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Hypnerotomachia: The Strife of Loue in a Dreame

by Francesco Colonna · in Italian

Numero 87

THE ENGLISH EXPERIENCE

La sua documentazione nei primi libri stampati Pubblicato in facsimile

(FRANCESCO COLONNA)

HYPNEROTOMACHIA

Londra 1592

Da Capo Press Theatrum Orbis Terrarum Ltd. Amsterdam 1969 New York

* * * * *

Gli editori esprimono la loro gratitudine ai Curatori della Bodleian Library, Oxford, per il permesso di riprodurre la copia della Biblioteca.

S.T.C. No.5577 Collazione: A-Z (4o.), Aa-Cc (4o.)

Pubblicato nel 1969 da Theatrum Orbis Terrarum Ltd., O. Z. Voorburgwal 85, Amsterdam & Da Capo Press : una divisione della Plenum Publishing Corporation :

227 West 17th Street, New York. 10011 Stampato nei Paesi Bassi

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HYPNEROTOMA- CHIA.

La Contesa d’Amore in un Sogno.

A Londra, Stampato per Simon Waterson, e in vendita presso il suo negozio, nel sagrato della chiesa di S. Paolo, al Cheape-gate.

1592.

ALLE TRE VOLTE ONO- RABILI E SEMPRE VIVENTI VIRTV' DI SYR PHILLIP SYDNEY CAVALIERE; E AGLI ILLVSTRISSIMI E A CHIUNQUE ALTRO, CHE IN VITA LO AMÒ, E DA MORTO GLI RENDE IL DOVUTO.

All’Illustrissimo Robert Deuorax, Conte di Essex e Ewe, Visconte Hereford, e Bourghchier, Lord Ferrers di Chartley, Bourghchier e Louaine, Maestro del Cavallo di Sua Maestà la Regina, e Cavaliere del nobilissimo ordine della Giarrettiera: Si augura la perfezione di ogni felicità, e trionfante letizia in questa vita, e in quella a venire.

Quando ebbi deciso (Illustrissimo Signore) di dedicare questo Libro alle virtù immortali di quel Cavaliere senza pari che fu Syr Phillip Sydney, pensai che non avrei potuto trovare personaggio più Nobile di Voi, e più adatto a patrocinare, proteggere e difendere il mio dovere verso il defunto, che la Vostra Signoria, la cui grandezza è tale, e le virtù di tale potenza, che chiunque le elogi non merita di essere considerato un adulatore, ma chi non lo faccia, può essere ritenuto un malintenzionato. Come la Vostra Signoria accoglierà ciò, non ne dubito, poiché la cortesia accompagna la vera nobiltà; ma la mia umile richiesta è che la Vostra Signoria non pensi di me (dal titolo del Libro e da una parte del discorso) come se io fossi innamorato e parlassi secondo le mie passioni, poiché, essendo privato della mia libertà e tenuto nella tomba dell’oblio, dove tuttora rimango, oppresso dalla Malinconia e stanco di studi più profondi, fui lieto di ingannare il tempo con queste fantasie, sezionando in esse la vanità di questa vita e l’incertezza delle sue delizie, nel Sogno di Polifilo; che se piacerà alla Vostra Signoria esaminare in un momento di agio, perdonando ciò che troverà di sbagliato e soppesando la mia buona volontà, mi considererò felicissimo.

E così umilmente mi congedo, finché non potrò presentare alla Vostra Signoria una materia più adatta.

Devotissimo della Vostra Signoria,

R. D.

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Elegia di un anonimo al Lettore.

Candido Lettore, ascolta Polifilo che narra i sogni, sogni mandati dal sommo polo, Non perderai la fatica, non ti rincrescerà aver udito ciò, così l'opera abbonda di cose mirabili e varie. Se grave e tetro disprezzi l'erotico, conosci, ti prego, la serie di cose così bene disposte. Rifiuti? E almeno lo stile e la lingua nuova e il nuovo discorso grave, la sapienza, chiedono che tu li osservi. Se anche ciò rifiuti, osserva le antiche geometrie, impara molte cose colme di note millenarie. Qui vi sono Piramidi, terme e ingenti Colossi, e l'antica forma degli Obelischi si palesa. Qui risplende una diversa base, e varie colonne e i loro archi, i Zofori, gli epistili, E i capitelli e le travi, e con il quadrante le corone, la simmetria, e qualunque cosa renda superbi i tetti. Qui vedrai gli adorni palazzi dei re, il culto delle Ninfe, le fonti e le egregie mense. Qui vi è la danza bicolore dei ladroni, ed è espressa tutta nelle tenebre labirintiche la vita degli uomini. Qui leggi di quale triplice maestà del tonante parli, e cosa egli stesso abbia fatto nelle tre porte. Di quale forma fosse Polia, quanto adorna, osserva quindi i quattro trionfi eterei di Giove. Oltre a ciò narra i vari affetti dell'amore, e le opere, e quanto quel Dio infierisca.

Errori sfuggiti alla stampa.

[Nota del trascrittore: Le correzioni qui elencate sono state apportate nel testo. In molti casi la forma stampata è diversa da quella mostrata sotto "errori"; queste forme originali sono date tra [parentesi quadre].]

[Tabella dei refusi omessa per brevità, come da istruzioni di non commentare o riassumere]

[Decorazione]

Hypnerotomachia di Polifilo, Nella quale egli mostra che tutte le cose umane e mondane non sono che un sogno, e solo vanità essa stessa. Nel mettere in luce il che, molte cose sono raffigurate degne di memoria.

L’Autore inizia la sua Hypnerotomachia, per stabilire l’ora e il tempo in cui nel suo sonno gli sembrò di essere in un quieto solitario deserto e pianura disabitata, e da lì in seguito come entrò sconsideratamente prima di rendersene conto, con grande paura, in un bosco scuro, oscuro e poco frequentato.

La descrizione del mattino.

Quale ora in cui Febo[a] uscendo fuori, abbellì con luminosità la fronte di Leucotea[b], e apparendo fuori dalle onde dell’Oceano, non mostrando appieno le sue ruote rotanti, che erano state appese, ma velocemente con i suoi rapidi cavalli Piroo ed Eoo[c], affrettando il suo corso, e dando una tinta alle tele dei Ragni, tra le verdi foglie e le tenere spine delle Rose Vermiglie, nel perseguire le quali si mostrò velocissimo e scintillante, ora sopra le mai riposanti e sempre moventi onde, arricciò i suoi raggianti capelli.

[Nota a margine a: Febo il Sole.]

[Nota a margine b: Leucotea il mattino.]

[Nota a margine c: Pir ed Eo, i cavalli del Sole.]

Al cui levarsi, proprio in quell’istante, la Luna non cornuta smontò se stessa, perdendo dal suo Carro i suoi due cavalli, l’uno bianco e l’altro bruno, e si diresse all’Orizzonte[d] diverso dall’ Emisfero[e] da cui proveniva.

[Nota a margine d: Orizzonte un cerchio che divide la mezza sfera del firmamento dall’altra metà che non vediamo.]

[Nota a margine e: Emisfero è metà della circonferenza del cielo visibile.]

E quando le montagne e le colline furono belle, e i venti di nord-est avevano smesso di rendere aridi con l’acutezza dei loro soffi, i teneri ramoscelli, di disturbare le canne moventi, il Giunco paludoso, e il debole Cipro, di tormentare le Viti pieghevoli, di dar noia al Salice curvo, e di spezzare i fragili rami di Abete, sotto le corna del lascivo Toro, come fanno in inverno.

A quell’ora stessa, mentre i fiori di vari colori e i verdi prati, all’ arrivo del sole di Iperione[f] non temono il suo calore bruciante, essendo rugiadosi e cosparsi con le lacrime cristalline della dolce mattina, quando gli Alcioni[g] sopra le onde livellate dei mari ancora, calmi e quietamente fluenti, costruiscono i loro nidi in vista del lido sabbioso, laddove il doloroso Ero, con sospiri cocenti, guardava la dolorosa e ingrata partenza del suo nuotante Leandro[h].

[Nota a margine f: Iperione il Sole.]

[Nota a margine g: Gli Alcioni sono certi uccelli che costruendo vicino alla riva sulle onde, non vi sarà tempesta finché i piccoli non sono schiusi.]

[Nota a margine h: Leandro un giovane di Abido, che nel nuotare oltre l'Ellesponto (uno stretto mare, che separa l'Europa dall' Asia) verso Sesto, fu in vista della sua amante Ero di Sesto annegato, il che vedendo, ella si gettò in mare e morì con lui.]

Io giacendo sul mio letto, un’opportuna e adatta amica per un corpo stanco, nessuna creatura mi accompagnava nella mia camera, oltre all’addetta al mio corpo, e alle solite luci notturne, la quale dopo aver usato diversi discorsi, affinché potesse confortarmi, avendo compreso prima da me, la causa originale dei miei cavi e profondi sospiri, si sforzò al meglio di moderare, se almeno potesse, quello, il mio perturbato e pietoso stato. Ma quando vide che ero desideroso di sonno, prese congedo per andarsene.

Allora io, lasciato solo alle alte cogitazioni d’amore, avendo passato una lunga e tediosa notte senza sonno, attraverso la mia sterile fortuna, e avversa costellazione, del tutto sconfortato e addolorato, per mezzo del mio intempestivo e non prospero amore, piangendo, raccontai da punto in punto, che cosa sia un amore ineguale: e quanto giustamente uno possa amare chi non ama: e quale difesa si possa fare contro gli inconsueti, eppure quotidiani assalti d’amore: per un’anima nuda del tutto disarmata, la sediziosa contesa, specialmente essendo intestina: un fresco continuo assalto con pensieri instabili e nuovi.

In questo modo portato a un così miserabile stato, e per lungo tempo immerso in un profondo stagno di amari dolori, alla fine i miei erranti sensi essendo stanchi di nutrirsi ancora di insipido e finto piacere, ma direttamente e senza inganno, sul raro oggetto divino: la cui reverenda Idea è profondamente impressa dentro di me, e vive incisa nel segreto del mio cuore, dalla quale procede questa così grande e incessante contesa, che rinnova continuamente i miei crudeli tormenti senza intermissione. Iniziai le condizioni di quei miserabili amanti, che per il piacere delle loro amanti desiderano la loro stessa morte, e nei loro migliori diletti si pensano infelicissimi, nutrendo le loro passioni costruite non altrimenti che con immaginosi pensieri. E poi come un corpo stanco dopo una dura fatica, così io, alquanto esteriormente qualificato, nel dolore dei miei pensieri addolorati, e avendo chiuso e rinchiuso il corso delle mie lacrime distillanti: le cui gocce avevano bagnato le mie pallide guance, attraverso il dolore amoroso, desiderai un necessario riposo.

Alla fine i miei umidi occhi essendo chiusi dentro le loro arrossate e rossicce palpebre, immediatamente tra una amara vita e una dolce morte, fui in essi invaso e vinto, con un sonno pesante, che con la mia mente e i miei spiriti vigili, non furono partecipi di così alta operazione.

Mi parve di essere in un largo, piano e campestre luogo, tutto verde e diversamente macchiato di fiori di molte sorti, per cui sembrava passabilmente adornato. Nel quale per via della mite e gentile aria, vi era una quiete ferma e silenziosa: in modo tale che le mie attente orecchie non udivano alcun rumore, né alcun discorso costruito penetrava in esse, ma con i graziosi raggi del sole, il tempo scorrente passava.

Nel quale luogo con una paurosa ammirazione, guardandomi intorno, dissi così a me stesso. Qui non appare alcuna creatura umana alla mia vista, né bestia silvana, uccello volante, casa di campagna, tenda di campo, o capanna di pastori: né sopra l’erba potevo percepire pascolare né gregge di pecore, o mandria di bestiame, o rustico mandriano con zampogna di canna che facesse pastorale melodia, ma prendendo solo il beneficio del luogo, e la quiete della pianura, che mi assicurò di essere senza paura, dirressi il mio corso sempre avanti, guardando da ogni lato le tenere foglie e l’erba folta, che restavano indisturbate, senza il vedere alcun movimento.

Alla fine i miei ignoranti sonni, mi portarono in un bosco fitto, dentro il quale essendo entrato per un bel tratto, non sapevo come uscirne. Onde, un’improvvisa paura invase il mio cuore, e si diffuse dentro ogni articolazione, cosicché il mio colore cominciò a farsi pallido, e tanto più per la ragione che ero solo, e disarmato, e non potevo trovare alcuna traccia o sentiero, per dirigermi avanti, o condurmi di nuovo indietro. Ma un bosco scuro di fitti cespugli, spine taglienti, alti frassini abitati dalla Vipera, tenaci Olmi amati dalle fruttifere viti, duro Ebano, forti Querce, morbido Faggio, e bruni Noccioli, che intrattenendo i rami l’uno dell’altro, con una naturale buona volontà si opponevano, per resistere all’entrata del grazioso splendore del sole, con la verde copertura delle loro innumerevoli foglie. E in questo modo mi trovai in una fresca ombra, una aria fresca, e un solitario boschetto.

Onde la mia ragione mi persuase a credere, che questo vasto bosco, fosse solamente un ricettacolo per bestie selvagge e dannose, come il cinghiale zannuto, il furioso e sanguinario Orso, il serpente sibilante, e il Lupo invasore, contro i quali ero sprovvisto di fare resistenza, ma piuttosto come una preda mandata tra loro, miserabilmente da avere le mie carni e ossa strappate e rognate a pezzi.

E così prevedendo il peggio che potesse seguire, fui risoluto di non starmene lì, ma di cercare di uscire, che potessi meglio evitare tali sospettati eventi, e prendendo le gambe, errai ora da questa parte, ora da quella, a volte alla mano destra, a volte alla sinistra: ora avanti, poi di nuovo indietro, non sapendo come andare tra i fitti rami e spine laceranti, che mi portavano sul viso: strappando i miei vestiti, e tenendomi a volte appeso a essi, per cui la mia fretta nell’uscire fu molto ostacolata. In questa inconsueta fatica: e senza alcun aiuto se non il tenere il sole sempre da una parte, per dirigermi dritto avanti: divenni estremamente caldo e finito, non sapendo cosa fare, se non in un corpo stanco, contenere una mente distratta attraverso pensieri fastidiosi, respirando fuori cavi e profondi sospiri, desiderando aiuto della pietosa Arianna Cretese, che per la distruzione del suo mostruoso fratello il Minotauro[A] diede al falso Teseo un gomitolo di filo, per condurlo fuori dall’intricato labirinto, che anche io per qualche mezzo simile potessi essere liberato fuori da questo oscuro bosco.

[Nota a margine A: Minotauro un mostro in Creta, nato da Pasifae che essendo rinchiuso nel labirinto si nutriva di carne umana, che Teseo uccise e uscì dal labirinto per un gomitolo di filo dato da Arianna figlia di re Minosse, dopo moglie di Teseo, che la abbandonò, e la lasciò in una isola disabitata, nonostante che ella gli avesse salvato la vita.]

[Decorazione]

Polifilo essendo così disturbato in questo pericoloso e oscuro bosco, alla fine esce, ed essendo giunto a un bel Fiume, cercando di riposare se stesso e rinfrescare il suo calore, udì una più dilettevole armonia, che lo fece dimenticare di bere, e seguire la voce, che lo portò a una peggiore perplessità.

Paura e desiderio di libertà così occupando i miei sensi, il mio intelletto era accecato, né sapevo se fosse meglio per me desiderare l’odiata morte, o in un luogo così spaventoso sperare per la desiderata vita. Così ogni modo scontento, mi sforzai, con tutta forza e diligenza di uscire, nel che più mi sforzavo più trovavo me stesso impigliato, e così infiacchito con la stanchezza, che da ogni lato temevo, quando qualche crudele bestia dovesse venire e divorarmi, o altrimenti senza avvedermene capitombolare giù dentro qualche fossa profonda o luogo cavo.

Perciò più tremante che nel mustulento Autunno sono la foglia di colore giallo, avendo lasciato la loro umidità, essendo totalmente frugate dal furioso vento del nord, alzai il mio cuore a Dio, desiderando come Achemenide essendo spaventato dal terribile Ciclope piuttosto di essere ucciso dalle mani di Enea suo nemico, piuttosto che soffrire così odiosa morte.

E la mia devota preghiera, sinceramente unita a un cuore contrito, versando fuori una fontana di lacrime con una ferma credenza di essere liberato. Mi trovai in un breve spazio ottenuto in libertà, come un nuovo giorno strisciato fuori da una scura e tempestosa notte. I miei occhi prima usati a tali oscurate tenebre, potevano a stento sopportare di guardare la luce, attraverso l’acquosa tristezza. Nondimeno lieto ero di vedere la luce: come uno messo in libertà, che era stato incatenato in una profonda prigione e scura oscurità. Molto assetato ero, i miei vestiti strappati, la mia faccia e mani graffiate e urticate, e in più così estremamente messo in calore, che l’aria fresca sembrava farmi più male che bene, né in alcun modo calmare il mio corpo, desideroso di mantenere il suo nuovo recuperato spazio e libertà.

E dopo che ebbi un poco rinvigorito la mia mente, e convocato insieme i miei sensi in qualche modo migliore: cercai un mezzo per placare la mia inordinata sete, procurata e accresciuta attraverso innumerevoli sospiri, ed estrema fatica di corpo. Così gettando i miei occhi con un diligente riguardo intorno alla pianura, per trovare qualche Fontana dove potessi rinfrescare me stesso: una piacevole sorgente o testa d’acqua, si offrì a me, con una grande vena che ribolliva, attorno alla quale crescevano diverse erbe dolci e fiori d’acqua, e dalla stessa fluiva un chiaro e cristallino corrente ruscello, che diviso in diversi rami, correva attraverso il bosco deserto, con un corpo girante e tortuoso, ricevendo in esso altri piccoli canali, che si scaricavano.

Nei cui corsi le pietre sollevate per natura, e tronchi d’alberi negati più a lungo dalle loro radici di essere sostenuti, causavano un impedimento di fermata al loro corso e frusciante caduta, che ancora aumentato da altri torrenti dissonanti, da alte e sterili montagne nella pianura, mostrava una bella luminosità e un corso morbido passante, al quale arrivando senza fiato, per mezzo della mia paurosa fuga. Vidi una piccola luce oscura, attraverso le cime degli alti alberi, alquanto dividendo se stessi sopra l’acqua, e con il resto dei loro corpi e rami, come separando i cieli dai miei sollevati occhi. Un luogo orribile in cui stare, non accompagnato da alcuna creatura.

E improvvisamente udendo la caduta degli alberi, attraverso la forza di un turbine, e rumore dei rami spezzati, con un raddoppiato e rauco suono da lontano, eppure portato all’eco dell’acqua attraverso il fitto bosco, crebbi in un nuovo stupore.

E in questo istante così atterrito e afflitto, e tuttavia senza aver ricevuto alcun danno, essendo inginocchiato e chino, e chiudendo la concavità della mano, determinai con essa di farmi un necessario vaso per bere: non appena ebbi messo la stessa nell’acqua, offrendo alla mia bocca il sospirato umore, per refrigerare e rinfrescare l’estremo calore del mio ardente cuore, che in quel momento mi sarebbe stato più gradito di quanto lo siano l’Ipani e il Gange per gli indiani, il Tigri o l’Eufrate per gli armeni, o lo Xeylus per la nazione etiope, o per gli egiziani la sua inondazione, che imbeve la loro terra arsa e riarsa, o ancora il fiume Po per i liguri.

Proprio allora accadde anche che, non appena ebbi preso l’acqua nel palmo della mano, offrendola alla mia bocca aperta, pronta a riceverla, udii un canto dorico, dal quale fui così grandemente dilettato, come se avessi udito il trace Tamiri, il quale attraverso le mie orecchie si presentò al mio inquieto cuore, con una dizione così dolce e dilettevole, con una voce non terrestre, con così grande armonia e incredibile, simulata acutezza, e insolita proporzione, come non è possibile che sia immaginata da nessuna lingua per essere sufficientemente lodata. La cui dolcezza mi dilettò così grandemente che ne fui rapito dalla memoria, e il mio intelletto mi fu così tolto, che lasciai cadere la mia sospirata acqua attraverso le giunture allentate delle mie deboli mani.

E poi, proprio come un uccello che per la dolcezza del richiamo dimentica di ricordare l’inganno dell’uccellatore, così io, lasciando sfuggire ciò di cui la natura aveva bisogno, mi affrettai con ogni velocità verso quella melodiosa attrattiva, che quanto più inseguivo, tanto più mi sembrava lontana, ora qui, ora là, e man mano che mutavo luogo, così essa pure cambiava con voce dilettevole e celeste concento. Correndo così vanamente su e giù, senza sapere dietro a cosa, divenni più stanco, fiacco e assetato, e così debole, che le mie gambe potevano solo con grande pena sorreggere il mio corpo sconvolto. E i miei spiriti afflitti, incapaci di sostenerlo a lungo, tra la paura che avevo provato, l’estrema sete, il lungo e penoso cammino, e il dubbio sul peggio che potesse accadere. Così caldo, fiacco e assetato, non sapevo cosa fare se non cercare riposo per le mie stanche membra. Mi meravigliai dapprima di questo strano accidente, e rimasi stupito di questa inumana armonia, ma soprattutto per il fatto di trovarmi in una terra straniera e disabitata, pur essendo fertile e bella da vedere, oltre al fatto che mi addolorai grandemente per la perdita del bel fiume che avevo tanto faticosamente cercato di trovare, e ora così leggermente e sbadatamente averne perduto il beneficio. In tal guisa ero tenuto in una mente intricata di dubbi, alla fine sopraffatto da ogni sorta di dolore, il mio corpo intero tremante e languente sotto una vasta e possente quercia carica di ghiande, che sorgeva in mezzo a un ampio e grande prato verde, stendendo le sue folte e frondose braccia per fare una fresca ombra, sotto il cui corpo, respirando, mi riposai sulle erbe rugiadose, e giacendo sul mio fianco sinistro trassi il respiro nell’aria fresca più brevemente tra le mie labbra secche e rugose, che il cervo stanco, colpito al fianco e ferito al petto, non in grado più a lungo di reggere la sua pesante testa, o sostenere il corpo sulle sue ginocchia piegate, ma morente si prostra. E giacendo così in tale agonia, pensai alle contese della debole fortuna, e agli incantesimi della malvagia Circe, come se fossi stato privato dei miei sensi dalle sue malie e dai suoi quadrangolari lamenti. In questi così grandi ed eccessivi dubbi: Oimè, dove potrei trovare lì, tra tante diverse e varie specie di erbe, la Moli mercuriale[A] con la sua radice nera, per mio aiuto e rimedio. Di nuovo mi parve che non fosse così con me. Che cosa allora? Proprio una dura sentenza per ritardare la mia desiderata morte. E così, rimanendo in questi pensieri perniciosi, debilitata la mia forza, non cercai altro aiuto se non quello di trarre e ricevere aria fresca in quel petto, che anelava con un piccolo resto di vitale calore, prendendo nelle mie mani, mezzo vivo, come mio ultimo rifugio, le foglie umide e rugiadose, conservate nella fresca ombra della verde quercia: portandole alle mie labbra pallide e secche, con un avido desiderio di leccarle per soddisfare la mia bocca alterata con la loro umidità, desiderando un pozzo come quello che Issipile[a] mostrò ai greci: temendo che, mentre frusciavo nel bosco, fossi morso senza accorgermene dal serpente Dipsa[b], la mia sete era così insopportabile. Poi, rinnovando le mie antiche meditazioni, mentre giacevo sotto questa possente quercia, fui oppresso da un sonno eminente su tutte le mie membra: dove di nuovo sognai in questo modo.

[Nota A: Moli, un’erba grandemente lodata da Omero, e ritenuta sovrana contro gli incantesimi, agli autori moderni del tutto sconosciuta.]

[Nota a: Issipile fu figlia di Toante, re di Lemno, che sola, quando tutte le donne di quell’isola ebbero ucciso i loro mariti e parenti, salvò suo padre: ella mostrò anche ai greci la fonte Langia nel bosco di Nemea in Acaia, dove Ercole uccise un leone.]

[Nota b: Dipsa, una sorta di serpenti che menziona Lucano, il cui morso procura estrema secchezza o sete.]

Polifilo mostra che pensò di dormire di nuovo, e nel suo sogno di essere in una valle, circondata da montagne e colli, la cui fine era chiusa in modo meraviglioso, con una possente piramide degna di ammirazione: sulla sommità della quale era un alto obelisco, che con gran piacere egli contemplò, e diligentemente descrive.

Uscito da questo pauroso e fitto bosco, e dimenticando i luoghi summenzionati grazie a questo dolce sonno, causato dalle mie membra stanche ora distese, mi parve di essere in un nuovo luogo più dilettevole, che superava di gran lunga il precedente, il quale non consisteva in fertili montagne e rocce scoscese e tortuose, contenenti ampie caverne, ma essendo una valle delicata, nella quale sorgeva un piccolo poggio di non grande altezza, cosparso qui e là di giovani querce, frassini, palme a foglie larghe, eschi[a], lecci, castagni, terebinti, pioppi, olivi selvatici e ornielli disposti alcuni più in alto di altri, secondo il monte o la valle del luogo, nella cui pianura vi era un altro tipo di boschetto di piante medicinali come piccoli alberi giovani, come la fiorita Ginestra[b] circondata da diverse erbe verdi, trifoglio, giunco, caprifoglio, l’angelica muschiata, ranuncolo, elapio e romice, con altre erbe e fiori utili e sconosciuti qui e là diversamente disposti. Poco oltre nella stessa valle, trovai una pianura sabbiosa o ghiaiosa, tuttavia punteggiata di verdi ciuffi, nel qual luogo cresceva una bella palma con le sue foglie simili al coltro di un aratro, e abbondante di frutti dolci e piacevoli, alcuni posti in alto, alcuni in basso, alcuni nel mezzo, alcuni sulla sommità stessa, un segno eletto e scelto di vittoria. Né in questo luogo vi era alcuna abitazione o creatura che fosse. Così camminando solitario tra gli alberi, che crescevano distanti l’uno dall’altro, mi persuasi che a questa nessuna situazione terrena fosse paragonabile: nel qual pensiero scorsi improvvisamente alla mia mano sinistra un lupo affamato e carnivoro, che spalancava verso di me la bocca aperta.

[Nota a: L'Esculo è un albero che porta frutti più grandi e foglie più larghe della quercia.]

[Nota b: La ginestra porta un baccello e un fiore giallo, le viti sono legate con essa. L'elapio è simile all'angelica, ma non nell'odore, il cervo vi sfrega sopra la testa quando è vellutata.]

Alla vista del quale immediatamente i miei capelli si rizzarono, e avrei voluto gridare, ma non potevo: e prontamente il lupo corse via: dopodiché, ritornando in me stesso, e volgendo i miei occhi verso le montagne boscose, che sembravano unirsi tra loro, essendo guardate da lontano, vidi la forma di una torre di un’altezza incredibile, con una guglia che appariva in modo imperfetto, essendo tutto di forma e fattura molto antica.

E avvicinandomi a questo edificio, contemplai le graziose montagne che prima da lontano sembravano piccole, avvicinandomi sempre più, sollevarsi poco a poco sempre di più, sembrandomi in un primo momento che si fossero unite all'edificio che era una chiusura o fine della valle tra montagna e montagna: cosa che ritenni degna di nota, e senza ulteriore indugio mi indirizzai più vicino ad essa. E quanto più mi avvicinavo, tanto più l'eccellenza dell'opera si mostrava, aumentando il mio desiderio di contemplarla. Poiché non appariva più una sostanza di forma sconosciuta, ma un raro obelisco su una vasta struttura e base di pietra, la cui altezza senza confronto superava le cime delle montagne laterali, sebbene pensassi che fossero il rinomato Olimpo[a], il famoso Caucaso[b], e non inferiore al Cillene[c].

[Nota a: Olimpo, un monte in Grecia tra la Macedonia e la Tessaglia, così alto che dai poeti è a volte preso per il cielo.]

[Nota b: Caucaso, un possente monte in Asia che divide l'India dalla Scizia.]

[Nota c: Cillene, un monte dell'Arcadia, dove Giove generò Mercurio da Maia.]

A questo luogo solitario così desiderosamente giungendo, con indicibile diletto, contemplai a mio agio lo strano modo dell'arte, l'enormità della struttura e la meravigliosa eccellenza della fattura. Meravigliandomi e considerando la circonferenza e la larghezza di questo oggetto rotto e decaduto, fatto del puro e scintillante marmo di Paro[d]. Le pietre squadrate unite insieme senza alcun cemento, e le pietre d’angolo quadrangolari appuntite strettamente adattate e levigate liscissime, i cui bordi erano di uno squisito colore vermiglio, come è possibile concepire: e così giustamente poste, che tra le giunture, persino il nemico dell'opera (se mai ve ne fosse uno) non potrebbe concepire di nascondere la punta del più piccolo ago spagnolo usato dalle migliori lavoratrici. E lì, in quest'opera così nobile, trovai una sostanza proporzionata a ogni forma e sembianza che si possa pensare e richiamare alla memoria, in parte decaduta, e alcune rimanenti ancora intere, con colonne piccole su grandi, con le loro eccellenti teste di una chiusura esatta e perfettissima, merlature coronate, intagli sbalzati, sporgenti come ricami, travi arcuate, possenti immagini metalliche, rovesciate e spezzate in due, il tronco dei loro membri esatti e perfetti, che appariva cavo di ottone. Schifi, piccole barche e vasi di pietra numidica e porfido, e marmo di vari colori. Grandi conche, condotti e infiniti altri frammenti di notevole fattura, assai differenti e inferiori da quelli che erano nella loro perfezione, ma ora riportati come dire alla loro prima informe natura, essendo caduti e gettati giù, chi qui, chi là, sulla terra dalla quale furono presi. Tra i luoghi rotti e decaduti, dei quali grandi e varie erbe da muro, specialmente l’Anagyre inamovibile, il lentisco di entrambi i generi, l'elleboro, il piede di cane, la gladiola verde, l'edera macchiata, la centaurea e diverse altre simili. E nei luoghi degradati dei muri rotti crescevano il sempervivum e la cimbalaria pendula, pruni e pungenti rovi, tra i quali strisciavano ramarri e lucertole che vidi strisciare tra le pietre incolte, le quali a prima vista in questo luogo silenzioso e solitario, mi fecero prudentemente temere di loro. Da ogni lato giacevano caduti pezzi lisci e rotondi di marmo screziato di serpente, viola e rosso di vari colori. Frammenti di strane storie, panglifiche ed emiglifiche[E] compendiosamente caratterizzate, mostrando l'eccellenza di esse, accusando indubbiamente la nostra epoca, che la perfezione di tale arte sia dimenticata.

[Nota d: Paro è una delle 35 isole chiamate Cicladi e Sporadi, nel mare Egeo che divide l'Europa dall'Asia.]

[Nota E: Panglifiche sono interamente intagliate dalla testa ai piedi in tutte le membra. Emiglifiche appaiono solo a metà.]

Poi arrivando alla fronte centrale della grande ed eccellente opera, vidi un solo, grande e meraviglioso portico degno di grande stima, proporzionato secondo l'enorme quantità del resto dell'intera opera, che era posto tra e continuato nella costruzione dall'una all'altra delle montagne, con labbra leporine e in alto arcuato, il cui spazio tra esse, come congetturo, era in misura di sei stadi e dodici passi. La sommità di tali montagne era perpendicolarmente uguale, toccando entrambe il cielo azzurro. Alla vista del quale immaginai con me stesso e tentai di pensare con quali strumenti di ferro, con quale lavoro di mani d'uomini e numero di operai, un tale pezzo d'opera potesse essere formato con grande forza, posto insieme con molta pena e finito in lungo tempo. Lì dunque questa meravigliosa struttura volentieri, per così dire, giunse le mani e si unì con l'una e l'altra possente montagna, per mezzo della quale la predetta valle lì aveva una fine, che nessun uomo potesse andare più avanti o indietro, se non entrando da questo largo, grande e spalancato portico.

Su questa massiccia struttura e possente fattura, che ritengo essere in altezza dal tetto o sommità al piede, cinque parti di uno stadio, era posta una alta e meravigliosa piramide, secondo la moda di un diamante quadrato appuntito, e di una fattura così incredibile che non avrebbe mai potuto essere concepita ed eretta senza inestimabile spesa, grande aiuto e lungo tempo. Così che pensai che l'eccellenza di essa, impensata, fosse uno specchio, la cui vista era in grado di abbagliare ogni occhio umano e abbattere il resto dei sensi spirituali. Che dirò di più? Poiché per quanto la portata della mia capacità mi concede, in questo modo la descrivo brevemente.

Ogni lato o quarto di questa struttura quadrata, sulla quale poggiava il piede della piramide, si estendeva in lunghezza per sei stadi[A], che in circonferenza attorno a ogni lato equilatero di uguale larghezza, si moltiplica a 24 stadi. Poi sollevando le linee in alto dai quattro angoli, tanto quanto ogni angolo è distante in lunghezza dall'altro, incontrandosi nella sommità, così come la linea perpendicolare può cadere esattamente sul centro del diagono, tendendosi da entrambi gli angoli dei plinti o piede quadrato, giustamente e convenientemente uniti insieme, fanno una perfetta figura piramidale. La quale immensa e meravigliosa forma, con una meravigliosa e squisita simmetria e dovuta proporzione montando faticosamente piede per piede, conteneva 1410 gradi o gradini, togliendo 10 gradi per fare la testa e il gracilamento della piramide, al cui posto era posto un enorme cubo o pietra quadrata di forma simile a un dado, solido e fermo, di una mostruosa grossezza e incredibile peso da essere portato così in alto. E della stessa pietra di Paro come erano i gradini: il quale cubo e pietra quadrata era la base e il piede posto sotto l'obelisco, che ho in mano di descrivere.

[Nota A: Uno stadio è 16 pertiche, ogni pertica essendo 16 piedi.]

Questa possente grande pietra dalla cima acuta, scivolante giù la parte estrema da angolo ad angolo, dai lati piatti secondo il diametro, era di quattro passi, a ogni angolo equidistante della quale era il piede di un’arpia di metallo fuso, i loro artigli e zampe armati. Fermamente e solidamente fissati con piombo, in ogni angolo del cubo, o testa quadrata della piramide, incontrandosi insieme sopra la linea diagonale. Di proporzionata grossezza in altezza due passi. Che così chiudendosi e incontrandosi insieme, facevano l'incavo del grande obelisco: il quale incavo era abbellito con foglie, frutti e fiori, di metallo fuso lucente, e di conveniente grandezza. Sopra il quale era portato il peso dell'obelisco. La cui larghezza era due passi, e sette in altezza, artificiosamente appuntendo la pietra di Tebe chiamata Piro. Sulle cui lisce pianure, pure e brillanti come uno specchio, erano eccellentemente tagliati geroglifici egiziani.

Sulla punta del quale obelisco, con grande arte e diligenza, era fissata una base di rame, nella quale vi era anche un dispositivo rotante infisso: sopra il quale stava la forma di una bella ninfa fatta della materia suddetta, in grado di stupire il continuativo e diligente osservatore. Di tale proporzione che la statura comune potesse essere considerata e perfettamente vista, nonostante l'eccessiva altezza di essa nell'aria. Oltre alla grandezza della figura o immagine: era una meraviglia pensare come un tale peso potesse essere trasportato e posto in un tale luogo e così in alto. Coperta con un abito soffiato in giro dal vento, e mostrando parte della nuda sostanza delle gambe e delle cosce: con due ali che crescevano dalle scapole, e spiegate come se ella fosse pronta a volare, volgendo la sua bella faccia e dolce sguardo verso le sue ali. Le trecce dei suoi capelli che volavano in giro, la parte superiore o corona nuda e scoperta. Nella mano destra teneva lontano dalla sua vista una copia o corno pieno di molte buone cose, tappato, e la bocca rivolta verso il basso, la sua mano sinistra fissata e tenuta stretta al suo nudo petto. Questa immagine e statura veniva girata a ogni soffio di vento, e mossa attorno con un tale rumore e tintinnio nella cavità del dispositivo metallico: come se la zecca della Regina d'Inghilterra fosse stata lì in funzione. E quando il piede della banderuola o immagine, girando attorno, sfregava e macinava sulla base di rame, fissata sulla punta dell'obelisco, dava un suono, come se la campana della torre del Saint John’s College nella famosa Università di Cambridge fosse stata suonata: o quella nei pomposi bagni del possente Adriano: o quella nella quinta piramide che sorgeva su quattro. Questo obelisco a mio giudizio era tale, che né quello nel Vaticano, ad Alessandria o a Babilonia, può essere equamente paragonato ad esso, ma piuttosto stimato assai inferiore. Conteneva in sé un tale cumulo di meraviglie, che non potevo senza grande stupore guardarlo. Come anche considerare l'enormità dell'opera, l'eccessiva sontuosità, la strana invenzione, la rara esecuzione e la squisita diligenza dell'operaio. Con quale arte inventato? con quale potenza, forza umana e mezzi incredibili, invidiando (se posso dirlo) la fattura dei cieli, tali e così possenti pesi dovessero essere trasportati e portati nei cieli? con quali gru, travi girevoli, carrucole, rotonde pulegge, capre portanti dispositivi e poliplasie, e telai di trazione, e paranchi a corda, essendone inesperto, lo passo oltre con silenzio.

E qui dall'altra parte segue la figura.

Torniamo dunque all'enorme piramide, che sorgeva su un forte e solido plinto o piede quadrato, quattordici passi in altezza, e in lunghezza sei stadi, che era la fondazione e il fondo della pesante piramide, che mi persuasi non fosse portata da nessun altro luogo, ma proprio con piano lavoro e fattura tagliata dalle medesime montagne, e ridotta a questa figura e proporzione nel suo proprio luogo.

Il quale grande quadrante e opera quadrata, non unito saldamente alle rocce collaterali e laterali, ma era tra esse spaziato e separato su entrambi i lati dieci passi. Sulla mano destra mentre andavo del suddetto plinto o base quadrata, era perfettissimamente intagliata la testa viperina della paurosa Medusa, in una forma assai furiosa e rigorosa a guardarsi, e come se stesse urlando: con terribili occhi cavernosi, e concavi accigliati sotto le loro sopracciglia sporgenti con una fronte rugosa e solcata e bocca spalancata, la quale essendo scavata con una via diretta dalla base, e sulla pietra da una linea mediana perpendicolare al centro della piramide che si mostrava lontano, faceva un largo ingresso e accesso ad essa, alla quale apertura di bocca, circondata da capelli piegati di inesprimibile curiosità, artificiosa astuzia e costosa fattura, le scale ascendenti e rotanti si mostravano, e invece di trecce di capelli intrecciate con lacci, vidi paurose vipere e serpenti tortuosi che crescevano dal cranio della mostruosa testa confusamente intrecciandosi insieme e sibilando, così vivacemente ritratte e messe in mostra, che mi fecero paura a guardarle. Nei loro occhi erano poste pietre assai lucenti, in tal modo, che se non fossi stato persuaso e saputo che erano pietre davvero, non avrei osato avvicinarmi ad esse.

E il predetto ingresso, tagliato nella solida pietra, conduceva al passaggio a scala e circolare nel centro, con gradini a chiocciola che tendevano verso la parte più alta della maestosa Piramide, aprendosi sull'esterno del catillo o cubo: sul quale era fondato lo splendente obelisco. E tra le altre parti notevoli che contemplai, mi parve che questo artificio fosse degno di nota, poiché l'artificioso e abilissimo architetto, con una squisita e perspicua invenzione, aveva fatto alle scale certe aperture o piccole finestre, che accoglievano i generosi raggi del sole in modo corrispondente su tre parti: la inferiore, la media e la suprema. La inferiore prendendo luce dalla superiore, e la superiore dalla catabasi o inferiore, con i loro riflessi opposti mostravano una luce meravigliosamente chiara; esse erano così abilmente disposte, secondo la regola calcolata dell'artificioso matematico, verso le parti orientale, meridionale e occidentale dell'aria, che ogni ora del giorno il sole vi splendeva dentro, dando luce all'intera scala, essendo le stesse aperture o finestrelle disperse e collocate in diversi luoghi in modo simmetrico e definito.

Al predetto ingresso, attraverso la bocca aperta di Medusa, giunsi per una lunga galleria a una scala discendente che si apriva ai piedi e al pavimento dell'edificio, sulla mia destra, contro una delle montagne collaterali e laterali, tra le quali vi era uno spazio aperto tagliato nella pietra di dieci passi verso l'alto, nel quale salii arditamente senza resistenza; e giunto che fui all'inizio della scala nella predetta bocca, attraverso innumerevoli gradini e gradi, non senza grande stanchezza e vertigine per il continuo girare, giunsi a un'altezza così incredibile che i miei occhi non mi permettevano di guardare giù verso terra, sicché mi pareva che ogni cosa in basso sulla pianura avesse perduto la sua forma e sembrasse imperfetta. Nell'apertura e nell'uscita di questa ascesa circolare e rotante, molti pilastri di metallo fuso e colato erano abilmente disposti e saldamente fissati: l'interspazio tra l'uno e l'altro era di un piede, e in altezza di mezzo passo, ringhiati e congiunti insieme in alto con una corona merlata lungo tutto il detto pilastro, e dello stesso metallo a cingere l'apertura della scala, affinché chiunque uscisse inavvertitamente non cadesse giù a capofitto, poiché l'incommensurabile altezza avrebbe causato vertigine al capo e portato barcollamento ai piedi. Sul piano dell'obelisco era infissa una tavola di bronzo, fissata e saldata all'altezza di un uomo, con un'antica iscrizione in latino, greco e arabo, dalla quale compresi chiaramente che esso era dedicato al Sole, e la misura dell'opera interamente posta e descritta, col nome dell'architetto annotato sull'obelisco in lettere greche.

+LICHA SOLIBIKOS LIOODOMOS O:RTHOSEN ME+ Lichas Libiicus architectus me erexit. Lichas architetto libico mi eresse.

Ritorniamo e torniamo alla considerazione del basamento o superficie quadrata, soggetto e sostegno delle Piramidi, sul cui fronte e parte anteriore vidi scolpita una Gigantomachia e un combattimento tra Giganti, unico nemico del respiro vitale, tagliato in modo straordinariamente bello, con i rapidi movimenti e le vivaci agilità dei loro corpi grandi e alti, impossibile da descriversi correttamente; il trattamento artificiale di esso, come se invidiasse l'opera della natura stessa, come se i loro occhi e piedi si fossero mossi insieme e spostati da una parte all'altra, con un passaggio spedito e un corso veloce. In tal modo apparivano sopra i loro forti e potenti cavalli, alcuni essendo gettati giù, altri inciampando e cadendo: molti feriti e colpiti, rendendo le loro desiderate vite: alcuni calpestati e stravolti sotto i piedi dei feroci e sfrenati cavalli. Altri, gettando via le armature, lottavano e si scontravano l'uno con l'altro: alcuni a capofitto con i calcagni all'aria, cadendo senza giungere a terra dai loro cavalli. Altri ancora giacenti sulla terra, sollevando i loro scudi e targhe, offendendo con una mano e difendendosi con l'altra. Molti con le loro scimitarre e coltellacci, alcuni con lunghe spade a due mani secondo l'antico costume persiano, altri con svariate armi mortali di foggia strana e letale: alcuni indossando usberghi ed elmi, con diversi emblemi sopra i loro cimieri: altri nudi e disarmati, saltando e precipitandosi tra i più folti, mostrando così i loro alteri, invincibili e impavidi coraggi, risoluti per la morte. Alcuni con volti timorosi gridando, altri mostrando volti ostinati e furiosi, sebbene fossero certi di morire, sopportando fortemente la prova del loro dolore e il taglio del loro filo fatale, altri uccisi davanti a loro, con svariati strumenti bellici e letali sconosciuti e strani. Mostrando le loro membra forti, i loro muscoli gonfi in rilievo, offrendo alla vista e agli occhi dello spettatore il dovere delle loro ossa e la cavità nei luoghi dove i loro forti tendini sono tesi. Il loro conflitto e combattimento sembrava così pauroso, sanguinoso, mortale, crudele e orribile, come se Marte stesso stesse combattendo con Porfirione e Alcione, che facevano un rumore simile al raglio degli asini.

Questa immagine cataglifa superava una statura e proporzione naturale e comune di uomini, scolpita in marmo bianco pregiato, il cui fondo era nero come il giaietto, un perfetto contrasto per abbellire e mettere in risalto con pallido cristallo e argento, innumerevoli corpi enormi, i loro ultimi sforzi, le loro azioni presenti, la foggia delle loro armature, la diversità delle loro morti e l'incerta e dubbiosa vittoria. Il compimento della mia intrapresa descrizione di essa, si rivela mutilo e zoppo, per la ragione che il mio intelletto è stanco, la mia memoria confusa dalla varietà e la mia vista offuscata dal continuo fissare, cosicché i miei sensi non mi concedono correttamente, e come loro dovere, di manifestare adeguatamente una parte, tanto meno di descrivere per esteso l'intera maniera dei loro curiosi litoglifi.

Dopo di ciò mi misi a pensare cosa potesse muovere e causare tale orgoglio e ardente desiderio in un uomo, di portare da lontano e radunare insieme pietre così potenti con così grande fatica: con quale trasporto, chi fossero i convogliatori e i portatori, con quale maniera di ruote, dispositivi rotanti e sostegni, una così grande, larga e innumerevole quantità di pietre dovesse essere portata fin lì, e di quale materia fosse fatto il loro cemento che le univa e le teneva insieme, l'altezza dell'Obelisco e la maestosità delle Piramidi, superando il concetto immaginato da Dinocrate proposto ad Alessandro il Grande riguardo a un'opera da eseguire sul monte Athos. Poiché la stranezza dell'edificio egiziano potrebbe cedere il passo a questo. I famosi labirinti erano di gran lunga inferiori, Lemno non è da menzionare, i teatri dei tempi antichi erano in confronto solo capanne di guardacaccia, né il famoso Mausoleo si avvicinava minimamente. Il che certamente mi rende assolutamente persuaso che colui che scrisse delle sette meraviglie del mondo, non sentì mai parlare di questa: né in alcuna epoca si è vista o immaginata una simile, nemmeno il sepolcro di Nino.

Infine mi domandai quali fondamenta e archi fossero in grado di sostenere un peso così mostruoso, se i pilastri fossero esagoni o tetragoni, e quale varietà di colonne e quale numero potesse servire, e in che modo proporzionatamente disposti e messi. Per la migliore comprensione e la più perfetta conoscenza del che, mi introdussi nel portico e ingresso aperto e spazioso, all'interno del quale vi era una vasta e oscura cavità: il quale portico, insieme al superbo e maestoso edificio (cose degne di memoria) saranno in qualche modo descritti come segue.

*Polifilo, dopo la descrizione delle enormi Piramidi e dell'Obelisco, discorre di opere meravigliose in questo Capitolo, segnatamente di un cavallo di bronzo, di un elefante, ma specialmente di un rarissimo e strano Portico.*

Giustamente e legittimamente posso avere il permesso di scrivere che in tutto il mondo non ve ne fu mai un'altra, opera così pomposa, gloriosa e magnifica, vista dagli occhi degli uomini o riportata in modo credibile. La meravigliosa eccellenza e rara stranezza della quale, mentre contemplavo, chi con diletto e chi con ammirazione, i miei sensi erano così catturati e legati ad essa, che nessun altro sollievo o piacere occorreva o prendeva posto nel mio pensiero che volava rapido.

Se non che, quando applicai i miei sensi a considerare e indirizzai i miei occhi con diligente osservazione, curiosamente a esaminare ogni particolare parte di questo oggetto dolcemente composto e rarissima e bella immagine e corpi simili a vergini, senza crepe o difetti, con un lungo respiro e aprendo alquanto la bocca, emisi un profondo sospiro. Tanto che il mio amoroso e risonante respiro, per la ragione dello spessore dell'aria in questo luogo solitario e isolato, produsse un'eco e mi ricordò la mia angelica ed estremamente desiderata Polia.

Ohimè, che una così piccola o qualsiasi interruzione dovesse causare che la sua amabile e celestiale Idea e forma non fosse sempre impressa nella mia mente e continuasse una compagna quotidiana, nel cui petto la mia vita è risoluta ad abitare e riposare come sotto la protezione di uno scudo più sicuro e approvato e sicura difesa.

E per questa via fui condotto in un luogo dove vi erano svariati e diversi eccellenti tipi di antichi dispositivi e lavorazioni: innanzitutto, contemplai un portico bellisimo, oltre ogni senso da descrivere (per l'incredibile curiosità di esso, come mai fu costruito o ideato) e tanto più perché la nostra lingua madre e il volgare parlare, non possono offrire parole adatte e peculiari per una tale opera di artificio.

Davanti a questo sontuoso e glorioso portico, dovrete comprendere che all'aria aperta vi era una corte quadrata di trenta passi di diametro, pavimentata con puro marmo fine, punteggiato a quattro angoli, lavorato a scacchiera di diverse fogge e svariati colori meglio assortiti: ma in molti luoghi, per via della rovina dell'antico cammino e dei vecchi pilastri, rotto in pezzi e invaso dalla vegetazione.

