Erec e la sua fanciulla, lodando e celebrando la sua grande bellezza. E il Re stesso la prese e la sollevò dal suo palafreno. Il Re era vestito in fine assetto ed era allora di umore allegro. Fece segnale d'onore alla damigella prendendola per mano e conducendola nella grande sala di pietra. Dopo di loro salirono anche Erec e la Regina mano nella mano, ed egli le disse: "Vi porto, dama, la mia damigella e la mia innamorata vestita in poveri panni. Com'è stata data a me, così l'ho portata a voi. È figlia di un povero vavasore. Attraverso la povertà molti uomini onorevoli sono abbattuti: suo padre, ad esempio, è gentile e cortese, ma ha pochi mezzi. E sua madre è una dama molto gentile, sorella di un ricco Conte. Non le manca né bellezza né lignaggio, tale che io non debba sposarla. È la povertà che l'ha costretta a indossare questo indumento di lino bianco finché entrambe le maniche sono strappate ai lati. E tuttavia, se fosse stato mio desiderio, avrebbe potuto avere abiti abbastanza ricchi. Poiché un'altra damigella, sua cugina, desiderava darle una veste di ermellino e di seta pezzata o grigia. Ma non ho voluto che fosse vestita con nessun'altra veste finché voi non l'aveste vista. Gentile dama, considerate ora la questione e vedete di che bisogno ha di un abito bello e adatto". E la Regina risponde immediatamente: "Avete fatto molto bene; è giusto che abbia uno dei miei abiti, e le darò subito un abito ricco e bello, fresco e nuovo". La Regina allora la portò frettolosamente nella sua stanza privata, e diede ordine di portare rapidamente la tunica fresca e il mantello verde-porpora, ricamato con piccole croci, che era stato fatto per lei stessa. Colei che andò per suo comando venne portandole il mantello e la tunica, che era foderata di ermellino bianco persino alle maniche. Ai polsi e sulla fascia del collo c'era in verità più di mezzo marco di peso d'oro battuto, e ovunque incastonate nell'oro c'erano pietre preziose di diversi colori, indaco e verde, blu e marrone scuro. Questa tunica era molto ricca, ma non di un pelo meno prezioso, credo, era il mantello. Ancora non c'erano nastri su di esso; poiché il mantello come la tunica era nuovo di zecca. Il mantello era molto ricco e bello: posate attorno al collo c'erano due pelli di zibellino, e nelle nappe c'era più di un'oncia d'oro; su una un giacinto, e sull'altra un rubino brillava più luminoso di una candela ardente. La fodera di pelliccia era di ermellino bianco; mai se ne vide o trovò di più fine. La stoffa era abilmente ricamata con piccole croci, tutte diverse, indaco, vermiglio, blu scuro, bianco, verde, blu e giallo. La Regina chiese dei nastri lunghi quattro braccia, fatti di filo di seta e oro. I nastri le vengono dati, belli e ben abbinati. Rapidamente li fece fissare al mantello da qualcuno che sapeva come farlo, e che era maestro nell'arte. Quando il mantello non ebbe più bisogno di ritocchi, la gaia e gentile dama abbracciò la fanciulla con la veste bianca e le disse allegramente: "Mademoiselle, dovete cambiare questo vestito con questa tunica che vale più di cento marchi d'argento. Tanto desidero concedervi. E indossate anche questo mantello. Un'altra volta vi darò di più". Non potendo rifiutare il dono, lei prende l'abito e la ringrazia. Poi due ancelle la presero da parte in una stanza, dove si tolse il vestito perché non aveva più alcun valore; ma chiese e pregò che fosse dato via (a qualche donna povera) per l'amore di Dio. Poi indossa la tunica, e si cinge, allacciando strettamente una cintura d'oro, e successivamente indossa il mantello. Ora non appariva affatto male; poiché l'abito le donava così bene che la faceva sembrare più bella che mai. Le due ancelle intrecciarono un filo d'oro tra i suoi capelli dorati: ma le sue ciocche erano più radiose del filo d'oro, per quanto fine fosse. Le ancelle, inoltre, intrecciarono un filo di fiori di molti colori vari e lo posero sul suo capo. Si sforzarono al meglio affinché fosse adornata in modo tale che non si trovasse alcun difetto nel suo abbigliamento. Infilata su un nastro attorno al collo, una damigella appese due spille d'oro smaltato. Ora appariva così affascinante e bella che non credo si possa trovare la sua eguale in nessuna terra, per quanto si possa cercare, così abilmente la Natura aveva lavorato in lei. Poi uscì dalla stanza per vestirsi al cospetto della Regina. La Regina la colmò di attenzioni, perché le piaceva ed era felice che fosse bella e avesse maniere così gentili. Si presero per mano e passarono al cospetto del Re. E quando il Re le vide, si alzò per incontrarle. Quando entrarono nella grande sala, c'erano così tanti cavalieri che si alzarono davanti a loro che non posso chiamare per nome la decima parte di loro, o la tredicesima, o la quindicesima. Ma posso dirvi i nomi di alcuni dei migliori cavalieri che appartenevano alla Tavola Rotonda e che erano i migliori al mondo.

Davanti a tutti gli eccellenti cavalieri, Gawain deve essere nominato il primo, e secondo Erec il figlio di Lac, e terzo Lancillotto del Lago. Gornemant di Gohort era quarto, e il quinto era il Bel Codardo. Il sesto era il Brutto Coraggioso, il settimo Meliant di Liz, l'ottavo Mauduit il Saggio, e il nono Dodinel il Selvaggio. Sia nominato Gandelu il decimo, poiché era un uomo prode. Gli altri li menzionerò senza ordine, perché i numeri mi infastidiscono. Eslit era lì con Briien, e Yvain il figlio di Uriien. E Yvain di Loenel era presente, così come Yvain l'Adultero. Accanto a Yvain di Cavaliot c'era Garravain di Estrangot. Dopo il Cavaliere con il Corno c'era il Giovane con l'Anello d'Oro. E Tristano che mai rise sedeva accanto a Bliobleheris, e accanto a Brun di Piciez c'era suo fratello Gru il Cupo. L'Armaiolo sedeva accanto, che preferiva la guerra alla pace. Poi sedeva Karadues il Braccio-Corto, un cavaliere di buon umore; e Caveron di Robendic, e il figlio di Re Quenedic e il Giovane di Quintareus e Yder del Monte Doloroso. Gaheriet e Kay di Estraus, Amauguin e Gales il Calvo, Grain, Gornevain, e Carabes, e Tor il figlio di Re Aras, Girflet il figlio di Do, e Taulas, che mai si stancava delle armi: e un giovane di grande merito, Loholt il figlio di Re Artù, e Sagremor l'Impetuoso, che non deve essere dimenticato, né Bedoiier il Maestro di Scuderia, che era abile a scacchi e a trictrac, né Bravain, né Re Lot, né Galegantin del Galles, né Gronosis, esperto nel male, che era figlio di Kay il Siniscalco, né Labigodes il Cortese, né il Conte Cadorcaniois, né Letron di Prepelesant, le cui maniere erano così eccellenti, né Breon il figlio di Canodan, né il Conte di Honolan che aveva una tale chioma di bei capelli biondi; fu lui che ricevette il corno del Re in un giorno nefasto; egli non ebbe mai alcuna cura per la verità.

Quando la fanciulla straniera vide tutti i cavalieri schierati fissarla con costanza, chinò il capo per l'imbarazzo; né era strano che il suo viso avvampasse tutto di cremisi. Ma la sua confusione le era così consona che appariva ancora più incantevole. Quando il Re vide che era in imbarazzo, non volle lasciarla sola. Prendendola gentilmente per mano, la fece sedere alla sua destra; e alla sua sinistra sedeva la Regina, parlando così al Re nel frattempo: "Sire, secondo me colui che può vincere una dama così bella con le sue armi in un'altra terra dovrebbe di diritto venire in una corte reale. È stato bene attendere Erec; poiché ora tu puoi donare il bacio alla più bella della corte. Credo che nessuno troverebbe da ridire su di te! Poiché nessuno può dire, a meno di mentire, che questa damigella non sia la più affascinante di tutte le fanciulle qui, o addirittura in tutto il mondo". Il Re risponde: "Quella non è una menzogna; e su di lei, se non vi è opposizione, conferirò l'onore del Cervo Bianco". Poi aggiunse ai cavalieri: "Miei signori, cosa dite? Qual è la vostra opinione? Nel corpo, nel volto, e in tutto ciò che una fanciulla dovrebbe avere, questa è la più affascinante e bella che si possa trovare, come posso dire, prima di giungere dove il Cielo e la terra si incontrano. Dico che è giusto che ella riceva l'onore del Cervo. E voi, miei signori, cosa ne pensate? Potete avanzare qualche obiezione? Se qualcuno desidera protestare, esprima subito il suo pensiero. Io sono Re, e devo mantenere la mia parola e non devo permettere alcuna bassezza, falsità o arroganza. Devo mantenere la verità e la giustizia. È compito di un leale re sostenere la legge, la verità, la fede e la giustizia. Non commetterei in alcun modo un atto sleale o un torto né al debole né al forte. Non è giusto che alcuno si lamenti di me; né desidero che il costume e la pratica decadano, che la mia famiglia è stata solita promuovere. Anche voi, senza dubbio, vi rammarichereste di vedermi cercare di introdurre altri costumi e altre leggi che non quelli che il mio reale genitore osservava. Senza badare alle conseguenze, sono tenuto a mantenere e conservare l'istituzione di mio padre Pendragon, che fu un giusto re e imperatore. Ora ditemi pienamente cosa pensate! Nessuno sia lento a esprimere il proprio pensiero, se questa damigella non è la più bella della mia casata e non dovrebbe di diritto ricevere il bacio del Cervo Bianco: desidero sapere cosa pensate veramente". Allora tutti gridano all'unisono: "Sire, per il Signore e la sua Croce! Potete ben baciarla con buona ragione, poiché ella è la più bella che vi sia. In questa damigella c'è più bellezza di quanta ve ne sia di splendore nel sole. Potete baciarla liberamente, poiché tutti noi siamo d'accordo nel sancirlo". Quando il Re sente che ciò è ben gradito a tutti, non vuole più indugiare nel conferire il bacio, ma si volge verso di lei e la abbraccia. La fanciulla era sensata, e perfettamente disposta che il Re la baciasse; sarebbe stata davvero poco cortese risentirsene. In maniera cortese e alla presenza di tutti i suoi cavalieri il Re la baciò, e disse: "Mia cara, ti dono il mio amore in tutta onestà. Ti amerò con cuore sincero, senza malizia e senza inganno". Con questa avventura il Re realizzò la pratica e l'uso a cui il Cervo Bianco aveva diritto alla sua corte.

Qui termina la prima parte della mia storia.

Quando il bacio del Cervo fu preso secondo la consuetudine del paese, Erec, come un uomo educato e gentile, fu premuroso verso il suo povero ospite. Non era sua intenzione mancare di eseguire ciò che aveva promesso. Udite come mantenne il suo patto: gli inviò infatti cinque muli da soma, forti e lucenti, carichi di abiti e vesti, bucramo e scarlatti, marchi d'oro e vasellame d'argento, pellicce di vaio e di grigio, pelli di zibellino, stoffe di porpora e sete. Quando i muli furono caricati con tutto ciò di cui un gentiluomo può aver bisogno, inviò con loro una scorta di dieci cavalieri e sergenti scelti tra i suoi uomini, e ordinò loro severamente di salutare il suo ospite e di mostrare grande onore sia a lui che alla sua dama, come se fosse rivolto a lui in persona; e quando avessero presentato loro i muli che portavano, l'oro, l'argento, il denaro e tutti gli altri arredi che erano nelle casse, avrebbero dovuto scortare la dama e il vavassore con grande onore nel suo regno del Galles Ulteriore. Due città lì aveva promesso loro, le più scelte e le meglio situate che vi fossero in tutta la sua terra, senza nulla da temere da un attacco. Montrevel era il nome di una, e il nome dell'altra era Roadan. Quando fossero giunti nel suo regno, avrebbero dovuto cedere loro queste due città, insieme alle loro rendite e alla loro giurisdizione, in conformità con quanto aveva promesso loro. Tutto fu eseguito come Erec aveva ordinato. I messaggeri non fecero ritardo, e a tempo debito presentarono al suo ospite l'oro e l'argento, i muli, le vesti e il denaro, di cui vi era grande abbondanza. Li scortarono nel regno di Erec, e si adoperarono per servirli bene. Giunsero nel paese al terzo giorno, e trasferirono loro le torri delle città; poiché Re Lac non fece alcuna obiezione. Riservò loro un caloroso benvenuto e mostrò loro onore, amandoli per amore di suo figlio Erec. Cedette loro il titolo delle città, e stabilì la loro signoria facendo giurare ai cavalieri e ai borghesi che li avrebbero riveriti come loro veri signori feudali. Quando ciò fu fatto e compiuto, i messaggeri tornarono dal loro signore Erec, che li ricevette con gioia. Quando chiese notizie del vavassore e della sua dama, di suo padre e del suo regno, il rapporto che gli diedero fu buono e lieto.

Non molto tempo dopo, giunse il tempo in cui Erec doveva celebrare il suo matrimonio. Il ritardo gli era gravoso, ed egli decise di non soffrire e attendere oltre. Così andò e chiese al Re che potesse piacergli di permettergli di sposarsi alla corte. Il Re gli concesse la grazia, e inviò per tutto il suo regno a cercare i re e i conti che erano suoi vassalli, ordinando loro che nessuno fosse così audace da non essere presente a Pentecoste. Nessuno osa tirarsi indietro e non andare a corte alla convocazione del Re. Ora vi dirò, e ascoltate bene, chi furono questi conti e re. Con una ricca scorta e cento destrieri extra giunse il Conte Brandes di Gloucester. Dopo di lui giunse Menagormon, che era Conte di Clivelon. E quello dell'Alta Montagna giunse con un seguito molto ricco. Giunse anche il Conte di Treverain, con cento dei suoi cavalieri, e il Conte Godegrain con altrettanti. Insieme a coloro che ho appena menzionato giunse Maheloas, un grande barone, signore dell'Isola di Voirre. In quest'isola non si ode tuono, non colpisce il fulmine, né infuriano le tempeste, né vi esistono rospi o serpenti, né vi fa mai troppo caldo o troppo freddo. Graislemier di Fine Posterne portò venti compagni, e aveva con sé suo fratello Guigomar, signore dell'Isola di Avalon. Di quest'ultimo abbiamo sentito dire che era amico di Morgana la Fata, e tale era in verità. Giunse Davit di Tintagel, che mai soffrì pena o dolore. Guergesin, il Duca di Haut Bois, giunse con un equipaggiamento assai ricco. Non vi fu mancanza di conti e duchi, ma di re ve n'erano ancora di più. Garras di Cork, un re valoroso, era lì con cinquecento cavalieri vestiti di mantelli, calze e tuniche di broccato e seta. Su un destriero di Cappadocia giunse Aguisel, il re scozzese, e portò con sé i suoi due figli, Cadret e Coi--due cavalieri assai rispettati. Insieme a coloro che ho nominato giunse Re Ban di Gomeret, e aveva al suo seguito solo giovani, ancora senza barba su mento e labbra. Una schiera numerosa e gaia condusse, duecento di loro nel suo seguito; e non vi era alcuno, chiunque fosse, che non avesse un falco o un terzuolo, uno smeriglio o uno sparviero, o qualche prezioso falco pellegrino, dorato o mutato. Kerrin, il vecchio Re di Riel, non portò alcun giovane, ma piuttosto trecento compagni dei quali il più giovane aveva sette volte vent'anni. A causa della loro grande età, le loro teste erano tutte bianche come la neve, e le loro barbe arrivavano fino alle cinture. Artù li teneva in grande rispetto. Il signore dei nani giunse subito dopo, Bilis, il re degli Antipodi. Questo re di cui parlo era lui stesso un nano e fratello di sangue di Brien. Bilis, da una parte, era il più piccolo di tutti i nani, mentre suo fratello Brien era mezzo piede o un palmo intero più alto di ogni altro cavaliere nel regno. Per mostrare la sua ricchezza e il suo potere, Bilis portò con sé due re che erano anch'essi nani e che erano suoi vassalli, Grigoras e Glecidalan. Ognuno li guardava come prodigi. Quando furono giunti a corte, furono trattati con grande stima. Tutti e tre furono onorati e serviti alla corte come re, poiché erano gentiluomini assai perfetti. In breve, quando Re Artù vide tutti i suoi signori riuniti, il suo cuore fu lieto. Poi, per accrescere la gioia, ordinò che cento scudieri venissero battezzati, che desiderava armare cavalieri. Non ve n'era alcuno che non avesse una veste a pezzi di ricco broccato d'Alessandria, scegliendo ciascuno quella che più aggradava al suo gusto. Tutti avevano armi di un modello uniforme, e cavalli veloci e pieni di vigore, dei quali il peggiore valeva cento lire.

Quando Erec ricevette sua moglie, dovette chiamarla con il suo vero nome. Poiché una moglie non è sposata se non è chiamata con il suo nome proprio. Ancora nessuno conosceva il suo nome, ma ora per la prima volta fu reso noto: Enide era il suo nome di battesimo. L'Arcivescovo di Canterbury, che era giunto alla corte, li benedisse, come è suo diritto. Quando la corte fu tutta riunita, non vi fu menestrello nelle campagne che possedesse qualche piacevole talento che non giungesse a corte. Nella grande sala vi fu molto divertimento, ognuno contribuendo per quanto poteva all'intrattenimento: uno salta, un altro fa capriole, un altro compie magie; vi sono racconti, canti, fischi, esecuzioni con spartiti; suonano l'arpa, la rota, la viola, il violino, il flauto e il piffero. Le damigelle cantano e danzano, e superano le une le altre nel divertimento. Alle nozze quel giorno fu fatto tutto ciò che può dare gioia e inclinare il cuore dell'uomo alla letizia. Tamburi sono percossi, grandi e piccoli, e vi è suono di pifferi, flauti, corni, trombe e cornamuse. Che altro dirò? Non vi fu sportello o cancello tenuto chiuso; ma le uscite e le entrate stavano tutte socchiuse, affinché nessuno, povero o ricco, fosse respinto. Re Artù non era avaro, ma diede ordine ai fornai, ai cuochi e ai bottiglieri che servissero chiunque generosamente con pane, vino e selvaggina. Nessuno chiese alcunché senza ottenere tutto ciò che desiderava.

Vi fu grande festeggiamento nel palazzo. Ma tralascerò il resto, e voi udirete della gioia e del piacere nella camera nuziale. Vescovi e arcivescovi erano lì la notte in cui la sposa e lo sposo si ritirarono. In questo loro primo incontro, Isotta non fu sottratta, né Brangien fu messa al suo posto. La Regina stessa si occupò dei loro preparativi per la notte; poiché entrambi le erano cari. Il cervo cacciato che ansima per la sete non desidera così a lungo la fonte, né il falco affamato ritorna così rapidamente quando è chiamato, come questi due giunsero per tenersi in stretto abbraccio. Quella notte ebbero piena compensazione per il loro lungo ritardo. Dopo che la camera fu liberata, permisero a ogni senso di essere gratificato: gli occhi, che sono la via d'ingresso dell'amore, e che portano messaggi al cuore, prendono soddisfazione nello sguardo, poiché gioiscono in tutto ciò che vedono; dopo il messaggio degli occhi giunge la dolcezza che supera ogni cosa dei baci che invitano all'amore; entrambi fanno prova di questa dolcezza, e lasciano che i loro cuori bevano così liberamente che a stento possono smettere. Così, baciarsi fu il loro primo gioco. E l'amore che è tra loro rincuorò la fanciulla e la lasciò del tutto priva dei suoi timori; senza badare al dolore, ella soffrì tutto. Prima di alzarsi, ella non portava più il nome di fanciulla; al mattino era una dama novellamente fatta. Quel giorno i menestrelli erano di umore felice, poiché furono tutti ben pagati. Furono pienamente compensati per l'intrattenimento che avevano dato, e molti doni preziosi furono loro elargiti: vesti di pelle di scoiattolo grigio ed ermellino, di pelli di coniglio e stoffe violette, scarlatti e stoffe di seta. Che si trattasse di un cavallo o di denaro, ognuno ottenne ciò che meritava secondo la sua abilità. E così i festeggiamenti nuziali e la corte durarono quasi una quindicina di giorni con grande gioia e magnificenza. Per la sua gloria e soddisfazione, così come per onorare maggiormente Erec, Re Artù fece rimanere tutti i cavalieri per una quindicina intera. Quando la terza settimana ebbe inizio, tutti insieme di comune accordo convennero di tenere un torneo. Da una parte, il mio signore Gawain si offrì come garante che si sarebbe svolto tra Evroic e Tenebroc: e Meliz e Meliadoc furono garanti dall'altra parte. Poi la corte si sciolse.

Un mese dopo Pentecoste il torneo si radunò e le giostre iniziarono nella pianura sotto Tenebroc. Molte insegne rosse, blu e bianche, molti veli e molte maniche furono donati come pegni d’amore. Molte lance furono portate colà, sventolando i colori argento e verde, o oro e azzurro. Ce n’erano molti, pure, con insegne diverse, alcuni a strisce e altri a pois. Quel giorno si vedevano allacciati su molti elmi d’oro o d’acciaio cimieri ora verdi, ora gialli, altri rossi, tutti sfavillanti al sole; tanti scudi e usberghi bianchi; tante spade cinte sul fianco sinistro; tanti buoni scudi, freschi e nuovi, alcuni risplendenti d’argento e verde, altri d’azzurro con fibbie d’oro; tanti buoni destrieri segnati di bianco, o sauri, fulvi, bianchi, neri e bai: tutti si radunano in fretta. E ora il campo è del tutto coperto d’armi. Da ogni parte le schiere tremano e un boato si leva dal combattimento. L’urto delle lance è grandissimo. Le lance si spezzano e gli scudi vengono crivellati, gli usberghi ricevono colpi e vengono lacerati, le selle restano vuote e i cavalieri vagano, mentre i cavalli sudano e schiumano. Le spade vengono sguainate prontamente contro coloro che cadono rumorosamente, e alcuni corrono a ricevere la promessa di un riscatto, altri per evitare tale disonore. Erec cavalcava un destriero bianco e uscì solo in testa alla schiera per giostrare, se mai avesse trovato un avversario. Dal lato opposto cavalca incontro a lui Orguelleus de la Lande, in groppa a un destriero irlandese che lo porta avanti con meravigliosa velocità. Sullo scudo davanti al petto Erec lo colpisce con tale forza da sbalzarlo di sella: lo lascia prono e oltrepassa. Poi Raindurant gli si oppose, figlio della vecchia dama di Tergalo, coperto di stoffa di seta blu; era un cavaliere di gran prodezza. L’uno contro l’altro ora caricano e infliggono feroci colpi sugli scudi al collo. Erec, d’un tratto di lancia, lo stende al suolo duro. Mentre tornava indietro incontrò il Re della Città Rossa, che era assai valoroso e audace. Afferrano le redini dai nodi e gli scudi dalle cinghie interne. Entrambi avevano belle armi, e forti cavalli veloci, e buoni scudi, freschi e nuovi. Con tale furia si colpiscono che entrambe le lance volano in frantumi. Mai si vide un colpo simile. Si precipitano addosso con scudi, armi e cavalli. Ma né sottopancia, né redine, né pettorale poterono impedire al re di giungere a terra. Così volò via dal destriero, portando con sé sella e staffa, e persino le redini del morso in mano. Tutti coloro che assistevano alla giostra furono colti da stupore e dissero che gli era costato caro giostrare con un cavaliere così valente. Erec non volle fermarsi per catturare né cavallo né cavaliere, ma piuttosto giostrare e distinguersi affinché la sua prodezza potesse apparire. Scuote le schiere davanti a sé. Gawain anima coloro che erano dalla sua parte con la sua prodezza, e vincendo cavalli e cavalieri con lo scompiglio dei suoi avversari. Parlo del mio signore Gawain, che fece assai bene e valorosamente. Nella lotta disarcionò Guincel e prese Gaudin della Montagna; catturò cavalieri e cavalli al pari: il mio signore Gawain fece bene. Girtlet figlio di Do, e Yvain, e Sagremor l’Impetuoso, trattarono così malamente i loro avversari da spingerli indietro fino alle porte, catturandone e disarcionandone molti. Davanti alla porta della città la contesa ebbe di nuovo inizio tra quelli di dentro e quelli di fuori. Lì Sagremor fu gettato a terra, lui che era un cavaliere assai galante. Era sul punto di essere trattenuto e catturato, quando Erec sprona per soccorrerlo, spezzando la sua lancia in frantumi su uno degli avversari. Lo colpisce così duramente al petto da fargli abbandonare la sella. Poi sfodera la spada e avanza su di loro, frantumando e spaccando i loro elmi. Alcuni fuggono, e altri gli fanno largo, poiché persino il più audace lo teme. Infine, distribuì così tanti colpi e stoccate da sottrarre Sagremor a loro e scacciarli tutti in confusione dentro la città. Nel frattempo, l’ora del vespro volgeva al termine. Erec si comportò così bene quel giorno da essere il migliore dei combattenti. Ma il giorno seguente fece ancora meglio: poiché prese così tanti cavalieri e lasciò così tante selle vuote che nessuno avrebbe potuto crederlo se non chi lo aveva visto. Tutti, da entrambe le parti, dissero che con la sua lancia e il suo scudo aveva vinto gli onori del torneo. Ora la fama di Erec era così alta che non si parlava d’altro che di lui, né alcuno era di così bell’aspetto. Nel volto somigliava ad Assalonne, nel linguaggio pareva un Salomone, nell’audacia uguagliava Sansone, e nel generoso donare e spendere era pari ad Alessandro. Al suo ritorno dal torneo Erec andò a parlare con il Re. Andò a chiedergli il permesso di andare a visitare la propria terra; ma prima lo ringraziò come un uomo franco, saggio e cortese per l’onore che gli aveva fatto; poiché molto profonda era la sua gratitudine. Poi chiese il suo permesso di partire, poiché desiderava visitare il proprio paese e desiderava portare con sé la sua sposa. Questa richiesta il Re non poté negare, e tuttavia avrebbe voluto che rimanesse. Gli concede il permesso e lo prega di tornare il prima possibile: poiché in tutta la corte non c’era cavaliere migliore o più galante, salvo solo il suo caro nipote Gawain; con lui nessuno poteva essere paragonato. Ma subito dopo di lui, teneva Erec in maggior conto e gli voleva più bene di ogni altro cavaliere.

Erec non desiderava più tardare. Non appena ebbe il permesso del Re, ordinò alla sua sposa di prepararsi, e trattenne come scorta sessanta cavalieri di merito con cavalli e con pelli variegate e grigie. Non appena fu pronto per il viaggio, si attardò ben poco a corte, ma prese congedo dalla Regina e raccomandò i cavalieri a Dio. La Regina gli concede il permesso di partire. All’ora di prima, si mosse dal palazzo reale. Alla presenza di tutti montò il suo destriero, e la sua sposa montò il cavallo variegato che aveva portato dal suo paese; poi tutta la sua scorta montò in sella. Contando cavalieri e scudieri, c’erano ben sette ventine nel seguito. Dopo quattro lunghi giorni di viaggio su colli e pendii, attraverso foreste, pianure e ruscelli, il quinto giorno giunsero a Camant, dove Re Lac risiedeva in una città assai incantevole. Nessuno ne vide mai una meglio situata; poiché la città era dotata di foreste e terreni a pascolo, di vigneti e fattorie, di ruscelli e frutteti, di dame e cavalieri, e giovani raffinati e vivaci, e chierici educati e di buone maniere che spendevano le loro rendite liberamente, di fanciulle belle e incantevoli, e di prosperi borghesi. Prima che Erec raggiungesse la città, inviò due cavalieri in avanscoperta per annunciare il suo arrivo al Re. Quando ebbe la notizia, il Re fece montare rapidamente chierici, cavalieri e donzelle, ordinò che le campane venissero suonate e che le strade venissero addobbate con arazzi e stoffe di seta, affinché suo figlio fosse accolto con gioia; poi egli stesso salì sul suo cavallo. Di chierici ve n’erano presenti quattro ventine, uomini gentili e onorevoli, vestiti di mantelli grigi bordati di zibellino. Di cavalieri ve n’erano ben cinquecento, montati su destrieri bai, sauri o pezzati di bianco. Vi erano così tanti borghesi e dame che nessuno avrebbe potuto contarli. Il Re e suo figlio galopparono e cavalcarono finché non si videro e riconobbero a vicenda. Entrambi balzarono giù dai loro cavalli e si abbracciarono e salutarono a lungo, senza muoversi dal luogo in cui si erano incontrati per la prima volta. Ciascuna parte desiderava la gioia dell’altra: il Re fa grandi feste a Erec, ma tutt’a un tratto interrompe per rivolgersi a Enide. Da ogni lato egli è al settimo cielo: li abbraccia e li bacia entrambi, e non sa quale dei due gli piaccia di più. Mentre entrano allegramente nel castello, le campane suonano tutte a festa per onorare l’arrivo di Erec. Le strade sono tutte cosparse di giunchi, menta e iris, e sono appese in alto con cortine e arazzi di seta pregiata e stoffe di raso. Vi fu grande gioia; poiché tutto il popolo si radunò per vedere il suo nuovo signore, e nessuno vide mai felicità più grande di quella mostrata allo stesso modo da giovani e vecchi. Prima giunsero alla chiesa, dove molto devotamente furono accolti in processione. Erec si inginocchiò davanti all’altare del Crocifisso, e due cavalieri guidarono sua moglie all’immagine di Nostra Signora. Quando ebbe terminato la sua preghiera, ella fece un passo indietro e si fece il segno della croce con la mano destra, come deve fare una dama ben educata. Poi uscirono dalla chiesa ed entrarono nel palazzo reale, dove iniziarono i festeggiamenti. Quel giorno Erec ricevette molti doni dai cavalieri e dai borghesi: da uno un palafreno di stirpe nordica, e da un altro una coppa d’oro. Uno gli presenta un falco pellegrino dorato, un altro un cane da ferma, questo un levriero, quest’altro uno sparviero, e un altro un veloce destriero arabo, questo uno scudo, questo un’insegna, questo una spada e questo un elmo. Mai un re fu visto più volentieri nel suo regno, né ricevuto con gioia maggiore, poiché tutti si adoperavano per servirlo bene. Tuttavia, fecero festa più grande a Enide che a lui, per la grande bellezza che vedevano in lei, e ancor più per il suo aperto fascino. Ella sedeva in una camera su un cuscino di broccato che era stato portato dalla Tessaglia. Attorno a lei vi era più di una bella dama; eppure, come la gemma lucente eclissa la pietra focaia bruna, e come la rosa supera il papavero, così Enide era più bella di ogni altra dama o donzella che si potesse trovare al mondo, ovunque la si cercasse. Era così gentile e onorevole, di saggio parlare e affabile, di carattere piacevole e modi benevoli. Nessuno avrebbe mai potuto essere così vigile da scorgere in lei alcuna follia, o segno di male o malvagità. Era stata così istruita alle buone maniere da aver appreso tutte le virtù che una dama può possedere, oltre alla generosità e al sapere. Tutti la amavano per il suo cuore aperto, e chiunque potesse farle un qualche servizio ne era lieto e si stimava ancor più. Nessuno parlò mai male di lei, perché nessuno poteva farlo. Nel regno o nell’impero non vi era dama di tali buone maniere. Ma Erec la amava con un amore così tenero che non si curava più delle armi, né andava ai tornei, né aveva alcun desiderio di giostrare; ma passava il suo tempo a ricolmare di attenzioni la sua sposa. Fece di lei la sua signora e il suo amore. Dedicava tutto il suo cuore e la sua mente a vezzeggiarla e baciarla, e non cercava diletto in alcun altro passatempo. I suoi amici se ne affliggevano, e spesso rimpiangevano tra loro che egli fosse così profondamente innamorato. Spesso era passato il mezzogiorno prima che egli lasciasse il suo fianco; poiché lì era felice, dicano pure quel che vogliono. Raramente lasciava la sua compagnia, eppure era prodigo come sempre verso i suoi cavalieri con armi, abiti e denaro. Non vi era un torneo da nessuna parte in cui non li mandasse ben abbigliati ed equipaggiati. Qualunque ne fosse il costo, dava loro destrieri freschi per il torneo e la giostra. Tutti i cavalieri dicevano che era un grande peccato e una disgrazia che un uomo così valoroso com’era solito essere non desiderasse più portare le armi. Fu biasimato così tanto da ogni parte dai cavalieri e dagli scudieri che i mormorii giunsero alle orecchie di Enide, dicendo che il suo signore era diventato un codardo riguardo alle armi e alle imprese di cavalleria, e che il suo modo di vivere era grandemente cambiato. Ella se ne affliggeva dolorosamente, ma non osava mostrare il suo dolore; poiché il suo signore si sarebbe subito offeso, se ella gliene avesse parlato. Così la faccenda rimase un segreto, finché una mattina giacquero a letto dove si erano divertiti insieme. Lì giacevano in stretto abbraccio, come i veri amanti che erano. Lui dormiva, ma lei era sveglia, pensando a ciò che molti uomini nel paese dicevano del suo signore. E quando cominciò a riflettere su tutto ciò, non poté trattenere le lacrime. Tale era il suo dolore e il suo dispiacere che per sventura lasciò cadere una parola di cui in seguito si pentì, sebbene nel suo cuore non vi fosse alcuna malizia. Cominciò a osservare il suo signore dalla testa ai piedi, il suo corpo ben fatto e il suo volto limpido, finché le sue lacrime caddero veloci sul petto del suo signore, e disse: "Ahimè, guaio a me che mai lasciai il mio paese! Che cosa sono venuta a cercare qui? La terra dovrebbe a buon diritto inghiottirmi quando il miglior cavaliere, il più ardito, coraggioso, bello e cortese che mai sia stato un conte o un re, ha completamente abiurato tutte le sue imprese di cavalleria per causa mia. E così, in verità, sono io che ho portato vergogna sul suo capo, sebbene non avrei voluto farlo a nessun prezzo". Poi gli disse: "Infelice tu!". E poi tacque e non parlò più. Erec non dormiva profondamente e, sebbene stesse assopito, udì chiaramente ciò che ella disse. Si svegliò alle sue parole, e molto sorpreso di vederla piangere, le chiese: "Dimmi, mia preziosa bellezza, perché piangi così? Che cosa ti ha causato guaio o dolore? Sicuramente è mio desiderio saperlo. Dimmi ora, mia dolce amata; e abbi cura di non nascondere nulla, perché hai detto che guaio è a me? Poiché lo hai detto di me e di nessun altro. Ho udito le tue parole abbastanza chiaramente". Allora Enide fu in grande difficoltà, spaventata e sgomenta. "Sire", dice lei, "non so nulla di ciò che dite". "Dama, perché lo nascondete? Nascondere non serve a nulla. Avete pianto; posso vederlo, e non piangete per nulla. E nel mio sonno ho udito ciò che avete detto". "Ah! bel sire, non lo avete mai udito, e oso dire che è stato un sogno". "Ora venite da me con bugie. Vi sento mentirmi con calma. Ma se non mi dite la verità ora, finirete per pentirvene in seguito". "Sire, poiché mi tormentate così, vi dirò tutta la verità, e non nasconderò nulla. Ma temo che non vi piacerà. In questa terra dicono tutti – il moro, il biondo e il rubicondo – che è un gran peccato che voi rinunciate alle armi; la vostra reputazione ne ha sofferto. Tutti erano soliti dire non molto tempo fa che in tutto il mondo non si conosceva cavaliere migliore o più galante. Ora vanno tutti in giro a farsi gioco di voi – vecchi e giovani, piccoli e grandi – chiamandovi un rinnegato. Supponete forse che non mi dia dolore sentirvi parlare così con disprezzo? Mi addolora quando sento dire ciò, eppure mi addolora di più che ne attribuiscano la colpa a me. Sì, ne sono incolpata, mi rammarico nel dirlo, e tutti affermano che è perché vi ho così irretito e catturato che state perdendo tutto il vostro merito, e non vi curate di nient’altro che di me. Dovete scegliere un’altra strada, così che possiate far tacere questo rimprovero e riguadagnare la vostra fama precedente; poiché ho udito troppo di questo rimprovero, eppure non ho osato rivelarvelo. Molte volte, quando ci penso, devo piangere per il gran dolore. Tale dispiacere ho provato proprio ora che non ho potuto trattenermi dal dire che eravate sventurato". "Dama", disse egli, "avevate ragione, e coloro che mi biasimano lo fanno con motivo. E ora preparatevi subito a mettervi in cammino. Alzatevi da qui, e vestitevi con il vostro abito più ricco, e ordinate che la vostra sella sia messa sul vostro miglior palafreno". Ora Enide è in gran pena: molto triste e pensierosa, si alza, biasimando e rimproverando se stessa per le parole sciocche che ha pronunciato: aveva ormai preparato il suo letto, e doveva giacervi. "Ah!", disse lei, "povera sciocca! Ero troppo felice, poiché non mi mancava nulla. Dio! perché sono stata così imprudente da osare proferire tale follia? Dio! il mio signore non mi amava forse a dismisura? In fede, ahimè, era troppo affezionato a me. E ora devo andare in esilio. Ma ho un dolore ancora più grande, che non vedrò più il mio signore, che mi amava con tale tenerezza che non c’era nulla che tenesse così caro. L’uomo migliore che sia mai nato era diventato così avvolto in me da non curarsi d’altro. Non mi mancava nulla allora. Ero molto felice. Ma è l’orgoglio che mi ha spronato: a causa del mio orgoglio, devo soffrire dolore per avergli detto parole così insultanti, ed è giusto che io soffra dolore. Non si sa cosa sia la buona fortuna finché non si è fatta prova del male". Così la dama gemeva per il suo destino, mentre si vestiva in modo appropriato con il suo abito più ricco. Eppure nulla le dava alcun piacere, ma piuttosto motivo di profondo dispiacere. Poi fece chiamare da una cameriera uno dei suoi scudieri, e gli ordina di sellare il suo prezioso palafreno di stirpe nordica, del quale nessun conte o re ne ebbe mai uno migliore. Non appena gli ebbe dato il comando, il tipo non chiese alcun ritardo, ma andò subito e sellò il palafreno variegato. E Erec chiamò un altro scudiero e gli ordinò di portare le sue armi per armare il suo corpo. Poi salì in un pergolato, e fece stendere un tappeto di Limoges davanti a sé sul pavimento. Nel frattempo, lo scudiero corse a prendere le armi e tornò e le depose sul tappeto. Erec prese posto di fronte, sulla figura di un leopardo che era ritratto sul tappeto. Si prepara e si appresta a indossare le sue armi: per prima cosa, si fece allacciare un paio di schinieri di acciaio lucido; poi, indossa un usbergo, che era così fine che non una maglia poteva esserne tagliata via. Questo suo usbergo era davvero ricco, poiché né dentro né fuori di esso c’era abbastanza ferro da farne un ago, né poteva raccogliere alcuna ruggine; poiché era tutto fatto di argento lavorato in minuscole maglie a triplo intreccio; ed era fatto con tale maestria che vi posso assicurare che nessuno che lo avesse indossato sarebbe stato più a disagio o indolenzito a causa di esso, di quanto lo sarebbe stato se avesse indossato una giacca di seta sopra la sua camicia. I cavalieri e gli scudieri iniziarono tutti a meravigliarsi del perché egli venisse armato; ma nessuno osò chiedergli il motivo. Quando gli ebbero indossato l’usbergo, un valletto gli allaccia attorno al capo un elmo scanalato con una fascia d’oro, che brillava più di uno specchio. Poi prende la spada e se la cinge, e ordina che gli portino sellato il suo destriero baio di Guascogna. Poi chiama a sé un valletto e dice: "Valletto, va’ presto, corri alla camera accanto alla torre dove si trova mia moglie, e dille che mi sta facendo aspettare qui troppo a lungo. Ha passato troppo tempo nel vestirsi. Dille di venire e montare subito, poiché la sto attendendo". E il tipo va e la trova tutta pronta, piangente e lamentosa: e le si rivolse subito così: "Dama, perché ritardate così? Il mio signore vi attende là fuori, già completamente armato. Avrebbe montato già da tempo, se foste stata pronta". Enide si domandava grandemente quale fosse l’intenzione del suo signore; ma molto saggiamente si mostrò con un volto il più allegro possibile, quando apparve davanti a lui. Nel mezzo del cortile lo trovò, e Re Lac accorre fuori. I cavalieri corrono anch’essi, gareggiando tra loro per arrivare per primi. Non c’è né giovane né vecchio che non vada a sapere e chiedere se porterà qualcuno di loro con sé. Così ognuno si offre e si presenta. Ma egli afferma decisamente e dichiara che non porterà alcun compagno se non sua moglie, asserendo che andrà da solo. Allora il Re è in grande angoscia. "Bel figlio", dice, "cosa intendi fare? Dovresti dirmi i tuoi affari e non nascondere nulla. Dimmi dove andrai; poiché non sei disposto per nessuna ragione a essere accompagnato da una scorta di scudieri o cavalieri. Se hai intrapreso di combattere qualche cavaliere in duello singolo, tuttavia non dovresti per questo motivo mancare di portare una parte dei tuoi cavalieri con te per testimoniare la tua ricchezza e signoria. Il figlio di un re non dovrebbe viaggiare da solo. Bel figlio, fai caricare ora i tuoi somieri, e prendi trenta o quaranta o più dei tuoi cavalieri, e vedi che vengano presi argento e oro, e tutto ciò di cui un gentiluomo ha bisogno". Finalmente Erec risponde e gli racconta tutto in dettaglio come ha pianificato il suo viaggio. "Sire", dice, "deve essere così. Non prenderò alcun cavallo extra, né ho alcun bisogno di oro o argento, scudiero o sergente; né chiedo alcuna compagnia se non quella di mia moglie soltanto. Ma vi prego, qualunque cosa accada, se io dovessi morire ed ella dovesse tornare, di amarla e tenerla cara per amore di me e per la mia preghiera, e darle finché ella viva, senza contesa o alcuna discordia, la metà della vostra terra affinché sia sua". All’udire la richiesta di suo figlio, il Re disse: "Bel figlio, lo prometto. Ma mi affligge molto vederti andare via così senza scorta, e se dipendesse da me, non dovresti partire in tal modo". "Sire, non può essere altrimenti. Vado ora, e a Dio vi raccomando. Ma tenete a mente i miei compagni, e date loro cavalli e armi e tutto ciò di cui un cavaliere può aver bisogno". Il Re non può trattenere le lacrime quando si separa da suo figlio. Anche le persone attorno piangono; le dame e i cavalieri versano lacrime e fanno grandi lamenti per lui. Non c’è nessuno che non pianga, e più di uno nel cortile sviene. Piangendo, lo baciano e lo abbracciano, ed sono quasi fuori di sé dal dolore. Penso che non sarebbero stati più tristi se lo avessero visto morto o ferito. Allora Erec disse per consolarli: "Miei signori, perché piangete così forte? Non sono né in prigione né ferito. Non guadagnate nulla con questa manifestazione di dolore. Se me ne vado, tornerò quando piacerà a Dio e quando potrò. A Dio vi raccomando tutti quanti; perciò ora lasciatemi andare; troppo a lungo mi trattenete qui. Mi dispiace e mi addolora vedervi piangere". A Dio li raccomanda ed essi lui.

Così partirono, lasciandosi alle spalle il dolore. Erec si avvia e conduce la moglie senza sapere dove, come il caso comanda. "Cavalca veloce", le dice, "e bada bene a non essere così imprudente da parlarmi di qualsiasi cosa tu possa vedere. Bada di non parlarmi mai, a meno che non sia io a rivolgerti la parola per primo. Cavalca ora veloce e con fiducia". "Sire", dice lei, "sarà fatto". Ella cavalcò avanti e tacque. Né l'uno né l'altra dissero una parola. Ma il cuore di Enide è molto triste, e dentro di sé così si lamenta, piano e sommessamente affinché lui non possa udire: "Ahimè", dice, "Dio mi aveva innalzata ed esaltata a una gioia così grande; ma ora mi ha gettata giù all'improvviso. La Fortuna, che mi aveva fatto cenno, ha ora ritirato in fretta la sua mano. Non mi importerebbe così tanto, ahimè, se solo osassi rivolgermi al mio signore. Ma sono mortificata e afflitta perché il mio signore si è rivoltato contro di me, lo vedo chiaramente, dato che non vuole parlarmi. E non sono così audace da osare guardarlo". Mentre così si lamenta, un cavaliere che viveva di rapina uscì dai boschi. Aveva con sé due compagni, e tutti e tre erano armati. Bramano il palafreno che Enide cavalca. "Miei signori, sapete la notizia che porto?" dice ai suoi due compagni. "Se non facciamo ora un buon bottino, siamo dei codardi da nulla e la sorte ci è avversa. Ecco arrivare una dama meravigliosamente bella, non so se sposata o meno, ma è vestita molto riccamente. Il palafreno e la sella, con la pettorina e le redini, valgono mille libbre di Chartres. Prenderò il palafreno per me, e il resto del bottino potrete averlo voi. Non voglio di più per la mia parte. Il cavaliere non porterà via la dama, che Dio mi aiuti. Perché intendo dargli una tale stoccata che la pagherà cara. Sono stato io a vederlo per primo, e dunque è mio diritto andare per primo e offrire battaglia". Gli danno il permesso ed egli cavalca via, ben rannicchiato sotto lo scudo, mentre gli altri due restano in disparte. A quei tempi era costume e pratica che in un attacco due cavalieri non si unissero contro uno; così, se anche loro lo avessero assalito, sarebbe sembrato che avessero agito in modo sleale. Enide vide i briganti e fu colta da grande paura. "Dio", dice, "cosa posso dire? Ora il mio signore sarà ucciso o fatto prigioniero; perché sono in tre ed egli è solo. La contesa non è leale tra un cavaliere e tre. Quel tizio lo colpirà ora in un momento di svantaggio; perché il mio signore è impreparato. Dio, sarò dunque così vile da non osare alzare la voce? Non sarò una tale codarda: non mancherò di parlargli". Sul posto si volta e lo chiama: "Bel sire, a cosa state pensando? Vi vengono dietro tre cavalieri che vi incalzano. Temo molto che vi faranno del male". "Cosa?" dice Erec, "cos'è che dici? Sei stata davvero molto audace a disprezzare il mio comando e il mio divieto. Questa volta sarai perdonata; ma se dovesse accadere un'altra volta, non saresti perdonata". Poi, voltando lo scudo e la lancia, si scaglia contro il cavaliere. Questi lo vede arrivare e lo sfida. Quando Erec lo sente, lo sfida a sua volta. Entrambi spronano e si scontrano, tenendo le lance in resta. Ma lui mancò Erec, mentre Erec lo colpì duramente; perché conosceva bene l'attacco giusto. Lo colpisce sullo scudo così ferocemente che lo spacca da cima a fondo. Né l'usbergo gli è di protezione: Erec lo trafigge e lo schiaccia al centro del petto, spingendo un piede e mezzo di lancia nel suo corpo. Quando indietreggiò, estrasse l'asta. E l'altro cadde a terra. Doveva morire, poiché la lama aveva bevuto il suo sangue vitale. Allora uno degli altri due si fa avanti, lasciandosi alle spalle il compagno, e sprona verso Erec, minacciandolo. Erec afferra saldamente lo scudo e lo attacca con cuore coraggioso. L'altro tiene lo scudo davanti al petto. Poi si colpiscono sugli scudi blasonati. La lancia del cavaliere vola in due pezzi, mentre Erec spinge un quarto di lunghezza di lancia attraverso il petto dell'altro. Non gli darà più fastidio. Erec lo disarciona e lo lascia svenuto, mentre sprona di sbieco verso il terzo brigante. Quando questi lo vide arrivare, cominciò a darsi alla fuga. Aveva paura e non osava affrontarlo; così si affrettò a rifugiarsi nei boschi. Ma la sua fuga serve a poco, perché Erec lo segue da vicino e grida a gran voce: "Vassallo, vassallo, voltati ora e preparati a difenderti, affinché io non ti uccida mentre fuggi. È inutile cercare di scappare". Ma il tizio non ha alcun desiderio di voltarsi e continua a fuggire con tutte le sue forze. Seguendolo e raggiungendolo, Erec lo colpisce in pieno sul suo scudo dipinto e lo butta dall'altra parte. A questi tre briganti non presta più attenzione: uno lo ha ucciso, un altro ferito, e del terzo si è liberato gettandolo a terra dal suo destriero. Prese i cavalli di tutti e tre e li legò insieme per le briglie. Nel colore non erano uguali: il primo era bianco come il latte, il secondo nero e non affatto brutto a vedersi, mentre il terzo era tutto pomellato. Tornò sulla strada dove Enide lo stava aspettando. Le ordinò di condurre e guidare i tre cavalli davanti a sé, avvertendola aspramente di non essere mai più così audace da dire una sola parola a meno che egli non le desse il permesso. Lei risponde: "Non lo farò mai, bel sire, se è vostra volontà". Poi cavalcano via ed ella tace.

Avevano percorso a malapena una lega quando davanti a loro, in una valle, arrivarono altri cinque cavalieri, con le lance in resta, gli scudi tenuti vicini al collo e i loro elmi lucenti ben allacciati; anche loro erano dediti al saccheggio. Tutt'a un tratto videro la dama avvicinarsi alla guida dei tre cavalli, ed Erec che seguiva dietro. Non appena li videro, si divisero l'equipaggiamento tra loro, proprio come se ne avessero già preso possesso. La cupidigia è una brutta cosa. Ma non andò come si aspettavano; perché fu opposta una vigorosa difesa. Molto di ciò che un folle pianifica non viene eseguito, e molti uomini mancano ciò che pensano di ottenere. Così accadde loro in questo attacco. Uno disse che avrebbe preso la fanciulla o perso la vita nel tentativo; e un altro disse che il destriero pomellato sarebbe stato suo, e che si sarebbe accontentato di quello. Il terzo disse che avrebbe preso il cavallo nero. "E quello bianco per me", disse il quarto. Il quinto non fu affatto da meno e giurò che avrebbe avuto il cavallo e le armi del cavaliere stesso. Voleva vincerli da solo e avrebbe voluto attaccarlo per primo, se gli avessero dato il permesso: e glielo diedero volentieri. Poi li lascia e cavalca avanti su un buon e agile destriero. Erec lo vide, ma fece finta di non averlo ancora notato. Quando Enide li vide, il suo cuore sussultò per la paura e il grande sgomento. "Ahimè!" disse, "non so cosa dire o fare; perché il mio signore mi minaccia severamente e dice che mi punirà se gli rivolgerò una parola. Ma se il mio signore fosse morto ora, non ci sarebbe conforto per me. Sarei uccisa e trattata duramente. Dio! il mio signore non li vede! Perché, dunque, esito, pazza come sono? Sono davvero troppo avara di parole, quando non gli ho già parlato. So bene che quelli che stanno arrivando laggiù sono intenti a qualche azione malvagia. E Dio! come gli parlerò? Mi ucciderà. Bene, lasciate che mi uccida! Eppure non mancherò di parlargli". Poi lo chiama dolcemente: "Sire!" "Cosa?" dice lui, "cosa vuoi?" "Perdono, sire. Voglio dirvi che cinque cavalieri sono emersi dal boschetto laggiù, dei quali ho una paura mortale. Avendoli notati, sono dell'opinione che intendano combattere con voi. Quattro di loro sono rimasti indietro e l'altro viene verso di voi veloce quanto il suo destriero può portarlo. Temo ogni momento che vi colpisca. È vero, i quattro sono rimasti indietro; ma comunque non sono lontani e lo aiuteranno rapidamente, se dovesse sorgere il bisogno". Erec risponde: "Hai avuto un cattivo pensiero quando hai trasgredito il mio comando, una cosa che ti avevo vietato. E tuttavia sapevo bene che non avevi stima di me. Il tuo servizio è stato mal impiegato; perché non ha risvegliato la mia gratitudine, ma piuttosto acceso maggiormente la mia ira. Te l'ho detto una volta e lo dico ancora. Questa volta ti perdonerò ancora; ma un'altra volta trattieniti e non voltarti di nuovo a guardarmi: perché facendo così saresti molto sciocca. Non gradisco le tue parole". Poi sprona attraverso il campo verso il suo avversario e si scontrano. Ognuno cerca e assale l'altro. Erec lo colpisce con tale forza che lo scudo vola via dal suo collo, e così gli spezza la clavicola. Le sue staffe si rompono ed egli cade senza la forza di rialzarsi, perché era gravemente contuso e ferito. Uno degli altri apparve allora e si attaccano ferocemente. Senza difficoltà Erec spinge l'acciaio affilato e ben forgiato nel suo collo sotto il mento, recidendo così le ossa e i nervi. Dietro la nuca la lama sporge e il sangue rosso caldo scorre giù da entrambi i lati dalla ferita. Egli rende lo spirito e il suo cuore è immobile. Il terzo esce dal suo nascondiglio dall'altra parte di un guado. Dritto attraverso l'acqua, avanza. Erec sprona in avanti e lo incontra prima che uscisse dall'acqua, colpendolo così forte che abbatte sia il cavaliere che il cavallo. Il destriero rimase sopra il corpo abbastanza a lungo da farlo annegare nel ruscello, e poi lottò finché con difficoltà non riuscì a rimettersi in piedi. Così ne conquistò tre, quando gli altri due ritennero saggio abbandonare il conflitto e non misurarsi con lui. In fuga seguono il ruscello, ed Erec dietro di loro al caldo inseguimento, finché non ne colpisce uno sulla spina dorsale così forte da gettarlo in avanti sull'arcione della sella. Mette tutta la sua forza nel colpo e spezza la sua lancia sul suo corpo, così che il tizio cade a capofitto. Erec gli fa pagare caro la lancia che ha spezzato su di lui e sguaina la spada dal fodero. Il tizio si rialzò imprudentemente; perché Erec gli diede tre colpi tali da placare la sete della sua spada col suo sangue. Gli recide la spalla dal corpo, così che cadde a terra. Poi, con la spada sguainata, attaccò l'altro, mentre cercava di scappare senza compagnia o scorta. Quando vede Erec inseguirlo, è così spaventato che non sa cosa fare: non osa affrontarlo e non può voltarsi; deve lasciare il suo cavallo, perché non ha più fiducia in lui. Getta via scudo e lancia e scivola dal cavallo a terra. Quando lo vide in piedi, Erec non si curò più di inseguirlo, ma si chinò per la lancia, non volendo lasciarla, a causa della propria che era stata spezzata. Porta via la sua lancia e se ne va, non lasciando indietro i cavalli: li cattura tutti e cinque e li porta via. Enide ebbe un gran da fare a condurli tutti; perché egli li consegna tutti e cinque a lei insieme agli altri tre, e le comanda di andare avanti svelta e di astenersi dal rivolgergli la parola affinché non le venga alcun male o danno. Così lei non risponde una parola, ma piuttosto tace; e così vanno, conducendo con loro tutti e otto i cavalli.

Cavalcarono fino al calar della notte senza incontrare alcuna città o rifugio. Quando arrivò la notte, si rifugiarono sotto un albero in un campo aperto. Erec ordina alla sua dama di dormire, e lui farà la guardia. Ella risponde che non lo farà, perché non è giusto, e non desidera farlo. Spetta a lui dormire, che è più stanco. Molto compiaciuto di ciò, Erec acconsente. Sotto la sua testa pose lo scudo, e la dama prese il suo mantello e lo stese sopra di lui dalla testa ai piedi. Così egli dormì ed ella fece la guardia, senza mai appisolarsi per tutta la notte, ma tenendo strette in mano le briglie dei cavalli fino al sorgere del mattino; e molto biasimò e rimproverò se stessa per le parole che aveva pronunciato, e disse di aver agito male e di non essere trattata nemmeno la metà di quanto meritasse. "Ahimè", disse, "in che ora malvagia ho testimoniato il mio orgoglio e la mia presunzione! Avrei dovuto sapere senza dubbio che non c'era cavaliere migliore di, o così buono come, il mio signore. Lo sapevo bene anche prima, ma ora lo so meglio. Perché ho visto con i miei occhi come non abbia tremato davanti a tre o persino cinque uomini armati. Una piaga per sempre sulla mia lingua per aver pronunciato tale orgoglio e insulto che ora mi costringono a soffrire la vergogna!" Per tutta la notte così si lamentò fino all'alba. Erec si alza presto e di nuovo prendono la strada, lei davanti e lui dietro. A mezzogiorno un giovane scudiero li incontrò in una piccola valle, accompagnato da due compagni che portavano focacce, vino e ricchi formaggi autunnali per coloro che stavano falciando il fieno nei prati appartenenti al conte Galoain. Lo scudiero era un tipo sveglio, e quando vide Erec ed Enide, che arrivavano dalla direzione dei boschi, comprese che dovevano aver passato la notte nella foresta e non aver avuto nulla da mangiare o da bere; perché nel raggio di un giorno di cammino non c'era città, borgo o torre, nessun luogo fortificato o abbazia, ospizio o luogo di rifugio. Così formò un onesto proposito e rivolse i suoi passi verso di loro, salutandoli cortesemente e dicendo: "Sire, presumo che abbiate avuto una dura esperienza la scorsa notte. Sono certo che non abbiate dormito e abbiate passato la notte in questi boschi. Vi offro un po' di questa focaccia bianca, se vi aggrada mangiarne. Non lo dico nella speranza di una ricompensa: perché non chiedo e non pretendo nulla da voi. Le focacce sono fatte di buon grano; ho anche buon vino e ricchi formaggi, una tovaglia bianca e belle brocche. Se avete voglia di pranzare, non dovete cercare oltre. Sotto questi faggi bianchi, qui sull'erba verde, potreste deporre le armi e riposarvi un poco. Il mio consiglio è che smontiate". Erec scese da cavallo e disse: "Bel gentile amico, vi ringrazio cordialmente: mangerò qualcosa, senza andare oltre". Il giovane sapeva bene cosa fare: aiutò la dama a scendere da cavallo, e i ragazzi che erano venuti con lo scudiero tennero i destrieri. Poi vanno a sedersi all'ombra. Lo scudiero libera Erec dall'elmo, slaccia il boccaglio dal suo viso; poi stende la tovaglia davanti a loro sul fitto tappeto erboso. Passa loro la focaccia e il vino, e prepara e taglia un formaggio. Affamati com'erano, si servirono e bevvero volentieri del vino. Lo scudiero li serve e non omette alcuna attenzione. Quando ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Erec fu cortese e generoso. "Amico", dice, "come ricompensa, desidero farvi dono di uno dei miei cavalli. Prendete quello che vi piace di più. E vi prego che non sia un disagio per voi tornare in città e preparare lì un buon alloggio". E lui risponde che farà volentieri tutto ciò che è sua volontà. Poi va verso i cavalli e, slegandoli, sceglie il pomellato e lo ringrazia; perché questo sembra essere il migliore. Salta su dalla staffa sinistra e, lasciandoli entrambi lì, cavalca verso la città a tutta velocità, dove ingaggia un alloggio adatto. Ora ecco! è di nuovo di ritorno: "Ora montate, sire, velocemente", dice, "perché avete un ottimo alloggio pronto". Erec montò, e poi la sua dama, e, poiché la città era vicina, raggiunsero presto il loro luogo di alloggio. Lì furono ricevuti con gioia. L'oste li accolse con gentilezza e con gioia e letizia provvide generosamente alle loro necessità.

Quando lo scudiero ebbe reso loro tutto l'onore che gli fu possibile, venne e rimontò sul suo cavallo, conducendolo davanti al palazzo del Conte verso la stalla. Il Conte e tre dei suoi vassalli si stavano sporgendo dal palazzo, quando il Conte, vedendo il suo scudiero in groppa al destriero pomellato, gli chiese di chi fosse. Ed egli rispose che era suo. Il Conte, grandemente stupito, dice: "Com'è possibile? Dove lo hai preso?" "Un cavaliere che stimo altamente me lo ha donato, sire", dice egli. "L'ho condotto entro questa città, ed è alloggiato presso la casa di un borghese. È un cavaliere assai cortese e il più bell'uomo che io abbia mai visto. Anche se vi avessi dato la mia parola e il mio giuramento, non potrei nemmeno a metà dirvi quanto sia bello." Il Conte risponde: "Suppongo e presumo che non sia più bello di me." "Sulla mia parola, sire", dice il sergente, "voi siete assai bello e un gentiluomo. Non vi è cavaliere in questo paese, nativo di questa terra, che voi non superiate in avvenenza. Ma oso sostenere riguardo a costui che egli è più bello di voi, se non fosse per il fatto che è battuto nero e blu sotto l'usbergo, e contuso. Nella foresta ha combattuto da solo contro otto cavalieri, e ne conduce via gli otto cavalli. E viene con lui una dama così bella che mai dama fu bella la metà di lei."

Quando il Conte ode queste notizie, gli prende il desiderio di andare a vedere se ciò sia vero o falso. "Non ho mai udito una cosa simile", dice; "conducimi ora al suo alloggio, poiché certamente desidero sapere se tu menta o dica la verità." Egli risponde: "Molto volentieri, sire. Questa è la via e il sentiero da seguire, poiché non è lontano da qui." "Sono ansioso di vederli", dice il Conte. Allora egli scende, e lo scudiero smonta dal suo cavallo, e fa montare il Conte al suo posto. Poi corse avanti per dire a Erec che il Conte stava venendo a fargli visita. L'alloggio di Erec era davvero ricco, del tipo a cui era abituato. C'erano molti ceri e candele accesi tutt'intorno. Il Conte venne accompagnato da soli tre compagni. Erec, che era di modi graziosi, si alzò per incontrarlo ed esclamò: "Benvenuto, sire!" E il Conte ricambiò il suo saluto. Si sedettero entrambi fianco a fianco su un morbido divano bianco, dove conversano l'uno con l'altro. Il Conte gli fa un'offerta e lo esorta a consentire di accettare da lui una garanzia per il pagamento delle sue spese in città. Ma Erec non degna di accettare, dicendo di essere ben provvisto di denaro e di non aver bisogno di accettare nulla da lui. Parlano a lungo di molte cose, ma il Conte getta costantemente lo sguardo nell'altra direzione, dove scorse la dama. A causa della sua manifesta bellezza, fissò tutto il suo pensiero su di lei. La guardò quanto più poté; la desiderò, e lei gli piacque così tanto che la sua bellezza lo riempì d'amore. Molto astutamente chiese a Erec il permesso di parlare con lei. "Sire", dice, "vi chiedo un favore, e possa non dispiacervi. Come atto di cortesia e come piacere, vorrei sedermi al fianco di quella dama. Con buone intenzioni sono venuto a vedere entrambi, e non dovreste vedervi alcun male. Desidero presentare alla dama il mio servizio in ogni aspetto. Sappiate bene che per amore vostro farei tutto ciò che può piacerle." Erec non era affatto geloso e non sospettava alcun male o tradimento. "Sire", dice, "non ho obiezioni. Potete sedervi e parlare con lei. Non pensate che io abbia qualcosa in contrario. Vi do il permesso volentieri." La dama era seduta a circa due lunghezze di lancia di distanza da lui. E il Conte prese posto vicino a lei su uno sgabello basso. Prudente e cortese, la dama si volse verso di lui. "Ahimè", disse egli, "quanto sono addolorato nel vedervi in un tale stato umile! Mi dispiace e provo grande afflizione. Ma se voleste credere alla mia parola, potreste avere onore e grande vantaggio, e molta ricchezza vi perverrebbe. Una bellezza come la vostra ha diritto a grande onore e distinzione. Vi farei mia amante, se vi piacesse e fosse vostra volontà; sareste la mia cara amante e signora su tutta la mia terra. Quando degno di corteggiarvi così, non dovreste disdegnare la mia richiesta. So e percepisco che il vostro signore non vi ama e non vi stima. Se vorrete rimanere con me, sareste accoppiata a un degno signore." "Sire", dice Enide, "la vostra proposta è vana. Non può essere. Ah! meglio che io fossi ancora non nata, o bruciata su un fuoco di spine e le mie ceneri sparse lontano, piuttosto che io debba mai in alcun modo essere falsa verso il mio signore, o concepire alcuna fellonia o tradimento verso di lui. Avete commesso un grande errore nel farmi una tale proposta. Non vi acconsentirò in alcun modo." L'ira del Conte cominciò a salire. "Disdegnate di amarmi, dama?" dice egli; "sulla mia parola, siete troppo orgogliosa. Né per lusinga né per preghiera volete fare la mia volontà? È sicuramente vero che l'orgoglio di una donna monta più la si prega e la si lusinga; ma chiunque la insulti e la disonori spesso la troverà più trattabile. Vi do la mia parola che se non farete la mia volontà ci sarà presto del gioco di spada qui. A torto o a ragione, farò uccidere il vostro signore proprio qui davanti ai vostri occhi." "Ah, sire", dice Enide, "c'è un modo migliore di quello che dite. Commettereste un atto malvagio e traditore se lo uccideste così. Calmatevi di nuovo, vi prego; poiché farò il vostro piacere. Potete considerarmi tutta vostra, poiché sono vostra e desidero esserlo. Non ho parlato come ho fatto per orgoglio, ma per imparare e provare se potessi trovare in voi il vero amore di un cuore sincero. Ma non vorrei a nessun prezzo che commetteste un atto di tradimento. Il mio signore non è in guardia; e se doveste ucciderlo così, compireste un atto assai brutto, e io ne avrei la colpa. Ognuno nel paese direbbe che è stato fatto con il mio consenso. Andate e riposate fino al domani, quando il mio signore starà per alzarsi. Allora potrete meglio fargli del male senza colpa e senza rimprovero." Con i pensieri del suo cuore le sue parole non concordano. "Sire", dice, "credetemi ora! Non abbiate ansia; ma mandate qui domani i vostri cavalieri e scudieri e fate che mi portino via con la forza. Il mio signore correrà in mia difesa, poiché egli è abbastanza orgoglioso e audace. Sia per gioco che per davvero, fatelo catturare e trattare male, o tagliategli la testa, se volete. Ho condotto questa vita ormai abbastanza a lungo; a dir la verità, non mi piace la compagnia di questo mio signore. Piuttosto vorrei sentire il vostro corpo giacere accanto a me in un letto. E poiché siamo giunti a questo punto, del mio amore potete stare certo." Il Conte risponde: "Va bene, mia signora! Dio benedica l'ora in cui siete nata; in grande stato sarete tenuta." "Sire", dice lei, "davvero, lo credo. E tuttavia vorrei avere la vostra parola che mi terrete sempre cara; non potrei credervi altrimenti." Lieto e allegro, il Conte risponde: "Ecco, la mia fede vi impegnerò lealmente come un Conte, Madame, che farò tutti i vostri ordini. Non abbiate ulteriore timore di ciò. Tutto ciò che volete avrete sempre." Allora lei prese la sua parola data; ma poco la valutava o se ne curava, se non per salvare con essa il suo signore. Bene sa come ingannare uno sciocco, quando vi pone la mente. Meglio sarebbe mentirgli che far sì che il suo signore venisse stroncato. Il Conte ora si alzò dal suo fianco, e la raccomanda a Dio cento volte. Ma di poca utilità gli sarà la fede che lei gli ha promesso. Erec non sapeva nulla di tutto ciò che stavano tramando per operare la sua morte; ma Dio potrà prestargli aiuto, e penso che lo farà. Ora Erec è in grande pericolo, e non sa che deve stare in guardia. Le intenzioni del Conte sono assai vili nel pianificare di rubare sua moglie e ucciderlo quando è senza difesa. In veste traditrice prende congedo: "A Dio vi raccomando", dice, ed Erec risponde: "E così faccio io voi, sire." Così si separarono. Già una buona parte della notte era passata. Fuori mano, in una delle stanze, due letti furono fatti sul pavimento. In uno di essi Erec si corica, nell'altro Enide andò a riposare. Piena di dolore e ansia, non chiuse mai occhio quella notte, ma rimase in veglia per il bene del suo signore; poiché da ciò che aveva visto del Conte, sapeva che era pieno di malvagità. Sa benissimo che se egli prende una volta possesso del suo signore, non mancherà di fargli del male. Può essere certo di essere ucciso: così per lui è in angoscia. Tutta la notte deve restare a vegliare; ma prima dell'alba, se può far sì che accada, e se il suo signore vorrà prenderle fede, saranno pronti a partire.

Erec dormì tutta la notte tranquillamente fino al giorno. Allora Enide comprese e sospettò che potesse esitare troppo a lungo. Il suo cuore era tenero verso il suo signore, come una buona e leale dama. Il suo cuore non era né ingannevole né falso. Così si alza e si prepara, e si avvicinò al suo signore per svegliarlo. "Ah, sire", dice, "vi chiedo perdono. Alzatevi presto ora, poiché siete tradito senza alcun dubbio, sebbene innocente e libero da qualsiasi crimine. Il Conte è un comprovato traditore, e se riesce a prendervi qui, non ve ne andrete mai senza che vi abbia fatto a pezzi. Vi odia perché desidera me. Ma se piace a Dio, che conosce tutte le cose, non sarete né ucciso né catturato. Ieri sera vi avrebbe ucciso se non gli avessi assicurato che sarei stata la sua amante e la sua sposa. Lo vedrete tornare qui presto: vuole rapirmi e tenermi qui e uccidervi se può trovarvi." Ora Erec apprende quanto sua moglie sia leale verso di lui. "Dama", dice, "fate sellare presto i nostri cavalli; poi correte a chiamare il nostro ospite, e ditegli presto di venire qui. Il tradimento è stato a lungo in giro." Ora i cavalli sono sellati, e la dama convocò l'oste. Erec si era armato e vestito, e al suo cospetto venne l'oste. "Sire", disse, "che fretta è questa, che siete alzato a un'ora tale, prima che il giorno e il sole appaiano?" Erec risponde che ha una lunga strada e un'intera giornata davanti a sé, e perciò si è preparato a partire, avendolo molto in mente; e aggiunse: "Sire, non mi avete ancora consegnato alcun resoconto delle mie spese. Mi avete ricevuto con onore e gentilezza, e in ciò grande merito vi ridonda. Cancellate il mio debito con questi sette cavalli che ho portato qui con me. Non disdegnateli, ma teneteli per voi. Non posso aumentare il mio dono verso di voi di quanto valga una cavezza." Il borghese fu deliziato da questo dono e si inchinò profondamente, esprimendo i suoi ringraziamenti e gratitudine. Allora Erec monta e prende congedo, e si mettono in cammino. Mentre cavalcano, egli avverte frequentemente Enide che se vede qualcosa non dovrebbe essere così audace da parlargliene. Nel frattempo, entrò in casa un centinaio di cavalieri ben armati, e assai sgomenti furono nel trovare Erec non più lì. Allora il Conte apprese che la dama lo aveva ingannato. Scoprì le impronte dei cavalli, e tutti seguirono la traccia, il Conte minacciando Erec e giurando che, se riesce a raggiungerlo, nulla potrà impedirgli di fargli avere la testa sul posto. "Maledetto chi ora indugia, e non sprona veloce!" disse egli; "chi mi presenta la testa del cavaliere che odio così amaramente, mi avrà servito secondo il mio gusto." Poi si tuffano a massima velocità, pieni di ostilità verso colui che non aveva mai posato gli occhi su di loro e non aveva mai fatto loro alcun male con azioni o parole. Cavalcano avanti finché non lo scorsero; al limitare di una foresta lo vedono prima che fosse nascosto dagli alberi della foresta. Nemmeno uno di loro si fermò allora, ma tutti si precipitarono in rivalità. Enide ode il clangore e il rumore delle loro armi e cavalli, e vede che la valle ne è piena. Appena li vide, non poté trattenere la lingua. "Ah, sire", grida, "ahimè, come questo Conte vi ha attaccato, quando conduce contro di voi una tale schiera! Sire, cavalcate più veloce ora, finché non siamo dentro questo bosco. Penso che possiamo facilmente seminarli, poiché sono ancora molto indietro. Se continuate a questo passo, non potrete mai sfuggire alla morte, poiché non siete alla loro altezza." Erec risponde: "Poca stima avete per me, e leggermente tenete le mie parole. Sembra che io non possa correggervi con una richiesta gentile. Ma come il Signore abbia pietà di me finché non sfuggo da qui, giuro che pagherete cara questa vostra parlantina; cioè, a meno che la mia mente non cambi." Poi si volta dritto, e vede il siniscalco avvicinarsi su un cavallo forte e veloce. Davanti a tutti loro prende posizione alla distanza di quattro tiri di balestra. Non si era disfatto delle sue armi, ma era equipaggiato assai bene. Erec calcola la forza dei suoi avversari, e vede che ce ne sono pienamente un centinaio. Allora colui che così lo sta pressando pensa che sarebbe meglio chiamare aiuto. Poi cavalcano l'uno verso l'altro, e colpiscono l'uno lo scudo dell'altro con grandi colpi con le loro spade affilate e taglienti. Erec fece sì che la sua robusta spada d'acciaio gli trapassasse il corpo da parte a parte, così che il suo scudo e l'usbergo non lo proteggevano più di un brandello di seta blu scuro. E poi il Conte viene spronando, che, come la storia narra, era un cavaliere forte e valoroso. Ma il Conte in ciò fu mal consigliato quando venne con solo scudo e lancia. Ripose tale fiducia nella propria prodezza che pensò di non aver bisogno di altre armi. Mostrò la sua eccessiva audacia correndo avanti a tutti i suoi uomini per più dello spazio di nove acri. Quando Erec lo vide stare solo, si volse verso di lui; il Conte non ha paura di lui, e vengono insieme con fracasso d'armi. Per prima cosa il Conte lo colpisce con tale violenza sul petto che avrebbe perso le staffe se non fosse stato ben saldo. Fa spaccare il legno del suo scudo così che il ferro della sua lancia sporge dall'altra parte. Ma l'usbergo di Erec era assai solido e lo protesse dalla morte senza lo strappo di una singola maglia. Il Conte era forte e spezza la sua lancia; allora Erec lo colpisce con tale forza sul suo scudo dipinto di giallo che gli fece scorrere più di un metro di lancia attraverso l'addome, abbattendolo privo di sensi dal suo destriero. Poi si voltò e cavalcò via senza ulteriore indugio sul posto. Dritto nella foresta sprona a tutta velocità. Ora Erec è nel bosco, e gli altri si fermarono un po' su coloro che giacevano nel mezzo del campo. Ad alta voce giurano e promettono che preferirebbero seguirlo per due o tre giorni piuttosto che mancare di catturarlo e massacrarlo. Il Conte, sebbene gravemente ferito all'addome, ode ciò che dicono. Si tira su un poco e apre gli occhi un tantino. Ora comprende quale atto malvagio aveva iniziato ad eseguire. Fa indietreggiare i cavalieri, e dice: "Miei signori, ordino a voi tutti, forti e deboli, alti e bassi, che nessuno di voi sia così audace da osare avanzare un solo passo. Tornate tutti ora velocemente! Ho compiuto un atto villano, e mi pento del mio turpe disegno. La dama che mi ha raggirato è assai onorevole, prudente e cortese. La sua bellezza mi ha infiammato d'amore per lei; poiché la desideravo, volevo uccidere il suo signore e tenerla indietro con me con la forza. Ho ben meritato questo guaio, e ora mi è giunto addosso. Quanto abominabilmente sleale e traditore sono stato nella mia follia! Mai ci fu cavaliere migliore nato di madre di lui. Mai riceverà danno attraverso me se posso in qualche modo prevenirlo. Vi comando tutti di tornare sui vostri passi." Indietro vanno sconsolati, portando il siniscalco senza vita sullo scudo rovesciato. Il Conte, la cui ferita non fu mortale, visse ancora per qualche tempo dopo. Così fu Erec liberato.

Erec se ne va a tutta carriera lungo una strada tra due siepi, lui e la sua sposa con lui. Spronando entrambi i cavalli, cavalcarono finché giunsero in un prato che era stato falciato. Dopo essere usciti dalla recinzione di siepi, si imbatterono in un ponte levatoio davanti a un'alta torre, che era interamente circondata da un muro e da un fossato largo e profondo. Attraversano rapidamente il ponte, ma non avevano fatto molta strada prima che il signore del luogo li scorgesse dall'alto della sua torre. Di quest'uomo posso dirvi la verità: che era molto piccolo di statura, ma molto coraggioso di cuore. Quando vede Erec attraversare il ponte, scende rapidamente dalla sua torre e fa mettere una sella a un suo grande destriero sauro, che mostrava effigiato un leone d'oro. Poi ordina che gli vengano portati lo scudo, la sua lancia rigida e dritta, una spada affilata e lucente, il suo elmo brillante, la sua usbergo scintillante e gli schinieri a tripla trama; poiché ha visto un cavaliere armato passare davanti ai suoi confini contro il quale desidera misurarsi in armi, o altrimenti questo straniero si misurerà contro di lui finché non confesserà la sconfitta. Il suo ordine fu rapidamente eseguito: ecco il cavallo ora condotto fuori; uno scudiero lo portò attorno già bardato e con la sella. Un altro individuo porta le armi. Il cavaliere uscì attraverso la porta, il più rapidamente possibile, tutto solo, senza compagno. Erec sta cavalcando lungo un fianco di collina, quando ecco che il cavaliere giunge scendendo di gran carriera oltre la cima del colle, montato su un potente destriero che correva a un passo tale da frantumare le pietre sotto i suoi zoccoli più finemente di quanto una macina macini il grano; e scintille luminose e luccicanti volavano in ogni direzione, tanto che sembrava che i suoi quattro piedi fossero tutti avvolti dal fuoco. Enide udì il rumore e il trambusto, e cadde quasi dal suo palafreno, impotente e svenuta. Non c'era vena nel suo corpo in cui il sangue non si fosse rivoltato, e il suo volto divenne tutto pallido e bianco come se fosse un cadavere. Grande è la sua disperazione e il suo sgomento, poiché non osa rivolgersi al suo signore, che spesso la minaccia e la rimprovera e le ordina di tacere. È distratta tra due vie da seguire, se parlare o tacere. Prende consiglio con se stessa, e spesso si prepara a parlare, cosicché la sua lingua già si muove, ma la voce non può uscirne; poiché i suoi denti sono serrati per la paura, e così chiudono il suo discorso all'interno. Così si ammonisce e si rimprovera, ma chiude la bocca e digrigna i denti affinché la sua parola non possa uscire. In lotta con se stessa, disse: "Sono certa e sicura che incorrerò in una grave perdita, se qui perdo il mio signore. Devo dirgli tutto, allora, apertamente? Non io. Perché no? Non oserei, poiché così farei infuriare il mio signore. E se l'ira del mio signore è una volta suscitata, mi lascerà in questo luogo selvaggio sola, misera e abbandonata. Allora starò peggio di adesso. Peggio? Che mi importa? Possano il dolore e la sofferenza essere sempre miei finché vivo, se il mio signore non sfugge prontamente da qui senza essere consegnato a una morte violenta. Ma se non lo informo rapidamente, questo cavaliere che sta spronando fin qui lo avrà ucciso prima che se ne accorga; poiché sembra di pessime intenzioni. Credo di aver aspettato troppo a lungo per paura del suo energico divieto. Ma non esiterò più a causa della sua restrizione. Vedo chiaramente che il mio signore è così immerso nei pensieri che dimentica se stesso; dunque è giusto che io mi rivolga a lui". Gli parlò. Egli la minaccia, ma non ha alcun desiderio di farle del male, poiché si rende conto e sa benissimo che ella lo ama sopra ogni cosa, e anche lui la ama, al massimo grado. Cavalca verso il cavaliere, che lo sfida a battaglia, e si incontrano ai piedi della collina, dove si attaccano e si sfidano. Entrambi si colpiscono a vicenda con le loro lance dalla punta di ferro con tutta la loro forza. Gli scudi che pendono dai loro colli non valgono due croste di corteccia: il cuoio si strappa, ed essi spaccano il legno, e frantumano le maglie degli usberghi. Entrambi sono trapassati fino alle viscere dalle lance, e i cavalli cadono a terra. Ora, entrambi i guerrieri erano valorosi. Gravemente, ma non mortalmente, feriti, si rimisero rapidamente in piedi e afferrarono di nuovo le loro lance, che non erano rotte né peggiorate dall'usura. Ma le gettarono a terra e, sguainando le spade dal fodero, si attaccarono l'un l'altro con grande furia. Ognuno ferisce e danneggia l'altro, poiché non c'è pietà da nessuna delle due parti. Sferrano tali colpi sugli elmi che scintille luminose volano fuori quando le loro spade rimbalzano. Spaccano e frantumano gli scudi; ammaccano e schiacciano gli usberghi. In quattro punti le spade vengono portate fino alla carne viva, cosicché sono grandemente indeboliti ed esausti. E se entrambe le loro spade fossero durate a lungo senza rompersi, non si sarebbero mai ritirati, né la battaglia sarebbe giunta a una fine prima che uno di loro fosse per forza morto. Enide, che li stava guardando, era quasi fuori di sé dal dolore. Chiunque avesse potuto vederla allora, mentre mostrava il suo grande cordoglio torcendosi le mani, strappandosi i capelli e versando lacrime, avrebbe potuto vedere una dama leale. E qualsiasi uomo sarebbe stato un volgare miserabile che avesse visto e non avesse avuto pietà di lei. E i cavalieri combattono ancora, facendo cadere i gioielli dagli elmi e sferrandosi a vicenda colpi spaventosi. Dalla terza alla nona ora la battaglia continuò così feroce che nessuno avrebbe potuto in alcun modo capire chi dovesse avere la meglio. Erec si sforza e lotta; portò la sua spada sull'elmo del nemico, fendendolo fino al rivestimento interno di maglia e facendolo vacillare; ma egli stette fermo e non cadde. Poi attaccò Erec a sua volta, e gli sferrò un colpo tale sulla copertura del suo scudo che la sua spada forte e preziosa si ruppe quando cercò di estrarla. Quando vide che la sua spada era rotta, per dispetto gettò il più lontano possibile la parte che rimaneva nella sua mano. Ora era spaventato e doveva per forza ritirarsi; poiché ogni cavaliere che manca della sua spada non può fare molta strage in battaglia o in assalto. Erec lo insegue finché non lo implora, per amor di Dio, di non ucciderlo. "Pietà, nobile cavaliere", grida, "non essere così crudele e aspro verso di me. Ora che sono rimasto senza la mia spada, hai la forza e il potere di togliermi la vita o rendermi tuo prigioniero, poiché non ho mezzi di difesa". Erec risponde: "Quando tu così mi supplichi vorrei sentirti ammettere apertamente se sei sconfitto e vinto. Non sarai toccato di nuovo da me se ti arrenderai a mia discrezione". Il cavaliere fu lento a rispondere. Così, quando Erec lo vide esitare, per sgomentarlo ulteriormente, lo attaccò di nuovo, scagliandosi contro di lui con la spada sguainata; al che, completamente terrorizzato, gridò: "Pietà, signore! Consideratemi vostro prigioniero, poiché non può essere altrimenti". Erec risponde: "Più di questo è necessario. Non ve la caverete così facilmente. Ditemi il vostro rango e il vostro nome, e io a mia volta vi dirò il mio". "Signore", dice lui, "avete ragione. Io sono re di questo paese. I miei vassalli sono irlandesi, e non ce n'è nessuno che non debba pagarmi tributo. Il mio nome è Guivret il Piccolo. Sono molto ricco e potente; poiché non c'è proprietario terriero le cui terre tocchino le mie in nessuna direzione che trasgredisca il mio comando e che non faccia il mio piacere. Non ho vicino che non mi tema, per quanto orgoglioso e audace possa essere. Ma desidero grandemente essere vostro confidente e amico d'ora in avanti". Erec risponde: "Anche io posso vantarmi di essere un uomo nobile. Il mio nome è Erec, figlio di Re Lac. Mio padre è re del Galles ulteriore, e ha molte ricche città, belle sale e forti borgate; nessun re o imperatore ne ha più di lui, se non il solo Re Artù. Lui, naturalmente, eccettuo; poiché con lui nessuno può paragonarsi". Guivret ne è grandemente stupito, e dice: "Signore, un grande prodigio è questo che sento. Non sono mai stato così felice di nulla come della vostra conoscenza. Potete riporre piena fiducia in me! E se vi piacesse dimorare nel mio paese all'interno delle mie tenute, vi farò trattare con grande onore. Finché vi curerete di rimanere qui, sarete riconosciuto come mio signore. Entrambi abbiamo bisogno di un medico, e ho un mio castello qui vicino, non a otto leghe di distanza, né a sette. Desidero condurvi lì con me, e lì faremo curare le nostre ferite". Erec risponde: "Vi ringrazio per ciò che ho sentito dire da voi. Tuttavia, non verrò, grazie. Ma solo questo vi chiedo, che se dovessi aver bisogno, e voi sentiste che ho avuto bisogno di aiuto, non mi dimentichereste allora". "Signore", dice lui, "vi prometto che mai, finché sarò in vita, avrete bisogno del mio aiuto senza che io venga subito ad aiutarvi con tutta l'assistenza che posso comandare". "Non ho nient'altro da chiedervi", dice Erec; "mi avete promesso molto. Voi siete ora mio signore e amico, se la vostra azione sarà buona quanto la vostra parola". Poi ognuno bacia e abbraccia l'altro. Mai ci fu un commiato così affettuoso dopo una battaglia così feroce; poiché per grande affetto e generosità ognuno tagliò lunghe, larghe strisce dal fondo della sua camicia e fasciò le ferite dell'altro. Quando si furono così bendati a vicenda, si raccomandarono l'un l'altro a Dio.

Così dunque si separarono. Guivret riprende il suo cammino da solo, mentre Erec riprende la strada, con un disperato bisogno di impiastri con cui curare le sue ferite. Non smise di viaggiare finché non giunse a una pianura accanto a una selva elevata, piena di cervi, cerve, daini, femmine di cervo e ogni sorta di selvaggina. Ora, Re Artù, la Regina e i migliori dei suoi baroni erano giunti lì proprio quel giorno. Il Re desiderava trascorrere tre o quattro giorni nella foresta per piacere e diletto, e aveva ordinato che fossero portate tende, padiglioni e baldacchini. Messere Gawain era entrato nella tenda del Re, tutto stanco per una lunga cavalcata. Davanti alla tenda sorgeva un faggio bianco, e lì aveva lasciato uno scudo, insieme alla sua lancia di frassino. Lasciò il suo destriero, tutto sellato e brigliato, legato a un ramo per la redine. Lì il cavallo stette finché non passò Kay il siniscalco. Egli giunse in fretta e, come per ingannare il tempo, prese il destriero e lo cavalcò, senza l'interferenza di alcuno. Prese anche la lancia e lo scudo, che erano lì vicino sotto l'albero. Galoppando sul destriero, Kay cavalcò lungo una valle finché avvenne per caso che Erec lo incontrasse. Ora, Erec riconobbe il siniscalco e conosceva le armi e il cavallo, ma Kay non riconobbe lui, poiché non poteva essere distinto dalle sue armi. Così tanti colpi di spada e lancia aveva ricevuto sul suo scudo che ogni disegno dipinto era scomparso da esso. E la dama, che non voleva essere vista o riconosciuta da lui, astutamente teneva il velo davanti al viso, come se lo facesse per via del riverbero del sole e della polvere. Kay si avvicinò rapidamente e immediatamente afferrò la redine di Erec, senza nemmeno salutarlo. Prima di lasciarlo muovere, gli chiese presuntuosamente: "Cavaliere", dice, "voglio sapere chi siete e da dove venite". "Dovete essere pazzo a fermarmi così", dice Erec; "non lo saprete proprio ora". E l'altro risponde: "Non adiratevi; ve lo chiedo solo per il vostro bene. Posso vedere e distinguere chiaramente che siete ferito e sofferente. Se verrete con me, avrete un buon alloggio questa notte; farò in modo che siate ben curato, onorato e messo a vostro agio: poiché avete bisogno di riposo. Re Artù e la Regina sono qui vicino in un bosco, alloggiati in padiglioni e tende. In tutta buona fede, vi consiglio di venire con me a vedere la Regina e il Re, che trarranno molto piacere da voi e vi faranno grande onore". Erec risponde: "Dite bene; tuttavia non andrò là per nulla al mondo. Non sapete quale sia il mio affare: devo ancora proseguire oltre per la mia strada. Ora lasciatemi andare; troppo a lungo mi trattengo. C'è ancora un po' di luce del giorno". Kay fa risposta: "Parlate da pazzo quando rifiutate di venire. Credo che ve ne pentirete. E per quanto possa essere contro la vostra volontà, andrete entrambi, come il prete va al concilio, volenti o nolenti. Stanotte sarete serviti male se, dimentichi del mio consiglio, vi recherete là come stranieri. Venite ora in fretta, perché vi condurrò io". A questa parola l'ira di Erec si ridestò. "Vassallo", dice, "siete pazzo a trascinarmi così dietro di voi con la forza. Mi avete colto del tutto impreparato. Vi dico che avete commesso un'offesa. Poiché pensavo di essere del tutto al sicuro, e non ero in guardia contro di voi". Poi posa la mano sulla sua spada e grida: "Giù le mani dalla mia briglia, vassallo! Fatevi da parte. Vi considero orgoglioso e insolente. Vi colpirò, siatene certo, se mi trascinerete ancora dietro di voi. Lasciatemi stare ora". Allora egli lo lascia andare, e si allontana attraverso il campo per più della larghezza di un acro; poi si gira e, come un uomo con cattive intenzioni, lancia la sua sfida. Ognuno si precipitò verso l'altro. Ma, poiché Kay era senza armatura, Erec agì cortesemente e girò la punta della sua lancia presentando invece la parte posteriore. Eppure, gli diede un colpo tale in alto sull'ampia estensione del suo scudo che lo fece ferire alla tempia, inchiodandogli il braccio al petto: tutto prono lo getta a terra. Poi andò a prendere il cavallo e lo consegna per la briglia a Enide. Stava per portarlo via, quando l'uomo ferito, con la sua solita adulazione, lo prega di restituirglielo cortesemente. Con belle parole lo adula e lo blandisce. "Vassallo", dice, "così mi aiuti Dio, quel cavallo non è mio. Piuttosto appartiene a quel cavaliere in cui risiede la maggiore prodezza del mondo, messere Gawain il Prode. Vi dico tanto a suo nome, affinché possiate rimandarglielo e così ottenere onore. Così sarete cortese e saggio, e io sarò il vostro messaggero". Erec fa risposta: "Prendete il cavallo, vassallo, e portatelo via. Poiché appartiene al mio signore Gawain, non è bene che io me ne appropri". Kay prende il cavallo, rimonta e, giunto alla tenda reale, racconta al Re tutta la verità, senza nascondere nulla. E il Re convocò Gawain, dicendo: "Bel nipote Gawain, se mai foste leale e cortese, andate presto dietro di lui e chiedetegli in modo accattivante chi sia e quale sia il suo affare. E se potete influenzarlo e portarlo con voi da noi, badate di non mancare di farlo". Allora Gawain monta sul suo destriero, seguito da due scudieri. Presto scorsero Erec, ma non lo riconobbero. Gawain lo saluta, ed egli Gawain: i loro saluti furono reciproci. Poi disse messere Gawain con la sua solita franchezza: "Sire", dice, "Re Artù mi manda lungo questa via per incontrarvi. La Regina e il Re vi mandano il loro saluto, e vi pregano urgentemente di venire a trascorrere un po' di tempo con loro (può giovarvi e non può nuocere), dato che sono qui vicino". Erec risponde: "Sono molto obbligato al Re e alla Regina e a voi che siete, a quanto pare, sia di buon cuore che di modi gentili. Non sono in uno stato vigoroso; piuttosto porto ferite dentro il mio corpo: tuttavia non mi discosterò dalla mia via per cercare un luogo di alloggio. Quindi non dovete attendere oltre: vi ringrazio, ma potete andare". Ora, Gawain era uomo di senno. Si ritira e sussurra all'orecchio di uno degli scudieri, ordinandogli di andare in fretta a dire al Re di prendere provvedimenti immediati per smontare e abbassare le sue tende e venire a piantarle nel mezzo della strada, tre o quattro leghe più avanti di dove si trovano ora. Lì il Re deve alloggiare stanotte, se desidera incontrare ed estendere l'ospitalità al miglior cavaliere in verità che possa mai sperare di vedere; ma che non si discosterà dalla sua strada per un alloggio su richiesta di alcuno. Il compagno andò e diede il suo messaggio. Il Re senza indugio fa smontare le sue tende. Ora sono abbassate, i somieri caricati, e partono. Il Re montò Aubagu, e la Regina montò successivamente su un palafreno bianco norreno. Per tutto questo tempo, messere Gawain non smise di trattenere Erec, finché quest'ultimo gli disse: "Ieri ho coperto più terreno di quanto farò oggi. Sire, mi infastidite; lasciatemi andare. Avete già disturbato una buona parte della mia giornata". E messere Gawain gli risponde: "Vorrei accompagnarvi per un breve tratto, se non vi dispiace; poiché è ancora molto tempo prima della notte". Trascorsero così tanto tempo a parlare che tutte le tende furono montate davanti a loro, ed Erec le vede, e percepisce che il suo alloggio è organizzato per lui. "Ah! Gawain", dice, "la vostra astuzia mi ha superato. Con la vostra grande scaltrezza mi avete trattenuto qui. Poiché è andata così, vi dirò il mio nome subito. Un ulteriore occultamento sarebbe inutile. Sono Erec, che un tempo fui vostro compagno e amico". Gawain lo sente e immediatamente lo abbraccia. Gli sollevò l'elmo e gli slacciò il boccaglio. Gioiosamente lo stringe nel suo abbraccio, mentre Erec lo abbraccia a sua volta. Poi Gawain lo lascia, dicendo: "Sire, questa notizia darà grande piacere al mio signore; lui e la mia signora saranno entrambi lieti, e io devo andare avanti per riferire loro. Ma prima devo abbracciare e dare il benvenuto e parlare confortevolmente alla mia signora Enide, vostra moglie. La mia signora la Regina ha un grande desiderio di vederla. L'ho sentita parlare di lei proprio ieri". Poi si avvicina a Enide e le chiede come stia, se sia bene e in buona salute. Ella fa risposta cortesemente: "Sire, non avrei motivo di dolore, se non fossi in grande angoscia per il mio signore; ma così come stanno le cose, sono sgomenta, poiché egli non ha quasi arto senza una ferita". Gawain risponde: "Questo mi addolora molto. È perfettamente evidente dal suo volto, che è tutto pallido e senza colore. Avrei potuto piangere io stesso quando l'ho visto così pallido e smunto, ma la mia gioia ha cancellato il mio dolore, poiché alla sua vista mi sono sentito così felice che ho dimenticato ogni altro dolore. Ora partite e cavalcate lentamente. Io cavalcherò avanti a tutta velocità per dire alla Regina e al Re che state seguendo dietro di me. Sono certo che saranno entrambi felici quando lo sentiranno". Poi va, e giunge alla tenda del Re. "Sire", grida, "ora voi e la mia signora dovete rallegrarvi, poiché qui vengono Erec e sua moglie". Il Re balza in piedi per la gioia. "Per mia parola!" dice, "davvero lieto io sono. Non potrei sentire nessuna notizia che possa darmi tanta felicità". La Regina e tutti gli altri gioiscono, ed escono dalle tende il più in fretta possibile. Persino il Re esce dal suo padiglione, e incontrarono Erec vicino. Quando Erec vede il Re arrivare, smonta rapidamente, e anche Enide. Il Re li abbraccia e li accoglie, e la Regina altrettanto teneramente bacia e abbraccia loro: non c'è nessuno che non mostri la sua gioia. Proprio lì, sul posto, gli tolsero l'armatura di Erec; e quando videro le sue ferite, la loro gioia si trasformò in tristezza. Il Re emette un profondo sospiro alla vista di esse, e fa portare un impiastro che Morgan, sua sorella, aveva preparato. Questo impiastro, che Morgan aveva dato ad Artù, era di tale virtù sovrana che nessuna ferita, fosse su nervo o articolazione, purché trattata con l'impiastro una volta al giorno, poteva mancare di essere completamente curata e guarita entro una settimana. Portarono al Re l'impiastro che diede a Erec grande sollievo. Quando ebbero lavato, asciugato e fasciato le sue ferite, il Re conduce lui ed Enide nella sua tenda reale, dicendo che intende, per amore di Erec, trattenersi nella foresta per una quindicina di giorni, finché non sia completamente ristabilito in salute. Di questo Erec ringrazia il Re, dicendo: "Bel sire, le mie ferite non sono così dolorose che io debba desiderare di abbandonare il mio viaggio. Nessuno potrebbe trattenermi; domani, senza indugio, vorrò partire al mattino, non appena vedrò l'alba". A questo il Re scosse il capo e disse: "Questo è un grande errore da parte vostra non rimanere con noi. So che siete tutt'altro che bene. Restate qui, e farete la cosa giusta. Sarà un grande peccato e motivo di dolore se morirete in questa foresta. Bel gentile amico, restate qui ora finché non sarete di nuovo del tutto in voi". Erec risponde: "Basti così. Ho intrapreso questo viaggio, e non mi tratterrò in alcun modo". Il Re sente che non sarebbe rimasto per preghiera sua; così non ne dice più nulla, e comanda di preparare subito la cena e di apparecchiare le tavole. I servitori vanno a fare i loro preparativi. Era un sabato sera; così mangiarono pesce e frutta, luccio e persico, salmone e trota, e poi pere sia crude che cotte. Subito dopo cena ordinarono di preparare i letti. Il Re, che teneva Erec caro, lo fece coricare in un letto da solo; poiché non voleva che alcuno giacesse con lui che potesse toccare le sue ferite. Quella notte fu ben alloggiato. In un altro letto lì vicino giaceva Enide con la Regina sotto una coperta di ermellino, e dormirono tutti in grande riposo finché il giorno non spuntò la mattina seguente.

Il giorno dopo, non appena è l'alba, Erec si alza, si veste, comanda di sellare i suoi cavalli e ordina di portargli le sue armi. I valletti corrono e gliele portano. Di nuovo il Re e tutti i cavalieri lo esortano a rimanere; ma le suppliche non servono, poiché non vuole restare per nulla. Allora avreste potuto vederli tutti piangere e mostrare un dolore tale come se già lo vedessero morto. Indossa le sue armi, ed Enide si alza. Tutti i cavalieri sono addolorati, poiché pensano che non li vedranno mai più. Li seguono fuori dalle tende, e mandano a prendere i loro cavalli, affinché possano scortarli e accompagnarli. Erec disse loro: "Non adiratevi! ma non mi accompagnerete nemmeno per un passo. Vi ringrazierò se rimarrete indietro!" Gli fu portato il suo cavallo, ed egli monta senza indugio. Prendendo il suo scudo e la sua lancia, li raccomanda tutti a Dio, ed essi a loro volta augurano bene a Erec. Poi Enide monta, e partono cavalcando.

Entrando in una foresta, cavalcarono senza fermarsi fino all'ora di prima. Mentre attraversavano così il bosco, udirono in lontananza il grido di una damigella in grande angoscia. Quando Erec udì il grido, fu certo dal suono che fosse la voce di qualcuno nei guai e bisognoso di aiuto. Chiamando immediatamente Enide, dice: "Dama, c'è qualche fanciulla che va attraverso il bosco chiamando a gran voce. Credo che sia bisognosa di aiuto e soccorso. Vado ad affrettarmi in quella direzione e vedere quale sia il suo guaio. Smontate e attendetemi qui, mentre io vado laggiù". "Volentieri, sire", dice lei. Lasciandola sola, si fa strada finché non trovò la damigella, che andava attraverso il bosco, lamentandosi per il suo amante che due giganti avevano preso e stavano conducendo via con un trattamento molto crudele. La fanciulla si stava stracciando le vesti, e strappando i capelli e il suo tenero viso cremisi. Erec la vede e, meravigliandosi grandemente, la prega di dirgli perché gridi e pianga così amaramente. La fanciulla grida e sospira ancora, poi singhiozzando, dice: "Bel sire, non c'è da meravigliarsi se soffro, poiché vorrei essere morta. Non amo né apprezzo la mia vita, poiché il mio amante è stato portato via prigioniero da due malvagi e crudeli giganti che sono i suoi nemici mortali. Dio! cosa farò? Guai a me! privata del miglior cavaliere vivente, il più nobile e il più cortese. E ora è in grande pericolo di morte. Proprio oggi, e senza causa, lo porteranno a qualche vile morte. Nobile cavaliere, per amor di Dio, vi prego di soccorrere il mio amante, se ora potete prestargli qualche aiuto. Non dovrete correre lontano, poiché devono essere ancora qui vicino". "Damigella", dice Erec, "li seguirò, dato che lo richiedete, e state certa che farò tutto ciò che è in mio potere: o sarò fatto prigioniero insieme a lui, o ve lo restituirò sano e salvo. Se i giganti lo lasceranno vivere finché non potrò trovarlo, intendo misurare la mia forza con la loro". "Nobile cavaliere", disse la fanciulla, "sarò sempre vostra serva se mi restituirete il mio amante. Ora andate in nome di Dio, e fate presto, vi supplico". "Da che parte giace il loro cammino?" "Da questa parte, mio signore. Ecco il sentiero con le impronte". Allora Erec partì al galoppo, e le disse di attenderlo lì. La fanciulla lo raccomanda al Signore, e prega Dio molto fervidamente che Gli dia forza per Suo comando per sconfiggere coloro che intendono il male verso il suo amante.

Erec partì lungo il sentiero, spronando il cavallo all'inseguimento dei giganti. Li seguì finché non li ebbe in vista prima che uscissero dal bosco; vide il cavaliere con gli arti scoperti, montato nudo su un ronzino, con mani e piedi legati come se fosse stato arrestato per brigantaggio. I giganti non avevano lance, scudi o spade affilate; ma entrambi avevano clave e fruste, con le quali lo stavano percuotendo così crudelmente che avevano già tagliato la pelle sulla sua schiena fino all'osso. Lungo i fianchi e le costole scorreva il sangue, tanto che il ronzino era tutto coperto di sangue fino al ventre. Erec giunse solo al loro inseguimento. Era molto triste e addolorato per il cavaliere che vedeva trattare in modo così malvagio. Tra due boschi, in un campo aperto, li raggiunse e chiese: "Miei signori", disse, "per quale crimine trattate quest'uomo così male e lo conducete come un comune ladro? Lo state trattando con troppa crudeltà. Lo state trascinando proprio come se fosse stato sorpreso a rubare. È un insulto mostruoso spogliare un cavaliere nudo, per poi legarlo e picchiarlo in modo così vergognoso. Consegnatemelo, ve ne prego con tutta la buona volontà e cortesia. Non ho alcun desiderio di pretenderlo da voi con la forza". "Vassallo", dicono, "che affare è mai questo per te? Devi essere pazzo a farci una simile richiesta. Se non ti sta bene, prova a migliorare le cose". Erec risponde: "In verità, non mi sta bene, e non lo condurrete via così facilmente. Dato che avete lasciato la faccenda nelle mie mani, dico che chiunque riesca a prenderne possesso se lo tenga. Prendete le vostre posizioni. Vi sfido. Non lo porterete più oltre prima che siano stati scambiati dei colpi". "Vassallo", replicano, "sei davvero pazzo a voler misurare la tua forza con la nostra. Se foste in quattro invece che uno, non avreste più forza contro di noi di un agnello contro due lupi". "Non so come andrà a finire", risponde Erec; "se il cielo crollasse e la terra si sciogliesse, allora molte allodole verrebbero catturate. Molti uomini si vantano a gran voce pur valendo poco. In guardia ora, perché sto per attaccarvi". I giganti erano forti e feroci, e tenevano nelle mani serrate le loro grosse clave cerchiate di ferro. Erec si scagliò contro di loro con la lancia in resta. Non teme nessuno dei due, nonostante la loro minaccia e il loro orgoglio, e colpisce il primo attraverso l'occhio così in profondità nel cervello che il sangue e le cervella schizzano fuori dalla nuca; quello giace morto e il suo cuore smette di battere. Quando l'altro lo vide morto, ebbe motivo di addolorarsi profondamente. Furioso, andò a vendicarlo: con entrambe le mani alzò la clava in alto e pensò di colpirlo dritto sulla testa scoperta: ma Erec vide il colpo e lo ricevette sul suo scudo. Ciononostante, il gigante assestò un colpo tale da stordirlo completamente e quasi farlo cadere a terra dal suo destriero. Erec si copre con lo scudo e il gigante, ripresosi, pensa di colpire di nuovo rapidamente alla testa. Ma Erec aveva estratto la spada e lo aveva attaccato con tale ferocia che il gigante fu duramente colpito: lo colpisce così forte sul collo che lo spacca fino all'arcione della sella. Gli sparge le viscere sulla terra e il corpo cade lungo disteso, spaccato in due metà. Il cavaliere piange di gioia e, adorando, loda Dio che gli ha mandato questo aiuto. Poi Erec lo slegò, lo fece vestire e armare, e montare su uno dei cavalli; l'altro lo fece condurre con la mano destra, e gli chiese chi fosse. E lui rispose: "Nobile cavaliere, tu sei il mio signore. Desidero considerarti come mio signore, come per diritto dovrei fare, poiché hai salvato la mia vita, che proprio ora sarebbe stata recisa dal mio corpo con grande tormento e crudeltà. Quale fortuna, bel gentile signore, in nome di Dio, ti ha guidato fin qui da me, per liberarmi con il tuo coraggio dalle mani dei miei nemici? Signore, desidero renderti omaggio. D'ora in poi, ti accompagnerò sempre e ti servirò come mio signore". Erec vede che è disposto a servirlo volentieri, se può, e dice: "Amico, non desidero il tuo servizio; ma devi sapere che sono giunto qui a soccorrerti su istanza della tua dama, che ho trovato addolorata in questo bosco. Per causa tua, lei si strugge e geme; poiché pieno di dolore è il suo cuore. Desidero presentarti a lei ora. Non appena ti avrò ricongiunto a lei, continuerò la mia strada da solo; poiché non hai motivo di venire con me. Non ho bisogno della tua compagnia; ma vorrei sapere il tuo nome". "Signore", dice lui, "come desiderate. Poiché desiderate conoscere il mio nome, non deve esservi nascosto. Il mio nome è Cadoc di Tabriol: sappiate che sono chiamato così. Ma dato che devo separarmi da voi, vorrei sapere, se possibile, chi siete e di quale terra, dove potrò trovarvi e cercarvi un giorno, quando me ne andrò di qui". Erec risponde: "Amico, questo non te lo confiderò mai. Non parlarne mai più; ma se desideri scoprirlo e rendermi onore in qualche modo, va' subito senza indugio dal mio signore, Re Artù, che con forza e vigore sta cacciando il cervo nel bosco laggiù, come credo, a non più di cinque brevi leghe da qui. Va' là rapidamente e riferiscigli che ti è stato inviato in dono da colui che ieri, dentro la sua tenda, ha gioiosamente ricevuto e ospitato. E bada bene di non nascondergli da quale pericolo ho liberato la tua vita e il tuo corpo. Sono caro alla corte, e se ti presenterai a mio nome mi farai un servizio e un onore. Lì chiederai chi sono; ma non puoi saperlo altrimenti". "Signore", dice Cadoc, "seguirò i vostri ordini in tutto e per tutto. Non dovete mai aver paura che io non ci vada con cuore lieto. Racconterò al Re l'intera verità riguardo alla battaglia che avete combattuto per mio conto". Così parlando, proseguirono il loro cammino fino a giungere dalla fanciulla dove Erec l'aveva lasciata. La gioia della damigella non ebbe confini quando vide arrivare il suo amante che mai più avrebbe pensato di rivedere. Prendendolo per mano, Erec glielo presenta con queste parole: "Non addolorarti più, damigella! Ecco il tuo amante lieto e gioioso". E lei con prudenza risponde: "Signore, di diritto avete conquistato entrambi. Vostri dovremmo essere, per servirvi e onorarvi. Ma chi potrebbe mai ripagare metà del debito che abbiamo verso di voi?". Erec risponde: "Mia gentile dama, non chiedo alcuna ricompensa da voi. A Dio affido ora entrambi, poiché troppo a lungo, mi pare, mi sono trattenuto qui". Poi gira il cavallo e cavalca via più veloce che può. Cadoc di Tabriol con la sua damigella cavalca in un'altra direzione; e presto raccontò la notizia a Re Artù e alla Regina.

Erec continua a cavalcare a grande velocità verso il luogo dove Enide lo stava attendendo in grande apprensione, pensando che sicuramente l'avesse abbandonata del tutto. E anche lui era in grande timore che qualcuno, trovandola sola, potesse averla rapita. Così si affrettò a tornare. Ma il caldo della giornata era tale, e le sue armi gli causavano tale sofferenza, che le sue ferite si riaprirono e fecero saltare le bende. Le sue ferite non smisero di sanguinare finché non giunse direttamente sul posto dove Enide lo stava attendendo. Lei lo scorse e gioì: ma non comprese né seppe il dolore di cui soffriva; poiché tutto il suo corpo era bagnato di sangue, e il suo cuore aveva a stento la forza di battere. Mentre scendeva da una collina, cadde improvvisamente sul collo del suo cavallo. Mentre cercava di raddrizzarsi, perse la sella e le staffe, cadendo, come privo di vita, in uno svenimento. Allora ebbe inizio un dolore così profondo, quando Enide lo vide cadere a terra. Piena di paura alla sua vista, corre verso di lui come chi non nasconde il proprio dolore. Grida a gran voce e si torce le mani: non un lembo della sua veste rimane intatto sul seno. Inizia a strapparsi i capelli e a lacerare il suo tenero volto. "Ah Dio!", grida, "bel gentile Signore, perché mi lasci vivere ancora? Vieni Morte, e uccidimi in fretta!". Con queste parole sviene sul suo corpo. Quando si riprese, disse a se stessa con rimprovero: "Guai a me, misera Enide; sono l'assassina del mio signore, avendolo ucciso con le mie parole. Il mio signore sarebbe ancora vivo ora, se io nella mia folle presunzione non avessi pronunciato la parola che lo ha coinvolto in questa avventura. Il silenzio non ha mai danneggiato nessuno, ma la parola spesso porta sventura. La verità di questo l'ho provato e constatato in più di un modo". Accanto al suo signore si sedette, tenendo la sua testa sulle sue ginocchia. Poi inizia di nuovo il suo lamento. "Ahimè", dice, "mio signore, infelice tu, tu che mai avesti pari; poiché in te era visibile la bellezza e il valore si manifestava; la saggezza ti aveva dato il suo cuore, e la liberalità ti aveva posto una corona, senza la quale nessuno è stimato. Ma cosa ho detto? Un grave errore ho commesso nell'pronunciare la parola che ha ucciso il mio signore — quella fatale parola avvelenata per la quale devo essere giustamente rimproverata; e riconosco e ammetto che nessuno è colpevole se non io stessa; io sola devo essere incolpata per questo". Poi, svenendo, cade a terra, e quando più tardi si rialzò, non fece altro che gemere ancora di più: "Dio, cosa farò, e perché vivere ancora? Perché la Morte indugia ed esita a venire a prendermi senza tregua? In verità, la Morte mi tiene in grande disprezzo! Poiché la Morte non si degna di togliermi la vita, devo io stessa per forza compiere la vendetta per il mio atto peccaminoso. Così morirò a dispetto della Morte, che non vuole ascoltare la mia richiesta di aiuto. Eppure, non posso morire per mero desiderio, né lamentarmi mi servirebbe a qualcosa. La spada, che il mio signore portava dorata, dovrebbe di diritto vendicare la sua morte. Non voglio più consumarmi nel dolore, nella preghiera e nel vano desiderio". Estrae la spada dal fodero e inizia a osservarla. Dio, che è pieno di misericordia, le fece indugiare un poco; e mentre ripercorre il suo dolore e la sua sventura, ecco arrivare a gran velocità un Conte con un numeroso seguito, che da lontano aveva udito le grida della dama. Dio non volle abbandonarla; poiché ora si sarebbe uccisa, se non fosse stata sorpresa da coloro che le tolsero la spada e la spinsero di nuovo nel fodero. Il Conte allora smontò da cavallo e iniziò a interrogarla riguardo al cavaliere, e se lei fosse sua moglie o la sua amata. "Entrambe le cose, signore", dice lei, "il mio dolore è tale che non posso dire. Guai a me che non sono morta". E il Conte inizia a consolarla: "Dama", dice, "per il Signore, vi prego di avere un po' di pietà di voi stessa! È giusto che voi piangiate, ma non serve essere inconsolabili; poiché potreste ancora salire a un alto rango. Non sprofondate nell'apatia, ma confortatevi; questo sarebbe saggio, e Dio vi darà di nuovo gioia. La vostra meravigliosa bellezza serba buona fortuna per voi; poiché vi prenderò come mia moglie, e vi farò contessa e dama di rango: questo dovrebbe portarvi molto conforto. E farò rimuovere il corpo e deporre con grande onore. Lasciate perdere ora questo vostro dolore che nella vostra frenesia mostrate". E lei risponde: "Signore, andatevene! Per l'amor di Dio, lasciatemi in pace! Non potete ottenere nulla qui. Nulla di ciò che si potrebbe dire o fare potrebbe mai rendermi di nuovo lieta". A questo il Conte si ritirò e disse: "Facciamo una barella, su cui trasportare via questo corpo con la dama alla città di Limors. Lì il corpo sarà sepolto. Poi sposerò la dama, che dia o meno il suo consenso: poiché mai vidi nessuno così bella, né desiderai alcuno come desidero lei. Felice sono di averla incontrata. Ora fate presto e senza indugio una degna barella per questo cavaliere morto. Non indugiate per la fatica, né per pigrizia". Allora alcuni dei suoi uomini estraggono le spade e presto tagliano due alberelli, sui quali dispongono rami incrociati. Su questa lettiga adagiarono Erec; poi vi attaccarono due cavalli. Enide cavalca al fianco, non smettendo di lamentarsi, e spesso svenendo e ricadendo; ma i cavalieri la tengono stretta, e cercano di sostenerla con le braccia, e la risollevano e la confortano. Fino a Limors scortano il corpo, finché non giungono al palazzo del Conte. Tutta la gente segue dietro di loro — dame, cavalieri e cittadini. Nel mezzo della sala, su una pedana, distesero il corpo a tutta lunghezza, con la sua lancia e lo scudo al fianco. La sala è piena, la folla è densa. Ognuno è ansioso di chiedere quale sia questo guaio, quale meraviglia sia questa. Nel frattempo il Conte si consiglia in privato con i suoi baroni. "Miei signori", dice, "su due piedi voglio sposare questa dama qui. Possiamo giudicare chiaramente dalla sua bellezza e dal suo contegno prudente che è di rango molto nobile. La sua bellezza e il suo nobile portamento mostrano che l'onore di un regno o di un impero potrebbe ben esserle conferito. Non soffrirò mai disonore per causa sua; piuttosto penso di ottenere più onore. Fate convocare ora il mio cappellano, e voi andate a prendere la dama. La metà di tutta la mia terra le darò come dote se vorrà acconsentire al mio desiderio". Allora ordinarono al cappellano di venire, in accordo con il comando del Conte, e portarono lì anche la dama, e la fecero sposare a forza; poiché lei si rifiutò categoricamente di dare il suo consenso. Ma a dispetto di tutto, il Conte la sposò secondo il suo desiderio. E quando l'ebbe sposata, il connestabile fece subito apparecchiare le tavole nel palazzo e fece preparare il cibo; poiché era già ora del pasto serale.

