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Incidents in the Life of a Slave Girl, Written by Herself

by Harriet A. (Harriet Ann) Jacobs · in Italian

INCIDENTI NELLA VITA DI UNA SCHIAVA.

SCRITTI DA LEI STESSA.

“Gli abitanti del Nord non sanno assolutamente nulla della schiavitù. Pensano che si tratti solo di un vincolo perpetuo. Non hanno alcuna concezione della profondità di degradazione implicita in quella parola, Schiavitù; se l’avessero, non cesserebbero mai i loro sforzi finché un sistema così orribile non fosse rovesciato.”

Una donna della Carolina del Nord.

“Alzatevi, donne che siete al sicuro! Ascoltate la mia voce, voi figlie spensierate! Porgete l’orecchio al mio dire.”

Isaia xxxii. 9.

A cura di L. Maria Child.

Boston: Pubblicato per l’autrice. 1861.

Prefazione dell’autrice

Lettore, ti assicuro che questa narrazione non è una finzione. Sono consapevole che alcune delle mie avventure possano sembrare incredibili; sono tuttavia rigorosamente vere. Non ho esagerato i torti inflitti dalla schiavitù; al contrario, le mie descrizioni sono ben lungi dal rappresentare i fatti. Ho celato i nomi dei luoghi e dato alle persone nomi fittizi. Non avevo alcun motivo di segretezza per conto mio, ma ho ritenuto gentile e riguardoso verso gli altri seguire questo corso.

Vorrei essere più competente per il compito che mi sono assunta. Ma confido che i miei lettori scuseranno le mancanze in considerazione delle circostanze. Sono nata e cresciuta in schiavitù; e sono rimasta in uno Stato schiavista per ventisette anni. Da quando sono al Nord, mi è stato necessario lavorare assiduamente per il mio sostentamento e per l’istruzione dei miei figli. Ciò non mi ha lasciato molto tempo libero per compensare la perdita delle opportunità giovanili di migliorarmi; e mi ha costretta a scrivere queste pagine a intervalli irregolari, ogni volta che potevo sottrarre un’ora ai doveri domestici.

Quando arrivai per la prima volta a Philadelphia, il vescovo Paine mi consigliò di pubblicare un profilo della mia vita, ma gli dissi che ero del tutto incompetente per un’impresa simile. Sebbene abbia migliorato alquanto la mia mente da quel momento, rimango ancora della stessa opinione; ma confido che i miei motivi scuseranno ciò che altrimenti potrebbe sembrare presuntuoso. Non ho scritto le mie esperienze per attirare l’attenzione su di me; al contrario, mi sarebbe stato più piacevole tacere sulla mia storia. Né mi preme suscitare compassione per le mie sofferenze. Ma desidero ardentemente spronare le donne del Nord a una consapevole percezione della condizione di due milioni di donne al Sud, ancora in catene, che soffrono ciò che ho sofferto io, e la maggior parte di loro molto peggio. Voglio aggiungere la mia testimonianza a quella di penne più abili per convincere la gente degli Stati liberi di cosa sia realmente la schiavitù. Solo attraverso l’esperienza si può comprendere quanto sia profondo, oscuro e immondo quel pozzo di abominio. Possa la benedizione di Dio riposare su questo imperfetto sforzo a favore del mio popolo perseguitato!

Linda Brent.

Introduzione dell’editrice

L’autrice della seguente autobiografia mi è personalmente nota e la sua conversazione e i suoi modi mi ispirano fiducia. Negli ultimi diciassette anni, ha vissuto per la maggior parte del tempo presso una famiglia distinta di New York e si è comportata in modo da esserne altamente stimata. Questo fatto è sufficiente, senza ulteriori credenziali sul suo carattere. Credo che coloro che la conoscono non saranno disposti a dubitare della sua veridicità, sebbene alcuni incidenti della sua storia siano più romanzeschi della finzione.

Su sua richiesta, ho revisionato il suo manoscritto; ma i cambiamenti che ho apportato sono stati principalmente per scopi di sintesi e ordine. Non ho aggiunto nulla agli incidenti, né ho cambiato il senso delle sue osservazioni molto pertinenti. Con lievi eccezioni, sia le idee che il linguaggio sono suoi. Ho sfrondato un po’ le escrescenze, ma altrimenti non ho avuto motivo di cambiare il suo modo vivace e drammatico di raccontare la propria storia. I nomi sia delle persone che dei luoghi mi sono noti; ma per buone ragioni li taccio.

Susciterà naturalmente sorpresa che una donna cresciuta in schiavitù sia in grado di scrivere così bene. Ma le circostanze lo spiegheranno. In primo luogo, la natura l’ha dotata di prontezza di percezione. In secondo luogo, la padrona, con la quale ha vissuto fino all’età di dodici anni, era un’amica gentile e premurosa, che le ha insegnato a leggere e sillabare. In terzo luogo, è stata posta in circostanze favorevoli dopo essere giunta al Nord; avendo frequenti contatti con persone intelligenti, che provavano un interesse amichevole per il suo benessere ed erano disposte a offrirle opportunità di miglioramento personale.

Sono ben consapevole che molti mi accuseranno di mancanza di decoro per aver presentato queste pagine al pubblico; poiché le esperienze di questa donna intelligente e profondamente offesa appartengono a una categoria che alcuni definiscono argomenti delicati, e altri indelicati. Questa particolare fase della schiavitù è stata generalmente tenuta velata; ma il pubblico deve essere messo al corrente delle sue caratteristiche mostruose e mi assumo volentieri la responsabilità di presentarle a velo rimosso. Lo faccio per il bene delle mie sorelle in catene, che stanno subendo torti così immondi che le nostre orecchie sono troppo delicate per ascoltarli. Lo faccio con la speranza di risvegliare le donne coscienziose e riflessive del Nord a un senso del loro dovere nell’esercitare un’influenza morale sulla questione della schiavitù, in ogni possibile occasione. Lo faccio con la speranza che ogni uomo che legga questa narrazione giuri solennemente davanti a Dio che, per quanto è in suo potere impedirlo, nessuno schiavo fuggitivo venga mai rimandato indietro a soffrire in quella disgustosa tana di corruzione e crudeltà.

L. Maria Child.

Indice

Infanzia

Il nuovo padrone e la padrona

Il capodanno degli schiavi

Lo schiavo che osò sentirsi uomo

Le prove della fanciullezza

La padrona gelosa

L’innamorato

Cosa viene insegnato agli schiavi a pensare del Nord

Schizzi dei proprietari di schiavi vicini

Un passaggio pericoloso nella vita della schiava

Il nuovo legame con la vita

Paura di insurrezione

La chiesa e la schiavitù

Un altro legame con la vita

Persecuzioni continue

Scene alla piantagione

La fuga

Mesi di pericolo

I figli venduti

Nuovi pericoli

La scappatoia della ritirata

Festività natalizie

Ancora in prigione

Il candidato al Congresso

Competizione in astuzia

Epoca importante nella vita di mio fratello

Nuova destinazione per i figli

Zia Nancy

Preparativi per la fuga

Direzione Nord

Incidenti a Philadelphia

L’incontro tra madre e figlia

Una casa trovata

Il vecchio nemico di nuovo

Pregiudizio contro il colore

La fuga per un soffio

Una visita in Inghilterra

Nuovi inviti ad andare al Sud

La confessione

La legge sugli schiavi fuggitivi

Finalmente libera

Appendice

INCIDENTI NELLA VITA DI UNA SCHIAVA, SETTE ANNI NASCOSTA.

* * * * *

I. Infanzia

Sono nata schiava; ma non l’ho mai saputo finché sei anni di felice infanzia non furono trascorsi. Mio padre era un carpentiere, e considerato così intelligente e abile nel suo mestiere che, quando si dovevano erigere edifici fuori dall’ordinario, veniva fatto chiamare da lunghe distanze per essere il capo operaio. A condizione di pagare alla sua padrona duecento dollari l’anno e di mantenersi da solo, gli era permesso di lavorare al suo mestiere e di gestire i propri affari. Il suo desiderio più grande era quello di acquistare i suoi figli; ma, sebbene abbia più volte offerto i suoi duri guadagni per tale scopo, non ci è mai riuscito. Di carnagione i miei genitori erano di una tonalità chiara di giallo brunastro, ed erano definiti mulatti. Vivevano insieme in una casa confortevole; e, sebbene fossimo tutti schiavi, ero protetta così affettuosamente che non avrei mai sognato di essere un pezzo di merce, affidato a loro per la custodia e passibile di essere richiesto in qualsiasi momento. Avevo un fratello, William, che era di due anni più piccolo di me: un bambino vivace e affettuoso. Avevo anche un grande tesoro nella mia nonna materna, che era una donna notevole sotto molti aspetti. Era figlia di un piantatore della Carolina del Sud, il quale, alla sua morte, lasciò libere sua madre e i suoi tre figli, con denaro per andare a St. Augustine, dove avevano dei parenti. Era durante la Guerra d’Indipendenza; e furono catturati durante il viaggio, riportati indietro e venduti a diversi acquirenti. Questa era la storia che mia nonna soleva raccontarmi; ma non ricordo tutti i particolari. Era una bambina quando fu catturata e venduta al proprietario di un grande albergo. Ho spesso sentito dire quanto duramente se l’è passata durante l’infanzia. Ma crescendo mostrò tanta intelligenza, ed era così fedele, che il suo padrone e la sua padrona non poterono fare a meno di vedere che era nel loro interesse prendersi cura di un pezzo di proprietà così prezioso. Divenne un personaggio indispensabile nella famiglia, officiando in tutte le mansioni, da cuoca e balia a sarta. Era molto lodata per la sua cucina; e i suoi buoni cracker divennero così famosi nel vicinato che molte persone desideravano ottenerli. In conseguenza di numerose richieste di questo tipo, chiese il permesso alla sua padrona di cuocere cracker di notte, dopo che tutto il lavoro domestico era finito; e ottenne il permesso di farlo, a patto che vestisse se stessa e i suoi figli con i profitti. A queste condizioni, dopo aver lavorato sodo tutto il giorno per la sua padrona, iniziava le sue cotture di mezzanotte, assistita dai suoi due figli più grandi. L’attività si rivelò redditizia; e ogni anno metteva da parte qualcosa, che veniva risparmiato come fondo per acquistare i suoi figli. Il suo padrone morì e la proprietà fu divisa tra i suoi eredi. La vedova ebbe la sua dote nell’albergo, che continuò a tenere aperto. Mia nonna rimase al suo servizio come schiava; ma i suoi figli furono divisi tra i figli del suo padrone. Poiché ne aveva cinque, Benjamin, il più piccolo, fu venduto, affinché ogni erede potesse avere una porzione uguale di dollari e centesimi. C’era così poca differenza di età tra noi che sembrava più mio fratello che mio zio. Era un ragazzo vivace e bello, quasi bianco; poiché aveva ereditato la carnagione che mia nonna aveva derivato dagli antenati anglosassoni. Sebbene avesse solo dieci anni, furono pagati per lui settecento dollari e venti. La sua vendita fu un colpo terribile per mia nonna; ma era naturalmente speranzosa, e si mise al lavoro con rinnovata energia, confidando col tempo di poter acquistare alcuni dei suoi figli. Aveva messo da parte trecento dollari, che la sua padrona un giorno le chiese in prestito, promettendole di restituirglieli presto. Il lettore probabilmente sa che nessuna promessa o scritto dato a uno schiavo è legalmente vincolante; poiché, secondo le leggi del Sud, uno schiavo, essendo proprietà, non può possedere alcuna proprietà. Quando mia nonna prestò i suoi duri guadagni alla sua padrona, si affidò esclusivamente al suo onore. L’onore di un proprietario di schiavi verso uno schiavo!

A questa brava nonna ero debitrice di molti conforti. Mio fratello Willie e io ricevevamo spesso porzioni dei cracker, dei dolci e delle conserve che faceva per vendere; e dopo che cessammo di essere bambini, le fummo debitori di molti altri servizi importanti.

Tali erano le circostanze insolitamente fortunate della mia prima infanzia. Quando avevo sei anni, mia madre morì; e allora, per la prima volta, appresi dal parlare intorno a me che ero una schiava. La padrona di mia madre era la figlia della padrona di mia nonna. Era la sorella di latte di mia madre; entrambe furono nutrite al seno di mia nonna. Infatti, mia madre era stata svezzata a tre mesi, affinché la neonata della padrona potesse ottenere nutrimento sufficiente. Giocavano insieme da bambine; e, quando divennero donne, mia madre fu una serva fedelissima per la sua sorella di latte più bianca. Sul letto di morte, la sua padrona promise che i suoi figli non avrebbero mai sofferto per nulla; e durante la sua vita mantenne la parola. Tutti parlavano gentilmente della mia defunta madre, che era stata schiava solo di nome, ma di natura era nobile e femminile. Mi addolorai per lei, e la mia giovane mente era turbata dal pensiero di chi si sarebbe ora preso cura di me e del mio fratellino. Mi fu detto che la mia casa doveva ora essere presso la sua padrona; e la trovai felice. Non mi furono imposti doveri faticosi o sgradevoli. La mia padrona era così gentile con me che ero sempre felice di obbedire ai suoi ordini e orgogliosa di lavorare per lei quanto i miei pochi anni mi permettevano. Sedevo al suo fianco per ore, cucendo assiduamente, con un cuore libero da preoccupazioni come quello di qualsiasi bambino bianco nato libero. Quando pensava che fossi stanca, mi mandava fuori a correre e saltare; e via che balzavo, a raccogliere bacche o fiori per decorare la sua stanza. Quei giorni erano felici, troppo felici per durare. La bambina schiava non aveva pensieri per il domani; ma arrivò quel flagello che attende fin troppo sicuramente ogni essere umano nato per essere una cosa.

Quando avevo quasi dodici anni, la mia gentile padrona si ammalò e morì. Mentre vedevo la guancia farsi più pallida e l’occhio più vitreo, quanto ardentemente pregai nel mio cuore che potesse vivere! Le volevo bene; perché era stata quasi come una madre per me. Le mie preghiere non furono esaudite. Morì e la seppellirono nel piccolo cimitero, dove, giorno dopo giorno, le mie lacrime cadevano sulla sua tomba.

Fui mandata a passare una settimana con mia nonna. Ero ormai abbastanza grande per iniziare a pensare al futuro; e più e più volte mi chiesi cosa avrebbero fatto di me. Ero sicura che non avrei mai trovato un’altra padrona così gentile come quella che non c’era più. Aveva promesso alla mia madre morente che i suoi figli non avrebbero mai sofferto per nulla; e quando me ne ricordai, e richiamai alla mente le sue numerose prove di attaccamento verso di me, non potei fare a meno di avere qualche speranza che mi avesse lasciata libera. I miei amici erano quasi certi che sarebbe stato così. Pensavano che avrebbe sicuramente fatto così, a causa dell’amore e del fedele servizio di mia madre. Ma, ahimè! Sappiamo tutti che il ricordo di una schiava fedele non serve molto a salvare i suoi figli dal blocco dell’asta.

Dopo un breve periodo di suspense, il testamento della mia padrona fu letto e apprendemmo che mi aveva lasciata in eredità alla figlia di sua sorella, una bambina di cinque anni. Così svanirono le nostre speranze. La mia padrona mi aveva insegnato i precetti della Parola di Dio: “Amerai il tuo prossimo come te stesso.” “Tutto quanto vorreste che gli uomini facessero a voi, anche voi fatelo a loro.” Ma io ero la sua schiava, e suppongo che non mi riconoscesse come suo prossimo. Darei molto per cancellare dalla mia memoria quel grande torto. Da bambina, amavo la mia padrona; e, guardando indietro ai giorni felici che ho passato con lei, cerco di pensare con meno amarezza a questo atto di ingiustizia. Mentre ero con lei, mi insegnò a leggere e sillabare; e per questo privilegio, che così raramente tocca in sorte a uno schiavo, benedico la sua memoria.

Possedeva solo pochi schiavi; e alla sua morte furono tutti distribuiti tra i suoi parenti. Cinque di loro erano figli di mia nonna, e avevano condiviso lo stesso latte che nutrì i figli di sua madre. Nonostante il lungo e fedele servizio di mia nonna verso i suoi proprietari, nessuno dei suoi figli sfuggì al blocco dell’asta. Queste macchine che respirano per volere di Dio non sono altro, agli occhi dei loro padroni, che il cotone che piantano o i cavalli che accudiscono.

II. Il nuovo padrone e la padrona.

Il dottor Flint, un medico del vicinato, aveva sposato la sorella della mia padrona, e io ero ora di proprietà della loro figlioletta. Non fu senza mormorare che mi preparai per la mia nuova casa; e ciò che aggiunse alla mia infelicità fu il fatto che mio fratello William fu acquistato dalla stessa famiglia. Mio padre, per sua natura, così come per l’abitudine di sbrigare affari come abile meccanico, aveva più sentimenti di un uomo libero di quanto sia comune tra gli schiavi. Mio fratello era un ragazzo vivace; ed essendo cresciuto sotto tali influenze, detestava presto il nome di padrone e padrona. Un giorno, quando suo padre e la sua padrona capitò che lo chiamassero nello stesso momento, esitò tra i due; essendo perplesso nel sapere quale avesse il diritto maggiore sulla sua obbedienza. Concluse infine di andare dalla sua padrona. Quando mio padre lo rimproverò per questo, disse: “Mi avete chiamato entrambi e non sapevo da chi sarei dovuto andare per primo.”

“Tu sei mio figlio,” rispose nostro padre, “e quando ti chiamo, dovresti venire immediatamente, anche se dovessi passare attraverso il fuoco e l’acqua.”

Povero Willie! Doveva ora imparare la sua prima lezione di obbedienza a un padrone. La nonna cercò di rallegrarci con parole di speranza, e queste trovarono eco nei cuori creduloni della giovinezza.

Quando entrammo nella nostra nuova casa incontrammo sguardi freddi, parole fredde e un trattamento freddo. Eravamo felici quando arrivava la notte. Sul mio letto stretto gemevo e piangevo, mi sentivo così desolata e sola.

Ero lì da quasi un anno, quando una mia cara amica fu sepolta. Sentii sua madre singhiozzare, mentre le zolle cadevano sulla bara della sua unica figlia, e mi allontanai dalla tomba, sentendomi grata di avere ancora qualcosa da amare. Incontrai mia nonna, che disse: “Vieni con me, Linda;” e dal suo tono capii che era successo qualcosa di triste. Mi condusse lontano dalla gente, e poi disse: “Figlia mia, tuo padre è morto.” Morto! Come potevo crederlo? Era morto così improvvisamente che non avevo nemmeno saputo che fosse malato. Andai a casa con mia nonna. Il mio cuore si ribellò contro Dio, che mi aveva tolto madre, padre, padrona e amica. La brava nonna cercò di consolarmi. “Chi conosce le vie di Dio?” disse. “Forse sono stati gentili a portarli via dai giorni malvagi a venire.” Anni dopo pensai spesso a questo. Promise di essere una madre per i suoi nipoti, per quanto le fosse permesso di esserlo; e rinfrancata dal suo amore, tornai dal mio padrone. Pensavo che mi sarebbe stato permesso di andare a casa di mio padre la mattina seguente; ma mi fu ordinato di andare a prendere dei fiori, affinché la casa della mia padrona potesse essere decorata per una festa serale. Passai la giornata a raccogliere fiori e a intrecciarli in ghirlande, mentre il corpo senza vita di mio padre giaceva a meno di un miglio da me. Cosa importava ai miei proprietari? Era semplicemente un pezzo di proprietà. Inoltre, pensavano che avesse viziato i suoi figli, insegnando loro a sentirsi esseri umani. Questa era una dottrina blasfema da insegnare per uno schiavo; presuntuosa in lui e pericolosa per i padroni.

Il giorno dopo seguii le sue spoglie verso una umile tomba accanto a quella della mia cara madre. C’erano coloro che conoscevano il valore di mio padre e rispettavano la sua memoria.

La mia casa ora sembrava più desolata che mai. La risata dei bambini schiavi suonava aspra e crudele. Era egoista sentirsi così per la gioia degli altri. Mio fratello si muoveva con una faccia molto grave. Cercai di consolarlo dicendo: “Fatti coraggio, Willie; giorni più luminosi arriveranno a poco a poco.”

“Non ne sai nulla, Linda,” rispose. “Dovremo stare qui tutti i nostri giorni; non saremo mai liberi.”

Io sostenevo che stavamo diventando più grandi e più forti, e che forse avremmo potuto, prima o poi, avere il permesso di affittare il nostro tempo, e allora avremmo potuto guadagnare denaro per comprare la nostra libertà. William dichiarò che era molto più facile a dirsi che a farsi; inoltre, non aveva intenzione di comprare la sua libertà. Sostenemmo controversie quotidiane su questo argomento.

Ai pasti degli schiavi in casa del Dr. Flint veniva dedicata ben poca attenzione. Se riuscivano ad arraffare un po' di cibo al volo, tanto meglio. Non mi preoccupavo affatto di questo, poiché durante le mie varie commissioni passavo davanti alla casa di mia nonna, dove c'era sempre qualcosa da parte per me. Venivo spesso minacciata di punizione se mi fermavo lì; e mia nonna, per evitare di trattenermi, stava spesso al cancello con qualcosa per la mia colazione o la mia cena. Le ero debitrice di tutti i miei conforti, spirituali o temporali. Era il suo lavoro a fornire il mio scarso guardaroba. Ho un ricordo vivido dell'abito di linsey-woolsey che mi veniva dato ogni inverno dalla signora Flint. Quanto lo odiavo! Era uno dei distintivi della schiavitù.

Mentre mia nonna mi aiutava così a mantenermi con i suoi sudati guadagni, i trecento dollari che aveva prestato alla sua padrona non le furono mai restituiti. Quando la padrona morì, il genero, il Dr. Flint, fu nominato esecutore testamentario. Quando la nonna gli chiese il pagamento, lui disse che il patrimonio era insolvente e che la legge ne proibiva il pagamento. Non gli proibiva, tuttavia, di trattenere i candelabri d'argento, che erano stati acquistati con quel denaro. Presumo che saranno tramandati in famiglia, di generazione in generazione.

La padrona di mia nonna le aveva sempre promesso che, alla sua morte, sarebbe stata libera; e si diceva che nel testamento avesse mantenuto la promessa. Ma quando il patrimonio fu liquidato, il Dr. Flint disse alla fedele vecchia servitù che, date le circostanze, era necessario che venisse venduta.

Nel giorno stabilito, fu affisso il consueto annuncio, che proclamava una "vendita pubblica di negri, cavalli, ecc.". Il Dr. Flint passò a dire a mia nonna che non voleva ferire i suoi sentimenti mettendola all'asta, e che avrebbe preferito disporre di lei con una vendita privata. Mia nonna comprese la sua ipocrisia; capì benissimo che si vergognava dell'operazione. Era una donna molto fiera e, se lui era così vile da venderla, quando la sua padrona intendeva lasciarla libera, lei era determinata a far sì che il pubblico lo sapesse. Da molto tempo riforniva molte famiglie di cracker e conserve; di conseguenza, "Zia Marthy", come veniva chiamata, era generalmente conosciuta, e chiunque la conoscesse rispettava la sua intelligenza e il suo buon carattere. Anche il suo lungo e fedele servizio in famiglia era ben noto, così come l'intenzione della sua padrona di lasciarla libera. Quando arrivò il giorno della vendita, prese posto tra i beni mobili e, alla prima chiamata, balzò sul blocco dell'asta. Molte voci gridarono: "Vergogna! Vergogna! Chi ha intenzione di venderti, zia Marthy? Non stare lì! Non è quello il posto per te". Senza dire una parola, attese tranquillamente il suo destino. Nessuno fece offerte per lei. Alla fine, una voce debole disse: "Cinquanta dollari". Veniva da una signorina, settantenne, sorella della defunta padrona di mia nonna. Aveva vissuto quarant'anni sotto lo stesso tetto con mia nonna; sapeva con quanta fedeltà avesse servito i suoi padroni e con quanta crudeltà fosse stata defraudata dei suoi diritti; e decise di proteggerla. Il banditore attese un'offerta più alta; ma i suoi desideri furono rispettati; nessuno offrì più di lei. Non sapeva né leggere né scrivere; e quando fu redatto l'atto di vendita, lo firmò con una croce. Ma che importanza aveva, quando possedeva un grande cuore traboccante di umana gentilezza? Diede alla vecchia serva la libertà.

A quel tempo, mia nonna aveva appena cinquant'anni. Da allora erano passati anni laboriosi; e ora mio fratello ed io eravamo schiavi dell'uomo che l'aveva defraudata del suo denaro e aveva cercato di defraudarla della sua libertà. Anche una delle sorelle di mia madre, chiamata zia Nancy, era schiava nella sua famiglia. Era una zia gentile e buona con me; e suppliva al ruolo sia di governante che di cameriera personale per la sua padrona. Era, di fatto, all'inizio e alla fine di ogni cosa.

La signora Flint, come molte donne del sud, era totalmente priva di energia. Non aveva la forza di sovrintendere alle faccende domestiche; ma i suoi nervi erano così saldi che poteva sedersi sulla sua poltrona e guardare una donna frustata, finché il sangue non colava a ogni colpo di frusta. Era un membro della chiesa; ma partecipare alla cena del Signore non sembrava metterla in uno spirito cristiano. Se la cena non veniva servita all'ora esatta in quella particolare domenica, si piazzava in cucina e aspettava che fosse impiattata, per poi sputare in tutti i tegami e le pentole usati per cucinare. Lo faceva per impedire alla cuoca e ai suoi figli di integrare il loro magro pasto con i resti del sugo e altre raschiature. Gli schiavi non potevano mangiare altro se non quello che lei sceglieva di dare loro. Le provviste venivano pesate al chilo e all'oncia, tre volte al giorno. Vi posso assicurare che non dava loro alcuna possibilità di mangiare pane di grano dal suo barile di farina. Sapeva quanti biscotti avrebbe fatto un litro di farina e esattamente quale dimensione dovessero avere.

Il Dr. Flint era un buongustaio. La cuoca non mandava mai una cena alla sua tavola senza paura e tremore; perché se capitava che ci fosse un piatto non di suo gradimento, le ordinava di essere frustata, o la costringeva a mangiarne ogni boccone in sua presenza. La povera creatura affamata forse non avrebbe obiettato a mangiarlo; ma obiettava al fatto che il suo padrone glielo cacciasse giù per la gola finché non soffocava.

Avevano un cane domestico che era un tormento in casa. Fu ordinato alla cuoca di preparargli della polenta di mais. Si rifiutò di mangiare, e quando la sua testa fu tenuta sopra di essa, la bava colò dalla sua bocca nel bacino. Morì pochi minuti dopo. Quando il Dr. Flint entrò, disse che la polenta non era stata ben cotta, e che quello era il motivo per cui l'animale non voleva mangiarla. Mandò a chiamare la cuoca e la costrinse a mangiarla. Pensava che lo stomaco della donna fosse più forte di quello del cane; ma le sue sofferenze successive dimostrarono che si sbagliava. Questa povera donna subì molte crudeltà dal suo padrone e dalla sua padrona; a volte veniva rinchiusa, lontano dal suo bambino ancora in allattamento, per un giorno e una notte interi.

Quando ero in famiglia da poche settimane, uno degli schiavi della piantagione fu portato in città per ordine del suo padrone. Era quasi sera quando arrivò, e il Dr. Flint ordinò che fosse portato alla casa di lavoro e legato alla trave, in modo che i suoi piedi sfiorassero appena il suolo. In quella situazione doveva aspettare fino a quando il dottore avesse preso il suo tè. Non dimenticherò mai quella notte. Mai prima d'ora, nella mia vita, avevo sentito centinaia di colpi cadere, in successione, su un essere umano. I suoi gemiti pietosi e il suo "O, vi prego no, massa", mi rintombarono nelle orecchie per mesi dopo. Ci furono molte congetture sulla causa di questa terribile punizione. Alcuni dissero che il padrone lo accusava di rubare mais; altri dissero che lo schiavo aveva litigato con sua moglie, in presenza del sorvegliante, e aveva accusato il padrone di essere il padre del suo bambino. Erano entrambi neri, e il bambino era molto chiaro.

Andai alla casa di lavoro la mattina seguente e vidi la frusta di cuoio ancora bagnata di sangue, e le assi tutte coperte di gore. Il pover'uomo sopravvisse e continuò a litigare con sua moglie. Pochi mesi dopo il Dr. Flint li consegnò entrambi a un mercante di schiavi. L'uomo colpevole si mise il loro valore in tasca e ebbe la soddisfazione di sapere che erano fuori vista e fuori portata d'orecchio. Quando la madre fu consegnata nelle mani del mercante, lei disse: "Avevi promesso di trattarmi bene". Al che lui rispose: "Hai lasciato correre troppo la lingua; dannazione!". Aveva dimenticato che per uno schiavo fosse un crimine dire chi fosse il padre di suo figlio.

In tali casi, la persecuzione arriva anche da parte di altri oltre al padrone. Una volta vidi una giovane schiava morire poco dopo la nascita di un bambino quasi bianco. Nella sua agonia gridò: "O Signore, vieni a prendermi!". La sua padrona stava lì vicino e la scherniva come un demone incarnato. "Soffri, eh?" esclamò. "Ne sono lieta. Ti meriti tutto questo, e anche di più".

La madre della ragazza disse: "Il bambino è morto, grazie a Dio; e spero che anche la mia povera figlia sia presto in paradiso".

"Paradiso!" ribatté la padrona. "Non esiste un posto simile per una come lei e il suo bastardo".

La povera madre si voltò, singhiozzando. La figlia morente la chiamò debolmente e, mentre si chinava su di lei, la sentii dire: "Non addolorarti così, madre; Dio sa tutto; e LUI avrà pietà di me".

Le sue sofferenze, in seguito, divennero così intense che la padrona non si sentì di restare; ma quando lasciò la stanza, il sorriso sprezzante era ancora sulle sue labbra. Sette figli la chiamavano madre. La povera donna nera aveva solo quella figlia, i cui occhi vide chiudersi nella morte, mentre ringraziava Dio per averla portata via dall'amarezza più grande della vita.

III. Il Capodanno degli schiavi.

Il Dr. Flint possedeva una bella residenza in città, diverse fattorie e circa cinquanta schiavi, oltre a quelli assunti a contratto annuale.

Il giorno dell'assunzione al sud cade il 1° gennaio. Il 2, gli schiavi devono recarsi dai loro nuovi padroni. In una fattoria, lavorano finché il mais e il cotone non sono stati deposti. Poi hanno due giorni di vacanza. Alcuni padroni offrono loro una buona cena sotto gli alberi. Finito questo, lavorano fino alla vigilia di Natale. Se nel frattempo non vengono presentate accuse gravi contro di loro, vengono concessi quattro o cinque giorni di vacanza, a seconda di ciò che il padrone o il sorvegliante ritiene opportuno. Poi arriva la vigilia di Capodanno; e radunano i loro pochi averi, o per meglio dire, le loro poche nullità, e attendono ansiosi l'alba del giorno. All'ora stabilita i terreni sono gremiti di uomini, donne e bambini, in attesa, come criminali, di sentire la propria condanna pronunciata. Lo schiavo sa sempre chi è il padrone più umano o quello più crudele nel raggio di quaranta miglia.

È facile scoprire, in quel giorno, chi veste e nutre bene i suoi schiavi; perché è circondato da una folla che implora: "Per favore, massa, mi prenda quest'anno. Lavorerò molto duramente, massa".

Se uno schiavo non è disposto ad andare con il suo nuovo padrone, viene frustato o rinchiuso in prigione finché non acconsente ad andare e promette di non scappare durante l'anno. Se dovesse cambiare idea, pensando che sia giustificabile violare una promessa estorta, guai a lui se viene scoperto! La frusta viene usata finché il sangue non scorre ai suoi piedi; e le sue membra irrigidite vengono messe in catene, per essere trascinate nel campo per giorni e giorni!

Se vive fino all'anno successivo, forse lo stesso uomo lo assumerà di nuovo, senza nemmeno dargli l'opportunità di andare al luogo di assunzione. Dopo che quelli da assumere sono stati sistemati, vengono chiamati quelli in vendita.

O, voi felici donne libere, confrontate il vostro Capodanno con quello della povera donna in schiavitù! Per voi è una stagione piacevole, e la luce del giorno è benedetta. Auguri amichevoli vi incontrano ovunque, e doni vengono riversati su di voi. Persino i cuori che si erano allontanati da voi si addolciscono in questa stagione, e le labbra che erano rimaste in silenzio ricambiano: "Ti auguro un felice anno nuovo". I bambini portano le loro piccole offerte e alzano le loro labbra rosee per una carezza. Sono vostri, e nessuna mano se non quella della morte può portarveli via.

Ma per la madre schiava il giorno di Capodanno arriva carico di dolori particolari. Si siede sul pavimento freddo della sua capanna, guardando i figli che potrebbero esserle strappati via tutti la mattina seguente; e spesso desidera che lei e loro potessero morire prima che spunti il giorno. Può essere una creatura ignorante, degradata dal sistema che l'ha abbrutita fin dall'infanzia; ma ha l'istinto di una madre ed è capace di provare le angosce di una madre.

In uno di questi giorni di vendita, vidi una madre condurre sette figli al blocco dell'asta. Sapeva che alcuni di loro le sarebbero stati portati via; ma li presero tutti. I bambini furono venduti a un mercante di schiavi e la loro madre fu comprata da un uomo della sua stessa città. Prima di notte i suoi figli erano tutti lontani. Pregò il mercante di dirle dove intendeva portarli; lui si rifiutò di farlo. Come avrebbe potuto, quando sapeva che li avrebbe venduti, uno ad uno, ovunque avesse potuto ottenere il prezzo più alto? Incontrai quella madre per strada, e il suo volto selvaggio e segnato vive ancora oggi nella mia mente. Si torceva le mani per l'angoscia ed esclamò: "Andati! Tutti andati! Perché Dio non mi uccide?". Non avevo parole con cui consolarla. Casi di questo genere sono all'ordine del giorno, anzi, all'ordine dell'ora.

I proprietari di schiavi hanno un metodo, particolare della loro istituzione, per sbarazzarsi dei vecchi schiavi, le cui vite sono state logorate al loro servizio. Conoscevo una vecchia donna, che per settant'anni aveva servito fedelmente il suo padrone. Era diventata quasi impotente, a causa del duro lavoro e della malattia. I suoi proprietari si trasferirono in Alabama, e la vecchia donna nera fu lasciata lì per essere venduta a chiunque avesse dato venti dollari per lei.

IV. Lo schiavo che osò sentirsi un uomo.

Erano passati due anni da quando ero entrata nella famiglia del Dr. Flint, e quegli anni avevano portato molta della conoscenza che deriva dall'esperienza, sebbene avessero offerto poche opportunità per qualsiasi altro tipo di conoscenza.

Mia nonna era stata, per quanto possibile, una madre per i suoi nipoti orfani. Con perseveranza e instancabile operosità, era ora padrona di una graziosa casetta, circondata dalle necessità della vita. Sarebbe stata felice se i suoi figli avessero potuto condividerle con lei. Rimanevano solo tre figli e due nipoti, tutti schiavi. Si sforzava con la massima serietà di farci sentire che era la volontà di Dio: che Egli avesse ritenuto opportuno metterci in tali circostanze; e sebbene sembrasse duro, avremmo dovuto pregare per la rassegnazione.

Era una fede bellissima, proveniente da una madre che non poteva chiamare i propri figli i suoi. Ma io e Benjamin, il suo figlio più giovane, la condannammo. Ragionavamo che era molto più volontà di Dio che fossimo situati come lei. Desideravamo una casa come la sua. Lì trovavamo sempre dolce balsamo per i nostri problemi. Era così amorevole, così comprensiva! Ci accoglieva sempre con un sorriso e ascoltava con pazienza tutti i nostri dolori. Parlava in modo così speranzoso che, inconsciamente, le nuvole lasciavano il posto al sole. C'era anche un grande forno lì, che cuoceva pane e cose buone per la città, e sapevamo che c'era sempre un boccone scelto in serbo per noi.

Ma, ahimè! Persino il fascino del vecchio forno non riuscì a riconciliarci con la nostra dura sorte. Benjamin era ora un ragazzo alto e bello, dalla costituzione forte e aggraziata, e con uno spirito troppo audace e audace per uno schiavo. Mio fratello William, ora dodicenne, aveva la stessa avversione per la parola padrone che aveva quando era un ragazzino di sette anni. Io ero la sua confidente. Veniva da me con tutti i suoi problemi. Ricordo un caso in particolare. Era una bella mattina di primavera, e quando notavo la luce del sole danzare qua e là, la sua bellezza sembrava schernire la mia tristezza. Perché il mio padrone, la cui natura inquieta, bramosa e viziosa vagava giorno e notte, cercando chi divorare, mi aveva appena lasciata, con parole pungenti e brucianti; parole che scottavano l'orecchio e il cervello come fuoco. Oh, quanto lo disprezzavo! Pensavo a quanto sarei stata felice se, un giorno, mentre camminava sulla terra, questa si fosse aperta e lo avesse inghiottito, liberando il mondo da una piaga.

Quando mi disse che ero stata fatta per il suo uso, fatta per obbedire ai suoi comandi in tutto; che non ero altro che una schiava, la cui volontà doveva e doveva arrendersi alla sua, mai prima di allora il mio braccio gracile si era sentito così forte.

Ero così profondamente assorta in riflessioni dolorose in seguito, che non vidi né udii l'ingresso di nessuno, finché la voce di William non risuonò vicino a me. "Linda," disse, "perché sembri così triste? Ti voglio bene. Oh, Linda, non è questo un mondo cattivo? Tutti sembrano così irritabili e infelici. Vorrei essere morto quando morì il povero padre."

Gli dissi che non tutti erano irritabili o infelici; che coloro che avevano case piacevoli, amici gentili, e che non avevano paura di amarli, erano felici. Ma noi, che eravamo bambini schiavi, senza padre né madre, non potevamo aspettarci di essere felici. Dovevamo essere buoni; forse questo ci avrebbe portato la rassegnazione.

"Sì," disse, "cerco di essere buono; ma che utilità ha? Mi stanno sempre tormentando." Poi continuò a raccontare la sua difficoltà pomeridiana con il giovane padrone Nicholas. Sembrava che il fratello del padrone Nicholas si fosse divertito a inventare storie su William. Il padrone Nicholas disse che doveva essere frustato, e che lo avrebbe fatto lui. Al che andò all'opera; ma William combatté coraggiosamente, e il giovane padrone, scoprendo che stava avendo la meglio su di lui, tentò di legargli le mani dietro la schiena. Fallì anche in quello. A forza di calci e pugni, William uscì dallo scontro senza nulla di peggio di qualche graffio.

Continuò a discorrere sulla meschinità del suo giovane padrone; su come frustasse i bambini piccoli, ma fosse un perfetto codardo quando scoppiava una rissa tra lui e ragazzi bianchi della sua età. In tali occasioni se la dava sempre a gambe. William aveva altre accuse da muovere contro di lui. Una era quella di strofinare i penny con il mercurio e farli passare per quarti di dollaro a un vecchio che gestiva una bancarella di frutta. William veniva spesso mandato a comprare frutta, e mi chiese seriamente cosa avrebbe dovuto fare in tali circostanze. Gli dissi che era certamente sbagliato ingannare il vecchio, e che era suo dovere informarlo delle imposizioni praticate dal suo giovane padrone. Gli assicurai che il vecchio non avrebbe tardato a comprendere il tutto, e la faccenda sarebbe finita lì. William pensò che avrebbe potuto finire con il vecchio, ma non con lui. Disse che non gli importava il bruciore della frusta, ma non gli piaceva l'idea di essere frustato.

Mentre gli consigliavo di essere buono e comprensivo, non ero ignara della trave nel mio occhio. Era proprio la consapevolezza delle mie mancanze che mi spingeva a trattenere, se possibile, alcune scintille della natura data da Dio a mio fratello. Non avevo vissuto quattordici anni in schiavitù per nulla. Avevo sentito, visto e udito abbastanza da leggere i caratteri e mettere in discussione le motivazioni di chi mi circondava. La guerra della mia vita era iniziata; e sebbene fossi una delle creature più impotenti di Dio, decisi di non essere mai conquistata. Ahimè, per me!

Se c'era un punto puro e soleggiato per me, credevo fosse nel cuore di Benjamin e in quello di un altro, che amavo con tutto l'ardore del primo amore di una ragazza. Il mio padrone lo sapeva e cercava in ogni modo di rendermi infelice. Non ricorreva a punizioni corporali, ma a tutti i meschini modi tirannici che l'ingegno umano potesse escogitare.

Ricordo la prima volta che fui punita. Era nel mese di febbraio. Mia nonna aveva preso le mie vecchie scarpe e le aveva sostituite con un paio nuovo. Ne avevo bisogno; perché erano caduti diversi centimetri di neve, e continuava a cadere. Quando camminai attraverso la stanza della signora Flint, il loro scricchiolio irritò duramente i suoi nervi raffinati. Mi chiamò a sé e mi chiese cosa avessi addosso che facesse quel rumore orribile. Le dissi che erano le mie scarpe nuove. "Togliele," disse; "e se le metti di nuovo, le getterò nel fuoco."

Le tolsi, e anche le calze. Poi mi mandò molto lontano, per una commissione. Mentre camminavo nella neve, i miei piedi nudi formicolavano. Quella notte ero molto rauca; e andai a letto pensando che il giorno dopo mi sarei trovata malata, forse morta. Quale fu il mio dolore al risveglio nello scoprire di stare benissimo!

Avevo immaginato che, se fossi morta, o rimasta a letto per qualche tempo, la mia padrona avrebbe provato una fitta di rimorso per aver odiato così tanto "il piccolo diavoletto", come mi chiamava. Fu la mia ignoranza su quella padrona a far nascere tali immaginazioni stravaganti.

Al dottor Flint venivano di tanto in tanto offerti prezzi alti per me; ma lui diceva sempre: "Non appartiene a me. È proprietà di mia figlia, e non ho il diritto di venderla". Buon uomo onesto! La mia giovane padrona era ancora una bambina, e non potevo aspettarmi alcuna protezione da lei. Le volevo bene, e lei ricambiava il mio affetto. Una volta sentii suo padre alludere al suo attaccamento verso di me; e sua moglie rispose prontamente che derivava dalla paura. Questo mi mise in testa dubbi spiacevoli. La bambina fingeva ciò che non provava? O sua madre era gelosa del briciolo di amore che lei mi accordava? Conclusi che doveva essere quest’ultima cosa. Dissi a me stessa: "Di certo, i bambini piccoli sono sinceri".

Un pomeriggio sedevo al mio cucito, sentendo un'insolita depressione di spirito. La mia padrona mi aveva accusato di una colpa, della quale le assicurai di essere perfettamente innocente; ma vidi, dal ricciolo sprezzante del suo labbro, che credeva che stessi dicendo una bugia.

Mi chiedevo per quale saggio scopo Dio mi stesse conducendo attraverso sentieri così spinosi, e se giorni ancora più bui fossero in serbo per me. Mentre sedevo così meditando, la porta si aprì dolcemente e William entrò. "Bene, fratello," dissi, "cosa c'è che non va questa volta?"

"Oh Linda, Ben e il suo padrone hanno passato un momento terribile!" disse.

Il mio primo pensiero fu che Benjamin fosse stato ucciso. "Non spaventarti, Linda," disse William; "ti racconterò tutto."

Sembrava che il padrone di Benjamin lo avesse chiamato, e lui non avesse obbedito immediatamente all'ordine. Quando lo fece, il padrone era arrabbiato e iniziò a frustarlo. Lui oppose resistenza. Padrone e schiavo lottarono, e alla fine il padrone fu gettato a terra. Benjamin aveva motivo di tremare; poiché aveva gettato a terra il suo padrone, uno degli uomini più ricchi della città. Attesi con ansia il risultato.

Quella notte mi intrufolai a casa di mia nonna, e anche Benjamin vi si recò furtivamente da quella del suo padrone. Mia nonna era andata a trascorrere un giorno o due con una vecchia amica che viveva in campagna.

"Sono venuto," disse Benjamin, "per dirti addio. Me ne vado."

Chiesi dove.

"Al nord," rispose.

Lo guardai per vedere se facesse sul serio. Vidi tutto nella sua bocca ferma e serrata. Lo implorai di non andare, ma lui non prestò ascolto alle mie parole. Disse che non era più un ragazzo, e che ogni giorno rendeva il suo giogo più irritante. Aveva alzato la mano contro il suo padrone, e doveva essere frustato pubblicamente per l'offesa. Gli ricordai la povertà e i disagi che avrebbe dovuto affrontare tra gli estranei. Gli dissi che poteva essere catturato e riportato indietro; ed era terribile pensarci.

Si irritò e chiese se la povertà e i disagi in libertà non fossero preferibili al nostro trattamento in schiavitù. "Linda," continuò, "qui siamo cani; palloni da calcio, bestiame, tutto ciò che è vile. No, non resterò. Che mi riportino indietro. Non si muore che una volta."

Aveva ragione; ma era difficile rinunciare a lui. "Va'," dissi, "e spezza il cuore di tua madre."

Mi pentii delle mie parole prima ancora che fossero uscite.

"Linda," disse, parlando come non l'avevo sentito parlare quella sera, "come hai potuto dirlo? Povera madre! Sii gentile con lei, Linda; e anche tu, cugina Fanny."

La cugina Fanny era un'amica che aveva vissuto alcuni anni con noi.

Ci scambiammo gli addii, e il ragazzo brillante e gentile, resoci caro da tanti atti d'amore, svanì dalla nostra vista.

Non è necessario dire come fece a scappare. Basti dire che era in viaggio verso New York quando una violenta tempesta sorprese la nave. Il capitano disse che doveva fare scalo nel porto più vicino. Questo allarmò Benjamin, che sapeva che sarebbe stato segnalato in ogni porto vicino alla sua città. Il suo imbarazzo fu notato dal capitano. Si diressero al porto. Lì l'annuncio apparve agli occhi del capitano. Benjamin rispondeva così esattamente alla descrizione, che il capitano lo afferrò e lo legò in catene. La tempesta passò e proseguirono per New York. Prima di raggiungere quel porto, Benjamin riuscì a liberarsi dalle catene e a gettarle in mare. Scappò dalla nave, ma fu inseguito, catturato e riportato dal suo padrone.

Quando mia nonna tornò a casa e scoprì che il suo figlio più giovane era fuggito, grande fu il suo dolore; ma, con la sua caratteristica pietà, disse: "Sia fatta la volontà di Dio". Ogni mattina chiedeva se si fossero avute notizie del suo ragazzo. Sì, si ebbero notizie. Il padrone gioiva per una lettera che annunciava la cattura del suo bene umano.

Quel giorno sembra ieri, tanto bene lo ricordo. Lo vidi condotto attraverso le strade in catene, verso la prigione. Il suo volto era spaventosamente pallido, eppure pieno di determinazione. Aveva pregato uno dei marinai di andare a casa di sua madre e chiederle di non andargli incontro. Disse che la vista della sua angoscia gli avrebbe tolto ogni autocontrollo. Lei desiderava vederlo, e andò; ma si nascose tra la folla, affinché fosse come il suo bambino aveva detto.

Non ci fu permesso di visitarlo; ma conoscevamo il carceriere da anni, ed era un uomo dal cuore gentile. A mezzanotte aprì la porta della prigione per far entrare mia nonna e me, travestite. Quando entrammo nella cella, nessun suono ruppe il silenzio. "Benjamin, Benjamin!" sussurrò mia nonna. Nessuna risposta. "Benjamin!" disse di nuovo, con voce tremante. Ci fu un tintinnio di catene. La luna era appena sorta e proiettava una luce incerta attraverso le sbarre della finestra. Ci inginocchiammo e prendemmo le mani fredde di Benjamin nelle nostre. Non parlammo. Si udirono dei singhiozzi, e le labbra di Benjamin si sciolsero; perché sua madre piangeva sul suo collo. Come riporta vividamente la memoria quella triste notte! Madre e figlio parlarono insieme. Lui le chiese perdono per la sofferenza che le aveva causato. Lei disse che non aveva nulla da perdonare; non poteva biasimare il suo desiderio di libertà. Le raccontò che quando fu catturato, si liberò e stava per gettarsi nel fiume, quando i pensieri per lei lo assalirono, e desistette. Lei chiese se non avesse pensato anche a Dio. Mi sembrò di vedere il suo volto farsi feroce al chiaro di luna. Rispose: "No, non ho pensato a lui. Quando un uomo viene cacciato come una bestia feroce, dimentica che esiste un Dio, un paradiso. Dimentica tutto nella sua lotta per sfuggire ai segugi."

"Non parlare così, Benjamin," disse lei. "Riponi la tua fiducia in Dio. Sii umile, figlio mio, e il tuo padrone ti perdonerà."

"Perdonarmi per cosa, madre? Per non avergli permesso di trattarmi come un cane? No! Non mi umilierò mai davanti a lui. Ho lavorato per lui per niente tutta la mia vita, e sono ripagato con frustate e prigionia. Qui rimarrò finché morirò, o finché non mi venderà."

La povera madre rabbrividì alle sue parole. Penso che lui lo sentì; perché quando parlò di nuovo, la sua voce era più calma. "Non tormentarti per me, madre. Non ne valgo la pena," disse. "Vorrei avere un po' della tua bontà. Sopporti tutto pazientemente, proprio come se pensassi che fosse tutto giusto. Vorrei poterlo fare anche io."

Lei gli disse che non era sempre stata così; una volta, era come lui; ma quando le giunsero addosso dolori atroci, e non ebbe alcun braccio a cui appoggiarsi, imparò a invocare Dio, e lui alleggerì i suoi fardelli. Lo supplicò di fare lo stesso.

Restammo oltre il tempo consentito, e fummo costrette ad affrettarci fuori dalla prigione.

Benjamin era imprigionato da tre settimane, quando mia nonna andò a intercedere per lui presso il suo padrone. Era irremovibile. Disse che Benjamin sarebbe servito da esempio al resto dei suoi schiavi; sarebbe stato tenuto in prigione finché non fosse stato sottomesso, o venduto anche se avesse ricavato solo un dollaro. Tuttavia, in seguito si addolcì in una certa misura. Le catene furono tolte e ci fu permesso di visitarlo.

Poiché il suo cibo era della qualità più scadente, gli portavamo il più spesso possibile una cena calda, accompagnata da qualche piccola prelibatezza per il carceriere.

Trascorsero tre mesi, e non c'era prospettiva di rilascio o di un acquirente. Un giorno lo si sentì cantare e ridere. Questo atto di indecoro fu riferito al suo padrone, e al sorvegliante fu ordinato di incatenarlo di nuovo. Ora era confinato in una stanza con altri prigionieri, coperti di stracci immondi. Benjamin fu incatenato vicino a loro, e presto fu coperto di parassiti. Lavorò alle sue catene finché non riuscì a liberarsene. Le fece passare attraverso le sbarre della finestra, con la richiesta che venissero portate al suo padrone, e che gli si facesse sapere che era coperto di parassiti.

Questa audacia fu punita con catene più pesanti e con il divieto delle nostre visite.

Mia nonna continuò a mandargli cambi di vestiti freschi. Quelli vecchi venivano bruciati. L'ultima notte in cui lo vedemmo in prigione, sua madre ancora lo supplicava di far chiamare il suo padrone e implorare il suo perdono. Né la persuasione né le argomentazioni riuscirono a distoglierlo dal suo intento. Rispose con calma: "Sto aspettando il suo momento".

Quelle catene erano tristi da ascoltare.

Passarono altri tre mesi, e Benjamin lasciò le mura della sua prigione. Noi che lo amavamo aspettammo per dirgli un lungo e ultimo addio. Un mercante di schiavi lo aveva comprato. Ricordate, vi ho detto quale prezzo portò quando aveva dieci anni. Ora aveva più di vent'anni, e fu venduto per trecento dollari. Il padrone era stato cieco verso i propri interessi. La lunga prigionia aveva reso il suo viso troppo pallido, la sua forma troppo magra; inoltre, il mercante aveva sentito dire qualcosa del suo carattere, e non gli era sembrato adatto a uno schiavo. Disse che avrebbe dato qualsiasi prezzo se quel bel ragazzo fosse stato una ragazza. Ringraziammo Dio che non fosse così.

Se aveste potuto vedere quella madre aggrappata al suo bambino, quando gli fissarono i ferri ai polsi; se aveste potuto sentire i suoi gemiti strazianti, e visto i suoi occhi iniettati di sangue vagare selvaggiamente da un volto all'altro, implorando inutilmente pietà; se aveste potuto assistere a quella scena come l'ho vista io, esclamereste: La schiavitù è dannata! Benjamin, il suo più giovane, il suo prediletto, era andato per sempre! Non riusciva a realizzarlo. Aveva avuto un colloquio con il mercante allo scopo di accertare se Benjamin potesse essere comprato. Le fu detto che era impossibile, poiché aveva dato garanzie di non venderlo finché non fosse stato fuori dallo stato. Promise che non lo avrebbe venduto finché non avesse raggiunto New Orleans.

Con braccio forte e fiducia incrollabile, mia nonna iniziò la sua opera d'amore. Benjamin doveva essere libero. Se fosse riuscita, sapeva che sarebbero stati comunque separati; ma il sacrificio non era troppo grande. Giorno e notte lavorò. Il prezzo del mercante avrebbe triplicato quello che aveva dato; ma lei non si scoraggiò.

Assunse un avvocato per scrivere a un gentiluomo, che conosceva, a New Orleans. Lo supplicò di interessarsi a Benjamin, e lui acconsentì volentieri alla sua richiesta. Quando vide Benjamin e spiegò il suo affare, lui lo ringraziò; ma disse che preferiva aspettare un po' prima di fare un'offerta al mercante. Sapeva che aveva cercato di ottenere un prezzo alto per lui, e aveva invariabilmente fallito. Questo lo incoraggiò a fare un altro tentativo per la libertà. Così una mattina, molto prima che facesse giorno, Benjamin non si trovava più. Cavalcava sulle onde blu, diretto a Baltimora.