E nelle parti estreme della predetta corte, alla mano destra e alla sinistra, verso le montagne, vi erano due file diritte di pilastri, con uno spazio in mezzo per l'intercolumnio areostilo, come le quantità di entrambe le colonne richiedevano, il primo corso o ordine di disposizione dei pilastri, iniziando da entrambi i lati uguale al limbo o parte estrema del fronte del portico, lo spazio tra pilastri e pilastri XV passi. Delle quali colonne o grandi pilastri, alcuni e la maggior parte o numero erano interi. Con i loro capitelli o teste, lavorati con un lavoro a conchiglia ondulata e cigliatura o drappeggio, i loro angoli sporgenti e inanellati o girati come un ricciolo di capelli, o la testa superiore di una viola bassa sopra le spine, che tendono le corde dello strumento a una concordanza musicale; con i loro astragali sottostanti, avvolgenti e pendenti qua e là, rendendo il capitello tre volte così grande del fondo di esso della colonna, sopra la quale era posto l'epistilio o trave dritta, la maggior parte decaduta, e molte colonne vedove e private dei loro capitelli, sepolte in rovina sia gli astragali che i fusti delle colonne e le loro basi o piedi.

*Nota: Una colonna consiste nel suo Capitello che è la testa. Astragalo che è il soggetto del capitello vicino alla colonna. Ipotrachelio il fusto della colonna. E Ipotasi, che è il piede su cui la Colonna sta, eccedendo la grandezza della colonna.*

Strettamente congiunti a questo ordine o file di pilastri, crescevano vecchi platani, olivi selvatici, pini e pruneti spinosi. Congettai che fosse fatto per cavalcare cavalli, per trottare e galoppare, il ring, per maneggiare, portare e corvettare, o altrimenti qualche galleria aperta, coperta chiusa sopra la testa, sostenuta da pilastri, e di una larga ampiezza per camminare all'asciutto e per prendere un'aria temperata, non troppo sottile.

In alto in questa grande Corte pavimentata come detto, nel passaggio verso il Portico, alcuni dieci passi, contemplai un prodigioso cavallo alato saltante, di bronzo fuso, di una grandezza eccedente, le sue ali che si aprivano. I suoi zoccoli stavano su una base o telaio piano e liscio, cinque piedi di larghezza e nove piedi di lunghezza, in altezza proporzionata alla larghezza e lunghezza: con la sua testa in libertà e non imbrigliata: avendo le sue due piccole orecchie, l'una che stava in avanti e l'altra tirata indietro, con una lunga criniera ondulata, cadente dalla sua cresta sul lato opposto: sul cui dorso svariati giovani provavano a cavalcare, ma non uno era capace di sedere saldo, per via della sua velocità e alto balzare, dai quali alcuni erano caduti giù, giacenti spalancati all'aria, alcuni proni, altri cadendo a capofitto, tra il cavallo e la terra, i rimanenti invano tenendosi per i peli della sua criniera, alcuni sforzandosi di salire sopra di lui, e altri tentando di recuperare se stessi da sotto i suoi piedi.

Sulla parte superiore del telaio e base, era infisso e fissato con piombo, un basamento o spessa crosta, dello stesso metallo che il cavallo era, e sopra la quale egli stava, e quelli che erano rovesciati giacevano, alquanto più corto e stretto della base o telaio soggetto, l'intera massa o composizione colata di un pezzo e dello stesso metallo, meravigliosamente fusa. Infine non potevi percepire che alcuno fosse contento con la sua rozzezza, come appariva dai loro volti modellati, mostrando un malcontento che non potevano proferire essendo immagini senza sensi, non differendo altrimenti attraverso l'eccellente abilità dell'artigiano dalle creature viventi, e per la sua superante imitazione della natura.

Perillo lì potrebbe andare a mettere via le sue pipe, e arrossire con il suo ideato Toro, e Hiram l'Ebreo deve qui cedere il passo, o quali fondatori altrimenti che siano.

Il basamento o soggetto P[ae]gma per questa macchina metallica su cui stare, era di un solido pezzo di marmo (di adatta e conveniente larghezza, altezza e lunghezza, per quello scopo proporzionato di conseguenza) pieno di vene fluenti, di vari colori e diversamente macchiato, meravigliosamente piacevole all'occhio, in infinite commistioni, confusamente disposto.

Sul petto o parte anteriore, ed estremità della base di marmo, che era opposta contro il portico, vi era una ghirlanda di marmo verde, come le foglie di Alessandrino amaro, commista con foglie secche di erba della Madonna, di un color capello, all'interno della quale vi era una pietra liscia tonda, pura, bianca, nella quale era incisa queste lettere romane maiuscole.

All'estremità posteriore allo stesso modo vi era una ghirlanda di mortale aconito, con questa iscrizione, Equus inf[ae]licitatis. E sul lato destro vi erano incise certe figure, forme e rappresentazioni di uomini e donne che danzavano insieme, biformi o facciate, il primo sorridente, l'ultimo piangente: e danzando in un cerchio, con le loro braccia spiegate al largo, e presi per mano uomo con uomo e donna con donna. Un braccio dell'uomo sotto quello della donna, e l'altro sopra, e così chiudendosi insieme, e tenendosi per le mani, volavano via l'uno dopo l'altro, che sempre ancora in un luogo, un volto sorridente incontrava un precedente triste. Il loro numero era sette e sette, così perfettamente e dolcemente contraffatto con vivaci movimenti, le loro vesti che sbattevano su e volavano via, che l'operaio non poteva essere accusato di alcuna imperfezione, se non che uno non aveva una voce vivace per esprimere la loro allegria, e l'altro lacrime salmastre per manifestare il loro dolore: la detta danza era in foggia di due semicerchi, con una partizione separatrice messa di mezzo.

*Nota: Nessuno vive in questo mondo in quel piacere, senza che abbiano anche i loro dolori a tempo.*

Sotto la quale figura emiale, vi era inscritto questo vocabolo TEMPVS. Sul lato contrario contemplai molta verde adolescenza di simile proporzione alla precedente, e in simile ambito o spazio, i fondi di entrambi abbelliti e messi in risalto con una squisita fogliatura o lavoro di foglie e fiori, questa compagnia stava cogliendo e raccogliendo i fiori di svariate erbe, e teneri steli e rami cespugliosi; e con loro diverse belle Ninfe piacevolmente architettando, e scherzosamente strappando via i loro fiori raccolti, e in tal modo come sudetto sotto la figura erano incise certe lettere maiuscole, per mostrare questa sola parola AMISSIO, contenente la nona parte al Diametro o la quadratura.

*Nota: Dono vanamente elargito, nel tempo voluttuosamente speso, è una grande perdita, e genera pentimento.*

Al primo sguardo di ciò fui stupito e attonito, ma con migliore riguardo e grande diletto curiosamente riesaminando l'enorme Macchina fondata la forma e figura di un cavallo fatta dall'industria umana e abilità più che encomiabile, per il fatto che ogni membro senza difetto aveva la sua perfetta armonia, e ogni arto la sua desiderata proporzione, chiamai subito a memoria lo sfortunato cavallo di Sciano.

E così tenni ancora a contemplare il medesimo mistero artificiale, un altro spettacolo e oggetto non meno degno di essere guardato del precedente, si offrì alla mia vista, che era un possente Elefante, verso il quale con intento desideroso mi affrettai ad approcciare e venire vicino.

Nel qual mentre su un altro lato udii un rumore luttuoso e gemito umano, come procedente da un corpo malato fino alla morte: ove stetti fermo al principio, i miei capelli ritti, ma prontamente senza ulteriore indugio, indirizzai i miei passi verso il luogo da dove udii questo woeful rumore e lamentela dolorosa, forzandomi su un mucchio di marmi rovinati, rotti e caduti giù. Così volontariamente andando avanti, giunsi a un vasto e meravigliosamente grande Colosso, i piedi di esso nudi, e le loro suole cave, e le gambe come se la loro carne fosse stata consumata, consunta e caduta via. Da lì con orrore giunsi a guardare la testa, dove congetturai e immaginai, che l'aria e il vento entrando e uscendo dalla sua bocca spalancata, e i tubi cavi della sua gola, per una divina invenzione causassero questo rumore moderato e gemiti temporizzati: esso giaceva con la faccia verso l'alto tutto di metallo fuso, come un uomo di mezza età, e la sua testa sollevata come con un cuscino, con una somiglianza di uno che fosse malato, respirando fuori dalla sua bocca, sospiri e gemiti spalancandosi, la sua lunghezza era sessanta passi. Dai peli della sua barba potresti salire fino al suo petto, e dai pezzi strappati e lacerati del medesimo alla sua bocca ancora lamentante, che gemendo rimaneva spalancata e vuota, per la quale, provocato dallo sprone del curioso desiderio, scesi giù per diversi gradi nella sua gola, da lì al suo stomaco, e così via per vie segrete, e a poco a poco a tutte le diverse parti delle sue interiora, Oh meraviglioso concetto. E ogni parte del corpo umano avendo sopra di sé scritta la sua propria appellazione in tre idiomi Caldeo, Greco e Latino, che tu potresti conoscere le interiora, nervi, ossa, vene, muscoli e la carne racchiusa, e quale malattia è generata lì: la causa di essa, la cura e rimedio, Verso il quale ammassato e tortuoso mucchio di interiora, vi era un conveniente arrivo e ingresso: con piccole aperture e sportelli in svariati luoghi diversamente disposti, cedendo attraverso di essi una sufficiente luce per contemplare le diverse parti dell'anatomia artificiale, non mancando alcun membro che è trovato in un corpo naturale.

Quando giunsi al cuore, vidi e lessi come l'Amore al suo primo ingresso generi dolore, e in continuazione mandi fuori sospiri, e dove l'Amore offende più gravemente: con che fui mosso a rinnovare la mia passione, mandando fuori dal fondo del mio cuore sospiri profondi e gementi invocando e chiamando Polia, in tal modo che l'intero Colosso e Macchina di bronzo risuonò, colpendomi in un orribile timore: un'Arte squisita oltre ogni capacità, per un uomo di inquadrare il suo simile non essendo una anatomia davvero.

Oh l'eccellenza degli ingegni passati, e perfetta età dell'oro quando la Virtù lottava con la Fortuna, lasciando solo dietro di sé in eredità a questo nostro mondo, cieco, ignorante e rancoroso desiderio di guadagno mondano.

Dall'altra parte scorsi, di grandezza pari al precedente Colosso, la parte superiore del capo di una donna, in parte scoperto, e il resto sepolto sotto le rovine decadute, come pensai, di una fattura simile all'altra; e venendo impedito da mucchi scomposti e disordinati di pietre cadute e in rovina, nel rimirare il medesimo, feci ritorno a un precedente oggetto, che era (e non molto distante dal cavallo, procedendo dritto) un enorme Elefante di pietra più nera dell'ossidiana, cosparso sopra di piccole macchie d'oro e bagliori d'argento, fitti come polvere che scintilla al sole. La cui estrema durezza meglio ne mostrava la limpida e lucente brillantezza, così che ogni oggetto appropriato in esso si rispecchiava, eccetto in quella parte dove il metallo recava un colore contrario. Sul suo largo dorso era posta una sella o bardatura di ottone, con due cinghie che passavano sotto il suo vasto ventre, tra le quali due, strettamente allacciate con fibbie della medesima pietra, era interposto un quadrangolo corrispondente alla larghezza dell'obelisco posto sopra la sella, e così giustamente disposto che nessuna linea perpendicolare sarebbe caduta al di fuori del diametro. Su tre lati o facce del quadrato obelisco erano incisi caratteri egizi. La bestia era così esattamente e artatamente proporzionata, come l'ingegno potesse ideare e l'arte eseguire. La predetta sella e bardatura erano ornate e abbellite con borchie, gioielli pendenti, storie e emblemi, e sostenevano, per così dire, un possente obelisco di pietra verde di Laconia, sulla base quadrata, largo due passi e sette in altezza, fino alla sua punta acuminata, facendosi sempre più sottile, sulla quale punta era fissato un trigono o sfera rotonda di sostanza lucente e scintillante.

Questa enorme bestia stava dritta su tutte e quattro le zampe, di una fattura squisita sul piano livellato, e la parte superiore della base, scolpita e abilmente modellata, era di pietra di porfido. Con due grandi e lunghi denti, di pietra purissima, bianca e chiara, compatti e fissati. E alla cinghia anteriore, su entrambi i lati, era allacciato un pettorale ricco e sfarzoso, abbellito con svariati ornamenti e una varietà di gioielli, il cui soggetto era della medesima sostanza della sella: nel mezzo del quale era inciso in latino Cerebrum est in capite. E in egual modo, portato attorno all'esterno del suo collo fino alla sommità del suo grande e massiccio capo, era ivi fissato insieme con un nodo artificiale: dal quale un curioso ornamento, assai notevole, di oreficeria, pendeva giù, coprendo il suo spazioso volto: lo stesso ornamento essendo due volte tanto lungo quanto largo, bordato attorno, nella cui tavola scorsi certe lettere, ioniche e arabe, in questa guisa.

La sua vorace proboscide non poggiava sul livello della base, ma pendeva alquanto, ripiegandosi poi verso il suo volto. Le sue orecchie grandi e rugose, come quelle di un segugio, pendevano flosce, la cui vasta statura era poco meno di un vero elefante naturale. E nel perimetro circostante, e sui lunghi lati della base, erano incisi certi geroglifici, o caratteri egizi. Essendo decorosamente e ordinatamente levigato, con una necessaria modanatura, listelli, gole, tori, orbicoli, astragali o netruli, con una sima rivolta verso il basso ai piedi della base, e rivolta verso l'alto con trachili ritorti e dentelli, gradevole e adatto alla dovuta proporzione di così vasta sostanza, in lunghezza dodici passi, in larghezza cinque, e in altezza tre, la cui parte superficiale ed esterna era scolpita in forma di emiciclo.

Nella parte posteriore della quale base e pietra, sopra la quale questa possente bestia stava, trovai un luogo ascendente di sette gradini, per salire alla superficie piana della base su cui stava l'elefante. E nel quadrangolo riservato, perpendicolarmente dritto sotto la predetta sella di ottone, era tagliata e realizzata una piccola porta e un ingresso cavo, un'opera meravigliosa in una sostanza così dura, con certi gradini di ottone, a guisa di scala, per mezzo dei quali mi veniva offerto un comodo accesso all'interno del corpo dell'elefante.

Alla vista del che, desiderai immensamente vedere l'intero artificio e, entrando, salii fino all'altezza della base su cui stava il mostro cavernoso, cavo, vasto, grande e prodigioso, eccetto quella parte dell'obelisco che era contenuta entro il vuoto corpo della bestia, e così passando verso la base. Lasciando verso entrambi i lati dell'elefante tanto spazio quanto potesse bastare a un uomo per passare, sia verso la testa che verso le anche posteriori.

E all'interno, dalla curvatura della spina dorsale della bestia, pendeva tramite catene di rame una lampada eterna e una luce incalcerata, attraverso la quale in questa parte posteriore vidi un antico sepolcro della medesima pietra, con la perfetta forma di un uomo nudo, in ogni sua parte naturale. Avendo sul capo una corona di pietra nera come giaietto: i suoi denti, occhi e unghie argentati e poggianti su un sepolcro coperto come un'arca, con un lavoro a scaglie e altri squisiti lineamenti, che indicava con uno scettro d'oro, tenendo proteso il braccio per dare direzione alla parte anteriore.

Sul suo lato sinistro teneva uno scudo a foggia della chiglia di una nave, o dell'osso della testa di un cavallo, sopra il quale era inscritta in lettere ebraiche, attiche e latine, questa sentenza che è posta dall'altra parte con la figura.

A tale insolita e strana vista rimasi non poco stupito e alquanto dubbioso su cosa immaginare, rivolgendo gli occhi alla parte contraria, vidi in egual modo un'altra luce ardente come prima, e passando attraverso tra il fianco della bestia e la parte dell'obelisco ivi racchiusa, mi avvicinai alla parte anteriore dell'elefante, dove in egual modo trovai un altro sepolcro foggiato come il precedente, con una statua o immagine ivi stante come l'altra, salvo che era una Regina, la quale sollevando il braccio destro con il dito indice, indicava verso quella parte dietro le sue spalle, e con l'altra teneva una piccola tavola stretta in mano, in cui era scritto in tre lingue questo epigramma.

Questa novità degna di essere manifestata, e questo segreto indovinello spesso da rileggere, non mi era noto, così che rimasi dubbioso su cosa dovesse significare l'interpretazione di questo sofisma, non osando tentare la conclusione. Ma colto da timore in questo luogo oscuro e privo di luce, nonostante la fioca lampada ardente, ero più desideroso di rimirare e esaminare quel portico trionfale e quella porta, essendo più lecito rimanere lì che altrove. Per cui, senza altro indugio, decisi di lasciare questo luogo fino a un'altra volta, affinché potessi più quietamente e con agio osservare il medesimo, e prepararmi a contemplare la meravigliosa opera della porta: e così scendendo, uscii dal mostro sventrato, un'invenzione oltre l'immaginazione, e un lavoro eccessivo e un audace tentativo di svuotare una sostanza così dura sopra le altre pietre, la fattura all'interno altrettanto curiosa di quella all'esterno. Infine, tornato del tutto giù, scorsi nel porfido disteso lungo i lati, notevolmente inscolpiti e incisi, questi geroglifici.

Primo, il cranio cornuto di un bue, con due strumenti di agricoltura fissati alle corna.

Un altare stante su zampe di capra, con un fuoco ardente in cima, sul lato anteriore del quale vi era anche un occhio e un avvoltoio.

Dopo di ciò, un bacino e un acquamanile.

Un fuso pieno di filato, un vecchio vaso foggiato con la bocca tappata e legata stretta.

Una suola e un occhio nella sua base e due rami incrociati, uno di olivo, l'altro di palma.

Un'ancora e un'oca.

Una vecchia lampada, e una mano che la sostiene.

Un remo di forma antica con un ramo di olivo fruttifero fissato al manico.

Due grappini o uncini.

Un delfino e un'arca chiusa stretta.

Questi geroglifici erano straordinariamente ben tagliati in questa maniera.

Il quale antico modo di scrivere, come intendo, è così da intendersi.

_Ex labore Deo naturae sacrifica liberaliter paulatim reduces animum Deo subiectum. Firmam custodiam vitae tuae, misericorditer gubernando tenebit, incolumemque seruabit._

Lasciando passare questo eccellente, raro, strano e segreto artificio e opera: ritorniamo di nuovo al prodigioso cavallo, la cui testa era magra e piccola, di una piccola proporzione e tuttavia adatta al corpo, che sembrava continuamente fissare, fiero e impaziente, la carne nei suoi muscoli tremante e sussultante, in tal modo che pareva piuttosto vivo che un'imitazione fittizia, con questa parola greca sul suo volto +GENEA+. Vi erano anche altri grandi pezzi e frammenti di svariati e diversi lineamenti tra le rovine rotte e decadute, che non osservai, continuando a correre e scivolare, dandomi il tempo solo di considerare ed esaminare queste quattro rare meraviglie, il portico o porta, il cavallo, il colosso e l'elefante.

Oh reverendi artisti dei tempi passati, quale dispetto ha preso il sopravvento sulla vostra abilità, che la medesima sia sepolta con voi, e nulla sia lasciato a noi in eredità in quest'epoca?

Alfine, giunto a questo antico portico, un'opera degna di essere guardata, meravigliosamente composta secondo regole squisite, e dall'arte notevolmente abbellita, con svariati e diversi tipi di tagli, che accesero in me il desiderio di comprendere e scoprire i lineamenti e la pratica dell'architetto. Iniziai in questa maniera, tracciando un quadrato dalle due colonne su entrambi i lati in modo perfetto, nel quale presi la dovuta proporzione dell'intero portico.

Una figura tetragonale A. B. C. D. divisa da tre linee dritte e tre trasversali equidistanti l'una dall'altra farà sedici quadrati, poi aggiungi alla figura metà tanto ancora in egual proporzione, dividendo l'aggiunta troverai ventiquattro quadrati. Questa figura servirà da credenziale per fare l'inlepturgia e la breve dimostrazione che segue.

Traccia dunque nella prima figura A. B. C. D. due diagonali, traccia anche nella medesima due linee, una dritta in giù e l'altra trasversale, che fanno quattro quadrati che si intersecano mutualmente.

Poi, nel vuoto sopra gli isopleuri, fai quattro punti mediani, tracciando linee dall'uno all'altro, e faranno il rombo.

Quando ebbi tracciato questa figura in questa maniera, subito rimuginai tra me e me quale ragione potesse spingere molti dei nostri operai di questi giorni a pensare bene di se stessi, o a intraprendere l'arte del costruire, non sapendo cosa essa sia! Facendo errori così grossolani nelle chiese e nelle case dei grandi signori, diffamando l'arte, e così ignoranti che sembrano non saper considerare ciò che la natura stessa ci insegna nel contemplare le sue opere.

E qualunque parte non sia conforme al suo principio è turpe e vile. Poiché togli l'ordine e la regola, e quale cosa può mai creare un uomo, che sia bella all'occhio, o di commendevole proporzione e durevole? Dunque deve necessariamente seguire che la causa di tali sconvenienti errori procede dall'ignoranza e ha il suo inizio dall'analfabetismo. E ciò nonostante, sebbene la perfezione di quest'arte non vari e cada dalla sua rettitudine, tuttavia l'architetto discreto e abile, per graziare l'oggetto agli occhi degli osservatori, può lecitamente, con aggiunta o diminuzione, abbellire la sua opera, mantenendo integra la parte solida con la sua composizione universale.

Chiamo solido ciò che è il corpo della struttura, che è l'intento principale, l'invenzione, la prefigurazione, e la simmetria o dovuta proporzione dell'edificio senza alcuna aggiunta, rettamente esaminata e perfettamente composta, la quale manifesterà l'abilità dell'operaio, e il medesimo successivamente adornare e abbellire, i quali aggiunti sono una cosa facile. In cui è anche da considerarsi il dovuto ordinamento e collocamento di ogni cosa, e non mettere una corona sui piedi, ma sul capo, e così ovalizzando e dentellando, e altri tagli di svariati tipi nei loro posti separati e meglio adatti; la principale invenzione e disposizione delle quali riposa nel raro e abile architetto, ma la fatica e l'esecuzione di esse nel volgare e comune genere di manuali e servi dell'architetto, il quale, se vuole far bene, in nessun modo deve essere soggetto all'avarizia.

E oltre alla sua abilità, deve essere onesto, non un ciarlatano pieno di parole, ma cortese, gentile, benigno, trattabile, paziente, allegro e piacevole, pieno di nuovi progetti, un curioso ricercatore in tutte le arti, e ben avvisato nel suo procedere, affinché con temerarietà non commetta un errore o un'assurdità nella sua opera, e di ciò tanto basti.

Dopo che Poliphilus ebbe fatto un'ampia dimostrazione della dovuta proporzione della Porta, procede a descrivere gli ornamenti di essa e la loro eccellenza.

Essendo stato alquanto prolisso e tedioso nel mio precedente proposito, può essere che abbia arrecato qualche offesa a coloro che quotidianamente si sforzano di occupare i propri sensi nei piacevoli discorsi d'amore. Ma non risulterà affatto spiacevole se, con un poco di pazienza, si tratterranno dal saziarsi con la dolciastra piacevolezza di ingannevoli delizie, e proveranno il gusto di una vivanda contraria.

E per quanto le affezioni degli uomini siano naturalmente variabili e differenti l'una dall'altra, in questa occasione posso essere scusato. Poiché sebbene il pane talvolta negato e trattenuto dal corpo affamato possa causare un duro concetto, quando viene poi offerto a lui, la malizia è dimenticata e il dono molto gratamente ricevuto.

Ora, avendo in qualche modo parlato del retto uso dell'architettura, e della via diretta e dei mezzi per ordine e regola per scoprire l'ideazione stabilita e il corpo solido o base dell'opera, con facilità, una volta trovato ciò, l'architetto può usare svariate divisioni in diverse perfezioni, non diversamente da un abile musicista, il quale, avendo ideato il suo basso fondamentale in giusta misura, con pieni colpi, successivamente proporzionerà il medesimo in divisioni, tramite cromatiche e dilettevoli minime, crome e semicrome, curiosamente improvvisando sul suo canto piano. Proprio così, dopo l'invenzione, la regola principale e speciale per un architetto è la quadratura; la medesima, divisa in parti minori, manifesta l'armonia e il dolce consenso dell'edificio, e gli opportuni aggiunti, gradevoli al loro principio.

In tutto ciò questo portico era eccellentissimo, sia per la rara invenzione e meravigliosa composizione di esso, sia per le strane aggiunte per abbellire il medesimo, in tal modo così squisite, così fitamente poste, e così curiosamente tagliate e incise, che la più piccola parte di esso non poteva essere accusata di alcun difetto, ma l'operaio lodato per la perfezione della sua abilità.

Per prima cosa, alla mia mano destra in basso, scorsi uno stilipode o pietra quadrata, come un altare sotto le basi delle colonne, il quale avendo sulla parte superiore una conveniente e adatta cornice, e debitamente inarcato, la parte inferiore e più bassa era in egual modo foggiata, così che il quadrato e il predetto stilipode non erano più larghi che lunghi, ma un retto quadrangolo. Il quale altare (come posso chiamarlo) lungo i lati, lavorato con foglie, scavato sotto con una gola, e avvolto sopra con la medesima fogliatura e lavoro a foglie, cingeva la faccia liscia o tavola dello stilipode di alabastro bianco splendente, levigato e piano, la parte esterna del quadrangolo, circondando equilateralmente il medesimo, sopra il quale con una meravigliosa curiosità era inciso un uomo vicino alla sua mezza età, di un contegno rozzo e scuro, con una barba informe, folta e che si arricciava nel mento, per la durezza della pelle coriacea e la difficile crescita del pelo.

Sedeva su una pietra con un grembiule di pelle di capra, le parti posteriori che cingevano la sua vita, e legate dietro con un nodo, e la parte del collo, con il lato peloso verso di lui, pendeva giù tra le sue gambe. Davanti a lui, nell'interstizio di questi polpacci grossi e tumorosi, c'era un'incudine fissata sopra un pezzo di albero nodoso, sopra la quale stava modellando una brigantina o usbergo di metallo ardente, sollevando il suo martello, e come se stesse colpendo sulla sua opera.

E lì davanti a lui c'era una nobilissima donna, avente due ali piumate poste sulle sue delicate e tenere spalle, che teneva suo figlio, un infante nudo, il quale sedeva con le sue piccole anche sulle larghe e ben proporzionate cosce della bella dea sua madre, e giocava con lei, mentre ella lo sosteneva, e posando i suoi piedi su una pietra, come fosse stata una piccola collina, con una fornace in un foro cavo, in cui c'era un fuoco ardente estremamente caldo.

Questa signora aveva le sue belle trecce curiosamente acconciate sulla sua ampia e alta fronte, e in egual modo cingendo con abbondanza il suo capo in un modo così raro e delicato, che mi meravigliai perché i fabbri che erano lì occupati al loro lavoro non smettessero di guardare ancora verso un così bell'oggetto. Vi era anche lì vicino, di eguale eccellente fattura, un cavaliere dal contegno feroce,[A] avente indosso un'armatura di ottone, con la testa di Medusa sopra la corazza o pettorale, e tutto il resto squisitamente lavorato e abbellito, con un bandoliera trasversale sul suo ampio e forte petto, reggendo con il suo muscoloso braccio una mezza picca, e sollevando la punta di essa, e portando sul capo un elmo dall'alta cresta, l'altro braccio oscurato e non visto a causa della figura precedente: Vi era anche un giovane in abiti di seta, dietro il fabbro, che non potevo scorgere se non dal petto in su, sopra il capo declinante del predetto fabbro. Questa storia narrata, per il miglior e più dolce piacere dell'occhio, l'operaio l'aveva ingentilita in questa maniera. Il piano di fondo che era cavo e liscio in ogni taglio di un arto o corpo, sopra la tavola dello stilipode, era simile a corallo rosso e splendente, che faceva tale riflesso sui corpi nudi, e i loro membri tra loro, e cingendoli attorno, che sembravano di un colore rosa garofanato.

[Nota a margine A: Marte.]

Sul lato sinistro della porta, nel medesimo altare o stilipode sulla tavola di esso, era inciso un giovane di contegno decoroso,[A] in cui appariva grande celerità: sedeva su un sedile quadrato adornato con un antico modo di intaglio, avente sulla gamba un paio di mezzi stivali, aperti dal polpaccio della gamba alla caviglia, da dove cresceva fuori su ogni caviglia un'ala, e a cui la predetta dea con una forma celestiale, i suoi seni toccantisi insieme e cresciuti fuori rotondi e fermi senza tremare, con i suoi larghi fianchi conformi al resto della sua proporzione prima menzionata, con un dolce contegno offriva il giovane e tenero figlio pronto per essere istruito: il giovane chinandosi cortesemente verso il fanciullo, che stava davanti a lui sui suoi graziosi piccoli piedi, ricevendo dal suo tutore tre frecce, le quali in tal modo erano consegnate che si poteva facilmente congetturare e dedurre in che maniera dovessero essere usate: la dea sua madre tenendo la faretra vuota e l'arco non teso, e ai piedi di questo istruttore giaceva il suo caduceo viperino.

[Nota a margine A: Mercurio.]

Lì vidi anche uno scudiero o armigero e una donna con un elmo sul capo che portava un trofeo o segno di vittoria sopra una lancia dopo questa maniera.[A] Un'antica armatura appesa, e sopra la cima di essa o cresta, una sfera sopra due ali, e tra entrambe le ali questa nota o detto, Nihil firmum, Nulla di permanente: era vestita con un abito sottile portato via dal vento, e i suoi seni scoperti.

[Nota a margine A: Amor mi trova di tutto disarmato.]

Le due colonne dritte di porfido di sette diametri su ognuno dei suddetti stilipodi e altari quadrati si stendevano verso l'alto di un colore pomiceo o fulvo, i lati esterni lucenti, chiaramente e levigatamente lucidati, smussati e scanalati con ventiquattro modanature o canali in ogni colonna tra i netruli o cordoni.

Di questi, la terza parte era rotonda, e la ragione del loro taglio in tal modo (cioè due parti smussate e la terza rotonda) come pensai era questa: la struttura o tempio era dedicata a entrambi i sessi, cioè a un dio e a una dea, o alla madre e al figlio, o al marito e alla moglie, o al padre e alla figlia, e simili. E perciò gli esperti e abili operai nei tempi antichi per il sesso femminile usavano più smussature e scanalature e duplice varietà che per il maschile, a causa della loro natura scivolosa e incostante.

La ragione di tante smussature era quella di mostrare che questo era il tempio di una dea, poiché le scanalature mettono in risalto le pieghe dell'abbigliamento femminile, sopra le quali posero un capitello con una modanatura sporgente, simile a capelli intrecciati e ricciuti, e a un'acconciatura femminile, e talvolta, al posto di un capitello, la testa di una donna con capelli crespi.

Queste notevoli e belle colonne sopra menzionate si ergevano in altezza sulle loro basi sottostanti di bronzo, con i loro tori e le loro cime lavorate con una fogliazione di foglie di quercia e ghiande che si avvolgevano attorno ai loro capitelli, poggianti sui rispettivi plinti.

I capitelli, della stessa sostanza delle basi, avevano la proporzione necessaria, confacente e conveniente, corrispondente all'armonia dell'intera opera. Tali che Callimaco, il capo scultore di Calato, figlio di Giove, non ne eseguì né ne sfiorò mai di simili nel sepolcro eretto della Vergine Corinzia, abbellito con il panneggio di un doppio acanto.

I plinti sui quali poggiavano i capitelli erano lavorati con intrecci e volute, e nel mezzo decorati con un giglio; la coppa era guarnita con due file di otto foglie di acanto, secondo il costume romano e corinzio, dalle quali foglie uscivano dei piccoli steli che si chiudevano insieme nel mezzo della coppa, mostrando un bel giglio dolcemente composto nell'incavo dell'abaco o plinto, dal quale i teneri steli si avvolgevano insieme sotto la circonferenza dell'abaco quadrato, molto simile all'opera che Agrippa fece realizzare nel portico del suo meraviglioso Pantheon.

Veniamo ora al limite e alla parte più bassa della porta d'ingresso, che era di una pietra grande, larga e dura, punteggiata di macchie di vario tipo, bianche, nere e color argilla, oltre ad altre diverse mescolanze; su questa poggiavano gli stipiti dritti e i lati della porta, con un aspetto interstiziale, scavati internamente con tanta maestria quanto il resto. Senza alcun segno di cardini o gangheri, né sotto né sopra.

L'arco di tale porta, che curvava come un semicerchio, era lavorato curiosamente e incavato, e come avvolto da intrecci simili a perle di bronzo, alcune rotonde e altre simili a bacche di rosa canina di un colore rossastro, pendenti secondo un'antica maniera, e ripiegate e rivolte tra i teneri steli.

La chiusura e il rinforzo di tale emiciclo o arco, degno di ammirazione, di un raro e sottile artificio e di una squisita pulitura, si offriva così al mio sguardo.

Lì contemplai, in una pietra dura e nerissima, un'aquila spiegata, che portava con sé, superandola, la grandezza di un'aquila naturale, la quale aveva amorevolmente ghermito e preso tra le zampe un dolce bambino in fasce, tenendolo delicatamente, accuratamente e gentilmente, affinché i suoi artigli forti, affilati e adunchi non potessero in alcun modo trafiggere la tenera pelle del giovane infante.

Le sue zampe erano fissate attorno al petto sporgente del bambino, che aveva scoperto dall'ombelico in su e in giù, in modo che i fianchi nudi si potessero vedere tra le cosce piumate dell'aquila. Questo piccolo infante e bellissimo bambino (degno e adatto a colui per il quale fu ghermito) mostrava con la sua espressione di essere spaventato dalla sua sorte.

E così, giacendo tra le zampe dell'aquila, distese entrambe le braccia e con le sue manine grassocce fece presa sulle remiganti delle ali spiegate dell'aquila, come sopra menzionato. E stringendo le sue gambette gonfie e graziose attorno alla coda spiegata che osservava, la quale giaceva dietro il rilievo dell'arco.

Questo bambino era scolpito nella vena bianca dell'agata o dell'onice, e l'aquila nell'altra vena della stessa pietra chiamata sarda, che è di colore nero, da alcuni detta cordiolo, unite entrambe nella medesima pietra. Di che rimasi a meditare, lodando tra me e me l'ingegnosa e appropriata invenzione dell'artista nell'uso di una tale pietra, che per sua natura offriva colori contrari a proporzioni contrarie, e in tal modo che, sollevando il suo piccolo piumaggio sopra la cera, col becco mezzo aperto e la lingua che appariva nel mezzo di esso, sembrava risolutamente intenta ed avidamente protesa ad essersi ingozzata di lui.

L'emiciclo o arco, che sorgeva rotondo dalla parte superiore dello stipite diritto dell'ingresso, in base al suo spessore era disposto in losanghe o quadrati, nei quali erano scolpite rose, le cui foglie e rami pendevano in un ordine curioso e dilettevole da contemplare, sopra l'entrata della porta.

Nei due triangoli creati dall'arco c'erano due belle ninfe di eccellenti proporzioni e forme; le loro vesti, che coprivano i corpi verginali, lasciavano spazio affinché gambe, seni e braccia fossero nudi; i capelli erano sciolti e al vento, e verso il punto di congiunzione e chiusura dell'arco sovrastante, reggevano un trofeo vittorioso.

Il fondo di tale triangolo era di pietra nera, per meglio mostrare la perfezione e la verità dei metalli nei trofei e i bellissimi corpi delle delicate vergini.

Sopra queste parti menzionate vi era lo zoforo, nel mezzo del quale contemplai una tavola d'oro, in cui era inciso questo epigramma in lettere greche capitali d'argento. Che così recitava:

+THEOIS APHRODITIKAI TO: O: EROTI DIONISOS YKAI DE: ME:TRA EK TO:N IDIO:N MYTRI SUMPATHESTATE:+

_Diis veneri filio amori, Bacchus, & Ceres de propriis, S. substantiis matri pientissim[ae]._

Entrambi i lati di tale tavola erano trattenuti e sostenuti da due bambini o spiriti alati dalle forme perfette e vivaci, come se fossero corpi celesti, su un fondo di diaspro o zaffiri blu per nobilitare i metalli e l'immaginario.

Sulla superficie dello zoforo, che si estendeva lungo le colonne di pietra porfirica, erano incise alcune spoglie o corazze, gorgere di maglia, bracciali, guanti d'arme, scudi, targhe, elmi, mazze, asce da battaglia, speroni, faretre, frecce, dardi, lance spezzate, scimitarre e altri antichi strumenti di guerra. Tanto aerei e marini quanto campestri, singolarmente ben intagliati, e manifestanti allo spettatore vittorie, forza e trionfi, dopo una mortale effusione di sangue.

Sopra questo, in ordine, stava la cornice, lavorata con linee tali da confluire decorosamente e rispondere all'eccellenza del resto dell'opera: poiché altrimenti, come nel corpo di un uomo una qualità contraria all'altra comporta la malattia, con gli umori che si opprimono a vicenda in abbondanza, così negli edifici, se gli elementi aggiunti sono disposti in modo inetto e distribuiti indecorosamente, ne risulterà una brutta deformità.

Poiché una struttura e un edificio crescono deboli e sconvenienti laddove non si possa trovare una dolce armonia, un ordine modulato e un concento.

Cosa che molti idioti moderni confondono, essendo ignoranti nella distribuzione locale. Poiché un abile maestro artigiano mostrerà nel suo lavoro un'allusione o una somiglianza con una forma e una proporzione umana splendidamente adornata nell'abbigliamento.

Al di sopra della cornice, tramite una gradazione inversa, vi erano quattro quadrature o tavole quadrate, due proprio sopra le colonne smussate e i pilastri scanalati, e due all'interno di essi. In un'altra divisione, tra le suddette due tavole contrastanti e interne, stava una ninfa nel suo anaglifo, rarissimo ed eccellente, di oricalco o ottone giallo, che teneva in ciascuna mano una torcia, una delle quali rovesciata e rivolta verso il basso, essendo spenta, e l'altra ardente verso il sole. La torcia ardente nella mano destra, e quella spenta nella sinistra.

Nella quadratura sul lato destro contemplai la gelosa Climene, con i capelli trasformati nell'erba chiamata "fanciulla di Venere" o "erba della signora", e Febo in crudele sdegno e irata sofferenza, lei che lo seguiva piangendo, da cui egli fuggiva affrettando i suoi cavalli veloci, come chi fugge dal proprio mortale e fatale nemico.

Sulla tavola sopra le colonne sul lato sinistro, in un'intagliatura curiosa e rara, vi era la somiglianza rappresentata dell'inconsolabile e sempre piangente Ciparisso, che sollevava le mani e le braccia verso il sole, facendo il suo lamento ad Apollo per la cerva ferita.

Nella terza tavola, dopo l'ultima menzionata, in un'opera corrispondente alla precedente, contemplai Leucotoe, malvagiamente uccisa dal proprio padre, che trasformava la sua carne bella, giovane e tenera in corteccia liscia, foglie tremanti e rami flessuosi.

Nella quarta tavola era rappresentata la scontenta e dispiaciuta Dafne, ai desideri ardenti del ricciuto Delio, che rendeva via via il suo corpo vergine incontaminato verso il caldo cielo, essendo metamorfosata pietosamente in un alloro verde.

Ora, successivamente in ordine sopra le suddette tavole e quadrature nello zoforo, in cui queste storie erano rappresentate in forma, vi era estesa una cornice dentellata e ornata di ovuli con strali interposti tra i giunti degli ovuli, e il lavoro a fogliame e gli embrici con il resto che appartiene alla definizione dello stesso (oltre la mia capacità di riferire) senza alcun difetto o mancanza; e infine, la cima era adornata qua e là con foglie di acanto.

E per tornare alla visione dell'intera struttura, nella disposizione di cui sopra, le cornici per linea perpendicolare erano corrispondenti e concordi con l'andamento dell'intera opera, eccetto solo lo stillicidio o perimetro, ossia la parte esterna della cornice superiore.

Segue ora parlare della tavola o parte interna del triangolo; all'interno del quale, secondo quanto le estremità dello stesso triangolo permettevano, mi si presentò alla vista una corona o ghirlanda di diverse foglie, frutti e steli, ripiegati e avvolti insieme di una pietra verde, annodati in quattro parti; i legami degli stessi steli erano tenuti da due sirene, la cui parte superiore era di forma umana e quella sotto l'ombelico simile a un pesce, con una mano in alto e l'altra in basso sulla ghirlanda, le loro code squamose che si estendevano fino agli angoli più bassi del triangolo, sopra la sommità della cornice, avendo alle loro estremità pinne o ali di pesce. I loro volti come di vergini, le loro chiome in parte arricciate sulla fronte, alcune rivolte attorno alla testa e avvolte, alcune pendenti sulle tempie, increspate e inanellate vicino alle orecchie. Tra le spalle crescevano le loro ali come quelle delle arpie, che si allungavano verso il basso fino agli intrecci delle loro code; sui loro fianchi mostruosi crescevano le pinne per nuotare, l'inizio della loro sostanza ittica e squamosa, continuando poi le loro parti inferiori verso il basso.

All'interno della suddetta ghirlanda contemplai una capra lattea irsuta, che un bambino poppava, seduto sotto il suo fianco sulle sue gambe giovani e carnose, una dritta in avanti e l'altra ritratta e piegata sotto di lui. Con le sue piccole braccia si teneva ai peli irsuti e ruvidi, con lo sguardo e gli occhi rivolti alla mammella grande e piena mentre poppava. E una certa ninfa, come se dicesse parole e desse voci di compiacimento alla capra, chinandosi, con la mano sinistra le sollevava una zampa, e con la destra metteva la mammella ai baci schioccanti del bambino che poppava, e sotto di lei vi erano queste lettere: Amaltea.

Un'altra ninfa stava contro la testa della capra, con un braccio circondandone premurosamente il collo, e con l'altro la teneva per il corno.

Nel mezzo stava la terza ninfa con rami di foglie verdi in una mano, e nell'altra una coppa da bere di foggia antica, più lunga che larga, come una barca con un piccolo manico. Sotto i suoi piedi era scritto: Melissa.

Tra l'una e l'altra delle tre ninfe sopra specificate, vi erano altre due ninfe con cimbali nelle mani, come se suonassero e danzassero, ognuna abbigliata secondo la perfezione della propria bellezza, con un'esecuzione artificiale di maestria nelle proporzioni intraprese, che sembravano piuttosto le sostanze stesse che una litoglifia o un'immaginaria, sia essa di Policleto, Fidia o Lisippo, né gli anaglifo di Artemisia, regina di Caria, Scapa, Briassi, Timoteo, Leocare e Teone, giungevano minimamente vicino, poiché la maestria di questo lavoro sembrava eccellere l'abilità di qualsiasi lapicida, scultore, incisore o intagliatore umano, chiunque fosse.

Sopra il suddetto triangolo, e sotto la cornice superiore, in un piano liscio vi erano queste due parole attiche in lettere capitali: +DIOS AIGIOCHION+.

Questo portico e cancello cospicuo, degnissimo di essere visto, stava così di una composizione meravigliosa, eccellentemente disposto. Se non avessi spiegato la comodulazione e l'armonia di questo in particolare, sarei potuto essere biasimato per la mia prolissità e tediosità, e per la mancanza di parole adatte nella descrizione. E così, per questa volta, di questo tanto.

Deve necessariamente seguire che tutto il resto della suddetta corte su ogni lato fosse bello a vedersi, e di maestosa fattura, per ciò che ancora rimaneva in piedi: come nella parte interna le navate e le colonne che portavano e sostenevano un peso incommensurabile e mostruoso, e i corinzi di una specie minore, un'opera divina e sconosciuta che abbondava in varietà di perfezioni come la proporzione richiedeva e la necessità desiderava per sostenere il fardello che vi era posto sopra. Il loro ornamento e decoro con opere e artifici imitava l'abbigliamento di corpi principeschi, dotati come di una ragione artificiale. Perché come a un corpo grande, grosso e corpulento sono necessarie gambe forti e piedi larghi per portarlo e sostenerlo, così in un edificio modulato e ben composto, per sostenere grandi pesi, sono designate le navate, e per bellezza, colonne, corinzi e sottili ionici sono posti sopra di esse. E quest'intera opera, proprio come era richiesto per la sua armonia, così stava in un'eccellenza approvata.

Con diversità di colori, dolcemente posti e abilmente disposti, il riflesso dell'uno che abbelliva l'altro, e tutti insieme a formare un oggetto grazioso. Di porfido, ofite, numidico, alabastrite, piropochilo, verde di Lacedemone e marmo bianco, variamente venato, e di andracite con macchie bianche, e molti altri di specie strane e diverse commistioni.

Trovai una rara forma di base, in foggia simile a un cuscino, sul cui plinto stavano due trochili o toruli, con un'interposizione di ipotracheli o fusti, e astragali, con un toro superiore.

Diversi luoghi erano nascosti e ricoperti da edera serpeggiante, infeltrita e diffusa, piena di bacche nere e foglie verdi e morbide che crescevano qua e là, ostacolando la vista interna dell'antica opera, con altre erbe murarie che uscivano dalle crepe e dalle fenditure, come la campanula, l'ombelico di Venere ed erogente, da alcuni chiamata amore, a cui è grata, ricadendo di nuovo verso terra; in altre fessure crescevano l'orecchia di topo, il polipodio, l'adianto o capelvenere, il frastagliato e ricciuto citraco, la lunaria minore annodata, il sedum, il politrico o capelli d'oro e simili, che sogliono crescere negli edifici in rovina e nei vecchi muri di pietra, cosicché molti pezzi degni erano investiti e nascosti alla mia vista da tali erbacce e olive verdi, le guarnitrici delle rovine.

Vi erano in diversi luoghi inestimabili e immense cadute di molte colonne o piuttosto cumuli confusi di pietre spezzate e frammenti informi che si ergevano dalla terra.

Tra quei pezzi caduti potevo vedere i resti di diverse forme di uomini di svariati tipi, molti nudi, altri alcuni aventi i membri coperti da indumenti piegati e increspati, saldamente aderenti alle loro proporzioni nude. Alcuni stavano sul piede sinistro, altri sul destro in modo eretto, con le teste perpendicolarmente sopra il centro tra i talloni, e alcuni guardavano di lato in altezza, quattro cubiti di sei piedi.

Altri stavano su entrambi i piedi, alcuni alquanto distanti l'uno dall'altro, e ognuno seduto in maestà sui propri troni, e il resto con una grazia rara e modesta nei loro posti più piacevoli e designati.

Lì contemplai anche innumerevoli trofei, spoglie di armatura e infiniti ornamenti, con teste di buoi e cavalli di grandezza conveniente, e attorno alle loro corna parte delle loro ghirlande di foglie, frutti, ramoscelli, rami e fiori, e alcuni attorno a parte dei loro corpi, con bambini che cavalcavano su di essi e giocavano, in un modo così perfetto e nell'ordine desiderato, come il più abile maestro d'opera, pieno di varietà, fatica, studio e industria, potesse ideare ed eseguire. Con quanta cura e pena la sua abbondante abilità si manifestava chiaramente, e con quanto piacere l'effetto del suo proposito non era affatto oscurato.

E con tale euritmia o appropriata proporzione delle membra, egli mostrò la sottigliezza dell'arte lapidaria, come se le sostanze non fossero state del marmo più duro, ma di gesso tenero o argilla da vasaio, e con quale congiuntura le pietre fossero accostate, e con quale artiglieria, regola e misura fossero composte e poste, era meraviglioso immaginarlo.

Questa era la vera arte che enucleava e scopriva l'ignoranza in cui lavoriamo, la nostra detestabile presunzione e i nostri errori pubblicamente condannati.

Questa è quella luce chiara e perfetta, che dolcemente e con le nostre volontà non costrette attrae i nostri occhi dalla vista offuscata a contemplare e vedere la stessa. Poiché nessuno (a meno che non sia colui che di proposito si rifiuta di vederla) che i suoi occhi non abbaglierebbero con il continuo desiderio di vederla.

Questa è quella che accusa l'orribile cupidigia, la divoratrice e consumatrice di ogni virtù, un verme avido, che morde ancora e per sempre, nel cuore di chi ne è cattivato e soggetto, il maledetto ostacolo e impedimento agli ingegni ben disposti, il mortale nemico della buona architettura, e l'esecrabile idolo di questo mondo presente, così indegnamente venerato e dannatamente adorato. Tu, veleno mortale per chi ne è infetto, quante sontuose opere sono rovesciate e da te interdette.

Con ciò, essendo io rapito e preso da un diletto e piacere indicibili nel riguardare questo raro e antico venerabile monumento di tale grazia e ammirazione, che non sapevo a quale parte rivolgermi per prima, qua e là guardandomi volentieri intorno e ne ero stupito, considerando attentamente ciò che le storie incise mi presentavano, mentre mi spostavo da un luogo all'altro, con un diletto sconosciuto e un piacere non riferibile nel vederle, spalancando la bocca davanti ad esse, dimenticando me stesso come un bambino piccolo, mai saziando i miei occhi avidi e il mio desiderio insaziabile di guardare e riguardare l'esegua perfezione dell'antica opera, fui spogliato e derubato di ogni pensiero, eccetto il ricordo della mia desiderata Polia, che spesso riaffiorava. Ma con un sospiro estremo e profondo, lasciamola un poco, e torniamo di nuovo al nostro scopo continuato.

Sarebbe indubbiamente cosa grande e degna di lode descrivere con verità, e punto per punto, porre in iscritto l'incredibile opera e l'immaginata composizione di una struttura così vasta, di una mole così immensa, di un edificio così grandioso, con l'eccellenza dell'ingresso situato in un luogo cospicuo e ben visibile, dove il mio diletto nel contemplarli superava la grandezza della mia ammirazione, generando in me tale concetto da persuadermi che Giove non oserebbe intraprendere il simile per il resto degli dei, e credendo certamente che nessun artefice o ingegno umano potrebbe comporre una struttura così enorme, esprimere concetti così notevoli, o immaginare e inventare invenzioni così rare e ornarle con tanta magnificenza, disporle in un ordine e una simmetria così singolari, e senza aggiunte o correzioni finirle perfettamente. Una rara e insolente superbia in un edificio. Per la qual occasione fui in qualche dubbio, e non poco, che se lo storiografo della natura avesse veduto o udito di ciò, avrebbe disprezzato quello d'Egitto, e l'astuzia e l'industria della sua lavorazione, poiché ivi le svariate e diverse opere effettuate da molti diversi artefici parevano, nella perfezione delle loro debite proporzioni, come se fossero state compiute da uno solo.

