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Henrietta Temple: A Love Story

by Disraeli, Benjamin, Earl of Beaconsfield · in Italian

HENRIETTA TEMPLE

Di Benjamin Disraeli

AL CONTE ALFRED D’ORSAY

QUESTI VOLUMI SONO DEDICATI

DAL

SUO AFFEZIONATO AMICO.

HENRIETTA TEMPLE

LIBRO I.

CAPITOLO I.

Qualche notizia sulla famiglia Armine, e in particolare su Sir Ferdinand e Sir Ratcliffe.

La famiglia Armine giunse in Inghilterra con Guglielmo il Normanno. Ralph d’Armyn fu portabandiera del Conquistatore e partecipò in modo prodigo al saccheggio, come appare dal Domesday Book. All’epoca del censimento generale, la famiglia Ermyn, o Armyn, possedeva numerosi manieri nel Nottinghamshire e parecchi nella contea di Lincoln. William D’Armyn, signore dell’onore di Armyn, fu uno dei baroni firmatari della Magna Carta. Il suo predecessore morì in Terra Santa prima di Ascalona. Una successione di robusti baroni e valorosi cavalieri mantenne le alte fortune della famiglia; e nel corso delle varie lotte con la Francia ottennero il possesso di diversi bei castelli in Guienna e Guascogna. Nelle Guerre delle Due Rose, gli Armyn si schierarono con la casa di Lancaster. Ferdinand Armyn, che condivise l’esilio di Enrico VII, fu fatto cavaliere sul campo di Bosworth e poco dopo creato Conte di Tewkesbury. Fedele alla Chiesa, il secondo Lord Tewkesbury rimase coinvolto in una di quelle numerose rivolte che tormentarono gli ultimi anni di Enrico VIII. La ribellione non ebbe successo, Lord Tewkesbury fu decapitato, il suo sangue infamato e le sue numerose proprietà confiscate dalla Corona. Un ramo cadetto della famiglia, che aveva adottato il protestantesimo, sposò la figlia di Sir Francis Walsingham e attrasse, grazie alle proprie doti diplomatiche, l’attenzione della Regina Elisabetta. Fu inviato in missione segreta nei Paesi Bassi, dove, essendosi grandemente distinto, ottenne al suo ritorno la restituzione della tenuta di famiglia di Armine, nel Nottinghamshire, dove si ritirò dopo una carriera eminentemente prospera, dilettandosi negli ultimi anni di vita nella costruzione di una residenza di famiglia, edificata in quello stile architettonico nazionale descritto da allora con il nome della sua sovrana, al contempo magnifico e comodo. Suo figlio, Sir Walsingham Armine, figurò nel primo gruppo di baronetti sotto Giacomo I.

Durante la memorabile lotta tra la Corona e i Comuni, sotto il regno dell’infelice Carlo, la famiglia Armine si distinse tra i Cavalieri. Il secondo Sir Walsingham sollevò una truppa di cavalleria e guadagnò grande credito caricando alla testa del suo reggimento e sconfiggendo i corazzieri di Sir Arthur Haselrigg. Fu la prima volta che quella banda impenetrabile fu costretta a fuggire; ma il vincitore fu coperto di ferite. Lo stesso Sir Walsingham difese con successo Armine House contro i Comuni e comandò la cavalleria nella battaglia di Newbury, dove caddero due dei suoi fratelli. Per questi vari servizi e sofferenze, Sir Walsingham fu elevato alla dignità di barone del regno, con il titolo di Lord Armine di Armine, nella contea di Nottingham. Morì senza eredi, ma il titolo di baronetto passò al suo fratello minore, Sir Ferdinando.

La famiglia Armine, che era ricaduta nel papismo, seguì le fortune del secondo Giacomo, e il capo della casata morì a Saint-Germain. Suo figlio, tuttavia, era stato abbastanza prudente da rimanere in Inghilterra e sostenere la nuova dinastia, grazie a ciò riuscì a conservare il suo titolo e le sue proprietà. Gli Armine, tuttavia, rimasero sempre cattolici romani, e questa circostanza spiega perché questa famiglia, un tempo illustre, non abbia più figurato nella storia del proprio paese. Per quanto riguardava la casa di Armine, quindi, il tempo volò durante il secolo successivo con ala immemore. La famiglia condusse una vita ritirata nella propria tenuta, sposandosi solo all’interno delle grandi famiglie cattoliche e generando puntualmente dei baronetti.

Alla fine sorse, nella persona dell’ultimo Sir Ferdinand Armine, uno di quegli esseri straordinari e raramente dotati che necessitano solo di un’opportunità per influenzare le fortune della propria nazione e figurare come un Cesare o un Alcibiade. Bello, brillante e ambizioso, il giovane e inquieto Armine lasciò, nel suo diciottesimo anno, la casa dei suoi padri, e la sua matrigna di paese, per entrare al servizio imperiale. Il suo sangue e il suo credo gli garantirono un’accoglienza lusinghiera; la sua abilità e il suo valore lo resero presto distinto. Il mondo risuonava di storie sul suo valore romantico, le sue galanterie, i suoi modi eccentrici e i suoi intrighi politici, poiché arrivò quasi a farsi eleggere Re di Polonia. Che fosse disgusto per essere stato ostacolato in questo alto obiettivo dall’influenza dell’Austria, o che, come si sussurrava molto all’epoca, avesse osato rivolgere la sua insolente e vana corte su un soggetto ancor più delicato alla stessa Imperatrice, è certo che Sir Ferdinand lasciò improvvisamente il servizio imperiale e apparve di persona a Costantinopoli. L’uomo che per una questione d’onore non era potuto diventare protestante nel suo paese natale non ebbe alcuno scrupolo riguardo alla professione di fede a Stamboul: è certo che il baronetto inglese salì presto in grande favore presso il Sultano, adottò l’abito turco, si conformò ai costumi turchi e, infine, guidò contro l’Austria una divisione dell’esercito turco. Avendo gratificato il suo risentimento sconfiggendo le forze imperiali in uno sanguinoso scontro e ottenendo una pace favorevole per la Porta, Sir Ferdinand Armine si tolse il turbante e riapparve improvvisamente nel suo paese natio. Dopo lo schizzo che abbiamo tracciato degli ultimi dieci anni della sua vita, è inutile osservare che Sir Ferdinand Armine divenne immediatamente ciò che si definisce alla moda; e, poiché si trovava ora nell’Inghilterra protestante, l’impero della moda era l’unico in cui il giovane cattolico potesse distinguersi. Attribuiamo quindi caritatevolmente al conto delle sue disabilità politiche la fantastica dissipazione e la sfrenata prodigalità in cui la vivacità della sua immaginazione e l’energia della sua anima si esaurirono. Dopo tre anni sbalorditivi, sposò Lady Barbara Ratcliffe, il cui precedente divorzio dal marito, il Conte di Faulconville, era stato causato proprio da Sir Ferdinand. Fu, tuttavia, separato dalla sua signora durante il primo anno della loro unione più consacrata e, ritiratosi a Roma, Sir Ferdinand divenne apparentemente devoto. Alla fine di un anno, offrì di trasferire l’intera sua proprietà alla Chiesa, a patto che il Papa gli accordasse una rendita e lo nominasse cardinale. Non ritenendo Sua Santità opportuno acconsentire alla proposta, Sir Ferdinand lasciò la capitale stizzito e, ritornato in Inghilterra, avanzò pretese sui titoli di Tewkesbury e Armine. Sebbene certo di fallire in tali pretese, e forse consapevole dell’insuccesso quanto i suoi legali, Sir Ferdinand spese nondimeno oltre 60.000 sterline per promuoverle, venendo ampiamente ripagato della spesa dalla gratificazione della sua vanità, mantenendo il proprio nome davanti al pubblico. Non era mai contento se non quando stupiva il genere umano; e mentre apparentemente profondeva ogni sforzo per diventare Re di Polonia, cardinale romano o pari d’Inghilterra, la corona, il coronetto e il cappello scarlatto erano in verità per lui sempre obiettivi secondari rispetto alla sensazione che, in tutta Europa, lo sforzo era concepito e calcolato per garantire.

Al suo secondo ritorno in patria, Sir Ferdinand non era rientrato in società. Per un uomo simile, la società, con tutto il suo eccitamento superficiale e tutta l’ombra di varietà con cui tenta di oscurare l’essenziale monotonia della sua natura, era intollerabilmente noiosa e banale. Sir Ferdinand, al contrario, si rinchiuse ad Armine, avendo precedentemente annunciato al mondo che si accingeva a scrivere le sue memorie. Questa storia, la costruzione di un castello e il perseguimento delle sue rivendicazioni davanti alla Camera dei Lord occupavano apparentemente il suo tempo con sua soddisfazione, poiché rimase tranquillo per diversi anni, finché, allo scoppio della Rivoluzione Francese, si precipitò a Parigi, divenendo membro del Club dei Giacobini e della Convenzione Nazionale. Il nome del Cittadino Armine appare tra i regicidi. Forse con questo voto vendicò la perdita della corona di Polonia, e la repulsa ancor più umiliante che avrebbe potuto ricevere dalla madre di Maria Antonietta. Dopo l’esecuzione delle vittime reali, tuttavia, si scoprì che il Cittadino Armine aveva offerto loro di salvarle la vita e di sollevare un’insurrezione in Vandea, a condizione di essere nominato Luogotenente Generale del regno. Al suo processo, che, per la natura dell’accusa e il carattere dell’accusato, suscitò per sua soddisfazione una grande sensazione, non fece alcun tentativo per difendersi, sembrando anzi gloriarsi del crimine cavalleresco. Fu trascinato alla ghigliottina e incontrò il suo destino con la massima compostezza, assicurando al pubblico, con aria misteriosa, che se fosse vissuto altre ventiquattr’ore tutto sarebbe stato sistemato e le tribolazioni che prevedeva imminenti per l’Europa prevenute. Così efficacemente Armine aveva recitato la sua parte che la sua carriera misteriosa e dubbia suscitò una controversia dalla quale solo l’apparizione di Napoleone distrasse l’attenzione universale, e che, invero, cessò del tutto solo pochi anni fa. Quali erano le sue intenzioni? Era o non era un giacobino sincero? Se fece l’offerta alla famiglia reale, perché votò per la loro morte? Era risoluto, in ogni caso, a trovarsi a capo di una delle fazioni? Una via di mezzo non si confaceva a un uomo simile; e così via. Interminabili furono le domande e le loro soluzioni, i pamphlet e le memorie che la condotta di quest’uomo vanitoso occasionò, e che devono aver certamente placato i suoi mani. Recentemente si è scoperto che l’accusa mossa contro Armine era perfettamente falsa e puramente malevola. La sua vittima, tuttavia, non poté resistere alla sfolgorante celebrità del crimine immaginario, e preferì la reputazione di chiudere la propria carriera con una condotta che al contempo sconcertò e stupì il genere umano, piuttosto che una smentita che avrebbe privato il suo nome di alcuni brillanti accessori, risparmiandolo per una vita di cui era forse stanco.

Dall’infelice vittima della sua vanità e passione, Sir Ferdinand Armine lasciò un solo figlio, che non aveva mai visto, l’attuale Sir Ratcliffe. Cresciuto nella tristezza e nella solitudine, l’educazione aveva fedelmente sviluppato le caratteristiche di una mente riservata e malinconica. L’orgoglio di lignaggio e i sentimenti religiosi, che anche in gioventù si oscurarono in bigottismo, non erano incompatibili con affetti profondi, un severo senso del dovere e uno spirito di cavalleresco onore. Limitato nelle capacità, era tuttavia fermo nei propositi. Tremando al nome di suo padre e devoto all’infelice genitore la cui presenza non aveva quasi mai abbandonato, una parola di rimprovero non era mai sfuggita alle sue labbra contro il capo della sua stirpe, e per giunta uno la cui carriera, per quanto poco il figlio potesse simpatizzarvi, manteneva pur sempre, sulla bocca e nella mente degli uomini, il nome e la memoria della casa di Armine. Alla morte di suo padre, Sir Ratcliffe aveva appena raggiunto la maggiore età e succedette a immense proprietà gravate da ipoteche e a debiti considerevoli che il suo senso dell’onore lo avrebbe costretto a estinguere, qualora fossero stati fatti valere da nessun’altra pretesa. Le tenute della famiglia, alla loro restituzione, non erano state sottoposte a vincoli successori; ma, fino a Sir Ferdinand, nessun capo della casata aveva abusato della fiducia dei suoi antenati, e i vasti possedimenti della casa di Armine erano discesi intatti; e intatti, per quanto lo riguardava, Sir Ratcliffe determinò che dovessero rimanere. Sebbene, con la vendita delle tenute, non solo gli oneri e le passività avrebbero potuto essere estinti, ma lui stesso sarebbe rimasto in possesso di una moderata indipendenza, Sir Ratcliffe decise immediatamente di non vendere nulla. Furono reperite nuove somme per il pagamento dei debiti, e le ipoteche consumavano ora quasi l’intero reddito delle terre su cui erano garantite. Sir Ratcliffe ottenne per sé solo una rendita di trecento sterline l’anno, che donò a sua madre, in aggiunta alla piccola dote che lei aveva ricevuto al suo primo matrimonio; e per quanto lo riguardava, visitando per la prima volta Armine Place, vagò per alcuni giorni con triste compiacimento per quel magnifico dominio, quindi, staccando dalle pareti del magnifico salone la sciabola con cui suo padre aveva sconfitto l’esercito imperiale, si imbarcò per Cadice e poco dopo il suo arrivo ottenne un incarico nel servizio spagnolo.

Sebbene l’ereditario valore degli Armine fosse disceso al loro derelitto rappresentante, non è probabile che, in alcuna circostanza, Sir Ratcliffe si sarebbe elevato a una qualche eminenza nel paese della sua temporanea adozione. La sua non era una di quelle menti nate per comandare e creare; e il suo carattere era troppo orgoglioso per servire e sollecitare. La sua residenza in Spagna, tuttavia, non fu del tutto priva di soddisfazioni. Fu durante questo soggiorno che ottenne la poca conoscenza della vita e della natura umana che possedeva; e il credo e i costumi solenni della terra si armonizzavano con la sua fede e le sue abitudini. Tra questi stranieri, inoltre, l’orgoglioso giovane inglese non sentiva così acutamente la degradazione della sua casata; e talvolta, sebbene non possedesse il dono fatale dell’immaginazione, talvolta si abbandonava a sogni ad occhi aperti sulla sua ascesa. Inesperto negli affari e non dotato di quella prontezza intuitiva che supplisce all’esperienza e spesso la sconfigge, Ratcliffe Armine, che non aveva lasciato il focolare domestico nemmeno per scopi di istruzione, fu tuttavia abbastanza fortunato da possedere un amico devoto: e questi era Glastonbury, il suo tutore e confessore di sua madre. Fu a lui che Sir Ratcliffe affidò la gestione dei suoi affari, con una fiducia che era meritata; poiché Glastonbury simpatizzava con tutti i suoi sentimenti ed era così immerso nella gloria della famiglia che non aveva altra ambizione nella vita se non quella di diventarne lo storiografo, ed era stato per anni impegnato ad ammassare materiali per una grande opera dedicata alla loro celebrità.

Quando Ratcliffe Armine mancava da circa tre anni, sua madre morì. La sua morte fu inattesa. Non aveva raggiunto i due terzi del periodo assegnato dal Salmista e, nonostante molti dolori, era ancora bella. Glastonbury, che gli comunicò la notizia in una lettera in cui tentava invano di sopprimere la propria travolgente afflizione, gli consigliò un immediato ritorno in Inghilterra, se non altro per una stagione; e l’infelice Ratcliffe seguì il suo consiglio. Con la morte di sua madre, Sir Ratcliffe Armine entrò in possesso, per la prima volta, di una piccola ma pur sempre indipendente rendita; e avendo fatto visita, poco dopo il suo ritorno nel paese natio, a un nobile cattolico a cui la sua conoscenza era stata di una qualche utilità durante i viaggi in Spagna, si invaghì di una delle sue figlie e, essendo la sua passione ricambiata e non disapprovata dal padre, fu poco dopo sposato a Constance, la figlia maggiore di Lord Grandison.

CAPITOLO II.

Descrizione di Armine.

Dopo il suo matrimonio Sir Ratcliffe decise di risiedere ad Armine. In uno dei più grandi parchi d’Inghilterra rimaneva ancora un frammento di un vasto complesso elisabettiano, che nei tempi antichi portava il nome di Armine Place. Quando Sir Ferdinand aveva iniziato a costruire il Castello di Armine, aveva abbattuto la vecchia dimora, in parte per il bene del sito e in parte per il bene dei materiali. Lunghe file di mura turrite e piene di finestre, alte torri e archi elevati sorgevano ora in pittoresca confusione sul verde pendio dove un tempo il vecchio Sir Walsingham aveva eretto la bella e comoda dimora, che giustamente credeva potesse servire allo scopo di una lunga posterità. La sala e lo scalone principale del castello e una galleria erano i soli a essere finiti, e molti giorni aveva trascorso Sir Ferdinand a sistemare i quadri, le armature e le rare prelibatezze di quegli appartamenti magnifici. Il resto dell’edificio era un mero guscio; né in tutte le sue parti era nemmeno coperto. Cumuli di mattoni e pietre e cataste di legname apparivano in ogni direzione; e tracce dell’improvvisa interruzione di una grande opera potevano essere osservate nelle fosse da sega temporanee ancora rimanenti, nei capannoni per gli operai e nelle fornaci e nei forni che non erano mai stati rimossi. Il tempo, tuttavia, che aveva macchiato le torri trascurate con una tinta antica e aveva permesso a molte generazioni di uccelli estivi di costruire i loro nidi soleggiati su tutti gli angoli di vantaggio delle mura incompiute, aveva esercitato un’influenza mitigante anche su quegli accessori rozzi, e nel corso degli anni erano stati così bagnati dalla pioggia, così battuti dal vento e così ricoperti di muschio e edera che piuttosto aggiungevano che sottrarre al carattere pittoresco dell’intera massa.

A poche centinaia di metri dal castello, ma situato sullo stesso verdeggiante promontorio e dominando, sebbene ben riparato, un’estesa vista sull’ampio parco, sorgeva il frammento del vecchio Place che abbiamo notato. Lo strappo ruvido e ondulato che segnava la separazione dell’edificio era ora fittamente coperto d’edera, che nella sua giocosa esuberanza era riuscita anche ad arrampicarsi su una rimanente colonna di alti camini e a diffondersi sulla copertura della grande finestra a trifora. Questo frammento conteneva una serie di piacevoli stanze che, essendo state occupate dall’ultimo baronetto, erano naturalmente arredate con grande gusto e comodità; e vi era, inoltre, alloggio sufficiente per un piccolo entourage. Armine Place, prima che Sir Ferdinand, sfortunatamente per i suoi discendenti, decidesse nel diciottesimo secolo di costruire un castello feudale, era stato situato in famosi giardini di delizie, che si estendevano sul retro della dimora per uno spazio di alcune centinaia di acri. I terreni nelle immediate vicinanze degli edifici avevano naturalmente sofferto gravemente, ma la parte di gran lunga maggiore era stata solo trascurata; e vi erano alcuni invero che ritenevano, mentre vagavano attraverso i sentieri alberati di questa incantevole natura selvaggia, che la sua bellezza fosse stata accresciuta proprio da tale incuria. Sembrava una foresta in un bel romanzo; una verde e ombrosa natura selvaggia dove il Boccaccio avrebbe amato corteggiare e Watteau dipingere. Così artatamente i sentieri erano stati pianificati che sembravano interminabili, né vi era un solo punto nell’intera tenuta in cui l’occhio più acuto avrebbe potuto rilevare un limite. Talvolta vagavi in quei sentieri arcuati e tortuosi cari agli spiriti pensierosi; talvolta emergevi su una macchia di prato che brillava al sole, una piccola e luminosa savana, e guardavi con meraviglia il gruppo di neri e potenti cedri che sorgevano dal suo centro, con il loro fogliame acuto e diffuso. Il bello e il vasto si fondevano insieme; e un istante dopo aver contemplato con delizia un letto di gerani o di mirti, ti ritrovavi in un anfiteatro di pini italiani. Uno strano profumo esotico riempiva l’aria: calpestavi i fiori di altre terre; e arbusti e piante che solitamente vengono affidati solo alle loro serre, come sultane dalle loro gelosie, per annusare l’aria e richiamare la loro fioritura, qui imparando dalla privazione la filosofia della resistenza, avevano lottato con successo anche contro gli inverni del nord, e ora sguazzavano in nativa e non potata esuberanza. Sir Ferdinand, quando risiedeva ad Armine, era solito riempire questi giardini di delizie con are e altri uccelli dal piumaggio splendido; ma questi erano fuggiti via con il loro padrone, tutti tranne alcuni cigni che galleggiavano ancora sulla superficie di un lago che segnava il centro di questo paradiso. Nei resti dell’antica dimora dei suoi padri, Sir Ratcliffe Armine e la sua sposa cercavano ora una casa.

La sala principale di Armine Place era una stanza ampia e irregolare, con un soffitto a cassettoni di quercia basso ma riccamente intagliato, tempestato di stemmi. Questo ambiente era illuminato dalla finestra a bifora di cui abbiamo fatto menzione, i cui vetri superiori contenevano alcuni antichi esemplari di pittura su vetro; essendo stato adibito da Sir Ferdinand a biblioteca, conteneva una collezione di libri di pregio. Dalla biblioteca si accedeva, attraverso una porta ad arco in vetro, a una piccola stanza della quale, essendo in condizioni di notevole degrado al momento dell'arrivo della famiglia, Lady Armine aveva colto l'occasione per soddisfare il proprio gusto nell'arredamento. L'aveva rivestita con un damasco vecchio stile color verde pisello, che metteva in risalto diverse copie di dipinti spagnoli eseguite da lei stessa, poiché era un'abile artista. La terza e ultima camera era la sala da pranzo, una stanza alquanto tetra, essendo ombreggiata da un castagno vicino. Un ritratto di Sir Ferdinand, quando era giovane, in abito veneziano, era appeso sopra il camino vecchio stile; e di fronte pendeva una bella scena di caccia di Schneiders. Lady Armine era una donna amabile e colta. Aveva goduto del vantaggio di un'istruzione straniera sotto la supervisione di un genitore cauto: e una residenza nel Continente, sebbene le avesse conferito molte grazie, non l'aveva, come purtroppo talvolta accade, spogliata di quelle qualità più sostanziali sebbene meno vistose di cui un marito conosce il valore. Era pia e devota: i suoi modi erano aggraziati, poiché aveva frequentato le corti e si era mescolata in circoli raffinati, ma fortunatamente non aveva imparato ad affettare l'insensibilità come sistema, né a credere che l'essenza delle buone maniere consista nel mostrare ai propri simili che li si disprezza. Il suo temperamento allegro confortava la malinconia costituzionale di Sir Ratcliffe e, in verità, aveva originariamente conquistato il suo cuore, ancor più della sua notevole bellezza: e mentre allo stesso tempo amava la vita di campagna, possedeva in un gusto letterario, in una voce bella e altamente coltivata, e in una conoscenza scientifica della musica e della pittura, tutte quelle risorse che impediscono alla solitudine di degenerare in isolamento. Le sue debolezze, se dobbiamo confessare che non era priva di difetti, la rendevano cara al marito, poiché il suo temperamento rifletteva il suo orgoglio, e possedeva il gusto per lo splendore che era anche il suo stato d'animo naturale, sebbene le circostanze lo avessero costretto a soffocarne la gratificazione.

L'amore, puro e profondo, era stato l'unico motore dell'unione tra Ratcliffe Armine e Constance Grandison. Senza dubbio, come tutti quelli della sua stirpe, avrebbe potuto scegliere tra i più ricchi nobili e gentiluomini cattolici uno che sarebbe stato orgoglioso di intrecciare la sua vita con la propria; ma, con un'anima non insensibile ai fortuiti splendori dell'esistenza, concesse il suo cuore a colui che poteva ripagare il ricco sacrificio solo con la devozione. La sua povertà, il suo orgoglio, il suo dono ereditario e pericoloso della bellezza, la sua vita dolorosa, il suo lignaggio illustre, la sua mente riservata e romantica, avevano al contempo attratto la sua fantasia e conquistato il suo cuore. Ella condivideva tutte le sue aspirazioni e simpatizzava con tutte le sue speranze; e l'antica gloria della casata di Armine, e la sua rinascita e il suo restauro, erano l'oggetto dei suoi pensieri quotidiani, e spesso dei suoi sogni notturni.

Con questi sentimenti Lady Armine si stabilì nella sua nuova casa, a malapena turbata dal fatto che l'intero parco in cui viveva fosse affittato come terreno da pascolo, e confidando solo, mentre contemplava i gruppi di bestiame ruminante, che potesse giungere il giorno in cui gli inquilini cornuti dei boschetti avrebbero ripreso le loro dimore ombrose. Il buon uomo e sua moglie che fino ad allora avevano abitato il vecchio Place, e mostrato il castello e il giardino ai viaggiatori di passaggio, furono, sotto il nuovo ordine di cose, promossi alle rispettive cariche di servitore e cuoca, o maggiordomo e governante, come si facevano chiamare nel villaggio. Una fanciulla portata da Grandison per servire Lady Armine completò l'organico, insieme al suo giovane fratello, che, tra i numerosi compiti, svolgeva la funzione di stalliere e si prendeva cura di una coppia di bellissimi pony bianchi che Sir Ratcliffe guidava in un calesse. Questo equipaggio, che si distingueva per la sua eleganza, era la delizia particolare di Lady Armine, e certamente l'unico pezzo di splendore in cui Sir Ratcliffe si concedeva. Per quanto riguarda il vicinato, Sir Ratcliffe, al suo arrivo, ricevette naturalmente una visita dal rettore della sua parrocchia e, tramite il cortese intermediario di questo gentiluomo, fece presto capire in generale che non era ansioso che l'esempio del suo rettore venisse seguito. L'intimidazione, nonostante molta curiosità, fu naturalmente rispettata. Nessuno fece visita agli Armine. Questa coppia felice, tuttavia, era troppo assorbita dalla propria compagnia per aver bisogno di divertimenti da fonti diverse da se stessi. La luna di miele trascorse vagando nei giardini e meravigliandosi della propria straordinaria felicità. Allora Lady Armine sedeva su un prato verde e cantava le sue canzoni preferite, e Sir Ratcliffe la ripagava della sua gentilezza con discorsi più dolci persino delle serenate. La sistemazione della loro dimora occupò il secondo mese; ogni giorno assisteva a qualche felice ma economica alterazione del suo gusto creativo. Il terzo mese Lady Armine decise di creare un giardino.

«Vorrei,» disse il suo affettuoso marito, mentre lavorava con gioia al suo servizio, «vorrei, mia cara Constance, che Glastonbury fosse qui; era un giardiniere così eccellente.»

«Chiediamoglielo, caro Ratcliffe; e, forse, per un tale amico abbiamo già lasciato trascorrere troppo tempo senza inviare un invito.»

«Beh, siamo così felici,» disse Sir Ratcliffe, sorridendo; «eppure Glastonbury è la creatura migliore del mondo. Spero che ti piacerà, cara Constance.»

«Sono certa di sì, caro Ratcliffe. Dammi quel geranio, amore. Scrivigli, oggi; scrivi a Glastonbury oggi.»

CAPITOLO III.

Arrivo di Glastonbury.

ADRIAN GLASTONBURY era il figlio minore di un'antica ma decaduta famiglia inglese. Era stato istruito presso un collegio di gesuiti in Francia e aveva intrapreso in tenera età il servizio della Chiesa Romana, la cui comunione la sua famiglia non aveva mai abbandonato. Al college il giovane Glastonbury si era distinto sia per i suoi talenti assidui che per l'estrema benevolenza del suo carattere. La sua era una di quelle menti a cui la raffinatezza è naturale, e che l'apprendimento e l'esperienza non privano mai della semplicità. A quanto pare le sue passioni non erano violente; forse erano frenate dalla sua profonda pietà. Oltre alla sua devozione, Glastonbury si distingueva per il suo gusto. I magnifici templi in cui venivano celebrati i misteri della Divinità e dei santi che adorava svilupparono la predisposizione latente per il bello, che divenne quasi il sentimento predominante della sua vita. Nei dipinti ispirati e ispiratori che incoronavano gli altari delle chiese e delle cattedrali in cui officiava, Glastonbury studiò per la prima volta l'arte; ed fu mentre scivolava lungo l'ombra solenne di quelle navate gotiche, fissando le coraggiose nervature dei soffitti a volta, le cui ombre profonde e sublimi contrastavano così magnificamente con i santuari scintillanti e le delicate cappelle sottostanti, che imbibì per la prima volta quella passione per l'architettura del Medioevo che in seguito lo portò in molti piacevoli pellegrinaggi senza compagni migliori di una bisaccia e un album da disegno. In effetti, Glastonbury era così consapevole dell'influenza della scena precoce e costante della sua giovinezza sulla sua immaginazione, che era solito ricondurre il suo amore per l'araldica, di cui possedeva una conoscenza notevole, alle finestre istoriate che perpetuavano la memoria e le imprese di molti pii fondatori.

Quando Glastonbury aveva circa ventun anni, ereditò inaspettatamente da uno zio una somma che, sebbene non fosse affatto considerevole, era per lui una sufficiente indipendenza; e poiché in quel momento non si presentava alcuna opportunità al servizio della Chiesa che considerasse un dovere perseguire, decise di soddisfare quel sentimento irrequieto che sembra inseparabile dalla giovinezza degli uomini dotati di fini sensibilità, e che probabilmente nasce in un desiderio inconscio di abbandonare il luogo comune e di scoprire l'ideale. Vagò a piedi in tutta la Svizzera e l'Italia; e, dopo più di tre anni di assenza, tornò in Inghilterra con diverse migliaia di schizzi e un Hortus Siccus alpino completo. Era persino più orgoglioso di quest'ultimo che di aver baciato il piede del Papa. Nei sette anni successivi la vita di Glastonbury fu divisa quasi equamente tra i doveri della sua sacra professione e la gratificazione dei suoi gusti semplici ed eleganti. Risiedette principalmente nel Lancashire, dove divenne bibliotecario di un nobile cattolico di altissimo rango, di cui aveva attirato l'attenzione pubblicando una descrizione della residenza di Sua Grazia, illustrata dai suoi disegni. Il duca, che era un uomo di buon gusto e interessi antiquari, e una persona estremamente benevola, cercò la conoscenza di Glastonbury in seguito alla pubblicazione, e da quel momento tra loro sussistette una stretta e preziosa intimità. In assenza della famiglia, tuttavia, Glastonbury trovava il tempo per molte escursioni, grazie alle quali completò infine i disegni di tutte le nostre cattedrali. Gli restavano ancora le abbazie e i monasteri dell'ovest dell'Inghilterra, un argomento su cui era sempre eloquente. Glastonbury compiva tutte queste escursioni a piedi, armato solo di un bastone di frassino che aveva tagliato nei suoi primi viaggi, e riguardo al quale era superstizioso; tanto che non avrebbe pensato di mettersi in viaggio senza questo bastone più di quanto la maggior parte delle altre persone senza il proprio cappello. In verità, a dir la verità, si sapeva che Glastonbury usciva occasionalmente di casa senza quell'appendice necessaria, poiché, vivendo molto solo, era alquanto distratto; ma invece di vantarsi di tali eccentricità, esse gli causavano sempre mortificazione. Eppure Glastonbury era un favorito universale e sempre un ospite gradito. Nei suoi viaggi non gli mancavano gli ospiti; poiché non c'era famiglia cattolica che non si sarebbe sentita offesa se lui li avesse superati senza una visita. Era davvero un personaggio raramente colto. Ammirabile studioso e profondo antiquario, possedeva anche una notevole conoscenza pratica delle scienze meno severe, era un fine artista e non un musicista spregevole. Anche la sua penna era quella di uno scrittore pronto; se i suoi sonetti verranno mai pubblicati, si classificheranno tra i più raffinati della nostra letteratura.

Glastonbury aveva circa trent'anni quando fu indotto da Lady Barbara Armine a lasciare un tetto sotto il quale aveva trascorso alcuni anni felici e ad intraprendere l'educazione di suo figlio Ratcliffe, un bambino di otto anni. Da quel momento Glastonbury si allontanò in larga misura dalle sue precedenti frequentazioni e abbandonò così completamente il suo precedente modo di vivere, che non lasciò mai la sua nuova casa. Il suo allievo lo ripagò della sua dedizione più con la bontà del suo carattere e la sua condotta immacolata che con una brillantezza di talenti o acquisizioni notevole: ma Ratcliffe, e in particolare sua madre, erano capaci di apprezzare Glastonbury; ed è certo, qualunque fosse la causa, che egli ricambiava la loro simpatia con profonda emozione, poiché ogni pensiero e sentimento della sua esistenza sembrava dedicato alla loro felicità e prosperità.

Così grande fu infatti lo shock che subì alla morte inaspettata di Lady Barbara, che per qualche tempo meditò di indossare il saio; e se l'assenza del suo allievo impedì la realizzazione di questo progetto, il piano fu solo rimandato, non abbandonato. Seguì il rapido matrimonio di Sir Ratcliffe. Le circostanze avevano impedito a Glastonbury di essere presente alla cerimonia. Gli era impossibile ritirarsi nel chiostro senza vedere il suo allievo. Gli affari, se non l'affetto, rendevano necessario un incontro tra loro. Era altrettanto impossibile per Glastonbury disturbare una sposa e uno sposo con la sua presenza. Quando, tuttavia, furono trascorsi tre mesi, iniziò a credere di poter tentare di proporre un incontro a Sir Ratcliffe; ma mentre stava ancora meditando su questo passo, fu preceduto dalla ricezione di una lettera contenente un caloroso invito ad Armine.

Era un bellissimo pomeriggio soleggiato di giugno. Lady Armine era seduta davanti al Place rivolta verso il parco, intenta al suo lavoro; mentre Sir Ratcliffe, disteso sull'erba, le stava leggendo l'ultima poesia di Scott, che avevano appena ricevuto dalla città vicina.

«Ratcliffe, caro,» disse Lady Armine, «qualcuno si avvicina.»

«Un vagabondo, Constance?»

«No, no, amore mio; alzati; è un gentiluomo.»

«Chi può essere?» disse Sir Ratcliffe, alzandosi; «forse è tuo fratello, amore. Ah! no, è... è Glastonbury!»

E a queste parole corse in avanti, saltò oltre l'ostacolo di ferro che separava il loro prato dal parco, né arrestò il suo passo veloce finché non raggiunse un uomo di mezza età dall'aspetto molto attraente, sebbene certamente non immacolato dalla polvere, poiché sicuramente l'ospite aveva viaggiato molto e a lungo.

«Mio caro Glastonbury,» esclamò Sir Ratcliffe, abbracciandolo e parlando sotto l'influenza di un'eccitazione in cui raramente si concedeva, «sono il ragazzo più felice del mondo. Come stai? Ti presenterò a Constance immediatamente. Muore dalla voglia di conoscerti e pronta ad amarti quanto me. Oh! mio caro Glastonbury, non hai idea di quanto io sia felice. È un angelo perfetto.»

«Ne sono certo,» disse Glastonbury, seriamente.

Sir Ratcliffe trascinò il suo tutore. «Ecco il mio miglior amico, Constance,» esclamò con entusiasmo. Lady Armine si alzò e accolse il signor Glastonbury molto cordialmente. «La vostra presenza, mio caro signore, vi assicuro, è stata a lungo desiderata da entrambi,» disse, con un sorriso delizioso.

«Nessun complimento, credetemi,» aggiunse Sir Ratcliffe; «Constance non fa mai complimenti. Ha scelto lei stessa la vostra stanza. La chiama sempre la stanza del signor Glastonbury.»

«Ah! signora,» disse il signor Glastonbury, posando la mano molto gentilmente sulla spalla di Sir Ratcliffe, e volendo dire qualcosa di felice, «conosco bene questo caro giovane; e ho sempre pensato che chiunque potesse reclamare questo cuore dovrebbe essere considerata una donna molto fortunata.»

«E tale si stima la possessore,» rispose Lady Armine con un sorriso.

Sir Ratcliffe, dopo che un quarto d'ora circa fu trascorso in conversazione, disse: «Vieni, Glastonbury, sei arrivato in un buon momento, perché la cena è vicina. Lascia che ti accompagni alla tua stanza. Temo che tu abbia avuto una giornata di viaggio calda. Grazie a Dio, siamo di nuovo insieme. Dammi il tuo bastone; me ne occuperò io; non temere. Dunque, da questa parte. Hai già visto il vecchio Place prima? Fai attenzione a quel gradino. Dico, Constance,» disse Sir Ratcliffe, a voce bassa, e correndo di nuovo verso sua moglie, «come ti sembra?»

«Molto bene, davvero.»

«Ma ti piace davvero?»

«Davvero, sinceramente.»

«Angelo!» esclamò il gratificato Sir Ratcliffe.

CAPITOLO IV.

Progresso degli affari ad Armine.

LA VITA è avventurosa. Si verificano continuamente eventi, anche nella calma dell'esistenza domestica, che cambiano in un istante l'intero corso e il tenore dei nostri pensieri e sentimenti, e spesso influenzano materialmente le nostre fortune e il nostro carattere. È strano, e a volte tanto profittevole quanto singolare, ricordare il nostro stato alla vigilia di qualche conoscenza che trasfigura il nostro essere; con qualche uomo la cui filosofia rivoluziona la nostra mente; con qualche donna i cui incanti metamorfosano la nostra carriera. Queste meditazioni retrospettive sono fertili di conoscenza di sé.

La visita di Glastonbury fu uno di quegli incidenti che, per gli inaspettati risultati che provocano, si trasformano in eventi. Non era da molto ospite ad Armine che Sir Ratcliffe e sua moglie non poterono trattenersi dal comunicarsi reciprocamente la gratificazione che avrebbero provato se Glastonbury fosse stato indotto a gettare la sua sorte tra loro. Il suo carattere benevolo e placido, le sue molteplici doti e l'affetto assoluto che nutriva evidentemente per chiunque portasse il nome, e per tutto ciò che riguardava le fortune di Armine, lo indicavano come un amico da amare e da apprezzare. Sotto i suoi auspici il giardino della bella Constance fiorì presto: il suo gusto guidava la matita di lei, e la sua voce accompagnava il liuto di lei. Anche Sir Ratcliffe godeva appieno della sua compagnia: Glastonbury era per lui l'unico legame, nella vita, tra il presente e il passato. Discutevano insieme dei vecchi tempi; e i ricordi dolorosi perdevano metà della loro amarezza, grazie alla tenerezza dei suoi ricordi solidali. Anche Sir Ratcliffe era consapevole del valore di un tale compagno per la sua dotata moglie. E Glastonbury, inoltre, tra le sue molte doti, aveva l'ottima qualità di non essere mai d'intralcio. Era consapevole che i giovani, e specialmente i giovani innamorati, non sono talvolta avversi a stare soli; e i suoi amici, in sua assenza, non si sentivano mai trascurati, perché le sue occupazioni erano così varie e le sue risorse così numerose che erano sicuri che fosse impegnato e divertito.

Nel giardino di Armine, al termine di un lungo viale erboso di faggi viola, c'era un cancello turrito, fiancheggiato da torri rotonde, destinato da Sir Ferdinand a uno degli ingressi principali del suo castello. Sopra il cancello c'erano camere piccole ma convenienti, alle quali si accedeva tramite una scala a chiocciola in una delle torri; l'altra era un mero guscio. Era il tramonto; il lungo viale brillava nei raggi morenti, che gettavano anche una ricca ampiezza di luce sull'audace e baronale arco. I nostri amici avevano esaminato le stanze, e Lady Armine, che era un po' stanca per lo sforzo, stava di fronte all'edificio, appoggiata al marito e al suo amico.

«Un uomo potrebbe andare lontano, e trovare una dimora peggiore di quel portale,» disse Glastonbury, meditabondo. «Mi sembra che la vita potrebbe scorrere abbastanza piacevolmente in quelle piccole stanze, con i propri libri e disegni, e questo nobile viale per una passeggiata pensierosa.»

«Vorrei al cielo, mio caro Glastonbury, che provassi l'esperimento,» disse Sir Ratcliffe.

«Ah! fallo, signor Glastonbury,» aggiunse Lady Armine, «abbi pietà di noi!»

«Ad ogni modo, non è così noioso come un chiostro,» aggiunse Sir Ratcliffe; «e dicano ciò che vogliono, non c'è niente come vivere tra amici.»

«Mi trovereste molto fastidioso,» rispose Glastonbury, con un sorriso; e poi, cambiando discorso, evidentemente più per imbarazzo che per disgusto, notò la singolarità dei faggi viola.

La loro origine era incerta; ma una circostanza è certa: che, prima che passasse un altro mese, Glastonbury era un inquilino a vita del portale del castello di Armine, e tutti i suoi libri e collezioni erano stati riposti e sistemati in sicurezza nelle stanze di cui era rimasto così soddisfatto.

Il corso del tempo, per alcuni anni, scorse felicemente ad Armine. Nel secondo anno del loro matrimonio, Lady Armine donò al marito un figlio. La loro famiglia non si accrebbe mai in seguito, ma l'orgoglioso padre fu consolato dal sesso del suo bambino al pensiero che l'esistenza della sua stirpe dipendesse dalla preziosa eventualità di una sola vita. Il ragazzo fu battezzato Ferdinand. Ad eccezione di una visita annuale a Lord Grandison, la famiglia Armine non lasciò mai la propria casa. La necessità, così come il gusto, inducevano a questa regolarità di vita. Gli affari di Sir Ratcliffe non miglioravano. I suoi creditori ipotecari erano più severi nelle loro richieste di interessi di quanto lo fossero i suoi affittuari nel pagamento dei canoni. Il suo amministratore, che aveva fatto fortuna al servizio della famiglia, non mancava di venire incontro al suo cliente; ma era un uomo d'affari; non poteva comprendere i sentimenti e le fantasie particolari di Sir Ratcliffe, e insisteva nel cogliere ogni occasione per spingerlo a considerare l'opportunità di vendere le sue tenute. Tuttavia, grazie a una rigorosa economia e all'assistenza temporanea del suo legale, Sir Ratcliffe, durante i primi dieci anni di matrimonio, riuscì a gestire gli affari; e sebbene occasionali imbarazzi gli causassero talvolta momenti di tristezza e sconforto, lo spirito ottimista di sua moglie, e la fiducia nel destino del loro bellissimo figlio che ella gli infondeva regolarmente, mantennero nel complesso il suo coraggio. Tutte le loro speranze e gioie erano davvero incentrate sull'educazione del piccolo Ferdinand. A dieci anni era uno di quei ragazzi vivaci e allo stesso tempo docili, che sembrano unire alla grazia selvaggia e spensierata dell'infanzia la riflessività e l'autodisciplina di un'età più matura. Era il vanto costante e veritiero dei suoi genitori che, nonostante tutta la sua vivacità, non avesse mai, nel corso di tutta la sua vita, disobbedito loro. Nel villaggio, dove era idolatrato, lo chiamavano "il piccolo principe"; era così gentile e generoso, così amabile eppure così dignitoso nei modi. La sua educazione fu notevole; poiché, sebbene non avesse mai lasciato casa e vivesse in un isolamento così estremo, erano così riccamente dotate quelle poche persone con cui trascorreva la sua vita, che sarebbe stato difficile trovare un giovane, per quanto favorito dalla fortuna, che godesse di maggiori vantaggi per la coltivazione della mente e dei modi. Fin dal primo albeggiare dell'intelletto del giovane Armine, Glastonbury si era dedicato alla sua cultura; e il gentile studioso, che non si era sottratto al doloroso e paziente compito di impregnare una giovane mente con i semi del sapere, aveva bagnato la sua promessa nascente con tutta l'influenza fecondante della sua erudizione e del suo gusto. Man mano che Ferdinand avanzava negli anni, aveva partecipato alle doti di sua madre; da lei non derivò solo il gusto per le belle arti, ma anche una pratica non priva di abilità. Ella, inoltre, aveva coltivato la ricca voce di cui la Natura lo aveva dotato, ed era stata sua madre a insegnargli non solo a cantare, ma anche a danzare. In quanto a doti più virili, Ferdinand non avrebbe potuto trovare un istruttore più abile di suo padre, un consumato sportivo che, come tutti i suoi antenati, era degno di nota per la sua perfetta equitazione e la certezza della sua mira. Sotto un tetto, inoltre, i cui abitanti si distinguevano per la loro sincera pietà e la virtù non affettata, i doveri più alti dell'esistenza non venivano dimenticati; e Ferdinand Armine fu presto e sempre istruito a essere sincero, rispettoso, caritatevole e giusto; e ad avere un profondo senso del grande rendiconto che in futuro avrebbe dovuto presentare al suo Creatore. Gli stessi difetti dei suoi genitori che egli aveva assorbito tendevano al mantenimento della sua magnanimità. La sua illustre stirpe gli fu impressa precocemente, e poiché ora non restava loro molto se non il loro onore, era doppiamente obbligatorio per lui preservare intatto quel tesoro principale, del quale la fortuna non avrebbe potuto privarli.

Questo quanto all'educazione di Ferdinand Armine. Con grandi doni di natura, con talenti vivaci e altamente coltivati, e un carattere più affettuoso e disciplinato, egli era adorato dagli amici che, tuttavia, avevano troppo buon senso per viziarlo. Ma quanto al suo carattere, che cosa era? Forse, con tutta la loro ansia e tutta la loro cura, e tutte le loro apparenti opportunità di osservazione, il genitore e il tutore sono raramente abili nello scoprire il carattere del loro bambino o protetto. L'abitudine attenua la finezza dello studio psicologico: coloro con cui abbiamo vissuto a lungo e fin da piccoli tendono a mescolare le nostre qualità essenziali e quelle accidentali in una sconcertante associazione. Le conseguenze dell'educazione e della natura non sono sufficientemente discriminate. Né è, in verità, meraviglioso che per lungo tempo il temperamento debba essere mascherato e persino soffocato dall'educazione; poiché è, per così dire, una gara tra un bambino e un uomo.

C'erano momenti in cui Ferdinand Armine amava stare solo, in cui poteva sfuggire a tutto l'affetto dei suoi amici, e vagare in solitudine tra i giardini selvaggi e desolati, o errare per ore nelle sale e nelle gallerie del castello, fissando i ritratti dei suoi antenati. Provava sempre una strana soddisfazione nel contemplare il ritratto di suo nonno. Talvolta rimaneva assorto per molti minuti davanti al ritratto di Sir Ferdinand nella galleria, dipinto da Reynolds, prima che suo nonno lasciasse l'Inghilterra, e al quale il bambino somigliava già in modo singolare. Ma c'era qualche altra somiglianza tra loro oltre alla forma e ai lineamenti? L'immaginazione ardente e le terribili passioni di quell'uomo straordinario si annidavano nel cuore innocente e nell'aspetto placido del suo giovane discendente? Non importa ora! Guardatelo, è un bambino leggero e arioso! Il pensiero passa sulla sua fronte come una nuvola in un cielo estivo, o l'ombra di un uccello sopra la terra assolata, ed egli scivola via dalla sala silenziosa e dalla sua momentanea reverie per far volare un aquilone o inseguire una farfalla!

CAPITOLO V.

Una scena domestica.

GLI anni scivolarono via senza alcun incidente degno di nota nella vita del giovane Ferdinand. Raramente lasciava la casa, se non come compagno di Glastonbury nelle sue escursioni a piedi, quando testimoniava un genere di vita diverso da quello mostrato nella visita annuale che faceva a Grandison. Il ragazzo divertiva suo nonno, col quale, dunque, divenne un favorito. Il vecchio Lord, in effetti, non avrebbe avuto obiezioni a che suo nipote trascorresse metà dell'anno con lui; ed egli tornava sempre a casa con una benedizione, una lettera piena di lodi e una banconota da dieci sterline. Lady Armine era deliziata da questi sintomi di affetto da parte di suo padre verso il figlio, e ne presagiva importanti risultati futuri. Ma Sir Ratcliffe, che non era benedetto da un temperamento così ottimista come la sua amabile signora, e che, imparziale per legami di sangue, era forse più qualificato a formarsi un'opinione sul carattere di suo suocero, non condivise mai i suoi trasporti, e raramente perdeva l'occasione di frenarli.

«Va tutto molto bene, mia cara,» osservava, «che Ferdinand faccia visita ai suoi parenti. Lord Grandison è suo nonno. È molto opportuno che egli faccia visita a suo nonno. Mi piace che sia visto a Grandison. Questo è tutto molto giusto. Grandison è un'istituzione di prim'ordine, dove egli è certo di incontrare persone del suo rango, con le quali le circostanze purtroppo,» e qui Sir Ratcliffe sospirò, «gli impediscono di mescolarsi; e tuo padre, Constance, è un brav'uomo. Mi piace tuo padre, Constance, lo sai, molto. Nessuno avrebbe potuto essere più cortese con me di quanto lui sia sempre stato. Non ho lamentele da fare su di lui, Constance; o su tuo fratello, o in verità su alcun membro della tua famiglia. Mi piacciono tutti. Persone più gentili, o più profondamente educate, sono certo di non averne mai conosciute. E penso che piacciamo loro. Mi sembrano sempre sinceramente felici di vederci, e sinceramente dispiaciuti quando li lasciamo. Sono sicuro che sarei molto felice se fosse in mio potere ricambiare la loro ospitalità e accoglierli ad Armine: ma è inutile pensarci. Dio solo sa se saremo in grado di rimanere qui noi stessi. Tutto ciò che voglio farti capire, amore mio, è che se stai costruendo qualche castello in quel tuo piccolo cervello sulla base di aspettative da Grandison, credimi rimarrai delusa, mia cara, lo sarai davvero.» «Ma, amore mio...»

«Se tuo padre morisse domani, mia cara, non ci lascerebbe uno scellino. E chi può lamentarsi? Io no. È sempre stato molto schietto. Ricordo quando stavamo per sposarci, e fui costretto a parlargli della tua dote; lo ricordo come se fosse solo ieri; ricordo che disse, con il sorriso più lusinghiero del mondo: "Vorrei che le 5.000 sterline, Sir Ratcliffe, fossero 50.000, per il tuo bene; particolarmente perché non sarà mai in mio potere aumentarle".»

«Ma, mio caro Ratcliffe, sicuramente potrebbe fare qualcosa per il suo favorito, Ferdinand?»

«Mia cara Constance, ecco di nuovo! Perché favorito? Odio la parola stessa. Tuo padre è un uomo di buon carattere, un uomo di ottimo carattere: è uno degli uomini più ben disposti che io abbia mai conosciuto. Non ha una sola preoccupazione al mondo, e pensa che nessun altro ne abbia; e quel che è più, mia cara, nessuno potrebbe mai persuaderlo che qualcun altro ne abbia. Non ha idea della nostra situazione; non ha mai potuto farsene un'idea. Se scegliessi di tentare di fargliela capire, ascolterebbe con la massima cortesia, scrollerebbe le spalle alla fine della storia, mi direbbe di tenere alto il morale e ordinerebbe un'altra bottiglia di Madeira per illustrare il suo precetto con la pratica. È un uomo egoista e bonario. Gli piace che andiamo a trovarlo perché tu sei allegra e gradevole, e perché io non gli ho mai chiesto un favore in tutto il corso della nostra conoscenza: gli piace che Ferdinand vada a trovarlo perché è un bel ragazzo dallo spirito nobile, e i suoi amici si congratulano con lui per avere un tale nipote. E così Ferdinand è il suo favorito; e l'anno prossimo non sarei sorpreso se gli regalasse un pony: e forse, se morisse, gli lascerà cinquanta ghinee per comprarsi un orologio d'oro.»

«Bene, oso dire che hai ragione, Ratcliffe; ma comunque nulla di ciò che puoi dire mi persuaderà mai che Ferdinand non sia il deciso favorito di papà.»

«Bene! Vedremo presto quanto vale questo favore,» ribatté Sir Ratcliffe, piuttosto amaramente. «Regolarmente ogni visita negli ultimi tre anni tuo padre mi ha chiesto cosa avessi intenzione di fare con Ferdinand. Gli ho detto l'anno scorso più di quanto pensassi di poter mai dire a chiunque. Gli ho detto che Ferdinand ha ora quindici anni, e che desideravo procurargli una commissione; ma che non avevo influenza per ottenerne una, e nessun denaro per pagarla se mi fosse stata offerta. Penso che sia stato abbastanza chiaro; e da allora sono rimasto sorpreso di aver potuto mettermi in una posizione così degradante da dire tanto.»

«Degradante, mio caro Ratcliffe!» disse sua moglie.

«L'ho sentita come tale; e tale la sento ancora.»

In quel momento Glastonbury, che era in piedi all'altra estremità della stanza a esaminare un grande volume, e che era stato evidentemente inquieto durante l'intera conversazione, tentò di uscire dalla stanza.

«Mio caro Glastonbury,» disse Sir Ratcliffe, con un sorriso forzato, «sei allarmato per i nostri litigi domestici. Ti prego, non lasciare la stanza. Sai che non abbiamo segreti con te.»

«No, ti prego non andare, Mr. Glastonbury,» aggiunse Lady Armine: «e se davvero c'è un litigio domestico,» e qui si alzò e baciò suo marito, «ad ogni modo sii testimone della nostra riconciliazione.»

Sir Ratcliffe sorrise e ricambiò l'abbraccio della moglie con molto sentimento.

«Mia cara Constance,» disse, «sei la moglie più cara del mondo; e se mai mi sento infelice, credimi, è solo perché non ti vedo nella posizione che ti spetta.»

«Non conosco fortuna da paragonare al tuo amore, Ratcliffe; e quanto al nostro bambino, nulla mi persuaderà mai che tutto non andrà per il meglio, e che egli non restaurerà le fortune della famiglia.»

«Amen!» disse Glastonbury, chiudendo il libro con un suono rimbombante. «Né in verità posso credere che la Provvidenza abbandonerà mai una stirpe grande e pia!»

CAPITOLO VI.

Contenente un'altra scena domestica.

LADY ARMINE e Glastonbury erano entrambi troppo interessati al benessere di Sir Ratcliffe per non osservare con profonda preoccupazione che un grande, sebbene graduale, cambiamento era avvenuto nel suo carattere durante gli ultimi cinque anni. Era diventato lunatico e querulo, e occasionalmente persino irritabile. La sua malinconia costituzionale, a lungo deviata dall'influenza di una giovinezza vigorosa, dalla compagnia di una donna affascinante e dai sentimenti interessanti di un padre, iniziò a riaffermare il suo antico ed essenziale dominio, e a volte persino ad approfondirsi in tristezza. A volte trascorrevano intere giornate senza che egli si abbandonasse alla conversazione; le sue notti, una volta tranquille, erano ora notevoli per la loro irrequietezza; sua moglie era allarmata dai sospiri e dall'agitazione dei suoi sogni. Aveva anche abbandonato i suoi sport campestri, e nessuna di quelle innocenti fonti di divertimento, nelle quali un tempo era suo vanto che il loro ritiro fosse così ricco, lo interessava più. Invano Lady Armine cercava la sua compagnia nelle sue passeggiate, o lo consultava sui suoi fiori. Le sue risposte frigide e monosillabiche scoraggiavano ogni suo sforzo. Non si chinava più sul suo cavalletto, né chiedeva la ripetizione della sua canzone preferita. A volte questi attacchi oscuri passavano, e se non allegro, era almeno sereno. Ma nel complesso era un uomo alterato; e sua moglie non poteva più resistere alla misera convinzione che egli fosse un uomo infelice.

Ella, tuttavia, era almeno risparmiata dall'umiliazione, la più amara che una moglie possa sperimentare, di sentire che questo cambiamento nel suo comportamento fosse causato da una qualche indifferenza verso di lei; poiché, per quanto Sir Ratcliffe fosse avverso a conversare su un argomento così senza speranza e ingrato come lo stato della sua fortuna, tuttavia c'erano momenti in cui non poteva trattenersi dal comunicare alla compagna del suo cuore tutte le cause della sua miseria, e queste, in verità, ella aveva fin troppo bene indovinate.

«Ahimè!» diceva a volte mentre cercava di comporre il suo cuscino irrequieto; «che cos'è questo orgoglio al quale voi uomini sacrificate tutto? Per me, che sono una donna, l'amore è sufficiente. Oh! mio Ratcliffe, perché non ti senti come la tua Constance? Che importa se queste tenute vengono vendute, siamo pur sempre degli Armine! E il nostro caro Ferdinand ci è ancora risparmiato! Credimi, amore, che se la deferenza verso i tuoi sentimenti ha spinto il mio silenzio, ho sentito a lungo che sarebbe stato più saggio per noi affrontare subito un male necessario. Per l'amor di Dio, poni fine alla tortura di questa vita, che ci sta distruggendo entrambi. La povertà, la povertà assoluta, con te e con il tuo amore, posso affrontarla persino con allegria; ma davvero, mio Ratcliffe, non posso sopportare la nostra vita attuale; morirò se tu sarai infelice. E oh! carissimo Ratcliffe, se dovesse accadere ciò che a volte temo sia accaduto, se tu non dovessi più amarmi...»

Ma qui Sir Ratcliffe la rassicurò del contrario.

«Pensa solo,» continuava lei, «se quando ci siamo sposati avessimo fatto volontariamente ciò che ora potremmo essere costretti a fare, saremmo stati davvero quasi persone ricche; almeno avremmo avuto abbastanza per vivere nell'agio, e persino nell'eleganza. E ora dobbiamo migliaia di sterline a quell'orribile Bagster, che sono sicura abbia imbrogliato tuo padre fuori casa e fuori casa, e oso dire, dopo tutto, voglia comprare Armine per sé.»

«Lui comprare Armine! Un avvocato comprare Armine! Mai, Constance, mai! Preferisco essere sepolto tra le sue rovine. Non c'è sacrificio che non farei prima...»

«Ma, carissimo amore, supponi di venderlo a qualcun altro, e supponi che dopo aver pagato tutto ci restino trentamila sterline. Come potremmo vivere bene all'estero con gli interessi di trentamila sterline?»

«Non resterebbero trentamila sterline adesso!»

«Bene, venticinquemila, o persino ventimila. Potrei farcela con ventimila. E poi potremmo comprare una commissione per il caro Ferdinand.»

«Ma lasciare nostro figlio!»

«Non potrebbe entrare al servizio spagnolo? Forse potresti ottenere una commissione nelle Guardie Spagnole per niente. Devono ricordarsi di te lì. E un nome come Armine! Non ho dubbi che il re sarebbe ben orgoglioso di avere un altro Armine nella sua guardia. E poi potremmo vivere a Madrid; e sarebbe così delizioso, perché tu parli spagnolo così magnificamente, e io potrei impararlo molto velocemente. Sono molto rapida nell'imparare le lingue, lo sono davvero.»

«Penso che tu sia molto rapida in tutto, cara Constance. Sono sicuro che sei davvero un tesoro di moglie; ho motivo ogni ora di benedirti; e, se non fosse per il mio bene, direi che vorrei che tu avessi fatto un matrimonio più felice.»

«Oh! non dirlo, Ratcliffe; dì tutto tranne quello, Ratcliffe. Se mi ami, sono la donna più felice che sia mai esistita. Sii sempre certo di questo.»

«Mi chiedo se si ricordino di me a Madrid!»

«Di sicuro se lo ricordano. Come potrebbero dimenticarti; come potrebbero dimenticare il mio Ratcliffe? Oso dire che vai ancora oggi sotto il nome del bell'inglese.»

«Puh! Ricordo quando lasciai l'Inghilterra prima, non avevo moglie allora, non avevo figli, ma ricordavo chi ero, e quando pensavo di essere l'ultimo della nostra stirpe, e che con ogni probabilità stavo andando a versare il poco sangue che ci era risparmiato in un suolo straniero, oh, Constance, non credo di aver mai potuto dimenticare l'agonia di quel momento. Se fosse stato per l'Inghilterra, avrei affrontato il mio destino senza un dolore. No! Constance, io sono un inglese: sono orgoglioso di essere inglese. I miei padri hanno contribuito a rendere questo paese ciò che è; nessuno può negarlo; e nessuna considerazione al mondo mi indurrà mai di nuovo ad abbandonare quest'isola.»

«Ma supponiamo di non lasciare l'Inghilterra. Supponiamo di comprare una piccola tenuta e di vivere in patria.»

«Una piccola tenuta in patria! Una piccola, nuova tenuta! Comprata da un certo Mr. Hopkins, un grande commerciante di sego, o qualche speculatore di borsa in procinto di fare un nuovo volo da un Lodge a un Park. Oh no! sarebbe troppo degradante.»

«Ma supponiamo di tenere uno dei nostri manieri?»

«E di essere ricordati in ogni istante di ogni giorno di quelli che abbiamo perso; e sentir parlare dei meravigliosi miglioramenti dei nostri successori. Impazzirei.»

«Ma supponiamo di vivere a Londra?»

«Dove?»

«Sono sicura di non saperlo; ma penserei che potremmo trovare una bella casetta da qualche parte.»

«In un sobborgo! Un alloggio adatto per Lady Armine. No! ad ogni modo non avremo testimoni della nostra caduta.»

«Ma non potremmo provare qualche posto vicino a quello di mio padre?»

«E essere patrocinati dalla grande famiglia con la quale ho avuto la buona fortuna di essere imparentato. No! mia cara Constance, tuo padre mi piace molto, ma non potrei sopportare le sue cosce di cervo elemosinate, e i grandi cesti di mele e formaggi cremosi inviati con i rispetti della governante.»

«Ma cosa faremo, caro Ratcliffe?»

«Amore mio, non c'è resistenza al destino. Dobbiamo vivere o morire ad Armine, anche se dovessimo morire di fame.»

«Forse qualcosa salterà fuori. Ho sognato l'altra notte che il caro Ferdinand sposava un'ereditiera. Supponi che lo faccia? Che ne pensi?»

«Perché, anche allora, che non sarebbe fortunato come suo padre. Buonanotte, amore!»

CAPITOLO VII.

Contenente una visita inaspettata a Londra e le sue conseguenze.

Il giorno dopo la conversazione in biblioteca, alla quale Glastonbury aveva assistito suo malgrado, informò i suoi amici della necessità di recarsi nella metropoli; e poiché il giovane Ferdinand non aveva mai visto Londra, propose che lo accompagnasse. Sir Ratcliffe e Lady Armine acconsentirono di buon grado a tale proposta; e quanto a Ferdinand, è difficile descrivere la gioia che l'anticipazione del viaggio gli procurava. I tre giorni che dovevano trascorrere prima della partenza non sembravano bastare per ultimare il riempimento della sua valigia: e il suo modo di fare eccitato, la rapidità della conversazione e l'irrequietezza dei movimenti erano davvero divertenti.

«Mamma! Londra è venti volte più grande di Nottingham? Quanto è grande, allora? Viaggeremo tutta la notte? Che ore sono adesso? Chissà se giovedì arriverà mai? Credo che andrò a letto presto, per far finire la giornata prima. Pensi che il mio berretto sia abbastanza decente per viaggiare? Comprerò un cappello a Londra. Mi alzerò presto la primissima mattina, e comprerò un cappello. Pensi che mio zio sia a Londra? Vorrei che Augustus non fosse a Eton, forse sarebbe lì. Chissà se il signor Glastonbury mi porterà a vedere St. Paul’s! Chissà se mi porterà a teatro. Darei qualsiasi cosa per andare a teatro. Mi piacerebbe andare a teatro e a St. Paul’s! Che divertimento sarà cenare per strada!»

Sembrava davvero che il giovedì non dovesse mai arrivare; eppure arrivò infine. I viaggiatori furono costretti ad alzarsi prima del sole e a raggiungere Nottingham in carrozza per prendere il loro pullman; così diedero i loro adii la sera precedente. Quanto a Ferdinand, era così timoroso di perdere il mezzo che dormì a stento, e non fu mai convinto di essere davvero in orario finché non si ritrovò piantato in uno stato di agitazione senza fiato all'esterno della diligenza Dart. Era la prima volta in vita sua che viaggiava all'esterno di una carrozza. Provava tutta l'eccitazione di un'esperienza che si ampliava e di una virilità che avanzava. Correvano vorticosamente: alla fine di ogni tappa Ferdinand seguiva l'esempio dei suoi compagni di viaggio e smontava, per poi correre con gli occhi scintillanti da Glastonbury, che stava all'interno, per chiedere come procedesse. «Un viaggio eccellente, non è vero, signore? Abbiamo fatto dieci miglia in meno di un'ora. Non avete idea di che tipo sia il nostro cocchiere; e il postiglione, che tipo è il nostro postiglione! Non aspettate qui un momento. Posso prendervi qualcosa? Ceniamo a Mill-field. Che divertimento!»

Via, sfrecciava la veloce Dart sulle ricche pianure della nostra allegra contea centrale; una visione rapida e abbagliante di campi di grano dorati e pascoli erbosi; case coloniche avvolte in frutteti e villaggi ombreggiati dai rami sparsi di qualche vasta e antica foresta. Poi sorgevano in lontananza le torri blu scuro, o la graziosa guglia, di qualche vecchia cattedrale, e presto le strade lastricate annunciavano il loro arrivo in qualche capoluogo di provincia. Il cocchiere frusta i cavalli di testa, che scattano al galoppo; il postiglione suona il suo bugle trionfante; la carrozza rimbalza sul nobile ponte che attraversa un corso d'acqua coperto di imbarcazioni; edifici pubblici, municipi e prigioni di contea sorgono su ogni lato. Sferragliando attraverso molte vie secondarie, emergono infine sulla strada principale, osservati da tutti gli osservatori, e il padrone di casa del Red Lion, o del White Hart, seguito da tutti i suoi camerieri, avanza dal portale con un sorriso per ricevere i «gentiluomini passeggeri».

«La carrozza si ferma qui mezz'ora, signori: cena pronta!»

È un suono delizioso. E che cena! Che profusione di sostanziosi manicaretti! Che enormi e iridati pezzi di manzo! Che vaste costate marezzate! Che pasticci di vitello gelatinosi! Che prosciutti colossali! Quelli sono evidentemente formaggi da premio! E quanto è corroborante il profumo di quei vari e variegati sottaceti! Poi il trambusto che emula l'abbondanza; il suono delle campane, il fragore del passaggio, il richiamo dei camerieri onnipresenti e il sentimento onnipervadente di onnipotenza, dagli ospiti, che ordinano ciò che desiderano, al padrone di casa, che può produrre ed eseguire tutto ciò che essi possono desiderare. È uno spettacolo meraviglioso. Perché un uomo dovrebbe andare a vedere le piramidi e attraversare il deserto, quando non ha contemplato la cattedrale di York o viaggiato sulla strada! Il nostro piccolo Ferdinand, in mezzo a tutta questa novità, si divertì di cuore e rese ampia giustizia alla buona cucina del padrone di casa. Presto furono di nuovo a correre lungo la strada; ma al tramonto, Ferdinand, su invito di Glastonbury, approfittò del suo posto all'interno e, stanco per l'aria e l'eccitazione della giornata, cadde presto in un sonno profondo.

Erano trascorse diverse ore quando, destandosi da un sogno confuso in cui Armine e tutto ciò che aveva visto di recente si confondevano insieme, trovò i suoi compagni di viaggio che dormivano e la posta che correva veloce attraverso le strade illuminate di una grande città. Le strade erano gremite. Ferdinand fissava la magnificenza dei negozi che brillavano di luci e la moltitudine di uomini e veicoli che si muovevano in tutte le direzioni. Il postiglione suonò il suo bugle con tripla energia e la carrozza svoltò improvvisamente attraverso un ingresso ad arco nel cortile di una locanda vecchio stile. I suoi compagni di viaggio trasalirono e si strofinarono gli occhi.

«Dunque! Siamo arrivati, suppongo», brontolò uno di questi signori, togliendosi il berretto da notte.

«Sì, signori, sono felice di dire che il nostro viaggio è terminato», disse una voce più educata; «e l'ho trovato molto piacevole. Facchino, abbia la bontà di chiamarmi una carrozza.»

«E una per me», aggiunse la voce burbera.

«Signor Glastonbury», sussurrò il sbalordito Ferdinand, «questa è Londra?»

«Questa è Londra: ma dobbiamo ancora fare due o tre miglia prima di raggiungere il nostro alloggio. Credo sia meglio scendere e badare ai nostri bagagli. Signori, buona sera!»

Il signor Glastonbury chiamò una carrozza, nella quale, dopo aver riposto al sicuro i loro bauli, salirono lui e Ferdinand; ma il nostro giovane amico era così completamente sopraffatto dai suoi sentimenti e dal genio del luogo che fu del tutto incapace di fare un'osservazione. Ogni minuto le strade sembravano farsi più spaziose e più brillanti, e la moltitudine più densa e più eccitata. Bellissimi edifici, inoltre, sorgevano davanti a lui; palazzi, chiese, strade e piazze dall'architettura imponente; al suo occhio inesperto e al suo spirito ingenuo il loro percorso appariva un trionfo senza fine. Al cocchiere di piazza, tuttavia, che non aveva immaginazione ed era del tutto sazio di esperienze metropolitane, sembrava solo di aver avuto una corsa eccellente e di procedere da Bishopsgate Street a Charing Cross.

Quando Jarvis, dunque, ebbe depositato al sicuro i suoi passeggeri al Morley’s Hotel, a Cockspur Street, ed ebbe estorto loro uno scellino extra, in considerazione della loro evidente provenienza rurale, volse il suo percorso verso l'Opera House; poiché le nuvole si stavano addensando e, con il favore della Provvidenza, sembrava esserci la possibilità, verso mezzanotte, di raccogliere qualche damerino indifeso, o qualche dandy disperato senza cabriolet, la preda più scelta, sotto un acquazzone notturno, per questi trasportatori pubblici.

La sala caffè del Morley’s fu una nuova scena di divertimento per Ferdinand, che osservò con grande svago i due giornali serali spartiti tra dodici avidi curiosi, l'evidente ansia che sopportavano e le raffinate diplomazie a cui ricorrevano per ottenere gli agognati giornali. L'ingresso dei nostri due viaggiatori, aumentando in modo così allarmante la domanda rispetto all'offerta, sembrò dapprima attirare un'attenzione considerevole e non molto amichevole; ma quando un maligno ufficiale a mezza paga, per vendicarsi dell'irrequieta vigilanza del suo vicino, un dottore in teologia dedito alla politica, offrì il giornale, che aveva terminato da tempo, a Glastonbury, e questo venne rifiutato, l'allarme generale diminuì visibilmente. Il povero signor Glastonbury non aveva mai guardato un giornale in vita sua, a parte il County Chronicle, al quale inviava occasionalmente una comunicazione, dando conto del ritrovamento di alcune vecchie monete, firmandosi Antiquarius; o dell'esumazione di alcuni resti fossili, ai quali apponeva più audacemente le sue iniziali.

Nonostante lo strano fracasso nelle strade, Ferdinand dormì bene e la mattina seguente, dopo una colazione anticipata, lui e il suo compagno di viaggio partirono per le loro peregrinazioni. Giovane e ottimista, pieno di salute e divertimento, innocente e felice, fu con difficoltà che Ferdinand riuscì a trattenere il suo entusiasmo mentre si mescolava al trambusto delle strade. Era una luminosa mattina di sole e, sebbene fosse la fine di giugno, la città era ancora pienissima.

«È questa Charing Cross, signore? Mi chiedo se riusciremo mai ad attraversare. È questa la parte più affollata della città, signore? Che bella giornata, signore! Quanto siamo fortunati con il tempo! Siamo fortunati in tutto! Di chi è quella casa? Northumberland House! È del Duca di Northumberland? Vive lì? Come mi piacerebbe vederla! È molto bella? Chi è quello? Cos'è questo? L'Ammiragliato; oh! fatemi vedere l'Ammiragliato! Le Horse Guards! Oh! dove, dove? Sincronizziamo i nostri orologi con le Horse Guards. Il postiglione della nostra carrozza sincronizza sempre il suo orologio con le Horse Guards. Signor Glastonbury, qual è l'orologio migliore, quello delle Horse Guards o quello di St. Paul’s? È quello il Tesoro? Possiamo entrare? Quella è Downing Street, vero? Non ho mai sentito parlare di Downing Street. Cosa fanno a Downing Street? Siamo ancora a Charing Cross, o è Parliament Street? Dove finisce Charing Cross e dove inizia Parliament Street? Per Giove, vedo l'abbazia di Westminster!»

Dopo aver visitato l'abbazia di Westminster e le due Camere del Parlamento, il signor Glastonbury, guardando l'orologio, disse che era ormai ora di far visita a un suo amico che viveva in St. James’s Square. Si trattava del nobile con cui Glastonbury era stato in contatto fin dalla giovinezza, e con cui e la cui famiglia era diventato un tale beniamino che, nonostante la sua vita ritirata, non avevano mai permesso che il legame si affievolisse del tutto. Durante le pochissime visite fatte alla metropoli, passava sempre da St. James’s Square e la sua accoglienza gli assicurava sempre che il suo ricordo arrecava piacere.

Quando Glastonbury fece annunciare il suo nome, fu immediatamente ammesso e fatto salire al piano superiore. La stanza era piena, ma consisteva solo in una riunione di famiglia. La madre del Duca, che era un personaggio interessante, con bei capelli grigi, occhi azzurri limpidi e una voce dolce, era circondata dai suoi bisnipoti, che erano a casa per le vacanze di mezza estate, e che si erano riuniti nelle sue stanze quella mattina per consultarsi sui divertimenti. Tra loro c'era l'erede presuntivo della casata, un giovane dell'età di Ferdinand, dall'aspetto gradevole. Era difficile incontrare una famiglia più amabile e piacevole, e nulla poteva superare la gentilezza con cui tutti accolsero Glastonbury. Il Duca stesso apparve presto. «Mio caro, caro Glastonbury», disse, «ho saputo che eri qui, e sono voluto venire. Questa sarà una vacanza per tutti noi. Ma insomma, uomo, ti seppellisci vivo!»

«Il signor Armine», disse la Duchessa, indicando Ferdinand.

«Signor Armine, come sta? Suo nonno ed io eravamo buoni conoscenti. Sono felice di conoscere suo nipote. Spero che suo padre, Sir Ratcliffe, e Lady Armine stiano bene. Mio caro Glastonbury, spero che sia venuto per restare a lungo. Deve cenare con noi ogni giorno. Sa che siamo persone vecchio stile; non frequentiamo molto il mondo; così ci troverà sempre a casa, e faremo tutto il possibile per divertire il suo giovane amico. Beh, penserei che abbia circa l'età di Digby? È a Eton? Suo nonno lo era. Non dimenticherò mai la volta in cui tagliò il codino al vecchio Barnard. Era un uomo meraviglioso, il povero Sir Ferdinand! Lo era davvero.»

Mentre Sua Grazia e Glastonbury proseguivano la loro conversazione, Ferdinand si comportò con tale spirito e proprietà verso il resto del gruppo, e offrì loro un resoconto così vivace e aggraziato di tutti i suoi viaggi fino alla città e delle meraviglie a cui aveva già assistito, che ne furono deliziati; e, in breve, da quel momento, durante la sua visita a Londra, non fu quasi mai fuori dalla loro compagnia, e ogni giorno diventava sempre più un loro beniamino. Le sue lettere alla madre, poiché le scriveva quasi ogni giorno, raccontavano tutti i loro sforzi riusciti per il suo divertimento, e sembrava che passasse le mattinate in un giro di visite turistiche e che andasse a teatro ogni sera della sua vita. Forse non esistette mai un essere umano che in quel momento godette più profondamente della vita di Ferdinand Armine.

Nel frattempo, mentre lui pensava solo al divertimento, il signor Glastonbury non era disattento ai suoi interessi più importanti; perché la verità è che questo uomo eccellente lo aveva introdotto nella famiglia solo con la speranza di interessare i sentimenti del Duca a suo favore. Sua Grazia era un uomo di indole generosa. Simpatizzò con il racconto di Glastonbury quando gli espose la sfortunata situazione di questo giovane, nato da un lignaggio così illustre, eppure tagliato fuori da una combinazione di circostanze infelici da quasi tutte quelle fonti naturali da cui avrebbe potuto aspettarsi sostegno e considerazione. E quando Glastonbury, vedendo che il cuore del Duca era commosso, aggiunse che tutto ciò che richiedeva per lui, Ferdinand, era un grado nell'esercito, per il quale i suoi genitori erano pronti ad anticipare il denaro, Sua Grazia dichiarò immediatamente che avrebbe esercitato tutta la sua influenza per ottenere il loro scopo.

Il signor Glastonbury fu, quindi, più gratificato che sorpreso quando, pochi giorni dopo la conversazione che abbiamo menzionato, il suo nobile amico lo informò, con un sorriso, che credeva che tutto potesse essere organizzato, a patto che il suo giovane protetto potesse trovare comodo lasciare l'Inghilterra immediatamente. Un posto si era inaspettatamente reso vacante in un reggimento appena ordinato per Malta, e un grado di alfiere era stato promesso a Ferdinand Armine. Il signor Glastonbury accettò con gratitudine l'offerta. Sacrificò un quarto della sua moderata indipendenza per l'acquisto del grado e dell'equipaggiamento del suo giovane amico, e ebbe la suprema soddisfazione, prima che la terza settimana della loro visita fosse completata, di inoltrare ad Armine una Gazzetta, contenente la nomina di Ferdinand Armine ad Alfiere nei Royal Fusiliers.

CAPITOLO VIII.

Una visita alla stanza di Glastonbury.

FU STABILITO che Ferdinand avrebbe raggiunto il suo reggimento con il successivo pacchetto per il Mediterraneo, che non doveva lasciare Falmouth per quindici giorni. Glastonbury e lui, quindi, non persero tempo a dire addio ai loro gentili amici a Londra e ad affrettarsi verso Armine. Arrivarono il giorno dopo la Gazzetta. Trovarono Sir Ratcliffe ad attenderli in città, e il sorriso affettuoso e l'abbraccio cordiale con cui salutò Glastonbury ripagarono più che abbondantemente quel brav'uomo di tutti i suoi sforzi. Vi era, tuttavia, un grado percettibile di costrizione sia da parte del baronetto che del suo ex precettore. Era evidente che Sir Ratcliffe avesse qualcosa in mente di cui desiderava liberarsi; ed era altrettanto evidente che Glastonbury non fosse disposto a offrirgli l'opportunità. In queste circostanze piuttosto imbarazzanti, fu forse una fortuna che Ferdinand parlasse senza sosta, dando a suo padre un resoconto di tutto ciò che aveva visto, fatto e ascoltato, e di tutti gli amici che si era fatto, dal buon Duca di... a quel tipo eccellente, il postiglione della carrozza.

Erano ai cancelli del parco: Lady Armine era lì ad accoglierli. La carrozza si fermò; Ferdinand saltò giù e abbracciò sua madre. Lei lo baciò, corse avanti e tese entrambe le mani al signor Glastonbury. «I fatti, non le parole, devono mostrare i nostri sentimenti», disse, e le lacrime brillarono nei suoi bellissimi occhi; Glastonbury, con un rossore, premette la mano di lei alle labbra. Dopo cena, durante la quale Ferdinand raccontò tutte le sue avventure, Lady Armine lo invitò, quando si alzò, a passeggiare con lei nel giardino. Fu allora, con un'aria di notevole confusione, schiarendosi la gola e riempiendo il bicchiere allo stesso tempo, che Sir Ratcliffe disse al suo ospite rimasto:

«Mio caro Glastonbury, non puoi supporre che io creda che i giorni della magia siano tornati. Questo grado, sia Constance che io sentiamo, cioè, ne siamo certi, che sei tu la causa di tutto. Il grado è acquistato. Non potevo aspettarmi che il Duca, per quanto profondamente senta la sua generosa gentilezza, acquistasse un grado per mio figlio: non potevo permetterlo. No! Glastonbury», e qui Sir Ratcliffe divenne più animato, «tu non potevi permetterlo, il mio onore è al sicuro nelle tue mani?» Sir Ratcliffe fece una pausa in attesa di una risposta.

«Sotto questo aspetto la mia coscienza è pulita», rispose Glastonbury.

«È, allora... deve essere allora come sospetto», replicò Sir Ratcliffe. «Sono tuo debitore per questo grande servizio.»

«È facile contare i tuoi obblighi verso di me», disse Glastonbury, «ma i miei verso te e i tuoi sono incalcolabili.»

«Mio caro Glastonbury», disse Sir Ratcliffe, allontanando il bicchiere mentre si alzava dal suo posto e camminava su e giù per la stanza, «posso essere orgoglioso, ma non ho orgoglio per te, ti devo troppo; davvero, mio caro amico, non c'è nulla che non accetterei da te, se fosse in tuo potere concedere ciò che desidereresti. Non è orgoglio, mio caro Glastonbury; non fraintendermi; non è orgoglio che suggerisce questa spiegazione; ma... ma... se avessi la tua padronanza del linguaggio mi spiegherei più prontamente; ma la verità è, io... io... io non posso permettere che tu soffra per noi, Glastonbury, davvero non posso.»

Il signor Glastonbury guardò Sir Ratcliffe con fermezza; poi, alzandosi dal suo posto, prese il braccio del baronetto e, senza dire una parola, camminò lentamente verso i cancelli del castello dove alloggiava, e che abbiamo descritto in precedenza. Quando ebbe raggiunto i gradini della torre, ritirò il braccio e, dicendo: «Lascia che sia io il pioniere», invitò Sir Ratcliffe a seguirlo. Entrarono di conseguenza nella sua stanza.

Era una stanza piccola, rivestita di scaffali di libri, eccetto in un punto, dove era sospeso un ritratto di Lady Barbara, che gli aveva lasciato nel suo testamento. Il pavimento era coperto da così tante scatole e casse che non era molto facile farsi strada una volta entrati. Glastonbury, tuttavia, fece cenno al suo compagno di sedersi in una delle sue due sedie, mentre sbloccava un piccolo mobiletto, da un cassetto del quale trasse un foglio.

«È il mio testamento», disse Glastonbury, porgendolo a Sir Ratcliffe, che lo depose sul tavolo.

«No, desidero che tu, mio caro amico, lo legga, perché riguarda te stesso.»

«Preferirei apprenderne il contenuto da te, se lo desideri positivamente», rispose Sir Ratcliffe.

«Ho lasciato tutto alla nostra creatura», disse Glastonbury; perché così, quando parlava solo con il padre, soleva chiamare il figlio.

«Possa passare molto tempo prima che goda del 'lascito'», disse Sir Ratcliffe, asciugandosi una lacrima; «molto, molto tempo.»

«Come piace all'Onnipotente», disse Glastonbury, facendosi il segno della croce. «Ma, vivo o morto, considero tutto come di Ferdinand, e mi ritengo solo l'amministratore della sua eredità, che non abuserò mai.»

«Oh! Glastonbury, non più di questo ti prego; hai sprecato una vita preziosa per la nostra sfortunata stirpe. Ahimè! quanto spesso e quanto intensamente sento che, se non fosse stato per il nome di Armine, i tuoi grandi talenti e la tua bontà avrebbero potuto farti ottenere una parte invidiabile di felicità terrena; sì, Glastonbury, ti sei sacrificato per noi.»

«Magari potessi!» disse il vecchio, con gli occhi che brillavano e un'insolita energia nei modi. «Magari potessi! magari qualsiasi mia azione, non importa quale, potesse far rivivere le fortune della casata di Armine. Onorato per sempre sia il nome, che con me è associato a tutto ciò che vi è di grande e glorioso nell'uomo, e [qui la sua voce vacillò, e distolse lo sguardo] squisito e incantevole nella donna!

«No, Ratcliffe», riprese, «per la memoria di colei che non posso nominare, per quel essere benedetto e santo da cui derivi la tua vita, non vorrai, non puoi negare questo ultimo favore che ti chiedo, ti supplico, ti imploro di accordarmi: a me, che ho sempre mangiato del tuo pane, e che il tuo tetto ha sempre protetto!»

«Amico mio, non posso parlare», disse Sir Ratcliffe, gettandosi all'indietro nella sedia e coprendosi il viso con la mano destra; «non so cosa dire; non so cosa provare.»

Glastonbury si fece avanti e prese con delicatezza l’altra sua mano. «Caro Sir Ratcliffe», osservò con la sua solita voce calma e dolce, «se ho peccato, mi perdonerete. Ho creduto che, dopo il mio lungo e intimo legame con la vostra casa; dopo aver simpatizzato per quasi quarant'anni con tutte le vostre fortune come se, in verità, il vostro nobile sangue scorresse in queste vecchie vene; dopo essere stato onorato da parte vostra di un’amicizia che è stata la consolazione e il fascino della mia esistenza; anzi, una benedizione troppo grande; ho creduto, specialmente quando mi sono ricordato del modo senza restrizioni in cui mi sono avvalso dei vantaggi di tale amicizia, ho creduto, spinto da sentimenti che forse non so descrivere e pensieri ai quali ora non posso dare voce, che potessi avventurarmi, senza offesa, in questo lieve servizio: sì, che l'offerta potesse essere fatta nello spirito della più rispettosa affezione, e non essere del tutto priva di favore ai vostri occhi.»

«Eccellente, uomo dal cuore gentile!» disse Sir Ratcliffe, stringendo la mano di Glastonbury nella propria; «Accetto la vostra offerta nello spirito di un amore perfetto. Credetemi, carissimo amico, non è stato alcun sentimento di falso orgoglio a influenzarmi per un momento; sentivo solo...»

«Che nell'avventurarmi in questo umile servizio mi privavo di una parte dei miei mezzi di sostentamento: vi sbagliate. Quando ho gettato la mia sorte ad Armine, ho investito una parte del mio capitale sulla mia vita; così esigui sono i miei bisogni qui, e così poco la vostra cara signora mi permette di desiderare, che, credetemi, non ho mai speso per me stesso questo reddito destinato; e quanto al resto, è, come avete visto, destinato al nostro Ferdinand. Ancora un po' di tempo e Adrian Glastonbury dovrà essere riunito ai suoi padri. Perché, dunque, privarlo della più grande gratificazione dei suoi anni rimanenti? La consapevolezza che, per essere realmente utile a coloro che ama, non è necessario per lui cessare di esistere.»

«Possiate non pentirvi mai della vostra devozione alla nostra casa!» disse Sir Ratcliffe, alzandosi dal suo posto. «Ci fu un tempo in cui potevamo dare a chi ci serviva qualcosa di meglio dei ringraziamenti; ma, in ogni caso, questi vengono dal cuore.»

CAPITOLO IX.

L'ultimo giorno e l'ultima notte.

NEL frattempo, l'imminente partenza di Ferdinand era il grande argomento di interesse ad Armine. Fu stabilito che suo padre lo avrebbe accompagnato a Falmouth, dove si sarebbe imbarcato; e che avrebbero fatto visita, lungo il tragitto, a suo nonno, la cui dimora era situata nel west dell'Inghilterra. Questa separazione, ormai così vicina, procurò a Lady Armine la più profonda afflizione; ma ella lottò per reprimere la sua emozione. Eppure spesso, mentre appariva occupata nelle comuni faccende del giorno, le lacrime le rigavano le guance; e spesso si alzava dal suo posto inquieto, mentre era circondata da coloro che amava, per cercare la solitudine della sua camera e abbandonarsi al suo dolore travolgente. Né Ferdinand era meno consapevole dell'amarezza di questa separazione. Con tutta l'eccitazione delle sue nuove prospettive, e la sensazione dell'imminente avventura e della immaginata indipendenza, così lusinghiere per la gioventù inesperta, non poteva dimenticare che la sua era stata una casa molto felice. Quasi diciassette anni di esistenza innocente erano trascorsi, indisturbati da una sola cattiva passione, e non macchiati da una sola azione di cui potesse pentirsi. Il fiume della sua vita era scivolato via, riflettendo solo un cielo senza nuvole. Ma se era stato rispettoso e felice, se in questo momento di severo esame la sua coscienza era serena, non poteva non sentire quanto questo invidiabile stato d'animo fosse da attribuire a coloro che avevano, per così dire, infuso amore nella sua vita; la cui immutabile affezione aveva sviluppato tutti i sentimenti gentili della sua natura, aveva anticipato tutti i suoi bisogni e ascoltato tutti i suoi desideri; lo avevano assistito nelle difficoltà e guidato nel dubbio; avevano invitato alla confidenza con la gentilezza, e l'avevano meritata con la compassione; avevano derubato l'istruzione di ogni sua fatica, e la disciplina di ogni sua durezza.

Era l'ultimo giorno; l'indomani avrebbe lasciato Armine. Vagava tra le camere fatiscenti del castello, e una schiera di pensieri e passioni, come nubi in un cielo tempestoso, correva sul suo petto finora sereno e spensierato. In questa prima grande lotta della sua anima alcuni sintomi della sua natura latente si svilupparono, e, tra gli squarci della tempesta mentale, occasionalmente colse alcuni scorci di conoscenza di sé. La Natura, che lo aveva dotato di una fervida immaginazione e di un coraggio spericolato, aveva temperato quei doni pericolosi, e, finora, quei doni non sviluppati e non provati, con un cuore di infinita sensibilità. Ferdinand Armine era, in verità, una singolare miscela dell'audace e del tenero; e ora, mentre guardava intorno a sé e pensava alla sua illustre e decaduta stirpe, e specialmente a quell'uomo straordinario, della cui splendida e rovinosa carriera, creata da quell'uomo stesso, l'edificio circostante sembrava un emblema calzante, si chiedeva se non avesse ereditato le energie insieme al nome del suo avo, e se il loro esercizio non potesse ancora ravvivare le glorie della sua casata. Sentiva dentro di sé sia il potere che la volontà; e mentre si abbandonava a magnifiche fantasticherie di fama, gloria e azione eroica, carriera della quale, in effetti, la sua imminente partenza doveva essere l'inizio, l'associazione di idee portava il suo ricordo a quegli esseri dai quali stava per separarsi. La sua fantasia cadeva come un uccello del paradiso in pieno volo, ruzzolando esausta nel cielo: pensava alla sua infanzia innocente e felice, alla benevolenza premurosa di suo padre, alle dolci premure della sua amabile madre e alla devozione di Glastonbury; e domandava ad alta voce, con voce angosciata, se il Destino potesse davvero offrire una sorte più squisita del trascorrere l'esistenza in questi calmi e bellissimi pergolati con compagni così amati.

Il suo nome fu chiamato: era la voce di sua madre. Scacciò via una lacrima disperata e si presentò con un volto sorridente. Sua madre e suo padre stavano camminando insieme a poca distanza.

«Ferdinand», disse Lady Armine, con un'aria di finta allegria, «abbiamo appena stabilito che dovrai mandarmi una gazzella da Malta.» E su questo tono, parlando di cose lievi, eppure tutte in qualche modo toccanti l'incidente doloroso dell'indomani, Lady Armine conversò per qualche tempo, come se stesse in tutto quel tempo mettendo alla prova la fortezza della sua mente, e abituandosi a una catastrofe che era risoluta ad affrontare con coraggio.

Mentre camminavano insieme, Glastonbury, che si stava affrettando dalle sue stanze verso il Palazzo, poiché l'ora di cena era vicina, si unì a loro, ed entrarono insieme nella loro casa. Era singolare anche a cena, in che ottimi spiriti tutti fossero determinati a essere. Anche la cena, solitamente un pasto semplice, era quasi tanto elaborata quanto l'atteggiamento degli ospiti, e, sebbene nessuno si sentisse incline a mangiare, consisteva in ogni piatto e prelibatezza che si supponeva fosse un preferito di Ferdinand. Sir Ratcliffe, in generale così grave, era oggi alquanto gioioso, e produsse un magnum di claret che lui stesso aveva scoperto nelle vecchie cantine, e di cui anche Glastonbury, un abituale bevitore d'acqua, osò bere. Quanto a Lady Armine, non smetteva quasi mai di parlare; trovava uno scherzo in ogni frase, e sembrava inquieta solo quando c'era silenzio. Ferdinand, naturalmente, si abbandonò allo spirito apparente della compagnia; e, se fosse stato presente un estraneo, avrebbe potuto solo supporre che stessero celebrando qualche anniversario di gioia domestica. Sembrava piuttosto una festa di compleanno che l'ultimo incontro sociale di coloro che avevano vissuto insieme così a lungo, e si erano amati così caramente.

Ma man mano che la sera avanzava i loro cuori iniziarono a farsi pesanti, e ognuno fu contento che la partenza mattutina dei viaggiatori fosse una scusa per ritirarsi presto.

«Nessun addio stasera!» disse Lady Armine con aria gaia, mentre ricambiava a stento l'abbraccio abituale di suo figlio. «Saremo tutti in piedi domani.»

Così, augurando la sua ultima buona notte con il cuore carico e la lingua vacillante, Ferdinand Armine prese la sua candela e si ritirò nella sua camera. Non poté fare a meno di esercitare un insolito scrutinio quando entrò nella stanza. Sollevò la luce verso le vecchie pareti abituali e lanciò uno sguardo di commiato pieno di affetto alle tende. C'era il vaso di vetro che sua madre non aveva mai omesso di riempire ogni giorno con fiori freschi, e la coperta che era opera delle sue mani. La baciò; e, gettandosi via i vestiti, fu contento quando fu circondato dall'oscurità e sepolto nel suo letto.

Ci fu un leggero bussare alla porta. Trasalì.

«Sei a letto, mio Ferdinand?» chiese la voce di sua madre.

Prima che potesse rispondere udì la porta aprirsi e vide una figura alta e bianca avvicinarsi a lui.

Lady Armine, senza parlare, si inginocchiò accanto al suo letto e lo prese tra le braccia. Affondò il viso nel suo petto. Egli sentì le sue lacrime sul suo cuore. Non poteva muoversi; non poteva parlare. Alla fine singhiozzò ad alta voce.

«Che nostro Padre che è nei cieli ti benedica, mio caro bambino; che Egli vegli su di te; che Egli ti preservi!» Molto debole era la sua voce ancora solenne. «Avrei voluto risparmiarti questo, tesoro mio. Per te, non per me stessa, ho controllato i miei sentimenti. Ma non conoscevo la forza dell'amore di una madre. Ahimè! quale madre ha un figlio come te? O! Ferdinand, mio primo, mio unico figlio: figlio di amore e gioia e felicità, che non mi sei mai costato un pensiero di dolore; così gentile, così tenero e così rispettoso! dobbiamo, oh! dobbiamo davvero separarci?»

«È troppo crudele», continuò Lady Armine, baciando con mille baci il suo bambino in lacrime. «Cosa ho fatto per meritare una tale miseria come questa? Ferdinand, amato Ferdinand, morirò.»

«Non andrò, madre, non andrò», esclamò selvaggiamente il ragazzo, liberandosi dal suo abbraccio e balzando a sedere sul letto. «Madre, non posso andare. No, no, non può mai essere un bene lasciare una casa come questa.»

«Zitto! zitto! tesoro mio. Che parole sono queste? Quanto è scortese, quanto è malvagio da parte mia dire tutto questo! Volesse il cielo che non fossi venuta! Volevo solo ascoltare alla tua porta un minuto, e sentirti muovere, forse sentirti parlare, e come una sciocca... quanto sono stata cattiva con me stessa... mai, mai mi perdonerò... come una sciocca miserabile sono entrata.»

«Mia cara, carissima madre, cosa devo dire? cosa devo fare? Ti amo, madre, con tutto il cuore e l'anima e la forza dello spirito: ti amo, madre. Non c'è madre amata come sei amata tu!»

«È questo che mi fa impazzire. Lo so. Oh! perché non sei come gli altri bambini, Ferdinand? Quando tuo zio ci lasciò, mio padre disse: "Addio", e gli strinse la mano; e lui... lui ci baciò a stento, era così felice di lasciare la sua casa; ma tu... domani; no, non domani. Può essere domani?»

«Madre, lasciami alzare e chiamare mio padre, e dirgli che non andrò.»

«Buon Dio! che parole sono queste? Non andare! È tutta la tua speranza andare; tutta la nostra, caro bambino. Cosa direbbe tuo padre se mi sentisse parlare così? Oh! avessi non fossi entrata! Che sciocca che sono!»

«Carissima, carissima madre, credimi ci rivedremo presto.»

«Ci rivedremo presto? Dio! quanto sarà gioioso il giorno.»

«E io... io ti scriverò con ogni nave.»

«Oh! non mancare mai, Ferdinand, non mancare mai.»

«E ti manderò una gazzella, e la chiamerai con il mio nome, cara madre.»

«Tesoro mio!»

«Sai che sono rimasto spesso un mese dal nonno, e una volta sei settimane. Perché! otto volte sei settimane, e sarò di nuovo a casa.»

«Casa! di nuovo a casa! otto volte sei settimane; un anno, quasi un anno! Sembra un'eternità. Inverno, e primavera, e estate, e di nuovo inverno, tutto deve passare. E per diciassette anni non è quasi mai stato fuori dalla mia vista. Oh! mio idolo, mio amato, mio caro Ferdinand, non posso crederci; non posso credere che dobbiamo separarci.»

«Madre, carissima madre, pensa a mio padre; pensa a quanto le sue speranze siano riposte in me; pensa, carissima madre, a quanto ho da fare. Tutto ora dipende da me, sai. Devo restaurare la nostra casa.»

«O! Ferdinand, non oso esprimere i pensieri che mi assalgono; eppure vorrei dire che, se avessi solo il mio bambino, potrei vivere in pace; come, o dove, non mi importa.»

«Carissima madre, mi togli il coraggio.»

«È molto malvagio. Sono una sciocca. Mai, no! mai mi perdonerò per questa notte, Ferdinand.»

«Dolce madre, ti supplico calmati. Credimi, ci incontreremo davvero molto presto, e in un modo o nell'altro un uccellino mi sussurra che saremo ancora molto felici.»

«Ma sarai lo stesso Ferdinand per me di prima? Ah! Eccolo lì, mio bambino. Sarai un uomo quando tornerai, e ti vergognerai di amare tua madre. Promettimelo ora», disse Lady Armine, con straordinaria energia, «promettimelo, Ferdinand, che mi amerai sempre. Non lasciare che ti facciano vergognare di amarmi. Faranno battute, scherzeranno e ridicolizzeranno tutti gli affetti domestici. Sei molto giovane, dolce amore, molto, molto giovane, e molto inesperto e suscettibile. Non lasciare che rovinino la tua natura franca e bella. Non lasciare che ti portino fuori strada. Ricorda Armine, cara, cara Armine, e coloro che vi abitano. Credimi, oh! sì, credimi davvero, tesoro, non troverai mai amici in questo mondo come quelli che lasci ad Armine.»

«Lo so», esclamò Ferdinand, con gli occhi pieni di lacrime; «Dio mi sia testimone di quanto profondamente sento quella verità. Se dimentico te e loro, cara madre, possa Dio davvero dimenticare me.»

«Mio Ferdinand», disse Lady Armine, con tono calmo, «sto meglio ora. Non sono quasi dispiaciuta di essere venuta ora. Sarà una consolazione per me, in tua assenza, ricordare tutto quello che hai detto. Buona notte, mio amato bambino; mio caro bambino, buona notte. Non scenderò domani, caro. Non ci incontreremo più; ti dirò addio dalla finestra. Sii felice, mio caro Ferdinand, e come dici davvero, ci rivedremo presto. Quarantotto settimane! Perché cosa sono quarantotto settimane? Non è proprio un anno. Coraggio, mio dolce ragazzo! teniamoci alto il morale l'un l'altro. Chi sa cosa potrà ancora venire da questa tua prima avventura nel mondo? Sono piena di speranza. Confido che troverai tutto ciò di cui hai bisogno. Ho fatto tutto io, le valigie. Quando hai bisogno di qualcosa scrivi a tua madre. Ricorda, hai otto pacchi; li ho scritti su un biglietto e l'ho messo sul tavolo dell'ingresso. E abbi la massima cura della spada del vecchio Sir Ferdinand. Sono molto superstiziosa riguardo a quella spada, e finché l'avrai sono sicura che avrai successo. Ho sempre pensato che se l'avesse portata con sé in Francia tutto sarebbe andato bene per lui. Dio benedica, Dio Onnipotente ti benedica, bambino. Sii di buon cuore. Ti scriverò tutto ciò che accade, e, come dici tu, ci rivedremo presto. Davvero, dopo stasera», aggiunse con un tono più triste, «non abbiamo nient'altro a cui pensare se non a incontrarci. Temo che sia molto tardi. Tuo padre sarà sorpreso della mia assenza.» Si alzò dal suo letto e camminò su e giù per la stanza diverse volte in silenzio; poi, avvicinandosi di nuovo a lui, lo avvolse tra le sue braccia e uscì dalla camera senza più parlare.

CAPITOLO X.

Il vantaggio di essere un nipote prediletto.

L'esausto Ferdinand trovò consolazione nel sonno. Quando si svegliò l'alba stava appena rompendo. Si vestì e uscì per guardare, per l'ultima volta, i suoi boschi ereditari. L'aria era fredda, ma il cielo era perfettamente limpido, e i raggi del sole nascente si diffusero presto sul cielo blu. Quanto fresca, e lieta, e scintillante era la scena circostante! Con quale godimento respirò la brezza dolce e rigenerante! La rugiada tremava sull'erba, e il canto degli uccelli che si svegliavano, scossi dal loro sonno dal calore che si diffondeva, risuonava dai boschetti. Dal verde poggio su cui si trovava contemplò il raggruppamento del villaggio di Armine, un piccolo insediamento agricolo formato dai soli contadini che vivevano nella tenuta. Il fumo iniziò a salire in riccioli blu dai comignoli dei cottage, e l'orologio della chiesa batté l'ora delle cinque. Sembrava a Ferdinand che quei lavoratori fossero molto più felici di lui, poiché il sole al tramonto li avrebbe trovati ancora ad Armine: felice, felice Armine!

Il rumore delle ruote di una carrozza lo scosse dalla sua fantasticheria. Il momento fatale era arrivato. Si affrettò verso il cancello secondo la sua promessa, per dire addio a Glastonbury. Il buon vecchio era alzato. Strinse il suo allievo al petto, e lo benedisse con voce strozzata.

«Carissimo e gentile amico!» mormorò Ferdinand. Glastonbury pose attorno al suo collo un piccolo crocifisso d'oro che era appartenuto a Lady Barbara. «Indossalo vicino al tuo cuore, figlio mio», disse; «ti ricorderà il tuo Dio, e tutti noi.» Ferdinand lasciò la torre con mille benedizioni.

Quando arrivò in vista del Palazzo vide suo padre in piedi accanto alla carrozza, che era già pronta. Ferdinand corse in casa per prendere il biglietto che era stato lasciato sul tavolo dell'ingresso per lui da sua madre. Rilesse la lista con il vecchio e fedele domestico, e gli strinse la mano. Non rimaneva più nulla. Tutto era pronto. Suo padre era seduto. Ferdinand rimase un momento pensieroso. «Lascia che corra su da mia madre, signore?» «Faresti meglio di no, figlio mio», rispose Sir Ratcliffe, «lei non ti aspetta. Vieni, vieni via.» Così si sedette lentamente, con gli occhi fissi sulla finestra della camera di sua madre; e mentre la carrozza si allontanava la finestra si aprì, e una mano agitò un fazzoletto bianco. Non vide altro; ma mentre lo vedeva strinse la mano in agonia.

Quanto diverso fu questo viaggio a Londra dal precedente! Non disse quasi una parola. Nulla lo interessava se non i propri sentimenti. Il conducente e il cocchiere, e il trambusto della locanda, e gli spettacoli di passaggio della strada, sembravano una collezione di impertinenze. Tutto a un tratto sembrò che i suoi sentimenti infantili lo avessero abbandonato. Fu contento quando arrivarono a Londra, e contento che dovessero rimanervi solo un singolo giorno. Sir Ratcliffe e suo figlio fecero visita al Duca; ma, come avevano previsto, la famiglia aveva lasciato la città. I nostri viaggiatori alloggiarono all'Hatchett's, e la notte seguente partirono per Exeter con la posta di Devonport. Ferdinand arrivò nella metropoli occidentale avendo scambiato con suo padre a stento cento frasi. A Exeter, dopo una notte di riposo quanto mai gradito, presero una carrozza a nolo e proseguirono per una strada secondaria verso Grandison.

Quando Lord Grandison, che fino a quel momento era perfettamente all'oscuro delle rivoluzioni nella famiglia Armine, ebbe chiaramente compreso che suo nipote aveva ottenuto una commissione senza né scomodarlo per il suo interesse, né metterlo nello sgradevole dilemma di rifiutare il suo denaro, non ci furono limiti agli stravaganti testimoni del suo affetto, sia verso suo genero che verso suo nipote. Sembrava davvero orgoglioso di tali parenti; dava pacche sulla schiena a Sir Ratcliffe, faceva mille domande sulla sua cara Constance, e abbracciava e sbaciucchiava Ferdinand come se fosse un bambino di cinque anni. Informava tutti i suoi ospiti quotidianamente (e la casa era piena) che Lady Armine era la sua figlia prediletta, e Sir Ratcliffe il suo genero prediletto, e Ferdinand specialmente il suo nipote prediletto. Insistette affinché Sir Ratcliffe sedesse sempre a capotavola, e poneva sempre Ferdinand alla sua destra. Chiese a voce alta al suo maggiordomo a cena perché non avesse dato un particolare tipo di Borgogna, perché Sir Ratcliffe Armine era lì.

«Darbois,» disse il vecchio nobile, «non ti ho forse detto che il Clos de Vougeot deve essere sempre riservato a Sir Ratcliffe Armine? È il suo vino preferito. Clos de Vougeot direttamente per Sir Ratcliffe Armine. Non credo, mia cara signora [rivolgendosi a una bella vicina], di aver ancora avuto il piacere di presentarvi mio genero, il mio genero preferito, Sir Ratcliffe Armine. Ha sposato mia figlia Constance, la mia figlia preferita, Constance. Solo per pochi giorni qui, davvero pochissimi giorni. Proprio una visita lampo. Vorrei poter vedere l'intera famiglia più spesso e più a lungo. È di passaggio per Falmouth con suo figlio, questo giovane gentiluomo alla mia destra, mio nipote, il mio nipote preferito, Ferdinand. Ha appena ricevuto il suo brevetto. Ordinato immediatamente a Malta. È nei Fucilieri, i Reali Fucilieri. Molto difficile, mia cara signora, in questi tempi ottenere un brevetto, specialmente un brevetto nei Reali Fucilieri. Richiesti grandissimi appoggi, grandissimi appoggi, davvero. Ma gli Armine sono una famiglia antichissima, con legami altissimi, legami altissimi; e, tra noi due, il Duca di... farebbe qualsiasi cosa per loro.

Andiamo, andiamo, Capitano Armine, bevete un bicchiere di vino con il vostro vecchio nonno.»

«Quanto sembra affezionato il vecchio gentiluomo a suo nipote!» sussurrò la dama alla sua vicina.

«Delizioso! sì!» fu la risposta, «credo che sia il nipote preferito.»

In breve, il vecchio gentiluomo si lasciò trasportare a tal punto dall'ammirazione universale riversata sul suo nipote preferito che finì per insistere nel voler vedere il giovane eroe nella sua uniforme; e quando Ferdinand si congedò, dopo molte lacrimose benedizioni, i suoi sentimenti domestici furono elevati a tale picco di entusiasmo che arrivò al punto di regalare al nipote una banconota da cento sterline.

«Grazie, mio caro nonno,» disse lo stupito Ferdinand, che in realtà non si aspettava più di cinquanta, o forse addirittura la metà di quella somma più moderata; «grazie, mio caro nonno; vi sono davvero molto obbligato.»

«Vorrei poter fare di più per te; lo vorrei davvero,» disse Lord Grandison; «ma nessuno pensa più a pagare l'affitto, di questi tempi. Tu sei mio nipote, il mio nipote preferito, l'unico figlio della mia cara figlia preferita. E sei un ufficiale al servizio di Sua Maestà, un ufficiale nei Reali Fucilieri, pensate solo a questo! È la cosa più inaspettata che mi sia mai capitata. Vederti così ben sistemato e in modo così inaspettato, mio caro ragazzo, ha tolto un peso enorme dal mio cuore; davvero. Non avete idea dell'ansia di un genitore in queste faccende, specialmente di un nonno. Un giorno l'avrete, ve lo garantisco,» continuò il nobile nonno, con un'espressione a metà tra un ridacchiare e un sogghigno; «ma non fare lo scapestrato, mio caro Ferdinand, non troppo almeno. Il giovane sangue deve sfogarsi; ma sii cauto; su, fallo; sii cauto, mio caro ragazzo. Non cacciarti in nessun guaio; almeno, non cacciarti in guai seri; e qualunque cosa ti accada,» e qui il suo signore assunse persino un tono solenne, «ricorda che hai degli amici; ricorda, mio caro ragazzo, che hai un nonno, e che tu, mio caro Ferdinand, sei il suo nipote preferito.»

Questa breve visita a Grandison risollevò alquanto lo spirito dei nostri viaggiatori. Quando arrivarono a Falmouth, scoprirono tuttavia che il piroscafo, che attendeva i dispacci del governo, non era ancora in partenza. Sir Ratcliffe non sapeva quasi se dovesse addolorarsi o rallegrarsi per il rinvio; ma decise di mostrarsi allegro. Così, lui e Ferdinand passarono le mattinate visitando le miniere, il Castello di Pendennis e le altre attrazioni del vicinato; e ritornavano la sera al loro allegro albergo, con un buon appetito per il loro piacevole banchetto, il montone di Dartmoor e la panna del Devon.

Alla fine, però, l'ora della separazione si avvicinò; al loro ritorno da una delle loro passeggiate, li attendeva alla locanda un messaggio: Ferdinand doveva essere a bordo alle prime luci dell'indomani. Quella sera la conversazione tra Sir Ratcliffe e suo figlio fu di natura più grave di quanto solitamente non si concedessero. Gli parlò in confidenza dei suoi affari. Oscuri accenni, in verità, erano giunti in precedenza a Ferdinand; né, sebbene i suoi genitori avessero sempre risparmiato i suoi sentimenti, la sua mente intelligente aveva potuto del tutto evitare di intuire molto di ciò che non era mai stato comunicato formalmente. Eppure la verità era persino peggiore di quanto avesse previsto. Ferdinand, tuttavia, era giovane e ottimista. Incoraggiò suo padre con le sue speranze e lo sostenne con la sua comprensione. Espresse a Sir Ratcliffe la sua fiducia che la generosità del nonno gli avrebbe impedito, per il momento, di diventare un peso per il proprio genitore, e risolse intimamente che nessuna circostanza possibile lo avrebbe mai indotto ad abusare della benevolenza di Sir Ratcliffe.

Giunse il momento della separazione. Sir Ratcliffe strinse al petto il suo unico, amorevole e amato figlio. Riversò su Ferdinand la più profonda, la più fervida benedizione che un padre abbia mai concesso a un figlio. Ma, con tutta questa pia consolazione, fu un momento di agonia.

LIBRO II.

CAPITOLO I.

In parte retrospettivo, eppure assai necessario da leggere.

QUASI cinque anni erano trascorsi dall'evento che aveva formato l'argomento del nostro ultimo capitolo e il richiamo in Inghilterra del reggimento in cui il Capitano Armine comandava ora una compagnia. Questo lasso di tempo era trascorso non senza eventi per l'esperienza di quella famiglia, al cui destino e ai cui sentimenti ho cercato di interessare il lettore. In questo intervallo, Ferdinand Armine aveva fatto una breve visita alla sua terra natale; una visita che era stata certamente accelerata, se non addirittura causata, dall'immatura morte di suo cugino Augustus, l'erede presuntivo di Grandison. Questo evento imprevisto produsse una grande rivoluzione nelle prospettive della famiglia Armine; poiché, sebbene il titolo e il patrimonio vincolato passassero a un ramo lontano, la proprietà assoluta del vecchio lord era di grande entità; e, poiché non aveva ora più alcun erede maschio in vita, le congetture sulla sua probabile disposizione erano ormai diffuse tra tutti coloro che potevano esserne potenzialmente interessati. Qualunque accordo il vecchio lord avesse deciso di prendere, sembrava quasi certo che la famiglia Armine ne avrebbe tratto grande beneficio. Alcune persone si spinsero persino a esprimere la loro convinzione che tutto sarebbe stato lasciato a Mr. Armine, che tutti ormai scoprivano essere sempre stato un particolare favorito di suo nonno. In ogni caso, Sir Ratcliffe, che mantenne sempre un opportuno silenzio sull'argomento, pensò che fosse opportuno che suo figlio ricordasse personalmente al nonno la propria esistenza; e fu su suggerimento del padre che Ferdinand aveva ottenuto un breve permesso, alla prima occasione, per fare una rapida visita a Grandison e a suo nonno.