Per una volta il suo volto bianco gli fece un servizio gentile. Non avevano alcun sospetto che appartenesse a uno schiavo; altrimenti, la legge sarebbe stata seguita alla lettera, e la cosa restituita alla schiavitù. I cieli più luminosi sono spesso oscurati dalle nuvole più scure. Benjamin si ammalò e fu costretto a rimanere a Baltimora per tre settimane. Le sue forze tornavano lentamente; e il suo desiderio di continuare il viaggio sembrava ritardare la sua guarigione. Come poteva recuperare le forze senza aria ed esercizio? Decise di azzardare una breve passeggiata. Scelse una strada secondaria, dove pensava di essere al sicuro dal non incontrare nessuno che lo conoscesse; ma una voce chiamò: "Ehilà, Ben, ragazzo mio! Cosa fai qui?"

Il suo primo impulso fu quello di correre; ma le gambe gli tremavano così tanto che non riuscì a muoversi. Si voltò per affrontare il suo antagonista, ed ecco, lì stava il vicino di casa del suo vecchio padrone! Pensò che ora fosse finita per lui; ma si rivelò diversamente. Quell'uomo era un miracolo. Possedeva un buon numero di schiavi, e tuttavia non era del tutto sordo a quell'orologio mistico, il cui ticchettio si sente raramente nel petto di un proprietario di schiavi.

"Ben, sei malato," disse. "Perché, sembri un fantasma. Immagino di averti dato un bello spavento. Non importa, Ben, non ho intenzione di toccarti. Hai passato un momento piuttosto duro, e puoi proseguire per la tua strada gioendo per quanto mi riguarda. Ma ti consiglierei di andartene da questo posto molto in fretta, perché ci sono diversi gentiluomini qui dalla nostra città." Descrisse il percorso più breve e sicuro per New York, e aggiunse: "Sarò felice di dire a tua madre di averti visto. Addio, Ben".

Benjamin si voltò, pieno di gratitudine, e sorpreso che la città che odiava contenesse una tale gemma, una gemma degna di un'incastonatura più pura.

Questo gentiluomo era un nordista di nascita, e aveva sposato una signora del sud. Al suo ritorno, disse a mia nonna di aver visto suo figlio, e del servizio che gli aveva reso.

Benjamin raggiunse New York sano e salvo, e decise di fermarsi lì finché non avesse guadagnato abbastanza forza per procedere oltre. Accadde che l'unico figlio rimasto di mia nonna fosse salpato per la stessa città per affari della sua padrona. Per la provvidenza di Dio, i fratelli si incontrarono. Potete essere certi che fu un incontro felice. "Oh Phil," esclamò Benjamin, "sono qui finalmente". Poi gli raccontò quanto era stato vicino alla morte, quasi in vista della terra libera, e come avesse pregato di poter vivere per avere un respiro di aria libera. Disse che la vita valeva qualcosa ora, e sarebbe stato difficile morire. Nella vecchia prigione non l'aveva valutata; una volta, fu tentato di distruggerla; ma qualcosa, non sapeva cosa, lo aveva impedito; forse era paura. Aveva sentito coloro che professano di essere religiosi dichiarare che non c'era paradiso per i suicidi; e siccome la sua vita era stata piuttosto calda qui, non desiderava una continuazione della stessa in un altro mondo. "Se muoio ora," esclamò, "grazie a Dio, morirò da uomo libero!"

Pregò lo zio Phillip di non tornare al sud; ma di restare e lavorare con lui, finché non avessero guadagnato abbastanza per comprare quelli a casa. Suo fratello gli disse che avrebbe ucciso la loro madre se l'avesse abbandonata nei suoi guai. Aveva impegnato la sua casa, e con difficoltà aveva raccolto denaro per comprarlo. Si sarebbe fatto comprare?

"No, mai!" rispose. "Credi, Phil, che quando sono arrivato così lontano dalle loro grinfie, darò loro un solo centesimo? No! E credi che scaccerei la madre dalla sua casa nella sua vecchiaia? Che le lascerei pagare tutti quei dollari guadagnati duramente per me, per poi non vedermi mai? Perché sai che rimarrà al sud finché i suoi altri figli saranno schiavi. Che buona madre! Dille di comprare te, Phil. Sei stato un conforto per lei, e io sono stato un problema. E Linda, povera Linda; cosa ne sarà di lei? Phil, non sai che vita le fanno fare. Mi ha raccontato qualcosa a riguardo, e vorrei che il vecchio Flint fosse morto, o un uomo migliore. Quando ero in prigione, le chiese se non volesse che lui chiedesse al mio padrone di perdonarmi, e portarmi di nuovo a casa. Lei gli disse di no; che io non volevo tornare. Si arrabbiò, e disse che eravamo tutti uguali. Non ho mai disprezzato il mio padrone tanto quanto disprezzo quell'uomo. C'è molti un peggior proprietario di schiavi del mio padrone; ma nonostante tutto non vorrei essere suo schiavo."

Mentre Benjamin era malato, si era separato da quasi tutti i suoi vestiti per pagare le spese necessarie. Ma non si separò da una piccola spilla che fissai sul suo petto quando ci separammo. Era la cosa più preziosa che possedessi, e pensai che nessuno fosse più degno di indossarla. L'aveva ancora.

Suo fratello lo fornì di vestiti e gli diede il denaro che aveva.

Si separarono con gli occhi umidi; e mentre Benjamin si voltava, disse: "Phil, mi separo da tutti i miei parenti". E così si rivelò. Non avemmo più sue notizie.

Lo zio Phillip tornò a casa; e le prime parole che pronunciò quando entrò in casa furono: "Madre, Ben è libero! L'ho visto a New York". Lei rimase a guardarlo con aria smarrita. "Madre, non ci credi?" disse, appoggiando la mano dolcemente sulla sua spalla. Lei alzò le mani ed esclamò: "Dio sia lodato! Ringraziamolo". Cadde in ginocchio e versò il suo cuore in preghiera. Poi Phillip dovette sedersi e ripeterle ogni parola che Benjamin aveva detto. Le raccontò tutto; solo si astenne dal menzionare quanto apparisse malato e pallido il suo caro. Perché avrebbe dovuto addolorarla quando non poteva fargli alcun bene?

La coraggiosa vecchia donna continuava a lavorare, sperando di salvare alcuni dei suoi altri figli. Dopo un po' riuscì a comprare Phillip. Pagò ottocento dollari e tornò a casa con il prezioso documento che assicurava la sua libertà. La madre felice e il figlio sedettero insieme accanto al vecchio focolare quella notte, raccontando quanto fossero orgogliosi l'uno dell'altra, e come avrebbero dimostrato al mondo che potevano badare a se stessi, come avevano a lungo badato agli altri. Concludemmo tutti dicendo: "Chi è disposto a essere schiavo, lasci che sia schiavo".

Durante i primi anni del mio servizio nella famiglia del Dr. Flint, ero solita condividere alcuni privilegi con i figli della mia padrona. Sebbene ciò non mi sembrasse nient'altro che giusto, ne ero grata e cercavo di meritarmi quella gentilezza con l'adempimento fedele dei miei doveri. Ma entrai ora nel mio quindicesimo anno—una triste epoca nella vita di una schiava. Il mio padrone cominciò a sussurrare parole infami al mio orecchio. Per quanto giovane, non potevo ignorarne il significato. Cercai di trattarle con indifferenza o disprezzo. L'età del padrone, la mia estrema giovinezza e il timore che la sua condotta venisse riferita a mia nonna, lo fecero sopportare questo trattamento per molti mesi. Era un uomo astuto e ricorse a molti mezzi per raggiungere i suoi scopi. A volte assumeva modi tempestosi e terrificanti che facevano tremare le sue vittime; altre volte ostentava una gentilezza che credeva dovesse certamente sottomettere. Tra le due, preferivo le sue ire tempestose, sebbene mi lasciassero tremante. Cercò in ogni modo di corrompere i puri principi che mia nonna mi aveva instillato. Popolò la mia mente giovane di immagini impure, tali che solo un vile mostro potrebbe concepire. Mi allontanai da lui con disgusto e odio. Ma lui era il mio padrone. Ero costretta a vivere sotto lo stesso tetto con lui—dove vedevo un uomo di quarant'anni più vecchio di me violare quotidianamente i comandamenti più sacri della natura. Mi diceva che ero sua proprietà; che dovevo essere soggetta alla sua volontà in ogni cosa. La mia anima si ribellava contro quella meschina tirannia. Ma dove potevo rivolgermi per protezione? Non importa se la schiava sia nera come l'ebano o chiara come la sua padrona. In entrambi i casi, non c'è ombra di legge che la protegga dall'insulto, dalla violenza o persino dalla morte; tutte queste sono inflitte da demoni che portano le sembianze di uomini. La padrona, che dovrebbe proteggere l'indifesa vittima, non nutre verso di lei altri sentimenti se non quelli di gelosia e rabbia. Il degrado, i torti, i vizi che nascono dalla schiavitù sono più di quanto io possa descrivere. Sono più grandi di quanto credereste volentieri. Certamente, se credeste alla metà delle verità che vi vengono raccontate riguardo ai milioni di indifesi che soffrono in questa crudele schiavitù, voi al nord non aiutereste a stringere il giogo. Rifiutereste certamente di compiere per il padrone, sul vostro stesso suolo, il lavoro meschino e crudele che segugi addestrati e la classe più bassa dei bianchi fanno per lui al sud.

Ovunque gli anni portano a tutti abbastanza peccato e dolore; ma nella schiavitù persino l'alba della vita è oscurata da queste ombre. Anche la bambina piccola, abituata a servire la sua padrona e i suoi figli, imparerà, prima di compiere dodici anni, perché la sua padrona odi questa o quella tra le schiave. Forse la madre stessa della bambina è tra quelle odiate. Ascolta violenti scoppi di passione gelosa e non può fare a meno di comprendere quale ne sia la causa. Diventerà prematuramente consapevole di cose malvage. Presto imparerà a tremare quando ode il passo del suo padrone. Sarà costretta a comprendere che non è più una bambina. Se Dio le ha donato la bellezza, essa si rivelerà la sua più grande maledizione. Ciò che suscita ammirazione nella donna bianca non fa che affrettare il degrado della schiava. So che alcune sono troppo abbrutite dalla schiavitù per sentire l'umiliazione della loro posizione; ma molte schiave la sentono acutamente e rifuggono dal ricordo di essa. Non so dire quanto ho sofferto in presenza di questi torti, né quanto io sia ancora addolorata nel ripensarvi. Il mio padrone mi incontrava a ogni svolta, ricordandomi che appartenevo a lui e giurando per il cielo e la terra che mi avrebbe costretta a sottomettermi. Se uscivo per una boccata d'aria fresca, dopo una giornata di lavoro instancabile, i suoi passi mi perseguitavano. Se m'inginocchiavo sulla tomba di mia madre, la sua ombra scura cadeva su di me anche lì. Il cuore leggero che la natura mi aveva donato divenne pesante per tristi presagi. Gli altri schiavi nella casa del mio padrone notarono il cambiamento. Molti di loro mi compativano, ma nessuno osava chiederne la causa. Non avevano bisogno di informarsi. Conoscevano troppo bene le pratiche colpevoli sotto quel tetto; ed erano consapevoli che parlarne era un'offesa che non rimaneva mai impunita.

Desideravo qualcuno a cui confidare. Avrei dato il mondo per aver posato la testa sul petto fedele di mia nonna e raccontato tutti i miei tormenti. Ma il Dr. Flint giurò che mi avrebbe uccisa, se non fossi rimasta silenziosa come la tomba. Poi, sebbene mia nonna fosse tutto per me, la temevo oltre ad amarla. Ero abituata a guardare a lei con un rispetto che confinava con il timore reverenziale. Ero molto giovane e mi vergognavo a raccontarle cose così impure, specialmente perché sapevo che era molto severa su tali argomenti. Inoltre, era una donna di grande spirito. Di solito era molto tranquilla nel suo contegno; ma se la sua indignazione veniva una volta destata, non era facilmente placata. Mi era stato raccontato che una volta inseguì un gentiluomo bianco con una pistola carica, perché aveva insultato una delle sue figlie. Temevo le conseguenze di un violento scoppio; e sia l'orgoglio che la paura mi tennero in silenzio. Ma sebbene non mi confidassi con mia nonna, e persino evitassi la sua vigile sorveglianza e le sue domande, la sua presenza nel vicinato era per me una protezione. Sebbene fosse stata una schiava, il Dr. Flint aveva paura di lei. Temeva i suoi rimproveri brucianti. Inoltre, era conosciuta e protetta da molte persone; ed egli non voleva che la sua scelleratezza venisse resa pubblica. Fu una fortuna per me non vivere in una piantagione lontana, ma in una città non così grande da far sì che gli abitanti ignorassero gli affari altrui. Per quanto cattive siano le leggi e le usanze in una comunità di schiavisti, il dottore, come professionista, riteneva prudente mantenere una parvenza di decenza.

Oh, quanti giorni e notti di paura e dolore mi causò quell'uomo! Lettore, non è per destare compassione per me stessa che ti sto dicendo sinceramente ciò che ho sofferto in schiavitù. Lo faccio per accendere una fiamma di compassione nei vostri cuori per le mie sorelle che sono ancora in catene, che soffrono come un tempo ho sofferto io.

Una volta vidi due bellissime bambine che giocavano insieme. Una era una candida bambina bianca; l'altra era la sua schiava, nonché sua sorella. Quando le vidi abbracciarsi e udii le loro risate gioiose, mi allontanai tristemente da quella vista incantevole. Prevedevo l'inevitabile rovina che sarebbe caduta sul cuore della piccola schiava. Sapevo quanto presto le sue risate si sarebbero trasformate in sospiri. La bambina candida crebbe fino a diventare una donna ancora più bella. Dall'infanzia alla maturità il suo cammino fu fiorito e sovrastato da un cielo soleggiato. Quasi nessun giorno della sua vita era stato offuscato quando il sole sorse sul suo felice mattino di nozze.

Come avevano trattato quegli anni la sua sorella schiava, la piccola compagna di giochi della sua infanzia? Anche lei era bellissima; ma i fiori e il sole dell'amore non erano per lei. Bevve la coppa del peccato, della vergogna e della miseria, della quale la sua razza perseguitata è costretta a bere.

Alla luce di queste cose, perché siete silenti, voi uomini e donne liberi del nord? Perché le vostre lingue vacillano nel sostenere il giusto? Vorrei avere più capacità! Ma il mio cuore è così pieno e la mia penna è così debole! Ci sono uomini e donne nobili che perorano la nostra causa, sforzandosi di aiutare coloro che non possono aiutare se stessi. Dio li benedica! Dio dia loro forza e coraggio per andare avanti! Dio benedica coloro, ovunque, che stanno lavorando per far avanzare la causa dell'umanità!

VI. La padrona gelosa.

Preferirei diecimila volte che i miei figli fossero i poveri semialtrettanto affamati d'Irlanda piuttosto che essere i più viziati tra gli schiavi d'America. Preferirei trascinare la mia vita in una piantagione di cotone, finché la tomba non si aprisse per darmi riposo, piuttosto che vivere con un padrone senza principi e una padrona gelosa. La casa del criminale in un penitenziario è preferibile. Egli può pentirsi e allontanarsi dall'errore delle sue vie, e così trovare pace; ma non è così con una schiava preferita. Non le è permesso avere alcun orgoglio di carattere. È considerato un crimine in lei desiderare di essere virtuosa.

La signora Flint possedeva la chiave del carattere di suo marito prima che io nascessi. Avrebbe potuto usare questa conoscenza per consigliare e proteggere i giovani e gli innocenti tra i suoi schiavi; ma per loro non aveva alcuna compassione. Erano gli oggetti del suo costante sospetto e della sua malevolenza. Sorvegliava suo marito con incessante vigilanza; ma egli era ben pratico nei mezzi per eluderla. Ciò che non riusciva a dire a parole lo manifestava in segni. Ne inventò più di quanto se ne siano mai immaginati in un istituto per sordomuti. Li lasciavo passare, come se non capissi cosa intendesse; e molte furono le maledizioni e le minacce che mi vennero rivolte per la mia stupidità. Un giorno mi colse mentre imparavo a scrivere. Si accigliò, come se non ne fosse ben compiaciuto; ma suppongo sia giunto alla conclusione che tale abilità potesse aiutare ad avanzare il suo schema preferito. Prima di molto tempo, messaggi venivano spesso fatti scivolare nelle mie mani. Li restituivo dicendo: "Non so leggerli, signore". "Non sai?" rispondeva; "allora devo leggerli io per te". Finiva sempre la lettura chiedendo: "Capisci?". A volte si lamentava del caldo della stanza da tè e ordinava che la sua cena venisse posta su un tavolino in veranda. Si sedeva lì con un sorriso ben soddisfatto e mi diceva di stare lì vicino e scacciare le mosche. Mangiava molto lentamente, facendo pause tra un boccone e l'altro. Questi intervalli venivano impiegati nel descrivere la felicità che stavo così scioccamente gettando via, e nel minacciarmi con la punizione che alla fine attendeva la mia ostinata disobbedienza. Si vantava molto della tolleranza che aveva esercitato nei miei confronti e mi ricordava che c'era un limite alla sua pazienza. Quando riuscivo a evitare occasioni per lui di parlarmi a casa, mi veniva ordinato di venire nel suo ufficio per fare qualche commissione. Quando ero lì, ero costretta a stare in piedi e ascoltare il linguaggio che riteneva opportuno rivolgermi. A volte esprimevo così apertamente il mio disprezzo per lui che andava su tutte le furie, e mi chiedevo perché non mi colpisse. Nelle condizioni in cui si trovava, probabilmente pensava fosse una politica migliore essere tollerante. Ma lo stato delle cose peggiorava di giorno in giorno. Per disperazione gli dissi che dovevo e avrei fatto ricorso a mia nonna per protezione. Mi minacciò di morte, e peggio della morte, se le avessi fatto qualsiasi lamentela. Strano a dirsi, non mi disperai. Ero naturalmente di indole vivace e avevo sempre la speranza di uscirne in qualche modo dalle sue grinfie. Come molti poveri e semplici schiavi prima di me, confidavo che alcuni fili di gioia sarebbero stati ancora tessuti nel mio destino oscuro.

Ero entrata nel mio sedicesimo anno, e ogni giorno diventava più evidente che la mia presenza era intollerabile alla signora Flint. Parole arrabbiate passavano frequentemente tra lei e suo marito. Non mi aveva mai punita personalmente e non permetteva a nessun altro di farlo. Sotto quell'aspetto, lei non era mai soddisfatta; ma, nei suoi momenti di rabbia, nessun termine era troppo vile per lei da affibbiarmi. Eppure io, che lei detestava così amaramente, provavo molta più pietà per lei di quanto ne provasse lui, il cui dovere era rendere felice la sua vita. Non le feci mai torto, né desiderai fargliene; e una parola di gentilezza da parte sua mi avrebbe portata ai suoi piedi.

Dopo ripetuti litigi tra il dottore e sua moglie, egli annunciò la sua intenzione di portare la figlia più piccola, allora di quattro anni, a dormire nel suo appartamento. Era necessario che un servitore dormisse nella stessa stanza, per essere a portata di mano se la bambina si fosse mossa. Fui scelta per quell'ufficio e informata dello scopo per cui era stata presa quella disposizione. Gestendo di rimanere in vista delle persone, il più possibile, durante il giorno, ero riuscita finora a eludere il mio padrone, sebbene un rasoio fosse spesso tenuto alla mia gola per costringermi a cambiare questa linea di condotta. Di notte dormivo accanto alla mia prozia, dove mi sentivo al sicuro. Egli era troppo prudente per entrare nella sua stanza. Era una donna anziana e stava in famiglia da molti anni. Inoltre, come uomo sposato e professionista, riteneva necessario salvare le apparenze in una certa misura. Ma decise di rimuovere l'ostacolo sul cammino del suo schema; e pensò di averlo pianificato in modo da eludere il sospetto. Era ben consapevole di quanto apprezzassi il mio rifugio accanto alla mia vecchia zia e decise di privarmene. La prima notte il dottore ebbe la bambina nella sua stanza da sola. La mattina seguente, mi fu ordinato di prendere il mio posto come infermiera la notte successiva. Una benevola Provvidenza intervenne a mio favore. Durante il giorno la signora Flint venne a sapere di questa nuova disposizione e ne seguì una tempesta. Gioii nel sentirla infuriare.

Dopo un po' la mia padrona mi mandò a chiamare nella sua stanza. La sua prima domanda fu: "Sapevi che dovevi dormire nella stanza del dottore?"

"Sì, signora."

"Chi te l'ha detto?"

"Il mio padrone."

"Risponderai sinceramente a tutte le domande che ti pongo?"

"Sì, signora."

"Dimmi, allora, come speri di essere perdonata, sei innocente di ciò di cui ti ho accusata?"

"Lo sono."

Mi porse una Bibbia e disse: "Poni la tua mano sul tuo cuore, bacia questo libro sacro e giura davanti a Dio che mi dici la verità."

Prestai il giuramento che richiedeva, e lo feci con la coscienza pulita.

"Hai preso la santa parola di Dio per testimoniare la tua innocenza," disse lei. "Se mi hai ingannata, guardati! Ora prendi questo sgabello, siediti, guardami dritto in faccia e dimmi tutto ciò che è passato tra il tuo padrone e te."

Feci come ordinò. Mentre procedevo con il mio racconto il suo colorito cambiava frequentemente, piangeva e a volte gemeva. Parlava con toni così tristi che fui toccata dal suo dolore. Le lacrime mi vennero agli occhi; ma fui presto convinta che le sue emozioni nascessero dalla rabbia e dall'orgoglio ferito. Sentiva che i suoi voti matrimoniali erano profanati, la sua dignità insultata; ma non aveva compassione per la povera vittima della perfidia di suo marito. Compativa se stessa come una martire; ma era incapace di provare per la condizione di vergogna e miseria in cui era posta la sua sfortunata e indifesa schiava. Eppure forse aveva un tocco di sentimento per me; poiché quando la conferenza terminò, parlò gentilmente e promise di proteggermi. Sarei stata molto confortata da questa assicurazione se avessi potuto averne fiducia; ma le mie esperienze nella schiavitù mi avevano colmata di sfiducia. Non era una donna molto raffinata e non aveva molto controllo sulle sue passioni. Ero un oggetto della sua gelosia e, di conseguenza, del suo odio; e sapevo che non potevo aspettarmi gentilezza o fiducia da lei nelle circostanze in cui ero posta. Non potevo biasimarla. Le mogli degli schiavisti provano ciò che altre donne proverebbero in circostanze simili. Il fuoco del suo temperamento si accendeva da piccole scintille, e ora la fiamma divenne così intensa che il dottore fu costretto a rinunciare alla sua disposizione prevista.

Sapevo di aver acceso la torcia e mi aspettavo di soffrirne in seguito; ma mi sentivo troppo grata alla mia padrona per l'aiuto tempestivo che mi aveva reso per preoccuparmene molto. Ora mi portò a dormire in una stanza adiacente alla sua. Lì fui oggetto delle sue cure particolari, sebbene non del suo particolare conforto, poiché trascorse molte notti insonni per vegliare su di me. A volte mi svegliavo e la trovavo china su di me. Altre volte sussurrava al mio orecchio, come se fosse stato suo marito a parlarmi, e ascoltava per sentire cosa avrei risposto. Se la sorprendevo, in tali occasioni, scivolava via furtivamente; e la mattina successiva mi diceva che avevo parlato nel sonno e chiedeva con chi stessi parlando. Alla fine, cominciai a temere per la mia vita. Era stata spesso minacciata; e voi potete immaginare, meglio di quanto io possa descrivere, quale sensazione spiacevole debba produrre svegliarsi nel cuore della notte e trovare una donna gelosa china su di voi. Terribile come fosse questa esperienza, temevo che avrebbe lasciato il posto a una ancora più terribile.

La mia padrona si stancò delle sue veglie; non si rivelarono soddisfacenti. Cambiò tattica. Ora provava il trucco di accusare il mio padrone di crimine, in mia presenza, e faceva il mio nome come autore dell'accusa. Con mio totale stupore, egli rispose: "Non ci credo; ma se lo ha ammesso, l'hai torturata perché mi esponesse". Torturata perché lo esponesse! In verità, Satana non aveva difficoltà a distinguere il colore della sua anima! Compresi il suo scopo nel fare questa falsa rappresentazione. Era per mostrarmi che non guadagnavo nulla cercando la protezione della mia padrona; che il potere era ancora tutto nelle sue mani. Compativo la signora Flint. Era una seconda moglie, molti anni più giovane di suo marito; e quel malfattore dalla testa canuta era abbastanza da mettere alla prova la pazienza di una donna più saggia e migliore. Era completamente sventata e non sapeva come procedere. Mi avrebbe volentieri fatta fustigare per il mio supposto falso giuramento; ma, come ho già affermato, il dottore non permetteva a nessuno di frustarmi. Il vecchio peccatore era politico. L'applicazione della frusta avrebbe potuto portare a osservazioni che lo avrebbero esposto agli occhi dei suoi figli e nipoti. Quanto spesso gioivo di vivere in una città dove tutti gli abitanti si conoscevano! Se fossi stata in una piantagione remota, o persa tra la moltitudine di una città affollata, non sarei una donna viva al giorno d'oggi.

I segreti della schiavitù sono celati come quelli dell'Inquisizione. Il mio padrone era, a mia conoscenza, il padre di undici schiavi. Ma le madri osavano dire chi fosse il padre dei loro figli? Gli altri schiavi osavano alludervi, se non in sussurri tra loro? No, davvero! Sapevano troppo bene le terribili conseguenze.

Mia nonna non poteva evitare di vedere cose che destavano i suoi sospetti. Era in ansia per me e tentò vari modi per riscattarmi; ma la risposta, sempre uguale, veniva ripetuta costantemente: “Linda non mi appartiene. È proprietà di mia figlia e non ho alcun diritto legale di venderla”. L’uomo coscienzioso! Era troppo scrupoloso per vendermi; ma non aveva alcuno scrupolo nel commettere un torto ben maggiore contro la giovane indifesa posta sotto la sua tutela, in quanto proprietà di sua figlia. A volte il mio persecutore mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto essere venduta. Gli risposi che avrei preferito essere venduta a chiunque piuttosto che condurre una vita come la mia. In tali occasioni assumeva l’aria di un individuo profondamente offeso e mi rimproverava per la mia ingratitudine. “Non ti ho forse accolta in casa e resa compagna dei miei stessi figli?” diceva. “Ti ho mai trattata come una negra? Non ho mai permesso che tu venissi punita, nemmeno per compiacere la tua padrona. E questa è la ricompensa che ottengo, ragazza ingrata!” Risposi che aveva i suoi motivi per sottrarmi alle punizioni e che la condotta che seguiva portava la mia padrona a odiarmi e a perseguitarmi. Se piangevo, diceva: “Povera bambina! Non piangere! non piangere! Farò pace io con la tua padrona per te. Lascia solo che sistemi le cose a modo mio. Povera, sciocca ragazza! non sai cosa sia bene per te. Io ti tratterei con affetto. Farei di te una signora. Ora va’, e pensa a tutto ciò che ti ho promesso”.

Io ci pensai.

Lettore, non sto dipingendo quadri immaginari delle case del sud. Ti sto dicendo la pura verità. Eppure, quando le vittime fuggono da questa belva feroce che è la Schiavitù, i nordisti acconsentono a fare la parte dei segugi e a braccare il povero fuggitivo per ricacciarlo nella sua tana, “piena di ossa di morti e di ogni impurità”. Anzi, di più: non sono solo disposti, ma fieri di dare le proprie figlie in sposa ai proprietari di schiavi. Le povere ragazze hanno nozioni romantiche di un clima soleggiato e di viti in fiore che tutto l’anno ombreggiano una casa felice. A quali delusioni sono destinate! La giovane sposa impara presto che il marito nelle cui mani ha riposto la propria felicità non ha alcun riguardo per i voti matrimoniali. Figli di ogni sfumatura di carnagione giocano con i suoi candidi bambini, e lei sa fin troppo bene che sono nati da lui, nel suo stesso focolare. La gelosia e l’odio entrano nella casa fiorita e la devastano della sua bellezza.

Le donne del sud spesso sposano un uomo sapendo che è padre di molti piccoli schiavi. Non se ne preoccupano affatto. Considerano quei bambini come proprietà, commerciabili quanto i maiali nella piantagione; ed è raro che non glielo facciano capire, passandoli al più presto nelle mani del mercante di schiavi e togliendoseli così di torno. Sono lieta di dire che vi sono alcune onorevoli eccezioni.

Io stessa ho conosciuto due mogli del sud che esortarono i propri mariti a liberare quegli schiavi verso i quali si trovavano in una “relazione parentale”; e la loro richiesta fu esaudita. Quei mariti arrossirono davanti alla superiore nobiltà d’animo delle loro mogli. Sebbene avessero solo consigliato loro di fare ciò che era loro dovere compiere, ciò impose il loro rispetto e rese la loro condotta più esemplare. La finzione ebbe fine e la fiducia prese il posto della diffidenza.

Sebbene questa istituzione malvagia attutisca il senso morale, persino nelle donne bianche, in misura spaventosa, non è del tutto estinto. Ho sentito signore del sud dire del signor Tal dei Tali: “Non solo non ritiene un disonore essere il padre di quei piccoli negri, ma non si vergogna di definirsi il loro padrone. Dichiaro che tali cose non dovrebbero essere tollerate in nessuna società decente!”

VII. L’innamorato.

Perché lo schiavo arriva mai ad amare? Perché permettere ai viticci del cuore di avvolgersi attorno a oggetti che possono in qualsiasi momento essere strappati via dalla mano della violenza? Quando le separazioni avvengono per mano della morte, l’anima pia può chinarsi in rassegnazione e dire: “Non la mia volontà, ma la tua sia fatta, o Signore!” Ma quando la mano spietata dell’uomo sferra il colpo, incurante della miseria che provoca, è difficile essere sottomessi. Non ragionavo così quando ero una giovane ragazza. La gioventù è gioventù. Amavo, e mi concedevo la speranza che le nuvole scure attorno a me avrebbero rivelato un orlo luminoso. Dimenticavo che nella terra della mia nascita le ombre sono troppo dense perché la luce possa penetrare. Una terra

“Dove la risata non è gioia; né il pensiero mente; Né le parole un linguaggio; né gli uomini stessi umanità. Dove alle maledizioni rispondono le grida, alle percosse gli strilli, E ognuno è torturato nel suo inferno particolare.”

Nel vicinato c’era un giovane carpentiere di colore; un uomo nato libero. Ci eravamo conosciuti bene nell’infanzia e in seguito ci eravamo incontrati spesso. Diventammo reciprocamente legati e lui mi propose di sposarlo. Lo amavo con tutto l’ardore del primo amore di una giovane ragazza. Ma quando riflettevo sul fatto che ero una schiava e che le leggi non davano alcuna sanzione al matrimonio di tali persone, il mio cuore sprofondava. Il mio innamorato voleva riscattarmi; ma sapevo che il dottor Flint era un uomo troppo ostinato e arbitrario per acconsentire a quell’accordo. Da lui ero certa di incontrare ogni sorta di opposizione, e non avevo nulla da sperare dalla mia padrona. Sarebbe stata lieta di sbarazzarsi di me, ma non in quel modo. Le avrebbe sollevato la mente da un peso se avesse potuto vedermi venduta in qualche stato lontano, ma se mi fossi sposata vicino a casa sarei stata esattamente tanto in potere di suo marito quanto lo ero stata in precedenza — poiché il marito di una schiava non ha alcun potere di proteggerla. Inoltre, la mia padrona, come molte altre, sembrava pensare che gli schiavi non avessero alcun diritto ad avere legami familiari propri; che fossero stati creati solo per servire la famiglia della padrona. Una volta la sentii insultare una giovane schiava che le aveva detto che un uomo di colore voleva farla sua moglie. “Ti farò scorticare e mettere in salamoia, mia cara,” disse, “se sento ancora nominare questo argomento. Pensi che ti permetterò di accudire i miei figli con i figli di quel negro?” La ragazza a cui lo disse aveva un figlio mulatto, ovviamente non riconosciuto dal padre. Il povero uomo nero che la amava sarebbe stato orgoglioso di riconoscere la sua prole indifesa.

Molti e ansiosi furono i pensieri che rimuginai nella mia mente. Ero smarrita sul da farsi. Soprattutto, desideravo risparmiare al mio innamorato gli insulti che avevano ferito così profondamente la mia stessa anima. Ne parlai con mia nonna e le esposi in parte le mie paure. Non osai dirle il peggio. Lei sospettava da tempo che non tutto fosse a posto, e se avessi confermato i suoi sospetti sapevo che si sarebbe levata una tempesta che avrebbe segnato la fine di tutte le mie speranze.

Questo sogno d’amore era stato il mio sostegno attraverso molte prove; e non potevo sopportare di correre il rischio di vederlo improvvisamente dissipato. C’era una signora nel vicinato, un’amica particolare del dottor Flint, che visitava spesso la casa. Nutrivo un grande rispetto per lei, e lei aveva sempre manifestato un interesse amichevole nei miei confronti. La nonna pensava che avrebbe avuto grande influenza sul dottore. Andai da questa signora e le raccontai la mia storia. Le dissi che ero consapevole che il fatto che il mio innamorato fosse un uomo nato libero si sarebbe rivelato una grande obiezione; ma lui voleva riscattarmi; e se il dottor Flint avesse acconsentito a quell’accordo, ero certa che sarebbe stato disposto a pagare qualsiasi prezzo ragionevole. Lei sapeva che la signora Flint non mi amava; quindi, mi azzardai a suggerire che forse la mia padrona avrebbe approvato che venissi venduta, poiché ciò l’avrebbe liberata di me. La signora ascoltò con gentile simpatia e promise di fare tutto il possibile per assecondare i miei desideri. Ebbe un colloquio con il dottore e credo che perorò la mia causa con fervore; ma fu tutto inutile.

Quanto temevo il mio padrone, ora! Ogni minuto mi aspettavo di essere convocata al suo cospetto; ma la giornata passò e non ebbi notizie da lui. La mattina seguente mi fu recapitato un messaggio: “Il padrone ti vuole nel suo studio”. Trovai la porta socchiusa e rimasi un momento a fissare l’uomo odioso che reclamava il diritto di governarmi, corpo e anima. Entrai e cercai di apparire calma. Non volevo che sapesse quanto sanguinasse il mio cuore. Mi guardò fisso, con un’espressione che sembrava dire: “Ho mezza intenzione di ucciderti su due piedi”. Alla fine ruppe il silenzio, e fu un sollievo per entrambi.

“Così vuoi sposarti, eh?” disse, “e con un negro libero”.

“Sì, signore”.

“Bene, ti convincerò presto se sono io il tuo padrone o quel tipo di negro che onori così tanto. Se proprio devi avere un marito, puoi accontentarti di uno dei miei schiavi”.

Che situazione sarebbe stata la mia, come moglie di uno dei suoi schiavi, anche se il mio cuore fosse stato interessato!

Risposi: “Non pensa, signore, che una schiava possa avere una qualche preferenza riguardo al matrimonio? Pensa che tutti gli uomini siano uguali per lei?”

“Ami questo negro?” disse bruscamente.

“Sì, signore”.

“Come osi dirmelo!” esclamò, in gran collera. Dopo una breve pausa, aggiunse: “Pensavo che avessi più stima di te stessa; che ti sentissi al di sopra degli insulti di simili cuccioli”.

Risposi: “Se lui è un cucciolo, io sono una cucciola, poiché apparteniamo entrambi alla razza negra. È giusto e onorevole per noi amarci. L’uomo che lei chiama cucciolo non mi ha mai insultata, signore; e non mi amerebbe se non credesse che io sia una donna virtuosa”.

Mi balzò addosso come una tigre e mi diede un colpo stordente. Era la prima volta che mi colpiva; e la paura non mi fu d’aiuto nel controllare la mia rabbia. Quando mi fui un po’ ripresa dagli effetti, esclamai: “Lei mi ha colpita per averle risposto onestamente. Quanto la disprezzo!”

Ci fu silenzio per alcuni minuti. Forse stava decidendo quale dovesse essere la mia punizione; o forse voleva darmi il tempo di riflettere su ciò che avevo detto, e a chi l’avevo detto. Infine, chiese: “Sai cosa hai detto?”

“Sì, signore; ma il suo trattamento mi ha spinta a farlo”.

“Sai che ho il diritto di fare di te ciò che mi pare — che posso ucciderti, se voglio?”

“Lei ha cercato di uccidermi, e vorrei che ci fosse riuscito; ma lei non ha il diritto di fare di me ciò che le pare”.

“Silenzio!” esclamò con voce tonante. “Per il cielo, ragazza, ti dimentichi troppo! Sei pazza? Se lo sei, ti farò tornare presto in te. Pensi che qualsiasi altro padrone sopporterebbe ciò che ho sopportato io da te stamattina? Molti padroni ti avrebbero uccisa su due piedi. Ti piacerebbe essere mandata in prigione per la tua insolenza?”

“So di essere stata irrispettosa, signore,” risposi; “ma lei mi ci ha spinta; non ho potuto farne a meno. Quanto alla prigione, per me ci sarebbe più pace lì che qui”.

“Ti meriti di andarci,” disse, “e di essere trattata in modo tale da dimenticare il significato della parola pace. Ti farebbe bene. Ti toglierebbe di dosso un po’ delle tue arie. Ma non sono ancora pronto a mandartela, nonostante la tua ingratitudine per tutta la mia gentilezza e tolleranza. Sei stata la piaga della mia vita. Ho voluto renderti felice e sono stato ripagato con la più vile ingratitudine; ma sebbene tu ti sia dimostrata incapace di apprezzare la mia gentilezza, sarò clemente nei tuoi confronti, Linda. Ti darò un’altra possibilità di riscattare la tua reputazione. Se ti comporterai bene e farai ciò che ti richiedo, ti perdonerò e ti tratterò come ho sempre fatto; ma se mi disobbedirai, ti punirò come farei con il più meschino degli schiavi della mia piantagione. Non lasciarmi mai più sentire il nome di quel tizio. Se mai saprò che gli hai parlato, vi frustero entrambi; e se colgo lui a gironzolare per la mia proprietà, gli sparerò non appena farei con un cane. Hai sentito quello che dico? Ti darò una lezione riguardo ai matrimoni e ai negri liberi! Ora va’, e che questa sia l’ultima volta che ho occasione di parlarti di questo argomento”.

Lettore, hai mai odiato? Spero di no. Io non l’ho mai fatto, se non una volta; e confido che non accadrà mai più. Qualcuno l’ha definita “l’atmosfera dell’inferno”; e credo sia così.

Per quindici giorni il dottore non mi rivolse la parola. Pensava di umiliarmi; di farmi sentire che mi ero disonorata accettando le onorevoli profferte di un rispettabile uomo di colore, preferendole alle vili proposte di un uomo bianco. Ma sebbene le sue labbra disdegnassero di rivolgersi a me, i suoi occhi erano molto loquaci. Nessun animale ha mai osservato la propria preda più attentamente di quanto lui osservasse me. Sapeva che sapevo scrivere, sebbene avesse fallito nel farmi leggere le sue lettere; e ora era preoccupato che potessi scambiare lettere con un altro uomo. Dopo un po’ si stancò del silenzio; e mi dispiacque. Una mattina, mentre attraversava l’atrio per uscire di casa, riuscì a infilarmi un biglietto in mano. Pensai che fosse meglio leggerlo e risparmiarmi il fastidio di farmelo leggere da lui. Esprimeva rammarico per il colpo che mi aveva dato e mi ricordava che la colpa era interamente mia. Sperava che mi fossi convinta del danno che stavo facendo a me stessa incorrendo nel suo disappunto. Scrisse di aver deciso di andare in Louisiana; che avrebbe portato con sé diversi schiavi e intendeva che io fossi una di loro. La mia padrona sarebbe rimasta dove si trovava; quindi non avrei avuto nulla da temere da quella parte. Se avessi meritato gentilezza da lui, mi assicurava che sarebbe stata profusamente elargita. Mi pregava di riflettere sulla questione e di rispondere il giorno seguente.

La mattina dopo fui chiamata per portare un paio di forbici nella sua stanza. Le appoggiai sul tavolo, con la lettera accanto. Pensò che fosse la mia risposta e non mi richiamò indietro. Andai come al solito ad accompagnare la mia giovane padrona a scuola e a riprenderla. Mi incontrò per strada e mi ordinò di passare dal suo ufficio sulla via del ritorno. Quando entrai, mi mostrò la sua lettera e mi chiese perché non avessi risposto. Risposi: “Sono proprietà di sua figlia, ed è in suo potere mandarmi o portarmi dove preferisce”. Disse di essere molto felice di trovarmi così disposta ad andare e che saremmo partiti all’inizio dell’autunno. Aveva un vasto studio in città e pensai piuttosto che avesse inventato la storia solo per spaventarmi. Comunque fosse, ero determinata a non andare mai in Louisiana con lui.

L’estate passò e all’inizio dell’autunno il figlio maggiore del dottor Flint fu mandato in Louisiana per esaminare il paese, nell’ottica di un’emigrazione. Quella notizia non mi turbò. Sapevo molto bene che non sarei stata mandata con lui. Il fatto che non fossi stata portata alla piantagione prima di quel momento era dovuto alla presenza di suo figlio lì. Era geloso di suo figlio; e la gelosia verso il sorvegliante gli aveva impedito di punirmi mandandomi a lavorare nei campi. È strano che io non fossi orgogliosa di questi protettori? Quanto al sorvegliante, era un uomo per il quale nutrivo meno rispetto di quanto ne avessi per un segugio.

Il giovane signor Flint non portò indietro un rapporto favorevole della Louisiana e non sentii più parlare di quel progetto. Poco dopo, il mio innamorato mi incontrò all’angolo della strada e mi fermai a parlargli. Alzando lo sguardo, vidi il mio padrone che ci osservava dalla sua finestra. Corsi a casa, tremando di paura. Fui convocata immediatamente nella sua stanza. Mi accolse con un colpo. “Quando si sposa la padrona?” disse, con tono beffardo. Seguì una pioggia di giuramenti e imprecazioni. Quanto ero grata che il mio innamorato fosse un uomo libero! che il mio tiranno non avesse il potere di frustarlo per avermi parlato per strada!

Di nuovo, e ancora, rimuginavo nella mia mente come tutto ciò sarebbe finito. Non c’era speranza che il dottore acconsentisse a vendermi a qualsiasi condizione. Aveva una volontà di ferro ed era determinato a tenermi e a soggiogarmi. Il mio innamorato era un uomo intelligente e religioso. Anche se avesse ottenuto il permesso di sposarmi mentre ero schiava, il matrimonio non gli avrebbe dato alcun potere di proteggermi dal mio padrone. Lo avrebbe reso infelice assistere agli insulti ai quali sarei stata sottoposta. E poi, se avessimo avuto dei figli, sapevo che avrebbero dovuto “seguire la condizione della madre”. Che terribile rovina sarebbe stata per il cuore di un padre libero e intelligente! Per amore suo, sentivo che non avrei dovuto legare il suo destino al mio triste fato. Si stava recando a Savannah per occuparsi di una piccola proprietà lasciatagli da uno zio; e per quanto fosse difficile per me rassegnarmi, lo supplicai caldamente di non tornare. Gli consigliai di andare negli Stati Liberi, dove la sua lingua non sarebbe stata legata e dove la sua intelligenza gli sarebbe stata di maggior utilità. Mi lasciò, sperando ancora che sarebbe arrivato il giorno in cui sarei potuta essere riscattata. Con me, la lampada della speranza si era spenta. Il sogno della mia fanciullezza era finito. Mi sentivo sola e desolata.

Tuttavia non ero spogliata di tutto. Avevo ancora la mia buona nonna e il mio affettuoso fratello. Quando mi cingeva il collo con le braccia e mi guardava negli occhi, come per leggerci dentro i problemi che non osavo raccontare, sentivo di avere ancora qualcosa da amare. Ma anche quella piacevole emozione veniva gelata dalla riflessione che avrebbe potuto essermi strappato via in qualsiasi momento, per un capriccio improvviso del mio padrone. Se avesse saputo quanto ci amavamo, penso che avrebbe esultato nel separarci. Spesso pianificavamo insieme come avremmo potuto raggiungere il nord. Ma, come osservava William, certe cose sono più facili a dirsi che a farsi. I miei movimenti erano sorvegliati molto da vicino e non avevamo i mezzi per ottenere denaro per coprire le nostre spese. Quanto alla nonna, era fortemente contraria al fatto che i suoi figli intraprendessero un simile progetto. Non aveva dimenticato le sofferenze del povero Benjamin e temeva che se un altro figlio avesse tentato la fuga, avrebbe avuto una sorte simile o peggiore. Per me, nulla sembrava più terribile della mia vita attuale. Dissi a me stessa: “William deve essere libero. Lui andrà al nord e io lo seguirò”. Molte sorelle schiave hanno formato gli stessi piani.

I proprietari di schiavi si vantano di essere uomini d’onore; ma se doveste ascoltare le enormi menzogne che raccontano ai loro schiavi, avreste ben poca stima della loro veracità. Ho parlato in modo schietto. Perdonatemi. Non posso usare un termine più mite. Quando visitano il nord e tornano a casa, raccontano ai loro schiavi dei fuggitivi che hanno incontrato, descrivendoli nelle condizioni più deplorevoli. Un proprietario di schiavi una volta mi disse di aver visto una fuggitiva, una mia amica, a New York, e che lei lo implorava di riportarla dal suo padrone, poiché stava letteralmente morendo di stenti; che per molti giorni aveva avuto solo una patata fredda da mangiare e che in altri momenti non riusciva a trovare nulla. Disse di essersi rifiutato di prenderla, perché sapeva che il suo padrone non lo avrebbe ringraziato per aver portato un tale miserabile essere a casa sua. Concluse dicendomi: “Questa è la punizione che si è attirata da sola per essere scappata da un padrone gentile”.

Tutta questa storia era falsa. In seguito sono stata con quell’amica a New York e l’ho trovata in condizioni agiate. Non le era mai passato per la testa di voler tornare in schiavitù. Molti schiavi credono a tali storie e pensano che non valga la pena scambiare la schiavitù con un tipo di libertà così duro. È difficile convincere costoro che la libertà potrebbe renderli uomini utili e metterli in grado di proteggere le loro mogli e i loro figli. Se quei pagani nella nostra terra cristiana avessero ricevuto tanta istruzione quanta ne hanno avuta alcuni indù, la penserebbero diversamente. Saprebbero che la libertà è più preziosa della vita. Inizierebbero a comprendere le proprie capacità e si sforzerebbero di diventare uomini e donne.

Ma finché gli Stati Liberi sostengono una legge che scaglia i fuggitivi di nuovo in schiavitù, come possono gli schiavi risolversi a diventare uomini? Ce ne sono alcuni che si sforzano di proteggere mogli e figlie dagli insulti dei loro padroni; ma coloro che hanno tali sentimenti hanno avuto vantaggi superiori alla massa generale degli schiavi. Sono stati parzialmente civilizzati e cristianizzati da circostanze favorevoli. Alcuni sono abbastanza audaci da esprimere tali sentimenti ai loro padroni. Oh, se ce ne fossero di più!

Alcune povere creature sono state così brutalizzate dalla frusta che si nascondono per dare ai loro padroni libero accesso alle loro mogli e figlie. Pensate che questo dimostri che l’uomo nero appartiene a un ordine di esseri inferiore? Cosa sareste voi, se foste nati e cresciuti schiavi, con generazioni di schiavi come antenati? Ammetto che l’uomo nero è inferiore. Ma cosa è che lo rende tale? È l’ignoranza in cui gli uomini bianchi lo costringono a vivere; è la frusta torturatrice che flagella via da lui l’umanità; sono i feroci segugi del Sud e i segugi umani del nord, quasi altrettanto crudeli, che fanno rispettare la Legge sugli Schiavi Fuggitivi. Fanno loro il lavoro sporco.

I gentiluomini del Sud si abbandonano alle espressioni più sprezzanti riguardo agli Yankee, mentre questi, da parte loro, acconsentono a fare il lavoro più vile per loro, come quello che i feroci segugi e i disprezzati cacciatori di negri sono impiegati a fare in patria. Quando i sudisti vanno al nord, sono orgogliosi di onorarli; ma l’uomo del nord non è il benvenuto a sud della linea di Mason e Dixon, a meno che non sopprima ogni pensiero e sentimento in contrasto con la loro “istituzione peculiare”. Né è abbastanza stare in silenzio. I padroni non sono contenti, a meno di ottenere un grado di servilismo maggiore di quello; e generalmente vengono accontentati. Rispettano l’uomo del nord per questo? Credo di no. Persino gli schiavi disprezzano “un uomo del nord con principi del sud”; e quella è la classe che vedono solitamente. Quando i nordisti vanno al sud a risiedere, si rivelano allievi molto pronti. Presto assimilano i sentimenti e la disposizione dei loro vicini, e generalmente superano i loro maestri. Dei due, sono proverbialmente i padroni più duri.

Sembrano soddisfare le loro coscienze con la dottrina che Dio ha creato gli africani per essere schiavi. Che calunnia verso il Padre celeste, che “ha fatto di un solo sangue tutte le nazioni degli uomini!” E poi, chi sono gli africani? Chi può misurare la quantità di sangue anglosassone che scorre nelle vene degli schiavi americani?

Ho parlato delle pene che i proprietari di schiavi si prendono per dare ai loro schiavi una cattiva opinione del nord; ma, nonostante ciò, gli schiavi intelligenti sono consapevoli di avere molti amici negli Stati Liberi. Persino i più ignoranti hanno alcune nozioni confuse al riguardo. Sapevano che sapevo leggere; e mi veniva spesso chiesto se avessi visto qualcosa sui giornali riguardo alla gente bianca nel grande nord, che cercava di ottenere la loro libertà per loro. Alcuni credono che gli abolizionisti li abbiano già resi liberi e che sia stabilito dalla legge, ma che i loro padroni impediscano alla legge di entrare in vigore. Una donna mi pregò di procurarmi un giornale e di leggerglielo. Disse che suo marito le aveva raccontato che la gente nera aveva mandato a dire alla regina d’ ’Merica che erano tutti schiavi; che lei non ci aveva creduto e si era recata nella città di Washington per vedere il presidente a riguardo. Litigarono; lei sfoderò la spada contro di lui e giurò che lui l’avrebbe aiutata a renderli tutti liberi.

Quella povera donna ignorante pensava che l’America fosse governata da una Regina, alla quale il Presidente era subordinato. Vorrei che il Presidente fosse subordinato alla Regina Giustizia.

IX. Schizzi di vicini proprietari di schiavi.

C’era un piantatore nella regione, non lontano da noi, che chiamerò Mr. Litch. Era un uomo maleducato, ignorante, ma molto ricco. Aveva seicento schiavi, molti dei quali non conosceva nemmeno di vista. La sua vasta piantagione era gestita da sorveglianti ben pagati. C’era una prigione e una gogna nei suoi terreni; e qualunque crudeltà venisse perpetrata lì, passava senza commenti. Era protetto così efficacemente dalla sua grande ricchezza che non veniva chiamato a rendere conto dei suoi crimini, nemmeno per omicidio.

Vari erano i castighi a cui si ricorreva. Uno dei preferiti consisteva nel legare una corda attorno al corpo di un uomo e sospenderlo da terra. Un fuoco veniva acceso sopra di lui, dal quale era appeso un pezzo di grasso di maiale. Mentre cuoceva, le gocce di grasso bollente cadevano continuamente sulla carne nuda. Nella sua piantagione, richiedeva un’obbedienza molto rigorosa all’ottavo comandamento. Ma le depredazioni ai danni dei vicini erano consentite, a condizione che il colpevole riuscisse a evitare di essere scoperto o sospettato. Se un vicino portava un’accusa di furto contro uno dei suoi schiavi, veniva intimidito dal padrone, che gli assicurava che i suoi schiavi avevano abbastanza di tutto in casa e non avevano alcun motivo per rubare. Non appena il vicino voltava le spalle, l’accusato veniva cercato e frustato per la sua mancanza di discrezione. Se uno schiavo rubava a lui anche solo una libbra di carne o un moggio di mais, se la scoperta seguiva, veniva messo in catene e imprigionato, e così tenuto finché la sua forma non era attenuata dalla fame e dalla sofferenza.

Una piena portò una volta la sua cantina dei vini e la dispensa a miglia di distanza dalla piantagione. Alcuni schiavi seguirono e recuperarono pezzi di carne e bottiglie di vino. Due furono scoperti; un prosciutto e un po’ di liquore furono trovati nelle loro capanne. Furono convocati dal loro padrone. Non furono usate parole, ma una clava li abbatté al suolo. Una cassa grezza fu la loro bara, e la loro sepoltura fu quella di un cane. Non fu detto nulla.

L’omicidio era così comune nella sua piantagione che temeva di restare solo dopo il calar del sole. Poteva aver creduto ai fantasmi.

Suo fratello, se non uguale in ricchezza, era almeno pari in crudeltà. I suoi segugi erano ben addestrati. Il loro recinto era spazioso, e un terrore per gli schiavi. Venivano sguinzagliati su un fuggitivo e, se lo rintracciavano, gli strappavano letteralmente la carne dalle ossa. Quando questo proprietario di schiavi morì, le sue grida e i suoi gemiti furono così spaventosi da sconvolgere i suoi stessi amici. Le sue ultime parole furono: “Sto andando all’inferno; seppellite il mio denaro con me”.

Dopo la morte i suoi occhi rimasero aperti. Per premere le palpebre, vi furono appoggiati dei dollari d’argento. Questi furono sepolti con lui. Da questa circostanza, si diffuse la voce che la sua bara fosse piena di denaro. Per tre volte la sua tomba fu aperta e la sua bara portata via. L’ultima volta, il suo corpo fu trovato a terra e uno stormo di avvoltoi lo stava beccando. Fu nuovamente sepolto e una sentinella fu posta a guardia della sua tomba. I colpevoli non furono mai scoperti.