Egli avrebbe anche con altrettanta leggerezza considerato la sapiente abilità di Satiro l'architetto e altri di fama, specialmente Simandro, per l'opera di Memnone, che tagliò le tre statue di Giove in una sola pietra, avendo i piedi lunghi più di sette cubiti.

A ciò la rappresentazione della magnanima Semiramide scolpita fuori dal monte Bagistano deve cedere il passo.

E tralasciando di parlare dell'insolente grandezza delle Piramidi di Menfi, quegli scrittori si sarebbero ampiamente dedicati a questa descrizione. E lasciando non riportati i famosi Teatri, Anfiteatri, Terme, ed edifici sacri e profani, condotti d'acqua e colossi, e quello di Apollo traslato da Lioculo. O il tempio dedicato a Giove da Claudio Cesare. O quello di Lisippo a Taranto, o la meraviglia di Carelindio a Rodi, e di Xenodoro in Francia e a Roma. E il colosso di Serapide lungo nove cubiti di smeraldo, o il famoso Labirinto d'Egitto. O la rappresentazione di Ercole a Tiro.

Avrebbero accomodato i loro dolci stili alla lode di ciò che, come sopra, è eccellente più d'ogni altro, sebbene l'Obelisco di Giove, composto di quattro frusti, alto quaranta cubiti, largo quattro cubiti e spesso due cubiti, nel suo delubro dentro il tempio si manifesti come un meraviglioso miracolo.

Insaziabile, lanciando così i miei occhi e rivolgendo il mio volto ora di qua e ora di là, verso questa enorme e potente struttura, pensai tra me e me: se i frammenti e i resti di una così sacra antichità, e se la polvere e la cenere di un tale monumento decaduto possono generare stupore nell'ammirazione di esso, e causare così grande diletto nel contemplarlo, che cosa avrebbe fatto nel suo massimo splendore.

Dopo questo mio ragionare, la ragione mi persuase a supporre che all'interno potesse trovarsi l'Altare di Venere per i suoi mistici sacrifici e sacre fiamme, o la rappresentazione della sua divinità, o l'Afrodisio di lei stessa e del suo piccolo Arciere, e perciò con devota riverenza, avendo posto il mio piede destro sul limitare consacrato della porta, mi venne incontro volando un bianco Orice.

Ma io improvvisamente, senza alcun ulteriore riguardo o curiosa premura, con i miei occhi indagatori entrai come il spazioso e luminoso ingresso mi dava licenza, rappresentandomi visioni tali che meritano, e sono degne, di eterna rimembranza, da ambo i lati rivestiti di marmo liscio e levigato, nella cui parte mediana era incastonato un tavolo rotondo, rinchiuso e circondato da una pietra verde molto preziosa e conseguentemente associata con curiosa maestria. E l'opposto di pietra molto nera, che scherniva e disprezzava la durezza del ferro, e chiara e lucente come uno specchio. Per mezzo del che, mentre passavo (senza avvedermene), ebbi paura della mia stessa ombra; tuttavia fui subito confortato da un diletto inaspettato, poiché il luogo che causò il mio turbamento ora mi offriva il fondamento di tutte le scienze, storicizzato in una pittura visibile, manifesta ed esperta.

E su entrambi i lati, sotto le stesse belle e nobilissime tavole, erano posti per tutto il lungo sedili di pietra. Il pavimento, netto e pulito dalla polvere, era fatto di Ostraco.

E così, allo stesso modo, il soffitto colorato superiore era puro e privo di ragni e ragnatele, a causa del continuo aria fresca che entrava e usciva.

La volta delle pareti, come predetto, si innalzava fino alla curvatura dell'Arco dalle imposte che poggiavano sulle loro strette e ritte ante fino all'estrema fine dell'ingresso, che secondo il mio giudizio prospettico era di dodici passi.

Da tale perpolita legatura e giunti fissati, il tetto dell'ingresso, per tutta la sua lunghezza, procedeva con una flessione semicircolare, rispondente alle ante e ai lati dritti del portico sopra descritto, pieno di varietà e squisite rappresentazioni, raramente incise e di piccoli mostri acquatici, come nell'acqua stessa, nelle loro giuste e ben disposte fisionomie, mezzi uomini e donne, con le loro code di pesce: alcuni abbracciantisi l'un l'altro con mutuo consenso, alcuni suonanti flauti e altri altri strumenti fantastici.

Alcuni seduti in carri di strana foggia, e da essi trainati da veloci delfini, coronati e adornati con ninfee adatte all'arredo dei sedili guarniti: alcuni con vari piatti e vasi colmi di molte sorte di frutti. Altri con abbondanti copie, alcuni accoppiati insieme con bende, e altri lottanti come facevano, cavalcando ippopotami e altre svariate e inusitate bestie, con una difesa chiloniale.

Alcuni disposti con lascivia, altri alla varietà di sport e feste, con vivaci impegni e rapidi movimenti, assai singolarmente ben esposti, e che riempivano tutto il suddetto soffitto arcuato.

Lungo il sorgere curvo dell'ingresso, contemplai una singolare maestria di svariate rappresentazioni e contraffazioni, in un eccellente lavoro a mosaico, brillante come oro: e di svariati altri colori, con un bordo largo due piedi, che circondava la volta del tetto, sia sotto che sopra, e li divideva dal lavoro, sui lati piani, di colori così perfetti e freschi come se fossero stati appena messi, con un lavoro a foglie naturale di un verde smeraldo, su un fondo pomice o fulvo, con fiori di giacinti e fenici adulterati con curiosi nodi e intrecci, e nello spazio contenuto dei suddetti lati, vidi dipinta questa antica storia.

Europa, una giovane dama, che nuota verso Creta sopra un prestigioso Toro. E l'editto del re Agenore ai suoi figli Cadmo, Fenice e Cilice, di ritrovare la loro deflorata sorella, cosa che non poterono fare, ma dopo che ebbero valorosamente ucciso il feroce drago squamato che custodiva la bella fonte: e consultato Apollo, decisero con i loro seguaci, e convennero di costruire una città, dove la giovenca muggente avesse indicato, per cui quel paese, ancora oggi porta il nome del muggito di una vacca, Europa. Cadmo costruì Tebe. L'altro fratello Fenicia. Il terzo Cilicia.

Quest'opera e pittura musiva era giustamente posta in ordine, come l'inizio e la fine della storia richiedevano, con finzioni nei loro colori naturali, le loro azioni e gradi espressi con precisione.

Dal lato opposto, contemplai allo stesso modo la lasciva e libertina Pasifae che bruciava in un'infame lussuria, giacente in una macchina o telaio di legno, e il Toro che montava su ciò che non conosceva.

Dopo quello, il mostruoso Minotauro con la sua brutta forma chiuso e rinchiuso nell'intricato Labirinto. E dopo quello, l'imprigionato Dedalo, che fabbricava artificialmente ali per sé e per il suo giovane figlio Icaro, il quale infelicemente non osservando la regola di suo padre, cadde giù a capofitto nel profondo mare, lasciando al medesimo mare il suo nome, dopo il suo annegamento. E il suo discreto padre, essendo salvo secondo il suo voto, appese le sue ali nel tempio di Apollo.

Su cui stetti a bocca aperta attentamente fissando con i miei occhi, e rapito in mente dalla bellezza della storia, così ben disposta, così perfettamente ordinata, così artificialmente dipinta e curiosamente espressa, integra e sana, senza alcun segno di decadimento, la forza della sostanza glutinosa, che univa e teneva insieme la tessellatura o le scacchiere, era tale e così perfetta. Poiché ivi l'artefice aveva preso grande pena e mostrato una rara astuzia.

E così passo dopo passo avanzai audacemente, esaminando e contemplando quale direzione e arte di pittura avesse osservato con una distribuzione a pennello per rendere intere proporzioni su un piano liscio e piatto. Alcune linee che si avvicinavano al mio oggetto, e alcune che sembravano come se fossero state da lontano appena distinguibili, eppure entrambe di una simile vicinanza. E la stessa ancora che era appena visibile, offrirsi sempre più al giudizio dell'occhio, con squisite parerga e ombreggiature di acque, fontane, montagne, colli, boschi e bestie, nei loro colori naturali, e distanti l'uno dall'altro, con luce opposta. E nell'abbigliamento le pieghe e le grinze così sapientemente perfezionate e ombreggiate che, così in quello come in tutto il resto, l'arte sembrava invidiare la natura stessa, e non di poco, di che grandemente mi meravigliai.

In questa maniera giunsi all'estrema fine, dove le belle storie finivano, e oltre quella più all'interno l'oscurità era tale che non osai entrare, e tornando indietro udii tra le rovine un rumore continuo come lo scricchiolio di ossa o il loro tintinnio insieme, di che stetti fermo dimenticando il mio preconcepito diletto, essendo interrotto da ciò dalla dolcezza degli oggetti. Alla fine potetti udire un fruscio come se un bue morto fosse stato trascinato sul terreno, il rumore ancora avvicinandosi e venendo sempre più vicino al portico dal quale dovevo uscire, dove udii un grande sibilo di un enorme serpente: l'improvvisa paura in cui ero, mi rese incapace di gridare aiuto, né vidi come scappare, se non correndo nell'oscura e tenebrosa vastità in cui prima avevo paura di entrare.

Oh infelice sciagurato oppresso da avversa e triste fortuna, vidi nell'ingresso della porta venendo verso di me, non un ferale leone accucciato ad Androclo, ma un pauroso e orribile Drago che scuoteva la sua lingua trisulca e tripartita contro di me, digrignando i denti, e facendo uno stridore o scricchiolio, la sua pelle squamosa e scagliosa che strisciava sul pavimento fiorito, sbattendo le sue ali sulla schiena rugosa, con una lunga coda che si piegava e si arricciava come un'anguilla e mai riposava. Ohimè, la vista era sufficiente ad aver spaventato Marte stesso nella sicurezza dell'armatura guerriera, o ad aver fatto tremare il forte e potente Ercole, nonostante la sua clava, e a richiamare Teseo dalla sua impresa iniziata e audace tentativo, e a terrorizzare il gigante Tifone, e a far tremare e piegare il cuore più orgoglioso e coraggioso che sia. Desiderai per me la velocità di Atalanta, essendo giovane e disarmato, in nessun modo capace di scontrarsi con una tale forza velenosa, e percependo il suo nero respiro infettivo che fumava fuori dalla sua bocca. Essendo oltre ogni speranza di scivolare via da lui, devotamente gridai per aiuto divino. E improvvisamente voltando le spalle, tanto velocemente quanto potevo correre, trasportai il mio corpo pauroso con l'aiuto dei miei piedi veloci, nella parte interna dei luoghi oscuri, penetrando attraverso diversi crocevia tormentati, passaggi ambigui e vie sconosciute.

Così che pensai di essere nell'inesplicabile struttura del prudente Dedalo, o di Porsenna, così pieno di vie e svolte tortuose, l'una entrando nell'altra, per ingannare l'intento dell'uscitore, o nell'antro spazioso dell'orribile Ciclope, o nella cava profonda del ladro Caco. In tal modo, che sebbene i miei occhi fossero alquanto familiari con l'oscurità, tuttavia potevo vedere proprio nulla. Ma fui contento di stendere le mie braccia in avanti davanti alla mia faccia, brancolando intorno a me (come uno che giocava a mosca cieca) affinché non corressi con la mia faccia contro qualche pilastro, e sentendo con i miei piedi dolcemente prima di posarli su di essi per paura di cadere in qualche volta sotto queste poderose Piramidi.

E guardando indietro, se questo pauroso Drago mi seguisse ancora o no, la luce era del tutto sparita. E io rimanendo in un luogo oscuro, pieno di svariate svolte e passaggi incrociati, in un terrore maggiore e più mortale pesantezza di mente di Mercurio. Facendo di sé Ibis e Apollo, Tracia, Diana, nel piccolo uccello Colomene. E Pan in due forme. Io e più spaventato di quanto mai furono Edipo, Ciro, Creso e Perseo. E più tremante del ladro Tracilio nella sua pelle d'orso. In dolore più abbondante del povero Psiche. E in più faticosi pericoli di Lucio Apuleio, quando udì i ladri consultarsi per colpirlo sulla testa e ucciderlo.

Oppresso e carico di tutti questi soprannominati spaventi e terrori, cominciai a immaginare che il Drago volasse sopra la mia testa, e con il rumore dei suoi denti stridenti e artigli laceranti di prendermi con le sue fauci divoranti: il mio cuore dandomi a intendere che il lupo carnivoro che sognai, era un presagio di questa mia ultima dubbia fine. E così correndo su e giù come una piccola povera formica, quando la pernice sta grattando sopra i loro monticelli e beccandoli via. Con le mie orecchie vigili e attente, ascoltando se il mostro orribile con il suo viscido e sporco veleno e fetido odore si stesse avvicinando a me. E temendo tutto ciò che veniva prima al mio pensiero.

Trovandomi disarmato, privo di ogni aiuto, in questo mortale pericolo, e miserevole perplessità, sebbene la morte sia naturalmente amara e odiata, tuttavia nonostante ciò in quel tempo, la stimai graziosamente, che mi parve di poter soffrire volentieri, ma quella volontà era insufficiente: la speranza ancora guardando, e persuadendomi di una incerta, paurosa e inquieta vita.

Ahimè, come l'anima mia e il corpo erano restii a lasciarsi l'un l'altro, il dolore della qual cosa mi rendeva poco disposto a intrattenere un nemico così crudele come la morte: su di che facendomi animo, pensai così.

Dovrà la grandezza del mio amore così dolcemente infiammato, ora decadere, frustrato di ogni effetto, poiché se al presente fossi stato solo presentato con una vista di esso, avrei potuto essere ancora meglio soddisfatto.

Ma ancora subito ritornando all'impressione interiore del mio dolcissimo oggetto, ancora dimorante nel segreto del mio cuore, caddi in pianti singhiozzanti, per la perdita di due gioielli così degni. Quella era Polia e la mia preziosa vita. Continuamente chiamando su di lei con profondi sospiri e singhiozzi singultuanti, risuonanti nell'aria spessa, rinchiusi sotto le enormi arcate e segreta scura copertura, dicendo così tra me e me.

Se muoio qui così miserevolmente, dolorosamente e scomodamente, tutto solo, chi sarà un degno successore di una gemma così preziosa? E chi sarà il possessore di tale tesoro di inestimabile valore? E quale bel cielo mostrerà una luce così chiara? Oh miserrimo Polifilo, dove vai sfortunato? Dove affretti i tuoi passi? Speri mai di contemplare di nuovo qualche bene desiderato? Guarda tutti i tuoi graziosi concetti e piacevoli alti diletti costruiti nei tuoi pensieri apprensivi, attraverso la dolcezza dell'amore, sono mortalmente scossi, e bruscamente precipitati e abbattuti? Guarda come le tue alte cogitazioni amorose sono scosse in pezzi e annientate. Ahimè, quale ingiuriosa sorte e malevole costellazione, ti ha così perniciosamente spinto, e ingannevolmente attirato in questa miserevole oscura tenebra? E ora ti hanno con dispetto condotto in un mucchio di mortali paure, e affogando in un profondo mare di indicibili dolori. Alla spietata divorazione e improvvisa ingozzatura di un mostro così sporco, ed essere marcito e digerito nelle puzzolenti interiora di una bestia così fetida, ed essere rigettato in un luogo così vile. Oh lamentevole e inusitata morte. Oh miserevole fine della mia desiderata vita. Dove sono i miei occhi? cosa sono sterili? È il loro umore andato? Non ci sono più lacrime rimaste da cadere gocciolanti giù per le mie guance rigate? Bene allora percepisco che la morte è alle mie spalle, chi ha mai visto tale mutamento di fortuna? Guarda la misera e ribelle morte, e l'ultima ora, e il maledetto minuto di essa a portata di mano, in questa scura ombra, dove il mio corpo e la mia carne sono designati a essere un cibo per una bestia così fetida. Quale furia? quale crudeltà? quale miseria più mostruosa può una creatura mortale soffrire. Che la dolce e piacevole luce debba essere strappata a coloro che sono vivi, e la terra negata a coloro che sono morti. Quale porcina calamità, e deforme disgrazia, così gravemente e inopportunamente allontanerà da me la mia più desiderata e fiorente Polia. Addio lo specchio di ogni virtù, e vera perfezione di bellezza, addio.

E così oltre ogni misura scosso e ruzzolato in tali e così grandi afflizioni, la mia vera anima era vessata dentro di me, lottando per essere messa in libertà dal mio sfortunato e debole corpo, passando su e giù non sapevo dove. Le mie gambe deboli, fiacche e vacillanti sotto di me, i miei spiriti languenti, e i miei sensi in una maniera andati via da me. Salvo che invocai devotamente l'onnipotente Dio di aver pietà di me, e che qualche buon Angelo potesse essere designato a condurmi fuori. E con ciò ecco che scoprii una piccola luce. Alla quale, quanto volentieri mi affrettai, lasci che ognuno giudichi che cosa farebbe in tale perplessità.

Vidi una lampada eterna, ardente davanti a un altare che era alto cinque piedi, e largo dieci piedi, con le immagini d'oro in piedi sopra di esso, che non potevo molto perfettamente contemplare, nonostante la lampada ardente, la grossolanità dell'aria era tale e così grande un nemico alla luce.

E sempre con orecchie attente ascoltavo diligentemente, come non ancora liberato dalla paura, e qualcosa vidi, le deboli immagini e le grandi fondamenta, e paurose volte, e contrafforti sotterranei o sostenitori e forze, qua e là in infiniti luoghi distribuiti, e molti enormi e potenti pilastri, alcuni quadrati, alcuni esagoni, alcuni ottagoni, ottimamente posti sotto e proporzionati per sostenere la vasta grandezza delle pesanti Piramidi.

Lì, avendo poco diletto a fare alcuna lunga sosta, intesi prendere una via sconosciuta più addentro, il quale mio intrapreso corso, scorsi una luce che così tanto avevo desiderato, venendo dentro da una piccola feritoia piccola quanto potevo vedere.

Oh con quale gioia, e con quale cuore lieto, la contemplai, e con quale allegrezza affrettai i miei passi verso essa. Forse più veloce di Canistio o Filonide, la mia sfrenata letizia ed estremo desiderio di avvicinarmi a essa era tale, che revocai e trascinai indietro ancora il divorzio della mia scontenta e tediante vita, successivamente confortando la mia perturbata mente e il cuore abbattuto. Alquanto rinfrescando e rassicurando me stesso: riempiendo ancora il mio evacuato e vuoto cuore, e rimpiazzandolo con le sue vecchie cogitazioni.

Ora mi assestai più verso la mia amabile Polia, e legai i miei affetti più sicuramente a lei. Essendo persuaso e fermamente opinante, che questa vista fosse una trance in amore, per mostrare che dovrei morire e perdere il mio amore. Oh come mi vessava estremamente! Né rifiutava o faceva resistenza a alcuno acuto e nuovo assalto d'amore, che nel mio colpito e dolorante cuore giacerebbe infierendo e nutrendosi di se stesso.

E a questo punto, superati tutti gli ostacoli e gli impedimenti, mi si offrì un'uscita spaziosa e ampia. Allora, grazie alla luce chiara, fui alquanto confortato, e riassumendo e raccogliendo di nuovo i miei pensieri erranti, e ripristinando le mie forze prostrate, il mio viaggio sospetto e sconosciuto mi fece scattare in corsa: sicché, quanto più mi avvicinavo alla porta, tanto più mi sembrava che essa si ingrandisse. Verso la quale, alla fine, per volontà di Dio, con Polia che nel mio petto amoroso esercitava un vigore predominante, giunsi, senza cessare di proseguire la mia rapida corsa: le mani, che prima tenevo tese tastando per non correre contro i pilastri, ora le usavo come un paio di remi per affrettarmi via.

Viaggiando così in sicurezza, giunsi in una vista e in una contrada assai amene, nelle quali tuttavia non ero ancora privo di timore, e non osando sedermi, l'impressione dell'orribile mostro era così fresca nella mia mente, che mi pareva di sentirlo ancora dietro di me, e perciò non potevo dimenticarlo così facilmente. Ma ero piuttosto persuaso a proseguire oltre: innanzitutto perché il paese era così fertile, piacevole e bello. In secondo luogo, affinché potessi allontanarmi abbastanza dal luogo in cui ero stato così recentemente spaventato. Che allora, sedendomi, potessi riposarmi, e rimettere insieme la mia mente, e dimenticare questo terrore concepito, al mio ingresso della porta, l'apparizione della bianca Sorice che tornava graziosamente nella mia memoria, un'esortazione provocatoria, e una buona occasione per animarmi e confortarmi, perché per gli auguri era un segno grato e propizio di buona fortuna.

[Sidenote A: Capillata ministra.]

Alla fine fui risolutamente persuaso ad affidarmi alla benignità della mia buona fortuna, che a volte poteva essermi un'ufficiosa e generosa ancella di eventi prosperi.[A] E con ciò spronato e provocato a proseguire il mio cammino, ovunque le mie gambe stanche e deboli mi avrebbero condotto e portato. E tuttavia ero (come si conveniva) alquanto dubbioso di entrare in un luogo siffatto, (essendomi ignoto) dove forse non mi era lecito venire. Sebbene in ciò fossi molto più audace e baldanzoso che nell'entrata dello splendido portico. E così, col petto che batteva forte e la mente perplessa, dissi a me stesso.

Non vi è alcuna causa che debba indurmi a tornare indietro, tutto ben considerato: non è questo un luogo più sicuro e più adatto per sfuggire al pericolo? Non è meglio arrischiare la vita alla luce e al chiaro sole, piuttosto che morire e languire in un'oscurità cieca? E così, risoluto a non tornare più indietro, con un sospiro profondo richiamai alla memoria il piacere e la delizia che i miei sensi avevano quasi perduto: poiché l'opera che avevo visto era piena di meraviglie mirabili, e pensando a quale mezzo ne fossi stato privato, richiamai al ricordo i leoni di bronzo, nel Tempio di Salomone, che erano di tali sembianze feroci da indurre gli uomini alla dimenticanza.

E in tale stato temevo che il drago mi avesse ridotto, che opere così eccellenti e meravigliose, e rare invenzioni, in un modo impossibile da compiere per qualsiasi creatura umana, degne di essere manifestate e da me diligentemente perlustrate, dovessero ora essere fuggite dalla mia memoria assorbente, sicché non sarei stato in grado di farne un resoconto veritiero: ma in ciò contraddicevo me stesso: né trovavo di essere in una passione di letargia: ma che ricordavo molto bene e conservavo senza alcun difetto, nell'ordine e nella proporzione, tutto ciò che avevo visto e contemplato. E che la mostruosa e crudele bestia era una sostanza assai viva e non una finzione, simile a quella raramente vista da qualsiasi uomo mortale, no, nemmeno da Regolo. Il cui ricordo stesso faceva rizzare i miei capelli, e immediatamente mi spingeva ad aumentare il passo.

In seguito, tornando in me stesso, pensai così. Qui senza alcun dubbio (poiché così immaginavo per via della gloriosa generosità del bel suolo) non vi è dimora se non per gente civile, o piuttosto per angeli e nobili personaggi, e un luogo che le Ninfe frequentano, o per gli Dei e gli antichi, monarchi e principi, tanto che il mio desiderio persuasivo provocava in avanti il mio passo trattenuto, causando una perseveranza nel mio viaggio iniziato da poco. E così, come uno catturato e soggetto al pungolo acuto dell'insaziabile desiderio, mi proposi di proseguire ovunque la bellezza della mia fortuna mi avrebbe condotto, ancora incerta e piuttosto languida.

Ora giunto a contemplare una contrada bella e abbondante, campi fruttiferi e terreni fertili, lodai eccessivamente il desiderio che mi mosse dapprima a entrarvi. Ma soprattutto per rendere grazie a colui che mi aveva tratto fuori dal luogo pauroso, che ora poco consideravo essendo abbastanza lontano da esso.

[Decorazione]

*Polifilo mostra la comodità della contrada in cui era giunto, nel suo viaggiare all'interno della stessa, giunse a una bella Fontana, e come vide cinque belle Damigelle venirgli incontro, e il loro stupore per il suo arrivo fin qui, rassicurandolo dal male, e invitandolo a partecipare ai loro solazzi.*

Così, uscito da questo inferno pauroso, oscuro antro e luogo terribile (sebbene fosse un sacro Afrodise e un tempio reverendo), ed essendo giunto in una luce desiderata, aria amabile e contrada piacevole, piena di contentamento, mi voltai a guardare indietro il luogo da cui ero uscito, e dove la mia vita, la mia vita che ultimamente stimavo così poco, era così grandemente perplessa e in pericolo, dove scorsi una montagna innaturale, con una moderata ascesa e un ripido sollevarsi, ricoperta e ombreggiata con foglie verdi e tenere di querce mastice, faggi, querce, lecci, cerri, farnie, sugheri, tassi, agrifoglio, o pungitopo.

E verso la pianura, era coperta di arbusti di bacche, noccioli, noci, prugni, ligustri, e imbiancata dai loro fiori; colorata di Xeapie, essendo rossa verso il nord, e bianca contro il sud, platani, frassini e simili, distendendo e allungando i loro rami: avvolti e abbracciati dal correre di caprifogli e luppoli, che creavano un'ombra piacevole e fresca. Sotto la quale crescevano sigillo di Salomone o violetta rapa, dannosa per la vista, felce polipodio, e la trientale e la scolopendria di quattro pollici, o lingua di cervo, elleboro nero, o melampodio, trifoglio, e altre tali erbe umbrofile e fiori di bosco, alcuni adornati di essi, e alcuni senza.

Così che l'imboccatura del luogo oscuro, dal quale ero scampato, era in un certo senso all'interno dell'alta montagna, tutta ricoperta di alberi.

E per quanto potevo congetturare era proprio contro la struttura sopra menzionata, e a mio giudizio era stata qualche rara opera d'arte, più antica dell'altra, e dal tempo logorata e consumata, che ora portava edera e altri alberi da muro, ed era divenuta un bosco incolto, che a stento potevo scorgere qualche uscita, o imboccatura per un facile passaggio se non per necessità, poiché era tutt'intorno circondata e avvolta da alberi cespugliosi e distesi, sicché non ero mai determinato a rientrarvi.

Nel passaggio stretto della valle tra le rocce distese e alte, l'aria era fioca a causa dei vapori trattenuti, eppure ne ero soddisfatto quanto Apollo alla sua divina nascita.

Ma lasciando perdere questo buco, dal quale uscii chinandomi, veniamo avanti alle dolci libertà che vidi subito dopo, e quello era un fitto bosco di castagni ai piedi della collina, che supposi essere un terreno per Pan o qualche Dio Silvano con le loro greggi al pascolo, con un'ombra piacevole, sotto la quale passando, giunsi a un antico ponte di marmo con un arco grandissimo e alto, sopra il quale, lungo le murate che si estendevano su entrambi i lati, vi erano sedili convenienti per riposare, i quali sebbene fossero benvenuti al mio corpo stanco, avevo tuttavia più desiderio di procedere oltre; sui quali lati del ponte, proprio sopra la sommità dell'arco, era posta una tavola di porfido con un bordo splendido di curiose fatture, una tavola da un lato e un'altra dall'altro, ma quella sul lato sinistro era di ofite.

Sulla tavola alla mia destra mentre procedevo vidi geroglifici egizi in questo modo, un antico elmo crestato con una testa di cane.

Il cranio ossuto di un bue con due rami verdi legati stretti alle corna. E una vecchia lampada. I quali geroglifici, rami eccettuati poiché non so se fossero di abete, pino, larice o ginepro, o simili, interpreto così.

PATIENTIA EST ORNAMENTVM, CVSTODIA ET PROTECTIO VITAE.

Dall'altra parte vi era inciso un cerchio, poi un'ancora con un delfino che si avvolgeva attorno alla strozza di essa, il che congetturai dovesse significare questo, +AEI SPEU DE BRADEOS+, Semper festina tarde.

Sotto il quale antico, sicuro e bel ponte, correva un'acqua chiarissima e veloce, dividendosi in due correnti separate, l'una da una parte e l'altra da un'altra, che scorrevano gelide, producendo un dolce e continuo suono sommesso, nei loro canali ghiacciati, infranti e roduti, presso la loro riva mangiata e solcata, piena di pietre, coperta e ombreggiata dagli alberi, le cui radici distese apparivano nude, e attorno a esse pendevano tricomane, adianto e cimbalaria, e barbate anche con diverse piccole setole come suole crescere attorno alle rive dei fiumi.

Il bosco di cui ho parlato era, a vederlo, molto piacevole, né troppo fitto né più largo in circonferenza di quanto si desidererebbe, ma creando un'ombra deliziosa, gli alberi pieni di piccoli uccelli e volatili.

Dritto in avanti, il Ponte si estendeva, e conduceva verso una vasta pianura, risuonante ovunque con i dolci cinguettii, le registrazioni melodiose e il canto forte di essi. Dove stavano saltando e correndo piccoli scoiattoli, e il sonnacchioso ghiro, e altre bestie innocue.

E in questo modo, come sopra detto, questa contrada boscosa si mostrava, circondata da alte montagne fin dove lo sguardo poteva giungere, e la pianura coperta ovunque da una fine varietà di erbe dolci, e i chiari canali di correnti cristalline, scivolanti lungo le colline con un suono mormorante nella valle pianeggiante.

Adornata e abbellita dal fluente ulivo amaro, alloro, pioppo bianco e lisimachia, pioppo nero, ontani e frassino selvatico.

Sulle colline crescevano alti abeti inermi, e il piangente larice, da cui si ricava la trementina, e simili.

Quando ebbi ben considerato questo luogo così fruttifero e così comodo per nutrire e custodire bestiame e bestie (poiché sembrava desiderare la compagnia di un pastore e un canto pastorale), mi chiesi quale fosse la ragione per cui un luogo così comodo dovesse giacere disabitato. E volgendo gli occhi più avanti nella pianura davanti a me, e lasciando questo luogo sopra descritto, potei scorgere una costruzione di marmo, che mostrava il tetto sopra le tenere cime degli alberi circostanti. Alla vista del quale, fui meravigliosamente lieto e in buona speranza che ancora lì avrei trovato qualche abitazione e rifugio. Verso la quale senza indugio mi affrettai. E giuntovi, trovai una costruzione a otto lati, con una fontana rara e meravigliosa: che non era del tutto fuori luogo. Poiché ancora non avevo placato e spento la mia sete.

Questa costruzione era a otto spigoli, piccola verso la sommità e coperta di piombo. Su un lato vi era posta una bella pietra di puro marmo bianco a quattro spigoli, lunga la metà più di quanto fosse larga, la quale latitudine suppongo fosse di circa sei piedi.

Di questa bella pietra erano esatti due piccoli mezzi pilastri, smussati con le loro basi, che reggevano una cima dritta, con una gola e una dentellatura aggiunta e cordicelle, o lavoro di cuori, con i loro capitelli sotto una trabeazione, zoforo e cornice, sopra la quale era contenuto un trigonale, nella quarta parte della pietra liscia e piana senza alcuna maestria nella tavola di essa se non una piccola ghirlanda, all'interno della quale vi erano due colombe che bevevano in un piccolo vaso.

Tutto lo spazio non menzionato inclusivo era tagliato e svuotato, tra i pilastri la golatura e la trabeazione trasversale contenevano un'elegante ninfa incisa. E sotto la cima c'era un altro quarto lavorato con tori, torques, palloni e un plinto.

La quale bella ninfa giaceva dormendo sopra un panno piegato, avvolto e ripiegato sotto la sua testa. Un'altra parte convenientemente portata sopra di lei, per nascondere ciò che era nudo, che era femminile e degno di essere tenuto segreto. Giacendo sul suo fianco destro con quel braccio soggetto ritratto, e il suo palmo aperto sotto la sua bella guancia, su cui riposava la testa.

L'altro braccio in libertà, giacente lungo tutto il suo fianco sinistro, che si estendeva fino al centro della sua bella coscia. Dai suoi piccoli capezzoli (come quelli di una giovane fanciulla) nei suoi seni rotondi spuntavano piccoli rivoli di acqua pura, fresca e chiara, dal seno destro come fosse stato un filo, ma dal sinistro molto veementemente. La caduta di entrambi ricevuta in un vaso di pietra porfirica, con due ricettacoli che si univano insieme nello stesso vaso, separati e distinti dalla ninfa di sei piedi, poggiati sopra una struttura conveniente di pietra focaia. Tra l'uno e l'altro ricettacolo, vi era un altro vaso posto, nel quale le acque lottavano insieme e si incontravano, uscendo dai luoghi tagliati e designati, nel limbo centrale dei loro ricettacoli, le quali acque mescolate fuori da quel vaso, si scaricavano in un piccolo canale scivolando via, e chi con l'uno e chi con l'altro, tutte le erbe e i fiori adiacenti e attorno ne erano generosamente beneficiati.

Quella del seno sinistro zampillava così in alto, che non bagnava né ostacolava chi volesse succhiare o bere dell'acqua che scorreva e scaturiva dal seno destro.

E questa eccellente immagine era così definitamente espressa, che temo che Prassitele non abbia mai compiuto il simile per Venere, per Nicomede il re di Caria, quale idolo egli destinò a essere adorato dai suoi sudditi, sebbene la bellezza di essa fosse tale da muovere quel popolo immondo a concupiscenza carnale.

Ma ero persuaso che la perfezione dell'immagine di Venere non fosse nulla rispetto a questa, poiché sembrava come se una dama bellissima nel suo sonno fosse stata trasformata in pietra, il suo cuore ancora palpitante e le sue dolci labbra pronte ad aprirsi, come se non volesse essere così usata.

Dalla sua testa le sue ciocche sciolte giacevano ondeggianti sopra la copertura soppressa, piegate e increspate, e come se disdegnassero i capelli del panno inglobato, le sue cosce di una grandezza conveniente e le sue ginocchia carnose alquanto piegate verso l'alto, e ritratte verso di lei.

Mostrando le sue dita dritte dei piedi come se incitassero le sue dita delle mani a maneggiarle e tenderle, il resto del suo corpo rispondente alle perfezioni di queste diverse proporzioni.

E dietro di lei l'ombreggiamento del frondoso corbezzolo o arbusto pieno di morbide piccole mele e frutti, e graziosi uccellini come se stessero cinguettando e cantando per farla dormire.

Ai suoi piedi stava un satiro in lascivia pruriginosa sui suoi piedi caprini, la sua bocca e il suo naso si univano insieme come quelli di un capro con una barba che cresceva su entrambi i lati del suo mento, con due punte e corta nel mezzo come pelo di capra, e allo stesso modo attorno ai suoi fianchi e alle sue orecchie, cresceva pelo, con un volto adulterato tra quello di un uomo e quello di un capro, in modo così raro come se l'eccellente artefice nella sua scultura avesse avuto presentata davanti a sé dalla natura l'idea e la forma di un satiro.

Lo stesso satiro aveva forzatamente con la sua mano sinistra piegato un ramo dell'albero di corbezzolo sopra la ninfa dormiente, come se volesse farle un'ombra favorevole con esso, e con l'altra mano tenendo sollevata una tenda da uno dei lati che era fissata al corpo dell'albero.

Tra il corbezzolo e il satiro, c'erano due piccoli satiri, l'uno che teneva una bottiglia tra le mani e l'altro con due serpenti che si avvolgevano attorno alle sue braccia.

L'eccellenza, la delicatezza e la perfezione di questo figmento e di questa maestria non possono essere espresse sufficientemente.

Ciò anche aiutando ad adornare la dolcezza di esso, che è il candore della pietra, come se fosse stato avorio puro.

Mi meravigliavo anche della lavorazione del panno che copriva come se fosse stato tessuto: e dei rami, delle fronde e delle foglie, e dei piccoli uccelli, come se stessero cantando e saltellando su e giù sui loro graziosi piedi, ogni articolazione singola e artiglio reso perfetto, e così il satiro allo stesso modo. Sotto questa rara e meravigliosa opera scolpita tra le golature e le ondulazioni nella parte piana e liscia era incisa in caratteri attici questa poesia +PANTA TO KADI+.

La sete che avevo contratto il giorno prima era così aumentata, che ero provocato ora a placarla, o piuttosto invogliato dalla bella bellezza dello strumento, la cui freschezza era tale, che tra le mie labbra mi pareva che si agitasse e tremasse.

E tutt'intorno a questo luogo piacevole, e presso i canali gorgoglianti, crescevano vaticinio, mughetto, e la fiorita lisimachia o erba salice, i giunchi dolenti, menta, prezzemolo d'acqua, balsamo, idrolapazio, o romice acquatica, e altre erbe approvate, e bei fiori, un piccolo canale proveniente da una chiusa dal Ponte, entrando e scaricandosi, era la causa di una bella e grande pozza, ampia e larga, in un ordine molto buono, guarnita attorno e abbellita con una recinzione di dolci rose e gelsomini. E da lì scorrendo oltre, si disperdeva, nutrendo e visitando i campi e i terreni adiacenti, abbondanti in ogni sorta di erbe, fiori, frutti e alberi.

Crescevano anche grande abbondanza di cinaria gradita a Venere, tanaceto selvatico, colocasia, con foglie come uno scudo, ed erbe da giardino.

E da lì contemplando i campi pianeggianti, era meraviglioso vedere il verde di essi, spolverato con tale varietà di colori di diverso tipo, e fiori di diversa foggia, come il ranuncolo giallo, o bottone dorato, occhio di bue, satirione, centaurea minore, meliloto, sassifraga, primula, dita di dama, cerfoglio selvatico, o pettine di Venere, navone gentile, cinquefoglia, eufrasia, fragole, con fiori e frutti, aquilegia selvatica, agnocasto, millefoglio, achillea, con cui Achille guarì Telefo, e la ruggine della punta della stessa lancia che lo ferì. Con i muscari bianchi, fiori d'ape e giacinti in modo così bello e piacevole, che mi confortarono grandemente (essendomi smarrito) ma anche solo guardandoli. E qua e là in una distanza e spazio misurabile e ben disposto. In un ordine conveniente e dolce modo disposto da una linea retta, crescevano i verdi e profumati aranci, limoni, cedri, melograni, i loro rami d'acqua che si piegavano verso il basso a un passo dal suolo, coperti di foglie di un colore verde vetroso, di una grande altezza e voltando giù di nuovo le loro cime, carichi dell'abbondanza dei loro fiori e frutti, espirando un odore odorifero più dolce e delizioso. Con il quale il mio cuore sgomento non si rianimò molto leggermente (potrebbe essere stato in un'aria pestilenziale e un odore contagioso e mortale).

Per questa causa stavo stupito e in grande dubbio su cosa pensare o fare, e ancor più perché in quel luogo avevo visto una fontana così meravigliosa, la varietà delle erbe, i colori dei fiori, la disposizione ordinata degli alberi, la bella e comoda disposizione del sedile, i dolci cinguettii e il canto tranquillo degli uccelli, e l'aria temperata e salubre. E di cui sarei potuto essere molto ben contento, e il peggiore di essi avrebbe potuto ben accontentarmi, se vi avessi trovato qualche abitante. E alquanto mi addolorava non poter più dimorare in un luogo siffatto dove così tante visioni deliziose si presentavano a me. Né ero consigliato per la mia migliore sicurezza e contentezza su quale via voltarmi.

Trovandomi dunque in tale sospensione di spirito, richiamando alla memoria il pericolo che avevo da ultimo scampato, e il luogo presente in cui ero di recente entrato, e riflettendo sugli geroglifici che scorsi sul lato sinistro del ponte, ero in dubbio, per non affrettarmi verso qualche imprevisto e sconsigliato accidente. E che un tale monumento e avvertimento, degno di lettere d’oro, non dovesse essere posto invano per coloro che vi passavano, il quale era *Semper festina tarde*. Ecco che di un tratto alle mie spalle udii un rumore di fruscio, come di vento o di battito d’ali di un Dragone. Ahimè, non sapevo che cosa potesse essere. E d’un tratto, spaventato e voltatomi, potei scorgere su un mio lato molti alberi di siliqua d’Egitto, con i loro baccelli lunghi e maturi pendenti che, battendo l’uno contro l’altro al vento, si erano abbattuti da sé; il che, quando lo percepii, fui presto rassicurato e cominciai a scherzare sulla mia stessa follia.

Non ero rimasto così per molto, quando udii una compagnia di dame galanti che cantavano venendo verso di me (a giudicare dalle voci, di anni giovani e teneri) e belle (come pensavo), che si sollazzavano e si divertivano tra le erbe fiorite e la fresca ombra ombrosa, libere dal sospetto dello sguardo di qualsiasi uomo, e facendo nel loro incedere un gran festeggiamento tra i fiori piacevoli. L’incredibile dolcezza della sua voce musicale e consonante, trasportata nell’aria rorida e diffondendosi tutt’intorno con il suono rispondente e il dilettevole riverbero di un’arpa gorgheggiante (per la prova della quale novità, mi accucciai sotto i bassi rami dei cespugli vicini, e le vidi venire verso di me con gesti graziosi), il suo capo di fanciulla acconciato e legato in bende d’oro scintillante, e intrecciato e cinto, guarnito e ornato di mirto fiorito, e sulla sua fronte di neve si ramificavano i suoi tremanti riccioli inanellati, e attorno alle sue spalle bellissime volavano le sue lunghe trecce, acconciate in foggia di ninfa con arte.

Erano vestite in abiti carpantici di seta fine di vari colori, e tessuti di tre sorte, l’uno più corto e distinto dall’altro. Il più basso di porpora, il seguente di seta verde e oro o tessuto, e il più esterno di sendalo bianco arricciato, cinto attorno alle loro piccole vite con cinture d’oro sotto le parti inferiori dei loro seni rotondi. Le loro maniche dello stesso sendalo arricciato, spesso doppiato, il che migliorava e ingentiliva il colore sottostante. E legate attorno ai polsi con nastri di seta, con puntali di oreficeria. E alcune di loro con pantofole sulle scarpe, la parte superiore della pantofola di seta d’oro e porpora, a lavoro di foglie, che mostrava attraverso gli spazi vuoti tra le foglie la fine proporzione dei loro graziosi piedi allacciati e contenuti. Le loro scarpe arrivavano strette sotto le caviglie, con due lembi che si incontravano sul collo del piede, e chiuse saldamente con bottoni o fibbie d’oro in modo raffinato. Sopra gli orli delle loro vesti inferiori, correvano attorno al posto di bordi e ricami cuori che, di tanto in tanto gonfiati dal vento gentile, facevano scoprire le loro belle gambe.

E non appena furono consapevoli di me, smisero di cantare e arrestarono il loro incedere di ninfe, essendo stupite della vista e del mio arrivo in questo luogo, meravigliandosi insieme e informandosi sussurrando su di me, l’una con l’altra, poiché sembrato a loro una cosa rara e inusuale, perché ero un alieno e straniero, e giunto per caso in un paese così famoso e rinomato. Così se ne stettero ferme, talvolta guardando verso di me, e di nuovo mormorando l’una all’altra, io stavo fermo come un’immagine. Oh, guai a me, poiché sentivo tutte le mie giunture tremare come le foglie di un pioppo in un vento pungente. Ed ero spaventato dalla poesia presaga che avevo letto, che mi consigliava altrimenti, di cui ora pensavo fosse troppo tardi per esperire l’effetto, e non aspettandomi altro evento, rimasi dubbioso della visione divina, con ciò tanto ingannato quanto Semele con la forma finta della *Beroe* epidauria. Ahimè, tremavo e scuotevo come i cuccioli di cerva timorosi alla vista dei leoni fulvi che ruggiscono per la fame.

Contendendo e lottando con me stesso, se fosse stato meglio per me inginocchiarmi sottomesso, o altrimenti voltare le spalle e fuggire da loro (poiché mi sembravano per il loro comportamento giovani donne cortesi, e oltre alla loro umanità di una benignità divina) o rimanere immobile. Alla fine decisi di fare una prova e di farmi avanti verso qualsiasi cosa ne fosse seguita, essendo ben assicurato che in nessun modo avrei trovato alcuna inumanità o trattamento crudele da parte di nessuna di loro, e specialmente perché l’innocenza porta sempre con sé la sua protezione. E così confortando alquanto la mia mente timorosa, e tuttavia trattenuto dalla vergogna, sapendo che ero entrato indegnamente in questo luogo ombroso e in questa solerte compagnia di ninfe divine e delicate, la mia mente colpevole e turbata mi diceva che era stato fatto in modo avventato e troppo audace, e che quelli potevano essere luoghi proibiti e un paese interdetto per chiunque vi si addentrasse. E pensando così e così tra me e me: una tra le altre, di spirito più audace e ardito, assai arditamente mi parlò, dicendo: "O, chi sei tu?" Al suo parlare fui mezzo spaventato e di me stesso vergognoso, ignorando sia cosa dire, sia come rispondere: essendo la mia voce e il mio spirito interdetti, stetti immobile come una statua di pietra. Ma le belle donzelle e bellissime ninfe, ben avvertite che in me vi era un personaggio e una forma reale e umana, ma turbato e spaventato, si avvicinarono tutte più a me, dicendo:

"Tu giovane uomo, chiunque tu sia, e da ovunque tu sia venuto: non lasciare che i nostri aspetti presenti ti sgomentino minimamente, o causino il tuo scoraggiamento, né essere affatto spaventato, poiché qui non troverai alcun uso crudele o causa di scontento, ma sarai libero da dispiaceri, e perciò non aver paura di rivelarti, e di dirci chi sei."

Con questo moto, avendo richiamato a me i miei sensi dimenticati e perduti, confortato dai loro aspetti belli, piacevoli e favorevoli, e riprendendomi con i loro dolci discorsi, con ottima volontà diedi loro questa risposta:

"Sono l’amante più disgraziato e infelice che il mondo intero possa offrire. Amo, e colei che tanto stimo e tanto ardentemente desidero, non so né dove ella né io stesso siamo."

"E per il più grande e pericoloso caso che si possa immaginare sono giunto qui." E ora con lacrime provocate che cadevano dai miei occhi umidi lungo le mie pallide guance, e inchinandomi fino a terra, prostrandomi ai vostri piedi virginali, umilmente imploro e chiedo le vostre grazie favorevoli: al che i loro cuori teneri e morbidi, mossi a pietà verso di me, e piangendo a metà con me per compagnia, e come se premurosamente lottassero con le loro braccia per sollevarmi da terra, con discorsi dolci e confortevoli, mi parlarono cortesemente.

"Siamo certamente persuase e sappiamo benissimo (povero disgraziato) che pochi o nessuno può scappare per quella via da cui sei venuto, e perciò non essere ingrato verso quel potere divino, che ti ha così preservato. E ora non essere dubbioso o spaventato da alcun accidente avverso o dolore che ti possa assalire. Perciò placa, conforta e stabilisci il tuo cuore al riposo. Poiché ora sei giunto, come puoi evidentemente percepire e chiaramente vedere, in un luogo di piacere e diletto, abbandonando lotta e scontento. Poiché le nostre età uniformi: la sede immutabile, il tempo che non fugge via, la buona opportunità, la graziosa e socievole familiarità, ci attira in modo allettante verso di ciò, e ci concede un continuo agio. E anche questo devi comprendere, che se una di noi è lieta e dilettevole, l’altra si mostra ancora più lieta e piacevole, e la nostra amichevole e partecipata amicizia è con attenta considerazione perpetuamente unita e annodata insieme. Una di noi aumentando l’altrui contento, al più alto grado di diletto e al più conveniente conforto."

"Vedi anche che l’aria è salubre, i limiti e i confini di questo luogo assai ampi: di erbe piene di varietà. Di piante diversamente abbondanti, e di frutti pienamente carichi, circondato e difeso da enormi montagne e rocce, ben provvisto di bestie innocue, e adatto a ogni passatempo e piacere, rifornito di ogni sorta di frutti e grani, universalmente crescenti, e pieno di buone fontane."

Un’altra disse: "Comprendi, sconosciuto (e tuttavia assicurato ospite), buon amico, che questo territorio è più fruttifero del fertile monte Tauro nell’aspetto aquilonare, la cui struttura si gonfia tanto, che i loro grappoli d’uva sono lunghi due cubiti, e che un solo fico porterà settanta staia."

La terza: "Questo paese famoso e spazioso eccelle la fertilità dell’Isola Iperborea nelle Indie Occidentali, o dei portoghesi di Lusitania, ora usurpata e tiranneggiata dall’insolente spagnolo."

"Né Talga nel monte Caspio." La quarta affermò nella sua lode di quel paese, che la pienezza dell’Egitto era solo da contarsi miseria, rispetto a quello, sebbene fosse pensato essere il giardino del mondo.

E l’ultima, di scelta avvenenza e dolce pronuncia sopra le altre, aggiunse così tanto, dicendo:

"In questo bel paese non troverai grandi terreni paludosi, o arie offensive e malaticce, o muschi scoscesi e infecondi, ma belle e piacevoli colline, circondate e murate attorno da ripide e impervie rocce, e per mezzo di esse, sicure e libere da tutti i pericoli e la paura, non ci manca nulla che possa generare diletto e causare un dolce contento. Oltre a tutto ciò, noi siamo al servizio di una rinomata ed eccellente Regina di grande generosità e soverchia liberalità: chiamata Euterilyda di grande pietà e meravigliosa clemenza, che governa con grande saggezza, e con un governo regale, con grande pompa, in un accumulato mucchio di ogni felicità, ed ella sarà grandemente dilettata, quando ti presenteremo alla sua sacra presenza e maestoso aspetto. E perciò getta via, scuoti, e dimentica ogni affliggente dolore, e prepara te stesso e i tuoi spiriti spaventati a intrattenere i nostri conforti, sollazzo e piacere."

