Ghost Stories of an Antiquary
di M. R. James
_Queste storie sono dedicate a tutti coloro che, in tempi diversi, le hanno ascoltate._
Indice
Il libro di ritagli del canonico Alberic Cuori perduti Il mezzotinto Il frassino Numero 13 Il conte Magnus “Oh, fischia, e verrò da te, ragazzo mio” Il tesoro dell’abate Thomas
Se qualcuno fosse curioso riguardo alle mie ambientazioni locali, si sappia che St Bertrand de Comminges e Viborg sono luoghi reali: che in “Oh, fischia, e verrò da te” avevo in mente Felixstowe. Per quanto riguarda i frammenti di ostentata erudizione sparsi tra le mie pagine, quasi nulla in essi è pura invenzione; non è mai esistito, naturalmente, alcun libro come quello che cito in “Il tesoro dell’abate Thomas”. “Il libro di ritagli del canonico Alberic” fu scritto nel 1894 e stampato poco dopo nella National Review, “Cuori perduti” apparve nel Pall Mall Magazine; delle cinque storie successive, la maggior parte delle quali lette agli amici durante il periodo natalizio al King’s College di Cambridge, ricordo solo di aver scritto “Numero 13” nel 1899, mentre “Il tesoro dell’abate Thomas” fu composto nell’estate del 1904.
M. R. JAMES
IL LIBRO DI RITAGLI DEL CANONICO ALBERIC
St Bertrand de Comminges è una cittadina in declino sui contrafforti dei Pirenei, non molto lontana da Tolosa, e ancora più vicina a Bagnères-de-Luchon. Fu sede vescovile fino alla Rivoluzione e possiede una cattedrale visitata da un certo numero di turisti. Nella primavera del 1883 un inglese arrivò in questo luogo d’altri tempi – posso a stento elevarlo al rango di città, poiché non vi sono mille abitanti. Era un uomo di Cambridge, giunto appositamente da Tolosa per vedere la chiesa di St Bertrand, e aveva lasciato due amici, archeologi meno appassionati di lui, nel loro albergo a Tolosa, con la promessa di raggiungerlo la mattina seguente. Mezz’ora in chiesa sarebbe bastata loro, e tutti e tre avrebbero potuto poi proseguire il viaggio in direzione di Auch. Ma il nostro inglese era arrivato presto quel giorno, e si era riproposto di riempire un taccuino e di usare diverse dozzine di lastre nel processo di descrizione e fotografia di ogni angolo della meravigliosa chiesa che domina la piccola collina di Comminges. Per portare a termine questo progetto in modo soddisfacente, era necessario monopolizzare il sagrestano della chiesa per tutta la giornata. Il sagrestano o sacrestano (preferisco quest’ultima denominazione, per quanto imprecisa possa essere) fu dunque mandato a chiamare dalla signora un po’ brusca che gestisce la locanda dello Chapeau Rouge; e quando arrivò, l’inglese lo trovò un oggetto di studio inaspettatamente interessante. L’interesse non risiedeva nell’aspetto personale del piccolo uomo secco e raggrinzito, poiché era identico a dozzine di altri custodi di chiese in Francia, bensì in una strana aria furtiva, o meglio braccata e oppressa, che aveva. Continuava a guardarsi alle spalle; i muscoli della schiena e delle spalle sembravano contratti in un continuo nervosismo, come se si aspettasse da un momento all’altro di trovarsi tra gli artigli di un nemico. L’inglese non sapeva se considerarlo un uomo tormentato da un’ossessione fissa, o oppresso da una coscienza sporca, o un marito insopportabilmente dominato dalla moglie. Le probabilità, a ben vedere, puntavano certamente all’ultima ipotesi; eppure, l’impressione trasmessa era quella di un persecutore ancora più formidabile di una moglie bisbetica.
Tuttavia, l’inglese (chiamiamolo Dennistoun) fu presto troppo immerso nel suo taccuino e troppo occupato con la sua macchina fotografica per prestare più di un’occhiata occasionale al sacrestano. Ogni volta che lo guardava, lo trovava a poca distanza, o rannicchiato contro il muro o accovacciato in uno degli splendidi stalli. Dopo un po’, Dennistoun iniziò a diventare piuttosto inquieto. Sospetti mescolati al timore di sottrarre il vecchio al suo déjeuner, o di essere considerato un potenziale ladro del pastorale d’avorio di St Bertrand, o del polveroso coccodrillo impagliato che pende sopra il fonte battesimale, iniziarono a tormentarlo.
“Non vuole andare a casa?” disse alla fine; “Sono perfettamente in grado di finire i miei appunti da solo; può chiudermi dentro se vuole. Mi serviranno almeno altre due ore qui, e deve farle freddo, non è vero?”
“Buon Dio!” disse il piccolo uomo, che il suggerimento sembrò gettare in uno stato di terrore inspiegabile, “una cosa simile non può essere pensata nemmeno per un momento. Lasciare monsignore solo in chiesa? No, no; due ore, tre ore, per me sarà lo stesso. Ho fatto colazione, non ho affatto freddo, con molti ringraziamenti a monsignore.”
“Va bene, mio caro,” disse Dennistoun tra sé: “sei stato avvertito, e dovrai accettarne le conseguenze.”
Prima dello scadere delle due ore, gli stalli, l’enorme organo in rovina, la transenna del coro del vescovo Giovanni de Mauléon, i resti di vetrate e arazzi, e gli oggetti nella camera del tesoro, erano stati ben e accuratamente esaminati; il sacrestano restava sempre alle calcagna di Dennistoun, e di tanto in tanto si voltava di scatto come se fosse stato punto, quando uno o l’altro degli strani rumori che disturbano un grande edificio vuoto giungeva alle sue orecchie. Rumori curiosi, a volte.
“Una volta,” mi disse Dennistoun, “avrei potuto giurare di aver udito una voce sottile e metallica ridere in alto nella torre. Lanciai uno sguardo interrogativo al mio sacrestano. Era bianco come un cencio. ‘È lui... cioè... non è nessuno; la porta è chiusa a chiave’, fu tutto ciò che disse, e ci guardammo per un minuto intero.”
Un altro piccolo incidente lasciò Dennistoun piuttosto perplesso. Stava esaminando un grande quadro scuro che pende dietro l’altare, uno di una serie che illustra i miracoli di St Bertrand. La composizione del quadro è quasi indecifrabile, ma vi è una leggenda in latino sottostante, che recita così:
_Qualiter S. Bertrandus liberavit hominem quem diabolus diu volebat strangulare_. (Come S. Bertrand liberò un uomo che il diavolo cercava da tempo di strangolare.)
Dennistoun si stava voltando verso il sacrestano con un sorriso e una battuta scherzosa sulle labbra, ma rimase sconcertato nel vedere il vecchio in ginocchio, intento a fissare il quadro con lo sguardo di un supplicante in agonia, le mani strettamente giunte e una pioggia di lacrime sulle guance. Dennistoun naturalmente finse di non aver notato nulla, ma la domanda non smetteva di tormentarlo: “Perché un simile scarabocchio dovrebbe colpire qualcuno così profondamente?” Gli parve di intravedere una sorta di indizio sulla ragione di quell’espressione strana che lo aveva perplesso per tutto il giorno: l’uomo doveva essere un monomaniaco; ma quale fosse la sua monomania?
Erano quasi le cinque; la breve giornata volgeva al termine, e la chiesa cominciava a riempirsi di ombre, mentre i rumori curiosi – i passi felpati e le voci lontane che erano stati percettibili tutto il giorno – sembravano, senza dubbio a causa della luce calante e del conseguente acuirsi dell’udito, diventare più frequenti e insistenti.
Il sacrestano iniziò per la prima volta a mostrare segni di fretta e impazienza. Lanciò un sospiro di sollievo quando la macchina fotografica e il taccuino furono finalmente impacchettati e riposti, e fece cenno frettolosamente a Dennistoun verso la porta occidentale della chiesa, sotto la torre. Era ora di suonare l’Angelus. Qualche strattone alla corda riluttante, e la grande campana Bertrande, in alto nella torre, iniziò a parlare, e sollevò la sua voce tra i pini e giù verso le valli, rumorose di torrenti montani, chiamando gli abitanti di quelle colline solitarie a ricordare e ripetere il saluto dell’angelo a colei che egli chiamò Benedetta tra le donne. Con ciò, un quiete profonda sembrò scendere per la prima volta quel giorno sulla piccola città, e Dennistoun e il sacrestano uscirono dalla chiesa.
Sulla soglia iniziarono a conversare.
“Monsignore sembra essersi interessato agli antichi libri del coro in sagrestia.”
“Indubbiamente. Stavo per chiederle se ci fosse una biblioteca in città.”
“No, monsignore; forse ce n’era una che apparteneva al Capitolo, ma ora è un posto così piccolo...” Qui seguì una strana pausa di irresolutezza, a quanto pareva; poi, con una sorta di slancio, proseguì: “Ma se monsignore è amateur des vieux livres, ho a casa qualcosa che potrebbe interessarla. Non sono cento metri.”
Immediatamente tutti i sogni cari a Dennistoun di trovare manoscritti inestimabili in angoli inesplorati della Francia brillarono, per poi spegnersi un istante dopo. Probabilmente era uno stupido messale stampato da Plantin, verso il 1580. Quale probabilità c’era che un luogo così vicino a Tolosa non fosse stato saccheggiato molto tempo prima dai collezionisti? Tuttavia, sarebbe stato sciocco non andare; se avesse rifiutato, se ne sarebbe rimproverato per sempre. Così si misero in cammino. Lungo la strada, la curiosa irresolutezza e l’improvvisa determinazione del sacrestano tornarono in mente a Dennistoun, che si chiese, con un senso di vergogna, se non fosse stato attirato in qualche vicolo per essere fatto fuori in quanto presunto inglese ricco. Riuscì, quindi, ad attaccare discorso con la sua guida, e a inserire, in modo piuttosto goffo, il fatto che si aspettava che due amici lo raggiungessero la mattina presto del giorno dopo. Con sua sorpresa, l’annuncio sembrò sollevare il sacrestano, all’istante, di parte dell’ansia che lo opprimeva.
“Questo è bene,” disse in modo piuttosto vivace – “questo è molto bene. Monsignore viaggerà in compagnia dei suoi amici; saranno sempre vicini a lui. È una buona cosa viaggiare così in compagnia – a volte.”
L’ultima parola sembrò essere stata aggiunta come ripensamento e portare con sé un ritorno alla cupezza per il povero piccolo uomo.
Arrivarono presto alla casa, che era un po’ più grande di quelle vicine, costruita in pietra, con uno stemma scolpito sopra la porta, lo stemma di Alberic de Mauléon, un discendente collaterale, mi dice Dennistoun, del vescovo Giovanni de Mauléon. Questo Alberic fu canonico di Comminges dal 1680 al 1701. Le finestre superiori della dimora erano sbarrate, e l’intero edificio portava, come il resto di Comminges, l’aspetto di un’età decadente.
Giunto sulla soglia, il sacrestano esitò un momento.
“Forse,” disse, “forse, dopo tutto, monsignore non ha tempo?”
“Niente affatto – ho tutto il tempo – non ho nulla da fare fino a domani. Vediamo cosa ha.”
La porta si aprì a quel punto, e apparve un volto, un volto molto più giovane di quello del sacrestano, ma recante qualcosa della stessa espressione angosciante: solo che qui sembrava essere il segno, non tanto di paura per la propria incolumità, quanto di acuta ansia per conto di un altro. Chiaramente, la proprietaria del volto era la figlia del sacrestano; e, a parte l’espressione che ho descritto, era una ragazza piuttosto bella. Si illuminò considerevolmente nel vedere suo padre accompagnato da uno straniero in salute. Vennero scambiati alcuni commenti tra padre e figlia, dei quali Dennistoun colse solo queste parole, pronunciate dal sacrestano: “Rideva in chiesa”, parole a cui fu risposto solo con uno sguardo di terrore dalla ragazza.
Ma un minuto dopo erano nella stanza di soggiorno della casa, una piccola camera alta con pavimento in pietra, piena di ombre mobili proiettate da un fuoco di legna che tremolava in un grande focolare. Qualcosa del carattere di un oratorio le era conferito da un alto crocifisso, che raggiungeva quasi il soffitto su un lato; la figura era dipinta con i colori naturali, la croce era nera. Sotto di questo sorgeva un baule di una certa età e solidità, e quando fu portata una lampada e furono messe le sedie, il sacrestano si avvicinò a questo baule e ne trasse, con eccitazione e nervosismo crescenti, come pensò Dennistoun, un grosso libro, avvolto in un panno bianco, sul quale panno una croce era rozzamente ricamata in filo rosso. Ancora prima che l’involucro fosse rimosso, Dennistoun iniziò a interessarsi alle dimensioni e alla forma del volume. “Troppo grande per un messale,” pensò, “e non ha la forma di un antifonario; forse potrebbe essere qualcosa di buono, dopo tutto.” L’istante successivo il libro era aperto, e Dennistoun sentì di aver finalmente scovato qualcosa di meglio che buono. Davanti a lui giaceva un grande in-folio, rilegato, forse, verso la fine del XVII secolo, con lo stemma del canonico Alberic de Mauléon impresso in oro sui piatti. Nel libro potevano esserci centocinquanta fogli di carta, e su quasi ognuno di essi era incollato un foglio tratto da un manoscritto miniato. Una tale collezione Dennistoun non l’aveva nemmeno sognata nei suoi momenti più sfrenati. Qui c’erano dieci fogli tratti da una copia della Genesi, illustrati con immagini che non potevano essere posteriori al 700 d.C. Più avanti c’era una serie completa di immagini tratte da un salterio, di esecuzione inglese, del tipo più raffinato che il XIII secolo potesse produrre; e, forse meglio di tutto, vi erano venti fogli di scrittura onciale in latino, che, come gli rivelarono subito poche parole viste qua e là, dovevano appartenere a qualche antichissimo e sconosciuto trattato patristico. Poteva essere possibile che fosse un frammento della copia del trattato “Sulle parole del Nostro Signore” di Papia, di cui era nota l’esistenza fino al XII secolo a Nîmes?[1] In ogni caso, la sua decisione era presa; quel libro doveva tornare a Cambridge con lui, anche se avesse dovuto ritirare l’intero saldo dal conto in banca e rimanere a St Bertrand finché non fosse arrivato il denaro. Lanciò un’occhiata al sacrestano per vedere se il suo volto tradisse qualche indizio sul fatto che il libro fosse in vendita. Il sacrestano era pallido, e le sue labbra tremavano.
[1] Sappiamo ora che quei fogli contenevano un considerevole frammento di quell’opera, se non di quella copia stessa.
“Se monsignore vuole voltare fino alla fine,” disse.
Così monsignore voltò, incontrando nuovi tesori a ogni foglio, e alla fine del libro si imbatté in due fogli di carta, di data molto più recente di qualsiasi cosa avesse visto finora, che lo lasciarono considerevolmente perplesso. Dovevano essere contemporanei, decise, dello spregiudicato canonico Alberic, che senza dubbio aveva saccheggiato la biblioteca del Capitolo di St Bertrand per comporre questo inestimabile libro di ritagli. Sul primo dei fogli di carta c’era una pianta, disegnata con cura e immediatamente riconoscibile da una persona che conoscesse il posto, della navata sud e dei chiostri di St Bertrand. Vi erano strani segni che somigliavano a simboli planetari, e alcune parole ebraiche negli angoli; e nell’angolo nord-ovest del chiostro c’era una croce disegnata con vernice dorata. Sotto la pianta c’erano alcune righe di scrittura in latino, che recitavano così:
Responsa 12mi Dec. 1694. Interrogatum est: Inveniamne? Responsum est: Invenies. Fiamne dives? Fies. Vivamne invidendus? Vives. Moriarne in lecto meo? Ita. (Risposte del 12 dicembre 1694. Fu chiesto: Troverò? Risposta: Troverai. Diventerò ricco? Diventerai. Vivrò oggetto di invidia? Vivrai. Morirò nel mio letto? Sì.)
“Un buon esemplare del registro di un cercatore di tesori – ricorda proprio il signor Minor-Canon Quatremain in Old St Paul’s”, fu il commento di Dennistoun, e voltò pagina.
Ciò che vide allora lo colpì, come mi ha spesso raccontato, più di quanto avrebbe potuto concepire che qualsiasi disegno o immagine fosse in grado di colpirlo. E, sebbene il disegno che vide non esista più, ne esiste una fotografia (che possiedo) che conferma appieno tale affermazione. Il quadro in questione era un disegno a seppia della fine del XVII secolo, che rappresentava, a prima vista, una scena biblica; poiché l’architettura (il quadro rappresentava un interno) e le figure avevano quel sapore semi-classico che gli artisti di duecento anni fa consideravano appropriato per le illustrazioni della Bibbia. Sulla destra c’era un re sul suo trono, il trono elevato su dodici gradini, un baldacchino sopra la testa, soldati su entrambi i lati – evidentemente il re Salomone. Si stava piegando in avanti con lo scettro teso, in atteggiamento di comando; il suo volto esprimeva orrore e disgusto, eppure vi era in esso anche il segno di un comando imperioso e di un potere sicuro. La metà sinistra del quadro era la più strana, tuttavia. L’interesse era chiaramente concentrato lì. Sul pavimento davanti al trono erano raggruppati quattro soldati, che circondavano una figura accovacciata che deve essere descritta in un momento. Un quinto soldato giaceva morto sul pavimento, il collo deformato e i bulbi oculari che spuntavano dalla testa. Le quattro guardie circostanti stavano guardando il Re. Nei loro volti, il sentimento di orrore era intensificato; sembravano, infatti, trattenuti dal fuggire solo dalla loro fiducia implicita nel padrone. Tutto questo terrore era chiaramente eccitato dall’essere che si accovacciava in mezzo a loro. Dispero totalmente di riuscire a trasmettere con le parole l’impressione che questa figura fa su chiunque la guardi. Ricordo una volta di aver mostrato la fotografia del disegno a un docente di morfologia – una persona, stavo per dire, di abitudini mentali anormalmente sane e prive di immaginazione. Si rifiutò categoricamente di restare solo per il resto di quella serata, e mi disse in seguito che per molte notti non aveva osato spegnere la luce prima di andare a dormire. Comunque, i tratti principali della figura posso almeno indicarli. All’inizio vedevi solo una massa di capelli neri, grossolani e arruffati; poco dopo si notava che questi coprivano un corpo di una magrezza spaventosa, quasi uno scheletro, ma con i muscoli che sporgevano come fili metallici. Le mani erano di un pallore scuro, coperte, come il corpo, da peli lunghi e grossolani, e orribilmente artigliate. Gli occhi, tratteggiati con un giallo ardente, avevano pupille intensamente nere, ed erano fissi sul Re in trono con uno sguardo di odio bestiale. Immaginate uno di quei terribili ragni mangiatori di uccelli del Sud America tradotto in forma umana, e dotato di un’intelligenza appena inferiore a quella umana, e avrete una vaga concezione del terrore ispirato da quella spaventosa effigie. Un commento è universalmente fatto da coloro ai quali ho mostrato il quadro: “È stato ritratto dal vivo.”
Non appena il primo shock del suo irresistibile spavento fu svanito, Dennistoun lanciò un’occhiata ai suoi ospiti. Le mani del sacrestano erano premute sugli occhi; sua figlia, guardando il crocifisso sulla parete, stava sgranando il rosario febbrilmente.
Alla fine fu posta la domanda: “Questo libro è in vendita?”
Ci fu la stessa esitazione, lo stesso slancio di determinazione che aveva notato prima, e poi arrivò la risposta gradita: “Se monsignore desidera.”
“Quanto chiede per esso?”
“Prenderò duecentocinquanta franchi.”
Questo era sconcertante. Anche la coscienza di un collezionista a volte viene scossa, e la coscienza di Dennistoun era più tenera di quella di un collezionista.
“Mio buon uomo!” disse ancora e ancora, “il suo libro vale molto più di duecentocinquanta franchi, glielo assicuro – molto di più.”
Ma la risposta non cambiò: “Prenderò duecentocinquanta franchi, non di più.”
Non c’era davvero alcuna possibilità di rifiutare una tale occasione. Il denaro fu pagato, la ricevuta firmata, un bicchiere di vino bevuto sulla transazione, e poi il sacrestano sembrò diventare un uomo nuovo. Stava dritto, smise di lanciare quegli sguardi sospettosi dietro di sé, rise addirittura o tentò di ridere. Dennistoun si alzò per andarsene.
“Avrò l’onore di accompagnare monsignore al suo albergo?” disse il sacrestano.
“Oh no, grazie! Non sono cento metri. Conosco la strada perfettamente, e c’è la luna.”
L’offerta fu insistita tre o quattro volte, e rifiutata altrettante.
“Allora, monsignore mi chiami se – se ne trova l’occasione; resti nel mezzo della strada, i bordi sono così accidentati.”
“Certamente, certamente,” disse Dennistoun, che era impaziente di esaminare il suo premio da solo; e uscì nel corridoio con il suo libro sottobraccio.
Qui fu incontrato dalla figlia; lei, a quanto pareva, era ansiosa di fare un piccolo affare per conto proprio; forse, come Giezi, di “prendere qualcosa” dallo straniero che suo padre aveva risparmiato.
“Un crocifisso d’argento con catenella per il collo; monsignore sarebbe forse così gentile da accettarlo?”
Beh, davvero, Dennistoun non aveva molto uso per queste cose. Cosa voleva mademoiselle in cambio?
“Niente – niente al mondo. Monsignore è più che benvenuto a prenderlo.”
Il tono in cui questo e molto altro fu detto era inconfondibilmente genuino, tanto che Dennistoun fu ridotto a profusi ringraziamenti e si sottomise a farsi mettere la catenella intorno al collo. Sembrava davvero che avesse reso al padre e alla figlia un servizio che loro non sapevano quasi come ripagare. Mentre si avviava con il suo libro, essi rimasero sulla porta a guardarlo, ed erano ancora lì a guardare quando egli fece loro un ultimo saluto della buonanotte dai gradini dello Chapeau Rouge.
La cena era finita e Dennistoun era in camera sua, chiuso da solo con il suo acquisto. La padrona di casa aveva manifestato un particolare interesse per lui da quando le aveva detto di aver fatto visita al sacrestano e di aver comprato da lui un vecchio libro. Pensò, inoltre, di aver udito un dialogo frettoloso tra lei e il suddetto sacrestano nel corridoio fuori dalla salle à manger; alcune parole che suonavano come “Pierre e Bertrand dormiranno in casa” avevano chiuso la conversazione.
Per tutto questo tempo un crescente senso di disagio si era insinuato in lui — una reazione nervosa, forse, dopo il piacere della sua scoperta. Qualunque cosa fosse, si tradusse nella convinzione che ci fosse qualcuno dietro di lui e che si sentisse molto più a suo agio con la schiena contro il muro. Tutto ciò, naturalmente, pesava poco sulla bilancia rispetto all’evidente valore della collezione che aveva acquisito. E ora, come ho detto, era solo nella sua camera da letto, a fare l’inventario dei tesori del Canonico Alberic, nei quali ogni momento rivelava qualcosa di più affascinante.
“Benedetto sia il Canonico Alberic!” disse Dennistoun, che aveva l’inveterata abitudine di parlare da solo. “Mi chiedo dove sia ora? Dio mio! Vorrei che quella padrona di casa imparasse a ridere in modo più rallegrante; fa sentire come se ci fosse un morto in casa. Ancora mezza pipa, hai detto? Penso che forse tu abbia ragione. Mi chiedo cosa sia quel crocifisso che la giovane donna ha insistito a regalarmi? Del secolo scorso, immagino. Sì, probabilmente. È piuttosto un fastidio averlo intorno al collo — è appena troppo pesante. Molto probabilmente suo padre lo ha indossato per anni. Penso che potrei dargli una pulita prima di metterlo via.”
Si era tolto il crocifisso e lo aveva posato sul tavolo, quando la sua attenzione fu catturata da un oggetto che giaceva sulla tovaglia rossa proprio vicino al suo gomito sinistro. Due o tre idee su cosa potesse essere gli balenarono in mente con la loro incalcolabile rapidità.
“Un nettapenne? No, non ce ne sono in casa. Un topo? No, troppo nero. Un grosso ragno? Confido in Dio di no — no. Gran Dio! una mano come la mano in quel quadro!”
In un altro lampo infinitesimale lo ebbe compreso. Pelle pallida, scura, che copriva nient’altro che ossa e tendini di una forza spaventosa; ruvidi peli neri, più lunghi di quanto ne sia mai cresciuto su una mano umana; unghie che sorgevano dalle punte delle dita e si incurvavano bruscamente verso il basso e in avanti, grigie, cornee e rugose.
Volò fuori dalla sedia con un terrore mortale e inconcepibile che gli artigliava il cuore. La sagoma, la cui mano sinistra poggiava sul tavolo, si stava sollevando in piedi dietro il suo sedile, con la mano destra ricurva sopra la sua testa. C’erano drappeggi neri e laceri attorno ad essa; il pelo ispido la ricopriva come nel disegno. La mascella inferiore era sottile — come posso definirla? — poco profonda, come quella di una bestia; i denti si mostravano dietro le labbra nere; non c’era naso; gli occhi, di un giallo ardente, contro i quali le pupille apparivano nere e intense, e l’odio esultante e la sete di distruggere la vita che vi brillavano, erano le caratteristiche più orripilanti dell’intera visione. C’era in essi un tipo di intelligenza — un’intelligenza superiore a quella di una bestia, inferiore a quella di un uomo.
I sentimenti che questo orrore suscitò in Dennistoun furono l’intensissima paura fisica e il più profondo disgusto mentale. Cosa fece? Cosa poteva fare? Non è mai stato del tutto sicuro di quali parole abbia detto, ma sa di aver parlato, di aver afferrato alla cieca il crocifisso d’argento, di aver percepito un movimento verso di lui da parte del demone e di aver urlato con la voce di un animale in un dolore atroce.
Pierre e Bertrand, i due robusti servitori, che accorsero, non videro nulla, ma si sentirono spinti da parte da qualcosa che passò in mezzo a loro, e trovarono Dennistoun svenuto. Vegliarono con lui quella notte, e i suoi due amici furono a St Bertrand entro le nove del mattino seguente. Lui stesso, sebbene ancora scosso e nervoso, era quasi tornato in sé a quell’ora, e la sua storia trovò credito presso di loro, ma non prima che avessero visto il disegno e parlato con il sacrestano.
Quasi all’alba l’ometto era venuto alla locanda con un pretesto e aveva ascoltato con il più profondo interesse la storia raccontata dalla padrona di casa. Non mostrò alcuna sorpresa.
“È lui — è lui! L’ho visto io stesso,” fu il suo unico commento; e a tutte le domande fu concessa una sola risposta: “Deux fois je l’ai vu; mille fois je l’ai senti.” Non volle dire loro nulla sulla provenienza del libro, né alcun dettaglio delle sue esperienze. “Presto dormirò, e il mio riposo sarà dolce. Perché dovreste disturbarmi?” disse.[2]
[2] Morì quell’estate; sua figlia si sposò e si stabilì a St Papoul. Non capì mai le circostanze dell’“ossessione” di suo padre.
Non sapremo mai cosa soffrirono lui o il Canonico Alberic de Mauléon. Sul retro di quel fatidico disegno c’erano alcune righe di scrittura che si può supporre gettino luce sulla situazione:
Contradictio Salomonis cum demonio nocturno. Albericus de Mauléone delineavit. V. Deus in adiutorium. Ps. Qui habitat. Sancte Bertrande, demoniorum effugator, intercede pro me miserrimo. Primum uidi nocte 12(mi) Dec. 1694: uidebo mox ultimum. Peccaui et passus sum, plura adhuc passurus. Dec. 29, 1701.[3]
[3] i.e., La disputa di Salomone con un demone della notte. Disegnato da Alberic de Mauléon. Versetto. O Dio, vieni a salvarmi. Salmo. Chi abita xci. San Bertrand, che metti in fuga i demoni, intercedi per me infelicissimo. Lo vidi per la prima volta la notte del 12 dic. 1694: presto lo vedrò per l’ultima volta. Ho peccato e ho sofferto, e ho ancora molto da soffrire. 29 dic. 1701. La “Gallia Christiana” indica la data della morte del Canonico come 31 dicembre 1701, “a letto, per un improvviso colpo”. Dettagli di questo tipo non sono comuni nella grande opera dei Sammarthani.
Non ho mai compreso appieno quale fosse l’opinione di Dennistoun sugli eventi che ho narrato. Mi citò una volta un passo dell’Ecclesiastico: “Ci sono spiriti che sono creati per la vendetta, e nella loro furia infliggono colpi dolorosi.” In un’altra occasione disse: “Isaia era un uomo molto assennato; non dice forse qualcosa riguardo ai mostri notturni che vivono nelle rovine di Babilonia? Queste cose sono piuttosto al di sopra di noi al momento.”
Un’altra sua confidenza mi colpì piuttosto, e simpatizzai con essa. Eravamo stati, l’anno scorso, a Comminges, per vedere la tomba del Canonico Alberic. È una grande costruzione in marmo con un’effigie del Canonico in una grande parrucca e sottana, e un elaborato elogio della sua erudizione sottostante. Vidi Dennistoun parlare per un po’ con il Vicario di St Bertrand, e mentre ci allontanavamo mi disse: “Spero non sia sbagliato: sai, sono presbiteriano — ma io — credo che ci sarà ‘recita di Messe e canto di suffragi’ per il riposo di Alberic de Mauléon.” Poi aggiunse, con un tocco di scozzese del nord nel tono: “Non avevo idea che costassero così tanto.”
Il libro è nella Collezione Wentworth a Cambridge. Il disegno fu fotografato e poi bruciato da Dennistoun il giorno in cui lasciò Comminges in occasione della sua prima visita.
CUORI PERDUTI
Fu, per quanto riesco ad accertare, nel settembre dell’anno 1811 che una carrozza postale si fermò davanti alla porta di Aswarby Hall, nel cuore del Lincolnshire. Il ragazzino che era l’unico passeggero nella carrozza, e che saltò fuori non appena si fu fermata, si guardò intorno con la più viva curiosità durante il breve intervallo trascorso tra il suono del campanello e l’apertura della porta principale. Vide una casa alta, squadrata, di mattoni rossi, costruita durante il regno di Anna; un portico con colonne di pietra era stato aggiunto nel più puro stile classico del 1790; le finestre della casa erano molte, alte e strette, con piccoli vetri e spessi infissi in legno bianco. Un frontone, trafitto da una finestra rotonda, coronava la facciata. C’erano ali a destra e a sinistra, collegate al blocco centrale da curiose gallerie vetrate, sostenute da colonnati. Queste ali contenevano chiaramente le scuderie e i locali di servizio della casa. Ognuna era sormontata da una cupola ornamentale con una banderuola dorata.
Una luce serale splendeva sull’edificio, facendo brillare i vetri delle finestre come tanti fuochi. Lontano dalla Hall, davanti, si estendeva un parco pianeggiante punteggiato di querce e orlato di abeti, che si stagliavano contro il cielo. L’orologio nella torre della chiesa, immersa negli alberi ai margini del parco, con solo la sua banderuola dorata che catturava la luce, stava battendo le sei, e il suono arrivava battendo dolcemente lungo il vento. Era nel complesso un’impressione piacevole, sebbene tinta con quel tipo di malinconia appropriata a una sera di inizio autunno, quella che veniva trasmessa alla mente del ragazzo che stava nel portico in attesa che la porta si aprisse per lui.
La carrozza postale lo aveva portato dal Warwickshire, dove, circa sei mesi prima, era rimasto orfano. Ora, grazie alla generosa offerta del suo anziano cugino, il signor Abney, era venuto a vivere ad Aswarby. L’offerta era inaspettata, perché tutti coloro che sapevano qualcosa del signor Abney lo consideravano un recluso alquanto austero, nella cui pacata famiglia l’avvento di un bambino avrebbe introdotto un elemento nuovo e, a quanto pareva, incongruo. La verità è che si sapeva ben poco delle occupazioni o dell’indole del signor Abney. Si era sentito dire dal Professore di Greco a Cambridge che nessuno ne sapeva più del signor Abney sulle credenze religiose dei tardi pagani. Certamente la sua biblioteca conteneva tutti i libri allora disponibili riguardanti i Misteri, i poemi orfici, il culto di Mitra e i neoplatonici. Nell’atrio pavimentato di marmo si trovava un bel gruppo di Mitra che uccide un toro, che era stato importato dal Levante a grande spesa dal proprietario. Ne aveva fornito una descrizione al Gentleman’s Magazine, e aveva scritto una serie notevole di articoli sul Critical Museum riguardo alle superstizioni dei Romani del Basso Impero. Era considerato, insomma, come un uomo assorto nei suoi libri, e fu motivo di grande sorpresa tra i suoi vicini che avesse mai sentito parlare del suo cugino orfano, Stephen Elliott, molto più che si fosse offerto di renderlo un ospite di Aswarby Hall.
Qualunque cosa si aspettassero i suoi vicini, è certo che il signor Abney — l’alto, il magro, l’austero — sembrò incline a riservare al giovane cugino una accoglienza gentile. Nel momento in cui la porta principale fu aperta, scattò fuori dal suo studio, strofinandosi le mani per la gioia.