Il vecchio lord gli riservò un'accoglienza che avrebbe potuto lusingare le speranze più audaci. Abbracciò Ferdinand e lo strinse al cuore mille volte; gli diede la sua benedizione nel modo più formale ogni mattina e ogni sera; e assicurò a tutti che ora non era solo il suo nipote preferito, ma il suo unico nipote. Non esitò nemmeno a fingere un crescente disprezzo per la propria residenza, poiché non era in suo potere lasciarla a Ferdinand; e tentò di consolare quel giovane fortunato per l'indispensabile privazione con misteriose allusioni sul fatto che, forse, avrebbe trovato abbastanza da fare con il suo denaro nel completare il Castello di Armine e nel mantenerne lo splendore dovuto. L'ottimista Ferdinand tornò a Malta con la convinzione di essere l'erede di suo nonno; e persino Sir Ratcliffe fu quasi incline a credere che le aspettative di suo figlio non fossero prive di qualche parvenza di probabilità, quando scoprì che Lord Grandison gli aveva assolutamente fornito i fondi per l'acquisto della sua compagnia.

Ferdinand amava la sua professione. L'aveva intrapresa in circostanze favorevoli. Si era unito a un reggimento di prim'ordine in una guarnigione di prim'ordine. Malta è certamente una stazione deliziosa. La sua città, La Valletta, eguaglia per la sua nobile architettura, se non addirittura eccelle, qualsiasi capitale d'Europa; e sebbene si debba confessare che la regione circostante sia poco più di una roccia, la vicinanza, tuttavia, della Barberia, dell'Italia e della Sicilia, offre risorse inesauribili agli amanti della bellezza naturale di prim'ordine. Se quella bella Valletta, con le sue strade di palazzi, i suoi forti pittoreschi e la sua magnifica chiesa, coronasse solo qualche isola verde e azzurra del Mar Ionio, Corfù per esempio, credo davvero che l'ideale del paesaggio sarebbe realizzato.

Per Ferdinand, che era inesperto del mondo, anche la dissipazione di Malta era deliziosa. Bisogna confessare che, in ogni circostanza, il primo scoppio di emancipazione dalla routine domestica ha in sé qualcosa di affascinante. Per quanto viziati si possa essere a casa, è impossibile spezzare la catena delle associazioni infantili; è impossibile sfuggire al sentimento di dipendenza e all'abitudine alla sottomissione. Ora affascinante quella in cui ordini per la prima volta ai tuoi servitori e cavalchi i tuoi cavalli, invece di quelli di tuo padre! È delizioso persino spostare i propri mobili; e c'è qualcosa di virile e magnanimo nel pagare le proprie tasse. Giovane, vivace, gentile, colto, di bell'aspetto e ben educato, Ferdinand Armine aveva in sé tutti gli elementi della popolarità; e la novità della popolarità inebriò completamente un giovane che aveva trascorso la sua vita in una reclusione rurale, dove era stato apprezzato, ma non osannato. Ferdinand non era solo popolare, ma orgoglioso di esserlo. Era popolare presso il Governatore, era popolare presso il suo Colonnello, era popolare presso la sua mensa, era popolare in tutta la guarnigione. Mai nessuno fu così popolare come Ferdinand Armine. Era il miglior cavaliere tra loro e il tiratore più micidiale; e divenne presto un oracolo al tavolo da biliardo e un eroe nel campo da racchetta. La sua educazione raffinata, tuttavia, lo preservò fortunatamente dal destino di molti altri giovani vivaci: non degenerò in un mero eroe di sport e risse, il genio dei bagordi maschili, l'arbitro di cene chiassose e il Comus di un club. I suoi sentimenti adolescenziali ebbero il loro sfogo; presto esaurì l'ardore sfrenato di cui una scuola pubblica sarebbe servita da valvola di sfogo. Ritornò ai suoi libri, alla sua musica e al suo disegno. Divenne più tranquillo, ma non fu meno amato. Se perse alcuni compagni, guadagnò molti amici; e, nel complesso, i più chiassosi festaioli erano orgogliosi delle doti del loro compagno; e spesso un invito a una cena di mensa era accompagnato dal suggerimento che Armine vi avrebbe cenato e che c'era la possibilità di sentirlo cantare. Ferdinand divenne ora popolare presso la moglie del Governatore tanto quanto presso il Governatore stesso, era idolatrato dalla moglie del suo Colonnello, mentre nessuna festa in tutta l'isola era considerata perfetta senza la presenza di Mr. Armine.

Eccitato dalla sua situazione, Ferdinand fu presto tentato di sostenere spese che il suo reddito non giustificava. La facilità del credito non gli concesse un momento di pausa; tutto ciò che desiderava gli veniva fornito; e finché il reggimento non lasciò la guarnigione, egli fu ben consapevole che un saldo dei conti non era mai nemmeno richiesto. In mezzo a questa imprudenza, fu fermo, tuttavia, nella sua risoluzione di non intaccare mai le risorse di suo padre. Riuscì a stento a indursi a prelevare l'indennità che Sir Ratcliffe insisteva nel passargli; e avrebbe volentieri risparmiato al padre persino questo anticipo, con vaghe allusioni alla generosità di Lord Grandison, se non avesse temuto che questo comportamento potesse portare a sospettose e spiacevoli indagini. Non si può negare che i suoi debiti gli causassero occasionalmente ansia, ma non erano considerevoli; placava la sua coscienza con la convinzione che, se fosse stato messo alle strette, suo nonno difficilmente avrebbe potuto rifiutarsi di saldare qualche centinaio di sterline per il suo nipote preferito; e, in ogni caso, sentiva che l'ultima risorsa di vendere il suo brevetto era ancora riservata per lui. Se queste vaghe prospettive non scacciavano il rimorso, i dubbi della coscienza venivano generalmente placati nell'assemblea serale, in cui la sua vanità era gratificata. Alla fine, fece la sua prima visita in Inghilterra. Quello fu un incontro felice. Il suo gentile padre, la sua cara, cara madre e il fedele Glastonbury, vissero alcuni dei momenti più esaltanti della loro esistenza, quando videro, con sguardo ammirato, l'eroe che ritornava a loro. I loro occhi non erano mai sazi di contemplarlo; pendevano dalle sue labbra. Poi venne la trionfante visita a Grandison; e poi Ferdinand ritornò a Malta, nella piena convinzione di essere l'erede di quindicimila sterline all'anno.

Tra le tante, c'è una caratteristica delle capitali in cui La Valletta non è carente: la facilità con cui i giovani eredi apparenti, presuntivi o speranzosi possono ottenere qualsiasi accomodamento desiderino. I termini; non importa i termini, chi ci pensa mai? Quanto a Ferdinand Armine, che, come unico figlio di un vecchio baronetto e presunto futuro ereditiero di Armine Park, era sempre stato guardato dai commercianti con occhio benevolo, scoprì che la sua popolarità a questo riguardo non era affatto diminuita dalla sua visita in Inghilterra e dalle sue presunte conseguenze; lievi espressioni, pronunciate al suo ritorno nella confidenza della compagnia conviviale, venivano ripetute, travisate, esagerate e fatte circolare in tutti gli ambienti. Ci piace che coloro che amiamo siano fortunati. Tutti si rallegrano della buona sorte di un personaggio popolare; e presto si sparse la voce che Ferdinand Armine fosse diventato il prossimo nel vincolo ereditario di trentamila sterline all'anno e un titolo nobiliare. Inoltre, non dovette attendere a lungo per la sua eredità. Gli usurai drizzarono le orecchie, e così numerose offerte di accomodamento e assistenza furono fatte al fortunato Mr. Armine, che egli trovò davvero impossibile rifiutarle, o respingere i prestiti che gli venivano quasi imposti.

Ferdinand Armine aveva passato il Rubicone. Era in debito. Se i giovani solo conoscessero la fatale miseria che si stanno procurando nel momento in cui accettano un credito pecuniario a cui non hanno diritto, come inizierebbero la loro carriera! come diventerebbero pallidi! come tremerebbero, e si stringerebbero le mani in agonia sull'abisso su cui stanno scherzando! Il debito è la madre prolifica della follia e del crimine; corrompe il corso della vita in tutti i suoi sogni. Da qui tanti matrimoni infelici, tante penne prostituite e politici venali! Ha un piccolo inizio, ma la crescita e la forza di un gigante. Quando creiamo il mostro, creiamo il nostro padrone, che ci perseguita a tutte le ore e scuote la sua frusta di scorpioni per sempre davanti ai nostri occhi. Lo schiavo non ha un sorvegliante così severo. Faust, quando firmò il patto col sangue, non si assicurò un destino più terrificante. Ma quando siamo giovani dobbiamo divertirci. Vero; e ci sono poche cose più cupe del ricordo di una giovinezza che non è stata goduta. Quale prosperità dell'età adulta, quale splendore della vecchiaia, possono compensarla? La ricchezza è potere; e nella giovinezza, tra tutte le stagioni della vita, richiediamo potere, perché possiamo godere di tutto ciò che possiamo comandare. Cosa si deve fare, dunque? Lascio la questione agli scolastici, perché sono convinto che moralizzare con gli inesperti non serva a nulla.

La condotta degli uomini dipende dal loro temperamento, non da un mazzo di massime polverose. Nessuno era stato educato con più cura di Ferdinand Armine; in nessun cuore erano mai stati instillati precetti più rigorosi di condotta morale. Ma egli era vivace e impetuoso, con un'immaginazione focosa, passioni violente e un'anima audace. Ottimista com'era, credeva nel giorno; non poteva credere nella notte del dolore e nell'impenetrabile oscurità che accompagna una carriera fallita. Il mondo era tutto davanti a lui; e vi si lanciò come un giovane cavallo nella sua prima battaglia, sicuro che dovesse correre verso la vittoria, e senza mai sognare la morte.

Così cercherei di spiegare l'estrema imprudenza della sua condotta al suo ritorno dall'Inghilterra. Era sicuro delle sue fortune future; era eccitato dagli applausi degli uomini e dall'ammirazione delle donne; decise di gratificare, fino alla sazietà, la sua irrequieta vanità; si lanciò in spese profuse; acquistò uno yacht; prese in affitto una villa; i suoi cavalli da corsa e i suoi servitori superavano tutti gli altri stabilimenti, eccetto quello del Governatore, in razza, splendore e numero. Occasionalmente stanco della monotonia di Malta, ottenne un breve permesso e trascorse alcune settimane a Napoli, Palermo e Roma, dove brillò in circoli brillanti, e da dove ritornò carico di esemplari scelti di arte e lusso, e seguito dalla fama di avventure strane e lusinghiere. Infine, divenne il primo mecenate dell'opera maltese e portò con la sua stessa nave una celebre Prima Donna dal San Carlo.

Nel mezzo della sua carriera, Ferdinand ricevette notizia della morte di Lord Grandison. Fortunatamente, quando la ricevette era solo; non c'era nessuno, quindi, a testimoniare il suo vuoto sgomento quando scoprì che, dopo tutto, non era l'erede di suo nonno! Dopo un gran numero di insignificanti legati alle sue figlie, ai loro mariti, ai loro figli e a tutti i suoi amici preferiti, Lord Grandison lasciò l'intera sua proprietà a sua nipote Katherine, l'unica figlia rimasta di suo figlio, morto prematuramente, e sorella del defunto Augustus.

Cosa si doveva fare ora? La mente ottimista di sua madre, poiché Lady Armine gli rivelò la fatale notizia, sembrava già anticipare l'unico rimedio per questo "testamento ingiusto". Era un rimedio delicatamente accennato, ma l'intenzione cadde su un orecchio fine e pronto. Sì! doveva sposarsi; doveva sposare sua cugina; doveva sposare Katherine Grandison. Ferdinand si guardò intorno nelle sue magnifiche stanze; i tendaggi di damasco di Tunisi, gli alti specchi di Marsiglia, i tavoli intarsiati, le statue di marmo e i vasi di alabastro che aveva acquistato a Firenze e a Roma, e le delicate stuoie che aveva importato lui stesso da Algeri. Si guardò intorno e scrollò le spalle: «Tutto questo deve essere pagato,» pensò; «e, ahimè! quanto altro ancora!» E poi gli attraversò la mente il ricordo di suo padre e delle sue preoccupazioni, e dell'innocente Armine, e del caro Glastonbury, e del suo sacrificio. Ferdinand scosse la testa e sospirò.

«Come li ho ripagati,» pensò. «Grazie a Dio, non sanno nulla. Grazie a Dio, devono solo sopportare le loro delusioni e le loro privazioni; ma è vano moralizzare. Il futuro, non il passato, deve essere il mio motto. Ritirarsi è impossibile; posso ancora avanzare e conquistare. Katherine Grandison: pensare solo alla mia piccola cugina Kate come moglie! Dicono che non sia il compito più facile del mondo ravvivare una fiamma vivace nel petto di una cugina. L'amore tra cugini, proverbialmente, non è di carattere molto romantico. È bene che non l'abbia vista molto nella mia vita, e pochissimo ultimamente. La familiarità genera disprezzo, si dice. Oserà disprezzarmi?» Diede un'occhiata allo specchio. L'ispezione non fu insoddisfacente. Immerso in una profonda meditazione, percorse la stanza.

CAPITOLO II.

In cui il Capitano Armine ottiene con rapidità un risultato che richiede sempre grande deliberazione.

Accadde che il reggimento in cui il Capitano Armine aveva l'onore di comandare una compagnia fosse in quel momento sotto ordini di immediato richiamo in Inghilterra; e nel giro di un mese dal ricevimento della fatale notizia di essere stato, come la definiva lui, diseredato, era in viaggio verso la sua terra natale. Questa rapida partenza fu fortunata, perché gli permise di ritirarsi prima che la morte di Lord Grandison divenisse di dominio pubblico e, di conseguenza, commentata e indagata. Prima di lasciare la guarnigione, Ferdinand aveva sistemato i suoi affari per il momento senza la minima difficoltà, poiché era ancora in grado di raccogliere tutto il denaro di cui aveva bisogno.

Al suo arrivo a Falmouth, Ferdinand apprese che suo padre e sua madre si trovavano a Bath, in visita alla zia nubile, Miss Grandison, presso la quale risiedeva ora sua cugina. Poiché il reggimento era acquartierato a Exeter, gli fu possibile in pochissimi giorni ottenere un permesso e raggiungerli. Nel primo trasporto dell'incontro ogni delusione fu dimenticata e, nel giro di un giorno o due, quando questo sentimento si fu alquanto placato, Ferdinand percepì che lo shock che i suoi genitori dovevano aver necessariamente subito era già considerevolmente attenuato dalla prospettiva in cui si cullavano segretamente e che, per il concorso di varie circostanze, erano stati indotti a credere non fosse affatto visionaria.

Sua cugina Katherine aveva circa la sua età; mite, elegante e carina. Essendo chiara di carnagione, stava estremamente bene nel suo profondo lutto. Non era nota per la vivacità del suo spirito, ma non era priva di capacità di osservazione, sebbene fosse facilmente influenzata da coloro che amava e con cui viveva. La sua zia nubile esercitava evidentemente un potente controllo sulla sua condotta e sulle sue opinioni; e Lady Armine era una sorella prediletta di questa zia nubile. Senza quindi dirigere apertamente la sua volontà, non mancò da quella parte alcuno sforzo per predisporre Katherine a favore del cugino. Sentì parlare così tanto del cugino Ferdinand, della sua bellezza, della sua bontà e delle sue doti, che aveva atteso il suo arrivo con sentimenti di non comune interesse. E, in verità, se le opinioni e i sentimenti di coloro con cui viveva potevano influenzarla, non c'era bisogno di alcun artificio per predisporla a favore del cugino. Sir Ratcliffe e Lady Armine vivevano solo per il figlio. Sembravano non avere quasi altra idea, sentimento o pensiero al mondo se non la sua esistenza e la sua felicità; e sebbene il loro buon senso li avesse sempre preservati dalla sciocca abitudine di tessere il suo panegirico in sua presenza, compensavano ampiamente questa penosa costrizione quando lui era lontano. Allora egli era sempre il più bello, il più intelligente, il più colto, il più gentile e virtuoso del suo sesso. Fortunati i genitori benedetti da un tale figlio! Tre volte fortunata la moglie benedetta da un tale marito!

Fu dunque con una emozione non comune che Katherine Grandison apprese che questo perfetto cugino Ferdinand era finalmente arrivato. Lo aveva visto poco anche nei suoi giorni da ragazzo, e anche allora era piuttosto un eroe nella loro cerchia lillipuziana.

Ferdinand Armine era sempre guardato con ammirazione a Grandison, e sempre descritto dal nonno come un ragazzo davvero in gamba; un ragazzo meravigliosamente in gamba, il suo nipote prediletto, Ferdinand Armine: e ora era arrivato. Si udì il suo colpo alla porta, il suo passo sulle scale, la porta si aprì e, certamente, la sua prima apparizione non deluse la cugina Kate. Così bello, così disinvolto, così gentile e così cordiale; furono subito tutti ottimi amici. Poi abbracciò il padre con tale fervore e baciò la madre con tale tenerezza: era evidente che aveva un cuore eccellente. Il suo arrivo fu davvero una rivoluzione. I loro giorni di lutto sembrarono svanire all'istante; e sebbene, naturalmente, frequentassero pochissimo la società e non si recassero mai in alcun luogo di pubblico divertimento, a Katherine sembrò che all'improvviso vivesse in un vortice di deliziosa allegria. Ferdinand era così divertente e colto! Cantava con lei, suonava con lei; era sempre a progettare lunghe cavalcate e lunghe passeggiate estive. Poi la sua conversazione era così diversa da tutto ciò che lei aveva mai ascoltato. Aveva visto così tante cose e così tante persone; tutto ciò che era strano e chiunque fosse famoso. Le sue opinioni erano così originali, le sue illustrazioni così calzanti e vivaci, i suoi aneddoti così inesauribili e scintillanti! Povera, inesperta, innocente Katherine! Il suo cugino, nel giro di ventiquattr'ore, trovò impossibile innamorarsi di lei; e così decise di far sì che lei si innamorasse di lui. Ci riuscì appieno. Lei lo adorava. Non credeva che ci fosse al mondo qualcuno così bello, così buono e così intelligente. Nessuno, in verità, che conoscesse Ferdinand Armine avrebbe potuto negare che fosse un essere raro; ma, se ci fossero stati osservatori acuti e spassionati che lo avessero conosciuto nelle sue ore più giovani e felici, avrebbero forse notato qualche differenza nel suo carattere e nella sua condotta, e non a suo favore. Era certamente più brillante, ma non altrettanto interessante che ai vecchi tempi; assai più abbagliante, ma non altrettanto capace di affascinare. Nessuno poteva negare il suo talento vivace e la sua perfetta educazione, ma c'era in lui una irrequietezza, uno stile eccitato ed esagerato che avrebbe potuto far sospettare che il suo contegno fosse uno sforzo, e che sotto un luccichio superficiale, dal quale tanti sono ingannati, vi fosse non poca mancanza di genuinità e sincerità. Katherine Grandison, tuttavia, non era una di quegli osservatori profondi. Si lasciava facilmente conquistare. Ferdinand, che in realtà non provava un'emozione tale da avventurarsi in una scena, le fece la proposta mentre cavalcavano lungo un sentiero verdeggiante: il sole stava appena tramontando e la stella della sera scintillava attraverso un viale. La dama arrossì, pianse, singhiozzò e nascose il suo viso radioso e rigato di lacrime; ma il risultato fu quanto di più soddisfacente il nostro eroe potesse desiderare. I giovani cavalieri fecero aspettare i loro amici nel crescent almeno due ore per la cena, e poi non ebbero appetito per il banchetto una volta arrivati.

Ciononostante, la zia nubile, sebbene fosse una persona molto particolare, non fece quel giorno alcun reclamo, ed era evidentemente tutt'altro che insoddisfatta di chiunque o di qualsiasi cosa. Quanto a Ferdinand, chiese un bicchiere di champagne e bevve segretamente alla propria salute, come il più fortunato dei suoi conoscenti, con una moglie graziosa, amabile e di alto lignaggio, con tutti i suoi debiti pagati e la casa di Armine restaurata.

CAPITOLO III.

In cui Ferdinand ritorna ad Armine.

FU STABILITO che doveva trascorrere un anno dalla morte di Lord Grandison prima che la giovane coppia potesse unirsi: una tregua che non causò a Ferdinand un dolore acuto. Nel frattempo, i Grandison dovevano trascorrere almeno l'autunno ad Armine, e verso quella meta le due famiglie unite proposero di dirigersi presto. Ferdinand, che era rimasto quasi due mesi a Bath ed era un po' stanco del corteggiamento, riuscì a lasciare quella città prima dei suoi amici, con il pretesto di visitare Londra per occuparsi della vendita del suo brevetto; poiché era stato convenuto che avrebbe dovuto lasciare l'esercito.

Al suo arrivo a Londra, dopo aver parlato con il suo agente e aver trovato la città completamente vuota, partì immediatamente per Armine, affinché potesse avere il piacere di trascorrervi alcuni giorni senza la compagnia della sua promessa sposa; celebrare l'imminente primo settembre; e, soprattutto, abbracciare il suo caro Glastonbury. Perché non si deve supporre che Ferdinand avesse dimenticato per un momento questo inestimabile amico; al contrario, gli aveva scritto diverse volte dal suo arrivo: assicurandogli sempre che nulla, se non affari importanti, avrebbe potuto impedirgli di rendergli omaggio all'istante.

Fu con sentimenti di non comune emozione, persino di agitazione, che Ferdinand vide i boschi della sua antica dimora stagliarsi in lontananza, e presto le torri e le merlature del Castello di Armine. Quei venerabili pergolati, quella fiera e signorile dimora, non dovevano dunque uscire dal possesso della loro antica e famosa stirpe? Aveva riscattato l'eredità dei suoi grandi antenati; guardava con immutata compiacenza il magnifico paesaggio, un tempo per lui fonte di tanta ansia quanto di affetto. Che cambiamento nel destino degli Armine! La loro gloria restaurata; il suo proprio focolare devoto e domestico, un tempo preda di tanta cura e tristezza, coronato da agiatezza, felicità e gioia; da ogni parte una carriera di splendore e felicità. E aveva fatto tutto questo! Che profeta era sua madre! Si era sempre abbandonata alla tenera convinzione che il suo amato figlio sarebbe stato il loro restauratore. Quanto saggia e pia era la costante fiducia del buon vecchio Glastonbury nel loro destino! Con quale puro, sentito diletto avrebbe ascoltato quel fedele amico la sua straordinaria comunicazione!

La sua carrozza sfrecciò attraverso i cancelli del parco come se il cocchiere fosse consapevole dell'orgoglio e dell'esultanza del suo padrone. Glastonbury era pronto ad accoglierlo, in piedi nel giardino fiorito che aveva reso così ricco e bello, e che era stato il fascino e la consolazione di molte delle loro ore più umili.

"Mio caro, caro padre!" esclamò Ferdinand, abbracciandolo, poiché così chiamava sempre il suo vecchio precettore.

Ma Glastonbury non riuscì a parlare; le lacrime tremavano nei suoi occhi e rigavano le sue guance appassite. Ferdinand lo condusse in casa.

"Come stai bene, caro padre!" continuò Ferdinand; "sembri davvero più giovane e arzillo che mai. Hai ricevuto tutte le mie lettere, ne sono certo; e le tue, che gentile da parte tua ricordarti di me e scrivermi! Non ti ho mai dimenticato, mio caro, caro amico. Non potrei mai dimenticarti. Sai che sono l'uomo più felice del mondo? Ho le notizie più grandi del mondo da raccontare al mio Glastonbury – e dobbiamo tutto a te, tutto. Cosa sarebbe stato Sir Ratcliffe senza di te? cosa sarei stato io? Immagina le notizie migliori che puoi, caro amico, e non sono così buone come quelle che ho da dirti. Gioirai, ne sarai deliziato! Arrederemo un castello! per Giove, arrederemo un castello! Lo faremo davvero, e tu lo costruirai! Niente più tristezza; niente più preoccupazioni. Gli Armine terranno di nuovo la testa alta, per Giove, lo faranno! Caro tra gli uomini, immagino che tu mi creda pazzo. Sono pazzo di gioia. Come è cresciuta quella vite vergine! Ti ho portato tante piante, padre mio! un intero Hortus Siccus siciliano. Ah, John, buon John, come sta tua moglie? Prenditi cura della mia valigetta delle pistole. Chiedi a Louis; sa tutto di tutto. Bene, caro Glastonbury, e come sei stato? Come sta la vecchia torre? Come stanno i vecchi libri, e il vecchio bastone, e le vecchie armi, e il vecchio tutto quanto? Caro, caro Glastonbury!"

Mentre la carrozza veniva scaricata e la tavola preparata per la cena, gli amici passeggiarono nel giardino, e da lì si incamminarono verso la torre, dove rimasero per qualche tempo a percorrere avanti e indietro il viale dei faggi. Al loro ritorno, era evidente che Ferdinand aveva comunicato la sua grande notizia. Il volto di Glastonbury era radioso di gioia.

In verità, sebbene avesse già cenato, accettò volentieri l'invito di Ferdinand a ripetere la cerimonia; anzi, tracannò più di un bicchiere di vino; e, credo, brindò persino alla salute di ogni membro delle famiglie unite di Armine e Grandison. Era tardi quando i compagni si separarono e si ritirarono per la notte; e penso che, prima di augurarsi la buona notte, debbano aver discusso di ogni circostanza che era accaduta nella loro esperienza sin dalla nascita di Ferdinand.

CAPITOLO IV.

In cui viene fatta un po' di luce sul titolo di quest'opera.

CHE DELIZIA, dopo una lunga assenza, svegliarsi in una mattinata di sole e trovarsi a casa! Ferdinand riusciva a malapena a credere di essere davvero di nuovo ad Armine. Si alzò di scatto dal letto, si stropicciò gli occhi e fissò le visioni insolite eppure familiari, e per un momento Malta e i Royal Fusiliers, Bath e la sua promessa sposa furono solo un sogno; poi ricordò la visita della sua cara madre proprio in quella stanza, alla vigilia della sua prima partenza. Era tornato; sano e salvo era tornato, e felice, per compiere tutte le sue speranze e ripagarla di tutta la sua sollecitudine. Nessuno si sentì mai più contento di Ferdinand Armine, più contento e più grato.

Si alzò e aprì la finestra; un profumo ricco ed esilarante riempì la camera; guardò con un sentimento di diletto e orgoglio il vasto e bellissimo parco; gli alberi alti che si alzavano proiettando le loro ombre ancora più lunghe sull'erba luminosa e rugiadosa, e le ultime foschie che si diradavano dai boschi distanti, mescolandosi al cielo immacolato. Tutto era dolce e immobile, salvo, in verità, il canto degli uccelli o il tintinnio di qualche irrequieto montone. Era una ricca mattina d'autunno. Eppure, con tutto l'entusiasmo delle sue nuove prospettive di vita e la beatificante consapevolezza della felicità di coloro che amava, non poteva fare a meno di sentire che un grande cambiamento era avvenuto nel suo spirito dai giorni in cui soleva vagare in questo vecchio ritrovo della sua fanciullezza. La sua innocenza era svanita. La vita non era più quel profondo, ininterrotto stato di dovere e di amore dal quale era stato risvegliato a tante preoccupazioni; e se non al rimorso, almeno a tanto compunto. Non aveva segreti allora. L'esistenza non era allora un sotterfugio, ma un calmo e candido stato di sereno godimento. I sentimenti allora non erano compromessi per gli interessi; e allora era l'eccellente che veniva studiato, non l'opportuno. "Eppure, suppongo che la vita sia così", mormorò Ferdinand; "moralizziamo quando è troppo tardi; né c'è nulla di più sciocco che pentirsi. Un evento ne causa un altro: ciò che anticipiamo raramente accade; ciò che meno ci aspettiamo generalmente accade; e solo il tempo può dimostrare cosa sia più a nostro vantaggio. E sicuramente sono l'ultima persona che dovrebbe apparire grave. La nostra antica casata sorge dalle sue rovine; gli esseri che amo di più al mondo non sono solo felici, ma debitori a me per la loro felicità; e io, io stesso, con ogni dono della fortuna improvvisamente gettato ai miei piedi, cos'altro posso desiderare? Non sono soddisfatto? Perché mi pongo persino la domanda? Sono certo di non saperlo. Sorge come un diavolo nei miei pensieri e rovina tutto. La ragazza è giovane, nobile, bella e mi ama. E lei? Io la amo, almeno suppongo di amarla. La amo, ad ogni modo, tanto quanto amo, o ho mai amato, una donna. Non c'è un grande sacrificio, dunque, da parte mia; non dovrebbe essercene nessuno; non ce n'è nessuno; a meno che, in verità, non sia il fatto che un uomo non ama rinunciare senza combattere a ogni sua possibilità di romanticismo e rapimento.

"Non so come sia, ma ci sono momenti in cui vorrei quasi non avere né padre né madre; sì! nemmeno un solo amico o parente al mondo, e che Armine fosse sprofondato nel centro stesso della terra. Se fossi solo al mondo, credo che potrei trovare il posto che fa per me; ora tutto sembra ordinato per me, per così dire, in anticipo. Il mio spirito non ha avuto sfogo. Qualcosa mi sussurra che, con tutta la sua prosperità sfavillante, questo non è né saggio né bene. Dio sa che non sono senza cuore, e vorrei essere grato; eppure, se la vita non può offrirmi simpatia più profonda di quella che ho sperimentato finora, non posso che considerarla, anche con tutte le sue dolci riflessioni, poco più che una noiosa illusione."

Mentre Ferdinand stava così moralizzando alla finestra, Glastonbury apparve di sotto; e la sua apparizione dissipò quella tristezza nascente. "Facciamo colazione insieme", propose Ferdinand. "Ho fatto colazione da due ore", rispose l'eremita del cancello. "Spero che nella prima notte del tuo ritorno ad Armine tu abbia fatto sogni di buon auspicio."

"Il mio letto ed io siamo vecchi compagni", disse Ferdinand, "e siamo andati molto d'accordo. Ti dirò una cosa, mio caro Glastonbury, faremo una passeggiata insieme questa mattina e discuteremo dei nostri piani della scorsa notte. Vai in biblioteca e dai un'occhiata ai miei album di schizzi: li troverai sulla mia valigetta delle pistole, e ti raggiungerò tra poco."

A tempo debito gli amici iniziarono la loro scampagnata. Ferdinand divenne presto entusiasta dei vari suggerimenti di Glastonbury per il completamento del castello; e quanto al vecchio stesso, tra la sua creazione architettonica e il restauro della famiglia a cui era stato così a lungo devoto, era in un trasporto di entusiasmo che offriva un contrasto divertente al suo solito contegno mite e dimesso.

"Tuo nonno era un grande uomo", disse Glastonbury, che ai vecchi tempi raramente si azzardava a menzionare il nome del famoso Sir Ferdinand: "non c'è dubbio che fosse un grand'uomo. Aveva grandi idee. Come si gloriarebbe delle nostre prospettive attuali! È strano che fiducia incrollabile io abbia sempre avuto nel destino della tua casata. Ero certo che la Provvidenza non ci avrebbe abbandonati. Non c'è dubbio che dobbiamo avere una saracinesca."

"Decisamente, una saracinesca", disse Ferdinand; "farai tu stesso tutti i disegni, mio caro Glastonbury, e supervisionerai tutto. Non avremo un solo anacronismo. Sarà perfetto."

"Perfetto", fece eco Glastonbury; "davvero perfetto. Sarà un perfetto castello gotico. Ho tali tesori per il lavoro. Tutte le fatiche della mia vita sono tese a questo obiettivo. Ho tutti gli stemmi della tua casata fin dalla Conquista. Ci saranno trecento scudi nella sala. Li dipingerò io stesso. Oh! non c'è posto al mondo come Armine!"

"Nulla", disse Ferdinand; "ho visto molto, ma dopo tutto non c'è nulla come Armine."

"Se fossimo nati in questo splendore", disse Glastonbury, "ci avremmo pensato poco. Siamo stati mitigati e saggiamente castigati. Non posso ammirare abbastanza la saggezza della Provvidenza, che ha temperato, con una così saggia dispensazione, il sangue troppo ardente della tua stirpe."

"Sarei dispiaciuto di abbattere il vecchio edificio", disse Ferdinand.

"Non deve essere", disse Glastonbury; "vi abbiamo vissuto felicemente, sebbene umilmente."

"Vorrei che potessimo spostarlo in un'altra parte del parco, come la casa di Loreto", disse Ferdinand con un sorriso.

"Possiamo coprirlo di edera", osservò Glastonbury, guardando in modo un po' serio.

La mattinata scivolò via tra questi piacevoli piani e prospettive. Alla fine gli amici si separarono, concordando di ritrovarsi a cena. Glastonbury si ritirò nella sua torre e Ferdinand, preso il fucile, girovagò per la natura selvaggia circostante.

Ma non sentiva alcuna inclinazione per la caccia. La conversazione con Glastonbury aveva sollevato mille pensieri sui quali desiderava riflettere. La sua vita era stata una scena di tale costante eccitazione dal suo ritorno in Inghilterra, che aveva goduto di poche opportunità di indulgere in una calma comunione con se stesso; e ora che era ad Armine, e solo, il contrasto tra la sua situazione passata e quella presente lo colpì così profondamente che non poté trattenersi dal cadere in una fantasticheria sulla sua sorte. Era meraviglioso, tutto meraviglioso, molto, molto meraviglioso. Sembrava davvero, come affermava Glastonbury, una dispensazione provvidenziale nell'intera transazione. La caduta della sua famiglia, l'eroica e, come ora appariva, presciente fermezza con cui suo padre si era aggrappato, in tutte le loro privazioni, al suo improduttivo patrimonio, la sua stessa educazione, l'estinzione della casata di sua madre, le sue stesse follie, un tempo per lui causa di tanta infelicità, ma che ora sembrava stessero costantemente spingendolo, per così dire, verso la sua prosperità; tutti questi e mille altri tratti e circostanze fluttuavano nella sua mente, ed erano ciascuno a sua volta oggetto della sua molteplice meditazione. Era disposto a credere che il destino avesse riservato per lui il carattere di restauratore; quel dovere in effetti lo aveva accettato, eppure...

Si guardò intorno come per vedere quale diavolo gli stesse sussurrando all'orecchio. Era solo. Nessuno era lì o nei paraggi. Attorno a lui sorgevano i pergolati silenziosi, e a stento la voce di un uccello o il ronzio di un insetto disturbavano la profonda tranquillità. Ma una nuvola sembrava posarsi sulla fronte bella e pensierosa di Ferdinand Armine. Si gettò sull'erba, appoggiando la testa su una mano, e con l'altra strappando i fiori selvatici, che altrettanto frettolosamente, quasi stizzito, gettava via.

«Per quanto io possa nasconderlo,» esclamò, «sono una vittima; per quanto io possa camuffarle, tutte le considerazioni sono mondane. C'è, deve esserci, qualcosa di meglio in questo mondo che il potere, la ricchezza e il rango; e sicuramente deve esserci una felicità più estatica persino di quella di garantire la gioia di un genitore. Ah! sogni nei quali mi sono così spesso e così teneramente cullato, siete dunque, dopo tutto, solo visioni fantastiche ed eteree? È l'amore davvero un'illusione, o sono io il solo tra gli uomini a essere destinato a restare esente dal suo delizioso vincolo? Deve essere un'illusione. Tutti ne ridono, tutti ci scherzano sopra, tutti concordano nello stigmatizzarla come la vanità delle vanità. E la mia esperienza contraddice forse questa fama aspra ma comune? Ahimè! cosa ho visto o conosciuto che smentisca questo cattivo rapporto? Nessuno, nulla. Ho incontrato alcune donne più belle, certamente, di Kate, e molte, molte meno graziose; e alcune hanno incrociato il mio cammino con una grazia selvaggia e brillante, che per un momento ha abbagliato la mia vista, e forse per un momento mi ha distolto dalla mia via. Ma queste stelle cadenti hanno solo brillato transitoriamente nel mio cielo, e mi hanno reso, con la loro evanescente lucentezza, solo più consapevole della sua oscurità. Lasciatemi credere allora, oh! lasciate che io, tra tutti gli uomini, creda che le forme che ispirano lo scultore e il pittore non abbiano modelli in natura; che quella combinazione di bellezza e grazia, di affascinante intelligenza e tenera devozione, su cui gli uomini rimuginano nelle ore soffici della loro giovane solitudine, sia solo la promessa di un mondo migliore, e non l'incanto di questo.

«Ma, che terrore in quella verità! che disperazione! che follia! Sì! in questo momento di severo esame, quanto sento profondamente che la vita senza amore è peggiore della morte! Quanto vani e vuoti, quanto piatti e infruttuosi appaiono tutti quegli splendidi accidenti dell'esistenza per cui gli uomini lottano, senza questo essenziale e pervasivo fascino! Che mondo senza sole! Sì! senza questa trascendente simpatia, le ricchezze e il rango, e persino il potere e la fama, mi sembrano nel migliore dei casi solo gioielli incastonati in una corona di piombo!

«E chi sa se quell'essere straordinario, del cui magnifico eppure rovinoso percorso questo castello è in verità un emblema appropriato - dico, chi sa se il segreto del suo selvaggio e inquieto corso non sia nascosto proprio in questa triste mancanza d'amore? Forse mentre il mondo, il mondo sciocco e superficiale, si meravigliava e moralizzava sulla sua vita dissoluta, e riversava i suoi anatemi contro il suo spietato egoismo, forse lui per tutto il tempo stava sospirando per qualche morbido petto su cui riversare la sua travolgente passione, proprio come me!

«O Natura! perché sei bella? Il mio cuore non richiede, l'immaginazione non può dipingere, una scena più dolce o più bella di questi pergolati circostanti. Questa volta azzurra del cielo, questo sole dorato, questa ombra profonda e avvolgente, questi rari e fragranti arbusti, quel boschetto di verdi e altissimi pini, e il lucente scivolare di questo lago incoronato di cigni; la mia anima è incantata da tutta questa bellezza e questa dolcezza; non provo alcuna delusione qui; la mia mente qui non sopravanza la realtà; qui non c'è motivo di piangere su speranze insoddisfatte e desideri fantastici. È dunque il mio destino che io debba essere frustrato solo nei desideri più cari del mio cuore?»

In quel momento l'abbaiare forte e agitato dei suoi cani a poca distanza distolse Ferdinand dai suoi pensieri. Li chiamò a sé, e presto uno di loro obbedì al richiamo, ma tornò immediatamente dal suo compagno con gesti così significativi, ansimando e guaito, che Ferdinand suppose che Basto fosse rimasto, forse, intrappolato: così, preso il fucile, procedette al salvataggio del cane.

Con sua sorpresa, mentre stava per emergere da un berceau su un lembo di prato, al cui centro cresceva un grande cedro, scorse una dama in abito da amazzone in piedi davanti all'albero, intenta a ammirarne le bellissime proporzioni.

Il suo volto era sollevato e immobile. Gli sembrò che fosse più radioso del sole. Fissò con rapimento la brillantezza abbagliante della sua carnagione, la delicata regolarità dei suoi lineamenti e i grandi occhi color violetto, frangiati dalle ciglia più lunghe e scure che avesse mai visto. Dalla sua posizione, il cappello le era scivolato indietro, rivelando la sua fronte alta e diafana, e le ciocche scure e lucenti che erano intrecciate sulle tempie. L'intero volto combinava quella salute brillante e quella bellezza classica che associamo all'idea di una ninfa che corre sui prati cosparsi di rugiada dell'Ida, o che appare tra i sacri boschi della Grecia. Sebbene la dama potesse aver visto a malapena diciotto estati, la sua statura era superiore all'altezza comune; ma il linguaggio non può descrivere la sorprendente simmetria della sua figura superba.

Non c'è amore che non sia amore a prima vista. Questa è la trascendente e insuperabile progenie della pura e incontaminata simpatia. Ogni altro è l'illegittimo risultato dell'osservazione, della riflessione, del compromesso, del confronto, dell'opportunità. Le passioni che durano lampeggiano come il fulmine: bruciano l'anima, ma essa viene riscaldata per sempre. Miserabile l'uomo il cui amore sorge per gradi sul gelido mattino della sua mente! Alcune ore di calore e splendore possono forse cadere in sorte; alcuni momenti di splendore meridiano, in cui si crogiola in quello che crede un sole eterno. Ma poi quanto spesso oscurato dalle nuvole dell'inquietudine, quanto spesso offuscato dal flagello della miseria e della sfortuna! E certo come il graduale sorgere di tale affetto è il suo graduale declino e il suo malinconico tramonto. Allora, nel crepuscolo freddo e fioco della sua anima, esecra l'abitudine; perché ha follemente sperato che potessero essere abituali sentimenti che non erano omogenei, e perché è stato guidato dall'osservazione dei sensi, e non dall'ispirazione della simpatia.

Tra l'oscurità e le fatiche dell'esistenza, scorgere improvvisamente un essere bellissimo e, istantaneamente, sentire l'opprimente convinzione che con quella bella forma il nostro destino debba essere intrecciato per sempre; che non ci sia più gioia se non nella sua gioia, nessun dolore se non quando lei soffre; che nel suo sospiro d'amore, nel suo sorriso di tenerezza, d'ora in poi tutto sia beatitudine; sentire la nostra vanitosa ambizione svanire come una zucca avvizzita davanti alla sua visione; sentire la fama un inganno e la posterità una menzogna; ed essere pronti subito, per questo grande oggetto, a rinunciare e gettar via ogni speranza, legame, schema, prospettiva precedente; a violare in suo favore ogni dovere della società; questo è un amante, e questo è l'amore! Magnifico, sublime, divino sentimento! Una fiamma immortale brucia nel petto di quell'uomo che adora ed è adorato. Egli è un essere etereo. Gli accidenti della terra non lo toccano. Le rivoluzioni dell'impero, i cambiamenti di credo, le mutazioni di opinione, sono per lui solo le nuvole e le meteore di un cielo tempestoso. Gli schemi e le lotte dell'umanità sono, secondo lui, solo le ansie dei pigmei e le fantastiche imprese delle scimmie. Nulla può sottometterlo. Ride allo stesso modo della perdita di fortuna, perdita di amici, perdita di carattere. Le azioni e i pensieri degli uomini gli sono ugualmente indifferenti. Non si mescola ai loro percorsi di callosa frenesia, né si ritiene responsabile verso le aeree imposture davanti alle quali si inchinano. Egli è un marinaio che, sul mare della vita, mantiene lo sguardo fissato su una singola stella; e se quella non brilla, lascia il timone e gioisce quando la sua barca scende nell'abisso senza fondo.

Sì! era questa potente passione che ora infuriava nel cuore di Ferdinand Armine, mentre, pallido e tremante, si ritirava di pochi passi dallo spettacolo travolgente, e si appoggiava a un albero in un caos di emozioni. Cosa aveva visto? Quale visione incantevole era apparsa alla sua vista? Cosa provava? Quale selvaggio, quale delizioso, quale folle impulso pervadereva ora il suo corpo? Una tempesta sembrava infuriare nella sua anima, un vento potente che disperdeva nel suo corso le cupe nubi e i vapori di lunghi anni. Era silenzioso, davvero, perché era senza parole; sebbene la grossa goccia che tremava sulla sua fronte e la leggera schiuma che giocava sulle sue labbra provassero il difficile trionfo della passione sull'espressione. Ma, come il vento pulisce il cielo, la passione alla fine tranquillizza l'anima. Il tumulto della sua mente si placò gradualmente; le memorie fugaci, i pensieri frettolosi, che per un momento erano corsi in tale ordine selvaggio, svanirono e si sciolsero, e seguì una sensazione di luminosa serenità, un senso di bellezza e di gioia, e di felicità sospesa e circostante.

Avanzò e guardò di nuovo; la dama era ancora lì. Cambiata davvero la sua posizione; aveva colto un fiore e ne stava esaminando la bellezza.

«Henrietta!» esclamò una voce virile dal bosco adiacente. Prima che potesse rispondere, si fece avanti uno straniero, un uomo di mezza età ma dall'aspetto notevolmente affascinante. Era alto e dignitoso, biondo, con un naso aquilino. Uno dei cani di Ferdinand lo seguiva abbaiando.

«Non riesco a trovare il giardiniere da nessuna parte,» disse lo straniero; «penso che faremmo meglio a rimontare in sella.»

«Ah, me! che peccato!» esclamò la dama.

«Lasciate che sia io la vostra guida,» disse Ferdinand, facendosi avanti.

La dama trasalì un poco; il gentiluomo, per nulla scomposto, diede cortesemente il benvenuto a Ferdinand e disse: «Sento che siamo intrusi, signore. Ma siamo stati informati dalla donna alla portineria che la famiglia non è qui al momento, e che avremmo trovato suo marito nel parco.»

«La famiglia non è ad Armine,» rispose Ferdinand; «sono certo, tuttavia, che Sir Ratcliffe sarebbe felicissimo se voi passeggiaste per il parco quanto volete; e poiché lo conosco bene, sarei lieto di farvi da guida.»

«Siete davvero troppo cortese, signore,» rispose il gentiluomo; e la sua bellissima compagna ricompensò Ferdinand con un sorriso come un raggio di sole, che giocò sul suo volto finché non si fissò in due fossette squisite, e gli rivelò denti che, per un momento, credette essere persino la caratteristica più bella di quel volto superbo.

Passeggiarono lungo il viale, ogni passo sviluppava nuove bellezze nel loro progresso ed estorceva dai suoi compagni rinnovate espressioni di rapimento. I pergolati oscuri, le radure lucenti, gli alberi alti e rari, gli arbusti lussureggianti, il lago silenzioso e appartato, a turno li incantarono, finché alla fine, Ferdinand, che li aveva condotti con gusto esperto attraverso tutti i punti più suggestivi del giardino, li portò davanti alle mura del castello.

«Ed ecco il Castello di Armine,» disse; «non è molto più di un guscio, eppure contiene qualcosa che potreste voler vedere.»

«Oh! senz'altro,» esclamò la dama.

«Ma stiamo rovinando il vostro sport,» suggerì il gentiluomo.

«Posso sempre uccidere pernici,» rispose Ferdinand, deponendo il fucile; «ma non sempre posso trovare compagni piacevoli.»

Così dicendo, aprì il massiccio portale del castello ed entrarono nella sala. Era una camera alta, di dimensioni abbastanza grandi da ospitare mille vassalli, con un podio e un ricco paravento gotico, e una galleria per i musicisti. Le pareti erano appese con armi e armature mirabilmente disposte; ma il pavimento di marmo policromo era così coperto da casse di mobili accatastate che l'effetto generale della scena non solo ne era grandemente rovinato, ma era persino difficile in alcune parti tracciare un sentiero.

«Qui,» disse Ferdinand, saltando su un'enorme cassa e correndo verso il muro, «qui c'è lo stendardo di Ralph d'Ermyn, che arrivò con il Conquistatore e fondò la famiglia in Inghilterra. Qui c'è la spada di William d'Armyn, che firmò la Magna Carta. Qui c'è l'armatura completa del secondo Ralph, morto davanti ad Acri. Questa cassa contiene una spada dall'elsa di diamanti, donata dall'Imperatrice al grande Sir Ferdinand per aver sconfitto i Turchi; e qui c'è una scimitarra mamelucca, data allo stesso Sir Ferdinand dal Sultano per aver sconfitto l'Imperatrice.»

«Oh! ho sentito parlare così tanto di quel grande Sir Ferdinand,» disse la dama. «Deve essere stato il personaggio più interessante.»

«Era un essere meraviglioso,» rispose la sua guida, con uno sguardo particolare, «eppure non so se i suoi discendenti non abbiano motivo di pentirsi del suo genio.»

«Oh! mai, mai!» disse la dama; «cos'è la ricchezza rispetto al genio? Quanto sarei più orgogliosa, se fossi un Armine, di un tale antenato che di mille altri, anche se mi avessero lasciato questo castello così completo come lui desiderava che fosse!»

«Bene, per quanto riguarda questo,» rispose Ferdinand, «credo di essere un po' della vostra opinione; sebbene io tema che sia vissuto in un'epoca troppo tarda per tale ordine di menti. Sarebbe stato meglio per lui forse se fosse riuscito a diventare Re di Polonia.»

«Spero che ci sia un ritratto di lui,» disse la dama; «non c'è nulla che desideri vedere tanto.»

«Credo proprio che ci sia un ritratto,» rispose il suo compagno, alquanto seccamente. «Cercheremo di trovarlo. Non pensate che io non faccia un cattivo cicerone?»

«Davvero, eccellente,» rispose la dama.

«Percepisco che siete un maestro del vostro soggetto,» rispose il gentiluomo, offrendo così a Ferdinand una facile opportunità di dire loro chi fosse. Il suggerimento, tuttavia, non fu accettato.

«E ora,» disse Ferdinand, «saliremo la scala.»

Di conseguenza salirono una grande scala a chiocciola che riempiva lo spazio di una torre rotonda, ed era illuminata dall'alto da una lanterna di ricco vetro colorato su cui erano blasonate le armi della famiglia. Poi entrarono nel vestibolo, un appartamento spazioso abbastanza per un salone; che, tuttavia, non era arredato in stile gotico, ma di cui il soffitto dipinto, i pannelli dorati e il pavimento intarsiato erano più adatti a un palazzo francese. Le brillanti porte di questo vestibolo si aprivano in molte direzioni su lunghe suite di camere di stato, che meritavano davvero la descrizione di gusci. Non erano nient'altro; di molte il pavimento non era nemmeno posato; le pareti di tutte erano grezze e intonacate.

«Ah!» disse la dama, «che peccato che non sia finito!»

«È davvero desolato,» osservò Ferdinand; «ma qui forse c'è qualcosa di più di vostro gusto.» Così dicendo, aprì un'altra porta e li fece entrare nella galleria dei quadri.

Era una camera superba lunga quasi duecento piedi, e conteneva solo ritratti della famiglia, o quadri delle loro imprese. Era di un colore verde pallido, illuminata dall'alto; e il pavimento, di quercia ed ebano, era parzialmente coperto da un unico tappeto persiano, dal disegno fantasioso e dalla tinta brillante, un regalo del Sultano al grande Sir Ferdinand. Gli annali precedenti della famiglia erano illustrati da una serie di dipinti di maestri moderni, che rappresentavano la battaglia di Hastings, l'assedio di Acri, l'incontro a Runnymede, le varie invasioni della Francia, e alcuni degli incidenti più sorprendenti nelle Guerre delle Due Rose, in tutti i quali un valoroso Armyn figurava in primo piano. Alla fine si fermarono davanti al primo ritratto contemporaneo della famiglia Armyn, uno del Cardinale Stephen Armyn, opera di un maestro italiano. Questo grande dignitario era legato del Papa ai tempi del settimo Enrico, e nelle sue vesti scarlatte e sulla sedia d'avorio sembrava un Giove papale, non indegno lui stesso di brandire il tuono del Vaticano. Da lui la serie di ritratti di famiglia era ininterrotta; ed era molto interessante rintracciare, in questa collezione eccellentemente disposta, la storia del costume nazionale. Holbein aveva commemorato i Lord Tewkesbury, ricchi di velluto, catene d'oro e gioielli. Seguirono gli statisti di Elisabetta e Giacomo, e le loro belle e sfarzose dame; e poi arrivò un galante cavaliere, di Vandyke. Un quadro ammirevole conteneva Lord Armine e i suoi coraggiosi fratelli, seduti insieme in una tenda attorno a un tamburo, su cui il suo signore stava apparentemente pianificando le operazioni della campagna. Seguì poi una lunga serie di baronetti non memorabili, e le loro mogli e figlie più interessanti, toccate dal pennello di Kneller, di Lely o di Hudson; scudieri in parrucche e giacche scarlatte, e dame incipriate in cerchi e guardinfanti.

Si fermarono davanti allo sforzo supremo della galleria, il capolavoro di Reynolds. Rappresentava un ritratto a figura intera di un giovane uomo, apparentemente appena uscito dalla minore età. Era esposto solo il fianco della figura, e il volto guardava lo spettatore sopra la spalla, in un atteggiamento preferito da Vandyke. Era un volto di bellezza ideale. Una profusione di riccioli castano scuro era scostata da una fronte alta di brillantezza abbagliante. Il viso era perfettamente ovale; il naso, sebbene piccolo, era alto e aquilino, e mostrava una notevole dilatazione della narice; il labbro ricurvo era ombreggiato da un baffo molto delicato; e l'espressione generale, infatti, della bocca e dei grandi occhi grigi sarebbe stata forse arrogante e imperiosa, se la bellezza straordinaria dell'intero volto non l'avesse resa affascinante.

Era davvero un quadro su cui fissare lo sguardo e a cui ritornare; uno di quei volti che, dopo averli visti una volta, ci perseguitano a tutte le ore e svolazzano davanti all'occhio della nostra mente inaspettati e non invitati. Così grande fu l'effetto che produsse sui presenti visitatori della galleria, che rimasero davanti ad esso per alcuni minuti in silenzio; lo sguardo scrutatore del gentiluomo fu più di una volta distolto dal ritratto al volto del suo conduttore, e il silenzio fu infine rotto dal nostro eroe.

«E cosa pensate,» chiese, «del famoso Sir Ferdinand?»

La dama trasalì, lo guardò, ritirò lo sguardo e apparve alquanto confusa. Il suo compagno rispose: «Penso, signore, che non posso sbagliare nel credere di essere debitore di molta cortesia al suo discendente?»

«Credo,» disse Ferdinand, «che non avrei molta difficoltà a provare il mio pedigree. Sono generalmente considerato una brutta copia di mio nonno.»

Il gentiluomo sorrise, e poi disse: «Difficilmente so se posso definirmi vostro vicino, poiché vivo a quasi dieci miglia di distanza. Tuttavia, mi darebbe sincero piacere vedervi a Ducie Bower. Non posso accogliervi in un castello. Il mio nome è Temple,» continuò, offrendo il suo biglietto da visita a Ferdinand. «Non ho bisogno ora di presentarvi a mia figlia. Non ero ignaro che Sir Ratcliffe Armine avesse un figlio, ma avevo capito che fosse all'estero.»

«Sono tornato in Inghilterra entro questi due mesi,» rispose Ferdinand, «e ad Armine entro questi due giorni. Ritengo fortunato che il mio ritorno mi abbia offerto l'opportunità di dare il benvenuto a voi e a Miss Temple. Ma non dovete parlare del nostro castello, poiché quella sapete è la nostra follia. Vi prego, venite ora a visitare la nostra dimora più antica e umile, e prendete qualche rinfresco dopo la vostra lunga cavalcata.»

Questa offerta fu declinata, ma con grande cortesia. Lasciarono il castello, e Mr. Temple stava per dirigere i suoi passi verso la portineria, dove aveva lasciato i cavalli suoi e di sua figlia; ma Ferdinand li convinse a tornare attraverso il parco, il che dimostrò loro in modo molto soddisfacente che doveva essere la via più breve. Chiese persino il permesso di accompagnarli; e mentre il suo stalliere stava sellando il suo cavallo, li condusse al vecchio Luogo e al giardino fiorito.

«Dovete essere molto stanca, Miss Temple. Vorrei potervi convincere a entrare e riposarvi.»

«Davvero, no: amo troppo i fiori per lasciarli.»

«Eccone uno che ha la raccomandazione della novità oltre che della bellezza,» disse Ferdinand, cogliendo una strana rosa e presentandogliela. «L'ho mandata a mia madre dalla Barberia.»

«Vivete in mezzo alla bellezza.»

«Penso di non ricordare Armine così bella come oggi.»

«Una scena silvana richiede il sole,» rispose Miss Temple. «Siamo stati molto fortunati nella nostra visita.»

«È qualcosa di più luminoso del sole che la rende così bella,» rispose Ferdinand; ma in quel momento apparvero i cavalli.

CAPITOLO V.

In cui il Capitano Armine è molto distratto durante la cena.

«SIETE ben montato,» disse Mr. Temple a Ferdinand.

«È un barbero. L'ho portato con me.»

«È una creatura bellissima,» disse Miss Temple.

«Ascolta, Selim,» disse Ferdinand; «rizzate le orecchie, mio destriero. Percepisco che siete un'esperta amazzone, Miss Temple. Conoscete il nostro paese, oserei dire, bene?»

«Vorrei conoscerlo meglio. Questa è solo la seconda estate che passiamo a Ducie.»

«A proposito, suppongo che conosciate il mio padrone di casa, il Capitano Armine?» disse Mr. Temple.

«No,» disse Ferdinand; «non conosco una sola persona nella contea. Io stesso sono stato a malapena ad Armine per questi cinque anni, e mio padre e mia madre non fanno visita a nessuno.»

«Che bella quercia!» esclamò Miss Temple, desiderosa di cambiare conversazione.

«Ha la fama di essere stata piantata da Sir Francis Walsingham,» disse Ferdinand. «Un mio antenato sposò sua figlia. Era il padre di Sir Walsingham, il ritratto nella galleria col bastone bianco. Lo ricordate?»

«Perfettamente: quel bellissimo ritratto! Deve essere, in ogni caso, un albero molto vecchio.»

«Ci sono poche cose più piacevoli per me di un luogo antico,» disse Mr. Temple.

«Doppiamente piacevole quando è in possesso di un'antica famiglia,» aggiunse sua figlia.

«Temo che tali sentimenti stiano svanendo in fretta,» disse Ferdinand.

«Ci sarà una reazione,» disse Mr. Temple.

«Non possono distruggere la poesia del tempo,» disse la signora.

«Spero di non avere pregiudizi molto inveterati,» disse Ferdinand; «ma sarei dispiaciuto di vedere Armine in altre mani che le nostre, lo confesso.»

«Io non varcherei mai più il parco,» disse Miss Temple.

«Per quanto riguarda le considerazioni mondane,» continuò Ferdinand, «sarebbe forse molto meglio per noi se ce ne separassimo.»

«Deve essere, in verità, un posto costoso da mantenere,» disse Mr. Temple.

«Beh, quanto a questo,» disse Ferdinand, «lasciamo che le vacche vaghino e le pecore bruchino dove i nostri padri cacciavano il cervo e facevano volare i loro falchi. Penso che se dovessero risorgere dalle loro tombe si vergognerebbero di noi.»

«No!» disse Miss Temple, «penso che quel bestiame laggiù sia molto pittoresco. Ma la verità è che qualsiasi cosa starebbe bene in un parco come questo. C’è una tale varietà di vedute.»

Il parco di Armine differiva davvero in modo sostanziale da quei pascoli rabberciati e da quegli ambiziosi recinti che oggi sono onorati con tale titolo. Era, in verità, l'antica riserva di caccia, e ben poco tosata nelle sue proporzioni originali. Aveva una circonferenza di molte miglia, abbondava di colline e valli, e offriva una grande varietà di aspetti. A volte era costellato di alberi secolari, esemplari singoli di crescita straordinaria e ricchi boschetti che sembravano coevi alla fondazione della famiglia. Tratti di aperta campagna selvaggia succedevano a questi, coperti di ginestre e felci. Poi venivano maestosi viali di sicomori o castagni spagnoli, frammenti di boschi solenni che nei tempi antichi senza dubbio raggiungevano le vicinanze della dimora padronale; e a questi succedevano a loro volta moderni boschetti.

Alla fine il nostro gruppo raggiunse il cancello da cui Ferdinand aveva calcolato che avrebbero dovuto lasciare il parco. Avrebbe volentieri fatto loro compagnia. Li salutò con un rimpianto che fu attenuato dalla speranza espressa da tutti di un rapido incontro.

«Vorrei, Capitano Armine,» disse Miss Temple, «che avessimo il vostro tappeto erboso su cui galoppare verso casa.»

«A proposito, Capitano Armine,» disse Mr. Temple, «la cerimonia dovrebbe a malapena sussistere tra vicini di campagna, e certamente non vi abbiamo dato motivo di lamentarvi della nostra riservatezza. Dato che siete solo ad Armine, forse potreste venire a cenare da noi domani. Se riuscirete a venire presto, vedremo se non riusciremo a organizzarci per abbattere qualche uccello insieme; e vi prego di ricordare che possiamo offrirvi un letto, il che penso, tutto considerato, sarebbe saggio accettare.»

«Accetto tutto,» disse Ferdinand, sorridendo; «tutte le vostre offerte. Buongiorno, mio carissimo signore; buongiorno, Miss Temple.»

«Miss Temple, davvero!» esclamò Ferdinand, quando li ebbe visti sparire dalla vista. «Squisita, incantevole, adorata creatura! Senza di te che cos'è l'esistenza? Quanto appare opaco, quanto vuoto tutto anche adesso! È come se il sole fosse appena tramontato! Oh! quella forma! quel volto radioso! quella voce musicale e vibrante! Quei toni vibrano ancora nel mio orecchio, o dovrei credere che sia stata tutta una visione! Verrà mai il domani? Oh! potessi esprimerti il mio amore, la mia travolgente, la mia assorbente, la mia ardente passione! Bellissima Henrietta! Hai un nome, mi sembra, che ho sempre amato. Dove sono? cosa dico? quali parole folli, quali parole deliranti sono queste? Non sono forse Ferdinand Armine, il promesso sposo, la vittima? Persino ora, mi sembra di udire le ruote del cocchio della mia sposa. Dio! se lei fosse lì; se fosse davvero ad Armine al mio ritorno: non la vedrò; non parlerò con loro; volerò via. Getterò al vento tutti i legami e i doveri; non sarò trascinato all'altare, un miserabile sacrificio, per riscattare, con la mia felicità perduta, le fortune mondane della mia stirpe. O Armine, Armine! lei non varcherebbe più le tue mura se altro sangue che il mio governasse il tuo bel possedimento: e io, ti darò un'altra padrona, Armine? Sarebbe davvero un tradimento! Senza di lei non posso vivere. Senza la sua forma che balza su questo tappeto erboso e brilla in questi pergolati non desidero mai vederli. Tutti gli incentivi a fare il miserabile sacrificio una volta meditato svaniscono allora; perché Armine, senza di lei, è un deserto, una tomba, un inferno. Sono libero, dunque. Eccellente logico! Ma questa donna: sono legato a lei. Legato? La parola mi fa tremare. Rabbrividisco: sento il tintinnio delle mie catene. Sono davvero legato? Sì! nell'onore. Onore e amore! Una disputa! Pah! L'Idolo deve cedere alla Divinità!»

Con queste parole folli e pensieri ancora più folli che prorompevano dalle sue labbra e correvano attraverso la sua mente; il suo percorso tanto irregolare e avventato quanto le sue fantasie; ora galoppando ferocemente, ora arrestandosi di colpo, Ferdinand arrivò finalmente a casa; e il suo occhio rapido percepì in un momento che il temuto arrivo non aveva avuto luogo. Glastonbury era nel giardino fiorito in ginocchio davanti a un vaso, sopra il quale stava addestrando una pianta rampicante. Alzò lo sguardo quando udì l'avvicinarsi di Ferdinand. La sua presenza e il suo sorriso benigno calmarono in una certa misura le feroci emozioni del suo allievo. Ferdinand sentì che il sistema di dissimulazione doveva ora iniziare; inoltre, era sempre attento a essere molto gentile con Glastonbury. Non avrebbe permesso che alcun attacco di malumore, o persino di malattia, potesse mai giustificare uno sguardo o un'espressione negligente verso quel caro amico.

«Spero, mio caro padre,» disse Ferdinand, «di essere puntuale alla nostra ora?»

«La meridiana mi dice,» disse Glastonbury, «che sei arrivato al momento giusto; e penso piuttosto che laggiù si avvicini un richiamo per il nostro pasto. Spero che tu abbia trascorso la tua mattinata piacevolmente?»

«Se tutti i giorni passassero così dolcemente, padre mio, sarei davvero benedetto.»

«Anch'io ho avuto una bella mattinata. Devi venire domani a vedere la mia grande emblasonatura degli stemmi dei Ratcliffe e degli Armine; la intendo per la galleria.» Con queste parole entrarono nel Place.

«Tu non mangi, figlio mio,» disse Glastonbury al suo compagno.

«Ho fatto una cavalcata troppo lunga, forse,» disse Ferdinand: che in verità era molto troppo eccitato per avere appetito, e così assorto che chiunque tranne Glastonbury avrebbe da tempo rilevato la sua assenza.

«Ho cambiato la mia ora oggi,» continuò Glastonbury, «per il piacere di cenare con te, e penso che domani faresti meglio a cambiare la tua ora e cenare con me.»

«A proposito, mio caro padre, tu, che sai tutto, ti capita di conoscere un gentiluomo di nome Temple in questo vicinato?»

«Credo di aver sentito dire che Mr. Ducie avesse affittato il Bower a un gentiluomo di quel nome.»

«Sai chi è?»

«Non l'ho mai chiesto; perché non provo alcun interesse se non per i proprietari, perché entrano nella mia Storia della Contea. Ma credo di aver sentito una volta che questo Mr. Temple fosse stato il nostro ministro presso qualche corte straniera. Mi offri una bella cena e non mangi nulla tu stesso. Questo piccione è saporito.»

«Ti disturberò. Penso che una volta ci sia stata una Henrietta Armine, padre mio?»

«La bellissima creatura!» disse Glastonbury, posando coltello e forchetta; «morì giovane. Era una figlia di Lord Armine; e la Regina, Henrietta Maria, fu la sua madrina. Mi addolora molto non avere alcun ritratto di lei. Era molto chiara, i suoi occhi di un dolce azzurro chiaro.»

«Oh! no; scuri, padre mio; scuri e profondi come la viola.»

«Figlio mio, lo scrittore di lettere che menziona la sua morte, li descrive come azzurro chiaro. Non conosco altra testimonianza della sua bellezza.»

«Vorrei che fossero stati scuri,» disse Ferdinand riprendendosi; «tuttavia, sono contento che ci sia stata una Henrietta Armine; è un nome bellissimo.»

«Penso che Armine faccia suonare bene qualsiasi nome,» disse Glastonbury. «Niente più vino, davvero, figlio mio. No! se proprio devo,» continuò, con un sorriso assai benevolo, «brinderò alla salute di Miss Grandison!»

«Ah!» esclamò Ferdinand.

«Figlio mio, che cosa succede?» chiese Glastonbury.

«Un moscerino, una mosca, una vespa! qualcosa mi ha punto,» disse Ferdinand.

«Lascia che vada a prendere il mio olio di gigli,» disse Glastonbury; «È un toccasana.»

«Oh, no! non è nulla, solo una mosca: pungente sul momento; niente di più.»

La cena era finita; si ritirarono in biblioteca. Ferdinand camminava per la stanza inquieto e scontroso; alla fine si ricordò del pianoforte e, fingendo un desiderio di ascoltare alcune vecchie composizioni preferite di Glastonbury, riuscì a occupare il suo compagno. Col tempo, tuttavia, il suo vecchio tutore lo invitò a prendere il suo violoncello e unirsi a lui in un concerto. Ferdinand naturalmente acconsentì al suo invito, ma il risultato non fu soddisfacente. Dopo una serie di errori, che furono il risultato naturale del fatto che i suoi pensieri erano occupati da altri argomenti, fu costretto a scusarsi con un mal di testa, e fu felice quando poté fuggire nella sua camera.

Il riposo, tuttavia, non lo attendeva più sul suo vecchio cuscino. Fu dapprima delizioso sfuggire alla costrizione sulla sua fantasticheria che aveva recentemente sperimentato. Rimase per un'ora appoggiato al suo camino spento in muta astrazione. Il freddo, tuttavia, col tempo lo costrinse ad andare a letto, ma non riusciva a dormire; i suoi occhi erano chiusi, è vero, ma la visione di Henrietta Temple non era meno evidente per lui. Ricordava ogni tratto del suo volto, ogni tratto del suo comportamento, ogni parola che aveva espresso. L'intera serie delle sue osservazioni, dal momento in cui l'aveva vista per la prima volta fino al momento in cui si erano separati, venivano ripetute con precisione, i suoi stessi toni considerati e i suoi stessi atteggiamenti ponderati. Molte furono le ore che sentì battere; divenne irrequieto e febbricitante. Il sonno non voleva obbedire; saltò giù dal letto, aprì la finestra, vide al chiaro di luna il rosaio di Barberia di cui le aveva regalato un fiore. Questo spettacolo consolante gli assicurò che non era stato, come aveva quasi immaginato, vittima di un sogno. Si inginocchiò e invocò tutte le benedizioni celesti e terrene su Henrietta Temple e sul suo amore. L'aria notturna e la fervente invocazione insieme raffreddarono il suo cervello, e la Natura lo consegnò presto, esausto, al riposo.

CAPITOLO VI.

In cui il Capitano Armine fa la sua prima visita a Ducie.

SÌ! è il mattino. È possibile? La rivedrà ancora? Quella forma di bellezza insuperabile: quel volto luminoso, quel volto abbagliante; ancora una volta benediranno la sua visione rapita? Le parlerà ancora? Quella voce musicale e vibrante, risuonerà ancora ed echeggerà nel suo orecchio rapito?

Ferdinand aveva raggiunto Armine tanti giorni prima del suo arrivo previsto, che non si aspettava che la sua famiglia e i Grandison arrivassero per almeno una settimana. Che tregua non sentì ora per questo ritardo! se mai avesse potuto azzardarsi a pensare all'argomento. Lo scacciò davvero dai suoi pensieri; l'affascinante presente occupava completamente la sua esistenza. Aspettò che arrivasse la posta; non portò lettere, lettere ora così temute! Saltò sul suo cavallo e galoppò verso Ducie.

Mr. Temple era il figlio minore di un ramo minore di una nobile famiglia. Non ereditando alcun patrimonio, era stato educato per il servizio diplomatico, e l'influenza della sua famiglia gli aveva ottenuto presto illustri incarichi. Era inviato presso una corte tedesca quando un cambio di governo causò il suo richiamo, e si ritirò, dopo una lunga carriera di abile e assiduo servizio, confortato da una pensione e glorificato da un incarico di consigliere privato. Era un uomo acuto e colto, pratico del mondo, dotato di grande autocontrollo, eppure devoto a sua figlia, l'unica prole di una moglie che aveva perso presto e amato molto.

Privata in tenera età di quel genitore di cui sarebbe diventata particolarmente affidataria, Henrietta Temple trovò nella devozione di suo padre tutta la consolazione di cui il suo stato abbandonato era suscettibile. Non fu consegnata alla custodia di una governante, o alla supervisione ancora meno comprensiva dei parenti. Mr. Temple non permise mai che sua figlia fosse separata da lui; ne curò la vita e diresse la sua educazione. Residente in una città che si arroga, non senza giustizia, il titolo di Atene tedesca, la sua allieva trasse vantaggio da tutti quei vantaggi che le venivano offerti dall'istruzione dei più abili professori. Poche persone erano più colte di Henrietta Temple anche in tenera età; ma le sue rare doti non erano le sue caratteristiche più notevoli. La Natura, che le aveva concesso quella straordinaria bellezza che abbiamo tentato di descrivere, l'aveva dotata di grandi talenti e di un'anima di temperamento sublime.

Si osservava spesso di Henrietta Temple (e la circostanza può senza dubbio essere in qualche misura spiegata dalla poca interferenza e influenza delle donne nella sua educazione) che non era mai stata una ragazzina. Si espanse subito da bambina affascinante in donna magnifica. Era entrata nella vita molto presto, e aveva presieduto alla tavola di suo padre per un anno prima del suo richiamo dalla missione. Poche donne in un periodo così breve avevano ricevuto così tanto omaggio; ma ascoltava i complimenti con orecchio negligente sebbene cortese, e riceveva le aspirazioni più ardenti con un sorriso. Gli uomini, che erano perplessi, la giudicavano fredda e senza cuore; ma gli uomini dovrebbero ricordare che la finezza di gusto, così come l'apatia di temperamento, può spiegare un corteggiamento infruttuoso. Certamente Henrietta Temple non era priva di sentimenti; nutriva per suo padre sentimenti quasi di idolatria, e quelle conoscenze più intime o dipendenti meglio qualificate per formarsi un'opinione sul suo carattere parlavano di lei sempre come di un'anima di infinita tenerezza.

Nonostante la loro reciproca devozione l'uno all'altro, non c'erano molti punti di somiglianza tra i caratteri di Mr. Temple e di sua figlia; lei era notevole per una franchezza di modi e una semplicità eppure forza di pensiero che contrastavano con i modi artificiali e le opinioni e conversazioni convenzionali del suo genitore. Una mente al contempo riflessiva ed energica permetteva a Henrietta Temple di formarsi i propri giudizi; e un candore ingenuo, che suo padre non riuscì mai a sradicare dalla sua abitudine, la spingeva generalmente a esprimerli. Era infatti impossibile persino per lui trovare a lungo da ridire su queste ebollizioni, per quanto il diplomatico potesse deplorarle; poiché la Natura aveva così infuso nell'esistenza di questo essere quel fascino indefinibile che chiamiamo grazia, che non era in vostro potere guardarla un momento senza rimanerne incantati. Uno sguardo, un movimento, un sorriso solare, una parola di musica vibrante, e tutto ciò che vi restava era adorare. C'era infatti in Henrietta Temple quella rara e straordinaria combinazione di forza intellettuale e morbidezza fisica che distingue la donna capace di esercitare un'influenza irresistibile sull'umanità. Nei bei vecchi tempi avrebbe potuto causare un assedio di Troia o una battaglia di Azio. Era una di quelle donne che fanno impazzire le nazioni, e per le quali un uomo di genio rischierebbe volentieri l'impero del mondo.

Così almeno pensava Ferdinand Armine, mentre galoppava attraverso il parco, parlando tra sé e sé, apostrofando i boschi e gridando la sua passione ai venti. Era quasi mezzogiorno quando raggiunse Ducie Bower. Si trattava di un padiglione palladiano, situato nel mezzo di splendidi giardini e circondato da verdi colline. Il sole splendeva luminoso, il cielo era senza una nuvola; gli sembrava di non aver mai visto una scena più aggraziata. Era un tempio degno della divinità che custodiva. Una facciata di quattro colonne ioniche fronteggiava una sala ottagonale, adornata di statue, che conduceva a un salone di dimensioni considerevoli e belle proporzioni. Ferdinand pensò di non essere mai entrato in vita sua in una camera così brillante. Le pareti alte erano coperte con una carta indiana di vivida fantasia, e adornate con diversi quadri che il suo occhio esperto gli assicurava essere di grande merito. La stanza, senza essere scomodamente affollata, era ampiamente fornita di mobili, ogni articolo dei quali testimoniava un gusto raffinato e lussuoso: poltrone di ogni descrizione, divani invitanti, armadietti di scelta intarsiatura e tavoli grotteschi coperti di oggetti di virtu; tutte quelle affascinanti infinite inezie, che una persona di gusto avrebbe potuto tempo fa facilmente collezionare durante una lunga residenza sul continente. Una grande lampada di porcellana di Dresda era sospesa al soffitto dipinto e dorato. Le tre alte finestre si aprivano sui giardini e ammettevano un profumo così ricco e vario che Ferdinand poteva facilmente credere che la bella padrona, come gli aveva detto, fosse davvero un'amante dei fiori. Un ponte leggero nel bosco distante, che delimitava il prato più lontano, indicava che un ruscello era vicino. Tra la bellezza della camera, la ricchezza della scena esterna e il sole luminoso che dipingeva ogni oggetto con la sua colorazione magica e faceva apparire tutto ancora più bello e brillante, Ferdinand rimase per alcuni istanti del tutto rapito. Una porta si aprì e Mr. Temple si fece avanti e lo accolse con cordialità.

Dopo aver trascorso mezz'ora a guardare i quadri e nella conversazione che ne scaturì, Mr. Temple, proponendo un rinvio al pranzo, condusse Ferdinand in una sala da pranzo, le cui decorazioni adatte piacevano meravigliosamente al suo gusto. Una tinta tenue pervadeva ogni parte della camera: il soffitto era dipinto con affreschi dai toni grigi di carattere classico e festoso, e il tavolino laterale, che si trovava in una nicchia sostenuta da quattro magnifiche colonne, era adornato con rari vasi etruschi. L'aria di riposo e immobilità che distingueva questo appartamento era accentuata dal vasto conservatorio in cui conduceva, che brillava di luce e bellezza, gruppi di alberi esotici, piante dai toni radiosi, il suono di una fontana e forme sfarzose di uccelli tropicali.

«Che bello!» esclamò Ferdinand.

«È carino,» disse Mr. Temple, tagliando un pasticcio, «ma siamo persone molto umili e non possiamo competere con i signori dei castelli gotici.»

«Mi sembra,» disse Ferdinand, «che Ducie Bower sia il posto più squisito che abbia mai visto.»

«Se lo aveste visto due anni fa avreste pensato diversamente,» disse Mr. Temple; «vi assicuro che temevo di diventarne l'inquilino. Henrietta ha diritto a tutto il merito, poiché si è assunta l'intera responsabilità. Non c'è sulle rive del Brenta una villa più cupa e desolata di quanto apparisse Ducie quando arrivammo per la prima volta; e quanto ai giardini, erano una perfetta landa selvaggia. Ha fatto tutto lei. Era un unico, vasto, desolato e trascurato prato, usato come pascolo per le pecore quando arrivammo. Quanto ai soffitti, ero quasi tentato di imbiancarli, eppure vedete che si sono puliti meravigliosamente; e, dopo tutto, richiedeva solo un po' di gusto e lavoro. Non ho speso molti soldi qui. Ho costruito il conservatorio, certo. Henrietta non poteva vivere senza un conservatorio.»

«Miss Temple ha perfettamente ragione,» dichiarò Ferdinand. «È impossibile vivere senza un conservatorio.»

In quel momento l'eroina della loro conversazione entrò nella stanza, e Ferdinand impallidì. Gli tese la mano con un sorriso aggraziato; mentre la toccava, tremava dalla testa ai piedi.

«Non vi siete stancata, spero, per la vostra cavalcata, Miss Temple?» riuscì finalmente a dire.

«Per nulla! Sono un'amazzone esperta. Papà e io facciamo cavalcate molto lunghe insieme.»

Quanto al mangiare, con Henrietta Temple nella stanza, Ferdinand trovò che fosse del tutto impossibile. Nel momento in cui apparve, il suo appetito svanì. Ansioso di parlare, ma privato della sua abituale scioltezza, iniziò a lodare Ducie.

«Dovete vederlo,» disse Miss Temple: «facciamo una passeggiata per i giardini?»

«Mia cara Henrietta,» disse suo padre, «immagino che il Capitano Armine sia in questo momento abbastanza stanco; inoltre, quando si muoverà, forse gli piacerà prendere il suo fucile; dimenticate che è un cacciatore e che non può perdere la sua mattinata a parlare con le signore e a raccogliere fiori.»

«Davvero, signore, ve lo assicuro,» disse Ferdinand, «non c’è nulla che mi piaccia tanto quanto parlare con le signore e raccogliere fiori; vale a dire, quando le signore hanno un gusto raffinato come Miss Temple, e i fiori sono belli come quelli di Ducie.»

«Ebbene, vedrete il mio giardino d’inverno, Capitano Armine,» disse Miss Temple, «e dopo andrete a uccidere qualche pernice.» Così dicendo, entrò nel giardino d’inverno, e Ferdinand la seguì, lasciando Mr. Temple al suo pasticcio.

«Questi boschetti di aranci mi ricordano Palermo,» disse Ferdinand.

«Ah!» disse Miss Temple, «non sono mai stata nel dolce sud.»

«Mi sembrate una persona nata per vivere in un palazzo siciliano,» disse Ferdinand, «per vagare tra boschetti profumati, e per ammirare un chiaro di luna più caldo di questo sole.»

«Vedo che fate dei complimenti,» disse Miss Temple, guardandolo con aria maliziosa, e incontrando uno sguardo serio e dolce.

«Credetemi, non a voi.»

«Cosa pensate di questo fiore?» disse Miss Temple, voltandosi via piuttosto rapidamente e indicando una pianta singolare. «È la cosa più singolare del mondo: ma se viene curata da chiunque altro che non sia io, appassisce. Non è buffo?»

«Non credo,» disse Ferdinand.

«Vi scuso per la vostra incredulità; nessuno ci crede; nessuno può; eppure è del tutto vero. Il nostro giardiniere ha rinunciato per la disperazione. Mi chiedo cosa possa essere.»

«Credo debba essere un principe incantato,» disse Ferdinand.

«Se lo pensassi, quanto desidererei una bacchetta per liberarlo!» disse Miss Temple.

«Spezzerei la vostra bacchetta, se ne aveste una,» disse Ferdinand.

«Perché?» disse Miss Temple.

«Oh! non lo so,» disse Ferdinand; «suppongo perché credo che siate abbastanza incantevole anche senza.»

«Sono tenuta a considerare questa un’ottima logica,» disse Miss Temple.

«Ammirate la mia fontana e i miei uccelli?» continuò, dopo una breve pausa. «Dopo Armine, Ducie sembra un giocattolino un po’ pacchiano.»

«Ducie è il Paradiso,» disse Ferdinand. «Mi piacerebbe passare la mia vita in questo giardino d’inverno.»

«Come principe incantato, suppongo?» disse Miss Temple.

«Esattamente,» disse il Capitano Armine; «diventerei volentieri in questo istante un fiore, se fossi sicuro che Miss Temple nutrisse la mia esistenza.»

«Taglierei i vostri viticci e vi affogherei con un innaffiatoio,» disse Miss Temple; «siete davvero molto siciliano nel vostro conversare, Capitano Armine.»

«Venite,» disse Mr. Temple, che ora li aveva raggiunti, «se vi piacerebbe davvero fare una passeggiata per i terreni, ordinerò al guardiacaccia di incontrarci al cottage.»

«Un’ottima proposta,» disse Miss Temple.

«Ma devi prenderti un cappello, Henrietta; devo proibirti di uscire scoperta.»

«No, papà, questo basterà,» disse Miss Temple, prendendo un fazzoletto, attorcigliandolo attorno alla testa e legandolo sotto il mento.

«Sembri una vecchia, Henrietta,» disse suo padre, sorridendo.

«Non dirò a chi assomigliate, Miss Temple,» disse il Capitano Armine, con uno sguardo di ammirazione, «per timore che pensiate che questa volta stia parlando siciliano.»

«Vi premio per la vostra tolleranza con una rosa,» disse Miss Temple, cogliendo un fiore. «È un contraccambio per il vostro bellissimo regalo di ieri.»

Ferdinand premette il dono sulle labbra.

Si incamminarono; entrarono in un Paradiso, dove i fiori più dolci sembravano raggruppati in ogni combinazione delle forme più scelte; cesti, vasi e aiuole di infinita fantasia. Mille api e farfalle riempivano l’aria con le loro sagome sfuggenti e la loro musica allegra, e gli uccelli dai boschetti vicini si univano al coro di melodia. I sentieri nel bosco lungo i quali ora vagavano concedevano a intervalli scorci del paesaggio ornato, e occasionalmente la vista si estendeva oltre i limiti recintati, mostrando i tetti raggruppati e ombrosi del villaggio vicino, o qualche collina boscosa costellata da una fattoria, o una guglia lontana. Per quanto riguarda Ferdinand, passeggiava, pieno di pensieri meravigliosi e fantasie vibranti, in uno stato sognante che aveva bandito ogni ricordo o consapevolezza, se non quella del presente. Era felice; positivamente, perfettamente, supremamente felice. Era felice per la prima volta in vita sua. Non aveva idea che la vita potesse offrire tale beatitudine come quella che ora riempiva il suo essere. Che catena di sensazioni miserabili, insipide e fittizie sembrava l’intero corso della sua esistenza passata. Persino le gioie di ieri non erano nulla rispetto a queste; Armine era associato a troppe cose comuni e cupe per realizzare l’ideale nel quale ora si beava. Ma ora ogni circostanza contribuiva a incantarlo. La novità, la bellezza della scena, si fondevano armoniosamente con la sua passione. Il sole gli sembrava un sole più brillante dell’astro che illuminava Armine; il cielo più terso, più puro, più odoroso. Sembrava esserci una magica simpatia negli alberi, e ogni fiore gli ricordava la sua dama. E poi si guardò attorno e la vide. Era davvero sveglio? Era in Inghilterra? Era nello stesso globo in cui finora si era mosso e aveva agito? Che cos’era questa forma incantevole che si muoveva davanti a lui? Era davvero una donna?

O dea certè!

Anche quella voce, ora più selvaggia dell’uccello più selvaggio, ora bassa e sommessa, eppure sempre dolce; dove si trovava, cosa ascoltava, cosa vedeva, cosa provava? La presenza di suo padre soltanto lo tratteneva dal cadere in ginocchio ed esprimere a lei la sua adorazione.

Alla fine i nostri amici arrivarono a un cottage pittoresco e ricoperto d’edera, dove il guardiacaccia, con i loro fucili e i cani, attendeva Mr. Temple e il suo ospite. Ferdinand, sebbene un appassionato cacciatore, contemplò lo spettacolo con sgomento. Esecrò, allo stesso tempo, l’esistenza delle pernici e l’invenzione della polvere da sparo. Resistere al suo destino, tuttavia, era impossibile; prese il suo fucile e si voltò per congedarsi dalla sua ospite.

«Non mi piace affatto lasciare il Paradiso,» disse a bassa voce: «devo andare?»

«Oh! certamente,» disse Miss Temple. «Vi farà molto bene.»

Mai nessuno sparò inizialmente in modo così sconsiderato. Col tempo, tuttavia, Ferdinand si riprese abbastanza da recuperare la sua reputazione presso il guardiacaccia, il quale, fin dalla sua prima osservazione, iniziò a fare l’occhiolino a suo figlio, un battitore che lo accompagnava, e di tanto in tanto si spingeva persino la lingua all’interno della guancia, un gesto significativo perfettamente compreso dal ragazzino. «Per la vita mia, Sam,» osservò poi profondamente, «non sono riuscito a capire questo Capitano in nessun modo, per nulla. All’inizio pensavo che stesse per mettere il calcio alla spalla. Impiccato se ho mai visto un tale signore. Ha mancato tutto; e alla fine se non ha colpito i tiri più lunghi al volo senza prendere la mira. Impiccato se ho mai visto un tale signore. Ha colpito tutto. Quel Capitano mi ha lasciato perplesso, di sicuro.»

La compagnia a cena fu incrementata da un vicino proprietario terriero con sua moglie, e dal rettore della parrocchia. Ferdinand fu posto alla destra di Miss Temple. Più la contemplava, più lei gli sembrava bella. Scopriva a ogni istante qualche fascino prima inosservato. Gli sembrava di non essere mai stato in una società così gradevole, sebbene, a dire il vero, la conversazione non fosse di carattere molto brillante. Mr. Temple raccontò lo sport della mattinata al proprietario terriero, le cui orecchie si accesero a un argomento congeniale, e ogni riserva della contea fu poi discussa, con alcuni episodi sul bracconaggio. Il rettore, un anziano gentiluomo che aveva cenato nei giorni passati ad Armine Place, ricordò a Ferdinand quella gradevole circostanza, speranzoso forse che l’invito potesse portare a un rinnovo della sua conoscenza con quella tavola ospitale. Fu dolorosamente prolisso nella sua descrizione dei giorni pubblici del famoso Sir Ferdinand. Dal servizio di piatti ai trenta servitori in livrea, nulla fu omesso.

«Il nostro amico si occupa di racconti arabi,» sussurrò Ferdinand a Miss Temple; «potete testimoniare che viviamo abbastanza tranquillamente ora.»

«Non dimenticherò certamente la mia visita ad Armine,» rispose Miss Temple; «è stato uno dei giorni gradevoli della mia vita.»

«E questo significa molto, perché penso che la vostra vita debba essere abbondata di giorni gradevoli.»

«Non posso davvero rivendicare quella miseria che rende molte persone interessanti,» disse Miss Temple; «sono una persona molto comune, perché sono sempre stata felice.»

Quando le signore si ritirarono, sembrò esserci ben poca inclinazione da parte del proprietario terriero e del rettore a seguire il loro esempio; e il Capitano Armine, quindi, lasciò presto Mr. Temple al suo destino, e fuggì nel salotto. Scivolò su un posto su un ottomano, al fianco della sua ospite, e ascoltò in silenzio la conversazione. Che conversazione! In qualsiasi altro momento, in qualsiasi altra circostanza, Ferdinand si sarebbe sentito infastidito e stancato dal suo corso banale: tutto il noioso dettaglio del chiacchiericcio di contea, nel quale la moglie del proprietario terriero era esperta, e con il quale Miss Temple era troppo ben educata per non apparire simpatizzante; eppure la conversazione, per Ferdinand, appariva davvero affascinante. Ogni accento di Henrietta suonava come spirito; e quando chinava la testa in assenso alle ovvie deduzioni del suo compagno, c’era in ogni movimento una grazia così ineffabile, che Ferdinand avrebbe potuto sedere in silenzio e ascoltare, incantato, per sempre: e di tanto in tanto, inoltre, si voltava verso il Capitano Armine, e faceva appello su qualche punto alla sua conoscenza o al suo gusto. Gli sembrava di non aver mai ascoltato suoni così dolcemente vibranti come la sua voce. Era un’esplosione di musica simile a un uccello, che ben si addiceva al sole scintillante dei suoi occhi violetti.

I suoi ultimi compagni entrarono. Ferdinand si alzò dal suo posto; le finestre del salone erano aperte; uscì in giardino. Sentì la necessità di essere un momento solo. Procedette qualche passo oltre la portata di ogni sguardo, e poi, appoggiandosi a una statua, e seppellendo il viso tra le braccia, cedette a un’emozione irresistibile. Quali pensieri selvaggi attraversassero il suo animo impetuoso in quel momento, è difficile ipotizzare. Forse era la passione a ispirare quella reverie convulsiva; forse poteva essere il rimorso. Si abbandonò a quei sentimenti nuovi che in poche brevi ore avevano cambiato tutte le sue aspirazioni e colorato la sua intera esistenza; o era torturato da quel futuro oscuro e sconcertante, dal quale la sua immaginazione lottava invano per liberarlo?

Fu scosso dalla sua reverie, breve ma tumultuosa, dalla nota di musica, e poi dal suono di una voce umana. Il cervo che rileva il corno del cacciatore non avrebbe potuto balzare con emozione più selvaggia. Ma solo un organo soave poteva emettere quella voce. Si avvicinò, ascoltò; la voce di Henrietta Temple fluttuò verso di lui nell’aria, respirando con mille profumi. In un istante fu al suo fianco, la moglie del proprietario terriero stava accanto a lei; i gentiluomini, per un momento distolti da una discussione politica, formavano un gruppo in una parte distante della stanza, il rettore che si avventurava di tanto in tanto in un sussurro praticato per rafforzare un argomento disturbato. Ferdinand scivolò dentro inosservato dall’affascinante esecutrice. Miss Temple non solo possedeva una voce di raro tono ed estensione, ma questo delizioso dono della natura era stato coltivato con arte raffinata. Ferdinand, egli stesso un musicista, e appassionatamente devoto alla melodia vocale, ascoltò con un rapimento non esagerato.

«Oh! bellissimo!» esclamò, mentre la cantante cessava.

«Capitano Armine!» gridò Miss Temple, guardandosi attorno con un sorriso selvaggio e ammaliante. «Pensavo che stesse meditando al crepuscolo.»

«La vostra voce mi ha chiamato.»

«Vi interessa la musica?»

«Poco altro.»

«Cantate?»

«Canticchio.»

«Provate questo.»

«Con voi?»

Ferdinand Armine non era indegno di cantare con Henrietta Temple. Sua madre era stata la sua abile istruttrice nell’arte fin dalla sua infanzia, e la sua frequente residenza a Napoli e in altre parti del sud gli aveva offerto ampie opportunità di perfezionare un talento così precocemente coltivato. Ma stasera l’amore per qualcosa oltre la sua arte ispirò la voce di Ferdinand. Cantando con Henrietta Temple, versò per lei in sicurezza tutta la passione che infuriava nella sua anima. La moglie del proprietario terriero sembrava confusa; Henrietta stessa impallidì; i politici smisero persino di sussurrare, e avanzarono dal loro angolo verso lo strumento; e quando il duetto fu terminato, Mr. Temple offrì le sue sincere congratulazioni al suo ospite. Anche Henrietta si voltò con alcune parole di encomio verso Ferdinand; ma le parole erano deboli e confuse, e infine, chiedendo al Capitano Armine di favorirli cantando da solo, si alzò e lasciò il suo posto.

Ferdinand prese la chitarra, e si accompagnò in un’aria napoletana. Era gaia e festosa, una Ritornella che potrebbe chiamare la tua dama a danzare al chiaro di luna. E poi, tra molte congratulazioni, offrì la chitarra a Miss Temple.

«Nessuno ascolterà una melodia semplice dopo qualcosa di così brillante,» disse Miss Temple, mentre toccava una corda, e, dopo un leggero preludio, cantò queste parole:--

LA ABBANDONATA.

I.

Sì, piangere è follia, Via con questa lacrima, Che nessun segno di tristezza Tradisca l’angoscia selvaggia che temo. Quando lo incontreremo stasera, Sii muto allora, mio cuore! E il mio sorriso sia luminoso, Come se non dovessimo mai separarci.

II.

Ragazza! dammi lo specchio Che diceva che ero bella; Ahimè! errore fatale, Questa immagine rivela la mia disperazione. I sorrisi non possono più passare Su questa fronte sbiadita, E io frantumo questo vetro, Come il suo amore e il suo fragile voto!

«La musica,» disse Ferdinand, pieno di entusiasmo, «è-----»

«Di Henrietta,» rispose suo padre.

«E le parole?»

«Sono state trovate nella gabbia del mio canarino,» disse Henrietta Temple, alzandosi e ponendo fine alla conversazione.

CAPITOLO VII.

In cui il Capitano Armine si abbandona a una reverie.

Fu annunciata la carrozza del proprietario terriero, e poi arrivò lo scialle di sua moglie. Quanto fu felice Ferdinand quando ricordò che doveva rimanere a Ducie. Rimanere a Ducie!

Rimanere sotto lo stesso tetto di Henrietta Temple. Che beatitudine! che beatitudine rapitrice! Tutta la sua vita, e la sua non era stata monotona; sembrava che tutta la sua vita non potesse offrire una situazione così avventurosa e così dolce come questa. Ora sono andati via. Il proprietario terriero e sua moglie, e il degno rettore che ricordava così bene Armine; sono tutti partiti, tutti gli addii sono stati pronunciati; dopo questo piccolo e inevitabile trambusto, il silenzio regna nel salone di Ducie. Ferdinand camminò verso la finestra. La luna era alta; l’aria era dolce e silenziosa; il paesaggio chiaro, sebbene soffuso. Oh! cosa non avrebbe dato per aver passeggiato in quel giardino con Henrietta Temple, per aver versato tutta la sua anima a lei, per averle detto quanto era meravigliosamente bella, quanto selvaggiamente ammaliante, e quanto la amava, quanto sospirava di legare il suo destino al suo, e vivere per sempre nell’atmosfera brillante della sua grazia e bellezza.

«Buonanotte, Capitano Armine,» disse Henrietta Temple.

Si voltò frettolosamente, arrossì, impallidì. Lì stava lei, in una mano una luce, l’altra tesa verso l’ospite di suo padre. Le strinse la mano, sospirò, sembrò confuso; poi, lasciando improvvisamente la sua mano, camminò rapidamente verso la porta del salone, che aprì affinché lei potesse ritirarsi.

«Il giorno più felice della mia vita è finito,» mormorò.

«Siete così facilmente contento allora, che penso dobbiate essere sempre felice.»

«Temo di non essere così facilmente contento come immaginate.»

Se n’è andata. Ore, molte e lunghe ore, devono trascorrere prima che la riveda, prima che ascolti di nuovo quella musica, osservi quella grazia aerea, e incontri il bagliore luminoso di quell’occhio affascinante. Che miseria c’era in questa idea? Quanto poco era sembrato finora apprezzare la gioia di essere suo compagno. Maledisse le ore che erano state sprecate lontano da lei nello sport del mattino; si incolpò di non aver lasciato la sala da pranzo persino prima, o di aver lasciato il salone per un momento, per comunicare con i propri pensieri in giardino. Con difficoltà si trattenne dal riaprire la porta, per ascoltare il suono lontano dei suoi passi, o cogliere, forse, lungo qualche corridoio, l’eco sbiadita della sua voce. Ma Ferdinand non era solo; Mr. Temple rimaneva ancora. Quel gentiluomo alzò il viso dal giornale mentre il Capitano Armine avanzava verso di lui; e, dopo alcune osservazioni sullo sport della giornata, e una speranza che avrebbe ripetuto la sua prova del maniero domani, propose il loro ritiro. Ferdinand naturalmente acconsentì, e in un istante stava salendo con il suo ospite la nobile e italiana scala: e fu poi condotto dal vestibolo nella sua stanza.

La sua precedente visita alla camera era stata così frettolosa che aveva fatto solo un’osservazione generale sul suo aspetto. Poco incline al sonno, ora la esaminò più criticamente. In una nicchia c’era un letto alla francese di arredamento semplice. Sulle pareti, che erano coperte con una carta rustica, erano sospesi diversi disegni, rappresentanti vedute nella Svizzera sassone. Erano così audaci e pieni di spirito che attiravano l’attenzione; ma l’occhio rapido di Ferdinand rilevò istantaneamente le iniziali dell’artista nell’angolo. Erano lettere che facevano tremare il suo cuore, mentre fissava con ammirata tenerezza le sue opere. Davanti a un divano, coperto con un chintz di un motivo corrispondente alla carta delle pareti, era posto un piccolo tavolo alla francese, sul quale c’era materiale per scrivere; e il suo tavolo da toeletta e la sua mensola del camino erano abbondantemente ornati con fiori rari; su tutti i lati c’erano sintomi di gusto femminile e considerazione femminile.

Ferdinand ritirò accuratamente dal suo cappotto il fiore che Henrietta gli aveva dato al mattino, e che aveva indossato tutto il giorno. Lo baciò, lo baciò più di una volta; premette la sua forma alquanto sbiadita sulle labbra con cauta delicatezza; poi curandolo con la massima attenzione, lo pose in un vaso d’acqua, che tenendo in mano, si gettò in una poltrona, con gli occhi fissi sul dono che più apprezzava al mondo.

Un’ora passò, e Ferdinand Armine rimase fisso nella stessa posizione. Ma nessuno che contemplasse quel volto bellissimo e pensieroso, e la morbidezza sognante di quel grande occhio grigio, avrebbe potuto per un momento concepire che i suoi pensieri fossero meno dolci dell’oggetto che sembravano guardare. Nessun lontano ricordo lo disturbava ora, nessuna memoria del passato, nessuna paura del futuro. Il delizioso presente monopolizzava la sua esistenza. I legami del dovere, le pretese dell’affetto domestico, le considerazioni mondane che per una crudele disposizione erano sembrate, per così dire, contaminare persino la sua innocente e spensierata giovinezza, persino gli urgenti appelli della sua critica e pericolosa situazione; tutto, tutto era dimenticato in un intenso delirio di amore assorbente.

Subito dopo si alzò dal suo posto, e camminò nella sua stanza per alcuni minuti, con gli occhi fissi a terra. Poi, togliendosi i vestiti, e prendendo il fiore dal vaso, che aveva precedentemente posto sul tavolo, lo depositò nel suo petto. «Bellissimo, amato fiore,» esclamò; «così, così vincerò e indosserò la tua dama!»

CAPITOLO VIII.

Uno strano sogno.

Irrequieti sono i sogni dell’amante che è giovane. Ferdinand Armine balzò sveglio dall’agonia di un sonno terribile. Stava camminando in un giardino con Henrietta Temple, la sua mano era stretta nella sua, i suoi occhi fissi a terra, mentre sussurrava parole deliziose. Il suo viso era arrossato, il suo discorso ansante e basso. Delicatamente avvolse il suo braccio libero attorno alla sua forma aggraziata; lei alzò lo sguardo, i suoi occhi espressivi incontrarono i suoi, e le loro labbra tremanti sembravano sul punto di unirsi in un------

Quando ecco! lo splendore del giardino svanì, e tutto sembrò cambiato e fioco; invece dei bei sentieri arcuati, nei quali un momento prima sembravano vagare, era sotto il tetto a volta di qualche tempio che ora si muovevano; invece dell’aiuola di fiori splendenti dalla quale stava per cogliere un’offerta per il suo petto, un altare si levò, dal cui centro balzò su una lingua di fuoco rapida e livida. Il sognatore fissò la sua compagna, e la sua forma era tinta con la tonalità scura della fiamma, e teneva al suo volto una sciarpa, come se oppressa dal calore innaturale. Un grande timore lo colse improvvisamente. Con fretta, eppure con tenerezza, egli stesso ritirò la sciarpa dal volto della sua compagna, e questo movimento rivelò il viso di Miss Grandison.

Ferdinand Armine si svegliò e balzò a sedere nel letto. Davanti a lui appariva ancora quella figura inaspettata. Saltò giù dal letto, fissò la sagoma con occhi sbarrati e bocca aperta. Era lì, di certo era lì; era Katherine, Katherine la sua promessa sposa, triste e carica di rimprovero. La figura svanì davanti a lui; egli avanzò con la mano tesa; nella sua disperazione si risolse ad afferrare la forma sfuggente: e trovò tra le sue mani la vestaglia, che aveva gettato sullo schienale di una sedia.

«Un sogno, e null’altro che un sogno, dopo tutto,» mormorò tra sé; «eppure, uno strano sogno.»

La fronte era accaldata; aprì la finestra. Era ancora notte; la luna era svanita, ma le stelle brillavano ancora. Richiamò a sé con uno sforzo la scena di cui era venuto a conoscenza per la prima volta ieri. Davanti a lui, sereni e immobili, sorgevano i boschetti di Ducie. E la loro signora? Quella forma angelica la cui mano aveva stretto nel suo sogno, non era dunque solo un’ombra. Respirava, viveva, e sotto lo stesso tetto. Henrietta Temple era in quel momento sotto lo stesso tetto di lui: e come erano i suoi sonni? Erano agitati come i propri, o dolci e innocenti come lei? La sua figura aleggiava sulla sua visione chiusa in quest’ora incantata, come la di lei aveva visitato la sua? Era stata spaventata via da un’apparizione altrettanto terribile? Qualcuno aveva per lei lo stesso legame che Katherine Grandison aveva per lui? Un timore spaventoso, che gli si era presentato ora per la prima volta, e che sembrava non poter mai più abbandonare la sua mente. Le stelle svanirono, il respiro del mattino si diffuse, sorse il canto degli uccelli. Esausto nel corpo e nello spirito, Ferdinand Armine si gettò sul letto, e ben presto si perse in sonni indisturbati come la tomba.

CAPITOLO IX.

Che spero possa rivelarsi altrettanto piacevole per il lettore quanto per il nostro eroe.

Il servitore di Ferdinand, che egli aveva spedito la sera precedente ad Armine, tornò di buon’ora con le lettere del suo padrone; una da sua madre, e una da Miss Grandison.

Tutti dovevano arrivare alla tenuta dopodomani. Ferdinand aprì quelle epistole con mano tremante. La vista della grafia di Katherine, la sua Katherine, era quasi terribile quanto il suo sogno. Gli richiamava, con una realtà spaventosa, la sua situazione attuale, che aveva scacciato dai suoi pensieri. Aveva lasciato la sua famiglia, la sua famiglia che gli era così devota, e che egli tanto amava, felice, anzi, trionfante, un fidanzato impegnato e rallegrato. Ciò che era accaduto nelle ultime quarantotto ore sembrava aver cambiato completamente tutti i suoi sentimenti, tutti i suoi desideri, tutti i suoi punti di vista, tutte le sue speranze! Aveva incontrato in quell’intervallo un singolo essere umano, una donna, una ragazza, una ragazza giovane e innocente; aveva guardato quella ragazza e ascoltato la sua voce, e la sua anima era mutata come la terra al sorgere del sole. Mentre, giacendo nel suo letto, leggeva quelle lettere e meditava sul loro contenuto, e su tutti i pensieri che suggerivano, la stranezza della vita, il mistero della natura umana, lo colpivano dolorosamente. Il suo padre malinconico, la sua madre affettuosa e confidente, il devoto Glastonbury, tutte le circostanze mortificanti della sua illustre stirpe, sorgevano in dolorosa successione davanti a lui. Né poteva dimenticare le proprie meschine follie e quella fatale visita a Bath, le cui conseguenze tintinnavano nella sua memoria come ceppi degradanti e vergognosi. Il peso dell’esistenza sembrava intollerabile. Quell’amore domestico che tanto aveva sollevato la sua esistenza, richiamava ora solo le associazioni più dolorose. Nella frenesia dei suoi pensieri desiderava essere solo al mondo, per lottare col suo destino e plasmare le sue fortune. Si sentiva uno schiavo e un sacrificio. Maledisse Armine, la sua antica casata, e le sue fortune infrante. Sentiva che la morte era preferibile alla vita senza Henrietta Temple. Ma anche supponendo che egli potesse svincolarsi dal suo impegno avventato; anche ammettendo che tutte le considerazioni mondane potessero essere gettate via, e l’orgoglio di suo padre, e l’amore di sua madre, e le pure speranze di Glastonbury potessero essere tutti oltraggiati; che possibilità, che speranza c’era di ottenere il suo grande scopo? Che cos’era, che cos’era, Ferdinand Armine, libero come l’aria dalle pretese di Miss Grandison, con ogni senso del dovere estirpato dal suo seno un tempo sensibile, ed esistente solo per la gratificazione delle sue folli fantasie? Un mendicante, peggio di un mendicante, senza una casa, senza la possibilità di offrire una casa alla signora della sua passione; anzi, neppure certo che il severo processo della legge non potesse reclamare istantaneamente la sua vittima, e lui stesso essere trascinato dall’altare alla prigione!

Mesto e malinconico, si recò nel salone; scorse Henrietta Temple, e la nube lasciò la sua fronte, e leggerezza giunse al suo cuore. Mai era apparsa così bella, così fresca e luminosa, così simile a un fiore leggiadro con la rugiada sulle foglie. La sua voce penetrò la sua anima; il suo sorriso solare riscaldò il suo petto. Anche suo padre lo accolse con gentilezza, e chiese dei suoi sonni, che assicurò al signor Temple essere stati soddisfacenti.

«Trovo,» continuò il signor Temple, «che la posta mi ha portato oggi degli affari che, temo, richiedono la mattinata per essere sbrigati; ma spero che non dimenticherete la vostra promessa. Il guardiacaccia sarà pronto ogni volta che lo chiamerete.»

Ferdinand mormorò qualcosa riguardo al disturbo e all'intrusione, e all'atteso arrivo della sua famiglia; ma Miss Temple lo pregò di accettare l'offerta, e il rifiuto fu impossibile.

Dopo colazione il signor Temple si ritirò nella sua biblioteca, e Ferdinand si ritrovò solo per la prima volta con Henrietta Temple.

Lei stava copiando una miniatura di Carlo I. Ferdinand guardò oltre la sua spalla.

«Un volto malinconico!» osservò.

«È uno dei miei preferiti,» rispose lei.

«Eppure siete sempre allegra.»

«Sempre.»

«Vi invidio, Miss Temple.»

«Cosa, siete malinconico?»

«Ne ho ogni motivo.»

«Davvero, avrei pensato il contrario.»

«Mi considero il più sfortunato degli esseri umani,» rispose Ferdinand.

Parlò così seriamente, con un tono di sentimento così profondo e amaro, che Miss Temple non poté resistere a guardare il suo compagno. Il suo volto era cupo.

«Mi sorprendete,» disse Miss Temple; «penso che poche persone dovrebbero essere infelici, e sospetto piuttosto che ve ne siano meno di quanto immaginiamo.»

«Tutto ciò che desidero,» rispose lui, «è che la battaglia di Newbury avesse assistito all’estinzione della nostra famiglia così come del nostro titolo nobiliare.»

«Un titolo, e un titolo come il vostro, è una bella cosa,» disse Henrietta Temple, «una cosa molto bella; ma non mi addolorerei, se fossi in voi, per questo. Preferirei essere un Armine senza una corona che molte fronti che conosco con essa.»

«Avete frainteso una sciocca frase,» replicò Ferdinand. «Non stavo pensando alla perdita della nostra corona, sebbene quella sia solo parte del sistema. La nostra famiglia, ne sono certo, è segnata dal destino. Nascita senza onore, possedimenti senza fortuna, vita senza felicità, questo è il nostro destino.»

«Quanto al primo,» disse Miss Temple, «gli onorevoli sono sempre onorati; il denaro, a dispetto di ciò che si dice, sento che non è la cosa più grande del mondo; e quanto alla miseria, confesso di non credere molto facilmente alla miseria della giovinezza.»

«Possa voi non provarla mai!» rispose Ferdinand; «possa voi non essere, come me, vittima della dissolutezza familiare e dell’orgoglio familiare!» Così dicendo, si voltò e, prendendo un libro, per pochi minuti sembrò assorto nelle sue riflessioni.

Riprese improvvisamente la conversazione con un tono più allegro. Tenendo in mano un volume del Petrarca, accennò leggermente, ma con grazia, alla poesia italiana; poi divagò sui suoi viaggi, raccontò un’avventura con vivacità, e rispose alle vivaci osservazioni di Miss Temple con gaiezza e prontezza. Il mattino avanzava; Miss Temple chiuse il suo portafoglio e fece visita ai suoi fiori, invitandolo a seguirla. Il suo invito era appena necessario, i suoi movimenti erano regolati da quelli di lei; le era fedele come la sua ombra. Dal giardino d'inverno entrarono nel giardino; Ferdinand amava i giardini quanto Miss Temple. Lei lodò il giardino fiorito di Armine. Lui le diede qualche ragguaglio sul suo principale creatore. Il carattere di Glastonbury interessò molto Miss Temple. L’amore è confidenziale; non ha paura del ridicolo. Ferdinand entrò con libertà e tuttavia con grazia nei dettagli familiari, dai quali, in un altro momento e con un'altra persona, sarebbe stato il primo a ritrarsi. L’immaginazione di Miss Temple fu grandemente colpita dal suo semplice, e per lei, commovente racconto di questa antica stirpe che viveva nella sua solitudine ereditaria, con tutto il loro nobile orgoglio e l'altera povertà. La scena, le circostanze, erano tutte tali da compiacere la fantasia di una fanciulla; e lui, l’eroe naturale di questa singolare storia, non sembrava mancare di nessuna di quelle qualità eroiche che il più sfrenato spirito romantico potrebbe richiedere per il completamento del suo incantesimo. Bello come i suoi antenati, e, ne era certa, altrettanto coraggioso, giovane, vivace, aggraziato e colto, uno spirito gaio e audace si mescolava alla malinconica melodia della sua voce, e occasionalmente contrastava con il carattere alquanto sommesso e temperato del suo contegno.

«Bene, non disperate,» disse Henrietta Temple; «le ricchezze non hanno reso felice Sir Ferdinand. Sono fiduciosa che la casata fiorirà ancora.»

«Non ho fiducia,» rispose Ferdinand; «sento che la lotta col nostro destino è infruttuosa. Una volta davvero mi sentivo come voi; c’è stato un tempo in cui provavo persino un orgoglio immaginario per tutte le follie di mio nonno. Ma questo è passato; sono vissuto per esecrare la sua memoria.»

«Zitto! Zitto!»

«Sì, per esecrare la sua memoria! Ripeto, per esecrare la sua memoria! Le sue follie si frappongono tra me e la mia felicità.»

«Davvero, non vedo come.»

«Possa voi non vederlo mai! Non posso nascondere a me stesso di essere uno schiavo, e uno schiavo miserabile, e che la sua carriera ha attirato su di me questa maledizione di servitù. Ma via tutto ciò! Dovete pensarmi, Miss Temple, il più egoista degli esseri umani; eppure, per rendere giustizia a me stesso, non ricordo di aver parlato così tanto di me prima d'ora.»