La crudeltà è contagiosa nelle comunità non civilizzate. Mr. Conant, un vicino di Mr. Litch, tornò dalla città una sera in uno stato di parziale intossicazione. Il suo servitore personale gli diede qualche offesa. Fu spogliato dei vestiti, eccetto la camicia, frustato e legato a un grande albero davanti alla casa. Era una notte tempestosa d’inverno. Il vento soffiava amaramente freddo e i rami del vecchio albero scricchiolavano sotto il nevischio che cadeva. Un membro della famiglia, temendo che potesse morire assiderato, implorò che fosse slegato; ma il padrone non volle cedere. Rimase lì tre ore; e, quando fu tirato giù, era più morto che vivo. Un altro schiavo, che rubò un maiale a questo padrone per placare la sua fame, fu terribilmente fustigato. Per la disperazione, cercò di scappare. Ma alla fine di due miglia, era così debole per la perdita di sangue che pensò di morire. Aveva una moglie e desiderava vederla ancora una volta. Troppo malato per camminare, tornò strisciando per quella lunga distanza su mani e ginocchia. Quando raggiunse il suo padrone, era notte. Non aveva la forza di alzarsi e aprire il cancello. Gemette e cercò di chiedere aiuto. Avevo un’amica che viveva nella stessa famiglia. Alla fine il suo grido la raggiunse. Uscì e trovò l’uomo prostrato al cancello. Corse in casa per chiedere assistenza e due uomini tornarono con lei. Lo portarono dentro e lo deposero sul pavimento. Il dorso della sua camicia era un unico grumo di sangue. Per mezzo dello strutto, la mia amica lo scollò dalla carne viva. Lo bendò, gli diede una bevanda fresca e lo lasciò riposare. Il padrone disse che meritava altre cento frustate. Quando il suo lavoro gli era stato rubato, aveva rubato cibo per placare la sua fame. Questo era il suo crimine.

Un’altra vicina era una certa Mrs. Wade. Non c’era ora del giorno in cui non si sentisse la frusta nei suoi locali. I suoi lavori iniziavano all’alba e non cessavano che molto tempo dopo il calar del sole. Il fienile era il suo luogo particolare di tortura. Lì frustava gli schiavi con la forza di un uomo. Una vecchia schiava di sua proprietà mi disse una volta: “È l’inferno a casa della padrona. Mi sembra di non uscirne mai. Giorno e notte prego di morire”.

La padrona morì prima della vecchia donna e, in punto di morte, supplicò suo marito di non permettere a nessuno dei suoi schiavi di guardarla dopo la morte. Una schiava che aveva accudito i suoi figli, e aveva ancora un bambino alle sue cure, colse l’occasione e scivolò con esso tra le braccia nella stanza dove giaceva la sua padrona morta. La fissò per un po’, poi alzò la mano e sferrò due colpi sul suo volto, dicendo, mentre lo faceva: “Il diavolo ti ha presa ora!” Dimenticò che il bambino stava guardando. Aveva appena iniziato a parlare; e disse a suo padre: “Io ho visto la mamma, e la mammina ha colpito la mamma, così”, colpendosi il proprio volto con la sua manina. Il padrone rimase sbalordito. Non riusciva a immaginare come la balia potesse aver ottenuto accesso alla stanza dove giaceva il cadavere; poiché teneva la porta chiusa a chiave. La interrogò. Lei confessò che ciò che il bambino aveva detto era vero e raccontò come si era procurata la chiave. Fu venduta in Georgia.

Nella mia infanzia conoscevo una schiava preziosa, di nome Charity, e le volevo bene, come tutti i bambini. La sua giovane padrona si sposò e la portò in Louisiana. Il suo figlioletto, James, fu venduto a una brava sorta di padrone. Divenne pieno di debiti e James fu venduto di nuovo a un ricco proprietario di schiavi, noto per la sua crudeltà. Con quest’uomo crebbe fino all’età adulta, ricevendo il trattamento di un cane. Dopo una grave frustata, per salvarsi da ulteriori inflizioni della frusta, con la quale era minacciato, si diede alla macchia. Era in una condizione miserabile: tagliato dal cuoio grezzo, seminudo, mezzo affamato e senza i mezzi per procurarsi una crosta di pane.

Alcune settimane dopo la sua fuga, fu catturato, legato e riportato alla piantagione del suo padrone. Quest’uomo considerava la punizione nella sua prigione, a pane e acqua, dopo aver ricevuto centinaia di frustate, troppo mite per il crimine del povero schiavo. Pertanto decise, dopo che il sorvegliante lo avesse frustato a suo piacimento, di farlo mettere tra le viti della sgranatrice di cotone, per restarci tanto a lungo quanto era stato nei boschi. Questa povera creatura fu tagliata con la frusta dalla testa ai piedi, poi lavata con salamoia forte, per evitare che la carne andasse in cancrena e per farla guarire prima di quanto altrimenti avrebbe fatto. Fu poi messo nella sgranatrice di cotone, che fu avvitata, lasciandogli solo lo spazio per girarsi su un fianco quando non riusciva a stare sulla schiena. Ogni mattina uno schiavo veniva mandato con un pezzo di pane e una ciotola d’acqua, che venivano posti alla portata del poveretto. Allo schiavo era stato ordinato, sotto pena di una punizione severa, di non parlargli.

Passarono quattro giorni e lo schiavo continuò a portare il pane e l’acqua. La seconda mattina, trovò il pane sparito, ma l’acqua intatta. Quando fu stato nella pressa per quattro giorni e cinque notti, lo schiavo informò il suo padrone che l’acqua non era stata usata per quattro mattine e che un orribile fetore proveniva dalla casa della sgranatrice. Il sorvegliante fu mandato a controllare. Quando la pressa fu svitata, il corpo morto fu trovato parzialmente mangiato da topi e parassiti. Forse i topi che divoravano il suo pane lo avevano rosicchiato prima che la vita si fosse estinta. Povera Charity! La nonna e io ci chiedevamo spesso come il suo cuore affettuoso avrebbe sopportato la notizia, se avesse mai saputo dell’omicidio di suo figlio. Avevamo conosciuto suo marito e sapevamo che James era simile a lui in virilità e intelligenza. Queste erano le qualità che rendevano così difficile per lui essere uno schiavo di piantagione. Lo misero in una cassa grezza e lo seppellirono con meno sentimento di quanto sarebbe stato manifestato per un vecchio cane di casa. Nessuno fece domande. Era uno schiavo; e il sentimento era che il padrone avesse il diritto di fare ciò che voleva della sua proprietà. E cosa gli importava del valore di uno schiavo? Ne aveva centinaia. Quando finivano la loro fatica quotidiana, dovevano sbrigarsi a mangiare i loro piccoli bocconi ed essere pronti a spegnere i loro torcioni di pino prima delle nove, quando il sorvegliante faceva i suoi giri di pattuglia. Entrava in ogni capanna, per vedere che gli uomini e le loro mogli fossero andati a letto insieme, per evitare che gli uomini, per l’eccessiva stanchezza, si addormentassero nell’angolo del camino e vi rimanessero fino a quando il corno del mattino li chiamava al loro compito quotidiano. Le donne sono considerate di nessun valore, a meno che non aumentino continuamente il patrimonio del loro proprietario. Sono messe sullo stesso piano degli animali. Questo stesso padrone sparò in testa a una donna, che era scappata ed era stata riportata da lui. Nessuno lo chiamò a risponderne. Se uno schiavo resisteva all’essere frustato, i segugi venivano liberati e sguinzagliati contro di lui, per strappargli la carne dalle ossa. Il padrone che commetteva queste cose era altamente istruito e definito un perfetto gentiluomo. Si vantava anche del nome e della posizione di cristiano, sebbene Satana non abbia mai avuto un seguace più vero.

Potrei raccontare di altri proprietari di schiavi crudeli come quelli che ho descritto. Non sono eccezioni alla regola generale. Non dico che non ci siano proprietari di schiavi umani. Tali personaggi esistono, nonostante le influenze indurenti che li circondano. Ma sono “come le visite degli angeli: poche e rare”.

Conoscevo una giovane signora che era uno di questi rari esemplari. Era un’orfana ed ereditò come schiavi una donna e i suoi sei figli. Il loro padre era un uomo libero. Avevano una casa confortevole tutta loro, genitori e figli vivevano insieme. La madre e la figlia maggiore servivano la loro padrona durante il giorno e la sera tornavano alla loro abitazione, che era nei locali. La giovane signora era molto pia, e c’era una qualche realtà nella sua religione. Insegnava ai suoi schiavi a condurre vite pure e desiderava che godessero del frutto della loro stessa industria. La sua religione non era una veste indossata per la domenica e messa da parte finché la domenica non tornava di nuovo. La figlia maggiore della madre schiava era promessa in sposa a un uomo libero; e il giorno prima del matrimonio questa buona padrona la emancipò, affinché il suo matrimonio potesse avere la sanzione della legge.

Si diceva che questa giovane signora nutrisse un amore non corrisposto per un uomo che aveva deciso di sposarsi per ricchezza. Nel corso del tempo un suo ricco zio morì. Lasciò seimila dollari ai suoi due figli avuti da una donna di colore, e il resto della sua proprietà a questa nipote orfana. Il metallo attirò presto la calamita. La signora e la sua borsa pesante divennero sue. Offrì di affrancare i suoi schiavi, dicendo loro che il suo matrimonio avrebbe potuto apportare cambiamenti inaspettati al loro destino, e desiderava assicurare la loro felicità. Si rifiutarono di prendere la loro libertà, dicendo che lei era sempre stata la loro migliore amica e che non potevano essere così felici da nessuna parte come con lei. Non ne fui sorpresa. Li avevo visti spesso nella loro casa confortevole e pensavo che l’intera città non contenesse una famiglia più felice. Non avevano mai sentito la schiavitù; e, quando fu troppo tardi, si convinsero della sua realtà.

Quando il nuovo padrone rivendicò questa famiglia come sua proprietà, il padre divenne furioso e andò dalla sua padrona per protezione. “Non posso fare nulla per voi ora, Harry”, disse lei. “Non ho più il potere che avevo una settimana fa. Sono riuscita a ottenere la libertà di tua moglie; ma non posso ottenerla per i tuoi figli”. L’infelice padre giurò che nessuno avrebbe portato via i suoi figli da lui. Li nascose nei boschi per alcuni giorni; ma furono scoperti e presi. Il padre fu messo in prigione e i due ragazzi più grandi venduti in Georgia. Una bambina piccola, troppo giovane per essere di servizio al suo padrone, fu lasciata con la madre disperata. Gli altri tre furono portati alla piantagione del loro padrone. La maggiore divenne presto madre e, quando la moglie del proprietario di schiavi guardò la neonata, pianse amaramente. Sapeva che suo marito aveva violato la purezza che lei aveva così accuratamente inculcato. Ebbe un secondo figlio dal suo padrone, e poi lui vendette lei e la sua prole a suo fratello. Ebbe due figli dal fratello e fu venduta di nuovo. La sorella successiva impazzì. La vita che fu costretta a condurre la fece diventare pazza. La terza divenne madre di cinque figlie. Prima della nascita della quarta, la pia padrona morì. Fino all’ultimo, rese ogni gentilezza agli schiavi che le sue sfortunate circostanze permettevano. Se ne andò pacificamente, felice di chiudere gli occhi su una vita che era stata resa così miserabile dall’uomo che amava.

Quest’uomo dissipò la fortuna che aveva ricevuto e cercò di recuperare i suoi affari con un secondo matrimonio; ma, essendosi ritirato dopo una notte di bagordi, fu trovato morto al mattino. Era chiamato un buon padrone; perché nutriva e vestiva i suoi schiavi meglio della maggior parte dei padroni, e la frusta non si sentiva nella sua piantagione così frequentemente come in molte altre. Se non fosse stato per la schiavitù, sarebbe stato un uomo migliore e sua moglie una donna più felice.

Nessuna penna può dare un’adeguata descrizione della corruzione onnipervadente.

licenziosità e paura. La frusta e il turpiloquio del padrone e dei suoi figli sono i suoi maestri. Quando ha quattordici o quindici anni, il suo proprietario, o i suoi figli, o il sorvegliante, o forse tutti loro, iniziano a corromperla con dei doni. Se questi non raggiungono il loro scopo, viene frustata o affamata finché non si sottomette al loro volere. Potrebbe aver ricevuto princìpi religiosi inculcati da una madre o una nonna pia, o da una buona padrona; potrebbe avere un amante, la cui buona opinione e la cui pace mentale sono care al suo cuore; o gli uomini dissoluti che hanno potere su di lei potrebbero esserle sommamente odiosi. Ma la resistenza è vana.

“Il povero verme Dimostrerà vano il suo contrasto. Il breve giorno della vita Passerà, ed essa non sarà più!”

I figli del proprietario di schiavi sono, naturalmente, viziati, fin da ragazzi, dalle influenze impure che li circondano ovunque. Né le figlie del padrone sfuggono sempre a questo destino. Severi castighi colpiscono talvolta il padrone per i torti che reca alle figlie degli schiavi. Le figlie dei bianchi sentono presto i genitori litigare a causa di qualche schiava. La loro curiosità viene stuzzicata e presto ne imparano il motivo. Sono servite dalle giovani schiave che il padre ha corrotto; e ascoltano discorsi che non dovrebbero mai giungere a orecchie giovanili, né ad alcun’altra orecchia. Sanno che le schiave sono soggette all’autorità del padre in ogni cosa; e in alcuni casi esercitano la stessa autorità sugli schiavi maschi. Ho visto io stessa il padrone di una simile casa con la testa china per la vergogna; poiché nel vicinato si sapeva che sua figlia aveva scelto uno degli schiavi più spregevoli della sua piantagione per essere il padre del suo primo nipote. Non rivolse le sue profferte ai suoi pari, né tantomeno ai servi più intelligenti di suo padre. Scelse il più brutalizzato, su cui la sua autorità poteva essere esercitata con minor timore di essere scoperta. Suo padre, mezzo fuori di sé per la rabbia, cercò di vendicarsi sull’uomo nero offeso; ma la figlia, presagendo la tempesta che sarebbe sorta, gli aveva fornito documenti di libertà e lo aveva mandato fuori dallo stato.

In tali casi, il neonato viene soffocato, o mandato dove non sarà mai visto da alcuno che ne conosca la storia. Ma se il genitore bianco è il padre, invece della madre, la prole viene allevata senza vergogna per il mercato. Se si tratta di femmine, ho indicato abbastanza chiaramente quale sarà il loro destino inevitabile.

Potete credere a ciò che dico; perché scrivo solo di ciò che conosco. Sono rimasta ventun anni in quella gabbia di uccelli osceni. Posso testimoniare, per mia esperienza e osservazione, che la schiavitù è una maledizione sia per i bianchi che per i neri. Rende i padri bianchi crudeli e sensuali; i figli violenti e licenziosi; contamina le figlie e rende le mogli infelici. E quanto alla razza di colore, servirebbe una penna più abile della mia per descrivere l’estremo delle loro sofferenze, la profondità della loro degradazione.

Eppure, pochi proprietari di schiavi sembrano essere consapevoli della diffusa rovina morale causata da questo sistema iniquo. Il loro parlare è dei raccolti di cotone danneggiati, non del danno alle anime dei loro figli.

Se volete essere pienamente convinti delle abominazioni della schiavitù, andate in una piantagione del sud e dichiaratevi un mercante di negri. Allora non ci sarà alcuna dissimulazione; e vedrete e udrete cose che vi sembreranno impossibili tra esseri umani con anime immortali.

X. Un passaggio pericoloso nella vita della schiava.

Dopo che il mio amante se ne andò, il dottor Flint architettò un nuovo piano. Sembrava avere l’idea che la mia paura della padrona fosse il suo ostacolo maggiore. Con i toni più suadenti, mi disse che stava per costruire una piccola casa per me, in un luogo appartato, a quattro miglia dalla città. Rabbrividii; ma fui costretta ad ascoltare, mentre parlava della sua intenzione di darmi una casa tutta mia e di fare di me una signora. Finora, ero sfuggita al mio temuto destino stando in mezzo alla gente. Mia nonna aveva già avuto parole pesanti con il mio padrone riguardo a me. Gli aveva detto piuttosto chiaramente cosa pensasse del suo carattere, e c’era un notevole chiacchiericcio nel vicinato sui nostri affari, a cui la gelosia a bocca aperta della signora Flint non contribuiva poco. Quando il mio padrone disse che stava per costruire una casa per me, e che poteva farlo con poca fatica e spesa, sperai che accadesse qualcosa per frustrare il suo piano; ma presto venni a sapere che la costruzione era effettivamente iniziata. Giurai davanti al mio Creatore che non vi avrei mai messo piede. Avrei preferito lavorare nella piantagione dall’alba al tramonto; avrei preferito vivere e morire in prigione, piuttosto che trascinarmi, giorno dopo giorno, attraverso una tale morte vivente. Ero determinata che il padrone, che tanto odiavo e detestavo, che aveva rovinato le prospettive della mia giovinezza e reso la mia vita un deserto, non dovesse, dopo la mia lunga lotta contro di lui, riuscire infine a calpestare la sua vittima sotto i piedi. Avrei fatto qualsiasi cosa, ogni cosa, pur di sconfiggerlo. Cosa potevo fare? Pensai e pensai, finché non divenni disperata, e feci un salto nell’abisso.

E ora, lettore, giungo a un periodo della mia infelice vita che vorrei volentieri dimenticare se potessi. Il ricordo mi riempie di dolore e vergogna. Mi addolora raccontarvelo; ma ho promesso di dirvi la verità, e lo farò onestamente, costi quel che costi. Non cercherò di nascondermi dietro la scusa della costrizione da parte di un padrone; perché non è stato così. Né posso invocare l’ignoranza o la sventatezza. Per anni, il mio padrone aveva fatto tutto il possibile per inquinare la mia mente con immagini turpi e per distruggere i princìpi puri inculcati da mia nonna e dalla buona padrona della mia infanzia. Le influenze della schiavitù avevano avuto su di me lo stesso effetto che avevano avuto sulle altre giovani ragazze; mi avevano resa prematuramente consapevole delle vie malvagie del mondo. Sapevo ciò che facevo, e lo feci con calcolo deliberato.

Ma, o voi donne felici, la cui purezza è stata protetta fin dall’infanzia, che siete state libere di scegliere gli oggetti del vostro affetto, le cui case sono protette dalla legge, non giudicate la povera schiava desolata troppo severamente! Se la schiavitù fosse stata abolita, anche io avrei potuto sposare l’uomo da me scelto; avrei potuto avere una casa protetta dalle leggi; e mi sarebbe stato risparmiato il doloroso compito di confessare ciò che sto ora per raccontare; ma tutte le mie prospettive erano state rovinate dalla schiavitù. Volevo mantenermi pura; e, nelle circostanze più avverse, cercai con tutte le mie forze di preservare il mio amor proprio; ma stavo lottando da sola nella potente stretta del demone Schiavitù; e il mostro si rivelò troppo forte per me. Mi sentivo come se fossi stata abbandonata da Dio e dagli uomini; come se tutti i miei sforzi dovessero essere vanificati; e divenni spericolata nella mia disperazione.

Vi ho detto che le persecuzioni del dottor Flint e la gelosia di sua moglie avevano dato origine a qualche chiacchiericcio nel vicinato. Tra gli altri, accadde che un gentiluomo bianco celibe fosse venuto a conoscenza delle circostanze in cui mi trovavo. Conosceva mia nonna e mi parlava spesso per strada. Si interessò a me e fece domande sul mio padrone, a cui risposi in parte. Espresse molta simpatia e il desiderio di aiutarmi. Cercava costantemente occasioni per vedermi e mi scriveva spesso. Ero una povera schiava, di soli quindici anni.

Così tante attenzioni da parte di una persona superiore erano, naturalmente, lusinghiere; perché la natura umana è la stessa in tutti. Mi sentivo anche grata per la sua simpatia e incoraggiata dalle sue parole gentili. Mi sembrava una gran cosa avere un tale amico. A poco a poco, un sentimento più tenero si insinuò nel mio cuore. Era un gentiluomo istruito ed eloquente; troppo eloquente, ahimè, per la povera schiava che si fidava di lui. Naturalmente vedevo dove tutto ciò stesse andando a parare. Conoscevo l’abisso incolmabile tra noi; ma essere oggetto di interesse per un uomo che non è sposato e che non è il suo padrone, è gradito all’orgoglio e ai sentimenti di una schiava, se la sua misera situazione le ha lasciato un po’ di orgoglio o di sentimento. Sembra meno degradante donarsi, piuttosto che sottomettersi a una costrizione. C’è qualcosa di simile alla libertà nell’avere un amante che non ha alcun controllo su di te, se non quello che guadagna con la gentilezza e l’affetto. Un padrone può trattarti rudemente quanto gli pare, e tu non osi parlare; inoltre, il torto non sembra così grande con un uomo non sposato come con uno che ha una moglie da rendere infelice. Può esserci sofisma in tutto questo; ma la condizione di uno schiavo confonde ogni principio di moralità e, di fatto, ne rende impossibile la pratica.

Quando scoprii che il mio padrone aveva effettivamente iniziato a costruire il cottage solitario, altri sentimenti si mescolarono a quelli che ho descritto. La vendetta e calcoli di interesse si aggiunsero alla vanità lusingata e alla sincera gratitudine per la gentilezza. Sapevo che nulla avrebbe fatto infuriare il dottor Flint quanto il sapere che favorivo un altro; ed era qualcosa trionfare sul mio tiranno anche in quel piccolo modo. Pensai che si sarebbe vendicato vendendomi, ed ero sicura che il mio amico, il signor Sands, mi avrebbe comprata. Era un uomo di più generosità e sentimento del mio padrone, e pensai che la mia libertà potessi facilmente ottenerla da lui. La crisi del mio destino giunse ora così vicina che ero disperata. Rabbrividivo al pensiero di essere madre di figli che sarebbero stati di proprietà del mio vecchio tiranno. Sapevo che, non appena un nuovo capriccio lo coglieva, le sue vittime venivano vendute lontano per sbarazzarsene; specialmente se avevano figli. Avevo visto diverse donne vendute, con i suoi bambini al seno. Non permetteva mai che la sua prole avuta da schiave rimanesse a lungo alla vista sua e di sua moglie. Da un uomo che non era il mio padrone potevo chiedere che i miei figli fossero ben mantenuti; e in questo caso, mi sentivo sicura che avrei ottenuto il beneficio. Mi sentivo anche abbastanza certa che sarebbero stati resi liberi. Con tutti questi pensieri che mi turbinavano nella mente, e non vedendo altro modo di sfuggire al destino che tanto temevo, feci un salto nel buio. Pietà di me, e perdonatemi, o virtuoso lettore! Non avete mai saputo cosa significhi essere uno schiavo; essere del tutto privi della protezione della legge o dell’usanza; che le leggi vi riducano alla condizione di un bene mobile, interamente soggetto al volere di un altro. Non avete mai esaurito il vostro ingegno per evitare le trappole e sfuggire al potere di un odiato tiranno; non avete mai rabbrividito al suono dei suoi passi, e tremato sentendo la sua voce. So di aver sbagliato. Nessuno può sentirlo più profondamente di me. Il ricordo doloroso e umiliante mi perseguiterà fino al giorno della mia morte. Eppure, guardando indietro, con calma, agli eventi della mia vita, sento che la donna schiava non dovrebbe essere giudicata con lo stesso metro degli altri.

I mesi passarono. Ebbi molte ore infelici. Piangevo segretamente per il dolore che stavo portando a mia nonna, che tanto aveva cercato di proteggermi dal male. Sapevo di essere il più grande conforto della sua vecchiaia, e che era motivo di orgoglio per lei che io non mi fossi degradata, come la maggior parte degli schiavi. Volevo confessarle che non ero più degna del suo amore; ma non riuscivo a pronunciare le temute parole.

Quanto al dottor Flint, provavo un senso di soddisfazione e di trionfo al pensiero di dirglielo. Di volta in volta mi parlava dei suoi piani, e io restavo in silenzio. Alla fine, venne e mi disse che il cottage era completato, e mi ordinò di andarci. Gli dissi che non vi avrei mai messo piede. Egli disse: “Ne ho sentito abbastanza di questo genere di discorsi. Ci andrai, anche se portata con la forza; e lì rimarrai”.

Risposi: “Non ci andrò mai. Tra pochi mesi sarò madre”.

Rimase in piedi a guardarmi in muto stupore, e lasciò la casa senza una parola. Pensai che sarei stata felice del mio trionfo su di lui. Ma ora che la verità era venuta a galla, e i miei parenti lo avrebbero saputo, mi sentivo infelice. Per quanto umili fossero le loro condizioni, provavano orgoglio per il mio buon carattere. Ora, come potevo guardarli in faccia? Il mio amor proprio era svanito! Avevo deciso che sarei stata virtuosa, anche se ero una schiava. Avevo detto: “Lascia che la tempesta infurii! La sfiderò finché morirò”. E ora, come mi sentivo umiliata!

Andai da mia nonna. Le mie labbra si mossero per confessare, ma le parole mi si bloccarono in gola. Mi sedetti all’ombra di un albero davanti alla sua porta e iniziai a cucire. Credo che vide che c’era qualcosa di insolito in me. La madre degli schiavi è molto vigile. Sa che non c’è sicurezza per i suoi figli. Dopo che sono entrati nell’adolescenza, vive nell’attesa quotidiana di guai. Questo porta a molte domande. Se la ragazza è di natura sensibile, la timidezza le impedisce di rispondere sinceramente, e questo corso ben intenzionato ha la tendenza a allontanarla dai consigli materni. Poco dopo, entrò la mia padrona, come una pazza, e mi accusò riguardo a suo marito. Mia nonna, i cui sospetti erano stati precedentemente risvegliati, credette a ciò che diceva. Esclamò: “O Linda! Si è arrivati a questo? Preferirei vederti morta che vederti come ora sei. Sei una vergogna per tua madre defunta”. Mi strappò dalle dita l’anello nuziale di mia madre e il suo ditale d’argento. “Vai via!” esclamò, “e non venire mai più a casa mia”. I suoi rimproveri caddero così caldi e pesanti che non mi lasciarono alcuna possibilità di rispondere. Lacrime amare, come gli occhi non ne versano mai se non una volta, furono la mia unica risposta. Mi alzai dal mio posto, ma caddi di nuovo, singhiozzando. Lei non mi parlò; ma le lacrime scorrevano lungo le sue guance segnate, e mi bruciavano come fuoco. Era sempre stata così gentile con me! Così gentile! Come desideravo gettarmi ai suoi piedi e dirle tutta la verità! Ma lei mi aveva ordinato di andare via e di non tornarci mai più. Dopo pochi minuti, mi feci forza e iniziai a obbedirle. Con quali sentimenti chiusi ora quel cancelletto, che ero solita aprire con mano così desiderosa nella mia infanzia! Si chiuse su di me con un suono che non avevo mai sentito prima.

Dove potevo andare? Avevo paura di tornare dal mio padrone. Camminai sconsideratamente, senza curarmi di dove andassi o di cosa sarebbe stato di me. Quando ebbi percorso quattro o cinque miglia, la fatica mi costrinse a fermarmi. Mi sedetti sul tronco di un vecchio albero. Le stelle brillavano attraverso i rami sopra di me. Come mi schernivano, con la loro luce calma e brillante! Le ore passarono, e mentre sedevo lì da sola, un brivido e una nausea mortale mi colsero. Caddi a terra. La mia mente era piena di pensieri orribili. Pregai di morire; ma la preghiera non fu esaudita. Alla fine, con grande sforzo mi scossi e camminai ancora un po’, fino alla casa di una donna che era stata amica di mia madre. Quando le dissi perché ero lì, mi parlò in modo consolatorio; ma non potevo essere confortata. Pensai che avrei potuto sopportare la mia vergogna se solo avessi potuto riconciliarmi con mia nonna. Desideravo aprirle il mio cuore. Pensai che se avesse potuto conoscere il vero stato delle cose, e tutto ciò che avevo sopportato per anni, forse mi avrebbe giudicata meno duramente. La mia amica mi consigliò di mandare a chiamarla. Lo feci; ma passarono giorni di agghiacciante sospensione prima che venisse. Mi aveva abbandonata del tutto? No. Alla fine venne. Mi inginocchiai davanti a lei e le dissi le cose che avevano avvelenato la mia vita; da quanto tempo ero perseguitata; che non vedevo via d’uscita; e in un’ora di estrema necessità ero diventata disperata. Ascoltò in silenzio. Le dissi che avrei sopportato qualsiasi cosa e fatto qualsiasi cosa, se col tempo avessi avuto la speranza di ottenere il suo perdono. La implorai di aver pietà di me, per amore di mia madre defunta. E lei ebbe pietà di me. Non disse: “Ti perdono”; ma mi guardò amorevolmente, con gli occhi pieni di lacrime. Appoggiò la sua vecchia mano gentilmente sul mio capo e mormorò: “Povera bambina! Povera bambina!”.

XI. Il nuovo legame con la vita.

Tornai alla casa della mia buona nonna. Lei ebbe un colloquio con il signor Sands. Quando gli chiese perché non avesse potuto lasciarle un’agnellina, se non ci fossero abbastanza schiave a cui non importava del carattere, lui non rispose; ma pronunciò parole gentili e incoraggianti. Promise di prendersi cura di mio figlio e di comprarmi, quali che fossero le condizioni.

Non vedevo il dottor Flint da cinque giorni. Non lo vedevo mai da quando gli feci la confessione. Parlò della vergogna che avevo attirato su di me; di come avessi peccato contro il mio padrone e umiliato la mia vecchia nonna. Accennò al fatto che se avessi accettato le sue proposte, lui, come medico, avrebbe potuto salvarmi dall’esposizione. Si degnò persino di aver pietà di me. Avrebbe potuto offrirmi assenzio più amaro? Lui, le cui persecuzioni erano state la causa del mio peccato!

“Linda”, disse, “sebbene tu sia stata criminale verso di me, provo compassione per te e posso perdonarti se obbedisci ai miei desideri. Dimmi se il tizio che volevi sposare è il padre di tuo figlio. Se mi inganni, sentirai i fuochi dell’inferno”.

Non mi sentivo fiera come in passato. La mia arma più forte contro di lui era andata. Ero sminuita ai miei stessi occhi e avevo deciso di sopportare i suoi abusi in silenzio. Ma quando parlò con disprezzo dell’amante che mi aveva sempre trattata con onore; quando ricordai che, se non fosse stato per lui, avrei potuto essere una sposa virtuosa, libera e felice, persi la pazienza. “Ho peccato contro Dio e contro me stessa”, risposi, “ma non contro di voi”.

Digrignò i denti e mormorò: “Maledetta!”. Venne verso di me, con rabbia a malapena contenuta, ed esclamò: “Ragazza ostinata! Potrei ridurre le tue ossa in polvere! Ti sei buttata via con qualche mascalzone senza valore. Sei debole di mente e ti sei lasciata facilmente persuadere da chi non si cura di te neanche un po’. Il futuro regolerà i conti tra noi. Ora sei accecata; ma in futuro ti convincerai che il tuo padrone era il tuo miglior amico. La mia clemenza verso di te ne è la prova. Avrei potuto punirti in molti modi. Avrei potuto farti frustare finché non fossi caduta morta sotto la frusta. Ma volevo che tu vivessi; avrei migliorato la tua condizione. Altri non possono farlo. Tu sei la mia schiava. La tua padrona, disgustata dalla tua condotta, ti proibisce di tornare in casa; perciò ti lascio qui per il momento; ma ti vedrò spesso. Passerò domani”.

Egli venne con le sopracciglia aggrottate, che mostravano uno stato d'animo insoddisfatto. Dopo aver chiesto della mia salute, domandò se la mia pensione fosse pagata, e chi mi facesse visita. Proseguì poi dicendo di aver trascurato il suo dovere; che in qualità di medico c'erano certe cose che avrebbe dovuto spiegarmi. Seguì poi un discorso tale che avrebbe fatto arrossire la persona più spudorata. Mi ordinò di stare in piedi davanti a lui. Obbedii. "Ti comando", disse, "di dirmi se il padre di tuo figlio è bianco o nero". Esitai. "Rispondimi all'istante!" esclamò. Risposi. Mi saltò addosso come un lupo e mi afferrò il braccio come se volesse spezzarlo. "Lo ami?" disse, con un tono sibilante.

"Sono grata di non disprezzarlo", replicai.

Sollevò la mano per colpirmi; ma essa ricadde. Non so cosa abbia arrestato il colpo. Si sedette, con le labbra strettamente serrate. Alla fine parlò. "Sono venuto qui", disse, "per farti una proposta amichevole; ma la tua ingratitudine mi irrita oltre ogni sopportazione. Respingi tutte le mie buone intenzioni nei tuoi confronti. Non so cosa mi impedisca di ucciderti". Si alzò di nuovo, come se avesse intenzione di colpirmi.

Ma riprese. "A una condizione perdonerò la tua insolenza e il tuo crimine. Da questo momento non devi avere alcuna comunicazione di sorta con il padre di tuo figlio. Non devi chiedergli nulla, né ricevere nulla da lui. Mi prenderò cura di te e di tuo figlio. Faresti meglio a prometterlo subito, e a non aspettare finché non sarai abbandonata da lui. Questo è l'ultimo atto di misericordia che mostrerò nei tuoi confronti".

Dissi qualcosa riguardo al non voler essere mantenuta con il mio bambino da un uomo che aveva maledetto lui e me pure. Replicò che una donna che si era ridotta al mio livello non aveva il diritto di aspettarsi nient'altro. Mi chiese, per l'ultima volta, se avrei accettato la sua gentilezza. Risposi che non l'avrei fatto.

"Molto bene", disse; "allora subisci le conseguenze della tua condotta ostinata. Non contare mai su di me per un aiuto. Sei la mia schiava, e sarai sempre la mia schiava. Non ti venderò mai, di questo puoi star certa".

La speranza morì nel mio cuore mentre si chiudeva la porta alle spalle. Avevo calcolato che, nella sua rabbia, mi avrebbe venduta a un mercante di schiavi; e sapevo che il padre di mio figlio era in attesa di comprarmi.

In quel periodo si aspettava il ritorno di mio zio Phillip da un viaggio. Il giorno prima della sua partenza avevo fatto da damigella d'onore a una giovane amica. Il mio cuore era allora inquieto, ma il mio volto sorridente non lo tradiva. Era passato solo un anno; ma quanti spaventosi cambiamenti aveva operato! Il mio cuore era diventato grigio nella miseria. Le vite che brillano al sole, e le vite che nascono tra le lacrime, ricevono la loro tinta dalle circostanze. Nessuno di noi sa cosa possa portare un anno.

Non provai alcuna gioia quando mi dissero che mio zio era arrivato. Voleva vedermi, sebbene sapesse cosa fosse successo. Dapprima mi ritrassi da lui; ma alla fine acconsentii che venisse nella mia stanza. Mi accolse come aveva sempre fatto. Oh, come il mio cuore fu trafitto quando sentii le sue lacrime sulle mie guance brucianti! Mi tornarono in mente le parole di mia nonna: "Forse tua madre e tuo padre sono stati sottratti ai giorni malvagi a venire". Il mio cuore deluso poteva ora lodare Dio che fosse stato così. Ma perché, pensai, i miei parenti hanno mai nutrito speranze per me? Cosa c'era per salvarmi dal solito destino delle ragazze schiave? Molte più belle e più intelligenti di me avevano subito un destino simile, o uno assai peggiore. Come potevano sperare che io scampassi?

La permanenza di mio zio fu breve, e non me ne dispiacqui. Ero troppo malata nel corpo e nello spirito per godere dei miei amici come avevo fatto. Per alcune settimane non fui in grado di lasciare il mio letto. Non potevo avere altro medico che il mio padrone, e non volevo che venisse chiamato. Alla fine, allarmati dalla mia crescente malattia, lo mandarono a chiamare. Ero molto debole e nervosa; e non appena entrò nella stanza, iniziai a gridare. Gli dissero che il mio stato era molto critico. Non aveva alcun desiderio di affrettare la mia uscita dal mondo, e si ritirò.

Quando nacque il mio bambino, dissero che era prematuro. Pesava solo quattro libbre; ma Dio lo lasciò vivere. Sentii il medico dire che non sarei sopravvissuta fino al mattino. Avevo spesso pregato per la morte; ma ora non volevo morire, a meno che anche il mio bambino potesse morire. Passarono molte settimane prima che fossi in grado di lasciare il letto. Ero solo un relitto di quella che ero stata. Per un anno non ci fu quasi giorno in cui fossi libera da brividi e febbre. Anche il mio bambino era malaticcio. Le sue piccole membra erano spesso tormentate dal dolore. Il dottor Flint continuava le sue visite, per vegliare sulla mia salute; e non mancava di ricordarmi che mio figlio era un'aggiunta al suo patrimonio di schiavi.

Mi sentivo troppo debole per discutere con lui, e ascoltavo le sue osservazioni in silenzio. Le sue visite erano meno frequenti; ma il suo spirito attivo non poteva restare quieto. Impiegò mio fratello nel suo ufficio, e lui fu reso il mezzo per frequenti biglietti e messaggi per me. William era un ragazzo sveglio, e di molta utilità per il dottore. Aveva imparato a preparare medicinali, ad applicare sanguisughe, coppette e salassi. Aveva imparato da solo a leggere e a scrivere. Ero orgogliosa di mio fratello; e il vecchio dottore ne sospettava tanto. Un giorno, quando non lo vedevo da diverse settimane, sentii i suoi passi avvicinarsi alla porta. Temevo l'incontro, e mi nascosi. Chiese di me, naturalmente; ma non ero da nessuna parte. Andò nel suo ufficio e spedì William con un biglietto. Il colore salì al volto di mio fratello quando me lo diede; e disse: "Non mi odi, Linda, per portarti queste cose?" Gli dissi che non potevo biasimarlo; era uno schiavo, e obbligato a obbedire alla volontà del suo padrone. Il biglietto mi ordinava di andare nel suo ufficio. Andai. Esigette di sapere dove fossi quando mi aveva chiamata. Gli dissi che ero a casa. Andò su tutte le furie e disse che sapeva bene il contrario. Poi si lanciò sui suoi soliti temi: i miei crimini contro di lui, e la mia ingratitudine per la sua tolleranza. Le leggi mi furono enunciate di nuovo, e fui congedata. Mi sentii umiliata che mio fratello dovesse stare lì a ascoltare un linguaggio che sarebbe stato rivolto solo a uno schiavo. Povero ragazzo! Era impotente a difendermi; ma vidi le lacrime, che cercava invano di trattenere. Questa manifestazione di sentimento irritò il dottore. William non poteva fare nulla per compiacerlo. Una mattina non arrivò all'ufficio presto come al solito; e quella circostanza offrì al suo padrone l'opportunità di sfogare il suo malumore. Fu messo in prigione. Il giorno dopo mio fratello mandò un mercante dal dottore, con la richiesta di essere venduto. Il suo padrone fu grandemente irritato da quella che chiamò la sua insolenza. Disse di averlo messo lì per riflettere sulla sua cattiva condotta, e certamente non stava dando alcun segno di pentimento. Per due giorni si tormentò per trovare qualcuno che facesse il suo lavoro d'ufficio; ma tutto andava male senza William. Fu rilasciato e gli fu ordinato di riprendere il suo vecchio posto, con molte minacce se non fosse stato attento al suo comportamento futuro.

Con il passare dei mesi, la salute del mio bambino migliorò. Quando ebbe un anno, lo chiamarono bello. La piccola vite stava mettendo radici profonde nella mia esistenza, sebbene il suo affetto avvinghiante suscitasse un misto di amore e dolore. Quando ero più duramente oppressa, trovavo conforto nei suoi sorrisi. Amavo guardare i suoi sonni infantili; ma c'era sempre una nuvola scura sopra il mio godimento. Non potevo mai dimenticare che era uno schiavo. A volte desideravo che morisse nell'infanzia. Dio mi mise alla prova. Il mio caro si ammalò gravemente. Gli occhi luminosi si spensero, e i piccoli piedi e le mani erano così gelidi che pensai che la morte li avesse già toccati. Avevo pregato per la sua morte, ma mai così ardentemente come ora pregai per la sua vita; e la mia preghiera fu esaudita. Ahimè, che beffa è per una madre schiava cercare di pregare affinché il suo bambino morente torni alla vita! La morte è meglio della schiavitù. Era un pensiero triste che non avessi alcun nome da dare a mio figlio. Suo padre lo accarezzava e lo trattava gentilmente, ogni volta che ne aveva occasione. Non era contrario che portasse il suo nome; ma non aveva alcun diritto legale su di esso; e se glielo avessi dato, il mio padrone lo avrebbe considerato un nuovo crimine, un nuovo atto di insolenza, e forse se la sarebbe presa con il bambino. Oh, il serpente della Schiavitù ha molte zanne velenose!

XII. Timore di insurrezione.

Non lontano da questo periodo scoppiò l'insurrezione di Nat Turner; e la notizia gettò la nostra città in grande agitazione. Strano che dovessero essere allarmati, quando i loro schiavi erano così "contenti e felici"! Ma così era.

Era sempre usanza fare una parata ogni anno. In quell'occasione ogni uomo bianco imbracciava il suo moschetto. I cittadini e i cosiddetti gentiluomini di campagna indossavano uniformi militari. I bianchi poveri prendevano il loro posto nei ranghi in abiti quotidiani, alcuni senza scarpe, alcuni senza cappelli. Questa grande occasione era già passata; e quando fu detto agli schiavi che ci sarebbe stata un'altra parata, ne furono sorpresi e rallegrati. Povere creature! Pensavano che sarebbe stata una festa. Fui informata del vero stato delle cose, e lo comunicai ai pochi di cui potevo fidarmi. Molto volentieri l'avrei proclamato a ogni schiavo; ma non osai. Non di tutti ci si poteva fidare. Potente è il potere della frusta che tortura.

All'alba, la gente si riversava da ogni parte nel raggio di venti miglia dalla città. Sapevo che le case sarebbero state perquisite; e mi aspettavo che sarebbe stato fatto dai bulli di campagna e dai bianchi poveri. Sapevo che nulla li infastidiva tanto quanto vedere persone di colore vivere nel benessere e nella rispettabilità; così presi accordi per loro con particolare attenzione. Sistemai ogni cosa nella casa di mia nonna con la massima cura. Misi trapunte bianche sui letti e decorai alcune stanze con fiori. Quando tutto fu sistemato, mi sedetti alla finestra a guardare. Fin dove arrivava il mio occhio, posava su una folla eterogenea di soldati. Tamburi e pifferi discutevano musica marziale. Gli uomini erano divisi in compagnie di sedici, ognuna guidata da un capitano. Furono dati gli ordini, e gli scout selvaggi si precipitarono in ogni direzione, ovunque si trovasse una faccia di colore.

Era una grande opportunità per i bianchi inferiori, che non avevano negri propri da fustigare. Esultavano per una tale occasione di esercitare un po' di breve autorità, e mostrare la loro sottomissione ai proprietari di schiavi; non riflettendo che il potere che calpestava le persone di colore manteneva anche loro stessi nella povertà, nell'ignoranza e nel degrado morale. Coloro che non hanno mai assistito a tali scene possono difficilmente credere a ciò che so essere stato inflitto in questo periodo a uomini, donne e bambini innocenti, contro i quali non c'era il minimo motivo di sospetto. Le persone di colore e gli schiavi che vivevano nelle zone remote della città soffrirono in modo particolare. In alcuni casi, i perquisitori spargevano polvere da sparo e piombo tra i loro vestiti, e poi mandavano altre squadre a trovarli, e presentarli come prova che stavano complottando un'insurrezione. Ovunque uomini, donne e bambini venivano frustati finché il sangue non formava pozze ai loro piedi. Alcuni ricevettero cinquecento frustate; altri venivano legati mani e piedi, e torturati con una paletta da punizione, che provoca terribili vesciche sulla pelle. Le abitazioni delle persone di colore, a meno che non fossero protette da qualche persona bianca influente che si trovasse nelle vicinanze, venivano derubate di vestiti e di ogni altra cosa che i predoni ritenessero degna di essere portata via. Per tutto il giorno questi insensibili miserabili andavano in giro, come una truppa di demoni, terrorizzando e tormentando gli indifesi. Di notte, si formavano in bande di pattuglia, e andavano ovunque volessero tra le persone di colore, agendo secondo la loro brutale volontà. Molte donne si nascondevano nei boschi e nelle paludi, per stare lontano da loro. Se qualcuno dei mariti o dei padri riferiva di questi oltraggi, venivano legati al palo della frusta pubblico, e crudelmente fustigati per aver detto bugie sugli uomini bianchi. Lo sgomento era universale. Nessuna coppia di persone che avesse la minima traccia di colore sul volto osava farsi vedere a parlare insieme.

Non nutrivo timori positivi riguardo alla nostra casa, perché eravamo in mezzo a famiglie bianche che ci avrebbero protetti. Eravamo pronte a ricevere i soldati ogni volta che fossero venuti. Non passò molto tempo prima che sentissimo il calpestio di passi e il suono di voci. La porta fu rudemente spinta aperta; e dentro si rovesciarono, come un branco di lupi affamati. Afferrarono ogni cosa a portata di mano. Ogni scatola, baule, armadio e angolo subì un esame approfondito. Una scatola in uno dei cassetti contenente del resto in argento fu avidamente predata. Quando mi feci avanti per prenderla da loro, uno dei soldati si voltò e disse con rabbia: "Che ci segui a fare? Credi che la gente bianca sia venuta a rubare?"

Replicai: "Siete venuti per perquisire; ma avete perquisito quella scatola, e la prenderò, se vi aggrada".

In quel momento vidi un gentiluomo bianco che era amichevole con noi; lo chiamai e gli chiesi di avere la bontà di entrare e restare finché la perquisizione non fosse finita. Acconsentì prontamente. Il suo ingresso in casa portò con sé il capitano della compagnia, il cui compito era quello di sorvegliare l'esterno della casa e vedere che nessuno degli occupanti la lasciasse. Questo ufficiale era il signor Litch, il ricco proprietario di schiavi che ho menzionato, nel resoconto dei piantatori vicini, come noto per la sua crudeltà. Si sentiva al di sopra di sporcarsi le mani con la perquisizione. Dava solo ordini; e, se veniva scoperto un pezzo di carta scritto, veniva portato a lui dai suoi seguaci ignoranti, che non erano in grado di leggere.

Mia nonna aveva un grande baule di biancheria da letto e tovaglie. Quando fu aperto, ci fu un grande grido di sorpresa; e uno esclamò: "Dove hanno preso tutti 'sti lenzuoli e tovaglie i maledetti negri?"

Mia nonna, incoraggiata dalla presenza del nostro protettore bianco, disse: "Potete star certi che non li abbiamo rubati dalle vostre case".

"Guarda qui, mammy", disse un tipo dall'aspetto cupo senza giacca, "sembri sentirti molto grande perché hai tutte quelle cose lì. La gente bianca dovrebbe averle tutte".

Le sue osservazioni furono interrotte da un coro di voci che gridavano: "Le abbiamo trovate! Le abbiamo trovate! Questa ragazza gialla ha delle lettere!"

Ci fu una corsa generale verso la presunta lettera, che, all'esame, si rivelò essere alcuni versi scritti per me da un amico. Nel mettere via le mie cose, li avevo trascurati. Quando il loro capitano li informò del loro contenuto, sembrarono molto delusi. Mi chiese chi li avesse scritti. Gli dissi che era uno dei miei amici. "Sai leggerli?" chiese. Quando gli dissi di sì, imprecò, delirò e strappò il foglio in pezzi. "Portami tutte le tue lettere!" disse, con tono di comando. Gli dissi che non ne avevo. "Non aver paura", continuò, in modo insinuante. "Portamele tutte. Nessuno ti farà del male". Vedendo che non mi muovevo per obbedirgli, il suo tono piacevole mutò in imprecazioni e minacce. "Chi ti scrive? mezzi negri liberi?" chiese. Replicai: "Oh, no; la maggior parte delle mie lettere sono da persone bianche. Alcune mi chiedono di bruciarle dopo averle lette, e alcune le distruggo senza leggerle".

Un'esclamazione di sorpresa da parte di alcuni dei presenti pose fine alla nostra conversazione. Erano appena stati scoperti alcuni cucchiai d'argento che ornavano una credenza all'antica. Mia nonna era solita conservare la frutta per molte signore della città e preparare cene per le feste; di conseguenza, aveva molti barattoli di conserve. L'armadio che li conteneva fu poi invaso e il contenuto assaggiato. Uno di loro, che si stava servendo liberamente, picchiettò la spalla del vicino e disse: "Ben fatto! Non mi meraviglia che i negri vogliano uccidere tutti i bianchi, quando vivono di conserve". Allungai la mano per prendere il barattolo, dicendo: "Non siete stati mandati qui per cercare dolciumi".

"E per cosa siamo stati mandati?" disse il capitano, drizzandosi verso di me. Evitai la domanda.

La perquisizione della casa fu completata e non fu trovato nulla per condannarci. Passarono poi al giardino, e rovistarono ogni cespuglio e vite, senza miglior successo. Il capitano chiamò i suoi uomini e, dopo una breve consultazione, fu dato l'ordine di marciare. Mentre uscivano dal cancello, il capitano si voltò indietro e pronunciò una maledizione sulla casa. Disse che avrebbe dovuto essere bruciata fino alle fondamenta, e ognuno dei suoi occupanti ricevere trentanove frustate. Uscimmo da questa faccenda molto fortunatamente; non perdendo nulla eccetto alcuni capi di vestiario.

Verso sera la turbolenza aumentò. I soldati, stimolati dal bere, commisero crudeltà ancora maggiori. Grida e urla laceravano continuamente l'aria. Non osando andare alla porta, sbirciai sotto la tenda della finestra. Vidi una folla che trascinava via un numero di persone di colore, ogni uomo bianco, con il suo moschetto sollevato, minacciando morte istantanea se non avessero smesso di gridare. Tra i prigionieri c'era un rispettabile vecchio ministro di colore. Avevano trovato alcuni pacchetti di piombo nella sua casa, che sua moglie usava da anni per bilanciare le sue bilance. Per questo stavano per sparargli sul prato del tribunale. Che spettacolo era quello per un paese civilizzato! Una plebaglia, barcollante sotto l'intossicazione, che presumeva di essere l'amministratrice della giustizia!

La classe migliore della comunità esercitò la sua influenza per salvare le persone innocenti e perseguitate; e in diverse occasioni riuscirono, tenendole chiuse in prigione finché l'eccitazione non si attenuò. Alla fine i cittadini bianchi scoprirono che la loro stessa proprietà non era al sicuro dalla plebaglia senza legge che avevano convocato per proteggerli. Radunarono lo sciame ubriaco, li ricacciarono in campagna e misero una guardia sulla città.

Il giorno seguente, le pattuglie cittadine furono incaricate di perquisire le persone di colore che vivevano fuori dalla città; e i più scioccanti oltraggi furono commessi con perfetta impunità. Ogni giorno per una quindicina di giorni, se guardavo fuori, vedevo cavalieri con qualche povero negro ansante legato alle loro selle, e costretto dalla frusta a tenere il passo della loro velocità, finché non arrivavano al cortile della prigione. Quelli che erano stati frustati troppo spietatamente per camminare venivano lavati con salamoia, gettati in un carro e portati in prigione. Un uomo nero, che non aveva la forza d'animo di sopportare la fustigazione, promise di dare informazioni sulla cospirazione. Ma si scoprì che non sapeva assolutamente nulla. Non aveva nemmeno sentito il nome di Nat Turner. Il poveretto aveva, tuttavia, inventato una storia, che aumentò le sue sofferenze e quelle delle persone di colore.

La pattuglia diurna continuò per alcune settimane e al tramonto veniva sostituita da una guardia notturna. Non fu provato nulla contro le persone di colore, libere o schiave che fossero. L'ira dei proprietari di schiavi fu in qualche modo placata dalla cattura di Nat Turner. I prigionieri furono rilasciati. Gli schiavi furono rimandati dai loro padroni e ai liberi fu permesso di tornare alle loro case devastate. Le visite erano severamente proibite nelle piantagioni. Gli schiavi chiesero la grazia di potersi riunire ancora nella loro chiesetta nei boschi, con il cimitero che la circondava. Era stata costruita dalle persone di colore e non avevano felicità più grande che riunirsi lì per cantare inni insieme e riversare i loro cuori in preghiere spontanee. La loro richiesta fu respinta e la chiesa fu demolita. Fu loro permesso di frequentare le chiese dei bianchi, con una certa parte delle gallerie destinata al loro uso. Lì, quando tutti gli altri avevano fatto la comunione ed era stata pronunciata la benedizione, il pastore diceva: "Venite giù, ora, miei amici di colore". Essi obbedivano al richiamo e partecipavano al pane e al vino, in commemorazione del mite e umile Gesù, che disse: "Dio è vostro Padre, e voi tutti siete fratelli".

XIII. La chiesa e la schiavitù.

Dopo che l'allarme causato dall'insurrezione di Nat Turner si fu placato, i proprietari di schiavi giunsero alla conclusione che sarebbe stato bene impartire agli schiavi un'istruzione religiosa sufficiente a impedire loro di assassinare i propri padroni. Il sacerdote episcopale si offrì di tenere una funzione separata la domenica per il loro bene. I suoi membri di colore erano pochissimi e anche molto rispettabili; un fatto che presumo abbia avuto un certo peso per lui. La difficoltà consisteva nel decidere un luogo adatto per il loro culto. Le chiese metodista e battista li ammettevano nel pomeriggio; ma i loro tappeti e cuscini non erano così costosi come quelli della chiesa episcopale. Alla fine fu deciso che si sarebbero riuniti presso la casa di un uomo di colore libero, che era un membro.