“Come stai, ragazzo mio? — come stai? Quanti anni hai?” disse — “cioè, spero che tu non sia troppo stanco dal viaggio per mangiare la tua cena?”
“No, grazie, signore,” disse il giovane Elliott; “sto abbastanza bene.”
“Bravo ragazzo,” disse il signor Abney. “E quanti anni hai, ragazzo mio?”
Sembrava un po’ strano che avesse posto la domanda due volte nei primi due minuti della loro conoscenza.
“Compio dodici anni al prossimo compleanno, signore,” disse Stephen.
“E quando è il tuo compleanno, caro ragazzo? Undici di settembre, eh? Va bene — va bene davvero. Tra quasi un anno, non è vero? Mi piace — ah, ah! — mi piace segnare queste cose nel mio libro. Sei sicuro che siano dodici? Certo?”
“Sì, sicurissimo, signore.”
“Bene, bene! Portalo nella stanza della signora Bunch, Parkes, e fagli prendere il tè — la cena — qualunque cosa sia.”
“Sì, signore,” rispose il posato signor Parkes; e condusse Stephen nei piani bassi.
La signora Bunch era la persona più confortevole e umana che Stephen avesse finora incontrato ad Aswarby. Lo fece sentire completamente a casa; divennero grandi amici nel giro di un quarto d’ora: e grandi amici rimasero. La signora Bunch era nata nei dintorni circa cinquantacinque anni prima della data di arrivo di Stephen, e la sua residenza alla Hall durava da vent’anni. Di conseguenza, se qualcuno conosceva i dettagli della casa e del distretto, quella era la signora Bunch; e non era affatto restia a comunicare le sue informazioni.
Certamente c’erano molte cose riguardo alla Hall e ai giardini della Hall che Stephen, che era di indole avventurosa e curiosa, desiderava gli venissero spiegate. “Chi ha costruito il tempio alla fine del viale degli allori? Chi era il vecchio la cui immagine era appesa sulla scala, seduto a un tavolo, con un teschio sotto la mano?” Questi e molti punti simili furono chiariti dalle risorse del potente intelletto della signora Bunch. Ce n’erano altri, tuttavia, per i quali le spiegazioni fornite erano meno soddisfacenti.
Una sera di novembre Stephen era seduto vicino al fuoco nella stanza della governante a riflettere sul luogo in cui si trovava.
“Il signor Abney è un uomo buono, e andrà in paradiso?” chiese improvvisamente, con la particolare sicurezza che i bambini possiedono nella capacità dei loro anziani di risolvere queste domande, la cui decisione si crede sia riservata ad altri tribunali.
“Buono? — benedetto il bambino!” disse la signora Bunch. “Il padrone è un’anima gentile come non ne ho mai viste! Non ti ho mai parlato del ragazzino che ha accolto dalla strada, per così dire, sette anni fa? e della ragazzina, due anni dopo che io fossi arrivata qui per la prima volta?”
“No. Raccontami tutto di loro, signora Bunch — ora, in questo minuto!”
“Beh,” disse la signora Bunch, “la ragazzina non mi sembra di ricordarla molto bene. So che il padrone la portò con sé una volta di ritorno dalla sua passeggiata, e diede ordini alla signora Ellis, che era governante allora, che dovesse essere accudita con ogni cura. E la povera bambina non aveva nessuno al mondo — me lo disse lei stessa — e qui visse con noi per circa tre settimane, potrebbe essere; e poi, se avesse avuto un po’ di sangue zingaro nelle vene o cos’altro, ma una mattina se ne andò dal suo letto prima che uno di noi avesse aperto occhio, e non ho più visto traccia né segno di lei da allora. Il padrone ne fu meravigliosamente turbato, e fece dragare tutti gli stagni; ma è mia convinzione che sia stata portata via da quegli zingari, perché ci fu del canto intorno alla casa per almeno un’ora la notte in cui se ne andò, e Parkes, lui dichiara di averli sentiti chiamare nei boschi per tutto quel pomeriggio. Caro, caro! era una bambina strana, così silenziosa nei suoi modi e tutto, ma ero meravigliosamente affezionata a lei, era così domestica — sorprendente.”
“E che dire del ragazzino?” disse Stephen.
“Ah, quel povero ragazzo!” sospirò la signora Bunch. “Era uno straniero — Jevanny si faceva chiamare — e venne a strimpellare il suo organetto in giro per il viale un giorno d’inverno, e il padrone lo fece entrare in quel momento, e chiese tutto da dove venisse, e quanti anni avesse, e come si guadagnasse da vivere, e dove fossero i suoi parenti, e tutto con la massima gentilezza che si potesse desiderare. Ma andò allo stesso modo con lui. Sono una banda indisciplinata, quelle nazioni straniere, suppongo, e se ne andò una bella mattina proprio come la ragazza. Perché se ne andò e cosa fece è stata la nostra domanda per almeno un anno dopo; perché non prese mai il suo organetto, ed è lì che giace sullo scaffale.”
Il resto della serata fu trascorso da Stephen in un interrogatorio misto alla signora Bunch e in tentativi di estrarre una melodia dall’organetto.
Quella notte fece uno strano sogno. Alla fine del corridoio in cima alla casa, dove si trovava la sua camera da letto, c’era un vecchio bagno in disuso. Era tenuto a chiave, ma la metà superiore della porta era vetrata, e, dato che le tende di mussola che vi pendevano erano sparite da tempo, si poteva guardare dentro e vedere la vasca rivestita di piombo fissata alla parete sul lato destro, con la testata verso la finestra.
La notte di cui sto parlando, Stephen Elliott si ritrovò, come pensava, a guardare attraverso la porta a vetri. La luna splendeva attraverso la finestra, e lui stava fissando una figura che giaceva nella vasca.
La sua descrizione di ciò che vide mi ricorda ciò che io stesso ho visto una volta nelle famose cripte della chiesa di St Michan a Dublino, che possiedono l’orribile proprietà di preservare i cadaveri dalla decomposizione per secoli. Una figura inesprimibilmente magra e patetica, di un colore piombo polveroso, avvolta in un indumento simile a un sudario, le labbra sottili piegate in un sorriso debole e terribile, le mani premute strettamente sulla regione del cuore.
Mentre la guardava, un gemito lontano, quasi impercettibile, sembrò uscire dalle sue labbra, e le braccia iniziarono a muoversi. Il terrore della vista spinse Stephen all’indietro, e si svegliò rendendosi conto che stava effettivamente in piedi sul freddo pavimento di legno del corridoio alla piena luce della luna. Con un coraggio che non credo possa essere comune tra i ragazzi della sua età, andò alla porta del bagno per accertarsi se la figura del suo sogno fosse realmente lì. Non c’era, e tornò a letto.
La signora Bunch rimase molto colpita la mattina seguente dalla sua storia, e arrivò al punto di rimettere la tenda di mussola sulla porta a vetri del bagno. Il signor Abney, inoltre, a cui confidò le sue esperienze a colazione, fu molto interessato, e prese appunti sulla faccenda in quello che chiamava “il suo libro”.
L’equinozio di primavera si stava avvicinando, come il signor Abney ricordava spesso al cugino, aggiungendo che questo era sempre stato considerato dagli antichi come un momento critico per i giovani: che Stephen avrebbe fatto bene a stare attento, a chiudere la finestra della sua camera da letto di notte; e che Censorino aveva alcune osservazioni preziose sull’argomento. Due incidenti che si verificarono in questo periodo fecero colpo sulla mente di Stephen.
Il primo fu dopo una notte insolitamente inquieta e oppressa che aveva passato — sebbene non riuscisse a ricordare alcun sogno particolare che avesse fatto.
La sera seguente la signora Bunch si stava occupando di rammendare la sua camicia da notte.
“Santo cielo, Maestro Stephen!” esclamò piuttosto irritata, “come fai a ridurla in brandelli in questo modo? Guarda qui, signore, che disturbo dai alle povere serve che devono rammendare e aggiustare dopo di te!”
C’era infatti una serie di tagli o scalfitture estremamente distruttivi e apparentemente gratuiti nell’indumento, che senza dubbio avrebbero richiesto un ago abile per essere riparati. Erano confinati al lato sinistro del petto — lunghi tagli paralleli, di circa sei pollici di lunghezza, alcuni dei quali non trafiggevano del tutto la trama del lino. Stephen poté solo esprimere la sua totale ignoranza sulla loro origine: era sicuro che la sera prima non ci fossero.
“Ma,” disse, “signora Bunch, sono esattamente uguali ai graffi all’esterno della porta della mia camera da letto; e sono sicuro di non aver mai avuto nulla a che fare con il farli.”
La signora Bunch lo fissò a bocca aperta, poi afferrò una candela, si allontanò in fretta dalla stanza, e fu sentita salire le scale. Dopo pochi minuti tornò giù.
“Beh,” disse, “Maestro Stephen, è una cosa strana per me come quei segni e graffi possano essere finiti lì — troppo in alto perché qualsiasi gatto o cane li abbia fatti, tanto meno un topo: per tutto il mondo come le unghie di un cinese, come il mio zio nel commercio del tè era solito raccontarci quando eravamo ragazze insieme. Non direi nulla al padrone, se fossi in te, Maestro Stephen, mio caro; e gira semplicemente la chiave della porta quando vai a letto.”
“Lo faccio sempre, signora Bunch, non appena ho detto le mie preghiere.”
«Ah, che bravo bambino: dì sempre le tue preghiere, e allora nessuno potrà farti del male».
Con questo, la signora Bunch si dedicò a rammendare la camicia da notte danneggiata, con intervalli di meditazione, fino all'ora di coricarsi. Questo avvenne un venerdì sera del marzo 1812.
La sera seguente, il consueto duetto tra Stephen e la signora Bunch fu interrotto dall'improvviso arrivo del signor Parkes, il maggiordomo, che di norma se ne stava per conto suo nella propria dispensa. Non vide che Stephen era lì: era, inoltre, agitato e meno lento nel parlare del suo solito.
«Il padrone può anche andarsi a prendere il vino da solo, se gli aggrada, la sera», fu la sua prima osservazione. «O lo faccio di giorno, o non lo faccio affatto, signora Bunch. Non so cosa possa essere: molto probabilmente sono i ratti, o il vento che è entrato nelle cantine; ma non sono più giovane come una volta, e non posso sopportarlo come ho fatto finora».
«Beh, signor Parkes, sa bene che la Hall è un posto sorprendente per i ratti».
«Non lo nego, signora Bunch; e, di certo, molte volte ho sentito raccontare dagli uomini nei cantieri navali del ratto che sapeva parlare. Non vi ho mai dato credito prima d'ora; ma stasera, se mi fossi umiliato ad appoggiare l'orecchio alla porta della cassa più lontana, avrei potuto sentire quasi tutto quello che stavano dicendo».
«Oh, via, signor Parkes, non ho pazienza per le sue fantasie! Ratti che parlano nella cantina dei vini, davvero!»
«Beh, signora Bunch, non ho alcun desiderio di discutere con lei: tutto quello che dico è che, se sceglie di andare alla cassa in fondo e appoggiare l'orecchio alla porta, potrà verificare le mie parole in questo preciso istante».
«Che sciocchezze dice, signor Parkes... non sono cose da far ascoltare ai bambini! Perché, farà morire di paura il piccolo Stephen, lì».
«Cosa! Il piccolo Stephen?» disse Parkes, destandosi alla consapevolezza della presenza del ragazzo. «Il piccolo Stephen sa bene quando sto scherzando con lei, signora Bunch».
In realtà, il piccolo Stephen sapeva fin troppo bene che il signor Parkes, in prima istanza, non aveva affatto inteso scherzare. Era interessato, non del tutto piacevolmente, alla situazione; ma tutte le sue domande non riuscirono a indurre il maggiordomo a fornire un resoconto più dettagliato delle sue esperienze nella cantina dei vini.
Siamo ora arrivati al 24 marzo 1812. Fu una giornata di esperienze curiose per Stephen: una giornata ventosa e rumorosa, che riempì la casa e i giardini di un'inquietante impressione. Mentre Stephen stava accanto alla recinzione dei terreni e guardava verso il parco, sentì come se un'infinita processione di persone invisibili gli stesse sfrecciando accanto portata dal vento, trascinata irresistibilmente e senza meta, che cercava invano di fermarsi, di afferrare qualcosa che potesse arrestare la loro fuga e riportarle ancora una volta a contatto con il mondo dei vivi di cui avevano fatto parte. Dopo il pranzo di quel giorno, il signor Abney disse:
«Stephen, figliolo, pensi di poter venire da me stasera tardi, verso le undici, nel mio studio? Sarò impegnato fino a quell'ora e desidero mostrarti qualcosa legato alla tua vita futura che è della massima importanza che tu sappia. Non devi menzionare questa faccenda alla signora Bunch né a nessun altro in casa; e faresti meglio ad andare in camera tua al solito orario».
Ecco una nuova eccitazione aggiunta alla vita: Stephen colse con entusiasmo l'opportunità di stare alzato fino alle undici. Quella sera, passando davanti alla porta della biblioteca per salire al piano di sopra, vide un braciere, che aveva spesso notato nell'angolo della stanza, spostato davanti al fuoco; un'antica coppa di argento dorato stava sul tavolo, piena di vino rosso, e alcuni fogli di carta scritta giacevano lì vicino. Il signor Abney stava spargendo dell'incenso sul braciere da una scatola d'argento rotonda mentre Stephen passava, ma non sembrò notare i suoi passi.
Il vento era calato, e c'era una notte calma e una luna piena. Verso le dieci, Stephen stava in piedi alla finestra aperta della sua camera da letto, guardando fuori verso la campagna. Per quanto la notte fosse tranquilla, la misteriosa popolazione dei lontani boschi illuminati dalla luna non era ancora placata. Di tanto in tanto, strani grida come di vagabondi perduti e disperati risuonavano dall'altra parte dello stagno. Potevano essere i richiami di gufi o uccelli acquatici, eppure non assomigliavano del tutto a nessuno dei due suoni. Non si stavano forse avvicinando? Ora risuonavano dal lato più vicino dell'acqua e, dopo pochi istanti, sembravano fluttuare tra gli arbusti. Poi cessarono; ma proprio mentre Stephen stava pensando di chiudere la finestra e riprendere la lettura di Robinson Crusoe, scorse due figure in piedi sulla terrazza di ghiaia che correva lungo il lato del giardino della Hall: le figure di un ragazzo e di una ragazza, a quanto pareva; stavano fianco a fianco, guardando verso le finestre. Qualcosa nella forma della ragazza richiamò irresistibilmente il suo sogno della figura nel bagno. Il ragazzo lo ispirò con un timore più acuto.
Mentre la ragazza stava ferma, sorridendo a metà, con le mani giunte sul cuore, il ragazzo, una sagoma sottile, con capelli neri e vestiti logori, alzò le braccia in aria con un'apparenza di minaccia e di fame e desiderio insaziabili. La luna brillava sulle sue mani quasi trasparenti, e Stephen vide che le unghie erano spaventosamente lunghe e che la luce le attraversava. Mentre stava lì con le braccia così sollevate, rivelò uno spettacolo terrificante. Sul lato sinistro del petto si apriva uno squarcio nero e spalancato; e cadde nel cervello di Stephen, più che sul suo orecchio, l'impressione di uno di quei grida affamate e desolate che aveva sentito risuonare sopra i boschi di Aswarby per tutta la sera. Un attimo dopo, questa coppia spaventosa si era mossa rapida e silenziosa sulla ghiaia asciutta, e non la vide più.
Inesprimibilmente spaventato com'era, decise di prendere la sua candela e scendere nello studio del signor Abney, poiché l'ora fissata per il loro incontro era vicina. Lo studio o biblioteca si apriva sul vestibolo anteriore da un lato, e Stephen, spinto dai suoi terrori, non impiegò molto ad arrivarci. Entrare non fu così facile. Non era chiusa a chiave, ne era certo, poiché la chiave era all'esterno della porta come al solito. I suoi ripetuti colpi non produssero risposta. Il signor Abney era impegnato: stava parlando. Cosa! Perché cercava di gridare? E perché quel grido era soffocato nella sua gola? Aveva visto anche lui i misteriosi bambini? Ma ora tutto era tranquillo, e la porta cedette alla spinta terrorizzata e frenetica di Stephen.
Sul tavolo nello studio del signor Abney furono trovati alcuni documenti che spiegarono la situazione a Stephen Elliott quando fu in un'età tale da poterli comprendere. Le frasi più importanti erano le seguenti:
«Era una credenza molto fermamente e generalmente sostenuta dagli antichi — della cui saggezza in queste materie ho avuto tale esperienza da indurmi a riporre fiducia nelle loro asserzioni — che attuando determinati processi, che a noi moderni hanno qualcosa di barbarico, si possa ottenere un illuminazione molto notevole delle facoltà spirituali nell'uomo: che, per esempio, assorbendo le personalità di un certo numero di suoi simili, un individuo possa ottenere un completo predominio su quegli ordini di esseri spirituali che controllano le forze elementali del nostro universo.
«È riportato di Simon Mago che fosse in grado di volare nell'aria, di diventare invisibile, o di assumere qualsiasi forma desiderasse, per mezzo dell'anima di un ragazzo che, per usare la frase diffamatoria impiegata dall'autore dei Riconoscimenti Clementini, aveva 'assassinato'. Trovo scritto, inoltre, con considerevole dettaglio negli scritti di Ermete Trismegisto, che simili risultati felici possano essere prodotti dall'assorbimento dei cuori di non meno di tre esseri umani di età inferiore ai ventun anni. Alla verifica della verità di questa ricetta ho dedicato la maggior parte degli ultimi vent'anni, selezionando come corpora vilia del mio esperimento tali persone che potessero essere comodamente rimosse senza causare un vuoto sensibile nella società. Il primo passo l'ho effettuato con la rimozione di una certa Phoebe Stanley, una ragazza di estrazione zingara, il 24 marzo 1792. Il secondo, con la rimozione di un giovane ragazzo italiano errante, di nome Giovanni Paoli, la notte del 23 marzo 1805. La vittima finale — per usare una parola ripugnante al massimo grado per i miei sentimenti — deve essere mio cugino, Stephen Elliott. Il suo giorno deve essere questo 24 marzo 1812.
«Il mezzo migliore per effettuare l'assorbimento richiesto è rimuovere il cuore dal soggetto vivente, ridurlo in cenere e mescolarlo con circa mezzo litro di un vino rosso, preferibilmente porto. I resti dei primi due soggetti, almeno, sarà bene nasconderli: un bagno in disuso o una cantina per il vino risulteranno convenienti per tale scopo. Qualche fastidio potrebbe derivare dalla porzione psichica dei soggetti, che il linguaggio popolare nobilita con il nome di fantasmi. Ma l'uomo di temperamento filosofico — al quale solo l'esperimento è appropriato — sarà poco incline ad attribuire importanza ai deboli sforzi di questi esseri di vendicarsi su di lui. Contemplo con la più viva soddisfazione l'esistenza allargata ed emancipata che l'esperimento, se riuscirà, mi conferirà; non solo mettendomi fuori dalla portata della giustizia umana (cosiddetta), ma eliminando in larga misura la prospettiva della morte stessa».
Il signor Abney fu trovato sulla sua sedia, la testa rovesciata all'indietro, il volto segnato da un'espressione di rabbia, spavento e dolore mortale. Nel suo lato sinistro c'era una terribile ferita lacerata, che esponeva il cuore. Non c'era sangue sulle sue mani, e un lungo coltello che giaceva sul tavolo era perfettamente pulito. Un gatto selvatico feroce avrebbe potuto infliggere le ferite. La finestra dello studio era aperta, e l'opinione del coroner fu che il signor Abney avesse trovato la morte per mano di qualche creatura selvatica. Ma lo studio dei documenti che ho citato portò Stephen Elliott a una conclusione molto diversa.
LA MEZZATINTA
Qualche tempo fa credo di aver avuto il piacere di raccontarvi la storia di un'avventura accaduta a un mio amico di nome Dennistoun, durante la sua ricerca di oggetti d'arte per il museo di Cambridge.
Non pubblicò le sue esperienze molto ampiamente al suo ritorno in Inghilterra; ma non poterono fare a meno di diventare note a molti dei suoi amici, e tra gli altri al gentiluomo che a quel tempo presiedeva un museo d'arte in un'altra Università. C'era da aspettarsi che la storia facesse una considerevole impressione sulla mente di un uomo la cui vocazione si svolgeva su linee simili a quelle di Dennistoun, e che egli fosse ansioso di cogliere qualsiasi spiegazione della faccenda che tendesse a far sembrare improbabile che egli venisse mai chiamato ad affrontare un'emergenza così agitata. Era, in effetti, alquanto consolante per lui riflettere che non ci si aspettava che acquistasse antichi manoscritti per la sua istituzione; quello era affare della Biblioteca Shelburniana. Le autorità di quella istituzione potevano, se volevano, frugare in angoli oscuri del Continente per tali faccende. Era lieto di essere costretto al momento a limitare la sua attenzione all'ampliamento della collezione, già insuperata, di disegni e incisioni topografiche inglesi posseduta dal suo museo. Eppure, come si scoprì, anche un dipartimento così semplice e familiare come questo può avere i suoi angoli oscuri, e a uno di questi il signor Williams fu inaspettatamente introdotto.
Coloro che hanno mostrato anche il minimo interesse per l'acquisizione di immagini topografiche sanno che c'è un mercante londinese il cui aiuto è indispensabile per le loro ricerche. Il signor J. W. Britnell pubblica a brevi intervalli cataloghi davvero ammirevoli di un vasto e costantemente mutevole stock di incisioni, piante e vecchi schizzi di dimore, chiese e città in Inghilterra e nel Galles. Questi cataloghi erano, naturalmente, l'ABC della sua materia per il signor Williams: ma poiché il suo museo conteneva già un enorme accumulo di immagini topografiche, egli era un acquirente regolare, piuttosto che copioso; e si aspettava piuttosto dal signor Britnell che colmasse le lacune nei ranghi della sua collezione piuttosto che fornirgli rarità.
Ora, nel febbraio dello scorso anno, apparve sulla scrivania del signor Williams al museo un catalogo dall'emporio del signor Britnell, e ad accompagnarlo c'era una comunicazione dattiloscritta del mercante stesso. Quest'ultima recitava come segue:
EGREGIO SIGNORE, Ci permettiamo di richiamare la vostra attenzione sul n. 978 nel nostro catalogo allegato, che saremo lieti di inviare in visione.
Vostro devotamente, J. W. BRITNELL.
Passare al n. 978 nel catalogo allegato fu per il signor Williams (come osservò a se stesso) opera di un momento, e nel punto indicato trovò la seguente voce:
978.—Ignoto. Interessante mezzatinta: Veduta di una casa padronale, prima parte del secolo. 15 per 10 pollici; cornice nera. £2 2s.
Non era particolarmente eccitante, e il prezzo sembrava alto. Tuttavia, poiché il signor Britnell, che conosceva il suo mestiere e il suo cliente, sembrava dargli importanza, il signor Williams scrisse una cartolina chiedendo che l'articolo venisse inviato in visione, insieme ad altre incisioni e schizzi che apparivano nello stesso catalogo. E così passò senza troppa eccitazione di aspettativa alle normali fatiche della giornata.
Un pacco di qualsiasi tipo arriva sempre un giorno dopo che te lo aspetti, e quello del signor Britnell non fece, come credo sia la frase giusta, eccezione alla regola. Fu consegnato al museo con la posta del sabato pomeriggio, dopo che il signor Williams aveva lasciato il lavoro, e fu quindi portato alle sue stanze in college dal custode, affinché non dovesse aspettare fino a lunedì per esaminarlo e restituire ciò che non intendeva tenere. E qui lo trovò quando arrivò per il tè, con un amico.
L'unico oggetto di cui mi devo occupare era la mezzatinta piuttosto grande, con cornice nera, di cui ho già citato la breve descrizione data nel catalogo del signor Britnell. Dovranno essere forniti alcuni dettagli in più, sebbene non possa sperare di porre davanti a voi l'aspetto dell'immagine così chiaramente com'è presente ai miei occhi. Quasi l'esatto duplicato si può vedere in un buon numero di vecchie sale da locanda, o nei passaggi di imperturbate dimore di campagna al momento attuale. Era una mezzatinta piuttosto mediocre, e una mezzatinta mediocre è, forse, la peggior forma di incisione conosciuta. Presentava una vista frontale di una casa padronale non molto grande del secolo scorso, con tre file di semplici finestre a ghigliottina con muratura bugnata intorno, un parapetto con sfere o vasi agli angoli e un piccolo portico al centro. Su entrambi i lati c'erano alberi, e davanti una considerevole distesa di prato. La dicitura A. W. F. sculpsit era incisa sul margine stretto; e non c'era altra iscrizione. Il tutto dava l'impressione che fosse opera di un dilettante. Cosa al mondo potesse intendere il signor Britnell fissando il prezzo di £2 2s. a un tale oggetto era più di quanto il signor Williams potesse immaginare. La girò con un buon po' di disprezzo; sul retro c'era un'etichetta di carta, la cui metà sinistra era stata strappata. Tutto ciò che rimaneva erano le estremità di due righe di scrittura: la prima aveva le lettere... ngley Hall; la seconda, ...ssex.
Varrebbe forse la pena identificare il luogo rappresentato, cosa che potrebbe facilmente fare con l'aiuto di un dizionario geografico, e poi la rimanderebbe al signor Britnell, con alcune osservazioni che riflettono sul giudizio di quel gentiluomo.
Accese le candele, perché ormai era buio, preparò il tè e offrì all'amico con cui aveva giocato a golf (poiché credo che le autorità dell'Università di cui scrivo si concedano quel passatempo come relax) da bere; e il tè fu preso accompagnato da una discussione che le persone che giocano a golf possono immaginare da sole, ma che lo scrittore coscienzioso non ha il diritto di infliggere a nessuna persona che non gioca a golf.
La conclusione a cui si giunse fu che certi colpi avrebbero potuto essere migliori, e che in certe emergenze nessuno dei due giocatori aveva sperimentato quella dose di fortuna che un essere umano ha il diritto di aspettarsi. Fu ora che l'amico — chiamiamolo Professor Binks — prese l'incisione incorniciata e disse:
«Cos'è questo posto, Williams?»
«Proprio quello che sto per cercare di scoprire», disse Williams, andando allo scaffale per un dizionario geografico. «Guarda il retro. Somethingley Hall, o nel Sussex o nell'Essex. Metà del nome è sparita, vedi. Non ti capita di conoscerlo, suppongo?»
«Viene da quell'uomo Britnell, suppongo, no?» disse Binks. «È per il museo?»
«Beh, penso che la comprerei se il prezzo fosse cinque scellini», disse Williams; «ma per qualche ragione ultraterrena ne vuole due ghinee. Non riesco a concepire perché. È un'incisione miserabile, e non ci sono nemmeno figure per darle vita».
«Non vale due ghinee, dovrei pensare», disse Binks; «ma non credo sia fatta così male. Il chiaro di luna mi sembra piuttosto buono; e avrei pensato che ci fossero figure, o almeno una figura, proprio sul bordo davanti».
«Vediamo», disse Williams. «Beh, è vero che la luce è data in modo piuttosto intelligente. Dov'è la tua figura? Oh sì! Solo la testa, proprio nella parte anteriore dell'immagine».
E infatti c'era — poco più di una macchia nera sul bordo estremo dell'incisione — la testa di un uomo o di una donna, un bel po' avvolta, la schiena rivolta allo spettatore, che guarda verso la casa.
Williams non l'aveva notata prima.
«Comunque», disse, «anche se è una cosa più intelligente di quanto pensassi, non posso spendere due ghinee di soldi del museo per un'immagine di un posto che non conosco».
Il Professor Binks aveva il suo lavoro da fare, e presto se ne andò; e quasi fino all'ora della Hall, Williams fu impegnato in un vano tentativo di identificare il soggetto della sua immagine. «Se la vocale prima di ng fosse stata lasciata, sarebbe stato abbastanza facile», pensò; «ma così com'è, il nome può essere qualsiasi cosa da Guestingley a Langley, e ci sono molti più nomi che finiscono così di quanto pensassi; e questo libro marcio non ha un indice delle desinenze».
La Hall nel college del signor Williams era alle sette. Non c'è bisogno di soffermarsi su di essa; tanto meno perché vi incontrò colleghi che avevano giocato a golf durante il pomeriggio, e parole con cui non abbiamo nulla a che fare furono liberamente scambiate attraverso il tavolo — solo parole da golf, mi affretto a spiegare.
Suppongo che un'ora o più sia stata trascorsa in quella che viene chiamata sala comune dopo cena. Più tardi la sera alcuni si ritirarono nelle stanze di Williams, e ho pochi dubbi che sia stato giocato a whist e fumato tabacco. Durante una pausa in queste operazioni, Williams prese la mezzatinta dal tavolo senza guardarla, e la porse a una persona leggermente interessata all'arte, dicendogli da dove proveniva e gli altri dettagli che già conosciamo.
Il gentiluomo la prese con noncuranza, la guardò, poi disse, con un tono di un certo interesse:
«È davvero un ottimo pezzo di lavoro, Williams; ha proprio un senso del periodo romantico. La luce è gestita in modo ammirevole, mi sembra, e la figura, sebbene sia un po' troppo grottesca, è in qualche modo molto impressionante».
«Sì, vero?» disse Williams, che in quel momento era occupato a servire whisky-and-soda ad altri della compagnia, e non era in grado di attraversare la stanza per guardare di nuovo la veduta.
A quell'ora era ormai piuttosto tardi, e i visitatori si stavano preparando ad andare. Dopo la loro partenza, Williams fu costretto a scrivere un paio di lettere e a sbrigare alcune faccende rimaste in sospeso. Infine, passata la mezzanotte, si dispose a coricarsi e spense la lampada dopo aver acceso la candela da camera. Il quadro giaceva con la faccia rivolta verso l’alto sul tavolo, dove l’ultimo uomo che lo aveva osservato lo aveva lasciato, e gli cadde sotto lo sguardo proprio mentre abbassava la fiamma della lampada. Ciò che vide gli fece quasi cadere la candela sul pavimento, e ora dichiara che, se fosse rimasto al buio in quel momento, gli sarebbe venuto un colpo. Ma, poiché ciò non accadde, riuscì a posare la luce sul tavolo e a dare un’occhiata attenta al quadro. Era innegabile — del tutto impossibile, senza dubbio, ma assolutamente certo. Nel mezzo del prato, davanti alla casa sconosciuta, c’era una figura, laddove alle cinque di quel pomeriggio non c’era alcuna figura. Stava strisciando carponi verso la casa, avvolta in uno strano indumento nero con una croce bianca sul dorso.
Non so quale sia il modo ideale di agire in una situazione del genere. Posso solo dirvi cosa fece il signor Williams. Prese il quadro per un angolo e lo portò attraverso il corridoio in un secondo appartamento di cui disponeva. Lì lo chiuse a chiave in un cassetto, sbarrò le porte di entrambi gli appartamenti e si ritirò a letto; ma prima mise per iscritto e firmò un resoconto dello straordinario mutamento che il quadro aveva subito da quando era entrato in suo possesso.
Il sonno lo colse piuttosto tardi; ma era consolante riflettere che il comportamento del quadro non dipendesse dalla sua sola testimonianza. Evidentemente, l’uomo che lo aveva guardato la sera prima aveva visto qualcosa di simile a ciò che aveva visto lui; altrimenti, sarebbe stato tentato di pensare che qualcosa di gravemente sbagliato stesse accadendo ai suoi occhi o alla sua mente. Essendo fortunatamente esclusa questa possibilità, due questioni lo attendevano l’indomani. Doveva esaminare il quadro con molta attenzione, chiamando un testimone a tal fine, e doveva fare un tentativo risoluto per accertare quale casa fosse rappresentata. Avrebbe quindi chiesto al suo vicino Nisbet di fare colazione con lui, e in seguito avrebbe passato la mattinata a consultare l’atlante geografico.
Nisbet era libero e arrivò verso le nove e mezza. Il suo ospite non era ancora del tutto vestito, mi dispiace dirlo, persino a quell’ora tarda. Durante la colazione Williams non disse nulla della mezzatinta, se non che aveva un quadro su cui desiderava il parere di Nisbet. Ma coloro che hanno familiarità con la vita universitaria possono immaginare da soli l’ampia e deliziosa gamma di argomenti che la conversazione di due membri del Canterbury College è solita toccare durante una colazione della domenica mattina. Quasi nessun tema fu tralasciato, dal golf al tennis su prato. Eppure devo dire che Williams era piuttosto distratto; poiché il suo interesse era naturalmente concentrato su quel quadro molto strano che ora riposava, con la faccia rivolta verso il basso, nel cassetto della stanza opposta.
La pipa del mattino fu finalmente accesa, ed era giunto il momento che attendeva. Con un’agitazione assai considerevole, quasi tremante, corse di là, aprì il cassetto e, estratto il quadro — ancora rivolto verso il basso — tornò indietro e lo mise nelle mani di Nisbet.
«Ora», disse, «Nisbet, voglio che tu mi dica esattamente cosa vedi in quel quadro. Descrivilo, se non ti dispiace, in modo piuttosto minuzioso. Ti dirò il perché in seguito».