*Polifilo, sentendosi sotto l’assicurazione delle cinque Ninfe, andò con loro ai bagni dove ebbero grande ilarità nell’invenzione della fontana, e anche per la sua unzione. In seguito, essendo condotto alla Regina Eutherillida, vide molte cose degne di riguardo, ma principalmente l’opera di una fontana.*

Io, essendo così cortesemente trattato da queste graziose e pietose Ninfe, e avendo la mia sicurezza da loro sufficientemente garantita con dolci conforti, ravvivando i miei spiriti decaduti. Verso tutto ciò che potesse sembrare grato e piacevole a loro, tanto quanto era conveniente per me, mi preparai a offrire il mio servizio. E poiché esse avevano scatole di dolci profumi, e bottiglie di colata d’oro e pietra preziosa, specchi nelle loro delicate e belle mani, e puri veli bianchi di seta pieghettati e ripiegati, e altri necessari da usarsi nel bagnarsi, i quali offrendomi di aiutarle a portare, esse rifiutando mi dicono così: che il loro venire in questo luogo era per bagnarsi, e con ciò mi mostrarono che era loro piacere che io andassi con loro, poiché (dissero) la fontana è qui vicina, non l’hai vista. E io riverentemente feci loro questa risposta:

"Bellissime Ninfe, se avessi mille lingue e sapessi come usarle tutte, tuttavia non potrei rendere sufficienti ringraziamenti per i vostri graziosi meriti, e fare contraccambio dei vostri grandi favori, perché mi avete restituito la mia vita. E perciò se non dovessi acconsentire e cedere a voi il mio servizio e compagnia, potrei ben essere considerato di disposizione villana. Per la quale causa, tra voi preferirei essere un servitore, che in un altro luogo un Signore e comandante, poiché (per quanto posso congetturare) voi siete le inquiline e compagne di ogni diletto e vera felicità."

"Dovete sapere che vidi una meravigliosa fontana di una rara e stupenda maestria, come mai prima i miei occhi ne videro, e tanto la mia mente era occupata nel riguardo della stranezza di essa, e per placare la mia grande sete, che non cercai alcun ulteriore beneficio."

Una piacevole Ninfa parlò così allegramente verso di me dicendo: "Dammi la tua mano, sei molto benvenuto. Vedi in questo momento qui, che siamo cinque compagne[A], e io sono chiamata Aphea, e colei che porta le scatole e le bianche vesti Offressia. Quest’altra con lo specchio splendente (le nostre delizie) il suo nome è Orassia. Colei che porta l’arpa risonante è chiamata Achol, e colei che porta la bottiglia di liquore prezioso è chiamata Genshra. E noi stiamo andando tutte insieme a questi bagni temperati, per rinfrescarci e dilettarci. Perciò anche tu (vedendo che è la tua buona sorte essere tra noi) sarai disposto a far lo stesso, e in seguito con ottima volontà faremo riparazione al gran Palazzo della nostra sovrana."

[Sidenote A: Queste ninfe erano i suoi cinque sensi.]

"Che è misericordiosissima, generosa e liberale, e disposta ad aiutarti e favorirti, nei tuoi amori intesi, ardenti desideri, e alti concetti. Fatti animo, uomo, vieni andiamo avanti."

Con azioni piacevoli, gesti da fanciulle, comportamenti soavi, giochi da ragazze, sguardi lascivi, e con dolci parole mi condussero avanti fin là, essendo ben contente con ogni azione presente, eccetto che la mia Polia non fosse lì a completamento della mia felicità, e ad essere la sesta persona nel compimento di un numero perfetto.

Inoltre, mi trovai addolorato, che il mio abbigliamento non fosse conforme a questo delizioso conforto, ma crescendo in qualche familiarità domestica, mi disposi ad essere affabile con loro, e loro con me, finché alla fine giungemmo al luogo.

Lì scorsi un meraviglioso edificio di un bagno a otto lati, e ad ogni angolo esterno, vi erano raddoppiati insieme due Pili, in foggia di picca, dal livello della fondazione, l’Areobate soggetto circoncinto e costolato attorno. E dopo di loro seguì l’estremo di uguale grandezza dal suolo dell’altro, con i loro capitelli posti sotto la trave diritta, con un bordo sopra, sotto una Cornice che andava tutto attorno. Il quale bordo era abbellito con eccellente lavoro scolpito, di piccoli bambini nudi ben rappresentati, ed equamente distanti l’uno dall’altro, con le loro mani intrecciate e avvolte attorno, e in esse tenenti piccoli mazzi di piccoli rami verdi intrecciati insieme. E sopra la detta Cornice, saliva (per un elegante inarcamento) una Guglia a otto lati, imitando il soggetto. Che da angolo ad angolo era tagliata attraverso con una meravigliosa maestria di mille diverse fogge, e richiusa con riquadri di Cristallo, che da lontano scambiai per piombo. Sopra la cima della quale Guglia inarcata era posto un Trigono, e dal centro superiore di essa, ascendeva uno stelo forte, nel quale era unito un altro stelo che era voltato attorno, e allo stesso era fissata un’ala, che con ogni soffio di vento girava attorno, lo stelo tubante che aveva sopra la cima una palla, sopra la quale stava un Ragazzo nudo, dritto sul suo piede destro, e il sinistro tenuto fuori. La sua testa era cava fino alla bocca come un imbuto, con l’orifizio evacuato verso la sua bocca, alla quale era saldata una Tromba, con la sua mano sinistra che teneva il bocchino alla bocca, e la sua mano destra che si estendeva verso il giunto centrale, giusto sopra il pignone di esso l’ala o banderuola. Tutto ciò era di ottone sottile, eccellentemente ben fuso e dorato. Il quale ala, palla, e ragazzo, con le sue guance e volto come se stesse suonando, con la parte posteriore della sua testa evacuata verso il vento impetuoso, come quello soffiava, così suonava, e come il vento causava uno strano rumore tra le canne delle Silique d’Egitto, proprio così faceva nella Tromba. Per la qual cosa pensai allegramente tra me e me, che un uomo che si trovi solo in un luogo sconosciuto e senza quiete, può facilmente essere spaventato da tali strani rumori.

In quella parte dell’edificio che era dall’altra parte della Ninfa, l’entrata nel bagno era eseguita come pensai dallo stesso Litoglifo, che copriva la ninfa dormiente, sul fregio del quale, vi erano certi caratteri Greci, che significavano +ASAMINTHOS+.

All’interno vi erano quattro sedili che giravano attorno, e uno sotto l’altro, e strettamente uniti insieme, lavorati con diaspro e pietra di calcedonio, in ogni sorta di colori. Due dei sedili che giravano attorno erano coperti dall’acqua, e fino al margine superiore del terzo. Negli angoli, e in ogni angolo stava una Colonna Corinzia di diversi colori, ondulata con giacinti così puri e belli che la natura potesse offrire, con basi convenienti e i loro capitelli curiosamente fatti sotto la trave, sopra la quale era uno Zoforo, in cui erano scolpiti piccoli Ragazzi nudi che giocavano nell’acqua, con mostri marini, con lotte e contese infantili, con astuzie e agilità adatte ai loro anni, in movimenti e giochi vivaci. Tutto il che era bellamente circondato da una Cornice. Sopra la quale, secondo l’ordine delle piccole Colonne, dal punto perpendicolare nella cima della Cupola o Soffitto e copertura del Bagno, vi era un Toro moderatore, che aumentava sempre più di foglie di Quercia, una che si piegava e giaceva sopra l’altra di Diaspro verde pendente sopra i loro rami ramificati dorati, che salendo in su si incontravano insieme, e si univano rotondi nella predetta Cupola: dove era posta una testa di Leone, con i suoi capelli che stavano ritti attorno alla sua faccia, e tenente un Anello nelle sue fauci, al quale erano fissate certe catene di Oricalco o Rame, che tenevano un largo e bel vaso, con un grande orlo o labbro, e solcato dalla predetta sostanza splendente, e pendente due cubiti sopra l’acqua, la coppa del vaso che era di Cristallo solo eccetto, il resto come le costole di esso e i labbri, era di color azzurro, con bolle d’oro e splendenti sparse qui e là.

Non lontano, vi era una fessura nella terra, la quale continuamente gettava fuori materia ardente, e prendendo questa, e riempiendo il fondo del vaso, essi vi mettevano certi ordigni e legni dolci che facevano un’inestimabile suffumigazione, come di pasta dolcissima, in seguito chiudendo lo stesso, e mettendo giù il coperchio, essendo entrambe le parti cave, e il labbro e la costolatura perforati e trapassati attraverso il trasparente, Cristallo chiaro e luminoso, rendevano una piacevole e variopinta luce, per la quale attraverso i piccoli fori i bagni erano illuminati, e il calore ancora incarcerato e interdetto.

Il muro equamente interposto tra Colonna e Colonna era di pietra nerissima, di un’estrema durezza e splendente, rinchiuso attorno e bordato con un conveniente bordo di Diaspro rosso come Corallo, adornato con un Lineamento e lavoro di doppie Gurgule o Verticule. Nella parte centrale della quale tavola, tra le Colonne, sedeva un’elegante Ninfa nuda, come se fosse stata in attesa e ad attendere la pietra Gallatite, di colore come Avorio, le parti inferiori di ognuno dei detti bordi, circolanti giustamente con le basi delle Colonne.

Oh quanto squisitamente erano intagliate quelle stesse Immagini, che spesso i miei occhi vagavano dalle forme reali e vivaci, per guardare quelle rappresentazioni finte.

Il suolo pavimentato sotto l’acqua essendo di una diversa emblematura di pietra dura, a scacchi dove potevi vedere meravigliose grafiche attraverso la diversità dei colori. Poiché l’acqua chiara e non solforosa, ma dolce e moderatamente calda, non come una stufa o un bagno turco, ma naturalmente pulendosi da sé oltre ogni credito, non vi era modo di impedire l’oggetto dalla vista dell’occhio. Poiché diversi pesci ai lati dei sedili, e nel fondo tramite un taglio musaico erano espressi, che imitavano così la natura come se stessero nuotando vivi. Come barbi, lamprede, e molti altri, la cui curiosità di lavoro considerai più dei loro nomi e nature.

La pietra nera delle pareti era incisa con un lavoro a foglie, come se fosse stata una composizione intrecciata di foglie e fiori, e le piccole conchiglie di chiteriace, così belle all’occhio, come fosse possibile escogitare.

Sulla porta, il cui interstizio era di pietra chiamata Galattite, scorsi un delfino che nuotava tra le calme onde, portando sul dorso un giovane che suonava un’arpa: e dal lato opposto, presso la fredda Fonte, vi era un altro delfino che nuotava, con Posidonio a cavalcioni su di esso e una punta di lancia in mano.

Queste storie erano perfezionate all’interno della circonferenza di una medesima pietra, ed eseguite su un fondo nerissimo. Allora lodai a buon diritto sia l’architetto che lo statuario. D’altra parte, la piacevole dignità delle graziose e belle ninfe che si svagavano mi appagava altamente, tanto che non sapevo paragonare se fosse più grande l’eccesso del mio dolore passato, o il presente conforto. E vi era un odore così dolce che l’Arabia non ne produsse mai uno simile.

Sui sedili di pietra, al posto di un apodyterio, esse si spogliarono delle loro vesti, riccamente avvolte nel deporle dai loro corpi celestiali. Le loro belle chiome legate in reticelle d’oro, intrecciate in modo oltremodo curioso. E senza alcun riguardo, mi permisero di contemplare le loro belle e delicate figure, salva la loro onestà e il loro onore. Carne indubbiamente simile a pure rose e neve bianca. Ah, povero me, sentii il mio cuore sollevarsi e aprirsi, e tutto dedito a un voluttuoso diletto. Per cui in quel momento mi ritenni felicissimo, soltanto nel rimirare tali delizie, poiché non ero in grado di resistere alle fiamme ardenti che mi assalivano nella fornace del mio cuore. E perciò talvolta, per rifugio e soccorso, non osavo fissare troppo da vicino le loro adescanti bellezze, ammassate nei loro corpi celestiali. Ed esse, accorgendosene, sorridevano della mia contegno timido, prendendosi gran gioco di me: e di ciò fui lieto, e contento di poter in qualsiasi modo fornire loro occasione di svago. Ma provavo grande vergogna, nel sentirmi compagno inadatto a tale compagnia, se non fosse che mi pregarono di entrare con loro, dove stavo come un corvo tra colombe bianche, il che mi rendeva in parte vergognoso di rimirare e soverchiare tali eccelsi oggetti.

Allora Offressia, una persona dal carattere molto piacevole, mi disse: Dimmi giovane uomo, qual è il tuo nome? E io reverentemente risposi loro: Polifilo: mi farà piacere, disse lei, se l’effetto delle tue condizioni sarà all’altezza del tuo nome. E senza inganno, dissero le altre. E come si chiama il tuo amore più caro? Al che, facendo una pausa, risposi: Polia: allora lei replicò. Ah, pensavo che il tuo nome significasse che eri un grande amante, ma ora scorgo che sei un amante di Polia: e subito soggiunse, dicendo: se fosse qui presente, cosa faresti? Risposi: Ciò che sarebbe consono al suo onore e adatto alla vostra compagnia. Dimmi Polifilo, ami davvero bene lei? Allora, emettendo un profondo sospiro, risposi: al di là di tutte le delizie e della sostanza principale del più grande e prezioso tesoro del mondo intero, e questa opinione ha lasciato un’impronta eterna nel mio cuore tuttora tormentato. E lei: dove hai perduto o abbandonato un gioiello così amato? Non lo so, né so dove mi trovi io stesso. Allora lei, sorridendo, rispose: Se qualcuno dovesse ritrovarla per te, che ricompensa daresti? Ma accontentati, fatti animo, e disponiti ai diletti, poiché ritroverai la tua Polia. E con queste e simili domande piacevoli e graziose, queste belle giovani Vergini, dilettandosi e sollazzandosi, ci lavammo e bagnammo insieme.

All’interstizio opposto della bella fonte esterna, della bella Ninfa dormiente menzionata prima, all’interno del Bagno ve n’era un’altra di statue di metallo fino, e di curiosa fattura, scintillante di un color dorato, tale che uno poteva specchiarvisi. Le quali erano fissate in un marmo, tagliato in una quadratura, ed evacuato affinché le Immagini stessero nelle loro proporzioni, con due mezze colonne, ossia emicicli, uno per lato, con un trabeazione, un piccolo zoforo e una cornice, tutto tagliato in un unico marmo solido, e quest’opera non era inferiore a nessuna delle altre che avevo visto in precedenza, ma con una rara arte, e meravigliosa invenzione, sia ideata che eseguita. Nel quadrato vuoto e piano, vi stavano due Ninfe, poco meno che se fossero state creature viventi, abbigliate in modo tale che si poteva scorgere qualcosa sopra le ginocchia, su una delle loro gambe, come se il vento lo avesse sollevato, mentre attendevano al loro ufficio, e le braccia nude, eccetto dal gomito alla spalla. E su quel braccio, con il quale sostenevano il Fanciullo, l’abito sollevato era respinto. I piedi del fanciullo stavano uno in una delle mani delle Ninfe, e l’altro, nell’altra mano. Tutti e tre i volti sorridenti: e con le altre mani, sostenevano la camicia del fanciullo, sopra il suo ombelico.

Il fanciullo, tenendo il suo piccolo strumento con entrambe le mani, continuava a orinare nell’acqua calda, fresca acqua fredda. In questo luogo delizioso di piacere, ero molto giocondo e pieno di contentezza, ma la stessa era molto smorzata, poiché mi ritenevo un corpo spregevole, tra tali bellezze, e rugiada rappresa in neve, e quasi come un negro o moro bruno tra loro.

Una di loro, chiamata Achoe, molto affabilmente e con un volto piacevole, mi disse: Polifilo, prendi quel vaso di cristallo e portami dell’acqua fresca. Io, senza indugio, intendendo fare ciò, e non pensando ad altro se non a farle servizio in qualsiasi modo ella volesse comandarmi, andai sul posto. E non avevo appena posato il piede sul gradino, per ricevere l’acqua come cadeva, che il fanciullo che orinava sollevò il suo membro, e gettò improvvisamente acqua così fredda sul mio viso, che stavo per cadere all’indietro in quel preciso istante. Al che esse risero talmente, e ciò fece un tale suono nella rotondità e chiusura del bagno, che anch’io iniziai (quando fui tornato in me) a ridere tanto da essere quasi morto. In seguito, scoprii la concavità, e percepii che qualsiasi peso pesante, essendo posto sul gradino mobile, lo avrebbe fatto sollevare come il tasto e il martelletto di un virginale, e sollevava il membro del fanciullo, e scoprendo l’artificio e la curiosa fattura di ciò, ne fui grandemente contento. Sullo zoforo era scritto in lettere attiche questo titolo: +GELOIASTOS+.

Dopo le nostre grandi risate e il bagno, e avendo tutte lavato con mille dolci, amorose e piacevoli parole, giochi donneschi, e passatempi, uscimmo dall’acqua, e balzammo sui sedili consueti, trotterellando sulle punte, dove esse si unsero con dolci odori, diasdasmatici, e con un liquore miristico, o acqua di noci moscate. E offrirono anche a me una scatola, e mi vi unsi con essa, e ne trassi grande piacere, poiché oltre all’eccellente odore e dolce fragranza, era molto buona per confortare il mio corpo, le gambe, e le braccia, che erano state così affaticate nel mio pericoloso volo.

In seguito, quando ci fummo preparati, il che fu alquanto lungo secondo il costume delle altre donne, a causa di tanti fronzoli e gingilli, aprirono i loro vasi di delicate confetture, e si rinfrescarono, e io tra loro, e con una bevanda preziosa. Quando ebbero mangiato a sufficienza, tornarono di nuovo ai loro specchi, con un esame scrupoloso, riguardo ai loro corpi, e l’attillatura delle loro teste, e l’acconciatura dei loro capelli riccioli biondi che pendevano, ed erano emiciclicamente attorcigliati attorno ai loro divini volti. E quando ebbero finito, mi dissero.

Polifilo, ora stiamo andando dalla nostra graziosa e più eccellente Sovrana la Regina Eutherillida, dove troverai e concepirai maggior diletto, ma l’acqua è ancora sul tuo viso, al che iniziarono a rinnovare le loro risate, senza alcuna misura su di me, lanciando sguardi e girando gli occhi l’una verso l’altra, con un amorevole riguardo. Alla fine si avviarono, e mentre camminavano in tondo insieme, iniziarono a cantare versi in un tono frigio, di una piacevole metamorfosi di uno, che con un unguento pensava di essersi trasformato in un uccello, e per aver scambiato la scatola, fu tramutato in un rude asino.

Concludendo, che molti prendevano unguenti per uno scopo, e scoprivano che l’effetto contraddiceva le loro aspettative.

Al che iniziai ad avere il dubbio che avessero cantato ciò per me, poiché continuavano a sorridere mentre si volgevano verso di me. Ma vedendo che non percepivo alcuna alterazione in me stesso, ero ben contento di lasciarle ridere. All’improvviso mi trovai così lascivamente disposto, e in tale prurito di lussuria, che da qualsiasi parte mi girassi, non potevo trattenermi, e loro, mentre cantavano, ridevano di più, sapendo cosa mi era accaduto. E ciò aumentava in me sempre più, che non sapevo con cosa potessi frenarmi e trattenermi dal ghermire una di loro, come un avido e caldo falcone che discende dall’aria, su una covata di pernici. Ero spinto in avanti da un desiderio così violento, che sentivo aumentare sempre più in un calore bruciante. E tanto più ero verso quel desiderio venero dalle violente offerte di oggetti così opportuni e dolci. Un cibo per una tale pestilenza perniciosa, e bruciante inesperienza.

Allora una di queste ninfe fiammeggianti chiamata Aphea, mi disse: Com’è Polifilo? Proprio ora ti vedevo molto allegro, cosa ha alterato la tua disposizione? Risposi: Perdonatemi se mi lego e mi tormento più di una ghirlanda di salice. Datemi il permesso di distruggermi in un fuoco lascivo. E al che scoppiarono tutte in una risata e dissero: Ah ah, e se la tua desiderata Polia, se fosse qui, cosa faresti, come? Ahimè, mio desiderio, proprio per la divinità che servite, vi supplico non mettete lino e resina al fuoco, che mi brucia oltre ogni misura. Non mettete pece al fuoco nel mio cuore, non fatemi dimenticare me stesso, vi supplico.

A questa mia lamentevole e addolorata risposta, furono provocate a una risata così fragorosa, in cui eccedettero talmente, che né loro né io per la stanchezza di ciò potevamo andare oltre, ma fummo costretti a riposarci per mancanza di fiato, sui fiori odoriferi e l’erba fresca, grazie ai quali, divenni alquanto opportunamente alleviato, il mio calore scemando e cedendo a poco a poco.

E mentre così si riposavano contentamente per un poco, sotto la fresca ombra degli alberi frondosi, iniziai a essere audace con loro dicendo: O voi donne, che siete bruciatrici e distruttrici, mi usate così? Vedete che occasione offerta ho, che mi terrà scusato, di scoppiare e farvi violenza. E su ciò, muovendomi alquanto audacemente e fingendo come se avessi voluto fare ciò che in nessun modo osavo, ma poi con un nuovo passatempo e risate si chiamarono l’una l’aiuto dell’altra, lasciando qua e là le loro pantofole d’oro e i veli, per essere portati in giro dal vento, e i loro vasi trascurati nell’erba, corsero via tutte, e io dietro di loro, che potevo ben notare che non avevano né crampi né stringhe o talloni di piombo, e così continuando i nostri passatempi per un bel pezzo, essendo alquanto compiaciuto di averle fatte correre. Tornai indietro a raccogliere le loro pantofole e le cose che avevano sparso dietro di loro. E avvicinandomi a un fresco fiume freddo, iniziarono a smettere di ridere, e ad avere pietà di me, e Geussia dietro tutte le altre, si chinò verso l’acqua, splendidamente adornata con il giunco flessuoso, l’erba acquatica, la vitice che nuota, e abbondanza di erbe acquatiche, colse l’Heraclea Nympha, da alcuni chiamata ninfea o Nenuphar, e la radice di Arum o gigaro, da alcuni, Pes vituli o Serpentaria Minor.

E l’Amella o Melissa, tutte le quali crescevano molto vicine insieme e non lontano, le quali mi offrì favorevolmente dicendo: di queste che ho scelto prendi, e per la mia libertà assaggia.

Per la qual cosa rifiutai la Nenuphar, e respinsi il Dracunculo per il suo calore, e accettai l’Amella, che aveva ben lavato, grazie alla quale, entro un brevissimo spazio, trovai il mio lubrico venero e lo sprone incensante del desiderio cessare, e la mia intemperante lussuria era del tutto svanita.

E quando i miei desideri illeciti della carne furono frenati, le piacevoli Ninfe tornarono da me, e mentre camminavamo, giungemmo in un luogo frequentato, e meravigliosamente fruttifero.

E lì in un bell’ordine e distanza stabilita vi era una via piantata su entrambi i lati con alberi di Cipresso, con i loro frutti angolosi, e così folti di foglie quanto la loro natura permette loro, essendo il terreno pianeggiante coperto tutto intorno di verde Vinca Peruviana, o laureola e camedrio, Dafne, e pieno dei suoi fiori azzurrini. La quale via adornata di una larghezza adatta e conveniente, conduceva direttamente in un recinto verde, dall’inizio del quale cammino, proprio tra gli alberi di Cipresso, fino all’ingresso e apertura del suddetto recinto, vi erano circa quattro stadi. Verso il quale recinto quando giungemmo, lo trovai equilatero, con tre recinzioni come un muro diritto, alto quanto gli alberi di Cipresso su entrambi i lati della via, che avevamo percorso: che era tutto di cedri, aranci e limoni, cespugliosi con le loro foglie l’uno dentro l’altro, e artificialmente intrecciati e attorcigliati insieme, e lo spessore mi parve di sei piedi: con un cancello nel mezzo degli stessi alberi, così ben composto come è possibile pensare o fare. E sopra in luoghi convenienti erano fatte finestre, grazie alle quali, i rami in quei luoghi si vedevano nudi, se non per le loro foglie verdi che cedevano una verdura dolcissima e piacevole. Tra gli attorcigliamenti curiosi dei rami e le loro foglie verdi, i fiori bianchi abbondantemente si mostravano un ornamento singolare, respirando un odore più dilettevole e dolce. E per compiacere l’occhio, il bel frutto non mancava in alcun luogo, dove dovesse cedere contentezza. E in seguito potei scorgere che, nello spessore interstiziale, i rami (non senza una meravigliosa opera) erano così artificialmente intrecciati e cresciuti insieme, che si poteva salire su di essi, e non essere visti in essi, né vedere la via dove si saliva.

Alla fine, giungendo in questo terreno verde e dilettevole all’occhio, e nell’intendimento di un uomo degno di stima, percepii che era un grande recinto nella parte anteriore di un meraviglioso Palazzo di una nobile architettura simmetrizzata, che di questa conclusione frondifera, era la quarta parte in longitudine sessanta passi. E questo era l’ipetro per passeggiare, per l’aria aperta.

Nel mezzo di questa grande corte base, vidi una buona Fontana di acqua limpida, che zampillava dalla stessa sommità come se fosse fino alla fondazione, che poggiava su un pavimento liscio tramite piccoli tubi dritti, cadendo in un vaso scavato, che era di purissima Ametista, il cui diametro conteneva tre passi, lo spessore concordando con ciò, lasciando la dodicesima parte per lo spessore dell’orlo, tutto intorno allo stesso erano scolpiti mostri marini, secondo la migliore sorte che qualsiasi antico inventore o operaio per la durezza della pietra potesse ideare di lavorare, potrebbe essere l’opera di Dedalo, per la meravigliosa eccellenza di essa. Pausania, se avesse visto questa, avrebbe provato poco piacere a vantarsi della coppa che fece per Ipparis.

La quale stessa era fondata su una base o pilastro finale di Diaspro di diversi colori, adulteranti l’uno con l’altro magnificamente, essendo tagliato nel mezzo e chiuso con la Calcedonia limpida, del colore dell’acqua di mare torbida, e portata in meravigliosa opera, essendo sollevata con vasi cavi scanalati, l’uno sopra l’altro, con una separazione riservata, tramite giunture artificiali e meravigliose. Stava dritta, fissata nel centro di un plinto, fatto di verde Ofite che era rotondo, e alquanto sollevato sopra, circondando il Porfido, di circa cinque pollici, che era curiosamente lavorato con diversi lineamenti.

Attorno alla base che reggeva il vaso, stavano quattro Arpie d’oro, con i loro artigli e piedi artigliati sul tavolo liscio dell’Ofite.

Le loro parti posteriori verso la base, l’una proprio opposta all’altra, con le loro ali spiegate e distese, riposavano sotto il vaso con i loro volti femminili, e avendo capelli sulle loro teste, dagli stessi, si spandevano giù fino alle loro spalle, le loro teste sotto, e non toccando il vaso: con le loro code come anguille, e girando in tondo. E sopra i loro ombelichi, un lavoro a foglia antica. Queste erano molto necessarie per il rafforzamento del tubo dentro la base e il piccolo pilastro.

All’interno del mezzo del grembo e ventre, o ombelico del vaso, sopra la base soggetta, vi era proporzionatamente sollevata dal medesimo vaso di Ametista, una sostanza come un calice, all’interno, o lo stampo interno per una campana, alta quanto il vaso era profondo nel mezzo di esso, a livello con l’orlo del vaso.

Sopra il quale era fatto un piede artificioso posto sotto le tre Grazie nude d’oro fino, di una statura comune, una che si univa all’altra.

Dai capezzoli dei loro seni l’acqua ascendente zampillava come un filo d’argento. E ognuna di esse nella mano destra teneva una copia piena di ogni sorta di frutti, che si estendevano in lunghezza sopra le loro teste, e all’apertura, tutte e tre si univano rotondamente in una, con diverse foglie e frutti che pendevano sopra gli orli o labbra delle copie ritorte.

Tra il frutto e le foglie, venivano su sei piccoli tubi, dai quali l’acqua zampillava attraverso un piccolo foro.

E l’astuto Artefice, poiché non voleva disturbare un cubito con il tocco di un altro. Con un segno di vergogna, le Immagini con le loro mani sinistre nascondevano quella parte che la modestia non avrebbe voluto che fosse vista, ma la considera degna di essere coperta.

Sull’orlo del vaso cavo, la cui circonferenza era un piede in più, rispetto al sottostante, con le loro teste sollevate sui loro piedi di Vipera, con un’intercalazione conveniente e decente, vi erano piazzati sei piccoli Draghi squamosi, d’oro puro scintillante, con tale artificio, che l’acqua proveniente dai capezzoli delle Dame, cadeva direttamente sulla corona vuota e aperta della testa dei Draghi, sopra menzionati, con le loro ali spiegate, e come se avessero morso, gettavano e vomitavano la stessa acqua che cadeva oltre la rotondità dell’Ofite, in un ricettacolo di Porfido, e rotondo, che erano entrambi più alti della piattezza del pavimento sopra menzionato: dove vi era un piccolo canale che girava tutto intorno tra l’Ofite e il Porfido, in larghezza un piede e mezzo, e in profondità due piedi.

Il quale Porfido era tre piedi dalla parte esterna piana al pavimento, con una eccellente ondulazione. Le restanti parti dei Draghi, per la moderata profondità del vaso crescevano, finché tutte si incontravano, trasformando le parti estreme delle loro code in una fogliatura antica facendo un bellissimo legamento con la base o piede posto sotto le tre immagini senza alcun impedimento deformante alla cavità del prezioso vaso. E tra l’assalto verde degli alberi di arancio che circondavano, e i riflessi luminosi della materia scintillante, e l’acqua pura, vi era un colore così grazioso, in quel singolare e preziosissimo vaso, come se l’arcobaleno e le nuvole vi avessero fatto la loro abitazione.

Quindi, nella pingue estroflessione del ventre del vaso, tra un Dragone e l’altro, a uguale distanza e di una fusione o getto eccellentissimo, sporgevano teste di Leone di squisita fattura e lavorazione, che sputavano tramite un piccolo tubo l’acqua stillata dalle sei fistole poste nella copia sovrastante. La quale acqua zampillava con tale forza verso l’alto che, nel ricadere, cadeva tra i Dragoni nel grande vaso, dove, a causa dell’altezza del salto e della foggia del recipiente, produceva un piacevole tintinnio.

Tutta questa rara opera, composta da un ingegno così acuto e fino quale era questo insolente e prezioso vaso, le quattro arpie perfette, il meraviglioso e curioso azzurro sul quale poggiavano le tre Immagini di puro oro, con quanta Arte, ordinanza e regola fossero digerite e rese perfette: così come sono del tutto ignaro di tali cose, altrettanto meno sono in grado di descrivere il tutto come meritava, essendo un’opera che trascende ogni umana portata e capacità di concepirne una simile.

E posso arditamente dire che nella nostra epoca non si è mai visto in pietra e metallo un pezzo d’opera così sbalzato, cesellato e inciso. Poiché era una meraviglia vedere che pietre di tale estrema durezza, come quella che fungeva da base per sostenere il Vaso, potessero essere tagliate e lavorate a tal fine come se fossero state molli come cera. Un’opera più da ammirare che da intraprendere.

Il cortile quadrato (nel mezzo del quale sorgeva questa notevole opera della sontuosa Fontana) era lastricato con fine Marmo di diversi colori e fogge. Tra questi erano incastonati in modo bellissimo dei tondi di Diaspro, equidistanti e in contrasto con il colore del pavimento, con gli angoli chiusi da foglie e Gigli. Tra le lastre di marmo quadrate era lasciato uno spazio a guisa di listello, che veniva riempito con pietre di vari colori di taglio minore, alcune modellate in foglie verdi e fiori fulvi. Cyanei, Phœnicei e Sallendine, così bene in armonia nei loro colori, così scintillanti e accuratamente disposti da una diligente Xesturgia. Così pieni di colori come un bicchiere di Cristallo, percosso e battuto dai raggi del sole. Poiché i colori circonducenti e circostanti, incontrandosi nelle medesime pietre lisce e pulite, offrivano un riflesso privo di difetti, sia nelle scacchiere quadrate che nei tasselli e nei Trigoni. Ma con una ordinanza liscia e retta ben congiunta insieme.

Di che rimasi meravigliosamente stupito tra me e me, considerando diligentemente la nobiltà dell’opera, quale non ero solito vedere, e molto volentieri mi sarei accontentato di indugiare ancora nella contemplazione di essa, poiché la dignità dell’opera lo richiedeva, ma non potevo, essendo necessario per me seguire i miei condottieri.

Quindi l’aspetto di questo sontuoso, magnifico e maestoso palazzo, la sua approvata situazione, la debita proporzione e la meravigliosa composizione al mio primo giungervi, mi resero meravigliosamente contento di contemplarne il valore, e nel proseguire fui spinto a osservare di più, per cui mi persuasi, come potevo ben fare, che l’esperto costruttore eccelleva su chiunque altro. Che sorta di travi? Che maniera di tetto? In che modo erano disposti i Salotti, le camere, i ripostigli e gli alloggi? Con che tipo di soffitto erano racchiusi e incrostati? Con che cosa appesi? Con quale colore e tipo di pittura sopra la testa? Quale ordine di colonnato e quale spazio tra essi. Nessun altro edificio può superare questo, ma può benissimo cedere il passo, per quale tipo di Marmo e per quale maniera di incisione.

Lì contemplai le fatiche di Ercole incise nella pietra con metà della rappresentazione sporgente o sporgente in modo meraviglioso, le pelli, le statue, i titoli e i trofei. Che ingresso, che maestoso portico, che quello di Tito Cesare con la sua pietra di Fenicia con tutta la cesellatura e la lucidatura intorno, non vi è alcuno il cui ingegno sia così grossolano da lodarlo rispetto a questo, che piuttosto non si vergogni di parlarne. Quanto al degno ed eccellente modo di vetrare la galleria fuori dal palazzo, il conspicuo portico, la maniera di costruzione, il soffitto arcuato sopra la testa, abbellito e adornato con fogliame e altri lineamenti di puro oro e colore azzurro ed eccellente pittura, che tutto ciò che avevo visto prima lo considerai di poco conto, come non degno di memoria. E giunto ora alla porta dentro il portico, l’ingresso era chiuso da un drappo, tirato davanti ad esso, di oro e seta lavorati insieme, e in esso due immagini. Una di esse con ogni sorta di strumenti attorno a sé, adatta e pronta per mettersi al lavoro, e l’altra con un contegno virginale, che guardava in alto con gli occhi verso il cielo.

La bellezza delle quali due era tale, e così fresca, che guardai attorno a me, se Apelle le avesse dipinte col suo Pennello.

E lì i miei giocosi, belli e piacevoli compagni, ognuno porgendo le proprie mani destre alla mia, volendo farmi entrare, dissero: Poliphilus, questa è la via consueta per la quale devi giungere alla presenza della nostra Graziosa ed eccellentissima Regina.

Ma non puoi aver licenza di entrare qui attraverso questa Cortina, prima di essere ricevuto da una vigile e innocente Damigella che è la custode di questa porta, ed è chiamata Cinosia. La quale, udendoci arrivare, si presentò subito e favorevolmente sollevò il panno, ed entrammo.

Vi era una stanza appesa attorno e divisa da un’altra Cortina di eccellente Arazzo pieno di Immagini, come segni, forme, piante e bestie, singolarmente ben fatti.

In questo luogo, al nostro arrivo, un’altra curiosa donna venne verso di noi, chiamata Indalomena, e lei scostando la Cortina, entrammo. E vi era un’altra stanza simile, dalla seconda per quantità, con discorsi e ragionamenti meravigliosamente tessuti, con infiniti nodi, fibbie, legature e ferri da arpino o Ganci all’antica, come se fossero stati fissati e intrecciati insieme. Nel quale luogo, senza alcuna sosta, la terza donna venne e ci ricevette molto graziosamente, il suo nome era Mnemosina, e lei chiamandoci, ci diede libera licenza di entrare. Dove infine i miei compagni mi presentarono dinanzi alla sacra maestà della Regina Eleutherillida.

Poliphilus mostra come meglio può quanto grande fosse la Maestà della Regina, la maniera della sua Residenza e del servizio. Il suo favorevole intrattenimento. Come ella si meravigliò di lui.

Quando mi avvicinai alla prima portinaia, fui alquanto confuso, ma tuttavia la salutai nel modo conveniente che mi spettava fare. E lei molto cortesemente mi disse di avvicinarmi. E allo stesso modo la seconda.

Nella cui guardia vidi una maestosa Galleria lunga quanto il palazzo, il cui tetto era tutto dipinto con un fogliame verde, con fiori distinti e foglie ripiegate, e piccoli Uccelli volanti, eccellentemente infriati di pittura musiva, come fuori nel primo Cortile, e le pareti di pietra coperte con lavori a intarsio di diversi colori.

All’ultima porta, la Matrona Mnemosina mi persuase molto efficacemente a non dubitare di nulla, ma a seguire fermamente la reale persuasione e il salutare consiglio della Regina, e a perseverare nell’esecuzione di esso, poiché il fine senza dubbio sarebbe stato di mio gradimento.

E così, avendo licenza di entrare, ecco presentarsi ai miei occhi cose che erano più celestiali che umane.

Una preparazione oltremodo maestosa e sontuosa, in un cortile splendido e spazioso, oltre il palazzo vicino e opposto all’altro, e quadrangolare.

Il bellissimo e prezioso Pavimento entro un perimetro scaccato che lo circondava, vi era uno spazio di sessantaquattro Squadrati di tre piedi, il diametro di ognuno: dei quali uno era di Diaspro, del colore del Corallo, e l’altro verde, spolverato di gocce di sangue che non si potevano consumare; e messi insieme a guisa di Scacchiera. Circondato da un bordo, della larghezza di un passo di una rara invenzione di lavoro, con piccoli pezzi di pietre, di diversi colori, e così compatti insieme, come se fosse stato uno strano lavoro dipinto uniformemente tagliato e disposto secondo regola, che non potevi percepirne l’unione, ma liscio e lucente, e così ben incorniciato dalla Livella e dallo Squadro, che nessuno strumento circolare o sferico si sarebbe mosso da nessuna parte senza forzare.

Attorno a questo, infine, vi era un’altra meravigliosa specie di Pavimentazione di tre passi di larghezza, in nodi di Diaspro, Prassina, Calcedonio, Agata e altre sorta di pietre di pregio.

E attorno ai lati delle pareti, che circondavano il detto Cortile lastricato come avete udito, erano posti dei Sedili, del legno di Alberi di Palma, di colore tra un giallo e un fulvo, passabilmente ben torniti e modellati, coperti di Velluto verde, e guanciali con qualche materiale soffice o piume facili su cui sedersi, il Velluto portato giù fino alla cornice dei Sedili o Panche, e fissato alla stessa con Chiodi di Oro, con teste bombate sopra una semplice Striscia o Cordicella d’Argento.

Il paramento delle pareti che si chiudevano erano coperti con Lamine di Oro battuto, con un’incisione confacente alla preziosità del metallo.

E nel piano coequato e liscio delle stesse pareti di pietra, tramite certi Pilastri, Quadrangoli o Losanghe, di uguale dimensione e distinta corrispondenza nel mezzo di ognuna, vi erano perspicuamente incastonati gioielli rotondi, sporgenti e gonfi oltre il piano della parete, a guisa dei tori delle basi, e di spessore conforme alla proporzione della Losanga in cui si trovava, circondati da foglie verdi frastagliate, una piegata sopra l’altra, le cime rivolte verso il Gioiello.

E tra il Fogliame e il grande Gioiello, un altro bordo di pietre preziose curiosamente assortite e conspicuamente disposte.

E nel resto della parete circonvallata da questi Gioielli rotondi sporgenti, i sette Pianeti con la loro natura e proprietà, con un lavoro Encaustico erano dolcemente dipinti, che contemplai con grande diletto. Il resto della parete esclusa dalla rotondità dei Gioielli entro i Pilastri, era riempito e abbellito con infinita varietà di lavori in argento, e spolverato con diverse inestimabili pietre, singolarmente ben tagliate, e di diversi modelli.

La parete sul lato sinistro era allo stesso modo, e opposta in tondi. Contro i sette Pianeti vi erano sette Trionfi sui soggetti dei medesimi Pianeti predominanti, e in tale arte di Pittura come l’altro lato.

E sulla parte destra contemplai le loro sette armonie e amichevoli aspetti, e il passaggio del sangue, con la ricezione qualitativa e il ritiro & l’entrata circolante, con un’incredibile Storia dell’operazione celeste accidentale.

Il quarto paramento formava il Palazzo di tale distribuzione come l’altro, eccetto la porta, che occupava un interstizio vuoto. Gli altri sei con una regolare corrispondenza e armonia del resto, nei Gioielli opposti e al congresso simmetrico dei Pianeti, con le loro virtuose inclinazioni, erano espressi nelle forme di eleganti Ninfe, con i titoli e i segni delle loro nature.

Il settimo quarto Mediano, era la facciata direttamente posta contro il settimo Gioiello, rappresentante il Pianeta Sole, che era posto più in alto degli altri, per via del Trono della Regina.

Ogni parte di materia, numero, forma e lineamento, in distribuzione ugualmente corrispondente alla sua Livella, il destro col sinistro, e qui e là, con un amore squisito e un congresso accordato.

Del quale eccellentissimo Cortile, ogni lato era di ventotto passi. In questo modo stava questo cortile aperto sinario, tutto circondato da oro fino, un’opera più da ammirare che da raccontare.

I Pilastri erano distanti quattro passi l’uno dall’altro, con una giusta partizione di sette (un numero gradito alla natura) di fine e orientale Azzurro, pietra di Lazzuli, passabilmente ben colorato secondo la sua specie, con una bellissima disposizione di piccoli bagliori d’oro. Nella parte anteriore del quale, tra i sette pilastri, erano posti piccoli pilastri sottili lavorati attorno con foglie, copie, teste con capelli come foglie, ragazzi con i loro fianchi e gambe proporzionati in rami, Uccelli e copie, e vasi pieni di fiori, con altre meravigliose invenzioni e disegni, dalla cima al fondo dell’Anaglifo, come se fossero cresciuti dalla fondazione, facendo e dividendo in due gli spazi, i loro capitelli erano lavorati di una foggia rispondente al resto.

Sopra i quali si estendeva una trave retta con lineamenti incisi confacenti alla stessa. E sopra quella uno Zoforo, contenente questo lavoro ancora per tutto, vale a dire, i teschi ossuti di Buoi, con rami di mirto pieni di bacche, legati attorno alle loro corna da un asciugamano di lino.

Sopra entrambi i lati di essi vi erano Delfini, con le loro branchie come foglie, e le loro Pinne e le parti estreme di una fogliatura, e sopra le loro teste e schiene certi ragazzi nudi, che prendevano possesso delle loro code ramificate sollevate, con foglie e fiori, e le piegavano giù.

La testa del Delfino aveva una Sima, di cui una parte rivolta verso il Ragazzo, e l’altra piegata contro il vaso con un’apertura spalancata, e terminante nella testa di una Cicogna, col suo becco contro la bocca aperta di un Mostro, giacente con la sua faccia rivolta in su, e certi Vortici o Perle che si alzavano tra la sua bocca e il suo becco.

Le quali teste al posto dei capelli, erano coperte con foglie una sopra l’altra, riempiendo l’Orifizio del vaso, e da un labbro all’altro, e sotto la coppa di esso verso il piede, vi era circondato un fine asciugamano di lino, le cui estremità pendevano dai nodi, in una maniera così eccellente che era conveniente sia per il luogo che per la materia. E nel mezzo sopra le teste, vi era la faccia di un fanciullo sopra un paio di ali.

E con tali lineamenti era lo Zoforo adornato e coperto, con una Cornice piena di eccellente maestria. Sopra la cui cima piana, tramite una linea perpendicolare sopra i Pilastri, nell’ordinamento dei quadrangoli, vi erano posti e formati certi vasi all’antica, secondo una distribuzione assegnata, tre piedi alti di Calcedonio, alcuni di Ametista, alcuni di Agata, alcuni di Diaspro, con i loro ventri solcati e scanalati, e tagliati di una rara e meravigliosa astuzia, e con eccellenti orecchie.

In un ordine perfetto sopra ogni Gioiello sopra la Cornice, erano giustamente congiunti traverse, squadrate sette piedi di altezza, e lo spazio di mezzo tra esse di Oro scintillante, con un’estensione superaddetta, chiudendosi sopra le traverse dritte estese. E voltando giù le traverse, si univano decentemente l’una con l’altra, con un lavoro Topiario. Intendendo che fuori dai vasi posti sopra la Cornice come predetto, negli angoli la traversa e la vite dovessero crescere insieme, ma fuori dagli altri vasi, o una vite o qualche Caprifoglio d’Oro, incontrandosi a corsi sopra le traverse trasversali, con un fitto distendersi dei loro rami spargenti, unendosi l’uno con l’altro, e intrecciandosi insieme con un fine e piacevole congresso, coprendo tutto l’intero cortile con un ricco e inestimabile soffitto, con diverse fogge di foglie di smeraldo verde, grato alla vista, più perfetto di quello in cui Amenon era impresso, e i fiori dispersi e distribuiti di Zaffiri e berilli. E con un’eccellente disposizione e artificiale, tra le foglie verdi e le grosse vene, pendevano preziosi grappoli d’uva fatti di pietre, gradevoli e confacenti ai colori naturali dell’Uva.

Tutte le quali rarissime invenzioni, di pregio incomparabile, incredibile e oltre l’immaginazione, brillavano tutte oltremodo preziosamente: non tanto da meravigliarsi per la costosità della materia, quanto per la grande grandezza dell’opera.

Poiché non senza grande causa, di luogo in luogo, con una diligente e gelosa esame consideravo attentamente la larga estensione dei rami più intricati, e la loro proporzionata forza e spessore, così astutamente fatto, da una tale arte, audace tentativo e continuato intento, erano così abilmente condotti fuori, se per saldatura, o col Martello, o per fusione, o per tutte e tre, mi sembrava un’opera impossibile fare una copertura di tale ampiezza, e così intrecciata e avvolta insieme.

Nella prospettiva di mezzo, opposta contro il nostro entrare sopra un trono regale a gradi, incastonato di pietre scintillanti in un ordine meraviglioso, di gran lunga più eccellente del seggio nel tempio di Ercole a Tiro, della pietra Eusebes. La Regina con una maestà imperiale seduta sopra di esso, simile a una dea, e di una meravigliosa magnanimità nel contegno: sontuosamente abbigliata in panno d’oro, con un sontuoso e curioso ornamento, sopra il suo capo di un colore porporino, con un bordo di Perla d’Oriente, che ombreggiava la sua larga fronte, anticamente e principesca, sempre premendo le sue ciocche di capelli piumate, nere come giaietto che scendevano lungo le sue tempie nevose, e il resto dell’abbondanza dei suoi lunghi capelli, fissati attorno nella parte posteriore della sua testa, e divisi in due parti o trecce, avvolte in questo modo e in quell’altro, dietro le sue piccole orecchie, sopra la sua testa ben proporzionata, e finiti nella corona, con un fiore di grande Oriente, e perle rotonde, come quelle che si trovano nel promontorio indiano Perimula.

Il resto dei suoi lunghi capelli spargenti non si vedeva, ma era coperto con un velo sottile, bordato d’oro, pendente dal detto fiore e nodo di perla, fino alle sue delicate spalle, e svolazzante con l’aria.

Nel mezzo del bordo del suo abbigliamento, sulla parte più alta sopra il mezzo della sua fronte pendeva un raro gioiello. E attorno al suo collo rotondo e nevoso, andava un inestimabile Collare con un pendente sopra la divisione dei suoi seni rotondi, di un Diamante a tavola, in foggia di Uovo, scintillante, e di una mostruosa grandezza, incastonato in oro con lavoro a filigrana.

Alle sue orecchie molto riccamente erano appesi alle punte due orecchini, due grandi Carbuncoli lucenti di un prezzo inestimabile.

Le sue scarpe erano di seta verde, e le sue pantofole d’oro ricamate in un lavoro a foglie. Sopra uno sgabello sopra il quale, e sotto i suoi piedi, era posato un cuscino di Velluto bianco, con una bordura di seta e Perle d’Oriente d’Arabia, entro il golfo persico, con quattro Bottoni lavorati con Pietre preziose, e nappe con filo d’oro, e seta cremisi, dipendenti.

Su entrambi i lati lungo le suddette panche coperte di velluto verde, sedevano le sue Dame d’onore, attente in un buon ordine e commendabile, secondo i loro stati, abbigliate in panno d’oro in una incredibile bravura, come al mondo si può vedere. E nel mezzo di esse questa rinomata e famosa Regina in grande pompa e indicibile maestà, e gli orli delle sue vesti così bordati e guarniti di perla e pietra, come se la natura li avesse piovuti e versati sopra di lei.

Al suo alto e imperiale aspetto, con grande riverenza piegando le ginocchia a terra verso di lei, le sue donne si alzavano dai loro seggi, causato dalla novità dello spettacolo, & grandemente meravigliandosi che io dovessi venire in un tale luogo.