Fui invitata a partecipare perché sapevo leggere. Arrivò la domenica sera e, affidandomi alla copertura dell'oscurità, mi avventurai fuori. Raramente uscivo alla luce del giorno, poiché andavo sempre con paura, aspettandomi a ogni angolo di incontrare il dottor Flint, che di certo mi avrebbe fatta tornare indietro o ordinato di andare nel suo studio per chiedere dove avessi preso la mia cuffia o qualche altro articolo di abbigliamento. Quando arrivò il reverendo Mr. Pike, c'erano circa venti persone presenti. Il reverendo si inginocchiò in preghiera, poi si sedette e chiese a tutti i presenti che sapevano leggere di aprire i loro libri, mentre lui indicava le porzioni che voleva che ripetessero o a cui rispondessero.

Il suo testo era: "Servi, siate obbedienti a coloro che sono i vostri padroni secondo la carne, con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo".

Il devoto Mr. Pike si lisciò i capelli finché non furono dritti e, con toni profondi e solenni, cominciò: "Ascoltate, voi servi! Prestate stretta attenzione alle mie parole. Voi siete peccatori ribelli. I vostri cuori sono pieni di ogni sorta di male. È il diavolo che vi tenta. Dio è adirato con voi e vi punirà sicuramente se non abbandonerete le vostre vie malvagie. Voi che vivete in città siete servi che lavorano solo sotto lo sguardo del padrone. Invece di servire i vostri padroni fedelmente, il che è gradito agli occhi del vostro Maestro celeste, siete pigri e schivate il lavoro. Dio vi vede. Voi dite bugie. Dio vi ascolta. Invece di essere impegnati ad adorarlo, siete nascosti da qualche parte, a banchettare con i beni del vostro padrone; a leggere i fondi di caffè con qualche malvagia cartomante o a giocare a carte con un'altra vecchia megera. I vostri padroni potrebbero non scoprirvi, ma Dio vi vede e vi punirà. Oh, la depravazione dei vostri cuori! Quando il lavoro del padrone è finito, ve ne state quietamente insieme, pensando alla bontà di Dio verso creature così peccaminose? No; state litigando e legando sacchettini di radici da seppellire sotto gli scalini delle porte per avvelenarvi a vicenda. Dio vi vede. Voi uomini vi intrufolate in ogni bettola per vendere il mais del vostro padrone, affinché possiate comprare rum da bere. Dio vi vede. Vi intrufolate nelle strade secondarie, o tra i cespugli, a giocare a testa o croce. Sebbene i vostri padroni possano non scoprirvi, Dio vi vede; e vi punirà. Dovete abbandonare le vostre vie peccaminose ed essere servi fedeli. Obbedite al vostro vecchio padrone e al vostro giovane padrone, alla vostra vecchia padrona e alla vostra giovane padrona. Se disobbedite al vostro padrone terreno, offendete il vostro Maestro celeste. Dovete obbedire ai comandamenti di Dio. Quando andrete via da qui, non fermatevi agli angoli delle strade a parlare, ma andate direttamente a casa e lasciate che il vostro padrone e la vostra padrona vedano che siete tornati".

La benedizione fu pronunciata. Andammo a casa, molto divertiti dall'insegnamento evangelico di fratello Pike, e decidemmo di ascoltarlo di nuovo. Andai la domenica sera successiva e sentii più o meno una ripetizione dell'ultimo discorso. Al termine dell'incontro, Mr. Pike ci informò che trovava molto scomodo riunirsi a casa dell'amico e che sarebbe stato lieto di vederci, ogni domenica sera, nella sua cucina.

Andai a casa con la sensazione di aver ascoltato il reverendo Mr. Pike per l'ultima volta. Alcuni dei suoi membri si recarono a casa sua e scoprirono che la cucina sfoggiava due candele di sego; la prima volta, ne sono certa, da quando l'attuale occupante ne era proprietario, poiché i servi non avevano mai avuto altro che nodi di pino. Fu così tanto tempo prima che il reverendo scendesse dal suo comodo salotto che gli schiavi se ne andarono e andarono a godersi un canto metodista. Non sembrano mai così felici come quando gridano e cantano alle riunioni religiose. Molti di loro sono sinceri e più vicini alla porta del paradiso del santimonioso Mr. Pike e di altri cristiani dalla faccia lunga, che vedono samaritani feriti e passano oltre dall'altra parte.

Gli schiavi di solito compongono le proprie canzoni e inni; e non si scervellano molto sulla metrica. Spesso cantano i seguenti versi:

"Il vecchio Satana è un uomo molto occupato; Rotola quei blocchi sulla mia strada; Ma Gesù è l'amico del mio cuore; Lui rotola via quei blocchi.

Se fossi morto quando ero giovane, Allora come avrebbe cantato la mia lingua balbettante; Ma sono vecchio, e ora sto in piedi Con una stretta possibilità di calpestare quella terra celeste."

Ricordo bene un'occasione in cui partecipai a una riunione di classe metodista. Andai con lo spirito oppresso e mi capitò di sedermi accanto a una povera madre in lutto, il cui cuore era ancora più pesante del mio. Il capo classe era il poliziotto della città, un uomo che comprava e vendeva schiavi, che frustava i suoi fratelli e sorelle della chiesa al palo pubblico delle frustate, in prigione o fuori dalla prigione. Era pronto a svolgere quell'ufficio cristiano ovunque per cinquanta centesimi. Questo fratello dalla faccia bianca e dal cuore nero si avvicinò a noi e disse alla donna afflitta: "Sorella, non puoi dirci come il Signore tratta la tua anima? Lo ami come facevi un tempo?"

Lei si alzò in piedi e disse, con toni pietosi: "Mio Signore e Maestro, aiutami! Il mio carico è più di quanto io possa sopportare. Dio si è nascosto da me e sono rimasta nell'oscurità e nella miseria". Poi, battendosi il petto, continuò: "Non posso dirvi cosa c'è qui dentro! Hanno preso tutti i miei figli. La settimana scorsa hanno preso l'ultima. Solo Dio sa dove l'hanno venduta. Me l'hanno lasciata per sedici anni, e poi... Oh! Oh! Pregate per i suoi fratelli e sorelle! Non ho più nulla per cui vivere. Dio faccia breve il mio tempo!"

Si sedette, tremando in ogni arto. Vidi quel poliziotto capo classe diventare rosso in viso per le risate soffocate, mentre teneva il fazzoletto davanti alla bocca, affinché coloro che piangevano per la calamità della povera donna non vedessero la sua allegria. Poi, con simulata gravità, disse alla madre in lutto: "Sorella, prega il Signore affinché ogni dispensa della sua volontà divina possa essere santificata per il bene della tua povera anima bisognosa!"

La congregazione intonò un inno e cantò come se fossero liberi come gli uccelli che cinguettavano intorno a noi:

"Il vecchio Satana pensava di avere un grande obiettivo; Ha mancato la mia anima e ha catturato i miei peccati. Gridate Amen, gridate Amen, gridate Amen a Dio!

Ha preso i miei peccati sulle sue spalle; È andato borbottando e brontolando giù all'inferno. Gridate Amen, gridate Amen, gridate Amen a Dio!

La chiesa del vecchio Satana è qui in basso. Spero di andare su alla chiesa libera di Dio. Gridate Amen, gridate Amen, gridate Amen a Dio!"

Preziosi sono tali momenti per i poveri schiavi. Se li sentiste in quei momenti, potreste pensare che siano felici. Ma quell'ora di canti e grida può sostenerli durante la triste settimana, a faticare senza salario, sotto il costante terrore della frusta?

Il sacerdote episcopale, che, fin dai miei primi ricordi, era stato una specie di dio tra i proprietari di schiavi, concluse, poiché la sua famiglia era numerosa, che doveva andare dove il denaro era più abbondante. Un sacerdote molto diverso prese il suo posto. Il cambiamento fu molto gradito alle persone di colore, che dissero: "Dio ci ha mandato un brav'uomo questa volta". Lo amavano e i loro figli lo seguivano per un sorriso o una parola gentile. Anche i proprietari di schiavi sentirono la sua influenza. Portò alla canonica cinque schiavi. Sua moglie insegnò loro a leggere e scrivere, e a essere utili a lei e a se stessi. Non appena si fu stabilito, rivolse la sua attenzione agli schiavi bisognosi intorno a lui. Sollecitò i suoi parrocchiani sul dovere di tenere un incontro appositamente per loro ogni domenica, con un sermone adattato alla loro comprensione. Dopo molte discussioni e insistenze, fu finalmente concordato che potessero occupare la galleria della chiesa la domenica sera. Molte persone di colore, finora non abituate a frequentare la chiesa, ora andavano volentieri ad ascoltare il Vangelo predicato. I sermoni erano semplici e li capivano. Inoltre, era la prima volta che venivano trattati come esseri umani. Non passò molto tempo prima che i suoi parrocchiani bianchi iniziassero a essere insoddisfatti. Fu accusato di predicare sermoni migliori ai negri che a loro. Confessò onestamente di aver dedicato più impegno a quei sermoni che a qualsiasi altro; poiché gli schiavi erano cresciuti in tale ignoranza che era un compito difficile adattarsi alla loro comprensione. Sorsero dissensi nella parrocchia. Alcuni volevano che predicasse a loro la sera e agli schiavi nel pomeriggio. Nel mezzo di queste dispute sua moglie morì, dopo una brevissima malattia. I suoi schiavi si riunirono intorno al suo letto di morte con grande dolore. Lei disse: "Ho cercato di farvi del bene e di promuovere la vostra felicità; e se ho fallito, non è stato per mancanza di interesse per il vostro benessere. Non piangete per me; ma preparatevi per i nuovi doveri che vi attendono. Vi lascio tutti liberi. Che possiamo incontrarci in un mondo migliore". I suoi schiavi liberati furono mandati via, con fondi per stabilirsi comodamente. Le persone di colore benediranno a lungo la memoria di quella donna veramente cristiana. Poco dopo la sua morte, suo marito predicò il suo sermone di addio e molte lacrime furono versate alla sua partenza.

Diversi anni dopo, passò per la nostra città e predicò alla sua ex congregazione. Nel suo sermone pomeridiano si rivolse alle persone di colore. "Miei amici", disse, "mi dà grande felicità avere l'opportunità di parlarvi di nuovo. Per due anni ho cercato di fare qualcosa per le persone di colore della mia parrocchia; ma non si è ancora compiuto nulla. Non ho nemmeno predicato un sermone per loro. Cercate di vivere secondo la parola di Dio, miei amici. La vostra pelle è più scura della mia; ma Dio giudica gli uomini dai loro cuori, non dal colore della loro pelle". Questa era una dottrina strana da un pulpito del sud. Era molto offensiva per i proprietari di schiavi. Dicevano che lui e sua moglie avevano reso sciocchi i loro schiavi e che lui predicava come uno sciocco ai negri.

Conoscevo un vecchio uomo nero, la cui pietà e fiducia infantile in Dio erano belle a vedersi. A cinquantatré anni si unì alla chiesa battista. Aveva un desiderio ardentissimo di imparare a leggere. Pensava che avrebbe saputo servire meglio Dio se solo avesse potuto leggere la Bibbia. Venne da me e mi implorò di insegnargli. Disse che non poteva pagarmi, perché non aveva soldi; ma mi avrebbe portato della buona frutta quando fosse arrivata la stagione. Gli chiesi se non sapesse che era contrario alla legge; e che gli schiavi venivano frustati e imprigionati per aver imparato a leggere l'uno dall'altro. Questo gli portò le lacrime agli occhi. "Non ti preoccupare, zio Fred", dissi. "Non ho alcun pensiero di rifiutarmi di insegnarti. Ti ho solo parlato della legge, affinché tu potessi conoscere il pericolo e stare in guardia". Pensò di poter pianificare di venire tre volte a settimana senza che si sospettasse nulla. Scelsi un angolo tranquillo, dove era improbabile che penetrasse qualche intruso, e lì gli insegnai il suo A, B, C. Considerando la sua età, i suoi progressi furono sorprendenti. Non appena riuscì a sillabare in due sillabe, volle sillabare le parole nella Bibbia. Il sorriso felice che illuminò il suo volto portò gioia nel mio cuore. Dopo aver sillabato alcune parole, si fermò e disse: "Tesoro, sembra che quando potrò leggere questo buon libro sarò più vicino a Dio. L'uomo bianco ha tutto il senno. Può imparare facilmente. Non è facile per un vecchio uomo nero come me. Voglio solo leggere questo libro, affinché possa sapere come vivere; poi non avrò paura di morire".

Cercai di incoraggiarlo parlando dei rapidi progressi che aveva fatto. "Abbi pazienza, bambina", rispose. "Imparo lentamente".

Non avevo bisogno di pazienza. La sua gratitudine e la felicità che trasmettevo erano più di un compenso per tutto il mio disturbo.

Alla fine di sei mesi aveva letto tutto il Nuovo Testamento e riusciva a trovare qualsiasi testo in esso. Un giorno, quando aveva recitato insolitamente bene, dissi: "Zio Fred, come fai a imparare così bene le tue lezioni?"

"Dio ti benedica, bambina", rispose. "Non mi dai mai una lezione che io non preghi Dio di aiutarmi a capire ciò che sillabo e ciò che leggo. E lui mi aiuta, bambina. Benedetto sia il suo santo nome!"

Ci sono migliaia di persone che, come il buon zio Fred, hanno sete dell'acqua della vita; ma la legge lo proibisce e le chiese lo trattengono. Mandano la Bibbia ai pagani all'estero e trascurano i pagani in patria. Sono felice che i missionari vadano negli angoli oscuri della terra; ma chiedo loro di non trascurare gli angoli oscuri in patria. Parlate ai proprietari di schiavi americani come parlate ai selvaggi in Africa. Dite loro che è sbagliato trafficare in esseri umani. Dite loro che è peccaminoso vendere i propri figli e atroce violare le proprie figlie. Dite loro che tutti gli uomini sono fratelli e che l'uomo non ha il diritto di precludere la luce della conoscenza a suo fratello. Dite loro che sono responsabili davanti a Dio per aver sigillato la Fonte della Vita ad anime che ne hanno sete.

Ci sono uomini che intraprenderebbero volentieri un lavoro missionario come questo; ma, ahimè! il loro numero è piccolo. Sono odiati dal sud e verrebbero cacciati dalla sua terra o trascinati in prigione a morire, come altri sono stati prima di loro. Il campo è maturo per il raccolto e attende i mietitori. Forse ai pronipoti dello zio Fred potranno essere liberamente trasmessi i tesori divini, che lui cercò di nascosto, a rischio della prigione e della frusta.

I dottori in teologia sono ciechi o sono ipocriti? Suppongo che alcuni siano l'uno e altri l'altro; ma penso che se provassero l'interesse per i poveri e gli umili, che dovrebbero provare, non sarebbero così facilmente accecati. Un sacerdote che va al sud, per la prima volta, ha solitamente una sensazione, per quanto vaga, che la schiavitù sia sbagliata. Il proprietario di schiavi sospetta questo e gioca la sua partita di conseguenza. Si rende il più gradevole possibile; parla di teologia e altri argomenti affini. Al reverendo viene chiesto di invocare una benedizione su una tavola carica di lussi. Dopo pranzo cammina per i locali e vede i bellissimi boschetti e le viti in fiore, e le comode capanne degli schiavi domestici favoriti. Il sudista lo invita a parlare con questi schiavi. Lui chiede loro se vogliono essere liberi e loro dicono: "Oh, no, massa". Questo è sufficiente a soddisfarlo. Torna a casa per pubblicare una "Visione della schiavitù dal lato sud" e per lamentarsi delle esagerazioni degli abolizionisti. Assicura alle persone di essere stato al sud e di aver visto la schiavitù di persona; che è una bellissima "istituzione patriarcale"; che gli schiavi non vogliono la loro libertà; che hanno incontri di alleluia e altri privilegi religiosi.

Cosa sa lui degli sventurati mezzo affamati che faticano dall'alba al tramonto nelle piantagioni? delle madri che gridano per i loro figli, strappati dalle loro braccia dai mercanti di schiavi? delle giovani ragazze trascinate nella sporcizia morale? delle pozze di sangue intorno al palo delle fruste? dei segugi addestrati a strappare carne umana? degli uomini avvitati nelle sgranatrici di cotone fino alla morte? Il proprietario di schiavi non gli ha mostrato nulla di tutto ciò e gli schiavi non osavano parlarne se lui glielo avesse chiesto.

C'è una grande differenza tra il cristianesimo e la religione al sud. Se un uomo va alla tavola della comunione e paga denaro nel tesoro della chiesa, non importa se sia il prezzo del sangue, viene chiamato religioso. Se un pastore ha una prole da una donna che non è sua moglie, la chiesa lo licenzia, se lei è una donna bianca; ma se lei è di colore, non gli impedisce di continuare a essere il loro buon pastore.

Quando mi fu detto che il dottor Flint si era unito alla chiesa episcopale, rimasi molto sorpresa. Supponevo che la religione avesse un effetto purificante sul carattere degli uomini; ma le peggiori persecuzioni che subii da lui furono dopo che fu un comunicante. La conversazione del dottore, il giorno dopo la sua cresima, certamente non mi diede alcuna indicazione che avesse "rinunciato al diavolo e a tutte le sue opere". In risposta a parte del suo solito parlare, gli ricordai che si era appena unito alla chiesa. "Sì, Linda", disse. "Era opportuno che lo facessi. Sto invecchiando e la mia posizione nella società lo richiede, e pone fine a tutto quel dannato gergo. Faresti bene a unirti anche tu alla chiesa, Linda".

"Ci sono già abbastanza peccatori lì dentro", ribattei. "Se mi fosse permesso di vivere come una cristiana, sarei felice".

"Puoi fare ciò che chiedo; e se mi sarai fedele, sarai virtuosa quanto mia moglie", rispose.

Risposi che la Bibbia non diceva così.

La sua voce divenne roca per la rabbia. "Come osi predicarmi della tua infernale Bibbia!" esclamò. "Che diritto hai tu, che sei la mia negra, di parlarmi di ciò che ti piacerebbe e di ciò che non ti piacerebbe? Io sono il tuo padrone e tu mi obbedirai".

Non c'è da stupirsi che gli schiavi cantino:

"La chiesa del vecchio Satana è qui in basso; Spero di andare su alla chiesa libera di Dio."

Non ero più tornata a casa del mio padrone dalla nascita di mio figlio. Il vecchio delirava per essere stato così rimosso dal suo immediato potere; ma sua moglie giurò, per tutto ciò che vi era di buono e di grande, che mi avrebbe uccisa se fossi tornata; ed egli non dubitò della sua parola. A volte stava lontano per un periodo. Poi tornava e riprendeva il vecchio, logoro discorso sulla sua tolleranza e la mia ingratitudine. Si sforzava, in modo del tutto inutile, di convincermi che mi ero abbassata. Il vecchio reprobo velenoso non aveva bisogno di discettare su quel tema. Mi sentivo già abbastanza umiliata. Il mio bimbo inconsapevole era il testimone sempre presente della mia vergogna. Ascoltavo con silenzioso disprezzo quando parlava del fatto che avevo perso la sua buona opinione; ma versavo lacrime amare per non essere più degna di essere rispettata dai buoni e dai puri. Ahimè! La schiavitù mi teneva ancora nella sua morsa velenosa. Non c’era alcuna possibilità per me di essere rispettabile. Non c’era alcuna prospettiva di poter condurre una vita migliore.

A volte, quando il mio padrone scopriva che ancora mi rifiutavo di accettare quelle che chiamava le sue gentili offerte, minacciava di vendere mio figlio. "Forse questo ti umilierà", diceva.

Umiliarmi! Non ero forse già nella polvere? Ma la sua minaccia mi lacerava il cuore. Sapevo che la legge gli dava il potere di compierla; poiché gli schiavisti sono stati abbastanza astuti da decretare che "il figlio deve seguire la condizione della madre", non del padre; assicurandosi così che la licenziosità non interferisca con l'avarizia. Questa riflessione mi faceva stringere il mio bimbo innocente ancora più forte al cuore. Visioni orribili mi attraversavano la mente quando pensavo alla sua vulnerabilità di finire nelle mani del mercante di schiavi. Piangevo su di lui e dicevo: "O figlio mio! Forse ti lasceranno morire in qualche capanna gelida, e poi ti getteranno in una buca, come se fossi un cane".

Quando il Dr. Flint seppe che stavo per essere madre di nuovo, fu esasperato oltre ogni misura. Corse fuori di casa e tornò con un paio di cesoie. Avevo dei bei capelli; e lui spesso inveiva contro la mia vanità nel sistemarli bene. Tagliò ogni capello vicino alla testa, tempestando e imprecando tutto il tempo. Risposi ad alcuni dei suoi abusi e lui mi colpì. Qualche mese prima, mi aveva gettata giù dalle scale in un impeto di rabbia; e la lesione che ricevetti fu così grave che non fui in grado di girarmi nel letto per molti giorni. Allora disse: "Linda, giuro davanti a Dio che non alzerò mai più la mano contro di te"; ma sapevo che avrebbe dimenticato la sua promessa.

Dopo che scoprì la mia situazione, era come uno spirito inquieto venuto dagli inferi. Veniva ogni giorno; ed ero sottoposta a insulti tali che nessuna penna può descrivere. Non li descriverei se potessi; erano troppo bassi, troppo rivoltanti. Cercavo di tenerli nascosti a mia nonna per quanto potevo. Sapevo che aveva già abbastanza motivi per rattristare la sua vita, senza dover sopportare anche i miei guai. Quando vedeva il dottore trattarmi con violenza e lo sentiva pronunciare giuramenti abbastanza terribili da paralizzare la lingua di un uomo, non riusciva sempre a stare zitta. Era naturale e materno da parte sua cercare di difendermi; ma questo rendeva solo le cose peggiori.

Quando mi dissero che la mia neonata era una bambina, il mio cuore era più pesante di quanto non lo fosse mai stato prima. La schiavitù è terribile per gli uomini; ma è molto più terribile per le donne. Aggiunti al peso comune a tutti, esse hanno torti, sofferenze e umiliazioni particolarmente loro.

Il Dr. Flint aveva giurato che mi avrebbe fatto soffrire, fino al mio ultimo giorno, per questo nuovo crimine contro di lui, come lo chiamava; e finché mi ebbe in suo potere mantenne la parola. Il quarto giorno dopo la nascita della mia bambina, entrò improvvisamente nella mia stanza e mi ordinò di alzarmi e portargli la mia piccola. L'infermiera che si prendeva cura di me era uscita dalla stanza per preparare un po' di nutrimento, ed ero sola. Non c'era alternativa. Mi alzai, presi la mia bimba e attraversai la stanza fino a dove lui sedeva. "Ora resta lì", disse, "finché non ti dico di tornare indietro!" Mia figlia aveva una forte somiglianza con suo padre e con la defunta Mrs. Sands, sua nonna. Egli lo notò; e mentre stavo davanti a lui, tremante per la debolezza, sommerse me e la mia piccola con ogni epiteto vile che gli venisse in mente. Persino la nonna nella tomba non sfuggì alle sue maledizioni. Nel mezzo delle sue invettive svenni ai suoi piedi. Questo lo riportò alla ragione. Prese la bambina dalle mie braccia, la posò sul letto, mi gettò acqua fredda sul viso, mi sollevò e mi scosse violentemente, per farmi riprendere conoscenza prima che qualcuno entrasse nella stanza. Proprio in quel momento entrò mia nonna, e lui uscì in fretta dalla casa. Soffrii a causa di questo trattamento; ma pregai i miei amici di lasciarmi morire, piuttosto che mandare a chiamare il dottore. Non c'era nulla che temessi così tanto quanto la sua presenza. La mia vita fu risparmiata; ed ero felice per il bene dei miei piccoli. Se non fosse stato per questi legami con la vita, sarei stata lieta di essere liberata dalla morte, anche se avessi vissuto solo diciannove anni.

Mi dava sempre un tormento che i miei figli non avessero alcun diritto legale a un nome. Il loro padre offrì il suo; ma, se avessi desiderato accettare l'offerta, non avrei osato finché il mio padrone fosse vissuto. Inoltre, sapevo che non sarebbe stato accettato al loro battesimo. A un nome cristiano avevano almeno diritto; e risolvemmo di chiamare il mio ragazzo come il nostro caro buon Benjamin, che se ne era andato molto lontano da noi.

Mia nonna apparteneva alla chiesa; ed era molto desiderosa di far battezzare i bambini. Sapevo che il Dr. Flint lo avrebbe proibito, e non mi azzardai a tentarlo. Ma il caso mi favorì. Fu chiamato a visitare un paziente fuori città, e fu costretto a essere assente durante la domenica. "Ora è il momento", disse mia nonna; "porteremo i bambini in chiesa e li faremo battezzare".

Quando entrai in chiesa, i ricordi di mia madre mi assalirono e mi sentii abbattuta nello spirito. Lì mi aveva presentata per il battesimo, senza alcun motivo di sentirsi vergognata. Era stata sposata e aveva avuto i diritti legali che la schiavitù concede a una schiava. I voti erano stati almeno sacri per lei, e non li aveva mai violati. Ero contenta che non fosse viva, per sapere sotto quali diverse circostanze i suoi nipoti venissero presentati al battesimo. Perché il mio destino era stato così diverso da quello di mia madre? Il suo padrone era morto quando lei era una bambina; ed era rimasta con la sua padrona fino al matrimonio. Non era mai stata in potere di alcun padrone; e così era sfuggita a una classe di mali che generalmente colpiscono gli schiavi.

Quando la mia bambina stava per essere battezzata, l'ex padrona di mio padre si fece avanti e propose di darle il suo nome cristiano. A questo aggiunsi il cognome di mio padre, che lui stesso non aveva alcun diritto legale di portare; poiché mio nonno paterno era un gentiluomo bianco. Che matasse aggrovigliate sono le genealogie della schiavitù! Amavo mio padre; ma mi mortificava essere costretta a dare il suo nome ai miei figli.

Quando lasciammo la chiesa, la vecchia padrona di mio padre mi invitò ad andare a casa con lei. Chiuse una catena d'oro attorno al collo della mia bambina. La ringraziai per questa gentilezza; ma non mi piaceva l'emblema. Non volevo che venisse fissata alcuna catena sulla mia figlia, nemmeno se i suoi anelli fossero d'oro. Quanto fervidamente pregavo che lei potesse non sentire mai il peso della catena della schiavitù, il cui ferro penetra nell'anima!

XV. Persecuzioni continue.

I miei figli crescevano bene; e il Dr. Flint mi diceva spesso, con un sorriso esultante: "Questi mocciosi mi porteranno una bella somma di denaro uno di questi giorni".

Pensavo tra me e me che, con Dio come mio aiutante, non sarebbero mai finiti nelle sue mani. Mi sembrava che avrei preferito vederli uccisi piuttosto che vederli consegnati al suo potere. Il denaro per la libertà mia e dei miei figli poteva essere ottenuto; ma non ne trassi alcun vantaggio da quella circostanza. Il Dr. Flint amava il denaro, ma amava di più il potere. Dopo molte discussioni, i miei amici decisero di fare un altro tentativo. C'era uno schiavista in procinto di partire per il Texas, e fu incaricato di comprarmi. Doveva iniziare con novecento dollari e arrivare fino a dodicimila. Il mio padrone rifiutò le sue offerte. "Signore", disse, "lei non mi appartiene. È proprietà di mia figlia e non ho il diritto di venderla. Sospetto che lei venga dal suo amante. Se è così, può dirgli che non può comprarla per nessun denaro; né può comprare i suoi figli".

Il dottore venne a trovarmi il giorno dopo, e il mio cuore batté più forte mentre entrava. Non avevo mai visto il vecchio camminare con un passo così maestoso. Si sedette e mi guardò con disprezzo corrosivo. I miei figli avevano imparato ad aver paura di lui. La piccola chiudeva gli occhi e nascondeva il viso sulla mia spalla ogni volta che lo vedeva; e Benny, che ora aveva quasi cinque anni, chiedeva spesso: "Cosa fa venire quell'uomo cattivo qui così tante volte? Vuole farci del male?". Stringevo il caro ragazzo tra le mie braccia, confidando che sarebbe stato libero prima di essere abbastanza grande da risolvere il problema. E ora, mentre il dottore sedeva lì così cupo e silenzioso, il bambino lasciò il suo gioco e venne ad accoccolarsi vicino a me. Alla fine il mio tormentatore parlò. "Così sei stata lasciata nel disgusto, vero?", disse. "Non è altro che ciò che mi aspettavo. Ricordi che ti dissi anni fa che saresti stata trattata così. Quindi lui si è stancato di te? Ah! ah! ah! La virtuosa signora non ama sentirne parlare, vero? Ah! ah! ah!". C'era una puntura nel chiamarmi virtuosa signora. Non avevo più il potere di rispondergli come avevo fatto in precedenza. Continuò: "Quindi sembra che tu stia cercando di imbastire un altro intrigo. Il tuo nuovo amante è venuto da me e si è offerto di comprarti; ma puoi star certa che non ci riuscirai. Tu sei mia; e sarai mia per la vita. Non vive essere umano che possa portarti via dalla schiavitù. L'avrei fatto io; ma tu hai respinto la mia gentile offerta".

Gli dissi che non desideravo imbastire alcun intrigo; che non avevo mai visto l'uomo che si era offerto di comprarmi.

"Mi dici che mento?", esclamò, trascinandomi via dalla mia sedia. "Dirai ancora che non hai mai visto quell'uomo?".

Risposi: "Lo dico".

Mi afferrò il braccio con una raffica di imprecazioni. Ben cominciò a urlare e gli dissi di andare da sua nonna.

"Non fare un passo, piccolo miserabile!", disse. Il bambino si avvicinò a me e mi mise le braccia attorno, come se volesse proteggermi. Questo fu troppo per il mio padrone infuriato. Lo prese e lo scagliò attraverso la stanza. Pensai che fosse morto e corsi verso di lui per raccoglierlo.

"Non ancora!", esclamò il dottore. "Lascialo giacere lì finché non si riprende".

"Lasciami andare! Lasciami andare!", urlai, "o sveglierò l'intera casa". Lottai e mi liberai; ma lui mi afferrò di nuovo. Qualcuno aprì la porta e lui mi lasciò. Raccolsi il mio bambino insensibile e, quando mi voltai, il mio tormentatore se n'era andato. Ansiosamente, mi chinai sulla piccola forma, così pallida e immobile; e quando gli occhi castani finalmente si aprirono, non so se fossi molto felice. Tutte le precedenti persecuzioni del dottore furono rinnovate. Veniva mattina, mezzogiorno e notte. Nessun amante geloso osservò mai un rivale più da vicino di quanto lui osservasse me e lo sconosciuto schiavista con cui mi accusava di voler imbastire un intrigo. Quando mia nonna non era in mezzo, perquisiva ogni stanza per trovarlo.

In una delle sue visite, gli capitò di trovare una giovane ragazza che aveva venduto a un mercante pochi giorni prima. La sua dichiarazione fu che l'aveva venduta perché era stata troppo familiare con il sorvegliante. Aveva avuto una vita amara con lui ed era felice di essere stata venduta. Non aveva madre né legami stretti. Era stata strappata a tutta la sua famiglia anni prima. Alcuni amici avevano firmato delle garanzie per la sua sicurezza, se il mercante le avesse permesso di trascorrere con loro il tempo che intercorreva tra la sua vendita e la raccolta del suo stock umano. Un tale favore veniva raramente concesso. Risparmiava al mercante le spese di vitto e le tasse carcerarie, e sebbene l'importo fosse piccolo, era una considerazione importante nella mente di un mercante di schiavi.

Il Dr. Flint aveva sempre avuto un'avversione a incontrare gli schiavi dopo averli venduti. Ordinò a Rose di uscire di casa; ma non era più il suo padrone e lei non gli prestò attenzione. Per una volta la Rose schiacciata era la vincitrice. I suoi occhi grigi lampeggiarono rabbiosamente su di lei; ma quello fu il limite del suo potere. "Come è entrata questa ragazza qui?", esclamò. "Che diritto avevi di permetterlo, quando sapevi che l'avevo venduta?".

Risposi: "Questa è la casa di mia nonna e Rose è venuta a trovarla. Non ho il diritto di cacciare nessuno di casa, che viene qui per scopi onesti".

Mi diede il colpo che sarebbe caduto su Rose se fosse stata ancora sua schiava. L'attenzione di mia nonna era stata attirata dalle voci alte, ed entrò in tempo per vedere sferrato un secondo colpo. Non era una donna da lasciare impunito un simile oltraggio, nella propria casa. Il dottore tentò di spiegare che ero stata insolente. I suoi sentimenti indignati salirono sempre più in alto, e alla fine traboccarono in parole. "Fuori da casa mia!", esclamò. "Vai a casa, occupati di tua moglie e dei tuoi figli, e avrai abbastanza da fare, senza osservare la mia famiglia".

Le rinfacciò la nascita dei miei figli e la accusò di approvare la vita che stavo conducendo. Lei gli disse che vivevo con lei per costrizione di sua moglie; che non doveva accusare lei, perché lui era quello da incolpare; lui era quello che aveva causato tutti i problemi. Divenne sempre più eccitata mentre continuava. "Ti dico una cosa, Dr. Flint", disse, "non ti restano molti anni da vivere, e faresti meglio a dire le tue preghiere. Ci vorranno tutte, e anche di più, per lavare lo sporco dalla tua anima".

"Sai con chi stai parlando?", esclamò.

Lei rispose: "Sì, so molto bene con chi sto parlando".

Lui lasciò la casa in preda a una grande rabbia. Guardai mia nonna. I nostri occhi si incontrarono. La loro espressione rabbiosa era svanita, ma sembrava triste e stanca — stanca di una lotta incessante. Mi chiedevo perché non diminuisse il suo amore per me; ma se lo faceva, non lo mostrava mai. Era sempre gentile, sempre pronta a simpatizzare con i miei problemi. Ci sarebbe potuta essere pace e contentezza in quella umile casa se non fosse stato per il demone Schiavitù.

L'inverno passò indisturbato dal dottore. Arrivò la bellissima primavera; e quando la Natura riprende la sua bellezza, anche l'anima umana tende a ravvivarsi. Le mie speranze appassite tornarono in vita con i fiori. Sognavo di nuovo la libertà; più per il bene dei miei figli che per il mio. Progettavo e pianificavo. Gli ostacoli urtavano contro i piani. Non sembrava esserci modo di superarli; eppure speravo.

Tornò il dottore astuto. Non ero in casa quando chiamò. Un'amica mi aveva invitato a una piccola festa, e per compiacerla andai. Con mia grande costernazione, arrivò un messaggero in fretta per dire che il Dr. Flint era da mia nonna e insisteva per vedermi. Non gli dissero dove fossi, altrimenti sarebbe venuto a creare un disturbo a casa della mia amica. Mi mandarono un mantello scuro; lo indossai e tornai a casa di corsa. La mia velocità non mi salvò; il dottore se n'era andato in preda alla rabbia. Temevo il mattino, ma non potevo ritardarlo; arrivò, caldo e luminoso. Di buon'ora il dottore venne e mi chiese dove fossi stata la scorsa notte. Glielo dissi. Non mi credette e mandò a casa della mia amica per accertare i fatti. Venne nel pomeriggio per assicurarmi che era convinto che avessi detto la verità. Sembrava essere in vena scherzosa, e mi aspettavo che arrivassero degli scherni. "Suppongo che tu abbia bisogno di un po' di svago", disse, "ma sono sorpreso che tu fossi lì, tra quei negri. Non era il posto per te. Ti è permesso frequentare certe persone?".

Compresi questa frecciata nascosta al gentiluomo bianco che era mio amico; ma risposi semplicemente: "Sono andata a trovare i miei amici, e qualsiasi compagnia tengano è abbastanza buona per me".

Continuò dicendo: "Ti ho vista molto poco ultimamente, ma il mio interesse per te è immutato. Quando ho detto che non avrei avuto più pietà di te, sono stato avventato. Ritiro le mie parole. Linda, tu desideri la libertà per te e per i tuoi figli, e puoi ottenerla solo attraverso di me. Se accetti ciò che sto per proporti, tu e loro sarete liberi. Non deve esserci alcuna comunicazione di alcun tipo tra te e il loro padre. Procurerò un cottage, dove tu e i bambini potrete vivere insieme. Il tuo lavoro sarà leggero, come cucire per la mia famiglia. Pensa a cosa ti viene offerto, Linda — una casa e la libertà! Lascia che il passato venga dimenticato. Se sono stato duro con te a volte, la tua ostinazione mi ha spinto a farlo. Sai che esigo obbedienza dai miei stessi figli, e ti considero ancora una bambina".

Si fermò in attesa di una risposta, ma rimasi in silenzio. "Perché non parli?", disse. "Cosa aspetti ancora?".

"Niente, signore".

"Allora accetti la mia offerta?".

"No, signore".

La sua rabbia era pronta a scatenarsi; ma riuscì a frenarla e rispose: "Hai risposto senza pensare. Ma devo farti sapere che ci sono due lati della mia proposta; se rifiuti il lato luminoso, sarai costretta a prendere quello oscuro. Devi accettare la mia offerta, o tu e i tuoi figli sarete mandati nella piantagione del tuo giovane padrone, per rimanervi finché la tua giovane padrona non si sposerà; e i tuoi figli se la passeranno come il resto dei bambini negri. Ti do una settimana per rifletterci".

Era astuto; ma sapevo che non ci si poteva fidare di lui. Gli dissi che ero pronta a dare la mia risposta ora.

"Non la riceverò ora", rispose. "Agisci troppo d'impulso. Ricorda che tu e i tuoi figli potete essere liberi tra una settimana da oggi, se vuoi".

Su quale mostruosa possibilità era appeso il destino dei miei figli! Sapevo che l'offerta del mio padrone era una trappola, e che se vi fossi entrata, la fuga sarebbe stata impossibile. Per quanto riguarda la sua promessa, lo conoscevo così bene che ero sicura che se mi avesse dato dei documenti di libertà, sarebbero stati gestiti in modo da non avere alcun valore legale. L'alternativa era inevitabile. Decisi di andare alla piantagione. Ma poi pensai a quanto sarei stata completamente in suo potere, e la prospettiva era spaventosa. Anche se mi fossi inginocchiata davanti a lui, e lo avessi implorato di risparmiarmi, per amore dei miei figli, sapevo che mi avrebbe respinta con il suo piede, e la mia debolezza sarebbe stata il suo trionfo.

Prima che la settimana scadesse, venni a sapere che il giovane signor Flint stava per sposare una donna della sua stessa risma. Previdi quale sarebbe stata la mia posizione nel suo stabilimento. Una volta ero stata mandata alla piantagione per punizione, e il timore del figlio aveva indotto il padre a farmi tornare molto presto. La mia decisione era presa; ero risoluta a ostacolare il mio padrone e salvare i miei figli, o a perire nel tentativo. Mantenni i miei piani per me; sapevo che gli amici avrebbero cercato di dissuadermi, e non volevo ferire i loro sentimenti rifiutando i loro consigli.

Nel giorno decisivo il dottore venne e disse di sperare che avessi fatto una scelta saggia.

"Sono pronta ad andare alla piantagione, signore", risposi.

"Hai pensato a quanto sia importante la tua decisione per i tuoi figli?" disse lui.

Gli dissi di sì.

"Molto bene. Vai alla piantagione, e che la mia maledizione ti accompagni", rispose. "Il tuo ragazzo sarà messo al lavoro, e presto sarà venduto; e la tua bambina sarà cresciuta allo scopo di essere venduta a buon prezzo. Vai per la tua strada!" Lasciò la stanza con imprecazioni che non starò a ripetere.

Mentre stavo immobile, come radicata al suolo, mia nonna venne e disse: "Linda, bambina, cosa gli hai detto?"

Risposi che stavo andando alla piantagione.

"Devi andare?" disse lei. "Non si può fare nulla per impedirlo?"

Le dissi che era inutile provarci; ma lei mi implorò di non arrendermi. Disse che sarebbe andata dal dottore e gli avrebbe ricordato per quanto tempo e con quanta fedeltà aveva servito la famiglia, e come avesse tolto la sua stessa creatura dal seno per nutrire la moglie di lui. Gli avrebbe detto che ero stata lontana dalla famiglia così a lungo che non avrebbero sentito la mia mancanza; che avrebbe pagato lei per il mio tempo, e che il denaro avrebbe procurato una donna che avesse più forza di me per quella situazione. La pregai di non andare; ma lei insistette dicendo: "Mi ascolterà, Linda". Andò, e fu trattata come mi aspettavo. Lui ascoltò freddamente ciò che lei aveva da dire, ma negò la sua richiesta. Le disse che ciò che faceva era per il mio bene, che i miei sentimenti erano del tutto superiori alla mia posizione, e che alla piantagione avrei ricevuto un trattamento adatto al mio comportamento.

Mia nonna era molto avvilita. Io avevo le mie speranze segrete; ma dovevo combattere la mia battaglia da sola. Avevo l'orgoglio di una donna e l'amore di una madre per i miei figli; e risolsi che dalle tenebre di quest'ora sarebbe dovuta sorgere un'alba più luminosa per loro. Il mio padrone aveva dalla sua il potere e la legge; io avevo una volontà determinata. C'è forza in entrambe.

XVI. Scene alla piantagione.

Il mattino seguente partii presto dalla casa di mia nonna con la mia figlia più piccola. Il mio bambino era malato e lo lasciai indietro. Ebbi molti pensieri tristi mentre il vecchio carro sussultava lungo la via. Fino ad allora avevo sofferto da sola; ora, la mia piccola doveva essere trattata come una schiava. Mentre ci avvicinavamo alla grande casa, pensai al tempo in cui vi ero stata mandata per vendetta. Mi chiesi per quale scopo fossi stata mandata lì ora. Non sapevo dirlo. Risolsi di obbedire agli ordini per quanto il dovere lo richiedesse; ma dentro di me, decisi di rendere la mia permanenza il più breve possibile. Il signor Flint stava aspettando per accoglierci e mi disse di seguirlo al piano di sopra per ricevere gli ordini per la giornata. La mia piccola Ellen fu lasciata al piano di sotto, in cucina. Era un cambiamento per lei, che era sempre stata accudita con tanta cura. Il mio giovane padrone disse che poteva divertirsi in cortile. Fu gentile da parte sua, dato che la bambina era odiosa ai suoi occhi. Il mio compito era preparare la casa per l'accoglienza della sposa. In mezzo a lenzuola, tovaglie, asciugamani, tendaggi e tappeti, la mia mente era indaffarata a pianificare quanto le mie dita con l'ago. A mezzogiorno mi fu permesso di andare da Ellen. Aveva pianto fino ad addormentarsi. Sentii il signor Flint dire a un vicino: "L'ho portata quaggiù e presto le farò passare le arie cittadine. Mio padre è in parte da biasimare per le sue sciocchezze. Avrebbe dovuto domarla molto tempo fa". L'osservazione fu fatta a portata del mio udito, e sarebbe stato altrettanto virile farla in faccia a me. Aveva detto cose in faccia a me che avrebbero potuto, o non avrebbero potuto, sorprendere il suo vicino se ne fosse venuto a conoscenza. Era "tale padre, tale figlio".

Decisi di non dargli motivo di accusarmi di essere troppo una signora, per quanto riguardava il lavoro. Lavorai giorno e notte, con la miseria davanti a me. Quando mi coricavo accanto alla mia bambina, sentivo quanto sarebbe stato più facile vederla morire che vederla picchiare dal suo padrone, come ogni giorno vedevo fare ad altri piccoli. Lo spirito delle madri era così schiacciato dalla frusta che se ne stavano lì, senza il coraggio di protestare. Quanto altro avrei dovuto soffrire prima di essere "domata" a quel punto?

Volevo apparire il più contenta possibile. A volte avevo l'opportunità di mandare poche righe a casa; e questo faceva riemergere ricordi che rendevano difficile, per un momento, sembrare calma e indifferente al mio destino. Nonostante i miei sforzi, vedevo che il signor Flint mi guardava con occhio sospettoso. Ellen crollò sotto le prove della sua nuova vita. Separata da me, senza nessuno che si prendesse cura di lei, vagava qua e là e in pochi giorni pianse fino ad ammalarsi. Un giorno, sedeva sotto la finestra dove stavo lavorando, piangendo quel pianto stanco che fa sanguinare il cuore di una madre. Fui costretta ad armarmi di coraggio per sopportarlo. Dopo un po' cessò. Guardai fuori e lei non c'era più. Poiché era quasi mezzogiorno, mi azzardai a scendere in cerca di lei. La grande casa era sollevata due piedi dal suolo. Guardai sotto e la vidi a metà strada, immersa in un sonno profondo. Mi strisciai sotto e la tirai fuori. Mentre la tenevo tra le mie braccia, pensai a quanto sarebbe stato meglio per lei se non si fosse mai svegliata; ed espressi il mio pensiero ad alta voce. Fui sorpresa di sentire qualcuno dire: "Hai parlato con me?" Guardai in alto e vidi il signor Flint in piedi accanto a me. Non disse altro, ma si voltò, accigliato, e se ne andò. Quella notte mandò a Ellen un biscotto e una tazza di latte zuccherato. Questa generosità mi sorprese. Venni a sapere in seguito che nel pomeriggio aveva ucciso un grosso serpente, che strisciava da sotto la casa; e supposi che quell'incidente avesse ispirato la sua inusuale gentilezza.

Il mattino seguente il vecchio carro fu caricato di scandole per la città. Misi Ellen dentro e la mandai da sua nonna. Il signor Flint disse che avrei dovuto chiedere il suo permesso. Gli dissi che la bambina era malata e richiedeva attenzioni che non avevo tempo di darle. Lasciò correre; perché era consapevole che avevo compiuto molto lavoro in poco tempo.

Ero alla piantagione da tre settimane quando pianificai una visita a casa. Doveva essere di notte, dopo che tutti erano a letto. Ero a sei miglia dalla città e la strada era molto desolata. Dovevo andare con un giovane che, sapevo, si intrufolava spesso in città per vedere sua madre. Una notte, quando tutto era tranquillo, partimmo. La paura diede velocità ai nostri passi, e non impiegammo molto a compiere il viaggio. Arrivai da mia nonna. La sua camera da letto era al piano terra e la finestra era aperta, dato che il tempo era caldo. Le parlai e lei si svegliò. Mi fece entrare e chiuse la finestra, affinché qualche passante ritardatario non mi vedesse. Fu portata una luce e l'intera famiglia si riunì intorno a me, alcuni sorridendo e altri piangendo. Andai a guardare i miei figli e ringraziai Dio per il loro sonno felice. Le lacrime caddero mentre mi chinavo su di loro. Mentre mi muovevo per andarmene, Benny si agitò. Mi voltai e sussurrai: "La mamma è qui". Dopo essersi stropicciato gli occhi con il suo pugnetto, li aprì e si mise a sedere sul letto, guardandomi con curiosità. Essendosi convinto che ero io, esclamò: "Oh, mamma! Non sei morta, vero? Non ti hanno tagliato la testa alla piantagione, vero?"

Il mio tempo era scaduto troppo presto e la mia guida mi stava aspettando. Riadagiai Benny nel suo letto e asciugai le sue lacrime con la promessa di tornare presto. Rapidamente ripercorremmo i nostri passi verso la piantagione. A metà strada circa venimmo incontro a una compagnia di quattro pattuglie. Fortunatamente sentimmo gli zoccoli dei loro cavalli prima che apparissero in vista, e avemmo il tempo di nasconderci dietro un grande albero. Passarono gridando e schiamazzando in un modo che indicava una baldoria recente. Quanto fummo grati che non avessero i loro cani con loro! Affrettammo il passo e quando arrivammo alla piantagione sentimmo il suono del mulino a mano. Gli schiavi stavano macinando il loro grano. Eravamo al sicuro in casa prima che il corno li chiamasse al lavoro. Divisi la mia piccola razione di cibo con la mia guida, sapendo che aveva perso l'occasione di macinare il suo grano e avrebbe dovuto faticare tutto il giorno nei campi.

Il signor Flint faceva spesso un'ispezione della casa, per vedere che nessuno fosse inattivo. L'intera gestione del lavoro era affidata a me, perché lui non ne sapeva nulla; e piuttosto che assumere un sovrintendente si accontentava dei miei preparativi. Aveva spesso insistito con suo padre sulla necessità di avermi alla piantagione per occuparmi dei suoi affari e fare vestiti per gli schiavi; ma il vecchio lo conosceva troppo bene per acconsentire a quella disposizione.

Quando lavoravo alla piantagione da un mese, la prozia del signor Flint venne a fargli visita. Era questa la brava vecchia signora che pagò cinquanta dollari per mia nonna, allo scopo di renderla libera, quando lei stava sul blocco dell'asta. Mia nonna amava questa vecchia signora, che tutti chiamavamo Miss Fanny. Veniva spesso a prendere il tè con noi. In tali occasioni la tavola era imbandita con una tovaglia bianca come la neve, e le tazze di porcellana e i cucchiai d'argento venivano estratti dalla credenza all'antica. C'erano muffin caldi, fette biscottate e deliziosi canditi. Mia nonna teneva due mucche e la panna fresca era la delizia di Miss Fanny. Dichiarava invariabilmente che era la migliore della città. Le vecchie signore trascorrevano momenti accoglienti insieme. Lavoravano e chiacchieravano, e a volte, mentre parlavano dei vecchi tempi, i loro occhiali si appannavano di lacrime e dovevano essere tolti e puliti. Quando Miss Fanny ci salutava, la sua borsa era piena delle migliori torte della nonna, ed era esortata a tornare presto.

C'era stato un tempo in cui la moglie del dottor Flint veniva a prendere il tè con noi, e quando anche i suoi figli venivano mandati a godersi una scorpacciata della buona cucina di "zia Marthy". Ma dopo che divenni oggetto della sua gelosia e del suo dispetto, si arrabbiò con la nonna per aver dato rifugio a me e ai miei figli. Non le rivolgeva nemmeno la parola per strada. Questo feriva i sentimenti di mia nonna, perché non poteva provare rancore verso la donna che aveva nutrito col suo latte quando era una neonata. La moglie del dottore avrebbe impedito volentieri i nostri incontri con Miss Fanny se avesse potuto, ma fortunatamente lei non dipendeva dalla generosità dei Flint. Aveva abbastanza per essere indipendente; e questo è più di quanto si possa mai ottenere dalla carità, per quanto munifica possa essere.

Miss Fanny mi era cara per molti ricordi, e fui lieta di vederla alla piantagione. Il calore del suo cuore grande e leale rendeva la casa più piacevole finché lei era lì. Rimase una settimana e feci molte conversazioni con lei. Disse che il suo scopo principale nel venire era vedere come venivo trattata e se si potesse fare qualcosa per me. Mi chiese se potesse aiutarmi in qualche modo. Le dissi che credevo di no. Mi porse le sue condoglianze nel suo modo particolare; dicendo che avrebbe voluto che io e tutta la famiglia di mia nonna riposassimo nelle nostre tombe, poiché non prima di allora avrebbe sentito pace riguardo a noi. La buona vecchia anima non immaginava che io stessi pianificando di donare pace a lei, riguardo a me stessa e ai miei figli; non con la morte, ma assicurandoci la libertà.

Ancora e ancora avevo percorso quei tristi dodici miglia, da e per la città; e per tutto il tragitto meditavo su qualche mezzo di fuga per me e per i miei figli. I miei amici avevano fatto ogni sforzo che l'ingegno potesse escogitare per ottenere il nostro acquisto, ma tutti i loro piani si erano rivelati vani. Il dottor Flint era sospettoso e determinato a non allentare la presa su di noi. Avrei potuto fuggire da sola; ma era più per i miei figli indifesi che per me stessa che desideravo la libertà. Sebbene il dono sarebbe stato prezioso per me, al di là di ogni prezzo, non l'avrei preso a costo di lasciarli in schiavitù. Ogni prova che sopportavo, ogni sacrificio che facevo per loro, li attirava più vicino al mio cuore e mi dava nuovo coraggio per respingere le onde oscure che rotolavano e rotolavano su di me in una notte di tempeste apparentemente senza fine.

Le sei settimane erano quasi compiute, quando la sposa del signor Flint era attesa per prendere possesso della sua nuova casa. I preparativi erano tutti completati e il signor Flint disse che avevo fatto bene. Si aspettava di lasciare casa sabato e tornare con la sposa il mercoledì seguente. Dopo aver ricevuto vari ordini da lui, mi azzardai a chiedere il permesso di trascorrere la domenica in città. Mi fu concesso; di questo favore fui grata. Era il primo che gli avessi mai chiesto, e intendevo che fosse l'ultimo. Ci voleva più di una notte per compiere il progetto che avevo in mente; ma l'intera domenica mi avrebbe dato un'opportunità. Trascorsi il sabato con mia nonna. Un giorno più calmo e più bello non scese mai dal cielo. Per me fu un giorno di emozioni contrastanti. Forse era l'ultimo giorno che avrei mai trascorso sotto quel caro, vecchio tetto protettivo! Forse queste erano le ultime conversazioni che avrei mai avuto con la fedele vecchia amica di tutta la mia vita! Forse era l'ultima volta che io e i miei figli saremmo stati insieme! Beh, meglio così, pensai, che essere schiavi. Conoscevo il destino che attendeva la mia bella bambina in schiavitù, e decisi di salvarla da esso, o perire nel tentativo. Andai a fare questo voto sulle tombe dei miei poveri genitori, nel cimitero degli schiavi. "Ivi i malvagi cessano di agitare e ivi riposano gli stanchi. I prigionieri riposano insieme; non sentono la voce dell'oppressore; il servo è libero dal suo padrone". Mi inginocchiai sulle tombe dei miei genitori e ringraziai Dio, come avevo fatto spesso in precedenza, che non fossero vissuti per testimoniare le mie prove, o per piangere sui miei peccati. Avevo ricevuto la benedizione di mia madre quando morì; e in molte ore di tribolazione mi era sembrato di sentire la sua voce, a volte che mi rimproverava, a volte che sussurrava parole amorevoli nel mio cuore ferito. Ho versato molte e amare lacrime al pensiero che quando me ne sarò andata dai miei figli, essi non potranno ricordarmi con la stessa piena soddisfazione con cui io ricordavo mia madre.