Dopo i vespri, quel giorno di maggio, Enide era in profondo dolore, né il suo lutto smise di tormentarla. E il Conte la esortò dolcemente con preghiere e minacce a fare pace e a consolarsi, e la fece sedere su una sedia, sebbene fosse contro la sua volontà. A dispetto di lei, la fecero sedere e le misero la tavola davanti. Il Conte prende posto dall'altra parte, quasi fuori di sé dalla rabbia per scoprire di non poterla consolare. "Dama", dice, "dovete ora abbandonare questo dolore e scacciarlo. Potete avere piena fiducia in me, che onore e ricchezze saranno vostri. Dovete sicuramente rendervi conto che il lutto non riporterà in vita i morti; poiché nessuno ha mai visto una cosa del genere accadere. Ricordate ora, sebbene povera foste, che grandi ricchezze sono alla vostra portata. Una volta eravate povera; ora sarete ricca. La Fortuna non è stata avara con voi, nel conferirvi l'onore di essere d'ora in poi chiamata Contessa. È vero che il vostro signore è morto. Se soffrite e vi lamentate per questo, pensate che io ne sia sorpreso? No. Ma vi sto dando il miglior consiglio che sappia dare. Poiché vi ho sposata, dovreste esserne contenta. Badate a non farmi arrabbiare! Mangiate ora, come vi ordino di fare". E lei risponde: "Non io, mio signore. In fede, finché vivrò non mangerò né berrò se prima non vedrò mangiare il mio signore che giace su quella pedana". "Dama, questo non potrà mai accadere. La gente penserà che siate pazza quando dite sciocchezze così grandi. Riceverete una magra ricompensa se oggi darete occasione per ulteriori rimproveri". A questo lei non diede risposta, tenendo le sue minacce in scarsa considerazione, e il Conte la colpisce sul viso. A questo lei grida, e i baroni presenti incolpano il Conte. "Fermatevi, signore!", gridano al Conte; "dovreste vergognarvi di aver colpito questa dama perché non vuole mangiare. Avete fatto un gesto molto brutto. Se questa dama è addolorata per il suo signore che vede ora morto, nessuno dovrebbe dire che ha torto". "Tacete, tutti", risponde il Conte; "la dama è mia e io sono suo, e farò di lei ciò che voglio". A questo lei non poté tacere, ma giura che non sarà mai sua. E il Conte scatta in piedi e la colpisce di nuovo, e lei grida a gran voce. "Ah! miserabile", dice, "non m'importa cosa tu mi dica, o cosa tu faccia! Non temo i tuoi colpi, né le tue minacce. Picchiami e colpiscimi, come vuoi. Non presterò mai tanta attenzione al tuo potere da fare il tuo volere, né più né meno, anche se tu con le tue mani ora volessi strapparmi gli occhi o scorticarmi viva".

Tra queste parole e dispute Erec si riebbe dal suo svenimento, come uomo che si desti dal sonno. Non c'è da stupirsi che fosse sbalordito dalla folla di gente che vedeva attorno a sé. Ma grande fu il suo dolore e grande la sua pena quando udì la voce della sua sposa. Scese dal palco sul pavimento ed estrasse rapidamente la spada. L'ira e l'amore che nutriva per la moglie gli diedero coraggio. Corse là dove la vedeva e colpì il Conte in pieno capo, tanto che gli fece schizzare via le cervella e, fracassandogli la fronte, lo lasciò senza sensi e senza parola; il sangue e le cervella ne uscirono fuori. I cavalieri balzarono dalle tavole, convinti che fosse il diavolo ad essersi fatto strada tra loro. Non ne rimase nessuno, né giovane né vecchio, poiché tutti furono presi da grande sgomento. Ognuno cercava di superare l'altro nel battere in ritirata in fretta. Presto furono tutti fuori dal palazzo, e gridavano a gran voce, deboli e forti: "Fuggite, fuggite, ecco che arriva il cadavere!" Alla porta la calca era grande: ognuno si sforzava di scappare, spingendo e urtando come meglio poteva. Chi era l'ultimo nella calca ondeggiante bramava di arrivare nella prima fila. Così riuscirono a mettersi in salvo nella fuga, perché nessuno osava fermarsi per l'andare degli altri. Erec corse a prendere lo scudo, appeselo al collo con la cinghia, mentre Enide afferrava la lancia. Poi uscirono nel cortile. Non vi fu nessuno così audace da opporre resistenza; poiché non credevano potesse essere un uomo colui che li aveva così cacciati, ma un diavolo o qualche nemico che fosse entrato nel corpo morto. Erec li inseguì mentre fuggivano e trovò fuori, nel cortile del castello, uno stalliere nell'atto di condurre il suo destriero all'abbeveratoio, tutto equipaggiato con briglia e sella. Questo incontro fortuito piacque molto a Erec: mentre si avvicinava rapidamente al cavallo, il ragazzo per paura glielo cedette subito. Erec prese posto tra gli arcioni, mentre Enide, afferrando la staffa, balzò sul collo del cavallo, come Erec, che le aveva ordinato di salire, le aveva comandato e indicato di fare. Il cavallo portò via entrambi; e trovando aperta la porta della città, fuggirono senza essere trattenuti. Nella città vi fu grande agitazione per il Conte che era stato ucciso; ma non vi fu nessuno, per quanto coraggioso, che inseguisse Erec per vendicarsi. Il Conte era stato ucciso alla sua tavola; mentre Erec, che portava via la moglie, la abbracciava, la baciava e le dava conforto. Tra le braccia la strinse al suo cuore e disse: "Mia dolce sorella, la mia prova di te è stata completa! Non darti più alcuna pena, poiché ora ti amo più di quanto abbia mai fatto prima; e sono certo e mi sento rassicurato che tu mi ami con un amore perfetto. Da questo momento in poi, per sempre, mi offro di fare la tua volontà proprio come facevo prima. E se hai parlato male di me, ti perdono e ti dichiaro quitta sia dell'offesa che della parola che hai pronunciato". Poi la baciò di nuovo e la strinse forte. Ora Enide non è più a disagio quando il suo signore la stringe e la bacia e le dice di nuovo che la ama ancora. Cavalcarono rapidamente attraverso la notte ed erano molto lieti che la luna splendesse luminosa.

Nel frattempo, la notizia aveva viaggiato in fretta, e non c'è nient'altro di così veloce. La notizia era giunta a Guivret il Piccolo che un cavaliere ferito dalle armi era stato trovato morto nella foresta, e che con lui c'era una dama che piangeva, e così meravigliosamente bella che Isotta sarebbe sembrata la sua ancella. Il Conte Oringle di Limors li aveva trovati entrambi, aveva fatto portare via il cadavere e desiderava lui stesso sposare la dama; ma lei lo aveva rifiutato. Quando Guivret udì questa notizia, non ne fu affatto compiaciuto; poiché subito gli venne in mente Erec. Gli nacque nel cuore e nella mente di andare a cercare la dama e di far seppellire il corpo con onore, se si fosse rivelato essere lui. Radunò mille armigeri e cavalieri per prendere la città. Se il Conte non avesse consegnato di sua spontanea volontà il corpo e la dama, avrebbe messo tutto a ferro e fuoco. Al chiaro di luna che splendeva limpida guidò i suoi uomini verso Limors, con gli elmi allacciati, vestiti di usberghi, e dai colli pendevano gli scudi. Così, in armi, avanzarono tutti fino a quasi mezzanotte, quando Erec li scorse. Ora temeva di essere inevitabilmente teso in un agguato, ucciso o catturato. Fece smontare Enide accanto a una siepe. Non c'è da stupirsi se era sgomento. "Dama, restate qui", disse, "accanto a questa siepe per un po', finché questa gente non sarà passata. Non voglio che vi scorgano, perché non so che razza di gente sia, né che cosa vadano cercando. Confido che non attiriamo la loro attenzione. Ma non vedo da nessuna parte un luogo in cui potremmo rifugiarci, qualora volessero farci del male. Non so se mi accadrà qualche danno, ma non sarà per paura che mancherò di sortire contro di loro. E se qualcuno mi assalirà, non mancherò di giostrare con lui. Tuttavia, sono così dolorante e stanco che non c'è da stupirsi se soffro. Ora devo andare loro incontro, e voi statevene qui tranquilla. Fate attenzione che nessuno vi veda, finché non vi avranno lasciate molto indietro". Ecco ora Guivret, con la lancia protesa, che lo scorse da lontano. Non si riconobbero, poiché la luna era andata dietro l'ombra di una nube scura. Erec era debole ed esausto, e il suo antagonista si era completamente ripreso dalle ferite e dai colpi. Ora Erec sarà tutt'altro che saggio se non si farà prontamente riconoscere. Uscì dalla siepe. E Guivret speronò verso di lui senza dirgli affatto nulla, né Erec proferì parola verso di lui: pensava di poter fare più di quanto potesse. Chiunque cerchi di correre più lontano di quanto sia in grado, deve per forza arrendersi o riposarsi. Si scontrarono l'uno contro l'altro; ma lo scontro fu impari, poiché uno era debole e l'altro forte. Guivret lo colpì con tale forza da farlo cadere a terra dal dorso del suo cavallo. Enide, che era nascosta, quando vide il suo signore a terra, si aspettò di essere uccisa e trattata male. Balzando fuori dalla siepe, corse ad aiutare il suo signore. Se prima soffriva, ora la sua angoscia è maggiore. Avvicinandosi a Guivret, afferrò la briglia del suo cavallo e poi disse: "Maledetto sii tu, cavaliere! Poiché hai attaccato un uomo debole ed esausto, che è sofferente e ferito a morte, con tale ingiustizia che non puoi trovare ragione per il tuo gesto. Se tu fossi stato solo e indifeso, avresti rimpianto questo attacco, ammesso che il mio signore fosse stato in salute. Ora sii generoso e cortese, e fa' gentilmente cessare questa battaglia che hai iniziato. Poiché la tua reputazione non sarebbe migliore per aver ucciso o catturato un cavaliere che non ha la forza di rialzarsi, come puoi vedere. Poiché ha subito così tanti colpi d'armi che è tutto coperto di ferite". Ed egli rispose: "Non temete, dama! Vedo che lealmente amate il vostro signore e ve ne lodo. Non abbiate alcun timore di me o della mia compagnia. Ma ditemi ora senza celare quale sia il nome del vostro signore; poiché non otterrete che vantaggio dal dirmelo. Chiunque egli sia, ditemi il suo nome; allora andrà al sicuro e indisturbato. Né lui né voi avete nulla da temere, poiché siete entrambi in buone mani".

Allora Enide apprese di essere al sicuro e gli rispose brevemente con una parola: "Il suo nome è Erec; non dovrei mentire, poiché vedo che siete onesto e di buone intenzioni". Guivret, nella sua gioia, smontò e andò a cadere ai piedi di Erec, dove giaceva a terra. "Mio signore", disse, "stavo andando a cercarvi ed ero diretto a Limors, dove speravo di trovarvi morto. Mi fu detto e raccontato come vero che il Conte Oringle aveva portato a Limors un cavaliere che era ferito a morte, e che malvagiamente intendeva sposare una dama che aveva trovato in sua compagnia; ma che lei non voleva aver nulla a che fare con lui. E io stavo venendo con urgenza per aiutarla e liberarla. Se si fosse rifiutato di consegnarmi sia la dama che voi senza resistenza, mi riterrei di poco valore se gli lasciassi un solo piede di terra su cui stare. Siate certo che se non vi avessi amato caramente non mi sarei mai preso questo impegno. Sono Guivret, il vostro amico; ma se vi ho fatto qualche danno per non avervi riconosciuto, dovete sicuramente perdonarmi". A questo Erec si mise a sedere, poiché non poteva far di più, e disse: "Alzatevi, mio amico. Siate assolto dal male che mi avete fatto, poiché non mi avete riconosciuto". Guivret si alzò ed Erec gli raccontò come avesse ucciso il Conte mentre sedeva a tavola, e come avesse ripreso possesso del suo destriero davanti alla stalla, e come i sergenti e gli scudieri fossero fuggiti attraverso il cortile, gridando: "Fuggite, fuggite, il cadavere ci insegue"; poi, come fosse quasi stato catturato e come fosse scappato attraverso la città e giù per la collina, portando sua moglie sul collo del cavallo: tutta questa sua avventura gli raccontò. Allora Guivret disse: "Sire, ho un castello qui vicino, che è ben situato in un luogo salubre. Per vostro conforto e beneficio desidero portarvi domani e far curare le vostre ferite. Ho due sorelle affascinanti e vivaci che sono esperte nella cura delle ferite: presto vi guariranno completamente. Stasera lasceremo la nostra compagnia ad alloggiare qui nei campi fino al mattino; poiché penso che un po' di riposo stasera vi farà molto bene. Il mio consiglio è che trascorriamo qui la notte". Erec rispose: "Sono favorevole a farlo". Così rimasero lì e trascorsero la notte. Non furono riluttanti a preparare un alloggio, ma trovarono poche sistemazioni, poiché la compagnia era assai numerosa. Alloggiarono come meglio poterono tra i cespugli: Guivret fece montare la sua tenda e ordinò di accendere l'esca, affinché potessero avere luce e conforto. Fece tirare fuori dei ceri dalle casse e li accesero all'interno della tenda. Ora Enide non soffre più, poiché tutto si è risolto per il meglio. Spoglia il suo signore dalle armi e dagli abiti e, dopo aver lavato le sue ferite, le asciugò e le fasciò di nuovo; poiché non voleva che nessun altro lo toccasse. Ora Erec non conosce più alcun motivo per rimproverarla, poiché l'ha messa alla prova bene e ha scoperto che nutre un grande amore per lui. E Guivret, che li tratta gentilmente, fece costruire un letto alto e lungo di coperte trapuntate, adagiate sull'erba e sui giunchi, che trovarono in abbondanza. Lì distesero Erec e lo coprirono. Poi Guivret aprì una cassa e ne tirò fuori due pasticci. "Amico", disse, "ora provate un po' di questi pasticci freddi e bevete un po' di vino mescolato con acqua. Ne ho ben sei barili, ma non diluito non è buono per voi; poiché siete ferito e coperto di piaghe. Bel dolce amico, ora provate a mangiare; poiché vi farà bene. E anche la mia dama ne mangerà un po' — vostra moglie che è stata oggi in grande angoscia per causa vostra. Ma avete ricevuto piena soddisfazione per tutto ciò e siete scappato. Dunque mangiate ora, e mangerò anch'io, bel amico". Poi Guivret si sedette al fianco di Erec, e così fece Enide che era molto compiaciuta di tutto ciò che faceva Guivret. Entrambi lo esortano a mangiare, dandogli vino mescolato con acqua; poiché non mescolato è troppo forte e riscaldante. Erec mangiò come mangia un malato e bevve un poco — tutto ciò che osava. Ma riposò comodamente e dormì tutta la notte; poiché per causa sua non fu fatto alcun rumore o disturbo.

Al mattino presto si svegliarono e si prepararono di nuovo a montare in sella e cavalcare. Erec era così devoto al suo cavallo che non ne avrebbe cavalcato un altro. Diedero a Enide un mulo, poiché aveva perso il suo palafreno. Ma lei non se ne curava; a giudicare dal suo aspetto, non dava alcun peso alla cosa. Aveva un buon mulo con un'andatura facile che la portava molto comodamente. E le diede grande soddisfazione il fatto che Erec non fosse abbattuto, ma anzi assicurasse loro che si sarebbe ripreso completamente. Prima dell'ora terza raggiunsero Penevric, un castello forte, ben e magnificamente situato. Lì dimoravano le due sorelle di Guivret; poiché il luogo era abbastanza gradevole. Guivret scortò Erec in una camera deliziosa e ariosa in una parte remota del castello. Le sue sorelle, su sua richiesta, si prodigarono per curare Erec; ed Erec si mise nelle loro mani, poiché gli ispiravano piena fiducia. Per prima cosa, rimossero la carne morta, poi applicarono cerotti e filaccia, dedicando alla sua cura tutta la loro abilità, come donne che sapevano bene il fatto loro. Più e più volte lavarono le sue ferite e applicarono il cerotto. Quattro volte o più ogni giorno gli facevano mangiare e bere, non permettendogli, tuttavia, né aglio né pepe. Ma chiunque potesse entrare o uscire, Enide era sempre con lui, essendo più di chiunque altro preoccupata. Guivret entrava spesso per chiedere e informarsi se avesse bisogno di qualcosa. Era ben custodito e ben servito, e tutto ciò che desiderava veniva fatto volentieri. Ma le damigelle mostravano allegramente e volentieri tale devozione nel curarlo che dopo quindici giorni non sentiva più alcun dolore o sofferenza. Poi, per far tornare il suo colorito, iniziarono a fargli dei bagni. Non c'era bisogno di istruire le damigelle, poiché comprendevano bene il trattamento. Quando fu in grado di camminare, Guivret fece confezionare due vesti larghe di due diversi tipi di seta, una bordata di ermellino, l'altra di vaio. Una era di colore viola scuro e l'altra a righe, inviatagli in dono da un suo cugino dalla Scozia. Enide ebbe la veste viola bordata di ermellino, che era molto preziosa, mentre Erec ebbe la stoffa a righe con la pelliccia, che non era meno pregiata. Ora Erec era forte e sano, guarito e ristabilito. Ora che Enide era molto felice e aveva tutto ciò che desiderava, la sua grande bellezza tornò in lei; poiché la sua grande angoscia l'aveva colpita a tal punto che era molto pallida e sciupata. Ora veniva abbracciata e baciata, ora era benedetta con ogni bene, ora aveva la sua gioia e i suoi piaceri; poiché ignudi giacciono a letto e ognuno avvolge e bacia l'altro; nulla dà loro tanta gioia. Hanno avuto tanto dolore e sofferenza, lui per lei e lei per lui, che ora hanno la loro soddisfazione. Ognuno gareggia nel cercare di compiacere l'altro. Del loro ulteriore svago non devo parlare. Ora hanno così saldato il loro amore e dimenticato il loro dolore che quasi non se ne ricordano più. Ma ora devono proseguire per la loro strada; così chiesero il permesso di partire a Guivret, nel quale avevano trovato un vero amico; poiché li aveva onorati e serviti in ogni modo. Quando giunse il momento di congedarsi, Erec disse: "Sire, non desidero ritardare oltre la mia partenza per la mia terra. Ordinate che tutto sia preparato e raccolto, affinché io possa avere tutto ciò di cui ho bisogno. Desidero partire domani mattina, non appena sarà giorno. Sono rimasto così a lungo con voi che mi sento forte e vigoroso. Dio conceda, se a Lui piace, che io possa vivere per incontrarvi di nuovo da qualche parte, quando potrò a mia volta servirvi e onorarvi. A meno che io non venga catturato o trattenuto, non conto di fermarmi da nessuna parte finché non raggiungerò la corte di Re Artù, che spero di trovare a Robais o a Carduel". Al che Guivret rispose prontamente: "Sire, non andrete via da solo! Poiché io stesso verrò con voi e porteremo con noi dei compagni, se è vostro piacere". Erec acconsentì a questo consiglio e disse che, in accordo con i suoi piani, desiderava che il viaggio avesse inizio. Quella notte fecero i preparativi per il loro viaggio, non desiderando trattenersi oltre. Tutti si prepararono e si apprestarono. Al mattino presto, quando si svegliarono, le selle furono poste sui destrieri. Prima di partire, Erec andò a salutare le damigelle nelle loro stanze; ed Enide (che era lieta e piena di gioia) lo seguì fin là. Quando i loro preparativi per la partenza furono compiuti, presero congedo dalle damigelle. Erec, che era molto cortese, nel congedarsi da loro, le ringraziò per la sua salute e la sua vita, e promise loro il suo servizio. Poi prese una di loro per la mano — quella che gli era più vicina — ed Enide prese la mano dell'altra: mano nella mano uscirono dalla stanza da letto verso la sala del castello. Guivret li esortò a montare subito senza indugio. Enide pensa che il momento non arriverà mai per loro di salire in sella. Portarono al blocco per lei un palafreno dal buon carattere, dal passo morbido, bello e ben formato. Il palafreno era di bell'aspetto e una buona cavalcatura: non valeva meno del suo, rimasto a Limors. Quello era pomellato, questo era sauro; ma la testa era di un altro colore: era segnata in modo tale che una guancia era tutta bianca, mentre l'altra era nera come il corvo. Tra i due colori c'era una linea, più verde di una foglia di vite, che separava il bianco dal nero. Della briglia, del pettorale e della sella posso sicuramente dire che la fattura era ricca e bella. Tutto il pettorale e la briglia erano d'oro incastonati di smeraldi. La sella era decorata in un altro stile, coperta da un prezioso panno viola. Gli arcioni erano d'avorio, sui quali era scolpita la storia di come Enea venne da Troia, come a Cartagine Didone lo accolse con grande gioia nel suo letto, come Enea la ingannò e come per lui lei si uccise, come Enea conquistò Laurentum e tutta la Lombardia, di cui fu re per tutta la vita. Astuta era la fattura e ben scolpita, tutto decorato con oro fino. Un abile artigiano, che la realizzò, impiegò più di sette anni a scolpirla, senza toccare nessun altro pezzo di lavoro. Non so se la vendette; ma avrebbe dovuto ottenerne un buon prezzo. Ora che Enide fu omaggiata di questo palafreno, fu ben compensata per la perdita del suo. Il palafreno, così riccamente bardato, le fu dato ed ella vi montò volentieri; poi anche i gentiluomini e gli scudieri montarono rapidamente. Per il loro piacere e svago Guivret fece portare con loro ricchi falconi, sia giovani che mutati, molti terzuoli e sparvieri, e molti cani da ferma e levrieri.

Cavalcarono dritti dal mattino fino a sera per più di trenta leghe gallesi, e giunsero poi alle torri di una roccaforte, ricca e bella, cinta tutt'intorno da una nuova muraglia. E tutto attorno, sotto questa muraglia, scorreva un torrente profondissimo, che ruggiva impetuoso come una tempesta. Erec si ferma a guardarlo, e a chiedere e scoprire se qualcuno potesse dirgli in verità chi fosse il signore di quella città. "Amico," disse al suo gentile compagno, "sapreste dirmi il nome di questa città, e di chi sia? Ditemi se appartiene a un conte o a un re. Poiché mi avete condotto fin qui, ditemelo, se lo sapete." "Messer," egli dice, "lo so bene, e ve ne dirò il vero. Il nome della città è Brandigant, ed è così forte e bella che non teme né re né imperatore. Se la Francia, e tutta l'Inghilterra, e tutti coloro che vivono da qui fino a Liegi fossero schierati per porvi assedio, non la prenderebbero mai in vita loro; poiché l'isola su cui sorge la città si estende per quattro leghe o più, e all'interno della cinta cresce tutto ciò che a una città ricca occorre: frutta, grano e vino si trovano; e di legna e acqua non vi è mancanza. Non teme alcun assalto da nessuna parte, né nulla potrebbe ridurla alla fame. Re Evrain la fece fortificare, e l'ha posseduta per tutti i suoi giorni senza essere molestato, e la possederà per tutta la vita. Ma non perché temesse qualcuno l'ha così fortificata; bensì la città è più piacevole così. Poiché se non avesse mura o torri, ma solo il torrente che la circonda, sarebbe comunque così sicura e forte che non avrebbe timore del mondo intero." "Dio!" disse Erec, "che grande ricchezza! Andiamo a vedere la fortezza, e prenderemo alloggio in città, poiché desidero fermarmi qui." "Messer," disse l'altro con grande angoscia, "se non fosse per contrariarvi, non ci fermeremmo qui. In città vi è un passaggio pericoloso." "Pericoloso?" dice Erec; "ne sapete qualcosa? Qualunque cosa sia, ditecelo; poiché assai volentieri vorrei sapere." "Messer," egli dice, "temerei che possiate subirne qualche danno. So che nel vostro cuore vi è tanta audacia ed eccellenza che, se dovessi dirvi ciò che so dell'avventura perigliosa e difficile, desiderereste entrarvi. Ho udito spesso la storia, e son passati più di sette anni da quando qualcuno che sia andato in cerca di quell'avventura sia tornato dalla città; eppure, cavalieri orgogliosi e audaci son giunti fin qui da molte terre. Messer, non trattatela come uno scherzo: poiché non apprenderete mai il segreto da me finché non mi avrete promesso, per l'amore che mi avete giurato, che mai da voi sarà intrapresa questa avventura, dalla quale nessuno sfugge senza ricevere vergogna o morte."

Ora Erec ode ciò che gli aggrada, e prega Guivret di non addolorarsi, dicendo: "Ah, caro dolce amico, permettete che il nostro alloggio sia preso in città, e non turbatevi. È tempo di fermarsi per la notte, e così confido che non vi dispiacerà; poiché se qualche onore ci giungerà qui, dovreste esserne assai lieto. Faccio appello a voi concedendo sull'avventura di dirmi soltanto il nome, e non insisterò sul resto." "Messer," egli dice, "non posso tacere e rifiutare l'informazione che desiderate. Il nome è assai bello da dire, ma l'esecuzione è assai dura: poiché nessuno può uscirne vivo. L'avventura, ve lo dico in fede, è chiamata 'la Gioia della Corte'." "Dio! non può esservi che del bene nella gioia," dice Erec; "vado a cercarla. Non state ora a scoraggiarmi riguardo a questo o a qualsiasi altra cosa, caro gentile amico; ma lasciate che il nostro alloggio sia preso, poiché del gran bene potrebbe venirci da ciò. Nulla potrebbe distogliermi dall'andare in cerca della Gioia." "Messer," egli dice, "Dio esaudisca la vostra preghiera, che possiate trovare gioia e tornare senza sciagura. Vedo chiaramente che dobbiamo entrarvi. Poiché non può essere altrimenti, entriamoci. Il nostro alloggio è assicurato; poiché nessun cavaliere di alto lignaggio, come ho sentito dire e raccontare, può entrare in questo castello con l'intento di alloggiarvi senza che Re Evrain si offra di ospitarlo. Così gentile e cortese è il Re che ha dato ordine a tutti i suoi concittadini, facendo appello al loro amore per lui, che nessun gentiluomo forestiero debba trovar alloggio nelle loro case, affinché egli stesso possa rendere onore a tutti i gentiluomini che desiderino trattenersi qui."

Così procedono verso il castello, oltrepassando la lizza e il ponte levatoio; e quando ebbero superato il luogo della lizza, le genti che erano radunate nelle strade in folla vedono Erec in tutta la sua bellezza, e apparentemente pensano e credono che tutti gli altri siano al suo seguito. Meravigliandosi assai, lo fissano; l'intera città era scossa e commossa, mentre si consigliano e discutono di lui. Persino le fanciulle nel loro canto smettono di cantare e desistono, mentre tutte insieme lo guardano; e per la sua grande bellezza si segnano, e meravigliosamente provano pietà per lui. L'una all'altra sussurra a bassa voce: "Ahimè! Questo cavaliere, che sta passando, è in cammino per la 'Gioia della Corte'. Se ne pentirà prima di tornare; nessuno è mai giunto da un'altra terra a reclamare la 'Gioia della Corte' che non abbia ricevuto vergogna e danno, e lasciato lì la propria testa come pegno." Poi, affinché egli possa udire le loro parole, gridano ad alta voce: "Dio ti difenda, cavaliere, dal male; poiché sei meravigliosamente bello, e la tua bellezza è assai da compiangere, poiché domani la vedremo spenta. Domani la tua morte è giunta; domani morirai certamente se Dio non ti custodirà e difenderà." Erec ode e comprende che stanno parlando di lui attraverso la città bassa: più di duemila provavano pietà per lui; ma nulla gli causa sgomento. Procede senza indugio, inchinandosi lietamente a uomini e donne allo stesso modo. E tutti salutano anche lui; e la maggior parte di loro giura con ansia, temendo più di quanto faccia lui stesso, per la sua vergogna e per il suo male. La sola vista del suo volto, la sua grande bellezza e il suo portamento, hanno così conquistato a lui i cuori di tutti, che cavalieri, dame e fanciulle allo stesso modo temono il suo male. Re Evrain ode la notizia che degli uomini stavano giungendo alla sua corte portando con sé un numeroso seguito, e dal suo equipaggiamento appariva che il loro capo fosse un conte o un re. Re Evrain scende per la strada a incontrarli, e salutandoli grida: "Benvenuta a questa compagnia, sia al signore che a tutto il suo seguito. Benvenuti, signori! Smontate." Smontarono, e vi fu abbondanza di persone a ricevere e prendere i loro cavalli. Né fu Re Evrain da meno quando vide giungere Enide; ma subito la salutò e corse ad aiutarla a scendere. Prendendo la sua mano bianca e tenera, la condusse nel palazzo, come la cortesia richiedeva, e la onorò in ogni modo che poté, poiché sapeva bene ciò che doveva fare, senza sciocchezze e senza malizia. Ordinò che una camera fosse profumata con incenso, mirra e aloe. Quando vi entrarono, tutti fecero i complimenti a Re Evrain per il suo bell'aspetto. Mano nella mano entrano nella stanza, il Re che li accompagna e prova gran piacere in loro. Ma perché dovrei descrivervi i dipinti e i drappi di seta con cui la stanza era decorata? Sprecherei solo tempo in follia, e non desidero sprecarlo, ma piuttosto affrettarmi un poco; poiché chi percorre la strada dritta supera chi devia; perciò non desidero indugiare. Quando giunse il tempo e l'ora, il Re ordina di preparare la cena; ma non desidero fermarmi su questo se posso trovare una via più diretta. Quella notte ebbero in abbondanza tutto ciò che il cuore desidera e brama: volatili, selvaggina, frutta e vini di diverse qualità. Ma meglio di tutto è un animo lieto! Poiché di tutti i piatti il più dolce è un volto gioioso e un aspetto felice. Furono serviti assai riccamente finché Erec all'improvviso smise di mangiare e bere, e iniziò a parlare di ciò che riposava più profondamente nel suo cuore: si ricordò della 'Gioia', e iniziò una conversazione su di essa alla quale Re Evrain si unì. "Messer," dice egli, "è tempo ora di dirvi ciò che intendo, e perché son giunto qui. Troppo a lungo mi sono trattenuto dal parlare, e ora non posso più celare il mio obiettivo. Vi chiedo la 'Gioia' della Corte, poiché non bramo nient'altro così tanto. Concedetemela, qualunque cosa sia, se ne avete il controllo." "In verità, caro amico," risponde il Re, "vi sento dire grandi sciocchezze. Questa è una cosa assai perigliosa, che ha causato dolore a molti valorosi uomini; voi stesso alla fine sarete ucciso e rovinato se non vorrete dare ascolto al mio consiglio. Ma se foste disposto a credermi, vi consiglierei di desistere dal sollecitare una cosa così grave nella quale non riuscireste mai. Non parlatene più! State in pace! Sarebbe imprudente da parte vostra non seguire il mio consiglio. Non mi sorprende affatto che desideriate onore e fama; ma se dovessi vedervi danneggiato o ferito nel vostro corpo ne sarei afflitto nel cuore. E sappiate bene che ho visto molti uomini rovinati che sollecitarono questa gioia. Non ne trassero mai alcun beneficio, ma piuttosto morirono e perirono tutti. Prima che giunga la sera di domani potete aspettarvi una sorte simile. Se desiderate lottare per la Gioia, lo farete, sebbene mi addolori assai. È qualcosa dalla quale siete libero di ritirarvi e farvi indietro se desiderate operare per il vostro bene. Perciò ve lo dico, poiché commetterei tradimento e vi farei torto se non vi dicessi tutta la verità." Erec lo ode e ammette che il Re con ragione lo consiglia. Ma quanto più grande è la meraviglia e più perigliosa l'avventura, tanto più la brama e desidera, dicendo: "Messer, posso dirvi che vi trovo un uomo valoroso e leale, e non posso muovervi alcuna colpa. Desidero intraprendere questo dono, comunque debba finire per me. Il dado è tratto, poiché non mi trarrò mai indietro da nulla di ciò che ho intrapreso senza esercitare tutte le mie forze prima di abbandonare il campo." "Lo so bene," rispose il Re; "state agendo contro la mia volontà. Avrete la Gioia che desiderate. Ma sono in grande disperazione; poiché temo grandemente che sarete rovinato. Ma ora siate certo che avrete ciò che desiderate. Se ne uscirete felicemente, avrete vinto un onore così grande che mai uomo ne vinse uno maggiore; e possa Dio, come io desidero, concedervi una liberazione gioiosa."

Per tutta la notte ne parlarono, finché i letti furono pronti e andarono a riposare. Al mattino, quando fu giorno chiaro, Erec, che era di guardia, vide la chiara aurora e il sole, e rapidamente alzandosi, si vestì. Enide è di nuovo in angoscia, assai triste e a disagio; per tutta la notte è grandemente turbata dalla sollecitudine e dal timore che provava per il suo signore, che sta per esporsi a un grande pericolo. Ma nonostante ciò si equipaggia, poiché nessuno può farlo cambiare idea. Per il suo equipaggiamento il Re gli mandò, quando si alzò, delle armi che egli mise a buon uso. Erec non le rifiutò, poiché le sue erano usurate e deteriorate e in cattivo stato. Accettò volentieri le armi e si fece equipaggiare con esse nella sala. Quando fu armato, scende i gradini e trova il suo cavallo sellato e il Re che era montato. Ognuno nel castello e nelle case della città si affrettò a montare. In tutta la città non rimase né uomo né donna, ritto o deforme, grande o piccolo, debole o forte, che sia in grado di andare e non lo faccia. Quando partono, vi è un grande rumore e clamore in tutte le strade; poiché quelli di alto e basso lignaggio allo stesso modo gridano: "Ahimè, ahimè! oh cavaliere, la Gioia che desideri vincere ti ha tradito, e vai a vincere solo dolore e morte." E non vi è alcuno che non dica: "Dio maledica questa gioia! che è stata la morte di tanti gentiluomini. Oggi compirà il peggior strazio che abbia mai operato." Erec ode bene e nota che su e giù dicevano di lui: "Ahimè, ahimè, malnato fosti, bel, gentile, abile cavaliere! Certamente non sarebbe giusto che la tua vita finisse così presto, o che il male venisse a ferirti e danneggiarti." Ode chiaramente le parole e ciò che dicevano; ma nonostante ciò, passa oltre senza abbassare il capo, e senza il portamento di un codardo. Chiunque possa parlare, egli brama di vedere e conoscere e comprendere perché siano tutti in tale angoscia, ansia e dolore. Il Re lo conduce fuori dalla città in un giardino che sorgeva lì vicino; e tutto il popolo segue dietro, pregando che da questa prova Dio possa concedergli un esito felice. Ma non è conveniente che io vada oltre, per stanchezza e spossatezza di lingua, senza raccontarvi tutta la verità sul giardino, secondo quanto narra la storia.

Il giardino non aveva attorno muro o recinzione se non d'aria: eppure, per un incantesimo, il giardino era su ogni lato così chiuso dall'aria che nulla poteva entrarvi più di quanto se il giardino fosse rinchiuso nel ferro, a meno che non vi volasse sopra. E per tutta l'estate e anche l'inverno, vi erano fiori e frutti maturi; e il frutto era di tale natura che poteva essere mangiato all'interno; il pericolo consisteva nel portarlo fuori; poiché chiunque desiderasse portarne fuori un poco non sarebbe mai in grado di trovare il cancello, e non potrebbe mai uscire dal giardino finché non avesse restituito il frutto al suo posto. E non vi è uccello volante sotto il cielo, gradito all'uomo, che non canti lì per dilettare e rallegrare, e che non possa essere udito lì in numero di ogni specie. E la terra, per quanto si estenda, non porta spezia o radice di utilità nel fare medicina, che non fosse stata piantata lì, e che non si trovasse in abbondanza. Attraverso un ingresso stretto le genti entrarono - Re Evrain e tutti gli altri. Erec andava cavalcando, lancia in resta, nel mezzo del giardino, dilettandosi grandemente del canto degli uccelli che stavano cantando lì; gli ricordavano la sua Gioia, la cosa che più stava desiderando. Ma vide una cosa meravigliosa, che potrebbe suscitare timore nel più coraggioso guerriero tra tutti quelli che conosciamo, sia esso Thiebaut l'Esclavon, o Ospinel, o Fernagu. Poiché davanti a loro, su pali appuntiti, stavano elmi brillanti e lucenti, e ognuno aveva sotto il bordo una testa d'uomo. Ma alla fine vi era un palo dove ancora non vi era nulla se non un corno. Non sa cosa ciò significhi, eppure non indietreggia di un passo per questo; piuttosto chiede al Re, che era accanto a lui sulla destra, cosa possa essere. Il Re parla e gli spiega: "Amico," dice, "conoscete il significato di questa cosa che vedete qui? Dovreste essere in grande terrore di essa, se tenete minimamente al vostro corpo; poiché questo singolo palo che sta in disparte, dove vedete appeso questo corno, sta aspettando da molto tempo, ma non sappiamo per chi, se per voi o qualcun altro. Guardatevi che la vostra testa non vi venga posta sopra; poiché tale è lo scopo del palo. Vi avevo ben avvertito di ciò prima che giungeste qui. Non mi aspetto che ne sfuggiate, ma che sarete ucciso e fatto a pezzi. Poiché questo sappiamo, che il palo attende la vostra testa. E se accadrà che vi sia posta, come la faccenda è convenuta, non appena la vostra testa sarà fissata su di esso un altro palo sarà eretto accanto ad esso che attenderà l'arrivo di qualcun altro - non so quando o chi. Non vi dirò nulla del corno; poiché mai alcuno è stato in grado di suonarlo. Tuttavia, colui che riuscirà a suonarlo, la sua fama e il suo onore cresceranno finché non distanzieranno tutti quelli del suo paese, e troverà una tale rinomanza che tutti verranno a rendergli onore, e lo terranno per il migliore di tutti loro. Ora non vi è più nulla di questa faccenda. Fate ritirare i vostri uomini; poiché 'la Gioia' giungerà presto, e vi renderà dolente, sospetto."

Intanto il re Evrain si allontana, ed Erec si china dinanzi a Enide, il cui cuore era in grande affanno, sebbene ella tacesse; poiché il dolore sulle labbra non conta nulla, se non tocca anche il cuore. E lui, che ben conosceva il suo cuore, le disse: "Bella mia cara sorella, dama gentile, leale e prudente, io conosco i vostri pensieri. Avete paura, lo vedo bene, eppure non sapete di che; ma non c'è ragione per il vostro sgomento finché non vedrete il mio scudo infranto e il mio corpo ferito, e finché non vedrete le maglie della mia splendente cotta di maglia coperte di sangue, e il mio elmo rotto e fracassato, e me sconfitto e stanco, tanto da non potermi più difendere, e dover pregare e implorare pietà contro la mia volontà; allora potrete lamentarvi, ma ora avete cominciato troppo presto. Dama gentile, ancora non sapete cosa debba essere tutto questo; e nemmeno io. Siete turbata senza motivo. Ma sappiate questo in verità: se in me ci fosse solo tanto coraggio quanto ne ispira il vostro amore, davvero non temerei di affrontare alcun uomo vivente. Ma sono sciocco a vantarmi; eppure non lo dico per orgoglio, ma perché desidero consolarvi. Dunque consolatevi, e sia così! Non posso indugiare oltre qui, né voi potete venire con me; poiché, come ha ordinato il Re, non devo portarvi oltre questo punto." Poi la bacia e la raccomanda a Dio, ed ella lui. Ma è molto contrariata di non poterlo seguire e scortare, finché non possa apprendere e vedere quale debba essere questa avventura, e come egli si comporterà. Ma poiché deve restare indietro e non può seguirlo, rimane addolorata e afflitta. Ed egli se ne andò solo lungo un sentiero, senza compagno di sorta, finché giunse a un letto d'argento con una coperta di stoffa ricamata d'oro, sotto l'ombra di un sicomoro; e sul letto una damigella dal corpo leggiadro e dal volto incantevole, dotata completamente di ogni bellezza, sedeva tutta sola. Intendevo non dir più nulla di lei; ma chiunque potesse considerare bene tutto il suo abbigliamento e la sua bellezza potrebbe ben dire che mai Lavinia di Laurentum, che fu così bella e graziosa, possedette la quarta parte della sua bellezza. Erec si avvicina a lei, desiderando vederla più da vicino, e gli spettatori vanno a sedersi sotto gli alberi nel frutteto. Poi ecco, giunge un cavaliere armato con armi vermiglie, ed era meravigliosamente alto; e se non fosse stato così smisuratamente alto, sotto i cieli non ve ne sarebbe stato nessuno più bello di lui; ma, come ognuno asseriva, era un piede più alto di qualsiasi cavaliere conoscesse. Prima che Erec lo scorgesse, egli gridò: "Vassallo, vassallo! Siete pazzo, sulla mia vita, ad avvicinarvi così alla mia damigella. Direi che non siete degno di accostarvi a lei. Pagherete cara la vostra presunzione, per la mia testa! Indietro!" Ed Erec si ferma e lo guarda, e anche l'altro rimase immobile. Nessuno dei due avanzò finché Erec non ebbe risposto a tutto ciò che desiderava dirgli. "Amico," dice, "si può dire follia tanto quanto buon senso. Minacciate quanto vi piace, e io resterò in silenzio; poiché nel minacciare non c'è senso. Sapete perché? Un uomo a volte pensa di aver vinto la partita e poi la perde. Così è manifestamente uno sciocco chi è troppo presuntuoso e minaccia troppo. Se ci sono alcuni che fuggono ce ne sono molti che inseguono, ma io non vi temo così tanto da voler scappare già. Sono pronto a fare tale difesa, se c'è qualcuno che desidera offrirmi battaglia, che dovrà fare del suo meglio, o altrimenti non potrà sfuggire." "No," disse quegli, "così mi aiuti Dio! sappiate che avrete la battaglia, poiché vi sfido e vi provoco." E potete sapere, sulla mia parola, che allora le briglie non furono trattenute. Le lance che avevano non erano leggere, ma erano grandi e quadrate; né erano piallate lisce, ma erano ruvide e forti. Sugli scudi con forza possente si colpirono l'un l'altro con le loro armi affilate, così che un braccio di ogni lancia passò attraverso gli scudi scintillanti. Ma nessuno dei due tocca la carne dell'altro, né alcuna lancia fu incrinata; ciascuno, il più velocemente possibile, ritira la sua lancia, ed entrambi correndo insieme, ritornano alla mischia. L'uno contro l'altro cavalca, e così ferocemente si colpiscono che entrambe le lance si rompono e i cavalli cadono sotto di loro. Ma essi, essendo seduti sui loro destrieri, non subiscono alcun danno; così si alzano rapidamente, poiché erano forti e agili. Stanno in piedi nel mezzo del giardino, e immediatamente si attaccano a vicenda con le loro spade verdi d'acciaio tedesco, e sferrano grandi colpi malvagi sui loro elmi luminosi e scintillanti, così che li tagliano in pezzi, e i loro occhi scagliano fiamme. Non si possono compiere sforzi più grandi di quelli che fanno nello sforzarsi e affaticarsi per ferirsi e colpirsi a vicenda. Entrambi colpiscono ferocemente con il pomo dorato e la lama tagliente. Tale scempio inflissero l'uno ai denti, alle guance, al naso, alle mani, alle braccia e al resto dell'altro, alle tempie, al collo e alla gola che le loro ossa dolgono tutte. Sono molto indolenziti e molto stanchi; eppure non desistono, anzi si sforzano solo di più. Il sudore, e il sangue che scorre con esso, annebbiano i loro occhi, così che a stento possono vedere qualcosa; e molto spesso mancarono i colpi, come uomini che non riuscivano a vedere per maneggiare le spade l'uno contro l'altro. Possono a stento farsi del male ora; eppure, non desistono affatto dall'esercitare tutta la loro forza. Poiché i loro occhi sono così accecati che perdono completamente la vista, lasciano cadere gli scudi a terra, e si afferrano rabbiosamente. Ognuno tira e trascina l'altro, così che cadono in ginocchio. Così combattono a lungo finché l'ora di mezzogiorno è passata, e il grande cavaliere è così esausto che il respiro gli viene meno del tutto. Erec lo ha in suo potere, e tira e trascina così che rompe tutta l'allacciatura del suo elmo, e lo costringe a cadere ai suoi piedi. Egli ricade in avanti sulla faccia contro il petto di Erec, e non ha la forza di rialzarsi. Sebbene gli dispiaccia, deve dire e confessare: "Non posso negarlo, mi avete battuto; ma mi va molto controvoglia. E tuttavia voi potreste essere di tale grado e fama che solo merito ne deriverà a me; e insistentemente vorrei richiedere, se può essere in qualche modo, che io possa conoscere il vostro nome, e ne sia così alquanto confortato. Se un uomo migliore mi ha sconfitto, ne sarò felice, ve lo prometto; ma se è accaduto che un uomo inferiore a me mi abbia sopraffatto, allora devo provare davvero un grande dolore." "Amico, desideri conoscere il mio nome?" dice Erec; "Ebbene, te lo dirò prima di lasciare questo luogo; ma sarà a condizione che tu mi dica ora perché sei in questo giardino. Riguardo a ciò voglio sapere tutto, quale sia il tuo nome e cosa sia la Gioia; poiché sono molto ansioso di sentire la verità dall'inizio alla fine." "Sire," dice quegli, "senza paura vi dirò tutto ciò che desiderate sapere." Erec non trattiene più il suo nome, ma dice: "Hai mai sentito parlare di Re Lac e di suo figlio Erec?" "Sì, sire, lo conoscevo bene; poiché fui alla corte di suo padre per molti giorni prima di essere fatto cavaliere, e, se avesse avuto la sua volontà, non l'avrei mai lasciato per nulla al mondo." "Allora dovresti conoscermi bene, se fosti mai con me alla corte di mio padre, il Re." "Allora, sulla mia fede, è finita bene. Ora ascoltate chi mi ha trattenuto così a lungo in questo giardino. Dirò la verità in conformità al vostro ordine, qualunque cosa mi costi. Quella damigella che siede laggiù, mi amò fin dall'infanzia e io amai lei. Piacque a entrambi, e il nostro amore crebbe e aumentò, finché ella mi chiese un dono, ma non mi disse cosa fosse. Chi negherebbe qualcosa alla propria amante? Non c'è amante che non farebbe sicuramente tutto il piacere della sua innamorata senza mancanza o inganno, ogni volta che può in qualche modo. Acconsentii al suo desiderio; ma quando ebbi acconsentito, ella volle anche che giurassi. Avrei fatto più di questo per lei, ma ella mi prese in parola. Le feci una promessa, senza sapere cosa fosse. Il tempo passò finché fui fatto cavaliere. Re Evrain, di cui sono nipote, mi nominò cavaliere alla presenza di molti uomini onorevoli proprio in questo giardino dove ci troviamo. La mia dama, che è seduta là, mi ricordò subito la mia parola, e disse che le avevo promesso che non sarei mai uscito di qui finché non fosse giunto un qualche cavaliere che mi avesse conquistato con la prova delle armi. Era giusto che rimanessi, poiché piuttosto che infrangere la mia parola, non avrei mai dovuto impegnarla. Poiché conoscevo il bene che c'era in lei, non potei rivelare o mostrare a colei che tengo più cara che in tutto questo ero contrariato; poiché se se ne fosse accorta, avrebbe ritirato il suo cuore, e non l'avrei voluto per nulla al mondo. Così la mia dama pensò di trattenermi qui per un lungo soggiorno; non pensava che sarebbe mai entrato in questo giardino alcun vassallo che potesse conquistarmi. In questo modo intendeva tenermi assolutamente chiuso con lei tutti i giorni della mia vita. E avrei commesso un'offesa se avessi fatto ricorso all'inganno e non avessi sconfitto tutti coloro contro cui avrei potuto prevalere; tale fuga sarebbe stata una vergogna. E oso assicurarvi che non ho amico così caro che avrei finto affatto nel combattere con lui. Mai mi sono stancato delle armi, né mi sono mai rifiutato di combattere. Avete sicuramente visto gli elmi di coloro che ho sconfitto e messo a morte; ma la colpa non è mia, se si considera bene. Non potevo farci nulla, a meno di non voler essere falso, vile e sleale. Ora vi ho detto la verità, e siate certo che non è un piccolo onore quello che avete guadagnato. Avete dato grande gioia alla corte di mio zio e dei miei amici; poiché ora sarò liberato da qui; e poiché tutti coloro che sono a corte ne avranno gioia, perciò coloro che attendevano la gioia la chiamarono 'Gioia della Corte'. L'hanno attesa così a lungo che ora sarà loro concessa da voi che l'avete vinta con la vostra battaglia. Avete sconfitto e stregato la mia prodezza e la mia cavalleria. Ora è giusto che vi dica il mio nome, se volete conoscerlo. Mi chiamo Mabonagrain; ma non sono ricordato con quel nome in nessuna terra dove sono stato, se non solo in questa regione; poiché mai, quando ero scudiero, dissi o feci conoscere il mio nome. Sire, conoscevate la verità riguardo a tutto ciò che mi avete chiesto. Ma devo ancora dirvi che c'è in questo giardino un corno che non dubito abbiate visto. Non posso uscire di qui finché non avrete suonato il corno; ma allora mi avrete liberato, e allora la Gioia avrà inizio. Chiunque ascolterà e vi presterà attenzione, nessun ostacolo lo tratterrà, quando udrà il suono del corno, dal venire dritto alla corte. Alzatevi, sire! Andate subito ora! Andate a prendere il corno molto gioiosamente; poiché non avete ulteriore motivo di attendere; dunque fate ciò che dovete fare." Ora Erec si alzò, e l'altro si alza con lui, ed entrambi si avvicinano al corno. Erec lo prende e lo suona, mettendovi dentro tutta la sua forza, così che il suono giunge lontano. Grande gioia provò Enide quando udì la nota, e anche Guivret ne fu grandemente deliziato. Il Re è felice, e così lo è il suo popolo; non ce n'è uno che non sia ben soddisfatto e compiaciuto di ciò. Nessuno cessa o smette di far festa e di cantare. Erec poté vantarsi quel giorno, poiché mai fu fatta tale gioia; non potrebbe essere descritta o raccontata da bocca d'uomo, ma ve ne dirò la somma brevemente e con poche parole. La notizia si diffonde attraverso il paese che l'affare è andato così. Allora non ci fu alcun indugio nel venire a corte. Tutto il popolo accorre là in confusione, alcuni a piedi e alcuni a cavallo, senza aspettarsi l'un l'altro. E coloro che erano nel giardino si affrettarono a rimuovere le armi di Erec, e in emulazione tutti cantarono una canzone sulla Gioia; e le dame composero un lai che chiamarono 'il Lai della Gioia', ma il lai non è ben conosciuto. Erec era ben sazio di gioia e ben servito secondo il desiderio del suo cuore; ma colei che sedeva sul letto d'argento non era affatto soddisfatta. La gioia che vedeva non era affatto di suo gusto. Ma molte persone devono stare zitte e guardare ciò che dà loro dolore. Enide agì gentilmente; poiché la vide seduta pensierosa, sola sul letto, si sentì spinta ad andare a parlare con lei e raccontarle dei suoi affari e di se stessa, e sforzarsi, se possibile, di farle raccontare a sua volta di sé, se non le avesse causato un dolore troppo grande. Enide pensò di andare da sola, desiderando non portare nessuno con sé, ma alcune delle più nobili e belle dame e damigelle la seguirono per affetto per tenerle compagnia, e anche per consolare colei a cui la gioia porta grande dispiacere; poiché presumeva che ora il suo amante non sarebbe più stato con lei tanto quanto era stato, dal momento che desiderava lasciare il giardino. Per quanto possa essere deludente, nessuno può impedire la sua partenza, poiché l'ora e il tempo sono giunti. Perciò le lacrime le rigarono il volto dagli occhi. Molto più di quanto io possa dire era addolorata e afflitta; tuttavia si mise seduta dritta. Ma non si cura tanto di nessuna di quelle che tentano di consolarla da cessare il suo lamento. Enide la saluta gentilmente; ma per un po' l'altra non poté rispondere parola, essendo impedita dai sospiri e dai singhiozzi che la tormentano e la affliggono. Passò del tempo prima che la damigella ricambiasse il suo saluto, e quando l'ebbe guardata ed esaminata per un po', sembrò che l'avesse già vista e conosciuta prima. Ma non essendone molto sicura, non tardò a chiedere da dove fosse, di quale paese, e dove fosse nato il suo signore; chiede chi siano entrambi. Enide risponde brevemente e le dice la verità, dicendo: "Sono la nipote del Conte che detiene il dominio su Lalut, la figlia di sua sorella; a Lalut sono nata e cresciuta." L'altra non può fare a meno di sorridere, senza sentire altro, poiché è così deliziata che dimentica il suo dolore. Il suo cuore balza di gioia che non può nascondere. Corre e abbraccia Enide, dicendo: "Sono tua cugina! Questa è la pura verità, e tu sei la nipote di mio padre; poiché lui e tuo padre sono fratelli. Ma sospetto che tu non sappia e non abbia mai sentito come sono giunta in questo paese. Il Conte, tuo zio, era in guerra, e da lui vennero a combattere per paga cavalieri di molte terre. Così, bella cugina, accadde che con questi cavalieri mercenari ne venne uno che era il nipote del re di Brandigan. Fu con mio padre quasi un anno. Ciò fu, credo, dodici anni fa, ed ero ancora solo una bambina piccola. Era molto bello e attraente. Lì avemmo un'intesa tra noi che piacque a entrambi. Non ebbi mai altro desiderio che il suo, finché alla fine non iniziò ad amarmi e mi promise e giurò che sarebbe stato sempre il mio amante, e che mi avrebbe portata qui; ciò piacque a entrambi allo stesso modo. Non poteva aspettare, e io desideravo venire fin qui con lui; così venimmo via entrambi, e nessuno lo seppe se non noi due. A quei tempi tu ed io eravamo entrambe giovani e ragazzine. Ti ho detto la verità; ora dimmi a tua volta, come ho detto a te, tutto riguardo al tuo amante, e per quale avventura egli ti conquistò." "Bella cugina, mi sposò in modo tale che mio padre ne seppe tutto, e mia madre ne fu grandemente soddisfatta. Tutti i nostri parenti lo seppero e ne gioirono, come dovevano fare. Anche il Conte ne fu felice. Poiché egli è un cavaliere così bravo che non se ne possono trovare di migliori, e non ha bisogno di provare il suo onore e la sua cavalleria, ed è di nascita molto nobile: non credo che alcuno possa essergli pari. Mi ama molto, e io amo lui di più, e il nostro amore non può essere maggiore. Mai ancora ho potuto trattenere il mio amore da lui, né dovrei farlo. Poiché il mio signore non è forse figlio di un re? Poiché non mi prese forse quando ero povera e nuda? Attraverso di lui mi è giunto tale onore che mai ne fu concesso a una povera ragazza indifesa. E se ti fa piacere, ti dirò senza mentire come sono giunta a essere così elevata; poiché non tarderò mai a raccontare la storia." Poi le raccontò e le narrò come Erec venne a Lalut; poiché non aveva alcun desiderio di nasconderlo. Le raccontò l'avventura parola per parola, senza omissioni. Ma io la sorvolo ora, perché chi racconta una storia due volte rende il suo racconto ormai noioso. Mentre conversavano così, una dama si allontanò da sola, che mandò a dire tutto ai gentiluomini, per accrescere e aumentare anche il loro piacere. Tutti coloro che lo udirono gioirono di questa notizia. E quando Mabonagrain lo seppe ne fu deliziato per la sua innamorata perché ora era confortata. E colei che portò loro velocemente la notizia li rese tutti felici in breve tempo. Anche il Re ne fu felice; sebbene fosse molto felice prima, ora è ancora più felice, e rende a Erec grande onore. Enide porta via la sua bella cugina, più bella di Elena, più graziosa e affascinante. Ora Erec e Mabonagrain, Guivret e Re Evrain, e tutti gli altri corrono loro incontro e le salutano e rendono loro onore, poiché nessuno è avaro o si trattiene. Mabonagrain fa molte feste a Enide, ed ella a lui. Erec e Guivret, dal canto loro, gioiscono per la damigella mentre tutti si baciano e si abbracciano. Propongono di ritornare al castello, poiché sono rimasti troppo a lungo nel giardino. Sono tutti pronti per uscire; così escono gioiosamente, baciandosi lungo la via. Tutti escono dietro al Re, ma prima che raggiungessero il castello, i nobili erano radunati da tutto il paese circostante, e tutti coloro che sapevano della Gioia, e che potevano farlo, vennero fin qui. Grande fu l'adunanza e la ressa. Ognuno, alto e basso, ricco e povero, si sforza di vedere Erec. Ognuno si spinge davanti all'altro, e tutti lo salutano e si inchinano davanti a lui, dicendo costantemente: "Possa Dio salvare colui attraverso il quale giungono gioia e letizia alla nostra corte! Dio salvi l'uomo più benedetto che Dio abbia mai creato!" Così lo portano a corte, e si sforzano di mostrare la loro allegria come i loro cuori dettano. Cetre bretoni, arpe e viole suonano, violini, salteri e altri strumenti a corda, e ogni tipo di musica che si possa nominare o menzionare. Ma desidero concludere la faccenda brevemente senza troppo indugio. Il Re lo onora secondo il suo potere, come fanno tutti gli altri senza esitazione. Non c'è nessuno che non offra volentieri di fare il suo servizio. Tre giorni interi durò la Gioia, prima che Erec potesse andar via. Il quarto non volle più indugiare per nessuna ragione potessero addurre. C'era una grande folla ad accompagnarlo e una grandissima ressa quando giunse il momento di prendere congedo. Se avesse voluto rispondere a ognuno, non sarebbe stato in grado in mezza giornata di ricambiare i saluti individualmente. I nobili li saluta e li abbraccia; gli altri li raccomanda a Dio in una parola, e li saluta. Enide, dal canto suo, non tace quando prende congedo dai nobili. Li saluta tutti per nome, e loro a loro volta fanno lo stesso. Prima di andare, bacia la sua cugina molto teneramente e la abbraccia. Poi vanno via e la Gioia è finita.

Partono e gli altri ritornano. Erec e Guivret non indugiano, ma proseguono lietamente il cammino, finché in nove giorni giunsero a Robais, dove fu detto loro che si trovasse il Re. Il giorno precedente era stato salassato in segreto nei suoi appartamenti; con lui non aveva che cinquecento nobili della sua casa. Mai prima d'allora il Re era stato trovato così solo, ed era molto afflitto per non avere un seguito più numeroso alla sua corte. In quel momento giunge correndo un messaggero, che essi avevano mandato avanti per informare il Re del loro arrivo. Quest'uomo entrò davanti all'assemblea, trovò il Re e tutta la sua gente, e salutandolo correttamente, disse: "Sono un messaggero di Erec e di Guivret il Piccolo". Poi gli raccontò come stavano venendo a vederlo alla sua corte. Il Re risponde: "Siano i benvenuti, come gentiluomini valorosi e galanti! In nessun luogo ne conosco di migliori di loro due. Con la loro presenza la mia corte sarà molto arricchita". Poi mandò a chiamare la Regina e le diede la notizia. Gli altri fanno sellare i cavalli per andare incontro ai gentiluomini. Hanno una tale fretta di montare in sella che non si mettono nemmeno gli speroni. Devo dichiarare brevemente che la folla di gente comune, compresi scudieri, cuochi e coppieri, era già entrata in città per preparare gli alloggi. Il gruppo principale seguì, ed era già giunto così vicino da essere entrato in città. Ora le due parti si sono incontrate, si salutano e si baciano. Giungono agli alloggi e si mettono a loro agio, togliendosi le calze e curando il proprio aspetto indossando le loro ricche vesti. Quando furono completamente agghindati, presero la via della corte. Giungono a corte, dove il Re li vede, e la Regina, che è fuori di sé dall'impazienza di vedere Erec ed Enide. Il Re li fa sedere accanto a sé, bacia Erec e Guivret; al collo di Enide getta le braccia e la bacia ripetutamente, nella sua grande gioia. Né la Regina è lenta nell'abbracciare Erec ed Enide. Si potrebbe ben gioire nel vederla ora così colma di letizia. Ognuno partecipa con spirito ai festeggiamenti. Poi il Re fa fare silenzio, si rivolge a Erec e gli chiede notizie delle sue avventure. Quando il rumore fu cessato, Erec iniziò il suo racconto, narrandogli le sue avventure, senza dimenticare alcun dettaglio. Pensate ora che io vi dirà quale motivo abbia avuto nel mettersi in viaggio? No, perché voi conoscete tutta la verità su questo e sul resto, come ve l'ho rivelata. Raccontare di nuovo la storia mi sarebbe di peso; poiché il racconto non è breve, che qualcuno debba volerlo ricominciare e riabbellire, come egli lo raccontò e lo narrò: dei tre cavalieri che sconfisse, e poi dei cinque, e poi del Conte che si sforzò di fargli del male, e poi dei due giganti – tutto in ordine, uno dopo l'altro, gli narrò le sue avventure fino al punto in cui incontrò il Conte Oringle di Limors. "Molti pericoli hai superato, bel nobile amico", gli disse il Re; "ora resta in questo paese alla mia corte, come sei solito fare". "Sire, poiché lo desiderate, resterò molto volentieri tre o quattro anni interi. Ma chiedete a Guivret di rimanere qui anche lui, richiesta alla quale vorrei volentieri associarmi". Il Re lo prega di restare, ed egli acconsente a rimanere. Così restano entrambi: il Re li tenne con sé, li ebbe cari e li onorò.

Erec rimase a corte, insieme a Guivret ed Enide, fino alla morte di suo padre, il re, che era un uomo anziano e pieno di anni. I messaggeri partirono allora: i nobili che andarono a cercarlo, e che erano i più grandi uomini della terra, cercarono e setacciarono fino a trovarlo a Tintagel tre settimane prima di Natale; gli raccontarono la verità su quanto era accaduto al suo vecchio padre dai capelli bianchi, e come ora fosse morto e andato via. Ciò addolorò Erec molto più di quanto mostrò davanti alla gente. Ma il dolore non è conveniente in un re, né si addice a un re piangere. Lì a Tintagel, dove si trovava, fece celebrare veglie per i defunti e Messe; promise e mantenne le sue promesse, come aveva giurato alle case religiose e alle chiese; fece bene tutto ciò che doveva fare: scelse più di centosessantanove poveri miserabili e li rivestì tutti con abiti nuovi. Ai poveri chierici e priori donò, come era giusto, cappe nere e calde fodere da indossare sotto. Per amore di Dio fece del gran bene a tutti: a coloro che erano nel bisogno distribuì più di un barile di monete spicciole. Quando ebbe diviso le sue ricchezze, fece poi una cosa molto saggia, ricevendo la sua terra dalla mano del Re; e poi pregò il Re di incoronarlo alla sua corte. Il Re gli ordinò di prepararsi rapidamente; poiché saranno incoronati entrambi, lui insieme alla sua sposa, nell'avvicinarsi del tempo di Natale; e aggiunse: "Devi recarti da qui a Nantes, in Bretagna; là porterai un'insegna reale con la corona sul capo e lo scettro in mano; questo dono e privilegio io ti conferisco". Erec ringraziò il Re e disse che quello era un nobile dono. A Natale il Re riunisce tutti i suoi nobili, convocandoli individualmente e comandando loro di venire a Nantes. Li convocò tutti, e nessuno rimase indietro. Anche Erec mandò parola a molti dei suoi seguaci, e li convocò a venire lì; ma ne giunsero più di quanti ne avesse invitati, per servirlo e rendergli onore. Non posso dirvi o narrare chi fosse ognuno di loro, e quale fosse il suo nome; ma chiunque sia venuto o non sia venuto, il padre e la madre della mia signora Enide non furono dimenticati. Suo padre fu fatto chiamare per primo di tutti, e giunse a corte in bell'aspetto, come un gran signore e un castellano. Non c'era una gran folla di cappellani o di sciocchi bifolchi a bocca aperta, ma di eccellenti cavalieri e di gente ben equipaggiata. Ogni giorno facevano una lunga giornata di cammino, e cavalcavano ogni giorno con grande gioia e grande ostentazione, finché la vigilia di Natale giunsero alla città di Nantes. Non fecero sosta finché non entrarono nella grande sala dove si trovavano il Re e i suoi cortigiani. Erec ed Enide li vedono, e potete ben sapere quanto ne furono lieti. Per andar loro incontro si fanno strada rapidamente, li salutano e li abbracciano, parlando loro teneramente e mostrando la loro felicità come si deve. Quando si furono rallegrati insieme, prendendosi per mano, tutti e quattro giunsero davanti al Re, salutandolo e parimenti la Regina, che era seduta al suo fianco. Prendendo il suo ospite per mano, Erec disse: "Sire, ecco il mio buon ospite, il mio gentile amico, che mi fece un tale onore da farmi padrone in casa sua. Prima che sapesse nulla di me, mi alloggiò bene e cortesemente. Tutto ciò che aveva lo mise a mia disposizione, e persino sua figlia mi donò, senza il consiglio o l'avviso di alcuno". "E questa signora con lui", chiede il Re, "chi è?". Erec non nasconde la verità: "Sire", dice, "di questa signora posso dire che è la madre di mia moglie". "È sua madre?". "Sì, in verità, sire". "Certamente, allora posso ben dire che bella e graziosa dovrebbe essere il fiore nato da un così bel fusto, e migliore il frutto che si coglie; poiché dolce è il profumo di ciò che nasce dal bene. Bella è Enide e bella dovrebbe essere in ogni ragione e per diritto; poiché sua madre è una bellissima dama, e suo padre è un buon cavaliere. Né ella in nulla li smentisce; poiché discende ed eredita direttamente da entrambi sotto molti aspetti". Poi il Re cessa di parlare e si siede, invitando anche loro a sedersi. Essi non disobbediscono al suo comando, ma prendono posto immediatamente. Ora Enide è colma di gioia quando vede suo padre e sua madre, poiché era passato molto tempo da quando li aveva visti. La sua felicità ora è grandemente accresciuta, poiché era lieta e felice, e lo mostrava quanto più poteva, ma non poteva fare tale dimostrazione senza che la sua gioia fosse ancora maggiore. Ma desidero non dire più di questo, poiché il mio cuore mi trae verso la corte che era ora riunita in forza. Da molti paesi diversi c'erano conti e duchi e re, normanni, bretoni, scozzesi e irlandesi: dall'Inghilterra e dalla Cornovaglia c'era un ricchissimo raduno di nobili; poiché dal Galles all'Angiò, nel Maine e nel Poitou, non c'era cavaliere di rilievo, né dama di rango, che i migliori e i più eleganti non fossero alla corte di Nantes, come il Re aveva ordinato loro. Ora ascoltate, se volete, la grande gioia e la grandezza, lo sfarzo e la ricchezza, che furono esibiti alla corte. Prima che l'ora di nona avesse suonato, Re Artù nominò quattrocento cavalieri o più, tutti figli di conti e di re. A ciascuno donò tre cavalli e due paia di vesti, affinché la sua corte facesse una figura migliore. Potente e prodigo era il Re; poiché i mantelli che donò non erano di saia, né di pelle di coniglio, né di pelliccia bruna a buon mercato, ma di seta pesante ed ermellino, di pelliccia maculata e sete fiorite, bordati con pesante e rigida passamaneria d'oro. Alessandro, che conquistò così tanto da sottomettere il mondo intero, e che era così prodigo e ricco, al confronto con lui era povero e meschino. Cesare, l'Imperatore di Roma, e tutti i re i cui nomi udite nelle storie e nei canti epici, non distribuirono a nessun banchetto quanto diede Artù il giorno in cui incoronò Erec; né Cesare e Alessandro oserebbero spendere quanto egli spese alla corte. Le vesti venivano prese dagli scrigni e sparse liberamente attraverso le sale; ognuno poteva prendere ciò che voleva, senza restrizioni. Nel mezzo della corte, sopra un tappeto, stavano trenta moggi di sterline lucenti; poiché dal tempo di Merlino fino a quel giorno le sterline avevano corso legale in tutta la Gran Bretagna. Lì tutti si servivano, ognuno portando via quella notte tutto ciò che desiderava al proprio alloggio. Alle nove del giorno di Natale, tutti si riunirono di nuovo a corte. La grande gioia che si avvicinava per lui aveva completamente rubato il cuore di Erec. La lingua e la bocca di nessun uomo, per quanto abile, potrebbe descrivere la terza, o la quarta, o la quinta parte dello sfarzo che segnò la sua incoronazione. Perciò è una folle impresa quella che intraprendo nel voler tentare di descriverla. Ma poiché devo fare lo sforzo, accada quel che accada, non mancherò di narrarne una parte, al meglio delle mie possibilità.

Il Re aveva due troni di avorio bianco, ben costruiti e nuovi, di uno stesso modello e stile. Chi li fece, senza dubbio, fu un artigiano molto abile e astuto. Infatti, così precisamente rese i due uguali in altezza, in larghezza e in ornamento, che non si poteva guardarli da ogni lato per distinguere l'uno dall'altro e trovare in uno ciò che non fosse nell'altro. Non c'era parte di legno, ma tutto d'oro e avorio fine. Erano ben intagliati con grande maestria, poiché i due lati corrispondenti di ciascuno recavano la rappresentazione di un leopardo, e gli altri due la figura di un drago. Un cavaliere chiamato Bruiant delle Isole ne aveva fatto dono e presente a Re Artù e alla Regina. Re Artù sedette su uno, e sull'altro fece sedere Erec, che era abbigliato in seta marezzata. Come leggiamo nella storia, troviamo la descrizione della veste, e affinché nessuno possa dire che mento, cito come mia autorità Macrobio, che si dedicò alla descrizione di essa. Macrobio mi istruisce su come descrivere, secondo quanto ho trovato nel libro, la fattura e le figure del tessuto. Quattro fate l'avevano fatta con grande maestria e maestria. Una rappresentava lì la geometria, come essa stima e misura l'estensione dei cieli e della terra, così che nulla vi manchi; e poi la profondità e l'altezza, e la larghezza, e la lunghezza; poi stima, inoltre, quanto sia ampio e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Tale era l'opera della prima fata. E la seconda dedicò il suo impegno alla raffigurazione dell'aritmetica, e si sforzò molto di rappresentare chiaramente come essa enumeri saggiamente i giorni e le ore del tempo, e l'acqua del mare goccia a goccia, e poi tutta la sabbia, e le stelle una per una, sapendo bene come dire la verità, e quante foglie ci siano nei boschi: tale è l'abilità dell'aritmetica che i numeri non l'hanno mai ingannata, né ella sarà mai in errore quando desidera applicare il suo senso ad essi. Il terzo disegno era quello della musica, con la quale ogni allegria si trova in accordo, canti e armonie, e suoni di corda: di arpa, di violino bretone e di viola. Quest'opera era buona e fine; poiché su di essa erano ritratti tutti gli strumenti e tutti i passatempi. La quarta, che eseguì il suo compito, realizzò un'opera eccellente; poiché la migliore delle arti ritrasse lì. Intraprese l'astronomia, che compie tante meraviglie e trae ispirazione dalle stelle, dalla luna e dal sole. In nessun altro luogo cerca consiglio riguardo a nulla che debba fare. Esse le danno buoni e sicuri consigli. Riguardo a qualsiasi indagine essa faccia presso di loro, sia nel passato che nel futuro, le danno informazioni senza falsità e senza inganno. Quest'opera era ritratta sulla stoffa di cui era fatta la veste di Erec, tutta lavorata e tessuta con filo d'oro. La fodera di pelliccia che era cucita all'interno apparteneva ad alcune bestie strane le cui teste sono tutte bianche, e i cui colli sono neri come more, e che hanno dorsi rossi e venti verdi, e la coda blu scuro. Queste bestie vivono in India e sono chiamate "barbiolets". Non mangiano altro che spezie, cannella e chiodi di garofano freschi. Che vi dirò del mantello? Era molto ricco, fine e bello; aveva quattro pietre nelle nappe – due crisoliti su un lato e due ametiste sull'altro, che erano montate in oro.

Enide non era ancora giunta al palazzo. Quando il Re vede che ritarda, ordina a Gawain di andare rapidamente a prendere lei e la Regina. Gawain si affretta e non fu lento, e con lui il Re Cadoalant e il generoso Re di Galloway. Guivret il Piccolo li accompagna, seguito da Yder figlio di Nut. Così tanti altri nobili corsero lì per scortare le due dame che sarebbero bastati a sconfiggere un esercito; poiché ce n'erano più di mille. La Regina aveva fatto del suo meglio per adornare Enide. Nel palazzo la portarono, il cortese Gawain che la scortava da un lato, e dall'altro il generoso Re di Galloway, che l'amava teneramente a causa di Erec che era suo nipote. Quando giunsero al palazzo, Re Artù venne rapidamente verso di loro, e cortesemente fece sedere Enide accanto a Erec; poiché desiderava farle grande onore. Ora ordina di portare fuori dal suo tesoro due massicce corone di oro fino. Non appena ebbe parlato e dato il comando, senza indugio le corone furono portate davanti a lui, tutte scintillanti di carbonchi, di cui ce n'erano quattro in ciascuna. La luce della luna non è nulla in confronto alla luce che il meno luminoso dei carbonchi poteva sprigionare. A causa del fulgore che emanavano, tutti coloro che erano nel palazzo rimasero così abbagliati che per un momento non poterono vedere nulla; e persino il Re fu stupito, e tuttavia colmo di soddisfazione, quando li vide così limpidi e luminosi. Ne fece tenere una da due damigelle, e l'altra da due gentiluomini. Poi ordinò ai vescovi e ai priori e agli abati della Chiesa di farsi avanti e ungere il nuovo Re, come è la pratica cristiana. Ora tutti i prelati, giovani e vecchi, si fecero avanti; poiché alla corte c'era un gran numero di vescovi e abati. Il Vescovo di Nantes stesso, che era un uomo molto degno e santo, unse il nuovo Re in un modo molto santo e decoroso, e pose la corona sul suo capo. Re Artù fece portare uno scettro che era molto fine. Ascoltate la descrizione dello scettro, che era più limpido di una lastra di vetro, tutto di uno smeraldo solido, grande quanto il vostro pugno. Oso dirvi in verità che in tutto il mondo non c'è specie di pesce, o di bestia selvatica, o di uomo, o di uccello che vola, che non fosse lavorata e cesellata su di esso con la sua propria figura. Lo scettro fu consegnato al Re, che lo guardò con stupore; poi lo pose senza indugio nella mano destra di Re Erec; e ora egli era Re come doveva essere. Poi incoronò Enide a sua volta. Ora le campane suonano per la Messa, e si recano alla chiesa principale per ascoltare la Messa e il servizio; vanno a pregare in cattedrale. Avreste visto piangere di gioia il padre della Regina Enide e sua madre, Carsenefide. In verità questo era il nome di sua madre, e il nome di suo padre era Liconal. Molto felici erano entrambi. Quando giunsero alla cattedrale, la processione uscì dalla chiesa con reliquie e tesori per incontrarli. Croci e libri di preghiere e incensieri e reliquiari, con tutte le sante reliquie, di cui ce n'erano molte nella chiesa, furono tutti portati fuori per incontrarli; né mancarono canti. Mai si videro tanti re, conti, duchi e nobili insieme a una Messa, e la calca era così grande e fitta che la chiesa era completamente riempita. Nessun uomo di umili origini poteva entrarvi, ma solo dame e cavalieri. Fuori dalla porta della chiesa un gran numero rimaneva ancora, tanti erano coloro che erano giunti insieme e che non potevano entrare nella chiesa. Quando ebbero ascoltato tutta la Messa, ritornarono al palazzo. Era tutto preparato e decorato: tavole apparecchiate e tovaglie stese, cinquecento tavole e più c'erano; ma non desidero farvi credere una cosa che non sembra vera. Sembrerebbe una menzogna troppo grande se dicessi che cinquecento tavole furono apparecchiate in file in un unico palazzo, quindi non lo dirò; piuttosto c'erano cinque sale così colmate che con grande difficoltà si poteva farsi strada tra le tavole. A ogni tavola c'era in verità un re o un duca o un conte; e ben cento cavalieri erano seduti a ogni tavola. Mille cavalieri servivano il pane, e mille servivano il vino, e mille la carne – tutti vestiti con fresche vesti di pelliccia di ermellino. Tutti sono serviti con vivande diverse. Anche se non le avessi viste, potrei ancora parlarvene; ma devo occuparmi di altro che dirvi cosa avessero da mangiare. Ne avevano abbastanza, senza volere di più; gioiosamente e liberalmente furono serviti a loro piacimento.

Quando questa celebrazione fu conclusa, il Re congedò l'assemblea di re, duchi e conti, il cui numero era immenso, e l'altra gente umile che era giunta per il festival. Li ricompensò liberalmente con cavalli, armi e argento, stoffe e broccati di molti tipi, per la sua generosità e per Erec che amava così tanto. Qui la storia finisce finalmente.

[Nota 11: Una versione gallese, "Geraint il figlio di Erbin", inclusa nella traduzione del "Mabinogion" di Lady Charlotte Guest (Londra, 1838-49; un'edizione moderna si trova nella Everyman Library, Londra, 1906), racconta la stessa storia di "Erec et Enide" con alcune variazioni. Questa versione gallese è stata anche tradotta in francese moderno da J. Loth ("Les Mabinogion", Parigi, 1889), dove può essere consultata con la massima fiducia. Il rapporto tra la prosa gallese e il poema francese è una questione controversa. Cfr. E. Philipot in "Romania", XXV, 258-294, e in precedenza, K. Othmer, "Ueber das Verhaltnis Chrestiens Erec und Enide zu dem Mabinogion des rothen Buch von Hergest" (Colonia, 1889); G. Paris in "Romania", XIX, 157, e id. XX, 148-166.]

[Nota 12: Leggiamo frequentemente nei romanzi di una caccia a Pasqua (F.). Come qui, così nel "Fergus" (a cura di Martin, Halle, 1872), p. 2 sgg., i cavalieri cacciano un cervo bianco, che Perceval infine uccide, ma non vi è menzione della cerimonia del dono di un bacio.]

[Nota 13: Chrétien non fornisce mai alcuna descrizione della natura della Tavola Rotonda. Per lui, è un'istituzione. Layamon nel "Brut" e Wace nel "Le Roman de Brut" sono più specifici nei loro resoconti su questo notevole pezzo d'arredamento. Dalle loro descrizioni, e da altre fonti nella letteratura gallese e irlandese, è ragionevole supporre che la Tavola Rotonda avesse un posto nel folklore celtico primitivo. Cfr. L.F. Mott, "The Round Table" in "Pub. of the Modern Language Association of America", XX, 231-264; A.C.L. Brown, "The Round Table before Wace" in "Harvard Studies and Notes in Philology and Literature", vii, 183-205 (Boston, 1900); Miss J.L. Weston, "A Hitherto Unconsidered Aspect of the Round Table" in "Melanges de philologie romane offerts a M. Wilmotte", ii, 883-894, 2 voll. (Parigi, 1910).]

[Nota 14: Esiste un romanzo dedicato a Yder, di cui G. Paris stampò un riassunto in "Hist. Litt. de la France", XXX, e che è stato recentemente curato da Heinrich Gelzer: "Der altfranzosische Yderroman" (Dresda, 1913). Vi sono apparentemente tre diversi cavalieri di questo nome nei vecchi romanzi francesi (F.).]

[Nota 15: La parola "chastel" (da "castellum") deve solitamente essere tradotta come "città" o luogo forte all'interno di fortificazioni. Solo dove si riferisce chiaramente a un edificio isolato sarà usata la parola "castello".]

[Nota 16: Un "terzuolo" è una specie di falco, in cui l'uccello maschio è un terzo più piccolo della femmina.]

[Nota 17: Un "vavasore" (da "vassus vassallorum") era un ordine inferiore di vassallo, ma un uomo libero. I vavasori sono menzionati con rispetto nei vecchi romanzi francesi, come persone di carattere onorevole, sebbene non di alta nascita.]

[Nota 18: I numerosi riferimenti alla storia di Re Marco, Tristano e Isotta nei poemi esistenti di Chrétien supportano la sua stessa affermazione, fatta all'inizio del "Cligés", che egli stesso compose un poema sul nipote e la moglie del Re di Cornovaglia. Abbiamo frammenti di poemi su Tristano dei poeti anglo-normanni Beroul e Thomas, che furono contemporanei di Chrétien. L'ipotesi di Foerster che il perduto "Tristano" di Chrétien precedesse "Erec" è senza dubbio corretta. Che il poeta abbia trattato in seguito l'amore di Cligés e Fenice come una sorta di espiazione letteraria per l'inevitabile lassismo morale di Tristano e Isotta è stato sostenuto da alcuni, e la teoria è accettabile in vista dei riferimenti che si incontreranno più tardi nel "Cligés". Per l'opinione contraria di Gaston Paris si veda "Journal des Savants" (1902), p. 297 sgg.]

[Nota 19: Nel Mabinogi "Geraint il figlio di Erbin", l'ospite spiega di aver ingiustamente privato suo nipote dei suoi possedimenti e che, per vendetta, il nipote aveva in seguito preso tutte le proprietà di suo zio, inclusa una contea e questa città. Si veda Guest, "The Mabinogion".]

[Nota 110: L'usbergo era una lunga camicia di maglia che arrivava alle ginocchia, indossata dai cavalieri in combattimento. L'elmo e la "coiffe" sottostante proteggevano la testa; il "ventaglio" di maglie intrecciate veniva indossato sulla parte inferiore del viso ed era attaccato su ogni lato del collo alla "coiffe", in modo da proteggere la gola; gli schinieri coprivano le gambe. Il corpo del cavaliere era così ben protetto contro i colpi di spada o lancia. Cfr. vv. 711 sgg.]

[Nota 111: Questo passaggio sembra implicare che talvolta venissero usati incantesimi e sortilegi quando un cavaliere veniva armato (F.).]

[Nota 112: Le "loges", così spesso menzionate nei vecchi romanzi francesi, erano balconi finestrati o punti di osservazione architettonici che offrivano una vista piacevole. La traduzione convenzionale nei vecchi romanzi inglesi è "bower" (pergolato/stanza privata).]

[Nota 113: Tristano uccise Morholt, lo zio di Isotta, quando questi venne a reclamare il tributo da Re Marco (cfr. Bédier, "Le Roman de Tristan", ecc., i, 85 sgg., 2 voll., Parigi, 1902). Il combattimento ebbe luogo su un'isola, senza nome nel testo originale (id. i, 84), ma identificata in seguito con l'isola di San Sansone, una delle Isole Scilly.]

[Nota 114: Lo stesso atto di nutrire un uccello da caccia con un'ala di piviere è menzionato nel "Le Roman de Thebes", 3857-58 (ed. "Anciens Textes").]

[Nota 115: Per tali espressioni figurative usate per completare la negazione, cfr. Gustav Dreyling, "Die Ausdruckweise der ubertriebenen Verkleinerung im altfranzosischen Karlsepos", in "Ausgaben und Abhandlungen" di Stengel, n. 82 (Marburgo, 1888); W.W. Comfort in "Modern Language Notes" (Baltimora, febbraio 1908).]

[Nota 116: Chrétien nei suoi romanzi successivi eviterà di compilare un libro blu così prosaico come quello che si trova in questo passaggio, sebbene elenchi simili di cavalieri si verifichino nei vecchi romanzi inglesi fino a Malory, sebbene di alcuni di loro si sappia ben poco. Sfortunatamente, per i vecchi romanzi francesi non abbiamo un'opera completa come quella fornita per i poemi epici da E. Langlois, "Table des noms propres de toute nature compris dans les chansons de geste" (Parigi, 1904).]

[Nota 117: L'unica menzione fatta da Chrétien di questo figlio di Artù, il cui ruolo è assolutamente insignificante nei romanzi arturiani.]

[Nota 118: Che cos'era questa coppa e chi la mandò ad Artù? Abbiamo "Le Lai du cor" (ed. Wulff, Lund, 1888), che racconta come un certo Re Mangount di Moraine mandò una coppa magica ad Artù. Nessuno poteva bere da questa coppa senza versarne il contenuto se fosse stato un cornuto. Bere da questa coppa era, dunque, una delle tante prove di castità in uso. Ulteriore luce può essere gettata sul passaggio nel nostro testo dal poema inglese "The Cokwold's Daunce" (in "Ancient Metrical Ballads" di C.H. Hartshorne, Londra, 1829), dove Artù viene descritto come un cornuto egli stesso e come uno che ha sempre con sé un corno (coppa) che si diverte a provare sui suoi cavalieri come prova della castità delle loro dame. Per la bibliografia si veda T.P. Cross, "Notes on the Chastity-Testing Horns and Mantle" in "Modern Philology", x, 289-299.]

[Nota 119: Un caso unico di tale divisione del materiale nei poemi di Chrétien (F.).]

[Nota 120: Outre-Gales=Estre-Gales (v.3883)=Extra-Galliam.]

[Nota 121: Tali descrizioni fantasiose di uomini e terre sono comuni nei poemi epici francesi, dove sono solitamente applicate ai Saraceni (F.). Cfr. W.W. Comfort, "The Saracens in Christian Poetry" in "The Dublin Review", luglio 1911; J. Malsch, "Die Charakteristik der Volker im altfranzosischen nationalen Epos" (Heidelberg, 1912).]

[Nota 122: Con quello che ci sembra un gusto errato, Chrétien ritarda frequentemente in questo modo la menzione del nome dei suoi personaggi principali. Il padre e la madre di Enide rimangono anonimi fino alla fine di questo poema. Il lettore noterà altri esempi di questa particolarità in "Yvain" e "Lancelot".]

[Nota 123: La damigella Brangien fu sostituita a Isotta, la sposa, nella prima notte dopo il suo matrimonio con Marco. Tradizioni simili sono associate al matrimonio di Artù e Ginevra, e di Pipino e Berta dai grandi piedi, i genitori di Carlomagno. Adenet le Roi verso la fine del XIII secolo è l'autore dei trattamenti più artistici della storia di Berta (ed. A. Scheler, Bruxelles, 1874). Cfr. W.W. Comfort, "Adenet le Roi: The End of a Literary Era" in "The Quarterly Review", aprile 1913.]

[Nota 124: La lettura "Sanson" (=Sansone) è il suggerimento più recente di Foerster (1904) per sostituire la parola "leone" che si trova in tutti i manoscritti. Il nome di Salomone è sempre stato sinonimo di saggezza, e la generosità di Alessandro era proverbiale nel Medioevo. Per Alessandro, cfr. Paul Meyer, "Alexandre le Grand dans la litterature francaise du moyen age", 2 voll. (Parigi, 1886), vol. ii, pp. 372-376, e Paget Toynbee, "Dante Studies and Researches" (Londra, 1902), p. 144.]

[Nota 125: Dei vari nipoti di Artù, Gawain è rappresentato da Chrétien come senza pari per coraggio e cortesia. Nei romanzi inglesi il suo carattere si deteriora costantemente.]

[Nota 126: Questa frase contiene il movente di tutta l'azione nel seguito. La stessa situazione è minacciata in "Yvain", ma lì Gawain salva l'eroe dal letargo, ignobile agli occhi di un pubblico feudale, in cui stava cadendo. Cfr. anche "Marques de Rome" ("Lit. Verein in Stuttgart", Tubinga, 1889), p. 36, dove l'Imperatrice di Roma così incita il marito alla caccia: "Toz jors cropez vos a Postel; vos n'estes point chevalereus, si come vos deussiez estre, si juenes hom come vos estes"; anche J. Gower, "Le Mirour de l'omme", 22.813 sgg.: "Rois est des femmes trop decu, Qant plus les ayme que son dieu, Dont laist honour pour foldelit: Cil Rois ne serra pas cremu, Q'ensi voet laisser sou escu Et querre le bataille ou lit."]

[Nota 127: Questo comando brusco, che implica un cambiamento così repentino nell'atteggiamento di Erec verso sua moglie, avvia una lunga serie di prove della devozione di Enide, che riempiono il resto del romanzo. Perché Erec trattò sua moglie con tale severità? Nel Mabinogi di "Geraint il figlio di Erbin", è chiaro che la gelosia era il movente dell'eroe. Il lettore di "Erec" può giudicare se, come crediamo, l'improvvisa decisione dell'eroe non sia piuttosto quella di un uomo piccato per essere stato giustamente rimproverato da sua moglie per una mancanza che egli stesso non aveva notato; irato per l'imputazione di sua moglie, e timoroso di aver perso il suo rispetto, parte per riscattare la propria reputazione ai suoi occhi, e per farle ritrattare qualsiasi insinuazione avesse fatto. Erec è semplicemente arrabbiato con se stesso, ma sfoga la sua ira sulla moglie indifesa finché non si rassicura del suo amore e rispetto per lui.]

[Nota 128: La situazione qui è comune. Parallelismi si troveranno nel "Voyage de Charlemagne", nel primo racconto delle "Mille e una notte", nel poema "Biterolf e Dietlieb", e nella ballata inglese di "Re Artù e Re Cornovaglia". Il Professor Child, nelle sue "English and Scotch Ballads", indicizza le ballate nella sua collezione, che presentano questo motivo, sotto la seguente voce: "Re che si considera il più ricco, più magnifico, ecc., al mondo, si sente dire che c'è qualcuno che lo supera, e si impegna a vedere di persona se ciò sia vero, minacciando di morte la persona che ha affermato la sua inferiorità nel caso in cui ciò venga smentito."]

[Nota 129: La presenza degli irlandesi in questo contesto è spiegata da G. Paris in "Romania", xx, 149.]

[Nota 130: Keu il Siniscalco appare qui per la prima volta nei poemi di Chrétien con il carattere che egli regolarmente gli attribuisce. I lettori del romanzo arturiano hanno tutti familiarità con Sir Keu; scopriranno che in Chrétien, il siniscalco, oltre alle sue innegabili qualità di coraggio e franchezza, ha tratti meno piacevoli; è temerario, privo di tatto, meschino e denigratore del merito altrui. Figura in modo prominente in "Yvain" e "Lancelot". La sua storia poetica non è stata ancora scritta. Il suo ruolo nei romanzi tedeschi è stato toccato dal Dr. Friedrich Sachse, "Ueber den Ritter Kei" (Berlino, 1860).]

[Nota 131: Non fu mangiata carne perché era la vigilia della domenica.]

[Nota 132: Nei poemi epici francesi e nei romanzi d'avventura allo stesso modo è consuetudine che giganti e ogni sorta di bifolchi rustici portino clave, essendo le armi della cavalleria appropriate solo per creature così ignobili. Altri esempi di questa convenzione saranno notati nel testo.]

[Nota 133: Segue un eccellente esempio di un vecchio lamento funebre francese. Tale grido era noto nell'antico francese come "regret", una parola che ha perso il suo significato specifico in inglese.]

[Nota 134: Si incontreranno molti esempi di donne esperte nella pratica della medicina e della chirurgia. Sull'argomento, cfr. A. Hertel, "Verzauberte Oertlichkeiten und Gegenstande in der altfranzosischen Dichtung" (Hannover, 1908); Georg Manheimer, "Etwas liber die Aerzte im alten Frankreich" in "Romanische Forschungen", vi, 581-614.]

[Nota 135: Il riferimento qui e nel v. 5891 è probabilmente suggerito dal "Roman d'Eneas", che racconta la stessa storia dell'"Eneide" di Virgilio, in distici rimati di otto sillabe in antico francese, e che è datato dalla borsa di studio più recente al 1160 circa. Cfr. F.M. Warren in "Modern Philology", iii, 179-209; iii, 513-539; iv, 655-675. Anche M. Wilmotte, "L'Evolution du roman francais aux environs de 1150" (Parigi, 1903). Scene tratte dai romanzi classici e medievali furono per lungo tempo soggetti preferiti di rappresentazione su stoffe e arazzi, così come di miniature per manoscritti.]

[Nota 136: Varie congetture sono state avanzate riguardanti il significato di questa strana avventura e il suo misterioso nome "La Joie de la cour". È un episodio del tutto estraneo, e Tennyson nel suo uso artistico del nostro eroe ed eroina nell'Idillio di "Geraint e Enid" fece bene a ometterlo. La spiegazione di Chrétien, poco più avanti, della "Gioia della corte" è zoppicante e insoddisfacente, come se egli stesso non comprendesse il significato della materia su cui stava lavorando. Cfr. E. Philipot in "Romania", xxv, 258-294; K. Othmer, "Ueber das Verhaltnis Chrestiens Erec und Enide zu dem Mabinogion des rothen Buch von Hergest" (Bonn, 1889); G. Paris in "Romania", xx, 152 sgg.]

[Nota 137: La seguente descrizione dell'accoglienza di Erec è ripetuta con variazioni al momento dell'ingresso di Yvain nel "Chastel de Pesme Avanture" ("Yvain", 5107 sgg.) (F.).]

[Nota 138: Per tali descrizioni medievali convenzionali di castelli, palazzi e paesaggi dell'altro mondo, cfr. O.M. Johnston in "Ztsch fur romanische Philologie", xxxii, 705-710.]

[Nota 139: Tiebaut li Esclavon, frequentemente menzionato nei poemi epici, era un re saraceno, il primo marito di Guibourne, che in seguito sposò l'eroe cristiano Guillaume d'Orange. Opinel era anch'egli un Saraceno, menzionato in "Gaufrey", p. 132, e l'eroe di un poema epico perduto (si veda G. Paris, "Historie poetique de Charlemagne", p. 127). Fernagu era un altro re saraceno, ucciso in un famoso scontro da Roland, "Otinel", p. 9 (F.). Per ulteriori riferimenti a questi personaggi, si veda E. Langlois, "Table des noms propres de toute nature compris dans les chansons de geste" (Parigi, 1904).]

[Nota 140: C'è un recinto simile sormontato da elmi nel "Lai de la Mule sanz frain", v. 433 (ed. a cura di R.T. Hill, Baltimora, 1911).]

[Nota 141: Per tali corni magici, cfr. A. Hertel, "Verzauberte Oertlichkeiten", ecc. (Hannover, 1908).]

[Nota 142: Infatti, non si sa nulla di questo "lai", se, in effetti, sia mai esistito. Per una definizione recente di "lai", si veda L. Foulet in "Ztsch. fur romanische Philologie", xxxii, 161 sgg.]

[Nota 143: Lo sterlino era il penny d'argento inglese, 240 dei quali equivalevano a 1 Sterlina d'argento di 5760 grani 925 di purezza. È descritto precocemente come "denarius Angliae qui vocatur sterlingus" ("Ency. Brit").]

[Nota 144: Macrobio fu un filosofo neoplatonico e grammatico latino dell'inizio del V secolo d.C. È meglio conosciuto come autore dei "Saturnalia" e di un commento al "Somnium Scipionis" di Cicerone nel "De republica" di quell'autore. È quest'ultima opera che è probabilmente nella mente di Chrétien, così come di Gower, che lo cita nel suo "Mirour de l'omme", e di Jean de Meun, l'autore della seconda parte del "Roman de la Rose".]

[Nota 145: Per le fate e le loro opere nel Medioevo, cfr. L.F.A. Maury, "Les Fees du moyen age" (Parigi, 1843); Keightley, "Fairy Mythology" (Londra, 1860); Lucy A. Paton, "Studies in the Fairy Mythology of Arthurian Romance", Radcliffe Monograph (Boston, 1903); D.B. Easter, "The Magic Elements in the romans d'aventure and the romans bretons" (Baltimora, 1906).]

(Vv. 575-654.) Soredamors, la damigella, che non sa come celare la sua pena, ha una camicia di tela di lino finissima, che lei stessa ha ricamato con i propri capelli. È una cosa meravigliosa: non c'è oro o seta che possa essere paragonato alla bellezza di quei capelli, che brillano come il filo d'oro puro. Soredamors ha cucito la camicia con molta cura e, in un momento di sbadataggine, l'ha lasciata incustodita. Alexander, che l'aveva notata, la prende e la nasconde; prova un tale piacere nel possederla che la bacia più di centomila volte. La guarda e la rimira, e nel guardarla si consola. E lei, quando si accorge che la camicia non c'è più, ne soffre profondamente e ne è addolorata, poiché teme che qualcuno l'abbia trovata e che lei ne possa essere svergognata. Ma non osa chiederne a nessuno, né può dirlo a nessuno. Il suo cuore è in grave agitazione, ma deve nascondere il suo dolore. La regina, che era con lei, nota che Soredamors è spesso assorta e triste, e le chiede: "Soredamors, cara amica, cosa vi turba? Siete così pensierosa e silenziosa che mi sembra abbiate perso la vostra allegria". Ed ella, che non vuole rivelare il suo segreto, risponde prontamente: "Mia signora, non è nulla. È solo la fatica del viaggio che mi rende fiacca e stanca". La regina le crede, poiché il mare è spesso causa di malessere. Ma, nel frattempo, Alexander, che ha la camicia, la porta sempre con sé, nascosta sotto la veste, a contatto con la pelle. Non c'è tesoro al mondo che egli desideri di più. La tiene come se fosse la sua stessa vita e trova conforto nel toccarla. Amore, che è un maestro nell'arte di tormentare i cuori, continua a stuzzicarli entrambi, senza che l'uno sappia nulla dell'altro. Soredamors è tormentata dal rimpianto per la camicia e dal pensiero di colui che l'ha presa, sebbene non sappia chi sia stato. Alexander, dal canto suo, è felice di possedere quel pegno, ma è infelice perché non osa dichiararsi. Così, nel silenzio e nel segreto, il loro amore cresce, nutrito dal timore e dalla speranza, mentre il destino li conduce verso avventure che metteranno a dura prova la loro costanza.

Alessandro la ama e la brama; e anche lei, dal canto suo, languisce d'amore per lui, ma egli non lo sa, né lo saprà finché non avrà sofferto molti dolori e molti affanni. È per amor suo che egli presta devoto servizio alla Regina, così come alle sue damigelle; ma a colei su cui sono fissi i suoi pensieri, non osa parlare né rivolgere parola. Se solo osasse rivendicare presso di lei il diritto che crede di avere, gli svelerebbe volentieri la verità; ma non ne ha il coraggio, né può farlo. Non osano né parlare né agire in accordo con ciò che ciascuno scorge nell'altro: il che reca loro un grande strazio, e il loro amore non fa che crescere e avvampare sempre più. Tuttavia, è usanza di tutti gli amanti banchettare volentieri con lo sguardo, se non possono fare di più; e presumono che, poiché trovano piacere in ciò che causa la nascita e la crescita del loro amore, allora debba essere a loro vantaggio; laddove ciò li danneggia soltanto di più, proprio come chi si avvicina e si accosta al fuoco si scotta più di chi se ne sta in disparte. Il loro amore cresce e aumenta ben presto; ma ciascuno è confuso davanti all'altro, e tanto è nascosto e celato che nessuna fiamma o fumo sorge dalle braci sotto la cenere. Il calore non è minore per questo, ma anzi è meglio conservato sotto la cenere che sopra. Entrambi sono in grande tormento; poiché, affinché nessuno possa percepire il loro malessere, sono costretti a ingannare la gente con un contegno simulato; ma di notte giunge l'amaro gemito, che ciascuno emette nel proprio petto. Di Alessandro vi racconterò per prima cosa come si lamenta e sfoga il suo dolore. Amore presenta davanti alla sua mente colei per la quale è in tale angoscia; è lei che gli ha sottratto il cuore e non gli concede riposo sul suo letto, perché, in verità, egli si diletta a ricordare la bellezza e la grazia di colei che, non ha speranza, gli porterà mai alcuna gioia. "Potrei anche considerarmi un folle", esclama. "Un folle? In verità, sono fuori di me, quando non oso dire ciò che ho in mente; poiché andrebbe presto peggio per me (se tacessi). Ho impegnato i miei pensieri in un'impresa folle. Ma non è meglio tenere i miei pensieri per me che essere chiamato sciocco? Il mio desiderio non sarà allora mai conosciuto. Dovrò dunque celare la causa del mio tormento, e non osare cercare aiuto e guarigione per la mia ferita? È folle chi si sente afflitto e non cerca ciò che gli porterà salute, se per caso può trovarlo da qualche parte; ma molti cercano il proprio benessere sforzandosi per il desiderio del loro cuore, inseguendo soltanto ciò che reca loro guai. E perché dovrebbe chiedere consiglio chi non si aspetta di ottenere la salute? Si affaticherebbe soltanto invano. Sento la mia malattia così grave che non sarò mai guarito da alcuna medicina o pozione, da alcuna erba o radice. Per alcuni mali non c'è rimedio, e il mio giace così in profondità che è fuori dalla portata della medicina. Non c'è dunque aiuto? Mi sembra di aver mentito. Quando per la prima volta sentii questo malanno, se avessi osato farne menzione, avrei potuto parlare con un medico che avrebbe potuto guarirmi completamente. Ma non mi piace discutere di tali faccende; penso che non mi presterebbe ascolto e non acconsentirebbe ad accettare un compenso. Non c'è da stupirsi, dunque, se sono terrorizzato; poiché sono molto malato, eppure non so che malattia sia questa che mi ha in suo potere, e non so da dove sia venuto questo dolore. Non lo so? So bene che è Amore che mi reca questa offesa. Com'è possibile? Può Amore recar danno? Non è egli gentile e ben educato? Ero solito pensare che in Amore non vi fosse null'altro che il bene; ma l'ho trovato pieno di inimicizia. Chi non ne ha fatto esperienza non sa quali scherzi faccia Amore. È uno sciocco chi si unisce alle sue schiere; poiché egli cerca sempre di danneggiare i suoi seguaci. In fede mia, i suoi scherzi sono cattivi. È un gioco meschino giocare con lui, poiché il suo gioco mi farà solo del male. Cosa farò, dunque? Dovrò ritirarmi? Penso sarebbe saggio farlo, ma non so come riuscirci. Se Amore mi castiga e mi minaccia per insegnarmi e istruirmi, dovrei disprezzare il mio maestro? È uno sciocco chi schernisce il suo maestro. Dovrei conservare e far tesoro della lezione che Amore mi impartisce, poiché un gran bene potrebbe presto derivarne. Ma sono spaventato perché mi percuote così tanto. E ti lamenti, quando nessun segno di colpo o ferita appare? Non ti sbagli? No, poiché mi ha ferito così profondamente che ha scagliato il suo dardo fino al mio cuore, e non l'ha ancora estratto. Come ha trafitto il tuo corpo con esso, quando nessuna ferita appare all'esterno? Dimmi questo, poiché desidero sapere. Come lo ha fatto entrare? Attraverso l'occhio. Attraverso l'occhio? Ma non l'ha spento? Non ha danneggiato affatto l'occhio, ma tutto il dolore è nel cuore. Allora dimmi, se il dardo è passato attraverso l'occhio, com'è che l'occhio stesso non è danneggiato o spento. Se il dardo è entrato attraverso l'occhio, perché il cuore nel petto si lamenta, quando l'occhio, che ha ricevuto il primo effetto, non se ne lamenta affatto? Posso spiegarmelo facilmente: l'occhio non ha a che fare con l'intelletto, né ne ha alcuna parte; ma è lo specchio del cuore, e attraverso questo specchio passa, senza fare danno o offesa, la fiamma che incendia il cuore. Poiché non è forse il cuore posto nel petto proprio come una candela accesa che viene messa in una lanterna? Se togli la candela, nessuna luce brillerà dalla lanterna; ma finché la candela dura, la lanterna non è affatto buia, e la fiamma che brilla all'interno non le fa alcun danno o offesa. Allo stesso modo con una lastra di vetro, che potrebbe essere molto forte e solida, eppure un raggio di sole potrebbe passarvi attraverso senza incrinarla affatto; eppure un pezzo di vetro non sarà mai così luminoso da permettere di vedere, a meno che una luce più forte non colpisca la sua superficie. Sappi che la stessa cosa è vera per gli occhi come per il vetro e la lanterna; poiché la luce colpisce gli occhi nei quali il cuore è abituato a vedersi riflesso, ed ecco! vede una qualche luce fuori, e molte altre cose, alcune verdi, altre porpora, altre rosse o blu; e alcune non gli piacciono, e alcune gli piacciono, disprezzandone alcune e apprezzandone altre. Ma molti oggetti gli sembrano belli quando li guarda nello specchio, che lo ingannerà se non sarà in guardia. Il mio specchio mi ha ingannato grandemente; poiché in esso il mio cuore ha visto un raggio di luce da cui sono afflitto, e che è penetrato in profondità dentro di me, facendomi perdere il senno. Sono trattato male dal mio amico, che mi abbandona per il mio nemico. Potrei ben accusarlo di fellonia per il torto che mi ha fatto. Pensavo di avere tre amici, il mio cuore e i miei due occhi insieme; ma sembra che mi odino. Dove troverò mai un amico, quando questi tre sono i miei nemici, appartenenti a me, eppure mettendomi a morte? I miei servitori deridono la mia autorità, facendo ciò che vogliono senza consultare il mio desiderio. Dopo la mia esperienza con costoro che mi hanno fatto torto, so bene che l'amore di un uomo dabbene può essere infangato da malvagi servitori al suo servizio. Chi è assistito da un malvagio servitore avrà sicuramente motivo di pentirsene, prima o poi. Ora vi dirò come la freccia, che è giunta in mia custodia e possesso, sia fatta e foggiata; ma temo grandemente di fallire nell'intento; poiché la fattura è così fine che non sarà meraviglia se fallirò. Tuttavia dedicherò tutto il mio impegno a dirvi come mi appare. La tacca e le piume sono così vicine l'una all'altra, se esaminate attentamente, che la linea di separazione è fine quanto lo spessore di un capello; ma la tacca è così liscia e diritta che in essa sicuramente non si potrebbe apportare alcun miglioramento. Le piume sono colorate come se fossero d'oro o dorate; ma l'oro qui è fuori bersaglio, poiché so che queste piume erano più brillanti di qualsiasi doratura. Questo dardo è dotato di barbe con le trecce dorate che ho visto l'altro giorno in mare. Quello è il dardo che desta il mio amore. Dio! Che tesoro possedere! Vorrebbe colui che potesse ottenere un tale premio bramare altre ricchezze per tutta la sua vita? Per quanto mi riguarda, potrei giurare che non desidererei nient'altro; non rinuncerei nemmeno alla barba e alla tacca per tutto l'oro di Antiochia. E se apprezzo così tanto queste due cose, chi potrebbe stimare il valore di ciò che resta? È così bella e piena di fascino, così cara e preziosa, che bramo e desidero fissare di nuovo la sua fronte, che la mano di Dio ha reso così limpida che sarebbe vano paragonarvi qualsiasi specchio, smeraldo o topazio. Ma tutto ciò vale poco per chi vede i suoi occhi lampeggianti; a tutti coloro che li fissano sembrano come due candele accese. E quale lingua è così esperta da descrivere la foggia del suo naso ben modellato e del volto radioso, in cui la rosa suffonde il giglio così da oscurarlo un po', e accrescere così la gloria del suo viso? E chi parlerà della sua bocca ridente, che Dio modellò con tale maestria che nessuno potrebbe vederla e non supporre che stesse ridendo? E che dire dei suoi denti? Sono così vicini l'uno all'altro che sembra che siano tutti di un unico pezzo solido, e affinché l'effetto potesse essere ulteriormente esaltato la Natura aggiunse il suo lavoro; poiché chiunque, nel vederla schiudere le labbra, supporrebbe che i denti fossero d'avorio o d'argento. C'è così tanto da dire se dovessi ritrarre ogni dettaglio del fascino del mento e delle orecchie, che non sarebbe strano se tralasciassi qualche piccola cosa. Della sua gola dirò solo che il cristallo accanto ad essa appare opaco. E il suo collo sotto i capelli è quattro volte più bianco dell'avorio. Tra il bordo della sua veste e la fibbia alla gola scoperta, vidi il suo seno lasciato esposto e più bianco della neve appena caduta. Il mio dolore sarebbe davvero lenito, se avessi visto il dardo intero. Direi volentieri, se solo sapessi, quale fosse la natura dell'asta. Ma non l'ho vista, e non è mia colpa se non tento di descrivere qualcosa che non ho mai visto. A quel tempo Amore mi mostrò solo la tacca e la barba; poiché l'asta era nascosta nella faretra, vale a dire, nella veste e nella camicia di cui la damigella era adornata. In fede mia, il malanno che mi tortura è la freccia - è il dardo di cui sono uno sciagurato a adirarmi. Sono ingrato a essere irritato. Mai sarà spezzato un filo di paglia a causa di qualsiasi sfiducia o lite che possa sorgere tra Amore e me. Ora lasciate che Amore faccia ciò che vuole di me come di uno che appartiene a lui; poiché lo desidero, e così mi piace. Spero che questo malanno non mi lasci mai, ma che mantenga sempre la sua presa, e che la salute non mi giunga mai se non dalla fonte della mia malattia.

Il lamento di Alessandro è abbastanza lungo; ma quello della fanciulla non è da meno. Tutta la notte giace in tale angoscia che non può dormire né trovare riposo. Amore ha confinato nel suo cuore una lotta e un conflitto che le disturba il petto, e che le causa tale dolore e angoscia che piange e geme tutta la notte, e si rigira con improvvisi sussulti, così da essere quasi fuori di sé. E quando si è rigirata e singhiozzata e gemuta e sussultata e sospirata ancora, allora guarda dentro il suo cuore per vedere chi e che sorta di uomo fosse colui per il quale Amore la tormentava. E quando si è rinfrescata un po' pensando a suo piacimento, si stira e si rigira di nuovo, e deride tutti i pensieri che ha avuto. Poi prende un'altra strada, e dice: "Sciocca, cosa mi importa se questo giovane è di buona nascita e saggio e cortese e valoroso? Tutto ciò è semplicemente a suo onore e credito. E quanto alla sua bellezza, cosa mi importa? Che la sua bellezza se ne vada con lui! Ma se così fosse, sarebbe contro la mia volontà, poiché non è mio desiderio privarlo di nulla. Privarlo? No, davvero! Questo sicuramente non lo farò. Se avesse la saggezza di Salomone, e se la Natura gli avesse concesso tutta la bellezza che può mettere in forma umana, e se Dio avesse messo in mio potere di disfare tutto, eppure non lo danneggerei; ma vorrei volentieri, se potessi, renderlo ancora più saggio e bello. In fede, dunque, non lo odio! E sono per questo motivo sua amica? No, non sono sua più di quanto lo sia di qualsiasi altro uomo. Allora perché penso così tanto a lui, se non mi piace più degli altri uomini? Non lo so; sono tutta confusa; poiché non ho mai pensato così tanto a nessun uomo al mondo, e se avessi la mia volontà, lo vedrei tutto il tempo, e non toglierei mai gli occhi da lui. Sento tale gioia alla sua vista! È questo amore? Sì, credo lo sia. Non dovrei fare appello a lui così spesso, se non lo amassi sopra ogni altro. Quindi lo amo, dunque, che sia stabilito. Allora non farò ciò che voglio? Sì, a patto che non rifiuti. Questa mia intenzione è sbagliata; ma Amore ha così colmato il mio cuore che sono folle e fuori di me, né alcuna difesa mi gioverà ora, se devo sopportare l'assalto di Amore. Mi sono comportata con prudenza verso Amore così a lungo, e non avrei mai acconsentito al suo volere; ma ora sono più che benevolmente disposta verso di lui. E quali ringraziamenti mi dovrà, se non può avere il mio amorevole servizio e la mia buona volontà? Con la forza ha umiliato il mio orgoglio, e ora devo seguire il suo piacere. Ora sono pronta ad amare, e ho un padrone, e Amore mi insegnerà - ma cosa? Come devo servire il suo volere. Ma di ciò sono molto ben informata, e sono così esperta nel servirlo che nessuno potrebbe trovarmi difetto. Non ho bisogno di imparare altro su questo. Amore vorrebbe, e così vorrei io, che io fossi sensibile e modesta e gentile e avvicinabile da tutti per amore di uno che amo. Dovrò amare tutti gli uomini, dunque, per amore di uno? Dovrei essere piacevole con tutti, ma Amore non mi ordina di essere la vera amica di tutti. Le lezioni di Amore sono solo buone. Non è senza significato che io sia chiamata col nome di Soredamors. Sono destinata ad amare ed essere amata a mia volta, e intendo provarlo col mio nome, se riesco a trovarne la spiegazione. C'è qualche significato nel fatto che la prima parte del mio nome è di colore dorato; poiché ciò che è dorato è il migliore. Per questo motivo stimo molto il mio nome, perché inizia con quel colore con cui l'oro più puro si armonizza. E la fine del nome richiama Amore alla mia mente; poiché chiunque mi chiami col mio vero nome mi rinfresca sempre con l'amore. E una metà dorata l'altra con un mantello lucente di oro giallo; poiché Soredamors ha il significato di 'una dorata dall'Amore'. Amore mi ha onorato grandemente dorandomi con se stesso. Una doratura di vero oro non è così fine come quella che mi rende radiosa. E farò d'ora in poi del mio meglio per essere la sua doratura, e non me ne lamenterò mai più. Ora amo e sempre più amerò. Chi? Davvero, questa è una bella domanda! Colui che Amore mi ordina di amare, poiché nessun altro avrà mai il mio amore. Cosa gli importerà nella sua ignoranza, a meno che non glielo dica io stessa? Cosa farò, se non gli rivolgo la mia preghiera? Chiunque desideri qualcosa dovrebbe chiederla e farne richiesta. Cosa? Dovrò implorarlo, dunque? No. Perché? È mai accaduto che una donna sia così sfacciata da corteggiare un uomo; a meno che non fosse del tutto fuori di sé. Sarei folle senza dubbio se pronunciassi qualcosa per cui potrei essere rimproverata. Se dovesse conoscere la verità dalle mie parole, penso che mi terrebbe in scarsa considerazione, e mi rimprovererebbe spesso di aver sollecitato il suo amore. Possa l'amore non essere mai così vile che io debba essere la prima a avanzare una richiesta che mi abbasserebbe ai suoi occhi! Ahimè, Dio! Come conoscerà mai la verità, dal momento che non gliela dirò? Finora ho ben poco di cui lamentarmi. Aspetterò finché la sua attenzione non sarà destata, se mai dovrà essere destata. Indovinerà sicuramente la verità, penso, se mai ha avuto commercio con Amore, o ne ha sentito parlare per sentito dire. Sentito parlare? È una cosa sciocca da dire. Amore non è di così facile accesso che chiunque possa vantare conoscenza solo per sentito dire e senza esperienza personale. Sono giunta a saperlo bene io stessa; poiché non potrei mai imparare nulla dell'amore attraverso l'adulazione e parole corteggianti, sebbene sia stata spesso nella scuola dell'esperienza, e sia stata lusingata molte volte. Ma sono sempre rimasta in disparte, e ora mi fa pagare una pesante penale: ora ne so più io del bue dell'arare. Ma una cosa mi causa disperazione: temo che non sia mai stato innamorato. E se non è innamorato, e non lo è mai stato, allora ho seminato nel mare dove nessun seme può mettere radici. Quindi non c'è altro da fare che aspettare e soffrire, finché non vedrò se riesco a indurlo con accenni e parole velate. Continuerò così finché non sarà sicuro del mio amore e oserà chiedermelo. Quindi non c'è altro sulla faccenda, se non che io lo amo e sono sua. Se non mi ama, tuttavia lo amerò."