Ma io mi trovai più stupito, il mio cuore tremante, e dilatandomi sia dei tormenti che ho passato, che dello stato presente in cui ero portato, che mi circondava e riempiva di un estremo stupore, riverente timore, e onesta vergogna.

E loro chiedendo alle cinque Ninfe che mi avevano portato dentro, bisbigliando chi fossi, e la stranezza del mio caso, dirigendo, piegando e intentivamente fissando tutti i loro occhi su di me. Dove trovandomi un verme così umile in un conspetto così eccellente, ero meravigliosamente sbalordito, e come uno che non avesse spirito.

Ma richiesto da loro il successo e la maniera del mio giungere, le Ninfe chiaramente, apertamente e manifestamente lo spiegano ampiamente, di che la graziosa Regina essendo mossa a compassione, mi fece stare in piedi, e intendendo quale fosse il mio nome, cominciò a dire.

Poliphilus, fatti animo, prendi coraggio e dimmi come sei giunto fin qui, e per quali vie, e in che modo sei sfuggito a quel mortale e orribile Dragone? E come hai trovato la via d'uscita da quella odiosa e cieca oscurità, ne sono stata informata. Ma non poco me ne meraviglio, poiché pochi o nessuno osano avventurarsi per quella via. Ma visto che la grazia ti ha condotto sano e salvo fin qui da noi, non ti negherò (a dispetto di qualsivoglia causa) una graziosa e favorevole accoglienza.

Al cui liberale invito, regali parole e accoglienza, migliori di quanto avrei mai potuto immaginare di desiderare, con devoti e onorevoli ringraziamenti, resi abbondantemente punto per punto, raccontai come sfuggii e fuggii dal Dragone, un mostro pauroso. E di conseguenza con quanta fatica e dolore giunsi al luogo desiderato. E come le cinque Ninfe mi trovarono vagante e spaventato. Quando ebbi ampiamente dichiarato e terminato il mio dire, iniziai con grande desiderio a prepararmi per essere partecipe delle loro solazzanti e magnifiche delizie.

Dopo di che ella mi disse con volto sorridente e piacevole. È cosa degna di considerazione che un inizio malvagio e scontento, spesso volge a un felice e buon successo nel fine: e prima che alcunché vi sia affidato da compiere, riguardo al vostro amoroso e fermo concetto, è nostro piacere, per l'alleviamento e la mitigazione dei tuoi lodevoli dolori, che in questa compagnia tu ti associ specialmente a Philotesia, visto che i bei cieli ti hanno mostrato la via per la tua accoglienza e ti hanno condotto nella nostra trionfante dimora. E perciò mio Poliphilus, senza altre cerimonie prendi il tuo posto lì e siediti, poiché vedrai (con molta buona volontà) parte del nostro sontuoso e maestoso modo di servire, la abbondante diversità e numero delle mie più che principesche prelibatezze, l'onorevole servizio della mia casa e l'eccellente ordine di essa, l'inestimabile preziosità della mia grande abbondanza e i larghi effetti della mia munificenza.

A tale imperioso comando, terminato il suo eloquente e favorevole discorso, umilmente, e con un poco più di audacia di prima, su uno dei banchi alla mia destra mi sedetti (avvolgendo la mia veste strappata davanti a me con alcune foglie di rovo che vi erano ancora attaccate) tra le cinque Ninfe che mi avevano condotto, e tra loro accanto a Offresia e Achoe, poste dietro la Regina, e altre sei della camera dall'altra parte, e in mezzo in alto su un trono sedeva la Regina in una imperiale Maestà.

La copertura sopra il Trono era di un colorito smaltato contenente in esso una bellissima immagine senza alcuna barba, la testa folta di capelli gialli, parte del petto coperto con un panno sottile sopra le ali spiegate di un'Aquila, la cui testa si voltava in su, contemplandolo. La testa di tale immagine era ricingiuta con un Diadema azzurro, adornato con sette raggi, e ai piedi dell'Aquila due rami di Lauro verde, uno da una parte, l'altro in senso contrario verso ciascun lato. E in ogni ghirlanda contemplai il figmento proprio del suo pianeta, e dietro alle mie spalle c'era il gioiello, contenente la storia dell'alato Mercurio, e come la benignità della sua buona disposizione viene depravata quando si trova nella maligna coda dello scorpione velenoso. E guardando me stesso, mi vergognavo di vedere il mio abito vile tra tali sontuosi paramenti, che mi parevo non altro che proprio come quella vile e mortifera bestia tra i più nobili segni dello Zodiaco. Le belle e onorevoli damigelle sedevano in ordine sui Banchi, circondate lungo i lati delle pareti sul lato destro, e le migliori della Corte, con un raro e strano tipo di acconciatura femminile sulle loro teste, come ve ne sono al mondo, con le trecce dei loro capelli avvolte e ripiegate in cuffie d'oro.

Alcune con i loro capelli color Ambra, arricciati e acconciati con fiori dello stesso su un filo metallico, con le estremità rivolte verso il basso e ondeggianti sulle loro nevose fronti e lisce tempie, abbellite con Rubini e Diamanti incastonati nei capelli.

Altre del colore dell'Obsidium dell'India, nero e lucente, adornate con fiori di Perla d'oriente e collane delle stesse. Stavano tutte in attesa con una tale venerata attenzione che, quando il servizio veniva portato alla tavola, tutte nello stesso istante facevano le loro riverenti cortesie piegando le ginocchia, e allo stesso modo quando si alzavano dai loro seggi, ognuna abbigliata in panno d'Oro, ma non sedevano né mangiavano alla stessa tavola.

Proprio davanti alla trionfante Regina vi era l'apertura della terza Cortina, che copriva una grande e bella porta, non di Marmo, ma di raro e duro Diaspro d'Oriente, di un'opera artificiale e antica, meravigliosamente bella a vedersi. Ai lati di questa porta, giovani damigelle musiciste, sette per lato in un abbigliamento da Ninfa, notabile per la foggia e molto ricco: le quali a ogni cambio di servizio, mutavano la loro Musica e i loro Strumenti, e durante il banchetto, altre con un angelico e sireneo consenso, accordavano lo stesso alle loro mani. Poi all'improvviso venivano posti telai di Ebano, con tre piedi, e altri tavoli temporanei, senza alcun rumore o frastuono. Ognuna pronta al suo Ufficio assegnato, con un attento, diligente e sollecito impegno, interamente a quel servizio che le era ingiunto.

E per prima davanti alla Regina, veniva posto un telaio a tre piedi di questa forma, su un tondo di fine Diaspro, con curiosi lineamenti. Al quale vi erano tre stipiti, le cui parti inferiori terminavano nella forma dell'artiglio lacerante di un Leone, con una squisita fogliazione, che cingeva i fusti degli stipiti, avendo nel mezzo di ognuno, fissata la testa di un fanciullo tra due ali, dalle quali tra l'uno e l'altro degli stipiti, pendeva a guisa di Ghirlanda un fascio di foglie e frutti legati insieme, e più grossi verso il mezzo, e sopra la cima degli stipiti o fusti, era posta una proiezione per sostenere il tavolo tondo davanti alla Regina.

Questo telaio era inamovibile, ma il tavolo tondo poteva essere rapidamente tolto e rimesso, secondo la sostanza dei vasi a ogni cambio della tavola.

E subito come in un batter d'occhio e in un volgere di mano, veniva posto su questo telaio a tre piedi un tavolo tondo d'Oro, di tre piedi di Diametro, e di uno spessore indifferente, e di questa forma e grandezza erano tutti gli altri.

Su questo tavolo era steso un Tappeto profumato, di panno di Hormisine di colore verde, uniformemente disteso, largo e lungo fino al pavimento: frangiato sui lati con filo ritorto del medesimo, e mescolato con Argento e Oro, pendente sotto un bordo di ricamo di Perle e pietre preziose, con un palmo di pavimento su ogni lato che pendeva giù. E di questo tipo erano tutti i Tappeti bordati e frangiati.

Dopo seguiva una bella giovane Damigella e lesta, con un grande Bacile d'Oro riempito con i fiori di Viole, fulvi, blu e bianchi, e odorosi, come nella prima primavera, e li spargeva sulle tavole, eccetto che davanti alla Regina.

La sua sacra maestà, avendo tolto la sua veste così sontuosa come Lolia, moglie di Paolo Emilio, mai vide nei trionfi di suo marito, e rimaneva in una gonna di Velluto viola, avendo intrecciati in essa uccelli, piccole bestie, foglie e fiori in nodi, il lavoro alquanto rilevato con perle e pietre, con un sottile velo che copriva tutto sopra di seta di Cipro, mostrando attraverso di esso i lavori coperti e il panno a causa della limpida sottigliezza e finezza di esso, e un imperiale e grazioso abbigliamento.

Dopo entrarono due bellissime Damigelle portando una fontana artificiosa che correva continuamente con acqua, e la riassumeva di nuovo, la quale era di oro fino, e in un vaso di una curiosa manifattura, che veniva portato davanti alla Regina, e dopo averlo presentato sul tavolo d'oro piegarono le ginocchia fino al pavimento, e simile riverenza nello stesso istante facevano tutte le altre dame attendenti, sia al presentare di ogni cosa, che al portar via. Altre tre belle Damigelle seguivano vicino dopo di loro, una portando un Aquamanile d'oro, la seconda un bacile, e l'altra un asciugamano di seta bianca.

La Regina mentre si lavava le mani, una che portava il bacile d'oro, riceveva in esso l'acqua, affinché non cadesse di nuovo nella fontana che la riassumeva: e l'altra con l'Aquamanile, versava tanta acqua dolce quanta ne veniva portata via, affinché la fontana non fosse vuota e ostacolata nel suo corso. La terza asciugava e tergeva le sue mani.

Il largo e grande Ricettacolo di questa fontana veniva trasportato su quattro piccole ruote, che tiravano su ogni tavolo per lavare le mani di tutti coloro che erano seduti.

Il bordo del vaso dove sorgeva la fontana era adornato con bolle di perla erette, e sotto lo stesso ne era posta un'altra di un altro tipo, ed entrambe unite insieme con due fermagli di una squisita dipolitura, lavoro fine, e preziosamente guarnito. Poiché tra altri gioielli di inestimabile prezzo, sulla cima stessa in un fiore, vi era posto un Diamante in forma di pera, luccicante e scintillante di una grandezza enorme e mai vista.

E per quanto il mio olfatto poteva dire, giudicavo l'acqua essere di Rose, mescolata con il succo di scorze di Limone, e un poco di Ambra artificialmente composta, che rendeva un odore dolce e piacevole.

Nel mezzo di questa ammirabile e stupenda Corte, vi era posta una meravigliosa nave da profumo, non tanto per l'eccellente e perfetta sostanza di essa, che era oro puro e fine: ma per la vistosa, rara e antica foggia della base, che poggiava su tre piedi di Arpie, le quali in una fogliazione facevano un legamento triangolato alla base, pieno di imprese, come il metallo richiedeva, sopra ogni Angolo o cantone del quale stavano tre forme nude di spiriti volanti ordinatamente poste, di due cubiti di altezza, con le loro spalle voltate l'una verso l'altra, e alquanto vicine insieme.

Stavano sulla base con il piede destro verso l'angolo, e il sinistro che si allungava verso il piede fisso dell'altro fanciullo. I loro cubiti piegati in su, e che tenevano il manico della padella da profumo, molto sottile nel fusto, e in su in forma di coppa, alquanto solcata e dal bordo largo.

Ve ne erano sei in un circuito tondo, l'una verso l'altra: E tra le loro spalle nel punto Centrale della base triangolata, sorgeva un fusto come un Candeliere di foggia antica, che teneva sulla cima dello stesso tale coppa o vaso come suddetto, e così largo che colmava il vuoto nel mezzo tra le altre sei.

Le quali coppe erano riempite con carboni ardenti coperti sopra con braci, e in ogni vaso sopra le ceneri bolliva un piccolo vaso d'oro, con liquori contrari infusi con dolci odori.

E come sospettavo, ogni vaso aveva acqua diversa, come dire, uno con acqua di Rose, un altro con acqua di fiori d'Arancio, un altro di mirto, tenere foglie di Lauro verde, fiori di sambuco, e svariati tali simili semplici socievoli. E questi bollendo insieme, rendevano un odore molto piacevole e fragrante.

Alla presenza della magnifica Regina attendevano sempre tre onorevoli Ninfe, il loro abbigliamento essendo d'oro e seta, meravigliosamente tessuto e adornato, e guarnito con perla e pietra. Le fodere delle loro vesti che giravano attorno alle loro nevose spalle, e scendevano sopra i loro piccoli seni tondi fino alla parte inferiore delle loro vite, di tale colore come i tovaglioli, lasciando vedere le piacevoli valli tra i loro bei seni, un estremo diletto e desiderato nutrimento per un occhio stretto e avido, con mille piccole catenelle, graziosi gioielli e fiori d'oro in una foggia femminile, una dolce esca per trasportare un uomo a capofitto nella dimenticanza di sé stesso, essendo incantato con scelte e amorose attenzioni, superando di gran lunga il desiderio di qualsiasi altra delicata vivanda. Le loro scarpe d'oro tagliate con mezze Lune, e chiuse al giunto delle corna o angoli con bottoni e fiori di oreficeria in una maniera curiosa, e le ciocche dei loro bei e abbondanti capelli sopra le loro fronti e tempie introfiate con grandi e tondi orientali perle.

Stavano così su ciascuna mano e davanti alla Regina con un singolare e riverente riguardo, attendendo e prontamente compiendo quell'incarico al quale erano designate. E queste servivano solo a una Tavola: la quale essendo cambiata, si ritiravano di lato, e stavano ferme sui loro piedi braccio a braccio, avendone altre tre supplito ai loro posti: E delle tre che attendevano, quella nel mezzo era trinciante.

L'altra sul lato destro teneva sotto un piatto se alcunché fosse caduto: e la terza sulla mano sinistra teneva un asciugamano di seta bianchissimo e pulito per asciugare le sue labbra, e in ogni azione una riverenza.

L'asciugamano non era usato che una volta, e poi gettato via sul pavimento, e portato via da una che stava vicino. E tanti bocconi quanti ella mangiava, tanti dolci profumati asciugamani di seta piegati e finemente lavorati venivano usati.

E lo stesso era fatto per ogni ospite, poiché nessuno a quel banchetto toccava alcunché eccetto solo la coppa.

Dopo che la Regina si era lavata, e aveva avuto il suo primo servizio, allora tutti gli altri si lavavano alla stessa fontana, gettando fuori acqua da sé stessa, e riassumendo la stessa in una maniera meravigliosa da due piccoli tubi su ciascun lato, e correndo in su diritto nel mezzo dal fondo del vaso, il dispositivo del quale quando compresi, ne fui molto soddisfatto.

Dopo il lavaggio della Regina prima, e successivamente di tutti gli altri, veniva consegnata a ognuno degli addetti una palla tonda di filo d'oro piena di piccoli buchi, e all'interno imbottita con pasta d'Ambra di una composizione perfettissima, guarnita con pietre preziose, al fine che le loro mani, occhi e sensi non fossero oziosi.

Poi lì a ogni cambio di portata, due Edeabrie che avevano l'ordinazione delle vivande della Regina, portavano nel mezzo della Corte reale su quattro ruote girevoli una maestosa credenza o armadio, in foggia simile a una nave, e il resto simile a un Carro trionfante, di finissimo oro, con molti pesci e mostri d'acqua, e infinite altre squisite forme meravigliosamente lavorate, e guarnite piene di ricche pietre, i cui scintillii e bagliori risplendevano attorno ai lati della Corte, e rincontravano sui tondi degli altri gioielli prima parlati, su ogni lato convenientemente posti, come se Febo fosse stato posto da una Ninfa per gratificare i suoi occhi e il suo volto con il suo splendente fulgore.

A tutto il quale continuo scintillio di ineffabile manifattura, non si poteva concepire di più di uguale comparazione, sebbene fosse il Tempio a Babilonia con le tre statue d'oro.

All'interno del quale veniva messo tutto il necessario profumato, come era conveniente e adatto per il cambio delle tavole, come tovaglie, fiori, coppe, asciugamani, e vasi, per versare, per bere, e piatti su cui mangiare.

E queste due Ninfe plaustrarie, li tiravano giù, e li consegnavano (come il bisogno richiedeva) agli addetti.

E la prima Tavola essendo cambiata, ogni cosa veniva riportata indietro alle plaustrarie, alla cui partenza le Trombe suonavano in tale maniera, come Piseus Therrenus mai si avvicinò, né il trombettiere di Maletus al Re di Hetruria.

E allora suonavano i loro Cornetti, così facendo ogni volta che il deposito veniva tirato fuori, finché non ritornava dentro, al qual tempo cessavano.

E quando la Tavola era cambiata, alteravano i loro strumenti musicali, i quali essendo cessati, i cantori iniziavano così celestialmente, che avrebbe fatto dormire le Sirene, avendo mescolato con le loro voci strumenti a fiato di legno, quali il Troezein Dardanus mai inventò.

E per questo ordinato ordine, si sentivano continuamente suoni melodiosi, e piacevoli armonie, dolci concordanze con dilettevole Musica presentata, odorifero profumo sentito, e maestose vivande abbondantemente mangiate. E ogni cosa qualsivoglia, senza alcun difetto di grazia o diletto rispondente, secondo la dignità del luogo.

A questa prima tavola principesca, tutti i vasi e gli strumenti insieme con la tavola stessa, erano di puro fine Oro. Sopra la quale veniva presentata una confezione Cordiale, e come potevo congetturare, era fatta di raschiatura di corno di Unicorno, semi di Dattero e Perla, spesso riscaldata, e spenta e pestata finemente, Manna, pinoli, acqua di Rose, Muschio e Oro liquido, in una preziosa composizione a peso, e fatta in pastiglie con zucchero fino e Amido.

Questa veniva mangiata senza bere nulla sopra, ed era una Confezione per proibire tutte le Febbri, e per scacciare la stanchezza malinconica.

Ciò essendo fatto in un momento, tutte le cose venivano prese e rimosse, le Viole gettate sul suolo, e la tavola nuda. E non appena ciò era fatto, la tavola veniva apparecchiata di nuovo coperta con panno di Talasike, e anche gli addetti, e come alla prima, venivano gettati sopra di essi i dolci fiori di Cedri, Arance e Limoni, e sopra quello, presentavano in vasi di Berillo, e di quella pietra preziosa era la tavola della Regina (eccetto i vasi per mescere che erano tutti di puro fine Oro) cinque Frittelle di pasta di color Zafferano, e crostate sopra con caldissima acqua di Rose, e zucchero fino pestato, e poi di nuovo gettate sopra con acqua muschiata, e con zucchero fino come brina sopra il Ghiaccio. Questi Servizi di un gusto piacevolissimo, e di svariate fogge venivano introdotti così. Il primo, in olio di fiori di Arance. Il secondo, in olio di Violaciocche. Il terzo, in olio di fiori di Gelsomino. Il quarto, in puro Olio di Benzoino.

E l'ultimo, in olio di Muschio e Ambra. E quando avevamo ben assaggiato e mangiato della stessa dilettevole carne, ci veniva consegnata una bella coppa del suddetto Berillo, con il suo coperchio, e coperta sopra anche quella con un sottile Velo di seta e Oro curiosamente piegato nella forma di un Baldacchino, le estremità gettate sopra le spalle dei portatori, e pendenti giù per la loro schiena.

E in questa maniera presentavano tutti i vasi da bere e altri, con carni e salse coperte. All'interno della coppa da bere avevano infuso un vino prezioso, così che mi pareva che gli Dei dei campi Elisi, avessero trasformato il loro potere nella dolcezza del liquore: superando il vino di Taso.

Senza indugio (dopo il nostro bere questa tavola essendo portata via, e i dolci fiori gettati sul pavimento), veniva subito steso un panno di seta color mora e garofano: con Rose bianche, rosse, Damascene, Muschiate, e gialle gettate sopra lo stesso. E prontamente nuovi addetti portavano dentro (abbigliati negli stessi colori) sei pezzi di pane tagliati per ognuno, tostati e conditi con midollo raffinato, spruzzato sopra con acqua di Rose, Zafferano, e il succo di Arance, temperando il gusto e dorati sopra, e con essi sei pezzi di puro pane bianco venivano posti giù. E accanto a loro una confezione, di succo di Limoni temperato con zucchero fino, semi di Pino, acqua di Rose, Muschio, Zafferano, e scelta Cannella, e così erano fatte tutte le salse con conveniente gradazione e consegna. I vasi erano di Topazio e il tavolo tondo.

Questa terza magnifica tavola essendo portata via come sopra detto, veniva subito innovata un'altra, con un panno di seta liscio, e di colore giallo, (gli addetti adatti) e cosparsa con Mughetto, e Narciso, immediatamente questa portata veniva presentata, sette bocconi di carne di Pernice in un brodo piccante, e altrettanti pezzi di puro pane bianco. La salsa Acceres, tritata e dissolta in Zucchero tre volte bollito, Amido, Sandalo, Muschio e acqua di Rose. I vasi e il tavolo tondo di Crisolito. Infine, offrivano una preziosa coppa da bere, e così osservato nel resto.

Rimosso il quarto tavolo, il quinto fu richiesto con una tovaglia di seta, di color cremisi, e allo stesso modo l'abbigliamento delle Ninfe. I fiori di porpora, giallo, bianco e fulvo. Il servizio, otto bocconi di carne di Fagiano arrosto giacenti nel loro sugo, e con essi altrettanti pezzi di finissimo pane bianco. La salsa era questa: acqua di fiori d'Arancio, succo di Melagrane, Zucchero, Chiodi di garofano e Cannella. I vasi di Smeraldo, e il tavolo della Regina Sovrana.

Questo essendo stato rimosso molto solennemente, fu stesa un'altra tovaglia di seta di colore porpora, e così l'abbigliamento dei servitori.

I fiori erano di tre specie, di Gelsomino, fulvi, gialli e bianchi. Il servizio era di nove bocconi di carne di un Pavone ristoratore, inumidito nel suo sugo. La salsa era verdissima e aspra, con Pistacchi, Noci tritate, Zucchero, Ciprico, Amido e Muschio, Timo, Maggiorana bianca e Pepe. I vasi di Zaffiro, e il Tavolo Principesco.

Al settimo cambio, portarono un sontuoso tavolo di Avorio bianco, bordato, ornato e finemente lavorato con molti piccoli pezzi sul prezioso legno di Aloe, e congiunti e incollati insieme, e da un lato all'altro, lavorato con nodi e fogliami, fiori, vasi, mostri, uccellini, e i solchi e gli intagli riempiti con una pasta nera e una miscela di Ambra e Muschio. Questa mi parve una cosa eccellentissima e sontuosa, che esalava un profumo deliziosissimo. La tovaglia bianca e sottilmente lavorata con ricami a fili tratti con seta di Raso, il fondo punteggiato e riempito, e il lavoro bianco e semplice, con la rappresentazione di sagome, uccelli, bestie e fiori, e allo stesso modo l'abbigliamento dei servitori. I fiori: Elleboro, Rapa, Violetta e ogni sorta di dolci Violacciocche. E così variava ovunque tale diversità di odori, portati separatamente, e così deliziosi ai sensi, che non posso esprimere sufficientemente.

Poi fu dato a ciascuno un confetto in tre bocconi di mollusco, Dattero, con Pistacchi, gherigli di Noce tritati e messi in acqua di Rose e Zucchero delle isole, e Muschio e foglia d'Oro, battuto e mescolato con essi, che ogni pezzo raccolto sembrava come se fosse tutto d'Oro.

I vasi erano di Giacinto, e il tavolo circolare. Una pietra adatta e conveniente a così eccellente disposizione e tavola reale e banchetti strani, quali prima non si erano mai uditi.

Dopo la rimozione di questi meravigliosi Confetti, e i fiori gettati sul pavimento in una principesca magnificenza, fu subito portato un grande vaso d'Oro pieno di carboni accesi, nel quale furono gettate le tovaglie, i tovaglioli e gli asciugamani di seta, i quali subito bruciarono luminosi, e dopo che furono estratti e raffreddati, erano interi, illesi e puliti, come al primo momento. E questo era ancora il più meraviglioso di tutti gli altri. E poi i tavoli e le strutture furono smontati e portati via.

Il quale ordine e spettacoli eccellentissimi, quanto più mi sforzavo accuratamente di considerarli, tanto più ignorante e stupito mi trovavo.

Ma in ogni cosa certamente provai grande piacere con la mia intenzionale ammirazione, nel vedere una tale, così grande, abbondante e trionfante sontuosità, di un banchetto così incredibilmente costoso, che è meglio tacere che non parlare a sufficienza nel riferirne. Poiché i banchetti di Sicilia sono al confronto solo meschini, e così erano i maestosi Ornamenti di Attalo. I vasi Corinzi, le prelibatezze di Cipro e le cene Saliare.

Tuttavia, nonostante così suprema ed eccessiva alacrità, e cordiale delectazione, e quel solo ed estremo piacere (occasionato da tali e così inaspettati diletti) da una di quelle tre che nell'ultimo cambio servivano, fu smorzato, rovesciato, interrotto, zoppicato, intercettato e reso vano. Poiché ella rappresentava nel suo comportamento il dolce gesto e la somiglianza di Polia, stimolando in me, per mezzo loro, sguardi furtivi.

Questo fu per me non piccolo ostacolo nel prendere quelle piacevoli prelibatezze e principesca refezione. Eppure i miei occhi di tanto in tanto, con molta fatica, venivano distolti per ammirare la bellezza dei Gioielli e delle pietre preziose, scintillanti e luccicanti in ogni luogo, in tali diversità di strana e mai vista gloria e cospicui decori, come se avessero tutti un debito verso di lei, il che mi spingeva con un desiderio smodato a osservare la corrispondenza della sua eccellente bellezza.

Infine, in tale ordine e modo, come suddetto, essendo stati tolti i tavoli, abbassai il capo, perché non potevo seguire gli ultimi dolci che avevo perso pensando a colei che serviva.

Allora prima davanti alla sacra Maestà e alla persona reale della Regina, e successivamente a noi, cinque belle Ninfe vestite di seta blu e oro curiosamente intrecciati insieme in lavori, si presentarono tutte insieme.

La mediana di loro portava un ramo di corallo, simile a un albero, quale non si trova tra le isole Orcadi, alto un cubito, che stava come sopra una piccola montagna, che era il coperchio di un vaso di foggia antica di oro puro, in forma di un Calice, alto quanto il coperchio e l'albero di corallo, pieno di curiosa maestria e lavori a foglia, mai fatti nella nostra età, né il simile veduto.

Tra la grazia del piede e la coppa, era unito insieme con un manico di inestimabile fattura, e allo stesso modo il piede e la coppa erano di un eccellente anaglifo di fogliame, mostri e Scille biformi, così squisitamente espressi, come potevano essere sbalzati, cesellati o incisi per proporzionata circolazione.

E il coperchio mordente dello stesso era fitto di incomparabili gioielli: e allo stesso modo tutta la base e il manico dove la convenienza richiedeva, e luccicante attorno.

Sui rami del corallo, vi erano artificialmente posti certi fiori aperti con cinque foglie, alcuni di Zaffiro, alcuni di Giacinto e Berillo, e nel mezzo di essi un piccolo seme rotondo d'oro, che fissava le foglie al gambo di corallo.

La quale giovane donna inchinandosi riverentemente fino a terra con il ginocchio destro, riservando l'altro ancora su, su cui teneva questo coperchio di corallo, il quale anche oltre ai fiori, aveva sulle punte e sulle cime di altri rametti o germogli curiosamente infisse perle mostruosamente grandi. Un'altra di loro aveva una coppa piena di prezioso liquore, migliore di quello che la superba Cleopatra diede al Capitano Romano: le restanti eseguivano i loro uffici come suddetto, e staccandone uno dopo l'altro, con un piccolo strumento con due denti d'oro offrendoci i frutti, a me sconosciuti, poiché non ne avevo mai visti di simili, li assaggiammo.

Ma l'inaspettato piacere di essi, e la dolcezza del loro gusto, non fu altrimenti per me che come una graziosa sostanza mancante della sua desiderata forma.

E furono riportate di nuovo le palle d'oro menzionate prima.

Su questo apparve un'altra meravigliosa opera, che era una fontana perpetuamente corrente artificialmente ideata della suddetta materia, ma di un'altra notevole foggia e maestria, fondata su un asse immobile, su cui giravano due ruote.

Sopra le quali stava una quadratura ineguale lunga tre piedi, larga due piedi e alta sei piedi.

In ogni parte angolare sedeva un'Arpia con entrambe le ali estese e tese fino alla larghezza di un vaso più alto, stando sul mezzo del quadrangolo misurato, coronato alle estremità e parti superiori, e abbellito con scanalature e fogliame, che circondavano la parte inferiore.

E su ogni lato lo stesso diviso in tre, la parte di mezzo tra la caduta delle acque intercettate, conteneva in mezzi corpi scolpiti, un trionfo di Satiri e Ninfe, con Trofei ed esquisite azioni, eccetto la parte anteriore e posteriore moderatamente sinuate e rientrate. Le quali invece di squadrato lineamento, contenevano una rotondità ondulata tra esse, nella quale era meravigliosamente incisa una piccola cerimonia con un vecchio Altare su entrambi i lati, con molte figure e azioni, il resto che era vuoto, le code delle suddette Arpie congiungendosi insieme, e trasformandosi qui e là in foglie, eccellentemente lo coprivano.

Dal centro mediano dell'equatore e quadrangolo sopra specificato e descritto da un antico fogliame, sorgeva un vaso di vecchia foggia, e molto bello, il cui circuito non eccedeva il contenuto del piano quadrangolato, e questo con tutto il resto dell'opera, e ogni proporzionata disquisizione, prova ed esame, sia nella massima larghezza e spessore, con i più convenienti lineamenti del vasetto, diligentemente delimitato e limato, e poi finito con una assoluta e depolita deformazione.

Il quale dal suo orifizio soppresso faceva ascendere un altro vaso cavo, il cui compasso eccedeva il suddetto vaso soggetto solcato e scanalato tutto attorno, di grande larghezza e ampi bordi così ben fatti, come è possibile per qualsiasi orefice battere fuori con il suo martello.

Nel punto centrale del quale sorgeva e montava un altro vaso di incredibile maestria.

Nel fondo del quale terzo vi erano piccole creste che si gonfiavano verso l'esterno, le cui cime erano circondate da una fila di diverse inestimabili pietre, sporgenti e differenziate nei colori, come meglio potesse soddisfare l'occhio di un curioso Lapidario e abile intenditore.

Sullo stesso su entrambi i lati era fatta una testa di mostro, dalla quale da entrambe le mani procedeva il suo ornamento in uno squisito e rarissimo lavoro di foglie, che lo avvolgeva attorno con il congresso della testa opposta, e graziosamente abbelliva quella parte del vaso.

E nella sporgenza del labbro del vaso sopra il punto perpendicolare della testa vi era fissato un anello, dal quale su entrambi i lati pendeva una ghirlanda di rami, foglie, fiori e frutti che crescevano più grandi verso il mezzo, con un perpolito legame a entrambi gli anelli.

Sopra la curva di mezzo della ghirlanda, e sotto la proiezione del labbro del vaso, era fissata e posta la testa di un vecchio, con la sua barba e i capelli della sua testa trasformati in foglie di ortica, e dalla cui bocca sgorgava l'acqua della fontana per arte continuamente nella cavità del largo vaso sotto di questo.

Sulla bocca di quest'ultimo vaso descritto montava un prezioso colle meravigliosamente congesto, e formato da innumerevoli pietre di roccia preziosa rotonde che si chiudevano l'una con l'altra inegualmente, come se la natura le avesse unite crescendo, creando un colle rotondo composto, splendidamente luccicante di diverse specie e colori in una proporzionata grandezza.

E in alto sulla cima di questo piccolo colle, cresceva un fine melograno, il corpo, i rami e il frutto fatti tutti d'oro, le foglie di Smeraldo verde. Il frutto della loro naturale grandezza qui e là abilmente posizionato, i loro lati tagliati aperti, e al posto dei chicchi erano pieni di perfettissimi Rubini, grandi come i chicchi.

Dopo di che, l'ingegnoso Artefice non mancando di invenzione, separò i grani al posto della membrana con foglia d'argento.

E inoltre, in altre mele, aperte, ma non mature, raddoppiò lo spessore della foglia, facendo i chicchi di un colore orientale, così pure fece i fiori di corallo perfetto, nelle coppe pieni di api d'oro.

Oltre a questo, fuori dalla cima del gambo cavo, come un tubo, usciva un gambo rotante, la cui parte più bassa riposava in una testa, formata dal tronco di mezzo o tubo giusto sopra l'asse.

Il quale gambo o stipite essendo fortemente fissato, sosteneva un vaso di Topazio di antica forma, la cui coppa nel fondo era larga, e gonfiava con creste nell'apertura, raramente abbellita con una cornice, e messa sotto con un'altra.

Nel quale chiudersi e legarsi insieme in quattro divisioni uguali, vi erano quattro teste alate di un bambino piccolo, con quattro tubi nelle loro bocche.

Il resto montava su tanto quanto la larghezza inferiore del vaso, essendo chiuso all'orifizio con un fogliame inverso. Sopra il quale era posto un altro vaso come fosse un coperchio circolare di un curiosissimo lavoro a foglia, con una piccola cornice, e un orifizio artificiale.

Dal fondo del quale iniziava una coda fiorita di Delfino fissata e saldata alla grazia del vaso, discendente con la sua testa pinnata con foglie, al bordo circolante del vaso dove le teste dei ragazzi erano fissate. E con un moderato gonfiarsi attorno alla testa, e restringersi verso la coda, si adattavano alle orecchie in modo bellissimo. E tutta quella parte inclinante con una squisita lucidatura dava un'espressa mostra di curiosissimi lineamenti.

Il vaso superiore era così perfettamente lavorato, che quando la ruota veniva mossa, il gambo con il vaso sopra la sua cima, girava e versava acqua attraverso l'albero, e quando la ruota stava ferma, allora quello smetteva di girare.

Le ruote erano mezze coperte con due ali, le punte che giravano una da una parte, e l'altra dall'altra parte, adornate con una cesellatura di Sirene o Scille.

Questo eccellente pezzo di lavoro così correndo davanti a ognuno, e bagnando le nostre mani e piedi di un'incredibile dolcezza, tale che non avevo mai sentito prima, asciugammo le nostre mani, e fu portato via.

Ed essendo così aspersi con questa rara e maestosa acqua, i servitori con grande riverenza presentarono alla Regina prima una grande coppa d'oro, e sua altezza affabilmente salutandoci, bevve Nettare, e in seguito ognuno di noi dopo l'altro, con riverenti, reciproci e solenni onori fatti, bevve un piacevolissimo addio e chiusura di tutte le preziose prelibatezze che avevamo assaggiato e di cui ci eravamo nutriti.

Infine, i fiori odorosi essendo diligentemente tolti, e tutte le cose che erano state usate portate via da lì, il pavimento rimaneva puro e splendente come un chiarissimo specchio d'acciaio, e come se emulasse i preziosi gioielli attorno.

Ed essendo ognuno seduto al suo posto assegnato, l'alta e potente Principessa comandò a una compagnia di entrare, e stare sulle scacchiere di diaspro, mai il simile prima veduto o immaginato da alcuna creatura mortale.

Poliphilus segue per mostrare oltre a questo grande banchetto un eccellente ballo o gioco, e come la Regina lo affidò a due delle sue Ninfe, le quali lo guidarono e condussero alla vista di molte cose meravigliose, e mentre parlavano, gli mostrarono i segreti di tali cose di cui egli stava in dubbio. Infine, come giunsero alle tre porte, nella mediana delle quali, egli rimase tra le Ninfe amorose.

Avendo parlato qualcosa dell'eccedente e incomparabile gloria, trionfo, tesoro sconosciuto, abbondanti diletti, solenne banchetto e l'onorevolissimo e sontuoso bere di questa felicissima e ricca Regina, se non ho distintamente e perfettamente espresso la sua somma dignità, non si meravigli la curiosa compagnia, poiché qualunque maturo, acuto e pronto ingegno, adornato con una franca, eloquente e abbondante lingua, non è capace di compiere la minima parte del suo dovere.

E molto meno io, che continuamente soffro in ogni luogo segreto del mio cuore bruciante, un incessante conflitto nonostante l'assenza di Polia mia signora, la proprietaria di tutta la mia abilità, e carceriera delle mie perfezioni.

Oltre a ciò, in verità le molte meraviglie in eccellenza, e varietà inaudita, così insolite, rare e strane, inestimabili e non umane, hanno così oppresso, caricato e abbattuto i miei sensi, con la avida ed eccessiva contemplazione e visione delle loro variabili diversità, che da punto a punto non sono affatto capace di descriverle, e molto meno degno di pubblicarle.

Tutto e il massimo che posso fare, è pensare al ricco abbigliamento, squisita provvigione, curiosi addobbi, perfette ambiziose e ferenti bellezze senza imperfezioni, i loro profondi giudizi, l'eloquenza Emiliana, e la bontà più che principesca, la notevole disposizione e ordine dell'Architettura, la durevole Simmetria e proporzione dell'edificio, perfetto e assoluto, la nobiltà dell'Arte della Muratoria e Lapidaria, le direzioni e il posizionamento delle Colonne, la perfezione delle statue e rappresentazioni, l'ornamento delle pareti, la diversità delle pietre, lo statuario ingresso e il principesco portico, grande Galleria, pavimenti artificiosi, nessuno penserà con quanta spesa e costo abbelliti e appesi con preziosi Arazzi e Verdure. Lo spazioso e alto Cortile interno, buone camere da letto, stanze interne di ritiro, salotti, bagni, biblioteca e guardaroba, dove stemmi araldici, tavole dipinte e contraffazioni di stranieri erano tenuti, e con una maestosa avvenenza e ordine posti e solennemente distribuiti.

In quale capacità concepita, meravigliosa esecuzione, incredibile spesa e alta lode del più eccellente Artefice, degnamente consentita in ogni partizione e elegante convenzione di squisiti Lineamenti. Vidi anche una meravigliosa intrecciata conligazione o copertura di lavoro di oreficeria, sopra un piano quadrato di Cortile, crescendo ugualmente, senza paragone come un cielo, con una disposta distanza di molte sorte di proporzioni, con varie dimensioni libellate, ombreggiando sopra il Cortile, con una Eminenza Archata, che era sotto, adornata con Lineamenti coronati e incisioni, ivi convenienti, come Fasce, Gule e Ovature, e le foglie di Acanto, che leccavano come fosse negli angoli del Cortile quadrangolato. Con Rose e l'ordine crescente delle loro foglie, la foglia superiore più piccola, le loro frastagliature attorno alle foglie, e lo spazio tra foglia e foglia. Tutte le cose coperte con puro oro fino e colore Azzurro, con diverse altre proporzioni e contraffazioni di sostanza, eguali con la loro maestria. La copertura di Salance Re di Colchide, non si può paragonare a questa.

Poi la deliziosa fruttuosità delle siepi, Frutteti, Giardini annaffiati, Fontane zampillanti, correnti ruscelli in Canali di Marmo, contenuti, formati e tenuti, con un'incredibile Arte, Erbe verdi, ancora fresche e fiorenti, un'aria dolce, venti caldi e primaverili, con un confuso incanto di uccelli che cantano e cinguettano, un'aria pura, bella e luminosa, e ancora continua temperata e salutare, paese libero da pericolo e pulito, Nessun luogo scosceso o roccioso, pizzicato e blastato con venti taglienti, né bruciato con un intemperato sole caldo, ma sotto una dolce e piacevole temperatura, in una moderata via di mezzo gioiendo, tra due estremi, i campi fruttuosi e senza aratura e concimazione, rendendo ogni comodità, colline calde, boschi verdi e dolci fresche ombre.

Anche l'inestimabile mobilio, la famiglia al seguito e il gran numero, il loro eccellente servizio, la diversità di giovani, e tutti nel fiore dei loro anni. La deliziosa presenza delle Ninfe, sia servendo fuori nella presenza e nelle camere, la sua sorte più bassa, i loro onorevoli e graziosi comportamenti, la loro diversità di abbigliamento, vestire e acconciature con Perle e pietre, in un modo consentito, piacevole e amabile, come chiunque può immaginare o esprimere. Con queste infinite ricchezze, supremi diletti e incommensurabile tesoro, né Dario, Creso, o qualsiasi altro stato umano, chiunque potesse in alcun modo paragonare.

E così per concludere, essendo sopraffatto dalla gloria di essi, non so cosa dire di più, se non che stavo stupito, e come insensibile, eppure in grande diletto e senza stanchezza, contemplando quegli oggetti presenti, e riflettendo con me stesso quale destino e sorte dovesse condurre e guidarmi in un tal luogo.

Ma in seguito trovandomi in un tale accumulo di gloria, piacevole sede, felice Paese, grande contentamento e trionfante compagnia, tale che Clodio l'Attore nelle Tragedie non aveva mai visto. Ero solo moderatamente convertito, nonostante la promessa della Regina, di favorire il mio amoroso desiderio, considerando tutto, solo come piaceri per gli occhi che finora avevo visto ed erano stati presentati davanti a me, desiderando ancora una felicità maggiore.

Per la qual causa, e per la maggiore messa in risalto dell'eccesso e abbondante eccellenza, oltre tutto il resto della sua reale magnificenza, ognuno sedendo al proprio posto dopo il miracoloso, meraviglioso e sontuoso banchetto, senza alcun indugio, ella comandò che fosse giocato un gioco da personaggi, non solo degno di essere veduto, ma di eterna memoria, che era un gioco a Scacchi, in questo modo come segue.

Dall'entrata della cortina entrarono trentadue Ninfe, delle quali sedici erano vestite di panno d'oro (otto uniformemente senza differenza di gradi) successivamente una di quelle sedici era vestita in vesti principesche come un Re, e l'altra come una Regina, con due custodi di torri o Rocchi, come li chiamiamo noi, due custodi di consigli o Segretari, noi li chiamiamo Vescovi, e due Cavalieri. Allo stesso modo erano otto altre in panno d'argento, sotto lo stesso governo e magistratura come suddetto.

Ciascuna di queste, secondo i propri doveri, prese posto sulle scacchiere del pavimento, ovvero sedici in oro da un lato in due file, e sedici in argento dal lato opposto.

La musica iniziò d’un tratto con una rara invenzione a suonare una carica in piacevole concordanza, partecipando insieme a una melodia dolce e tonante, che celava in sé un furore divino.

Al suono misurato e al tempo della musica, secondo il comando del Re, le pedine, voltandosi con un’aggraziata rotazione e onorando il Re e la Regina, balzarono su un’altra scacchiera davanti a loro.

Il Re degli uomini bianchi, al risuonar della sua musica, ordinò di avanzare a colei che stava davanti alla Regina, e la stessa, con simile riverente contegno, marciò innanzi alla sua contrada e si fermò. E secondo la misurazione del tempo musicale in quest’ordine, così mutavano i loro posti o continuavano a danzare sulle scacchiere, finché non venivano prese o chiamate ad avanzare dal Re.

Se la musica manteneva sempre lo stesso tempo, quelle otto pedine uniformi impiegavano il tempo marciando in avanti verso un’altra scacchiera, senza mai tornare indietro finché, degnamente e senza incertezza o abbattimento di coraggio, non fossero balzate sulla linea di quel quadrato ove risiedeva la Regina, procedendo diritte, a meno che ella non catturasse un prigioniero lungo una linea diagonale.

Il Vescovo procedeva in linea diagonale, mantenendo sempre la scacchiera colorata su cui si era trovato dapprincipio.

Il Cavaliere, oltrepassate due scacchiere davanti a sé, prende la successiva da entrambi i lati, di colore opposto a quella su cui si trovava immediatamente prima.

I guardiani del castello o Rocchi potevano attraversare molte scacchiere in linea retta come più aggradava loro per comando, potendo andare di una, due, tre, quattro o cinque scacchiere, mantenendo una misura e senza fermarsi nel loro cammino.

Il Re poteva andare su qualsiasi scacchiera se non ve ne fosse alcuno, o all'indietro, e far sì che qualsiasi altro si rimuovesse per lui, facendogli spazio.

La Regina poteva andare in ogni direzione, ma è meglio quando si trova vicino al suo consorte su ogni lato.

E ogniqualvolta gli ufficiali di uno dei Re trovino qualcuno senza la protezione di un aiuto, lo fanno prigioniero, ed entrambi baciandosi l’un l’altro, colei che è vinta e presa esce e si pone in disparte.

Così continuarono a giocare e a danzare secondo il tempo della musica, con grande piacere, sollazzo e applauso, finché il Re delle Ninfe d’argento non fu vincitore e conquistatore.

Questo solenne sport, tra resistenze, ritirate e il sostenersi l’un l’altro, con tale misurata circolazione, riverenza, pausa e modesta continenza, durò lo spazio di un’ora, cosa che mi procurò tale piacere e diletto che immagino (e non a torto) di essere stato rapito all’improvviso dal gradimento degli sport dell’Olimpo verso una nuova felicità.

Terminato questo primo gioco e ottenuta la conquista, tutte tornarono ai loro posti consueti, e allo stesso modo del primo, così la seconda volta ciascuna nelle scacchiere assegnate, mutando la musica la sua misura, così i movimenti e i gesti delle giocatrici furono alterati.

E osservando il tempo della musica in un ordine conveniente, e con gesto e arte approvati, non ci fu bisogno di comandare o dire alcunché.

Ma le astute ed esperte Ninfe, con le loro abbondanti trecce effuse sulle delicate spalle, pendevano ondeggiando, e nel loro moto in avanti fluivano in lunghezza, mostrando alquanto le schiene, portando intorno al capo ghirlande e corone di viole. E quando qualcuna veniva presa, alzavano le braccia e battevano le mani. Così giocando e correndo su e giù, la prima continuava ancora a essere vincitrice.

Nell’ultimo gioco e danza, essendo tutte tornate ai posti distribuiti, la musica suonò di nuovo una misura frigia in un furore così perfetto e provocante come mai Marsia di Frigia inventò.

Il Re in abiti d'oro fece sì che la giovane damigella che stava davanti alla Regina marciasse in avanti verso la terza scacchiera, diretta nella prima mossa, dopodiché immediatamente si vide una battaglia e un torneo, con forze così rapide e improvvise, che si piegavano verso terra come se stessero in guardia, e subito dopo balzando in alto con un giro due volte sopra terra, l’una giusta di fronte all’altra, e al loro ricadere, insieme, un giro sulla punta del piede tre volte attorno.

Tutta quest’azione compivano nello stesso tempo, con tale grazia e agilità, che nulla poteva essere meglio, con i loro bassi inchini, alti balzi e giravolte, senza affettazione di sforzo, come sembrasse con facilità e incurante agio a piacere e dolci gesti, come in una cosa siffatta si può immaginare, e non altrove vedere. Mai nessuna disturbava l'altra, ma chi veniva fatta prigioniera baciava subito la sua conquistatrice e vuotava il posto. E quanto minore era il numero, tanto più era piacevole percepire le strategie di entrambi i lati per sopraffarsi a vicenda.

E tale ordine e movimento era usato da ciascuna, in modo lodevole e senza colpa, come la misura e il tempo della musica stabilivano, agitando persino coloro che guardavano ad avere un movimento nei muscoli e nella mente per fare lo stesso, tale era la concordia e l’accordo tra la natura e la musica, specialmente vedendo l’esecuzione della stessa nelle azioni degli altri.

In quest’occasione fui mosso a richiamare alla memoria la forza di Timoteo, il più abile musicista, che con la sua voce e la misura sul suo strumento provocava il grande Alessandro Macedone a prendere violentemente le armi, e alterando subito la voce e il tono, a dimenticare lo stesso e sedersi con contentezza. In questo terzo gioco, quelle abbigliate in oro trionfarono nella vittoria.

Così onorevolmente, con estremo piacere e grande sollazzo, terminata questa sontuosa festa, ciascuno si dispose a sedere. E io, levandomi in piedi, feci riverenza davanti al seggio reale della sua sacra maestà, e inginocchiatomi, ella così disse a me.

Poliphilus, dimentica ora e cancella dalla tua memoria tutti i passati dolori, i travagli occorsi, i pensieri pensierosi e i pericoli superati, poiché sono certa del tuo immediato e pieno appagamento di desiderio.

E vedendo che la tua determinazione è di perseverare risolutamente nelle fiamme amorose e nell’amore di Polia, ritengo conveniente che, per il recupero di esso, tu ti rechi alle tre porte, che sono i luoghi residenti dell’alta e potente Regina Telosia, nel qual luogo su ciascuna di quelle porte e cancelli vedrai inscritto il suo titolo e il suo nome. Leggilo diligentemente, ma per la tua migliore direzione e salvaguardia, avrai ad accompagnarti due delle mie ancelle, che conoscono molto bene la via verso di là, e pertanto prosegui senza dubbio con esito felice.

E dopodiché, con principesca generosità, sfilò dal suo dito un anello d’oro, avente incastonato un ankh, e lo consegnò a me per ricordare la sua munificenza.

A questo avviso e prezioso dono, rimasi afasico, non sapendo cosa dire o fare, in ricompensa o nel dar grazie. Il che, percependo la sua Altezza, maternamente e con naturale prontezza in una maestosa gravità, volse il suo volto a due nobili e leggiadre Ninfe, che attendevano vicino al suo trono reale e imperiale, dicendo così a una di esse alla sua destra.

Logistica, tu sarai quella che accompagnerà il nostro ospite Poliphilus, e con sacra e onorevole grazia, si voltò verso la sinistra dicendo: Thelemia, anche tu andrai con lui. E entrambe mostrategli e istruitelo presso quale porta egli debba rimanere, e poi, Poliphilus, esse ti condurranno a un’altra potente e maestosa Regina, che se sarà generosa con te nell’intrattenimento, sarai felice, se al contrario, allora scontento.