«Volete passeggiare con me?» disse Miss Temple, dopo un momento di silenzio; «sembrate poco incline ad approfittare dell’invito di mio padre allo sport solitario. Ma non posso restare a casa, perché ho visite da fare, sebbene temo che le riterrete piuttosto noiose.» «Perché mai?»

«Le mie visite sono ai cottage.»

«Non amo nulla di più. Ero solito essere sempre il compagno di mia madre in tali occasioni.»

Così, attraversando il prato, entrarono in un bellissimo bosco di considerevole estensione, che formava il confine della proprietà, e, dopo aver trascorso del tempo in piacevole conversazione, sbucarono su una landa di non comune estensione o bellezza, poiché era fittamente cosparsa in alcune parti di legname alto, mentre in altre la ginestra e la felce davano ricchezza e varietà alla vasta distesa di manto erboso verdeggiante, appena segnato, se non dal leggero zoccolo della cavalla di Miss Temple.

«Non è così grandioso come Armine Park,» disse Miss Temple; «ma siamo orgogliosi della nostra landa.»

Il fumo grigio e sottile che saliva in diverse direzioni era un faro per le visite caritatevoli di Miss Temple. Era evidente che ella era una visitatrice abituale e amata. Ogni porta di cottage era familiare al suo ingresso. I bambini sorridevano al suo avvicinarsi; le loro madri si alzavano e facevano una riverenza con affettuoso rispetto. Quanti nomi e quanti bisogni doveva ricordare! eppure nulla era dimenticato. Alcuni venivano premiati per l'industriosità, altri ammoniti a non essere oziosi; ma tutti venivano trattati con un’accattivante soavità più efficace di doni o punizioni. Gli anziani erano sollevati dalla sua visita; i malati dimenticavano i loro dolori; e, mentre ascoltava con paziente simpatia i lunghi racconti di sofferenze reumatiche, sembrava che la sua presenza su ogni vecchia sedia, le sue tenere domande e le sue speranze ottimistiche, portassero ancora più conforto delle sue abbondanti promesse di soccorso dal Bower, sotto forma di farina d'arot e brodo, vino porto e sottane di flanella.

Questa scena di dolce semplicità riportò alla memoria di Ferdinand Armine giorni antichi e luoghi antichi. Pensò al tempo in cui era un ragazzo felice nella sua casa innocente; il ragazzo di sua madre, il bambino che ella tanto amava e accudiva, quando una nube sulla sua fronte portava una lacrima nei suoi occhi, e quando un bacio dalle sue labbra era la sua ricompensa più cara e desiderata. L’ultima notte che aveva trascorso ad Armine, prima della sua prima partenza, gli tornò alla memoria; tutta l’appassionata tenerezza di sua madre, tutto il suo folle timore che potesse arrivare il giorno in cui il suo bambino non l’avrebbe amata così teneramente come allora. Quel tempo era giunto. Ma poche ore prima, sì! ma poche ore prima, ed egli aveva sospirato di essere solo al mondo, e aveva sentito quei legami domestici che erano stati la gioia della sua esistenza come un peso e una maledizione. Una lacrima scese lungo la sua guancia; uscì dal cottage per nascondere la sua emozione. Si sedette sul tronco di un albero, a pochi passi di distanza; guardò il sole declinante che dorava il paesaggio lontano con la sua luce ricca eppure pensierosa. Le scene degli ultimi cinque anni balenarono davanti all'occhio della sua mente in rapida successione; la sua dissipazione, la sua vanità, la sua folle disperazione, la sua vuota mondanità. Perché, oh! perché aveva mai lasciato la sua casa incontaminata? Perché non era potuto vivere e morire in quel paradiso silvestre? Perché, oh! perché era impossibile ammettere la sua bella compagna in quella dolce e serena società? Perché il suo amore per lei doveva rendere il suo cuore un ribelle verso il suo focolare? Denaro! orribile denaro! Gli sembrava che il cottage contiguo e il lavoro delle sue mani, con lei, fossero preferibili a palazzi e folle di cortigiani senza la sua presenza ispiratrice. E perché non farsi coraggio, e confidarsi con i suoi genitori? Loro lo amavano; sì, lo idolatravano! Per lui, per lui solo, cercavano il ripristino della loro casata e delle loro fortune. Perché, Henrietta Temple era un tesoro più ricco di qualsiasi altro i suoi antenati avessero mai contato. Lasciate che la guardino, lasciate che l’ascoltino, lasciate che respirino come lui aveva fatto nel suo incantesimo; e avrebbero potuto meravigliarsi, avrebbero potuto mormorare, della sua condotta? Non avrebbero, oh! non avrebbero, piuttosto ammirata, esaltata! Ma poi, i suoi debiti, i suoi debiti travolgenti. Tutto il resto poteva essere affrontato. Il suo disperato impegno poteva essere rotto; la sua famiglia poteva essere riconciliata all’oscurità e alla povertà: ma, la rovina! cosa c’era per lottare contro la sua imminente rovina? Ora la sua follia lo pungeva; ora lo scorpione entrava nella sua anima. Non era la dissolutezza del suo antenato, non era l’orgoglio della sua famiglia allora, che si frapponeva tra lui e il suo amore; era la sua colpevole e spietata carriera! Si coprì il volto con le mani; qualcosa lo toccò leggermente; era l’ombrellino di Miss Temple.

«Temo,» disse lei, «che le mie visite vi abbiano stancato; ma siete stato molto gentile e buono.»

Si alzò rapidamente, con un leggero rossore. «Davvero,» rispose, «ho trascorso una mattinata deliziosissima, e rimpiangevo solo che la vita consistesse in qualcosa d'altro che cottage e voi stessa.»

Erano in ritardo; sentirono il primo rintocco della campana della cena a Ducie mentre rientravano nel bosco. «Dobbiamo affrettarci,» disse Miss Temple; «la cena è l’unico argomento su cui papà è un tiranno. Che tramonto! Mi chiedo se Lady Armine tornerà sabato. Quando tornerà, spero che le farete farci visita, perché voglio copiare i quadri nella vostra galleria.»

«Se non fossero cimeli di famiglia, ve li darei,» disse Ferdinand; «ma, così com’è, c’è solo un modo in cui posso far sì che accada.»

«Quale modo?» chiese Miss Temple, molto innocentemente.

«Dimentico,» rispose Ferdinand, con un sorriso particolare. Miss Temple sembrò un po’ confusa.

CAPITOLO X.

Passeggiata serale.

NONOSTANTE la sua situazione pericolosa, una sensazione indefinibile di felicità pervase l’anima di Ferdinand Armine, mentre faceva la sua toilette frettolosa, e si affrettava verso la tavola domestica di Ducie, dove era ora l’ospite solitario. Il suo sguardo incontrò quello di Miss Temple mentre entrava nella stanza. Sembrò brillare su di lui con interesse e gentilezza. Il suo cortese e piacevole ospite lo accolse con calore raffinato. Sembrava che un sentimento di intimità fosse già stabilito tra loro, e si immaginò già considerato come un membro abituale della loro cerchia. Tutti i pensieri oscuri furono scacciati. Era gaio e piacevole, e mantenne debitamente con il signor Temple quella conversazione in cui il suo ospite eccelleva. Miss Temple parlò poco, ma ascoltò con evidente interesse suo padre e Ferdinand. Sembrava dilettarsi nella loro compagnia, ed essere gratificata dall’evidente considerazione del Capitano Armine per le piacevoli qualità di suo padre. Quando la cena fu terminata, si alzarono tutti insieme e si recarono nel salone.

«Vorrei che il signor Glastonbury fosse qui,» disse Miss Temple, mentre Ferdinand apriva lo strumento. «Dovete portarlo un giorno, e allora il nostro concerto sarà perfetto.»

Ferdinand sorrise, ma il nome di Glastonbury lo fece rabbrividire. Il suo volto cambiò al pensiero dei piani futuri di Miss Temple. «Un giorno,» davvero, quando avrebbe potuto anche cogliere l’occasione di presentare la sua promessa sposa! Ma la voce di Henrietta Temple scacciò ogni preoccupazione dal suo seno; si abbandonò all’inebriante presente. Lei cantò da sola; e poi cantarono insieme; e mentre lui sistemava i suoi libri, o sceglieva il suo tema, mille istanze dell’interesse con cui lei lo ispirava si svilupparono. Una volta le sfiorò la mano, e premette la propria, senza essere visto, alle sue labbra.

Sebbene la stanza fosse illuminata, le finestre erano aperte e ammettevano la luce della luna. Il bellissimo salone era pieno di fragranza e di melodia; la più bella delle donne abbagliava Ferdinand con la sua presenza; il suo cuore era pieno, i suoi sensi rapiti, le sue speranze alte. Poteva esserci un demone come la preoccupazione in un tale paradiso? Poteva il dolore entrare mai qui? Era possibile che queste luminose sale e odorosi boschetti potessero essere inquinati dalle miserabili considerazioni che regnavano troppo spesso sovrane nel suo infelice seno? Una scena incantata era improvvisamente sorta dalla terra per il suo diletto e fascino. Poteva essere infelice? Beh, se tutto andava più scuro anche di quanto talvolta temesse, quell’uomo non era vissuto invano che aveva contemplato Henrietta Temple! Tutti i problemi del mondo erano follia qui; questo era il paese delle fate, e lui qualche cavaliere che era caduto da un globo cupo su qualche regione stellata che brillava con lucentezza perenne.

Le ore volarono; i servi portarono quel leggero banchetto il cui ingresso in campagna sembra l’unico metodo per ricordare ai nostri ospiti che c’è un domani.

«È l’ultima notte,» disse Ferdinand, sorridendo, con un sospiro. «Un’altra canzone; solo un’altra. Signor Temple, siate indulgente; è l’ultima notte. Sento,» aggiunse in un tono più basso verso Henrietta, «sento esattamente come facevo quando lasciai Armine per la prima volta.»

«Perché state per tornarci? Questo è ostinato.»

«Ostinato o no, vorrei non doverlo vedere mai più.»

«Per quanto mi riguarda, Armine è per me la terra stessa del romanticismo.»

«È strano.»

«Nessun luogo sulla terra mi ha mai colpito di più. È la più bella combinazione di arte e natura e associazioni poetiche che conosca; è davvero unico.»

«Non mi piace dissentire con voi su alcun argomento.»

«Saremmo compagni noiosi, temo, se fossimo d’accordo su tutto.»

«Non posso pensarlo.»

«Papà,» disse Miss Temple, «una piccola passeggiata sul prato; una piccola, piccola passeggiata. La luna è così luminosa; e l’autunno, quest'anno, non ci ha portato ancora nessuna rugiada.» E mentre parlava, prese la sua sciarpa e la avvolse attorno alla testa. «Ecco,» disse, «sembro il ritratto del paggio turco nella galleria di Armine.»

C’era una grazia giocosa in Henrietta Temple, una selvaggia e brillante semplicità, che risultava ancor più affascinante perché mescolata a una nobiltà d’animo singolarmente elevata. Nessuna persona nella società ordinaria era più calma, o possedeva un maggiore autocontrollo, eppure nessuno, nelle relazioni più intime della vita, si abbandonava maggiormente a quei piccoli slanci spontanei della natura, che sembravano quasi ricordare il bambino giocherellone piuttosto che la donna raffinata; e che, in tali circostanze, sono infinitamente accattivanti. Quanto a Ferdinand Armine, egli guardava il paggio turco con un volto raggiante di ammirazione; avrebbe voluto che fosse la Turchia quella in cui la scorgeva in quel momento, o qualsiasi altra terra straniera, dove avrebbe potuto farla salire sul suo destriero e galoppare via all’inseguimento di una fortuna selvaggia come la sua anima.

Sebbene l’anno fosse al declino, l’estate aveva concesso questa notte all’autunno, tanto era dolce e soave. Il raggio di luna cadeva luminoso su Ducie Bower, e il salone illuminato contrastava efficacemente con lo splendore naturale della scena esterna. Mr. Temple ricordò a Henrietta una brillante festa che era stata data in un palazzo sassone, e che alcune circostanze di somiglianza richiamarono alla sua memoria. Ferdinand non riusciva a parlare, ma si ritrovò inconsciamente a stringere il braccio di Henrietta Temple contro il proprio cuore. Il palazzo sassone riportò alla mente di Miss Temple una melodia selvaggia che era stata cantata nei giardini in quella notte. Chiese a suo padre se la ricordasse, e canticchiò l’aria mentre faceva la domanda. Il suo gentile mormorio si espanse presto in canto. Era uno di quei testi selvaggi e naturali che nascono nei paesi montuosi, e che sembrano mimare gli echi prolungati che in tali regioni accolgono l’orecchio del pastore e del cacciatore.

Oh! perché questa notte doveva mai avere una fine!

CAPITOLO XI.

Una passeggiata mattutina.

FU LA solitudine a portare la disperazione a Ferdinand Armine. Nel momento in cui fu solo, la sua reale situazione si impose su di lui; nel momento in cui ebbe lasciato la presenza di Henrietta Temple, egli fu come un uomo sotto l’influenza della musica quando l’orchestra improvvisamente si ferma. La fonte di tutta la sua ispirazione gli venne meno; quest'ultima notte a Ducie fu terribile. Il sonno era fuori discussione; non finse nemmeno di andare a letto, ma camminò su e giù per la sua stanza per tutta la notte, o si gettò, quando esausto, su un irrequieto divano. Occasionalmente variava queste occupazioni monotone premendo le labbra sui disegni che portavano il suo nome; poi, ricadendo in una profonda fantasticheria, cercava un po’ di conforto nel ricordare le scene del mattino, tutti i suoi movimenti, ogni parola che aveva pronunciato, ogni sguardo che aveva illuminato la sua anima. Invano cercò di trovare consolazione nel dolce credo di non essere del tutto privo di interesse agli occhi di lei. Persino la convinzione che il suo amore fosse ricambiato, nella situazione in cui era sprofondato, sarebbe stata, per quanto lusinghiera, piuttosto una fonte di nuova ansia e perplessità. Prese un volume dall’unico scaffale di libri che era appeso alla parete; era un volume di Corinne. La fervida eloquenza della poetessa sublimò la sua passione; e senza disturbare il tono della sua mente eccitata, ne alleviò in qualche misura la tensione, occupando la sua immaginazione con altre, sebbene simili, emozioni. Mentre leggeva, la sua mente divenne più calma e i suoi sentimenti più profondi, e quando la sua lampada divenne spettrale nella luce purpurea del mattino che ora entrava nella sua camera, la sua anima sembrò così placata che chiuse il volume e, sebbene il sonno fosse impossibile, rimase tuttavia calmo e assorto.

Quando i primi suoni gli assicurarono che qualcuno si muoveva in casa, lasciò la sua stanza e, dopo qualche difficoltà, trovò una domestica, con il cui aiuto riuscì a entrare in giardino. Si diresse verso la landa dove aveva osservato, il giorno precedente, una bella distesa d’acqua. Il sole non era sorto da più di un’ora; era un mattino fresco e roseo. Gli abitanti del villaggio erano appena usciti. L’aria della pianura lo rinvigorì, e il canto degli uccelli, e tutti quei suoni rurali che si levano con il contadino, portarono alla sua mente un meraviglioso grado di freschezza e serenità. Occasionalmente sentiva il colpo di fucile di un cacciatore mattiniero, per lui in ogni momento un suono animante; ma quando si fu tuffato nell’acqua e si ritrovò a lottare con quell’elemento ispiratore, ogni dolore sembrò abbandonarlo. La sua fronte riscaldata divenne fresca e chiara, le sue membra dolenti vigorose ed elastiche, la sua anima stanca piena di speranza e gioia. Si trattenne nel mondo liquido e vivificante, giocando con il ruscello, poiché era un nuotatore esperto e pratico; e spesso, dopo notti di dissipazione meridionale, era ricorso a questo bagno naturale per salute e rinnovamento.

Il sole era ormai sorto alto sopra l’orizzonte; l’orologio del villaggio aveva battuto da tempo le sette; Ferdinand era a tre miglia da Ducie Bower. Era tempo di tornare, eppure indugiò per la strada, l’aria era così dolce e fresca, la scena così graziosa, e la sua mente, in confronto ai suoi recenti sentimenti, così calma e persino felice. Proprio mentre emergeva dai boschi ed entrava nei terreni di Ducie, incontrò Miss Temple. Ella fissò lo sguardo, e ne aveva motivo. Ferdinand presentava davvero una figura piuttosto insolita; la testa scoperta, i capelli arruffati e il volto raggiante per l’esercizio, ma la sua figura vestita con l’identico abito da sera con cui le aveva dato una tenera buonanotte.

«Capitano Armine!» esclamò Miss Temple, «vedo che è un mattiniero.»

Ferdinand apparve un po’ confuso. «La verità è,» rispose, «che non mi sono affatto alzato. Non riuscivo a dormire; perché, non saprei: la serata, suppongo, è stata troppo felice per una conclusione così banale; così sono fuggito dalla mia stanza non appena ho potuto farlo senza disturbare la vostra famiglia; e ho fatto il bagno, il che mi rinfresca sempre più del sonno.»

«Beh, io non potrei rinunciare al mio sonno, se non altro per amore dei miei sogni.»

«Piacevoli, spero. “Sogni rosei e sonni leggeri” sono per signore belle quanto voi.»

«Sono grata di realizzare sempre il desiderio del poeta; e quel che è più, mi sveglio solo per cogliere rose: guardi qui!»

Gli porse un fiore.

«Lo merito,» disse Ferdinand, «perché non ho trascurato il vostro primo dono;» e le offrì la rosa che lei gli aveva dato il primo giorno della sua visita. «È appassita,» aggiunse, «ma ancora molto dolce, almeno per me.»

«Ora è mia,» disse Henrietta Temple.

«Ah! la butterete via.»

«Mi credete, dunque, così insensibile?»

«Non può essere per voi quello che è per me,» rispose Ferdinand.

«È un ricordo,» disse Miss Temple.

«Di cosa, e di chi?» chiese Ferdinand.

«Di un’amicizia e di un amico.»

«È qualcosa essere amico di Miss Temple.»

«Sono lieta che lo pensiate. Credo di essere molto vana, ma certamente mi piace essere... apprezzata.»

«Allora potete sempre ottenere il vostro desiderio senza alcuno sforzo.»

«Ora penso che siamo ottimi amici,» disse Miss Temple, «considerando che ci conosciamo da così poco tempo. Ma poi a papà piacete così tanto.»

«Sono onorato oltre che gratificato dalle benevole disposizioni di una persona così gradevole come Mr. Temple. Posso assicurare a sua figlia che il sentimento è reciproco. L’opinione di vostro padre vi influenza?»

«In tutto. È stato un padre così gentile che sarebbe peggio dell’ingratitudine essergli meno che devota.»

«Mr. Temple è una persona molto invidiabile.»

«Ma il Capitano Armine conosce la delizia di un genitore che lo ama. Amo mio padre come voi amate vostra madre.»

«Ho vissuto, tuttavia, per sentire che l’opinione di nessuno potrebbe influenzarmi in tutto; ho vissuto per scoprire che persino l’amore filiale, e Dio sa che il mio era abbastanza potente, è, dopo tutto, solo un pallido raggio di luna, paragonato a...»

«Guardi! mio padre ci manda un bacio dalla finestra. Corriamo a incontrarlo.»

CAPITOLO XII.

Contenente un incidente presago.

I ULTIMI addii sono stati pronunciati: Ferdinand è sulla strada per Armine, in fuga dalla donna che adora, per incontrare la donna alla quale è promesso. Tirò le redini del suo cavallo mentre entrava nel parco. Mentre si avvicinava lentamente a casa sua, non poté evitare di sentire che, dopo un’assenza così lunga, non aveva trattato Glastonbury con la gentilezza e la considerazione che meritava. Mentre torturava la sua inventiva per una scusa riguardo alla sua condotta, osservò il suo vecchio precettore in lontananza; e cavalcando verso di lui e smontando, raggiunse quel fedele amico. Che sia perché l’amore e la falsità sono, in ogni circostanza, inseparabili, Ferdinand Armine, la cui franchezza era proverbiale, si ritrovò coinvolto in una lunga e confusa narrazione di una visita a un amico, che aveva incontrato inaspettatamente, che aveva conosciuto all’estero e verso il quale aveva i più grandi obblighi. Si finse persino rammaricato per questo temporaneo allontanamento da Armine dopo una separazione così lunga, e di rallegrarsi per la sua fuga. Non furono menzionati nomi, e l’insospettabile Glastonbury, felice di essere di nuovo il suo compagno, non lo disturbò con alcun controinterrogatorio. Ma questo era solo l’inizio del sistema di avvilente inganno che lo attendeva.

Volentieri Ferdinand avrebbe dedicato tutto il suo tempo e i suoi sentimenti al suo compagno; ma invano lottò con la passione assorbente della sua anima. Si soffermò in silenzio sul ricordo degli ultimi tre giorni, il periodo più ricco di eventi della sua esistenza. Era lunatico e distratto, silenzioso quando avrebbe dovuto parlare, errabondo quando avrebbe dovuto ascoltare, azzardando osservazioni casuali invece di conversare, o scoppiando in commenti affrettati e inappropriati; così che, per qualsiasi critico mondano della sua condotta, sarebbe apparso allo stesso tempo sia spento che eccitato. Alla fine fece un disperato tentativo di accompagnare Glastonbury nella galleria dei ritratti e ascoltare i suoi piani. La scena in effetti non gli era sgradita, poiché era associata all’esistenza e alla conversazione della signora del suo cuore: rimase estasiato davanti al ritratto del paggio turco, e si lamentò con Glastonbury mille volte che non ci fosse alcun ritratto di Henrietta Armine.

«Preferirei avere un ritratto di Henrietta Armine che l’intera galleria insieme,» disse Ferdinand.

Glastonbury sgranò gli occhi.

«Mi chiedo se ci sarà mai un ritratto di Henrietta Armine. Suvvia, mio caro Glastonbury,» continuò, con un’aria di notevole eccitazione, «facciamo una scommessa al riguardo. Quali sono le probabilità? Ci sarà mai un ritratto di Henrietta Armine? Sono proprio stravagante oggi. State sorridendo. Sapete, se avessi un desiderio certo di essere esaudito, sarebbe quello di aggiungere un ritratto di Henrietta Armine alla nostra galleria?»

«È morta molto giovane,» osservò Glastonbury.

«Ma la mia Henrietta Armine non dovrebbe morire giovane,» disse Ferdinand. «Dovrebbe vivere, respirare, sorridere: lei...»

Glastonbury apparve molto confuso.

Così strano è l’amore, che questo tipo di allusione velata alla sua passione segreta sollevò e gratificò il seno sovraccarico di Ferdinand. Proseguì l’argomento con piacere. Chiunque altro tranne Glastonbury avrebbe potuto pensare che avesse perso il senno, rideva così forte e parlava così in fretta di un soggetto che sembrava quasi insensato; ma il buon Glastonbury attribuì queste ebollizioni al vivace spirito della giovinezza, e sorrise per simpatia, sebbene non sapesse perché, eccetto che il suo allievo sembrava felice.

Alla fine lasciarono la galleria; Glastonbury riprese i suoi lavori nell’atrio, dove stava copiando uno stemma; e dopo aver indugiato per un breve periodo irrequieto intorno al suo precettore, ora scappando in giardino per poter meditare su Henrietta Temple indisturbato, ora tornando per pochi minuti dal suo compagno, affinché il buon Glastonbury non si sentisse mortificato dalla sua negligenza, Ferdinand si allontanò del tutto e vagò lontano nel giardino.

Giunse al punto verde e ombreggiato dove l’aveva vista per la prima volta. Là sorgeva il cedro, che diffondeva la sua forma scura in solitaria grandezza, e manteneva, per così dire, il suo stato tra i boschi soggetti. Era la stessa scena, quasi la stessa ora: ma dov’era lei? Attese che la sua figura sorgesse, eppure non arrivò. Gridò Henrietta Temple, eppure nessuna bella visione benedisse la sua vista speranzosa. Era tutto un sogno? Era stato solo sdraiato sotto quei rami in una trance estatica, e si era svegliato solo alla tremante ottusità della realtà? Che prova c’era dell’esistenza di un essere come Henrietta Temple? Se un tale essere non esistesse, quale valore avrebbe la vita? Dopo un assaggio del Paradiso, poteva respirare di nuovo in questo mondo mansueto e frigido? Dov’era Ducie? Dove erano i suoi pergolati immortali, quelle rose di fragranza soprannaturale, e la melodia celestiale delle sue sale? Quel giardino, in cui vagava e pendeva dai suoi accenti; quel bosco, tra i cui rami ombreggiati scivolava come un’antilope, quel crepuscolo pensieroso, che aveva fissato con tanta emozione smorzata; quella passeggiata al chiaro di luna, quando la sua voce fluttuava, come quella di Ariel, nel cielo purpureo: erano tutti fantasmi? Poteva essere che questo mattino, proprio questo mattino, avesse visto Henrietta Temple, avesse conversato con lei da solo, le avesse dato un dolce addio? Cosa, era questo il giorno in cui gli aveva dato questa rosa?

Si gettò sul tappeto erboso e fissò il fiore. Il fiore era giovane e bello come lei, e proprio in procinto di espandersi nella vita perfetta. Al cervello fantastico dell’amore sembrava esserci una somiglianza tra questa rosa e colei che l’aveva colta. Il suo stelo era alto, il suo aspetto brillante, un’essenza aromatica pervadeva il suo essere. Mentre la teneva in mano, un’ape iniziò a ronzare attorno alle sue grazie, desiderosa di godere della sua fragrante bellezza. Più di una volta Ferdinand aveva scacciato l’ape, quando improvvisamente questa riuscì ad appoggiarsi sulla rosa. Geloso della sua rosa, Ferdinand, nella fretta, scosse il fiore, e la fragile testa cadde dallo stelo!

Un sentimento di profonda malinconia lo invase, con il quale trovò inutile lottare, e che non riuscì ad analizzare. Si alzò e, premendo il fiore contro il cuore, si allontanò e raggiunse Glastonbury, il cui compito era quasi terminato. Ferdinand si sedette su una delle alte casse che erano state riposte nell’atrio, incrociando le braccia, dondolando le gambe e fischiettando l’aria tedesca che Miss Temple aveva cantato la notte precedente.

«Quella è un’aria selvaggia e graziosa,» disse Glastonbury, che era devoto alla musica. «Non l’ho mai sentita prima. Voi viaggiatori raccogliete cose scelte. Dove l’avete trovata?»

«Sono sicuro che non saprei dirlo, mio caro Glastonbury; me lo sto chiedendo da tutto il mattino. A volte penso di averla sognata.»

«Qualche altro sogno del genere vi renderebbe un raro compositore,» disse Glastonbury, sorridendo.

«Ah! mio caro Glastonbury, parlando di musica, conosco un musicista, un tale musicista, un musicista al quale vorrei presentarvi più di chiunque altro al mondo.»

«Avete sempre amato la musica, caro Ferdinand; è nel sangue. Venite da una stirpe musicale da parte di vostra madre. Miss Grandison è musicale?»

«Sì, no, vale a dire, dimentico: ha qualche banale talento nell’arte, credo; ma non stavo pensando a quel genere di cose; stavo pensando alla signora che mi ha insegnato quest’aria.»

«Una signora!» disse Glastonbury. «Le signore tedesche sono altamente colte.»

«Sì! i tedeschi, e le donne in particolare, hanno un gusto musicale straordinariamente raffinato,» replicò Ferdinand, riprendendosi dalla sua gaffe.

«Mi piacciono molto i tedeschi,» disse Glastonbury, «e ammiro quell’aria.»

«O! mio caro Glastonbury, dovreste sentirla cantare al chiaro di luna.»

«Davvero!» disse Glastonbury.

«Sì, se solo poteste sentirla cantarla al chiaro di luna, mi azzardo a dire, mio caro Glastonbury, che confessereste che tutto ciò che avete mai sentito, o visto, o immaginato, di spiriti incantati che fluttuano nell’aria e riempiono l’atmosfera di sinfonie soprannaturali, era realizzato.»

«Davvero!» disse Glastonbury, «una performer molto colta, senza dubbio! Era una professionista?» «Chi?» chiese Ferdinand. «La vostra cantante.»

«Professionista! oh! ah! sì! No! non era una cantante professionista, ma era degna di esserlo; e anche questa è un’idea eccellente; perché preferirei, dopo tutto, essere un cantante professionista e vivere della mia arte, piuttosto che sposarmi contro la mia inclinazione, o non sposarmi secondo essa.»

«Sposarsi!» disse Glastonbury, piuttosto stupito; «cosa, sta per sposarsi contro la sua volontà? Povera creatura devota!»

«Devota, davvero!» disse Ferdinand; «non c’è maledizione più grande sulla terra.»

Glastonbury scosse la testa.

«Gli affetti non dovrebbero essere forzati,» aggiunse il vecchio; «i nostri sentimenti sono proprietà nostra, spesso la migliore.»

Ferdinand cadde in uno stato di astrazione; poi, voltandosi improvvisamente, disse: «È possibile che io sia lontano da Armine solo da due giorni? Sapete, mi sembra davvero passato un anno!»

«Siete molto gentile a dirlo, mio Ferdinand,» disse Glastonbury.

CAPITOLO XIII.

In cui il Capitano Armine trova motivo di credere nell’esistenza delle fate.

È DIFFICILE descrivere l’irrequietezza di Ferdinand Armine. La sua cena solitaria fu una scusa per lasciare Glastonbury: ma mangiare è tanto impossibile quanto dormire, per un uomo che è realmente innamorato. Prese un cucchiaio di zuppa e poi, saltando giù dalla sedia, camminò su e giù per la stanza, pensando a Henrietta Temple. Poi gli venne in mente il domani, e quell’altra signora che il domani doveva portare. Annegò il pensiero in un calice di claret. Vino, potente vino! tu migliore e più sicura consolazione! Quale pena può resistere alla tua influenza ispiratrice! Da quale guaio non puoi, per il momento, estricare la vittima! Chi può negare che la nostra natura spirituale dipenda in qualche misura dalla nostra condizione corporea? Un uomo senza colazione non è un eroe; un eroe ben nutrito è pieno di audace inventiva. Tutto dipende dalla circolazione. Basta che il sangue fluisca liberamente, e un uomo di immaginazione non è mai senza risorse. Un buon polso è un talismano; una vita incantata; un saldo presso i nostri banchieri. È buona fortuna; è eternità; è ricchezza. Nulla può resisterci; nulla danneggiarci; sono ricchezze inesauribili. Così si sentiva Ferdinand Armine, sebbene sull’orlo di un precipizio morale. Domani! che dire del domani? Il domani lo intimoriva? Non un briciolo. Avrebbe lottato con il domani, carico com'era di maledizioni, e lo avrebbe scagliato a terra. Non dovrebbe essere un giorno; lo cancellerebbe dal calendario del tempo; effettuerebbe un’eclissi morale della sua influenza. Amava Henrietta Temple. Lei sarebbe stata sua. Chi avrebbe potuto impedirglielo? Non era forse un Armine? Non era il vicino discendente di quell’uomo audace che passò tutta la sua vita nell’indulgente voluttà della sua sfrenata volontà! Bravo! lo voleva, e sarebbe stato fatto. Tutto cede alla determinazione. Che sciocco! che miserabile vigliacco sciocco era stato a spaventarsi con le fragili ombre di meschine preoccupazioni mondane! Era nato per seguire il proprio piacere; era supremo; era assoluto; era un despota; sfidava tutto e tutti; e, riempiendo un enorme bicchiere alla salute del grande Sir Ferdinand, si ritirò, glorioso come un imperatore.

Nel complesso, Ferdinand non aveva commesso un’imprudenza così grande come il lettore, naturalmente scandalizzato, potrebbe dapprima immaginare. Per la prima volta dopo alcuni giorni dormì, e dormì profondamente. Dopo il vino, un sonno ristoratore ci mette forse nel miglior umore verso il nostro destino. Ferdinand si svegliò rinfrescato e ottimista, pieno di una vita inventiva che presto si sviluppò in un flusso di conclusioni improbabili. Il suo piano più razionale, tuttavia, sembrò consistere nel conquistare Henrietta Temple e darsi alla pirateria, o arruolarsi al servizio di qualche Stato lontano e turbolento. Perché non avrebbe potuto liberare la Grecia, o rivoluzionare la Spagna, o conquistare il Brasile? Altri si erano imbarcati in queste audaci imprese; uomini non più disperati di lui e non meglio qualificati per la carriera. Giovane, coraggioso, guerriero di professione, con un nome di gloria tradizionale in tutte le corti della cristianità, forse persino ricordato in Asia, sembrava proprio l’individuo adatto a scolpirsi un glorioso retaggio con la propria spada. E quanto ai suoi genitori, non erano nell’autunno degli anni; lasciate che sognino ancora in un’agevole oscurità e che si mantengano ad Armine finché non tornerà per riscattare il suo dominio ereditario. Tutto ciò che era necessario era il consenso della sua adorata signora. Forse, dopo tutte le sue stolte paure e tutte le sue meschine ansie, avrebbe potuto vivere abbastanza da rimettere sulla fronte di lei l’antica corona di Tewkesbury! Perché no? Il mondo è strano; non accade mai ciò che prevediamo: quando siamo apparentemente soffocati dalla banalità, siamo sul punto di addentrarci nell’avventura. Se avesse sposato Miss Grandison, la sua carriera sarebbe finita: una conclusione quanto mai innaturale per uno così giovane e audace. Era evidente che doveva sposare Henrietta Temple: e poi? Ebbene, poi sarebbe accaduto qualcosa di totalmente inaspettato e imprevisto. Chi avrebbe potuto dubitarne? Non lui!

Si alzò, montò a cavallo e galoppò fino a Ducie Common. Il suo stesso aspetto gli sciolse il cuore. Fece visita ai cottage dove era stato due giorni prima. Senza chiedere di Miss Temple, riuscì a udire mille particolari sul suo conto che lo interessarono e lo incantarono. In lontananza sorgevano i boschi di Ducie; li fissava come se non potesse mai distogliere lo sguardo dalle loro forme profonde e silenziose. Oh, quel dolce pergolato! Perché esisteva un altro mondo oltre a Ducie? Tutti i suoi valorosi progetti di guerra, di conquista e di saccheggio imperiale sembravano ora noiosi e vani. Provava nausea al solo pensiero dell’azione. Sospirava di cogliere rose, di ascoltare canzoni più dolci dell’usignolo e di vagare per sempre in boschetti illuminati dalla luna.

Volse la testa del cavallo: lentamente e tristemente diresse il suo cammino verso Armine. Erano arrivati? La severa presenza della realtà era troppo per tutte le sue lievi e scintillanti visioni. Cosa era, dopotutto? Questo futuro conquistatore era un giovane ufficiale in licenza, oscuro se non nella sua cerchia ristretta, senza eredità e molto indebitato; atteso con ansia dai suoi affettuosi genitori e da una giovane donna che stava per sposare per la sua fortuna! Epilogo quanto mai impotente per una magnifica fantasticheria!

La posta arrivò ad Armine nel pomeriggio. Mentre Ferdinand, nervoso come un bambino che ritorna a scuola, raggiungeva tardivamente la casa, riconobbe il postino che si avvicinava. Ah! una lettera? Qual era il suo contenuto? La benedizione del ritardo? O era l’araldo del loro arrivo imminente? Pallido e con il cuore in gola, strappò le righe frettolose di Katherine. La zia nubile era inciampata scendendo da un calessino ed era incorsa in un grave incidente; la loro visita ad Armine era necessariamente rimandata. Non lesse altro. Il colore tornò sulle sue guance, rinvigorito dal sangue più vivace del suo cuore. Mille pensieri, mille speranze folli e piani ancora più folli lo assalirono. Ecco, almeno, un’interposizione a suo favore; ne sarebbero seguite altre. Si sentì fortunato. Corse alla torre per dare la notizia a Glastonbury. Il suo precettore attribuì la sua agitazione allo shock e tentò di consolarlo. Nel comunicare la notizia, fu costretto a finire di leggere la lettera; essa esprimeva la speranza che, se la loro visita fosse stata rinviata per più di un giorno o due, il carissimo Ferdinand di Katherine sarebbe tornato a Bath.

Ferdinand vagò nel parco per godersi la sua libertà. Un peso era improvvisamente caduto dalle sue spalle; una nuvola che aveva perseguitato la sua visione era svanita. Oggi, che era stato così maledetto, doveva essere segnato ora sul suo calendario con il gesso rosso. Persino Armine gli piaceva; il suo cielo era più luminoso, i suoi boschi più vasti e verdi. Non erano arrivati; non sarebbero arrivati domani, questo era certo; anche il terzo giorno era un giorno di speranza. Ma come! Tre giorni, tre giorni interi di libertà inaspettata e insperata, era un’eternità! Cosa non avrebbe potuto accadere in tre giorni! Per tre giorni avrebbe potuto giustamente rimanere in attesa di nuove lettere. Non si poteva prevedere, e neppure desiderare, che si recasse subito da loro. Via, avrebbe dimenticato questa maledizione, sarebbe stato felice. Il passato, il futuro, non sarebbero stati nulla; si sarebbe goduto il presente propizio.

Così parlando tra sé e sé, passeggiava meditando su Henrietta Temple e costruendo luminosi castelli in aria. Un uomo impegnato con le proprie idee è insensibile alla fatica. Ferdinand si ritrovò al cancello del parco che portava a Ducie; intendendo solo fare una breve passeggiata, aveva già vagato fino a metà strada verso la sua amata. Era un pomeriggio delizioso: il calore del sole era diminuito da tempo; l’aria era dolce e iniziava appena ad agitarsi; non si udiva alcun suono, se non l’ultimo colpo dell’ascia del boscaiolo, o la nota occasionale di qualche uccello gioioso che si svegliava dalla sua siesta. Ferdinand superò il cancello; imboccò la strada tortuosa, la strada che Henrietta Temple aveva tanto ammirato; uno splendido sentiero verdeggiante con argini di fiori e siepi di alberi alti. Passeggiava, il nostro felice Ferdinand, senza uno scopo definito, quasi ignaro se stesse avanzando o tornando a casa. Coglieva i fiori selvatici e li premeva contro le labbra, perché lei li aveva ammirati; si riposava su una riva, si appoggiava a un cancello, tagliava un bastone dalla siepe, tracciava il nome di Henrietta Temple sulla strada, e poi trasformava le parole in Henrietta Armine, e così... e così... e così, alla fine, rimase a fissare il vuoto ritrovandosi a Ducie Common.

Bellissima landa! quanto l’amava! Quanto gli erano diventati familiari ogni albero e ogni tetto rustico! Avrebbe mai potuto dimenticare la mattina in cui aveva fatto il bagno in quelle acque fresche! Quale lago d’Italia, quale onda eroica dell’oceano centrale, avrebbe potuto rivaleggiare nella sua immaginazione con quel semplice bacino! Si avvicinò ai boschi di Ducie, che risplendevano al sole calante. Di certo non c’era crepuscolo come il crepuscolo di questa terra! I boschi di Ducie sono entrati. Riconobbe il sentiero su cui lei era scivolata; si inginocchiò e baciò quella terra sacra. Mentre si avvicinava ai giardini, si diresse verso un sentiero laterale per non essere notato; colse, attraverso un passaggio, un lontano scorcio della villa. La vista di quel tetto sotto il quale era stato così felice; di quel tetto che conteneva tutto ciò che gli stava a cuore o a cui pensava in questo mondo, lo sopraffece. Si appoggiò a un albero e nascose il volto.

Il crepuscolo svanì, le stelle fecero capolino e Ferdinand si avventurò nell’oscurità crescente della notte per avvicinarsi alla villa. Si gettò sull’erba e osservò la stanza in cui lei viveva. Le finestre erano aperte, c’erano luci all’interno, ma le sottili tende erano tirate e nascondevano gli occupanti. Felice, felice stanza! Tutto ciò che era luminoso, bello e dolce era concentrato in quelle incantevoli pareti!

La tenda viene ritirata; un braccio, un braccio che non può essere confuso, scosta il drappeggio. Sta per uscire? No, non lo fa; ma la vede, distintamente la vede. Lei siede su una vecchia sedia che lui aveva spesso lodato; la sua testa poggia sul braccio, la fronte sembra pensierosa; e nell’altra mano tiene un volume che sembra a malapena leggere. Oh! possa lui fissarla per sempre! Possa questa scena celestiale, quest’ora serafica, non passare mai. Luminose stelle! non svanite; tu, vento estivo che giochi sulla sua fronte, profumato dai suoi fiori, rinfrescalo per sempre; bellissima notte, sii per sempre la volta di una scena così dolce e tranquilla; lasciate che l’esistenza scivoli via nell’ammirare quella visione delicata e tenera!

Sogni di un amore fantastico: la tenda si chiude; una mano più rude della sua l’ha sottratta alla sua vista! È tutto svanito; le stelle sembrano fioche, l’aria autunnale è umida e aspra; e dove lui aveva fissato il paradiso, un pipistrello sfreccia selvaggio e veloce. Povero Ferdinand, infelice Ferdinand, quanto è diventato noioso e depresso il nostro valoroso galante! Era stato suo padre a chiudere la tenda? Poteva lui stesso, pensò Ferdinand, essere stato osservato?

Ascolta! una voce più morbida e dolce della notte irrompe nell’aria. È la voce della sua amata; e, in verità, con tutte le sue singolari e ammirevoli qualità, non c’era nulla di più notevole in Henrietta Temple della sua voce. Era una voce rara; così che nel parlare, e nella conversazione comune, sebbene non ci fosse nessuno la cui espressione fosse più naturale e meno studiata, essa ti colpiva con forza. Non poteva salutarti, dirti addio o fare un’osservazione di routine senza colpirti con il suo potere e la sua dolcezza. Suonava come una campana, dolce, chiara e vibrante; era sorprendente quanta influenza avesse una piccola parola, pronunciata da questa donna, senza pensarci, su coloro a cui si rivolgeva. Di tale fine argilla è fatto l’uomo.

Quella bellissima voce richiamò a Ferdinand tutte le sue visioni sbiadite; rinnovò l’incantesimo che lo aveva recentemente ammaliato; evocò di nuovo tutti quegli spiriti dolci che un istante prima avevano aleggiato su di lui con le loro ali propizie. Non poteva in verità vederla; la sua forma era avvolta, ma la sua voce lo raggiungeva; una voce intonata alla tenerezza, persino all’amore; una voce che rapiva il suo orecchio, scioglieva la sua anima e si fondeva con la sua intera esistenza. Il suo cuore palpitava, il suo polso batteva forte, balzò in piedi, si avvicinò alla finestra! Sì! solo pochi passi li dividono: un unico passo e sarà al suo fianco. La sua mano è protesa per afferrare la tenda, la sua..., quando improvvisamente la musica cessò. Il suo coraggio svanì con la sua ispirazione. Per un momento indugiò, ma il cuore gli mancò, e tornò furtivamente alla sua solitudine.

Che mistero è l’Amore! Tutte le necessità e le abitudini della nostra vita si dissolvono davanti ad esso. Il cibo e il sonno, che sembrano dividere il nostro essere come il giorno e la notte dividono il Tempo, perdono ogni influenza sull’amante. Egli è un essere spiritualizzato, adatto solo a vivere di ambrosia e a dormire in un paradiso immaginario. Le cure del mondo non lo toccano; i suoi eventi più movimentati sono per lui solo polverosi incidenti di annali passati. Tutta la fortuna del mondo senza la sua amata è miseria; e con lei, tutte le sue sventure sono un sogno passeggero. Rivoluzioni, terremoti, il cambiamento dei governi, la caduta degli imperi, sono per lui solo giochi infantili, sgradevoli a uno spirito virile. Gli uomini amano durante la peste e dimenticano il morbo, sebbene infurii intorno a loro. Portano una vita incantata e non pensano alla distruzione finché questa non tocca il loro idolo, e allora muoiono senza dolore, come fanatici per il loro credo perseguitato. Un uomo innamorato vaga nel mondo come un sonnambulo, con occhi che sembrano aperti a chi lo osserva, ma che in realtà non vedono altro che le proprie fantasie interiori.

Oh! quella notte a Ducie, durante le cui lunghe ore Ferdinand Armine, in un tumulto di passione estatica, vagava nei suoi prati e boschetti, nutrendosi dell’immagine della sua incantevole padrona, osservando la luce solitaria nella sua stanza che era per lui come il faro per un marinaio in un viaggio tumultuoso! Il mattino, il grigio e freddo mattino, giunse alla fine; aveva vegliato più delle stelle e ascoltato i mattutini degli uccelli che si svegliavano. Non era più possibile rimanere nei giardini senza essere osservati; raggiunse di nuovo la landa.

Cosa doveva fare! Dove doveva dirigere il suo cammino? Ad Armine? Oh! non ad Armine; non avrebbe mai potuto tornare ad Armine senza il cuore di Henrietta Temple. Sì! a quella grande impresa si era ormai risolto; a quel potente rischio tutto doveva ora essere puntato. Incurante delle conseguenze, un unico immenso oggetto lo sosteneva ora. L’esistenza senza di lei era impossibile! Sì! un giorno, un giorno, un singolo, solitario giorno, non doveva passare senza che lui le sussurrasse la sua passione e cercasse il suo destino nei suoi occhi scuri.

Passeggiò fino all’estremità della landa. Era un grande altopiano, dal cui confine si guarda giù su piccole valli ricche; e in una di queste, snodandosi tra campi e pascoli, la cui fertilità del suolo era testimoniata dalle loro vigorose siepi, ora scese. Una lunga e bassa casa colonica, con timpani e ampio portico, un edificio antico che nei giorni passati poteva essere stato una residenza signorile, attirò la sua attenzione. La sua forma pittoresca, i suoi angoli e i camini tortuosi, il suo portico coperto di gelsomino e rosa canina, la sua tenuta verdeggiante e il suo frutteto ricco di frutti rossi, i suoi immensi fienili e le lunghe file di ampie cataste, producevano complessivamente un quadro rurale completo e allegro. Vicino ad essa un ruscello, che Ferdinand seguì, e che, dopo un corso tortuoso e rapido, si svuotava in una profonda e capiente pozza, toccata dal raggio del primo sole, e grata all’occhio del nuotatore. Qui Ferdinand fece la sua toilette naturale; e in seguito, tornando lentamente alla casa colonica, cercò un piacevole rifugio dal sole nel suo portico profumato.

La moglie del fattore, accompagnata da una graziosa figlia dagli occhi bassi, uscì e lo invitò a entrare. Mentre rifiutava cortesemente la sua offerta, cercò la sua ospitalità. La brava donna portò un tavolo e lo posizionò nel portico, coprendolo con una tovaglia più pura della neve. Le sue vivande erano uova fresche, latte caldo appena munto e pane che aveva cotto lei stessa. Persino un amante potrebbe nutrirsi di cibo così dolce. Questa valle felice e questo insediamento allegro colpirono meravigliosamente la fantasia di Ferdinand. La stagione era mite e soleggiata, l’aria profumata dai fiori che stormivano nella brezza, le api venivano presto a rubarne la dolcezza, e stormi di piccioni bianchi e blu solcavano di tanto in tanto il cielo dai timpani vicini che erano le loro colombaie. Ferdinand fece un pasto salutare, se non abbondante; e quando il tavolo fu rimosso, esausto per la fatica e l’eccitazione delle ultime ventiquattro ore, si distese a tutta lunghezza nel portico e cadde in un sonno dolce e senza sogni.

Passarono ore prima che si svegliasse, vigoroso in verità e meravigliosamente rinfrescato; ma il sole era già notevolmente calato. Con suo stupore, mentre si muoveva, cadde dal suo petto un bellissimo mazzo di fiori. Rimase incantato da questa delicata attenzione della sua ospite, o forse della sua graziosa figlia con quegli occhi bassi. Sembrava esserci una raffinatezza nel dono, e nel modo in cui veniva offerto, che difficilmente ci si poteva aspettare da questi gentili ma semplici rustici. I fiori, inoltre, erano rari e scelti; gerani come se ne trovano solo nei pergolati delle dame, un gelsomino del Capo, alcuni garofani muschiati e una rosa che sembrava la sorella di quella che aveva portato da Ducie. Erano delicatamente legati insieme, inoltre, da un nastro azzurro brillante, fissato da una spilla d’oro e turchese. Era quanto mai strano; era un’avventura più adatta a un palazzo siciliano che a una casa colonica inglese; ai giardini di una principessa che al portico raggruppato della sua gentile ospite. Ferdinand fissò il bouquet con uno sguardo di perplessità e piacere misti; poi entrò nella casa colonica e fece domande alla sua ospite, ma furono infruttuose. C’era anche la graziosa figlia dagli occhi bassi; ma la sua stessa ammirazione per il dono, così genuina e sfrenata, provava, se fosse necessaria una testimonianza, che lei non era la sua benefattrice sconosciuta; ammiratrice, avrebbe detto; ma Ferdinand era innamorato e modesto. Tutti concordarono che nessuno, a loro conoscenza, era stato lì; e così Ferdinand, custodendo il suo bellissimo dono, dovette lasciare i suoi nuovi amici con tanta perplessità quanta ne aveva prima.

CAPITOLO XIV.

Contenente un incidente che è la conclusione della maggior parte dei racconti, sebbene quasi l’inizio del presente.

MANCAVANO circa due ore al tramonto quando il Capitano Armine trovò il coraggio di bussare a Ducie Bower. Chiese di Mr. Temple e apprese con sorpresa che Mr. Temple aveva lasciato Ducie ieri mattina per la Scozia. “E Miss Temple?” disse Ferdinand. “È in casa, signore,” rispose il domestico. Ferdinand fu introdotto nel salone. Lei non era lì. Il nostro eroe era molto nervoso; era stato abbastanza audace nel corso della sua camminata dalla fattoria, e si era lasciato andare a mille conversazioni immaginarie con la sua signora; ma, ora che stava davvero per incontrarla, tutto il suo fuoco e la sua fantasia lo abbandonarono. Tutto gli sembrava di cattivo auspicio per il suo corteggiamento; la sua situazione, il poco tempo che lei lo conosceva, la sua incertezza sullo stato dei sentimenti di lei. Come faceva a sapere che non era promessa a un altro? perché non avrebbe potuto essere fidanzata proprio come lui? Questa eventualità gli era già capitata in mente, eppure l’aveva scacciata dai suoi pensieri. Iniziò a essere geloso; iniziò a considerarsi un gran sciocco; in ogni caso, decise di non esporsi oltre. Era chiaramente prematuro; sarebbe passato domani o il giorno dopo: parlarle ora era certamente impossibile.

La porta si aprì; lei entrò, radiosa come il giorno! Che sorriso! che denti abbaglianti! che fossette rapite! i suoi occhi brillavano come fulmini estivi; gli protese una mano bianca e morbida come una di quelle colombe che avevano giocato intorno a lui al mattino. Sicuramente mai nessuno fu dotato di una presenza così imperiale. Così maestosa, così regale, eppure al contempo così semplicemente graziosa; piena di una tale eterea naturalezza, in un momento sembrava un’imperatrice, e poi solo una bellissima bambina; e la mano e il braccio che sembravano fatti per agitare uno scettro, in un istante sembravano adatti solo ad accarezzare una gazzella o a cogliere un fiore.

“Come sta?” disse; e lui credette davvero che stesse per cantare. Non era ancora abituato a quella voce meravigliosa. Essa ruppe il silenzio come una campana d’argento appena toccata dall’aria estiva. “È gentile da parte sua venire a vedere una fanciulla sola,” continuò; “papà mi ha abbandonata, e senza alcun preavviso. Non riesco a sopportare di essere separata da lui, e questa è quasi l’unica volta che ha rifiutato la mia richiesta di accompagnarlo. Ma deve viaggiare lontano e velocemente. Mio zio lo ha mandato a chiamare; non sta molto bene e papà è il suo fiduciario. Ci sono degli affari; non so cosa siano, ma oso dire non molto piacevoli. A proposito, spero che Lady Armine stia bene?”

“Il mio papà mi ha abbandonato,” disse Ferdinand con un sorriso. “Non sono ancora arrivati, e potrebbero passare ancora alcuni giorni prima che raggiungano Armine.”

“Davvero! Spero che stiano bene.”

“Sì; stanno bene.”

“È venuto a cavallo?”

“No.”

“Non sarà venuto a piedi?”

“A stento so come sono venuto; credo di aver camminato.”

“Deve essere molto stanco; e lei è in piedi! La prego, si sieda; si sieda su quella sedia; sa che quella è la sua sedia preferita.”

E Ferdinand si sedette proprio sulla sedia in cui l’aveva osservata la notte precedente.

“Questa è certamente la mia sedia preferita,” disse; “non conosco alcun posto al mondo che preferisca a questo.”

“Prenderà un rinfresco? Sono certa che lo farà; deve essere molto stanco. Prenda del vino bianco; papà prende sempre vino bianco e acqua di seltz. Ordinerò del vino bianco e acqua di seltz per lei.” Si alzò e suonò il campanello nonostante le sue rimostranze.

“E lei ha fatto una passeggiata, Miss Temple?” chiese Ferdinand.

“Stavo pensando di fare un giro ora,” rispose, “ma sono contenta che sia passato, perché volevo una scusa per oziare.”

Passò un'ora, né la conversazione da una parte o dall'altra fu sostenuta in modo molto brillante. Ferdinand sembrava smorto, ma in verità era soltanto lunatico, rivolgendo nella sua mente molti strani incidenti e sentimenti, per poi volgersi in cerca di consolazione nelle sue perplessità verso l'incantevole visione che ancora poteva contemplare. Né Miss Temple era nel suo solito tono scintillante; la sua vivacità sembrava uno sforzo; era più costretta, era meno fluente di prima. Ferdinand, in verità, si alzò più di una volta per andarsene; tuttavia rimaneva. Perse il suo berretto; cercò il suo berretto; e poi si sedette di nuovo. Di nuovo si alzò, irrequieto e inquieto, vagò per la stanza, guardò un quadro, colse un fiore, fece a pezzi il fiore.

«Miss Temple,» osservò infine, «temo di essere molto stupido!»

«Perché è silenzioso?»

«Non è una ragione sufficiente?»

«No! Penso di no; credo di essere piuttosto affezionata alle persone silenziose; non sopporto di vivere con una persona che si sente obbligata a parlare perché è un mio compagno. L'intera giornata trascorre a volte senza che papà ed io scambiamo cinquanta parole; eppure sono molto felice; non sento che siamo noiosi:» e Miss Temple riprese il suo lavoro che aveva precedentemente lasciato.

«Ah! ma io non sono suo papà; quando siamo molto intimi con le persone, quando ci interessano, siamo presi dai loro sentimenti, non richiediamo perpetuamente le loro idee. Ma un conoscente, come sono io, soltanto un conoscente, un misero conoscente, a meno che io non parli o ascolti, non ho motivo di essere qui; a meno che io non contribuisca in qualche misura al divertimento o alla comodità della mia compagna, degenero in un noioso.»

«Penso che lei sia molto divertente, e può essere utile se vuole, molto;» e gli offrì una matassa di seta, che gli chiese di reggere.

Era una mano bellissima quella che gli fu tesa; una mano bellissima è un'eccellente cosa in una donna; è un fascino che non stanca mai, e meglio di tutto, è un mezzo di fascinazione che non scompare mai. Le donne portano una mano bellissima con loro fino alla tomba, quando un viso bellissimo è svanito da tempo, o ha cessato di incantare. Anche l'espressione della mano è inesauribile; e quando gli occhi che potremmo aver venerato non brillano o scintillano più, i riccioli con i quali potremmo aver giocato sono coperti da una cuffia, o peggio, da un turbante, e la presenza simmetrica che nei nostri sonetti ci ha ricordato così spesso antilopi e gazzelle selvatiche, tutto, tutto è svanito, la mano, la mano immortale, sfidando allo stesso modo il tempo e la cura, ancora vince, e ancora trionfa; e piccola, morbida e bianca, con un atteggiamento aereo, una pressione gentile, o un nuovo anello, rinnova con instancabile grazia l'incantesimo che legava la nostra gioventù innamorata e adorante!

Ma nel caso presente c'erano occhi luminosi quanto la mano, ciocche più lucenti e rigogliose di quelle di Elena di Troia, una guancia rosa come una conchiglia, che si apriva in fossette come un mattino di maggio al sole, e labbra dalle quali rubava un profumo più dolce dell'intero conservatorio. Ferdinand si sedette su una sedia di fronte a Miss Temple, con la matassa tesa.

«Ora questo è meglio che non fare nulla!» disse lei, catturando il suo sguardo con un'occhiata metà gentile, metà maliziosa. «Sospetto, Capitano Armine, che la sua malinconia abbia origine nell'ozio.»

«Ah! se potessi solo essere impiegato ogni giorno in questo modo!» esclamò Ferdinand.

«No! non con una conocchia; ma deve fare qualcosa. Deve entrare in parlamento.»

«Dimentica che sono un cattolico,» disse Ferdinand.

Miss Temple arrossì leggermente e parlò piuttosto velocemente del suo lavoro; ma il suo compagno non volle abbandonare l'argomento.

«Spero che lei non sia prevenuta contro la mia fede,» disse Ferdinand.

«Prevenuta! Caro Capitano Armine, non mi faccia pentire troppo seriamente di una parola avventata. Sento che è sbagliato che questioni di gusto si mescolino a questioni di credo; ma, a dire il vero, non sono del tutto sicura che un Howard, o un Armine, che fosse protestante, come me, piacerebbe al mio gusto tanto quanto nella loro posizione attuale, che, se è un po' scomoda, è molto pittoresca.»

Ferdinand sorrise. «La mia bisnonna era una protestante,» disse Ferdinand, «Margaret Armine. Pensa che Margaret sia un nome grazioso?»

«Regina Margaret! sì, un bel nome, penso; a parte la sua abbreviazione.»

«Avrei voluto che il nome della mia bisnonna non fosse stato Margaret,» disse Ferdinand, molto seriamente.

«Ora, perché il battesimo di quella rispettabile dama dovrebbe disturbare il suo gusto?» chiese Miss Temple.

«Avrei voluto che il suo nome fosse stato Henrietta,» rispose Ferdinand. «Henrietta Armine. Sa che c'è stata una Henrietta Armine una volta?»

«Davvero?» disse Miss Temple, alzandosi. «La nostra matassa è finita. È stato molto bravo. Devo andare a vedere i miei fiori. Venga.» E mentre diceva questa piccola parola, voltò il suo collo bianco e finemente modellato, e guardò oltre la spalla Ferdinand con un'espressione maliziosa del volto a lei particolare. Quello sguardo accattivante, davvero, quella voce chiara e dolce, e quell'atteggiamento rapido e aggraziato, si fusero in un incantesimo che era irresistibile. Il suo cuore anelava a Henrietta Temple, e si alzò all'ordine della sua voce.

Dal conservatorio uscirono nel giardino. Era un pomeriggio delizioso; il sole era tramontato dietro il boschetto, e l'aria, che era stata per tutta la giornata un po' opprimente, ora era calda, ma mite. A Ducie c'era una bella vecchia terrazza che si affacciava sulle colline occidentali, che delimitano la valle in cui è situato il Bower. Queste colline, una cresta di moderata elevazione, ma di forma pittoresca, si dividevano proprio di fronte alla terrazza, come se apposta per accogliere il sole al tramonto, come esistenze inferiori che avevano, per così dire, ceduto il passo davanti allo splendore di qualche potente signore o conquistatore. L'alto e scosceso argine che questa terrazza coronava era coperto di arbusti rari, e occasionalmente un gruppo di alberi alti vi sorgeva in mezzo, interrompendo la vista con un'interferenza che era tutt'altro che sgraziata, mentre le piante, distendendosi da grandi vasi di marmo, si erano estese sui loro tronchi, e a volte, nel loro gioco, avevano toccato persino i loro rami più alti. Tra la terrazza e le colline distanti si estendeva un tratto di terreno da pascolo, verde e ben boscoso dalle sue ricche siepi; non un tetto era visibile, sebbene molte fattorie e borghi fossero vicini; e, nel cuore di una terra ricca e popolosa, ecco una regione dove il pastore o il mandriano era l'unica prova dell'esistenza umana. Fu verso quella, un luogo grato in un'ora simile, che Miss Temple e il suo compagno diressero i loro passi. L'ultimo raggio del sole lampeggiò attraverso l'orizzonte fiammeggiante mentre raggiungevano la terrazza; le colline, ben boscose, o che presentavano un profilo nudo e acuto verso il cielo, si stagliavano nettamente definite nella forma; mentre in un'altra direzione alcune alture più distanti erano pervase da una ricca tinta porpora, toccata a volte da un bagliore rosato di luce soffusa e tremolante. L'intera scena, in verità, dall'umile terra da pascolo che stava presto per strisciare nell'oscurità, alle fiere colline le cui creste scintillanti erano ancora toccate dal raggio vivente, era bagnata di bellezza lucida e morbidezza luminosa, e si fondeva con il baldacchino incandescente del cielo lustro. Ma sulla terrazza e sui boschetti che sorgevano oltre di essa, e sulle radure e sui viali nei quali si aprivano, cadeva la piena gloria del tramonto. Ogni momento una nuova ombra, ora rosata, ora dorata, ora mescolando nelle sue tinte mutevoli tutta la gloria dell'iride, cadeva sui ricchi giardini, i loro gruppi di alberi rari e nobili, e i loro viali scuri o scintillanti.

I vespri degli uccelli stavano debolmente morendo, l'ultimo muggito del bestiame che ritornava risuonava sul prato, il tintinnio del campanaccio delle pecore non si sentiva più, la sottile luna bianca cominciava a brillare, ed Espero scintillava nel cielo sbiadito. Era l'ora del crepuscolo!

Quell'ora deliziosa che addolcisce il cuore dell'uomo, qual è la sua magia? Non solo la sua bellezza; non è più bella dell'alba. È la sua quiete. Le nostre passioni tumultuose affondano con il sole, c'è una sottile simpatia tra noi e il nostro mondo, e alla immobilità della Natura risponde la serenità dell'anima.

In quest'ora sacra i nostri cuori sono puri. Tutte le preoccupazioni mondane, tutte quelle ansie e aspirazioni volgari che in altri periodi si aggirano come avvoltoi sopra la nostra esistenza, svaniscono dalla serena atmosfera della nostra suscettibilità. Un senso di bellezza e un sentimento di amore pervadono il nostro essere. Ma se in un momento simile la solitudine è piena di gioia, se, anche quando siamo soli, la nostra sensibilità nativa è sufficiente a incantarci con una beatitudine tranquilla ma elettrizzante, quanto doppiamente dolci, quanto moltiplicate devono essere le nostre sottili emozioni, quando la più delicata influenza della simpatia umana si combina con il potere e la purezza della natura materiale e morale, e completa lo squisito e incantevole incantesimo!

Ferdinand Armine si voltò dal bellissimo mondo intorno a lui per fissare lo sguardo su un volto più dolce dell'aria estiva, più morbido della luna splendente, più luminoso della stella della sera. La luce ombreggiata del crepuscolo porporino cadeva sulla presenza immobile e solenne di Henrietta Temple. Un'emozione irresistibile lo spinse; dolcemente prese la sua mano gentile, e, chinando il capo, le mormorò: «Bellissima, ti amo!»

Come, nell'opprimente quiete di una notte tropicale, una singola goccia è il rinfrescante presagio di un acquazzone che libera i cieli, così anche questa lieve espressione sollevò in un istante l'intensità dei suoi sentimenti sovraccarichi, e calde, rapide e prorompenti fluirono le parole che respiravano la sua fervida adorazione. «Sì!» continuò, «in questa bella scena, oh! lasciami volgere a qualcosa di ancora più bello. Bellissima, amata Henrietta, non posso più reprimere le emozioni che, da quando ti ho visto per la prima volta, hanno conquistato la mia esistenza. Ti amo, ti adoro; la vita nella tua compagnia è il paradiso; senza di te non posso vivere. Non considerarmi, oh! non considerarmi troppo audace, dolce signora; non sono degno di te, ma lascia che io ami! Non sono degno di te, ma chi può esserlo? Ah! se solo osassi avventurarmi a offrirti il mio cuore, se quel più umile di tutti i possedimenti potesse davvero essere tuo, se la mia adorazione, se la mia devozione, se la consacrazione della mia vita a te, potesse in qualche misura compensare il suo scarso valore, se potessi vivere anche solo per sperare------

«Lei non parla. Miss Temple, Henrietta, ammirevole Henrietta, l'ho offesa? Sono davvero la vittima di speranze troppo alte e fantasie troppo supreme? Oh! mi perdoni, bellissima, la prego di perdonarmi. È un crimine sentire, forse troppo intensamente, il senso della bellezza come la sua, cara signora? Ah! mi dica che sono perdonato; mi dica davvero che non mi odia. Sarò silenzioso, non parlerò mai più. Eppure, mi lasci camminare con lei. Non smetta di essere la mia compagna perché sono stato troppo audace. Mi abbia pietà, mi abbia pietà, carissima, carissima Henrietta. Se lei solo sapesse quanto ho sofferto, se lei solo sapesse le notti che non portavano sonno, i giorni di febbre che sono stati miei da quando ci siamo incontrati, se lei solo sapesse come mi sono nutrito solo di un'idea dolce, di un'immagine sacra di vita assorbente, da quando ho guardato per la prima volta la sua forma trascendente, davvero penso che lei avrebbe pietà, che perdonerebbe, che potrebbe persino------

«Mi dica, è colpa mia se lei è bella! Oh! quanto bella, la mia anima esausta e infelice sente fin troppo bene! È colpa mia se quegli occhi sono come l'alba, che la sua dolce voce freme attraverso la mia struttura, e persino il minimo tocco di quella mano leggera cade come un incantesimo sulla mia forma rapita! Ah! Henrietta, sia misericordiosa, sia gentile!»

Fece una pausa per un secondo, eppure lei non rispose; ma la sua guancia cadde sulla sua spalla, e la pressione gentile della sua mano fu più eloquente del linguaggio. Quel segnale lieve e dolce fu per lui come il sorgere del sole sulla terra nebbiosa. Pieno di speranza, gioia e fiducia, la prese tra le braccia, sigillò le sue labbra fredde con un bacio ardente, e le giurò il suo amore eterno e onnipotente!

La portò su una vecchia panca di pietra posta sulla terrazza. Ancora lei era silenziosa; ma la sua mano stringeva la sua, e la sua testa riposava sul suo petto. La luna splendente ora scintillava, le colline e i boschi erano argentati dal suo raggio, e i prati lontani erano bagnati della sua luce chiara e pura. Nemmeno una nuvola drappeggiava lo splendore delle stelle. Che anima rapita era quella di Ferdinand Armine mentre sedeva quella notte sulla vecchia panca, sulla Terrazza di Ducie, riparando dalla brezza nascente la forma tremante di Henrietta Temple! Eppure non fu il freddo a farla tremare.

L'orologio della Chiesa di Ducie batté le dieci. Si mosse, dicendo, con voce debole: «Dobbiamo andare a casa, mio Ferdinand!»

LIBRO III.

CAPITOLO I.

_In cui il Capitano Armine dimostra di essere un perfetto tattico_.

La luna di mezzanotte gettava i suoi ampi raggi sulle radure e sui viali di Armine, mentre Ferdinand, cavalcando il cavallo di Miss Temple, rientrava nel parco. Il suo volto era più pallido della luce spettrale che lo guidava sulla sua strada. Sembrava poco un amante impegnato e trionfante; ma nella sua fronte contratta e nel labbro compresso si poteva leggere la determinazione della sua anima. Non c'era più una contesa tra povertà e orgoglio, tra il mantenimento o la distruzione della sua antica casata, tra il suo vecchio impegno e la sua passione presente; quello era passato. Henrietta Temple era la luce nel faro in mezzo a tutte le sue tempestose fortune; verso di lei dirigeva tutte le energie del suo essere; e raggiungere quel porto, o affondare, era la sua incrollabile risoluzione.

Era notte fonda prima che rivedesse le torri e le torrette del suo castello, e il frammento coperto di edera del vecchio Place sembrava dormire in pace sotto la sua influenza protettrice. Un evento selvaggio e bellissimo era accaduto da quando aveva lasciato per l'ultima volta quelle antiche mura. E quale sarebbe stata la sua influenza su di esse? Ma non spetta all'amante appassionato moralizzare. Per lui, i rimpianti del passato e le possibilità del futuro sono ugualmente persi nel presente rapito e assorbente. Poiché un amante che ha appena assicurato l'oggetto delle sue lunghe e tumultuose speranze è come un palombaro che ha appena colto un gioiello dal letto di un mare raro. Ansante e selvaggio giace sulla spiaggia, e la gemma che stringe è l'unica idea che assorbe la sua esistenza.

Ferdinand è nella sua piccola stanza, quella piccola stanza dove sua madre gli aveva dato un addio così appassionato. Ah! ora ama un'altra donna più di sua madre. No, persino un sentimento di imbarazzo e dolore è associato al ricordo di quell'essere affettuoso ed elegante, che aveva riconosciuto una volta come il modello di ogni perfezione femminile, e che era stata per lui così gentile e così devota. Scaccia sua madre dai suoi pensieri. È di un'altra voce che ora medita; è la memoria dello sguardo di un'altra che tocca il suo cuore ansioso. Cade in una fantasticheria; il passato appassionato è recitato di nuovo davanti a lui; nel suo occhio scintillante e nel rapido gioco dei suoi lineamenti si può tracciare il tumulto della sua anima. Un dubbio attraversa la sua fronte. È davvero così felice; non è tutto un sogno? Prende dal suo seno il fazzoletto di Henrietta Temple. Riconosce su di esso le sue iniziali magiche, lavorate nei suoi stessi fini capelli scuri. Un sorriso di trionfante certezza illumina il suo volto, mentre preme rapidamente il memoriale sulle sue labbra, e vi imprime un migliaio di baci: e tenendo questa testimonianza cara della sua felicità al suo cuore, il sonno alla fine discese sulla struttura esausta di Ferdinand Armine.

Ma la notte che portò sogni a Ferdinand Armine non gli portò visioni più meravigliose e magiche della sua vita da sveglio. Chi ama vive in una trance estatica. Il mondo che lo circonda non è il mondo dell'uomo che lavora: è la terra delle fate. Non è dello stesso ordine delle miriadi lavoratrici su cui sembra camminare. Sono per lui soltanto uno sciame di insetti dall'animo umile e dai modi umili. Per lui, la specie umana è rappresentata da un singolo individuo, e di lei fa un idolo. Tutto ciò che è luminoso e raro è soltanto inventato e ideato per adornarla e piacerle. I fiori per lei furono creati così dolci e gli uccelli così musicali. Tutta la natura sembra avere un'intima relazione con l'essere che adoriamo; e poiché per noi la vita sembrerebbe ora intollerabile, un fardello di fatica insopportabile e stancante, senza questa trascendente simpatia, così non possiamo fare a meno di immaginare che se la sua dolce e sottile origine stessa dovesse lasciare questa scena ispirata, l'universo stesso non sarebbe ignaro della sua privazione, e un po' dello splendore del mondo potrebbe mancare persino al più insensibile.

Il mattino scoppiò bello come tale amore. Una tinta rosata suffuse il cielo morbido e tremulo, e tinse con una tonalità delicata gli alberi alti e gli ampi prati, rinfrescati dalla rugiada leggera e svanente. L'aria era vocale con un migliaio di canti; tutto era luminoso e chiaro, allegro e dorato. Ferdinand si svegliò da sogni deliziosi, e fissò la scena che rispondeva alle sue stesse emozioni luminose e liete, e inalò l'aria balsamica, eterea come la sua stessa anima. L'amore, che può illuminare l'oscura baracca e il tetro solaio, che getta un raggio di luce incantevole sulla città chiusa e affollata, sembra montare con un'ala più leggera e scintillante in un'atmosfera brillante quanto le sue stesse piume. Fortunato il giovane, il cui romanzo dell'esistenza è posto in una scena adatta alla sua bella e meravigliosa carriera; fortunata la passione che viene respirata nei palazzi, tra le nobilitanti creazioni dell'arte circostante, e saluta l'oggetto della sua tenera sollecitudine tra giardini profumati, e all'ombra di boschi verdi e silenziosi! Qualunque possa essere il corso più aspro della sua carriera, per quanto il mondo freddo possa gettare le sue oscure ombre sul suo futuro cammino, egli può ancora considerarsi tre volte benedetto colui al quale è toccato questo destino grazioso, e tra le tempeste e i problemi della vita successiva può guardare indietro a queste ore, belle come l'alba, bellissime come il crepuscolo, con conforto e soddisfazione. La delusione può far appassire le sue energie, l'oppressione può ammaccare il suo spirito; ma ostacolato, scoraggiato, abbandonato, schiacciato, solo dove una volta tutto era simpatia, cupo dove tutto era luce, ancora non ha vissuto invano.

Gli affari, tuttavia, sorgono con il sole. Il mattino porta cure, e sebbene con energie riarmate e forza rinnovata, allora è la stagione in cui siamo meglio qualificati a lottare con la covata molesta, ancora Ferdinand Armine, il figlio coinvolto di una stirpe rovinata, raramente si alzava dal suo giaciglio, raramente richiamava la coscienza dopo il riposo, senza un dolore. Né c'era in verità magia con ciò, nell'incantesimo dolce che ora lo legava, per preservarlo da questa invasione nera. L'ansia era uno degli ingredienti del fascino. Avrebbe potuto dimenticare le sue fortune infrante, il suo spirito audace e sanguigno avrebbe potuto costruire molti castelli per il futuro, coraggiosi quanto quello di Armine; ma il ricordo stesso che ispirava Henrietta Temple, il ricordo stesso del passato e trionfante crepuscolo, non faceva che forzare di più sulla sua memoria la convinzione che egli fosse, in questo momento, impegnato anche con un'altra, e obbligato a sposare due donne.

Una cosa andava fatta; Miss Grandison avrebbe potuto arrivare proprio quel giorno. Era un evento improbabile, ma pur sempre possibile. Mentre rimuginava su questo, il suo servitore gli portò le lettere, arrivate il giorno precedente, lettere di sua madre e di Katherine, la sua Katherine. Gli recarono un immediato sollievo. L'inferma non era migliorata; i loro movimenti erano ancora incerti. Katherine, "la sua Kate", espresse perfino un timido e affettuoso desiderio che egli facesse ritorno. La sua risoluzione fu presa in un istante. Decise con la pronta preveggenza di chi ha in gioco i propri interessi più cari. Scrisse a Katherine che sarebbe volato subito da lei, se non fosse che si aspettava di dover essere richiesto a Londra da un giorno all'altro, per affari militari di urgente importanza per la loro felicità. Questo avrebbe potuto, anzi, avrebbe necessariamente ritardato il loro incontro. Nel momento in cui avesse ricevuto la convocazione per presentarsi alle Horse Guards, si sarebbe affrettato a partire. Nel frattempo, lei doveva scrivergli lì; e in ogni caso non lasciare Bath per Armine senza dargli un preavviso di diversi giorni. Spedita questa lettera e un'altra a sua madre, Ferdinand si recò alla torre per comunicare a Glastonbury la necessità della sua partenza immediata per Londra, assicurando però quel buon vecchio della brevità della sua visita in quella città. L'angoscia di questa partenza inaspettata fu mitigata dalla promessa solenne di ritornare in pochissimi giorni, e di ritornare con la sua famiglia.

Fatte queste disposizioni, Ferdinand sentì che, qualunque cosa fosse accaduta, si era almeno assicurato un certo periodo di beatitudine ininterrotta. Aveva un servitore fedele, un italiano, nella cui discrezione riponeva, a ragione, un'illimitata fiducia. A lui Ferdinand affidò l'incarico di portargli ogni giorno le lettere nel suo rifugio, che aveva stabilito dovesse essere quella stessa pittoresca casa colonica, nel cui accogliente portico aveva trovato il giorno precedente un così ospitale riparo, e dove aveva vissuto quell'incantevole avventura che ora lo deliziava piuttosto che turbarlo.

CAPITOLO II.

Un giorno d'amore.

NEL frattempo la bella Henrietta sedeva nel suo pergolato, la musica trascurata, il disegno gettato da parte. Persino i suoi uccellini erano dimenticati, e i fiori non curati. Un dolce tumulto le riempiva il corpo: ora rapita in una fantasticheria, appoggiava il capo sulla mano gentile in un'estasi incantata; ora, alzandosi dal sedile inquieto, percorreva la stanza pensando al suo rapido arrivo. Quale era questa possente rivoluzione che pochi brevi giorni, poche brevi ore avevano causato? Com'era misteriosa, eppure irresistibile, travolgente! Suo padre era lontano, quel padre di cui aveva vissuto solo del pensiero; dal quale la minima separazione un tempo era stata dolore; e ora quel padre non reclama nemmeno i suoi pensieri. Un'altra immagine, quella di uno sconosciuto, è assisa sul trono della sua anima. Lei che si era mossa nel mondo così variamente, che aveva ricevuto tanto omaggio ed era stata abituata fin dall'infanzia a tutto ciò che è considerato compiuto e affascinante nell'uomo, e che aveva superato la prova con uno spirito calmo e limpido; ecco, non è più padrona dei suoi pensieri o dei suoi sentimenti; era caduta davanti a uno sguardo, e aveva ceduto in un istante a una parola ardente!

Ma poteva incolpare se stessa? Si pentiva del passato rapido e ravvivante? Il rimpianto si mescolava alla sua meraviglia? C'era una punta di rimorso, per quanto lieve, che mescolava il suo dente aguzzo a tutta la sua beatitudine? No! Il suo amore era perfetto, e la sua gioia era piena. Offrì i suoi voti a quel Cielo che le aveva accordato una felicità così suprema; si sentiva solo indegna di un destino così completo. Si meravigliava, nella mitezza e purezza del suo spirito, perché qualcuno così dotato fosse stato riservato a lei, e cosa egli potesse riconoscere nelle sue qualità imperfette e inferiori per dedicarvi l'affetto della sua rara esistenza.

Ferdinand Armine! È mai esistito davvero, l'ingegno di un poeta ha mai ideato, un essere così scelto? Così giovane, così bello, così vivace e compiuto, così profondamente e variamente interessante! Quella voce dolce doveva risuonare davvero solo nel suo orecchio incantato, quella forma aggraziata muoversi solo per il piacere del suo occhio vigile? Quella fantasia rapida e aerea doveva creare solo per il suo diletto, e quel cuore dolce e gentile non doveva avere altra sollecitudine che per la sua volontà e la sua infinita gratificazione? E poteva essere possibile che lui la amasse, che lei fosse davvero la sua sposa promessa, che gli accenti della sua adorazione riecheggiassero ancora nel suo orecchio, e il suo tenero abbraccio si stringesse ancora alle sue labbra mute e tremanti! L'avrebbe sempre amata? Sarebbe stato sempre così tenero? Sarebbe stato fedele quanto ora era devoto? Ah! lei non lo avrebbe perso. Quel cuore non doveva sfuggirle mai. La sua vita doveva essere un lungo, vigile stratagemma per incatenare il suo essere.

Cosa era lei cinque giorni prima? È possibile che vivesse prima di incontrarlo? A cosa pensava, cosa faceva? Potevano esserci passatempi senza questo compagno, piani o sentimenti senza questo dolce amico? La vita doveva essere stata un vuoto, insipida, ottusa e stanca. Non riusciva a ricordare se stessa prima di quella cavalcata mattutina ad Armine. Come scorreva il giorno! Quanto dovevano essere state pesanti le ore! Tutto ciò che era stato pronunciato prima che lei ascoltasse Ferdinand sembrava privo di senso; tutto ciò che era stato fatto prima che lui si soffermasse al suo fianco, senza meta e senza scopo.

O Amore! Invano moralizzano; invano ci insegnano che tu sei un'illusione; invano dissezionano il tuo sentimento ispiratore, e vorrebbero mortificarci fino alla miseria con la sua analisi degradante. Il saggio può annunciare che la vanità gratificata è il tuo scopo e la tua fine; ma l'amante guarda con disprezzo la sua filosofia a sangue freddo. La Natura gli assicura che tu sei un'emozione bella e sublime; ed egli risponde: puoi privare il sole del suo calore perché il suo raggio può essere scomposto; o il diamante brilla con meno splendore perché tu puoi analizzarne il fulgore?

Un leggero fruscio risuonò alla finestra: Henrietta alzò lo sguardo, ma la vista abbandonò la sua visione sbiadente mentre Ferdinand afferrava con dolcezza la sua mano più dolce, e la premeva sulle labbra.

Un momento prima, e lei aveva desiderato la sua presenza come il bambino quella della madre; un momento prima, e aveva mormorato che gran parte del mattino era passato senza la sua compagnia; un momento prima, e sembrava che nessun tempo potesse esaurire l'espressione dei suoi sentimenti. Come aveva sospirato per il suo arrivo! Come aveva sperato che quel giorno potesse trasmettergli ciò che la notte scorsa aveva così debolmente, così imperfettamente tentato! E ora sedeva tremante e silenziosa, con gli occhi bassi e il volto che cambiava espressione!

"Mia Henrietta!" esclamò Ferdinand, "mia bellissima Henrietta, sembrava che non dovessimo incontrarci mai più, eppure mi sono alzato quasi con il sole."

"Mio Ferdinand," rispose Miss Temple, osando a stento incontrare il suo sguardo, "non riesco a parlare; sono così felice che non riesco a parlare."

"Ah! dimmi, hai pensato a me? Ti sei accorta che ho rubato il tuo fazzoletto la notte scorsa? Guarda! Eccolo; quando dormivo, l'ho baciato e l'ho tenuto vicino al mio cuore."

"Ah! dammelo," mormorò lei debolmente, porgendo la mano; e poi aggiunse, con un tono più fermo e vivace: "e lo hai tenuto davvero vicino al tuo cuore!"

"Vicino al tuo; perché è tuo, amore! Dolcezza, sei così bella oggi! Mi sembra che tu non sia mai stata metà così bella. Quegli occhi sono così brillanti, così tanto blu, così simili alla violetta! Non c'è nulla come i tuoi occhi!"

"Eccetto i tuoi."

"Hai tolto la mano. Ridammi la mia mano, mia Henrietta. Non la lascerò. Per tutto il giorno resterà stretta alla mia. Ah! che mano! così morbida, così tanto morbida! Non c'è nulla come la tua mano."

"La tua è altrettanto morbida, caro Ferdinand."

"O Henrietta! Ti amo così tanto! Vorrei poterti dire quanto ti amo! Mentre tornavo a casa la scorsa notte mi sembrava di non averti espresso neanche la decima, anzi, la millesima parte di ciò che provo."

"Non puoi amarmi, Ferdinand, più di quanto io ami te."

"Dillo ancora! Dimmelo molto spesso, dimmelo mille volte, quanto mi ami. A meno che tu non me lo dica mille volte, Henrietta, non potrò mai credere di essere così benedetto."

Uscirono in giardino. La Natura, con il cielo splendido e la dolce brezza, sembrava sorridere alla loro passione. Henrietta colse i fiori più belli e li pose sul suo petto.

"Ti ricordi la rosa ad Armine?" disse Ferdinand con un sorriso affettuoso.

"Ah! chi avrebbe mai creduto che avrebbe portato a questo?" disse Henrietta con gli occhi bassi.

"Non sono più innamorato ora di quanto lo fossi allora," disse Ferdinand.

"Non oso parlare dei miei sentimenti," disse Miss Temple. "È possibile che siano passati solo cinque giorni dal nostro primo incontro! Sembra un'altra era."

"Non ho memoria di nulla di ciò che è accaduto prima di vederti sotto il cedro," rispose Ferdinand: "quella è la data della mia esistenza. Ti ho vista, e ho amato. Il mio amore è stato subito completo; non ho fiducia in nessun altro; non ho fiducia nell'amore che è creatura di osservazione, e riflessione, e confronto, e calcolo. L'amore, secondo me, dovrebbe scaturire da un'innata simpatia; dovrebbe essere superiore a ogni situazione, a ogni legame, a ogni circostanza."

"Tale, allora, dobbiamo credere che sia il nostro," rispose Henrietta, con un tono alquanto grave e pensieroso: "abbraccerei volentieri il tuo credo. Non so perché dovrei vergognarmi dei miei sentimenti. Sono naturali, e sono puri. Eppure tremo. Ma finché tu non pensi a me con leggerezza, Ferdinand, di chi dovrei curarmi?"

"Mia Henrietta! mio angelo! mia adorata e bellissima! Ti venero, ti riverisco. Ah! mia Henrietta, se solo sapessi quanto ti adoro, non parleresti così. Vieni, passeggiamo nei nostri boschi."

Dicendo ciò, la trasse via dalla posizione più pubblica in cui si trovavano, ed entrò, attraverso un sentiero tortuoso, in quei bellissimi pergolati che avevano dato un nome così bello e appropriato a Ducie. Ah! quella fu una passeggiata di ricca delizia, mentre, avvolgendole il braccio intorno alla vita sottile, le riversava nell'orecchio palpitante tutta l'eloquenza della sua passione. Ogni ora che si erano conosciuti fu analizzata, e i sentimenti di ogni momento furono confrontati. Quali dolci e vibranti confessioni! Alla fine fu stabilito, con completa soddisfazione di entrambi, che entrambi si erano innamorati nello stesso momento, e che avevano pensato reciprocamente e incessantemente l'uno all'altra fin dal primo istante del loro incontro.

La conversazione degli amanti è inesauribile. L'ora scivolava via dopo l'ora, mentre Ferdinand esprimeva alternativamente la sua passione e raccontava la storia della sua vita passata. Poiché la curiosità della donna, vivace in ogni momento, non è mai così acuta, così esigente e così interessata, come nella sua ansia di conoscere la precedente carriera del suo amante. È gelosa di tutto ciò che egli ha fatto prima di conoscerla; di ogni persona alla quale ha parlato. Vorrà essere rassicurata mille volte che egli non ha mai amato prima, eppure crede alla prima affermazione. Invidia la madre che lo ha conosciuto da bambino, persino la balia che potrebbe aver cullato la sua culla. Insiste su una ritrattazione minuta e finita del suo carattere e della sua vita.

Perché non gliela diede? Più di una volta fu sulle sue labbra rivelare tutto; più di una volta stava per riversare tutti i suoi dolori, tutti gli intrecci della sua dolorosa situazione; più di una volta stava per fare la confessione completa e mortificante che, sebbene il suo cuore fosse suo, ne esisteva un'altra che, anche in quel momento, avrebbe potuto reclamare la mano che Henrietta stringeva con tanta tenerezza. Ma si trattenne. Non voleva rompere l'incantesimo che lo circondava; non voleva disturbare il ruscello limpido e brillante in cui la sua vita stava scorrendo in quel momento; non ebbe il coraggio di cambiare con una parola mondana la scena di celestiale incanto in cui ora si muoveva e respirava. Aggiungiamo, in qualche misura per sua giustificazione, che non era del tutto incurante dei sentimenti di Miss Grandison. Sufficiente miseria rimaneva, in ogni caso, per lei, senza aggiungere la miseria di rendere la sua rivale consapevole della sua mortificazione. L'atto doveva essere compiuto, e compiuto prontamente; ma, almeno, non ci sarebbero dovuti essere testimoni inutili della sua straziante realizzazione.

Così guardò la fronte radiosa della sua Henrietta, inghirlandata di sorrisi di innocente trionfo, scintillante di felicità non mitigata, e raggiante di devozione ininterrotta. Doveva l'ombra di una passione oscura oscurare per un momento quel cielo, così luminoso e così sereno? Doveva anche un momentaneo spasimo di gelosia o sfiducia addolorare quel seno puro e immacolato? Nel mezzo di emozioni contrastanti, la strinse al cuore con rinnovata energia e, chinando il capo, impresse un bacio sulla sua fronte arrossata.

Si sedettero su una panchina che, sembrerebbe, la Natura aveva creato per la comodità degli amanti. Il muschio più soffice e i fiori più luminosi adornavano il suo lato elastico e fragrante. Un faggio disteso ombreggiava le loro teste dal sole, che ora era al tramonto; e di tanto in tanto i suoi ampi rami stormivano con la dolce brezza che passava su di loro in raffiche rinnovatrici e gentili. I boschi si allargavano davanti a loro e, al termine di un viale ben studiato, scorsero i tetti del villaggio e l'alto campanile grigio della chiesa di Ducie. Avevano vagato per ore senza stanchezza, eppure il riposo era gradito, mentre ascoltavano gli uccelli e coglievano fiori di campo.

"Ah! ricordo," disse Ferdinand, "che non era lontano da qui, mentre dormivo proprio nel portico della mia graziosa casa colonica, che la fata del luogo fece cadere sul mio petto questi bellissimi fiori che ora indosso. Non li hai notati, mia dolce Henrietta? Sai che sono piuttosto mortificato che non ti abbiano reso almeno un po' gelosa?"

"Non sono gelosa delle fate, caro Ferdinand."

"Eppure credo a metà che tu sia una fata, mia Henrietta."

"Una molto sostanziosa, temo, mio Ferdinand. È un complimento alla mia figura?"

"Beh, allora, una ninfa silvestre, molto più, ti assicuro, di mio gusto; forse la rosea Driade di questo bell'albero; che vaga nei boschi, e salta sulle brughiere, spargendo bellissimi fiori, e sogni altrettanto luminosi."

"Ed erano luminosi i tuoi sogni ieri mattina?"

"Ho sognato te."

"E quando ti sei svegliato?"

"Mi sono affrettato alla fonte della mia ispirazione."

"E se non mi avessi sognata?"

"Sarei venuto a chiederne il motivo."

Miss Temple guardò a terra; un'espressione mista di ilarità e sentimento giocava sui suoi tratti, e poi alzando lo sguardo con un sorriso che combatteva con il suo occhio lacrimoso, nascose il viso sul suo petto e mormorò: "L'ho guardato mentre dormiva. Ha sognato davvero di me?"

"Tesoro della mia esistenza!" esclamò l'estasiato Ferdinand, "essere squisito, incantevole! Perché sono così felice? Cosa ho fatto per meritare una beatitudine così ineffabile? Ma dimmi, bellezza, dimmi come sei riuscita ad apparire e svanire senza testimoni? Perché le mie indagini furono severe, e queste brave persone devono essere state meno ingenue di quanto immaginassi per avervi resistito con successo."

"Sono venuta," disse Miss Temple, "a far loro visita, per me non raro. Quando sono entrata nel portico ho visto il mio Ferdinand addormentato. L'ho guardato per un momento, ma mi sono spaventata e me ne sono andata via senza essere notata. Ma ho lasciato i fiori, più fortunati della tua Henrietta."

"Dolce amore!"

"Non sono mai tornata a casa," continuò Miss Temple, "più triste e più avvilita. Mille volte ho desiderato di essere un fiore, per poter essere colta e indossata sul tuo cuore. Sorridi, mio Ferdinand. Davvero mi sento molto sciocca, eppure non so perché, ora non mi vergogno né ho paura di dirti nulla. Ero così infelice quando sono arrivata a casa, mio Ferdinand, che sono andata nella mia stanza e ho pianto. E poi è arrivato lui! Oh! che paradiso era il mio! Ho asciugato le lacrime dal viso e sono scesa a vederlo. Sembrava così bello e felice!"

"E tu, dolce bambina, oh! chi avrebbe potuto credere, in quel momento, che una lacrima fosse sfuggita da quegli occhi luminosi!"

"L'amore ci rende ipocriti, temo, mio Ferdinand; perché, un momento prima, ero così stanca che giacevo sul mio divano davvero infelice. E poi, quando l'ho visto, ho finto di non essere uscita, e stavo solo pensando a una passeggiata. Oh, mio Ferdinand! mi perdonerai?"

"Mi sembra di non averti mai amato fino a questo momento. È possibile che degli esseri umani si siano mai amati come noi?"

Ora giunse l'ora del crepuscolo. Mentre con questo tono affettuoso gli amanti si scambiavano i cuori, il sole era tramontato, gli uccelli erano diventati silenziosi, e la stella della sera scintillava sopra la torre di Ducie. Il pipistrello e lo scarabeo li avvertirono di tornare. Si alzarono a malincuore e ripercorsero i loro passi verso Ducie, con cuori ancora più teneri dell'ora che si scioglieva.

"Dobbiamo dunque separarci?" esclamò Ferdinand. "Oh! dobbiamo separarci! Come posso esistere anche solo un istante senza la tua presenza, senza almeno la consapevolezza di esistere sotto lo stesso tetto? Oh! volessi il cielo fossi uno dei tuoi servitori, per ascoltare il tuo passo, per obbedire al tuo campanello, e di tanto in tanto per cogliere la tua voce! Oh! ora desidero davvero che il signor Temple fosse qui, e allora potrei essere tuo ospite."

"Mio padre!" esclamò Miss Temple, con un tono alquanto serio. "Avrei dovuto scrivergli oggi! Oh! non parlare di mio padre, parla solo di te stesso."

Rimasero in silenzio mentre stavano per emergere sul prato, e poi Miss Temple disse: "Caro Ferdinand, devi andare; davvero devi. Non insistere perché io entri. Se mi ami, ora separiamoci. Mi ritirerò immediatamente, affinché il mattino possa giungere prima. Dio ti benedica, mio Ferdinand. Possa Egli vegliare su di te, e conservarti per sempre e sempre. Piangi! Davvero non devi; mi angosci così tanto. Ferdinand, sii buono, sii gentile; per amor mio non farlo. Io ti amo; cosa posso fare di più? Verrà il tempo in cui non ci separeremo, ma ora dobbiamo. Buonanotte, mio Ferdinand. Anzi, se vuoi, queste labbra sono davvero tue. Promettimi che non rimarrai qui. Ebbene allora, quando la luce sarà spenta nella mia camera, lascia Ducie. Promettimelo, e domani presto, prima di quanto tu pensi, farò una visita al tuo cottage. Ora sii buono, e domani faremo colazione insieme. Ecco fatto!" aggiunse con tono gaio, "vedi che l'arguzia di una donna ha il vantaggio." E così, senza un'altra parola, corse via.

CAPITOLO III.

Che nel complesso si rivela molto consolatorio.

LA separazione degli amanti, anche con un'imminente prospettiva di unione, comporta un sentimento di profonda malinconia. La reazione delle nostre emozioni solitarie, dopo un impulso sociale di così particolare eccitazione, ci scoraggia e ci deprime molto. La passione reciproca è completa simpatia. Sotto tale influenza non c'è sentimento così forte, né fantasia così delicata, che non riceva una risposta immediata. Il nostro cuore non ha segreti, sebbene la nostra vita possa averne. Sotto tale influenza, ciascuno si sforza inconsciamente di incantare l'altro; ciascuno lotta per mantenere la realtà di quell'ideale che è stato raggiunto in un momento di felice ispirazione. Quella è la stagione in cui la voce è sempre dolce, l'occhio sempre luminoso, e ogni movimento del corpo aereo e pittoresco; ogni accento è pieno di tenerezza; ogni sguardo, di affetto; ogni gesto, di grazia. Viviamo in un paradiso di nostra creazione. Tutto accade in modo da contribuire alla nostra perfetta soddisfazione, e può garantire la nostra completa autocompiacimento. Diamo e riceviamo felicità. Adoriamo e siamo adorati. L'amore è il primo maggio del cuore.

Tuttavia, una nube offuscherà il lucente splendore di quel cielo soave e brillante quando saremo soli; quando la dolce voce non sospirerà più e il luminoso sguardo non brillerà più, e la figura che adoriamo non si muoverà più dinanzi alla nostra visione rapita. La nostra felicità diviene troppo il risultato della riflessione. La nostra fede non è meno devota, ma non è così fervente. Crediamo nel miracolo, ma non ne siamo più testimoni.

E quando la luce si spense nella stanza di Henrietta Temple, Ferdinand Armine sentì per un istante come se il suo sole fosse tramontato per sempre. Sembrava non esserci ora alcuna prova della sua esistenza. Sarebbe mai giunto il domani? E se fosse giunto, le ore rosee l'avrebbero davvero portata sul loro carro radioso? E se stanotte fosse morta? Rabbrividì a questa folle immaginazione. Eppure poteva essere; tali tremende calamità erano accadute. E ora sentiva che la sua vita era coinvolta nella di lei, e che in tali circostanze la sua morte istantanea avrebbe dovuto completare la catastrofe. C'era dunque molto in gioco. Se fosse stato ancora il suo glorioso privilegio che la sua guancia gentile avesse trovato un cuscino sul suo cuore; se gli fosse stato concesso di riposare fuori dalla sua porta solo come sua guardia; anche se lo stesso tetto avesse riparato le teste di entrambi a qualunque distanza; tali oscure concezioni forse non sarebbero sorte a torturarlo; ma così com'era, lo perseguitavano come spiriti maligni mentre prendeva la sua via solitaria attraverso la landa per raggiungere la sua nuova dimora.

Ah! giunse il mattino, e che mattino! Luminoso come il suo amore! Ferdinand aveva trascorso una notte da sogno, e quando si svegliò non riuscì dapprima a riconoscere il luogo. Non era Armine. Poteva essere Ducie? Mentre distendeva le membra e si stropicciava gli occhi, poteva essere scusato se per un momento immaginava che tutta la felicità di ieri fosse stata davvero una visione. Era, in verità, dolorosamente perplesso mentre guardava intorno alla stanza ordinata ma umile, e coglieva il primo raggio di sole che lottava attraverso una finestra ombreggiata dal gelsomino. Ma sul suo cuore riposava un ricciolo di capelli scuri e fluenti, tenuto insieme proprio da quel turchese di cui immaginava di aver sognato. Felice, felice Ferdinand! Perché dovresti avere preoccupazioni? E il corso del tuo vero amore non può forse procedere senza intoppi?

Non si cura del futuro. Cos'è il futuro per uno così benedetto? Il sole è alto, l'allodola canta, il cielo è più blu del gioiello d'amore sul suo cuore. Lei sarà qui presto. Nessuna immagine cupa lo turba ora. La serenità è la dote dell'alba.

Verrà davvero? Henrietta Temple verrà davvero a fargli visita? Quel essere perfetto dinanzi al quale, solo pochi giorni addietro, egli stava estasiato; alla cui mente l'idea stessa della sua esistenza non era allora nemmeno balenata; sarà qui tra poco a fargli visita? a visitare il suo amato! Cosa ha fatto per essere così felice? Quale fata ha toccato lui e le sue oscure fortune con la sua bacchetta? Quale talismano stringe per evocare tali luminose avventure dell'esistenza? Non si sbaglia. È un essere incantato; un incantesimo pervade davvero il suo corpo; si muove in verità in un mondo di meraviglie e miracoli. Poiché quale fata ha una bacchetta come l'amore, quale talismano può compiere le gesta della passione?

Lasciò il portico rustico e passeggiò lungo il sentiero che conduceva a Ducie. Sobbalzò a un suono: era solo il balzo di un uccello errante. Poi il mormorio di una ruota in lontananza lo fece impallidire; si fermò e si appoggiò a un cancello vicino con il cuore ansimante. Era vicina? Non c'è momento in cui il cuore palpita con tale delicata sospensione come quando un amante attende la sua dama nei giorni di primavera della sua passione. L'uomo che guarda il sorgere del sole da una montagna non attende per sé un evento più bello, più gradevole e più impressionante. Con la sua presenza sembrerebbe che luce e calore cadano contemporaneamente sul suo cuore: le sue emozioni sono calde e solari, quelle che un istante prima sembravano fioche e gelide; un senso vibrante di gioia pervade il suo corpo; l'aria è più dolce e le sue orecchie sembrano riecheggiare la musica di mille uccelli.

Il suono della ruota che si avvicinava divenne più udibile; si fece vicino, più vicino; ma perse la delicatezza che la distanza gli conferiva. Ahimè! non sospingeva il carro di una fata, o il cocchio di un'eroina, ma un carretto, le cui molle tassate si piegavano sotto la forma corpulenta di un onesto fattore che augurò al capitano Armine un allegro buongiorno mentre passava trotterellando, e fiancheggiava la sua frusta gioviale con spietata destrezza. Il volume dell'inaspettato saluto, lo schiocco della cinghia riecheggiante, scossero i nervi delicati di un amante fantasioso, e Ferdinand apparve così confuso che, se l'onesto fattore si fosse solo fermato a osservarlo, il passante avrebbe potuto essere davvero scusato per averlo scambiato per un bracconiere, almeno, dal suo volto colpevole.

Questa piccola interruzione mondana spezzò le ali della fantasia in volo di Ferdinand. Cadde a terra. Il dubbio lo assalì se Henrietta sarebbe davvero venuta. Era deluso, e così divenne diffidente. Proseguì, tuttavia, in direzione di Ducie, sebbene lentamente, poiché c'era più di una strada, e mancarsi a vicenda sarebbe stato mortificante.

Il suo occhio rapido era in ogni dove; il suo orecchio vigile ascoltava in ogni direzione: tuttavia lei non si vedeva, e non si udiva alcun suono se non il ronzio del giorno. Divenne nervoso, agitato, e cominciò a evocare una folla di sfortunati incidenti. Forse era malata; sarebbe stato terribile. Forse suo padre era improvvisamente tornato. Era peggio? Forse era successo qualcosa di strano. Forse------

Perché! perché il suo volto diventa così pallido, e perché il suo passo è così improvvisamente arrestato? Ah! Ferdinand Armine, la tua coscienza non è forse limpida? Quel dolore è stato acuto. No, no, è impossibile; chiaramente, assolutamente impossibile; questa è davvero debolezza. Guarda! sorride! Sorride alla sua debolezza. Agita il braccio come in segno di disprezzo. Scaccia, con sfida, le sue oziose apprensioni. Il suo passo è più sicuro, e il colore ritorna sulle sue guance. Eppure suo padre deve tornare. Era preparato a quell'evento? Questa era una domanda che scavava a fondo. Indusse una lunga, oscura sequela di ricordi molesti. Si fermò a riflettere. In quale ragnatela di circostanze era ora coinvolto! Indipendentemente da come potesse agire, l'auto-liberazione sembrava impossibile. Una perfetta franchezza verso Miss Temple avrebbe potuto essere la distruzione del suo amore; persino modificata verso suo padre, avrebbe certamente prodotto il suo bando da Ducie. Come promesso sposo di Miss Grandison, Miss Temple lo avrebbe ripudiato; come amante di Miss Temple, in ogni caso, il signor Temple lo avrebbe respinto. Sotto quale luce apparirebbe a Henrietta se osasse rivelare la verità? Non lo guarderebbe forse come l'inconsapevole libertino del momento, che impegna con leggerezza il cuore di lei come ha già scherzato con quello di un'altra? Per quella passione assorbente e travolgente, pura, primitiva e profonda, alla quale lei ora rispondeva con un entusiasmo così fresco, così ardente e così immacolato, lei non riconoscerebbe che il fugace capriccio di uno spirito vano e mondano, desideroso di aggiungere un altro trionfo a una lunga lista di conquiste, e orgoglioso di un'altra prova della sua irresistibile influenza. Quale sicurezza c'era per lei che anche lei non venisse a sua volta dimenticata per un'altra? che un altro occhio non brillasse più del suo, e un'altra voce non risuonasse al suo orecchio con un tono più dolce?

Oh, no! non osava disturbare e macchiare il luminoso fluire della sua esistenza presente; si ritraeva dalla parola fatale che avrebbe sciolto l'incantesimo che li avvinceva, e introdotto tutte le cure calcolatrici di un mondo aspro nell'Eden spensierato in cui ora vagavano. E, per suo padre, anche se il triste impegno con Miss Grandison non esistesse, con quale volto Ferdinand potrebbe sollecitare la mano di sua figlia? Quale prospettiva di prosperità mondana potrebbe offrire alla considerazione ansiosa di un genitore? Era lui stesso indipendente? Non era forse peggio di un mendicante? Potrebbe riferire il signor Temple a Sir Ratcliffe? Ahimè! sarebbe stato un insulto per entrambi! Nel frattempo, a ogni ora il signor Temple potrebbe tornare, o qualcosa potrebbe giungere all'orecchio di Henrietta fatale a tutte le sue aspirazioni. Armine con tutte le sue pene, Bath con tutte le sue speranze; il suo padre malinconico, la sua madre affettuosa e ottimista, la tenera Katherine, il devoto Glastonbury, tutti sorsero dinanzi a lui, e si affollarono nella sua immaginazione torturata. Nell'agonia della sua mente desiderò di essere solo al mondo: sospirò per un terremoto che inghiottisse Armine e tutte le sue fortune fatali; e quanto a quei genitori, così affettuosi e virtuosi, e verso i quali era stato finora così ligio e devoto, si distolse dal loro pensiero con una sensazione di stanchezza, quasi di avversione.

Si sedette sul tronco di un albero e nascose il volto tra le mani. La sua rêverie era durata un po' di tempo, quando un suono gentile lo disturbò. Sollevò lo sguardo; era Henrietta. Era arrivata attraversando la landa sul suo calesse e senza accompagnatori. Era solo a pochi passi da lui; e quando lui sollevò lo sguardo, colse il suo sorriso affettuoso. Balzò dal suo posto; fu al suo fianco in un istante; il suo cuore batteva così tumultuosamente che non riusciva a parlare; tutti i pensieri oscuri furono dimenticati; afferrò con tocco tremante la mano tesa di lei, e la fissò con uno sguardo di estasi. Poiché, in verità, lei appariva così bella che gli sembrò di non aver mai reso giustizia prima alla sua bellezza insuperabile. C'era una fioritura sulla sua guancia, come su un frutto scelto e delicato; i suoi occhi viola scintillavano come gemme; mentre le fossette giocavano e tremolavano sulle sue guance, come a volte si possono osservare i raggi del sole sulla superficie pura di un'acqua limpida. Il suo volto, in verità, era inghirlandato di sorrisi. Sembrava la cosa più felice sulla terra; la personificazione stessa di una primavera poetica; vivace, fresca e innocente; scintillante, dolce e soave. Quando la contemplò, Ferdinand fu ricordato di qualche uccello gaio, o antilope aerea; appariva così luminosa e gioiosa!

«Deve salire», disse Henrietta con un sorriso, «e guidare fino al nostro cottage. Non sono stata brava a venire da sola? Faremo un giro così affascinante oggi.»

«Sei così bella!» mormorò Ferdinand.

«Mi basta che tu lo pensi. Non mi hai sentito arrivare? Cosa stavi facendo? Sprofondato nella meditazione? Ora dimmi sinceramente, stavi pensando a lei?»

«In verità, non ho altro pensiero. Oh, mia Henrietta! sei così bella oggi. Non riesco a parlare d'altro che della tua bellezza.»

«E come hai dormito? Sei comodo? Ti ho portato dei fiori per rendere la tua stanza più carina.»

Giunsero presto alla fattoria. La buona donna sembrò un po' sorpresa quando osservò il suo ospite guidare Miss Temple, ma molto più compiaciuta. Henrietta corse in casa a vedere i bambini, disse alcune parole gentili alla fanciulla, e chiese se il loro ospite avesse fatto colazione. Poi, voltandosi verso Ferdinand, disse: «Hai dimenticato che devi offrimi una colazione? Sarà sotto il portico. Non è dolce e grazioso? Vedi, ecco i tuoi fiori, e ti ho portato della frutta.»

La colazione fu sistemata. «Ma tu non reciti la tua parte, dolce Henrietta», disse lui; «non posso fare colazione da solo.»

Lei finse di condividere il suo pasto, affinché lui potesse prenderne parte; ma, in verità, si occupava solo di sistemare i fiori. Eppure, si comportò con tale destrezza che Ferdinand ebbe l'opportunità di soddisfare il suo appetito, senza essere posto in una posizione, imbarazzante in ogni momento, insopportabile per un amante, quella di mangiare alla presenza di altri che non si uniscono a te nell'occupazione.

«Ora», disse improvvisamente, sedendosi al suo fianco e ponendo una rosa nel suo abito, «ho un piccolo piano oggi, che penso sarà davvero delizioso. Mi porterai ad Armine.»

Ferdinand sussultò. Pensò a Glastonbury.

La sua situazione miserabile gli tornò in mente. Questa era la goccia amara nel calice; sì! proprio nella pienezza della sua rara felicità espresse un dolore. La sua confusione non fu inosservata da Miss Temple; poiché era molto rapida nella sua percezione; ma non riusciva a comprenderla. Non restò impressa nella sua mente, particolarmente quando Ferdinand acconsentì alla sua proposta, ma aggiunse: «Dimenticavo che Armine è più interessante per te che per me. Tutte le mie associazioni con Armine sono dolorose. Ducie è la mia delizia.»

«Ah! il mio romanticismo è ad Armine; il tuo a Ducie. Ciò in mezzo a cui viviamo, non sempre lo valorizziamo. Eppure amo la mia casa», aggiunse, in un tono un po' sommesso, persino serio; «tutte le mie associazioni con Ducie sono dolci e piacevoli. Saranno sempre così?»

Colpì un tasto al quale i pensieri fugaci di Ferdinand rispondevano troppo pienamente, ma egli trattenne l'umore della sua mente. Mentre lei diventava seria, lui finse allegria. «La mia Henrietta deve essere sempre felice», disse, «almeno, se l'amore del suo Ferdinand può renderla tale.»

Lei non rispose, ma gli strinse la mano. Poi, dopo un momento di silenzio, disse: «Il mio Ferdinand non deve essere abbattuto per la cara Armine. Ho fiducia nel nostro destino; vedo un futuro felice, molto felice.»

Chi potrebbe resistere a una profetessa così bella? Non la mente ottimista dell'innamorato Ferdinand Armine. Bevve ispirazione dai suoi sorrisi, e si soffermò con diletto sugli accenti teneri della sua simpatia animatrice. «Non sarò mai abbattuto con te», rispose; «tu sei il mio buon genio. O Henrietta! che paradiso è stare insieme!»

«Ti benedico per queste parole. Non andremo ad Armine oggi. Camminiamo. E a dire il vero, poiché non mi vergogno di dire nulla a te, sarebbe difficilmente discreto, forse, andare in giro per il paese in questo modo. Eppure», aggiunse, dopo un momento di esitazione, «cosa mi importa di ciò che dice la gente? O Ferdinand! penso solo a te!»

Quella fu una deliziosa passeggiata che queste creature giovani e innamorate fecero in quel mattino soleggiato! L'aria era dolce, la terra era bella, e tuttavia erano insensibili a tutto tranne che al loro amore reciproco. Inesauribile è il colloquio dei cuori teneri! Una storia semplice, anch'essa, e tuttavia ci sono così tanti modi di raccontarla!

«Com'è strano che ci siamo mai incontrati!» disse Henrietta Temple.

«In verità, penso sia del tutto naturale», disse Ferdinand; «crederò che sia il compimento di un destino felice. Poiché tutto ciò per cui ho sospirato ora lo incontro, e più, molto più di quanto la mia immaginazione potesse mai sperare.»

«Pensa solo a quel viaggio mattutino», riprese Henrietta, «così poco tempo fa, eppure sembra un'era! Crediamo nel destino, caro Ferdinand, o temo che tu debba pensare di me ciò che non vorrei.»

«Mia Henrietta, posso pensare a te solo come al più nobile e dolce degli esseri. Il mio amore è sempre eguagliato dalla mia gratitudine!»

«Mio Ferdinand, avevo letto di tali sentimenti, ma non ci credevo. Non credevo, almeno, che fossero riservati a me. Eppure ho incontrato molte persone, e visto qualcosa di più, molto più di quanto tocchi in sorte alle donne della mia età. Credimi davvero, il mio occhio è finora rimasto non abbagliato, e il mio cuore intatto.» Lui le strinse la mano.

«E poi», riprese lei, «in un momento; ma non è sembrata la vita comune. Quel bellissimo deserto, quel castello in rovina! Mentre guardavo intorno, non mi sentivo come di mia abitudine. Sentivo come se qualche destino fosse imminente, come se la mia vita e il mio destino fossero legati, per così dire, a quella scena strana e silenziosa. E poi lui si è fatto avanti, e io l'ho visto, così diverso da tutti gli altri uomini, così bello, così pensieroso! O Ferdinand! perdonami per amarti!» e lei girò gentilmente la testa, e nascose il volto sul suo petto.