Così lui e lei esprimono il loro lamento, infelici di notte e peggio di giorno, ciascuno nascondendo la verità agli occhi dell'altro. In tale angoscia rimasero a lungo in Bretagna, credo, finché la fine dell'estate giunse. All'inizio di ottobre arrivarono messaggeri da Dover da Londra e Canterbury, recando al Re notizie che lo turbarono. I messaggeri gli dissero che avrebbe potuto indugiare troppo a lungo in Bretagna; poiché colui al quale aveva affidato il regno intendeva opporsi a lui, e aveva già radunato un grande esercito dei suoi vassalli e amici, e si era stabilito a Londra allo scopo di difendere la città contro Artù quando fosse tornato.

Quando il Re ebbe udito queste notizie, adirato e profondamente contrariato, convocò tutti i suoi cavalieri. Per meglio spronarli a punire il traditore, disse loro che la colpa dei suoi travagli e dei suoi affanni era interamente loro; poiché, su loro consiglio, aveva affidato la sua terra nelle mani del traditore, che è peggiore di Gano. Non vi fu alcuno che non concordasse sul fatto che il Re avesse ragione, poiché egli non aveva fatto altro che seguire il loro consiglio; ma ora costui doveva essere messo al bando, e potevano star certi che nessuna città o borgo sarebbe valso a salvare il suo corpo dall'essere trascinato via con la forza. Così tutti rassicurarono il Re, dandogli la loro parola sotto giuramento, che gli avrebbero consegnato il traditore, o mai più avrebbero rivendicato i loro feudi. E il Re fece proclamare in tutta la Bretagna che nessuno tra coloro che potevano portare le armi doveva rifiutarsi di seguirlo immediatamente.

Tutta la Bretagna era in fermento. Mai fu visto un esercito pari a quello che Re Artù aveva radunato. Quando le navi giunsero per salpare, sembrò che il mondo intero stesse prendendo il mare; poiché persino l'acqua era celata alla vista, coperta dalla moltitudine delle imbarcazioni. È certamente vero che, a giudicare dal tumulto, l'intera Bretagna era in movimento. Ora le navi hanno attraversato il Canale e l'esercito radunato è accampato sulla riva. Alessandro pensò di andare a pregare il Re di farlo cavaliere, poiché se mai avesse dovuto conquistare fama, sarebbe stato in quella guerra. Spinto dal suo desiderio, prese con sé i suoi compagni per compiere ciò che aveva in mente. Giunti agli alloggi del Re, lo trovarono seduto davanti alla sua tenda. Quando vide i Greci avvicinarsi, li chiamò a sé, dicendo: "Signori, non celate quale affare vi conduca qui". Alessandro rispose a nome di tutti e gli espose il suo desiderio: "Sono venuto", disse, "a richiedervi, come dovrei fare al mio signore feudale, a nome dei miei compagni e mio, che ci facciate cavalieri". Il Re rispose: "Molto volentieri; né vi sarà alcun indugio, poiché avete avanzato la vostra richiesta". Allora il Re ordinò che venisse fornito l'equipaggiamento per dodici cavalieri. Immediatamente il comando del Re fu eseguito. Non appena ciascuno chiedeva il proprio equipaggiamento, gli veniva consegnato – armi ricche e un buon destriero: così ognuno ricevette il suo corredo. Le armi, le vesti e il cavallo erano di uguale valore per ciascuno dei dodici; ma l'armatura per il corpo di Alessandro, se fosse stata valutata o venduta, valeva da sola quanto quella di tutti gli altri dodici messi insieme. In riva all'acqua si spogliarono, poi si lavarono e si bagnarono. Non desiderando che venisse riscaldato per loro alcun altro bagno, si lavarono nel mare e lo usarono come tinozza.

Tutto ciò fu noto alla Regina, che non nutriva alcun malanimo verso Alessandro, ma anzi lo amava, lo stimava e lo apprezzava. Desiderava fare ad Alessandro un dono, ma era assai più prezioso di quanto lei pensasse. Cercò e frugò in tutte le sue cassette finché non trovò una camicia di seta bianca, ben fatta, di trama delicata e assai morbida. Ogni filo della cucitura era d'oro, o quantomeno d'argento. Soredamors aveva messo mano alla cucitura qua e là, e a intervalli, nelle maniche e sul collo, aveva inserito accanto all'oro un filo dei propri capelli, per vedere se si potesse trovare un uomo che, esaminando attentamente, potesse scorgere la differenza. Poiché il capello era lucente e dorato proprio come il filo d'oro stesso. La Regina prese la camicia e la offrì ad Alessandro. Ah, Dio! Quale gioia avrebbe provato Alessandro se avesse saputo cosa gli stava donando la Regina! E quanto sarebbe stata lieta anche lei, che vi aveva inserito i propri capelli, se avesse saputo che il suo amante l'avrebbe posseduta e indossata! Avrebbe potuto trarne grande conforto; poiché non avrebbe tenuto in così gran conto tutti i capelli che ancora possedeva quanto i pochi che aveva Alessandro. Ma, purtroppo, nessuno dei due conosceva la verità. Il messaggero della Regina trovò i giovani sulla riva dove si stavano bagnando e consegnò la camicia ad Alessandro. Egli ne fu grandemente compiaciuto, stimando il dono tanto più perché gli era stato dato dalla Regina. Ma se avesse conosciuto il resto, l'avrebbe valutata ancora di più; in cambio di essa non avrebbe preso il mondo intero, ma ne avrebbe fatto un reliquiario e l'avrebbe adorata, senza dubbio, giorno e notte.

Alessandro non indugiò oltre, ma si vestì immediatamente. Quando fu vestito e pronto, tornò alla tenda del Re con tutti i suoi compagni. La Regina, a quanto pare, era venuta anch'ella, desiderando vedere i nuovi cavalieri presentarsi. Potevano essere definiti tutti avvenenti, ma Alessandro, con il suo corpo ben proporzionato, era il più bello di tutti. Ebbene, ora che sono cavalieri non dirò altro di loro per il momento, ma narrerò del Re e del suo esercito giunto a Londra. La maggior parte del popolo rimase fedele a lui, sebbene molti si alleassero con l'opposizione. Il Conte Angres radunò le sue forze, composte da tutti coloro la cui influenza poteva essere ottenuta con promesse o doni. Quando ebbe raccolto tutta la sua forza, scivolò via silenziosamente di notte, temendo di essere tradito dai molti che lo odiavano. Ma prima di fuggire, saccheggiò Londra quanto più possibile di vettovaglie, oro e argento, che divise tra i suoi seguaci. Questa notizia fu riferita al Re: come il traditore fosse fuggito con tutte le sue forze e avesse portato via dalla città così tante provviste che i cittadini afflitti erano impoveriti e ridotti in miseria. Allora il Re rispose che non avrebbe accettato un riscatto per il traditore, ma che lo avrebbe piuttosto impiccato, se fosse riuscito a catturarlo o a mettergli le mani addosso. Dopodiché, tutto l'esercito proseguì verso Windsor. Comunque stiano le cose oggi, a quei tempi il castello non era facile da prendere quando qualcuno sceglieva di difenderlo. Il traditore lo mise in sicurezza, non appena pianificò il suo atto scellerato, con una triplice linea di mura e fossati, e aveva rinforzato le mura all'interno con pali appuntiti così bene che le catapulte non avrebbero potuto abbatterle. Si erano dedicati con grande impegno alle fortificazioni, trascorrendo tutto giugno, luglio e agosto a costruire mura e barricate, scavando fossati e innalzando ponti levatoi, trincee, ostacoli e barriere, e saracinesche di ferro e una grande torre quadrata di pietra. Il cancello non era mai chiuso per paura o contro un assalto. Il castello sorgeva su un'alta collina e attorno, sotto di esso, scorre il Tamigi. L'esercito si accampò sulla riva del fiume, e quel giorno ebbero tempo solo per piantare l'accampamento e montare le tende.

L'esercito è accampato accanto al Tamigi e tutto il prato è pieno di tende verdi e rosse. Il sole, colpendo i colori, fa brillare il fiume per più di una lega intorno. Coloro che erano nella città erano scesi a divertirsi sulla riva del fiume solo con le lance in mano e gli scudi afferrati davanti al petto, senza portare alcun'altra arma. Venendo così, mostravano a coloro che erano fuori dalle mura che non nutrivano alcun timore verso di loro. Alessandro se ne stava in disparte e osservava i cavalieri divertirsi in prove d'arme. Bramava di attaccarli e chiamò i suoi compagni uno a uno per nome. Prima Cornix, che amava teneramente, poi il valoroso Licorides, poi Nabunal di Micene, e Acorionde di Atene, e Ferolin di Salonicco, e Calcedor dall'Africa, Parmenides e Francagel, il potente Torin e Pinabel, Nerius e Neriolis. "Miei signori", disse, "sento il richiamo di andare con scudo e lancia a fare la conoscenza di coloro che si divertono laggiù davanti ai nostri occhi. Vedo che ci disprezzano e ci tengono in scarsa considerazione, quando vengono così senza le loro armi a esercitarsi sotto i nostri stessi occhi. Siamo appena stati fatti cavalieri e non abbiamo ancora dato conto di noi stessi contro alcun cavaliere o fantoccio. Abbiamo tenuto le nostre prime lance troppo a lungo intatte. E per cosa erano destinati i nostri scudi? Finora, non hanno un buco o una crepa da mostrare. Non serve a nulla averli se non in un combattimento o in una zuffa. Attraversiamo il guado e precipitiamoci su di loro!". "Non vi verremo meno", risposero tutti; e ciascuno aggiunse: "Così mi aiuti Dio, chi vi viene meno ora non è vostro amico". Poi allacciarono le spade, strinsero selle e cinghie e montarono i loro destrieri con lo scudo in mano. Quando ebbero appeso gli scudi al collo e preso le lance con le insegne dai colori vivaci, si diressero tutti insieme verso il guado. Coloro che si trovavano sulla riva opposta abbassarono le lance e cavalcarono rapidamente per colpirli. Ma essi (sulla riva vicina) sapevano come ripagarli, senza risparmiarsi né evitarsi, né cedendo loro un piede di terreno. Piuttosto, ogni uomo colpì il proprio avversario così ferocemente che non vi è cavaliere così coraggioso che non sia costretto a lasciare la sella. Non sottovalutarono l'esperienza, l'abilità e il valore dei loro antagonisti, ma fecero contare i loro primi colpi e ne disarcionarono tredici. Il rapporto della battaglia e dei colpi che venivano sferrati si diffuse fino all'accampamento. Presto ci sarebbe stata una lieta contesa se gli altri avessero osato mantenere la loro posizione. In tutto l'accampamento corsero alle armi e, sollevando un grido, attraversarono il guado. E quelli sulla riva opposta presero la fuga, non vedendo alcun vantaggio nel rimanere dove si trovavano. E i Greci li inseguirono con colpi di lancia e spada. Sebbene avessero mozzato molte teste, essi stessi non ricevettero una ferita e diedero buona prova di sé quel giorno. Ma Alessandro si distinse, lui che con i suoi sforzi guidò via quattro cavalieri prigionieri in catene. La sabbia è cosparsa di morti decapitati, mentre molti altri giacciono feriti e offesi.

Alessandro presenta cortesemente le vittime della sua prima conquista alla Regina, non volendo che cadano nelle mani del Re, che li avrebbe fatti impiccare tutti. La Regina, tuttavia, li fece catturare e tenere al sicuro sotto guardia, essendo accusati di tradimento. In tutto l'accampamento si parla dei Greci, e tutti sostengono che Alessandro abbia agito molto cortesemente e saggiamente nel non consegnare al Re i cavalieri che aveva catturato, poiché egli li avrebbe sicuramente fatti bruciare o impiccare. Ma il Re non è così soddisfatto e, mandando prontamente a chiamare la Regina, le ordina di presentarsi al suo cospetto e di non trattenere coloro che si sono dimostrati traditori verso di lui, poiché o deve consegnarli o offenderlo trattenendoli. Mentre la Regina era in conferenza con il Re, come era necessario, riguardo ai traditori, i Greci rimasero nella tenda della Regina con le sue dame di compagnia. Mentre i suoi dodici compagni conversavano con loro, Alessandro non proferì parola. Soredamors ne prese nota, seduta com'era vicino al suo fianco. Con la testa appoggiata sulla mano, era evidente che fosse immersa nei pensieri. Così sedettero a lungo, finché Soredamors vide sulla sua manica e attorno al collo i capelli che lei aveva cucito nella camicia. Allora si avvicinò un poco, pensando ora di trovare una scusa per rivolgergli una parola. Riflette su come possa rivolgersi a lui per prima e quale debba essere la prima parola – se debba chiamarlo per nome; e così si consiglia con se stessa: "Cosa dirò per primo?", dice; "dovrò chiamarlo per nome, o dovrò chiamarlo 'amico'? Amico? Io no. E allora? Dovrò chiamarlo per nome? Dio! Il nome di 'amico' è bello e dolce da portare sulle labbra. Se osassi chiamarlo 'amico'! Dovrei osare? Cosa mi vieta di farlo? Il fatto che ciò implichi una menzogna. Una menzogna? Non so quale sarà il risultato, ma mi dispiacerà se non dirò la verità. Pertanto, è meglio ammettere che non vorrei dire una bugia. Dio! eppure lui non direbbe una bugia se mi chiamasse la sua dolce amica! E mentirei io nel rivolgermi così a lui? Entrambi dovremmo dire la verità. Ma se mento, la colpa è sua. Ma perché il suo nome mi sembra così arduo che vorrei sostituirlo con un appellativo? Credo sia perché è così lungo che dovrei fermarmi a metà. Ma se lo chiamassi semplicemente 'amico', potrei presto pronunciare un nome così breve. Temendo di mancare nel pronunciare il suo vero nome, vorrei versare il mio sangue se il suo nome fosse semplicemente 'mio dolce amico'".

Lei rivolge questo pensiero nella sua mente finché la Regina non torna dal Re che l'aveva convocata. Alessandro, vedendola arrivare, le va incontro e chiede quale sia l'ordine del Re riguardo ai prigionieri e quale debba essere la loro sorte. "Amico", dice lei, "egli esige da me di consegnarli a sua discrezione e di lasciar compiere la sua giustizia. In verità, è molto adirato che io non li abbia già consegnati. Quindi devo per forza mandarli a lui, poiché non vedo rimedio". Così trascorsero quel giorno; e il giorno seguente vi fu una grande assemblea di tutti i buoni e leali cavalieri davanti alla tenda reale per sedere in giudizio e decidere con quale punizione e tortura dovessero morire i quattro traditori. Alcuni sostengono che debbano essere scorticati vivi, altri che debbano essere impiccati o bruciati. E il Re, da parte sua, sostiene che i traditori debbano essere squartati. Poi ordina che siano condotti dentro. Quando vengono portati, ordina che siano legati e dice che non saranno squartati finché non saranno condotti sotto la città, affinché coloro che sono all'interno possano vedere lo spettacolo.

Quando fu pronunciata questa sentenza, il Re si rivolge ad Alessandro, chiamandolo suo caro amico. "Amico mio", dice, "ieri ti ho visto attaccare e difenderti con grande valore. Voglio ora premiare la tua azione! Aggiungerò alla tua compagnia cinquecento cavalieri gallesi e mille soldati da quella terra. Oltre a ciò che ti ho dato, quando la guerra sarà finita ti incoronerò re del miglior regno nel Galles. Città e castelli, borghi e palazzi ti darò fino al momento in cui riceverai la terra che tuo padre detiene e di cui sarai imperatore". I compagni di Alessandro si uniscono a lui nel ringraziare gentilmente il Re per questo dono, e tutti i nobili di corte dicono che l'onore che il Re ha conferito ad Alessandro è ben meritato.

Non appena Alessandro vede la sua forza, composta dai compagni e dagli uomini d'arme che era piaciuto al Re di concedergli, immediatamente iniziano a suonare corni e trombe in tutto l'accampamento. Uomini del Galles e della Bretagna, della Scozia e della Cornovaglia, sia buoni che cattivi senza eccezione – tutti prendono le armi, poiché le forze dell'esercito erano reclutate da ogni parte. Il Tamigi era basso a causa della siccità risultante da un'estate senza pioggia, cosicché tutti i pesci erano morti, le navi erano incagliate sulla riva ed era possibile guadare il corso d'acqua persino nel punto più largo.

Dopo aver guadato il Tamigi, l'esercito si divise, alcuni prendendo possesso della valle e altri occupando l'altura. Coloro che erano nella città se ne accorsero, e quando videro avvicinarsi la meravigliosa schiera, intenta a ridurre e prendere la città, si prepararono da parte loro a difenderla. Ma prima che venisse fatto alcun assalto, il Re fece trascinare i traditori da quattro cavalli attraverso le valli e sulle colline e i campi incolti. A questo il Conte Angres fu molto addolorato, nel vedere coloro che gli erano cari trascinati attorno fuori dalla città. E anche la sua gente fu molto sgomenta, ma nonostante l'ansia che provavano, non avevano intenzione di cedere il luogo. Dovevano per forza difendersi, poiché il Re rendeva chiaro a tutti di essere adirato e maldisposto, e vedevano che se avesse messo le mani su di loro, li avrebbe fatti morire di una morte vergognosa.

Quando i quattro furono squartati e i loro arti giacevano sparsi sul campo, allora ebbe inizio l'assalto. Ma ogni loro fatica fu vana, poiché per quanto scagliassero e tirassero, i loro sforzi non sortirono alcun effetto. Tuttavia si sforzarono di fare del loro meglio, lanciando i loro giavellotti con forza e tirando dardi e quadrelli. Da ogni parte si udiva il fragore di balestre e fionde mentre le frecce e le pietre tonde volavano fitte, come pioggia mista a grandine. Così per tutto il giorno la lotta di attacco e difesa continuò, finché la notte non li separò. E il Re fece proclamare quale dono avrebbe concesso a colui che avesse ottenuto la resa della città: una coppa di gran prezzo del peso di quindici marchi d'oro, la più ricca del suo tesoro, sarebbe stata la sua ricompensa. La coppa sarebbe stata assai bella e ricca e, a dire il vero, la coppa doveva essere stimata per la fattura piuttosto che per il materiale di cui era fatta. Ma per quanto buona potesse essere la fattura, e fine sebbene l'oro, se si deve dire la verità, le pietre preziose incastonate all'esterno della coppa erano di maggior valore. Colui per mezzo dei cui sforzi la città fosse stata presa avrebbe avuto la coppa, fosse stato anche solo un fante; e se la città fosse stata presa da un cavaliere, con la coppa in suo possesso non avrebbe mai cercato la fortuna invano, se ve ne fosse stata alcuna da trovare al mondo.

Quando questa notizia fu annunciata, Alessandro non aveva dimenticato la sua consuetudine di recarsi a vedere la Regina ogni sera. Anche quella notte si era recato colà ed era seduto accanto alla Regina. Soredamors sedeva sola lì vicino, guardandolo con tale soddisfazione che non avrebbe scambiato la sua sorte per il Paradiso. La Regina prese Alessandro per mano ed esaminò il filo d’oro che mostrava i segni dell’usura; ma la ciocca di capelli stava diventando più lucente, mentre il filo d’oro si stava appannando. E rise, ricordandosi per caso che il ricamo era opera di Soredamors. Alessandro se ne accorse e la pregò di dirgli, se fosse opportuno, perché ridesse. La Regina tardò a rispondere e, guardando verso Soredamors, le ordinò di venire da lei. Volentieri quella andò e si inginocchiò dinanzi a lei. Alessandro fu colmo di gioia quando la vide avvicinarsi così tanto che avrebbe potuto toccarla. Ma non è così audace da osare nemmeno guardarla; anzi, perde talmente i sensi da restare quasi senza parola. E lei, da parte sua, è così sopraffatta che non ha l’uso degli occhi; ma rivolge lo sguardo a terra senza fissarlo su nulla. La Regina si meraviglia grandemente nel vederla ora pallida, ora cremisi, e nota bene nel suo cuore il portamento e l’espressione di ciascuno di loro. Nota e crede di vedere che questi mutamenti di colore sono il frutto dell’amore. Ma, non volendo metterli in imbarazzo, fa finta di non capire nulla di ciò che vede. In questo fece bene, poiché non diede alcuna prova di ciò che aveva in mente, se non dicendo: "Guarda qui, damigella, e dicci in verità dove fu cucita la camicia che questo cavaliere indossa, e se ci hai messo mano o se vi hai lavorato dentro qualcosa di tuo". Sebbene la fanciulla provi un certo pudore, racconta tuttavia la storia volentieri; poiché desidera che la verità sia conosciuta da lui, il quale, quando la sente raccontare come fu fatta la camicia, riesce a stento a trattenersi dalla gioia dal venerare e adorare il capello d’oro. I suoi compagni e la Regina, che erano con lui, lo infastidiscono e lo mettono in imbarazzo; poiché la loro presenza gli impedisce di portare il capello agli occhi e alla bocca, come avrebbe voluto fare, se non avesse pensato che ciò sarebbe stato notato. È felice di avere così tanto della sua dama, ma non spera né si aspetta di riceverne mai di più da lei: il suo stesso desiderio lo rende dubbioso. Eppure, quando ha lasciato la Regina ed è solo, lo bacia più di centomila volte, sentendo quanto è fortunato. Per tutta la notte lo tiene in gran conto, ma sta attento che nessuno lo veda. Mentre giace sul suo letto, trova una vana delizia e conforto in ciò che non può dargli alcuna soddisfazione. Tutta la notte stringe la camicia tra le braccia, e quando guarda il capello d’oro, si sente come il signore del vasto mondo intero. Così l’Amore rende sciocco quest'uomo assennato, che trova la sua delizia in un singolo capello ed è in estasi per il suo possesso. Ma questo incanto avrà fine per lui prima della chiara alba del sole. Poiché i traditori sono riuniti in consiglio per discutere cosa possano fare e quali siano le loro prospettive. Certo, saranno in grado di fare una lunga difesa della città se decideranno di farlo; ma sanno che il proposito del Re è così fermo che egli non rinuncerà ai suoi sforzi di prendere la città finché vivrà, e quando giungerà quel momento dovranno necessariamente morire. E se dovessero arrendere la città, non devono aspettarsi alcuna misericordia per averlo fatto. Così entrambi gli esiti appaiono davvero oscuri, poiché non vedono alcun soccorso, ma solo la morte in entrambi i casi. Ma questa decisione viene infine raggiunta, che il mattino seguente, prima che appaia l’alba, usciranno segretamente dalla città e troveranno l’accampamento disarmato, e i cavalieri ancora dormienti nei loro letti. Prima che si sveglino e indossino le armature, sarà avvenuta una tale strage che i posteri parleranno sempre della battaglia di quella notte. Non avendo più alcuna fiducia nella vita, i traditori, come ultima risorsa, sottoscrivono tutti questo piano. La disperazione li ha resi audaci nel combattere, qualunque sia il risultato; poiché non vedono nulla di sicuro in serbo per loro se non la morte o la prigionia. Un tale esito non è attraente; né vedono alcuna utilità nella fuga, poiché non vedono alcun luogo dove potrebbero trovare rifugio qualora si dessero alla fuga, essendo completamente circondati dall’acqua e dai loro nemici. Così non perdono altro tempo in chiacchiere, ma si armano ed equipaggiano ed effettuano una sortita da una vecchia posterla verso nord-ovest, essendo quello il lato da cui pensavano che l’accampamento meno si sarebbe aspettato un attacco. In ranghi serrati uscirono e divisero la loro forza in cinque compagnie, ciascuna composta da duemila fanti ben armati, oltre a mille cavalieri. Quella notte né stella né luna avevano gettato un raggio attraverso il cielo. Ma prima che raggiungessero le tende, la luna cominciò a mostrarsi, e credo sia stato per recar loro sventura che sorse prima del solito. Così Dio, che si opponeva alla loro impresa, illuminò le tenebre della notte, non avendo alcun amore per questi uomini malvagi, ma odiandoli piuttosto per il loro peccato. Poiché Dio odia i traditori e il tradimento più di ogni altro peccato. Così la luna cominciò a splendere per ostacolare la loro impresa.

Sono molto ostacolati dalla luna, mentre risplende sui loro scudi, e sono svantaggiati anche dai loro elmi, mentre luccicano al chiaro di luna. Vengono scoperti dalle sentinelle che montano la guardia all'esercito, le quali ora gridano per tutto l’accampamento: "Su, cavalieri, su! Alzatevi in fretta, prendete le vostre armi e armatevi! I traditori sono su di noi". Per tutto l’accampamento corrono alle armi e si sforzano frettolosamente di equipaggiarsi nel bisogno urgente; ma nessuno di loro lasciò il proprio posto finché non furono tutti comodamente armati e montati sui loro destrieri. Mentre si armano, le forze attaccanti sono desiderose di battaglia e premono in avanti, sperando di coglierli alla sprovvista e trovarli disarmati. Fanno avanzare da diverse direzioni le cinque compagnie in cui avevano diviso le loro truppe: alcuni costeggiano i boschi, altri seguono il fiume, la terza compagnia si schiera nella pianura, mentre la quarta entra in una valle e la quinta procede accanto a una scogliera rocciosa. Poiché pianificavano di piombare sulle tende improvvisamente con grande furia. Ma non trovarono il sentiero libero. Poiché gli uomini del Re resistono loro, sfidandoli coraggiosamente e rimproverando loro il tradimento. Le punte delle loro lance di ferro si scheggiano e si frantumano mentre si incontrano; si scontrano con le spade sguainate, colpendosi a vicenda e gettandosi l’un l’altro a terra. Si precipitano l’uno contro l’altro con la furia dei leoni, che divorano tutto ciò che catturano. In questo primo scontro ci fu una pesante strage da entrambe le parti. Quando non possono più sostenersi, giunge aiuto ai traditori, che si stanno difendendo coraggiosamente e vendendo cara la pelle. Vedono le loro truppe arrivare da quattro lati in loro soccorso. E gli uomini del Re cavalcano duramente con lo sperone per attaccarli. Assestano tali colpi sui loro scudi che, oltre ai feriti, disarcionano più di cinquecento di loro. Alessandro, con i suoi Greci, non pensa minimamente a risparmiarli, facendo ogni sforzo per prevalere; si addentra nel fitto della mischia per colpire un furfante il cui scudo e la cui cotta di maglia non servono a impedirgli di cadere a terra. Quando ha finito con lui, offre liberamente e senza riserve il suo servizio a un altro, e serve anche lui così ferocemente da scacciare del tutto l’anima dal suo corpo e lasciare l’appartamento senza inquilino. Dopo questi due, si rivolge a un altro, trafiggendo un nobile e cortese cavaliere da parte a parte, così che il sangue zampilla dall’altra parte e la sua anima esalante prende congedo dal corpo. Molti ne uccise e molti ne stordì, poiché come un fulmine volante folgora tutti coloro che cerca. Né la cotta di maglia né lo scudo possono proteggere colui che colpisce con la lancia o con la spada. Anche i suoi compagni sono generosi nello spargimento di sangue e cervella, poiché anche loro sanno bene come assestare i loro colpi. E le truppe reali ne massacrano così tanti che li scompigliano e li disperdono come gente di basso lignaggio che ha perso la testa. Così tanti morti giacevano sui campi, e così a lungo infuriò la battaglia, che molto prima che spuntasse il giorno i ranghi erano così fatti a pezzi che le file dei morti si estendevano per cinque leghe lungo il torrente. Il Conte Angres lascia la sua insegna sul campo e fugge via, accompagnato da soli sette dei suoi uomini. Verso la sua città si diresse per un sentiero segreto, pensando che nessuno potesse vederlo. Ma Alessandro se ne accorge, e vede loro sfuggire alle truppe, e pensa che se riuscirà a scivolare via senza che nessuno lo sappia, andrà a raggiungerli. Ma prima di scendere nella valle, vide trenta cavalieri che lo seguivano lungo il sentiero, dei quali sei erano Greci e ventiquattro erano uomini del Galles. Questi intendevano seguirlo a distanza finché non avesse avuto bisogno di loro. Quando Alessandro li vide arrivare, si fermò ad aspettarli, senza mancare di osservare quale percorso venisse preso da coloro che si stavano dirigendo verso la città. Alla fine, li vide entrarvi. Allora iniziò a pianificare un’impresa molto audace e un disegno molto meraviglioso. E quando ebbe deciso, si rivolse ai suoi compagni e così li apostrofò: "Miei signori", dice, "che sia follia o saggezza, concedetemi francamente il mio desiderio se tenete alla mia benevolenza". Ed essi gli promisero di non opporsi mai alla sua volontà in nulla. Allora dice: "Cambiamo il nostro equipaggiamento esterno, prendendo gli scudi e le lance dai traditori che abbiamo ucciso. Così, quando ci avvicineremo alla città, i traditori all’interno supporranno che siamo della loro parte e, incuranti del destino in serbo per loro, ci spalancheranno le porte. E sapete quale ricompensa offriremo loro? Se Dio vorrà, li prenderemo tutti vivi o morti. Ora, se qualcuno di voi si pente della sua promessa, si assicuri che, finché vivrò, non lo terrò mai caro".

Tutti gli altri accolgono la sua richiesta e, spogliando i cadaveri dei loro scudi, si armano invece con quelli. Gli uomini all’interno della città erano saliti sui bastioni e, riconoscendo gli scudi, suppongono che appartengano alla loro parte, non sognando mai l’astuzia nascosta sotto gli scudi. Il portinaio apre loro il cancello e li ammette in città. Viene ingannato e tratto in errore nel non rivolgere loro nemmeno una parola; poiché nessuno di loro gli parla, ma silenziosi e muti passano oltre, facendo una tale mostra di dolore da trascinare le lance dietro di sé e sostenersi sui propri scudi. Sembra così che siano in grande angoscia, mentre procedono a loro piacimento finché non sono all’interno delle triplice mura. All’interno trovano un certo numero di armigeri e cavalieri con il Conte. Non so dirvi esattamente quanti; ma erano disarmati, eccetto otto di loro che erano appena tornati dalla battaglia, e anche loro si stavano preparando a togliersi le armi. Ma la loro fretta fu mal considerata; poiché ora l’altra parte non fa più alcuna finzione, ma senza alcuna sfida come avvertimento, si puntano nelle staffe e lasciano che i loro cavalli carichino direttamente contro di loro, attaccandoli con tale rigore che ne abbattono più di trentuno. I traditori, in grande sgomento, gridano: "Siamo traditi, traditi!". Ma gli assalitori non prestano attenzione a questo e lasciano che coloro che trovano disarmati sentano il temperamento delle loro spade. In effetti, tre di quelli che trovarono ancora armati furono trattati così rudemente che ne rimasero vivi solo cinque. Il Conte Angres si scagliò contro Calcedor e, sotto gli occhi di tutti, lo colpì sul suo scudo d’oro con tale violenza da stenderlo morto al suolo. Alessandro è grandemente turbato ed è quasi fuori di sé dalla rabbia quando vede il suo compagno morto; il suo sangue ribolle di ira, ma la sua forza e il suo coraggio raddoppiano mentre colpisce il Conte con tale furia che gli spezza la lancia. Se possibile, vorrebbe vendicare il suo amico. Ma il Conte era un uomo potente e un buon e ardito cavaliere, il cui pari sarebbe stato difficile da trovare, se non fosse stato un vile traditore. Ora ricambia il colpo, facendo piegare la sua lancia così che si spacca e si rompe; ma lo scudo dell’altro tiene fermo, e nessuno cede dinanzi all’altro più di quanto farebbe una roccia, poiché entrambi gli uomini erano oltremodo forti. Ma il fatto che il Conte fosse nel torto lo disturba grandemente e lo tormenta. L’ira di ciascuno sale più in alto mentre entrambi sguainano le spade dopo che le loro lance erano state spezzate. Nessuna fuga sarebbe stata possibile se questi due spadaccini avessero insistito nel continuare il combattimento. Ma alla fine uno o l’altro deve morire. Il Conte non osa più mantenere la sua posizione, quando vede giacere morti attorno a lui i suoi uomini che erano stati colti disarmati. Nel frattempo gli altri li incalzano duramente, tagliando, squarciando e facendo a pezzi, spargendo le loro cervella e rimproverando al Conte il suo tradimento. Quando si sente accusato di tradimento, fugge per salvarsi nella sua torre, seguito dai suoi uomini. E i loro nemici li seguono, caricandoli ferocemente dalle retrovie e non lasciandone scappare nemmeno uno di tutti coloro su cui mettono le mani. Uccidono e massacrano così tanti di loro che immagino non più di sette siano riusciti a scappare.

Quando furono entrati nella torre, presero posizione al cancello; poiché coloro che stavano arrivando subito dietro avevano seguito così da vicino le loro tracce che anche loro avrebbero fatto irruzione se il passaggio fosse stato lasciato scoperto. I traditori fanno una coraggiosa difesa, attendendo soccorso dai loro amici, che si stavano armando giù in città. Ma su consiglio di Nabunal, che era un Greco di grande saggezza, l’accesso fu bloccato in modo che i rinforzi non potessero arrivare in tempo; poiché coloro che erano sotto avevano indugiato troppo a lungo, per codardia o per inerzia. Ora c’era solo un ingresso alla fortezza; così che, se bloccano quella via d’accesso, non devono temere che alcuna forza si avvicini per recar loro danno. Nabunal ordina ed esorta venti di loro a tenere il cancello; poiché presto potrebbe arrivare una compagnia con tale forza da recar loro danno con l’assalto e l’attacco. Mentre questi venti tengono il cancello, i restanti dieci dovrebbero attaccare la torre e impedire al Conte di barricarsi all’interno. Il consiglio di Nabunal viene seguito: dieci restano a continuare l’assalto all’ingresso della torre, mentre venti vanno a difendere il cancello. Facendo ciò, ritardano quasi troppo a lungo; poiché vedono avvicinarsi, furiosa e desiderosa di combattere, una compagnia contenente molti balestrieri e fanti di diversi gradi che portavano armi di varie specie. Alcuni portavano missili leggeri, e altri asce danesi, lance e spade turche, dardi per balestre, frecce e giavellotti. I Greci avrebbero dovuto pagare un conto salato, se questa folla avesse effettivamente piombato su di loro; ma non raggiunsero il luogo in tempo. Nabunal, con la sua lungimiranza e il suo consiglio, aveva bloccato i loro piani, ed essi furono costretti a rimanere fuori. Quando vedono che sono esclusi, sospendono la loro avanzata, poiché è evidente che non possono guadagnare nulla effettuando un assalto. Allora inizia un tale pianto e lamento di donne e bambini piccoli, di vecchi e giovani, che coloro nella città non avrebbero potuto udire un tuono dal cielo. A questo i Greci sono colmi di gioia; poiché ora sanno per certo che il Conte, per nessuna buona sorte, può sfuggire alla cattura. Quattro di loro salgono sulle mura per fare la guardia affinché coloro che sono fuori in alcun modo o con qualche stratagemma possano entrare nella fortezza e piombare su di loro. I restanti sedici tornarono dove i dieci stavano combattendo. Il giorno stava già spuntando, e i dieci avevano combattuto così bene che si erano fatti strada all’interno della torre. Il Conte prese posizione contro un pilastro e, armato con un’ascia da battaglia, si difese con grande coraggio. Coloro che raggiunge, li divide a metà. E i suoi uomini si schierano attorno a lui e non sono lenti a vendicarsi. In quest’ultima resistenza della giornata, gli uomini di Alessandro hanno motivo di lamentarsi, poiché degli originali sedici ne rimangono ora solo tredici. Alessandro è quasi fuori di sé quando vede il massacro compiuto tra i suoi seguaci morti o esausti. Eppure i suoi pensieri sono fissi sulla vendetta: trovando a portata di mano una lunga mazza pesante, ne colpì uno dei furfanti con essa così ferocemente che né scudo né cotta di maglia valsero un bottone a impedirgli di cadere al suolo. Dopo aver finito con lui, insegue il Conte e, sollevando la sua mazza per colpirlo, gli assesta un tale colpo con la sua mazza quadrata che l’ascia cade dalle sue mani; ed egli fu così stordito e confuso che non avrebbe potuto restare in piedi se non si fosse appoggiato al muro.

Dopo questo colpo la battaglia cessa. Alessandro balza addosso al Conte e lo tiene fermo in modo che non possa muoversi. Degli altri non c'è bisogno di dire nulla, poiché furono facilmente sopraffatti quando videro la cattura del loro signore. Tutti vengono fatti prigionieri insieme al Conte e condotti via in disgrazia, secondo i loro meriti. Di tutto ciò gli uomini all'esterno non sapevano nulla. Ma quando giunse il mattino, trovarono gli scudi dei loro compagni giacere tra i caduti, una volta finita la battaglia. Allora i Greci, tratti in inganno, fecero un gran lamento per il loro signore. Riconoscendo il suo scudo, sono tutti in preda a un'angoscia straziante, svenendo alla vista del suo scudo e dicendo di aver vissuto ormai troppo a lungo. Cornix e Nerius svengono per primi, poi, ripresi i sensi, desiderano essere morti. Così fanno Torin e Acorionde. Le lacrime corrono a fiumi dai loro occhi sui petti. La vita e la gioia sembrano odiose ora. E Parmenide più degli altri si strappò i capelli in terribile dolore. Non si potrebbe mostrare dolore più grande di quello di questi cinque per il loro signore. Eppure, il loro sgomento è infondato, poiché è il corpo di un altro quello che portano via quando pensano di avere il loro signore. Il loro tormento è ulteriormente accresciuto dalla vista degli altri scudi, che li inducono a scambiare quei cadaveri per i loro compagni. Così su di essi si lamentano e svengono. Ma sono ingannati da tutti quegli scudi, poiché dei loro uomini ne fu ucciso solo uno, il cui nome era Neriolis. Lui, davvero, avrebbero portato via se avessero conosciuto la verità. Ma sono in ansia per gli altri quanto per lui; così li portarono via tutti. In ogni caso, tranne uno, furono tratti in inganno. Ma come l'uomo che sogna e prende una finzione per verità, così gli scudi li inducono a supporre che questa illusione sia realtà. Sono gli scudi, dunque, a causare questo errore. Portando i cadaveri, si allontanano e giungono alle loro tende, dove si trovava una truppa in lutto. Udendo il lamento levato dai Greci, presto tutti gli altri si radunarono, finché non vi fu che un unico grande grido. Ora Saredamors pensa alla sua misera condizione quando ode il grido e il lamento per il suo amante. La loro angoscia e il loro tormento le fanno perdere i sensi e il colore, e il suo dolore e la sua pena sono accresciuti dal fatto che non osa mostrare apertamente traccia della sua sofferenza. Rinchiuse il suo dolore nel cuore. Se qualcuno l'avesse guardata, avrebbe potuto vedere dall'espressione del suo volto in quale agonia si trovasse; ma ognuno era così assorto nel proprio dolore che non aveva cura di quello altrui. Ognuno piangeva la propria perdita. Poiché trovano la riva del fiume coperta dai loro parenti e amici, che erano stati feriti o trattati duramente. Ognuno piangeva la propria grave e amara perdita: qui c'è un figlio che piange per un padre, là un padre per un figlio; uno sviene alla vista del cugino, un altro sopra il nipote. Così padri, fratelli e parenti piangono la loro perdita da ogni parte. Ma più di tutto è notevole il dolore dei Greci; eppure avrebbero potuto prevedere una grande gioia, poiché il dolore più profondo di tutto l'accampamento si trasformerà presto in festeggiamento.

I Greci all'esterno continuano il loro lamento, mentre quelli all'interno si sforzano di far giungere loro la notizia che li farà gioire. Disarmano e legano i loro prigionieri, i quali pregano e scongiurano di mozzare loro la testa seduta stante. Ma i Greci non sono disposti, e disdegnano le loro suppliche, dicendo che li terranno sotto guardia e li consegneranno al Re, il quale concederà loro un tale compenso che richiederà i loro servizi. Quando li ebbero disarmati tutti, li fecero salire sulle mura affinché fossero visti dalle truppe sottostanti. Questo privilegio non è di loro gradimento, e quando videro il loro signore legato come prigioniero, furono uomini infelici. Alessandro sulle mura giura a Dio e a tutti i santi che non lascerà vivere nessuno di loro, ma li ucciderà tutti rapidamente, a meno che non vadano ad arrendersi al Re prima che lui possa catturarli. "Andate", dice, "fiduciosamente dal Re per mio ordine, e gettatevi alla sua misericordia. Nessuno di voi, eccetto il Conte, ha meritato di morire. Non perderete né la vita né gli arti se vi arrenderete al Re. Se non vi libererete dalla morte implorando pietà, avrete ben poca speranza di salvare le vostre vite o i vostri corpi. Andate fuori disarmati incontro al Re, e ditegli da parte mia che Alessandro vi manda da lui. La vostra azione non sarà vana; poiché il mio signore il Re è così gentile e cortese che deporrà la sua ira e la sua collera. Ma se desiderate agire diversamente, dovete aspettarvi di morire, poiché il suo cuore sarà chiuso alla pietà." Tutti concordano nell'accettare questo consiglio, e non esitano finché non giungono alla tenda del Re, dove cadono tutti ai suoi piedi. La storia che raccontarono fu presto nota in tutto l'accampamento. Il Re e tutti i suoi uomini montarono a cavallo e spronarono verso la città senza indugio.

Alessandro esce dalla città incontro al Re, che ne fu grandemente compiaciuto, per consegnargli il Conte. Il Re non indugiò nel punirlo adeguatamente. Ma Alessandro viene congratulato e lodato dal Re e da tutti gli altri che lo stimano grandemente. La loro gioia scaccia il dolore che avevano provato poco prima. Ma nessuna gioia degli altri può paragonarsi all'esultanza dei Greci. Il Re gli presenta la preziosa coppa, del peso di quindici marchi, e gli dice fiduciosamente che non c'è nulla in suo possesso di così valore che non metterebbe nelle sue mani su richiesta — salvo solo la corona e la Regina. Alessandro non osa menzionare il desiderio del suo cuore, sebbene sappia bene che non gli sarebbe rifiutato nel chiedere la mano della sua amata. Ma teme così tanto di dispiacerle, il cui cuore sarebbe stato reso lieto, che preferisce soffrire senza di lei piuttosto che vincerla contro la sua volontà. Pertanto, chiede un po' di tempo, non volendo avanzare la sua richiesta finché non sia sicuro del suo piacere. Ma non chiese tregua o indugio nell'accettare la coppa d'oro. Prende la coppa, e cortesemente prega il mio signore Gawain di accettare questa coppa come dono da parte sua, cosa che Gawain fece assai a malincuore. Quando Soredamors apprese la verità su Alessandro ne fu grandemente compiaciuta e deliziata. Quando seppe che era vivo, fu così felice che le parve di non poter essere mai più triste. Ma riflette che lui è più lento del solito nel venire. Tuttavia a tempo debito avrà ciò che desidera, poiché entrambi in rivalità sono occupati da un unico pensiero comune.

Parve ad Alessandro un'epoca prima di poter saziare i suoi occhi anche solo con uno sguardo dolce da parte di lei. Molto tempo prima avrebbe voluto andare alla tenda della Regina, se non fosse stato trattenuto altrove. Era molto contrariato da questo ritardo, e non appena poté, si recò dalla Regina nella sua tenda. La Regina andò ad accoglierlo, e, senza che lui le avesse confidato nulla, aveva già letto i suoi pensieri, e sapeva cosa gli passava per la mente. Lo saluta all'ingresso della tenda, e si sforza di dargli il benvenuto, ben sapendo per quale scopo sia venuto. Desiderosa di accordargli un favore, fa cenno a Soredamors di unirsi a loro, e i tre si intrattengono in conversazione a una certa distanza dagli altri. La Regina parla per prima, nella cui mente non vi era alcun dubbio che questa coppia fosse innamorata. Di questo fatto è del tutto sicura, ed è persuasa inoltre che Soredamors non potrebbe avere un amante migliore. Prese posto tra i due e cominciò a dire ciò che era appropriato.

"Alessandro", dice la Regina, "ogni amore è peggiore dell'odio, quando tormenta e affligge il suo devoto. Gli amanti non sanno cosa fanno quando celano la loro passione l'uno all'altro. L'amore è una cosa seria, e chi non ne getta coraggiosamente fondamenta solide difficilmente può riuscire a completare l'edificio. Dicono che non ci sia nulla di così difficile da attraversare come la soglia. Ora desidero istruirti nell'arte dell'amore; poiché so bene che l'Amore ti sta tormentando. Pertanto, mi sono fatta carico di istruirti; e tu bada bene a non celarmi nulla, poiché ho chiaramente visto nei volti di entrambi che di due cuori avete fatto uno solo. Dunque guardati, e non celarmi nulla! State agendo molto scioccamente nel non palesare il vostro animo; poiché il nascondersi sarà la vostra morte; così sarete gli assassini dell'Amore. Ora vi consiglio di non esercitare alcuna tirannia, e di non cercare alcuna gratificazione passeggera nel vostro amore; ma di essere onorevolmente uniti in matrimonio. Così, credo, il vostro amore durerà a lungo. Posso assicurarvi che, se sarete d'accordo, organizzerò io il matrimonio."

Quando la Regina ebbe espresso il suo pensiero, Alessandro così rispose: "Signora", dice, "non oppongo alcuna difesa contro l'accusa che mi muovete, ma piuttosto ammetto la verità di tutto ciò che dite. Desidero non essere mai abbandonato dall'amore, ma fissare sempre i miei pensieri su di esso. Sono compiaciuto e deliziato da ciò che avete così gentilmente detto. Poiché conoscete quali sono i miei desideri, non vedo motivo per cui dovrei celarli a voi. Molto tempo fa, se avessi osato, li avrei confessati apertamente; poiché il silenzio è stato duro. Ma può darsi che per qualche motivo questa fanciulla non voglia che io sia suo e lei mia. Ma anche se ella non mi concedesse alcun diritto su di sé, pure mi metterò nelle sue mani." A queste parole ella tremò, non avendo alcun desiderio di rifiutare il dono. Il desiderio del suo cuore si tradisce nelle sue parole e nel suo volto. Con esitazione ella si dona a lui, e dice che senza eccezione la sua volontà, il suo cuore e il suo corpo, tutto è a disposizione della Regina, per farne ciò che le piaccia. La Regina li stringe entrambi tra le braccia, e presenta l'uno all'altro. Poi ridendo aggiunge: "Io affido a te, Alessandro, il corpo della tua amata, e so che il tuo cuore non si ritrae. Chiunque possa gradire o non gradire, io dono ciascuno di voi all'altro. Tu, Soredamors, prendi ciò che è tuo, e tu, Alessandro, prendi ciò che è tuo!" Ora ella ha il suo intero, e lui ha la sua senza mancanza. A Windsor quel giorno, con l'approvazione e il permesso del mio signore Gawain e del Re, il matrimonio fu celebrato. Nessuno potrebbe raccontare, ne sono certo, così tanto della magnificenza e del cibo, del piacere e dell'intrattenimento, a queste nozze senza mancare di verità. Poiché sarebbe sgradevole per alcuni, non mi curo di sprecare altre parole sulla faccenda, ma sono ansioso di passare a un altro argomento.

Quel giorno a Windsor Alessandro ebbe tutto l'onore e la felicità che potesse desiderare. Tre diverse gioie e onori furono suoi: una era la città che conquistò; l'altra era il dono del miglior regno del Galles, che Re Artù aveva promesso di dargli quando la guerra fosse finita; quel giorno stesso lo fece re nella sua sala. Ma la gioia più grande di tutte fu la terza — che la sua amata fosse regina della scacchiera dove lui era re. Prima che fossero passati cinque mesi, Soredamors si ritrovò incinta, e portò il bambino fino al tempo del compimento. Il seme rimase in germe finché il frutto non fu pienamente maturo. Nessun bambino più bello è mai nato prima o dopo di colui che ora chiamarono Cligés.

Così nacque Cligés, in onore del quale questa storia è stata messa in lingua romanza. Mi sentirete raccontare di lui e delle sue valorose imprese, quando sarà giunto all'età adulta e avrà ottenuto buona fama. Ma intanto in Grecia accadde che colui che regnava su Costantinopoli giunse alla fine dei suoi giorni. Morì, come in verità doveva, non potendo sopravvivere al suo tempo. Ma prima di morire radunò tutti i nobili della sua terra per inviare a cercare suo figlio Alessandro, che era felicemente trattenuto in Bretagna. I messaggeri partono dalla Grecia, e iniziano il loro viaggio oltre i mari; ma una tempesta li coglie nella sua morsa, e danneggia la loro nave e la compagnia. Affogarono tutti in mare, eccetto un miserabile infedele, che era più devoto ad Alis, il figlio minore, che ad Alessandro il primogenito. Quando scampò al mare, tornò in Grecia con la storia che erano stati tutti perduti in mare mentre stavano conducendo il loro signore di ritorno dalla Bretagna, e che lui era l'unico sopravvissuto alla tragedia. Credettero a questa sua menzogna, e, prendendo Alis senza obiezione o dissenso, lo incoronarono imperatore di Grecia. Ma non passò molto tempo prima che Alessandro venisse a sapere che Alis era imperatore. Allora prese congedo da Re Artù, non volendo lasciare che suo fratello usurpasse la sua terra senza protestare. Il Re non fa alcuna opposizione al suo piano, ma gli ordina di portare con sé una tale compagnia di Gallesi, Scozzesi e Cornici che suo fratello non oserà opporsi quando lo vedrà arrivare con tale schiera. Alessandro, se avesse voluto, avrebbe potuto condurre una forza potente; ma non ha desiderio di nuocere alla sua stessa gente, se suo fratello acconsentirà a fare la sua volontà. Portò con sé quaranta cavalieri oltre a Soredamors e suo figlio; queste due persone, che gli erano così care, non voleva lasciarle indietro. Scortati fino a Shoreham dall'intera corte, ivi si imbarcarono, e con venti favorevoli la loro nave procedette più velocemente di un cervo in fuga. Entro un mese, credo, arrivarono in porto davanti ad Atene, una città ricca e potente. In effetti, l'imperatore risiedeva lì, e aveva convocato una grande assemblea dei suoi nobili. Non appena arrivarono, Alessandro inviò un messaggero privato in città per sapere se lo avrebbero ricevuto, o se avrebbero resistito alla sua pretesa di essere il loro unico signore legittimo.

Colui che fu scelto per questa missione era un cavaliere cortese con buon giudizio, chiamato Acorionde, un uomo ricco ed eloquente; era nativo del paese, anche, essendo nato ad Atene. I suoi antenati per generazioni avevano sempre esercitato la signoria in città. Quando ebbe appreso che l'imperatore era in città, andò e sfidò la corona per conto di suo fratello Alessandro, accusandolo apertamente di averla usurpata illegalmente. Arrivato a palazzo, trova molte persone che lo accolgono; ma non dice nulla a nessuno di coloro che lo salutano finché non apprende quale sia il loro atteggiamento e la loro disposizione verso il loro legittimo signore. Giunto alla presenza dell'imperatore non lo saluta né si inchina davanti a lui né lo chiama imperatore. "Alis", dice, "ti porto notizie di Alessandro, che è laggiù nel porto. Ascolta il messaggio di tuo fratello: egli ti chiede ciò che gli appartiene, né esige ciò che è ingiusto. Costantinopoli, che tu detieni, dovrebbe essere sua e sarà sua. Non sarebbe né giusto né corretto che nascesse discordia tra voi due. Dunque dagli la corona senza contesa, poiché è giusto che tu la ceda."

Alis risponde: "Bel gentile amico, hai intrapreso un'impresa folle nel portare questo messaggio. C'è ben poco conforto nel tuo discorso, poiché so bene che mio fratello è morto. Dovrei gioire, davvero, nell'apprendere che era ancora vivo. Ma non crederò alla notizia finché non l'avrò visto con i miei occhi. Egli morì qualche tempo fa, ahimè! Ciò che dici non è credibile. E se vive, perché non viene? Non deve mai temere che io non gli conceda alcune terre. È uno sciocco a tenersi lontano da me, poiché servendomi troverà profitto. Ma nessuno possiederà la corona e l'impero accanto a me." Non gradì il discorso dell'imperatore, e non mancò di dire il fatto suo nella risposta che diede. "Alis", dice, "che Dio mi confonda se la faccenda viene lasciata stare così. Ti sfido nel nome di tuo fratello, e parlando doverosamente in suo nome, convoco tutti coloro che vedo qui a rinnegare te e ad unirsi alla sua causa. È giusto che si schierino dalla sua parte e lo riconoscano come loro signore. Che chi è leale ora si faccia avanti."

Detto questo lascia la corte, e l'imperatore convoca coloro in cui ripone più fiducia. Richiede il loro consiglio riguardo a questa sfida da parte di suo fratello, e desidera sapere se può fidarsi che non prestino alcun supporto o aiuto alla pretesa di suo fratello. Così tenta di testare la lealtà di ciascuno; ma non ne trova nessuno che si schieri con lui nella disputa, piuttosto tutti lo esortano a ricordare la guerra che Eteocle intraprese contro il suo stesso fratello Polinice, e come ciascuno morì per mano dell'altro. "Così, pure, potrebbe accadere a voi, se intraprendete una guerra, e tutta la terra sarà afflitta." Pertanto, consigliano che si cerchi una pace che sia sia ragionevole che giusta, e che nessuno dei due faccia eccessive richieste. Così Alis comprende che se non stringe un accordo equo con suo fratello tutti i suoi vassalli lo abbandoneranno; così dice che rispetterà i loro desideri nel fare qualsiasi contratto adatto, a patto che, comunque vada la faccenda, la corona rimanga in suo possesso.

Per assicurarsi una pace ferma e stabile, Alis invia uno dei suoi ufficiali ad Alessandro, invitandolo a venire da lui di persona per ricevere il governo della terra, ma stipulando che gli lasci l'onore di essere imperatore di nome e di indossare la corona: così, se Alessandro è disposto, la pace potrà essere stabilita tra loro. Quando questa notizia giunse ad Alessandro, i suoi uomini si prepararono con lui e giunsero ad Atene, dove furono accolti con gioia. Ma Alessandro non vuole che suo fratello abbia la sovranità dell'impero e della corona a meno che non gli dia la sua parola di non prendere mai moglie, e che dopo di lui Cligés sia imperatore di Costantinopoli. Su questo i fratelli si accordarono entrambi. Alessandro dettò i termini del giuramento, e suo fratello accettò e diede la sua parola che non avrebbe mai preso in vita sua moglie in matrimonio. Così la pace è fatta, ed essi sono di nuovo amici, con grande soddisfazione dei signori. Considerano Alis come loro imperatore, ma ogni affare è rimandato ad Alessandro. Ciò che egli comanda viene fatto, e poco viene fatto se non attraverso di lui. Alis non ha altro che il nome di imperatore; ma Alessandro è servito e amato; e chi non lo serve per amore deve farlo per forza per timore. Per effetto dell'uno o dell'altro di questi due motivi, egli ha tutta la terra in suo potere. Ma colui che chiamano Morte non risparmia né l'uomo forte né quello debole, ma li uccide e li abbatte tutti. Così Alessandro dovette morire; poiché una malattia lo prese nella sua morsa, dalla quale non poté ottenere alcun sollievo. Ma prima di essere sorpreso dalla morte, chiamò suo figlio e gli disse: "Bel figlio Cligés, non potrai mai sapere che la prodezza e il valore sono tuoi se prima non vai a metterli alla prova con i Bretoni e i Francesi alla corte di Re Artù. Se l'avventura ti condurrà fin là, conduciti e comportati in modo che la tua identità non sia nota finché non avrai provato la tua forza con i più eccellenti cavalieri di quella corte. Ti prego di seguire il mio consiglio in questa faccenda, e se se ne presenta l'occasione non aver timore di misurare la tua abilità con tuo zio, il mio signore Gawain. Non dimenticare questo consiglio, ti prego".

Dopo averlo così esortato, non visse a lungo. Il dolore di Soredamors fu tale che non poté sopravvivergli, ma morì dopo di lui di crepacuore. Alis e Cligés lo piansero entrambi in modo appropriato, ma alla fine cessarono il loro dolore, poiché il dolore, come ogni altra cosa, deve essere superato. Continuare nel dolore è sbagliato, poiché non può derivarne alcun bene. Così il lutto ebbe fine, e l'imperatore si astenne a lungo dal prendere moglie, essendo attento alla sua parola. Ma non c'è corte in tutto il mondo che sia libera da cattivi consigli. I grandi uomini spesso si smarriscono e non osservano la lealtà a causa dei cattivi consigli che seguono. Così, l'imperatore sente i suoi uomini che gli danno consigli e lo esortano a prendere moglie; e quotidianamente lo esortano e lo sollecitano in modo tale che, per la loro stessa insistenza, lo convincono a infrangere il suo giuramento e ad acconsentire al loro desiderio. Ma egli insiste che colei che dovrà essere signora di Costantinopoli debba essere gentile, bella, saggia, ricca e nobile. Allora i suoi consiglieri dicono che desiderano prepararsi per andare nella terra tedesca e cercare la figlia dell'imperatore. È lei la scelta che gli propongono; poiché l'imperatore di Germania è molto ricco e potente, e sua figlia è così affascinante che mai ci fu una fanciulla della sua bellezza nella Cristianità. L'imperatore concede loro piena autorità, ed essi partono per il viaggio ben provvisti di tutto ciò di cui hanno bisogno. Proseguirono per la loro strada finché non trovarono l'imperatore a Ratisbona, quando gli chiesero di dare loro la sua figlia maggiore su istanza del loro signore.

L'imperatore fu soddisfatto di questa richiesta e diede loro volentieri sua figlia; poiché, nel farlo, non si avvilisce, né diminuisce il suo onore in alcun modo. Ma dice che l'aveva promessa al Duca di Sassonia, e che non sarebbero stati in grado di portarla via a meno che l'imperatore non fosse venuto con un grande esercito, cosicché il duca non avrebbe potuto fargli alcun danno o offesa durante il viaggio di ritorno.

Quando i messaggeri udirono la risposta dell'imperatore, presero congedo e partirono. Ritornarono dal loro signore e gli portarono la risposta. E l'imperatore selezionò una compagnia scelta dei cavalieri più esperti che poté trovare, e portò con sé suo nipote, nel cui interesse aveva giurato di non sposare mai moglie, ma non rispetterà questo voto se riuscirà ad arrivare a Colonia. In un certo giorno lascia la Grecia e si avvicina alla Germania, intenzionato a prendere moglie a dispetto di ogni biasimo e rimprovero; ma il suo onore ne sarà macchiato. Giunto a Colonia, scoprì che l'imperatore aveva riunito tutta la sua corte per una festa. Quando la compagnia dei Greci raggiunse Colonia, c'era un numero così grande di Greci e Tedeschi che fu necessario alloggiarne più di sessantamila fuori dalla città.

Grande era la folla di gente, e grande la gioia dei due imperatori quando si incontrarono. Quando i baroni si furono riuniti nel vasto palazzo, l'imperatore chiamò la sua affascinante figlia. La fanciulla non tardò ad arrivare subito nel palazzo. Era stata resa molto bella e formosa dal Creatore, il cui piacere era stato quello di suscitare l'ammirazione delle persone. Dio, che l'aveva creata, non diede mai all'uomo una parola che potesse esprimere adeguatamente tale bellezza come quella che lei possedeva.

Fenice era il nome della fanciulla, e per questo c'era una buona ragione: poiché se l'uccello Fenice è unico come il più bello di tutti gli uccelli, così Fenice, mi sembra, non aveva eguali in bellezza. Era un tale miracolo e meraviglia che la Natura non fu mai in grado di farne un'altra simile. Per essere più breve, non descriverò a parole le sue braccia, il suo corpo, la sua testa e le sue mani; poiché se dovessi vivere mille anni, e se la mia abilità dovesse raddoppiare ogni giorno, sprecherei comunque tutto il mio tempo nel cercare di dire la verità su di lei. So molto bene, se dovessi intraprenderlo, che consumerei il mio cervello e sprecherei le mie pene: sarebbe solo energia mal spesa. La damigella si affrettò finché non giunse nel palazzo, con la testa scoperta e il viso non velato; e il bagliore della sua bellezza illuminò il palazzo più luminosamente di quanto avrebbero fatto quattro carbonchi. Cligés stava in piedi, tolto il mantello, alla presenza di suo zio. Il giorno fuori era alquanto buio, ma lui e la fanciulla erano entrambi così belli che un raggio scaturì dalla loro bellezza che illuminò il palazzo, proprio come il sole del mattino brilla chiaro e rosso.

Desidero tentare in pochissime parole di descrivere la bellezza di Cligés. Era nel suo fiore, avendo ora quasi quindici anni di età. Era più avvenente e affascinante di Narciso che vide il suo riflesso nella sorgente sotto l'olmo, e, quando lo vide, lo amò tanto che morì, si dice, perché non poté ottenerlo. Narciso era bello, ma aveva poco senno; ma come l'oro fino supera il rame, così Cligés era meglio dotato di saggezza, e anche allora non ho detto tutto. I suoi riccioli sembravano fatti di oro fino, e il suo viso era di un fresco colore roseo. Aveva un naso ben formato e una bocca proporzionata, e nella statura era costruito secondo il miglior modello della Natura; poiché in lui ella aveva unito doni che è solita spargere ovunque. La Natura fu così prodiga con lui che gli diede tutto ciò che poté, e pose tutto in un unico ricettacolo. Tale era Cligés, che univa buon senso e bellezza, generosità e forza. Possedeva il legno così come la corteccia; conosceva più di scherma e di arco di quanto facesse Tristano, nipote di Re Marco, e più di uccelli e segugi di lui. In Cligés non mancava nulla di buono.

Cligés stava in tutta la sua bellezza davanti a suo zio, e coloro che non sapevano chi fosse lo guardavano con avida curiosità. E d'altra parte, l'interesse si destò in coloro che non conoscevano la fanciulla: con meraviglia la fissano. Ma Cligés, sotto il dominio dell'amore, lasciò che i suoi occhi riposassero su di lei di nascosto, e li ritrasse di nuovo così discretamente che nel loro passaggio avanti e indietro nessuno avrebbe potuto biasimare la sua mancanza di abilità. Lietamente guarda la fanciulla, ma non nota che lei lo ricambia alla pari. Non lusingandolo, ma in amore sincero, lei gli dà i suoi occhi e riprende i suoi. Questo scambio le sembra buono, e le sarebbe sembrato ancora migliore se avesse saputo qualcosa di chi fosse lui. Ma non sa nulla se non che è bello, e che, se mai dovrà amare qualcuno per amore della bellezza, non ha bisogno di cercare altrove dove riporre il suo cuore. Lei gli consegnò il possesso dei suoi occhi e del cuore, e lui impegnò i suoi a sua volta verso di lei. Impegnò? Piuttosto diede apertamente. Diede? No, in fede mia, mento; poiché nessuno può donare il proprio cuore. Devo esprimerlo in qualche altro modo. Non lo dirò, come alcuni hanno fatto che fanno dimorare due cuori in un unico corpo, poiché non porta nemmeno l'apparenza della verità che in un corpo ci debbano essere due cuori; e anche se potessero essere così uniti, non sembrerebbe mai vero. Ma se vi aggrada prestare attenzione alle mie parole, sarò in grado di spiegare come due cuori formino un solo cuore senza arrivare a identificarsi. Solo fino a quel punto si fondono in uno, in quanto il desiderio di ciascuno passa dall'uno all'altro, unendosi così in un comune desiderio; e a causa di questa armonia di desiderio, ci sono alcuni che sono soliti dire che ciascuno ha entrambi i cuori; ma un cuore non può essere in due posti. Ognuno conserva sempre il proprio cuore, sebbene il desiderio sia condiviso da entrambi, proprio come molti uomini diversi possono cantare una canzone o un'aria all'unisono. Con questo paragone provo che affinché un corpo contenga due cuori non basta conoscersi l'un l'altro il desiderio, né ancora che uno sappia ciò che l'altro ama e ciò che odia; proprio come le voci che sono ascoltate insieme sembrano fondersi in una, e tuttavia non provengono tutte da una sola bocca, così è con un corpo che può contenere un solo cuore. Ma non c'è bisogno di ulteriori argomenti, poiché altre questioni mi premono. Devo parlare ora della damigella e di Cligés, e sentirete parlare del Duca di Sassonia, che ha inviato a Colonia un suo giovane nipote. Questo giovane informa l'imperatore che suo zio, il duca, manda a dire che non deve aspettarsi pace o tregua con lui, a meno che non gli invii sua figlia, e che colui che intende portarla via con sé farebbe meglio a non mettersi in viaggio per casa, poiché troverà la strada occupata e ben difesa a meno che la fanciulla non venga consegnata.

Il giovane espose bene il suo messaggio, senza orgoglio e senza insulti. Ma non trovò né cavaliere né imperatore che volesse rispondergli. Quando vide che tutti tacevano e lo trattavano con disprezzo, lasciò la corte in tono di sfida. Ma la giovinezza e la sete di audaci imprese spinsero Cligés a sfidarlo in combattimento mentre se ne andava. Per la contesa montano i loro destrieri, trecento per parte, esattamente uguali così in forza. Tutto il palazzo è completamente svuotato di cavalieri e dame, che salgono sui balconi, sui merli e alle finestre per vedere e guardare coloro che stavano per combattere. Anche la fanciulla, la cui volontà l'Amore aveva sottomesso sotto il suo dominio, cercò un punto da cui vedere. Prese posto a una finestra, dove sedette con grande diletto, perché da lì poteva avere una visuale di colui che tiene segretamente nel suo cuore senza alcun desiderio di rimuoverlo di lì; poiché non amerà mai nessun altro uomo. Ma lei non conosce il suo nome, né chi sia, né di quale stirpe; poiché non è opportuno fare domande; ma anela a sentire notizie che rechino gioia al suo cuore. Guarda fuori dalla finestra gli scudi con il loro oro scintillante, e osserva coloro che indossano gli scudi attorno al collo, mentre si preparano alla prova d'armi. Ma tutti i suoi pensieri e sguardi presto riposano su un unico oggetto, e verso tutti gli altri è indifferente. Ovunque vada Cligés, lei cerca di seguirlo con gli occhi. E lui a sua volta fa del suo meglio per lei, e combatte apertamente, affinché lei almeno possa sentire dire che egli è audace e molto abile: così lei sarà costretta a stimarlo per la sua prodezza. Attacca il nipote del duca, che stava spezzando molte lance e sconfiggendo duramente i Greci. Ma Cligés, che ne è contrariato, si puntella saldamente nelle staffe e va a colpirlo così velocemente che, suo malgrado, dovette lasciare l'arcione. Quando si rialzò, il clamore fu grande; poiché il giovane si rialzò e montò in sella, pensando di vendicare la sua vergogna. Ma molti uomini cadono solo in una vergogna più profonda quando pensano di vendicare la propria vergogna quando ne hanno l'occasione. Il giovane si precipita verso Cligés, che abbassa la lancia per incontrarlo, e lo colpisce con tale forza da farlo cadere di nuovo a terra. Ora la sua vergogna è raddoppiata, e tutti i suoi seguaci sono in preda allo sgomento, vedendo che non potranno mai lasciare il campo con onore; poiché nessuno di loro è così valoroso da poter mantenere il suo posto in sella quando il colpo di Cligés lo raggiunge. Ma quelli della Germania e i Greci sono pieni di gioia quando vedono la loro parte scacciare i Sassoni, che si ritirano sconfitti. Con scherno li inseguono finché non li raggiungono presso un ruscello, nel quale li cacciano per un tuffo. Nella parte più profonda del guado Cligés disarcionò il nipote del duca e così tanti dei suoi uomini che fuggirono addolorati e tristi nella loro vergogna e confusione. Ma Cligés, due volte vincitore, ritornò in allegria ed entrò in una porta che era vicina all'appartamento dove si trovava la fanciulla; e mentre passava attraverso la porta lei pretese come pedaggio uno sguardo tenero, che lui le pagò mentre i loro occhi si incontravano. Così la fanciulla fu sottomessa dall'uomo. Ma non c'è un tedesco delle pianure o delle alture, in possesso della facoltà di parola, che non gridi: "Dio! Chi è costui nel quale tanta bellezza è radiosa? Dio! Come è accaduto che così improvvisamente abbia ottenuto un tale grande successo?" Così un uomo e l'altro chiedono: "Chi è questo giovane, chi è, dico?" Così, presto in tutta la città si sa quale sia il suo nome, e chi è suo padre, e quale impegno era stato preso nei suoi confronti dall'imperatore. Tanto fu detto e fatto chiasso che la notizia giunse alle orecchie di colei che nel suo cuore gioiva perché non poteva più dire che l'Amore si era fatto gioco di lei, né aveva alcun motivo di lamentarsi. Poiché l'Amore l'ha fatta donare il suo cuore all'uomo più bello, più cortese e valoroso che si potesse trovare ovunque. Ma deve essere impiegata una certa forza, se vuole ottenere il possesso di colui che non è libero di fare la sua volontà. Questo la rende ansiosa e sconvolta. Poiché non ha nessuno con cui prendere consiglio riguardo a colui per il quale strugge, ma deve consumarsi in pensieri e veglie. Diventa così influenzata da queste preoccupazioni che perde il colore e diventa pallida, e diventa chiaro a tutti che la sua perdita di colore denota un desiderio insoddisfatto. Gioca meno ora di quanto era solita fare, e ride meno e perde la sua gaiezza. Ma nasconde il suo turbamento e svia il discorso, se qualcuno chiede quale sia il suo malanno. La sua vecchia balia si chiamava Tessala, che era esperta in negromanzia, essendo nata in Tessaglia, dove vengono insegnate e operate incantesimi diabolici; poiché le donne di quel paese compiono molti incantesimi e riti mistici.

Tessala vide pallida e smunta colei che l'Amore tiene nei suoi legami, e così la apostrofò con un consiglio: "Dio!" disse, "siete stregata, mia cara signora, che il vostro viso debba essere così pallido? Mi chiedo quale sia il vostro problema. Ditemi, se potete, dove questo dolore vi colpisce di più, poiché se qualcuno può curarvi, potete fidarvi tranquillamente di me per restituirvi di nuovo la salute. Posso curare l'idropisia, la gotta, l'angina e l'asma; sono così esperta nell'esaminare l'urina e il polso che non avete bisogno di consultare nessun altro medico. E oso dire che ne so più di quanto Medea abbia mai saputo di incantesimi e di sortilegi che i test hanno dimostrato essere veri. Non vi ho mai parlato di questo, sebbene mi sia presa cura di voi per tutta la vita; e ora non ne menzionerei se non vedessi chiaramente che siete così afflitta da aver bisogno dei miei servigi. Mia signora, farete bene a dirmi qual è la vostra malattia prima che la sua presa diventi più severa. L'imperatore vi ha affidata a me affinché io possa prendermi cura di voi, e la mia devozione è stata tale che vi ho mantenuta sana e salva. Ora tutte le mie pene saranno vane se non allevierò questo malanno. Fate attenzione a non nascondermi se questa è malattia o qualcos'altro". La damigella non osa esporre apertamente il suo desiderio in tutta la sua pienezza poiché teme di essere disapprovata e biasimata. E quando ascolta e comprende come Tessala si vanti e si consideri altamente esperta in incantesimi, sortilegi e pozioni, decide di dirle qual è la causa del suo viso pallido e senza colore; ma prima le fa promettere di mantenere il suo segreto e di non opporsi mai alla sua volontà.

"Nutrice", disse, "pensavo davvero di non provare dolore, ma presto la penserò diversamente. Poiché non appena comincio a pensarci, provo un grande dolore e sono sgomenta. Ma quando uno non ha esperienza, come può dire cosa sia malattia e cosa salute? La mia malattia è diversa da tutte le altre; poiché quando desidero parlarne, mi causa sia gioia che dolore, tanto sono felice nel mio tormento. E se può essere che la malattia porti diletto, allora il mio affanno e la mia gioia sono una cosa sola, e nella mia malattia consiste la mia salute. Dunque non so perché mi lamenti, poiché non so da dove venga il mio affanno, a meno che non sia causato dal mio desiderio. Forse il mio desiderio è la mia malattia, ma vi trovo tanta gioia che la sofferenza che mi causa è gradita, e c'è tanto appagamento nel mio dolore che è dolce soffrire così. Nutrice Tessala, ora dimmi il vero, non è forse questo un male ingannevole, che mi incanta e mi tormenta al tempo stesso? Non vedo come io possa dire se questa sia una malattia o meno. Nutrice, dimmi ora il suo nome, la sua natura e il suo carattere. Ma comprendi bene che non ho alcun desiderio di esserne guarita, poiché il mio tormento mi è molto caro". Tessala, che era molto saggia riguardo all'amore e ai suoi sintomi, sa bene da ciò che ascolta che è l'amore a tormentarla; i termini teneri e affettuosi che usa sono la prova certa che è innamorata, poiché tutti gli altri guai sono difficili da sopportare, eccetto quello solo che viene dall'amore; ma l'amore trasforma la sua amarezza in dolcezza e gioia, per poi spesso ritrasformarle. La nutrice, che era esperta in questa materia, così le risponde: "Non aver timore, poiché ti dirò subito il nome della tua malattia. Mi hai detto, credo, che il dolore che provi sembra essere piuttosto gioia e salute: ora di tale natura è il mal d'amore, poiché anche in esso vi sono gioia e beatitudine. Tu sei innamorata, dunque, come posso provarti, poiché non trovo piacere in alcuna malattia se non nel solo amore. Ogni altra malattia è sempre cattiva e orribile, ma l'amore è dolce e pacifico. Tu sei innamorata; di questo sono certa, né vedo alcun male in ciò. Ma considererò un male grandissimo se, per qualche sciocca follia, mi nascondessi il tuo cuore". "Nutrice, non c'è bisogno che tu parli così. Ma prima devo essere sicura e certa che in nessuna circostanza ne parlerai a anima viva". "Mia signora, di certo i venti ne parleranno prima di me senza il tuo permesso, e ti do la mia parola che favorirò i tuoi desideri in modo tale che tu possa confidare con sicurezza di vedere la tua gioia compiuta attraverso i miei servizi". "In tal caso, Nutrice, sarò guarita. Ma l'imperatore mi sta dando in sposa, motivo per cui mi dolgo e sono afflitta; poiché colui che ha conquistato il mio cuore è il nipote di colui che devo prendere. E sebbene egli possa trovare gioia in me, tuttavia la mia gioia è per sempre perduta, e non è possibile alcun sollievo. Preferirei essere fatta a pezzi piuttosto che gli uomini parlino di noi come parlano degli amori di Isotta e Tristano, di cui si raccontano tante storie sconvenienti che mi vergognerei di menzionarle. Non potrei mai indurmi a condurre la vita che condusse Isotta. Un amore come il suo era troppo vile; poiché il suo corpo apparteneva a due, mentre il suo cuore era posseduto da uno. Così fu spesa tutta la sua vita, non negando i suoi favori né all'uno né all'altro. Ma il mio è fisso su un unico oggetto, e in nessuna circostanza vi sarà alcuna condivisione del mio corpo e del mio cuore. Mai il mio corpo sarà spartito tra due azionisti. Chi ha il cuore ha anche il corpo, e può dire a tutti gli altri di farsi da parte. Ma non riesco a vedere chiaramente come colui che amo possa avere il mio corpo quando mio padre mi dà a un altro, e non oso oppormi alla sua volontà. E quando quest'altro sarà signore del mio corpo, e farà qualcosa che mi dispiace, non è giusto per me chiamare un altro in mio aiuto. Né quest'uomo può sposare moglie senza rompere la sua parola data; poiché, a meno che non sia fatta ingiustizia, Cligés deve avere l'impero dopo la morte dello zio. Ma sarei ben servita da te, se tu fossi così abile da impedire a colui a cui sono promessa e vincolata di avere alcun diritto su di me. O Nutrice, sforzati affinché egli non infranga la promessa che fece al padre di Cligés, quando gli promise solennemente di non prendere mai moglie. Poiché ora, se egli dovesse sposarmi, la sua promessa sarebbe infranta. Ma Cligés mi è così caro che preferirei essere sotto terra piuttosto che egli perda mai per causa mia un centesimo della fortuna che dovrebbe essere sua. Non nasca mai un figlio da me che causi il suo diseredamento! Nutrice, ora fa' del tuo meglio, e io sarò sempre la tua schiava". Allora la nutrice le dice e le assicura che getterà così tanti incantesimi, e preparerà così tante pozioni e malie che non avrà mai bisogno di avere alcuna preoccupazione o timore riguardo all'imperatore dopo che egli avrà bevuto la pozione che gli darà; anche quando giaceranno insieme e lei sarà al suo fianco, potrà essere al sicuro come se ci fosse un muro tra loro. "Ma non allarmarti se, nel sonno, si intratterrà con te, poiché quando sarà immerso nel sonno si intratterrà con te, ed egli sarà convinto di averti avuta da sveglio, né penserà che sia tutto un sogno, una finzione, un'illusione. Così si intratterrà con te mentre dorme, e penserà di essere sveglio".

La fanciulla è assai compiaciuta e deliziata dalla gentilezza e dall'offerta di aiuto della nutrice. La sua nutrice le infonde buona speranza con la promessa che le fa, e che si impegna a mantenere; con questa speranza si aspetta di ottenere il suo desiderio, a dispetto di un ritardo logorante, poiché se la natura di Cligés è nobile quanto lei ritiene che sia, egli non potrà non avere pietà di lei quando saprà che lei lo ama, e che si è imposta la verginità per assicurare la sua eredità. Così la fanciulla crede alla sua nutrice, e ripone piena fiducia in lei. L'una promette all'altra, e le dà la sua parola, che questo complotto sarà tenuto così segreto da non essere mai rivelato. A questo punto la loro conversazione cessa, e la mattina seguente l'imperatore convoca sua figlia. Al suo comando ella va da lui. Ma perché dovrei stancarvi con i dettagli? I due imperatori hanno così sistemato la faccenda che il matrimonio è solennizzato, e la gioia regna nel palazzo. Ma non desidero indugiare a descrivere tutto ciò nel dettaglio. Piuttosto mi rivolgerò a Tessala, mentre prepara e tempera diligentemente le sue pozioni.

Tessala infonde la sua bevanda, aggiungendovi spezie in abbondanza per addolcirla e temperarla. Dopo aver ben battuto e mescolato il tutto, la filtra affinché sia limpida, senza alcun sapore pungente o amaro, poiché le spezie che vi aggiunge le conferiscono un profumo dolce e gradevole. Quando la pozione fu preparata, il giorno era giunto al termine, le tavole erano apparecchiate per la cena e le tovaglie erano stese. Ma Tessala ritarda la cena, perché deve scoprire con quale stratagemma e con quale agente può far servire la pozione. A cena, finalmente, tutti erano seduti, e più di sei portate erano state servite, e Cligés serviva dietro il posto di suo zio. Tessala, mentre lo osserva, pensa a quanto male serva i propri interessi, e a quanto stia assistendo al proprio diseredamento, e il pensiero la tormenta e la preoccupa. Allora, nella sua gentilezza, concepisce il piano di far servire la pozione proprio da colui al quale porterà sia gioia che onore. Così Tessala convocò Cligés; e quando egli fu giunto da lei, le chiese perché lo avesse mandato a chiamare. "Amico", disse lei, "desidero offrire all'imperatore in questo pasto una bevanda che egli apprezzerà molto, e voglio che stasera non ne assaggi nessun'altra, né a cena né quando andrà a letto. Penso che non potrà non gradirla, poiché non ha mai assaggiato una bevanda migliore o che sia costata tanto. E ti avverto, bada bene di non lasciare che nessun altro ne beva, poiché ce n'è solo una piccola quantità. E ti prego anche di questo, di non fargli sapere da dove provenga; ma digli che è successo per caso che l'hai trovata tra i doni, e l'hai assaggiata tu stesso, e hai avvertito nell'aria l'aroma delle dolci spezie; poi, vedendo il vino così limpido, lo hai versato nella sua coppa. Se per caso dovesse indagare, puoi soddisfarlo con questa risposta. Ma non avere tu stesso alcun sospetto, dopo quello che ho detto, poiché la bevanda è pura e salutare, piena di spezie eccellenti, e penso che un giorno possa portarti gioia". Quando seppe che ne sarebbe venuto un vantaggio, egli prese la pozione e se ne andò, poiché non sapeva che vi fosse alcun male in essa. La pose in una coppa di cristallo davanti all'imperatore, che la prese senza fare domande, fidandosi di suo nipote. Dopo aver bevuto un lungo sorso della bevanda, egli ne avverte subito la forza, mentre scende dal capo al cuore, e risale dal cuore al capo, e penetra ogni parte di lui senza far alcun minimo danno. E quando lasciarono le tavole, l'imperatore aveva bevuto così tanto della bevanda gradevole che non potrà mai sfuggire alla sua influenza. Ogni notte dormirà sotto la sua influenza, e i suoi effetti saranno tali che egli crederà di essere sveglio quando dormirà profondamente.

Ora l'imperatore è stato ingannato. Molti vescovi e abati erano presenti per benedire e consacrare il letto nuziale. Quando giunse il momento di ritirarsi, l'imperatore, come era suo diritto, giacque accanto a sua moglie quella notte. "Come era suo diritto"; ma l'affermazione è inesatta, poiché egli non la baciò né la accarezzò, eppure giacquero insieme in un solo letto. Dapprima la fanciulla tremava di paura e ansia che la pozione non facesse effetto. Ma essa lo ha così soggiogato che egli non desidererà mai lei o alcun'altra donna se non nel sonno. Ma quando dormirà si intratterrà con lei come si può fare nei sogni, e crederà che il sogno sia vero. Tuttavia, ella è in guardia, e dapprima si tiene lontana da lui, così che egli non possa avvicinarsi. Ma ora egli deve necessariamente cadere nel sonno; allora egli dorme e sogna, sebbene i sensi siano svegli, ed egli si sforza di ottenere i favori della fanciulla, mentre ella, comprendendo il pericolo, difende la sua verginità. Egli la corteggia e la chiama dolcemente sua innamorata, e pensa di possederla, ma invano. Ma egli è gratificato da questa vana apparenza, abbracciando, baciando e accarezzando una cosa vuota, vedendo e parlando senza scopo, lottando e sforzandosi senza effetto. Di certo la pozione fu efficace nel possederlo e soggiogarlo così. Tutte le sue pene sono di nessun valore, mentre egli pensa ed è persuaso che la fortezza sia conquistata. Così pensa ed è convinto, quando desiste dopo i suoi vani sforzi. Ma ora posso dire una volta per tutte che la sua soddisfazione non fu mai più di questo. A tali rapporti con lei egli sarà per sempre condannato se davvero riuscirà a condurla nella sua terra; ma prima che possa portarla al sicuro, giudico che vi siano guai in serbo per lui. Poiché mentre è in viaggio verso casa, il duca, al quale la sposa era stata promessa, apparirà sulla scena. Il duca radunò una numerosa forza, e presidiò le frontiere, mentre a corte aveva le sue spie per informarlo ogni giorno delle azioni e dei preparativi dell'imperatore, e di quanto tempo avrebbero soggiornato, e per quale via intendevano tornare. L'imperatore non indugiò molto dopo il matrimonio, ma lasciò Colonia di buon umore. L'imperatore tedesco lo scortò con una numerosa compagnia, temendo e paventando la forza del Duca di Sassonia.

I due imperatori proseguirono il loro viaggio finché non furono oltre Ratisbona, dove una sera furono accampati in un prato lungo il Danubio. I Greci erano nelle loro tende nei campi confinanti con la Foresta Nera. Di fronte a loro erano alloggiati i Sassoni, che li spiavano. Il nipote del duca stava solo su una collina, da dove poteva ricognire per una possibilità di infliggere qualche perdita o danno al nemico. Da quel punto di osservazione scorse Cligés con tre dei suoi giovani che si divertivano con lance e scudi, desiderosi di un conflitto e di uno scontro d'armi. Se ne avesse avuto l'occasione, il nipote del duca avrebbe attaccato volentieri e fatto loro del male. Partito con cinque compagni, li nascose in una valle vicino a un bosco, così che i Greci non li videro mai finché non emersero dalla valle; allora il nipote del duca sferrò un attacco, e colpendo Cligés, lo ferì leggermente alla schiena. Cligés, chinandosi, evita la lancia che gli passò accanto, infliggendogli solo una lieve ferita.

Quando Cligés si sentì ferito, caricò il giovane e lo colpì con tale forza da trapassargli il cuore con la lancia e lasciarlo morto. Allora tutti i Sassoni, per paura di lui, si diedero alla fuga attraverso i boschi. E Cligés, ignaro dell'imboscata, lasciando coraggiosamente ma imprudentemente i suoi compagni, li insegue fino al luogo in cui le truppe del duca erano in forza, preparandosi ad attaccare i Greci. Da solo va al folle inseguimento dei giovani, che, disperati per il loro signore che avevano perduto, corrono dal duca e gli raccontano piangendo della morte di suo nipote. Il duca non vide alcuno scherzo in questa faccenda; e, giurando su Dio e su tutti i Suoi santi che non proverà alcuna gioia o orgoglio nella vita finché colui che ha ucciso suo nipote rimarrà in vita, aggiunge che chiunque gli porterà la sua testa sarà suo amico e lo servirà bene. Allora un cavaliere si vantò che, se fosse riuscito a trovare il colpevole, gli avrebbe presentato la testa di Cligés. Cligés segue i giovani finché non cade in mezzo ai Sassoni, quando viene visto da colui che si era impegnato a portargli via la testa, e che inizia a inseguirlo senza indugio. Ma la fretta di Cligés era tornata indietro per sfuggire ai suoi nemici e giunse nel luogo in cui aveva lasciato i compagni; non ne trovò nessuno, poiché erano tornati al campo a raccontare la loro avventura. E l'imperatore ordinò ai Greci e ai Tedeschi di montare a cavallo in un unico gruppo. Presto in tutto il campo i cavalieri si armano e montano a cavallo. Nel frattempo Cligés è inseguito ferocemente dal suo nemico, tutto armato e con l'elmo chiuso. Cligés, che non volle mai essere annoverato tra i codardi e i pusillanimi, nota che egli viene da solo. Per prima cosa, il cavaliere lo sfidò, chiamandolo "compagno", incapace di nascondere la sua rabbia: "Giovane compagno", gridò, "tu mi lascerai qui un pegno per il mio signore che hai ucciso. Se non porto via la tua testa con me, non valgo un bisante contraffatto. Devo farne un regalo al duca, e non accetterò nessun altro riscatto. In cambio di suo nipote, farò una restituzione tale che egli trarrà profitto dallo scambio". Cligés lo ascolta rimproverarlo così audacemente e con impudenza. "Vassallo", dice, "sta' in guardia! Poiché difenderò la mia testa, e non l'avrai senza il mio permesso". Poi inizia l'attacco. L'altro mancò il colpo, mentre Cligés lo colpì con tale forza che cavallo e cavaliere caddero insieme in un mucchio. Il cavallo gli cadde addosso così pesantemente che gli fracassò completamente una gamba. Cligés smontò sul verde prato e lo disarmò. Quando lo ebbe disarmato, si appropriò delle sue armi e tagliò la testa al suo nemico con la spada che era appena stata sua. Dopo aver separato la testa, la fissò saldamente sulla punta della sua lancia, pensando di offrirla al duca, al quale suo nipote aveva promesso di presentare la propria se lo avesse incontrato nella contesa. Cligés non aveva ancora indossato l'elmo del morto e preso il suo scudo e montato sul suo destriero, lasciando il proprio a vagare libero per terrorizzare i Greci, quando vide avanzare con più di cento vessilli al vento diverse squadriglie al completo di Greci e Tedeschi. Ora le lotte feroci e crudeli inizieranno presto tra i Sassoni e i Greci. Non appena Cligés vede i suoi uomini avanzare, si dirige verso i Sassoni, mentre i suoi uomini lo inseguono ferocemente, non riconoscendolo sotto il suo travestimento. Non c'è da meravigliarsi che suo zio sia nella disperazione e nella paura, quando vede la testa che sta portando via. Così tutto l'esercito lo insegue velocemente, mentre Cligés li conduce per provocare una lotta, finché i Sassoni non lo vedono avvicinarsi. Ma anch'essi sono del tutto tratti in inganno dalle armi con cui si è armato ed equipaggiato. Riesce a ingannarli e schernirli; poiché il duca e tutti gli altri, quando lo videro avvicinarsi con la lancia in resta, gridarono: "Ecco il nostro cavaliere! Sulla punta della sua lancia porta la testa di Cligés, e i Greci lo stanno inseguendo ferocemente!". Allora, mentre lasciano andare le briglie ai cavalli, Cligés sprona incontro ai Sassoni, rannicchiato sotto il suo scudo, la lancia dritta con la testa affissa. Ora, sebbene fosse più coraggioso di un leone, non era più forte di qualsiasi altro uomo. Entrambe le parti pensano che egli sia morto, e mentre i Sassoni gioiscono, i Greci e i Tedeschi si addolorano. Ma prima di molto la verità verrà a galla. Poiché Cligés non stette più in silenzio: ma, precipitandosi ferocemente contro un Sassone, lo colpì con la sua lancia di frassino sulla testa e nel petto, così che gli fece perdere le staffe, e allo stesso tempo gridò a gran voce: "Colpite, signori, poiché sono Cligés che cercate. Avanti, miei audaci e valorosi cavalieri! Nessuno si tiri indietro, poiché la prima giostra è già vinta! È un codardo colui che non gradisce un piatto del genere".

Grande fu la gioia dell'imperatore quando udì la voce di suo nipote Cligés che li chiamava e li esortava; ne fu grandemente rallegrato e confortato. Ma il duca è ora assai contrariato quando vede di essere tradito, a meno che la sua forza non si dimostri la più grande. Mentre raccoglie le sue truppe in ranghi serrati, i Greci fanno lo stesso e, stringendoli da vicino, li assalgono e si precipitano su di loro. Da entrambe le parti le lance vengono abbassate mentre si incontrano per la debita accoglienza di un esercito ostile. Al primo urto gli scudi vengono trapassati e le lance frantumate, i sottopancia vengono tagliati e le staffe spezzate, mentre i cavalli di coloro che cadono a terra vengono lasciati senza cavaliere. Ma senza curarsi di ciò che fanno gli altri, Cligés e il duca si incontrano nella mischia; tenendo le lance basse, si colpiscono a vicenda sullo scudo con tale violenza che le lance, robuste e ben fatte, volano in schegge. Cligés era abile a cavallo e siede dritto in sella senza tremare o perdere l'equilibrio. Ma il duca ha perso il seggio e, suo malgrado, abbandona gli arcioni. Cligés si sforzò e tentò di catturarlo e portarlo via, ma la sua forza non bastò, poiché i Sassoni erano tutto intorno a combattere per salvarlo. Tuttavia, Cligés sfugge al conflitto senza ricevere danno e con un prezioso bottino; infatti si allontana con il destriero del duca, che era più bianco della lana e valeva per un gentiluomo più della fortuna di Ottaviano a Roma. Il destriero era un arabo. I Greci e i Tedeschi sono colmi di gioia nel vedere Cligés su una tale cavalcatura, poiché avevano già notato l'eccellenza e la bellezza del destriero arabo. Ma non erano in guardia contro un'imboscata; e prima che se ne accorgano, verrà fatto un gran danno.

Una spia venne dal duca, portandogli notizie gradite. "Duca," dice la spia, "non rimane un uomo in tutto l'accampamento dei Greci che sia in grado di difendersi. Se vuoi credermi, questo è il momento di far catturare la figlia dell'imperatore, mentre i Greci si vedono intenti alla battaglia e alla contesa. Prestami cento dei tuoi cavalieri e metterò la dama nelle loro mani. Per un sentiero vecchio e appartato li condurrò così attentamente che non saranno visti né incontrati da alcun uomo di Germania, finché non potranno sequestrare la damigella nella sua tenda e portarla via così abilmente che non sarà opposta alcuna resistenza." A ciò il duca è assai compiaciuto. Inviò cento e più cavalieri provetti con la spia, che li condusse con tale successo che portarono via la fanciulla prigioniera senza esercitare alcuna forza; poiché potevano rapirla facilmente. Dopo averla portata a una certa distanza dalle tende, la inviano sotto la scorta di dodici dei loro, che accompagnano solo per un breve tratto. Mentre i dodici guidavano la damigella, gli altri andarono a dire al duca quanto successo avessero avuto. Il desiderio del duca essendo ora soddisfatto, egli stabilisce subito una tregua con i Greci fino al giorno seguente. La tregua fu giurata da entrambe le parti. Gli uomini del duca tornarono quindi indietro, mentre i Greci senza indugio ripararono ciascuno alla propria tenda. Ma Cligés rimane indietro da solo, appostato su una piccola collina dove nessuno lo scorse, finché non vide i dodici passare con colei che stavano portando via a tutta velocità. Cligés, nella sua sete di gloria, cavalca verso di loro senza indugio; poiché pensa tra sé, e il suo cuore gli dice, che non è per nulla che fuggono. Così, non appena li ebbe scorti, si lanciò al loro inseguimento; e quando lo videro avanzare, un pensiero sciocco balenò loro in mente: "È il duca," dissero, "che viene. Freniamo un poco; poiché ha lasciato le truppe e cavalca forte verso di noi da solo." Ogni uomo pensa che sia così. Tutti vogliono tornare indietro per incontrarlo, ma ognuno desidera andarci da solo. Nel frattempo, Cligés deve necessariamente scendere in una valle profonda tra due montagne. Non avrebbe mai riconosciuto le loro insegne, se non fossero venuti a incontrarlo, o se non lo avessero atteso. Sei dei dodici vengono a incontrarlo in un incontro che presto rimpiangeranno. Gli altri sei restano con la damigella, guidandola dolcemente al passo e a un trotto leggero. E i sei cavalcano rapidamente, spronando lungo la valle, finché colui che aveva il cavallo più veloce lo raggiunse per primo e gridò ad alta voce: "Salve, Duca di Sassonia! Dio ti benedica! Duca, abbiamo recuperato la tua dama. I Greci non l'avranno ora, poiché sarà posta nelle tue mani." Quando Cligés udì le parole che questo individuo grida, il suo cuore non è allegro; anzi, è strano che non perda il senno. Mai nessuna bestia selvatica — leopardo, tigre o leone — nel vedere i suoi piccoli catturati, fu così feroce e furiosa come Cligés, che non dà alcun valore alla propria vita se abbandona la sua amata ora. Preferirebbe morire piuttosto che non riconquistarla. Nella sua tribolazione prova una grande ira, che gli dà il coraggio di cui ha bisogno. Esorta e sprona il destriero arabo, e si precipita a dare al Sassone un colpo tale sul suo scudo dipinto che, senza esagerare, gli fa sentire la lancia al cuore. Ciò dà fiducia a Cligés. Spinse e spronò il destriero arabo per più dello spazio di un acro prima di imbattersi nel Sassone successivo, poiché arrivavano uno alla volta, ognuno incurante della sorte del predecessore, poiché Cligés li combatte uno per uno. Poiché li affronta così individualmente, nessuno riceve l'aiuto dell'altro. Si scaglia contro il secondo, il quale, come il primo, pensava di dargli gioia dicendogli della propria cattiva sorte. Ma Cligés non ha alcun interesse a prestare attenzione ai suoi discorsi e alle sue chiacchiere vane. Spingendo la sua lancia nel suo corpo in modo che il sangue zampilli quando viene ritirata, lo priva della vita e del dono della parola. Dopo questi due incontra il terzo, che si aspetta di trovarlo di buon umore e di farlo gioire della sua stessa sventura. Spronando con entusiasmo, gli si avvicinò; ma prima che avesse il tempo di dire una parola, Cligés gli infilò un braccio di lancia attraverso il mezzo del corpo, lasciandolo senza sensi a terra. Al quarto dà un colpo tale da lasciarlo svenuto sul campo. Dopo il quarto si dirige verso il quinto, e dopo di lui attacca il sesto. Nessuno di loro poté difendersi, ma ognuno fu lasciato silenzioso e muto. Non provava più timore degli altri ora, e li incalzava con maggiore audacia, senza più pensare ai sei uomini morti.

Non sentendo più alcuna cura per loro, inizia a presentare un debito di vergogna e dolore agli altri che stanno portando via la fanciulla. Li raggiunse e fece un tale assalto contro di loro come un lupo affamato e vorace quando salta sulla sua preda. Ora sente che la sua fortuna è arrivata, quando può mostrare apertamente la sua cavalleria e il suo valore davanti a colei che è la sua vita stessa. Ora può morire, se non la salva! E anche lei è in punto di morte per l'ansia a causa sua, sebbene non sappia che lui è così vicino. Lancia in resta, Cligés fece un attacco che gli piacque molto; poiché colpì prima un Sassone e poi un altro, così che con una sola corsa li portò entrambi a terra, sebbene gli sia costata la sua lancia di frassino. Ed entrambi cadono in tale affanno, essendo feriti nel corpo, che non hanno il potere di rialzarsi e fargli alcun danno o male. Gli altri quattro in amara rabbia si uniscono a un attacco contro Cligés; ma egli non si sgomenta né trema, e non sono in grado di smuoverlo dal suo seggio. Sguainando rapidamente la sua spada affilata dal fodero, per compiacere colei che attende il suo amore, cavalcò con forza contro un Sassone e, colpendolo con la sua lama affilata, gli recise la testa e metà del collo dal corpo: tale fu il limite della sua pietà. Fenice, che assiste a ciò che accade, non sa ancora che questo è Cligés. Desidera che lo sia, davvero, ma a causa del pericolo presente dice a se stessa che non vorrebbe che fosse lì. Così, doppiamente mostra la devozione di un'innamorata, temendo allo stesso tempo la sua morte, e desiderando che l'onore possa essere suo. E Cligés, spada in mano, attacca gli altri tre, che lo affrontano coraggiosamente e perforano e spaccano il suo scudo. Ma non sono in grado di mettergli le mani addosso, o di trapassare le maglie del suo usbergo. E qualunque cosa Cligés raggiunga non può resistere al suo colpo, ma deve necessariamente essere spaccata e lacerata; poiché si gira più velocemente di una trottola spinta e frustata dalla frusta. L'audacia e l'amore, che lo tiene soggiogato, lo rendono desideroso della mischia. Incalzò i Sassoni così duramente che li lasciò tutti morti e sconfitti, alcuni solo feriti, e altri morti — eccetto uno che lasciò fuggire, disdegnando di ucciderlo quando lasciato solo alla sua mercé; inoltre, desiderava che riferisse al duca la perdita e il danno che aveva subito. Ma prima che questo individuo lasciasse Cligés, lo pregò di dirgli il suo nome, che in seguito ripeté al duca, scatenando così la sua amara ira.

Ora la sfortuna era caduta sul duca, che era in grande angoscia e dolore. E Cligés riprende Fenice, il cui amore lo tormenta e lo turba. Se non le confessa ora, l'amore sarà a lungo suo nemico, e di lei pure, se lei tace e non dice la parola che gli porterà gioia; poiché ora ognuno può dire all'altro in privato i pensieri che giacciono nel cuore. Ma temono così tanto di essere rifiutati che non osano rivelare i propri cuori. Da parte sua, egli teme che lei non accetterà il suo amore, mentre lei, pure, avrebbe parlato se non avesse temuto di essere respinta. Nonostante ciò, gli occhi di ciascuno rivelano il pensiero nascosto, se solo avessero prestato attenzione a questa prova. Conversano con lo sguardo degli occhi, ma le loro lingue sono così codarde che non osano parlare in alcun modo dell'amore che li possiede. Non c'è da stupirsi se lei esita a iniziare, poiché una fanciulla deve essere una cosa semplice e timida; ma lui — perché aspetta e si trattiene, lui che è stato così audace per lei poco fa, ma ora alla sua presenza è codardo? Dio! da dove viene questo timore, che egli debba ritrarsi davanti a una ragazza sola, debole e timida, semplice e mite? È come se vedessi il cane fuggire davanti alla lepre, e il pesce inseguire il castoro, l'agnello il lupo, e la colomba l'aquila. Allo stesso modo il lavoratore abbandonerebbe il suo piccone con cui si sforza di guadagnarsi da vivere, e il falco fuggirebbe dall'anatra, e il girifalco dall'airone, e il luccio dal pesciolino, e il cervo inseguirebbe il leone, e tutto sarebbe invertito. Ora sento dentro di me il desiderio di dare qualche ragione per cui dovrebbe accadere ai veri amanti che perdano il senno e l'audacia di dire ciò che hanno in mente quando hanno agio, luogo e tempo.

Voi che siete interessati all'arte dell'Amore, che mantenete fedelmente le consuetudini e l'uso della sua corte, che non avete mai mancato di obbedire alla sua legge, qualunque fosse il risultato, ditemi se c'è qualcosa che piace a causa dell'amore senza farci tremare e impallidire. Se qualcuno si oppone a me in questo, posso subito confutare il suo argomento; poiché chiunque non impallidisce e trema, chiunque non perde i sensi e la memoria, sta cercando di sottrarre e ottenere di nascosto ciò che non gli appartiene di diritto. Il servo che non teme il suo padrone non dovrebbe rimanere al suo servizio né fare il suo lavoro. Chi non stima il suo signore non lo teme, e chi non lo stima non lo tiene caro, ma cerca piuttosto di ingannarlo e di rubargli ciò che è suo. Il servo dovrebbe tremare di paura quando il suo padrone lo chiama o lo convoca. E chiunque si affida all'Amore lo possiede come suo signore e padrone, ed è tenuto a rendergli reverenza e temerlo molto e onorarlo, se desidera essere annoverato nella sua corte. L'amore senza allarme o paura è come un fuoco senza fiamma o calore, giorno senza sole, favo senza miele, estate senza fiori, inverno senza gelo, cielo senza luna, e un libro senza lettere. Tale è il mio argomento in confutazione, poiché dove la paura è assente l'amore non è da menzionare. Chiunque voglia amare deve necessariamente provare paura, poiché altrimenti non può essere innamorato. Ma lasci che tema solo colei che ama, e per amore di lei sia coraggioso contro tutti gli altri. Allora, se nutre timore reverenziale per la sua signora, Cligés non è colpevole di nulla di sbagliato. Eppure, non avrebbe mancato di parlare subito con lei d'amore, qualunque fosse stato l'esito, se non fosse stato per il fatto che lei era la moglie di suo zio. Ciò causa il suppurare della sua ferita, e lo tormenta e lo addolora di più perché non osa pronunciare ciò che vorrebbe dire.

Così si fanno strada verso la loro gente, e se parlano di qualcosa non è nulla di molta importanza. Ognuno seduto su un cavallo bianco, cavalcarono rapidamente verso l'accampamento, che era sprofondato in un grande dolore. L'intero esercito è fuori di sé dal dolore, ma si sbagliano del tutto nel supporre che Cligés sia morto: da qui il loro amaro e struggente dolore. E anche per Fenice sono costernati, pensando di non riconquistarla mai più. Così, per lei e per lui l'intero esercito è in grande angoscia. Ma presto, al loro ritorno, l'intera faccenda cambierà aspetto; poiché ora hanno raggiunto di nuovo l'accampamento e hanno rapidamente trasformato il dolore in gioia. La gioia ritorna e il dolore fugge. Tutte le truppe si radunano ed escono per accoglierli. I due imperatori, dopo aver udito il rapporto su Cligés e la damigella, vanno incontro a loro con cuori gioiosi, e ognuno non vede l'ora di sentire come Cligés abbia trovato e recuperato l'imperatrice. Cligés racconta loro, e, mentre ascoltano, sono stupiti e lodano a gran voce il suo coraggio e la sua devozione. Ma, da parte sua, il duca è furioso, giurando e proclamando la sua determinazione a combattere Cligés, se osa, in duello; e si stabilirà che se Cligés vince la battaglia l'imperatore procederà indisturbato, e liberamente porterà la fanciulla con sé, e se dovesse uccidere o sconfiggere Cligés, che gli aveva fatto tale ingiuria, allora che non ci sia tregua o indugio a impedire a ciascuna parte di fare del suo meglio. Questo è ciò che il duca desidera, e tramite un suo interprete, che conosceva sia le lingue greca che tedesca, annuncia ai due imperatori il suo desiderio di organizzare così la battaglia.

Il messaggero consegnò il suo messaggio così bene in entrambe le lingue che tutti poterono comprenderlo. L'intero esercito era in tumulto, dicendo che Dio voglia che Cligés non si impegni mai in battaglia. Entrambi gli imperatori sono spaventati, ma Cligés si getta ai loro piedi e li prega di non addolorarsi, ma se mai ha fatto loro qualche favore, li prega di concedergli questa battaglia come ricompensa e premio. E se il diritto di combattere gli fosse negato, allora non servirà mai più per un solo giorno la causa e l'onore di suo zio. L'imperatore, che amava suo nipote come doveva, lo sollevò per mano e disse: "Bel nipote, mi addolora profondamente sapere che sei così desideroso di combattere; poiché dopo la gioia, ci si deve aspettare il dolore. Mi hai reso felice, non posso negarlo; ma mi è difficile cedere sul punto e mandarti a questa battaglia, quando ti vedo ancora così giovane. Eppure ti so così sicuro di te stesso che non oso mai rifiutare nulla che tu scelga di chiedermi. Stai certo che, semplicemente per gratificarti, dovrebbe essere fatto; ma se la mia richiesta ha qualche potere, non assumeresti mai questo compito." "Mio signore, non c'è bisogno di ulteriori parole," disse Cligés; "che Dio mi danni, se prendessi il mondo intero e perdessi questa battaglia! Non so perché dovrei cercare da voi alcun rinvio o lungo ritardo." L'imperatore piange di pietà, mentre Cligés versa lacrime di gioia quando gli viene concesso il permesso di combattere. Molta lacrima fu versata quel giorno, e nessuna tregua o indugio fu chiesto. Prima dell'ora di prima, dal messaggero stesso del duca la sfida a battaglia fu rimandata a lui accettata come aveva proposto.

Il duca, che pensa e confida con sicurezza che Cligés sarà incapace di evitare la morte e la sconfitta per le sue mani, si fa armare rapidamente. Cligés, che è ansioso per il combattimento, non sente alcuna preoccupazione su come dovrà difendersi. Chiede all'imperatore le sue armi, e desidera che lo faccia cavaliere. Così l'imperatore gli dà generosamente le sue armi, e lui le prende, col cuore avido per la battaglia che anticipa con gioia e impazienza. Non si perde tempo ad armarlo. E quando fu armato dalla testa ai piedi, l'imperatore, tutto addolorato, cinge la spada al suo fianco. Così Cligés completamente armato monta il suo destriero arabo bianco; dal collo appende per le cinghie uno scudo d'avorio, tale che non si romperà mai o spaccherà; e su di esso non c'era né colore né disegno. Tutta la sua armatura era bianca, e il destriero, e l'imbracatura, pure, era tutta più bianca di ogni neve.

Cligés e il duca, essendo ora armati, si chiamano a incontrarsi a metà strada, e stabiliscono che i loro uomini prenderanno posizione su entrambi i lati, ma senza le loro spade e lance, sotto giuramento e pegno che nessun uomo sarà così avventato, finché dura la battaglia, da osare muoversi per qualsiasi motivo, più di quanto oserebbe cavarsi il proprio occhio. Quando ciò fu concordato, si incontrarono, ognuno bramando ardentemente la gloria che spera di vincere e la gioia della vittoria. Ma prima che venisse inferto un solo colpo, l'imperatrice si fa portare fin lì, sollecita per la sorte di Cligés. Le sembra che se lui muore, anche lei debba necessariamente farlo. Nessun conforto può valere a trattenerla dall'unirsi a lui nella morte, poiché, senza di lui, la vita non ha gioie per lei. Quando tutti furono riuniti sul campo — alti e bassi, giovani e vecchi — e le guardie ebbero preso il loro posto, allora entrambi afferrarono le loro lance e si precipitarono insieme così ferocemente che spezzarono entrambi le loro lance e caddero a terra, incapaci di mantenere le loro selle. Ma non essendo feriti, si rimettono rapidamente in piedi e si attaccano a vicenda senza indugio. Sui loro elmi risonanti suonano una tale melodia con le spade che sembra a coloro che stanno guardando che gli elmi siano in fiamme e mandino scintille. E quando le spade rimbalzano in aria, scintille lucenti volano via da esse come da un pezzo di ferro fumante che il fabbro batte sulla sua incudine dopo averlo estratto dalla forgia. Entrambi i vassalli sono generosi nel dare colpi in gran quantità, e ognuno ha le migliori intenzioni di ripagare rapidamente ciò che prende in prestito; nessuno si trattiene dal ripagare prontamente capitale e interessi, senza contabilità e senza misura. Ma il duca è molto contrariato dall'ira e dallo sconcerto quando fallisce nel sconfiggere e uccidere Cligés nel primo assalto. Un colpo così meravigliosamente grande e potente gli sferra che egli cade ai suoi piedi in ginocchio.

Quando questo colpo fece cadere Cligés, l’imperatore fu colto da spavento, e non sarebbe stato più sgomento se egli stesso si fosse trovato sotto lo scudo. Né Fenice, nel suo timore, poté trattenersi più a lungo, qualunque ne potesse essere l’effetto, dal gridare: "Dio lo aiuti!" a squarciagola. Ma quella fu l’unica parola che pronunciò, poiché subito la voce le venne meno ed ella cadde in avanti sul viso, che rimase alquanto ferito dalla caduta. Due alti nobili la sollevarono e la sostennero in piedi finché non tornò in sé. Ma nonostante il suo volto, nessuno di coloro che la videro intuì il motivo per cui era svenuta. Nessuno lì la biasimò, anzi, tutti la lodarono per il suo gesto, poiché ognuno presumeva che ella avrebbe fatto lo stesso per lui, se si fosse trovato al posto di Cligés, ma in tutto ciò essi sono assai fuorvianti. Cligés udì, e comprese bene, il suono del grido di Fenice. La sua voce gli restituì forza e coraggio, così che balzò in piedi rapidamente e giunse con furia verso il duca, caricandolo e attaccandolo in modo tale che il duca, a sua volta, ne fu ora sgomento. Poiché ora lo trovava più feroce nel combattimento, più forte, più agile ed energico di quando si erano scontrati la prima volta. E poiché temeva il suo assalto, gridò: "Giovane, che Dio mi aiuti, vedo che sei valoroso e assai audace. Se non fosse per mio nipote ora, che non dimenticherò mai più, farei volentieri pace con te e lascerei la tua contesa senza interferirvi oltre".

"Duca," dice Cligés, "cosa desiderate ora? Non bisogna forse cedere il proprio diritto quando non si è in grado di recuperarlo? Quando si devono affrontare due mali, bisogna scegliere il minore. Suo nipote non è stato saggio a immischiarsi rabbiosamente con me. Può star certo che io la tratterò allo stesso modo, se ne avrò l’occasione, a meno che non accetti le mie condizioni di pace". Il duca, a cui sembra che il vigore di Cligés stia crescendo costantemente, pensa che sia meglio desistere a metà carriera prima di essere completamente rovinato. Tuttavia, non cede apertamente, ma dice: "Giovane, vedo che sei abile e attento e non ti manca il coraggio. Ma sei ancora troppo giovane; pertanto sono certo che se ti sconfiggessi e ti uccidessi non otterrei alcuna lode o fama, e non vorrei mai confessare all'udito di un uomo d'onore di aver combattuto con te, poiché ti farei solo onore e guadagnerei per me vergogna. Ma se sei consapevole del valore dell'onore, sarà sempre una cosa gloriosa per te avermi resistito per due tornate d'armi. Così ora il mio cuore e il mio sentimento mi spingono a lasciarti fare a modo tuo e a non combattere più con te". "Duca," dice Cligés, "questo non basterà. All'udito di tutti dovete ripetere quelle parole, poiché non si dirà mai e non si spargerà la voce che mi avete risparmiato e avete avuto pietà di me. All'udito di tutti coloro che sono qui riuniti, dovete ripetere le vostre parole, se volete riconciliarvi con me". Così il duca ripete le sue parole all'udito di tutti. Poi fanno pace e si riconciliano. Ma in qualunque modo la faccenda venga considerata, Cligés ne ebbe tutto l'onore e la gloria, e i Greci ne furono grandemente compiaciuti. Da parte loro, i Sassoni non potevano ridere, avendo tutti visto chiaramente che il loro signore era logoro ed esausto proprio in quel momento; ma non vi è alcun dubbio che, se avesse potuto farci qualcosa, questa pace non sarebbe mai stata fatta, e che l'anima di Cligés sarebbe stata tratta fuori dal suo corpo se fosse stato possibile. Il duca torna in Sassonia addolorato, abbattuto e pieno di vergogna; poiché dei suoi uomini non ce ne sono nemmeno due che non lo considerino vinto, sconfitto e disonorato. I Sassoni, con tutta la loro vergogna, sono ora tornati in Sassonia, mentre i Greci, senza indugio, si dirigono con gioia e letizia verso Costantinopoli, poiché Cligés, con il suo valore, ha aperto loro la strada. L'imperatore di Germania non li segue e non li scorta più. Prestando congedo alle truppe greche, a sua figlia e a Cligés, e infine all'imperatore, rimase in Germania. E l'imperatore dei Greci se ne va felice e in animo gioioso. Cligés, valoroso e cortese, ricorda il comando di suo padre. Se suo zio, l'imperatore, gli darà il permesso, andrà a chiedergli il congedo per tornare in Britannia e lì conversare con il suo prozio, il Re; poiché desidera vederlo e conoscerlo. Così si presenta davanti all'imperatore e richiede che acconsenta a lasciarlo andare in Britannia per vedere suo zio e i suoi amici. Gentilmente porse la sua richiesta. Ma suo zio rifiutò, dopo aver ascoltato la richiesta che egli fece. "Bel nipote," disse, "non è mia volontà che tu desideri lasciarmi. Non ti darò mai senza rincrescimento questo permesso di andartene. Poiché è mio piacere e desiderio che tu sia mio compagno e signore, con me, di tutto il mio impero".