Il cimitero era nei boschi e il crepuscolo stava arrivando. Nulla rompeva la quiete simile alla morte, eccetto il cinguettio occasionale di un uccello. Il mio spirito era sopraffatto dalla solennità della scena. Per più di dieci anni avevo frequentato questo luogo, ma mai mi era sembrato così sacro come ora. Un ceppo nero, alla testa della tomba di mia madre, era tutto ciò che restava di un albero che mio padre aveva piantato. La sua tomba era contrassegnata da una piccola tavola di legno, che portava il suo nome, le cui lettere erano quasi cancellate. Mi inginocchiai e le baciai, e versai una preghiera a Dio per una guida e un sostegno nel passo pericoloso che stavo per compiere. Mentre passavo davanti al relitto della vecchia casa di riunione, dove, prima dei tempi di Nat Turner, agli schiavi era stato permesso di incontrarsi per il culto, mi sembrò di sentire la voce di mio padre provenire da essa, che mi ordinava di non indugiare fino a raggiungere la libertà o la tomba. Mi precipitai avanti con speranze rinnovate. La mia fiducia in Dio era stata rafforzata da quella preghiera tra le tombe.

Il mio piano era di nascondermi a casa di un amico e rimanere lì alcune settimane finché la ricerca non fosse finita. La mia speranza era che il dottore si scoraggiasse e, per paura di perdere il mio valore e anche di trovare in seguito i miei figli tra gli scomparsi, acconsentisse a venderci; e sapevo che qualcuno ci avrebbe comprati. Avevo fatto tutto ciò che era in mio potere per rendere i miei figli a mio agio durante il tempo in cui prevedevo di essere separata da loro. Stavo impacchettando le mie cose, quando la nonna entrò nella stanza e chiese cosa stessi facendo. "Sto mettendo in ordine le mie cose", risposi. Cercai di guardare e parlare allegramente; ma il suo occhio vigile rilevò qualcosa sotto la superficie. Mi tirò verso di lei e mi chiese di sedermi. Mi guardò seriamente e disse: "Linda, vuoi uccidere la tua vecchia nonna? Intendi lasciare i tuoi figli piccoli e indifesi? Sono vecchia ora, e non posso fare per i tuoi bambini quello che una volta ho fatto per te".

Risposi che, se me ne fossi andata, forse il loro padre sarebbe stato in grado di assicurare la loro libertà.

"Ah, bambina mia", disse, "non fidarti troppo di lui. Resta con i tuoi figli e soffri con loro fino alla morte. Nessuno rispetta una madre che abbandona i propri figli; e se li lasci, non avrai mai un momento felice. Se vai, mi renderai infelice nel poco tempo che mi resta da vivere. Verresti presa e riportata indietro, e le tue sofferenze sarebbero terribili. Ricorda il povero Benjamin. Rinuncia, Linda. Cerca di resistere ancora un po'. Le cose potrebbero andare meglio di quanto ci aspettiamo".

Il mio coraggio mi venne meno, alla vista del dolore che avrei portato in quel cuore vecchio, fedele e amorevole. Promisi che avrei provato ancora, e che non avrei portato nulla fuori da casa sua senza che lei lo sapesse.

Ogni volta che i bambini si arrampicavano sulle mie ginocchia o poggiavano la testa sul mio grembiule, lei diceva: "Povere piccole anime! Cosa fareste senza una madre? Lei non vi ama come vi amo io". E li stringeva al proprio petto, come per rimproverarmi della mia mancanza di affetto; ma sapeva per tutto il tempo che li amavo più della mia vita. Dormii con lei quella notte, e fu l'ultima volta. Il ricordo di quella notte mi ha perseguitato per molti anni.

Il lunedì tornai alla piantagione e mi occupai dei preparativi per l'importante giornata. Arrivò mercoledì. Era una giornata bellissima e i volti degli schiavi erano luminosi come il sole. Le povere creature erano allegre. Si aspettavano dei piccoli regali dalla sposa e speravano in tempi migliori sotto la sua amministrazione. Io non avevo tali speranze per loro. Sapevo che le giovani mogli dei proprietari di schiavi pensavano spesso che la loro autorità e importanza sarebbero state meglio stabilite e mantenute con la crudeltà; e ciò che avevo sentito della giovane signora Flint non mi dava motivo di aspettarmi che il suo governo su di loro sarebbe stato meno severo di quello del padrone e del sorvegliante. Veramente, la razza colorata è il popolo più allegro e indulgente sulla faccia della terra. Che i loro padroni dormano al sicuro è dovuto alla loro sovrabbondanza di cuore; eppure essi guardano alle loro sofferenze con meno pietà di quella che concederebbero a quelle di un cavallo o di un cane.

Stetti sulla porta insieme agli altri per ricevere lo sposo e la sposa. Era una ragazza avvenente, dall'aspetto delicato, e il suo volto si imporporò di emozione alla vista della sua nuova casa. Pensai fosse probabile che visioni di un futuro felice le stessero sorgendo davanti. La cosa mi rattristò; poiché sapevo quanto presto le nuvole avrebbero oscurato il suo sole. Esaminò ogni parte della casa e mi disse di essere entusiasta degli accorgimenti che avevo preso. Temevo che la vecchia signora Flint avesse cercato di prevenire la sua mente contro di me, e feci del mio meglio per compiacerla.

Tutto filò liscio per me fino all'ora di cena. Non mi importava dell'imbarazzo di servire a un ricevimento per la prima volta in vita mia, né la metà di quanto mi pesasse l'incontro con il dottor Flint e sua moglie, che sarebbero stati tra gli ospiti. Era un mistero per me perché la signora Flint non avesse fatto la sua comparsa alla piantagione per tutto il tempo in cui avevo messo in ordine la casa. Non la incontravo, faccia a faccia, da cinque anni, e non avevo alcun desiderio di vederla ora. Era una donna devota e, senza dubbio, considerava la mia posizione attuale una risposta particolare alle sue preghiere. Niente poteva farle più piacere che vedermi umiliata e calpestata. Mi trovavo esattamente dove lei avrebbe voluto che fossi: nelle mani di un padrone duro e privo di principi. Non mi rivolse la parola quando prese posto a tavola; ma il suo sorriso soddisfatto e trionfante, quando le porsi il piatto, fu più eloquente delle parole. Il vecchio dottore non fu così silenzioso nelle sue dimostrazioni. Mi ordinava di andare qua e là, e parlava con una enfasi particolare quando diceva "la tua padrona". Fui addestrata come un soldato caduto in disgrazia. Quando tutto fu finito, e l'ultima chiave girata, cercai il mio cuscino, grata che Dio avesse stabilito un periodo di riposo per i derelitti.

Il giorno seguente la mia nuova padrona iniziò a gestire la casa. Non ero stata esattamente nominata serva tuttofare; ma dovevo fare tutto ciò che mi veniva detto. Arrivò la sera di lunedì. Era sempre un momento di grande lavoro. In quella notte gli schiavi ricevevano la loro razione settimanale di cibo. Tre libbre di carne, un *peck* di mais, e forse una dozzina di aringhe erano concesse a ogni uomo. Le donne ricevevano una libbra e mezza di carne, un *peck* di mais e lo stesso numero di aringhe. I bambini sopra i dodici anni avevano metà della razione delle donne. La carne veniva tagliata e pesata dal caposquadra dei lavoratori dei campi, e ammucchiata su delle assi davanti alla dispensa della carne. Poi il secondo caposquadra andava dietro l'edificio, e quando il primo caposquadra gridava: "Chi prende questo pezzo di carne?", lui rispondeva chiamando il nome di qualcuno. Si ricorreva a questo metodo come mezzo per prevenire parzialità nella distribuzione della carne. La giovane padrona uscì per vedere come venivano fatte le cose nella sua piantagione, e presto diede un saggio del suo carattere. Tra coloro che attendevano la loro razione c'era uno schiavo molto vecchio, che aveva servito fedelmente la famiglia Flint per tre generazioni. Quando zoppicò in avanti per prendere il suo pezzo di carne, la padrona disse che era troppo vecchio per avere una razione; che quando i negri sono troppo vecchi per lavorare, dovrebbero essere nutriti con l'erba. Povero vecchio! Soffrì molto prima di trovare riposo nella tomba.

Io e la mia padrona andavamo molto d'accordo. Alla fine di una settimana, la vecchia signora Flint ci fece un'altra visita e rimase chiusa a lungo con sua nuora. Avevo i miei sospetti su quale fosse l'argomento della conferenza. La moglie del vecchio dottore era stata informata che avrei potuto lasciare la piantagione a una condizione, ed era molto desiderosa di trattenermi lì. Se si fosse fidata di me, come meritavo di essere fidata da lei, non avrebbe avuto timore che io accettassi quella condizione. Quando salì sulla sua carrozza per tornare a casa, disse alla giovane signora Flint: "Non dimenticare di mandarli a chiamare il più presto possibile." Il mio cuore era in allerta tutto il tempo, e conclusi subito che parlasse dei miei figli. Il dottore venne il giorno dopo, e mentre entravo nella stanza per apparecchiare il tavolo del tè, lo sentii dire: "Non aspettare oltre. Falli venire domani." Vidi attraverso il piano. Pensavano che la presenza dei miei figli mi avrebbe incatenata al posto, e che fosse un buon modo per piegarci tutti a un'abietta sottomissione al nostro destino di schiavi. Dopo che il dottore se ne andò, chiamò un gentiluomo che aveva sempre manifestato sentimenti amichevoli verso mia nonna e la sua famiglia. Il signor Flint lo portò in giro per la piantagione per mostrargli i risultati del lavoro svolto da uomini e donne non pagati, miseramente vestiti e mezzo affamati. Il raccolto di cotone era tutto ciò a cui pensavano. Fu debitamente ammirato, e il gentiluomo tornò con dei campioni da mostrare ai suoi amici. Mi fu ordinato di portare l'acqua per lavargli le mani. Mentre lo facevo, disse: "Linda, come ti trovi nella tua nuova casa?" Gli dissi che mi trovavo bene quanto mi aspettavo. Egli replicò: "Loro non credono che tu sia contenta, e domani hanno intenzione di portare i tuoi figli a stare con te. Mi dispiace per te, Linda. Spero che ti trattino con gentilezza." Mi affrettai a uscire dalla stanza, incapace di ringraziarlo. I miei sospetti erano corretti. I miei figli stavano per essere portati alla piantagione per essere "addestrati".

Ancora oggi mi sento grata al gentiluomo che mi diede questa tempestiva informazione. Mi diede il coraggio per un'azione immediata.

XVII. La fuga.

Il signor Flint era messo alle strette per quanto riguardava la servitù di casa, e piuttosto che perdermi aveva trattenuto la sua malizia. Facevo il mio lavoro fedelmente, anche se non, naturalmente, con animo volenteroso. Avevano evidentemente paura che potessi lasciarli. Il signor Flint desiderava che dormissi nella casa padronale invece che negli alloggi dei servi. Sua moglie acconsentì alla proposta, ma disse che non dovevo portare il mio letto in casa, perché avrebbe sparso piume sul suo tappeto. Sapevo quando andai lì che non avrebbero mai pensato di fornire un letto di alcun genere per me e per la mia piccola. Pertanto portai il mio letto, e ora mi veniva proibito di usarlo. Feci come mi fu ordinato. Ma ora che ero certa che i miei figli stavano per essere messi in loro potere, al fine di avere una presa più forte su di me, decisi di lasciarli quella notte. Ricordavo il dolore che questo passo avrebbe recato alla mia cara vecchia nonna; e nulla meno della libertà dei miei figli mi avrebbe indotta a trascurare il suo consiglio. Svolgevo il mio lavoro serale con passo tremante. Il signor Flint chiamò due volte dalla porta della sua camera per chiedere perché la casa non fosse chiusa a chiave. Risposi che non avevo finito il mio lavoro. "Hai avuto abbastanza tempo per farlo," disse lui. "Bada a come mi rispondi!"

Chiusi tutte le finestre, serrai tutte le porte e salii al terzo piano, per attendere fino a mezzanotte. Come sembravano lunghe quelle ore, e come pregai ferventemente che Dio non mi abbandonasse in quest'ora di estremo bisogno! Stavo per rischiare tutto sul lancio di un dado; e se avessi fallito, oh, che ne sarebbe stato di me e dei miei poveri figli? Sarebbero stati fatti soffrire per colpa mia.

A mezzanotte e mezza scivolai dolcemente giù per le scale. Mi fermai al secondo piano, pensando di aver udito un rumore. Toccando le pareti scesi nel salotto e guardai fuori dalla finestra. La notte era così intensamente buia che non potevo vedere nulla. Sollevai la finestra molto dolcemente e saltai fuori. Grandi gocce di pioggia cadevano, e l'oscurità mi disorientava. Mi inginocchiai e rivolsi una breve preghiera a Dio per chiederne la guida e la protezione. Tastai la strada verso la strada e corsi verso la città con una velocità quasi fulminea. Arrivai a casa di mia nonna, ma non osai farmi vedere da lei. Avrebbe detto: "Linda, mi stai uccidendo"; e sapevo che quello mi avrebbe tolto ogni coraggio. Bussai dolcemente alla finestra di una stanza, occupata da una donna che viveva in quella casa da diversi anni. Sapevo che era un'amica fedele e che le si poteva affidare il mio segreto. Bussai diverse volte prima che mi sentisse. Alla fine sollevò la finestra e io sussurrai: "Sally, sono scappata. Fammi entrare, presto." Aprì la porta dolcemente e disse a bassa voce: "Per l'amor di Dio, non farlo. Tua nonna sta cercando di comprare te e i bambini. Il signor Sands era qui la scorsa settimana. Le ha detto che stava per partire per affari, ma voleva che lei procedesse a comprare te e i bambini, e l'avrebbe aiutata quanto più poteva. Non scappare, Linda. Tua nonna è tutta curva dal dolore adesso."

Risposi: "Sally, domani porteranno i miei figli alla piantagione; e non li venderanno mai a nessuno finché avranno me in loro potere. Ora, mi consiglieresti di tornare indietro?"

"No, figlia, no," rispose lei. "Quando scopriranno che non ci sei, non vorranno la seccatura dei bambini; ma dove andrai a nasconderti? Conoscono ogni centimetro di questa casa."

Le dissi che avevo un nascondiglio, e che era tutto ciò che era meglio che sapesse. Le chiesi di andare nella mia stanza non appena fosse fatto giorno, di togliere tutti i miei vestiti dal baule e di impacchettarli nei suoi; perché sapevo che il signor Flint e l'agente di polizia sarebbero stati lì presto a perquisire la mia stanza. Temevo che la vista dei miei figli sarebbe stata troppo per il mio cuore colmo; ma non potevo avventurarmi nell'incerto futuro senza un ultimo sguardo. Mi chinai sul letto dove giacevano il mio piccolo Benny e la piccola Ellen. Poveri piccoli! Senza padre e senza madre! I ricordi del loro padre mi assalirono. Voleva essere gentile con loro; ma non erano tutto per lui, come lo erano per il mio cuore di madre. Mi inginocchiai e pregai per quegli innocenti piccoli dormienti. Li baciai leggermente e mi allontanai.

Mentre stavo per aprire la porta sulla strada, Sally posò la mano sulla mia spalla e disse: "Linda, vai tutta sola? Fammi chiamare tuo zio."

"No, Sally," risposi, "non voglio che nessuno venga messo nei guai per causa mia."

Uscii nell'oscurità e nella pioggia. Corsi finché non arrivai alla casa dell'amica che doveva nascondermi.

Il mattino seguente, presto, il signor Flint era da mia nonna a chiedere di me. Lei gli disse che non mi aveva vista e che supponeva fossi alla piantagione. Osservò il suo viso attentamente e disse: "Non sai nulla della sua fuga?" Lei gli assicurò di no. Continuò dicendo: "La scorsa notte è scappata senza la minima provocazione. L'avevamo trattata molto gentilmente. A mia moglie piaceva. Presto sarà trovata e riportata indietro. I suoi figli sono con te?" Quando le fu detto che lo erano, disse: "Sono molto lieto di sentirlo. Se sono qui, lei non può essere lontana. Se scopro che qualcuno dei miei negri ha avuto a che fare con questa maledetta faccenda, darò loro cinquecento frustate." Mentre si avviava per andare da suo padre, si voltò e aggiunse, in modo persuasivo: "Che venga riportata indietro, e avrà i suoi figli a vivere con lei."

La notizia fece infuriare e tempestare il vecchio dottore in modo furioso. Fu una giornata intensa per loro. La casa di mia nonna fu perquisita da cima a fondo. Dato che il mio baule era vuoto, conclusero che avessi preso i miei vestiti con me. Prima delle dieci ogni nave diretta a nord fu accuratamente ispezionata, e la legge contro l'accoglienza dei fuggitivi fu letta a tutti a bordo. Di notte fu posta una guardia sulla città. Sapendo quanto sarebbe stata addolorata mia nonna, volevo mandarle un messaggio; ma non si poté fare. Chiunque entrasse o uscisse da casa sua era strettamente sorvegliato. Il dottore disse che avrebbe preso i miei figli, a meno che lei non si fosse resa responsabile per loro; cosa che, naturalmente, lei fece volentieri. Il giorno seguente fu speso a cercare. Prima di notte, il seguente annuncio fu affisso a ogni angolo, e in ogni luogo pubblico per miglia intorno:—

"$300 di ricompensa! Scappata dal sottoscritto, una ragazza mulatta intelligente e vivace, di nome Linda, di 21 anni. Alta cinque piedi e quattro pollici. Occhi scuri e capelli neri tendenti al riccio; ma possono essere resi lisci. Ha una macchia cariata su un dente davanti. Sa leggere e scrivere, e con ogni probabilità cercherà di arrivare negli Stati Liberi. A tutte le persone è proibito, sotto pena di legge, di ospitare o impiegare detta schiava. $150 saranno dati a chiunque la prenda nello stato, e $300 se presa fuori dallo stato e consegnata a me, o rinchiusa in prigione.

Dottor Flint."

XVIII. Mesi di pericolo.

La ricerca di me fu portata avanti con più perseveranza di quanto avessi previsto. Iniziai a pensare che la fuga fosse impossibile. Ero in grande ansia di non implicare l'amica che mi ospitava. Sapevo che le conseguenze sarebbero state spaventose; e per quanto temessi di essere catturata, anche quello sembrava meglio che causare sofferenza a una persona innocente per la sua gentilezza verso di me. Era passata una settimana in una terribile suspense, quando i miei inseguitori giunsero in una vicinanza così stretta che conclusi che mi avessero rintracciata fino al mio nascondiglio. Volai fuori dalla casa e mi nascosi in un boschetto di cespugli. Lì rimasi in un'agonia di paura per due ore. Improvvisamente, un rettile di qualche tipo mi afferrò la gamba. Per lo spavento, sferrai un colpo che allentò la presa, ma non potevo dire se l'avessi ucciso; era così buio che non riuscivo a vedere cosa fosse; sapevo solo che era qualcosa di freddo e viscido. Il dolore che provai indicò presto che il morso era velenoso. Fui costretta a lasciare il mio nascondiglio e tastai la strada per tornare in casa. Il dolore era diventato intenso, e la mia amica fu spaventata dal mio sguardo angosciato. Le chiesi di preparare un cataplasma di cenere calda e aceto, e lo applicai alla mia gamba, che era già molto gonfia. L'applicazione mi diede un po' di sollievo, ma il gonfiore non diminuì. Il timore di rimanere invalida era più grande del dolore fisico che sopportavo. La mia amica chiese a una vecchia donna, che faceva il medico tra gli schiavi, cosa fosse buono per il morso di un serpente o di una lucertola. Le disse di mettere a bagno una dozzina di monete di rame nell'aceto, durante la notte, e di applicare l'aceto corroso sulla parte infiammata.[1]

[Nota 1: Il veleno di un serpente è un acido potente, ed è contrastato da potenti alcali, come potassa, ammoniaca, ecc. Gli indiani sono soliti applicare ceneri umide, o immergere l'arto nella liscivia forte. Gli uomini bianchi, impiegati a tracciare ferrovie in luoghi pieni di serpenti, portano spesso con sé l'ammoniaca come antidoto.—EDITORE.]

Ero riuscita a trasmettere cautamente alcuni messaggi ai miei parenti. Erano aspramente minacciati e, disperando che io avessi una possibilità di scappare, mi consigliarono di tornare dal mio padrone, chiedergli perdono e lasciare che facesse di me un esempio. Ma tale consiglio non ebbe alcuna influenza su di me. Quando intrapresi questa rischiosa impresa, avevo risolto che, qualunque cosa fosse successa, non ci sarebbe stato ritorno. "Datemi la libertà, o datemi la morte", era il mio motto. Quando la mia amica riuscì a far conoscere ai miei parenti la dolorosa situazione in cui mi trovavo da ventiquattr'ore, non parlarono più del mio ritorno dal padrone. Qualcosa doveva essere fatto, e in fretta; ma a chi rivolgersi per aiuto, non lo sapevano. Dio nella sua misericordia fece sorgere "un amico nel momento del bisogno".

Tra le signore che conoscevano mia nonna, ce n'era una che l'aveva conosciuta fin dall'infanzia e le era sempre stata molto amica. Aveva conosciuto anche mia madre e i suoi figli, e si sentiva interessata a loro. In questa crisi di affari passò a trovare mia nonna, come non di rado faceva. Osservò l'espressione triste e turbata del suo viso e chiese se sapesse dove fosse Linda e se fosse al sicuro. Mia nonna scosse la testa, senza rispondere. "Vieni, zia Martha," disse la gentile signora, "dimmi tutto. Forse posso fare qualcosa per aiutarti." Il marito di questa signora possedeva molti schiavi, e comprava e vendeva schiavi. Anche lei ne possedeva un certo numero a proprio nome; ma li trattava gentilmente e non avrebbe mai permesso che venisse venduto nessuno di loro. Era diversa dalla maggioranza delle mogli dei proprietari di schiavi. Mia nonna la guardò con intensità. Qualcosa nell'espressione del suo viso diceva "Fidati di me!", e lei si fidò. Ascoltò attentamente i dettagli della mia storia e rimase a pensare per un po'. Alla fine disse: "Zia Martha, ho pietà di entrambe. Se pensi che ci sia qualche possibilità che Linda arrivi negli Stati Liberi, la nasconderò per un po'. Ma prima devi promettere solennemente che il mio nome non sarà mai menzionato. Se una cosa del genere dovesse venire a galla, rovinerebbe me e la mia famiglia. Nessuno in casa mia deve saperlo, eccetto la cuoca. È così fedele che le affiderei la mia stessa vita; e so che le piace Linda. È un grande rischio; ma confido che non ne verrà alcun danno. Fai sapere a Linda di essere pronta appena fa buio, prima che escano le pattuglie. Manderò le cameriere a fare commissioni, e Betty andrà incontro a Linda." Il luogo dove incontrarci fu designato e concordato. Mia nonna non riusciva a ringraziare la signora per questo nobile gesto; sopraffatta dalle emozioni, si inginocchiò e singhiozzò come una bambina.

Ricevetti un messaggio di lasciare la casa della mia amica a una certa ora e di andare in un certo luogo dove un amico mi avrebbe aspettata. Per prudenza non furono fatti nomi. Non avevo modo di congetturare chi avrei incontrato, o dove stavo andando. Non mi piaceva muovermi così bendata, ma non avevo scelta. Non sarebbe andata bene per me rimanere dove ero. Mi travestii, raccolsi il coraggio per affrontare il peggio e andai nel luogo designato. La mia amica Betty era lì; era l'ultima persona che mi aspettavo di vedere. Ci affrettammo in silenzio. Il dolore alla mia gamba era così intenso che sembrava dovessi cadere; ma la paura mi diede forza. Raggiungemmo la casa ed entrammo non osservate. Le sue prime parole furono: "Tesoro, ora sei al sicuro. Quei diavoli non verranno a perquisire questa casa. Quando ti avrò portato nel posto sicuro della padrona, ti porterò una bella cena calda. Immagino che ne avrai bisogno dopo tutto questo spavento." La vocazione di Betty la portava a pensare che mangiare fosse la cosa più importante della vita. Non si rendeva conto che il mio cuore era troppo colmo perché potessi interessarmi molto della cena.

La padrona venne ad accoglierci e mi condusse al piano di sopra, in una piccola stanza sopra quella dove dormiva lei. "Qui sarai al sicuro, Linda", disse; "tengo questa stanza per riporre le cose che non sono in uso. Le ragazze non sono abituate a entrarci e non sospetteranno nulla, a meno che non sentano dei rumori. La tengo sempre chiusa a chiave e Betty si occuperà della chiave. Ma devi stare molto attenta, per il mio bene oltre che per il tuo; e non devi mai rivelare il mio segreto; perché rovinerebbe me e la mia famiglia. Terrò le ragazze occupate al mattino, così che Betty possa avere modo di portarti la colazione; ma non è opportuno che torni da te prima di sera. Verrò a trovarti ogni tanto. Fatti coraggio. Spero che questa situazione non duri a lungo." Betty arrivò con la "bella cena calda" e la padrona si affrettò a scendere di sotto per tenere le cose in ordine finché non fosse tornata. Come traboccava il mio cuore di gratitudine! Le parole mi si strozzavano in gola; ma avrei potuto baciare i piedi della mia benefattrice. Per quell'atto di cristiana femminilità, che Dio la benedica per sempre!

Andai a dormire quella notte con la sensazione di essere, per il momento, la schiava più fortunata della città. Venne il mattino e riempì di luce la mia piccola cella. Ringraziai il Padre celeste per questo rifugio sicuro. Di fronte alla mia finestra c'era una pila di piumini. Sopra di essi potevo stendermi rimanendo perfettamente nascosta e tenere sotto controllo la strada che il Dr. Flint percorreva per andare al suo studio. Per quanto fossi ansiosa, provai un barlume di soddisfazione quando lo vidi. Finora l'avevo superato in astuzia e ne trionfai. Chi può biasimare gli schiavi per essere astuti? Sono costantemente costretti a ricorrervi. È l'unica arma dei deboli e degli oppressi contro la forza dei loro tiranni.

Speravo ogni giorno di sentire che il mio padrone avesse venduto i miei figli; perché sapevo chi era in attesa di comprarli. Ma il Dr. Flint teneva alla vendetta ancora più che al denaro. Mio fratello William, la buona zia che aveva servito nella sua famiglia per vent'anni, il mio piccolo Benny ed Ellen, che aveva poco più di due anni, furono gettati in prigione come mezzo per costringere i miei parenti a dare qualche informazione su di me. Giurò che mia nonna non avrebbe mai più rivisto nessuno di loro finché non fossi stata riportata indietro. Mi tennero nascosti questi fatti per diversi giorni. Quando seppi che i miei piccoli erano in una ripugnante prigione, il mio primo impulso fu quello di andare da loro. Stavo affrontando dei pericoli per liberarli, e dovevo essere io la causa della loro morte? Il pensiero era straziante. La mia benefattrice cercò di consolarmi dicendomi che mia zia si sarebbe presa buona cura dei bambini finché fossero rimasti in prigione. Ma accresceva il mio dolore pensare che la buona vecchia zia, che era sempre stata così gentile con gli orfani di sua sorella, dovesse essere rinchiusa in prigione per nessun altro crimine se non quello di amarli. Suppongo che i miei amici temessero una mia mossa sconsiderata, sapendo, come sapevano, che la mia vita era legata ai miei figli. Ricevetti un biglietto da mio fratello William. Era a malapena leggibile e diceva così: "Ovunque tu sia, cara sorella, ti prego di non venire qui. Noi stiamo tutti molto meglio di te. Se vieni, ci rovinerai tutti. Ti costringerebbero a dire dove sei stata, o ti ucciderebbero. Segui il consiglio dei tuoi amici; se non per me e per i tuoi figli, almeno per il bene di coloro che rovineresti".

Povero William! Anche lui doveva soffrire per essere mio fratello. Seguii il suo consiglio e rimasi tranquilla. Mia zia fu fatta uscire di prigione dopo un mese, perché la signora Flint non poteva più farne a meno. Era stanca di fare la governante di se stessa. Era davvero troppo faticoso ordinare la cena e anche mangiarla. I miei figli rimasero in prigione, dove il fratello William fece tutto il possibile per il loro conforto. Betty andava a trovarli ogni tanto e mi portava notizie. Non le era permesso entrare in prigione; ma William li sollevava fino alla finestra sbarrata mentre lei chiacchierava con loro. Quando lei ripeteva il loro chiacchiericcio e mi raccontava come volessero vedere la loro mamma, le mie lacrime scorrevano. La vecchia Betty esclamava: "Dio, piccina! Per cosa piangi? Quei ragazzini ti uccideranno. Non essere così debole di cuore! Se lo fai, non uscirai mai viva da questo mondo".

Buona vecchia anima! Aveva attraversato il mondo senza figli. Non aveva mai avuto dei piccoli da stringere al collo; non aveva mai visto i loro occhi dolci guardare nei suoi; nessuna voce dolce l'aveva chiamata madre; non aveva mai stretto i suoi bambini al cuore, con la sensazione che, anche in catene, ci fosse qualcosa per cui vivere. Come poteva comprendere i miei sentimenti? Il marito di Betty amava teneramente i bambini e si chiedeva perché Dio glieli avesse negati. Espresse grande dolore quando andò da Betty con la notizia che Ellen era stata fatta uscire di prigione e portata dal Dr. Flint. Aveva avuto il morbillo poco prima che la portassero in prigione e la malattia le aveva lasciato gli occhi irritati. Il dottore l'aveva portata a casa per curarli. I miei figli avevano sempre avuto paura del dottore e di sua moglie. Non erano mai stati dentro casa loro. La povera piccola Ellen piangeva tutto il giorno per essere riportata in prigione. L'istinto dell'infanzia è vero. Sapeva di essere amata in prigione. Le sue urla e i suoi singhiozzi infastidivano la signora Flint. Prima di sera chiamò uno degli schiavi e disse: "Ehi, Bill, riporta questa mocciosa in prigione. Non sopporto il suo rumore. Se stesse zitta, mi piacerebbe tenere la piccola civetta. Sarebbe una comoda cameriera per mia figlia, più avanti. Ma se restasse qui, con la sua faccia bianca, suppongo che finirei per ucciderla o rovinarla. Spero che il dottore li venda quanto più lontano possibile. Quanto alla loro madre, la sua signoria scoprirà ancora cosa si ottiene scappando. Non ha per i suoi figli nemmeno il sentimento che una mucca ha per il suo vitello. Se lo avesse, sarebbe tornata molto tempo fa per tirarli fuori di prigione e risparmiare tutte queste spese e problemi. La buona a nulla! Quando sarà catturata, rimarrà in prigione, in catene, per sei mesi, e poi sarà venduta a una piantagione di zucchero. La vedrò piegata, vedrai. Perché te ne stai lì, Bill? Perché non te ne vai con la mocciosa? Ricorda, ora, che non devi permettere a nessuno dei negri di parlarle per strada!"

Quando queste osservazioni mi furono riferite, sorrisi al pensiero della signora Flint che diceva di voler uccidere o rovinare mia figlia. Pensai tra me e me che c'era ben poco pericolo di quest'ultima eventualità. Ho sempre considerato una delle provvidenze speciali di Dio il fatto che Ellen abbia urlato fino a quando non è stata riportata in prigione.

Quella stessa notte il Dr. Flint fu chiamato da un paziente e non tornò fino a quasi mattina. Passando davanti alla casa di mia nonna, vide una luce e pensò tra sé: "Forse questo ha qualcosa a che fare con Linda". Bussò e la porta fu aperta. "Cosa vi chiama in piedi così presto?" disse lui. "Ho visto la vostra luce e ho pensato di fermarmi a dirvi che ho scoperto dove si trova Linda. So dove mettere le mani su di lei e l'avrò prima delle dodici". Quando si fu allontanato, mia nonna e mio zio si guardarono ansiosamente. Non sapevano se fosse solo uno dei trucchi del dottore per spaventarli. Nell'incertezza, pensarono che fosse meglio far giungere un messaggio alla mia amica Betty. Non volendo allarmare la sua padrona, Betty decise di sbarazzarsi di me personalmente. Venne da me e mi disse di alzarmi e vestirmi in fretta. Ci affrettammo a scendere le scale, attraverso il cortile, fino in cucina. Chiuse la porta a chiave e sollevò un'asse del pavimento. Una pelle di bufalo e un pezzo di tappeto furono stesi per farmi sdraiare, e una trapunta fu gettata sopra di me. "Resta lì", disse, "finché vedo se sanno di te. Dicono che metteranno le mani su di te prima delle dodici. Se sapevano dove sei, ora non lo sapranno più. Saranno delusi questa volta. È tutto quello che ho da dire. Se vengono a frugare tra le mie cose, riceveranno una bella lezione da questa negra". Nel mio letto poco profondo avevo appena lo spazio sufficiente per portare le mani al viso per evitare che la polvere mi entrasse negli occhi; perché Betty mi camminava sopra venti volte all'ora, passando dalla credenza al camino. Quando era sola, potevo sentirla pronunciare anatemi contro il Dr. Flint e tutta la sua tribù, dicendo ogni tanto, con una risata soffocata: "Questa negra è troppo astuta per loro questa volta". Quando le domestiche erano nei paraggi, aveva dei modi astuti per provocarle, affinché potessi sentire cosa avessero da dire. Ripeteva storie che aveva sentito sul fatto che io fossi in questo, o in quel, o in quell'altro posto. A cui loro rispondevano che io non ero così sciocca da starmene lì in giro; che a quest'ora ero a Philadelphia o a New York. Quando tutti furono a letto e addormentati, Betty sollevò l'asse e disse: "Vieni fuori, piccina; vieni fuori. Non sanno nulla di te. Erano solo bugie da bianchi, per spaventare i negri".

Alcuni giorni dopo questa avventura ebbi uno spavento molto peggiore. Mentre sedevo molto immobile nel mio rifugio al piano di sopra, visioni allegre fluttuavano nella mia mente. Pensavo che il Dr. Flint si sarebbe presto scoraggiato e sarebbe stato disposto a vendere i miei figli, quando avesse perso ogni speranza di usarli come mezzo per scoprirmi. Sapevo chi era pronto a comprarli. Improvvisamente udii una voce che mi raggelò il sangue. Il suono mi era troppo familiare, era stato troppo terribile, perché non riconoscessi subito il mio vecchio padrone. Era in casa e conclusi immediatamente che fosse venuto a prendermi. Mi guardai intorno terrorizzata. Non c'era modo di scappare. La voce si allontanò. Supposi che il poliziotto fosse con lui e che stessero perquisendo la casa. Nel mio allarme non dimenticai il guaio che stavo causando alla mia generosa benefattrice. Sembrava che fossi nata per portare dolore a tutti coloro che mi aiutavano, e quella era la goccia più amara nella coppa amara della mia vita. Dopo un po' udii dei passi che si avvicinavano; la chiave girò nella mia porta. Mi appoggiai contro il muro per evitare di cadere. Osai alzare lo sguardo, e lì stava la mia gentile benefattrice da sola. Ero troppo sopraffatta per parlare e caddi sul pavimento.

"Pensavo che avresti sentito la voce del tuo padrone", disse; "e sapendo che saresti stata terrorizzata, sono venuta a dirti che non c'è nulla da temere. Puoi persino concederti una risata alle spalle del vecchio gentiluomo. È così sicuro che tu sia a New York, che è venuto a chiedere in prestito cinquecento dollari per andare a cercarti. Mia sorella aveva del denaro da prestare a interesse. Lo ha ottenuto e si propone di partire per New York stanotte. Quindi, per il momento, vedi che sei al sicuro. Il dottore alleggerirà semplicemente le sue tasche cercando l'uccellino che si è lasciato alle spalle".

XIX. I bambini venduti.

Il dottore tornò da New York, naturalmente senza aver raggiunto il suo scopo. Aveva speso una somma considerevole ed era piuttosto scoraggiato. Mio fratello e i bambini erano ormai in prigione da due mesi, e anche quella era stata una spesa. I miei amici pensarono che fosse un momento favorevole per agire sui suoi sentimenti scoraggiati. Il signor Sands mandò uno speculatore a offrirgli novecento dollari per mio fratello William e ottocento per i due bambini. Erano prezzi alti, per come venivano venduti gli schiavi allora; ma l'offerta fu respinta. Se fosse stata solo una questione di denaro, il dottore avrebbe venduto qualsiasi ragazzo dell'età di Benny per duecento dollari; ma non riusciva a rinunciare al potere della vendetta. Eppure era sotto pressione per il denaro e rifletteva sulla questione. Sapeva che se avesse potuto tenere Ellen fino ai quindici anni, avrebbe potuto venderla a caro prezzo; ma presumo che riflettesse sul fatto che lei potesse morire o potesse essere portata via. Ad ogni modo, giunse alla conclusione che fosse meglio accettare l'offerta del mercante di schiavi. Incontrandolo per strada, gli chiese quando avrebbe lasciato la città. "Oggi, alle dieci", rispose lui. "Ah, parti così presto?" disse il dottore; "ho riflettuto sulla tua proposta e ho concluso di lasciarti i tre negri se accetterai diciannovecento dollari". Dopo qualche trattativa, il mercante accettò le sue condizioni. Voleva che l'atto di vendita fosse redatto e firmato immediatamente, poiché aveva molto da fare durante il poco tempo che restava in città. Il dottore andò in prigione e disse a William che lo avrebbe ripreso al suo servizio se avesse promesso di comportarsi bene; ma lui rispose che avrebbe preferito essere venduto. "E sarai venduto, canaglia ingrata!" esclamò il dottore. In meno di un'ora il denaro fu pagato, i documenti furono firmati, sigillati e consegnati, e mio fratello e i miei figli furono nelle mani del mercante.

Fu una transazione frettolosa; e dopo che fu terminata, la cautela caratteristica del dottore tornò a galla. Tornò dallo speculatore e disse: "Signore, sono venuto a imporvi l'obbligo di mille dollari di non vendere nessuno di quei negri in questo stato". "Arrivate troppo tardi", rispose il mercante; "il nostro accordo è concluso". In effetti li aveva già venduti al signor Sands, ma non lo menzionò. Il dottore gli impose di mettere le catene a "quella canaglia di Bill" e di passare per le strade secondarie quando avesse portato via la sua banda dalla città. Il mercante ricevette l'ordine privato di acconsentire ai suoi desideri. La mia buona vecchia zia andò in prigione per dire addio ai bambini, supponendo che fossero proprietà dello speculatore e che non li avrebbe mai più rivisti. Mentre teneva Benny in grembo, lui disse: "Zia Nancy, voglio mostrarti una cosa". La condusse alla porta e le mostrò una lunga fila di segni, dicendo: "Zio Will mi ha insegnato a contare. Ho fatto un segno per ogni giorno che sono stato qui, e sono sessanta giorni. È molto tempo; e lo speculatore sta per portare via me ed Ellen. È un uomo cattivo. È sbagliato da parte sua prendere i figli della nonna. Voglio andare da mia madre".

A mia nonna fu detto che i bambini le sarebbero stati restituiti, ma le fu chiesto di agire come se stessero per essere mandati via davvero. Di conseguenza, preparò un fagotto di vestiti e andò in prigione. Quando arrivò, trovò William ammanettato tra la banda e i bambini sul carro del mercante. La scena sembrava troppo simile alla realtà. Temeva che ci fosse stato qualche inganno o errore. Svenne e fu portata a casa.

Quando il carro si fermò all'albergo, diversi gentiluomini uscirono e proposero di acquistare William, ma il mercante rifiutò le loro offerte, senza dichiarare che era già venduto. E ora arrivava l'ora difficile per quel gruppo di esseri umani, cacciati via come bestiame, per essere venduti non sapevano dove. Mariti strappati alle mogli, genitori ai figli, per non rivedersi mai più da questa parte della tomba. Ci fu un torcersi di mani e grida di disperazione.

Il Dr. Flint ebbe la suprema soddisfazione di vedere il carro lasciare la città, e la signora Flint ebbe la gratificazione di supporre che i miei figli stessero andando "quanto più lontano possibile". Secondo l'accordo, mio zio seguì il carro per alcuni chilometri, finché arrivarono a una vecchia fattoria. Lì il mercante tolse le catene a William e, mentre lo faceva, disse: "Sei un dannato ragazzo in gamba. Mi piacerebbe possederti io stesso. Quei gentiluomini che volevano comprarti dicevano che sei un ragazzo sveglio e onesto, e devo trovarti una buona casa. Immagino che il tuo vecchio padrone imprecherà domani e si darà del vecchio sciocco per aver venduto i bambini. Credo che non riavrà mai la loro mamma. Immagino che abbia preso la via del nord. Addio, vecchio ragazzo. Ricorda, ti ho fatto un favore. Devi ringraziarmi convincendo tutte le belle ragazze a venire con me il prossimo autunno. Sarà il mio ultimo viaggio. Questo commercio di negri è un brutto affare per uno che ha un cuore. Avanti, voi altri!" E la banda proseguì, Dio solo sa dove.

Per quanto io disprezzi e detesti la classe dei mercanti di schiavi, che considero i più vili miserabili sulla terra, devo rendere giustizia a quest'uomo dicendo che sembrava avere un po' di sentimento. Aveva preso in simpatia William in prigione e voleva comprarlo. Quando seppe la storia dei miei figli, fu disposto ad aiutarli a uscire dal potere del Dr. Flint, anche senza chiedere la solita commissione.

Mio zio procurò un carro e riportò William e i bambini in città. Grande fu la gioia in casa di mia nonna! Le tende furono chiuse e le candele accese. La felice nonna coccolò i piccoli al seno. L'abbracciarono, la baciarono, batterono le mani e gridarono. Si inginocchiò e riversò a Dio una delle sue sentite preghiere di ringraziamento. Il padre fu presente per un po'; e sebbene una "relazione genitoriale" come quella esistente tra lui e i miei figli faccia poca presa sui cuori o sulle coscienze dei proprietari di schiavi, deve essere che abbia provato alcuni momenti di pura gioia nel testimoniare la felicità che aveva trasmesso.

Non ebbi parte alle gioie di quella sera. Gli eventi della giornata non erano giunti a mia conoscenza. E ora vi dirò una cosa che mi è successa; anche se forse penserete che illustri la superstizione degli schiavi. Sedevo al mio solito posto sul pavimento vicino alla finestra, dove potevo sentire molto di ciò che veniva detto per strada senza essere vista. La famiglia si era ritirata per la notte e tutto taceva. Sedevo lì pensando ai miei figli, quando udii una nota bassa di musica. Una banda di serenanti era sotto la finestra, suonando "Home, sweet home". Ascoltai finché i suoni non mi parvero più musica, ma come il lamento dei bambini. Sembrava che il mio cuore dovesse scoppiare. Mi alzai dalla mia posizione seduta e mi inginocchiai. Una striscia di luce lunare era sul pavimento davanti a me, e nel mezzo di essa apparvero le forme dei miei due figli. Svanirono; ma li avevo visti distintamente. Alcuni lo chiameranno un sogno, altri una visione. Non so come spiegarlo, ma fece una forte impressione sulla mia mente, e mi sentii certa che fosse successo qualcosa ai miei piccoli.

Non avevo visto Betty fin dal mattino. Ora la sentivo girare piano la chiave. Non appena entrò, mi aggrappai a lei e la supplicai di farmi sapere se i miei figli fossero morti o se fossero stati venduti; poiché avevo visto i loro spiriti nella mia stanza ed ero certa che fosse accaduto loro qualcosa. "Dio mio, figliola," disse, cingendomi con le braccia, "ti sono venuti gli isterismi. Dormirò con te stanotte, perché farai rumore e rovinerai la padrona. Qualcosa ti ha agitata terribilmente. Quando avrai finito di piangere, parlerò con te. I bambini stanno bene e sono felicissimi. Li ho visti io stessa. Ti basta questo? Su, figliola, sta' ferma! Qualcuno ti sentirà." Provai a ubbidirle. Si sdraiò e fu presto immersa in un sonno profondo; ma il sonno non voleva scendere sulle mie palpebre.

All'alba, Betty era già in piedi e se n'era andata in cucina. Le ore passavano e la visione della notte tornava costantemente nei miei pensieri. Dopo un po' sentii le voci di due donne nell'ingresso. In una riconobbi la domestica. L'altra le disse: "Sapevi che i figli di Linda Brent sono stati venduti ieri allo speculatore? Dicono che il vecchio padrone Flint fosse felicissimo di vederli cacciati dalla città; ma si dice che siano tornati di nuovo. Sospetto sia tutta opera del loro papà. Dicono che abbia comprato anche William. Dio! Come se la prenderà il vecchio padrone Flint! Sto andando da zia Marthy a vedere di che si tratta."

Mi morsi le labbra fino a far uscire il sangue per non urlare. I miei figli erano con la nonna, o lo speculatore li aveva portati via? L'incertezza era terribile. Betty non sarebbe mai venuta a dirmi la verità? Alla fine arrivò e io ripetei ansiosamente ciò che avevo origliato. Il suo viso era un unico, ampio, luminoso sorriso. "Dio, sciocca che sei!" disse. "Ti racconterò tutto. Le ragazze stanno facendo colazione e la padrona mi ha detto di lasciare che sia lei a dirtelo; ma, povera creatura! non è giusto farti aspettare, e te lo dirò io. Il fratello, i bambini, sono stati tutti comprati dal papà! Ho riso più che a sufficienza pensando al vecchio padrone Flint. Dio, come imprecava! Questa volta è stato fregato, comunque; ma devo filarmela da qui, o quelle ragazze verranno a beccarmi."

Betty se ne andò ridendo; e io dissi tra me e me: "Può essere vero che i miei figli sono liberi? Non ho sofferto invano per loro. Grazie a Dio!"

Fu espressa una grande sorpresa quando si seppe che i miei figli erano tornati dalla nonna. La notizia si sparse per la città e molte parole gentili furono rivolte ai piccoli.

Il dottor Flint andò da mia nonna per accertarsi di chi fosse il proprietario dei miei figli, e lei lo informò. "Me l'aspettavo," disse lui. "Sono felice di sentirlo. Ho avuto notizie di Linda ultimamente e presto l'avrò. Non sperare mai di vederla libera. Sarà mia schiava finché vivrò e, quando sarò morto, sarà schiava dei miei figli. Se mai scoprissi che tu o Phillip avete avuto qualcosa a che fare con la sua fuga, lo ucciderò. E se incontrassi William per strada e osasse guardarmi, lo frusterei fino a ridurlo in fin di vita. Tieni quei mocciosi lontano dalla mia vista!"

Mentre si voltava per andarsene, mia nonna disse qualcosa per ricordargli le sue stesse azioni. Lui si voltò a guardarla, come se fosse stato felice di colpirla fino a farla cadere a terra.

Ebbi il mio momento di gioia e ringraziamento. Era la prima volta, fin dalla mia infanzia, che provavo una felicità vera. Sentii parlare delle minacce del vecchio dottore, ma non avevano più lo stesso potere di turbarmi. La nuvola più scura che gravava sulla mia vita si era diradata. Qualunque cosa la schiavitù potesse fare a me, non avrebbe potuto incatenare i miei figli. Se fossi stata sacrificata, i miei piccoli erano salvi. Fu un bene per me che il mio cuore semplice credesse a tutto ciò che era stato promesso per il loro benessere. È sempre meglio confidare che dubitare.

XX. Nuovi pericoli.

Il dottore, più esasperato che mai, tentò di nuovo di vendicarsi dei miei parenti. Arrestò lo zio Phillip con l'accusa di aver favorito la mia fuga. Fu portato davanti a un tribunale e giurò, dicendo il vero, di non sapere nulla della mia intenzione di scappare e di non avermi più vista da quando avevo lasciato la piantagione del mio padrone. Il dottore pretese allora che pagasse una cauzione di cinquecento dollari per impegnarsi a non avere nulla a che fare con me. Diversi gentiluomini si offrirono come garanti per lui; ma il signor Sands gli disse che sarebbe stato meglio tornare in prigione, e che avrebbe fatto in modo che ne uscisse senza pagare cauzione.

La notizia del suo arresto fu portata a mia nonna, che la riferì a Betty. Nella bontà del suo cuore, mi nascose di nuovo sotto il pavimento; e mentre camminava avanti e indietro, intenta nelle sue faccende culinarie, parlava apparentemente tra sé e sé, ma con l'intenzione che io sentissi cosa stava succedendo. Speravo che la prigionia di mio zio durasse solo pochi giorni; tuttavia ero ansiosa. Pensavo fosse probabile che il dottor Flint facesse del suo meglio per schernirlo e insultarlo, e temevo che mio zio potesse perdere il controllo e rispondere in modo da essere interpretato come un reato punibile; ed ero ben consapevole che in tribunale la sua parola non sarebbe stata presa in considerazione contro quella di un uomo bianco. La ricerca di me fu ripresa. Qualcosa aveva destato il sospetto che fossi nelle vicinanze. Perquisirono la casa in cui mi trovavo. Sentii i loro passi e le loro voci. Di notte, quando tutti dormivano, Betty venne a liberarmi dal mio luogo di reclusione. Lo spavento che avevo subito, la posizione costretta e l'umidità del terreno mi fecero ammalare per diversi giorni. Poco dopo mio zio fu fatto uscire di prigione; ma i movimenti di tutti i miei parenti e di tutti i nostri amici erano tenuti sotto stretta sorveglianza.

Vedemmo tutti che non potevo rimanere dove ero ancora per molto. Ero rimasta già più a lungo di quanto previsto, e sapevo che la mia presenza doveva essere fonte di perpetua ansia per la mia gentile benefattrice. Durante questo periodo, i miei amici avevano ideato molti piani per la mia fuga, ma l'estrema vigilanza dei miei persecutori rendeva impossibile metterli in atto.

Una mattina fui molto sorpresa nel sentire qualcuno che cercava di entrare nella mia stanza. Furono provate diverse chiavi, ma nessuna funzionava. Congettai istantaneamente che fosse una delle domestiche; e conclusi che doveva aver sentito qualche rumore nella stanza o aver notato l'ingresso di Betty. Quando la mia amica arrivò, al suo solito orario, le raccontai cosa era successo. "So chi era," disse. "Dipendi da me, era quella Jenny. Quella negra ha sempre il diavolo in corpo." Suggerii che potesse aver visto o sentito qualcosa che aveva destato la sua curiosità.

"Zitta! Zitta, figliola!" esclamò Betty, "non ha visto niente, né sentito niente. Sospetta solo qualcosa. È tutto. Vuole scoprire chi ha tagliato e cucito il mio vestito. Ma non lo saprà mai. Questo è certo. Farò in modo che la padrona la sistemi."

Riflettei un momento e dissi: "Betty, devo andarmene da qui stasera."

"Fa' come credi meglio, povera figliola," rispose. "Ho molta paura che quella negra possa piombarti addosso prima o poi."

Riferì l'incidente alla sua padrona e ricevette l'ordine di tenere Jenny occupata in cucina finché non avesse potuto vedere mio zio Phillip. Lui le disse che avrebbe mandato un amico a prendermi proprio quella sera. Lei gli disse che sperava che io andassi al nord, perché era molto pericoloso per me rimanere ovunque nelle vicinanze. Ahimè, non era una cosa facile, per una nella mia situazione, andare al nord. Per lasciare la costa completamente libera per me, lei andò in campagna a trascorrere la giornata con suo fratello e portò Jenny con sé. Aveva paura di venire a dirmi addio, ma lasciò un messaggio gentile a Betty. Sentii la sua carrozza allontanarsi dalla porta e non vidi mai più colei che così generosamente aveva aiutato la povera, tremante fuggiasca! Sebbene fosse una proprietaria di schiavi, ancora oggi il mio cuore la benedice!

Non avevo la minima idea di dove stessi andando. Betty mi portò un completo da marinaio: giacca, pantaloni e cappello di cerata. Mi diede un piccolo fagotto, dicendo che avrei potuto averne bisogno dove stavo andando. Con tono allegro, esclamò: "Sono così felice che tu vada in parti libere! Non dimenticare la vecchia Betty. Magari verrò anch'io, prima o poi."

Provai a dirle quanto mi sentissi grata per tutta la sua gentilezza, ma lei mi interruppe. "Non voglio ringraziamenti, tesoro. Sono felice di averti potuta aiutare e spero che il buon Dio ti apra la strada. Vengo con te fino al cancello inferiore. Metti le mani in tasca e cammina sbilenca, come i marinai."

Eseguii con sua soddisfazione. Al cancello trovai Peter, un giovane uomo di colore, che mi aspettava. Lo conoscevo da anni. Era stato apprendista di mio padre e aveva sempre avuto una buona reputazione. Non avevo paura di fidarmi di lui. Betty mi disse un frettoloso addio e noi ci incamminammo. "Fatti coraggio, Linda," disse il mio amico Peter. "Ho un pugnale e nessun uomo ti porterà via da me, a meno che non passi sul mio corpo senza vita."

Era passato molto tempo dall'ultima volta che avevo fatto una passeggiata all'aperto e l'aria fresca mi rinvigorì. Era anche piacevole sentire una voce umana parlarmi sopra un sussurro. Passai accanto a diverse persone che conoscevo, ma non mi riconobbero nel mio travestimento. Pregai interiormente che, per il bene di Peter, così come per il mio, non accadesse nulla che tirasse fuori il suo pugnale. Camminammo finché non arrivammo al molo. Il marito di mia zia Nancy era un uomo di mare e si era ritenuto necessario metterlo al corrente del nostro segreto. Mi fece salire sulla sua barca, remò fino a un'imbarcazione non lontana e mi issò a bordo. Noi tre eravamo gli unici occupanti del vascello. Ora mi azzardai a chiedere cosa avessero intenzione di fare di me. Dissero che sarei dovuta rimanere a bordo fino quasi all'alba, e poi mi avrebbero nascosta nella palude dei serpenti, finché mio zio Phillip non avesse preparato un luogo di nascondiglio per me. Se la nave fosse stata diretta a nord, non mi sarebbe servito a nulla, perché sarebbe stata certamente perquisita. Verso le quattro, eravamo di nuovo seduti nella barca e remammo per tre miglia fino alla palude. La mia paura dei serpenti era stata aumentata dal morso velenoso che avevo ricevuto, e temevo di entrare in quel nascondiglio. Ma non ero in condizioni di scegliere e accettai con gratitudine il meglio che i miei poveri, perseguitati amici potessero fare per me.