«Cara Henrietta», mormorò sommessamente l'amante rapito, «migliore, e più dolce, e più bella delle donne, il tuo Ferdinand, in quel momento, non era meno commosso di te. Senza parole e pallido avevo guardato la mia Henrietta, e sentivo di contemplare l'essere a cui dovevo dedicare la mia esistenza.»

«Non dimenticherò mai il momento in cui stavo davanti al ritratto di Sir Ferdinand. Sai che il mio cuore era profetico; non volevo quella conferma di una strana congettura. Sentivo che dovevi essere un Armine. Avevo sentito parlare così tanto di tuo nonno, così tanto della tua famiglia. Li amavo per la loro gloria, e per i loro signorili dolori.»

«Ah! mia Henrietta, è solo questo che mi irrita. È amaro presentare la mia sposa alla nostra casa di affanni.»

«Non penserai mai che sia così», rispose con animazione. «Mi dimostrerò una vera Armine. Più felice nell'onore di quel nome che nei più ricchi possedimenti! Non mi conosci ancora. Tua moglie non disonorerà te o la tua stirpe. Ho uno spirito degno di te, Ferdinand; almeno, oso sperarlo. Posso spezzarmi, ma non mi piegherò. Lottare insieme contro tutte le nostre pene; e il mio Ferdinand, animato dalla sua Henrietta, restaurerà la casa.»

«Ahimè! mia nobile ragazza, temo che ci attenda una dura prova. Posso offrirti solo amore.»

«C'è qualcos'altro in questo mondo?»

«Ma, portarti via da un tetto di lusso, dove sei stata accudita fin dalla culla, con tutto ciò che contribuisce alle delicate delizie della donna, a--oh! mia Henrietta, non conosci il peso scoraggiante e deprimente delle cure domestiche.» La sua voce vacillò mentre ricordava il suo padre malinconico; e la delusione, forse la distruzione, che la sua passione stava preparando per la sua casa.

«Non ci saranno affanni; sopporterò tutto; animerò ogni cosa. Ho energia; davvero, Ferdinand mio. Ho, giovane come posso essere, ho spesso ispirato, spesso spinto avanti mio padre. A volte, dice che se non fosse stato per me, non sarebbe stato quello che è. È mio padre, il genitore migliore e più gentile che abbia mai amato la sua bambina; eppure, cosa sono i padri per te, Ferdinand mio? e, se potessi aiutarlo, cosa potrei non fare per-----»

«Ahimè! mia Henrietta, non abbiamo un teatro per l'azione. Dimentichi il nostro credo.»

«Era quello del grande Sir Ferdinand. Ha fatto un teatro.»

«La mia Henrietta è ambiziosa», disse Ferdinand, sorridendo.

«Carissimo, mi accontenterei, anzi! questa è una frase debole, sceglierei, se la scelta fosse in mio potere ora di selezionare una vita più grata alle mie vedute e sentimenti, qualche deliziosa solitudine, proprio come Armine, e trascorrere l'esistenza senza altro scopo che compiacerti. Ma parlavamo di altre circostanze. Tale felicità, si dice, non è per noi. E volevo mostrarti che ho uno spirito che può lottare con le avversità, e un'anima presaga di sopraffarle.»

«Hai uno spirito che venero, e un'anima che adoro, né c'è essere più felice al mondo in questo momento di Ferdinand Armine. Con una donna come te ogni destino deve essere un trionfo. Hai toccato una corda del mio cuore che ha suonato prima, sebbene in solitudine. Era solo il vento che vi suonava prima; ma ora quel tono risuona con uno scopo. Questa è una gloriosa simpatia. Lasciamo Armine al suo destino. Ho una spada, e sarà dura se non intaglierò un destino degno persino di Henrietta Temple.»

La comunione di questo giorno, di cui lo spirito della conversazione appena notata può offrire un’intima comprensione, produsse un effetto rinvigorente sulla mente di Ferdinand. L’amore è ispirazione; incoraggia a grandi gesta e sviluppa la facoltà creativa della nostra natura. Pochi grandi uomini sono fioriti i quali, se fossero sinceri, non riconoscerebbero i vasti vantaggi sperimentati nei primi anni della loro carriera grazie allo spirito e alla comprensione di una donna. È la donna la cui ammirazione preveggente accorda la lira del poeta sconfortato, il cui genio dovrà in seguito essere riconosciuto dalla sua razza, e che spesso imbalsama la memoria della dolce amante la cui gentilezza lo ha confortato in ore meno gloriose. Quanti portafogli ministeriali non sarebbero mai stati portati, se non fosse stato per il suo spirito ottimista e il suo amore assiduo! Quanti avvocati depressi e disperati hanno stretto il Gran Sigillo e preso la precedenza davanti ai principi, sospinti in avanti dalla brezza della sua speranza ispiratrice e illuminati dal sole del suo sorriso profetico! Un’amica, amabile, intelligente e devota, è un possesso più prezioso di parchi e palazzi; e, senza una tale musa, pochi uomini possono riuscire nella vita, nessuno può esserne appagato.

I piani e le aspirazioni di Henrietta avevano sollevato Ferdinand da un fardello deprimente. Ispirato dalla sua simpatia creativa, una nuova scena gli si aprì, adornata da una magnifica prospettiva. La sua immaginazione ottimista cercò rifugio in un futuro trionfante. Quell’amore per il quale aveva finora educato la sua mente a sacrificare ogni vantaggio mondano sembrava improvvisamente trasformarsi nella fonte stessa del successo terreno. Henrietta Temple doveva essere la fonte, non solo della sua beatitudine, ma della sua prosperità. Nei bagordi della sua audace fantasia sembrava, per così dire, grazie a una bellissima retribuzione, essere già ricompensato per aver dedicato, con tale pronta esitazione, il suo cuore sull’altare di un affetto disinteressato. Disteso sul divano del suo cottage, si abbandonò a visioni abbaglianti; vagò in terre straniere con la sua bellissima compagna e offrì ai suoi piedi le rapide ricompense delle sue imprese impareggiabili.

Tornando alla sua situazione immediata, decise di non perdere tempo nel portare i suoi affari a una crisi. Si stava persino preparando alla sua partenza istantanea, confortato dalla certezza del suo ritorno immediato, quando l’arrivo del suo servitore gli annunciò che Glastonbury aveva lasciato Armine per una di quelle escursioni antiquarie a cui era solito dedicarsi. Compiaciuto che fosse ora in suo potere esaudire il desiderio di Henrietta di visitare la sua casa, e forse, in verità, non molto mortificato dal fatto che fosse sorta una scusa così ragionevole per il rinvio della sua partenza programmata, Ferdinand si alzò immediatamente e, il più rapidamente possibile, si diresse verso Ducie.

Trovò Henrietta in giardino. Era arrivato, forse, prima di quanto ci si aspettasse; eppure, che gioia vederlo! E quando egli stesso propose un’escursione ad Armine, il sorriso riconoscente di lei gli sciolse il cuore. In verità, Ferdinand quella mattina era così gaio e spensierato che la sua eccessiva allegria avrebbe potuto quasi essere sospetta quanto la sua malinconia passeggera del giorno precedente. Non meno tenera e affettuosa di prima, la sua fantasia giocosa si abbandonò a infinite espressioni di umorismo scherzoso e delicati scherzi d’amore. Quando, per di più, la riconobbe intenta a raccogliere un mazzolino per lui, egli stesso non visto, le si avvicinò in punta di piedi alle spalle, e cingendole improvvisamente la vita sottile e sollevandola dolcemente in aria: «Ebbene, uccellino mio,» esclamò, «coglierò un fiore anch’io!»

Ah! Quando lei voltò il suo bellissimo viso, pieno di un’incantevole confusione, ed emise un debole grido di tenero stupore, cogliendo il suo sguardo luminoso, quanta felicità provò Ferdinand Armine, sentendo che questa creatura incantevole era sua e stringendo al petto la sua nobile e palpitante figura!

«Forse l’anno prossimo a quest’ora staremo viaggiando sui muli,» disse Ferdinand, facendo ondeggiare la frusta mentre il piccolo pony trotterellava. Henrietta sorrise. «E allora,» continuò lui, «ricorderemo il nostro calesse a cui ora storciamo il naso. Donna Henrietta, scossa a morte su noiose vegas e intenta a farsi strada attraverso aspre sierras, sarà una persona ben diversa dalla Miss Temple di Ducie Bower. Spero che non sarai molto irritabile, bambina mia; e ti prego di sfogare il tuo livore sul tuo mulattiere, non su tuo marito.»

«Ma Ferdinand, come puoi essere così ridicolo?»

«Oh! Non ho dubbi che dovrò sopportare tutta la colpa. “Mi hai portata qui,” dirai: “Uomo ingrato, è questo il tuo amore? Nemmeno dei cavalli da posta!”»

«Quanto a questo,» disse Henrietta, «forse dovremo camminare. Riesco a immaginarci: tu con una giacca andalusa, un lungo fucile e, temo, un sigaro; e io con tutto il bagaglio.»

«Bambini compresi,» aggiunse Ferdinand.

Miss Temple apparve alquanto seria, voltò leggermente il viso, ma non disse nulla.

«Ma cosa pensi di Vienna, dolcissima?» chiese Ferdinand con tono più serio; «in fede mia, credo che potremmo fare grandi cose lì. Un reggimento e una carica di ciambellano, quanto meno!»

«Tra le montagne o nelle città sarò ugualmente felice, purché tu sia il mio compagno,» rispose Miss Temple.

Ferdinand allentò le redini e lasciò cadere la frusta. «Mia Henrietta,» esclamò, guardandola in viso, «che angelo sei!»

Questa visita ad Armine fu così deliziosa per Miss Temple; provò tanta gratificazione nel vagare per il parco e per il vecchio castello, nel fissare la torre di Glastonbury, nel chiedersi quando lo avrebbe visto e nel parlare al suo Ferdinand di ogni membro della sua famiglia, che il Capitano Armine, incapace di resistere alla corrente irresistibile, rimandò di giorno in giorno la sua visita decisiva a Bath e, fiducioso nel futuro, non volle permettere che la sua anima fosse minimamente scoraggiata da qualsiasi possibile congiuntura di cattiva sorte. Una settimana, un’intera settimana felice, scivolò via, trascorsa quasi interamente ad Armine. La loro presenza lì fu a malapena notata dall’unica servitrice rimasta; e, se la sua curiosità fosse stata stimolata, non avrebbe avuto modo di comunicarla nel Somersetshire. Inoltre, non era a conoscenza che il suo giovane padrone fosse nominalmente a Londra. A volte Henrietta sottraeva un’ora dal vagare nel giardino fiorito, scambiandosi voti di reciproco amore e ammirazione, per dedicarsi alla galleria di ritratti, dove aveva già iniziato una copia in miniatura del ritratto del grande Sir Ferdinand. Al tramonto partivano con il loro piccolo equipaggio. Ferdinand avvolgeva la sua Henrietta nel mantello di pelliccia, poiché le rugiade autunnali cominciavano a salire e, così protetto, il viaggio di dieci miglia sembrava sempre troppo breve. È abitudine degli amanti, per quanto innocente sia la loro passione, diventare ogni giorno meno discreti; poiché ogni giorno la loro compagnia quasi costante diventa sempre più una necessità. Miss Temple aveva quasi inconsciamente fatto in modo, all’inizio, che il Capitano Armine, in assenza di suo padre, non fosse visto troppo spesso a Ducie; ma ora Ferdinand la riaccompagnava a casa ogni sera, beveva il tè al Bower e la serata si concludeva con musica e canti. Ogni notte attraversava la brughiera per tornare alla sua fattoria, sempre più teneramente e devotamente innamorato.

Una mattina ad Armine, mentre Henrietta era sola nella galleria intenta a disegnare, e Ferdinand l’aveva lasciata per un momento per sbrigare qualche piccola commissione per lei, sentì qualcuno entrare e, alzando lo sguardo per incontrare il suo sguardo d’amore, vide un uomo venerabile, dall’aspetto mite e benevolo e vestito di nero, che se ne stava in piedi, come un po’ sorpreso, a una certa distanza. Non meno confusa, lei fece comunque un inchino; il gentiluomo avanzò con esitazione e, con un lieve rossore, ricambiò il saluto, scusandosi per l’intrusione. «Pensava che il Capitano Armine potesse essere lì.»

«Era qui proprio un momento fa,» rispose Miss Temple; «e senza dubbio tornerà subito.» Poi si voltò verso il suo disegno con mano tremante.

«Noto, signora,» disse il gentiluomo, avanzando e parlando con tono dolce e accattivante, mentre osservava il suo lavoro con un’aria mista di timidezza e ammirazione, «che lei è un’ottima artista.»

«Il mio desiderio di eccellere potrebbe aver aiutato la mia esecuzione,» rispose Miss Temple.

«Sta copiando il ritratto di un personaggio molto straordinario,» disse lo straniero.

«Pensa che somigli al Capitano Armine?» chiese Miss Temple con una certa esitazione.

«È sempre considerato tale,» rispose lo straniero. La mano di Henrietta tremò; guardò la porta della galleria, poi il ritratto; non era mai stata così ansiosa per la ricomparsa di Ferdinand. Seguì un silenzio che lei fu costretta a rompere, poiché lo straniero era sia muto che immobile, e a malapena più sicuro di lei.

«Il Capitano Armine sarà qui immediatamente, non ne ho dubbi.»

Lo straniero fece un cenno. «Se potessi permettermi di criticare un’esecuzione così rifinita,» osservò, «direi che lei ha conferito, signora, un carattere più giovanile di quanto non presenti l’originale.»

Henrietta non osò confessare che quella era la sua intenzione. Guardò di nuovo la porta, mescolò un po’ di colore e poi lo rimosse immediatamente dalla tavolozza. «Che bella galleria è questa!» esclamò, cambiando pennello, cosa che tuttavia non presentava alcun difetto.

«È degna di Armine,» disse lo straniero.

«In verità non c’è posto così interessante,» disse Miss Temple.

«Mi fa piacere sentirlo lodare,» disse lo straniero.

«Lo conosce bene?» chiese Miss Temple.

«Ho la fortuna di vivere qui,» disse lo straniero.

«Non mi sbaglio, dunque, nel credere di parlare con il signor Glastonbury.»

«In verità, signora, quello è il mio nome,» rispose il gentiluomo; «immagino che abbiamo spesso sentito parlare l’uno dell’altra. Questo è un incontro del tutto inaspettato, signora, ma proprio per questo non meno delizioso. Io stesso sono appena tornato da un’escursione di alcuni giorni e sono entrato nella galleria poco consapevole che la famiglia fosse arrivata. Lei ha incontrato, immagino, il mio Ferdinand sulla strada. Ah! si stupisce, forse, della mia espressione familiare, signora. È stato il mio Ferdinand per tanti anni, che non riesco facilmente a educare me stesso a non chiamarlo più così. Ma sono consapevole che ora ci sono altre pretese------»

«Mio carissimo Glastonbury,» esclamò Ferdinand Armine, trasalendo mentre rientrava nella galleria, e davvero in uno spavento grande quanto un uomo potesse ben essere, che forse, solo poche ore prima, era destinato a conquistare in Spagna o in Germania. Allo stesso tempo, pallido e ansioso, e parlando con eccitata rapidità, abbracciò il suo precettore e scrutò il volto di Henrietta per accertarsi se il suo fatale segreto fosse stato scoperto.

Quel volto era affettuoso e, se non calmo, non più confuso di quanto l’apparizione inaspettata nelle circostanze potesse giustificare. «Mi avete sentito spesso menzionare il signor Glastonbury,» disse rivolgendosi a Henrietta. «Permettetemi ora di farvi conoscere. Il mio più vecchio, il mio miglior amico, il mio secondo padre; un ammirabile artista, inoltre, ve lo posso assicurare. È qualificato per giudicare persino la vostra abilità. E quando siete arrivato, mio carissimo amico? E dove siete stato? I nostri vecchi ritrovi? Molti schizzi? Quale abbazia avete esplorato, quali tesori antichi avete scoperto? Ho un’aggiunta così bella per il vostro erbario! Il cactus della Barberia, proprio quello che volevate; l’ho trovato nel mio volume di Shelley; e magnificamente essiccato, magnificamente; vi incanterà. Cosa pensate di questo disegno? Non è bello? Proprio il carattere, non è vero?» Ferdinand si fermò per mancanza di fiato.

«Stavo giusto osservando mentre entravate,» disse Glastonbury, molto tranquillamente, «a Miss------»

«Ho diverse lettere per voi,» disse Ferdinand, interrompendolo e tremando da capo a piedi per il timore che potesse dire Miss Grandison. «Sapete, siete proprio la persona che volevo vedere? Che fortuna che siate appena arrivato! Mi sono infastidito nel trovarvi via. Non sapete quanto mi sia infastidito!»

«I vostri cari genitori?» chiese Glastonbury.

«Stanno benissimo,» disse Ferdinand, «perfettamente bene. Saranno così felici di vedervi, così tanto. Non vedono l’ora di vedervi, mio carissimo Glastonbury. Non potete immaginare quanto desiderino vedervi.»

«Li troverò dentro, credete?» chiese Glastonbury.

«Oh! non sono qui,» disse Ferdinand; «non sono ancora arrivati. Li aspetto ogni giorno. Ogni giorno li aspetto. Ho preparato tutto per loro, tutto. Che autunno meraviglioso è stato!»

E Glastonbury cadde nell’inganno e parlò del tempo, poiché era dotto nelle stagioni e profetizzava, per molte circostanze, un inverno rigido. Mentre conversava così, Ferdinand estorse a Henrietta che Glastonbury non era nella galleria da più di pochissimi minuti; e si sentì rassicurato che nulla di fatale fosse trapelato. Per tutto questo tempo, Ferdinand stava riesaminando la sua dolorosa situazione con disperata rapidità e preveggenza. Tutto ciò a cui aspirava ora era che Henrietta lasciasse Armine nella felice ignoranza in cui era arrivata: quanto a Glastonbury, a Ferdinand non importava cosa potesse sospettare o, alla fine, scoprire. Erano mali futuri che svanivano nell’insignificanza rispetto a qualsiasi scoperta da parte di Miss Temple.

Relativamente composto, Ferdinand suggerì ora a Henrietta di lasciare il suo disegno, che in effetti era così avanzato da poter essere terminato a Ducie; e, senza mai lasciarle il fianco, osservando ogni suo sguardo e pendendo da ogni accento del suo vecchio precettore, osò persino suggerire di visitare la torre. La proposta, pensò, avrebbe potuto placare ogni sospetto che potesse essere sorto da parte di Miss Temple. Glastonbury espresse la sua gratificazione per il suggerimento, e lasciarono la galleria per incamminarsi nel viale di faggi.

«Ho sentito parlare così tanto della vostra torre, signor Glastonbury,» disse Miss Temple, «sono consapevole, ve lo assicuro, dell’onore di esservi ammessa.»

L’estrema delicatezza che era una caratteristica di Glastonbury preservò Ferdinand Armine dal temuto pericolo. Non passò mai per la mente di Glastonbury che Henrietta non fosse Miss Grandison. Pensò, in verità, che fosse un po’ straordinario che lei fosse arrivata ad Armine solo in compagnia di Ferdinand; ma molto si poteva concedere agli amanti promessi; inoltre, ci sarebbe potuta essere qualche compagna, qualche zia o cugina, per quanto ne sapeva lui, alla tenuta. Erano solo i suoi genitori che Ferdinand aveva detto non essere ancora arrivati. In ogni caso, sentì in quel momento che Ferdinand, forse, proprio perché era solo con la sua promessa sposa, non desiderava che avvenisse alcuna presentazione formale o congratulazione; e, semplicemente compiaciuto che la futura moglie del suo allievo fosse una persona così bella, dotata e graziosa, una persona apparentemente così degna sotto ogni aspetto della sua scelta e del suo destino, Glastonbury ritornò alla sua consueta disinvoltura e semplicità, e si sforzò di intrattenere la giovane dama con la quale aveva fatto una conoscenza così inaspettata, e con la quale, con ogni probabilità, era suo destino in futuro essere così intimo. Quanto a Henrietta, nulla era accaduto in alcun modo da suscitare il minimo sospetto nella sua mente. L’agitazione di Ferdinand a questo incontro inaspettato tra il suo precettore e la sua promessa sposa era sotto ogni aspetto naturale. Il loro fidanzamento, come lei sapeva, era al momento un segreto per tutti; e sebbene, in tali circostanze, lei stessa inizialmente fosse disposta a non sentirsi molto a suo agio, tuttavia conosceva così bene il signor Glastonbury per fama, ed egli era così diverso dai soliti personaggi del mondo censore, che fin dall’inizio fu molto meno infastidita di quanto altrimenti sarebbe stata, riguadagnando presto la sua solita compostezza e rimanendo persino gratificata e divertita dall’avventura.

Un peso, tuttavia, cadde dal cuore di Ferdinand quando lui e la sua amata diedero il buon pomeriggio a Glastonbury. Questo incontro accidentale e quasi fatale gli ricordò terribilmente la sua difficile e pericolosa posizione; sembrò l’inizio di una serie di incomprensioni, mortificazioni e sventure, che era assolutamente necessario prevenire arrestandole immediatamente con la massima energia e decisione. Era amaro lasciare Armine e tutte le sue gioie, ma in verità l’arrivo della sua famiglia era molto incerto: e, finché la confessione della sua reale situazione non fosse stata fatta, ogni giorno avrebbe potuto portare qualche scoperta disastrosa. Alcune nuvole minacciose all’orizzonte formarono un’ottima scusa per affrettare la partenza di Henrietta per Ducie. Lasciarono Armine a un’ora insolitamente anticipata. Mentre guidava, Ferdinand rimuginava nella mente l’avventura della mattina, e cercava di stimolarsi allo sforzo di recarsi immediatamente a Bath. Ma non ebbe il coraggio di confidare il suo proposito a Henrietta. Quando, tuttavia, arrivarono a Ducie, furono accolti con notizie che resero la decisione, da parte sua, assolutamente necessaria. Ma riserveremo questo per il capitolo successivo.

CAPITOLO V.

Che contiene qualcosa di molto inaspettato.

MISS TEMPLE era corsa al piano di sopra per togliersi il cappellino; Ferdinand stava davanti al fuoco di legna nel salone. La sua fiamma chiara e profumata era piacevole dopo il cielo nuvoloso del loro viaggio alquanto freddo. Stava meditando sul fascino della sua Henrietta e desiderando la sua ricomparsa, quando lei entrò; ma il suo ingresso lo riempì di allarme. Era pallida, le labbra quasi bianche come la fronte. Un’espressione di terrore era impressa sul suo volto agitato. Prima che lui potesse parlare, lei tese la mano verso la sua mano tesa. Era fredda, tremava.

«Dio buono! Sei malata!» esclamò lui. «No!» mormorò lei debolmente, «non malata.» E poi si fermò, come soffocata, chinando il capo con gli occhi fissi a terra.

La coscienza di Ferdinand lo punse. Aveva sentito------

Ma fu rassicurato dalle sue parole gentili. «Perdonami, carissimo,» disse; «sono agitata; starò meglio presto.»

Lui le tenne la mano con fermezza mentre lei si appoggiava alla sua spalla. Dopo pochi minuti di silenzio straziante, lei disse con voce soffocata: «Papà torna domani.»

Ferdinand divenne pallido quanto lei; il sangue gli rifluì al cuore, il suo corpo tremò, le ginocchia gli vacillarono, la sua mano passiva tratteneva a stento la sua; non riusciva a parlare. Tutti i possibili risultati di questo ritorno gli balenarono nella mente e si presentarono in terribile schiera alla sua immaginazione allarmata. Non poteva incontrare il signor Temple; non se ne parlava nemmeno. Qualche spiegazione doveva seguire immediatamente e inevitabilmente, e ciò avrebbe precipitato la fatale scoperta. Il grande obiettivo era impedire qualsiasi comunicazione tra il signor Temple e Sir Ratcliffe prima che Ferdinand avesse rivelato la sua situazione a suo padre. Come desiderava ora di non aver rimandato la sua partenza per Bath! Se avesse solo lasciato Armine quando si convinse per la prima volta della dura necessità, il futuro straziante sarebbe stato ormai il passato, le scene imminenti, per quanto terribili, si sarebbero svolte; forse sarebbe stato a Ducie in questo momento, con una coscienza pulita e un proposito franco, e senza difficoltà da superare se non quelle che dovevano necessariamente derivare dalla naturale considerazione del signor Temple per il benessere di sua figlia. Queste, per quanto difficili da combattere, sembravano leggere in confronto alle perplessità della sua situazione intricata. Ferdinand sostenne Henrietta fino a una sedia e rimase sospeso su di lei in un silenzio agitato, che lei attribuì solo alla sua simpatia per il suo dolore, ma che, in verità, era da attribuirsi piuttosto al suo proposito incerto e alla confusione di un’inventiva che ora metteva a soqquadro in cerca di espedienti disperati.

Mentre rimuginava così nella sua mente il corso che doveva ora intraprendere, si sedette sull’ottomana su cui poggiavano i piedi di lei, e le premette la mano sulle labbra mentre chiamava in suo aiuto tutte le risorse della sua immaginazione. Gli parve infine che l’unico modo in cui avrebbe potuto guadagnare tempo e mettersi al riparo da spiegazioni pericolose fosse quello di coinvolgere Henrietta in un fidanzamento segreto. C’era una grande difficoltà, ne era consapevole, nel compiere questo intento. Miss Temple era devota a suo padre; e sebbene fosse stata per un momento trascinata, dall’onnipotente influenza di una passione irresistibile, a stringere un patto senza il consenso del suo genitore, la sua attuale agitazione indicava fin troppo chiaramente la sua acuta consapevolezza di non essersi comportata nei suoi confronti secondo il suo consueto spirito di dovere incrollabile e immacolato; che, se non assolutamente indelicato, il suo comportamento doveva apparirgli molto sconsiderato, molto avventato, forse persino insensibile. Insensibile! Cosa, verso quel padre, quel padre affettuoso e vedovo, di cui lei era l’unica e adorata figlia! Tutta la sua bontà, tutte le sue cure incessanti, tutta la sua ansia, la sua pronta partecipazione, la sua premura per il suo divertimento, il suo conforto, la sua felicità, la sua vigilanza nelle ore di malattia, il suo orgoglio per la sua bellezza, le sue doti, il suo affetto, i sorrisi e le lacrime di lunghi, lunghi anni, tutto passò davanti ai suoi occhi, finché alla fine si liberò con un movimento rapido dalla stretta di Ferdinand e, giungendo le mani, scoppiò in un sospiro così amaro, così profondo, così pieno di angoscia, che Ferdinand balzò dal suo sedile.

«Henrietta!» esclamò, «la mia amata Henrietta!»

«Lasciami,» rispose lei, con un tono quasi di severità.

Lui si alzò e camminò su e giù per la stanza, sopraffatto da emozioni contrastanti. La severità della sua voce, quella voce che fino ad allora era giunta al suo orecchio come il gorgoglio di un uccello estivo, lo riempì di costernazione. L’idea di averla offesa, di averla seriamente offesa, di essere per lei, per Henrietta, per Henrietta, quella divinità a cui la sua fantasia idolatrica si aggrappava con tale estatica devozione, nei cui sorrisi e accenti stessi non è esagerazione dire che viveva e traeva il suo essere, l’idea di essere per lei, anche solo per un momento fugace, un oggetto di ripugnanza, sembrava qualcosa di troppo terribile per essere pensato, troppo intollerabile per l’esistenza. Tutti i suoi guai, tutte le sue preoccupazioni, tutti i suoi dolori imminenti, svanirono nel nulla, rispetto a questa visita improvvisa e imprevista. Oh! che cos’era il male futuro, cos’era il domani, gravido come poteva essere di miseria, rispetto alla rapida agonia dell’istante? Finché lei sorrideva, ogni difficoltà appariva superabile; finché poteva ascoltare i suoi accenti di tenerezza, non c’era privazione con cui non potesse lottare. Qualunque cosa accada, assiso sul trono del suo cuore, era un sovrano che poteva sfidare il mondo in armi; ma, spodestato da quel grande seggio, era un fuggitivo senza speranza, senza uno scopo, senza un desiderio; ottuso, timido, esausto, col cuore spezzato!

E lei gli aveva ordinato di lasciarla. Lasciarla! Henrietta Temple gli aveva ordinato di lasciarla! Viveva ancora? Era questo lo stesso mondo in cui poche ore prima respirava, e benediceva il suo Dio per il fatto di respirare? Cosa era successo? Quale strano evento, quale miracolo era accaduto, per operare questo terribile, questo portentoso mutamento? Perché, se lei avesse saputo tutto, se avesse improvvisamente condiviso quel dolore acuto e perpetuo che rodeva sempre il suo cuore segreto, anche in mezzo alle sue gioie; se lui le avesse rivelato, se qualcuno avesse tradito a lei il suo angosciante segreto, avrebbe potuto dire di più? Perché, era per evitare questo, era per risparmiarsi questa orribile catastrofe, che si era coinvolto nelle sue strazianti, nelle sue inestricabili difficoltà. Inestricabili dovevano essere ora; perché dove, ora, era l’ispirazione che prima doveva animarlo a così grandi imprese? Come poteva lottare ancora con il suo destino? Come poteva ora ritagliarsi un destino? Tutto ciò che gli restava ora era morire; e, nella follia delle sue sensazioni, la morte gli sembrava la consumazione più desiderabile.

Il temperamento di un amante è squisitamente sensibile. Mortificato e miserabile, in qualsiasi altro momento Ferdinand, in un accesso di amore tormentato, avrebbe potuto immediatamente abbandonare la presenza di un’amante che lo aveva trattato con una tale inaspettata e immeritata asprezza. Ma il pensiero del domani, la triste convinzione che questa fosse l’ultima opportunità per la loro indisturbata comunione, il ricordo che, in ogni caso, la loro separazione temporanea era imminente; tutte queste considerazioni avevano frenato il suo primo impulso. Inoltre, non deve essere nascosto che più di una volta gli venne in mente che fosse del tutto impossibile permettere a Henrietta di incontrare suo padre nel suo attuale stato d’animo. Con il suo spirito determinato e le sue forti emozioni, e la sua difficoltà a nascondere i propri sentimenti; pungolata, inoltre, dalla consapevolezza di essersi separata da Ferdinand in collera, e di averlo trattato con ingiustizia; e, quindi, doppiamente ansiosa di portare la faccenda a una crisi, ne sarebbe con ogni probabilità scaturita istantaneamente una scena; e Ferdinand, al momento, si ritraeva dalle conseguenze di qualsiasi spiegazione.

Infelice Ferdinand! Gli sembrava di non aver mai conosciuto la miseria prima d’ora. Si torceva le mani per la disperazione; la sua mente sembrava abbandonarlo. All’improvviso si fermò; guardò Henrietta; il suo volto era ancora pallido, i suoi occhi fissi sulle braci morenti del fuoco, la sua postura immutata. O non era consapevole della sua presenza, o non sceglieva di riconoscerla. Quali erano i suoi pensieri?

Ancora di suo padre? Forse confrontava quell’amico affettuoso e fedele della sua esistenza, verso il quale aveva un debito di gratitudine incalcolabile, con il conoscente dell’ora, al quale, in un momento di follia, aveva promesso l’amore che solo poteva ripagarlo. Forse, nello spirito dell’auto-tormento, evocava contro questo forestiero troppo fortunato tutti gli spettri minacciosi del sospetto, della sfiducia e dell’inganno; richiamava alla sua memoria le storie troppo giuste e troppo frequenti dell’impurità e dell’ingratitudine dell’uomo; e si torturava con la sua stessa apparizione, la vittima meritevole della sua asprezza, della sua negligenza o del suo abbandono. E quando aveva allo stesso tempo scioccato e allarmato la sua fantasia con queste immagini angoscianti e degradanti, esausta da queste stravaganze immaginarie, e avida di consolazione nella sua cupa desolazione, poteva essere ricorsa alla causa ancora innocente del suo dolore e della sua apprensione, e forse essersi accusata di crudeltà e ingiustizia per aver visitato sulla sua testa le mere conseguenze del proprio temperamento volubile e morboso. Poteva aver richiamato la sua immutabile tenerezza, la sua incessante ammirazione; poteva aver ricordato quegli accenti appassionati che facevano vibrare il suo cuore, quegli sguardi di estatica affezione che fissavano il suo occhio con fascino. Poteva aver evocato quella forma su cui ultimamente aveva meditato in una trance d’amore, quella forma luminosa di tanta bellezza, raggiante di tante grazie, adornata di tanta intelligenza, e consacrata da ogni associazione romantica che potesse sciogliere il cuore o plasmare lo spirito di una donna; poteva aver evocato questa forma, che era il dio della sua idolatria, e precipitarsi di nuovo all’altare in un’estasi di devozione.

Le ombre della sera stavano scendendo rapidamente, le tende della stanza non erano chiuse, il bagliore del fuoco si era spento. La luce tremolante cadeva sul volto solenne di Henrietta Temple, ora sepolto nell’ombra, ora transitoriamente illuminato dalla fiamma incerta.

All’improvviso lui avanzò, con un passo troppo leggero per essere udito, si inginocchiò al suo fianco e, non azzardandosi a toccarle la mano, premette le sue labbra sul braccio di lei, e con gli occhi lucidi, e in un tono di lamentosa tenerezza, mormorò: «Cosa ho fatto?»

Lei si voltò, i suoi occhi incontrarono i suoi, un’espressione selvaggia di paura, sorpresa, delizia, aleggiò sul suo volto; poi, scoppiando in lacrime, gli gettò le braccia al collo e nascose il viso sul suo petto.

Lui non disturbò questa effusione delle sue emozioni represse. Il suo cuore palpitante rispondeva alla tumultuosa anima di lei. Alla fine, quando la forza dei suoi appassionati affetti era in qualche modo diminuita, quando i singhiozzi convulsivi si erano placati in dolci sospiri, e di tanto in tanto lui sentiva la pressione delle sue dolci labbra sigillare il suo amore pieno di rimorso e il suo affascinante pentimento sul suo petto, lui osò dire: «Oh! mia Henrietta, non hai dubitato del tuo Ferdinand?»

«Carissimo Ferdinand, sei troppo buono, troppo gentile, troppo senza colpa, e io sono molto cattiva.»

Prendendole la mano e coprendola di baci, disse con voce distinta, ma molto bassa: «Ora dimmi, perché eri infelice?»

«Papà,» sospirò Henrietta, «carissimo papà, che debba arrivare il giorno in cui dovrei rattristarmi di incontrarlo!»

«E perché la mia cara dovrebbe rattristarsi?» disse Ferdinand.

«Non lo so; mi chiedo, cosa ho fatto? cosa ho da temere? Non è un crimine amare; può essere una sventura; Dio sa che ho quasi sentito stasera che tale era. Ma no, non crederò mai che possa essere sbagliato o infelice amarti.»

«Ti benedico, per parole così dolci,» rispose Ferdinand. «Se il mio cuore può renderti felice, la felicità sarà il tuo destino.»

«È il mio destino. Sono felice, del tutto felice, e grata per la mia felicità.»

«E tuo padre - nostro padre, lasciami chiamarlo così [lei strinse la sua mano quando lui disse questo] - sarà felice anche lui?»

«Così spero.»

«Se l’adempimento del mio dovere può contentarlo,» continuò Ferdinand, «il signor Temple non si pentirà del suo genero.»

«Oh! non chiamarlo signor Temple; chiamalo padre. Amo sentirti chiamarlo padre.»

«Allora cosa allarma la mia bambina?»

«Lo so a stento,» disse Henrietta in un tono esitante. «Penso - penso che sia la repentinità di tutto questo. Se n’è andato, torna di nuovo; se n’è andato, ritorna; e tutto è accaduto. Così poco tempo, poi, Ferdinand. È una vita per noi; per lui, temo,» e nascose il volto, «sono solo… una quindicina di giorni.»

«Ci siamo visti di più, e ci siamo conosciuti meglio, in questa quindicina di giorni, di quanto avremmo potuto fare in una conoscenza che fosse durata una vita.»

«È vero, è molto vero. Sentiamo questo, Ferdinand, perché lo sappiamo. Ma papà non si sentirà come noi: non possiamo aspettarci che si senta come noi. Non conosce il mio Ferdinand come lo conosco io. Papà, inoltre, sebbene sia il più caro, il più gentile, il più affettuoso padre che sia mai vissuto, sebbene non abbia altro pensiero che per la mia felicità e viva solo per sua figlia, papà naturalmente non è giovane come noi. È anche, quello che si chiama, un uomo di mondo. Ne ha viste molte; ha formato le sue opinioni sugli uomini e sulla vita. Non possiamo aspettarci che le cambi a tuo, intendo dire a nostro favore. Gli uomini di mondo sono del mondo, mondani. Non credo che abbiano sempre ragione; io stessa non credo nella loro infallibilità. Non c’è persona più intelligente e più giudiziosa di papà. Nessuna persona è più premurosa. Ma ci sono caratteri così rari, che gli uomini di mondo non li ammettono nei loro calcoli generali, e tale è il tuo, Ferdinand.»

Qui Ferdinand sembrò sprofondare nei pensieri, ma le strinse la mano, sebbene non dicesse nulla.

«Penserà che ci conosciamo da troppo poco tempo,» continuò Miss Temple. «Sarà mortificato, forse allarmato, quando lo informerò che non sono più sua.»

«Allora non informarlo,» disse Ferdinand.

Lei trasalì.

«Lascia che lo informi io,» continuò Ferdinand, dando un’altra svolta al suo significato, e osservando il volto di lei con occhio fermo.

«Carissimo Ferdinand, sempre pronto a portare ogni peso!» esclamò Miss Temple. «Come sei generoso e buono! No, sarebbe meglio per me parlare per prima a mio padre. Anima mia, non avrò mai un segreto da te, e tu, ne sono sicura, non ne avrai mai uno dalla tua Henrietta. Questa è la verità; non mi pento del passato, ne vado fiera; sono tua, e sono orgogliosa di esserlo. Se il passato dovesse ripetersi, non esiterei. Ma non posso nascondere a me stessa che, per quanto riguarda mio padre, non mi sono comportata nei suoi confronti con franchezza, con rispetto o con gentilezza. Non c’è colpa nell’amarti. Anche se dovesse dispiacersene, non potrebbe biasimare un simile accadimento: ma si dispiacerà, biasimerà, ha il diritto sia di dispiacersi che di biasimare, il fatto che io abbia fatto più che amarti - il mio impegno - senza il suo consiglio, la sua sanzione, la sua conoscenza, o persino il suo sospetto!»

«Hai una visione troppo raffinata della nostra situazione,» rispose Ferdinand. «Perché non dovresti risparmiare a tuo padre il dolore di una tale comunicazione, se dolorosa dovesse essere? Ciò che è passato è tra noi, e dovrebbe rimanere tra noi. Se richiedo il suo permesso per offrirti la mia mano, e lui dà il suo consenso, non è sufficiente quella cerimonia?»

«Non ho mai nascosto nulla a papà,» disse Henrietta, «ma mi farò guidare da te.»

«Lascia, dunque, tutto a me,» disse Ferdinand; «fatti guidare solo dal giudizio del tuo Ferdinand, mia Henrietta, e credimi che tutto andrà bene. Comunicherò io questa notizia a tuo padre. Così la sistemiamo?» continuò interrogativamente.

«Sarà così.»

«Allora sorge la domanda,» disse Ferdinand, «quando sarebbe più consigliabile che io faccia la comunicazione. Ora tuo padre, Henrietta, che è un uomo di mondo, si aspetterà naturalmente che, quando la farò, io sia preparato a parlargli in modo definitivo di tutte le questioni di affari. Altrimenti penserà che io stia giocando con lui. Andare a chiedere a un uomo come tuo padre, un uomo di mondo scaltro ed esperto come il signor Temple, il permesso di sposare sua figlia, senza mostrargli che sono preparato con i mezzi per mantenere una famiglia, è poco meno che follia. Si offenderebbe con me, sarebbe prevenuto contro di me. Devo, quindi, sistemare prima qualcosa con Sir Ratcliffe.

Molto, sai, sfortunatamente, non posso offrire a tuo padre; ma ancora, dolce amore, deve esserci almeno una parvenza di previdenza e amministrazione. Non dobbiamo disgustare tuo padre con la nostra unione.»

«Oh! come può essere disgustato?»

«Cara! Ecco dunque cosa propongo; che, poiché domani dobbiamo essere comparativamente separati, io approfitti dei prossimi giorni, vada a Bath, e porti gli affari a una qualche sistemazione. Fino al mio ritorno ti consiglierei di non dire nulla a tuo padre.»

«Come posso vivere sotto lo stesso tetto con lui, in tali circostanze?» esclamò Miss Temple; «come posso guardarlo negli occhi, come posso parlargli con la consapevolezza di un fidanzamento segreto, con il ricordo che, per tutto il tempo in cui riversa il suo affetto su di me, il mio cuore anela a un altro, e che, mentre lui sta facendo progetti di futura compagnia, io sto meditando, forse, un’eterna separazione!»

«Dolce Henrietta, ascoltami un momento. Supponiamo che io ti avessi lasciato ieri sera per Bath, semplicemente per questo scopo, come in effetti avevamo pensato una volta, e che tuo padre fosse arrivato a Ducie prima che io fossi tornato per fare la mia comunicazione: chiameresti il tuo silenzio, in tali circostanze, un fidanzamento segreto? No, no, caro amore; questo è un abuso di termini. Sarebbe una delicata considerazione per i sentimenti di un genitore.»

«O Ferdinand! fossimo uniti, e non avessimo preoccupazioni!»

«Non considereresti la nostra unione progettata un fidanzamento segreto se, dopo aver passato domani con tuo padre, ti aspettassi che io il giorno dopo gli comunicassi la nostra posizione. È forse un fidanzamento più segreto perché devono trascorrere sei o sette giorni prima che questa comunicazione abbia luogo, invece di uno? La mia Henrietta sta davvero combattendo contro le ombre!»

«Ferdinand, non posso ragionare come te; ma mi sento infelice quando penso a questo.»

«Carissima Henrietta! senti solo che sei amata. Pensa, tesoro, che verrà il giorno in cui rideremo di tutte queste preoccupazioni. Tutto scorrerà liscio ancora, e vivremo tutti ancora ad Armine, il signor Temple e tutti quanti.»

«A papà piaci anche così tanto, Ferdinand, sarei infelice se tu lo offendessi.»

«Cosa che farei certamente se non parlassi prima a Sir Ratcliffe.»

«Lo pensi davvero?»

«Davvero ne sono certo.»

«Ma non puoi scrivere a Sir Ratcliffe, Ferdinand? Devi proprio andare? Dobbiamo davvero essere separati? Non posso crederci; è inconcepibile; è impossibile; non posso sopportarlo.»

«È, davvero, terribile,» disse Ferdinand. «Questa considerazione da sola mi riconcilia con la necessità: conosco bene mio padre; la sua unica risposta a una comunicazione di questo genere sarebbe una convocazione immediata al suo fianco. Ora, non è meglio che questo incontro avvenga quando dobbiamo necessariamente stare molto meno insieme di prima, piuttosto che in un periodo successivo, in cui potremmo, forse, essere compagni costanti con la sanzione dei nostri genitori?»

«O Ferdinand! tu ragioni, io sento soltanto.»

Una simile osservazione da parte della propria amante è piuttosto un rimprovero che un complimento. È stata fatta, nel caso presente, a un uomo la cui caratteristica principale era, forse, una suscettibilità troppo pericolosa; un uomo di passioni profonde e violente, eppure di un temperamento dolcissimo e tenero; capace di profonda riflessione, eppure agente sempre per l’impulso del sentimento, e pronto in ogni momento a sacrificare ogni considerazione al suo cuore. La prospettiva della separazione da Henrietta, per quanto breve fosse il periodo, era per lui un’agonia assoluta; trovava difficoltà a concepire l’esistenza senza l’influenza della sua presenza perpetua: la loro separazione anche solo per la notte era sentita da lui come una penosa privazione. L’unico processo, in effetti, che potesse al momento prepararlo e consolarlo per l’imminente dolore sarebbe stato il franco abbandono ai sentimenti che esso evocava. Eppure eccolo, eccolo questo infelice vittima delle circostanze, costretto a ingannare, persino per la felicità di lei, l’essere che idolatrava; costretto, in quest’ora di angoscia, a frenare il suo cuore, per paura di perdere per un istante fatale il suo comando sulla sua testa; e, mentre lui stesso era consapevole che non nel vasto mondo, forse, esistesse un uomo che stava sacrificando di più per la sua amante, obbligato a sopportare, persino dalle sue labbra, un’osservazione che sembrava imputargli una deficienza di sentimento. E tuttavia era troppo; si coprì gli occhi con la mano, e disse, con voce bassa e rotta: «Ahimè! mia Henrietta, se tu sapessi tutto, non diresti questo!»

«Mio Ferdinand,» esclamò lei, toccata da quel tono tenero e malinconico, «perché, cos’è questo? piangi! Cosa ho detto, cosa fatto? Carissimo Ferdinand, non farlo.» E si gettò in ginocchio davanti a lui, e alzò lo sguardo sul suo volto con indagante affezione.

Lui chinò la testa, e premette le labbra sulla fronte di lei. «O Henrietta!» esclamò, «siamo stati così felici!»

«E lo saremo, mio proprio. Non dubitare della mia parola, tutto andrà bene. Mi dispiace così tanto, sono così miserabile, di averti reso infelice stasera. Penserò a questo quando te ne sarai andato. Ricorderò quanto sono stata cattiva. È stato così malvagio, così molto, molto malvagio; e lui era così buono.»

«Andato! che parola terribile! E non staremo insieme domani, Henrietta? Oh! che domani! Pensa a me, carissima. Non lasciarmi per un momento sfuggire dalla tua memoria.»

«Dimmi esattamente la tua strada; fammi sapere esattamente dove sarai a ogni ora; scrivimi sulla strada; se è solo una riga, solo una piccola parola; solo il suo caro nome; solo Ferdinand!»

«E come ti scriverò? Devo indirizzare a te qui?»

Henrietta sembrò perplessa. «Papà apre la borsa ogni mattina, e ogni mattina tu devi scrivere, o io morirò. Ferdinand, cosa si deve fare?»

«Indirizzerò a te presso l’ufficio postale. Devi mandare a prendere le tue lettere.»

«Tremo. Credimi, sarà notato. Sembrerà così - così - così - clandestino.»

«Le indirizzerò alla tua cameriera. Lei deve essere la nostra confidente.»

«Ferdinand!»

«È solo per una settimana.»

«O Ferdinand! L’amore ci insegna cose strane.»

«Mio caro, credimi, è saggio e bene. Pensa a quanto saremmo desolati senza una corrispondenza costante. Quanto a me, ti scriverò ogni ora, e, a meno che non riceva tue notizie altrettanto spesso, crederò soltanto al male!»

«Sia come desideri. Dio sa che il mio cuore è puro. Non pretendo più di regolare il mio destino. Sono tua, Ferdinand. Sii tu responsabile di tutto ciò che riguarda il mio onore o il mio cuore.»

«Un pegno prezioso, mia Henrietta, e più caro per me di tutta la gloria dei miei antenati.»

L’orologio batté le undici. Miss Temple si alzò. «È così tardi, e noi qui al buio! Cosa penseranno? Ferdinand, dolcezza mia, ravviva il fuoco. Suono il campanello. Arriveranno le luci, e poi------» La sua voce tremò.

«E poi------» fece eco Ferdinand. Prese la chitarra, ma non riuscì a comandare la propria voce.

«È la tua chitarra,» disse Henrietta; «sono felice che sia stata lasciata qui.»

Il servitore entrò con le luci, tirò le tende, ravvivò il fuoco, sistemò la stanza e si ritirò.

«Poco sa lui della nostra miseria,» disse Henrietta. «Sembrava strano, quando ero consapevole del mio stesso animo, che potesse esserci qualcosa di così calmo e meccanico al mondo.»

Ferdinand rimase in silenzio. Sentiva che l’ora della partenza era davvero giunta, eppure non aveva il coraggio di muoversi. Anche Henrietta non parlò. Si adagiò sul divano, come esausta, e si pose il fazzoletto sul viso. Ferdinand si sporse verso il fuoco. Fu quasi tentato di rinunciare al suo progetto, confessare tutto a suo padre per lettera e attendere la sua decisione. Poi evocò le terribili scene di Bath, e poi si ricordò che, in ogni caso, domani non doveva farsi vedere a Ducie. «Henrietta!» disse infine.

«Un minuto, Ferdinand, ancora un minuto,» esclamò con tono agitato; «non parlare, mi sto preparando.»

Egli rimase nella sua postura inclinata; e dopo pochi istanti Miss Temple si alzò e disse: «Ora, Ferdinand, sono pronta.» Egli si guardò intorno. Il suo volto era del tutto pallido, ma fisso e calmo.

«Abbracciamoci,» disse, «ma non diciamo nulla.»

Egli la strinse tra le braccia. Lei tremava. Egli impresse mille baci sulle sue labbra fredde; lei li ricevette senza contraccambiare. Poi disse a voce bassa: «Lascia che esca prima io dalla stanza;» e, dandogli un bacio sulla fronte, Henrietta Temple scomparve.

Quando Ferdinand, con il cuore oppresso e il passo vacillante, lasciò Ducie, trovò la notte così buia che fu con estrema difficoltà che rintracciò, o meglio tastò, la via attraverso il boschetto. L’assoluta necessità di sorvegliare ogni passo che faceva distolse in qualche misura la sua mente dalle sue penose meditazioni. L’atmosfera del bosco era così pesante che si congratulò con se stesso quando ne ebbe raggiunto i margini; ma proprio mentre stava per emergere sulla brughiera, e guardava avanti verso la luce di qualche cottage come guida in questo cupo deserto, un lampo che sembrò squarciare il cielo in due, e scendere come una scala di fuoco dai cieli più alti alla terra più bassa, gli rivelò per un istante l’intero ampio seno della brughiera, e gli mostrò che la natura stanotte era disordinata e perturbata quanto il suo stesso cuore. Un tuono, che avrebbe potuto essere l’araldo del Giorno del Giudizio, svegliò il bestiame dai suoi sonni. Iniziarono a gemere e muggire al vento che si alzava, e ad ammassarsi sotto gli alberi, che emettevano con i loro rami piangenti suoni non meno dolorosi e selvaggi. Evitando i boschi, e dirigendosi verso la parte più aperta della campagna, Ferdinand osservò il progredire della tempesta.

Poiché il vento era ormai salito a tale altezza che le foglie e i rami degli alberi venivano trasportati in vasti vortici e mulinelli, mentre le acque del lago, dove in ore più serene Ferdinand era solito bagnarsi, venivano sollevate dal loro letto e inondavano gli insediamenti vicini. Si vedevano ora luci muoversi nei cottage, e poi il fulmine biforcuto, che si riversava contemporaneamente da quartieri opposti del cielo, esponeva con una chiarezza terribile, e uno splendore spaventoso, l’ampia scena di pericolo e devastazione.

Ora la pioggia scendeva in torrenti così travolgenti, che era come se una tromba d’acqua fosse scoppiata, e Ferdinand boccheggiava per il respiro sotto il suo potere opprimente; mentre il bagliore del fulmine variegato, lo schianto del tuono e il ruggito del vento, tutti simultaneamente in movimento, indicavano la pienezza della tempesta. Seguì poi quella strana calma che si verifica nel cuore di una tempesta, quando gli elementi indisciplinati e disordinati si fermano, per così dire, per prendere fiato, e sembrano concentrare le loro energie per un’esplosione aumentata e finale. Arrivò alla fine; e la terra stessa sembrò tremare al passaggio dell’uragano.

Esposto a tutte le terribili eventualità della tempesta, un solo essere solitario le osservava senza terrore. La mente di Ferdinand Armine divenne calma, mentre la natura diveniva più turbata. Moralizzava nel mezzo del turbine. Contrapponeva il presente tumulto e distrazione con la dolce e bellissima serenità che la stessa scena aveva presentato quando, poco tempo prima, l’aveva vista per la prima volta. Anche il suo amore era iniziato nella quiete e nel sole; doveva, anch’esso, finire nella tempesta e nella distruzione?

LIBRO IV.

CAPITOLO I.

Che contiene una lettera d’amore.

FERMIAMOCI. Abbiamo tentato di tracciare, nella parte precedente di questa storia, lo sviluppo di quella passione che è al tempo stesso il principio e il fine della nostra esistenza; quella passione rispetto ai cui piaceri tutte le altre gratificazioni della nostra natura — ricchezza, potere e fama — svaniscono nell’insignificanza; e che, tuttavia, per l’ineffabile beneficenza del nostro Creatore, è aperta alle sue creature di ogni condizione, qualità e clima. Qualunque sia la sorte dell’uomo, per quanto sfortunato, per quanto oppresso, se solo ama ed è amato, deve trarre un bilancio a favore dell’esistenza; poiché l’amore può illuminare il tetto buio della povertà e può alleggerire le catene dello schiavo.

Ma, se la più miserabile condizione dell’umanità è tollerabile con il suo sostegno, così anche le situazioni più splendide della nostra vita sono noiose senza la sua ispirazione. Il palazzo d’oro richiede una padrona altrettanto magnifica; e il giardino più bello, oltre al canto degli uccelli e al respiro dei fiori, invoca il sospiro della simpatia. È ai piedi della donna che deponiamo gli allori che senza il suo sorriso non sarebbero mai stati guadagnati: è la sua immagine che accorda la lira del poeta, che anima la nostra voce nell’ardore di una fazione eloquente, e guida il nostro cervello nelle auguste fatiche dei consigli di stato.

Ma questa passione, così affascinante nella sua natura, così equa nella sua dispensazione, così universale nella sua influenza, non assume mai un potere così vasto, o esercita un’autorità così accattivante, come quando viene sperimentata per la prima volta. Allora è veramente irresistibile e incantevole, affascinante e dispotica; e, qualunque siano i sentimenti più aspri che la vita possa sviluppare, non c’è nessuno, per quanto insensibile o costretto sia diventato, la cui fronte non si farà pensierosa al ricordo del *primo amore*.

La magia del primo amore è la nostra ignoranza che possa mai finire. È la cupa convinzione che i sentimenti più ardenti possano tuttavia raffreddarsi, e che le emozioni più costanti e confermate siano, tuttavia, soggette a mutamento, che contamina l’incantesimo più debole delle nostre passioni successive, sebbene possano scaturire da un cuore che ha perso poco della sua freschezza originale, ed essere offerte a qualcuno infinitamente più degno della devozione di quanto lo fosse il nostro primo idolo. Fissare un volto, e credere che per sempre dobbiamo guardarlo con la stessa adorazione; che quegli occhi, nella cui luce viviamo, incontreranno per sempre i nostri con sguardi reciproci di rapimento e devozione; essere consapevoli che ogni conversazione con gli altri suona insipida e priva di spirito, rispetto all’infinita espressione del nostro affetto; sentire il nostro cuore elevarsi alla voce prediletta; e credere che la vita debba d’ora in poi consistere in un vagabondare per il mondo, stringendo una sola mano cara, e poggiando solo su un unico petto fedele; oh! deve questa dolce credulità essere davvero dissipata? Non c’è speranza per loro così pieni di speranza? nessuna pietà per loro così abbondanti d’amore?

Ed è possibile che possa mai arrivare l’ora in cui i precedenti devoti di una passione reciproca così squisita e coinvolgente possano incontrarsi con indifferenza, quasi con inconsapevolezza, e richiamare con uno sforzo le loro svanite scene di felicità, quella rapida ma profonda simpatia, quella pronta ma sconfinata fiducia, tutto quell’affascinante abbandono di sé, e quell’affetto vigile e preveggente che anticipa tutti i nostri bisogni e tutti i nostri desideri? Fa male al cuore anche solo dipingere tali vicissitudini all’immaginazione. Sono immagini piene di angoscia, di miseria e di oscurità. La consapevolezza che tali cambiamenti possano verificarsi aleggia sulla mente come il pensiero della morte, oscurando tutte le nostre gaie fantasie con la sua ala simile a quella di un pipistrello, e contaminando la sana atmosfera della nostra felicità con le sue espirazioni velenose. Non sono tanto le città in rovina che un tempo furono le capitali gloriose del mondo, o i templi in disfacimento che respirano oracoli non più creduti, o gli archi di trionfo che hanno dimenticato il nome eroico che furono innalzati per celebrare, a riempire la mente con un’espressione così triste dell’instabilità delle fortune umane, quanto questi tristi spettacoli di affetti esauriti, e, per così dire, frammenti tradizionali di passione scaduta.

Il mattino, che sorse dolce, morbido e limpido, portò a Ferdinand, con il suo primo barlume, una lettera di Henrietta.

Henrietta a Ferdinand.

Vita mia! Non mi sono coricata per tutta la notte. Che notte terribile, che notte spaventosa! Pensare che egli fosse nel cuore di quella terribile tempesta! Cosa hai fatto, cosa hai potuto fare? Come desideravo essere con te! E ho potuto solo guardare la tempesta dalla mia finestra, e sforzare gli occhi a ogni lampo, nella vana speranza che potesse rivelarmelo! Sta bene, è illeso? Finché il mio messaggero non tornerà, posso immaginare solo il male. Quante volte sono stata sul punto di mandare fuori la servitù, eppure pensavo che sarebbe stato inutile, e avrebbe potuto dispiacerti! Non sapevo cosa fare. Mi agitavo nella mia stanza come un uccellino in gabbia. Dimmi la verità, mio Ferdinand; non nascondere nulla. Non pensare di muoverti oggi. Se ti senti anche solo un po’ indisposto, manda subito a cercare consiglio. Scrivimi una riga, solo una riga, per dirmi che stai bene. Sarò nella disperazione finché non avrò tue notizie. Non trattenere il messaggero un istante. È sul mio pony. Promette di tornare in brevissimo tempo. Prego per te, come ho pregato per te per tutta la lunga notte, che sembrava non dovesse finire mai. Dio ti benedica, mio Ferdinand! Scrivi solo una parola alla tua

Henrietta.

Ferdinand a Henrietta.

Dolcissima, carissima Henrietta!

Sto benissimo, e ti amo, se fosse possibile, più che mai. Cara, mandare a cercare il suo Ferdinand! Una giacca bagnata, e non ho provato male maggiore, non mi spaventa. La tempesta è stata magnifica; non me la sarei persa per nulla al mondo. Ma ora me ne rammarico, perché la mia Henrietta non ha dormito. Dolce amore, lascia che io venga da te! Il tuo paggio è inesorabile. Non mi lascia scrivere un’altra riga. Dio ti benedica, mia Henrietta, mia amata, mia impareggiabile Henrietta! Le parole non possono dirti quanto ti amo, quanto ti adoro, tesoro mio. Il tuo

Ferdinand.

Henrietta a Ferdinand.

No! Non devi venire qui. Sarebbe imprudente, sarebbe sciocco. Potremmo stare insieme solo un momento, e, sebbene un momento con te sia il paradiso, non posso sopportare di nuovo l’agonia della separazione. O Ferdinand! Cosa non mi è costata quella separazione! Pene che non avrei mai immaginato potessero derivare da una miseria umana. Mio Ferdinand, che possiamo un giorno essere felici! Mi sembra ora che la felicità non possa mai più tornare. Eppure dovrei essere grata che egli sia rimasto illeso la scorsa notte. Non ho osato confessarti prima quali mali prevedessi. Sai, sono stata così sciocca da pensare che ogni lampo dovesse abbattersi sulla tua testa. Non oso ora confessare quanto sono stata sciocca. Dio sia lodato che egli stia bene. Ma è sicuro di stare proprio bene? Se hai il minimo raffreddore, carissimo, non muoverti. Rimanda quel viaggio su cui sono fissate tutte le nostre speranze. I raffreddori portano la febbre. Ma tu ridi di me; sei un uomo e un soldato; ridi della cautela di una donna.

Oh, mio Ferdinand, sono così egoista che non mi importerebbe se tu fossi malato, se potessi solo essere la tua infermiera. Che felicità, che squisita felicità sarebbe quella!

Non essere arrabbiato con la tua Henrietta, ma sono nervosa all’idea di nascondere il nostro fidanzamento a papà. Ciò che ho promesso lo manterrò, non temere; non ti ingannerò mai, no, nemmeno per il tuo presunto bene; ma sento il peso di questo segreto più di quanto possa esprimere, più di quanto desideri esprimere. Non mi piace dire nulla che possa infastidirti, specialmente in questo momento, in cui sento dal mio stesso cuore quanto tu debba aver bisogno di tutto il sostegno e il conforto di un affetto ininterrotto. Ho così tanta fiducia nel tuo giudizio, mio Ferdinand, che mi sento convinta che tu abbia agito saggiamente; ma torna appena puoi. So che deve passare più di una settimana; so che quella prospettiva era sostenuta solo dal tuo affetto. Devono passare dei giorni prima che tu possa raggiungere Bath; e so, Ferdinand, so che il tuo compito è più difficile di quanto tu voglia confessare. Ma torna, vita mia, appena puoi, e scrivimi all’ufficio postale, come hai stabilito.

Se stai bene, come dici, lascia la fattoria direttamente. La consapevolezza che sei così vicino mi rende inquieta. Ricorda, tra poche ore papà sarà qui. Desidero incontrarlo con quanta più calma riesco a dominare.

Ferdinand, devo dirti addio! Le mie lacrime sono troppo evidenti. Guarda, cadono sulla pagina. Pensami sempre. Non lasciare mai che la tua Henrietta sia assente dai tuoi pensieri. Se sapessi quanto è desolata questa casa! La tua chitarra è sul divano; un fantasma di gioia passata!

Addio, Ferdinand! Non posso scrivere, non posso trattenere le lacrime. Non so cosa fare. Quasi vorrei che papà tornasse, sebbene tema di vederlo. Sento la desolazione di questa casa, sono così abituata a vederti qui!

Il cielo sia con te, e vegli su di te, e ti curi, e ti benedica. Pensami sempre. Volesse il cielo che questa penna potesse esprimere la profondità e la devozione dei miei sentimenti!

Henrietta.

CAPITOLO II.

*Che, supponendo che il lettore sia interessato alla corrispondenza, la prosegue*.

CARISSIMO! Mille, mille grazie, mille, mille benedizioni, per la tua lettera da Armine, cara, cara Armine, dove un giorno saremo così felici! È stata una lettera così cara, così lunga, così gentile e così chiara. Come hai potuto pensare per un momento che la tua Henrietta non sarebbe stata in grado di decifrare quella cara, cara grafia! Scrivi sempre incrociato, carissimo: la tua grafia è così bella che non troverò mai la minima difficoltà a leggerla, anche se le tue lettere fossero incrociate mille volte. Inoltre, a dire il vero, preferirei provare un po’ di difficoltà nel leggere le tue lettere, perché le leggo così spesso, e ancora, finché non le imparo a memoria, ed è una tale delizia ogni tanto scoprire qualche nuova espressione che mi era sfuggita nella prima febbre della lettura; e poi è sicuro che sia qualche parola cara, più affettuosa di tutte le altre!

Oh! mio Ferdinand, come ti esprimerò il mio amore? Mi sembra ora di non averti mai amato fino a questa separazione, di non esserti mai stata abbastanza grata per tutta la tua bontà. Mi fa piangere ricordare tutte le cose dolci che hai detto, tutte le cose gentili che hai fatto per me, e pensare di non averti trasmesso al momento un decimo del mio senso di tutta la tua gentilezza. Sei così gentile, Ferdinand! Credo che sia il più grande fascino del tuo carattere. Il mio dolce, dolce amore! così diverso da tutte le altre persone che ho incontrato! La tua voce è così dolce, il tuo modo così tenero, sono certa che tu abbia il cuore più gentile che sia mai esistito: e poi è anche uno spirito audace, e questo io amo!

Sii di buon animo, mio Ferdinand, tutto andrà bene. Sono piena di speranza, e lo sarei di gioia, se tu fossi qui, eppure sono gioiosa, anche, quando penso a tutto il tuo amore. Posso sedermi per ore e ricordare il passato, è così dolce. Quando ho ricevuto ieri la tua cara lettera da Armine, e ho saputo davvero che te ne eri andato, sono andata a camminare nei nostri boschi, e mi sono seduta proprio sulla riva che amavamo tanto, e ho letto la tua lettera ancora e ancora; e poi ho pensato a tutto ciò che hai detto. È così strano; penso di poter ripetere ogni parola che hai pronunciato da quando ci siamo conosciuti per la prima volta. Il mattino che era iniziato così miseramente è trascorso prima che potessi sognare che fosse mezzogiorno.

Papà è arrivato circa un’ora prima di cena. Così gentile e buono! E perché non dovrebbe esserlo? Mi vergognavo di me stessa dopo per essere sembrata sorpresa che fosse lo stesso di sempre. Mi ha chiesto se la tua famiglia fosse tornata ad Armine. Ho detto che ti aspettavi il loro ritorno quotidianamente. Poi mi ha chiesto se ti avessi visto. Ho detto molto spesso, ma che ora eri andato a Bath, poiché il loro ritorno era stato impedito dalla malattia di un parente. Ho fatto bene in questo? Ho assunto un aspetto il più indifferente possibile quando ho parlato di te, ma il mio cuore batteva, oh! come batteva! Spero, tuttavia, di non aver cambiato colore; credo di no; perché mi ero preparata per questa conversazione. Sapevo che doveva accadere. Credimi, Ferdinand, papà ti apprezza davvero, ed è pronto ad amarti. Ha parlato di te con un tono di genuina gentilezza. Gli ho dato il tuo messaggio riguardo alla caccia ad Armine; che ti rammaricavi che la sua partenza inaspettata ti avesse impedito di parlarne prima, ma che era a sua completa disposizione, solo che, dopo Ducie, tutto ciò che potevi sperare era che l’estensione della terra potesse compensare la scarsità della selvaggina. Ne è rimasto molto compiaciuto. Addio! Tutti i buoni angeli veglino su di te. Scriverò ogni giorno all’ufficio postale, Bath. Pensami molto. La tua fedele

Henrietta.

Lettera II.

Henrietta a Ferdinand.

O Ferdinand, che paradiso pensare a te, e leggere le tue lettere! Stamattina me ne sono arrivate due; quella da Londra, e le poche righe che mi hai scritto mentre la posta si fermava sulla strada. Sai, mi penserai molto ingrata, ma quelle care poche righe, credo di dover confessare, le preferisco persino alla tua bellissima lunga lettera. È stato così gentile, così tenero, così dolcemente premuroso, così simile al mio Ferdinand, strappare i pochi minuti che avrebbero dovuto essere dedicati al riposo e al cibo per scrivere alla sua Henrietta. Ti amo per questo mille volte più di prima! Spero che tu stia davvero bene: spero che tu mi dica la verità. Questa è una grande fatica, persino per te. È peggio dei nostri muli di cui parlavamo una volta. Se ne ricorda? Oh! che spirito gioioso aveva il mio Ferdinand in quel giorno felice! Lo amo quando ride, eppure credo di aver conquistato il mio cuore con quegli occhi pensierosi suoi!

Papà è gentilissimo e non sospetta nulla. Ieri ti ho menzionato per primo. Ho preso la tua chitarra e ho detto a chi appartenesse. Ho pensato fosse più naturale non tacere di te. Inoltre, carissimo, papà ti apprezza davvero, e sono certa che ti vorrà molto bene quando saprà tutto, ed è per me un tale piacere sentirti lodare e parlar di te con affetto da parte di coloro che amo. Naturalmente, ho poco da dire su di me. Visito i miei uccellini, curo i miei fiori e presto particolare attenzione a tutti quelli che ricordo tu abbia ammirato o toccato. A volte sussurro loro, dicendo che presto farai ritorno, poiché, in verità, sembrano sentire la tua mancanza e chinare il capo come la loro povera padrona. Oh! mio Ferdinand, ci incontreremo mai più? Ascolterò mai più, davvero, quella voce dolce, e mi dirà ancora che mi ama con quegli stessi accenti che risuonano ancora adesso nel mio orecchio affascinato?

Oh Ferdinand! questo amore è una febbre, una febbre di salute. Non riesco a dormire; riesco a stento a reggere la vista di mio padre durante i pasti. Sono inquieta e fuori di me; ma sono felice, felice nella consapevolezza della tua tenera devozione. Domani mi propongo di visitare la nostra casa colonica. Credo che papà andrà a caccia domani. Il mio cuore batterà, immagino, quando vedrò il nostro portico. Dio benedica il mio amore; l’idolo della sua tenera e felice

Henrietta.

Lettera III.

Henrietta a Ferdinand.

Carissimo! Nessuna lettera dopo le poche righe sulla strada, ma suppongo fosse impossibile. Domani me ne porterà una, immagino, da Bath. Non so perché io tremi quando scrivo quella parola. Qui tutto va bene, papà è gentilissimo, lo stesso di sempre. Oggi si è spinto un po’ sulle tue terre, molto poco, ma mi ha fatto piacere. Ha ucciso una lepre di Armine! Oh! che mattinata ho trascorso; così felice, così piena di dolore, così colma di lacrime e sorrisi! A stento so se abbia riso o pianto di più. Quella cara, cara casa colonica! E poi tutti parlavano di te. Come amano il mio Ferdinand! Ma così deve fare chiunque. La povera donna ha perso il cuore per te, sospetto, e sono quasi incline a essere un po’ gelosa. Ti ha lodato così tanto! Così gentile, così premuroso, che dà così poco disturbo, e, temo, fin troppo generoso! Esattamente come il mio Ferdinand; ma, davvero, questo non era necessario. Perdonami, amore, ma sto imparando la prudenza.

Sai, sono entrata nella tua stanza? Sono riuscita a salire da sola; la brava donna mi ha seguita, ma sono rimasta lì sola per un istante, e, e, e, cosa pensi che abbia fatto? Ho premuto le labbra sul tuo cuscino. Non ho potuto farne a meno; quando ho pensato che la sua cara testa vi avesse riposato così spesso e così di recente, non ho potuto trattenermi dal premere le labbra su quel luogo di riposo favorito, e temo di aver versato anche una lacrima.

Quando il mio amore riceverà questo, sarà a Bath. Come prego che tu possa trovare tutta la tua famiglia bene e felice! Spero che mi ameranno. Io amo già loro, e la cara, cara Armine. Non avrò mai il coraggio di tornarci fino al tuo ritorno. È notte, e sto scrivendo questo nella mia stanza. Forse l’ora avrà la sua influenza, ma mi sento abbattuta. Oh, fossi al tuo fianco! Questa casa è così desolata senza di te. Ogni cosa mi ricorda il passato. Mio Ferdinand, come posso esprimerti ciò che provo: l’affetto, l’amore, il rapimento, la gioia appassionata con cui la tua immagine mi ispira? Non sarò infelice, sarò grata al Cielo di essere amata da uno così raro e dotato. Il tuo ritratto è davanti a me; lo chiamo tuo; è così somigliante! È una grande consolazione. Il mio cuore è con te. Pensami come io penso a te. Sveglia o addormentata i miei pensieri sono sempre tuoi, e ora sto per pregare per te. La tua

Henrietta.

Lettera IX.

Mio amatissimo! La settimana è trascorsa da tempo, ma tu non dici nulla sul ritorno. Oh! mio Ferdinand, la tua Henrietta non è felice. Rileggo le tue care lettere più e più volte. Dovrebbero rendermi felice. Sento nella consapevolezza del tuo affetto che dovrei essere la persona più felice del mondo, eppure, non so perché, sono molto abbattuta. Dici che tutto va bene; ma perché non entri nei dettagli? Ci sono difficoltà; sono preparata ad affrontarle. Credimi, mio Ferdinand, che la tua Henrietta sa sopportare tanto quanto godere. Tuo padre, guarda con disappunto al nostro affetto? Dimmi, dimmi tutto, solo non lasciarmi nell’incertezza. Ho diritto alla tua confidenza, Ferdinand. Mi fa odiare me stessa pensare di non condividere le tue preoccupazioni tanto quanto le tue delizie. Sono gelosa dei tuoi dolori, Ferdinand, se non mi è permesso condividerli.

Non lasciare che la tua fronte si oscuri quando leggerai questo. Potrei uccidermi se pensassi di poter accrescere le tue difficoltà. Ti amo; Dio sa quanto ti amo. Sarò paziente; eppure, mio Ferdinand, mi sento infelice quando penso che tutto è nascosto a papà, e le mie labbra sono sigillate finché non mi darai il permesso di aprirle.

Ti prego, scrivimi e dimmi davvero come vanno gli affari. Non aver paura di dire tutto alla tua Henrietta. Non c’è miseria finché ci amiamo; finché il tuo cuore è mio, non c’è nulla che io non possa affrontare, nulla che, ne sono persuasa, non possiamo superare. Dio ti benedica, Ferdinand. Le parole non possono esprimere il mio amore. Henrietta.

Lettera X.

Mio! Ieri ti ho scritto una lettera di lamentele. Mi dispiace tanto, perché la tua cara lettera è arrivata oggi, ed è così gentile, così tenera, così affettuosa, che mi rende infelice il solo pensare di poterti causare anche un’ombra di fastidio. Carissimo, quanto desidero provare il mio amore! Non c’è nulla che non farei, nulla che non sopporterei, per convincerti della mia devozione! Farò tutto ciò che desideri. Sarò calma, sarò paziente, cercherò di essere contenta. Dici di essere sicuro che tutto andrà bene; ma non mi dici nulla. Cosa ha detto il tuo caro padre? tua madre? Non aver paura di parlare.

Mi chiedi di dirti tutto ciò che sto facendo. Oh! mio Ferdinand, la vita è un vuoto senza di te. Non ho visto nessuno, non ho parlato con nessuno, a parte papà. È molto gentile, eppure in qualche modo temo di stare con lui. Questa casa sembra così desolata, così molto desolata. Sembra un luogo abbandonato dopo la tua partenza, un posto che qualche buon genio ha lasciato, e tutta la gloria è svanita. Non mi curo più dei miei uccellini o dei miei fiori. Hanno perso la loro musica e la loro dolcezza. E i boschi, non riesco a passeggiarvi, e il giardino mi ricorda solo il felice passato. Non sono mai più tornata alla casa colonica. Non potrei andarci ora, carissimo Ferdinand; mi farebbe solo piangere. Penso solo alla mattina, perché mi porta le tue lettere. Mi nutro di esse, vivo di esse. Sono la mia unica gioia e conforto, eppure------ ma nessuna lamentela oggi, nessuna lamentela, carissimo Ferdinand; lascia che esprima solo il mio devoto amore. Oh! se la mia debole penna potesse esprimere una minima parte della mia tenera devozione. Ferdinand, ti amo con tutto il mio cuore, e tutta la mia anima, e tutta la forza del mio spirito. Non ho pensieri se non per te, esisto solo per la tua idea. Scrivi, scrivi; dimmi che mi ami, dimmi che sei immutato. È passato così tanto tempo da quando ho udito quella voce, così tanto tempo da quando ho contemplato quell’occhio tenero e dolce! Abbi pietà di me, mio Ferdinand. Questa è prigionia. Mille, mille amori. La tua devota

Henrietta.

Lettera XI.

Ferdinand, carissimo Ferdinand, la posta oggi non mi ha portato alcuna lettera. Non posso credere ai miei sensi. Penso che il postino debba avermi presa per pazza. Nessuna lettera! Non potevo credere al suo diniego. Ero infastidita, anche, dall’espressione del suo volto. Questo modo di corrispondere, Ferdinand, non voglio mormorare, ma quando acconsentii a questo metodo clandestino di comunicazione, fu per pochi giorni, pochi, pochissimi giorni, e poi----- Ma non riesco a scrivere. Sono del tutto sopraffatta. Oh! verrà mai il domani?

Henrietta.

Lettera XII.

Carissimo Ferdinand, desidero essere calma. La tua lettera mi causa una inquietudine molto seria. Non discuto il suo tono di affetto. È tenero, molto tenero, e ci sono stati momenti in cui avrei potuto sciogliermi davanti a tali espressioni; ma, Ferdinand, non è candido. Perché siamo separati? Per uno scopo. Tale scopo è stato raggiunto? Se dovessi giudicare solo dalle tue lettere, dovrei persino supporre che tu non abbia parlato con tuo padre; ma ciò è, naturalmente, impossibile. Tuo padre disapprova la nostra unione. Lo sento; lo so; ero persino preparata a questo. Vieni, dunque, e parla a mio padre. È un dovere verso di me non lasciarlo più all’oscuro; sarà meglio, credimi, per te stesso, che egli condivida la nostra confidenza. Papà non è un uomo ricco, ma ama sua figlia. Facciamone il nostro amico. Ah! perché ho mai nascosto qualcosa a qualcuno così gentile e buono? In questo momento di desolazione, sento, sento profondamente, la mia follia, la mia malvagità. Non ho nessuno con cui parlare, nessuno che mi consoli. Questo costante sforzo di nascondere i miei sentimenti mi ucciderà. Era doloroso quando tutto era gioia, ma ora, oh Ferdinand! non riesco più a sopportare questa vita. Il mio cervello è debole, il mio spirito perplesso e infranto. Non starò a chiedere se mi ami; ma, Ferdinand, se hai pietà di me, scrivi, e scrivi in modo definitivo, alla tua infelice

Henrietta.

Lettera XVIII.

Mi dici che, per compiacere i miei desideri, scriverai in modo definitivo. Mi dici che sono accadute circostanze, dal tuo arrivo a Bath, di natura molto perplessa e fastidiosa, e che esse ritardano quella conciliazione con tuo padre che avevi progettato e in parte organizzato; che è impossibile entrare nei dettagli nelle lettere; e assicurandomi del tuo amore, aggiungi che eri ansioso di preservarmi dal condividere la tua ansia. Oh Ferdinand! quale ansia puoi trattenere pari a quella che hai causato a me? Carissimo, carissimo Ferdinand, voglio, devo ancora credere che tu sia senza colpa; ma, credimi, una mancanza di candore nella nostra situazione, e, credo, in ogni situazione, è una mancanza di buon senso. Non nascondere mai nulla alla tua Henrietta.

Ora do per scontato che tuo padre abbia vietato la nostra unione; in effetti questa è l’unica conclusione che posso trarre dalla tua lettera. Ferdinand, posso sopportare questo, persino questo. Sostenuta dal tuo affetto, confiderò nel tempo, negli eventi, nella gentilezza dei miei amici, e in quella Provvidenza suprema, che non abbandonerà affetti così puri come i nostri, affinché portino prima o poi qualche risultato più felice. Fiduciosa nel tuo amore, posso vivere in solitudine, e dedicarmi alla tua memoria, io------

Oh Ferdinand! inginocchiati davanti a tuo padre, inginocchiati davanti alla tua gentile madre; racconta loro tutto, racconta loro quanto ti amo, quanto li amerò; racconta loro che la tua Henrietta non avrà pensieri se non per la loro felicità; racconta loro che sarà devota a loro quanto è devota a te. Non chiedere la nostra unione, chiedi loro solo di permetterti di coltivare la nostra conoscenza. Lascia che tornino ad Armine; lascia che coltivino la nostra amicizia; lascia che conoscano papà; lascia che conoscano me; lascia che mi conoscano per quella che sono, con tutti i miei difetti, confido non mondana, non egoista, non del tutto insignificante, non del tutto impreparata a recitare la parte che attende un membro della loro famiglia, sia nel suo splendore che nella sua orgogliosa umiltà; e, se non degna del loro figlio (come chi potrebbe esserlo?), tuttavia consapevole, profondamente consapevole del valore e della benedizione del suo affetto, e pronta a provarlo con la devozione del mio essere. Fa’ questo, mio Ferdinand, e la felicità ancora verrà.

Ma, mio dolce amore, qualunque strada tu decida di intraprendere, ricorda la tua Henrietta. Non ti rimprovero; mai ti rimprovererò; ma ricorda la situazione in cui mi hai posta. In tutta la mia felice vita non ho mai avuto un segreto da mio padre; e ora sono coinvolta in un fidanzamento privato e in una corrispondenza clandestina. Sii giusto verso di lui; sii giusto verso la tua Henrietta! Torna, ti supplico in ginocchio; torna immediatamente a Ducie; rivela tutto. Sarà gentile e grazioso; sarà il nostro miglior amico; nelle sue mani e nel suo petto troveremo conforto e sostegno. Dio ti benedica, Ferdinand! Tutto andrà ancora bene, mio proprio, proprio amore. Sorrido tra le mie lacrime quando penso che ci incontreremo così presto. Oh! quale miseria può esserci in questo mondo se possiamo almeno condividerla insieme?

La tua tenera, la tua fedele, la tua devota

Henrietta.

CAPITOLO III.

Contenente l’arrivo a Ducie di un distinto ospite.

FU CIRCA tre settimane dopo che Ferdinand Armine ebbe lasciato Ducie che il signor Temple entrò nella sala della colazione una mattina, con un biglietto aperto in mano, e disse a Henrietta di prepararsi per delle visite, poiché la sua vecchia amica, Lady Bellair, gli aveva scritto per informarlo della sua intenzione di riposare la notte a Ducie, sulla via per il Nord.

«Porta con sé anche la donna più affascinante del mondo», aggiunse il signor Temple, con un sorriso.

«Ho pochi dubbi che Lady Bellair ritenga la sua compagna tale al momento», disse Miss Temple, «chiunque essa sia; ma, in ogni caso, sarò lieta di vedere sua signoria, che è certamente una delle donne più divertenti del mondo».

Questo annuncio del prossimo arrivo di Lady Bellair creò un certo fermento nella dimora di Ducie Bower; poiché sua signoria era sotto ogni aspetto un personaggio memorabile, e il maggiordomo, che ricordava le sue visite al signor Temple prima della sua residenza a Ducie, stuzzicò molto la curiosità dei suoi colleghi servitori con le sue allusioni alle eccentricità di sua signoria.

«Dovrete badare al pappagallo, Mary», disse il maggiordomo; «e tu, Susan, devi occuparti del paggio. Saremo tutti sottoposti a un bell'interrogatorio sullo stato della casa; e perciò vi consiglio di essere preparate. Sua signoria è un tipo stravagante, e questa è la verità».

A tempo debito, un bel carro da viaggio, con lo stemma di una corona di visconte, e trasportante sul sedile posteriore un corpulento domestico e una cameriera, arrivò a Ducie. Scesero immediatamente e aiutarono il personale riunito della dimora a scaricare il contenuto del carro; ma il signor Temple e sua figlia conoscevano troppo bene il carattere di Lady Bellair per apparire in quel momento critico. Per prima uscì una dama maestosa, di ampie proporzioni e abbigliamento straordinariamente magnifico, essendo vestita con l'estremo della splendida moda, e che, dopo essere stata fatta scendere sui gradini di marmo, rimase per qualche istante assorta nel frenetico sistemarsi le piume; lisciandosi il mantello color granata, scuotendo il nastro dorato del suo cappellino color smeraldo e aggiustando la scintillante mantellina di pizzo che ombreggiava la caduta delle sue larghe ma ben formate spalle. In una mano la maestosa dama agitava leggermente una borsa che era degna di contenere il Grande Sigillo stesso, tanto ricchi ed elaborati erano i suoi materiali e ricami; e nell'altra alla fine prese un occhialino che era sospeso al suo collo da una catena d'oro, e lanciò un'occhiata con un occhio lampeggiante, scuro come i suoi riccioli d'ebano e brillante come la sua guancia ben truccata, alla scena circostante.

Il pappagallo verde, nella sua gabbia scintillante, seguì subito dopo, e poi uscì la più carina, vivace, piccola, meglio vestita, e, cosa più strana di tutte, la più vecchia donnina del mondo. Lady Bellair era di statura infantile, e del tutto eretta, sebbene avesse novant'anni; la semplicità di gusto del suo costume, il suo piccolo cappellino di seta bianca, il suo abito di seta grigia, il suo grembiule, le sue muffole grigie e le sue scarpette alla Cenerentola, contrastavano tutti mirabilmente con lo splendore vasto e vistoso della sua compagna, non meno della piccola eppure squisitamente proporzionata forma di sua signoria, le sue estremità altamente rifinite e il suo acuto, sarcastico occhio grigio. L'espressione del suo volto ora, tuttavia, era alquanto seria. Un arrivo era un momento importante che richiedeva tutta la sua praticata circospezione; c'era così tanto da organizzare, così tanto da ricordare e così tanto da osservare.

Il corpulento servitore si era fatto avanti e, prendendo la sua piccola padrona tra le braccia, come avrebbe fatto con una bambina, l'aveva posata sui gradini. E poi si udì la voce chiara, acuta e ora alquanto irritata di sua signoria.

«Qui! dov'è il maggiordomo? Non voglio te, stupido [rivolgendosi al proprio servitore], ma il maggiordomo della casa, il maggiordomo del signore; come si chiama, il maggiordomo del signor Twoshoes? Non riesco a ricordare i nomi. Oh! tu sei lì, vero? Non voglio te. Come sta il vostro padrone? Come sta la vostra affascinante signora? Dov'è il pappagallo? Non lo voglio. Dov'è la signora? Perché non rispondete? Perché fissate così? Miss Temple! no! non Miss Temple! La signora, la mia signora, la mia affascinante amica, Mrs. Floyd! Certo che sì; perché non l'avete detto prima? Ma ha due nomi. Perché non dite entrambi i nomi? Mia cara», continuò Lady Bellair, rivolgendosi alla sua compagna di viaggio, «non so il tuo nome. Di' a tutta questa brava gente il tuo nome; i tuoi due nomi! Mi piacciono le persone con due nomi. Diglielo, mia cara, diglielo; di' loro il tuo nome, Mrs. Cosa-come-si-chiama, o qualunque cosa sia, Mrs. Cosa-come-si-chiama Twoshoes».

Mrs. Montgomery Floyd, sebbene alquanto infastidita da questo appello, riuscì comunque ad acconsentire alla richiesta nel modo più dignitoso; e tutti i servitori s'inchinarono a Mrs. Montgomery Floyd.

Con grande soddisfazione di questa maestosa dama, Lady Bellair, dopo aver esaminato tutto e tutti con il massimo scrupolo, indicò una certa intenzione di entrare, quando improvvisamente si voltò:

«Uomo, c’è qualcosa che manca. Avevo tre cose di cui prendermi cura. Il pappagallo e la mia affascinante amica; queste sono solo due. Ce n’è una terza. Che cos’è? Non lo sapete! Ehi, tu, uomo, chi sei? Il servitore di Mr. Temple. Conoscevo il tuo padrone quando non era alto quanto quella gabbia. Che ne pensi?», continuò la sua signoria, con un sorriso trionfante. «Di cosa ridi, signore? Hai mai visto prima una donna di novant’anni? Scommetterei di no. Cosa voglio? Voglio qualcosa. Perché mi stuzzicate non ricordando cosa voglio? Ora, conoscevo un gentiluomo che fece fortuna ricordando una volta ciò che desiderava un uomo molto grande. Ma allora l’uomo grande era un ministro di Stato. Oseri dire che se fossi un ministro di Stato, invece di una vecchia di novant’anni, riuscireste in un modo o nell’altro a scoprire cosa voglio. Non importa, non importa. Via, mia affascinante amica, lasciatemi prendere il vostro braccio. Ora vi presenterò alla più graziosa, alla più cara, alla più innocente e affascinante signora del mondo. È la mia favorita in assoluto. È sempre la mia favorita. Anche voi siete la mia favorita; ma lo siete solo per il momento. Ho sempre due favorite: una per il momento e una che non cambio mai, e quella è la mia dolce Henrietta Temple. Vedete, riesco a ricordare il suo nome, anche se non riuscivo a ricordare il vostro. Ma siete una brava creatura, una cara buona anima, anche se vivete in una brutta cerchia, mia cara, una cerchia davvero pessima; gente volgare, mia cara; potranno anche essere ricchi, ma non hanno classe. Questo è un bel posto. Fermati, fermati», esclamò Lady Bellair, battendo il suo piedino e agitando il suo braccino, «Non andare via; ricordo cos’era. Gregory! Corri, Gregory! È il paggio! Non c’era posto per lui dietro, e gli ho detto di stendersi sotto il sedile. Povero caro ragazzo! Sarà soffocato. Spero non sia morto. Oh! Eccolo lì. Miss Temple ha un paggio? Il suo paggio porta una piuma? Il mio paggio non ha una piuma, ma ne avrà una, perché non è stato soffocato. Ehi! Donna, chi sei? La cameriera. Lo pensavo. Riconosco sempre una cameriera. Ti prenderai cura del mio paggio. Prendilo subito, e dagli un po’ di latte e acqua; e, paggio, sii molto buono, e non lasciare mai questa brava giovane donna, a meno che io non mandi a chiamarti. E, donna, brava giovane donna, forse potresti trovare una vecchia piuma del paggio di Miss Temple. Dalla a questo bravo ragazzino, perché non è stato soffocato».

CAPITOLO IV.

Contenente Alcune Notizie sulla Viscontessa Vedova Bellair.

LA Viscontessa Vedova Bellair era l’ultimo legame rimasto tra i due secoli. Nata lei stessa da una nobile famiglia, e distinta sia per la sua bellezza che per il suo spirito, aveva regnato per un quarto di secolo come il soggetto preferito di Sir Joshua; aveva flirtato con Lord Carlisle e chiacchierato con il Dr. Johnson. Ma la qualità più notevole del destino della sua signoria era la sua conservazione. Il tempo, che era trascorso per quasi un secolo dalla sua nascita, aveva risparmiato sia le sue facoltà fisiche che mentali. Era quasi altrettanto attiva nel corpo, e del tutto vivace nella mente, di quando, settant’anni prima, saltellava nei Marylebone Gardens o metteva in difficoltà i gentiluomini del Tuesday Night Club alle mascherate di Mrs. Cornely. Questi meravigliosi settant’anni, in effetti, erano passati per Lady Bellair come uno di quei balli in maschera in cui aveva un tempo brillato; aveva vissuto in una perpetua folla di personaggi strani e brillanti. Tutto ciò che era stato famoso per bellezza, rango, moda, spirito, genio, era stato riunito attorno al suo trono; e in quest’ora stessa una generazione fresca e ammirata, distinta per queste qualità, riconosceva allegramente la sua supremazia e le rendeva omaggio. Gli eroi e le eroine della sua giovinezza, della sua mezza età, persino della sua vecchiaia, erano svaniti; brillanti oratori, profondi statisti, bardi ispirati, dotti studiosi, illustri guerrieri; bellezze i cui incanti abbaglianti avevano fatto impazzire il mondo; spiriti eletti, le cui parole fugaci o i cui modi fantasiosi facevano sorridere o meravigliare ogni salotto – tutto era scomparso. Aveva assistito a rivoluzioni in ogni paese del mondo; ricordava Brighton come una città di pescatori, e Manchester come un villaggio; aveva condiviso lo sfarzo dei nababbi e la profusione dei prestatori di denaro; aveva stimolato la prima ambizione di Charles Fox, ed era stata partecipe delle ultime aspirazioni di George Canning; era stata la confidente degli amori sia di Byron che di Alfieri; aveva indossato il lutto per il Generale Wolfe, e dato un festival al Duca di Wellington; aveva riso con George Selwyn, e sorriso a Lord Alvanley; aveva conosciuto il primo maccherone e l’ultimo dandy; ricordava le Gunning, e aveva introdotto gli Sheridan! Ma lei stessa era immutata; ancora inquieta per la novità, ancora avida di divertimento; ancora ansiosa di osservare l’ingresso sulla scena di qualche nuovo flusso di personaggi, e instancabile nell’attrarre l’attenzione di chiunque i cui talenti potessero contribuire al suo intrattenimento, o la cui attenzione potesse gratificare la sua vanità. E, in verità, quando si ricordava la lunga carriera di Lady Bellair, e si testimoniava allo stesso tempo la sua forma minuscola e la sua impareggiabile vitalità, si potrebbe essere quasi tentati di credere che, se non assolutamente immortale, fosse almeno suo strano destino non tanto di morire volgarmente, quanto di diventare come l’eroina della fiaba, ogni anno più piccola e più piccola,

«Bella per gradi, e magnificamente diminuita»,

finché la sua signoria potesse alla fine ridursi nel nulla etereo, e così piuttosto svanire che spirare.

Era di moda dire che la sua signoria non avesse cuore; nella maggior parte dei casi una frase priva di significato; nel suo caso certamente ingiusta. Novant’anni di esperienza non erano stati certamente sprecati su una mente di notevole acutezza; ma i sentimenti di Lady Bellair erano ancora pronti e caldi, e potevano essere persino profondi. La sua fantasia era così vivace che la sua attenzione era presto catturata; il suo gusto così raffinato che il suo affetto non era così facilmente ottenuto. Di qui acquisì una fama di capricciosa, perché si pentiva a suo agio di quelle prime impressioni che per lei erano irresistibili; poiché, in verità, Lady Bellair, sebbene avesse quasi completato il suo secolo e avesse trascorso tutta la sua vita nei circoli più artificiali, era la creatura stessa dell’impulso. Il suo primo omaggio, dichiarava sempre, era reso al talento, il secondo alla bellezza, il terzo al sangue. L’individuo favorito che avesse potuto combinare queste tre splendide qualifiche era, per Lady Bellair, una ninfa o un semidio. Quanto alla semplice ricchezza, la disprezzava davvero, sebbene le piacesse che i suoi favoriti fossero ricchi.

La sua conoscenza della natura umana, che era considerevole, la sua conoscenza delle debolezze umane, che era impareggiabile, non erano sprecate su Lady Bellair. La percezione del carattere della sua signoria era fine e rapida, e nulla la deliziava tanto quanto rendere una persona uno strumento. Capace, laddove il suo cuore era toccato, della più fine simpatia e delle azioni più generose, laddove i suoi sentimenti non erano coinvolti non provava alcun rimorso nell’usare i suoi compagni a proprio vantaggio, o, anzi, talvolta nell’onorarli della sua intimità a tale scopo. Ma se avevate l’abilità di scoprire i suoi complotti, e il coraggio di renderla consapevole della vostra consapevolezza di essi, non la dispiacevate mai, e spesso guadagnavate la sua amicizia. Poiché Lady Bellair aveva un fine gusto per l’umorismo, e quando sceglieva di essere candida, un’indulgenza che non era rara in lei, poteva dissezionare il proprio carattere e la propria condotta con uguale spirito e imparzialità. Nel suo caso non si può negare che comprendesse le tre grandi qualifiche che tanto apprezzava: poiché era molto spiritosa; aveva sangue nelle vene, per usare la sua espressione; ed era la donna più graziosa del mondo, per i suoi anni. Per il resto, sebbene nessuna persona fosse più altamente educata, poteva essere molto impertinente; ma se la trattavate con servilismo, vi detestava assolutamente.

Lady Bellair, dopo la stagione londinese, trascorreva sempre due o tre mesi a Bath, e poi procedeva verso la tenuta del suo bisnipote, l’attuale visconte, nel Nord, dove rimaneva finché Londra non tornava ad essere attraente. Parte della sua diplomazia domestica era impiegata ogni anno, durante la sua visita a Bath, nello scoprire qualche vecchio amico, o nel fare qualche nuova conoscenza, che la portasse in salvo, e la salvasse senza danni da tutte le spese e i pericoli della strada, fino al Northumberland; e mostrava spesso in questi accordi talenti che Talleyrand avrebbe potuto invidiare. Durante la presente stagione, Mrs. Montgomery Floyd, la vedova di un ricco delle Indie Orientali, la cui intenzione era di procedere verso la sua tenuta in Scozia alla fine dell’autunno, era stata presentata a Lady Bellair da un’amica ben consapevole dei desiderati accordi della sua signoria. Che conoscenza inestimabile in un momento simile per Lady Bellair! Mrs. Montgomery Floyd, molto ricca e molto ansiosa di essere alla moda, era inebriata dalla lusinghiera condiscendenza e dall’anticipata compagnia di Lady Bellair. Inizialmente Lady Bellair aveva quietamente suggerito che viaggiassero insieme verso il Northumberland. Mrs. Montgomery Floyd era incantata dalla proposta. Poi Lady Bellair si era rammaricata che la sua servitrice fosse molto malata, e che dovesse rimandarla in città immediatamente nella sua carrozza; e allora Mrs. Montgomery Floyd aveva insistito, a dispetto delle offerte di Lady Bellair, che la sua signoria prendesse un posto nella sua carrozza, e non volle sentire per un istante che Lady Bellair sostenesse, in tali circostanze, alcuna parte della spesa. Lady Bellair aveva prospettato alla visione abbagliata di Mrs. Montgomery Floyd un brillante panorama di nobili lord e ricchi gentiluomini le cui splendide tenute, sotto gli auspici di Lady Bellair, avrebbero costituito le loro tappe durante il tragitto; e col tempo Lady Bellair, che aveva una particolare predilezione per la propria carrozza, propose che i suoi servitori viaggiassero in quella di Mrs. Montgomery Floyd. Mrs. Montgomery Floyd sorrise con un assenso troppo volenteroso. Finì con i servitori di Mrs. Montgomery Floyd che viaggiavano verso la casa di Lord Bellair, dove la loro padrona avrebbe dovuto incontrarli, nella carrozza di quella signora, e Lady Bellair che viaggiava nella propria carrozza con i propri servitori, e Mrs. Montgomery Floyd che sosteneva la spesa di entrambe le spedizioni.

CAPITOLO V.

In Cui Lady Bellair Dà Qualche Resoconto di Alcuni dei Suoi Amici.

LADY BELLAIR amava davvero Henrietta Temple. Era la sua favorita principale e permanente, e si lamentava sempre che Henrietta non volesse venire a stare con lei a Londra, e sposare un duca. Lady Bellair era una grande combinatrice di matrimoni. Quando, dunque, fu accolta dalla bella padrona di Ducie Bower, Lady Bellair fu tanto genuina quanto profusa nelle sue gentili frasi. «Mia dolce, dolce giovane amica», disse, mentre Henrietta chinava il capo e offriva le labbra alla piccola vecchia signora, «è qualcosa avere un’amica come voi. Quale vecchia donna ha un’amica così dolce come la mia! Ora lasciatemi guardare. Mi fa bene al cuore vedervi. Mi sento più giovane. Siete più bella che mai, dichiaro che lo siete. Perché non volete venire a stare con me, e lasciarmi trovare un marito per voi? C’è il Duca di Derandale, è già innamorato di voi; poiché non faccio altro che parlare di voi. No, non dovreste sposarlo, non è abbastanza buono. Non è abbastanza buono. Non è raffinato. Amo un duca, ma amo di più un duca che sia raffinato. Sposerete Lord Fitzwarrene.

È il mio favorito; è degno di voi. Ridete; amo vedervi ridere. Siete così fresca e innocente! C’è il vostro degno padre che parla con la mia amica Mrs. Twoshoes; una brava creatura, mia cara, un’anima molto degna, ma senza classe; odio le parole francesi, ma quale altra posso usare? E lei vuole indossare catene d’oro, che detesto. Voi non indossate mai catene d’oro, ne sono certa. Il Duca di------ non voleva me, così sono venuta da voi», continuò la sua signoria, ricambiando il saluto di Mr. Temple. «Non chiedetemi se sono stanca; non sono mai stanca. Non c’è nulla che odi tanto quanto sentirmi chiedere se sto bene; sto sempre bene. Ecco, vi ho portato un’affascinante amica; datele il vostro braccio; e voi darete a me il vostro», disse la vecchia signora, sorridendo, a Henrietta. «Facciamo un buon contrasto; mi piace un buon contrasto, ma non uno brutto. Non posso sopportare nulla che sia brutto; a meno che non sia un uomo davvero molto brutto, che sia un genio e molto alla moda. Mi piaceva Wilkes, e mi piaceva Curran; ma erano famosi, la migliore compagnia del mondo. Quando ero giovane come voi, Lady Lavington ed io cacciavamo sempre in coppia, perché lei era alta, e io venivo chiamata la Regina delle Fate. Le belle donne, mia dolce bambina, non dovrebbero mai essere sole. Non che fossi molto bella, ma ero sempre con belle donne, e alla fine gli uomini iniziarono a pensare che anche io fossi bella».

«Un posto magnificamente grazioso», fece un sorriso la magnifica Mrs. Montgomery Floyd a Mr. Temple, «e di tutte le dolcemente graziose persone che abbia mai incontrato, vi assicuro che penso che Miss Temple sia la più affascinante. Così favorita poi con Lady Bellair! Sapete che chiama Miss Temple la sua vera favorita», aggiunse la signora, con un sorriso giocoso.

Le signore furono condotte ai loro appartamenti da Henrietta, poiché l’ora di cena era vicina, e Mrs. Montgomery Floyd indicò una certa ansia di non essere affrettata nella sua toeletta. In effetti, quando riapparve, avrebbe potuto essere motivo di meraviglia come avesse potuto effettuare una trasformazione così completa in un periodo così breve. Eccetto un lungo strascico, era abbastanza splendida per un compleanno a St. James’s, e indossava così tanti brillanti che scintillava come un lampadario. Tuttavia, poiché Lady Bellair amava il contrasto, questo non fu forse spiacevole; poiché certamente la sua signoria, nel suo semplice costume che era stato alterato solo dalla sostituzione di una cuffia che avrebbe dovuto essere immortalata da Mieris o Gerard Douw, ne offrì uno non poco sorprendente alla sua sontuosa compagna di viaggio.

«La vostra cena è molto buona», disse Lady Bellair a Mr. Temple. «Mangio molto poco e molto semplicemente, ma odio una cattiva cena; scontenta tutti gli altri, e sono tutti noiosi. Le cene migliori ora sono quelle di un uomo nuovo; dimentico il suo nome; l’uomo che è così molto ricco. Non avete mai sentito parlare di lui, e lei (indicando con la forchetta Mrs. Montgomery) non conosce nessuno. Come si chiama? Gregory, qual è il nome del gentiluomo con cui ceno così spesso? il gentiluomo da cui mando quando non ho altro impegno, e lui mi offre sempre una cena, ma che non cena mai con me. È solo ricco, e odio le persone che sono solo ricche; ma devo invitarlo l’anno prossimo. Lo invito alle mie feste serali, badate; non mi importa di loro; ma non voglio persone stupide, che sono solo ricche, alle mie cene. Gregory, come si chiama?»

«Mr. Million de Stockville, mia signora».

«Sì, è lui, buon Gregory. Non avete cervi, vero?», chiese la sua signoria a Mr. Temple. «Pensavo di no. Vorrei che aveste dei cervi. Dovreste mandare una coscia a nome mio a Mr. Million de Stockville, e sarebbe buona quanto una cena per lui. Se il vostro vicino, il duca, mi avesse ricevuto, l’avrei mandata da lì. Vi dirò cosa farò; scriverò una nota da questo posto al duca, e lo farò fare per me. Farà qualsiasi cosa per me. Mi ama, il duca, e io lo amo; ma sua moglie mi odia».

«E avete avuto una stagione allegra in città quest’anno, Lady Bellair?», chiese Miss Temple. «Mia cara, ho sempre una stagione allegra». «Che felicità!», esclamò dolcemente Mrs. Montgomery Floyd. «Penso che nulla sia più delizioso dell’allegria».

«E come sta il nostro amico Mr. Bonmot quest’anno?», disse Mr. Temple.

«Mia cara, Bonmot sta diventando molto vecchio. Racconta sempre le stesse storie, e quindi non lo vedo mai. Non posso sopportare gli spiriti che sono andati a seme: non posso invitare Bonmot alle mie cene, e gli ho detto il motivo; ma ho detto che ero a casa ogni mattina dalle due alle sei, e che poteva venire allora, poiché non esce per le feste serali, ed è permaloso, e così abbiamo litigato».

«Povero Mr. Bonmot», disse Miss Temple.

«Mia cara, c’è l’uomo più meraviglioso del mondo, dimentico il suo nome, ma tutti sono pazzi per averlo. È proprio alla moda. Lo invito alle mie feste invece di Bonmot, ed è molto meglio. Tutti hanno Bonmot; ma il mio uomo è nuovo, e amo qualcosa di nuovo. Lady Frederick Berrington me l’ha portato. Conoscete Lady Frederick Berrington? Oh! Ho dimenticato, povera cara, siete sepolta viva in campagna; devo presentarvi a Lady Frederick. È affascinante, vi apprezzerà, sarà vostra amica; e non potete avere un’amica migliore, mia cara, poiché è molto bella, molto spiritosa, e ha sangue nelle vene. Non vi presenterò a Lady Frederick», continuò Lady Bellair a Mrs. Montgomery Floyd; «non è del vostro tipo. Vi presenterò a Lady Splash and Dashaway; lei sarà la vostra amica».

Mrs. Montgomery Floyd sembrò consolata dal futuro splendido di essere l’amica di Lady Splash and Dashaway, e facilmente sopportare, con una tale compensazione, le osservazioni alquanto fastidiose della sua nobile protettrice.

«Ma quanto a Bonmot», continuò Lady Bellair, «non voglio avere nulla a che fare con lui. Il Generale Faneville, è un caro bravo uomo, e mi offre cene. Amo le cene: non ceno mai a casa, eccetto quando ho compagnia. Il Generale Faneville non solo mi offre cene, ma mi lascia sempre scegliere i miei ospiti. E mi ha detto l’altro giorno: “Ora, Lady Bellair, fissate il vostro giorno, e nominate i vostri ospiti”. Ho detto subito: “Generale, chiunque tranne Bonmot”. Sapete che Bonmot è il suo amico particolare».

«Ma sicuramente questo è crudele», disse Henrietta Temple, sorridendo.

«Sono crudele», disse Lady Bellair, «quando odio una persona sono molto crudele, e odio Bonmot. Mr. Fox mi scrisse una volta una copia di versi, e mi chiamò “crudele bella”; ma non sono stata crudele con lui, poiché amavo teneramente Charles Fox; e amo voi, e amo vostro padre. La prima festa a cui vostro padre sia mai stato, è stata a casa mia. Ecco, che ne pensate? E amo i miei nipoti; li chiamo tutti i miei nipoti. Penso che pronipoti suoni sciocco; sono così felice che si siano sposati così bene. La mia cara Selina è una contessa; anche voi sarete una contessa», aggiunse Lady Bellair, ridendo. «Devo vedervi contessa prima di morire. Mrs. Grenville non è una contessa, ed è piuttosto povera; ma saranno ricchi un giorno; e Grenville è un buon nome: suona bene. Questa è una gran cosa. Odio un nome che non suona bene».

La sera Henrietta intrattenne i suoi ospiti con la musica. Mrs. Montgomery Floyd era un’entusiasta appassionata di musica e molto orgogliosa della sua intima amicizia con la Pasta. «Oh! la conoscete, vero?» «Benissimo; dovrete portarla a casa mia. Canterà a tutte le mie feste; amo la musica durante le mie serate, ma non la pago mai, mai. Se non verrà di sera, cercherò di invitarla a cena, almeno una volta. Non amo cantanti e saltimbanchi a cena, ma lei è molto alla moda e ai giovani piace; e ciò che voglio alle mie cene sono giovani uomini, giovani uomini di grandissima moda. Ho piuttosto bisogno di giovani uomini alle mie cene. Ne ho alcuni; Lord Languid viene sempre da me, ed è molto raffinato, sapete, davvero molto raffinato. Va in pochissimi posti, ma viene sempre da me».

Mrs. Montgomery Floyd lasciò il pianoforte e si sedette accanto a Mr. Temple. Mr. Temple era galante e Mrs. Montgomery Floyd ansiosa di ottenere le attenzioni di un gentiluomo che Lady Bellair le aveva assicurato essere del primo ton. La stessa nobildonna fece cenno a Henrietta Temple di raggiungerla sul divano e, prendendole la mano molto affettuosamente, le spiegò tutte le tattiche con cui intendeva combinare un matrimonio tra lei e Lord Fitzwarrene, rammaricandosi allo stesso tempo che il suo caro nipote, Lord Bellair, fosse sposato; poiché lui, dopo tutto, era l’unica persona degna di lei. «Lui saprebbe apprezzarti, mia cara; lui saprebbe capirti. Caro Bellair! è così molto bello e così molto arguto. Perché è andato a sposarsi? Eppure amo sua moglie. La conosci? Oh! è incantevole: così molto carina, così molto arguta e con così buon sangue nelle vene. Il matrimonio l’ho fatto io. Perché non eri in Inghilterra? Se fossi venuta in Inghilterra solo un anno prima, avresti dovuto sposare Bellair. Che cosa irritante!»

«Ma davvero, cara Lady Bellair, vostro nipote è molto felice. Che altro potete desiderare?»

«Beh, mia cara, sarà Lord Fitzwarrene, allora. Darò una serie di ricevimenti quest’anno e inviterò Lord Fitzwarrene a ognuno di essi. Non che sia molto facile averlo, figlia mia. Non c’è nessuno così difficile come Lord Fitzwarrene. È proprio giusto così. Gli uomini dovrebbero essere sempre difficili. Non sopporto gli uomini che vengono a cenare da te quando li vuoi».

«Che luogo incantevole è Ducie!» sospirò Mrs. Montgomery Floyd a Mr. Temple. «La campagna è così deliziosa».

«Ma non vi piacerebbe vivere solo in campagna», disse Mr. Temple.

«Ah! non mi conoscete!» sospirò la sentimentale Mrs. Montgomery Floyd. «Se solo sapeste quanto amo i fiori! Vorrei che poteste vedere il mio giardino d’inverno a Park-lane!»

«E come avete trovato Bath quest’anno, Lady Bellair?» chiese Miss Temple.

«Oh! mia cara, vi ho incontrato un uomo incantevole, dimentico il suo nome, ma la persona più distinta che abbia mai incontrato; così molto bello, così molto arguto e con sangue nelle vene, solo che dimentico il suo nome, ed è anche un ottimo nome. Mia cara,» rivolgendosi a Mrs. Montgomery Floyd, «ditemi il nome del mio favorito».

Mrs. Montgomery Floyd sembrò un po’ confusa: «Il mio grande favorito!» esclamò l’irritata Lady Bellair, picchiettando con il ventaglio sul divano. «Oh! perché non ricordate i nomi! Amo le persone che ricordano i nomi. Il mio favorito, il mio favorito di Bath. Qual è il suo nome? Deve venire a cena da me in città. Qual è il nome del mio favorito di Bath che deve certamente venire a cena da me in città?»

«Vi riferite al Capitano Armine?» chiese Mrs. Montgomery Floyd. Miss Temple impallidì. «È lui l’uomo», disse Lady Bellair. «Oh! un uomo così incantevole. Lo sposerete voi, mia cara; non sposerete Lord Fitzwarrene».

«Ma dimenticate che sta per sposarsi», disse Mrs. Montgomery Floyd.

Miss Temple provò ad alzarsi, ma non poté. Chinò il capo. Sentì la febbre sulle guance. «Il nostro fidanzamento è dunque così noto?» pensò tra sé.

«Ah! sì, dimenticavo che stava per sposarsi», disse Lady Bellair. «Beh, allora deve essere Lord Fitzwarrene. Inoltre, il Capitano Armine non è ricco, ma possiede una tenuta molto bella, e andrò a fermarmici un giorno o l’altro. E poi, è pieno di debiti fino al collo, così dicono. Comunque, sposerà una donna molto ricca, e così tutto andrà a posto. Mi piace che le antiche famiglie in decadenza si riprendano».

Henrietta temeva che suo padre notasse la sua confusione; fece ricorso a ogni artificio per evitarlo. «Caro Ferdinand,» pensò tra sé, «la tua ricchissima moglie ti porterà, temo, ben poca dote. Ah! volesse il cielo che fosse qui!»

«Chi sta per sposare il Capitano Armine?» chiese Mr. Temple.

«Oh! una persona molto adatta», disse Lady Bellair. «Dimentico il suo nome. Miss Twoshoes, o qualcosa del genere. Qual è il suo nome, mia cara?»

«Vi riferite a Miss Grandison, madama?» rispose Mrs. Montgomery Floyd.

«Certo, Miss Grandison, la grande ereditiera. L’unica rimasta dei Grandison. Conoscevo suo nonno. Era compagno di scuola di mio figlio».

«Il Capitano Armine è un nostro stretto vicino», disse Mr. Temple.

«Oh! lo conoscete», disse Lady Bellair. «Non è incantevole?»

«Siete certa che stia per sposare Miss Grandison?» chiese Mr. Temple.