Ora Cligés sente qualcosa che non gli garba quando suo zio rifiuta la preghiera e la richiesta che ha fatto. "Bel signore," disse, "non sono abbastanza valoroso e saggio, né sarebbe conveniente per me unirmi a voi o a chiunque altro nel dovere di governare questo impero; sono troppo giovane e inesperto. Si mette alla prova l'oro quando si vuole sapere se è fino. E così è mio desiderio, in breve, cercare di mettermi alla prova, ovunque io possa trovare il banco di prova. In Britannia, se sono valoroso, posso applicarmi alla cote e alla vera e propria prova, per mezzo della quale il mio valore sarà dimostrato. In Britannia ci sono i gentiluomini che l'onore e il valore distinguono. E chi vuole conquistare l'onore dovrebbe associarsi a loro, poiché l'onore viene vinto e guadagnato da colui che si associa ai gentiluomini. E così vi chiedo il permesso di partire, e potete star certo che se non mi concedete il dono e mi mandate là, andrò senza il vostro permesso". "Bel nipote, ti darò il permesso, vedendo che sei così disposto che non posso trattenerti né con la forza né con le mie preghiere. Ora, poiché preghiera, proibizione e forza non valgono, possa Dio darti il desiderio e l'inclinazione a tornare prontamente. Desidero che tu porti con te più di un moggio d'oro e d'argento, e ti darò per tuo piacere i cavalli che vorrai scegliere". Non ebbe appena parlato che Cligés si inchinò davanti a lui. Tutto ciò che l'imperatore menzionò e gli promise fu subito portato lì.

Cligés prese tutto il denaro e i compagni che desiderava e di cui aveva bisogno. Per suo uso personale prese quattro cavalli di colori diversi: uno bianco, uno sauro, uno fulvo rossiccio e uno nero. Ma devo aver tralasciato qualcosa che non è opportuno omettere. Cligés va a chiedere e ottenere il permesso di partire dalla sua amata Fenice; poiché desidera affidarla alla custodia di Dio. Venendo davanti a lei, si getta in ginocchio, piangendo così amaramente che le lacrime inumidiscono la sua tunica e l'ermellino, mentre tiene gli occhi fissi a terra; poiché non osa alzare lo sguardo su di lei, come se fosse colpevole di qualche crimine e misfatto verso di lei, per il quale sembra sopraffatto dalla vergogna. E Fenice, che timidamente e paurosamente lo guarda, non conosce il motivo della sua venuta e gli parla con difficoltà. "Alzatevi, amico e bel signore! Sedete qui accanto a me, e non piangete più, e ditemi qual è il vostro piacere". "Madonna, cosa devo dire, e cosa lasciare in sospeso? Vengo a chiedervi il permesso". "Permesso? Di fare cosa?" "Madonna, devo partire per la Britannia". "Allora ditemi qual è il vostro affare, prima che vi dia il permesso di andare". "Madonna, mio padre, prima che partisse da questa vita e morisse, mi pregò di non mancare di andare in Britannia non appena fossi stato fatto cavaliere. Non vorrei per nessuna ragione trascurare il suo comando. Non devo vacillare finché non avrò compiuto il viaggio. È una lunga strada da qui alla Grecia, e se dovessi andare fin là, il viaggio sarebbe troppo lungo da Costantinopoli alla Britannia. Ma è giusto che io chieda il permesso a voi, a cui appartengo interamente". Molti un sospiro e un singhiozzo celati segnarono la separazione. Ma gli occhi di nessuno erano abbastanza acuti, né le orecchie di alcuno abbastanza sottili, da apprendere da ciò che vedeva e udiva che vi fosse dell'amore tra questi due. Cligés, nonostante il dolore che provava, prese il suo congedo alla prima occasione. È pieno di pensieri mentre se ne va, e così lo sono l'imperatore e molti altri che rimangono indietro. Ma più di tutti gli altri, Fenice è pensierosa: non trova fondo o limite alle riflessioni che l'occupano, tanto abbondantemente si sono moltiplicate le sue preoccupazioni. Era ancora oppressa dal pensiero quando arrivò in Grecia. Lì era tenuta in grande onore come padrona e imperatrice; ma il suo cuore e la sua mente appartengono a Cligés, ovunque egli vada, ed ella desidera che il suo cuore non torni mai più a lei, a meno che non le venga riportato da colui che sta morendo della stessa malattia di cui egli ha colpito lei. Se lui guarisse, anche lei si riprenderebbe, ma egli non ne sarà mai vittima senza che lo sia anche lei. Il suo turbamento appare nel suo colore pallido e mutato; poiché il colore fresco, limpido e radioso che la Natura le aveva donato ora è straniero al suo volto. Spesso piange e spesso sospira. Poco le importa del suo impero e delle ricchezze che sono sue. Ella custodisce sempre nella sua memoria l'ora in cui Cligés partì, e il congedo che prese da lei, come egli cambiò colore e divenne pallido, e quanto fosse lacrimevole la sua espressione, poiché venne a piangere al suo cospetto umilmente e semplicemente in ginocchio, come se fosse costretto ad adorarla. Tutto ciò è dolce e piacevole per lei da ricordare e pensare. E in seguito, come piccolo conforto, prende sulla lingua invece di spezie una dolce parola che per tutta la Grecia non vorrebbe che egli avesse usato contrariamente al senso che ella aveva compreso quando egli l'aveva pronunciata per la prima volta; poiché ella non vive di nessun'altra leccornia, e non vi è nient'altro che le piaccia. Questa sola parola la sostiene e la nutre, e lenisce tutto il suo dolore. Non si cura di mangiare e bere nessun altro piatto o bevanda, poiché quando i due amanti giunsero a separarsi, Cligés aveva detto di essere "interamente suo". Questa parola è così dolce e ha un gusto così buono che dalla lingua agita il suo cuore, ed ella la prende nella sua bocca e nel suo cuore per esserne tanto più sicura. Sotto nessun altro lucchetto oserebbe conservare questo tesoro. Da nessuna parte potrebbe essere alloggiato così bene come nel suo petto. Non lo lascerà mai esposto a nessun prezzo, essendo in tale timore di ladri e malfattori. Ma non vi è motivo per la sua ansia, e non deve avere alcun timore degli uccelli da preda, poiché il suo tesoro non è mobile, ma è piuttosto come una casa che non può essere distrutta dal fuoco o dall'inondazione, ma rimarrà sempre fissata in un unico luogo. Ma non prova alcuna fiducia nella faccenda, così si preoccupa e si sforza di trovare e mantenere qualche terreno su cui stare, interpretando la situazione in diversi modi. Essa si oppone e difende la sua posizione, e si impegna nel seguente ragionamento: "Con quale intenzione Cligés dovrebbe dire 'Sono interamente vostro' se non fosse l'amore a spingerlo? Quale potere posso avere su di lui che egli debba stimarmi così tanto da farmi la padrona del suo cuore? Non è egli più bello di me, e di rango superiore al mio? Non vedo in ciò nient'altro che l'amore, che potrebbe concedermi un tale dono. Io, che non posso sfuggire al suo potere, proverò con il mio stesso caso che a meno che non mi amasse non direbbe mai di essere mio; a meno che l'amore non lo tenga nelle sue reti, Cligés non potrebbe mai dire di essere mio più di quanto io potrei dire di essere interamente sua a meno che l'amore non mi avesse messo nelle sue mani. Poiché se non mi ama, almeno non mi teme. Spero che l'amore che mi dà a lui, in cambio mi dia lui a me. Ma ora sono assai sgomenta perché è una parola così banale, e potrei semplicemente essere ingannata, poiché molti ce ne sono che con termini lusinghieri diranno persino a una totale estranea: 'Io e tutto ciò che ho siamo vostri', e sono chiacchieroni più oziosi delle ghiandaie. Così non so cosa pensare, poiché potrebbe benissimo darsi che l'abbia detto solo per lusingarmi. Eppure vidi il suo colore cambiare, e lo vidi piangere pietosamente. Secondo il mio giudizio, le lacrime e il suo volto confuso e pallido non sono stati prodotti dal tradimento, né sono stati i frutti dell'inganno. Quegli occhi da cui vidi scendere le lacrime non erano colpevoli di falsità. Segni di amore ne vidi abbastanza, se ne so qualcosa. Sì, in un'ora malvagia ho pensato all'amore; guai a me che l'ho mai imparato, poiché l'esperienza è stata amara. Lo è stata davvero? Sì, in verità. Sono morta quando non posso vedere colui che ha rubato il mio cuore con le sue lusinghe ingannevoli, a causa delle quali il mio cuore lascia la sua dimora, e non vuole abitare con me, odiando la mia casa e la mia sistemazione. In verità sono stata maltrattata da colui che ha il mio cuore in custodia. Chi mi deruba e prende ciò che è mio non può amarmi, di questo sono certa. Ma ne sono certa? Perché allora ha pianto? Perché? Non è stato invano, poiché c'era motivo abbastanza. Non devo presumere di esserne stata io la causa, poiché si è sempre riluttanti a lasciare le persone che si amano e si conoscono. Quindi non è strano se egli era dispiaciuto e addolorato e se ha pianto quando ha lasciato qualcuno che conosceva. Ma colui che gli diede questo consiglio di andare ad abitare in Britannia non avrebbe potuto colpirmi più efficacemente. È ferito a morte chi perde il proprio cuore. Chi se lo merita dovrebbe essere trattato male; ma io non ho mai meritato un tale trattamento. Ahimè, infelice, perché Cligés mi ha uccisa quando sono innocente? Ma sono ingiusta ad accusarlo così senza causa. Sicuramente Cligés non mi avrebbe mai abbandonata se il suo cuore fosse come il mio. Sono sicura che il suo cuore non è come il mio. E se il mio cuore è alloggiato nel suo non si allontanerà mai, e il suo non si separerà mai dal mio, poiché il mio cuore lo segue segretamente: hanno formato una compagnia così buona. Ma, dopo tutto, a dire il vero, essi sono molto diversi e contrari. Come sono diversi e contrari? Perché, il suo è il padrone e il mio lo schiavo; e lo schiavo non può avere volontà propria, ma solo fare la volontà del suo padrone e abbandonare tutti gli altri affari. Ma che riferimento ha ciò con me? Il mio cuore e il mio servizio non sono affar suo. Questo accordo mi angustia, che uno sia padrone di entrambi. Perché il mio cuore non è indipendente come il suo? Allora il loro potere sarebbe equalizzato. Il mio cuore è ora un prigioniero, incapace di muoversi se non si muove anche il suo. E se il suo cuore vaga o rimane fermo, il mio deve per forza prepararsi a seguirlo nel suo seguito. Dio! perché i nostri corpi non sono così vicini l'uno all'altro che io potessi in qualche modo riportare indietro il mio cuore! Riportare indietro? Sciocca, se dovessi rimuoverlo dalla sua gioia ne sarei la morte. Che resti lì! Non ho desiderio di sloggiarlo, ma desidero piuttosto che indugi con il suo signore finché egli non provi un po' di pietà per esso. Poiché piuttosto là che qui dovrebbe avere misericordia del suo servitore, poiché sono entrambi in una terra straniera. Se il mio cuore conosce bene il linguaggio dell'adulazione, come è necessario per il cortigiano, sarà ricco prima di tornare indietro. Chiunque desideri stare nelle buone grazie del suo signore e sedere accanto a lui alla sua destra, per essere alla moda oggigiorno, deve rimuovere la piuma dalla sua testa, anche quando non ce n'è alcuna. Ma c'è un cattivo aspetto di questa pratica: mentre sta lisciando il suo padrone, che è pieno di male e malvagità, non sarà mai così cortese da dirgli la verità; piuttosto gli fa pensare e credere che nessuno potrebbe confrontarsi con lui in valore e in conoscenza, e il padrone pensa che stia dicendo la verità. Quell'uomo non conosce se stesso colui che prende la parola di un altro riguardo a qualità che non possiede. Poiché anche se è un miserabile malvagio e insolente, e codardo come una lepre, meschino, pazzo e deforme, e un villano sia nelle parole che nelle azioni--tuttavia qualche uomo lo loderà in faccia a lui, mentre alle sue spalle si farà beffe di lui. Ma quando al suo udito parla di lui a qualcun altro, lo loda, mentre il suo signore finge di non sentire ciò che dicono tra loro; se, tuttavia, pensasse che non verrebbe udito, direbbe qualcosa che al suo padrone non piacerebbe. E se al suo padrone fa piacere mentire, il servitore è pronto con il suo consenso, e non sarà mai restio ad affermare che tutto ciò che il suo padrone dice è vero. Chi frequenta corti e signori deve sempre essere pronto con una menzogna. Così, anche, deve fare il mio cuore se volesse trovare favore con il suo signore. Che aduli e sia ossequioso. Ma Cligés è un tale cavaliere, così bello, così aperto e così leale, che il mio cuore, nel lodarlo, non ha mai bisogno di essere falso o perfido, poiché in lui non c'è nulla da migliorare. Pertanto desidero che il mio cuore lo serva, poiché, come dice il proverbio popolare: 'Chi serve un uomo nobile è davvero cattivo se non migliora in sua compagnia'."

Così l’amore tormenta Fenice. Ma questo tormento è la sua delizia, di cui non può mai stancarsi. E Cligés intanto ha attraversato il mare ed è giunto a Wallingford. Lì ha preso alloggio in una dimora costosa, con grande sfarzo. Ma i suoi pensieri sono sempre rivolti a Fenice, senza dimenticarla per una sola ora. Mentre indugia e si trattiene in quel luogo, i suoi uomini, agendo secondo le sue istruzioni, fanno diligenti ricerche. Vengono informati che i baroni di Re Artù e il Re in persona hanno indetto un torneo da tenersi nella pianura davanti a Oxford, che giace vicino a Wallingford. Lì la contesa fu stabilita, e doveva durare quattro giorni. Ma Cligés avrà abbondante tempo per prepararsi se nel frattempo avesse bisogno di qualcosa, poiché deve trascorrere più di una quindicina prima che il torneo abbia inizio. Ordina a tre dei suoi scudieri di andare in fretta a Londra e di comprarvi tre diversi set di armi, uno nero, un altro rosso, il terzo verde, e che sulla via del ritorno ognuno sia tenuto coperto con del panno nuovo, così che se qualcuno dovesse incontrarli sulla strada non possa conoscere il colore delle armi che trasportano. Gli scudieri partono subito e giungono a Londra, dove trovano disponibile tutto ciò di cui hanno bisogno. Terminato questo incarico, ritornano immediatamente senza perdere tempo. Quando le armi che avevano portato furono mostrate a Cligés, egli ne fu ben compiaciuto. Ordinò che fossero riposte e nascoste, insieme a quelle che l’imperatore gli aveva donato sul Danubio, quando lo nominò cavaliere. Non scelgo di dirvi ora perché le avesse fatte riporre; ma vi sarà spiegato quando tutti gli alti baroni del paese saranno montati sui loro destrieri e si raduneranno in cerca di fama.

Nel giorno che era stato concordato, i nobili di chiara fama si riunirono. Re Artù, con tutti i suoi uomini che aveva scelto tra i migliori, prese posizione a Oxford, mentre la maggior parte dei cavalieri si schierò vicino a Wallingford. Non aspettatevi che io indugi nel racconto e vi dica che tali e tali re e conti erano presenti, e che questo, quello e quell’altro erano nel numero. Quando giunse il momento in cui i cavalieri dovevano radunarsi, secondo l’usanza di quei giorni, uscì da solo tra due schiere uno dei più valorosi cavalieri di Re Artù per annunciare che il torneo doveva iniziare. Ma in questo caso nessuno osa avanzare e affrontarlo per la giostra. Non c’è alcuno che non si tiri indietro. E ci sono alcuni che chiedono: "Perché questi nostri cavalieri indugiano, senza farsi avanti dalle file? Qualcuno inizierà di certo a breve". E gli altri rispondono: "Non vedete, dunque, quale avversario quella parte ha mandato contro di noi? Chiunque non lo sappia dovrebbe imparare che egli è un pilastro, capace di stare accanto ai migliori tre del mondo". "Chi è, dunque?" "Come, non lo vedete? È Sagremor il Selvaggio". "È lui?" "Lo è di certo". Cligés ascolta e sente ciò che dicono, mentre siede sul suo cavallo Morel, rivestito di un’armatura più nera di una mora: poiché tutta la sua armatura era nera. Mentre emerge dalle file e sprona Morel lontano dalla folla, non c’è nessuno, nel vederlo, che non esclami al suo vicino: "Quel tale cavalca bene con la lancia in resta; è un cavaliere molto abile e porta le sue armi con grande destrezza; il suo scudo poggia bene attorno al collo. Ma deve essere un folle a intraprendere di sua libera volontà di giostrare con uno dei più valorosi cavalieri che si possano trovare in tutta la terra. Chi può essere? Dove è nato? Chi lo conosce qui?" "Io no". "Nemmeno io". "Non c’è un fiocco di neve su di lui; ma tutta la sua armatura è assai più nera del mantello di qualsiasi monaco o priore". Mentre così conversano, i due contendenti lasciano le briglie ai loro cavalli senza indugio, poiché sono molto ansiosi e desiderosi di scontrarsi nel combattimento. Cligés lo colpisce così che gli frantuma lo scudo contro il braccio, e il braccio contro il corpo, per cui Sagremor cade in lungo e in largo. Cligés va senza errore e gli ordina di dichiararsi suo prigioniero, cosa che Sagremor fa immediatamente. Ora il torneo è giustamente iniziato, e gli avversari si incontrano in rivalità. Cligés corre per il campo, cercando avversari con cui giostrare, ma non si presenta un cavaliere che egli non abbatta o prenda prigioniero. Eccelle in gloria, su tutti i cavalieri di entrambe le parti, poiché ovunque vada a combattere, lì il combattimento finisce in fretta. Quell’uomo può essere considerato coraggioso se mantiene la sua posizione per giostrare con lui, poiché è più onorevole osare affrontarlo che sconfiggere un altro cavaliere. E se Cligés lo conduce via prigioniero, per questo almeno guadagna rinomanza per aver osato attendere e combattere con lui. Cligés vince la fama e la gloria di tutto il torneo. Quando giunse la sera, si riparò segretamente nel suo alloggio affinché nessuno potesse avere parole con lui. E affinché nessuno cercasse la casa dove le armi nere sono esposte, le ripone in una stanza in modo che nessuno possa trovarle o vederle, e appende le sue armi verdi alla porta della strada, dove saranno in evidenza, e dove i passanti le vedranno. E se qualcuno chiede e s’informa dove sia il suo alloggio, non può venirlo a sapere quando non vede alcun segno dello scudo nero che cerca.

Con questo stratagemma Cligés rimane nascosto in città. E coloro che erano stati suoi prigionieri andarono da un capo all’altro della città chiedendo del cavaliere nero, ma nessuno seppe dare loro alcuna informazione. Persino Re Artù in persona fa cercare su e giù per lui; ma c’è solo una risposta: "Non lo vediamo da quando abbiamo lasciato la lizza, e non sappiamo che fine abbia fatto". Più di venti giovani lo cercano, che il Re aveva mandato fuori; ma Cligés si nascose così bene che non riescono a trovarne traccia. Re Artù è colmo di stupore quando viene informato che nessuno, di alto o basso rango, sa indicare il suo alloggio, né più né meno che se fosse a Cesarea, Toledo o Creta. "Per la mia parola", dice, "non so cosa possano dire, ma a me questa sembra una cosa meravigliosa. Forse era un fantasma che è apparso in mezzo a noi. Molti cavalieri sono stati disarcionati, e nobili uomini hanno dato fede a uno di cui non riescono a trovare la casa, o nemmeno il paese o la località; ognuno di questi uomini per forza deve venir meno al mantenimento della sua promessa". Così il Re espresse il suo pensiero, ma avrebbe fatto meglio a tacere.

Quella sera tra tutti i baroni si parlò molto del cavaliere nero, poiché in verità non parlavano d’altro. Il giorno seguente si armarono di nuovo senza convocazione e senza richiesta. Lancillotto del Lago, nel quale non manca il coraggio, cavalca fuori con la lancia alta per attendere un contendente nella prima giostra. Ecco arrivare Cligés che cavalca veloce, più verde dell’erba del campo, e montato su un destriero fulvo, portando la criniera dal lato destro. Ovunque Cligés sproni il cavallo, non c’è nessuno, con o senza capelli, che non lo guardi stupito ed esclami al vicino da una parte o dall’altra: "Questo cavaliere è sotto ogni aspetto più aggraziato e abile di quello che ieri indossava le armi nere, proprio come un pino è più bello di un faggio bianco, e l’alloro dell’albero di sambuco. Ancora non sappiamo chi fosse il vincitore di ieri; ma sapremo stasera chi è quest’uomo". Ognuno risponde: "Non lo conosco, né l’ho mai visto, che io sappia. Ma è più bello di colui che ha combattuto ieri, e più bello di Lancillotto del Lago. Se quest’uomo cavalcasse armato in un sacco e Lancillotto in argento e oro, quest’uomo sarebbe comunque più bello di lui". Così tutti prendono le parti di Cligés. E i due campioni spingono i loro destrieri l’uno contro l’altro con tutta la forza dello sprone. Cligés gli sferra un tale colpo sullo scudo d’oro con il leone ivi raffigurato che lo abbatte dalla sella e sta sopra di lui per riceverne la resa. Per Lancillotto non ci fu scampo; così ammise di essere suo prigioniero. Poi il frastuono ricominciò con l’urto delle lance che si spezzavano. Coloro che sono dalla parte di Cligés ripongono in lui tutta la loro fiducia. Poiché di quelli che sfida e colpisce, non ce n’è nessuno così forte da non dover cadere dal suo cavallo a terra. Quel giorno Cligés fece così bene, e disarcionò e prese prigionieri così tanti cavalieri, che diede doppia soddisfazione alla sua parte, e vinse per sé due volte la gloria che aveva guadagnato il giorno precedente. Quando giunse la sera, si diresse il più velocemente possibile verso il suo alloggio, e ordinò rapidamente che venisse fuori lo scudo vermiglio e le sue altre armi, mentre ordinò che le armi che aveva indossato quel giorno fossero riposte: l’oste le mise via con cura. Di nuovo quella sera i cavalieri che aveva catturato lo cercarono, ma senza avere alcuna notizia di lui. Nei loro alloggi, la maggior parte di coloro che parlano di lui lo fanno con lode e ammirazione. Il giorno seguente i cavalieri allegri e valorosi ritornano alla contesa. Dal lato di Oxford esce un vassallo di gran rinomanza: il suo nome era Perceval di Galles. Non appena Cligés lo vide partire, e seppe certamente chi fosse, quando ebbe udito il nome di Perceval fu molto ansioso di contendere con lui. Uscì subito dalle file su un destriero sauro spagnolo, e completamente rivestito di un’armatura vermiglia. Allora tutti lo fissano, meravigliandosi più di quanto avessero fatto prima, e dicendo di non aver mai visto un cavaliere così perfetto. E i contendenti senza indugio spronano in avanti finché i loro potenti colpi non atterrano sui loro scudi. Le lance, sebbene fossero corte e robuste, si piegano finché sembrano cerchi. Sotto gli occhi di tutti coloro che guardavano, Cligés colpì Perceval così forte che lo abbatté dal suo cavallo e lo costrinse ad arrendersi senza una lunga lotta o molto da fare. Quando Perceval ebbe dato la sua parola, allora la giostra ricominciò, e lo scontro divenne generale. Ogni cavaliere che Cligés incontra, lo costringe a terra. Non lasciò la lizza quel giorno nemmeno per un’ora, mentre tutti gli altri colpivano lui come una torre – singolarmente, s’intende, e non in gruppi di due o tre, poiché non era quella l’usanza di allora. Sul suo scudo, come su un’incudine, gli altri colpiscono e battono, spaccandolo e tagliandolo a pezzi. Ma chiunque lo colpisca lì, lui ripaga abbattendolo dalle staffe e dalla sella; e nessuno, a meno che non volesse mentire, potrebbe evitare di dire quando la giostra finì che il cavaliere dallo scudo rosso aveva vinto tutta la gloria in quel giorno. E tutti i migliori e più cortesi cavalieri avrebbero voluto fare la sua conoscenza. Ma il loro desiderio non fu sentito prima che egli fosse partito segretamente, vedendo il sole già tramontato; e fece rimuovere il suo scudo vermiglio e tutto il resto del suo armamento, e ordinò che fossero portate fuori le sue armi bianche, con le quali era stato inizialmente nominato cavaliere, mentre le altre armi e i destrieri furono legati fuori vicino alla porta. Coloro che notano ciò si rendono conto ed esclamano di essere stati tutti sconfitti e rovinati da un solo uomo; poiché ogni giorno si è travestito con un cavallo e un set di armature diversi, sembrando così cambiare la sua identità; per la prima volta ora lo notarono. E il mio signore Gawain proclamò di non aver mai visto un tale campione, e perciò desiderava fare la sua conoscenza e imparare il suo nome, annunciando che l’indomani lui stesso sarà il primo al raduno dei cavalieri. Eppure, con tutto ciò, non fa alcun vanto; d’altra parte, dice che si aspetta pienamente che il cavaliere straniero avrà tutto il vantaggio con la lancia; ma può darsi che con la spada non gli sarà superiore (poiché con la spada Gawain non aveva maestro). Ora è desiderio di Gawain misurare la sua forza l’indomani con questo strano cavaliere che cambia ogni giorno le sue armi, così come il suo cavallo e l’armamento. Le sue mute saranno presto numerose se continua così ogni giorno, com’è sua abitudine, a scartare le vecchie e ad assumere nuove piume. Così, quando pensava rispettivamente alla spada e alla lancia, Gawain disprezzava e stimava molto il valore del suo nemico. Il giorno seguente vede Cligés tornare più bianco del giglio, il suo scudo stretto dalle cinghie interne e seduto sul suo destriero arabo bianco, come aveva pianificato la notte precedente. Gawain, coraggioso e illustre, non cerca riposo sul campo di battaglia, ma sprona e cavalca in avanti, cercando come meglio può di guadagnare onore nella mischia, se può trovare un avversario. In un momento saranno entrambi sul campo. Poiché Cligés non aveva alcun desiderio di tirarsi indietro quando udì le parole degli uomini che dicevano: "Ecco che va Gawain, che non è un debole né a piedi né a cavallo. È un uomo che nessuno attaccherà". Quando Cligés sente queste parole, si precipita verso di lui in mezzo al campo; entrambi avanzano e si scontrano con un salto più veloce di quello del cervo che ode il suono dei cani che giungono abbaiando dietro di lui. Le lance sono spinte contro gli scudi, e i colpi producono una tale devastazione che le lance si spaccano, si incrinano e si rompono fino all’estremità, e gli arcioni della sella dietro cedono, e i sottopancia e i pettorali si spezzano. Entrambi cadono a terra all’istante ed estraggono le spade nude, mentre gli altri si radunano attorno per guardare la battaglia. Allora Re Artù fece un passo avanti per separarli e stabilire la pace. Ma prima che la tregua fosse giurata, le usberghi bianche erano malamente strappate e fatte a pezzi, gli scudi erano incrinati e ridotti in briciole, e gli elmi schiacciati.

Il Re li guardò con piacere per un po’, così come molti altri che dissero di stimare le gesta d’armi del cavaliere bianco non meno di quelle del mio signore Gawain, e non erano ancora pronti a dire chi fosse il migliore e chi il peggiore, né chi avrebbe potuto vincere, se fosse stato loro permesso di combattere fino alla fine; ma non piacque al Re lasciar loro fare più di quanto avessero fatto. Così fece un passo avanti per separarli, dicendo: "Fermatevi ora! Guai se un altro colpo venisse sferrato! Fate pace ora, e siate buoni amici. Bel nipote Gawain, vi faccio questa richiesta; poiché senza risentimento e odio non è conveniente per un gentiluomo continuare a combattere e sfidare il suo nemico. Ma se questo cavaliere volesse acconsentire a venire alla mia corte e unirsi al nostro gioco, non sarebbe per suo dolore o danno. Nipote, fate questa richiesta a lui". "Volentieri, mio signore". Cligés non ha alcun desiderio di rifiutare, e acconsente volentieri ad andare quando il torneo sarà concluso. Poiché ora ha più che sufficientemente eseguito l’ingiunzione di suo padre. E il Re dice di non aver alcun desiderio che il torneo duri troppo a lungo, e che possono permettersi di fermarsi subito. Così i cavalieri si ritirarono, secondo il desiderio e l’ordine del Re. Ora che deve seguire nel seguito reale, Cligés manda a prendere tutta la sua armatura. Non appena può, giunge a corte; ma prima, cambiò completamente il suo equipaggiamento, e giunse vestito nello stile dei francesi. Non appena arrivò a corte, tutti corsero incontro a lui senza indugio, facendo una tale gioia e festa che mai se ne vide una più grande, e tutti coloro che egli aveva catturato nella giostra lo chiamano signore; ma egli non volle sentire nulla di tutto ciò, e disse che potevano tutti andare liberi, se erano ben certi e soddisfatti che fosse stato lui a catturarli. E non ci fu nessuno che non gridasse: "Tu sei stato l’uomo; ne siamo certi! Stimiamo molto la tua conoscenza, e dovremmo amarti e stimarti e chiamarti nostro signore, poiché nessuno di noi può eguagliarti. Proprio come il sole eclissa le piccole stelle, così che la loro luce non può essere vista nel cielo quando appaiono i raggi del sole, così la nostra prodezza è estinta e abbassata al cospetto della tua, sebbene anche la nostra fosse un tempo famosa nel mondo". Cligés non sa cosa rispondere, poiché a suo parere tutti lo lodano più di quanto meriti; gli fa piacere, ma si sente vergognoso, e il sangue gli sale al viso, rivelando a tutti la sua modestia. Scortandolo in mezzo alla sala, lo condussero al Re, dove tutti cessarono le loro parole di complimento e lode. Il tempo per il pasto era giunto, e coloro il cui dovere era affrettarsi a preparare le tavole. Le tavole nella sala furono rapidamente apparecchiate, poi mentre alcuni prendevano gli asciugamani, e altri reggevano i bacili, offrirono acqua a tutti coloro che venivano. Quando tutti ebbero lavato, presero i loro posti. E il Re, prendendo Cligés per mano, lo fece sedere davanti a lui, poiché desiderava sapere proprio quel giorno, se possibile, chi fosse. Del pasto non ho bisogno di parlare oltre, poiché le portate erano fornite bene come se il manzo si vendesse a un centesimo.

Quando tutte le portate furono servite, il Re non seppe più tacere. "Amico mio," dice, "desidero sapere se fu per orgoglio che non ti sei degnato di venire a corte non appena giunto in questo paese, e perché ti sei tenuto lontano dalla gente, e perché hai cambiato le tue armi; e dimmi anche quale sia il tuo nome e da quale stirpe discendi." Cligés risponde: "Non sarà nascosto." Raccontò e riferì al Re tutto ciò che desiderava sapere. E quando il Re ebbe udito ogni cosa, lo abbracciò e gli fece grande festa, mentre tutti si unirono nel salutarlo. E quando il mio signor Galvano seppe la verità, più degli altri gli diede un cordiale benvenuto. Così, tutti si unirono nel salutarlo, dicendo che egli è assai bello e coraggioso. Il Re lo ama e lo onora sopra tutti i suoi nipoti. Cligés si trattiene presso il Re finché non torna l'estate, visitando nel frattempo tutta la Bretagna, la Francia e la Normandia, dove compì tante imprese cavalleresche da provare pienamente il suo valore. Ma l'amore, di cui porta la ferita, non gli dà pace né sollievo. L'inclinazione del suo cuore lo mantiene fisso su un unico pensiero. Il suo pensiero torna a Fenice, che da lontano affligge il suo cuore. Lo coglie il desiderio di tornare indietro; poiché è stato privato troppo a lungo della vista della donna più desiderata che sia mai stata desiderata da chiunque. Non prolungherà tale privazione, ma si prepara a tornare in Grecia, e parte, dopo aver preso congedo. Il Re e il mio signor Galvano ne furono addolorati, posso ben crederlo, quando non poterono più trattenerlo. Ma egli è ansioso di tornare verso colei che ama e brama a tal punto che il cammino gli sembra lungo mentre attraversa terre e mari: tanto ardentemente desidera la vista di colei che gli ha rubato e sottratto il cuore. Ma ella gli rende il contraccambio in pieno; poiché gli paga, quasi fosse un affitto, la moneta del proprio cuore, che non le è meno caro. Ma egli non ne è affatto sicuro, non avendo alcun contratto o accordo da mostrare; perciò la sua ansia è grande. E anche lei è in un'angoscia altrettanto profonda, tormentata e strazata dall'amore, non provando piacere in nulla di ciò che vede dal momento in cui lo vide l'ultima volta. Il fatto di non sapere nemmeno se egli sia vivo o meno le riempie il cuore di tormento. Ma Cligés si avvicina giorno dopo giorno, fortunato nell'avere venti favorevoli, finché non giunge gioiosamente in porto davanti a Costantinopoli. Quando la notizia raggiunse la città, nessuno ha bisogno di chiedere se l'imperatore fosse lieto; ma cento volte più grande fu la gioia dell'imperatrice.

Cligés, con la sua compagnia, essendo sbarcato a Costantinopoli, è ora tornato in Grecia. Gli uomini più ricchi e nobili vengono tutti ad incontrarlo al porto. E quando l'imperatore lo incontra, lui che prima di ogni altro era andato ad accoglierlo con l'imperatrice al suo fianco, corre ad abbracciarlo e salutarlo alla presenza di tutti. E quando Fenice gli dà il benvenuto, ciascuno cambia colore alla presenza dell'altro, ed è davvero una meraviglia, quando sono così vicini, come facciano ad astenersi dall'abbracciarsi e dallo scambiarsi quei baci che l'amore vorrebbe; ma quella sarebbe stata follia e pazzia. La gente si raduna da ogni parte con il desiderio di vederlo, e lo conduce attraverso la città, alcuni a piedi e altri a cavallo, finché non lo portano al palazzo imperiale. Nessuna parola può mai raccontare la gioia, l'onore e il cortese servizio che vi furono mostrati. Ma ciascuno si sforzava al meglio delle proprie possibilità di fare tutto ciò che pensava potesse piacere e gratificare Cligés. E suo zio gli consegna tutti i suoi possedimenti, eccetto la corona: desidera che egli soddisfi pienamente i suoi piaceri e che prenda tutto ciò che desidera delle sue ricchezze, sotto forma di terre o di tesori. Ma egli non si cura dell'argento o dell'oro, finché non osa rivelare i suoi pensieri a colei a causa della quale non può trovare riposo; eppure ha molto tempo e occasione di parlare, se non avesse paura di essere respinto; poiché ora può vederla ogni giorno e sedersi accanto a lei "tête-à-tête" senza opposizione o impedimento, poiché nessuno vede alcun male in ciò.

Qualche tempo dopo il suo ritorno, venne un giorno da solo nella stanza di colei che non era sua nemica, e potete star certi che la porta non fu sbarrata al suo arrivo. Al suo fianco prese posto, mentre gli altri si allontanavano, affinché nessuno potesse sedersi vicino a loro e udire le loro parole. Dapprima, Fenice parlò della Bretagna e gli chiese del carattere e dell'aspetto del mio signor Galvano, finché le sue parole finirono per toccare l'argomento che la riempiva di terrore. Gli chiese se avesse donato il suo amore a qualche dama o damigella di quella terra. Cligés non fu ostinato o lento nel rispondere a tale richiesta, ma seppe subito quale risposta dare non appena ella ebbe posto la domanda. "Dama," dice, "ero innamorato mentre ero là, ma non di qualcuna di quella terra. In Bretagna il mio corpo era senza il mio cuore, come un pezzo di corteccia senza il legno. Da quando ho lasciato la Germania non ho saputo cosa sia accaduto al mio cuore, se non che è venuto qui dopo di voi. Il mio cuore era qui, e il mio corpo era là. Non ero realmente lontano dalla Grecia; poiché fin qui il mio cuore era giunto, per il quale ora sono ritornato; eppure, esso non ritorna al suo luogo di dimora, né posso richiamarlo a me, né desidero farlo, se potessi. E voi, come vi è andata, da quando siete giunta in questo paese? Che gioia avete avuto qui? Vi piace la gente, vi piace la terra? Non dovrei porvi altra domanda che se il paese vi piaccia." "Non mi è piaciuto fino ad ora; ma al presente provo una certa gioia e soddisfazione che, potete starne certi, non perderei per Pavia o Piacenza. Da questa gioia non posso strappare il mio cuore, né mai userò la forza nel tentativo. Nulla se non la corteccia mi è rimasto, poiché vivo ed esisto senza un cuore. Non sono mai stata in Bretagna, eppure senza di me il mio cuore è stato impegnato in faccende là che non conosco." "Dama, quando fu che il vostro cuore è stato là? Ditemi quando vi si recò, il tempo e la stagione, se è cosa che potete onestamente dire a me o a chiunque altro. Era là mentre io ero là?" "Sì, ma voi non ne eravate consapevole. È stato là finché ci siete stato voi, ed è tornato via insieme a voi." "Dio! Non l'ho mai visto, né sapevo che fosse là. Dio! Perché non lo sapevo? Se fossi stato informato di ciò, certamente, mia signora, gli avrei fatto una piacevole compagnia." "Mi avreste ripagata con la consolazione che in realtà mi dovevate, poiché sarei stata molto benevola verso il vostro cuore se avesse avuto il piacere di venire dove poteva sapere che io fossi." "Dama, certamente è venuto da voi." "Da me? Allora non è venuto in un luogo estraneo, poiché anche il mio è andato da voi." "Allora, dama, secondo ciò che dite, i nostri cuori sono qui con noi ora, poiché il mio cuore è interamente nelle vostre mani." "Voi a vostra volta avete il mio, amico mio; così siamo in perfetto accordo. E potete star certo, mi aiuti Iddio, che vostro zio non ha mai avuto parte di me, poiché non era mio piacere, ed egli non poteva. Mai ancora mi ha conosciuta come Adamo conobbe sua moglie. Per errore sono chiamata moglie; ma sono certa che chiunque mi chiami moglie non sa che sono ancora vergine. Persino vostro zio non ne è consapevole, poiché, avendo bevuto la pozione del sonno, pensa di essere sveglio mentre dorme, e immagina di avere i suoi giochi con me mentre giaccio tra le sue braccia. Ma la sua esclusione è stata completa. Il mio cuore è vostro, e il mio corpo pure, e da me nessuno imparerà mai come praticare la villania. Poiché quando il mio cuore è giunto a voi, vi ha presentato anche il corpo, e ha fatto promessa che nessun altro ne avrà mai parte. L'amore per voi mi ha ferita così profondamente che non potrei mai guarirne, non più di quanto il mare possa prosciugarsi. Se io vi amo, e voi amate me, non sarete mai chiamato Tristano, né io Isotta; poiché allora il nostro amore non sarebbe onorevole. Ma vi faccio questa promessa, che non avrete mai altro godimento di me di quello che ora avete, a meno che non possiate escogitare qualche mezzo con cui io possa essere sottratta a vostro zio e alla sua compagnia senza che egli mi ritrovi, o sia in grado di incolpare voi o me, o avere alcun motivo di accusa. E domani mi direte il piano migliore che avrete escogitato, e anche io ci penserò. Domani, non appena mi sarò alzata, venite a parlare con me; allora ciascuno di noi dirà il proprio pensiero, e procederemo a eseguire ciò che sembrerà migliore."

Non appena Cligés udì la sua volontà, fu pienamente d'accordo con lei, e disse che quella sarebbe stata la cosa migliore da fare. La lascia felice, e se ne va lui stesso con il cuore leggero. Quella notte ciascuno giace sveglio a pensare, con grande diletto, a quale sarà il piano migliore. La mattina seguente, non appena si furono alzati, si incontrano di nuovo per prendere consiglio in privato, come invero devono. Cligés parla per primo e dice ciò a cui aveva pensato nella notte: "Mia signora," dice, "penso, e sono dell'opinione, che non potremmo fare cosa migliore che andare in Bretagna; pensavo di potervi portare lì; ora non rifiutate, poiché mai Elena fu accolta con tanta gioia a Troia quando Paride la portò là, che ancora più grande gioia sarebbe provata per voi e per me nella terra del Re, mio zio. E se questo piano non incontra il vostro favore, ditemi cosa pensate, poiché sono pronto, qualunque cosa possa accadere, ad attenermi alla vostra decisione." Ed ella risponde: "Questa è la mia risposta: non andrò mai via con voi in tal modo; poiché dopo che saremo andati via, tutti parlerebbero di noi come fanno di Isotta la Bionda e di Tristano. E ovunque tutti gli uomini e le donne parlerebbero male del nostro amore. Nessuno crederebbe, né è naturale che lo facciano, alla verità della faccenda. Chi crederebbe che io sia così, del tutto invano, sfuggita e scappata da vostro zio ancora vergine? Sarei considerata semplicemente come lasciva e dissoluta, e voi sareste ritenuto folle. È bene ricordare e osservare l'ingiunzione di San Paolo: se qualcuno non è disposto a vivere castamente, San Paolo gli consiglia di agire in modo tale da non ricevere critiche, o biasimo, o rimprovero. È bene chiudere le bocche malvagie, e perciò, se siete d'accordo, ho una proposta da fare: mi sembra meglio acconsentire a fingere di essere morta. Mi ammalerò tra poco. E voi nel frattempo potete pianificare alcuni preparativi per un luogo di sepoltura. Mettete tutto il vostro ingegno all'opera affinché un sepolcro e una bara siano costruiti in modo tale che io non vi muoia dentro, o ne sia soffocata, e che nessuno monti la guardia durante la notte quando verrete a tirarmi fuori. Cercate dunque tale rifugio per me, dove nessuno possa vedermi eccetto voi; e nessuno provveda ad alcuno dei miei bisogni eccetto voi, a cui mi arrendo e mi dono. Mai, per tutta la mia vita, desidero essere servita da altro uomo che voi. Mio signore e mio servitore sarete; qualunque cosa facciate mi sembrerà buona; e mai sarò padrona di alcun impero a meno che voi non ne siate il sovrano. Qualsiasi luogo misero, per quanto buio e immondo, mi sembrerà più luminoso di tutte queste sale se sarete con me. Se avrò voi dove vi posso vedere, sarò padrona di un tesoro sconfinato, e il mondo apparterrà a me. E se la faccenda sarà gestita con cura, non ne verrà alcun male, e nessuno sarà mai in grado di parlarne male, poiché si crederà in tutto l'impero che io stia marcendo nella terra. La mia ancella, Thessala, che è stata la mia nutrice, e nella quale ripongo grande fiducia, mi darà un aiuto fedele, poiché è molto scaltra, e mi fido pienamente di lei." E Cligés, quando udì la sua amata, risponde: "Mia signora, se questo è fattibile, e se ritenete affidabile il consiglio della vostra nutrice, non abbiamo altro da fare che compiere i nostri preparativi senza indugio; ma se commettiamo una qualsiasi imprudenza, siamo perduti senza scampo. In questa città vi è un artigiano che taglia e scolpisce immagini meravigliose: non vi è terra dove non sia conosciuto per le figure che ha modellato, scolpito e realizzato. Giovanni è il suo nome, ed è un mio servo. Nessuno potrebbe competere con i migliori sforzi di Giovanni in alcuna arte, per quanto varia possa essere. Poiché, al confronto con lui, sono tutti dei novizi, come un bambino con la nutrice. Imitando il suo lavoro gli artigiani di Antiochia e di Roma hanno imparato tutto ciò che sanno fare, e oltre a ciò non vi è uomo più leale. Ora voglio fare una prova, e se posso riporre fiducia in lui lo renderò libero, insieme a tutti i suoi discendenti; e non mancherò di rivelargli tutto il nostro piano se giurerà e mi darà la sua parola che mi aiuterà lealmente, e non divulgherà mai il mio segreto."

Ed ella risponde: "Così sia." Con il suo permesso Cligés lasciò la stanza e se ne andò. Ed ella manda a chiamare Thessala, la sua ancella, che aveva portato con sé dalla sua terra natia. Thessala venne subito senza indugio, pur non sapendo perché fosse stata convocata. Quando chiese a Fenice in privato quale fosse il suo desiderio e piacere, ella non le celò alcuno dei suoi intenti. "Nutrice," disse, "so bene che tutto ciò che ti dirò non andrà oltre, poiché ti ho messa alla prova a fondo e ti ho trovata molto prudente. Ti amo per tutto ciò che hai fatto per me. In tutti i miei tormenti faccio appello a te senza cercare consiglio altrove. Sai perché resto sveglia, e quali siano i miei pensieri e desideri. I miei occhi scorgono solo un oggetto che mi aggrada, ma non posso avere alcun piacere o gioia in esso se non lo compro prima a caro prezzo. Poiché ho trovato ora il mio pari; e se io lo amo, egli ama me in cambio, e se io soffro, anche lui soffre per il mio dolore e la mia pena. Ora devo metterti al corrente di un piano e di un progetto sul quale noi due ci siamo accordati in privato." Poi le raccontò e le spiegò come fosse disposta a fingere la malattia, e come si sarebbe lamentata così amaramente che alla fine avrebbe finto di essere morta, e come Cligés l'avrebbe sottratta di notte, e poi sarebbero stati insieme per tutti i loro giorni. Ella pensa che in nessun altro modo avrebbe potuto continuare a vivere. Ma se fosse stata certa che ella avrebbe acconsentito a prestarle il suo aiuto, la faccenda sarebbe stata organizzata secondo i loro desideri. "Ma sono stanca di attendere la mia gioia e la mia fortuna." Allora la sua nutrice le assicurò che l'avrebbe aiutata in ogni modo, dicendole di non avere più alcun timore. Disse che non appena si fosse messa all'opera avrebbe fatto in modo che non vi fosse uomo, vedendola, che non credesse certamente che l'anima avesse lasciato il corpo dopo che ella avesse bevuto una pozione che l'avrebbe lasciata fredda, incolore, pallida e rigida, senza potere di parola e priva di salute; eppure sarebbe stata viva e vegeta, e non avrebbe avuto sensazioni di sorta, e non avrebbe patito alcun danno per un giorno e una notte interi trascorsi nel sepolcro e nella bara.

Quando Fenice udì queste parole, così parlò in risposta: "Nutrice, mi affido a te, e, con piena fiducia in te, non prenderò alcun passo per conto mio. Sono nelle tue mani; pensa dunque ai miei interessi, e di' a tutta la gente che è qui di andarsene, poiché sono malata e mi danno fastidio." Così, come una donna prudente, disse loro: "Miei signori, la mia signora non sta bene e desidera che ve ne andiate tutti. State parlando ad alta voce e facendo rumore, e il rumore le è sgradevole. Non può avere riposo o pace finché siete nella stanza. Non ricordo mai che si sia lamentata di una malattia come questa, tanto violenta e grave sembra essere. Andatevene dunque, e non sentitevi offesi." Non appena ebbe impartito questo comando, tutti se ne andarono rapidamente. E Cligés mandò a chiamare Giovanni affinché venisse in fretta, e così in privato gli parlò: "Giovanni, sai cosa sto per dire? Tu sei il mio servo e io il tuo padrone, e posso donare o vendere il tuo corpo come una cosa che è mia. Ma se potessi fidarmi di te in una faccenda che medito, andresti per sempre libero, così come gli eredi che potranno nascere da te." Giovanni, nel suo desiderio di libertà, risponde subito: "Mio signore, non c'è nulla che non farei volentieri per vedere me, mia moglie e i miei figli liberi. Ditemi quali sono i vostri ordini, poiché nulla può essere così difficile da causarmi fatica o dolore o essermi difficile da eseguire. Per questo, anche se fosse contro la mia volontà, dovrei obbedire ai vostri comandi e abbandonare i miei affari." "Vero, Giovanni; ma questa è una faccenda di cui oso a stento parlare, a meno che tu non voglia assicurarmi con il tuo giuramento che mi darai fedelmente aiuto e non mi tradirai mai." "Volentieri, sire," fa risposta Giovanni: "non abbiate mai timore al riguardo! Poiché giurerò e darò la mia parola che, finché vivrò, non dirò mai una parola che penso possa addolorarvi o causarvi danno." "Ah Giovanni, anche se dovessi morirne, non c'è uomo a cui oserei menzionare la faccenda in cui desidero il tuo consiglio; preferirei che mi venisse cavato un occhio; preferirei essere messo a morte da te piuttosto che tu ne parlassi a un altro uomo. Ma ti ritengo così leale e prudente che ti rivelerò tutto il mio pensiero. Sono certo che osserverai i miei desideri, sia aiutandomi che mantenendo il silenzio." "Veramente, sire, mi aiuti Iddio!" Allora Cligés parla e gli spiega apertamente l'avventuroso piano. E quando ebbe rivelato il progetto, come mi avete udito esporlo, allora Giovanni disse che avrebbe promesso di costruire il sepolcro secondo la sua migliore abilità, e disse che lo avrebbe condotto a vedere una certa casa sua che nessuno ancora aveva mai visto, nemmeno sua moglie o un suo figlio. Questa casa, che aveva costruito, gliel'avrebbe mostrata, se avesse gradito andare con lui nel luogo dove in assoluta riservatezza egli lavora, dipinge e scolpisce. Gli avrebbe mostrato il luogo più bello e grazioso che avesse mai visto. Cligés risponde: "Andiamo dunque fin là."

Sotto la città, in un luogo remoto, John aveva profuso molta fatica nella costruzione di una torre. Vi condusse Cligés, guidandolo attraverso i diversi piani, decorati con raffinate pitture. Gli mostra le stanze e i camini, conducendolo ovunque, su e giù. Cligés esamina quella casa solitaria dove nessuno abita né ha accesso. Passa da una stanza all'altra, finché pensa di aver visto tutto, ed è molto soddisfatto della torre e dice che la trova bellissima. La dama vi starà comoda finché vivrà, poiché nessuno conoscerà il luogo della sua dimora. "No, signore, avete ragione; non sarà mai scoperta qui. Ma pensate di aver visto tutta la mia torre e il mio bel rifugio? Restano ancora stanze così nascoste che nessun uomo potrebbe mai trovarle. E se volete mettere alla prova la verità di ciò indagando con la massima cura possibile, non potrete mai essere così astuto e abile nella vostra ricerca da scovare un altro piano qui, a meno che non sia io a mostrarvelo e a indicarvelo. Dovete sapere che qui non mancano bagni, né qualsiasi altra cosa di cui una dama abbia bisogno, e che io possa immaginare o ricordare. La dama sarà qui a suo agio. Sotto il livello del suolo la torre si allarga, come vedrete, e non potete trovare da nessuna parte alcuna porta d'ingresso. La porta è fatta di pietra dura con tale maestria e arte che non potete trovarne la fessura." Cligés dice: "Sono cose meravigliose quelle che sento. Fate strada e io vi seguirò, poiché sono ansioso di vedere tutto ciò." Allora John si incamminò, prendendo Cligés per mano, finché giunse a una porta liscia e levigata, tutta colorata e dipinta. Quando John giunse alla parete, si fermò, tenendo Cligés per la mano destra. "Signore," dice, "non c'è nessuno che potrebbe vedere una finestra o una porta in questo muro; e pensate che qualcuno potrebbe passarvi attraverso senza usare violenza e abbatterlo?" E Cligés risponde che non lo crede, e che non lo crederà mai, a meno che non lo veda prima. Allora John dice che lo vedrà subito, e che gli aprirà una porta nel muro. John, che costruì quest'opera, sblocca la porta nel muro e gliela apre, così che non deve usare alcuna forza o violenza per forzarla; poi, salendo l'uno prima dell'altro, scendono per una scala a chiocciola verso un appartamento a volta dove John era solito lavorare, quando gli piaceva impegnarsi in qualcosa. "Signore," dice, "tra tutti gli uomini che Dio abbia mai creato, nessuno all'infuori di noi due è mai stato dove siamo ora. E vedrete tra poco quanto sia comodo il luogo. Il mio consiglio è che scegliate questo come vostro rifugio, e che la vostra amata sia alloggiata qui. Questi ambienti sono abbastanza buoni per una tale ospite; poiché ci sono camere da letto e stanze da bagno con acqua calda nelle vasche, che giunge attraverso condutture sotto terra. Chiunque cerchi un luogo confortevole in cui stabilire e nascondere la sua dama, dovrebbe fare molta strada prima di trovare qualcosa di così incantevole. Quando lo avrete esplorato a fondo, troverete questo posto molto adatto." Poi John gli mostrò tutto, belle camere e volte dipinte, indicando molti esempi del suo lavoro che piacquero molto a Cligés. Quando ebbero esaminato l'intera torre, Cligés disse: "John, amico mio, rendo libero te e tutti i tuoi discendenti, e la mia vita è assolutamente nelle tue mani. Desidero che la mia amata sia qui tutta sola, e che nessuno lo sappia eccetto me, te e lei." John risponde: "Vi ringrazio, signore. Ora siamo stati qui abbastanza a lungo, e dato che non abbiamo altro da fare, torniamo indietro." "È giusto," dice Cligés, "andiamocene." Poi se ne vanno, e lasciano la torre. Al loro ritorno sentono chiunque in città dire al suo vicino: "Non sapete la notizia meravigliosa riguardo alla mia signora, l'imperatrice? Possa lo Spirito Santo darle salute, la gentile e prudente signora; poiché giace malata di una grave infermità."

Quando Cligés udì questo parlare si recò in fretta a corte. Ma non vi era gioia o letizia: poiché tutto il popolo era triste e prostrato a causa dell'imperatrice, che sta solo fingendo di essere malata; poiché la malattia di cui si lamenta non le causa alcun dolore o sofferenza. Ma ha detto a tutti loro che non desidera che nessuno entri nella sua stanza finché la malattia manterrà la sua presa con i dolori che l'accompagnano al cuore e alla testa. Fa un'eccezione, tuttavia, a favore dell'imperatore e di suo nipote, non volendo porre un bando su di loro; ma non le importerà se l'imperatore, suo signore, non verrà. Per amore di Cligés è costretta a passare attraverso grandi sofferenze e pericoli. Le addolora che lui non venga, poiché non ha desiderio di vedere nessuno se non lui. Cligés, tuttavia, sarà presto lì, per dirle ciò che ha visto e trovato. Entrò nella stanza e le parlò, ma vi rimase solo un momento, poiché Fenice, affinché potessero pensare che fosse infastidita da ciò che le piaceva tanto, gridò ad alta voce: "Andatevene, andatevene! Mi disturbate e mi tormentate troppo, poiché sono così gravemente malata che non mi alzerò mai più." Cligés, sebbene soddisfatto di questo, se ne va con volto triste: non vedreste mai un aspetto così dolente. A giudicare dal suo aspetto è molto triste; ma dentro il suo cuore è lieto in attesa della sua gioia.

L'imperatrice, senza essere realmente malata, si lamenta e finge di stare male. E l'imperatore, che ha fede in lei, non smette di addolorarsi, e convoca un medico. Ma lei non permetterà a nessuno di vederla o toccarla. L'imperatore può ben sentirsi contrariato quando lei dice che non avrà mai che un solo medico, che può facilmente restituirle la salute ogni volta che gli piaccia farlo. Egli può farla morire o vivere, e a lui affida la sua salute e la sua vita. Pensano che si riferisca a Dio; ma il suo significato è ben diverso, poiché non sta pensando ad alcuno se non a Cligés. Egli è il suo dio che può portarle la salute, o che può causarle la morte.

Così l'imperatrice fa attenzione che nessun medico la visiti; e per ingannare più completamente l'imperatore rifiuta di mangiare o bere, finché diviene tutta pallida e livida. Nel frattempo la sua nutrice si tiene occupata intorno a lei, e con grande astuzia cercò segretamente per tutta la città, senza che nessuno lo sapesse, finché trovò una donna che era disperatamente malata di un morbo mortale. Per perfezionare il suo stratagemma era solita andare a vederla spesso e prometteva di guarirla dalla sua malattia; così ogni giorno era solita prendere un orinale in cui esaminare l'urina, finché vide un giorno che nessuna medicina avrebbe mai potuto essere di alcun aiuto, e che sarebbe morta quel giorno stesso. Questa urina Thessala la portò via e la tenne finché l'imperatore si alzò, quando andò da lui e disse: "Se ora è vostra volontà, mio signore, mandate a chiamare tutti i vostri medici; poiché la mia signora ha fatto dell'acqua; è molto malata di questa malattia, e desidera che i dottori la vedano, ma non vuole che vengano dove si trova lei." I dottori vennero nella sala e trovarono dopo l'esame che l'urina era molto cattiva e incolore, e ognuno disse ciò che pensava a riguardo. Infine, concordarono tutti che non si sarebbe mai ripresa, e che sarebbe vissuta a stento fino alle tre, quando, al più tardi, Dio avrebbe preso la sua anima a sé. A questa conclusione giunsero in privato, quando l'imperatore chiese e li scongiurò di dirgli la verità. Rispondono che non hanno fiducia nella sua guarigione, e che non può vivere oltre le tre ma che renderà l'anima prima di quell'ora. Quando l'imperatore udì questo, cadde quasi privo di sensi sul pavimento, così come molti altri che udirono la notizia. Mai alcuna gente fece tale lamento come quello che vi fu allora in tutto il palazzo. Tuttavia, non parlerò oltre del loro dolore; ma sentirete delle attività di Thessala, come mescola e prepara la pozione. La mescolò e la agitò, poiché si era procurata con molto anticipo tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno per la pozione. Poco prima delle tre le dà la pozione da bere. Immediatamente la sua vista si offuscò, il suo volto divenne pallido e bianco come se avesse perso il sangue: non avrebbe potuto muovere un piede o una mano, se l'avessero scorticata viva, e non si muove o dice una parola, sebbene percepisca e oda il dolore dell'imperatore e le grida che riempiono la sala. Le folle piangenti si lamentano per tutta la città, dicendo: "Dio! quale dolore e sventura ci è stata portata dalla crudele morte! O avida e vorace morte! La morte è peggio di una lupa che rimane sempre insaziabile. Un morso così crudele non lo avevi mai inflitto al mondo! Morte, cosa hai fatto? Possa Dio confonderti per aver spento la luce della bellezza perfetta! Hai fatto morire la creatura più bella e amabile, se solo fosse vissuta, che Dio abbia mai cercato di formare. La pazienza di Dio è certamente troppo grande quando permette che tu abbia il potere di infrangere ciò che gli appartiene. Ora Dio dovrebbe essere adirato con te, e scacciarti dalla tua giurisdizione; poiché la tua impudenza è stata troppo grande, così come il tuo orgoglio e la tua mancanza di rispetto." Così il popolo infuria e si torce le braccia e si batte le mani; mentre i preti leggono i loro salmi, facendo preghiere per la buona dama, affinché Dio abbia misericordia della sua anima.

Nel mezzo delle lacrime e delle grida, come narra la storia, arrivarono vecchi medici da Salerno, dove avevano soggiornato a lungo. Alla vista del grande lutto si fermarono a chiedere e indagare la causa delle grida e delle lacrime, perché tutto il popolo fosse in tale dolore e angoscia. E questa è la risposta che ricevono: "Dio! signori, non lo sapete? Il mondo intero sarebbe fuori di sé come noi, se solo sapesse del grande dolore e affanno e lamento e perdita che ci è giunta quest'oggi. Dio! da dove venite, dunque, che non sapete cosa è accaduto proprio ora in questa città? Vi diremo la verità, poiché vogliamo che vi uniate a noi nel dolore che proviamo. Non sapete della tetra Morte, che desidera e brama tutte le cose, e ovunque è in agguato per ciò che è meglio, non sapete quale atto folle ha commesso oggi, come è sua abitudine fare? Dio ha illuminato il mondo con un grande splendore, con una luce brillante. Ma la Morte non può trattenersi dall'agire come è sua usanza. Ogni giorno, nella misura del suo potere, cancella la creatura migliore che possa trovare. Così desidera provare il suo potere, e in un solo corpo ha portato via più eccellenza di quanta ne abbia lasciata dietro di sé. Avrebbe fatto meglio a prendere il mondo intero, e lasciare viva e sana questa preda che ora ha portato via. Bellezza, cortesia, e conoscenza, e tutto ciò che una dama può possedere di bontà è stato preso e sottratto a noi dalla Morte, che ha distrutto ogni bontà nella persona della nostra signora, l'imperatrice. Così la Morte ha privato noi tutti della vita." "Ah, Dio!" dicono i dottori, "sappiamo che Tu sei adirato con questa città perché non siamo giunti qui prima. Se fossimo arrivati qui ieri, la Morte avrebbe potuto vantarsi della sua forza se avesse potuto strapparci la sua preda." "Signori, madama non vi avrebbe permesso a nessun prezzo di vederla o di esercitare la vostra arte. Di buoni medici non vi era mancanza, ma madama non voleva permettere a nessuno di loro di vederla o di indagare la sua malattia." "No?" "Veramente, signori, non lo voleva." Allora si ricordarono del caso di Salomone, che era così odiato da sua moglie che ella lo ingannò fingendo la morte. Pensano che questa donna abbia fatto lo stesso. Ma se potessero in qualche modo portare alla sua guarigione, nessuno potrebbe farli mentire o impedire loro di esporre la verità, se scoprissero qualche inganno. Così si avviano verso la corte, dove vi era tale rumore e grida che non avreste potuto udire il tuono di Dio scoppiare. Il capo di questi tre dottori, che sapeva di più, si avvicinò alla bara. Nessuno gli dice "tenete le mani lontane", e nessuno cerca di trattenerlo. Pone la sua mano sul petto e sul fianco, e sente certamente che la vita è ancora nel corpo: lo percepisce e lo sa bene abbastanza. Vede l'imperatore in piedi accanto, folle e tormentato dal suo dolore. Vedendolo, grida ad alta voce: "Imperatore, consolati! Sono certo e vedo chiaramente che questa dama non è morta. Smetti il tuo dolore, e confortati! Se non te la restituirò viva, potrai uccidermi o impiccarmi."

Immediatamente in tutto il palazzo il rumore fu acquietato e silenziato. E l'imperatore ordinò al dottore di dirgli pienamente i suoi ordini e desideri, qualunque essi fossero. Se può restituire la vita all'imperatrice sarà signore e padrone sopra l'imperatore stesso; ma se gli ha mentito in qualsiasi rispetto sarà impiccato come un comune ladro. E il dottore disse: "Acconsento a ciò, e che tu non abbia mai misericordia di me se non la farò parlare con te qui! Senza indugiare e senza ritardo fa' sgomberare subito il palazzo, e non lasciare che rimanga una sola anima. Devo esaminare in privato la malattia che affligge la dama. Questi due dottori, che sono miei amici, rimarranno con me da soli nella stanza, e che chiunque altro esca." Questo ordine sarebbe stato osteggiato da Cligés, John e Thessala; ma tutti gli altri che erano lì avrebbero potuto rivoltarsi contro di loro se avessero cercato di opporsi al suo ordine. Così tacciono e approvano ciò che sentono approvato dagli altri, e lasciano il palazzo. Dopo che i tre dottori ebbero forzatamente diviso il sudario della dama, senza usare alcun coltello o forbici, le dissero: "Dama, non spaventatevi, non abbiate paura, ma parlateci con fiducia! Sappiamo bene abbastanza che siete perfettamente sana e in buono stato. Siate ragionevole e compiacente ora, e non disperate di nulla, poiché se avete bisogno di noi vi assicureremo tutti e tre il nostro aiuto, sia nel bene che nel male. Saremo molto leali verso di voi, sia nel mantenere il segreto sia nell'aiutarvi. Non teneteci a parlare qui! Poiché mettiamo a vostra disposizione la nostra arte e il nostro servizio, certamente non dovreste rifiutare." Così pensano di ingannare e raggirare lei, ma non hanno successo; poiché lei non ha bisogno o cura per il servizio che le promettono; così stanno sprecando il loro tempo in un vano sforzo. Quando i tre medici vedono che non otterranno nulla da lei né con la preghiera né con l'adulazione, allora la prendono dalla bara, e iniziano a picchiarla e percuoterla. Ma i loro sforzi sono sciocchi, poiché non una parola possono estrarre da lei. Allora minacciano e cercano di terrorizzarla dicendo che se non parlerà avrà presto motivo di pentirsi della sua follia, poiché stanno per farle una cosa così meravigliosa che una tale cosa non fu mai fatta al corpo di alcuna donna miserabile. "Sappiamo che siete viva, e non volete degnarvi di parlarci. Sappiamo che state fingendo la morte, e vorreste così ingannare l'imperatore. Non abbiate paura di noi! Se qualcuno di noi vi ha adirato, prima che vi facciamo ulteriore danno, cessate il vostro comportamento folle ora, poiché state agendo malvagiamente; e noi vi presteremo il nostro aiuto in qualsiasi impresa, saggia o folle." Ma non può essere; non hanno successo. Allora rinnovano il loro attacco, colpendola con cinghie sulla schiena, così che le cicatrici sono chiaramente viste, e si uniscono per lacerare la sua tenera carne finché causano il sangue a scorrere.

Quando l'ebbero picchiata con le cinghie finché ebbero tagliato la sua carne, e quando il sangue sta gocciolando giù, mentre cola dalle ferite, anche allora i loro sforzi non servono a nulla per estrarre da lei un sospiro o una parola, né per farla agitare o muovere. Allora dicono che devono procurarsi fuoco e piombo, che fonderanno e poseranno sulle sue mani, piuttosto che fallire nei loro sforzi di farla parlare. Dopo essersi assicurati una fiamma e un po' di piombo accendono un fuoco e fondono il piombo. Così i miserabili scellerati tormentano e affliggono la dama, prendendo il piombo tutto bollente dal fuoco e versandolo nei palmi delle sue mani. Non soddisfatti di versare il piombo fin dentro i suoi palmi, i vili mascalzoni dicono che, se non parlerà subito, la distenderanno immediatamente sulla grata finché non sarà completamente arrostita. Eppure, lei tace, e non si rifiuta di far picchiare e maltrattare il suo corpo da loro. Ora erano sul punto di porla sul fuoco per essere arrostita e grigliata quando più di mille dame, che erano stazionate davanti al palazzo, giungono alla porta e attraverso una piccola fessura scorgono la tortura e l'angoscia che stavano infliggendo alla dama, mentre con carbone e fiamma compivano il suo martirio. Portano mazze e martelli per distruggere e abbattere la porta. Grande fu il rumore e il tumulto mentre battevano e sfondavano la porta. Se ora possono mettere le mani sui dottori, questi ultimi non avranno molto da attendere prima di ricevere ciò che meritano pienamente. Con una singola corsa le dame entrano nel palazzo, e nella calca c'è Thessala, che non ha altro scopo che raggiungere la sua signora. Accanto al fuoco la trova spogliata, gravemente ferita e lesa. La rimette di nuovo nella bara, e sopra di lei stende un panno, mentre le dame vanno a dare la loro ricompensa ai tre dottori, senza voler attendere l'imperatore o il suo siniscalco. Dalle finestre li gettarono giù nel cortile, rompendosi i colli, le costole, le braccia e le gambe di tutti: nessuna opera migliore fu mai fatta da alcuna dama.

Ora i tre dottori hanno ricevuto la loro orribile ricompensa per mano delle dame. Ma Cligés è atterrito e colmo di dolore nell'udire le pene e il martirio che la sua amata ha sopportato per lui. È quasi fuori di sé, temendo grandemente, e con buona ragione, che ella possa essere morta o gravemente ferita dalla tortura inflittale dai tre medici che ora sono morti. È dunque nello sconforto e nella disperazione quando giunge Thessala, portando con sé un unguento assai prezioso con il quale ha già delicatamente frizionato il corpo e le ferite della sua signora. Quando la deposero di nuovo nella bara, le dame la avvolsero ancora in un panno di stoffa siriana, lasciando scoperto il volto. Per tutta quella notte non vi fu tregua alle grida che levavano incessantemente. In tutta la città, alti e bassi, poveri e ricchi, sono fuori di sé per il dolore, e sembra che ognuno si vanti di voler superare tutti gli altri nel suo strazio, e desideri non essere mai consolato. Per tutta la notte il dolore continua. Il mattino seguente John si recò a corte; l'imperatore lo manda a chiamare e gli rivolge questo comando: "John, se mai hai realizzato un'opera d'arte, ora mettiti all'opera e mostra tutta la tua perizia nel costruire un sepolcro che per bellezza e fattura non abbia eguali". E John, che aveva già compiuto l'opera, dice di averne già terminato uno assai raffinato e abilmente lavorato; ma quando iniziò il lavoro non pensava che vi dovesse essere deposto altro che un corpo santo. "Ora si deponga l'imperatrice e la si seppellisca in un luogo sacro, poiché ella, credo, è santificata". "Hai parlato bene", dice l'imperatore; "sarà sepolta laggiù nella chiesa del mio signore San Pietro, dove si è soliti inumare i corpi. Poiché prima di morire mi fece questa richiesta, che la facessi seppellire lì. Ora va' a compiere il tuo incarico, e colloca il tuo sepolcro nella posizione migliore del cimitero, dove giustamente dovrebbe trovarsi". John risponde: "Molto bene, mio signore". John prende subito congedo e prepara il sepolcro con grande maestria; vi pose all'interno un letto di piume, poiché la pietra era dura e fredda; e affinché l'odore sia dolce, vi sparge attorno fiori e foglie. Un'altra ragione per farlo era che nessuno potesse scorgere il materasso che aveva adagiato all'interno della tomba. Già la messa era stata celebrata per i defunti nelle chiese e nelle parrocchie, e le campane suonavano ininterrottamente come si conviene per i morti. Vengono dati ordini di portare il corpo per essere deposto nel sepolcro, che John con tutta la sua maestria ha costruito così riccamente e magnificamente. In tutta Costantinopoli nessuno rimane, piccolo o grande, che non segua il corpo in lacrime, maledicendo e rimproverando la Morte. Cavalieri e giovani svennero, mentre le dame e le damigelle si battevano il petto biasimando così la Morte: "O Morte", grida ciascuna, "perché non hai accettato un riscatto per la mia signora? Di certo, il tuo guadagno è stato ben misero, mentre la perdita per noi è grande". E in questo dolore Cligés fa sicuramente la sua parte, poiché soffre e si lamenta più di tutti gli altri, ed è strano che non si uccida. Ma decide comunque di rimandare ciò fino all'ora e al tempo in cui potrà riesumarla, prenderne possesso e vedere se sia viva o no. Sopra la tomba stanno gli uomini che calano il corpo al suo posto; ma, con John presente, non si intromettono nell'aggiustamento del sarcofago, e poiché erano così prostrati da non poter vedere, John ebbe tutto il tempo per compiere il suo compito speciale. Quando la bara fu al suo posto, e nient'altro vi era nella tomba, sigillò strettamente tutti i giunti. Quando ciò fu fatto, sarebbe stato abile chiunque, se non con la forza o la violenza, avesse potuto rimuovere o allentare alcunché di ciò che John aveva messo all'interno.

Fenice giace nel sepolcro finché non sopraggiunse l'oscurità della notte. Ma trenta cavalieri montano la guardia su di lei, e ci sono dieci ceri che vi ardono, illuminando il luogo tutt'intorno. I cavalieri erano stanchi ed esausti per lo sforzo che avevano sopportato; così mangiarono e bevvero quella notte finché non caddero tutti in un sonno profondo. Quando giunse la notte, Cligés si allontana furtivamente dalla corte e da tutti i suoi seguaci, così che non vi fu un solo cavaliere o servitore che sapesse che fine avesse fatto. Non si fermò finché non trovò John, che lo consiglia al meglio delle sue possibilità. Gli fornisce armi, ma non ne avrà mai bisogno. Una volta armati, entrambi spronano verso il cimitero. Il cimitero era tutto circondato da un alto muro, così che i cavalieri, che si erano addormentati dopo aver serrato il cancello dall'interno, potevano stare certi che nessuno vi sarebbe entrato. Cligés non vede come possa entrare, poiché non c'è modo di passare attraverso il cancello. Eppure, in qualche modo deve passare, poiché l'amore glielo ordina e lo spinge avanti. Tenta il muro e si arrampica, essendo forte e agile. All'interno c'era un giardino piantato con alberi, uno dei quali stava così vicino al muro da toccarlo. Ora Cligés aveva ciò che gli serviva, e dopo essersi calato dall'albero, la prima cosa che fece fu andare ad aprire il cancello per John. Vedendo i cavalieri addormentati, spensero tutte le luci, così che il luogo rimase nell'oscurità. E John ora scopre la tomba e apre la bara, facendo attenzione a non farle alcun danno. Cligés entra nella tomba e solleva la sua amata, tutta debole e prostrata, la quale accarezza, bacia e abbraccia. Non sa se rallegrarsi o rammaricarsi del fatto che ella non si muova né dia segno di vita. E John, il più velocemente possibile, richiuse il sepolcro, così che non apparisse che qualcuno vi avesse manomesso. Poi si diressero il più velocemente possibile alla torre. Quando l'ebbero adagiata nella torre, nelle stanze che erano al di sotto del livello del suolo, le tolsero gli abiti funebri; e Cligés, che nulla sapeva della pozione che ella aveva preso, la quale la rendeva muta e la manteneva immobile, pensa che sia morta, ed è in preda alla disperazione e all'angoscia mentre sospira e piange pesantemente. Ma presto verrà il tempo in cui la pozione perderà la sua forza. E Fenice, che ode il suo dolore, lotta e si sforza di trovare la forza per consolarlo con una parola o uno sguardo. Il suo cuore quasi scoppia per il dolore che egli mostra. "Ah Morte!", dice, "quanto sei meschina, a risparmiare e concedere tregua a tutte le cose spregevoli e vili, a lasciarle vivere e perdurare. Morte! Sei fuori di te o ubriaca, tu che hai ucciso la mia signora senza di me? Questa è una cosa meravigliosa che vedo: la mia signora è morta, e io vivo ancora! Ah, preziosa mia, perché il tuo amante vive per vederti morta? Si potrebbe ora dire giustamente che sei morta al mio servizio, e che sono io che ti ho uccisa e assassinata. Tesoro, allora io sono la morte che ti ha colpita. Non è forse ingiusto? Poiché è la mia stessa vita che ho perso in te, e ho preservato la tua vita in me. Perché la tua salute e la tua vita non appartenevano forse a me, dolcezza? E le mie non appartenevano a te? Poiché non amavo null'altro che te, e la nostra doppia esistenza era come una sola. Così ora ho fatto ciò che era giusto tenendo la tua anima nel mio corpo mentre la mia è sfuggita dal tuo corpo, e l'una dovrebbe andare a cercare la compagnia dell'altra, ovunque essa sia, e nulla dovrebbe separarli". A questo ella emette un dolce sospiro e sussurra debolmente: "Mio amante, non sono del tutto morta, ma molto vicina ad esserlo. Valuto ben poco la mia vita ora. Pensavo fosse uno scherzo e una mera finzione; ma ora sono davvero da compatire, poiché la morte non ha trattato questo come uno scherzo. Sarà un miracolo se ne uscirò viva. Poiché i medici mi hanno ferita gravemente, spezzato la carne e sfigurata. Eppure, se fosse possibile che la mia nutrice venisse qui, e se gli sforzi servissero a qualcosa, mi riporterebbe di nuovo in salute". "Non preoccuparti, cara, per questo", dice Cligés, "poiché proprio questa notte la porterò qui". "Caro, lascia che John vada a prenderla ora". Così John partì e la cercò finché non la trovò, e le disse come desiderasse che venisse con lui e che non permettesse ad altra causa di trattenerla; poiché Fenice e Cligés l'hanno mandata a chiamare affinché giunga a una torre dove la stanno aspettando; e che Fenice è in uno stato penoso, per cui deve venire provvista di unguenti e rimedi, e tenere a mente che non vivrà a lungo, se non accorre rapidamente a prestarle aiuto. Thessala corre subito e, prendendo unguenti, cerotti e rimedi che aveva preparato, incontra di nuovo John. Segretamente escono dalla città, finché non giungono dritti alla torre. Quando Fenice vede la sua nutrice, si sente già guarita, grazie alla fede e alla fiducia amorevole che ripone in lei. E Cligés la saluta affettuosamente, e dice: "Benvenuta, nutrice, che amo e stimo. Nutrice, per l'amor di Dio, cosa pensate del malanno di questa giovane signora? Qual è la vostra opinione? Si riprenderà?". "Sì, mio signore, non abbiate timore, la guarirò completamente. Non passerà una quindicina di giorni prima che la renda così bene che non è mai stata prima così vivace e forte".

Mentre Thessala è occupata con i suoi rimedi, John va a provvedere alla torre con tutto ciò che è necessario. Cligés va alla torre e ne viene via coraggiosamente e apertamente, poiché vi ha alloggiato un falco in muta, e dice che va a visitarlo; così nessuno può sospettare che vi vada per un motivo diverso da quello per il falco. Vi fa lunghe soste notte e giorno. Ordina a John di sorvegliare la torre, affinché nessuno vi entri contro la sua volontà. Fenice ora non ha più motivo di lamentarsi, poiché Thessala l'ha guarita completamente. Se Cligés fosse Duca di Almeria, Marocco o Tudela, non lo riterrebbe degno di un agrifoglio in confronto alla gioia che ora prova. Certamente l'Amore non si è avvilito quando ha unito questi due, poiché sembra loro, quando si abbracciano e si baciano, che tutto il mondo debba essere migliore per la loro gioia e felicità. Ora non chiedetemi altro di questo, poiché non si può avere un desiderio nel quale l'altro non accondiscenda. Così hanno un solo desiderio, come se loro due fossero uno solo.

Fenice era nella torre, credo, per tutto quell'anno e ben due mesi del successivo, finché l'estate non ritornò. Quando gli alberi producono i loro fiori e foglie, e i piccoli uccelli gioiscono, cantando allegramente le loro litanie, accadde che Fenice una mattina udì il canto dell'usignolo. Cligés la teneva strettamente serrata con le braccia attorno alla vita e al collo, e lei lo teneva in un abbraccio simile, mentre diceva: "Caro, bel mio amante. Un giardino mi farebbe bene, nel quale potermi svagare. Per più di quindici mesi non ho visto la luce della luna o del sole. Se possibile, vorrei uscire laggiù alla luce del giorno, poiché qui in questa torre sono confinata. Se ci fosse un giardino vicino, dove potessi andare a divertirmi, mi farebbe spesso bene". Allora Cligés le promette di consultarsi con John al riguardo non appena potrà vederlo. In quel preciso istante giunse John, come era solito fare spesso, e Cligés gli parlò di ciò che Fenice desiderava. John risponde: "Tutto ciò che chiede è già previsto e fornito. Questa torre è ben equipaggiata con ciò che desidera e richiede". Allora Fenice fu molto lieta, e chiese a John di portarla lì, il che disse che avrebbe fatto molto volentieri. Poi John va e apre una porta, costruita in un modo che non posso descrivere adeguatamente. Nessuno se non John avrebbe potuto farla, e nessuno avrebbe potuto asserire che lì vi fosse una porta o una finestra, tanto era perfettamente celata.

Quando Fenice vide la porta aprirsi e il sole entrarvi a fiotti, come non lo vedeva da molti giorni, il suo cuore batté forte per la gioia; disse che ora non mancava nulla, poiché poteva lasciare la sua torre-prigione, e che non desiderava altro luogo di soggiorno. Passò attraverso la porta nel giardino, con i suoi piaceri e le sue delizie. Nel mezzo del giardino sorgeva un albero innestato carico di fiori sboccianti e foglie, e con una chioma ampia. I suoi rami erano così addestrati che pendevano tutti verso il basso finché non toccavano quasi il terreno; il tronco principale, tuttavia, da cui nascevano, si innalzava dritto nell'aria. Fenice non desidera altro luogo. Sotto l'albero il manto erboso è assai piacevole e fine, e a mezzogiorno, quando fa caldo, il sole non sarà mai abbastanza alto perché i suoi raggi possano penetrarvi. John aveva mostrato la sua abilità nell'organizzare e addestrare i rami in quel modo. Lì Fenice va a godersi la vita, dove le preparano un letto durante il giorno. Lì assaporano gioia e delizia. E il giardino è circondato da un alto muro collegato alla torre, così che nulla può entrarvi senza passare prima attraverso la torre.

Fenice ora è molto felice: non c'è nulla che le causi dispiacere, e nulla le manca di ciò che desidera, quando il suo amante è libero di abbracciarla sotto i fiori e le foglie. Nella stagione in cui la gente prende lo sparviere e il cane da ferma e caccia l'allodola e il tordo o insidia la quaglia e la pernice, accadde che un cavaliere di Tracia, che era giovane e sveglio e incline allo sport cavalleresco, giunse un giorno vicino alla torre in cerca di selvaggina. Il falco di Bertrand (poiché tale era il suo nome), avendo mancato un'allodola, era volato via, e Bertrand pensava a quanto grande sarebbe stata la sua perdita se avesse perso il suo uccello da caccia. Quando lo vide scendere e posarsi in un giardino sotto la torre ne fu lieto, poiché pensò che ora non avrebbe potuto perderlo. Subito va e si arrampica sul muro finché non riesce a scavalcarlo, quando sotto l'albero vede Fenice e Cligés giacere addormentati e nudi in stretto abbraccio. "Dio!", disse, "cosa mi è accaduto ora? Quale meraviglia è questa che vedo? Non è forse Cligés? È lui, di sicuro. Non è forse l'imperatrice con lui lì? No, ma le somiglia. Mai una cosa somigliò tanto a un'altra. Il suo naso, la sua bocca e la sua fronte sono come quelli della mia signora l'imperatrice. Mai la Natura creò due creature di tale similitudine. Non c'è lineamento in questa donna qui che io non abbia visto nella mia signora. Se fosse viva, direi che è certamente lei stessa". Proprio allora una pera cade e colpisce vicino all'orecchio di Fenice. Ella balza e si sveglia e, vedendo Bertrand, grida ad alta voce: "Mio caro, mio caro, siamo perduti. Laggiù c'è Bertrand. Se ti sfugge, siamo caduti in una brutta trappola, poiché racconterà di averci visti". Allora Bertrand comprese che era l'imperatrice senza alcun dubbio. Vede la necessità di andarsene subito, poiché Cligés aveva portato con sé la spada nel giardino, e l'aveva deposta accanto al letto. Balzò su ora e afferrò la spada, mentre Bertrand prendeva frettolosamente congedo. Il più velocemente possibile scalò il muro, ed era quasi al sicuro dall'altra parte quando Cligés, venendo dietro di lui, sollevò la spada e lo colpì con tale violenza che gli recise la gamba sotto il ginocchio, come fosse stato un gambo di finocchio. Nonostante ciò, Bertrand fuggì, sebbene gravemente ferito e mutilato. Fuori di sé dal dolore e dall'ira alla vista del suo pietoso stato, i suoi uomini dall'altra parte lo raccolsero, e insistenti chiesero chi fosse stato a ridurlo così. "Non parlatemi ora", dice, "ma aiutatemi a montare sul mio cavallo. Non si farà menzione di questo se non all'imperatore. Colui che così mi ha trattato deve essere, e senza dubbio è, nel grande terrore; poiché è in grande pericolo di vita". Poi lo fanno sedere sul suo palafreno e lo conducono attraverso la città, gravemente addolorati nel loro spavento intanto. Dietro di loro più di ventimila altri giungono, seguendoli verso la corte. E tutto il popolo corre insieme, ciascuno sforzandosi di essere lì per primo. Bertrand fece la sua denuncia ad alta voce, facendola udire a tutti, all'imperatore: ma lo presero per un chiacchierone ozioso quando disse di aver visto l'imperatrice tutta esposta. La città è in un fermento di eccitazione: alcuni considerano le notizie che sentono come semplici sciocchezze, altri consigliano e spingono l'imperatore a visitare egli stesso la torre. Grande è il rumore e la confusione del popolo che si prepara ad accompagnarlo. Ma non trovano nulla nella torre, poiché Fenice e Cligés fanno la loro fuga, portando con sé Thessala, che li consola e dichiara loro che, se per caso vedessero persone arrivare dietro di loro per arrestarli, non devono avere timore; che non si avvicineranno mai per far loro del male entro la portata di una robusta balestra. E l'imperatore all'interno della torre fa cercare John e portare. Ordina che sia legato e incatenato, dicendo che lo farà impiccare o bruciare, e farà spargere le sue ceneri al vento. Riceverà la sua giusta ricompensa per la vergogna che ha causato all'imperatore; ma questa ricompensa non sarà gradita, poiché John ha nascosto nella torre suo nipote con sua moglie. "Sulla mia parola, dite il vero", dice John; "non mentirò, ma andrò ancora oltre e dichiarerò la verità, e se ho fatto qualche torto è giusto che io sia preso. Ma offro questa come mia scusa: che un servitore non dovrebbe rifiutare nulla quando il suo legittimo signore comanda. Ora, ognuno sa per certo che io sono suo, e anche questa torre lo è". "Non lo è, John. Piuttosto è tua". "Mia, sire? Sì, dopo di lui: ma non appartengo nemmeno a me stesso, né ho alcunché che sia mio, eccetto ciò che ha voluto concedermi. E se voi pensaste di dire che il mio signore è colpevole di avervi fatto torto, sono pronto a intraprendere la sua difesa senza alcun ordine da parte sua. Ma mi sento incoraggiato a proclamare apertamente ciò che ho in mente, proprio come l'ho pensato, poiché so fin troppo bene che devo morire. Così parlerò senza badare ai risultati. Poiché se muoio per amore del mio signore, non morirò di una morte ignobile, poiché i fatti sono generalmente noti riguardo a quel giuramento e impegno che deste a vostro fratello, che dopo di voi Cligés dovrebbe essere imperatore, il quale ora è bandito come un errante. Ma se Dio vuole, egli sarà ancora imperatore! Perciò voi siete aperto al rimprovero, poiché non avreste dovuto prendere moglie; eppure la sposaste e faceste un torto a Cligés, ed egli non vi ha fatto alcun torto. E se sono punito con la morte da voi, e se muoio ingiustamente per causa sua, e se egli è ancora vivo, vendicherà la mia morte su di voi. Ora andate e fate il meglio che potete, poiché se muoio morirete anche voi".

L'imperatore trema d'ira nell'udire le parole beffarde che Giovanni gli rivolge. "Giovanni", dice, "avrai tregua solo finché non troveremo il tuo signore, che mi ha fatto un torto così grande, sebbene io lo amassi teneramente e non avessi alcun pensiero di frodarlo. Nel frattempo, tu starai in prigione. Se sai che fine abbia fatto, dimmelo subito, te lo ordino". "Dirvelo? Come potrei commettere un tale tradimento? Anche se mi si dovesse strappare la vita dal corpo, non vi rivelerei il mio signore, nemmeno se sapessi dove si trova. Di fatto, non ne so più di voi, così mi aiuti Dio! Ma non c'è bisogno della vostra gelosia. Non temo tanto la vostra ira da non dirvi, affinché tutti possano udire, come siate stato ingannato, anche se le mie parole non sono credute. Siete stato ingannato e raggirato dalla pozione che avete bevuto la notte delle vostre nozze. A meno che non sia accaduto in sogno, mentre dormivate, non avete mai goduto di lei; ma la notte vi fece sognare, e il sogno vi diede tanta soddisfazione come se fosse accaduto nelle ore di veglia che lei vi tenesse tra le braccia: questa è stata la somma della vostra soddisfazione. Il suo cuore era così devoto a Cligés che ella finse la morte per amor suo; ed egli ebbe tanta fiducia in me che mi spiegò tutto e la sistemò in casa mia, che giustamente appartiene a lui. Non dovreste trovarmi colpevole. Dovrei, in verità, essere arso o impiccato, se tradissi il mio signore o rifiutassi di compiere la sua volontà".

Quando l'attenzione dell'imperatore viene ricondotta alla pozione che egli aveva avuto il piacere di bere, e con la quale Thessala lo aveva ingannato, allora comprese per la prima volta di non aver mai goduto di sua moglie, se non in sogno: dunque era stata solo una gioia illusoria. E dice che se non vendicherà la vergogna e l'onta inflittegli dal traditore che ha sedotto sua moglie, non sarà mai più felice. "Ora presto!" dice, "fino a Pavia, e da qui alla Germania, non rimanga castello, borgo o città in cui non si faccia ricerca. Terrò caro sopra ogni altro quell'uomo che mi porterà i due prigionieri. Ora su e giù, vicino e lontano, andate diligentemente e cercate!" Allora partirono con zelo e trascorsero tutto quel giorno nella ricerca. Ma tra loro Cligés aveva degli amici che, se li avessero trovati, li avrebbero condotti in qualche nascondiglio piuttosto che trascinarli indietro. Per tutta quella quindicina si sfinirono in una vana ricerca. Poiché Thessala, che funge da loro guida, li conduce con le sue arti e i suoi incantesimi in tale sicurezza che essi non provano alcun timore o paura di tutta la forza dell'imperatore. Non cercano riposo in alcun borgo o città; eppure hanno tutto ciò che desiderano o bramano, ancor più di quanto solitamente accada. Poiché tutto ciò di cui hanno bisogno viene procurato loro da Thessala, che cerca, perlustra e provvede per loro. Né vi è alcuno che li bracchi ormai, poiché tutti hanno fatto ritorno alle proprie case. Nel frattempo Cligés non resta inattivo, ma parte alla ricerca di suo zio, Re Artù. Continuò a cercare finché non lo trovò, e a lui espose la sua rivendicazione e la sua protesta riguardo allo zio, l'imperatore, che, per diseredarlo, aveva slealmente preso moglie, cosa che non era giusto facesse; poiché aveva giurato a suo padre che non si sarebbe mai sposato in vita sua. E il Re dice che con una flotta procederà verso Costantinopoli, e che riempirà mille navi di cavalieri, e tremila altre di uomini d'arme, finché nessuna città o borgo, villaggio o castello, per quanto forte o per quanto alto, potrà resistere al loro assalto. Allora Cligés non dimenticò di ringraziare il Re per l'aiuto che gli offriva. Il Re manda a cercare e a convocare tutti gli alti baroni della terra, e fa requisire ed equipaggiare navi, vascelli da guerra, imbarcazioni e barche. Fa caricare e riempire cento navi di scudi, lance, brocchieri e armature adatte ai cavalieri. Il Re fa preparativi così grandi per la guerra che mai Cesare o Alessandro ne fecero di simili. Ordina di radunare al suo richiamo tutta l'Inghilterra, e tutte le Fiandre, la Normandia, la Francia e la Bretagna, e tutti gli uomini fino ai Pirenei. Erano già sul punto di salpare, quando giunsero messaggeri dalla Grecia che ritardarono l'imbarco e trattennero il Re e la sua gente. Tra i messaggeri che giunsero vi era Giovanni, quell'uomo fidato, poiché non sarebbe mai stato testimone o messaggero di alcuna notizia che non fosse vera, e che non sapesse con certezza. I messaggeri erano uomini di alto lignaggio della Grecia, che venivano in cerca di Cligés. Fecero indagini e chiesero di lui, finché non lo trovarono alla corte del Re, quando gli dissero: "Dio vi salvi, sire! La Grecia vi è resa e Costantinopoli vi è donata da tutti coloro che appartengono al vostro impero, a causa del diritto che avete su di essi. Vostro zio (ma voi non lo sapete) è morto per il dolore che provò nel non poter scoprire dove foste. Il suo dolore fu tale che perse la ragione; non volle né bere né mangiare, ma morì come un uomo fuori di sé. Bel sire, ora tornate! Poiché tutti i vostri signori hanno mandato a cercarvi. Grandemente vi desiderano e vi bramano, volendo fare di voi il loro imperatore". Alcuni vi furono che gioirono di ciò; e altri vi furono che avrebbero volentieri visto i loro ospiti altrove, e la flotta salpare per la Grecia. Ma la spedizione viene abbandonata, il Re congeda i suoi uomini e le schiere partono di nuovo verso le loro case. E Cligés si affretta frettolosamente nel suo desiderio di tornare in Grecia. Non ha alcun desiderio di indugiare. Fatti i preparativi, prese congedo dal Re, e poi da tutti i suoi amici, e prendendo con sé Fenice, se ne va. Viaggiano finché non arrivano in Grecia, dove lo accolgono con il giubilo che devono al loro legittimo signore, e gli danno la sua amata in sposa. Entrambi vengono incoronati subito. Ha fatto della sua amante la sua sposa, ma continua a chiamarla amante e bella, ed ella non può lamentarsi di alcuna mancanza di affetto, poiché lui la ama ancora come sua amante, ed ella ama lui, pure, come una dama deve amare il suo amante. E ogni giorno vide il loro amore crescere più forte: lui non dubitò mai di lei, né lei lo incolpò di alcunché. Non fu mai tenuta confinata, come tante donne che sono vissute dopo il suo tempo. Poiché mai da allora vi è stato un imperatore che non vivesse nel timore della propria moglie, che non fosse da lei ingannato, dopo aver udito la storia di come Fenice ingannò Alis, prima con la pozione che egli bevve, e poi più tardi con quell'altro stratagemma. Pertanto, ogni imperatrice, per quanto ricca e nobile possa essere, viene sorvegliata a Costantinopoli come in una prigione, poiché l'imperatore non ha fiducia in lei quando ricorda la storia di Fenice. La tiene costantemente sorvegliata nella sua stanza, né viene mai permesso alcun uomo alla sua presenza, a meno che non sia un eunuco fin dalla giovinezza; nel caso di costoro non vi è timore o dubbio che l'Amore li possa intrappolare nei suoi lacci. Qui termina l'opera di Chrétien.

Artù, il buon Re di Bretagna, la cui prodezza ci insegna che anche noi dovremmo essere coraggiosi e cortesi, tenne una ricca e regale corte in quel prezioso giorno di festa che è sempre noto col nome di Pentecoste. La corte era a Carduel, nel Galles. Quando il pasto fu terminato, i cavalieri si recarono là dove erano chiamati dalle dame, dalle donzelle e dalle fanciulle. Alcuni raccontavano storie; altri parlavano d'amore, delle prove e dei dolori, così come delle grandi benedizioni, che spesso toccano ai membri del suo ordine, che era ricco e fiorente in quei tempi antichi. Ma ora i suoi seguaci sono pochi, avendolo abbandonato quasi fino all'ultimo uomo, cosicché l'amore è molto avvilito. Poiché gli amanti un tempo meritavano di essere considerati cortesi, coraggiosi, generosi e onorevoli. Ma ora l'amore è oggetto di scherno, poiché coloro che non ne hanno intelligenza asseriscono di amare, e in ciò mentono. Così proferiscono una beffa e mentono vantandosi laddove non ne hanno alcun diritto. Ma lasciamo coloro che sono ancora in vita, per parlare di quelli dei tempi passati. Poiché, ritengo, un uomo cortese, seppur morto, vale più di un furfante vivo. È dunque mio piacere narrare una faccenda ben degna di attenzione riguardante il Re la cui fama era tale che gli uomini parlano ancora di lui ovunque; e concordo con l'opinione dei Bretoni che il suo nome vivrà in eterno. E in relazione a lui ricordiamo quei buoni cavalieri prescelti che si consumarono per amore dell'onore. Ma in questo giorno di cui parlo, grande fu il loro stupore nel vedere il Re lasciare la loro presenza; e vi furono alcuni che si sentirono contrariati, e che non usarono mezzi termini, non avendo mai visto prima il Re, in occasione di una tale festa, ritirarsi nella propria stanza per dormire o cercare riposo. Ma quel giorno accadde che la Regina lo trattenne, ed egli rimase così a lungo al suo fianco che si dimenticò di se stesso e si addormentò. Fuori dalla porta della camera vi erano Dodinel, Sagremor e Kay, il mio signore Gawain, il mio signore Yvain, e con loro Calogrenant, un cavaliere assai avvenente, che aveva iniziato a raccontare loro una storia, sebbene non a suo merito, ma piuttosto a sua vergogna. La Regina poteva udirlo mentre esponeva il suo racconto, e alzandosi dal fianco del Re, giunse su di loro così furtivamente che, prima che alcuno la scorgesse, ella si era, per così dire, ritrovata in mezzo a loro. Solo Calogrenant balzò in piedi rapidamente quando la vide arrivare. Allora Kay, che era molto litigioso, meschino, sarcastico e insolente, gli disse: "Per il Signore, Calogrenant, vedo che siete molto audace e spavaldo ora, e certamente mi fa piacere vedervi il più cortese di noi tutti. E so che siete ben persuaso della vostra eccellenza, poiché ciò si addice al vostro scarso senno. Ed è naturale, naturalmente, che la mia signora debba supporre che voi ci superiate tutti in cortesia e valore. Abbiamo mancato di alzarci per pigrizia, in verità, o perché non ci curavamo di farlo! Parola mia, non è così, mio signore; ma non abbiamo visto la mia signora finché voi non vi foste alzato per primo." "Davvero, Kay," dice allora la Regina, "credo che scoppiereste se non poteste riversare il veleno di cui siete così colmo. Siete molesto e meschino a infastidire così i vostri compagni." "Signora," dice Kay, "se non siamo migliori per la vostra compagnia, almeno non perdiamoci per essa. Non sono consapevole di aver detto nulla per cui debba essere accusato, e quindi vi prego di non dire altro. È scortese e folle continuare una vana disputa. Questa discussione non dovrebbe andare oltre, né alcuno dovrebbe cercare di trarne di più. Ma dato che non devono esserci altre parole grosse, ordinategli di continuare la storia che aveva iniziato." Dopodiché Calogrenant si prepara a rispondere in questo modo: "Mio signore, poco mi curo della lite, che conta poco e non mi tocca. Se avete sfogato il vostro disprezzo su di me, non ne sarò mai danneggiato. Avete spesso parlato in modo offensivo, mio signore Kay, a uomini più coraggiosi e migliori di me, poiché siete incline a questo genere di cose. Il letamaio puzzerà sempre, e i tafani pungono, e le api ronzano, e così un noioso tormenterà e renderà se stesso un fastidio. Tuttavia, col permesso della mia signora, non continuerò la mia storia oggi, e la prego di non dire altro al riguardo, e gentilmente di non impartirmi alcun comando sgradito." "Signora," dice Kay, "tutti coloro che sono qui vi saranno debitori, poiché desiderano ascoltarla fino in fondo. Non fatelo come favore a me! Ma per la fede che dovete al Re, vostro signore e mio, ordinategli di continuare, e farete bene." "Calogrenant," dice allora la Regina, "non date retta all'attacco del mio signore Kay il siniscalco. È così abituato al malparlare che non lo si può punire per questo. Vi comando e vi chiedo di non adirarvi a causa sua, né dovete mancare per conto suo di dire qualcosa che piacerà a tutti noi ascoltare; se desiderate preservare la mia benevolenza, vi prego di ricominciare il racconto da capo." "Certamente, signora, è un comando assai sgradito quello che mi imponete. Piuttosto che raccontare altro della mia storia oggi, vorrei che mi fosse cavato un occhio, se non temessi il vostro disappunto. Eppure eseguirò il vostro ordine, per quanto sgradevole possa essere. Dunque, poiché volete che sia così, prestate attenzione. Che il vostro cuore e le vostre orecchie siano miei. Poiché le parole, sebbene udite, sono perdute se non comprese nel cuore. Vi sono alcuni uomini che danno il loro assenso a ciò che sentono ma non comprendono: questi uomini hanno solo l'udito. Poiché nel momento in cui il cuore non comprende, la parola cade sulle orecchie semplicemente come il vento che soffia, senza fermarsi a indugiare lì; piuttosto passa rapidamente oltre se il cuore non è così sveglio da essere pronto a riceverla. Poiché solo il cuore può riceverla quando arriva, e chiuderla dentro di sé. Le orecchie sono il sentiero e il canale attraverso cui la voce può giungere al cuore, mentre il cuore riceve nel seno la voce che entra attraverso l'orecchio. Ora, chiunque voglia prestare attenzione alle mie parole, deve arrendermi il suo cuore e le sue orecchie, poiché non ho intenzione di parlare di un sogno, di una storia oziosa o di una menzogna, con cui molti altri vi hanno allietato, ma piuttosto parlerò di ciò che ho visto."

"Accadde sette anni fa che, solo come un campagnolo, stavo facendo la mia strada in cerca di avventure, completamente armato come un cavaliere dovrebbe essere, quando mi imbattei in una strada che conduceva a destra in una fitta foresta. La strada lì era molto cattiva, piena di rovi e spine. Nonostante il disturbo e l'inconveniente, seguii la strada e il sentiero. Quasi l'intera giornata andai così cavalcando finché non emersi dalla foresta di Broceliande. Fuori dalla foresta passai in aperta campagna dove vidi una torre di legno alla distanza di mezza lega gallese: poteva essere così lontano, ma non di più. Procedendo più velocemente di un passo, mi avvicinai e vidi la palizzata e il fossato tutto intorno, profondi e larghi, e in piedi sul ponte, con un falco che aveva fatto la muta sul polso, vidi il padrone del castello. Non avevo appena salutato lui che si fece avanti per reggermi la staffa e mi invitò a smontare. Lo feci, poiché era inutile negare che avessi bisogno di un alloggio. Poi mi disse più di cento volte in una volta sola che benedetta era la strada per la quale ero giunto fin lì. Nel frattempo, attraversammo il ponte e, passando per il cancello, ci ritrovammo nel cortile. Nel mezzo del cortile di questo vavasore, al quale possa Dio ricompensare tale gioia e onore come quelli che egli mi prodigò quella notte, pendeva un gong, non di ferro o legno, credo, ma tutto di rame. Su questo gong il vavasore batté tre volte con un martello che pendeva su un palo lì vicino. Coloro che erano di sopra in casa, udendo la sua voce e il suono, uscirono nel cortile sottostante. Alcuni presero il mio cavallo che il buon vavasore stava tenendo; e vidi venire verso di me una donzella molto bella e gentile. Guardandola attentamente vidi che era alta, snella e dritta. Era abile nello svestirmi dell'armatura, cosa che fece dolcemente e con destrezza; poi, quando mi ebbe rivestito con un corto mantello di stoffa scarlatta macchiato di piume di pavone, tutti gli altri ci lasciarono lì, cosicché lei ed io rimanemmo soli. Questo mi piacque molto, poiché non avevo bisogno d'altro da guardare. Poi mi condusse a sedere nel più grazioso campicello, chiuso da un muro tutto intorno. Lì la trovai così elegante, così bella nel parlare e così ben istruita, di maniere e carattere così piacevoli, che era una delizia essere lì, e avrei voluto non essere mai costretto a muovermi. Ma come volle la sfortuna, quando giunse la notte, e giunse l'ora di cena. Il vavasore venne a cercarmi. Non fu possibile alcun altro ritardo, così accondiscesi alla sua richiesta. Della cena dirò solo che fu tutta secondo il mio cuore, vedendo che la donzella prese posto a tavola proprio davanti a me. Dopo la cena il vavasore mi ammise che, sebbene avesse alloggiato molti cavalieri erranti, non sapeva da quanto tempo non ne accogliesse uno in cerca di avventura. Poi, come favore, mi pregò di tornare passando per la sua residenza, se avessi potuto renderlo possibile. Così gli dissi: 'Molto volentieri, sire!' poiché un rifiuto sarebbe stato scortese, e quello era il minimo che potessi fare per un tale ospite."

"Quella notte, davvero, fui ben alloggiato e, non appena apparve la luce del mattino, trovai il mio destriero già sellato, come avevo richiesto la sera prima; così la mia richiesta fu esaudita. Affidai il mio gentile ospite e la sua cara figlia allo Spirito Santo e, dopo aver preso congedo da tutti, me ne andai al più presto. Non ero lontano dal luogo in cui avevo sostato quando giunsi a una radura, dove vi erano alcuni tori selvatici in libertà; combattevano tra loro facendo un rumore così terribile e orrendo che, a dir la verità, mi ritrassi per la paura, poiché non c'è bestia così feroce e pericolosa come un toro. Vidi seduto su un ceppo, con una grossa clava in mano, un villano rozzo, nero come una mora, indescrivibilmente grande e orribile; in verità, la creatura era così straordinariamente brutta che nessuna parola potrebbe renderle giustizia. Avvicinandomi a costui, vidi che la sua testa era più grande di quella di un cavallo o di qualsiasi altra bestia; che i suoi capelli erano a ciocche, lasciando la fronte scoperta per una larghezza di oltre due spanne; che le sue orecchie erano grandi e muschiose, proprio come quelle di un elefante; le sue sopracciglia erano folte e il suo viso piatto; i suoi occhi erano quelli di un gufo e il naso era come quello di un gatto; le sue mascelle erano fesse come quelle di un lupo e i suoi denti erano affilati e gialli come quelli di un cinghiale; la sua barba era nera e i baffi intrecciati; il mento si confondeva con il petto e la spina dorsale era lunga, ma storta e gobba. Lì se ne stava, appoggiato alla sua clava e abbigliato con uno strano indumento, composto non di cotone o lana, ma piuttosto di pelli appena scorticate da due tori o due bovi: queste portava appese al collo. Il tizio balzò in piedi non appena mi vide avvicinare. Non so se volesse colpirmi o cosa intendesse fare, ma ero pronto a tenergli testa, finché non lo vidi fermarsi e restare immobile su un tronco d'albero, dove svettava per ben diciassette piedi d'altezza. Poi mi fissò ma non disse una parola, né più né meno di quanto avrebbe fatto una bestia. E supposi che non avesse i sensi o fosse ubriaco. Tuttavia, presi coraggio e gli dissi: 'Su, fammi sapere se sei una creatura buona o no'. E lui rispose: 'Sono un uomo'. 'Che razza di uomo sei?' 'Quale mi vedi essere: non sono affatto diverso'. 'Che fai qui?' 'Ero qui, a custodire questo bestiame in questo bosco'. 'Li stavi davvero custodendo? Per San Pietro di Roma! Non conoscono il comando di alcun uomo. Immagino che non si possano custodire bestie selvatiche in una pianura o in un bosco o altrove, a meno che non siano legate o confinate all'interno'. 'Beh, io custodisco e ho il controllo di queste bestie affinché non lascino mai questo vicinato'. 'Come fai? Su, dimmelo ora!' 'Non ce n'è una che osi muoversi quando mi vede arrivare. Poiché, quando riesco ad afferrarne una, do alle sue due corna una tale torsione con le mie mani dure e forti che le altre tremano di paura e si radunano subito attorno a me come per chiedere pietà. Nessuno potrebbe avventurarsi qui se non io, poiché se entrasse tra loro verrebbe subito ucciso. In questo modo sono padrone delle mie bestie. E ora tocca a te dirmi che razza di uomo sei e cosa cerchi qui'. 'Sono, come vedi, un cavaliere in cerca di ciò che non posso trovare; a lungo ho cercato senza successo'. 'E che cos'è questo che vorresti trovare?' 'Qualche avventura con cui mettere alla prova il mio valore e il mio coraggio. Ora ti prego e ti chiedo con insistenza di darmi qualche consiglio, se possibile, riguardo a qualche avventura o cosa meravigliosa'. Dice lui: 'Dovrai farne a meno, perché non so nulla di avventure, né mai ne ho sentito parlare. Ma se volessi recarti a una certa sorgente qui vicino e dovessi attenerti alla pratica del luogo, non torneresti facilmente indietro. Proprio qui vicino puoi trovare facilmente un sentiero che ti condurrà fin lì. Se vuoi andare correttamente, segui il sentiero dritto, altrimenti potresti facilmente smarrirti tra i molti altri sentieri. Vedrai la sorgente che bolle, sebbene l'acqua sia più fredda del marmo. È ombreggiata dall'albero più bello che la Natura abbia mai formato, poiché il suo fogliame è sempreverde, a dispetto del freddo invernale, e un bacino di ferro è appeso lì a una catena abbastanza lunga da raggiungere la sorgente. E accanto alla sorgente troverai una pietra massiccia, come vedrai, ma la cui natura non so spiegare, non avendone mai vista una simile. Dall'altro lato sorge una cappella, piccola, ma molto bella. Se prenderai dell'acqua nel bacino e la verserai sulla pietra, vedrai levarsi una tale tempesta che nessuna bestia rimarrà in questo bosco; ogni cerva, stambecco, daino, cinghiale e uccello ne uscirà fuori. Poiché vedrai scendere tali fulmini, tale soffiare di bufere e schianto di alberi, tali torrenti cadere, tali tuoni e lampi, che, se riuscirai a scapparne senza guai e sventure, sarai più fortunato di quanto lo sia mai stato qualsiasi cavaliere'. Lasciai il tizio allora, dopo che mi ebbe indicato la via. Dovevano essere passate le nove e forse si stava avvicinando mezzogiorno, quando scorsi l'albero e la cappella. Posso dire in verità che questo albero era il pino più bello che mai sia cresciuto sulla terra. Non credo che piovve mai così forte che una goccia d'acqua potesse penetrarlo, ma piuttosto gocciolava dai rami esterni. Dall'albero vidi pendere il bacino, del più bell'oro che fosse mai stato in vendita in qualsiasi fiera. Quanto alla sorgente, potete credermi sulla parola che bolliva come acqua calda. La pietra era di smeraldo, con fori come quelli di una botte, e c'erano quattro rubini al di sotto, più radiosi e rossi del sole del mattino quando sorge a est. Ora non dirò una parola che non sia vera. Desideravo vedere la meravigliosa apparizione della tempesta e del temporale; ma in ciò non fui saggio, poiché mi sarei pentito volentieri, se avessi potuto, una volta che ebbi cosparso la pietra forata con l'acqua del bacino. Ma temo di averne versata troppa, poiché subito vidi i cieli aprirsi in modo tale che da più di quattordici direzioni i fulmini mi accecarono gli occhi, e tutte insieme le nuvole lasciarono cadere neve, pioggia e grandine. La tempesta era così feroce e terribile che cento volte pensai di essere ucciso dai fulmini che cadevano attorno a me e dagli alberi che venivano squarciati. Sappiate che ero in grande angoscia finché il tumulto non si placò. Ma Dio mi diede tale conforto che la tempesta non durò a lungo e tutti i venti si placarono di nuovo. I venti non osavano soffiare contro la volontà di Dio. E quando vidi l'aria limpida e serena fui di nuovo colmo di gioia. Poiché ho osservato che la gioia fa dimenticare presto i guai. Non appena la tempesta fu completamente passata, vidi così tanti uccelli radunati nel pino (se qualcuno vuole credere alle mie parole) che non si vedeva un ramo o un ramoscello che non fosse interamente coperto di uccelli. L'albero era ancora più incantevole allora, poiché tutti gli uccelli cantavano in armonia, eppure il canto di ciascuno era diverso, così che non sentii mai uno cantare il canto dell'altro. Anch'io gioii della loro gioia e li ascoltai finché non ebbero terminato il loro servizio, poiché non ho mai sentito un canto così felice, né credo che qualcun altro lo sentirà, a meno che non vada ad ascoltare ciò che mi colmò di tale gioia e beatitudine che ne fui rapito. Rimasi lì finché non udii arrivare alcuni cavalieri, poiché mi parve che dovessero essere dieci. Ma tutto il rumore e il trambusto erano causati dall'avvicinarsi di un solo cavaliere. Quando lo vidi arrivare da solo, afferrai rapidamente il mio destriero e non indugiai a montarlo. E il cavaliere, come con cattiva intenzione, avanzava più veloce di un'aquila, con un aspetto feroce come un leone. Da quanto la sua voce poteva arrivare iniziò a sfidarmi e disse: 'Vassallo, senza provocazione mi hai causato vergogna e danno. Se c'era qualche lite tra noi, avresti dovuto prima sfidarmi, o almeno cercare giustizia prima di attaccarmi. Ma, signor vassallo, se è in mio potere, su di te cadrà la punizione per il danno che è evidente. Attorno a me qui giace la prova dei miei boschi distrutti. Chi ha sofferto ha il diritto di lamentarsi. E io ho buone ragioni per lamentarmi che tu mi abbia scacciato da casa mia con fulmini e pioggia. Mi hai creato guai, e maledetto sia chi pensa che sia giusto. Poiché all'interno dei miei boschi e della mia città mi hai fatto un tale attacco che le risorse di uomini d'arme e fortificazioni non mi sarebbero servite a nulla; nessun uomo sarebbe stato al sicuro, anche se si fosse trovato in una fortezza di solida pietra e legno. Ma sii certo che da questo momento non ci sarà né tregua né pace tra noi'. A queste parole ci scontrammo, ognuno tenendo lo scudo ben saldo e coprendosi con esso. Il cavaliere aveva un buon cavallo e una lancia robusta, ed era senza dubbio una testa più alto di me. Così, ero del tutto in svantaggio, essendo più basso di lui, mentre il suo cavallo era più forte del mio. Potete star certi che dirò i fatti, per coprire la mia vergogna. Con l'intento di fare del mio meglio, gli sferrai un colpo più forte che potei, colpendo la parte superiore del suo scudo, e vi misi tutta la mia forza con tale effetto che la mia lancia andò tutta in frantumi. La sua lancia rimase intera, essendo molto pesante e più grande di qualsiasi lancia da cavaliere che io abbia mai visto. E il cavaliere mi colpì con essa così pesantemente che mi ribaltò oltre la groppa del mio cavallo e mi lasciò disteso a terra, dove mi abbandonò vergognato ed esausto, senza degnarmi di un altro sguardo. Prese il mio cavallo, ma me lasciò lì, e ripartì per la via da cui era venuto. E io, che non sapevo cosa fare, rimasi lì nel dolore e con pensieri turbati. Sedendomi accanto alla sorgente riposai un po', non osando inseguire il cavaliere per paura di commettere qualche atto avventato di follia. E, in verità, se avessi avuto il coraggio, non sapevo cosa ne fosse stato di lui. Infine, mi venne in mente che avrei mantenuto la promessa fatta al mio ospite e sarei tornato passando per la sua abitazione. Questa idea mi piacque e così feci. Deposi tutte le mie armi per procedere più facilmente e così, con vergogna, ripercorsi i miei passi. Quando giunsi a casa sua quella notte, trovai il mio ospite lo stesso uomo bonario e cortese che avevo scoperto prima. Non potei notare che né sua figlia né lui stesso mi accogliessero con meno gioia, o mi rendessero meno onore di quanto avessero fatto la sera prima. Sono in debito con loro per il grande onore che mi hanno fatto tutti in quella casa; e dissero persino che, per quanto ne sapessero o avessero sentito dire, nessuno era mai sfuggito, senza essere ucciso o tenuto prigioniero, dal luogo da cui ero tornato. Così andai e così tornai, sentendomi, nel farlo, profondamente vergognato. Così vi ho raccontato scioccamente la storia che non avrei mai voluto raccontare di nuovo."