Tuttavia, nessuno conosce il suo intento dal suo volto, poiché talvolta si mostra piena di favore, amore e piacevoli disposizioni. Un’altra volta è maligna, scontrosa, sdegnosa, con instabili passioni intrusive. Ed è lei che determina tali eventi che tu cerchi. E per la sua condizione oscura, è giustamente chiamata Thelosia.

La sua residenza non è in un palazzo così maestoso, come vedi me abitare.

Pertanto vorrei che tu comprendessi che il principale artefice nella creazione della natura non fece nulla di paragonabile a me, né la terra può mostrarti tesoro maggiore che giungere alla mia presenza e gustare della mia generosità, ottenere il mio favore e partecipare della mia qualità.

E dunque stimalo secondo il valore, poiché ciò che trovi in me è un talento celeste sopra tutti i gioielli terreni, poiché non ho avuto la mia residenza nell’uomo dopo la sua caduta.

Essi possono immaginarmi, ma non mi conoscono, né io esercito alcun dominio con loro per il mio bene.

Ora la Regina Telosia, ella dimora in un luogo di nuvolosa oscurità, la sua casa è tenuta chiusa e serrata, poiché non vuole mostrarsi all’uomo, né anatomizzare, scoprire e rivelare se stessa a nessuno per come ella sia, e per questa ragione l’evento della sua variabile determinazione è tenuto segreto.

Ma in modo meraviglioso e ponderato, ella si trasforma controcorrente in diverse fogge, non manifestandosi, sebbene desiderata.

E quando gli antichi cancelli ti saranno aperti, in ciascuno sarà scritto ciò che ti accadrà, ma tu non lo percepirai, a meno che in qualche parte il tuo intelletto e la tua saggezza, enigmaticamente e con un retto e sincero giudizio, non vi guardino, e rapidamente lo considerino, poiché ella ambiguamente muta se stessa in abito e volto, e attraverso questa dubbiosa animadversione, un uomo rimane ingannato dalla sua aspettativa senza rimedio.

E perciò, Poliphilus, ciò che queste mie consegnate fedeli e designate ancelle ti suggeriranno, e presso quale porta tu debba entrare e rimanere, proprio quella tra le due alla quale ti piacerà di più dar ascolto, fallo: poiché esse hanno qualche conoscenza di lei.

E avendo così parlato, fece un cenno col capo alle due Ninfe Logistica e Thelemia, le quali subito, senza indugio, furono obbedienti al suo comando. E io, essendo pronto a parlare, non sapevo cosa dire, né osavo per una così alta maestà, e per così grandi generosità, proferire parola.

Le due designate compagne del mio viaggio, molto favorevolmente, e con familiare prontezza e gesti virginali, mi presero, una per la mano destra e l’altra per la sinistra, e riverentemente ottenuta licenza, prima dalla Regina, e congedatisi dal resto, uscirono per la stessa via da cui ero entrato.

E io, essendo desideroso e non soddisfatto, mi volsi verso il cospicuo portico, per osservare diligentemente l’artificioso palazzo, meraviglioso e perfetto nell’arte del costruire.

La sottigliezza del quale, nessuna umana excogitazione è in grado di imitare.

E perciò pensai che la natura lo avesse fatto come una meraviglia di tutte le sue opere per comodità, uso, grazia, bellezza, aria e continua durevolezza.

Per la qual causa, ero eccessivamente desideroso di fermarmi e guardarlo, ma le mie guide non me lo permisero, e tuttavia, per il furto del mio occhio nello zoforo, sopra la porta notai questa iscrizione: +HO TE:S PHUSEO:S OLBOS+.

E per quanto con i miei rapidi sensi potei portare, presi nell’andarmene, con il maggior piacere e diletto che sia possibile esprimere. Oh, felice sarebbe colui che potesse essere anche solo un servitore o uno schiavo di cucina in un tale Paradiso.

Ora, essendo giunto nella corte bassa, circondata e ornata di alberi di arancio, Thelemia con grande cortesia disse così a me: oltre e al di sopra di tutte le meravigliose e stupende cose che hai ancora visto e osservato, ve ne sono quattro ancora rimanenti che vedrai.

E sul lato sinistro dell’incomparabile palazzo, mi condussero in un bel frutteto di excogitabile spesa, tempo e sottigliezza di lavorazione, il cui contenuto e circuito era pari a quello del palazzo, ove era la residenza e dimora della Regina.

Tutt’intorno, vicino alle mura del frutteto, vi erano disposti convenienti vasi da giardino nei quali, invece di piante in crescita, ciascuno era di puro vetro, eccedente l’immaginazione o la credenza di un uomo, con bossi le cui radici e steli erano d'oro, dai quali l'altro procedeva.

Tra l’uno e l’altro dei quali era posto un cipresso, non più alto di due passi, e il bosso un passo, pieno di molteplici meravigliosi semplici, con una eccellente imitazione della natura, e piacevole diversità nelle fogge dei fiori in distinti colori molto dilettevoli.

Il piano labiale che circondava il giardino quadrangolare, emergendo dalle pareti come un sedile su cui poggiavano i suddetti vasi da giardino e alberi, era sottocoronato d’oro da eccellenti lineamenti lavorati e adornati. La faccia superiore di esso, sulla quale poggiavano quei vasi e alberi, era coperta con uno strato di vetro dorato, e una curiosa storiografia da vedersi nel medesimo, e circondata e tenuta ferma con un intreccio e una rete d’oro.

Il muro che circondava il frutteto a una conveniente distanza, era sporgente con colonne della stessa materia, e investito di legami fioriti proporzionati naturalmente, e qua e là vi erano colonne quadrangolate d’oro smussate, inarcate l'una dall'altra, con un richiesto raggio di zoforo e cornice, con una congrua proiezione sopra il capitello di vetro sul tondo.

La sostanza di tale proiezione soggetta della materia fragile era di diaspro contraffatto variamente colorato e lucente. La quale sostanza fragile aveva qualche spazio vuoto tra essa e l’altra.

Le bocche degli archi erano chiuse con rombi di vetro chiaro in forma di triangolo, e i tubi abbelliti dappertutto con una pittura encaustica, molto graziosa alla vista di chi osserva.

Il suolo era qua e là coperto con grandi palle di vetro simili a palle di cannone, e altre fini proporzioni molto piacevoli, con un mutuo consenso immutabile come perle lucenti senza alcuna adulterazione di fogliame. Dai fiori spirava una dolce fragranza tramite un chiaro lavaggio con olio a tale scopo.

Lì, molto astutamente, Logistica fece un discorso simile a un oratore in lode fisica di quella eccellente confezione della nobiltà della sostanza, segretezza dell’arte e stranezza dell’invenzione. Il simile non si trova.

E dopo disse: Poliphilus, andiamo e ascendiamo questo monte vicino al giardino, e rimanendo Thelemia ai piedi della scala, noi ascendemmo alla cima piana. Dove ella mostrò a me, con una celeste eloquenza, un giardino di ampia portata, fatto in forma di intricato labirinto, con viali e vie non da calpestare, ma da navigare, poiché invece di viali da calpestare, vi erano fiumi d’acqua.

Il quale luogo mistico era di terra assai grassa e fruttifera, ricolmo di ogni sorta di frutti, abbellito con belle sorgenti, ed erbe verdi e fiori, pieno di ogni sollazzo e diletto. Dopodiché parlò così.

Immagino (Poliphilus) che tu non comprenda lo stato condizionato di questa meravigliosa opera, e pertanto presta attenzione alle mie parole.

Chiunque entri non può tornare indietro, ma come vedi laggiù montagne qua e là distribuite, sette circuiti e i percorsi attorno distanti l’uno dall’altro.

E la estrema molestia e dolore di chi vi entra è questa: nella montagna di mezzo, all’interno del centro di essa e nella bocca aperta della stessa, si cela invisibilmente un vecchio drago divoratore mortale, egli è totale distruzione per alcuni, e altri non sono feriti a morte da lui. Egli non può essere visto né evitato, né lascia alcuno inassalito, ma sia all’entrata, o nel loro viaggio, egli distrugge o ferisce. E se non li uccide tra una montagna e l’altra, essi superano i sette circuiti fino al monte successivo.

E coloro che entrano dalla prima torre o monte (su cui è questo titolo inscritto +DOXA KOSMIKE:O:S POMPHOLYS+), navigano in una piccola nave con vento prospero, e in sicurezza a piacere: i frutti e i fiori cadono sui loro boccaporti, e con grande sollazzo e piacere tagliano attraverso le sette rivoluzioni con un vento allegro, finché la seconda montagna non è scoperta e raggiunta. E osserva e guarda (Poliphilus) quanto chiara e luminosa sia l’aria nell’entrata, rispetto a quella che è nel centro, attorno al quale vi è una fitta oscurità.

Nel primo monte o torre vi è sempre residente una pietosa matrona e generosa, davanti alla quale sta un antico vaso designato chiamato Urna, in prontezza, avente su di esso sette lettere greche come questa +THESPION+, pieno di miele designato, e a ciascuno che entra, molto cortesemente e con buona volontà ella ne dà uno senza riguardo di stato e condizione, ma secondo il loro ingresso.

Ricevuti questi, essi escono e iniziano a navigare nel labirinto, l’acqua essendo circondata su entrambi i lati da rose, alberi e frutti.

E avendo navigato le prime sette rivoluzioni di Ariete, ed essendo giunti alla seconda montagna, lì incontrano innumerevoli schiere di giovani donne di diverse condizioni, le quali domandano a ciascuno la visione del loro miele, il quale essendo mostrato a loro, esse immediatamente conoscono la proprietà del miele e la bontà dello stesso, e abbracciandolo come loro ospite, lo invitano con loro a passare attraverso le successive sette rivoluzioni, e con diversi esercizi secondo la sua inclinata prontezza, li accompagnano alla terza montagna.

In questo luogo colui che vuole andare avanti con la sua compagna, ella non l’abbandonerà o lascerà mai: poiché vi sono donne molto più piacevolmente voluttuose. E molti rifiutano la prima e fanno scelta di loro.

Nel partire dalla seconda montagna, per giungere alla terza, trovano la corrente dell’acqua alquanto contraria, e hanno bisogno di remi, ma essendosi allontanati dalla terza montagna, facendo il loro corso verso la quarta, trovano la marea e il flusso più contro di loro, e in questi sette corsi obliqui il loro piacere è variabile e incostante.

Giunti alla quarta montagna, trovano altre giovani donne che combattono e lottano, e quelle esaminando i loro vasi di miele, li attirano al loro esercizio, ma coloro che rifiutano di lasciare le loro prime compagne, le lasciano passare insieme, e in questo circuito l’acqua è ancora più contraria e fastidiosa, dove c’è bisogno di grande studio e fatica per passare oltre.

E giunti alla quinta montagna, la trovano speculabile, come uno specchio in cui vedono le loro rappresentazioni, e in quello prendono grande diletto, e con fervente desiderio passano oltre il loro corso faticoso. In quella montagna vedono manifestata questa sentenza e detto d’oro: Medium tenuere beati: non lineare, né locale, ma temporale, dove con un sincero e perfetto esame egli discerne quel mezzo con cui ha unito la sua felicità, saggezza e ricchezze: le quali se non bene, nel resto del suo corso egli sviene ancor più.

E allontanandosi di lì, le acque a motivo dei cerchi spezzati, iniziano a essere molto scivolose verso il centro, così che con poco o nessun remare sono portati al sesto monte. E lì trovano donne eleganti, con una mostra di celeste modestia e divina venerazione, con i cui amabili aspetti e volti, i viaggiatori sono presi nel loro amore, condannando i precedenti con dispetto e odioso abbominio. E con queste entrano in confidenza, e passano le sette rivoluzioni.

Questi essendo giunti oltre con un’aria chiusa, oscura e nebbiosa, con molte perdite e un viaggio gravoso, iniziano a ricordare ciò che hanno passato e perso: poiché più il compasso della rivoluzione si avvicina alla scoperta della figura del centro, prima sono oltrepassati, sempre più brevi e più brevi, e tanto più veloce è il corso del flusso nel divorante inghiottitoio del centro.

E allora con estrema afflizione e amara angoscia ricordando l’abuso dei loro piaceri, e i compagni che hanno abbandonato, e i dolci luoghi, il che tanto più accresce i loro dolori, per il fatto che non possono ritornare o tornare indietro con la loro nave, una tale compagnia li segue sempre a poppa con i loro castelli di prua. E più di tutto li sgomenta la grave sentenza sopra il Centro mediano, Theonlykos Dys Algetos.

E ivi, considerando il dispiacevole titolo, maledicono il tempo del loro ingresso nel Labirinto, che ha in sé tante svariate delizie, e la fine di esse soggetta a tale miserevole e inevitabile necessità.

E allora ella sorridendo, disse: Poliphilus, sopra la gola divorante di questo Centro, siede un severo Giudice, che bilancia le azioni di ciascuno, e aiuta chi vuole aiutare. E poiché sarebbe tedioso dirti tutto, basti così tanto di questo. Scendiamo dalla nostra compagna Thelemia, la quale domandando la causa per cui si trattenevano così a lungo di sopra, Logistica rispose: non accontenta il nostro Poliphilus il solo guardare, ma anche l’intendere per mezzo mio la segretezza di quelle cose, che non poteva arrivare a conoscere, nelle quali l’ho soddisfatto. E quando ebbe finito, Thelemia disse.

Andiamo per un poco in un altro giardino non meno piacevole che si unisce al giardino di vetro, sul lato destro del Pallas: e quando fummo giunti là dentro, fui stupito da un eccessivo meravigliarsi, nel vedere la curiosità dell’opera; tanto difficile da riferire quanto incredibile da credere: equivalente a quella di vetro, con simile disposizione di panche o sedili; i loro labbri ornati con cornicioni e fondi dorati, e tali alberi, se non che i bossi e i cipressi, erano tutti di seta, eccetto i tronchi e i rami più grandi, o la robustezza delle braccia: il resto, come le foglie, i fiori e la scorza più esterna, era di fine seta, senza che mancasse abbondanza di Perle ad abbellire il medesimo: e il colore perfettamente fine, odorante come i fiori di vetro suddetti, e similmente, se non che le mura che li cingevano, di meravigliosa e incredibile sontuosità, erano tutte ricoperte da una crosta di Perla, strettamente unite e poste insieme: e verso la cima, germogliava dell’edera verde, con le foglie che s’infittivano e cespugliavano dalle Perle, con i fili e le venature d’oro, che correvano in diversi luoghi tra le Perle, in una maniera quanto mai rara e curiosa, come se fosse stata vera edera crescente, con bacche di pietre preziose incastonate nei gambi in piccoli grappoli: e nei cespugli vi erano tortore di seta, come se si stessero cibando delle bacche, lungo tutti i lati delle mura del giardino quadrato: sopra le quali, in ordine magistrale e consono, si stendeva la trave e il Zoforo d’oro.

Il piano liscio dei sedili, sui quali stavano i bossi, ricoperto di Storie d’amore e venere, in un lavoro di seta e fili d’oro e d’argento, in una tale proporzionata immaginazione e contraffazione come nessuno può superare. Il terreno del giardino pianeggiante era di foglie, erba e fiori di seta, come un bel prato dolce: nel mezzo del quale, c’era un grande e bel Pergolato rotondo, fatto con filo d’oro, e ricoperto di rose dello stesso lavoro, più belle all’occhio che se fossero state rose vere, sotto la cui copertura, e all’interno del quale Pergolato lungo i lati, c’erano sedili di Diaspro rosso, e tutto il pavimento rotondo di un Diaspro giallo, secondo la vastità del luogo, con macchiettature di diversi colori, che concordavano confusamente insieme in una piacevole unione adulterata, e così limpide e splendenti, che ogni oggetto era a se stesso nuovamente rappresentato. Sotto il quale Pergolato, la bella e piacevole Thelemia, sedendosi voluttuosamente, prese il suo Liuto che portava con sé, e con una melodia celestiale e un’inaudita dolcezza, cominciò a cantare in lode e diletto della sua Regina. E vedendo quale grazia le fosse la compagnia della sua compagna Logistica, mi meravigliai del perché Apollo non venisse ad ascoltare l’Armonia fatta da loro: era così melodiosa, che per il momento presente un uomo avrebbe pensato che non vi fosse felicità maggiore. E dopo che ebbe terminato le sue divine Poesie, Logistica mi prese per mano e mi condusse fuori dal Pergolato, dicendomi.

Poliphilus, devi sapere che l’artificio di questi oggetti è più piacevole da comprendere che da vedere, e perciò entriamo qui, per essere soddisfatti in entrambi.

E da lì, lei e la sua compagna mi condussero da questo giardino a un altro, dove vidi un architrave Areostilo, curvato dal suolo alla sommità, di cinque passi in altezza e tre di larghezza, e così continuato tutto attorno alla circonferenza del giardino, in una proporzione ordinata e consona, tutto investito e ricoperto di edera verde, cosicché nessuna parte del muro era visibile. E vi erano cento Archi a cingere questo giardino.

Presso ciascuno degli Archi, c’era un Altare di Porfido rosso, curiosamente proporzionato con lineamenti squisiti; e sopra ognuno di essi era posta un’immagine d’oro, simile a una Ninfa, di rare e bellissime sembianze, diversamente abbigliata, e variando nei loro abiti e nelle acconciature, ognuna volgendo gli occhi verso il Centro del giardino.

Nel cui luogo centrale vi era fondata una Base, di una limpida pietra di Calcedonio simile a cristallo, in forma Cubica: cioè, egualmente quadrata da ogni lato. E sopra quella era posta una pietra rotonda, ma piatta su entrambi i lati, alta due piedi, e per il diametro, un passo e mezzo di larghezza, di purissimo Diaspro rosso. Sopra la quale, stava una pietra nerissima, in forma triangolare, e in quantità per ampiezza, adatta alla rotonda, e in altezza un passo e mezzo. Gli angoli del quale triangolo coincidevano con i lati e il lembo del plinto sottostante o pietra rotonda.

Nei fronti lisci e levigati del quale triangolo, era conficcata una bellissima Immagine, di aspetto celestiale, grave e modesta, con i piedi che non toccavano la pietra, ma sporgevano dalla stessa appena sopra la pietra rotonda soppressa e posta al di sotto. Le loro stature tanto alte quanto il trigonale poteva portare, al quale rimanevano attaccate per le parti posteriori. Le loro braccia erano tese verso l’esterno, sia a destra che a sinistra agli angoli del triangolo, dove tenevano una Cornucopia, riempita e fissata agli angoli del Trigonale, la lunghezza di ognuna delle quali Cornucopie di oro fino, era di sette piedi.

E le Immagini, le Cornucopie, e le loro fasce con cui erano legate nel mezzo e tenute, erano tutte splendenti, e le loro mani avviluppate con i vari fili, che si lanciavano attorno al piano liscio della pietra nera.

I loro abiti erano Ninfeghi, di fattura rarissima ed eccellentissima. Il Sepolcro di Tarnia, Regina degli Sciti in Asia, non era minimamente paragonabile.

Nella Figura Cubica più bassa, sul piano liscio di ogni quadrato, erano incise Lettere Greche, tre, una, due e tre in questo modo. +DYS A LO: TOS+.

Nella circolare vi erano tre Caratteri Geroglifici, perpendicolarmente sotto i piedi di ogni Immagine. Per il primo, era impressa la forma del Sole. Appresso sotto un altro, la figura di una clessidra all’antica.

In terzo luogo, un piatto con una fiamma ardente in esso.

Sulla testa della pietra nera trigonale, verso ogni angolo, contemplai un Mostro Egiziano d’Oro, quadrupede giacente. Uno di essi avente un volto del tutto simile a uomo. L’altro come mezzo uomo, e mezza bestia. E il terzo come una bestia. Con un velo di lino sopra ciascuna delle loro teste, con due lembi pendenti sopra le loro orecchie, e il resto che scendeva coprendo i colli e le schiene, con corpi di Leoni. I loro sguardi rivolti direttamente in avanti.

Sulle schiene di questi tre, si levava un massiccio Guglia d’Oro, triangolare, che si assottigliava verso la cima, cinque volte più alta di quanto fosse larga alla base. E sopra ogni fronte o lato anteriore, era inciso un cerchio, e sopra un cerchio una Lettera Greca, +O+. sopra un altro, una Lettera +O:+. e sopra il terzo, una Greca +N+.

Lì Logistica cominciò a parlarmi, dicendo, per mezzo di queste Figure sono descritte, per quanto la ragione umana può mostrare, l’armonia celestiale. E intendi Poliphilus, che queste Figure, con una perpetua affinità e congiunzione, sono antichi Monumenti, e Geroglifici Egiziani, che significano questo, _Divinae infinitaeque trinitati unius essentiae_. Il che è ora per la sua santa parola, manifestato in modo quanto mai amorevole a tutto il mondo, secondo la sua volontà: e tuttavia non sarà fuori luogo vedere le antichità, e considerare quale maggior beneficio si ottenga dal prezioso Vangelo.

La Figura inferiore era consacrata alla Deità, perché è in ogni modo uguale, e tutt’uno: e su ogni lato, e girata in ogni modo, di pari stabilità, su ogni base, costante e permanente.

Il Circolare rotondo che sta sopra quella, è senza inizio o fine. Sui cui lati circonferenziali, questi tre lineamenti sono contenuti, direttamente sotto ogni Immagine, secondo la proprietà attribuita.

Il Sole con la sua confortante luce, dà vita a ogni cosa, e la sua natura è attribuita a DIO.

Il secondo è la Clessidra, che è previdente direzione, e governo di tutto con una sapienza infinita.

Il terzo è un Vaso Ardente, per cui si intende una partecipazione di Amore.

E sebbene siano tre cose distinte, tuttavia sono contenute e unite in una sempiternamente, comunicando con grande amore le loro benedizioni, come puoi vedere dalle cornucopie a ogni angolo della pietra trigonale.

E continuando il suo dilettevole discorso, disse, sotto la forma del Sole, nota questa parola Greca, Adiegetos. Presso la Clessidra guarda questa, Adiachoristos. E presso il Vaso di fuoco, era inciso, Adiereynes.

E a questo fine sono i tre Mostri posti sotto l’Obelisco d’oro, perché vi sono tre grandi opinioni come quei Mostri: e come quello con le sembianze umane è il migliore, così gli altri sono bestiali e mostruosi.

Nella Guglia vi sono tre lati piani, delineati con tre cerchi, che significano uno per ogni tempo. Il passato, il presente, e il futuro; e nessun’altra figura può contenere questi tre cerchi, se non in quella invariabile. E nessun uomo mortale può in un istante discernere e vedere perfettamente insieme due lati della stessa figura, eccetto uno integralmente, che è il Presente: e perciò con grande conoscenza furono incisi questi tre Caratteri, +O. O:. N+.

Per la qual cosa Poliphilus, non che io mi scusi per essere stata troppo prolissa e tediosa, ma per insegnarti brevemente, e raddrizzarti. Nella conoscenza di questo, intenderai, che la prima Figura basale è conosciuta solo a Lui stesso, e a un Figlio dell’uomo, che ha un corpo umano glorificato e senza peccato: e la cui luminosità vediamo solo come in uno specchio, e non chiaramente come è, poiché è incomprensibile per una sostanza finita.

Ma colui che è dotato di sapienza, consideri la sua gloriosa luminosità. Ma riguardo alla terza Figura, che è di colore scuro e nero, nella quale vi sono le tre Immagini d’oro: _La pietra Nera è la Legge: le Cornucopie il cibo: le tre Donne la preservazione del Genere Umano._

Ora coloro che vogliono guardare più in alto, vedono una Figura in un aspetto trino, e più salgono verso la cima, dove è l’unione dei tre, per quanto saggi siano, la loro comprensione è imperfetta: e sebbene lo vedano, tuttavia non sanno cosa vedono, se non che vi è una tale cosa, in confronto alla quale, essi sono sciocchi, il loro potere debole, e loro stessi nulla.

E lì Logistica avendo terminato il suo consentito parlare, procedendo da una conoscenza assoluta, profondo giudizio, e acutezza d’ingegno nelle materie Divine, e sconosciuto alle deboli capacità, cominciai qui a trarre maggior diletto, che in qualsiasi altra opera meravigliosa che avessi graziosamente contemplato con i miei avidi occhi. Considerando con me stesso il mistico Obelisco, l’ineffabile uguaglianza stataria, per durevolezza e perpetuità immutabile, e che perdura incorruttibile.

Dove spirava un’aria dolce dal cielo, con venti invariabili, in questo Giardino attorno pieno di fiori, di una trama larga e circolare permanente: circondato da ogni sorta di frutti, piacevoli nel gusto e pieni di salute; con una perpetua verdezza, disposta e posta da un ordine regolare, sia bello, piacevole, e conveniente; con il perfetto lavoro e impegno della Natura per portarlo a tal punto, e abbellito con oro prezioso.

E Logistica tacendo, mi presero entrambe per le mani, e uscimmo dalla bocca di uno degli Archi dai confini del recinto ederato. Ed essendo andati via di lì, passando molto contentamente tra entrambe, dice Thelemia, affrettiamoci ora verso le nostre tre Porte dove siamo inviati.

Dopodiché, passando attraverso un luogo abbondante e un piacevole Paese, con un passo ragionevolmente conveniente, contemplai i cieli molto limpidi e luminosi, e ingannai il tempo con discorsi allegri, dolci e dilettevoli. E io desideroso di comprendere ogni particolare delle inestimabili ricchezze, degli indicibili diletti e dell’incomparabile tesoro della sacra Regina, (al quale Osiride il costruttore dei due Templi d’Oro, uno a Giove, e l’altro al regno, deve cedere il posto,) mossi questa domanda.

Ditemi vi prego belle Ninfe, (se la mia curiosità non è di vostro scontento) tra tutte le pietre preziose che ho potuto perfettamente contemplare di grande stima e prezzo, una ne ho ritenuta inestimabile, e senza paragone più preziosa; Il Diaspro che aveva l’effigie di Nerone scolpita, non era molto più grande. Né il Coruscante nel passare nella statua di Arsinoe la Regina Araba era uguale ad essa. Accanto a lei, di tale valore era il Gioiello, in cui era la rappresentazione di Nonio il Senatore, come questo scintillante e splendente Diamante, di una rara e mai vista bellezza e grandezza, che pendeva su un ricco Collare attorno al candido collo della sacra Regina, quale intaglio vi fosse nel medesimo, che non potei percepire a causa della luminosità e del mio essere alquanto lontano. E perciò io essendo in ciò ignorante, desidero conoscerlo.

Logistica considerando la mia onesta richiesta, mi rispose immediatamente. Sappi questo Poliphilus, nel Gioiello era inciso un trono imperiale, e nel trono il possente nome di Iehovah in Lettere Ebraiche, e davanti a quel trono, sono gettati e calpestati sotto i piedi, i Giganti che orgogliosamente si sono innalzati contro la sua parola, e hanno resistito alla sua volontà: sul lato sinistro del trono vi è una fiamma di fuoco, sulla mano destra un corno di salvezza, o Cornucopia piena di ogni buona benedizione, e questo è tutto ciò che è contenuto nel Gioiello.

Allora osai chiedere di più, che cosa dovessero significare queste due cose ai due lati del trono, che erano tenute in due mani. Thelemia mi rispose prontamente, Dio nella sua infinita bontà, propone al genere umano la sua misericordia e il suo giudizio, scelgano quello che vogliono.

Poiché per questo essendo soddisfatto, dissi inoltre. Vedendo che le mie parole non vi sono sgradite, graziose Ninfe, e che non sono ancora soddisfatto di tutto ciò che ho visto, vi prego lasciatemi intendere questo.

Prima dell’orribile paura nella quale fui gettato dal Dragone, contemplai un possente enorme Elefante di pietra, con un’entrata nel suo ventre, dove vi erano due Sepolcri, con una scrittura, il cui significato è troppo mistico per me, che era, che non dovessi toccare il corpo, ma portare via la testa.

Logistica mi rispose subito. Poliphilus, intendo molto bene il tuo dubbio, e perciò intenderai, che questa forma mostruosa e macchina non fu fatta senza grande e meravigliosa sapienza umana, molto lavoro, e incredibile diligenza, con una complessità di comprensione per conoscere il concetto mistico. Tu ricordi che sul volto pendeva un ornamento, con certi Ideonix ionici e Arabici, che nella nostra Lingua materna, vale tanto quanto dire, lavoro, e industria. Significando con ciò, che in questo mondo, chiunque voglia avere una benedizione che gli faccia del bene, deve lasciare il corpo, che è agio e pigrizia, e darsi alla fatica e all’industria, che è la testa.

Non ebbe appena terminato le sue parole sia piacevoli che penetranti, che l’intesi molto bene e le resi grandi ringraziamenti. E tuttavia desideroso di essere risolto in qualsiasi cosa avessi dei dubbi, e vedendo che potevo parlare audacemente, feci questa terza domanda. Saggissima Ninfa, nella mia uscita dal sotterraneo vasto luogo oscuro, mentre passavo, giunsi a un bel ponte, e sopra di esso, in una pietra di Porfido su un lato, e un Ofite sull’altro, contemplai incisi certi Geroglifici, entrambi i quali interpretai, ma rimasi dubbioso di certi rami, che erano legati alle corna del cranio del Bue, e ancor più perché erano nella pietra di Porfido, e non nell’Ofite sull’altro lato.

Ella mi rispose immediatamente. I rami, uno è del Cardo o spina di Giudea, e l’altro del Terebinto. La natura dei quali Legni è che uno non prenderà facilmente fuoco, e l’altro non si piegherà, marcirà, consumerà, né sarà mangiato dai vermi. E così che la pazienza è lodata, che con l’ira non è accesa, né dalle avversità sarà sottomessa.

La natura della pietra di Porfido è di questo segreto, che nella fornace non brucerà essa stessa, ma causa anche ad altre pietre vicino adiacenti che non brucino. E di tale natura è la pazienza, che non sarà alterata essa stessa, né soffrirà che alcun altro in cui essa regna cada in furia. E anche la pietra Ofite è di tale natura.

Ora Poliphilus, ti lodo grandemente, nel fatto che sei desideroso di intendere tali segreti: poiché contemplare, considerare, e misurare i medesimi, è una virtù lodevole, e la via alla conoscenza: per la qual cosa ebbi occasione di rendere innumerevoli ringraziamenti, per le sue grandi e favorevoli cortesie.

E così con discorsi consentiti e dilettevoli, giungemmo a un bel Fiume, sulla riva del quale, oltre ad altri bei alberi verdi e fiorenti, ed erbe acquatiche, contemplai un bel Bosco di Platani, nel quale c’era un eccellente bel ponte sul Fiume fatto di pietra, con tre Archi, con pile che portavano contro i due fronti, per preservare l’opera del ponte, essendo i lati di eccellente maestria.

E nella curvatura centrale del medesimo, su entrambi i lati, c’era una pietra quadrata di Porfido posta, avente in essa un Cataglifo, incisione di Geroglifici.

Sulla mano destra mentre attraversavo, contemplai una donna, che stendeva le sue braccia, seduta solo su una natica, portando fuori una delle sue gambe come se volesse alzarsi; Nella sua mano destra, su quel lato su cui sedeva, teneva un paio d’ali, e nell’altra mano, su quel lato su cui si stava alzando, una Tartaruga.

Proprio di fronte a lei, vi era un Cerchio, il cui centro due piccoli Spiriti tenevano, con le loro schiene voltate verso la circonferenza del Cerchio.

E allora Logistica mi disse, Poliphilus, sono sicura che tu non comprendi questi Geroglifici, ma essi fanno molto per il tuo scopo: e perciò sono posti come un Monumento e una cosa da considerare, per coloro che passano.

Il Cerchio Medium tenuere beati.

L’altro, tempera la tua fretta restando, e la tua lentezza alzandoti, considera questo come vedi causa.

Questo ponte fu costruito con una moderata curvatura, mostrando l’astuta disquisizione, prova, esame, arte, e discrezione dell’eccellente operaio e inventore, lodato nella continuazione e durevolezza dello stesso, che molti dei nostri moderni Idioti alla maniera di Baiardo, senza conoscenza, misura e arte ronzando attorno, non osservano né proporzione né lineamenti, ma tutto fuori ordine.

Questo ponte era tutto di puro Marmo.

Dopo aver oltrepassato il ponte, camminammo nell'ombra fresca, allietati dalle note variabili e dal cinguettio dei piccoli uccelli, verso un luogo roccioso e pietroso, dove alte e scoscese montagne si ergevano, proseguendo poi in luoghi collinari bruschi e selvaggi, pieni di pietre spezzate e rosicchiate, che si innalzavano nell'aria quanto l'occhio di un uomo potesse guardare, senza alcuna erba verde o pianta, e lì erano state scavate le tre porte, nella roccia stessa, proprio così piane come potevano essere. Un'opera antichissima e oltre ogni memoria, in una sede assai sgradevole.

#Tif'eret Ha'el# #Gidul Ha'a'hava# #Tif'eret Ha'olam#

+THEODOXIA+ +ERO:TOTROPHOS+ +KOSMODOXIA+

GLORI DEI MATER AMORIS GLORIA MVNDI

Sopra ognuna delle quali scorsi, in lettere ioniche, romane, ebraiche e arabe, il titolo che la sacra Regina Eleutherillida mi aveva predetto che avrei trovato. La Porta alla mia destra aveva sopra di sé questa parola, Theodoxia. Quella alla mia sinistra, Cosmodoxia. E la terza, Erototrophos. Verso la quale, non appena fummo giunti, le damigelle iniziarono a istruirmi sui titoli e, bussando ai risonanti battenti delle porte, sulla destra coperta di muschio verde, esse furono prontamente aperte.

E là si presentò a noi una vecchia donna, dall'aspetto onorevole, fuori da una vecchia casa intonacata e fumosa, dotata di una povera e umile porticina, sopra la quale era dipinto Pilurania. Venne con una modesta e onesta verecondia, e la sua dimora era in un sito solitario e in una roccia ombrosa, decadente e friabile; i suoi abiti erano stracciati, il volto magro, pallido e misero. I suoi occhi guardavano verso terra, il suo nome era Thende. Aveva al suo servizio sei ancelle, vestite in modo umile e modesto. Una si chiamava Parthenia, la seconda Edosia, un'altra Hypocolinia, la quarta Pinotidia, la successiva Tapinosa, l'ultima Prochina. La quale reverenda matrona, con il braccio destro nudo, indicava i cieli.

Dimorava in un luogo assai difficile da raggiungere e pieno di tribolazioni da superare lungo il cammino, essendo ostacolato da spine e rovi, molto aspro e sgradevole, una nuvola nebbiosa vi era gettata sopra, ed era assai arduo scalarlo.

Logistica, scorgendo dal mio sguardo che non provavo grande piacere in quel luogo, alquanto addolorata per ciò, disse: questa roccia non è conosciuta se non alla fine. E allora Thelemia disse: Poliphilus, vedo che fai poco conto di una donna così penosa. Al che, acconsentendo con il mio volto, partimmo e, chiusasi la porta, giungemmo alla successiva.

Dove, bussando, fu prontamente aperta e, entrando, ci venne incontro una donna bruna, dagli occhi feroci e rotanti e dall'aspetto svelto, che sollevava una spada nuda e scintillante, sulla cui metà si trovava una corona d'oro e un ramo di palma trasversale.

Le sue braccia erano muscolose come quelle di Ercole, intenta a lavori e atti magnanimi e di animo nobile. Il ventre piccolo. La bocca piccola, le spalle forti e curve, per il suo aspetto pareva essere di mente intrepida, non timorosa di intraprendere alcuna impresa, per quanto ardua.

Il suo nome era Euclelia, onorevolmente accompagnata da sei giovani donne. La prima era chiamata Merimnasia, la seconda Epitide, un'altra Ergasilea, la quarta Anectea, la quinta era chiamata Statia, l'ultima era chiamata Olistea.

La situazione e il luogo mi parvero penosi, e Logistica, scorgendo la mia inclinazione, prese prontamente in mano il liuto di Thelemia e iniziò a suonare una melodia dorica, e cantò sulla stessa assai dolcemente, dicendo: O Poliphilus, non stancarti di faticare in questo luogo, poiché quando la fatica e il travaglio saranno superati, vi sarà un tempo di riposo. E il suo canto era di tale forza che ero quasi propenso a rimanere lì, nonostante l'abitazione sembrasse faticosa. Al che, Thelemia in modo allettante mi disse: Penso che stia con molta ragione, mio Poliphilus, che prima di stabilirti qui in questo luogo, tu debba in ogni caso vedere la terza porta.

Al che acconsentii di buon grado e, uscendo dunque di lì, giungemmo all'altra porta, dove Thelemia, bussando a un anello di bronzo, fu subito aperta e, quando fummo entrati, venne verso di noi una donna notevolmente bella, e il suo nome era Philtronia.

I suoi sguardi erano lascivi, lussuriosi e incostanti, la sua grazia meravigliosamente piacevole, così che al primo sguardo mi trasse violentemente nel suo amore.

Questo luogo era la dimora della Voluttà. Il suolo adornato di piccole erbe e abbellito con ogni sorta di fiori diversi, abbondante di sollievo e quiete. Emettendo e mandando fuori in diversi luoghi piccoli rivoli d'acqua, gorgoglianti e scivolanti sulla ghiaia d'ambra nei loro tortuosi canali qua e là, facendo con qualche improvvisa caduta un suono continuo e sommesso, inumidendo con gran piacere i campi aperti e rendendo freschi e riparati i luoghi ombreggiati sotto gli alberi frondosi.

Aveva con sé anche sei giovani donne di pari statura, bellissime, dall'aspetto piacevole, amorosamente ornate e vestite come può desiderare un'ambiziosa bellezza e un portamento.

La prima era chiamata Rastonelia. La seconda Cortasina. La terza Idonesa. La quarta Triphelia. La quinta Epiania. E l'ultima era chiamata Adia.

Queste e la loro compagnia erano assai deliziose per i miei occhi bramosi e indagatori. Al che Logistica, prontamente, con volto triste e addolorato, vedendomi disporre improvvisamente all'amore servile verso di loro, mi disse: O Poliphilus, le bellezze allettanti e seducenti di queste sono vane, ingannevoli e contraffatte, insapori e sgradevoli, e perciò se volessi con accortezza guardare le loro schiene, allora odieresti, disprezzeresti e aborriresti la loro ripugnante sporcizia, abbondante di puzzo e odore molesto sopra ogni letamaio, che nessuno stomaco può sopportare.

E perciò ciò che è scivoloso e transitorio fuggi ed evita, disprezza quel piacere che porta vergogna e pentimento, vane speranze, una gioia breve e piccola, con lamenti perpetui, sospiri dubbiosi e una vita dolorosa che non finisce mai.

Oh piacere adulterato e innaturale, colmo di miseria, contenente tale amarezza, come miele, eppure fiele che gocciola da foglie verdi.

O vita peggiore della morte, eppure letale, che si diletta in un dolce veleno, con quanta cura, dolore, pensieri pensierosi, tentativi mortali e disperati, sei ricercata per essere ottenuta da ciechi amanti, che senza riguardo o consiglio si gettano a capofitto in un golfo di dolori.

Esse sono presenti davanti ai tuoi occhi, eppure tu non le vedi. Oh quali e quanto grandi dolori, amaro e acuto dolore e vessazione porti, malvagio, esecrabile e maledetto appetito.

O detestabile follia, oh sensi ingannati, per vostra colpa con lo stesso piacere bestiale, i miseri mortali sono abbattuti.

Oh sporca lussuria, assurdo furore, desiderio disordinato e vano, che costruisci nidi con errori e tormenti per cuori feriti, il distruttore totale e l'ozioso lasciar andare ogni buona benedizione.

Oh cieco mostro, come accechi, e con quale inganno copri gli occhi e inganni i sensi dell'intelletto di infelici e miseri amanti con veli e nebbie.

O mostruoso e servile, che circondato da tanti mali, ti affretti verso un così piccolo piacere avvelenato e finto.

Logistica, parlando con veemenza queste e simili parole, con la fronte accigliata, increspata dal dolore, e le vene che si gonfiavano in una grande rabbia, gettò il suo liuto a terra e lo ruppe.

Al che Thelemia, con volto sorridente, fece un cenno verso di me, come se volesse dire: lascia che Logistica dica ciò che vuole, ma fa' come ti sembra meglio.

E Logistica, vedendo il mio malvagio intento e la risoluta determinazione, accesa di sdegno, voltò le spalle e con un gran sospiro si affrettò ad andare via.

Ed io rimasi ancora con la mia compagna Thelemia, la quale con grazia lusinghiera e sorridente mi disse: Poliphilus, questo è il luogo dove non continuerai a lungo, ma troverai la cosa più cara che ami al mondo, e che hai nel cuore, senza intermissione determinato a cercare e desiderare.

E dubbioso, poi, discorrendo tra me e me, mi risolsi che nulla poteva dare quiete o portare contento al mio povero cuore addolorato, se non la mia desideratissima Polia. La promessa e la garanzia di Thelemia per il mio ottenerla generarono in me un certo conforto.

E lei, percependo che la padrona di questo luogo, e la sede stessa, e le sue donne mi piacevano bene e mi intrattenevano cortesemente, baciandomi, prese congedo e mi disse addio.

Chiusisi i cancelli metallici, rimasi rinchiuso tra queste belle e graziose ninfe, che iniziarono molto piacevolmente e lascivamente a scherzare con me; e, circondato dalla loro lussuriosa compagnia, mi trovai provocato dai loro persuasivi allettamenti a un'illegittima concupiscenza, sentendo in me un desiderio ardente, acceso dai loro sguardi lascivi, una crescente provocazione di un fuoco bramoso. Temo che se Frine fosse stata di tale fascino e forza nel gesto del discorso, il freddo Senocrate avrebbe acconsentito al suo allettamento, e non sarebbe stato accusato da lei di essere una statua di pietra. I loro aspetti erano così lascivi, i loro seni nudi e allettanti, i loro occhi lusinghieri, nelle loro fronti roseee, scintillanti e rotanti, le loro forme eccellentissime, il loro abbigliamento ricco, i loro movimenti fanciulleschi, i loro sguardi pungenti, i loro ornamenti dolci e preziosi, nessuna parte contraffatta, ma tutto perfezionato dalla natura in modo eccellente, nulla di deformato, ma tutte le parti rispondenti l'una all'altra.

Le loro teste bionde, le loro trecce belle, e i capelli morbidi e fini, in tale modo acconciati e avvolti in intrecci, con lacci di seta e oro, superando ogni gioia che un uomo possa vedere, girati intorno alle loro teste in un modo eccellente, inanellati e legati insieme, le loro fronti cinte e ombreggiate da riccioli ondeggianti, che pendevano in modo meraviglioso, meravigliosamente deliziosi, profumati e dolci, cedendo una fragranza sconosciuta. I loro discorsi così persuasivi e piacevoli da poter rubare il favore di un cuore indisposto e trarre violentemente a loro ogni mente, anche satira o villana, per depravare la religione, per legare ogni concetto sciolto, per rendere amoroso qualsiasi rozzo villano e per ammorbidire qualsiasi disposizione ostinata. In tale occasione, la mia mente, tutta accesa da un nuovo desiderio, e nell'estremo calore della concupiscenza, provocata a cadere a capofitto in un appetito lascivo, e annegata in un amore lussurioso sfrenato; nell'estrema invasione e contagio infettivo dello stesso, le damigelle mi abbandonarono e mi lasciarono tutto solo in una pianura fruttifera.

In questo luogo, essendo Poliphilus lasciato solo, una bellissima ninfa (quando fu abbandonato dalla lasciva compagnia) venne a lui, la cui bellezza e abbigliamento Poliphilus descrive amorosamente.

Il mio cuore tenero, così eccessivamente ferito dalla provocazione amorosa, penso di essere stato pazzo, stavo così stupito, o cieco per lo meno, perché non potevo percepire in che modo o come questa desiderata e deliziosa compagnia mi avesse dato lo scivolone; e alla fine, non sapendo cosa facessi, ma gettando gli occhi dritti in avanti, vidi davanti a me un fine pergolato di dolce gelsomino, alquanto alto, che si innalzava e si piegava sopra, tutto da dipingere e adornare con i piacevoli e odoriferi fiori di tre specie mescolati, ed entrando sotto lo stesso. Meravigliosamente perplesso per la perdita della mia compagnia, non sapevo come o in che modo, e richiamando alla memoria le cose diverse, rare e meravigliose passate, e sopra ogni altra la grande speranza e fiducia che avevo concepito sulla promessa della regina, che avrei trovato il mio amore Polia.

Ahimè, dissi, con un profondo sospiro, la mia Polia, che il verde pergolato risuonava di nuovo con esso, i miei respiri amorosi erano tali, formati dentro e mandati fuori dal mio cuore ardente. E non ero appena entrato in questa agonia, e sopraffatto in questa passione, che mentre passavo all'altro capo del pergolato, potevo scorgere da lontano un gran numero di giovani, che si sollazzavano e si divertivano molto rumorosamente con diversi suoni melodiosi, con piacevoli giochi e vari passatempi, in grande gioia e passando delizia riuniti insieme, in una larga pianura. Su questa grata e desiderata novità, mi sedetti meravigliandomi di essa, prima di voler fare un altro passo.

Ed ecco, una nobilissima e bella ninfa, con una torcia ardente in mano, partendo dalla compagnia, tese il suo corso verso di me, così che potevo ben percepire che era una vera fanciulla davvero e non uno spirito, per cui non mi mossi per nulla, ma aspettavo volentieri il suo arrivo, che con fretta fanciullesca, modesto accesso, aspetto stellare e grazia sorridente, si avvicinò a me con tale maestà, eppure amichevole, così che temo che l'amorosa Idalea non si sia mai mostrata a Marte, né a lei il bel pastore Adone. Né il delicato Ganimede a Giove, o la bella Psiche al suo sposo Cupido.

Per la qual causa, se fosse stata la quarta tra le tre dee contendenti, se Giove fosse stato giudice, come nei boschi ombrosi di Mensunlone fu il pastore frigio, senza alcun dubbio sarebbe stata giudicata di bellezza assai più eccellente, e senza equivalenza, più degna della mela d'oro, di tutte o di una sola delle altre. Al primo sguardo fui persuaso che fosse stata Polia, ma il luogo inusitato e il suo abbigliamento mi fecero pensare il contrario, e perciò il mio dubbioso giudizio rimase in sospeso, avendo solo un reverendo sospetto di ciò.

Questa onorevole ninfa aveva il suo corpo verginale divino e piccolo coperto con una sottile stoffa di seta verde, spolverata d'oro, sopra una camicia di puro lino bianco arricciato, coprendo il suo corpo delicatissimo e tenero, e la pelle nivea, fine e buona come mai Pamphila, la figlia di Platis nell'isola di Coo, inventò di tessere. La quale camicia bianca sembrava come se avesse coperto rose damascate.

La veste che indossava sopra quella non era come le nostre gonne alla moda con vita francese, poiché il suo corpo dolcemente proporzionato non aveva bisogno di tale costrizione e abbigliamento malsano, che ostacola la procreazione ed è nemico della salute: ma piuttosto come un gilet, con piccole pieghe e arricciature sotto i suoi seni rotondi e graziosi, sulla sua vita esile e piccola, sopra i suoi fianchi largamente proporzionati e il piccolo ventre rotondo, strettamente cinta da una cintura d'oro: e sopra la stessa, una veste o indumento fino a terra, e orlato sotto.

Questo indumento, essendo molto ampio, era tirato su tutto intorno alla linea dei suoi fianchi, e davanti sul suo ventre, e legato intorno con la cintura nuziale borchiata di Citherea, il sollevamento dell'indumento portava sopra la cintura intorno a lei come una guardinfante francese, e la parte più bassa cadeva giù intorno ai suoi piedi in pieghe e risvolti, instabile e soffiata intorno dal dolce vento e dall'aria fresca, causando a volte, per la sottigliezza dello stesso, che la sua forma fosse vista in esso, a cui ella sembrava con pronta prontezza resistere e impedire. La sua bellezza e grazia era tale che stavo in dubbio se fosse nata da alcuna generazione umana: le sue braccia che si allungavano verso il basso, le sue mani lunghe ed esili, le sue dita piccole e belle, e le sue unghie sottili e rossicce, e splendenti, come se fosse stata Minerva stessa. Le sue braccia si vedevano attraverso la chiara sottigliezza del lino, le ali intorno alla misura del suo indumento dove uscivano le sue braccia, erano d'oro, in un modo eccellente e alla moda orlate, e incastonate con perle e pietre: e allo stesso modo, tutto l'orlo intorno alla sua veste, con oro, perle e lustrini d'oro in diversi luoghi, distantemente disposti in un modo curioso e piacevole da vedere.

Su ogni lato, sotto le braccia fino alla vita, il suo indumento superiore era scucito e aperto, ma fissato con tre bottoni di grande perla d'oriente (come Cleopatra non ne ebbe mai da sciogliere in una pozione) in asole di seta blu, così che potevi vedere la sua camicia tra la distanza di una perla dall'altra, coprendo la sua delicata, morbida, nivea, sottile pelle: eccetto il suo piccolo collo e la metà superiore del suo spazioso e delizioso seno, più desiderato e soddisfacente ai miei occhi, che i ruscelli d'acqua e i freddi fiumi al cervo braccato e inseguito, più piacevole della barca da pesca di Endimione a Cynthia, e più piacevole di Cithera a Orfeo.