«Oh! non c’è alcun dubbio al mondo», disse Mrs. Montgomery Floyd. «È tutto deciso. La mia amica più intima, Lady Julia Harteville, sarà una delle damigelle d’onore. Ho visto tutti i regali. Entrambe le famiglie sono a Bath in questo preciso momento. Ho visto l’allegra coppia insieme ogni giorno. Sono parenti, sapete. È un eccellente matrimonio, perché gli Armine hanno grandi proprietà, ipotecate fino all’ultimo acro. Ho sentito dire che Sir Ratcliffe Armine non ha mille sterline l’anno che possa chiamare proprie. Siamo tutti così contenti», aggiunse Mrs. Montgomery Floyd, come se fosse proprio una di famiglia. «Non è delizioso?»

«Si sposeranno il mese prossimo», disse Lady Bellair. «Non ho combinato io esattamente il matrimonio, ma ho fatto qualcosa. Amo i Grandison, perché Lord Grandison era amico di mio figlio cinquant’anni fa».

«Non ho mai conosciuto una persona così contenta come Lady Armine», continuò Mrs. Montgomery Floyd. «La verità è che il Capitano Armine è stato scapestrato, davvero molto scapestrato; un po’ un roué; ma poi un giovane così raffinato, così molto bello, così veramente distinto, come dice Lady Bellair, cosa vi aspettavate? Ma ora ha messo la testa a posto. Sono fidanzati da sei mesi; da quando è tornato dall’estero. È stato a Bath tutto il tempo, tranne che per una quindicina di giorni o poco più, quando è andato alla sua Tenuta per fare i preparativi necessari. A tutti noi è mancato tantissimo. Il Capitano Armine era proprio l’anima di Bath. Mi vergogno quasi di ripetere ciò che si diceva di lui», aggiunse Mrs. Montgomery Floyd, arrossendo attraverso il rossetto; «ma dicevano che ogni donna fosse innamorata di lui».

«Uomo fortunato!» disse Mr. Temple, facendo un inchino, ma con un’espressione grave.

«E lui dice che si sposa solo perché è stanco di conquiste», continuò Mrs. Montgomery Floyd; «che impertinenza, non è vero? Ma il Capitano Armine dice certe cose! È proprio una persona privilegiata a Bath!»

Miss Temple si alzò e lasciò la stanza. Quando arrivò l’ora del ritiro generale, non era ancora tornata. La sua cameriera portò un messaggio dicendo che la sua padrona non si sentiva molto bene e porgeva le sue scuse per non essere scesa di nuovo.

CAPITOLO VII.

In cui Mr. Temple fa visita alla camera di sua figlia.

HENRIETTA, quando lasciò la stanza, non si fermò finché non ebbe raggiunto la sua camera. Non aveva luce, ma un raggio di luna disperso rivelava quanto bastava.

Si gettò sul letto, soffocata dall’emozione. Era incapace di pensare; un caos di immagini selvagge le danzava nel cervello. Rimase così, forse per un’ora, con appena coscienza di sé, quando la sua domestica entrò con una luce per sistemare la camera e quasi gridò quando, voltandosi, vide la sua padrona.

Questa intrusione impresse a Miss Temple l’assoluta necessità di fare uno sforzo, se non altro per preservarsi in quel momento da nuove interruzioni. Si ricordò dove si trovava, richiamò con uno sforzo qualche ricordo dei suoi ospiti e inviò al padre quel messaggio che abbiamo già notato. Poi fu di nuovo sola. Come desiderava in quel momento di poter essere sempre sola; che la forma e le sembianze di un essere umano non incrociassero mai più la sua vista; che potesse rimanere in quella stanza buia fino alla morte! Non c’era più gioia per lei; il suo sole era tramontato, il fulgore della sua vita era svanito; il liuto aveva perso il suo tono, il fiore il suo profumo, l’uccello la sua ala aerea. Che tragedia fugace, oltre che fatale! Quanto rapido, dopo la sua imprudenza, era giunto il suo strazio straziante! C’era una fine alla fede, perché lui era infedele; c’era una fine all’amore, perché l’amore l’aveva tradita; c’era una fine alla bellezza, perché la bellezza era stata la sua rovina. Tutto ciò che finora aveva reso la vita deliziosa, tutte le belle emozioni, tutte le speranze luminose e le rare doti della nostra natura, erano ora oscure delusioni, crudeli beffe e falsi e ingannevoli fantasmi! Che umiliazione! che disperazione! E lui era sembrato così vero, così puro, così affettuoso, così dotato! Cosa! poteva essere, poteva essere che poche brevi settimane fa quest’uomo si fosse inginocchiato davanti a lei, l’avesse adorata? E lei era rimasta appesa ai suoi accenti, e aveva vissuto nella luce dei suoi occhi rapiti, e gli aveva promesso il suo cuore, dedicato a lui la sua vita, devoluto a lui tutti i suoi innocenti e appassionati affetti, adorandolo come un idolo! Perché, cos’era la vita che poteva portare sulle sue ali veloci vicissitudini così oscure, così agonizzanti? Non era vita; era delirio!

Qualcuno bussò gentilmente alla porta. Lei non rispose, finse di dormire. Eppure la porta si aprì, lei sentì, sebbene i suoi occhi fossero chiusi e voltata di spalle, che c’era una luce nella stanza. Un passo tenero si avvicinò al suo letto. Poteva essere solo una persona, quella persona che lei stessa aveva ingannato. Sapeva che era suo padre.

Mr. Temple si sedette accanto al suo letto; chinò il capo e premette le labbra sulla sua fronte. Nella sua desolazione qualcuno la amava ancora. Non poté resistere all’impulso; tese la mano senza aprire gli occhi, suo padre la tenne stretta nella propria.

«Henrietta», disse alla fine, con un tono di particolare dolcezza.

«Oh! non parlate, padre mio. Non parlate. Voi solo avete motivo di rimproverarmi. Risparmiatemi; risparmiate vostra figlia».

«Sono venuto a consolare, non a rimproverare», disse Mr. Temple. «Ma se vi aggrada, non parlerò; lasciatemi, tuttavia, restare».

«Padre, dobbiamo parlare. Mi solleva anche solo confessare la mia imprudenza, la mia fatale follia. Padre, sento, eppure perché non lo so, sento che voi sapete tutto!»

«So molto, mia Henrietta, ma non so tutto».

«E se sapeste tutto, non mi odiereste?»

«Odiare te, mia Henrietta! Sono parole strane da usare con un padre; con un padre, aggiungerei, come me. Nessuno può amarti, Henrietta, come ti ama tuo padre; eppure non parlarmi solo come un padre; parlami come il tuo primo, il tuo migliore, il tuo più affettuoso, il tuo più fedele amico».

Lei gli strinse la mano, ma rispondere, non poteva.

«Henrietta, carissima, carissima Henrietta, rispondimi a una domanda».

«Tremo, signore».

«Allora parleremo domani».

«Oh! no, stanotte. Domani potrebbe non venire mai. Non c’è notte per me; non riesco a dormire. Impazzirei se non fosse per voi. Parlerò; risponderò a qualsiasi domanda. La mia coscienza è del tutto chiara eccetto che con voi; nessuno, nessun potere in terra o in cielo, può rimproverarmi, eccetto mio padre».

«Lui non lo farà mai. Ma, carissima, dimmi; trova il coraggio di affrontare la mia domanda. Sei fidanzata con questa persona?»

«Lo ero».

«Positivamente fidanzata?»

«Molto tempo prima di questo avrei supposto che avremmo chiesto la vostra approvazione. Mi ha lasciata solo per parlare con suo padre».

«Potrebbe essere il chiacchiericcio ozioso delle donne?»

«No, no», disse Henrietta, con voce di profonda malinconia; «i miei timori avevano previsto questa oscura realtà. Questa settimana è stata una settimana di terrore per me; eppure speravo, e speravo, e speravo. Oh! che sciocca sono stata».

«So che questa persona era la tua compagna costante in mia assenza; che hai corrisposto con lui. Ha scritto molto recentemente?»

«Entro due giorni».

«E le sue lettere?»

«Sono state ultimamente molto vaghe. Oh! padre mio, davvero, davvero non mi sono comportata così male come forse immaginate. Mi sono sottratta a questo fidanzamento segreto; mi sono opposta con ogni argomento in mio potere a questa corrispondenza clandestina; ma è stato solo per una settimana, una singola settimana; e le ragioni, plausibili e speciose ragioni, erano abbondanti. Ahimè! ahimè! tutto è spiegato ora. Tutto ciò che era strano, misterioso, perplesso nelle sue vedute e nella sua condotta, e che, quando mi attraversava la mente, liquidavo con disprezzo... tutto è ora troppo chiaro».

«Henrietta, lui non è degno di te».

«Silenzio! silenzio! caro padre. Un’ora fa lo amavo. Risparmiatelo, se volete solo risparmiare me».

«Aggrappati al mio cuore, figlia mia. L’amore di un padre è conforto. Non è così?»

«Sento che lo è; mi sento più calma da quando siete venuto e abbiamo parlato. Non potrò mai più essere felice; il mio spirito è del tutto spezzato. Eppure, sento di avere un cuore ora, cosa che pensavo di non avere prima che voi veniste. Caro, caro padre», disse, alzandosi e mettendo le braccia attorno al collo di Mr. Temple e appoggiandosi al suo seno, e parlando con voce dolce ma molto mesta, «d’ora in poi la vostra felicità sarà la mia. Non vi disonorerò; non mi vedrete soffrire; riparerò, cercherò di riparare, ai miei grandi peccati, perché peccati erano verso di voi».

«Figlia mia, verrà il tempo in cui ricorderemo questa amarezza solo come una lezione. Ma conosco troppo bene il cuore umano per cercare di arginare il tuo dolore ora; sono venuto solo per lenirlo. La mia benedizione è su di te, figlia mia. Non parliamo più. Henrietta, manderò la tua cameriera da te. Cerca di dormire; cerca di ricompoti».

«Queste persone... domani... cosa farò?»

«Lascia tutto a me. Resta nella tua camera finché non se ne saranno andate. Non avrai bisogno di apparire più».

«Oh! che nessun essere umano possa vedermi mai più!»

«Silenzio! questo non è un desiderio saggio. Stai calma; saremo ancora felici. Domani parleremo; e così buona notte, figlia mia; buona notte, mia cara Henrietta».

Mr. Temple lasciò la stanza. Ordinò alla cameriera di andare dalla sua padrona, con un tono così calmo come se davvero il suo malessere fosse stato solo un mal di testa; e poi entrò nel proprio appartamento. Sopra la mensola del camino c’era un ritratto di sua figlia, allegra e sorridente come la primavera; la stanza era adornata con i suoi disegni. Accostò la sedia al fuoco e fissò per qualche tempo, assorto, la fiamma, poi nascose il suo volto in lacrime tra le mani. Singhiozzò convulsamente.

CAPITOLO VIII.

In cui Glastonbury è molto stupito.

ERA una notte autunnale burrascosa; Glastonbury sedeva da solo nella sua torre; di tanto in tanto il vento, tra un coro di rami gementi e pioggia sibilante, si scagliava contro la sua finestra; poi la sua forza sembrava placarsi gradualmente e succedeva una perfetta immobilità, finché un basso gemito non si sentiva di nuovo in lontananza, che si gonfiava gradualmente in tempesta. Il volto del buon vecchio non era sereno come al solito. Occasionalmente i suoi pensieri sembravano vagare dal volume aperto davanti a lui, e cadeva in stati di reverie che imprimevano sul suo volto un’espressione piuttosto di ansia che di studio.

Il vecchio guardò il ritratto dell’infelice Lady Armine e trasse un profondo sospiro. I suoi pensieri erano per lei o per sua figlia? Chiuse il suo libro, lo ripose sullo scaffale e, prendendo da un mobile un antico crocifisso d’avorio intagliato, si chinò davanti all’immagine del suo Redentore.

Proprio mentre era immerso nelle sue devozioni, pregando forse per l’anima di quella signora peccatrice eppure santa la cui memoria non era mai assente dai suoi pensieri, o per la prosperità di quella famiglia a cui aveva dedicato la sua vita fedele, si udì il rumore di passi che salivano nella quiete improvvisa, e immediatamente un forte bussare alla porta della sua camera esterna.

Sorpreso da questa inusuale interruzione, Glastonbury si alzò e chiese l’oggetto del suo visitatore ancora invisibile; ma, udendo una voce ben nota, la porta fu istantaneamente sbarrata, e Ferdinand Armine, pallido come un fantasma e fradicio fino alle ossa, apparve davanti a lui. Glastonbury fece entrare il suo ospite nella sua cella, rifornì il fuoco, ravvivò la lampada e fece sedere Ferdinand sulla sua poltrona.

«Siete bagnato; temo completamente?»

«Non importa», disse il Capitano Armine, con voce vuota.

«Da Bath?» chiese Glastonbury.

Ma il suo compagno non rispose. Alla fine disse, con voce di estrema infelicità: «Glastonbury, vedete davanti a voi il più miserabile degli esseri umani».

Il buon padre sussultò.

«Sì!» continuò Ferdinand; «questa è la fine di tutta la vostra cura, tutto il vostro affetto, tutte le vostre speranze, tutti i vostri sacrifici. È finita; la nostra casata è segnata; la mia vita giunge al termine».

«Parlate, mio Ferdinand», disse Glastonbury, poiché il suo allievo sembrava ricaduto in un cupo silenzio, «parlate al vostro amico e padre. Scaricate la vostra mente dal peso che la preme. La vita non è mai senza speranza e, finché resta questa», indicando il crocifisso, «mai senza consolazione».

«Non posso parlare; non so cosa dire. Il mio cervello cede sotto lo sforzo. È un racconto selvaggio, complicato; riguarda sentimenti con cui non potete simpatizzare, pensieri che non potete condividere. O Glastonbury! non c’è speranza; non c’è conforto».

«Calmatevi, mio Ferdinand; non solo come vostro amico, ma come sacerdote della nostra santa chiesa, vi invito a parlarmi. Anche a me, il più umile dei suoi ministri, è dato un potere che può sostenere chi cade e rendere integro chi è spezzato nello spirito. Parlate, e parlate senza timore; né tiratevi indietro dall’esporre i recessi più intimi del vostro seno; poiché posso simpatizzare con le vostre passioni, siano esse pure selvagge come credo che siano».

Ferdinand distolse gli occhi dal fuoco su cui stava fissando e lanciò uno sguardo scrutatore al suo gentile confessore, ma il volto di Glastonbury era placido, sebbene serio.

«Ricordate», mormorò alla fine Ferdinand, «che ci siamo incontrati, ci siamo incontrati inaspettatamente, circa sei settimane fa».

«Non l’ho dimenticato», rispose Glastonbury.

«C’era una signora», continuò Ferdinand con tono esitante.

«Che scambiai per Miss Grandison», osservò Glastonbury, «ma che, si scoprì, portava un altro nome».

«Lo sapete?»

«So tutto; poiché suo padre è stato qui».

«Dove sono?» esclamò Ferdinand avidamente, balzando dalla sedia e afferrando la mano di Glastonbury. «Ditemi solo dove sono, ditemi solo dove è Henrietta, e mi salverete, Glastonbury. Mi restituirete alla vita, alla speranza, al cielo».

«Non posso», disse Glastonbury, scuotendo il capo. «Sono passati più di dieci giorni da quando vidi il padre di questa signora per pochi brevi e dolorosi momenti; per quale scopo la vostra coscienza può informarvi. Dall’inaspettato incontro tra noi nella galleria, dal mio conseguente malinteso e dalla conversazione che ne derivò, non ero così impreparato a questo incontro con lui come avrei potuto essere altrimenti. Credetemi, Ferdinand, fui tenero verso la vostra condotta quanto era coerente con il mio dovere verso il mio Dio e verso il mio prossimo».

«Mi avete tradito, dunque», disse Ferdinand.

«Ferdinand!» disse Glastonbury con aria di rimprovero, «confido di essere immune da qualsiasi genere di inganno. Nel caso presente, non ho nemmeno dovuto comunicare alcunché. La vostra stessa condotta aveva destato sospetti; alcuni visitatori di Bath, giunti da questo gentiluomo e dalla sua famiglia, avevano rivelato ogni cosa; e, per deferenza verso le pretese di una dama innocente, non ho potuto rifiutarmi di confermare ciò che non era un segreto per il mondo in generale, ciò che era già noto a loro in particolare, ciò che non era nemmeno messo in dubbio e, ahimè!, non era dubitabile».

«Oh! padre mio, perdonatemi, perdonatemi; perdonate l'unica espressione irrispettosa che sia mai sfuggita alle labbra del vostro Ferdinand nei vostri confronti; vi chiedo perdono con la massima umiltà. Ma se sapeste tutto... Dio! Dio! il mio cuore si sta spezzando! L'avete vista, Glastonbury; l'avete vista. È mai esistito sulla terra un essere come lei? Così bella, così dotata, con un cuore fresco e profumato come l'alba dell'Eden; e quel cuore è mio; e tutto è perduto, tutto è andato e perduto! Oh! perché sono ancora vivo?» Si gettò all'indietro sulla sedia, si coprì il volto e pianse.

«Vorrei che un mio atto o una mia fatica potessero restituire la pace a entrambi», disse Glastonbury con gli occhi pieni di lacrime.

«Così innocente, così autenticamente virtuosa!» continuò Ferdinand. «Mi è parso di non sapere mai cosa fosse la virtù finché non ho conosciuto lei. Così franca, così generosa! Mi pare di vederla ora, con quel suo caro sorriso che mai più potrà accogliermi!»

«Figlio mio, non so cosa dire; non so che consiglio dare; non so nemmeno cosa desiderare. La vostra situazione è così complicata, così misteriosa, che supera la mia comprensione. Ci sono altri le cui pretese, i cui sentimenti dovrebbero essere presi in considerazione. Voi non siete, naturalmente, sposato?»

Ferdinand scosse il capo.

«La signorina Grandison sa tutto?»

«Nulla».

«E la vostra famiglia?»

Ferdinand scosse di nuovo il capo.

«Cosa desiderate voi stesso? A quale scopo mirate? A quale gioco avete giocato? Non parlo con asprezza; ma davvero non capisco cosa abbiate combinato. Se avete le passioni di vostro nonno, ne avete anche il cervello. Non ho mai pensato che foste “debole di proposito”».

«Ho un solo desiderio, un solo scopo. Da quando ho visto per la prima volta Henrietta, il mio cuore e la mia determinazione non hanno mai vacillato per un istante; e se ora non avrò successo, sono deciso a non vivere».

«Il Dio di ogni bontà abbia pietà di questa casa sconvolta!» esclamò Glastonbury, sollevando piamente le mani al cielo.

«Siete andato a Bath per comunicare questo grande cambiamento a vostro padre», continuò. «Perché non l'avete fatto? Per quanto dolorosa debba essere la spiegazione per la signorina Grandison, l'ingiustizia della vostra condotta verso di lei è aggravata dal ritardo».

«C'erano dei motivi», disse Ferdinand, «motivi che non ho mai voluto che nessuno conoscesse; ma ora non ho segreti. Caro Glastonbury, anche in mezzo a tutta questa miseria opprimente, la guancia mi brucia quando vi confesso che ho, e ho da anni, preoccupazioni private di non lieve natura».

«Debiti?» chiese Glastonbury.

«Debiti», rispose Ferdinand, «e di considerevoli».

«Povero figlio!» esclamò Glastonbury. «E questo vi ha spinto al matrimonio?»

«A quello mi spingeva ogni considerazione mondana: il mio cuore era libero allora; infatti, non sapevo di avere un cuore; e pensavo che il matrimonio avrebbe reso tutti felici. Ma ora, per quanto mi riguarda, oh! preferirei essere il più umile contadino di questa contea, con Henrietta Temple come compagna della mia vita, piuttosto che vivere ad Armine con tutto lo splendore dei miei antenati».

«Onore a loro; sono stati grandi uomini», esclamò Glastonbury.

«Io sono la loro vittima», rispose Ferdinand. «Non devo nulla ai miei antenati, anzi, peggio che nulla; devo loro...»

«Silenzio! silenzio!» disse Glastonbury. «Se non per me, Ferdinand, state in silenzio».

«Per voi, dunque, non per loro».

«Ma perché siete rimasto a Bath?» chiese Glastonbury.

«Non ero lì da più di un giorno o due quando il mio principale creditore è sceso dalla città e mi ha minacciato. Aveva una procura da un usuraio di Malta e parlava di rivolgersi alle Horse Guards. La voce che dovessi sposare un'ereditiera aveva tenuto buoni questi tizi, ma il ritardo e la mia assenza da Bath avevano destato i suoi sospetti. Invece, dunque, di giungere a un'immediata spiegazione con Katherine, provocata come intendevo dalla mia freddezza e negligenza, sono stato costretto a farmi vedere costantemente con lei in pubblico, per evitare di essere arrestato. Eppure ho scritto a Ducie ogni giorno. Avevo fiducia nella mia energia e nella mia abilità. Pensavo che Henrietta potesse essere per un momento infastidita o sospettosa; pensavo, tuttavia, che sarebbe stata sostenuta dal fervore del mio amore. Non prevedevo altro male. Chi avrebbe mai potuto supporre che questi infernali visitatori fossero giunti in un simile momento in questo luogo appartato?»

«E ora, è tutto noto adesso?» chiese Glastonbury.

«Nulla», rispose Ferdinand; «la difficoltà della mia posizione era così grande che stavo per tagliare il nodo, lasciando Bath e lasciando una lettera indirizzata a Katherine in cui confessavo tutto. Ma l'improvviso silenzio di Henrietta mi ha fatto impazzire. Giorno dopo giorno passavano; due, tre, quattro, cinque, sei giorni, e non ho saputo nulla. La luna era luminosa; la posta stava per partire. Ho ceduto a un impulso irresistibile. Non ho salutato nessuno. Sono saltato dentro. Sono rimasto a Londra solo dieci minuti. Mi sono precipitato a Ducie. Era deserta. Una vecchia mi ha detto che la famiglia se n'era andata, era partita completamente; non sapeva dove, ma pensava per l'estero. Mi sono accasciato; ho barcollato fino a un sedile in quel salone dove ero stato così felice. Poi mi è balenato in mente che avrei potuto scoprire il loro itinerario e inseguirli. Mi sono precipitato verso la città di posta più vicina. Ho scoperto la loro rotta. L'ho persa per sempre alla tappa successiva. L'indizio era sparito; era giorno di mercato, e in una grande città, dove i cavalli vengono cambiati ogni minuto, c'è così tanta confusione che le mie ricerche sono state completamente frustrate. Ed eccomi qui, signor Glastonbury», aggiunse Ferdinand, con una sorta di sorriso folle. «Ho viaggiato per quattro giorni, non ho chiuso occhio, non ho assaggiato cibo; ma ho bevuto, ho bevuto bene. Eccomi qui, e ho quasi voglia di dare fuoco a quel maledetto edificio chiamato Armine Castle per farne la mia pira funebre».

«Ferdinand, non state bene», disse il signor Glastonbury, afferrandogli la mano. «Avete bisogno di riposo. Dovete ritirarvi; davvero, dovete. Dovete obbedirmi. Il mio letto è vostro».

«No! lasciatemi andare nella mia stanza», mormorò Ferdinand, con voce debole. «Quella stanza dove mia madre diceva che sarebbe venuto il giorno... oh! cosa diceva mia madre? Fosse esistito solo l'amore materno, e allora non sarei qui o così».

«Vi prego, figlio mio, riposate qui».

«No! andiamo alla Place, per un'ora; non dormirò più di un'ora. Riparto non appena la tempesta sarà finita. Se non fosse stato per questa pioggia maledetta, li avrei raggiunti. Eppure, forse, sono in paesi dove non piove. Ah! chi crederebbe a ciò che accade in questo mondo? Io non di certo. Ora, datemi il vostro braccio. Buon Glastonbury! siete sempre lo stesso. Mi sembrate l'unica cosa al mondo che è immutata».

Glastonbury, con aria di grande tenerezza e ansia, condusse il suo ex allievo giù per le scale. Il tempo era più calmo. C'erano alcuni squarci blu scuro nel cielo nero che rivelavano una o due stelle. Ferdinand non disse nulla durante il tragitto verso la Place, tranne una volta, quando guardò verso il cielo e disse, come tra sé e sé: «Lei amava le stelle».

Glastonbury ebbe qualche difficoltà a svegliare l'uomo e sua moglie, che erano gli abitanti della Place; ma non era molto tardi e, fortunatamente, non si erano ancora ritirati per la notte. Furono portate delle luci nel salotto di Lady Armine. Glastonbury condusse Ferdinand su un divano, sul quale permise ad altri di adagiarlo piuttosto che sedervisi da solo. Non prestò attenzione a nulla di ciò che accadeva, ma rimase con gli occhi aperti, fissando debolmente con un'aria piuttosto vacua.

Poi il buon Glastonbury si occupò della sistemazione della stanza da letto, tirando le tende, assicurandosi che il letto fosse ben arieggiato e riscaldato, e aggiungendo egli stesso dei ceppi al fuoco di legna che presto si accese. Né dimenticò di preparare, con l'aiuto della buona donna, una pozione calda che potesse lenire e confortare il suo afflitto ed esausto protetto, il quale in questo momento di angoscia e desolazione era giunto, per così dire, a gettarsi sul seno del suo più antico amico. Quando tutto fu sistemato, Glastonbury scese da Ferdinand, che trovò esattamente nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato. Non oppose alcuna resistenza all'invito di Glastonbury di ritirarsi nella sua camera. Non si mosse né parlò, eppure sembrava consapevole di tutto ciò che stavano facendo. Glastonbury e il robusto servitore lo portarono in camera sua, lo liberarono dagli indumenti bagnati e lo adagiarono nel suo primo letto. Quando Glastonbury gli augurò la buona notte, Ferdinand gli strinse debolmente la mano, ma non parlò; e fu notevole che, mentre si sottometteva passivamente al fatto che lo svestissero e sembrava incapace di offrire loro il minimo aiuto, egli protese la mano per proteggere una ciocca di capelli scuri che era stata posta vicino al suo cuore.

CAPITOLO IX.

In cui Glastonbury scopre che un temperamento sereno non porta sempre una vita serena.

Quei sonni tranquilli, che la vita regolare e il cuore innocente del buon Glastonbury generalmente garantivano, furono tristemente interrotti quella notte, mentre giaceva sveglio meditando sulle sorti sconvolte della casa di Armine. Sembravano ora essere quanto mai turbolente e oscure; e quel futuro brillante e felice, in cui ultimamente si era così piacevolmente abbandonato, non offriva altro che tristezza e inquietudine. Né era solo la minacciata rottura di quei legami, la cui consumazione doveva ripristinare la grandezza e lo splendore della famiglia, e tutto il dolore, la delusione, l'umiliazione e la miseria che ne sarebbero stati la conseguenza, a renderlo addolorato. Glastonbury nutriva reverenza per quella passione che infonde tale lustro all'esistenza ed è la fonte pura e prolifica di gran parte della nostra condotta migliore; era giunto il tempo in cui anche lui aveva amato, e con una santità religiosa degna del suo carattere e del suo ufficio; era stato per una lunga vita il devoto silenzioso e senza speranza di una passione quasi ideale, eppure felice, sebbene «non avesse mai rivelato il suo amore»; e, in verità, sebbene l'inconsapevole padrona dei suoi affetti fosse stata a lungo rimossa da quel mondo dove la sua fedeltà era quasi il suo unico conforto, quella passione non era scemata, e i sentimenti che erano stati ispirati dalla sua presenza erano ora custoditi dalla sua memoria. La sua natura tenera e romantica, che i suoi venerabili capelli grigi non avevano né intorpidito né indurito, lo faceva simpatizzare profondamente con il suo infelice allievo; l'immagine radiosa di Henrietta Temple, anch'essa, vivamente impressa nella sua memoria com'era, gli si parò davanti; ricordò la sua gioia nel constatare che la compagna scelta per il petto del suo Ferdinand fosse degna del suo destino; pensò a questa bella creatura, forse in solitudine e malattia, preda delle emozioni più umilianti e miserabili, con tutti i suoi sentimenti nobili e generosi ripiegati su se stessa; ritenendosi ingannata, abbandonata, oltraggiata laddove aveva cercato null'altro che fedeltà, tenerezza e sostegno; perdendo ogni fiducia nel mondo e nei modi del mondo; fino a poco prima così vivace di aspettative e leggera di gioia, e ora senza meta, senza speranza, infelice, forse col cuore spezzato. Le lacrime rigavano la pallida guancia di Glastonbury mentre faceva ruotare nella sua mente questi pensieri funerei; e quasi inconsciamente si torceva le mani sentendo la sua totale mancanza di potere nel rimediare a queste tristi e pietose circostanze. Eppure non era assolutamente senza speranza. C'era sempre aperta per il pio Glastonbury una perenne fonte di fiducia e consolazione. Questa era una fontana sempre fresca e dolce, ed egli si rifugiava dai modi aspri e dalle cure estenuanti del mondo nel suo flusso salutare e nella sua ombra rinfrescante, quando, inginocchiato davanti al suo crocifisso, raccomandava l'infelice Ferdinand e la sua famiglia alla cura sovrintendente di una misericordiosa Onnipotenza.

Il mattino portò nuove ansie. Glastonbury fu alla Place di buon'ora e trovò Ferdinand in un alto stato di febbre. Non aveva dormito un istante, era molto eccitato, parlava di partire immediatamente e divagava nel suo discorso. Glastonbury si incolpò di averlo lasciato per un momento e decise di non farlo più. Tentò di calmarlo; lo rassicurò sul fatto che se fosse rimasto calmo tutto sarebbe andato bene; che avrebbero consultato insieme cosa fosse meglio fare; e che lui avrebbe preso informazioni sulla famiglia Temple. Nel frattempo inviò il servitore a chiamare il più eminente medico della contea; ma poiché dovevano necessariamente passare delle ore prima del suo arrivo, la difficoltà di mantenere Ferdinand fermo era molto grande. Voleva parlare, e solo di Henrietta. Era davvero straziante ascoltare le sue frenetiche suppliche a Glastonbury affinché si adoperasse per scoprire dove si trovasse; eppure Glastonbury non lasciò mai il suo fianco; e con promesse, espressioni di fiducia e l'influenza di una calma simulata, poiché in verità il caro Glastonbury era agitato quanto il suo paziente, Ferdinand fu trattenuto dall'alzarsi e il medico alla fine arrivò.

Dopo aver esaminato Ferdinand, con il quale rimase per un brevissimo lasso di tempo, questo gentiluomo invitò Glastonbury a scendere e lasciarono il paziente alle cure di un servitore.

«Questo è un caso grave», disse il medico.

«Dio Onnipotente lo preservi!» esclamò l'agitato Glastonbury. «Ditemi il peggio!»

«Dove sono Sir Ratcliffe e Lady Armine?»

«A Bath».

«Devono essere mandati a chiamare immediatamente».

«C'è qualche speranza?»

«C'è speranza; questo è tutto. Ora gli farò un salasso copioso, e poi applicherò un vescicante; ma posso fare ben poco. Dobbiamo confidare nella natura. Temo per il cervello. Non posso spiegare il suo stato col fatto che si sia bagnato o col suo rapido viaggio. Ha qualcosa per la mente?»

«Molto», disse Glastonbury.

Il medico scosse il capo.

«È una vita preziosa!» disse Glastonbury, afferrandogli il braccio. «Mio caro dottore, non dovete lasciarci».

Tornarono nella camera da letto.

«Capitano Armine», disse il medico, prendendogli la mano e sedendosi sul letto, «avete un brutto raffreddore e un po' di febbre; penso che dovreste perdere un po' di sangue».

«Posso lasciare Armine oggi, se mi fate il salasso?» chiese Ferdinand, avidamente, «perché devo andare!»

«Non mi muoverei oggi», disse il medico.

«Devo, davvero devo. Il signor Glastonbury vi dirà che devo».

«Se partirete domani mattina presto, percorrerete tanta strada in ventiquattr'ore quanta ne fareste se partiste questa sera», disse il medico, fissando la benda sul braccio mentre parlava e facendo cenno al signor Glastonbury di preparare il bacino.

«Domani mattina?» disse Ferdinand.

«Sì, domani», disse il medico, aprendo la sua lancetta.

«Siete sicuro che sarò in grado di partire domani?» disse Ferdinand.

«Certamente», disse il medico, aprendo la vena.

Il sangue scuro scorreva lentamente; il medico scambiò uno sguardo ansioso con Glastonbury; alla fine il braccio fu fasciato, fu somministrata al paziente una pozione calmante, di cui il medico si era munito, e il dottore e Glastonbury si ritirarono. Il primo lasciò Armine per tre ore, e Glastonbury si preparò al suo doloroso ufficio di comunicare ai genitori l'imminente pericolo del loro unico figlio.

Mai compito più difficile era spettato a un individuo di quello che ora toccava al buon Glastonbury, nel gestire gli affari di una famiglia che operava sotto così notevoli malintesi riguardo alla posizione e alle vedute dei suoi vari membri. Gli venne subito in mente che era altamente probabile che la signorina Grandison, in una tale crisi, volesse accompagnare i genitori del suo promesso sposo. Quale incidente, nelle attuali circostanze, avrebbe potuto essere più imbarazzante e più doloroso? Eppure, come impedire che accadesse? Quanto rozzo comunicare il vero stato di tali affari in qualsiasi momento per lettera! Quanto impossibile, nel momento in cui stava preparando i genitori all'allarmante, forse fatale, malattia del loro figlio, addentrarsi in tali argomenti, ancor più quando la rivelazione stessa, in un momento che richiedeva tutta la loro energia e sollecitudine, non avrebbe fatto altro che causare a Bath scene non meno sconvolgenti e disastrose di quelle che avvenivano ad Armine. Era chiaramente impossibile entrare in qualsiasi dettaglio al momento; eppure Glastonbury, mentre scriveva le righe addolorate e addolciva la triste comunicazione con la sua comprensione, aggiunse un poscritto alquanto scaltro, in cui sottolineava a Lady Armine l'opportunità, per vari motivi, che fosse accompagnata solo dal marito.

CAPITOLO X.

In cui Ferdinand Armine è molto preoccupato.

L'imprevisto che Glastonbury temeva accadde puntualmente; la signorina Grandison insistette per precipitarsi immediatamente dal suo Ferdinand; e poiché la zia nubile era ancora convalescente ed era incapace di sopportare le fatiche di un viaggio rapido e ansioso, fu lasciata indietro. Poche ore dopo il ricevimento della lettera di Glastonbury, Sir Ratcliffe e Lady Armine, e la loro nipote, erano in viaggio. Trovarono a Londra lettere di Glastonbury che li spinsero a viaggiare fino ad Armine anche durante la notte.

Nonostante tutti i suoi rimedi, la febbre cerebrale che il medico aveva previsto si era manifestata; e quando la sua famiglia arrivò, la vita di Ferdinand non era solo in pericolo ma disperata. Era impossibile che anche i genitori vedessero il loro figlio, e a nessuno era permesso entrare nella sua camera se non alla sua infermiera, al medico e occasionalmente a Glastonbury; poiché questo nome, insieme ad altri meno familiari alla famiglia, risuonava così spesso sulle labbra deliranti del malato, che fu raccomandato che Glastonbury fosse spesso al suo capezzale. Eppure doveva lasciarlo, per ricevere lo sciagurato Sir Ratcliffe, sua moglie e la loro inconsolabile compagna. Mai tanta infelicità fu raccolta sotto lo stesso tetto; eppure, forse Glastonbury, sebbene l'unico a conservare il minimo controllo su se stesso, era, col suo triste segreto, il più afflitto della tribù.

Quanto a Lady Armine, sedette fuori dalla porta della camera di suo figlio per tutto il giorno e la notte, stringendo un crocifisso tra le mani e assorta in una preghiera silenziosa. Sir Ratcliffe rimase di sotto prostrato. L'infelice Katherine offrì invano la consolazione di cui lei stessa aveva tanto bisogno; e avrebbe vagato per quell'Armine di cui aveva sentito parlare così tanto, e dove sarebbe dovuta essere così felice, come un essere sperduto e solitario, se non fosse stato per le attenzioni del premuroso Glastonbury, che coglieva ogni occasione per esserle compagno. La sua pazienza, la sua celeste rassegnazione, la sua pia speranza, la sua vigilante premura, la sua consolazione spirituale, occasionalmente persino i barlumi di piacevole conversazione con cui tentava di distogliere la sua mente, la consolarono e la sostennero. Quante volte guardò il suo volto benigno, senza meravigliarsi che gli Armine fossero così affezionati a questo affascinante e devoto amico?

Per tre giorni l'infelice famiglia attese in terribile aspettativa che ogni momento potesse testimoniare l'ultimo atto della vita del loro figlio. La sua voce sconvolta colpiva troppo spesso l'orecchio vigile e straziato di sua madre; eppure lei non dava prova del tormento, se non stringendo il suo crocifisso con maggiore energia. Aveva promesso al medico che si sarebbe controllata, che nessun suono sarebbe sfuggito alle sue labbra, e adempì rigidamente al contratto a cui era stata vincolata per poter restare.

Alla vigilia del quarto giorno Ferdinand, che non aveva mai chiuso occhio, ma che era diventato durante le ultime dodici ore un po' più composto, cadde in un sonno. Il medico lasciò cadere leggermente la mano che non aveva quasi mai abbandonato e, uscendo furtivamente dalla stanza, fece cenno, con il dito premuto sulle labbra, a Lady Armine di seguirlo. Assicurata dal simbolo che il peggio non era ancora accaduto, seguì il medico fino alla fine della galleria, ed egli le disse allora che il pericolo immediato era passato.

«E ora, mia cara signora», le disse il medico, «dovete respirare un po' d'aria fresca. Mi faccia il favore di scendere».

Lady Armine non oppose più resistenza; si recò a passo lento da Sir Ratcliffe; si appoggiò al petto del marito mentre gli mormorava le proprie speranze. Uscirono insieme. Katherine e Glastonbury erano in giardino. L’apparire di Lady Armine diede loro speranza. Sul suo volto c’era un debole sorriso che non aveva bisogno di parole per essere spiegato. Katherine scattò in avanti e gettò le braccia al collo della zia.

«Può salvarsi! Può salvarsi», sussurrò la madre; poiché in quella casa silenziosa, sospesa sull’imminente morte, avevano perso quasi la capacità, oltre che l’abitudine, di parlare con un tono diverso.

«Dorme», disse il medico; «ogni pericolo immediato è passato».

«È una gioia troppo grande», mormorò Katherine; e Glastonbury si fece avanti e raccolse tra le braccia la sua forma esanime.

CAPITOLO XI.

In cui Ferdinand comincia a essere un po' fastidioso.

Dal momento di questo felice sonno, Ferdinand continuò a migliorare. Ogni giorno il bollettino era più favorevole, finché il suo progresso, sebbene lento, fu dichiarato certo, e non si temette più nemmeno una ricaduta. Ma il suo medico non gli permetteva di vedere alcuno dei suoi familiari. Era di notte, e durante i suoi sonni, che Lady Armine si intrufolava nella sua stanza per contemplare il suo amato figlio; e, se lui si muoveva anche solo leggermente, fedele alla sua promessa e all'ingiunzione del medico, lei scivolava immediatamente dietro la tenda, o dietro un grande paravento indiano che aveva appositamente collocato lì. Spesso, infatti, rimaneva in quel caro nascondiglio, silenziosa e tremante, anche quando il figlio era sveglio, ascoltando ogni suo respiro e invidiando l’infermiera che poteva guardarlo indisturbata; né permetteva che alcun nutrimento a lui prescritto fosse preparato da mani che non fossero le proprie, delicate e affettuose; e lo portava lei stessa fino alla sua porta. Quanto a Ferdinand, sebbene le sue risposte al medico attestassero a sufficienza la sana calma della sua mente, per il resto non parlava mai, ma giaceva sul letto senza lamentarsi, apparentemente immerso in una mite e pensierosa astrazione. Alla fine, una mattina, chiese di Glastonbury, il quale, con il consenso del medico, lo assistette immediatamente.

Quando incontrò lo sguardo di quel fedele amico, cercò di porgergli la mano. Era così pallida che Glastonbury tremò mentre la sfiorava.

«Vi ho dato molti problemi», disse, con voce debole.

«Penso solo alla felicità della vostra guarigione», disse Glastonbury.

«Sì, sono guarito», mormorò Ferdinand; «non era il mio desiderio».

«Oh! Siate grato a Dio per questa grande misericordia, mio Ferdinand».

«Non avete saputo nulla?», chiese Ferdinand.

Glastonbury scosse la testa.

«Non abbiate paura di parlare; non posso più lottare. Sono rassegnato. Sono molto cambiato».

«Sarete felice, caro Ferdinand», disse Glastonbury, a cui questo umore dava speranza.

«Mai», disse, con un tono più energico; «mai».

«Ci sono tante persone che vi amano», disse Glastonbury, portando i suoi pensieri verso la sua famiglia.

«Amore!» esclamò Ferdinand, con un sospiro e un tono quasi di rimprovero.

«La vostra cara madre», disse Glastonbury.

«Sì! La mia cara madre», rispose Ferdinand, pensieroso. Poi con tono più rapido: «Sa della mia malattia? Avete scritto loro?»

«Lo sa».

«Verrà, allora. Temo il suo arrivo. Non posso sopportare di vedere nessuno. Voi, caro Glastonbury, voi; è una consolazione vedervi, perché voi avete visto», e qui la sua voce vacillò, «avete visto... lei».

«Mio Ferdinand, pensate solo alla vostra salute; e la felicità, credetemi, sarà ancora vostra».

«Se solo poteste scoprire dove si trova», continuò Ferdinand, «e andare da lei. Sì! Mio caro Glastonbury, buon, caro Glastonbury, andate da lei», aggiunse con tono implorante; «lei vi crederebbe; tutti vi credono. Io non posso andare; sono impotente; e se andassi, ahimè! non mi crederebbe».

«Il mio desiderio è fare tutto ciò che desiderate», disse Glastonbury, «sarei contento di lavorare sempre per la vostra felicità. Ma non posso fare nulla se non siete calmo».

«Sono calmo; sarò calmo; agirò interamente come desiderate; vi supplico solo di vederla».

«Su questo punto non diciamo altro per il momento», rispose Glastonbury, che temeva che l'eccitazione potesse portare a una ricaduta; eppure, ansioso di calmarlo, aggiunse: «Confidate sempre nei miei umili servigi e nella generosità di una misericordiosa Provvidenza».

«Ho avuto sogni spaventosi», disse Ferdinand. «Mi sembrava di essere in una fattoria; tutto era così chiaro, così vivido. Notte dopo notte mi sembrava di vederla seduta su questo letto. La toccavo; la sua mano era nella mia; bruciava così tanto! Una volta, oh! una volta, una volta ho pensato che mi avesse perdonato!»

«Shh! Shh! Shh!»

«Basta: non parleremo più di lei. Quando arriva mia madre?»

«Potreste vederla domani, o il giorno dopo».

«Ah! Glastonbury, lei è qui».

«Lo è».

«È sola?»

«Vostro padre è con lei».

«Mia madre e mio padre. Va bene». Poi, dopo una pausa di un minuto, aggiunse con una certa serietà: «Non ingannatemi, Glastonbury; vedete a cosa mi ha portato l'inganno. Siete sicuro che siano del tutto soli?»

«Qui non ci sono altri che i vostri amici più cari; nessuno la cui presenza dovrebbe darvi la minima preoccupazione».

«Ce n'è una», disse Ferdinand.

«Caro Ferdinand, lasciate che ora vi lasci, o che mi sieda al vostro fianco in silenzio. Domani vedrete vostra madre».

«Domani! Ah! domani. Una volta per me il domani era ancora più luminoso di oggi». Si voltò e non parlò più. Glastonbury scivolò fuori dalla stanza.

CAPITOLO XII.

Contenente l'intimidazione di un'avventura alquanto misteriosa.

Era assolutamente necessario che il colloquio di Lady Armine con suo figlio si limitasse esclusivamente a osservazioni sulla sua salute. Qualsiasi allusione al passato avrebbe potuto non solo provocare una ricaduta della febbre, ma anche dar luogo a spiegazioni, sempre assai dolorose, ma al momento piene di difficoltà e pericoli. Fu dunque con sentimenti di non comune ansia che Glastonbury preparò la madre a questa prima visita al figlio, e le impose l'assoluta necessità di non fare alcuna allusione, per il momento, a Miss Grandison, e specialmente alla sua presenza in casa. Rese persino, a tal fine, una sorta di mezzo confidente il medico, il quale, in verità, durante la febbre aveva sentito abbastanza da destare i suoi sospetti; ma questa è una classe di uomini essenzialmente discreta, ed è un bene, poiché sono pochi i segreti di famiglia che alla fine non vengono scoperti da loro.

Il colloquio avvenne senza risultati spiacevoli. Il giorno dopo, Ferdinand vide suo padre per pochi minuti. In breve tempo, Lady Armine fu stabilita come infermiera di suo figlio; Sir Ratcliffe, tranquillo d'animo, si divertiva con le sue battute di caccia; e Glastonbury si dedicò a Miss Grandison. L'intimità, infatti, tra il tutore di Ferdinand e la sua promessa sposa divenne ogni giorno più completa, e Glastonbury era quasi la sua compagna inseparabile. Lei lo trovava una compagnia molto interessante. Era la guida più piacevole tra tutti i luoghi di Armine e dintorni, e la portava in giro deliziosamente sul calesse di Lady Armine. Poteva anche condividere tutte le sue passioni e aprirle molte nuove prospettive. Sebbene il tempo avesse rubato qualcosa alla forza della voce di Adrian Glastonbury, essa rimaneva meravigliosamente dolce; le sue doti musicali erano complete; e poteva guidare la matita o preparare l'erbario, e comporre belle stanze nella sua bella grafia italiana nell'album di una signora. Anche tutte le sue collezioni erano a disposizione di Miss Grandison. Lei maneggiava con crescente curiosità le sue medaglie, copiava i suoi disegni scelti e cominciava persino a studiare l'araldica. La sua conversazione interessante, i suoi modi miti e benevoli, la sua semplicità accattivante e l'elegante purezza della sua mente, le assicurarono la confidenza e le conquistarono il cuore. Lo amava come un padre, ed egli esercitò presto su di lei un'influenza quasi irresistibile.

Ogni mattina appena si svegliava, ogni sera prima di rimettersi a riposare, Ferdinand mandava a chiamare Glastonbury, e lo vedeva sempre da solo. All'inizio chiese a sua madre di lasciare la stanza, ma Lady Armine, che attribuiva queste visite regolari a una causa spirituale, non ebbe quasi bisogno dell'espressione di questo desiderio. Le sue prime domande a Glastonbury erano sempre le stesse: «Aveva sentito qualcosa? C'erano lettere? Pensava che potesse esserci una lettera, ne era sicuro? Aveva mandato a Bath, a Londra, per le sue lettere?» Quando riceveva risposta negativa, di solito non si soffermava più sull'argomento. Una mattina disse a Glastonbury: «So che Katherine è in casa».

«Miss Grandison è qui», rispose Glastonbury.

«Perché non la menzionano? Si sa tutto?»

«Non si sa nulla», disse Glastonbury.

«Perché non la menzionano, allora? Siete sicuro che non si sappia tutto?»

«Su mio suggerimento, il suo nome non è stato menzionato. Non sapevo come avreste potuto accogliere la notizia; ma la vera causa del mio suggerimento è ancora un segreto».

«Devo vederla», disse Ferdinand, «devo parlarle».

«Potete vederla quando volete», rispose Glastonbury; «ma non parlerei del grande argomento al momento».

«Ma lei vive tutto questo tempo sotto un'illusione. Ogni giorno rende la mia condotta nei suoi confronti più infame».

«Miss Grandison è una giovane donna saggia e ammirevole», disse Glastonbury. «Le voglio bene dal profondo del cuore; non raccomanderei nessuna condotta che potesse ferirla, certamente nessuna che possa disonorarvi».

«Caro Glastonbury, cosa devo fare?»

«Tacete; verrà il momento in cui potrete parlare. Al momento, però, per quanto lei possa essere ansiosa di vedervi, ci sono ragioni plausibili per cui non dovreste incontrarvi. Siate paziente, mio Ferdinand».

«Buon Glastonbury, buon, caro Glastonbury, sono troppo impulsivo e irritabile. Perdonatemi, caro amico. Non sapete cosa provo. Grazie a Dio, non lo sapete; ma il mio cuore è spezzato».

Quando Glastonbury tornò in biblioteca, trovò Sir Ratcliffe che giocava con i suoi cani e Miss Grandison che copiava un disegno.

«Come sta Ferdinand?», chiese il padre.

«Migliora ogni giorno», rispose Glastonbury. «Se solo fosse il primo maggio invece di Natale, sarebbe presto tornato quello di prima; ma temo l'inverno».

«Eppure il sole splende», disse Miss Grandison.

Glastonbury andò alla finestra e guardò il cielo. «Credo, mia cara signora, che potremmo quasi azzardare la nostra promessa escursione all'Abbazia oggi. Una giornata come questa potrebbe non ripetersi presto. Potremmo prendere il nostro album da disegno».

«Sarebbe delizioso», disse Miss Grandison; «ma prima di andare, devo cogliere dei fiori per Ferdinand». Detto questo, balzò dal sedile e corse in giardino.

«Kate è una dolce creatura», disse Sir Ratcliffe a Glastonbury. «Ah! mio caro Glastonbury, non sapete quale felicità provo al pensiero che presto sarà mia figlia».

Glastonbury non poté trattenersi dal sospirare. Prese la matita e ritoccò il suo disegno.

«Sapete, caro Glastonbury», riprese Sir Ratcliffe, «avevo poche speranze nella nostra recente prova. Non posso dire di essermi preparato al peggio, ma l'ho previsto. Abbiamo avuto così tanta infelicità nella nostra famiglia, che non riuscivo a persuadermi che la coppa non stesse per essere strappata dalle nostre labbra».

«Dio è misericordioso», disse Glastonbury.

«Voi siete il suo ministro, caro Glastonbury, e un degno ministro. Non so cosa avremmo fatto senza di voi in questa terribile prova; ma, in verità, cosa avrei fatto per tutta la vita senza di voi?»

«Speriamo che tutto sia per il meglio», disse Glastonbury.

«E sua madre, la sua povera madre, cosa ne sarebbe stato di lei? Non sarebbe mai sopravvissuta alla sua perdita. Per quanto mi riguarda, avrei lasciato l'Inghilterra per sempre e sarei entrato in un monastero».

«Ricordiamoci solo che lui vive», disse Glastonbury.

«E che presto saremo tutti felici», disse Sir Ratcliffe, con un tono più animato. «Il futuro è, in effetti, pieno di conforto. Ma dobbiamo prenderci cura di lui; è troppo rapido nei suoi movimenti. Ha il sangue di mio padre, è chiaro. Non sono mai riuscito a capire bene perché abbia lasciato Bath così improvvisamente e sia corso via in modo così strano verso questo luogo».

«La giovinezza è impetuosa», disse Glastonbury.

«È stata una fortuna che voi foste qui, Glastonbury».

«Ringrazio Dio che lo fossi», disse Glastonbury, sinceramente; poi, frenandosi, aggiunse: «che io sia stato di qualche utilità».

«Voi siete sempre utile. Cosa faremmo senza di voi? Sarei affondato molto tempo fa. Ah! Glastonbury, Dio nella sua misericordia vi ha mandato da noi».

«Guardate qui», disse Katherine, entrando, con la guancia chiara che brillava di animazione, «solo dalie, ma saranno graziose e ravviveranno la sua stanza. Oh! se potessi scrivergli due righe e dirgli che sono qui! Non pensate che potrei, Mr. Glastonbury?»

«Saprà che siete qui oggi», disse Glastonbury. «Domani...»

«Ah! rimandate sempre», disse Miss Grandison, con un tono metà giocoso, metà di rimprovero; «eppure è egoistico mormorare. È per il suo bene che sopporto questa privazione, e quel pensiero dovrebbe consolarmi. Ehi!»

Sir Ratcliffe si fece avanti e baciò sua nipote. Glastonbury era occupato col disegno: distolse lo sguardo.

Sir Ratcliffe prese il suo fucile. «Dio vi benedica, cara Kate», disse; «buona guida e un ottimo schizzo. Ci vediamo a cena».

«A cena, caro zio; e con una caccia migliore di ieri».

«Ah! Ah!» disse Sir Ratcliffe. «Ma Armine non è come Grandison. Se fossi nelle vecchie riserve, non avreste motivo di deridere la mia abilità sportiva».

I buoni auspici di Miss Grandison furono profetici: Sir Ratcliffe ebbe un'ottima caccia e tornò a casa molto tardi e di ottimo umore. Era l'ora di cena, eppure Katherine e Glastonbury non erano tornati. Era piuttosto sorpreso. Le ombre della sera stavano scendendo rapidamente, e i prati lontani di Armine erano già invisibili; si poteva distinguere a malapena il debole gemito del vento che si alzava; e la notte che arrivava prometteva di essere cruda e nuvolosa, forse tempestosa. Sir Ratcliffe stava davanti al fuoco scoppiettante nella sala da pranzo, altrimenti al buio, ma la fiamma gettava una luce brillante ma fugace sui Snyders, così che le figure sembravano muoversi realmente nelle ombre mutevoli, l'occhio del cinghiale infuriato sembrava quasi emettere scintille di rabbia, e mancavano solo le grida dei cacciatori e l'ansimare dei cani per completare il tumulto della caccia.

Proprio mentre Sir Ratcliffe presagiva qualche disavventura per i suoi amici assenti, e stava per intrufolarsi in punta di piedi da Lady Armine, che era con Ferdinand, per consultarla, l'orecchio esperto di un uomo che viveva molto all'aria aperta colse il suono lontano di ruote, e uscì ad accoglierli.

«Perché, siete in ritardo», disse Sir Ratcliffe, mentre il calesse si avvicinava alla casa. «Tutto bene, spero?»

Si fece avanti per aiutare Miss Grandison. L'oscurità della sera gli impedì di notare i suoi occhi gonfi e il suo volto agitato. Lei scese dalla carrozza in silenzio e corse immediatamente nella sua stanza. Quanto a Glastonbury, osservò solo che faceva molto freddo ed entrò in casa con Sir Ratcliffe.

«Questo fuoco è cordiale», disse Glastonbury, scaldandosi davanti ad esso: «avete avuto buona caccia, spero? Non dobbiamo aspettare Miss Grandison per cena, Sir Ratcliffe. Non scenderà questa sera; non si sente molto bene».

«Non si sente molto bene: ah! il freddo, temo. Siete stati imprudenti a stare fuori così tardi. Devo correre a dirlo a Lady Armine».

«Vi prego, obbligatemi a non farlo», disse Glastonbury; «Miss Grandison ha richiesto molto specificamente di non essere disturbata».

Fu con una certa difficoltà che Glastonbury riuscì a fare in modo che i desideri di Miss Grandison venissero esauditi; ma alla fine riuscì a far sedere Sir Ratcliffe a cena, e fingendo un'allegria che era ben lontana dal suo spirito, giunse finalmente l'ora delle dieci, e Glastonbury, prima di ritirarsi nella sua torre, fece la sua visita serale a Ferdinand.

CAPITOLO XIII.

In cui le perplessità della famiglia aumentano piuttosto che diminuire.

Se mai c'è stato un uomo che meritava una vita serena e felice, quello era Adrian Glastonbury. Aveva perseguito una lunga carriera senza ferire o offendere un essere umano; il suo carattere e la sua condotta erano ugualmente immacolati; era privo di inganno; non aveva mai detto una bugia, non era mai stato invischiato nella minima doppiezza; era agiato nelle sue circostanze; non aveva parenti a cui pesare sul portafoglio o sui sentimenti; e, sebbene solo al mondo, era benedetto con un temperamento così dolce e benevolo, dotato di tante risorse e adorno di tanti talenti, che sembrava essere sempre occupato, divertito e contento. Eppure, per una strana contrarietà di eventi, sembrava che questa eccellente persona fosse ora posta in una situazione che è generalmente la conseguenza di passioni impetuose non molto scrupolose nell'ottenere i propri scopi. Quel petto, che fino a quel momento si sarebbe ritratto dall'essere analizzato solo per la raffinata modestia della sua natura, era ora diventato il deposito di terribili segreti: il giorno difficilmente poteva passare senza trovarlo in una posizione che rendeva l'equivoco da parte sua quasi una necessità, mentre tutte le ansie inseparabili dagli imbarazzi pecuniari venivano forzate sulla sua attenzione, e i suoi sentimenti erano straziati dalla simpatia per individui che non erano legati a lui da alcun vincolo, ma al cui benessere si sentiva in dovere di sacrificare tutte le sue attività, e dedicare tutto il suo tempo e il suo lavoro. Eppure non mormorava, sebbene avesse a stento speranza per animarlo. Sotto qualsiasi luce vedesse gli eventi futuri, essi apparivano presagio solo di male. Tutto ciò a cui mirava ora era calmare e sostenere, e fu la sua incrollabile fiducia nella Provvidenza che sola gli impedì di disperare.

Quando si recò al Place al mattino, trovò tutto in confusione. Miss Grandison stava molto male; e Lady Armine, spaventata dal recente pericolo da cui erano scampati, era molto allarmata. Non poteva più nascondere a Ferdinand che la sua Katherine era lì, e forse Lady Armine fu alquanto sorpresa dalla calma con cui suo figlio ricevette la notizia. Ma Miss Grandison non solo stava molto male, ma era anche molto ostinata. Non voleva lasciare la sua stanza, ma insisteva che non venisse chiamata alcuna consulenza medica. Lady Armine protestava, supplicava, scongiurava; Miss Grandison si appellava a Mr. Glastonbury; e Glastonbury, che era un po' medico, fu chiamato e fu costretto ad assicurare a Lady Armine che Miss Grandison soffriva solo di un raffreddore e richiedeva solo riposo. Una calorosa amicizia sussisteva tra Lady Armine e sua nipote. Era sempre stata la zia preferita di Katherine, e durante l'anno passato ci erano stati motivi urgenti per cui Lady Armine avrebbe dovuto accarezzare questa predisposizione a suo favore. Lady Armine era una persona affascinante, e tutti i suoi poteri erano stati impiegati per ottenere un'influenza sull'ereditiera. Avevano avuto un successo completo. Miss Grandison attendeva quasi con tanto piacere di essere la figlia di Lady Armine quanto la sposa di suo figlio. La futura suocera era a sua volta tanto calorosa quanto sua nipote era affascinante; e alla fine Lady Armine amò Katherine per se stessa soltanto.

In pochi giorni, tuttavia, Miss Grandison annunciò di essersi completamente ripresa, e Lady Armine dedicò di nuovo la sua attenzione indivisa a suo figlio, che ora stava per alzarsi per la prima volta dal letto. Ma sebbene Miss Grandison non fosse più un'inferma, è certo che se l'attenzione degli altri membri della famiglia non fosse stata così completamente assorbita, un grandissimo cambiamento nel suo comportamento non sarebbe sfuggito alla loro attenzione. I suoi fiori e i suoi disegni sembravano aver perso il loro sapore; la sua gaiezza l'aveva abbandonata. Passava gran parte della mattinata nella sua stanza; e sebbene le fosse stato annunciato che Ferdinand era consapevole della sua presenza al Place, e che tra un giorno o due si sarebbero potuti incontrare, essa mostrava a stento, a questa prospettiva di riprendere la sua compagnia, tanta gratificazione quanto ci si sarebbe potuti aspettare; e sebbene ogni giorno avesse cura che la sua camera fosse ancora provvista di fiori, si sarebbe potuto notare che il biglietto che era stata così ansiosa di mandargli non fu mai scritto. Ma quanto accade, nel corso delle circostanze più comuni, in tutti i circoli domestici, che non viene mai osservato o mai notato finché l'osservazione non è troppo tardi!

Alla fine giunse il giorno in cui Lady Armine invitò la nipote a far visita a suo figlio. Miss Grandison espresse la propria disponibilità ad accompagnare la zia, ma colse l'occasione per chiedere a Glastonbury di unirsi a loro; e tutti e tre si avviarono verso la camera dell'infermo.

La tenda bianca della stanza era tirata; ma sebbene la luce fosse soffusa, l'appartamento non era affatto in penombra. Ferdinand sedeva su una poltrona, sostenuto da cuscini. Un fazzoletto nero era appena avvolto attorno alla sua fronte, poiché il capo era stato rasato, eccetto pochi riccioli sui lati e sulla fronte, che apparivano rigidi e privi di lucentezza. Era così magro e pallido, e i suoi occhi e le sue guance erano così smunti e scavati, che era a stento credibile che in un lasso di tempo così breve un uomo avesse potuto ridursi in tale stato. Quando vide Katherine, egli abbassò involontariamente lo sguardo, ma le tese la mano con un certo sforzo di sincerità. Lei era quasi pallida quanto lui, ma gli prese la mano. Era così leggera e fredda, dava così tanto l'idea della morte, che le lacrime le scesero lungo le guance.

«A stento mi riconosci, Katherine», disse Ferdinand, debolmente. «È gentile da parte tua far visita a un uomo malato.»

Miss Grandison non riuscì a rispondere e Lady Armine fece un'osservazione per spezzare l'imbarazzante silenzio.

«E ti piace Armine?» disse Ferdinand. «Vorrei poter essere la tua guida. Ma Glastonbury è così gentile!»

Per cento volte Miss Grandison tentò di rispondere, di parlare, di fare l'osservazione più banale, ma fu vano. Diventava ogni momento più pallida; le labbra si muovevano, ma non emettevano alcun suono.

«Kate non sta bene», disse Lady Armine. «È stata molto indisposta. Questa visita», aggiunse in un sussurro a Ferdinand, «è un po' troppo per lei.»

Ferdinand sospirò.

«Madre», disse infine, «devi chiedere a Katherine di venire a sedersi qui con te; se davvero non sentirà il peso di questa prigionia.»

Miss Grandison si voltò sulla sedia e nascose il volto con il fazzoletto.

«Dolce figlia mia», disse Lady Armine, alzandosi e baciandola, «questo è troppo per te. Devi davvero trattenerti. Ferdinand tornerà presto quello di sempre; davvero.»

Miss Grandison scoppiò in singhiozzi. Glastonbury era molto addolorato, ma Ferdinand evitò di incrociare il suo sguardo; eppure, alla fine, Ferdinand disse con uno sforzo, e con voce molto gentile: «Cara Kate, vieni a sederti vicino a me.»

Miss Grandison ebbe una crisi di nervi; Ferdinand scattò dalla sedia e le afferrò la mano; Lady Armine cercò di trattenere il figlio; Glastonbury sostenne l'agitata Katherine.

«Per l'amor di Dio, Ferdinand, sii calmo», esclamò Lady Armine. «È una cosa quanto mai sfortunata. Cara, cara Katherine, ma ha un cuore simile! Tutte le donne della nostra famiglia lo hanno, e nessuno degli uomini, è così strano. Signor Glastonbury, acqua per favore, quel bicchiere d'acqua; sali volatili; dove sono i sali volatili? Mia cara, cara Katherine, ti prego, ti prego, tratteniti! Ferdinand è qui; ricorda, Ferdinand è qui, e starà presto bene; presto guarirà del tutto. Credimi, è già tutto un altro uomo. Ecco, bevi questo, tesoro, bevi questo. Ora va meglio?»

«Sono così sciocca», disse Miss Grandison, con voce lugubre. «Non potrò mai perdonarmi per questo. Lasciatemi andare.»

Glastonbury la portò fuori dalla stanza; Lady Armine si voltò verso il figlio. Egli era riverso sulla sedia, con le mani a coprirsi gli occhi. La madre si avvicinò dolcemente a lui e gli asciugò con tenerezza la fronte, sulla quale pendevano lievi gocce di sudore, causate dal suo recente sforzo.

«Abbiamo fatto troppo, mio caro Ferdinand. Eppure chi avrebbe mai pensato che quella cara ragazza sarebbe rimasta così scossa? Glastonbury aveva davvero ragione a impedirti di incontrarla per così tanto tempo. Eppure è una benedizione vedere che ha un cuore così affettuoso. Sei fortunato, mio Ferdinand: sarai davvero felice con lei.»

Ferdinand emise un gemito.

«Non sarò mai felice», mormorò.

«Mai felice, mio Ferdinand! Oh! Non devi essere così abbattuto. Pensa a quanto stai meglio; pensa, mio Ferdinand, che cambiamento c'è stato in meglio. Presto starai bene, tesoro, e allora, amore mio, sai che non potrai fare a meno di essere felice.»

«Madre», disse Ferdinand, «sei ingannata; siete tutti ingannati: io... io...»

«No! Ferdinand, davvero non lo siamo. Sono fiduciosa, e ne rendo grazie a Dio, che tu stia migliorando ogni giorno. Ma hai fatto troppo, questa è la verità. Ora ti lascio, amore, e manderò l'infermiera, poiché la mia presenza ti eccita. Cerca di dormire, amore.» E Lady Armine suonò il campanello e lasciò la stanza.

CAPITOLO XIV.

*In cui viene fatta un po' di luce su alcune circostanze che erano in precedenza piuttosto misteriose.*

LADY ARMINE propose ora che la famiglia si riunisse nella stanza di Ferdinand dopo cena; ma Glastonbury, la cui opinione sulla maggior parte degli argomenti generalmente prevaleva, approvò a stento questo suggerimento. Fu dunque messo in pratica solo una volta durante la settimana che seguì la scena descritta nel nostro ultimo capitolo, e in quella sera Miss Grandison ebbe un mal di testa così forte che le fu del tutto impossibile unirsi al gruppo. Alla fine, tuttavia, Ferdinand fece la sua comparsa al piano di sotto e si stabilì nella biblioteca: divenne quindi assolutamente necessario che Miss Grandison temprasse i propri nervi allo stato alterato del suo fidanzato, che in un primo momento aveva così tanto colpito la sua sensibilità, e, sotto l'influenza congiunta dell'abitudine e del signor Glastonbury, è sorprendente il progresso che fece. Riuscì persino, alla fine, a padroneggiare i propri sentimenti al punto da contribuire apparentemente in gran misura al suo divertimento. Si unì ai concerti di famiglia, una volta gli lesse persino.

Ogni mattina, inoltre, gli portava un fiore e spesso gli offriva il braccio. Eppure Ferdinand non poté fare a meno di notare una grande differenza nel comportamento di lei nei suoi confronti da quando l'aveva lasciata a Bath. Lungi dal comportarsi, come aveva nervosamente temuto, come se il suo diritto a essere la sua compagna fosse irresistibile, il portamento di lei, al contrario, indicava la disposizione più riservata; non lo infastidiva con alcuna espressione di affetto e ascoltava le parole gentili che egli di tanto in tanto si sforzava di rivolgerle con un sentimento di grave riguardo e placido silenzio, che lo riempiva quasi di stupore.

Una mattina, essendo il tempo sereno e bello, Ferdinand insistette affinché sua madre, che finora si era a stento allontanata dal suo fianco, uscisse in carrozza con Sir Ratcliffe; e, poiché non voleva accettare un rifiuto, Lady Armine acconsentì a obbedire. La carrozza fu ordinata, fu alla porta; e mentre Lady Armine gli diceva addio, Ferdinand si alzò dal posto e prese il braccio di Miss Grandison, che sembrava sul punto di ritirarsi; poiché Glastonbury rimaneva, e quindi Ferdinand non era senza un compagno.

«Voglio vedervi partire», disse Ferdinand.

«Addio!» disse Lady Armine. «Abbi cura di lui, cara Kate», e il calesse fu presto fuori vista.

«Assomiglia più a maggio che a gennaio», disse Ferdinand alla cugina. «Credo che mi piacerebbe camminare un poco.»

«Devo mandare a chiamare il signor Glastonbury?» disse Katherine.

«Non se il mio braccio non è troppo pesante per te», disse Ferdinand. Così camminarono lentamente, forse per una cinquantina di metri, finché giunsero a una panca da giardino, molto vicina al roseto i cui fiori Henrietta Temple ammirava tanto. Ora non aveva fiori, ma sembrava desolato quanto i loro amori infelici.

«Un momento di riposo», disse Ferdinand, e sospirò. «Cara Kate, desidero parlarti.»

Miss Grandison divenne pallida.

«Ho qualcosa che mi preme, Katherine, di cui vorrei liberarmi.»

Miss Grandison non rispose, ma tremò. «Riguarda te, Katherine.»

Tuttavia rimase in silenzio e non espresse alcuno stupore per questo strano discorso.

«Se fossi ora qualsiasi cosa fuorché un oggetto di pietà, un uomo miserabile e affranto», continuò Ferdinand, «potrei sottrarmi a questa comunicazione; potrei delegare ad altri questo ufficio, per quanto umiliante possa essere per me, doloroso come deve, in ogni caso, essere per te.» Ma, e qui la sua voce vacillò, «ma sono ben oltre il potere di qualsiasi mortificazione ora. Il mondo e le vie del mondo non mi toccano più. C'è un dovere da compiere; io lo compirò. Ho offeso nei tuoi confronti, mia dolce e gentile cugina; gravemente, amaramente, infamemente offeso.»

«No, no, no!» mormorò Miss Grandison.

«Katherine, sono indegno di te; ti ho ingannata. Non è né per il tuo onore né per la tua felicità che questi legami che i nostri amici prevedono debbano avvenire tra noi. Ma, Katherine, sei vendicata.»

«Oh! Non voglio alcuna vendetta!» mormorò Miss Grandison, con il volto pallido come il marmo, gli occhi chiusi convulsamente. «Cessa, cessa, Ferdinand; questa conversazione è follia; starai di nuovo male.»

«No, Katherine, sono calmo. Non temere per me. C'è molto da dire; deve essere detto, se non altro perché tu non creda che io fossi un malvagio sistematico, o che i miei sentimenti fossero impegnati con un'altra quando ti sussurrai quei voti.»

«Oh! Qualsiasi cosa fuorché questo; parla di qualsiasi cosa fuorché di questo!»

Ferdinand le prese la mano.

«Katherine, ascoltami. Ti onoro, mia gentile cugina, ti ammiro, ti stimo; potrei morire contento se potessi solo vederti felice. Con i tuoi fascini e le tue virtù pensavo che avremmo potuto essere felici. Le mie intenzioni erano sincere quanto la mia fede nella nostra felicità futura. Oh! No, cara Katherine, non potrei giocare con un seno così puro e gentile.»

«Ti ho forse accusato, Ferdinand?»

«Ma lo farai quando saprai tutto.»

«Io so tutto», disse Miss Grandison, con voce cava.

La sua mano cadde dalla presa debole e tremante del cugino.

«Tu sai tutto», esclamò infine. «E puoi, sapendo tutto, vivere sotto lo stesso tetto con me? Puoi vedermi? Puoi ascoltarmi? La mia voce non è una tortura per te? Non mi odi e non mi disprezzi?»

«Non è nella mia natura odiare alcunché; meno che mai potrei odiare te.»

«E potresti, sapendo tutto, assistere ancora ai miei bisogni e vegliare sulle mie tristi necessità? Questo tuo braccio gentile; potresti, sapendo tutto, lasciarmi appoggiare su di esso questa mattina? O Katherine! Possa un destino felice essere tuo, perché ne meriti uno!»

«Ferdinand, ho agito come il dovere, la religione e, forse, qualche altra considerazione mi suggerivano. I miei sentimenti non sono stati così tanto presi in considerazione da dover essere ora analizzati.»

«Rinfacciamelo, Katherine, merito i tuoi rimproveri.»

«I miei potrebbero non essere gli unici rimproveri che hai meritato, Ferdinand; ma permettimi di osservare, da me non ne hai ricevuti. Ti compiango, ti compiango sinceramente.»

«Glastonbury ti ha detto tutto?» disse Ferdinand.

«Quella comunicazione è tra gli altri buoni uffici che gli dobbiamo», rispose Miss Grandison.

«Ti ha detto tutto?» disse Ferdinand in tono interrogativo.

«Tutto ciò che era necessario sapessi per il tuo onore, o, come alcuni potrebbero pensare, per la mia stessa felicità; nulla di più, non avrei ascoltato altro. Non avevo alcuna oziosa curiosità da soddisfare. È sufficiente che il tuo cuore sia di un'altra; non cerco, non desidero sapere il nome di quella persona.»

«Non posso menzionarlo», disse Ferdinand; «ma non c'è alcun segreto per te. Glastonbury può... dovrebbe dire tutto.»

«Tra gli infelici, lei non è la meno miserabile», disse Miss Grandison.

«O Katherine!» disse Ferdinand, dopo un momento di pausa, «dimmi che non mi odi; dimmi che mi perdoni; dimmi che mi credi più folle che malvagio!»

«Ferdinand», disse Miss Grandison, «penso che siamo entrambi sfortunati.»

«Sono senza speranza», disse Ferdinand; «ma tu, Katherine, la tua vita deve ancora essere luminosa e bella.»

«Non potrò mai essere felice, Ferdinand, se tu non lo sei. Sono sola al mondo. La tua famiglia è la mia sola parentela; mi aggrappo a loro. Tua madre è mia madre; la amo con la passione di una bambina. Consideravo la nostra unione solo come il suggello di quel sentimento domestico che ci aveva tenuti tutti legati a lungo. La mia felicità dipende ora interamente dalla tua famiglia; la loro sento che è in gioco per te. È la convinzione della totale desolazione che si verificherebbe se il nostro estraniamento fosse improvvisamente reso noto a loro, e tu, che sei così impetuoso, decidessi di conseguenza per qualsiasi corso avventato, che mi ha indotto a sostenere la parte dolorosa che ora sostengo. Questo è il motivo per cui non volevo rimproverarti, Ferdinand, perché non volevo litigare con te, perché non volevo abbandonarli in quest'ora della loro afflizione.»

«Katherine, amata Katherine!» esclamò lo sconvolto Ferdinand, «perché ci siamo mai separati?»

«No! Ferdinand, non illudiamoci. Per me, quella separazione, per quanto fruttuosa al momento presente in mortificazione e infelicità, non deve essere considerata del tutto un evento di pura sventura. A mio parere, Ferdinand, è meglio essere disprezzati per un momento che trascurati per tutta la vita.»

«Disprezzati! Katherine, per l'amor di Dio, risparmiami; per l'amor di Dio, non usare un tale linguaggio! Disprezzati! Katherine, in questo momento dichiaro solennemente che tutto ciò che provo è quanto io sia profondamente, quanto infamemente indegno di te! Cara Katherine, non possiamo richiamare il passato, non possiamo emendarlo; ma lasciami assicurarti che in quest'ora non c'è essere sulla terra che io stimi di più, che io riverisca di più di te stessa.»

«Va bene, Ferdinand. Non vorrei credere volontariamente che i tuoi sentimenti verso di me siano stati diversi da gentili e generosi. Ma cerchiamo di intenderci. Rimarrò per il momento sotto questo tetto. Non fraintendere le mie intenzioni. Non cerco di richiamare i tuoi affetti. Il passato mi ha dimostrato che siamo completamente inadatti l'uno all'altro. Non ho quelle qualità abbaglianti che potrebbero incatenare un cervello ardente come il tuo. Conosco me stessa; conosco te; e non c'è nulla che mi riempirebbe di più terrore ora della nostra prevista unione. E ora, dopo questa conversazione franca, che il nostro futuro rapporto sia cordiale e disinvolto; ricordiamo di essere parenti. I sentimenti tra noi dovrebbero per natura essere amabili: nessun incidente è accaduto per turbarli, poiché non ti ho ferito né offeso; e quanto alla tua condotta verso di me, dal profondo del mio cuore ti perdono e dimentico.»

«Katherine», disse Ferdinand, con gli occhi pieni di lacrime, «la più gentile, la più generosa delle donne! Il mio cuore è troppo commosso, il mio spirito troppo affranto per esprimere ciò che provo. Siamo parenti; siamo di più. Dici che mia madre è tua madre. Lascia che io faccia valere il privilegio di quell'ammissione. Lascia che io sia un fratello per te; mi troverai, se vivrò, un fratello fedele.»

CAPITOLO XV.

*Che lascia gli affari in generale in una posizione a stento più soddisfacente della precedente.*

FERDINAND si sentì molto più calmo nel suo animo dopo questa conversazione con sua cugina. La sua attenzione affettuosa verso di lui ora, invece di riempirlo come prima di rimorso, era davvero una fonte di consolazione, se questa non è una frase troppo forte per descrivere lo stato di qualcuno così profondamente miserabile come il Capitano Armine; poiché la sua terribile malattia e l'incombente morte non avevano in minima parte placato o influenzato la sua profonda passione per Henrietta Temple. La sua immagine occupava incessantemente i suoi pensieri; egli si aggrappava ancora alla folle idea che lei potesse ancora essere sua. Ma la sua salute migliorava così lentamente che c'era ben poca speranza che potesse intraprendere rapidamente qualsiasi passo per indurre un tale risultato. Tutte le sue ricerche su di lei, e Glastonbury, su suo suggerimento, non era stato inattivo, erano state del tutto infruttuose. Non dubitava che lei avesse lasciato l'Inghilterra. Cosa non avrebbe potuto accadere, lontano da lui, e credendosi tradita e abbandonata? Spesso, quando rimuginava su queste terribili eventualità, si pentiva della propria guarigione.

Eppure la sua famiglia, grazie alla condotta premurosa della sua ammirevole cugina, era ancora contenta e felice. La sua lenta convalescenza era ora la loro sola fonte di ansia. Rimpiangevano la stagione sfavorevole dell'anno; attendevano con speranza l'influenza mite della primavera imminente. Quella avrebbe dovuto curare tutte le loro preoccupazioni; eppure avrebbero potuto ben sospettare, quando osservavano il suo volto sempre pensieroso e spesso sofferente, che vi fossero cause più profonde della debilitazione fisica e del dolore corporeo per spiegare quell'espressione lunatica e afflitta. Ahimè! Quanto cambiato da quel Ferdinand Armine, così pieno di speranza, e coraggio, e giovinezza, e bellezza, che era apparso alla loro estasiata visione al suo ritorno da Malta. Dov'era ora quella gaiezza che faceva brillare tutti gli occhi, quello spirito vivace che accendeva l'energia in ogni seno? Che miseria vederlo strisciare in giro con un misero bastone, con il suo volto magro e pallido, e le membra vacillanti, e quasi nessun altro passatempo che strisciare attorno al giardino, dove, quando la giornata era bella, il suo servitore poneva uno sgabello pieghevole di fronte al cedro dove aveva visto per la prima volta Henrietta Temple; e lì sedeva, finché la brezza invernale non lo faceva rabbrividire, fissando il vuoto; eppure popolato, agli occhi della sua mente, di apparizioni belle e temibili.

Ed è l'amore, è la più deliziosa delle passioni umane, che può portare a tale miseria! Perché il suo vero corso non scorre mai liscio? C'è un incantesimo sul nostro cuore, perché le sue emozioni più raffinate debbano condurre solo alla disperazione? Quando Ferdinand Armine, nelle sue fantasticherie, indugiava sul passato; quando ricordava l'ora in cui l'aveva vista per la prima volta, il suo primo sguardo, il primo suono della sua voce, la sua visita a Ducie, tutte le scene appassionate a cui aveva condotto, quei dolci vagabondaggi attraverso i suoi pergolati incantati, quei mattini luminosi, così pieni di aspettativa che non fu mai frustrata, quegli occhi dolci, così ricolmi di tenerezza che non avrebbe mai potuto cessare; quando dalle scene luminose, splendenti e gentili che la sua memoria evocava, e da tutto il trasporto e il brivido che le circondava come un'atmosfera d'amore, si voltava verso il suo io distrutto e affranto, il cielo rigido sopra di lui, e ciò che sembrava al suo spirito forse imprudente e ingrato, la simpatia meccanica e l'affetto banale dei suoi compagni, era come se si fosse svegliato da qualche sogno troppo vivido e troppo glorioso, o come se fosse caduto da qualche pianeta più luminoso e favorito sulla nostra terra fredda e ottusa.

Eppure sembrerebbe che il tetto di Armine Place proteggesse una famiglia che avrebbe potuto cedere a pochi per la bellezza e le qualità affascinanti dei suoi membri, le loro felici realizzazioni, i loro cuori gentili e cordiali. E tutti erano devoti a lui. Era su di lui solo che il nobile spirito di suo padre indugiava ancora con orgoglio e gioia: era per lenire e gratificare lui che la sua affascinante madre esercitava tutta la sua graziosa cura e tutti i suoi doni attraenti. Era per lui, e per amor suo, che il cuore generoso di sua cugina si era sottomesso alla mortificazione senza un mormorio, o aveva assecondato la sua infelicità solo nella solitudine; ed era per lui che Glastonbury esercitava una devozione che potrebbe da sola indurre un uomo a pensare con compiacimento sia della sua specie che di se stesso. Ma il cuore, il cuore, il cuore geloso e dispotico! Rifiuta tutti i sostituti, respinge ogni compromesso, e vuole il suo scopo o si spezzerà.

LIBRO V.

CAPITOLO I.

*Contenente la comparsa sul nostro palcoscenico di un nuovo e importante personaggio.*

IL Marchese di Montfort era il nipote di quel nobile che era stato il primo protettore di Glastonbury. Il vecchio duca era morto da alcuni anni; suo figlio era succeduto al titolo, e Digby, quel giovane che il lettore ricorderà essere all'incirca della stessa età di Ferdinand Armine, e che fu suo compagno durante la felice settimana a Londra che precedette la sua prima visita militare nel Mediterraneo, portava ora il secondo titolo della famiglia.

Il giovane marchese era un eccellente esemplare di una classe inferiore per talenti, intelligenza e realizzazioni, per spirito pubblico e per virtù private, a nessuna al mondo, la nobiltà inglese. La sua educazione completa era stata condotta con cura; e sebbene il suo credo religioso, poiché si ricorderà che era cattolico, lo avesse privato del vantaggio di immatricolarsi in un'università inglese, lo zelo di un capace e dotto precettore, e le risorse di un'Alma Mater tedesca, avevano offerto ogni opportunità per lo sviluppo dei suoi notevoli talenti. La natura gli aveva elargito altri doni oltre alla sua distinta intelligenza e al suo temperamento amabile: la sua bellezza personale era notevole, e la sua grazia naturale non era meno evidente dei suoi molti talenti acquisiti.

Lasciando l’Università di Bonn, Lord Montfort aveva trascorso parecchi anni nel continente europeo, visitando e risiedendo nella maggior parte delle sue corti e capitali come ospite ammirato e caro; infatti, poiché al tempo della nostra storia gli era precluso occupare il seggio dei suoi antenati in senato, la sua patria non offriva rivendicazioni molto urgenti sulla sua presenza. Aveva infine scelto Roma come sua residenza principale, poiché era devoto alle arti, e nel suo palazzo erano raccolti alcuni dei più rari esemplari di invenzione antica e moderna.

A Pisa, Lord Montfort aveva fatto la conoscenza del signor Temple, che risiedeva in quella città per il beneficio della salute della figlia, la quale, secondo il timore dei suoi medici, era in declino. Dico la conoscenza del signor Temple; poiché Lord Montfort era al corrente dell’esistenza della figlia soltanto per l’occasionale menzione del suo nome, dato che Miss Temple non veniva mai vista. I modi gradevoli, le svariate informazioni e la mente colta del signor Temple avevano attratto e conquistato l’attenzione del giovane nobile, che di norma rifuggiva gli inglesi in viaggio e tutta la loro arrogante ignoranza. Il signor Temple, a sua volta, era altrettanto soddisfatto di un compagno parimenti raffinato, amabile ed illuminato; e la loro conoscenza sarebbe maturata in intimità, se la malattia di Henrietta, la sua ripugnanza a vedere una terza persona e il desiderio del padre che ella non fosse sola, non avessero in una certa misura costituito un ostacolo al suo sviluppo.

Eppure Henrietta era lieta che suo padre avesse trovato un amico e fosse divertito, e gli raccomandava di non pensare a lei, ma di accettare gli inviti di Lord Montfort alla sua villa. Ma il signor Temple li declinava invariabilmente.

«Sono sempre inquieto quando sono lontano da te, mia cara,» diceva il signor Temple; «vorrei che tu uscissi un po’. Credimi, non è per me stesso che ti faccio questo suggerimento, ma sono certo che trarresti beneficio dal movimento. Vorrei che tu venissi con me a vedere la villa di Lord Montfort. Non ci sarebbe nessuno oltre a lui. Non ti darebbe affatto fastidio, è così tranquillo; e lui ed io potremmo passeggiare, guardare i busti e conversare. Riusciresti a malapena ad accorgerti della sua presenza, è una persona così molto tranquilla.»

Henrietta scuoteva il capo; e il signor Temple non poteva insistere nella richiesta.

Il destino, tuttavia, aveva deciso che Lord Montfort e Henrietta Temple dovessero fare conoscenza. Lei aveva espresso più di una volta il desiderio di vedere il Campo Santo; era quasi l’unico desiderio che avesse espresso da quando aveva lasciato l’Inghilterra. Suo padre, lieto di scoprire che qualcosa potesse interessarla, era solito ricordarle questo desiderio e suggerirle di soddisfarlo. Ma c’era sempre una scusa per procrastinare. Quando giungeva l’ora di muoversi, lei diceva, con un lieve sorriso: «Non oggi, papà carissimo»; e poi, sistemandosi lo scialle, come se tremasse anche in quel clima mite, si ricomponeva su quel divano che ormai non lasciava quasi mai.

E questa era Henrietta Temple! Quell’essere gaio e glorioso, così pieno di graziosa potenza e bellissima energia, che sembrava nata per un trono e per comandare una nazione di sudditi adoranti! Cosa sono quelle rivoluzioni politiche, le cui strane e potenti vicissitudini stiamo sempre a descrivere, in confronto alle mutazioni morali che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi; sradicando i cuori delle famiglie, mandando in frantumi le cerchie domestiche, disperdendo ai venti i piani e le prospettive di una generazione, e distruggendo come con la muffa il raccolto maturo di un affetto lungamente coltivato!

«È qui che vorrei essere sepolta,» disse Henrietta Temple.

Erano in piedi, il padre e la figlia, nel Campo Santo. Lei era stata più allegra quella mattina; suo padre aveva colto un momento felice ed erano usciti a far visita ai defunti.

Quel vasto cimitero porticato era silenzioso e indisturbato; non vi era un essere umano, eccetto loro due e il custode. Il sole brillava intensamente sugli austeri e antichi affreschi, e Henrietta stava di fronte a quel bellissimo sarcofago, che sembrava preparato e adatto a ricevere le sue spoglie destinate.

«È qui che vorrei essere sepolta,» disse lei.

Suo padre voltò quasi inconsciamente il capo per fissare il volto della figlia, per vedere se vi fosse davvero motivo che lei parlasse di morte. Quel volto era mutato dal momento in cui avevamo tentato per la prima volta, debolmente, di ritrarlo. Quell’occhio lampeggiante aveva perso parte della sua brillantezza, quella forma superba parte della sua rotondità e della sua nobiltà cerbiatta; la gloria cremisi di quella guancia che arrossiva era svanita come il tramonto che declina; eppure si sarebbe potuto pensare, fosse sofferenza, forse, l’anticipazione della morte imminente, e come un contatto immaginario con un’esistenza più serena, ma certamente vi era un’espressione più spirituale diffusa sull’intero aspetto di Henrietta Temple, che da molti avrebbe potuto essere preferita persino a quella bellezza più vivace e raggiante che, nelle sue ore più felici, faceva di lei la vera regina dei fiori e del sole.

«È strano, papà carissimo,» continuò, «che la mia prima visita debba essere a un cimitero.»

In quel momento la loro attenzione fu attratta dal rumore dei cancelli distanti del cimitero che si aprivano, e poco dopo entrarono parecchie persone. Questo gruppo consisteva in alcune autorità della città e in alcuni facchini che trasportavano, su una lastra di verde antico, un magnifico vaso cinerario che stava per essere collocato nel Campo. In risposta alle sue domande, il signor Temple apprese che il vaso era stato recentemente scavato a Catania, e che era stato acquistato e donato al Campo dal Marchese di Montfort. Henrietta avrebbe voluto trascinare via suo padre, ma nonostante tutta la sua fretta non avevano ancora raggiunto i cancelli quando apparve Lord Montfort.

Il signor Temple trovò impossibile, sebbene Henrietta gli stringesse il braccio in segno di disapprovazione, non presentare Lord Montfort a sua figlia. Egli ammirò quindi l’urna di sua signoria, e poi il marchese chiese di poter avere il piacere di mostrarla egli stesso a loro. Si voltarono; Lord Montfort spiegò loro la sua rarità e fece notare la sua bellezza. La sua voce era dolce e bassa, il suo modo semplice ma piuttosto riservato. Mentre tributava a Henrietta quella deferenza che il suo sesso richiedeva, si rivolgeva principalmente al padre di lei. Lei non era infastidita nemmeno la metà di quanto avesse immaginato; concordava con il padre sul fatto che fosse un uomo molto tranquillo; era persino un po’ interessata dalla sua conversazione, che era raffinata ed elegante; ed era lieta che non sembrasse richiedere che lei recitasse alcuna parte nel discorso, ma che apparisse del tutto soddisfatto di essere l’amico di suo padre. Lord Montfort sembrava essere affezionato a suo padre e apprezzarlo. E questa era sempre una raccomandazione per Henrietta Temple.

L’urna cineraria diede luogo a una piccola controversia tra il signor Temple e il suo amico; e Lord Montfort espresse il desiderio che il signor Temple andasse un giorno a fargli visita presso la sua casa sul Lung’Arno, dove gli avrebbe mostrato alcuni esemplari che pensava potessero influenzare la sua opinione. «Oserei a malapena chiedervi di venire ora,» disse sua signoria, guardando Miss Temple; «eppure a Miss Temple potrebbe piacere riposare.»

Era evidente a Henrietta che suo padre sarebbe stato lieto di andare, e tuttavia stava per rifiutare per amor suo. Non poteva sopportare che egli fosse privato di tanto e così raffinato svago, e condannato a un mattino poco interessante in casa, solo per soddisfare il suo umore. Cercò di parlare, ma inizialmente non riuscì a dominare la voce; alla fine espresse il suo desiderio che il signor Temple approfittasse dell’invito. Lord Montfort si inchinò profondamente, il signor Temple sembrò gratificato, e tutti si voltarono insieme e lasciarono il cimitero.

Mentre camminavano verso la casa, la conversazione non languì. Lord Montfort espresse la sua ammirazione per Pisa. «Il silenzio e l’arte sono due grandi incanti,» disse sua signoria.

Alla fine arrivarono al suo palazzo. Un venerabile italiano li accolse. Attraversarono un vasto salone, nel quale vi erano statue, salirono una magnifica scala doppia e entrarono in una serie di saloni. Uno di essi era arredato con maggiore attenzione al comfort di quanto a un italiano importi, e qui si trovava il mobile con le urne e i vasi di cui il marchese aveva parlato.

«Questa è poco più di una caserma,» disse Lord Montfort; «ma posso trovare un divano per Miss Temple.» Così dicendo, sistemò con molta cura i cuscini del divano e, quando lei si sedette, le pose uno sgabello vicino. «Vorrei che mi permetteste un giorno di accogliervi a Roma,» disse il giovane marchese. «È lì che risiedo davvero.»

Lord Montfort e il signor Temple esaminarono il contenuto del mobile. Vi era un vaso che il signor Temple ammirò molto per l’eleganza della sua forma. Il suo ospite lo prese immediatamente e lo pose su un piccolo piedistallo vicino a Miss Temple. Eppure si rivolse a lei quasi per nulla, e Henrietta non provò nessuna di quelle fastidiose attenzioni dalle quali, nello stato attuale della sua salute e della sua mente, rifuggiva. Mentre il signor Temple era interessato al suo interesse, Lord Montfort si recò a un piccolo mobile di fronte e ne trasse un curioso cofanetto di gemme antiche. «Forse,» disse, posandolo vicino a Miss Temple, «il contenuto di questo cofanetto potrebbe divertirvi»; e si allontanò verso suo padre.

Nel corso di un’ora un servitore portò della frutta e del vino.

«L’uva proviene dalla mia villa,» disse Lord Montfort. «Mi sono permesso di ordinarla, perché ho sentito che i suoi effetti salutari sono stati meravigliosi. Inoltre, in questa stagione, persino in Italia è rara. Almeno non potete accusarmi di prescrivervi un rimedio sgradevole,» aggiunse con un leggero sorriso, mentre porgeva un piatto a Miss Temple. Lei si mosse per riceverlo. I suoi cuscini scivolarono da dietro di lei; Lord Montfort li dispose immediatamente con abilità e cura. Era così gentile che lei desiderò davvero ringraziarlo; ma prima che potesse proferire parola, egli stava di nuovo conversando con suo padre.

Alla fine il signor Temple indicò la sua intenzione di ritirarsi e parlò alla figlia.

«Questa è stata una grande fatica per te, Henrietta,» disse; «questa è stata davvero una giornata intensa.»

«Non sono stanca; e siamo stati molto lieti.» Fu il tono più fermo con cui avesse parlato da molto tempo. Vi era qualcosa nei suoi modi che richiamò alla mente del signor Temple la sua animazione svanita. L’affettuoso padre sembrò felice per un momento. La dolce musica di quelle semplici parole indugiò nel suo orecchio.

Si fece avanti e aiutò Henrietta ad alzarsi. Lei chiuse il cofanetto con cura e lo consegnò personalmente al suo premuroso ospite. Il signor Temple gli disse addio; Henrietta fece un inchino e quasi tese la mano. Lord Montfort li accompagnò fino al cancello; una carrozza era in attesa lì.

«Ah! abbiamo trattenuto la signoria vostra a casa,» disse il signor Temple.

«Mi sono preso la libertà di ordinare la carrozza per Miss Temple,» rispose lui. «Mi sento un po’ responsabile per la sua gentile fatica di oggi.»

CAPITOLO II.

*In cui Lord Montfort fa in modo che Miss Temple rimanga sola.*

«E come ti piace il mio amico, Henrietta?» disse il signor Temple, mentre tornavano a casa.

«Mi piace molto il tuo amico, papà. È calmo proprio come dicevi; è quasi l’unica persona che io abbia visto da quando ho lasciato l’Inghilterra che non abbia urtato i miei nervi. Mi sono sentita davvero dispiaciuta di aver impedito a entrambi così a lungo di coltivare la conoscenza reciproca. Non interferisce minimamente con me.»

«Vorrei averlo invitato a passare a trovarci di sera,» disse il signor Temple, in tono piuttosto interrogativo.

«Non oggi,» disse Henrietta. «Un altro giorno, papà carissimo.»

Il giorno seguente Lord Montfort inviò un biglietto al signor Temple, per informarsi sulla salute della figlia e per insistere sull’importanza che lei mangiasse la sua uva. Il suo servitore lasciò un cesto. Il resto del biglietto riguardava le urne cinerarie. Il signor Temple, mentre lo ringraziava, gli assicurò il piacere che avrebbe dato sia a sua figlia che a lui stesso vederlo la sera.

Questo fu il primo invito a casa sua che il signor Temple aveva osato rivolgergli, sebbene si conoscessero ormai da qualche tempo.

La sera Lord Montfort apparve. Henrietta era distesa sul suo divano e suo padre non voleva lasciarla alzare. Lord Montfort aveva portato al signor Temple alcuni giornali inglesi, che aveva ricevuto da Livorno. I gentiluomini conversarono un po’ di politica estera e discussero il carattere di diversi tra i più celebri ministri stranieri. Lord Montfort raccontò la sua visita al Principe Esterhazy. Henrietta era divertita. La politica e la società tedesche condussero alla letteratura tedesca. Lord Montfort, su questo argomento, sembrò completamente informato. Henrietta non poté trattenersi dal partecipare a una conversazione per la quale era pienamente qualificata. Le capitò di deplorare la sua mancanza di libri. Lord Montfort possedeva una biblioteca; ma si trovava a Roma: non importava; sembrava che non ritenesse nulla il mandare a Roma. Prese nota molto tranquillamente di alcuni libri che Henrietta espresse il desiderio di vedere, e pregò il signor Temple di inviare il promemoria al suo servitore.

«Ma sicuramente domani andrà bene,» disse il signor Temple. «Roma è troppo lontana per inviarvi questa sera.»

«Questa è una ragione in più per una partenza immediata,» disse sua signoria con calma.

Il signor Temple chiamò un servitore.

«Inviate questo biglietto a casa mia,» disse il marchese. «Il mio corriere ci porterà i libri in quattro giorni,» aggiunse, rivolgendosi a Miss Temple. «Mi dispiace che dobbiate attendere, ma a Pisa non ho davvero nulla.»

Da quel giorno Lord Montfort trascorse ogni sera a casa del signor Temple. Il suo arrivo non disturbava mai Miss Temple; lei rimaneva sul divano. Se lei gli parlava, lui era sempre pronto a conversare con lei, eppure non si imponeva mai. Sembrava perfettamente soddisfatto della compagnia di suo padre. Eppure, con tutta questa calma e riservatezza, non vi era aria di affettata indifferenza, nessuna intollerabile noncuranza; era sempre attento, sempre premuroso, spesso gentile. Per quanto apparentemente impegnato con suo padre, sembrava che la sua vigilanza anticipasse ogni suo desiderio. Se lei si muoveva, lui era al suo fianco; se lei necessitava di qualcosa, sembrerebbe che lui leggesse nei suoi pensieri, poiché veniva sempre offerto. Lei trovava il suo divano sistemato come per magia. E se uno scialle mancava per un istante, Lord Montfort sapeva sempre dove era stato riposto. Nel frattempo, ogni mattina portava qualcosa per il divertimento del signor Temple e di sua figlia; libri, stampe, disegni, giornali, riviste di tutti i paesi e caricature da Parigi e Londra, venivano mescolati con incisioni del Campo Santo, caro a Henrietta.

Una sera il signor Temple e il suo ospite stavano parlando di un celebre Professore dell’Università. Lord Montfort descrisse le sue straordinarie acquisizioni, le sue scoperte e la sua rara semplicità. Era uno di quei geni eccentrici che si trovano a volte in città decadute con antiche istituzioni di apprendimento. Henrietta era interessata alla sua descrizione. Quasi senza riflettere, espresse il desiderio di vederlo.

«Verrà domani,» disse Lord Montfort, «se vi fa piacere.» «Credetemi,» aggiunse, in un tono di grande gentilezza, «che se poteste convincervi a coltivare un po’ la società italiana, vi ripagherebbe.»

Il professore fu portato. Miss Temple fu molto intrattenuta. Dopo pochi giorni egli tornò, e presentò un amico non meno distinto. La società era così facile che persino Henrietta non la trovò un peso. Lei rimaneva sul suo divano; i gentiluomini bevevano il caffè e conversavano. Una mattina Lord Montfort l’aveva convinta a visitare lo studio di un celebre scultore. L’artista era pieno di entusiasmo per il suo lavoro e mostrò loro con orgoglio la sua grande opera, una Diana che avrebbe potuto far invidiare Endimione. Lo scultore dichiarò che si trattava della perfetta somiglianza di Miss Temple e si appellò al padre di lei. Il signor Temple non poté negare lo straordinario ritratto. Miss Temple sorrise; sembrava quasi di nuovo lei stessa; persino il riservato Lord Montfort era in estasi.

«Oh! è molto somigliante,» disse sua signoria. «Sì! ora è esattamente somigliante. Miss Temple non sorride spesso; ma ora si crederebbe che lei sia stata davvero il modello.»

Stavano salutando lo scultore.

«Vi piace?» sussurrò Lord Montfort a Miss Temple.

«Estremamente; è pieno di idee.»

«Devo chiedergli di venire da voi questa sera?»

«Sì, fallo!»

E così accadde che, col tempo, Henrietta si ritrovò al centro di una piccola cerchia di uomini eminenti e colti. La sua salute migliorò man mano che rimuginava meno sui suoi dolori. Le dava gratificazione testimoniare il piacere di suo padre. Non stava sempre sul divano, ora. Lord Montfort le aveva inviato una sedia inglese, che si adattava deliziosamente a lei.

Iniziarono persino a fare gite in campagna con lui, un’ora circa prima del tramonto. La campagna attorno a Pisa è ricca oltre che pittoresca; e il loro compagno riusciva sempre a fare in modo che ci fosse uno scopo nelle loro brevi escursioni. Parlava, inoltre, il dialetto del paese; e fecero, sotto i suoi auspici, una visita a un fattore toscano. Tutto ciò era gradevole; persino Henrietta fu persuasa che fosse meglio che stare in casa. La varietà di oggetti piacevoli distoglieva la sua mente suo malgrado. Aveva ancora qualche dovere da compiere in questo mondo. C’era suo padre: suo padre che le era stato così devoto, che non le aveva mai rivolto un singolo rimprovero per tutte le sue colpe e follie, e che, nell’ora della sua tribolazione, si era aggrappato a lei con tale fedeltà. Non era forse una fonte di soddisfazione vederlo di nuovo relativamente felice? Quanto egoismo da parte sua rovinare questo godimento aggraziato e innocente! Si sforzò di contribuire al divertimento di suo padre e del suo gentile amico, oltre che di condividerlo. Il colore tornò un po’ sulle sue guance; a volte scoppiava per un momento in qualcosa di simile alla sua vecchia gaiezza; e sebbene queste ebollizioni fossero spesso seguite da una cupezza e un umore contro cui trovava vano combattere, ancora, nel complesso, il cambiamento in meglio era deciso, e il signor Temple sperava ancora che col tempo la sua vista potesse essere di nuovo benedetta e la sua vita illuminata dalla propria brillante Henrietta.

CAPITOLO III.

*In cui il signor Temple e sua figlia, con il loro nuovo amico, fanno un’escursione inaspettata.*

Una deliziosa mattina, notevole persino nel sud, Lord Montfort passò a prenderli con la sua carrozza e propose una piccola escursione. Il signor Temple guardò la figlia e fu incantato dal fatto che Henrietta acconsentisse. Si alzò dal suo posto, infatti, con una vivacità inusuale, e i tre amici ebbero presto lasciato la città ed entrarono nei suoi gradevoli dintorni.

«È stato saggio trascorrere l’inverno in Italia,» disse Lord Montfort, «ma per vedere la Toscana in perfezione sceglierei l’autunno. Non conosco nulla di più pittoresco dei carri carichi d’uva e trainati da buoi bianchi come il latte.»

Guidarono gaiamente lungo il piede di colline verdi, coronate di tanto in tanto da un convento o da un bellissimo pino marittimo. Il paesaggio attirò l’ammirazione di Miss Temple. Una villa palladiana sorgeva dal seno di una dolce elevazione, coronata da questi alberi pittoreschi. Una larga terrazza di marmo si estendeva davanti alla villa, sulla quale erano disposti alberi di arancio. Da entrambi i lati si stendeva un oliveto. Il cielo era senza una nuvola e profondamente azzurro; raggi luminosi del sole illuminavano l’edificio. La strada si era snodata così curiosamente in questo ultimo ramo degli Appennini, che il gruppo si ritrovò in un circo di colline, vestite di castagni spagnoli e ulivi, dalle quali apparentemente non vi era uscita. Una brezza dolce, che era evidente fosse passata sopra i fiori selvatici delle montagne, rinfrescò e incantò i loro sensi.

«Potreste credere che fossimo a sole due ore di carrozza da una città?» disse Lord Montfort.

«Davvero,» disse Henrietta, «se vi è pace in questo mondo, verrebbe da pensare che l’abitante di quella bellissima villa la goda.»

«Ha poco che possa disturbarlo,» disse Lord Montfort: «grazie al suo destino e al suo temperamento.»

«Credo che noi creiamo le nostre miserie,» disse Henrietta, con un sospiro. «Dopo tutto, la natura ci offre sempre consolazione. Ma chi vive qui?»

«Mi intrufolo talvolta in questo luogo,» rispose sua signoria.

«Oh! questa, dunque, è la vostra villa? Ah! ci avete sorpresi!»

«Volevo solo divertirvi.»

«Siete molto gentile, Lord Montfort,» disse Mr. Temple; «e vi dobbiamo molto.»

Si fermarono, salirono sulla terrazza, entrarono nella villa. Solo poche stanze erano arredate, ma il loro aspetto indicava il gusto e le inclinazioni del proprietario. Busti e libri erano sparsi ovunque; un tavolo era coperto di strumenti artistici; e l’appartamento principale dava su un giardino all'inglese.

«Questo è uno dei miei gusti nativi,» disse Lord Montfort, «che penso non mi abbandonerà mai.»

Il ricordo di Henrietta corse ai fiori di Ducie e di Armine. Tra tanta dolcezza e tanto sole, appariva triste. Si allontanò dai suoi compagni; si sedette sulla terrazza; i suoi occhi erano velati di lacrime. Lord Montfort prese il braccio di Mr. Temple e lo condusse via, verso un busto di Germanico.

«Lasciate che lo mostri a Henrietta,» disse Mr. Temple; «devo andare a prenderla.»

Lord Montfort posò gentilmente la mano sul suo compagno. L'emozione di Henrietta non era sfuggita al suo occhio attento.

«Miss Temple ha fatto un grande sforzo,» disse. «Non credetemi pedante, ma sono un po' medico. Ho notato da tempo che, sebbene Miss Temple debba essere intrattenuta, deve talvolta essere lasciata sola.»

Mr. Temple guardò il suo compagno, ma il volto di Lord Montfort era imperscrutabile. Il suo signore gli offrì una medaglia e poi aprì un portafoglio di Marcantonio Raimondi.

«Queste sono molto rare,» disse Lord Montfort; «le porto con me in campagna, perché davvero a Roma non c'è tempo per studiarle. A proposito, ho un piano,» continuò sua signoria, con tono alquanto esitante; «vorrei potervi indurre, voi e Miss Temple, a farmi visita a Roma.»

Mr. Temple si strinse nelle spalle e sospirò.

«Sono certo che un soggiorno a Roma gioverebbe a Miss Temple,» disse il suo signore, con una voce un po' meno calma del solito. «C'è molto da vedere, e farei in modo che lei lo vedesse in un modo che non la affatichi. È anche il clima più delizioso, in questo periodo. Oggi qui splende il sole, ma l'aria di queste colline, in questa stagione, è talvolta traditrice. Una vita calma, con una varietà di oggetti, è ciò di cui ha bisogno. Pisa è calma, ma per lei è troppo noiosa. Credetemi, c'è qualcosa nella raffinatezza e nell'interesse mescolati di Roma che troverebbe estremamente benefico. Non vedrebbe nessuno se non noi; la società sarà ai suoi ordini, se lo desidera.»

«Mio caro lord,» disse Mr. Temple, «vi ringrazio dal profondo del cuore per tutta la vostra premurosa comprensione; ma non posso illudermi che Henrietta possa avvalersi della vostra offerta, davvero amichevole. Mia figlia è molto malata. Lei...»

Ma qui Miss Temple li raggiunse.

«Abbiamo qui il resto di un delicato tempio,» disse Lord Montfort, dirigendo il suo sguardo verso un'altra finestra. «Lo vedete bene ora; le colonne scintillano al sole. Lì, forse, veniva venerata qualche ninfa dei boschi, o qualche dio fluviale.»

La prima rovina classica che avesse mai contemplato attirò l'attenzione di Miss Temple. Non era lontano, e lei acconsentì alla proposta di Lord Montfort di visitarlo. Quella piccola passeggiata fu deliziosa. La novità e la bellezza dell'oggetto la interessarono molto. Fu incantevole anche vederlo sotto l'egida di una guida così ricca di informazioni e di sentimento.

«Ah!» disse Lord Montfort, «se potessi essere io il vostro cicerone a Roma!»

«Che ne dici, Henrietta?» disse Mr. Temple, con un sorriso. «Andiamo a Roma?»

La proposta non allarmò Miss Temple quanto suo padre aveva previsto. Lord Montfort insistette con delicatezza; accennò ad alcuni espedienti grazie ai quali il viaggio avrebbe potuto essere reso non molto faticoso. Ma poiché lei non rispose, sua signoria non forzò l'argomento; abbastanza compiaciuto, forse, del fatto che lei non l'avesse accolta con un rifiuto immediato e categorico.

Quando tornarono alla villa, trovarono una colazione preparata per loro degna di una dimora così elegante. In qualità di ospite, Lord Montfort si discostò un poco da quel contegno placido e persino trattenuto che generalmente lo caratterizzava. Il suo modo di fare era gaio e disinvolto; e versò un calice di Montepulciano presentandolo a Miss Temple.

«Dovete versare una libagione,» disse, «alla ninfa del tempio.»

CAPITOLO IV.

Che dimostra come sia sempre il primo passo il più difficile.

Circa una settimana dopo questa visita alla villa, Mr. Temple e sua figlia furono assolutamente indotti ad accompagnare Lord Montfort a Roma. È impossibile rendere giustizia alla tenera sollecitudine con cui egli fece tutti i preparativi per il viaggio. Ovunque sostassero, trovavano preparativi per la loro accoglienza; e tutto era stato concertato così mirabilmente che Miss Temple si ritrovò alla fine nella Città Eterna con una fatica quasi pari a quella con cui aveva raggiunto la villa toscana.

Il palazzo di Lord Montfort si trovava nel quartiere più distinto della città, situato nel mezzo di vasti giardini pieni di muri di alloro, archi di leccio e fontane di leoni. Arrivarono al crepuscolo, e l'ora ombreggiata donava spazio ulteriore alle enormi sale e gallerie. Eppure, nella suite di stanze destinate a Mr. Temple e a sua figlia, ogni fonte di conforto sembrava essere stata raccolta. I pavimenti di marmo erano coperti di stuoie e tappeti indiani, le finestre erano ben protette dall'aria che avrebbe potuto rivelarsi fatale per un'invalida, mentre ogni tipo di sedia, divano e sofà corteggiava la forma languida o capricciosa di Miss Temple, che fu persino favorita da una stufa inglese e protetta da un paravento indiano. Gli appartamenti erano forniti di ogni libro che si potesse supporre avrebbe potuto divertirla; c'erano chitarre della città e di Firenze, e persino un pianoforte inglese; una biblioteca con la musica più scelta; e tutto il materiale per l'arte. L'aria di eleganza e di allegro comfort che permeava quegli appartamenti, così insolita in questa terra, il fuoco acceso, persino le piacevoli candele di cera, tutto si combinava per privare il momento di quella sensazione di tristezza ed esaurimento che accompagna l'arrivo in un luogo estraneo a tarda ora, e Henrietta si guardò intorno, e quasi si illuse di essere di nuovo a Ducie. Lord Montfort presentò i suoi compagni di viaggio ai loro appartamenti, presentò loro il servitore che avrebbe assunto la gestione della loro piccola casa, e poi, ricordando loro le reciproche promesse che dovevano essere interamente padroni di se stessi e non preoccuparsi di lui più di quanto farebbero se fossero a Pisa, strinse la mano a entrambi e augurò loro la buonanotte.

Bisogna confessare che la conoscenza di Lord Montfort aveva offerto consolazione a Henrietta Temple. Era impossibile essere insensibili alla simpatia e alla sollecitudine di qualcuno così dotato e così amabile. Né si dovrebbe negare che questo omaggio, da parte di qualcuno del suo rango distinto, fosse privo di fascino. Trovarci, quando ingannati e abbandonati, inaspettatamente oggetto di riguardo e considerazione, porta balsamo a quasi tutti i cuori; ma attrarre in tale situazione l'amicizia di un individuo il cui rispetto, in qualsiasi circostanza, deve essere lusinghiero, ed essere ammirati da chi tutti ammirano, sono accidenti della fortuna che pochi oserebbero disprezzare. E Henrietta aveva ormai poche opportunità di rimuginare sul passato; un flusso di oggetti belli e sublimi passava incessantemente davanti alla sua visione. Il suo gusto vivace e raffinato, e la sua mente altamente colta, non potevano fare a meno di rispondere a questi gloriosi spettacoli. Vedeva davanti a sé tutto ciò di cui aveva letto a lungo, tutto ciò su cui aveva lungamente meditato. La sua mente diventava ogni giorno più serena e armoniosa mentre contemplava queste creazioni ideali e si soffermava sulla loro bellissima quiete. Anche il suo compagno esercitava ogni arte per evitare che questi divertimenti degenerassero in spedizioni faticose. Il Vaticano era aperto a Lord Montfort quando non lo era per nessun altro. Brevi visite, ma numerose, era il suo sistema. A volte entravano solo per vedere una statua o un quadro di cui avevano letto o discusso la sera precedente; e poi si riparavano in qualche studio moderno, dove il loro ingresso faceva sempre scintillare gli occhi dello scultore. A cena c'era sempre qualche ospite distinto che Henrietta desiderava vedere; e poiché comprendeva perfettamente la lingua e la parlava con fluidità e grazia, era tentata di entrare in conversazioni dove tutti sembravano deliziati dal suo modo di fare. A volte, in verità, Henrietta correva nella sua stanza a sospirare, ma improvvisamente il palazzo risuonava di note della più fine armonia, o la voce umana, con la sua abilità più felice, giungeva a lei dalle gallerie distanti. Sebbene Lord Montfort non fosse lui stesso un musicista, e la sua voce non potesse sprigionare quei suoni fatali che avevano rapito la sua anima dalle labbra di Ferdinand Armine, egli conosceva bene la magia della musica; e mentre odiava un concerto formale, gli esecutori più eminenti erano spesso a portata di mano nel suo palazzo, per contribuire nel momento opportuno alla delizia dei suoi ospiti. Chi potrebbe resistere alla dolce influenza di una vita così elegante e serena, o rifiutarsi di abbandonare lo spirito alla sua gentile eccitazione e alla sua lieve distrazione? Il colore tornò sulle guance di Henrietta e il lustro nei suoi occhi languidi: la sua forma riacquistò la sua aria di salute; il sole del suo sorriso scoppiò ancora una volta.