«Beh», disse Nisbet, «ho qui la veduta di una casa di campagna — inglese, presumo — al chiaro di luna».
«Chiaro di luna? Ne sei sicuro?»
«Certamente. La luna appare calante, se vuoi i dettagli, e ci sono nuvole nel cielo».
«D’accordo. Continua. Giurerei», aggiunse Williams in un inciso, «che non c’era luna quando l’ho visto la prima volta».
«Beh, non c’è molto altro da dire», continuò Nisbet. «La casa ha una, due, tre file di finestre, cinque per ogni fila, eccetto al piano terra, dove c’è un portico invece di quella centrale, e...»
«Ma che mi dici delle figure?» disse Williams, con marcato interesse.
«Non ce ne sono», disse Nisbet; «ma...»
«Cosa! Nessuna figura sull’erba davanti?»
«Assolutamente nulla».
«Lo giureresti?»
«Certamente. Ma c’è giusto un’altra cosa».
«Cosa?»
«Beh, una delle finestre al piano terra, a sinistra della porta, è aperta».
«È davvero così? Cielo! Deve essere entrato», disse Williams, con grande eccitazione; e corse dietro il divano su cui era seduto Nisbet e, afferrandogli il quadro, verificò la cosa di persona.
Era tutto vero. Non c’era alcuna figura, e c’era la finestra aperta. Williams, dopo un momento di sbalordimento senza parole, andò allo scrittoio e scarabocchiò per un breve momento. Poi portò due fogli a Nisbet e gli chiese prima di firmarne uno — era la sua descrizione del quadro, che avete appena sentito — e poi di leggere l’altro, che era la deposizione di Williams scritta la sera prima.
«Cosa può significare tutto ciò?» disse Nisbet.
«Appunto», disse Williams. «Beh, devo fare una cosa, o meglio tre, ora che ci penso. Devo scoprire da Garwood» — questo era il suo visitatore della sera precedente — «cosa ha visto, e poi devo far fotografare la cosa prima che proceda oltre, e infine devo scoprire di che posto si tratti».
«Posso occuparmi io stesso della fotografia», disse Nisbet, «e lo farò. Ma, sai, sembra proprio che stiamo assistendo al compiersi di una tragedia da qualche parte. La domanda è: è già accaduta o deve ancora compiersi? Devi scoprire che posto sia. Sì», disse, guardando di nuovo il quadro, «credo che tu abbia ragione: è entrato. E se non erro, ci sarà il finimondo in una delle stanze al piano di sopra».
«Ti dirò una cosa», disse Williams: «Porterò il quadro dal vecchio Green» (questo era il membro anziano del College, che era stato economo per molti anni). «È molto probabile che lo conosca. Abbiamo proprietà nell’Essex e nel Sussex, e deve aver girato molto le due contee ai suoi tempi».
«È molto probabile che lo faccia», disse Nisbet; «ma lasciami prima scattare la mia fotografia. Ma guarda, credo proprio che Green oggi non sia in sede. Non era in sala mensa ieri sera, e mi pare di averlo sentito dire che sarebbe andato via per la domenica».
«È vero anche questo», disse Williams; «so che è andato a Brighton. Bene, se tu lo fotografi ora, io vado da Garwood a farmi rilasciare la sua deposizione, e tu tienilo d’occhio mentre sono via. Inizio a pensare che due ghinee non siano un prezzo così esorbitante per questo, ora».
In breve tempo tornò, portando con sé il signor Garwood. La deposizione di Garwood era nel senso che la figura, quando l’aveva vista, era libera dal bordo del quadro, ma non aveva fatto molta strada sul prato. Ricordava un segno bianco sul dorso del suo drappeggio, ma non avrebbe saputo dire con certezza se fosse una croce. Un documento in tal senso fu quindi redatto e firmato, e Nisbet procedette a fotografare il quadro.
«Ora cosa intendi fare?» disse. «Hai intenzione di restare a guardarlo tutto il giorno?»
«Beh, no, non credo», disse Williams. «Immagino piuttosto che siamo destinati a vedere l’intera vicenda. Vedi, tra il momento in cui l’ho visto ieri sera e stamattina c’era tempo per far succedere molte cose, ma la creatura è entrata solo in casa. Avrebbe potuto facilmente sbrigare i suoi affari nel tempo a disposizione e tornare al suo posto; ma il fatto che la finestra sia aperta, penso, debba significare che è ancora lì dentro. Quindi mi sento abbastanza tranquillo nel lasciarlo. E, inoltre, ho l’idea che non cambierebbe molto, se non affatto, durante il giorno. Potremmo uscire per una passeggiata questo pomeriggio e tornare per il tè, o quando fa buio. Lo lascerò fuori sul tavolo qui, e sbarrerò la porta. Il mio inserviente può entrare, ma nessun altro».
I tre concordarono che fosse un buon piano; e, inoltre, che se avessero passato il pomeriggio insieme, sarebbero stati meno inclini a parlare della faccenda con altri; poiché qualsiasi voce su una faccenda come quella in corso avrebbe attirato l’intera Società Fasmatologica alle loro orecchie.
Possiamo concedere loro una tregua fino alle cinque.
A quell’ora, o giù di lì, i tre stavano entrando nella scala di Williams. Inizialmente rimasero leggermente infastiditi nel vedere che la porta delle sue stanze non era sbarrata; ma in un momento ricordarono che di domenica gli inservienti venivano a prendere gli ordini un’ora o poco più prima che nei giorni feriali. Tuttavia, una sorpresa li attendeva. La prima cosa che videro fu il quadro appoggiato a una pila di libri sul tavolo, come era stato lasciato, e la cosa successiva fu l’inserviente di Williams, seduto su una sedia di fronte, a fissarlo con un orrore non dissimulato. Com’era possibile? Il signor Filcher (il nome non è una mia invenzione) era un servitore di notevole levatura, che stabiliva lo standard di etichetta per tutto il suo college e per diversi vicini, e nulla poteva essere più estraneo alla sua condotta che essere trovato seduto sulla sedia del suo padrone, o apparire a prestare particolare attenzione ai mobili o ai quadri del suo padrone. In effetti, sembrò sentirlo lui stesso. Sussultò violentemente quando i tre uomini furono nella stanza, e si alzò con uno sforzo marcato. Poi disse:
«Chiedo perdono, signore, per essermi preso la libertà di sedermi».
«Niente affatto, Robert», intervenne il signor Williams. «Stavo proprio per chiederle, una volta o l’altra, cosa ne pensasse di quel quadro».
«Beh, signore, naturalmente non pretendo che la mia opinione conti quanto la vostra, ma non è un quadro che appenderei dove la mia bambina possa vederlo, signore».
«Non lo farebbe, Robert? Perché no?»
«No, signore. Perché la povera piccola, ricordo una volta che vide una Bibbia illustrata, con figure che non erano la metà di quella, e abbiamo dovuto vegliarla per tre o quattro notti dopo, se volete credermi; e se dovesse scorgere questo scheletro qui, o qualunque cosa sia, che porta via il povero bambino, ne rimarrebbe sconvolta. Sapete com’è con i bambini; come diventano nervosi per una sciocchezza e tutto il resto. Ma, a mio parere, non sembra un quadro giusto da lasciar in giro, signore, non dove chiunque sia facile a spaventarsi possa imbattervisi. Avete bisogno di qualcosa per questa sera, signore? Grazie, signore».
Con queste parole l’eccellente uomo andò a continuare il giro dei suoi padroni, e potete star certi che i signori che aveva lasciato non persero tempo a riunirsi attorno all’incisione. C’era la casa, come prima, sotto la luna calante e le nuvole alla deriva. La finestra che era stata aperta era chiusa, e la figura era di nuovo sul prato: ma questa volta non strisciava cautamente carponi. Ora era eretta e procedeva rapidamente, con lunghi passi, verso la parte anteriore del quadro. La luna era alle sue spalle, e il drappeggio nero pendeva sul suo viso in modo che solo accenni di esso potessero essere visti, e ciò che era visibile rese gli spettatori profondamente grati di non poter vedere altro che una fronte bianca a cupola e pochi capelli radi. La testa era china, e le braccia erano strettamente serrate su un oggetto che poteva essere intravisto e identificato come un bambino, se morto o vivo non era possibile dire. Solo le gambe dell’apparizione potevano essere scorte chiaramente, ed erano orribilmente sottili.
Dalle cinque alle sette i tre compagni sedettero e osservarono il quadro a turno. Ma non cambiò mai. Alla fine concordarono che sarebbe stato sicuro lasciarlo, e che sarebbero tornati dopo la cena in sala per attendere ulteriori sviluppi.
Quando si riunirono di nuovo, al primo momento possibile, l’incisione era lì, ma la figura era scomparsa, e la casa era tranquilla sotto i raggi della luna. Non rimase altro da fare che passare la serata su atlanti geografici e guide. Williams fu finalmente quello fortunato, e forse se lo meritava. Alle 23:30 lesse dalla *Guida del Murray all’Essex* le seguenti righe:
*16½ miglia, Anningley. La chiesa è stata un interessante edificio di epoca normanna, ma è stata ampiamente classicizzata nel secolo scorso. Contiene la tomba della famiglia Francis, la cui residenza, Anningley Hall, una solida casa in stile Queen Anne, sorge subito oltre il cimitero, in un parco di circa 80 acri. La famiglia è ora estinta, l’ultimo erede essendo scomparso misteriosamente durante l’infanzia nell’anno 1802. Il padre, il signor Arthur Francis, era noto localmente come un talentuoso incisore amatoriale in mezzatinta. Dopo la scomparsa del figlio, visse in completo isolamento alla Hall, e fu trovato morto nel suo studio nel terzo anniversario del disastro, avendo appena completato un’incisione della casa, le cui impressioni sono di considerevole rarità.*
Sembrava una pista concreta e, infatti, il signor Green al suo ritorno identificò subito la casa come Anningley Hall.
«C’è una qualche spiegazione per la figura, Green?» fu la domanda che Williams pose naturalmente.
«Non lo so, davvero, Williams. Ciò che si diceva nel luogo quando l’ho conosciuto per la prima volta, ovvero prima di venire qui, era proprio questo: il vecchio Francis era sempre molto severo con quei bracconieri, e ogni volta che ne aveva l’occasione faceva cacciare dalla tenuta chiunque sospettasse di esserlo, e a poco a poco li fece fuori tutti tranne uno. I signorotti potevano fare molte cose allora che non oserebbero nemmeno pensare oggi. Bene, quest’uomo che era rimasto era ciò che si trova abbastanza spesso in quella regione: gli ultimi resti di una famiglia molto antica. Credo che siano stati signori del feudo un tempo. Ricordo proprio la stessa cosa nella mia parrocchia».
«Cosa, come l’uomo in Tess dei D’Urberville?» intervenne Williams.
«Sì, oso dire di sì; non è un libro che io sia mai riuscito a leggere. Ma questo tizio poteva mostrare una fila di tombe nella chiesa lì che appartenevano ai suoi antenati, e tutto ciò contribuì a inasprirlo un po’; ma Francis, dicevano, non riusciva mai a prenderlo: stava sempre appena dalla parte giusta della legge, finché una notte i guardiacaccia non lo trovarono sul fatto in un bosco proprio ai confini della tenuta. Potrei mostrarvi il posto ora; confina con alcuni terreni che appartenevano a un mio zio. E potete immaginare che ci fu una lite; e quest’uomo Gawdy (questo era il nome, di sicuro — Gawdy; pensavo che mi sarebbe tornato in mente — Gawdy), ebbe la sfortuna, poveretto, di sparare a un guardiacaccia. Beh, era quello che Francis voleva, e i grandi giurì — sapete cosa dovevano essere allora — e il povero Gawdy fu impiccato in quattro e quattr’otto; e mi hanno mostrato il posto in cui è stato sepolto, sul lato nord della chiesa — conoscete l’usanza in quella parte del mondo: chiunque sia stato impiccato o si sia tolto la vita, lo seppelliscono da quel lato. E l’idea era che qualche amico di Gawdy — non un parente, perché non ne aveva, povero diavolo! era l’ultimo della sua stirpe: una specie di *spes ultima gentis* — deve aver pianificato di mettere le mani sul figlio di Francis e farla finita anche con la sua stirpe. Non so, è un’idea piuttosto stravagante per un bracconiere dell’Essex — ma, sapete, direi che ora sembra più come se il vecchio Gawdy avesse gestito il lavoro di persona. *Booh!* Odio pensarci! Bevi un po’ di whisky, Williams!»
I fatti furono comunicati da Williams a Dennistoun, e da questi a una compagnia mista, della quale io facevo parte, e il sadduceo professore di Ofiologia un’altra. Mi dispiace dire che quest’ultimo, quando gli fu chiesto cosa ne pensasse, osservò solo: «Oh, quella gente di Bridgeford direbbe qualsiasi cosa» — un sentimento che ricevette l’accoglienza che meritava.
Devo solo aggiungere che il quadro si trova ora all’Ashleian Museum; che è stato trattato con l’intento di scoprire se vi fosse stato usato inchiostro simpatico, ma senza risultato; che il signor Britnell non ne sapeva nulla, se non che era certo fosse raro; e che, sebbene attentamente sorvegliato, non si è mai saputo che sia cambiato di nuovo.
IL FRASSINO
Chiunque abbia viaggiato nell’Inghilterra orientale conosce le piccole case di campagna di cui è costellata — i piccoli edifici piuttosto umidi, solitamente in stile italiano, circondati da parchi di circa ottanta-cento acri. Per me hanno sempre esercitato una fortissima attrazione: con il grigio steccato di quercia spaccata, gli alberi nobili, i laghetti con i loro canneti e la linea dei boschi in lontananza. Poi, mi piace il portico colonnato — forse appiccicato a una casa in mattoni rossi in stile Queen Anne che è stata rivestita di stucco per allinearla al gusto "greco" della fine del XVIII secolo; l’atrio interno, che sale fino al tetto, atrio che dovrebbe sempre essere dotato di una galleria e di un piccolo organo. Mi piace anche la biblioteca, dove si può trovare di tutto, da un salterio del XIII secolo a un quarto di Shakespeare. Mi piacciono i quadri, naturalmente; e forse, più di tutto, mi piace immaginare come fosse la vita in una casa del genere quando fu costruita per la prima volta, e nei tempi felici della prosperità dei proprietari terrieri, e non meno ora, quando, se il denaro non è così abbondante, il gusto è più vario e la vita altrettanto interessante. Desidero avere una di queste case, e abbastanza denaro per mantenerla e intrattenervi i miei amici con modestia.
Ma questa è una digressione. Devo raccontarvi una curiosa serie di eventi che accaddero in una casa come quella che ho cercato di descrivere. È Castringham Hall nel Suffolk. Penso che sia stato fatto molto all’edificio dopo il periodo della mia storia, ma gli elementi essenziali che ho abbozzato sono ancora lì — portico italiano, blocco quadrato di casa bianca, più antica all’interno che all’esterno, parco con frangia di boschi e laghetto. L’unico elemento che distingueva la casa da una ventina di altre non c’è più. Guardandola dal parco, si vedeva sulla destra un grande vecchio frassino che cresceva a pochi metri dal muro e toccava quasi, o del tutto, l’edificio con i suoi rami. Suppongo che fosse rimasto lì da quando Castringham cessò di essere un luogo fortificato, da quando il fossato fu riempito e la dimora elisabettiana fu costruita. In ogni caso, aveva quasi raggiunto le sue dimensioni complete nell’anno 1690.
In quell’anno il distretto in cui si trova la Hall fu teatro di numerosi processi alle streghe. Passeranno anni, credo, prima che arriviamo a una giusta stima della quantità di solida ragione — se ce n’era alcuna — che giaceva alla radice del timore universale delle streghe nei tempi antichi. Se le persone accusate di questo reato immaginassero davvero di possedere un potere insolito di qualsiasi tipo; o se avessero la volontà almeno, se non il potere, di fare del male ai loro vicini; o se tutte le confessioni, di cui ce ne sono tante, fossero estorte dalla mera crudeltà dei cacciatori di streghe — queste sono domande che, immagino, non sono ancora state risolte. E il presente racconto mi fa esitare. Non posso liquidarlo del tutto come pura invenzione. Il lettore deve giudicare da sé.
Castringham contribuì con una vittima all’auto-da-fé. Il suo nome era la signora Mothersole, e differiva dall’ordinaria schiera delle streghe di villaggio solo per essere un po’ più benestante e in una posizione più influente. Furono fatti tentativi per salvarla da parte di diversi stimati agricoltori della parrocchia. Fecero del loro meglio per testimoniare a favore del suo carattere e mostrarono una considerevole ansia riguardo al verdetto della giuria.
Ma ciò che sembra sia stato fatale alla donna fu la testimonianza dell’allora proprietario di Castringham Hall, Sir Matthew Fell. Egli depose di averla osservata in tre diverse occasioni dalla sua finestra, al plenilunio, mentre raccoglieva rametti “dal frassino vicino a casa mia”. Si era arrampicata tra i rami, vestita solo della sua sottoveste, e tagliava piccoli ramoscelli con un coltello dalla forma peculiare, e mentre lo faceva sembrava parlare tra sé e sé. In ogni occasione Sir Matthew aveva fatto del suo meglio per catturare la donna, ma lei si era sempre allarmata per qualche rumore accidentale da lui prodotto, e tutto ciò che lui riusciva a vedere quando scendeva in giardino era una lepre che correva lungo il sentiero in direzione del villaggio.
La terza notte si era preso la briga di seguirla alla massima velocità, e si era recato direttamente a casa della signora Mothersole; ma aveva dovuto attendere un quarto d’ora a bussare alla sua porta, ed ella ne era uscita molto contrariata e apparentemente assai assonnata, come se fosse appena scesa dal letto; e lui non aveva alcuna valida spiegazione da offrire per la sua visita.
Principalmente a causa di questa testimonianza, sebbene ve ne fosse molta altra di genere meno sorprendente e insolito da parte di altri parrocchiani, la signora Mothersole fu dichiarata colpevole e condannata a morte. Fu impiccata una settimana dopo il processo, insieme ad altre cinque o sei infelici creature, a Bury St Edmunds.
Sir Matthew Fell, allora vice-sceriffo, era presente all’esecuzione. Era un mattino di marzo umido e piovigginoso quando il carro si fece strada su per la collina d’erba irregolare fuori Northgate, dove sorgeva la forca. Le altre vittime erano apatiche o distrutte dalla miseria; ma la signora Mothersole era, così in vita come in morte, di tutt’altro temperamento. La sua “rabbia velenosa”, come la definisce un cronista dell’epoca, “agì in tal modo sugli astanti — sì, persino sul boia — che fu costantemente affermato da tutti coloro che la videro che ella presentava l’aspetto vivente di un diavolo folle. Eppure non offrì alcuna resistenza agli ufficiali della legge; solo guardò coloro che posarono le mani su di lei con un aspetto così terribile e velenoso che — come uno di loro mi assicurò in seguito — il solo pensiero di ciò tormentò interiormente la sua mente per sei mesi dopo”.
Tuttavia, tutto ciò che si dice abbia detto furono le parole apparentemente prive di senso: “Ci saranno ospiti alla Hall”. Cosa che ripeté più di una volta sottovoce.
Sir Matthew Fell non rimase indifferente al contegno della donna. Ne discusse brevemente con il vicario della sua parrocchia, con il quale viaggiò verso casa una volta terminate le faccende delle assise. La sua testimonianza al processo non era stata resa molto volentieri; non era particolarmente infettato dalla mania della caccia alle streghe, ma dichiarò, allora e in seguito, che non poteva fornire alcun altro resoconto della faccenda se non quello che aveva dato, e che non avrebbe potuto in alcun modo sbagliarsi su ciò che aveva visto. L’intera faccenda gli era stata ripugnante, poiché era un uomo a cui piaceva essere in buoni rapporti con coloro che lo circondavano; ma vedeva un dovere da compiere in questa faccenda, e l’aveva compiuto. Questo sembra essere stato il succo dei suoi sentimenti, e il vicario lo applaudì, come ogni uomo ragionevole avrebbe dovuto fare.
Qualche settimana dopo, quando la luna di maggio era piena, vicario e proprietario terriero si incontrarono di nuovo nel parco e si incamminarono insieme verso la Hall. Lady Fell era con sua madre, che era pericolosamente malata, e Sir Matthew era solo in casa; così il vicario, il signor Crome, fu facilmente persuaso a consumare una cena tardiva alla Hall.
Sir Matthew non fu di molta compagnia quella sera. Il discorso si svolse principalmente su questioni familiari e parrocchiali e, come volle la sorte, Sir Matthew redasse un memorandum scritto di certi desideri o intenzioni riguardo alle sue proprietà, che in seguito si rivelarono estremamente utili.
Quando il signor Crome pensò di rincasare, verso le nove e mezza, Sir Matthew e lui fecero un giro preliminare sul sentiero di ghiaia sul retro della casa. L’unico incidente che colpì il signor Crome fu questo: erano in vista del frassino che ho descritto come cresciuto vicino alle finestre dell’edificio, quando Sir Matthew si fermò e disse:
“Che cos’è quello che corre su e giù per il tronco del frassino? Non sarà mica uno scoiattolo? A quest’ora saranno tutti nei loro nidi.”
Il vicario guardò e vide la creatura in movimento, ma non riuscì a distinguere nulla del suo colore al chiaro di luna. Il profilo nitido, tuttavia, visto per un istante, si impresse nel suo cervello, e avrebbe potuto giurare, disse, sebbene suonasse sciocco, che, scoiattolo o meno, avesse più di quattro zampe.
Tuttavia, non si poté cavare molto da quella visione momentanea, e i due uomini si separarono. Potrebbero essersi incontrati da allora, ma non è stato per vent’anni.
Il giorno dopo Sir Matthew Fell non scese al piano di sotto alle sei del mattino, come era sua abitudine, né alle sette, né alle otto. A questo punto i servitori andarono a bussare alla porta della sua camera. Non ho bisogno di prolungare la descrizione dei loro ansiosi ascolti e dei rinnovati colpi sui pannelli. La porta fu aperta alla fine dall’esterno, e trovarono il loro padrone morto e nero. Tanto l’avete intuito. Che vi fossero segni di violenza non apparve sul momento; ma la finestra era aperta.
Uno degli uomini andò a chiamare il parroco, e poi, seguendo le sue direttive, cavalcò per dare notizia al coroner. Il signor Crome stesso andò il più velocemente possibile alla Hall, e fu condotto nella stanza dove giaceva l’uomo morto. Ha lasciato alcune note tra le sue carte che mostrano quanto sinceri rispetto e dolore fossero provati per Sir Matthew, e c’è anche questo passaggio, che trascrivo per la luce che getta sul corso degli eventi, e anche sulle credenze comuni dell’epoca:
“Non vi era la minima traccia di un’entrata forzata nella camera: ma la finestra era spalancata, come il mio povero amico voleva sempre che fosse in questa stagione. Aveva bevuto la sua bevanda serale di birra leggera in un vaso d’argento della misura di circa una pinta, e stasera non l’aveva finita. Questa bevanda fu esaminata dal medico di Bury, un signor Hodgkins, il quale non poté, tuttavia, come dichiarò in seguito sotto giuramento davanti all’inchiesta del coroner, scoprire che vi fosse presente alcuna sostanza velenosa. Poiché, come era naturale, nel grande gonfiore e annerimento del cadavere, si parlò tra i vicini di veleno. Il corpo era molto scomposto mentre giaceva nel letto, essendo contorto in un modo così estremo che dava una congettura troppo probabile che il mio degno amico e protettore fosse spirato in grande dolore e agonia. E ciò che è ancora inspiegato, e per me l’argomento di qualche orribile e astuto disegno negli autori di questo barbaro omicidio, era questo: che le donne che erano state incaricate di comporre il cadavere e lavarlo, essendo entrambe persone tristi e molto rispettate nella loro luttuosa professione, vennero da me con grande dolore e angoscia sia di mente che di corpo, dicendo, ciò che fu infatti confermato alla prima vista, che non appena ebbero toccato il petto del cadavere con le loro mani nude furono sensibili di un bruciore e un dolore più che straordinariamente violento nei palmi, che, insieme a tutti i loro avambracci, in non molto tempo si gonfiarono così smodatamente, il dolore continuando ancora, che, come si rivelò in seguito, per molte settimane furono costrette ad accantonare l’esercizio della loro professione; eppure nessun segno era visibile sulla pelle.
“All’udire ciò, mandai a chiamare il medico, che era ancora in casa, e facemmo una prova tanto accurata quanto potevamo con l’aiuto di una piccola lente d’ingrandimento di cristallo sulla condizione della pelle in questa parte del corpo: ma non riuscimmo a rilevare con lo strumento che avevamo alcuna materia di importanza oltre a un paio di piccole punture o fori, che concludemmo allora fossero i punti attraverso i quali il veleno poteva essere introdotto, ricordando quell’anello di Papa Borgia, con altri esemplari noti dell’orribile arte degli avvelenatori italiani dell’ultimo secolo.
“Tanto si deve dire dei sintomi visti sul cadavere. Per quanto riguarda ciò che devo aggiungere, è puramente un mio esperimento, e va lasciato ai posteri giudicare se vi sia del valore in esso. C’era sul tavolo accanto al letto una Bibbia di piccole dimensioni, nella quale il mio amico — puntuale tanto nelle questioni di minor momento, quanto in questa più grave — era solito ogni notte, e al suo primo alzarsi, leggere una porzione stabilita. E io, prendendola — non senza una lacrima debitamente pagata a colui che dallo studio di questa più povera ombra era ora passato alla contemplazione del suo grande originale — mi venne in mente, poiché in tali momenti di impotenza siamo inclini ad afferrarci a qualsiasi minimo barlume che faccia promessa di luce, di tentare quella vecchia e da molti considerata pratica superstiziosa di trarre le Sortes; della quale un esempio principale, nel caso del suo defunto Sacro Re il Beato Martire Re Carlo e del mio Lord Falkland, si parlava molto ora. Devo ammettere che con il mio tentativo non mi fu fornito molto aiuto: tuttavia, poiché la causa e l’origine di questi terribili eventi potrebbero essere in seguito ricercate, annoto i risultati, nel caso si scopra che essi indicavano il vero punto del male a un’intelligenza più rapida della mia.
“Feci, dunque, tre tentativi, aprendo il Libro e ponendo il dito su certe parole: il che diede nel primo queste parole, da Luca xiii. 7, Taglialo; nel secondo, Isaia xiii. 20, Non sarà mai abitato; e al terzo esperimento, Giobbe xxxix. 30, Anche i suoi piccoli sugono il sangue.”
Questo è tutto ciò che deve essere citato dalle carte del signor Crome. Sir Matthew Fell fu debitamente chiuso nella bara e sepolto nella terra, e il suo sermone funebre, predicato dal signor Crome la domenica successiva, è stato stampato sotto il titolo di “La via imperscrutabile; o, Il pericolo dell’Inghilterra e i rapporti maliziosi dell’Anticristo”, essendo opinione del vicario, così come quella più comunemente sostenuta nel vicinato, che il proprietario terriero fosse vittima di una recrudescenza del complotto papista.
Suo figlio, Sir Matthew il secondo, succedette al titolo e alle proprietà. E così finisce il primo atto della tragedia di Castringham. È da menzionare, sebbene il fatto non sia sorprendente, che il nuovo baronetto non occupò la stanza in cui era morto suo padre. Né, in verità, vi dormì mai nessuno se non un visitatore occasionale durante tutto il periodo della sua occupazione. Morì nel 1735, e non trovo che nulla di particolare abbia segnato il suo regno, salvo una curiosamente costante mortalità tra il suo bestiame e gli animali in generale, che mostrava una tendenza ad aumentare leggermente col passare del tempo.
Coloro che sono interessati ai dettagli troveranno un resoconto statistico in una lettera al Gentleman’s Magazine del 1772, che trae i fatti dalle carte stesse del baronetto. Egli pose fine alla cosa alla fine con un espediente molto semplice, quello di chiudere tutte le sue bestie nei capannoni di notte e di non tenere pecore nel suo parco. Poiché aveva notato che nulla veniva mai attaccato se passava la notte al chiuso. Dopo di che il disturbo si limitò agli uccelli selvatici e agli animali da caccia. Ma poiché non abbiamo un buon resoconto dei sintomi, e poiché la veglia notturna è stata del tutto improduttiva di qualsiasi indizio, non mi soffermo su ciò che gli agricoltori del Suffolk chiamavano la “malattia di Castringham”.
Il secondo Sir Matthew morì nel 1735, come ho detto, e gli succedette debitamente suo figlio, Sir Richard. Fu ai suoi tempi che il grande banco di famiglia fu costruito sul lato nord della chiesa parrocchiale. Così grandi erano le idee del proprietario terriero che diverse tombe su quel lato non consacrato dell’edificio dovettero essere disturbate per soddisfare le sue esigenze. Tra queste vi era quella della signora Mothersole, la cui posizione era nota con precisione, grazie a una nota su una planimetria della chiesa e del cimitero, fatte entrambe dal signor Crome.
Un certo interesse fu suscitato nel villaggio quando si seppe che la famosa strega, che era ancora ricordata da pochi, stava per essere riesumata. E il sentimento di sorpresa, e anzi di inquietudine, fu molto forte quando si scoprì che, sebbene la sua bara fosse abbastanza integra e intatta, non c’era traccia alcuna al suo interno di corpo, ossa o polvere. In effetti, è un fenomeno curioso, poiché all’epoca della sua sepoltura non si sognavano affatto cose come i profanatori di tombe, ed è difficile concepire un qualsiasi motivo razionale per rubare un corpo se non per gli usi della sala di dissezione.
L’incidente ravvivò per un certo tempo tutte le storie sui processi alle streghe e sulle gesta delle streghe, dormienti per quarant’anni, e gli ordini di Sir Richard che la bara fosse bruciata furono ritenuti da molti piuttosto avventati, sebbene fossero stati debitamente eseguiti.
Sir Richard era certamente un innovatore pestilenziale. Prima del suo tempo la Hall era stata un bell’edificio del più dolce mattone rosso; ma Sir Richard aveva viaggiato in Italia ed era rimasto infettato dal gusto italiano, e, avendo più denaro dei suoi predecessori, decise di lasciare un palazzo italiano dove aveva trovato una casa inglese. Così stucco e pietra da taglio mascherarono il mattone; alcuni indifferenti marmi romani furono piantati nell’ingresso e nei giardini; una riproduzione del tempio della Sibilla a Tivoli fu eretta sulla sponda opposta dello stagno; e Castringham assunse un aspetto del tutto nuovo e, devo dire, meno accattivante. Ma fu molto ammirato e servì da modello a molti dei gentiluomini vicini negli anni successivi.
Una mattina (era il 1754) Sir Richard si svegliò dopo una notte di disagio. Era stato ventoso e il suo camino aveva fumato insistentemente, eppure faceva così freddo che doveva tenere acceso un fuoco. Inoltre qualcosa aveva fatto così rumore intorno alla finestra che nessuno poteva trovare un momento di pace. Inoltre, c’era la prospettiva che diversi ospiti di rango arrivassero nel corso della giornata, i quali si sarebbero aspettati sport di qualche tipo, e le incursioni del morbo (che continuava tra la sua selvaggina) erano state ultimamente così gravi che temeva per la sua reputazione di conservatore di selvaggina. Ma ciò che lo toccava veramente più da vicino era l’altra faccenda della sua notte insonne. Non avrebbe certamente potuto dormire di nuovo in quella stanza.
Quello fu il soggetto principale delle sue meditazioni a colazione, e dopo di essa iniziò un esame sistematico delle stanze per vedere quale si adattasse meglio alle sue idee. Passò molto tempo prima che ne trovasse una. Questa aveva una finestra con esposizione a est e quella con una a nord; davanti a questa porta i servitori passerebbero sempre, e non gli piaceva il letto in quella. No, doveva avere una stanza con una veduta a ovest, in modo che il sole non potesse svegliarlo presto, e doveva essere fuori mano dalle attività della casa. La governante era alla fine delle sue risorse.
“Bene, Sir Richard,” disse, “sapete che c’è solo una stanza così in casa.”
“Quale sarebbe?” disse Sir Richard.
“Ed è quella di Sir Matthew — la Camera Ovest.”
“Bene, mettetemi lì, perché lì giacerò stanotte,” disse il suo padrone. “Da che parte è? Qui, di sicuro;” e si affrettò via.
“Oh, Sir Richard, ma nessuno dorme lì da quarant’anni. L’aria è stata a malapena cambiata da quando Sir Matthew vi è morto.”
Così parlò, e frusciò dietro di lui.
“Andiamo, aprite la porta, signora Chiddock. Vedrò la camera, almeno.”
Così fu aperta, e, in effetti, l’odore era molto chiuso e terroso. Sir Richard attraversò la stanza fino alla finestra e, impazientemente, come era sua abitudine, spinse indietro le persiane e spalancò la finestra. Poiché quest’ala della casa era una di quelle che i lavori di ristrutturazione avevano appena toccato, coperta com’era dal grande frassino, ed essendo altrimenti nascosta alla vista.
“Arieggiatela, signora Chiddock, tutto oggi, e portate dentro il mio letto nel pomeriggio. Mettete il Vescovo di Kilmore nella mia vecchia stanza.”
