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Gulliver's Travels into Several Remote Regions of the World

by Jonathan Swift · in Italian

I VIAGGI DI GULLIVER

In diverse regioni remote del mondo

di

JONATHAN SWIFT, D.D.

A cura, con introduzione e note, di Thomas M. Balliet Sovrintendente scolastico, Springfield, Mass.

Con trentotto illustrazioni e una carta geografica

PARTE I

UN VIAGGIO A LILLIPUT

PARTE II

UN VIAGGIO A BROBDINGNAG

D.C. Heath & Co., Editori Boston New York Chicago

1900

PREFAZIONE.

Ed ecco il libro, da ogni suo fine ingannato, Una meraviglia innocua per qualche bimbo beato.

LORD LYTTON.

I viaggi di Gulliver fu pubblicato nel 1726; e, sebbene non fosse affatto destinato a loro, il libro fu presto fatto proprio dai bambini, che da allora hanno continuato a considerarlo uno dei più deliziosi tra i loro libri di storie. Essi non possono comprendere l'occasione che provocò il libro né apprezzare la satira che sottostà alla narrazione, ma si dilettano nelle meravigliose avventure e vagano pieni di stupore a occhi spalancati nei nuovi mondi attraverso i quali la vivida e logicamente accurata immaginazione dell'autore li conduce così personalmente. E vi è un significato e una morale nelle storie dei Viaggi a Lilliput e a Brobdingnag che è del tutto distinto dalla satira politica che essi intendono trasmettere, un significato e una morale che il più giovane dei bambini che sappia leggerlo non mancherà di cogliere, e sui quali non è quasi necessario che l'insegnante commenti.

Per i bambini piccoli il libro unisce in una certa misura l'interesse di Robinson Crusoe a quello della fiaba; il suo stile è oggettivo, la narrazione è semplice e la materia fa appello con forza all'immaginazione infantile. Per i ragazzi e le ragazze più maturi e per gli adulti, l'interesse si trova principalmente nell'acuta satira che sottostà alla narrazione. Esso si rivolge, dunque, a una vastissima gamma di intelligenze e gusti, e può essere letto con profitto dal bambino di dieci anni come dal giovane uomo o dalla donna in età matura.

Questa edizione è praticamente una ristampa dell'originale (1726-27). La punteggiatura e l'uso delle maiuscole sono stati modernizzati, alcuni arcaismi sono stati mutati e i paragrafi sono stati resi più frequenti. Sono stati omessi pochi passaggi che avrebbero offeso le orecchie moderne e non risultano adatti alla lettura dei bambini, e sono state aggiunte alcune note a piè di pagina per spiegare parole desuete ed espressioni oscure.

Come libro di lettura scolastico, che deve essere adattato alla mente media, queste storie risulteranno adatte alle classi dal quinto o sesto anno di scuola fino al grado più elevato della scuola di grammatica.

THOMAS M. BALLIET.

INDICE.

VIAGGIO A LILLIPUT.

CAPITOLO I.

L'Autore dà qualche notizia di sé e della sua famiglia--I suoi primi incentivi al viaggio--Fa naufragio e nuota per salvarsi la vita--Approda sano e salvo nel paese di Lilliput--Viene fatto prigioniero e condotto all'interno del paese.

CAPITOLO II.

L'imperatore di Lilliput, accompagnato da diversi nobili, viene a vedere l'Autore nella sua prigionia--Descrizione della persona e delle abitudini dell'imperatore--Uomini dotti nominati per insegnare all'Autore la loro lingua--Egli si guadagna il favore con la sua indole mite--Le sue tasche vengono perquisite e la spada e le pistole gli vengono tolte.

CAPITOLO III.

L'Autore diverte l'imperatore e i suoi nobili di entrambi i sessi in un modo molto insolito--Descrizione dei divertimenti della corte di Lilliput--L'Autore ottiene la libertà a certe condizioni.

CAPITOLO IV.

Descrizione di Mildendo, la metropoli di Lilliput, insieme al palazzo dell'imperatore--Conversazione tra l'Autore e un segretario principale riguardante gli affari di quell'impero--Le offerte dell'Autore di servire l'imperatore nelle sue guerre.

CAPITOLO V.

L'Autore, con uno stratagemma straordinario, impedisce un'invasione--Gli viene conferito un alto titolo d'onore--Arrivano ambasciatori dall'imperatore di Blefuscu e chiedono la pace.

CAPITOLO VI.

Degli abitanti di Lilliput; la loro cultura, le leggi e le usanze; il modo di educare i loro figli--Il modo di vivere dell'Autore in quel paese--La sua difesa di una gran dama.

CAPITOLO VII.

L'Autore, informato di un piano per accusarlo di alto tradimento, fugge a Blefuscu--La sua accoglienza ivi.

CAPITOLO VIII.

L'Autore, per un fortunato incidente, trova il modo di lasciare Blefuscu; e dopo alcune difficoltà, torna sano e salvo al suo paese natio.

* * * * *

ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI A PAGINA INTERA.

"Ordinò ai suoi generali di schierare le truppe" Carta di Lilliput e Blefuscu "Giacevo intanto... in grande disagio" "Presentando le sue credenziali" "Questi signori fecero un inventario esatto" "Sua maestà imperiale si compiacque di sorridermi molto graziosamente" "E mi creò nardac sul posto" "Trecento sarti furono impiegati" "La felicità... di cenare con me" "Desiderò che lo ascoltassi con pazienza" "Salpai... alle sei del mattino"

E VENTITRÉ PIÙ PICCOLE NEL TESTO.

INDICE

VIAGGIO A BROBDINGNAG.

CAPITOLO I.

Descrizione di una grande tempesta; la scialuppa inviata a prender acqua, l'Autore va con essa per scoprire il paese--Viene lasciato a terra, catturato da uno degli indigeni e condotto alla casa di un fattore--La sua accoglienza ivi, con diversi incidenti che vi accaddero--Una descrizione degli abitanti.

CAPITOLO II.

Descrizione della figlia del fattore--L'Autore condotto in una città di mercato, e poi alla metropoli--I dettagli del suo viaggio.

CAPITOLO III.

L'Autore mandato a corte--La regina lo acquista dal suo padrone, il fattore, e lo presenta al re--Egli discute con i grandi dotti di sua maestà--Un appartamento a corte fornito all'Autore--Egli è in gran favore con la regina--Si erge a difesa dell'onore del proprio paese--Litiga con il nano della regina.

CAPITOLO IV.

Descrizione del paese--Una proposta per correggere le mappe moderne--Il palazzo del re, e qualche notizia della metropoli--Il modo di viaggiare dell'Autore--Descrizione del tempio principale.

CAPITOLO V.

Diverse avventure accadute all'Autore--L'esecuzione di un criminale--L'Autore mostra la sua abilità nella navigazione.

CAPITOLO VI.

Diversi espedienti dell'Autore per compiacere il re e la regina--Egli mostra la sua abilità nella musica--Il re si informa sullo stato dell'Europa, che l'Autore gli narra--Le osservazioni del re al riguardo.

CAPITOLO VII.

L'amore dell'Autore per il suo paese--Egli fa una proposta di grande vantaggio per il re, che viene respinta--La grande ignoranza del re in politica--La cultura di quel paese molto imperfetta e limitata--Le loro leggi, gli affari militari e lo Stato.

CAPITOLO VIII.

Il re e la regina fanno un viaggio verso le frontiere--L'Autore li accompagna--Il modo in cui lascia il paese molto dettagliatamente narrato--Egli ritorna in Inghilterra.

NOTA

* * * * *

ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI A PAGINA INTERA.

"Conclusero che fossi solo un Relplum Sealcath" Carta di Brobdingnag "Un'enorme creatura che cammina... sul mare" "Dopodiché l'enorme creatura calpestò corto" "Estrassi la mia spada per difendermi" "La chiamavo la mia Glumdalclitch" "Schermai alla maniera degli schermidori in Inghilterra" "Questa graziosa principessa tese il suo mignolo" "Mi portò dal re" "Potevo solo vendicarmi chiamandolo fratello" "Gli uccelli più piccoli non sembravano avere affatto paura di me" "Mi diedero una ventata con i loro ventagli" "Il più violento esercizio che abbia mai subito" "Avete fatto un ammirevole panegirico" "Aveva qualche presentimento" "Qualcuno che chiamava in lingua inglese" "Mia figlia si inginocchiò, ma non potevo vederla"

E DODICI PIÙ PICCOLE NEL TESTO.

IL PRIMO EDITORE AL LETTORE.

L'autore di questi viaggi, il signor Lemuel Gulliver, è un mio antico e intimo amico; vi è inoltre una qualche parentela tra noi da parte di madre. Circa tre anni fa, il signor Gulliver, stancatosi del concorso di gente curiosa che veniva a trovarlo alla sua casa di Redriff[1], fece un piccolo acquisto di terra, con una casa conveniente, vicino a Newark, nel Nottinghamshire, la sua contea natale, dove ora vive ritirato, tuttavia in buona stima tra i suoi vicini.

Sebbene il signor Gulliver sia nato nel Nottinghamshire, dove dimorava suo padre, ho tuttavia sentito dire da lui che la sua famiglia proveniva dall'Oxfordshire; a conferma di ciò, ho osservato nel cimitero di Banbury, in quella contea, diverse tombe e monumenti dei Gulliver. Prima di lasciare Redriff, lasciò la custodia dei seguenti documenti nelle mie mani, con la libertà di disporne come avessi creduto opportuno. Li ho letti attentamente tre volte. Lo stile è molto piano e semplice, e l'unica colpa che vi trovo è che l'autore, alla maniera dei viaggiatori, è un po' troppo dettagliato. Vi è un'aria di verità apparente attraverso il tutto; e, invero, l'autore era così distinto per la sua veracità che divenne una sorta di proverbio tra i suoi vicini di Redriff, quando qualcuno affermava una cosa, dire che era vera come se l'avesse detta il signor Gulliver.

Su consiglio di diverse degne persone, alle quali, con il permesso dell'autore, ho comunicato questi documenti, mi azzardo ora a inviarli nel mondo, sperando che possano essere, almeno per qualche tempo, un miglior intrattenimento dei comuni scarabocchi su politica e partito.

Questo volume sarebbe stato almeno due volte più grande se non mi fossi preso la libertà di cancellare innumerevoli passaggi riguardanti venti e maree, così come le variazioni e gli orientamenti nei diversi viaggi; insieme alla minuta descrizione della manovra della nave nelle tempeste, nello stile dei marinai; così come il resoconto di longitudini e latitudini; in cui ho ragione di temere che il signor Gulliver possa essere un poco insoddisfatto; ma ero risoluto ad adattare l'opera il più possibile alla capacità generale dei lettori. Tuttavia, se la mia stessa ignoranza negli affari di mare mi avrà indotto a commettere qualche errore, io solo ne sono responsabile, e se qualche viaggiatore avesse la curiosità di vedere l'opera intera, così come è uscita dalla mano dell'autore, sarò pronto ad accontentarlo.

Per quanto riguarda altri particolari riguardanti l'autore, il lettore riceverà soddisfazione dalle prime pagine del libro.

RICHARD SYMPSON.

VIAGGI.

PARTE I.

UN VIAGGIO A LILLIPUT.

CAPITOLO I.

L'AUTORE DÀ QUALCHE NOTIZIA DI SÉ E DELLA SUA FAMIGLIA: I SUOI PRIMI INCENTIVI AL VIAGGIO. FA NAUFRAGIO E NUOTA PER SALVARSI LA VITA; APPRODA SANO E SALVO NEL PAESE DI LILLIPUT; VIENE FATTO PRIGIONIERO E CONDOTTO ALL'INTERNO DEL PAESE.

Mio padre aveva una piccola proprietà nel Nottinghamshire; io ero il terzo di cinque figli. Mi mandò all'Emmanuel College di Cambridge all'età di quattordici anni, dove risiedetti per tre anni, applicandomi assiduamente agli studi; ma la spesa per mantenermi, sebbene avessi una retta molto esigua, essendo troppo grande per una fortuna modesta, fui messo a bottega dal signor James Bates, un eminente chirurgo di Londra, con il quale rimasi quattro anni; e mandandomi mio padre di tanto in tanto piccole somme di denaro, le impiegai nell'apprendere la navigazione e altre parti della matematica utili a coloro che intendono viaggiare, poiché ho sempre creduto che sarebbe stato, prima o poi, il mio destino farlo. Quando lasciai il signor Bates, andai da mio padre dove, con l'aiuto suo, di mio zio John e di qualche altro parente, ottenni quaranta sterline[2] e la promessa di trenta sterline all'anno per mantenermi a Leida. Lì studiai medicina per due anni e sette mesi, sapendo che sarebbe stata utile nei lunghi viaggi.

Poco dopo il mio ritorno da Leida, fui raccomandato dal mio buon maestro, il signor Bates, come chirurgo della "Swallow", comandata dal capitano Abraham Pannell; con il quale rimasi tre anni e mezzo, facendo un viaggio o due nel Levante[3] e in altre parti. Quando tornai decisi di stabilirmi a Londra; cosa a cui il signor Bates, il mio maestro, mi incoraggiò, e per suo tramite fui raccomandato a diversi pazienti. Presi parte di una piccola casa nell'Old Jewry; e, essendo consigliato di cambiare condizione, sposai la signora Mary Burton[4], seconda figlia del signor Edmund Burton, calzettaio in Newgate Street, con la quale ricevetti quattrocento sterline di dote.

Ma il mio buon maestro, Bates, morendo dopo due anni, e avendo io pochi amici, i miei affari cominciarono a fallire; poiché la mia coscienza non mi permetteva di imitare la cattiva pratica di troppi tra i miei confratelli. Avendo, dunque, consultato mia moglie e qualche mio conoscente, decisi di andare di nuovo per mare. Fui chirurgo successivamente in due navi, e feci diversi viaggi, per sei anni, nelle Indie Orientali e Occidentali, con i quali ottenni una qualche aggiunta alla mia fortuna. Le mie ore di svago le passavo leggendo i migliori autori, antichi e moderni, essendo sempre provvisto di un buon numero di libri; e, quando ero a terra, nell'osservare i costumi e le inclinazioni delle persone, oltre a imparare la loro lingua, in cui avevo una grande facilità per la forza della mia memoria.

L'ultimo di questi viaggi non rivelandosi molto fortunato, mi stancai del mare e intendevo restare a casa con mia moglie e la mia famiglia. Mi trasferii dall'Old Jewry a Fetter Lane, e di lì a Wapping, sperando di trovare affari tra i marinai; ma non ne ricavai nulla. Dopo tre anni di attesa che le cose migliorassero, accettai un'offerta vantaggiosa dal capitano William Prichard, padrone dell'"Antelope", che stava facendo un viaggio verso il Mare del Sud[5]. Salpammo da Bristol, il 4 maggio 1699; e il nostro viaggio, all'inizio, fu molto prospero.

Non sarebbe opportuno, per alcune ragioni, disturbare il lettore con i particolari delle nostre avventure in quei mari. Basti informarlo che, nel nostro passaggio di là verso le Indie Orientali, fummo spinti da una violenta tempesta a nord-ovest della Terra di Van Diemen[6].

Da un'osservazione, ci trovammo alla latitudine di 30 gradi e 2 minuti sud. Dodici del nostro equipaggio erano morti per il lavoro smodato e il cattivo cibo; gli altri erano in condizioni di estrema debolezza.

Il cinque di novembre, che era l'inizio dell'estate in quelle parti, essendo il tempo molto fosco, i marinai scorsero uno scoglio a mezza lunghezza di gomena dalla nave[7]; ma il vento era così forte che fummo spinti direttamente sopra di esso, e immediatamente ci spezzammo. Sei dell'equipaggio, tra cui io, avendo calato la barca in mare, riuscimmo a stento a liberarci dalla nave e dallo scoglio. Remammo, secondo il mio calcolo, circa tre leghe, finché non fummo più in grado di lavorare, essendo già esausti per la fatica mentre eravamo sulla nave. Affidammo noi stessi, dunque, alla mercé delle onde; e, in circa mezz'ora, la barca fu capovolta da un'improvvisa raffica da nord. Che fine abbiano fatto i miei compagni nella barca, così come quelli che si salvarono sullo scoglio o furono lasciati sul vascello, non posso dirlo, ma concludo che siano tutti periti.

Per quanto mi riguarda, nuotai come la fortuna mi dirigeva, e fui spinto in avanti da vento e marea. Spesso lasciavo cadere le gambe e non sentivo fondo; ma, quando ero quasi finito e non potevo più lottare, mi trovai dove toccavo; e, a quel punto, la tempesta era molto calata.

Il declivio era così lieve che camminai per quasi un miglio prima di arrivare alla riva, che congetturai fosse circa le otto di sera. Avanzai poi per quasi mezzo miglio, ma non potevo scoprire alcun segno di case o abitanti; almeno, ero in condizioni così deboli che non li osservai. Ero estremamente stanco, e con ciò, e il caldo del tempo, e circa mezza pinta di acquavite che avevo bevuto mentre lasciavo la nave, mi sentii molto incline a dormire. Mi sdraiai sull'erba, che era molto corta e soffice, dove dormii più profondamente di quanto ricordassi di aver mai fatto in vita mia, e, per quanto calcolai, circa nove ore; poiché, quando mi svegliai, era appena giorno. Tentai di alzarmi, ma non fui in grado di muovermi: poiché, trovandomi a giacere sulla schiena, scoprii che le mie braccia e le mie gambe erano fortemente fissate su ogni lato al suolo; e i miei capelli, che erano lunghi e folti, legati allo stesso modo. Sentii inoltre diverse sottili legature attraverso il mio corpo, dalle ascelle alle cosce. Potevo solo guardare verso l'alto; il sole cominciava a diventare caldo e la luce offendeva i miei occhi.

Sentii un rumore confuso attorno a me; ma, nella posizione in cui giacevo, non potevo vedere nulla eccetto il cielo. In poco tempo, sentii qualcosa di vivo muoversi sulla mia gamba sinistra, che, avanzando gentilmente in avanti sopra il mio petto, arrivò quasi fino al mio mento; quando, piegando gli occhi verso il basso, quanto più potevo, percepii che era una creatura umana, alta non più di sei pollici, con un arco e una freccia nelle mani e una faretra sulla schiena. Nel frattempo sentii almeno altri quaranta della stessa specie (come congetturai) seguire il primo.

Ero nello stupore più totale, e ruggii così forte che tutti corsero indietro spaventati; e alcuni di loro, come mi fu detto in seguito, furono feriti dalle cadute che fecero saltando dai miei fianchi al suolo. Tuttavia, tornarono presto, e uno di loro, che si avventurò così lontano da avere una piena visione del mio viso, alzando le mani e gli occhi in segno di ammirazione, gridò con voce stridula, ma distinta: Hekinah degul! gli altri ripeterono le stesse parole diverse volte, ma io allora non sapevo cosa significassero.

Giacevo intanto, come il lettore può credere, in grande disagio. Alla fine, lottando per liberarmi, ebbi la fortuna di rompere le corde e divellere i pioli che fissavano il mio braccio sinistro al suolo; poiché, sollevandolo verso il viso, scoprii i metodi che avevano preso per legarmi, e, allo stesso tempo, con un violento strattone, che mi diede un dolore eccessivo, allentai un poco le corde che legavano i miei capelli sul lato sinistro, così che fui appena in grado di girare la testa di circa due pollici.

Ma le creature scapparono una seconda volta, prima che potessi afferrarle; dopodiché vi fu un grande grido con un accento molto stridulo, e dopo che cessò, sentii uno di loro gridare ad alta voce, Tolgo phonac; quando, in un istante, sentii più di cento frecce scagliate sulla mia mano sinistra, che mi pungevano come altrettanti aghi; e, inoltre, scagliarono un'altra salva in aria, come facciamo con le bombe in Europa, di cui molte, suppongo, caddero sul mio corpo (sebbene non le sentissi), e alcune sul mio viso, che coprii immediatamente con la mano sinistra.

Quando questa pioggia di frecce finì, caddi in lamenti per il dolore e il soffrire, e poi, sforzandomi ancora di liberarmi, scaricarono un'altra salva più grande della prima, e alcuni di loro tentarono con delle lance di conficcarmi nei fianchi; ma per buona sorte avevo addosso un giubbetto di pelle di bufalo[8], che non potevano trafiggere. Pensai fosse il metodo più prudente restare immobile, e il mio disegno era di continuare così fino a notte, quando, essendo la mia mano sinistra già libera, avrei potuto facilmente sciogliermi; e quanto agli abitanti, avevo ragione di credere che avrei potuto tener testa al più grande esercito che potessero portarmi contro, se fossero stati tutti della stessa taglia di quello che vidi.

Ma la fortuna dispose diversamente di me. Quando le persone osservarono che ero tranquillo, non scagliarono più frecce: ma, dal rumore che sentii, seppi che il loro numero aumentava; e a circa quattro iarde da me, di fronte al mio orecchio destro, sentii picchiare per oltre un'ora, come quello di gente al lavoro; quando, girando la testa da quella parte, per quanto i pioli e le corde mi permettevano, vidi un palco eretto, a circa un piede e mezzo dal suolo, capace di contenere quattro degli abitanti, con due o tre scale per salirvi; da dove uno di loro, che sembrava essere una persona di riguardo, mi fece un lungo discorso, di cui non compresi una sillaba.

Tuttavia avrei dovuto menzionare che, prima che il personaggio principale iniziasse la sua orazione, gridò tre volte: Langro debul san (queste parole, e le precedenti, furono in seguito ripetute e mi vennero spiegate). Al che, immediatamente, circa cinquanta degli abitanti vennero a tagliare le corde che fissavano il lato sinistro della mia testa, il che mi diede la libertà di girarla verso destra e di osservare la persona e i gesti di colui che doveva parlare. Sembrava essere di mezza età e più alto di chiunque altro dei tre che lo accompagnavano, di cui uno era un paggio che gli reggeva lo strascico e sembrava essere un po' più lungo del mio dito medio; gli altri due stavano uno per lato, per sostenerlo. Recitò ogni parte dell'oratore, e potei osservare molti periodi di minacce, e altri di promesse, pietà e gentilezza.

Risposi con poche parole, ma nel modo più sottomesso, sollevando la mano sinistra e gli occhi verso il sole, come a chiamarlo a testimone: e, essendo quasi morto di fame, non avendo mangiato un boccone per alcune ore prima di lasciare la nave, sentii le esigenze della natura così forti in me che non potei trattenermi dal mostrare la mia impazienza (forse contro le strette regole della decenza) portando spesso il dito alla bocca, per significare che volevo cibo. L'hurgo (poiché così chiamano un gran signore, come appresi in seguito) mi comprese molto bene. Scese dal palco e comandò che diverse scale fossero accostate ai miei fianchi; su di esse salirono oltre cento abitanti, che camminarono verso la mia bocca, carichi di cesti pieni di carne, che era stata preparata e inviata lì per ordine del re, fin dalla prima notizia che ricevette di me.

Osservai che c'era la carne di diversi animali, ma non potevo distinguerli dal gusto. C'erano spalle, cosce e lombi, modellati come quelli di montone e molto ben cucinati, ma più piccoli delle ali di un'allodola. Li mangiavo a due o tre per boccone e prendevo tre pagnotte alla volta, grandi quanto proiettili di moschetto. Mi rifornivano come potevano, mostrando mille segni di meraviglia e stupore per la mia mole e il mio appetito. Feci poi un altro segno che volevo da bere.

Si resero conto, vedendomi mangiare, che una piccola quantità non mi sarebbe bastata; ed essendo un popolo molto ingegnoso, issarono con grande destrezza una delle loro botti più grandi, la rotolarono verso la mia mano e ne scoperchiarono la cima: la bevvi d'un fiato; il che potei ben fare, poiché non conteneva nemmeno mezzo litro e aveva il sapore di un vino di Borgogna leggero, ma molto più delizioso. Mi portarono una seconda botte, che bevvi allo stesso modo, e feci segno che ne volevo ancora; ma non ne avevano da darmi.

Quando ebbi compiuto queste meraviglie, esultarono di gioia e danzarono sul mio petto, ripetendo, più volte, come avevano fatto all'inizio, Hekinah degul. Mi fecero segno di gettare a terra le due botti, ma avvertendo prima la gente sottostante di scansarsi, gridando a gran voce: Borach nevola; e, quando videro i recipienti in aria, ci fu un grido universale di Hekinah degul.

Confesso che fui spesso tentato, mentre passavano avanti e indietro sul mio corpo, di afferrarne quaranta o cinquanta tra i primi che mi capitavano a tiro e scagliarli contro il suolo. Ma il ricordo di ciò che avevo provato, che probabilmente non era il peggio che potessero farmi, e la promessa d'onore che feci loro — poiché così interpretavo il mio comportamento sottomesso — scacciarono presto quelle immaginazioni. Inoltre, ora mi consideravo vincolato, dalle leggi dell'ospitalità, a un popolo che mi aveva trattato con tanta spesa e magnificenza. Tuttavia, tra me e me, non potevo meravigliarmi abbastanza dell'intrepidezza di questi mortali minuscoli, che osavano avventurarsi a salire e camminare sul mio corpo, mentre una delle mie mani era libera, senza tremare alla sola vista di una creatura così prodigiosa, come dovevo apparire ai loro occhi.

Dopo qualche tempo, quando osservarono che non facevo più richieste di cibo, apparve davanti a me una persona di alto rango da parte di sua maestà imperiale. Sua eccellenza, essendosi arrampicato sulla parte sottile della mia gamba destra, avanzò verso la mia faccia con circa una dozzina del suo seguito: e, producendo le sue credenziali sotto il sigillo reale, che accostò ai miei occhi, parlò per circa dieci minuti, senza alcun segno di rabbia, ma con una sorta di ferma risoluzione, indicando spesso in avanti, cosa che, come scoprii in seguito, era verso la città capitale, distante circa mezzo miglio, dove era stato deciso dal suo consiglio che dovevo essere condotto. Risposi con poche parole, ma inutilmente, e feci un segno con la mano che era libera, portandola sull'altra (ma sopra la testa di sua eccellenza, per paura di ferire lui o il suo seguito) e poi alla mia testa e al mio corpo, per significare che desideravo la mia libertà.

Sembrò che mi avesse capito abbastanza bene, poiché scosse la testa in segno di disapprovazione e tenne la mano in una postura che indicava che dovevo essere portato come prigioniero. Tuttavia, fece altri segni per farmi capire che avrei avuto cibo e bevande a sufficienza, e un ottimo trattamento. Al che pensai ancora una volta di tentare di spezzare i miei vincoli; ma di nuovo, quando sentii il bruciore delle loro frecce sul viso e sulle mani, che erano tutte piene di vesciche, e molte delle frecce ancora conficcate in esse, osservando, inoltre, che il numero dei miei nemici aumentava, diedi dei segnali per far sapere loro che potevano fare di me ciò che volevano. A questo punto l'hurgo e il suo seguito si ritirarono, con molta civiltà e volti allegri.

Poco dopo, udii un grido generale, con frequenti ripetizioni delle parole, Peplom selan, e sentii un gran numero di persone sul mio lato sinistro che allentavano le corde a tal punto da permettermi di girarmi sul fianco destro e di trovare un po' di sollievo. Ma, prima di ciò, avevano spalmato il mio viso ed entrambe le mani con una sorta di unguento molto gradevole all'olfatto, che in pochi minuti rimosse tutto il bruciore delle loro frecce. Queste circostanze, aggiunte al ristoro che avevo ricevuto dai loro cibi e bevande, che erano molto nutrienti, mi disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come mi fu assicurato in seguito; e non c'era da stupirsi, poiché i medici, per ordine dell'imperatore, avevano mescolato una pozione soporifera nelle botti di vino.

Sembra che, nel primo momento in cui fui scoperto a dormire sul terreno dopo il mio arrivo, l'imperatore ne avesse avuto notizia tempestiva tramite un messo; e avesse deciso in consiglio che io fossi legato nel modo in cui ho riferito (il che fu fatto di notte, mentre dormivo), che mi fosse inviata abbondanza di cibo e bevande, e che venisse preparata una macchina per trasportarmi alla città capitale.

Questa risoluzione, forse, può apparire molto audace e pericolosa, e sono certo che non sarebbe imitata da alcun principe in Europa, in una simile occasione. Tuttavia, a mio parere, fu estremamente prudente, oltre che generosa; poiché, supponendo che queste persone avessero tentato di uccidermi con le loro lance e frecce mentre dormivo, mi sarei certamente svegliato al primo senso di bruciore, il che avrebbe potuto risvegliare la mia rabbia e la mia forza tanto da permettermi di rompere le corde con cui ero legato; dopo di che, poiché non erano in grado di opporre resistenza, non avrebbero potuto aspettarsi alcuna pietà.

Queste persone sono eccellenti matematici e sono giunte a una grande perfezione nella meccanica, grazie al favore e all'incoraggiamento dell'imperatore, che è un rinomato protettore degli studi. Il principe possiede diverse macchine fissate su ruote per il trasporto di alberi e altri grandi pesi. Spesso costruisce le sue navi da guerra più grandi, alcune delle quali lunghe nove piedi, nei boschi dove cresce il legname, e le fa trasportare su questi congegni per tre o quattrocento iarde fino al mare. Cinquecento carpentieri e ingegneri furono immediatamente messi al lavoro per preparare il congegno più grande che avevano. Era un telaio di legno, sollevato di tre pollici da terra, lungo circa sette piedi e largo quattro, che si muoveva su ventidue ruote. Il grido che udii fu dovuto all'arrivo di questo congegno, che, a quanto pare, partì quattro ore dopo il mio sbarco. Fu portato parallelamente a me, mentre ero disteso. Ma la difficoltà principale era sollevarmi e sistemarmi su questo veicolo.

Ottanta pali, ciascuno alto un piede, furono eretti a questo scopo, e corde molto resistenti, grandi quanto uno spago, furono fissate con ganci a molte fasce che gli operai avevano cinto attorno al mio collo, alle mie mani, al mio corpo e alle mie gambe. Novecento degli uomini più forti furono impiegati per tirare queste corde tramite molte pulegge fissate sui pali; e così, in meno di tre ore, fui sollevato e gettato sul congegno, e legato saldamente.

Tutto questo mi fu raccontato; poiché, mentre l'intera operazione veniva eseguita, giacevo in un sonno profondo, per la forza di quella medicina soporifera infusa nel mio liquore. Millecinquecento dei cavalli più grandi dell'imperatore, ciascuno alto circa quattro pollici e mezzo, furono impiegati per trascinarmi verso la metropoli, che, come ho detto, distava mezzo miglio.

Circa quattro ore dopo che iniziammo il nostro viaggio, mi svegliai per un incidente molto ridicolo; poiché, essendosi fermato il trasporto per un po', per aggiustare qualcosa che era fuori posto, due o tre dei giovani nativi ebbero la curiosità di vedere che aspetto avessi mentre dormivo. Salirono sul congegno e, avanzando molto dolcemente verso la mia faccia, uno di loro, un ufficiale della guardia, infilò la punta affilata della sua mezza picca un bel po' dentro la mia narice sinistra, il che mi solleticò il naso come una pagliuzza e mi fece starnutire violentemente; al che si allontanarono furtivamente, senza essere notati, e passarono tre settimane prima che scoprissi la causa del mio risveglio così improvviso.

Facemmo una lunga marcia per la parte rimanente della giornata e riposammo la notte con cinquecento guardie su ciascun lato, metà con torce e metà con archi e frecce, pronti a colpirmi se avessi accennato a muovermi. La mattina seguente, all'alba, continuammo la nostra marcia e arrivammo a duecento iarde dalle porte della città verso mezzogiorno. L'imperatore e tutta la sua corte vennero ad incontrarci; ma i suoi grandi ufficiali non vollero in alcun modo permettere a sua maestà di mettere a repentaglio la sua persona montando sul mio corpo.

Nel punto in cui il carro si fermò, sorgeva un antico tempio, stimato come il più grande dell'intero regno, che, essendo stato profanato alcuni anni prima da un omicidio innaturale, era, secondo lo zelo di quel popolo, considerato profano, e quindi era stato adibito a uso comune, e tutti gli ornamenti e l'arredamento portati via. In questo edificio fu deciso che avrei alloggiato. Il grande cancello, rivolto a nord, era alto circa quattro piedi e largo quasi due, attraverso il quale potevo facilmente strisciare. Su ogni lato del cancello c'era una piccola finestra, non più alta di sei pollici dal suolo; in quella sul lato sinistro il fabbro del re fece passare ottantuno catene, simili a quelle che pendono dall'orologio di una signora in Europa, e quasi altrettanto grandi, che furono bloccate alla mia gamba sinistra con trentasei lucchetti.

Di fronte a questo tempio, dall'altra parte della grande strada, a venti piedi di distanza, c'era una torretta alta almeno cinque piedi. Qui l'imperatore salì, con molti dei principali signori della sua corte, per avere l'opportunità di osservarmi, come mi fu detto, poiché io non potevo vederli. Si calcolò che oltre centomila abitanti uscirono dalla città per lo stesso motivo; e, a dispetto delle mie guardie, credo che non ce ne furono meno di diecimila, in diverse occasioni, che salirono sul mio corpo, con l'aiuto di scale. Ma fu presto emanato un proclama per vietarlo, sotto pena di morte.

Quando gli operai trovarono che era impossibile per me liberarmi, tagliarono tutte le corde che mi legavano; al che mi alzai, con una disposizione d'animo malinconica come mai avevo avuto in vita mia. Ma il rumore e lo stupore della gente, nel vedermi alzarmi e camminare, non possono essere espressi. Le catene che tenevano la mia gamba sinistra erano lunghe circa due iarde e mi davano non solo la libertà di camminare avanti e indietro in un semicerchio, ma, essendo fissate entro quattro pollici dal cancello, mi permettevano di strisciare dentro e sdraiarmi per tutta la mia lunghezza nel tempio.