Sarebbe stato impossibile per una persona indifferente non percepire che Lord Montfort assisteva a questi cambiamenti con sentimenti di non lieve emozione. Forse era orgoglioso della sua abilità di medico, ma certamente osservava l'apparente convalescenza della figlia del suo amico con zelo. Eppure la stessa Henrietta non si rendeva conto che il comportamento di Lord Montfort nei suoi confronti differisse in alcun modo da quello che aveva a Pisa. Non era mai stata sola con lui in vita sua; certamente parlava di più con lui di quanto facesse di solito, ma allora, parlava di più con tutti; e Lord Montfort certamente sembrava non pensare ad altro che al suo piacere, alla sua comodità e al suo benessere; ma faceva e diceva tutto così silenziosamente che tutta questa gentilezza e sollecitudine apparivano come l'impulso abituale della sua natura generosa. Era certamente più intimo, molto più intimo che durante la prima settimana della loro conoscenza, ma a malapena più gentile; poiché ricordava che lui aveva sistemato il suo divano il primissimo giorno in cui si erano incontrati, sebbene non fosse rimasto nemmeno per ricevere i suoi ringraziamenti.

Un giorno sorse una discussione sulla società italiana tra Mr. Temple e il suo ospite. Sua signoria era un grande ammiratore del carattere domestico e della vita privata degli italiani. Sosteneva che non esistesse popolo che adempisse più completamente ai doveri sociali di questa nazione tanto scandalizzata, riguardo alla quale vengono nutrite tante sciocche prevenzioni dagli inglesi, i cui compatrioti viaggiatori, tra l'altro, raramente entrano in una società diversa da quel circolo corrotto che deve esistere in tutte le capitali.

«Non avete idea,» disse, rivolgendosi a Henrietta, «di quali persone amabili e colte siano gli italiani dell'ordine migliore. Vorrei che mi lasciaste illuminare questa casa buia una notte, e darvi una festa italiana.»

«Mi piacerebbe molto,» disse Mr. Temple.

Ogni volta che Henrietta non negava, Lord Montfort implicava sempre il suo assenso, e fu deciso che la festa italiana si sarebbe tenuta.

Tutte le migliori famiglie di Roma erano presenti, e nemmeno una persona inglese. Ce n'erano alcune, forse, che Lord Montfort avrebbe voluto invitare, ma Miss Temple aveva espresso per caso il desiderio che nessun inglese fosse presente, e lui agì istantaneamente secondo il suo suggerimento.

Il palazzo era magnificamente illuminato. Henrietta non aveva visto quasi mai prima i suoi splendidi tesori d'arte. Lord Montfort, in risposta alla sua curiosità, li aveva sempre sminuiti scherzosamente, dicendo che dovevano essere lasciati per i giorni di pioggia. I quadri più splendidi e lunghe file di statue aggraziate o solenni le vennero rivelate improvvisamente; furono aperte stanze e gallerie che non erano mai state osservate prima; da ogni parte scrigni di vasi, gruppi di busti imperiali, rari bronzi e vivide masse di pavimenti a mosaico. Sopra tutti questi oggetti scelti e belli era diffusa una luce chiara ma soffusa, e Henrietta non ricordava uno spettacolo più completo ed efficace.

Queste stanze e gallerie furono presto piene di ospiti, e Henrietta non poté essere insensibile alla graziosa e coinvolgente dignità con cui Lord Montfort riceveva il mondo della moda romana. Quel vincolo che all'inizio aveva attribuito a riservatezza, ma che ultimamente aveva attribuito alla modestia, ora lo abbandonò completamente. Franco, ma sempre dignitoso, sorridente, pronto, e sempre felice, sembrava che avesse una parola piacevole per ogni orecchio e un sorriso particolare per ogni volto. Stava a una certa distanza, appoggiata al braccio del padre, e lo osservava. Improvvisamente si voltò e si guardò intorno. Erano loro che voleva intercettare. Si avvicinò a Henrietta e disse: «Desidero presentarvi alla Principessa... È una vecchia signora, ma di prima distinzione qui. Non chiederei questo favore a voi se non pensassi che vi farebbe piacere.»

Henrietta non poté rifiutare la sua richiesta. Lord Montfort presentò lei e suo padre alla principessa, la persona più gradevole e importante di Roma; e avendo ora provveduto al loro immediato divertimento, ebbe tempo di occuparsi dei suoi ospiti in generale. Un concerto ammirevole ora, in qualche misura, placò la conversazione generale. Le voci delle donne più belle di Roma riecheggiavano in quegli appartamenti. Quando la musica cessò, gli ospiti vagarono per le gallerie, e alla fine i saloni principali furono pieni di ballerini. Lord Montfort si avvicinò a Miss Temple. «C'è una stanza nel palazzo che non avete mai visitato,» disse, «la mia tribuna; è aperta stasera per la prima volta.»

Henrietta accettò il suo braccio offerto. «E come vi piace la principessa?» disse, mentre camminavano. «È piacevole vivere in un paese dove i vostri ospiti si divertono.»

Alla fine della galleria principale, Henrietta percepì una porta aperta che li ammise in una piccola camera ottagonale, di architettura ionica. Le pareti non erano appese con quadri, e un'opera d'arte sola sollecitava la loro attenzione. Elevata su un piedistallo di porfido, circondata da una ringhiera di frecce di bronzo della lavorazione più leggera, era quella statua di Diana che avevano tanto ammirato a Pisa. La guancia, attraverso un antico processo, il cui segreto è stato recentemente recuperato a Roma, era tinta con un delicato bagliore.

«Approvate?» disse Lord Montfort all'ammirata Henrietta. «Ah, carissima Miss Temple,» continuò, «è la mia felicità che la rosa sia tornata anche su una guancia più bella di questa.»

CAPITOLO V.

Che contiene alcune spiegazioni piuttosto dolorose.

Il lettore non sarà forse molto sorpreso che il Marchese di Montfort divenne presto il dichiarato ammiratore di Miss Temple. Fece l'importante dichiarazione secondo una moda molto diversa dall'infelice Ferdinand Armine: la fece al padre della signora. Persuaso da tempo che la malattia di Miss Temple avesse la sua origine nella mente, e credendo che in tal caso l'indisposizione della giovane signora fosse probabilmente sorta, per una causa o per l'altra, dalla delusione dei suoi affetti, Lord Montfort decise di risparmiarle, impreparata, il dolore di un appello personale. La bellezza, il talento, la disposizione coinvolgente e la languida malinconia di Miss Temple avevano eccitato la sua ammirazione e pietà, e avevano finalmente conquistato un cuore capace di affetti profondi, ma dotato di grande autocontrollo. Non nascose a Mr. Temple la convinzione che lo spingeva al corso che aveva ritenuto opportuno perseguire, e questa condotta delicata sollevò Mr. Temple grandemente dall'inevitabile imbarazzo della sua posizione. Mr. Temple si accontentò di comunicare a Lord Montfort che sua figlia aveva effettivamente stretto un impegno con qualcuno che non era degno dei suoi affetti, e che nel momento in cui suo padre si era convinto del carattere dell'individuo, aveva lasciato l'Inghilterra con sua figlia. Espresse la sua incondizionata approvazione per l'offerta di Lord Montfort, a cui era infatti sinceramente legato, e che gratificava tutti quei sentimenti mondani dai quali Mr. Temple non era naturalmente esente. In tale alleanza Mr. Temple riconosceva l'unico modo in cui si poteva assicurare la completa guarigione di sua figlia. Lord Montfort offriva di per sé tutto ciò che sembrerebbe che la fantasia ragionevole di una donna potesse desiderare. Era giovane, bello, amabile, colto, sincero e straordinariamente intelligente; mentre, allo stesso tempo, come Mr. Temple sapeva bene, la sua grande posizione avrebbe assicurato quella ragionevole gratificazione della vanità dalla quale nessuno è libero, che è una fonte fertile di felicità, e che, in ogni momento, avrebbe placato qualsiasi ricordo amaro che potesse occasionalmente sorgere a oscurare il passato di sua figlia.

Fu Mr. Temple che, esercitando tutte le arti della sua professione abbandonata, ora indulgendo in insinuazioni e ora in panegirici, trasmettendo a sua figlia, con abilità ammirevole, quanto l'intima conoscenza con Lord Montfort contribuisse alla sua felicità, alimentando gradualmente il sentimento di gratitudine verso un amico così gentile, che era già stato eccitato nel cuore di sua figlia, in uno di zelante riguardo, e cogliendo finalmente la sua opportunità con felice pratica, fu Mr. Temple che aveva alla fine osato comunicare a sua figlia l'offerta che gli era stata confidata.

Henrietta scosse la testa.

«Ho troppo riguardo per Lord Montfort per acconsentire ai suoi desideri,» disse Miss Temple. «Egli merita qualcosa di meglio di uno spirito ferito, se non di un cuore infranto.»

«Ma, mia carissima Henrietta, prendete davvero una visione sbagliata, impraticabile delle cose. Lord Montfort deve essere il miglior giudice di ciò che contribuirà alla sua felicità.»

«Lord Montfort sta agendo sotto un'illusione,» rispose Miss Temple. «Se sapesse tutto ciò che è accaduto, si ritrarrebbe dal mescolare la sua vita con la mia.»

«Lord Montfort sa tutto,» disse il padre, «cioè, tutto ciò che dovrebbe sapere.»

«Davvero!» disse Miss Temple. «Mi stupisce che non mi guardi con disprezzo; per lo meno, con pietà.»

«Egli vi ama, Henrietta,» disse suo padre.

«Ah! amore, amore, amore! Non nominate l'amore a me. No, Lord Montfort non può amarmi. Non è amore quello che prova.»

«Avete conquistato il suo cuore, e vi offre la sua mano. Non sono queste prove d'amore?»

«Generoso, buon giovane!» esclamò Henrietta; «lo rispetto, lo ammiro; avrei potuto amarlo. Ma è troppo tardi.»

«Mia amata figlia, oh! non dite così! Per amor mio, non dite così,» esclamò Mr. Temple. «Non ho desideri, non ho avuto desideri, figlia mia, se non per la vostra felicità. Appoggiatevi a vostro padre, ascoltatelo, fatevi guidare dai suoi consigli. Lord Montfort possiede ogni qualità che può contribuire alla felicità di una donna. Un uomo così raramente dotato non l'ho mai incontrato. Non c'è donna al mondo, per quanto elevato il suo rango, per quanto ammirabile la sua bellezza, per quanto dotata la sua essenza, che non potrebbe sentirsi felice e onorata dell'omaggio di un tale uomo. Credetemi, mia carissima figlia, che questa è un'unione che deve portare alla felicità. In verità, se dovesse accadere, potrei morire contento. Non avrei più affanni, più speranze. Tutto sarebbe accaduto allora che il genitore più ottimista, persino con una figlia come voi, potrebbe desiderare o immaginare. Saremmo così felici! Per amor suo, per amor mio, per amor di tutti noi, carissima Henrietta, esaudite il suo desiderio. Credetemi, credetemi, egli è davvero degno di voi.»

«Io non sono degna di lui,» disse Henrietta, con voce malinconica.

«Ah, Henrietta, chi è come voi!» esclamò il padre affettuoso ed eccitato.

In quel momento un servitore annunciò che Lord Montfort, con il loro permesso, li avrebbe attesi. Henrietta sembrava immersa nei pensieri. Improvvisamente disse: «Non posso riposare finché questo non sarà risolto. Papà, lasciatemi con lui pochi istanti sola.» Mr. Temple si ritirò.

Un leggero rossore salì alla guancia del suo visitatore quando percepì che Miss Temple era sola. Si sedette al suo fianco, ma era insolitamente teso.

«Mio caro Lord Montfort,» disse Miss Temple con calma, «devo parlarvi di un argomento doloroso, ma ho sofferto così tanto che non mi sottrarrò a questo compito. Papà mi ha informato questa mattina che avete voluto farmi il più grande complimento che un uomo possa fare a una donna. Desidero ringraziarvi per questo. Desidero riconoscerlo nei termini più forti e calorosi di cui disponga. Sono consapevole dell'onore, dell'alto onore che avete voluto concedermi. È davvero un onore di cui ogni donna potrebbe andare fiera. Mi avete offerto un cuore di cui conosco il valore. Nessuno può apprezzare il pregio del vostro carattere meglio di me. Rendo giustizia, piena giustizia, alle vostre virtù, ai vostri talenti, alle vostre straordinarie capacità e alla vostra anima generosa. Eccetto mio padre, non vi è nessuno che occupi un posto così alto nel mio affetto quanto voi. Siete stato il mio amico gentile e leale; e una gentile e leale amicizia, fedele e sincera, vi ricambio. Più che amici non potremo mai essere, perché non ho un cuore da offrire.»

«Ah, carissima Miss Temple,» disse Lord Montfort, agitato, «non chiedo altro che quell'amicizia; ma lasciate che la goda nella vostra costante compagnia; lasciate che il mondo riconosca il mio diritto di essere il vostro consolatore.»

«Meritate un destino migliore e più luminoso. Non sarei vostra amica se potessi stringere un tale impegno.»

«L'unico scopo della mia vita è rendervi felice,» disse Lord Montfort.

«Sono certa che dovrei essere felice con un amico simile,» disse Henrietta Temple, «e sono felice. Quanto è diverso il mondo per me da ciò che era prima che vi conoscessi! Ah, perché volete turbare questa vita di consolazione? Perché volete richiamarmi a ricordi che vorrei tanto bandire? Perché...»

«Carissima Miss Temple,» disse Lord Montfort, «non rimproveratemi! Mi rendete infelice. Ricordate, cara signora, che non ho cercato io questa conversazione; che se sono stato presuntuoso nei miei progetti e nelle mie speranze, ho almeno preso precauzioni affinché io fossi l'unico a soffrire per il loro mancato compimento.»

«Il migliore e più generoso degli uomini! Non vorrei per nulla al mondo esservi sgarbata. Perdonate le mie parole confuse. Ma sapete tutto? Papà vi ha detto tutto? È mio desiderio.»

«Non è il mio,» rispose Lord Montfort; «non desidero penetrare nei vostri dolori, ma solo lenirli.»

«Oh, se solo ci fossimo incontrati prima,» disse Henrietta Temple; «se solo ci fossimo conosciuti un anno fa! Quando ero, non degna di voi, ma più degna di voi. Ma ora, con la salute infranta, la leggerezza del mio spirito svanita, la freschezza dei miei sentimenti perduta, no, mio gentile amico, mio caro e premuroso amico! Il mio affetto per voi è troppo sincero per acconsentire alla vostra richiesta; e tra un anno Lord Montfort mi ringrazierà per il mio rifiuto.»

«Ardisco a malapena a parlare,» disse Lord Montfort, con tono sommesso, come se stesse reprimendo la sua emozione, «se dovessi esprimere i miei sentimenti, potrei agitarvi. Non oserò dunque rispondere a ciò che avete sostenuto; dirvi che vi considero la creatura più bella e affascinante che abbia mai respirato; o quanto io adori il vostro spirito pensieroso, e possa sedere per ore intere a contemplare il linguaggio di quegli occhi scuri. O Miss Temple, per me non avreste mai potuto essere più bella, più incantevole. Ahimè! Non posso nemmeno sussurrare il mio amore; sono sfortunato. Eppure, dolce signora, perdonate questa agitazione che vi ho causato; provate ad amarmi ancora; sopportate almeno la mia presenza; e lasciate che continui a coltivare quell'intimità che ha gettato sulla mia esistenza un fascino così inesprimibile.» Così dicendo, osò prenderle la mano e la premette con devozione sulle labbra.

CAPITOLO VI.

*Che contiene un evento non meno importante di quello che concluse il nostro secondo libro.*

LORD MONTFORT non fu affatto scoraggiato da questo colloquio con Miss Temple. Il suo signore era un devoto credente nell'influenza del tempo. Era innaturale supporre che una persona così giovane e dotata come Henrietta potesse infine sostenere che la sua carriera fosse terminata perché i suoi affetti erano stati delusi da un'intimità che era, per sua stessa ammissione, di origine così recente come quella fatale in questione. Lord Montfort differiva dalla maggior parte degli uomini sotto questo aspetto: la consapevolezza di tale intimità non gli costava nemmeno un rimorso. Preferiva, in effetti, conquistare il cuore di una donna come Miss Temple, la quale, senza aver minimamente perduto l'innata purezza della sua natura e la nativa freschezza dei suoi sentimenti, aveva tuttavia imparato in qualche misura a penetrare il mistero delle passioni, piuttosto che una persona così ignara dei modi del mondo, che avrebbe potuto offrirgli un cuore meno esperto, sì, ma non più innocente. Era convinto che l'affetto di Henrietta, una volta ottenuto, sarebbe stato saldo, e che il passato doloroso l'avrebbe solo portata ad apprezzare più finemente la sua nobile devozione, e tra tutti i personaggi abbaglianti e gli spettacoli seducenti del mondo, a stringersi a lui con una gratitudine più ferma e un affetto più fedele. Eppure Lord Montfort era un uomo di profonde emozioni e di gusto molto raffinato. Era un uomo di temperamento tanto romantico quanto Ferdinand Armine; ma per Lord Montfort la vita era il romanticismo della ragione; per Ferdinand, il romanticismo dell'immaginazione. Il primo era vivamente consapevole di tutte le imperfezioni della nostra natura, ma riconosceva anche a tale natura tutte le sue eccellenze. Osservava finemente, calcolava accuratamente, e il suo risultato era generalmente la felicità. Ferdinand, al contrario, non osservava né calcolava. La sua immaginazione creava fantasie, e le sue passioni impetuose lottavano per realizzarle.

Sebbene Lord Montfort si astenesse accuratamente dal perseguire l'argomento che nondimeno occupava i suoi pensieri, aveva un alleato vigile e abile in Mr. Temple. Quel gentiluomo non perdeva occasione per perorare la causa di sua signoria, mentre sembrava solo sostenere la propria; e questo era il modo più abile per controllare il giudizio di sua figlia.

Henrietta Temple, la più affettuosa e devota delle figlie, lasciata a riflettere, si chiedeva talvolta se fosse giustificata, da quello che cercava di credere fosse un semplice sentimento morboso, nel non realizzare la felicità di quel genitore che l'amava così tanto? Non vi era stata alcuna dissimulazione riguardo alla sua situazione o ai suoi sentimenti. Non vi era stato alcun inganno riguardo al passato. Lord Montfort sapeva tutto. Lei gli aveva detto di poter donare solo uno spirito infranto. Lord Montfort aspirava solo a consolarlo. Era giovane. Non era probabile che la morte, per la quale un tempo aveva sospirato, le sarebbe stata concessa. Doveva condurre sempre questa vita? Suo padre doveva trascorrere la carriera ancora lunga che probabilmente lo attendeva prestandosi ai noiosi capricci di un'invalida petulante? Questo era un triste ritorno per tutta la sua bontà: una cupa catastrofe per tutte le sue luminose speranze. E se avesse mai potuto acconsentire a unire la sua vita a quella di un altro, quale individuo avrebbe potuto offrire pretese tali da garantirle la tranquillità, o persino la felicità, pari a quelle offerte da Lord Montfort? Ah! Chi era pari a lui? Così amabile, così generoso, così interessante! Era in tale stato d'animo che Henrietta si voltava talvolta con uno sguardo di tenerezza e gratitudine verso quell'essere che sembrava respirare solo per la sua consolazione e il suo compiacimento. Se è straziante essere abbandonati, c'è almeno consolazione nell'essere amati. E chi la amava? Uno che tutti ammiravano; uno per guadagnarsi l'ammirazione, o anche solo l'attenzione, del quale ogni donna sospirava. Cosa era lei prima di conoscere Montfort? Se non avesse conosciuto Montfort, cosa sarebbe stata anche solo nel presente? Ricordava le ore di angoscia, i lunghi giorni di amara mortificazione, le ore noiose, faticose, tristi, senza speranza e prive di eventi che erano state il suo destino quando giaceva sul suo divano solitario a Pisa, a rimuginare sul romanticismo di Armine e tutte le sue passioni; la catastrofe di Ducie, e tutta la sua bassezza. E ora non c'era un momento senza gentilezza, senza comprensione, senza premurosa attenzione e innocente divertimento. Se era petulante, nessuno mormorava; se era capricciosa, ognuno cedeva ai suoi desideri; ma se sorrideva, ognuno era felice. Caro, nobile Montfort, la tua era la magia che aveva operato questo cambiamento! E per chi erano fatte tutte queste scelte premure? Per colei con cui un altro aveva giocato, che aveva abbandonato, tradito! E Montfort lo sapeva. Dedicava la sua vita alla consolazione di una donna disprezzata. Appoggiata al braccio di Lord Montfort, Henrietta Temple poteva incontrare lo sguardo di Ferdinand Armine e della sua ricca sposa, almeno senza sentirsi oggetto di pietà!

Il tempo era volato. La primavera italiana, con tutto il suo splendore, illuminava i palazzi scintillanti e le rive purpuree di Napoli. Lord Montfort e i suoi amici stavano tornando da Capua sulla sua galera. Miss Temple era seduta tra suo padre e il loro ospite. Il clima ausonio, lo scenario bellissimo, la dolce compagnia, si erano tutti combinati per produrre una giornata di squisito godimento. Henrietta Temple non poté trattenersi dall'esprimere la sua gioia. Il suo occhio brillava come la stella della sera che scintillava sopra le montagne ardenti; la sua guancia era radiosa come il tramonto.

«Ah! Che giornata felice è stata questa!» esclamò.

La gentile pressione della sua mano le ricordò la gioia che la sua esclamazione aveva dato a uno dei suoi compagni. Con il cuore tremante Lord Montfort si appoggiò allo schienale nella galera; eppure, prima che il sole del mattino avesse gettato i suoi raggi fiammeggianti sulla città, Henrietta Temple era la sua promessa sposa.

LIBRO VI.

CAPITOLO I.

*Che contiene un notevole cambiamento di fortuna.*

SEBBENE Lord Montfort fosse ora l'ammiratore accolto e riconosciuto di Miss Temple, la loro unione prevista non era immediata. Henrietta stessa era contraria a un tale accordo, ma non fu necessario per lei insistere su questo desiderio alquanto sgarbato, poiché Lord Montfort desiderava che lei fosse presentata alla sua famiglia prima del loro matrimonio, e che la cerimonia si svolgesse nel suo paese natio. Il loro ritorno in Inghilterra, pertanto, era ora meditato. L'evento fu accelerato da un accadimento straordinario.

La buona fortuna in questo mondo, dicono, è raramente singolare. Mr. Temple in quel momento era perfettamente soddisfatto del suo destino. Con una situazione agiata, con il futuro benessere di sua figlia che stava per essere assicurato da un'unione con l'erede di uno dei più ricchi titoli nobiliari del regno, non aveva nulla da desiderare. Sua figlia era felice, nutriva la massima stima e affetto per il suo futuro genero, e il mondo andava bene per lui sotto ogni aspetto.

Fu in questa pienezza di felicità che il destino, con il suo solito capriccio selvaggio, decise di «dorare l'oro raffinato e dipingere il giglio»; e fu stabilito che Mr. Temple si sarebbe svegliato una mattina tra i più ricchi plebei d'Inghilterra.

Accadde che ci fosse un vecchio baronetto, un grande umorista, senza parenti molto stretti, che era stato figlioccio del nonno di Mr. Temple. Non aveva mai invitato o incoraggiato alcuna intimità o legame con la famiglia Temple, ma era sempre rimasto, per tutta la vita, lontano da qualsiasi conoscenza con loro. Mr. Temple, in verità, lo aveva visto solo una volta, ma certamente in circostanze piuttosto vantaggiose. Fu quando Mr. Temple era ministro presso la corte tedesca, alla quale abbiamo accennato, che Sir Temple Devereux fu ospite nella capitale in cui Mr. Temple era residente. Il ministro gli aveva mostrato alcune cortesie, che era suo dovere fare; e Henrietta sembrava piacergli. Ma non era rimasto a lungo in quel luogo; e si era rifiutato all'epoca di essere più del loro ospite ordinario; e non aveva mai, con alcuna lettera, messaggio, o altro mezzo di comunicazione, fatto loro comprendere la minima idea che l'ospitale ministro e la sua affascinante figlia fossero rimasti un momento nella sua memoria. Eppure Sir Temple Devereux aveva ora lasciato il mondo, dove era stato apparentemente l'obiettivo principale della sua carriera evitare di farsi un amico, e aveva lasciato l'intera sua vasta fortuna al Molto Onorevole Pelham Temple, con questo lascito proprietario di una delle più belle tenute nella contea di York, e una proprietà personale molto considerevole, i risparmi accumulati di una grande rendita e di una lunga vita.

Questo fu un grande evento. Mr. Temple nutriva il più profondo rispetto per la proprietà. Era impossibile per il defunto baronetto aver lasciato la sua tenuta a un individuo che potesse apprezzarne più a fondo il possesso. Anche la proprietà personale non mancava di fascino; ma una vasta proprietà terriera, e una vasta proprietà terriera nella contea di York, e quella vasta proprietà terriera fiancheggiata da una buona somma rotonda di Consols al 3 per cento debitamente registrata nella Rotonda di Threadneedle Street... era una combinazione di ricchezza, potere, considerazione e comodità che colpiva esattamente l'ideale di Mr. Temple, e al cui fascino forse il gusto di pochi uomini sarebbe rimasto insensibile. Essendo Mr. Temple un uomo di famiglia, non aveva nessuno degli imbarazzi goffi di un parvenu con cui confrontarsi. «È stata la cosa più fortunata del mondo,» diceva, «che il povero Sir Temple fosse il figlioccio di mio nonno, non solo perché con ogni probabilità ci ha procurato la sua fortuna, ma perché portava il nome di Temple: ci stabiliremo nello Yorkshire quasi non come estranei, non saremo guardati come una nuova famiglia, e in breve tempo l'intera faccenda sarà considerata piuttosto una questione di eredità che di lascito. Ma, dopo tutto, cosa importa a me! È solo per il tuo bene, Digby, che gioisco. Credo che piacerà alla tua famiglia. Sistemerò tutto immediatamente su Henrietta. Avranno la gratificazione di sapere che il loro figlio sta per sposare la più ricca ereditiera d'Inghilterra.»

La più ricca ereditiera d'Inghilterra! Henrietta Temple la più ricca ereditiera d'Inghilterra! Ah! Quanti sentimenti nascono con quel pensiero! Strano a dirsi, l'annuncio di questo evento straordinario portò meno gioia di quanto si potesse supporre alla stessa ereditiera.

Fu nella sua camera e da sola che Henrietta Temple meditò su questo scherzo del destino. Era inutile nasconderlo, i suoi pensieri tornavano a Ferdinand. Avrebbero potuto essere così felici! Perché non era stato sincero? E forse si era sacrificato per la sua famiglia, forse persino il disagio personale lo aveva spinto al gesto fatale. La sua gentile fantasia femminile evocava ogni possibile attenuante della sua grave offesa. Divenne molto triste. Non poteva credere che fosse stato falso a Ducie; oh, no! Non avrebbe mai potuto crederlo! Deve essere stato sincero, e se sincero, oh! Che cuore era andato perduto lì! Cosa non avrebbe dato per essere stata il mezzo per salvarlo da tutti i suoi dolori! Ricordava la sua malinconia occasionale, le sue parole sconfortate, e come la tristezza lasciasse la sua fronte e il suo occhio si illuminasse quando lei profetizzava affettuosamente che avrebbe restaurato la casata. Avrebbe potuto restaurarla ora; e ora lui era di un'altra, e lei, cosa era lei? Una schiava come lui. Non più padrona di se stessa, nel solo momento in cui aveva il potere di salvarlo. Dicano ciò che vogliono, c'è uno strazio nell'affetto frustrato, per il quale nessuna ricchezza, potere o posizione, indulgenza vigilante o premurosa gentilezza possono compensare. Ah! Il cuore, il cuore!

CAPITOLO II.

*In cui il lettore viene nuovamente introdotto al Capitano Armine, durante la sua visita a Londra.*

MISS GRANDISON aveva deciso di prendere una casa a Londra per la stagione, e aveva ottenuto una promessa da suo zio e sua zia di essere suoi ospiti. La sorella di Lady Armine doveva raggiungerli da Bath. Per quanto riguarda Ferdinand, la primavera lo aveva gradualmente riportato alla salute, ma non al suo precedente stato d'animo. Rimaneva scontroso e indolente, incapace di sforzi, e in preda agli umori più cupi; si verificarono tuttavia circostanze che resero assolutamente necessaria una certa energia da parte sua. I suoi creditori divennero importuni, e la sistemazione dei suoi affari o la partenza dalla sua terra natia era un'alternativa ora inevitabile. Il mese di aprile, che vide l'arrivo dei Temple e di Lord Montfort in Inghilterra, accolse anche a Londra Miss Grandison e i suoi ospiti. Poche settimane dopo, Ferdinand, che aveva evitato il viaggio con la sua famiglia, e che non sarebbe per nulla al mondo diventato ospite di sua cugina, si sistemò in un tranquillo albergo nelle vicinanze di Grosvenor-square; ma non proprio solo, poiché quasi all'ultimo momento Glastonbury aveva chiesto il permesso di accompagnarlo, e Ferdinand, che valutava debitamente la compagnia dell'unica persona con cui potesse conversare delle sue fortune spezzate e delle sue speranze svanite senza riserve, acconsentì al suo desiderio con la massima soddisfazione.

Una residenza improvvisa in una vasta metropoli, dopo una vita di isolamento rurale, ha senza dubbio un effetto molto particolare sulla mente. L'immensa popolazione, la molteplicità degli oggetti, gli interessi importanti impressi di ora in ora sull'intelligenza, gli eventi che si verificano continuamente, il rumore, il trambusto, l'eccitazione generale e ampiamente diffusa, tutto si combina per renderci acutamente consapevoli della nostra insignificanza individuale; e quelle passioni assorbenti che nella nostra solitudine, alimentate dalla nostra immaginazione, hanno assunto forme così gigantesche e sostanziali, si placano rapidamente, attraverso un processo quasi impercettibile, in proporzioni meno colossali, e sembrano investite, per così dire, di un aspetto più ombroso. Mentre Ferdinand Armine si faceva strada tra le strade affollate di Londra, spinto dai suoi stessi affari assillanti e inesorabili, e consapevole del pericolo imminente della sua carriera, mentre il potere e la ricchezza abbagliavano i suoi occhi in tutte le direzioni, cominciò a guardare al passato appassionato con sentimenti di sensazione meno acuta di prima, e quasi a rimpiangere che un destino fatale o la sua anima impetuosa gli avessero causato tanta ansia, e lo avessero spinto a rifiutare la coppa scintillante della fortuna che gli era stata offerta così opportunamente. Sospirava per il godimento e il riposo; la memoria delle sue recenti sofferenze lo faceva rifuggire da quell'indulgere spericolato alle passioni, le cui conseguenze erano state così severe.

Fu in questo stato d'animo, esausto per una visita al suo avvocato, che entrò in un club militare e prese in mano un giornale. Curandosi poco di politica, il suo occhio vagava, disinteressato, sui suoi pugnaci articoli di fondo e sui noiosi rapporti parlamentari; e stava per gettarlo via quando un paragrafo attirò la sua attenzione, che coinvolse immediatamente tutta la sua concentrazione. Era sul «Morning Post» che leggeva quanto segue:

«Il Marchese di Montfort, il figlio maggiore del Duca di..., il cui ritorno in Inghilterra abbiamo recentemente notato, ha risieduto per diversi anni in Italia. Il suo signore è considerato uno dei nobili più colti del giorno, ed era celebre a Roma per il suo patrocinio delle arti. Lord Montfort sarà presto unito alla bellissima Miss Temple, l'unica figlia del Molto Onorevole Pelham Temple. Miss Temple è stimata una delle più ricche ereditiere d'Inghilterra, poiché senza dubbio erediterà l'intera immensa fortuna alla quale suo padre è inaspettatamente acceduto. Mr. Temple è vedovo e non ha figli maschi. Mr. Temple è stato in precedenza il nostro ministro presso diverse corti tedesche, dove si è distinto per le sue abilità e la sua ospitalità verso i suoi compatrioti in viaggio. Si dice che la rendita delle tenute nello Yorkshire del defunto Sir Temple Devereux non sia inferiore a 15.000 sterline annue. La proprietà personale è anche molto considerevole. Siamo venuti a sapere che Mr. Temple ha acquistato la dimora del Duca di..., a Grosvenor-square. Lord Montfort ha accompagnato Mr. Temple e la sua amabile figlia in questo paese.»

Che caos selvaggio e focoso era la mente di Ferdinand Armine quando lesse questo paragrafo. Le meraviglie che rivelava si susseguivano con tale rapidità che per qualche tempo fu privato del potere di riflessione. Henrietta Temple in Inghilterra! Henrietta Temple una delle più grandi ereditiere del paese! Henrietta Temple sul punto di essere immediatamente sposata con un altro! La sua Henrietta Temple, l'Henrietta Temple che lui adorava, e dalla quale era stato venerato! L'Henrietta Temple il cui bellissimo ricciolo di capelli era in questo preciso momento sul suo cuore! L'Henrietta Temple per la quale aveva sacrificato fortuna, famiglia, potere, quasi la vita!

O Donna, Donna! Non riporre la tua fiducia nella donna! E tuttavia, poteva egli rimproverarla? Non credeva forse lei di essere stata presa in giro da lui, oltraggiata, ingannata, delusa, abbandonata? E amava, poteva amare un altro? C'era un altro a cui avesse riversato il suo cuore come a lui, e tutto quel bellissimo fluire di emozioni affascinanti e impareggiabili? C'era un altro a cui avesse promesso la sua anima pura e appassionata? Ah, no! Egli non voleva, non poteva crederlo. Leggera e falsa, Henrietta non avrebbe mai potuto esserlo. Era stata vista, era stata ammirata, era stata amata: chi, vedendola, non l'avrebbe ammirata e amata? Ed egli era la vittima del suo piccato orgoglio, forse della sua disperazione.

Ma lei non era ancora sposata. Stando a queste righe, stavano per unirsi presto. Sembrava che avessero viaggiato insieme; quel pensiero gli diede una fitta. Non poteva vederla? Non poteva spiegare tutto? Non poteva dimostrare che il suo cuore era sempre stato fedele e devoto? Non poteva raccontarle tutto ciò che era accaduto, tutto ciò che aveva sofferto, tutta la follia della sua miseria; e lei avrebbe potuto resistere a quella voce i cui accenti erano stati un tempo la sua gioia, a quello sguardo che un tempo aveva riempito il suo cuore di rapimento? E quando avesse scoperto che Ferdinand, il suo Ferdinand, non l'aveva mai ingannata, che era degno del suo affetto scelto e che soffriva proprio in quel momento per amor suo, cosa contavano tutti quei legami a sangue freddo in cui si era nel frattempo invischiata? Lei era sua, in virtù di un legame più antico e più ardente. Non doveva forse reclamare il suo diritto? Poteva lei negarlo?

Reclamare cosa? La mano di un'ereditiera. Si sarebbe dovuto dire che un Armine era venuto strisciando per il lucro, là dove avrebbe dovuto comandare per amore? Mai! Qualunque cosa lei potesse pensare, la sua condotta nei suoi confronti era stata impeccabile. Non spettava a Henrietta lamentarsi. Lei non era la vittima, se mai ce ne fosse stata una. Egli l'aveva amata, lei aveva ricambiato la sua passione; per lei aveva fatto il più grande dei sacrifici, rinunciato a una splendida eredità e a un cuore tenero e fedele. Quando in precedenza aveva pensato a lei, che languiva forse in qualche solitudine straniera, non aveva mai smesso di rimproverarsi per la sua condotta, accusandosi di inganno e crudeltà; ma ora, in questo momento della sua folgorante prosperità, "stimata come una delle più ricche ereditiere d'Inghilterra" (digrignò i denti ricordando quella frase), e promessa sposa di un grande nobile (il suo vecchio compagno, Lord Montfort, poi; che cosa strana è la vita!), orgogliosa, sorridente e prospera, mentre lui era solo, col cuore infranto e fortune peggio che disperate, e tutto per causa sua, la sua anima divenne amara: la rimproverò di mancanza di sentimenti; la immaginò priva di genuina sensibilità; si dilungò sulla sua indifferenza da quando si erano separati; sul suo silenzio, così strano, ora non più inspiegabile; sulla totale mancanza di interesse che aveva mostrato per la sua carriera; schernì la leggerezza del suo temperamento; maledisse il suo capriccio; denunciò il suo infernale tradimento; nel fantasma distorto della sua immaginazione straziata, lei divenne per lui persino un oggetto di odio.

Povero Ferdinand Armine! Era la prima volta che provava le folli fitte della gelosia.

Eppure, come aveva amato questa donna! Come l'aveva adorata! E ora avrebbero potuto essere così felici! Non c'è nulla che deprima un uomo quanto la convinzione della cattiva sorte. In questo ritorno improvviso, nella grande ricchezza e nell'imminente matrimonio di Henrietta Temple, c'era una tale combinazione, per quanto riguardava Ferdinand Armine, di circostanze vessatorie; sembrava che fosse stato così vicino alla felicità perfetta e l'avesse mancata, che si sentiva del tutto stanco dell'esistenza e meditava seriamente di privarsene.

Accadde che avesse promesso quel giorno di cenare da sua cugina; poiché Glastonbury, che solitamente era il suo compagno, aveva accettato un invito per quel giorno a cenare con la nobile vedova del suo vecchio protettore. Ferdinand, tuttavia, si sentiva del tutto incapace di entrare in qualsiasi società, e si affrettò al suo albergo per inviare una nota di scuse in Brook-street. Al suo arrivo, Glastonbury stava proprio per salire su una carrozza a nolo, cosicché Ferdinand non ebbe l'opportunità di comunicare i suoi dolori al suo amico, anche se ne avesse avuto l'inclinazione.

CAPITOLO III.

*In cui Glastonbury incontra la persona che meno al mondo si aspettava, e le strane conseguenze.*

QUANDO Glastonbury arrivò al palazzo della buona vecchia duchessa, non trovò nel salotto nessuno se non un giovane dall'aspetto distinto, la cui persona gli era ignota, ma che tuttavia lo salutò con notevole cordialità. Il buon Glastonbury ricambiò, con un certo imbarazzo, il suo caloroso saluto.

"Sono passati molti anni dal nostro ultimo incontro, Mr. Glastonbury," disse il giovane. "Non mi sorprende che lei mi abbia dimenticato. Sono Digby; forse si ricorda di me?"

"Mio caro ragazzo! Mio caro signore! È davvero cambiato! Lei è un uomo, e io sono un uomo molto vecchio." "Via! mio caro signore, noto poco cambiamento. Mi creda, ho spesso richiamato alla mente la sua immagine nella mia lunga assenza, e trovo ora che la mia memoria non mi ha ingannato."

Glastonbury e il suo compagno si persero in una conversazione sui viaggi di quest'ultimo e sulla sua residenza a Roma, nel mezzo della quale entrò la loro ospite.

"Le ho chiesto, mio caro signore, di incontrare la nostra cerchia familiare," disse Sua Grazia, "perché non credo di poterle chiedere di incontrare qualcuno che la ami di più. È passato molto tempo dall'ultima volta che ha visto Digby."

"Mr. Glastonbury non mi ha riconosciuto, nonna," disse Lord Montfort.

"Questi dolci ragazzi sono tutti cresciuti lontano dalla sua vista, Mr. Glastonbury," disse la duchessa; "ma sono molto bravi. E quanto a Digby, credo davvero che venga a trovare la sua povera nonna ogni giorno."

Il duca e la duchessa, e due giovani figlie, furono a quel punto annunciati.

"Mi è dispiaciuto tanto non essere in casa quando è passato, Glastonbury," disse Sua Grazia; "ma pensavo che avrei avuto presto sue notizie dalla nonna."

"E, caro Mr. Glastonbury, perché non è venuto a trovarmi?" disse la duchessa più giovane.

"E, caro Mr. Glastonbury, si ricorda di me?" disse una bellissima figlia.

"E di me, Mr. Glastonbury, di me? Sono Isabella."

Arrossendo, sorridendo, inchinandosi, costretto dalla novità della sua situazione, e tuttavia di tanto in tanto del tutto a suo agio quando l'orecchio riconosceva una voce familiare, il caro Mr. Glastonbury era gratificato e felice. Il duca lo prese in disparte, e furono presto impegnati in una conversazione.

"Come sta Henrietta oggi, Digby?" chiese Isabella.

"L'ho lasciata un'ora fa; siamo andati a cavallo e speravamo di incontrarvi tutti. Sarà qui immediatamente."

Ci fu un colpo alla porta, e presto la porta del salotto si aprì, e Miss Temple fu annunciata.

"Devo porgere le scuse di papà," disse Henrietta, avanzando e abbracciando la vecchia duchessa. "Spero che possa arrivare in serata: ma mi ha pregato di ricordare a Sua Grazia che il suo gentile invito era stato accettato solo provvisoriamente."

"Ha perfettamente ragione," disse la vecchia signora; "e in verità non me lo aspettavo, poiché mi ha detto che c'era una cena pubblica a cui era obbligato a partecipare. Sono certa che la nostra cena sia davvero molto privata," continuò la vecchia signora con un sorriso. "È davvero una riunione di famiglia, sebbene ci sia qui un membro della famiglia che lei non conosce, mia cara Miss Temple, e che, ne sono certa, amerà tanto quanto tutti noi. Digby, dov'è..."

In quel momento fu annunciata la cena. Lord Montfort offrì il braccio a Henrietta. "Ecco, faccia strada," disse la vecchia signora; "le ragazze devono fare da cavalieri a se stesse, poiché oggi non ho giovani uomini per loro. Suppongo che marito e moglie debbano essere separati, quindi dovrò prendere il braccio di mio figlio; Mr. Glastonbury, lei accompagnerà la duchessa." Ma prima che il nome di Glastonbury fosse menzionato, Henrietta era già a metà della scalinata.

Il duca e suo figlio presiedettero la cena. Henrietta sedeva da un lato di Lord Montfort, sua madre dall'altro. Glastonbury sedeva alla destra del duca, e di fronte alla loro ospite; le due giovani signore nel mezzo. Tutti gli ospiti si erano seduti senza che Glastonbury e Henrietta si riconoscessero; e, poiché lui sedeva dallo stesso lato del tavolo di Miss Temple, fu solo quando Lord Montfort chiese a Mr. Glastonbury di bere del vino con lui, che Henrietta udì un nome che avrebbe potuto davvero farla impallidire.

Glastonbury! Non le passò nemmeno per l'anticamera del cervello in quel momento che fosse il Mr. Glastonbury che lei aveva conosciuto. Glastonbury! Che nome! Quali terribili associazioni non evocava! Guardò in avanti, colse il volto ben ricordato; sprofondò nella sua sedia. Ma Henrietta Temple aveva una mente forte; questa era certamente un'occasione per dimostrarlo. L'attenzione di Mr. Glastonbury non fu attratta da lei: sapeva, certo, che c'era una signora al tavolo, chiamata Henrietta, ma era assorto con i suoi vicini, e il suo occhio non colse mai la figlia di Mr. Temple. Fu solo quando le signore si alzarono per ritirarsi che Mr. Glastonbury scorse quella forma che non aveva dimenticato, e guardò una signora il cui nome era associato nella sua memoria ai momenti più disastrosi e dolorosi della sua vita. Miss Temple seguì la duchessa fuori dalla stanza, e Glastonbury, perplesso e agitato, riprese il suo posto.

Ma Henrietta era preda di emozioni molto più acute e distraenti. Le sembrava di non aver conosciuto veramente lo stato del suo cuore fino a questa improvvisa apparizione di Glastonbury. Come la sua immagine richiamava il passato! Si era abituata a considerarlo tutto un sogno; ora viveva davanti a lei. Ecco uno dei principali attori di quella tragica vicenda di Armine. Glastonbury in casa, sotto lo stesso tetto con lei? Dov'era Ferdinand? Ce n'era uno a portata di mano che poteva dirglielo. Era sposato? Non aveva goduto di alcuna opportunità di accertarsene dal suo ritorno: non aveva osato chiedere. Naturalmente era sposato; ma era felice? E Glastonbury, che, se non sapeva tutto, sapeva così tanto. Quanto doveva essere strano per Glastonbury incontrarla! Caro Glastonbury! Non aveva dimenticato i giorni in cui ascoltava così teneramente gli incantevoli racconti di Ferdinand su tutta la sua vita amabile e semplice! Caro, caro Glastonbury, che lei doveva amare così tanto! E ora lo incontrava, e non gli rivolgeva la parola, o lo guardava come uno sconosciuto; e lui... lui, forse, l'avrebbe guardata con pietà, certamente con dolore. O Vita! che cosa straziante è la vita! E i nostri affetti, i nostri dolori dolci e puri, fontane di tanta gioia e conforto, che nutrono ogni cosa, e fanno sì che il suolo più arido e rigido brulichi di vita e bellezza, oh! perché disturbiamo il fluire delle loro dolci acque, e insozziamo la loro fonte immacolata e salutare! Ferdinand, Ferdinand Armine, perché sei stato falso?

La porta si aprì. Mr. Glastonbury entrò, seguito dal duca e da suo figlio. Henrietta era seduta su una poltrona, una delle sorelle di Lord Montfort, seduta su un ottomano al suo fianco, le teneva la mano. L'occhio di Henrietta incontrò quello di Glastonbury; lei gli fece un cenno col capo.

"Come trema la tua mano, Henrietta!" disse la giovane signora.

Glastonbury si avvicinò a lei con passo esitante. Arrossì leggermente, appariva estremamente perplesso. Alla fine la raggiunse, si fermò davanti a lei e non disse nulla.

"Lei mi ha dimenticato, Mr. Glastonbury," disse Henrietta; poiché era assolutamente necessario che qualcuno rompesse l'imbarazzante silenzio, e lei indicò una sedia al suo fianco.

"Sarebbe davvero impossibile," disse Glastonbury.

"Oh, lei conosceva già Mr. Glastonbury," disse la giovane signora. "Nonna, pensi, Henrietta conosceva Mr. Glastonbury già da prima."

"Eravamo vicini di casa nel Nottinghamshire," disse Henrietta, in tono sbrigativo.

"Isabella," disse la sorella, che era seduta al piano, "l'arpa ti attende." Isabella si alzò, Lord Montfort si stava avvicinando a Henrietta, quando la vecchia duchessa lo chiamò.

Henrietta e Glastonbury erano soli.

"Questo è un incontro strano, Mr. Glastonbury," disse Henrietta.

Cosa poteva dire il povero Glastonbury? Mormorò qualcosa, ma non molto pertinente. "È stato nel Nottinghamshire ultimamente?" disse Henrietta.

"L'ho lasciato circa dieci giorni fa con..." e qui Glastonbury si fermò, "con un amico," concluse.

"Spero che tutti i suoi amici stiano bene," disse Henrietta, con voce tremante.

"No; sì; cioè," disse Glastonbury, "qualcosa meglio di quanto fossero."

"Mi dispiace che mio padre non sia qui," disse Miss Temple; "ha un vivo ricordo di tutta la sua gentilezza."

"Gentilezza, temo," disse Glastonbury, con tono malinconico, "che è stata quanto mai sfortunata."

"Noi non la riteniamo tale, signore," fu la risposta.

"Mia cara giovane signora," disse Glastonbury, ma la sua voce vacillò mentre aggiungeva, "abbiamo avuto grande infelicità."

"Me ne rammarico," disse Henrietta. "Credo ci fosse un matrimonio previsto nella sua famiglia?"

"Non è avvenuto," disse Glastonbury.

"Davvero!"

"Ahimè! signora," disse il suo compagno, "se potessi davvero azzardarmi a parlare di qualcuno che non voglio nominare, e tuttavia..."

"La prego, parli, signore," disse Miss Temple, con voce gentile ma sommessa.

"Il figlio dei nostri affetti, signora, non è più quello di un tempo. Dio, nella Sua infinita misericordia, lo ha visitato con grandi afflizioni."

"Parla del Capitano Armine, signore?"

"Parlo davvero del mio Ferdinand dal cuore infranto; vorrei poter dire vostro. O Miss Temple, egli è un relitto." "Sì! sì!" disse Henrietta a bassa voce.

"Ciò che ha sopportato," continuò Glastonbury, "supera ogni mia descrizione. La sua vita è stata davvero risparmiata, ma in circostanze che mi fanno quasi pentire che egli viva."

"Non si è sposato!" mormorò Henrietta.

"Venne a Ducie per reclamare la sua sposa, e lei non c'era," disse Glastonbury; "la sua mente crollò sotto il terribile lutto. Per settimane fu un maniaco; e, sebbene la Provvidenza lo abbia nuovamente risparmiato a noi, e la sua mente, grazie a Dio, sia di nuovo integra, egli è vittima di una profonda malinconia, che sembra sfidare sia le cure mediche che le vicissitudini del mondo."

"Digby, Digby!" esclamò Isabella, che era all'arpa, "Henrietta sta svenendo." Lord Montfort accorse giusto in tempo per afferrare la sua mano fredda.

"La stanza è troppo calda," disse una sorella.

"Il caffè è troppo forte," disse l'altra.

"Aria," disse la duchessa più giovane.

Lord Montfort portò Henrietta in una stanza distante. C'era un balcone che dava su un giardino. La fece sedere su una panca e non lasciò mai il suo fianco, riuscendo a impedire a chiunque di avvicinarla. Le donne si radunarono insieme.

"Dolce creatura!" disse la vecchia duchessa, "mi fa spesso tremare; si è appena ripresa, Mr. Glastonbury, da una lunga e terribile malattia."

"Davvero!" disse Glastonbury.

"Povero caro Digby," continuò Sua Grazia, "questo lo sconvolgerà di nuovo completamente. Era così di buon umore riguardo alla sua salute l'altro giorno."

"Lord Montfort?" chiese Glastonbury.

"Il nostro Digby. Lei sa che deve sposare Henrietta il mese prossimo."

"Santa Vergine!" mormorò Glastonbury; e, approfittando della confusione, riuscì a fuggire.

LIBRO VI. [CONTINUATO]

CAPITOLO IV.

*In cui Mr. Glastonbury informa il Capitano Armine del suo incontro con Miss Temple.*

ERA ancora presto quando Mr. Glastonbury arrivò al suo albergo. Comprese, tuttavia, che il Capitano Armine era già rientrato e si era ritirato. Glastonbury bussò gentilmente alla sua porta e fu invitato a entrare. Il buon uomo era pallido e agitato. Ferdinand era già a letto. Glastonbury prese una sedia e si sedette al suo fianco.

"Mio caro amico, cosa c'è che non va?" disse Ferdinand.

"L'ho vista, l'ho vista!" disse Glastonbury.

"Henrietta! hai visto Henrietta?" chiese Ferdinand.

Glastonbury annuì, ma con un'espressione di volto quanto mai dolente.

"Cosa è successo? cosa ha detto?" chiese Ferdinand con voce svelta.

"Siete due agnellini innocenti," disse Glastonbury, sfregandosi le mani.

"Parla, parla, mio Glastonbury."

"Vorrei che la mia morte potesse rendervi entrambi felici," disse Glastonbury; "ma temo che non vi servirebbe a nulla."

"C'è qualche speranza?" disse Ferdinand. "Nessuna!" disse Glastonbury. "Preparati, mio caro ragazzo, al peggio."

"È sposata?" chiese Ferdinand.

"No; ma sta per esserlo."

"Lo so," disse Ferdinand.

Glastonbury sgranò gli occhi.

"Lo sai? cosa! con Digby?"

"Digby, o qualunque sia il suo nome; al diavolo lui!"

"Zitto! zitto!" disse Glastonbury.

"Possano tutte le maledizioni..."

"Dio non voglia," disse Glastonbury, interrompendolo.

"Insensibile, volubile, falsa, traditrice..."

"Lei è un angelo," disse Glastonbury, "un vero angelo. È svenuta, e quasi tra le mie braccia."

"Svenuta! quasi tra le tue braccia! Oh, dimmi tutto, dimmi tutto, Glastonbury," esclamò Ferdinand, balzando a sedere sul suo letto con voce ansiosa e occhi scintillanti. "Mi ama?"

"Temo di sì," disse Glastonbury. "Temi!"

"Oh, come compatisco il suo povero cuore innocente!" disse Glastonbury.

"Quando le ho raccontato di tutte le tue sofferenze..."

"Glielo hai detto? E poi?"

"E lei stessa si è appena ripresa da una lunga e terribile malattia."

"La mia Henrietta! Ora potrei morire felice," disse Ferdinand.

"Pensavo che ti avrebbe spezzato il cuore," disse Glastonbury.

"È il solo momento felice che ho conosciuto da mesi," disse Ferdinand.

"Ero così sopraffatto che ho perso la presenza di spirito," disse Glastonbury. "Davvero non intendevo dirti nulla. Non so come sono entrato nella tua stanza."

"Caro, caro Glastonbury, sono di nuovo me stesso."

"Solo a pensarci!" disse Glastonbury; "non sono mai stato così infelice in vita mia."

"Ho sopportato nelle ultime quattro ore i tormenti dei dannati," disse Ferdinand, "a pensare che stava per sposarsi, per sposarsi con un altro; che era felice, orgogliosa, prospera, del tutto incurante di me, forse del tutto dimentica del passato; e che io stavo morendo come un cane in questo maledetto caravanserraglio! O Glastonbury! nulla di ciò che ho sopportato è stato pari all'inferno di questo giorno. E ora tu sei venuto e mi hai reso relativamente felice. Mi alzerò immediatamente."

Glastonbury appariva del tutto stupito; non riusciva a comprendere come la sua fatale notizia avesse potuto produrre effetti così diametralmente opposti a quelli che aveva previsto. Tuttavia, in risposta alle reiterate richieste di Ferdinand, riuscì a dare un resoconto dettagliato di tutto ciò che era accaduto, e il commento continuo di Ferdinand fu una serie di costanti congratulazioni verso se stesso.

"C'è, tuttavia, una sventura," disse Ferdinand, "di cui sei all'oscuro, mio caro amico."

"Davvero!" disse Glastonbury, "pensavo di sapere abbastanza."

"Ahimè! è diventata una grande ereditiera!"

"È questo?" disse Glastonbury.

"Ecco il colpo," disse Ferdinand. "Se non fosse per questo, per l'anima di mio nonno, la strapperei dalle braccia di questo giovanotto."

"Giovanotto!" disse Glastonbury. "Non ho mai visto un vero nobile in vita mia."

"Ah!" esclamò Ferdinand.

"Anzi, secondo a te quasi per nulla! Non potevo credere ai miei occhi," continuò Glastonbury. "Era solo un bambino quando lo vidi l'ultima volta; ma lo eri anche tu, Ferdinand. Credimi, non è un rivale ordinario."

"Di bell'aspetto?"

"Del tutto di una presenza principesca. Raramente ho incontrato un personaggio così altamente compiuto, o che ti impressionasse più rapidamente con la sua eccellenza morale e intellettuale."

"E sono positivamente fidanzati?"

"Si sposeranno il mese prossimo," rispose Glastonbury.

"O Glastonbury! perché vivo?" esclamò Ferdinand; "perché sono guarito?"

"Mio caro ragazzo, ma solo poco fa eri relativamente felice."

"Felice! Non vorrai insultarmi. Felice! Oh, c'è in questo mondo una cosa così deplorevole come me!"

"Pensavo di aver sbagliato a dire qualsiasi cosa," disse Glastonbury, parlando come tra sé e sé.

Ferdinand non fece osservazioni. Si voltò nel suo letto, con il viso lontano da Glastonbury.

"Buonanotte," disse Glastonbury, dopo essere rimasto per qualche tempo in silenzio.

"Buonanotte," disse Ferdinand, in un tono debole e luttuoso.

CAPITOLO V.

*Che, nel complesso, è forse un capitolo tanto notevole quanto qualsiasi altro nell'opera.*

Per quanto disgraziato fosse, l'aspro affare della vita non poteva essere trascurato; il Capitano Armine doveva trovarsi a Lincoln’s Inn alle dieci del mattino seguente. Fu al ritorno dal suo avvocato, mentre stava per attraversare Berkeley-square, che una carrozza si fermò improvvisamente in mezzo alla strada, e una mano femminile parve fargli cenno dal finestrino. Dapprima fu molto dubbioso se fosse davvero lui la persona a cui era rivolto il segnale, ma poiché guardandosi intorno non c'era un solo essere umano in vista, alla fine si avvicinò lentamente alla vettura, da cui un fazzoletto bianco sventolava ora con notevole agitazione. Per quanto perplesso da questo incidente, il mistero fu tuttavia immediatamente spiegato dalla voce di Lady Bellair.

"Uomo malvagio," disse la piccola signora, in preda a una grande rabbia. "Oh! quanto ti odio! Potrei farti a pezzettini; potrei davvero. Qui ho dato feste ogni sera, tutte per te. E tu sei stato in città e non sei mai venuto a trovarmi. Dimmi il tuo nome. Come sta tua moglie? Oh! non sei sposato. Dovresti sposarti; odio un ci-devant jeune homme. Comunque, puoi aspettare un po'. Ecco, James, Thomas, Peter, come ti chiami, apri lo sportello e fallo entrare. Su, entra, entra; ho molto da dirti." E Ferdinand scoprì che era assolutamente necessario obbedire.

"Ora, dove andremo?" disse la signora; "Ho tempo fino alle due. Ho preso l'abitudine di essere in casa ogni giorno dalle due alle sei, per ricevere i miei amici. Devi venire a trovarmi. Puoi venire ogni giorno, se ti va. Non lasciare il tuo biglietto da visita. Odio le persone che lasciano biglietti. Non li guardo mai; ordino che vengano tutti bruciati. Non sopporto le persone che lasciano pezzetti di carta a casa mia. Vuoi andare da qualche parte? Non vuoi? Perché no? Come sta il tuo degno padre, Sir Peter? Il suo nome è Sir Peter o Sir Paul? Beh, non importa, sai chi intendo. E la tua affascinante madre, la mia amica preferita? Lei è affascinante; è proprio una delle mie preferite. E non dovevi sposarti? Dimmi, perché non l'hai fatto? Miss... Miss... sai chi intendo, il cui nonno era amico di mio figlio. Sono in città? Dove abitano? Brook-street! Andrò a far loro visita. Ecco, tira la corda e digli dove abitano."

E così, in pochi minuti, la carrozza di Lady Bellair si fermò di fronte alla casa di Miss Grandison.

"Sono mattinieri?" disse la signora; "Io mi alzo ogni mattina alle sei. Scommetto che non mi riceveranno; ma fatti vedere tu, e allora non potranno rifiutarsi."

In conseguenza di questa mossa diplomatica, Lady Bellair ottenne l'ingresso. Appoggiata al braccio di Ferdinand, la signora fu introdotta nel salotto del mattino, dove trovò Lady Armine e Katherine.

"Mia cara signora, come sta? E la mia dolce miss! Oh! i tuoi occhi sono così luminosi, che mi fa sentire giovane guardarli! Ti voglio proprio bene, davvero. Tuo nonno e il mio povero figlio erano amici intimi. E, mia cara signora, dove siete state tutto questo tempo? Qui ho dato feste ogni sera, e tutte per voi; tutte per i miei amici di Bath; parlando a tutti di voi; non parlando d'altro; tutti che desiderano vedervi; e voi non vi siete mai fatte vedere da me. Le mie cene sono finite; non darò più cene fino a giugno. Ma ho ancora tre serate; stasera, dovete venire da me stasera, e giovedì, e sabato; dovete venire tutte e tre le sere. Oh! perché non siete venute a trovarmi? Vi avrei invitato a cena. Vi avrei invitato a incontrare Lord Colonnade e Lady Ionia! Vi sarebbero proprio piaciuti; vi avrebbero assaggiato! Ma vi dico cosa farò; verrò a cenare da voi un giorno. Ora, quando mi avrete? Vediamo, quando sono libera?" Così dicendo, la signora aprì un libricino rosso, che era la sua inseparabile compagna a Londra. "Tutta questa settimana sono prenotata; lunedì, i Derricourt, noiosi, ma lui è un duca. Martedì ceno con Bonmot; abbiamo fatto pace; mi offre una cena. Mercoledì, mercoledì, dov'è mercoledì? Generale Faneville, il mio ricevimento. Giovedì, i Maxbury, cattiva cena, ma buona compagnia. Venerdì, Waring Cutts, una casa famosa per mangiare; ma non fa per me; tuttavia devo andare, perché mi manda ananas. E sabato, ceno con un coniglio, da sola, all'una, per andare a trovare la mia cara, adorata Lady St. Julians a Richmond. Quindi non può essere questa né la prossima settimana. Vi manderò un biglietto; ve lo dirò stasera. E ora devo andare, perché mancano cinque minuti alle due, sono sempre in casa dalle due alle sei; ricevo i miei amici; potete venire ogni giorno, e dovete venire a vedere il mio nuovo scoiattolo; il mio caro, buffo nipotino me l'ha regalato. E, mia cara miss, dov'è quella malvagia Lady Grandison? La vedete mai, o siete nemiche? Lei ha ereditato la tenuta, vero? Non viene mai a trovarmi. Ditele che è una delle mie preferite. Oh! perché non viene? L'avrei invitata a cena; e ora tutte le mie cene sono finite fino a giugno. Ditemi dove abita, e andrò a trovarla domani."

Così dicendo, e salutandoli tutti molto cordialmente, la signora prese il braccio di Ferdinand e si ritirò.

Il Capitano Armine tornò dalla madre e dalla cugina, e sedette un'ora con loro, finché non fu annunciata la loro carrozza. Proprio mentre stava per andarsene, notò il libricino rosso di Lady Bellair, che lei aveva dimenticato.

"Povera Lady Bellair, cosa farà?" disse Miss Grandison; "dobbiamo portarglielo immediatamente."

"Lo lascerò io," disse Ferdinand, "passerò davanti a casa sua."

Bellair House era la più graziosa dimora di May Fair. Era un lungo edificio, in stile italiano, situato in mezzo a giardini che, sebbene non molto estesi, erano disposti con tale arte e gusto che era molto difficile credere di trovarsi in una grande città. La casa era arredata e adornata con tutto quel gusto per cui Lady Bellair era distinta. Tutte le sale di ricevimento erano al piano terra ed erano tutte collegate. Ferdinand, che ricordava le ingiunzioni di Lady Bellair di non lasciare biglietti, attratto dal luogo e non sapendo cosa fare di se stesso, decise di fare visita alla signora e fu introdotto in una biblioteca ottagonale, fiancheggiata da scaffali bassi e ben forniti di volumi brillanti, coronati da una gran quantità di busti di marmo, bronzi e vasi etruschi. Da ogni lato si apriva un magnifico salone, arredato in quello stile classico che il compianto, colto e ingegnoso Mr. Hope rese per primo popolare in questo paese. Le ali, che si protendevano profondamente nei giardini, comprendevano rispettivamente una sala da pranzo e un conservatorio di notevoli dimensioni. Isolato in mezzo ai giardini c'era un lungo edificio, chiamato stanza estiva, rivestito con stuoie indiane e schermato su un lato dall'aria semplicemente con persiane alla veneziana. Le pareti di questa camera erano quasi interamente coperte di caricature e stampe delle residenze di campagna degli amici di Lady Bellair, che lei si premurava di visitare. Qui c'erano anche i suoi pappagalli, e alcuni uccelli dal canto più dolce, una scimmia e il famoso scoiattolo.

Lady Bellair era seduta su una sedia, il cui schienale era molto più alto della sua testa; al suo fianco c'era un tavolino con materiale per scrivere, sul quale era posta anche una magnifica campanella, di Benvenuto Cellini, con la quale la signora convocava il suo paggio, che nel frattempo bighellonava nell'atrio.

"Mi hai portato il mio libro!" esclamò, mentre Ferdinand entrava con il volume mistico. "Dammelo, dammelo. Ecco, non so dire alla signora Fancourt in quale giorno posso cenare da lei. Sono impegnata tutta questa settimana e tutta la prossima, e devo cenare con la tua cara famiglia quando voglio. Ma la signora Fancourt deve scegliere il suo giorno, perché loro possono aspettare. Non conoscete questo signore," disse, rivolgendosi alla signora Fancourt. "Beh, non vi presenterò; non farà per voi; è un gran signore, e cena solo con i duchi."

La signora Fancourt sembrò di conseguenza molto ansiosa di una presentazione.

"Generale Faneville," continuò Lady Bellair, rivolgendosi a un signore alla sua sinistra, "in quale giorno ceno da lei? Mercoledì. È al completo il nostro gruppo? Deve fargli posto; è il mio preferito in assoluto. Tutte le dame sono innamorate di lui."

Il Generale Faneville espresse il suo profondo senso del grande onore; Ferdinand protestò di essere impegnato mercoledì; la signora Fancourt sembrò molto delusa di aver perso un'altra opportunità di apprendere il nome di un personaggio così distinto.

Ci fu un altro bussare. La signora Fancourt se ne andò. Furono annunciate Lady Maxbury e sua figlia, Lady Selina.

"Lo avete preso?" chiese Lady Bellair, molto impaziente, mentre entravano i nuovi visitatori.

"Ha promesso in modo più assoluto," rispose Lady Maxbury.

"Cara, brava creatura!" esclamò Lady Bellair, "sei la creatura più cara che conosca. E tu sei affascinante," continuò, rivolgendosi a Lady Selina; "se fossi un uomo, ti sposerei subito. Ecco, lui (rivolgendosi a Ferdinand) non può sposarti, perché è già sposato; ma lo farebbe, se non lo fosse. E come verrà?" chiese Lady Bellair.

"Troverà la strada," disse Lady Maxbury.

"E non devo pagare nulla?" chiese Lady Bellair.

"Assolutamente nulla," disse Lady Maxbury.

"Non sopporto pagare," disse Lady Bellair. "Ma ballerà, e porterà il suo arco e le sue frecce? Lord Dorfield sostiene che non sia nulla senza l'arco e le frecce."

"Cosa, il capo della Nuova Zelanda, Lady Bellair?" chiese il generale.

"Lo avete visto?" chiese Lady Bellair, ansiosamente.

"Non ancora," rispose il gentiluomo.

"Beh, allora lo vedrete stasera," disse Lady Bellair, con aria di trionfo. "Viene da me stasera."

Ferdinand si alzò e stava per andarsene.

"Non devi andare via senza vedere il mio scoiattolo," disse la signora, "che il mio caro nipotino buffo mi ha regalato: è un ragazzo così buffo. Devi vederlo, devi vederlo," aggiunse la signora, con tono perentorio. "Ecco, esci da quella porta, e troverai la strada per la mia stanza estiva, e lì troverai il mio scoiattolo."

L'irrequieto Ferdinand fu contento di lasciare la biblioteca, anche a patto di visitare prima lo scoiattolo. Attraversò un salone, entrò nel conservatorio, sbucò nel giardino e alla fine si ritrovò nella lunga stanza estiva. In fondo alla stanza era seduta una dama, che sfogliava un libro di stampe; quando udì un passo, alzò gli occhi e Ferdinand vide Henrietta Temple.

Rimase senza parole; si sentì inchiodato al suolo; ogni facoltà di pensiero e movimento lo abbandonò allo stesso tempo.

Lì se ne stava, confuso e sbalordito. Né, in verità, la sua compagna era meno turbata. Rimase con gli occhi fissi su Ferdinand con un'espressione di paura, stupore e angoscia impressa sui lineamenti. Alla fine Ferdinand si riprese in qualche misura, e seguì il primo impulso della sua mente, quando la mente tornò davvero a lui: fece per ritirarsi.

Aveva fatto metà strada, quando una voce, se davvero voce umana era quella che emise toni così pieni di angoscia soffocante, pronunciò il suo nome.

"Capitano Armine!" disse la voce.

Come tremava, eppure meccanicamente obbediente al suo primo impulso, proseguì verso la porta.

"Ferdinand!" disse la voce.

Si fermò, si voltò, lei agitò la mano selvaggiamente e poi, appoggiando il braccio sul tavolo, vi nascose il viso. Ferdinand camminò verso il tavolo a cui lei era seduta; lei udì il suo passo vicino a sé, eppure non alzò lo sguardo né parlò. Alla fine lui disse, con voce ferma ma chiara: "Sono qui".

"Ho visto Mr. Glastonbury," mormorò lei.

"Lo so," rispose lui.

"La tua malattia mi ha addolorato," disse lei, dopo una breve pausa, col viso ancora nascosto e parlando con tono sommesso. Ferdinand non rispose, e ci fu un'altra pausa, che Miss Temple ruppe.

"Vorrei che fossimo almeno amici," disse. Le lacrime vennero agli occhi di Ferdinand quando lo disse, perché il suo tono, sebbene basso, era ora dolce. Gli toccò il cuore.

"I nostri sentimenti reciproci ora hanno poca importanza," rispose.

Lei sospirò, ma non rispose. Alla fine Ferdinand disse: "Addio, Miss Temple".

Lei sussultò, alzò lo sguardo, il suo volto dolente gli lacerò il cuore. Non sapeva cosa fare; cosa dire. Non poteva sopportare il suo sguardo; lui a sua volta distolse gli occhi.

"La nostra miseria è... è stata grande," disse lei con tono più fermo, "ma è stata opera mia?"

"I miserabili possono sopportare i rimproveri; non risparmiarmi. La mia situazione, tuttavia, dimostra la mia sincerità. Ho sbagliato, certamente," disse Ferdinand; "non potevo credere che tu potessi aver dubitato di me. È stato un malinteso," aggiunse, con tono di grande amarezza.

Miss Temple coprì di nuovo il viso dicendo: "Non posso richiamare il passato: non desidero soffermarmici. Desidero solo esprimerti l'interesse che provo per il tuo benessere, la mia speranza che tu possa ancora essere felice. Sì! tu puoi essere felice, Ferdinand; Ferdinand, per amor mio sarai felice".

"O Henrietta, se posso davvero chiamarti Henrietta, questo è peggio di quella morte per cui mi maledico di essere scampato."

"No, Ferdinand, non dire così. Sforzati, sforzati soltanto, resisti contro il destino irresistibile. La tua cugina, tutti dicono che è così amabile; sicuramente..."

"Addio, signora, vi ringrazio per il vostro consiglio."

"No, Ferdinand, non andartene, non andartene in collera. Perdonami, abbi pietà di me, ho parlato per il tuo bene, ho parlato per il meglio."

"Io, almeno, non sarò mai falso," disse Ferdinand con energia. "Non si dirà di me che ho infranto voti consacrati dalle più nobili emozioni della nostra natura. No, no, ho avuto il mio sogno; non era che un sogno: ma finché vivrò, vivrò della sua dolce memoria."

"Ah! Ferdinand, perché non sei stato franco; perché mi hai nascosto la tua situazione?"

"Nessuna mia spiegazione può cambiare le nostre rispettive situazioni," disse Ferdinand; "mi contento quindi di dire che non è stata Miss Temple ad avere occasione di criticare la mia condotta."

"Sei amaro."

"La signora che ho offeso, mi ha perdonato. È la più generosa, la più amabile del suo sesso; se non altro per gratitudine verso tutta la sua bontà suprema, non fingerei mai di offrire un cuore che non potrà mai essere suo. Katherine è davvero più che una donna. Tra i miei molti e quasi impareggiabili dolori, uno dei miei tormenti più acuti è il ricordo di aver offuscato la vita, anche solo per un momento, di quella persona ammirabile. Ahimè! ahimè! che in tutta la mia miseria l'unica donna che simpatizza con la mia infelicità è la donna che ho offeso. E così delicata oltre che generosa! Non ha nemmeno voluto chiedere il nome dell'individuo che ha causato la nostra reciproca desolazione."

"Fosse che sapesse tutto," mormorò Henrietta; "fosse che conoscessi lei."

"La tua conoscenza non potrebbe influenzare gli affari. Il mio stesso affetto per mia cugina, il completo apprezzamento che ora possiedo del suo carattere, prima così poco stimato e così debolmente compreso da me, è proprio la circostanza che, con i miei sentimenti, impedirebbe la nostra unione. Lei può, sono certo che lo farà, essere ancora felice. Io non potrò mai renderla tale. Il nostro fidanzamento ai vecchi tempi era più il risultato di accordi familiari che di una qualsiasi simpatia. La amo molto più ora di quanto facessi allora, e tuttavia è l'ultima persona al mondo che sposerei. Confido, credo, che la mia condotta, se ha offuscato per un momento la sua vita, non la oscurerà infine, non a lungo; e lei ha ogni fascino e virtù e accidente di fortuna per attrarre l'ammirazione e l'attenzione dei più favoriti. I suoi sentimenti verso di me in qualsiasi momento non avrebbero potuto essere che miti e calmi. È un mero abuso di termini chiamare tali sentimenti amore. Ma," aggiunse sarcasticamente, "questo è un argomento troppo delicato per me da esporre a Miss Temple."

"Per l'amor di Dio, non essere così amaro!" esclamò lei; e poi aggiunse, con una voce a metà tra l'angoscia e la tenerezza: "Non lasciarmi mai schernire da quelle labbra! O Ferdinand, perché non possiamo essere amici?"

"Perché siamo più che amici. Per me una tale parola dalle tue labbra è una mera presa in giro. Non incontriamoci mai più. Solo questo ci rimane. Poco avrei supposto che ci saremmo mai incontrati di nuovo. Non vado da nessuna parte, non entro in nessuna casa; la mia visita qui stamattina è stata uno di quei capricci stravaganti su cui non si può contare. Questa vecchia signora, in effetti, sembra in qualche modo legata al nostro destino. Credo di esserle molto debitore."

Il paggio entrò nella stanza. "Miss Temple," disse il ragazzo, "la mia signora mi ha detto di riferire che la duchessa e Lord Montfort sono qui."

Ferdinand sussultò e, lanciando, quasi inconsciamente, uno sguardo di feroce rimprovero alla miserabile Henrietta, corse fuori dalla stanza e riuscì a scappare da Bellair House senza rientrare in biblioteca.

CAPITOLO VI.

Contenente una riunione serale a Bellair House.

Seduta su un ottomano nella biblioteca ottagonale, lanciando occasionalmente uno sguardo ai suoi saloni illuminati e affollati, o facendo cenno, con un ventaglio quasi lungo quanto lei, a un ospite lontano, Lady Bellair ricevette il mondo la sera del giorno che era stato testimone dello strano incontro tra Henrietta Temple e Ferdinand Armine. Il suo paggio, che stava alla porta della biblioteca con un nuovo abito di fantasia, ricevette l'annuncio della compagnia dagli altri servitori e comunicò egli stesso l'informazione alla sua padrona.

"Mr. Million de Stockville, milady," disse il paggio.

"Hem!" fece la signora, piuttosto bruscamente, mentre, con un'espressione del volto non molto amabile, si inchinava, con la sua dignità più superba, a un personaggio dall'aspetto piuttosto comune in un gilet ricamato in modo sfarzoso.

"Lady Ionia Colonnade, milady." Lady Bellair concesse un cenno sorridente a questa bella e classica dama, e indicò persino, con un movimento del suo ventaglio, che poteva sedersi sul suo ottomano.

"Sir Ratcliffe e Lady Armine, milady, e Miss Grandison."

"Cari, bravi ragazzi!" esclamò Lady Bellair, "quanto siete in ritardo! e dov'è il vostro malvagio figlio? Ecco, andate nella stanza accanto, andate, andate, e vedete l'uomo meraviglioso. Lady Ionia, dovete conoscere Lady Armine; è come voi; è una delle mie preferite. Ora allora, andate tutti insieme. Non voglio che nessuno rimanga qui tranne mia nipote. Questa è mia nipote," aggiunse Lady Bellair, indicando una giovane signora seduta al suo fianco; "do questa festa per lei." "Generale Faneville, milady." "Siete molto in ritardo," disse Lady Bellair. "Ho cenato da Lord Rochfort," disse il generale inchinandosi.

"Rochfort! Oh! dove sono? dove sono i Rochfort? dovrebbero essere qui. Devo, voglio vederli. Pensate che Lady Rochfort voglia una governante per l'asilo? Perché ho una persona incantevole che farebbe proprio al caso suo. Andate a cercarla, Generale, e informatevi; e se non ne vuole una, trovatene una che la voglia. Chiedete a Lady Maxbury. Ecco, andate, andate."

"Mr. e Miss Temple, milady."

"Oh, la mia cara!" disse Lady Bellair, "la mia vera cara! siediti vicino a me. Ho mandato via Lady Ionia, perché ho deciso di tenere questo posto per te. Do questa festa interamente in tuo onore, quindi dovresti sederti qui. Sei un brav'uomo," continuò, rivolgendosi a Mr. Temple; "ma non posso amarti così tanto come tua figlia."

"Sarei troppo fortunato," disse Mr. Temple, sorridendo.

"Ti conoscevo quando mangiavi la pappa," disse Lady Bellair, ridendo.

"Mrs. Montgomery Floyd, milady."

Lady Bellair assunse il suo sguardo più gelido e altezzoso. Mrs. Montgomery appariva più splendida che mai. Lo sfarzo del suo strascico quasi richiedeva un paggio per sorreggerlo; stringeva tra le mani un bouquet che sarebbe potuto servire da centrotavola per un banchetto. Al suo fianco ciondolava un giovane snello, dall’aspetto piuttosto distinto, vestito con semplicità, con un bocciolo di rosa appena infilato nel suo frac nero, ma la cui persona distillava effluvi la cui essenza avrebbe potuto svuotare un conservatorio.

"Posso avere l'onore di presentare a vostra signoria Lord Catchimwhocan?" mormorò Mrs. Montgomery, esultante per il suo accompagnatore, forse per la sua conquista.

Lady Bellair fece un cenno breve e sgarbato. Mrs. Montgomery riconobbe Mr. e Miss Temple. "Via, andate, andate," disse Lady Bellair, interrompendola, "nessuno deve fermarsi qui; andate a vedere il meraviglioso uomo nella stanza accanto."

"Lady Bellair è così strana," piagnucolò Mrs. Montgomery, con un sussurro di scuse rivolto a Miss Temple, e si allontanò, coprendo la ritirata con la figura aggraziata di Lord Catchimwhocan.

"Qualche guardia irlandese, suppongo," disse Lady Bellair. "Non ne ho mai sentito parlare; odio le guardie."

"Un uomo dall'aspetto piuttosto distinto, credo," disse Mr. Temple.

"Davvero lo pensi?" disse Lady Bellair, che era sempre influenzata dall'ultima parola pronunciata. "Lo inviterò per giovedì e sabato. Credo di aver conosciuto suo nonno. Devo dirgli di non andare in giro con quella donna orribile. È così pretenziosa, e usa il muschio; mi fa venire in mente la Regina di Saba," disse la donnina, ridendo, "tutta pietre preziose e incenso. La detesto davvero."

"Pensavo fosse una delle sue preferite, Lady Bellair?" disse Henrietta Temple con una punta di malizia.

"Una preferita di Bath, mia cara; una preferita di Bath. A Bath indosso le mie vecchie cuffie e uso i miei nuovi amici; ma in città ho vecchi amici e abiti nuovi."

"Lady Frederick Berrington, milady." "Oh! mia cara Lady Frederick, ora ti farò un regalo. Ti presenterò alla mia dolce, dolcissima amica, di cui ti parlo sempre. Meriti di conoscerla; imparerai ad apprezzarla; ecco, siediti, siediti accanto a lei, parla con lei e corteggiala."

"Lady Womandeville, milady."

"Ah! lei va bene per il lord; lei ama i lord. Mia cara signora, arrivate così tardi, eppure sono sempre così felice di vedervi. Ho un amico così affascinante per voi, la persona più bella, più alla moda, più arguta, davvero accattivante, e suo nonno era uno dei miei più cari amici. Come si chiama? Come si chiama? Lord Catchimwhocan. Ricordate, vi presento lui, e invitatelo molto spesso a casa vostra."

Lady Womandeville sorrise, espresse la sua gioia e si allontanò.

Lord Montfort, che era arrivato prima dei Temple, si avvicinò al divano.

"La duchessa è qui?" chiese Henrietta, mentre gli stringeva la mano.

"E Isabella," rispose lui. Henrietta si alzò e, prendendolo sottobraccio, prese congedo da Lady Bellair.

"Dio vi benedica," disse la nobildonna, con grande enfasi. "Badate di non rivolgere la parola a quell'odiosa Mrs. Floyd, mi raccomando."

Quando Lord Montfort e Henrietta riuscirono a trovare la duchessa, lei si trovava nel conservatorio, che era vivacemente illuminato da lampade colorate tra gli arbusti. Sua Grazia stava conversando con cordialità con una signora di aspetto molto gradevole, in cui le tracce di una bellezza un tempo distinta erano in verità ancora considerevoli, e con la sua accompagnatrice, una persona estremamente graziosa, nel pieno fiore della giovinezza. Lord Montfort e Henrietta furono immediatamente presentati a queste signore, come Lady Armine e Miss Grandison. Dopo la scena del mattino, non fu facile privare Miss Temple della sua equanimità; dopo quello shock, nessun incidente legato alla famiglia Armine avrebbe potuto sorprendere; era persino desiderosa di fare la conoscenza di Miss Grandison, e si congratulò con se stessa per l'opportunità che si era così prontamente offerta di soddisfare i suoi desideri. La duchessa era perfettamente deliziata da Lady Armine, i cui modi erano affascinanti; tra le famiglie vi era un qualche legame di sangue, e Lady Armine, inoltre, aveva sempre conservato un vivo senso dei servizi resi dal vecchio duca a suo figlio. Henrietta dovette persino ascoltare le domande fatte su Ferdinand, e apprese che si stava lentamente riprendendo da una malattia quasi fatale, che non poteva sopportare le fatiche della società, e che viveva addirittura in un albergo per amore della quiete. Henrietta osservò il volto di Katherine, mentre Lady Armine forniva queste informazioni. Era serio, ma non turbato. Sua Grazia non si separò dalle sue nuove amiche per tutta la serata, e si congedarono con l'auspicio reciprocamente espresso di potersi incontrare presto e spesso. La duchessa definì Lady Armine la persona più affascinante che avesse mai incontrato; mentre, d'altra parte, Miss Grandison era calorosa nella sua ammirazione per Henrietta Temple e Lord Montfort, che riteneva degno persino di un premio così raro.

CAPITOLO VII.

Contenente una comunicazione molto importante.

Tra l'inaspettato incontro con il Capitano Armine al mattino e l'assemblea serale a Bellair House, una comunicazione era stata fatta da Miss Temple a Lord Montfort, che non dovrebbe passare del tutto inosservata. Era tornata a casa con sua madre e lui, e il suo silenzio e la sua depressione non gli erano sfuggiti. Poco dopo il loro arrivo rimasero soli, e allora Henrietta disse: "Digby, desidero parlarti!"

"Mia cara!" disse Lord Montfort, mentre si sedeva accanto a lei sul divano e le prendeva la mano.

Miss Temple era calma; ma sarebbe stato un osservatore superficiale colui che non avesse colto la sua agitazione repressa.

"Carissimo Digby," continuò, "sei così generoso e così gentile, che non dovrei provare alcuna esitazione nel parlarti di questo argomento; eppure mi addolora molto." Esitò.

"Posso solo esprimere la mia solidarietà per ogni tuo dolore, Henrietta," disse Lord Montfort. "Parlami come fai sempre, con quella franchezza che tanto mi delizia."

"Lascia che i tuoi pensieri tornino all'incidente più doloroso della mia vita, allora," disse Henrietta.

"Se lo richiedi," disse Lord Montfort, con tono serio.

"Non è colpa mia, carissimo Digby, se un singolo particolare legato a quel triste evento debba esserti ignoto. Desideravo fin dall'inizio che tu sapessi tutto. Mi sono pentita mille volte da allora che la tua considerazione per i miei sentimenti abbia potuto causare un'imperfetta confidenza tra noi; e oggi è accaduto qualcosa che me lo fa rimpiangere amaramente."

"No, no, carissima Henrietta; senti troppo profondamente," disse Lord Montfort.

"In verità, Digby, è così," disse Henrietta molto tristemente.

"Parla, allora, carissima Henrietta."

"È necessario che tu conosca il nome di quella persona che un tempo esercitò un'influenza sui miei sentimenti, che non ho mai preteso di nasconderti."

"È davvero necessario?" chiese Lord Montfort.

"È per la mia felicità," rispose Henrietta.

"Allora, in verità, sono ansioso di apprenderlo."

"È in questo paese," disse Henrietta, "è in questa città; potrebbe trovarsi nella stessa stanza con te domani; è stato nella stessa stanza con me persino oggi."

"Davvero!" disse Lord Montfort.

"Porta un nome non ignoto a te," disse Henrietta, "un nome, inoltre, che devo imparare a menzionare, eppure..."

Lord Montfort si alzò e prese una matita e un foglio di carta dal tavolo. "Scrivilo," disse con tono gentile.

Henrietta prese la matita e scrisse:

"Armine."

"Il figlio di Sir Ratcliffe?" disse Lord Montfort.

"Lo stesso," rispose Henrietta.

"Hai saputo di lui ieri sera, dunque?" chiese il suo compagno.

"Proprio così; anche di questo stavo per parlare."

"Sono consapevole del legame di Mr. Glastonbury con la famiglia Armine," disse Lord Montfort, con calma.

Ci fu una pausa morta. Alla fine Lord Montfort disse: "C'è qualcosa che desideri che io faccia?"

"Molto," disse Henrietta. "Carissimo Digby," continuò, dopo un momento di esitazione, "non fraintendermi; il mio cuore, se un tale cuore merita di essere posseduto, è tuo. Non potrò mai dimenticare chi mi ha confortato nella mia miseria; non potrò mai dimenticare tutta la tua delicata tenerezza, Digby. Vorrei poter ricambiare in modo più degno di tutta la tua bontà; ma se la grata devozione della mia vita può ripagarti, ne sarai soddisfatto."

Lui le prese la mano e la portò alle labbra. "È di te, e della tua felicità che posso solo pensare," mormorò.

"Ora lascia che ti racconti tutto," disse Henrietta, con disperata fermezza. "Ho fatto un grande torto a questa persona."

"Ah!" disse Lord Montfort.

"Mi ferisce profondamente," disse Henrietta.

"Hai quindi frainteso la sua condotta?" chiese Lord Montfort.

"Del tutto."

"È davvero una situazione terribile per te," disse Lord Montfort; "per tutti noi," aggiunse, con voce più bassa.

"No, Digby; non per tutti noi; nemmeno per me; perché se tu sei felice, lo sarò anch'io. Ma per lui, sì! Non te lo nasconderò, provo qualcosa per lui."

"Il tuo destino è nelle tue mani, Henrietta."

"No, no, Digby; non dirlo," esclamò Miss Temple, molto seriamente; "non parlare con quel tono di sacrificio. Non c'è bisogno di sacrifici; non ce ne saranno. Non vacillo, non voglio vacillare. Sii fermo tu. Non abbandonarmi in questo momento di prova. È per avere sostegno che parlo; è per avere conforto. Siamo legati da vincoli i più puri, i più sacri. Chi li spezzerà? No! Digby, saremo felici; ma mi preme il destino di questa persona infelice. Tu, tu puoi aiutarmi a renderlo più sereno; a renderlo, forse, non meno felice di noi."

"Non risparmierei alcuna fatica," disse Lord Montfort.

"Oh, che tu non lo facessi!" esclamò Miss Temple. "Sei così buono, così nobile! Saresti solidale persino con lui. Quale altro uomo nella tua situazione lo farebbe?"

"Cosa si può fare?"

"Ascolta: era fidanzato con sua cugina persino in quel giorno fatale in cui ci incontrammo per la prima volta; una dama con ogni fascino e vantaggio che si potrebbe pensare possa rendere felice un uomo; giovane, nobile e bella; di una disposizione quanto mai amabile e generosa, come ha dimostrato la sua condotta successiva; e di grande ricchezza."

"Miss Grandison?" disse Lord Montfort.

"Sì: i suoi genitori guardavano alla loro unione con gioia, non del tutto priva di ansia.

Gli Armine, con tutti i loro principeschi possedimenti, sono grandemente in imbarazzo per la condotta dell'ultimo capo della loro casata. Ferdinand stesso, mi addolora dirlo, ha ereditato troppo dello spirito imprudente di suo nonno; i suoi affari, temo, sono terribilmente coinvolti. Quando lo conobbi, papà era, come sai, un uomo povero. Questo matrimonio avrebbe risolto tutto; mio Digby, desidero che avvenga."

"Come possiamo attuarlo?" chiese Lord Montfort.

"Diventa suo amico, caro Digby. Penso sempre che tu possa fare qualsiasi cosa. Sì! la mia unica fiducia è in te. Oh! mio Digby, rendici tutti felici."

Lord Montfort si alzò e camminò su e giù per la stanza, apparentemente in profonda meditazione. Alla fine disse: "Stai certa, Henrietta, che per garantire la tua felicità nulla mancherà mai da parte mia. Vedrò Mr. Glastonbury su questo argomento. Per ora, carissima, pensiamo a cose più leggere."

CAPITOLO VIII.

Che è piuttosto strano.

Fu la mattina dopo l'assemblea a Bellair House che Ferdinand fu destato dai suoi graditi sonni, poiché aveva trascorso una notte quasi insonne, dal suo servitore che gli portava un biglietto, dicendogli che era stato lasciato da una signora in carrozza. Lo aprì e lesse quanto segue:

"Sciocco, sciocco Capitano Armine! perché non sei venuto al mio Vauxhall ieri sera? Volevo presentarti alla damigella più bella del mondo, che ha anche una gran fortuna; ma a te non importa. Quando hai intenzione di sposarti? Miss Grandison appariva affascinante, ma inconsolabile senza il suo cavaliere. Tua madre è un angelo, e la Duchessa di... è innamorata di lei. Anche tuo padre è un uomo degno. Amo molto la tua famiglia. Vieni a trovare la povera, vecchia, rimbambita e costretta a letto H. B., che è in casa ogni giorno dalle due alle sei per ricevere i suoi amici. La bella Lady Armine ha un paggio? Ne ho uno che farebbe proprio al caso suo. Infastidisce così tanto il mio povero scoiattolo che sono costretta a mandarlo via; ma è un vero tesoro. Quella gran dama, Mrs. Montgomery Floyd, darebbe un braccio per lui; ma io amo molto di più tua madre, e così lo avrà lei. Verrà da lei stasera. Tutto il mondo prende il tè con H. B. il giovedì e il sabato."

"L'una!" disse Ferdinand. "Tanto vale che mi alzi e faccia una visita a Brook-street, per salvare mia madre da questa minacciata afflizione. Eigho! Giorno dopo giorno, e ognuno più miserabile dell'altro. Come finirà?"

Quando Ferdinand arrivò a Brook-street, salì le scale senza essere annunciato e trovò nel salotto, oltre a sua madre e Katherine, la duchessa, Lord Montfort e Henrietta Temple.

Le giovani signore erano in abito da equitazione. Henrietta apparve davanti a lui, la stessa Henrietta che aveva incontrato, per la prima volta, nel giardino di Armine. La ritirata era impossibile. Sua Grazia accolse Ferdinand cordialmente e gli ricordò i vecchi tempi. Henrietta fece un inchino, ma era seduta a una certa distanza con Miss Grandison, intenta a un lavoro di ricamo. La sua occupazione copriva il suo imbarazzo. Lord Montfort si fece avanti con la mano tesa.

"Ho il piacere di incontrare un vecchio amico," disse il lord.

Ferdinand sfiorò appena le dita del lord e fece un inchino piuttosto rigido; poi, voltandosi verso sua madre, le consegnò il biglietto di Lady Bellair. "Riguarda voi più che me," osservò.

"Non siete stato da Lady Bellair ieri sera, Capitano Armine," disse sua Grazia.

"Non vado da nessuna parte," fu la risposta.

"È stato molto malato," disse Lady Armine.

"Dov'è Glastonbury, Ferdinand?" disse Lady Armine. "Non viene mai da noi."

"Va ogni giorno al British Museum."

"Vorrei che portasse me," disse Katherine. "Non ci sono mai stata. E tu?" chiese, voltandosi verso Henrietta.

"Mi vergogno a dire mai," rispose Henrietta. "Mi sembra che Londra sia l'unica città di cui non so nulla."

"Ferdinand," disse Katherine, "vorrei che venissi con noi al Museo un giorno. A Miss Temple piacerebbe andare. Conosci Miss Temple," aggiunse, come se desse per scontato che lui non avesse quel piacere.

Ferdinand fece un inchino; Lord Montfort si fece avanti e portò la conversazione sulle antichità egizie. Passato un quarto d'ora, Ferdinand pensò che avrebbe potuto ritirarsi.

"Cenerete a casa, Katherine, oggi?" chiese.

Miss Grandison guardò Miss Temple; le giovani signore bisbigliarono.

"Ferdinand," disse Katherine, "cosa hai intenzione di fare?"

"Nulla di particolare."

"Andiamo a cavalcare, e Miss Temple vorrebbe che venissi con noi."

"Sarei molto felice, ma ho degli affari a cui badare."

"Caro Ferdinand, è quello che dici sempre. Mi sembri davvero la persona più occupata del mondo."

"La prego, venga, Capitano Armine," disse Lord Montfort.

"Grazie; non è davvero in mio potere." Aveva il cappello in mano; stava pregando sua Grazia di portare i suoi omaggi al duca, quando Henrietta si alzò dal suo posto e, avvicinandosi a lui, disse: "Venga, Capitano Armine, con noi; glielo chiedo come un favore."

Quella voce! Oh! gli giunse all'orecchio "come il dolce austro"; lo scosse fin nel profondo. Non sapeva quasi dove si trovasse. Tremava da capo a piedi. Il colore lo abbandonò, e lo sfortunato cappello cadde sul pavimento; eppure lei stava lì davanti a lui, in attesa della sua risposta, calma, del tutto calma, seria, apparentemente un po' ansiosa. La duchessa era in fervida conversazione con sua madre. Lord Montfort si era avvicinato a Miss Grandison ed era impegnato a sistemare un modello per lei. Ferdinand e Henrietta erano del tutto inosservati. Lui alzò lo sguardo; incrociò i suoi occhi; e poi sussurrò: "Questo non è molto leale."

Lei tese la mano, prese il suo cappello e lo appoggiò sul tavolo; poi, voltandosi verso Katherine, disse, con un tono che non sembrava ammettere dubbi: "Il Capitano Armine cavalcherà con noi"; e si sedette accanto a Lady Armine.

La spedizione fu un po' ritardata dal fatto che Ferdinand dovette mandare a chiamare il suo cavallo; gli altri, nel frattempo, erano arrivati. Eppure questa mezz'ora, con qualche espediente, alla fine svanì. Lord Montfort continuò a parlare con Miss Grandison. Henrietta rimase seduta accanto a Lady Armine. Ferdinand rimuginava una grande questione nella sua mente, ed era questa: Lord Montfort era a conoscenza dell'intima conoscenza tra lui e Miss Temple? E quale era il principio ispiratore della sua condotta attuale? Evocò mille ragioni, ma nessuna lo soddisfò. La sua curiosità era eccitata, e, invece di pentirsi della sua promessa estorta di unirsi alla cavalcata, si rallegrò che gli fosse offerta un'opportunità di risolvere forse un problema nel cui segreto cominciava ora a sentirsi estremamente interessato.

Eppure, in verità, quando Ferdinand si ritrovò davvero in sella, e a cavalcare di nuovo al fianco di Henrietta Temple, poiché Lord Montfort era molto imparziale nelle sue attenzioni verso le sue belle compagne, e Ferdinand si ritrovava continuamente accanto a Henrietta, iniziò davvero a pensare che il mondo fosse stregato, ed era quasi scettico sul fatto di essere o meno Ferdinand Armine. Anche l'identità della sua compagna era così completa: Henrietta Temple nel suo abito da equitazione era proprio l'immagine impressa più vivamente nella sua memoria. La guardò e la fissò con un volto di curiosa perplessità. Lei non parlò molto, in verità; la conversazione era sempre generale, e principalmente mantenuta da Lord Montfort, che, sebbene solitamente silenzioso e riservato, fece in questa occasione sforzi riusciti per essere divertente. Anche la sua attenzione verso Ferdinand fu notevole; era impossibile resistere a una gentilezza così genuina e non affettata. Colpì il cuore di Ferdinand il fatto di aver accolto i primi approcci del lord in modo così sgarbato. Il rimorso lo rese ora doppiamente cortese; fu persino una o due volte quasi allegro.

La giornata era bella come un cielo limpido, un sole caldo e una brezza occidentale potevano renderla. Tentati da tanto piacere, la loro cavalcata fu lunga. Era tardi, molto più tardi di quanto si aspettassero, quando tornarono a casa per i sentieri verdi della graziosa Willesden, e il Parco era del tutto vuoto quando emersero dalla Edgware-road in Oxford-street.

"Ora la cosa migliore che possiamo fare tutti è cenare a St. James'-square," disse Lord Montfort. "Sono le otto e dieci. Saremo appena in tempo, e poi potremo mandare messaggi a Grosvenor-square e a Brook-street. Che ne dici, Armine? Verrai, naturalmente."

"Grazie, se volessi scusarmi."

"No, no; perché scusarti?" disse Lord Montfort: "Penso che sia meschino abbandonarci ora, dopo tutte le nostre avventure."

"Davvero sei molto gentile, ma non ceno mai fuori."

"Cenare fuori! Che espressione! Non incontrerai un essere umano; forse nemmeno mio padre. Se non verrai, rovinerà tutto."

"Non posso cenare in abito corto," disse Ferdinand.

"Io lo farò," disse Lord Montfort, "e queste signore devono cenare nei loro abiti da equitazione, sospetto."

"Oh! certamente, certamente," dissero le signore.

"Vieni, Ferdinand," disse Katherine.

"Te lo chiedo come un favore," disse Henrietta, voltandosi verso di lui e parlando a bassa voce.

"Bene," disse Ferdinand, con un sospiro.

"Così va bene," disse Montfort; "ora trottiamo attraverso il Parco, e il groom può passare per Grosvenor-square e Brook-street, e galoppare dietro di noi. È divertente, non è vero?"

CAPITOLO IX.

Che è nel complesso quasi altrettanto sconcertante del precedente.

Quando Ferdinand si ritrovò a cenare a St. James’-square, nella stessa stanza dove aveva trascorso tante ore liete durante quel mese fanciullesco di allegria che aveva preceduto il suo primo arruolamento nel reggimento, e poi guardò di fronte a sé e vide Henrietta Temple, gli sembrò che, per un qualche processo magico, la sua vita si stesse ripetendo, e che l'ordine delle scene e dei personaggi si fosse, per una strana disorganizzazione, confuso. Eppure si abbandonò all'eccitazione che lo aveva così inaspettatamente influenzato; era infiammato da una sorta di gioia sfrenata che non riusciva a comprendere, né a fermarsi ad analizzare; e quando la duchessa si ritirò con le giovani signore nel loro conclave segreto in salotto, disse: "Il capitano Armine mi piace molto; è così pieno di spirito e immaginazione. Quando l'abbiamo incontrato stamattina, sapete, l'ho trovato piuttosto rigido e ricercato. Ho rimpianto la luminosa vivacità fanciullesca che ricordavo così bene, ma vedo che mi sbagliavo."

"Ferdinand è molto cambiato," disse Miss Grandison. "Una volta era la persona più brillante, credo, che sia mai vissuta: quasi troppo brillante; chiunque al suo fianco sembrava così scialbo. Ma dopo la sua malattia è cambiato del tutto. Non l'ho quasi mai sentito parlare o visto sorridere in questi sei mesi. Non c'è al mondo una persona così miseramente alterata. È completamente distrutto. Non so cosa gli prenda oggi. Per un momento è sembrato quasi se stesso."

"Si è abbandonato troppo ai propri sentimenti, forse," disse Henrietta; "ha vissuto, forse, troppo solo, dopo una malattia così grave."

"Oh, no! non è quello," disse Miss Grandison, "non è esattamente quello. Povero Ferdinand! c'è da averne pietà. Temo che non sarà mai più felice."

"Miss Grandison non dovrebbe dirlo," disse la duchessa, "se si deve credere alle voci che corrono."

Katherine stava per rispondere, ma si trattenne.

Henrietta si alzò dal suo posto piuttosto bruscamente e chiese a Katherine di suonare il pianoforte.

La duchessa prese il "Morning Post".

"Povero Ferdinand! anche lui un tempo cantava così meravigliosamente!" disse Katherine a Miss Temple, a voce bassa. "Ora non canta mai."

"Devi convincerlo," disse Henrietta.

Miss Grandison scosse la testa.

"Tu hai influenza su di lui; dovresti esercitarla," disse Henrietta.

"Non ho, né desidero avere, influenza su di lui," disse Miss Grandison. "Carissima Miss Temple, il mondo è in errore riguardo a me e a mio cugino; eppure non dovrei dire a te ciò che non ho ritenuto opportuno confessare nemmeno a mia zia."

Henrietta si sporse in avanti e le baciò la fronte. "Di' quello che vuoi, carissima Miss Grandison; parli a un'amica, che ti vuole bene e rispetterà il tuo segreto."

I gentiluomini in quel momento entrarono nella stanza e interruppero questa interessante conversazione.

"Non deve lasciare lo strumento, Miss Grandison," disse Lord Montfort, sedendosi al suo fianco. Ferdinand si lasciò coinvolgere in una conversazione con la duchessa; e Miss Temple fu l'amabile vittima della passione di Sua Grazia per l'écarté.

"Il capitano Armine è una persona molto gradevole," disse Lord Montfort.

Miss Grandison rimase piuttosto stupita. "Stavamo proprio parlando di Ferdinand," rispose, "e stavo lamentando il suo triste cambiamento."

"Una malattia grave, una malattia grave come la sua, deve per forza cambiare chiunque, per il momento; presto lo rivedremo com'era."

"Mai," disse Miss Grandison tristemente.

"Lei deve ispirarlo," disse Lord Montfort. "Mi accorgo che lei ha una grande influenza su di lui."

"Riconosco a Lord Montfort una percezione molto più acuta di questa," disse Miss Grandison.

I loro sguardi si incontrarono: persino la visione oscura di Lord Montfort vacillò davanti allo sguardo indagatore di Miss Grandison. Gli comunicò che il suo intento non era rimasto ignoto.

"Ma lei può esercitare la sua influenza, se lo desidera," disse Lord Montfort.

"Ma potrebbe non farmi piacere," disse Miss Grandison.

In quel momento fu annunciato Mr. Glastonbury. Aveva un invito permanente e l'abitudine di fare spesso una visita serale quando la famiglia non era impegnata. Quando trovò Ferdinand, Henrietta e Katherine tutti riuniti, e in un abbigliamento così insolito, la sua perplessità fu enorme. Anche il tono di relativa disinvoltura con cui Miss Temple si rivolse a lui completò la sua confusione. Iniziò a sospettare che fosse avvenuta qualche spiegazione critica. Si guardò intorno in cerca di informazioni.

"Siamo andati tutti a cavallo," disse Lord Montfort.

"Così vedo," disse Glastonbury.

"E dato che eravamo in ritardo per la cena, ci siamo rifugiati qui," continuò il suo signore.

"Lo noto," disse Glastonbury.

"Miss Grandison è un'ammirabile musicista, signore."

"È un'ammirabile signora sotto ogni aspetto," disse Glastonbury.

"Forse vorrà unirsi a lei in qualche canzonetta; io sono così stupido da non essere capace di cantare. Vorrei poter indurre il capitano Armine."

"Ha smesso di cantare," disse Glastonbury, tristemente. "Ma Miss Temple?" aggiunse Glastonbury, facendo un inchino alla signora.

"Anche Miss Temple ha smesso di cantare," disse Lord Montfort, con calma.

"Suvvia, Mr. Glastonbury," disse la duchessa, "ci fu un tempo in cui io e lei cantavamo insieme. Proviamo a svergognare questi giovani." Così dicendo, Sua Grazia si sedette al pianoforte e l'appagato Glastonbury raccolse tutte le sue energie per accompagnarla.

Lord Montfort si sedette accanto a Ferdinand. "Sono spiacente di sentire che è stato gravemente malato."

"Sì; sono stato piuttosto scosso."

"Questa primavera la rimetterà in sesto."

"Così dicono tutti. Non posso dire di sentirne l'influenza benefica."

"Dovrebbe," disse Lord Montfort. "Alla nostra età dovremmo riprenderci rapidamente."

"Sì! Il tempo è il grande medico. Non posso dire di avere molta più fede in lui che nella primavera."

"Bene, allora c'è la Speranza; cosa ne pensa?"

"Non ho molta fede," disse Ferdinand, sforzandosi di sorridere.

"Creda, allora, nell'ottimismo," disse Henrietta Temple, senza distogliere lo sguardo dalle carte. "Tutto ciò che è, è al meglio."

"Non è il mio credo, Miss Temple," disse Ferdinand, e si alzò e stava per ritirarsi.

"Deve andare? Facciamo tutti qualcosa domani!" disse Lord Montfort, scambiando un'occhiata con Henrietta. "Il British Museum; Miss Grandison desidera andare al British Museum. La prego di venire con noi."

"Lei è molto gentile, ma------"

"Bene! Le scriverò un biglietto domattina per farle sapere i nostri piani," disse Lord Montfort. "Spero che non ci abbandonerà."

Ferdinand fece un inchino e si ritirò: evitò di incrociare lo sguardo di Henrietta.

Le carrozze di Miss Temple e Miss Grandison furono presto annunciate e, stanche dei loro abiti da equitazione, le signore non rimasero a lungo.

"Oggi è stata una giornata di prova," disse Henrietta, mentre stava per salutare Lord Montfort. "Cosa ne pensa degli affari? L'ho vista parlare con Katherine. Cosa ne pensa?"

"Penso che Ferdinand Armine sia un rivale formidabile. Sa, sono piuttosto geloso?"

"Digby! può essere ingeneroso?"

"Mia dolce Henrietta, perdoni la mia leggerezza. Parlavo nella più assoluta giocosità. No," continuò, perché lei sembrava davvero ferita, "mi dica buonanotte molto dolcemente."

"C'è qualche speranza?" disse Henrietta.

"Tutto è bene quel che finisce bene," disse Lord Montfort, sorridendo; "che Dio la benedica."

Glastonbury stava per ritirarsi, quando Lord Montfort tornò e gli chiese di salire nei suoi appartamenti, poiché desiderava mostrargli un curioso intaglio antico.

"Sembrava piuttosto sorpreso degli ospiti che ha trovato qui stasera," disse Lord Montfort quando furono soli.

Glastonbury apparve un po' confuso. "È stato certamente un incontro curioso, tutto considerato," continuò Lord Montfort: "Henrietta non mi ha mai nascosto nulla del passato, ma ho sempre desiderato risparmiarle i dettagli. Le ho detto stamattina che avrei parlato con lei dell'argomento, ed è per questo che l'ho invitata qui."

"È una storia dolorosa," disse Glastonbury.

"Dolorosa per me quanto per chiunque altro," disse il suo signore; "tuttavia, deve essere raccontata. Quando ha incontrato per la prima volta Miss Temple?"

"Non lo dimenticherò mai," disse Glastonbury, sospirando e muovendosi molto a disagio sulla sedia. "La scambiai per Miss Grandison." E Glastonbury entrò quindi in una storia completa di tutto ciò che era accaduto.

"È una storia strana, meravigliosa," disse Lord Montfort, "e lei ha comunicato tutto a Miss Grandison?"

"Tutto eccetto il nome della sua rivale. A quello non volle ascoltare. Non era giusto, disse, verso qualcuno così sfortunato e infelice."

"Sembra una persona ammirevole, quella Miss Grandison," disse Lord Montfort.

"È davvero quanto di più vicino a un angelo possa esserci sulla terra," disse Glastonbury.

"Allora è ancora un segreto per i genitori?"

"Così lei ha voluto," disse Glastonbury. "Si aggrappa a loro, che la amano davvero come una figlia; e rifuggiva dalla desolazione che si stava preparando per loro."

"Povera ragazza!" disse Lord Montfort, "e povero Armine! Per il cielo, lo compiango dal profondo del cuore."

"Se lo avesse visto come l'ho visto io," disse Glastonbury, "più folle del più folle degli alienati! È stato uno spettacolo terribile."

"Ah! il cuore, il cuore," disse Lord Montfort: "è un organo delicato, Mr. Glastonbury. E crede che suo padre e sua madre non sospettino nulla?"

"Non so cosa pensino," disse Glastonbury, "ma presto devono sapere tutto." E sembrò rabbrividire al pensiero.

"Perché devono?" chiese Lord Montfort.

Glastonbury rimase a fissarlo.

"Non c'è speranza di mitigare e placare tutti i loro dolori?" disse Lord Montfort; "non possiamo riunire di nuovo questi giovani spiriti separati?"

"È la mia unica speranza," disse Glastonbury, "eppure a volte la ritengo vana."

"È il solo desiderio di Henrietta," disse Lord Montfort; "non può aiutarci? Vuole unirsi a noi in questa cospirazione di affetto?"

"Non ho bisogno di stimoli per un'opera così giusta," disse Glastonbury, "ma non posso nascondermi l'estrema difficoltà. Ferdinand è il più impetuoso degli esseri umani. Le sue passioni sono un turbine; la sua volontà più violenta di quanto si addica a un mortale sofferente."

"Lei pensa, dunque, che non vi sia difficoltà se non con lui?"

"Non so cosa dire," disse Glastonbury; "calmo come appare il temperamento di Miss Grandison, lei possiede qualità eroiche. Oh! cosa non ho visto sopportare a quella giovane ammirevole! Ahimè! mio Digby, mio caro signore, pochi passaggi di questa terribile storia sono incisi nella mia memoria più profondamente del giorno in cui le rivelai il fatale segreto. Eppure, e soprattutto per lei, era mio dovere."

"È stato ad Armine?"

"Ad Armine. Colsi l'occasione quando eravamo soli insieme, e senza timore di essere disturbati. Eravamo andati a vedere una vecchia abbazia nei dintorni. Eravamo seduti tra le sue rovine, quando le presi la mano e cercai di prepararla alla fatale notizia. "Non tutto va bene con Ferdinand," disse immediatamente; "c'è qualche mistero. Lo sospetto da tempo." Ascoltò il mio racconto, addolcito quanto più potei per lei, in silenzio. Eppure il suo pallore non potrò mai dimenticarlo. Sembrava una santa in una nicchia. Quando ebbi finito, mi sussurrò di lasciarla per qualche breve istante, e io mi allontanai, fuori dalla vista, certo, ma così vicino che potesse facilmente chiamarmi. Rimasi solo finché non fu crepuscolo, in uno stato di mesto sospensione che ricordo ancora oggi con angoscia. Alla fine sentii il mio nome pronunciato, con voce bassa ma distinta, e mi guardai intorno ed eccola lì. Aveva pianto. Le presi la mano, la strinsi e la condussi alla carrozza. Quando mi avvicinai alla nostra infelice dimora, mi pregò di porgere le sue scuse alla famiglia, e per due o tre giorni non la vedemmo più. Alla fine mi mandò a chiamare e mi disse che aveva rimuginato tutte queste tristi circostanze nella sua mente, e che provava per gli altri più ancora che per se stessa; che perdonava Ferdinand, lo compiangeva, e avrebbe agito verso di lui come una sorella; che il suo cuore era sconvolto dal pensiero dell'infelice giovane signora, di cui non avrebbe mai voluto conoscere il nome, ma che se con il suo aiuto avessi potuto portare a compimento la loro unione, i mezzi non sarebbero mancati, sebbene la loro fonte dovesse rimanere celata; che per il bene di sua zia, alla quale è davvero appassionatamente legata, avrebbe mantenuto il segreto, finché non fosse stato più possibile mantenerlo; e che nel frattempo c'era da sperare che la salute potesse essere restituita a suo cugino, e che la Provvidenza intervenisse in qualche modo a favore di questa infelice famiglia."