"Per la mia testa," grida il mio signore Yvain, "tu sei mio cugino carnale, e dovremmo amarci bene. Ma devo considerarti pazzo per avermelo tenuto nascosto così a lungo. Se ti chiamo pazzo, ti prego di non irritarti. Poiché se posso, e se ottengo il permesso, andrò a vendicare la tua vergogna." "È evidente che abbiamo cenato," dice Kay, con il suo discorso sempre pronto; "ci sono più parole in un vaso pieno di vino che in un intero barile di birra. Dicono che un gatto sia allegro quando è sazio. Dopo cena nessuno si muove, ma ognuno è pronto a uccidere Noradin, e tu ti vendicherai di Forre! Sono i tuoi sottopancia pronti e imbottiti, e i tuoi schinieri di ferro lucidati, e le tue insegne spiegate? Suvvia, in nome di Dio, mio signore Yvain, è stasera o domani che parti? Dicci, bel sire, quando partirai per questa rude prova, poiché vorremmo scortarti fin là. Non ci sarà prevosto o conestabile che non ti scorterà volentieri. E comunque sia, ti prego di non partire senza aver preso congedo da noi; e se dovessi fare un brutto sogno stanotte, resta assolutamente a casa!" "Al diavolo, Sir Kay," risponde la Regina, "siete fuori di senno che la vostra lingua corre sempre così? Maledetta sia la vostra lingua che è così piena di amarezza! Sicuramente la vostra lingua deve odiarvi, poiché dice il peggio che sa a ogni uomo. Dannata sia ogni lingua che non cessa mai di parlar male! Quanto alla vostra lingua, balbetta così tanto che vi rende odiato ovunque. Non può farvi tradimento più grande. Guardate qui: se fosse mia, la accuserei di tradimento. Ogni uomo che non può essere guarito dalla punizione dovrebbe essere legato come un pazzo davanti al presbiterio in chiesa." "Davvero, madama," dice il mio signore Yvain, "la sua insolenza non mi importa. In ogni corte il mio signore Kay ha così tanta abilità, conoscenza e valore che non sarà mai sordo o muto. Ha l'arguzia di rispondere saggiamente e cortesemente a tutto ciò che è meschino, e questo ha sempre fatto. Voi sapete bene se mento nel dirlo. Ma non ho desiderio di discutere o di ricominciare le nostre sciocchezze. Poiché colui che sferra il primo colpo non vince sempre la battaglia, ma piuttosto colui che ottiene vendetta. Chi combatte con il suo compagno farebbe meglio a combattere contro qualche sconosciuto. Non voglio essere come il segugio che si irrigidisce e ringhia quando un altro cane gli abbaia contro."

Mentre parlavano così, il Re uscì dalla sua stanza dove era rimasto tutto questo tempo a dormire. E quando i cavalieri lo videro, balzarono tutti in piedi davanti a lui, ma egli li fece subito risedere. Prese posto accanto alla Regina, che gli ripeté parola per parola, con la sua solita abilità, la storia di Calogrenant. Il Re l'ascoltò con entusiasmo, e poi giurò tre grandi giuramenti per l'anima di suo padre Utherpendragon, e per l'anima di suo figlio, e anche di sua madre, che si sarebbe recato a vedere quella sorgente prima che fosse passata una quindicina di giorni; e avrebbe visto la tempesta e le meraviglie lì giungendo alla vigilia della festa di San Giovanni Battista; lì avrebbe passato la notte, e tutti coloro che volevano avrebbero potuto accompagnarlo. Tutta la corte pensò che fosse una buona idea, poiché i cavalieri e i giovani scapoli erano molto desiderosi di fare la spedizione. Ma nonostante la gioia e la soddisfazione generale, il mio signore Yvain era molto contrariato, poiché intendeva andarci tutto solo; così era addolorato e molto infastidito a causa del Re che progettava di andare. La causa principale del suo dispiacere era che sapeva che il mio signore Kay, al quale il favore non sarebbe stato negato se lo avesse sollecitato, si sarebbe assicurato la battaglia piuttosto che lui stesso, o forse il mio signore Gawain l'avrebbe chiesta per primo. Se uno di questi due avesse fatto richiesta, il favore non gli sarebbe mai stato negato. Ma, non avendo alcun desiderio della loro compagnia, decide di non aspettarli, ma di andarsene da solo, se possibile, sia per il suo guadagno o per il suo danno. E chiunque possa rimanere indietro, egli intende essere il terzo giorno nella foresta di Broceliande, e lì cercare se forse riuscirà a trovare lo stretto sentiero boscoso per cui brama ardentemente, e la pianura con il forte castello, e il piacere e la delizia della cortese damigella, che è così affascinante e bella, e con la damigella il suo degno sire, che è così onorevole e di nobili natali che si sforza di dispensare onore. Poi vedrà i tori nella radura, con il gigantesco villano che li sorveglia. Grande è il suo desiderio di vedere questo individuo, che è così robusto e grande e brutto e deforme, e nero come un fabbro. Poi, inoltre, vedrà, se possibile, la pietra e la sorgente stessa, e il bacino e gli uccelli nel pino, e farà piovere e soffiare. Ma di tutto questo non si vanterà, né, se potrà evitarlo, nessuno conoscerà il suo scopo finché non avrà ricevuto da esso o grande umiliazione o grande rinomanza: allora i fatti saranno conosciuti.

Il mio signore Yvain si allontana dalla corte senza che nessuno lo incontri, e procede da solo verso il suo luogo di alloggio. Lì trovò tutta la sua servitù e diede ordine di far sellare il suo cavallo; poi, chiamando uno dei suoi scudieri che era al corrente di ogni suo pensiero, dice: "Suvvia, seguimi fuori di là e portami le mie armi. Uscirò subito da quel cancello sul mio palafreno. Per quanto ti riguarda, non indugiare, poiché ho una lunga strada da percorrere. Fai ferrare bene il mio destriero e portamelo rapidamente dove sono io; poi riporterai indietro il mio palafreno. Ma fai molta attenzione, ti scongiuro, se qualcuno ti interroga su di me, a non dargli alcuna soddisfazione. Altrimenti, qualunque sia la tua fiducia in me, non potrai mai più contare sulla mia benevolenza." "Sire," dice, "tutto andrà bene, poiché nessuno imparerà nulla da me. Procedete, e io vi seguirò."

Il mio signore Yvain monta subito, intenzionato a vendicare, se possibile, l'onta di suo cugino prima di far ritorno. Lo scudiero corse a prendere le armi e il destriero; egli montò subito senza indugio, poiché era già provvisto di ferri e chiodi. Poi seguì le tracce del suo signore finché non lo vide in piedi, in sella, in attesa su un lato della strada in un luogo appartato. Gli portò il suo equipaggiamento e le armi, e poi lo armò. Il mio signore Yvain non tardò affatto dopo aver indossato le armi, ma si fece strada frettolosamente ogni giorno attraverso le montagne e le valli, attraverso le foreste lunghe e vaste, attraverso paesi strani e selvaggi, passando per molti luoghi spaventosi, molti pericoli e molti passaggi angusti, finché non giunse direttamente al sentiero, che era pieno di rovi e abbastanza oscuro; allora sentì di essere finalmente al sicuro, e che ora non avrebbe potuto perdere la via. Chiunque debba pagarne il prezzo, egli non si fermerà finché non vedrà il pino che ombreggia la fonte e la pietra, e la tempesta di grandine, pioggia, tuoni e vento. Quella notte, potete esserne certi, ebbe l'alloggio che desiderava, poiché trovò il vavassore ancora più cortese e gentile di quanto gli fosse stato detto, e nella damigella scorse cento volte più senno e bellezza di quanto Calogrenant avesse raccontato, poiché non si può ripetere la somma delle qualità di una dama o di un uomo dabbene. Nel momento in cui un uomo del genere si dedica alla virtù, la sua storia non può essere riassunta o narrata, poiché nessuna lingua potrebbe stimare le imprese onorevoli di un tale gentiluomo. Il mio signore Yvain fu ben soddisfatto dell'eccellente alloggio che ebbe quella notte, e quando entrò nella radura il giorno seguente, incontrò i tori e il villano rozzo che gli indicò la strada da prendere. Ma più di cento volte si fece il segno della croce alla vista del mostro davanti a lui: come avesse potuto la Natura creare una creatura così orrenda e brutta. Poi si diresse verso la fonte, e vi trovò tutto ciò che desiderava vedere. Senza esitazione e senza sedersi, versò il bacino pieno d'acqua sulla pietra, quando subito cominciò a soffiare e a piovere, e fu causata una tempesta tale come era stata predetta. E quando Dio ebbe placato la tempesta, gli uccelli vennero a posarsi sul pino e cantarono i loro canti gioiosi al di sopra della perigliosa fonte. Ma prima che il loro giubilo fosse cessato, arrivò il cavaliere, più acceso d'ira di un ceppo ardente, e facendo tanto fracasso come se stesse inseguendo un cervo vigoroso. Non appena si scorsero, si precipitarono l'uno contro l'altro e mostrarono l'odio mortale che nutrivano. Ognuno portava una lancia rigida e robusta, con la quale sferrarono colpi così possenti da perforare gli scudi attorno ai colli e tagliare le maglie delle loro usberghi; le loro lance si scheggiarono e si piegarono, mentre i frammenti venivano scagliati in alto nell'aria. Poi ognuno attacca l'altro con la spada, e nella lotta tagliano via le cinghie degli scudi e riducono gli scudi a pezzi da cima a fondo, cosicché i brandelli penzolano, non servendo più da copertura o difesa; poiché li hanno fatti a pezzi in modo tale da far ricadere le lame scintillanti sui fianchi, sulle braccia e sulle anche. Feroce, davvero, è il loro assalto; eppure non si muovono dalla loro posizione più di quanto farebbero due blocchi di pietra. Mai vi furono due cavalieri così intenti alla morte l'uno dell'altro. Stanno attenti a non sprecare i loro colpi, ma li sferrano come meglio possono; colpiscono e piegano i loro elmi, e mandano in frantumi le maglie delle loro usberghi in modo tale da far uscire non poco sangue, poiché le usberghi sono così calde per il calore dei loro corpi che non servono quasi più di protezione che un mantello. Mentre spingono la punta della spada verso il volto, è meraviglioso che una lotta così feroce e amara duri così a lungo. Ma entrambi sono dotati di tale coraggio che nessuno dei due vorrebbe per nulla al mondo arretrare di un piede davanti al suo avversario finché non lo avesse ferito a morte. Eppure, sotto questo aspetto erano molto onorevoli nel non tentare né degnarsi di colpire o ferire i loro destrieri in alcun modo; ma sedevano a cavallo senza mettere piede a terra, il che rendeva il combattimento più elegante. Alla fine il mio signore Yvain fracassò l'elmo del cavaliere, che dal colpo rimase stordito e divenne così debole da svenire, non avendo mai ricevuto un colpo così crudele prima d'ora. Sotto il suo fazzoletto la testa era spaccata fino al cervello, cosicché le maglie del suo lucente usbergo erano macchiate dal cervello e dal sangue, tutto ciò gli causava un dolore così intenso che il suo cuore quasi cessò di battere. Aveva buona ragione allora di fuggire, poiché sentiva di avere una ferita mortale e che un'ulteriore resistenza non sarebbe servita a nulla. Con questo pensiero in mente, fuggì rapidamente verso la sua città, dove il ponte fu abbassato e il cancello rapidamente aperto per lui; nel frattempo il mio signore Yvain lo insegue subito al massimo della velocità. Come un falco pellegrino si avventa su una gru quando la vede levarsi da lontano, e poi le si avvicina così tanto da essere sul punto di afferrarla, eppure la manca, così fugge il cavaliere, con Yvain che lo incalza così da vicino da poter quasi gettargli il braccio attorno, e tuttavia non riesce a raggiungerlo del tutto, sebbene sia così vicino da poterlo sentire gemere per il dolore che prova. Mentre l'uno si sforza nella fuga, l'altro si affanna nell'inseguimento, temendo di aver sprecato i suoi sforzi se non lo prende vivo o morto; poiché ricorda ancora le parole derisorie che il mio signore Kay gli aveva rivolto. Non aveva ancora mantenuto la promessa fatta a suo cugino; né crederanno alla sua parola a meno che non ritorni con la prova. Il cavaliere lo guidò in un rapido inseguimento fino al cancello della sua città, dove entrarono; ma non trovando né uomo né donna nelle strade attraverso le quali passarono, cavalcarono entrambi velocemente finché non giunsero al cancello del palazzo.

Il cancello era molto alto e largo, tuttavia aveva un passaggio così stretto che due uomini o due cavalli potevano a stento entrare affiancati o passare senza intralcio o grande difficoltà; poiché era costruito proprio come una trappola che viene preparata per il ratto incline al malanno, e che ha una lama sopra pronta a cadere e colpire e catturare, e che viene improvvisamente rilasciata ogni volta che qualcosa, per quanto delicatamente, entra in contatto con la molla. Allo stesso modo, sotto il cancello c'erano due molle collegate a una saracinesca in alto, bordata di ferro e molto affilata. Se qualcosa calpestava questo congegno, il cancello scendeva dall'alto, e chiunque sotto fosse colpito dal cancello veniva catturato e fatto a pezzi. Proprio nel mezzo il passaggio giaceva stretto come se fosse un sentiero battuto. Proprio attraverso di esso il cavaliere si precipitò, con il mio signore Yvain che lo seguiva follemente, e così vicino a lui da tenerlo per l'arcione della sella dietro. Fu un bene per lui che fosse proteso in avanti, poiché se non fosse stato per questa fortuna sarebbe stato tagliato in due; poiché il suo cavallo calpestò la molla di legno che teneva la saracinesca in posizione. Come un diavolo infernale il cancello cadde giù, catturando la sella e le groppe del cavallo, che tagliò di netto. Ma, grazie a Dio, il mio signore Yvain fu solo leggermente toccato quando il cancello sfiorò la sua schiena così da vicino da tagliare entrambi i suoi speroni all'altezza dei talloni. E mentre egli cadeva così nello sgomento, l'altro con la sua ferita mortale gli sfuggì, come ora vedrete. Più avanti c'era un altro cancello proprio come quello che avevano appena superato; attraverso questo il cavaliere fece la sua fuga, e il cancello scese dietro di lui. Così il mio signore Yvain fu catturato, molto preoccupato e sconcertato mentre si ritrova rinchiuso in questo corridoio, che era tutto tempestato di chiodi dorati, e le cui pareti erano abilmente decorate con pitture preziose. Ma di nulla era così preoccupato come di non sapere cosa fosse accaduto al cavaliere. Mentre si trovava in questo luogo stretto, sentì aprire la porta di una piccola stanza adiacente, e ne uscì sola una bella e affascinante fanciulla che richiuse la porta dietro di sé. Quando trovò il mio signore Yvain, in principio fu assai sgomenta. "Certo, signor cavaliere," dice, "temo che siate giunto in un'ora funesta. Se siete visto qui, sarete fatto a pezzi. Poiché il mio signore è ferito a morte, e so che siete voi ad aver causato la sua fine. La mia signora è in tale stato di dolore, e la sua gente attorno a lei grida al punto che sono pronti a morire di rabbia; e, per di più, sanno che voi siete all'interno. Ma per ora il loro dolore è tale che non sono in grado di occuparsi di voi. Nel momento in cui verranno ad attaccarvi, non potranno mancare di uccidervi o catturarvi, a loro piacimento." E il mio signore Yvain le risponde: "Se Dio vorrà, non mi uccideranno mai, né cadrò nelle loro mani." "No," dice lei, "poiché farò quanto in mio potere per assistervi. Non è da uomo nutrire paura. Perciò vi considero un uomo di coraggio, quando non siete sgomento. E state certo che se potessi vi aiuterei e vi tratterei onorevolmente, come voi a vostra volta fareste per me. Una volta la mia signora mi mandò in missione alla corte del Re, e suppongo di non essere stata così esperta o cortese o così ben educata come una fanciulla dovrebbe essere; ad ogni modo, non c'era cavaliere lì che si degnasse di dirmi una parola eccetto voi solo che state qui ora; ma voi, nella vostra gentilezza, mi avete onorata e aiutata. Per l'onore che mi avete fatto allora, vi ripagherò ora. So bene quale sia il vostro nome, e vi ho riconosciuto subito: il vostro nome è il mio signore Yvain. Potete essere certo e sicuro che se seguirete il mio consiglio non sarete mai catturato o trattato male. Per favore prendete questo mio piccolo anello, che restituirete quando vi avrò liberato." Poi gli porse il piccolo anello e gli disse che il suo effetto era come quello della corteccia che copre il legno in modo che non possa essere visto; ma deve essere indossato in modo che la pietra sia all'interno del palmo; allora colui che indossa l'anello al dito non deve avere alcuna preoccupazione per nulla; poiché nessuno, per quanto acuti siano i suoi occhi, sarà in grado di vederlo più di quanto si possa vedere il legno coperto dalla corteccia esterna. Tutto ciò è gradito al mio signore Yvain. E quando gli ebbe detto questo, lo condusse a sedere su un divano coperto da una trapunta così ricca che il Duca d'Austria non ne aveva una simile, e gli disse che se desiderava qualcosa da mangiare glielo avrebbe portato; ed egli rispose che l'avrebbe fatto volentieri. Correndo velocemente nella camera, tornò poco dopo, portando un volatile arrosto e una focaccia, una tovaglia, un boccale pieno di buon vino d'uva coperto da una coppa bianca; tutto ciò gli offrì da mangiare. Ed egli, che aveva bisogno di cibo, mangiò e bevve molto volentieri.

Quando ebbe terminato il pasto, i cavalieri erano in fermento all'interno alla sua ricerca, desiderosi di vendicare il loro signore, che era già disteso sulla sua bara. Allora la damigella disse a Yvain: "Amico, sentite come tutti vi cercano? Si sta preparando un gran rumore e tumulto. Ma chiunque possa venire o andare, non muovetevi per nessun loro rumore, poiché non potranno mai scoprirvi se non vi spostate da questo divano. Presto vedrete questa stanza tutta piena di gente maldisposta e ostile, che penserà di trovarvi qui; e non dubito che porteranno il corpo qui prima dell'inumazione, e inizieranno a cercarvi sotto i sedili e i letti. Sarà divertente per un uomo che non ha paura vedere gente cercare così inutilmente, poiché saranno tutti così ciechi, così sconvolti e così fuorviati da essere fuori di sé dalla rabbia. Non posso dirvi altro per ora, poiché non oso indugiare oltre qui. Ma posso ringraziare Dio per avermi dato la possibilità e l'opportunità di compiere qualche servizio per compiacervi, come desideravo fare." Poi si voltò e se ne andò, e quando fu partita, tutta la folla si era riunita all'unisono da entrambe le parti verso i cancelli, armata di bastoni e spade. C'era una grande folla e una calca di gente ostile che spingeva attorno, quando scorsero davanti al cancello la metà del cavallo che era stato abbattuto. Allora si sentirono molto sicuri che, quando i cancelli fossero stati aperti, avrebbero trovato all'interno colui la cui vita desideravano togliere. Allora fecero sollevare quei cancelli che erano stati la morte di molti uomini. Ma poiché nessuna molla o trappola era stata tesa per il loro passaggio, entrarono tutti insieme. Poi trovarono sulla soglia l'altra metà del cavallo che era stato ucciso; ma nessuno di loro aveva occhi abbastanza acuti da vedere il mio signore Yvain, che avrebbero ucciso volentieri; ed egli li vide fuori di sé dalla rabbia e dalla furia, mentre dicevano: "Come può essere? Poiché non c'è porta o finestra qui attraverso la quale qualcosa possa scappare, a meno che non sia un uccello, uno scoiattolo, o una marmotta, o qualche altro animale ancora più piccolo; poiché le finestre sono sbarrate, e i cancelli sono stati chiusi non appena il mio signore è passato. Il corpo è qui dentro, morto o vivo, poiché non c'è segno di esso là fuori; possiamo vedere più della metà della sella qui dentro, ma di lui non vediamo nulla, eccetto gli speroni che sono caduti recisi dai suoi piedi. Ora cessiamo questo vano parlare, e cerchiamo in tutti questi angoli, poiché egli è certamente ancora qui dentro, altrimenti siamo tutti incantati, o gli spiriti maligni ce lo hanno sottratto." Così tutti, accesi dalla rabbia, lo cercarono per la stanza, battendo sulle pareti, sui letti e sui sedili. Ma il divano su cui giaceva fu risparmiato e mancato dai colpi, cosicché egli non fu colpito o toccato. Ma tutto attorno percossero abbastanza, e sollevarono un tumulto nella stanza con i loro bastoni, come un cieco che picchia mentre va attorno alla sua ricerca. Mentre frugavano sotto i letti e gli sgabelli, entrò una delle dame più belle che creatura terrena abbia mai visto. Non fu mai fatta parola o menzione di una dama cristiana così bella, e tuttavia era così folle di dolore che era sul punto di togliersi la vita. All'improvviso gridò con tutta la voce che aveva, e poi cadde prostrata in uno svenimento. E quando fu risollevata, iniziò a graffiarsi e a strapparsi i capelli, come una donna che avesse perso la ragione. Si strappa i capelli e lacera il suo vestito, e sviene a ogni passo che compie; né nulla può confortarla quando vede il suo sposo portato via senza vita nella bara; poiché la sua felicità è giunta al termine, e così levò il suo alto lamento. L'acqua santa, la croce e i ceri erano portati in anticipo dalle suore di un convento; poi vennero messali e turiboli e i sacerdoti, che pronunciano l'assoluzione finale richiesta per la misera anima.

Il mio signore Yvain udì le grida e il dolore che non si possono descrivere, poiché nessuno saprebbe descriverlo, né mai fu messo per iscritto in un libro. Il corteo passò, ma nel mezzo della stanza una gran folla si raccolse attorno alla bara, poiché il sangue caldo e fresco zampillava di nuovo dalla ferita del morto, e ciò stava a significare con certezza che l'uomo che aveva combattuto la battaglia e lo aveva ucciso e sconfitto era ancora sicuramente presente. Allora cercarono e perlustrarono ogni dove, e voltarono e misero a soqquadro ogni cosa, finché non furono tutti sudati per il turbamento e la calca provocati alla vista del sangue cremisi che scorreva. Allora il mio signore Yvain fu ben colpito e percosso là dove giaceva, ma non per questo si mosse affatto. E le genti divennero sempre più sconvolte a causa delle ferite che si riaprivano, e si meravigliavano del perché sanguinassero, senza sapere di chi fosse la colpa. E ciascuno diceva al suo vicino: «L'assassino è qui tra noi, eppure non lo vediamo, il che è oltremodo strano e misterioso». A questo la dama mostrò un dolore tale che attentò alla propria vita, e gridò come fuori di sé: «Dio onnipotente, dunque l'assassino non sarà trovato, il traditore che ha tolto la vita al mio buon signore? Buon? Sì, il migliore dei buoni, davvero! Vero Dio, sarà colpa Tua se lo lascerai fuggire così. Nessun altro uomo che Te dovrei biasimare per questo, che lo nascondi alla mia vista. Un prodigio simile non si è mai visto, né un'ingiustizia tale, come quella che fai a me nel non permettermi nemmeno di vedere l'uomo che deve essermi così vicino. Quando non posso vederlo, posso ben dire che qualche demone o spirito si è frapposto tra noi, così che io sia sotto un incantesimo. Oppure è un codardo e ha paura di me: deve essere un vile se prova timore di me, ed è un atto di codardia non mostrarsi al mio cospetto. Ah, tu spirito, codarda creatura! Perché hai così tanta paura di me, quando dinanzi al mio signore eri così valoroso? O cosa vuota ed elusiva, perché non posso averti in mio potere? Perché non posso metterti le mani addosso ora? Ma come poté mai accadere che tu uccidessi il mio signore, se non per tradimento? Certamente il mio signore non sarebbe mai stato sconfitto per mano tua se ti avesse visto faccia a faccia. Poiché né Dio né uomo conobbero mai il suo pari, né ve n'è alcuno simile a lui ora. Certamente, se tu fossi stato un uomo mortale, non avresti mai osato resistere al mio signore, poiché nessuno poteva paragonarsi a lui». Così la dama lotta con se stessa, e così si tormenta e si sfinisce. E la sua gente con lei, dal canto suo, mostra il massimo dolore possibile mentre porta via il corpo per la sepoltura. Dopo i loro lunghi sforzi e le ricerche, sono completamente esausti per l'indagine, e rinunciano per la stanchezza, dato che non riescono a trovare nessuno che sia in alcun modo colpevole. Le suore e i preti, avendo già terminato la funzione, erano tornati dalla chiesa ed erano andati alla sepoltura. Ma a tutto ciò la damigella nella sua camera non prestava attenzione. I suoi pensieri sono col mio signore Yvain, e, giungendo in fretta, gli disse: «Bel signore, questa gente vi ha cercato in forze. Hanno sollevato un gran tumulto qui, e hanno rovistato in tutti gli angoli più diligentemente di un cane da caccia che fruga per una pernice o una quaglia. Senza dubbio avete avuto paura». «In fede mia, avete ragione», dice lui: «Non ho mai pensato di avere così tanta paura. Eppure, se fosse possibile, guarderei volentieri da qualche finestra o apertura il corteo e il cadavere». Eppure non aveva alcun interesse né per il cadavere né per il corteo, poiché avrebbe visto volentieri bruciarli tutti, anche se gli fosse costato mille marchi. Mille marchi? Tremila, in verità, parola mia. Ma lo diceva per la dama della città, della quale voleva scorgere un lembo. Così la damigella lo collocò a una piccola finestra, e lo ricompensò al meglio che poté per l'onore che le aveva reso. Da questa finestra il mio signore Yvain scorge la bella dama, mentre dice: «Signore, Dio abbia pietà della vostra anima! Poiché mai, credo davvero, alcun cavaliere sedette in sella che fosse vostro pari sotto ogni aspetto. Nessun altro cavaliere, mio bel dolce signore, possedette mai il vostro onore o la vostra cortesia. La generosità era vostra amica e l'audacia vostra compagna. Possa la vostra anima riposare tra i santi, mio bel caro signore». Poi percuote e lacera tutto ciò su cui riesce a mettere le mani. Qualunque possa essere l'esito, è difficile per il mio signore Yvain trattenersi dal correre avanti per afferrarle le mani. Ma la damigella lo supplica e lo consiglia, e persino gli ordina con urgenza, sebbene con cortesia e gentilezza, di non compiere alcun atto avventato, dicendo: «State bene qui. Non muovetevi per alcuna ragione finché questo dolore non si sarà placato; lasciate che tutta questa gente se ne vada, come faranno tra poco. Se agite come vi consiglio, secondo il mio parere, un grande vantaggio potrebbe venirvene. Sarà meglio per voi rimanere seduti qui, e guardare le genti dentro e fuori mentre passano lungo la via senza che vi vedano. Ma badate a non parlare in modo violento, poiché ritengo quell'uomo più imprudente che coraggioso, chi si spinge troppo oltre e perde il proprio autocontrollo e commette qualche atto di violenza nel momento in cui ne ha il tempo e l'occasione. Quindi, se nutrite qualche pensiero avventato, guardatevi dal proferirlo. L'uomo saggio nasconde il suo pensiero imprudente e opera rettitudine se può. Perciò saggiamente fate bene attenzione a non rischiare la testa, per la quale non accetterebbero alcun riscatto. Siate riguardoso verso voi stesso e ricordate il mio consiglio. State certo finché non sarò tornata, poiché non oso trattenermi oltre ora. Temo che potrei restare così a lungo che sospetterebbero di me quando non mi vedessero tra la folla, e allora ne soffrirei le conseguenze».

Poi lei se ne va, ed egli rimane, non sapendo come comportarsi. È riluttante a vederli seppellire il cadavere senza che lui abbia ottenuto alcunché da riportare indietro come prova di averlo sconfitto e ucciso. Se non ha prove o testimonianze sarà tenuto in disprezzo, poiché Kay è così meschino e ostinato, così incline alla derisione e così fastidioso, che non riuscirebbe mai a convincerlo. Andrebbe in giro per sempre a insultarlo, lanciandogli le sue beffe e i suoi scherni come fece l'altro giorno. Questi scherni sono ancora freschi e brucianti nel suo cuore. Ma con il suo zucchero e il suo miele un nuovo Amore ora lo inteneriva; era stato a caccia sulle sue terre e aveva radunato la sua preda. La sua nemica gli porta via il cuore, ed egli ama la creatura che più lo odia. La dama, del tutto ignara, ha ben vendicato la morte del suo signore. Si è assicurata una vendetta maggiore di quanto avrebbe mai potuto fare se non fosse stata aiutata dall'Amore, che lo assale così dolcemente da ferirgli il cuore attraverso gli occhi. E questa ferita è più duratura di qualsiasi altra inflitta da lancia o spada. Un colpo di spada è curato e guarito immediatamente non appena un medico se ne occupa, ma la ferita d'amore è peggiore quando è più vicina al suo medico. Questa è la ferita del mio signore Yvain, dalla quale non guarirà mai più, poiché l'Amore si è installato con lui. Abbandona e si allontana dai luoghi che era solito frequentare. Non si cura di alcun alloggio o locandiere se non di questo, ed è molto saggio nel lasciare un misero luogo di riposo per recarsi da lui. Per dedicarsi completamente a lui, non avrà altro alloggio, sebbene spesso sia solito cercare umili osterie. È una vergogna che l'Amore debba comportarsi così vilmente da scegliere l'alloggio più meschino tanto prontamente quanto il migliore. Ma ora è giunto dove è benvenuto, e dove sarà trattato onorevolmente, e dove farà bene a restare. Questo è il modo in cui l'Amore dovrebbe agire, essendo una creatura così nobile che è meraviglioso come osi scendere vergognosamente a così basso stato. È come colui che sparge il suo balsamo sulla cenere e sulla polvere, che mescola zucchero con fiele e sego con miele. Tuttavia, non agì così questa volta, ma piuttosto si alloggiò in un luogo nobile, per il che nessuno può rimproverarlo. Quando il morto fu sepolto, tutta la gente si disperse, non lasciando né chierici né cavalieri né dame, eccetto solo lei che non fa segreto del suo dolore. Lei sola rimane indietro, spesso stringendosi la gola, torcendosi le mani e battendosi i palmi, mentre legge i suoi salmi nel suo salterio dalle lettere dorate. Per tutto questo tempo il mio signore Yvain è alla finestra a fissarla, e più la guarda più la ama ed è soggiogato da lei. Avrebbe desiderato che lei cessasse di piangere e leggere, e che si sentisse incline a conversare con lui. L'Amore, che lo colse alla finestra, lo riempì di questo desiderio. Ma dispera di realizzare il suo desiderio, poiché non può immaginare o credere che esso possa essere esaudito. Così dice: «Posso considerarmi uno sciocco a desiderare ciò che non posso avere. Era il suo signore colui che ho ferito a morte, eppure penso di potermi riconciliare con lei? In fede mia, tali pensieri sono follia, poiché al momento ha buone ragioni per odiarmi più amaramente di ogni altra cosa. Dico bene 'al momento', poiché una donna ha più di una mente. Quella mente in cui si trova proprio ora confido che cambierà presto; anzi, la cambierà certamente, e sono folle a disperare così. Dio voglia che cambi presto! Poiché sono condannato a essere il suo schiavo, dato che tale è la volontà dell'Amore. Chiunque non accoglie l'Amore con gioia, quando viene da lui, commette tradimento e fellonia. Ammetto (e chiunque voglia, presti attenzione a ciò che dico) che costui non merita alcuna felicità o gioia. Ma se perdo, non sarà per una tale ragione; piuttosto amerò la mia nemica. Poiché non dovrei provare alcun odio per lei a meno che io non voglia tradire l'Amore. Devo amare secondo il desiderio dell'Amore. E dovrebbe lei considerarmi un amico? Sì, certamente, dato che è lei che amo. E la chiamo mia nemica, poiché mi odia, sebbene con buone ragioni, poiché ho ucciso l'oggetto del suo amore. Dunque, sono io suo nemico? Certamente no, ma il suo vero amico, poiché non ho mai amato nessuno prima. Mi addoloro per le sue belle ciocche, che superano l'oro nel loro splendore; provo i morsi dell'angoscia e del tormento quando vedo che le strappa e le taglia, né potranno mai asciugarsi le sue lacrime che vedo cadere dai suoi occhi; da tutte queste cose sono angosciato. Sebbene siano pieni di incessanti, fluenti lacrime, tuttavia mai vi furono occhi così incantevoli. La vista del suo pianto mi causa agonia, ma nulla mi addolora tanto quanto la vista del suo volto, che lei lacera senza che abbia meritato tale trattamento. Non ho mai visto un volto così perfettamente formato, né così fresco e delicatamente colorato. E poi mi ha trafitto il cuore vederla stringersi la gola. Certamente, è fin troppo vero che sta facendo il peggio che può. E tuttavia nessun cristallo né alcuno specchio è così luminoso e liscio. Dio! perché è così posseduta, e perché non si risparmia? Perché torce le sue belle mani e batte e strappa il suo petto? Non sarebbe meravigliosamente bella da guardare quando è in umore felice, visto che è così bella nel suo dispiacere? Certamente sì, posso giurarlo. Mai prima in un'opera di bellezza la Natura è stata in grado di superare se stessa, poiché sono certo che è andata oltre i limiti di qualsiasi tentativo precedente. Come poté mai accadere dunque? Da dove venne una bellezza così meravigliosa? Dio deve averla fatta con la Sua mano nuda affinché la Natura potesse riposare da ulteriore fatica. Se dovesse provare a farne una replica, potrebbe sprecare il suo tempo invano senza riuscire nel suo compito. Persino Dio stesso, se dovesse provare, non riuscirebbe, credo, a farne mai un'altra simile, qualunque sforzo potesse profondere».

Così il mio signore Yvain considera colei che è spezzata dal suo dolore, e suppongo che non accadrebbe mai più che un uomo in prigione, come il mio signore Yvain nel timore per la sua vita, sarebbe mai così follemente innamorato da non fare alcuna richiesta per proprio conto, quando forse nessun altro parlerà per lui. Restò alla finestra finché non vide la dama andare via, e entrambe le saracinesche furono abbassate di nuovo. Un altro si sarebbe addolorato per questo, chi preferirebbe una fuga libera al trattenersi più a lungo dove si trovava. Ma per lui è del tutto indifferente che siano chiuse o aperte. Se fossero aperte certamente non se ne andrebbe, no, anche se la dama gli desse il permesso e lo perdonasse liberamente per la morte del suo signore. Poiché è trattenuto dall'Amore e dalla Vergogna che si ergono davanti a lui da entrambi i lati: si vergogna ad andarsene, poiché nessuno crederebbe al successo della sua impresa; d'altro canto, ha un desiderio così forte di vedere almeno la dama, se non può ottenere alcun altro favore, che si cura poco della sua prigionia. Preferirebbe morire piuttosto che andarsene. E ora la damigella ritorna, desiderando tenergli compagnia con il suo conforto e la sua allegria, e andare a prendere per lui tutto ciò che possa desiderare. Ma lo trovò pensieroso e del tutto consumato dall'amore che si era impadronito di lui; al che gli si rivolse così: «Mio signore Yvain, che tipo di momento avete passato oggi?» «Sono stato piacevolmente occupato», fu la sua risposta. «Piacevolmente? In nome di Dio, è la verità? Cosa? Come può qualcuno divertirsi vedendo che viene cacciato a morte, a meno che non la corteggi e la desideri?» «In verità», dice lui, «mia gentile amica, non vorrei affatto morire; eppure, come Dio mi vede, sono stato compiaciuto, sono compiaciuto ora, e sempre sarò compiaciuto da ciò che ho visto». «Bene, non parliamo più di questo», risponde lei, «poiché posso capire abbastanza bene quale sia il significato di tali parole. Non sono così sciocca o inesperta da non poter comprendere tali parole come quelle; ma venite ora dietro di me, poiché troverò qualche mezzo rapido per liberarvi dalla vostra prigionia. Vi libererò sicuramente stasera o domani, se vi aggrada. Venite ora, vi condurrò via». E lui risponde così: «Potete star certa che non fuggirò mai segretamente e come un ladro. Quando la gente è tutta raccolta là fuori per le strade, posso uscire più onorevolmente di quanto farei furtivamente». Poi la seguì nella piccola stanza. La damigella, che era gentile, gli procurò e gli concesse tutto ciò che desiderava. E quando si presentò l'occasione, si ricordò di ciò che le aveva detto, di come fosse stato compiaciuto da ciò che aveva visto quando lo stavano cercando nella stanza con l'intento di ucciderlo.

La damigella godeva di tale favore presso la sua dama da non aver timore di dirle nulla, indipendentemente dalle conseguenze, poiché era la sua confidente e compagna. Allora, perché avrebbe dovuto essere restia nel confortare la sua dama e nel darle consigli che dovessero ridondare a suo onore? La prima volta le disse in privato: «Mia signora, mi meraviglio grandemente nel vedervi agire così stravagantemente. Pensate di poter recuperare il vostro signore abbandonandovi così al vostro dolore?» «No, piuttosto, se avessi il mio desiderio», dice lei, «sarei ora morta di dolore». «E perché?» «Per seguirlo». «Seguirlo? Dio non voglia, e vi dia di nuovo un signore altrettanto buono, come è conforme alla Sua potenza». «Tu non dicesti mai una menzogna grande come quella, poiché Egli non potrebbe mai ridarmi un signore così buono». «Egli viene a darvene uno migliore, se voi lo accetterete, e posso provarlo». «Vattene! Pace! Non ne troverò mai uno simile». «Davvero lo troverete, mia signora, se acconsentirete. Ditemi solo, se volete, chi difenderà la vostra terra quando Re Artù arriverà la prossima settimana ai margini della fonte? Siete già stata informata di questo tramite lettere inviatevi dalla Dameisele Sauvage. Ahimè, che gentile servizio ha fatto per voi! dovreste pensare a come difenderete la vostra fonte, eppure non cessate di piangere! Se vi aggrada, mia cara signora, non dovreste indugiare. Poiché certamente, tutti i cavalieri che avete non valgono, come ben sapete, nemmeno quanto una singola ancella. Né scudo né lancia saranno mai presi in mano dal migliore di loro. Avete un sacco di servitori codardi, ma non c'è uno solo di loro abbastanza coraggioso da osare montare un destriero. E il Re sta venendo con un tale esercito che la sua vittoria sarà inevitabile». La dama, riflettendo, sa molto bene che le sta dando un consiglio sincero, ma è irragionevole sotto un aspetto, così come lo sono altre donne che sono, quasi senza eccezione, colpevoli della propria follia, e rifiutano di accettare ciò che realmente desiderano. «Vattene», dice; «lasciami sola. Se mai ti sentissi parlare ancora di questo ti andrà male, a meno che tu non fugga. Mi stanchi con le tue parole oziose». «Molto bene, mia signora», dice lei; «che voi siate una donna è evidente, poiché la donna si adira quando sente qualcuno darle un buon consiglio».

Poi lei se ne andò e la lasciò sola. E la signora rifletteva sul fatto di aver sbagliato. Sarebbe stata molto lieta di sapere come la damigella potesse mai provare che sarebbe stato possibile trovare un cavaliere migliore di quanto non fosse mai stato il suo signore. Sarebbe stata molto lieta di sentirla parlare, ma ora glielo ha proibito. Con questo desiderio in mente, attese finché lei non tornò. Ma l'avvertimento non servì a nulla, poiché lei prese subito a dirle: «Mia signora, è decoroso che vi tormentiate così col dolore? Per l'amor di Dio ora controllatevi, e per vergogna, almeno, cessate il vostro lamento. Non conviene che una così gran dama protragga il suo dolore così a lungo. Ricordate il vostro onorevole stato e la vostra nobilissima nascita! Pensate che ogni virtù sia cessata con la morte del vostro signore? Ci sono al mondo cento uomini tanto buoni o migliori». «Che Dio mi confonda, se tu non menti! Fammi solo il nome di uno che sia reputato eccellente quanto lo fu il mio signore per tutta la vita». «Se lo facessi vi arrabbiereste con me, andreste su tutte le furie e mi stimereste meno». «No, non lo farò, te lo assicuro». «Allora che sia tutto per il vostro futuro benessere se solo voleste acconsentire, e che Dio inclini così il vostro volere! Non vedo motivo di tacere, poiché nessuno ascolta o bada a ciò che diciamo. Senza dubbio penserete che io sia sfacciata, ma dirò liberamente ciò che penso. Quando due cavalieri si sono incontrati in una zuffa d'armi e quando uno ha battuto l'altro, quale dei due pensate sia il migliore? Per parte mia, aggiudico il premio al vincitore. Ora, cosa ne pensate?». «Mi sembra che tu mi stia tendendo una trappola e voglia prendermi in parola». «In fede mia, potete star certa che io sono nel giusto, e posso provarvi inconfutabilmente che colui che ha sconfitto il vostro signore è migliore di lui stesso. Lo ha battuto e perseguitato valorosamente finché non lo ha imprigionato in casa sua». «Ora», ella risponde, «ascolto la più grande sciocchezza che sia mai stata proferita. Vattene, spirito carico di male! Vattene, ragazza sciocca e fastidiosa! Mai più proferire tali parole oziose, e non venire mai più al mio cospetto a parlare una parola in suo favore!». «Davvero, mia signora, sapevo bene che non avrei ricevuto alcun ringraziamento da voi, e l'ho detto prima di parlare. Ma voi mi avevate promesso che non vi sareste dispiaciuta, e che non vi sareste adirata con me per questo. Ma voi avete mancato di mantenere la promessa, e ora, com'è andata a finire, avete scaricato la vostra ira su di me, e io ho perso per non aver taciuto».

Dopodiché lei torna nella stanza dove il mio signore Yvain sta attendendo, comodamente custodito dalla sua vigilanza. Ma lui è a disagio quando non può vedere la signora, e non presta attenzione, e non ascolta parola del rapporto che la damigella gli porta. Anche la signora è in grande perplessità per tutta la notte, preoccupata di come dovrà difendere la fonte; e comincia a pentirsi del suo agire verso la damigella, che aveva biasimato, insultato e trattato con disprezzo. Si sente ben sicura e certa che non per alcuna ricompensa o tangente, né per alcun affetto che possa nutrire per lui, la fanciulla lo avrebbe mai menzionato; e che lei deve volerle bene più di lui, e che mai le darebbe un consiglio che le arrechi vergogna o imbarazzo: la fanciulla è un'amica troppo leale per questo. Così, ecco! La signora è completamente cambiata: teme ora che colei a cui aveva parlato duramente non la amerà mai più devotamente; e colui che aveva respinto, ora lealmente e con buona ragione perdona, vedendo che non le aveva fatto alcun torto. Così argomenta come se lui fosse lì al suo cospetto, e così inizia la sua arringa: «Vieni», dice, «puoi negare che il mio signore sia stato ucciso da te?». «Questo», dice lui, «non posso negarlo. In verità, lo ammetto pienamente». «Dimmi, dunque, la ragione del tuo gesto. Lo hai fatto per ferirmi, spinto dall'odio o dal dispetto?». «Che la morte non mi risparmi ora, se l'ho fatto per ferirvi». «In tal caso, non mi hai fatto alcun torto, né sei colpevole di alcunché verso di lui. Perché lui ti avrebbe ucciso, se avesse potuto. Così mi sembra di aver deciso bene e rettamente». Così, con le sue stesse argomentazioni, riesce a scoprire giustizia, ragione e buon senso, come non vi sia motivo di odiarlo; così plasma la faccenda per conformarla al suo desiderio, e con i suoi stessi sforzi accende il suo amore, come un cespuglio che fuma solo con la fiamma sotto, finché qualcuno non soffia o lo ravviva. Se la damigella entrasse ora, vincerebbe la disputa per la quale era stata così rimproverata, e dalla quale era stata così ferita. E l'indomani mattina, infatti, apparve di nuovo, riprendendo l'argomento da dove lo aveva lasciato. Nel frattempo, la signora chinò il capo, sapendo di aver sbagliato ad aggredirla. Ma ora è ansiosa di rimediare, e di informarsi circa il nome, il carattere e la stirpe del cavaliere: così saggiamente si umilia, e dice: «Voglio chiedervi perdono per le parole offensive di orgoglio che nella mia rabbia vi ho rivolto: seguirò il vostro consiglio. Dunque ditemi ora, se possibile, del cavaliere di cui mi avete parlato così tanto: che razza d'uomo è, e di che discendenza? Se è adatto a diventare il mio compagno, e a patto che sia così disposto, vi prometto di farlo mio marito e signore del mio dominio. Ma dovrà agire in modo tale che nessuno possa rimproverarmi dicendo: "Questa è colei che ha preso colui che ha ucciso il suo signore"». «In nome di Dio, signora, così sarà. Avrete il più gentile, nobile e bello tra i signori che siano mai appartenuti alla stirpe di Abele». «Qual è il suo nome?». «Il mio signore Yvain». «In parola mia, se è il figlio di re Urien, non è di bassa nascita, ma molto nobile, come ben so». «Davvero, mia signora, dite il vero». «E quando potremo vederlo?». «Tra cinque giorni». «Sarebbe troppo lungo; perché vorrei che fosse già arrivato. Che venga stanotte, o domani, al più tardi». «Mia signora, penso che nessuno possa volare così lontano in un solo giorno. Ma manderò uno dei miei scudieri che sa correre veloce, e che raggiungerà la corte di re Artù almeno entro domani sera, penso; quello è il luogo in cui dobbiamo cercarlo». «È un tempo molto lungo. I giorni sono lunghi. Ma digli che domani sera deve essere di ritorno qui, e che deve fare più in fretta del solito. Se solo farà del suo meglio, può compiere due giorni di viaggio in uno. Inoltre, stanotte la luna splenderà; che trasformi dunque la notte in giorno. E quando tornerà gli darò tutto ciò che desidera che io gli dia». «Lasciate ogni preoccupazione a me; perché lo avrete tra le mani dopodomani al più tardi. Nel frattempo convocherete i vostri uomini e conferirete con loro circa l'imminente visita del Re. Per compiere la consueta difesa della vostra fonte vi conviene consultare loro. Nessuno di loro sarà così ardito da osare vantarsi di presentarsi. In quel caso avrete una buona scusa per dire che vi conviene risposarvi. Un certo cavaliere, altamente qualificato, cerca la vostra mano; ma non osate accettarlo senza il loro consenso unanime. E garantisco quale sarà l'esito: so che sono tutti così codardi che, per caricare su qualcun altro il fardello che sarebbe troppo pesante per loro, cadranno ai vostri piedi e vi esprimeranno la loro gratitudine; perché così la loro responsabilità avrà fine. Perché, chiunque tema la propria ombra evita volentieri, se possibile, ogni incontro con lancia o spada; per tali giochi un codardo non ha alcuno scopo». «In parola mia», risponde la signora, «così vorrei che fosse, e così acconsento, avendo già concepito il piano che avete espresso; dunque è questo che faremo. Ma perché indugiate qui? Andate, senza indugio, e prendete provvedimenti per portarlo qui, mentre io convocherò i miei vassalli». Così si concluse la loro conferenza. E la damigella finge di mandare a cercare il mio signore Yvain nel suo paese; mentre ogni giorno lo fa lavare, pulire e strigliare. E oltre a ciò gli prepara una veste di stoffa scarlatta rossa, nuova di zecca e foderata di pelliccia maculata. Non c'è nulla di necessario per il suo equipaggiamento che lei non gli presti: una fibbia d'oro per il collo, ornata di pietre preziose che fanno apparire bene le persone, una cintura e una borsa fatta di ricco broccato d'oro. Lo equipaggiò perfettamente, poi informò la sua signora che il messaggero era tornato, avendo fatto bene la sua commissione. «Com'è possibile?», dice lei, «è qui? Allora che venga subito, segretamente e privatamente, mentre nessuno è qui con me. Fate in modo che nessun altro entri, perché odierei vedere una quarta persona qui». A ciò la damigella andò via, e tornò dal suo ospite. Tuttavia, il suo volto non rivelava la gioia che aveva nel cuore; anzi, disse che la sua signora sapeva che lei lo aveva ospitato, ed era molto adirata con lei. «Un ulteriore occultamento è inutile ora. La notizia su di voi è stata così divulgata che la mia signora conosce l'intera storia ed è molto arrabbiata con me, coprendomi di biasimo e rimproveri. Ma mi ha dato la sua parola che posso condurvi al suo cospetto senza alcun danno o pericolo. Presumo che non avrete nulla in contrario a questo, tranne che per una condizione (perché non devo dissimulare la verità, o sarei ingiusta verso di voi): desidera avervi sotto il suo controllo, e desidera un possesso del vostro corpo così completo che persino il vostro cuore non sia libero». «Certamente», disse lui, «acconsento prontamente a ciò che non sarà un peso per me. Sono disposto a essere suo prigioniero». «Così sarà: lo giuro su questa mano destra posata su di voi! Ora venite e, su mio consiglio, comportatevi così umilmente al suo cospetto che la vostra prigionia non sia penosa. Altrimenti non nutrite alcuna preoccupazione. Non credo che la vostra restrizione sarà fastidiosa». Poi la damigella lo conduce via, ora allarmandolo, ora rassicurandolo, e parlandogli misteriosamente della prigionia in cui si troverà; perché ogni amante è un prigioniero. Ha ragione a chiamarlo prigioniero; perché sicuramente chiunque ami non è più libero.

Prendendo il mio signore Yvain per mano, la damigella lo conduce dove sarà teneramente amato; ma aspettandosi di essere mal accolto, non è strano se ha paura. Trovarono la signora seduta su un cuscino rosso. Vi assicuro che il mio signore Yvain era terrorizzato nell'entrare nella stanza, dove trovò la signora che non gli rivolse parola. A ciò ebbe ancora più paura, sopraffatto dal timore al pensiero di essere stato tradito. Rimase lì da una parte così a lungo che la damigella alla fine prese la parola e disse: «Cinquecento maledizioni sul capo di colui che porta nella camera di una bella dama un cavaliere che non vuole avvicinarsi, e che non ha né lingua né bocca né senno per presentarsi». Dopodiché, prendendolo per il braccio, lo spinse avanti con le parole: «Vieni, fatti avanti, cavaliere, e non aver paura che la mia signora ti morda; ma cerca la sua benevolenza e offrile la tua. Mi unirò a te nella tua preghiera affinché lei ti perdoni per la morte del suo signore, Esclados il Rosso». Allora il mio signore Yvain giunse le mani, e cadendo in ginocchio, parlò come un amante con queste parole: «Non implorerò il vostro perdono, signora, ma piuttosto vi ringrazierò per qualsiasi trattamento vorrete infliggermi, sapendo che nessun vostro atto potrebbe mai essermi sgradito». «È così, signore? E se pensassi di uccidervi ora?». «Mia signora, se vi piace, non mi sentirete mai parlare altrimenti». «Non ho mai sentito una cosa simile: che vi mettiate volontariamente e assolutamente in mio potere, senza la coercizione di nessuno». «Mia signora, non c'è forza così forte, in verità, come quella che mi comanda di conformarmi assolutamente al vostro desiderio. Non temo di eseguire alcun ordine che vi piaccia darmi. E se potessi espiare la morte, che è avvenuta senza alcuna colpa mia, lo farei volentieri». «Cosa?», dice lei, «venite a dirmi ora e siate perdonato, se non avete fatto alcun torto nell'uccidere il mio signore?». «Signora», dice lui, «se posso dirlo, quando il vostro signore mi ha attaccato, perché avrei sbagliato a difendermi? Quando un uomo per autodifesa ne uccide un altro che sta cercando di ucciderlo o catturarlo, ditemi se in qualche modo è da biasimare». «No, se la si guarda rettamente. E suppongo che non sarebbe servito a nulla, se vi avessi fatto mettere a morte. Ma sarei lieta di apprendere donde deriviate la forza che vi impone di acconsentire senza discutere a tutto ciò che il mio volere potrà dettare. Vi perdono tutte le vostre malefatte e i vostri crimini. Ma sedetevi, e diteci ora qual è la causa della vostra docilità?». «Mia signora», dice, «la forza che mi spinge viene dal mio cuore, che è inclinato verso di voi. Il mio cuore mi ha fissato in questo desiderio». «E cosa ha spinto il vostro cuore, mio bel dolce amico?». «Signora, i miei occhi». «E cosa gli occhi?». «La grande bellezza che vedo in voi». «E dov'è la colpa della bellezza in questo?». «Signora, in questo: che mi fa amare». «Amare? E chi?». «Voi, mia signora cara». «Io?». «Sì, davvero». «Davvero? E com'è possibile?». «A tal punto che il mio cuore non si muove da voi, né si trova altrove; a tal punto che non posso pensare a nient'altro, e mi arrendo completamente a voi, che amo più di quanto io ami me stesso, e per la quale, se volete, sono ugualmente pronto a morire o a vivere». «E osereste intraprendere la difesa della mia fonte per amore mio?». «Sì, mia signora, contro il mondo». «Allora sappiate che la nostra pace è fatta».

Così si riconciliano rapidamente. E la signora, avendo precedentemente consultato i suoi signori, dice: «Proseguiremo da qui verso la sala dove sono riuniti i miei uomini, i quali, in vista dell'evidente necessità, mi hanno consigliato e suggerito di prendere marito su loro richiesta. E così farò, in vista dell'urgente bisogno: qui e ora mi do a voi; perché non dovrei rifiutarmi di accettare come signore, un così buon cavaliere e figlio di un re».

Or dunque la damigella ha ottenuto esattamente ciò che desiderava. E la maestria di messer Yvain è più completa di quanto si possa narrare o descrivere; poiché la signora lo conduce verso la sala, che era piena dei suoi cavalieri e uomini d'arme. E messer Yvain era così avvenente che tutti si meravigliavano nel guardarlo, e tutti, levatisi in piedi, salutano e s'inchinano a messer Yvain, indovinando bene nel farlo: «È costui quello che la mia signora sceglierà. Maledetto chi si oppone a lui! Poiché sembra un uomo meravigliosamente nobile. Di certo, l'imperatrice di Roma sarebbe ben maritata con un uomo simile. Volesse il cielo che avesse già dato la sua parola a lei, e lei a lui, con mani intrecciate, e che le nozze potessero aver luogo oggi o domani». Così parlavano tra loro. In fondo alla sala c'era un seggio, e ivi, alla vista di tutti, la signora prese posto. E messer Yvain fece per sedersi ai suoi piedi; ma ella lo rialzò, e ordinò al siniscalco di parlare ad alta voce, affinché il suo dire fosse udito da tutti. Allora il siniscalco prese a dire, non essendo né ostinato né lento nel parlare: «Miei signori», disse, «ci troviamo di fronte alla guerra. Ogni giorno il Re si prepara con tutta la fretta che può comandare per venire a devastare le nostre terre. Prima che sia trascorsa una quindicina, tutto sarà messo a ferro e fuoco, a meno che non appaia un valoroso difensore. Quando la mia signora si maritò la prima volta, non ancora sette anni fa, lo fece su vostro consiglio. Ora il suo sposo è morto, ed ella ne è addolorata. Sei piedi di terra è tutto ciò che ha colui che un tempo possedeva tutta questa terra, e che ne era davvero l'ornamento. È un peccato che sia vissuto così poco. Una donna non può portare lo scudo, né sa combattere con la lancia. L'esalterebbe e la nobiliterebbe di nuovo se si maritasse con un degno signore. Mai vi fu bisogno maggiore di questo; consigliate tutti voi ch'ella prenda uno sposo, prima che la consuetudine che in questa città si è osservata per più di sessant'anni venga meno». A ciò, tutti d'un tratto proclamano che sembra loro la cosa giusta da farsi, e tutti si gettano ai suoi piedi. Rafforzano il suo desiderio con il loro consenso; tuttavia ella esita a dichiarare i propri voleri finché, quasi controvoglia, finalmente parla con il medesimo intento con cui avrebbe fatto, in verità, anche se ognuno si fosse opposto al suo desiderio: «Miei signori, poiché è vostro desiderio, questo cavaliere che siede accanto a me mi ha corteggiato e ardentemente ha cercato la mia mano. Egli desidera impegnarsi nella difesa dei miei diritti e al mio servizio, per il che lo ringrazio di cuore, come fate anche voi. È vero, non l'ho mai conosciuto di persona, ma ho udito spesso il suo nome. Sappiate che non è uomo da meno del figlio di re Urien. Oltre alla sua illustre stirpe, è così prode, cortese e saggio che nessuno ha motivo di denigrarlo. Avete tutti già udito, suppongo, di messer Yvain, ed è lui che cerca la mia mano. Quando il matrimonio sarà consumato, avrò un signore più nobile di quanto meriti». Tutti dicono: «Se siete prudente, questo stesso giorno non passerà senza che il matrimonio sia solennizzato. Poiché è follia posporre di un'ora sola un atto vantaggioso». La supplicano così insistentemente che ella acconsente a ciò che avrebbe fatto in ogni caso. Poiché Amore le impone di fare ciò per cui chiede consiglio e parere; ma per lui c'è più onore nell'essere accettato con l'approvazione dei suoi uomini. A lei le loro preghiere non sono sgradite; piuttosto esse scuotono e incitano il suo cuore a seguire il proprio corso. Il cavallo, già lanciato, va ancor più veloce quando viene spronato. Alla presenza di tutti i suoi signori, la signora si dona a messer Yvain. Dalle mani del suo cappellano egli ricevette la signora, Laudine de Landuc, figlia del duca Laudunet, di cui cantano un lai. Quel giorno stesso, senza indugio, la sposò, e le nozze furono celebrate. Vi erano abbondanza di mitrie e pastorali, poiché la signora aveva convocato i suoi vescovi e abati. Grande fu la gioia e il tripudio, vi era molta gente, e molta ricchezza fu mostrata — più di quanto potrei dirvi, se vi dedicassi molto pensiero. È meglio tacere che essere inadeguati. Così messer Yvain è ora signore, e il morto è del tutto dimenticato. Chi lo uccise è ora sposato con la sua sposa, e godono dei diritti matrimoniali. Il popolo ama e stima il suo signore vivente più di quanto abbiano mai fatto con il morto. Lo servirono bene durante il banchetto nuziale, fino alla vigilia del giorno in cui il Re venne a visitare la meravigliosa fonte e la sua pietra, portando con sé in questa spedizione i suoi compagni e tutti coloro della sua casa; nessuno fu lasciato indietro. E messer Kay osservò: «Ah, che ne è ora di Yvain, che dopo il pasto si vantava di voler vendicare l'onta di suo cugino? Evidentemente parlava da ubriaco. Credo che sia scappato. Non oserebbe tornare per nulla al mondo. È stato molto presuntuoso a fare un simile vanto. È un uomo audace colui che osa vantarsi di ciò per cui nessuno lo loderebbe, e che non ha altra prova delle sue grandi imprese se non le parole di qualche falso adulatore. Vi è una grande differenza tra un codardo e un eroe; poiché il codardo seduto accanto al fuoco parla ad alta voce di se stesso, tenendo tutti gli altri per sciocchi, e pensando che nessuno conosca il suo vero carattere. Un eroe sarebbe addolorato nell'udire la propria prodezza raccontata da qualcun altro. Eppure sostengo che il codardo non faccia male a lodarsi e vantarsi, poiché non troverà nessun altro a mentire per lui. Se non si vanta delle sue imprese, chi lo farà? Tutti passano oltre in silenzio, persino gli araldi, che proclamano i prodi, ma scartano i codardi». Quando messer Kay ebbe parlato così, messer Gawain diede questa risposta: «Messer Kay, abbiate un po' di misericordia ora! Poiché messer Yvain non è qui, non sapete quale faccenda lo occupi. In verità, non si è mai abbassato a parlar male di voi, paragonato alle cose graziose che ha detto». «Sire», dice Kay, «starò in silenzio. Non dirò un'altra parola oggi, poiché vedo che siete offeso dal mio dire». Allora il Re, per vedere la pioggia, versò un intero bacile d'acqua sulla pietra sotto il pino, e subito la pioggia cominciò a scrosciare. Non passò molto che messer Yvain, senza indugio, entrò nella foresta armato di tutto punto, cavalcando più veloce di un galoppo su un grande destriero lucente, forte, intrepido e veloce di piede. E fu desiderio di messer Kay chiedere il primo scontro. Poiché, qualunque fosse l'esito, desiderava sempre iniziare il combattimento e giostrare per primo, altrimenti si sarebbe molto adirato. Davanti a tutti gli altri, chiese al Re di permettergli di combattere per primo. Il Re dice: «Kay, poiché è vostro desiderio, e poiché siete il primo a farne richiesta, il favore non dovrebbe esservi negato». Kay lo ringrazia per primo, poi monta sul suo destriero. Se ora messer Yvain può infliggergli una lieve disgrazia, sarà ben lieto di farlo; poiché lo riconosce dalle sue armi. Ciascuno afferrando lo scudo per le cinghie, si scagliano l'uno contro l'altro. Spronando i destrieri, abbassano le lance, che tengono saldamente impugnate. Poi le spingono in avanti un poco, così da afferrarle per le impugnature rivestite di cuoio, e così che, quando giunsero all'impatto, furono in grado di sferrare colpi così crudeli che entrambe le lance si spezzarono in schegge fino all'impugnatura dell'asta. Messer Yvain gli sferrò un colpo così possente che Kay fece una capriola fuori dalla sella e colpì il suolo con l'elmo. Messer Yvain non ha desiderio di infliggergli ulteriore danno, ma semplicemente smonta e prende il suo cavallo. Ciò piacque a tutti, e molti dissero: «Ah, ah, guardate come giacete disteso, voi che poco fa disprezzavate gli altri! Eppure è solo giusto perdonarvi questa volta; poiché non vi era mai capitato prima». Dopodiché messer Yvain si avvicinò al Re, conducendo il cavallo per la briglia, e desiderando consegnarglielo. «Sire», dice, «prendete ora questo destriero, poiché farei male a trattenere qualcosa di vostro». «E chi siete voi?» risponde il Re; «non vi conoscerei mai, a meno che non udissi il vostro nome, o vi vedessi senza le vostre armi». Allora messer Yvain gli disse chi fosse, e Kay fu colto dalla vergogna, mortificato, umiliato e sconfitto, per aver detto che era scappato. Ma gli altri ne furono grandemente compiaciuti, e fecero gran caso dell'onore che aveva conquistato. Persino il Re ne fu molto gratificato, e messer Gawain cento volte più di chiunque altro. Poiché amava la sua compagnia più di quella di qualsiasi altro cavaliere che conoscesse. E il Re lo pregò con urgenza di dirgli, se fosse suo volere, come se la fosse passata; poiché era molto curioso di apprendere tutto della sua avventura; così il Re lo prega di dire la verità. Ed egli ben presto gli raccontò tutto del servizio e della gentilezza della damigella, non tralasciando una sola parola, non dimenticando di menzionare nulla. E dopo ciò invitò il Re e tutti i suoi cavalieri a venire a alloggiare da lui, dicendo che gli avrebbero fatto grande onore accettando la sua ospitalità. E il Re disse che per un'intera settimana avrebbe volentieri fatto a lui l'onore e il piacere, e gli avrebbe tenuto compagnia. E quando messer Yvain lo ebbe ringraziato, non indugiarono oltre, ma montarono a cavallo e presero la via più diretta per la città. Messer Yvain invia in avanscoperta uno scudiero con un falco gruaio, affinché non cogliessero la signora di sorpresa, e affinché la sua gente potesse addobbare le strade per l'arrivo del Re. Quando la signora udì la notizia della visita del Re, ne fu grandemente compiaciuta; né vi fu alcuno che, udendo la notizia, non fosse felice ed esultante. E la signora li convoca tutti e richiede loro di andare ad incontrarlo, a che non fanno obiezione o rimostranza, essendo tutti ansiosi di fare la sua volontà.

Montati su grandi destrieri spagnoli, vanno tutti a incontrare il Re di Britannia, salutando re Artù per primo con grande cortesia e poi tutta la sua compagnia. «Benvenuti», dicono, «a questa compagnia, così ricca di uomini onorevoli! Benedetto colui che li conduce qui e ci presenta ospiti così nobili!» All'arrivo del Re, la città risuona del gioioso benvenuto che gli tributano. Stoffe di seta vengono tirate fuori e appese in alto come decorazioni, e stendono arazzi su cui camminare e ne drappeggiano le strade, mentre attendono l'avvicinarsi del Re. E fanno ancora un'altra preparazione, coprendo le strade con tendaggi contro i caldi raggi del sole. Campane, corni e trombe fanno risuonare la città così che il tuono di Dio non si sarebbe potuto udire. Le fanciulle danzano davanti a lui, flauti e pifferi suonano, tamburi, rullanti e cimbali vengono percossi. Da parte loro, i giovani agili saltano, e tutti si sforzano di mostrare il loro diletto. Con tali prove della loro gioia, accolgono il Re in modo appropriato. E la Signora uscì, vestita in abito imperiale — una veste di ermellino fresco — e sul capo indossava un diadema tutto ornato di rubini. Non vi era nuvola sul suo viso, ma era così gaio e colmo di gioia che era più bella, credo, di qualsiasi dea. Attorno a lei la folla premeva, mentre gridavano all'unisono: «Benvenuto al Re dei re e signore dei signori!» Il Re non poté rispondere a tutti prima di vedere la signora venire verso di lui per reggergli la staffa. Tuttavia, non volle attendere ciò, ma si affrettò a smontare egli stesso non appena la scorse. Allora ella lo saluta con queste parole: «Benvenuto cento migliaia di volte al Re, mio signore, e benedetto sia il suo nipote, messer Gawain!» Il Re risponde: «Auguro ogni felicità e buona sorte al vostro corpo soave e al vostro volto, creatura amabile!» Poi cingendola attorno alla vita, il Re la abbracciò gaiamente e di cuore come ella fece con lui, gettandole le braccia attorno. Non dirò altro di quanto volentieri li abbia accolti, ma nessuno udì mai di gente che fosse stata così onorevolmente ricevuta e servita. Potrei dirvi molto della gioia, se non dovessi sprecare parole, ma desidero far breve menzione di una conoscenza che fu fatta in privato tra la luna e il sole. Sapete di chi intendo parlare? Colui che era signore dei cavalieri, e che era rinomato sopra tutti loro, dovrebbe di certo essere chiamato il sole. Mi riferisco, naturalmente, a messer Gawain, poiché la cavalleria è esaltata da lui proprio come quando il sole del mattino diffonde i suoi raggi e illumina ogni luogo dove splende. E chiamo lei la luna, che non può essere altrimenti per il suo senno e la sua cortesia. Tuttavia, la chiamo così non solo per la sua buona fama, ma perché il suo nome è, infatti, Lunete.

Il nome della damigella era Lunete, ed era una bruna incantevole, prudente, intelligente e garbata. Man mano che la conoscenza con messer Gawain cresce, egli la stima altamente e le dona il suo amore come alla sua innamorata, perché aveva salvato dalla morte il suo compagno e amico; egli si pone liberamente al suo servizio. Da parte sua, ella descrive e gli narra con quanta difficoltà abbia persuaso la sua signora a prendere messer Yvain come marito, e come lo abbia protetto dalle mani di coloro che lo cercavano; come egli fosse in mezzo a loro ma essi non lo vedessero. Messer Gawain rise sonoramente a questo racconto di lei, e poi disse: «Mademoiselle, quando avete bisogno di me e quando non ne avete, tale quale sono, mi metto a vostra disposizione. Non gettatemi mai via per qualcun altro quando pensate di poter migliorare la vostra sorte. Io sono vostro, e siate voi d'ora in avanti la mia damigella!» «Vi ringrazio gentilmente, sire», disse ella. Mentre la conoscenza tra questi due andava maturando così, anche gli altri erano impegnati in corteggiamenti. Poiché vi erano forse novanta dame lì, ognuna delle quali era bella e incantevole, nobile e garbata, virtuosa e prudente, e dama di stirpe elevata, così gli uomini potevano piacevolmente occuparsi nel vezzeggiare e baciare loro, e nel conversare con loro e nel rimirarle mentre sedevano al loro fianco; almeno tanta soddisfazione avevano. Messer Yvain è in grande spolvero perché il Re è alloggiato da lui. E la signora elargisce tali attenzioni a tutti loro, individualmente e collettivamente, che qualche persona sciocca potrebbe supporre che le incantevoli attenzioni che mostrava loro fossero dettate dall'amore. Ma tali persone possono essere propriamente considerate sciocche per pensare che una dama sia innamorata di loro solo perché è cortese e parla a qualche poveretto, e lo rende felice e lo vezzeggia. Uno sciocco è reso felice da belle parole, ed è molto facilmente ingannato. Trascorsero quell'intera settimana in allegria; foresta e ruscello offrivano abbondanza di divertimento per chiunque lo desiderasse. E chiunque volesse vedere la terra che era giunta nelle mani di messer Yvain con la signora che aveva sposato, poteva andare a divertirsi in uno dei castelli che sorgevano entro un raggio di due, tre o quattro leghe. Quando il Re rimase quanto volle, si preparò a partire. Ma durante la settimana tutti avevano supplicato con urgenza, e con tutta l'insistenza che potevano comandare, di poter portare via con loro messer Yvain. «Cosa? Sarete uno di quelli», disse messer Gawain a lui, «che degenerano dopo il matrimonio? Maledetto sia colui per santa Maria che si sposa e poi degenera! Chiunque abbia una bella dama come amante o moglie dovrebbe esserne migliore, e non è giusto che il suo affetto sia concesso a lui dopo che il suo valore e la sua reputazione sono svaniti. Di certo, anche voi avreste motivo di pentirvi del suo amore se vi rammolliste, poiché una donna ritira rapidamente il suo amore, e a ragione, e disprezza colui che degenera in qualsiasi modo quando è divenuto signore del regno. Ora la vostra fama dovrebbe essere accresciuta! Sciogliete il freno e la cavezza e venite al torneo con me, che nessuno possa dire che siete geloso. Ora non dovete più esitare a frequentare le lizza, a prendere parte all'assalto, e a contendere con forza, qualunque sforzo possa costare! L'inazione produce indifferenza. Ma, davvero, dovete venire, poiché sarò in vostra compagnia. Badate che il nostro cameratismo non venga meno per colpa vostra, bel compagno; per quanto mi riguarda, potete contare su di me. È strano come un uomo dia valore alla vita di agi che non ha fine. I piaceri crescono più dolci attraverso il rinvio; e un piccolo piacere, quando ritardato, è molto più dolce al gusto di un grande piacere goduto subito. Le dolcezze di un amore che si sviluppa tardi sono come un fuoco in un cespuglio verde; poiché più a lungo uno ritarda nell'accenderlo, più grande sarà il calore che produce, e più a lungo durerà la sua forza. Si può facilmente cadere in abitudini che è molto difficile scrollarsi di dosso, poiché quando uno desidera farlo, scopre di aver perduto il potere. Non fraintendete le mie parole, amico mio: se avessi una dama bella come quella che avete voi, chiamo Dio e i Suoi santi a testimoni, la lascerei molto a malincuore; in verità, sarei senza dubbio infatuato. Ma un uomo può dare a un altro un consiglio, che egli stesso non seguirebbe, proprio come i predicatori, che sono mascalzoni ingannevoli, e predicano e proclamano il giusto ma che non lo seguono essi stessi».

Messer Gawain parlò così a lungo e così urgentemente che egli gli promise che sarebbe andato; ma disse che doveva consultare la sua signora e chiedere il suo consenso. Che sia una cosa sciocca o prudente da fare, non mancherà di chiederle il permesso di tornare in Britannia. Poi prese consiglio con sua moglie, che non aveva sentore del permesso che egli desiderava, mentre si rivolgeva a lei con queste parole: «Mia amata signora, mio cuore e anima, mio tesoro, gioia e felicità, concedetemi ora un favore che ridonderà a vostro onore e al mio». La signora dà subito il suo consenso, non sapendo quale sia il suo desiderio, e dice: «Bel signore, potete comandarmi il vostro piacere, qualunque esso sia». Allora messer Yvain chiede subito a lei il permesso di scortare il Re e di presenziare ai tornei, affinché nessuno possa rimproverare la sua indolenza. Ed ella risponde: «Vi concedo licenza fino a una certa data; ma siate certo che il mio amore si muterà in odio se resterete oltre il termine che fisserò. Ricordate che manterrò la mia parola; se voi infrangete la vostra, io manterrò la mia. Se desiderate possedere il mio amore, e se avete riguardo per me, ricordate di tornare indietro al più tardi un anno dalla data odierna, una settimana dopo il giorno di san Giovanni; poiché oggi è l'ottavo giorno da quella festa. Sarete scacco matto del mio amore se non sarete restaurato a me in quel giorno».

Messer Yvain piange e sospira così amaramente che a stento riesce a trovare le parole per dire: «Mia signora, questa data è davvero lontana. Se potessi essere una colomba, ogni volta che mi prendesse il desiderio, verrei spesso a ricongiungermi a voi qui. E prego Dio che nel Suo piacere Egli non mi trattenga così a lungo lontano. Ma talvolta un uomo intende ritornare in fretta, che non sa cosa il futuro abbia in serbo per lui. E io non so quale sarà il mio destino: forse qualche urgenza di malattia o di prigionia potrebbe trattenermi; siete ingiusta nel non fare un'eccezione almeno per un impedimento reale». «Messer», dice lei, «farò quell'eccezione. E tuttavia oso promettervi che, se Dio vi libererà dalla morte, nessun impedimento vi sarà d'ostacolo finché vi ricorderete di me. Mettetevi dunque ora al dito questo mio anello, che vi presto. E vi dirò tutto sulla pietra: nessun vero e leale amante può essere imprigionato o perdere del sangue, né alcun male può coglierlo, purché la porti con sé, la tenga cara e conservi il ricordo della sua amata. Diventerete duro come il ferro, e vi servirà da scudo e da usbergo. Non ho mai voluto prima d'ora prestarlo o affidarlo ad alcun cavaliere, ma a voi lo dono per l'affetto che nutro per voi». Ora messer Yvain è libero di partire, ma piange amaramente nel congedarsi. Il Re, tuttavia, non volle indugiare oltre per nulla che si potesse dire: anzi, era ansioso di far portare i palafreni tutti equipaggiati e brigliati. Acconsentirono subito al suo desiderio, conducendo fuori i palafreni, così che non restava che montare in sella. Non so se debba dirvi come messer Yvain abbia preso congedo, e dei baci che gli furono donati, mescolati a lacrime e intrisi di dolcezza. E cosa vi dirò del Re, di come la signora lo accompagni, seguita dalle sue damigelle e dal siniscalco? Tutto ciò richiederebbe troppo tempo. Quando vede le lacrime della signora, il Re la supplica di non venire oltre, ma di ritornare alla sua dimora. La pregò con tale urgenza che, col cuore pesante, ella si voltò seguita dal suo seguito.

Messer Yvain è così afflitto nel lasciare la sua signora che il suo cuore resta indietro. Il Re può portare via il suo corpo, ma non può condurre via il suo cuore. Colei che resta indietro si aggrappa così saldamente al suo cuore che il Re non ha il potere di portarlo via con sé. Quando il corpo è lasciato senza il cuore, non può assolutamente continuare a vivere. Poiché un tale prodigio non fu mai visto, il corpo vivo senza il cuore. Eppure questo prodigio ora avvenne: poiché egli conservò il suo corpo senza il cuore, che era solito esservi racchiuso, ma che ora non voleva seguire il corpo. Il cuore ha una buona dimora, mentre il corpo, sperando in un ritorno sicuro al suo cuore, in modo strano assume un nuovo cuore di speranza, che è così spesso ingannevole e traditore. Non saprà mai in anticipo, credo, l'ora in cui questa speranza gli giocherà un falso, poiché se tarderà anche solo di un giorno il termine che ha pattuito, sarà difficile per lui ottenere di nuovo il perdono e la benevolenza della sua signora. Eppure credo che tarderà oltre il termine, poiché messer Gawain non gli permetterà di separarsi da lui, mentre insieme vanno a giostrare ovunque si tengano tornei. E mentre l'anno trascorre, messer Yvain ebbe tale successo che messer Gawain si sforzò di onorarlo, e lo costrinse a indugiare così a lungo che tutto il primo anno scivolò via, e si giunse alla metà di agosto dell'anno seguente, quando il Re tenne corte a Chester, dove erano tornati il giorno prima da un torneo in cui messer Yvain era stato e dove aveva vinto la gloria e la storia racconta come i due compagni non volessero alloggiare in città, ma avessero fatto montare le loro tende fuori dalle mura, e vi tenessero corte. Poiché non si recavano mai alla corte reale, ma era piuttosto il Re a venire a unirsi alla loro, poiché avevano i migliori cavalieri, e il maggior numero, nella loro compagnia. Ora re Artù era seduto in mezzo a loro, quando Yvain ebbe improvvisamente un pensiero che lo sorprese più di ogni altro che gli fosse occorso da quando aveva preso congedo dalla sua signora, poiché comprese di aver infranto la sua parola, e che il limite del suo congedo era già stato superato. Riusciva a stento a trattenere le lacrime, ma vi riuscì per la vergogna. Era ancora immerso nei pensieri quando vide una damigella avvicinarsi rapidamente su un palafreno nero con i piedi anteriori bianchi. Quando scese davanti alla tenda, nessuno l'aiutò a smontare, e nessuno andò a prendere il suo cavallo. Non appena scorse il Re, lasciò cadere il mantello, e così mostrandosi entrò nella tenda e giunse davanti al Re, annunciando che la sua signora mandava saluti al Re, a messer Gawain e a tutti gli altri cavalieri, eccetto Yvain, quel leale traditore, mentitore, ipocrita, che l'aveva abbandonata ingannevolmente. «Ella ha visto chiaramente il tradimento di colui che fingeva di essere un fedele amante mentre era un falso e traditore ladro. Questo ladro ha calunniato la mia signora, che era del tutto impreparata a qualsiasi male, e alla quale non venne mai in mente che le avrebbe rubato il cuore. Coloro che amano veramente non rubano i cuori; ci sono, tuttavia, alcuni uomini, da cui questi primi vengono chiamati ladri, che essi stessi vanno in giro ingannevolmente a corteggiare, ma in cui non c'è vera conoscenza della materia. L'amante prende il cuore della sua signora, naturalmente, ma non scappa via con esso; piuttosto lo custodisce gelosamente contro quei ladri che, sotto le spoglie di uomini onorevoli, glielo ruberebbero. Ma quelli sono ladri ingannevoli e traditori che fanno a gara nel rubare cuori dei quali non importa loro nulla. Il vero amante, ovunque egli vada, tiene caro il cuore e lo riporta indietro. Ma Yvain ha causato la morte della mia signora, poiché ella supponeva che egli avrebbe custodito il suo cuore per lei, e che lo avrebbe riportato indietro prima che l'anno fosse trascorso. Yvain, tu avevi poca memoria quando non sei riuscito a ricordarti di tornare dalla tua signora entro un anno. Ella ti diede la tua libertà fino al giorno di san Giovanni, e tu hai fatto così poco conto di lei che mai da allora un pensiero di lei ha attraversato la tua mente. La mia signora aveva segnato ogni giorno nella sua camera, mentre le stagioni passavano: poiché quando si è innamorati, si è a disagio e non si può trovare alcun sonno riposante, ma per tutta la notte si deve contare e calcolare i giorni a mano a mano che vengono e vanno. Sai come trascorrono il tempo gli amanti? Tengono il conto del tempo e della stagione. Il suo reclamo non è presentato prematuramente o senza causa, e io non lo sto accusando in alcun modo, ma dico semplicemente che siamo stati traditi da colui che ha sposato la mia signora. Yvain, la mia signora non ha più alcun interesse per te, ma ti manda a dire tramite me di non tornare mai più da lei, e di non tenere più il suo anello. Ti ordina di rimandarglielo tramite me, che vedi presente qui. Consegnalo ora, come sei tenuto a fare».

Privo di sensi e di parola, Yvain non è in grado di rispondere. La damigella si fa avanti e gli sfila l'anello dal dito, raccomandando a Dio il Re e tutti gli altri, eccetto lui, che lascia in profonda angoscia. Il suo dolore si fa sempre più grande: si sente oppresso da ciò che ascolta e tormentato da ciò che vede. Preferirebbe essere bandito in solitudine in una terra selvaggia, dove nessuno saprebbe dove cercarlo, e dove né uomo né donna saprebbero della sua sorte più di quanto ne saprebbero se fosse in un abisso profondo. Non odia nulla quanto odia se stesso, né sa a chi rivolgersi per trovare conforto nella morte che si è procurato. Ma preferisce impazzire piuttosto che non vendicarsi di se stesso, privato com'è della gioia per sua stessa colpa. Si alza dal suo posto tra i cavalieri, temendo di perdere la ragione se restasse più a lungo in mezzo a loro. Da parte loro, essi non gli prestano attenzione, lasciandolo partire da solo. Sanno bene che non si cura affatto delle loro parole o della loro compagnia. E lui si allontana finché non è lontano dalle tende e dai padiglioni. Allora una tempesta tale si scatenò nel suo cervello che perse i sensi; si graffiò la carne e, svestitosi, fuggì attraverso i prati e i campi, lasciando i suoi uomini del tutto smarriti e stupiti su che cosa ne fosse stato di lui. Si misero a cercarlo in tutta la contrada — negli alloggi dei cavalieri, lungo le siepi e nei giardini — ma lo cercarono dove non poteva essere trovato. Continuando a fuggire, percorse rapidamente la sua strada finché, vicino a un parco, incontrò un ragazzo che teneva in mano un arco e cinque frecce barbate, molto affilate e larghe. Ebbe abbastanza senno da andare a prendersi l'arco e le frecce che quello teneva. Tuttavia, non aveva memoria di nulla di ciò che aveva fatto. Si apposta per le bestie nei boschi, uccidendole per poi mangiare la selvaggina cruda. Così visse nella foresta come un pazzo o un selvaggio, finché non si imbatté in una piccola casa bassa appartenente a un eremita, che stava lavorando a dissodare il suo terreno. Quando lo vide arrivare senza nulla indosso, poté facilmente capire che non era nel pieno delle facoltà mentali; e così era, come l'eremita sapeva molto bene. Perciò, impaurito, si chiuse nella sua casetta e, prendendo del pane e acqua fresca, li posò caritatevolmente fuori casa su un davanzale stretto. E lì arriva l'altro, affamato, che prende e mangia il pane. Non credo che abbia mai assaggiato prima un pane così duro e amaro. La misura di orzo impastato con la paglia, di cui era fatto quel pane, più acido del lievito, non era costata più di cinque soldi; e il pane era ammuffito e secco come corteccia. Ma la fame lo tormenta e gli stuzzica l'appetito, così che il pane gli parve come una salsa. Poiché la fame è essa stessa una salsa ben miscelata e preparata per ogni cibo. Il mio signor Yvain mangiò presto il pane dell'eremita, che gli parve buono, e bevve l'acqua fresca dal vaso. Quando ebbe mangiato, si addentrò di nuovo nei boschi in cerca di cervi e daine. E quando lo vede allontanarsi, il buon uomo sotto il suo tetto prega Dio di difenderlo e proteggerlo affinché non passi mai più di lì. Ma non c'è creatura, per quanto poco senno abbia, che non ritorni volentieri in un luogo dove è trattata con gentilezza. Così, non passò giorno, mentre era in quello stato di follia, che non portasse alla porta della selvaggina. Tale era la vita che conduceva; e il buon uomo si prendeva l'incarico di scuoiarla e mettere a cuocere una buona quantità di quella selvaggina; e il pane e l'acqua nella brocca stavano sempre sul davanzale affinché il folle potesse fare un pasto. Così aveva qualcosa da mangiare e da bere: selvaggina senza sale né pepe, e buona acqua fresca di fonte. E il buon uomo si industriava a vendere la pelle e comprare pane d'orzo, o d'avena, o di qualche altro cereale; così, dopo di allora, Yvain ebbe una scorta abbondante di pane e selvaggina, che gli bastò per molto tempo, finché un giorno non fu trovato addormentato nella foresta da due damigelle e dalla loro signora, al cui servizio esse erano. Quando videro l'uomo nudo, una delle tre corse, smontò da cavallo ed esaminò attentamente il corpo prima di vedere qualcosa che servisse a identificarlo. Se fosse stato riccamente vestito, come era stato molte volte, e se lei avesse potuto vederlo allora, lo avrebbe riconosciuto presto. Ma fu lenta a riconoscerlo, e continuò a guardarlo finché alla fine notò una cicatrice che aveva sul volto, e ricordò che il viso del mio signor Yvain era sfregiato nello stesso modo; ne fu certa, poiché l'aveva visto spesso. Grazie alla cicatrice capì senza alcun dubbio che era lui; ma si meravigliò molto di come fosse possibile trovarlo così povero e spogliato. Spesso si fa il segno della croce per lo stupore, ma non lo tocca né lo sveglia; piuttosto risale a cavallo e, tornando dalle altre, racconta loro piangendo la sua avventura. Non so se debba indugiare a narrarvi il dolore che mostrò; ma così parlò piangendo alla sua signora: "Mia signora, ho trovato Yvain, che si è dimostrato essere il miglior cavaliere del mondo, e il più virtuoso. Non riesco a immaginare quale peccato abbia ridotto il gentiluomo a tale stato. Penso che debba aver avuto qualche sventura, che lo porta a comportarsi così, poiché si può perdere il senno per il dolore. E chiunque può vedere che non è in sé, poiché non sarebbe mai da lui condursi in modo così indecente a meno che non avesse perso la ragione. Volesse il cielo che Dio gli avesse restituito il senno migliore che abbia mai avuto, e volesse il cielo che acconsentisse a prestare assistenza alla vostra causa! Poiché il Conte Alier, che è in guerra con voi, vi ha sferrato un feroce attacco. Vedrei la contesa tra voi due risolversi rapidamente a vostro favore se Dio favorisse le vostre fortune in modo che lui ritorni in sé e si faccia carico di aiutarvi in questa difficoltà". A ciò la dama rispose: "Fai attenzione ora! Poiché sicuramente, se non scappa, con l'aiuto di Dio penso che possiamo liberare la sua testa da tutta la follia e l'insania. Ma dobbiamo metterci in cammino subito! Poiché ricordo un certo unguento che mi fu donato da Morgan la Savia, la quale diceva che non c'era delirio della testa che esso non potesse curare". Dopodiché, partono immediatamente verso la città, che era vicina, poiché non distava più di mezza lega di quelle che hanno in quel paese; e, rispetto alle nostre, due delle loro leghe ne fanno una e quattro ne fanno due. E lui resta a dormire tutto solo, mentre la dama va a prendere l'unguento. La dama apre un suo cofanetto e, tirando fuori una scatola, la dà alla damigella, raccomandandole di non essere troppo prodiga nel suo uso: dovrà spalmargliene solo sulle tempie, poiché non c'è uso di applicarlo altrove; dovrà ungerne soltanto le tempie e conservare con cura il resto, poiché non ha nulla che non vada se non nel cervello. Le manda anche una veste di pelliccia maculata, un farsetto e un mantello di seta scarlatta. La damigella prende queste cose e conduce per mano destra un eccellente palafreno. E aggiunse a queste, di sua iniziativa, una camicia, delle calze morbide e dei mutandoni nuovi di taglio appropriato. Con tutte queste cose si incamminò rapidamente e lo trovò ancora addormentato dove lo aveva lasciato. Dopo aver messo il suo cavallo in un recinto dove lo legò stretto, giunse con i vestiti e l'unguento nel luogo dove lui dormiva. Poi prese l'ardire di avvicinarsi al folle, così da poterlo toccare e maneggiare: quindi, prendendo l'unguento, lo spalmò finché non ne rimase più nella scatola, essendo così solerte per la sua guarigione da arrivare ad ungerlo tutto con esso; e lo usò così generosamente da non prestare attenzione all'avvertimento della sua signora, né in verità ricordarsene. Ne mise più del necessario, ma a suo parere era ben impiegato. Gli sfregò le tempie e la fronte, e tutto il corpo fino alle caviglie. Gli sfregò le tempie e tutto il corpo così tanto lì sotto il sole cocente che la follia e l'oscurità deprimente passarono completamente fuori dal suo cervello. Ma fu stolta ad ungergli il corpo, poiché di quello non c'era bisogno. Se ne avesse avuto cinque misure, avrebbe senza dubbio fatto la stessa cosa. Porta via la scatola e si rifugia nascosta vicino al suo cavallo. Ma lascia indietro la veste, desiderando che, se Dio lo richiamerà alla vita, egli possa vederla tutta distesa, e possa prenderla e indossarla. Si apposta dietro una quercia finché lui non ebbe dormito a sufficienza, e fu guarito e del tutto ristabilito, avendo riacquistato senno e memoria. Allora vede che è nudo come l'avorio e prova molta vergogna; ma avrebbe provato ancor più vergogna se avesse saputo cosa fosse accaduto. Così com'è, non sa nulla se non di essere nudo. Vede la veste nuova giacere davanti a sé e si meraviglia molto di come e per quale avventura sia arrivata lì. Ma è vergognoso e preoccupato, a causa della sua nudità, e dice di essere morto e totalmente perduto se qualcuno lo avesse sorpreso lì e riconosciuto. Nel frattempo, si veste e guarda nella foresta per vedere se qualcuno si stesse avvicinando. Tenta di alzarsi e sostenersi, ma non riesce a trovare la forza di allontanarsi, poiché la sua malattia lo ha colpito al punto che riesce a malapena a stare in piedi. Dopodiché, la damigella decide di non attendere oltre, ma, montando in sella, gli passa accanto, come se non si accorgesse della sua presenza. Del tutto indifferente alla provenienza dell'aiuto, di cui aveva così tanto bisogno per essere condotto in qualche alloggio dove poter recuperare le forze, la chiama con tutte le sue forze. E la damigella, da parte sua, si guarda intorno come se non sapesse quale sia il problema. Confusa, va di qua e di là, non volendo andare dritta da lui. Allora lui ricomincia a chiamare: "Damigella, venite da questa parte, qui!". E la damigella guidò verso di lui il suo palafreno dal passo morbido. Con questo stratagemma gli fece credere di non sapere nulla di lui e di non averlo mai visto prima; nel fare ciò fu saggia e cortese. Quando fu giunta davanti a lui, disse: "Signor cavaliere, cosa desiderate che mi chiamate così insistentemente?". "Ah", disse lui, "prudente damigella, mi sono ritrovato in questo bosco per qualche sventura — non so quale. Per l'amor di Dio e della vostra fede in Lui, vi prego di prestarmi, prendendo la mia parola come pegno, o altrimenti di darmi in dono, quel palafreno che conducete per mano". "Volentieri, messere: ma dovete accompagnarmi dove sto andando". "Da quale parte?", dice lui. "Verso una città che sorge poco lontano, oltre la foresta". "Ditemi, damigella, se avete bisogno di me". "Sì", dice lei, "ne ho; ma penso che non stiate molto bene. Per le prossime due settimane almeno dovreste riposare. Prendete questo cavallo, che tengo nella mano destra, e andremo al nostro alloggio". E lui, che non aveva altro desiderio, lo prende e monta, e procedono finché non giungono a un ponte su un torrente rapido e turbolento. E la damigella getta nell'acqua la scatola vuota che porta con sé, pensando di scusarsi con la sua signora per l'unguento dicendo di essere stata così sfortunata da lasciar cadere la scatola in acqua poiché, quando il suo palafreno inciampò sotto di lei, la scatola le scivolò di mano, e lei andò vicino a caderci dentro, il che sarebbe stata una sfortuna ancora peggiore. È sua intenzione inventare questa storia quando giungerà al cospetto della sua signora. Insieme proseguirono il cammino fino alla città, dove la dama trattenne il mio signor Yvain e chiese in privato alla sua damigella della scatola e dell'unguento: e la damigella le ripeté la menzogna come l'aveva inventata, non osando dirle la verità. Allora la dama fu molto adirata e disse: "Questa è certamente una perdita molto grave, e sono sicura e certa che la scatola non sarà mai più ritrovata. Ma poiché è accaduto così, non c'è più nulla da fare. Spesso si desidera una benedizione che si rivela essere una maledizione; così io, che mi aspettavo una benedizione e gioia da questo cavaliere, ho perso il più caro e prezioso dei miei possedimenti. Tuttavia, vi prego di servirlo in ogni aspetto". "Ah, signora, che saggezza ora nel parlare! Poiché sarebbe un peccato convertire una sventura in due".

Poi non parlano più della scatola, ma provvedono in ogni modo possibile al conforto del mio signor Yvain, facendogli il bagno e lavandogli i capelli, facendolo radere e tagliare, poiché si sarebbe potuta prendere una manciata di peli sul suo viso. Ogni suo bisogno è soddisfatto: se chiede armi, gli vengono fornite: se vuole un cavallo, gliene forniscono uno grande e bello, forte e vivace. Rimase lì finché, un martedì, il Conte Alier giunse in città con i suoi uomini e cavalieri, che appiccarono incendi e fecero razzia. Coloro che erano in città si alzarono immediatamente e si equipaggiarono con le armi. Alcuni armati e altri disarmati, uscirono incontro ai razziatori, i quali non si degnarono di ritirarsi davanti a loro, ma li attesero in uno stretto passaggio. Il mio signor Yvain colpì la folla; aveva riposato così a lungo che la sua forza era del tutto ristabilita, e colpì un cavaliere sul suo scudo con tale forza da far cadere in un mucchio, credo, il cavaliere insieme al suo cavallo. Il cavaliere non si rialzò mai più, poiché aveva la spina dorsale spezzata e il cuore scoppiato nel petto. Il mio signor Yvain si ritirò un poco per riprendersi. Poi, proteggendosi completamente con lo scudo, spronò in avanti per liberare il passaggio. Non si sarebbe potuto contare fino a quattro prima di vederlo abbattere rapidamente quattro cavalieri. Dopodiché, coloro che erano con lui divennero più coraggiosi, poiché molti uomini dal cuore povero e timido, alla vista di qualche uomo coraggioso che attacca un compito pericoloso davanti ai suoi occhi, saranno sopraffatti dalla confusione e dalla vergogna, che scaccerà il cuore misero dal loro corpo e ne darà loro un altro simile a quello di un eroe per coraggio. Così questi uomini divennero coraggiosi e ognuno tenne la sua posizione nel combattimento e nell'attacco. E la dama era su nella torre, da dove vedeva la lotta e la corsa per vincere e guadagnare il possesso del passaggio, e vedeva giacere a terra molti feriti e molti uccisi, sia della sua parte che del nemico, ma più del nemico che della sua. Poiché il mio cortese, audace ed eccellente signor Yvain li faceva arrendere proprio come un falco fa con l'alzavola. E gli uomini e le donne che erano rimasti in città dichiaravano mentre guardavano la contesa: "Ah, che valoroso cavaliere! Come fa arrendere i suoi nemici, e come è feroce il suo attacco! Si scagliava intorno come un leone tra i daini, quando è spinto dal bisogno e dalla fame. Poi, inoltre, tutti gli altri nostri cavalieri sono più coraggiosi e audaci grazie a lui, poiché, se non fosse stato per lui solo, nemmeno una lancia sarebbe stata spezzata né una spada estratta per colpire. Quando si trova un uomo così eccellente, dovrebbe essere amato e caramente apprezzato. Vedete ora come si dimostra, vedete come mantiene il suo posto, vedete come macchia di sangue la sua lancia e la spada sguainata, vedete come incalza il nemico e lo segue, come viene audacemente ad attaccarlo, poi cede e si gira; ma spende poco tempo nel cedere, e presto ritorna all'attacco. Vedetelo di nuovo nella mischia, come stima poco il suo scudo, che lascia tagliare in pezzi senza pietà. Guardate solo come è desideroso di vendicare i colpi che gli vengono inflitti. Poiché, se qualcuno dovesse usare tutta la foresta di Argone per fargli lance, immagino che non ne avrebbe nessuna rimasta entro sera. Poiché rompe tutte le lance che gli mettono in mano, e ne chiede altre. E vedete come maneggia la spada quando la estrae! Orlando non fece mai tale strage con Durendal contro i turchi a Roncisvalle o in Spagna! Se avesse avuto nella sua compagnia dei buoni compagni come lui, il traditore, il cui attacco stiamo subendo, si ritirerebbe oggi sconfitto, o rimarrebbe a combattere solo per trovare la sconfitta". Poi dicono che sarebbe benedetta la donna che fosse amata da uno che è così potente nelle armi, e che sopra tutti gli altri può essere riconosciuto come un cero tra le candele, come una luna tra le stelle, e come il sole sopra la luna. Si conquistò così tanto i cuori di tutti che il valore che vedevano in lui faceva loro desiderare che avesse preso in moglie la loro signora, e che fosse signore della terra.

Così uomini e donne allo stesso modo lo lodavano, e nel farlo non facevano che dire il vero. Poiché il suo attacco contro gli avversari fu tale che essi gareggiano l’uno con l’altro nella fuga. Ma egli preme forte sui loro talloni, e tutti i suoi compagni lo seguono, poiché al suo fianco si sentono al sicuro come se fossero rinchiusi in un alto e spesso muro di pietra.

L’inseguimento continua finché coloro che fuggono diventano esausti, e gli inseguitori li colpiscono e sventrano i loro destrieri. I vivi rotolano sopra i morti mentre si feriscono e si uccidono a vicenda. Recano una spaventosa distruzione l’uno all’altro; e intanto il Conte fugge con il mio signor Yvain alle calcagna, finché non lo raggiunge ai piedi di una ripida salita, vicino all’ingresso di una piazzaforte che apparteneva al Conte.

Lì il Conte fu fermato, senza nessuno vicino a prestargli aiuto; e senza troppe trattative il mio signor Yvain ricevette la sua resa. Poiché non appena lo ebbe nelle sue mani, e rimasero soli uomo contro uomo, non vi fu più alcuna possibilità di fuga, o di cedimento, o di difesa; così il Conte diede la sua parola di recarsi a sottomettersi alla dama di Noroison come sua prigioniera, e di fare la pace che lei potesse dettare. E quando ebbe accettato la sua parola, gli fece disarmare il capo e togliere lo scudo dal collo, e il Conte gli consegnò la spada. Così egli ottenne l’onore di condurre via il Conte come suo prigioniero, e di consegnarlo ai suoi nemici, che non nascondono la loro gioia. Ma la notizia fu portata in città prima ancora che essi arrivassero. Mentre tutti escono loro incontro, la dama stessa guida il gruppo. Il mio signor Yvain tiene il suo prigioniero per mano e lo presenta a lei. Il Conte acconsentì volentieri ai suoi desideri e alle sue richieste, e la rassicurò con la sua parola, giuramento e pegni. Dando pegni a lei, le giura che vivrà sempre in termini pacifici con lei, e le risarcirà tutta la perdita che ella potrà provare, e ricostruirà le case che egli aveva distrutto. Quando queste cose furono concordate in accordo con il desiderio della dama, il mio signor Yvain chiese il permesso di partire.

Ma ella non glielo avrebbe concesso se egli avesse voluto prenderla come sua amante, o sposarla. Ma egli non permise di essere seguito o scortato nemmeno per un passo, ma piuttosto partì in fretta: in questo caso le suppliche non servirono a nulla. Così si incamminò per ritracciare il suo sentiero, lasciando la dama molto contrariata, lei che aveva causato la sua gioia poco prima. Quando egli non vuole indugiare oltre, ella è tanto più angosciata e a disagio in proporzione alla felicità che egli le aveva recato, poiché avrebbe voluto onorarlo, e lo avrebbe reso, con il suo consenso, signore di tutti i suoi possedimenti, o altrimenti lo avrebbe pagato per i suoi servizi con qualsiasi somma egli avesse indicato. Ma egli non volle prestare ascolto a nessuna parola di uomo o donna. Nonostante il loro dolore, egli lasciò i cavalieri e la dama che invano cercavano di trattenerlo ancora.

Pensieroso il mio signor Yvain procedeva attraverso un bosco profondo, finché non udì tra gli alberi un grido molto forte e lugubre, e si voltò nella direzione da cui sembrava provenire. E quando fu arrivato sul posto, vide in uno spazio sgombro un leone e un serpente che lo teneva per la coda, bruciandogli le natiche con fiamme di fuoco. Il mio signor Yvain non restò a bocca aperta davanti a questo strano spettacolo, ma prese consiglio con sé stesso su quale dei due dovesse aiutare. Poi dice che soccorrerà il leone, poiché una creatura traditrice e velenosa merita di essere danneggiata. Ora, il serpente è velenoso, e il fuoco scaturisce dalla sua bocca – così piena di malvagità è la creatura. Così il mio signor Yvain decide che ucciderà prima il serpente. Sguainando la spada si fa avanti, tenendo lo scudo davanti al viso per non essere danneggiato dalla fiamma che usciva dalla gola della creatura, che era più grande di un vaso. Se il leone lo attaccherà dopo, anch’egli avrà tutto il combattimento che desidera; ma qualunque cosa possa accadere in seguito, egli decide di aiutarlo ora. Poiché la pietà lo spinge e chiede che egli porti soccorso e aiuto alla bestia gentile e nobile. Con la sua spada, che taglia così nettamente, attacca il serpente malvagio, prima fendendolo fino a terra e tagliandolo in due, poi continuando i suoi colpi finché non lo riduce in minuscoli pezzi. Ma dovette tagliare un pezzo della coda del leone per arrivare alla testa del serpente, che teneva il leone per la coda. Tagliò solo tanto quanto era necessario e inevitabile. Quando ebbe liberato il leone, suppose che avrebbe dovuto combattere con lui, e che il leone si sarebbe avventato contro di lui; ma il leone non era di tale avviso. Ascoltate ora cosa fece il leone! Agì nobilmente e come uno ben educato; poiché cominciò a rendere evidente che si sottometteva a lui, stando sulle sue due zampe posteriori e inchinando il muso a terra, con le zampe anteriori unite e tese verso di lui. Poi cadde di nuovo sulle ginocchia, e tutto il suo muso era bagnato dalle lacrime dell’umiltà. Il mio signor Yvain sa per certo che il leone lo sta ringraziando e gli sta rendendo omaggio a causa del serpente che aveva ucciso, liberandolo così dalla morte. Fu molto compiaciuto da questo episodio. Pulì la sua spada dal veleno e dalla sporcizia del serpente; poi la ripose nel fodero e riprese il suo cammino. E il leone cammina vicino al suo fianco, non volendo d’ora in poi separarsi da lui: lo accompagnerà sempre in futuro, desideroso di servirlo e proteggerlo. Egli prosegue finché non fiuta nel vento lungo la sua strada alcune bestie selvatiche che si nutrono; allora la fame e la sua natura lo spingono a cercare la sua preda e a assicurarsi il suo sostentamento. È nella sua natura fare così. Si avviò un poco in avanti sulla traccia, mostrando così al suo padrone di aver trovato e rilevato l’odore e la traccia di qualche selvaggina. Poi lo guarda e si ferma, volendo servire ogni suo desiderio, e non volendo procedere contro la sua volontà. Yvain comprende dal suo atteggiamento che sta mostrando di attendere il suo piacere. Egli percepisce ciò e comprende che se egli si trattiene, anche lui si tratterrà, e che se lo segue, lui catturerà la selvaggina che ha fiutato. Allora lo incita e gli grida, come farebbe con i cani da caccia. Subito il leone diresse il muso verso l’odore che aveva rilevato, e dal quale non fu ingannato, poiché non aveva percorso un tiro d’arco quando vide in una valle un cervo che pascolava tutto solo. Questo cervo catturerà, se potrà fare a modo suo. E così fece, al primo balzo, e poi ne bevve il sangue ancora caldo. Quando lo ebbe ucciso, lo caricò sulla schiena e lo riportò al suo padrone, il quale concepì per lui un affetto maggiore, e lo scelse come compagno per tutta la vita, a causa della grande devozione che trovò in lui. Era ormai vicino all’imbrunire, e gli parve bene passarvi la notte, e scorticare del cervo quanto gli premesse mangiare. Iniziando a tagliarlo, fende la pelle lungo la costola, e prendendo una bistecca dal lombo, batte da una selce una scintilla, che raccoglie in della sterpaglia secca; poi mette rapidamente la sua bistecca su uno spiedo a cuocere davanti al fuoco, e la arrostisce finché non è ben cotta. Ma non vi era piacere nel pasto, poiché non c’era pane, o vino, o sale, o tovaglia, o coltello, o nient’altro. Mentre egli mangiava, il leone giaceva ai suoi piedi; né fece un movimento, ma lo osservava fissamente finché egli non ebbe mangiato tutto ciò che poteva mangiare della bistecca. Ciò che rimase del cervo il leone divorò, fino alle ossa. E mentre per tutta la notte il suo padrone posava il capo sul suo scudo per ottenere quel riposo che ciò concedeva, il leone mostrò tale intelligenza che rimase sveglio, e fu attento a guardia del cavallo mentre si nutriva dell’erba, che offriva qualche leggero nutrimento.

Al mattino partono insieme, e la stessa sorta di esistenza, a quanto pare, che avevano condotto quella notte, i due continuarono a condurre per tutta la settimana successiva, finché il caso li portò alla fonte sotto il pino. Lì il mio signor Yvain perse quasi il senno una seconda volta, mentre si avvicinava alla fonte, con la sua pietra e la cappella che sorgeva lì vicino. Così grande fu la sua angoscia che mille volte sospirò "ahimè!" e addolorato cadde in uno svenimento; e la punta della sua spada affilata, cadendo dal fodero, trapassò le maglie della sua usbergo proprio nel collo accanto alla guancia. Non vi è una maglia che non si allarghi, e la spada taglia la carne del suo collo sotto la lucente armatura, così che causa il sangue a scorrere. Allora il leone pensa di vedere morto il suo padrone e compagno. Non aveste mai sentito narrare o raccontare dolore più grande di quanto egli cominciò a mostrare ora. Si agita, graffia e grida, e ha il desiderio di uccidersi con la spada con la quale pensa che il suo padrone si sia ucciso. Prendendo la spada con i denti, la posa su un albero caduto, e la ferma su un tronco dietro, così che non scivoli o ceda, quando vi scaglierà il petto contro. Il suo intento fu quasi compiuto quando il suo padrone si riprese dallo svenimento, e il leone si trattenne mentre si stava scagliando ciecamente verso la morte, come un cinghiale incurante di dove si ferisce. Così il mio signor Yvain giace in uno svenimento accanto alla pietra, ma, riprendendosi, si rimproverò violentemente per l’anno durante il quale aveva oltrepassato il suo congedo, e per il quale aveva incorso l’odio della sua dama, e disse: "Perché questo sciagurato non si uccide, lui che si è così privato della gioia? Ahimè! Perché non mi tolgo la vita? Come posso restare qui e guardare ciò che appartiene alla mia dama? Perché l’anima indugia ancora nel mio corpo? Cosa sta facendo l’anima in una forma così misera? Se fosse già fuggita via, non sarebbe in tale tormento. È opportuno odiare, biasimare e disprezzare me stesso, proprio come di fatto faccio. Chiunque perda la sua beatitudine e contentezza per colpa o errore proprio dovrebbe odiare sé stesso mortalmente. Dovrebbe odiare e uccidere sé stesso. E ora, quando nessuno sta guardando, perché mi risparmio così? Perché non mi tolgo la vita? Non ho visto questo leone preda di tale dolore per mio conto che era sul punto, proprio ora, di spingere la mia spada attraverso il suo petto? E dovrei io temere la morte, io che ho mutato la felicità in dolore? La gioia ora è estranea a me. Gioia? Che gioia è quella? Non dirò più nulla di ciò, poiché nessuno potrebbe parlare di una tale cosa; e ho posto una domanda sciocca. Quella era la gioia più grande di tutte, che era assicurata come mio possesso, ma durò solo per poco. Chiunque perda tale gioia per il proprio misfatto è indegno della felicità."