CAPITOLO II.

L'IMPERATORE DI LILLIPUT, ACCOMPAGNATO DA DIVERSI NOBILI, VIENE A VEDERE L'AUTORE NELLA SUA RECLUSIONE. DESCRIZIONE DELLA PERSONA E DELL'ABBIGLIAMENTO DELL'IMPERATORE. UOMINI DOTTI INCARICATI DI INSEGNARE ALL'AUTORE LA LORO LINGUA. EGLI GUADAGNA IL FAVORE GRAZIE AL SUO CARATTERE MITE. LE SUE TASCHE VENGONO PERQUISITE E LA SPADA E LE PISTOLE GLI VENGONO SOTTRATTE.

Quando mi ritrovai in piedi, mi guardai intorno e devo confessare di non aver mai visto uno spettacolo più divertente. La campagna circostante appariva come un giardino continuo e i campi recintati, che erano generalmente di quaranta piedi quadrati, somigliavano a tante aiuole di fiori. Questi campi erano frammisti a boschi di mezzo stang e gli alberi più alti, a quanto potei giudicare, sembravano essere alti sette piedi. Osservai la città alla mia sinistra, che sembrava la scena dipinta di una città in un teatro.

L'imperatore era già sceso dalla torre e avanzava a cavallo verso di me, il che per poco non gli costò caro; poiché la bestia, sebbene molto ben addestrata, era del tutto abituata a una tale vista, che appariva come se una montagna si muovesse davanti a lui, e si impennò sulle zampe posteriori. Ma quel principe, che è un eccellente cavaliere, mantenne la posizione, finché i suoi attendenti non accorsero e tennero le briglie, mentre sua maestà ebbe il tempo di smontare.

Quando fu sceso, mi esaminò tutt'intorno con grande ammirazione, ma si tenne fuori dalla lunghezza della mia catena. Ordinò ai suoi cuochi e ai suoi maggiordomi, che erano già pronti, di darmi cibo e bevande, che spinsero in avanti su una sorta di veicoli su ruote, finché non potei raggiungerli. Presi questi veicoli e li svuotai presto tutti; venti di essi erano pieni di carne; ciascuno mi forniva due o tre buoni bocconi. L'imperatrice e i giovani principi di sangue reale di entrambi i sessi, accompagnati da molte dame, sedevano a una certa distanza nelle loro portantine; ma dopo l'incidente che accadde al cavallo dell'imperatore, scesero e si avvicinarono alla sua persona, che ora sto per descrivere. È più alto, quasi quanto la larghezza della mia unghia, di chiunque altro della sua corte, il che è sufficiente a incutere timore negli spettatori. I suoi lineamenti sono forti e mascolini, con un labbro asburgico e un naso arcuato, la carnagione olivastra, l'aspetto eretto, il corpo e gli arti ben proporzionati, tutti i suoi movimenti aggraziati e il suo portamento maestoso. Aveva allora superato la sua giovinezza, essendo ventottenne e tre quarti, dei quali ne aveva regnati circa sette con grande felicità, e generalmente vittorioso. Per maggiore comodità di osservarlo, mi sdraiai su un fianco, in modo che la mia faccia fosse parallela alla sua, ed egli stava a soli tre metri di distanza. Tuttavia, l'ho avuto molte volte in mano in seguito, e quindi non posso ingannarmi nella descrizione.

Il suo abbigliamento era molto semplice e sobrio, e la foggia era tra l'asiatico e l'europeo; ma portava in testa un elmo leggero d'oro, ornato di gioielli, e una piuma sul cimiero. Teneva la spada sguainata in mano, per difendersi, nel caso avessi rotto i legami; era lunga quasi tre pollici; l'elsa e il fodero erano d'oro, arricchiti di diamanti. La sua voce era stridula, ma molto chiara e articolata, e potevo udirla distintamente, quando stavo in piedi.

Le dame e i cortigiani erano tutti vestiti in modo magnifico; così che il punto in cui si trovavano sembrava somigliare a una sottana stesa a terra, ricamata con figure d'oro e d'argento. Sua maestà imperiale parlò spesso con me, e io risposi, ma nessuno dei due riusciva a comprendere una sillaba. Erano presenti diversi suoi sacerdoti e avvocati (come congetturai dai loro abiti), che furono comandati di rivolgersi a me; ed io parlai loro in quante più lingue avevo il minimo barlume, ovvero alto e basso tedesco, latino, francese, spagnolo, italiano e lingua franca; ma tutto inutilmente.

Dopo circa due ore la corte si ritirò e rimasi con una forte guardia, per prevenire l'impertinenza, e probabilmente la malizia, della plebaglia, che era molto impaziente di accalcarsi intorno a me il più vicino possibile; e alcuni di loro ebbero l'impudenza di scoccarmi le loro frecce, mentre sedevo a terra vicino alla porta di casa mia, di cui una mancò di pochissimo il mio occhio sinistro. Ma il colonnello ordinò di catturare sei dei capibanda e ritenne che non ci fosse punizione più appropriata che consegnarli legati nelle mie mani; il che alcuni dei suoi soldati fecero, spingendoli in avanti con il calcio delle picche fino a portata di mano. Li presi tutti con la mano destra, ne misi cinque nella tasca della giacca; e quanto al sesto, feci un'espressione come se volessi mangiarlo vivo. Il pover'uomo urlò terribilmente, e il colonnello e i suoi ufficiali furono molto in ansia, specialmente quando mi videro estrarre il temperino; ma li rassicurai presto, perché, guardandolo dolcemente e tagliando immediatamente le corde con cui era legato, lo posai delicatamente a terra, ed egli corse via. Trattai gli altri allo stesso modo, prendendoli uno ad uno dalla mia tasca; e osservai che sia i soldati che la gente furono altamente compiaciuti di questo segno della mia clemenza, che fu rappresentato molto a mio vantaggio a corte.

Verso sera, entrai con una certa difficoltà in casa mia, dove mi sdraiai a terra, e continuai a farlo per circa quindici giorni, durante i quali l'imperatore diede ordine di preparare un letto per me. Seicento letti, della misura comune, furono portati su carri e lavorati in casa mia; centocinquanta dei loro letti, cuciti insieme, componevano la larghezza e la lunghezza; e questi erano quadrupli, il che, tuttavia, mi proteggeva solo molto indifferentemente dalla durezza del pavimento, che era di pietra liscia. Con lo stesso calcolo, mi fornirono lenzuola, coperte e copriletti, che erano abbastanza tollerabili per chi era stato abituato per così tanto tempo alle privazioni come me.

Poiché la notizia del mio arrivo si sparse per il regno, portò un numero prodigioso di persone ricche, oziose e curiose a vedermi; così che i villaggi furono quasi svuotati; e ne sarebbe derivata una grande trascuratezza della coltivazione e delle faccende domestiche, se sua maestà imperiale non avesse provveduto, tramite diversi proclami e ordini di stato, contro questo inconveniente. Ordinò che coloro che mi avevano già visto dovessero tornare a casa, e non osare avvicinarsi a meno di cinquanta iarde da casa mia senza licenza della corte; grazie a ciò i segretari di stato ottennero notevoli compensi.

Nel frattempo, l'imperatore tenne frequenti consigli per discutere quale linea d'azione intraprendere nei miei confronti; e in seguito fui assicurato da un amico particolare, una persona di grande rango, che era al corrente dei segreti quanto chiunque altro, che la corte si trovava in molte difficoltà riguardo a me. Temevano che mi liberassi; che la mia dieta sarebbe stata molto costosa e avrebbe potuto causare una carestia. A volte decidevano di farmi morire di fame, o almeno di colpirmi al viso e alle mani con frecce avvelenate, il che mi avrebbe presto finito: ma di nuovo consideravano che il fetore di una carcassa così grande avrebbe potuto produrre una pestilenza nella metropoli, e probabilmente diffondersi in tutto il regno.

Nel mezzo di queste consultazioni, diversi ufficiali dell'esercito si recarono alla porta della grande sala del consiglio e, essendone stati ammessi due, riferirono il mio comportamento verso i sei criminali sopra menzionati, il che fece una tale impressione favorevole nel petto di sua maestà, e dell'intero consiglio, a mio favore, che fu emanata una commissione imperiale che obbligava tutti i villaggi nel raggio di novecento iarde dalla città a consegnare, ogni mattina, sei manzi, quaranta pecore e altri viveri per il mio sostentamento; insieme a una quantità proporzionata di pane, vino e altri liquori; per il debito pagamento dei quali sua maestà dispose dei mandati sul suo tesoro. Poiché questo principe vive principalmente dei propri possedimenti, raramente, se non in grandi occasioni, impone sussidi ai suoi sudditi, i quali sono tenuti a servirlo nelle sue guerre a proprie spese. Fu anche stabilito un organico di seicento persone affinché fossero i miei domestici, ai quali fu concesso un sussidio per il vitto e furono costruite tende molto comodamente su ciascun lato della mia porta.

Fu inoltre ordinato che trecento sarti mi confezionassero un abito, secondo la moda del paese; che sei dei più grandi eruditi di sua maestà fossero impiegati per istruirmi nella loro lingua; e infine, che i cavalli dell'imperatore, e quelli della nobiltà e delle truppe di guardia, venissero fatti esercitare frequentemente alla mia vista, per abituarsi alla mia presenza.

Tutti questi ordini furono debitamente messi in esecuzione e in circa tre settimane feci grandi progressi nell'apprendimento della loro lingua; durante questo periodo l'imperatore mi onorò spesso delle sue visite e fu lieto di assistere i miei maestri nell'istruirmi. Avevamo già iniziato a conversare insieme in qualche modo; e le prime parole che imparai furono per esprimere il mio desiderio che volesse gentilmente concedermi la libertà, cosa che ripetevo ogni giorno in ginocchio. La sua risposta, per quanto potei comprendere, fu che questo doveva essere opera del tempo, non da pensarsi senza il parere del suo consiglio, e che prima dovevo lumos kelmin pesso desmar lon emposo; vale a dire, giurare pace con lui e il suo regno. Tuttavia, che sarei stato trattato con ogni gentilezza; e mi consigliò di acquisire, con la mia pazienza e il mio comportamento discreto, la buona opinione sua e dei suoi sudditi.

Desiderava che non mi prendessi a male se avesse dato ordine a certi ufficiali competenti di perquisirmi; poiché probabilmente potevo portare con me diverse armi che avrebbero dovuto necessariamente essere cose pericolose, se fossero state proporzionate alla mole di una persona così prodigiosa. Dissi che sua maestà sarebbe rimasta soddisfatta, poiché ero pronto a spogliarmi e a rovesciare le mie tasche davanti a lui. Questo lo dissi, in parte a parole e in parte a gesti.

Rispose che, secondo le leggi del regno, dovevo essere perquisito da due dei suoi ufficiali; che sapeva che ciò non poteva essere fatto senza il mio consenso e la mia assistenza; che aveva una così buona opinione della mia generosità e giustizia da affidare le loro persone alle mie mani; che qualsiasi cosa mi avessero preso sarebbe stata restituita quando avessi lasciato il paese, o pagata al prezzo che io avessi stabilito. Presi i due ufficiali nelle mie mani, li misi prima nelle tasche della giacca e poi in ogni altra tasca che avevo addosso, eccetto i miei due taschini e un'altra tasca segreta, che non avevo intenzione di far perquisire, in cui avevo alcuni piccoli oggetti necessari che non erano di alcuna conseguenza se non per me stesso. In uno dei miei taschini c'era un orologio d'argento e nell'altro una piccola quantità d'oro in una borsa.

Questi signori, avendo con sé penna, inchiostro e carta, fecero un inventario esatto di tutto ciò che videro; e, quando ebbero finito, mi chiesero di metterli a terra, affinché potessero consegnarlo all'imperatore. Questo inventario l'ho tradotto in seguito in inglese, ed è parola per parola come segue:

Imprimis, nella tasca destra della giacca del grande uomo-montagna (poiché così interpreto le parole quinbus flestrin), dopo la più rigorosa ricerca, abbiamo trovato solo un grande pezzo di stoffa grossolana, abbastanza grande da essere un tappeto per la stanza di stato principale di vostra maestà. Nella tasca sinistra, abbiamo visto un enorme forziere d'argento, con un coperchio dello stesso metallo, che noi perquisitori non siamo stati in grado di sollevare. Abbiamo chiesto che venisse aperto e uno di noi, entrandovi, si è trovato fino a metà gamba in una sorta di polvere, una parte della quale, volando verso le nostre facce, ci ha fatto starnutire entrambi parecchie volte di seguito. Nella tasca destra del gilet abbiamo trovato un numero prodigioso di sostanze bianche e sottili piegate l'una sull'altra, grandi circa quanto tre uomini, legate con una robusta corda e contrassegnate con cifre nere; che umilmente riteniamo siano scritti, ogni lettera quasi grande la metà del palmo delle nostre mani. Nella sinistra, c'era una sorta di congegno, dal cui retro si estendevano venti lunghe aste, simili alle palizzate davanti alla corte di vostra maestà; con le quali congetturiamo che l'uomo-montagna si pettini la testa, poiché non lo abbiamo sempre disturbato con domande, perché abbiamo trovato una grande difficoltà a fargli comprendere noi. Nella grande tasca sul lato destro della sua copertura centrale (così traduco la parola ranfu-lo, con cui intendevano i miei calzoni), abbiamo visto una colonna cava di ferro, lunga circa quanto un uomo, fissata a un robusto pezzo di legno, più grande della colonna; e su un lato della colonna c'erano enormi pezzi di ferro sporgenti, tagliati in figure strane, di cui non sappiamo cosa farne. Nella tasca sinistra, un altro congegno dello stesso tipo. Nella tasca più piccola sul lato destro c'erano diversi pezzi rotondi e piatti di metallo bianco e rosso, di diverse dimensioni; alcuni dei bianchi, che sembravano essere d'argento, erano così grandi e così pesanti che il mio compagno ed io riuscivamo a stento a sollevarli. Nella tasca sinistra, c'erano due colonne nere di forma irregolare; non riuscivamo senza difficoltà a raggiungere la cima di esse, stando sul fondo della sua tasca. Una di esse era coperta e sembrava tutta di un pezzo; ma all'estremità superiore dell'altra appariva una sostanza bianca e rotonda, grande circa il doppio delle nostre teste. All'interno di ciascuna di esse era racchiusa una prodigiosa lama d'acciaio, che, per nostri ordini, lo abbiamo obbligato a mostrarci, perché temevamo potessero essere congegni pericolosi. Le ha tolte dai loro astucci e ci ha detto che nel suo paese la sua abitudine era di radersi la barba con una di queste e di tagliare la carne con l'altra. C'erano due tasche in cui non abbiamo potuto entrare: queste le chiamava i suoi taschini. Dal taschino destro pendeva una grande catena d'argento, con uno strano tipo di congegno sul fondo. Lo abbiamo diretto a estrarre qualunque cosa ci fosse all'estremità di quella catena, che sembrava essere un globo, metà d'argento e metà di qualche metallo trasparente; poiché sul lato trasparente abbiamo visto certe figure strane, disegnate circolarmente, e abbiamo pensato di poterle toccare finché non abbiamo trovato le nostre dita fermate da quella sostanza lucida. Ha messo questo congegno alle nostre orecchie, che produceva un rumore incessante, come quello di un mulino ad acqua; e congetturiamo che sia o qualche animale sconosciuto, o il dio che adora; ma siamo più inclini a quest'ultima opinione, perché ci ha assicurato (se lo abbiamo capito bene, poiché si è espresso molto imperfettamente), che raramente faceva qualcosa senza consultarlo. Lo chiamava il suo oracolo e diceva che indicava il tempo per ogni azione della sua vita. Dal taschino sinistro ha estratto una rete quasi grande quanto quella di un pescatore, ma ideata per aprirsi e chiudersi come una borsa, e serviva allo stesso uso; abbiamo trovato all'interno diversi pezzi massicci di metallo giallo, che, se fossero oro vero, devono essere di immenso valore.

Avendo così, in obbedienza ai comandi di vostra maestà, diligentemente perquisito tutte le sue tasche, abbiamo osservato una cintura intorno alla sua vita, fatta della pelle di qualche animale prodigioso, dalla quale, sul lato sinistro, pendeva una spada della lunghezza di cinque uomini; e sul lato destro, una borsa o sacca, divisa in due scomparti, ciascuno capace di contenere tre dei sudditi di vostra maestà. In uno di questi scomparti c'erano diversi globi, o palle, di un metallo pesantissimo, grandi circa quanto le nostre teste, e richiedevano una mano robusta per sollevarli; l'altro scomparto conteneva un mucchio di certi grani neri, ma di nessuna grande mole o peso, poiché ne potevamo tenere circa cinquanta nei palmi delle nostre mani.

Questo è un inventario esatto di ciò che abbiamo trovato addosso al corpo dell'uomo-montagna, che ci ha trattato con grande civiltà e dovuto rispetto verso la commissione di vostra maestà. Firmato e sigillato, il quarto giorno della ottantanovesima luna del prospero regno di vostra maestà.

CLEFRIN FRELOC. MARSI FRELOC.

Quando questo inventario fu letto all'imperatore, egli mi ordinò, sebbene in termini molto gentili, di consegnare i vari oggetti.

Per prima cosa chiese la mia scimitarra, che tirai fuori, fodero e tutto. Nel frattempo, ordinò a tremila delle sue truppe scelte (che allora lo accompagnavano) di circondarmi a distanza, con i loro archi e frecce pronti a scoccare; ma non me ne accorsi, poiché i miei occhi erano interamente fissi su sua maestà. Mi chiese poi di estrarre la mia scimitarra, la quale, sebbene avesse preso un po' di ruggine dall'acqua di mare, era per la maggior parte straordinariamente lucente. Lo feci, e immediatamente tutte le truppe emisero un grido tra il terrore e la sorpresa; poiché il sole splendeva chiaro e il riflesso abbagliava i loro occhi, mentre agitavo la scimitarra avanti e indietro nella mia mano. Sua maestà, che è un principe magnanimo, fu meno spaventato di quanto potessi aspettarmi; mi ordinò di rinfoderarla e di gettarla a terra il più delicatamente possibile, a circa sei piedi dalla fine della mia catena.

La cosa successiva che richiese fu una delle colonne cave di ferro, con cui intendeva le mie pistole tascabili. La estrassi e, secondo il suo desiderio, per quanto potei, gli espressi l'uso che ne facevo; e caricandola solo con polvere da sparo, che, grazie alla tenuta della mia borsa, era sfuggita all'umidità del mare (un inconveniente contro il quale tutti i marinai prudenti si premurano di cautelarsi), ammonii prima l'imperatore di non aver paura, e poi la feci esplodere in aria.

Lo stupore qui fu molto maggiore che alla vista della mia scimitarra. Centinaia caddero a terra come se fossero stati colpiti a morte; e persino l'imperatore, sebbene rimanesse al suo posto, non riuscì a riprendersi per un certo tempo. Consegnai entrambe le mie pistole, nello stesso modo in cui avevo fatto con la mia scimitarra, e poi la mia borsa di polvere e proiettili, pregandolo che la prima fosse tenuta lontana dal fuoco, poiché si sarebbe accesa con la più piccola scintilla, e avrebbe fatto saltare in aria il suo palazzo imperiale.

Consegnai anche il mio orologio, che l'imperatore era molto curioso di vedere, e ordinò a due dei suoi più alti guardie del corpo di portarlo su un palo sulle loro spalle, come fanno i carrettieri in Inghilterra con un barile di birra. Fu stupito dal rumore continuo che faceva e dal movimento della lancetta dei minuti, che poteva facilmente distinguere; poiché la loro vista è molto più acuta della nostra. Chiese le opinioni dei suoi dotti al riguardo, che furono varie e remote, come il lettore può ben immaginare senza che io le ripeta; sebbene, in verità, non potessi comprenderle molto perfettamente.

Poi consegnai il mio denaro d'argento e di rame, la mia borsa, con nove grandi pezzi d'oro e alcuni più piccoli; il mio coltello e il rasoio, il mio pettine e la tabacchiera d'argento, il mio fazzoletto e il diario. La mia scimitarra, le pistole e la borsa furono trasportate in carri ai magazzini di sua maestà; ma il resto dei miei beni mi fu restituito.

Avevo, come ho osservato prima, una tasca privata, che sfuggì alla loro ricerca, in cui c'era un paio di occhiali (che uso a volte per la debolezza dei miei occhi), un cannocchiale tascabile e alcune altre piccole utilità; le quali, non essendo di alcuna conseguenza per l'imperatore, non ritenni di essere tenuto per onore a rivelare; e temevo che potessero andare perdute o rovinate se avessi rischiato di farle uscire dal mio possesso.

CAPITOLO III.

L'AUTORE DIVERTE L'IMPERATORE E LA SUA NOBILTÀ DI ENTRAMBI I SESSI IN UN MODO MOLTO INSOLITO. LE DIVERTIMENTI DELLA CORTE DI LILLIPUT DESCRITTI. L'AUTORE OTTIENE LA LIBERTÀ A CERTE CONDIZIONI.

La mia gentilezza e il mio buon comportamento avevano conquistato a tal punto l'imperatore e la sua corte, e anzi l'esercito e il popolo in generale, che iniziai a concepire speranze di ottenere la mia libertà in breve tempo. Presi tutti i metodi possibili per coltivare questa disposizione favorevole. I nativi vennero a poco a poco a temere meno qualsiasi pericolo da parte mia. A volte mi sdraiavo e lasciavo che cinque o sei di loro danzassero sulla mia mano, e alla fine i ragazzi e le ragazze si avventuravano a venire a giocare a nascondino tra i miei capelli. Avevo ormai fatto buoni progressi nel comprendere e parlare la loro lingua.

L'imperatore ebbe voglia, un giorno, di intrattenermi con uno degli spettacoli del paese, in cui superano tutte le nazioni che ho conosciuto, sia per destrezza che per magnificenza. Non fui divertito da nessuno tanto quanto quello dei funamboli, eseguito su un sottile filo bianco, teso a circa due piedi, e dodici pollici da terra. Sul quale desidererò la libertà, con la pazienza del lettore, di dilungarmi un po'.

Questo divertimento è praticato solo da quelle persone che sono candidate a grandi impieghi e alto favore a corte. Sono addestrati in quest'arte fin dalla giovinezza, e non sono sempre di nobile nascita o educazione liberale. Quando un grande ufficio è vacante, per morte o disgrazia (il che accade spesso), cinque o sei di quei candidati chiedono all'imperatore di intrattenere sua maestà e la corte con una danza sulla corda, e chi salta più in alto, senza cadere, ottiene l'ufficio. Molto spesso i ministri principali stessi sono comandati di mostrare la loro abilità e di convincere l'imperatore di non aver perso la loro facoltà. A Flimnap, il tesoriere, è concesso di fare un salto sulla corda tesa, almeno un pollice più in alto di qualsiasi lord in tutto l'impero. L'ho visto fare il salto mortale parecchie volte di seguito su un tagliere, fissato su una corda, che non è più spessa di un comune spago da pacchi in Inghilterra. Il mio amico Reldresal, segretario principale per gli affari privati, è, a mio parere, se non sono parziale, il secondo dopo il tesoriere; il resto dei grandi ufficiali è molto alla pari.

Questi divertimenti sono spesso accompagnati da incidenti fatali, dei quali gran numero sono registrati. Io stesso ho visto due o tre candidati rompersi un arto. Ma il pericolo è molto maggiore quando i ministri stessi sono comandati di mostrare la loro destrezza! poiché, gareggiando per eccellere su se stessi e sui propri compagni, si sforzano a tal punto che non c'è quasi nessuno di loro che non abbia subito una caduta, e alcuni di loro due o tre. Mi fu assicurato che un anno o due prima del mio arrivo, Flimnap si sarebbe infallibilmente rotto il collo se uno dei cuscini del re, che accidentalmente giaceva a terra, non avesse attutito la forza della sua caduta.

C'è inoltre un altro divertimento, che viene mostrato solo davanti all'imperatore e all'imperatrice e al primo ministro, in occasioni particolari. L'imperatore posa sul tavolo tre bei fili di seta, lunghi sei pollici; uno è porpora, l'altro giallo e il terzo bianco. Questi fili sono proposti come premi per quelle persone che l'imperatore ha voglia di distinguere con un segno particolare del suo favore. La cerimonia viene eseguita nella grande sala di stato di sua maestà, dove i candidati devono sottoporsi a una prova di destrezza molto diversa dalla precedente, e tale che non ho osservato la minima somiglianza in nessun altro paese del vecchio o del nuovo mondo.

L'imperatore tiene un bastone nelle mani, entrambe le estremità parallele all'orizzonte, mentre i candidati, avanzando uno ad uno, a volte saltano sopra il bastone, a volte vi strisciano sotto, avanti e indietro parecchie volte, secondo che il bastone sia alzato o abbassato. A volte l'imperatore tiene un'estremità del bastone e il suo primo ministro l'altra: a volte il ministro ce l'ha interamente per sé. Chi esegue la sua parte con più agilità, e resiste più a lungo nel saltare e strisciare, viene premiato con la seta color blu; il giallo è dato al secondo, e il verde al terzo, che tutti indossano cinto due volte intorno alla vita; e vedete poche grandi persone intorno a questa corte che non siano adornate con una di queste cinture.

I cavalli dell'esercito, e quelli delle scuderie reali, essendo stati condotti giornalmente davanti a me, non erano più timorosi, ma venivano fino ai miei piedi senza sussultare. I cavalieri li facevano saltare sopra la mia mano mentre la tenevo a terra; e uno dei cacciatori dell'imperatore, su un grande destriero, prese il mio piede, scarpa e tutto, il che fu davvero un salto prodigioso.

Ebbi la fortuna di divertire l'imperatore un giorno in un modo molto straordinario. Chiesi che ordinasse di portarmi diversi bastoni alti due piedi, e dello spessore di una canna comune; su che sua maestà comandò al maestro dei suoi boschi di dare disposizioni di conseguenza; e la mattina seguente arrivarono sei boscaioli con altrettanti carri, trainati da otto cavalli ciascuno.

Presi nove di questi bastoni, e fissandoli saldamente nel terreno in una figura quadrangolare, di due piedi e mezzo quadrati, presi altri quattro bastoni e li legai parallelamente a ciascun angolo, a circa due piedi da terra; poi fissai il mio fazzoletto ai nove bastoni che stavano eretti, e lo estesi su tutti i lati, finché non fu teso come la pelle di un tamburo; e i quattro bastoni paralleli, che si alzavano di circa cinque pollici più in alto del fazzoletto, servivano da sponde su ciascun lato.

Quando ebbi finito il mio lavoro, chiesi all'imperatore di lasciar venire una truppa dei suoi migliori cavalli, ventiquattro in numero, a esercitarsi su questa pianura. Sua maestà approvò la proposta, e li presi uno ad uno nelle mie mani, pronti montati e armati, con gli ufficiali appropriati per esercitarli. Non appena si misero in ordine, si divisero in due parti, eseguirono finte schermaglie, spararono frecce smussate, sfoderarono le spade, fuggirono e inseguirono, attaccarono e si ritirarono, e, in breve, scoprirono la migliore disciplina militare che avessi mai visto. I bastoni paralleli protessero loro e i loro cavalli dal cadere oltre il palcoscenico: e l'imperatore ne fu così compiaciuto che ordinò che questo intrattenimento fosse ripetuto per diversi giorni, e una volta fu lieto di essere sollevato e di dare la parola d'ordine; e, con grande difficoltà, persuase persino l'imperatrice stessa a lasciarmi tenere la sua sedia chiusa entro due iarde dal palcoscenico, da dove poté avere una visione completa dell'intera esibizione.

Fu mia fortuna che non accadesse alcun brutto incidente in questi intrattenimenti; solo una volta un cavallo focoso, che apparteneva a uno dei capitani, scalciando con lo zoccolo, fece un buco nel mio fazzoletto, e scivolando il piede, rovesciò il suo cavaliere e se stesso; ma immediatamente li soccorsi entrambi, e coprendo il buco con una mano, misi giù la truppa con l'altra, nello stesso modo in cui li avevo presi. Il cavallo che cadde si stirò alla spalla sinistra, ma il cavaliere non si fece nulla, e riparai il mio fazzoletto meglio che potei; tuttavia, non avrei più fatto affidamento sulla resistenza di esso in imprese così pericolose.

Comunicherò a sua maestà imperiale i miei umili ringraziamenti, ma gli chiederò, per il futuro, di non esporre più i suoi soldati a un rischio simile; e intanto mi preparai per l'impresa che avevo in mente.

La grande flotta di Blefuscu era ancorata nel canale tra le due isole, traendo da nord-nordest di Lilliput. Consultai i miei calcoli e scoprii che la profondità del canale non superava in alcun punto i sei piedi in condizioni di alta marea. Mi vestii con la mia giacca di cuoio, che avevo conservato apposta per proteggermi dalle frecce nemiche, e mi avviai verso la costa costeggiando la riva, finché non giunsi di fronte alla flotta nemica. Lì mi tolsi scarpe e calze, e camminando con le sole calze addosso, entrai nel mare, dove potei avanzare a passi svelti finché non giunsi a circa metà canale, dove l'acqua mi arrivava al petto. Il nemico, vedendomi avanzare, fu così atterrito che saltò fuori dalle navi e si gettò a nuoto verso la riva, il che non fu difficile, essendo la distanza tra le due sponde molto ridotta in quel punto.

Avevo con me un cavo di canapa, lungo circa venti iarde, e tre ganci di ferro, che avevo preparato in precedenza. Con grande destrezza, infilai i ganci nei fori di prua di cinquanta navi da guerra, e legai i capi dei cavi insieme. Mentre stavo facendo questo, gli abitanti di Blefuscu mi bersagliarono con una tale quantità di frecce, che molte mi colpirono il viso e le mani, e il dolore mi spinse a temere che potessero accecarmi. Soprattutto, mi preoccupava che alcune mi colpiscessero negli occhi, che sono la parte più vulnerabile del mio corpo. Per mia fortuna, ricordai di avere ancora nel taschino della giacca i miei occhiali, che avevo salvato dal naufragio e che usavo per proteggermi dal vento. Li tirai fuori e me li misi, protetto così nel modo più efficace contro le frecce.

Nonostante questa pioggia di dardi, proseguii il mio lavoro, e dopo aver assicurato tutti i ganci, presi l'estremità dei cavi e iniziai a tirare. Le navi non si mossero perché erano ancorate, ma io, con la mia lama, tagliai sbrigativamente ogni ancora. Dopo di che, presi i cavi tra le mani e iniziai a trascinare, con grande facilità, l'intera flotta dietro di me.

I Blefuscudiani, vedendo le loro navi in movimento e che io le trascinavo verso Lilliput, rimasero talmente sbalorditi e confusi che non trovarono parole. Quando ebbi trascinato le navi per un tratto considerevole, mi fermai per un momento a ripulire le frecce che mi trafiggevano il viso e le mani, e poi, ripreso il mio carico, arrivai sano e salvo al porto reale di Lilliput.

L'imperatore stava osservando il tutto dalle mura, e quando mi vide arrivare trascinando la flotta nemica, non poté immaginare esattamente cosa fosse successo, poiché le navi erano nascoste dalla nebbia che si era alzata. Tuttavia, quando emersi dal mare, gridai ad alta voce: "Viva il potentissimo imperatore di Lilliput!". Quel grande principe mi accolse sulla riva con le più alte lodi, e mi conferì immediatamente il titolo di *Nardac*, che è l'onorificenza più illustre tra loro.

Tuttavia, la sua maestà, non ancora soddisfatto, iniziò a concepire piani per la distruzione totale dell'intero potere marittimo di Blefuscu, che era la sola altra grande potenza nemica. Egli, in effetti, prese in considerazione l'idea di trasformare il loro impero in una provincia e di governarlo tramite un viceré; di sterminare tutti i Big-endian, e di costringere quel popolo a rompere le uova dall'estremità minore, il che avrebbe significato una rivoluzione universale. Io cercai di dissuaderlo da questo disegno, adducendo molte ragioni tratte dalla politica e dalla giustizia, e dichiarai apertamente che non avrei mai potuto essere lo strumento per ridurre in schiavitù un popolo libero e coraggioso.

Questa mia franchezza dispiacque molto all'imperatore, e da quel momento in poi, nelle conversazioni private, non mi mostrò più la stessa benevolenza di un tempo. Alcuni dei suoi consiglieri, sobillati da Skyrris Bolgolam, iniziarono a insinuare dubbi sulla mia lealtà, sostenendo che io fossi segretamente in combutta con gli ambasciatori di Blefuscu, che proprio in quel periodo giunsero con proposte di pace, le quali furono infine accettate, sebbene a condizioni molto dure per loro.

Poco tempo dopo, accadde un fatto che, sebbene non avessi voluto, mi portò a un'incredibile popolarità tra il popolo, ma al contempo a un immenso dispiacere da parte dell'imperatrice. Una notte fui svegliato da grida di soccorso, e mi fu riferito che gli appartamenti dell'imperatrice erano in fiamme. Mi precipitai sul posto e vidi che il fuoco si era propagato a causa di una candela lasciata incustodita da una delle dame di compagnia. La situazione era disperata.