“Vi prego, Sir Richard,” disse una voce nuova, interrompendo questo discorso, “potrei avere il favore di un momento di colloquio?”
Sir Richard si voltò e vide un uomo in nero sulla soglia, che fece un inchino.
“Devo chiedervi indulgenza per questa intrusione, Sir Richard. Forse a stento vi ricorderete di me. Il mio nome è William Crome, e mio nonno era vicario qui ai tempi di vostro nonno.”
“Bene, signore,” disse Sir Richard, “il nome di Crome è sempre un passaporto per Castringham. Sono lieto di rinnovare un’amicizia di due generazioni. In cosa posso servirvi? Poiché la vostra ora di chiamata — e, se non mi sbaglio, il vostro contegno — mostra che siete in una certa fretta.”
“Non è che la verità, signore. Sto cavalcando da Norwich a Bury St Edmunds con quanta fretta posso fare, e sono passato di qui per lasciare con voi alcuni documenti in cui ci siamo appena imbattuti guardando ciò che mio nonno ha lasciato alla sua morte. Si pensa che potreste trovarvi alcune questioni di interesse familiare.”
“Siete molto gentile, signor Crome, e, se sarete così buono da seguirmi nel salotto e bere un bicchiere di vino, daremo una prima occhiata insieme a questi stessi documenti. E voi, signora Chiddock, come ho detto, occupatevi di arieggiare questa camera... Sì, è qui che è morto mio nonno... Sì, l’albero, forse, rende il posto un po’ umidiccio... No; non desidero ascoltare altro. Non fate difficoltà, ve ne prego. Avete i vostri ordini — andate. Volete seguirmi, signore?”
Andarono nello studio. Il pacchetto che il giovane signor Crome aveva portato — era allora appena diventato membro del Clare Hall a Cambridge, posso dire, e successivamente pubblicò una rispettabile edizione di Polieno — conteneva tra le altre cose le note che il vecchio vicario aveva preso in occasione della morte di Sir Matthew Fell. E per la prima volta Sir Richard fu messo di fronte all’enigmatica *Sortes Biblicæ* di cui avete sentito. Lo divertirono un bel po’.
“Bene,” disse, “la Bibbia di mio nonno diede un prudente consiglio — Taglialo. Se questo sta per il frassino, può star certo che non lo trascurerò. Un tale nido di catarri e febbri non si è mai visto.”
Il salotto conteneva i libri di famiglia, che, in attesa dell’arrivo di una collezione che Sir Richard aveva fatto in Italia e della costruzione di una stanza adeguata per riceverli, non erano molti in numero.
Sir Richard alzò lo sguardo dal documento verso la libreria.
“Mi chiedo,” dice, “se il vecchio profeta sia ancora lì? Mi sembra di vederlo.”
Attraversando la stanza, tirò fuori una Bibbia tozza, che, di sicuro, portava sul frontespizio l’iscrizione: “A Matthew Fell, dalla sua amorevole madrina, Anne Aldous, 2 settembre 1659.”
“Non sarebbe un cattivo piano metterlo di nuovo alla prova, signor Crome. Scommetto che otterremo un paio di nomi dalle Cronache. H’m! Cosa abbiamo qui? ‘Mi cercherai al mattino, e io non sarò.’ Bene, bene! Vostro nonno ne avrebbe fatto un buon presagio, eh? Niente più profeti per me! Sono tutti d’accordo. E ora, signor Crome, vi sono infinitamente obbligato per il vostro pacchetto. Temo sarete impaziente di proseguire. Vi prego, permettetemi — un altro bicchiere.”
Così, con offerte di ospitalità, che erano genuinamente intese (poiché Sir Richard aveva una buona opinione del modo di fare del giovane), si separarono.
Nel pomeriggio arrivarono gli ospiti — il Vescovo di Kilmore, Lady Mary Hervey, Sir William Kentfield, ecc. Cena alle cinque, vino, carte, dopocena e dispersione verso i letti.
La mattina seguente Sir Richard è poco incline a prendere il suo fucile insieme agli altri. Parla con il Vescovo di Kilmore. Questo prelato, a differenza di molti Vescovi irlandesi del suo tempo, aveva visitato la sua diocesi e, anzi, vi aveva risieduto per un tempo considerevole. Questa mattina, mentre i due passeggiavano lungo la terrazza e discutevano dei cambiamenti e dei miglioramenti alla casa, il Vescovo disse, indicando la finestra della Stanza Ovest:
“Non riuscireste mai a convincere uno del mio gregge irlandese a occupare quella stanza, Sir Richard.”
“Perché, mio signore? È, di fatto, la mia.”
“Beh, i nostri contadini irlandesi sosterranno sempre che porta la peggiore delle sfortune dormire vicino a un frassino, e voi avete una bella crescita di frassini a meno di due iarde dalla finestra della vostra camera. Forse,” continuò il Vescovo con un sorriso, “vi ha già trasmesso un tocco della sua natura, poiché non sembrate, se posso dirlo, così rinvigorito dal riposo notturno come i vostri amici vorrebbero vedervi.”
“Quello, o qualcos’altro, è vero, mi è costato il sonno dalle dodici alle quattro, mio signore. Ma l’albero sarà abbattuto domani, così non ne sentirò parlare ancora per molto.”
“Applaudo la vostra determinazione. Non può essere salutare avere l’aria che respirate filtrata, per così dire, attraverso tutto quel fogliame.”
“Vostra signoria ha ragione in questo, credo. Ma non avevo la finestra aperta la scorsa notte. È stato piuttosto il rumore che continuava — senza dubbio dai ramoscelli che sfregavano il vetro — a tenermi con gli occhi aperti.”
“Credo che non possa essere così, Sir Richard. Ecco, lo vedete da questo punto. Nessuno di questi rami più vicini può toccare il vostro infisso a meno che non ci sia una burrasca, e non ce n’è stata la scorsa notte. Mancano i vetri di un piede.”
“No, signore, è vero. Cosa sarà stato, allora, mi domando, a graffiare e frusciare così — sì, e a coprire la polvere sul mio davanzale con linee e segni?”
Alla fine convennero che i ratti dovevano essere saliti attraverso l’edera. Quella fu l’idea del Vescovo, e Sir Richard vi si aggrappò subito.
Così la giornata trascorse tranquilla, giunse la notte e il gruppo si disperse nelle proprie stanze, augurando a Sir Richard una notte migliore.
E ora siamo nella sua camera da letto, con la luce spenta e il signore a letto. La stanza è sopra la cucina, e la notte fuori è calma e calda, così la finestra rimane aperta.
C’è pochissima luce attorno al letto, ma c’è uno strano movimento lì; sembra come se Sir Richard stesse muovendo la testa rapidamente avanti e indietro con solo il minimo suono possibile. E ora indovinereste, tanto è ingannevole la penombra, che avesse diverse teste, rotonde e brunastre, che si muovono avanti e indietro, persino all’altezza del suo petto. È un’illusione orribile. Non è nient’altro? Ecco! Qualcosa cade dal letto con un tonfo sordo, come un gattino, ed è fuori dalla finestra in un baleno; un’altra — quattro — e dopo di ciò torna la quiete.
“Tu mi cercherai al mattino, e io non sarò più.”
Come per Sir Matthew, così per Sir Richard — morto e nero nel suo letto!
Un gruppo pallido e silenzioso di ospiti e servitori si radunò sotto la finestra quando la notizia fu nota. Avvelenatori italiani, emissari papisti, aria infetta — tutte queste e molte altre ipotesi furono azzardate, e il Vescovo di Kilmore guardò l’albero, nella biforcazione dei cui rami inferiori un gatto maschio bianco era accovacciato, guardando giù nell’incavo che gli anni avevano scavato nel tronco. Stava osservando qualcosa dentro l’albero con grande interesse.
Improvvisamente si alzò e si sporse sul buco. Poi un pezzo del bordo su cui poggiava cedette, e scivolò dentro. Tutti guardarono in alto al rumore della caduta.
È noto alla maggior parte di noi che un gatto può gridare; ma pochi di noi hanno udito, spero, un urlo tale come quello che uscì dal tronco del grande frassino. Ci furono due o tre grida — i testimoni non sono sicuri di quante — e poi un rumore lieve e ovattato di qualche agitazione o lotta fu tutto ciò che si sentì. Ma Lady Mary Hervey svenne di colpo, e la governante si tappò le orecchie e fuggì finché non cadde sulla terrazza.
Il Vescovo di Kilmore e Sir William Kentfield rimasero. Eppure anche loro furono scoraggiati, sebbene fosse solo il grido di un gatto; e Sir William deglutì una o due volte prima di poter dire:
“C’è qualcosa di più di quanto sappiamo in quell’albero, mio signore. Sono per una ricerca immediata.”
E questo fu deciso. Fu portata una scala, e uno dei giardinieri salì e, guardando giù nell’incavo, non poté scorgere altro che pochi tenui indizi di qualcosa che si muoveva. Presero una lanterna e la calarono con una corda.
“Dobbiamo andare a fondo di questa faccenda. La mia vita su questo, mio signore, ma il segreto di queste terribili morti è lì.”
Il giardiniere risalì con la lanterna e la calò nel buco con cautela. Videro la luce gialla sul suo volto mentre si chinava, e videro il suo viso colpito da un terrore e un disgusto increduli prima che gridasse con una voce spaventosa e cadesse all’indietro dalla scala — dove, fortunatamente, fu afferrato da due degli uomini — lasciando cadere la lanterna dentro l’albero.
Era in uno svenimento profondo, e passò del tempo prima che si potesse ottenere una parola da lui.
Per allora avevano qualcos’altro da guardare. La lanterna doveva essersi rotta sul fondo, e la luce in essa prese foglie secche e rifiuti che giacevano lì, poiché in pochi minuti un fumo denso iniziò a salire, e poi una fiamma; e, per farla breve, l’albero era in fiamme.
Gli astanti formarono un cerchio a qualche iarda di distanza, e Sir William e il Vescovo mandarono uomini a prendere le armi e gli attrezzi che potevano; poiché, chiaramente, qualunque cosa stesse usando l’albero come tana sarebbe stata costretta a uscire dal fuoco.
Così fu. Per prima cosa, alla biforcazione, videro un corpo rotondo coperto di fuoco — della dimensione della testa di un uomo — apparire molto improvvisamente, poi sembrare accasciarsi e cadere all’indietro. Questo, cinque o sei volte; poi una palla simile balzò in aria e cadde sull’erba, dove dopo un momento giacque immobile. Il Vescovo si avvicinò quanto osava e vide — cos’altro se non i resti di un ragno enorme, venoso e bruciato! E, mentre il fuoco ardeva più in basso, corpi più terribili come questo iniziarono a uscire dal tronco, e si vide che erano coperti di peli grigiastri.
Per tutto quel giorno il frassino bruciò, e finché non cadde a pezzi gli uomini rimasero intorno, e di tanto in tanto uccidevano le bestiacce mentre schizzavano fuori. Alla fine ci fu un lungo intervallo in cui nessuno apparve, e si avvicinarono cautamente ed esaminarono le radici dell’albero.
“Trovarono,” dice il Vescovo di Kilmore, “sotto di esso un luogo cavo arrotondato nella terra, nel quale vi erano due o tre corpi di queste creature che erano state chiaramente soffocate dal fumo; e, ciò che per me è più curioso, al lato di questa tana, contro il muro, era accovacciata l’anatomia o scheletro di un essere umano, con la pelle secca sulle ossa, avente alcuni resti di capelli neri, che fu pronunciato da coloro che lo esaminarono essere senza dubbio il corpo di una donna, e chiaramente morta da un periodo di cinquant’anni.”
NUMERO 13
Tra le città dello Jutland, Viborg occupa giustamente un posto di rilievo. È sede di una diocesi; ha una cattedrale bella ma quasi interamente nuova, un giardino incantevole, un lago di grande bellezza e molte cicogne. Vicino c’è Hald, considerata una delle cose più graziose in Danimarca; e proprio accanto c’è Finderup, dove Marsk Stig assassinò il Re Erik Glipping nel giorno di Santa Cecilia, nell’anno 1286. Cinquantasei colpi di mazze di ferro a testa quadrata furono rintracciati sul cranio di Erik quando la sua tomba fu aperta nel XVII secolo. Ma non sto scrivendo una guida turistica.
Ci sono buoni hotel a Viborg — il Preisler’s e il Phœnix sono tutto ciò che si può desiderare. Ma mio cugino, le cui esperienze devo raccontarvi ora, andò al Leone d’Oro la prima volta che visitò Viborg. Non ci è più tornato da allora, e le pagine seguenti, forse, spiegheranno la ragione della sua astensione.
Il Leone d’Oro è una delle pochissime case in città che non furono distrutte nel grande incendio del 1726, che demolì praticamente la cattedrale, la Sognekirke, il Raadhuus, e così tanto altro che era antico e interessante. È una grande casa di mattoni rossi — cioè, la facciata è di mattoni, con gradoni sui timpani e un testo sopra la porta; ma il cortile nel quale entra l’omnibus è di legno bianco e nero e intonaco.
Il sole stava calando nei cieli quando mio cugino si incamminò verso la porta, e la luce colpì in pieno l’imponente facciata della casa. Era deliziato dall’aspetto antiquato del luogo, e si promise un soggiorno completamente soddisfacente e divertente in una locanda così tipica del vecchio Jutland.
Non erano affari nel senso comune della parola ad aver portato il signor Anderson a Viborg. Era impegnato in alcune ricerche sulla storia della Chiesa in Danimarca, ed era venuto a sua conoscenza che nel Rigsarkiv di Viborg c’erano documenti, salvati dall’incendio, relativi agli ultimi giorni del Cattolicesimo Romano nel paese. Proponeva, quindi, di trascorrere un tempo considerevole — forse fino a una quindicina di giorni o tre settimane — nell’esaminare e copiare questi, e sperava che il Leone d’Oro sarebbe stato in grado di dargli una stanza di dimensioni sufficienti a servire sia come camera da letto che come studio. I suoi desideri furono spiegati al padrone di casa, e, dopo una certa riflessione, quest’ultimo suggerì che forse il modo migliore sarebbe stato che il signore guardasse una o due delle stanze più grandi e ne scegliesse una per sé. Sembrava una buona idea.
L’ultimo piano fu presto scartato poiché comportava troppa fatica per salire le scale dopo il lavoro della giornata; il secondo piano non conteneva nessuna stanza esattamente delle dimensioni richieste; ma al primo piano c’era una scelta di due o tre stanze che, per quanto riguardava le dimensioni, si sarebbero adattate in modo ammirevole.
Il padrone di casa era fortemente a favore della Numero 17, ma il signor Anderson fece notare che le sue finestre davano solo sul muro cieco della casa vicina, e che sarebbe stato molto buio nel pomeriggio. Sia la Numero 12 che la Numero 14 sarebbero state migliori, poiché entrambe davano sulla strada, e la luce brillante della sera e la vista graziosa lo avrebbero ampiamente ricompensato per la quantità aggiuntiva di rumore.
Alla fine fu selezionata la Numero 12. Come le sue vicine, aveva tre finestre, tutte su un lato della stanza; era abbastanza alta e insolitamente lunga. Non c’era, ovviamente, nessun camino, ma la stufa era bella e piuttosto antica — una costruzione in ghisa, sul lato della quale c’era una rappresentazione di Abramo che sacrifica Isacco, e l’iscrizione, “1 Bog Mose, Cap. 22,” sopra. Nient’altro nella stanza era notevole; l’unica immagine interessante era una vecchia stampa a colori della città, datata circa 1820.
L’ora di cena si stava avvicinando, ma quando Anderson, rinfrescato dalle abluzioni ordinarie, scese la scala, mancavano ancora pochi minuti prima che suonasse la campana. Li dedicò a esaminare l’elenco dei suoi compagni di soggiorno. Come è consuetudine in Danimarca, i loro nomi erano esposti su una grande lavagna, divisa in colonne e righe, con i numeri delle stanze dipinti all’inizio di ogni riga. L’elenco non era entusiasmante. C’era un avvocato, o Sagförer, un tedesco, e alcuni commessi viaggiatori da Copenhagen. L’unico punto che suggeriva qualche spunto di riflessione era l’assenza di qualsiasi Numero 13 dal conteggio delle stanze, e persino questa era una cosa che Anderson aveva già notato mezza dozzina di volte nella sua esperienza di hotel danesi. Non poteva fare a meno di chiedersi se l’obiezione a quel particolare numero, comune com’è, fosse così diffusa e così forte da rendere difficile affittare una stanza così etichettata, e decise di chiedere al padrone di casa se lui e i suoi colleghi nella professione avessero effettivamente incontrato molti clienti che si rifiutavano di essere alloggiati nella tredicesima stanza.
Non aveva nulla da dirmi (sto raccontando la storia come l’ho sentita da lui) su ciò che accadde a cena, e la serata, che fu trascorsa a disfare e sistemare i suoi vestiti, libri e carte, non fu più movimentata. Verso le undici decise di andare a letto, ma per lui, come per molte altre persone al giorno d’oggi, un preliminare quasi necessario per andare a letto, se intendeva dormire, era la lettura di alcune pagine stampate, e ora ricordò che il libro particolare che stava leggendo in treno, e che solo lo avrebbe soddisfatto in quel momento presente, era nella tasca del suo cappotto, che allora pendeva da un piolo fuori dalla sala da pranzo.
Correre giù e prenderlo fu il lavoro di un attimo, e, siccome i corridoi non erano affatto bui, non fu difficile per lui trovare la strada per tornare alla propria porta. Così, almeno, pensava; ma quando arrivò lì, e girò la maniglia, la porta si rifiutò completamente di aprirsi, e colse il suono di un movimento frettoloso verso di essa dall’interno. Aveva provato la porta sbagliata, ovviamente. La sua stanza era a destra o a sinistra? Diede un’occhiata al numero: era il 13. La sua stanza doveva essere a sinistra; e così era. E non prima di essere stato a letto per alcuni minuti, di aver letto le sue solite tre o quattro pagine del suo libro, di aver spento la luce e di essersi voltato per dormire, gli venne in mente che, mentre sulla lavagna dell’hotel non c’era stata nessuna Numero 13, c’era indubbiamente una stanza numerata 13 nell’hotel. Si sentì piuttosto dispiaciuto di non averla scelta per sé. Forse avrebbe potuto fare al padrone di casa un piccolo servizio occupandola, e dargli la possibilità di dire che un nobile gentiluomo inglese vi aveva vissuto per tre settimane e gli era piaciuta molto. Ma probabilmente era usata come stanza della servitù o qualcosa del genere. Dopo tutto, era molto probabilmente non una stanza così grande o buona come la sua. E guardò assonnato attorno alla stanza, che era abbastanza percettibile nella penombra dal lampione stradale. Era un effetto curioso, pensò. Le stanze di solito sembrano più grandi in una luce fioca che in una piena, ma questa sembrava essersi contratta in lunghezza e ingrandita proporzionalmente in altezza. Bene, bene! Il sonno era più importante di queste vaghe ruminazioni — e a dormire andò.
Il giorno dopo il suo arrivo Anderson attaccò il Rigsarkiv di Viborg. Fu, come ci si potrebbe aspettare in Danimarca, gentilmente ricevuto, e l’accesso a tutto ciò che desiderava vedere fu reso il più facile possibile per lui. I documenti messi davanti a lui erano assai più numerosi e interessanti di quanto avesse affatto previsto. Oltre ai documenti ufficiali, c’era un grande pacco di corrispondenza relativo al Vescovo Jörgen Friis, l’ultimo Cattolico Romano che tenne la diocesi, e in questi saltarono fuori molti dettagli divertenti e quelli che vengono chiamati “intimi” della vita privata e del carattere individuale. Si parlava molto di una casa di proprietà del Vescovo, ma non abitata da lui, in città. Il suo inquilino era apparentemente un po’ uno scandalo e una pietra d’inciampo per il partito riformatore. Era una vergogna, scrivevano, per la città; praticava arti segrete e malvagie, e aveva venduto la sua anima al nemico. Era parte della grossolana corruzione e superstizione della Chiesa di Babilonia che una tale vipera e Troldmand succhiasangue fosse protetta e ospitata dal Vescovo. Il Vescovo affrontò questi rimproveri coraggiosamente; protestò il proprio orrore per tutte le cose come le arti segrete, e richiese ai suoi antagonisti di portare la faccenda davanti al tribunale appropriato — ovviamente, il tribunale spirituale — e analizzarla fino in fondo. Nessuno poteva essere più pronto e disposto di lui a condannare Mag Nicolas Francken se le prove avessero dimostrato che fosse stato colpevole di uno qualsiasi dei crimini informalmente allegati contro di lui.
Anderson non ebbe tempo di fare altro che dare un’occhiata alla lettera successiva del leader Protestante, Rasmus Nielsen, prima che l’archivio fosse chiuso per la giornata, ma ne colse il tenore generale, che era nel senso che gli uomini cristiani non erano più vincolati dalle decisioni dei Vescovi di Roma, e che il Tribunale del Vescovo non era, e non poteva essere, un tribunale adatto o competente per giudicare una causa così grave e pesante.
Lasciando l’ufficio, il signor Anderson fu accompagnato dal vecchio gentiluomo che lo presiedeva, e, mentre camminavano, la conversazione virò molto naturalmente sui documenti di cui ho appena parlato.
Herr Scavenius, l’Archivista di Viborg, sebbene molto ben informato sul corso generale dei documenti sotto la sua responsabilità, non era uno specialista in quelli del periodo della Riforma. Era molto interessato a ciò che Anderson aveva da dirgli su di essi. Non vedeva l’ora con grande piacere, disse, di vedere la pubblicazione nella quale il signor Anderson parlava di incorporare il loro contenuto. “Questa casa del Vescovo Friis,” aggiunse, “è un grande mistero per me dove possa essere stata. Ho studiato attentamente la topografia della vecchia Viborg, ma è la cosa più sfortunata — del vecchio registro della proprietà del Vescovo che fu fatto nel 1560, e di cui abbiamo la maggior parte nell’Arkiv, proprio il pezzo che aveva l’elenco della proprietà cittadina manca. Non importa. Forse un giorno riuscirò a trovarlo.”
Dopo aver fatto un po’ di esercizio — dimentico esattamente come o dove — Anderson tornò al Leone d’Oro, alla sua cena, alla sua partita a solitario e al suo letto. Sulla strada per la sua stanza gli venne in mente che aveva dimenticato di parlare al padrone di casa dell’omissione del Numero 13 dalla lavagna dell’hotel, e anche che avrebbe potuto altrettanto bene assicurarsi che il Numero 13 esistesse effettivamente prima di fare qualsiasi riferimento alla questione.
Non fu difficile giungere alla decisione. Lì c'era la porta con il suo numero, il più chiaro possibile, ed era evidente che al suo interno si stesse svolgendo qualche tipo di lavoro, poiché, avvicinandosi alla porta, egli riuscì a udire passi e voci, o una voce, all'interno. Durante i pochi secondi in cui si fermò per accertarsi del numero, i passi cessarono, apparentemente molto vicino alla porta, ed egli fu un poco scosso nel sentire un respiro sibilante e rapido, come di una persona in forte agitazione. Proseguì verso la propria camera e, ancora una volta, fu sorpreso di notare quanto essa apparisse più piccola ora rispetto a quando l'aveva scelta. Fu una lieve delusione, ma solo lieve. Se avesse scoperto che non era davvero abbastanza grande, avrebbe potuto molto facilmente trasferirsi in un'altra. Nel frattempo desiderava qualcosa — per quanto ricordi si trattava di un fazzoletto da taschino — dal suo baule, che era stato posizionato dal facchino su un cavalletto o sgabello molto inadeguato contro la parete, all'estremità della stanza più lontana dal suo letto. Ecco una cosa assai curiosa: il baule non si vedeva. Era stato spostato da servitori zelanti; senza dubbio il contenuto era stato riposto nell'armadio. No, non c'era nulla. La cosa era seccante. L'idea di un furto fu subito scartata. Tali cose accadono raramente in Danimarca, ma era stata certamente commessa qualche stupidaggine (il che non è così raro), e la stuepige doveva essere ripresa severamente. Qualunque cosa fosse ciò che desiderava, non era così necessaria al suo benessere da non poter attendere fino al mattino, e decise quindi di non suonare il campanello per disturbare i domestici. Andò alla finestra — era quella di destra — e guardò fuori sulla strada silenziosa. Di fronte c'era un alto edificio, con ampi spazi di muro cieco; nessun passante; una notte buia; e ben poco da vedere.
La luce era dietro di lui e poteva vedere la propria ombra proiettata chiaramente sulla parete di fronte. Anche l'ombra dell'uomo barbuto nella Numero 11 sulla sinistra, che passava avanti e indietro in maniche di camicia una o due volte, e che fu visto prima spazzolarsi i capelli e, più tardi, in camicia da notte. Anche l'ombra dell'occupante della Numero 13 sulla destra. Questo poteva essere più interessante. La Numero 13, come lui, era appoggiata ai gomiti sul davanzale della finestra a guardare la strada. Sembrava essere un uomo alto e magro — o era forse una donna? — almeno, si trattava di qualcuno che si copriva il capo con qualche tipo di drappeggio prima di andare a letto e, pensò, doveva possedere un paralume rosso — e la lampada doveva tremolare molto. C'era un distinto gioco di una luce rossa fioca che saliva e scendeva sulla parete opposta. Si sporse un po' per vedere se potesse capire qualcosa di più della figura, ma oltre a una piega di un qualche materiale leggero, forse bianco, sul davanzale, non riuscì a vedere nulla.
Ora giunse un passo lontano dalla strada, e il suo avvicinarsi sembrò richiamare la Numero 13 alla consapevolezza della propria posizione esposta, poiché molto rapidamente e improvvisamente egli si scostò dalla finestra e la sua luce rossa si spense. Anderson, che aveva fumato una sigaretta, appoggiò il mozzicone sul davanzale e andò a letto.
La mattina seguente fu svegliato dalla stuepige con l'acqua calda e così via. Si riscosse e, dopo aver pensato alle parole danesi corrette, disse il più distintamente possibile:
“Non deve spostare il mio baule. Dov'è?”
Come non è raro, la cameriera rise e se ne andò senza dare alcuna risposta precisa.
Anderson, piuttosto irritato, si mise a sedere sul letto, intenzionato a richiamarla, ma rimase seduto, fissando dritto davanti a sé. Lì c'era il suo baule sul cavalletto, esattamente dove aveva visto il facchino posarlo al suo arrivo. Fu un brusco shock per un uomo che si vantava della propria accuratezza di osservazione. Come potesse essergli sfuggito la sera prima non pretendeva di capirlo; ad ogni modo, ora era lì.
La luce del giorno mostrava più del baule; lasciava apparire le reali proporzioni della stanza con le sue tre finestre e soddisfava l'inquilino che la sua scelta, dopo tutto, non era stata affatto male. Quando fu quasi vestito, camminò verso la finestra centrale delle tre per guardare il tempo. Un altro shock lo attendeva. Deve essere stato stranamente disattento la sera scorsa. Avrebbe potuto giurare dieci volte che aveva fumato alla finestra di destra l'ultima cosa prima di andare a letto, ed ecco il suo mozzicone di sigaretta sul davanzale della finestra centrale.
Iniziò a scendere per la colazione. Piuttosto tardi, ma la Numero 13 era più in ritardo: ecco ancora i suoi stivali fuori dalla porta — stivali da gentiluomo. Quindi la Numero 13 era un uomo, non una donna. Proprio allora scorse il numero sulla porta. Era la 14. Pensò di aver superato la Numero 13 senza notarla. Tre stupidi errori in dodici ore erano troppi per un uomo metodico e dalla mente precisa, così tornò indietro per accertarsene. Il numero successivo alla 14 era il numero 12, la sua stanza. Non c'era affatto alcun Numero 13.
Dopo alcuni minuti dedicati a un'attenta considerazione di tutto ciò che aveva mangiato e bevuto nelle ultime ventiquattr'ore, Anderson decise di lasciar perdere la questione. Se i suoi occhi o il suo cervello stavano cedendo, avrebbe avuto molte opportunità per accertare quel fatto; in caso contrario, allora veniva evidentemente trattato a una esperienza molto interessante. In entrambi i casi, lo sviluppo degli eventi sarebbe valso certamente la pena di essere osservato.
Durante il giorno continuò il suo esame della corrispondenza episcopale che ho già riassunto. Con sua delusione, era incompleta. Si poté trovare solo un'altra lettera che faceva riferimento alla faccenda del Mag Nicolas Francken. Era del Vescovo Jörgen Friis a Rasmus Nielsen. Diceva:
“Sebbene non siamo minimamente inclini ad assentire al vostro giudizio riguardante la nostra corte, e saremo pronti, se necessario, a opporci a voi fino in fondo in tal senso, tuttavia poiché il nostro fidato e benamato Mag Nicolas Francken, contro il quale avete osato muovere certe false e maliziose accuse, è stato improvvisamente rimosso di mezzo a noi, è evidente che la questione per questa volta cade. Ma poiché voi inoltre asserite che l'Apostolo ed Evangelista San Giovanni nella sua celeste Apocalisse descrive la Santa Chiesa Romana sotto le spoglie e il simbolo della Donna Scarlatta, sappiate che,” ecc.
Per quanto potesse cercare, Anderson non riuscì a trovare alcun seguito a questa lettera né alcun indizio sulla causa o il modo della “rimozione” del casus belli. Poteva solo supporre che Francken fosse morto improvvisamente; e poiché vi erano solo due giorni tra la data dell'ultima lettera di Nielsen — quando Francken era evidentemente ancora in vita — e quella della lettera del Vescovo, la morte doveva essere stata del tutto inattesa.
Nel pomeriggio fece una breve visita ad Hald e prese il tè a Baekkelund; né poté notare, sebbene fosse in uno stato d'animo alquanto nervoso, che vi fosse alcuna indicazione di tale fallimento di occhi o cervello come le sue esperienze del mattino lo avevano portato a temere.
A cena si ritrovò accanto al padrone di casa.
“Qual è,” gli chiese, dopo una conversazione indifferente, “il motivo per cui nella maggior parte degli alberghi che si visitano in questo paese il numero tredici viene omesso dall'elenco delle stanze? Vedo che qui non ne avete.”
Il padrone di casa sembrò divertito.
“Pensare che lei abbia notato una cosa del genere! A dire il vero, ci ho pensato anch'io una o due volte. Un uomo istruito, mi sono detto, non ha nulla a che fare con queste nozioni superstiziose. Io stesso sono cresciuto qui nella scuola superiore di Viborg, e il nostro vecchio maestro è sempre stato un uomo pronto a opporsi a qualsiasi cosa di quel genere. È morto ormai da molti anni — era un uomo alto e distinto, e pronto tanto con le mani quanto con la testa. Ricordo noi ragazzi, in un giorno di neve...”
Qui si immerse nei ricordi.
“Allora non pensa che ci sia alcuna obiezione particolare ad avere un Numero 13?” disse Anderson.
“Ah! certamente. Beh, vede, sono stato cresciuto nel mestiere dal mio povero vecchio padre. Dapprima gestì un albergo ad Aarhuus e poi, quando siamo nati noi, si trasferì qui a Viborg, che era il suo luogo natale, e tenne il Phœnix qui fino alla morte. Fu nel 1876. Poi ho avviato l'attività a Silkeborg, e solo l'anno scorso mi sono trasferito in questa casa.”
Seguirono poi altri dettagli sullo stato della casa e dell'attività quando la prese in gestione.
“E quando è arrivato qui, c'era un Numero 13?”
“No, no. Stavo per dirle questo. Vede, in un posto come questo, la classe commerciale — i viaggiatori — è ciò per cui dobbiamo provvedere in generale. E metterli nella Numero 13? Beh, preferirebbero dormire per strada, o prima ancora. Per quanto mi riguarda, non farebbe un centesimo di differenza per me quale fosse il numero della mia stanza, e così ho detto loro spesso; ma insistono sul fatto che porti sfortuna. Hanno tra loro quantità di storie di uomini che hanno dormito in una Numero 13 e non sono mai più stati gli stessi, o hanno perso i loro migliori clienti, o... una cosa e l'altra,” disse il padrone di casa, dopo aver cercato una frase più efficace.
“Allora, per cosa usa la sua Numero 13?” disse Anderson, consapevole mentre pronunciava le parole di una curiosa ansia del tutto sproporzionata rispetto all'importanza della domanda.
“La mia Numero 13? Beh, non le ho appena detto che non esiste una cosa simile in questa casa? Pensavo che potesse averlo notato. Se ci fosse, sarebbe accanto alla sua stanza.”
“Beh, sì; solo che mi è capitato di pensare... cioè, mi era sembrato ieri sera di aver visto una porta numerata tredici in quel corridoio; e, davvero, sono quasi certo di dover aver ragione, perché l'ho vista anche la sera prima.”
Naturalmente, Herr Kristensen rise di scherno a questa idea, come Anderson aveva previsto, e sottolineò con molta iterazione il fatto che nessun Numero 13 esistesse o fosse esistito prima di lui in quell'albergo.
Anderson ne fu per certi versi sollevato, dalla sua certezza, ma ancora perplesso, e iniziò a pensare che il modo migliore per assicurarsi se fosse stato davvero soggetto a un'illusione o meno fosse invitare il padrone di casa nella sua stanza a fumare un sigaro più tardi la sera. Alcune fotografie di città inglesi che aveva con sé costituirono una scusa sufficientemente buona.