Mentre egli così lamentava il suo destino, una damigella derelitta in misere condizioni, che si trovava nella cappella, lo vide e udì le sue parole attraverso una fessura nel muro. Non appena si fu ripreso dal suo svenimento, ella lo chiamò: "Dio", disse, "chi è che sento? Chi è colui che così si lamenta?" Ed egli rispose: "E voi chi siete?" "Io sono una sventurata", disse ella, "la creatura più miserabile in vita". Ed egli rispose: "Taci, stolta! Il tuo dolore è gioia e la tua pena è beatitudine a confronto di quella in cui io sono precipitato. Nella misura in cui un uomo si abitua alla felicità e alla gioia, così egli è più di chiunque altro sconvolto e annichilito dal dolore quando esso giunge. Un uomo di poca forza può portare, per costume e abitudine, un peso che un altro uomo di maggior forza non riuscirebbe a portare per nulla al mondo". "Per la mia parola", disse lei, "conosco la verità di tale affermazione; ma questo non è motivo per credere che la vostra sventura sia peggiore della mia. Anzi, non lo credo affatto, poiché mi sembra che voi possiate andare ovunque vogliate, mentre io sono qui imprigionata, e tale sorte è la mia parte che domani sarò presa e consegnata al giudizio mortale". "Ah, Dio!" disse egli, "e per quale crimine?" "Signor cavaliere, che Dio non abbia mai misericordia della mia anima, se ho meritato tale sorte! Nondimeno, vi dirò la verità, senza inganno, perché mi trovo qui in prigione: sono accusata di tradimento, e non riesco a trovare alcuno che mi difenda dall'essere bruciata o impiccata domani". "In primo luogo", rispose egli, "posso dire che il mio dolore e la mia pena sono maggiori dei vostri, poiché voi potreste ancora essere liberata da qualcuno dal pericolo in cui vi trovate. Non è vero?" "Sì, ma non so ancora da chi. Vi sono solo due uomini al mondo che oserebbero, per mio conto, affrontare tre uomini in battaglia". "Cosa? In nome di Dio, ce ne sono tre?" "Sì, signore, sulla mia parola. Sono tre coloro che mi accusano di tradimento". "E chi sono costoro che vi sono così devoti da far sì che uno solo di loro sarebbe abbastanza audace da combattere contro tre in vostra difesa?" "Risponderò alla vostra domanda sinceramente: uno di loro è il mio signore Gawain, e l'altro è il mio signore Yvain, a causa del quale domani sarò consegnata ingiustamente al martirio della morte". "A causa del quale?" chiese egli, "che cosa avete detto?" "Signore, così mi aiuti Dio, a causa del figlio del Re Urien". "Ora comprendo le vostre parole, ma voi non morirete, senza che muoia anche lui. Io stesso sono quel Yvain, a causa del quale voi siete in tale afflizione. E voi, immagino, siete colei che un tempo mi custodì al sicuro nella sala, e salvò la mia vita e il mio corpo tra le due saracinesche, quando ero turbato e angosciato, e allarmato per essere rimasto intrappolato. Sarei stato ucciso o catturato, se non fosse stato per il vostro gentile aiuto. Ora ditemi, mia gentile amica, chi sono coloro che ora vi accusano di tradimento, e vi hanno rinchiuso in questo luogo solitario?" "Signore, non ve lo nasconderò, poiché desiderate che vi dica tutto. È un fatto che non fui lenta nell'aiutarvi onestamente. Su mio consiglio la mia signora vi ricevette, dopo aver ascoltato il mio parere e il mio consiglio. E per il Santo Padre Nostro, più per il suo bene che per il vostro pensavo di farlo, e lo penso ancora. Tanto ora vi confesso: era il suo onore e il vostro desiderio che cercavo di servire, così mi aiuti Dio! Ma quando divenne evidente che avevate oltrepassato l'anno in cui sareste dovuto tornare dalla mia padrona, allora ella si infuriò con me, e pensò di essere stata ingannata riponendo fiducia nel mio consiglio. E quando ciò fu scoperto dal siniscalco - un miserabile, subdolo, sleale furfante, che era geloso di me perché in molte questioni la mia signora si fidava di me più di quanto si fidassi di lui - egli vide che ora poteva suscitare grande inimicizia tra me e lei. In piena corte e alla presenza di tutti mi accusò di averla tradita in vostro favore. E io non avevo consiglio o aiuto se non il mio; ma sapevo di non aver mai fatto o concepito alcun atto traditore verso la mia signora, così gridai, come una fuori di sé, e senza il consiglio di alcuno, che avrei presentato in mia difesa un cavaliere che avrebbe combattuto contro tre. Il tizio non fu abbastanza cortese da disdegnare di accettare tale disparità, né io fui libera di ritirarmi o desistere per qualsiasi cosa potesse accadere. Così mi prese in parola, e fui costretta a fornire cauzione che avrei presentato entro quaranta giorni un cavaliere per combattere contro tre cavalieri. Da allora ho visitato molte corti; sono stata alla corte di Re Artù, ma non ho trovato alcun aiuto da nessuno lì, né ho trovato alcuno che potesse dirmi buone notizie su di voi, poiché non sapevano nulla dei vostri affari". "Vi prego ditemi. Dove era dunque il mio buon e gentile signore Gawain? Nessuna damigella in pericolo ebbe mai bisogno del suo aiuto senza che le venisse concesso". "Se lo avessi trovato a corte, non avrei potuto chiedergli nulla che mi sarebbe stato rifiutato; ma un certo cavaliere ha portato via la Regina, così mi è stato detto; certamente il Re era pazzo a lasciarla andare in sua compagnia. Credo sia stato Kay a scortarla per incontrare il cavaliere che l'ha portata via; e il mio signore Gawain, in grande angoscia, è andato a cercarla. Non avrà mai riposo finché non la troverà. Ora vi ho detto tutta la verità sulla mia avventura. Domani sarò messa a una morte vergognosa, e sarò bruciata inevitabilmente, vittima della vostra criminale negligenza". Ed egli risponde: "Dio non voglia che vi accada del male per causa mia! Finché vivrò, voi non morirete! Potete aspettarmi domani, preparato nella misura in cui è in mio potere a offrire il mio corpo per la vostra causa, come è giusto che io faccia. Ma non preoccupatevi di dire alla gente chi sono! Comunque vada la battaglia, fate in modo che io non venga riconosciuto!" "Certamente, signore, nessuna pressione potrebbe farmi rivelare il vostro nome. Preferirei soffrire la morte, visto che lo volete. Eppure, dopo tutto, vi prego di non tornare per amor mio. Non vorrei che intraprendeste una battaglia che sarà così disperata. Vi ringrazio per la vostra parola data che la intraprendereste volentieri, ma consideratevi ora sollevato, poiché è meglio che io muoia sola piuttosto che vedervi gioire della vostra morte oltre che della mia; non risparmierebbero la mia vita dopo aver messo a morte voi. Quindi è meglio per voi rimanere in vita che se entrambi andassimo incontro alla morte". "Questa è un'osservazione molto ingrata, mia cara", dice il mio signore Yvain; "suppongo che o non desideriate essere liberata dalla morte, o che disprezziate il conforto che vi porto con il mio aiuto. Non discuterò più la questione, poiché voi avete fatto così tanto per me che non posso mancarvi in alcun bisogno. So che siete in grande angoscia; ma, se Dio vuole, in cui confido, saranno tutti e tre sconfitti. Quindi basta su questo punto: sto andando via ora per trovare un riparo in questo bosco, poiché non c'è dimora nelle vicinanze". "Signore", dice ella, "possa Dio darvi un buon riparo e una buona notte, e proteggervi come desidero da tutto ciò che potrebbe farvi del male!" Poi il mio signore Yvain parte, e il leone come al solito dietro di lui. Viaggiarono finché giunsero presso un luogo fortificato di un barone, che era completamente circondato da un muro massiccio, forte e alto. Il castello, essendo straordinariamente ben protetto, non temeva alcun assalto di catapulte o macchine d'assedio; ma fuori dalle mura il terreno era stato ripulito così completamente che non rimaneva in piedi nemmeno una capanna o una dimora. Ne apprenderete la causa poco più avanti, quando verrà il momento. Il mio signore Yvain si diresse direttamente verso il luogo fortificato, e sette servitori uscirono, abbassarono il ponte e avanzarono per incontrarlo. Ma furono terrorizzati alla vista del leone, che videro con lui, e gli chiesero gentilmente di lasciare il leone alla porta affinché non li ferisse o uccidesse. Ed egli risponde: "Non dite altro! Poiché io non entrerò senza di lui. O troveremo entrambi riparo qui, o altrimenti rimarrò fuori; egli mi è caro quanto io stesso. Eppure non dovete averne timore! Poiché lo terrò così bene sotto controllo che potrete essere del tutto fiduciosi". Risposero: "Molto bene!" Poi entrarono in città, e proseguirono finché incontrarono cavalieri, dame e damigelle incantevoli che scendevano lungo la strada, i quali lo salutano e attendono di togliergli l'armatura dicendo: "Benvenuto tra noi, bel signore! E possa Dio concedere che voi rimaniate qui finché non potrete partire con grande onore e soddisfazione!" Alti e bassi allo stesso modo gli estendono un lieto benvenuto, e fanno tutto il possibile per lui, mentre lo scortano gioiosamente in città. Ma dopo aver espresso la loro gioia, sono sopraffatti dal dolore, che fa loro dimenticare rapidamente la gioia, mentre iniziano a lamentarsi, piangere e percuotersi. Così, per un lungo spazio di tempo, non cessano di gioire o di lamentarsi: è per onorare il loro ospite che gioiscono, ma il loro cuore non è in ciò che fanno, poiché sono molto preoccupati per un evento che si aspettano accada il giorno seguente, e si sentono molto sicuri e certi che avverrà prima di mezzogiorno. Il mio signore Yvain era così sorpreso che cambiassero così spesso umore, e mescolassero il dolore alla loro felicità, che si rivolse al signore del luogo in merito. "Per l'amor di Dio", disse, "bel signore gentile, volete cortesemente informarmi perché mi avete onorato così, e mostrato allo stesso tempo tanta gioia e tanta tristezza?" "Sì, se desiderate saperlo, ma sarebbe meglio per voi desiderare l'ignoranza e il silenzio. Non vi dirò mai volontariamente nulla che possa causarvi dolore. Lasciateci continuare a lamentarci, e non prestate attenzione a ciò che facciamo!" "Sarebbe del tutto impossibile per me vedervi triste e non prenderlo a cuore, quindi desidero sapere la verità, qualunque dispiacere ne possa derivare per me". "Bene, allora", disse, "vi dirò tutto. Ho sofferto molto a causa di un gigante, che ha insistito affinché gli dessi mia figlia, che supera in bellezza tutte le fanciulle del mondo. Questo malvagio gigante, che Dio confonda, si chiama Harpin della Montagna. Non passa giorno senza che egli prenda tutti i miei averi su cui riesce a mettere le mani. Nessuno ha più diritto di me di lamentarsi, e di essere triste, e di fare lamento. Potrei benissimo perdere il senno dal puro dolore, poiché avevo sei figli che erano cavalieri, più belli di chiunque conoscessi al mondo, e il gigante li ha presi tutti e sei. Davanti ai miei occhi ne ha uccisi due, e domani ucciderà gli altri quattro, a meno che io non trovi qualcuno che osi combatterlo per la liberazione dei miei figli, o a meno che io non acconsenta a consegnargli mia figlia; ed egli dice che quando l'avrà in suo possesso la darà in pasto ai più vili e lascivi individui della sua casa, poiché disdegnerebbe di prenderla ora per sé. Questo è il disastro che mi attende domani, a meno che il Signore Dio non mi conceda il Suo aiuto. Quindi non c'è da meravigliarsi, bel signore, se siamo tutti in lacrime. Ma per amor vostro ci sforziamo per il momento di assumere un volto il più allegro possibile. Poiché è uno stolto colui che attira un gentiluomo in sua presenza e poi non lo onora; e voi sembrate essere un gentiluomo molto perfetto. Ora vi ho raccontato l'intera storia della nostra grande angoscia. Né in città né in fortezza il gigante ci ha lasciato nulla, eccetto ciò che abbiamo qui. Se aveste notato, avreste dovuto vedere stasera che non ci ha lasciato nemmeno un uovo, eccetto queste mura che sono nuove; poiché ha raso al suolo l'intera città. Quando ebbe saccheggiato tutto ciò che desiderava, diede fuoco a ciò che rimaneva. In questo modo mi ha fatto molti torti".

Il mio signore Yvain ascoltò tutto ciò che il suo ospite gli raccontò, e quando ebbe ascoltato tutto fu lieto di rispondergli: "Signore, mi dispiace e sono addolorato per questo vostro problema; ma mi meraviglio grandemente che non abbiate chiesto assistenza alla corte del buon Re Artù. Non c'è uomo così potente che non possa trovare alla sua corte alcuni che sarebbero lieti di mettere alla prova la loro forza con la sua". Allora il ricco uomo rivela e gli spiega che avrebbe avuto un aiuto efficiente se avesse saputo dove trovare il mio signore Gawain. "Egli non mi avrebbe deluso in questa occasione, poiché mia moglie è sua sorella; ma un cavaliere di una terra straniera, che andò a corte per cercare la moglie del Re, l'ha portata via. Tuttavia, non avrebbe potuto entrarne in possesso con alcun mezzo di sua invenzione, se non fosse stato per Kay, che ha talmente ingannato il Re da fargli dare la Regina in sua custodia e porla sotto la sua protezione. Fu uno stolto, e lei imprudente ad affidarsi alla sua scorta. E io sono colui che soffre e perde in tutto questo; poiché è certo che il mio eccellente signore Gawain si sarebbe affrettato a venire qui, se avesse conosciuto i fatti, per il bene dei suoi nipoti e della sua nipote. Ma egli non ne sa nulla, motivo per cui sono così angosciato che il mio cuore sta quasi per spezzarsi, poiché è andato in suo inseguimento, a colui al quale possa Dio portare vergogna e sventura per aver portato via la Regina". Mentre ascolta questo racconto il mio signore Yvain non smette di sospirare. Ispirato dalla pietà che prova, dà questa risposta: "Bel signore gentile, intraprenderei volentieri questa pericolosa avventura, se il gigante e i vostri figli dovessero arrivare domani in tempo da non causarmi alcun ritardo, poiché domani a mezzogiorno sarò da un'altra parte, in accordo con una promessa che ho fatto". "Una volta per tutte, bel signore", disse il buon uomo, "vi ringrazio centomila volte per la vostra disponibilità". E tutto il popolo della casa espresse ugualmente la propria gratitudine.

Proprio allora la damigella uscì da una stanza, con il suo corpo aggraziato e il volto così bello e piacevole a guardarsi. Era molto semplice, triste e silenziosa mentre avanzava, poiché non c'era fine al dolore che provava: camminava con il capo chino verso terra. E anche sua madre entrò da una stanza attigua, poiché il gentiluomo le aveva fatte chiamare affinché incontrassero il suo ospite. Entrarono con i mantelli avvolti attorno a sé per celare le lacrime; ed egli ordinò loro di scostare i mantelli e di tenere la testa alta, dicendo: "Non dovete esitare a obbedire ai miei ordini, poiché Dio e la buona sorte ci hanno dato qui un gentiluomo di nobili natali che mi assicura che combatterà contro il gigante. Non indugiate oltre ora a gettarvi ai suoi piedi!" "Che Dio non mi faccia mai vedere questo!" si affretta a esclamare il mio signore Yvain; "certamente non sarebbe appropriato in nessuna circostanza che la sorella e la nipote del mio signore Gawain si prostrassero ai miei piedi. Che Dio mi difenda dal cedere mai a un tale orgoglio da lasciarle cadere ai miei piedi! Anzi, non dimenticherei mai la vergogna che ne proverei; ma sarei molto lieto se volessero trovare conforto fino a domani, quando potranno vedere se Dio acconsentirà ad aiutarle. Non ho altra richiesta da fare, se non che il gigante arrivi in tempo utile affinché io non sia costretto a infrangere un impegno altrove; poiché non vorrei mancare per nulla al mondo all'appuntamento di domani a mezzogiorno per la più grande impresa che io possa mai intraprendere". Così egli non è disposto a rassicurarle completamente, poiché teme che il gigante non arrivi abbastanza presto da permettergli di raggiungere in tempo la damigella che è imprigionata nella cappella. Ciononostante, promette loro abbastanza da suscitare in loro una buona speranza. Tutte insieme si uniscono nel ringraziarlo, poiché ripongono grande fiducia nel suo valore, e pensano che debba essere un uomo davvero valente, quando vedono il leone al suo fianco così fiducioso come lo sarebbe un agnello. Si confortano e gioiscono per la speranza che ripongono in lui, e non si abbandonano più al loro dolore. Quando giunse l'ora, lo condussero a letto in una stanza vivamente illuminata; sia la damigella che sua madre lo scortarono, poiché lo tenevano in gran conto, e lo avrebbero fatto centomila volte di più se fossero state informate del suo valore e della sua cortesia. Egli e il leone si coricarono insieme lì e presero riposo. Gli altri non osarono dormire nella stanza; ma chiusero la porta così bene che non poterono uscire fino all'alba del giorno seguente. Quando la stanza fu spalancata, egli si alzò e ascoltò la Messa, e poi, a causa della promessa che aveva fatto, attese fino all'ora di prima. Poi, udito da tutti, chiamò il signore della città e disse: "Mio signore, non ho più tempo di attendere, ma devo chiedervi il permesso di partire subito; non posso trattenermi oltre qui. Ma credete davvero che resterei volentieri e di buon grado qui ancora per un po' per il bene dei nipoti e della nipote del mio amato signore Gawain, se non avessi una grande faccenda per le mani e se non fosse così lontana". A queste parole il sangue della damigella fremette e ribollì per la paura, così come quello della dama e del signore. Erano così spaventati che se ne andasse che erano sul punto di umiliarsi e gettarsi ai suoi piedi, quando si ricordarono che egli non avrebbe approvato né permesso la loro azione. Allora il signore gli fa un'offerta di tutto ciò che vorrà prendere delle sue terre o delle sue ricchezze, purché attenda ancora un poco. Ed egli rispose: "Dio non voglia che io prenda mai nulla di vostro!" Allora la damigella, che è nello sgomento, inizia a piangere ad alta voce e lo supplica di restare. Come chi è distratto e preda del terrore, lo prega per la gloriosa regina del cielo e degli angeli, e per il Signore, di non andarsene ma di aspettare un poco; e poi, anche per amore di suo zio, che dice di conoscere, amare e stimare. Allora il suo cuore è toccato da profonda pietà quando la sente scongiurarlo nel nome di colui che ama di più, e della signora del cielo, e del Signore, che è il miele stesso e il dolce profumo della pietà. Colmo di angoscia, emise un sospiro, poiché se fosse in gioco il regno di Tarsia non vedrebbe bruciare colei alla quale ha promesso aiuto. Se non potesse raggiungerla in tempo, non sarebbe in grado di sopportare la vita, o vivrebbe senza senno; d'altra parte, la gentilezza del suo amico, il mio signore Gawain, accresceva solo il suo tormento; il suo cuore scoppia quasi a metà al pensiero di non poter indugiare. Ciononostante, non si muove, ma ritarda e attende così a lungo che il gigante arriva all'improvviso, portando con sé i cavalieri: e appeso al collo portava un grosso palo quadrato con un'estremità appuntita, e con questo li spronava frequentemente. Da parte loro, non avevano addosso abiti che valessero un soldo, se non delle camicie sporche e sudicie: e i loro piedi e le mani erano legati con funi, mentre cavalcavano quattro ronzini zoppicanti, che erano deboli, magri e miserabili. Mentre cavalcavano lungo un bosco, un nano, che era gonfio come un rospo, aveva legato insieme le code dei cavalli e camminava accanto a loro, battendoli senza pietà con una frusta a quattro nodi finché non sanguinavano, pensando così di fare qualcosa di meraviglioso. Così venivano condotti nella vergogna dal gigante e dal nano. Fermandosi nella pianura davanti alla porta della città, il gigante grida al nobile signore che ucciderà i suoi figli a meno che non gli consegni sua figlia, che abbandonerà ai suoi vili compagni affinché diventi il loro trastullo. Poiché non la ama né la stima più, tanto da degnarsi di umiliarsi per lei. Sarà costantemente assillata da mille furfanti pidocchiosi e stracciati, miserabili sfaccendati e sguatteri, che tutti metteranno le mani su di lei. Il degno uomo è quasi fuori di sé quando sente come sua figlia sarà resa una mezzana, o altrimenti, davanti ai suoi occhi, i suoi quattro figli saranno messi a morte rapidamente. La sua agonia è come quella di chi preferirebbe essere morto piuttosto che vivo. Più e più volte piange il suo destino, piange ad alta voce e sospira. Allora il mio franco e gentile signore Yvain iniziò a parlargli così: "Sire, molto vile e impudente è quel gigante che si vanta là fuori. Ma Dio non voglia mai che egli abbia vostra figlia in suo potere! Egli la disprezza e la insulta apertamente. Sarebbe una calamità troppo grande se una creatura così bella e di così alto lignaggio venisse consegnata per diventare il trastullo dei ragazzi. Datemi ora le mie armi e il mio cavallo! Fate abbassare il ponte levatoio e lasciatemi passare. Uno o l'altro deve essere abbattuto, o io o lui, non so quale. Se solo potessi umiliare il crudele miserabile che vi sta così opprimendo, affinché egli liberi i vostri figli e venga a riparare alle parole offensive che vi ha rivolto, allora vi raccomanderei a Dio e andrei per i fatti miei". Allora vanno a prendere il suo cavallo e gli consegnano le sue armi, adoperandosi così celermente che in breve lo hanno del tutto equipaggiato. Indugiarono il meno possibile nell'armarlo. Quando il suo equipaggiamento fu completo, non rimase altro che abbassare il ponte e lasciarlo andare. Lo abbassarono per lui, ed egli uscì. Ma il leone non volle assolutamente restare indietro. Tutti coloro che rimasero indietro raccomandarono il cavaliere al Salvatore, poiché temono enormemente che il loro nemico diabolico, che aveva già ucciso così tanti uomini valorosi sullo stesso campo davanti ai loro occhi, faccia lo stesso con lui. Così pregano Dio di difenderlo dalla morte, e di riportarlo da loro sano e salvo, e che Egli possa dargli la forza di uccidere il gigante. Ognuno prega sommessamente Dio secondo il proprio desiderio. E il gigante venne ferocemente verso di lui, e con parole minacciose gli parlò così: "Per i miei occhi, l'uomo che ti ha mandato qui sicuramente non provava alcun amore per te! Non avrebbe potuto trovare modo migliore per vendicarsi di te. Ha scelto bene la sua vendetta per qualsiasi torto tu gli abbia fatto". Ma l'altro, non temendo nulla, risponde: "Tu tratti di ciò che non importa. Ora fa' del tuo meglio, e io farò il mio. Le chiacchiere oziose mi stancano". A quel punto il mio signore Yvain, che era ansioso di partire, cavalca verso di lui. Va a colpirlo sul petto, che era protetto dalla pelle di un orso, e il gigante corre verso di lui con il suo palo sollevato in aria. Il mio signore Yvain gli assesta un colpo tale sul petto che trafigge la pelle e bagna la punta della sua lancia nel sangue del suo corpo come condimento. E il gigante lo bastona con il palo e lo fa piegare sotto i colpi. Il mio signore Yvain estrae allora la spada con la quale sapeva sferrare colpi feroci. Trovò il gigante senza protezione, poiché confidava talmente tanto nella sua forza da sdegnare di armarsi. E colui che aveva estratto la lama gli diede un taglio tale con il filo tagliente, e non con il lato piatto, che gli tagliò dalla guancia una fetta adatta all'arrosto. Poi l'altro a sua volta gli diede un colpo tale con il palo che lo fece crollare in un mucchio sul collo del suo cavallo. A quel punto il leone si rizza, pronto a prestare aiuto al suo padrone, e balza su nella sua rabbia e forza, e colpisce e lacera come corteccia la pesante pelle d'orso che il gigante indossava, e strappò sotto la pelle un grosso pezzo della sua coscia, insieme ai nervi e alla carne. Il gigante sfuggì alla sua presa, ruggendo e muggendo come un toro, poiché il leone lo aveva ferito gravemente. Poi, alzando il suo palo con entrambe le mani, pensò di colpirlo, ma mancò il bersaglio, quando il leone balzò all'indietro così che mancò il colpo e cadde esausto accanto al mio signore Yvain, ma senza che nessuno dei due toccasse l'altro. Allora il mio signore Yvain prese la mira e gli assestò due colpi. Prima che potesse riprendersi, aveva reciso con il filo della sua spada la spalla del gigante dal suo corpo. Con il colpo successivo fece passare l'intera lama della sua spada attraverso il fegato sotto il suo petto; il gigante cade nell'abbraccio della morte. E se una grande quercia dovesse cadere, penso che non farebbe un rumore più forte di quello che fece il gigante quando precipitò. Tutti coloro che erano sulle mura avrebbero voluto assistere a un tale colpo. Poi divenne evidente chi fosse il più veloce di piedi, poiché tutti corsero a vedere il gioco, proprio come i segugi che hanno seguito la bestia finché alla fine non la raggiungono. Così uomini e donne in gara corsero avanti senza indugio verso dove il gigante giaceva a faccia in giù. La figlia corre, e anche sua madre. E i quattro fratelli gioiscono dopo i tormenti che hanno sopportato. Quanto al mio signore Yvain, sono certissimi che non potrebbero trattenerlo per nessuna ragione che possano addurre, ma lo supplicano di tornare e restare a divertirsi non appena avrà completato la faccenda che lo chiama altrove. Ed egli risponde che non può promettere loro nulla, poiché ancora non può indovinare se gli andrà bene o male. Ma disse questo al suo ospite: che desiderava che i suoi quattro figli e sua figlia prendessero il nano e andassero dal mio signore Gawain quando sentiranno del suo ritorno, e che gli raccontino e riferiscano come si è comportato. Poiché le azioni gentili non servono a nulla se non si è disposti a farle conoscere. Ed essi rispondono: "Non è giusto che una tale gentilezza come questa rimanga nascosta: faremo tutto ciò che desiderate. Ma diteci cosa possiamo dire quando ci presenteremo davanti a lui. Di chi possiamo tessere le lodi, quando non sappiamo quale possa essere il vostro nome?" Ed egli risponde loro: "Quando vi presenterete davanti a lui, potrete dire questo: che vi ho detto che 'Il Cavaliere con il Leone' era il mio nome. E allo stesso tempo devo pregarvi di dirgli da parte mia che, se non riconosce chi sono, tuttavia mi conosce bene e io conosco lui. Ora devo andarmene da qui, e la cosa che più mi spaventa è che io possa essermi trattenuto qui troppo a lungo, poiché prima che l'ora di mezzogiorno sia passata avrò molto da fare altrove, se davvero riuscirò ad arrivarvi in tempo". Poi, senza ulteriore indugio, parte. Ma prima il suo ospite lo pregò insistentemente di portare con sé i suoi quattro figli: poiché non c'era nessuno di loro che non si sarebbe sforzato di servirlo, se glielo avesse permesso. Ma non gli piacque né gli parve opportuno che qualcuno lo accompagnasse; così lasciò loro il luogo e se ne andò da solo. E non appena parte, cavalcando più veloce che il suo destriero può portarlo, si dirige verso la cappella. Il sentiero era buono e dritto, e sapeva bene come mantenere la strada. Ma prima che potesse raggiungere la cappella, la damigella era stata trascinata fuori e la pira preparata sulla quale doveva essere posta. Vestita solo di una sottoveste, era tenuta legata davanti al fuoco da coloro che le attribuivano ingiustamente un'intenzione che non aveva mai avuto. Il mio signore Yvain arrivò e, vedendola accanto al fuoco nel quale stava per essere gettata, fu naturalmente indignato. Non sarebbe né cortese né sensato chi avesse qualche dubbio su questo fatto. Così è vero che era molto indignato; ma nutre dentro di sé la speranza che Dio e il Giusto saranno dalla sua parte. In tali aiuti egli confida; né disdegna l'aiuto del suo leone. Correndo rapidamente verso la folla, grida: "Lasciate stare la damigella, gente malvagia! Non avendo commesso alcun crimine, non è giusto che venga gettata su una pira o in una fornace". E loro si ritirano da ogni lato, lasciando un passaggio per lui. Ma egli brama di vedere con i suoi occhi colei che il suo cuore contempla in qualsiasi luogo essa sia. I suoi occhi la cercano finché non la trova, mentre doma e tiene a freno il suo cuore, proprio come si tiene a freno con un forte morso un cavallo che tira. Ciononostante, la guarda volentieri e sospira nel frattempo; ma non sospira così apertamente che la sua azione venga scoperta; piuttosto soffoca i suoi sospiri, sebbene con difficoltà. Ed è colto da pietà nel sentire, vedere e percepire il dolore delle povere dame, che gridavano: "Ah, Dio, come ci hai dimenticate! Quanto saremo desolate ora quando perderemo un'amica così gentile, che ci ha dato tale consiglio e tale aiuto, e ha interceduto per noi a corte! È stata lei a spingere madame a vestirci con le sue vesti di vajo. D'ora in poi la situazione cambierà, poiché non ci sarà nessuno a parlare per noi! Maledetto colui che è la causa della nostra perdita! Poiché ce la passeremo male in tutto questo. Non ci sarà nessuno a dare un consiglio come questo: 'Mia signora, date questo mantello di vajo, questo mantello e questo indumento a tale e tale onesta dama! Davvero, una tale carità sarà ben impiegata, poiché lei è in gravissimo bisogno di essi.' Nessuna parola come queste sarà pronunciata d'ora in poi, poiché non c'è nessun altro che sia franco e cortese; ma ognuno sollecita per sé piuttosto che per qualcun altro, anche se non ne ha bisogno".

Il leone allora si ritirò e, concluse le trattative e la disputa tra loro due, si presero tutti le distanze per la carica. I tre insieme spronarono verso di lui, ed egli andò loro incontro al passo. Non voleva essere rovesciato o ferito in questo primo incontro. Così lasciò che frantumassero le loro lance, mentre mantenne intatta la propria, offrendo loro come bersaglio lo scudo, sul quale ciascuno spezzò la propria lancia. Poi galoppò via finché non fu separato da loro dallo spazio di un acro; ma tornò presto all'impresa in corso, non avendo alcun desiderio di indugiare. Al suo secondo arrivo, raggiunse il siniscalco prima dei suoi due fratelli e, spezzando la lancia sul suo corpo, lo portò a terra suo malgrado, e gli diede un colpo così potente che per lungo tempo giacque stordito, incapace di fargli alcun male. E allora gli altri due gli si avventarono contro con le spade sguainate, ed entrambi gli sferrano grandi colpi, ma ricevono da lui colpi ancora più pesanti. Poiché uno solo dei colpi che infligge vale più di due dei loro; così si difende tanto bene che non hanno alcun vantaggio su di lui, finché il siniscalco non si rialza e fa del suo meglio per ferirlo, tentativo al quale si uniscono gli altri, finché non iniziano a premerlo e ad avere la meglio. Allora il leone, che sta a guardare, non indugia oltre a prestargli aiuto; poiché gli sembra che ora ne abbia bisogno. E tutte le dame, che sono devote alla damigella, supplicano Dio ripetutamente e Lo pregano fervidamente di non permettere la morte o la sconfitta di colui che è sceso in campo per lei. Le dame, non avendo altre armi, lo assistono così con le loro preghiere. E il leone gli porta un aiuto così efficace che, al suo primo attacco, colpisce così ferocemente il siniscalco, che era ormai in piedi, da far volare le maglie dell'usbergo come paglia, e lo trascina giù con tale violenza da strappargli la carne tenera dalla spalla e lungo tutto il fianco. Spoglia tutto ciò che tocca, così che le viscere restano esposte. Gli altri due vendicano questo colpo.

Ora sono tutti pari sul campo. Il siniscalco è segnato dalla morte, mentre si volta e si dibatte nel rivo rosso di sangue caldo che cola dal suo corpo. Il leone attacca gli altri; poiché il mio signore Yvain è del tutto incapace, sebbene abbia fatto del suo meglio percuotendolo o minacciandolo, di respingerlo; ma il leone sente senza dubbio che al suo signore non dispiace il suo aiuto, ma piuttosto lo ama di più per questo: così li attacca ferocemente, finché non hanno ragione di lamentarsi dei suoi colpi, ed essi a loro volta lo feriscono e lo riducono male. Quando il mio signore Yvain vede il suo leone ferito, il suo cuore è adirato in petto, e a ragione; ma fa tali sforzi per vendicarlo, e li preme così duramente, che li riduce completamente; non gli resistono più, ma si arrendono a lui a discrezione, a causa dell'aiuto del leone, che ora è in grande angoscia; poiché era ferito ovunque, e aveva buone ragioni per soffrire. Da parte sua, il mio signore Yvain non era affatto in salute, poiché il suo corpo portava molte ferite. Ma non è così ansioso per se stesso quanto per il suo leone, che è in angoscia. Ora ha liberato la damigella esattamente come desiderava, e la dama ha molto volentieri rimosso il rancore che le portava. E quegli uomini furono bruciati sulla pira che era stata accesa per la morte della damigella; poiché è giusto e doveroso che colui che ha giudicato male un altro, subisca lo stesso tipo di morte a cui aveva condannato l'altro. Ora Lunete è gioiosa e lieta di essersi riconciliata con la sua signora, e insieme furono più felici di chiunque altro prima d'ora. Senza riconoscerlo, tutti i presenti offrirono a lui, che era il loro signore, il loro servizio finché vita avesse avuto; persino la dama, che possedeva inconsapevolmente il suo cuore, lo pregò insistentemente di trattenersi lì finché il suo leone e lui non fossero del tutto guariti. Ed egli rispose: "Dama, non mi tratterrò qui finché la mia signora non avrà rimosso da me il suo dispiacere e la sua ira: allora la fine di tutte le mie fatiche giungerà". "Davvero", disse lei, "questo mi addolora. Penso che la dama non possa essere molto cortese se nutre malanimo contro di voi. Non dovrebbe chiudere la sua porta a un cavaliere così valoroso come voi, a meno che non le avesse fatto un torto grande". "Dama", risponde, "per quanto grande sia la sofferenza, mi compiace qualunque sia la sua volontà. Ma non parlatemi più di questo; poiché non dirò nulla della causa o del crimine, se non a coloro che ne sono informati". "Qualcuno lo sa, dunque, oltre a voi due?" "Sì, in verità, dama". "Bene, diteci almeno il vostro nome, bel signore; allora sarete libero di andare". "Del tutto libero, mia signora? No, non sarò libero. Devo più di quanto possa pagare. Tuttavia, non dovrei nascondervi il mio nome. Non sentirete mai parlare del 'Cavaliere dal Leone' senza sentire parlare di me; poiché desidero essere conosciuto con questo nome". "Per l'amor di Dio, signore, cosa significa questo nome? Poiché non vi abbiamo mai visto prima, né abbiamo mai sentito menzionare questo vostro nome". "Mia signora, potete dedurre da ciò che la mia fama non è diffusa". Allora la dama dice: "Ancora una volta, se non si opponesse alla vostra volontà, vi pregherei di trattenervi qui". "Davvero, mia signora, non oserei, finché non sapessi per certo di aver riconquistato il benevolo favore della mia signora". "Bene, allora, andate nel nome di Dio, bel signore; e, se è Sua volontà, possa Egli convertire il vostro dolore e la vostra sofferenza in gioia". "Dama", dice lui, "possa Dio ascoltare la vostra preghiera". Poi aggiunse dolcemente sottovoce: "Dama, siete voi che tenete la chiave, e, sebbene non lo sappiate, tenete lo scrigno in cui la mia felicità è tenuta sotto chiave".

Poi se ne va in grande angoscia, e non c'è nessuno che lo riconosca se non Lunete, che lo accompagnò per un lungo tratto. Lunete sola gli tiene compagnia, ed egli la prega insistentemente di non rivelare mai il nome del suo campione. "Sire", dice lei, "non lo farò mai". Poi le chiese inoltre di non dimenticarlo, e di conservargli un posto nel cuore della sua signora, ogni volta che ne avesse avuto l'occasione. Lei gli dice di stare tranquillo su quel punto; poiché non sarà mai smemorata, né infedele, né oziosa. Poi lui la ringrazia mille volte, e parte pensieroso e oppresso, a causa del suo leone che deve necessariamente trasportare, essendo incapace di seguirlo a piedi. Gli prepara una lettiga di muschio e felci nel suo scudo. Quando gli ha preparato un letto lì, ve lo adagia con quanta più delicatezza può, e lo trasporta così disteso a piena lunghezza sul lato interno dello scudo. Così, nel suo scudo lo porta via, finché non giunge davanti al cancello di un maniero, forte e bello. Trovandolo chiuso, chiamò, e il portiere lo aprì così prontamente che non ebbe bisogno di chiamare che una volta. Egli allunga la mano per prendere le redini, e lo saluta così: "Entrate, bel sire. Vi offro l'abitazione del mio signore, se vi aggrada smontare". "Accetto l'offerta volentieri", risponde, "poiché ne ho gran bisogno, ed è tempo di trovare un alloggio".

Dopodiché, passò attraverso il cancello e vide i servitori in massa venire a incontrarlo. Lo salutarono e lo aiutarono a scendere da cavallo, e deposero sul pavimento il suo scudo con il leone sopra. E alcuni, prendendo il suo cavallo, lo misero in una stalla: mentre altri, molto cortesemente, lo liberarono dalle sue armi e le presero. Poi il signore del castello udì la notizia, e scese subito nel cortile, e lo salutò. E anche la sua dama scese, con tutti i suoi figli e figlie e una gran folla di altre persone, che tutti gioirono nell'offrirgli un alloggio. Gli diedero una stanza tranquilla, perché ritenevano che fosse malato; ma la loro buona natura fu messa alla prova quando permisero al leone di andare con lui. La sua cura fu intrapresa da due fanciulle esperte in chirurgia, che erano figlie del signore. Non so quanti giorni rimase lì, finché lui e il suo leone, essendo guariti, furono costretti a proseguire per la loro strada.

Ma in questo periodo accadde che il mio signore di Noire Espine ebbe una lotta con la Morte, e così feroce fu l'attacco della Morte che fu costretto a morire. Dopo la sua morte accadde che la maggiore delle due figlie che aveva, annunciò che avrebbe posseduto incontestata tutti i possedimenti per sé per tutta la vita, e che non avrebbe dato alcuna parte a sua sorella. E l'altra disse che sarebbe andata alla corte di Re Artù per cercare aiuto per la difesa della sua pretesa sulla terra. Quando la prima vide che sua sorella non avrebbe affatto concesso tutti i possedimenti a lei senza contrasto, fu molto preoccupata, e pensò che, se possibile, sarebbe arrivata a corte prima di lei. Subito si preparò ed equipaggiò, e senza alcun indugio o ritardo, procedette verso la corte. L'altra la seguì, e fece tutta la fretta che poté; ma il suo viaggio fu tutto vano, poiché la sorella maggiore aveva già presentato il suo caso al mio signore Gawain, e lui aveva promesso di eseguire la sua volontà. Ma c'era un accordo tra loro che se qualcuno avesse appreso i fatti da lei, non avrebbe mai più preso le armi per lei, e a questo accordo lei diede il consenso.

Proprio allora l'altra sorella arrivò a corte, vestita con un corto mantello di panno scarlatto e fresco ermellino. Accadde che fosse il terzo giorno dopo che la Regina era tornata dalla prigionia in cui Maleagant l'aveva trattenuta con tutti gli altri prigionieri; ma Lancelot era rimasto indietro, traditamente confinato all'interno di una torre. E proprio in quel giorno, quando la damigella giunse a corte, si ricevettero notizie del crudele e malvagio gigante che il cavaliere dal leone aveva ucciso in battaglia. Nel suo nome, il mio signore Gawain fu salutato dai suoi nipoti e dalla nipote, che gli raccontarono in dettaglio tutto il grande servizio e le grandi gesta di prodezza che aveva compiuto per loro per suo conto, e come fosse ben conoscente di lui, sebbene non consapevole della sua identità.

Tutto questo fu udito da lei, che ne fu sprofondata in grande disperazione, dolore e abbattimento; poiché, poiché il migliore dei cavalieri era assente, pensò che non avrebbe trovato alcun aiuto o consiglio alla corte. Aveva già fatto diversi appelli amorevoli e insistenti al mio signore Gawain; ma lui le aveva detto: "Cara mia, è inutile fare appello a me; non posso farlo; ho un altro affare in mano, che non abbandonerò in alcun modo". Allora la damigella lo lasciò subito, e si presentò davanti al Re. "O Re", disse, "sono venuta da te e alla tua corte per chiedere aiuto. Ma non ne trovo alcuno, e sono molto stupita di non poter ottenere alcun consiglio qui. Tuttavia, non sarebbe giusto per me andarmene senza prendere congedo. Mia sorella può sapere, tuttavia, che potrebbe ottenere con la gentilezza tutto ciò che desiderava delle mie proprietà; ma non le cederò mai il mio patrimonio con la forza, se posso evitarlo, e se posso trovare aiuto o consiglio". "Hai parlato saggiamente", disse il Re; "poiché lei è presente qui, le consiglio, raccomando e sollecito di cederti ciò che è tuo diritto". Allora l'altra, che era fiduciosa nel miglior cavaliere del mondo, rispose: "Sire, possa Dio confondermi, se mai le dovessi donare dei miei possedimenti alcun castello, città, radura, foresta, terra, o qualsiasi altra cosa. Ma se qualche cavaliere osa prendere le armi per suo conto e desidera difendere la sua causa, che si faccia avanti subito". "La tua offerta a lei non è giusta; ha bisogno di più tempo", rispose il Re; "se lo desidera, può avere quaranta giorni per assicurarsi un campione, secondo la pratica di tutte le corti". A cui la sorella maggiore rispose: "Bel Re, mio signore, potete stabilire le vostre leggi come vi aggrada, e come sembra bene, né sta a me contraddirvi, quindi devo acconsentire al rinvio, se lei lo desidera". Al che, l'altra dice che lo desidera, e ne fa richiesta formale. Poi raccomandò il Re a Dio, e lasciò la corte risolvendosi a dedicare la sua vita alla ricerca in tutto il paese del Cavaliere dal Leone, che si dedica a soccorrere le donne bisognose di aiuto.

Così iniziò la sua ricerca, e attraversò molti paesi senza sentire alcuna notizia di lui, il che le causò un dolore tale che si ammalò. Ma fu un bene per lei che accadesse così; poiché giunse all'abitazione di una sua amica, da cui era profondamente amata. A quel tempo il suo volto mostrava chiaramente che non era in buona salute. Insisterono per trattenerla finché non raccontò loro la sua difficile situazione; al che, un'altra damigella riprese la ricerca in cui era stata impegnata, e continuò le ricerche per suo conto. Così mentre l'una rimaneva in questo rifugio, l'altra cavalcava rapidamente tutto il giorno, finché non scese l'oscurità della notte, e le causò grande ansia. E il suo turbamento fu raddoppiato quando la pioggia iniziò a cadere con terribile violenza, come se Dio stesso stesse facendo del Suo peggio, mentre lei era nelle profondità della foresta. La notte e i boschi le causano grande angoscia, ma è più tormentata dalla pioggia che dai boschi o dalla notte. E la strada era così pessima che il suo cavallo era spesso fino al sottopancia nel fango; ogni damigella potrebbe ben essere terrorizzata di trovarsi nei boschi, senza scorta, con un tempo così brutto e in un'oscurità tale da non poter vedere il cavallo che stava cavalcando. Così invocò prima Dio, e poi Sua madre, e poi tutti i santi a turno, e offrì molte preghiere affinché Dio la conducesse fuori da questa foresta e la conducesse a qualche alloggio. Continuò a pregare finché non udì un corno, al che gioì grandemente; poiché pensò che ora avrebbe trovato riparo, se solo avesse potuto raggiungere il luogo. Così si voltò nella direzione del suono, e giunse su una strada lastricata che conduceva dritto verso il corno il cui suono udì; poiché il corno aveva dato tre lunghi, forti squilli. E si diresse dritto verso il suono, finché non giunse a una croce che sorgeva sul lato destro della strada, e lì pensò che avrebbe potuto trovare il corno e la persona che lo aveva suonato. Così spronò il suo cavallo in quella direzione, finché non si avvicinò a un ponte, e scorse le bianche mura e il barbacane di un castello circolare. Così, per caso, giunse al castello, dirigendo il suo corso verso il suono che l'aveva condotta fin lì. Era stata attratta dal suono del corno suonato da una guardia sulle mura. Non appena la guardia la scorse, la chiamò, poi scese, e prendendo la chiave del cancello, lo aprì per lei e disse: "Benvenuta, damigella, chiunque voi siate. Sarete ben alloggiata questa notte". "Non ho altro desiderio che quello", rispose la damigella, mentre la faceva entrare. Dopo la fatica e l'ansia che aveva sopportato quel giorno, fu fortunata a trovare un simile alloggio; poiché lì stava molto comoda. Dopo il pasto il padrone di casa si rivolse a lei, e chiese dove stesse andando e quale fosse la sua ricerca. Al che, lei rispose così: "Sto cercando uno che non ho mai visto, per quanto mi sembri, e mai conosciuto; ma ha un leone con sé, e mi è stato detto che, se lo trovo, posso riporre grande fiducia in lui". "Posso testimoniare questo", disse l'altro: "poiché l'altro ieri Dio lo ha mandato qui da me nel mio estremo bisogno. Benedetti siano i sentieri che lo hanno condotto alla mia abitazione. Poiché mi ha reso lieto vendicandomi di un nemico mortale e uccidendolo davanti ai miei occhi. Fuori da quel cancello potrete vedere domani il corpo di un potente gigante, che egli uccise con tale facilità che ebbe a stento bisogno di sudare". "Per l'amor di Dio, sire", disse la damigella, "ditemi ora la verità, se sapete dove sia andato, e dove si trovi". "Non lo so", disse, "come Dio mi vede qui; ma domani vi metterò sulla strada per cui se ne è andato da qui". "E possa Dio", disse lei, "condurmi dove potrò udire vere notizie di lui. Poiché se lo trovo, sarò molto lieta".

Così continuarono in una lunga conversazione finché alla fine andarono a letto. Quando il giorno spuntò, la fanciulla si alzò, essendo in grande preoccupazione di trovare l'oggetto della sua ricerca. E il padrone di casa si alzò con tutti i suoi compagni, e la mise sulla strada che conduceva dritto alla fonte sotto il pino. E lei, affrettandosi verso la città, venne e chiese ai primi uomini che incontrò, se potessero dirle dove avrebbe trovato il leone e il cavaliere che viaggiavano in compagnia. Ed essi le dissero che lo avevano visto sconfiggere tre cavalieri in quel luogo stesso. Al che, lei disse subito: "Per l'amor di Dio, poiché avete detto tanto, non nascondetemi nulla che possiate aggiungere". "No", risposero; "non sappiamo nulla di più di quanto abbiamo detto, né sappiamo cosa ne sia stato di lui. Se colei per cui è venuto qui, non può darvi ulteriori notizie, non ci sarà nessuno qui a illuminarvi. Non avrete molta strada da fare, se volete parlare con lei; poiché è andata a fare preghiera a Dio e ad ascoltare la Messa in quella chiesa, e a giudicare dal tempo che è stata dentro, le sue orazioni si sono prolungate".

Mentre discorrevano così, Lunete uscì dalla chiesa ed essi dissero: "Eccola". Allora le andò incontro e si salutarono. Chiese subito a Lunete le informazioni che desiderava; e Lunete disse che avrebbe fatto sellare un palafreno, poiché desiderava accompagnarla e l'avrebbe condotta in un recinto dove lo aveva lasciato. L'altra damigella la ringraziò di cuore. Lunete monta il palafreno che viene portato senza indugio e, mentre cavalcano, le racconta come era stata accusata e incolpata di tradimento, e come il rogo fosse già stato acceso su cui doveva essere deposta, e come egli fosse giunto ad aiutarla proprio nel momento del bisogno. Parlando così, la scortò fino alla strada che conduceva direttamente al punto in cui messere Yvain si era separato da lei. Quando l'ebbe accompagnata fin lì, disse: "Seguite questa strada finché non giungerete in un luogo dove, se piacerà a Dio e allo Spirito Santo, udirete notizie più certe di lui di quanto io possa dirvi. Ricordo bene di averlo lasciato o vicino a qui, o proprio qui, dove siamo ora; da allora non ci siamo più visti e non so cosa abbia fatto. Quando mi lasciò, aveva un gran bisogno di un impiastro per le sue ferite. Dunque vi farò proseguire sulle sue tracce e, se è volontà di Dio, voglia il Cielo che lo troviate stasera o domani in buona salute. Ora andate: vi raccomando a Dio. Non devo seguirvi oltre, che la mia signora non si adiri con me". Poi Lunete la lascia e torna indietro; mentre l'altra si spinse avanti finché non trovò una casa, dove messere Yvain era rimasto finché non fu tornato in salute. Vide gente radunata davanti al cancello, cavalieri, dame e armigeri, e il padrone di casa; li salutò e chiese loro di darle, se possibile, notizie di un cavaliere che stava cercando. "Chi è?" domandano. "Ho sentito dire che non è mai senza un leone". "In fede mia, damigella", dice il padrone, "ci ha appena lasciato. Potete raggiungerlo stasera, se siete capace di non perdere di vista le sue tracce e state attenta a non perdere tempo". "Messer", risponde, "Dio non voglia. Ma ditemi ora in quale direzione devo seguirlo". E le dicono: "Da questa parte, sempre dritto", e la pregano di salutarlo a loro nome. Ma la loro cortesia non servì a molto; poiché, senza prestare ascolto, galoppò via immediatamente. L'andatura le sembrava fin troppo lenta, sebbene il suo palafreno corresse bene. Così galoppò nel fango esattamente come dove la strada era buona e liscia, finché non lo scorse con il leone come compagno. Allora nella sua gioia esclama: "Dio, aiutami ora. Finalmente vedo colui che ho inseguito così a lungo, e le cui orme ho seguito per tanto tempo. Ma se inseguo e nulla ottengo, che profitto avrò nel raggiungerlo? Poco o nulla, in fede mia. Se non si unisce alla mia impresa, ho sprecato tutte le mie pene". Dicendo così, si spinse avanti così velocemente che il suo palafreno era tutto sudato; ma lo raggiunse e lo salutò. Egli così rispose subito: "Dio vi salvi, bella fanciulla, e vi liberi dal dolore e dall'affanno". "Altrettanto a voi, messere, che, spero, sarete presto in grado di liberarmi". Poi gli si avvicina e dice: "Messere, vi ho cercato a lungo. La grande fama del vostro valore mi ha fatto attraversare molte contee nella mia stancante ricerca di voi. Ma ho continuato la mia ricerca così a lungo, grazie a Dio, che alla fine vi ho trovato qui. E se ho portato con me qualche ansia, non mi preoccupa più, né me ne lamento o la ricordo ora. Sono del tutto sollevata; la mia preoccupazione è svanita nel momento in cui vi ho incontrato. Inoltre, la faccenda non è mia: vengo a voi da una che è migliore di me, una donna più nobile ed eccellente. Ma se dovesse rimanere delusa nelle sue speranze su di voi, allora è stata tradita dalla vostra bella fama, poiché non ha aspettativa di altro aiuto. La mia damigella, che è privata della sua eredità da una sorella, spera con il vostro aiuto di vincere la sua causa; non vorrà altri che voi a difendere la sua parte. Nessuno può farle credere che qualcun altro possa portarle soccorso. Assicurandole la sua parte di eredità, avrete conquistato e acquistato l'amore di colei che ora è diseredata, e accrescerete anche la vostra stessa fama. Lei stessa stava venendo in cerca di voi per ottenere il beneficio che sperava; nessun altro avrebbe preso il suo posto, se non fosse stata trattenuta da una malattia che la costringe a letto. Ora ditemi, per favore, se oserete venire, o se rifiuterete". "No", dice lui; "nessun uomo può guadagnare lode in una vita di agi; e non mi tirerò indietro, ma vi seguirò volentieri, mia dolce amica, ovunque possa farvi piacere. E se colei per cui siete venuta a cercarmi ha un gran bisogno di me, non temete che non farò tutto il possibile per lei. Ora voglia Dio concedermi la felicità e la grazia di risolvere a suo favore la sua giusta pretesa".

Così conversando, i due cavalcarono via finché non si avvicinarono alla città di Pesme Avanture. Non avevano alcun desiderio di oltrepassarla, poiché il giorno stava già volgendo al termine. Arrivarono cavalcando al castello, quando tutta la gente, vedendoli arrivare, gridò al cavaliere: "Mal giunto, messere, mal giunto. Questo alloggio vi è stato indicato affinché poteste soffrire danno e vergogna. Un abate potrebbe giurarlo". "Ah", rispose, "gente sciocca e volgare, piena di ogni malvagità e priva di onore, perché mi avete assalito così?" "Perché? Lo scoprirete presto, se andrete ancora un po' avanti. Ma non saprete nulla di più finché non sarete saliti alla fortezza". Subito messere Yvain volge verso la torre, e la folla grida, tutti urlando contro di lui: "Eh, eh, sciagurato, dove vai? Se mai nella tua vita hai incontrato qualcuno che ti procurasse vergogna e dolore, tali ti saranno fatti là dove stai andando, che non saranno mai più raccontati da te". Messere Yvain, che sta ascoltando, dice: "Gente vile e spietata, miserabile e insolente, perché mi assalite così, perché mi attaccate in questo modo? Cosa volete da me, cosa cercate, che ringhiate così dietro di me?" Una dama, che era un po' avanti negli anni, che era cortese e assennata, disse: "Non hai motivo di adirarti: non intendono alcun male in quello che dicono; ma, se li comprendessi appieno, ti stanno avvertendo di non passare la notte lassù; non osano dirti il motivo di ciò, ma ti avvertono e ti biasimano perché desiderano suscitare le tue paure. Questo sono soliti fare nel caso di tutti coloro che arrivano, così che non entrino. E l'usanza è tale che non osiamo ricevere nelle nostre stesse case, per nessuna ragione al mondo, alcun gentiluomo che arrivi qui da lontano. La responsabilità ora è solo tua; nessuno ti sbarrerà la strada. Se vuoi, puoi salire ora; ma il mio consiglio è di tornare indietro". "Dama", dice, "senza dubbio sarebbe a mio onore e vantaggio seguire il vostro consiglio; ma non so dove dovrei trovare un alloggio stasera". "In fede mia", dice lei, "non dirò più nulla, poiché la preoccupazione non è mia. Andate dove vi pare. Tuttavia, sarei molto lieta di vedervi tornare dall'interno senza troppa vergogna; ma difficilmente potrebbe essere". "Dama", dice, "possa Dio ricompensarvi per il desiderio. Tuttavia, il mio cuore volitivo mi conduce all'interno, e farò ciò che il mio cuore desidera". Dopodiché, si avvicina al cancello, accompagnato dal suo leone e dalla sua damigella. Allora il portiere lo chiama e dice: "Venite presto, venite. Siete sulla strada per un luogo dove sarete trattenuto in sicurezza, e possa la vostra visita essere maledetta".

Il portiere, dopo averlo accolto con questo benvenuto assai poco grazioso, salì in fretta le scale. Ma messere Yvain, senza dare risposta, passò dritto oltre e trovò una sala nuova e imponente; davanti ad essa c'era un cortile recintato con grandi pali rotondi e appuntiti, e sedute dentro i pali vide non meno di trecento damigelle, intente a ricamare di vario genere. Ognuna cuciva con filo d'oro e seta, come meglio poteva. Ma tale era la loro povertà, che molte di loro non portavano cintura e sembravano trasandate, perché così povere; e i loro abiti erano strappati sul petto e ai gomiti, e le loro camicie erano sporche intorno al collo. I loro colli erano sottili e i loro volti pallidi per la fame e la privazione. Lo vedono, mentre le guarda, e piangono, e non sono in grado per un po' di fare nulla o di sollevare gli occhi da terra, tanto sono curve sotto il peso del dolore. Quando le ebbe contemplate per un po', messere Yvain si voltò e si mosse verso la porta; ma il portiere gli sbarrò la strada e gridò: "È inutile, bel signore; non uscirete ora. Vorreste essere fuori: ma, sulla mia testa, è inutile. Prima di scappare avrete sofferto una tale vergogna che non potreste soffrirne di più; quindi non siete stato saggio ad entrare qui, poiché non si tratta di scappare ora". "Né desidero farlo, bel fratello", disse lui; "ma dimmi, per l'anima di tuo padre, da dove vennero le damigelle che ho visto nel cortile, a tessere stoffe di seta e d'oro. Mi piace vedere il lavoro che fanno, ma sono molto addolorato nel vedere i loro corpi così sottili e i loro volti così pallidi e tristi. Immagino che sarebbero belle e affascinanti, se avessero ciò che desiderano". "Non vi dirò nulla", fu la risposta; "cercate qualcun altro che ve lo dica". "Questo farò, dato che non c'è altro modo". Poi cerca finché non trova l'ingresso del cortile dove le damigelle erano al lavoro: e venendo davanti a loro, le saluta tutte e vede lacrime scorrere dai loro occhi, mentre piangono. Poi dice loro: "Possa piacere a Dio rimuovere dai vostri cuori, e trasformare in gioia, questo dolore, la cui causa io non conosco". Una di loro risponde: "Possa voi essere ascoltato da Dio, a cui avete rivolto la vostra preghiera. Non vi sarà nascosto chi siamo e da quale terra: suppongo che sia questo ciò che desiderate sapere". "Per nessun altro scopo sono venuto qui", dice lui. "Messere, accadde molto tempo fa che il re dell'Isola delle Damigelle andò in cerca di notizie attraverso svariate corti e paesi, e continuò nei suoi viaggi come uno sciocco finché non incontrò questo luogo pericoloso. Fu un'ora sfortunata quella in cui giunse qui per la prima volta, poiché noi misere prigioniere che siamo qui riceviamo tutta la vergogna e la miseria che non abbiamo in alcun modo meritato. E siate certo che voi stesso potete aspettarvi una grande vergogna, a meno che non venga accettato un riscatto per voi. Ma, ad ogni modo, accadde che il mio signore giunse in questa città, dove ci sono due figli del diavolo (non prendetela come uno scherzo) che nacquero da una donna e un demonio. Questi due stavano per combattere con il re, il cui terrore era grande, poiché non aveva ancora diciotto anni, e sarebbero stati in grado di squartarlo come un tenero agnello. Così il re, nel suo terrore, sfuggì al suo destino come meglio poté, giurando che avrebbe mandato qui ogni anno, come richiesto, trenta delle sue damigelle, e con questo tributo si liberò. E quando giurò, fu concordato che questo accordo sarebbe rimasto in vigore finché i due diavoli fossero rimasti in vita. Ma il giorno in cui sarebbero stati vinti e sconfitti in battaglia, egli sarebbe stato sollevato da questo tributo, e noi saremmo state liberate, noi che ora siamo vergognosamente consegnate allo strazio e alla miseria. Mai più conosceremo cosa sia il piacere. Ma ho parlato da sciocca poco fa riferendomi alla nostra liberazione, poiché non lasceremo mai più questo luogo. Passeremo i nostri giorni a tessere stoffe di seta, senza mai essere vestite meglio. Saremo sempre povere e nude, e soffriremo sempre la fame e la sete, poiché non saremo mai in grado di guadagnare abbastanza per procurarci cibo migliore. La nostra scorta di pane è molto scarsa: un po' al mattino e meno la sera, poiché nessuna di noi può guadagnare con il suo lavoro manuale più di quattro denari al giorno per il suo pane quotidiano. E con questo non possiamo procurarci cibo e vestiti sufficienti. Perché sebbene non ce ne sia una tra noi che non guadagni quanto venti soldi a settimana, tuttavia non possiamo vivere senza stenti. Ora dovete sapere che non c'è una sola di noi che non faccia venti soldi di lavoro o più, e con una tale somma anche un duca sarebbe considerato ricco. Quindi, mentre siamo ridotte a tale povertà, lui, per cui lavoriamo, è ricco con il prodotto della nostra fatica. Restiamo alzate molte notti, così come ogni giorno, per guadagnare di più, poiché minacciano di farci del male quando cerchiamo un po' di riposo, quindi non osiamo riposarci. Ma perché dovrei dirvi di più? Siamo così vergognosamente trattate e insultate che non posso dirvi la quinta parte di tutto ciò. Ma ciò che ci rende quasi folli di rabbia è che molto spesso vediamo ricchi ed eccellenti cavalieri, che combattono con i due diavoli, perdere la vita per causa nostra. Pagano a caro prezzo l'alloggio che ricevono, come farete voi domani. Poiché, che lo vogliate o meno, dovrete combattere da soli e perdere la vostra bella fama contro questi due diavoli". "Possa Dio, il vero e spirituale, proteggermi", disse messere Yvain, "e restituirvi il vostro onore e la vostra felicità, se è Sua volontà. Devo andare ora a vedere la gente là dentro, e scoprire che tipo di intrattenimento mi offriranno". "Andate ora, messere, e possa proteggervi Colui che dà e distribuisce ogni bene".

Poi camminò finché non giunse alla sala dove non trovò nessuno, buono o cattivo, a rivolgergli la parola. Allora lui e il suo compagno passarono attraverso la casa finché non giunsero a un giardino. Non parlarono mai, né menzionarono, di mettere al riparo i loro cavalli. Ma cosa importa? Poiché coloro che li consideravano già come propri li avevano messi al riparo con cura. Non so se la loro aspettativa fosse saggia, poiché i proprietari dei cavalli sono ancora perfettamente sani. I cavalli, tuttavia, hanno avena e fieno, e stanno nella lettiera fino alla pancia. Messere Yvain e la sua compagnia entrano nel giardino. Lì vede, disteso sul gomito su un tappeto di seta, un gentiluomo, a cui una damigella stava leggendo da un romanzo su non so chi. Era venuta a distendersi lì con loro e ascoltare il romanzo una dama, che era la madre della damigella, come il gentiluomo era suo padre; avevano buone ragioni per godere nel vederla e ascoltarla, poiché non avevano altri figli. Non aveva ancora sedici anni, ed era così bella e piena di grazia che il dio d'Amore si sarebbe dedicato interamente al suo servizio, se l'avesse vista, e non l'avrebbe mai fatta innamorare di nessuno tranne che di se stesso. Per amore di lei sarebbe diventato un uomo, avrebbe deposto la sua divinità, e avrebbe colpito il proprio corpo con quel dardo la cui ferita non guarisce mai a meno che un medico vile non la curi. Non è appropriato che qualcuno guarisca finché non incontra l'infedeltà. Chiunque sia curato con altri mezzi non è onestamente innamorato. Potrei dirvi così tanto su questa ferita, se vi facesse piacere ascoltarlo, che non finirei il mio racconto oggi. Ma ci sarebbe qualcuno che direbbe prontamente che vi stavo raccontando solo una storia oziosa; poiché la gente non si innamora oggigiorno, né ama come era solita fare, quindi non si cura di sentirne parlare. Ma ascoltate ora in che modo e con quale sorta di ospitalità fu ricevuto messere Yvain. Tutti coloro che erano nel giardino balzarono in piedi quando lo videro arrivare, e gridarono: "Di qua, bel messere. Possiate voi e tutti coloro che amate essere benedetti con tutto ciò che Dio può fare o dire". Non so se lo stessero ingannando, ma lo ricevono gioiosamente e agiscono come se fossero lieti che egli sia comodamente alloggiato. Persino la figlia del signore lo serve molto onorevolmente, come si dovrebbe trattare un degno ospite. Lo libera da tutte le sue armi, né fu la minima attenzione che gli dedicò quando lei stessa gli lavò il collo e il viso. Il signore desidera che gli sia mostrato ogni onore, come in effetti fanno. Tira fuori dal suo guardaroba una camicia piegata, mutande bianche, ago e filo per le sue maniche, che lei cuce, vestendolo così. Voglia Dio ora che questa attenzione e questo servizio non si rivelino troppo costosi per lui! Gli diede una bella giubba da mettere sopra la camicia, e intorno al collo gli pose un mantello di stoffa scarlatta maculata nuovo di zecca. Si prende tanta pena per servirlo bene che egli si sente in imbarazzo e confuso. Ma la damigella è così cortese, aperta di cuore e garbata che sente di fare ben poco. E sa bene che è volontà di sua madre che lei non lasci nulla di intentato per lui che pensi possa guadagnarsi la sua gratitudine. Quella notte a tavola fu così ben servito con così tante portate che erano troppe. I servitori che portavano le portate avrebbero potuto ben essere stanchi di servirle. Quella notte gli fecero ogni sorta di onore, mettendolo comodamente a letto, e senza avvicinarsi mai più a lui dopo che si fu ritirato. Il suo leone giaceva ai suoi piedi, come era sua usanza. Al mattino, quando Dio accese la Sua grande luce per il mondo, non appena fu coerente in chi era sempre premuroso, messere Yvain si alzò rapidamente, così come anche la sua damigella. Udirono la Messa in una cappella, dove fu prontamente detta per loro in onore dello Spirito Santo.

Dopo la Messa, il mio signore Yvain apprese cattive notizie, quando credette che fosse giunto per lui il momento di partire e che nulla si sarebbe frapposto sul suo cammino; ma non poteva essere secondo il suo desiderio. Quando disse: "Sire, se è vostra volontà e con il vostro permesso, ora vado", il padrone di casa rispose: "Amico, non vi concederò ancora il permesso. C'è una ragione per cui non posso farlo, poiché in questo castello è stabilita una pratica assai terribile che sono tenuto a osservare. Ora farò avvicinare due miei grandi e forti compagni, contro i quali, a torto o a ragione, dovete prendere le armi. Se riuscirete a difendervi da loro, e a vincerli e ucciderli entrambi, mia figlia vi desidera come suo signore, e la sovranità di questa città e di tutte le sue dipendenze vi attende". "Sire", disse quegli, "di tutto ciò non ho alcun desiderio. Che Dio non mi conceda mai vostra figlia, ma che resti con voi; poiché è così bella ed elegante che l'Imperatore di Germania sarebbe fortunato a ottenerla come sposa". "Basta così, bel ospite", rispose il signore: "non c'è bisogno che io stia ad ascoltare il vostro rifiuto, poiché non potete scappare. Colui che può sconfiggere i due che stanno per assalirvi, deve di diritto ricevere il mio castello, e tutta la mia terra, e mia figlia come sposa. Non c'è modo di evitare o rinunciare alla battaglia. Ma sono certo che il vostro rifiuto di mia figlia sia dovuto a codardia, poiché pensate che in questo modo possiate evitare del tutto la battaglia. Sappiate, tuttavia, senza dubbio, che dovete certamente combattere. Nessun cavaliere che alloggi qui può mai scappare. Questa è una consuetudine e uno statuto stabiliti, che dureranno ancora per molti anni, poiché mia figlia non sarà mai data in sposa finché non li vedrò morti o sconfitti". "Allora devo combatterli mio malgrado. Ma vi assicuro che rinuncerei molto volentieri. Nonostante la mia riluttanza, tuttavia, accetterò la battaglia, poiché è inevitabile". A quel punto entrano i due orribili, neri figli del diavolo, entrambi armati di una clava ricurva di un albero di ciliegio corniolo, che avevano ricoperto di rame e avvolto con ottone. Erano armati dalle spalle alle ginocchia, ma la loro testa e il viso erano scoperti, così come le loro gambe muscolose. Così armati, avanzarono portando in mano scudi rotondi, robusti e leggeri per combattere. Il leone inizia a tremare non appena li vede, poiché scorge le armi che hanno e percepisce che vengono per combattere il suo padrone. Si eccita, si rizza subito e, tremando di rabbia e di impulso audace, batte la terra con la coda, desiderando salvare il suo padrone prima che lo uccidano. E quando lo vedono, dicono: "Vassallo, portate via il leone da qui affinché non ci faccia del male. O arrendetevi subito a noi, oppure, vi scongiuriamo, quel leone deve essere messo dove non possa prendere parte ad aiutarvi o a farci del male. Dovete venire da solo a godervi il nostro passatempo, poiché il leone vi aiuterebbe volentieri, se potesse". Il mio signore Yvain allora risponde loro: "Portatelo via voi stessi se ne avete paura. Poiché io sarò ben lieto e soddisfatto se riuscirà a ferirvi, e sarò grato per il suo aiuto". Rispondono: "Sulla mia parola, questo non si può fare; non riceverete mai alcun aiuto da lui. Fate del vostro meglio da solo, senza l'aiuto di nessuno. Dovete combattere da solo contro noi due. Se non foste solo, sarebbe due contro due; quindi dovete seguire i nostri ordini e portare via il vostro leone da qui subito, per quanto vi possa dispiacere". "Dove volete che sia?", chiede, "o dove volete che lo metta?". Allora gli mostrano una piccola stanza e dicono: "Chiudetelo lì dentro". "Sarà fatto, poiché è vostra volontà". Poi lo prende e lo chiude. E ora gli portano le armi per il corpo e conducono fuori il suo cavallo, che gli consegnano, ed egli monta. I due campioni, essendo ora rassicurati riguardo al leone, che è chiuso nella stanza, si avventano su di lui per ferirlo e fargli del male. Gli sferrano tali colpi con le mazze che il suo scudo e l'elmo servono a poco, poiché quando lo colpiscono sull'elmo lo ammaccano e lo rompono; e lo scudo è spezzato e dissolto come ghiaccio, poiché vi fanno buchi tali che si potrebbero infilare i pugni attraverso di essi: il loro assalto è davvero terribile. E lui, cosa fa contro questi due diavoli? Spinto dalla vergogna e dalla paura, si difende con tutte le sue forze. Tende ogni muscolo e si sforza di sferrare colpi pesanti e decisivi; essi non persero nulla dai suoi doni, poiché ricambiò le loro attenzioni con doppia misura. Nella sua stanza, il cuore del leone è pesante e triste, poiché ricorda la buona azione compiuta per lui da questo nobile uomo, che ora deve avere grande bisogno del suo servizio e aiuto. Se ora potesse scappare di lì, gli renderebbe il favore con misura piena e colma, senza alcuno sconto. Si guarda intorno in tutte le direzioni, ma non vede alcuna via di fuga. Sente i colpi della pericolosa e disperata lotta e, nel suo dolore, infuria ed è fuori di sé. Indaga, finché giunge alla soglia, che stava iniziando a marcire; e vi graffia finché non riesce a infilarsi finché non arriva alle natiche, quando rimane incastrato. Nel frattempo, il mio signore Yvain era messo alle strette e sudava copiosamente, poiché scoprì che i due compagni erano molto forti, feroci e tenaci. Aveva ricevuto molti colpi e li aveva ripagati come meglio poteva, ma senza arrecare loro alcun danno, poiché erano molto abili nel tirare di scherma e i loro scudi non erano del tipo da poter essere tagliati da alcuna spada, per quanto affilata e ben temperata fosse. Così il mio signore Yvain aveva buona ragione di temere la sua morte, tuttavia riuscì a resistere finché il leone non si liberò graffiando continuamente sotto la soglia. Se le canaglie non vengono uccise ora, sicuramente non lo saranno mai. Poiché finché il leone sa che sono vivi, non potranno mai ottenere tregua o pace da lui. Ne afferra uno e lo trascina a terra come un tronco d'albero. I miserabili sono terrorizzati e non c'è uomo presente che non si rallegri. Poiché colui che il leone ha trascinato giù non sarà mai in grado di rialzarsi, a meno che l'altro non lo soccorra. Egli corre a portargli aiuto e allo stesso tempo a proteggere se stesso, affinché il leone non lo attacchi non appena avrà finito quello che ha gettato a terra; aveva più paura del leone che del suo padrone. Ma il mio signore Yvain sarà sciocco ora se gli concederà ancora la vita, quando lo vede voltar le spalle e vede il suo collo nudo ed esposto; questa occasione si rivelò buona per lui. Quando la canaglia gli espose la testa e il collo nudi, gli sferrò un colpo tale da staccargli la testa dalle spalle così silenziosamente che il tizio non se ne accorse nemmeno. Poi smonta, desiderando aiutare e salvare l'altro dal leone, che lo tiene stretto. Ma è inutile, poiché è già in tali condizioni che un medico non potrà mai arrivare in tempo; poiché il leone, avventandoglisi contro furiosamente, lo ferì così al primo assalto che era in uno stato terribile. Tuttavia, trascina via il leone e vede che gli aveva strappato la spalla dalla sua sede. Non ha più paura del tizio ora, poiché la sua clava è caduta dalla sua mano e giace come un uomo morto senza azione o movimento; tuttavia ha ancora abbastanza forza per parlare, e disse quanto più chiaramente poté: "Per favore, portate via il vostro leone, bel sire, affinché non mi faccia ulteriore male. D'ora in poi potrete fare di me qualunque cosa sia il vostro desiderio. Chi supplica e prega per ottenere pietà, non dovrebbe vedersi rifiutata la preghiera, a meno che non si rivolga a un uomo senza cuore. Non mi difenderò più, né mi alzerò mai più da qui con le mie forze; quindi mi metto nelle vostre mani". "Parla allora", dice, "se ammetti di essere vinto e sconfitto". "Sire", dice, "è evidente. Sono sconfitto mio malgrado e mi arrendo, ve lo prometto". "Allora non hai più bisogno di temermi e il mio leone ti lascerà in pace". Poi è circondato da tutta la folla, che arriva sulla scena in fretta. E sia il signore che sua moglie si rallegrano per lui, lo abbracciano e gli parlano della loro figlia, dicendo: "Ora sarete il signore e padrone di tutti noi, e nostra figlia sarà vostra moglie, poiché ve la concediamo come vostra sposa". "E per quanto mi riguarda", dice, "ve la restituisco. Chi l'ha se la tenga. Non ho alcun interesse per lei, sebbene non lo dica per disprezzo. Non prendetevela a male se non l'accetto, poiché non posso e non devo farlo. Ma consegnatemi ora, se volete, le disgraziate fanciulle in vostro possesso. L'accordo, come ben sapete, è che andranno tutte libere". "Ciò che dite è vero", dice: "e le rinuncio e ve le consegno liberamente: non ci sarà alcuna disputa su questo punto. Ma fareste bene a prendere mia figlia con tutte le mie ricchezze, poiché è bella, affascinante e sensata. Non troverete mai più un matrimonio così ricco come questo". "Sire", risponde, "voi non conoscete i miei impegni e i miei affari, e non oso spiegarveli. Ma, potete starne certi, quando rifiuto ciò che non verrebbe mai rifiutato da chiunque fosse libero di dedicare il proprio cuore e le proprie intenzioni a una ragazza così bella e affascinante, che anch'io accetterei volentieri la sua mano se potessi, o se fossi libero di accettare lei o qualsiasi altra fanciulla. Ma vi assicuro che non posso farlo: quindi lasciatemi partire in pace. Poiché la damigella, che mi ha scortato fin qui, mi sta aspettando. Mi ha tenuto compagnia e non la abbandonerei volentieri, qualunque cosa il futuro abbia in serbo". "Volete andare, bel sire? Ma come? La mia porta non vi sarà mai aperta a meno che il mio giudizio non mi ordini di dare l'ordine; piuttosto resterete qui come mio prigioniero. State agendo con arroganza e commettendo un errore quando sdegnate di prendere mia figlia su mia richiesta". "Disprezzo, mio signore? Sulla mia anima, non la disprezzo. Qualunque sia la pena, non posso sposare una moglie o trattenermi qui. Seguirò la damigella che è la mia guida: poiché altrimenti non può essere. Ma, con il vostro consenso, vi darò la mia mano destra e potrete prendere la mia parola che, proprio come mi vedete ora, tornerò se possibile, e allora accetterò la mano di vostra figlia, quando vi sembrerà opportuno". "Confonda chiunque", dice, "che vi chieda la vostra parola o promessa o pegno. Se mia figlia vi piace, tornerete abbastanza in fretta. Non tornerete prima, penso, per aver dato la vostra parola o giurato un giuramento. Andatevene ora. Vi libero da tutti i giuramenti e le promesse. Se siete trattenuto dalla pioggia o dal vento, o da nulla, per me non ha importanza. Non considero mia figlia così poco da concedervela forzatamente. Ora andate per i fatti vostri. Poiché per me è del tutto uguale se ve ne andate o se restate".

A quel punto il mio signore Yvain si volta e non indugia più nel castello. Scortò i poveri e malvestiti miserabili, che ora erano stati liberati dalla prigionia e che il signore aveva affidato alle sue cure. Queste fanciulle sentono che ora sono ricche, mentre sfilano in coppia davanti a lui fuori dal castello. Non credo che si rallegrerebbero così tanto come fanno ora se Colui che ha creato il mondo intero scendesse sulla terra dal Cielo. Ora tutte quelle persone che lo avevano insultato in ogni modo possibile vengono a implorarlo per ottenere pietà e pace, e lo scortano lungo la strada. Egli risponde che non sa nulla di ciò che intendono. "Non capisco cosa intendiate", dice; "ma non ho nulla contro di voi. Non ricordo che abbiate mai detto nulla che mi abbia fatto del male". Sono molto contenti per ciò che sentono e lodano ad alta voce la sua cortesia, e dopo averlo scortato per una lunga distanza, tutti lo raccomandano a Dio. Poi le damigelle, dopo aver chiesto il suo permesso, si separarono da lui. Quando lo lasciarono, si inchinarono tutte davanti a lui, e pregarono ed espressero il desiderio che Dio potesse concedergli gioia e salute, e il compimento del suo desiderio, ovunque in futuro egli fosse andato. Poi lui, che è ansioso di andare, dice che spera che Dio li salvi tutti. "Andate", dice, "e che Dio vi conduca nei vostri paesi sani e felici". Poi continuano la loro strada gioiosamente; e il mio signore Yvain parte nella direzione opposta. Per tutti i giorni di quella settimana non smette mai di affrettarsi sotto la scorta della damigella, che conosceva bene la strada e il luogo appartato dove aveva lasciato l'infelice e sconsolata damigella che era stata privata della sua eredità. Ma quando seppe la notizia dell'arrivo della fanciulla e del Cavaliere con il Leone. Non ci fu mai gioia tale come quella che provò nel suo cuore. Poiché ora pensa che, se insiste, sua sorella le cederà una parte della sua eredità. La damigella era stata a lungo malata e si era appena ripresa dal suo malanno. L'aveva colpita gravemente, come appariva dal suo viso. Subito uscì loro incontro, salutandoli e onorandoli in ogni modo possibile. Non c'è bisogno di parlare della felicità che regnava quella notte in casa. Non se ne farà menzione, poiché la storia sarebbe troppo lunga da raccontare. Tralascio tutto ciò, finché non montarono a cavallo la mattina successiva e se ne andarono. Cavalcarono finché non videro la città dove Re Artù era rimasto per una quindicina di giorni o più. E lì c'era anche la damigella che aveva privato sua sorella della sua eredità, poiché era rimasta vicino alla corte, in attesa dell'arrivo di sua sorella, che ora si avvicina. Ma non si preoccupa molto, poiché non pensa che sua sorella possa trovare alcun cavaliere che possa resistere all'attacco di messere Gawain, e manca solo un giorno dei quaranta. Se questo singolo giorno fosse passato, avrebbe avuto il diritto ragionevole e legale di rivendicare l'eredità per sé sola. Ma c'è di mezzo più di quanto lei pensi o creda. Quella notte la trascorsero fuori città in una piccola e umile casa, dove, secondo il loro desiderio, non furono riconosciuti. Al primo segno dell'alba del mattino seguente uscirono necessariamente, ma si nascosero in attesa fino a pieno giorno.

Non so quanti giorni fossero passati da quando messere Gawain era scomparso così completamente che nessuno a corte sapeva nulla di lui, eccetto solo la damigella per la cui causa doveva combattere. Si era nascosto a tre o quattro leghe dalla corte, e quando tornò era così equipaggiato che anche coloro che lo conoscevano perfettamente non avrebbero potuto riconoscerlo dalle armi che portava. La damigella, la cui ingiustizia verso sua sorella era evidente, lo presentò a corte in vista di tutti, poiché intendeva con il suo aiuto trionfare nella disputa dove non aveva diritti. Così disse al Re: "Mio signore, il tempo passa. L'ora di mezzogiorno sarà presto passata, e questo è l'ultimo giorno. Come vedete, sono pronta a difendere la mia richiesta. Se mia sorella dovesse tornare, non ci sarebbe altro da fare che attendere il suo arrivo. Ma posso lodare Dio che non sta tornando indietro. È evidente che non può migliorare i suoi affari e che il suo problema è stato vano. Da parte mia, sono stata pronta tutto il tempo fino a quest'ultimo giorno, per dimostrare il mio diritto a ciò che è mio. Ho provato il mio punto interamente senza una lotta, e ora posso giustamente andare a prendere la mia eredità in pace; poiché non renderò conto di essa a mia sorella finché vivrò, e lei condurrà un'esistenza misera e infelice". Allora il Re, che sapeva bene che la damigella era slealmente ingiusta verso sua sorella, le disse: "Cara mia, sulla mia parola, in una corte reale bisogna aspettare finché la giustizia del re siede e delibera sul verdetto. Non è ancora tempo di fare i bagagli, poiché è mia convinzione che vostra sorella arriverà ancora in tempo". Prima che il Re avesse finito, vide il Cavaliere con il Leone e la damigella con lui. Loro due avanzavano da soli, essendo scappati dal leone, che era rimasto dove avevano trascorso la notte.

Il Re vide la damigella che non mancò di riconoscere, e fu molto compiaciuto e felice di vederla, poiché era dalla sua parte della disputa, perché aveva riguardo per ciò che era giusto. Gioiosamente le gridò non appena poté: "Venite avanti, bella: che Dio vi salvi!". Quando l'altra sorella sente queste parole, si volta tremando e la vede con il cavaliere che aveva portato per difendere la sua pretesa: allora divenne più nera della terra. La damigella, dopo essere stata accolta gentilmente da tutti, andò dove il Re era seduto. Quando fu giunta al suo cospetto, gli parlò così: "Dio salvi il Re e la sua famiglia. Se i miei diritti in questa disputa possono essere risolti da un campione, allora sarà fatto da questo cavaliere che mi ha seguito fin qui. Questo franco e cortese cavaliere aveva molte altre cose da fare altrove; ma ha provato tale pietà per me che ha messo da parte tutti i suoi altri affari per amore dei miei. Ora, madame, mia carissima sorella, che amo quanto il mio stesso cuore, farebbe la cosa giusta e cortese se mi lasciasse avere tanto di ciò che è mio di diritto che ci possa essere pace tra me e lei; poiché non chiedo nulla che sia suo". "Né io chiedo nulla che sia tuo", rispose l'altra; "poiché tu non hai nulla, e nulla avrai. Non potrai mai parlare tanto da guadagnare qualcosa con le tue parole. Potrai seccarti dal dolore". Allora l'altra, che era molto educata, sensata e cortese, rispose con le parole: "Certamente mi dispiace che due gentiluomini come questi debbano combattere per conto nostro per un disaccordo così piccolo. Ma non posso ignorare la mia richiesta, poiché ne ho troppo bisogno. Quindi vi sarei molto grata se mi deste ciò che è giustamente mio". "Sicuramente", disse l'altra, "chiunque sarebbe uno sciocco a prendere in considerazione le tue richieste. Possa io bruciare in un fuoco malvagio e in una fiamma se ti do qualcosa per alleviare la tua vita! Le rive della Senna si incontreranno, e l'ora di prima sarà chiamata mezzogiorno, prima che io rifiuti di compiere la battaglia". "Possano Dio e il diritto, che ho in questa causa, e in cui confido e ho confidato fino al momento presente, aiutare colui che, in carità e cortesia, si è offerto al mio servizio, sebbene non sappia chi io sia, e sebbene siamo ignari dell'identità l'uno dell'altro".

Così parlarono finché la conversazione ebbe fine, e poi condussero i cavalieri al centro della corte. Allora tutto il popolo si accalcò attorno, come suole fare la gente quando desidera assistere a colpi di battaglia o di giostra. Ma coloro che stavano per combattere non si riconobbero, sebbene le loro relazioni fossero solite essere assai affettuose. Dunque non si amano forse ora? Risponderei a voi sia "sì" che "no". E proverò che ogni risposta è corretta. In verità, messer Gawain ama Yvain e lo considera suo compagno, e così lo considera Yvain, ovunque egli sia. Anche qui, se sapesse chi è, gli farebbe grandi onori, e ognuno di loro deporrebbe il proprio capo per l'altro prima di permettere che gli venga fatto alcun male. Non è forse questo un amore perfetto e sublime? Sì, certamente. Ma, d'altra parte, il loro odio non è forse altrettanto manifesto? Sì; poiché è cosa certa che senza dubbio ciascuno sarebbe lieto di aver fracassato la testa all'altro, e di averlo danneggiato tanto da causargli umiliazione. In fede mia, è cosa meravigliosa che l'Amore e l'odio mortale dimorino insieme. Dio! Come possono due cose così opposte trovare alloggio nella stessa dimora? Mi pare che non possano vivere insieme; poiché l'una non potrebbe abitare con l'altra senza dar luogo a rumore e contesa, non appena ciascuna sapesse della presenza dell'altra. Ma al piano terra possono esservi diversi appartamenti: poiché vi sono sale e stanze da letto. Può essere lo stesso in questo caso: penso che l'Amore si fosse rintanato in qualche stanza nascosta, mentre l'Odio si fosse recato ai balconi che danno sulla strada maestra, perché desidera essere visto. Proprio ora l'Odio è in sella, e sprona e incalza come può, per precedere l'Amore che è restio a muoversi. Ah! Amore, che ne è stato di te? Esci ora, e vedrai quale schiera è stata sollevata e contrapposta a te dai nemici dei tuoi amici. I nemici sono proprio questi uomini che si amano con un amore così santo, poiché l'amore, che non è né falso né finto, è una cosa preziosa e santa. In questo caso l'Amore è completamente cieco, e anche l'Odio è privo di vista. Poiché se l'Amore avesse riconosciuto questi due uomini, avrebbe dovuto proibire a ciascuno di attaccare l'altro, o di fare qualsiasi cosa per causargli danno. Sotto questo aspetto, dunque, l'Amore è cieco, sconfitto e ingannato; poiché, sebbene li veda, non riesce a riconoscere coloro che appartengono a lui a pieno titolo. E sebbene l'Odio non sia in grado di dire perché uno di loro dovrebbe odiare l'altro, tuttavia cerca di spingerli ingiustamente, così che ciascuno odi l'altro mortalmente. Sapete, naturalmente, che non si può dire che ami un uomo colui che desidererebbe fargli del male e vederlo morto. Come dunque? Yvain desidera uccidere il suo amico, messer Gawain? Sì, e il desiderio è reciproco. Desidererebbe, dunque, messer Gawain uccidere Yvain con le proprie mani, o fare anche peggio di quanto ho detto? No, davvero, giuro e protesto. Uno non vorrebbe ferire o danneggiare l'altro, in cambio di tutto ciò che Dio ha fatto per l'uomo, o per tutto l'impero di Roma. Ma questa, a sua volta, è una mia menzogna, poiché si vede chiaramente che, con la lancia alta in resta, ciascuno è pronto ad attaccare l'altro, e non vi sarà alcun freno al desiderio di ciascuno di ferire l'altro con l'intento di danneggiarlo e procurargli sventura. Ora ditemi! Quando uno avrà sconfitto l'altro, di chi potrà lamentarsi colui che ha la peggio? Poiché se arrivano al punto di venire alle mani, temo molto che continueranno la battaglia e la contesa finché la vittoria non sia definitivamente decisa. Se sarà sconfitto, Yvain sarà giustificato nel dire di aver subìto danno e torto da un uomo che lo annovera tra i suoi amici, e che non lo ha mai menzionato se non con il nome di amico o compagno? O, se dovesse accadere per caso che Yvain debba ferirlo a sua volta, o sconfiggerlo in qualsiasi modo, avrà Gawain il diritto di lamentarsi? No, poiché non saprà di chi è la colpa. Nell'ignoranza dell'identità dell'altro, entrambi si ritrassero e presero le distanze. A questo primo scontro, le loro lance si spezzano, sebbene fossero robuste e fatte di frassino. Non una parola si scambiano, poiché se si fossero fermati a conversare il loro incontro sarebbe stato diverso. In tal caso, nessun colpo sarebbe stato inferto con lancia o spada; si sarebbero baciati e abbracciati piuttosto che cercare il danno l'uno dell'altro. Poiché ora si attaccano con intento ingiurioso. La condizione delle spade non è migliorata, né quella degli elmi e degli scudi, che sono ammaccati e spaccati; e i fili delle spade sono scalfiti e smussati. Poiché si colpiscono violentemente, non con il piatto delle spade, ma con il filo, e sferrano colpi tali con i pomoli sui nasali e sul collo, sulla fronte e sulle guance, che sono tutti segnati dal nero e dal blu dove il sangue si raccoglie sotto la pelle. E le loro cotte di maglia sono così strappate, e i loro scudi così ridotti in pezzi, che nessuno dei due scampò senza ferite. Il loro respiro è quasi esaurito dalla fatica della contesa; martellano l'uno contro l'altro così gagliardamente che ogni giacinto e smeraldo incastonato nei loro elmi viene frantumato e distrutto. Poiché si danno tale battitura con i pomoli sugli elmi che sono del tutto storditi, mentre si cavano quasi il cervello a vicenda. Gli occhi nelle loro teste brillano come scintille, mentre, con pugni robusti e squadrati, nervi forti e ossa dure, si colpiscono sulla bocca finché possono impugnare le spade, che sono di grande utilità per sferrare i loro pesanti colpi.

Quando si furono sforzati a lungo, finché gli elmi non furono schiacciati, e le maglie delle cotte non furono strappate con il martellare delle spade, e gli scudi non furono spaccati e incrinati, si ritrassero un poco per dare riposo al loro polso e per riprendere fiato. Tuttavia, non indugiano a lungo, ma corrono l'uno contro l'altro più ferocemente di prima. E tutti dichiarano di non aver mai visto due cavalieri più coraggiosi. "Questo scontro tra loro non è uno scherzo, ma sono in seria e cupa faccenda. Non saranno mai ripagati per i loro meriti e i loro sforzi". I due amici, nella loro amara lotta, udirono queste parole, e udirono come la gente stesse parlando di riconciliare le due sorelle; ma non ebbero successo nel placare la maggiore. E la minore disse che l'avrebbe lasciato decidere al Re, e non gli avrebbe contrastato nulla. Ma la maggiore era così ostinata che persino la Regina Ginevra e i cavalieri e il Re e le dame e i cittadini si schierarono con la sorella minore, e tutti si unirono nel supplicare il Re di darle una terza o una quarta parte della terra a dispetto della sorella maggiore, e di separare i due cavalieri che avevano mostrato tale valore, poiché sarebbe stato un peccato se l'uno avesse dovuto danneggiare l'altro o privarlo di qualsiasi onore. E il Re rispose che non avrebbe preso parte nel fare pace, poiché la sorella maggiore è così crudele che non ha alcun desiderio di essa. Tutte queste parole furono udite dai due, che si stavano attaccando così amaramente che tutti ne erano stupiti; poiché la battaglia è condotta in modo così equilibrato che è impossibile giudicare chi abbia la meglio e chi la peggio. Persino i due uomini stessi, che combattono e che stanno acquistando onore con l'agonia, sono colmi di stupore e restano sgomenti, poiché sono così ben assortiti nel loro attacco, che ciascuno si domanda chi possa essere colui che gli resiste con tale valore. Combattono così a lungo che il giorno volge alla notte, mentre le loro braccia si fanno stanche e i loro corpi dolenti, e il sangue caldo e ribollente scorre da molti punti e cola sotto le loro cotte: sono in tale angoscia che non c'è da meravigliarsi se desiderano riposare. Allora entrambi si ritirano per riposarsi, pensando ciascuno tra sé che, per quanto abbia dovuto attendere, ora finalmente ha incontrato il suo pari. Per qualche tempo cercano così riposo, senza osare riprendere il combattimento. Non sentono più alcun desiderio di combattere, a causa della notte che si fa scura, e a causa del rispetto che provano per la forza l'uno dell'altro. Queste due considerazioni li tengono separati, e li spingono a mantenere la pace. Ma prima di lasciare il campo scopriranno l'identità l'uno dell'altro, e gioia e misericordia saranno stabilite tra loro.

Il mio coraggioso e cortese signore Yvain fu il primo a parlare. Ma il suo buon amico non fu in grado di riconoscerlo dalla voce; poiché ne era impedito dal tono basso e dalla voce roca, debole e spezzata; dato che il suo sangue era tutto in fermento per i colpi che aveva ricevuto. "Mio signore," dice, "la notte avanza! Credo che nessuna colpa o rimprovero ci sarà rivolto se la notte si frapporrà tra noi. Ma sono disposto ad ammettere, per parte mia, che nutro grande rispetto e ammirazione per voi, e mai in vita mia ho ingaggiato una battaglia che mi abbia fatto soffrire tanto, né mi sarei mai aspettato di vedere un cavaliere la cui conoscenza desiderassi tanto fare. Sapete bene come assestare i vostri colpi e come farne buon uso: non ho mai conosciuto un cavaliere che fosse così abile nel colpire. È stato contro la mia volontà che ho ricevuto tutti i colpi che mi avete inflitto oggi; sono stordito dai colpi che avete vibrato sulla mia testa." "Parola mia," risponde il mio signore Gawain, "non siete così stordito e fiacco che io non lo sia altrettanto, o più di voi. E se dovessi dirvi la pura verità, credo che non vi dispiacerebbe udirla, poiché se vi ho prestato qualcosa di mio, mi avete pienamente ripagato, capitale e interessi; poiché siete stato più pronto a ripagare di quanto io lo sia stato ad accettare il pagamento. Ma comunque sia, poiché desiderate che vi riveli il mio nome, non vi sarà celato: il mio nome è Gawain, figlio di Re Lot." Non appena il mio signore Yvain udì ciò, ne fu stupito e gravemente turbato; adirato e addolorato, gettò a terra la sua spada insanguinata e lo scudo infranto, poi smontò da cavallo e gridò: "Ahimè, quale sventura è questa! Per quale infelice ignoranza, nel non riconoscerci, abbiamo ingaggiato questa battaglia! Poiché se avessi saputo chi eravate, non avrei mai combattuto con voi; ma, parola mia, mi sarei arreso senza colpo ferire." "Come sarebbe a dire?" chiede il mio signore Gawain, "chi siete dunque?" "Sono Yvain, che vi ama più di ogni altro uomo al mondo, poiché siete sempre stato benevolo verso di me e mi avete onorato in ogni corte. Ma desidero farvi tale ammenda e rendervi tale onore in questa faccenda che confesserò di essere stato sconfitto." "Farete tanto per me?" gli chiede il mio gentile signore Gawain; "certamente sarei presuntuoso ad accettare una tale ammenda da parte vostra. Questo onore non sarà mai rivendicato come mio, ma sarà vostro, a cui lo cedo." "Ah, bel sire, non dite così. Poiché ciò non potrebbe mai essere. Sono così ferito ed esausto che non posso resistere oltre." "Di certo, non avete motivo di preoccuparvi," risponde il suo amico e compagno; "ma per quanto mi riguarda, sono sconfitto e vinto; non lo dico per cortesia; poiché non c'è straniero al mondo a cui non direi altrettanto, piuttosto che ricevere altri colpi." Dicendo ciò, scese da cavallo, e si gettarono le braccia al collo, baciandosi, e continuando ciascuno ad asserire di essere colui che ha subito la sconfitta. La disputa è ancora in corso quando il Re e i cavalieri giungono di corsa da ogni parte, alla vista della loro riconciliazione; ed è grande il loro desiderio di sapere come ciò possa essere, e chi siano questi uomini che manifestano tale felicità. Il Re dice: "Signori, diteci ora chi è che ha così improvvisamente provocato questa amicizia e armonia tra voi due, dopo l'odio e la contesa che vi sono stati quest'oggi?" Allora suo nipote, il mio signore Gawain, gli risponde così: "Mio signore, sarete informato della sventura e dell'incidente che sono stati la causa della nostra contesa. Poiché avete atteso per ascoltare e apprendere la causa di ciò, è giusto farvi conoscere la verità. Io, Gawain, che sono vostro nipote, non ho riconosciuto questo mio compagno, il mio signore Yvain, finché egli fortunatamente, per volontà di Dio, non mi ha chiesto il mio nome. Dopo che ciascuno ha rivelato all'altro il proprio nome, ci siamo riconosciuti, ma non prima di aver combattuto fino in fondo. La nostra lotta è stata lunga; e se avessimo combattuto ancora un poco, per me sarebbe finita male, poiché, per la mia testa, mi avrebbe ucciso, con la sua prodezza e per la cattiva causa di colei che mi ha scelto come suo paladino. Ma preferirei essere sconfitto piuttosto che ucciso da un amico in battaglia." Allora il sangue del mio signore Yvain andò in fermento, mentre gli rispondeva: "Bel caro sire, mi aiuti Dio, non avete diritto di dire tanto. Sappia bene il mio signore, il Re, che in questa battaglia sono io certamente colui che è stato sconfitto e vinto!" "Sono io" "No, sono io." Così grida ciascuno, ed entrambi sono così onesti e cortesi che ciascuno lascia che la vittoria e la corona siano il premio dell'altro, mentre nessuno dei due vuole accettarlo. Così ciascuno si sforza di convincere il Re e tutto il popolo di essere stato sconfitto e abbattuto.

Ma quando li ebbe ascoltati per un po', il Re pose fine alla disputa. Era ben lieto di ciò che udiva e di vederli tra le braccia l'uno dell'altro, sebbene si fossero feriti e danneggiati a vicenda in diversi punti. "Miei signori," dice, "c'è profondo affetto tra voi due. Ne date chiara prova, quando ciascuno insiste nel dire di essere stato sconfitto. Ora lasciate fare a me! Poiché credo di poter sistemare la cosa in modo tale che ridondi a vostro onore, e tutti daranno il loro consenso." Allora entrambi gli promisero che avrebbero fatto la sua volontà in ogni particolare. E il Re dice che deciderà la contesa in modo equo e fedele. "Dov'è la damigella," chiede, "che ha scacciato sua sorella dalla sua terra, e l'ha diseredata con la forza e con crudeltà?" "Mio signore," risponde lei, "eccomi." "Siete lì? Allora avvicinatevi a me! Ho visto chiaramente tempo fa che la stavate diseredando. Ma il suo diritto non sarà più negato; poiché voi stessa avete confessato la verità a me. Ora dovete restituirle la sua parte." "Sire," dice lei, "se ho pronunciato una parola sciocca e sconsiderata, non dovreste prendermi in parola. Per l'amor di Dio, sire, non siate duro con me! Siete un re, e dovreste guardarvi dal torto e dall'errore." Il Re risponde: "È precisamente per questo che voglio dare a vostra sorella ciò che le spetta; poiché non ho mai difeso ciò che è ingiusto. E voi avete certamente udito come il vostro cavaliere e il suo abbiano lasciato la faccenda nelle mie mani. Non dirò ciò che vi è del tutto gradito; poiché la vostra ingiustizia è ben nota. Nel desiderio di onorare l'altro, ciascuno dice di essere stato sconfitto. Ma non c'è bisogno di indugiare oltre: poiché la faccenda è stata lasciata a me, o farete in tutto e per tutto ciò che dico, senza resistenza, o annuncerò che mio nipote è stato sconfitto nel combattimento. Sarebbe la cosa peggiore che potrebbe capitare alla vostra causa, e mi dispiacerà fare una tale dichiarazione." In realtà, non l'avrebbe detto per nulla al mondo; ma parlò così per vedere se poteva spaventarla nel restituire l'eredità a sua sorella; poiché vedeva chiaramente che lei non le avrebbe mai ceduto nulla per nessuna sua parola, a meno che non fosse influenzata dalla forza o dalla paura. Nel timore e nell'apprensione, lei gli rispose: "Bel signore, devo ora rispettare il vostro desiderio, sebbene il mio cuore sia molto riluttante a cedere. Eppure, per quanto duro possa essere per me, lo farò, e mia sorella avrà ciò che le appartiene. Le do la vostra stessa persona come pegno della sua parte nella mia eredità, affinché ella ne sia più sicura." "Dotatela di essa, dunque, immediatamente," risponde il Re; "lasciate che la riceva dalle vostre mani, e lasciate che vi giuri fedeltà! Amatela come vostra vassalla, e lasciate che lei vi ami come sua signora sovrana e come sua sorella." Così il Re conduce la faccenda finché la damigella prende possesso della sua terra, e gliene offre i suoi ringraziamenti. Poi il Re chiese al valoroso e coraggioso cavaliere che era suo nipote di lasciarsi disarmare; e richiese al mio signore Yvain di deporre anch'egli le armi; poiché ora possono benissimo farne a meno. Allora i due vassalli depongono le armi e si separano a parità di condizioni. E mentre si tolgono l'armatura, vedono il leone correre in cerca del suo padrone. Non appena lo scorge, comincia a mostrare la sua gioia. Allora avreste visto la gente scostarsi, e il più audace tra loro prendere la fuga. Il mio signore Yvain grida: "State fermi, tutti! Perché fuggite? Nessuno vi sta inseguendo. Non abbiate paura che quel leone vi faccia del male. Credetemi, per favore, quando dico che è mio, e io sono suo, e siamo entrambi compagni." Allora fu saputo per certo da tutti coloro che avevano sentito raccontare le avventure del leone e del suo compagno che questi doveva essere proprio l'uomo che aveva ucciso il malvagio gigante. E il mio signore Gawain gli disse: "Sir compagno, mi aiuti Dio, quest'oggi mi avete sopraffatto con la vergogna. Non meritavo il servizio che mi avete reso uccidendo il gigante per salvare i miei nipoti e la mia nipote. Ho pensato a voi per qualche tempo, ed ero turbato perché si diceva che fossimo legati come amorevoli amici. Ho certamente riflettuto molto sull'argomento: ma non riuscivo a giungere alla verità, e non avevo mai sentito di alcun cavaliere che avessi conosciuto in nessuna terra in cui fossi stato, che fosse chiamato 'Il Cavaliere del Leone'." Mentre chiacchieravano così si tolsero l'armatura, e il leone giunse senza passo lento nel luogo in cui sedeva il suo padrone, e mostrò tale gioia come può fare una bestia muta. Poi i due cavalieri dovettero essere trasportati in una stanza degli infermi e in infermeria, poiché avevano bisogno di un medico e di cerotti per curare le loro ferite. Re Artù, che li amava molto, li fece portare entrambi al suo cospetto, e convocò un chirurgo la cui conoscenza della chirurgia era suprema. Egli esercitò la sua arte nel curarli, finché non ebbe sanato le loro ferite nel miglior modo e più rapidamente possibile. Quando li ebbe curati entrambi, il mio signore Yvain, che aveva il cuore saldamente volto all'amore, vide chiaramente che non poteva vivere, ma che alla fine sarebbe morto se la sua signora non avesse avuto pietà di lui; poiché stava morendo per amore di lei; così pensò che si sarebbe allontanato dalla corte da solo, e sarebbe andato a combattere alla fonte che le apparteneva, dove avrebbe causato una tale tempesta di vento e pioggia che lei sarebbe stata costretta per forza a fare pace con lui; altrimenti, non ci sarebbe stata fine al disturbo della fonte, e alla pioggia e al vento.

Non appena il mio signore Yvain si sentì guarito e di nuovo in forze, partì all'insaputa di chiunque. Ma aveva con sé il suo leone, che mai in vita sua desiderò abbandonarlo. Viaggiarono finché non videro la fonte e fecero scendere la pioggia. Non pensate che questa sia una mia menzogna, quando vi dico che il disturbo fu così violento che nessuno avrebbe potuto raccontarne la decima parte: poiché sembrava che l'intera foresta dovesse certamente essere inghiottita. La signora teme per la sua città, che anch'essa non crolli; le mura vacillano, e la torre oscilla tanto che è sul punto di cadere. Il più coraggioso dei Turchi preferirebbe essere prigioniero in Persia piuttosto che essere rinchiuso entro quelle mura. La gente è così colpita dal terrore che maledice tutti i propri antenati, dicendo: "Confuso sia l'uomo che per primo costruì una casa in questo vicinato, e tutti coloro che edificarono questa città! Poiché nell'ampio mondo non avrebbero potuto trovare un luogo così detestabile, poiché un solo uomo è in grado qui di invaderci, tormentarci e vessarci." "Dovete prendere consiglio in questa faccenda, mia signora," dice Lunete; "non troverete nessuno che si impegni ad aiutarvi in questo momento di bisogno, a meno che non lo cerchiate lontano. In futuro non saremo mai al sicuro in questa città, né oseremo passare oltre le mura e la porta. Sapete bene che, se qualcuno radunasse tutti i vostri cavalieri per questa causa, il migliore di loro non oserebbe farsi avanti. Se è vero che non avete nessuno per difendere la vostra fonte, apparirete ridicola e umiliata. Ridonderà grandemente a vostro onore, in verità, se colui che vi ha attaccato si ritirerà senza combattere! Di certo siete in una brutta situazione se non escogitate qualche altro piano per giovare a voi stessa." La signora risponde: "Di' tu, che sei così saggia, quale piano posso escogitare, e seguirò il tuo consiglio." "Davvero, signora, se avessi un piano, lo proporrei volentieri a voi. Ma avete grande bisogno di una consigliera più saggia. Quindi certamente non oserò intromettermi, e insieme agli altri sopporterò la pioggia e il vento finché, se piacerà a Dio, vedrò apparire qui nella vostra corte un uomo degno che si assumerà la responsabilità e l'onere della battaglia; ma non credo che ciò accadrà oggi, e non abbiamo ancora visto il peggio del vostro urgente bisogno." Allora la signora risponde subito: "Damigella, parla ora d'altro! Non dire più nulla della gente della mia casata; poiché non nutro più alcuna aspettativa che la fonte e il suo bordo di marmo verranno mai difesi da alcuno di loro. Ma, se piace a Dio, ascoltiamo ora qual è la tua opinione e il tuo piano; poiché la gente dice sempre che nel momento del bisogno si può mettere alla prova il proprio amico." "Mia signora, se c'è qualcuno che pensa di poter trovare colui che uccise il gigante e sconfisse i tre cavalieri, farebbe bene ad andare a cercarlo. Ma finché egli incorrerà nell'inimicizia, nell'ira e nel dispiacere della sua signora, immagino che non ci sia sotto il cielo uomo o donna che egli seguirebbe, finché non sia stato assicurato sotto giuramento che si farà tutto il possibile per placare l'ostilità che la sua signora prova per lui, e che è così amara che egli sta morendo di dolore e di ansia per questo." E la signora disse: "Prima che tu intraprenda la ricerca, sono pronta a prometterti sulla mia parola e a giurare che, se egli tornerà da me, farò apertamente e francamente tutto ciò che posso per riportare la pace nel suo animo." Allora Lunete le risponde: "Signora, non temete di non poter facilmente ottenere la sua riconciliazione, una volta che sia vostro desiderio farlo; ma, se non vi dispiace, prenderò il vostro giuramento prima di partire." "Non ho obiezioni," dice la signora. Con delicata cortesia, Lunete le procurò subito una reliquia molto preziosa, e la signora cadde in ginocchio. Così Lunete accettò molto cortesemente il suo giuramento. Nell'amministrare il giuramento, non dimenticò nulla che potesse essere un vantaggio inserire. "Signora," dice, "ora alzate la mano! Non voglio che dopodomani mi poniate alcun addebito; poiché non state facendo nulla per me, ma state agendo per il vostro bene. Se vi aggrada ora, giurerete che vi sforzerete negli interessi del Cavaliere del Leone finché egli non recuperi l'amore della sua signora così completamente come lo possedette un tempo." La signora allora alzò la mano destra e disse: "Giuro su tutto ciò che hai detto, mi aiutino Dio e il Suo santo, che il mio cuore non manchi mai di fare tutto ciò che è in mio potere. Se ne avrò la forza e la capacità, gli restituirò l'amore e il favore che un tempo godeva presso la sua signora."

Lunete ha ora fatto bene il suo lavoro; non c'era nulla che avesse desiderato tanto quanto l'obiettivo che aveva ora raggiunto. Le avevano già preparato un palafreno dall'andatura facile. Lietamente e con animo felice Lunete monta a cavallo e cavalca via, finché non trova sotto il pino colui che non si aspettava di trovare così vicino. In verità, aveva pensato che avrebbe dovuto cercare lontano prima di scoprirlo. Non appena lo vide, lo riconobbe dal leone, e venendo verso di lui rapidamente, smontò sulla solida terra. E il mio signore Yvain la riconobbe non appena la vide, e la salutò, mentre lei lo salutava con le parole: "Sire, sono molto felice di avervi trovato così vicino." E il mio signore Yvain disse in risposta: "Come sarebbe a dire? Mi stavate cercando, dunque?" "Sì, sire, e in tutta la mia vita non mi sono mai sentita così felice, poiché ho fatto promettere alla mia signora, se non torna sulla sua parola, che sarà di nuovo la vostra signora come un tempo, e che voi sarete il suo signore; questa verità ho l'ardire di dirvi." Il mio signore Yvain fu grandemente rallegrato dalla notizia che ode, e che non si era mai aspettato di sentire di nuovo. Non poteva mostrare abbastanza la sua gratitudine a colei che aveva compiuto questo per lui. Le bacia gli occhi, e poi il volto, dicendo: "Certamente, mia dolce amica, non potrò mai ripagarvi per questo servizio. Temo che la capacità e il tempo mi mancheranno per rendervi l'onore e il servizio che vi sono dovuti." "Sire," risponde lei, "non abbiate preoccupazioni, e non lasciate che quel pensiero vi turbi! Poiché avrete abbondanza di forza e di tempo per mostrare a me e agli altri la vostra buona volontà. Se ho pagato questo debito che dovevo, ho diritto solo a tanta gratitudine quanto l'uomo che prende in prestito i beni altrui e poi assolve l'obbligazione. Persino ora non considero di avervi pagato il debito che dovevo." "Davvero lo avete fatto, come Dio mi vede, più di cinquecentomila volte. Ora, quando siete pronta, andiamo. Ma le avete detto chi sono?" "No, non l'ho fatto, parola mia. Vi conosce solo con il nome di 'Il Cavaliere del Leone'."

Così conversando camminavano, col leone che li seguiva, finché tutti e tre giunsero alla città. Non dissero parola ad alcuno, uomo o donna che fosse, finché non arrivarono là dove si trovava la dama. E la dama fu grandemente lieta non appena seppe che la damigella si stava avvicinando e che conduceva con sé il leone e il cavaliere, che ella desiderava ardentemente incontrare, conoscere e vedere. Tutto cinto delle sue armi, messer Yvain cadde in ginocchio ai suoi piedi, mentre Lunete, che gli stava accanto, le disse: "Rialzatelo, signora, e impiegate ogni vostro sforzo, forza e abilità nel procurar quella pace e quel perdono che nessuno al mondo, eccetto voi, può garantirgli." Allora la dama lo invitò ad alzarsi e disse: "Egli può disporre di tutto il mio potere! Sarò molto felice, se possibile, di realizzare il suo desiderio e il suo volere." "Davvero, mia signora," rispose Lunete, "non lo direi se non fosse vero. Ma tutto ciò è ancora più possibile per voi di quanto io abbia detto: ora vi dirò l'intera verità e vedrete: non avete mai avuto né avrete mai un amico così buono come questo cavaliere. Dio, la cui volontà è che vi sia pace e amore senza fine tra voi e lui, ha fatto sì che io lo trovassi quest'oggi così vicino. Per provare la verità di tutto ciò, ho solo una cosa da dire: signora, congedate il rancore che nutrite verso di lui! Poiché non ha altra signora che voi. Questo è il vostro sposo, messer Yvain."

La dama, tremando a queste parole, rispose: "Dio mi salvi! Mi avete colta abilmente in trappola! Mi farete amare, mio malgrado, un uomo che né mi ama né mi stima. Questo è un bel lavoro e un modo incantevole di servirmi! Preferirei sopportare i venti e le tempeste per tutta la mia vita: e se non fosse una cosa meschina e brutta venir meno alla propria parola, egli non troverebbe mai la sua pace né si riconcilirebbe con me. Questo proposito sarebbe sempre rimasto latente in me, come un fuoco che cova sotto la cenere; ma non desidero rinnovarlo ora, né mi preme farvi riferimento, giacché devo riconciliarmi con lui."

Messer Yvain ascolta e comprende che la sua causa procede bene e che si riconcilierà pacificamente con lei. Così dice: "Signora, si dovrebbe avere pietà di un peccatore. Ho dovuto pagare, e a caro prezzo, per il mio atto folle. È stata la follia che mi ha fatto stare lontano, e ora ammetto la mia colpa e il mio peccato. Sono stato assai audace, in verità, nell'osare presentarmi a voi; ma se vorrete degnarvi di tenermi ora, non vi farò mai più alcun torto." Ella rispose: "Certamente acconsentirò a ciò; poiché se non facessi tutto il possibile per stabilire la pace tra voi e me, sarei colpevole di spergiuro. Dunque, se vi aggrada, accetto la vostra richiesta." "Signora," dice egli, "così come è vero che Dio in questa vita mortale non avrebbe potuto altrimenti restituirmi la felicità, così mi benedica lo Spirito Santo cinquecento volte!"

Ora messer Yvain è riconciliato, e potete credere che, nonostante le pene che ha sofferto, non sia mai stato così felice per nulla. Alla fine tutto è andato per il meglio; poiché egli è amato e custodito dalla sua dama, e lei da lui. I suoi tormenti non sono più nella sua mente; poiché li dimentica tutti nella gioia che prova con la sua preziosa sposa. E Lunete, dal canto suo, è felice anch'ella: tutti i suoi desideri sono soddisfatti una volta che ha sancito una pace duratura tra il mio cortese messer Yvain e la sua amata così cara ed elegante.

Così Chrétien conclude il suo romanzo del Cavaliere del Leone; poiché non ho mai sentito raccontare nient'altro al riguardo, né voi sentirete mai ulteriori particolari, a meno che qualcuno non voglia aggiungervi delle menzogne.

«Sire», dice Kay, «udite ora ciò che desidero e quale sia il dono che mi avete promesso. Mi reputo assai fortunato a ottenere un tale favore col vostro consenso. Sire, avete impegnato la vostra parola che mi avreste affidato la mia signora qui presente, e che saremmo andati dietro al cavaliere che ci attende nella foresta». Sebbene il Re sia addolorato, gli affida l'incarico, poiché non è mai venuto meno alla sua parola. Ma ciò lo rese così di cattivo umore e contrariato che la cosa si leggeva chiaramente sul suo volto. La Regina, da parte sua, era addolorata anch'ella, e tutti coloro della corte dicono che Kay ha fatto una richiesta orgogliosa, oltraggiosa e folle. Allora il Re prese la Regina per mano e disse: «Mia signora, dovete accompagnare Kay senza obiettare». E Kay disse: «Affidatela ora a me, e non temete, poiché la riporterò perfettamente felice e al sicuro». Il Re la consegna alle sue cure, ed egli la porta via. Dopo di loro escono tutti gli altri, e non v'è alcuno che non sia triste. Dovete sapere che il siniscalco era completamente armato, e il suo cavallo fu condotto nel mezzo del cortile, insieme a un palafreno, come si conviene, per la Regina. La Regina si avvicinò al palafreno, che non era né riottoso né dalla bocca dura. Addolorata e triste, con un sospiro la Regina monta, dicendo a se stessa a bassa voce, cosicché nessuno potesse udire: «Ahimè, ahimè, se solo lo sapeste, sono certa che non permettereste mai che io sia portata via di un solo passo senza interferire». Pensava di aver parlato con un tono assai basso; ma il conte Guinable la udì, lui che si trovava lì accanto quando ella montò. Quando partirono, fu fatto un lamento così grande da tutti gli uomini e le donne presenti come se ella giacesse già morta su una bara. Non credono che tornerà mai più in vita sua. Il siniscalco nella sua impudenza la porta là dove quell'altro cavaliere la sta attendendo. Ma nessuno fu tanto preoccupato da intraprendere l'impresa di seguirlo; finché alla fine il mio signore Gawain si rivolse così al Re suo zio: «Sire», dice, «avete fatto una cosa assai stolta, che mi causa grande sorpresa; ma se volete dar retta al mio consiglio, finché sono ancora nei paraggi, io e voi cavalcheremo dietro di loro, e tutti coloro che desiderano accompagnarci. Per quanto mi riguarda, non posso trattenermi dall'andare subito al loro inseguimento. Non sarebbe appropriato che non li seguissimo, almeno quanto basta per apprendere cosa dovrà accadere alla Regina e come Kay intenda comportarsi». «Ah, bel nipote», rispose il Re, «avete parlato con cortesia. E poiché vi siete fatto carico della faccenda, ordinate che i nostri cavalli siano condotti fuori sellati e brigliati, affinché non vi sia ritardo nel partire».