Senza un attimo di esitazione, ricorsi a un rimedio che, sebbene non molto decoroso, fu tuttavia estremamente efficace. Avendo bevuto, la sera prima, una gran quantità di vino speziato, mi venne in mente di usarlo per spegnere l'incendio. In meno di tre minuti, fui in grado di riversare sul fuoco una tale quantità di urina, che le fiamme furono completamente domate. Il palazzo fu salvo, ma l'imperatrice, sebbene riconoscente per aver evitato la catastrofe, fu talmente scandalizzata dal modo in cui avevo operato, che giurò che non mi avrebbe mai perdonato. E fu così che, pur avendo salvato la dimora imperiale, mi guadagnai il risentimento di sua maestà, che avrebbe poi pesato gravemente sul mio destino.

CAPITOLO VI.

DEGLI ABITANTI DI LILLIPUT; DELLA LORO ISTRUZIONE, DELLE LORO LEGGI E COSTUMI; DEL MODO DI EDUCARE I LORO FIGLI. IL MODO DI VIVERE DELL'AUTORE IN QUEL PAESE.

Sebbene io intenda lasciare la descrizione di questo impero a un trattato particolare, nel frattempo mi accontento di soddisfare il lettore curioso con alcune idee generali. Poiché la taglia comune dei nativi è di poco inferiore ai sei pollici di altezza, vi è un'esatta proporzione in tutti gli altri animali, così come nelle piante e negli alberi: per esempio, i cavalli e i buoi più alti sono tra i quattro e i cinque pollici, le pecore un pollice e mezzo, più o meno; le loro oche hanno la grandezza di un passero, e così via nelle varie gradazioni verso il basso, finché non si giunge alle più piccole, che, alla mia vista, erano quasi invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi dei Lillipuziani a tutti gli oggetti consoni alla loro vista; essi vedono con grande precisione, ma non a grande distanza. E, per mostrare la acutezza della loro vista verso oggetti vicini, ho avuto grande piacere nell'osservare un cuoco spennare un'allodola, che non era grande quanto una mosca comune; e una giovane ragazza infilare un ago invisibile con filo invisibile.

I loro alberi più alti sono alti circa sette piedi; intendo alcuni di quelli nel grande parco reale, le cui cime potevo appena raggiungere con il pugno chiuso. Gli altri vegetali sono nella stessa proporzione; ma questo lo lascio all'immaginazione del lettore.

Dirò ben poco al momento della loro istruzione, che, da molte ere, fiorisce in tutti i suoi rami tra loro: ma il loro modo di scrivere è molto particolare, non essendo né da sinistra a destra come gli Europei; né da destra a sinistra, come gli Arabi; né dall'alto al basso, come i Cinesi, ma di traverso, da un angolo all'altro del foglio, come le dame in Inghilterra.

Essi seppelliscono i loro morti con la testa rivolta direttamente verso il basso, perché sostengono l'opinione che tra undicimila lune risorgeranno tutti, periodo nel quale la terra (che essi concepiscono come piatta) si capovolgerà, e in questo modo essi si faranno trovare pronti, alla resurrezione, ritti sui piedi. I dotti tra loro confessano l'assurdità di questa dottrina, ma la pratica continua ancora, per compiacenza verso il volgo.

Ci sono alcune leggi e costumi in questo impero molto particolari; e, se non fossero così direttamente contrari a quelli del mio caro paese, sarei tentato di dire qualcosa a loro giustificazione. C'è solo da augurarsi che siano altrettanto bene eseguiti. Il primo che menzionerò riguarda gli informatori. Tutti i crimini contro lo stato sono puniti qui con la massima severità; ma, se la persona accusata fa apparire chiaramente la propria innocenza durante il processo, l'accusatore viene immediatamente messo a morte in modo ignominioso; e, dai suoi beni o terre, la persona innocente viene quadruplicamente ricompensata per la perdita del suo tempo, per il pericolo corso, per la durezza della sua prigionia, e per tutte le spese che ha sostenuto nel fare la sua difesa, o, se quel fondo fosse insufficiente, esso viene ampiamente rimpinguato dalla corona. L'imperatore gli conferisce inoltre qualche segno pubblico del suo favore, e viene proclamata la sua innocenza attraverso tutta la città.

Essi considerano la frode un crimine più grave del furto, e perciò raramente mancano di punirla con la morte; poiché sostengono che cura e vigilanza, con un intendimento molto comune, possano preservare i beni di un uomo dai ladri, ma l'onestà non ha difesa contro l'astuzia superiore; e, poiché è necessario che vi sia un perpetuo scambio di compravendita, e affari a credito, laddove la frode è permessa e tollerata, o non ha legge che la punisca, l'onesto commerciante è sempre rovinato, e il furfante ne trae vantaggio. Ricordo che una volta, intercedendo presso il re per un criminale, che aveva defraudato il suo padrone di una grande somma di denaro, che aveva ricevuto per ordine, ed era fuggito, e capitandomi di dire a sua maestà, a titolo di attenuante, che si trattava solo di un abuso di fiducia, l'imperatore ritenne mostruoso da parte mia offrire come difesa la maggiore aggravante del crimine; e, in verità, ebbi ben poco da dire in risposta, oltre alla comune risposta, che nazioni diverse avevano costumi diversi; poiché, confesso, ero sinceramente vergognato.

Sebbene solitamente chiamiamo ricompensa e punizione i due cardini sui quali ruota ogni governo, non ho mai potuto osservare questa massima messa in pratica da alcuna nazione eccetto quella di Lilliput. Chiunque possa lì portare prova sufficiente di aver rigorosamente osservato le leggi del suo paese per settantatré lune, ha diritto a certi privilegi, secondo la sua qualità e condizione di vita, con una somma proporzionata tratta da un fondo stanziato per tale uso; egli acquisisce inoltre il titolo di snillpall, o legale, che viene aggiunto al suo nome, ma non discende alla sua posterità. E queste persone consideravano un difetto prodigioso di politica tra noi, quando dissi loro che le nostre leggi erano fatte rispettare solo da pene, senza alcuna menzione di ricompensa. È per questo motivo che l'immagine della Giustizia, nei loro tribunali, è formata con sei occhi, due davanti, altrettanti dietro, e su ogni lato uno, per significare circospezione, con un sacco d'oro aperto nella mano destra, e una spada riposta nella sinistra, per mostrare che era più disposta a premiare che a punire.

Nello scegliere persone per tutti gli impieghi, essi hanno più riguardo per la buona morale che per le grandi capacità; poiché, essendo il governo necessario al genere umano, essi credono che la misura comune dell'intendimento umano sia adatta a una qualche posizione o un'altra, e che la Provvidenza non abbia mai inteso rendere la gestione degli affari pubblici un mistero, da essere compreso solo da poche persone di genio sublime, delle quali raramente ne nascono tre in un'epoca; ma essi suppongono che la verità, la giustizia, la temperanza e simili, siano in potere di ogni uomo, la cui pratica di tali virtù, assistita dall'esperienza e da una buona intenzione, qualificherebbe qualsiasi uomo per il servizio del suo paese, eccetto dove sia richiesto un corso di studi. Ma essi pensavano che la mancanza di virtù morali fosse ben lungi dall'essere supplita da superiori doti della mente, tanto che gli impieghi non potrebbero mai essere messi in mani così pericolose come quelle di persone così qualificate; e per lo meno, che gli errori commessi per ignoranza, in una disposizione virtuosa, non avrebbero mai conseguenze così fatali per il bene pubblico come le pratiche di un uomo le cui inclinazioni lo portano a essere corrotto, e che possiede grandi capacità per gestire, moltiplicare e difendere le sue corruzioni.

Allo stesso modo, l'incredulità in una Divina Provvidenza rende un uomo incapace di ricoprire qualsiasi posizione pubblica; poiché, essendo i re stessi che si dichiarano deputati della Provvidenza, i Lillipuziani pensano che nulla possa essere più assurdo che per un principe impiegare uomini che rinnegano l'autorità sotto la quale egli agisce.

Nel riferire queste e le seguenti leggi, desidero si comprenda che intendo riferirmi alle istituzioni originali, e non alle scandalose corruzioni nelle quali questo popolo è caduto, per via della natura degenerata dell'uomo. Poiché, riguardo a quell'infame pratica di ottenere grandi impieghi danzando sulle corde, o distintivi di favore e prestigio saltando sopra dei bastoni, o strisciandovi sotto, il lettore deve osservare che esse furono introdotte dal nonno dell'imperatore ora regnante, e crebbero sino all'attuale altezza per il graduale incremento di partiti e fazioni.

L'ingratitudine è, tra loro, un crimine capitale, come leggiamo essere stato in alcuni altri paesi; poiché ragionano così, che chiunque renda cattivi servigi al proprio benefattore debba necessariamente essere un nemico comune al resto del genere umano, dal quale non ha ricevuto alcun obbligo, e che pertanto un tale uomo non sia degno di vivere.

Le loro concezioni relative ai doveri dei genitori verso i figli differiscono estremamente dalle nostre. La loro opinione è che i genitori siano gli ultimi, tra tutti, a cui affidare l'educazione dei propri figli; e, pertanto, hanno, in ogni città, vivai pubblici, dove tutti i genitori, eccetto i contadini e i lavoratori, sono obbligati a inviare i propri figli di entrambi i sessi per essere allevati ed educati, quando raggiungono l'età di venti lune, momento in cui si suppone abbiano acquisito alcuni rudimenti di docilità. Queste scuole sono di diverse specie, adatte a differenti qualità e a entrambi i sessi. Hanno certi professori, ben esperti nel preparare i bambini a tale condizione di vita che si confà al rango dei loro genitori, e alle loro capacità così come alle loro inclinazioni. Dirò prima qualcosa dei vivai maschili, e poi di quelli femminili.

I vivai per i maschi di nobile o eminente nascita sono provvisti di gravi e dotti professori, e dei loro vari deputati. Gli abiti e il cibo dei bambini sono sobri e semplici. Vengono allevati nei principi di onore, giustizia, coraggio, modestia, clemenza, religione e amore per la propria patria; sono sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto nei momenti dedicati al pasto e al sonno, che sono molto brevi, e due ore per i divertimenti, consistenti in esercizi fisici. Sono vestiti da uomini fino all'età di quattro anni, e poi sono obbligati a vestirsi da soli, per quanto elevata sia la loro qualità; e le donne che li accudiscono, che sono di età proporzionata ai nostri cinquant'anni, svolgono solo gli uffici più umili. Non è mai permesso loro di conversare con i servitori, ma vanno insieme in numero minore o maggiore per i loro divertimenti, e sempre in presenza di un professore, o di uno dei suoi deputati; grazie a ciò evitano quelle precoci cattive impressioni di follia e vizio, alle quali i nostri figli sono soggetti. Ai loro genitori è permesso vederli solo due volte l'anno; la visita deve durare solo un'ora; è consentito loro di baciare il bambino all'incontro e al congedo; ma un professore, che sta sempre accanto in tali occasioni, non permetterà loro di sussurrare, o usare espressioni affettuose, o portare doni di giocattoli, dolciumi e simili.

La retta da ogni famiglia, per l'istruzione e il mantenimento di un bambino, in caso di mancato pagamento, viene riscossa dagli ufficiali dell'imperatore.

I vivai per i figli di gentiluomini comuni, mercanti, commercianti e artigiani, sono gestiti proporzionalmente allo stesso modo; solo che quelli destinati ai mestieri vengono mandati a fare l'apprendistato a undici anni, mentre quelli di qualità continuano i loro esercizi fino ai quindici, che corrispondono ai ventuno nostri; ma la segregazione è gradualmente attenuata per gli ultimi tre anni.

Nei vivai femminili, le giovani fanciulle di qualità sono educate quasi come i maschi, solo che vengono vestite da ordinate domestiche del loro stesso sesso; ma sempre in presenza di un professore o deputato, finché non arrivano a vestirsi da sole, il che avviene all'età di cinque anni. E se si scopre che queste nutrici osano intrattenere le ragazze con storie spaventose o sciocche, o con le comuni follie praticate dalle cameriere tra noi, vengono pubblicamente frustate tre volte per la città, imprigionate per un anno, e bandite a vita nella parte più desolata del paese. Così, le giovani signore lì si vergognano tanto di essere codarde e sciocche quanto gli uomini, e disprezzano tutti gli ornamenti personali che vadano oltre la decenza e la pulizia: né ho percepito alcuna differenza nella loro educazione, fatta dalla loro differenza di sesso, se non che gli esercizi delle donne non erano del tutto così robusti, e che venivano impartite loro alcune regole relative alla vita domestica, e una cerchia più ristretta di studi veniva loro prescritta: poiché la loro massima è che, tra le persone di qualità, una moglie debba essere sempre una compagna ragionevole e gradevole, perché non può essere sempre giovane. Quando le ragazze hanno dodici anni, che tra loro è l'età da marito, i genitori o tutori le riprendono a casa, con grandi espressioni di gratitudine verso i professori, e raramente senza le lacrime della giovane signora e delle sue compagne.

Nei vivai delle femmine del ceto inferiore, le bambine sono istruite in ogni tipo di lavoro proprio del loro sesso e dei loro vari gradi; quelle destinate all'apprendistato vengono congedate a sette anni, le altre vengono trattenute fino agli undici.

Le famiglie del ceto inferiore che hanno figli in questi vivai sono obbligate, oltre alla loro pensione annuale, che è quanto più bassa possibile, a restituire all'amministratore del vivaio una piccola quota mensile dei loro guadagni, per costituire una dote per il bambino; e, pertanto, tutti i genitori sono limitati nelle loro spese dalla legge. Poiché i Lillipuziani pensano che nulla possa essere più ingiusto che lasciare il peso del mantenimento dei propri figli al pubblico. Per quanto riguarda le persone di qualità, esse forniscono garanzie per destinare una certa somma a ciascun figlio, adatta alla loro condizione; e questi fondi sono sempre gestiti con buona economia e la più esatta giustizia.

I contadini e i lavoratori tengono i figli a casa, essendo il loro compito solo quello di arare e coltivare la terra, e pertanto la loro educazione è di poca importanza per il pubblico; ma i vecchi e gli infermi tra loro sono mantenuti dagli ospedali; poiché l'accattonaggio è un mestiere sconosciuto in questo impero.

E qui potrebbe forse divertire il lettore curioso dare qualche resoconto del mio domestico, e del mio modo di vivere in questo paese, durante una residenza di nove mesi e tredici giorni. Avendo una predisposizione per la meccanica, ed essendo inoltre costretto dalla necessità, mi ero costruito un tavolo e una sedia, abbastanza comodi, ricavati dai più grandi alberi del parco reale. Duecento sarte furono impiegate per farmi camicie, e biancheria per il letto e per la tavola, tutta del tipo più robusto e grossolano che potessero trovare; che, tuttavia, furono costrette a trapuntare insieme in diversi strati, poiché il più spesso era di qualche grado più sottile del velo. La loro tela è solitamente larga tre pollici, e tre piedi fanno un pezzo.

Le sarte presero le mie misure mentre giacevo a terra, una in piedi al mio collo, e un'altra a metà gamba, con una corda robusta tesa che ciascuna teneva per l'estremità, mentre una terza misurava la lunghezza della corda con una riga lunga un pollice. Poi misurarono il mio pollice destro, e non chiesero altro; poiché, con un calcolo matematico, che due volte il giro del pollice è una volta il giro del polso, e così via fino al collo e alla vita, e con l'aiuto della mia vecchia camicia, che spiegai a terra davanti a loro come modello, mi vestirono esattamente. Trecento sarti furono impiegati allo stesso modo per farmi i vestiti; ma avevano un altro espediente per prendermi le misure. Mi inginocchiai, e issarono una scala da terra fino al mio collo; su questa scala uno di loro salì, e lasciò cadere un filo a piombo dal mio colletto al pavimento, che corrispondeva esattamente alla lunghezza della mia giacca; ma la vita e le braccia le misurai da solo. Quando i miei vestiti furono finiti, il che fu fatto a casa mia (poiché il più grande dei loro non sarebbe stato in grado di contenerli), sembravano il lavoro di patchwork fatto dalle dame in Inghilterra, solo che i miei erano tutti di un solo colore.

Avevo trecento cuochi per cucinare le mie vivande, in piccole capanne convenienti costruite intorno a casa mia, dove essi e le loro famiglie vivevano, e mi preparavano due piatti a testa. Prendo venti camerieri nella mia mano, e li posiziono sul tavolo; altri cento servivano sotto a terra, alcuni con piatti di carne, e alcuni con barili di vino e altri liquori, gettati sulle spalle; tutto ciò che i camerieri sopra tiravano su, come volevo, in modo molto ingegnoso, con certe corde, come tiriamo su il secchio in un pozzo in Europa. Un piatto della loro carne era un buon boccone, e un barile del loro liquore una bevuta ragionevole. Il loro montone cede al nostro, ma il loro manzo è eccellente, ho avuto una lombata così grande che sono stato costretto a farne tre bocconi; ma questo è raro. I miei servitori erano stupiti di vedermi mangiarlo, ossa e tutto, come nel nostro paese facciamo con la coscia di un'allodola. Le loro oche e tacchini solitamente li mangio in un boccone, e devo confessare che superano di gran lunga i nostri. Dei loro volatili più piccoli, potevo prenderne venti o trenta sulla punta del mio coltello.

Un giorno sua maestà imperiale, essendo informato del mio modo di vivere, desiderò che lui stesso e la sua consorte reale, con i giovani principi di sangue di entrambi i sessi, potessero avere la felicità, come a lui piaceva chiamarla, di cenare con me. Vennero di conseguenza, e li posi su sedie di stato sul mio tavolo, proprio di fronte a me, con le loro guardie intorno. Flimnap, il gran tesoriere, assisteva anch'egli, con il suo bastone bianco; e osservai che spesso mi guardava con aria acida, cosa a cui non volli prestare attenzione, ma mangiai più del solito, in onore del mio caro paese, oltre che per riempire la corte di ammirazione. Ho alcune ragioni private per credere che questa visita di sua maestà abbia dato a Flimnap l'opportunità di parlar male di me al suo signore. Quel ministro era sempre stato il mio nemico segreto, sebbene esteriormente mi accarezzasse più di quanto fosse solito per la natura sgarbata del suo carattere. Rappresentò all'imperatore la bassa condizione del suo tesoro; che era costretto a contrarre debiti con un forte sconto; che le obbligazioni del tesoro non circolavano sotto il nove per cento sotto la pari; che ero costato a sua maestà oltre un milione e mezzo di sprug (la loro più grande moneta d'oro, grande circa quanto una paillette); e, nel complesso, che sarebbe stato consigliabile per l'imperatore cogliere la prima occasione propizia per licenziarmi.

CAPITOLO VII.

L'AUTORE, ESSENDO INFORMATO DI UN DISEGNO PER ACCUSARLO DI ALTO TRADIMENTO, TENTA LA FUGA A BLEFUSCU. LA SUA ACCOGLIENZA LÀ.

Prima di procedere a dare un resoconto della mia partenza da questo regno, potrebbe essere appropriato informare il lettore di un intrigo privato che da due mesi si stava formando contro di me.

Ero stato finora per tutta la vita estraneo alle corti, per le quali ero inadatto a causa della meschinità della mia condizione. Avevo in verità sentito e letto abbastanza sulle disposizioni dei grandi principi e ministri, ma non mi sarei mai aspettato di trovare effetti così terribili in un paese così remoto, governato, come pensavo, da massime molto diverse da quelle europee.

Quando mi stavo giusto preparando per recarmi dall'imperatore di Blefuscu, una persona considerevole a corte (alla quale ero stato molto utile, in un momento in cui giaceva sotto il massimo dispiacere di sua maestà imperiale) venne a casa mia molto privatamente di notte, in una sedia chiusa, e senza mandare il suo nome, desiderò di essere ammesso. I portatori furono congedati; misi la sedia, con sua signoria dentro, nella tasca della mia giacca; e, dando ordine a un servitore fidato di dire che ero indisposto e andato a dormire, chiusi la porta di casa, poggiai la sedia sul tavolo, secondo la mia solita abitudine, e mi sedetti accanto ad essa. Dopo i comuni saluti, osservando il volto di sua signoria pieno di preoccupazione, e informandomi sulla ragione, desiderò che lo ascoltassi con pazienza, in una questione che riguardava altamente il mio onore e la mia vita. Il suo discorso fu del seguente tenore, poiché presi appunti appena se ne andò:

Dovete sapere, disse, che diversi comitati del consiglio sono stati recentemente convocati nel modo più privato per conto vostro; ed è solo da due giorni che sua maestà è giunta a una piena risoluzione.

Siete ben consapevole che Skyrris Bolgolam (galbet o gran ammiraglio) è stato il vostro nemico mortale quasi sin dal vostro arrivo: le sue ragioni originali non le conosco; ma il suo odio è aumentato dopo il vostro grande successo contro Blefuscu, per cui la sua gloria, come ammiraglio, è molto oscurata. Questo lord, congiuntamente a Flimnap il gran tesoriere, la cui inimicizia verso di voi è notoria, Limtoc il generale, Lalcon il ciambellano, e Balmuff il gran giustiziere, hanno preparato articoli di impeachment contro di voi, per tradimento e altri crimini capitali.

Questa prefazione mi rese così impaziente, essendo consapevole dei miei meriti e della mia innocenza, che stavo per interrompere; quando mi implorò di tacere, e così procedette.

Per gratitudine dei favori che mi avete fatto, ho ottenuto informazioni sull'intero procedimento, e una copia degli articoli; nei quali rischio la mia testa per vostro servizio.

ARTICOLI DI IMPEACHMENT CONTRO QUINBUS FLESTRIN, L'UOMO-MONTAGNA.

ARTICOLO I.

Poiché, per uno statuto fatto nel regno di sua Maestà Imperiale Calin Deffar Plune, è decretato che chiunque metta le mani sull'imperatrice, o su uno qualsiasi dei figli reali, sarà soggetto alle pene e sanzioni dell'alto tradimento. Nonostante ciò, il suddetto Quinbus Flestrin, in aperta violazione del suddetto statuto, sotto il pretesto di estinguere l'incendio appiccato nell'appartamento della carissima consorte imperiale di sua Maestà, ha maliziosamente, e traditore, tirato lei per le braccia, e sollevata in alto nell'aria con entrambe le mani, contro lo statuto in quel caso previsto, ecc., contro il dovere, ecc.

ARTICOLO II.

Che il suddetto Quinbus Flestrin, avendo portato la flotta imperiale di Blefuscu nel porto reale, e successivamente essendo stato comandato da sua maestà imperiale di sequestrare tutte le altre navi del suddetto impero di Blefuscu, e ridurre quell'impero a una provincia, da governarsi da un viceré qui inviato, e di distruggere e mettere a morte, non solo tutti gli esuli Big-endian, ma altresì tutto il popolo di quell'impero che non volesse immediatamente rinunciare all'eresia Big-endian. Egli, il suddetto Flestrin, come falso traditore contro la sua più auspiciosa, serena, maestà imperiale, ha fatto petizione per essere esentato dal suddetto servizio, col pretesto di non voler forzare le coscienze o distruggere le libertà e le vite di un popolo innocente.

ARTICOLO III.

Che, poiché certi ambasciatori sono arrivati dalla corte di Blefuscu, per chiedere la pace alla corte di sua maestà; egli, il suddetto Flestrin, ha, come un falso traditore, aiutato, sostenuto, confortato e intrattenuto i suddetti ambasciatori, sebbene sapesse che erano servitori di un principe che era recentemente un nemico aperto di sua maestà imperiale, e in guerra aperta contro la suddetta maestà.

ARTICOLO IV.

Che il suddetto Quinbus Flestrin, contrariamente al dovere di un fedele suddito, si sta preparando a fare un viaggio alla corte e all'impero di Blefuscu, per il quale ha ricevuto solo licenza verbale da sua maestà imperiale; e sotto il pretesto della suddetta licenza, intende falsamente e traditore intraprendere il suddetto viaggio, e così aiutare, confortare e sostenere l'imperatore di Blefuscu, così recentemente nemico, e in guerra aperta con sua maestà imperiale sopra citata.

Ci sono alcuni altri articoli, ma questi sono i più importanti, dei quali vi ho letto un estratto.

Nei diversi dibattiti su questo impeachment, deve confessarsi che sua maestà ha dato molti segni della sua grande clemenza, spesso insistendo sui servigi che gli avevate reso, e cercando di attenuare i vostri crimini. Il tesoriere e l'ammiraglio insistettero che doveste essere messo a morte nel modo più doloroso e ignominioso, dando fuoco a casa vostra di notte; e il generale doveva presenziare, con ventimila uomini armati di frecce avvelenate, per spararvi al volto e alle mani. Alcuni dei vostri servitori dovevano avere ordini segreti di spargere un succo velenoso sulle vostre camicie e lenzuola, che vi avrebbe fatto presto lacerare la vostra stessa carne, e morire tra le torture più estreme. Il generale si unì alla stessa opinione; così che per lungo tempo ci fu una maggioranza contro di voi: ma sua maestà, risolvendo, se possibile, di risparmiarvi la vita, alla fine portò dalla sua il ciambellano.

Su questo incidente, Reldresal, segretario principale per gli affari privati, che si è sempre dimostrato vostro vero amico, fu comandato dall'imperatore di esprimere la sua opinione, cosa che fece di conseguenza; e in ciò giustificò i buoni pensieri che avete di lui. Ammise che i vostri crimini fossero grandi, ma che c'era ancora spazio per la misericordia, la virtù più encomiabile in un principe, e per la quale sua maestà era così giustamente celebrata. Disse che l'amicizia tra voi e lui era così ben nota al mondo, che forse il consiglio più onorevole avrebbe potuto pensarlo parziale; tuttavia, in obbedienza al comando che aveva ricevuto, avrebbe liberamente offerto i suoi sentimenti; che se sua maestà, in considerazione dei vostri servigi, e in conformità con la sua stessa disposizione misericordiosa, volesse compiacersi di risparmiarvi la vita, e dare solo ordini di cavarvi entrambi gli occhi, umilmente concepiva che, con questo espediente, la giustizia potrebbe essere in qualche misura soddisfatta, e tutto il mondo loderebbe la clemenza dell'imperatore, così come i procedimenti equi e generosi di coloro che hanno l'onore di essere i suoi consiglieri: che la perdita dei vostri occhi non sarebbe alcun impedimento alla vostra forza fisica, per la quale potreste ancora essere utile a sua maestà: che la cecità è un'aggiunta al coraggio, nascondendoci i pericoli: che la paura che avevate per i vostri occhi era stata la maggiore difficoltà nel portare via la flotta nemica: e sarebbe sufficiente per voi vedere attraverso gli occhi dei ministri, poiché i più grandi principi non fanno di più.

Questa proposta fu accolta con la massima disapprovazione dall'intero consiglio. Bolgolam, l'ammiraglio, non riuscì a mantenere la calma, ma alzandosi in furia, disse che si meravigliava di come il segretario osasse presumere di dare la sua opinione per preservare la vita di un traditore: che i servigi che avevate compiuto erano, per ogni vera ragione di stato, il grande aggravante dei vostri crimini: che voi, che estingueste l'incendio in quel modo senza principi, potreste un'altra volta inondare e affogare l'intero palazzo; e la stessa forza, che vi permise di portare via la flotta nemica, potrebbe servire, al primo malcontento, per riportarla indietro: che aveva buone ragioni per pensare che foste un Big-endian nel vostro cuore; e, poiché il tradimento inizia nel cuore, prima che appaia in atti palesi, così vi accusava come traditore per questo motivo, e pertanto insisteva che foste messo a morte.

Il tesoriere era della stessa opinione. Mostrò a quali ristrettezze fossero ridotte le entrate di sua maestà, per l'onere di mantenervi, che presto sarebbe divenuto insopportabile. Che l'espediente del segretario di cavarvi gli occhi fosse così lontano dall'essere un rimedio contro questo male, che probabilmente lo avrebbe accresciuto, come è manifesto dalla pratica comune di accecare alcune specie di volatili, dopo di che si nutrivano più velocemente, e ingrassavano prima. Che il suo sacro maestà, e il consiglio, che sono i vostri giudici, erano secondo le loro stesse coscienze pienamente convinti della vostra colpevolezza, il che era un argomento sufficiente per condannarvi a morte senza le prove formali richieste dalla stretta lettera della legge.

Ma sua maestà imperiale, pienamente deciso contro la pena capitale, si compiacque graziosamente di dire che, poiché il consiglio riteneva la perdita degli occhi una censura troppo lieve, qualche altra pena avrebbe potuto essere inflitta in futuro. E il vostro amico, il segretario, desiderando umilmente di essere ascoltato di nuovo, in risposta a quanto il tesoriere aveva obiettato riguardo al grande onere che gravava su sua maestà nel mantenervi, disse che sua eccellenza, che aveva l'esclusiva disposizione delle entrate dell'imperatore, avrebbe potuto facilmente provvedere a tale male, diminuendo gradualmente il vostro sostentamento; per cui, per mancanza di cibo sufficiente, sareste diventato debole e fiacco, avreste perso l'appetito e sareste deperito nel giro di pochi mesi; né il fetore della vostra carcassa sarebbe stato allora così pericoloso quando fosse stata ridotta a più della metà; e, immediatamente dopo la vostra morte, cinquemila o seimila sudditi di sua maestà avrebbero potuto in due o tre giorni staccare la vostra carne dalle ossa, portarla via a carrettate e seppellirla in luoghi distanti, per prevenire infezioni, lasciando lo scheletro come monumento di ammirazione per i posteri.

Così, grazie alla grande amicizia del segretario, l'intera faccenda fu compromessa. Fu rigorosamente ingiunto che il progetto di affamarvi a poco a poco fosse tenuto segreto, ma la sentenza di cavarvi gli occhi fu iscritta nei registri, senza che nessuno dissentisse eccetto Bolgolam, l'ammiraglio, il quale, essendo una creatura dell'imperatrice, era perpetuamente istigato da sua maestà a insistere per la vostra morte, avendo ella nutrito un rancore perpetuo contro di voi, a causa di quel metodo illegale che avete usato per rimuovere lei e i suoi figli la notte dell'incendio.

Tra tre giorni, al vostro amico il segretario verrà ordinato di venire a casa vostra e di leggervi gli articoli di accusa; e quindi di manifestarvi la grande clemenza e il favore di sua maestà e del consiglio, per cui siete condannato soltanto alla perdita degli occhi, cosa alla quale sua maestà non dubita che vi sottometterete con gratitudine e umiltà; e venti dei chirurghi di sua maestà saranno presenti, per assicurarsi che l'operazione sia ben eseguita, scagliando frecce dalla punta molto acuminata nelle pupille dei vostri occhi mentre giacete a terra.

Lascio alla vostra prudenza le misure che prenderete; e, per evitare sospetti, devo tornare immediatamente, nel modo più riservato in cui sono venuto.

Il suo signore fece così, e io rimasi solo, tra molti dubbi e perplessità di spirito.

Era un'usanza, introdotta da questo principe e dal suo ministero (molto diversa, come mi è stato assicurato, dalle pratiche dei tempi passati), che dopo che la corte aveva decretato una qualsiasi esecuzione crudele, sia per gratificare il risentimento del monarca che la malizia di un favorito, l'imperatore facesse sempre un discorso davanti a tutto il suo consiglio, esprimendo la sua grande clemenza e tenerezza, come qualità note e confessate da tutto il mondo. Questo discorso veniva immediatamente pubblicato in tutto il regno; né nulla terrorizzava il popolo quanto quegli elogi sulla misericordia di sua maestà; poiché si osservava che, più questi elogi venivano ampliati e sottolineati, più inumana era la punizione e più innocente il condannato. Tuttavia, per quanto mi riguarda, devo confessare, non essendo mai stato destinato a fare il cortigiano, né per nascita né per educazione, di essere stato un giudice così mediocre delle cose che non potevo scoprire la clemenza e il favore di questa sentenza, ma la concepivo (forse erroneamente) piuttosto come rigorosa che gentile; talvolta pensai di affrontare il processo; poiché sebbene non potessi negare i fatti allegati nei vari articoli, speravo comunque che avrebbero ammesso qualche attenuante. Ma avendo in vita mia letto molti processi politici, che ho sempre osservato terminare come i giudici ritenevano opportuno dirigere, non osai fare affidamento su una decisione così pericolosa, in un momento così critico e contro nemici così potenti. Una volta fui fortemente propenso alla resistenza, poiché, finché avessi avuto la libertà, l'intera forza di quell'impero avrebbe difficilmente potuto sottomettermi, e avrei potuto facilmente ridurre la metropoli in pezzi con delle pietre; ma presto respinsi quel progetto con orrore, ricordando il giuramento che avevo fatto all'imperatore, i favori che avevo ricevuto da lui e l'alto titolo di nardac che mi aveva conferito. Né avevo appreso così presto la gratitudine dei cortigiani da persuadermi che le attuali severità di sua maestà mi assolvessero da tutti gli obblighi passati.