"Creatura angelica!" disse Lord Montfort. "Così giovane, poi; penso così bella. Buon Dio! con un cuore simile, cosa potrebbe desiderare Armine?"

"Ahimè!" disse Glastonbury, e scosse la testa. "Lei non conosce l'amore di Ferdinand Armine per Henrietta Temple. È una cosa selvaggia e spaventosa; supera la comprensione umana."

Lord Montfort si appoggiò allo schienale della sedia e si coprì il volto con le mani. Dopo alcuni minuti alzò lo sguardo e disse con il suo consueto tono placido, e con la fronte distesa: "Vuole prendere qualcosa prima di andare, Mr. Glastonbury?"

CAPITOLO X.

In cui il capitano Armine accresce la sua conoscenza del valore del denaro e diviene anche consapevole del vantaggio di un conoscente che brucia carbone.

Ferdinand tornò al suo albergo non di ottimo umore, rimuginando nella mente il consiglio di Miss Temple sull'ottimismo. Cosa poteva intendere? C'era davvero una cospirazione per farlo sposare con sua cugina, e Miss Temple era una delle cospiratrici? Riusciva a malapena a crederlo, eppure era la deduzione più probabile da tutto ciò che era stato detto e fatto. Era vissuto abbastanza da assistere a eventi così strani che nulla ormai avrebbe dovuto stupirlo. Solo pensare che fosse stato seduto tranquillamente in un salotto con Henrietta Temple, e lei dichiaratamente fidanzata per sposare un'altra persona, che era presente; e che lui, Ferdinand Armine, dovesse essere il compagno prescelto della loro cavalcata mattutina, ed essere invitato con calma a contribuire al loro divertimento quotidiano con la sua presenza sociale! Cos'altro? Se questo non era un insulto, un oltraggio grossolano, flagrante e insopportabile, era totalmente incapace di comprendere cosa si intendesse per orgoglio ferito. Ottimismo, davvero! Si sentiva molto più propenso ad abbracciare la fede dei manichei! E che sciocco era stato a sottomettersi a una situazione così spregevole, così degradante! Che infinita debolezza non essere in grado di resistere alla sua influenza, l'influenza di una donna che lo aveva tradito! Sì! tradito. Per qualche tempo aveva riconciliato la sua mente con l'idea del tradimento di Henrietta nei suoi confronti. Addolcito dal tempo, espiato da lunghe sofferenze, attenuato dalla costante sincerità del suo scopo, la sua imprudenza originale, per usare le sue parole nel descrivere la sua condotta, aveva gradualmente cessato di apparire come una causa valida e sufficiente per il comportamento di lei nei suoi confronti. Quando ricordava quanto aveva amato questa donna, cosa aveva sacrificato per lei e quanta miseria aveva di conseguenza attirato su se stesso e su tutti i suoi cari; quando contrapponeva la sua attuale pericolosa situazione alla trionfante prosperità di lei, e ricordava che mentre lui si era dedicato a un amore che si era rivelato falso, colei che lo aveva abbandonato era, per un capriccio della sorte, assolutamente ricompensata per la sua incostanza; era infuriato, disgustato, disprezzava se stesso per essere stato suo schiavo; iniziò persino a odiarla. Momento terribile quando osiamo per la prima volta guardare con sentimenti di ripugnanza l'essere che la nostra anima ha a lungo idolatrato! È la più spaventosa delle rivelazioni. Indietreggiamo con orrore, come se stessimo compiendo un atto di profanazione.

Altre seccature, tuttavia, di carattere meno etereo, attendevano il nostro eroe al suo ritorno in albergo. Lì trovò una lettera dal suo avvocato, che lo informava che non poteva più parare la determinazione di uno dei principali creditori del capitano Armine di farlo arrestare immediatamente per una somma considerevole. Il povero Ferdinand, mortificato e tormentato, con il cuore e lo spirito ugualmente infranti, riuscì a stento a trattenere un gemito. Tuttavia, bisognava prendere qualche iniziativa. Scacciò Henrietta dai suoi pensieri e, cercando di radunare un po' della sua vecchia energia, rimuginò nella mente quale disperato espediente fosse ancora rimasto.

Il suo sonno fu interrotto da sogni di ufficiali giudiziari e da una vaga idea di Henrietta Temple che trionfava nella sua miseria; ma si alzò presto, scrisse una nota diplomatica al suo creditore minaccioso, che era certo gli avrebbe fatto guadagnare tempo, e poi, facendo un'accurata toilette, poiché quando un uomo sta per cercare di prendere in prestito del denaro è saggio apparire prospero, si diresse verso una parte della città dove viveva un gentiluomo con il cui fratello aveva avuto alcuni precedenti rapporti a Malta, e di cui aveva fatto la conoscenza in Inghilterra in relazione a essi.

Fu in quel quartiere cupo chiamato Golden-square, il cui riposo torbido colpisce così misteriosamente i sensi dopo il luccicante trambusto della vicina Regent-street, che il capitano Armine si fermò davanti a un palazzo nobile ma ormai trasandato, che in giorni antichi e più felici avrebbe potuto probabilmente essere abitato da suo nonno o da alcuni dei suoi allegri amici. Una targa di ottone sulla porta informava il mondo che qui risiedevano i signori Morris e Levison, che esercitavano la non molto ambiziosa professione di commercianti di carbone. Ma se tutti coloro che perseguono quel mestiere alquanto umile potessero riuscire a commerciare in carbone con la stessa destrezza dei signori Morris e Levison, che grandissimi commercianti di carbone sarebbero!

Il portone ponderoso obbedì al segnale del campanello e apparentemente si aprì senza alcun mezzo umano; e il capitano Armine, procedendo lungo un passaggio oscuro ma capace, aprì una porta, che lo invitava con un'iscrizione su vetro smerigliato che lo assicurava che stava entrando nell'ufficio contabile. Qui diversi impiegati, nascosti entro alte pareti del più scuro e spento mogano, erano affaccendati; tuttavia uno avanzò verso un'apertura in questa fortificazione e accettò il biglietto da visita che il visitatore gli offriva. L'impiegato esaminò il tesserino con uno sguardo particolare; e poi, pregando il visitatore di sedersi, scomparve. Non fu assente a lungo, ma presto invitò Ferdinand a seguirlo. Il capitano Armine fu introdotto lungo una nobile scala, e in un salone che un tempo era stato splendido. Il soffitto era riccamente intagliato, e si potevano ancora scorgere i resti del suo un tempo sfarzoso ornamento nelle tenui forme di divinità sbiadite e nelle tracce di doratura torbida. Le pareti di questo appartamento erano affollate di quadri, disposti, tuttavia, con poca attenzione al gusto, all'effetto o allo stile. Una copia sbracciata della Venere di Tiziano fiancheggiava una paria un po' austera di Hoppner; un paesaggio che ricordava Gainsborough era il compagno di un chiaro di luna pasticciato, che doveva essere apparso nell'ultima mostra; e insipide matrone romane di Hamilton, e rigidi eroi inglesi di Northcote, contrastavano con una vasta quantità di raffigurazioni di seconda categoria delle orge di contadini olandesi e ritratti di cavalli da corsa preferiti e cani di fantasia. La stanza era affollata di mobili brutti di ogni genere, molto solidi e principalmente di mogano; tra i quali non c'erano meno di tre scrittoi, per non parlare degli enormi divani di crine. Una credenza di proporzioni babilonesi era coronata da tre massicci ed enormi vassoi d'argento, e immensi candelabri a bracci dello stesso metallo prezioso, e una ciotola per il punch in porcellana che avrebbe potuto far comodo al nano di Brobdingnag. Il pavimento era coperto da un tappeto turco sbiadito. Ma tra tutto questo solido splendore c'erano certe indicazioni di eleganza femminile nel velo di carta rosa finemente tagliata che copriva la nudità del camino vuoto ma altamente lucidato, e nei parafuochi, che erano profusamente ornati con nastri della stessa tinta, e uno dei quali offriva una veduta molto accurata se non pittoresca di Margate, mentre l'altro brillava con un'enorme ghirlanda di rose cavolo e giunchiglie.

Ferdinand non rimase solo a lungo, e Mr. Levison, il proprietario di tutto questo splendore, entrò. Era un uomo basso e tarchiato, con un volto grave ma bello, un po' calvo, ma tuttavia con un'elaboratezza di abbigliamento che avrebbe potuto meglio convenire a un uomo più giovane. Indossava una giacca color prugna del panno più fine; il suo gilet di velluto verde era custodito da una catena d'oro, che sarebbe stata l'invidia di un nuovo consiglio comunale; un immenso opale brillava sul petto della sua camicia ricamata; e le sue dita erano coperte da anelli molto pregiati.

"Suo servitore, Capitano," disse Mr. Levison, e mise una sedia per il suo ospite.

"Come va, Levison?" rispose il nostro eroe con una voce disinvolta. "Qualche novità?"

Mr. Levison alzò le spalle, mentre mormorava: "I tempi sono molto duri, Capitano."

«Oh! Lo immagino,» disse Ferdinand; «vorrei che fossero gentili con me quanto lo sono con voi. Per Giove, Levison, dovete stare facendo una fortuna immensa.»

Mr. Levison scosse il capo, mentre gemeva: «Lavoro sodo, Capitano; ma i tempi sono terribili.»

«Sciocchezze! Via! Voglio che mi aiutiate un poco, vecchio mio. Niente sotterfugi tra noi.»

«Oh!» gemette Mr. Levison, «non potreste venire in un momento peggiore; non so nemmeno cosa sia il denaro.»

«Naturalmente. Tuttavia, il fatto è che di denaro ne devo avere; e quindi, vecchio mio, siamo vecchi amici, e dovete procurarmelo.»

«Cosa volete, Capitano?» disse lentamente Mr. Levison, con un’espressione di miseria.

«Oh! Voglio una somma piuttosto tollerabile, ed è la verità; ma mi serve solo per un momento.»

«Non è il momento, è il denaro,» disse Mr. Levison. «Sapete che io e il mio socio, Capitano, siamo sempre ansiosi di fare ciò che possiamo per servirvi.»

«Bene, ora potete farmi un vero favore, e, per Giove, non ve ne pentirete mai. Al punto; devo avere 1.500 sterline.»

«Millecinquecento sterline!» esclamò Mr. Levison. «Non ce ne sono nel paese.»

«Imbrogli! Si devono trovare. A che serve tutto questo teatrino con me? Voglio 1.500 sterline, e dovete darle a me.»

«Vi dico come stanno le cose, Capitano,» disse Mr. Levison, appoggiandosi allo schienale di una sedia e parlando con cinica compostezza; «vi dico come stanno le cose, io e il mio socio siamo sempre molto disposti ad aiutarvi; ma vogliamo sapere quando si terrà il matrimonio, e questa è la verità.»

«Al diavolo il matrimonio,» disse il Capitano Armine, piuttosto sconcertato.

«Eppure è lì il punto,» disse Mr. Levison, molto tranquillamente. «Sapete, Capitano, ci sono gli arretrati su quella rendita, tre anni il prossimo San Michele. Credo sia San Michele; vediamo.» Così dicendo, Mr. Levison aprì uno scrittoio e tirò fuori un volume dall’aspetto minaccioso e, consultando il terribile indice, voltò alla fatale voce Armine. «Sì! tre anni il prossimo San Michele, Capitano.»

«Bene, sarete pagati,» disse Ferdinand.

«Lo speriamo,» disse Mr. Levison; «ma è una cifra notevole.»

«Bene, ma ottenete un capitale di interessi?»

«Pah!» disse Mr. Levison; «dieci per cento! Perché! È come regalare il denaro. Perché! Questo è il punto dolente, Capitano. Con questa nuova legge le rendite non sono nulla. Io e il mio socio non facciamo più rendite. È come regalare denaro; e tutto questo denaro bloccato; e tutto per servire voi.»

«Bene; non volete aiutarmi,» disse Ferdinand, alzandosi.

«Volete davvero millecinquecento sterline?» chiese Mr. Levison.

«Per Giove, sì.»

«Bene allora, Capitano, quando si terrà questo matrimonio?»

«Non vi ho detto mille volte, e anche a Morris, che mia cugina non deve sposarsi finché non sia passato un anno dalla morte di mio nonno? È passato appena un anno. Ma naturalmente, in questo momento più che mai, non posso permettermi di essere a corto.»

«Verissimo, Capitano; e noi siamo gli uomini adatti a servirvi, se potessimo. Ma non possiamo. Non ci sono mai stati tempi simili per il denaro; non se ne vede. Tuttavia, faremo quello che potremo. Le cose vanno molto male a Malta, e questa è la verità. C’è quel giovane Catchimwhocan, siamo dentro molto a fondo con lui; e ora che ha lasciato i Fucilieri ed è entrato in Parlamento, non gliene importa un fico di noi. Se solo ci pagasse, avreste il denaro; mi aiuti il cielo, lo avreste.»

«Ma non vi pagherà,» disse Ferdinand. «Cosa potete fare?»

«Beh, ho un amico,» disse Mr. Levison, «che so avere trecento sterline presso i suoi banchieri, e potrebbe prestarcele; ma dovremo pagare per averle.»

«Immagino di sì,» disse Ferdinand. «Bene, trecento.»

«Io non ho uno scellino,» disse Mr. Levison. «Il giovane Touchemup ci ha lasciato nei guai ieri per 750 sterline, mi aiuti il cielo, e non ci ha dato alcun preavviso. Ora, voi siete un gentiluomo, Capitano; non pagate mai, ma ci date sempre preavviso.»

Ferdinand non poté fare a meno di sorridere all’idea di gentiluomo che aveva Mr. Levison.

«Bene, cos’altro potete fare?»

«Beh, ce ne sono duecento in arrivo domani,» disse Mr. Levison; «su quello posso contare.»

«Bene, sono cinquecento.»

«E voi ne volete millecinquecento,» disse Mr. Levison. «Bene, io e il mio socio amiamo sempre servirvi, ed è certamente molto imbarazzante per voi aver bisogno di denaro in questo momento. Ma se volete acquistare gioielli, posso farvi avere tutto il credito che volete, sapete.»

«Ne parleremo più avanti,» disse Ferdinand.

«Millecinquecento sterline!» esclamò Mr. Levison. «Bene, suppongo che dobbiamo arrivare a 700 sterline in un modo o nell’altro, e il resto dovrete prenderlo in carbone.»

«Oh, per Giove, Levison, questo è troppo.»

«Non vedo altro modo,» disse Mr. Levison, piuttosto ostinatamente.

«Ma, al diavolo, mio caro amico, mio caro Levison, che diamine me ne faccio di 800 sterline di carbone?»

«Signore! Mio caro Capitano, 800 sterline di carbone sono una bazzecola. Con le vostre conoscenze, ve ne sbarazzerete in una mattinata. Tutto quello che dovete fare, sapete, è dare ai vostri amici un ordine su di noi, e noi vi daremo il contante con un piccolo sconto.»

«Allora potete darmi il contante ora con un piccolo sconto, o anche grande; non posso sbarazzarmi di 800 sterline di carbone.»

«Perché, non sono quattrocento chaldron, Capitano,» replicò Mr. Levison. «Tre o quattro amici risolverebbero la cosa. Perché, il Barone Squash prende diecimila chaldron da noi ogni anno; ma ha un tale talento, fa in modo che i Club li prendano.»

«Il Barone Squash, davvero! Sapete con chi state parlando, Mr. Levison? Pensate che io mi trasformi in un mercante di carbone? Il vostro socio operativo, per Giove! No, signore; datemi le 700 sterline, senza il carbone, e chiedete gli interessi che volete.» «Non potremmo farlo, Capitano. Non è il nostro modo.» «Vi chiedo ancora una volta, Mr. Levison, mi darete il denaro, sì o no?»

«Ora, Capitano, non siate così altezzoso! Non è il modo di fare affari. Io e il mio socio desideriamo servirvi; davvero. E se cento sterline vi fossero di qualche utilità, le avrete sulla vostra accettazione; e non saremo curiosi riguardo a nessun nome che firmi; davvero non lo saremo.»

«Bene, Mr. Levison,» disse Ferdinand, alzandosi, «vedo che non possiamo fare nulla oggi. Le cento sterline non mi servirebbero a nulla. Rifletterò sulla vostra proposta. Buongiorno.»

«Ah, fatelo!» disse Mr. Levison, inchinandosi e aprendo la porta, «fatelo, Capitano; desideriamo servirvi, davvero. Vedete come ci comportiamo riguardo a quegli arretrati. Pensate al carbone; fatelo. Ora, per un accordo; via! Via, Capitano, scommetto che potreste procurarci l’affare del Junior Service Club; e allora avrete le settecento sulla vostra accettazione per tre mesi, a due scellini per sterlina; via!»

CAPITOLO XI.

*In cui il Capitano Armine riprende inaspettatamente la sua conoscenza con Lord Catchimwhocan, che lo presenta a Mr. Bond Sharpe.*

FERDINAND lasciò il suo gentile amico Mr. Levison di umore tutt’altro che amabile; ma proprio mentre stava uscendo di casa, un cabriolet, splendidamente dipinto, di un brillante colore verde rifinito con un bianco color crema, e tirato da uno sgargiante cavallo Holstein di tinta fulva, con coda e criniera fluenti e color bianco latte, e bardato con finimenti preziosi quasi quanto la credenza di Mr. Levison, si lanciò verso la porta.

«Armine, per Giove!» esclamò il cocchiere, con grande cordialità.

«Ah! Catch, sei tu?» disse Ferdinand. «Cosa! Sei stato qui?» disse Lord Catchimwhocan. «Al solito lavoro, eh? "Io e il mio socio" sono fastidiosi? Perché la tua faccia non è molto radiosa.»

«Per Giove, vecchio mio!» disse Ferdinand, con tono depresso, «sono nei guai, e anche su tutte le furie. Non c’è nulla da fare qui.»

«Non importa,» disse il suo signore; «su col morale, salta nel mio calesse e vedremo come portare avanti la guerra. Devo solo dire una parola a "me e il mio socio".»

Così dicendo, il suo signore saltò in casa allegro come un’allodola, sebbene avesse una cambiale per una bella somma in procinto di essere protestata nel giro di poche ore.

«Bene, mio caro Armine,» riprese quando riapparve e prese le redini; «ora, mentre guido, raccontami tutto; perché se c’è un uomo al mondo che vorrei "servire", sei tu, il mio nobile Ferdinand.»

Con questo incoraggiamento, il Capitano Armine non impiegò molto a riversare le sue preoccupazioni in un petto congeniale.

«Conosco l’uomo per "servirti",» disse Catchimwhocan.

«Il fatto è che questi tizi qui sono dei vecchi imbroglioni all’antica. L’unica idea che hanno è denaro, denaro. Non hanno nozioni illuminate. Ti presenterò un asso, e se non sbrigherà i nostri affari, mi sbaglio di grosso. Coraggio, vecchio mio! Come ti piace questo modo di iniziare?»

«Maledettamente elegante. A proposito, Catch, ragazzo mio, ti dai da fare, vedo.»

«Certamente. Ti ho sempre detto che c’è un certo sistema negli affari che impedisce sempre agli uomini di finire al tappeto. Nessuno finisce mai in rovina se ha qualche conoscenza. Quale uomo che abbia avuto successo è mai stato messo davvero hors de combat, a meno che non fosse qualcuno che non avrebbe mai dovuto entrare nell’arena, facendo sfoggio di sé senza alcun contesto, rendendosi un maledetto sciocco e rendendo tutti suoi nemici. Finché un uomo si dà da fare ed è in un buon giro, qualcosa salta sempre fuori. Io sono entrato in Parlamento, vedi; e tu, tu stai per sposarti.»

Per tutto questo tempo il cabriolet sfrecciava lungo Regent-street, serpeggiando attraverso il Quadrant, sfrecciando lungo Pall Mall, finché infine entrò in Cleveland-row e si fermò davanti a una dimora appena dipinta, appena restaurata ed estremamente compatta, il cui lungo battente d’ottone della porta verde scuro risuonò sotto il tocco esperto del tigre del suo signore. Persino il cavallo Holstein fulvo, con la criniera bianca fluente, sembrava consapevole della località e si fermò davanti al solito punto di sosta nel modo più naturale immaginabile. Un servitore alto, ben incipriato e in una livrea scura e ben curata, apparve immediatamente.

«In casa?» chiese Lord Catchimwhocan, con un’espressione particolarmente confidenziale.

«Per voi, milord,» rispose l’addetto.

«Salta fuori, Armine,» disse il suo signore; ed entrarono in casa.

«Solo?» disse il suo signore.

«Non solo,» disse il servitore, introducendo gli amici nella sala da pranzo, «ma avrà subito il biglietto da visita di vostra signoria. Ci sono diversi gentiluomini che aspettano nel terzo salotto; quindi ho fatto accomodare vostra signoria qui, e farò in modo che vi veda prima di chiunque altro.»

«È un brav’uomo,» disse Lord Catchimwhocan, mettendo la mano nella tasca del gilet per dargli una sovrana; ma non trovandone una, aggiunse: «Mi ricorderò di te.»

La sala da pranzo in cui furono condotti si trovava sul retro della casa e affacciava su giardini piacevoli. L’appartamento era in un po’ di disordine in quel momento, poiché il padrone di casa dava una cena quel giorno, e le sue cene erano famose. La tavola era apparecchiata per otto ospiti; le sue dotazioni indicavano un gusto raffinato. Un candelabro di porcellana di Dresda era il centrotavola; c’era un intero servizio dello stesso materiale, persino per i manici dei coltelli e delle forchette; e la scelta varietà di vetri attirò l’attenzione di Ferdinand. La stanza era alta e spaziosa; era arredata in modo semplice e sobrio; non c’era un oggetto che potesse distrarre il gusto o disturbare la digestione. Ma la credenza, che riempiva una nicchia in fondo all’appartamento, presentava un gruppo affollato di argenteria dorata che avrebbe potuto fare onore a un palazzo; scudi magnifici, vasi alti, antichi boccali, coppe di avorio intagliato incastonate in metallo prezioso e coppe di antico vetro rubino montate su piedistalli, scintillanti di gemme. Questa esposizione accidentale offriva certamente un divertente contrasto allo splendore perpetuo del buffet di Mr. Levison; e Ferdinand si chiedeva se si sarebbe scoperto che c’era una differenza altrettanto marcata tra i due proprietari, quando il suo compagno e lui stesso furono convocati alla presenza di Mr. Bond Sharpe.

Salirono una scala profumata di fiori, e su ogni pianerottolo c’era un treppiede classico o un piedistallo coronato da un busto. E poi furono introdotti in un salotto di eleganza parigina; mobili in stile buhl, tavoli a intarsio, tendaggi del damasco più scelto sospesi a cornici brunite di antico intaglio. Le sedie erano state sottratte da un palazzo veneziano; i divani facevano parte del bottino della rivoluzione francese. C’erano paraventi di vetro in cornici dorate, e un orologio che rappresentava la morte di Ettore, con la ruota del carro di Achille che segnava comodamente l’ora. Un tavolo rotondo di mosaico, montato su un piedistallo dorato, era quasi coperto di carte; e da una poltrona, sostenuta da cuscini d’aria, si alzò a metà per accoglierli Mr. Bond Sharpe. Era un uomo non di molti anni più anziano del Capitano Armine e del suo amico; di aspetto elegante, pallido, pensieroso e attraente. Un pensiero profondo era impresso sulla sua fronte chiara e sporgente, e l’espressione dei suoi occhi grigi infossati, che erano delicatamente arcuati, era singolarmente indagatrice. La sua figura era esile ma compatta. Il suo abbigliamento era semplice, ma un modello nella sua foggia. Era vestito interamente di nero, e il suo unico ornamento erano i gemelli, che erano di turchese e di grandi dimensioni: ma non si erano mai visti stivali simili, così brillanti e così piccoli!

Accolse Lord Catchimwhocan con una voce a malapena superiore a un sussurro, e ricevette il Capitano Armine in un modo altrettanto aggraziato e dignitoso.

«Mio caro Sharpe,» disse il suo signore, «sto per presentarvi il mio più caro amico, e un vecchio ufficiale compagno d’armi. Questo è il Capitano Armine, l’unico figlio di Sir Ratcliffe, e l’erede di Armine Castle. Sta per sposarsi molto presto con sua cugina, Miss Grandison, la più grande ereditiera d’Inghilterra.»

«Zitto, zitto,» disse Ferdinand, ritraendosi sotto questa falsa rappresentazione, e Mr. Sharpe con delicata premura cercò di fermare il suo signore.

«Bene, non importa, non dirò nulla di tutto ciò,» continuò Lord Catchimwhocan. «Il succo del discorso è questo: il mio amico Armine è a corto di denaro, e dobbiamo portare avanti la guerra finché non saremo nei quartieri d’inverno. Tu sei proprio l’uomo che fa per lui, e per Giove, mio caro Sharpe, se vuoi obbligarmi sensibilmente, io che sono sicuro di essere uno dei tuoi più calorosi amici, farai tutto per Armine che l’energia umana possa possibilmente compiere.»

«Qual è la difficoltà attuale che avete?» chiese Mr. Sharpe al nostro eroe, con un calmo sussurro.

«Beh, la difficoltà attuale che ha,» disse Lord Catchimwhocan, «è che vuole 1.500 sterline.»

«Suppongo che abbiate raccolto denaro, Capitano Armine?» disse Mr. Sharpe.

«In ogni modo,» disse il Capitano Armine.

«Naturalmente,» disse Mr. Sharpe, «alla vostra età uno lo fa naturalmente. E suppongo che siate assillato per queste 1.500 sterline.»

«Sono minacciato di arresto immediato, e arresto in esecuzione.»

«Chi è la parte in causa?»

«Beh, temo una parte ingestibile, persino da voi. È una ditta di Malta.»

«Mr. Bolus, suppongo?»

«Esattamente.»

«Lo pensavo.»

«Bene, cosa si può fare?» disse Lord Catchimwhocan.

«Oh! Non c’è alcuna difficoltà,» disse Mr. Sharpe tranquillamente. «Il Capitano Armine può avere tutto il denaro che vuole.»

«Sarò felice,» disse il Capitano Armine, «di pagare qualsiasi compenso riterrete opportuno.»

«Oh! Mio caro signore, non posso nemmeno pensarci. Il denaro è un farmaco ora. Sarò felice di accomodarvi senza darvi alcun disturbo. Potete avere le 1.500 sterline, se volete, in questo momento.»

«Davvero, siete molto generoso,» disse Ferdinand, molto sorpreso, «ma sento di non avere diritto a tali favori. Quale garanzia posso darvi?»

«Presto il denaro a voi. Non voglio alcuna garanzia. Potete ripagarmi quando volete. Datemi la vostra nota di credito.» Così dicendo, Mr. Sharpe aprì un cassetto e, tirando fuori il suo libretto degli assegni, compilò una tratta per le 1.500 sterline. «Credo di avere una marca da bollo in casa,» continuò, guardandosi intorno. «Sì, eccola. Se volete compilarla, Capitano Armine, l’affare può essere concluso subito.»

«Sul mio onore, Mr. Sharpe,» disse Ferdinand, molto confuso, «non mi piace apparire insensibile a questa straordinaria gentilezza, ma davvero sono venuto qui per il puro caso, e senza alcuna intenzione di sollecitare o ricevere tali favori. E il mio gentile amico qui vi ha dato un resoconto troppo entusiastico delle mie risorse. È molto probabile che vi causerò un grande inconveniente.»

«Davvero, Capitano Armine,» disse Mr. Sharpe con un leggero sorriso, «se stessimo parlando di una somma di una certa importanza, beh, si potrebbe essere un po’ più puntigliosi, ma per una tale bazzecola abbiamo già sprecato troppo tempo nella sua discussione. Sono felice di servirvi.»

Ferdinand fissò lo sguardo, ricordando Mr. Levison e il carbone. Mr. Sharpe stesso redasse la nota e la presentò a Ferdinand, che la firmò e mise in tasca la tratta.

«Ho diversi gentiluomini che aspettano,» disse Mr. Bond Sharpe; «mi dispiace non poter cogliere questa opportunità di coltivare la vostra conoscenza, Capitano Armine, ma riterrei un grande onore se voleste cenare con me oggi. Il vostro amico Lord Catchimwhocan mi favorisce con la sua compagnia, e potreste incontrare una persona o due che vi divertiranno.»

«Sarò davvero molto felice,» disse Ferdinand.

E Mr. Bond Sharpe si alzò di nuovo leggermente e li accompagnò fuori dalla stanza.

«Bene, non è un asso?» disse Lord Catchimwhocan, quando furono di nuovo nel calesse.

«Sono così stupito,» disse Ferdinand, «che non riesco a parlare. Chi, in nome della fortuna, è questo grande uomo?»

«Un genio,» disse Lord Catchimwhocan. «Non pensi che sia un tipo dannatamente bello?»

«Il tipo più bello che abbia mai visto,» disse il riconoscente Ferdinand.

«E maniere eccellenti?»

«Molto distinte.»

«L’uomo vestito meglio in città!»

«Gusto squisito!»

«Che casa!»

«Eccellente!»

«Hai mai visto tali mobili? Batte le tue stanze a Malta.»

«Non ho mai visto nulla di più completo in vita mia.»

«Che argenteria!» «Miracolosa!» «E, credimi, avremo la migliore cena in città.»

«Bene, mi ha fatto venire l’appetito,» disse Ferdinand. «Ma chi è?»

«Beh, di mestiere è quello che si chiama un esperto di trasferimenti; vale a dire, è un avvocato per ispirazione.»

«È un uomo meraviglioso,» disse Ferdinand. «Deve essere molto ricco.»

«Sì; Sharpe deve valere il suo quarto di milione. E l’ha fatto in un tempo così dannatamente breve!»

«Perché, non è molto più vecchio di noi!»

«Dieci anni fa quell’uomo era un pugile,» disse Lord Catchimwhocan.

«Un pugile!» esclamò Ferdinand.

«Sì; e le ha date a tutti. Ma era un genio troppo grande per il ring, e si è dato alle corse.»

«Ah!»

«Poi ha messo su una bisca.»

«Hum!»

«E poi l’ha trasformata in un circolo privato.»

«Hoh!»

«Mantiene la sua bisca, ma ora si gestisce da sola. Nel frattempo è il primo usuraio del mondo, e sarà nel prossimo Parlamento.»

«Ma se presta denaro alle condizioni in cui accomodano me, difficilmente aumenterà la sua fortuna.»

«Oh! Può fare la cosa quando vuole. Gli sei piaciuto. Il fatto è, mio caro amico, che Sharpe è molto ricco e vuole entrare in società. Gli piace obbligare giovani uomini di distinzione, e può permettersi di rischiare qualche migliaio di sterline di tanto in tanto. Cenando con lui oggi lo hai già ripagato del suo prestito. Inoltre, il tizio ha una grande anima; e, sebbene nato su un letamaio, la natura lo destinava a un palazzo, e lui vi si è collocato.»

«Bene, questa è stata una mattinata notevole,» disse Ferdinand Armine, mentre Lord Catchimwhocan lo lasciava al suo club. «Ti sono molto obbligato, caro Catch!»

«Non una parola, mio caro amico. Mi hai aiutato prima di questo, e sono felice di essere il mezzo per assistere il miglior tipo del mondo, e questo è ciò che tutti pensiamo di te. Au revoir! Ceniamo alle otto.»

CAPITOLO XII.

*Miss Grandison fa una scoperta notevole.*

NEL frattempo, mentre la mattinata cupa che Ferdinand aveva previsto terminava con un’avventura così piacevole, Henrietta e Miss Grandison, accompagnate da Lord Montfort e Glastonbury, fecero la loro promessa visita al British Museum.

«Mi dispiace che il capitano Armine non abbia potuto accompagnarci», disse Lord Montfort. «Gli ho mandato a dire presto questa mattina, ma era già uscito.»

«Ha molti affari di cui occuparsi», disse Glastonbury.

Miss Temple apparve seria; pensava al povero Ferdinand e a tutte le sue preoccupazioni. Sapeva bene quali fossero quegli affari cui alludeva Glastonbury. Il pensiero che forse, in quel preciso momento, stesse lottando con creditori rapaci la rendeva malinconica. La novità e la stranezza degli oggetti che la attendevano distolsero, tuttavia, la sua mente da quelle dolorose riflessioni. Miss Grandison, che non aveva mai lasciato l’Inghilterra, era deliziata da tutto ciò che vedeva; ma era la galleria egizia ad attrarre principalmente l’attenzione di Miss Temple. Lord Montfort, rispettoso della sua promessa a Henrietta, era molto premuroso verso Miss Grandison.

«Non posso fare a meno di rammaricarmi che vostro cugino non sia qui», disse il suo lord, tornando su un tasto che aveva già toccato. Ma Katherine non diede risposta.

«Sembrava stare molto meglio grazie allo sforzo che ha fatto ieri», riprese Lord Montfort. «Credo che gli farebbe bene stare di più con noi.»

«Sembra che gli piaccia stare solo», disse Katherine.

«Mi stupisce», disse Lord Montfort; «non riesco a concepire una vita più felice di quella che conduciamo tutti noi.»

«Voi avete motivo di essere felice, Ferdinand no», disse Miss Grandison, con calma.

«Avrei pensato che ne avesse un motivo molto grande», disse Lord Montfort, indagatore.

«Nessuna persona al mondo è infelice quanto Ferdinand», disse Katherine.

«Ma non possiamo curare la sua infelicità?» disse il suo lord. «Noi siamo suoi amici; mi sembra che, con amiche come Miss Grandison e Miss Temple, non si dovrebbe mai essere infelici.»

«Miss Temple può a malapena definirsi un’amica di Ferdinand», disse Katherine.

«Davvero, una molto cara, ve lo assicuro.»

«Ah, quella è la vostra influenza.»

«No, è un suo impulso.»

«Ma l’ha conosciuto solo ieri per la prima volta.»

«Vi assicuro che Miss Temple è un’amica di vecchia data del capitano Armine, più di quanto non lo sia io», disse il suo lord.

«Davvero!» disse Miss Grandison, con un’aria di considerevole stupore.

«Sapete che erano vicini di casa in campagna.»

«In campagna!» ripeté Miss Grandison.

«Sì; il signor Temple, sapete, risiedeva non lontano da Armine.»

«Non lontano da Armine!» ripeté ancora Miss Grandison.

«Digby», disse Miss Temple, voltandosi verso di lui in quel momento, «parla al signor Glastonbury della tua sfinge a Roma. Era di granito, non è vero?»

«E scolpita con la massima delicatezza. Non ricordo di aver mai osservato un’espressione di così bella serenità. La scoperta che, dopo tutto, si tratti di volti maschili è davvero mortificante. Amavo la loro misteriosa bellezza.»

Ciò che Lord Montfort aveva accennato riguardo alla precedente conoscenza tra Henrietta e suo cugino fece riflettere Miss Grandison. Le parole rivolte da Miss Temple a Ferdinand il giorno prima l’avevano colpita sul momento come alquanto singolari; ma l’impressione non era rimasta impressa nella sua mente. Ora però le sembrava molto strano che Henrietta fosse divenuta così intima con la famiglia Armine e con lei stessa, senza mai menzionare di aver conosciuto in precedenza il loro parente più stretto. Lady Armine non conosceva Miss Temple prima del loro incontro a Bellair House. Questo era certo. Miss Grandison era stata testimone della loro presentazione reciproca. Né Sir Ratcliffe. Eppure Henrietta e Ferdinand erano amici, cari amici, vecchi amici, intimamente legati: così diceva Lord Montfort, e Lord Montfort non arrossiva mai, non esagerava mai. Tutto ciò era molto misterioso. E se erano amici, vecchi amici, cari amici, e Lord Montfort diceva che lo erano — e dunque non poteva esserci dubbio sulla verità dell’affermazione — il loro riconoscersi ieri era stato singolarmente gelido.

Non era indicativo di una conoscenza molto intima. Katherine l’aveva attribuito al naturale disinteresse di Ferdinand, in quel momento, a essere presentato a chiunque. Eppure erano amici, vecchi amici, cari amici. Henrietta Temple e Ferdinand Armine! Miss Grandison era così perplessa che a malapena guardò un altro oggetto nelle gallerie.

Le signore erano piuttosto stanche quando tornarono dal Museo. Lord Montfort si incamminò verso il Travellers, e Henrietta acconsentì a rimanere a cena in Brook-street. Katherine e lei si ritirarono nel boudoir di Miss Grandison, una graziosa stanza dove erano certe di restare sole. Henrietta si gettò su un divano e prese l’ultimo romanzo uscito; Miss Grandison si sedette su un ottomano al suo fianco e lavorò a una borsa che stava facendo per il signor Temple.

«Ti piace quel libro?» disse Katherine.

«Mi piacciono le parti vivaci, ma non quelle serie», rispose Miss Temple; «l’autore ha osservato, ma non ha sentito.»

«È satirico», disse Miss Grandison; «mi chiedo perché tutta questa classe di scrittori punti ora al sarcastico. Non trovo che la vita sia il costante sogghigno che ne fanno loro.»

«È perché non comprendono la vita», disse Henrietta, «ma hanno solo qualche piccola esperienza della società. Perciò le loro opere danno un’impressione distorta della condotta umana; accettano come principio ciò che è solo un accessorio insignificante; e rendono l’esistenza una successione di frivolezze, quando anche la carriera del più frivolo ha i suoi momenti più profondi.»

«Com’è vivida la descrizione che lo scrittore fa di un ballo o di una cena», disse Miss Grandison; «tutto vive e si muove. Eppure, quando l’eroe fa all’amore, nulla può essere più innaturale. I suoi sentimenti non sono né profondi, né ardenti, né teneri. Tutto è artificioso, eppure ridicolo.»

«Non disprezzo il talento che descrive così vividamente una cena e un ballo», disse Miss Temple. «Per quanto può, è molto divertente, ma dovrebbe essere combinato con materiali più elevati. In un buon romanzo, i costumi dovrebbero essere osservati e la morale dovrebbe essere sostenuta; richiediamo pensiero e passione, così come il costume e la vivace rappresentazione di convenzioni sociali; e il pensiero e la passione saranno migliori grazie a questi accessori, perché ne saranno sollevati nel romanzo come lo sono nella vita, e il tutto sarà più vero.»

«Ma hai letto quella scena d’amore, Henrietta? Mi è parsa così ridicola!»

«Non leggo mai le scene d’amore», disse Henrietta Temple.

«Oh, io adoro le storie d’amore», disse Miss Grandison, sorridendo, «se sono naturali e tenere, e toccano il mio cuore. Quando leggo scene simili, piango.»

«Ah, mia dolce Katherine, hai il cuore tenero.»

«E tu, Henrietta, cosa sei?»

«Dura di cuore. La più insensibile dei mortali.»

«Oh, cosa direbbe Lord Montfort?»

«Lord Montfort lo sa. Non abbiamo mai scene d’amore.»

«Eppure lo ami?»

«Cara, lo amo e lo stimo.»

«Beh», disse Miss Grandison, «potrei sbagliarmi, ma se fossi un uomo non credo che mi piacerebbe che la donna che amo mi stimasse.»

«Eppure la stima è l’unica base genuina della felicità, credimi, Kate. L’amore è un sogno.»

«E come fai a saperlo, cara Henrietta?»

«Tutti gli scrittori concordano che lo sia.»

«Quegli scrittori di cui ti stavi appena burlando?»

«Una bella replica; eppure, sebbene le tue parole siano più argute, credimi, le mie sono più sagge.»

«Vorrei che mio cugino si svegliasse dal suo sogno», disse Katherine. «Per dirti un segreto, l’amore è la causa della sua infelicità. Non muoverti, cara Henrietta», aggiunse Miss Grandison; «siamo così felici qui»; perché Miss Temple, in verità, sembrava non poco turbata.

«Dovresti sposare tuo cugino», disse Miss Temple.

«Conosci ben poco Ferdinand o me stessa, se mi dai questo consiglio», disse Katherine. «Non ci sposeremo mai; nulla è più certo di questo. In primo luogo, per essere franchi, Ferdinand non mi sposerebbe, nulla lo indurrebbe a farlo; e in secondo luogo, io non sposerei lui, nulla mi indurrebbe a farlo.»

«Perché no?» disse Henrietta, a bassa voce, tenendo il libro molto vicino al viso.

«Perché sono certa che non saremmo felici», disse Miss Grandison. «Voglio bene a Ferdinand, e un tempo avrei potuto sposarlo. È così brillante che non avrei potuto rifiutare la sua proposta. Eppure sento che è meglio per me che non ci siamo sposati, e spero che possa rivelarsi ancora meglio per lui, perché gli voglio molto bene. È davvero mio fratello.»

«Ma perché non dovreste essere felici?» chiese Miss Temple.

«Perché non siamo fatti l’uno per l’altra. Ferdinand deve sposare qualcuno che ammira, qualcuno di brillante come lui, qualcuno che possa simpatizzare con tutte le sue fantasie. Io sono troppo calma e tranquilla per lui. Tu gli saresti molto più adatta, Henrietta.»

«Sei sua cugina; è una sfortuna; se non lo fossi, lui ti adorerebbe e tu simpatizzeresti con lui.»

«Non credo: mi piacerebbe sposare un uomo molto intelligente», disse Katherine. «Non potrei sopportare di sposare uno sciocco o una persona qualunque; mi piacerebbe sposare una persona molto superiore a me per talento, qualcuno la cui opinione mi guidi su tutti i punti, qualcuno da cui non potrei dissentire. Ma non Ferdinand; è troppo fantasioso, troppo impetuoso; non mi guiderebbe, né si lascerebbe guidare da me.»

Miss Temple non rispose, ma voltò una pagina del suo libro.

«Conoscevi Ferdinand prima di incontrarlo ieri a casa nostra?» chiese Miss Grandison, con molta innocenza.

«Sì!» disse Miss Temple.

«Lo pensavo», disse Miss Grandison, «ho pensato che ci fosse qualcosa nei tuoi modi che indicava che vi eravate già incontrati. Non credo che conoscessi mia zia prima di incontrarla a Bellair House?»

«Non la conoscevo.»

«Né Sir Ratcliffe?»

«Né Sir Ratcliffe.»

«Ma conoscevi il signor Glastonbury?»

«Conoscevo il signor Glastonbury.»

«Che cosa molto strana!» disse Miss Grandison.

«Cosa c’è di strano?» chiese Henrietta.

«Che tu conoscessi Ferdinand in precedenza.»

«Niente affatto strano. Venne un giorno a caccia da papà. Me lo ricordo molto bene.»

«Oh», disse Miss Grandison. «E il signor Glastonbury venne a caccia?»

«Ho incontrato il signor Glastonbury una mattina in cui sono andata a vedere la galleria di quadri ad Armine. È l’unica volta che l’ho visto.»

«Oh!» disse ancora Miss Grandison, «Armine è un posto bellissimo, non è vero?»

«Molto interessante.»

«Conosci il giardino.»

«Sì.»

«Non ti ho vista quando ero ad Armine.»

«No; eravamo appena partiti per l’Italia.»

«Come sei bella oggi, Henrietta!» disse Miss Grandison. «Chi potrebbe credere che tu sia mai stata così male!»

«Sono grata di essere guarita», disse Henrietta. «Eppure non avrei mai pensato che sarei tornata in Inghilterra.»

«Devi essere stata molto male in Italia, all’incirca nello stesso periodo in cui il povero Ferdinand stava male ad Armine. Pensa, che strano che siate stati entrambi così male nello stesso periodo, e ora che siamo tutti così intimi!»

Miss Temple apparve perplessa e infastidita. «È così strano?» disse alla fine a bassa voce.

«Henrietta Temple», disse Miss Grandison, con grande serietà, «ho scoperto un segreto; tu sei la donna di cui mio cugino è innamorato.»

CAPITOLO XIII.

*In cui Ferdinand ha l’onore di cenare con il signor Bond Sharpe.*

QUANDO Ferdinand arrivò dal signor Bond Sharpe, fu accolto dal suo ospite in una magnifica serie di saloni e presentato a due degli ospiti già arrivati. Il primo era un uomo robusto, di mezza età, il cui volto epicureo brillava di umorismo. Si trattava di Lord Castlefyshe, un pari irlandese di grande celebrità nel mondo del lusso e del gioco, esperto nelle scommesse, ancor più esperto a tavola. Nessuno sapeva esattamente chi fosse in realtà l’altro gentiluomo, il signor Bland-ford, ma aveva la reputazione di essere enormemente ricco, e ne era proporzionalmente rispettato. Frequentava la città da vent’anni e non sembrava invecchiato di un giorno dalla sua prima apparizione. Non parlava mai della sua famiglia, non era sposato e apparentemente non aveva parenti; ma era riuscito a identificarsi con i primi uomini di Londra, era membro di ogni club di grande fama e, negli ultimi anni, era persino diventato una sorta di autorità; il che era strano, poiché non aveva pretese, era molto riservato e ambizioso solo in modo umile; cercando, in effetti, nessun successo più felice che fondersi nella brillante folla, un atomo accettato dell’influente aggregato. Poiché non era notevole per il suo talento o per la sua persona, e poiché il suo stile di vita, sebbene ben curato, non offriva alcuno splendore singolare, era piuttosto strano che un gentiluomo che apparentemente era caduto dalle nuvole o strisciato fuori da un canile fosse riuscito a piantarsi così vigorosamente in un terreno che rifugge da tutto ciò che non è indigeno, a meno che non sia raccomandato da qualità molto potenti. Ma il signor Bland-ford era di buon carattere, ed era ormai a suo agio ed esperto, e c’era una vaga tradizione che fosse immensamente ricco, una voce che il signor Bland-ford contraddiceva sempre in un modo che confermava abilmente la sua verità.

«Mirabel cena con voi, Sharpe?» chiese Lord Castlefyshe al suo ospite, che annuì in segno di assenso.

«Non lo aspetterete, spero?» disse il suo lord. «A proposito, Blandford, ieri sera ti sei imboscato.»

«Avevo promesso di fare un salto dal povero duca prima che partisse», disse il signor Bland-ford.

«Oh! è partito, vero?» disse Lord Castlefyshe. «Porta con sé il suo cuoco?»

Ma in quel momento il servitore fece entrare il conte Alcibiades de Mirabel, Charles Doricourt e il signor Bevil.

«Eccellente Sharpe, come state?» esclamò il Conte. «Castlefyshe, che bêtises sei andato a raccontare a Crocky su Felix Winchester? Buon Blandford, eccellente Blandford, come sta il mio buon Blandford?»

Il signor Bevil era un giovane alto e avvenente, di grande famiglia e grande patrimonio, che passava la vita a imitare il conte Alcibiades de Mirabel. Si vestiva sempre dallo stesso sarto, ed era suo orgoglio che la sua carrozza fosse costantemente scambiata per il mezzo del suo modello; e davvero ora, mentre l’ombra stava accanto alla sua sostanza, altrettanto alta, quasi altrettanto attraente, con il cappotto foderato di raso spalancato con lo stesso stile di fluente grandezza, e rivelando un pettorale di batista inamidata non meno ampio e brillante, il profano avrebbe potuto considerare la somiglianza perfetta. I polsini erano risvoltati con precisione non meno compatta, ed erano fissati da borchie ingioiellate che brillavano con non meno fulgore. Il gilet di raso, i calzoni senza una piega, erano gli stessi; e se il piede non era altrettanto piccolo, la sua lucidità parigina non era meno brillante. Ma qui, sfortunatamente, i poteri mimetici del signor Bevil lo abbandonavano.

*Si scatta, perché manca l’anima!*

Il conte Mirabel sapeva parlare in ogni momento, e in ogni momento bene; il signor Bevil non apriva mai bocca. Pratico del mondo, il conte Mirabel era tuttavia figlio dell’impulso, sebbene una grazia nativa e una conoscenza intuitiva dell’umanità rendessero ogni parola piacevole e ogni atto appropriato; il signor Bevil era tutto arte, e non aveva il talento di nasconderlo. Il conte Mirabel era allegro, spensierato, generoso; il signor Bevil era solenne, calcolatore e piuttosto avaro. Sembrava che i sentimenti del conte Mirabel diventassero quotidianamente più freschi, e la sua facoltà di godimento più acuta e gustosa; sembrava che il signor Bevil non fosse mai stato bambino, ma che dovesse essere uscito nel mondo già equipaggiato, come Minerva, con un bastone invece di una lancia, e un cappello stravagante invece di un elmo. La sua essenza di alta nobiltà era quella di non stupirsi mai, e non si permetteva mai di sorridere, tranne che in compagnia di amici intimi.

Charles Doricourt era un altro amico del conte Mirabel, ma non un suo imitatore. I suoi sentimenti erano realmente logori, ma era un fatto che nascondeva sempre. Era entrato nella vita in un’età straordinariamente precoce, e aveva sperimentato ogni guaio a cui la carne giovanile è soggetta. Qualsiasi altro uomo, tranne Charles Doricourt, sarebbe affondato sotto questi accumulati disastri, ma Charles Doricourt nuotava sempre. La natura gli aveva dato un’anima intrepida; l’esperienza gli aveva rivestito il cuore di ferro. Ma sorrideva sempre; e audace, freddo, tagliente e molto disinvolto, disprezzava profondamente l’umanità, sulle cui debolezze esercitava senza rimorso. Ma era colto, divertente e fedele ai suoi amici. Il mondo lo ammirava e lo chiamava Charley, dal che si deduce che fosse una persona privilegiata, e che venisse applaudito per mille azioni che, in chiunque altro, sarebbero state accolte con decisa riprovazione.

«Chi è quel giovane?» chiese il conte Mirabel al signor Bond Sharpe, prendendo il suo ospite in disparte e fingendo di guardare un quadro.

«È il capitano Armine, l’unico figlio di Sir Ratcliffe Armine. È appena tornato in Inghilterra dopo una lunga assenza.»

«Hum! Mi piace il suo aspetto», disse il Conte. «È molto distinto.»

La cena e Lord Catchimwhocan furono annunciati nello stesso momento; il capitano Armine si ritrovò seduto accanto al conte Mirabel. Le cene dal signor Bond Sharpe erano cene che i suoi ospiti venivano per mangiare. Il signor Bond Sharpe aveva ingaggiato per il suo club il più celebre degli artisti viventi, un gentiluomo che, si diceva, ricevesse mille sterline l’anno, la cui comodità era studiata da un cocchio, e il cui divertimento era assicurato da un palco al teatro francese. Vi fu, dunque, inizialmente poca conversazione, salvo critiche sulle prestazioni davanti a loro, e queste principalmente panegiriche; ogni piatto era delizioso, ogni vino squisito; eppure, anche in queste osservazioni occasionali, Ferdinand era compiaciuto dalla vivace fantasia del suo vicino, che offriva un elegante contrasto con la sostanza alquanto grossolana con cui Lord Castlefyshe, la cui anima sembrava avvolta nella sua occupazione, si esprimeva occasionalmente.

«Vuole del vino, capitano Armine?» disse il conte Mirabel, con un sorriso accattivante. «È tornato di recente qui?»

«Molto di recente», disse Ferdinand.

«E ne è contento?»

«Come dire; non so bene se rallegrarmene o meno.»

«Allora, si rallegri assolutamente», disse il Conte; «perché, se lei è in dubbio, deve sicuramente essere meglio decidere di esserne compiaciuto.»

«Penso che questo sia il paese più infernale che sia mai esistito», disse Lord Catchimwhocan.

«Mio caro Catch!» disse il conte Mirabel, «lo pensi davvero? Fai un errore, non pensi nulla del genere, mio caro Catch. Perché è il più infernale? È perché le donne sono le più belle, o perché i cavalli sono i migliori? È perché è l’unico paese dove si può avere una buona cena, o perché è l’unico paese dove ci sono vini pregiati? O è perché è l’unico posto dove puoi farti fare un cappotto, o dove puoi giocare senza essere imbrogliato, o dove puoi ascoltare un’opera senza che le tue orecchie vengano distrutte? Ora, mio caro Catch, passi la vita a vestirti e a giocare a hazard, a mangiare buone cene, a bere buoni vini, a fare all’amore, ad andare all’opera e a cavalcare bei cavalli. Di che cosa, allora, devi lamentarti?»

«Oh! il clima dannato!»

«Al contrario, è l’unico buon clima che ci sia. In Inghilterra puoi uscire ogni giorno, e a tutte le ore; e poi, per coloro che amano la varietà, come me, non sei sicuro di vedere lo stesso cielo ogni mattina che ti alzi, il che, per quanto mi riguarda, penso sia la più grande di tutte le fonti esistenti di ennui.»

«Mi riconcilia con il mio paese, Conte», disse Ferdinand, sorridendo.

«Ah! lei è un uomo sensato; ma quel caro Catch ripete sempre sciocchezze che sente da qualcun altro. Domani», aggiunse, a bassa voce, «sarà a favore del clima.»

La conversazione degli uomini, quando si riuniscono, è generalmente dedicata a uno di due argomenti: la politica o le donne. Nel caso presente il gruppo non era politico; ed era il gentil sesso, e in particolare la porzione più affascinante di esso, nella buona metropoli d'Inghilterra, a essere oggetto della pungente critica o della profonda speculazione di questi filosofi pratici. Non c'era quasi una celebre bellezza a Londra, dall'orgogliosa nobildonna alla vana ballerina d'opera, i cui vezzi e la cui condotta non fossero sottoposti alla loro magistrale analisi. Eppure sarebbe giusto ammettere che la loro abilità critica era più eminente e soddisfacente del loro ragionamento astratto su questo interessante argomento; poiché era curioso osservare che, sebbene tutti i presenti si piccassero della loro profonda conoscenza del sesso, non due tra quei saggi concordavano sui principi costitutivi del carattere femminile. Uno dichiarava che le donne erano governate dai sentimenti; un altro sosteneva che non avessero cuore; un terzo proponeva che fosse tutto immaginazione; un quarto che fosse tutta vanità. Lord Castlefyshe mormorò qualcosa riguardo alle loro passioni; e Charley Doricourt dichiarò che non avevano alcuna passione. Ma concordavano tutti su una cosa, e cioè che l'uomo che si concedeva un momento di inquietudine per una donna era uno sciocco.

Per tutto questo tempo il Capitano Armine parlò poco, ma sempre a proposito, e principalmente al Conte Mirabel, che gli era gradito. Essendo molto bello e, per di più, di aspetto distinto, questo silenzio da parte di Ferdinand lo rese un beniamino generale, e persino il signor Bevil sussurrò la sua approvazione a Lord Catchimwhocan.

«Il fatto è», disse Charles Doricourt, «che solo i ragazzi e i vecchi uomini sono tormentati dalle donne. Approfittano di entrambi gli stati dell'infanzia. Eh! Castlefyshe?»

«Sotto questo aspetto, allora, somigliando in qualche modo a te, Charley», rispose il suo signore, che non ammirava quel richiamo. «Poiché nessuno può dubitare che tu abbia tormentato tuo padre; io ero fuori dall'adolescenza, fortunatamente, prima che tu giocassi a écarté.»

«Andiamo, buon vecchio Fyshe», disse il Conte Mirabel, «prendi un bicchiere di claret e non sembrare così feroce. Sai benissimo che Charley ha imparato tutto da te.»

«Non ha mai imparato da me a spendere una fortuna per un'attrice», disse il suo signore. «Io ho speso una fortuna, ma, grazie al cielo, è stato per me stesso.»

«Beh, per quanto riguarda questo», disse il Conte, «penso che ci sia qualcosa di grande nell'andare in rovina per i propri amici. Se fossi ricco quanto avrei potuto essere, non spenderei molto per me stesso. I miei bisogni sono pochi; una bella casa, belle carrozze, bei cavalli, un guardaroba completo, il miglior palco all'opera, il primo cuoco e denaro in tasca; questo è tutto ciò che richiedo. Ho queste cose e me la cavo piuttosto bene; ma se avessi una fortuna principesca renderei felice ogni buon compagno che conosco.»

«Beh», disse Charles Doricourt, «sei un uomo fortunato, Mirabel. Ho avuto cavalli, case, carrozze, palchi all'opera e cuochi, e ho avuto un grande patrimonio; ma denaro in tasca non ne ho mai potuto avere. Il denaro in tasca è stata la cosa che mi è sempre costata di più acquistare tra tutte.»

La conversazione cadde ora sul teatro. Il signor Bond Sharpe era determinato ad avere un teatro. Credeva che fosse riservato a lui far rivivere il dramma. Il signor Bond Sharpe si piccava del suo patrocinio verso il palcoscenico. Aveva certamente una grande ammirazione per le attrici. C'era qualcosa nella gestione di un grande teatro che compiaceva la fantasia alquanto imperiale del signor Bond Sharpe. Il direttore di un grande teatro è una sorta di monarca. Il signor Bond Sharpe desiderava sedersi sul trono, con le donne più graziose di Londra come sua corte, e tutti i suoi amici alla moda che si radunavano attorno al loro sovrano. Aveva l'impressione che grandi risultati potessero essere ottenuti con la sua energia organizzatrice e il capitale illimitato. Il signor Bond Sharpe aveva una fiducia sconfinata nel potere del capitale. Il capitale era la sua divinità. Era fiducioso che potesse sempre produrre allo stesso modo genio e trionfo. Il signor Bond Sharpe aveva ragione: il capitale è una cosa meravigliosa, ma siamo a malapena consapevoli di questo fatto finché non abbiamo superato i trent'anni; e allora, per qualche singolare processo, che ora non ci fermeremo ad analizzare, il capitale di qualcuno è in generale sensibilmente diminuito. Man mano che gli uomini avanzano nella vita, tutte le passioni si risolvono nel denaro. L'amore, l'ambizione, persino la poesia, finiscono in questo.

«Vai da Shropshire quest'autunno, Charley?» disse Lord Catchimwhocan.

«Sì, ci andrò.»

«Non credo che ci andrò», disse il suo signore; «è una tale noia.»

«È piuttosto una noia; ma è un buon compagno.»

«Io ci andrò», disse il Conte Mirabel.

«Non hai paura di annoiarti», disse Ferdinand, sorridendo.

«Tra noi, non capisco cosa sia questo essere annoiati», disse il Conte. «Colui che è annoiato mi sembra un noioso. Essere annoiati presuppone l'incapacità di divertirsi; devi essere un tipo spento. Ovunque io possa essere, ringrazio il cielo di essere sempre divertito.»

«Ma tu hai dei nervi così, Mirabel», disse Lord Catchimwhocan. «Per Giove! Ti invidio. Non sei mai abbattuto.»

«Abbattuto! Che idea! Cosa dovrebbe abbattermi? Vivo per divertirmi e non faccio nulla che non mi diverta. Perché dovrei essere abbattuto?»

«Beh, non lo so; ma ogni altro uomo è abbattuto di tanto in tanto. Per quanto mi riguarda, il mio spirito è talvolta qualcosa di terribile.»

«Quando hai perso.»

«Beh, non possiamo sempre vincere. Non è vero, Sharpe? Non funzionerebbe. Ma, per Giove! tu sei sempre di buon umore, Mirabel, quando perdi.»

«Immagina che un uomo sia mai di cattivo umore», disse il Conte Mirabel. «La vita è troppo breve per tali bêtises. Il più sfortunato disgraziato vivente calcola inconsciamente che è meglio vivere che morire. Bene, allora, ha qualcosa a suo favore. L'esistenza è un piacere, e il più grande. Il mondo non può derubarci di questo; e se è meglio vivere che morire, è meglio vivere di buon umore che di cattivo. Se un uomo è convinto che l'esistenza sia il più grande piacere, la sua felicità può essere aumentata dalla buona sorte, ma sarà essenzialmente indipendente da essa. Colui che sente che la più grande fonte di piacere gli rimane sempre non dovrebbe mai essere infelice. Il sole splende su tutti: ogni uomo può andare a dormire: se non puoi cavalcare un bel cavallo, è qualcosa guardarlo; se non hai una bella cena, c'è qualche divertimento in una crosta di pane e Gruyère. Senti poco, pensa poco, mai pianificare, mai rimuginare. Tutto dipende dalla circolazione; prenditene cura. Prendi il mondo come lo trovi; goditi tutto. Vive la bagatelle!»

Qui i gentiluomini si alzarono, presero il loro caffè e ordinarono le loro carrozze.

«Vieni con noi», disse il Conte Mirabel a Ferdinand.

Il nostro eroe accettò l'offerta del suo gradevole conoscente. Ci fu un gran scalpitare e precipitarsi di cab e vis-à-vis alla porta del signor Bond Sharpe, e in pochi minuti l'intero gruppo sfrecciava su per St. James’-street, dove si fermarono davanti a un edificio splendido, risplendente di luci e tende illuminate.

«Vieni, ti renderemo un membro onorario, mon cher Captain Armine», disse il Conte; «e non dire Lasciate ogni speranza quando entri qui.»

Salirono una magnifica scalinata ed entrarono in un salone sontuoso e affollato, nel quale l'ingresso del Conte Mirabel e dei suoi amici non fece poca sensazione. Il signor Bond Sharpe scivolava lungo, lasciando cadere sentenze oracolari, senza degnarsi di fermarsi a parlare con coloro a cui si rivolgeva. Charley Doricourt e il signor Blandford si allontanarono insieme, verso un appartamento più lontano. Lord Castlefyshe e Lord Catchimwhocan furono presto occupati con l'écarté.

«Beh, Faneville, buon generale, come va?» disse il Conte Mirabel. «Dove hai cenato oggi? dai Balcombe? Sei un uomo molto coraggioso, mon general! Ah! Stock, buon Stock, eccellente Stock!» continuò, rivolgendosi al signor Million de Stockville, «quel Borgogna che mi hai mandato è capitale. Come stai, caro mio? Abbastanza bene? Fitzwarrene, ho fatto quello per te: i tuoi affari vanno bene. Ah! il mio buon Massey, mon cher, mon brave, Anderson ti lascerà avere quel cavallo. E cosa si fa qui? C'è qualche divertimento? Fitzwarrene, lascia che ti presenti il mio amico Capitano Armine:» (a un tono più basso) «eccellente garçon! Ti piacerà molto. Siamo stati tutti a cenare da Bond.»

«Una buona cena?»

«Naturalmente una buona cena. Mi piacerebbe vedere un uomo che mi offrisse una cattiva cena: sarebbe una bêtise, invitarmi a cena e poi darmi una cattiva cena.»

«Dico, Mirabel», esclamò un giovane, «hai visto Horace Poppington riguardo alla sfida?»

«È organizzata; è dopodomani, alle nove.»

«Beh, scommetto su di te, sai.»

«Naturalmente scommetti su di me. Penseresti mai di scommettere su quel buon Pop, con quel fucile? Pah! Eh! bien! Andrò nell'altra stanza.» E il Conte si allontanò, seguito dal signor Bevil.

Ferdinand rimase a parlare per qualche tempo con Lord Fitzwarrene. A poco a poco il grande salone era diventato alquanto più vuoto: alcuni si erano furtivamente allontanati verso la Camera, dove era prevista una votazione; uomini tranquilli, che facevano solo un salto dopo cena, si erano ritirati; e i giocatori d'azzardo erano impegnati negli appartamenti contigui. Il signor Bond Sharpe si avvicinò a Ferdinand, e Lord Fitzwarrene colse l'occasione per ritirarsi.

«Credo che lei non giochi mai, Capitano Armine», disse il signor Bond Sharpe.

«Mai», disse Ferdinand.

«Lei fa molto bene.»

«Sono alquanto sorpreso che lei sia di questa opinione», disse Ferdinand, con un sorriso.

Il signor Bond Sharpe scrollò le spalle. «Ci saranno sempre abbastanza devoti», disse il signor Bond Sharpe, «qualunque possa essere la mia opinione.»

«Questo è un suo magnifico stabilimento», disse Ferdinand.

«Sì; è un magnifico stabilimento. Non ho badato a spese per produrre la cosa più perfetta del suo genere in Europa; ed è la cosa più perfetta del suo genere. Sono fiducioso che nessun nobile in alcun paese abbia uno stabilimento meglio attrezzato. Ho spedito un agente nel Continente per procurare questo arredamento: la sua commissione non aveva limiti, ed è stato assente due anni. Il mio cuoco era con Carlo X; la cantina è la più scelta e considerevole che sia mai stata raccolta. Provo orgoglio per questa cosa, ma ci perdo denaro.»

«Davvero!»

«Ho fatto fortuna; non c'è dubbio; ma non l'ho fatta qui.»

«È una grande cosa fare fortuna», disse Ferdinand.

«Molto grande», disse il signor Bond Sharpe. «C'è solo una cosa più grande, ed è mantenerla una volta fatta.»

Ferdinand sorrise.

«Molti uomini fanno fortuna; pochi possono mantenerla», disse il signor Bond Sharpe. «Il denaro è potere, e rare sono le teste che possono resistere al possesso di un grande potere.»

«Ad ogni modo, c'è da sperare che lei abbia scoperto questo segreto più importante», disse Ferdinand; «sebbene confesso che, a giudicare dalla mia esperienza, temerei che lei sia troppo generoso.»

«Avevo dimenticato ciò a cui allude», disse il suo compagno, con calma. «Ma per quanto riguarda me stesso, qualunque possa essere la mia fine, non ho ancora raggiunto il mio apice.»

«Lei ha almeno i miei buoni auguri», disse Ferdinand.

«Potrei un giorno pretenderli», disse il signor Bond Sharpe. «La mia posizione», continuò, «è difficile. Sono asceso tramite occupazioni che il mondo non considera rispettabili, eppure, se non vi avessi fatto ricorso, sarei meno di nulla. La mia mente, penso, è pari alla mia fortuna; sono ancora giovane, e ora vorrei avvalermi del mio potere e stabilirmi nel paese, come membro riconosciuto della società. Ma questo non può essere. La società rifugge un oscuro trovatello, un pugile, un astuto, un gestore di bische e un usuraio. Precluso quindi a un giusto teatro per la mia energia e il mio capitale, sono costretto a occuparmi, forse esaurirmi, in molteplici speculazioni. Finora sono fiorite, e forse il mio teatro, o il mio giornale, possono essere redditizi quanto la mia scuderia. Ma vorrei volentieri emanciparmi. Questi sforzi mi sembrano, per così dire, inutili e innaturali. Il grande obiettivo è stato raggiunto. È una sfida al destino. A volte ho pensato di essere il Napoleone del mondo sportivo; potrei ancora trovare la mia Sant'Elena.» «Avvisato, armato, signor Sharpe.» «Mi muovo in un cerchio magico: è difficile liberarmene. Ora, per esempio, non c'è un uomo nella stanza che non sia mio schiavo. Vede come mi trattano. Mi mettono su un piano di uguaglianza con loro. Conoscono la mia debolezza; mi prendono in giro fino all'estremo. Eppure non c'è un uomo in quella stanza che, se dovessi andare in rovina domani, camminerebbe lungo St. James’-street per servirmi. Sì! Ce n'è uno; c'è il Conte. Egli ha un'anima grande e generosa. Credo che il Conte Mirabel simpatizzi per la mia situazione. Credo che egli non pensi, perché un uomo è asceso da un'origine la più ignobile e oscura a una posizione potente, tramite grande coraggio e destrezza, e aggiungerei anche, tramite qualche pensiero profondo, lottando anche, sia ricordato, con una classe di società non meno scrupolosa, sebbene non così abile come lui, che egli sia necessariamente un personaggio infame. E se, a diciotto anni, senza un amico al mondo, fidando nella struttura potente e nello spirito intrepido di cui la Natura mi aveva dotato, mi fossi gettato nel ring? Chi dovrebbe essere un gladiatore se non io? È un crimine? E se, in un periodo successivo, con un cervello per il calcolo che nessuno può rivaleggiare, fossi invariabilmente riuscito in ciò in cui i più grandi uomini del paese falliscono? Devo essere marchiato perché ho fatto mezzo milione con un buon libro? E se ho gestito una casa da gioco? Dal retrobottega di un'ostrica, il mio tavolo da hazard è stato rimosso in questo palazzo. Se il gioco fosse stato sporco, questa metamorfosi non sarebbe mai avvenuta. È vero, sono un usuraio. Mio caro signore, se tutti gli usurai in questa grande metropoli potessero solo sfilare davanti a lei in questo momento, come sussulterebbe! Potrebbe trovare alcuni Onorevoli tra loro; molti grandi funzionari, molti gravi magistrati; padri di famiglia, i veri modelli di personaggi rispettabili, patroni e presidenti di istituzioni caritatevoli, e sottoscrittori per la soppressione di quelle stesse case da gioco le cui vittime, in nove casi su dieci, sono i loro principali clienti. Non parlo con amarezza. Nel complesso, non devo lamentarmi del mondo, ma ho visto una gran parte dell'umanità, e più di molti, di quella che è considerata la sua parte peggiore. Il mondo, Capitano Armine, mi creda, non è né così cattivo né così buono come alcuni sono propensi a supporre. E dopotutto», disse il signor Bond Sharpe, scrollando le spalle, «forse dovremmo dire con il nostro amico il Conte, Vive la bagatelle! Vuole prendere un po' di cena?»

CAPITOLO XIV.

Miss Grandison stuzzica la curiosità di Lord Montfort, e il Conte Mirabel accompagna Ferdinand a Richmond, guida che termina in un'avventura piacevole e una confidenza inaspettata.

La scoperta che Henrietta Temple fosse l'oggetto segreto dell'infelice passione di Ferdinand, era un segreto che Miss Grandison apprezzava come una vera donna. Non solo aveva fatto questa scoperta, ma dalla sua precedente conoscenza e dalla sua osservazione durante il suo recente colloquio con Miss Temple, Katherine era persuasa che Henrietta debba ancora amare suo cugino come prima. Miss Grandison era legata a Henrietta; era interessata al benessere di sua cugina, e devota alla famiglia Armine. Tutti i suoi pensieri e tutte le sue energie erano impegnati a contrastare, se possibile, le conseguenze di quei tristi malintesi che li avevano posti tutti in questa dolorosa posizione.

Fu il giorno seguente che aveva promesso di accompagnare la duchessa e Henrietta in un'escursione sull'acqua. Lord Montfort doveva essere il loro cavaliere. Al mattino si ritrovò sola con il suo signore in St. James’-square.

«Che giornata incantevole!» disse Miss Grandison. «Anticipo così tanto piacere! Chi è il nostro gruppo?»

«Solo noi», disse Lord Montfort. «Lady Armine non può venire, e il Capitano Armine è impegnato. Temo che lo troverà molto noioso, Miss Grandison.»

«Oh! Per nulla. A proposito, sa che sono rimasta sorpresa ieri nello scoprire che Ferdinand e Henrietta fossero vecchie conoscenze.»

«Davvero?» disse Lord Montfort, con un tono particolare.

«È strano che Ferdinand non voglia mai venire con noi da nessuna parte. Penso che sia di pessimo gusto.»

«Penso lo stesso anche io», disse Lord Montfort.

«Avrei pensato che Henrietta fosse proprio la persona che avrebbe ammirato; che sarebbe stato ben felice di essere con noi. Posso facilmente comprendere che si stanchi a morte con una cugina», disse Miss Grandison; «ma Henrietta, è così strano che non approfitti della delizia di stare con lei.»

«Pensa davvero che una cugina come Miss Grandison possa scacciarlo?»

«Perché, a dirle la verità, caro Lord Montfort, Ferdinand è posto in una posizione molto imbarazzante con me. Lei è nostro amico, e così le parlo in confidenza. Sir Ratcliffe e Lady Armine si aspettano entrambi che Ferdinand e io ci sposiamo. Ora, nessuno dei due ha la minima intenzione di fare nulla del genere.»

«Molto strano, davvero», disse Lord Montfort. «Il mondo rimarrà molto stupito, più di me, poiché confesso un latente sospetto sull'argomento.»

«Sì, ne ero consapevole», disse Miss Grandison, «o non avrei parlato con tanta franchezza. Per quanto mi riguarda, penso che siamo molto saggi a insistere per seguire la nostra strada, poiché un matrimonio mal assortito deve essere una faccenda molto malinconica.» Miss Grandison parlò con un'aria quasi di leggerezza, che era piuttosto insolita per lei.

«Un matrimonio mal assortito», disse Lord Montfort. «E cosa chiama lei un matrimonio mal assortito, Miss Grandison?»

«Perché, molte circostanze potrebbero costituire una tale unione», disse Katherine; «ma penso che se una delle parti fosse innamorata di un'altra persona, ciò sarebbe abbastanza sufficiente a garantire una tollerabile porzione di infelicità.»

«Penso lo stesso anche io», disse Lord Montfort; «un'unione, in tali circostanze, sarebbe mal assortita. Ma Miss Grandison non si trova in quella situazione?» aggiunse con un debole sorriso.

«Questa non è una domanda quasi equa», disse Katherine, con gaiezza, «ma non c'è dubbio che Ferdinand Armine lo sia.»

«Davvero!»

«Sì; è innamorato, disperatamente innamorato; questo l'ho scoperto da tempo. Mi chiedo con chi possa essere!»

«Mi chiedo!» disse Lord Montfort.

«Davvero?» disse Miss Grandison. «Bene, a volte ho pensato che lei potesse avere un latente sospetto anche su quell'argomento. Pensavo lei fosse il suo confidente.»

«Io!» disse Lord Montfort; «io, tra tutti gli uomini al mondo?»

«E perché non lei tra tutti gli uomini al mondo?» disse Miss Grandison.

«La nostra intimità è così lieve», disse Lord Montfort.

«Hum!» disse Miss Grandison. «E ora che ci penso, mi appare molto strano come siamo diventati tutti improvvisamente amici così intimi. Gli Armine e la sua famiglia non si conoscevano precedentemente: Miss Temple, pure, sconosciuta a mia zia e mio zio. Eppure non viviamo mai ora fuori dalla vista l'uno dell'altro. Sono sicura di esserne grata; sono sicura che sia molto gradevole, ma tuttavia mi appare davvero molto strano. Mi chiedo quale possa essere la ragione?»

«È che lei è così affascinante, Miss Grandison», disse Lord Montfort.

«Un complimento da parte sua!»

«Davvero nessun complimento, carissima Miss Grandison», disse Lord Montfort, avvicinandosi a lei. «Favorevole come Miss Temple è sotto molti aspetti, in nessuno, secondo la mia opinione, è più fortunata che nel possesso di un'amica così ammirevole.»

«Nemmeno nel possesso di un amante così ammirevole, mio signore?»

«Tutti devono amare Miss Temple che la conoscono», disse Lord Montfort, seriamente.

«Davvero, lo penso anch'io», disse Katherine, con una voce più sommessa. «Io la amo; la sua carriera mi riempie di un interesse strano e singolare. Possa essere felice, poiché la felicità la merita davvero!»

«Non ho desiderio più caro di garantire quella felicità, Miss Grandison», disse Lord Montfort; «con qualsiasi mezzo», aggiunse.

«Lei è così interessante!» disse Katherine. «Quando lei l'ha conosciuta per la prima volta era molto malata?»

«Molto.»

«Sembra completamente guarita.»

«Lo spero.»

«Il signor Temple dice che il suo umore non è quello di una volta. Mi chiedo cosa le fosse preso?»

Lord Montfort rimase in silenzio.

«Non sopporto di vedere uno spirito nobile distrutto», continuò Miss Grandison. «C’era Ferdinand. Oh! se solo avesse conosciuto mio cugino prima che fosse infelice. Oh! quello era uno spirito! Era l’essere più brillante che sia mai vissuto. E poi sono stata con lui durante tutta la sua malattia. È stato così terribile. Quasi vorrei che ci fossimo potuti amare. È molto strano, deve essere stato malato ad Armine proprio nel periodo in cui Henrietta era malata in Italia. E io ero con lui in Inghilterra, mentre lei la stava confortando. E ora siamo tutti amici. Sembra esserci una sorta di strano destino nelle nostre sorti, non è vero?»

«Una sorte felice quella che può in qualsiasi modo essere legata a Miss Grandison», disse Lord Montfort.

In quel momento la Duchessa e Henrietta entrarono; la carrozza era pronta; e in pochi minuti si stavano dirigendo verso Whitehall Stairs, dove li attendeva una bellissima barca.

Nel frattempo, Ferdinand Armine stava rimuginando sugli strani avvenimenti di ieri. Nel complesso, era stata una giornata emozionante e soddisfacente. In primo luogo, si era liberato dalle sue difficoltà più pressanti; in secondo luogo, si era divertito molto; e, in terzo luogo, aveva fatto una conoscenza molto interessante, poiché tale stimava il Conte Mirabel. Proprio nel momento in cui, oziando davanti a una colazione molto tarda, stava pensando a Bond Sharpe e alla sua grande carriera, e poi riflettendo tra sé se fosse possibile seguire i gai consigli dei suoi amici di ieri e non tormentarsi mai più per una donna, fu annunciato il Conte Mirabel.

«Mon cher Armine», disse il Conte, «vede che ho mantenuto la promessa e l'avrei trovata a casa».

Il Conte stava davanti a lui, l’uomo vestito meglio di Londra, fresco e gaio come un uccellino, senza una preoccupazione sul suo volto scintillante, e gli occhi luminosi di bonhomie. Eppure il Conte Mirabel era stato l’ultimo ad abbandonare i recenti misteri di Mr. Bond Sharpe; e, come al solito, la luce screziata dell’alba lo aveva guidato verso il suo letto lussuoso, quel letto che gli regalava sempre sonni sereni, quali che fossero le avventure della giornata o il risultato della campagna notturna. Come rideva il Conte Mirabel di quei poveri diavoli che si svegliano solo per moralizzare sulla propria follia con lo spirito abbattuto e la testa dolorante! Della preoccupazione non sapeva nulla; il Tempo lo sfidava; l’indisposizione non riusciva a comprenderla. Non era mai stato malato in vita sua, nemmeno per cinque minuti.

Ferdinand era davvero molto felice di vederlo; c’era qualcosa nella presenza stessa del Conte Mirabel che metteva tutti di buon umore. La sua spensieratezza contagiava tutti. La malinconia era una farsa al cospetto del suo sorriso; e non c’era combinazione possibile di guai che potesse resistere alla sua gentile e brillante arguzia. In quel momento, Ferdinand era di umore sufficientemente buono con il suo destino, e tenne il passo con efficacia; così che quasi un’ora passò in una conversazione divertente.

«Lei era un estraneo tra noi ieri», disse il Conte Mirabel; «credo che si sia divertito parecchio. Ho visto che ha reso giustizia a quell’eccellente Bond Sharpe. Ciò dimostra che lei ha una mente al di sopra dei pregiudizi. Sa che era di gran lunga l’uomo migliore a tavola, eccetto noi?»

Ferdinand sorrise.

«È vero, ha un cuore e un cervello. Il vecchio Castlefyshe non ha né l’uno né l’altro. Quanto al resto dei nostri amici, alcuni hanno cuori senza cervello, e gli altri cervello senza cuore. Quale preferisce?»

«È una bella domanda», disse Ferdinand; «eppure confesso che mi piacerebbe essere insensibile».

«Ah! ma lei non può esserlo», disse il Conte, «lei ha un’anima di grande sensibilità; lo vedo in un momento».

«Vede molto lontano e molto in fretta, Conte Mirabel», disse Ferdinand, con un po’ di riserbo.

«Sì; in un minuto», disse il Conte, «in un minuto leggo il carattere di una persona. So che lei è molto innamorato, perché ha cambiato espressione ieri quando parlavamo di donne».

Ferdinand cambiò nuovamente espressione. «Lei è un uomo davvero straordinario, Conte», osservò infine.

«Certo; ma, mon cher Armine, che bella giornata è oggi! Cosa ha intenzione di fare?»

«Niente; non faccio mai niente», disse Ferdinand, con un tono quasi malinconico.

«Un uomo malinconico! Quelle bêtise! La guarirò io. Sarò suo amico e sistemerò tutto. Ora, andremo a fare un giro a Richmond; faremo una cena leggera, una sogliola, una costoletta e una bottiglia di champagne, e poi andremo al teatro francese. La presenterò a Jenny Vertpré. È piena di spirito; forse ci inviterà a cena. Allons, mon ami, mon cher Armine; allons, mon brave!» La cerimonia era una farsa con Alcibiades de Mirabel.

Ferdinand non aveva nulla da fare; era attratto dal suo compagno. L’effervescenza prodotta dalla fortunata avventura di ieri non si era ancora del tutto placata; era deciso a dimenticare i suoi dolori e, se non altro per un giorno, a unirsi al coro vivace di Vive la bagatelle! Così, in pochi istanti, si ritrovò comodamente sistemato nel più perfetto cabriolet di Londra, trascinato via da un cavallo che avanzava con l’orgogliosa consapevolezza del proprio padrone.

Il Conte Mirabel si godette il viaggio verso Richmond come se non ci fosse mai stato in vita sua. Il sole caldo, la brezza occidentale, ogni oggetto che superava e che lo superava reclamava la sua lode o osservazione. Inoculò in Ferdinand la sua gaiezza, mentre Ferdinand ascoltava i suoi racconti leggeri e vivaci, e le sue osservazioni fugaci, così piene di allegria e di verità pungenti e di audace fantasia. Quando arrivarono allo Star and Garter e ordinarono la cena, passeggiarono nel parco, lungo il sentiero della Terrazza; e non avevano percorso cinquanta passi quando raggiunsero la Duchessa e il suo gruppo, che riposavano su una panchina e guardavano verso la valle.

Ferdinand avrebbe volentieri fatto un cenno e proseguito; ma era impossibile. Fu costretto a fermarsi e parlare con loro, ed era difficile liberarsi di amici che lo accoglievano così gentilmente. Ferdinand presentò il suo compagno. Le signore erano incantate di conoscere un gentiluomo così celebre, di cui avevano sentito parlare tanto. Il Conte Mirabel, che possedeva il tatto più fine del mondo, ma il cui incantesimo segreto, dopo tutto, era forse solo quello di essere sempre naturale, si adattò in un momento ai personaggi, alla scena e all’occasione. Era del tutto entusiasta di quelle fonti di divertimento che si erano rivelate così inaspettatamente; e in pochi minuti si erano tutti accordati per camminare insieme, e a tempo debito la Duchessa stava pregando Ferdinand e il suo amico di cenare con loro. Prima che Ferdinand potesse trovare una scusa, il Conte Mirabel aveva accettato la proposta. Dopo aver passato la mattinata insieme così piacevolmente, andare a cenare in stanze separate, sarebbe stata una bêtise. Questa parola bêtise risolse tutto con il Conte Mirabel; una volta che dichiarava che qualcosa era una bêtise, non voleva più sentirne parlare.

Fu una passeggiata incantevole. Mai il Conte Mirabel fu più giocoso, più attraente, più completamente accattivante. Henrietta e Katherine sorridevano entrambe verso di lui, e la Duchessa ne era rimasta del tutto incantata. Persino Lord Montfort, che avrebbe potuto nutrire un certo pregiudizio contro il Conte prima di conoscerlo – sebbene nessuno potesse farlo dopo – e che era preparato a qualcosa di piuttosto brillante, ma pretenzioso, presuntuoso, fantastico e affettato, si arrese completamente alla sua gaiezza amabile e al suo modo vivace, schietto e del tutto genuino. Così camminarono, parlarono e risero, e tutti convennero che fosse stata la giornata più fortunatamente bella e il più felice rencontre che si fosse mai verificato, finché l’ora di cena non fu vicina. Il Conte era al fianco di Sua Grazia, ed ella era appoggiata al braccio di Miss Temple. Lord Montfort e Miss Grandison erano rimasti indietro di un passo, man mano che il loro gruppo si era ingrossato. Ferdinand ondeggiava tra Miss Temple e sua cugina; ma si sarebbe legato a quest’ultima, se Miss Temple non gli si fosse rivolta occasionalmente. Fu felice, comunque, quando tornarono per la cena.

«Abbiamo solo approfittato del permesso di Sua Grazia di unire le nostre cene», disse il Conte Mirabel, offrendo il braccio alla Duchessa. Si mise a capotavola; Lord Montfort prese l’altra estremità. Con sorpresa di Ferdinand, Miss Grandison, con una sbadataggine davvero notevole, si sedette accanto alla Duchessa, cosicché Ferdinand fu costretto a sedersi vicino a Henrietta Temple, che era così separata da Lord Montfort.

La cena fu gaia quanto la passeggiata. Ferdinand fu l’unica persona a rimanere in silenzio.

«Com’è divertente!», disse Miss Temple, voltandosi verso Ferdinand e parlando a bassa voce.

«Sì; invidio la sua gaiezza».

«Si mostri gaio».

«La ringrazio; oso dire che lo sarò col tempo. Non ho ancora del tutto abbracciato tutta la filosofia del Conte Mirabel. Dice che l’uomo che si tormenta per cinque minuti per una donna è un idiota. Quando penserò lo stesso, cosa che spero avvenga presto, oso dire che sarò altrettanto gaio».

Miss Temple non si rivolse più a Ferdinand.

Tornarono via acqua. Con grande disappunto di Ferdinand, il Conte non esitò un momento ad approfittare della proposta della Duchessa che lui e il suo compagno facessero parte della comitiva. Diede ordini immediati che il suo cabriolet lo incontrasse a Whitehall Stairs, e Ferdinand capì che non c’era possibilità di fuga.

Era una deliziosa sera d’estate. Il sole al tramonto bagnava i pergolati di Fulham con una luce risplendente, proprio mentre si trovavano al largo della delicata Rosebank; ma l’aria continuò a lungo a essere calda, e sempre dolce, e gli ultimi chilometri del loro piacevole viaggio furono tinti dalla luna giovane e scintillante.

«Vorrei che avessimo portato una chitarra», disse Miss Grandison; «il Conte Mirabel, ne sono certa, canterebbe per noi?» «E lei, lei canterà per noi senza chitarra, non è vero?», disse il Conte, sorridendo.

«Henrietta, vuoi cantare?», disse Miss Grandison. «Con te».

«Certo; ora devi», disse il Conte: così fecero.

Questo scivolare verso la metropoli in una sera d’estate, così dolce e immobile, con volti bellissimi, come dovrebbe sempre essere il caso, e con suoni dolci, come era il presente; c’è qualcosa di molto incantevole in questa combinazione. Il cuore si apre; è un momento pericoloso. Mentre Ferdinand ascoltava ancora una volta la voce di Henrietta, anche se si mescolava ai toni dolci di Miss Grandison, il passato appassionato gli tornò vividamente alla mente. Fortunatamente non sedeva vicino a lei; si era assicurato di essere l’ultimo sulla barca. Voltò il viso, ma la sua espressione severa non sfuggì all’osservazione del Conte Mirabel.

«E ora, Conte Mirabel, deve davvero favorirci», disse la Duchessa.

«Senza chitarra?», disse il Conte, e iniziò a tamburellare sul braccio per accompagnarsi. «Bene, quando ero con il Duc d’Angoulême in Spagna, a volte ci concedevamo una serenata a Siviglia. Cercherò di ricordarmene una».

UNA SERENATA DI SIVIGLIA.

I.

Vieni fuori, vieni fuori, la stella che amiamo È alta sul bosco del Guadalquivir, E tinge ogni albero di luce dorata; Ah! Rosalie, un tuo sorriso sarebbe assai più luminoso.

II.

Vieni fuori, vieni fuori, i fiori che temono Di sbocciare nel corso del sole Accolgono il chiaro di luna con i loro profumi; Ah! Rosalie, un tuo sospiro sarebbe assai più dolce!

III.

Vieni fuori, vieni fuori, un’ora della notte, Quando i fiori sono freschi e le stelle brillano, Varrebbe un’epoca di giorno sgargiante; Allora, Rosalie, vola, vola da me, e non indugiare oltre!

«Spero che la dama sia venuta», disse Miss Temple, «dopo una canzone così bella».

«Certo», disse il Conte, «vengono sempre».

«Ferdinand, vuoi cantare?», disse Miss Grandison.

«Non posso, Katherine».

«Henrietta, chiedi a Ferdinand di cantare», disse Miss Grandison; «fa una regola di non fare mai nulla di ciò che gli chiedo, ma sono certa che tu abbia più influenza».

Lord Montfort venne in soccorso di Miss Temple. «Miss Temple ci ha parlato così spesso del suo canto, Capitano Armine», disse il suo signore; eppure Lord Montfort, in questa asserzione, si discostò un po’ dall’abituale esattezza delle sue affermazioni.

«Com’è strano!», pensò Ferdinand; «la sua insensibilità o la sua franchezza mi confondono. Proverò a cantare», continuò ad alta voce, «ma è passato un anno, davvero, da quando ho cantato».

Con una voce di singolare potenza e melodia, e con un’espressione che aumentava man mano che procedeva, finché il cantante sembrò a malapena in grado di controllare le proprie emozioni, il Capitano Armine procedette così:

LA CANZONE DEL CAPITANO ARMINE.

I.

Il mio cuore è come un liuto silenzioso Che una mano infedele ha gettato da parte; Quelle corde sono mute, quei toni sono spenti, Che un tempo sprigionavano una voce d’orgoglio! Eppure persino sul liuto trascurato Il vento del cielo volerà talvolta, E persino così il cuore abbattuto, Risponderà talvolta a un sospiro!

II.

Eppure sentire il potere di un altro Può afferrare il premio per cui bramo, E altri ora possono cogliere il fiore Che custodivo per questo mio cuore! Non più, non più! La mano che abbandona, Il liuto deve cadere, e giacere in frantumi Nel silenzio: e il mio cuore così infranto, Non risponde nemmeno a un sospiro.

Miss Temple sembrava indaffarata con il suo scialle; forse sentiva freddo. Il Conte Mirabel, accanto al quale era seduta, stava per aiutarla. Il suo viso era rivolto all’acqua; era rigato di lacrime. Senza apparire di notarla, il Conte Mirabel si sporse in avanti e attirò l’attenzione di tutti; cosicché lei non fu osservata e ebbe tempo di riprendersi. Eppure lei era consapevole che il Conte Mirabel aveva notato la sua emozione, ed era grata per la sua rapida e delicata premura. Fu una fortuna che il ponte di Westminster fosse ormai in vista, perché dopo questa canzone del Capitano Armine, tutti divennero cupi o pensierosi; persino il Conte Mirabel era in silenzio.

Le signore e Lord Montfort salirono sulla loro britzka. Diedero un cordiale addio al Conte Mirabel e lo pregarono di andare a trovarli in St. James’ Square, e il Conte e Ferdinand rimasero soli.

«Cher Armine», disse il Conte, mentre stava risalendo Charing Cross, «Catch mi ha detto che ti saresti sposato con tua cugina. Quale di quelle due giovani dame è tua cugina?»

«La ragazza bionda; Miss Grandison».

«Così avevo capito. È molto carina, ma non hai intenzione di sposarla, vero?»

«No; non lo farò».

«E chi è Miss Temple?»

«Sta per sposarsi con Lord Montfort».

«Diable! Ma che uomo fortunato! Cosa pensi di Miss Temple?»

«Penso di lei ciò che, suppongo, tutti debbano pensare».

«È bellissima: è la donna più bella che abbia mai visto. Si sposa per denaro, suppongo?»

«È la più ricca ereditiera d’Inghilterra; è molto più ricca di mia cugina».

«C’est drôle. Ma lei non vuole sposare Lord Montfort».

«Perché?»

«Perché, caro mio, lei è innamorata di te».

«Per Giove, Mirabel, che tipo sei! Cosa intendi dire?»

«Mon cher Armine, mi piaci più di chiunque altro. Vorrei essere, sono, tuo amico. Qui c’è qualche maledetto contrattempo. C’è un mistero, ed entrambi ne siete vittime. Dimmi tutto. Ti sistemerò io».

«Ah! mio caro Mirabel, è oltre la tua stessa abilità. Pensavo di non poter mai parlare di queste cose a un essere umano, ma sono attratto da te dalla stessa simpatia che mi lusinghi esprimendo per me stesso. Ho bisogno di un confidente, ho bisogno di un amico; sono più che infelice».

«Eh! bien! non andremo al teatro francese. Quanto a Jenny Vertpré, possiamo cenare con lei una sera qualsiasi. Vieni a casa mia e parleremo di tutto. Ma credimi, se vuoi sposare Henrietta Temple, sei un idiota se non la prendi».

Così dicendo, il Conte toccò il suo brillante cavallo e, in pochi minuti, il cabriolet si fermò davanti a una piccola ma mirabilmente arredata casa in Berkeley Square.

«Ora, mon cher», disse il Conte, «caffè e confidenze».

CAPITOLO XV.

In cui il Conte Mirabel inizia le sue operazioni con grande successo.

C’È al mondo uno spettacolo più gaio e aggraziato di Hyde Park, alla fine di una lunga mattinata di sole nei mesi festosi di maggio e giugno? Dove possiamo vedere donne così belle, cavalieri così galanti, cavalli così fini e carrozze così brillanti? Anche la scena è degna di accessori così gradevoli: i boschetti, le acque scintillanti e gli archi trionfali. In lontananza, le alture nebbiose del Surrey e le radure ombreggiate di Kensington.

Era il giorno dopo il memorabile viaggio da Richmond. Eminente tra la folla scintillante, il Conte Mirabel trottava sul suo arabo, distribuendo gai riconoscimenti e parole luminose. Trattenne il suo destriero sotto un albero, sotto la cui ombra era riunito un gruppo di cavalieri svogliati. Il Conte ricevette le loro congratulazioni, poiché quella mattina aveva vinto la sua gara di tiro al piccione.

«Pensate solo a quel vecchio sciocco, Castlefyshe, che scommette su Poppington», disse il Conte. «Voglio vederlo, vecchio idiota! Chi sa dove sia Charley?»

«Io, Mirabel», disse Lord Catchimwhocan. «È andato a Richmond con Blandford e le due piccole Furzler».

«Quel bravo Blandford! Ogni volta che è innamorato offre sempre una cena. È un modo strano per avere successo».

«Apropos, cenerai con me oggi, Mirabel?», disse Mr. de Stockville.

«Impossibile, caro mio; ceno con Fitz-warrene».

«Dico, Mirabel», disse strascicando un giovane, «ti ho visto ieri mentre portavi un uomo a Richmond. Chi è il tuo amico?»

«Nessuno che conosci, o che conoscerai. È il miglior compagno che sia mai vissuto; ma è sotto la mia guida e sarò molto particolare riguardo a chi gli verrà presentato».

«Dio! Mi chiedo chi possa essere!», disse il giovane.

«Dico, Mirabel, sarai fregato su Goshawk, se non fai attenzione, te lo dico io».

«Grazie, buon Coventry; se ti piace scommettere sulle quote, le accetto».

«No, caro mio, non voglio scommettere, ma allo stesso tempo...»

«Hai un’opinione che non vuoi sostenere. È un lusso, certamente, perché di sicuro non serve a nulla. Ti consiglierei di godertelo».

«Beh, devo dire, Mirabel», disse Lord Catchimwhocan, «penso lo stesso di Goshawk».

«Oh, no, Catch, tu non pensi così; tu pensi di pensare. Vai e prendi tutte le quote che puoi su Goshawk. Avanti, ora, domani mi dirai che hai un libro molto carino. Eh! mon cher Catch?»

«Ma pensi davvero che Goshawk vincerà?», chiese Lord Catchimwhocan, seriamente.

«Certo!»

«Beh, dannazione se non vado a prendere le quote», disse il suo signore.

«Mirabel», disse un giovane nobile, avvicinando il cavallo al Conte e parlando a bassa voce, «sarai a casa domani mattina?»

«Certamente. Ma cosa vuoi?»

«Sono in un guaio terribile; non so cosa fare. Voglio che tu mi consigli».

Il Conte si fece da parte con quel cavaliere. «E che cos’è?», disse. «Hai perso?»

«No, no», disse il giovane, scuotendo la testa. «Molto peggio. È la faccenda più infernale; non so cosa farò. Penso che mi taglierò la gola».

«Bêtise! Non può essere così grave, se non si tratta di denaro».

«Oh, mio caro Mirabel, non sai in che guaio mi trovo».

«Mon cher Henri, soyez tranquille», disse il Conte, con voce gentile. «Io sono tuo amico. Stai pur certo che sistemerò tutto. Non pensarci più fino a domani all’una, e poi passa a trovarmi. Se vuoi, sono al tuo servizio fin d’ora».

«No, no, non qui: ci sono lettere».

«Ha, ha! Bene, domani, all’una. Nel frattempo, non scrivere sciocchezze».

In quel momento, la Duchessa, con un gruppo di cavalieri, passò e fece un cenno al Conte Mirabel.

«Dico, Mirabel», esclamò un giovane, «chi è quella ragazza? Voglio sapere. L’ho vista diverse volte ultimamente. Per Giove, è una bella creatura!»

«Non conosci Miss Temple?», disse il Conte. «Immagina un uomo che non conosce Miss Temple! È l’unica donna a Londra da guardare».

Ora c’era un gran fermento nel gruppo e non si sentiva altro che il nome di Miss Temple. Tutti giuravano di conoscerla molto bene, almeno di vista, e di non pensare ad altro che a lei. Alcuni chiesero al Conte di presentarli, altri meditavano piani con cui quel grande risultato avrebbe potuto essere ottenuto; ma, nel mezzo di tutta quell’agitazione, il Conte Mirabel si allontanò al galoppo e fu presto al fianco della dama stessa.

«Che viaggio incantevole ieri», disse il Conte a Miss Temple. «Vi siete divertita?»

«Molto.»

«E pensare che tutti voi dobbiate conoscere così bene il mio amico Armine! Ne sono rimasto stupito, perché lui non va mai da nessuna parte, né parla con nessuno.»

«Lo conoscete intimamente?», disse Miss Temple.

«È mio fratello! Non c’è essere umano al mondo che io ami così tanto! Se solo lo conosceste come lo conosco io. Ah! chère Miss Temple, non c’è uomo a Londra che possa essere paragonato a lui, così intelligente e così buono! Che cuore! Così tenero! E che talento! Non c’è nessuno così spirituel.»

«Lo conoscete da molto tempo, Conte?»

«Da sempre; ma ultimamente trovo un grande cambiamento in lui. Non riesco a scoprire cosa gli sia successo. È diventato malinconico. Credo che non vivrà.»

«Davvero!»

«No, non mi sbaglio mai. Quel cher Armine non vivrà.»

«Siete suo amico, sicuramente------»

«Ah! sì; ma non so cosa sia. Persino di me non si cura. A volte riesco a portarlo un po’ in giro; ieri, per esempio; ma oggi, vedete, non vuole muoversi. Eccolo lì, seduto da solo, in un triste albergo, con gli occhi fissi a terra, scuro come la notte. Mai uomo fu così cambiato. Suppongo che gli sia successo qualcosa all’estero. Quando l’avete conosciuto la prima volta, oso dire, era il più allegro dei gai?»

«Era davvero molto diverso», disse Miss Temple, volgendo altrove il viso.

«Conoscete quel caro Armine da molto tempo?»

«Sembra molto tempo», disse Miss Temple.

«Se muore, e morire deve, non credo che tornerò mai più di buon umore», disse il Conte. «È l’unica cosa che mi sconvolgerebbe del tutto. Ora, non pensate, Miss Temple, che il nostro cher Armine sia la persona più interessante che abbiate mai incontrato?»

«Credo che il Capitano Armine sia ammirato da tutti coloro che lo conoscono.»

«È così buono, così tenero e così intelligente. Lord Montfort, lo conosce molto bene?»

«Erano compagni nell’infanzia, credo; ma hanno ripreso la loro conoscenza solo di recente.»

«Dobbiamo interessare Lord Montfort al suo caso. Lord Montfort deve aiutarci nei nostri tentativi di farlo uscire un po’ fuori.»

«Lord Montfort non ha bisogno di sollecitazioni, Conte. Siamo tutti ugualmente interessati al benessere del Capitano Armine.»

«Vorrei che cercaste di scoprire cosa gli passa per la testa», disse il Conte Mirabel. «Dopotutto, gli uomini non possono fare molto. Richiede una sensibilità più delicata di quella che noi possiamo offrire. Eppure farei qualsiasi cosa per il cher Armine, perché lo amo davvero come se fosse mio fratello.»

«È fortunato ad avere un amico simile.»

«Ah! non lo pensa più», disse il Conte; «mi evita, non vuole dirmi nulla. Chère Miss Temple, questa faccenda mi perseguita; finirà male. Conosco quel caro Armine così bene; nessuno lo conosce come me; i suoi sentimenti sono troppo forti: nessuno ha sentimenti così forti. Ora, tra tutti i miei amici, è l’unico uomo che conosca capace di commettere suicidio.»

«Dio non voglia!», disse Henrietta Temple, con enfasi.

«Mi alzo ogni mattina con apprensione», disse il Conte. «Quando vado a trovarlo ogni giorno, tremo mentre mi avvicino al suo albergo.»

«Siete davvero serio?»

«Serissimo. Conoscevo un uomo una volta nello stesso stato. Era il Duc de Crillon. Era l’amico fraterno, come questo caro Armine. Eravamo al college insieme; eravamo nello stesso reggimento. Era esattamente come questo caro Armine, giovane, bello e intelligente, ma con un cuore tutto tenerezza, passioni terribili. Amava Mademoiselle de Guise, mia cugina, la ragazza più bella di Francia. Perdonatemi, ma ho detto ad Armine ieri che mi ricordavate lei. Stavano per sposarsi; ma ci fu un contrattempo. Mi mandò a chiamare; ero in Spagna; lei sposò il Visconte de Marsagnac. Fino a quella terribile mattina rimase esattamente nello stesso stato del nostro caro Armine. Mai malinconia fu così profonda. Dopo la cerimonia si sparò.»

«No, no!», esclamò Miss Temple in grande agitazione.

«Perfettamente vero. È il terribile ricordo di quell’avventura spaventosa che mi sopraffà quando vedo il nostro caro amico qui, perché sento che deve essere amore. Speravo fosse sua cugina. Ma non è così; deve essere qualcosa che è successo all’estero. Solo l’amore può spiegarlo. Non sono i suoi debiti che lo sopraffarebbero così. Cosa sono i suoi debiti? Li pagherei io stesso. È una faccenda straziante. Sto andando da lui. Come tremo!» «Come siete buono!», esclamò Miss Temple, con gli occhi pieni di lacrime. «Gliene sarò sempre grata; intendo, tutti noi dobbiamo esserlo. Oh! andate da lui, andate da lui direttamente; ditegli di essere felice.»

«È la canzone che canto sempre», disse il Conte. «Vorrei che qualcuno di voi venisse a trovarlo, o gli mandasse un messaggio. È saggio mostrargli che ci sono alcuni che si interessano alla sua esistenza. Ora, datemi quel fiore, per esempio, e lasciate che glielo porti da parte vostra.»

«Non gli importerà», disse Miss Temple. «Provate. È un capriccio che ho. Lasciate che lo porti io.» Miss Temple diede il fiore al Conte, che partì al galoppo con il suo trofeo.

Erano circa le otto: Ferdinand era seduto da solo nella sua stanza, dopo essersi appena separato da Glastonbury, che stava andando a cena a Brook-street. Il sole era tramontato, eppure non era ancora abbastanza buio per la luce artificiale, specialmente per una persona senza occupazione. Era proprio quel momento lugubre e desolato, in cui anche i più allegri diventano pensierosi, se sono soli. E Ferdinand era particolarmente abbattuto; una reazione era seguita all’eccitazione delle ultime quarantotto ore, e in quel momento si sentiva singolarmente sconsolato, e rimproverava se stesso per essere stato così debole da permettere di farsi influenzare dalle fantastiche promesse e dai progetti di Mirabel, quando la sua porta si spalancò, e il Conte, in abito da sera, e aggraziato come un Apollo di Versailles, gli si parò davanti.

«Cher ami! Non posso fermarmi un minuto. Ceno con Fitzwarrene, e sono in ritardo. Ho sbrigato i tuoi affari in modo eccellente. Ecco un bel fiore! Chi pensi che me lo abbia dato? Lei, pardy. A condizione, tuttavia, che io lo porti a te, con un messaggio; e che messaggio! che tu debba essere felice.»

«Sciocchezze, mio caro Conte»

«È vero; ma ho romanzato parecchio per ottenerlo. È l’unico modo con le donne. Lei pensa che ci conosciamo dal Diluvio. Non tradirmi. Ma, mio caro amico, non posso fermarmi ora. Solo, ricorda, tutto è cambiato. Invece di essere allegro, e cercare la sua compagnia, e divertirla, e così tentare di riguadagnare la tua influenza, come abbiamo discusso ieri sera; bada bene, il suicidio è il sistema. Domani ti racconterò tutto. Lei ha una mente ferma e uno spirito alto, che lei crede sia principio. Se andiamo sulla rotta di ieri sera, lei sposerà Montfort, e si innamorerà di te dopo. Non funzionerà. Dobbiamo quindi agire sulle sue paure, la sua generosità, pietà, rimorso, e così via. Passa da me domani mattina, alle due e mezza; non prima, perché ho un ragazzo eccellente che viene da me all’una, che è nei pasticci. Alle due e mezza, cher, cher Armine, parleremo ancora. Nel frattempo, goditi il tuo fiore; e sii certo che è colpa tua se non butti il buon Montfort in un fosso molto profondo.»

CAPITOLO XVI.

In cui Mr. Temple sorprende sua figlia a piangere.

IL Conte Mirabel procedette con i suoi progetti con tutto l’ardore, l’abilità e l’audacia di chi è abituato al successo. In un modo o nell’altro riuscì a vedere Miss Temple quasi quotidianamente. Fece una corte assidua alla duchessa, su cui aveva fatto una buona impressione fin dal primo momento; in St. James’-square incontrò Mr. Temple, che era incline alla compagnia di uno straniero distinto. Fu deliziato dal Conte Mirabel. Quanto a Miss Grandison, il Conte la rese assolutamente sua confidente, sebbene nascondesse questo passo audace a Ferdinand. Stabilì la sua intimità nelle tre famiglie, e persino mistificò Sir Ratcliffe e Lady Armine così completamente che immaginarono che dovesse essere qualche conoscenza che Ferdinand aveva fatto all’estero; e lo accolsero di conseguenza come uno dei più vecchi e cari amici del loro figlio. Ma la circostanza più divertente di tutte fu che il Conte, il quale anche negli affari non perdeva mai di vista ciò che potesse divertirlo o interessarlo, divenne grande amico di Mr. Glastonbury. Il Conte Mirabel comprese e apprezzò il carattere di quel brav’uomo.

Tutti gli sforzi del Conte Mirabel furono diretti a ripristinare l’influenza di Ferdinand Armine su Henrietta Temple; e con questa visione non omise alcuna opportunità di imprimere l’idea del suo amico assente nella mente suscettibile di quella dama. Le sue virtù, i suoi talenti, le sue doti, i suoi sacrifici; ma, soprattutto, le sue misteriose sofferenze, e la fine fatale che il Conte era convinto lo attendesse, furono posti davanti a lei sotto una luce così vivida che ne occuparono il pensiero e l’immaginazione. Non poteva resistere al fascino di parlare di Ferdinand Armine con il Conte Mirabel. Era il soggetto costante dei loro discorsi. Tutti i suoi sentimenti ora si stringevano attorno alla sua immagine. Aveva abbandonato del tutto il suo vecchio piano di farlo sposare con sua cugina. Era disperato. Se ne pentiva? Osava a malapena rivolgere a se stessa questa domanda segreta; eppure sembrava che anche il suo cuore si sarebbe spezzato se Ferdinand fosse stato di un’altra. Ma allora, cosa ne sarebbe stato di lui? Doveva essere lasciato desolato? Doveva davvero morire? E Digby, l’amabile, generoso Digby; ah! perché l’avevo mai incontrato? Sfortunata, infelice donna! E tuttavia era risoluta a essere ferma; non poteva vacillare; sarebbe stata la vittima del suo dovere anche se fosse morta all’altare. Quasi desiderava aver cessato di vivere, e poi il ricordo di Armine tornava a lei così vivido! E quei lunghi giorni di passione e delizia! Tutta la sua tenerezza e tutta la sua verità; perché le era stato fedele, sempre le era stato fedele. Lei non era la persona che avrebbe dovuto lamentarsi della sua condotta. E tuttavia era la persona che sola lo puniva. Quanto diversa era la condotta generosa di sua cugina! Lei aveva perdonato tutto; provava simpatia per lui, provava dolore per lui, cercava di consolarlo. Si adoperava per unirlo alla sua rivale. Cosa doveva pensare di lei? Quanto ostinata, quanto egoista doveva farla apparire il contrasto! Poteva davvero credere ora che lei lo avesse mai amato? Oh, no! deve disprezzarla. Deve credere che lei stia sacrificando il suo cuore allo splendore del rango. Oh! poteva credere questo! Il suo Ferdinand, il suo romantico Ferdinand, che aveva gettato fortuna e potere al vento solo per ottenere proprio quel cuore! Quale ricompensa gli aveva dato! E per tutta la sua fedeltà veniva punito; solo, sconsolato, abbandonato, sopraffatto da preoccupazioni volgari, con il cuore spezzato, meditando persino la morte------. L’immagine era troppo terribile, troppo straziante. Nascose il viso nel cuscino del divano su cui era seduta, e pianse amaramente.

Sentì un braccio dolcemente avvolto intorno alla sua vita; alzò lo sguardo; era suo padre.

«Figlia mia», disse, «sei agitata.»

«Sì; sì, sono agitata», disse, con voce bassa.

«Non ti senti bene.»

«Peggio che non sentirsi bene.»

«Dimmi cosa ti affligge, Henrietta.»

«Dolore per il quale non c’è cura.»

«Davvero! Sono molto stupito.»

Sua figlia sospirò soltanto.

«Parlami, Henrietta. Dimmi cosa è successo.»

«Non posso parlare; non è successo nulla; non ho nulla da dire.»

«Vederti così mi rende davvero infelice», disse Mr. Temple; «se non altro per me, fammi conoscere la causa di questa emozione travolgente.»

«È una causa che non vi piacerà. Dimenticate, signore, ciò che avete visto.»

«Un padre non può. Ti supplico, dimmi. Se mi ami, Henrietta, parla.»

«Signore, signore, stavo pensando al passato.»

«È così amaro?»

«Ah! che io debba vivere!», disse Miss Temple.

«Henrietta, mia Henrietta, figlia mia, ti scongiuro di dirmi tutto. È accaduto qualcosa; qualcosa deve essere accaduto per far rivivere sentimenti così forti. Ha--ha------ Non so cosa dire, ma tanto accade che mi sorprende; so, ho sentito, che hai visto qualcuno che un tempo influenzava i tuoi sentimenti, che sei stata gettata in un contatto inaspettato con lui; non ha--non ha osato-----»

«Non dite nulla di duro su di lui», disse Miss Temple selvaggiamente; «non lo sopporterò, nemmeno da voi.»

«Figlia mia!»

«Sì! vostra figlia, ma pur sempre una donna. Mormoro? Mi lamento? Vi ho spinto a compromettere il vostro onore? Sono pronta per il sacrificio. La mia condotta è vostra, ma i miei sentimenti sono miei.»

«Sacrificio, Henrietta! Quale sacrificio? Ho sentito solo della tua felicità; ho pensato solo alla tua felicità. Questo è uno strano ricambio.»

«Padre, dimenticate ciò che avete visto; perdonate ciò che ho detto. Ma lasciate cadere questo argomento per sempre.»

«Non può cadere qui. Il Capitano Armine chiede la sua mano?», continuò Mr. Temple, in un tono di severa indagine.