Peter sbarcò per primo e con un grosso coltello aprì un sentiero tra bambù e rovi di ogni tipo. Tornò indietro, mi prese tra le braccia e mi portò su un sedile ricavato tra i bambù. Prima di raggiungerlo, fummo coperti da centinaia di zanzare. In un'ora mi avevano avvelenato la pelle a tal punto che ero uno spettacolo pietoso a vedersi. Con l'aumentare della luce, vidi serpenti su serpenti strisciare attorno a noi. Ero stata abituata alla vista dei serpenti per tutta la vita, ma questi erano più grandi di qualsiasi altro avessi mai visto. Ancora oggi rabbrividisco quando ricordo quella mattina. Con l'avvicinarsi della sera, il numero dei serpenti aumentò così tanto che eravamo continuamente costretti a colpirli con dei bastoni per impedire loro di strisciare su di noi. I bambù erano così alti e così fitti che era impossibile vedere oltre una brevissima distanza. Poco prima che facesse buio, trovammo un posto più vicino all'ingresso della palude, temendo di perdere la strada del ritorno verso la barca. Non passò molto tempo prima che sentissimo il battito dei remi e il basso fischio che era stato concordato come segnale. Ci affrettammo a salire sulla barca e fummo riportati al vascello. Trascorsi una notte miserabile; perché il caldo della palude, le zanzare e il costante terrore dei serpenti mi avevano fatto venire una febbre bruciante. Mi ero appena addormentata quando vennero a dirmi che era ora di tornare in quell'orrenda palude. Riuscii a stento a trovare il coraggio di alzarmi. Ma anche quei grandi serpenti velenosi erano meno spaventosi per la mia immaginazione degli uomini bianchi di quella comunità che si definiva civile. Questa volta Peter prese una quantità di tabacco da bruciare per tenere lontane le zanzare. Produsse l'effetto desiderato su di loro, ma mi causò nausea e un forte mal di testa. Al buio tornammo al vascello. Ero stata così male durante il giorno che Peter dichiarò che sarei dovuta tornare a casa quella notte, anche se il diavolo in persona fosse stato di pattuglia. Mi dissero che era stato predisposto un luogo di nascondiglio per me a casa di mia nonna. Non riuscivo a immaginare come fosse possibile nascondermi nella sua casa, ogni angolo della quale era noto alla famiglia Flint. Mi dissero di aspettare e vedere. Fummo remati a riva e attraversammo audacemente le strade fino a casa di mia nonna. Indossavo i miei abiti da marinaio e mi ero annerita il viso con il carbone. Passai accanto a diverse persone che conoscevo. Il padre dei miei figli si avvicinò così tanto che lo sfiorai con il braccio; ma lui non aveva idea di chi fosse.

"Devi sfruttare al massimo questa passeggiata," disse il mio amico Peter, "perché potresti non averne un'altra molto presto."

Pensai che la sua voce suonasse triste. Fu gentile da parte sua nascondermi quale buco squallido sarebbe stata la mia casa per un lungo, lungo periodo.

XXI. Il pertugio di rifugio.

Anni prima era stato aggiunto un piccolo capanno alla casa di mia nonna. Alcune assi erano state posate sopra i travetti in alto, e tra queste assi e il tetto c'era una soffitta molto piccola, mai occupata da altro che da ratti e topi. Era un tetto a spiovente, coperto solo di scandole, secondo l'usanza del sud per tali edifici. La soffitta era lunga solo nove piedi e larga sette. La parte più alta era alta tre piedi e digradava bruscamente verso il pavimento di assi sconnesse. Non c'era accesso né per la luce né per l'aria. Mio zio Phillip, che era un falegname, aveva realizzato con grande abilità una botola nascosta che comunicava con la dispensa. Lo aveva fatto mentre io aspettavo nella palude. La dispensa dava su un portico. In questo buco fui trasportata non appena entrai in casa. L'aria era soffocante; l'oscurità totale. Un letto era stato steso sul pavimento. Potevo dormire abbastanza comodamente su un lato; ma il pendio era così repentino che non potevo girarmi sull'altro senza sbattere contro il tetto. I ratti e i topi correvano sul mio letto; ma ero stanca e dormii il sonno dei miserabili, quando una tempesta è passata sopra di loro. Arrivò il mattino. Lo sapevo solo dai rumori che sentivo; perché nella mia piccola tana il giorno e la notte erano la stessa cosa. Soffrivo per la mancanza d'aria ancor più che per quella di luce. Ma non ero senza conforto. Sentivo le voci dei miei figli. C'era gioia e c'era tristezza nel suono. Mi faceva scorrere le lacrime. Quanto desideravo parlare con loro! Ero impaziente di guardare i loro volti; ma non c'era un buco, nessuna fessura, attraverso cui potessi sbirciare. Questa oscurità continua era opprimente. Sembrava orribile sedersi o sdraiarsi in una posizione rannicchiata giorno dopo giorno, senza un barlume di luce. Eppure avrei scelto questo, piuttosto che la mia sorte di schiava, sebbene i bianchi la considerassero facile; ed era tale se confrontata con il destino degli altri. Non sono mai stata crudelmente sovraccaricata di lavoro; non sono mai stata lacerata dalla frusta da capo a piedi; non sono mai stata picchiata e contusa a tal punto da non potermi girare da un lato all'altro; non mi hanno mai tagliato i tendini del tallone per impedirmi di scappare; non sono mai stata incatenata a un ceppo e costretta a trascinarlo, mentre faticavo nei campi dalla mattina alla sera; non sono mai stata marchiata con ferro rovente, né sbranata dai segugi. Al contrario, ero sempre stata trattata gentilmente e curata con tenerezza, finché non caddi nelle mani del dottor Flint. Non avevo mai desiderato la libertà fino ad allora. Ma sebbene la mia vita in schiavitù fosse relativamente priva di stenti, Dio abbia pietà della donna che è costretta a condurre una vita del genere!

Il mio cibo mi veniva passato attraverso la botola che mio zio aveva escogitato; e mia nonna, mio zio Phillip e zia Nancy coglievano le occasioni che potevano per salire lassù e chiacchierare con me all'apertura. Ma naturalmente non era sicuro durante il giorno. Doveva essere fatto tutto nell'oscurità. Mi era impossibile muovermi in posizione eretta, ma strisciavo per la mia tana per fare esercizio. Un giorno battei la testa contro qualcosa e scoprii che era un succhiello. Mio zio lo aveva lasciato lì quando aveva fatto la botola. Ero raggiante quanto Robinson Crusoe avrebbe potuto esserlo nel trovare un tale tesoro. Mi mise un pensiero fortunato in testa. Dissi tra me e me: "Ora avrò un po' di luce. Ora vedrò i miei figli." Non osai iniziare il mio lavoro durante il giorno, per paura di attirare l'attenzione. Ma tastai in giro; e avendo trovato il lato verso la strada, dove potevo vedere frequentemente i miei figli, infilai il succhiello e aspettai la sera. Trapanai tre file di buchi, una sopra l'altra; poi trapanai gli interstizi tra di esse. Riuscii così a fare un buco lungo circa un pollice e largo un pollice. Mi sedetti accanto ad esso fino a tarda notte, per godermi il piccolo soffio d'aria che entrava. Al mattino guardai fuori per vedere i miei figli. La prima persona che vidi per strada fu il dottor Flint. Provai un brivido, una sensazione superstiziosa che fosse un cattivo presagio. Diversi volti familiari passarono. Alla fine sentii la risata allegra dei bambini e poco dopo due dolci visini stavano guardando verso di me, come se sapessero che ero lì e fossero consapevoli della gioia che infondevano. Quanto desideravo dire loro che ero lì!

Il dottor Flint sembrava inquieto e agitato. Sapevo che non si sarebbe dato pace finché non avesse trovato una traccia di me o finché le elezioni non fossero concluse. Il signor Sands, d'altro canto, era impegnato nella sua campagna elettorale. Sapevo che il dottor Flint avrebbe fatto di tutto per screditarlo, non solo per ragioni politiche, ma per il rancore personale che nutriva nei suoi confronti a causa mia. La mia mente era in continuo fermento, divisa tra la speranza per il successo del padre dei miei figli e il timore che, in un modo o nell'altro, la mia presenza potesse finire per danneggiare lui o i bambini.

Passarono alcuni giorni in un clima di tensione palpabile. Dalla mia piccola feritoia sentivo le voci dei passanti che commentavano l'esito imminente del voto. Spesso si soffermavano proprio davanti alla nostra casa per scambiarsi opinioni. Molti lodavano il signor Sands, definendolo un uomo di larghe vedute, il che faceva infuriare i sostenitori del dottor Flint. Io restavo immobile, trattenendo il respiro, temendo che un solo movimento potesse tradirmi. Ogni volta che sentivo il nome di Flint, il cuore mi batteva all'impazzata contro le pareti di legno della mia prigione.

La vigilia del giorno elettorale, il dottor Flint passò di nuovo davanti a casa. Sembrava fuori di sé. Gridava ordini ai suoi uomini e minacciava chiunque osasse contraddire la sua opinione sul candidato avversario. Mia nonna, che era uscita per controllare che tutto fosse in ordine, lo sentì proferire parole oscene contro il signor Sands, accusandolo di essere un corruttore e un uomo senza morale. Nonna tornò in casa scuotendo il capo, preoccupata che quella rabbia potesse riversarsi su di noi in qualche modo inaspettato.

Il giorno delle elezioni il rumore per le strade fu incessante. Canti, grida e il fragore di bicchieri che brindavano si levavano nell'aria calda. Rimasi rannicchiata nel mio angolo, pregando affinché il signor Sands riuscisse a prevalere. Sapevo che se avesse vinto, il dottor Flint sarebbe stato umiliato, e forse, nella sua frustrazione, avrebbe rivolto altrove la sua attenzione, lasciandoci finalmente in pace. Verso sera, le voci iniziarono a farsi più concitate. Si udivano i risultati parziali che venivano annunciati da un angolo all'altro della piazza.

Quando giunse la notizia della vittoria del signor Sands, un boato si levò dalla folla. Sentii i sostenitori del dottor Flint allontanarsi brontolando, mentre gli altri festeggiavano con entusiasmo. Mi sentii sollevata, sebbene sapessi che il trionfo politico non significava la fine della mia schiavitù, né la fine dell'odio di Flint. Tuttavia, per quella notte, la sconfitta del mio persecutore mi regalò una strana, sottile pace. Mi addormentai pensando ai miei figli, sperando che il nuovo stato delle cose potesse, in qualche misura, proteggerli dal mostro che ci perseguitava.

Il dottore spese il suo liquore invano. Il signor Sands fu eletto; un evento che mi procurò alcuni pensieri ansiosi. Non aveva emancipato i miei figli, e se fosse morto, sarebbero stati alla mercé dei suoi eredi. Due piccole voci, che giungevano spesso al mio orecchio, sembravano implorarmi di non lasciare che il loro padre partisse senza cercare di rendere sicura la loro libertà. Erano passati anni da quando gli avevo parlato. Non lo vedevo nemmeno dalla notte in cui l'avevo incrociato, senza essere riconosciuta, travestita da marinaio. Supposi che sarebbe passato a trovarci prima di partire, per dire qualcosa a mia nonna riguardo ai bambini, e decisi quale linea di condotta adottare.

Il giorno prima della sua partenza per Washington presi accordi, verso sera, per passare dal mio nascondiglio al ripostiglio sottostante. Mi ritrovai così rigida e impacciata che fu con grande difficoltà che riuscii a trascinarmi da un punto d'appoggio all'altro. Quando raggiunsi il ripostiglio le mie caviglie cedettero sotto di me, e caddi esausta sul pavimento. Sembrava che non avrei mai più potuto usare i miei arti. Ma lo scopo che avevo in mente risvegliò tutta la forza che avevo. Strisciai carponi fino alla finestra e, riparata dietro un barile, attesi il suo arrivo. L'orologio suonò le nove, e sapevo che il battello a vapore sarebbe partito tra le dieci e le undici. Le mie speranze stavano svanendo. Ma poco dopo udii la sua voce che diceva a qualcuno: "Aspettatemi un momento. Desidero vedere zia Martha". Quando uscì, passando davanti alla finestra, dissi: "Fermatevi un momento, e lasciatemi parlare per i miei figli". Egli trasalì, esitò, poi proseguì e uscì dal cancello. Richiusi l'imposta che avevo parzialmente aperto e mi accasciai dietro il barile. Avevo sofferto molto, ma raramente avevo provato un dolore più acuto di quello che sentii in quel momento. I miei figli, dunque, erano diventati di così poca importanza per lui? E provava così poco sentimento per la loro misera madre da non voler ascoltare un momento mentre lei implorava per loro? Dolorosi ricordi erano così vivi in me, che dimenticai di aver agganciato l'imposta, finché non udii qualcuno aprirla. Alzai lo sguardo. Era tornato. "Chi mi ha chiamato?" disse, a bassa voce. "Io", risposi. "Oh, Linda", disse, "ho riconosciuto la tua voce; ma avevo paura di rispondere, temendo che il mio amico potesse sentirmi. Perché vieni qui? È possibile che tu rischi la vita in questa casa? Sono pazzi a permetterlo. Mi aspetto di sentire che siete tutti rovinati". Non volevo coinvolgerlo, facendogli conoscere il mio luogo di nascondiglio; così dissi semplicemente: "Pensavo che saresti passato a salutare la nonna, e così sono venuta qui per dirti due parole riguardo all'emancipazione dei miei figli. Molti cambiamenti possono avvenire durante i sei mesi in cui sarai a Washington, e non sembra giusto che tu li esponga al rischio di tali cambiamenti. Non voglio nulla per me; tutto ciò che chiedo è che tu liberi i miei figli, o autorizzi qualche amico a farlo, prima di partire".

Promise che lo avrebbe fatto, ed espresse anche la disponibilità a prendere accordi affinché io potessi essere riscattata.

Udii dei passi avvicinarsi e chiusi l'imposta frettolosamente. Volevo strisciare di nuovo verso la mia tana, senza far sapere alla famiglia cosa avessi fatto; perché sapevo che l'avrebbero ritenuto molto imprudente. Ma lui rientrò in casa, per dire a mia nonna che aveva parlato con me alla finestra del ripostiglio, e per pregarla di non permettermi di restare in casa durante la notte. Disse che era la follia suprema che io fossi lì; che certamente saremmo stati tutti rovinati. Per fortuna, aveva troppa fretta per attendere una risposta, altrimenti la cara vecchia donna gli avrebbe sicuramente raccontato tutto.

Cercai di tornare alla mia tana, ma trovai più difficile salire di quanto fosse stato scendere. Ora che la mia missione era compiuta, la poca forza che mi aveva sostenuto attraverso di essa era svanita, e caddi priva di sensi sul pavimento. Mia nonna, allarmata dal rischio che avevo corso, entrò nel ripostiglio al buio e chiuse la porta a chiave dietro di sé. "Linda", sussurrò, "dove sei?"

"Sono qui vicino alla finestra", risposi. "Non potevo lasciare che partisse senza emancipare i figli. Chi sa cosa può succedere?"

"Vieni, vieni, bambina", disse, "non va bene che tu resti qui un altro minuto. Hai fatto male; ma non posso biasimarti, povera creatura!" Le dissi che non potevo tornare senza assistenza e che doveva chiamare mio zio. Zio Phillip venne, e la pietà gli impedì di rimproverarmi. Mi trasportò fino al mio sotterraneo, mi adagiò teneramente sul letto, mi diede una medicina e mi chiese se ci fosse qualcos'altro che poteva fare. Poi se ne andò, e fui lasciata con i miei pensieri, privi di stelle come l'oscurità di mezzanotte che mi circondava.

I miei amici temevano che sarei rimasta storpia per la vita; ed ero così stanca della mia lunga prigionia che, se non fosse stato per la speranza di servire i miei figli, sarei stata grata di morire; ma, per il loro bene, ero disposta a sopportare ancora.

XXV. Competizione nell'astuzia.

Il dottor Flint non mi aveva abbandonata. Ogni tanto diceva a mia nonna che sarei tornata, e che mi sarei arresa volontariamente; e che quando l'avessi fatto, avrei potuto essere acquistata dai miei parenti, o da chiunque avesse desiderato comprarmi. Conoscevo troppo bene la sua natura astuta per non capire che si trattava di una trappola tesa per me; e così la intesero tutti i miei amici. Risolsi di opporre la mia astuzia alla sua. Per fargli credere che fossi a New York, decisi di scrivergli una lettera datata da quel luogo. Mandai a chiamare il mio amico Peter, e gli chiesi se conoscesse qualche persona di mare affidabile, che potesse portare una tale lettera a New York e imbucarla nell'ufficio postale di lì. Disse che ne conosceva uno a cui avrebbe affidato la propria vita fino ai confini del mondo. Gli ricordai che era una cosa rischiosa da intraprendere. Disse che lo sapeva, ma che era disposto a fare qualsiasi cosa per aiutarmi. Espresso il desiderio di avere un giornale di New York, per accertare i nomi di alcune strade. Egli infilò la mano in tasca e disse: "Ecco metà di uno, che avvolgeva un berretto che ho comprato da un venditore ambulante ieri". Gli dissi che la lettera sarebbe stata pronta la sera successiva. Mi salutò, aggiungendo: "Tieni alto il morale, Linda; giorni migliori arriveranno presto".

Mio zio Phillip fece la guardia al cancello finché il nostro breve colloquio non fu concluso. La mattina presto, mi sedetti vicino alla piccola apertura per esaminare il giornale. Era un pezzo del New York Herald; e, per una volta, il giornale che sistematicamente insulta la gente di colore, fu costretto a render loro un servizio. Avendo ottenuto le informazioni che desideravo riguardo a strade e numeri, scrissi due lettere, una a mia nonna, l'altra al dottor Flint. Ricordai a lui come, un uomo dai capelli grigi, avesse trattato una bambina indifesa che era stata posta sotto il suo potere, e quanti anni di miseria le avesse procurato. A mia nonna, espressi il desiderio di farmi mandare i figli al nord, dove potevo insegnare loro a rispettare se stessi, e dare loro un esempio virtuoso; cosa che a una madre schiava non era permesso fare al sud. Le chiesi di indirizzare la sua risposta a una certa strada di Boston, poiché non vivevo a New York, sebbene vi andassi a volte. Datati queste lettere in avanti, per concedere il tempo necessario a recapitarle, e inviai un promemoria della data al messaggero. Quando il mio amico venne per le lettere, dissi: "Dio ti benedica e ti ricompensi, Peter, per questa benevolenza disinteressata. Ti prego, sii prudente. Se venissi scoperto, sia tu che io dovremmo soffrire terribilmente. Non ho un parente che oserebbe farlo per me". Egli rispose: "Puoi fidarti di me, Linda. Non dimentico che tuo padre era il mio migliore amico, e sarò un amico per i suoi figli finché Dio mi lascerà vivere".

Era necessario dire a mia nonna ciò che avevo fatto, affinché potesse essere pronta per la lettera e preparata a sentire cosa il dottor Flint avrebbe potuto dire riguardo alla mia presenza al nord. Era tristemente turbata. Si sentiva sicura che ne sarebbe derivato del danno. Rivelai il mio piano anche a zia Nancy, affinché potesse riferirci ciò che veniva detto a casa del dottor Flint. Glielo sussurrai attraverso una fessura, e lei sussurrò di rimando: "Spero che avrà successo. Non mi importerà di essere una schiava per tutta la vita, se potrò solo vedere te e i bambini liberi".

Avevo dato ordine che le mie lettere venissero imbucate all'ufficio postale di New York il giorno 20 del mese. La sera del 24, mia zia venne a dire che il dottor Flint e sua moglie avevano parlato a bassa voce di una lettera che lui aveva ricevuto, e che quando si recò al suo ufficio promise di portarla al suo ritorno per il tè. Così conclusi che avrei sentito leggere la mia lettera la mattina successiva. Dissi a mia nonna che il dottor Flint sarebbe certamente venuto, e le chiesi di farlo sedere vicino a una certa porta, lasciandola aperta, affinché potessi sentire ciò che diceva. La mattina seguente presi posizione a portata di quella porta e rimasi immobile come una statua. Non passò molto tempo prima che sentissi il cancello sbattere e i ben noti passi entrare in casa. Si sedette sulla sedia che era stata preparata per lui e disse: "Bene, Martha, ti ho portato una lettera da Linda. Ha mandato una lettera anche a me. So esattamente dove trovarla; ma non scelgo di andare a Boston per lei. Preferirei che tornasse di sua spontanea volontà, in modo rispettabile. Suo zio Phillip è la persona migliore per andare a prenderla. Con lui, si sentirebbe perfettamente libera di agire. Sono disposto a pagare le sue spese di andata e ritorno. Sarà venduta ai suoi amici. I suoi figli sono liberi; almeno suppongo lo siano; e quando otterrai la sua libertà, avrai una famiglia felice. Suppongo, Martha, che tu non abbia obiezioni se ti leggo la lettera che Linda ha scritto per te".

Ruppe il sigillo e lo sentii leggerla. Il vecchio mascalzone! Aveva soppresso la lettera che avevo scritto a mia nonna e ne aveva preparata una sostitutiva, il cui tenore era il seguente:

"Cara Nonna: ho desiderato a lungo scriverti; ma il modo vergognoso in cui ho lasciato te e i miei figli mi ha fatto vergognare di farlo. Se sapessi quanto ho sofferto da quando sono scappata, avresti pietà di me e mi perdoneresti. Ho comprato la libertà a caro prezzo. Se si potesse prendere accordi affinché io torni al sud senza essere una schiava, verrei volentieri. In caso contrario, ti prego di mandare i miei figli al nord. Non posso più vivere senza di loro. Fammi sapere in tempo, e li incontrerò a New York o Philadelphia, a seconda di quale luogo convenga di più a mio zio. Scrivi appena possibile alla tua infelice figlia,

Linda."

"È molto simile a ciò che mi aspettavo", disse il vecchio ipocrita, alzandosi per andarsene. "Vedi, la sciocca ragazza si è pentita della sua temerarietà e vuole tornare. Dobbiamo aiutarla a farlo, Martha. Parla con Phillip di questo. Se andrà lui a prenderla, lei si fiderà di lui e tornerà. Vorrei una risposta domani. Buongiorno, Martha".

Mentre usciva sulla veranda, inciampò nella mia bambina. "Ah, Ellen, sei tu?" disse, con il suo tono più cortese. "Non ti avevo visto. Come stai?"

"Abbastanza bene, signore", rispose lei. "Ho sentito dire alla nonna che la mia mamma sta tornando a casa. Voglio vederla".

"Sì, Ellen, sto per riportarla a casa molto presto", replicò lui; "e la vedrai quanto vuoi, piccola negra dai capelli ricci".

Questo valeva quanto una commedia per me, che avevo sentito tutto; ma mia nonna era spaventata e angosciata, perché il dottore voleva che mio zio andasse a prendermi.

La sera successiva il dottor Flint chiamò per discutere della faccenda. Mio zio gli disse che da quello che aveva sentito riguardo al Massachusetts, riteneva che sarebbe stato aggredito dalla folla se fosse andato lì a cercare una schiava fuggiasca. "Tutte sciocchezze, Phillip!" replicò il dottore. "Supponi che io voglia che tu faccia una scenata a Boston? La faccenda può essere risolta tranquillamente. Linda scrive che vuole tornare. Tu sei il suo parente e lei si fiderebbe di te. Il caso sarebbe diverso se andassi io. Lei potrebbe opporsi a venire con me; e i maledetti abolizionisti, se sapessero che sono il suo padrone, non mi crederebbero se dicessi loro che ha implorato di tornare. Farebbero una scenata; e non mi piacerebbe vedere Linda trascinata per le strade come una negra comune. È stata molto ingrata verso di me per tutta la mia gentilezza; ma la perdono e voglio agire da amico nei suoi confronti. Non ho alcun desiderio di tenerla come mia schiava. I suoi amici potranno comprarla non appena arriverà qui".

Scoprendo che i suoi argomenti non riuscivano a convincere mio zio, il dottore "lasciò uscire il gatto dal sacco", dicendo di aver scritto al sindaco di Boston per accertare se ci fosse una persona della mia descrizione alla strada e al numero dal quale la mia lettera era datata. Aveva omesso questa data nella lettera che aveva costruito per leggerla a mia nonna. Se avessi datato da New York, il vecchio avrebbe probabilmente fatto un altro viaggio in quella città. Ma anche in quella regione oscura, dove la conoscenza è così accuratamente esclusa allo schiavo, avevo sentito abbastanza sul Massachusetts da giungere alla conclusione che gli schiavisti non lo consideravano un posto confortevole in cui andare a cercare una fuggiasca. Questo accadde prima che venisse approvata la Legge sugli Schiavi Fuggiaschi; prima che il Massachusetts acconsentisse a diventare un "cacciatore di negri" per il sud.

Mia nonna, che era diventata timorosa nel vedere la sua famiglia sempre in pericolo, venne da me con un volto molto angosciato e disse: "Cosa farai se il sindaco di Boston gli manderà a dire che non sei stata lì? Allora sospetterà che la lettera sia stata un trucco; e forse scoprirà qualcosa al riguardo, e finiremo tutti nei guai. Oh Linda, vorrei che tu non avessi mai spedito quelle lettere".

"Non preoccuparti, nonna", dissi. "Il sindaco di Boston non si disturberà a dare la caccia ai negri per il dottor Flint. Le lettere faranno del bene alla fine. Uscirò da questo buco oscuro prima o poi".

"Spero di sì, bambina", rispose la buona e paziente vecchia amica. "Sei qui da molto tempo; quasi cinque anni; ma ogni volta che te ne andrai, spezzerà il cuore della tua vecchia nonna. Mi aspetterei ogni giorno di sentire che sei stata riportata indietro in catene e messa in prigione. Dio ti aiuti, povera bambina! Siamo grati che prima o poi andremo 'dove i malvagi cessano di tormentare e i stanchi sono a riposo'". Il mio cuore rispose: Amen.

Il fatto che il dottor Flint avesse scritto al sindaco di Boston mi convinse che credeva che la mia lettera fosse autentica e, naturalmente, che non avesse alcun sospetto che io mi trovassi nelle vicinanze. Era un grande obiettivo mantenere questa illusione, perché faceva sentire me e i miei amici meno ansiosi, e sarebbe stato molto conveniente ogni volta che ci fosse stata una possibilità di fuga. Risolsi, pertanto, di continuare a scrivere lettere dal nord di tanto in tanto.

Passarono due o tre settimane, e poiché non giungevano notizie dal sindaco di Boston, la nonna cominciò ad ascoltare la mia supplica di poter lasciare la mia cella, a volte, ed esercitare i miei arti per evitare di diventare storpia. Mi fu permesso di scivolare giù nel piccolo ripostiglio, la mattina presto, e rimanervi per un po'. La stanza era tutta piena di barili, eccetto un piccolo spazio aperto sotto la mia botola. Questo dava sulla porta, la cui parte superiore era di vetro e lasciata appositamente senza tendine, affinché i curiosi potessero guardare dentro. L'aria di questo posto era chiusa; ma era così tanto migliore dell'atmosfera della mia cella, che temevo di tornarci. Scendevo non appena albeggiava, e rimanevo fino alle otto, quando la gente iniziava a circolare e c'era il pericolo che qualcuno potesse arrivare sulla veranda. Avevo provato varie applicazioni per portare calore e sensibilità nei miei arti, ma senza successo. Erano così intorpiditi e rigidi che era uno sforzo doloroso muoversi; e se i miei nemici mi avessero sorpresa durante le prime mattine in cui tentai di esercitarli un po' nel piccolo spazio inutilizzato del ripostiglio, sarebbe stato impossibile per me fuggire.

XXVI. Un'era importante nella vita di mio fratello.

Sentivo la mancanza della compagnia e delle gentili attenzioni di mio fratello William, che era andato a Washington con il suo padrone, il signor Sands. Ricevemmo diverse lettere da lui, scritte senza alcuna allusione a me, ma espresse in modo tale che sapevo che non mi dimenticava. Travestii la mia grafia e gli scrissi allo stesso modo. Fu una sessione lunga; e quando si concluse, William scrisse per informarci che il signor Sands stava andando al nord, per starvi via per un po', e che lui lo avrebbe accompagnato. Sapevo che il suo padrone aveva promesso di dargli la libertà, ma non era stato specificato alcun tempo. William si sarebbe fidato delle possibilità di uno schiavo? Ricordavo come eravamo soliti parlare insieme, nei nostri giorni giovanili, riguardo all'ottenimento della nostra libertà, e pensavo fosse molto dubbio che sarebbe tornato da noi.

La nonna ricevette una lettera dal signor Sands, in cui diceva che William si era dimostrato un servitore molto fedele, e aggiungeva che lo considerava un caro amico; che nessuna madre aveva mai addestrato un ragazzo migliore. Disse di aver viaggiato attraverso gli Stati del Nord e il Canada; e sebbene gli abolizionisti avessero cercato di attirarlo via, non ci erano mai riusciti. Concluse dicendo che sarebbero stati a casa a breve.

Aspettavamo lettere da William, che descrivessero le novità del suo viaggio, ma non ne arrivò nessuna. Col tempo, si sparse la voce che il signor Sands sarebbe tornato verso la fine dell'autunno, accompagnato da una sposa. Ancora nessuna lettera da William. Mi sentivo quasi sicura che non l'avrei mai più rivisto sul suolo del sud; ma non aveva una parola di conforto da mandare ai suoi amici a casa? alla povera prigioniera nella sua cella? I miei pensieri vagavano attraverso il cupo passato e oltre l'incerto futuro. Sola nella mia cella, dove nessun occhio se non quello di Dio poteva vedermi, piansi lacrime amare. Quanto fervidamente pregai Lui di restituirmi ai miei figli e di permettermi di essere una donna utile e una buona madre!

Finalmente giunse il giorno del ritorno dei viaggiatori. La nonna aveva fatto amorevoli preparativi per accogliere il suo ragazzo lontano di nuovo al vecchio focolare. Quando la tavola fu apparecchiata, il piatto di William occupò il suo solito posto. La diligenza passò vuota. Mia nonna attese la cena. Pensò che forse fosse stato necessariamente trattenuto dal suo padrone. Nella mia prigione ascoltavo ansiosa, aspettandomi da un momento all'altro di sentire la voce e i passi del mio caro fratello. Nel corso del pomeriggio, un ragazzo fu mandato dal signor Sands per dire alla nonna che William non era tornato con lui; che gli abolizionisti lo avevano attirato via. Ma la pregò di non sentirsi turbata al riguardo, poiché si sentiva certo che avrebbe rivisto William tra pochi giorni. Non appena avesse avuto tempo di riflettere sarebbe tornato, poiché non avrebbe mai potuto aspettarsi di stare così bene al nord come era stato con lui.

Se aveste visto le lacrime e udito i singhiozzi, avreste pensato che il messaggero avesse portato notizie di morte invece che di libertà. La povera vecchia nonna sentiva che non avrebbe mai più rivisto il suo caro ragazzo. E io fui egoista. Pensai più a ciò che avevo perso che a ciò che mio fratello aveva guadagnato. Una nuova ansia cominciò a tormentarmi. Il signor Sands aveva speso una buona somma di denaro e si sarebbe naturalmente sentito irritato per la perdita che aveva subito. Temevo molto che ciò potesse danneggiare le prospettive dei miei figli, che stavano ormai diventando una proprietà di valore. Desideravo ardentemente che la loro emancipazione fosse resa certa. Tanto più perché il loro padrone e padre era ora sposato. Ero troppo esperta di schiavitù per non sapere che le promesse fatte agli schiavi, sebbene con buone intenzioni e sincere al momento, dipendono da molte contingenze per essere mantenute.

Per quanto desiderassi che William fosse libero, il passo che aveva fatto mi rendeva triste e ansiosa. Il sabato successivo fu calmo e sereno; così bello che sembrava un sabato nel mondo eterno. Mia nonna portò i bambini fuori sulla veranda, affinché potessi sentire le loro voci. Pensò che mi avrebbe confortata nel mio scoramento; e fu così. Chiacchieravano allegramente, come solo i bambini sanno fare. Benny disse: "Nonna, pensi che zio Will sia andato via per sempre? Non tornerà mai più? Magari troverà la mamma. Se lo facesse, non sarebbe felice di vederlo! Perché non vai tu, e zio Phillip, e tutti noi, ad abitare dove si trova la mamma? Mi piacerebbe; non è vero, Ellen?"

"Sì, mi piacerebbe," rispose Ellen; "ma come potremmo trovarla? Conosci il posto, nonna? Io non ricordo che aspetto avesse la mamma; tu lo ricordi, Benny?"

Benny stava proprio cominciando a descrivermi quando furono interrotti da una vecchia donna schiava, una vicina di casa, di nome Aggie. Questa povera creatura aveva assistito alla vendita dei suoi figli e li aveva visti portar via verso luoghi sconosciuti, senza alcuna speranza di avere più loro notizie. Vide che mia nonna aveva pianto e disse, con tono comprensivo: "Cosa c'è che non va, zia Marthy?"

"Oh Aggie," rispose, "sembra che non mi sia rimasto nessuno dei miei figli o nipoti a porgermi da bere quando starò morendo, e a deporre il mio vecchio corpo nella terra. Il mio ragazzo non è tornato con il signor Sands. È rimasto al nord."

La povera vecchia Aggie batté le mani per la gioia. "È per questo che piangi?" esclamò. "Inginocchiati e benedici il Signore! Io non so dove siano i miei poveri figli, e non mi aspetto mai di saperlo. Tu non sai dove sia andata la povera Linda; ma sai dove si trova suo fratello. È nelle terre libere; e quello è il posto giusto. Non mormorare contro le azioni del Signore, ma inginocchiati e ringrazialo per la sua bontà."

Il mio egoismo fu rimproverato da ciò che disse la povera Aggie. Lei gioiva per la fuga di qualcuno che era soltanto un suo compagno di schiavitù, mentre la sua stessa sorella pensava solo a quanto la sua buona fortuna potesse costare ai suoi figli. Mi inginocchiai e pregai Dio di perdonarmi; e lo ringraziai dal profondo del cuore che uno della mia famiglia fosse stato salvato dalla morsa della schiavitù.

Non passò molto tempo prima che ricevessimo una lettera da William. Scrisse che il signor Sands lo aveva sempre trattato con gentilezza e che lui aveva cercato di compiere il suo dovere nei suoi confronti fedelmente. Ma fin da quando era ragazzo, aveva desiderato essere libero; e ne aveva già passate abbastanza da convincersi che era meglio non perdere l'occasione che si offriva. Concluse dicendo: "Non preoccuparti per me, cara nonna. Ti penserò sempre; e questo mi spronerà a lavorare sodo e a cercare di agire bene. Quando avrò guadagnato abbastanza denaro per darti una casa, forse verrai al nord e potremo vivere tutti felici insieme."

Il signor Sands raccontò a mio zio Phillip i particolari della partenza di William. Disse: "Mi fidavo di lui come se fosse mio fratello e l'ho trattato con la stessa gentilezza. Gli abolizionisti gli hanno parlato in diversi posti; ma non avrei mai immaginato che potessero tentarlo. Tuttavia, non do la colpa a William. È giovane e sconsiderato, e quei mascalzoni del Nord lo hanno adescato. Devo confessare che il furfante è stato molto audace al riguardo. L'ho incontrato che scendeva i gradini dell'Astor House con il suo baule in spalla e gli ho chiesto dove andasse. Ha detto che andava a cambiare il suo vecchio baule. Gli ho detto che era piuttosto malandato e gli ho chiesto se avesse bisogno di denaro. Ha detto di no, mi ha ringraziato ed è andato via. Non è tornato così presto come mi aspettavo; ma ho aspettato con pazienza. Alla fine sono andato a vedere se i nostri bauli fossero pronti per il viaggio. Li ho trovati chiusi a chiave e un biglietto sigillato sul tavolo mi informava dove avrei potuto trovare le chiavi. Il tipo ha persino cercato di essere religioso. Ha scritto che sperava che Dio mi benedicesse sempre e mi ricompensasse per la mia gentilezza; che non era poco volenteroso nel servirmi, ma che voleva essere un uomo libero; e che se pensavo avesse agito male, sperava che lo avrei perdonato. Intendevo dargli la libertà tra cinque anni. Avrebbe potuto fidarsi di me. Si è mostrato ingrato; ma non andrò a riprenderlo, né manderò a prenderlo. Sono certo che presto tornerà da me."

In seguito ascoltai il racconto della faccenda da William stesso. Non era stato spinto via dagli abolizionisti. Non aveva bisogno di alcuna informazione che essi avessero potuto dargli sulla schiavitù per stimolare il suo desiderio di libertà. Guardava le sue mani e ricordava che un tempo erano state in catene. Che garanzia aveva che non lo sarebbero state di nuovo? Il signor Sands era gentile con lui, ma avrebbe potuto rimandare a tempo indeterminato la promessa che aveva fatto di dargli la libertà. Avrebbe potuto trovarsi in difficoltà finanziarie e la sua proprietà essere sequestrata dai creditori; o avrebbe potuto morire senza prendere alcun provvedimento in suo favore. Aveva visto troppo spesso accadere tali disgrazie a schiavi che avevano padroni gentili, e decise saggiamente di assicurarsi l'opportunità presente di appartenere a se stesso. Era scrupoloso nel prendere denaro dal suo padrone con falsi pretesti; così vendette i suoi vestiti migliori per pagarsi il passaggio per Boston. Gli schiavisti lo dichiararono un essere spregevole e ingrato per aver ripagato così l'indulgenza del suo padrone. Cosa avrebbero fatto loro in circostanze simili?

Quando la famiglia del dottor Flint seppe che William aveva abbandonato il signor Sands, si fece grosse risate per la notizia. La signora Flint fece le sue solite manifestazioni di sentimento cristiano, dicendo: "Ne sono felice. Spero che non riesca mai più a riprenderlo. Mi piace vedere che la gente venga ripagata con la sua stessa moneta. Credo che i figli di Linda dovranno pagarne il prezzo. Sarei contenta di vederli di nuovo nelle mani dello speculatore, perché sono stanca di vedere quei piccoli negri marciare per le strade."

XXVII. Nuova destinazione per i figli.

La signora Flint proclamò la sua intenzione di informare la signora Sands su chi fosse il padre dei miei figli. Propose inoltre di dirle che diavolo astuto fossi; che avevo causato un sacco di problemi nella sua famiglia; che quando il signor Sands era al nord, non dubitava che lo avessi seguito sotto mentite spoglie e convinto William a scappare. Aveva qualche ragione per nutrire un'idea del genere; poiché avevo scritto dal nord, di tanto in tanto, e datavo le mie lettere da vari luoghi. Molte di esse caddero nelle mani del dottor Flint, come mi aspettavo che accadesse; e deve essere giunto alla conclusione che viaggiassi parecchio. Teneva d'occhio i miei figli, pensando che alla fine avrebbero portato alla mia scoperta.

Una prova nuova e inaspettata mi attendeva. Un giorno, mentre il signor Sands e sua moglie camminavano per strada, incontrarono Benny. La signora si prese una simpatia per lui ed esclamò: "Che bel negretto! A chi appartiene?"

Benny non sentì la risposta; ma tornò a casa molto indignato con la signora straniera, perché lo aveva chiamato negro. Pochi giorni dopo, il signor Sands fece visita a mia nonna e le disse che voleva che portasse i bambini a casa sua. Disse di aver informato sua moglie della sua relazione con loro e di averle detto che erano orfani di madre; e lei voleva vederli.

Quando se ne fu andato, mia nonna venne a chiedermi cosa avrei fatto. La domanda sembrava una beffa. Cosa potevo fare? Erano gli schiavi del signor Sands, e la loro madre era una schiava che lui aveva fatto passare per morta. Forse pensava che lo fossi. Ero troppo addolorata e confusa per giungere a una decisione; e i bambini furono portati via a mia insaputa. La signora Sands aveva una sorella dell'Illinois che soggiornava con lei. Questa signora, che non aveva figli suoi, fu così colpita da Ellen che si offrì di adottarla e crescerla come se fosse una figlia. La signora Sands voleva prendere Benjamin. Quando la nonna mi riferì tutto ciò, fui messa alla prova quasi oltre ogni resistenza. Era questo tutto ciò che avrei guadagnato da quanto avevo sofferto per far sì che i miei figli fossero liberi? Vero, la prospettiva sembrava buona; ma sapevo fin troppo bene quanto poco i proprietari di schiavi tenessero in considerazione tali "relazioni parentali". Se fossero sopraggiunti problemi finanziari, o se la nuova moglie avesse richiesto più denaro di quanto si potesse comodamente risparmiare, i miei figli avrebbero potuto essere considerati un mezzo conveniente per raccogliere fondi. Non avevo fiducia in te, o Schiavitù! Non avrei mai conosciuto pace finché i miei figli non fossero stati emancipati con tutte le dovute formalità di legge.

Ero troppo orgogliosa per chiedere al signor Sands di fare qualcosa per mio beneficio; ma potevo piegarmi a diventare una supplicante per i miei figli. Decisi di ricordargli la promessa che mi aveva fatto e di rimettermi al suo onore per il mantenimento della stessa. Persuasi mia nonna ad andare da lui e a dirgli che non ero morta e che lo supplicavo vivamente di mantenere la promessa che mi aveva fatto; che avevo sentito parlare delle recenti proposte riguardanti i miei figli e che non mi sentivo tranquilla nell'accettarle; che aveva promesso di emanciparli ed era tempo che mantenesse il suo impegno. Sapevo che c'era qualche rischio nel tradire così il fatto che fossi nelle vicinanze; ma cosa non farebbe una madre per i propri figli? Accolse il messaggio con sorpresa e disse: "I bambini sono liberi. Non ho mai avuto intenzione di rivendicarli come schiavi. Linda può decidere il loro destino. A mio parere, sarebbe meglio mandarli al nord. Non credo che siano del tutto al sicuro qui. Il dottor Flint si vanta che siano ancora in suo potere. Dice che erano proprietà di sua figlia, e dato che lei non era maggiorenne quando furono venduti, il contratto non è legalmente vincolante."

Dunque, dopo tutto quello che avevo sopportato per loro, i miei poveri figli erano tra due fuochi; tra il mio vecchio padrone e il loro nuovo padrone! Ed io ero impotente. Non c'era alcun braccio protettivo della legge a cui potessi appellarmi. Il signor Sands propose che Ellen andasse, per il momento, da alcuni suoi parenti che si erano trasferiti a Brooklyn, Long Island. Fu promesso che si sarebbero presi cura di lei e che l'avrebbero mandata a scuola. Acconsentii, essendo la migliore sistemazione che potessi fare per lei. Mia nonna, naturalmente, negoziò tutto; e la signora Sands non seppe di nessun'altra persona nella transazione. Propose che portassero Ellen con loro a Washington e la tenessero finché non avessero avuto una buona occasione di mandarla, con amici, a Brooklyn. Lei aveva una figlia neonata. Ne avevo avuto un'occhiata, mentre la balia passava con lei tra le braccia. Non era un pensiero piacevole per me che la figlia della schiava dovesse accudire la sua sorella nata libera; ma non c'era alternativa. Ellen fu preparata per il viaggio. Oh, come mi tormentava il cuore mandarla via, così piccola, sola, tra estranei! Senza l'amore di una madre a ripararla dalle tempeste della vita; quasi senza memoria di una madre! Dubitavo che lei e Benny potessero provare per me l'affetto naturale che i figli provano per un genitore. Pensavo tra me e me che forse non avrei mai più rivisto mia figlia, e desideravo ardentemente che mi guardasse prima di andare, affinché potesse portare la mia immagine con sé nella sua memoria. Mi sembrava crudele farla venire nella mia prigione. Era abbastanza dolore per il suo cuore giovane sapere che sua madre era una vittima della schiavitù, senza vedere il miserabile nascondiglio in cui essa l'aveva costretta. Chiesi il permesso di trascorrere l'ultima notte in una delle stanze aperte con la mia bambina. Pensavano che fossi pazza a pensare di affidare a una bambina così piccola il mio pericoloso segreto. Dissi loro che avevo osservato il suo carattere e mi sentivo certa che non mi avrebbe tradita; che ero determinata ad avere un colloquio e, se non lo avessero facilitato, avrei preso la mia strada per ottenerlo. Protestarono contro la temerarietà di tale procedimento; ma scoprendo che non potevano cambiare il mio proposito, cedettero. Scivolai attraverso la botola nel ripostiglio e mio zio fece la guardia al cancello, mentre io passavo nella veranda e salivo le scale, verso la stanza che usavo occupare. Erano passati più di cinque anni da quando l'avevo vista; e quanti ricordi mi assalirono! Lì avevo trovato rifugio quando la mia padrona mi cacciò dalla sua casa; lì era venuto il mio vecchio tiranno a schernirmi, insultarmi e maledirmi; lì i miei figli furono deposti per la prima volta tra le mie braccia; lì li avevo vegliati, ogni giorno con un amore più profondo e triste; lì mi ero inginocchiata davanti a Dio, nell'angoscia del cuore, per perdonare il male che avevo fatto. Com'è tornato tutto vivido! E dopo questo lungo e cupo intervallo, me ne stavo lì, così distrutta!

Nel mezzo di queste meditazioni, udii dei passi sulle scale. La porta si aprì e mio zio Phillip entrò, conducendo Ellen per mano. Le misi le braccia attorno e dissi: "Ellen, cara bambina mia, io sono la tua mamma." Si tirò indietro un poco e mi guardò; poi, con dolce fiducia, appoggiò la guancia contro la mia, ed io la strinsi al cuore che era rimasto così a lungo desolato. Fu lei la prima a parlare. Sollevando il capo, disse in modo interrogativo: "Tu sei davvero la mia mamma?" Le dissi che lo ero davvero; che durante tutto quel lungo tempo in cui non mi aveva vista, l'avevo amata teneramente; e che ora che se ne stava andando, volevo vederla e parlarle, affinché potesse ricordarsi di me. Con un singhiozzo nella voce, disse: "Sono contenta che tu sia venuta a vedermi; ma perché non sei mai venuta prima? Benny ed io abbiamo desiderato tanto vederti! Lui ti ricorda e a volte mi parla di te. Perché non sei tornata a casa quando il dottor Flint è andato a prenderti?"

Risposi: "Non potevo venire prima, cara. Ma ora che sono con te, dimmi se ti fa piacere andare via." "Non lo so," disse lei, piangendo. "La nonna dice che non dovrei piangere; che vado in un buon posto, dove posso imparare a leggere e scrivere, e che a poco a poco potrò scriverle una lettera. Ma non avrò Benny, o la nonna, o zio Phillip, o chiunque altro che mi voglia bene. Non puoi venire con me? Oh, vieni, cara mamma!"

Le dissi che non potevo venire ora; ma un giorno sarei venuta da lei, e allora lei, Benny ed io avremmo vissuto insieme e avremmo passato bei momenti. Voleva correre a portare Benny a vedermi ora. Le dissi che lui sarebbe andato al nord, tra non molto, con zio Phillip, e allora sarei andata a vederlo prima che partisse. Le chiesi se le sarebbe piaciuto che rimanessi tutta la notte a dormire con lei. "Oh, sì," rispose. Poi, rivolgendosi allo zio, disse implorante: "Posso restare? Per favore, zio! Lei è la mia vera mamma." Lui le posò una mano sulla testa e disse solennemente: "Ellen, questo è il segreto che hai promesso alla nonna di non svelare mai. Se ne parli a qualcuno, non ti lasceranno mai più vedere la nonna, e tua madre non potrà mai venire a Brooklyn." "Zio," rispose, "non lo dirò mai." Le disse che poteva rimanere con me; e quando se ne fu andato, la presi tra le braccia e le dissi che ero una schiava e che era quello il motivo per cui non doveva mai dire di avermi vista. La esortai a essere una brava bambina, a cercare di compiacere le persone presso le quali stava andando, e che Dio le avrebbe suscitato amici. Le dissi di dire le sue preghiere e di ricordarsi sempre di pregare per la sua povera mamma, e che Dio ci avrebbe permesso di incontrarci di nuovo. Pianse, e non fermai le sue lacrime. Forse non avrebbe mai più avuto occasione di versare le sue lacrime sul seno di una madre. Per tutta la notte si accoccolò tra le mie braccia e non ebbi alcuna inclinazione al sonno. I momenti erano troppo preziosi per perderne anche solo uno. Una volta, quando pensai che stesse dormendo, le baciai la fronte dolcemente e lei disse: "Non sto dormendo, cara mamma."

Prima dell'alba vennero a riportarmi nella mia tana. Scostai la tenda della finestra, per dare un ultimo sguardo alla mia bambina. La luce della luna brillava sul suo viso, ed io mi chinai su di lei, come avevo fatto anni prima, in quella miserabile notte in cui ero scappata. La strinsi forte al mio cuore palpitante; e lacrime, troppo tristi per essere versate da occhi così giovani, le scesero lungo le guance mentre mi dava il suo ultimo bacio e sussurrava al mio orecchio: "Mamma, non lo dirò mai." E non lo disse mai.

Quando tornai nel mio rifugio, mi gettai sul letto e piansi lì, sola nell'oscurità. Mi sembrava che il cuore dovesse scoppiarmi. Quando il momento della partenza di Ellen si avvicinò, potevo sentire i vicini e gli amici dirle: "Addio, Ellen. Spero che la tua povera madre ti ritrovi. Non sarai felice di vederla?". Lei rispondeva: "Sì, signora"; e loro non immaginavano affatto il segreto gravoso che opprimeva il suo giovane cuore. Era una bambina affettuosa, ma naturalmente molto riservata, eccetto con coloro che amava, e mi sentivo sicura che il mio segreto sarebbe stato al sicuro con lei. Sentii il cancello chiudersi dietro di lei, con sentimenti che solo una madre schiava può provare. Durante il giorno le mie meditazioni furono molto tristi. A volte temevo di essere stata molto egoista a non rinunciare a ogni pretesa su di lei e a lasciarla andare in Illinois, per essere adottata dalla sorella della signora Sands. Fu la mia esperienza della schiavitù a farmi decidere contro. Temevo che potessero sorgere circostanze che avrebbero causato il suo rimpatrio. Mi sentivo fiduciosa che sarei andata io stessa a New York; e allora sarei stata in grado di vegliare su di lei, e in qualche misura proteggerla.

La famiglia del dottor Flint non seppe nulla del piano stabilito fino a quando Ellen non fu partita, e la notizia li contrariò grandemente. La signora Flint si recò dalla sorella della signora Sands per indagare sulla faccenda. Espresse la sua opinione molto liberamente riguardo al rispetto che il signor Sands mostrava per sua moglie, e per la propria reputazione, nel riconoscere quei "giovani negri". E quanto al mandare via Ellen, lo definì un furto tanto quanto lo sarebbe stato per lui venire a prendere un mobile dal suo salotto. Disse che sua figlia non aveva l'età per firmare l'atto di vendita, e che i bambini erano di sua proprietà; e quando avesse raggiunto la maggiore età, o si fosse sposata, avrebbe potuto riprenderli, ovunque fosse riuscita a metterci le mani sopra.

La signorina Emily Flint, la bambina a cui ero stata legata per testamento, era ormai nel suo sedicesimo anno. Sua madre considerava giusto e onorevole per lei, o per il suo futuro marito, rubare i miei figli; ma non capiva come qualcuno potesse tenere la testa alta in una società rispettabile, dopo aver comprato i propri figli, come aveva fatto il signor Sands. Il dottor Flint disse ben poco. Forse pensava che Benny avrebbe avuto meno probabilità di essere mandato via se lui fosse rimasto in silenzio. Una delle mie lettere, che cadde nelle sue mani, era datata dal Canada; e lui parlava raramente di me ormai. Questo stato di cose mi permise di scivolare più frequentemente nel ripostiglio, dove potevo stare dritta e muovere gli arti più liberamente.

Giorni, settimane e mesi passarono, e non giunse alcuna notizia di Ellen. Inviai una lettera a Brooklyn, scritta a nome di mia nonna, per chiedere se fosse arrivata. La risposta fu che non era arrivata. Le scrissi a Washington; ma non ne fu tenuto alcun conto. C'era una persona lì che avrebbe dovuto provare un po' di compassione per l'ansia degli amici della bambina a casa; ma i legami di tali relazioni come quelle che lui aveva stretto con me, si spezzano facilmente e vengono gettati via come spazzatura. Eppure, con quanta protezione e persuasione un tempo parlava alla povera e indifesa ragazza schiava! E quanto interamente mi sono fidata di lui! Ma ora i sospetti oscuravano la mia mente. Mia figlia era morta, o mi avevano ingannato e l'avevano venduta?

Se le memorie segrete di molti membri del Congresso venissero pubblicate, emergerebbero dettagli curiosi. Una volta vidi una lettera di un membro del Congresso a una schiava, che era la madre di sei dei suoi figli. Scriveva per richiedere che mandasse via i suoi figli dalla casa padronale prima del suo ritorno, poiché si aspettava di essere accompagnato da amici. La donna non sapeva leggere, ed fu costretta ad avvalersi di un'altra persona per leggere la lettera. L'esistenza dei figli mulatti non turbava questo gentiluomo, era solo la paura che gli amici potessero riconoscere nei loro tratti una somiglianza con lui.