Alla fine presi una risoluzione, per la quale è probabile che io possa incorrere in qualche censura, e non ingiustamente; poiché confesso di dover la conservazione dei miei occhi, e di conseguenza la mia libertà, alla mia stessa grande temerarietà e mancanza di esperienza; perché se avessi allora conosciuto la natura dei principi e dei ministri, che ho osservato in seguito in molte altre corti, e i loro metodi di trattare criminali meno molesti di me, mi sarei sottomesso con grande prontezza e sollecitudine a una punizione così facile. Ma, spinto dalla precipitazione della giovinezza, e avendo la licenza di sua maestà imperiale di recarmi presso l'imperatore di Blefuscu, colsi questa opportunità, prima che fossero trascorsi i tre giorni, per inviare una lettera al mio amico il segretario, significando la mia risoluzione di partire quella mattina per Blefuscu in conformità al permesso che avevo ottenuto; e, senza attendere risposta, mi recai su quel lato dell'isola dove giaceva la nostra flotta. Sequestrai una grande nave da guerra, legai un cavo alla prua e, sollevate le ancore, mi spogliai, misi i miei vestiti (insieme alla mia coperta, che portavo sotto il braccio) nella nave, e trascinandola dietro di me, tra il guadare e il nuotare, arrivai al porto reale di Blefuscu, dove la gente mi aspettava da tempo; mi prestarono due guide per condurmi alla città capitale, che porta lo stesso nome. Li tenni tra le mani finché non arrivai a duecento iarde dal cancello, e chiesi loro di annunciare il mio arrivo a uno dei segretari, e di fargli sapere che attendevo lì il comando di sua maestà. Ebbi una risposta dopo circa un'ora, che sua maestà, accompagnato dalla famiglia reale e dai grandi ufficiali di corte, stava uscendo per ricevermi. Avanzai di cento iarde. L'imperatore e il suo seguito smontarono da cavallo, l'imperatrice e le dame dalle loro carrozze, e non percepii che fossero in alcun timore o apprensione. Mi sdraiai a terra per baciare la mano di sua maestà e dell'imperatrice.

Dissi a sua maestà che ero venuto, secondo la mia promessa e con la licenza dell'imperatore, mio signore, per avere l'onore di vedere un monarca così potente, e per offrirgli qualsiasi servizio in mio potere compatibile con il mio dovere verso il mio principe, senza menzionare una parola della mia disgrazia, perché non ne avevo finora avuto alcuna informazione regolare e potevo supporre di essere del tutto ignaro di un tale progetto; né potevo ragionevolmente concepire che l'imperatore avrebbe rivelato il segreto mentre ero fuori dal suo potere, in cui tuttavia apparve presto che mi ero ingannato.

Non disturberò il lettore con il resoconto particolare della mia accoglienza presso questa corte, che fu adeguata alla generosità di un così grande principe; né delle difficoltà in cui mi trovai per mancanza di una casa e di un letto, essendo costretto a dormire per terra, avvolto nella mia coperta.

CAPITOLO VIII.

L'AUTORE, PER UN FELICE ACCIDENTE, TROVA IL MODO DI LASCIARE BLEFUSCU E, DOPO QUALCHE DIFFICOLTÀ, RITORNA SANO E SALVO AL SUO PAESE NATIO.

Tre giorni dopo il mio arrivo, camminando per curiosità verso la costa nord-orientale dell'isola, osservai, a circa mezza lega di distanza nel mare, qualcosa che sembrava una barca rovesciata. Mi tolsi scarpe e calze e, guadando per due o trecento iarde, scoprii che l'oggetto si avvicinava per la forza della marea; e allora vidi chiaramente che si trattava di una vera barca, che supposi potesse essere stata trascinata via da una nave da qualche tempesta: al che tornai immediatamente verso la città e chiesi a sua maestà imperiale di prestarmi venti delle navi più alte che gli erano rimaste dopo la perdita della sua flotta, e tremila marinai sotto il comando del suo viceammiraglio. Questa flotta salpò girando intorno, mentre io tornavo per la via più breve verso la costa, dove avevo scoperto per la prima volta la barca. Scoprii che la marea l'aveva spinta ancora più vicino. I marinai erano tutti provvisti di cordame, che avevo in precedenza intrecciato fino a una forza sufficiente. Quando le navi arrivarono, mi spogliai e guadai finché non arrivai a cento iarde dalla barca, dopodiché fui costretto a nuotare finché non la raggiunsi. I marinai mi lanciarono l'estremità della corda, che fissai a un foro nella parte anteriore della barca, e l'altra estremità a una nave da guerra. Ma scoprii che tutto il mio lavoro serviva a poco; poiché, essendo fuori profondità, non ero in grado di operare. In questa necessità, fui costretto a nuotare dietro e spingere la barca in avanti il più spesso possibile con una delle mie mani e, con la marea che mi favoriva, avanzai così tanto che riuscivo a malapena a tenere alto il mento e a sentire il fondo. Riposai per due o tre minuti, poi diedi alla barca un'altra spinta, e così via finché il mare non arrivò più alto delle mie ascelle; e ora, essendo finita la parte più faticosa, tirai fuori gli altri miei cavi, che erano stivati in una delle navi, e li fissai prima alla barca e poi a nove delle navi che mi accompagnavano; il vento essendo favorevole, i marinai rimorchiarono e io spinsi, finché non arrivammo a quaranta iarde dalla riva, e aspettando che la marea si ritirasse, arrivai all'asciutto alla barca e, con l'aiuto di duemila uomini, con funi e macchinari, riuscii a raddrizzarla sul suo fondo, e scoprii che era poco danneggiata.

Non disturberò il lettore con le difficoltà in cui mi trovai, con l'aiuto di certi remi, che mi costarono dieci giorni di lavoro, per portare la mia barca al porto reale di Blefuscu, dove un grande concorso di persone apparve al mio arrivo, pieno di meraviglia alla vista di una nave così prodigiosa. Dissi all'imperatore che la mia buona fortuna aveva messo questa barca sulla mia strada, per portarmi in qualche luogo dal quale potessi tornare nel mio paese natio, e chiesi gli ordini di sua maestà per ottenere materiali per allestirla, insieme alla sua licenza di partire, che, dopo qualche gentile esortazione, si compiacque di concedermi.

Mi meravigliò molto, in tutto questo tempo, non aver sentito alcun espresso riguardante me dal nostro imperatore alla corte di Blefuscu. Ma in seguito mi fu fatto capire privatamente che sua maestà imperiale, non immaginando mai che avessi la minima notizia dei suoi disegni, credeva che fossi andato a Blefuscu solo per adempiere alla mia promessa secondo la licenza che mi aveva dato, che era ben nota alla nostra corte, e che sarei tornato dopo pochi giorni, quando la cerimonia fosse finita. Ma alla fine fu in pena per la mia lunga assenza; e, dopo aver consultato il tesoriere e il resto di quella cabala, fu inviato un personaggio di rilievo con la copia degli articoli contro di me. Questo inviato aveva istruzioni di rappresentare al monarca di Blefuscu la grande clemenza del suo padrone, che si era accontentato di non punirmi oltre la perdita dei miei occhi; che ero fuggito dalla giustizia e che, se non fossi tornato entro due ore, sarei stato privato del mio titolo di nardac e dichiarato traditore. L'inviato aggiunse inoltre che, per mantenere la pace e l'amicizia tra i due imperi, il suo padrone si aspettava che suo fratello di Blefuscu desse ordini di farmi rimandare a Lilliput, legato mani e piedi, per essere punito come traditore.

L'imperatore di Blefuscu, dopo aver preso tre giorni per consultarsi, restituì una risposta che consisteva in molte cortesie e scuse. Disse che, quanto al rimandarmi legato, suo fratello sapeva che era impossibile. Che, sebbene lo avessi privato della sua flotta, mi doveva comunque grandi obblighi per molti buoni uffici che avevo fatto per lui nel fare la pace. Che, tuttavia, entrambe le loro maestà sarebbero state presto sollevate; poiché avevo trovato una nave prodigiosa sulla riva, capace di trasportarmi sul mare, che aveva dato ordini di allestire con la mia assistenza e direzione; e sperava che tra poche settimane entrambi gli imperi sarebbero stati liberati da un tale insopportabile ingombro.

Con questa risposta l'inviato tornò a Lilliput, e il monarca di Blefuscu mi raccontò tutto ciò che era accaduto; offrendomi allo stesso tempo (ma sotto la più stretta confidenza) la sua benevola protezione se avessi continuato al suo servizio; in cui, sebbene lo credessi sincero, risolsi di non riporre mai più alcuna fiducia in principi o ministri dove avessi potuto evitarlo; e, pertanto, con tutti i dovuti riconoscimenti per le sue benevole intenzioni, chiesi umilmente di essere scusato. Gli dissi che, poiché la fortuna, buona o cattiva che fosse, aveva messo una nave sulla mia strada, ero risoluto ad avventurarmi nell'oceano, piuttosto che essere causa di divergenze tra due così potenti monarchi. Né trovai l'imperatore affatto dispiaciuto; e scoprii, per un certo caso, che era molto contento della mia risoluzione, e così la maggior parte dei suoi ministri.

Queste considerazioni mi spinsero ad affrettare la mia partenza un po' prima di quanto avessi intenzione; a cui la corte, impaziente di vedermi andare via, contribuì molto prontamente. Cinquecento operai furono impiegati per fare due vele per la mia barca, secondo le mie indicazioni, trapuntando insieme tredici strati del loro lino più resistente. Mi presi la briga di fare funi e cavi, intrecciando dieci, venti o trenta dei più spessi e forti dei loro. Una grande pietra, che mi capitò di trovare dopo una lunga ricerca in riva al mare, mi servì da ancora. Avevo il sego di trecento mucche per ingrassare la mia barca e per altri usi. Feci sforzi incredibili nell'abbattere alcuni degli alberi più grandi per remi e alberi, in cui fui, tuttavia, molto aiutato dai carpentieri navali di sua maestà, che mi aiutarono a levigarli dopo che ebbi finito il lavoro grezzo.

Dopo circa un mese, quando tutto fu preparato, mandai a ricevere gli ordini di sua maestà e a congedarmi. L'imperatore e la famiglia reale uscirono dal palazzo. Mi sdraiai sulla faccia per baciargli la mano, che mi diede molto graziosamente; lo stesso fecero l'imperatrice e i giovani principi di sangue reale. Sua maestà mi presentò cinquanta borse da duecento sprug ciascuna, insieme alla sua immagine a figura intera, che misi immediatamente in uno dei miei guanti, per evitare che venisse danneggiata. Le cerimonie alla mia partenza furono troppe per disturbare il lettore in questo momento.

Stivai nella barca le carcasse di cento buoi e trecento pecore, con pane e bevande proporzionate, e tanta carne pronta da mangiare quanta ne avrebbero potuti fornire quattrocento cuochi. Portai con me sei mucche e due tori vivi, con altrettante pecore e agnelli, intenzionato a portarli nel mio paese e a propagare la razza. E per nutrirli a bordo, avevo un buon fascio di fieno e un sacco di grano. Avrei volentieri preso una dozzina di nativi, ma questa era una cosa che l'imperatore non avrebbe mai permesso; e, oltre a una diligente ricerca nelle mie tasche, sua maestà impegnò il mio onore a non portare via nessuno dei suoi sudditi, sebbene con il loro consenso e desiderio.

Avendo così preparato ogni cosa al meglio delle mie capacità, salpai il ventiquattresimo giorno di settembre del 1701, alle sei del mattino; e, quando fui andato a circa quattro leghe verso nord, essendo il vento a sud-est, alle sei di sera scorsi una piccola isola a circa mezza lega a nord-ovest. Avanzai e gettai l'ancora sul lato sottovento dell'isola, che sembrava disabitata. Presi quindi un po' di ristoro e andai a riposare. Dormii bene e, come congetturo, almeno sei ore, poiché trovai che il giorno spuntava due ore dopo che mi fui svegliato. Era una notte limpida. Feci colazione prima che il sole sorgesse; e, salpando l'ancora, essendo il vento favorevole, seguii la stessa rotta del giorno precedente, in cui fui guidato dalla mia bussola da tasca. La mia intenzione era di raggiungere, se possibile, una di quelle isole che, avevo ragione di credere, giacevano a nord-est della Terra di Van Diemen. Non scoprii nulla per tutto quel giorno; ma il giorno seguente, verso le tre del pomeriggio, quando avevo, secondo il mio calcolo, fatto ventiquattro leghe da Blefuscu, scorsi una vela che dirigeva verso sud-est: la mia rotta era verso est. La chiamai, ma non potei ottenere risposta; tuttavia scoprii che guadagnavo terreno su di lei, poiché il vento si attenuava. Spiegai tutte le vele che potevo e, in mezz'ora, lei mi avvistò, quindi issò la sua bandiera e scaricò un cannone.

Non è facile esprimere la gioia in cui mi trovai, per l'inaspettata speranza di vedere ancora una volta il mio amato paese e i cari pegni che vi avevo lasciato. La nave rallentò le vele e io la raggiunsi, tra le cinque e le sei di sera, il ventisei settembre; ma il mio cuore balzò nel petto nel vedere i suoi colori inglesi. Misi le mie mucche e pecore nelle tasche del cappotto e salii a bordo con tutto il mio piccolo carico di provviste. La nave era un mercantile inglese che tornava dal Giappone attraverso i mari del Nord e del Sud; il capitano, il signor John Biddle, di Deptford, un uomo molto civile ed eccellente marinaio. Eravamo ora alla latitudine di 30 gradi sud. C'erano circa cinquanta uomini sulla nave; e qui incontrai un mio vecchio compagno, un certo Peter Williams, che parlò bene di me al capitano. Questo gentiluomo mi trattò con gentilezza e mi chiese di fargli sapere da quale luogo venissi e dove fossi diretto; cosa che feci in poche parole, ma pensò che stessi delirando e che i pericoli che avevo affrontato mi avessero disturbato la testa; al che tirai fuori dalle mie tasche il mio bestiame nero e le pecore, il che, dopo grande stupore, lo convinse chiaramente della mia veridicità. Gli mostrai quindi l'oro datomi dall'imperatore di Blefuscu, insieme all'immagine di sua maestà a figura intera e alcune altre rarità di quel paese. Gli diedi due borse da duecento sprug ciascuna e promisi, al nostro arrivo in Inghilterra, di fargli dono di una mucca e di una pecora.

Non disturberò il lettore con un resoconto particolare di questo viaggio, che fu per lo più molto prospero. Arrivammo nel Downs il tredici aprile 1702. Ebbi solo una sfortuna, che i topi a bordo portarono via una delle mie pecore; trovai le sue ossa in un buco, ripulite dalla carne. Portai il resto del mio bestiame sano e salvo a terra e li misi a pascolare in un bowling-green a Greenwich, dove la finezza dell'erba li fece mangiare molto volentieri, sebbene avessi sempre temuto il contrario: né avrei potuto preservarli in un viaggio così lungo, se il capitano non mi avesse concesso alcuni dei suoi migliori biscotti, che, ridotti in polvere e mescolati con acqua, furono il loro cibo costante. Nel breve periodo in cui rimasi in Inghilterra, trassi un profitto considerevole mostrando il mio bestiame a molte persone di qualità e altri; e prima di iniziare il mio secondo viaggio li vendetti per seicento sterline.

Dal mio ultimo ritorno, trovo che la razza è considerevolmente aumentata, specialmente le pecore, che spero si riveleranno di grande vantaggio per l'industria della lana, data la finezza del vello.

Rimasi soltanto due mesi con mia moglie e la mia famiglia; poiché il mio desiderio insaziabile di vedere paesi stranieri non mi avrebbe permesso di continuare oltre. Lasciai millecinquecento sterline a mia moglie e la sistemai in una buona casa a Redriff. Il resto del mio capitale lo portai con me, in parte in denaro e in parte in merci, nella speranza di migliorare la mia fortuna. Il mio zio maggiore, John, mi aveva lasciato una proprietà terriera, vicino a Epping, di circa trenta sterline l'anno; e avevo un contratto di locazione a lungo termine del "Black Bull", a Fetter Lane, che mi rendeva altrettanto: così che non ero in alcun pericolo di lasciare la mia famiglia a carico della parrocchia. Mio figlio Johnny, chiamato così in onore di suo zio, era alla scuola di grammatica, ed era un bambino promettente. Mia figlia Betty (che ora è ben sposata e ha dei figli), era allora intenta ai suoi lavori di cucito. Salutai mia moglie, il ragazzo e la ragazza, con lacrime da entrambe le parti, e mi imbarcai sull'"Adventure", un mercantile di trecento tonnellate, diretto a Surat, al comando del capitano John Nicholas, di Liverpool. Ma il mio resoconto di questo viaggio deve essere rimandato alla seconda parte dei miei viaggi.

FINE DELLA PRIMA PARTE.

VIAGGI.

PARTE II.

UN VIAGGIO A BROBDINGNAG.

CAPITOLO I.

UNA GRANDE TEMPESTA DESCRITTA; LA LANCIA MANDATA A PRENDERE ACQUA; L'AUTORE VA CON ESSA PER SCOPRIRE IL PAESE. VIENE LASCIATO A TERRA, CATTURATO DA UNO DEI NATIVI E PORTATO ALLA CASA DI UN CONTADINO. LA SUA ACCOGLIENZA, CON DIVERSI INCIDENTI ACCADUTI LÌ. UNA DESCRIZIONE DEGLI ABITANTI.

Essendo stato condannato dalla natura e dalla fortuna a una vita attiva e inquieta, due mesi dopo il mio ritorno lasciai di nuovo il mio paese natale e mi imbarcai nei Downs il ventesimo giorno di giugno del 1702, sull'"Adventure", al comando del capitano John Nicholas, un uomo della Cornovaglia, diretto a Surat. Avemmo una navigazione molto prospera finché non arrivammo al Capo di Buona Speranza, dove sbarcammo per fare acqua fresca; ma, avendo scoperto una falla, sbarcammo le merci e vi svernammo: poiché il capitano si ammalò di febbre, non potemmo lasciare il Capo fino alla fine di marzo. Facemmo quindi vela e avemmo un buon viaggio finché non superammo lo Stretto del Madagascar; ma, una volta giunti a nord di quell'isola, e a circa cinque gradi di latitudine sud, i venti, che in quei mari si osserva soffino con un soffio costante e uguale, tra nord e ovest, dall'inizio di dicembre all'inizio di maggio, il diciannove aprile iniziarono a soffiare con molta più violenza e più da ovest del solito, continuando così per venti giorni di seguito, durante i quali fummo spinti un po' a est delle Isole Molucche, e a circa tre gradi a nord della linea, come il nostro capitano scoprì da un'osservazione fatta il due maggio, momento in cui il vento cessò e vi fu una calma perfetta; di che non fui poco rallegrato. Ma lui, essendo uomo molto esperto nella navigazione di quei mari, ci disse di prepararci tutti a una tempesta, che puntualmente avvenne il giorno seguente: poiché il vento meridionale, chiamato monsone australe, iniziò a levarsi, e presto fu una feroce tempesta.

Trovando che stava per rinfrescare troppo, ammainammo la vela di trinchetto e ci tenemmo pronti a serrare il trinchetto; ma, essendosi fatto brutto tempo, controllammo che i cannoni fossero tutti fissi e serrammo la mezzana.

La nave stava molto al largo, così pensammo fosse meglio correre davanti al mare che andare in panna o alla cappa. Prendemmo le mani di terzaroli al trinchetto e lo spiegammo, cazzammo la scotta di trinchetto: il timone era tutto a sopravvento. La nave orzava coraggiosamente. Bloccammo il caricabasso del trinchetto; ma la vela si squarciò, e ammainammo il pennone, portammo la vela in coperta e slegammo tutto ciò che la ingombrava. Fu una tempesta molto feroce; il mare si infrangeva in modo strano e pericoloso. Sbloccammo il tirante della barra del timone e aiutammo l'uomo al timone. Non potemmo ammainare l'alberetto di velaccio, ma lasciammo tutto com'era, perché la nave filava bene davanti al mare, e sapevamo che con l'alberetto in posizione la nave era più solida e procedeva meglio attraverso il mare, visto che avevamo spazio di manovra. Quando la tempesta fu finita, spiegammo il trinchetto e la maestra e mettemmo la nave in panna. Quindi spiegammo la mezzana, il velaccio di maestra e il velaccio di trinchetto. La nostra rotta era est-nord-est, il vento era da sud-ovest. Portammo a bordo le mure di dritta, lasciammo andare i bracci e le drizze di sopravvento; cazzammo i bracci di sottovento e tirammo in avanti con le scotte di sopravvento, le tendemmo bene e le bloccammo, e cazzammo la mure di mezzana sopravvento e la tenemmo piena e orziera, quanto più vicina al vento potesse stare.

Durante questa tempesta, che fu seguita da un forte vento da ovest-sud-ovest, fummo portati, secondo il mio calcolo, a circa cinquecento leghe a est, così che il più anziano marinaio a bordo non sapeva dire in quale parte del mondo ci trovassimo. Le nostre provviste bastavano, la nostra nave era solida e il nostro equipaggio tutto in buona salute; ma eravamo nel massimo bisogno d'acqua. Pensammo fosse meglio mantenere la stessa rotta, piuttosto che girare più a nord, il che avrebbe potuto portarci nelle parti nord-occidentali della Grande Tartaria e nel Mare Ghiacciato.

Il sedicesimo giorno di giugno del 1703, un ragazzo sull'alberetto scoprì terra. Il diciassette, arrivammo in piena vista di una grande isola o continente (poiché non sapevamo quale), sul cui lato sud c'era una piccola striscia di terra che sporgeva nel mare, e un torrente troppo basso per contenere una nave di oltre cento tonnellate. Gettammo l'ancora entro una lega da questo torrente, e il nostro capitano mandò una dozzina dei suoi uomini ben armati nella lancia, con recipienti per l'acqua, se ne avessero trovata. Chiesi il suo permesso per andare con loro, così da poter vedere il paese e fare le scoperte che potevo.

Quando arrivammo a terra, non vedemmo né fiume né sorgente, né alcun segno di abitanti. I nostri uomini vagarono quindi sulla riva per trovare dell'acqua dolce vicino al mare, e io camminai da solo per circa un miglio dall'altra parte, dove osservai che il paese era tutto arido e roccioso. Iniziai ora a sentirmi stanco e, non vedendo nulla che potesse intrattenere la mia curiosità, tornai lentamente verso il torrente; e avendo il mare in piena vista, vidi i nostri uomini già saliti sulla barca, che remavano a perdifiato verso la nave. Stavo per gridare loro dietro, sebbene sarebbe servito a poco, quando osservai un'enorme creatura che camminava dietro di loro nel mare, più velocemente che poteva; non guadava molto più in profondità delle sue ginocchia e faceva passi prodigiosi; ma i nostri uomini avevano un vantaggio su di lui di circa mezza lega, e poiché il mare lì attorno era pieno di rocce appuntite, il mostro non fu in grado di raggiungere la barca. Questo mi fu raccontato in seguito, perché non osai restare a vedere l'esito dell'avventura; ma corsi più velocemente che potevo nella direzione in cui ero andato inizialmente, e poi mi arrampicai su una ripida collina, che mi diede una certa veduta del paese. Lo trovai completamente coltivato; ma ciò che mi sorprese per primo fu l'altezza dell'erba, che, in quei terreni che sembravano essere tenuti a fieno, era alta circa venti piedi.

Capitai su una strada maestra, poiché tale la ritenni, sebbene servisse agli abitanti solo come sentiero attraverso un campo d'orzo. Qui camminai per un po' di tempo, ma non riuscivo a vedere quasi nulla su entrambi i lati, essendo ormai vicino al raccolto e il grano crescendo almeno quaranta piedi. Impiegai un'ora a camminare fino alla fine di questo campo, che era recintato con una siepe alta almeno centoventi piedi, e gli alberi erano così alti che non potevo fare alcun calcolo della loro altitudine. C'era un salto di montante per passare da questo campo al successivo. Aveva quattro gradini e una pietra da superare quando si arrivava al più alto. Mi era impossibile arrampicarmi su questo salto di montante perché ogni gradino era alto sei piedi e la pietra superiore oltre venti.

Stavo cercando di trovare qualche varco nella siepe, quando scoprii uno degli abitanti nel campo vicino, che avanzava verso il salto di montante, delle stesse dimensioni di quello che avevo visto nel mare inseguire la nostra barca. Appariva alto come il campanile di una chiesa ordinaria e faceva circa dieci iarde a ogni passo, per quanto potessi indovinare. Fui colto dal massimo timore e stupore, e corsi a nascondermi nel grano, da dove lo vidi in cima al salto di montante, guardare indietro nel campo successivo sulla destra, e lo sentii chiamare con una voce molte volte più forte di una tromba acustica; ma il rumore era così in alto nell'aria che dapprima pensai certamente fosse tuono. Al che sette mostri, simili a lui, vennero verso di lui con falcetti in mano, ogni falce grande circa come sei falci normali. Queste persone non erano vestite bene come il primo, di cui sembravano essere servi o operai; poiché, dopo alcune parole che pronunciò, andarono a mietere il grano nel campo dove mi trovavo. Mi tenni da loro alla massima distanza possibile, ma fui costretto a muovermi con estrema difficoltà, poiché gli steli del grano erano a volte a non più di un piede di distanza, così che potevo a stento spremere il mio corpo tra di loro. Tuttavia, riuscii a procedere fino a quando arrivai in una parte del campo dove il grano era stato piegato dalla pioggia e dal vento. Qui mi fu impossibile avanzare di un passo; poiché gli steli erano così intrecciati che non potevo strisciare attraverso, e le reste delle spighe cadute erano così forti e appuntite che perforavano i miei vestiti fin nella mia carne. Allo stesso tempo sentivo i mietitori a non più di cento iarde dietro di me.

Essendo completamente scoraggiato dalla fatica e sopraffatto dal dolore e dalla disperazione, mi sdraiai tra due solchi e desiderai sinceramente di poter porre fine lì ai miei giorni. Compiansi la mia vedova desolata e i miei figli rimasti senza padre. Lamentai la mia follia e la mia ostinazione nel tentare un secondo viaggio contro il consiglio di tutti i miei amici e parenti. In questa terribile agitazione mentale, non potevo fare a meno di pensare a Lilliput, i cui abitanti mi consideravano il più grande prodigio mai apparso al mondo; dove ero capace di trainare una flotta imperiale con la mia mano e compiere quelle altre azioni che saranno ricordate per sempre nelle cronache di quell'impero, mentre i posteri stenteranno a crederci, sebbene attestate da milioni di persone. Riflettevo a quale mortificazione dovesse rivelarsi per me apparire tanto insignificante in questa nazione quanto un singolo lillipuziano sarebbe stato tra noi. Ma questo concepivo fosse tra i minori dei miei mali: poiché, dato che si osserva che le creature umane sono più selvagge e crudeli in proporzione alla loro mole, cosa potevo aspettarmi se non di essere un boccone nella bocca del primo tra questi enormi barbari che avesse avuto la sorte di prendermi? Senza dubbio i filosofi hanno ragione quando ci dicono che nulla è grande o piccolo se non per confronto. Sarebbe potuto piacere alla fortuna lasciare che i lillipuziani trovassero qualche nazione dove le persone fossero tanto minuscole rispetto a loro quanto loro lo erano rispetto a me. E chi sa che anche questa prodigiosa razza di mortali non potrebbe essere altrettanto superata in qualche parte lontana del mondo, di cui non abbiamo ancora alcuna scoperta?

Spaventato e confuso com'ero, non potevo fare a meno di continuare con queste riflessioni, quando uno dei mietitori, avvicinandosi a dieci iarde dal solco dove giacevo, mi fece temere che con il passo successivo sarei stato schiacciato a morte sotto il suo piede, o tagliato in due con il suo falcetto. E perciò, quando stava per muoversi di nuovo, urlai più forte che la paura potesse permettermi. Al che l'enorme creatura fece un passo corto e, guardandosi attorno sotto di sé per qualche tempo, alla fine mi scorse mentre giacevo a terra. Rimase a riflettere per un po', con la cautela di chi cerca di afferrare un piccolo animale pericoloso in modo tale che non sia in grado né di graffiarlo né di morderlo, come io stesso ho talvolta fatto con una donnola in Inghilterra.

Alla fine si azzardò a prendermi tra l'indice e il pollice e mi portò a tre iarde dai suoi occhi, affinché potesse contemplare la mia forma più perfettamente. Indovinai il suo intento e la mia buona fortuna mi diede tanta presenza di spirito che decisi di non opporre la minima resistenza mentre mi teneva in aria, a oltre sessanta piedi da terra, sebbene mi schiacciasse dolorosamente i fianchi, per paura che potessi scivolargli tra le dita. Tutto ciò che osai fare fu sollevare gli occhi verso il sole, unire le mani in un gesto di supplica e pronunciare alcune parole con un tono umile e malinconico, adatto alla condizione in cui mi trovavo. Poiché temevo a ogni istante che mi scagliasse contro terra, come solitamente facciamo con qualsiasi piccolo animale odioso che abbiamo intenzione di distruggere. Ma la mia buona stella volle che sembrasse compiaciuto della mia voce e dei miei gesti, e iniziò a guardarmi come una curiosità, meravigliandosi molto di sentirmi pronunciare parole articolate, sebbene non potesse comprenderle. Nel frattempo non riuscii a trattenermi dal gemere e versare lacrime, girando la testa verso i miei fianchi; facendogli capire, al meglio che potevo, quanto crudelmente fossi ferito dalla pressione del suo pollice e del dito. Sembrò capire il mio intento; poiché, sollevando il lembo della sua giacca, mi ci mise delicatamente dentro e corse immediatamente con me dal suo padrone, che era un agricoltore benestante e la stessa persona che avevo visto per prima nel campo.

Il contadino, avendo (come suppongo dai loro discorsi) ricevuto dal suo servo il resoconto su di me, prese un pezzo di piccola paglia, grande quanto un bastone da passeggio, e con esso sollevò i lembi della mia giacca, che a quanto pare pensava fosse una sorta di copertura che la natura mi aveva dato. Spostò i miei capelli per osservare meglio la mia faccia. Chiamò i suoi servi attorno a sé e chiese loro (come appresi in seguito) se avessero mai visto nei campi qualche piccola creatura che mi somigliasse. Poi mi posò dolcemente a terra carponi, ma io mi alzai immediatamente e camminai lentamente avanti e indietro per far vedere a quelle persone che non avevo intenzione di scappare.

Si sedettero tutti in cerchio attorno a me, per osservare meglio i miei movimenti. Mi tolsi il cappello e feci un profondo inchino verso il contadino. Mi inginocchiai, sollevai le mani e gli occhi e pronunciai diverse parole più forte che potevo: presi una borsa d'oro dalla mia tasca e gliela presentai umilmente. La ricevette sul palmo della mano, poi la avvicinò all'occhio per vedere cosa fosse, e in seguito la rigirò diverse volte con la punta di uno spillo (che prese dalla manica), ma non riuscì a capirci nulla. Al che feci segno che dovesse posare la mano a terra. Presi quindi la borsa e, aprendola, versai tutto l'oro nel suo palmo. C'erano sei pezzi spagnoli, da quattro pistole ciascuno, oltre a venti o trenta monete più piccole. Lo vidi inumidire la punta del mignolo sulla lingua e sollevare uno dei miei pezzi più grandi, e poi un altro, ma sembrò essere del tutto ignaro di cosa fossero. Mi fece segno di rimetterli nella mia borsa, e la borsa di nuovo in tasca, cosa che, dopo avergliela offerta diverse volte, pensai fosse meglio fare.

Il contadino a quel punto era convinto che dovessi essere una creatura razionale. Mi parlò spesso, ma il suono della sua voce mi trafiggeva le orecchie come quello di un mulino ad acqua, eppure le sue parole erano abbastanza articolate. Risposi più forte che potevo in diverse lingue, e lui spesso metteva l'orecchio entro due iarde da me; ma tutto inutilmente, poiché eravamo del tutto incomprensibili l'uno all'altro. Mandò poi i suoi servi al lavoro e, prendendo il fazzoletto dalla tasca, lo ripiegò e lo stese sulla mano sinistra, che pose piatta a terra, con il palmo rivolto verso l'alto, facendomi segno di salirci, cosa che potei fare facilmente, poiché non era più spesso di un piede.

Pensai fosse mio dovere obbedire e, per paura di cadere, mi distesi in tutta la mia lunghezza sul fazzoletto, col resto del quale mi avvolse fino alla testa per maggiore sicurezza, e in questo modo mi portò a casa sua. Lì chiamò sua moglie e mi mostrò a lei; ma lei urlò e corse indietro, come fanno le donne in Inghilterra alla vista di un rospo o di un ragno. Tuttavia, quando ebbe osservato per un po' il mio comportamento e quanto bene seguissi i segni che suo marito faceva, si riconciliò presto e a poco a poco divenne estremamente tenera con me.

Erano circa le dodici di mezzogiorno e un servo portò il pranzo. Era solo un unico piatto sostanzioso di carne (adatto alla semplice condizione di un agricoltore) in un piatto di circa ventiquattro piedi di diametro. La compagnia era composta dal contadino e da sua moglie, tre figli e una vecchia nonna. Quando si furono seduti, il contadino mi pose a una certa distanza da lui sul tavolo, che era alto trenta piedi dal pavimento. Ero in un terrore terribile e mi tenni il più lontano possibile dal bordo per paura di cadere. La moglie triturò un pezzetto di carne, poi sbriciolò un po' di pane su un tagliere e lo mise davanti a me. Le feci un profondo inchino, tirai fuori il mio coltello e la forchetta e iniziai a mangiare, il che diede loro un piacere immenso.

La padrona mandò la sua cameriera a prendere una piccola tazza da liquore, che conteneva circa tre galloni, e la riempì di bevanda: presi il recipiente con molta difficoltà con entrambe le mani e, nel modo più rispettoso, bevvi alla salute di sua signoria, pronunciando le parole più forte che potevo in inglese, il che fece ridere la compagnia così di cuore che rimasi quasi assordato dal rumore. Questo liquore sapeva di sidro leggero e non era sgradevole. Poi il padrone mi fece segno di venire al lato del suo tagliere; ma mentre camminavo sul tavolo, essendo tutto il tempo in grande sorpresa, come il lettore indulgente facilmente concepirà e scuserà, inciampai in una crosta e caddi faccia a terra, ma non ricevetti alcun danno. Mi alzai immediatamente e, osservando che la brava gente era molto preoccupata, presi il mio cappello (che tenevo sotto il braccio per buone maniere) e, agitandolo sopra la testa, feci tre urrà, per mostrare che non avevo subito alcun danno dalla mia caduta.