Herr Kristensen fu lusingato dall'invito e accettò molto volentieri. Verso le dieci doveva fare la sua comparsa, ma prima di allora Anderson aveva alcune lettere da scrivere e si ritirò allo scopo di scriverle. Arrossì quasi tra sé nel confessarlo, ma non poté negare che era un fatto che stava diventando alquanto nervoso riguardo alla questione dell'esistenza della Numero 13; tanto che si avvicinò alla sua stanza passando per la Numero 11, per non essere costretto a passare davanti alla porta, o al posto dove la porta avrebbe dovuto essere. Guardò rapidamente e sospettosamente la stanza quando vi entrò, ma non c'era nulla, oltre a quell'indefinibile aria di essere più piccola del solito, a giustificare alcun timore. Non c'era questione sulla presenza o assenza del suo baule stasera. Aveva lui stesso svuotato il suo contenuto e lo aveva riposto sotto il letto. Con un certo sforzo scacciò il pensiero della Numero 13 dalla mente e si sedette a scrivere.
I suoi vicini erano abbastanza silenziosi. Di tanto in tanto una porta si apriva nel corridoio e un paio di stivali veniva gettato fuori, o un commesso viaggiatore passava canticchiando tra sé, e fuori, di tanto in tanto, un carro tuonava sugli atroci ciottoli, o un passo rapido correva lungo le lastre.
Anderson finì le lettere, ordinò whisky e soda, poi andò alla finestra e studiò il muro cieco di fronte e le ombre su di esso.
Per quanto potesse ricordare, la Numero 14 era stata occupata dall'avvocato, un uomo posato che diceva poco ai pasti, essendo generalmente impegnato a studiare un piccolo plico di carte accanto al piatto. Apparentemente, tuttavia, aveva l'abitudine di dar sfogo al suo spirito animale quando era solo. Perché altrimenti avrebbe dovuto ballare? L'ombra dalla stanza accanto mostrava chiaramente che lo faceva. Più e più volte la sua forma magra attraversava la finestra, le sue braccia ondeggiavano e una gamba ossuta veniva calciata in alto con sorprendente agilità. Sembrava essere scalzo e il pavimento doveva essere ben posato, perché nessun suono tradiva i suoi movimenti. Sagförer Herr Anders Jensen, che ballava alle dieci di sera in una stanza d'albergo, sembrava un soggetto adatto per un dipinto storico in grande stile; e i pensieri di Anderson, come quelli di Emily nei “Misteri di Udolpho”, iniziarono a “disporre se stessi nelle seguenti righe”:
“Quando torno al mio albergo, Alle dieci di sera, I camerieri pensano che io non stia bene; Non mi curo di loro. Ma quando ho chiuso a chiave la porta della camera, E messo fuori i miei stivali, Ballo tutta la notte sul pavimento. E anche se i miei vicini imprecassero, Continuerei a ballare ancora di più, Perché ho familiarità con la legge, E a dispetto di tutto il loro chiacchierare, Le loro proteste derido.”
Se il padrone di casa non avesse bussato in quel momento alla porta, è probabile che un poema piuttosto lungo sarebbe stato presentato al lettore. A giudicare dal suo sguardo di sorpresa quando si ritrovò nella stanza, Herr Kristensen fu colpito, come Anderson, da qualcosa di insolito nel suo aspetto. Ma non fece alcun commento. Le fotografie di Anderson lo interessarono potentemente e formarono il testo di molti discorsi autobiografici. Né è del tutto chiaro come la conversazione avrebbe potuto essere deviata nel canale desiderato della Numero 13, se l'avvocato in quel momento non avesse iniziato a cantare, e a cantare in un modo che non poteva lasciare dubbi nella mente di nessuno sul fatto che fosse o eccessivamente ubriaco o folle da legare. Era una voce alta e sottile quella che udirono, e sembrava secca, come per un lungo disuso. Di parole o melodia non vi era questione. Volava verso un'altezza sorprendente e veniva portata giù con un lamento disperato come di un vento invernale in un camino cavo, o di un organo il cui mantice cede improvvisamente. Era un suono davvero orribile, e Anderson sentì che se fosse stato solo, sarebbe dovuto fuggire per rifugio e compagnia nella stanza di qualche vicino commesso viaggiatore.
Il padrone di casa sedeva a bocca aperta.
“Non capisco,” disse infine, asciugandosi la fronte. “È terribile. L'ho sentito una volta prima d'ora, ma ero sicuro che fosse un gatto.”
“È pazzo?” disse Anderson.
“Deve esserlo; e che cosa triste! Un cliente così buono, anche, e così di successo nel suo lavoro, da quanto sento, e una giovane famiglia da crescere.”
Proprio allora giunse un colpo impaziente alla porta, e chi bussava entrò, senza aspettare di essere invitato. Era l'avvocato, in déshabille e con i capelli molto arruffati; e sembrava molto arrabbiato.
“Chiedo scusa, signore,” disse, “ma le sarei molto obbligato se volesse cortesemente desistere...”
Qui si fermò, poiché era evidente che nessuno dei presenti davanti a lui fosse responsabile del disturbo; e dopo un momento di calma, il suono si levò di nuovo più selvaggiamente di prima.
“Ma cosa significa in nome del Cielo?” esplose l'avvocato. “Dov'è? Chi è? Sto perdendo il senno?”
“Sicuramente, Herr Jensen, proviene dalla sua stanza accanto? Non c'è un gatto o qualcosa di incastrato nel camino?”
Questa fu la cosa migliore che venne in mente ad Anderson di dire, e ne realizzò l'inutilità mentre parlava; ma qualsiasi cosa era meglio che stare in piedi ad ascoltare quella voce orribile e guardare il volto largo e bianco del padrone di casa, tutto sudato e tremante mentre stringeva i braccioli della sua sedia.
“Impossibile,” disse l'avvocato, “impossibile. Non c'è alcun camino. Sono venuto qui perché ero convinto che il rumore provenisse da qui. Era certamente nella stanza accanto alla mia.”
“Non c'era alcuna porta tra la sua e la mia?” disse Anderson con impazienza.
“No, signore,” disse Herr Jensen, piuttosto bruscamente. “Almeno, non stamattina.”
“Ah!” disse Anderson. “Né stanotte?”
“Non sono sicuro,” disse l'avvocato con una certa esitazione.
Improvvisamente la voce che piangeva o cantava nella stanza accanto svanì, e si udì il cantante apparentemente ridere tra sé in modo sommesso. I tre uomini rabbrividirono davvero al suono. Poi ci fu silenzio.
“Avanti,” disse l'avvocato, “cosa ha da dire, Herr Kristensen? Cosa significa tutto questo?”
“Buon Cielo!” disse Kristensen. “Come dovrei saperlo! Non ne so più di lei, signori. Prego di non dover mai più sentire un tale rumore.”
“Anch'io,” disse Herr Jensen, e aggiunse qualcosa a bassa voce. Ad Anderson sembrò di sentire le ultime parole del Salterio, “omnis spiritus laudet Dominum”, ma non poteva esserne sicuro.
“Ma dobbiamo fare qualcosa,” disse Anderson, “tutti e tre. Andremo a investigare nella stanza accanto?”
“Ma quella è la stanza di Herr Jensen,” gemette il padrone di casa. “Non serve a nulla; è uscito lui stesso da lì.”
“Non sono così sicuro,” disse Jensen. “Penso che questo signore abbia ragione: dobbiamo andare a vedere.”
Le uniche armi di difesa che si poterono radunare sul posto furono un bastone e un ombrello. La spedizione uscì nel corridoio, non senza tremori. Fuori c'era una quiete mortale, ma una luce splendeva da sotto la porta accanto. Anderson e Jensen si avvicinarono. Quest'ultimo girò la maniglia e diede una spinta improvvisa e vigorosa. Inutile. La porta rimaneva ferma.
“Herr Kristensen,” disse Jensen, “vorrebbe andare a prendere il servitore più forte che ha in questo posto? Dobbiamo andare fino in fondo.”
Il padrone di casa annuì e si affrettò via, felice di essere lontano dalla scena dell'azione. Jensen e Anderson rimasero fuori a guardare la porta.
“È la Numero 13, vede,” disse quest'ultimo.
“Sì; lì c'è la sua porta, e lì c'è la mia,” disse Jensen.
“La mia stanza ha tre finestre durante il giorno,” disse Anderson, reprimendo a fatica una risata nervosa.
“Perbacco, anche la mia!” disse l'avvocato, voltandosi e guardando Anderson. Ora dava le spalle alla porta. In quel momento la porta si aprì e un braccio uscì fuori, artigliando la sua spalla. Era vestito di lino stracciato e giallastro, e la pelle nuda, dove poteva essere vista, aveva lunghi peli grigi su di essa.
Anderson fu appena in tempo per tirare Jensen fuori dalla sua portata con un grido di disgusto e spavento, quando la porta si richiuse di nuovo e si udì una risata sommessa.
Jensen non aveva visto nulla, ma quando Anderson gli raccontò frettolosamente il rischio che aveva corso, cadde in un grande stato di agitazione e suggerì di ritirarsi dall'impresa e chiudersi a chiave in una o nell'altra delle loro stanze.
Tuttavia, mentre stava sviluppando questo piano, il padrone di casa e due uomini robusti arrivarono sulla scena, tutti con un aspetto piuttosto serio e allarmato. Jensen li accolse con un torrente di descrizioni e spiegazioni, che non tese affatto a incoraggiarli per lo scontro.
Gli uomini lasciarono cadere le leve che avevano portato e dissero nettamente che non avrebbero rischiato la gola in quella tana del diavolo. Il padrone di casa era miseramente nervoso e indeciso, consapevole che se il pericolo non fosse stato affrontato il suo albergo sarebbe stato rovinato, e molto riluttante ad affrontarlo lui stesso. Per fortuna Anderson trovò un modo per radunare la forza demoralizzata.
“È questo,” disse, “il coraggio danese di cui ho sentito parlare tanto? Non c'è un tedesco là dentro, e se anche fosse, siamo cinque contro uno.”
I due servitori e Jensen furono spinti all'azione da questo e si scagliarono contro la porta.
«Fermatevi!» disse Anderson. «Non perdete la testa. Voi restate qui fuori con la luce, oste, e uno di voi due uomini sfondi la porta, ma non entrate quando cede.»
Gli uomini annuirono, e il più giovane fece un passo avanti, sollevò il piede di porco e sferrò un colpo tremendo sul pannello superiore. Il risultato non fu affatto quello che chiunque di loro si aspettava. Non ci fu alcuno scricchiolio o squarcio nel legno, solo un suono sordo, come se fosse stata colpita una parete solida. L'uomo lasciò cadere l'attrezzo con un grido e cominciò a strofinarsi il gomito. Il suo grido attirò i loro occhi su di lui per un momento; poi Anderson guardò di nuovo la porta. Era sparita; la parete intonacata del corridoio lo fissava in faccia, con un considerevole squarcio nel punto in cui il piede di porco l'aveva colpita. La numero 13 aveva cessato di esistere.
Per un breve spazio rimasero perfettamente immobili, fissando la parete spoglia. Si udì un gallo mattiniero cantare nel cortile sottostante; e mentre Anderson lanciava un'occhiata in direzione del suono, vide attraverso la finestra in fondo al lungo corridoio che il cielo orientale stava impallidendo verso l'alba.
«Forse,» disse l'oste, con esitazione, «ai signori piacerebbe un'altra stanza per stanotte, una con due letti?»
Né Jensen né Anderson furono contrari al suggerimento. Si sentivano inclini a cacciare in coppia dopo la loro recente esperienza. Si rivelò comodo, quando ognuno di loro andava nella propria stanza a raccogliere gli oggetti che desiderava per la notte, che l'altro lo accompagnasse tenendo la candela. Notarono che sia la numero 12 che la numero 14 avevano tre finestre.
La mattina seguente lo stesso gruppo si riunì nella numero 12. L'oste era naturalmente ansioso di evitare di ingaggiare aiuto esterno, e tuttavia era imperativo che il mistero che avvolgeva quella parte della casa venisse chiarito. Di conseguenza, i due servitori erano stati indotti ad assumersi la funzione di carpentieri. I mobili furono sgomberati e, al costo di parecchie assi irrimediabilmente danneggiate, fu sollevata la porzione di pavimento che giaceva più vicina alla numero 14.
Supporrete naturalmente che sia stato scoperto uno scheletro, diciamo quello di Mag Nicolas Francken. Non fu così. Ciò che trovarono tra le travi che sostenevano il pavimento fu una piccola scatola di rame. Dentro c'era un documento in pergamena ordinatamente ripiegato, con circa venti righe di scrittura. Sia Anderson che Jensen (che si rivelò essere un po' un paleografo) furono molto eccitati da questa scoperta, che prometteva di fornire la chiave di quei fenomeni straordinari.
Possiedo una copia di un'opera astrologica che non ho mai letto. Ha, come frontespizio, un'incisione di Hans Sebald Beham, che rappresenta un certo numero di saggi seduti attorno a un tavolo. Questo dettaglio potrebbe consentire agli intenditori di identificare il libro. Io stesso non riesco a ricordarne il titolo, e in questo momento non è a portata di mano; ma i risguardi sono coperti di scrittura e, durante i dieci anni in cui ho posseduto il volume, non sono riuscito a determinare da che parte questa scrittura debba essere letta, tanto meno in quale lingua sia. Non dissimile fu la posizione di Anderson e Jensen dopo il prolungato esame a cui sottoposero il documento nella scatola di rame.
Dopo due giorni di contemplazione, Jensen, che era lo spirito più audace dei due, azzardò la congettura che la lingua fosse latino o antico danese.
Anderson non si avventurò in alcuna supposizione ed era ben disposto a consegnare la scatola e la pergamena alla Società Storica di Viborg perché venissero collocate nel loro museo.
Ebbi l'intera storia da lui qualche mese dopo, mentre sedevamo in un bosco vicino a Uppsala, dopo una visita alla biblioteca locale, dove noi — o meglio, io — avevamo riso del contratto con cui Daniel Salthenius (in tarda età professore di ebraico a Königsberg) si era venduto a Satana. Anderson non era realmente divertito.
«Giovane idiota!» disse, riferendosi a Salthenius, che era solo uno studente universitario quando commise quell'indiscrezione, «come faceva a sapere che tipo di compagnia stava corteggiando?»
E quando suggerii le solite considerazioni, lui grugnì soltanto. Quel pomeriggio stesso mi raccontò ciò che avete letto; ma si rifiutò di trarne alcuna inferenza e di assentire a quelle che trassi io per lui.
COUNT MAGNUS
Con quali mezzi i documenti da cui ho ricavato una storia coerente siano finiti nelle mie mani è l'ultimo punto che il lettore apprenderà da queste pagine. Ma è necessario premettere alle mie estratti da essi una dichiarazione della forma in cui li possiedo.
Consistono, dunque, in parte in una serie di raccolte per un libro di viaggi, un volume come quelli che erano un prodotto comune degli anni Quaranta e Cinquanta. Il Journal of a Residence in Jutland and the Danish Isles di Horace Marryat è un valido esemplare della classe a cui alludo. Questi libri solitamente trattavano di qualche distretto sconosciuto del Continente. Erano illustrati con incisioni su legno o lastre d'acciaio. Fornivano dettagli sulle sistemazioni alberghiere e sui mezzi di comunicazione, come ci aspettiamo di trovare oggi in qualsiasi guida ben regolata, e trattavano ampiamente di conversazioni riferite con stranieri intelligenti, locandieri vivaci e contadini loquaci. In una parola, erano chiacchieroni.
Iniziati con l'idea di fornire materiale per un libro del genere, i miei documenti, man mano che procedevano, assunsero il carattere di un resoconto di una singola esperienza personale, e questo resoconto fu continuato fino alla vigilia, quasi, della sua conclusione.
Lo scrittore era un certo signor Wraxall. Per la mia conoscenza di lui devo dipendere interamente dalle prove offerte dai suoi scritti, e da queste deduco che fosse un uomo oltre la mezza età, dotato di alcuni mezzi privati e molto solo al mondo. Sembra che non avesse una dimora fissa in Inghilterra, ma fosse un abitante di alberghi e pensioni. È probabile che accarezzasse l'idea di sistemarsi in un futuro che non arrivò mai; e penso anche che l'incendio del Pantechnicon nei primi anni Settanta debba aver distrutto molto di ciò che avrebbe fatto luce sui suoi trascorsi, poiché egli si riferisce una o due volte a beni di sua proprietà che erano depositati presso quello stabilimento.
Appare inoltre evidente che il signor Wraxall avesse pubblicato un libro e che trattasse di una vacanza che aveva fatto una volta in Bretagna. Più di questo non posso dire del suo lavoro, perché una ricerca diligente in opere bibliografiche mi ha convinto che deve essere apparso anonimo o sotto pseudonimo.
Per quanto riguarda il suo carattere, non è difficile farsi un'opinione superficiale. Deve essere stato un uomo intelligente e colto. Sembra che fosse vicino a diventare un Fellow del suo college a Oxford, Brasenose, come deduco dall'Annuario. Il suo difetto principale era piuttosto chiaramente quello di un'eccessiva curiosità, forse un buon difetto in un viaggiatore, certamente un difetto per il quale questo viaggiatore pagò abbastanza caro alla fine.
In quella che si rivelò essere la sua ultima spedizione, stava progettando un altro libro. La Scandinavia, una regione non ampiamente conosciuta dagli inglesi quarant'anni fa, gli era apparsa come un campo interessante. Deve essersi imbattuto in alcuni vecchi libri di storia o memorie svedesi, e gli era venuta l'idea che ci fosse spazio per un libro descrittivo di viaggi in Svezia, intervallato da episodi tratti dalla storia di alcune delle grandi famiglie svedesi. Si procurò quindi lettere di presentazione per alcune persone di qualità in Svezia e vi partì all'inizio dell'estate del 1863.
Dei suoi viaggi nel Nord non c'è bisogno di parlare, né della sua permanenza di alcune settimane a Stoccolma. Devo solo menzionare che qualche studioso residente lì lo mise sulle tracce di un'importante collezione di documenti di famiglia appartenenti ai proprietari di un'antica casa padronale nel Vestergötland, e ottenne per lui il permesso di esaminarli.
La casa padronale, o herrgård, in questione deve essere chiamata Råbäck (pronunciato più o meno Roebeck), sebbene quello non sia il suo nome. È uno dei migliori edifici del suo genere in tutto il paese, e la sua immagine in Suecia antiqua et moderna di Dahlenberg, incisa nel 1694, la mostra molto simile a come il turista può vederla oggi. Fu costruita poco dopo il 1600 ed è, a grandi linee, molto simile a una casa inglese di quel periodo per quanto riguarda il materiale — mattoni rossi con finiture in pietra — e lo stile. L'uomo che la costruì era un rampollo della grande casata dei De la Gardie, e i suoi discendenti la possiedono ancora. De la Gardie è il nome con cui li indicherò quando ne diventerà necessaria la menzione.
Ricevettero il signor Wraxall con grande gentilezza e cortesia, e insistettero affinché rimanesse nella casa per tutto il tempo in cui duravano le sue ricerche. Ma, preferendo essere indipendente e diffidando delle sue capacità di conversare in svedese, si stabilì alla locanda del villaggio, che si rivelò abbastanza confortevole, almeno durante i mesi estivi. Questa sistemazione avrebbe comportato una breve passeggiata quotidiana da e per la casa padronale di poco meno di un miglio. La casa stessa sorgeva in un parco ed era protetta — dovremmo dire invasa — da grandi alberi secolari. Vicino si trovava il giardino murato, e poi si entrava in un fitto bosco che costeggiava uno dei piccoli laghi di cui tutto il paese è punteggiato. Poi arrivava il muro della tenuta, e si saliva su un ripido poggio — un nodo di roccia leggermente coperto di terra — e sulla cima sorgeva la chiesa, recintata da alberi alti e oscuri. Era un edificio curioso per gli occhi inglesi. La navata e le navate laterali erano basse e piene di banchi e gallerie. Nella galleria occidentale sorgeva il bell'organo antico, dipinto vivacemente e con canne d'argento. Il soffitto era piatto ed era stato adornato da un artista del XVII secolo con un bizzarro e orrendo "Giudizio Universale", pieno di fiamme livide, città in rovina, navi in fiamme, anime piangenti e demoni bruni e sorridenti. Belle corone di ottone pendevano dal tetto; il pulpito era come una casa delle bambole coperta di piccoli cherubini e santi di legno dipinti; un supporto con tre clessidre era incernierato al leggio del predicatore. Tali visioni possono essere viste in molte chiese in Svezia ora, ma ciò che distingueva questa era un'aggiunta all'edificio originale. All'estremità orientale della navata nord, il costruttore della casa padronale aveva eretto un mausoleo per sé e per la sua famiglia. Era un edificio a otto lati piuttosto grande, illuminato da una serie di finestre ovali, e aveva un tetto a cupola, sormontato da una sorta di oggetto a forma di zucca che si innalzava in una guglia, una forma che gli architetti svedesi amavano molto. Il tetto era di rame esternamente ed era dipinto di nero, mentre le pareti, in comune con quelle della chiesa, erano di un bianco abbagliante. A questo mausoleo non c'era accesso dalla chiesa. Aveva un portale e dei gradini propri sul lato settentrionale.
Oltre il cimitero passa il sentiero per il villaggio, e non più di tre o quattro minuti vi portano alla porta della locanda.
Il primo giorno del suo soggiorno a Råbäck, il signor Wraxall trovò la porta della chiesa aperta e prese quegli appunti sull'interno che ho sintetizzato. Nel mausoleo, tuttavia, non riuscì a entrare. Poteva, guardando attraverso il buco della serratura, scorgere appena che c'erano belle effigi di marmo e sarcofagi di rame, e una ricchezza di ornamenti araldici, che lo rendevano molto ansioso di trascorrere un po' di tempo in indagini.
I documenti che era venuto a esaminare alla casa padronale si rivelarono essere proprio del tipo che desiderava per il suo libro. C'erano corrispondenza familiare, diari e libri contabili dei primi proprietari della tenuta, tenuti molto accuratamente e scritti chiaramente, pieni di dettagli divertenti e pittoreschi. Il primo De la Gardie appariva in essi come un uomo forte e capace. Poco dopo la costruzione della dimora c'era stato un periodo di difficoltà nel distretto, e i contadini si erano sollevati e avevano attaccato diversi castelli facendo alcuni danni. Il proprietario di Råbäck prese una parte di primo piano nel reprimere i disordini, e c'era riferimento a esecuzioni di capibanda e severe punizioni inflitte senza mano leggera.
Il ritratto di questo Magnus de la Gardie era uno dei migliori della casa, e il signor Wraxall lo studiò con non poco interesse dopo la sua giornata di lavoro. Non ne dà una descrizione dettagliata, ma deduco che il volto lo avesse colpito più per la sua forza che per la sua bellezza o bontà; infatti, scrive che il Conte Magnus era un uomo fenomenalmente brutto.
Quel giorno il signor Wraxall cenò con la famiglia e tornò a piedi nella serata tarda ma ancora luminosa.
«Devo ricordarmi», scrive, «di chiedere al sagrestano se può farmi entrare nel mausoleo della chiesa. Evidentemente ha accesso ad esso lui stesso, perché stasera l'ho visto in piedi sui gradini, e, come ho pensato, chiudere o aprire la porta.»
Trovo che all'inizio del giorno seguente il signor Wraxall ebbe una conversazione con il suo oste. Il fatto che l'abbia annotata così a lungo mi ha sorpreso all'inizio; ma presto mi sono reso conto che i documenti che stavo leggendo erano, almeno all'inizio, i materiali per il libro che stava meditando, e che doveva essere una di quelle produzioni quasi giornalistiche che ammettono l'introduzione di una commistione di materiale conversazionale.
Il suo scopo, dice, era scoprire se qualche tradizione del Conte Magnus de la Gardie indugiasse ancora nei luoghi dell'attività di quel gentiluomo, e se la stima popolare di lui fosse favorevole o meno. Scoprì che il Conte decisamente non era un favorito. Se i suoi affittuari arrivavano in ritardo al lavoro nei giorni che gli dovevano come Signore del Maniero, venivano messi sulla cavallina, o frustati e marchiati nel cortile della casa padronale. C'erano uno o due casi di uomini che avevano occupato terre che sconfinavano nel dominio del signore, e le cui case erano state misteriosamente bruciate in una notte d'inverno, con l'intera famiglia all'interno. Ma ciò che sembrava soffermarsi maggiormente nella mente del locandiere — poiché tornò sull'argomento più di una volta — era che il Conte era stato al Pellegrinaggio Nero, e aveva riportato indietro qualcosa o qualcuno con sé.
Vi chiederete naturalmente, come fece il signor Wraxall, cosa potesse essere stato il Pellegrinaggio Nero. Ma la vostra curiosità sul punto deve rimanere insoddisfatta per il momento, proprio come la sua. Il locandiere era evidentemente riluttante a dare una risposta completa, o addirittura alcuna risposta, sul punto, e, essendo chiamato fuori per un momento, uscì con ovvia sollecitudine, mettendo solo la testa dentro la porta pochi minuti dopo per dire che era chiamato a Skara e che non sarebbe tornato fino a sera.
Così il signor Wraxall dovette andare insoddisfatto al suo lavoro quotidiano alla casa padronale. I documenti sui quali era impegnato in quel momento spostarono presto i suoi pensieri su un altro canale, poiché dovette occuparsi di dare un'occhiata alla corrispondenza tra Sophia Albertina a Stoccolma e sua cugina sposata Ulrica Leonora a Råbäck negli anni 1705-1710. Le lettere erano di eccezionale interesse per la luce che gettavano sulla cultura di quel periodo in Svezia, come chiunque può testimoniare che ne abbia letto l'edizione completa nelle pubblicazioni della Commissione svedese per i manoscritti storici.
Nel pomeriggio ebbe finito con queste, e dopo aver restituito le scatole in cui erano conservate ai loro posti sullo scaffale, procedette, molto naturalmente, a tirare giù alcuni dei volumi più vicini a esse, al fine di determinare quale di essi sarebbe stato meglio come suo principale oggetto di indagine il giorno successivo. Lo scaffale su cui si era imbattuto era occupato per lo più da una collezione di libri contabili nella grafia del primo Conte Magnus. Ma uno di essi non era un libro contabile, bensì un libro di alchimia e altri trattati in un'altra grafia del XVI secolo. Non essendo molto familiare con la letteratura alchemica, il signor Wraxall spende molto spazio che avrebbe potuto risparmiare nell'esporre i nomi e gli inizi dei vari trattati: Il libro della Fenice, libro delle Trenta Parole, libro del Rospo, libro di Miriam, Turba philosophorum, e così via; e poi annuncia con un bel po' di enfasi la sua gioia nel trovare, su un foglio originariamente lasciato bianco vicino alla metà del libro, una scrittura del Conte Magnus stesso intitolata "Liber nigræ peregrinationis". È vero che erano state scritte solo poche righe, ma c'era abbastanza per mostrare che il locandiere aveva quella mattina fatto riferimento a una credenza antica almeno quanto il tempo del Conte Magnus, e probabilmente condivisa da lui. Questo è l'inglese di ciò che era scritto:
«Se un uomo desidera ottenere una lunga vita, se vuole ottenere un messaggero fedele e vedere il sangue dei suoi nemici, è necessario che vada prima nella città di Chorazin, e lì saluti il principe…» Qui c'era una cancellatura di una parola, non molto accuratamente eseguita, così che il signor Wraxall si sentì abbastanza sicuro che fosse corretto leggerla come aëris («dell'aria»). Ma non c'era altro del testo copiato, solo una riga in latino: Quære reliqua hujus materiei inter secretiora. (Cerca il resto di questa materia tra le cose più segrete.)
Non si poteva negare che ciò gettasse una luce piuttosto sinistra sui gusti e le credenze del Conte; ma per il signor Wraxall, separato da lui di quasi tre secoli, il pensiero che avesse potuto aggiungere alla sua generale risolutezza l'alchimia, e all'alchimia qualcosa di simile alla magia, lo rendeva solo una figura più pittoresca; e quando, dopo una contemplazione piuttosto prolungata del suo ritratto nel salone, il signor Wraxall si incamminò verso casa, la sua mente era piena del pensiero del Conte Magnus. Non aveva occhi per ciò che lo circondava, nessuna percezione dei profumi serali dei boschi o della luce serale sul lago; e quando all'improvviso si fermò di colpo, fu stupito di ritrovarsi già al cancello del cimitero, e a pochi minuti dalla cena. I suoi occhi caddero sul mausoleo.
«Ah,» disse, «Conte Magnus, eccoti lì. Mi piacerebbe molto vederti.»
«Come molti uomini solitari», scrive, «ho l'abitudine di parlare ad alta voce con me stesso; e, a differenza di alcune particelle greche e latine, non mi aspetto una risposta. Certamente, e forse fortunatamente in questo caso, non c'era né voce né alcuno che prestasse attenzione: solo la donna che, suppongo, stesse pulendo la chiesa, fece cadere un oggetto metallico sul pavimento, il cui clangore mi fece trasalire. Il Conte Magnus, penso, dorme abbastanza profondamente.»
Quella stessa sera il locandiere della locanda, che aveva sentito il signor Wraxall dire di voler vedere il chierico o diacono (come sarebbe stato chiamato in Svezia) della parrocchia, lo presentò a quel funzionario nel salotto della locanda. Una visita alla tomba dei De la Gardie fu presto organizzata per il giorno successivo, e seguì una conversazione generale.
Il signor Wraxall, ricordando che una funzione dei diaconi scandinavi è quella di istruire i candidati alla Cresima, pensò di rinfrescare la propria memoria su un punto biblico.
«Può dirmi», disse, «qualcosa su Chorazin?»
Il diacono sembrò sorpreso, ma gli ricordò prontamente come quel villaggio fosse stato una volta denunciato.
«Certo,» disse il signor Wraxall; «è, suppongo, proprio una rovina ora?»
«Così mi aspetto,» rispose il diacono. «Ho sentito alcuni dei nostri vecchi preti dire che l'Anticristo deve nascere lì; e ci sono racconti—»
«Ah! quali racconti sono quelli?» intervenne il signor Wraxall.
«Racconti, stavo dicendo, che ho dimenticato,» disse il diacono; e poco dopo augurò la buonanotte.
Il locandiere era ora solo, e alla mercé del signor Wraxall; e quell'indagatore non era propenso a risparmiarlo.
«Herr Nielsen,» disse, «ho scoperto qualcosa sul Pellegrinaggio Nero. Tanto vale che mi dica quello che sa. Cosa ha riportato indietro il Conte con sé?»
Gli svedesi sono abitualmente lenti, forse, a rispondere, o forse il locandiere era un'eccezione. Non ne sono sicuro; ma il signor Wraxall nota che il locandiere trascorse almeno un minuto a guardarlo prima di dire qualsiasi cosa. Poi si avvicinò al suo ospite e con un bel po' di sforzo parlò:
«Signor Wraxall, posso raccontarle questo piccolo aneddoto, e nient’altro—proprio nient’altro. Non deve chiedermi nulla quando avrò finito. Ai tempi di mio nonno—ovvero, novantadue anni fa—c’erano due uomini che dicevano: “Il Conte è morto; non ci importa di lui. Andremo stanotte a fare una caccia libera nel suo bosco”—quel lungo bosco sulla collina che lei ha visto dietro Råbäck. Ebbene, coloro che li sentirono dire questo, risposero: “No, non andateci; siamo certi che incontrerete persone che camminano, le quali non dovrebbero camminare. Dovrebbero riposare, non camminare.” Quegli uomini risero. Non c’erano guardaboschi a sorvegliare il bosco, perché nessuno desiderava viverci. La famiglia non era qui alla tenuta. Quegli uomini potevano fare ciò che volevano.
«Molto bene, quella notte andarono nel bosco. Mio nonno sedeva qui, in questa stanza. Era estate, e la notte era chiara. Con la finestra aperta, poteva vedere fuori verso il bosco, e udire.
«Così sedeva lì, con due o tre uomini insieme a lui, e stavano in ascolto. Dapprima non sentono nulla; poi sentono qualcuno—lei sa quanto è lontano—sentono qualcuno urlare, proprio come se la parte più profonda della sua anima gli fosse stata strappata via. Tutti nella stanza si afferrarono l’un l’altro, e rimasero così per tre quarti d’ora. Poi sentono qualcun altro, a sole trecento aune di distanza. Lo sentono ridere a gran voce: non era uno di quei due uomini a ridere, e, in verità, tutti loro hanno detto che non era affatto un uomo. Dopodiché sentono una grande porta chiudersi.
«Poi, quando era appena giorno, andarono tutti dal prete. Gli dissero:
«“Padre, indossi la tonaca e il colletto, e venga a seppellire questi uomini, Anders Bjornsen e Hans Thorbjorn.”
«Lei capisce che erano sicuri che quegli uomini fossero morti. Così andarono al bosco—mio nonno non lo dimenticò mai. Disse che loro stessi sembravano tanti morti. Anche il prete era in un bianco terrore. Quando arrivarono da lui, disse:
«“Ho sentito un grido nella notte, e ho sentito una risata subito dopo. Se non riuscirò a dimenticarlo, non sarò più in grado di dormire.”