Alla fine di sei mesi, arrivò una lettera a mia nonna, da Brooklyn. Era scritta da una giovane signorina della famiglia, e annunciava che Ellen era appena arrivata. Conteneva il seguente messaggio da parte sua: "Cerco di fare proprio come mi hai detto, e prego per te ogni sera e ogni mattina". Compresi che queste parole erano dirette a me; e furono un balsamo per il mio cuore. L'autrice chiudeva la sua lettera dicendo: "Ellen è una brava bambina, e ci farà piacere averla con noi. Mio cugino, il signor Sands, me l'ha data, affinché sia la mia piccola cameriera personale. La manderò a scuola, e spero che un giorno ti scriverà lei stessa". Questa lettera mi lasciò perplessa e turbata. Il padre di mia figlia l'aveva solo messa lì finché non fosse stata abbastanza grande da mantenersi? O l'aveva data a sua cugina, come un oggetto di proprietà? Se l'ultima idea fosse stata corretta, sua cugina avrebbe potuto tornare al sud in qualsiasi momento, e tenere Ellen come schiava. Cercai di scacciare da me il pensiero doloroso che un torto così ignobile potesse essere stato fatto a noi. Dissi a me stessa: "Sicuramente deve esserci un po' di giustizia nell'uomo"; poi ricordai, con un sospiro, come la schiavitù pervertisse tutti i sentimenti naturali del cuore umano. Provai una fitta a guardare il mio ragazzo spensierato. Credeva di essere libero; e vederlo cadere sotto il giogo della schiavitù sarebbe stato più di quanto potessi sopportare. Quanto desideravo averlo al sicuro fuori dalla portata del suo potere!

XXVIII. Zia Nancy.

Ho menzionato la mia prozia, che era una schiava nella famiglia del dottor Flint, e che era stata il mio rifugio durante le vergognose persecuzioni che subii da parte sua. Questa zia si era sposata a vent'anni; vale a dire, per quanto gli schiavi possano sposarsi. Aveva il consenso del suo padrone e della sua padrona, e un ecclesiastico celebrò la cerimonia. Ma era una mera formalità, senza alcun valore legale. Il suo padrone o la sua padrona avrebbero potuto annullarlo in qualsiasi giorno avessero voluto. Aveva sempre dormito sul pavimento nell'ingresso, vicino alla porta della camera della signora Flint, in modo da essere a portata di chiamata. Quando si sposò, le fu detto che avrebbe potuto usare una piccola stanza in una dipendenza. Sua madre e suo marito la arredarono. Lui era un uomo di mare, e gli era permesso di dormirvi quando era a casa. Ma la sera del matrimonio, la sposa fu ordinata di tornare al suo vecchio posto sul pavimento dell'ingresso.

La signora Flint, a quel tempo, non aveva figli; ma si aspettava di diventare madre, e se avesse avuto bisogno di un bicchiere d'acqua nella notte, cosa avrebbe potuto fare senza la sua schiava a portarglielo? Così mia zia fu costretta a giacere alla sua porta, finché una mezzanotte fu costretta ad andarsene, per dare alla luce prematuramente un bambino. In due settimane le fu richiesto di riprendere il suo posto sul pavimento dell'ingresso, perché il bambino della signora Flint aveva bisogno delle sue attenzioni. Mantenne la sua postazione lì durante l'estate e l'inverno, finché non ebbe dato alla luce prematuramente sei bambini; e per tutto il tempo fu impiegata come balia notturna per i figli della signora Flint. Alla fine, faticare tutto il giorno ed essere privata del riposo di notte, distrusse completamente la sua costituzione, e il dottor Flint dichiarò che era impossibile che potesse mai diventare madre di un bambino vivo. La paura di perdere una serva così preziosa per morte, ora li indusse a permetterle di dormire nella sua piccola stanza nella dipendenza, eccetto quando c'era malattia in famiglia. In seguito ebbe due bambini deboli, uno dei quali morì in pochi giorni, e l'altro in quattro settimane. Ricordo bene il suo paziente dolore mentre teneva l'ultimo bambino morto tra le sue braccia. "Vorrei che fosse potuto vivere," diceva; "non è la volontà di Dio che qualcuno dei miei figli viva. Ma cercherò di essere degna di incontrare i loro piccoli spiriti in paradiso."

Zia Nancy era governante e cameriera nella famiglia del dottor Flint. Infatti, era il factotum della casa. Nulla andava bene senza di lei. Era la sorella gemella di mia madre e, per quanto era in suo potere, supplì al posto di una madre per noi orfani. Ho dormito con lei per tutto il tempo in cui ho vissuto nella casa del mio vecchio padrone, e il legame tra noi era molto forte. Quando i miei amici cercavano di scoraggiarmi dal fuggire, lei mi incoraggiava sempre. Quando pensavano che fosse meglio tornare e chiedere perdono al mio padrone, perché non c'era possibilità di fuga, lei mi mandava a dire di non cedere mai. Diceva che se avessi perseverato avrei potuto, forse, ottenere la libertà dei miei figli; e anche se fossi morta nel farlo, sarebbe stato meglio che lasciarli gemere sotto le stesse persecuzioni che avevano rovinato la mia vita. Dopo che fui rinchiusa nella mia cella oscura, lei sgattaiolava via, ogni volta che poteva, per portarmi le notizie e dirmi qualcosa di incoraggiante. Quante volte mi sono inginocchiata per ascoltare le sue parole di consolazione, sussurrate attraverso una fessura! "Sono vecchia, e non ho molto da vivere," era solita dire; "e potrei morire felice se potessi solo vedere te e i figli liberi. Devi pregare Dio, Linda, come faccio io per te, che ti conduca fuori da questa oscurità." La pregavo di non preoccuparsi per conto mio; che c'era una fine a ogni sofferenza prima o poi, e che se fossi vissuta in catene o in libertà, l'avrei sempre ricordata come la buona amica che era stata il conforto della mia vita. Una parola da parte sua mi rafforzava sempre; e non solo me. L'intera famiglia si affidava al suo giudizio, ed era guidata dai suoi consigli. Ero nella mia cella da sei anni quando mia nonna fu chiamata al capezzale di questa, la sua ultima figlia rimasta. Era molto malata, e dicevano che sarebbe morta. La nonna non entrava in casa del dottor Flint da diversi anni. L'avevano trattata crudelmente, ma non ci pensava affatto ora. Era grata per il permesso di vegliare sul letto di morte di sua figlia. Erano sempre state devote l'una all'altra; e ora sedevano guardandosi negli occhi, desiderose di parlare del segreto che aveva pesato così tanto sui cuori di entrambe. Mia zia era stata colpita da paralisi. Visse solo due giorni, e l'ultimo giorno fu senza parola. Prima di perdere la capacità di parlare, disse a sua madre di non affliggersi se non avesse potuto parlarle; che avrebbe cercato di alzare la mano, per farle sapere che tutto andava bene per lei. Persino il dottore dal cuore duro si addolcì un poco quando vide la donna morente cercare di sorridere alla madre anziana, che era inginocchiata al suo fianco. I suoi occhi si inumidirono per un momento, mentre diceva che era sempre stata una serva fedele, e che non sarebbero mai stati in grado di sostituirla. La signora Flint si mise a letto, completamente sopraffatta dallo shock. Mentre mia nonna sedeva sola con la morta, il dottore entrò, conducendo il figlio più giovane, che era sempre stato un prediletto di zia Nancy, ed era molto legato a lei. "Martha," disse, "zia Nancy amava questo bambino, e quando verrà dove sei tu, spero che sarai gentile con lui, per il suo bene." Lei rispose, "Tua moglie è stata la mia figlia adottiva, dottor Flint, la sorella adottiva della mia povera Nancy, e tu poco mi conosci se pensi che io possa provare altro che buona volontà per i suoi figli."

"Vorrei che il passato potesse essere dimenticato, e che non dovessimo mai pensarci," disse lui; "e che Linda venisse a sostituire sua zia. Valerebbe più per noi di tutto il denaro che si potrebbe pagare per lei. Lo desidero anche per il tuo bene, Martha. Ora che Nancy ti è stata tolta, sarebbe un grande conforto per la tua vecchiaia." Sapeva di toccare un tasto dolente. Quasi soffocando per il dolore, mia nonna rispose, "Non sono stata io a cacciare Linda. I miei nipoti se ne sono andati; e dei miei nove figli ne è rimasto solo uno. Dio mi aiuti!"

Per me, la morte di questa gentile parente fu un dolore indicibile. Sapevo che era stata lentamente assassinata; e sentivo che i miei problemi avevano contribuito a finire il lavoro. Dopo aver saputo della sua malattia, ascoltavo costantemente per sentire quali notizie venissero dalla casa padronale; e il pensiero che non potevo andare da lei mi rendeva assolutamente infelice. Alla fine, mentre lo zio Phillip entrava in casa, sentii qualcuno chiedere, "Come sta?" e lui rispose, "È morta." La mia piccola cella sembrava girare intorno, e non seppi più nulla finché non aprii gli occhi e trovai lo zio Phillip che si chinava su di me. Non ebbi bisogno di fare domande. Sussurrò, "Linda, è morta felice." Non potevo piangere. Il mio sguardo fisso lo turbava. "Non guardare così," disse. "Non aggiungere altro al dolore della mia povera madre. Ricorda quanto deve sopportare, e che dovremmo fare tutto il possibile per consolarla." Ah, sì, quella benedetta vecchia nonna, che per settantatré anni aveva sopportato le tempeste battenti della vita di una madre schiava. Aveva davvero bisogno di consolazione!

La signora Flint aveva reso la sua povera sorella adottiva senza figli, apparentemente senza alcun rimorso; e con crudele egoismo aveva rovinato la sua salute con anni di incessante, non ricompensata fatica, e riposo interrotto. Ma ora diventava molto sentimentale. Suppongo pensasse che sarebbe stata una bellissima illustrazione dell'attaccamento esistente tra padrone di schiavi e schiavo, se il corpo della sua vecchia serva logora fosse stato sepolto ai suoi piedi. Mandò a chiamare l'ecclesiastico e chiese se avesse qualche obiezione a seppellire zia Nancy nel luogo di sepoltura della famiglia del dottore. Nessuna persona di colore aveva mai avuto il permesso di essere sepolta nel cimitero dei bianchi, e il ministro sapeva che tutti i defunti della nostra famiglia riposavano insieme nel vecchio cimitero degli schiavi. Rispose quindi, "Non ho alcuna obiezione a soddisfare il suo desiderio; ma forse la madre di zia Nancy potrebbe avere qualche preferenza su dove le sue spoglie debbano essere deposte."

Non era mai passato per la mente alla signora Flint che gli schiavi potessero avere dei sentimenti. Quando mia nonna fu consultata, disse subito che voleva che Nancy giacesse con tutti gli altri membri della sua famiglia, e dove il suo stesso corpo vecchio sarebbe stato sepolto. La signora Flint acconsentì gentilmente al suo desiderio, sebbene dicesse che era doloroso per lei avere Nancy sepolta lontano da lei. Avrebbe potuto aggiungere con toccante patos, "Ero così abituata a dormire con lei che giaceva vicino a me, sul pavimento dell'ingresso."

Il mio zio Phillip chiese il permesso di seppellire sua sorella a proprie spese; e i padroni di schiavi sono sempre pronti a concedere tali favori agli schiavi e ai loro parenti. Gli accordi furono molto semplici, ma perfettamente rispettabili. Fu sepolta di sabato, e il ministro della signora Flint lesse il servizio funebre. C'era un grande concorso di persone di colore, libere e schiave, e alcune persone bianche che erano sempre state amichevoli verso la nostra famiglia. La carrozza del dottor Flint era nel corteo; e quando il corpo fu deposto nel suo umile luogo di riposo, la padrona versò una lacrima, e tornò alla sua carrozza, probabilmente pensando di aver compiuto il suo dovere nobilmente.

Fu parlato dagli schiavi come di un funerale grandioso. I viaggiatori del nord, passando attraverso il luogo, avrebbero potuto descrivere questo tributo di rispetto all'umile defunta come una bellissima caratteristica dell'"istituzione patriarcale"; una prova toccante dell'attaccamento tra padroni di schiavi e i loro servitori; e la tenera signora Flint avrebbe confermato questa impressione, con il fazzoletto agli occhi. Avremmo potuto raccontare loro una storia diversa. Avremmo potuto dare loro un capitolo di torti e sofferenze, che avrebbero toccato i loro cuori, se avessero avuto cuori in grado di provare sentimenti per le persone di colore. Avremmo potuto raccontare loro come la povera vecchia madre schiava avesse faticato, anno dopo anno, per guadagnare ottocento dollari per comprare al figlio Phillip il diritto ai suoi stessi guadagni; e come quello stesso Phillip pagò le spese del funerale, che loro consideravano dare così tanto credito al padrone. Avremmo anche potuto raccontare loro di una povera creatura giovane e rovinata, chiusa in una tomba vivente per anni, per evitare le torture che le sarebbero state inflitte, se avesse osato uscire e guardare in faccia la sua amica defunta.

A tutto questo, e molto altro, pensavo, mentre sedevo alla mia feritoia, aspettando che la famiglia tornasse dalla tomba; a volte piangendo, a volte addormentandomi, sognando strani sogni dei morti e dei vivi.

Era triste testimoniare il dolore della mia nonna in lutto. Era sempre stata forte nel sopportare, e ora, come sempre, la fede religiosa la sosteneva. Ma la sua vita oscura era diventata ancora più oscura, e l'età e i problemi stavano lasciando tracce profonde sul suo volto avvizzito. Aveva quattro posti dove bussare affinché io venissi alla botola, e ogni posto aveva un significato diverso. Ora veniva più spesso di quanto avesse fatto, e mi parlava della sua figlia morta, mentre le lacrime scendevano lentamente lungo le sue guance solcate. Dicevo tutto il possibile per confortarla; ma era una triste riflessione, che invece di poterla aiutare, ero una fonte costante di ansia e problemi. La povera vecchia schiena era adatta al suo fardello. Si piegava sotto di esso, ma non si spezzava.

XXIX. Preparativi per la fuga.

Difficilmente mi aspetto che il lettore mi creda, quando affermo che ho vissuto in quel piccolo buco desolante, quasi privata di luce e aria, e senza alcuno spazio per muovere i miei arti, per quasi sette anni. Ma è un fatto; e per me uno triste, ancora adesso; perché il mio corpo soffre ancora gli effetti di quella lunga prigionia, per non parlare della mia anima. Membri della mia famiglia, ora residenti a New York e Boston, possono testimoniare la verità di ciò che dico.

Innumerevoli furono le notti in cui sedevo tardi alla piccola feritoia, a malapena abbastanza grande da darmi un'occhiata a una stella scintillante. Lì, sentivo le pattuglie e i cacciatori di schiavi conferire insieme sulla cattura dei fuggitivi, sapendo bene quanto si sarebbero rallegrati di prendermi.

Stagione dopo stagione, anno dopo anno, sbirciavo i volti dei miei figli, e sentivo le loro voci dolci, con un cuore che bramava tutto il tempo di dire, "La vostra mamma è qui". A volte mi sembrava come se epoche fossero trascorse da quando ero entrata in quell'esistenza cupa e monotona. A volte, ero stordita e svogliata; altre volte diventavo molto impaziente di sapere quando questi anni oscuri sarebbero finiti, e mi sarebbe stato di nuovo permesso di sentire il sole, e respirare l'aria pura.

Dopo che Ellen ci ebbe lasciati, questo sentimento si intensificò. Il signor Sands aveva acconsentito che Benny potesse andare al nord ogni volta che suo zio Phillip avesse potuto accompagnarlo; ed ero ansiosa di essere anch'io lì, per vegliare sui miei figli e proteggerli fin dove mi era possibile. Inoltre, rischiavo di essere scacciata dal mio rifugio se fossi rimasta ancora a lungo; poiché il tetto sottile era in pessime condizioni, e zio Phillip aveva paura di rimuovere le tegole, temendo che qualcuno potesse intravedermi. Quando di notte si verificavano dei temporali, stendevano stuoie e pezzi di tappeto, che al mattino sembravano essere stati messi ad asciugare; ma coprire il tetto di giorno avrebbe potuto attirare l'attenzione. Di conseguenza, i miei vestiti e le mie coperte erano spesso inzuppati; un processo che accresceva notevolmente i dolori e gli acciacchi nelle mie membra rattrappite e irrigidite. Rimuginavo vari piani di fuga nella mia mente, che a volte confidavo a mia nonna, quando veniva a sussurrare con me alla botola. La vecchia dal cuore gentile nutriva un'intensa solidarietà per i fuggitivi. Ne aveva viste fin troppe di crudeltà inflitte a coloro che venivano catturati. La sua memoria correva subito alle sofferenze del suo brillante e bel figlio, Benjamin, il più giovane e il più caro del suo gregge. Così, ogni volta che accennavo all'argomento, lei gemeva: "Oh, non pensarci, bambina. Mi spezzerai il cuore". Non avevo più la mia cara vecchia zia Nancy a incoraggiarmi; ma mio fratello William e i miei figli mi chiamavano continuamente verso nord.

E ora devo tornare indietro di qualche mese nella mia storia. Ho dichiarato che il primo di gennaio era il periodo per vendere gli schiavi, o per darli in affitto a nuovi padroni. Se il tempo si contasse tramite i battiti del cuore, i poveri schiavi potrebbero calcolare anni di sofferenza durante quella festività così gioiosa per i liberi. Il giorno di Capodanno precedente la morte di mia zia, una delle mie amiche, di nome Fanny, doveva essere venduta all'asta, per pagare i debiti del suo padrone. I miei pensieri furono con lei per tutto il giorno, e la sera chiesi ansiosamente quale fosse stato il suo destino. Mi fu detto che era stata venduta a un padrone, e le sue quattro figliolette a un altro, molto lontano; che era fuggita dal suo acquirente e non si riusciva a trovarla. Sua madre era la vecchia Aggie di cui ho parlato. Viveva in un piccolo alloggio appartenente a mia nonna, costruito sullo stesso lotto della sua casa. La sua dimora fu perquisita e sorvegliata, e ciò portò le pattuglie così vicino a me che fui costretta a restarmene rintanata nel mio rifugio. I cacciatori furono in qualche modo elusi; e non molto tempo dopo Benny avvistò per caso Fanny nella capanna di sua madre. Lo disse a sua nonna, che gli impose di non parlarne mai, spiegandogli le spaventose conseguenze; e lui non tradì mai la fiducia. Aggie non avrebbe mai immaginato che mia nonna sapesse dove fosse nascosta sua figlia, e che la figura curva della sua vecchia vicina si stesse piegando sotto un simile fardello di ansia e paura; ma questi segreti pericolosi approfondirono la solidarietà tra le due vecchie madri perseguitate.

La mia amica Fanny ed io rimanemmo molte settimane nascoste a portata di voce l'una dall'altra; ma lei era ignara del fatto. Desideravo che condividesse il mio rifugio, che sembrava un nascondiglio più sicuro del suo; ma avevo già causato così tanti guai a mia nonna, che sembrava ingiusto chiederle di correre rischi maggiori. La mia irrequietezza aumentava. Avevo vissuto troppo a lungo nel dolore fisico e nell'angoscia dello spirito. Ero sempre nel terrore che per qualche incidente, o qualche stratagemma, la schiavitù riuscisse a strapparmi i figli. Questo pensiero mi rendeva quasi frenetica, e decisi di puntare alla Stella Polare a ogni costo. In questa crisi, la Provvidenza aprì una via inaspettata per la mia fuga. Il mio amico Peter venne una sera e chiese di parlare con me. "Il tuo giorno è arrivato, Linda", disse. "Ho trovato una possibilità per te di andare negli Stati Liberi. Hai quindici giorni per decidere". La notizia sembrava troppo bella per essere vera; ma Peter spiegò i suoi accordi e mi disse che tutto ciò che dovevo fare era dire che sarei partita. Stavo per rispondergli con un gioioso sì, quando il pensiero di Benny mi venne in mente. Gli dissi che la tentazione era estremamente forte, ma che ero terribilmente spaventata dal preteso potere del dottor Flint su mio figlio, e che non potevo andarmene lasciandolo indietro. Peter protestò vivamente. Disse che una tale occasione avrebbe potuto non presentarsi mai più; che Benny era libero e poteva essere mandato da me; e che per il bene dei miei figli non dovevo esitare un momento. Gli dissi che mi sarei consultata con zio Phillip. Mio zio si rallegrò del piano e mi esortò a partire ad ogni costo. Promise, se la vita gli fosse stata risparmiata, che avrebbe portato o mandato mio figlio da me non appena avessi raggiunto un luogo sicuro. Decisi di partire, ma pensai che non fosse meglio dire nulla a mia nonna fino a ridosso del momento della partenza. Ma mio zio pensò che l'avrebbe sentita più profondamente se l'avessi lasciata così all'improvviso. "Ragionerò con lei", disse, "e la convincerò di quanto sia necessario, non solo per il tuo bene, ma anche per il suo. Non puoi essere cieca al fatto che sta sprofondando sotto i suoi pesi". Non ne ero cieca. Sapevo che il mio nascondiglio era una fonte costante di ansia, e che più invecchiava, più diventava nervosamente timorosa di essere scoperta. Mio zio parlò con lei e alla fine riuscì a convincerla che era assolutamente necessario che io cogliessi l'occasione così inaspettatamente offerta.

L'anticipazione di essere una donna libera si rivelò quasi troppo per il mio corpo debole. L'eccitazione mi stimolava e allo stesso tempo mi confondeva. Feci intensi preparativi per il mio viaggio e perché mio figlio mi seguisse. Risolsi di avere un colloquio con lui prima di partire, così da potergli dare avvertimenti e consigli, e dirgli quanto ansiosamente lo avrei aspettato al nord. La nonna si intrufolava da me il più spesso possibile per sussurrarmi parole di consiglio. Insistette affinché scrivessi al dottor Flint, non appena arrivata negli Stati Liberi, chiedendogli di vendermi a lei. Disse che avrebbe sacrificato la casa, e tutto ciò che possedeva al mondo, pur di avermi al sicuro con i miei figli in qualsiasi parte del mondo. Se solo potesse vivere abbastanza da sapere che poteva morire in pace. Promisi alla cara vecchia amica fedele che le avrei scritto non appena fossi arrivata, e che avrei messo la lettera in un modo sicuro per farla arrivare a lei; ma nella mia mente decisi che nemmeno un altro centesimo dei suoi duri guadagni sarebbe stato speso per pagare rapaci schiavisti per ciò che chiamavano loro proprietà. E anche se non fossi stata contraria a comprare ciò che avevo già il diritto di possedere, la comune umanità mi avrebbe impedito di accettare la generosa offerta, a costo di cacciare la mia anziana parente di casa, quando stava tremando sull'orlo della tomba.

Dovevo fuggire su una nave; ma mi astengo dal menzionare ulteriori dettagli. Ero pronta, ma la nave fu inaspettatamente trattenuta per diversi giorni. Nel frattempo, giunse in città la notizia di un orribile omicidio commesso su uno schiavo fuggitivo, di nome James. Charity, la madre di questo sfortunato giovane, era stata una nostra vecchia conoscenza. Ho raccontato i dettagli scioccanti della sua morte nella mia descrizione di alcuni degli schiavisti vicini. Mia nonna, sempre nervosamente sensibile riguardo ai fuggitivi, era terribilmente spaventata. Si sentiva sicura che un destino simile attendesse me, se non avessi desistito dalla mia impresa. Singhiozzava, gemeva e mi supplicava di non partire. La sua paura eccessiva era in qualche modo contagiosa, e il mio cuore non era a prova contro la sua estrema agonia. Ero gravemente delusa, ma promisi di rinunciare al mio progetto.

Quando il mio amico Peter ne fu informato, fu sia deluso che contrariato. Disse che, a giudicare dalla nostra esperienza passata, sarebbe passato molto tempo prima che avessi un'altra occasione del genere da buttare via. Gli dissi che non c'era bisogno di buttarla via; che avevo un'amica nascosta qui vicino, che sarebbe stata ben lieta di prendere il posto che era stato preparato per me. Le parlai della povera Fanny, e il nobile compagno dal cuore gentile, che non voltava mai le spalle a nessuno in difficoltà, bianco o nero che fosse, espresse la sua disponibilità ad aiutarla. Aggie fu molto sorpresa quando scoprì che conoscevamo il suo segreto. Fu rallegrata nel sentire di una tale possibilità per Fanny, e furono presi accordi affinché lei salisse a bordo della nave la notte successiva. Entrambi supponevano che io fossi da tempo al nord, pertanto il mio nome non fu menzionato nella transazione. Fanny fu portata a bordo all'ora prestabilita e stipata in una cabina molto piccola. Questa sistemazione era stata acquistata a un prezzo che avrebbe pagato un viaggio in Inghilterra. Ma quando uno propone di andare nella bella vecchia Inghilterra, si ferma a calcolare se può permettersi il costo del piacere; mentre nel fare un patto per fuggire dalla schiavitù, la vittima tremante è pronta a dire: "prendi tutto quello che ho, basta che non mi tradisci!"

La mattina dopo sbirciai dal mio spiraglio e vidi che era buio e nuvoloso. Di notte ricevetti la notizia che il vento era contrario e la nave non era salpata. Ero estremamente ansiosa per Fanny, e anche per Peter, che stava correndo un rischio tremendo su mia istigazione. Il giorno dopo il vento e il tempo rimasero gli stessi. La povera Fanny era stata mezza morta di paura quando l'avevano portata a bordo, e potevo facilmente immaginare come dovesse soffrire ora. La nonna veniva spesso nel mio rifugio, per dire quanto fosse grata che io non fossi partita. La terza mattina picchiò perché scendessi nel ripostiglio. La povera vecchia sofferente stava crollando sotto il peso dei problemi. Ora si agitava facilmente. La trovai in uno stato nervoso ed eccitato, ma non mi resi conto che aveva dimenticato di chiudere a chiave la porta dietro di sé, come al solito. Era estremamente preoccupata per il ritardo della nave. Temeva che tutto sarebbe stato scoperto, e allora Fanny, Peter e io saremmo stati torturati a morte, e Phillip sarebbe stato completamente rovinato, e la sua casa sarebbe stata abbattuta. Povero Peter! Se dovesse morire di una morte così orribile come quella che il povero schiavo James aveva fatto di recente, e tutto per la sua gentilezza nel cercare di aiutarmi, quanto sarebbe stato terribile per tutti noi! Ahimè, il pensiero mi era familiare, e aveva mandato molti dolori acuti al mio cuore. Cercai di reprimere la mia ansia e di parlarle in modo rassicurante. Lei fece qualche allusione alla zia Nancy, la cara figlia che aveva recentemente sepolto, e poi perse ogni controllo. Mentre stava lì, tremante e singhiozzante, una voce dal porticato chiamò: "Dove sei, zia Marthy?". La nonna fu sorpresa e, nella sua agitazione, aprì la porta senza pensare a me. Entrò Jenny, la dispettosa cameriera, che aveva cercato di entrare nella mia stanza quando ero nascosta nella casa della mia benefattrice bianca. "Ti ho cercata dappertutto, zia Marthy", disse. "La mia padrona vuole che le mandi dei cracker". Mi ero rannicchiata dietro un barile, che mi nascondeva completamente, ma immaginai che Jenny stesse guardando direttamente verso quel punto, e il mio cuore batteva violentemente. Mia nonna capì immediatamente cosa aveva fatto e uscì rapidamente con Jenny per contare i cracker, chiudendo la porta a chiave dietro di sé. Tornò da me, pochi minuti dopo, l'immagine perfetta della disperazione. "Povera bambina!" esclamò, "la mia sbadataggine ti ha rovinata. La barca non è ancora partita. Preparati immediatamente e vai con Fanny. Non ho un'altra parola da dire contro, ora; perché non si può mai dire cosa possa succedere oggi".

Zio Phillip fu mandato a chiamare e fu d'accordo con sua madre nel pensare che Jenny avrebbe informato il dottor Flint in meno di ventiquattro ore. Consigliò di farmi salire sulla barca, se possibile; in caso contrario, sarebbe stato meglio restare immobile nel mio rifugio, dove non avrebbero potuto trovarmi senza abbattere la casa. Disse che non era il caso che lui intervenisse nella faccenda, perché il sospetto sarebbe stato immediatamente suscitato; ma promise di comunicare con Peter. Mi sentivo riluttante a rivolgermi di nuovo a lui, avendolo già coinvolto troppo; ma non sembrava esserci alternativa. Per quanto Peter fosse stato contrariato dalla mia indecisione, fu fedele alla sua natura generosa e disse subito che avrebbe fatto del suo meglio per aiutarmi, confidando che questa volta mi sarei dimostrata una donna più forte.

Si recò immediatamente al molo e scoprì che il vento era cambiato e la nave stava lentamente risalendo la corrente. Con qualche pretesto di urgente necessità, offrì a due barcaioli un dollaro a testa per raggiungerla. Era di carnagione più chiara dei barcaioli che aveva assoldato, e quando il capitano li vide arrivare così rapidamente, pensò che degli ufficiali stessero inseguendo la sua nave in cerca della schiava fuggitiva che aveva a bordo. Issarono le vele, ma la barca li raggiunse e l'infaticabile Peter saltò a bordo.

Il capitano lo riconobbe subito. Peter gli chiese di scendere sottocoperta, per parlare di una banale banconota che gli aveva dato. Quando ebbe esposto il motivo della sua visita, il capitano rispose: "Beh, la donna è già qui; e l'ho messa dove tu o il diavolo avreste un bel daffare a trovarla".

"Ma è un'altra donna che voglio portare", disse Peter. "Anche lei è in grande difficoltà, e sarai pagato con qualsiasi cifra ragionevole se ti fermi a prenderla".

"Come si chiama?", chiese il capitano. "Linda", rispose lui.

"È il nome della donna già qui", replicò il capitano. "Per Giove! Credo che tu voglia tradirmi".

"Oh!" esclamò Peter, "Dio sa che non vorrei torcere un capello della tua testa. Ti sono troppo grato. Ma c'è davvero un'altra donna in grave pericolo. Abbi l'umanità di fermarti a prenderla!".

Dopo un po' giunsero a un accordo. Fanny, non sognando che io fossi da qualche parte in quella zona, aveva assunto il mio nome, sebbene si facesse chiamare Johnson. "Linda è un nome comune", disse Peter, "e la donna che voglio portare è Linda Brent".

Il capitano accettò di aspettare in un certo luogo fino a sera, venendo lautamente pagato per il suo ritardo.

Naturalmente, la giornata fu ansiosa per tutti noi. Ma concludemmo che se Jenny mi avesse vista, sarebbe stata troppo saggia per farlo sapere alla sua padrona; e che probabilmente non avrebbe avuto l'occasione di vedere la famiglia del dottor Flint fino a sera, poiché sapevo molto bene quali fossero le regole in quella casa. In seguito credetti che non mi avesse vista; poiché non ne derivò nulla, ed era uno di quei caratteri vili che avrebbero fatto di tutto per tradire un essere umano sofferente per trenta pezzi d'argento.

Feci tutti i preparativi per salire a bordo non appena fosse stato buio. Decisi di trascorrere il tempo rimanente con mio figlio. Non gli parlavo da sette anni, sebbene fossi stata sotto lo stesso tetto e lo avessi visto ogni giorno, quando stavo abbastanza bene da sedermi allo spiraglio. Non osavo avventurarmi oltre il ripostiglio; così lo portarono lì e ci chiusero dentro insieme, in un luogo nascosto dalla porta del porticato. Fu un colloquio agitato per entrambi. Dopo che avemmo parlato e pianto insieme per un po', disse: "Mamma, sono contento che tu te ne vada. Vorrei poter venire con te. Sapevo che eri qui; e ho avuto così paura che venissero a prenderti!". Fui molto sorpresa e gli chiesi come lo avesse scoperto.

Rispose: "Stavo sotto la grondaia, un giorno, prima che Ellen se ne andasse, e ho sentito qualcuno tossire sopra la legnaia. Non so cosa mi abbia fatto pensare che fossi tu, ma l'ho pensato. Mi è mancata Ellen, la notte prima che se ne andasse; e la nonna l'ha riportata in camera di notte; e ho pensato che forse fosse andata a trovarti, prima di partire, perché ho sentito la nonna sussurrarle: 'Ora dormi; e ricordati di non dirlo mai'".

Gli chiesi se avesse mai accennato i suoi sospetti a sua sorella. Disse che non lo aveva mai fatto; ma dopo aver sentito il colpo di tosse, se la vedeva giocare con altri bambini da quel lato della casa, cercava sempre di convincerla ad andare dall'altra parte, per paura che anche loro potessero sentirmi tossire. Disse che aveva tenuto d'occhio il dottor Flint, e se lo vedeva parlare con un agente o una pattuglia, lo diceva sempre alla nonna. Ora ricordavo di averlo visto manifestare disagio quando c'erano persone da quel lato della casa, e all'epoca ero rimasta perplessa nel congetturare un motivo per le sue azioni. Tale prudenza può sembrare straordinaria in un ragazzo di dodici anni, ma gli schiavi, essendo circondati da misteri, inganni e pericoli, imparano presto a essere sospettosi e vigili, e prematuramente cauti e astuti. Non aveva mai fatto domande alla nonna o a zio Phillip, e lo avevo spesso sentito unirsi ad altri bambini quando parlavano del fatto che io fossi al nord.

Gli dissi che ora stavo davvero andando negli Stati Liberi, e se fosse stato un ragazzo bravo, onesto e un figlio amorevole per la sua cara vecchia nonna, il Signore lo avrebbe benedetto e portato da me, e noi ed Ellen avremmo vissuto insieme. Iniziò a dirmi che la nonna non aveva mangiato nulla tutto il giorno. Mentre parlava, la porta fu sbloccata e lei entrò con un piccolo sacchetto di denaro, che voleva che prendessi. La pregai di tenerne una parte, almeno, per pagare il viaggio di Benny verso il nord; ma lei insistette, mentre le lacrime le scendevano veloci, che prendessi tutto. "Potresti ammalarti tra estranei", disse, "e ti manderebbero in ospizio a morire". Ah, quella cara nonna!

Per l'ultima volta salii nel mio angolino. Il suo aspetto desolato non mi gelava più, poiché la luce della speranza era sorta nella mia anima. Eppure, anche con la benedetta prospettiva della libertà davanti a me, mi sentivo molto triste nel lasciare per sempre quella vecchia casa, dove ero stata protetta così a lungo dalla cara vecchia nonna; dove avevo sognato il mio primo sogno d'amore giovanile; e dove, dopo che quello era svanito, i miei figli erano venuti ad avvinghiarsi così strettamente al mio cuore desolato. Quando si avvicinò l'ora di partire, scesi di nuovo nel ripostiglio. Mia nonna e Benny erano lì. Mi prese per mano e disse: "Linda, preghiamo". Ci inginocchiammo insieme, con il mio bambino stretto al cuore e l'altro braccio attorno alla fedele, amorevole vecchia amica che stavo per lasciare per sempre. In nessun'altra occasione mi è toccato in sorte di ascoltare una supplica così fervente per la misericordia e la protezione. Mi attraversò il cuore e mi ispirò fiducia in Dio.

Peter mi stava aspettando in strada. Ero presto al suo fianco, debole nel corpo, ma forte negli intenti. Non mi voltai a guardare il vecchio posto, sebbene sentissi che non l'avrei mai più rivisto.

Non sono mai riuscita a spiegare come raggiungemmo il molo. Avevo il cervello in subbuglio e le gambe mi vacillavano sotto il peso del corpo. In un luogo prestabilito incontrammo mio zio Phillip, che era partito prima di noi per una strada diversa, così da arrivare al molo per primo e darci un avvertimento tempestivo in caso di pericolo. Una barca a remi era pronta. Proprio mentre stavo per salirvi, sentii qualcosa tirarmi delicatamente e, voltandomi, vidi Benny, che appariva pallido e ansioso. Mi sussurrò all'orecchio: “Ho sbirciato dalla finestra del dottore ed è in casa. Addio, mamma. Non piangere; verrò anch'io”. Si allontanò in fretta. Strinsi la mano al mio buon zio, al quale dovevo tanto, e a Peter, il coraggioso e generoso amico che si era offerto volontario per correre rischi così terribili pur di garantire la mia salvezza. Ancora oggi ricordo come il suo volto radioso brillasse di gioia quando mi disse di aver scoperto un metodo sicuro per la mia fuga. Eppure quell'uomo intelligente, intraprendente e dal cuore nobile era un bene mobile! Passibile, secondo le leggi di un paese che si definisce civile, di essere venduto insieme a cavalli e maiali! Ci separammo in silenzio. Avevamo il cuore troppo colmo per poter parlare!

La barca scivolò rapida sull'acqua. Dopo un po', uno dei marinai disse: “Non si perda d'animo, signora. La porteremo sana e salva da suo marito, a ——”. Dapprima non riuscivo a immaginare cosa intendesse; ma ebbi la presenza di spirito di pensare che probabilmente si riferisse a qualcosa che il capitano gli aveva detto; così lo ringraziai e dissi che speravo avremmo avuto un tempo piacevole.

Quando salii sulla nave, il capitano si fece avanti per accogliermi. Era un uomo anziano, dal volto gradevole. Mi accompagnò in una piccola cabina simile a una scatola, dove sedeva la mia amica Fanny. Ella sussultò come se avesse visto uno spettro. Mi fissò con estremo stupore ed esclamò: “Linda, sei davvero tu? O è il tuo fantasma?”. Quando fummo strette l'una nelle braccia dell'altra, i miei sentimenti, troppo intensi, non poterono più essere trattenuti. I miei singhiozzi giunsero alle orecchie del capitano, che venne a ricordarci molto gentilmente che, per la sua sicurezza così come per la nostra, sarebbe stato prudente da parte nostra non attirare l'attenzione. Disse che quando c'era una vela in vista desiderava che stessimo al di sotto, ma che in altri momenti non aveva obiezioni al fatto che stessimo sul ponte. Ci assicurò che avrebbe tenuto una buona guardia e che, se avessimo agito con prudenza, pensava non avremmo corso alcun pericolo. Ci aveva presentate come donne che andavano a incontrare i propri mariti a ——. Lo ringraziammo e promettemmo di osservare attentamente tutte le direttive che ci aveva dato.

Fanny e io parlammo ora tra noi, a bassa voce e con calma, nella nostra piccola cabina. Mi raccontò le sofferenze che aveva patito per riuscire a fuggire e il terrore provato mentre era nascosta nella casa di sua madre. Soprattutto, si soffermò sull'agonia della separazione da tutti i suoi figli in quel terribile giorno d'asta. Faticò a credermi quando le raccontai del luogo in cui avevo trascorso quasi sette anni. “Abbiamo i medesimi dolori”, dissi. “No”, replicò lei, “tu stai per vedere presto i tuoi figli, e per me non vi è speranza di avere mai nemmeno notizie dei miei”.

La nave era ormai in rotta, ma procedevamo lentamente. Il vento era contrario. Non mi sarei curata di questo se fossimo state fuori dalla vista della città; ma finché non ci furono miglia di acqua tra noi e i nostri nemici, fummo colte da continui timori che i gendarmi potessero salire a bordo. Né potevo sentirmi del tutto a mio agio con il capitano e i suoi uomini. Ero un'assoluta estranea a quella classe di persone e avevo sentito dire che i marinai erano rozzi e talvolta crudeli. Eravamo così completamente in loro potere che, se fossero stati uomini malvagi, la nostra situazione sarebbe stata terribile. Ora che il capitano era stato pagato per il nostro passaggio, non avrebbe potuto essere tentato di guadagnare di più consegnandoci a coloro che pretendevano di possederci come proprietà? Ero naturalmente di indole fiduciosa, ma la schiavitù mi aveva resa sospettosa verso chiunque. Fanny non condivideva la mia sfiducia verso il capitano o i suoi uomini. Disse che all'inizio aveva avuto paura, ma che era rimasta a bordo per tre giorni mentre la nave era nel bacino di carenaggio e nessuno l'aveva tradita o trattata in altro modo se non con gentilezza.

Il capitano venne presto a consigliarci di salire sul ponte per prendere aria fresca. Il suo modo di fare amichevole e rispettoso, unito alla testimonianza di Fanny, mi rassicurò e andammo con lui. Ci fece sedere in un posto comodo e di tanto in tanto si intrattenne in conversazione. Ci disse di essere un sudista di nascita, di aver trascorso la maggior parte della sua vita negli Stati schiavisti e di aver perso di recente un fratello che commerciava in schiavi. “Ma”, disse, “è un'attività pietosa e degradante, e mi sono sempre vergognato di riconoscere mio fratello in relazione ad essa”. Mentre passavamo vicino alla Snaky Swamp, la indicò e disse: “Ecco un territorio schiavista che sfida tutte le leggi”. Pensai ai giorni terribili che vi avevo trascorso e, sebbene non fosse chiamata Dismal Swamp, mi fece sentire molto cupa mentre la guardavo.

Non dimenticherò mai quella notte. L'aria balsamica della primavera era così rinfrescante! E come descriverò le mie sensazioni quando navigavamo finalmente sulla baia di Chesapeake? Oh, il sole meraviglioso! La brezza corroborante! E potevo godermeli senza paura né costrizioni. Non avevo mai compreso quali cose magnifiche fossero l'aria e la luce del sole finché non ne ero stata privata.

Dieci giorni dopo aver lasciato terra ci stavamo avvicinando a Philadelphia. Il capitano disse che saremmo arrivati di notte, ma pensava fosse meglio attendere il mattino e sbarcare in pieno giorno, come modo migliore per evitare sospetti.

Risposi: “Lei sa meglio di me. Ma resterà a bordo a proteggerci?”.

Vide che ero sospettosa e disse che gli dispiaceva, ora che ci aveva portato alla fine del nostro viaggio, scoprire che avevo così poca fiducia in lui. Ah, se fosse mai stato uno schiavo avrebbe saputo quanto fosse difficile fidarsi di un uomo bianco. Ci assicurò che potevamo dormire per tutta la notte senza paura; che si sarebbe preso cura di far sì che non restassimo senza protezione. Si dica a onore di questo capitano, sudista com'era, che se Fanny ed io fossimo state signore bianche e il nostro passaggio fosse stato regolarmente prenotato, non avrebbe potuto trattarci con maggior rispetto. Il mio intelligente amico Peter aveva valutato correttamente il carattere dell'uomo al cui onore ci aveva affidate. La mattina seguente ero sul ponte non appena spuntò il giorno. Chiamai Fanny per vedere sorgere il sole, per la prima volta nelle nostre vite, su suolo libero; perché tale credevo che fosse allora. Guardammo il cielo arrossarsi e vedemmo il grande astro levarsi lentamente dall'acqua, a quanto pareva. Presto le onde iniziarono a scintillare e ogni cosa colse quel bel bagliore. Davanti a noi giaceva la città degli estranei. Ci guardammo e gli occhi di entrambe si inumidirono di lacrime. Eravamo fuggite dalla schiavitù e presumevamo di essere al sicuro dai cacciatori. Ma eravamo sole al mondo e avevamo lasciato dietro di noi legami cari; legami crudelmente recisi dal demone Schiavitù.

XXXI. Incidenti a Philadelphia.

Avevo sentito dire che il povero schiavo aveva molti amici al nord. Confidavo che ne avremmo trovati alcuni. Nel frattempo, avremmo dato per scontato che tutti fossero amici, finché non avessero dimostrato il contrario. Cercai il gentile capitano, lo ringraziai per le sue attenzioni e gli dissi che non avrei mai smesso di essergli grata per il servizio che ci aveva reso. Gli affidai un messaggio per gli amici che avevo lasciato a casa ed egli promise di recapitarlo. Fummo messe su una barca a remi e in circa quindici minuti approdammo a un molo di legname a Philadelphia. Mentre stavo lì a guardarmi intorno, l'amichevole capitano mi toccò la spalla e disse: “C'è un uomo di colore dall'aspetto rispettabile dietro di lei. Gli parlerò dei treni per New York e gli dirò che desidera partire direttamente”. Lo ringraziai e gli chiesi di indicarmi alcuni negozi dove potessi comprare guanti e veli. Lo fece e disse che avrebbe parlato con l'uomo di colore finché non fossi tornata. Mi affrettai il più possibile. Il costante esercizio fisico a bordo della nave e i frequenti lavaggi con acqua salata avevano quasi ripristinato l'uso delle mie membra. Il rumore della grande città mi confondeva, ma trovai i negozi e comprai dei veli doppi e dei guanti per Fanny e per me. Il commesso mi disse che costavano così e così tanti "levies". Non avevo mai sentito quella parola prima, ma non glielo dissi. Pensai che se avesse saputo che ero una straniera avrebbe potuto chiedermi da dove venissi. Gli diedi una moneta d'oro e, quando mi diede il resto, lo contai e scoprii quanto valesse un "levy". Tornai al molo, dove il capitano mi presentò all'uomo di colore come il reverendo Jeremiah Durham, pastore della chiesa di Bethel. Mi prese per mano come se fossi stata una vecchia amica. Ci disse che eravamo arrivate troppo tardi per i treni del mattino per New York e che avremmo dovuto attendere fino a sera o alla mattina successiva. Mi invitò ad andare a casa sua, assicurandomi che sua moglie mi avrebbe dato un cordiale benvenuto; e che per la mia amica avrebbe provveduto a una sistemazione presso uno dei suoi vicini. Lo ringraziai per tanta gentilezza verso degli estranei e gli dissi che, se dovevo essere trattenuta, mi sarebbe piaciuto cercare alcune persone che in passato si erano trasferite dalla nostra parte del paese. Il signor Durham insistette affinché pranzassi con lui e poi mi avrebbe aiutata a trovare i miei amici. I marinai vennero a salutarci. Strinsi le loro mani ruvide con le lacrime agli occhi. Erano stati tutti gentili con noi e ci avevano reso un servizio più grande di quanto potessero mai immaginare.

Non avevo mai visto una città così grande, né ero stata in contatto con così tante persone per le strade. Sembrava che coloro che passavano ci guardassero con un'espressione di curiosità. Il mio viso era così bruciato e spellato, per essere rimasta sul ponte al vento e al sole, che pensai non potessero facilmente decidere a quale nazione appartenessi.

La signora Durham mi accolse con un gentile benvenuto, senza pormi alcuna domanda. Ero stanca e i suoi modi amichevoli furono un dolce ristoro. Dio la benedica! Ero certa che avesse confortato altri cuori stanchi prima che io ricevessi la sua solidarietà. Era circondata dal marito e dai figli, in una casa resa sacra da leggi protettive. Pensai ai miei figli e sospirai.

Dopo pranzo il signor Durham andò con me in cerca degli amici di cui avevo parlato. Si erano trasferiti dalla mia città natale e pregustavo molto piacere nel guardare volti familiari. Non erano in casa e ripercorremmo i nostri passi attraverso strade deliziosamente pulite. Lungo la via, il signor Durham osservò che gli avevo parlato di una figlia che speravo di incontrare; che era sorpreso, poiché apparivo così giovane da avermi scambiata per una donna nubile. Si stava avvicinando a un argomento su cui ero estremamente sensibile. Mi avrebbe chiesto di mio marito subito dopo, pensai, e se gli avessi risposto con sincerità, cosa avrebbe pensato di me? Gli dissi che avevo due figli, uno a New York e l'altro al sud. Mi fece altre domande e io gli raccontai francamente alcuni degli eventi più importanti della mia vita. Fu doloroso per me farlo; ma non volevo ingannarlo. Se desiderava essere mio amico, pensai che dovesse sapere fino a che punto ne fossi degna. “Mi scusi, se ho urtato i suoi sentimenti”, disse. “Non l'ho interrogata per vana curiosità. Volevo comprendere la sua situazione, per sapere se potessi esserle di aiuto, o alla sua bambina. Le sue risposte dirette le fanno onore; ma non risponda a chiunque in modo così aperto. Potrebbe dare a certe persone senza cuore un pretesto per trattarla con disprezzo”.

Quella parola "disprezzo" mi bruciò come carboni ardenti. Risposi: “Dio solo sa quanto ho sofferto; e Lui, confido, mi perdonerà. Se mi sarà permesso di avere i miei figli, intendo essere una buona madre e vivere in modo tale che la gente non possa trattarmi con disprezzo”.

“Rispetto i suoi sentimenti”, disse. “Riponga la sua fiducia in Dio e si faccia guidare da buoni principi, e non mancherà di trovare amici”.

Quando raggiungemmo la casa, andai nella mia stanza, lieta di escludere il mondo per un po'. Le parole che aveva pronunciato ebbero un'impressione indelebile su di me. Portarono a galla grandi ombre dal passato lugubre. Nel mezzo delle mie meditazioni fui scossa da un bussare alla porta. La signora Durham entrò, il volto tutto raggiante di gentilezza, per dire che c'era un amico antischiavista al piano di sotto che avrebbe voluto vedermi. Superai la mia paura di incontrare estranei e andai con lei. Molte domande furono fatte riguardo alle mie esperienze e alla mia fuga dalla schiavitù; ma osservai quanto tutti fossero attenti a non dire nulla che potesse ferire i miei sentimenti. Quanto tutto ciò fosse gratificante può essere pienamente compreso solo da coloro che sono stati abituati a essere trattati come se non fossero inclusi nel novero degli esseri umani. L'amico antischiavista era venuto a informarsi sui miei piani e a offrire assistenza, se necessario. Fanny era comodamente sistemata, per il momento, presso un amico del signor Durham. La Società Antischiavista accettò di pagare le sue spese fino a New York. Lo stesso fu offerto a me, ma declinai l'offerta, dicendo loro che mia nonna mi aveva dato abbastanza per pagare le mie spese fino alla fine del viaggio. Fummo esortate a rimanere a Philadelphia qualche giorno, finché non fosse stato trovato un accompagnatore adatto per noi. Accettai volentieri la proposta, poiché nutrivo il timore di incontrare schiavisti e anche un certo timore verso le ferrovie. Non ero mai salita su una carrozza ferroviaria in vita mia e mi sembrava un evento abbastanza importante.

Quella notte cercai il mio cuscino con sentimenti che non avevo mai portato con me prima. Credevo davvero di essere una donna libera. Rimasi sveglia per molto tempo e non appena mi addormentai, fui svegliata dalle campane antincendio. Saltai su e mi affrettai a vestirmi. Da dove venivo, tutti si affrettavano a vestirsi in simili occasioni. I bianchi pensavano che un grande incendio potesse essere usato come una buona opportunità per un'insurrezione e che fosse meglio essere pronti; e le persone di colore venivano chiamate a lavorare per spegnere le fiamme. C'era una sola pompa nella nostra città e le donne e i bambini di colore erano spesso chiamati a trascinarla fino al bordo del fiume e a riempirla. La figlia della signora Durham dormiva nella stessa stanza con me e, vedendo che dormiva durante tutto quel frastuono, pensai fosse mio dovere svegliarla. “Cosa succede?”, disse strofinandosi gli occhi.

“Gridano al fuoco per le strade e le campane suonano”, risposi.

“E con ciò?”, disse lei, assonnata. “Ci siamo abituati. Non ci alziamo mai, a meno che l'incendio non sia molto vicino. Che bene farebbe?”.

Ero piuttosto sorpresa che non fosse necessario per noi andare ad aiutare a riempire la pompa. Ero una bambina ignorante, che stava appena iniziando a imparare come andassero le cose nelle grandi città.

All'alba, sentii donne che gridavano per vendere pesce fresco, bacche, ravanelli e varie altre cose. Tutto ciò era nuovo per me. Mi vestii di buon'ora e mi sedetti alla finestra a guardare quella sconosciuta marea di vita. Philadelphia mi sembrava un luogo meravigliosamente grande. A colazione, la mia idea di uscire a trascinare la pompa fu accolta con una risata e mi unii all'ilarità.

Andai a trovare Fanny e la trovai così ben contenta tra i suoi nuovi amici che non aveva fretta di partire. Ero anch'io molto felice con la mia gentile ospite. Aveva avuto opportunità di istruzione ed era immensamente superiore a me. Ogni giorno, quasi ogni ora, aggiungevo qualcosa al mio piccolo bagaglio di conoscenze. Mi portò fuori a vedere la città quanto riteneva prudente. Un giorno mi portò nello studio di un artista e mi mostrò i ritratti di alcuni dei suoi figli. Non avevo mai visto dipinti di persone di colore prima d'ora e mi sembrarono bellissimi.

Alla fine di cinque giorni, uno degli amici della signora Durham si offrì di accompagnarci a New York la mattina seguente. Mentre tenevo la mano della mia buona ospite in un abbraccio di commiato, desideravo sapere se suo marito le avesse ripetuto ciò che gli avevo detto. Supponevo di sì, ma lei non vi fece mai alcun accenno. Presumo fosse il delicato silenzio della simpatia femminile.

Quando il signor Durham ci consegnò i biglietti, disse: “Temo che avrete un viaggio sgradevole; ma non ho potuto procurarvi i biglietti per le carrozze di prima classe”.

Supponendo di non avergli dato abbastanza denaro, ne offrii dell'altro. “Oh, no”, disse, “non si potevano avere per nessuna somma di denaro. Non permettono alle persone di colore di salire nelle carrozze di prima classe”.

Questo fu il primo brivido al mio entusiasmo per gli Stati Liberi. Alle persone di colore era permesso viaggiare in una scatola sporca, dietro ai bianchi, al sud, ma lì non era richiesto loro di pagare per quel privilegio. Mi rattristò scoprire come il nord scimmiottasse le usanze della schiavitù.

Fummo stipate in una carrozza grande e rozza, con finestre su ogni lato, troppo alte per permetterci di guardare fuori senza alzarci in piedi. Era affollata di persone, apparentemente di ogni nazione. C'erano molti lettini e culle, contenenti bambini che urlavano e scalciavano. Un uomo su due aveva un sigaro o una pipa in bocca e brocche di whisky venivano passate liberamente. I vapori del whisky e il denso fumo di tabacco erano nauseanti per i miei sensi e la mia mente era ugualmente disgustata dalle battute volgari e dalle canzoni licenziose intorno a me. Fu un viaggio molto sgradevole. Da quel momento ci sono stati alcuni miglioramenti in queste faccende.