Ma avanzando verso il mio padrone (come d'ora in avanti lo chiamerò), il suo figlio più giovane, che sedeva accanto a lui, un ragazzino impertinente di circa dieci anni, mi prese per le gambe e mi sollevò così in alto nell'aria che tremai in ogni membro; ma suo padre mi strappò dalle sue mani e allo stesso tempo gli diede un ceffone sull'orecchio sinistro tale da aver abbattuto al suolo uno squadrone di cavalleria europea, ordinando che fosse allontanato dalla tavola. Ma temendo che il ragazzo potesse serbarmi rancore, e ricordando bene quanto tutti i bambini da noi siano naturalmente dispettosi verso passeri, conigli, gattini e cagnolini, caddi in ginocchio e, indicando il ragazzo, feci capire al mio padrone, per quanto potevo, che desideravo che suo figlio fosse perdonato. Il padre acconsentì e il ragazzo riprese il suo posto; dopodiché andai da lui e gli baciai la mano, che il mio padrone prese, facendogliela accarezzare gentilmente su di me.

Nel bel mezzo della cena, la gatta preferita della mia padrona le saltò in grembo. Udii dietro di me un rumore simile a quello di una dozzina di tessitori di calze al lavoro; e, voltando la testa, scoprii che proveniva dalle fusa di quell'animale, che sembrava essere tre volte più grande di un bue, come calcolai osservando la sua testa e una delle sue zampe, mentre la sua padrona la nutriva e l'accarezzava. La ferocia dell'aspetto di quella creatura mi scompose del tutto, sebbene mi trovassi all'estremità opposta della tavola, a più di cinquanta piedi di distanza, e nonostante la mia padrona la tenesse ben ferma, per timore che potesse fare un balzo e afferrarmi con i suoi artigli.

Ma accadde che non vi fu alcun pericolo; poiché la gatta non si curò minimamente di me, quando il mio padrone mi pose a tre iarde di distanza da lei. E poiché mi è sempre stato detto, e l'ho trovato vero per esperienza nei miei viaggi, che fuggire o mostrare paura davanti a un animale feroce è un modo sicuro per farsi inseguire o attaccare, decisi in questo frangente pericoloso di non mostrare alcun turbamento. Camminai con intrepidezza cinque o sei volte davanti alla testa stessa della gatta, e arrivai a mezzo iarda da lei; dopodiché lei si ritrasse, come se avesse più paura lei di me. Avevo meno timore riguardo ai cani, dei quali tre o quattro entrarono nella stanza, com'è consuetudine nelle case dei contadini; uno dei quali era un mastino di mole pari a quattro elefanti, e un levriero un po' più alto del mastino, ma non così grande.

Quando la cena fu quasi finita, la balia entrò con un bambino di un anno tra le braccia, che mi vide immediatamente e iniziò un urlo che avreste potuto udire dal London Bridge fino a Chelsea, secondo la solita oratoria dei lattanti, per avermi come giocattolo. La madre, per pura indulgenza, mi prese e mi avvicinò al bambino, che subito mi afferrò per la vita e mi mise la testa in bocca, dove urlai così forte che il monello si spaventò e mi lasciò cadere, e mi sarei infallibilmente rotto l'osso del collo se la madre non avesse tenuto il suo grembiule sotto di me. La balia, per calmare il suo bambino, fece uso di un sonaglio, che era una specie di recipiente cavo riempito di grosse pietre e fissato con un cavo alla vita del bambino. Mentre sedeva vicino alla tavola su cui mi trovavo, il suo aspetto mi stupì non poco. Questo mi fece riflettere sulle pelli chiare delle nostre dame inglesi, che ci appaiono così belle solo perché sono della nostra stessa taglia, e i loro difetti non si possono vedere se non attraverso una lente d'ingrandimento, dove scopriamo per esperienza che le pelli più lisce e bianche appaiono ruvide, grossolane e di cattivo colore.

Ricordo che, quando ero a Lilliput, le carnagioni di quelle persone minuscole mi apparivano le più chiare del mondo; e parlando di questo argomento con una persona colta di quel luogo, che era un mio intimo amico, egli disse che il mio volto appariva molto più chiaro e liscio quando mi guardava da terra che non a una visione ravvicinata, quando lo prendevo in mano e lo portavo vicino, il che confessò essere all'inizio uno spettacolo molto scioccante. Disse di poter scoprire grandi buchi nella mia pelle; che i monconi della mia barba erano dieci volte più forti delle setole di un cinghiale, e la mia carnagione composta da diversi colori del tutto sgradevoli: sebbene debba chiedere il permesso di dire per me stesso che sono chiaro quanto la maggior parte delle persone del mio sesso e del mio paese, e molto poco abbronzato dai miei viaggi. D'altra parte, discorrendo delle dame della corte di quell'imperatore, mi raccontava che una aveva le lentiggini, un'altra la bocca troppo larga, una terza il naso troppo grande, cose che non ero in grado di distinguere. Confesso che questa riflessione era abbastanza ovvia; la quale, tuttavia, non ho potuto fare a meno di menzionare, per paura che il lettore potesse pensare che quelle vaste creature fossero effettivamente deformi: poiché devo rendere loro giustizia dicendo che sono una bella razza di persone; e in particolare i lineamenti del volto del mio padrone, sebbene fosse solo un contadino, quando lo contemplavo dall'altezza di sessanta piedi, apparivano molto ben proporzionati.

Quando la cena fu terminata, il mio padrone uscì per i suoi lavori e, come potevo scoprire dalla sua voce e dai suoi gesti, diede alla moglie l'ordine rigoroso di prendersi cura di me. Ero molto stanco e disposto al sonno, il che, notandolo la mia padrona, mi mise sul suo stesso letto e mi coprì con un fazzoletto bianco pulito, ma più grande e più grossolano della vela maestra di una nave da guerra.

Dormii circa due ore e sognai di essere a casa con mia moglie e i miei figli, il che aggravò i miei dolori quando mi svegliai e mi ritrovai solo in una stanza vasta, larga tra i duecento e i trecento piedi e alta più di duecento, coricato in un letto largo venti iarde. La mia padrona era andata per le sue faccende domestiche e mi aveva chiuso dentro. Il letto distava otto iarde dal pavimento.

Improvvisamente due ratti si arrampicarono sulle cortine e corsero annusando avanti e indietro sul mio letto. Uno di loro arrivò quasi fino alla mia faccia; dopodiché mi alzai in preda allo spavento ed estrassi la mia spada per difendermi. Gli orribili animali ebbero l'audacia di attaccarmi da entrambi i lati, e uno di loro tenne le zampe anteriori sul mio colletto; ma lo uccisi prima che potesse farmi del male. Cadde ai miei piedi; e l'altro, vedendo la sorte del suo compagno, si diede alla fuga, ma non senza una buona ferita sulla schiena, che gli infersi mentre fuggiva, e feci colare il sangue da lui. Dopo questa impresa camminai gentilmente avanti e indietro sul letto per recuperare il fiato e lo spirito perduto. Queste creature erano delle dimensioni di un grosso mastino, ma infinitamente più agili e feroci; così che, se mi fossi tolto la cintura prima di andare a dormire, sarei stato infallibilmente fatto a pezzi e divorato. Misurai la coda del ratto morto e scoprii che era lunga due iarde meno un pollice; ma mi ripugnava trascinare la carcassa giù dal letto, dove giaceva ancora sanguinante. Osservai che aveva ancora un po' di vita; ma, con un forte fendente attraverso il collo, lo finii completamente.

Spero che il gentile lettore mi scuserà se mi soffermo su questi e simili particolari, che, per quanto insignificanti possano apparire alle menti volgari e striscianti, aiuteranno certamente un filosofo ad ampliare i propri pensieri e la propria immaginazione, e ad applicarli al beneficio della vita pubblica così come di quella privata, che è stato il mio unico scopo nel presentare questo e altri resoconti dei miei viaggi al mondo; in cui mi sono principalmente studiato della verità, senza ricercare alcun ornamento di erudizione o di stile. Ma l'intera scena di questo viaggio ha fatto una così forte impressione sulla mia mente, ed è così profondamente impressa nella mia memoria, che nel metterla su carta non ho omesso una circostanza materiale. Tuttavia, dopo un attento esame, ho cancellato diversi passaggi di minor momento che erano nella mia prima copia, per paura di essere censurato come tedioso e futile, cosa di cui i viaggiatori sono spesso, forse non senza giustizia, accusati.

CAPITOLO II.

UNA DESCRIZIONE DELLA FIGLIA DEL CONTADINO. L'AUTORE CONDOTTO IN UNA CITTÀ DI MERCATO, E POI ALLA METROPOLI. I PARTICOLARI DI QUESTO VIAGGIO.

La mia padrona aveva una figlia di nove anni, una bambina di buone capacità per la sua età, molto abile con l'ago e capace nel vestire la sua bambola. Sua madre e lei pensarono di adattare la culla della bambola per me durante la notte. La culla fu messa in un piccolo mobile a cassetti, e il cassetto posto su uno scaffale sospeso per paura dei ratti. Questo fu il mio letto per tutto il tempo che rimasi con queste persone, sebbene reso più comodo a poco a poco, man mano che incominciavo a imparare la loro lingua e a far conoscere i miei bisogni.

Mi fece sette camicie e dell'altra biancheria, di stoffa tanto fine quanto se ne poteva trovare, che in verità era più grossolana del sacco; e queste le lavava costantemente per me con le sue proprie mani. Era anche la mia maestra, per insegnarmi la lingua. Quando indicavo qualcosa, lei mi diceva il nome in lingua sua, così che in pochi giorni ero in grado di chiedere tutto ciò che desideravo. Era di buon carattere, e alta non più di quaranta piedi, essendo piccola per la sua età. Mi diede il nome di Grildrig, che la famiglia adottò, e in seguito l'intero regno. La parola significa ciò che i latini chiamano nanunculus, gli italiani homunceletino, e gli inglesi mannikin. A lei devo principalmente la mia conservazione in quel paese. Non ci separammo mai mentre ero lì; la chiamavo la mia Glumdalclitch, o piccola balia; e sarei colpevole di grande ingratitudine se omettessi questa onorevole menzione della sua cura e affetto verso di me, che desidero di cuore fosse in mio potere ricompensare come merita.

Cominciò ora a essere risaputo e commentato nel vicinato che il mio padrone aveva trovato uno strano animale nel campo, circa della grandezza di uno splacnuck, ma esattamente formato in ogni parte come una creatura umana; che imitava anche in tutte le sue azioni, sembrava parlare in una piccola lingua tutta sua, aveva già imparato diverse parole della loro, camminava eretto su due gambe, era mansueto e gentile, veniva quando era chiamato, faceva tutto ciò che gli veniva ordinato, aveva le membra più belle del mondo e una carnagione più chiara della figlia di un nobile di tre anni. Un altro contadino, che viveva lì vicino ed era un particolare amico del mio padrone, venne in visita apposta per indagare sulla verità di questa storia. Fui immediatamente prodotto e posto su una tavola, dove camminai come mi fu comandato, estrassi la mia spada, la rimisi a posto, feci la mia riverenza all'ospite del mio padrone, gli chiesi nella sua stessa lingua come stesse, e gli dissi che era il benvenuto, proprio come la mia piccola balia mi aveva istruito. Quest'uomo, che era vecchio e debole di vista, si mise gli occhiali per vedermi meglio, al che non potei fare a meno di ridere di cuore, poiché i suoi occhi apparivano come la luna piena che splende in una stanza da due finestre. La nostra gente, che scoprì la causa della mia ilarità, mi tenne compagnia nel ridere, cosa per cui il vecchio fu così sciocco da arrabbiarsi e sentirsi a disagio. Egli aveva la fama di essere un grande avaro; e, sfortunatamente per me, la meritava appieno per il maledetto consiglio che diede al mio padrone, di mostrarmi come un'attrazione in un giorno di mercato nella città vicina, che distava mezz'ora di cavallo, circa ventidue miglia dalla nostra casa. Indovinai che si stava tramando qualcosa di male, quando osservai il mio padrone e il suo amico confabulare a lungo insieme, puntando talvolta il dito verso di me; e le mie paure mi fecero immaginare di aver origliato e compreso alcune delle loro parole.

Ma la mattina seguente, Glumdalclitch, la mia piccola balia, mi raccontò l'intera faccenda, che aveva astutamente carpito a sua madre. La povera ragazza mi posò sul suo petto e scoppiò a piangere di vergogna e dolore. Temeva che mi potesse accadere qualche disgrazia da parte di gente rozza e volgare, che avrebbe potuto schiacciarmi a morte o rompermi un arto prendendomi tra le mani. Aveva anche osservato quanto fossi modesto per natura, con quanta cura tenessi al mio onore e quale indegnità considerassi essere esposto per denaro, come uno spettacolo pubblico, alla gente più meschina. Disse che il suo papà e la sua mamma avevano promesso che Grildrig sarebbe stato suo, ma ora scopriva che intendevano trattarla come l'anno scorso, quando avevano finto di regalarle un agnello, eppure non appena fu grasso lo vendettero a un macellaio. Per quanto mi riguarda, posso affermare sinceramente di essere stato meno preoccupato della mia balia. Avevo una forte speranza, che non mi abbandonava, che un giorno avrei riacquistato la mia libertà; riguardo all'ignominia di essere portato in giro come un mostro, consideravo me stesso un perfetto estraneo nel paese, e che una tale disgrazia non avrebbe mai potuto essermi imputata come un rimprovero se mai fossi tornato in Inghilterra; dato che il re di Gran Bretagna stesso, nella mia condizione, avrebbe dovuto subire lo stesso disagio.

Il mio padrone, in conformità al consiglio del suo amico, mi trasportò in una scatola il giorno di mercato successivo verso la città vicina, e portò con sé la sua figlioletta, la mia balia, su un cuscino dietro di lui. La scatola era chiusa da ogni parte, con una piccola porta per farmi entrare e uscire, e alcuni fori di succhiello per lasciar entrare l'aria. La ragazza era stata così premurosa da mettervi la trapunta del letto della sua bambola, perché potessi sdraiarmi. Tuttavia, fui terribilmente scosso e scomposto in questo viaggio, sebbene fosse durato solo mezz'ora. Poiché il cavallo faceva circa quaranta piedi a ogni passo, e trottava così in alto che l'agitazione era pari al salire e scendere di una nave in una grande tempesta, ma molto più frequente; il nostro viaggio fu un po' più lungo di quello da Londra a St. Alban's. Il mio padrone smontò a una locanda che era solito frequentare; e dopo aver consultato per un po' il locandiere e aver fatto alcuni preparativi necessari, ingaggiò il grultrud, o banditore, per dare notizia in tutta la città di una strana creatura che si poteva vedere all'insegna dell'Aquila Verde, non grande quanto uno splacnuck (un animale in quel paese, molto finemente formato, lungo circa sei piedi), e che in ogni parte del corpo somigliava a una creatura umana, sapeva pronunciare diverse parole e compiere cento trucchi divertenti.

Fui posto su una tavola nella sala più grande della locanda, che poteva essere di quasi trecento piedi quadrati. La mia piccola balia stava su uno sgabello basso vicino alla tavola, per prendersi cura di me e dirigere ciò che dovevo fare. Il mio padrone, per evitare la folla, permetteva solo a trenta persone alla volta di vedermi. Camminai sulla tavola come comandava la ragazza. Lei mi faceva domande, per quanto sapeva che la mia comprensione della lingua arrivava, e io rispondevo più forte che potevo. Mi voltai più volte verso la compagnia, resi i miei umili omaggi, dissi che erano i benvenuti e usai alcuni altri discorsi che mi erano stati insegnati. Presi un ditale pieno di liquore, che Glumdalclitch mi aveva dato come tazza, e bevvi alla loro salute. Estrassi la mia spada e la feci roteare, alla maniera degli schermidori in Inghilterra. La mia balia mi diede un pezzo di paglia, che usai come picca, avendo imparato l'arte in gioventù. Quel giorno fui mostrato a dodici gruppi di persone, e altrettante volte costretto a recitare di nuovo le stesse buffonate, finché non fui mezzo morto per la stanchezza e la contrarietà. Poiché coloro che mi avevano visto ne facevano rapporti così meravigliosi, che la gente era pronta a sfondare le porte per entrare.

Il mio padrone, per il suo interesse, non voleva permettere a nessuno di toccarmi eccetto la mia balia, e, per prevenire pericoli, furono poste delle panche attorno alla tavola a una distanza tale da mettermi fuori dalla portata di chiunque. Tuttavia, uno scolaro sfortunato mirò direttamente alla mia testa con una nocciola, che mi mancò per un soffio: altrimenti, era arrivata con tale violenza che mi avrebbe infallibilmente fracassato il cervello, poiché era grande quasi quanto una piccola zucca, ma ebbi la soddisfazione di vedere il giovane mascalzone ben bastonato e cacciato fuori dalla stanza.

Il mio padrone diede avviso pubblico che mi avrebbe mostrato di nuovo il giorno di mercato successivo, e nel frattempo preparò un veicolo più comodo per me, cosa che aveva buone ragioni di fare; poiché ero così stanco del mio primo viaggio, e di intrattenere compagnia per otto ore di fila, che riuscivo a stento a stare in piedi o a dire una parola. Ci vollero almeno tre giorni prima che recuperassi le forze; e perché non avessi riposo a casa, tutti i gentiluomini del vicinato, da cento miglia intorno, sentendo della mia fama, vennero a vedermi a casa stessa del mio padrone. Non potevano esserci meno di trenta persone con le loro mogli e i loro figli (poiché il paese era molto popolato); e il mio padrone esigeva il prezzo di una stanza intera ogni volta che mi mostrava a casa, anche se fosse stato solo per una singola famiglia; così che per qualche tempo ebbi ben poco riposo ogni giorno della settimana (eccetto il mercoledì che è il loro Sabato), sebbene non fossi portato in città.

Il mio padrone, scoprendo quanto ero redditizio, risolse di portarmi nelle città più importanti del regno. Essendosi, pertanto, munito di tutto il necessario per un lungo viaggio, e sistemati i suoi affari a casa, prese congedo da sua moglie, e il diciassette agosto 1703, circa due mesi dopo il mio arrivo, partimmo per la metropoli, situata al centro di quell'impero, e a circa tremila miglia di distanza dalla nostra casa. Il mio padrone fece cavalcare sua figlia Glumdalclitch dietro di lui. Lei mi portava in grembo, in una scatola legata alla vita. La ragazza l'aveva foderata su tutti i lati con la stoffa più morbida che aveva potuto trovare, ben trapuntata sotto, l'aveva arredata con il letto della sua bambola, mi aveva fornito biancheria e altri beni necessari, e aveva reso tutto il più comodo possibile. Non avevamo altra compagnia che un ragazzo di casa, che cavalcava dietro di noi con i bagagli.

Il disegno del mio padrone era di mostrarmi in tutte le città lungo la strada, e di uscire dalla via maestra per cinquanta o cento miglia, verso qualsiasi villaggio o casa di nobili, dove potesse aspettarsi clientela. Facevamo viaggi facili di non più di sette o otto volte venti miglia al giorno; poiché Glumdalclitch, apposta per risparmiarmi, si lamentava di essere stanca del trotto del cavallo. Spesso mi tirava fuori dalla scatola a mio desiderio, per darmi aria e mostrarmi il paese, ma mi teneva sempre stretto per una cordicella. Passammo sopra cinque o sei fiumi, molti gradi più larghi e profondi del Nilo o del Gange; e non c'era quasi un ruscello piccolo quanto il Tamigi al London Bridge. Rimanemmo dieci settimane nel nostro viaggio, e fui mostrato in diciotto grandi città, oltre a molti villaggi e famiglie private.

Il ventisei ottobre arrivammo alla metropoli, chiamata nella loro lingua Lorbrulgrud, ovvero Orgoglio dell'Universo. Il mio padrone prese alloggio nella via principale della città, non lontano dal palazzo reale, e affisse manifesti secondo il costume, contenenti una descrizione esatta della mia persona e delle mie membra. Prese in affitto una grande sala, larga tra i tre e i quattrocento piedi. Provvide a un tavolo di sessanta piedi di diametro, sul quale avrei dovuto recitare la mia parte, e vi fece erigere attorno una palizzata, a tre piedi dal bordo e alta altrettanto, per evitare che cadessi di sotto. Venivo mostrato dieci volte al giorno, con meraviglia e soddisfazione di tutta la gente. Ormai parlavo la lingua in modo tollerabile e comprendevo perfettamente ogni parola che mi veniva rivolta. Inoltre, avevo imparato il loro alfabeto e riuscivo a stento a spiegare una frase qua e là; poiché Glumdalclitch era stata la mia istruttrice mentre eravamo a casa e nelle ore libere durante il nostro viaggio. Portava in tasca un libriccino, non molto più grande di un Atlante di Sanson; era un comune trattato per l'uso delle giovinette, che forniva un breve resoconto della loro religione; da questo mi insegnò le lettere e mi interpretò le parole.

CAPITOLO III.

L'AUTORE VIENE CHIAMATO A CORTE. LA REGINA LO ACQUISTA DAL SUO PADRONE, IL CONTADINO, E LO PRESENTA AL RE. EGLI DISCUTE CON I GRANDI DOTTORI DI SUA MAESTÀ. UN APPARTAMENTO A CORTE VIENE DESTINATO ALL'AUTORE. È IN GRANDE FAVORE PRESSO LA REGINA. DIFENDE L'ONORE DEL PROPRIO PAESE. LITIGA CON IL NANO DELLA REGINA.

Le frequenti fatiche che sopportavo ogni giorno provocarono in poche settimane un cambiamento assai considerevole nella mia salute; quanto più il mio padrone guadagnava tramite me, tanto più diventava insaziabile. Avevo perso completamente l'appetito ed ero ridotto quasi a uno scheletro. Il contadino lo osservò e, concludendo che dovevo morire presto, decise di trarre da me il miglior profitto possibile. Mentre stava così ragionando e decidendo tra sé e sé, un slardral, o gentiluomo di corte, giunse dal sovrano, ordinando al mio padrone di portarmi immediatamente lì, per il divertimento della regina e delle sue dame. Alcune di queste ultime erano già venute a vedermi e avevano riferito cose straordinarie sulla mia bellezza, il mio comportamento e il mio buon senso. Sua maestà e coloro che la circondavano furono oltremodo deliziati dal mio contegno. Mi gettai in ginocchio e chiesi l'onore di baciare il suo piede imperiale; ma questa graziosa principessa tese verso di me il suo mignolo, dopo che fui stato adagiato su un tavolo, il quale strinsi tra le braccia e posai con il massimo rispetto sulle mie labbra.

Mi pose alcune domande generali sul mio paese e sui miei viaggi, alle quali risposi più distintamente e con meno parole che potei. Chiese se fossi contento di vivere a corte. M'inchinai fino al piano del tavolo e risposi umilmente che ero lo schiavo del mio padrone; ma se fossi stato padrone di me stesso, sarei stato orgoglioso di dedicare la mia vita al servizio di sua maestà. Chiese poi al mio padrone se fosse disposto a vendermi a un buon prezzo. Egli, che temeva non potessi vivere un mese, fu ben pronto a separarsi da me e pretese mille pezzi d'oro, che gli vennero ordinati sul momento, ogni pezzo della grandezza di ottocento moidores; ma, per la proporzione di tutte le cose tra quel paese e l'Europa, e l'alto prezzo dell'oro tra loro, non era una somma tanto grande quanto lo sarebbero state mille ghinee in Inghilterra. Dissi allora alla regina che, poiché ero ormai la più umile creatura e vassallo di sua maestà, dovevo implorare il favore che Glumdalclitch, che mi aveva sempre assistito con tanta cura e gentilezza e sapeva farlo così bene, potesse essere ammessa al suo servizio e continuare a essere la mia nutrice e istruttrice.

Sua maestà acconsentì alla mia petizione e ottenne facilmente il consenso del contadino, che fu ben lieto di vedere la figlia promossa a corte, e la povera ragazza stessa non riusciva a nascondere la sua gioia. Il mio ex padrone si congedò, salutandomi e dicendo che mi aveva lasciato in un buon servizio, a cui non risposi una parola, limitandomi a un lieve inchino.

La regina notò la mia freddezza e, quando il contadino fu uscito dall'appartamento, ne chiese il motivo. Presi l'audacia di dire a sua maestà che non dovevo alcun obbligo al mio ex padrone, se non quello di non aver fracassato il cervello a una povera creatura innocua, trovata per caso nel suo campo; obbligo che era ampiamente ricompensato dal guadagno che aveva fatto mostrandomi per metà del regno e dal prezzo per cui mi aveva venduto. Che la vita che avevo condotto da allora era abbastanza faticosa da uccidere un animale dieci volte più forte di me. Che la mia salute era molto compromessa dal continuo lavoro di intrattenere il volgo ogni ora del giorno, e che, se il mio padrone non avesse temuto per la mia vita, sua maestà non avrebbe fatto un affare così economico. Ma poiché ero fuori da ogni timore di essere maltrattato sotto la protezione di una così grande e buona imperatrice, ornamento della natura, beniamina del mondo, delizia dei suoi sudditi, la fenice del creato; speravo dunque che le apprensioni del mio ex padrone si sarebbero rivelate infondate, poiché sentivo già i miei spiriti rinvigorire dall'influenza della sua augustissima presenza.

Questo fu il sunto del mio discorso, pronunciato con grandi improprietà ed esitazioni; la parte finale era interamente formulata nello stile peculiare di quel popolo, di cui avevo imparato alcune frasi da Glumdalclitch mentre mi portava a corte.

La regina, pur concedendo molto per la mia imperfezione nel parlare, fu tuttavia sorpresa da tanto spirito e buon senso in un animale così minuscolo.

Mi prese nella sua mano e mi portò dal re, che si era allora ritirato nel suo gabinetto. Sua maestà, un principe di molta gravità e volto austero, non osservando bene la mia forma a prima vista, chiese alla regina, in modo freddo, da quanto tempo si fosse invaghita di uno splacnuck; poiché pareva che mi avesse scambiato per tale, mentre giacevo sul petto nella mano destra di sua maestà. Ma questa principessa, che possiede un'infinita dose di spirito e umorismo, mi pose gentilmente in piedi sullo scrittoio e mi ordinò di rendere conto di me stesso a sua maestà, cosa che feci in pochissime parole; e Glumdalclitch, che attendeva alla porta del gabinetto e non poteva sopportare che io fossi fuori dalla sua vista, essendo stata ammessa, confermò tutto ciò che era accaduto dal mio arrivo a casa di suo padre.

Il re, sebbene sia persona colta quanto chiunque altro nei suoi domini, essendo stato educato allo studio della filosofia e in particolare della matematica, tuttavia, quando osservò esattamente la mia forma e mi vide camminare eretto, prima che iniziassi a parlare, concepì che potessi essere un meccanismo a orologeria (che in quel paese ha raggiunto una perfezione molto grande) ideato da qualche ingegnoso artista. Ma quando udì la mia voce e trovò che ciò che dicevo era regolare e razionale, non poté nascondere il suo stupore. Non era affatto soddisfatto del racconto che gli feci sul modo in cui ero giunto nel suo regno, ma pensò che fosse una storia concertata tra Glumdalclitch e suo padre, i quali mi avevano insegnato una serie di parole per farmi vendere a un prezzo migliore. Su questa immaginazione mi rivolse diverse altre domande, e ricevette ancora risposte razionali, non diverse se non per un accento straniero e una conoscenza imperfetta della lingua, con alcune frasi rustiche che avevo imparato a casa del contadino e che non si addicevano allo stile garbato di una corte.

Sua maestà fece chiamare tre grandi dotti, che erano allora di servizio settimanale secondo l'uso di quel paese. Questi signori, dopo aver esaminato la mia forma con molta minuzia per un po' di tempo, furono di opinioni discordanti riguardo a me. Concordarono tutti sul fatto che non potessi essere stato prodotto secondo le leggi regolari della natura, poiché non ero costruito con una capacità di preservare la mia vita, né con la rapidità, né arrampicandomi sugli alberi, né scavando buchi nella terra. Osservarono dai miei denti, che esaminarono con grande esattezza, che ero un animale carnivoro; tuttavia, essendo la maggior parte dei quadrupedi superiore a me, e i topi di campagna, insieme ad altri, troppo agili, non riuscivano a immaginare come avrei potuto sostentarmi, a meno che non mi cibassi di lumache e altri insetti, cosa che, tramite molti dotti argomenti, dimostrarono non potermi essere possibile. Non vollero ammettere che fossi un nano, perché la mia piccolezza superava ogni grado di confronto; poiché il nano preferito della regina, il più piccolo mai conosciuto in quel regno, era alto quasi trenta piedi. Dopo molto dibattito, conclusero all'unanimità che ero solo un relplum scalcath, che si interpreta letteralmente come lusus naturae; una determinazione esattamente conforme alla filosofia moderna d'Europa: i cui professori, disdegnando la vecchia scusa delle cause occulte, con cui i seguaci di Aristotele cercavano invano di dissimulare la loro ignoranza, hanno inventato questa meravigliosa soluzione a tutte le difficoltà, per l'indicibile progresso della conoscenza umana.

Dopo questa conclusione decisiva, chiesi di essere ascoltato per una parola o due. Mi rivolsi al re e assicurai sua maestà che provenivo da un paese che abbondava di diversi milioni di individui di entrambi i sessi, e della mia stessa statura; dove gli animali, gli alberi e le case erano tutti in proporzione, e dove, di conseguenza, avrei potuto essere capace di difendermi e trovare sostentamento quanto chiunque dei sudditi di sua maestà potesse fare qui; il che ritenni una risposta completa alle argomentazioni di quei signori. A ciò risposero solo con un sorriso di disprezzo, dicendo che il contadino mi aveva istruito molto bene nella mia lezione. Il re, che aveva una comprensione assai migliore, congedati i suoi dotti, fece chiamare il contadino, che, per buona sorte, non era ancora uscito di città; avendolo quindi prima interrogato in privato e poi messo a confronto con me e la ragazza, sua maestà iniziò a pensare che ciò che gli avevamo detto potesse forse essere vero. Desiderò che la regina ordinasse che si prendesse una cura particolare di me, ed era dell'opinione che Glumdalclitch dovesse ancora continuare nel suo ufficio di accudirmi, poiché osservava che avevamo un grande affetto l'uno per l'altra. Un appartamento conveniente fu predisposto per lei a corte; le venne assegnata una sorta di governante per curare la sua educazione, una cameriera per vestirla e altri due servitori per i lavori domestici; ma la cura di me fu interamente appropriata a lei. La regina ordinò al suo ebanista di ideare una scatola che potesse servirmi da camera da letto, secondo il modello che Glumdalclitch e io avremmo concordato. Quest'uomo era un artista ingegnosissimo e, secondo le mie indicazioni, in tre settimane mi terminò una camera di legno di sedici piedi quadrati e dodici di altezza, con finestre a ghigliottina, una porta e due ripostigli, come una camera da letto di Londra. L'asse che faceva da soffitto doveva essere sollevato e abbassato tramite due cardini, per inserire un letto già fornito dal tappezziere di sua maestà, che Glumdalclitch toglieva ogni giorno per arieggiarlo, rifaceva con le proprie mani e, riabbassandolo la sera, chiudeva a chiave il tetto sopra di me. Un abile artigiano, famoso per le piccole curiosità, si incaricò di farmi due sedie, con schienali e telai, di una sostanza non dissimile dall'avorio, e due tavoli, con un mobiletto per riporre le mie cose. La stanza era imbottita su tutti i lati, così come il pavimento e il soffitto, per prevenire qualsiasi incidente dovuto alla disattenzione di chi mi trasportava e per attutire la forza di un sobbalzo quando andavo in carrozza. Chiesi una serratura per la mia porta, per impedire a ratti e topi di entrare: il fabbro, dopo diversi tentativi, fece la più piccola che si fosse mai vista tra loro; poiché ne ho conosciuta una più grande al cancello della casa di un gentiluomo in Inghilterra. Riuscivo a tenere la chiave in una tasca mia, temendo che Glumdalclitch potesse perderla. La regina ordinò inoltre le sete più sottili che si potessero trovare per confezionarmi abiti, non molto più spessi di una coperta inglese, assai ingombranti finché non mi vi fui abituato. Erano secondo la moda del regno, simili in parte al persiano e in parte al cinese, e costituiscono un abito molto serio e decoroso.

La regina divenne così affezionata alla mia compagnia che non poteva pranzare senza di me. Avevo un tavolo posto sopra quello a cui mangiava sua maestà, proprio al suo gomito sinistro, e una sedia su cui sedermi. Glumdalclitch stava su uno sgabello sul pavimento, vicino al mio tavolo, per assistermi e prendersi cura di me. Avevo un intero servizio di piatti e stoviglie d'argento, e altre necessità, che, in proporzione a quelli della regina, non erano molto più grandi di ciò che ho visto in un negozio di giocattoli di Londra per l'arredamento di una casa delle bambole: queste la mia piccola nutrice le teneva in tasca in una scatola d'argento e me le dava ai pasti quando ne avevo bisogno, pulendole sempre lei stessa. Nessuno pranzava con la regina eccetto le due principesse reali, la maggiore di sedici anni e la minore all'epoca di tredici e un mese. Sua maestà usava mettere un pezzo di carne su uno dei miei piatti, dal quale affettavo per me stesso: e il suo divertimento era vedermi mangiare in miniatura; poiché la regina (che aveva, in verità, uno stomaco debole) prendeva in un solo boccone quanto una dozzina di contadini inglesi avrebbero potuto mangiare in un pasto, il che per me fu per qualche tempo uno spettacolo molto nauseante. Sgranocchiava l'ala di un'allodola, ossa e tutto, tra i denti, sebbene fosse nove volte più grande di quella di un tacchino adulto; e metteva in bocca un pezzo di pane grande quanto due pagnotte da dodici penny. Beveva da una coppa d'oro, oltre un barile a ogni sorso. I suoi coltelli erano lunghi il doppio di una falce, fissati dritti sul manico. I cucchiai, le forchette e gli altri strumenti erano tutti nella stessa proporzione. Ricordo che quando Glumdalclitch mi portò, per curiosità, a vedere alcuni tavoli a corte, dove dieci o una dozzina di questi enormi coltelli e forchette venivano sollevati insieme, pensai di non aver mai visto fino ad allora uno spettacolo così terribile.