«Così andarono al bosco, e trovarono quegli uomini sul limitare del bosco. Hans Thorbjorn se ne stava con la schiena contro un albero, e continuava a spingere con le mani—spingendo qualcosa via da sé che non c’era. Così non era morto. E lo portarono via, e lo condussero alla casa di Nykjoping, ed egli morì prima dell’inverno; ma continuò a spingere con le mani. Anche Anders Bjornsen era lì; ma era morto. E le dico questo riguardo ad Anders Bjornsen, che un tempo era un bell’uomo, ma ora il suo volto non c’era più, perché la carne era stata risucchiata via dalle ossa. Capisce? Mio nonno non dimenticò questo. E lo deposero sulla bara che avevano portato, e misero un panno sopra la sua testa, e il prete camminava davanti; e cominciarono a cantare il salmo per i morti al meglio che potevano. Così, mentre cantavano la fine del primo verso, cadde a terra uno di coloro che trasportavano la testa della bara, e gli altri si voltarono, e videro che il panno era caduto, e gli occhi di Anders Bjornsen guardavano in alto, poiché non c’era nulla a coprirli. E questo non poterono sopportarlo. Perciò il prete pose il panno su di lui, mandò a prendere una vanga, e lo seppellirono in quel luogo.»
Il giorno seguente il signor Wraxall annota che il diacono passò a prenderlo poco dopo la colazione, e lo condusse alla chiesa e al mausoleo. Notò che la chiave di quest’ultimo era appesa a un chiodo proprio accanto al pulpito, e gli balenò in mente che, siccome la porta della chiesa sembrava essere lasciata aperta di norma, non sarebbe stato difficile per lui fare una seconda e più privata visita ai monumenti se si fosse rivelato esserci più interesse tra loro di quanto se ne potesse cogliere al primo sguardo. L’edificio, una volta entrato, non gli parve poco imponente. I monumenti, per lo più grandi strutture del XVII e XVIII secolo, erano dignitosi se non sfarzosi, e gli epitaffi e l’araldica erano copiosi. Lo spazio centrale della sala cupolata era occupato da tre sarcofagi di rame, coperti da ornamenti finemente incisi. Due di essi avevano, come accade comunemente in Danimarca e Svezia, un grande crocifisso di metallo sul coperchio. Il terzo, quello del Conte Magnus, a quanto pareva, aveva al suo posto un’effigie a figura intera incisa sopra, e attorno al bordo vi erano diverse fasce di ornamenti simili che rappresentavano scene varie. Una era una battaglia, con cannoni che vomitavano fumo, città murate e schiere di picchieri. Un’altra mostrava un’esecuzione. In una terza, tra gli alberi, vi era un uomo che correva a tutta velocità, con i capelli al vento e le mani protese. Dopo di lui seguiva una forma strana; sarebbe stato difficile dire se l’artista l’avesse intesa come un uomo, senza riuscire a conferirle la somiglianza necessaria, o se fosse stata resa intenzionalmente mostruosa come appariva. In vista dell’abilità con cui era stato eseguito il resto del disegno, il signor Wraxall si sentì incline ad adottare quest’ultima idea. La figura era eccessivamente bassa, ed era per la maggior parte avvolta in un indumento con cappuccio che strisciava a terra. L’unica parte della forma che sporgeva da quel riparo non aveva la forma di alcuna mano o braccio. Il signor Wraxall la paragona al tentacolo di un polpo, e prosegue: «Nel vedere questo, mi sono detto: “Questa, dunque, che è evidentemente una rappresentazione allegorica di qualche tipo—un demone che insegue un’anima braccata—potrebbe essere l’origine della storia del Conte Magnus e del suo misterioso compagno. Vediamo come è raffigurato il cacciatore: senza dubbio sarà un demone che suona il corno.”» Ma, come si scoprì, non c’era alcuna figura così sensazionale, solo le sembianze di un uomo ammantato su un poggio, che se ne stava appoggiato a un bastone, a guardare la caccia con un interesse che l’incisore aveva cercato di esprimere nella sua postura.
Il signor Wraxall notò i massicci lucchetti d’acciaio, finemente lavorati—tre in numero—che fissavano il sarcofago. Uno di essi, vide, era staccato e giaceva sul pavimento. E poi, non volendo trattenere oltre il diacono o sprecare il proprio tempo di lavoro, si avviò verso la casa padronale.
«È curioso,» annota, «come, nel ripercorrere un sentiero familiare, i propri pensieri occupino la mente fino all’esclusione assoluta degli oggetti circostanti. Stasera, per la seconda volta, avevo completamente mancato di notare dove stavo andando (avevo pianificato una visita privata al mausoleo per copiare gli epitaffi), quando improvvisamente, per così dire, mi sono risvegliato alla coscienza, e mi sono trovato (come prima) a girare per il cancello del cimitero, e, credo, a cantare o salmodiare parole come: “Sei sveglio, Conte Magnus? Dormi, Conte Magnus?” e poi qualcos’altro che non sono riuscito a ricordare. Mi è parso di essermi comportato in questo modo insensato per un bel po’.»
Trovò la chiave del mausoleo dove si aspettava di trovarla, e copiò la maggior parte di ciò che voleva; di fatto, rimase finché la luce non iniziò a mancargli.
«Devo essermi sbagliato,» scrive, «nel dire che uno dei lucchetti del sarcofago del mio Conte era sbloccato; stasera vedo che due sono allentati. Li ho raccolti entrambi e li ho posati con cura sul davanzale della finestra, dopo aver tentato invano di chiuderli. Il rimanente è ancora saldo, e, sebbene supponga si tratti di una serratura a molla, non riesco a intuire come si apra. Se fossi riuscito a disfarla, temo quasi che mi sarei preso la libertà di aprire il sarcofago. È strano, l’interesse che provo per la personalità di questo, temo, alquanto feroce e cupo vecchio nobile.»
Il giorno seguente fu, come si scoprì, l’ultimo della permanenza del signor Wraxall a Råbäck. Ricevette lettere relative a certi investimenti che rendevano auspicabile il suo ritorno in Inghilterra; il suo lavoro tra i documenti era praticamente terminato, e viaggiare era lento. Decise, pertanto, di fare i suoi saluti, dare gli ultimi ritocchi ai suoi appunti e partire.
Questi ultimi ritocchi e saluti, a conti fatti, richiesero più tempo di quanto avesse previsto. L’ospitalità della famiglia insistette affinché si trattenesse a cenare con loro—cenavano alle tre—ed erano quasi le sei e mezza quando si ritrovò fuori dai cancelli di ferro di Råbäck. Si soffermò su ogni passo della sua passeggiata lungo il lago, determinato a saturarsi, ora che lo calpestava per l’ultima volta, del sentimento del luogo e dell’ora. E quando raggiunse la sommità del poggio del cimitero, indugiò per molti minuti, fissando l’illimitata distesa di boschi vicini e lontani, tutti scuri sotto un cielo di verde liquido. Quando alla fine si voltò per andarsene, lo colpì il pensiero che certamente doveva salutare il Conte Magnus così come il resto dei De la Gardie. La chiesa era a soli venti iarde di distanza, e sapeva dove fosse appesa la chiave del mausoleo. Non passò molto tempo prima che si trovasse sopra la grande bara di rame e, come al solito, parlasse ad alta voce tra sé e sé. «Potresti essere stato un po’ un furfante ai tuoi tempi, Magnus,» stava dicendo, «ma nonostante tutto mi piacerebbe vederti, o, piuttosto—»
«Proprio in quell’istante,» racconta, «sentii un colpo sul piede. Lo ritrassi abbastanza in fretta e qualcosa cadde sul pavimento con un fragore. Era il terzo, l’ultimo dei tre lucchetti che avevano fissato il sarcofago. Mi chinai per raccoglierlo, e—il cielo mi è testimone che sto scrivendo solo la nuda verità—prima che mi fossi rialzato si udì un rumore di cerniere metalliche che scricchiolavano, e vidi distintamente il coperchio spostarsi verso l’alto. Potrei essermi comportato come un codardo, ma per nulla al mondo sarei potuto rimanere un solo istante. Ero fuori da quel terribile edificio in meno tempo di quanto possa scriverlo—quasi velocemente quanto avrei potuto pronunciare—le parole; e ciò che mi spaventa ancora di più, non riuscivo a girare la chiave nella serratura. Mentre siedo qui nella mia stanza ad annotare questi fatti, mi chiedo (non sono passati venti minuti) se quel rumore di metallo scricchiolante sia continuato, e non so dire se lo abbia fatto o meno. So solo che c’era qualcosa di più di quanto abbia scritto che mi ha allarmato, ma se sia stato un suono o una vista non riesco a ricordarlo. Cosa ho mai fatto?»
Povero signor Wraxall! Intraprese il suo viaggio verso l’Inghilterra il giorno seguente, come aveva pianificato, e raggiunse l’Inghilterra sano e salvo; eppure, come deduco dalla sua grafia mutata e dagli appunti incoerenti, era un uomo distrutto. Uno dei diversi taccuini che mi sono giunti con le sue carte offre, non una spiegazione, ma una sorta di accenno alle sue esperienze. Gran parte del suo viaggio fu compiuto su un battello fluviale, e trovo non meno di sei penosi tentativi di enumerare e descrivere i suoi compagni di viaggio. Le annotazioni sono di questo tipo:
24. Pastore di un villaggio nella Scania. Solito cappotto nero e cappello nero morbido. 25. Viaggiatore di commercio di Stoccolma diretto a Trollhättan. Mantello nero, cappello marrone. 26. Uomo in lungo mantello nero, cappello a falda larga, molto antiquato.
Questa annotazione è cancellata, e viene aggiunta una nota: «Forse identico al n. 13. Non ho ancora visto il suo volto.» Riferendomi al n. 13, trovo che si tratti di un prete romano in talare.
Il risultato netto del conteggio è sempre lo stesso. Ventotto persone appaiono nel computo, una essendo sempre un uomo in un lungo mantello nero e cappello largo, e un’altra una «figura bassa in mantello scuro e cappuccio». D’altra parte, viene sempre notato che solo ventisei passeggeri appaiono ai pasti, e che l’uomo col mantello è forse assente, e la figura bassa è certamente assente.
Giunto in Inghilterra, risulta che il signor Wraxall sbarcò a Harwich, e che decise immediatamente di mettersi fuori dalla portata di una o più persone che non specifica mai, ma che aveva evidentemente iniziato a considerare come i suoi inseguitori. Di conseguenza prese un veicolo—era una carrozza chiusa—non fidandosi della ferrovia, e si diresse attraverso la campagna verso il villaggio di Belchamp St Paul. Erano circa le nove di una notte d’agosto al chiaro di luna quando si avvicinò al luogo. Sedeva proteso in avanti, guardando fuori dal finestrino i campi e i boschetti—c’era poco altro da vedere—che scorrevano veloci accanto a lui. Improvvisamente giunse a un crocevia. All’angolo due figure stavano immobili; entrambe erano in mantelli scuri; quella più alta portava un cappello, quella più bassa un cappuccio. Non ebbe il tempo di vederne i volti, né fecero alcun movimento che potesse discernere. Eppure il cavallo scartò violentemente e scoppiò al galoppo, e il signor Wraxall si accasciò sul suo sedile in uno stato vicino alla disperazione. Li aveva già visti prima.
Arrivato a Belchamp St Paul, ebbe la fortuna di trovare una decorosa pensione arredata, e per le successive ventiquattro ore visse, parlando in termini relativi, in pace. I suoi ultimi appunti furono scritti in questo giorno. Sono troppo sconnessi ed esclamativi per essere riportati qui integralmente, ma il senso di essi è abbastanza chiaro. Aspetta una visita dai suoi inseguitori—come o quando non lo sa—e il suo grido costante è «Cosa ha fatto?» e «Non c’è speranza?». I medici, sa, lo definirebbero pazzo, i poliziotti riderebbero di lui. Il parroco è assente. Cosa può fare se non chiudere la sua porta a chiave e gridare a Dio?
La gente ricordava ancora l’anno scorso a Belchamp St Paul come un signore forestiero arrivò una sera d’agosto anni addietro; e come la mattina dopo la seguente fu trovato morto, e ci fu un’inchiesta; e la giuria che esaminò il corpo svenne, sette di loro, e nessuno volle riferire ciò che vide, e il verdetto fu visitazione di Dio; e come le persone che tenevano la casa traslocarono quella stessa settimana, e se ne andarono da quella zona. Ma non credo sappiano che sia mai stato gettato, o possa essere gettato, alcun barlume di luce sul mistero. Accadde che l’anno scorso la piccola casa giunse nelle mie mani come parte di un lascito. Era rimasta vuota dal 1863, e non sembrava esserci alcuna prospettiva di affittarla; così la feci abbattere, e le carte di cui ho fornito un estratto furono trovate in un ripostiglio dimenticato sotto la finestra nella stanza da letto principale.
«No, decisamente no, vecchio mio», intervenne Rogers a mezza voce.
«— Sostengo che qualsiasi parvenza, qualsiasi apparenza di concessione all'idea che tali cose possano esistere sia equivalente a una rinuncia a tutto ciò che ritengo più sacro. Ma temo di non essere riuscito a catturare la vostra attenzione.»
«"La vostra completa attenzione", ecco cosa ha detto esattamente il dottor Blimber»[4], lo interruppe Rogers, con ogni segno di un sincero desiderio di precisione. «Ma vi chiedo scusa, Parkins: vi sto interrompendo.»
[4] Il signor Rogers sbagliava, si veda Dombey and Son, capitolo xii.
«No, tutt’altro», disse Parkins. «Non ricordo Blimber; forse era prima del mio tempo. Ma non c’è bisogno che io prosegua. Sono certo che capiate cosa intendo.»
«Sì, sì», disse Rogers, piuttosto frettolosamente. «Proprio così. Ne discuteremo a fondo a Burnstow, o da qualche altra parte.»
Nel riportare il dialogo qui sopra ho cercato di trasmettere l’impressione che fece su di me, ovvero che Parkins fosse un po’ una donnicciola, forse un po’ simile a una chioccia nei suoi piccoli modi; totalmente privo, ahimè, di senso dell’umorismo, ma allo stesso tempo impavido e sincero nelle sue convinzioni, e un uomo degno del massimo rispetto. Che il lettore lo abbia colto o meno, questo era il carattere di Parkins.
Il giorno seguente Parkins, come aveva sperato, riuscì ad allontanarsi dal suo college e ad arrivare a Burnstow. Fu accolto al Globe Inn, fu sistemato in tutta sicurezza nella grande camera a due letti di cui abbiamo sentito parlare, e prima di ritirarsi a riposare fu in grado di disporre i suoi materiali di lavoro in perfetto ordine su un comodo tavolo che occupava l’estremità esterna della stanza, ed era circondato su tre lati da finestre che davano sul mare; vale a dire, la finestra centrale guardava dritto verso il mare, e quelle a sinistra e a destra offrivano una vista lungo la costa, rispettivamente verso nord e verso sud. Verso sud si vedeva il villaggio di Burnstow. Verso nord non si vedevano case, ma solo la spiaggia e la bassa scogliera alle sue spalle. Proprio davanti c’era una striscia – non considerevole – di erba rada, punteggiata di vecchie ancore, argani e cose simili; poi un ampio sentiero; poi la spiaggia. Qualunque fosse stata l’originale distanza tra il Globe Inn e il mare, non più di sessanta iarde li separavano ora.
Il resto della clientela della locanda era, naturalmente, composto da golfisti, e includeva pochi elementi che richiedessero una descrizione particolare. La figura più appariscente era, forse, quella di un ancien militaire, segretario di un circolo londinese, dotato di una voce di incredibile potenza e di vedute di stampo decisamente protestante. Queste tendevano a trovare espressione dopo la sua partecipazione alle funzioni del Vicario, un uomo stimabile con inclinazioni verso un rituale pittoresco, che egli conteneva galantemente per quanto poteva, per deferenza verso la tradizione dell’Anglia orientale.
Il professor Parkins, una delle cui caratteristiche principali era il coraggio, passò la maggior parte della giornata successiva al suo arrivo a Burnstow in quello che aveva chiamato migliorare il suo gioco, in compagnia di questo colonnello Wilson: e durante il pomeriggio – se il processo di miglioramento ne fosse la causa o meno, non ne sono sicuro – l’atteggiamento del colonnello assunse una coloritura così livida che persino Parkins si tirò indietro al pensiero di tornare a casa con lui dai campi da golf. Decise, dopo un’occhiata breve e furtiva a quei baffi irsuti e a quei lineamenti arrossati, che sarebbe stato più saggio lasciare che gli influssi del tè e del tabacco facessero ciò che potevano con il colonnello prima che l’ora di cena rendesse inevitabile un incontro.
«Potrei tornare a casa stasera lungo la spiaggia», rifletté. «Sì, e dare un’occhiata – ci sarà abbastanza luce per quello – alle rovine di cui parlava Disney. Non so esattamente dove siano, a dire il vero; ma mi aspetto che sarà difficile non inciamparci sopra.»
Ciò che fece, posso dire, nel senso più letterale, poiché mentre cercava la strada dai campi da golf alla spiaggia di ciottoli il piede gli rimase impigliato, in parte in una radice di ginestra e in parte in una pietra piuttosto grossa, e finì lungo disteso. Quando si alzò ed esaminò i dintorni, si ritrovò in un’area di terreno piuttosto irregolare, coperta di piccole depressioni e tumuli. Questi ultimi, quando li esaminò, si rivelarono essere semplicemente masse di selce incastonate nella malta e ricoperte di erba. Doveva, concluse giustamente, trovarsi sul sito della precettoria che aveva promesso di esaminare. Non sembrava improbabile che potesse ricompensare la vanga dell’esploratore; probabilmente rimaneva abbastanza delle fondamenta, a poca profondità, da gettare molta luce sulla pianta generale. Ricordava vagamente che i Templari, ai quali era appartenuto questo sito, erano soliti costruire chiese rotonde, e pensò che una particolare serie di gobbe o tumuli vicino a lui sembrasse davvero disposta in una forma piuttosto circolare. Pochi possono resistere alla tentazione di provare una piccola ricerca amatoriale in un campo del tutto estraneo al proprio, se non altro per la soddisfazione di dimostrare quanto avrebbero avuto successo se solo l’avessero intrapresa seriamente. Il nostro Professore, tuttavia, se sentiva un po’ di questo meschino desiderio, era anche sinceramente ansioso di compiacere il signor Disney. Così percorse con cura l’area circolare che aveva notato e scrisse le sue dimensioni approssimative nel suo taccuino. Poi procedette a esaminare un’altura oblunga che giaceva a est del centro del cerchio, e che a suo avviso sembrava poter essere la base di una piattaforma o di un altare. A una delle sue estremità, quella settentrionale, una zolla d’erba era sparita – rimossa da qualche ragazzo o altra creatura ferae naturae. Poteva essere utile, pensò, sondare il terreno lì per cercare tracce di muratura, così tirò fuori il coltello e iniziò a raschiare via la terra. E ora seguì un’altra piccola scoperta: una porzione di terreno cadde all’interno mentre raschiava e rivelò una piccola cavità. Accese un fiammifero dopo l’altro per cercare di vedere di che natura fosse il buco, ma il vento era troppo forte per tutti loro. Picchiettando e graffiando i lati con il coltello, tuttavia, riuscì a capire che doveva trattarsi di un buco artificiale nella muratura. Era rettangolare e i lati, la parte superiore e quella inferiore, se non proprio intonacati, erano lisci e regolari. Ovviamente era vuoto. No! Mentre ritraeva il coltello udì un tintinnio metallico, e quando infilò la mano incontrò un oggetto cilindrico che giaceva sul fondo del buco. Naturalmente lo raccolse, e quando lo portò alla luce, che ormai stava svanendo, poté vedere che anch’esso era opera dell’uomo: un tubo di metallo lungo circa dieci centimetri, ed evidentemente di una certa età.
Quando Parkins si fu assicurato che non ci fosse nient’altro in quello strano ricettacolo, era troppo tardi e troppo buio perché potesse pensare di intraprendere ulteriori ricerche. Ciò che aveva fatto si era rivelato così inaspettatamente interessante che decise di sacrificare un po’ più di luce diurna il giorno seguente all’archeologia. L’oggetto che ora aveva al sicuro in tasca doveva essere di un certo valore, almeno, ne era certo.
Desolata e solenne era la vista che contemplò un’ultima volta prima di avviarsi verso casa. Una debole luce gialla a ovest mostrava i campi da golf, sui quali erano ancora visibili alcune figure che si muovevano verso la club-house, la tozza torre martello, le luci del villaggio di Aldsey, la pallida striscia di sabbia intersecata a intervalli da neri frangiflutti di legno, il mare scuro e mormorante. Il vento era pungente da nord, ma era alle sue spalle quando si incamminò verso il Globe. Rimbombò e sferragliò rapidamente tra i ciottoli e raggiunse la sabbia, sulla quale, a parte i frangiflutti che dovevano essere superati ogni pochi metri, il cammino era buono e silenzioso. Un ultimo sguardo all’indietro, per misurare la distanza percorsa da quando aveva lasciato la chiesa dei Templari in rovina, gli mostrò la prospettiva di compagnia durante la sua camminata, sotto forma di un personaggio piuttosto indistinto, che sembrava fare grandi sforzi per raggiungerlo, ma faceva pochi progressi, se non nessuno. Voglio dire che c’era una parvenza di corsa nei suoi movimenti, ma che la distanza tra lui e Parkins non sembrava diminuire sensibilmente. Così, almeno, pensò Parkins, decidendo che quasi certamente non lo conosceva e che sarebbe stato assurdo aspettare che lo raggiungesse. Ciononostante, iniziò a pensare che della compagnia sarebbe stata davvero molto gradita su quella costa solitaria, se solo si potesse scegliere il proprio compagno. Nei suoi giorni meno illuminati aveva letto di incontri in luoghi simili che anche ora avrebbero difficilmente sopportato di essere pensati. Continuò a pensarci, tuttavia, finché non raggiunse casa, e in particolare a uno che cattura la fantasia della maggior parte delle persone in qualche momento della loro infanzia. «Ora vidi nel mio sogno che Cristiano aveva fatto solo un brevissimo tratto di strada quando vide un turpe demone venire attraverso il campo per incontrarlo.» «Cosa dovrei fare ora», pensò, «se mi voltassi e scorgessi una figura nera nettamente definita contro il cielo giallo, e vedessi che ha corna e ali? Mi chiedo se rimarrei fermo o scapperei. Per fortuna, il signore dietro di me non è di quel tipo, e sembra essere lontano ora quanto quando l’ho visto per la prima volta. Bene, di questo passo, non cenerà presto quanto me; e, cielo! manca un quarto d’ora all’ora di cena. Devo correre!»
Parkins aveva, infatti, pochissimo tempo per vestirsi. Quando incontrò il colonnello a cena, la Pace – o per lo meno quanta ne riuscì a gestire quel gentiluomo – regnava ancora una volta nel petto militare; né fu messa in fuga nelle ore di bridge che seguirono la cena, poiché Parkins era un giocatore più che rispettabile. Quando, dunque, si ritirò verso mezzanotte, sentì di aver passato la serata in modo alquanto soddisfacente, e che, persino per una quindicina o tre settimane, la vita al Globe sarebbe stata sopportabile a condizioni simili – «specialmente», pensò, «se continuo a migliorare il mio gioco.»
Mentre percorreva i corridoi incontrò il facchino del Globe, che si fermò e disse:
«Mi scusi, signore, ma mentre le spazzolavo la giacca poco fa, qualcosa è caduto dalla tasca. L’ho messo sulla sua cassettiera, signore, nella sua stanza, signore – un pezzo di pipa o qualcosa del genere, signore. Grazie, signore. Lo troverà sulla sua cassettiera, signore – sì, signore. Buonanotte, signore.»
Il discorso servì a ricordare a Parkins la sua piccola scoperta di quel pomeriggio. Fu con una certa curiosità che la rigirò alla luce delle sue candele. Era di bronzo, vide ora, ed era modellata molto simile a un moderno fischietto per cani; infatti era – sì, certamente era – nient’altro che un fischietto. Se lo portò alle labbra, ma era completamente pieno di sabbia o terra fine e incrostata, che non cedeva ai colpi, ma doveva essere allentata con un coltello. Ordinato come sempre nelle sue abitudini, Parkins pulì la terra su un pezzo di carta e portò quest’ultimo alla finestra per svuotarlo. La notte era limpida e luminosa, come vide quando ebbe aperto l’infisso, e si fermò per un istante a guardare il mare e a notare un viandante ritardatario appostato sulla riva davanti alla locanda. Poi chiuse la finestra, un po’ sorpreso dagli orari tardi che le persone facevano a Burnstow, e riportò il fischietto alla luce. Ma come, c’erano dei segni sopra, e non solo segni, ma lettere! Un po’ di sfregamento rese l’iscrizione profondamente incisa piuttosto leggibile, ma il Professore dovette confessare, dopo una certa riflessione, che il significato gli era oscuro quanto la scrittura sul muro a Baldassarre. C’erano legende sia sul davanti che sul retro del fischietto. Quella sul davanti recitava così:
FLA FUR BIS FLE
L’altra:
QUIS EST ISTE QUI VENIT
«Dovrei essere in grado di capirlo», pensò; «ma suppongo di essere un po’ arrugginito con il mio latino. Ora che ci penso, non credo nemmeno di conoscere il termine per fischietto. Quella lunga sembra abbastanza semplice. Dovrebbe significare: "Chi è costui che viene?". Bene, il modo migliore per scoprirlo è evidentemente fischiare per lui.»
Soffiò in via sperimentale e si fermò improvvisamente, sorpreso eppure compiaciuto della nota che aveva emesso. Aveva una qualità di infinita distanza e, per quanto soffice fosse, in qualche modo sentì che doveva essere udibile per chilometri intorno. Era un suono, inoltre, che sembrava avere il potere (che molti profumi possiedono) di formare immagini nel cervello. Vide abbastanza chiaramente per un momento la visione di una vasta distesa oscura di notte, con un vento fresco che soffiava, e nel mezzo una figura solitaria – come impiegata, non avrebbe saputo dire. Forse avrebbe visto di più se l’immagine non fosse stata interrotta dall’improvvisa ondata di una folata di vento contro il suo infisso, così improvvisa che lo fece guardare in alto, appena in tempo per vedere il lampo bianco dell’ala di un uccello marino da qualche parte fuori dai vetri scuri.
Il suono del fischietto lo aveva così affascinato che non poté fare a meno di provarlo ancora una volta, questa volta più audacemente. La nota era poco più forte di prima, se non per nulla, e la ripetizione ruppe l’illusione – nessuna immagine seguì, come aveva mezzo sperato potesse accadere. «Ma cos’è questo? Cielo! Che forza può prendere il vento in pochi minuti! Che folata tremenda! Ecco! Sapevo che quella chiusura della finestra non serviva a nulla! Ah! Lo pensavo – entrambe le candele spente. È abbastanza per far a pezzi la stanza.»
La prima cosa fu chiudere la finestra. Mentre si poteva contare fino a venti, Parkins lottava con il piccolo infisso, e si sentì quasi come se stesse respingendo un robusto scassinatore, tanto era forte la pressione. Si allentò tutto d’un tratto, e la finestra si chiuse di colpo e si bloccò. Ora doveva riaccendere le candele e vedere quali danni, se ce n’erano, fossero stati fatti. No, nulla sembrava fuori posto; nemmeno il vetro era rotto nell’infisso. Ma il rumore aveva evidentemente svegliato almeno un membro della casa: il colonnello si faceva sentire mentre calpestava con i piedi calzati nelle calze sul pavimento di sopra, brontolando.
Per quanto si fosse alzato velocemente, il vento non calò subito. Continuò a gemere e a correre oltre la casa, a volte elevandosi fino a un grido così desolato che, come disse disinteressatamente Parkins, avrebbe potuto far sentire le persone fantasiose alquanto a disagio; persino gli uomini privi di immaginazione, pensò dopo un quarto d’ora, potrebbero essere più felici senza di esso.
Se fosse stato il vento, o l’eccitazione del golf, o delle ricerche nella precettoria a tenere Parkins sveglio, non ne era sicuro. Sveglio rimase, in ogni caso, abbastanza a lungo da immaginare (come temo accada spesso a me stesso in tali condizioni) di essere vittima di ogni sorta di disturbo fatale: giaceva contando i battiti del suo cuore, convinto che stesse per smettere di funzionare da un momento all’altro, e avrebbe nutrito gravi sospetti sui suoi polmoni, cervello, fegato, ecc. – sospetti che era certo sarebbero stati dissipati dal ritorno della luce del giorno, ma che fino ad allora si rifiutavano di essere messi da parte. Trovò un po’ di conforto vicario nell’idea che qualcun altro fosse sulla stessa barca. Un vicino prossimo (nell’oscurità non era facile stabilire la sua direzione) si stava rigirando e dimenando anche lui nel suo letto.
La fase successiva fu che Parkins chiuse gli occhi e decise di dare al sonno ogni possibilità. Anche qui l’eccessiva eccitazione si affermò in un’altra forma – quella di creare immagini. Experto crede, le immagini arrivano agli occhi chiusi di chi cerca di dormire, e sono spesso così poco di suo gusto che deve aprire gli occhi e disperderle.
L’esperienza di Parkins in questa occasione fu molto angosciante. Scoprì che l’immagine che gli si presentava era continua. Quando apriva gli occhi, naturalmente, spariva; ma quando li chiudeva ancora una volta si formava di nuovo, e si recitava, né più veloce né più lenta di prima. Ciò che vedeva era questo:
Un lungo tratto di costa – ghiaia bordata dalla sabbia, e intersecata a brevi intervalli da neri frangiflutti che correvano fino all’acqua – una scena, infatti, così simile a quella della sua passeggiata pomeridiana che, in assenza di qualsiasi punto di riferimento, non poteva essere distinta da essa. La luce era scura, trasmettendo un’impressione di tempesta in arrivo, tardo pomeriggio invernale e leggera pioggia fredda. Su questo palcoscenico desolato all’inizio nessun attore era visibile. Poi, in lontananza, apparve un oggetto nero che sobbalzava; ancora un momento, ed era un uomo che correva, saltava, si arrampicava sui frangiflutti e ogni pochi secondi guardava ansiosamente indietro. Più si avvicinava, più era evidente che non era solo ansioso, ma persino terribilmente spaventato, sebbene il suo volto non potesse essere distinto. Era, inoltre, quasi allo stremo delle sue forze. Veniva avanti; ogni ostacolo successivo sembrava causargli più difficoltà del precedente. «Riuscirà a superare questo prossimo?» pensò Parkins; «sembra un po’ più alto degli altri.» Sì; metà arrampicandosi, metà gettandosi, lo superò, e cadde tutto in un mucchio dall’altra parte (il lato più vicino allo spettatore). Lì, come se fosse davvero incapace di rialzarsi, rimase accovacciato sotto il frangiflutti, guardando in alto in un atteggiamento di dolorosa ansia.
Finora non era stata mostrata alcuna ragione per la paura del corridore; ma ora si iniziò a vedere, lontano sulla riva, un piccolo luccichio di qualcosa di color chiaro che si muoveva avanti e indietro con grande rapidità e irregolarità. Diventando rapidamente più grande, anch’esso si rivelò essere una figura in drappeggi pallidi e fluttuanti, mal definiti. C’era qualcosa nel suo movimento che rendeva Parkins molto riluttante a vederlo da vicino. Si fermava, alzava le braccia, si inchinava verso la sabbia, poi correva curvato attraverso la spiaggia fino al bordo dell’acqua e tornava indietro; e poi, alzandosi in piedi, continuava ancora una volta il suo corso in avanti a una velocità che era sorprendente e terrificante. Arrivò il momento in cui l’inseguitore si aggirava da sinistra a destra a pochi metri dal frangiflutti dove il corridore giaceva nascosto. Dopo due o tre tentativi infruttuosi qua e là, si fermò, stette dritto, con le braccia sollevate in alto, e poi scattò dritto in avanti verso il frangiflutti.
Fu a questo punto che Parkins falliva sempre nel suo proposito di tenere gli occhi chiusi. Con molti dubbi su un incipiente calo della vista, cervello sovraccarico, eccessivo fumo, e così via, si rassegnò finalmente ad accendere la candela, prendere un libro e passare la notte sveglio, piuttosto che essere tormentato da questo panorama persistente, che vedeva abbastanza chiaramente potesse essere solo un riflesso morboso della sua passeggiata e dei suoi pensieri di quel giorno stesso.
Lo sfregamento del fiammifero sulla scatola e il bagliore della luce devono aver spaventato alcune creature della notte – topi o altro – che sentì correre attraverso il pavimento dal lato del suo letto con molto fruscio. Caro, caro! Il fiammifero è spento! Sciocco che è! Ma il secondo bruciò meglio, e furono debitamente procurati una candela e un libro, sui quali Parkins studiò finché non lo colse un sonno di tipo salutare, e in poco tempo. Per circa la prima volta nella sua vita ordinata e prudente si dimenticò di soffiare sulla candela, e quando fu chiamato la mattina dopo alle otto c’era ancora un bagliore nello stoppino e un triste disastro di grasso colato sulla cima del tavolino.