«E se lo facesse? Ne ha il diritto.»

«Un diritto buono quanto quello che aveva prima. Sei ricca ora, Henrietta, e lui forse sarebbe fedele.»

«O Ferdinand!», esclamò Miss Temple, sollevando le mani e gli occhi al cielo, «e tu devi sopportare anche questo!»

«Henrietta», disse Mr. Temple con voce di calma affettata, mentre si sedeva al suo fianco, «ascoltami: non sono un genitore severo; non puoi rimproverarmi insensibilità per i tuoi sentimenti. Hanno sempre occupato il mio pensiero e la mia cura; e come soddisfarli, e quando necessario come lenirli, è stata a lungo la principale occupazione della mia vita. Se hai conosciuto l’infelicità, ragazza, quella infelicità l’hai creata tu stessa. Non sono stato io a coinvolgerti in impegni segreti e corrispondenze clandestine; non sono stato io a fare di te, proprio di te, mia figlia, su cui ho riversato tutta la sollecitudine di lunghi anni, la vittima del primo libertino calcolatore che ha osato giocare con i tuoi affetti, e tradire il tuo cuore.»

«È falso», esclamò Miss Temple, interrompendolo; «lui è vero e puro quanto me; di più, molto di più», aggiunse, con voce angosciata.

«Senza dubbio ti ha convinto di questo», disse Mr. Temple, con un riso di scherno. «Ora, ascoltami», continuò, riprendendo il suo tono calmo, «mi hai interrotto; ascoltami. Sei la sposa promessa di Lord Montfort; Lord Montfort, il mio amico, l’uomo che amo di più al mondo; il più generoso, il più nobile, il più virtuoso, il più dotato degli esseri umani. Gli hai dato la tua mano liberamente, in circostanze che, anche se non possedesse ogni qualità che dovrebbe assicurare l’affetto di una donna, dovrebbero vincolarti a lui con una fede incrollabile. Vacilla anche solo un momento e ti abbandonerò per sempre. Non sarai più mia figlia. Sono fermo quanto affettuoso; né farei questo, se non sapessi bene che sto agendo correttamente. Sì! prendi questo Armine ancora una volta nel tuo cuore, e riceverai la mia maledizione, la più profonda, la più severa, la più mortale che sia mai discesa sulla testa di una figlia.»

«Padre mio, mio caro, caro padre, mio amato padre!», esclamò Miss Temple, gettandosi ai suoi piedi. «Oh! non dite così; oh! ritirate quelle parole, quelle parole folli, terribili. Davvero, davvero, il mio cuore si sta spezzando. Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me; per l’amor di Dio, abbiate pietà di me.»

«Farei più che aver pietà di te; ti salverei.»

«Non è come pensate», continuò, con gli occhi pieni di lacrime: «davvero non è così. Non ha chiesto la mia mano, non ha avanzato alcuna pretesa. Si è comportato nel modo più delicato, più onorevole, più premuroso. Ha pensato solo alla mia situazione. Mi ha incontrato per caso. I miei amici sono i suoi amici. Non sanno cosa sia successo tra noi. Non ne ha fatto parola con nessun essere umano. Si è assentato da casa sua, affinché non ci incontrassimo.»

«Devi sposare Lord Montfort immediatamente.»

«Oh! padre mio, anche come volete voi. Ma non maleditemi; non sognate cose così terribili; ritirate quelle parole spaventose; amatemi, amatemi; dite che sono la vostra bambina. E Digby, io sono fedele a Digby. Ma, davvero, posso ricordare il passato; posso cambiarlo? Il suo ricordo mi ha sopraffatto. Digby sa tutto; Digby sa che ci siamo incontrati; non mi ha maledetta; è stato gentile e premuroso. Oh! padre mio!»

«Mia Henrietta», disse Mr. Temple, commosso; «figlia mia!»

«Oh! padre mio, farò tutto ciò che volete; ma non parlate mai più come avete parlato di Ferdinand. Gli abbiamo fatto una grande ingiustizia; gli ho fatto un grande danno. È buono e puro; davvero, lo è; se sapeste tutto, non ne dubitereste. È sempre stato fedele; davvero, davvero lo è stato. Una volta vi piaceva. Parlate bene di lui, padre. È lui la vittima. Se lo incontrate, siate gentile con lui, signore: perché, davvero, se sapeste tutto, avreste pietà di lui.»

CAPITOLO XVII.

In cui Ferdinand ha un colloquio molto tempestoso con suo padre.

SE CI fermiamo ora a fare una rassegna calma e completa dello stato e delle prospettive delle tre famiglie, nei cui sentimenti e fortune abbiamo tentato di interessare il lettore, bisogna confessare che, per quanto brillanti e soddisfacenti potessero apparire in superficie, gli elementi di discordia, oscurità e infelicità potevano essere scoperti più profondamente, e potevano persino essere considerati in rapido movimento. Miss Temple era la sposa promessa di Lord Montfort, ma il suo cuore apparteneva al Capitano Armine: il Capitano Armine, nella stima dei suoi genitori, era il marito promesso di Miss Grandison, mentre lui e sua cugina avevano, di fatto, sciolto il loro fidanzamento. Mr. Temple sospettava più che altro della parzialità di sua figlia per Ferdinand. Sir Ratcliffe, molto sorpreso di vedere così poco di suo figlio, e risoluto che il matrimonio non fosse ulteriormente ritardato, stava per precipitare confessioni, di cui non sognava, e che avrebbero fatto naufragare tutte le speranze della sua vita. Il Conte Mirabel e Miss Grandison erano entrambi impegnati in una cospirazione attiva. Solo Lord Montfort era calmo, e se aveva uno scopo da nascondere, imperscrutabile. Tutte le cose, tuttavia, presagivano una crisi.

Sir Ratcliffe, stupito dal modo marcato in cui suo figlio si assentava da Brook-street, decise di portarlo a una spiegazione. Inizialmente pensò che potesse esserci qualche lite tra innamorati; ma il contegno di Katherine, e il tono disinvolto con cui parlava sempre di suo cugino, presto lo disingannarono da quella dolce speranza. Consultò sua moglie. Ora, a dire il vero, Lady Armine, che era una donna scaltra, non era senza i suoi dubbi e le sue perplessità, ma non voleva confessarli a suo marito. Molte circostanze erano state osservate da lei che la riempivano di inquietudine, ma aveva puntato tutte le sue speranze su questo tiro, e aveva un carattere ottimista. Stava conducendo una vita piacevole. Katherine appariva ogni giorno più attaccata a lei, e Lady Armine era pienamente dell’opinione che sia sempre molto poco giudizioso interferire. Cercò di persuadere Sir Ratcliffe che tutto andava perfettamente bene, e gli assicurò che la stagione sarebbe terminata, come tutte le stagioni dovrebbero terminare, con il matrimonio.

E forse Sir Ratcliffe avrebbe seguito il suo esempio, solo che accadde che, mentre tornava a casa una mattina, incontrò suo figlio in Grosvenor-square.

«Perché, Ferdinand, non ti vediamo mai ora», disse Sir Ratcliffe.

«Oh! siete tutti così gai», disse Ferdinand. «Come sta mia madre?»

«Sta benissimo. Katherine e lei sono andate a vedere il pallone aerostatico, con Lord Montfort e il Conte Mirabel. Entra», disse Sir Ratcliffe, poiché era ormai quasi giunto alla sua porta.

Il padre e il figlio entrarono. Sir Ratcliffe si incamminò verso una piccola biblioteca al pianterreno, che era la sua stanza del mattino.

«Oggi pranziamo in casa, Ferdinand», disse Sir Ratcliffe. «Forse verrai.»

«Grazie, signore, sono impegnato.»

«Mi sembra che tu sia sempre impegnato. Per una persona a cui non piace la gaiezza, è molto strano.»

«Ehi-ho!» esclamò Ferdinand. «Come si trova con il suo nuovo cavallo, signore?»

«Ferdinand, vorrei dirti una parola», disse Sir Ratcliffe. «Non mi piace mai interferire inutilmente con la tua condotta; ma l’ansia di un genitore, credo, mi scuserà per la domanda che sto per farti. Quando pensi di sposarti?»

«Oh, non lo so esattamente.»

«Tuo nonno è morto ormai, sai, da molto più di un anno. Non posso fare a meno di pensare che la tua condotta sia singolare. Non c’è nulla che non vada tra te e Katherine, vero?»

«Che non va, signore?»

«Sì, che non va? Intendo, c’è qualche malinteso? Avete litigato?»

«No, signore, non abbiamo litigato; ci comprendiamo perfettamente.»

«Sono lieto di sentirlo, perché devo dire che trovo la tua condotta molto diversa da quella di un amante. Tutto ciò che posso dire è che io non conquistai il cuore di tua madre con simili procedimenti.»

«Katherine non si è lamentata di me, signore?»

«Certamente no, e questo mi sorprende ancora di più.»

Ferdinand sembrò sprofondare nei pensieri. Il silenzio durò alcuni minuti. Sir Ratcliffe prese il giornale; suo figlio si appoggiò alla mensola del camino e fissò il focolare spento. Alla fine si voltò e disse: «Padre, non posso più sopportare tutto ciò; il fidanzamento tra Katherine e me è sciolto».

«Dio buono! Quando e perché?» esclamò Sir Ratcliffe, facendo cadere il giornale di mano.

«Molto tempo fa, signore; da quando ho amato un’altra donna, e lei lo sapeva.»

«Ferdinand! Ferdinand!» esclamò l’infelice padre; ma era così sopraffatto che non riuscì a dare voce ai propri pensieri. Si gettò su una sedia e si torse le mani. Ferdinand rimase immobile e silenzioso, come una statua del Destino, cupo e inflessibile.

«Parla ancora», disse infine Sir Ratcliffe. «Lascia che ti senta parlare ancora. Non posso credere a ciò che ho udito. È davvero vero che il tuo fidanzamento con tua cugina è terminato da tempo?»

Ferdinand annuì in segno di assenso.

«La tua povera madre!» esclamò Sir Ratcliffe. «Questo la ucciderà.» Si alzò dal posto e camminò su e giù per la stanza in grande agitazione.

«Sapevo che qualcosa non andava», mormorò tra sé. «Ne morirà; ne moriremo tutti. Pazzo! Non sai cosa hai fatto!»

«È inutile pentirsi, signore; le mie sofferenze sono state più grandi delle vostre.»

«Lei ti perdonerà, figliolo», disse Sir Ratcliffe, con tono più rapido e gentile. «Sei vissuto abbastanza da pentirti della tua impetuosa follia; Katherine è gentile e generosa; lei ama tutti noi; deve amarti; lei ti perdonerà. Sì! Supplicala di dimenticare tutto; tua madre, tua madre ha una grande influenza su di lei; la eserciterà, interverrà; sei molto giovane, tutto andrà ancora bene.»

«È tanto impossibile per me sposare Katherine Grandison, quanto lo sarebbe per lei stesso, signore», disse Ferdinand, con tono calmo.

«Non sei sposato con un’altra?»

«In fede mia; sono legato da un vincolo che non potrò mai spezzare.»

«E chi è questa persona?»

«Deve rimanere senza nome, per molte ragioni.»

«Ferdinand», disse Sir Ratcliffe, «non sai cosa stai facendo. La mia vita, quella di tua madre, l’esistenza della nostra famiglia, pendono dalla tua condotta. Eppure, ancora c’è tempo per prevenire questa desolazione. Sto controllando le mie emozioni; voglio che tu salvi noi, te, tutti! Gettati ai piedi di tua cugina. Lei è tenera di cuore; può ancora essere tua!»

«Caro padre, non può essere.»

«Allora, allora, benvenuta rovina!» esclamò Sir Ratcliffe con voce roca. «E», continuò, facendo una pausa tra ogni parola per la difficoltà di articolare, «se la convinzione di aver distrutto tutte le nostre speranze, ricompensato noi per tutto il nostro affetto, la nostra lunga devozione, distruggendo ogni cara idea che abbia mai illuminato le nostre tristi vite, a cui io e Constance, poveri sciocchi, ci siamo aggrappati e riaggrappati; se questa convinzione può consolarti, signore, goditela...»

«Ferdinand! Figlio mio, bimbo mio, a cui non ho mai rivolto una parola scortese, che non mi ha mai dato motivo di rimproverare o frenare, tua madre sarà presto a casa, la tua povera, povera madre. Non lasciarmi accoglierla con tutta questa miseria. Dimmi che non è vero; ritratta ciò che hai detto; dimentichiamo queste parole aspre; riconciliati con tua cugina; lasciaci essere felici.»

«Padre, se il sangue del mio cuore potesse garantire la vostra felicità, la mia vita sarebbe pronta; ma questo non posso farlo.»

«Sai cosa c’è in gioco? Tutto. Tutto, tutto, tutto! Non potremo più vedere Armine; la nostra casa è perduta. Tua madre ed io dovremo essere esuli. Oh! Non hai pensato a questo: dì che non hai pensato a questo.»

Ferdinand nascose il volto; il padre, rincuorato, insistette con la supplica affettuosa. «Ci salverai, Ferdinand, sarai il nostro salvatore? È tutto dimenticato, non è vero? È solo un litigio tra innamorati, dopotutto?»

«Padre, perché dovrei giocare con i vostri sentimenti? Perché dovrei fingere ciò che non potrà mai essere? Questo brusco colloquio, così a lungo rimandato, non deve essere ulteriormente aggiornato. Non coltivate speranze, perché non ve ne sono.»

«Allora, per ogni potere sacro, revoco ogni benedizione che dalla tua nascita ho versato sul tuo capo. Richiamo le preghiere che ogni notte ho invocato sulla tua esistenza. Gran Dio! Le annullo. Hai tradito tua cugina; hai abbandonato tua madre e me; hai dapprima macchiato l’onore della nostra casata, e ora l’hai distrutto. Perché sei nato? Cosa abbiamo fatto perché il ventre di tua madre generasse una simile maledizione? I peccati di mio padre ricadono su di me! E Glastonbury, cosa dirà Glastonbury? Glastonbury, che ha sacrificato la sua fortuna per te.»

«Il signor Glastonbury sa tutto, signore, ed è sempre stato il mio confidente.»

«È un traditore? Perché quando un figlio mi abbandona, non so più di chi fidarmi.»

«Lui non ha pensieri se non per il nostro benessere, signore. Vi convincerà, signore, che non posso sposare mia cugina.»

«Ragazzo, ragazzo! Non sai cosa dici. Non sposare tua cugina! Allora lasciaci morire. Sarebbe meglio per tutti noi morire.»

«Padre mio! Si calmi, la supplico; ha pronunciato parole aspre; non ho abbandonato lei o mia madre; non lo farò mai. Se ho fatto un torto a mia cugina, ho sofferto severamente, e lei mi ha perdonato liberamente. Lei è la mia cara amica. Quanto alla nostra casata: mi dica, vorrebbe che quella casata fosse preservata al costo della mia felicità? Lei non è il padre che credevo, se tale è davvero il suo desiderio.»

«Felicità! Fortuna, famiglia, bellezza, giovinezza, uno spirito dolce e affascinante, se queste non bastano a garantire la felicità di un uomo, non so cosa possa farlo. E queste volevo che tu possedessi.»

«Signore, è vano per noi discutere su questo argomento. Veda Glastonbury, se vuole. Lui potrà almeno assicurarle che né i miei sentimenti sono superficiali, né la mia condotta precipitosa. Ora vi lascio.»

Ferdinand lasciò la stanza; Sir Ratcliffe non notò la sua partenza, sebbene non ne fosse ignaro. Emise un profondo sospiro e sprofondò apparentemente in pensieri profondi.

CAPITOLO XVIII.

Ferdinand viene arrestato dai signori Morris e Levison, e condotto in una casa di detenzione.

Si deve confessare che gli affari dei nostri amici erano in uno stato critico: chiunque fosse coinvolto sentiva che qualcosa di decisivo nelle rispettive fortune era alle porte. Eppure, così vani sono tutti i piani e i calcoli umani, che l’inevitabile crisi fu provocata da un incidente che nessuno aveva previsto. Accadde che la burrascosa intervista tra Sir Ratcliffe e suo figlio fosse ascoltata da un servitore. Questo servitore, che era stato assunto dalla signorina Grandison a Londra, era membro di un club a cui apparteneva un impiegato di fiducia dei signori Morris e Levison. La sera successiva, quando questo degno cavaliere della livrea uscì giusto per un’ora per fare un salto in quella scelta società, fumare una pipa e discutere degli affari della sua padrona e della nazione, annunciò l’importante fatto che il matrimonio tra la signorina Grandison e il capitano Armine era «saltato», il che, per parte sua, non dispiaceva, poiché riteneva che la sua padrona dovesse puntare più in alto. L’impiegato di fiducia dei signori Morris e Levison ascoltò in silenzio questa importante notizia e la comunicò la mattina seguente ai suoi datori di lavoro. E così accadde che pochissimi giorni dopo, mentre Ferdinand giaceva a letto nel suo albergo, la porta della sua stanza si aprì improvvisamente, e un individuo, non dall’aspetto più gradevole, essendo molto segnato dal vaiolo, puzzolente di gin e che indossava stivali alti e un fazzoletto al collo, irruppe nella sua stanza e chiese se fosse il capitano Armine.

«Il medesimo», disse Ferdinand. «E mi dica, signore, chi è lei?»

«Non voglio essere spiacevole», fu la risposta, «ma, signore, lei è mio prigioniero.»

C’è qualcosa di estremamente ignobile in un arresto: Ferdinand sentì assalirlo quella nausea che gli inesperti di tali cerimonie devono provare. Tuttavia, si riprese e chiese a istanza di chi fossero state avviate tali procedure.

«Dei signori Morris e Levison, signore.»

«Non posso mandare a chiamare il mio avvocato e offrire una cauzione?»

L’ufficiale giudiziario scosse la testa. «Vede, signore, lei è preso in esecuzione, quindi è impossibile.»

«E l’ammontare del debito?»

«È di 2.800 sterline, signore.»

«Bene, cosa devo fare?»

«Beh, signore, deve venire con noi. Faremo tutto molto quietamente. Il mio aiutante è in una carrozza alla porta, signore. Può salire semplicemente, il più piacevolmente possibile. Suppongo che le piacerebbe andare in una casa, e poi potrà mandare a chiamare i suoi amici, sa.»

«Bene, se scendete le scale, vi raggiungerò.»

L’ufficiale giudiziario sorrise. «Non posso perderla di vista, signore.»

«Perché, non posso vestirmi se lei è qui.»

L’ufficiale giudiziario esaminò la stanza per vedere se vi fosse qualche modo di fuga; non c’era altra porta che l’ingresso; la finestra non offriva alcuna possibilità. «Bene, signore», disse, «mi piace fare le cose piacevolmente. Posso stare fuori, signore; ma deve fare in fretta.»

Ferdinand chiamò il suo servitore. Quando Louis comprese chiaramente lo stato delle cose, fu ansioso di gettare l’ufficiale giudiziario dalla finestra, ma il suo padrone lo fermò. Il signor Glastonbury era uscito da circa due ore; Ferdinand mandò Louis con un messaggio alla sua famiglia, per dire che stava per lasciare la città per qualche giorno; e raccomandandogli di stare attento a non far sapere a Brook-street ciò che era accaduto, completò la sua rapida toeletta e accompagnò l’ufficiale giudiziario alla carrozza che era stata preparata per lui.

Mentre procedevano in silenzio, Ferdinand rimuginava nella sua mente su quale fosse la cosa più consigliabile da fare. Qualsiasi richiesta al proprio avvocato era fuori discussione. Era già stato tentato in precedenza, e si sentiva certo che non vi fosse la minima possibilità che quel gentiluomo saldasse una somma così ingente, specialmente sapendo che era solo una parte delle passività del suo cliente; pensò di chiedere consiglio al Conte Mirabel o a Lord Catchimwhocan, ma con quale scopo? Non avrebbe preso in prestito il denaro da loro, anche se glielo avessero prestato; e per come stavano le cose, si rimproverava amaramente di essersi avvalso così facilmente dei gentili uffici del signor Bond Sharpe. In quel momento, non riusciva a persuadersi che la sua condotta fosse stata strettamente onorevole verso quel gentiluomo. Non era stato franco nell’esposizione della sua situazione. Il denaro era stato anticipato sotto una falsa impressione, se non addirittura preso in prestito sotto un falso pretesto. Maledisse Catchimwhocan e la sua leggerezza. L’onore degli Armine era perduto, come ogni altra cosa che un tempo apparteneva loro. Il risultato delle riflessioni di Ferdinand fu che era completamente finito; che non rimaneva alcuna speranza o possibilità di soccorso per lui; che la sua carriera era chiusa; e non osando contemplare quali potessero essere le conseguenze per i suoi miserabili genitori, fece uno sforzo disperato per dominare i suoi sentimenti.

Qui la carrozza svoltò in una strada squallida, che conduceva dall’estremità inferiore di Oxford-street, e si fermò davanti a una dimora grande ma cupa, che il compagno di Ferdinand gli informò essere una casa di detenzione per debitori. «Suppongo che le piacerebbe avere una stanza privata, signore; può avere ogni comodità qui, signore, e sentirsi come a casa, glielo assicuro.»

In ossequio a questo suggerimento, il capitano Armine fu introdotto nel miglior salotto, con finestre sbarrate, e trattato nel modo più aristocratico. Era evidentemente la camera riservata solo agli sfortunati gentiluomini di massima distinzione. Era ampiamente arredata con uno specchio, un tavolo da gioco e un divano molto duro. Le pareti erano appese con caricature alla moda di Bunbury; gli attrezzi da camino erano di ottone lucidato; sopra la mensola del camino c’era il ritratto del padrone di casa, che era evidentemente un ritratto somigliante, e nel quale il capitano Armine immaginava di scorgere non poca somiglianza con il suo amico signor Levison; e c’erano anche alcune fonti di divertimento letterario nella stanza, sotto forma di una Bibbia ebraica e del Racing Calendar.

Dopo aver camminato su e giù per la stanza per un’ora, meditando sul passato, poiché sembrava disperato preoccuparsi ulteriormente del futuro, Ferdinand iniziò a sentirsi debole, poiché si ricorderà che non aveva nemmeno fatto colazione. Così, tirando il cordone del campanello con tale forza che cadde a terra, un buffo cameriere apparve immediatamente, intimorito dal tocco sovrano, e avendo, in verità, ricevuto informazioni private dall’ufficiale giudiziario che il gentiluomo nel salotto era un vero nobile.

E qui, forse, dovrei ricordare al lettore che tra tutte le grandi distinzioni della vita, nessuna è forse più importante di quella che divide l’umanità nelle due grandi sezioni di NOBILI e SNOB. Potrebbe sembrare a prima vista che, se ci fosse un posto al mondo in grado di livellare tutte le distinzioni, sarebbe una prigione per debitori. Ma questo sarebbe un errore totale. Quasi nello stesso momento in cui il capitano Armine arrivava nel suo triste albergo, un povero diavolo di mercante che era stato arrestato per cinquanta sterline, e strappato a sua moglie e alla sua famiglia, era stato costretto a riparare nello stesso asilo. Fu introdotto in quella che viene definita la sala del caffè, essendo una stanza lunga, bassa, non arredata e col pavimento cosparso di sabbia, con un tavolo e delle panche; ed essendo molto ansioso di comunicare con qualche amico, al fine, se possibile, di ottenere il suo rilascio e impedirsi di fallire, aveva continuato umilmente a suonare a intervalli per l’ultima mezz’ora per poter scrivere e spedire la sua lettera. Il cameriere sentì suonare il campanello della sala del caffè, ma non sognò mai di farci caso, sebbene nel momento in cui risuonò il segnale della stanza privata, e risuonò con tanta enfasi, corse di sopra, tre gradini alla volta, e apparve istantaneamente davanti al nostro eroe: e tutta questa differenza era causata dalla semplice circostanza che il capitano Armine era un NOBILE, e il povero mercante uno SNOB.

«Ho fame», disse Ferdinand. «Posso avere qualcosa da mangiare in questo maledetto posto?»

«Cosa le piacerebbe, signore? Qualsiasi cosa scelga, signore. Braciola di montone, bistecca, costoletta di vitello? Le preparo un pollo in un quarto d’ora; arrosto o bollito, signore?»

«Non ho ancora fatto colazione; mi porti un po’ di colazione.»

«Sì, signore», disse il piccolo cameriere. «Tè, signore? Caffè, uova, pane tostato, pane tostato imburrato, signore? Gradisce della carne, signore? Prosciutto, signore? Lingua, signore? Gradisce qualcosa di piccante, signore?»

«Qualsiasi cosa, tutto, basta che faccia in fretta.»

«Sì, signore», rispose il cameriere. «Chiedo scusa, signore. Nessuna offesa, spero, ma è consuetudine pagare qui, signore. Sarei felice di assecondarla, signore. So cos’è un gentiluomo.»

«Grazie, non la disturberò», disse Ferdinand; «mi faccia cambiare questa banconota.»

«Sì, signore», rispose il piccolo cameriere, inchinandosi molto profondamente mentre spariva.

«Il gentiluomo nel salotto migliore vuole la colazione. Il gentiluomo nel salotto migliore vuole il resto per una banconota da dieci sterline. Colazione immediata per il gentiluomo nel salotto migliore. Tè, caffè, pane tostato, prosciutto, lingua e qualcosa di piccante. Un vero nobile!»

Ferdinand era così esausto che aveva rimandato ogni deliberazione sulla sua situazione fino a quando non avesse fatto colazione; e quando ebbe fatto colazione, si sentì intontito. È la conseguenza di tutti i pasti. Sotto qualsiasi luce esaminasse i suoi affari, sembravano inestricabili. Era ora in una casa di detenzione; non poteva rimanere lì a lungo, doveva essere presto in prigione. Una prigione! Che amara conclusione di tutti i suoi grandi piani e speranze! Che situazione per uno che era stato promesso sposo di Henrietta Temple! Pensò a sua cugina, pensò alla sua grande fortuna, che avrebbe potuto essere sua. Forse in questo momento stavano tutti cavalcando insieme nel Parco. Tra pochi giorni tutto si sarebbe saputo da suo padre. Non dubitava del risultato. Armine sarebbe stato venduto immediatamente, e suo padre e sua madre, con il miserabile relitto della loro fortuna, si sarebbero ritirati nel Continente. Che triste vicissitudine! E l’aveva fatto tutto lui; lui, il loro unico figlio, la loro unica speranza, sulla cui immagine erano vissuti, colui che doveva restaurare la casata. Guardò le sbarre delle sue finestre, era una vista terribile. Il suo povero padre, la sua affettuosa madre, era certo che avrebbero avuto il cuore spezzato. Non sarebbero mai potuti sopravvivere a tutta questa miseria, a questa amara delusione di tutte le loro speranze. Poco meno di un anno fa era a Bath, ed erano tutti gioia e trionfo. Che scena selvaggia era stata la sua vita da allora! O Henrietta! Perché ci siamo mai incontrati? Quella fatale, fatale mattina! L’albero di cedro gli sorse davanti, ricordò, ricordò tutto. E il povero Glastonbury... era una fine miserabile. Non poteva nasconderlo a se stesso, era stato molto imprudente, era stato pazzo. Eppure così vicino alla felicità, perfetta, perfetta felicità! Henrietta avrebbe potuto essere sua, e sarebbero potuti essere così felici! Questa reclusione era terribile; iniziò a pesare sui suoi nervi. Nessuna occupazione, non la minima risorsa. Prese il Racing Calendar, lo gettò di nuovo. Sapeva tutte le caricature a memoria, lo disgustavano infinitamente. Camminò su e giù per la stanza finché fu così stanco da gettarsi sul divano duro. Era intollerabile.

Una prigione doveva essere preferibile a questo. Doveva esserci qualche sorta di miserabile divertimento in una prigione; ma questa ignobile, questa umiliante solitudine, era certo che sarebbe impazzito se fosse rimasto lì. Suonò di nuovo il campanello.

«Sì, signore», disse il piccolo cameriere.

«Questo posto è intollerabile per me», disse il capitano Armine. «Sono davvero stufo. Cosa posso fare?»

Il cameriere sembrò un po’ perplesso.

«Vorrei andare in prigione subito», disse Ferdinand.

«Signore! Signore!» disse il piccolo cameriere.

«Sì! Non posso sopportare questo», continuò; «impazzirò.»

«Non pensa che i suoi amici verranno presto, signore?»

«Non ho amici», disse Ferdinand. «Spero che nessuno venga.»

«Nessun amico!» disse il piccolo cameriere, che iniziava a pensare che Ferdinand non fosse quel nobile che aveva immaginato. «Beh, se non ha amici, signore, sarebbe meglio andare alla Fleet, credo.»

«Per Giove, penso che sarebbe meglio.»

«Il padrone pensa che i suoi amici verranno, ne sono certo.»

«Nessuno sa che sono qui», disse Ferdinand.

«Oh!» disse il piccolo cameriere, «Vuole far sapere loro, vero, signore?»

«Qualsiasi cosa prima; desidero nascondere la mia disgrazia.»

«O signore! Lei non ci è abituato; scommetto che non è mai stato preso prima?»

«Certamente no.»

«Ecco fatto; se avrà pazienza, vedrà che tutto andrà bene.»

«Mai, mio caro, nulla può andare bene.»

«O signore! Lei non ci è abituato. Un vero nobile come lei, preso per la prima volta, e per una cifra così alta, signore, sicuro che non sarà imbrogliato. Non ho mai visto una cosa simile. Gli amici di sicuro pagheranno, signore.»

«Più grande è il credito, maggiore è la difficoltà nel soddisfarlo, dovrei pensare», disse Ferdinand.

«Signore! No, signore: lei non è abituato a tutto ciò. Sono soltanto i poveri diavoli accalappiati per i loro cinquanta o cento che finiscono davvero rovinati. Un nobile non è mai stato preso per la cifra per cui lo è lei, signore, e costretto ad arrendersi. Si fidi della mia esperienza. Non ho mai visto una cosa simile.»

Ferdinand riuscì a stento a trattenere un sorriso. Persino la conversazione del piccolo cameriere era per lui un sollievo.

«Vede, signore,» continuò quel degno individuo, «Morris e Levison non le avrebbero mai concesso un credito così dannatamente alto se non avessero conosciuto le sue risorse. Si fidi di Morris e Levison per questo. Lei rovinato, signore! Un nobile come lei, a cui Morris e Levison hanno concesso un credito simile! Signore! Signore, lei non sa proprio nulla al riguardo. Potrei permettermi io stesso di offrire loro quindici scellini per ogni sterlina del loro credito, e farei anche un buon affare. Gli amici pagheranno, signore, mi dia retta.»

«Beh, è una magra consolazione per me sapere che non lo faranno, e che Morris e Levison non otterranno un centesimo.»

«Beh, signore,» disse l’incredulo piccolo funzionario, «quando vedrò Morris e Levison perdere duemila o tremila sterline per un nobile accalappiato per la prima volta, pagherò io stesso il denaro, questo è tutto ciò che so.»

Qui il cameriere fu costretto a lasciare Ferdinand, ma dimostrò la sua fiducia nelle fortune di quel gentiluomo con la sua continua cortesia, e nel corso della giornata gli portò un giornale vecchio. A Ferdinand sembrò che la giornata non dovesse finire mai. Il cameriere lo tormentava riguardo alla cena, tessendo le lodi del cuoco e assicurandogli che il suo padrone era famoso per lo champagne. Sebbene non avesse appetito, Ferdinand ordinò la cena per assicurarsi che accadesse qualcosa. Lo champagne lo rese assonnato; fu accompagnato nella sua stanza; e per un po’ dimenticò i suoi affanni nel sonno.

CAPITOLO XIX.

La crisi avanza rapidamente.

HENRIETTA TEMPLE ricominciò a deperire. Questo cambiamento non passò inosservato al suo costante compagno Lord Montfort, eppure egli non le permise mai di accorgersi della sua osservazione. Tutto ciò che faceva era studiare ancora di più come divertirla; se possibile, essere ancora più premuroso e tenero. Miss Grandison, tuttavia, era assai meno delicata; non perdeva occasione per far sapere a Miss Temple che riteneva Henrietta molto indisposta, e che era del tutto convinta che Henrietta stesse pensando a Ferdinand. Anzi! Non si accontentava di limitare queste insinuazioni a Miss Temple; imprimeva la sua convinzione sull’indisposizione di Henrietta a Lord Montfort, e lo tormentava chiedendogli la sua opinione sulla causa.

«Cosa pensa che sia la causa, Miss Grandison?» disse il suo lord, molto pacatamente.

«Forse Londra non le è congeniale; ma poi, quando è stata male prima, era in campagna; e mi sembra la stessa malattia. Mi stupisco che lei non lo noti, Lord Montfort. Un amante così insensibile, sono sorpresa!»

«È inutile notare ciò a cui non si può porre rimedio.»

«Perché non chiama chi può offrire rimedi?» disse Miss Grandison. «Perché non mandare a chiamare Sir Henry?»

«Penso sia meglio lasciare Henrietta in pace,» disse Lord Montfort.

«Pensa dunque che sia la mente?» disse Miss Grandison.

«Può darsi,» disse Lord Montfort.

«Può darsi! Perbacco, lei è molto tranquillo.»

«Non sono indifferente, Miss Grandison. Non c’è nulla che non farei per il benessere di Henrietta.»

«Oh! Sì, c’è; c’è qualcosa,» disse Miss Grandison, piuttosto maliziosamente.

«Lei è davvero una persona straordinaria, Miss Grandison,» disse Lord Montfort. «Cosa intende con un’osservazione così strana?»

«Ho il mio significato; ma suppongo di poter avere un mistero tanto quanto chiunque altro.»

«Un mistero, Miss Grandison?»

«Sì! Un mistero, Lord Montfort. Non c’è un solo individuo nelle tre famiglie che non abbia un mistero, eccetto me; ma ho scoperto qualcosa. Mi sento del tutto tranquilla ora: siamo tutti alla pari.»

«Lei è una persona strana.»

«Può darsi; ma sono felice, perché non ho nulla per la testa. Ora che il povero Ferdinand ha detto a Sir Ratcliffe che non ci sposeremo, non ho alcuna parte da recitare. Odio l’inganno; è quasi amaro quanto sposare qualcuno che è innamorato di un’altra persona.»

«Questo deve essere davvero amaro. Ed è questo il motivo per cui lei non sposa suo cugino?» chiese Lord Montfort.

«Potrei essere innamorata di un’altra persona, o potrei non esserlo,» disse Miss Grandison. «Ma, comunque stiano le cose, nel momento in cui Ferdinand mi ha detto molto candidamente di esserlo, abbiamo deciso di non sposarci. Penso che siamo stati saggi; non crede, Lord Montfort?»

«Se siete felici, siete stati saggi,» disse Lord Montfort.

«Sì, sono piuttosto felice: felice quanto posso esserlo quando tutti i miei migliori amici sono infelici.»

«Lo sono?»

«Credo di sì: mia zia è in lacrime; mio zio nella disperazione; Ferdinand medita il suicidio; Henrietta si sta consumando; e lei, che è il filosofo della compagnia, sembra piuttosto grave. Mi immagino che siamo una combriccola davvero infelice.»

«Vorrei che potessimo essere tutti felici,» disse Lord Montfort.

«E potremmo esserlo, credo,» disse Miss Grandison; «almeno, alcuni di noi.»

«Ci renda felici, allora,» disse Lord Montfort.

«Non posso rendere felice lei.»

«Penso che potrebbe, Miss Grandison.»

In quel momento Henrietta entrò, e la conversazione prese una piega diversa.

«Verrai con noi da Lady Bellair, Kate?» disse Miss Temple. «La duchessa mi ha chiesto di passare di lì stamattina.»

Miss Grandison espresse la sua disponibilità: la carrozza stava aspettando, e Lord Montfort si offrì di accompagnarle. In quel momento il servitore entrò con un biglietto per Miss Grandison.

«Da Glastonbury,» disse; «cara Henrietta, desidera vedermi immediatamente. Cosa potrà essere? Andate da Lady Bellair e passate a prendermi al vostro ritorno. Dovete farlo, davvero; e poi potremo uscire tutte insieme.»

E così fu stabilito. Miss Temple, accompagnata da Lord Montfort, si diresse a Bellair House.

«Non avvicinatevi a me,» disse la vecchia signora quando li vide; «non avvicinatevi a me; sono nella disperazione; non so cosa farò; credo che venderò tutta la mia porcellana. Conoscete qualcuno che voglia comprare porcellana antica? L’avrà a buon mercato. Ma devo avere denaro contante; denaro contante devo avere. Non sedetevi su quella sedia; è fatta solo per essere guardata. Oh! Se fossi ricca come voi! Mi chiedo se la mia porcellana valga trecento sterline. Potrei piangere finché non mi si consumano gli occhi, sì che potrei. Gli uomini malvagi; vorrei farli a pezzi. Perché non è in Parlamento? E allora non potrebbero prenderlo. Non hanno mai potuto arrestare Charles Fox. L’ho conosciuto in difficoltà grandi quanto chiunque altro. Una volta mandò tutti i suoi mobili a casa mia dal suo alloggio. Abitava a Bury-street. Guardo sempre la casa quando ci passo davanti. Non giocherelli con le penne; odio la gente che giocherella. Dov’è Gregory? Dov’è il mio campanello? Dov’è il paggio? Ragazzo cattivo! Perché non vieni? Ecco, non voglio nulla; non so cosa fare. Gli uomini malvagi! Il più grande favorito che avessi: era così affascinante! La gente affascinante non è mai ricca; sembrava sempre malinconico. Credo che manderò a chiamare l’uomo ricco con cui pranzo; ma dimentico il suo nome. Perché non mi dite il suo nome?»

«Mia cara Lady Bellair, cosa succede?»

«Non chiedermelo; non parlarmi. Ti dico che sono nella disperazione. Oh! Se fossi ricca, come punirei quegli uomini malvagi!»

«Posso fare qualcosa?» disse Lord Montfort.

«Non so cosa tu possa fare. Ho il tic. Ho sempre il tic quando i miei amici sono nei guai.»

«Chi è nei guai, Lady Bellair?»

«Il mio carissimo amico; l’unico amico a cui tengo. Come puoi essere così duro di cuore? Sono passata da lui stamattina, e il suo servitore piangeva. Devo trovargli un posto; è un uomo così buono, e ama il suo padrone. Ora, hai bisogno di un servitore? Tu non hai mai bisogno di nulla. Chiedi a chiunque conosci se ha bisogno di un servitore, un uomo onesto, che ama il suo padrone. È lì che piange di sotto, nella stanza di Gregory. Povera, buona creatura! Potrei piangere anch’io, solo che non serve a nulla.»

«Chi è il suo padrone?» disse Lord Montfort.

«Nessuno che tu conosca; sì! Lo conosci molto bene. È il mio caro, caro amico; lo conosci molto bene. Gli uscieri sono andati al suo albergo ieri, e l’hanno trascinato fuori dal letto, e l’hanno portato in prigione. Oh! Diventerò completamente pazza. Voglio vendere la mia porcellana per pagare i suoi debiti. Dov’è Miss Twoshoes?» continuò la sua signoria; «perché non rispondete? Fate di tutto per tormentarmi.»

«Miss Grandison, Lady Bellair?»

«Certo; è il suo amante.»

«Il capitano Armine?»

«Non te lo sto dicendo tutto questo tempo? Lo hanno portato in prigione.»

Miss Temple si alzò e lasciò la stanza.

«Povera creatura! È rimasta molto scossa. Anche lei lo conosce,» disse la sua signoria. «Temo che sia completamente rovinato. C’è qualcuno che bussa. Farò una colletta per lui. Scommetto che è mio nipote. È molto ricco, e molto bonario.»

«Mia cara Lady Bellair,» disse Lord Montfort, alzandosi, «mi faccia il favore di non dire una parola a nessuno per il momento. Vado nell’altra stanza da Henrietta. È in confidenza con la famiglia, ed è molto addolorata. Ora, mia cara signora, la imploro,» continuò il suo lord, «non dica una parola. Il capitano Armine ha buoni amici, ma non parli con estranei. Farà solo del male; davvero.»

«Sei una brava creatura; sei una brava creatura. Vattene.»

«Lady Frederick Berrington, milady,» annunciò il paggio.

«È molto arguta, ma molto povera. Non serve a nulla parlarle. Non dirò una parola. Vai da Miss Cosiddetta: vai, vai.» E Lord Montfort scappò nel salone mentre Lady Frederick entrava.

Henrietta era distesa sul divano, il volto era nascosto, stava singhiozzando convulsamente.

«Henrietta,» disse Lord Montfort, ma lei non rispose. «Henrietta,» disse ancora, «cara Henrietta! Farò tutto ciò che desideri.»

«Salvalo, salvalo!» esclamò. «Oh! Tu non puoi salvarlo! E io l’ho ridotto così! Ferdinand! Carissimo Ferdinand! Oh! Morirò!»

«Per l’amor di Dio, sii calma,» disse Lord Montfort, «non c’è nulla che non farò per te, per lui.»

«Ferdinand, Ferdinand, il mio, il mio proprio Ferdinand, oh! Perché ci siamo mai separati? Perché sono stata così ingiusta, così malvagia? Ed egli era fedele! Non posso sopravvivere alla sua vergogna e alla sua miseria. Vorrei morire!»

«Non ci sarà vergogna, né miseria,» disse Lord Montfort, «solo, per l’amor di Dio, sii calma. C’è una donna chiacchierona nella stanza accanto. Zitta! Zitta! Ti dico che farò di tutto.»

«Tu non puoi; tu non devi; tu non dovresti! Gentile, generoso Digby! Perdona ciò che ho detto; dimenticalo; ma davvero sono così infelice che non posso più sopportare questa vita.»

«Ma tu non sarai infelice, Henrietta; tu sarai felice; tutti saranno felici. Io sono l’amico di Armine, lo sono davvero. Lo proverò. Sul mio onore, proverò di essere il suo miglior amico.»

«Tu non devi. Tu sei l’ultima persona, davvero. Egli è così orgoglioso! Qualsiasi cosa da parte nostra sarebbe la morte per lui. Sì! Lo conosco, morirebbe piuttosto che essere in debito con uno di noi.»

«Lo metterai in debiti ancora più grandi di questo,» disse Lord Montfort. «Sì! Henrietta, se egli è stato fedele a te, tu non sarai falsa con lui.»

«Digby, Digby, non pronunciare parole così strane. Sono di nuovo in me. Ti ho lasciato perché volevo essere sola. Il migliore e più generoso degli uomini, non ti ho mai ingannato; perdona le emozioni che nemmeno tu dovevi testimoniare.»

«Prendi il mio braccio, cara, passeggiamo nel giardino. Desidero parlarti. Non tremare. Non ho nulla da dire che non sia per la tua felicità; in ogni momento, e in ogni circostanza, il grande oggetto dei miei pensieri.»

Egli sollevò Miss Temple dolcemente dal divano, e si allontanarono lontano dall’osservazione di Lady Bellair, o dai poteri uditivi, sebbene non fossero trascurabili, della sua vivace ospite.

CAPITOLO XX.

In cui Ferdinand riceve più di una visita, e scopre che l’avversità non lo ha del tutto privato dei suoi amici.

NEL frattempo il mattino spuntò sullo sfortunato Ferdinand. Aveva dimenticato le sue preoccupazioni nel sonno, e, quando si svegliò, fu con qualche difficoltà che ricordò lo spiacevole incidente di ieri, e riuscì a convincersi di essere davvero un prigioniero. Ma le sbarre della finestra della sua camera da letto non lo lasciarono molto a lungo in piacevole dubbio.

Il suo amico, il piccolo cameriere, fece presto la sua comparsa. «Ha dormito abbastanza bene, signore? Stessa colazione di ieri, signore? Lingua e prosciutto, signore? Forse preferirebbe un rognone al posto di una diavola? Sarebbe un cambiamento.»

«Non ho appetito.»

«Verrà, signore. Lei non è abituato. Non c’è altro da fare qui che mangiare. Meglio provare il rognone, signore. C’è qualcosa che desidera?»

«Ho deciso di andare in prigione oggi.» «Signore! Signore, non ci pensi. Qualcosa salterà fuori, signore, mi dia retta.»

E, a dire il vero, l’esperto cameriere non aveva torto. Poiché, portando la colazione, seguito da un subalterno con gran pompa di coperchi argentati, informò Ferdinand con un risolino che un gentiluomo stava chiedendo di lui. «Le avevo detto che i suoi amici sarebbero venuti, signore.»

Il gentiluomo fu introdotto, e Ferdinand vide Mr. Glastonbury.

«Mio caro Glastonbury,» disse Ferdinand, osando a stento incontrare il suo sguardo, «questo è molto gentile, eppure avrei voluto risparmiarle tutto ciò.»

«Mio povero ragazzo,» disse Glastonbury.

«Oh! Mio caro amico, è tutto finito. Questo è un momento più amaro per lei persino che per me, gentile amico. Questa è una terribile conclusione di tutto il suo zelo e le sue fatiche.»

«No!» disse Glastonbury; «non pensiamo ad altro che al presente. Per cosa sei tenuto in custodia?»

«Mio caro Glastonbury, se fossero anche solo dieci sterline, non potrei permetterle di pagarle. Quindi non parliamo di questo. Sarebbe dovuto accadere prima o poi. È successo, ed è successo inaspettatamente: ma deve essere sopportato, come tutte le altre calamità.»

«Ma tu hai degli amici, mio Ferdinand.»

«Magari non ne avessi! Tutto ciò che desidero ora è di essere solo al mondo. Se potessi sperare che i miei genitori mi lasciassero stare, sarei relativamente tranquillo. Ma quando penso a loro, e al danno che devo arrecare loro, è l’inferno, è l’inferno.»

«Vorrei che mi dicessi la tua situazione esatta,» disse Mr. Glastonbury.

«Non parliamone; mio padre sa di questo?»

«Non ancora.»

«È bene; potrebbe ancora passare una giornata felice. Venderà Armine.»

Glastonbury scosse la testa e sospirò. «È così grave?» disse.

«Mio carissimo amico, se proprio deve sapere il peggio, eccolo. Sono qui per quasi tremila sterline, e ne devo almeno altre diecimila.»

«E non accettano cauzione?»

«Non per questo debito; non possono. È un debito giudiziario, l’unico.»

«E non ti hanno dato alcun preavviso?»

«Nessuno: devono aver sentito in qualche modo che il mio infernale matrimonio era saltato. Hanno tutti aspettato quello. E ora che vede che gli affari sono oltre ogni rimedio; parliamo di altri argomenti, se vuole essere così gentile da restare mezz’ora in questo sotterraneo. Lo lascerò subito; andrò in prigione immediatamente.»

Il povero Glastonbury, non voleva andarsene, eppure era una visita molto malinconica. Di cosa potevano conversare? La conversazione, eccetto sull’interdetto argomento degli affari di Ferdinand, sembrava proprio una beffa. Alla fine, Ferdinand disse: «Caro Glastonbury, non resti qui; ci rende entrambi infelici. Manda Louis con dei vestiti per me, e alcuni libri. Le farò sapere prima di lasciare questo posto. A ben riflettere, non lo farò per due o tre giorni, se posso restare così a lungo. Veda il mio avvocato; non che farà nulla; né posso aspettarmelo; ma può passare a trovarmi. Addio, caro amico.»

Glastonbury stava per ritirarsi, quando Ferdinand lo richiamò. «Questa faccenda dovrebbe essere mantenuta riservata,» disse. «Ho detto a Louis di dire che ero fuori città a Brook-street. Mi dispiacerebbe se Miss Temple ne venisse a conoscenza, almeno fino a dopo il suo matrimonio.»

Ferdinand fu di nuovo solo con lo specchio, il tavolino da gioco, il divano rigido, le caricature che odiava ancora più del ritratto del suo ospite, la Bibbia ebraica e il Racing Calendar. Sembrava passato un anno da quando era chiuso in questo appartamento, invece di un giorno, tanto era diventato familiare con ogni oggetto. Eppure la visita di Glastonbury era stata un evento, e non poteva fare a meno di rifletterci sopra. Una casa di cauzione sembrava una scena così strana, così innaturale, per un tale personaggio. Ferdinand richiamò alla memoria la torre ad Armine, e tutte le sue radure e boschetti, splendenti al sole estivo, e rinfrescati dalla brezza estiva. Che contrasto con questo sotterraneo cupo, ristretto e soffocante! Ed era possibile che avesse mai vagato a suo piacimento in quella bella scena con una compagna ancora più bella? Tali pensieri potrebbero benissimo far impazzire un uomo. Con tutti i suoi errori, e tutta la sua disposizione attuale a non attenuarli, Ferdinand Armine non poteva fare a meno di considerarsi sfortunato. Forse è più doloroso credersi sfortunati che riconoscersi imprudenti.

Un’amante affettuosa o un amico fedele, entrambi sono grandi benedizioni; e qualunque possano essere i propri guai nella vita, entrambi possono ben essere fonti di consolazione. Ferdinand aveva avuto un’amante affettuosa un tempo, e se Henrietta Temple lo avesse amato, ebbene, avrebbe potuto lottare con tutte queste calamità; ma quel dolce sogno era finito. Per quanto riguarda gli amici, non ne aveva nessuno, almeno non credeva. Non che avesse da lamentarsi della natura umana. Aveva sperimentato molta gentilezza dagli uomini, e molti erano i servizi che aveva ricevuto da gentili conoscenti. Con il ricordo di Catch, per non dire di Bond Sharpe, e soprattutto, del Conte Mirabel, fresco nella sua mente, non poteva lamentarsi dei suoi compagni. Glastonbury era davvero un amico, ma Ferdinand sospirava per un amico della sua età, legato a lui dagli stessi gusti e simpatie, e capace di comprendere tutti i suoi sentimenti segreti; un amico che potesse persino sussurrare speranza, e sorridere in una casa di cauzione.

La giornata svanì, le ombre del crepuscolo stavano scendendo; Ferdinand diventava ogni momento più malinconico, quando improvvisamente il suo costante alleato, il cameriere, irruppe nella stanza. «Mio Dio, signore, ecco un vero nobile che chiede di lei. Le avevo detto che sarebbe andato tutto bene.»

«Chi è?»

«Ecco, sta salendo.»

Ferdinand colse i toni trionfanti di Mirabel sulle scale.

«Qual è la stanza? Mi indichi subito. Ah! Armine, mon ami! mon cher! È questa la tua amicizia? Essere in questo buco maledetto, e non mandarmi a chiamare! C’est une mauvaise plaisanterie fingere che siamo amici! Come stai, bravo ragazzo, bel ragazzo, eccellente Armine? Se non fossi qui, litigherei con te. Via, vattene, uomo.» Il cameriere scomparve, e il Conte Mirabel si sedette sul divano rigido.

«Mio caro ragazzo,» continuò il Conte, facendo roteare il bastone più carino del mondo, «questa è una bêtise da parte tua essere qui e non mandarmi a chiamare. Chi ti ha messo qui?»

«Mio caro Mirabel, è tutto finito.»

«Pah! Quanto è?»

«Ti dico che sono rovinato. Si è sparsa la voce che il matrimonio è saltato, e Morris e Levison mi hanno accalappiato per tutti gli arretrati delle mie maledette rendite.»

«Ma quanto?»

«Tra le duemila e le tremila.»

Il Conte Mirabel lanciò un fischio.

«Ho portato cinquecento sterline, che ho qui. Dobbiamo procurarci il resto in un modo o nell’altro.»

«Mio caro Mirabel, sei il compagno più generoso del mondo; ma ho dato già fin troppo disturbo ai miei amici. Nulla mi indurrà ad accettare un soldo da te. Inoltre, tra noi, non è certo la mia minore mortificazione in questo momento quella somma di circa 1.500 sterline che Bond Sharpe mi ha fatto avere l'altro giorno per nulla, tramite Catch.»

«Pah! Mi dispiace per questo, però, perché lui ci avrebbe prestato questo denaro. Chiederò a Bevil.»

«Preferirei morire.»

«Glielo chiederò io stesso.»

«È impossibile.»

«Lo organizzeremo: ti dico io chi lo farà per noi. È un buon diavolo, e immensamente ricco: è Fitzwarrene; mi deve grandi favori.»

«Caro Mirabel, sono felicissimo di vederti. Questo è buono e gentile. Sono così dannatamente giù di corda qui. Mi rincuora davvero vederti; ma non parlare di denaro.»

«Ecco 500 sterline; con altri quattro compari da 500 sterline possiamo farcela.»

«Basta, basta! Te ne supplico.»

«Ma non puoi restare qui. Quel drôle appartement! Prima che Charley Doricourt entrasse in Parlamento, frequentava sempre questo genere di case, ma in qualche modo l'ho tirato fuori; ci sono riuscito. Una volta ho comprato dal tipo cinquecento casse di champagne.»

«Un nuovo modo per saldare vecchi debiti, certamente», disse Ferdinand.

«Ti dico... hai pranzato?»

«Stavo per farlo; giusto per avere qualcosa da fare.»

«Mi fermerò a pranzare con te», disse il Conte, suonando il campanello, «e discuteremo degli affari. Ridi, amico mio; ridi, mio Armine: questa è solo una scena. Questa è la vita. Cosa possiamo avere per cena, uomo? Cenerò qui.»

«La cena del signore è ordinata, mio signore; è pronta», disse il cameriere. «Champagne nel ghiaccio, mio signore?»

«Di sicuro; tutto ciò che c'è di buono. Mon cher Armine, ci divertiremo un po'.»

«Sì, mio signore», disse il cameriere, correndo giù per le scale. «Cena per il salotto buono, subito; zuppa di piselli, rombo, bistecca, anatra arrosto e pollo bollito, tutto ciò che c'è di buono, champagne nel ghiaccio; due signori veri!»

La cena apparve presto e i due amici si sedettero.

«Potage admirable!» disse il Conte Mirabel. «Il miglior champagne che abbia mai bevuto in vita mia. Mon brave, alla tua salute. Questo dev'essere l'uomo di Charley, dal vino. Credo che lo faremo salire; ci presterà un po' di denaro. Il miglior rombo che abbia mai mangiato! Ti darò un po' delle pinne. Ah! sei felice di vedermi, mio Armine, sei felice di vedere il tuo amico. Encore champagne! Buon Armine, eccellente Armine! Tieni alto il morale, sistemerò io questi tipi. Devi prendere un po' di bifteac. Il bifteac più tenero che abbia mai assaggiato! Questa è una bella cena. Encore un verre! Uomo, puoi andare; non aspettare.»

«Per Giove, Mirabel, non sono mai stato così felice di vedere qualcuno in vita mia. Ora, tu sei un amico; mi sento proprio su di morale.»

«Di sicuro! sii sempre su di morale. C’est une bêtise non essere su di morale. Tutto andrà sicuramente bene. Vedrai come sistemerò questi tipi, e verrò a cenare con te ogni giorno finché non sarai fuori: non starai qui quarantotto ore. Mentre torno a casa mi fermerò da Mitchell e ti prenderò un romanzo di Paul de Kock. Hai mai letto i libri di Paul de Kock?»

«Mai», disse Ferdinand.

«Che uomo fortunato ad essere arrestato! Ora puoi leggere Paul de Kock! Per Giove, sei il tipo più fortunato che conosca. Vedi, ti credevi molto infelice per essere stato arrestato. È la cosa più bella del mondo, perché ora leggerai Mon Voisin Raymond. Ci sono sempre due facce in ogni situazione.»

«Mi accontento di credermi molto fortunato ad avere un amico come te», disse Ferdinand; «ma ora che queste cose sono state chiarite, parliamo degli affari. Hai visto Henrietta?»

«Naturalmente, la vedo ogni giorno.»

«Spero che non sappia del mio tracollo finché non si sarà sposata.»

«Non lo saprà, a meno che non glielo dica tu.»

«E quando pensi che si sposerà?»

«Quando vorrai tu.»

«Cher ami! point de moquerie!»

«Per Giove, sono serissimo», esclamò il Conte. «Sono certo che la sposerai quanto sono certo che siamo in questa maledetta prigione privata.»

«Sciocchezze!»

«Il buon senso più puro del mondo. Se non la sposerai tu, la sposerò io, perché sono risoluto che il buon Montfort non lo faccia. Non si dovrà mai dire che sono intervenuto senza un risultato. Perché, se dovesse sposare Montfort ora, rovinerebbe la mia reputazione. Sposare Montfort dopo tutti i miei sforzi: pranzare con quel buon Temple, aprire la mente di quella piccola Grandison, e dire belle cose a quella buona duchessa; sarebbe un fallimento.»

«Che tipo strano sei, Mirabel!» «Naturalmente! Vorresti che fossi come le altre persone e non strano? Berremo la belle Henriette! Riempi! Sarai mio amico quando sarai sposato, eh? Mon Armine, excellent garçon! Come rideremo un giorno; e poi questa cena, questa cena sarà la migliore cena che abbiamo mai fatto!»

«Ma perché pensi che ci sia la minima speranza che Henrietta non sposi Montfort?»

«Perché la mia conoscenza della natura umana mi assicura che una giovane donna, molto bella, molto ricca, con uno spirito molto alto, e figlia unica, non andrà mai a sposare un uomo quando è innamorata di un altro, e quell'altro, mio caro, è come te. Sei più sicuro di averla proprio perché è fidanzata.»

Che cosa meravigliosa è la conoscenza della natura umana! pensò Ferdinand tra sé. La conoscenza della natura umana del Conte è come l'esperienza del mio amico cameriere. Uno mi assicura che sono certo di sposare una donna perché è fidanzata con un'altra persona, e l'altro, che è chiaro che i miei debiti saranno pagati perché sono così ingenti! Il Conte rimase con il suo amico fino alle undici, quando tutti vennero chiusi a chiave. Si invitò a cena per il giorno seguente, e promise che avrebbe avuto un'intera collezione di romanzi francesi prima del suo risveglio. E assicurandolo più e più volte che lo considerava il più fortunato di tutti i suoi amici, e che se avesse fatto saltare il banco da Crocky quella sera, cosa che pensava di fare, gli avrebbe mandato due o tremila sterline; allo stesso tempo gli strinse calorosamente la mano e scese la scala della prigione privata, canticchiando Vive la Bagatelle.

CAPITOLO XXI.

La Crisi.

SEBBENE, quando Ferdinand fu lasciato di nuovo solo alle sue riflessioni, non gli sembrasse accaduto nulla che potesse cambiare la sua opinione sul suo triste destino, c'era qualcosa, tuttavia, d'ispirante nella visita del suo amico Conte Mirabel. Non gli sembrava, in verità, di essere neppure un briciolo più vicino all'uscita dalle sue difficoltà di quanto lo fosse prima; e quanto alle folli speranze su Henrietta, le scacciò dalla mente come i semplici piani fantastici di uno spirito ottimista, eppure la sua cupezza, attraverso un processo difficile da analizzare, in gran parte era svanita. Non poteva essere lo champagne, poiché era un rimedio che aveva già tentato; era in qualche misura senza dubbio la magica simpatia di un temperamento gioioso: ma soprattutto si poteva forse attribuire alla convinzione lusinghiera di possedere la cordiale amicizia di un uomo la cui benevolenza era, sotto ogni aspetto, un possesso assai invidiabile. Con un amico come Mirabel, non poteva ritenersi così sfortunato come al mattino. Se era fortunato, e così inaspettatamente, in questo caso, poteva esserlo anche in altri. Un vago presentimento di aver visto il peggio della vita lo colse. Era ugualmente vano giustificare la convinzione consolante o resistervi; e Ferdinand Armine, sebbene in una prigione privata, si addormentò con un umore migliore verso il suo destino di quanto non fosse stato negli ultimi otto mesi.

I suoi sogni erano incantevoli: si immaginava ad Armine, in piedi vicino al roseto di Barberia. C'era il chiaro di luna; era, forse, un leggero ricordo della notte in cui aveva guardato il giardino dalla finestra della sua stanza, la notte dopo aver visto per la prima volta Henrietta. Improvvisamente, Henrietta Temple apparve alla sua finestra e gli fece un cenno con la mano con un volto sorridente. Lui colse immediatamente un fiore per lei e rimase con la sua offerta sotto la sua finestra. Lei era in abito da equitazione e gli disse che era appena tornata dall'Italia. La invitò a scendere e lei scomparve; ma invece di Henrietta, avanzò dal vecchio Place... la duchessa, che chiese immediatamente se avesse visto suo cugino; e poi sua Grazia, attraverso un confuso processo comune nei sogni, si trasformò in Glastonbury e indicò il roseto, dove, con sua sorpresa, Katherine stava camminando con Lord Montfort. Ferdinand chiamò Henrietta, ma, poiché non appariva, entrò nel Place, dove trovò il Conte Mirabel a cenare da solo, intento a bere un bicchiere di champagne. Si lamentò con Mirabel che Henrietta era scomparsa, ma il suo amico rise di lui e disse che, dopo una cavalcata così lunga, lasciando l'Italia solo ieri, difficilmente poteva aspettarsi di vederla. Soddisfatto di questa spiegazione, Ferdinand si unì al Conte al suo banchetto, e fu svegliato dal sonno, e apparentemente dal suo sogno, da Mirabel che stappava una bottiglia.

Ah! perché si è mai svegliato? Era così reale; l'aveva vista così chiaramente; era la vita; era lo stesso sorriso che indossava a Ducie; quello sguardo solare, così pieno di gioia, bellezza e amore, che avrebbe potuto vivere per contemplare! E ora era in prigione, e lei stava per sposare un altro. Oh! ci sono cose in questo mondo che possono ben spezzare i cuori!

Il tappo del Conte Mirabel fu, tuttavia, un suono sostanziale, un leggero picchiettio alla sua porta: lui rispose, e il cameriere entrò nella sua stanza.

«Chiedo scusa, signore, per averla disturbata; sono appena le otto.»

«Allora perché al diavolo mi disturbi?» «C'è stato un altro signore, signore. Ho detto che non si era ancora alzato, e lui ha mandato i suoi ossequi, e ha detto che sarebbe passato tra un'ora, poiché desiderava vederla in particolare.» «Era il Conte?»

«No, signore; ma era un vero signore, signore, perché aveva una corona sulla carrozza. Ma non ha voluto lasciare il suo nome.»

«Catch, naturalmente», pensò Ferdinand tra sé. «E mandato da Mirabel. Non mi meraviglierei se, dopo tutto, avessero fatto saltare il banco da Crocky. Nulla mi indurrà ad accettare un ducato.»

Tuttavia, Ferdinand pensò bene di alzarsi e riuscì a scendere nel salotto buono circa un quarto d'ora dopo l'orario stabilito. Con sua estrema sorpresa trovò Lord Montfort.

«Mio caro amico», disse Lord Montfort, apparendo un po' confuso; «temo di averla disturbata tristemente. Ma non sono riuscito a trovarla ieri fino a così tardi che mi sono vergognato di svegliarli qui, e ho pensato, perciò, che avrebbe scusato questa visita mattutina, poiché, poiché, poiché, desideravo vederla davvero molto.»

«Lei è estremamente gentile», disse il Capitano Armine. «Ma davvero mi rammarico molto che il suo signore abbia avuto tutto questo disturbo.»

«Oh! cos'è il disturbo in tali circostanze!» rispose il suo signore. «Non posso perdonarmi per essere stato così stupido da non raggiungerla ieri. Non potrò mai scusarmi per l'inconveniente che ha subito.»

Ferdinand si inchinò, ma era così confuso che non riuscì a dire una parola.

«Spero, mio caro Armine», disse il suo signore, avanzando piuttosto lentamente, mettendo il suo braccio in quello di Ferdinand, e poi camminando insieme su e giù per la stanza, «spero che lei agirà in questo momento verso di me come io farei verso di lei, se le nostre rispettive situazioni fossero cambiate.»

Ferdinand si inchinò, ma non disse nulla.

«Il denaro, lo sa, buon uomo», continuò Lord Montfort, «è una cosa sgradevole di cui parlare; ma ci sono circostanze che dovrebbero privare tale conversazione tra noi di qualsiasi imbarazzo che altrimenti potrebbe sorgere.»

«Non ne sono a conoscenza, mio signore», disse Ferdinand, «sebbene i suoi buoni sentimenti meritino la mia gratitudine.»

«Credo, a rifletterci, che scopriremo che ce ne sono», disse Lord Montfort. «Per il momento spero solo che lei apprezzerà quei buoni sentimenti, e che, da parte mia, sono ansioso che maturino in un'amicizia sincera e intima, come autorità sufficiente per mettere i suoi affari in generale in quello stato tale che in futuro non possano mai privare la sua famiglia e i suoi amici della società necessaria alla loro felicità.»

«Mio signore, sono certo che l'avversità abbia assunto una tonalità aggraziata con me, perché ha confermato le mie opinioni più amabili sulla natura umana. Non cercherò di esprimere ciò che provo verso il suo signore per questa generosa bontà, ma dirò che ne sono profondamente colpito; non di meno, perché non posso avvalermi in minima parte della sua offerta.»

«Lei è troppo un uomo di mondo, ne sono certo, mio caro Armine, per essere offeso dalla mia franchezza. Parlerò, quindi, senza timore di incomprensioni. Mi sembra che l'offerta che le ho fatto meriti un po' più di considerazione. Vede, mio caro amico, che si è messo in una situazione tale che, per quanto lei possa agire, il risultato non può essere completamente soddisfacente. Il corso che dovrebbe seguire, quindi, come, in effetti, tutta la condotta in questo mondo dovrebbe essere, è una questione di calcolo attento. Ha ben considerato le conseguenze del suo precipitarsi verso la rovina? In primo luogo, la sua famiglia riceverà un colpo dal quale anche la prosperità futura potrebbe non risollevarla. La sua tenuta di famiglia, già in una posizione delicata, potrebbe andare irrimediabilmente perduta; le conseguenze mondane di una tale vicissitudine sono molto considerevoli; qualunque carriera persegua, finché possiede visibilmente Armine, lei appartiene sempre all'aristocrazia della terra, e una famiglia che mantiene una tale posizione, per quanto decaduta, alla fine si riprenderà. Non conosco quasi eccezioni a questa regola. Non credo, tra tutti gli uomini, che lei sia il più adatto a offrirne una.»

«Ciò che dice ci preme da tempo», disse il Capitano Armine.

«Poi, ancora», riprese Lord Montfort, «i sentimenti e persino gli interessi dei suoi amici devono essere considerati. Il povero Glastonbury! Amo io stesso quel vecchio. La caduta di Armine potrebbe spezzargli il cuore; non gli piacerebbe lasciare la sua torre. Vede, conosco il suo posto.»

«Il povero Glastonbury!» disse Ferdinand.

«Ma soprattutto», continuò Lord Montfort, «la felicità, anzi, la salute stessa e la vita dei suoi genitori, dai quali tutto è ora celato, sarebbero forse gli ultimi e più costosi sacrifici della sua imprudenza.»

Ferdinand si gettò sul divano e si coprì il volto.

«Eppure tutta questa miseria, tutte queste sventure, possono essere evitate, e lei stesso può diventare un uomo calmo e felice, attraverso... poiché non desidero sottovalutare la sua visione dell'argomento, Armine... mettendosi sotto un obbligo pecuniario verso di me. Una circostanza da evitare nel corso comune della vita, senza dubbio; ma è meglio avere un debito di gratitudine verso di me e salvare la sua tenuta di famiglia, preservare la sua posizione, mantenere il suo amico, e prevenire la miseria, e la probabile morte, dei suoi genitori, o essere in grado di sorpassarmi per strada, in silenzio altezzoso se vuole, con la consapevolezza che il lusso del suo orgoglio è stato soddisfatto al costo di ogni circostanza che rende l'esistenza desiderabile?»

«Lei pone il caso con forza», disse Ferdinand; «ma nessun ragionamento potrà mai convincermi che io sia giustificato nel prendere in prestito 3.000 sterline, che non potrò mai restituire.»

«Accettatele, allora.»

«È la stessa cosa», disse Ferdinand.

«Credo di no», disse Lord Montfort; «ma perché dice mai?»

«Perché è del tutto impossibile che io possa mai.»

«Come sa che non sposerà una donna di grande fortuna?» disse Lord Montfort. «Ora mi sembra esattamente il tipo di uomo che sposerebbe un'ereditiera.»

«Sta pensando a mia cugina», disse Ferdinand. «Pensavo che avesse scoperto, o che potesse aver appreso, che non c'era alcuna reale intenzione di una nostra unione.»

«No, non stavo pensando a sua cugina», disse Lord Montfort; «sebbene, a dire il vero, una volta sperassi che lei la sposasse. Tuttavia, questo so bene che è del tutto fuori discussione, poiché credo che Miss Grandison sposerà qualcun altro.»

«Davvero!» esclamò Ferdinand, un po' agitato. «Beh! possa essere felice! Amo Kate dal profondo del mio cuore. Ma chi è il fortunato?»

«È il segreto di una dama», disse Lord Montfort. «Ma torniamo al nostro argomento. Per farla breve: o, mio caro Armine, lei deve essere convinto dal mio ragionamento, o io devo rimanere qui prigioniero come lei; perché, a dire il vero, c'è una bella dama davanti alla quale non posso presentarmi se non in sua compagnia.»

Ferdinand cambiò espressione. Mancava solo questo a confermare la sua risoluzione, che era appena vacillata. Dovere la sua liberazione all'influenza di Henrietta su Lord Montfort era troppo degradante.

«Mio signore», disse, «lei ha toccato una corda che avrei sperato mi fosse risparmiata. Questa conversazione deve, in verità, cessare. La mia bocca è sigillata dal darle le ragioni, che tuttavia rendono imperativo per me declinare la sua generosa offerta.»

«Bene, allora», disse Lord Montfort, «vedrò se un altro può avere più successo», e tese un biglietto allo sbalordito Ferdinand, scritto da Henrietta. Cadde dalla mano di Ferdinand mentre lo prendeva. Lord Montfort lo raccolse, glielo ridiede e camminò verso l'altro lato della stanza. Fu con estrema difficoltà che Ferdinand si convinse a rompere il sigillo. Il biglietto era breve; la mano che tracciava le lettere doveva aver tremato. Diceva così:--

«Carissimo Ferdinand,--Fai tutto ciò che desidera Digby. È il nostro migliore amico. Digby sposerà Katherine; sei felice? Henrietta.»

Lord Montfort si guardò intorno; Ferdinand Armine giaceva privo di sensi sul divano.

Il nostro amico non era d'umore incline a svenire, ma pensiamo che le circostanze possano scusare la debolezza.

Quanto a Lord Montfort, suonò il campanello per il piccolo cameriere, che, nel momento in cui vide cosa era successo, si affrettò ad allontanarsi e corse di nuovo su per le scale con acqua fredda, una bottiglia di brandy e un foglio di carta oleata fiammeggiante, che dichiarò essere un toccasana infallibile. In un modo o nell'altro Ferdinand fu fatto rinvenire, e il piccolo cameriere fu onestamente cacciato via.

«Mio caro amico», disse Ferdinand, con voce debole; «sono l'uomo più felice che sia mai vissuto; spero che lo sarai anche tu, ne sono certo; Katherine è un angelo. Ma non riesco a parlare. È così strano.»

«Mio caro amico, deve davvero prendere un bicchiere di brandy», disse Lord Montfort. «È strano, certamente. Ma siamo tutti felici.»

«So a malapena dove mi trovo», disse Ferdinand, dopo pochi minuti. «Sono davvero vivo?»

«Pensiamo a come uscire da questo posto. Suppongo che accetteranno il mio assegno. In caso contrario, devo andare via.»

«Oh, non se ne vada», disse Ferdinand. «Se se ne va, non crederò che sia vero. Mio caro Montfort, è davvero vero?»

«Vede, mio caro Armine», disse Lord Montfort, sorridendo, «era destino che dovessi sposare una dama che lei ha rifiutato. E a dire il vero, il motivo per cui non sono arrivato da lei ieri, come avrei dovuto fare, è stata una conversazione inaspettata che ho avuto con Miss Grandison. Credo davvero che questo arresto sia stato un incidente molto fortunato. Ha portato gli affari a una crisi. Avremmo continuato a fraintenderci per sempre.»

Qui il piccolo cameriere entrò di nuovo con un biglietto e un pacchetto.

«Lo stesso messaggero li ha portati?» chiese Ferdinand.

«No, signore; il servitore del Conte ha portato il biglietto e aspetta una risposta; il pacchetto è arrivato tramite un'altra persona.»

Ferdinand aprì il biglietto e lesse quanto segue:--

«Berkeley-square, sette e mezza, mattina.

«Mon Ami,--Il miglior scherzo del mondo! Ho fatto saltare il banco di Crocky tre volte. Naturalmente; te l'avevo detto. Ho vinto 15.000 sterline. Appena sarò sveglio ti manderò le tremila, e ti presterò il resto fino al tuo matrimonio. Non sarà tra molto. Ti scrivo questo prima di andare a letto, così che tu possa averlo presto. Adieu, cher ami.

«Votre affectionné,

«De Mirabel.

«Il mio arresto è stato certamente il più fortunato incidente del mondo», disse Ferdinand, consegnando il biglietto a Lord Montfort. «Mirabel ha cenato qui ieri ed è andato a giocare apposta per salvarmi. L'ho presa come uno scherzo. Ma che cos'è questo?» Ferdinand aprì il pacchetto. La grafia gli era sconosciuta. Dieci banconote da 300 sterline l'una caddero a terra.

«Vivo nel mondo delle fate?» esclamò. «Ma chi può essere? Non puoi essere tu; non può essere Mirabel. È straordinariamente strano».

«Credo di poter far luce sulla faccenda», disse Lord Montfort. «Katherine era misteriosamente impegnata con Glastonbury ieri mattina. Sono usciti insieme e so che sono andati dal suo avvocato. Non c'è dubbio, è Katherine. Penso che, date le circostanze, non dobbiamo farci scrupoli ad approfittare di questa fortunata rimessa. Ci farà almeno risparmiare tempo», disse Lord Montfort, suonando il campanello. «Mandi subito qui il suo padrone», continuò rivolto al cameriere.

L'ufficiale giudiziario apparve; il debito, le spese, tutto fu pagato e la quietanza regolarmente ritirata. Ferdinand nel frattempo salì al piano di sopra per chiudere a chiave la sua valigia da toilette; il piccolo cameriere corse dietro di lui per preparargli il baule. Ferdinand non dimenticò il suo zelante amico, che gli aveva sussurrato speranza quando tutto era nero. Il piccolo cameriere ridacchiò mentre si metteva le dieci ghinee in tasca. «Vede, signore», disse, «avevo proprio ragione. Sapevo che i suoi amici avrebbero sborsato. Immagini un gran signore come lei mandato in gattabuia! Sciocchezze! Vede, signore, lei non ci era abituato».

E così Ferdinand Armine disse addio alla prigione privata, dove, nel giro di meno di quarantotto ore, aveva conosciuto sia la disperazione che l'estasi. Lord Montfort guidava con un'allegria insolita per lui.

«Ora, mio caro Armine», disse, «non sono di un briciolo meno innamorato di Henrietta di quanto lo fossi prima. La amo come tu ami Katherine. Che follia sposare una donna che era innamorata di un'altra persona! L'avrei resa infelice, quando il grande scopo di tutta la mia condotta era renderla felice. Ora Katherine mi ama davvero tanto quanto Henrietta ama te. Ho questo piano in testa da molto tempo. Ho calcolato bene; ero convinto che fosse l'unico modo per renderci tutti felici. E ora saremo tutti parenti; saremo costantemente insieme; e saremo amici fraterni».

«Ah! mio caro Montfort», disse Ferdinand, «cosa dirà il signor Temple?»

«Lascia fare a me», disse Lord Montfort.

«Tremo», disse Ferdinand, «se fosse possibile anticipare delle difficoltà quest'oggi».

«Andrò subito da lui», disse Lord Montfort; «non amo l'incertezza, e ora non serve a nulla. Tutto andrà bene».

«Confido solo in te», disse Ferdinand; «perché io sono orgoglioso quanto Temple. Non gli piaccio, ed è troppo ricco perché io mi inchini davanti a lui».

«Me ne assumo la responsabilità», disse Lord Montfort. «Il signor Temple è un uomo calmo e assennato. Riderai di me, ma la verità è che, con lui, deve essere una questione di calcolo: da una parte, la felicità di sua figlia, un'unione con una famiglia seconda a nessuno per sangue, alleanze e posizione territoriale, a cui manca solo la sua ricchezza per far rivivere tutto il suo splendore; dall'altra, sua figlia col cuore spezzato e un duca come genero. Il signor Temple è un uomo troppo sensato per esitare, specialmente quando elimino la difficoltà più grande che deve affrontare. Dove devo lasciarti? A Berkeley-square?»

CAPITOLO XXII.

Ferdinand medita sulla sua buona sorte.

Nei momenti di profondo sentimento, tanto nei repentini scoppi di prosperità quanto nelle ore più buie, l'uomo deve essere solo. Richiede un po' di auto-comunione prepararsi alla buona sorte, così come affrontare le difficoltà, il pericolo e la disgrazia. Questa violenta e trionfante rivoluzione nelle sue prospettive e nelle sue fortune era a malapena compresa appieno dal nostro amico, Ferdinand Armine; e quando ebbe lasciato un biglietto per il generoso Mirabel, di cui non voleva disturbare il sonno a quell'ora mattutina, nemmeno con le buone notizie, si incamminò lungo Charles-street e verso il Parco, in una di quelle fantasie selvagge e gioiose in cui coviamo la beatitudine in arrivo e creiamo mille gloriose conseguenze.

Era uno di quei miti mattini estivi che sono così deliziosi in una grande città. Il cielo era limpido, l'aria mite, l'acqua scintillava al sole e gli alberi sembravano doppiamente verdi e freschi per chi aveva guardato fino a poco prima solo sbarre di ferro. Ferdinand sentiva la sua libertà oltre alla sua felicità. Si sedette su una panchina e pensò a Henrietta Temple; tirò fuori il suo biglietto e lo lesse più e più volte. Era davvero la sua grafia! Irrequieto per la gioia imminente, si aggirò verso il ponte e si sporse sulla balaustra, fissando le acque in un incantato e affascinante vuoto. Quanti episodi, quanti personaggi, quanti sentimenti fluttuarono nella sua memoria! Di quanta dolce e amara esperienza non ruminò il ricordo! Ventiquattro ore fa si considerava il più infelice e derelitto degli esseri umani, e ora tutte le benedizioni del mondo sembravano riversarsi ai suoi piedi! Una bella sposa lo attendeva, che aveva amato con intensa passione e che pensava, solo un'ora fa, fosse di un altro. Una nobile fortuna, che gli avrebbe permesso di riscattare la sua eredità e lo avrebbe classificato tra i più ricchi cittadini del regno, doveva essere gestita da uno che poche ore prima era un prigioniero per debiti disperati. Gli individui più dotati del paese facevano a gara nel dimostrare chi nutrisse per lui il più sincero affetto. Quale uomo al mondo aveva amici come Ferdinand Armine? Ferdinand Armine, che, due giorni prima, si considerava solo al mondo! La costante devozione di Glastonbury, il delicato affetto della sua dolce cugina, tutta la magnanimità dell'animo nobile di Montfort e la generosità dell'esperto Mirabel gli passarono davanti, colpendolo meravigliosamente. Non poteva lusingarsi di meritare davvero tali singolari benedizioni; eppure, con tutti i suoi difetti, che in lui erano solo le conseguenze della sua focosa giovinezza, Ferdinand era stato fedele a Henrietta. La sua costanza verso di lei era ora ricompensata. Per quanto riguarda i suoi amici, il futuro avrebbe dovuto dimostrare la sua gratitudine verso di loro.

Ferdinand Armine aveva una grande tenerezza d'animo e una mente un po' meditativa; istruito dalle avversità, non c'era dubbio che la sua carriera futura avrebbe giustificato il suo destino favorevole.

Era passato a malapena un anno dal suo ritorno da Malta, ma che dodici mesi movimentati! Tutto ciò che era accaduto in precedenza sembrava appartenere a un'altra vita; tutta la sua esperienza era concentrata in quel meraviglioso dramma iniziato a Bath, la cui ultima scena si stava ora avvicinando; i personaggi, i suoi genitori, Glastonbury, Katherine, Henrietta, Lord Montfort, il Conte Mirabel, lui stesso e il signor Temple!

Ah! quello era un nome che lo disturbava un po'; eppure sentiva ora fiducia nella prescienza di Mirabel; non poteva fare a meno di credere che, col tempo, anche il signor Temple potesse essere riconciliato! Fu in quel momento che il suono di una musica militare giunse alle sue orecchie; gli richiamò i vecchi tempi; parate e guardie a Malta; tempi in cui non conosceva Henrietta Temple; tempi in cui, come gli sembrava ora, non si era mai fermato a pensare o moralizzare. Quella era stata una vita folle. Che ballo napoletano era stata la sua carriera allora! Era davvero danzare su un vulcano. E ora tutto era finito così felicemente! Oh! poteva essere davvero vero? Non era tutto un sogno creato da lui, mentre il suo occhio era fissato nell'astrazione su quel fiume luminoso e scorrevole? Ma poi c'era la lettera di Henrietta. Poteva essere incantato, ma quello era il talismano.

Nello stato attuale incerto, sebbene speranzoso, delle cose, Ferdinand non voleva tornare a casa. Era deciso a evitare qualsiasi spiegazione finché non avesse avuto notizie da Lord Montfort. Si rifiutava di vedere Glastonbury o sua cugina. Per quanto riguardava Henrietta, gli sembrava di non poter mai trovare il coraggio di incontrarla di nuovo, a meno che non fossero soli. Il Conte Mirabel era l'unica persona a cui poteva abbandonare la sua anima, e il Conte Mirabel era ancora nel suo primo sonno.

Così Ferdinand entrò nei Kensington Gardens e camminò in quelle ricche radure e viali maestosi. Sembra allo scrittore di questa storia che gli abitanti di Londra non siano abbastanza sensibili alla bellezza dei suoi dintorni. Da ogni lato si aprono loro i rifugi più affascinanti, né c'è una metropoli al mondo circondata da così tanti villaggi rurali, parchi pittoreschi e casini eleganti. Con l'eccezione di Costantinopoli, non c'è città al mondo che possa per un momento entrare in competizione con essa. Per quanto riguarda se stesso, sebbene a suo tempo sia stato un po' un girovago, non si vergogna a questo proposito di confessare un legittimo gusto da Cockney; e dal canto suo non sa dove la vita possa scorrere più piacevolmente che in vista dei Kensington Gardens, osservando il d'argento Tamigi che serpeggia tra i pergolati di Rosebank, o inalando dalle sue terrazze l'aria raffinata della graziosa Richmond.

In esattamente dieci minuti è in potere di ogni uomo liberarsi da tutto il tumulto del mondo; i tormenti dell'amore, i battiti dell'ambizione, l'usura del gioco, il boudoir recriminante, il club cospiratore, l'inferno rumoroso; e trovarsi in una sublime solitudine silvana superiore ai cedri del Libano, e inferiore solo in estensione alle foreste di castagni dell'Anatolia. Kensington Gardens è quasi l'unico luogo che ha realizzato la sua idea delle foreste di Spenser e Ariosto. Che peccato che invece di una principessa in pericolo incontriamo solo una bambinaia! Ma qui è il luogo adatto e conveniente per covare i nostri pensieri; per progettare il grande e raggiungere l'felice. È qui che dovremmo imparare a memoria i nostri discorsi, inventare i nostri estemporanei; meditare sui capricci delle nostre amanti, distruggere un gabinetto e salvare una nazione.

Circa nel momento in cui Ferdinand diresse i suoi passi da questi rifugi verdi verso Berkeley-square, un servitore chiamò Miss Temple dal padre.

«Papà è solo?» chiese Miss Temple.

«Solo il signore con lui», fu la risposta.

«C'è Lord Montfort qui!» disse Miss Temple, un po' sorpresa.

«Il signore è con il padrone da queste tre ore», disse il servitore.

CAPITOLO XXIII.

Ferdinand riceve il più interessante invito a cena che gli sia mai stato offerto.

«Non è meraviglioso?» disse Ferdinand, quando ebbe terminato il suo racconto al Conte Mirabel.

«Per nulla», disse il Conte, «non ho mai conosciuto nulla di meno sorprendente. È esattamente ciò che ho detto, è la conclusione più naturale del mondo».

«Ah, mio caro Mirabel, sei un profeta! Che ragazzo fortunato sono ad avere un amico come te!»

«Certo che lo sei. Prendi altro caffè. Cosa hai intenzione di fare?»

«Non so cosa fare di me stesso. Non mi piace andare da nessuna parte finché non avrò notizie da Montfort. Credo che andrò al mio albergo». «Ti accompagnerò io. Sono le tre». Ma proprio in quel momento, il signor Bevil chiamò il Conte, e un'altra ora scomparve. Quando furono comodamente nel cabriolet, c'erano così tanti posti in cui passare e così tante persone da vedere, che erano quasi le sei quando raggiunsero l'albergo. Ferdinand corse al piano di sopra per vedere se ci fosse qualche lettera da Lord Montfort. Trovò il biglietto da visita di sua signoria, e anche quello del signor Temple; erano passati circa mezz'ora fa; c'era anche un biglietto. Questi erano i suoi contenuti:--

«Grosvenor-square, giovedì.

«Mio caro Capitano Armine,

«Mi sono premunito con questo biglietto, poiché temo che difficilmente sarò così fortunato da trovarla a casa. È solo molto recentemente che ho appreso da Henrietta che lei era a Londra, e mi dispiace molto sentire che è stato così malato. È passato così tanto tempo da quando ci siamo incontrati che spero che cenerà con noi oggi; e in verità sono così ansioso di vederla che confido, se sfortunatamente ha preso qualche altro impegno, che possa ancora trovare il modo di soddisfare la mia richiesta. È solo una cena in famiglia; incontrerà solo i nostri amici di St. James'-square e la sua cerchia di Brook-street. Non ho invitato nessun altro, tranne la vecchia Lady Bellair e il suo amico Conte Mirabel; e Henrietta è così ansiosa di assicurarsi la sua presenza, che le sarò molto obbligato se eserciterà la sua influenza per indurlo ad accompagnarla, poiché temo ci sia poca speranza di trovarlo libero.

«Henrietta si unisce a me nei più cordiali saluti; e la prego di credermi,

«Mio caro Capitano Armine,

«Cordialmente suo,

«Pelham Temple».

«Bene, cosa c'è che non va?» disse il Conte, quando Ferdinand tornò al cabriolet, con il biglietto in mano, e con un aspetto molto agitato.

«Il biglietto più strano!» disse Ferdinand.

«Dammelo», disse il Conte. «Chiami questo strano? È la missiva più regolare che abbia mai letto; me l'aspettavo. È un uomo eccellente, quel signor Temple; cenerò certamente con lui, e manderò una scusa a quel vecchio Castlefyshe. Una cena in famiglia, tutto bene; e invita me, il che è appropriato. Non mi sorprenderebbe se finisse che io diventi il tuo amministratore, o il tuo esecutore testamentario, o il padrino del tuo primo figlio. Ah, quel buon Temple è un uomo sensato. Ti ho detto che avrei sistemato questa faccenda per te. Dovresti sentirmi parlare con quel buon Temple. Gli apro la mente. Una cena in famiglia; sarà divertente! Non me la perderei per mille sterline. Inoltre, devo venire per badare a te, perché ne combinerai di tutti i colori. Ti farò fare un giro nel parco. Salta su, mon enfant. Bravo Armine, ragazzo eccellente, salta su! Vedi, avevo ragione; ho sempre ragione. Ma ti confesserò un segreto: non ho mai avuto così ragione come nel caso presente. È la cosa migliore che sia mai successa!»

CAPITOLO XXIV.

Qualche resoconto della festa e del suo risultato.

Nonostante l'ispirante compagnia del Conte Mirabel, bisogna confessare che il cuore di Ferdinand gli mancò quando entrò nella casa del signor Temple. In effetti, se non fosse stato per l'incoraggiamento e la gioviale ironia del suo amico spensierato, non è del tutto chiaro se sarebbe riuscito a salire le scale. Una nebbia gli annebbiò la vista quando entrò nella stanza; varie forme, in effetti, gli passarono davanti, ma non riusciva a distinguerne nessuna. Si sentiva così imbarazzato che era assolutamente infelice. Fu la mano del signor Temple che si accorse di tenere; il contegno calmo e i toni gentili di quel gentiluomo lo rassicurarono un po'. Il signor Temple era cordiale, e il Conte Mirabel si aggirava intorno a Ferdinand, coprendo la sua confusione. Poi riconobbe la duchessa e sua madre; erano sedute insieme, e lui si avvicinò e le salutò. Non osò guardarsi intorno per cercare la padrona di casa. Lady Bellair stava parlando con suo padre. Alla fine sentì il suo nome chiamato dal Conte. «Armine, mon cher, guarda questo bellissimo lavoro!» e Ferdinand avanzò, o meglio barcollò, verso una finestra dove si trovava il Conte davanti a un gruppo, e in un minuto strinse la mano di Henrietta Temple. Non riusciva a parlare. Katherine era seduta accanto a lei e Lord Montfort stava dietro la sua sedia. Ma il Conte Mirabel non smise mai di parlare, e con tanta arte e tatto che in pochi istanti era riuscito a produrre una relativa facilità da tutte le parti.

«Sono così contenta che tu sia venuto oggi», disse Henrietta. I suoi occhi scintillavano di uno strano significato, e poi distolse improvvisamente lo sguardo. La rosa della sua guancia alternativamente brillava e svaniva. Fu un momento di grande imbarazzo, e in seguito ne parlarono spesso.

La cena, tuttavia, fu presto annunciata come servita, poiché Mirabel e Ferdinand erano arrivati apposta all'ultimo momento. Mentre il duca avanzava per offrire il braccio a Miss Temple, Henrietta presentò Ferdinand con un fiore, come per consolarlo della separazione. Era un tavolo rotondo; la duchessa e Lady Bellair sedevano ai lati del signor Temple, il duca alla destra di Miss Temple; dove c'erano così tanti membri della stessa famiglia, era difficile sistemare gli ospiti. Ferdinand si tirò indietro, quando il Conte Mirabel, che si era assicurato un posto accanto a Henrietta, fece cenno a Ferdinand, e dicendo che Lady Bellair desiderava che si sedesse accanto a lei, spinse Ferdinand, mentre lui stesso si allontanava, nel posto vacante. Henrietta incrociò lo sguardo del Conte mentre si allontanava; era uno sguardo divertito.

«Sono contenta che tu ti sieda accanto a me», disse Lady Bellair al Conte, «perché sei famoso. Amo le persone famose, e tu sei molto famoso. Perché non vieni a trovarmi? Ora ti ho preso finalmente, e dovrai venire a cenare con me il 7, l'8 o il 9 del prossimo mese; ho cene ogni giorno. Cenerai con me l'8, perché allora Lady Frederick cena con me, e lei ti assaggerà. Ti siederai accanto a Lady Frederick, e ricordati di flirtare con lei. Mi chiedo se sei divertente quanto tuo nonno. Ricordo di aver ballato un minuetto con lui a Versailles settant'anni fa».

«È ben ricordato in famiglia», disse il Conte.

«Ah! furbacchione!» disse la piccola dama, ridacchiando, «menti! Mi piace la menzogna a volte», riprese, «ma deve essere una bella menzogna. Sai, lo dico solo a te, ma temo che le menzogne siano più divertenti della verità».

«Naturalmente», disse il Conte, «perché la verità deve in generale essere banale, altrimenti non sarebbe vera».

Nel frattempo, Ferdinand era seduto accanto a Henrietta Temple. Si poteva scusare il fatto che si sentisse un po' confuso. In effetti, i meravigliosi eventi delle ultime ventiquattro ore erano sufficienti a privare chiunque di un completo controllo sui propri sensi. Che meraviglia, dunque, che quasi affettasse la sua zuppa, mangiasse il suo pesce con un cucchiaio e bevesse acqua invece di vino! Di fatto, stava soffrendo di un grado di eccitazione nervosa che gli rendeva del tutto impossibile osservare le convenienze della vita. La presenza di tutte quelle persone era insopportabile per lui. Cinque minuti solo con lei nei boschi di Ducie, e si sarebbe sentito del tutto rassicurato. Miss Temple evitava il suo sguardo! Era, in verità, agitata quanto lui, e parlava quasi interamente al duca; eppure a volte cercava di rivolgersi a lui e dire cose gentili. Lo chiamava Ferdinand; ciò era abbastanza per renderlo felice, sebbene si sentisse molto a disagio. Era seduto da alcuni minuti prima di osservare che Glastonbury era accanto a lui.

«Sono così nervoso, caro Glastonbury», disse Ferdinand, «che non credo di essere in grado di rimanere nella stanza».

«Ho sentito qualcosa», disse Glastonbury, con un sorriso, «che mi rende piuttosto audace».

«Non posso fare a meno di immaginare che sia tutto un incantesimo», disse Ferdinand.

«Non c'è da meravigliarsi, mio caro ragazzo, che tu sia incantato», disse Glastonbury.

«Ferdinand», disse Miss Temple a bassa voce, «papà sta brindando con te». Ferdinand alzò lo sguardo e colse il gentile saluto del signor Temple.

«Quello era un bel cavallo che cavalcavi oggi», disse il Conte Mirabel, dall'altra parte del tavolo a Miss Grandison.

«Non è carino? È di Lord Montfort».

«Di Lord Montfort!» pensò Ferdinand. «Quanto sembra strano tutto questo!»

«Non facevi parte del gruppo di cavallerizzi stamattina», disse il Duca a Henrietta.

«Non sono stata molto bene in questi giorni», disse Miss Temple.

«Beh, penso che tu abbia un aspetto particolarmente buono oggi», rispose il duca. «Cosa ne dice, Capitano Armine?»

Ferdinand arrossì, sembrò confuso da quell'appello e mormorò alcuni complimenti contraddittori.

«Oh! sto molto bene ora», disse Miss Temple.

«Deve venire a cenare con me», disse Lady Bellair al Conte Mirabel, «perché lei parla bene attraverso un tavolo. Voglio un uomo che parli bene attraverso un tavolo. Così pochi possono farlo senza urlare. Penso che lei lo faccia molto bene».

«Naturalmente», rispose il Conte. «Se non lo facessi bene, non lo farei affatto».

«Ah! lei è audace», disse la vecchia signora. «Mi piace un po' di impertinenza. È meglio essere impertinenti che servili».

«L'umanità è generalmente entrambe le cose», disse il Conte.

«Credo di sì», disse la vecchia signora. «Ditemi, il vecchio Duca di Thingabob è vivo? Sapete a chi mi riferisco: era un emigrato, e un vostro parente».

«De Crillon. È morto, e anche suo figlio».

«Era un gran parlatore», disse Lady Bellair, «ma d'altronde, era il tiranno della conversazione. Ora, gli uomini sono stati creati per ascoltare oltre che per parlare».

«Senza dubbio», disse il Conte; «poiché la Natura ci ha dato due orecchie, ma una sola bocca».

«Avete detto che potremmo essere tutti molto felici», sussurrò Lord Montfort a Miss Grandison. «Che ne pensate; ci siamo riusciti?»

«Penso che abbiamo tutti un'aria molto confusa», disse Miss Grandison. «Che idea fortunata è stata invitare Lady Bellair e il Conte. Loro non potrebbero mai sembrare confusi».

«Osservate Henrietta», disse Lord Montfort.

«Non è giusto. Quanto è silenzioso Ferdinand!»

«Sì, non è del tutto sicuro di essere Christopher Sly o meno», disse Lord Montfort. «Che bell'imbarazzo avete architettato, Miss Grandison!»

«No, Digby, ne siete stato voi l'autore. Non posso fare a meno di pensare al vostro colloquio con Mr. Temple. Siete stato sollecito!»

«Beh, posso essere paziente, bella Katherine», disse Lord Montfort; «ma nel caso presente rifuggivo dalla suspense, più per gli altri, tuttavia, che per me stesso. È stato certamente un colloquio singolare».

«E non eravate nervoso?»

«Beh, no; mi sentivo convinto che il colloquio potesse avere un solo risultato. Pensavo alle vostre memorabili parole; sentivo che stavo facendo ciò che desideravate, e che stavo rendendo tutti noi felici. Comunque, tutto l'onore vada a Mr. Temple! Si è dimostrato un uomo di buon senso».

Mentre la cena procedeva, ci fu un tentativo da ogni parte di essere allegri. Il Conte Mirabel parlò molto, e Lady Bellair rise di ciò che diceva, e mantenne la sua reputazione per la prontezza di spirito. Sua signoria desiderava da tempo mettere le mani sul suo allegro vicino, ed era evidente che lui fosse proprio «un favorito». Persino Ferdinand divenne un po' più a suo agio. Si avventurò a sollevare il duca da alcune delle sue incombenze, e ad affettare per Miss Temple.

«Cosa pensate della nostra riunione di famiglia?» disse Henrietta a Ferdinand, a bassa voce.

«Posso pensare a una cosa sola», disse Ferdinand.

«Sono così nervosa», continuò lei, «che mi sembra che da un momento all'altro potrei urlare e lasciare la stanza».

«Provo lo stesso; sono stupefatto».

«Parlate con Mr. Glastonbury; bevete vino, e parlate. Guardate, guardate vostra madre; ci sta osservando. Muore dalla voglia di parlarvi, e così anche qualcun altro».

Alla fine le signore si ritirarono. Ferdinand le accompagnò fino alla porta della sala da pranzo. Lady Bellair agitò il ventaglio verso di lui, ma non disse nulla. Lui strinse la mano di sua madre. «Addio, cugino Ferdinand», disse Miss Grandison con tono ridente. Henrietta gli sorrise mentre passava. Fu uno sguardo eloquente, che gli toccò il cuore. I gentiluomini rimasero più a lungo di quanto fosse consuetudine in casa di Mr. Temple. Tutti sembravano decisi a bere molto vino, e Mr. Temple si rivolgeva sempre a Ferdinand, se fosse necessario alcunché, in un modo che sembrava riconoscere la sua posizione di responsabilità nella famiglia.

Per quanto Ferdinand fosse ansioso di fuggire in salotto, non poteva avventurarsi nel passo. Desiderava parlare con Glastonbury dell'argomento che occupava i suoi pensieri, ma non ne ebbe il coraggio. Mai un uomo, che si credesse realmente la persona più felice e fortunata del mondo, si era sentito più impacciato e imbarazzato. Suo padre era al corrente di quanto era accaduto? Non riusciva a deciderlo. Apparentemente, Henrietta immaginava che sua madre lo sapesse, per l'osservazione che aveva fatto a cena. Allora suo padre doveva essere consapevole di tutto. Katherine doveva aver raccontato ogni cosa. La famiglia di Lord Montfort era al corrente del segreto? Ma a che servivano queste indagini sconcertanti? Era certo che Henrietta sarebbe stata la sua sposa, e che Mr. Temple avesse sancito la loro alleanza. Non poteva esserci dubbio, o perché si trovava lì?

Alla fine i gentiluomini si alzarono, e Ferdinand rivide ancora una volta Henrietta Temple. Mentre entrava, lei stava attraversando la stanza con della musica in mano; fu un momento sola. Lui si fermò, avrebbe voluto parlare, ma le labbra non si muovevano.

«Bene», disse lei, «siete felice?»

«La mia mente vaga. Assicuratemi che è tutto vero», mormorò con voce agitata.

«È tutto vero; ecco, andate a parlare con Lady Armine. Sono nervosa quanto voi».

Ferdinand si sedette accanto a sua madre.

«Bene, Ferdinand», disse lei, «ho sentito cose meravigliose».

«E spero che vi abbiano reso felice, madre?»

«Sarei, davvero, sia irragionevole che ingrata se non lo facessero; ma vi confesso, mio caro ragazzo, che sono tanto stupita quanto gratificata».

«E mio padre, sa tutto?»

«Tutto. Ma l'abbiamo saputo solo da Lord Montfort e Katherine. Non abbiamo avuto comunicazioni con nessun altro. E ci incontriamo qui oggi in questo modo straordinario, e se non fosse per loro saremmo completamente all'oscuro».

«E la duchessa; sanno tutto?»

«Concludo di sì».

«È molto strano, non è vero?»

«Sono del tutto disorientata».

«O madre! non è bellissima? Non l'amate? Non saremo tutti la famiglia più felice del mondo?»

«Penso che dovremmo esserlo, caro Ferdinand. Ma non mi sono ripresa dal mio stupore. Ah, figlio mio, perché non me lo avete detto quando eravate malato?»

«Non è meglio che le cose abbiano preso il corso che hanno preso? Ma dovete incolpare Kate tanto quanto me; cara Kate!»

«Penso a lei», disse Lady Armine; «spero che Kate sarà felice».

«Deve esserlo, cara madre; pensate solo che persona eccellente è Lord Montfort».

«È davvero una persona eccellente», disse Lady Armine; «ma se fossi stata fidanzata con voi, Ferdinand, e fosse finita col mio sposare Lord Montfort, sarei molto delusa».

«La duchessa sarebbe di opinione diversa», disse Ferdinand.

Lady Bellair, che era seduta su un divano di fronte, e finora aveva conversato con la duchessa, la quale l'aveva ora lasciata per unirsi ai musicisti, prese ad agitare il ventaglio verso Ferdinand in un modo che significava il suo estremo desiderio che lui si avvicinasse a lei.

«Bene, Lady Bellair», disse Ferdinand, sedendosi al suo fianco.

«Sono al corrente del segreto, sapete», disse sua signoria.

«Quale segreto, Lady Bellair?»

«Ah! non volete sbilanciarvi. Beh, mi piace la discrezione. L'ho sempre visto fin dal principio. Nessuno ha lavorato per voi come me. Mi piace il vero amore, e le ho lasciato tutte le mie porcellane nel testamento».

«Sono certo che la legataria sia molto fortunata, chiunque essa sia».

«Ah, mascalzone, sapete molto bene a chi mi riferisco. Siete impertinente; non avete mai avuto un'amica più calorosa di me. Vi ho sempre ammirato; avete molte buone qualità e molte cattive. Siete sempre stato un po' sfacciato. Ma mi piace un pizzico di sfacciataggine; penso che faccia effetto. Sento che siete grandi amici del Conte Thingabob; il Conte, con il cui nonno ho ballato settant'anni fa. È giusto; abbiate sempre amici illustri. Non abbiate mai sciocchi come amici; non servono a nulla. Suppongo che anche lui sia al corrente del segreto».

«Davvero, Lady Bellair, non sono al corrente di alcun segreto. Stuzzicate molto la mia curiosità».

«Beh, non riesco a tirarvi fuori nulla, vedo. Comunque, è tutto accaduto a casa mia, questo non si può negare. Vi dirò cosa farò; vi offrirò una cena, e allora il mondo sarà del tutto certo che il matrimonio l'ho combinato io».

Lady Armine si unì a loro, e Ferdinand colse l'opportunità di effettuare la sua fuga verso il pianoforte.

«Suppongo che Henrietta abbia ritrovato la voce, ora», sussurrò Katherine a suo cugino.

«Cara Katherine, davvero se siete così maliziosa, vi punirò», disse Ferdinand.

«Beh, la commedia è quasi conclusa. Ci prenderemo per mano, e il sipario calerà».

«E spero, secondo la vostra opinione, non una rappresentazione di scarso successo».

«Beh, certamente non posso lamentarmi del cataclisma», disse Miss Grandison.

Nel frattempo, il Conte Mirabel aveva preso possesso di Mr. Temple, e non perse l'occasione di confermare ogni visione favorevole che quel gentiluomo era stato indotto da Lord Montfort ad avere di Ferdinand e della sua condotta. Mr. Temple era del tutto convinto che sua figlia dovesse essere molto felice, e che l'alleanza, nel complesso, avrebbe prodotto ogni soddisfazione che avesse mai anticipato.

La sera avanzava; le carrozze furono annunciate; gli ospiti si ritirarono; Ferdinand indugiò; Mr. Temple stava accompagnando Lady Bellair, l'ultima ospite, alla sua carrozza; Ferdinand e Henrietta erano soli. Si guardarono, i loro occhi si incontrarono nello stesso istante, non c'era che un solo modo di porre fine in modo soddisfacente ai loro reciproci imbarazzi: si lanciarono l'uno nelle braccia dell'altra. Ah, quello fu un momento di rapimento, dolce, vibrante, rapido! Non c'era bisogno di parole, le loro anime scavalcarono ogni meschina spiegazione; sulle labbra di lei, sulle sue labbra scelte e tremanti, lui suggellò la sua gratitudine e la sua devozione.

Si udì il rumore di passi, l'agitata Henrietta si diede alla fuga per un ingresso opposto. Mr. Temple ritornò, incontrò il Capitano Armine col cappello in mano, e chiese se Henrietta si fosse ritirata; e quando Ferdinand rispose affermativamente, gli augurò la buonanotte, e lo pregò di venire a fare colazione con loro domani.

CAPITOLO XXV.

Che, Sebbene Finale, Si Spera Risulterà Soddisfacente.

IL nostro gentile lettore comprenderà facilmente che dal giorno felice che abbiamo appena notato, Ferdinand Armine fu raramente assente da Grosvenor-square, o dalla società di Henrietta Temple. Entrambi erano così felici che presto superarono ogni piccolo imbarazzo che la loro nuova situazione potesse inizialmente causare loro. In questo sforzo, tuttavia, furono grandemente incoraggiati dal calmo contegno di Lord Montfort e dall'atteggiamento compiacente della sua promessa sposa. Il mondo si chiedeva e sussurrava, meravigliandosi e alludendo, ma nulla disturbava Lord Montfort, e Katherine ebbe l'abilità di mettere a tacere le burle. Sebbene fosse stabilito che i rispettivi matrimoni dovessero aver luogo il prima possibile, gli accordi causarono necessariamente un ritardo. Tramite l'impiego dei suoi beni fondiari, e con un onere sulle sue proprietà nello Yorkshire, Mr. Temple estinse le ipoteche su Armine, che, con un certo diritto di usufrutto a suo favore, fu stabilito in stretto fedecommesso alla discendenza di sua figlia. Una certa parte del reddito doveva essere accantonata annualmente per completare il castello, e finché quell'edificio non fosse stato pronto a riceverli, Ferdinand e Henrietta avrebbero vissuto con Mr. Temple, principalmente a Ducie, che Mr. Temple aveva ora acquistato.

Nonostante gli avvocati, tuttavia, il giorno fatidico giunse infine. Entrambe le coppie felici furono sposate nello stesso momento e nello stesso luogo, e Glastonbury officiò la cerimonia. Lord e Lady Montfort partirono per una tenuta nel Sussex, appartenente al padre di lui; Ferdinand e Henrietta si recarono ad Armine; mentre Sir Ratcliffe e sua moglie fecero visita a Mr. Temple nello Yorkshire, e Glastonbury si ritrovò ancora una volta nei suoi vecchi alloggi nel Lancashire con il duca e la duchessa.

Ancora una volta ad Armine; vagando ancora una volta insieme nel vecchio giardino; era così strano e dolce, che sia Ferdinand che Henrietta iniziarono quasi a credere che fosse un bene che il corso del loro vero amore per un momento non fosse scivolato così liscio come al presente, e sentirono che le loro avversità li avevano resi ancora più sensibili alla loro illimitata beatitudine. E i boschi di Ducie, non furono dimenticati; né, meno di tutti, la vecchia fattoria che era stata il suo rifugio. Certamente erano le persone più felici che fossero mai vissute, e sebbene siano passati alcuni anni da quando questi eventi ebbero luogo, l'abitudine non ha offuscato la luminosità del loro amore. Non hanno preoccupazioni ora, eppure entrambi hanno conosciuto abbastanza dolore da far loro apprezzare giustamente le loro ininterrotte e illimitate benedizioni.

Quando la luna di miele fu bell'e finita, poiché nessuno dei due avrebbe ceduto nemmeno un briciolo di questo buon vecchio privilegio, Sir Ratcliffe e Lady Armine tornarono alla dimora, e Glastonbury alla sua torre; mentre Mr. Temple li raggiunse a Ducie, accompagnato da Lord e Lady Montfort. L'autunno portò anche il Conte Mirabel a cacciare i fagiani, allegro, brillante, spensierato, dal cuore gentile come sempre. È sempre rimasto uno dei più cari amici di Ferdinand; anzi, dubito quasi che vi sia individuo alcuno a cui Ferdinand sia più affezionato. E dopo tutto, come osserva spesso il Conte, se non fosse stato per i pasticci di Ferdinand non si sarebbero conosciuti. Né Lord Catchimwhocan fu trascurato. Ferdinand Armine non era l'uomo da trascurare un amico o dimenticare un buon servizio; e ha conferito a quel giovane nobile di buon carattere, sebbene alquanto imprudente, una generosità più sostanziale dell'ospitalità che gli viene sempre allegramente estesa. Quando Ferdinand rimborsò a Mr. Bond Sharpe le sue millecinquecento sterline, si assicurò che l'interesse apparisse sotto forma di un vaso d'oro, che ora non è il meno sfarzoso ornamento della splendida credenza di quel degno individuo. Anche i cervi sono riapparsi nel parco di Armine, e molte cosce di selvaggina fumano sulla tavola epicurea di Cleveland-row.

Lady Bellair è vivace come sempre, e promette di divertire la società tanto a lungo quanto la famosa Contessa di Desmond,

Che visse fino all'età di centodieci anni, E morì per una caduta da un ciliegio allora; Che vispa vecchia ragazza!

Nei suoi progressi annuali attraverso il regno, non omette mai di porre sotto contributo ogni stabilimento delle tre famiglie, nelle cui fortune fu così inaspettatamente mescolata. Poiché sua signoria insiste nell'affermare, e forse ora crede davvero, che entrambi i matrimoni furono il risultato della sua arte matrimoniale, sarebbe il colmo dell'ingratitudine se potesse mai lamentarsi della mancanza di un cordiale benvenuto.

Nella felicità quotidianamente crescente della sua amata figlia, Mr. Temple ha del tutto dimenticato ogni piccola delusione che avrebbe potuto un tempo provare nel non avere un duca come genero, e un duca come il suo stimato amico, Lord Montfort. Ma Ferdinand Armine è benedetto con un temperamento così dolce che è impossibile vivere con lui e non amarlo; e la più cordiale intimità e fiducia sussistono tra il padre di Henrietta Temple e suo genero. Anche dall'aspetto degli affari pubblici, Mr. Temple, sebbene tenga questo pensiero per sé, è propenso a credere che una corona possa ancora ornare la fronte di sua figlia, e che la baronia di Armine possa essere ripristinata. Poco dopo l'approvazione della memorabile Legge del 1828, Lord Montfort divenne il rappresentante della sua contea natale, e un membro attivo e influente della Camera dei Comuni. Dopo la riforma, anche Mr. Armine fu eletto per un borgo situato vicino alla residenza principale del duca, e sebbene Lord Montfort e Mr. Armine aderiscano entrambi alla politica Whig delle loro famiglie, si sono anche entrambi, nel modo più marcato, astenuti dal votare sulla clausola di stanziamento; e vi è poca incertezza che sosterranno in ultima analisi quell'amministrazione britannica e nazionale che la Provvidenza ha senza dubbio in serbo per questi oltraggiati e distratti regni. Almeno questa è la più che speranza di Mr. Temple, che è anch'egli alla Camera, e agisce interamente con Lord Stanley. I Montfort e i giovani Armine riescono, attraverso visite reciproche e una residenza in città durante la Sessione, a passare la maggior parte delle loro vite insieme; entrambi confessano onestamente di essere un po' innamorati delle mogli l'uno dell'altro, ma questo rende solo la loro compagnia più gradevole. La cerchia familiare ad Armine è considerevolmente aumentata ultimamente; c'è un bell'Armine giovane che è stato battezzato Glastonbury, una circostanza che ripaga l'inquilino della torre per tutta la sua devozione, e questa fusione del suo nome e della sua memoria con l'illustre stirpe che ha occupato così a lungo i suoi pensieri e le sue speranze, è per lui una fonte di costante autocompiacimento. Il futuro Sir Glastonbury ha anche due fratelli minori degni del sangue, Temple e Digby; e la sorella più affascinante del mondo, con grandi occhi viola e lunghe ciglia scure, che è ancora in braccio, e che porta il santo nome di Henrietta. E così termina la nostra STORIA D'AMORE.

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