È usanza che ogni mercoledì (che, come ho osservato prima, è il loro sabato) il re e la regina, con la prole reale di entrambi i sessi, pranzino insieme nell'appartamento di sua maestà, presso il quale ero ormai diventato un grande favorito; e in questi momenti la mia piccola sedia e il mio tavolo venivano posti alla sua sinistra, davanti a una delle saliere. Questo principe prendeva piacere nel conversare con me, informandosi sui costumi, la religione, le leggi, il governo e l'istruzione dell'Europa; in merito ai quali gli diedi il miglior resoconto che fui in grado. La sua comprensione era così chiara e il suo giudizio così esatto che faceva riflessioni e osservazioni molto sagge su tutto ciò che dicevo. Ma confesso che, dopo essere stato un po' troppo prolisso nel parlare del mio amato paese, dei nostri commerci e delle guerre per mare e per terra, dei nostri scismi nella religione e delle parti nello Stato; i pregiudizi della sua educazione prevalsero al punto che non poté trattenersi dal prendermi nella mano destra e, accarezzandomi delicatamente con l'altra, dopo una cordiale risata, mi chiese se fossi un whig o un tory? Poi, rivolgendosi al suo primo ministro, che attendeva dietro di lui con un bastone bianco alto quasi quanto l'albero maestro della "Royal Sovereign", osservò quanto fosse spregevole la grandezza umana, che poteva essere mimata da insetti così minuscoli come me: eppure, dice, oso scommettere che queste creature hanno i loro titoli e distinzioni d'onore; costruiscono piccoli nidi e tane, che chiamano case e città; fanno figura nell'abbigliamento e nel seguito; amano, combattono, disputano, ingannano, tradiscono. E così continuò, mentre il mio colorito andava e veniva diverse volte per l'indignazione, nel sentire il nostro nobile paese, la padrona delle arti e delle armi, il flagello della Francia, l'arbitra dell'Europa, la sede della virtù, della pietà, dell'onore e della verità, l'orgoglio e l'invidia del mondo, trattato così sprezzantemente.

Ma, poiché non ero in condizioni di risentirmi per le offese, dopo riflessioni mature, iniziai a dubitare se fossi stato offeso o meno. Poiché, dopo essere stato abituato, per diversi mesi, alla vista e alla conversazione di questo popolo, e aver osservato ogni oggetto su cui posavo gli occhi essere di grandezza proporzionata, l'orrore che avevo inizialmente concepito per la loro mole e il loro aspetto si era talmente attenuato che, se avessi visto allora una compagnia di lord e dame inglesi nei loro abiti eleganti, e nei vestiti da cerimonia, recitare le loro diverse parti nel modo più cortese del pavoneggiarsi, dell'inchinarsi e del chiacchierare, a dire il vero, sarei stato fortemente tentato di ridere tanto di loro quanto il re e i suoi grandi facevano di me. Né, in verità, potevo trattenermi dal sorridere di me stesso, quando la regina usava pormi sulla sua mano verso uno specchio, per mezzo del quale entrambi i nostri personaggi apparivano davanti a me in piena vista insieme; e non ci poteva essere nulla di più ridicolo del confronto; sicché iniziai davvero a immaginarmi rimpicciolito di molti gradi al di sotto della mia solita taglia.

Nulla mi fece arrabbiare e mortificare così tanto come il nano della regina, il quale, essendo della statura più bassa che mai ci fosse stata in quel paese (poiché credo davvero che non fosse alto trenta piedi pieni), divenne così insolente nel vedere una creatura così tanto al di sotto di lui che voleva sempre ostentare spavalderia e darsi delle arie, mentre mi passava accanto nell'anticamera della regina, mentre io stavo in piedi su qualche tavolo, parlando con i lord o le dame di corte, e raramente mancava di una parola pungente o due sulla mia piccolezza; contro cui potevo solo vendicarmi chiamandolo fratello, sfidandolo a lottare, e con simili battute tipiche della bocca dei paggi di corte. Un giorno, a pranzo, questo piccolo cucciolo malizioso fu così stizzito da qualcosa che gli avevo detto che, sollevandosi sul telaio della sedia di sua maestà, mi prese, mentre mi stavo sedendo, senza pensare ad alcun male; e mi lasciò cadere in una grande ciotola d'argento piena di panna, per poi correre via il più veloce che poteva. Caddi testa e orecchi dentro e, se non fossi stato un buon nuotatore, sarebbe potuta andare molto male per me; poiché Glumdalclitch, in quell'istante, si trovava dall'altra parte della stanza, e la regina era così spaventata che le mancò la presenza di spirito per assistermi. Ma la mia piccola nutrice corse in mio soccorso e mi tirò fuori, dopo che ebbi ingoiato oltre un quarto di panna. Fui messo a letto; tuttavia, non subii altro danno che la perdita di un vestito, che fu completamente rovinato. Il nano fu sonoramente frustato e, come ulteriore punizione, costretto a bere l'intera ciotola di panna in cui mi aveva gettato; né fu mai più riammesso al favore; poiché, poco dopo, la regina lo donò a una dama di alto rango, così che non lo vidi più, con mia grandissima soddisfazione; poiché non avrei saputo fino a quale estremo un monello così malizioso avrebbe potuto spingere il suo risentimento.

Egli mi aveva già giocato in precedenza un brutto tiro, che fece ridere la regina, sebbene, allo stesso tempo, ella ne fosse sinceramente contrariata e lo avrebbe immediatamente licenziato, se io non fossi stato così generoso da intercedere. Sua maestà aveva preso un osso col midollo dal suo piatto e, dopo averne estratto il midollo, aveva posizionato l'osso sul piatto in verticale, com'era in precedenza. Il nano, in attesa della sua occasione, mentre Glumdalclitch si era recata alla credenza, salì sullo sgabello su cui lei stava per occuparsi di me durante i pasti, mi prese con entrambe le mani e, stringendomi le gambe insieme, mi incastrò nell'osso col midollo fin sopra la vita; lì rimasi bloccato per qualche tempo, offrendo un aspetto davvero ridicolo. Credo passò quasi un minuto prima che qualcuno si accorgesse di che fine avessi fatto; poiché ritenevo indegno di me mettermi a gridare. Ma, siccome i principi raramente consumano le loro vivande calde, le mie gambe non rimasero scottate, solo le calze e le brache ridotte in condizioni pietose. Il nano, su mia supplica, non ebbe altra punizione che una sonora fustigazione.

Ero spesso schernito dalla regina a causa della mia timorosità; e lei soleva chiedermi se la gente del mio paese fosse codarda quanto me. L'occasione era questa: il regno è molto tormentato dalle mosche in estate; e questi odiosi insetti, ognuno dei quali grande quanto un'allodola di Dunstable, difficilmente mi davano tregua, mentre sedevo a cena, con il loro continuo ronzio e brusio attorno alle mie orecchie. A volte si posavano sulle mie vivande. Altre volte si fissavano sul mio naso o sulla fronte, dove mi pungevano sul vivo, e avevo gran da fare per difendermi da quegli animali detestabili, e non potevo fare a meno di sobbalzare quando mi arrivavano in faccia. Era pratica comune del nano catturare un certo numero di questi insetti nella sua mano, come fanno i ragazzi di scuola da noi, e lasciarli andare improvvisamente sotto il mio naso, apposta per spaventarmi e divertire la regina. Il mio rimedio era tagliarli in pezzi col mio coltello mentre volavano nell'aria, cosa in cui la mia destrezza era molto ammirata.

Ricordo che, una mattina, quando Glumdalclitch mi ebbe posto nella mia cassetta su una finestra, come faceva solitamente nelle belle giornate per farmi prendere aria (poiché non osavo rischiare che la cassetta venisse appesa a un chiodo fuori dalla finestra, come facciamo con le gabbie in Inghilterra), dopo aver sollevato uno dei miei telai e essermi seduto al mio tavolino per mangiare un pezzo di dolce per colazione, più di venti vespe, attirate dall'odore, entrarono volando nella stanza, ronzando più forte dei fuchi di altrettante cornamuse. Alcune di esse si impadronirono del mio dolce e lo portarono via pezzo dopo pezzo; altre volavano attorno alla mia testa e al viso, confondendomi con il rumore e mettendomi nel massimo terrore delle loro punture. Tuttavia, ebbi il coraggio di alzarmi, sguainare il mio stiletto e attaccarle in aria. Ne eliminai quattro, ma le altre scapparono e io chiusi prontamente la mia finestra. Queste creature erano grandi quanto pernici; estrassi i loro pungiglioni, trovandoli lunghi un pollice e mezzo e affilati come aghi. Li conservai con cura e, avendoli mostrati in seguito, insieme ad altre curiosità, in diverse parti d'Europa, al mio ritorno in Inghilterra, ne donai tre al Gresham College e tenni il quarto per me.

CAPITOLO IV.

DESCRIZIONE DEL PAESE. UNA PROPOSTA PER CORREGGERE LE MODERNE CARTINE GEOGRAFICHE. IL PALAZZO DEL RE E UN RAPPORTO SULLA METROPOLI. IL MODO DI VIAGGIARE DELL'AUTORE. IL TEMPIO PRINCIPALE DESCRITTO.

Intendo ora fornire al lettore una breve descrizione di questo paese, per quanto vi ho viaggiato, il che non è stato più di duemila miglia attorno a Lorbrulgrud, la metropoli. Poiché la regina, che accompagnavo sempre, non si spingeva mai oltre quando seguiva il re nei suoi spostamenti, e lì sostava fino al ritorno di sua maestà dall'ispezione delle sue frontiere. L'intera estensione dei domini di questo principe raggiunge circa seimila miglia in lunghezza e da tre a cinque in larghezza. Da cui non posso che concludere che i nostri geografi d'Europa siano in grande errore, supponendo non vi sia altro che mare tra il Giappone e la California; poiché è sempre stata mia opinione che debba esserci un bilanciamento di terre per fare da contrappeso al grande continente della Tartaria; e perciò dovrebbero correggere le loro mappe e carte, unendo questa vasta distesa di terra alle parti nord-occidentali dell'America, in cui sarò pronto a prestare loro la mia assistenza.

Il regno è una penisola, terminata a nord-est da una catena di montagne, alte trenta miglia, del tutto impraticabili a causa dei vulcani sulle cime: né i più dotti sanno che razza di mortali abiti oltre quelle montagne, o se siano affatto abitate. Sugli altri tre lati è circondato dall'oceano. Non vi è un solo porto marittimo in tutto il regno, e quelle parti delle coste in cui sfociano i fiumi sono così piene di rocce appuntite, e il mare generalmente così agitato, che non vi è modo di avventurarsi con la più piccola delle loro imbarcazioni; sicché queste persone sono completamente escluse da ogni commercio con il resto del mondo.

Ma i grandi fiumi sono pieni di navi e abbondano di pesci eccellenti, poiché raramente ne prendono dal mare, dato che i pesci di mare sono della stessa dimensione di quelli in Europa e di conseguenza non vale la pena pescarli; da cui è manifesto che la natura, nella produzione di piante e animali di così straordinaria mole, è interamente confinata a questo continente, del che lascio determinare le ragioni ai filosofi. Tuttavia, di tanto in tanto, catturano una balena, che capita venga scagliata contro le rocce, di cui la gente comune si nutre volentieri. Queste balene le ho conosciute così grandi che un uomo difficilmente potrebbe portarne una sulle proprie spalle; e a volte, per curiosità, vengono portate in ceste a Lorbrulgrud: ne vidi una in un piatto alla tavola del re, che passava per una rarità, ma non osservai che ne fosse ghiotto; poiché penso davvero che la grandezza lo disgustasse, sebbene ne abbia vista una alquanto più grande in Groenlandia.

Il paese è ben popolato, poiché contiene cinquantuno città, quasi cento borghi murati e un gran numero di villaggi. Per soddisfare il mio curioso lettore, può bastare descrivere Lorbrulgrud. Questa città sorge in parti quasi uguali su entrambi i lati del fiume che l'attraversa. Contiene oltre ottantamila case e circa seicentomila abitanti. È lunga tre glomglung (che fanno circa cinquantaquattro miglia inglesi) e due e mezzo in larghezza, come ho misurato io stesso sulla mappa reale fatta per ordine del re, che fu stesa a terra apposta per me, ed estesa per cento piedi: ho percorso il diametro e la circonferenza diverse volte a piedi nudi e, calcolando con la scala, l'ho misurata in modo abbastanza preciso.

Il palazzo del re non è un edificio regolare, ma un ammasso di costruzioni, di circa sette miglia di giro: le stanze principali sono generalmente alte duecentosessanta piedi, e larghe e lunghe in proporzione. Una carrozza era concessa a Glumdalclitch e a me, nella quale la sua governante la portava spesso fuori a vedere la città, o ad andare tra i negozi; e io ero sempre della comitiva, trasportato nella mia cassetta; sebbene la ragazza, a mia richiesta, mi tirasse spesso fuori e mi tenesse in mano, affinché potessi vedere più comodamente le case e la gente mentre passavamo lungo le strade. Ho stimato la nostra carrozza essere circa il quadrato della Westminster Hall, ma non del tutto così alta: tuttavia, non posso essere molto preciso.

Oltre alla grande cassetta nella quale ero solitamente trasportato, la regina ordinò che ne venisse fatta una più piccola per me, di circa dodici piedi quadrati e dieci di altezza, per la comodità di viaggiare, poiché l'altra era alquanto troppo grande per le ginocchia di Glumdalclitch e ingombrante nella carrozza. Fu realizzata dallo stesso artista, che diressi nell'intera progettazione. Questo gabinetto da viaggio era un quadrato esatto, con una finestra al centro di tre dei quadrati, e ogni finestra era dotata di rete di ferro all'esterno, per prevenire incidenti nei lunghi viaggi. Sul quarto lato, che non aveva finestre, erano fissati due robusti ganci, attraverso i quali la persona che mi portava, quando avevo voglia di andare a cavallo, passava una cinghia di cuoio e la allacciava attorno alla sua vita. Questo era sempre l'incarico di qualche servitore serio e fidato, in cui potevo confidare, sia che accompagnassi il re e la regina nei loro spostamenti, sia che fossi disposto a vedere i giardini, o a fare visita a qualche grande dama o ministro di stato alla corte; poiché presto cominciai a essere conosciuto e stimato tra i più grandi funzionari, suppongo più per il favore delle loro maestà che per qualsiasi merito mio.

Nei viaggi, quando ero stanco della carrozza, un servitore a cavallo allacciava la mia cassetta e la posizionava su un cuscino davanti a sé; e lì avevo una visione completa del paese su tre lati dalle mie tre finestre. Avevo in questo gabinetto un letto da campo e un'amaca appesa al soffitto, due sedie e un tavolo, accuratamente avvitati al pavimento, per evitare di essere sballottati dall'agitazione del cavallo o della carrozza. E essendo stato a lungo abituato ai viaggi per mare, quei movimenti, sebbene a volte molto violenti, non mi scomponevano molto.

Ogni volta che avevo voglia di vedere la città, era sempre nel mio gabinetto da viaggio, che Glumdalclitch teneva in grembo, in una sorta di portantina aperta, secondo la moda del paese, portata da quattro uomini e accompagnata da altri due con la livrea della regina. La gente, che aveva spesso sentito parlare di me, era molto curiosa di accalcarsi attorno alla portantina, e la ragazza era abbastanza compiacente da far fermare i portatori e prendermi in mano, affinché potessi essere visto più comodamente.

Ero molto desideroso di vedere il tempio principale, e in particolare la torre ad esso appartenente, che è considerata la più alta del regno. Di conseguenza, un giorno la mia nutrice mi vi portò, ma devo dire in verità che tornai deluso; poiché l'altezza non supera i tremila piedi, calcolando dal suolo alla punta del pinnacolo più alto; il che, considerando la differenza tra la taglia di quelle persone e la nostra in Europa, non è gran che per destare ammirazione, né affatto uguale in proporzione (se ricordo bene) al campanile di Salisbury. Ma, per non sminuire una nazione alla quale per tutta la vita mi riconoscerò estremamente obbligato, si deve ammettere che ciò che questa famosa torre perde in altezza è ampiamente compensato in bellezza e forza. Poiché le mura sono spesse quasi cento piedi, costruite in pietra da taglio, di cui ognuna è di circa quaranta piedi quadrati, e adornate su tutti i lati con statue di dei e imperatori, scolpite nel marmo più grandi del naturale, collocate nelle loro diverse nicchie. Ho misurato un mignolo che era caduto da una di queste statue e giaceva inosservato tra alcune macerie, e l'ho trovato esattamente di quattro piedi e un pollice di lunghezza. Glumdalclitch lo avvolse nel suo fazzoletto e lo portò a casa in tasca, per conservarlo tra gli altri gingilli, di cui la ragazza era molto appassionata, come sono solitamente i bambini della sua età.

La cucina del re è davvero un nobile edificio, voltato in alto e alto circa seicento piedi. Il grande forno non è così largo di dieci passi quanto la cupola di St. Paul, poiché ho misurato quest'ultima apposta dopo il mio ritorno. Ma se dovessi descrivere la griglia della cucina, le prodigiose pentole e caldaie, i pezzi di carne che girano sugli spiedi, con molti altri dettagli, forse sarei difficilmente creduto; almeno, un critico severo sarebbe propenso a pensare che abbia esagerato un poco, come si sospetta spesso che facciano i viaggiatori. Per evitare tale censura, temo di essere incorso troppo nell'altro estremo; e che se questo trattato dovesse venire tradotto nella lingua di Brobdingnag (che è il nome generale di quel regno) e trasmesso là, il re e il suo popolo avrebbero ragione di lamentarsi che ho fatto loro un torto, con una rappresentazione falsa e sminuente.

Sua maestà non tiene raramente più di seicento cavalli nelle sue stalle: sono generalmente alti da cinquantaquattro a sessanta piedi. Ma quando esce in giorni solenni, è accompagnato per ostentazione da una guardia di milizia di cinquecento cavalli, che in verità pensavo fosse lo spettacolo più splendido che si potesse mai vedere, finché non vidi parte del suo esercito in ordine di battaglia, di cui troverò un'altra occasione per parlare.

CAPITOLO V.

DIVERSE AVVENTURE ACCADUTE ALL'AUTORE. L'AUTORE MOSTRA LA SUA ABILITÀ NELLA NAVIGAZIONE.

Sarei vissuto abbastanza felicemente in quel paese, se la mia piccolezza non mi avesse esposto a diversi incidenti ridicoli e fastidiosi, alcuni dei quali mi avventurerò a raccontare. Glumdalclitch mi portava spesso nei giardini della corte nella mia cassetta più piccola, e a volte mi prendeva fuori di essa, e mi teneva in mano, o mi metteva a terra per camminare. Ricordo, prima che il nano lasciasse la regina, egli ci seguì un giorno in quei giardini, e la mia nutrice avendomi messo a terra, essendo io e lui vicini, vicino ad alcuni meli nani, dovetti per forza mostrare il mio spirito con un'allusione sciocca tra lui e gli alberi, che capita regga nella loro lingua, come fa nella nostra. Dopodiché il mascalzone malizioso, in attesa della sua occasione, quando camminavo sotto uno di essi, lo scosse direttamente sopra la mia testa; per il che una dozzina di mele, ognuna delle quali grande quasi quanto un barile di Bristol, vennero a rotolarmi attorno alle orecchie; una di esse mi colpì sulla schiena mentre mi accadeva di chinarmi e mi abbatté faccia a terra; ma non ricevetti altro danno; e il nano fu perdonato su mia richiesta, perché io avevo dato la provocazione.

Un altro giorno, Glumdalclitch mi lasciò su un prato liscio per divertirmi, mentre lei camminava a una certa distanza con la sua governante. Nel frattempo cadde improvvisamente un tale violento rovescio di grandine, che fui immediatamente, per la forza di essa, sbattuto a terra; e quando fui giù, i chicchi di grandine mi diedero tali crudeli colpi su tutto il corpo come se fossi stato bersagliato con palline da tennis; tuttavia, riuscii a strisciare a quattro zampe e a ripararmi sdraiandomi faccia a terra sul lato sottovento di un bordo di timo limone, ma così ammaccato dalla testa ai piedi che non potei uscire per dieci giorni. Né c'è affatto da meravigliarsi di ciò, perché la natura, in quel paese, osservando la stessa proporzione in tutte le sue operazioni, un chicco di grandine è quasi milleottocento volte più grande di uno in Europa, il che posso asserire per esperienza, essendo stato così curioso da pesarli e misurarli.

Ma un incidente più pericoloso mi accadde nello stesso giardino, quando la mia piccola nutrice, credendo di avermi messo in un posto sicuro, cosa che spesso la imploravo di fare, affinché potessi godermi i miei pensieri, e avendo lasciato la mia cassetta a casa, per evitare il fastidio di trasportarla, andò in un'altra parte del giardino con la governante e alcune dame di sua conoscenza, lei era assente e fuori portata di voce, un piccolo cane appartenente a uno dei giardinieri capo, essendo entrato per caso nel giardino, capitò nel luogo dove giacevo: il cane, seguendo l'odore, venne direttamente su, e prendendomi in bocca, corse dritto dal suo padrone, scodinzolando, e mi posò delicatamente a terra. Per buona fortuna, era stato così ben addestrato che fui trasportato tra i suoi denti senza il minimo danno, o persino strappo ai miei vestiti. Ma il povero giardiniere, che mi conosceva bene e nutriva una grande gentilezza per me, era in uno spavento terribile: mi prese delicatamente con entrambe le mani e mi chiese come stavo; ma ero così stupito e senza fiato che non potevo proferire parola. In pochi minuti mi ripresi e lui mi portò sano e salvo dalla mia piccola nutrice, che a quel punto era tornata nel luogo dove mi aveva lasciato, ed era in agonie crudeli quando non apparivo né rispondevo quando chiamava. Rimproverò severamente il giardiniere per il suo cane, ma la cosa fu insabbiata e mai conosciuta a corte; poiché la ragazza aveva paura dell'ira della regina, e in verità, per quanto mi riguarda, pensavo non sarebbe stato a mio vantaggio che una tale storia andasse in giro.

Questo incidente determinò assolutamente Glumdalclitch a non fidarsi mai più di lasciarmi uscire in futuro senza la sua vista. Avevo a lungo temuto questa risoluzione, e perciò le nascosi alcune piccole avventure sfortunate che accaddero in quei tempi in cui ero lasciato da solo. Una volta un nibbio, librandosi sopra il giardino, fece una picchiata su di me; e se non avessi risolutamente sguainato il mio stiletto e corso sotto una folta spalliera, mi avrebbe certamente portato via tra i suoi artigli. Un'altra volta, camminando verso la cima di una fresca talpa, caddi fino al collo nel buco attraverso il quale quell'animale aveva buttato fuori la terra. Rompii anche lo stinco destro contro il guscio di una lumaca, su cui mi accadde di inciampare mentre camminavo solo e pensavo alla povera Inghilterra.

Non so dire se fui più compiaciuto o mortificato nell'osservare in quelle passeggiate solitarie che gli uccelli più piccoli non sembravano affatto aver paura di me, ma saltellavano nel raggio di un metro, cercando vermi e altro cibo, con tanta indifferenza e sicurezza come se nessuna creatura fosse affatto vicino a loro. Ricordo che un tordo ebbe la confidenza di strapparmi di mano col suo becco un pezzo di dolce che Glumdalclitch mi aveva appena dato per la mia colazione.

Quando tentai di catturare qualcuno di questi uccelli, essi si voltavano audacemente contro di me, tentando di beccare le mie dita, che non osavo avventurare alla loro portata; e poi saltellavano indietro incuranti a caccia di vermi e lumache come facevano prima. Ma un giorno presi un grosso bastone e lo tirai con tutta la mia forza così fortunatamente a un fanello che lo abbattetti e, afferrandolo per il collo con entrambe le mani, corsi con lui in trionfo dalla mia nutrice. Tuttavia, l'uccello, che era stato solo stordito, riprendendosi, mi diede tante di quelle botte con le sue ali su entrambi i lati della testa e del corpo, sebbene lo tenessi a distanza di braccio ed ero fuori dalla portata dei suoi artigli, che fui venti volte sul punto di lasciarlo andare. Ma fui presto sollevato da uno dei nostri servitori, che spezzò il collo all'uccello, e l'ebbi il giorno dopo a cena per comando della regina. Questo fanello, per quanto ricordo, sembrava essere alquanto più grande di un cigno inglese.

La regina, che soleva spesso sentirmi parlare dei miei viaggi per mare, e colse tutte le occasioni per divertirmi quando ero malinconico, mi chiese se sapevo come maneggiare una vela o un remo, e se un po' di esercizio di voga potesse non essere conveniente per la mia salute. Risposi che capivo entrambe le cose molto bene; poiché, sebbene il mio impiego principale fosse stato quello di essere chirurgo o medico della nave, tuttavia spesso, nel bisogno, ero costretto a lavorare come un comune marinaio. Ma non vedevo come questo potesse essere fatto nel loro paese, dove la più piccola scialuppa era uguale a un vascello di primo rango tra noi, e una barca che potessi gestire non sopravviverebbe mai in nessuno dei loro fiumi.

Sua Maestà disse che, se avessi potuto progettare una barca, il suo carpentiere l'avrebbe costruita e lei mi avrebbe fornito un luogo dove navigare. Il tizio era un operaio ingegnoso e, seguendo le mie istruzioni, in dieci giorni terminò una barca da diporto, completa di tutto il sartiame, in grado di ospitare comodamente otto europei. Quando fu ultimata, la regina ne fu così entusiasta che corse con essa in grembo dal re, il quale ordinò che venisse messa in una cisterna piena d'acqua, con me dentro, per una prova; lì non riuscii a manovrare i miei due scull, o piccoli remi, per mancanza di spazio.

Ma la regina aveva precedentemente escogitato un altro progetto. Ordinò al carpentiere di costruire una vasca di legno lunga trecento piedi, larga cinquanta e profonda otto; la quale, essendo ben calafatata per evitare perdite, fu collocata sul pavimento lungo la parete in una stanza esterna del palazzo. Aveva un rubinetto vicino al fondo per far uscire l'acqua, quando iniziava a diventare stantia; e due servitori potevano riempirla facilmente in mezz'ora. Qui ero solito remare spesso per mio diletto, così come per quello della regina e delle sue dame, che si ritenevano ben intrattenute dalla mia abilità e agilità. A volte issavo la mia vela, e allora il mio unico compito era timonare, mentre le dame mi donavano un soffio di vento con i loro ventagli; e quando erano stanche, alcuni dei loro paggi soffiavano sulla mia vela per farla avanzare, mentre io mostravo la mia arte timonando a dritta o a sinistra, a mio piacimento. Quando avevo finito, Glumdalclitch portava sempre indietro la mia barca nel suo stanzino e la appendeva a un chiodo ad asciugare.

In questo esercizio una volta ebbi un incidente che per poco non mi costò la vita; poiché uno dei paggi, avendo messo la mia barca nella vasca, la governante che assisteva Glumdalclitch, molto premurosamente mi sollevò per mettermi nella barca, ma mi capitò di scivolare tra le sue dita e sarei infallibilmente caduto per quaranta piedi sul pavimento se, per la fortuna più grande del mondo, non fossi stato fermato da uno spillo che era conficcato nel bustino della buona donna; la capocchia dello spillo passò tra la mia camicia e la cintura dei miei calzoni, e così rimasi sospeso a mezz'aria per il mezzo del corpo, finché Glumdalclitch non corse in mio soccorso.

Un'altra volta, uno dei servitori, il cui compito era riempire la mia vasca ogni tre giorni con acqua fresca, fu così sbadato da lasciar scivolare fuori dal suo secchio un'enorme rana (senza accorgersene). La rana rimase nascosta finché non fui messo nella mia barca, ma poi, vedendo un posto dove riposare, vi si arrampicò e la fece inclinare così tanto da un lato che fui costretto a bilanciarla con tutto il mio peso sull'altro per evitare che si capovolgesse. Quando la rana fu entrata, fece un balzo per metà della lunghezza della barca, e poi sopra la mia testa avanti e indietro. La grandezza dei suoi lineamenti la faceva apparire l'animale più deforme che si possa concepire. Tuttavia, chiesi a Glumdalclitch di lasciarmi sbrigare da solo. La colpii per un bel po' con uno dei miei remi e alla fine la costrinsi a saltare fuori dalla barca.

Ma il pericolo più grande che abbia mai corso in quel regno fu a causa di una scimmia, che apparteneva a uno degli aiutanti di cucina. Glumdalclitch mi aveva chiuso nel suo stanzino, mentre lei era andata da qualche parte per affari o per una visita. Essendo il tempo molto caldo, la finestra dello stanzino era stata lasciata aperta, così come le finestre e la porta della mia scatola più grande, in cui solitamente vivevo, a causa della sua ampiezza e comodità. Mentre sedevo tranquillamente a meditare al mio tavolo, sentii qualcosa rimbalzare dentro dalla finestra dello stanzino e saltellare da una parte all'altra; al che, sebbene fossi molto allarmato, mi azzardai a guardare fuori, senza però muovermi dal mio posto; e allora vidi questo animale giocoso scorrazzare e saltare su e giù, finché alla fine arrivò alla mia scatola, che sembrò osservare con grande piacere e curiosità, sbirciando dentro dalla porta e da ogni finestra.

Mi ritirai nell'angolo più lontano della mia stanza o scatola; ma la scimmia, guardando dentro da ogni lato, mi mise in tale spavento che mi mancò la presenza di spirito per nascondermi sotto il letto, come avrei potuto facilmente fare. Dopo aver passato un po' di tempo a sbirciare, ghignare e chiacchierare, alla fine mi scorse e, allungando una delle sue zampe dentro la porta, come fa un gatto quando gioca con un topo, sebbene spesso cambiassi posto per evitarlo, alla fine afferrò il lembo della mia giacca (che, essendo fatta di quella seta del paese, era molto spessa e resistente) e mi trascinò fuori. Mi tirò fuori con la sua zampa anteriore destra e mi tenne come fa una balia con un bambino, proprio come ho visto fare alla stessa specie di creatura con un gattino in Europa: e, quando cercai di dimenarmi, mi strinse così forte che pensai fosse più prudente sottomettermi. Ho buone ragioni per credere che mi avesse preso per un piccolo della sua stessa specie, dato che spesso mi accarezzava il viso molto delicatamente con l'altra zampa.

In questi passatempi fu interrotto da un rumore alla porta dello stanzino, come se qualcuno la stesse aprendo; al che saltò improvvisamente verso la finestra da cui era entrato, e da lì sulle coperture e le grondaie camminando su tre zampe, e tenendomi nella quarta, finché non si arrampicò su un tetto che era adiacente al nostro. Sentii Glumdalclitch lanciare un grido nel momento in cui mi stava portando via. La povera ragazza era quasi fuori di sé. Quella parte del palazzo era tutta in subbuglio; i servitori corsero a prendere le scale; la scimmia fu vista da centinaia di persone nel cortile, seduta sul colmo di un edificio, che mi teneva come un bambino in una delle sue zampe anteriori: al che molti della plebaglia sottostante non poterono trattenersi dal ridere; né penso che debbano essere giustamente biasimati, poiché senza dubbio la scena era abbastanza ridicola per tutti tranne che per me. Alcune persone lanciarono sassi, sperando di far scendere la scimmia; ma questo fu severamente proibito, altrimenti molto probabilmente mi avrebbero fracassato il cranio.

Le scale furono quindi portate e salite da diversi uomini, il che, osservato dalla scimmia, che si trovò quasi circondata, non essendo in grado di correre abbastanza velocemente con le sue tre zampe, mi lasciò cadere su una tegola del colmo e scappò. Qui rimasi seduto per un po', a cinquecento iarde dal suolo, aspettandomi ogni momento di essere spazzato via dal vento, o di cadere per la mia stessa vertigine, e di rotolare giù dal colmo fino alle gronde; ma un onesto ragazzo, uno dei lacchè della mia nutrice, salì e, mettendomi nella tasca dei suoi calzoni, mi portò giù sano e salvo.

Ero così debole e ammaccato ai fianchi per le strette datemi da questo odioso animale, che fui costretto a stare a letto per quindici giorni. Il re, la regina e tutta la corte mandarono ogni giorno a informarsi della mia salute, e Sua Maestà mi fece diverse visite durante la mia malattia. La scimmia fu uccisa e fu dato ordine che nessun animale del genere fosse tenuto nei pressi del palazzo.