Dopo colazione era nella sua stanza, dando gli ultimi ritocchi al suo costume da golf – la fortuna aveva di nuovo assegnato il colonnello a lui come partner – quando entrò una delle cameriere.
«Oh, per favore», disse, «vorrebbe altre coperte sul suo letto, signore?»
«Ah! Grazie», disse Parkins. «Sì, penso che ne vorrei una. Sembra che stia per diventare piuttosto più freddo.»
In pochissimo tempo la cameriera tornò con la coperta.
«Su quale letto devo metterla, signore?» chiese.
«Cosa? Ma, su quello... quello in cui ho dormito la notte scorsa», disse, indicandolo.
«Oh, certo! Mi scusi, signore, ma mi era parso che lei avesse provato entrambi; perlomeno, stamattina abbiamo dovuto rifarli tutti e due.»
«Davvero? Che assurdità!» disse Parkins. «Di certo non ho mai toccato l’altro, se non per appoggiarci sopra alcune cose. Sembrava davvero che ci avessero dormito dentro?»
«Oh, sì, signore!» disse la cameriera. «Insomma, tutte le lenzuola erano stropicciate e buttate in ogni verso, se mi scusa, signore; proprio come se qualcuno non avesse passato una gran bella nottata, signore.»
«Cielo», disse Parkins. «Beh, forse le ho scompigliate più di quanto pensassi quando ho disfatto i bagagli. Mi dispiace molto averle dato questo disturbo extra, davvero. A proposito, aspetto un mio amico tra poco, un gentiluomo di Cambridge, che verrà a occuparlo per una notte o due. Sarà a posto, immagino, no?»
«Oh sì, certamente, signore. Grazie, signore. Nessun disturbo, ne sono certa», disse la cameriera, e si allontanò per andare a ridacchiare con le colleghe.
Parkins si avviò, con la ferma determinazione di migliorare il suo gioco.
Sono lieto di poter riferire che riuscì nell’impresa tanto che il Colonnello, che si era mostrato piuttosto contrariato all’idea di una seconda giornata di gioco in sua compagnia, divenne piuttosto loquace con l’avanzare della mattinata; e la sua voce risuonava sulle distese, come hanno detto certi nostri poeti minori, «come un gran bordone nella torre di un duomo».
«Vento straordinario, quello che abbiamo avuto ieri notte», disse. «A casa mia avremmo detto che qualcuno avesse fischiato per richiamarlo.»
«Davvero?» disse Parkins. «Esiste ancora una superstizione del genere nelle vostre parti?»
«Non so se si tratti di superstizione», disse il Colonnello. «Ci credono in tutta la Danimarca e la Norvegia, così come sulla costa dello Yorkshire; e la mia esperienza è, badi bene, che c’è generalmente qualcosa di vero in ciò che questa gente di campagna sostiene, e sostiene da generazioni. Ma tocca a lei il drive» (o qualsiasi altra cosa fosse: il lettore golfista dovrà immaginare le opportune divagazioni ai giusti intervalli).
Quando la conversazione riprese, Parkins disse, con una leggera esitazione:
«A proposito di quello che diceva poco fa, Colonnello, credo di doverle dire che le mie opinioni in materia sono molto nette. Sono, infatti, un convinto miscredente in quello che viene chiamato il “soprannaturale”.»
«Cosa!» disse il Colonnello. «Vuol dirmi che non crede alla preveggenza, o ai fantasmi, o a cose di questo genere?»
«A nulla di tutto ciò», ribatté Parkins con fermezza.
«Beh», disse il Colonnello, «ma a questo punto, signore, mi sembra che lei non sia molto diverso da un sadduceo.»
Parkins stava per rispondere che, a suo avviso, i sadducei erano le persone più sensate di cui avesse mai letto nell’Antico Testamento; ma, nutrendo qualche dubbio sul fatto che se ne facesse menzione in quell’opera, preferì liquidare l’accusa con una risata.
«Forse lo sono», disse; «ma... Ecco, mi dia il mio cleek, ragazzo! Mi scusi un momento, Colonnello.» Un breve intervallo. «Ora, riguardo al fischiare per richiamare il vento, le espongo la mia teoria. Le leggi che governano i venti non sono affatto conosciute alla perfezione, e ai pescatori e simili, ovviamente, non lo sono affatto. Un uomo o una donna dalle abitudini eccentriche, magari, o uno straniero, viene visto ripetutamente sulla spiaggia a un’ora insolita, e lo si sente fischiare. Poco dopo si alza un vento violento; un uomo che sapesse leggere il cielo perfettamente o che possedesse un barometro avrebbe potuto prevederlo. La gente semplice di un villaggio di pescatori non ha barometri, e possiede solo poche regole approssimative per predire il tempo. Cosa c’è di più naturale del fatto che l’eccentrico personaggio che ho ipotizzato venga considerato capace di aver sollevato il vento, o che lui o lei approfitti avidamente della reputazione di poterlo fare? Ora, prenda il vento di ieri sera: si dà il caso che io stesso stessi fischiando. Ho emesso un fischio due volte, e il vento è sembrato arrivare assolutamente in risposta al mio richiamo. Se qualcuno mi avesse visto...»
L’uditorio era stato un po’ irrequieto durante questa arringa, e Parkins, temo, era scivolato un po’ nel tono di un conferenziere; ma all’ultima frase il Colonnello si fermò.
«Fischiava, eh?» disse. «E che tipo di fischio ha usato? Esegua prima questo colpo.» Intervallo.
«Riguardo a quel fischio di cui chiedeva, Colonnello. È piuttosto curioso. Ce l’ho nel... No, vedo che l’ho lasciato in camera. A dire il vero, l’ho trovato ieri.»
E poi Parkins narrò il modo in cui aveva scoperto il fischio, udito il quale il Colonnello grugnì e opinò che, al posto di Parkins, lui stesso starebbe attento a usare un oggetto appartenuto a un gruppo di papisti, dei quali, parlando in generale, si potrebbe affermare che non si sa mai cosa possano aver combinato. Da questo argomento divagò sulle enormità del Vicario, che la domenica precedente aveva annunciato che venerdì sarebbe stata la festa di San Tommaso Apostolo e che ci sarebbe stata la funzione alle undici in chiesa. Questo e altri comportamenti simili costituivano, secondo il Colonnello, una forte presunzione che il Vicario fosse un papista occulto, se non un gesuita; e Parkins, che non riusciva a seguire facilmente il Colonnello in questo ambito, non lo contraddisse. In effetti, andarono così d’accordo durante la mattinata che non si parlò da nessuna delle due parti di separarsi dopo pranzo.
Entrambi continuarono a giocare bene durante il pomeriggio, o, perlomeno, abbastanza bene da far dimenticare loro ogni altra cosa finché la luce non iniziò a scemare. Solo allora Parkins si ricordò che intendeva fare qualche altra indagine alla precettoria; ma, rifletté, non era di grande importanza. Un giorno valeva l’altro; tanto valeva tornare a casa con il Colonnello.
Mentre svoltavano l’angolo della casa, il Colonnello fu quasi abbattuto da un ragazzo che gli piombò addosso a tutta velocità e poi, invece di scappare, rimase appeso a lui ansimando. Le prime parole del guerriero furono naturalmente di rimprovero e maledizione, ma si accorse molto presto che il ragazzo era quasi senza fiato per lo spavento. Le domande all’inizio furono inutili. Quando il ragazzo riprese fiato iniziò a urlare, continuando ad aggrapparsi alle gambe del Colonnello. Alla fine fu staccato, ma continuò a urlare.
«Che diavolo ti succede? Cosa hai combinato? Cosa hai visto?» dissero i due uomini.
«Oh, l’ho visto agitarmi la mano dalla finestra», gemette il ragazzo, «e non mi piace.»
«Quale finestra?» disse l’irritato Colonnello. «Su, riprenditi, ragazzo mio.»
«La finestra davanti, all’albergo», disse il ragazzo.
A questo punto Parkins era propenso a mandare il ragazzo a casa, ma il Colonnello si rifiutò; voleva andare in fondo alla faccenda, disse; era pericolosissimo fare uno spavento simile a un ragazzo, e se fosse venuto fuori che qualcuno aveva fatto degli scherzi, ne avrebbero pagato le conseguenze in qualche modo. E attraverso una serie di domande ricostruì la storia: il ragazzo stava giocando sull’erba davanti al Globe con altri; poi se ne erano andati a casa per la merenda, e lui stava giusto per andare via, quando per caso guardò la finestra anteriore e vide che gli faceva cenno con la mano. Sembrava una figura di qualche tipo, in bianco per quanto ne sapeva — non riusciva a vederne il volto; ma gli agitava la mano, e non era una cosa giusta — non si poteva dire che fosse una persona normale. C’era una luce nella stanza? No, non aveva pensato a guardare se ci fosse una luce. Qual era la finestra? Quella in alto o quella del secondo piano? Quella del secondo piano era — la finestra grande che ha due piccoline ai lati.
«Molto bene, ragazzo mio», disse il Colonnello, dopo qualche altra domanda. «Ora corri a casa. Immagino che fosse qualcuno che cercava di spaventarti. Un’altra volta, da bravo ragazzo inglese, vai pure a tirare un sasso... beh, no, non proprio quello, ma vai a parlare al cameriere, o al signor Simpson, il locandiere, e... sì... e di’ che ti ho consigliato io di farlo.»
Il volto del ragazzo espresse un po’ del dubbio che provava sulla probabilità che il signor Simpson prestasse orecchio favorevole alla sua lamentela, ma il Colonnello non sembrò accorgersene e continuò:
«E tieni, ecco una moneta da sei pence... no, vedo che è uno scellino... vai pure a casa e non pensarci più.»
Il giovane si allontanò in fretta con ringraziamenti agitati, e il Colonnello e Parkins fecero il giro davanti al Globe ed effettuarono una ricognizione. C’era solo una finestra che corrispondeva alla descrizione che avevano sentito.
«Beh, è curioso», disse Parkins; «è evidentemente la mia finestra quella di cui parlava il ragazzo. Vuole salire un momento, Colonnello Wilson? Dovremmo poter vedere se qualcuno si è preso delle libertà nella mia stanza.»
Furono presto nel corridoio, e Parkins fece per aprire la porta. Poi si fermò e cercò nelle tasche.
«Questo è più serio di quanto pensassi», fu la sua osservazione successiva. «Ora ricordo che prima di uscire stamattina ho chiuso la porta a chiave. È chiusa adesso, e, per di più, ecco la chiave.» E la sollevò. «Ora», continuò, «se i domestici hanno l’abitudine di entrare nelle camere durante il giorno quando uno è fuori, posso solo dire che... beh, che non lo approvo affatto.» Consapevole di un culmine un po’ debole, si occupò di aprire la porta (che era effettivamente chiusa a chiave) e di accendere le candele. «No», disse, «non sembra nulla di disturbato.»
«Eccetto il suo letto», aggiunse il Colonnello.
«Mi scusi, quello non è il mio letto», disse Parkins. «Io non uso quello. Ma sembra proprio che qualcuno ci abbia fatto degli scherzi.»
Sembrava proprio così: le coperte erano accartocciate e intrecciate insieme in una confusione tortuosa. Parkins rifletté.
«Deve essere questo», disse alla fine: «ho scompigliato le coperte ieri sera disfando i bagagli e non l’hanno più rifatto. Forse sono entrati per rifarlo e quel ragazzo li ha visti dalla finestra; poi sono stati chiamati via e hanno chiuso la porta a chiave dietro di loro. Sì, credo debba essere questo.»
«Beh, suoni e chieda», disse il Colonnello, e questo sembrò a Parkins un consiglio pratico.
La cameriera apparve e, per farla breve, depose di aver rifatto il letto al mattino quando il signore era nella stanza, e di non esserci più tornata da allora. No, non aveva nessun’altra chiave. Il signor Simpson teneva le chiavi; lui avrebbe saputo dire al signore se qualcuno era salito.
Questo era un enigma. Le indagini mostrarono che non era stato preso nulla di valore, e Parkins ricordava abbastanza bene la disposizione dei piccoli oggetti sui tavoli e via dicendo da essere abbastanza sicuro che non fossero stati fatti scherzi con quelli. Il signor e la signora Simpson concordarono inoltre che nessuno dei due aveva dato il duplicato della chiave della stanza a nessuna persona durante il giorno. Né Parkins, uomo di mente aperta com’era, poté rilevare alcunché nel comportamento del padrone, della padrona o della cameriera che indicasse colpevolezza. Era molto più incline a pensare che il ragazzo avesse preso in giro il Colonnello.
Quest’ultimo fu insolitamente silenzioso e pensieroso a cena e per tutto il resto della serata. Quando diede la buonanotte a Parkins, mormorò con un tono burbero:
«Sa dove sono se dovesse aver bisogno di me durante la notte.»
«Oh, sì, grazie, Colonnello Wilson, credo di saperlo; ma non credo ci siano molte probabilità che la disturbi, spero. A proposito», aggiunse, «le ho mostrato quel vecchio fischietto di cui parlavo? Credo di no. Beh, eccolo.»
Il Colonnello lo rigirò con cautela alla luce della candela.
«Riesce a capire qualcosa dell’iscrizione?» chiese Parkins, mentre lo riprendeva.
«No, non con questa luce. Cosa intende farne?»
«Oh, beh, quando tornerò a Cambridge lo sottoporrò a qualcuno degli archeologi del posto, per vedere cosa ne pensano; e molto probabilmente, se riterranno che valga la pena tenerlo, potrei regalarlo a uno dei musei.»
«Mh!» disse il Colonnello. «Beh, potrebbe avere ragione. Tutto ciò che so è che, se fosse mio, lo butterei dritto in mare. Non serve a nulla parlare, ne sono ben consapevole, ma mi aspetto che per lei sia un caso di vivere e imparare. Lo spero vivamente, e le auguro la buonanotte.»
Si voltò, lasciando Parkins in procinto di parlare in fondo alle scale, e presto ognuno fu nella propria camera da letto.
Per qualche sfortunato incidente, non c’erano né tende né persiane alle finestre della stanza del Professore. La notte precedente ci aveva pensato poco, ma quella sera sembrava esserci ogni prospettiva di una luna luminosa che sorgeva per splendere direttamente sul suo letto, e probabilmente svegliarlo più tardi. Quando se ne accorse fu molto contrariato, ma, con un ingegno che posso solo invidiare, riuscì a improvvisare, con l’aiuto di una coperta da viaggio, alcune spille da balia, un bastone e un ombrello, uno schermo che, se solo avesse tenuto, avrebbe tenuto completamente il chiaro di luna lontano dal suo letto. E poco dopo era comodamente in quel letto. Quando ebbe letto un’opera piuttosto corposa abbastanza a lungo da produrre un deciso desiderio di dormire, gettò uno sguardo assonnato intorno alla stanza, soffiò sulla candela e ricadde sul cuscino.
Deve aver dormito profondamente per un’ora o più, quando un improvviso fracasso lo scosse in modo assai sgradito. In un momento realizzò cosa era successo: il suo schermo accuratamente costruito aveva ceduto, e una luna gelida e luminosissima splendeva direttamente sul suo volto. Era altamente fastidioso. Poteva forse alzarsi e ricostruire lo schermo? O poteva riuscire a dormire se non l’avesse fatto?
Per qualche minuto rimase sdraiato a riflettere sulle possibilità; poi si voltò bruscamente, e con gli occhi aperti rimase ad ascoltare senza fiato. C’era stato un movimento, ne era certo, nel letto vuoto sul lato opposto della stanza. Domani l’avrebbe fatto spostare, perché dovevano esserci topi o qualcosa che giocava lì dentro. Ora era silenzioso. No! Il trambusto ricominciò. C’era un fruscio e uno scuotimento: sicuramente più di quanto qualsiasi topo potesse causare.
Posso immaginare qualcosa dello sconcerto e dell’orrore del Professore, perché ho visto la stessa cosa accadere in un sogno trent’anni fa; ma il lettore difficilmente, forse, immaginerà quanto fosse terribile per lui vedere una figura improvvisamente mettersi a sedere in quello che sapeva essere un letto vuoto. Fuori dal proprio letto in un balzo, fece un salto verso la finestra, dove giaceva la sua unica arma, il bastone con cui aveva puntellato il suo schermo. Questa fu, come si scoprì, la cosa peggiore che potesse fare, perché il personaggio nel letto vuoto, con un movimento improvviso e fluido, scivolò giù dal letto e prese posizione, con le braccia spalancate, tra i due letti, e davanti alla porta. Parkins lo osservò in un orrido sconcerto. In qualche modo, l’idea di passargli davanti e scappare dalla porta gli era intollerabile; non avrebbe potuto sopportare — non sapeva perché — di toccarlo; e quanto al fatto che esso toccasse lui, preferirebbe gettarsi dalla finestra piuttosto che far sì che ciò accadesse. Stava per il momento in una striscia di ombra scura, e lui non aveva visto che faccia avesse. Ora iniziò a muoversi, in una postura curva, e tutto a un tratto lo spettatore si rese conto, con un misto di orrore e sollievo, che doveva essere cieco, perché sembrava tastare intorno a sé con le braccia avvolte in una sorta di benda, in modo casuale e circospetto. Voltandosi a metà verso di lui, divenne improvvisamente consapevole del letto che lui aveva appena lasciato, e vi si scagliò verso, chinandosi e tastando sopra i cuscini in un modo che fece rabbrividire Parkins come non avrebbe mai pensato possibile in vita sua. In pochissimi istanti sembrò capire che il letto era vuoto, e poi, muovendosi in avanti nell’area di luce e voltandosi verso la finestra, mostrò per la prima volta che tipo di cosa fosse.
Parkins, a cui non piace affatto essere interrogato al riguardo, descrisse una volta qualcosa di ciò al mio cospetto, e dedussi che ciò che ricorda principalmente di esso è un volto orribile, intensamente orribile, di lino stropicciato. Che espressione vi abbia letto non poté o non volle dirlo, ma che il timore di esso fosse arrivato quasi a farlo impazzire è certo.
Ma non ebbe molto tempo per osservarlo. Con una rapidità formidabile si mosse verso il centro della stanza e, mentre tastava e ondeggiava, un lembo dei suoi drappeggi sfiorò il volto di Parkins. Non poté, sebbene sapesse quanto fosse pericoloso un suono, non poté trattenere un grido di disgusto, e ciò diede all’esploratore un indizio istantaneo. Balzò verso di lui all’istante, e il momento successivo lui si ritrovò a metà fuori dalla finestra all’indietro, emettendo grido su grido al massimo della sua voce, e il volto di lino era spinto vicino al suo. A questo, quasi l’ultimo secondo possibile, giunse la salvezza, come avrete intuito: il Colonnello spalancò la porta, e fu giusto in tempo per vedere il terribile gruppo alla finestra. Quando raggiunse le figure, ne era rimasta solo una. Parkins affondò in avanti nella stanza in uno svenimento, e davanti a lui sul pavimento giaceva un ammasso di coperte da letto stropicciate.
Il Colonnello Wilson non fece domande, ma si occupò di tenere chiunque altro fuori dalla stanza e di rimettere Parkins nel suo letto; e lui stesso, avvolto in una coperta, occupò l’altro letto per il resto della notte. Presto il giorno seguente arrivò Rogers, più gradito di quanto sarebbe stato il giorno prima, e i tre tennero una lunghissima consultazione nella stanza del Professore. Alla fine di essa il Colonnello lasciò la porta dell’hotel portando un piccolo oggetto tra dito e pollice, che scagliò il più lontano possibile in mare come un braccio molto muscoloso poteva fare. Più tardi, il fumo di un incendio si levò dai locali sul retro del Globe.
Esattamente quale spiegazione fu inventata per il personale e i visitatori dell’hotel devo confessare di non ricordarlo. Il Professore fu in qualche modo scagionato dal facile sospetto di delirium tremens, e l’hotel dalla reputazione di casa infestata.
Non c’è molto dubbio su cosa sarebbe successo a Parkins se il Colonnello non fosse intervenuto in quel momento. O sarebbe caduto dalla finestra o avrebbe perso il senno. Ma non è così evidente cosa altro la creatura venuta in risposta al fischio avrebbe potuto fare se non spaventare. Non sembrava esserci assolutamente nulla di materiale in essa, salvo le coperte da letto di cui si era fatta un corpo. Il Colonnello, che ricordava un evento non molto dissimile in India, era dell’opinione che se Parkins si fosse scontrato con essa, avrebbe potuto fare davvero ben poco, e che il suo unico potere fosse quello di spaventare. L’intera faccenda, disse, servì a confermare la sua opinione sulla Chiesa di Roma.
Non c'è davvero altro da aggiungere, ma, come potrete immaginare, le opinioni del Professore su certi punti sono meno nette di quanto fossero in passato. Anche i suoi nervi hanno sofferto: ancora oggi non riesce a vedere una cotta appesa a una porta senza turbarsi, e lo spettacolo di uno spaventapasseri in un campo, sul tardi in un pomeriggio d’inverno, gli è costato più di una notte insonne.
IL TESORO DELL'ABATE THOMAS
I
Verum usque in præsentem diem multa garriunt inter se Canonici de abscondito quodam istius Abbatis Thomæ thesauro, quem sæpe, quanquam adhuc incassum, quæsiverunt Steinfeldenses. Ipsum enim Thomam adhuc florida in ætate existentem ingentem auri massam circa monasterium defodisse perhibent; de quo multoties interrogatus ubi esset, cum risu respondere solitus erat: “Job, Johannes, et Zacharias vel vobis vel posteris indicabunt”; idemque aliquando adiicere se inventuris minime invisurum. Inter alia huius Abbatis opera, hoc memoria præcipue dignum iudico quod fenestram magnam in orientali parte alæ australis in ecclesia sua imaginibus optime in vitro depictis impleverit: id quod et ipsius effigies et insignia ibidem posita demonstrant. Domum quoque Abbatialem fere totam restauravit: puteo in atrio ipsius effosso et lapidibus marmoreis pulchre cælatis exornato. Decessit autem, morte aliquantulum subitanea perculsus, ætatis suæ anno lxxiido, incarnationis vero Dominiæ mdxxixo.
“Suppongo che dovrò tradurre questo,” disse l’antiquario a se stesso, mentre finiva di copiare le righe di cui sopra da quel libro piuttosto raro ed estremamente prolisso, il *Sertum Steinfeldense Norbertinum*.[5] “Beh, tanto vale farlo subito,” e di conseguenza la seguente traduzione fu prodotta molto rapidamente:
[5] Un resoconto dell’abbazia premostratense di Steinfeld, nell’Eifel, con le vite degli Abati, pubblicato a Colonia nel 1712 da Christian Albert Erhard, residente nel distretto. L’epiteto Norbertinum è dovuto al fatto che San Norberto fu il fondatore dell’Ordine Premonstratense.
Fino al giorno d’oggi vi sono molte chiacchiere tra i Canonici riguardo a un certo tesoro nascosto di questo Abate Thomas, per il quale quelli di Steinfeld hanno spesso fatto ricerche, sebbene finora invano. La storia dice che Thomas, ancora nel pieno del vigore, nascose una quantità molto ingente di oro da qualche parte nel monastero. Gli veniva chiesto spesso dove fosse, e rispondeva sempre con una risata: “Job, Johannes e Zacharias lo indicheranno a voi o ai vostri successori”. Aggiungeva talvolta che non avrebbe provato alcun rancore verso coloro che avessero potuto trovarlo. Tra le altre opere compiute da questo Abate, ritengo particolarmente degna di memoria quella di aver riempito la grande finestra all’estremità orientale della navata sud della sua chiesa con figure dipinte in modo eccellente su vetro, come attestano la sua effigie e i suoi stemmi ivi posti. Restaurò anche quasi tutta la residenza dell’Abate, facendo scavare un pozzo nel cortile e adornandolo con splendidi intagli in marmo. Morì piuttosto improvvisamente nel settantaduesimo anno della sua età, nell’anno del Signore 1529.
L’oggetto che l’antiquario aveva davanti in quel momento era quello di rintracciare l’ubicazione delle vetrate dipinte della chiesa abbaziale di Steinfeld. Poco dopo la Rivoluzione, una quantità molto grande di vetro dipinto giunse in questo paese dalle abbazie sciolte di Germania e Belgio, e può essere vista ora adornare diverse nostre parrocchie, cattedrali e cappelle private. L’abbazia di Steinfeld fu tra le più considerevoli di questi involontari contribuenti ai nostri possedimenti artistici (cito il preambolo alquanto pesante del libro scritto dall’antiquario), e la maggior parte del vetro proveniente da quell’istituzione può essere identificata senza molta difficoltà con l’aiuto, sia delle numerose iscrizioni in cui il luogo è menzionato, sia dei soggetti delle finestre, in cui erano rappresentati diversi cicli o narrazioni ben definiti.
Il brano con cui ho iniziato la mia storia aveva messo l’antiquario sulle tracce di un’altra identificazione. In una cappella privata — non importa dove — aveva visto tre grandi figure, ognuna delle quali occupava un’intera sezione di una finestra, ed evidentemente opera di un unico artista. Il loro stile rendeva chiaro che quell’artista era stato un tedesco del XVI secolo; ma finora la loro localizzazione più precisa era rimasta un rompicapo. Esse rappresentavano — sarete sorpresi di sentirlo? — JOB PATRIARCHA, JOHANNES EVANGELISTA, ZACHARIAS PROPHETA, e ognuno di loro teneva un libro o un rotolo, inciso con una frase tratta dai suoi scritti. Queste, naturalmente, l’antiquario le aveva annotate, ed era rimasto colpito dal modo curioso in cui differivano da qualsiasi testo della Vulgata che era stato in grado di esaminare. Così il rotolo nella mano di Giobbe recava l’iscrizione: *Auro est locus in quo absconditur* (invece di *conflatur*);[6] sul libro di Giovanni c’era: *Habent in vestimentis suis scripturam quam nemo novit*[7] (invece di *in vestimento scriptum*, le parole seguenti essendo tratte da un altro versetto); e Zaccaria aveva: *Super lapidem unum septem oculi sunt*[8] (che solo tra i tre presenta un testo inalterato).
[6] C’è un luogo per l’oro dove esso è nascosto. [7] Hanno sulle loro vesti una scritta che nessuno conosce. [8] Sopra una pietra ci sono sette occhi.
Era stata una triste perplessità per il nostro ricercatore pensare al motivo per cui questi tre personaggi fossero stati collocati insieme in un’unica finestra. Non c’era alcun legame di connessione tra loro, né storico, né simbolico, né dottrinale, e poteva solo supporre che dovessero far parte di una serie molto vasta di Profeti e Apostoli, che avrebbe potuto riempire, diciamo, tutte le finestre del cleristorio di qualche capiente chiesa. Ma il brano tratto dal *Sertum* aveva mutato la situazione, mostrando che i nomi dei personaggi effettivamente rappresentati nel vetro ora nella cappella di Lord D—— erano stati costantemente sulle labbra dell’Abate Thomas von Eschenhausen di Steinfeld, e che questo Abate aveva fatto installare una finestra dipinta, probabilmente intorno all’anno 1520, nella navata sud della sua chiesa abbaziale. Non era una congettura molto azzardata pensare che le tre figure potessero aver fatto parte dell’offerta dell’Abate Thomas; era una supposizione che, inoltre, poteva probabilmente essere confermata o smentita da un altro attento esame del vetro. E, siccome il signor Somerton era un uomo di agi, partì in pellegrinaggio verso la cappella privata senza troppi indugi. La sua congettura fu confermata in pieno. Non solo lo stile e la tecnica del vetro si adattavano perfettamente alla data e al luogo richiesti, ma in un’altra finestra della cappella trovò del vetro, noto per essere stato acquistato insieme alle figure, che conteneva gli stemmi dell’Abate Thomas von Eschenhausen.
A intervalli durante le sue ricerche, il signor Somerton era stato perseguitato dal ricordo delle chiacchiere sul tesoro nascosto, e, riflettendo sulla faccenda, gli divenne sempre più ovvio che se l’Abate avesse voluto dire qualcosa con l’enigmatica risposta data ai suoi interrogatori, doveva intendere che il segreto si trovasse da qualche parte nella finestra che aveva fatto installare nella chiesa abbaziale. Era innegabile, inoltre, che il primo dei testi curiosamente selezionati sui rotoli nella finestra potesse essere inteso come un riferimento a un tesoro nascosto.
Ogni caratteristica, quindi, o segno che potesse in qualche modo aiutare a chiarire l’enigma che, ne era certo, l’Abate aveva lasciato ai posteri, fu annotato con scrupolosa cura, e, tornato nella sua dimora nel Berkshire, consumò più di un boccale di olio per la lampada notturna sui suoi calchi e schizzi. Dopo due o tre settimane, giunse un giorno in cui il signor Somerton annunciò al suo domestico che doveva fare i bagagli per sé e per il padrone per un breve viaggio all’estero, dove per il momento non lo seguiremo.
II
Il signor Gregory, il Rettore di Parsbury, era uscito per una passeggiata prima di colazione, essendo una bella mattina d’autunno, fino al cancello del viale d’ingresso, con l’intento di incontrare il postino e annusare l’aria fresca. E non fu deluso in nessuno dei due intenti. Prima che avesse avuto il tempo di rispondere a più di dieci o undici delle svariate domande poste a cuor leggero dai suoi giovani figli, che lo avevano accompagnato, si vide il postino avvicinarsi; e tra la corrispondenza del mattino ce n’era una con un timbro postale e un francobollo stranieri (che divennero immediatamente oggetto di un’avida competizione tra i giovani Gregory), indirizzata con una grafia incolta, ma chiaramente inglese.
Quando il Rettore la aprì e girò il foglio per leggere la firma, si rese conto che proveniva dal valletto di fiducia del suo amico e proprietario terriero, il signor Somerton. Diceva così:
ONOREVOLE SIGNORE, Siccome sono in grande ansia per il Padrone scrivo come da suo Desiderio per pregarla Signore se potesse essere così gentile da Venire qui. Il Padrone ha avuto un Brutto Shock e se ne sta a Letto. Non l’ho mai Visto così ma non c’è da stupirsi e nient’altro servirà se non lei Signore. Il Padrone dice se potrei menzionare che la Strada Breve Qui è Guidare fino a Coblenza e prendere un Carretto. Sperando di aver reso tutto Chiaro, ma sono molto Confuso io stesso tra Ansia e Insonnia di Notte. Se potessi essere così Audace Signore sarebbe un Piacere vedere una Onesta Faccia Britannica tra tutte Queste Straniere.
Sono Signore Suo obbed. Servitore William Brown.
P.S.—Il Villaggio per Città non lo Cambio. Si chiama Steenfeld.
Si deve lasciare al lettore il compito di immaginare nei dettagli la sorpresa, la confusione e la fretta dei preparativi in cui la ricezione di una tale lettera avrebbe potuto gettare una tranquilla canonica del Berkshire nell’anno di grazia 1859. Mi basti dire che un treno per la città fu preso nel corso della giornata, e che il signor Gregory riuscì ad assicurarsi una cabina sul battello per Anversa e un posto sul treno per Coblenza. Né fu difficile gestire il transito da quel centro a Steinfeld.
Soffro di un grave svantaggio come narratore di questa storia, poiché non ho mai visitato Steinfeld personalmente, e nessuno dei due attori principali dell’episodio (dai quali traggo le mie informazioni) è stato in grado di darmi altro che un’idea vaga e piuttosto desolante del suo aspetto. Ho capito che è un piccolo luogo, con una grande chiesa spogliata dei suoi antichi arredi; un numero di grandi edifici piuttosto in rovina, per lo più del XVII secolo, circonda questa chiesa; poiché l’abbazia, al pari della maggior parte di quelle sul Continente, fu ricostruita in modo lussuoso dai suoi abitanti in quel periodo. Non mi è sembrato valere la pena di spendere denaro per una visita al luogo, poiché sebbene sia probabilmente molto più attraente di quanto pensassero il signor Somerton o il signor Gregory, c’è evidentemente poco, se non nulla, di interesse di prim’ordine da vedere — eccetto, forse, una cosa, che non mi interesserebbe vedere.
La locanda dove il gentiluomo inglese e il suo servitore alloggiavano è, o era, l’unica “possibile” nel villaggio. Il signor Gregory vi fu portato subito dal suo autista e trovò il signor Brown ad attenderlo alla porta. Il signor Brown, un modello, quando si trovava nella sua casa del Berkshire, della razza impassibile e baffuta nota come valletti di fiducia, era ora vistosamente fuori posto, in un abito di tweed chiaro, ansioso, quasi irritabile, e chiaramente tutt’altro che padrone della situazione. Il suo sollievo alla vista dell’“onesta faccia britannica” del suo Rettore fu immenso, ma le parole per descriverlo gli mancarono. Riuscì solo a dire:
“Beh, sono proprio contento, signore, di vederla. E ne sono certo, signore, lo sarà anche il padrone.”
“Come sta il suo padrone, Brown?” intervenne con ansia il signor Gregory.
“Credo stia meglio, signore, grazie; ma ha passato momenti terribili. Spero stia riposando un po’ adesso, ma—”
“Cosa è successo? Non sono riuscito a capire dalla sua lettera. È stato un incidente di qualche tipo?”