I cavalli vengono subito condotti fuori, tutti pronti e con le selle in dosso. Per primo monta il Re, poi il mio signore Gawain, e tutti gli altri rapidamente. Ognuno, desiderando essere della partita, segue la propria volontà e parte. Alcuni erano armati, ma non erano pochi quelli senza le loro armi. Il mio signore Gawain era armato, e ordinò a due scudieri di condurre per la briglia due destrieri di riserva. E mentre così si avvicinavano alla foresta, videro il cavallo di Kay che correva fuori; e lo riconobbero, e videro che entrambe le redini della briglia erano spezzate. Il cavallo correva imbizzarrito, le cinghie delle staffe tutte macchiate di sangue, e l'arcione della sella era rotto e danneggiato. Ognuno ne fu contrariato, e si diedero di gomito l'un l'altro e scossero il capo. Il mio signore Gawain cavalcava assai avanti rispetto al resto del gruppo, e non passò molto tempo prima che vedesse venire lentamente un cavallo il cui cavaliere era dolente, dolorosamente stanco e coperto di sudore. Il cavaliere per primo salutò il mio signore Gawain, e il mio signore Gawain ricambiò il saluto. Poi il cavaliere, riconoscendo il mio signore Gawain, si fermò e così gli parlò: «Vedete, signore, il mio cavallo è in un bagno di sudore e in condizioni tali da non essere più utilizzabile. Suppongo che quei due cavalli appartengano ora a voi, con l'intesa che ricambierò il servizio e il favore, vi prego di lasciarmene avere uno o l'altro, sia come prestito o in dono definitivo». Ed egli gli risponde: «Scegliete quello che preferite». Allora colui che era in estrema difficoltà non cercò di scegliere il migliore, il più bello o il più grande dei cavalli, ma balzò rapidamente su quello che gli era più vicino e lo cavalcò via. Allora quello che aveva appena lasciato cadde morto, poiché lo aveva cavalcato duramente quel giorno, cosicché era esausto e sovraffaticato. Il cavaliere senza indugio va spronando attraverso la foresta, e il mio signore Gawain lo segue all'inseguimento con tutta la velocità possibile, finché giunge ai piedi di una collina. E quando ebbe percorso una certa distanza, trovò morto il cavallo che aveva dato al cavaliere, e notò che il terreno era stato calpestato dai cavalli, e che scudi rotti e lance giacevano sparsi attorno, sicché sembrava che vi fosse stato un grande combattimento tra diversi cavalieri, ed egli fu assai addolorato e afflitto per non esservi stato. Tuttavia, non vi rimase a lungo, ma passò rapidamente oltre finché non vide di nuovo per caso il cavaliere tutto solo a piedi, completamente armato, con l'elmo allacciato, lo scudo appeso al collo e con la spada cinta. Aveva raggiunto un carro. A quei tempi un siffatto carro serviva allo stesso scopo che oggi ha una gogna; e in ogni buona città dove oggi vi sono più di tremila di tali carri, a quei tempi ve n'era solo uno, e questo, come le nostre gogne, doveva servire per tutti coloro che commettono omicidio o tradimento, e per coloro che sono colpevoli di qualsiasi delittuosità, e per i ladri che hanno rubato la proprietà altrui o l'hanno sequestrata con la forza lungo le strade. Chiunque fosse riconosciuto colpevole di un qualsiasi crimine veniva posto su un carro e trascinato per tutte le strade, e perdeva da quel momento tutti i suoi diritti legali, e non veniva mai più in seguito ascoltato, onorato o accolto in alcuna corte. I carri erano così spaventosi in quei tempi che il detto fu usato allora per la prima volta: «Quando vedi e incontri un carro, fatti il segno della croce e invoca Dio, affinché nessun male ti colga». Il cavaliere a piedi, e senza lancia, camminava dietro il carro, e vide un nano seduto sulle stanghe, che teneva, come fa un cocchiere, un lungo pungolo in mano. Allora grida: «Nano, per l'amor di Dio, dimmi ora se hai visto passare di qui la mia signora, la Regina». Il miserabile nano di bassa estrazione non volle dargli alcuna notizia di lei, ma rispose: «Se vuoi salire sul carro che sto guidando, domani saprai cosa è accaduto alla Regina». Poi proseguì per la sua strada senza prestare ulteriore attenzione. Il cavaliere esitò solo per un paio di passi prima di salire. Eppure, fu una sfortuna per lui che si sia ritratto davanti alla vergogna, e non vi sia saltato dentro subito; poiché più tardi si pentirà del suo indugio. Ma il buon senso, che è incoerente con i dettami dell'amore, gli ordina di astenersi dal salire, avvertendolo e consigliandolo di non fare e non intraprendere nulla per cui possa raccogliere vergogna e disonore. La ragione, che osa parlargli così, raggiunge solo le sue labbra, ma non il suo cuore; ma l'amore è racchiuso all'interno del suo cuore, ordinandogli e spingendolo a montare subito sul carro. Così vi salta dentro, poiché l'amore vuole che sia così, non sentendo alcuna preoccupazione per la vergogna, poiché è spinto dai comandi dell'amore. E il mio signore Gawain incalza in fretta dietro il carro, e quando trova il cavaliere seduto sopra, la sua sorpresa è grande. «Dimmi», gridò al nano, «se sai qualcosa della Regina». E quello rispose: «Se sei tanto nemico di te stesso quanto lo è questo cavaliere che siede qui, sali con lui, se ti aggrada, e io ti condurrò insieme a lui». Quando il mio signore Gawain udì ciò, lo considerò una grande stoltezza, e disse che non sarebbe salito, poiché sarebbe stato disonorevole scambiare un cavallo per un carro: «Va' pure, e ovunque giaccia il tuo cammino, io ti seguirò».

Dopodiché ripartono in avanti, uno montato sul suo cavallo, gli altri due che cavalcano sul carro, e così procedono in compagnia. Nel tardo pomeriggio arrivano in una città che, dovete sapere, era assai ricca e bella. Tutti e tre entrarono attraverso la porta; la gente è assai meravigliata nel vedere il cavaliere trasportato sul carro, e non si danno pena di nascondere i loro sentimenti, ma piccoli e grandi, vecchi e giovani gli gridano scherni per le strade, sicché il cavaliere ode molte parole vili e sprezzanti a suo carico. Tutti domandano: «A quale punizione deve essere destinato questo cavaliere? Deve essere scorticato, o impiccato, o annegato, o bruciato su un fuoco di spine? Dicci, tu nano, che lo stai guidando, in quale crimine è stato colto? È riconosciuto colpevole di rapina? È un assassino, o un criminale?». E a tutto ciò il nano non diede risposta, non degnandoli di alcuna replica. Conduce il cavaliere a un luogo di alloggio; e Gawain segue il nano da vicino fino a una torre, che sorgeva sullo stesso livello di fronte alla città. Oltre si estendeva un prato, e la torre era costruita vicino, su un'elevazione rocciosa, la cui parete formava uno scosceso precipizio. Seguendo il cavallo e il carro, Gawain entrò nella torre. Nella sala incontrarono una damigella elegantemente abbigliata, della quale non ve n'era una più bella nel paese, e con lei videro arrivare due belle e affascinanti fanciulle. Non appena videro il mio signore Gawain, lo accolsero gioiosamente e lo salutarono, e poi chiesero notizie dell'altro cavaliere: «Nano, di quale crimine è colpevole questo cavaliere, che guidi come uno zoppo?». Non volle rispondere alla sua domanda, ma fece scendere il cavaliere dal carro, e poi si ritirò, senza che sapessero dove fosse andato. Allora il mio signore Gawain smonta, e i valletti si fanno avanti per liberare i due cavalieri dalla loro armatura. La damigella ordinò che fossero portati due mantelli verdi, che essi indossarono. Quando giunse l'ora di cena, fu allestito un sontuoso banchetto. La damigella sedette a tavola accanto al mio signore Gawain. Non avrebbero cambiato il loro alloggio per cercarne un altro, poiché per tutta quella sera la damigella mostrò loro grande onore e fornì loro una bella e piacevole compagnia.

Quando furono rimasti alzati abbastanza a lungo, furono preparati due letti lunghi e alti nel mezzo della sala; e v'era un altro letto a fianco, più bello e più splendido degli altri; poiché, come testimonia la storia, possedeva tutta l'eccellenza che si potesse pensare in un letto. Quando giunse il momento di ritirarsi, la damigella prese entrambi gli ospiti ai quali aveva offerto la sua ospitalità; mostra loro i due letti fini, lunghi e ampi, e dice: «Questi due letti sono preparati qui per l'accomodamento dei vostri corpi; ma in quello là nessuno giacque mai che non lo meritasse: non fu preparato per essere usato da voi». Il cavaliere che era venuto cavalcando sul carro risponde subito: «Ditemi», dice, «per quale causa questo letto è inaccessibile». Essendo informata a fondo di ciò, ella risponde senza esitare: «Non è posto vostro chiedere o fare una tale indagine. Qualsiasi cavaliere è disonorato nel paese dopo essere stato su un carro, e non è conveniente che egli debba preoccuparsi della questione sulla quale mi avete interrogato; e soprattutto non è giusto che egli debba giacere sul letto, poiché pagherebbe presto a caro prezzo il suo atto. Un giaciglio così ricco non è stato preparato per voi, e paghereste caro per aver mai nutrito un tale pensiero». Egli risponde: «Vedrete tra poco». «Devo vederlo?». «Sì». «Presto apparirà». «Per la mia testa», risponde il cavaliere, «non so chi debba pagare la pena. Ma chiunque possa obiettare o disapprovare, intendo giacere su questo letto e riposare lì a mio agio». Allora si spogliò subito nel letto, che era lungo e sollevato di mezzo braccio sopra gli altri due, ed era coperto con un panno giallo di seta e una coltre con stelle dorate. Le pellicce non erano di vaio scuoiato ma di zibellino; la copertura che aveva su di sé sarebbe stata adatta a un re. Il materasso non era fatto di paglia o giunchi o di vecchie stuoie. A mezzanotte scese improvvisamente dalle travi una lancia, come con l'intenzione di trafiggere il cavaliere attraverso i fianchi fino alla coltre e alle lenzuola bianche dove giaceva. Alla lancia era attaccato un gagliardetto tutto in fiamme. La coltre, le lenzuola e il letto stesso presero fuoco all'istante. E la punta della lancia passò così vicino al fianco del cavaliere che tagliò un poco la pelle, senza ferirlo gravemente. Allora il cavaliere si alzò, spense il fuoco e, prendendo la lancia, la fece oscillare nel mezzo della sala, tutto questo senza lasciare il suo letto; piuttosto si coricò di nuovo e dormì sicuro come la prima volta.

Al mattino, allo spuntar del giorno, la donzella della torre fece celebrare la Messa per loro conto, e li fece alzare e vestire. Quando la Messa fu celebrata, il cavaliere che era andato sul carro si sedette pensieroso a una finestra che dava sul prato, e rimase a fissare i campi sottostanti. La donzella si avvicinò a un'altra finestra lì vicino, e lì il mio signor Gawain conversò con lei in privato per un poco su qualcosa, non so cosa. Non so quali parole furono pronunciate, ma mentre erano appoggiati al davanzale videro trasportata lungo il fiume, attraverso i campi, una bara su cui giaceva un cavaliere, e a fianco camminavano tre donzelle, piangendo amaramente. Dietro la bara videro avvicinarsi una folla, con un cavaliere alto davanti che conduceva una bella dama per le redini del cavallo. Il cavaliere alla finestra seppe che era la Regina. Continuò a fissarla attentamente e con delizia finché rimase visibile. E quando non poté più vederla, fu sul punto di gettarsi giù e fracassarsi il corpo lì sotto. Si sarebbe lasciato cadere se il mio signor Gawain non l'avesse visto e tirato indietro, dicendo: "Vi prego, signore, state calmo ora. Per l'amor di Dio, non pensate mai più a compiere un gesto così folle. È sbagliato da parte vostra disprezzare la vostra vita." "Ha perfettamente ragione," dice la donzella; "perché la notizia della sua disgrazia non si saprà forse ovunque? Da quando è stato sul carro, ha buone ragioni per desiderare di morire, poiché sarebbe meglio morto che vivo. La sua vita d'ora in avanti sarà certamente fatta di vergogna, tormento e infelicità." Poi i cavalieri chiesero le loro armature e si armarono, mentre la donzella li trattava cortesemente, con distinzione e generosità; poiché quando ebbe scherzato con il cavaliere e deriso a sufficienza, gli offrì un cavallo e una lancia come segno della sua benevolenza. I cavalieri presero poi congedo dalla donzella in modo cortese e garbato, salutandola prima, e poi allontanandosi nella direzione presa dalla folla che avevano visto. Così cavalcarono fuori dalla città senza rivolgersi a loro. Procedettero rapidamente verso la direzione che avevano visto prendere dalla Regina, ma non raggiunsero il corteo, che era avanzato velocemente. Dopo aver lasciato i campi, i cavalieri entrarono in un luogo recintato e trovarono una strada battuta. Avanzarono attraverso i boschi finché non furono forse le sei, e poi a un crocevia incontrarono una donzella, che entrambi salutarono, chiedendole e pregandola di dire loro, se lo sapesse, dove fosse stata condotta la Regina. Rispondendo con intelligenza, disse loro: "Se voleste impegnarmi la vostra parola, potrei mettervi sulla strada e sul sentiero giusti, e vi direi il nome del paese e del cavaliere che la sta conducendo; ma chiunque osasse entrare in quel paese deve sopportare dure prove, poiché prima di potervi arrivare deve soffrire molto." Allora il mio signor Gawain risponde: "Donzella, mi aiuti Dio, prometto di mettere tutta la mia forza a vostra disposizione e servizio, quando vorrete, se mi direte ora la verità." E colui che era stato sul carro non disse che le avrebbe impegnato tutta la sua forza; ma proclama, come uno che l'amore rende ricco, potente e audace per qualsiasi impresa, che immediatamente e senza esitazione le prometterà tutto ciò che desidera, e si mette interamente a sua disposizione. "Allora vi dirò la verità," dice lei. Poi la donzella racconta loro la seguente storia: "In verità, signori, Meleagant, un cavaliere alto e potente, figlio del Re di Gorre, l'ha portata via nel regno da cui nessuno straniero ritorna, ma dove deve per forza rimanere in servitù ed esilio." Poi le chiedono: "Donzella, dov'è questo paese? Dove possiamo trovare la strada per andarvi?" Lei risponde: "Questo lo saprete presto; ma potete stare certi che incontrerete molti ostacoli e passaggi difficili, poiché non è facile entrarvi se non con il permesso del re, il cui nome è Bademagu; tuttavia, è possibile entrare per due sentieri assai pericolosi e per due passaggi molto ardui. Uno è chiamato il ponte sommerso, perché il ponte è sott'acqua, e c'è la stessa quantità d'acqua sotto di esso come sopra, così che il ponte si trova esattamente nel mezzo; ed è largo e spesso solo un piede e mezzo. Questa scelta è certamente da evitare, e tuttavia è la meno pericolosa delle due. Inoltre, ci sono numerosi altri ostacoli di cui non dirò nulla. L'altro ponte è ancora più impraticabile e molto più pericoloso, non essendo mai stato attraversato da uomo. È proprio come una spada affilata, e perciò tutta la gente lo chiama 'il ponte della spada'. Ora vi ho detto tutta la verità che conosco." Ma le chiedono ancora una volta: "Donzella, degnatevi di mostrarci questi due passaggi." Al che la donzella risponde: "Questa strada qui è la più diretta per il ponte sommerso, e quella laggiù conduce dritta al ponte della spada." Allora il cavaliere, che era stato sul carro, dice: "Signore, sono pronto a dividermi con voi senza pregiudizi: prendete una di queste due rotte, e lasciate l'altra a me; prendete quella che preferite." "In verità," risponde il mio signor Gawain, "entrambe sono dure e pericolose: non sono esperto nel fare una tale scelta, e a stento so quale delle due prendere; ma non è giusto che io esiti quando voi avete lasciato la scelta a me: sceglierò il ponte sommerso." L'altro risponde: "Allora devo andare senza lamentarmi al ponte della spada, cosa che accetto di fare." Dopodiché, tutti e tre si separano, ciascuno raccomandando gli altri molto cortesemente a Dio. E quando li vede partire, dice: "Ognuno di voi mi deve un favore a mia scelta, quando vorrò chiederlo. Badate di non dimenticarlo." "Certamente non lo dimenticheremo, dolce amica," gridano entrambi i cavalieri. Poi ognuno va per la propria strada, e quello del carro è occupato da profonde riflessioni, come uno che non ha forza o difesa contro l'amore che lo tiene in suo potere. I suoi pensieri sono tali che dimentica totalmente se stesso, e non sa se sia vivo o morto, dimenticando perfino il proprio nome, non sapendo se è armato o meno, o dove sta andando o da dove è venuto. Solo una creatura ha in mente, e per lei il suo pensiero è così occupato che non vede né sente nient'altro. E il suo cavallo lo porta via rapidamente, senza seguire alcuna strada tortuosa, ma la migliore e la più diretta; e procedendo così senza guida, lo conduce in una pianura aperta. In questa pianura c'era un guado, dall'altra parte del quale stava un cavaliere armato, che lo custodiva, e in sua compagnia c'era una donzella che era arrivata su un palafreno. A quel punto il pomeriggio era inoltrato, e tuttavia il cavaliere, immutato e instancabile, proseguiva i suoi pensieri. Il cavallo, avendo molta sete, vede chiaramente il guado, e non appena lo vede, si affretta verso di esso. Allora quello dall'altra parte grida: "Cavaliere, io sto custodendo il guado, e vi proibisco di attraversare." Egli non gli presta attenzione, né sente le sue parole, essendo ancora immerso nei pensieri. Nel frattempo, il suo cavallo avanzava rapidamente verso l'acqua. Il cavaliere gli grida che farà bene a tenersi a distanza dal guado, poiché non c'è passaggio da quella parte; e giura sul cuore nel suo petto che lo colpirà se entra in acqua. Ma le sue minacce non vengono ascoltate, ed egli gli grida una terza volta: "Cavaliere, non entrate nel guado contro la mia volontà e proibizione; perché, sulla mia testa, vi colpirò non appena vi vedrò nel guado." Ma egli è così immerso nei pensieri che non lo sente. E il cavallo, lasciando rapidamente la riva, salta nel guado e inizia avidamente a bere. E il cavaliere dice che la pagherà, che il suo scudo e l'usbergo che porta sulla schiena non gli offriranno alcuna protezione. Per prima cosa, mette il suo cavallo al galoppo, e dal galoppo lo sprona a correre, e colpisce il cavaliere così duramente da abbatterlo disteso nel guado che gli aveva proibito di attraversare. La sua lancia volò via dalla mano e lo scudo dal collo. Quando sente l'acqua, rabbrividisce, e sebbene stordito, balza in piedi, come uno risvegliato dal sonno, ascoltando e guardandosi intorno con stupore, per vedere chi possa essere stato a colpirlo. Poi, faccia a faccia con l'altro cavaliere, disse: "Vassallo, dimmi perché mi hai colpito, quando non ero consapevole della tua presenza, e quando non ti avevo fatto alcun male." "Sulla mia parola, mi avevi fatto un torto," dice l'altro: "non mi hai trattato con disprezzo quando ti ho proibito tre volte di attraversare il guado, gridando verso di te quanto più forte potevo? Hai sicuramente sentito la mia sfida almeno due o tre volte, e sei entrato a dispetto di me, sebbene ti avessi detto che ti avrei colpito non appena ti avessi visto nel guado." Allora il cavaliere gli risponde: "Chiunque ti abbia sentito o visto, sia maledetto, per quanto mi riguarda. Probabilmente ero immerso nei pensieri quando mi hai proibito di attraversare il guado. Ma sii certo che ti farei rimettere in sesto, se potessi solo posare una delle mie mani sulle tue briglie." E l'altro risponde: "Ebbene, che importa? Se osi, puoi afferrare le mie briglie qui e ora. Non stimo le tue orgogliose minacce quanto una manciata di cenere." Ed egli risponde: "Mi sta bene. Comunque vada la faccenda, vorrei mettere le mani su di te." Allora l'altro cavaliere avanza verso il centro del guado, dove l'altro poggia la mano sinistra sulle sue briglie, e la destra sulla sua gamba, tirando, trascinando e premendo così rudemente che quello protesta, pensando che gli strapperà la gamba dal corpo. Allora lo prega di lasciar andare, dicendo: "Cavaliere, se ti aggrada combattermi ad armi pari, prendi il tuo scudo, il cavallo e la lancia, e giostra con me." Risponde: "Questo non lo farò, sulla mia parola; poiché suppongo che scapperesti non appena fossi sfuggito alla mia presa." Sentendo ciò, fu molto vergognoso, e disse: "Cavaliere, monta sul tuo cavallo, in confidenza, poiché ti darò lealmente la mia parola che non indietreggerò né scapperò." Allora ancora una volta gli risponde: "Prima, dovrai giurarlo, e insisto nel ricevere il tuo giuramento che non scapperai né indietreggerai, né mi toccherai, né ti avvicinerai a me finché non mi vedrai sul mio cavallo; ti starò trattando con molta generosità, se, quando sei nelle mie mani, ti lascio andare." Non può fare altro che prestare giuramento; e quando l'altro lo sente giurare, raccoglie il suo scudo e la sua lancia che galleggiavano nel guado e a quel punto erano finiti bene a valle; poi ritorna e prende il suo cavallo. Dopo averlo preso e montato, afferra lo scudo per le cinghie e mette la lancia in resta. Poi ciascuno sprona verso l'altro quanto più velocemente i loro cavalli possono portarli. E colui che doveva difendere il guado attacca per primo l'altro, colpendolo così duramente che la sua lancia va completamente in frantumi. L'altro lo colpisce a sua volta in modo da gettarlo prostrato nel guado, e l'acqua si chiude sopra di lui. Compiuto ciò, arretra e smonta, pensando di poter scacciare e inseguire cento come lui. Mentre estrae dal fodero la sua spada d'acciaio, l'altro balza su ed estrae la sua eccellente lama scintillante. Poi si scontrano di nuovo, avanzando e coprendosi con gli scudi che brillano d'oro. Incessantemente e senza riposo brandiscono le loro spade; hanno il coraggio di sferrare così tanti colpi che la battaglia alla fine è così prolungata che il Cavaliere del Carro è molto vergognoso nel suo cuore, pensando di fare un misero inizio nel cammino che ha intrapreso, quando ha speso così tanto tempo per sconfiggere un solo cavaliere. Se avesse incontrato ieri cento come lui, non pensa né crede che avrebbero potuto resistergli; così ora è molto addolorato e adirato di essere in uno stato tale di esaurimento da mancare i suoi colpi e perdere tempo. Poi gli corre contro e lo preme così duramente che l'altro cavaliere cede e fugge. Per quanto riluttante possa essere, lascia il guado e il passaggio libero. Ma l'altro lo segue all'inseguimento finché non cade in avanti sulle mani; allora quello del carro corre verso di lui, giurando su tutto ciò che vede che si pentirà del giorno in cui lo ha rovesciato nel guado e ha disturbato la sua fantasticheria. La donzella, che il cavaliere aveva con sé, sentendo le minacce, è in grande paura, e lo prega per amore suo di astenersi dall'ucciderlo; ma lui le dice che deve farlo, e non può mostrargli alcuna pietà per amore suo, in vista del torto vergognoso che gli ha fatto. Poi, con la spada sguainata, si avvicina al cavaliere che grida in grave sgomento: "Per l'amor di Dio e per il mio, mostratemi la pietà che vi chiedo." Ed egli risponde: "Come Dio possa salvarmi, nessuno ha mai peccato così contro di me che io non gli mostri pietà una volta, per l'amor di Dio come è giusto, se me lo chiedesse in nome di Dio. E così su di te avrò pietà; poiché non dovrei rifiutarti quando mi hai supplicato. Ma prima, mi darai la tua parola di costituirti mio prigioniero ogni volta che potrò desiderare di convocarti." Sebbene fosse difficile farlo, glielo promise. Subito la donzella disse: "O cavaliere, poiché hai concesso la pietà che ti ha chiesto, se mai hai infranto qualche legame, per amor mio ora sii misericordioso e libera questo prigioniero dalla sua parola. Lascialo libero su mia richiesta, a condizione che quando verrà il momento, farò del mio meglio per ripagarti in qualsiasi modo tu voglia scegliere." Allora si dichiara soddisfatto della promessa che lei ha fatto, e mette il cavaliere in libertà. Poi lei è vergognosa e ansiosa, pensando che lui la riconoscerà, cosa che non desiderava. Ma lui se ne va subito, il cavaliere e la donzella raccomandandolo a Dio, e prendendo congedo da lui. Egli concede loro il permesso di andare, mentre lui stesso prosegue per la sua strada, finché verso il tardo pomeriggio incontrò una donzella che veniva, molto bella e affascinante, ben vestita e riccamente abbigliata. La donzella lo saluta prudentemente e cortesemente, ed egli risponde: "Donzella, Dio vi conceda salute e felicità." Poi la donzella gli disse: "Signore, la mia casa è preparata per voi, se accetterete la mia ospitalità, ma vi troverete riparo solo a condizione che giacerete con me; a questi termini propongo e faccio l'offerta." Non pochi sono quelli che l'avrebbero ringraziata cinquecento volte per un tale dono; ma lui è molto contrariato, e diede una risposta molto diversa: "Donzella, vi ringrazio per l'offerta della vostra casa, e la stimo molto, ma, se vi piace, mi dispiacerebbe molto giacere con voi." "Per i miei occhi," dice la donzella, "allora ritiro la mia offerta." Ed egli, poiché è inevitabile, la lascia fare come vuole, sebbene il suo cuore si addolori nel dare il consenso. Prova solo riluttanza ora; ma maggiore angoscia sarà la sua quando sarà ora di andare a letto. Anche la donzella, che lo conduce via, passerà attraverso il dolore e la pesantezza. Poiché è possibile che lei lo amerà così tanto da non voler separarsi da lui. Non appena ebbe concesso il suo desiderio e la sua volontà, lei lo scorta in un luogo fortificato, di cui non c'era nessuno più bello in Tessaglia; poiché era interamente racchiuso da un alto muro e un profondo fossato, e non c'era uomo all'interno eccetto colui che lei portava con sé.

Qui ella aveva fatto costruire per la sua residenza una quantità di belle stanze, e una grande e spaziosa sala. Cavalcando lungo l'argine di un fiume, si avvicinarono al loro alloggio, e un ponte levatoio fu abbassato per permettere loro di passare. Attraversando il ponte, entrarono dentro, e trovarono la sala aperta con il suo tetto di tegole. Passano attraverso la porta aperta, e vedono una tavola apparecchiata con una larga tovaglia bianca, sulla quale le vivande erano poste, e le candele accese nei loro candelabri, e le coppe da bere in argento dorato, e due caraffe di vino, una rossa e una bianca. Stando accanto alla tavola, all'estremità di una panca, trovarono due catini di acqua calda per lavarsi le mani, con un asciugamano riccamente ricamato, tutto bianco e pulito, con cui asciugarsi le mani. Nessun valletto, servitore o scudiero poteva essere trovato o visto. Il cavaliere, togliendosi lo scudo dal collo, lo appende a un gancio, e, prendendo la sua lancia, la depone sopra una rastrelliera. Poi smonta dal suo cavallo, così come la donzella dal suo. Il cavaliere, dal canto suo, fu contento che lei non si curasse di aspettare che lui l'aiutasse a smontare. Essendo smontata, lei corre direttamente in una stanza e gli porta un corto mantello di panno scarlatto che gli mette addosso. La sala non era affatto buia; poiché accanto alla luce delle stelle, c'erano molte grandi candele intrecciate accese lì, così che l'illuminazione era molto brillante. Quando ebbe gettato il mantello sulle sue spalle, gli disse: "Amico, ecco l'acqua e l'asciugamano; non c'è nessuno a presentarlo o offrirlo a voi eccetto me che vedete. Lavatevi le mani, e poi sedetevi, quando vi sentite di farlo. L'ora e il pasto, come potete vedere, richiedono che lo facciate." Egli si lava, e poi lietamente e prontamente prende il suo posto, e lei si siede accanto a lui, e mangiano e bevono insieme, finché arriva il momento di lasciare la tavola.

Quando furono alzati da tavola, la damigella disse al cavaliere: "Messere, se non vi dispiace, uscite fuori a divertirvi; ma, vi prego, non trattenetevi oltre l'ora in cui pensate io debba essere a letto. Non provate alcuna preoccupazione o imbarazzo; poiché allora potrete venire subito da me, se manterrete la promessa che avete fatto". Ed egli risponde: "Manterrò la mia parola, e ritornerò quando riterrò giunto il momento". Allora uscì, e rimase nel cortile finché credette fosse ora di tornare e mantenere la promessa fatta. Rientrando nella sala, non vede traccia di colei che doveva essere la sua dama; poiché ella non era lì. Non trovandola né vedendola, disse: "Ovunque essa sia, la cercherò finché non l'avrò trovata". Non indugia nella sua ricerca, essendo vincolato dalla promessa che le aveva fatto. Entrando in una delle stanze, ode una damigella gridare forte, ed era proprio colei con la quale stava per giacere. Allo stesso tempo, vede la porta di un'altra stanza spalancata, e facendosi avanti, vede proprio davanti ai suoi occhi un cavaliere che l'aveva gettata a terra, e la teneva nuda e prona sul letto. Ella, pensando che egli fosse venuto naturalmente per aiutarla, gridò a gran voce: "Aiuto, aiuto, voi cavaliere, che siete mio ospite. Se non mi togliete quest'uomo di dosso, non troverò nessuno che lo faccia; se non mi soccorrete in fretta, egli mi farà violenza sotto i vostri occhi. Siete voi colui che deve giacere con me, secondo la vostra promessa; e quest'uomo dovrà compiere il suo desiderio con la forza sotto i vostri occhi? Gentile cavaliere, fatevi avanti, e affrettatevi a portarmi aiuto". Egli vede che l'altro uomo teneva la damigella brutalmente scoperta fino alla vita, ed è vergognoso e adirato nel vederlo assalirla in tal modo; tuttavia non è gelosia quella che prova, né sarà fatto cornuto da lui. Alla porta stavano di guardia due cavalieri completamente armati e con le spade sguainate. Dietro di loro stavano quattro armigeri, ciascuno armato di un'ascia di quelle con cui si potrebbe spaccare una vacca lungo la schiena tanto facilmente quanto una radice di ginepro o di ginestra. Il cavaliere esitò sulla soglia, e pensò: "Dio, cosa posso fare? Sono impegnato in un'impresa non inferiore alla ricerca della Regina Ginevra. Non dovrei avere il cuore di una lepre, quando per lei mi sono impegnato in una tale ricerca. Se la codardia mette il suo cuore in me, e se seguo i suoi dettami, non raggiungerò mai ciò che cerco. Sono disonorato, se resto qui; anzi, mi vergogno persino di aver pensato di tirarmi indietro. Il mio cuore è assai triste e oppresso: ora sono così vergognoso e affranto che morirei volentieri per aver esitato qui così a lungo. Non lo dico per orgoglio: ma possa Dio aver pietà di me se non preferisco morire onorevolmente piuttosto che vivere una vita di vergogna! Se il mio cammino fosse sgombro, e se questi uomini mi dessero il permesso di passare senza impedimenti, quale onore ne guadagnerei? In verità, in quel caso passerebbe anche il più gran codardo vivente; e intanto sento questa povera creatura invocare aiuto costantemente, e ricordarmi la mia promessa, e rimproverarmi con amari scherni". Allora si spinge verso la porta, ficcandoci dentro la testa e le spalle; alzando lo sguardo, vede due spade che scendono. Si ritrae, e i cavalieri non poterono trattenere i colpi: li avevano vibrati con tale forza che le spade colpirono il pavimento, ed entrambe si spezzarono in pezzi. Quando vede che le spade sono rotte, presta meno attenzione alle asce, temendole e paventandole molto meno. Irrompendo tra loro, colpisce prima un guardiano al fianco e poi un altro. I due che gli sono più vicini li urta e li respinge, gettandoli entrambi distesi a terra; il terzo mancò il colpo contro di lui, ma il quarto, che lo assalì, lo colpisce così da tagliargli il mantello e la camicia, e affetta la carne bianca sulla sua spalla in modo che il sangue cola dalla ferita. Ma egli, senza indugio, e senza lamentarsi della ferita, preme più rapidamente, finché colpisce tra le tempie colui che stava assalendo la sua ospite. Prima di andarsene, cercherà di mantenere la sua promessa verso di lei. Lo fa alzare a forza. Nel frattempo, colui che aveva mancato il colpo si avventa su di lui più velocemente che può e, alzando di nuovo il braccio, conta di spaccargli la testa fino ai denti con l'ascia. Ma l'altro, pronto a difendersi, spinge il cavaliere verso di lui in modo tale che riceve l'ascia proprio dove la spalla si unisce al collo, così che ne vengono separati. Allora il cavaliere afferra l'ascia, strappandola rapidamente a chi la tiene; poi lascia andare il cavaliere che teneva ancora, e pensa alla propria difesa; poiché i cavalieri alla porta e i tre uomini con le asce lo stanno attaccando tutti ferocemente. Così balzò rapidamente tra il letto e la parete, e gridò loro: "Avanti ora, tutti quanti. Se foste trentasette, avreste tutta la lotta che volete, con me così ben piazzato; non sarò mai sopraffatto da voi". E la damigella guardandolo, esclamò: "Ai miei occhi, non dovete più aver alcun timore di ciò, finché sono qui". Allora subito congeda i cavalieri e gli armigeri, che si ritirano da lì immediatamente, senza indugio o obiezione. E la damigella continua: "Messere, mi avete ben difesa contro gli uomini della mia casata. Venite ora, e vi condurrò via". Mano nella mano entrano nella sala, ma egli non ne era affatto compiaciuto, e avrebbe volentieri fatto a meno di lei.

In mezzo alla sala era stato preparato un letto, le cui lenzuola non erano affatto sporche, ma bianche, ampie e ben stese. Il letto non era di paglia sminuzzata o di coperte grossolane. Ma una coperta di due drappi di seta era stata stesa sul giaciglio. La damigella si coricò per prima, ma senza togliersi la camicia. Egli ebbe gran difficoltà a togliersi le calze e a sciogliere i nodi. Sudò per la fatica di tutto ciò; eppure, nel mezzo di tutto il travaglio, la sua promessa lo spinge e lo incita. È questa dunque una forza reale? Sì, praticamente tale; poiché sente di essere in dovere di prendere posto al fianco della damigella. È la sua promessa che lo sprona e detta il suo agire. Così si corica immediatamente, ma come lei, non si toglie la camicia. Si guarda bene dal toccarla; e quando è a letto, si volta dalla parte opposta il più lontano possibile, e non le rivolge parola, come un monaco a cui sia proibito parlare. Non la guarda nemmeno una volta, né le mostra alcuna cortesia. Perché no? Perché il suo cuore non va verso di lei. Ella era certamente molto bella e avvenente, ma non chiunque è compiaciuto e toccato da ciò che è bello e avvenente. Il cavaliere ha un solo cuore, e questo non è più veramente suo, ma è stato affidato a qualcun altro, cosicché non può donarlo altrove. L'Amore, che tiene tutti i cuori sotto il suo dominio, richiede che sia alloggiato in un unico luogo. Tutti i cuori? No, solo quelli che stima. E colui che l'amore degna di controllare dovrebbe apprezzare maggiormente se stesso. L'Amore stimava il suo cuore così tanto che lo costringeva in modo speciale, e lo rendeva così orgoglioso di questa distinzione che non sono incline a trovar da ridire su di lui, se lascia stare ciò che l'amore proibisce, e rimane fisso dove esso desidera. La damigella vede chiaramente e sa che la sua compagnia gli è sgradita e che ne farebbe volentieri a meno, e che, non avendo alcun desiderio di conquistare il suo amore, non tenterebbe di corteggiarla. Così disse: "Messere, se non vi recherà offesa, me ne andrò a tornare a letto nella mia stanza, e voi sarete più comodo. Non credo che siate compiaciuto della mia compagnia e della mia società. Non stimatemi di meno se vi dico ciò che penso. Ora riposatevi tutta la notte, poiché avete così bene mantenuto la vostra promessa che non ho diritto di farvi ulteriori richieste. Perciò vi raccomando a Dio; e me ne andrò". A tal punto ella si alza: il cavaliere non obietta, anzi la lascia andare volentieri, come uno che è l'amante devoto di qualcun altro; la damigella lo percepì chiaramente, e andò nella sua stanza, dove si svestì completamente e si ritirò, dicendo a se stessa: "Di tutti i cavalieri che abbia mai conosciuto, non ne ho mai conosciuto uno solo che valuterei la terza parte di un angioino in confronto a questo. Per quanto comprendo il caso, egli ha tra le mani un affare più pericoloso e grave di qualunque altro mai intrapreso da un cavaliere; e possa Dio concedere che vi riesca". Poi si addormentò, e rimase a letto finché spuntò l'alba del giorno successivo.

All'alba si sveglia e si alza. Anche il cavaliere si sveglia, vestendosi e indossando le armi, senza attendere alcun aiuto. Poi la damigella arriva e vede che è già vestito. Nel vederlo, dice: "Possa questo giorno esservi felice". "E possa esserlo altrettanto a voi, damigella", risponde il cavaliere, aggiungendo che sta aspettando con ansia qualcuno che porti fuori il suo cavallo. La donzella fa sì che qualcuno prenda il cavallo, e dice: "Messere, vorrei accompagnarvi per un tratto lungo la strada, se foste d'accordo di scortarmi e condurmi secondo i costumi e le pratiche che erano osservate prima che fossimo fatti prigionieri nel regno di Logres". A quei tempi i costumi e i privilegi erano tali che, se un cavaliere trovava una damigella o una fanciulla sola, e se teneva al suo buon nome, non l'avrebbe trattata con disonore più di quanto si sarebbe tagliato la gola da solo. E se l'avesse assalita, sarebbe stato disonorato per sempre in ogni corte. Ma se, mentre era sotto la sua scorta, ella fosse stata vinta in armi da un altro che lo avesse ingaggiato in battaglia, allora quest'altro cavaliere avrebbe potuto fare di lei ciò che voleva senza ricevere vergogna o biasimo. È per questo che la damigella disse che sarebbe andata con lui, se avesse avuto il coraggio e la volontà di proteggerla in sua compagnia, cosicché nessuno le facesse alcun male. Ed egli le dice: "Nessuno vi farà male, ve lo prometto, a meno che non faccia male prima a me". "Allora", ella dice, "verrò con voi". Ordina che il suo palafreno sia sellato, e il suo comando viene eseguito immediatamente. Il suo palafreno fu portato insieme al cavallo del cavaliere. Senza l'aiuto di alcuno scudiero, entrambi montano, e cavalcano via rapidamente. Ella gli parla, ma non curandosi delle sue parole, egli non presta attenzione a ciò che dice. Gli piace pensare, ma non gli piace parlare. L'Amore molto spesso infligge di nuovo la ferita che gli ha dato. Eppure, non applicava alcun impiastro alla ferita per guarirla e renderla sollevata, non avendo alcuna intenzione o desiderio di procurarsi un impiastro o di cercare un medico, a meno che la ferita non diventi più dolorosa. Eppure, c'è una di cui cercherebbe volentieri il rimedio... Seguono le strade e i sentieri nella direzione giusta finché giungono a una fonte, situata nel mezzo di un campo, e delimitata da una vasca di pietra. Qualcuno aveva dimenticato sulla pietra un pettine d'avorio dorato. Mai dai tempi antichi un uomo saggio o uno sciocco ha visto un tale pettine. Nei suoi denti c'era quasi una manciata di capelli appartenenti a colei che aveva usato il pettine.

Quando la damigella nota la fonte, e vede la pietra, non desidera che il suo compagno la veda; così svolta in un'altra direzione. E lui, piacevolmente occupato con i propri pensieri, non nota subito che lei lo sta portando fuori strada; ma quando alla fine lo nota, ha paura di essere ingannato, pensando che lei si stia arrendendo e stia andando fuori strada per evitare qualche pericolo. "Sentite, damigella", grida, "non state andando bene; venite da questa parte! Nessuno, credo, è mai andato dritto se ha lasciato questa strada". "Messere, questa è una strada migliore per noi", dice la damigella, "ne sono sicura". Allora egli le risponde: "Non so, damigella, cosa pensiate; ma potete vedere chiaramente che il sentiero battuto giace da questa parte; e poiché ho iniziato a seguirlo, non devierò. Perciò venite ora, se volete, poiché io continuerò per questa via". Allora procedono finché giungono vicino alla vasca di pietra e vedono il pettine. Il cavaliere dice: "Di certo non ricordo di aver mai visto un pettine così bello come questo". "Datelo a me", dice la damigella. "Volentieri, damigella", risponde lui. Allora si china e lo raccoglie. Mentre lo tiene, lo guarda fissamente, osservando i capelli finché la damigella non comincia a ridere. Quando la vede fare così, la prega di dirgli perché ride. E lei dice: "Non importa, poiché non ve lo dirò mai". "Perché no?" chiede lui. "Perché non desidero farlo". E quando egli ascolta ciò, la implora come chi sostiene che gli amanti dovrebbero mantenere fede reciprocamente: "Damigella, se amate qualcosa appassionatamente, per ciò vi imploro e vi scongiuro e vi prego di non celarmi il motivo per cui ridete". "Il vostro appello è così forte", ella dice, "che ve lo dirò e non terrò nulla nascosto. Sono sicura, come lo sono di qualsiasi cosa, che questo pettine apparteneva alla Regina. E potete credermi sulla parola che quelle sono ciocche dei capelli della Regina che vedete essere così belli e chiari e radiosi, e che stanno clingendo ai denti del pettine; di certo non sono mai cresciuti da nessun'altra parte". Allora il cavaliere rispose: "Sulla mia parola, ci sono molte regine e re; a quale regina vi riferite?" E lei rispose: "In verità, bel messere, è della moglie di Re Artù che parlo". Quando egli ascolta ciò, non ha forza di trattenersi dall'inchinare la testa sull'arcione della sua sella. E quando la damigella lo vede così, è stupita e terrorizzata, pensando che stia per cadere. Non biasimatela per la sua paura, poiché lo credeva svenuto. Avrebbe potuto svenire, tanto era vicino a farlo; poiché nel suo cuore provava un tale dolore che per molto tempo perse il colore e la facoltà di parola. E la damigella smonta, e corre il più rapidamente possibile per sostenerlo e soccorrerlo; poiché non avrebbe voluto per nulla al mondo vederlo cadere. Quando la vide, provò vergogna, e disse: "Perché avete bisogno di portarmi aiuto?" Non dovete supporre che la damigella gli abbia detto il perché; poiché egli si sarebbe vergognato e addolorato, e gli avrebbe dato fastidio e turbato, se lei gli avesse confessato la verità. Così ella si guardò bene dal dire la verità, ma con tatto gli rispose: "Messere, sono smontata per prendere il pettine; poiché ero così ansiosa di tenerlo in mano che non potevo più aspettare". Volendo che ella avesse il pettine, glielo dà, prima tirando fuori i capelli così attentamente che non ne strappa nessuno. Mai l'occhio di un uomo vedrà qualcosa ricevere tale onore come quando egli comincia ad adorare queste trecce. Centomila volte le solleva ai suoi occhi e alla bocca, alla sua fronte e al viso: manifesta la sua gioia in ogni modo, considerandosi ora ricco e felice. Le adagia nel suo seno vicino al cuore, tra la camicia e la carne. Non le scambierebbe per un carro pieno di smeraldi e carbonchi, né pensa che alcuna piaga o malattia possa affliggerlo ora; tiene in disprezzo essenza di perla, triaca, e la cura per la pleurite; persino per San Martino e San Giacomo non ha bisogno; poiché ha tale fiducia in questi capelli che non richiede altro aiuto. Ma come erano questi capelli? Se dico la verità su di essi, penserete che io sia un folle narratore di bugie. Quando il mercato è pieno alla fiera annuale di Saint-Denis, e quando le merci sono più abbondantemente esposte, anche allora il cavaliere non prenderebbe tutta questa ricchezza, a meno che non avesse trovato anche queste trecce. E se desiderate sapere la verità, l'oro centomila volte raffinato, e fuso altrettante volte, sarebbe più scuro di quanto sia la notte rispetto al più luminoso giorno d'estate che abbiamo avuto quest'anno, se uno dovesse vedere l'oro e metterlo accanto a questi capelli. Ma perché dovrei farne una storia lunga? La damigella monta di nuovo con il pettine in suo possesso; mentre egli gioisce e si delizia delle trecce nel suo seno. Lasciando la pianura, giungono a una foresta e prendono una scorciatoia attraverso di essa finché arrivano in un punto stretto, dove devono andare in fila indiana; poiché sarebbe stato impossibile cavalcare due cavalli affiancati. Proprio dove la via era più stretta, vedono un cavaliere avvicinarsi. Non appena lo vide, la damigella lo riconobbe, e disse: "Signor cavaliere, vedete colui che laggiù viene contro di noi tutto armato e pronto per una battaglia? So qual è la sua intenzione: pensa ora che non può fallire nel portarmi via indifesa con lui. Mi ama, ma è molto sciocco a farlo. Di persona, e per messaggero, mi sta corteggiando da tempo. Ma il mio amore non è alla sua portata, poiché non lo amerei per nessuna considerazione, che Dio mi aiuti! Mi ucciderei piuttosto che donare il mio amore a lui. Non dubito che egli sia deliziato ora, e sia soddisfatto come se mi avesse già in suo potere. Ma ora vedrò cosa sapete fare, e vedrò quanto siete coraggioso, e diventerà evidente se la vostra scorta può proteggermi. Se potete proteggermi ora, non mancherò di proclamare che siete coraggioso e degnissimo". Ed egli le rispose: "Andate, andate!" che equivaleva a dire: "Non mi riguarda; non c'è bisogno che vi preoccupiate di ciò che avete detto".

Mentre procedevano, parlando così, il cavaliere, che era solo, cavalcò rapidamente verso di loro al galoppo. Era tanto più ansioso di affrettarsi, quanto più si sentiva sicuro del successo; sentiva che ora era fortunato a vedere colei che ama più caramente. Non appena le si avvicina, la saluta con parole che vengono dal cuore: "Benvenuta a colei, da ovunque essa venga, che più desidero, ma che finora mi ha dato meno gioia e più angoscia!". Non conviene che lei sia così avara di parole da non ricambiare il saluto, almeno a voce. Il cavaliere è assai esultante quando la donzella lo saluta, sebbene lei non prenda sul serio le parole e lo sforzo non le costi nulla. Eppure, se in quel momento fosse stato vincitore in un torneo, non si sarebbe stimato così tanto, né avrebbe pensato di aver guadagnato tale onore e fama. Essendo ora più fiducioso del proprio valore, afferrò le redini e disse: "Ora vi porterò via: oggi ho navigato bene sulla mia rotta per essere arrivato finalmente a un così buon porto. Ora le mie pene sono finite: dopo i pericoli, ho raggiunto un rifugio; dopo il dolore, ho raggiunto la felicità; dopo la sofferenza, ho una salute perfetta; ora ho realizzato il mio desiderio, quando vi trovo in tale condizione da potervi condurre via con me immediatamente, senza resistenza". Allora lei dice: "Non avete alcun vantaggio; poiché sono sotto la scorta di questo cavaliere". "Di sicuro, la scorta non vale molto," dice lui, "e io vi porterò via subito. Questo cavaliere avrebbe il tempo di mangiare un moggio di sale prima di potervi difendere da me; penso che non potrei mai incontrare un cavaliere dal quale non vi avrei sottratto. E poiché vi trovo qui così opportunamente, sebbene anche lui possa fare del suo meglio per impedirlo, io vi prenderò davanti ai suoi stessi occhi, per quanto contrariato possa essere". L'altro non si adira per tutto l'orgoglio che sente esprimere, ma senza alcuna insolenza o vanto, comincia così a sfidarlo per lei: "Messere, non abbiate fretta e non sprecate le vostre parole, ma parlate un poco ragionevolmente. Non sarete privato di ciò che di lei vi spetta giustamente. Dovete sapere, tuttavia, che la donzella è giunta fin qui sotto la mia protezione. Lasciatela stare ora, poiché l'avete trattenuta abbastanza!". L'altro dà loro il permesso di bruciarlo, se non la porta via a dispetto di lui. Allora l'altro dice: "Non sarebbe giusto che vi lasciassi portarla via; preferirei combattere con voi. Ma se volessimo combattere, non potremmo assolutamente farlo in questa strada stretta. Andiamo in un luogo pianeggiante, un prato o un campo aperto". E lui risponde che ciò gli va perfettamente a genio: "Certamente, sono d'accordo: avete molta ragione, questa strada è troppo stretta. Il mio cavallo è così ostacolato qui che temo che si schiaccerà un fianco prima che io riesca a farlo voltare". Poi, con grande difficoltà, si gira e il suo cavallo si salva senza ferite o danni. Allora dice: "Di certo, sono molto contrariato che non ci siamo incontrati in un punto favorevole e alla presenza di altri uomini, perché sarei stato felice di far vedere loro chi tra noi due è il migliore. Venite ora, iniziamo la nostra ricerca: troveremo nelle vicinanze qualche spazio grande, ampio e aperto". Poi si dirigono verso un prato, dove c'erano ancelle, cavalieri e donzelle che giocavano a vari giochi in quel luogo piacevole. Non erano tutti impegnati in oziosi passatempi, ma giocavano a tavola reale, a scacchi o a dadi, ed erano evidentemente occupati in modo gradevole. La maggior parte era dedita a giochi di questo tipo; ma gli altri lì erano impegnati in sport, danzando, cantando, facendo capriole, saltando e lottando l'uno con l'altro.

Un cavaliere alquanto avanti negli anni si trovava dall'altra parte del prato, seduto su un destriero spagnolo sauro. La briglia e la sella erano d'oro e i capelli gli stavano diventando grigi. Una mano pendeva al suo fianco con disinvolta grazia. Poiché il tempo era bello, era in maniche di camicia, con un corto mantello di panno scarlatto e pelliccia gettato sulle spalle, e così osservava i giochi e le danze. Dall'altra parte del campo, vicino a un sentiero, c'erano ventitré cavalieri montati su buoni destrieri irlandesi. Non appena i tre nuovi arrivati appaiono in vista, tutti cessano il gioco e gridano attraverso i campi: "Guardate, laggiù arriva il cavaliere che è stato condotto sul carro! Che nessuno continui il suo sport mentre è in mezzo a noi. Un maledetto sia colui che si cura o degna di giocare finché egli è qui!". Nel frattempo, colui che amava la donzella e la reclamava come propria, si avvicinò al vecchio cavaliere e disse: "Messere, ho raggiunto una grande felicità; che tutti coloro che vogliono ora mi ascoltino dire che Dio mi ha concesso ciò che ho sempre più desiderato; il Suo dono non sarebbe stato così grande se mi avesse incoronato re, né gli sarei stato così debitore, né avrei avuto un tale profitto; poiché ciò che ho ottenuto è bello e buono". "Non so ancora se sia tuo," risponde il cavaliere a suo figlio. Ma quest'ultimo gli risponde: "Non lo sapete? Non potete vederlo, dunque? Per l'amor di Dio, messere, non abbiate ulteriori dubbi, quando vedete che l'ho in mio possesso. In questa foresta, da dove vengo, l'ho incontrata mentre era in cammino. Credo che Dio l'abbia condotta lì per me, e io l'ho presa per mia". "Non so se questo sarà permesso da colui che vedo venire dietro di te; sembra che stia arrivando per chiederla a te". Durante questa conversazione, le danze erano cessate a causa del cavaliere che avevano visto, né giocavano più allegramente a causa del disgusto e del disprezzo che provavano per lui. Ma il cavaliere, senza indugio, giunse rapidamente dietro la donzella e disse: "Lasciate stare la donzella, cavaliere, poiché non avete alcun diritto su di lei! Se osate, sono pronto a combattere subito con voi in sua difesa". Allora il vecchio cavaliere osservò: "Non l'avevo previsto? Caro figlio, non trattenere più la donzella, ma lasciala andare". A lui questo consiglio non piace e giura che non la cederà: "Che Dio non mi conceda mai gioia se la cedo a lui! Io l'ho e la terrò come cosa mia. Si spezzino prima la tracolla e tutti i bracciali del mio scudo, e avrò perso ogni fiducia nella mia forza e nelle mie armi, nella mia spada e nella mia lancia, prima di consegnargli la mia signora". E suo padre dice: "Non ti lascerò combattere per nessuna ragione tu possa addurre. Sei troppo fiducioso nel tuo valore. Quindi obbedisci al mio comando". Ma lui, nel suo orgoglio, risponde: "Cosa? Sono un bambino da terrorizzare? Piuttosto mi vanterò del fatto che non esiste, nella terra circondata dal mare, alcun cavaliere, ovunque egli dimori, così eccellente da fargliela avere, e che io non mi aspetti di sconfiggere rapidamente". Il padre risponde: "Caro figlio, non dubito che tu lo pensi davvero, poiché sei così fiducioso nella tua forza. Ma non desidero vederti intraprendere una contesa con questo cavaliere". Allora lui risponde: "Sarò disonorato se seguo il vostro consiglio. Maledetto sia io se ascolto il vostro consiglio e divento un codardo per causa vostra, e non faccio tutto il possibile nel combattimento. È vero che un uomo se la passa male tra i suoi parenti: potrei fare un affare migliore da un'altra parte, poiché state cercando di imbrogliarmi. Sono certo che, dove non sono conosciuto, potrei agire con maggior grazia. Nessuno, che non mi conoscesse, cercherebbe di ostacolare la mia volontà; mentre voi mi state infastidendo e tormentando. Sono irritato dal fatto che mi critichiate. Sapete bene che quando qualcuno viene biasimato, scoppia con ancora più passione. Ma che Dio non mi dia mai gioia se rinuncio al mio proposito per causa vostra; piuttosto combatterò a vostro dispetto!". "Per la fede che porto all'Apostolo San Pietro," dice suo padre, "ora vedo che la mia richiesta è vana. Spreco il mio tempo a rimproverarti; ma presto escogiterò tali mezzi che ti costringeranno contro la tua volontà a obbedire ai miei ordini e a sottometterti ad essi". Chiamando subito tutti i cavalieri a farsi avanti, ordina loro di mettere le mani su suo figlio, che non può correggere, dicendo: "Preferisco farlo legare piuttosto che lasciarlo combattere. Voi qui siete tutti miei uomini e mi dovete devozione e servizio: per tutti i feudi che detenete da me, vi ritengo responsabili, e aggiungo la mia preghiera. Mi sembra che debba essere pazzo, e che mostri un orgoglio eccessivo, quando rifiuta di rispettare la mia volontà". Allora essi promettono di prendersi cura di lui e dicono che mai, finché sarà sotto la loro custodia, desidererà combattere, ma che deve rinunciare alla donzella suo malgrado. Quindi si uniscono tutti e lo afferrano per le braccia e per il collo. "Non ti senti sciocco ora?" chiede suo padre; "confessa la verità: non hai la forza o il potere di combattere o giostrare, per quanto possa esserti sgradevole e difficile ammetterlo. Sarà saggio da parte tua acconsentire alla mia volontà e al mio piacere. Sai qual è la mia intenzione? Per mitigare un po' la tua delusione, sono disposto a unirmi a te, se vuoi, nel seguire il cavaliere oggi e domani, attraverso boschi e pianure, ognuno in sella al proprio cavallo. Forse presto scopriremo che è di tale carattere e portamento che potrei lasciarti fare a modo tuo e combattere con lui". A questa proposta l'altro deve per forza acconsentire. Come l'uomo che non ha alternative, dice che cederà, a patto che entrambi lo seguano. E quando le persone nel campo vedono come è finita questa avventura, esclamano tutti: "Avete visto? Colui che era montato sul carro ha guadagnato tale onore qui che sta portando via la signora del figlio del mio signore, e lui stesso lo permette. Possiamo ben supporre che trovi in lui qualche merito, quando lo lascia portar via. Ora maledetto cento volte sia chi cessa ulteriormente il suo sport per conto suo! Venite, torniamo ai nostri giochi". Allora riprendono i loro giochi e le danze.

Dopodiché il cavaliere si allontana, senza restare più a lungo nel campo, e la donzella lo accompagna. Partono in fretta, mentre il padre e il figlio li inseguono attraverso i campi falciati fino verso le tre, quando in un luogo assai piacevole si imbattono in una chiesa; accanto al presbiterio c'era un cimitero recintato da un muro. Il cavaliere fu cortese e saggio nel entrare in chiesa a piedi e rivolgere la sua preghiera a Dio, mentre la donzella gli teneva il cavallo finché non ritornò. Quando ebbe terminato la sua preghiera e stava tornando indietro, un monaco assai anziano si presentò improvvisamente; al che il cavaliere gli chiede cortesemente di dirgli che luogo sia quello; poiché egli non lo sa. E lui gli dice che è un cimitero. E l'altro dice: "Accoglietemi, così Dio vi aiuti!". "Volentieri, messere," e lo accoglie. Seguendo la guida del monaco, il cavaliere scorge le più belle tombe che si potessero trovare fino a Dombes o Pampeluna; e su ogni tomba c'erano lettere incise, che indicavano i nomi di coloro che erano destinati a esservi sepolti. E cominciò a leggere i nomi in ordine, e ne trovò alcuni che dicevano: "Qui deve giacere Galvano, qui Luigi, e qui Yvain". Dopo questi tre, lesse i nomi di molti altri tra i più famosi e cari cavalieri di questa o di qualsiasi altra terra. Tra gli altri, ne trova uno di marmo, che sembra essere nuovo, ed è più ricco e bello di tutti gli altri. Chiamando il monaco, il cavaliere domandò: "A cosa servono queste tombe qui?". E il monaco rispose: "Avete già letto le iscrizioni; se avete compreso, dovete sapere cosa dicono e qual è il significato delle tombe". "Ora ditemi, a cosa serve questa grande?". E l'eremita rispose: "Ve lo dirò. Quello è un sarcofago assai grande, più grande di qualsiasi altro sia mai stato fatto; uno così ricco e ben scolpito non si è mai visto. È magnifico all'esterno, e ancora di più all'interno. Ma non dovete preoccuparvene, poiché non potrà mai esservi utile; non ne vedrete mai l'interno; poiché richiederebbe sette uomini forti per sollevare il coperchio di pietra, se qualcuno volesse aprirlo. E potete star certo che per sollevarlo occorrerebbero sette uomini più forti di voi e di me. C'è un'iscrizione su di esso che dice che chiunque possa sollevare questa pietra con la propria forza, senza aiuto, libererà tutti gli uomini e le donne che sono prigionieri nella terra da cui nessuno schiavo o nobile può uscire, a meno che non sia nativo di quella terra. Nessuno è mai tornato da lì, ma sono trattenuti in prigioni straniere; mentre quelli del paese vanno e vengono dentro e fuori come vogliono". Immediatamente il cavaliere va ad afferrare la pietra e la solleva senza il minimo sforzo, più facilmente di quanto farebbero dieci uomini che esercitassero tutta la loro forza. E il monaco fu stupito e quasi cadde a terra alla vista di quella cosa meravigliosa; poiché pensava che non avrebbe mai più visto nulla di simile, e disse: "Messere, sono molto ansioso di conoscere il vostro nome. Volete dirmi qual è?". "Io no," dice il cavaliere, "per la mia parola". "Ne sono certamente spiacente," dice; "ma se me lo diceste, mi fareste un grande favore e potreste trarne vantaggio voi stesso. Chi siete e da dove venite?". "Sono un cavaliere, come potete vedere, e sono nato nel regno di Logre. Dopo tante informazioni, preferirei essere scusato. Ora, per favore, ditemi, da parte vostra, chi deve giacere in questa tomba". "Messere, colui che libererà tutti coloro che sono tenuti prigionieri nel regno da cui nessuno scappa". E quando gli ebbe raccontato tutto ciò, il cavaliere lo raccomandò a Dio e a tutti i Suoi santi. E allora, per la prima volta, si sentì libero di tornare dalla donzella. Il vecchio monaco dai capelli bianchi lo accompagna fuori dalla chiesa e riprendono il cammino. Mentre la donzella sta montando a cavallo, tuttavia, l'eremita le racconta tutto ciò che il cavaliere aveva fatto all'interno, e poi la supplicò di dirgli, se lo sapeva, quale fosse il suo nome; ma lei assicurò che non lo sapeva, ma che c'era una cosa certa che poteva dire, ovvero che non esisteva un cavaliere simile al mondo dove soffiano i quattro venti del cielo.

Allora la donzella prende congedo da lui e cavalca rapidamente dietro il cavaliere. Poi coloro che li seguivano si avvicinano e vedono l'eremita in piedi, da solo, davanti alla chiesa. Il vecchio cavaliere in maniche di camicia disse: "Messere, diteci, avete visto un cavaliere con una donzella in sua compagnia?". E lui risponde: "Non sarò restio a dirvi tutto ciò che so, poiché sono appena passati di qui. Il cavaliere era laggiù dentro e ha fatto una cosa assai meravigliosa nel sollevare la pietra dall'enorme tomba di marmo, del tutto senza aiuto e senza il minimo sforzo. È determinato a salvare la Regina, e senza dubbio la salverà, insieme a tutte le altre persone. Sapete bene che deve essere così, poiché avete spesso letto l'iscrizione sulla pietra. Nessun cavaliere è mai nato da uomo e donna, e nessun cavaliere è mai seduto su una sella, che fosse pari a quest'uomo". Allora il padre si volge al figlio e dice: "Figlio, cosa pensi di lui ora? Non è un uomo da rispettare, colui che ha compiuto una tale impresa? Ora sai chi aveva torto, e se fossi tu o io. Non vorrei che combattessi con lui per tutta la città di Amiens; eppure tu hai lottato duramente, prima che qualcuno potesse dissuaderti dal tuo proposito. Ora potremmo anche tornare indietro, poiché saremmo assai sciocchi a seguirlo ancora". E lui risponde: "Sono d'accordo. Sarebbe inutile seguirlo. Poiché è vostro piacere, torniamo indietro". Furono molto saggi a ritornare sui loro passi. E per tutto il tempo la donzella cavalca vicino al cavaliere, desiderando costringerlo a prestarle attenzione. È ansiosa di conoscere il suo nome, e lo prega e lo supplica più e più volte di dirglielo, finché, infastidito, le risponde: "Non vi ho già detto che appartengo al regno di Re Artù? Giuro su Dio e sulla Sua bontà che non saprete il mio nome". Allora lei gli chiede di darle il permesso di andare, e lei tornerà indietro, richiesta che lui le concede volentieri.

Dopodiché la donzella si allontana, ed egli cavalca solo finché non si fa molto tardi. Dopo il vespro, verso compieta, mentre prosegue per la sua via, vede un cavaliere tornare dal bosco dove era andato a cacciare. Con l'elmo slacciato, cavalcava il suo grande cacciatore grigio, al quale aveva legato la selvaggina che Dio gli aveva concesso di prendere. Quel gentiluomo va in fretta incontro al cavaliere, offrendogli ospitalità. "Messere," dice, "la notte giungerà presto. È tempo per voi di essere ragionevole e cercare un luogo dove passare la notte. Ho una mia casa qui vicino, dove vi condurrò. Nessuno vi ha mai alloggiato meglio di quanto farò io, nei limiti delle mie risorse: ne sarò molto lieto, se acconsentite." "Da parte mia, accetto volentieri," dice l'altro. Il gentiluomo manda subito avanti suo figlio, per preparare la casa e dare inizio ai preparativi per la cena. Il giovane esegue di buon grado il comando senza indugio e parte a passo spedito, mentre gli altri, che non hanno fretta, seguono la strada con calma finché non giungono alla casa. La moglie del gentiluomo era una dama molto esperta; e lui aveva cinque figli, che amava teneramente, tre dei quali ancora fanciulli, e due già cavalieri; e aveva due figlie belle e affascinanti, che erano ancora nubili. Non erano originari di quella terra, ma vi si trovavano in prigionia, essendo stati tenuti a lungo prigionieri lontano dalla loro terra natia di Logres. Quando il gentiluomo conduce il cavaliere nel suo cortile, la dama con i suoi figli e figlie balza in piedi e corre loro incontro, facendo a gara nel rendergli onore, mentre lo salutano e lo aiutano a smontare. Né le sorelle né i cinque fratelli prestano molta attenzione al padre, poiché sapevano bene che egli avrebbe voluto così. Onorarono il cavaliere e gli diedero il benvenuto; e quando lo ebbero liberato dall'armatura, una delle due figlie del suo ospite gli gettò addosso il proprio mantello, togliendolo dalle proprie spalle e gettandoglielo attorno al collo. Non c'è bisogno che io dica quanto bene fu servito a cena; ma quando il pasto fu terminato, non provarono più alcuna esitazione a parlare di varie questioni. Per prima cosa, l'ospite cominciò a chiedergli chi fosse e da quale terra venisse, ma non indagò sul suo nome. Il cavaliere gli rispose prontamente: "Vengo dal regno di Logres e non sono mai stato in questa terra prima d'ora." E quando il gentiluomo udì ciò, ne rimase grandemente stupito, come pure sua moglie e i suoi figli, e ognuno di loro ne fu profondamente addolorato. Allora cominciarono a dirgli: "Guai a voi che siete giunto qui, bel messere, poiché ne verranno solo guai! Infatti, come noi, sarete ridotto in servitù e in esilio." "Da dove venite, dunque?" chiese egli. "Messere, noi apparteniamo al vostro paese. Molti uomini del vostro paese sono tenuti in servitù in questa terra. Maledetta sia l'usanza, insieme a coloro che la mantengono! Non giunge qui nessuno straniero che non sia costretto a restare nella terra dove è trattenuto. Infatti chiunque lo desideri può entrare, ma una volta dentro, deve restare. Per quanto riguarda il vostro destino, potete mettervi il cuore in pace, senza dubbio non riuscirete mai a fuggire da qui." Egli risponde: "In verità, lo farò, se possibile." A ciò il gentiluomo replica: "Come? Pensate di poter fuggire?" "Sì, in verità, se piacerà a Dio; e farò tutto ciò che è in mio potere." "In tal caso, senza dubbio tutti gli altri verrebbero liberati; poiché, non appena uno riesce a fuggire onestamente da questa prigionia, allora tutti gli altri possono uscire senza essere contrastati." Allora il gentiluomo rammentò che gli era stato detto e riferito che un cavaliere di grande eccellenza si stava facendo strada nel paese per cercare la Regina, che era trattenuta dal figlio del re, Meleagant; e disse a se stesso: "Per la mia parola, credo sia lui, e glielo dirò." Così gli disse: "Messere, non celatemi il vostro affare, se vi prometto di darvi il miglior consiglio che conosca. Anch'io trarrò profitto da qualsiasi successo possiate ottenere. Rivelatemi la verità sulla vostra missione, affinché possa essere a vostro vantaggio così come al mio. Sono persuaso che siate venuto in cerca della Regina in questa terra e tra questa gente pagana, che è peggiore dei Saraceni." E il cavaliere risponde: "Per nessun altro scopo sono venuto. Non so dove sia rinchiusa la mia signora, ma mi sto sforzando duramente per salvarla e ho un disperato bisogno di consigli. Datemi ogni consiglio che potete." Ed egli dice: "Messere, avete intrapreso un compito assai gravoso. La strada che state percorrendo vi condurrà dritti al ponte di spade. Avete certamente bisogno di consigli. Se voleste dare ascolto al mio consiglio, procedereste verso il ponte di spade per una via più sicura, e farei in modo che foste scortato fin là." Allora lui, la cui mente è fissa sulla via più diretta, gli chiede: "È la strada di cui parlate diretta quanto l'altra via?" "No, non lo è," dice; "è più lunga, ma più sicura." Allora egli dice: "Non mi serve a nulla; parlatemi di questa strada che sto seguendo!" "Sono pronto a farlo," risponde; "ma sono certo che non vi troverete bene se prenderete una strada diversa da quella che vi raccomando. Domani giungerete in un luogo dove avrete dei problemi: si chiama 'il passaggio pietroso'. Volete che vi dica quanto sia cattivo un luogo da attraversare? Solo un cavallo può passarvi alla volta; nemmeno due uomini potrebbero passare affiancati, e il passaggio è ben sorvegliato e difeso. Incontrerete resistenza non appena arriverete. Subirete molti colpi di spada e di lancia, e dovrete restituire la pariglia prima di riuscire a passare." E quando ebbe terminato il racconto, uno dei figli del gentiluomo, che era un cavaliere, si fece avanti, dicendo: "Messere, se non vi dispiace, verrò con questo gentiluomo." Allora uno dei fanciulli balza in piedi e dice: "Verrò anch'io." E il padre dà loro volentieri il consenso per entrambi. Ora il cavaliere non dovrà andare solo, ed egli esprime la sua gratitudine, essendo molto soddisfatto della compagnia.

Poi la conversazione cessa, e conducono il cavaliere a letto, dove fu felice di addormentarsi. Non appena fu visibile la luce del giorno, si alzò, e anche coloro che dovevano accompagnarlo si alzarono. I due cavalieri indossarono le armature e presero congedo, mentre il giovane partì in avanscoperta. Insieme proseguirono per la loro strada finché non giunsero all'ora di prima al "passaggio pietroso". Nel mezzo di esso trovarono una torre di legno, dove c'era sempre un uomo di guardia. Prima che si avvicinassero, colui che era sulla torre li vide e gridò due volte a gran voce: "Guai a quest'uomo che viene!" E poi ecco! Un cavaliere uscì dalla torre, montato e armato con armatura nuova, e scortato da entrambi i lati da servitori che portavano affilate scuri. Poi, quando l'altro si avvicina al passaggio, colui che lo difende comincia a coprirlo di insulti a causa del carro, dicendo: "Vassallo, sei audace e sciocco, in verità, ad essere entrato in questo paese. Nessun uomo dovrebbe mai venire qui se ha cavalcato su un carro, e che Dio gli neghi la Sua benedizione!" Poi spronano l'uno verso l'altro alla massima velocità dei loro cavalli. E colui che doveva sorvegliare il passaggio spezza subito la sua lancia e lascia cadere i due pezzi; l'altro lo colpisce al collo, raggiungendolo sotto lo scudo, e lo butta a terra disteso sulle pietre. Allora i servitori si fanno avanti con le scuri, ma evitano intenzionalmente di colpirlo, non avendo alcun desiderio di fargli del male o danneggiarlo; così egli non si degna di sfoderare la spada e passa rapidamente oltre con i suoi compagni. Uno di loro fa notare all'altro: "Nessuno ha mai visto un cavaliere così bravo, né ha eguali. Non è una cosa meravigliosa che si sia aperto un passaggio qui?" E il cavaliere dice a suo fratello: "Bel fratello, per l'amor di Dio, affrettati ad andare a riferire di questa avventura a nostro padre." Ma il giovane asserisce e giura che non andrà con il messaggio e che non lascerà mai il cavaliere finché non lo avrà addobbato e fatto cavaliere; vada pure suo fratello con il messaggio, se è così preoccupato.

Poi procedono insieme fino alle tre del pomeriggio, quando si imbattono in un uomo, che chiede loro chi siano. Ed essi rispondono: "Siamo cavalieri, occupati nei nostri affari." Allora l'uomo dice al cavaliere: "Messere, sarei lieto di offrire ospitalità a voi e ai vostri compagni qui." Questo invito lo rivolge a colui che ritiene il signore e padrone degli altri. E costui gli risponde: "Non potrei cercare riparo per la notte a un'ora come questa; poiché non è bene indugiare e cercare il proprio agio quando si è intrapreso un grande compito. E ho un tale affare tra le mani che non mi fermerò per la notte ancora per molto tempo." Allora l'uomo continua: "La mia casa non è qui vicino, ma è a una certa distanza in avanti. Sarà tardi quando vi giungerete, quindi potete procedere, sicuro che troverete un posto dove alloggiare proprio quando vi farà comodo." "In tal caso," dice, "andrò fin là." Dopodiché l'uomo parte in testa come guida, e il cavaliere segue lungo il sentiero. E quando ebbero proceduto per una certa distanza, incontrarono uno scudiero che arrivava al galoppo, montato su un ronzino grasso e rotondo come una mela. E lo scudiero grida all'uomo: "Messere, messere, fate in fretta! Poiché la gente di Logres ha attaccato con forza gli abitanti di questa terra, e la guerra e la discordia sono già scoppiate; e dicono che questo paese è stato invaso da un cavaliere che è stato in molte battaglie, e che ovunque desideri andare, nessuno, per quanto riluttante, è in grado di negargli il passaggio. E dicono inoltre che libererà coloro che sono in questo paese, e soggiogherà la nostra gente. Ora ascoltate il mio consiglio e fate in fretta!" Allora l'uomo parte al galoppo, e gli altri sono grandemente deliziati dalle parole che hanno udito, poiché sono ansiosi di aiutare la loro parte. E il figlio del vassallo dice: "Sentite cosa dice questo scudiero! Venite e aiutiamo la nostra gente che sta combattendo i propri nemici!" Nel frattempo l'uomo cavalca via, senza aspettarli, e si dirige rapidamente verso una fortezza che sorgeva su una collina fortificata; lì si affretta, finché non giunge al cancello, mentre gli altri lo spronano dietro. Il castello era circondato da un alto muro e da un fossato. Non appena furono entrati, un cancello fu abbassato alle loro spalle, così che non potessero più uscire. Allora dicono: "Avanti, avanti! Non fermiamoci qui!" e inseguono rapidamente l'uomo finché non giungono a un altro cancello che non era chiuso contro di loro. Ma non appena l'uomo fu passato, una saracinesca cadde dietro di lui. Allora gli altri rimasero molto costernati nel vedersi chiusi dentro, e pensarono di dover essere vittima di un incantesimo. Ma lui, di cui ho ancora da raccontare, portava al dito un anello, la cui pietra era di tale virtù che chiunque la fissasse veniva liberato dal potere dell'incantesimo. Tenendo l'anello davanti agli occhi, lo fissò e disse: "Signora, signora, così mi aiuti Dio, ora ho grande bisogno del vostro soccorso!" Questa signora era una fata, che glielo aveva donato e che si era presa cura di lui durante la sua infanzia. E nutriva grande fiducia che, ovunque si trovasse, lei lo avrebbe aiutato e soccorso. Ma dopo averla invocata e aver fissato l'anello, si rende conto che non c'è alcun incantesimo qui, ma che sono realmente chiusi e confinati. Allora giungono alla porta sbarrata di una postierla bassa e stretta. Sguainando le spade, colpiscono tutti con tale violenza da tagliare la sbarra. Non appena furono fuori dalla torre, videro che una feroce mischia era già iniziata laggiù nei prati, e che vi erano almeno mille cavalieri impegnati, oltre alla fanteria di basso lignaggio. Mentre scendevano verso la pianura, il saggio e moderato figlio del vassallo osservò: "Messere, prima di arrivare sul campo, sarebbe saggio da parte nostra, mi sembra, scoprire e imparare da quale parte si trovi la nostra gente. Non so dove siano schierati, ma andrò a scoprire, se lo desiderate." "Desidero che lo facciate," risponde, "andate in fretta e non mancate di tornare subito." Egli va e ritorna immediatamente, dicendo: "È andata bene per noi, poiché ho visto chiaramente che queste sono le nostre truppe su questo lato del campo." Allora il cavaliere cavalcò subito nella mischia e giostrò con un cavaliere che gli si stava avvicinando, colpendolo all'occhio con tale violenza da farlo cadere esanime al suolo. Allora il fanciullo smonta e, prendendo il cavallo e le armi del cavaliere morto, si arma con abilità e destrezza. Quando fu armato, monta subito, prendendo lo scudo e la lancia, che era pesante, rigida e decorata, e si cinse ai fianchi una spada affilata, brillante e scintillante. Poi seguì suo fratello e signore nella mischia. Quest'ultimo si comportò valorosamente nella mischia per un certo tempo, spezzando, spaccando e frantumando scudi, elmi e usberghi. Nessun legno o acciaio proteggeva l'uomo che egli colpiva; o lo feriva o lo faceva cadere esanime dal cavallo. Senza aiuti, fece così bene da sconfiggere tutti coloro che incontrava, mentre i suoi compagni facevano altrettanto bene la loro parte. La gente di Logres, non conoscendolo, è stupita di ciò che vede, e chiede ai figli del vassallo notizie sul cavaliere straniero. Questa risposta viene data loro: "Signori, questo è colui che deve liberare tutti noi dalla prigionia e dalla miseria, nelle quali siamo stati confinati per così tanto tempo, e dovremmo rendergli grande onore quando, per liberarci, ha superato così tanti pericoli ed è pronto ad affrontarne molti altri. Ha fatto molto, e farà ancora di più." Ognuno è colmo di gioia nell'udire questa gradita notizia. La notizia viaggiò veloce, e fu messa in giro, finché non fu nota a tutti. La loro forza e il loro coraggio crebbero, così che uccisero molti di coloro che erano ancora vivi, e apparentemente a causa dell'esempio di un solo cavaliere causarono più devastazione di quanto fecero tutti gli altri messi insieme. E se non fosse stato così vicino al tramonto, tutti se ne sarebbero andati sconfitti; ma la notte scese così scura che dovettero separarsi.

Quando la battaglia fu terminata, tutti i prigionieri si fecero attorno al cavaliere, afferrando le redini da entrambi i lati e rivolgendosi a lui in questo modo: "Benvenuto, bel signore", e ognuno aggiungeva: "Signore, per l'amor di Dio, non mancate di alloggiare da me!". Ciò che uno diceva, tutti lo ripetevano, poiché giovani e vecchi insistevano che dovesse alloggiare da loro, dicendo: "Sarete alloggiato più comodamente da me che da chiunque altro". Così ciascuno si rivolgeva a lui faccia a faccia e, nel desiderio di catturarlo, ognuno lo tirava verso di sé, finché non giunsero quasi alle mani. Allora egli disse loro che erano molto sciocchi e stolti a dibattersi così. "Cessate questo diverbio tra voi, poiché non giova né a me né a voi. Invece di litigare tra noi, dovremmo piuttosto aiutarci a vicenda. Non dovete disputare sul privilegio di ospitarmi, ma considerare piuttosto come alloggiarmi in un luogo tale che sia di vostro generale vantaggio, e che io possa essere favorito nel mio cammino". Allora ognuno esclamò subito: "Quella è casa mia, o, No, è la mia", finché il cavaliere rispose: "Seguite il mio consiglio e non dite altro; il più saggio di voi è folle a contendere in questo modo. Dovreste preoccuparvi di favorire i miei affari, e invece cercate di farmi deviare. Se ognuno di voi avesse fatto individualmente tutto l'onore e il servizio che è possibile fare, e io avessi accettato la vostra gentilezza, giuro per tutti i santi di Roma che non potrei esservi più obbligato di quanto lo sia ora per la vostra buona volontà. Così Dio mi dia gioia e salute, le vostre buone intenzioni mi sono gradite come se ognuno di voi mi avesse già mostrato grande onore e gentilezza: dunque, valga la volontà per l'azione!". Così li persuade e li placa tutti. Poi lo conducono rapidamente lungo la strada verso la residenza di un cavaliere, dove cercano di servirlo: tutti gioiscono nell'onorarlo e servirlo per tutta la sera fino all'ora di coricarsi, poiché lo tengono molto caro. Il mattino seguente, quando giunse il momento di separarsi, ciascuno si offre e si presenta, con il desiderio di accompagnarlo; ma non è sua volontà o piacere che alcuno venga con lui, eccetto i due che aveva portato con sé. Accompagnato solo da loro, riprese il viaggio. Quel giorno cavalcarono dal mattino fino a sera senza incontrare alcuna avventura. Quando ormai era molto tardi, e mentre cavalcavano rapidamente fuori da una foresta, videro una casa appartenente a un cavaliere, e seduta alla porta videro sua moglie, che aveva il portamento di una nobile signora. Non appena li scorse arrivare, si alzò in piedi per incontrarli e li salutò gioiosamente con un sorriso: "Benvenuti! Desidero che accettiate la mia casa; questo è il vostro alloggio; vi prego, smontate". "Signora, poiché è vostra volontà, vi ringraziamo e smonteremo; accettiamo la vostra ospitalità per la notte". Quando furono smontati, la signora fece prendere i cavalli dai membri della sua ben ordinata servitù. Chiama i suoi figli e le sue figlie che giungono subito: i giovani erano cortesi, belli e beneducati, e le figlie erano graziose. Ordina ai giovani di togliere le selle e strigliare bene i cavalli; nessuno si rifiutò di farlo, ma ciascuno eseguì le sue istruzioni volentieri. Quando ordinò che i cavalieri fossero disarmati, le sue figlie si fecero avanti per compiere questo servizio. Rimuovono le loro armature e porgono loro tre mantelli corti da indossare. Poi li conducono subito nella casa che era molto bella. Il padrone non era in casa, essendo nei boschi con due dei suoi figli. Ma egli ritornò poco dopo, e la sua servitù, che era ben ordinata, corse ad incontrarlo fuori dalla porta. Rapidamente sciolgono e scaricano la selvaggina che egli porta, e gli danno la notizia: "Signore, signore, non sapete che avete tre cavalieri come ospiti". "Dio sia lodato per questo", dice egli. Poi il cavaliere e i suoi due figli estendono un lieto benvenuto ai loro ospiti. Il resto della servitù non fu da meno, poiché anche il più umile tra loro si preparò a compiere il suo compito speciale. Mentre alcuni corrono a preparare il pasto, altri accendono le candele in abbondanza; altri ancora prendono un asciugamano e bacili, e offrono acqua per le mani: non sono avari in tutto ciò. Quando tutti ebbero lavato, presero posto. Nulla di ciò che fu fatto lì sembrò essere un problema o un peso. Ma alla prima portata arrivò una sorpresa sotto forma di un cavaliere fuori dalla porta. Seduto sul suo destriero, tutto armato dalla testa ai piedi, sembrava più orgoglioso di un toro, e il toro è una bestia ben orgogliosa. Una gamba era fissata nella staffa, ma l'altra l'aveva gettata sopra la criniera del collo del cavallo, per darsi un'aria trascurata e disinvolta. Eccolo avanzare così, sebbene nessuno lo notasse finché non si fece avanti con le parole: "Desidero sapere chi è l'uomo così folle e orgoglioso, un testardo, che è giunto in questo paese e intende attraversare il ponte della spada. Tutte le sue pene saranno vane, e la sua spedizione è inutile". Allora egli, che non provava alcuna paura, risponde così con sicurezza: "Io sono colui che intende attraversare il ponte". "Tu? Tu? Come hai osato pensare una cosa simile? Prima di intraprendere un tale cammino, avresti dovuto pensare alla fine che ti attende, e avresti dovuto tenere a mente il ricordo del carro su cui hai cavalcato. Non so se tu provi vergogna per la cavalcata che vi hai fatto, ma nessun uomo di buon senso si sarebbe imbarcato in un'impresa come questa se avesse provato il rimprovero della sua azione".

Non una parola si degna di rispondere a ciò che sente dire l'altro; ma il padrone di casa e tutti gli altri esprimono apertamente la loro sorpresa: "Ah, Dio, che sfortuna è questa", dice ognuno tra sé; "maledetta sia l'ora in cui un carro fu concepito o costruito! Poiché è una cosa molto vile e odiosa. Ah, Dio, di che cosa era accusato? Perché fu trasportato su un carro? Per quale peccato, o per quale crimine? Soffrirà sempre il rimprovero. Se solo fosse libero da questa disgrazia, non si potrebbe trovare in tutto il mondo cavaliere, per quanto il suo valore possa essere dimostrato, che eguagli il merito di questo cavaliere. Se tutti i buoni cavalieri potessero essere paragonati, e se la verità dovesse essere conosciuta, non se ne troverebbe nessuno così bello o così esperto". Così espressero i loro sentimenti. Poi egli iniziò il suo discorso di impudenza: "Ascolta, tu cavaliere, che sei diretto al ponte della spada! Se lo desideri, attraverserai l'acqua molto facilmente e comodamente. Ti farò traghettare rapidamente su una barca. Ma una volta dall'altra parte, ti farò pagare il pedaggio, e ti toglierò la testa, se mi piacerà farlo, o in caso contrario, sarai tenuto alla mia discrezione". Ed egli risponde che non cerca guai, e che non rischierà mai la testa in una tale avventura per nessuna considerazione. A cui l'altro risponde subito: "Poiché non vuoi farlo, di chiunque sia la vergogna e la perdita, devi venire fuori con me e ingaggiarmi a corpo a corpo". Allora, per ingannarlo, l'altro dice: "Se potessi rifiutare, mi scuserei molto volentieri; ma in verità preferirei combattere piuttosto che essere costretto a fare ciò che è sbagliato". Prima di alzarsi dalla tavola dove sedevano, disse ai giovani che lo servivano di sellare subito il suo cavallo, di prendere le sue armi e di dargliele. Questo ordine eseguono prontamente: alcuni si dedicano ad armarlo, mentre altri vanno a prendere il suo cavallo. Mentre cavalcava lentamente completamente armato, tenendo lo scudo stretto per le cinghie, dovete sapere che era evidentemente da includere nella lista dei coraggiosi e dei belli. Il suo cavallo gli donava così bene che è evidente che deve essere suo, e quanto allo scudo che teneva per le cinghie e all'elmo allacciato sulla testa, che gli calzava così bene, non avreste mai pensato per un momento che l'avesse preso in prestito o ricevuto come regalo; piuttosto, sareste stati così compiaciuti di lui da sostenere che fosse nato e cresciuto così: per tutto questo vorrei che mi credeste sulla parola.

Fuori dalla porta, dove la battaglia doveva essere combattuta, c'era un tratto di terreno pianeggiante ben adatto allo scontro. Quando si scorgono a vicenda, spronano con ardore all'attacco e si scontrano con tale impeto, sferrando colpi di lancia così potenti, che queste prima si piegano, poi si imbarcano e infine volano in schegge. Con le spade poi infieriscono contro scudi, elmi e usberghi. Il legno è tagliato e l'acciaio cede, così che si feriscono a vicenda in diversi punti. Si scambiano colpi così furiosi che sembra abbiano fatto un patto. Le spade scendono spesso sulle groppe dei cavalli, dove bevono e banchettano col loro sangue; i cavalieri li colpiscono sui fianchi finché alla fine li uccidono entrambi. E quando entrambi sono caduti a terra, si attaccano a piedi; e se avessero nutrito un odio mortale, non avrebbero potuto assalirsi più ferocemente con le spade. Sferrano i loro colpi con frequenza maggiore dell'uomo che punta i suoi soldi ai dadi e non manca mai di raddoppiare la posta ogni volta che perde; eppure, questo loro gioco era molto diverso; poiché non c'erano perdite qui, ma solo colpi feroci e crudele contesa. Tutto il popolo uscì dalla casa: il padrone, la sua signora, i suoi figli e le sue figlie; nessun uomo o donna, amico o straniero, rimase indietro, ma tutti stettero in fila per vedere il combattimento in corso nell'ampio campo pianeggiante. Il Cavaliere del Carro incolpa e rimprovera se stesso per la viltà quando vede il suo ospite osservarlo e nota tutti gli altri che guardano. Il suo cuore è agitato dall'ira, poiché gli sembra che avrebbe dovuto battere da tempo il suo avversario. Poi lo colpisce, precipitandosi come una tempesta e facendo scendere la spada vicino alla sua testa; lo spinge e lo preme così forte da cacciarlo dalla sua posizione e ridurlo in tale stato di esaurimento che ha poca forza per difendersi. Allora il cavaliere ricorda come l'altro lo avesse vilmente rimproverato riguardo al carro; così lo assale e lo percuote così sonoramente che non rimane né una corda né una cinghia intatta attorno al collare del suo usbergo, e gli fa saltare l'elmo e il camaglio dalla testa. Le sue ferite e la sua angoscia sono così grandi che deve implorare pietà. Proprio come l'allodola non può resistere o proteggersi contro il falco che la supera in volo e l'attacca dall'alto, così egli, nella sua impotenza e vergogna, deve invocarlo e chiedere pietà. E quando lo sente implorare pietà, cessa l'attacco e dice: "Desideri pietà?". Egli risponde: "Avete fatto una domanda molto astuta; chiunque potrebbe chiederlo. Non ho mai desiderato nulla tanto quanto ora desidero pietà". Allora egli gli dice: "Devi montare, dunque, su un carro. Nulla di ciò che potresti dire avrebbe alcuna influenza su di me, a meno che tu non monti sul carro, per espiare i vili rimproveri che mi hai rivolto con la tua bocca sciocca". E il cavaliere gli risponde così: "Possa non piacere mai a Dio che io monti su un carro!". "No?" chiede lui; "allora morirai". "Signore, potete facilmente mettermi a morte; ma vi prego e vi supplico per l'amor di Dio di usarmi pietà e non costringermi a montare su un carro. Accetterò qualsiasi cosa, per quanto gravosa, eccetto quella. Preferirei morire cento volte piuttosto che subire una tale disgrazia. Nella vostra bontà e misericordia non potete chiedermi nulla di così sgradevole che io non faccia".

Mentre lo supplica, ecco apparire attraverso il campo una damigella che cavalca un mulo fulvo, il capo scoperto e l'abito in disordine. In mano teneva una frusta con la quale batteva il mulo; e in verità nessun cavallo avrebbe potuto galoppare così veloce come andava il mulo. La damigella gridò al Cavaliere del Carro: "Possa Dio benedire il tuo cuore, Sir Cavaliere, con tutto ciò che più ti diletta!". Ed egli, che la udì volentieri, dice: "Possa Dio benedire voi, damigella, e darvi gioia e salute!". Poi lei gli espone il suo desiderio. "Cavaliere", dice, "in urgente bisogno sono venuta da lontano da te per chiederti un favore, per il quale meriterai il miglior premio che io possa farti; e credo che avrai ancora bisogno della mia assistenza". Ed egli risponde: "Dimmi cosa desideri; e se l'ho, l'avrai subito, purché non sia qualcosa di stravagante". Poi lei dice: "È la testa del cavaliere che hai appena sconfitto; in verità, non hai mai avuto a che fare con un uomo così malvagio e infedele. Non commetterai alcun peccato o errore, ma compirai piuttosto un atto di carità, poiché egli è la creatura più vile che sia mai esistita o mai esisterà". E quando colui che era stato vinto sente che lei desidera che sia ucciso, dice a lui: "Non crederle, perché mi odia; ma per quel Dio che fu insieme Padre e Figlio, e che scelse come Sua madre colei che fu Sua figlia e ancella, ti prego di usarmi pietà!". "Ah, cavaliere!" esclama la fanciulla, "non prestare attenzione a ciò che dice questo traditore! Possa Dio darti tutta la gioia e l'onore a cui aspiri, e possa Egli darti buon successo nella tua impresa". Allora il cavaliere è in difficoltà, mentre pensa e riflette sulla questione: se presentarle la testa che lei gli chiede di tagliare, o se lasciarsi impietosire da lui. Desidera rispettare i desideri sia di lei che di lui. Generosità e pietà gli comandano ciascuna di fare la loro volontà; poiché egli era sia generoso che tenero di cuore. Ma se lei porta via la testa, allora la pietà sarà sconfitta e messa a morte; laddove, se lei non porta via la testa, la generosità sarà sconfitta. Così, pietà e generosità lo tengono così confinato e così angosciato che egli è tormentato e spronato da ciascuna di esse a turno. La damigella gli chiede di darle la testa, e d'altra parte il cavaliere fa la sua richiesta, facendo appello alla sua pietà e gentilezza. E, poiché lo ha implorato, non riceverà pietà? Sì, perché non è mai accaduto che, quando aveva abbattuto un nemico e lo aveva costretto a implorare pietà, egli negasse a costui la sua misericordia o serbasse ancora rancore. Poiché questa è la sua consuetudine, non negherà la sua pietà a colui che ora supplica e chiede. E lei avrà la testa che brama? Sì, se è possibile. "Cavaliere", dice, "è necessario che tu combatta di nuovo con me, e se ti premuri di difendere di nuovo la tua testa, ti userò tale pietà da permetterti di riprendere l'elmo; e ti darò tempo per armare il tuo corpo e la tua testa nel miglior modo possibile. Ma, se ti vincerò di nuovo, sappi che morirai sicuramente". Ed egli risponde: "Non desidero nulla di meglio di questo, e non chiedo alcun ulteriore favore". "E ti darò questo vantaggio", aggiunge: "combatterò con te così come sto, senza cambiare la mia attuale posizione". Allora l'altro cavaliere si prepara, e ricominciano a combattere con avidità. Ma questa volta il cavaliere trionfò più rapidamente di quanto avesse fatto all'inizio. E la damigella grida subito: "Non risparmiarlo, cavaliere, per qualsiasi cosa possa dirti. Di certo lui non avrebbe risparmiato te, se ti avesse sconfitto una volta. Se dai ascolto a ciò che dice, sii certo che ti ingannerà di nuovo. Bel cavaliere, taglia la testa dell'uomo più infedele nell'impero e nel regno, e dàmela! Dovresti presentarmela, in vista del premio che intendo farti. Poiché un altro giorno potrebbe ben venire in cui, se può, ti ingannerà di nuovo con le sue parole". Egli, pensando che la sua fine sia vicina, grida ad alta voce a lui per pietà; ma il suo grido non serve a nulla, né tutto ciò che può dire. L'altro lo trascina per l'elmo, strappando tutta l'allacciatura, e gli colpisce il camaglio e la cuffia lucente. Poi grida ancora più forte: "Pietà, per l'amor di Dio! Pietà, signore!". Ma l'altro risponde: "Così mi aiuti Iddio, non ti userò mai più pietà, dopo averti lasciato andare una volta". "Ah", dice lui, "faresti male a dare ascolto al mio nemico e uccidermi così". Mentre lei, intenta alla sua morte, lo ammonisce di tagliargli la testa e di non credere a una parola di ciò che dice. Egli colpisce: la testa vola attraverso il prato e il corpo cede. Allora la damigella è compiaciuta e soddisfatta. Afferrando la testa per i capelli, il cavaliere la presenta alla damigella, che la prende gioiosamente con le parole: "Possa il tuo cuore ricevere tale diletto da ciò che più desidera quanto il mio cuore riceve ora da ciò che più bramavo. Avevo un solo dolore nella vita, ed era che quest'uomo fosse ancora vivo. Ho un premio in serbo per te che riceverai al momento opportuno. Ti prometto che avrai una degna ricompensa per il servizio che mi hai reso. Ora me ne andrò, con la preghiera che Dio possa guardarti dal male". Poi la damigella lo lascia, mentre ognuno raccomanda l'altro a Dio. Ma tutti coloro che avevano visto la battaglia nella pianura sono ricolmi di gioia, e nella loro gioia sollevano subito il cavaliere dalla sua armatura, e lo onorano in ogni modo possibile. Poi si lavano di nuovo le mani e prendono posto al pasto, che mangiano con più allegria del solito. Quando ebbero mangiato per qualche tempo, il gentiluomo si voltò verso il suo ospite al suo fianco e disse: "Signore, molto tempo fa siamo giunti qui dal regno di Logres. Siamo nati vostri compatrioti, e vorremmo vedervi vincere onore, fortuna e gioia in questo paese; poiché ne trarremmo profitto anche noi come voi, e sarebbe a vantaggio di molti altri, se doveste guadagnare onore e fortuna nell'impresa che avete intrapreso in questa terra". Ed egli risponde: "Possa Dio esaudire il vostro desiderio".

Quando l’ospite ebbe abbassato la voce e cessato di parlare, uno dei suoi figli lo seguì e disse: "Signore, dovremmo mettere tutte le nostre risorse al vostro servizio, e darle senza riserve piuttosto che prometterle; se avete bisogno del nostro aiuto, non dovremmo attendere che lo chiediate. Signore, non vi preoccupate per il vostro cavallo che è morto. Qui abbiamo cavalli buoni e forti. Voglio che prendiate tutto ciò che è nostro di cui abbiate bisogno, e sceglierete il migliore dei nostri cavalli al posto del vostro". Ed egli risponde: "Accetto volentieri". Dopodiché, fanno preparare i letti e si ritirano per la notte. La mattina seguente si alzano presto e si vestono, dopodiché si preparano a partire. Nel congedarsi, non mancano in alcun atto di cortesia, ma prendono congedo dalla dama, dal suo signore e da tutti gli altri. Ma per non omettere nulla, devo far notare che il cavaliere non voleva montare il destriero preso in prestito che era pronto alla porta; piuttosto, fece sì che fosse cavalcato da uno dei due cavalieri che erano venuti con lui, mentre prese invece il cavallo di quest'ultimo, poiché così gli piaceva di più fare. Quando ognuno fu seduto sul proprio cavallo, chiesero tutti il permesso di partire dal loro ospite che li aveva serviti così onorevolmente. Poi cavalcano lungo la strada finché il giorno volge al termine, e nel tardo pomeriggio giungono al ponte della spada.

Alla fine di questo difficilissimo ponte smontano dai destrieri e fissano il torrente dall'aspetto malvagio, che è così rapido e furioso, così nero e torbido, così feroce e terribile come se fosse il torrente del diavolo; ed è così pericoloso e senza fondo che chiunque vi cadesse sarebbe perduto completamente come se cadesse nel mare salato. E il ponte, che lo attraversa, è diverso da qualsiasi altro ponte; poiché non ce n'è mai stato uno come questo. Se qualcuno mi chiede la verità, non c'è mai stato un ponte così cattivo, né uno il cui piano fosse così pessimo. Il ponte che attraversava il freddo torrente consisteva in una spada lucida e scintillante; ma la spada era robusta e rigida, ed era lunga quanto due lance. A ogni estremità c'era un tronco d'albero in cui la spada era fissata saldamente. Nessuno deve temere di cadere a causa della sua rottura o piegatura, poiché la sua eccellenza era tale da poter sostenere un grande peso. Ma i due cavalieri che erano con il terzo erano molto scoraggiati; poiché supponevano che due leoni o due leopardi si sarebbero trovati legati a una grande roccia all'altra estremità del ponte. L'acqua, il ponte e i leoni si uniscono per terrorizzarli così tanto che entrambi tremano di paura, e dicono: "Bel signore, considerate bene ciò che vi attende; poiché è necessario e doveroso farlo. Questo ponte è mal fatto e costruito, e la sua struttura è pessima. Se non cambiate idea in tempo, sarà troppo tardi per pentirsi. Dovete considerare quale delle diverse alternative sceglierete. Supponiamo che riusciate ad attraversarlo (ma ciò non può assolutamente accadere, non più di quanto si possa trattenere i venti e proibire loro di soffiare, o impedire agli uccelli di cantare, o rientrare nel grembo di propria madre ed essere nati di nuovo – tutte cose impossibili quanto svuotare il mare della sua acqua); ma anche supponendo che lo abbiate attraversato, potete pensare e supporre che quei due feroci leoni che sono incatenati dall'altra parte non vi uccideranno, e succhieranno il sangue dalle vostre vene, e mangeranno la vostra carne e poi roderanno le vostre ossa? Per quanto mi riguarda, sono abbastanza audace quando oso anche solo guardarli e fissarli. Se non state attento, vi divoreranno certamente. Il vostro corpo sarà presto fatto a pezzi e straziato, poiché non avranno pietà di voi. Quindi abbiate pietà di noi ora, e restate qui in nostra compagnia! Sarebbe sbagliato da parte vostra esporvi intenzionalmente a un tale pericolo mortale". Ed egli, ridendo, risponde loro: "Signori, ricevete i miei ringraziamenti e la mia gratitudine per la preoccupazione che provate per me: proviene dal vostro amore e dai vostri cuori gentili. So bene che non vorreste vedere accadermi alcuna disgrazia; ma ho fede e fiducia in Dio, che Egli mi proteggerà fino alla fine. Non temo il ponte e il torrente più di quanto tema questa terraferma; quindi intendo prepararmi e compiere il pericoloso tentativo di attraversarlo. Preferirei morire piuttosto che tornare indietro ora". Gli altri non hanno più nulla da dire; ma ognuno piange per la pietà e tira un sospiro. Nel frattempo egli si prepara, al meglio delle sue possibilità, ad attraversare il torrente, e compie una cosa assai meravigliosa togliendosi l'armatura dai piedi e dalle mani. Sarà in uno stato pietoso quando raggiungerà l'altra parte. Si sosterrà con le mani nude e i piedi nudi sulla spada, che era più affilata di una falce, poiché non aveva tenuto ai piedi né suole, né tomaie, né calze. Ma non provava alcuna paura di ferite alle mani o ai piedi; preferiva mutilarsi piuttosto che cadere dal ponte ed essere sprofondato nell'acqua dalla quale non avrebbe mai potuto fuggire. In accordo con questa determinazione, passa oltre con grande dolore e agonia, essendo ferito alle mani, alle ginocchia e ai piedi. Ma anche questa sofferenza gli è dolce: poiché l'Amore, che lo conduce e lo guida, lenisce e allevia il dolore. Strisciando sulle mani, sui piedi e sulle ginocchia, procede finché non raggiunge l'altra parte. Allora rammenta e ricorda i due leoni che pensava di aver visto dall'altra parte; ma, guardandosi intorno, non vede nemmeno una lucertola o qualsiasi altra cosa che possa fargli del male. Alza la mano davanti al viso e guarda il suo anello, e con questa prova verifica che non c'è nessuno dei leoni che pensava di aver visto, e che era stato incantato e ingannato; poiché non c'era una creatura vivente lì. Quando coloro che erano rimasti indietro sulla riva videro che aveva attraversato sano e salvo, la loro gioia fu naturale; ma non sanno delle sue ferite. Egli, tuttavia, si considera fortunato a non aver sofferto nulla di peggio. Il sangue delle sue ferite gocciola sulla sua camicia da ogni parte. Poi vede davanti a sé una torre, che era così forte che mai ne aveva vista una così forte prima: in effetti, non avrebbe potuto esserci una torre migliore. Alla finestra sedeva il re Bademagu, che era molto scrupoloso e preciso in fatto di onore e di ciò che è giusto, e che faceva attenzione a osservare e praticare la lealtà sopra ogni altra cosa; e accanto a lui stava suo figlio, che faceva sempre esattamente l'opposto per quanto possibile, poiché trovava il suo piacere nella slealtà e non si stancava mai di villania, tradimento e fellonia. Dalla loro posizione vantaggiosa avevano visto il cavaliere attraversare il ponte con fatica e dolore. Il colore di Meleagant cambiò con la rabbia e il dispiacere che provava; poiché ora sa che sarà sfidato per la Regina; ma il suo carattere era tale che non temeva alcun uomo, per quanto forte o formidabile. Se non fosse stato vile e sleale, non si sarebbe potuto trovare un cavaliere migliore; ma aveva un cuore di legno, senza gentilezza e pietà. Ciò che fece infuriare suo figlio e suscitò la sua ira, rese il re felice e contento. Il re sapeva per certo che colui che aveva attraversato il ponte era molto migliore di chiunque altro. Poiché nessuno oserebbe attraversarlo in cui dimorasse una qualsiasi di quella natura malvagia che porta più vergogna su coloro che la possiedono di quanto il valore porti onore ai virtuosi. Poiché il valore non può compiere tanto quanto possono fare la malvagità e l'ignavia: è vero oltre ogni dubbio che è possibile fare più male che bene.

Potrei dire di più su questi due punti, se non mi causasse ritardo. Ma devo rivolgermi a qualcos'altro e riprendere il mio argomento, e voi sentirete come il re parla proficuamente a suo figlio: "Figlio", dice, "è stato fortunato che tu ed io siamo venuti a guardare fuori da questa finestra; la nostra ricompensa è stata quella di assistere all'impresa più audace che sia mai entrata nella mente di un uomo. Dimmi ora se non sei ben disposto verso colui che ha compiuto una tale impresa meravigliosa. Fai pace e riconciliati con lui, e consegna la Regina nelle sue mani. Non otterrai gloria in battaglia con lui, ma piuttosto potresti subire una grande perdita. Mostrati cortese e sensato, e manda la Regina ad incontrarlo prima che ti veda. Mostragli onore in questa tua terra, e prima che lo chieda, presentagli ciò che è venuto a cercare. Sai bene che è venuto per la Regina Guinevere. Non agire in modo che la gente ti prenda per ostinato, sciocco o orgoglioso. Se quest'uomo è entrato nella tua terra da solo, dovresti fargli compagnia, poiché un gentiluomo non dovrebbe evitare un altro, ma piuttosto attirarlo e onorarlo con cortesia. Si riceve onore mostrandolo a propria volta; sii certo che l'onore sarà tuo, se farai onore e servizio a colui che è chiaramente il miglior cavaliere del mondo". Ed egli risponde: "Possa Dio confondermi, se non c'è un cavaliere altrettanto buono, o addirittura migliore di lui!". Era un peccato che non menzionasse se stesso, del quale non ha un'opinione meschina. E aggiunge: "Suppongo che vogliate che io giunga le mani e mi inginocchi davanti a lui come suo uomo ligio, e che io tenga le mie terre da lui? Mi aiuti Dio, preferirei diventare il suo uomo piuttosto che consegnargli la Regina! Dio mi liberi dal consegnargliela in tal modo! Ella non sarà mai data via da me, ma piuttosto contesa e difesa contro tutti coloro che sono così sciocchi da osare venire in sua cerca". Allora di nuovo il re gli dice: "Figlio, agiresti molto cortesemente a rinunciare a questa pretesa. Ti consiglio e ti prego di mantenere la pace. Sai bene che l'onore apparterrà al cavaliere, se vincerà la Regina da te in battaglia. Senza dubbio preferirebbe vincerla in battaglia piuttosto che come dono, poiché così accrescerà la sua fama. È mia opinione che egli la stia cercando, non per riceverla pacificamente, ma perché desidera vincerla con la forza delle armi. Quindi sarebbe saggio da parte tua privarlo della soddisfazione di combatterti. Mi dispiace vederti così sciocco; ma se non ascolti il mio consiglio, ne verrà del male, e la sventura che ne seguirà sarà peggiore per te. Poiché il cavaliere non deve temere alcuna ostilità da nessuno qui eccetto te. A nome mio e di tutti i miei uomini, gli concederò una tregua e sicurezza. Non ho ancora compiuto un atto sleale o praticato tradimento e fellonia, e non inizierò a farlo ora per conto tuo, non più di quanto farei per uno straniero. Non voglio adularti, poiché prometto che al cavaliere non mancherà alcuna arma, né cavallo o qualsiasi altra cosa di cui abbia bisogno, in considerazione dell'audacia che ha mostrato nel giungere fin qui. Sarà custodito in sicurezza e ben difeso contro tutti gli uomini qui eccetto te. Voglio che comprenda chiaramente che, se può mantenersi contro di te, non deve temere nessun altro". "Vi ho ascoltato in silenzio abbastanza a lungo", dice Meleagant, "e potete dire ciò che vi aggrada. Ma poco mi importa di tutto ciò che dite. Non sono un eremita, né così compassionevole e caritatevole, e non ho alcun desiderio di essere così onorevole da dargli ciò che amo di più. Il suo compito non sarà svolto così rapidamente o così facilmente; piuttosto accadrà diversamente da quanto voi e lui vi aspettate. Voi ed io non abbiamo bisogno di litigare perché voi lo aiutate contro di me. Anche se gode della pace e di una tregua con voi e tutti i vostri uomini, cosa importa a me? Il mio cuore non trema per questo; piuttosto, mi aiuti Dio, sono contento che non debba preoccuparsi di nessuno qui eccetto me; non voglio che facciate per conto mio nulla che possa essere interpretato come slealtà o tradimento. Siate compassionevole quanto vi pare, ma lasciate che io sia crudele". "Cosa? Non cambierai idea?". "No", dice. "Allora non dirò altro. Ti lascerò solo a fare del tuo meglio e andrò ora a parlare con il cavaliere. Desidero offrire e presentare a lui il mio aiuto e consiglio sotto ogni aspetto; poiché sono del tutto dalla sua parte".

Allora il re scende e ordina che portino il suo cavallo. Gli viene portato un grande destriero, sul quale monta tramite la staffa, e cavalca via con alcuni dei suoi uomini: tre cavalieri e due scudieri ordinò che andassero con lui. Non interruppero la loro cavalcata in discesa finché non giunsero al ponte, dove lo vedono tamponarsi le ferite e pulire il sangue da esse. Il re si aspetta di tenerlo come suo ospite per molto tempo mentre le sue ferite guariscono; ma potrebbe altrettanto aspettarsi di prosciugare il mare. Il re si affretta a smontare, e colui che era gravemente ferito si alzò subito per incontrarlo, sebbene non lo conoscesse, e non diede prova del dolore che provava ai piedi e alle mani più di quanto se fosse stato realmente sano. Il re vede che si sta sforzando, e corre rapidamente a salutarlo con le parole: "Signore, sono molto stupito che siate caduto su di noi in questa terra. Ma siate il benvenuto, poiché nessuno ripeterà mai il tentativo: non è mai accaduto in passato, e non accadrà mai in futuro che qualcuno compia un'impresa così ardita o si esponga a tale pericolo. E sappiate che vi ammiro molto per aver eseguito ciò che nessuno prima aveva mai osato concepire. Mi troverete molto ben disposto, leale e cortese verso di voi. Io sono il re di questa terra, e vi offro liberamente tutto il mio consiglio e servizio; e credo di sapere abbastanza bene cosa siete venuto a cercare qui. Siete venuto, ne sono certo, a cercare la Regina". "Signore", risponde, "la vostra supposizione è corretta; nessun'altra causa mi porta qui". "Amico, dovete soffrire per ottenerla", risponde; "e siete gravemente ferito, come vedo dalle ferite e dal sangue che scorre. Non troverete colui che l'ha portata qui così generoso da rinunciarvi senza una lotta; ma dovete attendere, e far curare le vostre ferite finché non saranno completamente guarite. Vi darò un po' dell'unguento delle 'tre Marie', e qualcosa di ancora migliore, se si può trovare, poiché sono molto sollecito per il vostro conforto e la vostra guarigione. E la Regina è così confinata che nessun uomo mortale ha accesso a lei – nemmeno mio figlio, che l'ha portata qui con lui e che risente di un tale trattamento, poiché mai un uomo fu così fuori di sé e così disperato come lui. Ma io sono ben disposto verso di voi, e vi darò volentieri, mi aiuti Dio, tutto ciò di cui avete bisogno. Mio figlio stesso non avrà armi così buone che non ve ne darò alcune altrettanto buone, e anche un cavallo, tale di cui avrete bisogno, sebbene mio figlio sarà arrabbiato con me. Nonostante i sentimenti di chiunque, vi proteggerò contro tutti gli uomini. Non avrete motivo di temere nessuno eccetto colui che ha portato la Regina qui. Nessun uomo ha mai minacciato un altro come io ho minacciato lui, e sono arrivato vicino a cacciarlo dalla mia terra, nel mio dispiacere perché non vuole arrendersela a voi. A dire il vero, è mio figlio; ma non sentitevi preoccupato, poiché a meno che non vi sconfigga in battaglia, non potrà mai farvi il minimo male contro la mia volontà". "Signore", dice, "vi ringrazio. Ma sto perdendo tempo qui che non desidero sprecare. Non ho motivo di lamentarmi, e non ho alcuna ferita che mi faccia male. Portatemi dove posso trovarlo; poiché con le armi che ho, sono pronto a divertirmi dando e ricevendo colpi". "Amico, fareste meglio ad attendere due o tre settimane finché le vostre ferite non saranno guarite, poiché sarebbe bene per voi attendere qui almeno due settimane, e in nessun caso potrei permetterlo, o assistere, mentre combattete in mia presenza con tali armi e con un tale equipaggiamento". Ed egli risponde: "Con il vostro permesso, nessun'altra arma sarebbe usata se non queste, poiché preferirei combattere con esse, e non chiederei il minimo rinvio, aggiornamento o ritardo. Tuttavia, in deferenza a voi, acconsentirò ad attendere fino a domani; ma nonostante ciò che chiunque possa dire, più a lungo non attenderò". Allora il re gli assicurò che tutto sarebbe stato fatto come desiderava; poi fa preparare il luogo di alloggio, e insiste nel richiedere ai suoi uomini, che sono in compagnia, di servirlo, cosa che fanno devotamente. E il re, che avrebbe volentieri fatto la pace, se fosse stato possibile, andò subito da suo figlio e gli parlò come uno che desidera pace e armonia, dicendo: "Bel figlio, sii riconciliato ora con questo cavaliere senza combattere! Non è venuto qui per divertirsi o per cacciare o inseguire, ma viene in cerca di onore e per accrescere la sua fama e rinomanza, e ho visto che ha grande bisogno di riposo. Se avesse seguito il mio consiglio, non avrebbe avventatamente intrapreso, né questo mese né il prossimo, la battaglia che tanto desidera. Se cedessi la Regina a lui, temi qualche disonore nell'atto? Non temere affatto, poiché nessuna colpa può attribuirsi a te; piuttosto è sbagliato conservare ciò su cui non si ha alcun giusto diritto. Avrebbe volentieri intrapreso la battaglia subito, sebbene le sue mani e i suoi piedi non siano sani, ma tagliati e feriti". Meleagant risponde a suo padre così: "Voi siete sciocco a preoccuparvi. Per la fede che devo a San Pietro, non seguirò il vostro consiglio in questa faccenda. Meriterei di essere fatto a pezzi dai cavalli, se ascoltassi il vostro consiglio. Se egli cerca il suo onore, così io cerco il mio; se è in cerca di gloria, così lo sono io; se è ansioso per la battaglia, così lo sono io cento volte più di lui". "Vedo chiaramente", dice il re, "che tu sei intenzionato nella tua folle impresa, e ne avrai a sazietà. Poiché tale è il tuo piacere, domani proverai la tua forza con il cavaliere". "Possa nessuna sventura maggiore visitarmi mai di quella!", risponde Meleagant; "Preferirei di gran lunga che fosse oggi piuttosto che domani. Guardate solo quanto sono più abbattuto di quanto sia solito! I miei occhi sono selvaggi, e il mio volto è pallido! Non avrò alcuna gioia o soddisfazione o alcun motivo di felicità finché non sarò realmente impegnato con lui".