Quando mi presentai al re, dopo la mia guarigione, per ringraziarlo dei suoi favori, si compiacque di prendermi in giro un bel po' su questa avventura. Mi chiese quali fossero i miei pensieri e le mie speculazioni mentre giacevo nella zampa della scimmia. Desiderava sapere cosa avrei fatto in una simile occasione nel mio paese. Dissi a Sua Maestà che in Europa non avevamo scimmie, eccetto quelle portate come curiosità da altri luoghi, e così piccole che avrei potuto sbrigarmela con una dozzina di loro contemporaneamente se avessero osato attaccarmi. E quanto a quell'animale mostruoso con cui ero stato poco prima alle prese (era, infatti, grande come un elefante) se le mie paure mi avessero permesso di pensare fino al punto di usare il mio stocco (guardando ferocemente e posando la mano sull'elsa, mentre parlavo) quando infilò la zampa nella mia stanza, forse gli avrei inferto una tale ferita da farlo felice di ritirarla con più fretta di quanta ne avesse usata per metterla dentro. Dissi questo con un tono fermo, come una persona gelosa che il proprio coraggio potesse essere messo in dubbio.

Tuttavia, il mio discorso non produsse altro che una fragorosa risata, che tutto il rispetto dovuto a Sua Maestà da parte di coloro che lo circondavano non poté far loro trattenere. Questo mi fece riflettere su quanto sia vano il tentativo per un uomo di cercare di farsi onore tra coloro che sono fuori da ogni grado di uguaglianza o confronto con lui. Eppure, ho visto la morale del mio comportamento molto spesso in Inghilterra dopo il mio ritorno, dove un piccolo lacchè spregevole, senza il minimo titolo di nascita, persona, ingegno o buonsenso, presume di guardare con importanza e mettersi al pari delle persone più grandi del regno.

Ogni giorno rifornivo la corte di qualche storia ridicola; e Glumdalclitch, sebbene mi amasse all'eccesso, era abbastanza astuta da informare la regina ogni volta che commettevo qualche sciocchezza che pensava potesse divertire Sua Maestà. La ragazza, che non era stata bene, fu portata dalla sua governante a prendere aria a circa un'ora di distanza, o trenta miglia dalla città. Scesero dalla carrozza vicino a un piccolo sentiero in un campo, e, avendo Glumdalclitch posato la mia scatola da viaggio, ne uscii per camminare. C'era una pozza di fango sul sentiero e io dovetti per forza mettere alla prova la mia agilità tentando di saltarla. Presi la rincorsa, ma sfortunatamente il salto fu troppo corto e mi ritrovai proprio nel mezzo fino alle ginocchia. Guadai con qualche difficoltà, e uno dei lacchè mi pulì il meglio che poté con il suo fazzoletto, poiché ero sporco di fango in modo disgustoso; e la mia nutrice mi confinò nella mia scatola finché non tornammo a casa, quando la regina fu presto informata di quanto era accaduto, e il lacchè lo diffuse per tutta la corte; così che per alcuni giorni l'ilarità fu tutta a mie spese.

CAPITOLO VI.

DIVERSI STRATAGEMMI DELL'AUTORE PER COMPIACERE IL RE E LA REGINA. MOSTRA LA SUA ABILITÀ NELLA MUSICA. IL RE SI INFORMA SULLO STATO DELL'INGHILTERRA, CHE L'AUTORE GLI ESPONE. LE OSSERVAZIONI DEL RE AL RIGUARDO.

Ero solito assistere alla levata del re una o due volte alla settimana, e spesso l'avevo visto sotto la mano del barbiere, il che in effetti all'inizio era molto terribile da vedere; poiché il rasoio era quasi due volte più lungo di una falce comune. Sua Maestà, secondo l'usanza del paese, veniva rasato solo due volte a settimana. Una volta convinsi il barbiere a darmi un po' della schiuma o sapone, dalla quale raccolsi quaranta o cinquanta dei monconi di capelli più forti, poi presi un pezzo di legno pregiato e lo tagliai come il dorso di un pettine, praticandovi diversi fori a uguale distanza con un ago il più piccolo che potei ottenere da Glumdalclitch. Vi fissai i monconi in modo così artificioso, raschiandoli e smussandoli con il mio coltello verso le punte, che ne feci un pettine molto tollerabile; il che fu un rifornimento tempestivo, essendo il mio così rotto nei denti da essere quasi inutile: né conoscevo alcun artista in quel paese così raffinato ed esatto da volersi impegnare a farmene un altro.

E questo mi ricorda un divertimento nel quale passavo molte delle mie ore di svago. Chiesi alla donna della regina di conservare per me le ciocche cadute dei capelli di Sua Maestà, delle quali col tempo ottenni una buona quantità; e consultandomi con il mio amico ebanista, che aveva ricevuto ordini generali di fare piccoli lavori per me, gli ordinai di costruire due telai per sedie, non più grandi di quelli che avevo nella mia scatola, e poi di praticare dei piccoli fori con un punteruolo fine attorno a quelle parti dove intendevo mettere gli schienali e le sedute; attraverso questi fori intrecciai i capelli più forti che riuscii a scegliere, proprio alla maniera delle sedie di canna in Inghilterra. Quando furono terminati ne feci dono a Sua Maestà, che li conservava nel suo gabinetto e li mostrava come curiosità, come in effetti erano la meraviglia di chiunque li vedesse. Di questi capelli (poiché avevo sempre un genio meccanico) feci anche una graziosa borsetta, lunga circa cinque piedi, con il nome di Sua Maestà decifrato in lettere d'oro, che diedi a Glumdalclitch, con il consenso della regina. A dire il vero, era più per bellezza che per uso, non essendo abbastanza resistente per sostenere il peso delle monete più grandi, e quindi non vi teneva dentro nulla se non qualche monetina di cui le ragazze vanno pazze.

Il re, che amava la musica, teneva frequenti concerti a corte, ai quali a volte venivo portato e messo nella mia scatola su un tavolo per ascoltarli; ma il rumore era così forte che riuscivo a malapena a distinguere le melodie. Sono certo che tutti i tamburi e le trombe di un esercito reale che suonano insieme proprio vicino alle tue orecchie non potrebbero eguagliarlo. La mia pratica era quella di far spostare la mia scatola dal luogo in cui sedevano gli esecutori, il più lontano possibile, poi di chiudere le porte e le finestre della stessa, e di tirare le tende delle finestre, dopo di che trovavo la loro musica non sgradevole.

Avevo imparato in gioventù a suonare un po' la spinetta. Glumdalclitch ne teneva una nella sua stanza, e un maestro veniva due volte a settimana a insegnarle. La chiamavo spinetta, perché assomigliava un po' a quello strumento e vi si suonava nello stesso modo.

Mi venne in mente l'idea di intrattenere il re e la regina con una melodia inglese su questo strumento. Ma ciò appariva estremamente difficile; poiché la spinetta era lunga quasi sessanta piedi, ogni tasto era largo quasi un piede, così che con le braccia distese non potevo raggiungere più di cinque tasti, e premerli giù richiedeva un colpo ben deciso con il pugno, il che sarebbe stato troppo faticoso e inutile. Il metodo che escogitai fu questo: preparai due bastoni rotondi, grossi circa come dei comuni randelli; erano più spessi da una parte che dall'altra, e ricoprii le estremità più spesse con un pezzo di pelle di topo, in modo che battendo su di essi non avrei né danneggiato la sommità dei tasti né interrotto il suono. Davanti alla spinetta fu posta una panca a circa quattro piedi sotto i tasti, e fui messo sulla panca. Corsi lateralmente su di essa di qua e di là il più velocemente possibile, colpendo i tasti appropriati con i miei due bastoni, e riuscii a suonare una giga con grande soddisfazione di entrambe le Loro Maestà; ma fu l'esercizio più violento che abbia mai affrontato, e tuttavia non potevo colpire più di sedici tasti, né di conseguenza suonare insieme il basso e il soprano come fanno gli altri artisti, il che fu un grande svantaggio per la mia esecuzione.

Il re, che, come ho osservato prima, era un principe di eccellente intelletto, ordinava spesso che venissi portato nella mia scatola e messo sul tavolo nel suo gabinetto. Poi mi ordinava di tirare fuori una delle mie sedie dalla scatola e di sedermi a tre iarde di distanza sopra il mobile, il che mi portava quasi al livello del suo viso. In questo modo ebbi diverse conversazioni con lui. Un giorno presi la libertà di dire a Sua Maestà che il disprezzo che manifestava verso l'Europa e il resto del mondo non sembrava corrispondere a quelle eccellenti qualità della mente di cui era dotato; che la ragione non si estendeva con la mole del corpo; al contrario, osservavamo nel nostro paese che le persone più alte erano solitamente le meno dotate di essa. Che, tra gli altri animali, le api e le formiche avevano la reputazione di maggiore industria, arte e sagacia rispetto a molte delle specie più grandi; e che, per quanto insignificante mi ritenesse, speravo di vivere abbastanza da rendere a Sua Maestà qualche servizio importante. Il re mi ascoltò con attenzione e iniziò a concepire un'opinione molto migliore di me di quanto avesse mai fatto prima. Desiderava che gli rendessi conto quanto più esattamente possibile del governo dell'Inghilterra perché, per quanto i principi siano comunemente attaccati alle proprie usanze (poiché congetturava sugli altri monarchi dai miei discorsi precedenti), sarebbe stato lieto di sentire di qualsiasi cosa che potesse meritare imitazione.

Immagina con te stesso, cortese lettore, quante volte desiderai allora la lingua di Demostene o di Cicerone, che mi avrebbe permesso di celebrare le lodi della mia cara patria natale, con uno stile pari ai suoi meriti e alla sua felicità.

Iniziai il mio discorso informando Sua Maestà che i nostri domini consistevano in due isole, che componevano tre possenti regni, sotto un unico sovrano, oltre alle nostre piantagioni in America. Mi soffermai a lungo sulla fertilità del nostro suolo e sulla temperatura del nostro clima. Parlai poi ampiamente della costituzione di un parlamento inglese, in parte composto da un illustre corpo, chiamato Camera dei Pari, persone dal sangue più nobile e dai patrimoni più antichi e ampi. Descrissi quella straordinaria cura sempre prestata alla loro educazione nelle arti e nelle armi, per qualificarli come consiglieri sia del re che del regno; per avere una parte nella legislazione; per essere membri della più alta corte di giustizia, dalla quale non vi poteva essere appello; e per essere campioni sempre pronti alla difesa del loro principe e del loro paese, con il loro valore, la loro condotta e la loro fedeltà. Che questi erano l'ornamento e il baluardo del regno, degni seguaci dei loro più rinomati antenati, il cui onore era stato la ricompensa della loro virtù, dalla quale non si è mai saputo che la loro posterità abbia degenerato. A questi si aggiungevano diverse persone sante, come parte di quell'assemblea, sotto il titolo di vescovi, il cui compito particolare è occuparsi della religione e di coloro che istruiscono il popolo in essa. Questi venivano ricercati e scelti in tutta la nazione, dal principe e dai suoi consiglieri più saggi, tra i sacerdoti che erano più meritatamente distinti per la santità della loro vita e la profondità della loro erudizione, i quali erano in verità i padri spirituali del clero e del popolo.

Che l'altra parte del parlamento consisteva in un'assemblea, chiamata Camera dei Comuni, che erano tutti gentiluomini principali, scelti e selezionati liberamente dal popolo stesso, per le loro grandi abilità e il loro amore per il paese, per rappresentare la saggezza dell'intera nazione. E che questi due corpi formavano l'assemblea più augusta d'Europa, alla quale, insieme al principe, è affidata l'intera legislazione.

Passai poi alle corti di giustizia, sulle quali presiedevano i giudici, quei venerabili saggi e interpreti della legge, per determinare i diritti e le proprietà contestate degli uomini, così come per la punizione del vizio e la protezione dell'innocenza. Menzionai l'amministrazione prudente del nostro tesoro, il valore e le imprese delle nostre forze per mare e per terra. Calcolai il numero della nostra popolazione, contando quanti milioni potessero esserci di ogni setta religiosa o partito politico tra noi. Non tralasciai nemmeno i nostri sport e passatempi, o qualsiasi altro dettaglio, che pensai potesse ridondare a onore del mio paese. E finii tutto con un breve resoconto storico degli affari e degli eventi in Inghilterra per circa cento anni passati.

Questa conversazione non finì in meno di cinque udienze, ciascuna di diverse ore; e il re ascoltò il tutto con grande attenzione, prendendo spesso appunti di ciò che dicevo, così come promemoria delle domande che intendeva pormi.

Quando ebbi posto fine a questi lunghi discorsi, sua maestà, in una sesta udienza, consultando i suoi appunti, propose molti dubbi, quesiti e obiezioni su ogni articolo. Chiese quali metodi venissero usati per coltivare le menti e i corpi della nostra giovane nobiltà, e in quale genere di attività essi trascorressero solitamente la prima e più ricettiva parte della loro vita? Quale corso venisse intrapreso per supplire a quell'assemblea qualora una nobile famiglia si estinguesse? Quali qualifiche fossero necessarie in coloro che dovevano essere creati nuovi lord; se l'umore del principe, una somma di denaro versata a una dama di corte o a un primo ministro, o il disegno di rafforzare una fazione contraria all'interesse pubblico, fossero mai stati motivi di tali avanzamenti? Quale parte di conoscenza questi lord avessero nelle leggi del loro paese, e come l'avessero acquisita, così da metterli in grado di decidere delle proprietà dei loro concittadini in ultima istanza? Se fossero sempre così liberi da avarizia, parzialità o bisogno, che una tangente o qualche altro sinistro fine non potesse aver luogo tra loro? Se quei santi lord di cui avevo parlato fossero sempre promossi a quel rango per via della loro conoscenza in materia religiosa e della santità della loro vita; se non fossero mai stati conformisti rispetto ai tempi quando erano semplici sacerdoti, o servili cappellani prostituiti al servizio di qualche nobile, le cui opinioni avevano continuato a seguire servilmente dopo essere stati ammessi in quell'assemblea?

Desiderò poi sapere quali arti fossero praticate nell'eleggere coloro che chiamavo comuni; se uno straniero, con una borsa ben fornita, non potesse influenzare gli elettori volgari a scegliere lui piuttosto che il proprio proprietario terriero, o il gentiluomo più ragguardevole del vicinato? Come accadesse che le persone fossero così violentemente inclini a entrare in questa assemblea, che io ammettevo essere di grande disturbo e spesa, spesso fino alla rovina delle loro famiglie, senza alcun salario o pensione: poiché questo appariva come uno sforzo così elevato di virtù e spirito pubblico, che sua maestà sembrava dubitare che potesse non essere sempre sincero; e desiderò sapere se tali zelanti gentiluomini potessero nutrire mire di rifarsi delle spese e del disturbo sostenuti, sacrificando il bene pubblico ai disegni di un principe debole e vizioso, congiuntamente a un ministero corrotto? Moltiplicò le sue domande e mi passò al setaccio su ogni parte di questo argomento, proponendo innumerevoli indagini e obiezioni, che non ritengo prudente o conveniente ripetere.

Su ciò che dissi in relazione ai nostri tribunali di giustizia, sua maestà desiderò essere soddisfatto su diversi punti; e questo fui in grado di farlo meglio, essendo stato in precedenza quasi rovinato da una lunga causa in cancelleria, che fu decretata a mio favore con spese a carico della controparte. Chiese quanto tempo venisse solitamente speso nel determinare tra giusto e ingiusto, e quale grado di spesa? Se gli avvocati e gli oratori avessero libertà di perorare cause manifestamente note come ingiuste, vessatorie o oppressive? Se le fazioni in religione o politica si osservasse avessero qualche peso sulla bilancia della giustizia? Se quegli oratori peroranti fossero persone educate alla conoscenza generale dell'equità, o solo alle consuetudini provinciali, nazionali e altre locali? Se essi, o i loro giudici, avessero alcuna parte nello scrivere quelle leggi che si assumevano la libertà di interpretare e chiosare a loro piacere? Se avessero mai, in tempi diversi, perorato a favore o contro la stessa causa, e citato precedenti per provare opinioni contrarie? Se fossero una corporazione ricca o povera? Se ricevessero alcuna ricompensa pecuniaria per perorare o fornire le loro opinioni? E, in particolare, se fossero ammessi come membri nel senato inferiore?

Passò poi alla gestione del nostro tesoro, e disse di pensare che la mia memoria mi avesse tradito, perché calcolavo le nostre tasse a circa cinque o sei milioni l'anno, e, quando giunsi a menzionare le uscite, trovò che talvolta ammontavano a più del doppio; poiché gli appunti che aveva preso erano molto particolari su questo punto, perché sperava, come mi disse, che la conoscenza della nostra condotta potesse essergli utile, e non poteva essere ingannato nei suoi calcoli. Ma se ciò che gli dicevo era vero, rimaneva ancora perplesso su come un regno potesse sperperare il suo patrimonio come una persona privata. Mi chiese chi fossero i nostri creditori, e dove trovassimo i mezzi per pagarli. Si meravigliò di sentirmi parlare di guerre così onerose e costose; che certamente dovevamo essere un popolo litigioso, o vivere tra pessimi vicini, e che i nostri generali dovevano necessariamente essere più ricchi dei nostri re. Chiese che affari avessimo fuori dalle nostre isole, se non per ragioni di commercio o trattato, o per difendere le coste con la nostra flotta. Soprattutto, rimase stupito nel sentirmi parlare di un esercito mercenario permanente nel bel mezzo della pace e tra un popolo libero. Disse che se fossimo governati dal nostro consenso, nelle persone dei nostri rappresentanti, non riusciva a immaginare di chi avessimo paura, o contro chi dovessimo combattere; e avrebbe voluto ascoltare la mia opinione, se la casa di un privato non potesse essere difesa meglio da lui stesso, dai suoi figli e dalla sua famiglia, piuttosto che da una mezza dozzina di mascalzoni, raccolti alla ventura nelle strade per un salario misero, che avrebbero potuto guadagnare cento volte di più tagliando loro la gola.

Rise del mio strano genere di aritmetica (come ebbe il piacere di chiamarlo), nel conteggiare il numero della nostra gente con un calcolo tratto dalle diverse sette tra noi, in religione e politica. Disse che non conosceva alcuna ragione per cui coloro che nutrono opinioni pregiudizievoli per il pubblico debbano essere obbligati a cambiarle, o non debbano essere obbligati a celarle. E poiché è tirannia in qualsiasi governo richiedere la prima, così è debolezza non imporre la seconda: poiché a un uomo può essere permesso di tenere veleni nel suo armadio, ma non di spacciarli in giro come cordiali.

Osservò che tra i divertimenti della nostra nobiltà e gentry, avevo menzionato il gioco d'azzardo: desiderò sapere a che età questo intrattenimento venisse solitamente intrapreso, e quando venisse abbandonato; quanto del loro tempo impiegasse: se arrivasse mai a tal punto da intaccare le loro fortune: se persone meschine e viziose, per la loro destrezza in quell'arte, potessero non arrivare a grandi ricchezze, e talvolta tenere i nostri stessi nobili in dipendenza, oltre ad abituarli a compagni vili, distogliendoli completamente dal miglioramento delle loro menti, e costringerli, per le perdite subite, a imparare e praticare quell'infame destrezza su altri?

Rimase perfettamente sbalordito dal resoconto storico che gli diedi dei nostri affari durante l'ultimo secolo, protestando che fosse solo un ammasso di cospirazioni, ribellioni, omicidi, massacri, rivoluzioni, esili, i peggiori effetti che l'avarizia, la fazione, l'ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la rabbia, la follia, l'odio, l'invidia, la lussuria, la malizia e l'ambizione potessero produrre.

Sua maestà, in un'altra udienza, si prese la briga di ricapitolare la somma di tutto ciò che avevo detto; confrontò le domande che fece con le risposte che avevo dato; poi, prendendomi tra le mani e accarezzandomi delicatamente, si espresse con queste parole che non dimenticherò mai, né il modo in cui le disse: "Mio piccolo amico Grildrig, hai fatto un ammirevole panegirico del tuo paese; hai chiaramente provato che l'ignoranza, l'ozio e il vizio sono gli ingredienti adatti per qualificare un legislatore; che le leggi sono meglio spiegate, interpretate e applicate da coloro il cui interesse e le cui capacità risiedono nel pervertirle, confonderle ed eluderle. Osservo tra voi alcune tracce di un'istituzione, che nella sua origine avrebbe potuto essere tollerabile, ma queste per metà cancellate, e il resto completamente offuscato e macchiato dalla corruzione. Non appare, da tutto ciò che hai detto, come una qualche perfezione sia richiesta per l'ottenimento di una qualche posizione tra voi; tanto meno che gli uomini siano nobilitati per la loro virtù, che i sacerdoti siano avanzati per la loro pietà o istruzione, i soldati per la loro condotta o valore, i giudici per la loro integrità, i senatori per l'amore del loro paese, o i consiglieri per la loro saggezza. Quanto a te, continuò il re, che hai trascorso la maggior parte della tua vita viaggiando, sono ben disposto a sperare che tu possa finora aver evitato molti vizi del tuo paese. Ma da ciò che ho raccolto dal tuo stesso racconto, e dalle risposte che ho con molta fatica strappato ed estorto da te, non posso che concludere che la massa dei tuoi compatrioti sia la più perniciosa razza di piccoli odiosi parassiti che la natura abbia mai permesso di strisciare sulla superficie della terra."

CAPITOLO VII

L'AMORE DELL'AUTORE PER IL SUO PAESE. EGLI FA UNA PROPOSTA DI GRANDE VANTAGGIO AL RE, CHE VIENE RESPINTA. LA GRANDE IGNORANZA DEL RE IN POLITICA. L'ISTRUZIONE DI QUEL PAESE MOLTO IMPERFETTA E LIMITATA. LE LEGGI, GLI AFFARI MILITARI E LE FAZIONI NELLO STATO.

Nulla se non un estremo amore per la verità avrebbe potuto impedirmi di nascondere questa parte della mia storia. Era inutile rivelare i miei risentimenti, che venivano sempre trasformati in ridicolo; e fui costretto a restare con pazienza, mentre il mio nobile e amato paese veniva trattato in modo così ingiurioso. Sono addolorato quanto chiunque dei miei lettori possa esserlo, che sia stata data una tale occasione: ma questo principe accadde che fosse così curioso e indagatore su ogni particolare, che non avrebbe potuto conciliarsi né con la gratitudine né con le buone maniere rifiutarsi di dargli la soddisfazione che potevo. Eppure questo tanto mi può essere concesso di dire, a mia discolpa, che elusi con astuzia molte delle sue domande, e diedi a ogni punto una piega più favorevole, di molti gradi, di quanto il rigore della verità avrebbe permesso. Poiché ho sempre nutrito quella lodevole parzialità per il mio paese, che Dionigi di Alicarnasso con tanta giustizia raccomanda a uno storico: vorrei nascondere le fragilità e le deformità della mia madre politica, e porre le sue virtù e bellezze nella luce più vantaggiosa. Questo fu il mio sincero impegno, in quei molti discorsi che ebbi con quel monarca, sebbene sfortunatamente non ebbe successo.

Ma grandi concessioni dovrebbero essere fatte a un re che vive completamente isolato dal resto del mondo, e deve quindi essere del tutto ignaro dei modi e delle usanze che prevalgono di più nelle altre nazioni: la cui mancanza di conoscenza produrrà sempre molti pregiudizi, e una certa ristrettezza di pensiero, da cui noi e i paesi più colti d'Europa siamo del tutto esentati. E sarebbe davvero duro se le nozioni di virtù e vizio di un principe così remoto dovessero essere offerte come standard per tutto il genere umano.

Per confermare ciò che ho appena detto, e ulteriormente per mostrare i miserabili effetti di un'istruzione limitata, inserirò qui un passaggio che difficilmente otterrà credito. Nella speranza di ingraziarmi ulteriormente il favore di sua maestà, gli parlai di un'invenzione scoperta tra i tre e i quattrocento anni fa, per fare una certa polvere in un mucchio, sul quale la più piccola scintilla di fuoco cadendo avrebbe acceso il tutto in un momento, sebbene fosse grande quanto una montagna, e far volare tutto in aria insieme con un rumore e un'agitazione maggiori del tuono. Che una quantità appropriata di questa polvere, pigiata in un tubo cavo di ottone o ferro, a seconda della sua grandezza, avrebbe spinto una palla di ferro o piombo con tale violenza e velocità che nulla era in grado di sostenere la sua forza. Che le più grandi palle così scaricate non avrebbero solo distrutto intere file di un esercito in una volta, ma abbattuto i muri più forti al suolo, affondato navi con mille uomini ciascuna in fondo al mare; e, quando legate insieme da una catena, avrebbero tagliato alberi e sartiame, diviso centinaia di corpi a metà, e lasciato tutto desolato davanti a loro. Che spesso mettevamo questa polvere in grandi palle cave di ferro, e le scaricavamo tramite una macchina in qualche città che stavamo assediando, il che avrebbe squarciato i pavimenti, fatto a pezzi le case, scoppiato e lanciato schegge da ogni parte, fracassando il cervello a chiunque si avvicinasse. Che conoscevo molto bene gli ingredienti, che erano economici e comuni; comprendevo il modo di comporli, e potevo indicare ai suoi operai come realizzare quei tubi di una dimensione proporzionata a tutte le altre cose nel regno di sua maestà, e il più grande non avrebbe bisogno di essere più lungo di cento piedi; venti o trenta di tali tubi, caricati con la quantità appropriata di polvere e palle, avrebbero abbattuto le mura della città più forte nei suoi domini in poche ore, o distrutto l'intera metropoli se mai avesse preteso di contestare i suoi comandi assoluti. Questo offrii umilmente a sua maestà come un piccolo tributo di riconoscimento, in cambio di tanti segni che avevo ricevuto del suo favore e protezione reale.

Il re fu colpito dall'orrore alla descrizione che gli avevo fatto di quegli orribili ordigni, e alla proposta che avevo avanzato. Era sbalordito, come un insetto così impotente e strisciante come me (queste furono le sue espressioni), potesse nutrire idee così inumane, e in modo così familiare, da apparire del tutto impassibile a tutte le scene di sangue e desolazione, che avevo dipinto come gli effetti comuni di quelle macchine distruttive, delle quali, disse, qualche genio malvagio, nemico del genere umano, doveva essere stato il primo inventore. Per quanto lo riguardava, protestò che sebbene poche cose lo deliziassero tanto quanto le nuove scoperte nell'arte o nella natura, preferirebbe perdere metà del suo regno piuttosto che essere messo al corrente di un tale segreto, che mi comandò, come tenevo alla mia vita, di non menzionare mai più.

Uno strano effetto di principi ristretti e vedute corte! che un principe dotato di ogni qualità che procura venerazione, amore e stima; di forti doti, grande saggezza e profonda erudizione, dotato di ammirevoli talenti per il governo, e quasi adorato dai suoi sudditi, debba, per uno scrupolo sottile e non necessario, di cui in Europa non possiamo avere concezione, lasciarsi sfuggire un'opportunità messa nelle sue mani, che lo avrebbe reso padrone assoluto delle vite, delle libertà e delle fortune del suo popolo. Né dico questo con la minima intenzione di sminuire le molte virtù di quell'eccellente re, il cui carattere sono consapevole sarà per questo motivo molto sminuito nell'opinione di un lettore inglese; ma considero questo difetto tra loro derivato dalla loro ignoranza, per non aver ancora ridotto la politica in una scienza, come hanno fatto gli ingegni più acuti d'Europa. Poiché ricordo molto bene, in un discorso un giorno con il re, quando mi accadde di dire che c'erano diverse migliaia di libri tra noi, scritti sull'arte di governo, diede a lui (direttamente al contrario della mia intenzione) una pessima opinione delle nostre intelligenze. Egli professava sia di aborrire che di disprezzare ogni mistero, raffinatezza e intrigo, sia in un principe che in un ministro. Non riusciva a capire cosa intendessi per segreti di stato, dove un nemico o qualche nazione rivale non fossero in gioco. Limitava la conoscenza del governare entro confini molto stretti, al buon senso e alla ragione, alla giustizia e alla clemenza, alla rapida determinazione delle cause civili e penali, con alcuni altri argomenti ovvi, che non vale la pena considerare. E diede come sua opinione, che chiunque potesse far crescere due spighe di grano, o due fili d'erba su un pezzo di terra, dove prima ne cresceva solo uno, meriterebbe di più dal genere umano, e farebbe un servizio più essenziale al suo paese, dell'intera razza di politici messa insieme.

L'istruzione di questo popolo è molto difettosa, consistendo solo in morale, storia, poesia e matematica, in cui si deve ammettere che eccellono. Ma l'ultima di queste è interamente applicata a ciò che può essere utile nella vita, al miglioramento dell'agricoltura e a tutte le arti meccaniche; così che tra noi sarebbe poco stimata. E quanto a idee, entità, astrazioni e trascendentali, non sono mai riuscito a ficcare la minima concezione nelle loro teste.

Nessuna legge di quel paese deve superare in parole il numero di lettere nel loro alfabeto, che consiste solo in ventidue. Ma in verità poche di esse si estendono persino a quella lunghezza. Sono espresse nei termini più chiari e semplici, in cui quelle persone non sono abbastanza mercuriali da scoprire più di un'interpretazione; e scrivere un commento su qualsiasi legge è un crimine capitale. Per quanto riguarda la decisione di cause civili, o procedimenti contro criminali, i loro precedenti sono così pochi, che hanno ben poco di cui vantarsi riguardo a una straordinaria abilità in entrambi.

Hanno avuto l'arte della stampa, così come i cinesi, da tempo immemorabile: ma le loro biblioteche non sono molto grandi; poiché quella del re, che è considerata la più grande, non ammonta a più di mille volumi, posti in una galleria lunga milleduecento piedi, da dove avevo la libertà di prendere in prestito i libri che volevo. Il falegname della regina aveva escogitato in una delle stanze di Glumdalclitch, una sorta di macchina di legno, alta venticinque piedi, formata come una scala a pioli; i gradini erano ciascuno lunghi cinquanta piedi: era in effetti una scala mobile, l'estremità più bassa posta a dieci piedi di distanza dal muro della camera. Il libro che avevo voglia di leggere veniva messo appoggiato al muro: montai prima sul gradino superiore della scala, e volgendo la faccia verso il libro iniziai dalla cima della pagina, e così camminando a destra e a sinistra circa otto o dieci passi, a seconda della lunghezza delle righe, finché non fui arrivato poco sotto il livello dei miei occhi, e poi scendendo gradualmente, finché non arrivai al fondo: dopo di che montai di nuovo, e iniziai l'altra pagina nello stesso modo, e così voltai la pagina, il che potevo facilmente fare con entrambe le mani, poiché era spessa e rigida come un cartone, e nei più grandi in-folio non più di diciotto o venti piedi di lunghezza.

Il loro stile è chiaro, maschio e fluido, ma non fiorito; poiché non evitano nulla più del moltiplicare parole inutili, o usare espressioni varie. Ho letto molti dei loro libri, specialmente quelli di storia e morale. Tra gli altri, fui molto divertito da un piccolo vecchio trattato, che giaceva sempre nella camera da letto di Glumdalclitch, e apparteneva alla sua governante, una grave signora anziana, che si occupava di scritti di morale e devozione. Il libro tratta della debolezza del genere umano, ed è in scarsa stima, eccetto tra le donne e il volgo. Tuttavia, ero curioso di vedere cosa un autore di quel paese potesse dire su un tale argomento.

Questo scrittore passava in rassegna tutti i temi consueti dei moralisti europei, mostrando quanto minuscolo, spregevole e impotente fosse l'animale uomo nella sua natura; quanto incapace di difendersi dalle intemperie o dalla furia delle bestie feroci; quanto fosse superato da una creatura in forza, da un'altra in velocità, da una terza in previdenza, da una quarta in operosità. Aggiungeva che la natura è degenerata in queste ultime età declinanti del mondo e che ora può produrre solo parti di piccola taglia, in confronto a quelli dei tempi antichi. Diceva che era molto ragionevole pensare, non solo che la specie umana fosse originariamente molto più grande, ma anche che debbano esserci stati dei giganti nelle epoche passate; il che, come asserito dalla storia e dalla tradizione, è stato confermato da ossa e teschi enormi, casualmente dissotterrati in varie parti del regno, che superano di gran lunga la comune razza rimpicciolita dell'uomo dei nostri giorni. Sosteneva che le leggi stesse della natura richiedevano assolutamente che fossimo stati creati, in principio, di una stazza più grande e robusta, non così soggetta a distruzione per ogni minima accidentalità, come una tegola che cade da una casa, o un sasso lanciato dalla mano di un ragazzo, o l'annegare in un piccolo ruscello. Da questo modo di ragionare l'autore traeva diverse applicazioni morali, utili alla condotta della vita, ma qui inutili da ripetere. Per quanto mi riguarda, non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto fosse universalmente diffuso questo talento di trarre lezioni di morale, o, in verità, piuttosto materia di malcontento e lagnanza, dai litigi che suscitiamo con la natura. E credo che, con un'indagine rigorosa, si potrebbe dimostrare che tali litigi siano tanto infondati tra noi quanto lo sono tra quel popolo.

Per quanto riguarda le loro questioni militari, si vantano che l'esercito del re consista di centosettantaseimila fanti e trentaduemila cavalieri: se può essere chiamato esercito quello composto da mercanti nelle varie città e da agricoltori in campagna, i cui comandanti sono solo la nobiltà e la piccola nobiltà, senza paga o ricompensa. Sono in verità abbastanza esperti nelle loro esercitazioni e sotto un'ottima disciplina, in cui non ho visto grandi meriti; poiché come potrebbe essere altrimenti, dove ogni agricoltore è sotto il comando del proprio padrone di casa, e ogni cittadino sotto quello dei principali uomini della propria città, scelti secondo il modo di Venezia, per ballottaggio?