“Beh, signore, non so quasi se mi convenga parlarne. Il padrone è stato molto categorico sul fatto di dover essere lui a dirglielo. Ma non ci sono ossa rotte — questa è una cosa per cui sono certo dovremmo essere grati—”
“Cosa dice il dottore?” chiese il signor Gregory.
Erano arrivati a quel punto davanti alla porta della camera da letto del signor Somerton e parlavano a bassa voce. Il signor Gregory, che si trovava davanti, stava cercando la maniglia e gli capitò di far scorrere le dita sui pannelli. Prima che Brown potesse rispondere, si udì un grido terribile dall’interno della stanza.
“In nome di Dio, chi è?” furono le prime parole che sentirono. “Brown, sei tu?”
“Sì, signore — io, signore, e il signor Gregory,” si affrettò a rispondere Brown, e si udì un gemito di sollievo in risposta.
Entrarono nella stanza, che era oscurata contro il sole del pomeriggio, e il signor Gregory vide, con un fremito di compassione, quanto fosse scavato, quanto umido di gocce di paura, il volto solitamente calmo del suo amico, il quale, seduto sul letto a baldacchino, tese una mano tremante per accoglierlo.
“Meglio per averti visto, mio caro Gregory,” fu la risposta alla prima domanda del Rettore, ed era palesemente vero.
Dopo cinque minuti di conversazione, il signor Somerton era più padrone di sé, riferì in seguito Brown, di quanto non fosse stato per giorni. Riuscì a mangiare una cena più che rispettabile e parlò con sicurezza di essere in grado di affrontare un viaggio verso Coblenza entro ventiquattr’ore.
“Ma c’è una cosa,” disse, con un ritorno di agitazione che il signor Gregory non amò vedere, “che devo implorarti di fare per me, mio caro Gregory. Non,” continuò, appoggiando la mano su quella di Gregory per prevenire qualsiasi interruzione, “non chiedermi cosa sia, o perché voglio che venga fatta. Non sono in grado di spiegarlo ancora; mi farebbe ricadere — disfare tutto il bene che hai fatto venendo qui. L’unica cosa che dirò al riguardo è che non corri alcun rischio nel farlo, e che Brown può e ti mostrerà domani di cosa si tratta. È semplicemente rimettere a posto — custodire — qualcosa — No; non posso parlarne ancora. Ti dispiace chiamare Brown?”
“Beh, Somerton,” disse il signor Gregory, mentre attraversava la stanza verso la porta, “non chiederò alcuna spiegazione finché non riterrai opportuno darle. E se questo lavoretto è facile come dici, sarò molto lieto di occuparmene per te, come prima cosa domattina.”
“Ah, ero certo che l’avresti fatto, mio caro Gregory; ero sicuro di poter contare su di te. Ti dovrò più ringraziamenti di quanto possa dire. Ora, ecco Brown. Brown, una parola con te.”
“Devo andare?” intervenne il signor Gregory.
“Assolutamente no. Caro mio, no. Brown, domani mattina come prima cosa — (so che non ti dispiacciono le levatacce, Gregory) — devi portare il Rettore a — ecco, lo sai” (un cenno di Brown, che appariva grave e ansioso), “e lui e tu rimetterete a posto quella cosa. Non c’è bisogno di essere minimamente allarmati; è perfettamente al sicuro durante il giorno. Sai cosa intendo. Si trova sul gradino, lo sai, dove — dove l’abbiamo messa.” (Brown deglutì a secco una o due volte e, non riuscendo a parlare, fece un cenno col capo.) “E — sì, è tutto. Solo quest’altra parola, mio caro Gregory. Se riuscirai a evitare di interrogare Brown su questa faccenda, ti sarò ancora più debitore. Domani sera, al più tardi, se tutto va bene, credo di essere in grado di raccontarti l’intera storia dall’inizio alla fine. E ora ti auguro la buonanotte. Brown starà con me — dorme qui — e, se fossi in te, chiuderei la porta a chiave. Sì, sii scrupoloso nel farlo. A loro — a loro piace, alla gente di qui, ed è meglio. Buonanotte, buonanotte.”
Si separarono a questo punto, e se il signor Gregory si svegliò una o due volte durante le ore piccole e credette di sentire armeggiare attorno alla parte inferiore della sua porta chiusa a chiave, non fu, forse, nulla di più di quanto un uomo tranquillo, improvvisamente catapultato in un letto estraneo e nel cuore di un mistero, potesse ragionevolmente aspettarsi. Certamente pensò, fino alla fine dei suoi giorni, di aver sentito un suono del genere due o tre volte tra la mezzanotte e l’alba.
Si alzò col sole e uscì in compagnia di Brown poco dopo. Per quanto sconcertante fosse il servizio che gli era stato chiesto di compiere per il signor Somerton, non era difficile né allarmante, e entro mezz’ora da quando lasciò la locanda, tutto era finito. Cosa fosse, non lo rivelerò ancora.
Più tardi, in mattinata, il signor Somerton, ora quasi tornato in sé, fu in grado di partire da Steinfeld; e quella stessa sera, non sono certo se a Coblenza o in qualche tappa intermedia del viaggio, si mise a dare la spiegazione promessa. Brown era presente, ma quanto della faccenda sia stato mai realmente chiarito alla sua comprensione, non lo avrebbe mai detto, e io non sono in grado di congetturarlo.
III
Questa era la storia del signor Somerton:
“Sapete approssimativamente, entrambi, che questa mia spedizione è stata intrapresa con l’obiettivo di rintracciare qualcosa in relazione a certi vecchi vetri dipinti nella cappella privata di Lord D——. Bene, il punto di partenza dell’intera faccenda risiede in questo brano tratto da un vecchio libro a stampa, al quale chiederò la vostra attenzione.”
E a questo punto il signor Somerton ripercorse attentamente un terreno con cui abbiamo già familiarità.
“Alla mia seconda visita alla cappella,” continuò, “il mio scopo era prendere ogni appunto possibile su figure, scritte, graffi di diamante sul vetro e persino segni apparentemente accidentali. Il primo punto che affrontai fu quello dei rotoli incisi. Non potevo dubitare che il primo di questi, quello di Giobbe — ‘C’è un luogo per l’oro dove esso è nascosto’ — con la sua alterazione intenzionale, dovesse riferirsi al tesoro; così mi applicai con una certa fiducia al successivo, quello di San Giovanni — ‘Hanno sulle loro vesti una scritta che nessuno conosce’. La domanda naturale vi sarà sorta spontanea: c’era un’iscrizione sulle vesti delle figure? Non ne vedevo nessuna; ognuno dei tre aveva un ampio bordo nero sul mantello, che costituiva una caratteristica vistosa e piuttosto brutta nella finestra. Ero sconcertato, lo ammetto, e, se non fosse stato per un curioso colpo di fortuna, credo che avrei lasciato la ricerca dove i Canonici di Steinfeld l’avevano lasciata prima di me. Ma accadde che c’era un bel po’ di polvere sulla superficie del vetro, e Lord D——, passando di lì, notò le mie mani annerite e gentilmente insistette per far chiamare una scopa per pulire la finestra. Ci doveva essere, suppongo, un pezzo ruvido nella scopa; comunque, mentre passava sopra il bordo di uno dei mantelli, notai che lasciava un lungo graffio e che appariva istantaneamente una macchia gialla. Chiesi all’uomo di fermare il lavoro per un momento e salii sulla scala per esaminare il punto. La macchia gialla era lì, indubbiamente, e ciò che era venuto via era uno spesso pigmento nero, che era stato evidentemente applicato col pennello dopo che il vetro era stato cotto, e che poteva quindi essere facilmente raschiato via senza fare alcun danno. Raschiai, di conseguenza, e stenterete a crederci — no, vi faccio un torto; avrete già indovinato — che trovai sotto questo pigmento nero due o tre lettere maiuscole chiaramente formate in macchia gialla su fondo trasparente. Naturalmente, potevo a stento contenere la mia gioia.
“Dissi a Lord D—— che avevo rilevato un’iscrizione che pensavo potesse essere molto interessante, e chiesi di poterla scoprire tutta. Non fece alcuna difficoltà, mi disse di fare esattamente come preferivo, e poi, avendo un impegno, fu costretto — con mio sollievo, devo dire — a lasciarmi. Mi misi al lavoro immediatamente e trovai il compito abbastanza facile. Il pigmento, disintegrato, naturalmente, dal tempo, si staccò quasi al tocco, e non credo che mi abbia preso un paio d’ore, tutto sommato, pulire tutti i bordi neri in tutte e tre le sezioni. Ognuna delle figure aveva, come diceva l’iscrizione, ‘una scritta sulle vesti che nessuno conosceva’.”
“Questa scoperta, naturalmente, rese assolutamente certo alla mia mente che ero sulla strada giusta. E, ora, qual era l’iscrizione? Mentre pulivo il vetro quasi mi sforzai di non leggere le lettere, conservando il piacere fino a quando non avessi reso tutto chiaro. E quando fu fatto, mio caro Gregory, ti assicuro che avrei potuto quasi piangere per la pura delusione. Ciò che lessi era solo il più disperato groviglio di lettere mai scosso in un cappello. Eccolo qui:
Job. DREVICIOPEDMOOMSMVIVLISLCAVIBASBATAOVT _St John_. RDIIEAMRLESIPVSPODSEEIRSETTAAESGIAVNNR Zechariah. DREVICIOPEDMOOMSMVIVLISLCAVIBASBATAOVT
“Per quanto vuoto mi sentissi e dovessi essere apparso per i primi minuti, la mia delusione non durò a lungo. Capii quasi subito che avevo a che fare con una cifra o crittogramma; e riflettei che probabilmente doveva essere di un tipo piuttosto semplice, considerando la sua data antica. Così copiai le lettere con la massima cura ansiosa. Un altro piccolo punto, posso dirti, emerse nel processo, il che confermò la mia convinzione sulla cifra. Dopo aver copiato le lettere sulla veste di Giobbe le contai, per assicurarmi di averle giuste. Erano trentotto; e, proprio mentre finivo di controllarle, il mio occhio cadde su un graffio fatto con una punta affilata sul bordo della cornice. Era semplicemente il numero xxxviii in numeri romani. Per farla breve, c’era una nota simile, come posso chiamarla, in ognuna delle altre luci; e ciò mi rese chiaro che il vetraio aveva ricevuto ordini molto severi dall’Abate Thomas riguardo all’iscrizione, e si era premurato di renderla corretta.
“Bene, dopo quella scoperta puoi immaginare quanto minuziosamente esaminai l’intera superficie del vetro in cerca di ulteriore luce. Naturalmente, non trascurai l’iscrizione sul rotolo di Zaccaria — ‘Sopra una pietra ci sono sette occhi’, ma conclusi molto rapidamente che questo doveva riferirsi a qualche segno su una pietra che poteva essere trovato solo in situ, dove il tesoro era nascosto. Per farla breve, presi tutti gli appunti, schizzi e ricalchi possibili, e poi tornai a Parsbury per elaborare la cifra con calma. Oh, le agonie che ho passato! All’inizio mi ritenevo molto intelligente, perché ero sicuro che la chiave si sarebbe trovata in alcuni dei vecchi libri sulla scrittura segreta. La Steganographia di Joachim Trithemius, che era un contemporaneo precedente dell’Abate Thomas, sembrava particolarmente promettente; così presi quella, la Cryptographia di Selenius, il de Augmentis Scientiarum di Bacone e qualcos’altro. Ma non riuscii a trovare nulla. Poi provai il principio della ‘lettera più frequente’, prendendo prima il latino e poi il tedesco come base. Neanche quello aiutò; se avrebbe dovuto farlo, non mi è chiaro. E poi tornai alla finestra stessa, e rilessi i miei appunti, sperando quasi contro ogni speranza che l’Abate potesse aver fornito da qualche parte la chiave che cercavo. Non riuscii a ricavare nulla dal colore o dal motivo delle vesti. Non c’erano sfondi paesaggistici con oggetti secondari; non c’era nulla nei baldacchini. L’unica risorsa possibile sembrava essere negli atteggiamenti delle figure. ‘Giobbe’, lessi: ‘rotolo nella mano sinistra, indice della mano destra esteso verso l’alto. Giovanni: tiene un libro iscritto nella mano sinistra; con la mano destra benedice, con due dita. Zaccaria: rotolo nella mano sinistra; mano destra estesa verso l’alto, come Giobbe, ma con tre dita puntate verso l’alto’. In altre parole, riflettei, Giobbe ha un dito esteso, Giovanni ne ha due, Zaccaria ne ha tre. Non potrebbe esserci una chiave numerica nascosta in questo? Mio caro Gregory,” disse il signor Somerton, posando la mano sul ginocchio dell’amico, “quella era la chiave. Non sono riuscito a farla quadrare all’inizio, ma dopo due o tre tentativi ho visto cosa si intendeva. Dopo la prima lettera dell’iscrizione salti una lettera, dopo la successiva ne salti due, e dopo quella ne salti tre. Ora guarda il risultato che ho ottenuto. Ho sottolineato le lettere che formano le parole:
[D]R[E]VI[C]IOP[E]D[M]OO[M]SMV[I]V[L]IS[L]CAV[I]B[A]SB[A]TAO[V]T [R]DI[I]EAM[R]L[E]SI[P]VSP[O]D[S]EE[I]RSE[T]T[A]AE[S]GIA[V]N[N]R F[T]EEA[I]L[N]QD[P]VAI[V]M[T]LE[E]ATT[O]H[I]OO[N]VMC[A]A[T].H.Q.E.
“Lo vedi? ‘Decem millia auri reposita sunt in puteo in at. . .’ (Diecimila [pezzi] d’oro sono riposti in un pozzo in …), seguito da una parola incompleta che inizia per at. Fin qui tutto bene. Provai lo stesso piano con le lettere rimanenti; ma non funzionò, e immaginai che forse il posizionamento dei punti dopo le ultime tre lettere potesse indicare qualche differenza di procedura. Poi pensai tra me e me: ‘Non c’era qualche allusione a un pozzo nel resoconto dell’Abate Thomas in quel libro, il “Sertum”?’. Sì, c’era: costruì un puteus in atrio (un pozzo nel cortile). Lì, naturalmente, c’era la mia parola atrio. Il passo successivo fu di trascrivere le lettere rimanenti dell’iscrizione, omettendo quelle che avevo già usato. Ciò diede quello che vedrai su questo foglietto:
RVIIOPDOOSMVVISCAVBSBTAOTDIEAMLSIVSPDEERSETAEGIANRFEEALQDVAIMLEATTHOOVM CA.H.Q.E.
“Ora, sapevo quali erano le tre prime lettere che volevo — vale a dire, rio — per completare la parola atrio; e, come vedrai, queste si trovano tutte nelle prime cinque lettere. Ero un po’ confuso all’inizio dalla presenza di due i, ma molto presto vidi che ogni lettera alternativa doveva essere presa nel resto dell’iscrizione. Puoi elaborarlo da solo; il risultato, continuando dove il primo ‘giro’ si era interrotto, è questo:
‘_rio domus abbatialis de Steinfeld a me, Thoma, qui posui custodem super ea. Gare à qui la touche_’.
“Così l’intero segreto era svelato:
‘Diecimila pezzi d’oro sono riposti nel pozzo nel cortile della casa dell’Abate di Steinfeld da me, Thomas, che ho posto un guardiano su di essi. Gare à qui la touche.’
“Le ultime parole, dovrei dire, sono un motto che l’Abate Thomas aveva adottato. L’ho trovato con il suo stemma in un altro pezzo di vetro presso Lord D——, e lo ha inserito integralmente nella sua cifra, sebbene non si adatti perfettamente dal punto di vista grammaticale.
“Bene, cosa sarebbe stato tentato di fare qualsiasi essere umano, mio caro Gregory, al mio posto? Avrebbe potuto fare a meno di partire, come ho fatto io, per Steinfeld, e seguire il segreto letteralmente fino alla fonte? Non credo che avrebbe potuto. Comunque, io non potevo, e, come non ho bisogno di dirti, mi sono ritrovato a Steinfeld non appena le risorse della civiltà hanno potuto portarmi lì, e mi sono installato nella locanda che hai visto. Deve sapere che non ero del tutto libero da presentimenti — da un lato di delusione, dall’altro di pericolo. C’era sempre la possibilità che il pozzo dell’Abate Thomas fosse stato completamente cancellato, o altrimenti che qualcuno, ignaro dei crittogrammi, e guidato solo dalla fortuna, potesse essersi imbattuto nel tesoro prima di me. E poi” — qui c’era un tremolio molto percepibile della voce — “non ero del tutto tranquillo, non ho bisogno di confessarlo, riguardo al significato delle parole sul guardiano del tesoro. Ma, se non ti dispiace, non dirò altro al riguardo finché — finché non diventerà necessario.”
“Alla prima occasione possibile Brown ed io abbiamo iniziato a esplorare il luogo. Naturalmente mi ero presentato come interessato ai resti dell’abbazia, e non potevamo evitare di fare una visita alla chiesa, per quanto impaziente fossi di essere altrove. Tuttavia, mi interessava vedere le finestre dove si trovava il vetro, e specialmente quella all’estremità orientale della navata sud. Nelle luci del traforo di quella, fui sorpreso di vedere alcuni frammenti e stemmi rimanenti — lo scudo dell’Abate Thomas era lì, e una piccola figura con un rotolo iscritto Oculos habent, et non videbunt (Hanno occhi, e non vedranno), che, credo, fosse una frecciata dell’Abate ai suoi Canonici.
“Ma, naturalmente, l’oggetto principale era trovare la casa dell’Abate. Non c’è un luogo prestabilito per questa, per quanto ne so, nella pianta di un monastero; non puoi prevedere, come per la sala capitolare, che sarà sul lato orientale del chiostro, o, come per il dormitorio, che comunicherà con un transetto della chiesa. Sentivo che se avessi fatto troppe domande avrei potuto risvegliare ricordi persistenti del tesoro, e pensai fosse meglio provare prima a scoprirlo da solo. Non fu una ricerca molto lunga o difficile. Quel cortile a tre lati a sud-est della chiesa, con cumuli di edifici abbandonati intorno e il selciato coperto d’erba, che hai visto stamattina, era il posto. E fui abbastanza felice di vedere che non era utilizzato, e non era né molto lontano dalla nostra locanda né trascurato da alcun edificio abitato; c’erano solo frutteti e recinti sui pendii a est della chiesa. Posso dirti che quella bella pietra brillava meravigliosamente nel tramonto giallo piuttosto acquoso che abbiamo avuto martedì pomeriggio.
“Poi, che dire del pozzo? Non c’erano molti dubbi al riguardo, come puoi testimoniare. È davvero una cosa molto notevole. Quel bordo è, credo, di marmo italiano, e l’intaglio pensavo fosse anch’esso italiano. C’erano rilievi, ricorderai forse, di Eliezer e Rebecca, e di Giacobbe che apre il pozzo per Rachele, e soggetti simili; ma, per disarmare il sospetto, suppongo, l’Abate si era accuratamente astenuto da qualsiasi delle sue iscrizioni ciniche e allusive.
“Ho esaminato l’intera struttura con il massimo interesse, naturalmente — una testa di pozzo quadrata con un’apertura su un lato; un arco sopra di essa, con una ruota per far passare la corda, evidentemente ancora in ottime condizioni, poiché era stata usata entro sessant’anni, o forse anche più tardi, sebbene non molto di recente. Poi c’era la questione della profondità e dell’accesso all’interno. Suppongo che la profondità fosse di circa sessanta-settanta piedi; e per quanto riguarda l’altro punto, sembrava davvero che l’Abate avesse voluto condurre i cercatori fino alla porta stessa del suo tesoro, poiché, come hai testato tu stesso, c’erano grandi blocchi di pietra legati alla muratura, che portavano giù in una regolare scala girando intorno all’interno del pozzo.
“Sembrava quasi troppo bello per essere vero. Mi chiedevo se ci fosse una trappola — se le pietre fossero congegnate in modo da ribaltarsi quando veniva posto un peso su di esse; ma ne provai parecchie con il mio peso e con il mio bastone, e tutte sembravano, e in realtà erano, perfettamente solide. Naturalmente, decisi che Brown ed io avremmo fatto un esperimento proprio quella notte.
“Ero ben preparato. Conoscendo il tipo di luogo che avrei dovuto esplorare, avevo portato una sufficienza di buona corda e bande di tessuto per circondare il mio corpo, e barre trasversali a cui aggrapparmi, oltre a lanterne, candele e piedi di porco, tutto ciò che sarebbe entrato in una singola borsa da viaggio e non avrebbe destato alcun sospetto. Mi assicurai che la mia corda fosse abbastanza lunga, e che la ruota per il secchio fosse in buono stato di funzionamento, e poi tornammo a casa per cena.
“Ho avuto una piccola conversazione cauta con il locandiere, e ho fatto capire che non sarebbe stato troppo sorpreso se fossi uscito per una passeggiata con il mio uomo verso le nove, per fare (che il Cielo mi perdoni!) uno schizzo dell’abbazia al chiaro di luna. Non ho fatto domande sul pozzo, e non è probabile che le farò ora. Immagino di saperne quanto chiunque a Steinfeld: almeno” — con un forte brivido — “non voglio saperne di più.
“Ora arriviamo alla crisi, e, sebbene odi pensarci, mi sento sicuro, Gregory, che sarà meglio per me in ogni modo ricordarlo esattamente come è successo. Siamo partiti, Brown ed io, verso le nove con la nostra borsa, e non abbiamo attirato l’attenzione; poiché siamo riusciti a scivolare fuori dal retro del cortile della locanda in un vicolo che ci ha portati proprio al limitare del villaggio. In cinque minuti eravamo al pozzo, e per un po’ di tempo ci siamo seduti sul bordo della testa del pozzo per assicurarci che nessuno si stesse muovendo o ci stesse spiando. Tutto ciò che abbiamo sentito erano alcuni cavalli che brucavano erba fuori vista più lontano lungo il pendio orientale. Eravamo perfettamente inosservati, e avevamo molta luce dalla splendida luna piena per permetterci di far passare correttamente la corda sulla ruota. Poi ho fissato la banda attorno al mio corpo sotto le braccia. Abbiamo fissato l’estremità della corda molto saldamente a un anello nella pietra. Brown ha preso la lanterna accesa e mi ha seguito; io avevo un piede di porco. E così abbiamo iniziato a scendere con cautela, sentendo ogni passo prima di poggiarvi il piede, e scrutando le pareti in cerca di qualsiasi pietra contrassegnata.
“A mezza voce ho contato i gradini mentre scendevamo, e siamo arrivati fino al trentottesimo prima di notare qualcosa di irregolare nella superficie della muratura. Anche qui non c’era alcun segno, e ho iniziato a sentirmi molto vuoto, e a chiedermi se il crittogramma dell’Abate potesse essere un’elaborata burla. Al quarantanovesimo gradino la scala cessò. Fu con un cuore molto abbattuto che ho iniziato a tornare sui miei passi, e quando ero tornato al trentottesimo — Brown, con la lanterna, era un gradino o due sopra di me — ho scrutato il piccolo pezzo di irregolarità nella muratura con tutte le mie forze; ma non c’era traccia di alcun segno.
“Poi mi colpì che la consistenza della superficie sembrava solo un po’ più liscia del resto, o, almeno, in qualche modo diversa. Poteva essere cemento e non pietra. Le diedi un buon colpo con la mia barra di ferro. C’era un suono decisamente cavo, sebbene ciò potesse essere il risultato del trovarsi in un pozzo. Ma c’era di più. Una grande scaglia di cemento cadde sui miei piedi, e vidi dei segni sulla pietra sottostante. Avevo rintracciato l’Abate, mio caro Gregory; ancora oggi ci penso con un certo orgoglio. Ci vollero solo pochi altri colpi per ripulire tutto il cemento, e vidi una lastra di pietra di circa due piedi quadrati, sulla quale era incisa una croce. Delusione di nuovo, ma solo per un momento. Fosti tu, Brown, a rassicurarmi con un’osservazione casuale. Dicesti, se ricordo bene:
“‘È una strana croce: sembra un mucchio di occhi.’
“Ho strappato la lanterna dalla tua mano, e ho visto con indicibile piacere che la croce era composta da sette occhi, quattro in linea verticale, tre orizzontali. L’ultimo dei rotoli nella finestra era spiegato nel modo in cui avevo previsto. Ecco la mia ‘pietra con i sette occhi’. Fin qui i dati dell’Abate erano stati esatti, e, mentre pensavo a questo, l’ansia per il ‘guardiano’ tornò su di me con forza accresciuta. Eppure, non avevo intenzione di ritirarmi ora.
“Senza darmi il tempo di pensare, ho abbattuto il cemento tutto intorno alla pietra contrassegnata, e poi ho fatto leva sul lato destro con il mio piede di porco. Si mosse immediatamente, e vidi che era solo una sottile lastra leggera, tale che potevo facilmente sollevare da solo, e che bloccava l’ingresso di una cavità. La sollevai intatta, e la poggiai sul gradino, perché avrebbe potuto essere molto importante per noi essere in grado di rimetterla a posto. Poi ho aspettato per diversi minuti sul gradino appena sopra. Non so perché, ma penso per vedere se qualche cosa terribile sarebbe uscita fuori. Non accadde nulla. Poi ho acceso una candela, e molto cautamente l’ho posizionata dentro la cavità, con l’idea di vedere se ci fosse aria viziata, e di dare un’occhiata a ciò che c’era dentro. C’era un po’ di aria viziata che quasi spense la fiamma, ma in breve tempo bruciò in modo abbastanza costante. Il buco andava un po’ indietro, e anche a destra e sinistra dell’ingresso, e potevo vedere alcuni oggetti arrotondati di colore chiaro all’interno che potevano essere borse. Non c’era motivo di aspettare. Mi sono girato verso la cavità e ho guardato dentro. Non c’era nulla immediatamente davanti al buco. Ho infilato il braccio e ho tastato a destra, molto cautamente….
“Dammi solo un bicchiere di cognac, Brown. Continuerò tra un momento, Gregory….
“Bene, ho tastato a destra, e le mie dita hanno toccato qualcosa di curvo, che sembrava — sì — più o meno come cuoio; era umidiccio, ed evidentemente parte di una cosa pesante e piena. Non c’era nulla, devo dire, che allarmasse. Sono diventato più audace, e infilando entrambe le mani il meglio che potevo, ho tirato verso di me, e venne. Era pesante, ma si muoveva più facilmente di quanto mi aspettassi. Mentre la tiravo verso l’ingresso, il mio gomito sinistro ha urtato e spento la candela. Ho avuto la cosa proprio davanti all’apertura e ho iniziato a tirarla fuori. Proprio allora Brown ha dato un’esclamazione acuta e ha corso rapidamente su per i gradini con la lanterna. Ti dirà lui perché tra un momento. Sorpreso com’ero, mi sono guardato intorno dopo di lui, e l’ho visto stare per un minuto in cima e poi allontanarsi di qualche metro. Poi l’ho sentito chiamare piano, ‘Tutto bene, signore’, e ho continuato a tirare fuori la grande borsa, nell’oscurità completa. È rimasta sospesa per un istante sul bordo del buco, poi è scivolata in avanti sul mio petto, e _mi ha messo le braccia attorno al collo_.
“Mio caro Gregory, ti sto dicendo l’esatta verità. Credo di essere ora a conoscenza dell’estremo terrore e della repulsione che un uomo può sopportare senza perdere la ragione. Riesco a malapena a dirti ora il profilo nudo dell’esperienza. Ero consapevole di un odore orribilissimo di muffa, e di una sorta di faccia fredda premuta contro la mia, e che si muoveva lentamente su di essa, e di diverse — non so quante — gambe o braccia o tentacoli o qualcosa che si aggrappava al mio corpo. Ho urlato, dice Brown, come una bestia, e sono caduto all’indietro dal gradino su cui stavo, e la creatura è scivolata verso il basso, suppongo, sullo stesso gradino. Provvidenzialmente la banda attorno a me ha tenuto ferma. Brown non ha perso la testa, ed è stato abbastanza forte da tirarmi su fino in cima e farmi superare il bordo abbastanza prontamente. Come ci sia riuscito esattamente non lo so, e credo che gli sarebbe difficile dirtelo. Credo che sia riuscito a nascondere i nostri strumenti nell’edificio abbandonato lì vicino, e con grandissima difficoltà mi ha riportato alla locanda. Non ero in condizioni di dare spiegazioni, e Brown non sa il tedesco; ma la mattina dopo ho raccontato alla gente una storia di aver fatto una brutta caduta nelle rovine dell’abbazia, a cui, suppongo, hanno creduto. E ora, prima di andare oltre, vorrei proprio che tu sentissi quali sono state le esperienze di Brown durante quei pochi minuti. Di’ al Rettore, Brown, quello che hai detto a me.”
“Bene, signore,” disse Brown, parlando a bassa voce e nervosamente, “è stato proprio in questo modo. Il padrone era occupato giù davanti al buco, e io tenevo la lanterna e guardavo, quando ho sentito qualcosa cadere nell’acqua dall’alto, come ho pensato. Così ho guardato su, e ho visto la testa di qualcuno che guardava sopra di noi. Suppongo che devo aver detto qualcosa, e ho alzato la luce e sono corso su per i gradini, e la mia luce ha brillato proprio sulla faccia. Quella era una brutta, signore, se mai ne ho vista una! Un uomo piuttosto vecchio, e la faccia molto caduta, e rideva, come ho pensato. E sono salito su per i gradini quasi veloce quanto glielo sto dicendo, e quando ero fuori sul terreno non c’era traccia di nessuna persona. Non c’era stato il tempo per nessuno di scappare, figuriamoci un vecchio, e mi sono assicurato che non fosse accovacciato vicino al pozzo, né niente. La cosa successiva che sento è il padrone che grida qualcosa di orribile, e tutto ciò che vedo è lui che pende fuori dalla corda, e, come dice il padrone, come l’ho tirato su non saprei dirglielo.”
“Senti questo, Gregory?” disse il signor Somerton. “Ora, ti viene in mente qualche spiegazione di quell’incidente?”
«L’intera faccenda è così spaventosa e anormale che devo ammettere mi fa perdere completamente l’equilibrio; ma mi è balenato il pensiero che, forse, la... beh, la persona che ha teso la trappola potrebbe essere venuta a constatare il successo del suo piano.»
«Proprio così, Gregory, proprio così. Non riesco a pensare a nulla di così... probabile, dovrei dire, se una parola simile avesse posto in qualsiasi punto della mia storia. Credo debba essere stato l’Abate... Bene, non ho molto altro da raccontarti. Ho passato una notte miserabile, con Brown a farmi compagnia. Il giorno dopo non stavo meglio; impossibilitato ad alzarmi; nessun medico reperibile; e, se anche ce ne fosse stato uno, dubito che avrebbe potuto fare molto per me. Ho fatto scrivere a Brown per te e ho trascorso una seconda notte terribile. E, Gregory, di questo sono certo, e credo mi abbia colpito più del primo shock, perché è durato più a lungo: c’era qualcuno o qualcosa a fare la guardia fuori dalla mia porta per tutta la notte. Quasi immagino fossero in due. Non erano solo i deboli rumori che sentivo di tanto in tanto durante le ore buie, ma c’era l’odore... l’orribile odore di muffa. Ogni straccio che avevo addosso quella prima sera l’avevo tolto e fatto portare via da Brown. Credo che abbia infilato tutto nella stufa della sua stanza; eppure l’odore era lì, intenso come lo era stato nel pozzo; e, per di più, veniva da fuori della porta. Ma al primo barlume dell’alba è svanito, e anche i rumori sono cessati; e questo mi ha convinto che la cosa o le cose fossero creature delle tenebre e non potessero sopportare la luce del giorno; così sono stato certo che, se qualcuno avesse potuto rimettere a posto la pietra, essa o esse sarebbero state impotenti finché qualcun altro non l’avesse rimossa di nuovo. Ho dovuto aspettare il tuo arrivo per farlo. Naturalmente, non potevo mandare Brown a farlo da solo, e ancor meno potevo dirlo a chiunque appartenesse al luogo.
«Bene, ecco la mia storia; e, se non ci credi, non posso farci nulla. Ma penso che tu ci creda.»
«In effetti,» disse il signor Gregory, «non riesco a trovare alternative. Devo crederci! Ho visto il pozzo e la pietra con i miei occhi e ho avuto un’occhiata, mi è parso, dei sacchi o di qualcos’altro nella buca. E, per essere schietto con te, Somerton, credo che anche la mia porta sia stata sorvegliata, la notte scorsa.»
«Oso dire di sì, Gregory; ma, grazie al cielo, è finita. Hai, a proposito, qualcosa da raccontare riguardo alla tua visita in quel luogo terribile?»
«Ben poco,» fu la risposta. «Brown ed io siamo riusciti abbastanza facilmente a rimettere la lastra al suo posto, e lui l’ha fissata molto saldamente con i ferri e i cunei che avevi richiesto di procurare, e abbiamo provveduto a spalmare la superficie con del fango in modo che sembri esattamente come il resto del muro. Una cosa ho notato nell’intaglio sul bordo del pozzo, che penso ti sia sfuggita. Era una forma orrida e grottesca, forse più simile a un rospo che a qualsiasi altra cosa, e accanto c’era un’etichetta incisa con le due parole: ‘Depositum custodi’.»