Il re comprende che ogni ulteriore consiglio e preghiera non valgono a nulla, così a malincuore lascia il figlio e, presi un buon destriero vigoroso e delle belle armi, li invia a colui che ben li merita, insieme a un chirurgo che era uomo leale e cristiano. Non v'era al mondo uomo più fidato, ed egli era più esperto nella cura delle ferite di tutti i medici di Montpellier. Quella notte trattò il cavaliere al meglio delle sue possibilità, in accordo con il comando del re. Già la notizia era nota ai cavalieri e alle damigelle, alle dame e ai baroni di tutta la contrada, e per tutta la notte fino all'alba stranieri e amici compirono lunghi viaggi da tutto il paese circostante. Quando giunse il mattino, vi era una tale calca davanti al castello che non vi era spazio per muovere un piede. E il re, levatosi presto nella sua angustia per la battaglia, si reca direttamente dal figlio, che già si era allacciato in capo l'elmo di fattura di Poitiers. Nessun indugio o pace è possibile, poiché sebbene il re facesse del suo meglio, i suoi sforzi non hanno alcun effetto. Nel mezzo della piazza d'armi del castello, dove tutto il popolo è radunato, si combatterà la battaglia in ottemperanza al desiderio e al comando del re. Il re manda subito a chiamare il cavaliere straniero, ed egli viene condotto al terreno che era gremito di persone dal regno di Logres. Poiché proprio come la gente è abituata a recarsi in chiesa per ascoltare l'organo nei giorni di festa annuale di Pentecoste o Natale, così essi si erano tutti radunati ora. Tutte le fanciulle straniere del regno di Re Artù avevano digiunato tre giorni e camminato scalze nelle loro sottane, affinché Dio potesse dotare di forza e coraggio il cavaliere che doveva combattere il suo avversario per conto dei prigionieri. Di buon’ora, prima ancora che fosse suonata l'ora di prima, entrambi i cavalieri in armi furono condotti al luogo, montati su due cavalli protetti in egual modo. Meleagant era molto aggraziato, vigile e di bella presenza; l'usbergo dalle maglie fini, l'elmo e lo scudo appeso al collo, tutto ciò gli donava assai. Tutti gli spettatori, tuttavia, parteggiavano per l'altro cavaliere, persino coloro che gli volevano male, e dicono che Meleagant non valga nulla al confronto di lui. Non appena furono entrambi al suolo, il re giunge e li trattiene il più a lungo possibile nel tentativo di far pace tra loro, ma non riesce a persuadere il figlio. Poi dice loro: "Trattenete i vostri cavalli finché non avrò raggiunto la sommità della torre. Sarà solo un piccolo favore, se vorrete attendermi così a lungo". Poi, in animo dolente, li lascia e si reca direttamente nel luogo dove sapeva che avrebbe trovato la Regina. Ella lo aveva pregato la sera prima di porla dove potesse avere una visione libera della battaglia; egli le aveva concesso il favore e andava ora a cercarla e a prenderla, poiché era molto ansioso di mostrarle onore e cortesia. La pose a una finestra, e prese posto a un'altra finestra alla sua destra. Accanto a loro, vi erano radunati molti cavalieri e prudenti dame e damigelle, che erano nativi di quella terra; e ve n'erano molti altri, che erano prigionieri, e che erano intenti alle loro orazioni e preghiere. Coloro che erano prigionieri pregavano per il loro signore, poiché a Dio e a lui affidavano il loro soccorso e la loro liberazione. Poi i combattenti senza indugio fanno allontanare tutto il popolo; quindi scontrano gli scudi con i gomiti, infilano le braccia nelle cinghie e spronano l'uno contro l'altro così violentemente che ognuno manda la propria lancia per due lunghezze di braccio attraverso lo scudo dell'avversario, facendo sì che la lancia si spacchi e si frantumi come una scintilla volante. E i cavalli si incontrano frontalmente, scontrandosi petto contro petto, e gli scudi e gli elmi si infrangono con un fracasso tale che sembra un potente colpo di tuono; non una pettorina, cinghie, redini o sottopancia rimangono intatti, e gli archi delle selle, sebbene forti, sono fatti a pezzi. I combattenti non provarono vergogna nel cadere a terra, in vista delle loro disavventure, ma balzano rapidamente in piedi e, senza sprecare parole di minaccia, si precipitano l'uno contro l'altro più ferocemente di due cinghiali selvatici, e scambiano grandi fendenti con le loro spade d'acciaio come uomini il cui odio è violento. Ripetutamente tagliano gli elmi e gli usberghi scintillanti così ferocemente che dopo la spada il sangue zampilla fuori. Fornirono un'eccellente battaglia, davvero, mentre si stordivano e si ferivano a vicenda con i loro pesanti, malvagi colpi. Molte feroci, dure, lunghe tornate sostennero con egual onore, tanto che gli astanti non riuscivano a discernere alcun vantaggio dall'una o dall'altra parte. Ma era inevitabile che colui che aveva attraversato il ponte fosse molto indebolito dalle sue mani ferite. La gente che parteggiava per lui era molto sgomenta, poiché notano che i suoi colpi si stanno facendo più deboli, e temono che avrà la peggio; sembrava loro che egli si stesse indebolendo, mentre Meleagant stava trionfando, e iniziarono a mormorare tutt'intorno. Ma lassù alla finestra della torre vi era una saggia damigella che pensava tra sé che il cavaliere non aveva intrapreso la battaglia né per conto suo, né per il bene della massa che si era radunata attorno alla lizza, ma che il suo unico incentivo fosse stata la Regina; e pensò che, se egli sapesse che ella era alla finestra a vederlo e osservarlo, la sua forza e il suo coraggio aumenterebbero. E se avesse saputo il suo nome, lo avrebbe volentieri chiamato a guardarsi attorno. Poi si recò dalla Regina e disse: "Signora, per l'amor di Dio e per il vostro, come per il nostro, vi supplico di dirmi, se lo sapete, il nome di quel cavaliere, affinché possa essergli di qualche aiuto". "Damigella", risponde la Regina, "mi avete posto una domanda in cui non vedo odio o male, ma piuttosto un buon intento; il nome del cavaliere, lo so, è Lancillotto del Lago". "Dio, quanto sono felice e contenta in cuore!" dice la damigella. Poi si sporge in avanti e lo chiama per nome così forte che tutto il popolo sente: "Lancillotto, voltati e vedi chi è qui che si prende cura di te!"

Quando Lancillotto udì il suo nome, non fu lento a voltarsi: si gira e vede seduta lassù alla finestra della torre colei che più desiderava vedere al mondo. Dal momento in cui la scorse, non si voltò né distolse gli occhi e il viso da lei, difendendosi con colpi di rovescio. E Meleagant intanto lo attaccava ferocemente quanto poteva, felice di pensare che l'altro non possa resistergli ora; e anche quelli del paese sono ben contenti, mentre gli stranieri sono così angosciati che non riescono più a reggersi in piedi, e molti di loro cadono a terra o sulle ginocchia o distesi proni; così alcuni sono lieti, e alcuni angosciati. Poi la damigella gridò ancora dalla finestra: "Ah, Lancillotto, com'è che ti comporti ora così scioccamente? Un tempo eri l'incarnazione del valore e di tutto ciò che è buono, e non credo che Dio abbia mai fatto un cavaliere che potesse uguagliarti in prodezza e in pregio. Ma ora ti vediamo così angosciato che sferri colpi di rovescio e combatti il tuo avversario dandogli le spalle. Voltati, in modo da stare dall'altra parte, e da poter guardare verso questa torre, poiché ti aiuterà a tenerla in vista". Allora Lancillotto è così vergognoso e mortificato che odia se stesso, poiché sa bene che tutti hanno visto come, per qualche tempo, egli abbia avuto la peggio nel combattimento. A quel punto balza all'indietro e manovra in modo da costringere Meleagant in una posizione tra lui e la torre. Meleagant fa ogni sforzo per riconquistare la sua posizione precedente. Ma Lancillotto si scaglia su di lui, e lo colpisce così violentemente sul corpo e sullo scudo ogni volta che cerca di aggirarlo, che lo costringe a roteare su se stesso due o tre volte suo malgrado. La forza e il coraggio di Lancillotto crescono, in parte perché ha l'aiuto dell'amore, e in parte perché non ha mai odiato nessuno tanto quanto colui con cui è impegnato. Amore e odio mortale, così feroci che mai prima si era visto un tale odio, lo rendono così ardente e audace che Meleagant smette di trattarla come uno scherzo e inizia a provare timore di lui, poiché non aveva mai incontrato o conosciuto un cavaliere così valoroso, né alcun cavaliere lo aveva mai ferito o danneggiato come fa costui. È contento di allontanarsi da lui, e trasalisce e schiva, temendo i suoi colpi ed evitandoli. E Lancillotto non lo minaccia inutilmente, ma lo spinge rapidamente verso la torre dove la Regina era di vedetta. Lì sulla torre egli le rese l'omaggio dei suoi colpi finché non giunse così vicino che, se avesse fatto un altro passo, l'avrebbe persa di vista. Così Lancillotto lo spinse avanti e indietro ripetutamente in qualsiasi direzione piacesse a lui, fermandosi sempre davanti alla Regina, la sua signora, che aveva acceso la fiamma che lo costringe a fissare lo sguardo su di lei. E questa stessa fiamma lo stimolò così tanto contro Meleagant che fu in grado di condurlo e spingerlo ovunque volesse. Suo malgrado, lo spinge come un cieco o un uomo con una gamba di legno. Il re vede suo figlio così duramente pressato che gli dispiace per lui e ne ha pietà, e non gli negherà aiuto e assistenza se possibile; ma se desidera procedere cortesemente, deve prima chiedere il permesso della Regina. Così iniziò a dirle: "Signora, da quando vi ho avuta in mio potere, vi ho amata e fedelmente servita e onorata. Non ho mai lasciato nulla di intentato in cui vedessi coinvolto il vostro onore; ora ripagatemi per ciò che ho fatto. Poiché sto per chiedervi un favore che non dovreste concedere se non lo faceste volentieri. Vedo chiaramente che mio figlio sta avendo la peggio in questa battaglia; non parlo così per il dispiacere che provo, ma affinché Lancillotto, che lo ha in suo potere, non lo uccida. Né dovreste desiderare di vederlo ucciso; non perché egli non abbia fatto torto sia a voi che a lui, ma perché io vi faccio la richiesta: ditegli, per favore, di smettere di colpirlo. Se vorrete, potrete così ripagarmi per ciò che ho fatto per voi". "Bel signore, sono disposta a farlo su vostra richiesta", risponde la Regina; "se anche avessi odio mortale per vostro figlio, che è vero non amo, tuttavia mi avete servita così bene che, per compiacervi, sono ben disposta che egli desista". Queste parole non furono dette privatamente, ma Lancillotto e Meleagant udirono ciò che fu detto. L'uomo che è un amante perfetto è sempre obbediente e compie prontamente e volentieri il piacere della sua dama. Così Lancillotto fu costretto a fare il volere della sua Signora, poiché amava più di Piramo, se ciò fosse possibile per un uomo. Lancillotto udì ciò che fu detto, e non appena l'ultima parola fu uscita dalla sua bocca, "poiché volete che egli desista, sono disposta che lo faccia", Lancillotto non lo avrebbe toccato o fatto un movimento per nulla al mondo, anche se l'altro lo avesse ucciso. Non lo tocca né alza la mano. Ma Meleagant, fuori di sé dalla rabbia e dalla vergogna quando sente che è stato necessario intercedere in suo favore, lo colpisce con tutta la forza che può raccogliere. E il re scese dalla torre per rimproverare il figlio, ed entrando nella lizza si rivolse a lui così: "Come ora? È conveniente colpirlo quando egli non ti tocca? Sei troppo crudele e selvaggio, e la tua prodezza è ora fuori luogo! Poiché tutti sappiamo senza dubbio che egli ti è superiore". Allora Meleagant, soffocando per la vergogna, dice al re: "Credo che dobbiate essere cieco! Non credo che vediate alcunché. Chiunque deve essere davvero cieco per pensare che io non sia meglio di lui". "Cerca qualcuno che creda alle tue parole!" risponde il re, "poiché tutto il popolo sa se dici la verità o il falso. Tutti noi conosciamo molto bene la verità". Allora il re ordina ai suoi baroni di portar via il figlio, cosa che fanno subito in esecuzione del suo comando: portarono via Meleagant. Ma non fu necessario usare la forza per indurre Lancillotto a ritirarsi, poiché Meleagant avrebbe potuto fargli del male gravemente, prima che egli avesse cercato di difendersi. Poi il re dice al figlio: "Così mi aiuti Dio, ora devi fare pace e cedere la Regina. Devi porre fine a questa disputa una volta per tutte e ritirare la tua pretesa". "Queste sono grandi sciocchezze che avete proferito! Vi sento parlare follemente. Fatevi da parte! Lasciateci combattere, e non immischiatevi nei nostri affari!" Ma il re dice che prenderà parte, poiché sa bene che, se il combattimento dovesse continuare, Lancillotto ucciderebbe suo figlio. "Lui uccidere me! Piuttosto vorrei sconfiggerlo e ucciderlo presto, se mi lasciaste solo e mi lasciaste combattere". Allora il re dice: "Così mi aiuti Dio, tutto ciò che dici non serve a nulla". "Perché?" chiede lui. "Perché non acconsentirò. Non mi fiderò così tanto della tua follia e del tuo orgoglio da permettere che tu venga ucciso. Un uomo è uno sciocco a cercare la morte, come fai tu nella tua ignoranza. So bene che mi odi perché desidero salvarti la vita. Dio non mi permetterà di vedere e testimoniare la tua morte, se posso evitarlo, poiché mi causerebbe troppo dolore". Gli parla e lo rimprovera finché finalmente la pace e la benevolenza sono ripristinate. I termini della pace sono questi: egli cederà la Regina a Lancillotto, a condizione che quest'ultimo senza riluttanza combatta di nuovo contro di loro entro un anno da tale momento, secondo quanto egli vorrà scegliere per convocarlo: questa non è una prova per Lancillotto. Quando la pace è fatta, tutto il popolo si accalca, e si decide che la battaglia sarà combattuta alla corte di Re Artù, che tiene la Britannia e la Cornovaglia sotto il suo dominio: lì decidono che sarà. E la Regina deve acconsentire, e Lancillotto deve promettere, che se Meleagant potrà dimostrarlo ricreante, ella dovrà tornare con lui di nuovo senza l'interferenza di alcuno. Quando la Regina e Lancillotto furono entrambi d'accordo su ciò, l'accordo fu concluso, ed essi si ritirarono entrambi e si tolsero le armi. Ora l'usanza del paese era che quando uno usciva, tutti gli altri potessero farlo pure. Tutti invocarono benedizioni su Lancillotto: e potete ben sapere che deve aver provato grande gioia, come in verità fece. Tutti gli stranieri si radunano e si rallegrano per Lancillotto, parlando in modo da essere uditi da lui: "Signore, in verità eravamo gioiosi non appena abbiamo sentito il vostro nome, poiché ci siamo sentiti subito certi che saremmo stati tutti liberati". Vi era una grande folla presente a questa scena lieta, mentre ognuno si sforza e preme in avanti per toccarlo se possibile. Chiunque riuscisse a toccarlo era più deliziato di quanto potesse dire. Vi era abbondanza di gioia, e di dolore anche; coloro che erano ora liberati gioivano senza freni; ma Meleagant e i suoi seguaci non hanno nulla di ciò che vogliono, ma sono pensierosi, cupi e abbattuti. Il re si allontana dalla lizza, prendendo con sé Lancillotto, che lo prega di condurlo dalla Regina. "Non mancherò di farlo", risponde il re; "poiché mi sembra la cosa appropriata da fare. E se vi piace, vi mostrerò Kay il siniscalco". A ciò Lancillotto è così felice che cade quasi ai suoi piedi. Poi il re lo condusse subito nella sala, dove la Regina era giunta per attenderlo.

Quando la Regina vide il re tenere Lancillotto per mano, ella si alzò davanti al re, ma appariva contrariata con la fronte nuvolosa, e non proferì parola. "Signora, ecco Lancillotto venuto a vedervi", dice il re; "dovreste essere lieta e soddisfatta". "Io, signore? Non può compiacermi. Non mi importa nulla di vederlo". "Andiamo ora, signora", dice il re che era molto franco e cortese, "cosa vi induce ad agire così? Siete troppo sprezzante verso un uomo che vi ha servita così fedelmente che ha ripetutamente esposto la sua vita a pericolo mortale in questo viaggio per amor vostro, e che vi ha difesa e salvata da mio figlio Meleagant che vi aveva profondamente offesa". "Signore, in verità egli ha fatto scarso uso del suo tempo. Non negherò mai di non provare alcuna gratitudine verso di lui". Ora Lancillotto è sbalordito; ma risponde molto umilmente come un amante raffinato: "Signora, certamente mi addolora questo, ma non oso chiederne il motivo". La Regina ascoltava mentre Lancillotto esprimeva la sua delusione, ma per addolorare e confondere lui, non volle rispondere una sola parola, ma ritornò nella sua stanza. E Lancillotto la seguì con gli occhi e il cuore finché ella raggiunse la porta; ma ella non rimase a lungo in vista, poiché la stanza era vicina. I suoi occhi l'avrebbero volentieri seguita, se ciò fosse stato possibile; ma il cuore, che è più signorile e dominante nella sua forza, passò attraverso la porta dietro di lei, mentre gli occhi rimanevano indietro piangendo con il corpo. E il re gli disse in privato: "Lancillotto, sono stupito di cosa questo significhi: e come accada che la Regina non possa sopportare la vista di te, e che ella sia così riluttante a parlare con te. Se ella è mai abituata a parlare con te, non dovrebbe essere avara ora o evitare conversazione con te, dopo quello che hai fatto per lei. Ora dimmi, se lo sai, perché e per quale misfatto ella ti ha mostrato un tale volto". "Signore, non l'ho notato proprio ora; ma ella non vuole guardarmi o ascoltare le mie parole, e ciò mi addolora e mi rattrista molto". "Certamente", dice il re, "ella è in errore, poiché tu hai rischiato la vita per lei. Vieni via ora, bel dolce amico, e andremo a parlare con il siniscalco". "Sarò lieto di farlo", risponde lui. Poi entrambi si recano dal siniscalco. Non appena Lancillotto giunse dove egli si trovava, la prima esclamazione del siniscalco fu: "Come mi hai svergognato!" "Io? Come mai?" chiede Lancillotto; "dimmi quale disonore ti ho arrecato?" "Un disonore molto grande, poiché tu hai compiuto ciò che io non ho potuto compiere, e tu hai fatto ciò che io non ho potuto fare".

Poi il re li lasciò soli nella stanza e uscì da solo. E Lancillotto chiede al siniscalco se sia stato trattato male. "Sì", risponde quegli, "e lo sono ancora. Non fui mai così misero come lo sono ora. E sarei morto molto tempo fa, se non fosse stato per il re, che nella sua compassione mi ha mostrato tanta gentilezza e bontà da non lasciarmi mancare volentieri nulla di cui avessi bisogno; ma sono stato subito rifornito di tutto ciò che desideravo. Ma opposto alla bontà che mi ha mostrato c'era Meleagant, suo figlio, che è pieno di malvagità, e che chiamò a sé i medici e ordinò loro di applicare unguenti tali da uccidermi. Che padre e che patrigno ho avuto! Poiché quando il re fece applicare un buon impiastro alle mie ferite, nel suo desiderio che io guarissi presto, il suo perfido figlio, volendomi mettere a morte, lo fece togliere prontamente e applicare un unguento nocivo. Ma sono certissimo che il re ne fosse all'oscuro; non tollererebbe tali bassezze e trucchi omicidi. Ma tu non sai quanto sia stato cortese con la mia signora: nessuna torre di frontiera, dai tempi in cui Noè costruì l'arca, è mai stata custodita con tanta cura, poiché l'ha sorvegliata così vigilantemente che, sebbene suo figlio fremesse sotto la restrizione, non gliela lasciava vedere se non alla presenza del re stesso. Fino a questo momento il re, nella sua pietà, le ha mostrato tutti i segni di riguardo che lei stessa ha proposto. Soltanto lei ha avuto la disposizione dei suoi affari. E il re l'ha stimata tanto più per la lealtà che ha mostrato. Ma è vero, come mi viene detto, che ella è così adirata con te da aver rifiutato pubblicamente di parlarti?" "Ti è stata detta l'esatta verità", risponde Lancillotto, "ma per l'amor di Dio, sai dirmi perché sia così contrariata con me?" Egli risponde che non lo sa, e che ne è grandemente sorpreso. "Ebbene, sia come lei desidera", dice Lancillotto, sentendo la propria impotenza; "ora devo congedarmi, e andrò a cercare il mio signore Gawain che è entrato in questa terra, e che ha concordato con me che si sarebbe diretto direttamente al ponte dell'acqua". Allora, lasciando la stanza, comparve davanti al re e chiese il permesso di procedere in quella direzione. E il re gli concede volentieri il permesso di andare. Poi coloro che Lancillotto aveva liberato e tolto dalla prigione gli chiedono cosa debbano fare. Ed egli risponde: "Tutti coloro che lo desiderano possono venire con me, e coloro che desiderano restare con la Regina possono farlo: non c'è ragione perché debbano accompagnarmi". Allora tutti coloro che lo desiderano lo accompagnano, più lieti e gioiosi di quanto non siano soliti. Con la Regina rimangono le sue damigelle che sono di animo leggero, e anche molti cavalieri e dame. Ma non c'è uno di coloro che rimangono indietro che non avrebbe preferito tornare al proprio paese piuttosto che restare lì. Ma per conto del mio signore Gawain, il cui arrivo è atteso, la Regina li trattiene, dicendo che non si muoverà mai finché non avrà notizie di lui.

Si sparge ovunque la notizia che la Regina è libera di andare, e che tutti gli altri prigionieri sono stati messi in libertà e sono liberi di andare quando più si confà e piace loro. Ovunque la gente del paese si raduna, si interrogano a vicenda sulla verità di questo rapporto e non parlano d'altro. Sono molto adirati che tutti i passi pericolosi siano stati superati, e che chiunque possa andare e venire come più gli aggrada. Ma quando i nativi del paese, che non erano stati presenti alla battaglia, seppero come Lancillotto fosse stato il vincitore, si recarono tutti nel luogo in cui sapevano che doveva passare, pensando che il re sarebbe stato ben contento se avessero catturato Lancillotto e lo avessero trascinato da lui. Tutti i suoi uomini erano senza le loro armi, e perciò si trovarono in svantaggio quando videro i nativi del paese arrivare in armi. Non fu strano che catturassero Lancillotto, che era senza le sue armi. Lo conducono indietro prigioniero, con i piedi legati insieme sotto il ventre del cavallo. Allora i suoi uomini dicono: "Signori, questa è una cattiva azione; poiché il re ci ha dato il suo salvacondotto, e noi siamo sotto la sua protezione". Ma gli altri rispondono: "Non sappiamo come possa essere; ma poiché vi abbiamo preso, dovete tornare con noi a corte". La voce, che vola e corre veloce, raggiunge il re, che i suoi uomini hanno catturato Lancillotto e lo hanno messo a morte. Quando il re lo sente, ne è grandemente addolorato e giura con rabbia, sulla sua testa, che coloro che lo hanno ucciso moriranno certamente per l'azione; e che, se riuscirà a prenderli o catturarli, il loro destino sarà di essere impiccati, bruciati o annegati. E se tenteranno di negare il fatto, non crederà a ciò che dicono, poiché gli hanno arrecato tale dolore e vergogna che sarebbe disonorato se non venisse fatta vendetta su di loro; ma sarà vendicato senza dubbio. La notizia di ciò si diffuse fino a raggiungere la Regina, che era seduta a mangiare. Si uccise quasi nel sentire la falsa notizia su Lancillotto, ma suppone che sia vera, e perciò è in tale sgomento che perde quasi il potere di parlare; ma, a causa dei presenti, si sforza di dire: "In verità, mi dispiace per la sua morte, e non c'è da stupirsi che io soffra, poiché è venuto in questo paese per causa mia, e perciò dovrei piangerlo". Poi dice a se stessa, affinché gli altri non sentano, che nessuno deve chiederle di bere o mangiare, se è vero che è morto colui nella cui vita trovava la propria. Poi, addolorata, si alza da tavola e fa il suo lamento, ma in modo che nessuno la senta o la noti. È così fuori di sé che afferra ripetutamente la propria gola col desiderio di uccidersi; ma prima si confessa con se stessa e si pente con rimorso, accusando e censurando se stessa per il torto che gli aveva fatto, colui che, come sapeva, era sempre stato suo, e sarebbe ancora stato suo, se fosse rimasto in vita. È così afflitta al pensiero della sua crudeltà, che la sua bellezza è gravemente compromessa. La sua crudeltà e meschinità l'hanno colpita e hanno rovinato la sua bellezza più di tutte le veglie e i digiuni con cui si affliggeva. Quando tutti i suoi peccati le si presentano davanti, li raccoglie, e mentre li riesamina, esclama ripetutamente: "Ahimè! A cosa stavo pensando quando il mio amante era davanti a me e avrei dovuto accoglierlo, che non volevo ascoltare le sue parole? Non sono stata una sciocca, quando ho rifiutato di guardarlo o parlargli? Sciocca davvero? Piuttosto sono stata vile e crudele, che Dio mi aiuti. Intendevo farlo come uno scherzo, ma lui non l'ha presa così, e non mi ha perdonato. Sono sicura che non sia stato altri che me a sferrargli il colpo mortale. Quando è venuto davanti a me sorridendo e sperando che io fossi felice di vederlo e lo accogliessi, e quando non ho voluto guardarlo, non è stato quello un colpo mortale? Quando ho rifiutato di parlargli, allora senza dubbio con un colpo solo l'ho privato del suo cuore e della sua vita. Questi due colpi lo hanno ucciso, ne sono certa; nessun altro bandito ha causato la sua morte. Dio! Potrò mai rimediare a questo omicidio e a questo crimine? No, davvero; prima si asciugheranno i fiumi e il mare. Ahimè! Come mi sentirei meglio, e quanto conforto prenderei, se solo una volta prima che morisse l'avessi tenuto tra le mie braccia! Cosa? Sì, certamente, del tutto svestito, per godermelo meglio. Se è morto, sono molto malvagia a non distruggere me stessa. Perché? Può nuocere al mio amante che io continui a vivere dopo che è morto, se non trovo piacere in nulla se non nel dolore che porto per lui? Nell'abbandonarmi al dolore dopo la sua morte, le sofferenze stesse che cerco mi sarebbero dolci, se solo fosse ancora vivo. È sbagliato per una donna voler morire piuttosto che soffrire per amore del suo amante. È certamente dolce per me piangerlo a lungo. Preferirei essere picchiata da viva piuttosto che morire ed essere a riposo".

Per due giorni la Regina lo pianse così senza mangiare né bere, finché pensarono che anche lei sarebbe morta. Ci sono un sacco di persone pronte a portare cattive notizie piuttosto che buone. La notizia giunge a Lancillotto che la sua dama e innamorata è morta. Non dovete avere dubbi sul dolore che provò; ognuno può essere sicuro che fosse afflitto e sopraffatto dal dolore. Davvero, se volete conoscere la verità, era così abbattuto che stimava poco la sua vita. Voleva uccidersi subito, ma prima espresse un breve lamento. Fa un cappio scorsoio a una estremità della cintura che indossava, e poi piangendo comunica così con se stesso: "Ah, morte, come mi hai spiazzato e disfatto, quando ero nel fiore della salute! Sono disfatto, eppure non provo alcun dolore se non il dolore dentro il mio cuore. Questo è un terribile dolore mortale. Sono disposto che sia così, e se Dio vuole, morirò di esso. Allora non posso morire in qualche altro modo, senza il consenso di Dio? Sì, se mi lascerà legare questo cappio attorno al collo. Penso di poter costringere la morte, anche contro la sua volontà, a prendersi la mia vita. La morte, che brama solo coloro che la temono, non verrà da me; ma la mia cintura la porterà entro il mio potere, e non appena sarà mia, eseguirà il mio desiderio. Ma, in verità, arriverà troppo tardi per me, poiché bramo averla ora!" Poi indugia ed esita non oltre, ma aggiusta la sua testa dentro il cappio finché non riposa attorno al suo collo; e affinché non manchi di farsi del male, fissa l'estremità della cintura strettamente attorno all'arcione della sella, senza attirare l'attenzione di nessuno. Poi si lasciò scivolare a terra, intendendo che il suo cavallo lo trascinasse finché non fosse senza vita, poiché disdegna di vivere un'altra ora. Quando coloro che cavalcano con lui lo vedono caduto a terra, suppongono che sia svenuto, poiché nessuno vede il cappio che si era attaccato attorno al collo. Subito lo presero tra le loro braccia e, sollevandolo, trovarono il cappio che aveva messo attorno al collo e col quale cercava di uccidersi. Tagliarono rapidamente il cappio; ma il cappio aveva ferito così tanto la sua gola che per qualche tempo non poté parlare; le vene del suo collo e della gola sono quasi spezzate. Ora non poteva farsi del male, anche se avesse voluto farlo; tuttavia, è addolorato che abbiano messo le mani su di lui, e brucia quasi di rabbia, poiché volentieri si sarebbe ucciso se nessuno avesse notato per caso. E ora che non può farsi del male, grida: "Ah, vile e svergognata morte! Per l'amor di Dio, perché non hai avuto il potere e la forza di uccidermi prima che la mia signora morisse? Suppongo sia perché non ti sei degnata di fare ciò che potrebbe essere una gentile azione. Se mi hai risparmiato, deve essere attribuito alla tua malvagità. Ah, che sorta di servizio e gentilezza è quella! Come li hai impiegati bene qui! Una maledizione su chi ti ringrazia o prova gratitudine per un tale servizio! Non so chi sia più mio nemico: la vita, che mi trattiene, o la morte, che non vuole uccidermi. Ognuna mi tormenta mortalmente; e mi sta bene, che Dio mi aiuti, che a dispetto di me stesso io debba ancora continuare a vivere. Poiché avrei dovuto uccidermi non appena la mia signora la Regina mi ha mostrato il suo odio; non lo ha fatto senza causa, ma aveva qualche buona ragione, sebbene io non sappia quale sia. E se avessi saputo quale fosse prima che la sua anima andasse a Dio, le avrei fatto ammende così ricche da piacerle e ottenere la sua pietà. Dio! Quale può essere stato il mio crimine? Penso che debba aver saputo che sono salito sul carro. Non so quale altra causa possa avere per incolparmi. Questo è stato la mia rovina. Se questa è la ragione del suo odio, Dio! Che male poteva fare questo crimine? Chiunque mi rimproverasse per un tale atto non ha mai saputo cosa sia l'amore, poiché nessuno potrebbe menzionare nulla che, se mosso dall'amore, dovrebbe essere trasformato in un rimprovero. Piuttosto, tutto ciò che uno può fare per la sua innamorata deve essere considerato come un pegno del suo amore e della sua cortesia. Eppure, non l'ho fatto per la mia 'innamorata'. Non so con quale nome chiamarla, se 'innamorata' o no. Non oso chiamarla con questo nome. Ma penso di sapere questo dell'amore: che se lei mi amasse, non dovrebbe stimarmi meno per questo crimine, ma piuttosto chiamarmi il suo vero amante, in quanto ho considerato un onore fare tutto ciò che l'amore mi chiedeva di fare, persino salire su un carro. Dovrebbe attribuire questo all'amore; e questa è una prova certa che l'amore prova così i suoi devoti e impara così chi è veramente suo. Ma questo servizio non è piaciuto alla mia signora, come ho scoperto dal suo volto. Eppure il suo amante ha fatto per lei ciò per cui molti lo hanno vergognosamente rimproverato e biasimato, sebbene lei ne sia stata la causa; e molti mi biasimano per la parte che ho giocato, e hanno trasformato la mia dolcezza in amarezza. In verità, tale è l'usanza di coloro che sanno così poco dell'amore, che persino l'onore lavano nella vergogna. Ma chiunque immerga l'onore nella vergogna, non lo lava, ma piuttosto lo sporca. Ma loro, che lo maltrattano così, sono del tutto ignoranti dell'amore; e chi non teme i suoi comandi si vanta di essere molto superiore a lui. Poiché indubbiamente sta bene chi obbedisce ai comandi dell'amore, e tutto ciò che fa è perdonabile, ma è un codardo chi non osa".

Così Lancillotto fa il suo lamento, e i suoi uomini stanno addolorati al suo fianco, tenendolo e sorvegliandolo. Poi arriva la notizia che la Regina non è morta. A quel punto Lancillotto si consola subito, e se il suo dolore per la morte di lei era stato prima intenso e profondo, ora la sua gioia per la sua vita era centomila volte più grande. E quando giunsero a sei o sette leghe dal castello dove si trovava Re Bademagu, gli fu data la lieta notizia di Lancillotto, di come fosse vivo e stesse arrivando sano e salvo, e questa notizia il re fu felice di sentire. Fece una cosa molto cortese andando subito ad avvertire la Regina. E lei risponde: "Bel signore, poiché lo dite voi, credo sia vero, ma vi assicuro che, se fosse morto, non sarei mai più felice. Tutta la mia gioia sarebbe troncata, se un cavaliere fosse stato ucciso al mio servizio".

Poi il re la lascia, e la Regina brama ardentemente l'arrivo del suo amante e della sua gioia. Non ha alcun desiderio questa volta di serbargli alcun rancore. Ma la voce, che non riposa mai ma corre sempre incessantemente, raggiunge di nuovo la Regina al fatto che Lancillotto si sarebbe ucciso per causa sua, se ne avesse avuto l'occasione. Lei è felice al pensiero che ciò sia vero, ma non avrebbe voluto che fosse successo per nulla al mondo, poiché il suo dolore sarebbe stato troppo grande. A quel punto Lancillotto arrivò in fretta. Non appena il re lo vede, corre a baciarlo e abbracciarlo. Si sente come se dovesse volare, trasportato dalla leggerezza della sua gioia. Ma la sua soddisfazione è troncata da coloro che avevano preso e legato il suo ospite, e il re dice loro che sono arrivati in un'ora malvagia, poiché saranno tutti uccisi e confusi. Allora risposero che pensavano che lui lo avrebbe voluto. "Sono io quello che avete insultato nel fare il vostro piacere. Lui non ha ragione di lamentarsi", risponde il re; "non lo avete svergognato affatto, ma solo me che lo stavo proteggendo. Comunque la si guardi, la vergogna è mia. Ma se mi scappate ora, non vedrete alcuno scherzo in questo". Quando Lancillotto sente la sua ira, fa ogni sforzo per fare pace e sistemare le cose; quando i suoi sforzi hanno avuto successo, il re lo porta via a vedere la Regina. Questa volta la Regina non abbassò gli occhi a terra, ma andò incontro a lui allegramente, onorandolo quanto più poteva, e facendolo sedere al suo fianco. Poi parlarono a lungo insieme di tutto ciò che era nei loro cuori, e l'amore fornì loro così tanto da dire che gli argomenti non mancarono. E quando Lancillotto vede quanto bene si trova, e che tutto ciò che dice trova favore presso la Regina, le dice in confidenza: "Signora, mi meraviglio grandemente perché mi abbiate accolto con tale volto quando mi avete visto l'altro ieri, e perché non abbiate voluto dire una parola a me: sono quasi morto per il colpo che mi avete dato, e non ho avuto il coraggio di osare interrogarvi su di esso, come ora mi avventuro a fare. Sono pronto ora, signora, a fare ammenda, quando mi avrete detto quale sia stato il crimine che mi ha causato tale angoscia". Allora la Regina risponde: "Cosa? Non avete esitato per vergogna a salire sul carro? Avete mostrato di essere riluttante a salire, quando avete esitato per ben due passi. Questa è la ragione per cui non ho voluto né rivolgervi la parola né guardarvi". "Che Dio mi salvi di nuovo da un tale crimine", risponde Lancillotto, "e che Dio non mi mostri alcuna pietà, se non avevate del tutto ragione! Per l'amor di Dio, signora, accettate le mie ammende subito, e ditemi, per l'amor di Dio, se potete mai perdonarmi". "Amico, sei del tutto perdonato", risponde la Regina; "ti perdono volentieri". "Grazie per questo, signora", dice poi; "ma non posso dirvi qui tutto ciò che vorrei dire; vorrei parlare con voi più a mio agio, se possibile". Allora la Regina indica una finestra con lo sguardo piuttosto che col dito, e dice: "Venite attraverso il giardino stanotte e parlate con me a quella finestra, quando tutti all'interno saranno andati a dormire. Non sarete in grado di entrare: io sarò dentro e voi fuori: ottenere l'ingresso sarà impossibile. Sarò in grado di toccarvi solo con le mie labbra o la mano, ma, se volete, resterò lì fino al mattino per amore vostro. I nostri corpi non possono essere uniti, poiché vicino a me nella mia stanza giace Kay il siniscalco, che soffre ancora per le sue ferite. E la porta non è aperta, ma è chiusa strettamente e ben sorvegliata. Quando verrete, fate attenzione che nessuno spia vi colga con lo sguardo". "Signora", dice lui, "se posso farci qualcosa, nessuna spia mi vedrà che possa pensare o parlare male di noi". Allora, avendo concordato questo piano, si separano molto gioiosamente.

Lancillotto lasciò la stanza in uno stato di tale felicità che ogni suo passato affanno fu dimenticato. Ma era così impaziente che giungesse la notte che la sua irrequietezza fece sembrare il giorno più lungo di cento giorni ordinari o di un intero anno. Se solo fosse giunta la notte, si sarebbe recato volentieri al luogo dell'appuntamento. La notte, oscura e tetra, ebbe infine la meglio nella sua lotta contro il giorno, lo avvolse nel suo manto e lo ripose sotto il suo velo. Quando vide la luce del giorno oscurarsi, finse di essere stanco e logoro, e disse che, date le sue prolungate veglie, aveva bisogno di riposo. Voi, che avete fatto lo stesso, potete ben comprendere e intuire che finge di essere stanco e va a letto per ingannare la gente della casa; ma del suo letto non gli importava nulla, né vi avrebbe cercato riposo per alcun motivo, poiché non avrebbe potuto farlo e non avrebbe osato, e inoltre non avrebbe desiderato possedere il coraggio o la forza per farlo. Presto si alzò con cautela, e fu lieto di scoprire che nessuna luna o stella brillava, e che nella casa non ardeva candela, lampada o lanterna. Così uscì e si guardò intorno, ma non vi era nessuno a vegliare su di lui, poiché tutti credevano che avrebbe dormito nel suo letto per tutta la notte. Senza scorta né compagnia, uscì rapidamente nel giardino, non incontrando nessuno lungo la via, e ebbe la fortuna di scoprire che una parte del muro del giardino era recentemente crollata. Attraverso questa breccia passa rapidamente e procede verso la finestra, dove si ferma, facendo bene attenzione a non tossire o starnutire, finché la Regina non arriva indossando una camicia bianchissima. Non portava mantello o veste, ma si era gettata addosso una corta cappa di panno scarlatto e pelliccia di toporagno. Non appena Lancillotto vide la Regina appoggiata al davanzale della finestra dietro le grandi sbarre di ferro, la onorò con un cortese saluto. Lei ricambiò prontamente il suo saluto, poiché lui desiderava lei, e lei lui. Il loro parlare e conversare non riguardano affari volgari o noiosi. Si avvicinano l'uno all'altro, finché ciascuno tiene la mano dell'altro. Ma sono così angosciati dal non poter giungere a una unione più completa, che maledicono le sbarre di ferro. Allora Lancillotto afferma che, con il consenso della Regina, entrerà per stare con lei, e che le sbarre non possono tenerlo fuori. E la Regina risponde: "Non vedi quanto le sbarre siano rigide da piegare e difficili da rompere? Non potresti mai torcerle, tirarle o trascinarle così da smuoverne una". "Signora", dice lui, "non temete per questo. Ci vorrebbe ben altro che queste sbarre per tenermi fuori. Nulla se non il vostro comando potrebbe ostacolare il mio potere di venire da voi. Se vorrete concedermi il vostro permesso, la via si aprirà davanti a me. Ma se non è vostro piacere, allora la via è così ostruita che non potrei assolutamente passare". "Certamente", dice lei, "acconsento. La mia volontà non deve frapporsi al vostro cammino; ma dovete attendere che io mi ritiri di nuovo a letto, così che nessun danno possa venirvi, poiché non sarebbe uno scherzo o una burla se il siniscalco, che dorme qui, dovesse svegliarsi sentendovi. Perciò è meglio che io mi ritiri, poiché non ne verrebbe nulla di buono se dovesse vedermi qui in piedi". "Andate dunque, signora", risponde lui; "ma non temete che io faccia alcun rumore. Penso di poter estrarre le sbarre così dolcemente e con così poco sforzo che nessuno verrà svegliato".

Poi la Regina si ritira, e lui si prepara a smuovere la finestra. Afferrando le sbarre, le tira e le divelle finché non le fa piegare e le trascina via dai loro posti. Ma il ferro era così tagliente che l'estremità del suo mignolo fu tagliata fino al nervo, e la prima articolazione dell'indice fu lacerata; ma colui che è intento a qualcos'altro non prestò alcuna attenzione alle sue ferite o al sangue che scorreva. Sebbene la finestra non sia bassa, Lancillotto vi passa attraverso rapidamente e facilmente. Per prima cosa trova Kay addormentato nel suo letto, poi giunge al letto della Regina, che adora e davanti alla quale si inginocchia, tenendola più cara della reliquia di qualsiasi santo. E la Regina gli tende le braccia e, abbracciandolo, lo stringe forte contro il suo seno, attirandolo nel letto accanto a sé e mostrandogli ogni possibile soddisfazione; il suo amore e il suo cuore vanno a lui. È l'amore che la spinge a trattarlo così; e se lei prova un grande amore per lui, lui ne prova cento mila volte tanto per lei. Poiché non c'è affatto amore negli altri cuori rispetto a quello che c'è nel suo; nel suo cuore l'amore era così completamente incarnato che era avaro verso tutti gli altri cuori. Ora Lancillotto possiede tutto ciò che vuole, quando la Regina cerca volontariamente la sua compagnia e il suo amore, e quando lui la tiene tra le braccia, e lei tiene lui nelle sue. Il loro gioco è così gradevole e dolce, mentre si baciano e si accarezzano, che in verità una gioia così meravigliosa li pervade come non fu mai udita o conosciuta. Ma la loro gioia non sarà rivelata da me, poiché in una storia, non ha posto. Eppure, la soddisfazione più scelta e deliziosa fu precisamente quella di cui la nostra storia non deve parlare. Quella notte la gioia e il piacere di Lancillotto furono assai grandi. Ma, con suo dolore, giunge il giorno in cui deve lasciare il fianco della sua dama. Gli costò tale pena lasciarla che soffrì la vera agonia di un martire. Il suo cuore ora resta dove rimane la Regina; non ha il potere di portarlo via, poiché trova tale piacere nella Regina che non ha alcun desiderio di lasciarla: così il suo corpo va, e il suo cuore resta. Ma abbastanza del suo corpo rimane indietro per macchiare e sporcare le lenzuola con il sangue che è caduto dalle sue dita. Pieno di sospiri e lacrime, Lancillotto se ne va in grande angoscia. Si addolora che nessun momento sia fissato per un altro incontro, ma non può essere. Con rammarico se ne va dalla finestra attraverso la quale era entrato così felicemente. Era così gravemente ferito alle dita che erano in cattivo stato; eppure raddrizzò le sbarre e le rimise al loro posto, così che da nessuna parte, né davanti né dietro, era evidente che qualcuno avesse estratto o piegato alcuna delle sbarre. Quando lascia la stanza, si inchina e agisce precisamente come se fosse davanti a un santuario; poi se ne va con il cuore pesante, e raggiunge i suoi alloggi senza essere riconosciuto da nessuno. Si getta nudo sul suo letto senza svegliare nessuno, e allora per la prima volta si sorprende a notare i tagli alle dita; ma non se ne preoccupa affatto, poiché è ben sicuro che la ferita sia stata causata dal trascinare le sbarre della finestra dal muro. Pertanto non era affatto preoccupato, poiché avrebbe preferito avere entrambe le braccia trascinate via dal corpo piuttosto che non entrare dalla finestra. Ma sarebbe stato molto arrabbiato e angosciato, se si fosse così ferito e lacerato in qualsiasi altra circostanza.

Al mattino, all'interno della sua stanza con le tende, la Regina era caduta in un sonno leggero; non aveva notato che le sue lenzuola erano macchiate di sangue, ma le supponeva perfettamente bianche, pulite e presentabili. Ora Meleagant, non appena fu vestito e pronto, andò nella stanza dove giaceva la Regina. La trova sveglia, e vede le lenzuola macchiate di fresche gocce di sangue, dopodiché dà una gomitata ai suoi compagni e, sospettoso di qualche malefatta, guarda il letto di Kay il siniscalco, e vede che anche le sue lenzuola sono macchiate di sangue, poiché dovete sapere che nella notte le sue ferite avevano ricominciato a sanguinare. Allora disse: "Signora, ora ho trovato la prova che desideravo. È verissimo che qualsiasi uomo è uno sciocco a cercare di confinare una donna: spreca i suoi sforzi e le sue pene. Chi cerca di tenerla sotto guardia la perde prima dell'uomo che non si cura di lei. Una bella guardia, davvero, è stata tenuta da mio padre, che vi sta sorvegliando per mio conto! È riuscito a tenervi lontana da me, ma, a dispetto di lui, Kay il siniscalco vi ha guardata la scorsa notte, e ha fatto ciò che ha voluto con voi, come può essere facilmente provato". "Cosa è questo?", chiede lei. "Dato che devo parlare, trovo sangue sulle vostre lenzuola, che prova il fatto. Lo so e posso provarlo, perché trovo sia sulle vostre lenzuola che sulle sue il sangue che è uscito dalle sue ferite: la prova è molto forte". Allora la Regina vide su entrambi i letti le lenzuola insanguinate, e meravigliata, arrossì di vergogna e disse: "Che Dio mi aiuti, questo sangue che vedo sulle mie lenzuola non è mai stato portato qui da Kay, ma il mio naso ha sanguinato durante la notte, e suppongo debba essere dal mio naso". Dicendo ciò, pensa di dire la verità. "Per la mia testa", dice Meleagant, "non c'è nulla in quello che dite. Giurare non serve a nulla, perché siete stata colta in flagrante, e la verità sarà presto provata". Poi disse alle guardie che erano presenti: "Signori, non muovetevi, e fate in modo che le lenzuola non siano tolte dal letto finché io non torni. Voglio che il re mi renda giustizia, non appena avrà visto la verità". Poi cercò finché non lo trovò, e cadendo ai suoi piedi, disse: "Sire, venite a vedere ciò che non siete riuscito a custodire. Venite a vedere la Regina, e vedrete le certe meraviglie che io ho già visto e testato. Ma, prima di andare, vi prego di non mancare di essere giusto e retto verso di me. Sapete bene a quale pericolo mi sono esposto per la Regina; tuttavia, non siete mio amico e la tenete lontana da me sotto guardia. Stamattina sono andato a vederla nel suo letto, e ho notato che Kay giace con lei ogni notte. Sire, per l'amor di Dio, non siate arrabbiato, se sono scontento e se mi lamento. Poiché è molto umiliante per me essere odiato e disprezzato da colei con la quale a Kay è permesso giacere". "Silenzio!", dice il re; "non ci credo". "Allora venite, mio signore, e vedete le lenzuola e lo stato in cui Kay le ha lasciate. Poiché non volete credere alle mie parole, e poiché pensate che io stia mentendo, vi mostrerò le lenzuola e la trapunta coperte di sangue dalle ferite di Kay". "Venite ora", dice il re, "voglio vedere con i miei occhi, e i miei occhi giudicheranno la verità". Allora il re va direttamente nella stanza, dove la Regina si alzò al suo avvicinarsi. Vede che le lenzuola sono macchiate di sangue sia sul letto di lei che su quello di Kay e dice: "Signora, sta andando male ora, se quello che ha detto mio figlio è vero". Poi lei risponde: "Che Dio mi aiuti, mai nemmeno in sogno è stata pronunciata una menzogna così mostruosa. Penso che Kay il siniscalco sia abbastanza cortese e leale da non commettere un tale atto, e inoltre, non espongo il mio corpo al mercato, né lo offro di mia spontanea volontà. Sicuramente, Kay non è l'uomo da farmi una proposta offensiva, e io non ho mai desiderato e non desidererò mai fare una cosa del genere io stessa". "Sire, vi sarò molto obbligato", dice Meleagant a suo padre, "se Kay sarà fatto espiare per questo oltraggio, e la vergogna della Regina così esposta. Spetta a voi vedere che giustizia sia fatta, e questa giustizia ora richiedo e reclamo. Kay ha tradito il Re Artù, il suo signore, che aveva tale fiducia in lui da affidargli ciò che amava di più al mondo". "Lasciatemi rispondere, sire", dice Kay, "e mi scuserò. Che Dio non abbia pietà della mia anima quando lascerò questo mondo, se mai ho giaciuto con la mia signora! Anzi, preferirei essere morto piuttosto che fare mai al mio signore un torto così brutto, e che Dio non mi conceda mai salute migliore di quella che ho ora ma piuttosto mi uccida sul posto, se un tale pensiero è mai entrato nella mia mente! Ma so che le mie ferite hanno sanguinato profusamente la scorsa notte, e quella è la ragione per cui le mie lenzuola sono macchiate di sangue. Ecco perché vostro figlio sospetta di me, ma sicuramente non ha il diritto di farlo". E Meleagant gli risponde: "Che Dio mi aiuti, i diavoli e i demoni vi hanno tradito. Vi siete troppo surriscaldato la scorsa notte e, come risultato dei vostri sforzi, le vostre ferite hanno indubbiamente sanguinato di nuovo. Non c'è uso che neghiate; possiamo vederlo, ed è perfettamente evidente. È giusto che egli espia per il suo crimine, chi è così chiaramente colto in flagrante. Mai un cavaliere con un nome così nobile commise tali iniquità come questa, e vostra è la vergogna per essa". "Sire, sire", dice Kay al re, "difenderò la Regina e me stesso contro l'accusa di vostro figlio. Mi molesta e mi angoscia, sebbene non abbia motivo di trattarmi così". "Non puoi combattere", risponde il re, "sei troppo malato". "Sire, se lo permetterete, combatterò con lui, malato come sono, e gli mostrerò che non sono colpevole del crimine che mi imputa". Ma la Regina, avendo segretamente mandato a chiamare Lancillotto, dice al re che presenterà un cavaliere che difenderà il siniscalco, se Meleagant osa insistere con questa accusa. Allora Meleagant disse subito: "Non c'è cavaliere senza eccezione, anche fosse un gigante, che non combatterò finché uno di noi non sarà sconfitto". Allora entrò Lancillotto, e con lui una tale schiera di cavalieri che l'intera sala ne era riempita. Non appena fu entrato, udito da tutti, giovani e vecchi, la Regina raccontò ciò che era accaduto, e disse: "Lancillotto, questo insulto mi è stato fatto da Meleagant. In presenza di tutti coloro che ascoltano le sue parole dice che ho mentito, se tu non lo fai ritrattare. La scorsa notte, ha asserito, Kay ha giaciuto con me, perché ha trovato le mie lenzuola, come le sue, tutte macchiate di sangue; e dice che è riconosciuto colpevole, a meno che non voglia intraprendere la sua difesa, o a meno che qualcun altro non combatta la battaglia per suo conto". Lancillotto dice: "Non avete mai bisogno di usare argomenti con me. Possa non piacere a Dio che né voi né lui siate così screditati! Sono pronto a combattere e a provare fino al limite del mio potere che egli non fu mai colpevole di un tale pensiero. Sono pronto a impiegare la mia forza per suo conto, e a difenderlo contro questa accusa". Allora Meleagant saltò su e disse: "Che Dio mi aiuti, sono compiaciuto e ben soddisfatto di ciò: nessuno pensi che io obietti". E Lancillotto disse: "Mio signore re, sono ben al corrente di cause e leggi, di processi e verdetti: in una questione di veridicità un giuramento dovrebbe essere prestato prima del combattimento". Meleagant risponde subito: "Accetto di prestare giuramento; quindi siano portate le reliquie subito, poiché so bene che ho ragione". E Lancillotto gli risponde: "Che Dio mi aiuti, nessuno che abbia mai conosciuto Kay il siniscalco dubiterebbe della sua parola su un tale punto". Allora chiamano i loro cavalli, e chiedono che le loro armi siano portate. Questo viene fatto prontamente, e quando i valletti li ebbero armati, erano pronti per il combattimento. Poi le sacre reliquie sono portate fuori: Meleagant si fa avanti, con Lancillotto al suo fianco, ed entrambi cadono in ginocchio. Poi Meleagant, posando le mani sulle reliquie, giura senza riserve: "Che Dio e questa sacra reliquia mi aiutino, Kay il siniscalco ha giaciuto con la Regina nel suo letto la scorsa notte e ha avuto il suo piacere con lei". "E io giuro che menti", dice Lancillotto, "e inoltre giuro che egli né ha giaciuto con lei né l'ha toccata. E possa piacere a Dio fare vendetta su colui che ha mentito, e possa Egli portare la verità alla luce! Inoltre, presterò un altro giuramento e giurerò, chiunque possa non gradire o essere dispiaciuto, che se mi sarà permesso di sconfiggere Meleagant oggi, non gli mostrerò alcuna pietà, che Dio e queste reliquie mi aiutino!". Il re non provò alcuna gioia quando udì questo giuramento.

Il re ordinò allora che fossero portate le armi, e Lancillotto fu armato magnificamente. Meleagant, dal canto suo, si fece armare con cura, poiché temeva grandemente Lancillotto. Quando entrambi furono in sella, non attesero né indugiarono, ma si lanciarono l'uno contro l'altro con tale impeto che i cavalli sembravano volare. Si scontrarono con lance robuste, che andarono in frantumi, e l'urto fu così violento che entrambi stramazzarono al suolo. Si rialzarono subito, pronti alla lotta, e iniziarono a colpirsi con le spade sguainate. Non si risparmiarono, ma si assalirono con ira e furore, cercando ciascuno di recare all'altro il maggior danno possibile. Lancillotto, che era un cavaliere d'eccezione, colpiva con tale vigore che ogni suo colpo penetrava profondamente, mentre Meleagant, che non era né così forte né così abile, cominciava a perdere terreno.

Meleagant, vedendosi messo alle strette, cercò di difendersi il meglio che poté, ma Lancillotto lo incalzava senza sosta. Non trascorse molto tempo che Lancillotto, con un colpo possente, fece cadere l'elmo di Meleagant e, approfittando del vantaggio, lo colpì sul capo, facendolo vacillare. Meleagant, sentendosi perduto, cercò di ritirarsi, ma Lancillotto non glielo permise. Lo inseguì e, con un colpo formidabile, lo costrinse a inginocchiarsi. Il re, vedendo suo figlio in tale condizione, non osò intervenire, poiché sapeva bene che Lancillotto era nel giusto. Lancillotto, vedendo Meleagant ormai incapace di difendersi, sollevò la spada e, con un colpo preciso, gli recise la testa, ponendo fine alla sua vita e alla sua tracotanza.

Tutta la corte, alla vista di tale esito, esultò di gioia. La Regina, che aveva assistito al duello con grande trepidazione, non poté trattenere le lacrime di sollievo. Il re Bademagu, sebbene addolorato per la morte del figlio, riconobbe la giustizia di quel verdetto e rese onore a Lancillotto. Lancillotto, dopo aver compiuto la sua vendetta, si avvicinò alla Regina e, inginocchiatosi davanti a lei, la ringraziò per la sua costanza. La Regina, con voce tremante, lo accolse con gioia e gli promise il suo eterno favore. Così, Lancillotto fu liberato da ogni accusa e la verità, come egli aveva predetto, fu finalmente rivelata a tutti coloro che avevano dubitato di lui.

Il re, volendo onorare Lancillotto, ordinò che si preparasse un grande banchetto per celebrare la vittoria. Lancillotto, tuttavia, non desiderava altro che tornare al suo signore, Re Artù. La Regina, comprendendo il suo desiderio, acconsentì alla sua partenza, pur con grande tristezza nel cuore. Lancillotto partì dunque, accompagnato dalla stima di tutti, e cavalcò fino a giungere alla corte di Re Artù. Quando il Re seppe del suo ritorno, ne fu immensamente felice e lo accolse con grandi onori. Lancillotto, dopo aver narrato le sue avventure e le peripezie vissute, si ritirò nel riposo, sapendo di aver compiuto il suo dovere di cavaliere. E così ebbe termine la storia di Lancillotto e della sua prova d'amore, che rimane ancora oggi cantata dai menestrelli in ogni terra.

Secondo il suo desiderio, Lancillotto giura per la Santa Chiesa che tornerà senza fallo. E la dama subito gli dona le armi vermiglie del suo signore e il suo cavallo, che era meravigliosamente buono, forte e coraggioso. Egli monta in sella e parte, armato di belle armi nuove, e procede finché giunge a Noauz. Egli abbracciò questa fazione nel torneo e prese alloggio fuori città. Mai uomo così nobile scelse un alloggio così piccolo e dimesso; ma non desiderava alloggiare dove potesse essere riconosciuto. C’erano molti bravi ed eccellenti cavalieri radunati entro le mura. Ma molti di più ve n’erano fuori, poiché tanti erano giunti a causa della presenza della Regina che la quinta parte non avrebbe potuto trovare posto all’interno. Per ogni uomo che vi si sarebbe trovato in circostanze normali, ve n’erano sette che non sarebbero venuti se non per merito della Regina. I baroni erano acquartierati in tende, capanni e padiglioni per cinque leghe attorno. Inoltre, era meraviglioso vedere quante gentili dame e donzelle fossero presenti. Lancillotto pose il suo scudo fuori dalla porta del suo alloggio e poi, per stare più comodo, si tolse le armi e si distese su un letto che teneva in scarsa considerazione; poiché era stretto, aveva un materasso sottile ed era coperto da una ruvida tela di canapa. Lancillotto si era gettato sul letto tutto disarmato e, mentre giaceva lì in tale misero stato, ecco! Un uomo entrò in maniche di camicia; era un araldo d’armi, che aveva lasciato la sua sopravveste e le scarpe in taverna come pegno; così giunse correndo a piedi nudi ed esposto al vento. Vide lo scudo appeso fuori dalla porta e lo osservò: ma naturalmente non lo riconobbe, né seppe a chi appartenesse o chi fosse il portatore di esso. Vide la porta della casa spalancata e, entrando, scorse Lancillotto sul letto, e non appena lo vide, lo riconobbe e si fece il segno della croce. Lancillotto gli fece segno e gli ordinò di non parlare di lui ovunque fosse andato, poiché, se avesse rivelato di conoscerlo, sarebbe stato meglio per lui farsi cavare gli occhi o spezzare il collo. "Messer", dice l’araldo, "vi ho sempre tenuto in gran conto e, finché vivrò, non farò mai nulla che possa causarvi dispiacere". Poi corre fuori dalla casa e grida ad alta voce: "Ora è giunto colui che prenderà la misura! Ora è giunto colui che prenderà la misura!". Il tizio grida questo ovunque e la gente accorre da ogni parte a chiedergli quale sia il significato del suo grido. Egli non è così temerario da rispondere loro, ma continua a gridare le stesse parole: "Ora è giunto colui che prenderà la misura!". Questo araldo fu il maestro di noi tutti, quando ci insegnò a usare la frase, poiché fu il primo a farne uso.

Ora la folla era riunita, inclusa la Regina e tutte le dame, i cavalieri e le altre genti, e vi erano molti uomini d’arme ovunque, a destra e a sinistra. Nel luogo in cui si sarebbe tenuto il torneo, c’erano delle grandi tribune di legno a uso della Regina con le sue dame e donzelle. Tali belle tribune non si erano mai viste prima, tanto erano lunghe e ben costruite. Ivi si recarono le dame con la Regina, desiderose di vedere chi avrebbe avuto la meglio o la peggio nel combattimento. I cavalieri arrivano a decine, a ventine e a trentine, qui ottanta e là novanta, qui cento, là ancora di più, e oltre il doppio ancora; cosicché la calca è talmente grande davanti alle tribune e tutt’intorno che decidono di iniziare la giostra. Mentre si radunano, armati e disarmati, le loro lance offrono l’aspetto di un bosco, poiché coloro che sono giunti per lo svago hanno portato così tante lance che non si scorge altro che lance, insegne e stendardi. Coloro che devono prender parte iniziano a giostrare e trovano molti dei loro compagni giunti con lo stesso intento. Altri ancora si preparano a compiere altre imprese di cavalleria. I campi, i prati e le terre a riposo sono così pieni di cavalieri che è impossibile stimare quanti ve ne siano. Ma non v’era segno di Lancillotto in questo primo raduno di cavalieri; ma più tardi, quando entrò nel mezzo del campo, l’araldo lo vide e non poté trattenersi dal gridare: "Miratelo, colui che prenderà la misura! Miratelo, colui che prenderà la misura!". E la gente gli chiede chi sia, ma egli non vuole rivelare loro nulla.

Quando Lancillotto entrò nel torneo, valeva quanto venti dei migliori, e cominciò a combattere così valorosamente che nessuno poteva distogliere gli occhi da lui, ovunque si trovasse. Dalla parte di Pomelegloi c’era un cavaliere coraggioso e valoroso, e il suo cavallo era vivace e più veloce di un cervo selvatico. Era il figlio del re d’Irlanda, e combatteva bene e con grazia. Ma il cavaliere ignoto piaceva loro cento volte di più. Meravigliati, tutti si affrettano a chiedere: "Chi è questo cavaliere che combatte così bene?". E la Regina chiamò in disparte una damigella scaltra e saggia e le disse: "Damigella, dovete portare un messaggio, e fatelo in fretta e con poche parole. Scendete dalla tribuna e avvicinatevi a quel cavaliere dallo scudo vermiglio, e ditegli in segreto che gli ordino di fare il suo 'peggio'". Ella va in fretta, e con intelligenza esegue il comando della Regina. Cercò il cavaliere finché non gli fu vicino; poi gli disse con prudenza e a voce così bassa che nessuno tra i presenti potesse udire: "Sire, la mia signora la Regina vi manda a dire per mio tramite che dovete fare il vostro 'peggio'". Quando egli udì ciò, rispose: "Molto volentieri", come uno che è tutto suo. Poi si scaglia contro un altro cavaliere con tutta la forza che il suo cavallo può portare, e manca il colpo che avrebbe dovuto colpirlo. Da quel momento fino al calar della sera continuò a fare il peggio possibile secondo il desiderio della Regina. Ma l'altro, che combatteva con lui, non mancò il colpo, ma lo colpì con tale violenza che ne fu maltrattato. Dopodiché si diede alla fuga, e da allora non voltò mai più la testa del suo cavallo verso alcun cavaliere, e dovesse pure morirne, non avrebbe mai fatto nulla se non vedendovi la sua vergogna, la sua disgrazia e il suo disonore; finge persino di aver paura di tutti i cavalieri che passano avanti e indietro. E proprio i cavalieri che in precedenza lo stimavano ora gli scagliavano scherni e frecciate. E l'araldo che aveva detto: "Li batterà tutti a turno!" è assai abbattuto e sconcertato quando ode i commenti sprezzanti di coloro che gridano: "Amico, non dire altro! Costui non prenderà più la misura di nessuno. Ha misurato così tanto che il suo metro è rotto, di cui tanto ti sei vantato con noi". Molti dicono: "Che cosa ha intenzione di fare? Era così coraggioso poco fa; ma ora è così vile che non c'è cavaliere che osi affrontare. La causa del suo primo successo deve essere stata che non si era mai cimentato in armi prima, ed è stato così coraggioso al suo primo attacco che il cavaliere più esperto non ha osato resistergli, poiché combatteva come un uomo selvaggio. Ma ora ha imparato così tanto delle armi che non vorrà mai più portarle per tutta la vita. Il suo cuore non può più sopportare il pensiero, poiché non c'è nulla di più vile del suo cuore". E la Regina, mentre lo osserva, è felice e ben compiaciuta, poiché sa molto bene, sebbene non lo dica, che questo è sicuramente Lancillotto. Così per tutto il giorno fino a sera recitò la sua parte di codardo, e nel tardo pomeriggio si separarono. Al momento del congedo ci fu una grande discussione su chi avesse fatto meglio. Il figlio del re d’Irlanda pensa che senza dubbio o contraddizione egli abbia tutta la gloria e la fama. Ma si sbaglia gravemente, poiché c'erano molti altri bravi quanto lui. Persino il cavaliere vermiglio piacque alle più belle e gentili tra le dame e le damigelle, che lo avevano guardato più di ogni altro cavaliere, poiché avevano notato quanto bene avesse combattuto all'inizio, e quanto eccellente e coraggioso fosse stato; poi era diventato così vile da non osare affrontare un solo cavaliere, e persino il peggiore di loro poteva sconfiggerlo e catturarlo a piacimento. Ma cavalieri e dame concordarono tutti che l'indomani sarebbero tornati alla lizza, e le damigelle avrebbero scelto come loro signori coloro che avessero guadagnato onore nel combattimento di quel giorno: su questo accordo si trovano tutti d'accordo. Poi si voltano verso i loro alloggi, e quando furono tornati, qua e là gli uomini cominciarono a dire: "Che fine ha fatto il peggiore, il più vile e disprezzato dei cavalieri? Dove è andato? Dove si è nascosto? Dove deve essere trovato? Dove lo cercheremo? Probabilmente non lo vedremo mai più. Poiché è stato scacciato dalla codardia, di cui è così ricolmo che non c'è codardo più grande al mondo di lui. E non ha torto, poiché un codardo è cento volte più a suo agio di un valoroso uomo d'arme. La codardia è facile da pregare, e questo è il motivo per cui le ha dato il bacio di pace e ha preso da lei tutto ciò che aveva da dare. Il coraggio non si è mai umiliato così tanto da alloggiare nel suo petto o prendere alloggio vicino a lui. Ma la codardia è interamente alloggiata con lui, e lei ha trovato un ospite che la onorerà e la servirà così fedelmente che è disposto a rinunciare al proprio buon nome per il suo". Così bisticciano tutta la notte, gareggiando tra loro nella calunnia. Ma spesso un uomo ne diffama un altro, pur essendo lui stesso molto peggiore dell'oggetto della sua colpa e del suo disprezzo. Così, ognuno diceva ciò che voleva su di lui. E quando spuntò il giorno successivo, tutto il popolo si preparò e tornò al luogo della giostra. La Regina era di nuovo sulla tribuna, accompagnata dalle sue dame e damigelle e da molti cavalieri senza le loro armi, che erano stati catturati o sconfitti, e questi spiegavano loro le insegne araldiche dei cavalieri che stimavano di più. Così parlano tra loro: "Vedete quel cavaliere laggiù con una banda dorata attraverso il mezzo del suo scudo rosso? Quello è Governauz di Roberdic. E vedete quell'altro, che ha un'aquila e un drago dipinti fianco a fianco sul suo scudo? Quello è il figlio del Re d'Aragona, che è venuto in questa terra in cerca di gloria e fama. E vedete quello accanto a lui, che spinge e giostra così bene, portando uno scudo con un leopardo dipinto su fondo verde su una parte, e l'altra metà è azzurra? Quello è Ignaures il benamato, un amante egli stesso e gioviale. E colui che porta lo scudo con i fagiani ritratti becco a becco è Coguillanz di Mautirec. Vedete quei due fianco a fianco, con i loro destrieri pomellati e scudi dorati che mostrano leoni neri? Uno si chiama Semiramis, e l'altro è il suo compagno; i loro scudi sono dipinti allo stesso modo. E vedete quello che ha uno scudo con un cancello dipinto su di esso, attraverso il quale un cervo sembra passare? Quello è Re Ider, in verità". Così parlano su in tribuna. "Quello scudo è stato fatto a Limoges, da dove è stato portato da Pilades, che è molto ardente e desideroso di essere sempre nella mischia. Quello scudo, la briglia e il pettorale sono stati fatti a Tolosa, e sono stati portati qui da Kay di Estraus. L'altro proviene da Lione sul Rodano, e non ce n'è di migliore sotto il cielo; per il suo grande merito è stato presentato a Taulas del Deserto, che lo porta bene e si protegge con esso abilmente. Laggiù quello scudo è di fattura inglese ed è stato fatto a Londra; vedete su di esso due rondini che appaiono come se stessero per volare; eppure non si muovono, ma ricevono molti colpi dalle lance d'acciaio del Poitou; colui che lo ha è il povero Thoas". Così indicano e descrivono le armi di coloro che conoscono; ma non vedono nulla di colui che avevano tenuto in tale disprezzo, e, non notandolo nella mischia, suppongono che si sia dileguato. Quando la Regina vede che non c'è, sente l'impulso di inviare qualcuno a cercarlo nella folla finché non venga trovato. Non conosce nessuno di meglio da inviare in sua cerca di colei che ieri ha svolto la sua commissione. Quindi, chiamandola subito, le disse: "Damigella, andate a montare il vostro palafreno! Vi mando dallo stesso cavaliere cui vi ho mandato ieri, e cercatelo finché non lo troverete. Non ritardate per alcuna ragione, e ditegli di nuovo di fare il suo 'peggio'. E quando gli avrete dato questo messaggio, notate bene quale risposta vi darà". La damigella non indugia, poiché aveva notato attentamente la direzione che aveva preso la sera prima, sapendo bene che sarebbe stata mandata di nuovo da lui. Si fece strada tra i ranghi finché non vide il cavaliere, a cui ordina subito di fare di nuovo il suo "peggio", se desidera l'amore e il favore della Regina che glielo manda. Ed egli risponde: "I miei ringraziamenti a lei, poiché tale è il suo volere". Poi la damigella se ne andò, e i valletti, i sergenti e gli scudieri iniziano a gridare: "Guardate questa cosa meravigliosa! Quello di ieri con le armi vermiglie è tornato di nuovo. Cosa può volere? Mai al mondo c'è stato un miserabile così vile, spregevole e codardo! È così in potere della codardia che la resistenza è inutile da parte sua". E la damigella ritorna dalla Regina, che la trattenne e non la lasciò andare finché non ebbe udito quale fosse stata la sua risposta; poi gioì di cuore, non sentendo più alcun dubbio che questo sia colui al quale appartiene interamente, ed egli è suo allo stesso modo. Poi ordina alla damigella di tornare in fretta e dirgli che è suo comando e preghiera che egli faccia il suo "meglio"; e dice che andrà subito senza indugio. Scese dalla tribuna dove il suo valletto con il palafreno l'attendeva. Montò e cavalcò finché non trovò il cavaliere, al quale disse subito: "Sire, la mia signora ora manda a dire che dovete fare il 'meglio' che potete!". Ed egli risponde: "Ditele ora che non è mai un peso fare il suo volere, poiché tutto ciò che le piace è la mia delizia". La fanciulla non fu lenta nel riportare questo messaggio, poiché pensa che piacerà e delizierà molto la Regina. Si fece strada il più direttamente possibile verso la tribuna, dove la Regina si alzò e iniziò ad andarle incontro; tuttavia, non scese, ma l'attese in cima ai gradini. E la damigella venne felice del messaggio che doveva portare. Quando ebbe salito i gradini e raggiunto il suo fianco, disse: "Signora, non ho mai visto un cavaliere così cortese, poiché è più che pronto a obbedire a ogni comando che gli inviate, poiché, se si deve sapere la verità, accetta il bene e il male con lo stesso volto". "Davvero", dice la Regina, "ciò potrebbe ben essere". Poi ritorna al balcone per osservare i cavalieri. E Lancillotto senza indugio afferra il suo scudo per le cinghie di cuoio, poiché è acceso e consumato dal desiderio di mostrare il suo valore. Guidando la testa del suo cavallo, lo lascia correre tra due file. Tutti quegli uomini ingannati e illusi, che hanno passato gran parte del giorno e della notte a sommergerlo di ridicolo, saranno presto sconcertati. Per molto tempo hanno avuto il loro sport, le loro battute e il loro divertimento. Il figlio del Re d'Irlanda teneva il suo scudo stretto per le cinghie di cuoio, mentre speronava ferocemente per incontrarlo dalla direzione opposta. Si scontrano con tale violenza che il figlio del re d'Irlanda, avendo spezzato e frantumato la sua lancia, non desidera più il torneo; poiché non fu muschio che colpì, ma tavole dure e secche. In questo incontro Lancillotto gli insegnò uno dei suoi colpi, quando gli fissò lo scudo al braccio, e il suo braccio al fianco, e lo fece cadere dal suo cavallo a terra. Come frecce i cavalieri volano subito fuori, speronando e pungendo da entrambi i lati, alcuni per soccorrere questo cavaliere, altri per aggiungere al suo malessere. Mentre alcuni cercano così di aiutare i loro signori, molte selle rimangono vuote nella contesa e nella mischia. Ma per tutto quel giorno Galvano non prese parte alle armi, sebbene fosse lì con gli altri, poiché provava così tanto piacere nell'osservare le gesta di colui con le armi dipinte di rosso che ciò che gli altri facevano gli sembrava pallido in confronto. E l'araldo si rallegrò di nuovo, mentre gridava ad alta voce affinché tutti potessero sentire: "Qui è giunto qualcuno che prenderà la misura! Oggi vedrete cosa sa fare. Oggi il suo valore apparirà". Poi il cavaliere dirige il suo destriero e sferra un colpo molto abile contro un certo cavaliere, che colpisce così forte da trasportarlo a cento piedi o più lontano dal suo cavallo. Le sue gesta con la spada e la lancia sono così ben eseguite che non c'è nessuno tra gli spettatori che non trovi piacere nell'osservarlo. Molti persino di coloro che portano le armi trovano piacere e soddisfazione in ciò che fa, poiché è un grande spettacolo vedere come fa cadere e rotolare cavalli e cavalieri. Incontra a stento un singolo cavaliere che sia in grado di mantenere il posto, e regala i cavalli che vince a coloro che li desiderano. Poi coloro che si erano fatti beffe di lui dissero: "Ora siamo disonorati e mortificati. È stato un grande errore per noi deridere e vilipendere quest'uomo, poiché egli vale sicuramente mille come noi su questo campo; poiché ha sconfitto e superato tutti i cavalieri del mondo, così che non c'è nessuno ora che si opponga a lui". E le damigelle, che stupite lo osservavano, dissero tutte che egli potrebbe prenderle in sposa; ma non osavano confidare nella loro bellezza o ricchezza, o potere o nobiltà, poiché non per la sua bellezza o ricchezza questo cavaliere senza pari si degnerebbe di sceglierne alcuna. Eppure, la maggior parte di loro è così innamorata di lui che dicono che, a meno che non lo sposino, non saranno date in sposa ad alcun uomo quest'anno. E la Regina, che le sente vantarsi, ride tra sé e si gode il divertimento, poiché sa bene che se tutto l'oro d'Arabia dovesse essergli posto davanti, tuttavia colui che è amato da tutte loro non sceglierebbe la migliore, la più bella o la più affascinante del gruppo. Un desiderio è comune a tutte loro: ognuna desidera averlo come suo sposo. L'una è gelosa dell'altra, come se fosse già sua moglie; e tutto questo perché lo vedono così abile che a loro parere nessun uomo mortale potrebbe compiere gesta tali come quelle che ha compiuto lui. Fece così bene che quando giunse il momento di lasciare la lizza, ammisero liberamente da entrambe le parti che nessuno aveva eguagliato il cavaliere dallo scudo vermiglio. Tutti dissero questo, ed era vero. Ma quando se ne andò, lasciò cadere il suo scudo, la lancia e le bardature dove vide la calca più fitta, poi cavalcò via frettolosamente con tale segretezza che nessuno di tutto l'esercito notò che era scomparso. Ma andò dritto al luogo da cui era venuto, per mantenere il suo giuramento. Quando il torneo si sciolse, tutti cercarono e chiesero di lui, ma senza successo, poiché era fuggito via, non avendo alcun desiderio di essere riconosciuto. I cavalieri sono delusi e afflitti, poiché avrebbero gioito di averlo lì. Ma se i cavalieri erano addolorati per essere stati abbandonati così, ancora più grande fu il dolore delle damigelle quando seppero la verità, e affermarono per San Giovanni che non si sarebbero sposate affatto quell'anno. Se non possono avere colui che amano veramente, allora tutti gli altri possono essere congedati. Così il torneo fu aggiornato senza che nessuna di loro scegliesse un marito. Nel frattempo Lancillotto senza indugio si reca alla sua prigione. Ma il siniscalco arrivò due o tre giorni prima di Lancillotto, e chiese dove fosse. E sua moglie, che aveva dato a Lancillotto le sue belle e ben equipaggiate armi vermiglie, così come il suo finimento e il suo cavallo, disse la verità al siniscalco: come lo avesse mandato dove c'erano state le giostre al torneo di Noauz. "Signora", risponde il siniscalco, "non avreste potuto fare davvero nulla di peggio di così. Senza dubbio, ne pagherò le conseguenze, poiché il mio signore Meleagant mi tratterà peggio di quanto la legge dei naufraghi mi tratterebbe se fossi un marinaio in difficoltà. Sarò ucciso o bandito non appena udrà la notizia, e non avrà alcuna pietà per me". "Bel sire, non siate ora sgomento", disse la dama; "non c'è motivo per la paura che provate. Non c'è possibilità della sua detenzione, poiché mi ha giurato sui santi che sarebbe tornato il prima possibile".

Poi il siniscalco monta in sella e, giunto dal suo signore, gli racconta l'intera storia dell'episodio; ma allo stesso tempo, lo rassicura enfaticamente, raccontando come sua moglie avesse ricevuto il suo giuramento che sarebbe tornato alla sua prigione. "Non infrangerà la sua parola, lo so", dice Meleagant: "e tuttavia sono molto dispiaciuto per ciò che vostra moglie ha fatto. Non per nulla al mondo avrei voluto che fosse presente a quel torneo. Ma tornate ora, e fate in modo che, quando tornerà, sia sorvegliato così strettamente che non sfugga dalla sua prigione o abbia alcuna libertà di corpo: e mandatemi subito notizia". "I vostri ordini saranno obbediti", dice il siniscalco. Poi se ne va e trova Lancillotto tornato come prigioniero nel suo cortile. Un messaggero, inviato dal siniscalco, corre subito da Meleagant, informandolo del ritorno di Lancillotto. Quando udì questa notizia, prese muratori e carpentieri che controvoglia o di loro spontanea volontà eseguirono i suoi comandi. Convocò i migliori artigiani della terra e ordinò loro di costruire una torre, e di sforzarsi di costruirla bene. La pietra fu estratta in riva al mare; poiché vicino a Gorre da questa parte corre un grande e ampio braccio di mare, nel mezzo del quale sorgeva un'isola, come Meleagant ben sapeva. Ordinò che la pietra fosse trasportata fin lì e il materiale per la costruzione della torre. In meno di cinquantasette giorni la torre fu completamente costruita, alta e spessa e ben fondata. Quando fu completata, fece portare Lancillotto lì di notte, e dopo averlo messo nella torre, ordinò che le porte fossero murate, e fece giurare a tutti i muratori che non avrebbero mai proferito una parola su questa torre. Era suo volere che fosse così sigillata, e che nessuna porta o apertura rimanesse, tranne una piccola finestra. Qui Lancillotto fu costretto a restare, e gli davano cibo povero e scarso attraverso questa piccola finestra a certe ore, come il leale miserabile aveva ordinato e comandato loro.

Ora Meleagant ha portato a compimento ogni suo proposito e si reca alla corte di Re Artù: eccolo giunto! E quando fu al cospetto del Re, parlò così con orgoglio e arroganza: "Re, ho fissato una battaglia che dovrà aver luogo alla tua presenza e nella tua corte. Ma non vedo Lancillotto, che accettò di essere il mio antagonista. Tuttavia, come è mio dovere, dinanzi a tutti i presenti qui, mi offro di combattere questa battaglia. E se egli è qui, si faccia ora avanti e accetti di incontrarmi nella vostra corte tra un anno da oggi. Non so se qualcuno vi abbia riferito come fu convenuta questa battaglia. Ma vedo qui cavalieri che furono presenti al nostro accordo e che, se volessero, potrebbero dirvi la verità. Se egli cercasse di negare il vero, non impiegherei alcun mercenario a prendere il mio posto, ma glielo dimostrerei corpo a corpo". La Regina, che sedeva accanto al Re, lo attira a sé dicendo: "Sire, sapete chi è quel cavaliere? È Meleagant, colui che mi rapì mentre ero scortata da Kay il siniscalco; gli procurò molta vergogna e anche danno". E il Re le rispose: "Signora, ho compreso; so bene che è lui colui che tenne la mia gente nell'angoscia". La Regina non dice altro, ma il Re si rivolge a Meleagant: "Amico", dice, "così mi aiuti Dio, siamo molto addolorati poiché non sappiamo nulla di Lancillotto". "Mio signor Re", dice Meleagant, "Lancillotto mi disse che lo avrei certamente trovato qui. In nessun altro luogo se non alla vostra corte devo lanciare la sfida per questa battaglia, e desidero che tutti i vostri cavalieri qui presenti mi facciano testimoni che lo convoco a combattere tra un anno da oggi, come pattuito quando accordammo il duello".

A questo punto il mio signor Galvano si alza, molto afflitto per ciò che ascolta: "Sire, non si sa nulla di Lancillotto in tutta questa terra", dice; "ma invieremo a cercarlo e, se Dio vorrà, lo troveremo ancora, prima che l'anno giunga al termine, a meno che non sia morto o in prigione. E se non apparirà, allora concedete a me la battaglia, e combatterò per lui: mi armerò al posto di Lancillotto, se non farà ritorno prima di quel giorno". "Ah", dice Meleagant, "per l'amor di Dio, mio nobile signor Re, concedetegli il favore. Unisco la mia richiesta al suo desiderio, poiché non conosco cavaliere in tutto il mondo con cui vorrei misurare le mie forze più volentieri, eccetto solo Lancillotto. Ma tenete a mente che, se non combatterò con uno dei due, non accetterò alcuno scambio o sostituzione per l'altro". E il Re dice che ciò è inteso, se Lancillotto non farà ritorno entro il tempo stabilito. Poi Meleagant lasciò la corte reale e viaggiò finché non trovò suo padre, il Re Bademagu. Per apparire coraggioso e degno di considerazione al suo cospetto, iniziò col fare una gran finzione e con l'assumere un'espressione di meravigliosa allegria. Quel giorno il re teneva una gioiosa corte nella sua città di Bade; era il suo compleanno, che celebrava con splendore e generosità, e vi erano molte persone di varia estrazione riunite con lui. Tutto il palazzo era gremito di cavalieri e donzelle, e tra loro vi era la sorella di Meleagant, della quale vi dirò, più avanti, quale sia il mio pensiero e la ragione per cui la menziono qui. Ma non è opportuno che io lo spieghi in questa sede, poiché non voglio confondere o aggrovigliare la mia materia, ma piuttosto trattarla in modo diretto. Ora devo dirvi che Meleagant, udito da tutti, grandi e piccoli, parlò così a suo padre vantandosi: "Padre", dice, "così mi aiuti Dio, ditemi ora sinceramente se non debba essere ben contento, e se non sia veramente coraggioso, colui che riesce a far temere le proprie armi alla corte di Re Artù?" A questa domanda il padre risponde subito: "Figlio", dice, "tutti gli uomini dabbene dovrebbero onorare, servire e cercare la compagnia di chi ha tali meriti". Poi lo lusingò con la richiesta di non celare il motivo per cui ha fatto tale allusione, cosa desideri e da dove provenga. "Sire, non so se ricordiate", esordisce Meleagant, "gli accordi e le clausole che furono registrate quando Lancillotto ed io facemmo pace. Fu allora convenuto, credo, e alla presenza di molti ci fu detto, che ci saremmo dovuti presentare allo scadere di un anno alla corte di Artù. Mi sono recato colà al tempo stabilito, pronto ed equipaggiato per il mio affare. Ho fatto tutto ciò che era stato prescritto: ho chiamato e cercato Lancillotto, con cui dovevo combattere, ma non ho potuto averlo sott'occhio: era fuggito ed era scappato. Quando sono partito, Galvano ha dato la sua parola che, se Lancillotto non è vivo e non fa ritorno entro il tempo stabilito, non sarà chiesto alcun ulteriore rinvio, ma che egli stesso combatterà la battaglia contro di me al posto di Lancillotto. Artù non ha cavaliere, com'è ben noto, la cui fama eguagli la sua, ma prima che i fiori sboccino di nuovo, vedrò, quando verremo alle mani, se la sua fama e le sue gesta sono in accordo: vorrei solo che la cosa fosse risolta ora!" "Figlio", dice il padre, "tu agisci esattamente come un folle. Chiunque, che non lo sapesse prima, può apprendere la tua follia dalle tue stesse labbra. Un cuore buono si umilia veramente, ma lo sciocco e il vantatore non perdono mai la loro stoltezza. Figlio, a te rivolgo le mie parole, poiché i tratti del tuo carattere sono così duri e aridi, che non vi è spazio per la dolcezza o l'amicizia. Il tuo cuore è del tutto spietato: sei completamente in preda alla follia. Questo spiega il mio scarso rispetto per te, e questo è ciò che ti farà cadere. Se sei coraggioso, ci saranno molti uomini a dirlo nel momento del bisogno. Un uomo virtuoso non ha bisogno di lodare il proprio cuore per accrescere la sua gesta; l'azione stessa parlerà in sua lode. Il tuo autoelogio non ti aiuta affatto ad accrescere la stima di alcuno; anzi, ti tengo in minor conto. Figlio, ti ammonisco; ma a che fine? È di scarsa utilità consigliare un folle. Spreca solo le sue forze invano chi tenta di curare la follia di uno sciocco, e la saggezza che si insegna ed espone è inutile, sprecata e inutilizzata, a meno che non sia espressa nelle opere". Allora Meleagant fu gravemente adirato e furioso. Posso dire in verità che non potreste mai vedere un uomo mortale così colmo d'ira come lo fu lui; l'ultimo legame tra loro fu spezzato allora, mentre rivolgeva al padre queste parole sgarbate: "Siete in sogno o in trance, quando dite che sono folle a dirvi come stanno i miei affari? Pensavo di essere venuto da voi come al mio signore e a mio padre; ma non sembra essere il caso, poiché mi insultate più oltraggiosamente di quanto io pensi abbiate diritto di fare; inoltre, non potete dare alcuna ragione per avermi apostrofato così". "Davvero, posso". "Quale, dunque?" "Perché non vedo in te nient'altro che follia e ira. So molto bene com'è il tuo coraggio, e che ti causerà ancora grandi guai. Maledetto colui che suppone che l'elegante Lancillotto, che è stimato da tutti tranne che da te, sia mai fuggito davanti a te per paura. Sono certo che sia sepolto o confinato in qualche prigione la cui porta è sbarrata così strettamente che non può fuggire senza permesso. Sarei certamente profondamente addolorato se fosse morto o in pericolo. Sarebbe certamente troppo grave, se una creatura così splendidamente equipaggiata, così bella, così audace, eppure così serena, dovesse perire così prima del suo tempo. Ma, possa piacere a Dio, questo non è vero". Poi Bademagu non disse altro; ma una sua figlia aveva ascoltato attentamente tutte le sue parole, e dovete sapere che era lei quella che ho menzionato in precedenza nel mio racconto, e che ora non è felice di udire tali notizie di Lancillotto. Le è del tutto chiaro che egli è rinchiuso, poiché nessuno sa alcuna notizia di lui o delle sue peregrinazioni. "Possa Dio non guardarmi mai, se mi darò pace finché non avrò notizie sicure e certe di lui!" Immediatamente, senza fare alcun rumore o disturbo, corre e monta su un bel mulo dall'andatura facile. Ma devo dire che quando lascia la corte, non sa da che parte volgersi. Tuttavia, non chiede consiglio nella sua difficoltà, ma prende la prima strada che trova, e cavalca a caso rapidamente, non accompagnata da cavaliere o scudiero. Nella sua bramosia si affretta a raggiungere l'oggetto della sua ricerca. Con fervore preme in avanti nella sua cerca, ma essa non terminerà presto. Non può riposare o indugiare a lungo in alcun singolo luogo, se desidera portare a compimento il suo piano, di liberare Lancillotto dalla sua prigione, se riesce a trovarlo e se è possibile. Ma a mio parere, prima di trovarlo avrà perlustrato molte terre, dopo molti viaggi e molte ricerche, prima di avere alcuna notizia di lui. Ma a cosa servirebbe raccontarvi dei suoi alloggi e dei suoi viaggi? Infine, viaggiò così lontano attraverso colli e valli, su e giù, che più di un mese era passato, e ancora aveva appreso solo quanto sapeva prima, ovvero assolutamente nulla. Un giorno stava attraversando un campo in uno stato d'animo triste e pensieroso, quando vide in lontananza una torre che sorgeva sulla riva di un braccio di mare. Non vi era, nel raggio di una lega, alcuna casa, capanna o luogo di dimora. Meleagant l'aveva fatta costruire, e vi aveva rinchiuso Lancillotto. Ma di tutto ciò lei era ancora ignara. Non appena scorse la torre, vi fissò la sua attenzione escludendo ogni altra cosa. E il suo cuore le dà la certezza che qui vi sia l'oggetto della sua ricerca; ora finalmente ha raggiunto la sua meta, verso la quale la Fortuna attraverso molte prove l'ha infine diretta.

La donzella si avvicina così tanto alla torre da poterla toccare con le mani. Cammina intorno, ascoltando attentamente, suppongo, se per caso possa udire qualche suono gradito. Guarda in basso e rivolge lo sguardo in alto, e vede che la torre è forte, alta e spessa. Si stupisce nel non vedere alcuna porta o finestra, tranne una piccola apertura stretta. Inoltre, non vi era alcuna scala o gradini attorno a questa torre alta e scoscesa. Per questa ragione presume che sia stata fatta così intenzionalmente, e che Lancillotto sia confinato all'interno. Ma si risolve che, prima di gustare cibo, apprenderà se ciò sia vero o meno. Pensa che chiamerà Lancillotto per nome, ed è in procinto di farlo quando viene distolta dall'udire dalla torre una voce che stava emettendo un lamento meravigliosamente triste mentre invocava la morte. Supplica la morte di venire, e si lamenta di una miseria insopportabile. In disprezzo del corpo e della vita, essa emetteva debolmente, in un tono basso e rauco: "Ah, fortuna, quanto disastrosamente la tua ruota ha girato per me! Mi hai deriso vergognosamente: poco tempo fa ero in alto, ma ora sono in basso; stavo bene di recente, ma ora sono in uno stato deplorevole; non molto tempo fa mi sorridevi, ma ora i tuoi occhi sono colmi di lacrime. Ahimè, povero sciagurato, perché ti sei fidato di lei, quando così presto ti ha abbandonato! Guarda, in pochissimo tempo ti ha scagliato giù dal tuo alto stato! Fortuna, è stato ingiusto da parte tua deridermi così; ma cosa t'importa! Non ti curi di come possa andare a finire. Ah, santa Croce! Ah, Spirito Santo! Quanto sono misero e rovinato! Quanto completamente la mia carriera è stata stroncata! Ah, Galvano, tu che possiedi tale valore, e la cui bontà è senza eguali, sicuramente posso ben stupirmi che tu non venga a soccorrermi. Sicuramente indugi troppo a lungo e non stai mostrando cortesia. Dovrebbe davvero ricevere il tuo aiuto colui che amavi così devotamente! Da parte mia posso dire in verità che non vi è luogo di alloggio o rifugio su entrambi i lati del mare, dove non ti avrei cercato per almeno sette o dieci anni prima di trovarti, se sapessi che sei in prigione. Ma perché mi tormento così? Non ti curi di me nemmeno tanto da prenderti questo disturbo. Il campagnolo ha ragione quando dice che è difficile oggigiorno trovare un amico! È facile provare il vero amico nel momento del bisogno. Ahimè! Più di un anno è passato da quando fui messo per la prima volta dentro questa torre. Mi ferisce, Galvano, che tu mi abbia così a lungo abbandonato! Ma senza dubbio non sai nulla di tutto questo, e non ho motivo di biasimarti. Sì, quando ci penso, deve essere questo il caso, e ho sbagliato di grosso a immaginare una cosa simile; poiché sono certo che non per tutto ciò che il mondo contiene tu e i tuoi uomini avreste mancato di venire a liberarmi da questo guaio e da questa angoscia, se ne foste stati al corrente. Se non per altro motivo, saresti tenuto a farlo per amore verso di me, tuo compagno. Ma è ozioso parlarne, non può essere. Ah, che la maledizione e la dannazione di Dio e di San Silvestro riposino su colui che mi ha rinchiuso così vergognosamente! È l'uomo più vile che esista, questo invidioso Meleagant, a trattarmi più crudelmente possibile!" Poi egli, che sta consumando la sua vita nel dolore, cessa di parlare e si pone in silenzio. Ma quando lei, che stava indugiando alla base della torre, udì ciò che egli diceva, non indugiò, ma agì saggiamente e lo chiamò così: "Lancillotto", il più forte che poté; "amico, lassù, parla a colei che è tua amica!" Ma all'interno egli non udì le sue parole. Allora lei gridò ancora più forte, finché egli nella sua debolezza non la udì debolmente, e si chiese chi potesse chiamarlo. Udì la voce e udì il suo nome pronunciato, ma non sapeva chi lo chiamasse: pensa debba essere uno spirito. Si guarda tutto attorno per vedere, suppongo, se potesse scorgere qualcuno; ma non c'è nulla da vedere se non la torre e se stesso. "Dio", dice, "cos'è ciò che ho udito? Ho udito qualcuno parlare, ma non vedo nulla! Davvero, questo è oltremodo meraviglioso, poiché non dormo, ma sono ben sveglio. Certo, se ciò accadesse in un sogno, lo considererei un'illusione; ma sono sveglio, e perciò sono angosciato". Poi con qualche difficoltà si alza, e con passi lenti e deboli si muove verso la piccola apertura. Una volta lì, scruta attraverso di essa, in alto e in basso e da entrambi i lati. Quando ebbe guardato fuori al meglio che poté, scorse colei che lo aveva chiamato. Non la riconobbe a vista. Ma lei lo riconobbe subito e disse: "Lancillotto, vengo da lontano in cerca di voi. Ora, grazie a Dio, alla fine vi ho trovato. Sono colei che vi chiese un favore mentre eravate in cammino verso il ponte della spada, e voi molto volentieri lo concedeste alla mia richiesta; era la testa che vi chiesi di tagliare al cavaliere vinto che odiavo così tanto. Grazie a questo favore e a questo servizio che mi faceste, mi sono data questo disturbo. Come ricompensa vi libererò di qui". "Donzella, molte grazie a voi", rispose allora il prigioniero; "il servizio che vi feci sarà ben ripagato se sarò rimesso in libertà. Se potrete farmi uscire di qui, prometto e m'impegno ad essere d'ora in avanti sempre vostro, così mi aiuti il santo Apostolo Paolo! E come possa vedere Dio faccia a faccia, non mancherò mai di obbedire ai vostri ordini in accordo con la vostra volontà. Potete chiedere qualsiasi cosa io abbia, e riceverlo senza indugio". "Amico, non abbiate timore che non sarete liberato di qui. Sarete sciolto e reso libero proprio oggi. Non per mille sterline rinuncerei all'aspettativa di vedervi libero prima della data di un altro giorno. Poi vi condurrò in un luogo piacevole, dove potrete riposare e mettervi a vostro agio. Lì avrete tutto ciò che desiderate, qualunque cosa sia. Quindi non abbiate timore. Ma prima devo vedere se riesco a trovare qualche strumento da qualche parte qui attorno con cui possiate allargare questo buco, almeno abbastanza da lasciarvi passare". "Dio conceda che troviate qualcosa", disse, accettando questo piano; "ho molta corda qui dentro, che i bricconi mi hanno dato per tirare su il mio cibo, duro pane d'orzo e acqua sporca, che mi fanno ammalare lo stomaco e il cuore". Poi la figlia di Bademagu cercò e trovò un piccone forte, robusto e affilato, che gli passò. Egli colpì, martellò, percosse e scavò, nonostante il dolore che ciò gli procurava, finché non poté uscire comodamente. Ora è grandemente sollevato e lieto, potete starne certi, di essere fuori di prigione e di allontanarsi dal luogo in cui è stato così a lungo confinato. Ora è libero all'aria aperta. Potete star certi che non tornerebbe indietro, nemmeno se qualcuno radunasse in un mucchio e gli desse tutto l'oro che c'è sparso nel mondo.

Ecco Lancelot ora libero, ma così fiacco che barcollava per la debolezza e l'invalidità. Gentilmente, senza fargli male, ella lo fa sedere dinanzi a sé sul proprio mulo, e poi ripartono rapidamente. Ma la donzella evita deliberatamente la strada maestra, affinché non siano visti, e procede per un sentiero nascosto; poiché se avesse viaggiato allo scoperto, senza dubbio qualcuno li avrebbe riconosciuti e avrebbe fatto loro del male, e lei non avrebbe voluto che ciò accadesse. Evitò dunque i luoghi pericolosi e giunse a una dimora dove spesso soggiorna per la sua bellezza e il suo fascino. L'intera tenuta e la gente che vi abitava appartenevano a lei, e il luogo era ben fornito, sicuro e riservato. Lì giunse Lancelot. E non appena fu arrivato, e si fu tolto le vesti, la donzella lo adagiò gentilmente su un alto e bell'alcova, poi lo bagnò e lo frizionò con tale cura che non potrei descrivere nemmeno la metà delle attenzioni che gli dedicò. Lo maneggiò e lo curò con tanta delicatezza come se fosse stato suo padre. Le sue cure fanno di lui un uomo nuovo, mentre lo ravviva con le sue premure. Ora non è meno bello di un angelo ed è più agile e più vispo di qualsiasi cosa abbiate mai visto. Quando si levò, non era più scabbioso e macilento, ma forte e bello. E la donzella cercò per lui la veste più bella che poté trovare, con la quale lo rivestì quando si alzò. Ed egli fu lieto di indossarla, più rapido di un uccello in volo. Baciò e abbracciò la fanciulla, e poi le disse con grazia: "Mia cara, devo ringraziare solo Dio e voi per essere tornato in salute. Poiché devo a voi la mia libertà, potete prendere e comandare a vostro piacimento il mio cuore e il mio corpo, il mio servizio e i miei beni. Appartengo a voi in cambio di ciò che avete fatto per me; ma è passato molto tempo da quando sono stato alla corte del mio signore Artù, che mi ha dimostrato grande onore; e lì c'è molto da fare per me. Ora, mia dolce gentile amica, vi prego affettuosamente di darmi il congedo; allora, col vostro consenso, mi sentirei libero di partire". "Lancelot, caro, dolce, bel amico, sono ben disposta", dice la donzella; "desidero il vostro onore e il vostro benessere sopra ogni cosa ovunque". Poi gli dona un meraviglioso cavallo che possiede, il miglior cavallo che sia mai stato visto, ed egli vi balza sopra senza nemmeno dire alle staffe "con vostro permesso": era già in sella senza nemmeno pensarci. Poi a Dio, che mai mente, si raccomandano a vicenda con buone intenzioni.

Lancelot era così lieto di essere in cammino che, se dovessi giurare, non potrei mai descrivere la gioia che provava per essere sfuggito alla sua trappola. Ma diceva a se stesso ripetutamente che sciagurato era il traditore, il reprobo, che ora ha ingannato e ridicolizzato, "poiché a dispetto di lui sono fuggito". Poi giura sul cuore e sul corpo di Colui che ha creato il mondo che non per tutte le ricchezze e i tesori da Babilonia a Gand lascerebbe Meleagant fuggire, se mai lo avesse in suo potere: poiché ha troppi danni e vergogne da ringraziarlo! Ma gli eventi volgeranno presto in modo da rendere ciò possibile; poiché questo stesso Meleagant, che minaccia e incalza, era già giunto a corte quel giorno senza essere stato convocato da alcuno; e la prima cosa che fece fu cercare finché non trovò il mio signore Gawain. Poi lo scellerato traditore provato gli chiede di Lancelot, se sia stato visto o trovato, come se lui stesso non conoscesse la verità. A dir il vero, non conosceva la verità, sebbene pensasse di conoscerla abbastanza bene. E Gawain gli disse, come era vero, che non era stato visto, e che non era venuto. "Bene, visto che non lo trovo", dice Meleagant, "venite voi a mantenere la promessa che mi avete fatto: non aspetterò oltre". Allora Gawain risponde: "Manterrò subito la mia parola con voi, se piacerà a Dio nel quale ripongo la mia fiducia. Conto di saldare il mio debito con voi. Ma se si tratta di tirare i dadi per i punti, e io dovessi fare un numero più alto del vostro, che Dio e la santa fede mi aiutino, non mi tirerò indietro, ma continuerò finché non avrò intascato tutta la posta". Poi senza indugio Gawain ordina che un tappeto venga gettato e steso davanti a lui. Non ci fu piagnisteo o tentativo di scappare quando gli scudieri udirono questo ordine, ma senza brontolare o lamentarsi eseguirono ciò che egli comanda. Portano il tappeto e lo stendono nel luogo indicato; poi colui che lo aveva richiesto prende posto su di esso e dà ordine di essere armato dai giovani che stavano disarmati davanti a lui. Ce n'erano due, suoi cugini o nipoti, non so dire, ma erano esperti e sapevano cosa fare. Lo armano così abilmente e bene che nessuno al mondo potrebbe trovare un difetto in loro per un qualsiasi errore in ciò che fecero. Quando finirono di armarlo, uno di loro andò a prendere un destriero spagnolo capace di attraversare campi, boschi, colline e valli più velocemente del buon Bucefalo. Su un cavallo come avete udito Gawain prese posto — il cavaliere ammirato e più esperto su cui sia mai stato fatto il segno della Croce. Era già sul punto di afferrare lo scudo, quando vide Lancelot smontare dinanzi a lui, che non si aspettava di vedere. Lo guardò con stupore, perché era giunto così inaspettatamente; e, se non erro, fu sorpreso tanto quanto se fosse caduto dalle nuvole. Tuttavia, nessun suo affare personale può trattenerlo, non appena vede Lancelot, dallo smontare e tendere le braccia verso di lui, mentre lo abbraccia, saluta e bacia. Ora è felice e tranquillo, quando ha ritrovato il suo compagno. Ora vi dirò la verità, e non dovete pensare che io menta, che Gawain non vorrebbe essere scelto re, se non avesse Lancelot con sé. Il Re e tutti gli altri apprendono ora che, nonostante tutto, Lancelot, che hanno atteso così a lungo, è tornato sano e salvo. Perciò tutti gioiscono, e la corte, che tanto a lungo l'ha cercato, si riunisce per onorarlo. La loro felicità dissipa e scaccia il dolore che in precedenza era il loro. Il dolore fugge e viene sostituito da una gioia che si risveglia. E la Regina? Non partecipa al giubileo generale? Sì, in verità, lei per prima. Come mai? Per l'amor di Dio, dove si sarebbe potuta nascondere? Non è mai stata così felice in vita sua come per il suo ritorno. E non è andata nemmeno da lui? Certamente, lo ha fatto; gli è così vicina che il suo corpo è andato vicino a seguire il suo cuore. Dov'è il suo cuore, allora? Stava baciando e accogliendo Lancelot. E perché il corpo si è nascosto? Perché la sua gioia non è completa? È mescolata a rabbia o odio? No, certamente, affatto; ma può darsi che il Re o alcuni degli altri che sono lì, e che stanno osservando ciò che accade, avrebbero colto l'intera situazione se, mentre tutti stavano a guardare, lei avesse seguito i dettami del suo cuore. Se il buon senso non avesse bandito questo folle impulso e desiderio sconsiderato, il suo cuore sarebbe stato rivelato e la sua follia sarebbe stata completa. Pertanto la ragione chiude e lega il suo cuore affettuoso e il suo intento sconsiderato, e lo rese più ragionevole, rimandando il saluto finché non vedrà e scorgerà un luogo adatto e più privato dove starebbero meglio di qui e d'ora. Il Re onorò grandemente Lancelot e, dopo averlo accolto, disse così: "Non ho udito da molto tempo notizie di alcun uomo che fossero così benvenute come le notizie di voi; eppure sono molto preoccupato di sapere in quale regione e in quale terra vi siete trattenuto così a lungo. Ho fatto cercare per voi su e giù, per tutto l'inverno e l'estate, ma nessuno ha potuto trovare una vostra traccia". "Davvero, bel signore", dice Lancelot, "posso informarvi in poche parole esattamente come è andata a me. Il miserabile traditore Meleagant mi ha tenuto in prigione fin dall'ora della liberazione dei prigionieri nella sua terra, e mi ha condannato a una vita di vergogna in una sua torre vicino al mare. Lì mi ha messo e chiuso, e lì starei ancora trascinando la mia vita stanca, se non fosse per una mia amica, una donzella per la quale un tempo compii un piccolo servizio. In cambio del piccolo favore che le feci, mi ha ripagato generosamente: mi ha conferito grande onore e benedizione. Ma desidero ripagare senza indugio colui per il quale non nutro amore, che ha cercato e architettato per me questa vergogna e offesa. Non deve aspettare, perché la somma è tutta pronta, capitale e interessi; ma Dio non voglia che trovi in essa motivo di gioia!" Allora Gawain disse a Lancelot: "Amico, sarà solo un piccolo favore per me, che sono in debito con voi, saldare questo pagamento al posto vostro. Inoltre, sono tutto pronto e a cavallo, come vedete. Bel, dolce amico, non negate a me il dono che desidero e richiedo". Ma Lancelot risponde che preferirebbe farsi cavare un occhio, o anche entrambi, piuttosto che essere persuaso a far ciò: giura che non sarà mai così. Egli deve il debito e lo pagherà lui stesso: poiché con la sua stessa mano lo ha promesso. Gawain vede chiaramente che nulla di ciò che può dire serve a qualcosa, così scioglie e toglie l'usbergo dalla sua schiena, e si disarma completamente. Lancelot si arma subito senza indugio; poiché è impaziente di regolare e saldare il suo debito. Meleagant, che è stupito oltre misura da ciò che vede, ha raggiunto la fine delle sue buone fortune, e sta per ricevere ciò che gli è dovuto. È quasi fuori di sé e va vicino allo svenimento. "Sicuramente ero un folle", dice, "a non andare, prima di venire qui, a vedere se tenevo ancora imprigionato nella mia torre colui che ora mi ha giocato questo scherzo. Ma, Dio, perché sarei dovuto andare? Che motivo avevo di pensare che potesse fuggire? Il muro non è costruito abbastanza robusto, e la torre non è sufficientemente solida e alta? Non c'era buco o fessura in essa, attraverso la quale potesse passare, a meno che non fosse aiutato dall'esterno. Sono certo che il suo nascondiglio è stato rivelato. Se il muro fosse stato logoro e fosse caduto in rovina, non sarebbe stato catturato e ferito o ucciso allo stesso tempo? Sì, che Dio mi aiuti, se fosse crollato, sarebbe certamente stato ucciso. Ma immagino, prima che quel muro ceda senza essere abbattuto, che tutta l'acqua nel mare si seccherà senza lasciarne una goccia e il mondo giungerà alla fine. No, non è così: è successo diversamente: è stato aiutato a fuggire, e non avrebbe potuto uscire altrimenti: sono stato superato in astuzia da qualche inganno. Ad ogni modo, è fuggito; ma se fossi stato in guardia, tutto ciò non sarebbe mai accaduto, e non sarebbe mai giunto a corte. Ma è troppo tardi ora per pentirsi. Il rustico, che raramente sbaglia, osserva pertinentemente che è troppo tardi per chiudere la stalla quando il cavallo è uscito. So che ora sarò esposto a grande vergogna e umiliazione, se davvero non soffrirò e non sopporterò qualcosa di peggio. Cosa soffrirò e sopporterò? Piuttosto, finché vivrò, gli darò piena misura, se piacerà a Dio, nel quale confido". Così si consola, e non ha altro desiderio che incontrare il suo antagonista sul campo. E non dovrà aspettare a lungo, penso, poiché Lancelot va in cerca di lui, aspettandosi presto di conquistarlo. Ma prima che inizi l'assalto, il Re ordina loro di scendere nella pianura dove sorge la torre, il luogo più bello di qua dall'Irlanda per un combattimento. Così fecero, e presto si ritrovarono nella pianura sottostante. Il Re scende pure, e tutti gli altri, uomini e donne in folla. Nessuno rimane indietro; ma molti salgono alle finestre della torre, tra loro la Regina, le sue dame e donzelle, di cui ne aveva molte con sé che erano belle.

Nel campo sorgeva un sicomoro bello come ogni albero potesse essere; era ampio e copriva una vasta area, e attorno ad esso cresceva un bel bordo di erba fresca e folta che era verde in tutte le stagioni dell'anno. Sotto questo bello e maestoso sicomoro, che fu piantato ai tempi di Abele, sorge una chiara sorgente d'acqua che scorre via frettolosamente. Il letto della sorgente è bellissimo e brillante come l'argento, e il canale attraverso il quale scorre l'acqua è formato, penso, di oro raffinato e saggiato, e si estende attraverso il campo giù in una valle tra i boschi. Lì piace al Re prendere posto dove nulla di spiacevole è in vista. Dopo che la folla si è ritirata al comando del Re, Lancelot si precipita furiosamente su Meleagant come su uno che odia cordialmente, ma prima di colpirlo, gridò con voce forte e imperiosa: "Prendi posizione, ti sfido! E prendi la mia parola, questa volta non ti sarà risparmiato". Poi sprona il suo destriero e si ritrae alla distanza di un tiro d'arco. Poi guidano i loro cavalli l'uno verso l'altro a tutta velocità, e si colpiscono così ferocemente sui loro scudi resistenti che li trapassarono e forarono. Ma nessuno dei due è ferito, né la carne è toccata in questo primo assalto. Si incrociano senza indugio, e ritornano alla massima velocità dei loro cavalli per rinnovare i loro colpi sui forti e robusti scudi. Entrambi i cavalieri sono forti e coraggiosi, ed entrambi i cavalli sono robusti e veloci. Così potenti sono i colpi che sferrano sugli scudi attorno ai loro colli che le lance passarono pulite attraverso, senza rompersi o scheggiarsi, finché l'acciaio freddo non raggiunse la loro carne. Ognuno colpisce l'altro con tale forza che entrambi sono portati a terra, e nessuna pettorale, sottopancia o staffa potrebbe salvarli dal cadere all'indietro oltre l'arco della loro sella, lasciando la sella senza occupante. I cavalli corrono senza cavaliere su colli e valli, ma si scalciano e si mordono a vicenda, mostrando così il loro odio mortale. Quanto ai cavalieri che caddero a terra, balzarono in piedi il più rapidamente possibile e sfoderarono le spade, che erano incise con lettere cesellate. Tenendo gli scudi davanti al volto, si sforzano di ferirsi a vicenda con le loro spade d'acciaio. Lancelot non nutre alcun timore per lui, poiché conosceva metà in più di scherma rispetto al suo antagonista, avendola imparata nella sua giovinezza. Entrambi sferrarono tali colpi sullo scudo appeso ai loro colli, e sugli elmi sbarrati d'oro, che li schiacciarono e danneggiarono. Ma Lancelot lo incalza e gli sferra un colpo potente sul braccio destro che, sebbene racchiuso in maglia, non era protetto dallo scudo, troncandolo con un sol colpo netto. E quando sentì la perdita del braccio destro, disse che sarebbe stato venduto a caro prezzo. Se è minimamente possibile, non mancherà di esigere il prezzo; è in tale dolore e ira e rabbia che è quasi fuori di sé, e ha una povera opinione di se stesso, se non può segnare sul suo rivale ora. Si precipita su di lui con l'intento di afferrarlo, ma Lancelot previene il suo piano, poiché con la sua spada tagliente sferra al suo corpo un tal taglio da cui non si riprenderà finché aprile e maggio non saranno passati. Gli fracassa il naso contro i denti, rompendone tre in bocca. E la rabbia di Meleagant è tale che non può parlare o dire una parola; né degna di chiedere pietà, poiché il suo cuore sciocco si tiene stretto in tale costrizione che anche ora lo illude ancora. Lancelot si avvicina e, slacciando il suo elmo, gli taglia la testa. Mai più quest'uomo lo tormenterà; è tutto finito per lui mentre cade morto. Non un'anima che era presente lì provò alcuna pietà alla vista. Il Re e tutti gli altri lì sono giubilanti ed esprimono la loro gioia. Più felici di quanto non siano mai stati prima, sollevano Lancelot dalle sue armi, e lo conducono via esultanti.

Miei signori, se dovessi prolungare il mio racconto, sarebbe fuori scopo, e così concluderò. Godefroi de Leigni, il chierico, ha scritto la conclusione del "Carro"; ma nessuno trovi da ridire su di lui per aver ricamato sul tema di Chrétien, poiché fu fatto col consenso di Chrétien che lo iniziò. Godefroi l'ha terminato dal punto in cui Lancelot era imprigionato nella torre. Tanto scrisse; ma non vorrebbe aggiungere altro, per paura di sfigurare il racconto.

[Nota 414: La topografia del regno di Gorre, la terra in cui dimorano i prigionieri tenuti dal re Bademagu, è assai confusa. Si supporrebbe in un primo momento che il corso d'acqua attraversato dai due ponti pericolosi formasse il confine del regno. Ma qui (v. 2102), prima di raggiungere tale confine, si incontrano già i prigionieri. Foerster suggerisce che ci troviamo qui in una sorta di avamposto o zona di confine difesa dal cavaliere al guado (v. 735 e segg.), e che, sebbene non rientri nei limiti del regno, sia nondimeno sotto il dominio di Bademagu. Nel seguito, il corso d'acqua con i ponti pericolosi è collocato immediatamente dinanzi al palazzo del Re (cfr. la nota di Foerster e G. Paris in "Romania", xxi, 471 nota).]

[Nota 415: Per gli anelli magici, si veda A. Hertel, op. cit., p. 62 e segg.]

[Nota 416: Questa "dama" era la fata Vivian, "la dama del lago". (F.)]

[Nota 417: Un buon esempio dei dilemmi morali nei quali Chrétien si compiace di porre i suoi personaggi. Sotto la sgradevole scorza dell'allegoria e della casistica medievale abbiamo qui il germe dell'analisi psicologica del movente.]

[Nota 418: L'origine leggendaria di questo unguento, che prende il nome da Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Maria Salome, è menzionata nel poema epico "Mort Aimeri de Narbonne" (ed. "Anciens Textes", p. 86). (F.)]

[Nota 419: Le università di Montpellier e di Salerno furono i principali centri di studio medico nel Medioevo. Salerno è citata nel "Cligés", v. 5818.]

[Nota 420: L'eroe del poema è qui menzionato per la prima volta per nome.]

[Nota 421: La classica storia d'amore di Piramo e Tisbe, narrata da Ovidio e altri, era una delle preferite nel Medioevo.]

[Nota 422: Qui abbiamo la spiegazione della fredda accoglienza di Ginevra verso Lancelot; egli era stato infedele al rigido codice della cortesia quando aveva esitato anche solo per un istante a coprirsi di vergogna per amor suo.]

[Nota 423: L'espressione "or est venuz qui aunera", meno letteralmente, significa "colui che sconfiggerà l'intero campo". Sebbene Chrétien si riferisca all'espressione come a un proverbio corrente, sono stati trovati solo altri due esempi del suo uso. (Cfr. "Romania", xvi, 101, e "Ztsch. fur romanische Philologie", xi, 430.) Da questo passo G. Paris ha arguito che Chrétien stesso fosse un araldo ( "Journal des Savants", 1902, p. 296), ma, come dice Foerster, il testo difficilmente giustifica tale supposizione.]

[Nota 424: L'evidente soddisfazione con cui Chrétien descrive nel dettaglio le insegne dei cavalieri nel passo seguente dà credito alla congettura di Gaston Paris che egli fosse un araldo oltre che poeta.]

[Nota 425: Secondo quanto dichiarato alla fine del poema dal continuatore di Chrétien, Godefroi de Leigni, deve essere stato all'incirca a questo punto che il continuatore ha ripreso il filo della storia. Non si sa perché Chrétien abbia abbandonato il poema dove lo ha fatto.]

[Nota 426: Bade = Bath. (F.)]

[Nota 427: La situazione richiama quella in "Aucassin et Nicolette", dove Aucassin, rinchiuso nella torre, ode la sua amata chiamarlo dall'esterno.]

[Nota 428: La figura è, naturalmente, tratta dal gioco del lancio dei dadi per ottenere punteggi alti. Per un resoconto esauriente del gioco dei dadi derivato da antichi testi francesi, cfr. Franz Semrau, "Wurfel und Wurfelspiel in alten Frankreich", "Beiheft" 23 della "Ztsch. fur romanische Philologie" (Halle, 1910).]

[Nota 429: Il cavallo di Alessandro.]

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