Le maniche della sua camicia di una larghezza conveniente, e intorno ai suoi polsi piegate e legate con braccialetti d'oro, doppi e uniti con perle d'oriente. E oltre a tutti i suoi ornamenti e gesti graziosi, si sforzava di tanto in tanto con sguardi rubati e affettati, in un modo dolce e piacevole, di gettare gli occhi sui suoi piccoli seni rotondi e gonfi, impaziente alla soppressione del suo morbido e fine abbigliamento: così che giudicai con buona considerazione, e pensai che nella dignità e nell'onorevole struttura del suo personaggio, il Creatore avesse formato e unito insieme tutta la violenza dell'amore. Le quattro nutrici del regale regno di Babilonia, chiamate la lingua degli dei, non avevano quel potere di ottenere favore e amore del re, che questa dolcissima ninfa aveva.

Attorno al suo bel collo, più bianco della neve scitica, portava una collana di perle d'oriente: Cerna, la moglie di Cesare, non ebbe mai la simile, e temo che quella di Erifile, che prese ad Anfiarao, non fosse nulla di paragonabile ad essa. E nella curva verso il basso sopra la divisione dei suoi seni, tra due grandi perle, era allacciato un corruscante rubino rotondo, e sui lati collaterali delle dette perle, due scintillanti zaffiri, e due perle, accanto a loro due smeraldi, e due perle, e dopo loro due bei giacinti: tutte queste perle e pietre erano allacciate in un lavoro a losanghe, in un raro e bellissimo modo.

La sua bella testa, mandando giù e spiegando un largo spargimento di capelli abbondanti, come i più piccoli fili d'oro, ondeggianti con il vento, e sulla sua corona, una ghirlanda di viole fulve che odoravano dolcemente, e coprendo la stessa quasi fino alla sua fronte: dal punto superiore centrale della quale, in forma di due emicicli fino alla metà delle sue orecchie, si montava in riccioli intrecciati, cadendo giù di nuovo sulle sue belle tempie, ondeggiando in modo movibile e ombreggiando la stessa, e nascondendo la metà superiore delle sue piccole orecchie, più belle di quanto mai fu riportato di Mimoria.

Il resto dei suoi capelli biondi scendeva giù sopra il suo bel collo, spalle ben disposte e schiena dritta, fino ai polpacci delle sue gambe esili, moderatamente ondeggianti e soffiati in giro, in maggiore bellezza delle penne dall'occhio orgoglioso dell'uccello di Giunone. Tali capelli come Berenice non votò mai nel tempio di Venere per il suo Tolomeo, né Cono il matematico vide mai il simile posto nel triangolo.

Nella sua fronte, sotto due sottili emicicli neri e sopracciglia distinte, quali Abacsine in Etiopia non aveva da vantare, o paragonare, né Giunone stessa, guardavano fuori e si presentavano due piacevoli occhi radiosi e scintillanti, che avrebbero costretto Giove a piovere oro, di una vista chiara, svelta e penetrante, con un cerchio bruno tra la pupilla e il bianco latte: vicino ai quali, c'erano le sue guance viola e ciliegie, abbellite con due fossette rotonde sorridenti, che graziavano il piacere del suo aspetto, del colore delle fresche rose raccolte al sorgere del sole, e poste in un vaso di cristallo di Cipro, e mostrando attraverso lo stesso, come pensavo.

Sotto il suo naso fino alle sue labbra, passava una piccola valle fino alla sua piccola bocca di una forma dolcissima, le sue labbra non gonfie o sporgenti, ma indifferenti, e di un colore rubino, coprendo due serie uniformi di denti, come avorio, e piccoli, non uno più lungo e più acuto di un altro, ma in ordine equamente disposti e posti: da tra i quali, l'amore aveva composto un eterno dolce respiro, così che presunsi di pensare, che i denti bianchi come la neve tra le sue graziose labbra, non fossero altro che perle d'oriente, e il suo dolce respiro caldo muschio, e dalla sua deliziosa voce che ella fosse Tespi con le sue nove figlie.

Per siffatta visione fui grandemente commosso e i miei sensi rapiti da un acceso appetito, che suscitava tra loro grande discordia e amara contesa, quale mai prima avevo provato per qualsivoglia altra presenza o eccellente spettacolo. I miei occhi indagatori ne lodavano una parte sopra l’altra, giudicandola più bella: ma il mio appetito era rapito in un’altra parte del suo corpo celestiale, stimando quella superiore all’altra. E così i miei insaziabili e lascivi occhi furono il funesto principio di tutta questa perturbante e contenziosa agitazione, che scoprii essere le officine e i motori di tanta lotta e affanno nel mio cuore ferito e ulcerato. Per la loro ostinazione, ero ora tratto fuori di me, e tuttavia non potevo da essi essere soddisfatto. Il mio avido appetito esaltava il suo delicato petto sopra ogni paragone, e i miei occhi, acconsentendovi con diletto, dicevano: almeno da questo possiamo scoprire quale sia il resto; ed essi, passando da quello alla considerazione della sua grazia e dei suoi modi, vi riponevano tutto il loro piacere: e il mio appetito, rafforzato e non facilmente rimosso da lì, mi persuadevo che la pienezza e la leggiadria del suo capo e dei suoi capelli, e l’acconciatura di essi, e la bellezza della sua fronte, non potessero mai essere paragonate a quelle di alcuno, simili a trucioli d’oro che si attorcigliano sempre in piccoli riccioli.

Con due occhi simili a stelle mattutine in un cielo sereno, che adornavano il suo capo più magnificamente di chiunque il bellicoso Neco abbia mai scorto tra gli Acitani, ferendo il mio cuore come una delle frecce dell'irato Cupido. E così per concludere, oso affermare che nessun uomo mortale ha visto luci così graziose, così fulgide, così chiare e piacevoli come quelle che erano poste sulla fronte di questa creatura celeste; sicché da esse il mio cuore fu preso prigioniero, e fu colmato di tali continue controversie di desiderio, come se una foglia dell'alloro della tomba del re di Bibria fosse stata posta nel mezzo, e quella contesa non dovesse mai cessare finché essa vi fosse: così che pensavo che tale lotta non avrebbe mai avuto fine, finché il piacere non fosse stato rimosso, per la qual cosa non riuscivo a comprendere come avrei potuto ottenere la pienezza del mio desiderio, o come essa potesse accordarsi con l'uno o con l'altro. Come uno estremamente affamato tra una quantità di vivande preparate, desideroso di tutte, non si nutre di nessuna, il suo ardente appetito rimanendo soddisfatto da nessuna, ma sempre affamato.

*Essendo la bellissima Ninfa giunta al Polifilo, recando una fiaccola nella mano sinistra, con l'altra lo prese e lo invitò a camminare con lei, e lì Polifilo dal suo amore fu maggiormente infiammato.*

Così vedendo davanti a me un oggetto reale e visibile di una rappresentazione eccellentissima, presenza amabile e aspetto celestiale, di un’abbondante riserva e universale radunanza di bellezza invisibile e inumana avvenenza, feci conto lieve e scarso, rispetto a ciò, di tutte le inestimabili delizie, ricchezze e grandi pompe che prima avevo rimirato e veduto, giudicando il loro valore nulla di cui parlare, al confronto di questa. Oh felice colui che può godere di un tale e sì grande tesoro d’amore; e non solo un felice possessore lo ritengo, ma felicissimo colui che possiederà e otterrà la sua obbedienza, al suo desiderio e governo. Ma se Zenes avesse rimirato questa sostanza, l’avrebbe lodata sopra tutte le fanciulle agrigentine, ogni proporzione gli avrebbe offerto un’opportuna mostra della più assoluta perfezione di tutto il mondo.

La quale bella e celeste Ninfa venendomi ora vicino, con volto lieto, incontanente la sua rarissima bellezza, prima alquanto da lontano guardata con i miei occhi, ma ora, da essi più da vicino e minuziosamente osservata, ne fui rapito e sbalordito.

E il suo aspetto amoroso e la sua amabile presenza, non appena furono portati dal messaggero dei miei occhi alle mie parti interiori, ma la mia memore e vigile rimembranza, scuotendo e destando il mio cuore, presentandola e offrendola allo stesso: esso è divenuto la sua bottega; la faretra per le sue frecce trafiggenti e i suoi sguardi feritori, e la dimora e il palazzo conservabile della sua dolce immagine. Sapendo che questa era colei che aveva tediosamente consumato i miei teneri anni, nel suo caldo e primiero amore, a cui non si poteva resistere. Poiché sentivo lo stesso saltare e battere contro il mio petto, senza posa, come chi batte su un rauco tamburo. E ancora mi pareva, dal suo volto amabile e dilettevole, dalle sue belle trecce, e dai capelli inanellati e ondeggianti, che giocavano su e giù sulla sua fronte, che dovesse essere Polia, che tanto grandemente avevo amato e desiderato, e per la quale avevo sostenuto così tanti e svariati dolori, senza intermissione, emettendo sospiri roventi, i messaggeri esteriori delle mie fiamme interiori. Ma il suo ricco e ninfeo abito, inusitato, e il luogo ignoto e strano, mi rendevano ancora dubbioso e sospettoso.

Ella (come sopra detto) portava nel suo braccio sinistro bianco come neve, vicino al corpo, una fiaccola accesa e ardente, alquanto più alta della sua testa di un bel po', e l'estremità inferiore facendosi sempre più piccola, la teneva nella mano: e stendendo fuori quella che era libera, più bianca di quanto mai fu Pelopea, in cui appariva la sottile levigatezza della pelle, e il turchino delle vene come rivi d'azzurro, sopra la bella e bianchissima carta. Ella mi prese per la mano sinistra con un volto dolce e amoroso e grazia sorridente, e con un’eloquente favella, piacevolmente disse in questo modo.

Polifilo, penso di giungere in salvo, ma sembra che tu stia dubbioso. A questo fui più sbalordito, e i miei sensi in un certo modo perduti nell’immaginare come ella potesse conoscere il mio nome; e tutte le mie parti interiori vinte, e circondate da ardenti fiamme amorose, la mia favella mi fu tolta con timore e riverente pudore.

In questo modo rimanendo, non sapevo d’un tratto quale buona risposta potessi farle, o altrimenti farle riverenza, se non offrire la mia indegna e inadatta mano; la quale, quando fu stretta nella sua, mi parve che fosse in calda neve e latte rappreso, e mi parve davvero che toccassi e maneggiassi qualcosa che era più che umano; il che quando ebbi fatto, rimasi turbato nell’animo, afflitto e dubbioso, inusitato a una tale compagna, non sapendo che dire, o se seguirla, nel mio semplice abbigliamento e umile educazione, non confacente con la sua: e come uno sciocco, indegno e inetto alla sua compagnia, persuadendomi che non fosse lecito a una creatura mortale e terrena godere di tali piaceri. Per la qual causa, il mio colore rosso e arrossente, con riverente ammirazione, addolorato della mia bassezza, mi disposi a seguirla.

Alla fine, e tuttavia non con una mente perfettamente richiamata, cominciai a ridurre e radunare insieme i miei timorosi e sconvolti spiriti: persuadendomi che dovevo necessariamente avere buon successo, essendo vicino a un così bello e divino oggetto, e in un tale luogo; e così la seguii con il cuore anelante, più tremante dell'uccello Sisura, o di un agnello portato nella bocca di un lupo.

E così toccato ferventemente da piacevoli calori, crescendo e aumentando sempre più, cominciarono a bollire e accendere il mio freddo timore, e dispostamente ad adottare il mio alterato calore a un sincero amore. Il che essendo così giunto a questo punto, da un provocato desiderio interiore, pur interiormente mentre ragionavo con me stesso, era meravigliosamente variabile e dubbioso. Oh felicissimo amante tra tutti gli amanti, che in contraccambio del suo, potesse esser certo di partecipare del di lei.

Dall'altra parte, mi persuadevo che se le avessi offerto il mio cuore amoroso e il mio amore, non avendo cosa migliore da donarle, o presentarle, potrebbe essere che ella non lo rifiuterebbe: come Artaserse, il re dei Persiani; che avendo dell'acqua presentata alle sue mani, l'accettò inchinandosi. Con ciò, mi parve tuttavia che un timoroso e gelido tremore mi invadesse, infondendosi su tutto il mio corpo e petto, rinnovando la forza dell'estremo fuoco, proprio come canna secca: la quale essendo una volta accesa, è infiammata e nutrita dall'aria fresca, finché alla fine è accresciuta così potentemente, che consuma tutto in cenere.

E in egual modo, trovai pienamente in me stesso un aumento e uno sprigionarsi delle mie fiamme interiori, nel loro soggetto preparato, così efficacemente, che i suoi sguardi amorosi mi davano mortali e letali ferite: proprio come fulmine e tuono, tra le forti e possenti querce, improvvisamente con una grande forza, bruciandole e lacerandole. E perciò non osavo guardare i suoi luminosi occhi, perché facendo così, (essendo sopraffatto dall'incredibile bellezza del suo grazioso aspetto) se per avventura i suoi raggi radiosi si fossero incontrati reciprocamente con i miei, per un po' ogni cosa mi sembrava doppia, finché non ebbi chiuso le palpebre, e ripristinato i loro occhi alla loro luce precedente.

Onde, e per ragione di queste cose rapito, spogliato e vinto, determinai in quell'istante di cogliere alcuni fiori freschi, e in ogni sorta umile di offrirli a lei, e avvenne che mentre i miei pensieri segreti vi consentivano, assegnando un libero mezzo e largo ingresso per la scoperta del mio desiderio. Ma il mio cuore ardente umilmente avendo aperto lo stesso, proprio come una mela matura essendo morsa o scossa, così cadde e mi venne meno. E ricevendo nella sua ferita e familiare estuazione, in qualche interposizione di tempo, immediatamente il suo consueto calore e fervore aumentò, trafiggendo le parti interiori con i suoi aspetti virginali, eccedentemente abbelliti da una avvenente grazia e inesplicabile eleganza; Perché, in questa dolce introduzione nella mia mente, di queste prime fiamme amorose, (come il cavallo troiano, pieno di armi e inganno) l'entrata fu fatta per una eterna, ignota e incessante piaga, profondamente ulcerante nel mio tenero e povero cuore, perpetuamente rimanendo: il quale facilmente vinto da un dolce sguardo, inconsideratamente senza indugio, affretta il proprio male, e interamente si espone alle amorose incursioni, e si brucia con dolci concetti, andando nelle fiamme di sua spontanea volontà.

A tutti i quali ardenti desideri la sua presente compagnia mi costringeva grandemente, la quale stimavo mi desse più conforto, che la stella del Nord in una notte tempestosa al turbato marinaio: più accettabile di quella di Melicta ad Adone, o ad Afrodite, l'ossequiosa Ninfa Peristera: e più dilettevole del dittamo alla figlia di Didone, con il fiore purpureo per la ferita del pio Enea: e trovando il mio cuore colpito e interiormente punzecchiante, segretamente colmo e compressivamente stipato; registrando e raccogliendo insieme in esso, variabili pensieri e travagli d'Amore, la mia immedicabile ferita cresceva sempre più. Ma raccogliendo il resto dei miei sensi, come uno che osasse, mi assicurai di manifestare e palesare davanti a lei, i miei intenti desideri e amorosi concetti. E così perdendomi in una cieca follia, non potei fare a meno di cedere ai miei invadenti desideri, ferventemente bollenti e costringendomi a dire così.

Oh delicata e celeste Damigella, chiunque tu sia, il tuo potente amore mi ha incendiato, e consuma il mio addolorato cuore; mi trovo tutto, bruciante in un'incessante fiamma, e un acuto dardo scagliato nel mezzo del mio petto, dove rimane conficcato, avendo fatto una mortale ferita incurabile. E avendo parlato così, al fine di poter scoprire a lei il mio nascosto desiderio, e moderare per quel mezzo l'estremità delle mie amare passioni: le quali sentivo, quanto più erano celate, tanto più aumentare e crescere, pazientemente tacqui; e per questo mezzo tutte quelle ferventi e gravi agitazioni, dubbiosi pensieri, lascivi e violenti desideri, furono alquanto soppressi; con la mia malconcia veste, che aveva ancora alcune foglie di rovo e spine del bosco appese ad essa, e proprio come un pavone nell'orgoglio delle sue piume, guardando la bruttura dei suoi piedi, abbassa la sua coda: così io considerando l'ineguaglianza di me stesso, con un tale celeste oggetto, impallidii le provocazioni dei miei ostinati e alti desideri, guardando le vanità dei miei pensieri.

E allora mi sforzai seriamente con tutti i mezzi che potevo, di soggiogare, chiudere nel chiostro, e trattenere, il mio sfrenato e vagante appetito, mente errante, e immodesto desiderio, intendendo ora che non fosse mai più proferito.

Alla fine cominciai a pensare nel segreto profondo del mio cuore ferito, che indubbiamente questo mio presente continuo dolore, era uguale a quello dell'empio Tantalo, alle cui calde e assetate labbra, l'acqua fresca e chiara si offriva, e al suo affamato appetito, i dolci frutti pendevano sopra la sua bocca spalancata presentando, ma egli non ne gustò mai alcuno né dell'uno né dell'altro.

Ah guai a me proprio in egual sorta, una bellissima Ninfa di eccellente forma, di fiorente età, di comportamento angelico indicibile, e di rara onore e somma cortesia come i miei occhi potevano mirare, la cui compagnia eccedeva ogni squisito contento umano; e io, giusto vicino a lei, pieno di ogni qualunque provocazione, forzando sollazzevolmente amore e desiderio, accumulando in lei stessa le intere perfezioni di diletto, e tuttavia il mio sbadigliante e voluttuoso desiderio, mai più per ciò soddisfatto.

Bene, in questo modo la mia ardente concupiscenza per nulla placata, per quanto potevo, confortavo il mio languente cuore, smisuratamente tormentato, mettendogli in mente, di sollazzevole e amorosa speranza: e con ciò, non vi fu mai carbone così vicino a spegnersi, che non fosse prontamente rinnovato e messo a fuoco, con la compagnia del successivo. E i miei sfrenati occhi, più erano disarmati per resistere al suo potere, più erano infiammati con l'insolente desiderio e compiacimento della sua meravigliosa e celeste bellezza; Sempre sembrando più bella, più eccellente, più amabile, più da essere desiderata, estremamente atta e preparata per amore: evidenziando in lei stessa, un meraviglioso aumento di dolce piacere.

Dopo pensai con me stesso, può essere che ella sia qualche creatura che io non possa desiderare, e può essere che il luogo non sia adatto per tali pensieri, e allora può essere che io abbia fatto un saggio lavoro, e filato una bella tela, se dovessi essere punito per la mia impudenza, come Issione. In egual sorte, il Trace non avrebbe mai trovato la profonda sede di Nettuno, se non avesse maneggiato con Teti; e Galantide, la fanciulla di Lucina, non avrebbe partorito nella sua bocca, se non avesse ingannato. Può essere che questa Ninfa sia sposata a qualche alto e potente Principe, e io a offrirle questo disonore, di che cosa sono degno?

E così ragionando con me stesso, pensai che quelle cose che avevano solo scarsa sicurezza, scivolerebbero via leggiermente, e che non sarebbe difficile ingannare, dove non c'era vigile riguardo: e a spiriti audaci, la Fortuna non era del tutto mancante: e inoltre, che era difficile conoscere il pensiero di un uomo. Onde, proprio come Callisto, vergognandosi del suo ventre gonfio, si ritrasse al cospetto di Diana; così mi ritrassi, arrossendo al mio tentativo, e frenando i miei sconvenienti desideri. Eppure con occhio lascivo, non cessai mai di esaminare, con grande diletto, l'estrema bellezza dell'eccellente Ninfa, disponendomi al suo dolce amore, con un'infallibile, ostinata e ferma risoluzione.

*Polia, finora sconosciuta al suo amante Polifilo, ella graziosamente lo rassicura: il quale per la sua estrema bellezza, egli indirizza la sua mente ad amare. Ed entrambi andando ai trionfi, vedono innumerevoli giovani e damigelle, che giocano con grande diletto.*

L'arciere Cupido, nel mio ferito cuore avendo la sua residenza, come un Signore e re, tenendomi legato nei legami d'Amore, mi trovai punto e gravemente tormentato, nel suo tirannico e tuttavia piacevole reggimento. E abbondando in dubbioso diletto, smisuratamente sospirando, annaffiavo i miei lamenti; e allora la sovrastante Ninfa, con una piacevole grazia, incontanente mi diede conforto, e con le sue vermiglie e ben parlanti labbra, formando violente e attraenti parole, mi diede assicurazione: abbandonando e rimuovendo dal mio cuore, ogni timoroso pensiero, con i suoi olimpiaci aspetti, e rinfrescando con le sue eloquenti favelle, il mio ardente cuore; e con uno sguardo amoroso e amichevole, e getto dei suoi occhi, e grazia sorridente, disse così verso di me.

Polifilo, vorrei che tu comprendessi e sapessi questo, che il vero e virtuoso amore non ha rispetto delle cose esteriori, e perciò non lasciare che la bassezza del tuo abbigliamento, diminuisca o sminuisca la tua mente, se forse nobile e gentile, e degna di questi luoghi, e atta a mirare questi meravigliosi trionfi; Perciò non lasciare che la tua mente sia sgomentata dal timore, ma diligentemente mira quali Regni essi possiedano, che sono coronati da Venere. Intendo, tali quali sono fortemente agonizzanti e tuttavia perseverano ancora, servendo e attendendo ai suoi amorosi Altari e sacre fiamme, finché ottengano il suo legittimo favore. E allora facendo fine alla sua breve e dolce favella, entrambi noi inoltrandoci, il nostro passo né troppo veloce né troppo lento, ma in una misura; pensai così, e così discorrendo con me stesso.

Oh valorosissimo Perseo, tu avresti più ferocemente combattuto con il crudele Dragone, per il favore di questa, che per l'amore della tua bella Andromeda. E dopo.

Oh Giasone, se il matrimonio di questa fosse stato offerto a te, con una più grande e più pericolosa avventura, dell'ottenimento del vello d'oro, tu avresti lasciato andare quello, e intrapreso questo, con un maggior coraggio, stimandolo sopra tutti i gioielli e preziosi tesori di tutto il mondo; io, più di quelli della ricca e potente Regina Eleuterillida. Continuamente sembrando più bella, più avvenente, e più amabile. Ippodamia, e tutti gli avidi razzolanti e dubbiosi Usurai, non presero mai tale diletto nell'ottenere oro. Un quieto Porto non fu mai così benvenuto a un afflitto Marinaio, in una tempestosa, buia e tempestosa notte d'inverno: né l'auspicata e opportuna caduta di pioggia, alla preghiera di Creso, come il benevolo consenso di questa graziosa Ninfa: più benvenuto a me, che sanguinosi tumulti al bellicoso Marte, o le prime primizie di Creta a Dionisio: o la gorgheggiante Arpa ad Apollo: e tuttavia più grato, che fertile suolo, piene spighe, e abbondante rendita, al laborioso Agricoltore.

E così in modo assai contento, passando avanti e premendo giù la spessa, verde e fresca erba: talvolta i miei indagatori e occupati occhi, avrebbero avuto un getto con i suoi graziosi e piccoli piedi, passando bene calzati con scarpe di cuoio Rosso, crescendo più larghe dal collo del piede, strette alla punta, e chiuse attorno al calcagno; e talvolta le sue fini e mobili gambe, (la sua veste di seta essendo soffiata attorno con il vento, sulle sue virginali parti) si scoprivano. Se avessi potuto vederle, immagino che sembrassero come il più fine fiore del Peloponneso, o come il più puro latte, coagulato con Muschio.

Per tutte le quali dilettosissime cose, legato e vincolato negli duri e inestricabili nodi di veemente amore, più inesperti da disfare di quello di Ercole, o quello che Alessandro il grande tagliò in due con la sua spada: e amorosamente mascherato in rotolate reti, e il mio sottomesso cuore, tenuto giù con addolorate cogitazioni e ardenti desideri, conducendomi dove volevano, trovai in esso più pungenti tormenti che il fedele Regolo in Africa. Sicché i miei dolenti spiriti esasperati con un amoroso desiderio ed estrema vessazione, continuamente brucianti nel mio anelante petto, non potevano per nessun mezzo essere placati, se non con il sorseggiare di continui singulti, e il respirare fuori della loro volante perdita. E così affogato in una nebbia di dubbi, e vedendomi violentemente preso nel suo amore, dissi così a me stesso.

O Poliphilo, come puoi tu in qualsiasi momento lasciare il tuo inseparabile amore, acceso verso la tua dolce Polia, per un altro? E con ciò, da questa Ninfa, così strettamente e fermamente legata, più fortemente che nelle chele di un Granchio o di un Aragosta, sforzandomi di slegarmi, non la trovai una cosa facile, cosicché non potei fare a meno di legare dolorosamente il mio cuore turbato all'amore e all'affetto di costei che, secondo ogni verosimiglianza, aveva la vera forma, la dolce somiglianza e i graziosi modi della mia amatissima Polia. Ma sopra ogni cosa, questo mi giunse più vicino e mi addolorò peggio, come potessi esser certo che ella fosse Polia. Onde, dai miei occhi acquosi, le lacrime salate immediatamente scendendo, mi parve una cosa dura e spregevole bandire dal mio cuore derelitto e misero la sua antica sovrana Dama e Signora, e intrattenere una nuova, strana e sconosciuta Tiranneggiatrice.

In seguito, mi confortai di nuovo, pensando che forse costei era lei, secondo il sacro Oracolo e il vero discorso della potente Regina Eleutherillida: e che perciò non dovevo sgomentarmi o piegarmi sotto il mio peso; poiché se non ero grandemente ingannato, questa era davvero lei. E avendo fatto questo amoroso e discorsivo pensiero e persuasiva presunzione, abbandonando ogni altro desiderio che sia, determinai solo col cuore e con la mente di tornare a questa nobile ed eccellente Ninfa; nel cui grande amore essendo così preso, con estrema costrizione, fui audace con un'insolita ammirazione, nel guardare diligentemente la sua rara forma e le amabili fattezze, facendo i miei occhi i vortici inghiottitori della sua incomparabile bellezza: e non appena furono aperti, caldamente per accogliere il dolce piacere della sua così benigna e cospicua presenza, furono rafforzati per sempre, per tenere con sé, solaciosamente concordi, l'assemblea di tutti gli altri miei sensi prigionieri, che da lei e da nessun altro io cercassi la mitigazione e lo spegnimento delle mie fiamme amorose. E in tal modo giungemmo, mentre ero così crudelmente ferito dall'esasperante Amore, alquanto sul lato destro dello spazioso campo.

In quel luogo erano piantati alberi verdi, folti di foglie e pieni di fiori, che portavano frutti, tutt'intorno al luogo e al seggio, di tali varietà diverse e mutevoli, mai sbiaditi ma sempre verdi, dando grande contentamento al dilettevole spettatore.

La galante e piacevole Ninfa lì si fermò; e anch'io restai immobile: dove guardandomi intorno, per la benignità della fruttuosa pianura, con metà della mia vista, poiché non potevo del tutto ritrarla dall'amoroso oggetto; scorsi molto vicino a noi una certa parvenza di una compagnia circondante, trionfante e danzante attorno a noi, di bravissimi e raffinati giovani, senza barbe e capelli non tagliati, se non che quelli delle loro teste erano folti, ricci e contorti, senza alcuna arte o effeminata arricciatura: coronati e adorni con ghirlande e corone di svariati fiori, e Rose rosse, con frondoso Mirto, con Amaranto purpureo o fiore gentile, e Meliloto: e con loro una gran compagnia di giovani fanciulle, più belle e delicate di quanto se ne possano trovare a Sparta; entrambe le specie vestite molto riccamente, in sete di cangianti colori, nascondendo il colore perfetto; alcune in Porpora e Morello, e altre in Sendale riccio bianco, tale che l'Egitto non ne offrì mai, e di svariati altri colori: alcuni Fulvi, alcuni Cremisi, altri in Verde, alcuni in Violetto, alcuni in Azzurro, color Pesca, color Pavone, perfettamente ingranato, come mai Corica avrebbe potuto dare: e cosparsi e tessuti d'oro, e bordati e orlati con Perle orientali e pietre incastonate in oro puro; alcune in vesti, e altre in abiti da caccia.

E la maggior parte delle belle Ninfe aveva i capelli biondi liscamente legati insieme, e tre volte avvolti attorno con un eccellente nodo finale; Altre avevano le loro instabili e ondeggianti trecce che si spandevano giù sulle loro belle nuca. Alcune, con abbondanza di capelli, gettati sopra le loro fronti, e le estremità che si voltavano in ricci, e ombreggiando sopra la bellezza della stessa; così che la Natura e non l'Arte si mostrava in ciò una bellissima maestra; Con nastri e lacci d'oro, bordati con Perla orientale, e altre in Cuffie d'oro, indossando attorno ai loro sottili colli ricche e preziose collane, e monili di Perle e pietre, e gioielli pendenti. E sopra le loro piccole orecchie pendevano svariate pietre preziose, e sopra i variabili ornamenti delle loro teste, davanti in due Emicicli, erano poste ombre di Perla orientale e pietra, in fiori di capelli.

Tutti questi eccellenti ornamenti, insieme alle loro elegantissime persone, erano facilmente in grado di alterare qualsiasi cuore villano, vile o ostinato.

I loro bei petti, in modo voluttuoso e lascivo, erano nudi fino alla metà di essi: E sopra i loro graziosi piedi, alcune portavano sandali, secondo l'antico costume, essendo suole, e il piede nudo fissato alle stesse, con una piccola catena d'oro, che passava tra l'alluce e il medio, e il mignolo e il successivo, attorno al tallone sopra il collo del piede, e fissandosi sulla parte superiore, tra le dita e il collo del piede, in un fiore. Altre avendo scarpe dritte, allacciate sul collo del piede con fiori d'oro. Le loro calze di seta; alcune di Porpora, alcune di Carnagione, alcune di colori divisi: tali che Caio Galicola non introdusse mai per primo. Altre indossando Calzari, sopra i bianchi polpacci gonfi delle loro gambe, e allacciati con seta; alcuni abbottonati con oro e pietre preziose.

Le loro fronti bellissime, e abbellite con le ondeggianti fluttuazioni dei loro capelli arricciati, coperte con un velo sottile, come una tela di Ragno. I loro occhi mordaci e seducenti, più luminosi delle stelle scintillanti in un'aria limpida, sotto le loro sopracciglia circolari: con un piccolo naso, tra le loro rotonde e ciliegine guance: i loro denti ordinatamente disposti, piccoli e ben allineati, del colore dell'argento raffinato: sul resto, tra le loro dolci e morbide labbra: del colore del Corallo.

Molte di loro portavano strumenti di Musica, tali che mai furono visti in Ausonia, né nelle mani di Orfeo: producendo nel prato fiorito e nella liscia pianura, suoni dilettosissimi, con dolci voci e rumori di gioia e trionfo: e per accrescere la gloria, amorosamente lottando e contendendo l'una con l'altra, con atti solaciosi e piacevoli, accompagnati da bei discorsi e sguardi amichevoli. E in questo luogo, con un applauso molto dilettevole, scorsi quattro Trionfi, così preziosi e sontuosamente allestiti, come mai occhio mortale ha visto.

*Poliphilo in questo luogo prescritto, scorse quattro Carri trionfanti, tutti incastonati con pietre preziose e gioielli, da un gran numero di giovani, in onore di Giove.*

Il primo dei quattro meravigliosi Carri trionfanti aveva quattro ruote rotonde, di Smeraldi perfetti di Scizia; il resto del Carro mi stupiva a vederlo, essendo fatto tutto di Diamanti tavolati: non di Arabia o Cipro, della nuova Miniera, come i nostri Lapidari li chiamano: ma dell'India, resistendo ai duri colpi del ferro e dell'acciaio, sopportando il fuoco caldo e lottando con esso, mollificati solo dal sangue caldo dei Capri, grati nell'arte Magica; le quali pietre erano meravigliosamente tagliate di una esplicatura Cataglifa, e incastonate molto curiosamente in oro fino.

Sul lato destro del Carro, vidi espressa la rappresentazione di una nobile Ninfa, con molte che l'accompagnavano in un Prato, incoronando vittoriosi Tori con ghirlande di fiori, e uno che restava presso di lei molto mansueto.

La stessa Ninfa, sull'altro lato era anche rappresentata, la quale essendo montata sulla schiena del Toro, che era gentile e bianco, egli la portava sopra il mare.

Sull'estremità anteriore scorsi Cupido, con un gran numero di persone ferite e Nazioni, meravigliandosi di vederlo scoccare nell'aria. E nella parte posteriore, Marte stando davanti a Giove, piangendo perché il ragazzo aveva trafitto la sua impenetrabile Corazza, e mostrando la ferita, e con l'altra mano tenendo fuori il braccio, egli teneva questa parola Nemo.

La foggia di questo Carro era quadrangolare, di due quadrati perfetti, per il lungo, di sei piedi in lunghezza e tre piedi in altezza, con una cornice sporgente sopra e sotto lo zoccolo: e attorno allo stesso un piano, in larghezza due piedi e mezzo, e in lunghezza cinque piedi e mezzo, tendente verso la Cornice, tutto quanto squamoso, con pietre preziose, con un alterato congresso e ordine di colori, variamente disposti. E sopra i quattro angoli, erano fissate quattro coppe, rovesciate, e la bocca rivolta verso l'alto sull'angolo sporgente della Cornice, piene di frutti e fiori tagliati di pietre preziose, come se crescessero da una fogliazione d'oro. I corni erano cesellati vicino alla loro bocca, con le foglie di Papavero, e ritorti nel ventre: il gracilamento e la curvatura verso l'esterno, unendosi strettamente all'estremità del piano, e rompendosi in un lavoro a foglia frastagliata all'antica, giacente lungo sotto il dorso della Coppa, e dello stesso metallo. Su ogni angolo dello Zoccolo, dalla Cornice verso il basso, c'era un piede come di Arpia, con un'eccellente conversione e rotazione su entrambi i lati delle foglie di Acanto.

Le ruote, sopra i mozzi e gli assi, erano chiuse entro il Carro, e i lati dello stesso sotto i piedi delle Arpie, piegati alquanto verso l'alto e diventando minori, girati rotondi verso il basso, dove i finimenti o le tracce per trainarlo erano fissati: e dove l'asse era, lì sopra il lato del fondo del Carro, sopra il mozzo della ruota, scendeva una prepensione che si univa allo Zoccolo, due volte più lunga che profonda, di due fogliazioni, una che si estendeva in un modo e l'altra in un altro; e sopra la metà dello stesso e la parte più bassa, c'era una Rosa di cinque foglie, nel seme della quale giaceva l'estremità dell'asse.

Sopra il suddetto Piano, scorsi l'immagine di un bel Toro bianco e mansueto, guarnito e vestito con fiori, in modo simile a un Bue per un Sacrificio. E sopra il suo grande e largo dorso, sedeva una vergine principesca, con braccia lunghe e sottili, seminuda; con le mani teneva le sue corna. Il suo abbigliamento era squisito di seta verde e oro, meravigliosamente tessuto, e di foggia Ninfea, coprendo il suo corpo e cinto attorno alla vita, bordato attorno con Perla e pietra, e una corona di oro scintillante sopra la sua bella testa.

Questo Trionfo era trainato da sei lascivi Centauri, che provenivano dal seme caduto dell'impudente e presuntuoso Issione: con un finimento d'oro sopra di loro, e lungo i loro forti fianchi, come cavalli, eccellentemente formati e allacciati a guisa di catena di fiasco, per la quale trainavano il Trionfo; tali che Erittonio non inventò mai, per velocità.

Sopra ognuno di essi cavalcava una bella Ninfa, con le spalle l'una verso l'altra: tre, con i loro bellissimi volti verso il lato destro dei Trionfi, e tre verso il sinistro, con Strumenti di Musica, facendo insieme un'armonia celestiale e un concerto. I loro capelli gialli, e ricadenti sulle loro belle nuca, con ghirlande Pancarpiche di ogni sorta di fiori, sopra le loro teste. Le due vicine al Trionfo erano vestite in seta azzurra, come il colore del collo di un Pavone.

La centrale in brillante Cremisi: e le due anteriori in un verde Smeraldo, non mancando alcun ornamento per metterle in risalto, cantando così dolcemente con piccole bocche rotonde, e suonando i loro strumenti, in una maniera così celestiale, che terrebbe un uomo dal morire mai.

I Centauri erano incoronati con edera, che è chiamata Dendrocissos. I due vicini al trionfo portavano nelle loro mani, due vasi di una foggia antica, di Topazio d'Arabia, di un colore dorato brillante, grato a Lucina, e al quale le onde saranno calme: sottili al fondo, gonfi nel ventre, e rimpicciolendosi piccoli verso l'Orifizio; In altezza due piedi, senza orecchie: dai quali saliva un fumo o esalazione spessa, di una fragranza inestimabile. Il centrale suonava Trombe d'oro, con stendardi di seta e oro, fissati alle Trombe in tre punti.

Gli altri due anteriori, con Corni di foggia antica, concordando in concerto con gli Strumenti della Ninfa.

Sotto il quale carro trionfante, gli Assi erano convenientemente posti, sopra i quali le ruote giravano, e di un lineamento balustico, crescendo piccoli verso l'estremità e rotondi: i quali Assi erano di oro puro fine e massiccio, che mai si corrompe o si corrode; che è il veleno mortale e il distruttore della virtù e della pace tranquilla.

Questo trionfo era solennemente celebrato, con moderati salti e danze attorno, e grande applauso: i loro abiti erano cinti con sciarpe, le estremità volanti in giro.

E in tal modo, quelli che sedevano sopra i Centauri, lodando nel loro canto l'occasione e il mistero del Trionfo, in voci consonanti e versi cantabili; più piacevoli di quanto io sia in grado di esprimere, ma lasciate che questo basti.

Il secondo Trionfo.

Il Trionfo successivo non era meno degno di essere osservato del primo. Le quattro ruote, i raggi e i mozzi, erano tutti di Agata Fulchica, e in svariati luoghi vene bianche: tali che il Re Pirro non avrebbe potuto mostrare, con la rappresentazione delle nove Muse, e Apollo che suonava nel mezzo di esse il suo Liuto.

Gli Assi e la foggia dello stesso come l'altro: ma le Tavole erano di Zaffiro azzurro orientale, avendo in esse, piccole come granelli al Sole, certi riflessi d'oro, grati all'Arte Magica, e amati da Cupido nella mano sinistra.

Sulla Tavola sul lato destro, vidi inciso, una bella Matrona giacente in un letto principesco, essendo stata sgravata di due uova in un palazzo maestoso: le sue Ostetriche e altre Matrone e giovani donne, essendo grandemente stupite alla vista. Da una delle quali, scaturì una fiamma di fuoco: e dall'altro uovo due stelle luminose.

Sull'altro lato erano incisi i curiosi Genitori, ignari di questa strana nascita, nel Tempio di Apollo, davanti alla sua immagine, chiedendo per Oracolo la causa e il fine di ciò, avendo questa oscura risposta. *Uni gratum Mare. Alterum gratum Mari.* E per questa ambigua risposta furono riservati dai loro Genitori.

Sull'estremità anteriore del Carro, era rappresentata molto vivamente la figura di Cupido, in alto nei cieli, con le punte acuminate delle sue frecce d'oro, ferendo e facendo sanguinare i corpi di svariate bestie a quattro zampe, serpenti striscianti e volatili. E sulla terra, stavano svariate persone, meravigliandosi della forza di un così piccolo schiavo, e dell'effetto di una così debole e sottile Freccia.

Nell'estremità posteriore, Giove nominava al suo posto un prudente e sottile Pastore come Giudice, svegliato da lui, mentre giaceva dormendo vicino a una bellissima Fontana, quale delle tre bellissime Dee egli stimasse più degna. E lui essendo sedotto dal macchinante Cupido, diede la Mela alla piacevolmente operante Venere.

Questo Carro trionfante era trainato da sei Elefanti bianchi, accoppiati due a due insieme, tali che difficilmente si troveranno in Agesinua, né tra i Gandari dell'India. Pompeo non ebbe mai i simili nei suoi Trionfi in Africa: né furono visti i simili nei Trionfi della conquista dell'India; le loro proboscidi armate con denti mortali d'avorio, procedendo per la loro via e trainando insieme, facendo un piacevole raglio o rumore. I loro finimenti e tracce di pura seta azzurra, intrecciata con fili d'oro e d'argento: gli attacchi nei finimenti, tutti fatti con nodi quadrati o d'amore vero, come spighe quadrate di grano della Montagna Gargano. Le loro Pettorali d'oro, incastonate con Perla e pietra differenti in colori; la bellezza dell'una che lottava per eccellere la bellezza dell'altra. E così era tutto il loro finimento o armatura alle tracce, di seta come predetto.

Sopra di essi cavalcavano (come prima) sei giovani e tenere Ninfe, in modo simile, ma i loro Strumenti differenti dai precedenti, ma concordi in concerto: e qualunque cosa facessero i primi, la stessa facevano queste.

Le prime due erano vestite in Cremisi: le due centrali in fine color capelli: e le anteriori in violetto. Le Gualdrappe degli Elefanti erano di tessuto d'oro, bordate con grandi Perle e pietre preziose: E attorno ai loro colli c'erano ornamenti di grandi gioielli rotondi, e sopra le loro facce, grandi palle di Perle, nappe di seta e oro, instabili e rotanti.

Sopra questo maestoso Carro trionfante, scorsi un Cigno bianchissimo, nell'amoroso abbraccio di una nobile Ninfa, la figlia di Teseo, di un'incredibile bellezza: e sopra il suo grembo, sedeva lo stesso Cigno, sopra le sue bianche cosce. Ella sedeva sopra due cuscini di tessuto d'oro, finemente e sofficemente tessuti, con tutti gli ornamenti necessari per essi.

Ella stessa vestita in modo Ninfeo, in tessuto d'argento, qua e là cosparso d'oro, sopra uno e sotto tre, senza difetto o mancanza di alcuna cosa, necessaria all'adorno di una così onorevole rappresentazione, che allo spettatore, può occasione un piacevole diletto. In ogni modo eseguito con tanto grande applauso quanto il primo.

Il terzo Trionfo.

Poi seguì il terzo Trionfo, con quattro ruote di Crisolito etiope, scintillanti oro: quello che è stato tenuto nello stesso, in antico tempo è stato pensato buono per scacciare gli spiriti maligni. Le ruote copertamente verso l'alto, come predetto, e i mozzi e i raggi della stessa foggia, di Eliotropia verde di Cipro: la cui virtù è, di mantenere segreto alla luce del giorno, ai doni divini, pieno di gocce di sangue.

Questa Storia fu incisa sul lato destro della Tavola dello stesso, come segue. *Un uomo di grande Maestà, chiedendo di sapere cosa sarebbe accaduto alla sua bella figlia: suo Padre comprendendo, che per mezzo di lei egli sarebbe stato spossessato della sua Corona e dignità; e al fine che ella non fosse portata via o rubata da alcuno, costruì una torre potentemente forte, e lì, con una guardia vigilante fece sì che fosse custodita: ed ella rimanendo lì in questo modo con grande contentamento, aveva cadere nel suo grembo verginale, gocce d'Oro.*

Sull'altro lato fu cesellato un valoroso giovane, che con grande riverenza ricevette una protezione di uno scudo di Cristallo, e con la sua spada in seguito tagliando via la testa di una terribile donna, e in seguito orgogliosamente portando la sua testa in segno di vittoria; Dal caldo sangue della quale, sorse un cavallo alato: che colpendo sopra una Montagna con uno dei suoi zoccoli, fece sgorgare una strana sorgente d'acqua.

Sull'estremità anteriore scorsi il potente Cupido, traendo la sua Freccia d'oro, e scoccando la stessa in alto nei cieli, causando loro di piovere sangue: dove molti stavano meravigliati, di ogni sorta di popolo. Sull'altra estremità, vidi Venere in un meraviglioso dispiacere, avendo preso suo figlio da un Cavaliere in una Rete, e prendendolo per le ali, stava per strappare le sue piume: avendone strappata una manciata, che volavano attorno, il piccolo elfo piangendo pietosamente; e un altro mandato da Giove, lo prese via e lo salvò da sua madre, e lo presentò a Giove: contro la cui divina bocca, erano in Lettera Attica scritte queste parole, +SUMOIPL UKUSTEKAIPKROS+ e lo coprì nel grembo della sua veste celestiale.

Questo Carro trionfante era pomposamente trainato con sei feroci Unicorni: le loro teste come Cervi, riverenti la casta Diana. Le pettorali e i finimenti attorno ai loro forti petti, erano d'oro, incastonati con pietre preziose, e frangiati con argento e seta color capelli, legati in nodi, a guisa di rete, e nappe in ogni punto prependente, le loro gualdrappe come l'altra di cui si è parlato prima.

Sopra questi sedevano, sei belle vergini, in tale pompa e modo come prima, vestite in tessuto d'oro, tessuto con seta azzurra in svariate foglie e fiori; queste avevano un concerto di strumenti a fiato liunciari, pieni di spirito. E sopra la cima del Carro, era posto uno sgabello di Diaspro verde, incastonato in argento: necessario nella nascita, e medicinale per la castità; al piede era a sei lati, e crescendo più piccolo verso il seggio, e dalla metà al piede, scanalato e solcato, e verso l'alto lavorato con nestrulle: il seggio del quale era alquanto incavato, per il più facilmente sedere sopra di esso. I Lineamenti dello stesso eccellentissimi.

In alto sopra di esso sedeva una Ninfa singolarmente bella, riccamente abbigliata in panno d’oro e seta azzurra, vestita come una vergine e adorna di innumerevoli specie di perle e pietre; ella mostrava un affettuoso diletto nel mirare gocce d’oro cadere dal cielo nel suo grembo. Sedeva in solenne pompa come l’altra, e con grande plauso, con i suoi bei e folti capelli sparsi giù lungo la schiena, incoronata da un diadema d’oro, incastonato di svariate pietre preziose.

Il quarto Trionfo.

Il quarto Trionfo era portato su quattro ruote, con cerchioni di ferro, battuti a forza senza fuoco; tutto il resto del Carro, in foggia come il precedente, era di carbonchio ardente, che mostrava luce nei luoghi più oscuri, di un taglio squisito: al di là di ogni ragione pensare come o dove fosse possibile che fosse stato fatto, o da quale artefice.

Il lato destro di esso conteneva questa Storia: Una donna onorevole gravida, alla quale Giove si mostrò (come era solito fare con Giunone) tra tuoni e lampi: talché ella cadde tutta in cenere, dalla quale fu raccolto un giovane infante.

Sull’altro lato, vidi Giove, che aveva il predetto Infante tra le mani, e lo consegnava a un giovane con calzari alati e un bastone, con due serpenti che vi si avvolgevano attorno: il quale consegnò l’Infante a certe Ninfe in una Grotta, affinché fosse allevato.

Nell’estremità anteriore, potevo vedere come Cupido, essendo volato in cielo con la sua freccia maliziosa, avesse indotto Giove a mirare una Ninfa mortale: e un gran numero di persone ferite che ne rimanevano stupite.

Nell’estremità posteriore vi era Giove seduto in un seggio tribunale come giudice, e Cupido che appariva zoppicando davanti a lui, e facendo gravi lamentele contro la sua amorevole madre, poiché per mezzo suo egli si era ferito estremamente con l’amore di una bella damigella, e che la sua gamba era bruciata da una goccia di una lampada, presentando anche la giovane Ninfa e la lampada nella sua mano. E Giove con volto sorridente parlando a Cupido,

Perfer scintillam qui coelum accendis & omnes.

Questo Monostico era inciso in lettere latine in una tavola quadrata davanti ai volti delle loro supreme maestà, il resto come è descritto.

Questo trionfo mistico era tirato da sei bestie maculate di colore giallo splendente, e veloci come le tigri di Ircania chiamate Leopardi, accoppiate insieme con vimini di viti intrecciate, piene di tenere foglie verdi, e steli pieni di grappoli verdi. Questo carro era tirato molto lentamente.

Sulla metà di quella pianura era posta una base d’oro dal diametro inferiore, alta un piede e tre palmi, l’orlo o verga più bassa arrotondata e incavata, nel mezzo sotto la cima superiore o orlo in forma di palio con nestrulle, regole e cordicelle: il piano superiore di questa base era scavato, dove riposavano le code delle quattro aquile in piedi sul piano, superficie liscia della base, che erano di preziosa Etite di Persia, del colore della piuma di un falco sacro. E queste stavano con le spalle una opposta all’altra, e i loro artigli d’oro fissati e conficcati nella predetta base, ognuna che scrutava con le ali, e le punte fiorite delle loro remiganti che si toccavano l’una l’altra. Sopra queste come sopra un nido, era posto questo meraviglioso vaso di Giacinti etiopici chiari e luminosi, Celso inimicus, Comiti gratiosus. Questo vaso era incrostato di smeraldi e venature di diverse altre pietre preziose, un lavoro incredibile. L’altezza di esso due piedi e mezzo, la foggia a modo rotondo, la larghezza per diametro un piede e mezzo, e la circonferenza consisteva di tre diametri. Dalle teste delle aquile il fondo o piede del vaso ascendeva su di un triente, e un bordo che girava attorno dello spessore di una mano, dal quale bordo all’inizio del ventre del vaso, e al fondo del piede con questa larghezza di mano, era un piede e mezzo. Sopra questo stava la forma del vaso predetto un palmo e mezzo più largo, il quale mezzo palmo era distribuito al bordo, attorno all’orlo di foglie piegate e fiori che sporgevano dal giacinto. Il diametro due quarti e mezzo. Sotto questo bordo sporgevano attorno certe proporzioni come gusci di noce, o la chiglia di una nave, alquanto spesse e larghe all’estremità superiore, e che scemavano a nulla sotto. Da lì all’orifizio saliva su due quarti e mezzo, solcato con smussi rotanti, e un orlo eccellente: e invece di orecchi per prendere il vaso, aveva due labbra che sporgevano e si voltavano dentro rotonde come la testa di una viola bassa.