Ho visto spesso la milizia di Lorbrulgrud schierata per l'esercitazione in un grande campo, vicino alla città, di venti miglia quadrate. In tutto non erano più di venticinquemila fanti e seimila cavalieri: ma mi è stato impossibile calcolare il loro numero, considerando lo spazio di terreno che occupavano. Un cavaliere, montato su un grande destriero, poteva essere alto circa novanta piedi. Ho visto l'intero corpo di cavalleria, a un comando, sfoderare le spade all'unisono e brandirle nell'aria. L'immaginazione non può figurarsi nulla di così grandioso, di così sorprendente e di così sbalorditivo! Sembrava che diecimila lampi saettassero contemporaneamente da ogni angolo del cielo.

Ero curioso di sapere come questo principe, ai cui domini non vi è accesso da nessun altro paese, fosse giunto a pensare agli eserciti o a insegnare al suo popolo la pratica della disciplina militare. Ma ne sono stato presto informato, sia dalla conversazione che leggendo le loro storie: poiché nel corso di molte età, sono stati afflitti dalla stessa malattia a cui è soggetta l'intera razza umana; la nobiltà che spesso contende per il potere, il popolo per la libertà, e il re per il dominio assoluto. Tutte cose che, tuttavia, felicemente temperate dalle leggi di quel regno, sono state talvolta violate da ciascuna delle tre parti, e hanno più di una volta causato guerre civili, l'ultima delle quali è stata felicemente posta fine dal nonno di questo principe, in una composizione generale; e la milizia, allora stabilita con comune consenso, è stata da allora mantenuta al dovere più rigoroso.

CAPITOLO VIII

IL RE E LA REGINA FANNO UN VIAGGIO ALLE FRONTIERE. L'AUTORE LI ACCOMPAGNA. IL MODO IN CUI LASCIA IL PAESE MOLTO PARTICOLARMENTE RACCONTATO. RITORNA IN INGHILTERRA.

Ho sempre avuto un forte impulso che un giorno avrei riacquistato la mia libertà, sebbene fosse impossibile congetturare con quali mezzi o formare un qualsiasi progetto con la minima speranza di riuscita. La nave su cui navigavo fu la prima in assoluto ad essere spinta in vista della costa; e il re aveva dato ordini rigorosi che, se in qualsiasi momento ne fosse apparsa un'altra, dovesse essere portata a terra e, con tutto il suo equipaggio e i passeggeri, condotta su un carro a Lorbrulgrud. Sono stato trattato con molta gentilezza: ero il favorito di un grande re e di una grande regina, e la delizia dell'intera corte; ma era su un piano che mal si addiceva alla dignità del genere umano. Non potevo mai dimenticare quegli affetti domestici che avevo lasciato dietro di me. Volevo stare in mezzo a persone con cui potessi conversare alla pari, e camminare per le strade e i campi senza aver paura di essere calpestato a morte come una rana o un cucciolo. Ma la mia liberazione arrivò prima di quanto mi aspettassi, e in un modo non molto comune: l'intera storia e le cui circostanze racconterò fedelmente.

Ero ormai in questo paese da due anni; e verso l'inizio del terzo, Glumdalclitch ed io accompagnammo il re e la regina in un viaggio lungo la costa meridionale del regno. Ero trasportato, come al solito, nella mia cassetta da viaggio, che, come ho già descritto, era un comodissimo ripostiglio largo dodici piedi. E avevo ordinato che un'amaca fosse fissata con funi di seta ai quattro angoli della parte superiore, per smorzare gli scossoni quando un servitore mi portava davanti a sé a cavallo, come a volte desideravo, e spesso dormivo nella mia amaca mentre eravamo sulla strada. Sul tetto del mio ripostiglio, non direttamente sopra il centro dell'amaca, ordinai al falegname di praticare un foro di un piede quadrato, per darmi aria nella stagione calda mentre dormivo, foro che chiudevo a piacere con un asse che scorreva avanti e indietro attraverso una scanalatura.

Quando giungemmo alla fine del nostro viaggio, il re ritenne opportuno trascorrere alcuni giorni in un palazzo che possiede vicino a Flanflasnic, una città a diciotto miglia inglesi dal mare. Glumdalclitch ed io eravamo molto affaticati, io avevo preso un leggero raffreddore, ma la povera ragazza stava così male da essere costretta a letto nella sua stanza. Desideravo ardentemente vedere l'oceano, che doveva essere l'unico scenario della mia fuga, se mai fosse accaduto. Finsi di stare peggio di quanto non fossi realmente e chiesi il permesso di prendere l'aria fresca del mare con un paggio, a cui ero molto affezionato e che a volte era stato incaricato di badare a me. Non dimenticherò mai con quanta riluttanza Glumdalclitch acconsentì, né il rigoroso incarico che diede al paggio di prendersi cura di me, scoppiando allo stesso tempo in un pianto dirotto, come se avesse qualche presentimento di ciò che stava per accadere.

Il ragazzo mi portò fuori nella mia scatola a circa mezz'ora di cammino dal palazzo verso le rocce sulla riva del mare. Gli ordinai di posarmi a terra e, sollevando uno dei miei vetri, gettai molti sguardi malinconici verso il mare. Mi sentivo poco bene e dissi al paggio che avevo intenzione di schiacciare un pisolino nella mia amaca, cosa che speravo mi avrebbe fatto bene. Entrai e il ragazzo chiuse la finestra per tenere fuori il freddo. Mi addormentai presto, e tutto ciò che posso congetturare è che, mentre dormivo, il paggio, pensando che non potesse accadere alcun pericolo, andò tra le rocce a cercare uova di uccelli, avendolo osservato prima dalle mie finestre frugare in giro e raccoglierne una o due nelle fessure. Comunque sia, mi ritrovai improvvisamente svegliato da un violento strattone all'anello, che era fissato sulla parte superiore della mia scatola per comodità di trasporto. Sentii la mia scatola sollevarsi molto in alto nell'aria e poi essere trasportata in avanti con una velocità prodigiosa. Il primo scossone aveva rischiato di farmi cadere dall'amaca, ma in seguito il movimento fu abbastanza agevole. Gridai più volte, il più forte che potevo, ma tutto inutilmente. Guardai verso le mie finestre e non potevo vedere altro che nuvole e cielo. Sentii un rumore proprio sopra la mia testa come lo sbattere d'ali, e poi iniziai a percepire la misera condizione in cui mi trovavo: che qualche aquila aveva preso l'anello della mia scatola nel suo becco, con l'intento di lasciarla cadere su una roccia come una tartaruga nel guscio, per poi estrarre il mio corpo e divorarlo; poiché la sagacia e l'olfatto di questo uccello gli permettevano di scoprire la sua preda a grande distanza, anche se meglio nascosta di quanto potessi esserlo io all'interno di una tavola di due pollici.

In poco tempo osservai che il rumore e il battito d'ali aumentavano molto velocemente, e la mia scatola veniva sballottata su e giù come un'insegna in una giornata ventosa. Sentii diversi colpi o percosse, come pensai, dati all'aquila (poiché sono certo che doveva essere stata lei, che teneva l'anello della mia scatola nel becco), e poi all'improvviso mi sentii cadere perpendicolarmente giù per oltre un minuto, ma con una velocità così incredibile che persi quasi il respiro. La mia caduta fu fermata da un terribile tonfo, che suonò alle mie orecchie più forte della cataratta del Niagara; dopodiché rimasi completamente al buio per un altro minuto, e poi la mia scatola iniziò a salire così in alto che potevo vedere la luce dalla cima delle finestre. Percepii allora di essere caduto in mare. La mia scatola, per il peso del mio corpo, degli oggetti che vi erano dentro e delle larghe piastre di ferro fissate per rinforzo ai quattro angoli del tetto e del fondo, galleggiava a circa cinque piedi di profondità nell'acqua. Supposi allora, e suppongo ancora, che l'aquila che volò via con la mia scatola fosse inseguita da due o tre altre, e costretta a lasciarmi cadere mentre si difendeva dalle altre, che speravano di spartirsi la preda. Le piastre di ferro fissate al fondo della scatola (poiché quelle erano le più resistenti) preservarono l'equilibrio mentre cadeva e impedirono che si rompesse sulla superficie dell'acqua. Ogni giuntura era ben scanalata e la porta non si muoveva su cardini, ma su e giù come una ghigliottina, il che manteneva il mio ripostiglio così ermetico che entrò pochissima acqua. Uscii con molta difficoltà dalla mia amaca, dopo aver prima osato ritrarre la mia asse scorrevole sul tetto già menzionato, ideata appositamente per far entrare aria, per mancanza della quale mi sentivo quasi soffocare.

Quante volte desiderai allora di essere con la mia cara Glumdalclitch, da cui un'ora sola mi aveva così lontano diviso. E posso dire in verità che, nel mezzo delle mie sventure, non potevo fare a meno di lamentare la mia povera nutrice, il dolore che avrebbe sofferto per la mia perdita, il dispiacere della regina e la rovina della sua fortuna. Forse molti viaggiatori non si sono trovati in difficoltà e angosce maggiori di quanto io fossi in quel momento, aspettandomi a ogni istante di vedere la mia scatola fatta a pezzi, o almeno rovesciata dal primo violento soffio o onda crescente. Una crepa in un solo vetro sarebbe stata morte immediata; né nulla avrebbe potuto preservare le finestre se non le robuste reti metalliche poste all'esterno contro gli incidenti durante il viaggio. Vidi l'acqua filtrare in diverse fessure, sebbene le perdite non fossero considerevoli, e cercai di fermarle il meglio che potevo. Non ero in grado di sollevare il tetto del mio ripostiglio, cosa che altrimenti avrei certamente fatto, per sedermici sopra, dove avrei potuto almeno preservare me stesso qualche ora più a lungo che restando chiuso (come potrei definirlo) nella stiva. O, se fossi sfuggito a questi pericoli per un giorno o due, cosa avrei potuto aspettarmi se non una morte miserabile per freddo e fame? Rimasi quattro ore in queste condizioni, aspettandomi, e in verità desiderando, che ogni momento fosse l'ultimo.

Ho già detto al lettore che c'erano due robusti ganci fissati su quel lato della mia scatola che non aveva finestre, e nei quali il servitore che era solito portarmi a cavallo inseriva una cinghia di cuoio, allacciandola intorno alla vita. Trovandomi in questo stato sconsolato, udii, o almeno pensai di udire, una sorta di rumore stridente su quel lato della mia scatola dove erano fissati i ganci, e poco dopo iniziai a immaginare che la scatola venisse tirata o rimorchiata lungo il mare, poiché di tanto in tanto sentivo una sorta di strattone che faceva salire le onde vicino alla sommità delle mie finestre, lasciandomi quasi al buio. Questo mi diede qualche flebile speranza di soccorso, sebbene non fossi in grado di immaginare come potesse avvenire. Osai svitare una delle mie sedie, che erano sempre fissate al pavimento, e dopo aver faticato non poco per riavvitarla esattamente sotto l'asse scorrevole che avevo aperto poco prima, salii sulla sedia e, portando la bocca il più vicino possibile al foro, chiesi aiuto a gran voce e in tutte le lingue che conoscevo. Legai quindi il mio fazzoletto a un bastone che portavo solitamente e, spingendolo fuori dal foro, lo agitai più volte nell'aria, affinché se qualche barca o nave fosse stata vicina, i marinai potessero congetturare che qualche infelice mortale fosse rinchiuso nella scatola.

Non riscontrai alcun effetto da tutto ciò che potevo fare, ma percepivo chiaramente che il mio ripostiglio veniva trascinato via; e nello spazio di un'ora o poco più, quel lato della scatola dove si trovavano i ganci e non c'erano finestre urtò contro qualcosa di duro. Temetti che fosse una roccia e mi sentii sballottato più che mai. Sentii chiaramente un rumore sul coperchio del mio ripostiglio come quello di un cavo, e il suo stridore mentre passava attraverso l'anello. Mi ritrovai quindi sollevato per gradi, almeno tre piedi più in alto di quanto fossi prima. Dopodiché spinsi di nuovo fuori il mio bastone e il fazzoletto, chiedendo aiuto finché non fui quasi rauco. In risposta a ciò, udii un grande grido ripetuto tre volte, che mi diede tali trasporti di gioia che non possono essere concepiti se non da coloro che li provano. Sentii ora un calpestio sopra la mia testa e qualcuno chiamare attraverso il foro con voce tonante nella lingua inglese. "Se c'è qualcuno là sotto, parli." Risposi che ero un inglese, trascinato dalla mala sorte nella più grande calamità che qualsiasi creatura abbia mai subito, e pregai per tutto ciò che c'era di commovente di essere liberato dalla prigione in cui mi trovavo. La voce rispose che ero al sicuro, poiché la mia scatola era legata alla loro nave; e che il falegname sarebbe venuto immediatamente a segare un buco nel coperchio, abbastanza grande da tirarmi fuori. Risposi che era inutile e che avrebbe richiesto troppo tempo, poiché non c'era altro da fare che lasciare che uno dell'equipaggio mettesse il dito nell'anello e tirasse la scatola fuori dal mare sulla nave, e così nella cabina del capitano. Alcuni di loro, sentendomi parlare in modo così strampalato, pensarono che fossi pazzo; altri risero; poiché in verità non mi era mai passato per la testa di essere ora giunto in mezzo a persone della mia stessa statura e forza. Il falegname venne e in pochi minuti segò un passaggio di circa quattro piedi quadrati, poi calò una piccola scala su cui salii, e da lì fui portato sulla nave in condizioni di estrema debolezza.

I marinai erano tutti stupiti e mi fecero mille domande, alle quali non avevo alcuna inclinazione a rispondere. Ero ugualmente confuso alla vista di così tanti pigmei, poiché tali li consideravo, dopo aver così a lungo abituato i miei occhi agli oggetti mostruosi che avevo lasciato. Ma il capitano, il signor Thomas Wilcocks, un onesto e degno uomo dello Shropshire, osservando che stavo per svenire, mi portò nella sua cabina, mi diede un cordiale per confortarmi e mi fece distendere sul suo stesso letto, consigliandomi di riposare un po', di cui avevo grande bisogno. Prima di addormentarmi, gli feci capire che avevo dei mobili di valore nella mia scatola, troppo buoni per andare perduti; una bella amaca, due graziose sedie, un tavolo e un mobiletto. Che il mio ripostiglio era tappezzato su tutti i lati, o meglio trapuntato, con seta e cotone: che se avesse lasciato che uno dell'equipaggio portasse il mio ripostiglio nella sua cabina, l'avrei aperto lì davanti a lui e gli avrei mostrato le mie cose. Il capitano, sentendomi proferire queste assurdità, concluse che stavo delirando: tuttavia (suppongo per tranquillizzarmi), promise di dare gli ordini come desideravo, e salendo sul ponte, mandò alcuni dei suoi uomini giù nel mio ripostiglio, da dove (come scoprii in seguito) tirarono fuori tutti i miei beni e strapparono la trapuntatura; ma le sedie, il mobiletto e il telaio del letto, essendo avvitati al pavimento, furono molto danneggiati dall'ignoranza dei marinai, che li strapparono via con la forza. Poi staccarono alcune delle tavole per l'uso della nave, e quando ebbero preso tutto ciò che desideravano, lasciarono che lo scafo cadesse in mare, il quale, a causa delle numerose falle praticate nel fondo e nei lati, affondò immediatamente. E in verità fui contento di non essere stato spettatore del disastro che avevano causato; perché sono certo che mi avrebbe toccato sensibilmente, riportando alla mente fatti passati che avrei preferito dimenticare.

Dormii qualche ora, ma fui continuamente disturbato da sogni del luogo che avevo lasciato e dei pericoli a cui ero scampato. Tuttavia, al risveglio, mi sentii molto ripreso. Erano ormai le otto di sera e il capitano ordinò subito la cena, pensando che avessi digiunato troppo a lungo. Mi intrattenne con grande gentilezza, osservando che non apparivo più smarrito né parlavo in modo incoerente; e quando rimanemmo soli, desiderò che gli facessi un resoconto dei miei viaggi e per quale incidente fossi finito alla deriva in quel mostruoso forziere di legno.

Raccontò che verso mezzogiorno, mentre scrutava attraverso il suo cannocchiale, lo aveva scorto a distanza e aveva pensato si trattasse di una vela, che ebbe intenzione di raggiungere, non essendo molto fuori rotta, nella speranza di acquistare del biscotto, dato che le sue provviste stavano per finire. Che, avvicinandosi e accortosi dell'errore, aveva inviato la scialuppa a scoprire cosa fosse; che i suoi uomini erano tornati spaventati, giurando di aver visto una casa galleggiante. Che egli rise della loro follia e andò egli stesso sulla barca, ordinando ai suoi uomini di portare con sé una gomena robusta. Che, essendo il tempo calmo, mi remò attorno diverse volte, osservando le mie finestre e le grate di filo metallico che le proteggevano. Che scoprì due ganci su un lato, che era tutto di assi, senza alcuna apertura per la luce. Ordinò quindi ai suoi uomini di remare verso quel lato e, fissata una gomena a uno dei ganci, ordinò loro di rimorchiare il mio forziere (come lo chiamavano) verso la nave. Quando fu lì, diede istruzioni di fissare un'altra gomena all'anello fissato sul coperchio e di sollevare il mio forziere con delle carrucole, cosa che tutti i marinai non riuscirono a fare per più di due o tre piedi. Disse che videro il mio bastone e il mio fazzoletto sporgere dal buco e conclusero che qualche uomo infelice doveva essere rinchiuso in quella cavità. Chiesi se lui o l'equipaggio avessero visto dei volatili prodigiosi in aria attorno al momento in cui mi scoprirono per la prima volta; al che rispose che, discutendo la questione con i marinai mentre io dormivo, uno di loro disse di aver osservato tre aquile volare verso nord, ma non notò che fossero di dimensioni maggiori del normale, il che suppongo debba essere attribuito alla grande altezza a cui si trovavano; e non riuscì a indovinare il motivo della mia domanda. Chiesi quindi al capitano a quanto stimasse che potessimo essere dalla terraferma.

Disse che, secondo il miglior calcolo che poteva fare, eravamo ad almeno cento leghe. Lo assicurai che doveva sbagliarsi di quasi la metà, poiché non avevo lasciato il paese da cui provenivo da più di due ore prima di precipitare in mare. Al che ricominciò a pensare che il mio cervello fosse disturbato, di cui mi diede un accenno, e mi consigliò di andare a letto in una cabina che aveva preparato. Lo assicurai di essermi ben ritemprato con il suo buon intrattenimento e la sua compagnia, e di essere in possesso delle mie facoltà mentali come mai in vita mia.

Divenne allora serio e desiderò chiedermi francamente se non fossi turbato nel profondo dalla consapevolezza di qualche crimine enorme, per il quale ero stato punito per ordine di qualche principe, esponendomi in quel forziere, come grandi criminali in altri paesi sono stati costretti al mare in una nave che imbarcava acqua senza provviste; poiché, sebbene gli sarebbe dispiaciuto aver preso un uomo così malvagio sulla sua nave, avrebbe comunque dato la sua parola di mettermi al sicuro a terra nel primo porto in cui fossimo arrivati. Aggiunse che i suoi sospetti erano molto aumentati da alcuni discorsi molto assurdi che avevo fatto, prima ai suoi marinai e poi a lui stesso, in relazione al mio forziere-armadio, così come dal mio strano aspetto e comportamento mentre ero a cena.

Lo pregai di avere la pazienza di ascoltare la mia storia, cosa che feci fedelmente, dall'ultima volta che lasciai l'Inghilterra al momento in cui mi scoprì per la prima volta. E siccome la verità si fa sempre strada nelle menti razionali, questo onesto e degno gentiluomo, che aveva una certa tintura di istruzione e molto buon senso, fu immediatamente convinto della mia sincerità e veridicità. Ma, per confermare ulteriormente tutto ciò che avevo detto, lo pregai di dare ordine che venisse portato il mio mobiletto, di cui avevo la chiave in tasca (poiché mi aveva già informato di come i marinai avessero disposto il mio armadio). Lo aprii in sua presenza e gli mostrai la piccola collezione di rarità che avevo raccolto nel paese da cui ero stato così stranamente liberato. C'era il pettine che avevo ricavato dai mozziconi della barba del re. C'era una collezione di aghi e spilli, da un piede a mezzo iarda di lunghezza; quattro pungiglioni di vespa, come chiodi da falegname; alcuni pettini di capelli della regina; un anello d'oro, che un giorno mi donò in modo assai cortese, togliendolo dal suo mignolo e gettandolo sopra la mia testa come un collare. Chiesi al capitano se volesse accettare questo anello in cambio delle sue cortesie, cosa che rifiutò categoricamente. Infine, gli chiesi di osservare i calzoni che indossavo allora, che erano fatti di pelle di topo.

Non riuscii a imporgli nulla se non il dente di un lacchè, che lo osservai esaminare con grande curiosità, e scoprii che ne era attratto. Lo ricevette con abbondanza di ringraziamenti, più di quanto una simile inezia potesse meritare. Era stato estratto da un chirurgo maldestro, per errore, da uno degli uomini di Glumdalclitch, che soffriva di mal di denti, ma era sano come chiunque altro avesse in testa. Lo feci pulire e lo misi nel mio mobiletto. Era lungo circa un piede e di quattro pollici di diametro.

Il capitano fu molto soddisfatto di questo resoconto chiaro che gli avevo dato e disse che sperava, una volta tornati in Inghilterra, che avrei obbligato il mondo mettendolo su carta e rendendolo pubblico. La mia risposta fu che pensavo fossimo già stracolmi di libri di viaggi; che nulla potesse passare ora che non fosse straordinario; nel che dubitavo che alcuni autori consultassero meno la verità che la propria vanità, o interesse, o il divertimento di lettori ignoranti; che la mia storia potesse contenere poco altro che eventi comuni, senza quelle descrizioni ornamentali di strane piante, alberi, uccelli e altri animali; o dei costumi barbari e dell'idolatria di popoli selvaggi, di cui abbondano la maggior parte degli scrittori. Tuttavia, lo ringraziai per la sua buona opinione e promisi di riflettere sulla faccenda.

Disse che si meravigliava molto di una cosa, ovvero sentirmi parlare così forte, chiedendomi se il re o la regina di quel paese fossero duri d'orecchi. Gli dissi che era ciò a cui ero stato abituato per oltre due anni passati e che mi meravigliavo altrettanto delle voci sue e dei suoi uomini, che mi sembravano solo sussurrare, eppure riuscivo a sentirli abbastanza bene. Ma quando parlavo in quel paese, era come un uomo che parla in strada a un altro che guarda fuori dalla cima di un campanile, a meno che non fossi posizionato su un tavolo o tenuto in mano a qualcuno. Gli dissi che avevo osservato anche un'altra cosa, che quando salii per la prima volta sulla nave e i marinai mi stavano tutti attorno, pensai fossero le piccole creature più spregevoli che avessi mai visto. Poiché davvero, mentre ero nel paese di quel principe, non riuscivo mai a sopportare di guardarmi in uno specchio, dopo che i miei occhi si erano abituati a oggetti così prodigiosi, perché il confronto mi dava un'idea così meschina di me stesso. Il capitano disse che mentre eravamo a cena mi osservò guardare ogni cosa con una sorta di meraviglia e che spesso sembravo a malapena in grado di trattenere le risate, cosa che non sapeva bene come interpretare, ma la attribuì a qualche disturbo nel mio cervello. Risposi che era verissimo e mi meravigliavo di come potessi trattenermi, quando vedevo i suoi piatti delle dimensioni di una moneta d'argento da tre pence, una coscia di maiale a malapena un boccone, una tazza non grande quanto un guscio di noce, e così continuai, descrivendo il resto delle sue masserizie e provviste allo stesso modo. Poiché sebbene la regina avesse ordinato un piccolo equipaggiamento di tutto ciò che mi era necessario mentre ero al suo servizio, le mie idee erano interamente occupate da ciò che vedevo da ogni parte attorno a me, e chiudevo un occhio sulla mia stessa piccolezza, come le persone fanno con i propri difetti. Il capitano comprese molto bene la mia ironia e rispose allegramente che non aveva notato il mio appetito così buono, sebbene avessi digiunato tutto il giorno; e, continuando nella sua ilarità, giurò che avrebbe dato volentieri cento sterline per aver visto il mio mobiletto nel becco dell'aquila e poi nella sua caduta da una così grande altezza in mare; il che sarebbe stato certamente un oggetto assai sorprendente, degno di vederne la descrizione trasmessa alle epoche future: e il paragone con Fetonte era così ovvio che non poté fare a meno di applicarlo, sebbene io non ammirassi molto il concetto.

Il capitano, essendo stato a Tonchino, fu, nel suo ritorno in Inghilterra, spinto a nord-est, fino alla latitudine di 44 gradi e longitudine 143. Ma incontrando un aliseo due giorni dopo che fui salito a bordo, navigammo verso sud per molto tempo e, costeggiando la Nuova Olanda, mantenemmo la rotta ovest-sud-ovest, e poi sud-sud-ovest, finché non doppiammo il Capo di Buona Speranza. Il nostro viaggio fu molto prospero, ma non disturberò il lettore con un diario di esso. Il capitano fece scalo in uno o due porti e inviò la sua scialuppa per provviste e acqua fresca, ma non uscii mai dalla nave finché non arrivammo ai Downs, che fu il terzo giorno di giugno del 1706, circa nove mesi dopo la mia fuga. Mi offrii di lasciare merci a garanzia del pagamento del mio trasporto, ma il capitano protestò che non avrebbe ricevuto nemmeno un soldo. Ci salutammo affettuosamente e gli feci promettere che sarebbe venuto a trovarmi a casa mia a Redriff. Noleggiai un cavallo e una guida per cinque scellini, che presi in prestito dal capitano.

Mentre ero sulla strada, osservando la piccolezza delle case, degli alberi, del bestiame e delle persone, iniziai a pensare di essere a Lilliput. Avevo paura di calpestare ogni viaggiatore che incontravo e spesso chiamavo ad alta voce di stare fuori strada, tanto che per poco non mi presi una o due teste rotte per la mia impertinenza.

Quando giunsi a casa mia, per la quale fui costretto a chiedere, uno dei servi aprì la porta, mi chinai per entrare (come un'oca sotto un cancello), per paura di sbattere la testa. Mia moglie corse fuori ad abbracciarmi, ma mi chinai più in basso delle sue ginocchia, pensando che altrimenti non sarebbe mai stata in grado di raggiungere la mia bocca. Mia figlia si inginocchiò per chiedere la mia benedizione, ma non riuscii a vederla finché non si alzò, essendo stato così a lungo abituato a stare con la testa e gli occhi eretti a oltre sessanta piedi; e allora andai a prenderla con una mano per la vita. Guardai dall'alto in basso i servi e uno o due amici che erano in casa, come se fossero stati pigmei e io un gigante. Dissi a mia moglie che era stata troppo parsimoniosa, poiché trovai che aveva ridotto se stessa e sua figlia a nulla. In breve, mi comportai in modo così inspiegabile che tutti furono dell'opinione del capitano quando mi vide per la prima volta e conclusero che avessi perso il senno. Questo lo cito come esempio del grande potere dell'abitudine e del pregiudizio.

In poco tempo, io e la mia famiglia e i miei amici giungemmo a una giusta comprensione: ma mia moglie protestò che non sarei mai più andato per mare; sebbene il mio destino avverso volle che non avesse il potere di impedirmelo, come il lettore potrà sapere in seguito. Nel frattempo concludo qui la seconda parte dei miei sfortunati viaggi.

[90] Fetonte, figlio di Apollo, precipitato nel fiume Eridano per la sua temerarietà nell'aver tentato di guidare i destrieri del sole per un giorno.

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PER LE CLASSI I E II.

Mother Goose: A Book of Nursery Rhymes, a cura di C. Welsh. In due parti. Illustrato da Clara E. Atwood. Brossura, ogni parte, 10 centesimi; tela, due parti rilegate in una, 30 centesimi.

So Fat and Mew Mew di Craik. Introduzione di Lucy M. Wheelock. Illustrato da C.M. Howard. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Six Nursery Classics. The House That Jack Built, Mother Hubbard, Cock Robin, The Old Woman and Her Pig, Dame Wiggins of Lee e The Three Bears. A cura di M.V. O'Shea. Illustrato da Ernest Fosbery. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

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Crib and Fly, A Tale of Two Terriers. A cura di Charles F. Dole. Illustrato da Gwendoline Sandham. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Goody Two Shoes. Attribuito a Oliver Goldsmith. A cura di Charles Welsh. Con ventotto illustrazioni tratte dalle xilografie dell'edizione originale del 1765. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

The Story of a Donkey di Ségur. Tradotto da C. Welsh. A cura di Charles F. Dole. Illustrato da E.H. Saunders. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

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The History of the Robins di Trimmer. A cura di Edward Everett Hale. Illustrato da C.M. Howard. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Eyes and No Eyes, and Other Stories di Aiken e Barbauld. A cura di M.V. O'Shea. Illustrato da H.P. Barnes e C.M. Howard. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Waste Not Want Not, and Other Stories di Edgeworth. A cura di M.V. O'Shea. Illustrato da W.P. Bodwell. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

The King of the Golden River di Ruskin. A cura di M.V. O'Shea. Illustrato da Sears Gallagher. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

The Wonderful Chair and The Tales It Told di Browne. A cura di M.V. O'Shea. Illustrato da Clara E. Atwood su disegni della signora Seymour Lucas. In due parti. Brossura, ogni parte, 10 centesimi; tela, due parti rilegate in una, 30 centesimi.

PER LE CLASSI IV E V.

The Rose and the Ring, A Fairy Tale di Thackeray. A cura di Edward Everett Hale. Illustrazioni di Thackeray. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

Three Fairy Stories di Ingelow. A cura di Charles F. Dole. Illustrato da E. Ripley. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Child Life in Japan and Japanese Child Stories di Ayrton. A cura di William Elliot Griffis. Illustrato da artisti giapponesi. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Jackanapes di Ewing. A cura di W.P. Trent. Illustrato da Josephine Bruce. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

The Little Lame Prince di Muloch. Prefazione di Elizabeth Stuart Phelps Ward. Illustrato dalla signorina E.B. Barry. In due parti. Brossura, ogni parte, 10 centesimi; tela, due parti rilegate in una, 30 centesimi.

PER LE CLASSI V E VI.

The Adventures of Ulysses di Lamb. A cura di W.P. Trent. Illustrazioni tratte da Flaxman. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

Gulliver's Travels. I. A Voyage to Lilliput. II. A Voyage to Brobdingnag. A cura di T.M. Balliet. Completamente illustrato. In due parti. Brossura, ogni parte, 15 centesimi; tela, due parti rilegate in una, 30 centesimi.

The Story of a Short Life di Ewing. A cura di T.M. Balliet. Illustrato da A.F. Schmitt. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Tales From the Travels of Baron Munchausen. A cura di Edward Everett Hale. Illustrato da H.P. Barnes su disegni di Doré. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

The Little Lame Prince di Muloch. Prefazione di Elizabeth Stuart Phelps Ward. Illustrato dalla signorina E.B. Barry. In due parti. Brossura, ogni parte, 10 centesimi; tela, due parti rilegate in una, 30 centesimi.

PER LE CLASSI VI E VII.

Tales From Shakespeare di Lamb. Introduzione di Elizabeth Stuart Phelps Ward. Illustrato da Homer W. Colby su disegni di Pillé. In tre parti. Brossura, ogni parte, 15 centesimi; tela, tre parti rilegate in una, 40 centesimi.

The Crofton Boys di Martineau. A cura di William Elliot Griffis. Illustrato da A.F. Schmitt. Tela, 30 centesimi.

The Siege Of Leyden di Motley. A cura di William Elliot Griffis. Con diciannove illustrazioni da antiche stampe e fotografie, e una mappa. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

Rab and His Friends and Other Stories of Dogs di Brown. A cura di T.M. Balliet. Illustrato da David L. Munroe su disegni di Sir Noel Paton, della signora Blackburn, George Hardy e Lumb Stocks. Brossura, 10 centesimi; tela, 20 centesimi.

PER LE CLASSI VII, VIII E IX.

Chapters on Animals: Dogs, Cats and Horses di Hamerton. A cura di W.P. Trent. Illustrato su disegni di Sir E. Landseer, Sir John Millais, Rosa Bonheur, E. Van Muyder, Veyrassat, J.L. Gérôme, K. Bodmer, ecc. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

Dolph Heyliger di Irving. A cura di G.H. Browne. Illustrato da H.P. Barnes. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

The Tempest di Shakespeare. A cura di Sarah W. Hiestand. Illustrazioni tratte da Retzch e dal ritratto Chandos. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

A Midsummer Night's Dream di Shakespeare. A cura di Sarah W. Hiestand. Illustrazioni tratte da Smirke e dal ritratto Droeshout. Brossura, 15 centesimi; tela, 25 centesimi.

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Robinson Crusoe di Defoe. A cura di Edward Everett Hale. Illustrato. In quattro parti. Brossura, ogni parte, 15 centesimi; tela, quattro parti rilegate in una, 60 centesimi.

True Tales Of Birds and Beasts di Jordan. Di David Starr Jordan. Illustrato da Mary H. Wellman. Tela, 40 centesimi.

Undine di Fouqué. Introduzione di Elizabeth Stuart Phelps Ward. Illustrazioni tratte da Julius Hoppner. Tela, 30 centesimi.

Typee: Life in the South Seas di Melville. Introduzione di W.P. Trent. Illustrato da H.W. Moore. Tela, 45 centesimi.

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