Sotto e sopra i bordi, il vaso era lavorato con globuli torniti, ondine e sbalzi, e con tali lineamenti erano i bordi lavorati, sia sotto che sopra. Sopra il bordo nel collo del coperchio, c’erano due mezzi anelli, soppressi nel bordo per trasversione, uno di essi giusto contro l’altro, che erano tenuti nei denti mordenti di due Lucertole, o Draghi mordenti di smeraldo verde, sporgenti dal coperchio. Essi stavano con i loro piedi serpentini sulla parte inferiore del coperchio sotto il collo, tra i quali e il vaso inferiore, vi era una quantità, e dal suo gracilamento superiore discendendo, si congiungeva con l’orlo voltato dentro del lembo o verga circonferente, dove essi mordevano strettamente insieme. Questo coperchio al collo era fatto in lavoro squamoso di Giacinto, eccetto le venature di smeraldo, per i piccoli draghi, i loro ventri e piedi che si fissavano al coperchio squamoso. Questi piccoli draghi uno contro l’altro, i loro petti e gole che si incavavano dal bordo e dal coperchio, e le loro code che si voltavano verso l’alto di nuovo, servivano per gli orecchi del coperchio, giusto sopra quelli del vaso inferiore.

Il giro inferiore, dove il coperchio si chiudeva con il vaso essendo di due parti, congiunte insieme con un’eccellente foliatura, larga mezzo piede, come se fossero state inseparabili.

Il corpo di questo vaso era tutto percorso da una Vite, le cui corde e venature, e piccoli intrecci ricciuti, erano di Topazio, di gran lunga migliore di quello che si trova nell’Isola di Ofiade, le foglie di fine smeraldo, e i rami di Ametista, alla vista bellissimi, e all’intendimento meravigliosamente contemplabili. Il vaso soggetto che appariva attraverso lo stesso di Giacinto così rotondo e pulito, come ogni ruota può produrre: eccetto, sotto le foglie c’era una sostanza lasciata, che teneva la foliatura al vaso di Giacinto, passando sopra e separata dal soggetto. Le foglie incavate e piegate con tutti gli altri lineamenti lapidari, erano eseguiti con tale emulazione della natura che era meravigliosa.

Ritorniamo ora all’orlo circonferente del prezioso vaso. Nelle parti lisce del quale, sopra entrambi i lati delle code delle Lucertole, mirai due istoriali degni di riguardo, incisi in questo modo. Sul lato anteriore del vaso, la rappresentazione di Giove, che teneva nella mano destra una spada scintillante, della vena dei Crisoliti etiopici: e nell’altra mano un fulmine di Rubino splendente. Il suo aspetto odorava della vena dei Galatiti, e incoronato di stelle come lampi, stava sopra un altare di Zaffiro. Davanti alla sua spaventosa maestà, vi era una schiera di Ninfe, sette in numero, abbigliate di bianco, che offrivano con le loro dolci voci di cantare, e dopo trasformandosi in alberi verdi come smeraldi pieni di fiori azzurri, e inchinandosi con devozione al suo potere: non che fossero tutte trasformate in foglie, ma la prima in un albero, i suoi piedi in radici, le loro braccia e teste in rami, alcune più di altre, ma in una mostra che esse dovevano seguire tutte allo stesso modo, come appariva dalle loro teste.

Sull’altro Anaglifo, mirai un personaggio maestoso, allegro e piacevole, come un giovane ragazzo grasso, incoronato da due serpenti piegati, uno bianco e l’altro nero, legati in un nodo. Egli riposava deliziosamente sotto una pianta di vite piena di uva matura, e sopra la cima del telaio c’erano piccoli ragazzi nudi, che si arrampicavano e sedevano in alto a raccogliere i grappoli maturi: altri che li offrivano in un cesto al Dio, che piacevolmente li riceveva: altri ancora giacevano addormentati sul terreno, essendo ubriachi del dolce succo dell’uva. Altri che si applicavano al lavoro del mosto autunnale: altri che cantavano e suonavano: tutta la quale espressione era perfezionata dall’artefice in pietre preziose, di tale colore come la naturale vivacità di ogni venatura, foglia, fiore, bacca, corpo, proporzione, forma e rappresentazione richiedeva. E in questa immaginazione, sebbene fosse molto piccola, tuttavia non vi era alcun difetto da trovare nella minima parte appartenente ad essa, ma perfettamente da discernere.

Da questo vaso descritto prima scaturiva una vite verdeggiante e fiorente, i rami contorti della quale pieni di grappoli d’uva, le bacche fulve di Ametista indiana e le foglie di Selenite verde di Persia: non soggetta al cambiamento della luna, diletta da Cupido. Questo albero ombreggiava il carro: Ad ogni angolo di questo carro trionfale sul piano dove il vaso stava, era posto un candelabro, di eccellente fattura, sopra tre piedi di corallo rosso, ben gradito alla sorte più rozza, che resisteva a lampi e tempeste, favorevole e preservativo per il portatore: i simili non si trovavano sotto la testa di Gorgone di Persia, né nell’Oceano Eritreo. Lo stelo di uno dei candelabri era di corallo bianco, amato da Diana, di una lunghezza conveniente, con nodi rotondi e giunture, in altezza due piedi. Un altro era di finissima pietra Dionisia, avente macchie che crescevano da un nerastro a un rosso puro, il medesimo pestato profuma dolcemente. Il terzo era di perfetta Medea del colore dell’oro scuro, e avente l’odore di Nettare. Il quarto di preziosa Nebrite da un nero che cresceva a un bianco e verde. Dagli steli incavati dei quali, ascendeva su una fiamma piramidale di fuoco eterno, che bruciava continuamente. La luminosità dei lavori espressa attraverso il riflesso delle luci, e lo scintillio delle pietre preziose erano tali, che i miei occhi rimanevano abbagliati a guardarli.

Attorno al quale trionfo celeste, con una meravigliosa e solenne pompa, infinite schiere di Ninfe, le loro belle e folte trecce che cadevano sciolte sulle loro spalle, alcune nude con grembiuli di pelli di capre e capretti, altre con timpani e flauti, che facevano un rumore piacevolissimo, come nella danza chiamata Tiaso, nella trietere di Bacco, con ramoscelli verdi frondosi e rami di vite, istrofiati attorno alle loro teste e vite, saltando e danzando davanti ai trionfi: immediatamente dopo i trionfi seguiva un vecchio su un asino, e dopo di lui era condotto un capro adornato per un sacrificio: e una che seguiva portando sul capo un ventaglio, facendo una risata incommensurabile, e usando gesti furiosi e oltraggiosi. Questo era l’ordine di questi Mimalloni, Satiri, e servitori di Bacco, mezzani, Tiadi, Naiadi e tali che seguivano dietro.

La Ninfa mostra a Polifilo la moltitudine di giovani Amanti, e i loro Amori, quali essi fossero, e in che modo amati.

È molto difficile per un uomo accomodare il suo discorso a termini atti, con i quali egli possa espressamente dichiarare la grande pompa, il trionfo incessante, la gioia incessante e i dilettevoli balzi attorno a questi rari e invisibili carri, ed essendo una volta intrapreso, è altrettanto disagevole smettere: oltre alla notevole compagnia di giovani giovinetti, e le crescenti schiere di innumerevoli belle e piacevoli Ninfe, più argute, sagge, modeste e discrete, di quanto si veda ordinariamente in anni così teneri, con i loro amanti barbuti, che avevano a stento guance lanuginose, che piacevolmente discorrevano con loro di questioni d’Amore. Molti di loro avevano le loro torce accese, altri pastofori, alcuni con antiche spoglie sulle estremità di aste dritte, e altri con diverse specie di Trofei sopra lance, curiosamente appesi, portati davanti ai trionfi mistici, con grida che risuonavano in alto nell’aria. Alcuni con strumenti a fiato di diverse fogge e maniere di avvolgimenti, sacbuti e flauti. Altri con voci celesti che cantavano con diletti ineffabili, ed eccessivo conforto, oltre la ragione umana da immaginare: dentro di essi passavano attorno ai gloriosi trionfi, girando sul suolo fiorito, e sul tappeto erboso verde, un luogo dedicato ai felici, senza alcun ceppo o albero, ma il campo era come una pianura coequata di prato di erbe dolci e piacevoli fiori, di ogni sorta di colori, e svariate maniere differenti, che rendevano un odore così fragrante come è possibile parlare, non bruciato dall’estremo calore del sole, ma moderato, il suolo inumidito con dolci fiumi, l’aria pura e pulita, i giorni tutti uguali, la terra continuamente verde, la primavera che non decadeva mai ma si rinnovava, l’erba fresca con fiori variabili come un dipinto, che rimanevano sempre illesi, con la loro fresca rugiada, riservando e tenendo i loro colori senza interdetto di tempo. Vi crescevano le quattro specie di Viole, Primule, Meliloti, Rosa di prato o Passiflora, Fiordalisi, Nigella, Sigillo di Salomone, Batracium, Aquilegia, Mughetto, Amaranto, Amaranto tricolore, Ideosmo, tutte le specie di dolci garofani, e piccole erbe fiorite di odorifera fragranza e odore, Rose di Persia, aventi l’odore di muschio e Ambra, e innumerevoli altre specie senza piantagione, ma naturalmente crescendo in una distribuzione meravigliosa, che spuntavano dalle loro foglie verdi, e barbe molto dilettevoli da mirare.

In questo luogo potevo vedere brave e belle donne come l’arcadica Callisto figlia di Licaone, con l’ignota Diana. La lesbia Antiopa figlia di Nitteo, e madre di Anfione e Zeto che costruirono Tebe, con il suo satiro. Issa figlia di Macareo con il suo pastore. Anticlia figlia di Eaco e la giovane Danae. Asterie figlia di Ceo, e Alcmena con il suo finto marito. In seguito mirai la piacevole Egina che si solazzava con il limpido flusso e il fuoco divino. La figlia di Fullo e quella di Menemfo, con il suo contraffatto padre, e quell’altra di Diode con il suo grembo pieno di fiori e un serpente che si attorcigliava, e la bella giovane ragazza che non si doleva più per la crescita delle sue corna. Astioche e Antigone figlia di Laomedonte che si dilettava solazzandosi nelle sue piume di cicogna, e Lurisile la prima inventrice delle ruote. Garamantide la Ninfa danzante che teneva per il suo mignolo, e lavava i suoi delicati graziosi piedi dal sudore nel fiume Bagrada. Dopo di che mirai una quaglia che volava, e un falcone che la inseguiva: Erigone che aveva il suo bel petto splendente conficcato pieno di dolci uve, e la figlia del re Collo con il suo toro, Erifile e il suo cambiato marito: la figlia di Alpi e la vergine Melanto con il suo delfino, Fillira figlia del vecchio Oceano con il padre di Chirone. Accanto a lei Cerere con la sua testa istrofiata con spighe mature di grano che abbracciava l’Idra squamosa: e la bella Ninfa Lara che si accompagnava ad Argifonte: e la dolce Futurna del fiume Numico.

E mentre stavo con eccessivo diletto mirando soltanto come un ignorante questa rara compagnia e i trionfi mistici, circondato da queste e simili specie, e così anche i campi deliziosi, se non che mi sembrava che fosse una visione incantevole da guardare, e così avrei dovuto continuare: allora la graziosa Ninfa che mi associava e mi conduceva, vedendo la mia semplicità e negligenza, con un volto pronto e parole dolci e piacevoli, senza chiedere, disse così verso di me: Mio Polifilo, vedi tu queste? (mostrandomi quelle del mondo antico) queste furono amate da Giove, e questa, e questa era tale, e queste erano innamorate di lui, per questo mezzo mostrandomi la loro alta e potente discendenza, e non conoscendo i loro nomi, ella con grande cortesia me li disse. In seguito mi mostrò un gran numero di piccole vergini, sotto il governo di tre sobrie e discrete matrone le guide a così gran diletto: Aggiungendovi molto piacevolmente (cambiando il suo volto angelico) Mio Polifilo, tu comprenderai, che nessuna creatura terrena può entrare qui senza una torcia accesa come tu vedi me, o con estremo amore e grandi pene, o per il favore e la compagnia di quelle tre matrone. E dal suo cuore emettendo un profondo sospiro, disse: Questa torcia ho portato qui per amor tuo, intenzionata a spegnerla in quel tempio là.

Questi discorsi trafissero il mio cuore, erano così dilettevoli e desiderati, e tanto più, poiché ella mi chiamava il suo Polifilo. Per cui mi assicurai, che ella fosse Polia, e dalla testa ai piedi trovai un’estrema alterazione in un supremo diletto, il mio cuore volando soltanto verso di lei. I quali pensieri erano rivelati dal mio volto, e sussurrando piccoli sospiri.

Il che ella accortamente percependo, ruppe su questo nuovo accidente con queste parole: Oh quanti ve ne sono che vorrebbero più volentieri mirare questi trionfi, e perciò Polifilo, indirizza i tuoi pensieri ad altre materie, e guarda quali nobili e degne Ninfe si mostrano meritevolmente consociate con i loro amorosi amanti, cortesi e affabili: i quali con dolci e piacevoli note in versi misurati, lodano e magnificano l’un l’altro senza stanchezza, celebrando incessantemente i loro turni con eccessivo diletto, ed esaltando i trionfi, l’aria anche piena dei garriti di diversi uccelli graziosi, che rendevano un fascino diffuso.

Attorno al primo trionfo tra la compagnia gioiosa, le nove Muse cantavano, con la loro guida il divino suonatore di liuto Apollo.

Dopo il trionfo seguiva la bella Partenopea Leria, con una corona di alloro, accompagnata da Melantia, i cui abiti e voci rappresentavano l’orgoglio della Grecia, sopra il quale il grande Macedone riposava la sua testa: Ella portava una lampada splendente, comunicando la luce di essa con la sua compagna, poi il resto più eccellente sia nella voce che nel canto.

Lì la bella Ninfa mi mostrò l’antica Ifianassa, e dopo il vecchio padre Imirino le sue figlie e la loro bevanda, e una tra i due fratelli tebani: Questi con suoni piacevoli, dolce musica e fini agilità, passarono attorno al primo trionfo.

Attorno al secondo trionfo vi era la nobile Nemesi con la lesbia Corinna, Delia e Neera, con diverse altre Ninfe amorose, che facevano suoni piacevoli su strumenti a corda di legno giallo.

Attorno al terzo trionfo, le gloriose Ninfe mi mostrarono Quintilia e Cinzia Nauta, con altre, in grande solazzo, facendo dolci armonie, e cantando versi piacevoli: lì anche mirai la vergine Violantilla con la sua Colomba, e l’altra che si doleva per il suo Passero.

Attorno al quarto trionfo, davanti ad esso andavano la lidia Cloe, Lide, Neobole, la dolce Fillide, e la bella Lice Tiburtina e Pira, con le loro arpe cantando e facendo un rumore piacevolissimo. Dopo questo quarto trionfo tra le Menadi e i sacrificatori di Bacco, seguiva un’amorosa damigella che cantava in commenda della testa del suo amante Plaone, ella desiderava corna. E dopo tutti loro mi mostrò due donne, una di esse abbigliata in bianco, e l’altra in verde, che venivano per ultime cantando insieme.

E così marciavano attorno in una maniera piacevolissima e dilettevole sul piano fresco verde e fiorente: Alcune istrofiate di alloro, alcune di mirto, e altre con altre specie di fiori e ghirlande, incessantemente senza alcuna stanchezza o intermissione in una perfezione della felicità di questo mondo, godendo mutuamente dell’aspetto e della compagnia l’uno dell’altro.

La Ninfa avendo ampiamente dichiarato a Polifilo i trionfi mistici e l’estremo amore, in seguito desiderò che egli andasse oltre, dove anche con grande diletto egli mirò innumerevoli altre Ninfe, con i loro desiderati amanti, in mille specie di piaceri che si solazzavano sull’erba verde, fresche ombre, e presso i freschi fiumi e limpide fontane. E come Polifilo lì avesse con follia quasi dimenticato se stesso nelle passioni del desiderio, ma la speranza aveva assorbito il suo furore, quietandosi nel mirare il dolce sapore della bella Ninfa.

Non solo felice ma al di sopra di ogni altro felicissimo sarebbe colui, a cui fosse concesso continuamente per speciale favore di mirare la gloriosa pompa, alti trionfi, bei luoghi, dolci situazioni, insieme con le dee, mezze dee, belle Ninfe di incredibile diletto e piacere, ma specialmente di essere seguito e accompagnato da una così onorevole Ninfa di così rara ed eccellente bellezza. E questo pensai non essere il meno e il più piccolo punto della mia felicità. Ora avendo guardato queste visioni, rimasi un gran tempo a registrare le medesime, essendone oltremisura abbondantemente contento.

In seguito, la bella e dolce damigella mia guida disse così verso di me: Polifilo, andiamo ora un poco più oltre. E allora immediatamente tendemmo il nostro cammino verso le fresche fontane e i fiumi ombrosi, cingendo attorno i campi fiorenti con correnti cristalline e graziosi flussi.

In quelle acque chiare cresceva il figlio purpureo e fiorente della ninfa Liriope, sollevando lo sguardo dai suoi teneri steli e foglie. E tutti i bei fiumi erano colmi di altri fiori che dolcemente crescevano tra le loro foglie verdi e fresche. Questo luogo delizioso era di un circuito ampio e vasto, cinto attorno e circondato da monti boscosi, di moderata altezza, di verdi allori, fruttiferi corbezzoli, pini alti e irsuti, e all'interno i canali limpidi, con rive ghiaiose, e in alcuni punti il fondo era di bella e soffice sabbia gialla, dove l'acqua scorreva rapida e cresceva la driope trifogliata.

Vi era una gran compagnia di delicate e belle ninfe di tenera età, con un fiore odoroso di pudore, e belle oltre ogni credenza, continuamente accompagnate dai loro amanti imberbi. Tra le quali ninfe, alcune assai piacevolmente con sguardi lascivi si mostravano giocose e scherzose nei limpidi ruscelli, avendo sollevato con grazia le loro sottili vesti di seta di vari colori, e tenendole nelle pieghe delle bianche braccia, si vedeva la forma delle loro cosce rotonde sotto i panni, e le loro belle gambe venivano svelate fino alle ginocchia nude, giungendo le correnti dei ruscelli fin lassù: era uno spettacolo che avrebbe preparato chiunque a ciò che era sconveniente, anche se egli stesso ne fosse stato incapace. E là dove l'acqua era più immobile, chinando i loro bei volti di straordinaria bellezza, e piegando i loro corpi di rara proporzione, come in un grande e magnifico specchio potevano rimirare le loro forme celestiali, rompendone l'immagine con il moto dei loro graziosi piedi, facendo rumore col contrasto dell'acqua che circola. Alcune con diletto gareggiavano nell'andare accanto ai cigni che nuotavano docili, e giocosamente si gettavano acqua l'una l'altra con la concavità dei palmi: altre, stando fuori dall'acqua sulla soffice erba fresca, componevano mazzolini e ghirlande di svariati dolci fiori, e li donavano ai loro amanti come pegni della loro benevola memoria, non negando i loro dolci baci e i teneri abbracci, con gli amorosi sguardi dei loro occhi simili a stelle.

E alcune sedevano sulle verdi sponde non invase da canne e giunchi, ma finemente abbellite da dolci erbe e fiori, tra le quali le tenere ninfe venendo bagnate fuori dall'acqua, più limpide dell'Assio in Migdonia, sotto gli alberi ombrosi, stavano a scherzare e a conversare l'una con l'altra in dilettosi abbracci, con i loro riverenti amanti, non crudelmente schernendoli e respingendoli, ma con un amore socievole e benevola affabilità, disponendosi alla medesima manifestazione di vero affetto, i loro dolci gesti e i piacevoli comportamenti assai più graziosi all'occhio di quanto le lacrime fluenti lo siano per il riottoso e spietato Cupido, le dolci fontane e le umide rugiade per i campi verdi, e la forma desiderata per la materia informe.

Alcune cantavano sonetti amorosi e versi d'amore, esalando in essi dai loro petti infiammati sospiri scottanti colmi di dolci accenti, capaci di far innamorare cuori di pietra: e di spianare la rugosità dell'invalicabile monte Caucaso, di placare qualsiasi furia che l'arpa di Orfeo potesse provocare, e il volto brutto e malvagio di Medusa, di rendere mansueto e trattabile ogni mostro orribile, e di arrestare il continuo istinto della vorace Scilla. Alcune posavano il capo nei casti grembi dei loro bei amanti, raccontando i piacevoli stratagemmi di Giove, ed essi intrecciando i loro riccioli con fiori odorosi.

Altre di loro fingevano di essere state abbandonate, e parevano fuggire e allontanarsi da coloro che caramente amavano, e allora vi era un rincorrersi a vicenda con risate sonore e grida effemminate, le loro belle trecce spargendosi sulle spalle nevose come fili d'oro, legate in nastri di seta verde: alcune sciolte secondo il costume delle ninfe, altre raccolte in acconciature d'oro incastonate di perle. In seguito, giungendo vicino insieme, si chinavano, e cogliendo i dolci fiori con le loro belle e tenere dita, li scagliavano sui volti dei loro amanti inseguitori con grande piacere e conforto, mantenendo i loro finti sdegni.

Altre con grande cortesia riponevano foglie di rosa una dopo l'altra nei loro petti allacciati, aggiungendo dopo di esse dolci baci, alcune dando ai loro amanti (se troppo audaci) dei graziosi pizzicotti sulle guance con i loro palmi innocui, rendendole rosse come le ruote di Febo in un bel mattino limpido: con altre nuove e inattese contese, quali l'amore poteva escogitare. Essendo tutte piacevoli, allegre e disposte al diletto: i loro gesti e movimenti fanciulleschi, e di una semplicità verginale, indossando l'amore sincero senza offesa della virtù onorevole: libere ed esenti dall'occorrenza del dolore o dall'emulazione dell'avversa fortuna: sedendo sotto l'ombra della piangente sorella del biancheggiante Fetonte, e dell'immortale Dafne e dell'irsuto pino con foglie piccole e acuminate, del dritto cipresso, dei verdi alberi di arancio, e alti cedri, e altri eccellentissimi, abbondanti di foglie verdi, dolci fiori, e piacevoli frutti sempre fiorenti in modo inestimabile, equamente disposti sulle graziose sponde, e ordinatamente crescendo a moderata distanza sul terreno erboso, rivestito di verde pervinca o alloro. Qual cuore è così freddo e gelido che non sarebbe incitato al calore, osservando manifestamente i dilettosi doveri dell'amore reciproco, tali che ero persuaso avrebbero acceso Diana stessa?

Onde fui audace nel mostrare quella follia che tormentava i miei spiriti interiori, invidiando di vedere ciò che altri possedevano, che era un diletto continuo nel piacere e nel conforto senza alcuna stanchezza nel saziarsi appieno, e così diverse volte il mio cuore essendo acceso dal fuoco dei miei occhi, ed estremamente bruciando, la mia mente ancora fissata sui dilettosi piaceri e sui loro baci saporiti, e rimirando con occhio curioso gli abbondanti doni del dio alato, mi parve in quell'istante di contemplare l'estrema perfezione del piacere. E per questo mezzo stavo tentennante e smisuratamente stupito, e come uno che avesse bevuto una pozione amorosa, richiamando alla memoria gli unguenti della malvagia Circe, le erbe forzose di Medea, i canti nocivi di Birrena, e i versi mortali di Panfile, stavo dubbioso che i miei occhi avessero visto qualcosa di più che umano, e che un corpo vile, disonorevole e fragile non dovesse trovarsi dove dimoravano creature immortali.

Dopo che fui tratto da questi lunghi e dubbiosi pensieri e immaginazioni fantastiche, e ricordando tutte quelle meravigliose forme divine e corpi che avevo personalmente visto con i miei occhi, seppi allora che non erano ombre ingannevoli, né illusioni magiche, ma che non li avevo rettamente concepiti.

E ora con fervida considerazione tra questi, osservando la ninfa eccellentissima vicina a me, i miei occhi riempiti di dardi amorosi non cessavano di ferire il mio cuore appassionato, per mezzo del che incontanente tutti i miei pensieri erranti furono destati, compattati e fissati su di lei, il loro oggetto desiderato, richiamando la mia anima mortificata di fresco a essere tormentata nelle sue prime fiamme, che crudelmente sopportavo, in quanto non osavo essere audace nel chiedere se ella fosse la mia desiderata Polia, poiché mi aveva messo in qualche dubbio prima, e ora temendo di offenderla con il mio essere troppo audace, e troppo molesto con la mia lingua rozza e incolta, diverse volte quando la mia voce stava per erompere tra le mie labbra, per quell'occasione la soppressi. Ma chi ella dovesse essere, era oltre la mia portata immaginarlo, e stavo sospettoso di ciò, come il deluso Sosia con il finto Atlantiade. Così con diligenti riguardi e cordiali ricerche esaminando le sue fattezze celestiali invase da un ardente desiderio oltre misura, dissi a me stesso: Oh, potessi io essere, se fosse possibile, un uomo libero in un tal luogo, poiché nessun dolore mi affliggerebbe, né un pericolo imminente mi farebbe paura: benché quella riottosa fortuna si opponesse a me, spenderei la mia vita senza alcun riguardo per essa, non rifiutando di intraprendere la laboriosa e grande impresa delle due porte mostrate al figlio di Anfitrione.

Spendere il fior della mia giovinezza e il piacere dei miei anni nei pericoli mortali dei mari spietati, e nei luoghi paurosi della Trinacria, con gli eccessivi travagli e terrori di Ulisse, nell'oscura caverna dell'orribile Polifemo, figlio di Nettuno, essere trasformato in compagnia di Calipso, sebbene perdessi la vita, o sopportassi la più dura e lunga servitù di Androdo, poiché ogni stanchezza è dimenticata dove l'amore è veemente. Intraprendere con gli amorosi Menalo e Ileo la corsa con Atalanta, o venire solo in tal modo come il forte e potente Ercole per il suo amore Deianira, fece con l'immenso Acheloo, così che io potessi conseguire un sì grazioso favore, e giungere a un sì alto diletto, come il rimanere in questi luoghi solazzanti, e sopra tutto godere del prezioso amore e dell'inestimabile benevolenza di lei, più bella senza confronto di Cassiopea, di miglior aspetto di Castiamira. Ahimè, la mia vita e la mia morte sono in suo potere! E se per caso sembro indegno della sua compagnia e dei suoi amorosi commerci, tuttavia voglia Dio che mi fosse concesso come speciale ricompensa e privilegio di guardare a lei: e allora dissi a me stesso, oh Polifilo, se questi pesanti e gravosi fardelli di concetti amorosi ti opprimono; la dolcezza del frutto ti vi alletta; e se i pericoli perentori ti colpiscono di terrore, la speranza del sostegno e dell'aiuto di una sì bella ninfa ti animerà a essere risoluto. Così essendo il mio pensiero diverso, dissi, Oh Dio, se questa è la desiderata Polia che vedo al presente, e la cui preziosa impressione senza interruzione ho sempre portato nel mio ardente e ferito cuore, dai primi anni del mio amore fino a questo presente, sono contento di ogni dolore, e oltre lei non desidero altra richiesta se non questa, che ella possa essere tratta al mio fervente amore, che possa essere con noi allo stesso modo, o che io possa essere in libertà, poiché non sono più in grado di dissimulare il mio dolore, o nascondere l'estremità del mio strazio, muoio vivendo, e vivendo sono come morto: godo in ciò che è il mio dolore: vado gemendo: mi consumo nella fiamma, e tuttavia la fiamma mi nutre, e bruciando come oro nel forte cemento, tuttavia mi trovo come freddo ghiaccio. Ah guai a me, che l'amore mi sia più gravoso del peso di Iarime su Tifone. Mi disperde più, che gli avvoltoi raaci le viscere glomerate di Tizio: mi trattiene più, che il labirinto che si attorciglia: mi sbatte più, che i venti di tramontana i mari calmi: mi lacera peggio, che i cani di Atteone il loro maestro in fuga: mi turba gli spiriti più, che la morte orribile fa coloro che desiderano vivere: è più funesto al mio cuore vessato, che le viscere dei coccodrilli all'Icneumone. E tanto più è il mio dolore, che con tutto l'ingegno che ho, non so pensare in quale parte del mondo io debba trovarmi, se non proprio davanti al dolce fuoco di questa semidea, che senza alcuna sostanza corporea mi consuma: i suoi abbondanti e bei capelli gialli, un laccio e rete per il mio cuore da esserne mascherato: la sua ampia e flematica fronte, come bianchi gigli, mi lega come con un vincolo: i suoi sguardi penetranti mi tolgono la vita come dolci provocazioni ad affliggermi: le sue gote roseee esasperano il mio desiderio, le sue labbra roride continuano lo stesso, e i suoi deliziosi seni come la neve invernale sulle montagne iperboree, sono i pungoli acuti e la frusta mordente alle mie passioni amorose: i suoi gesti amabili e il piacevole volto traggono il mio desiderio verso un diletto immaginativo, accumulando il mio dolore. E a tutti questi insultanti martiri e gravose vessazioni di quell'empio e ingannevole Cupido mi espongo, potentemente lottando per sopportarli, e in nessun modo capace di resistervi, se non lasciarmi sopraffare: né potevo evitarlo, ma rimanevo ancora come uno inavvertitamente perso nella palude babilonese.

Oh Tizio, tu non puoi persuadermi che il tuo dolore sia uguale al mio, benché gli avvoltoi ti squarcino il petto, e tirando fuori il tuo cuore caldo e fumante, lo facciano a pezzi con i loro becchi ricurvi, e pizzichino lo stesso con i loro artigli affilati, mangiando anche il resto della tua carne, finché non si siano rimpinzati, e dopo un poco tu rinnovato di nuovo, essi cominciano da capo a predare su di te. Tu hai un tempo per essere ravvivato di nuovo, e reso sano come mai fosti: ma due occhi senza alcuna pietà o intermissione mi hanno ferito, divorano e consumano me, non lasciandomi alcun tempo di riposo, o spazio per essere confortato.

E avendo avuto questi discorsi con me stesso, cominciai segretamente a piangere e gemere, e a desiderare un modo per poter morire, traendo profondi sospiri come se il mio cuore si fosse strappato in due con ognuno di essi. E diverse volte avevo proposto con voce lamentevole di implorare il suo aiuto, poiché ero al punto di morte: ma come uno annegato e sopraffatto, giudicai quel modo vano, e a nessun proposito, e perciò furiosamente, e come uno di spirito rabbioso pensai così: Perché dubiti, Polifilo? La morte per amore è laudabile, e perciò la mia gravosa e maligna fortuna, il mio doloroso accidente e dura sorte nell'amore di una sì bella ninfa, sarà scritto e riportato quando giacerò sepolto. Lo stesso sarà cantato in toni dolenti su dolci strumenti di musica, manifestando la forza dell'amore nocivo.

E così continuando la follia dei miei pensieri, dissi: Può darsi che questa ninfa, in ogni verosimiglianza, sia qualche dea reverenda, e perciò i miei discorsi saranno solo come le canne scricchiolanti d'Arcadia nei lati umidi e paludosi del fiume Labdone, scosse dal pungente vento d'oriente, con il boisteroso vento del nord, la nuvolosa pioggia del sud e il piovoso sud-ovest. Oltre a ciò, gli dei saranno severi vendicatori di una tale insolenza, poiché i compagni di Ulisse sarebbero stati preservati dall'annegamento e dal naufragio, se non avessero rubato il bestiame di Apollo custodito da Faetusa e sua sorella Lampezia. Orione non sarebbe stato ucciso da uno scorpione, se non avesse tentato la fredda e casta Diana, e perciò se dovessi usare alcuna indecenza contro l'onore di questa ninfa in alcun modo, una tale vendetta o peggiore sarebbe usata su di me. Alla fine uscendo da questi pensieri mutevoli, mi confortai grandemente nel rimirare e contemplare l'eccellente proporzione e il dolce profumo di questa ingenua e rarissima ninfa, contenente in sé tutto ciò che possa provocare concetti amorosi e dolce amore, dando dai suoi bei occhi sguardi così graziosi e favorevoli, che per essi temperai alquanto i miei molesti e sfrenati pensieri. E i miei sospiri risonanti riflessi con una speranza lusinghiera (oh il cibo amoroso degli amanti e la salsa delle lacrime salate) con queste e non altre redini gestii i miei veementi pensieri, e li feci fermare in una speranza concepita, fissando i miei occhi con eccessivo diletto sul suo bel corpo e sulle membra ben disposte, per le quali i miei desideri scontenti furono dolcemente mitigati e redenti da quel furore e fuoco amoroso, che così da vicino aveva generato l'estremità delle mie passioni.

*La Ninfa conduce l'innamorato Polifilo in altri luoghi piacevoli, dove egli vide innumerevoli ninfe sollazzarsi, e anche il trionfo di Vertunno e Pomona.*

In nessun modo fui capace di resistere alla forza violenta dell'artiglieria di Cupido, e perciò l'elegante ninfa avendo amorosamente ottenuto un dominio irrevocabile su di me, povero amante, fui costretto a seguire ancora i suoi passi moderati, che mi condussero in una spaziosa e larga pianura, il confine conterminante della valle fiorita verde e odorosa, dove finivano anche i monti adorni e i fruttiferi colli, chiudendo l'ingresso in questo paese dorato, pieno di incredibile diletto con il loro unirsi insieme: coperto di alberi verdi di cospicua spessezza e distanza, come se fossero stati piantati a mano, come tassi, pini selvatici, infruttuosi ma che stillano resina, alti pini, abeti diritti, alberi che bruciano pece, la spugnosa larix[A], la aerea teda[B] amata dai monti, celebrata e preservata per le festose Oreadi[C]. Lì entrambi camminammo nella pianura verde e fiorita, essendo lei la mia guida attraverso gli alti cipressi, il faggio dalle larghe foglie, le fresche querce ombrose piene di ghiande, e altri carpini, ginepri pungenti, noccioli deboli, frassini fragili, verdi allori, ed esuli umbriferi, platani annodati e tigli[D] mossi dal dolce soffio del piacevole Zefiro, fischiando attraverso i loro teneri rami, con una benigna e favorevole spinta.

[Nota A: Larix, è un albero che ha foglie come un pino, e buono per costruire, non marcisce, non viene mangiato dai vermi, né brucia in carbone.] [Nota B: Teda, è un albero dal quale esce un liquido più sottile della pece.] [Nota C: Oreadi, sono ninfe di campagna.] [Nota D: Tigli, in latino Tiliae, portano un frutto grande come un fagiolo, avendo all'interno semi come semi di anice.]

Tutti i quali alberi verdi non erano fittamente intrecciati insieme, ma a una conveniente distanza l'uno dall'altro, e tutti quanti così sapientemente distribuiti che all'occhio la vista di ciò generava grande diletto.

Questo luogo era frequentato da ninfe di campagna e Driadi[A], le loro piccole e sottili vite essendo cinte da un intreccio di teneri coruli di ramoscelli, foglie e fiori, e sopra le loro teste le chiome che si innalzavano erano circondate come da ghirlande. Tra loro vi erano i fauni cornuti, e i lascivi satiri, solennizzanti le loro feste faunali, essendo riuniti insieme da diversi luoghi, all'interno di questo fertile e piacevole paese: portando nelle mani rami così teneri, verdi e strani, come non se ne trovano nel bosco della dea Feronia[B], quando gli abitanti portano la sua immagine al fuoco.

[Nota A: Driadi, sono ninfe dei boschi.] [Nota B: Feronia una dea dei boschi.]

Di lì entrammo in un grande recinto quadrato circondato da ampi sentieri, diritti da un angolo all'altro, con una siepe su entrambi i lati, in altezza un passo, di ginepro pungente fittamente piantato insieme, e misto a bosso, cingendo il prato quadrato verde. Nelle file della quale siepe erano piantate simmetricamente palme vittoriose, i cui rami erano carichi di frutti, che apparivano fuori dai loro gusci, alcuni neri, alcuni cremisi, e molti gialli, i simili dei quali non si trovano nella terra d'Egitto, né a Dabulam tra gli sceniti arabi[B], o a Hieraconta oltre i Sauromati[C]. Tutti i quali erano mescolati con cedri verdi, aranci, ippomelidi, pistacchi, melograni, melicoccoli, dendromirti, nespoli e sorbi, con diversi altri alberi fruttiferi.

[Nota A: Dabulam, un luogo fertile in Arabia.] [Nota B: Sceniti, sono un popolo in Arabia, che dimora tutto nelle tende.] [Nota C: Sauromati, sono popoli della Sarmatia, che è un vasto paese, che giunge dalla Germania e dal fiume Vistola all'Ircania, ed è diviso in due parti Europea e Asiatica.]

In questo luogo sul tappeto verde del prato fiorito, e sotto le fresche e fredde ombre, potevo osservare una grande assemblea riunita insieme di gente strana, e tale che non avevo mai visto prima, piena di gioie e passatempi, ma umilmente abbigliata, alcuni in pelli di fauno, dipinte con macchie bianche, alcuni in pelli di lince[A], altri di leopardo: e molti avevano fissato insieme diverse foglie larghe, intrecciandole con svariati fiori, coprendo così la loro nudità, cantando, saltando e danzando con grande plauso.

[Nota A: La lince è una bestia maculata, ma di forma simile a un lupo, essendo rapida di vista.]

Queste erano le ninfe Amadriadi[A], piacevolmente cingendo su entrambi i lati il fiorente Vertunno[B], avendo sulla testa una ghirlanda di rose, e il lembo della veste colmo di bei fiori, amando la stazione del montone lanoso. Egli sedeva in un carro di foggia antica, trainato da quattro fauni cornuti o satiri, con la sua amorevole e bella moglie Pomona, coronata di frutti delicati, i capelli pendenti sulle spalle, di colore di lino, e così sedeva partecipando del piacere e della quiete di suo marito, e ai piedi di lei giaceva un vaso chiamato Clepsydra[C]. Nella mano destra teneva una cornucopia colma di fiori, frutti e foglie verdi, e nella mano sinistra un ramo di fiori, frutti e foglie.

[Nota A: Amadriadi erano ninfe del bosco e delle querce.] [Nota B: Vertunno il Dio dei frutti.]

[Nota C: Clepsydra è talvolta intesa come un orologio che misura il tempo mediante lo scorrere dell'acqua, ma qui per vaso atto ad annaffiare un giardino e le giovani piantine in un vivaio per un frutteto.]

Dinanzi al carro e ai quattro satiri trainanti, marciavano due belle Ninfe; una di esse recava un trofeo con una tavoletta pendente, sulla quale era scritto questo titolo:

_Integerrimam corporis valetudinem & stabile robur castasque mensarum delitias, & beatam animi securitatem cultoribus me offero._

E l'altra recava un trofeo di certi ramoscelli verdi legati insieme, e tra essi fissati diversi strumenti rurali. Esse procedevano così secondo l'uso antico, con grandi cerimonie e molta solennità, girando attorno a una grande pietra quadrata simile a un altare, che sorgeva in mezzo a questo bel prato, abbondantemente bagnato da correnti d'acqua provenienti da bellissime fontane.

Questa pietra quadrata o altare era di puro marmo bianco, curiosamente tagliato da un abile lapicida, su ogni fronte del quale vi era una meravigliosa e bella espressione di un'immagine elegante, così esatta che difficilmente se ne trova una simile altrove.

La prima era una bella dea, le sue trecce al vento, cinta di rose e altri fiori, sopra una sottile veste che copriva la sua bella e piacevole forma. Teneva la mano destra sopra un antico vaso, a guisa di scaldino, chiamato Chytropodus, che sprigionava una fiamma di fuoco, nella quale ella gettava rose e fiori, e nell'altra mano teneva un ramo di mirto dolce, pieno di bacche. Al suo fianco stava un ragazzino alato che sorrideva, con il suo arco e le frecce. Sopra la sua testa vi erano due piccioni. E sotto il piede di questa figura era scritto

Florido veri S.

Sull'altro lato contemplai in un eccellente intaglio la rappresentazione di una damigella dal volto virginale, la cui maestà solenne dava gran lode al curioso ingegno dell'artefice. Era incoronata con una ghirlanda di spighe di grano, i capelli sparsi, e il suo abbigliamento da Ninfa. Nella mano destra teneva una copia colma di grano maturo, e nell'altra mano tre spighe di grano, sui loro steli di paglia. Ai suoi piedi giaceva un covone di grano legato, e un ragazzino con spighe di grano raccolte in entrambe le mani. La sottoscrizione era questa.

Flauae Messi S.

Sul terzo lato vi era la somiglianza in un aspetto divino e nudo di un ragazzo, incoronato con foglie di vite, e dal volto lascivo, che teneva nella mano sinistra certi grappoli di uva matura, e nell'altra, una copia piena di uva che pendeva sopra l'apertura di essa. Ai suoi piedi giaceva un caprone peloso e sotto questa scritta.

Mustulento Autumno S.

L'ultimo quadrato recava un'immagine regale mirabilmente scolpita, il suo volto sgradevole e austero; nella mano sinistra teneva uno scettro verso i cieli, l'aria nuvolosa, turbolenta e tempestosa, e con l'altra mano si protendeva nelle nuvole cariche di grandine. Dietro di lui anche l'aria era piovosa e tempestosa. Era coperto di pelli di bestie, e ai piedi portava sandali, sotto i quali era scritto,

Hiemi Aeoliae S.

Di là la bellissima e piacevole Ninfa mi condusse verso il mare e la spiaggia sabbiosa, dove giungemmo a un antico tempio decaduto, dinanzi al quale, sulle erbe fresche e fresche sotto dolci alberi ombrosi, ci sedemmo e riposammo, i miei occhi osservando molto attentamente, con un desiderio insaziabile, in un'unica perfezione e corpo virginale, l'accumulo e l'assemblea di tutte le bellezze; un oggetto che vietava ai miei occhi di guardare qualsiasi cosa graziosa, eccetto quella, o di così grande soddisfazione.

Dove, rinfrescando in una gioia segreta con nuovi pensieri germoglianti il mio cuore ardente, e lasciando perdere le follie volgari e comuni, cominciai a riflettere sull'effetto intelligibile dell'amore onesto, e insieme sulla chiarezza dei cieli, l'aria dolce e mite, il sito dilettevole, il paese piacevole, l'erba verde ornata di una diversità di fiori, le belle colline adornate di folti boschi, il tempo tranquillo, i venti freschi e il luogo fruttuoso, splendidamente arricchito da correnti fluenti, che scivolavano giù per le valli umide tra le colline curve nei loro canali ghiaiosi, e nei mari vicini con un corso continuo scaricandosi dolcemente.

Un terreno molto salubre, l'erba fresca e dolce: e dagli alberi risuonavano i dolci consensi dei piccoli uccelli cinguettanti. I flussi e i campi della Tessaglia[A] devono cedere il passo a questo.

[Nota A: Tessaglia è una regione della Grecia, che ha da una parte la Macedonia e dall'altra la Beozia, che si estende tra le Termopili e il fiume Peneo, fin verso il mare, è il giardino della Grecia.]

E lì, seduti così insieme tra i dolci fiori e le rose odorose, fissai i miei occhi su questa forma celeste di così bella e rara proporzione, alla quale i miei sensi erano così applicati, attirati e dediti, che il mio cuore era sopraffatto da piaceri estremi, tanto che rimasi insensibile, e tuttavia gettato in un curioso desiderio di comprendere e sapere quale dovesse essere la ragione e la causa per cui l'umidità purpurea nel tocco del suo corpo, nella levigatezza della sua mano fosse bianca come puro latte: e per quali mezzi la natura avesse donato al suo bel corpo la fragrante dolcezza dell'Arabia. E per quale industria nella sua fronte stellata, pampinata con fili d'oro disposti opportunamente, avesse fissato la parte più bella dei cieli, o la splendente Eraclea[A].

[Nota A: Eraclea, è il nome di diverse belle città, una ai confini dell'Europa, un'altra in Italia e nel Ponto presso il fiume Licus, anche nella Narbonense presso il Rodano, anche in Caria, Creta e Lidia, da cui la pietra calamita prende il suo nome.]

In seguito, lasciando cadere gli occhi verso i suoi bei piedi, li contemplai racchiusi in pelle rossa tagliata su bianco, fissati sul collo del piede con bottoni d'oro in asole di seta blu. E di là rivolsi verso l'alto il mio sguardo lascivo verso il suo collo dritto circondato da un collare di perle orientali, che si sforzava ma non riusciva a eguagliare il candore della dolce pelle. Di là scendendo verso il suo seno lucente e il delizioso petto, da cui crescevano due mele rotonde, quali Ercole non rubò mai dal giardino delle Esperidi[A]. Né Pomona vide mai nulla di simile a queste due che stavano immobili nel suo petto roseo, più bianche dei monti di neve al calar del sole. Tra le quali passava giù una deliziosa valle, in cui giaceva il delicato sepolcro del mio cuore ferito, superiore ai famosi Mausolei[B].

[Nota A: Esperidi, erano le 3 figlie di Atlante, Egle, Aretusa ed Esperetusa, che avevano un frutteto di mele d'oro, custodito da un drago che Ercole uccise e portò via le mele.]

[Nota B: Un sepolcro costruito da Artemisia in onore di suo marito Mausolo re di Caria.]

Io allora, essendo contento con un cuore ferito, comprendendo assai bene che i miei occhi lo avevano trascinato morente in tutte queste parti eleganti. Tuttavia, non potevo così frenare e sopprimere i miei sospiri amorosi infiammati, o coprirli così da vicino, che non dovessero necessariamente esprimere il mio desiderio interiore.

Per mezzo di che ella fu mutata dall'amore contagioso, e colpendo con i suoi sguardi furtivi (invidiosi dello stesso) ella lo rivolse su di me, così che percepii un fuoco incendente che si diffondeva prurignosamente attraverso le mie parti interiori e le vene cave: e durante la contemplativa visione della sua rarissima ed eccellente bellezza, un diletto mellifluo e un dolce conforto mi costrinsero a ciò. Così disordinatamente battuto dallo sprone importuno del desiderio insaziabile, mi trovai assalito dalla madre dell'amore, circondato intorno dal suo figlio fiammeggiante, e invaso da una forma così bella, che fui con queste e altre eccellenti circostanze portato in tale agonia di mente e malattia di corpo, e in tal modo indebolito, che il più piccolo capello del suo capo era una banda abbastanza forte da tenermi stretto, e ogni ciocca arrotolata una catena e un ceppo per incatenarmi, essendo nutrito con la dolcezza della sua bellezza, e agganciato con le piacevoli esche dei suoi diletti amorosi, che non ero in grado con alcun astuto artificio di resistere ai calori invadenti e ai desideri provocanti che continuavano a giungermi sopra, che determinai piuttosto di morire che di sopportare più a lungo lo stesso, o in questo luogo solitario di offrirle qualsiasi disonore.

Allora di nuovo fui determinato con umili richieste e suppliche sottomesse a dire così:

Ahimè, Polia deliziosissima, in questo momento morire per te è una cosa che desidero, e la mia morte, se fosse effettuata da queste tue piccole, esili e belle mani, la fine di essa dovrebbe essermi più tollerabile, dolce e gloriosa, poiché il mio cuore è circondato da tali fiamme tormentose, che continuano a crescere sempre più crudelmente, e a bruciarlo senza pietà o interruzione, così che per mezzo di ciò sono privo di ogni riposo.

E qui di seguito, intendendo mettere in esecuzione un altro proposito determinato, ecco che il mio cuore era tormentato da fiamme più acute, che mi pareva di essere tutto di un fuoco acceso. Ahimè, che cosa eri consigliato di fare, Poliphilus? Ricorda la violenza fatta a Deianira e alla casta dama romana. Considera cosa ne seguì per loro come ricompensa, e a diverse altre.

Richiama alla mente che potenti principi sono stati respinti dai loro inferiori, quanto più allora una persona umile e abietta, ma il corso del tempo cede il passo a coloro che ne attendono la generosità. Il tempo rende mansueti i leoni feroci, e qualsiasi bestia furiosa: la piccola formica con lungo travaglio ripone il suo cibo invernale nel duro albero, e non dovrà una forma divina giacente nascosta in un corpo umano prendere l'impressione dell'amore fervente, e poi tenendola, scuotere via tutte le passioni fastidiose e vessatorie, sperando di godere dei frutti amorosi, degli effetti desiderati e degli agonismi trionfanti.

La Ninfa Polia, percependo bene il cambiamento del mio colore e il sangue che giungeva in modo più strano di Tripolion o Teucrion, che cambia tre volte al giorno il colore dei suoi fiori, e il mio sforzarmi di emettere sospiri cocenti profondamente posti dal fondo del mio cuore, ella temperò e mitigò lo stesso con i suoi dolci e amichevoli sguardi, placando la rabbia delle mie passioni opprimenti, così che nonostante la mia mente ardente in queste fiamme continue e acute provocazioni d'amore, fui consigliato di sperare pazientemente persino con l'uccello dell'Arabia nel suo dolce nido di piccoli ramoscelli, acceso dal calore del sole per essere rinnovato.

Chiunque tu sia, prendi da questo tesoro quanto ti aggrada. Ti esorto però, una volta presa la testa, a non toccare il corpo.

Quanto ti piacerà di questo tesoro, prendi; ti ammonisco...

Agli dèi Afrodite e al figlio Eros, Dioniso e Demetra, dai propri mezzi, al compassionevolissimo.

Affrettati sempre lentamente.

Tutto il parto.

Il parto di tutte le cose.

Per me dolce e al tempo stesso amaro.

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