Quando arrivammo a New York, ero quasi impazzita per la ressa di vetturini che gridavano: “Carrozza, signora?”. Contrattammo con uno di loro per farci portare a Sullivan Street per dodici scellini. Un robusto irlandese si fece avanti e disse: “Vi porto io per sei scellini”. La riduzione della metà del prezzo era un obiettivo per noi, e chiedemmo se potesse portarci subito. “In fede mia che lo farò, signore”, rispose. Notai che i vetturini si sorridevano l’un l’altro, e chiesi se il suo mezzo fosse decoroso. “Sì, è decoroso, signora. Non sia mai che io porti delle signore in una carrozza che non sia decorosa”. Gli demmo i nostri scontrini. Andò a prendere i bagagli e riapparve poco dopo dicendo: “Da questa parte, se vi piace, signore”. Seguimmo e trovammo i nostri bauli su un carretto, e fummo invitate a prendere posto sopra di essi. Gli dicemmo che non era quello il patto, e che doveva togliere i bauli. Giurò che non sarebbero stati toccati finché non gli avessimo pagato sei scellini. Nella nostra situazione non era prudente attirare l’attenzione, ed ero sul punto di pagargli quanto richiesto, quando un uomo lì vicino scosse la testa per dirmi di non farlo. Dopo un gran baccano ci sbarazzammo dell’irlandese e facemmo legare i bauli su una carrozza. Ci avevano raccomandato una pensione a Sullivan Street, e lì ci dirigemmo. Lì Fanny ed io ci separammo. L’Anti-Slavery Society le fornì una casa, e in seguito ebbi notizie di lei, che viveva in condizioni prospere. Mandai a chiamare un vecchio amico della mia parte del paese, che da qualche tempo faceva affari a New York. Venne immediatamente. Gli dissi che volevo andare da mia figlia e gli chiesi di aiutarmi a ottenere un incontro.

Lo avvertii di non far sapere alla famiglia che ero appena arrivata dal sud, perché presumevano che fossi al nord da sette anni. Mi disse che c’era una donna di colore a Brooklyn che veniva dalla mia stessa città, e che sarebbe stato meglio andare a casa sua e farmi incontrare lì da mia figlia. Accettai la proposta con gratitudine, ed egli acconsentì ad accompagnarmi a Brooklyn. Attraversammo il traghetto di Fulton, salimmo per Myrtle Avenue e ci fermammo alla casa che aveva indicato. Stavo proprio per entrare, quando passarono due ragazze. Il mio amico richiamò la mia attenzione su di loro. Mi voltai e riconobbi nella più grande Sarah, la figlia di una donna che soleva vivere con mia nonna, ma che aveva lasciato il sud anni prima. Sorpresa e gioiosa per questo incontro inaspettato, le gettai le braccia al collo e chiesi notizie di sua madre.

“Non noti l’altra ragazza”, disse il mio amico. Mi voltai, e lì stava la mia Ellen! La strinsi al cuore, poi la tenni lontana da me per osservarla. Era cambiata molto nei due anni da quando mi ero separata da lei. I segni dell’abbandono potevano essere scorti da occhi meno attenti di quelli di una madre. Il mio amico ci invitò tutte a entrare in casa; ma Ellen disse che era stata mandata a fare una commissione, che avrebbe sbrigato il più presto possibile, per poi tornare a casa e chiedere alla signora Hobbs di lasciarla venire a trovarmi. Fu stabilito che l’avrei fatta chiamare il giorno seguente. La sua compagna, Sarah, corse a raccontare a sua madre del mio arrivo. Quando entrai in casa, trovai la padrona assente e aspettai il suo ritorno. Prima di vederla, la sentii dire: “Dov’è Linda Brent? Conoscevo bene suo padre e sua madre”. Presto Sarah arrivò con sua madre. Così ci ritrovammo in una bella compagnia, tutti provenienti dal vicinato di mia nonna. Questi amici si raccolsero intorno a me e mi interrogarono con entusiasmo. Rise, piansero e gridarono. Ringraziarono Dio perché ero fuggita dai miei persecutori ed ero al sicuro a Long Island. Fu una giornata di grande emozione. Quanto diversa dai giorni silenziosi che avevo trascorso nel mio triste nascondiglio!

La mattina seguente era domenica. I miei primi pensieri al risveglio furono occupati dal biglietto che dovevo inviare alla signora Hobbs, la signora presso la quale viveva Ellen. Che fossi arrivata di recente in quella zona era evidente; altrimenti avrei chiesto prima di mia figlia. Non sarebbe stato il caso di far sapere che ero appena arrivata dal sud, poiché ciò avrebbe comportato il sospetto di essere stata ospitata lì, e avrebbe potuto portare guai, se non la rovina, a diverse persone.

Mi piace procedere in modo diretto e sono sempre riluttante a ricorrere a sotterfugi. Per quanto le mie vie siano state tortuose, ne do tutta la colpa alla schiavitù. Era quel sistema di violenza e torto che ora non mi lasciava altra alternativa che mettere in atto una menzogna. Iniziai il mio biglietto dichiarando di essere arrivata di recente dal Canada e di desiderare ardentemente che mia figlia venisse a trovarmi. Lei venne e portò un messaggio dalla signora Hobbs, che mi invitava a casa sua e mi assicurava che non dovevo avere alcuna paura. La conversazione che ebbi con la mia bambina non mi lasciò tranquilla. Quando chiesi se fosse ben trattata, rispose di sì; ma non c’era cordialità nel tono, e mi sembrò che lo dicesse per non volermi dare preoccupazioni per conto suo. Prima di lasciarmi, chiese con molta serietà: “Mamma, quando mi porterai a vivere con te?”. Mi rese triste pensare che non potevo darle una casa finché non fossi andata a lavorare per guadagnare i mezzi; e quello avrebbe potuto richiedere molto tempo. Quando fu affidata alla signora Hobbs, l’accordo era che fosse mandata a scuola. Era lì da due anni, aveva ormai nove anni e conosceva a malapena le lettere. Non c’erano scuse per questo, poiché c’erano buone scuole pubbliche a Brooklyn, dove avrebbe potuto essere mandata senza spese.

Rimase con me fino al tramonto e io l’accompagnai a casa. Fui ricevuta in modo amichevole dalla famiglia, e tutti furono concordi nel dire che Ellen era una ragazza utile e buona. La signora Hobbs mi guardò freddamente in faccia e disse: “Suppongo tu sappia che mio cugino, il signor Sands, l’ha data alla mia figlia maggiore. Diventerà una brava cameriera per lei quando sarà cresciuta”. Non risposi una parola. Come poteva lei, che conosceva per esperienza la forza dell’amore di una madre, e che era perfettamente consapevole del rapporto che il signor Sands aveva con i miei figli, come poteva guardarmi in faccia mentre mi infliggeva un tale pugnale nel cuore?

Non fui più sorpresa che l’avessero tenuta in uno stato di tale ignoranza. Il signor Hobbs era stato in passato benestante, ma era fallito e in seguito aveva ottenuto una posizione subordinata alla Dogana. Forse si aspettavano di tornare al sud un giorno; e le conoscenze di Ellen erano più che sufficienti per la condizione di una schiava. Ero impaziente di andare a lavorare e guadagnare denaro, in modo da poter cambiare la posizione incerta dei miei figli. Il signor Sands non aveva mantenuto la sua promessa di emancipare loro. Ero stata ingannata anche riguardo a Ellen. Che sicurezza avevo riguardo a Benjamin? Sentivo di non averne alcuna.

Tornai a casa del mio amico in uno stato d’animo inquieto. Per proteggere i miei figli, era necessario che io possedessi me stessa. Mi dichiaravo libera e a volte mi sentivo tale; ma sapevo di essere insicura. Mi sedetti quella sera e scrissi una lettera civile al dottor Flint, chiedendogli di dichiarare le condizioni minime alle quali mi avrebbe venduta; e poiché appartenevo per legge a sua figlia, scrissi anche a lei, facendo una richiesta simile.

Dal mio arrivo al nord non ero stata incurante del mio caro fratello William. Avevo fatto diligenti ricerche su di lui e, avendone avuto notizie a Boston, mi recai lì. Quando arrivai, scoprii che era andato a New Bedford. Scrissi in quel luogo e fui informata che era partito per una battuta di caccia alla balena e non sarebbe tornato per alcuni mesi. Tornai a New York per trovare un impiego vicino a Ellen. Ricevetti una risposta dal dottor Flint, che non mi diede alcun incoraggiamento. Mi consigliava di tornare e sottomettermi ai miei legittimi proprietari, e allora qualsiasi richiesta avessi fatto sarebbe stata esaudita. Prestai questa lettera a un amico, che la perse; altrimenti ne presenterei una copia ai miei lettori.

XXXIII. Trovata una casa.

La mia più grande ansia ora era quella di ottenere un impiego. La mia salute era notevolmente migliorata, sebbene gli arti continuassero a tormentarmi con gonfiori ogni volta che camminavo molto. La difficoltà maggiore sul mio cammino era che coloro che assumevano degli estranei richiedevano una referenza; e nella mia posizione particolare, non potevo, naturalmente, ottenere alcun certificato dalle famiglie che avevo servito così fedelmente.

Un giorno un conoscente mi parlò di una signora che cercava una balia per il suo bambino, e feci subito domanda per la posizione. La signora mi disse che preferiva una donna che fosse stata madre e abituata alla cura dei neonati. Le dissi che avevo allattato due bambini miei. Mi fece molte domande, ma, con mio grande sollievo, non richiese una referenza dai miei precedenti datori di lavoro. Mi disse che era una donna inglese, e quella fu una circostanza piacevole per me, perché avevo sentito dire che avevano meno pregiudizi contro il colore rispetto agli americani. Fu stabilito che ci saremmo messe alla prova a vicenda per una settimana. La prova si rivelò soddisfacente per entrambe le parti e fui assunta per un mese.

Il Padre celeste era stato molto misericordioso con me nel condurmi in quel posto. La signora Bruce era una signora gentile e premurosa, e si rivelò un’amica vera e comprensiva. Prima che scadesse il mese pattuito, la necessità di salire e scendere le scale frequentemente fece sì che le mie gambe si gonfiassero in modo così doloroso da non essere più in grado di svolgere le mie mansioni. Molte signore mi avrebbero licenziato senza pensarci; ma la signora Bruce prese accordi per risparmiarmi passi e impiegò un medico per assistermi. Non le avevo ancora detto che ero una schiava fuggitiva. Notò che ero spesso triste e ne chiese gentilmente la causa. Parlai del fatto di essere separata dai miei figli e dai parenti che mi erano cari; ma non menzionai la costante sensazione di insicurezza che opprimeva il mio spirito. Desideravo qualcuno a cui confidarmi; ma ero stata così ingannata dai bianchi che avevo perso ogni fiducia in loro. Se mi rivolgevano parole gentili, pensavo fosse per qualche scopo egoistico. Ero entrata in questa famiglia con i sentimenti di diffidenza che avevo portato con me fuori dalla schiavitù; ma prima che fossero passati sei mesi, scoprii che il modo di fare gentile della signora Bruce e i sorrisi del suo adorabile bambino stavano sciogliendo il mio cuore gelato. Anche la mia mente ristretta cominciò ad aprirsi sotto l’influenza della sua conversazione intelligente e delle opportunità di lettura che mi venivano concesse volentieri ogni volta che avevo tempo libero dai miei doveri. Diventai gradualmente più energica e più allegra.

La vecchia sensazione di insicurezza, specialmente riguardo ai miei figli, proiettava spesso la sua ombra oscura sul mio sole. La signora Bruce mi offrì una casa per Ellen; ma per quanto sarebbe stato piacevole, non osai accettare, per paura di offendere la famiglia Hobbs. La loro conoscenza della mia precaria situazione mi metteva nelle loro mani; e sentivo che era importante per me rimanere nelle loro buone grazie, finché, a forza di lavoro e risparmi, non avessi potuto costruire una casa per i miei figli. Ero ben lontana dal sentirmi soddisfatta della situazione di Ellen. Non era ben curata. A volte veniva a New York a trovarmi; ma generalmente portava una richiesta della signora Hobbs affinché le comprassi un paio di scarpe o qualche capo di abbigliamento. Ciò era accompagnato dalla promessa di pagamento quando lo stipendio del signor Hobbs alla Dogana fosse stato riscosso; ma in un modo o nell’altro il giorno del pagamento non arrivava mai. Così molti dollari dei miei guadagni venivano spesi per tenere la mia bambina vestita dignitosamente. Quello, tuttavia, era un problema lieve rispetto alla paura che i loro imbarazzi pecuniari potessero indurli a vendere la mia preziosa figlioletta. Sapevo che erano in costante comunicazione con gente del sud e che avevano frequenti opportunità di farlo. Ho già detto che quando il dottor Flint mise Ellen in prigione, a due anni, aveva un’infiammazione agli occhi, causata dal morbillo. Questa malattia la tormentava ancora; e la gentile signora Bruce propose che venisse a New York per un po’, per essere sotto le cure del dottor Elliott, un oculista molto noto. Non mi venne in mente che ci fosse qualcosa di inappropriato nel fatto che una madre facesse una simile richiesta; ma la signora Hobbs era molto arrabbiata e si rifiutò di lasciarla venire. Data la mia situazione, non era opportuno insistere. Non feci alcuna lamentela, ma desideravo essere completamente libera di agire come una madre verso i miei figli. La volta successiva che andai a Brooklyn, la signora Hobbs, come per scusarsi della sua rabbia, mi disse di aver impiegato il proprio medico per curare gli occhi di Ellen, e che aveva rifiutato la mia richiesta perché non considerava sicuro affidarla a New York. Accettai la spiegazione in silenzio; ma lei mi aveva detto che la mia bambina apparteneva a sua figlia, e sospettavo che il suo vero motivo fosse la paura che io portassi via la sua proprietà. Forse le facevo un torto; ma la mia conoscenza dei sudisti rendeva difficile per me pensarla diversamente.

Dolce e amaro erano mescolati nella coppa della mia vita, ed ero grata che avesse smesso di essere interamente amara. Amavo la bambina della signora Bruce. Quando rideva e tubava in faccia a me, e attorcigliava le sue piccole braccia tenere con fiducia intorno al mio collo, mi faceva pensare al tempo in cui Benny ed Ellen erano neonati, e il mio cuore ferito veniva lenito. Una luminosa mattina, mentre stavo alla finestra cullando la bambina tra le braccia, la mia attenzione fu attirata da un giovane in abiti da marinaio, che osservava da vicino ogni casa mentre passava. Lo guardai intensamente. Poteva essere mio fratello William? Doveva essere lui, eppure, quanto era cambiato! Sistemai la bambina al sicuro, volai giù per le scale, aprii la porta d’ingresso, feci cenno al marinaio e in meno di un minuto fui stretta tra le braccia di mio fratello. Quante cose avevamo da dirci! Quanto ridemmo e quanto piangemmo sulle reciproche avventure! Lo portai a Brooklyn e lo vidi di nuovo con Ellen, la cara bambina che aveva amato e accudito così premurosamente, mentre io ero rinchiusa nel mio miserabile nascondiglio. Rimase a New York una settimana. I suoi vecchi sentimenti di affetto per me e Ellen erano vivi come sempre. Non ci sono legami così forti come quelli formati dalla sofferenza condivisa.

XXXIV. Di nuovo il vecchio nemico.

La mia giovane padrona, la signorina Emily Flint, non diede alcuna risposta alla mia lettera in cui chiedevo il suo consenso al fatto di essere venduta. Ma dopo un po’, ricevetti una risposta, che si supponeva fosse stata scritta dal suo fratello minore. Per godere correttamente del contenuto di questa lettera, il lettore deve tenere a mente che la famiglia Flint presumeva che io fossi al nord da molti anni. Non avevano idea che io sapessi delle tre incursioni del dottore a New York in mia ricerca; che avessi sentito la sua voce, quando venne a prendere in prestito cinquecento dollari per quel motivo; e che l’avessi visto passare mentre si dirigeva verso il battello a vapore. Né erano consapevoli che tutti i particolari della morte e della sepoltura di zia Nancy mi fossero stati comunicati nel momento in cui accaddero. Ho conservato la lettera, di cui accludo qui sotto una copia:

“La tua lettera a mia sorella è stata ricevuta pochi giorni fa. Deduco da essa che desideri tornare al tuo luogo natio, tra i tuoi amici e parenti. Siamo rimasti tutti gratificati dal contenuto della tua lettera; e lascia che ti assicuri che se qualche membro della famiglia ha avuto un qualche sentimento di risentimento nei tuoi confronti, non lo prova più. Siamo tutti solidali con te nella tua sfortunata condizione e siamo pronti a fare tutto ciò che è in nostro potere per renderti contenta e felice. È difficile per te tornare a casa come persona libera. Se venissi acquistata da tua nonna, è dubbio che ti sarebbe permesso di rimanere, sebbene sarebbe lecito farlo. Se a una serva venisse permesso di riscattarsi, dopo essersi assentata così a lungo dai suoi proprietari, e tornare libera, avrebbe un effetto dannoso. Dalla tua lettera, penso che la tua situazione debba essere dura e scomoda. Torna a casa. È in tuo potere essere reintegrata nei nostri affetti. Ti accoglieremmo a braccia aperte e lacrime di gioia. Non devi temere alcun trattamento spiacevole, poiché non ci siamo presi alcun disturbo né abbiamo sostenuto alcuna spesa per riprenderti. Se l’avessimo fatto, forse ci sentiremmo diversamente. Sai che mia sorella ti è sempre stata affezionata e che non sei mai stata trattata come una schiava. Non sei mai stata adibita a lavori pesanti, né esposta al lavoro nei campi. Al contrario, sei stata accolta in casa e trattata come una di noi, e quasi come libera; e noi, almeno, sentivamo che tu fossi superiore al disonorarti scappando. Credere che tu possa essere indotta a tornare a casa volontariamente mi ha spinto a scrivere per mia sorella. La famiglia sarà lieta di vederti; e la tua povera vecchia nonna ha espresso un grande desiderio di vederti arrivare, quando ha sentito leggere la tua lettera. Nella sua vecchiaia ha bisogno della consolazione di avere i suoi figli intorno a sé. Senza dubbio avrai sentito della morte di tua zia. Era una serva fedele e una fedele membro della chiesa episcopale. Nella sua vita cristiana ci ha insegnato come vivere – e, oh, troppo alto il prezzo della conoscenza, ci ha insegnato come morire! Se avessi potuto vederci intorno al suo letto di morte, con sua madre, tutti a mescolare le nostre lacrime in un unico flusso comune, avresti pensato che esistesse lo stesso legame sentito tra un padrone e il suo servitore, come tra una madre e suo figlio. Ma questo argomento è troppo doloroso per soffermarvisi. Devo concludere la mia lettera. Se sei contenta di stare lontana dalla tua vecchia nonna, dalla tua bambina e dagli amici che ti amano, resta dove sei. Non ci prenderemo mai la briga di catturarti. Ma se preferissi tornare a casa, faremo tutto il possibile per renderti felice. Se non desideri rimanere in famiglia, so che mio padre, su nostra persuasione, sarà indotto a lasciarti acquistare da qualsiasi persona tu scelga nella nostra comunità. Risponderai a questa il prima possibile e ci farai conoscere la tua decisione. Mia sorella ti manda tanto affetto. Nel frattempo credimi tuo sincero amico e benevolo.”

Questa lettera era firmata dal fratello di Emily, che era ancora solo un ragazzo. Sapevo, dallo stile, che non era stata scritta da una persona della sua età, e sebbene la scrittura fosse camuffata, ero stata resa troppo infelice da essa, negli anni passati, per non riconoscere subito la mano del dottor Flint. Oh, l’ipocrisia dei proprietari di schiavi! La vecchia volpe supponeva che fossi così oca da finire in una trappola del genere? In verità, faceva troppo affidamento sulla “stupidità della razza africana”. Non restituii alla famiglia Flint alcun ringraziamento per il loro cordiale invito: una negligenza per la quale, senza dubbio, fui accusata di ingratitudine infame.

Non molto tempo dopo ricevetti una lettera da un amico al sud, la quale mi informava che il dottor Flint stava per recarsi al nord. La lettera era stata ritardata e supposi che egli potesse essere già in viaggio. La signora Bruce non sapeva che fossi una fuggitiva. Le dissi che importanti affari mi chiamavano a Boston, dove si trovava allora mio fratello, e chiesi il permesso di portare un’amica a sostituirmi come balia per una quindicina di giorni. Iniziai il mio viaggio immediatamente; e appena arrivata, scrissi a mia nonna che, se Benny fosse venuto, doveva essere mandato a Boston. Sapevo che lei stava solo aspettando una buona occasione per mandarlo al nord e, fortunatamente, aveva il potere legale di farlo, senza chiedere il permesso a nessuno. Era una donna libera; e quando i miei figli furono acquistati, il signor Sands preferì che l’atto di vendita fosse redatto a nome di lei. Si congetturò che avesse anticipato lui il denaro, ma non ne si ebbe certezza. Al sud, un gentiluomo può avere una schiera di figli di colore senza alcun disonore; ma se si sa che li acquista con l’intenzione di renderli liberi, l’esempio è considerato pericoloso per la loro “istituzione peculiare” ed egli diventa impopolare.

C’era una buona opportunità per mandare Benny su un bastimento diretto a New York. Fu messo a bordo con una lettera per un amico, a cui fu chiesto di farlo partire per Boston. Di buon mattino, ci fu un colpo forte alla mia porta e Benjamin irruppe, tutto senza fiato. “Oh, madre!” esclamò, “eccomi qui! Ho corso per tutto il tragitto; e sono venuto tutto solo. Come stai?”

Oh lettore, puoi immaginare la mia gioia? No, non puoi, a meno che tu non sia stata una madre schiava. Benjamin parlò a raffica, più veloce di quanto la sua lingua potesse andare. “Madre, perché non porti Ellen qui? Sono andato a Brooklyn a trovarla, e si è sentita molto male quando le ho detto addio. Ha detto: ‘Oh Ben, vorrei venire anch’io’. Pensavo che ne sapesse un sacco; invece non ne sa quanto me; perché io so leggere e lei no. E, madre, ho perso tutti i miei vestiti venendo qui. Cosa posso fare per prenderne degli altri? Suppongo che i ragazzi liberi possano cavarsela qui al nord proprio come i ragazzi bianchi.”

Non mi piaceva dire a quel piccolo, ottimista e felice compagno quanto si sbagliasse. Lo portai da un sarto e gli procurai un cambio di abiti. Il resto della giornata fu trascorso nel chiederci e risponderci a vicenda, con il desiderio costantemente ripetuto che la buona vecchia nonna fosse con noi, e frequenti ingiunzioni da parte di Benny di scriverle immediatamente, assicurandomi di raccontarle tutto del suo viaggio e del suo percorso verso Boston.

Il dottor Flint fece la sua visita a New York e fece ogni sforzo per venire a trovarmi e invitarmi a tornare con lui; ma non essendo in grado di accertare dove fossi, le sue intenzioni ospitali furono frustrate e l’affettuosa famiglia, che mi aspettava a “braccia aperte”, fu condannata alla delusione.

Non appena seppi che era sano e salvo a casa, affidai Benjamin alle cure di mio fratello William e tornai dalla signora Bruce. Lì rimasi per tutto l’inverno e la primavera, cercando di adempiere fedelmente ai miei doveri e trovando una buona dose di felicità nelle attrattive della piccola Mary, nella premurosa gentilezza della sua eccellente madre e nei colloqui occasionali con la mia amata figlia.

Ma quando arrivò l’estate, il vecchio sentimento di insicurezza mi perseguitò. Era necessario che portassi fuori la piccola Mary quotidianamente, per l’esercizio fisico e l’aria fresca, e la città brulicava di gente del sud, alcuni dei quali avrebbero potuto riconoscermi. Il tempo caldo fa uscire i serpenti e i proprietari di schiavi, e la prima classe di creature velenose mi piace tanto quanto la seconda. Che conforto è, essere liberi di dirlo!

XXXV. Pregiudizio contro il colore.

Fu un sollievo per la mia mente vedere i preparativi per lasciare la città. Andammo ad Albany sul battello a vapore Knickerbocker. Quando suonò il gong per il tè, la signora Bruce disse: “Linda, è tardi, e tu e la bambina fareste meglio a venire a tavola con me”. Risposi: “So che è ora che la bambina ceni, ma preferirei non venire con lei, se le va bene. Ho paura di essere insultata”. “Oh no, non se sei con me”, disse lei. Vidi diverse balie bianche andare con le loro signore e mi avventurai a fare lo stesso. Eravamo all’estremità estrema del tavolo. Non appena mi fui seduta, una voce burbera disse: “Alzati! Sai che non ti è permesso sederti qui”. Guardai in su e, con mio stupore e indignazione, vidi che chi parlava era un uomo di colore. Se il suo ufficio richiedeva che facesse rispettare i regolamenti della nave, avrebbe potuto, almeno, farlo con cortesia. Risposi: “Non mi alzerò, a meno che il capitano non venga a prendermi”. Non mi fu offerta alcuna tazza di tè, ma la signora Bruce mi porse la sua e ne chiese un’altra. Guardai per vedere se le altre balie venissero trattate in modo simile. Erano tutte servite adeguatamente.

La mattina seguente, quando ci fermammo a Troy per la colazione, tutti correvano verso il tavolo. La signora Bruce disse: “Prendimi a braccetto, Linda, e andremo dentro insieme”. Il proprietario la sentì e disse: “Signora, vuole permettere alla sua balia e alla bambina di fare colazione con la mia famiglia?”. Sapevo che questo doveva essere attribuito al mio incarnato; ma egli parlò con cortesia e perciò non ci feci caso.

A Saratoga trovammo lo United States Hotel affollato e il signor Bruce prese uno dei cottage appartenenti all’albergo. Avevo pensato, con gioia, di andare alla tranquillità della campagna, dove avrei incontrato poche persone, ma qui mi ritrovai nel bel mezzo di uno sciame di gente del sud. Mi guardai intorno con paura e tremore, temendo di vedere qualcuno che mi riconoscesse. Fui rallegrata nello scoprire che saremmo rimasti solo per poco tempo.

Tornammo presto a New York, per prendere accordi per trascorrere il resto dell’estate a Rockaway. Mentre la lavandaia metteva in ordine i vestiti, colsi l’occasione per andare a Brooklyn a vedere Ellen. La incontrai mentre andava in un negozio di alimentari e le prime parole che disse furono: “Oh, madre, non andare dalla signora Hobbs. Suo fratello, il signor Thorne, è venuto dal sud e forse dirà dove sei”. Accettai l’avvertimento. Le dissi che sarei andata via con la signora Bruce il giorno seguente e che avrei cercato di vederla al mio ritorno.

Essendo in servitù verso la razza anglosassone, non fui messa in una “carrozza Jim Crow” mentre andavamo a Rockaway, né fui invitata a cavalcare per le strade sopra dei bauli in un camion; ma ovunque trovai le stesse manifestazioni di quel crudele pregiudizio che scoraggia tanto i sentimenti e reprime le energie della gente di colore. Raggiungemmo Rockaway prima che facesse buio e prendemmo alloggio al Pavilion, un grande albergo, splendidamente situato in riva al mare, una grande meta del mondo alla moda. Trenta o quaranta balie erano lì, di una grande varietà di nazioni. Alcune delle signore avevano cameriere e cocchieri di colore, ma io ero l’unica balia tinta dal sangue dell’Africa. Quando suonò il campanello per il tè, presi la piccola Mary e seguii le altre balie. La cena fu servita in una lunga sala. Un giovane, che aveva l’ordine delle cose, fece il giro del tavolo due o tre volte e finalmente mi indicò un posto all’estremità inferiore. Dato che c’era solo una sedia, mi sedetti e presi la bambina in grembo. Dopodiché il giovane venne da me e disse, nel modo più blando possibile: “Le dispiacerebbe far sedere la bambina sulla sedia, stare dietro di essa e imboccarla? Dopo che avranno finito, le sarà indicato il retrocucina, dove avrà una buona cena”.

Questo fu il culmine! Trovai difficile mantenere l’autocontrollo quando mi guardai intorno e vidi donne che erano balie, come me, e solo una sfumatura più chiare di incarnato, che mi fissavano con uno sguardo di sfida, come se la mia presenza fosse una contaminazione. Comunque, non dissi nulla. Presi tranquillamente la bambina tra le braccia, andai nella nostra camera e rifiutai di tornare al tavolo. Il signor Bruce ordinò che i pasti fossero portati in camera per la piccola Mary e per me. Questo funzionò per alcuni giorni; ma i camerieri dello stabilimento erano bianchi e presto iniziarono a lamentarsi, dicendo che non erano stati assunti per servire i negri. Il proprietario chiese al signor Bruce di mandarmi giù per i pasti, perché i suoi servitori si ribellavano al portarli su e i servitori di colore degli altri ospiti erano insoddisfatti perché non tutti venivano trattati allo stesso modo.

La mia risposta fu che i servitori di colore avrebbero dovuto essere insoddisfatti di se stessi, per non avere abbastanza rispetto di sé da sottostare a un tale trattamento; che non c’era differenza nel prezzo della pensione per i servitori di colore e quelli bianchi, e non c’era alcuna giustificazione per la differenza di trattamento. Rimasi un mese dopo questo fatto e, scoprendo che ero risoluta a difendere i miei diritti, conclusero di trattarmi bene. Che ogni uomo e donna di colore faccia questo, e alla fine cesseremo di essere calpestati dai nostri oppressori.

XXXVI. La fuga per un pelo.

Dopo che tornammo a New York, colsi la prima occasione per andare a vedere Ellen. Chiesi che fosse chiamata giù al piano di sotto; poiché supponevo che il fratello meridionale della signora Hobbs potesse essere ancora lì, ed ero desiderosa di evitare di vederlo, se possibile. Ma la signora Hobbs venne in cucina e insistette affinché salissi al piano di sopra. “Mio fratello vuole vederti”, disse, “ed è dispiaciuto che tu sembri evitarlo. Sa che vivi a New York. Mi ha detto di dirti che deve ringraziare la buona vecchia zia Martha per troppi piccoli atti di gentilezza per essere così vile da tradire sua nipote”.

Questo signor Thorne era diventato povero e sconsiderato molto tempo prima di lasciare il sud, e tali persone preferiscono di gran lunga andare da uno dei vecchi schiavi fedeli per farsi prestare un dollaro o ottenere una buona cena, piuttosto che andare da uno che considerano un loro pari. Erano atti di gentilezza come questi per i quali professava di sentirsi grato verso mia nonna. Avrei voluto che se ne stesse lontano, ma dato che era lì e sapeva dove mi trovavo, conclusi che non c’era nulla da guadagnare cercando di evitarlo; al contrario, avrebbe potuto essere il mezzo per suscitare la sua malevolenza. Seguii sua sorella al piano di sopra. Mi accolse in modo molto amichevole, mi congratulò per la mia fuga dalla schiavitù e sperò che avessi un buon posto, dove mi sentissi felice.

Continuai a visitare Ellen il più spesso possibile. Lei, bambina buona e premurosa, non dimenticava mai la mia situazione rischiosa, ma manteneva sempre una guardia vigile per la mia incolumità. Non si lamentava mai dei propri disagi e problemi; ma l’occhio osservatore di una madre percepiva facilmente che non era felice. In occasione di una delle mie visite la trovai insolitamente seria. Quando le chiesi cosa ci fosse, disse che non c’era nulla. Ma insistetti nel voler sapere cosa la facesse apparire così grave. Alla fine, appresi che si sentiva turbata dalla dissolutezza che continuava a verificarsi in casa. Veniva mandata molto spesso al negozio per rum e brandy, e si vergognava di chiederlo così spesso; e il signor Hobbs e il signor Thorne bevevano molto, e le mani tremavano loro così tanto che dovevano chiamarla per versare loro da bere. “Ma nonostante tutto”, disse, “il signor Hobbs è buono con me e non posso fare a meno di volergli bene. Mi dispiace per lui”. Cercai di confortarla, dicendole che avevo messo da parte cento dollari e che, prima o poi, speravo di poter dare a lei e a Benjamin una casa e mandarli a scuola. Lei era sempre desiderosa di non aggiungere ai miei problemi più di quanto potesse evitare, e non scoprii fino a anni dopo che l’intemperanza del signor Thorne non era l’unico fastidio che subiva da lui. Sebbene professasse troppa gratitudine verso mia nonna per ferire alcuno dei suoi discendenti, aveva riversato un linguaggio vile alle orecchie della sua innocente pronipote.

Di solito andavo a Brooklyn a trascorrere il pomeriggio della domenica. Una domenica, trovai Ellen che mi aspettava ansiosamente vicino alla casa. “Oh, madre”, disse, “ti sto aspettando da molto tempo. Temo che il signor Thorne abbia scritto per dire al dottor Flint dove sei. Fai in fretta ed entra. La signora Hobbs ti racconterà tutto!”

La storia fu presto raccontata. Mentre i bambini giocavano nel pergolato, il giorno prima, il signor Thorne era uscito con una lettera in mano, che aveva strappato e sparso in giro. Ellen stava spazzando il cortile in quel momento e, avendo la mente piena di sospetti su di lui, raccolse i pezzi e li portò ai bambini, dicendo: “Mi chiedo a chi abbia scritto il signor Thorne”.

“Sono sicura di non saperlo, e non mi interessa”, rispose il più grande dei bambini; “e non vedo come riguardi te”.

“Ma mi riguarda”, rispose Ellen; “perché temo che abbia scritto al sud riguardo a mia madre”.

Rise di lei e la chiamò sciocca, ma con buone maniere misero insieme i frammenti dello scritto, per leggerglieli. Non appena furono sistemati, la ragazzina esclamò: “Ti giuro, Ellen, credo che tu abbia ragione”.

Il contenuto della lettera del signor Thorne, per quanto riesco a ricordare, era il seguente: “Ho visto la tua schiava, Linda, e ho conversato con lei. Può essere presa molto facilmente, se agisci con prudenza. Ci sono abbastanza di noi qui per giurare sulla sua identità come tua proprietà. Sono un patriota, un amante del mio paese, e faccio questo come atto di giustizia verso le leggi”. Concluse informando il dottore della via e del numero civico dove vivevo. I bambini portarono i pezzi alla signora Hobbs, che andò immediatamente nella stanza di suo fratello per una spiegazione. Lui non si trovava da nessuna parte. I servitori dissero di averlo visto uscire con una lettera in mano e suppose che fosse andato all’ufficio postale. La deduzione naturale era che avesse mandato al dottor Flint una copia di quei frammenti. Quando tornò, sua sorella lo accusò di ciò, ed egli non negò l’accusa. Andò immediatamente nella sua stanza e la mattina dopo era sparito. Era andato a New York, prima che chiunque in famiglia fosse in piedi.

Era evidente che non avevo tempo da perdere; e tornai in città in fretta con il cuore pesante. Di nuovo stavo per essere strappata da una casa confortevole e tutti i miei piani per il benessere dei miei figli stavano per essere frustrati da quel demone della Schiavitù! Ora rimpiangevo di non aver mai raccontato la mia storia alla signora Bruce. Non l’avevo nascosta solo per il fatto di essere una fuggitiva; questo l’avrebbe resa ansiosa, ma avrebbe suscitato simpatia nel suo cuore gentile. Tenevo alla sua buona opinione e temevo di perderla, se le avessi raccontato tutti i dettagli della mia triste storia. Ma ora sentivo che era necessario che lei sapesse come ero messa. Una volta l’avevo lasciata bruscamente, senza spiegare il motivo, e non sarebbe stato corretto farlo di nuovo. Tornai a casa risoluta a dirglielo al mattino. Ma la tristezza sul mio volto attirò la sua attenzione e, in risposta alle sue gentili domande, le riversai tutto il mio cuore, prima dell’ora di andare a letto. Lei ascoltò con vera simpatia femminile e mi disse che avrebbe fatto tutto il possibile per proteggermi. Come il mio cuore la benedisse!

La mattina presto del giorno successivo, il giudice Vanderpool e l’avvocato Hopper furono consultati. Dissero che avrei fatto meglio a lasciare la città immediatamente, poiché il rischio sarebbe stato grande se il caso fosse arrivato in tribunale. La signora Bruce mi portò in carrozza a casa di una delle sue amiche, dove mi assicurò che sarei stata al sicuro finché mio fratello non fosse potuto arrivare, cosa che sarebbe successa in pochi giorni. Nell’intervallo i miei pensieri furono molto occupati da Ellen. Lei era mia per nascita, ed era anche mia secondo la legge del Sud, dato che mia nonna deteneva l’atto di vendita che la rendeva tale. Non sentivo che fosse al sicuro se non l’avevo con me. La signora Hobbs, che si sentiva male per il tradimento di suo fratello, cedette alle mie suppliche, a condizione che tornasse dopo dieci giorni. Evitai di fare alcuna promessa. Venne da me vestita con indumenti molto sottili, tutti fuori misura, e con una cartella scolastica al braccio, contenente pochi oggetti. Era la fine di ottobre e sapevo che la bambina doveva soffrire; e non osando uscire per le strade per comprare alcunché, mi tolsi la mia sottana di flanella e la trasformai in una per lei. La gentile signora Bruce venne a dirmi addio e, quando vide che mi ero tolta i vestiti per mia figlia, le lacrime le vennero agli occhi. Disse: “Aspettami, Linda”, e uscì. Tornò presto con uno scialle bello caldo e un cappuccio per Ellen. Davvero, di anime come la sua è il regno dei cieli.

Mio fratello raggiunse New York mercoledì. L’avvocato Hopper ci consigliò di andare a Boston lungo la rotta di Stonington, poiché c’era meno traffico di gente del Sud in quella direzione. La signora Bruce ordinò ai suoi servitori di dire a chiunque chiedesse che vivevo lì in precedenza, ma che ero partita dalla città. Raggiungemmo il battello a vapore Rhode Island sani e salvi. Quella nave impiegava personale di colore, ma sapevo che i passeggeri di colore non erano ammessi in cabina. Ero molto desiderosa della reclusione della cabina, non solo per via dell’esposizione all’aria notturna, ma anche per evitare di essere osservata. L’avvocato Hopper ci stava aspettando a bordo. Parlò con la hostess e chiese, come particolare favore, che ci trattasse bene. Mi disse: “Vada a parlare lei stessa con il capitano tra poco. Porti la sua bambina con lei e sono certo che non la lascerà dormire sul ponte”. Con queste gentili parole e una stretta di mano se ne andò.

La barca era presto in cammino, portandomi rapidamente lontano dalla casa amichevole dove avevo sperato di trovare sicurezza e riposo. Mio fratello mi aveva lasciata per acquistare i biglietti, pensando che avrei potuto avere più fortuna di lui. Quando la hostess venne da me, pagai quanto richiesto ed ella mi diede tre biglietti con gli angoli tagliati. Nel modo più ingenuo dissi: “Ha fatto un errore; le ho chiesto biglietti per la cabina. Non posso assolutamente acconsentire a dormire sul ponte con la mia bambina”. Mi assicurò che non c’era alcun errore. Disse che su alcune rotte alle persone di colore era permesso dormire in cabina, ma non su questa, molto frequentata dai ricchi. Le chiesi di accompagnarmi all’ufficio del capitano, e lei rispose che lo avrebbe fatto dopo il tè. Quando giunse il momento, presi Ellen per mano e andai dal capitano, chiedendogli cortesemente di cambiare i nostri biglietti, poiché saremmo state molto a disagio sul ponte. Rispose che era contrario alle loro usanze, ma che avrebbe fatto in modo che avessimo delle cuccette al piano di sotto; avrebbe anche cercato di ottenere dei posti comodi per noi nelle carrozze; di questo non era certo, ma ne avrebbe parlato col conduttore all’arrivo della barca. Lo ringraziai e tornai nella cabina delle signore. Venne in seguito a dirmi che il conduttore delle carrozze era a bordo, che gli aveva parlato e che lui aveva promesso di prendersi cura di noi. Fui molto sorpresa di ricevere tanta gentilezza. Non so se il viso piacevole della mia bambina avesse conquistato il suo cuore, o se la hostess avesse dedotto dai modi dell’avvocato Hopper che io fossi una fuggitiva, e avesse perorato la mia causa.

Quando la barca arrivò a Stonington, il conduttore mantenne la promessa e ci mostrò i posti nella prima carrozza, la più vicina alla locomotiva. Ci chiese di sederci vicino alla porta, ma mentre passava, ci avventurammo verso l’altra estremità della carrozza. Non ci fu rivolta alcuna inciviltà e raggiungemmo Boston sane e salve.

Il giorno dopo il mio arrivo fu uno dei più felici della mia vita. Mi sentivo come se fossi fuori dalla portata dei segugi; e, per la prima volta dopo molti anni, avevo entrambi i miei figli con me. Si godettero molto la loro riunione, ridendo e chiacchierando allegramente. Li guardavo con il cuore che mi scoppiava. Ogni loro movimento mi deliziava.

Non potevo sentirmi al sicuro a New York, e accettai l’offerta di un’amica di dividere le spese e tenere casa insieme. Esposi alla signora Hobbs che Ellen doveva ricevere un’istruzione e che doveva rimanere con me a tale scopo. Lei si vergognava di non saper leggere o compitare alla sua età, così invece di mandarla a scuola con Benny, la istruii io stessa finché non fu pronta per entrare in una scuola intermedia. L’inverno trascorse piacevolmente, mentre io ero occupata con il mio ago e i miei figli con i loro libri.

XXXVII. Una visita in Inghilterra

In primavera giunsero notizie tristi. La signora Bruce era morta. Mai più, in questo mondo, avrei visto il suo volto gentile, né udito la sua voce comprensiva. Avevo perso un’amica eccellente e la piccola Mary aveva perso una madre tenera. Il signor Bruce desiderava che la bambina facesse visita ad alcuni parenti di sua madre in Inghilterra, ed era desideroso che io me ne prendessi cura. La piccola orfana era abituata a me ed era legata a me, e pensai che sarebbe stata più felice sotto la mia custodia che sotto quella di un’estranea. Potevo anche guadagnare di più in questo modo che con il mio ago. Così misi Benny a bottega e lasciai Ellen a casa con la mia amica per andare a scuola.

Partimmo da New York e arrivammo a Liverpool dopo un piacevole viaggio di dodici giorni. Proseguimmo direttamente per Londra e prendemmo alloggio all’Adelaide Hotel. La cena mi parve meno lussuosa di quelle che avevo visto negli alberghi americani; ma la mia situazione era indicibilmente più piacevole. Per la prima volta nella mia vita ero in un luogo dove venivo trattata in base al mio comportamento, senza riferimento al mio colore della pelle. Mi sentivo come se una grande macina fosse stata sollevata dal mio petto. Sistemata in una stanza piacevole, con la mia cara piccola protetta, appoggiai la testa sul cuscino, per la prima volta, con la deliziosa consapevolezza di una libertà pura e genuina.

Poiché avevo la cura costante della bambina, avevo poche opportunità di vedere le meraviglie di quella grande città; ma osservavo il flusso di vita che scorreva per le strade, e lo trovavo uno strano contrasto con la stagnazione nelle nostre città del Sud. Il signor Bruce portò la sua figlioletta a trascorrere alcuni giorni con amici a Oxford Crescent, e naturalmente fu necessario che io l’accompagnassi. Avevo sentito molto parlare del metodo sistematico dell’istruzione inglese, ed ero molto desiderosa che la mia cara Mary procedesse rettamente in mezzo a tanta correttezza. Osservavo da vicino le sue piccole compagne di gioco e le loro tate, pronta a trarre qualsiasi lezione nella scienza della buona gestione. I bambini erano più rosei di quelli americani, ma non vidi che differissero materialmente sotto altri aspetti. Erano come tutti i bambini: a volte docili e a volte capricciosi.

Andammo poi a Steventon, nel Berkshire. Era una cittadina, detta la più povera della contea. Vedevo uomini lavorare nei campi per sei o sette scellini a settimana, e donne per sei o sette pence al giorno, con i quali dovevano provvedere al vitto. Naturalmente vivevano nel modo più primitivo; non poteva essere altrimenti, laddove il salario di una donna per un’intera giornata non bastava a comprare una libbra di carne. Pagavano affitti molto bassi e i loro vestiti erano fatti dei tessuti più economici, sebbene molto migliori di quelli che si sarebbero potuti acquistare negli Stati Uniti con la stessa somma. Avevo sentito molto parlare dell’oppressione dei poveri in Europa. Le persone che vedevo intorno a me erano, molte di loro, tra i più poveri dei poveri. Ma quando le visitavo nei loro piccoli cottage dal tetto di paglia, sentivo che la condizione anche del più meschino e ignorante tra loro era vastamente superiore alla condizione degli schiavi più favoriti in America. Lavoravano sodo; ma non venivano chiamati a faticare mentre le stelle erano ancora in cielo, e spinti e frustati da un sorvegliante, attraverso il caldo e il freddo, finché le stelle non tornavano a brillare. Le loro case erano molto umili; ma erano protette dalla legge. Nessuna pattuglia insolente poteva arrivare, nel cuore della notte, e frustarli a suo piacimento. Il padre, quando chiudeva la porta del suo cottage, si sentiva al sicuro con la sua famiglia intorno. Nessun padrone o sorvegliante poteva venire e portargli via la moglie o la figlia. Dovevano separarsi per guadagnarsi da vivere; ma i genitori sapevano dove andavano i loro figli e potevano comunicare con loro tramite lettere. I rapporti tra marito e moglie, genitore e figlio, erano troppo sacri perché il più ricco nobile del paese potesse violarli impunemente. Molto veniva fatto per illuminare queste povere persone. Venivano istituite scuole tra loro e società di beneficenza erano attive nel cercare di migliorare la loro condizione. Non c’era alcuna legge che proibisse loro di imparare a leggere e scrivere; e se si aiutavano a vicenda a compitare la Bibbia, non correvano il pericolo di ricevere trentanove frustate, come accadde a me e al povero, pio, vecchio zio Fred. Ripeto che il più ignorante e il più indigente di questi contadini stava mille volte meglio dello schiavo americano più viziato.

Non nego che i poveri siano oppressi in Europa. Non sono disposta a dipingere la loro condizione a tinte così rosee come l’onorevole Miss Murray dipinge la condizione degli schiavi negli Stati Uniti. Una piccola parte della mia esperienza le consentirebbe di leggere le sue stesse pagine con occhi unti. Se mettesse da parte il suo titolo e, invece di frequentare l’alta società, si domosticasse come una povera governante in qualche piantagione in Louisiana o Alabama, vedrebbe e udirebbe cose che la farebbero raccontare una storia ben diversa.

La mia visita in Inghilterra è un evento memorabile della mia vita, per il fatto di avervi ricevuto forti impressioni religiose. Il modo sprezzante con cui la comunione era stata amministrata alle persone di colore nel mio luogo natio; l’appartenenza alla chiesa del dottor Flint, e di altri come lui; e la compravendita di schiavi da parte di sedicenti ministri del Vangelo, mi avevano dato un pregiudizio contro la chiesa episcopale. L’intero servizio mi sembrava una presa in giro e una farsa. Ma la mia casa a Steventon era presso la famiglia di un ecclesiastico, che era un vero discepolo di Gesù. La bellezza della sua vita quotidiana mi ispirò fede nella genuinità delle professioni cristiane. La grazia entrò nel mio cuore e mi inginocchiai alla tavola della comunione, credo, nella vera umiltà dell’anima.

Rimasi all’estero dieci mesi, molto più di quanto avessi previsto. Durante tutto quel tempo, non vidi mai il minimo sintomo di pregiudizio contro il colore. Anzi, lo dimenticai completamente, finché non giunse il momento di tornare in America.

XXXVIII. Nuovi inviti ad andare al Sud.

Affrontammo un tedioso passaggio invernale, e dalla distanza gli spettri sembravano sollevarsi sulle coste degli Stati Uniti. È una sensazione triste avere paura del proprio paese natale. Arrivammo a New York sani e salvi, e mi affrettai a Boston per occuparmi dei miei figli. Trovai Ellen bene e in miglioramento a scuola; ma Benny non era lì ad accogliermi. Era stato lasciato in un buon posto per imparare un mestiere, e per diversi mesi tutto funzionò bene. Era apprezzato dal padrone ed era un beniamino tra i suoi compagni apprendisti; ma un giorno scoprirono accidentalmente un fatto che non avevano mai sospettato prima: che era di colore! Questo lo trasformò immediatamente in un essere diverso. Alcuni degli apprendisti erano americani, altri irlandesi nati in America; ed era offensivo per la loro dignità avere un “negro” tra loro, dopo che era stato detto loro che era un “negro”. Iniziarono trattandolo con disprezzo silenzioso e, scoprendo che rispondeva allo stesso modo, ricorsero a insulti e abusi. Era un ragazzo troppo orgoglioso per sopportare tutto ciò, e se ne andò. Desideroso di fare qualcosa per mantenersi e non avendo nessuno a consigliarlo, si imbarcò per un viaggio di caccia alle balene. Quando ricevetti queste notizie versai molte lacrime e mi rimproverai amaramente per averlo lasciato così a lungo. Ma l’avevo fatto a fin di bene, e ora tutto ciò che potevo fare era pregare il Padre celeste di guidarlo e proteggerlo.

Non molto tempo dopo il mio ritorno, ricevetti la seguente lettera dalla signorina Emily Flint, ora signora Dodge:—

“In questo riconoscerai la mano della tua amica e padrona. Avendo sentito che eri andata in Europa con una famiglia, ho aspettato di sapere del tuo ritorno per scriverti. Avrei dovuto rispondere alla lettera che mi scrivesti molto tempo fa, ma poiché allora non potevo agire indipendentemente da mio padre, sapevo che non si poteva fare nulla di soddisfacente per te. C’erano persone qui che erano disposte a comprarti e correre il rischio di prenderti. A questo non avrei acconsentito. Mi sono sempre affezionata a te e non mi piacerebbe vederti schiava di un’altra persona, o subire un trattamento scortese. Ora sono sposata e posso proteggerti. Mio marito prevede di trasferirsi in Virginia questa primavera, dove pensiamo di stabilirci. Sono molto ansiosa che tu venga a vivere con me. Se non sei disposta a venire, puoi riscattarti; ma preferirei averti a vivere con me. Se vieni, puoi, se ti fa piacere, trascorrere un mese con tua nonna e i tuoi amici, poi venire da me a Norfolk, in Virginia. Rifletti su questo e scrivi appena possibile, per farmi sapere la tua conclusione. Sperando che i tuoi figli stiano bene, rimango la tua amica e padrona.”

Naturalmente non scrissi per ringraziare di questo cordiale invito. Mi sentii insultata a essere considerata così stupida da farmi prendere da tali professioni.

“‘Vieni nel mio salotto,’ disse il ragno alla mosca; ‘È il più grazioso salottino che tu abbia mai visto.’”

Era chiaro che la famiglia del dottor Flint era informata dei miei spostamenti, dato che sapevano del mio viaggio in Europa. Mi aspettavo di avere ulteriori problemi da loro; ma avendoli elusi finora, speravo di avere altrettanto successo in futuro. Il denaro che avevo guadagnato, desideravo dedicarlo all’istruzione dei miei figli e ad assicurare loro una casa. Sembrava non solo difficile, ma ingiusto, pagare per me stessa. Non potevo assolutamente considerarmi come un oggetto di proprietà. Inoltre, avevo lavorato molti anni senza salario e durante quel periodo ero stata costretta a dipendere da mia nonna per molti comfort nel cibo e nel vestiario. I miei figli appartenevano certamente a me; ma sebbene il dottor Flint non avesse sostenuto alcuna spesa per il loro mantenimento, aveva ricevuto una grossa somma di denaro per loro. Sapevo che la legge avrebbe deciso che ero una sua proprietà e probabilmente avrebbe ancora dato a sua figlia un diritto sui miei figli; ma consideravo tali leggi come i regolamenti dei ladri, che non avevano diritti che io fossi tenuta a rispettare.

La Legge sugli Schiavi Fuggitivi non era ancora passata. I giudici del Massachusetts non si erano ancora piegati sotto le catene per entrare nei suoi cosiddetti tribunali di giustizia. Sapevo che il mio vecchio padrone era piuttosto timoroso del Massachusetts. Confidavo nel suo amore per la libertà e mi sentivo al sicuro sul suo suolo. Ora mi rendo conto di aver onorato la vecchia Commonwealth oltre i suoi meriti.

XXXIX. La confessione.

Per due anni mia figlia ed io ci siamo mantenute comodamente a Boston. Alla fine di quel periodo, mio fratello William offrì di mandare Ellen in un collegio. Richiese un grande sforzo da parte mia acconsentire a separarmi da lei, poiché avevo pochi legami stretti, ed era la sua presenza che rendeva le mie due piccole stanze simili a una casa. Ma il mio giudizio prevalse sui miei sentimenti egoistici. Feci i preparativi per la sua partenza. Durante i due anni in cui avevamo vissuto insieme, avevo spesso deciso di raccontarle qualcosa su suo padre; ma non ero mai stata in grado di trovare abbastanza coraggio. Avevo un timore reverenziale di diminuire l’amore di mia figlia. Sapevo che doveva essere curiosa sull’argomento, ma non aveva mai fatto domande. Era sempre molto attenta a non dire nulla che mi ricordasse i miei problemi. Ora che si stava allontanando da me, pensai che se fossi morta prima del suo ritorno, avrebbe potuto sentire la mia storia da qualcuno che non capiva le circostanze attenuanti; e che se fosse stata completamente all’oscuro sull’argomento, la sua natura sensibile avrebbe potuto subire un brusco shock.

Quando ci coricammo per la notte, disse: “Madre, è molto difficile lasciarti sola. Sono quasi dispiaciuta di andare, anche se voglio migliorarmi. Ma mi scriverai spesso, vero madre?”

Non le gettai le braccia al collo. Non le risposi. Ma in modo calmo e solenne, poiché mi costò un grande sforzo, dissi: “Ascoltami, Ellen; ho qualcosa da dirti!” Raccontai le mie sofferenze iniziali in schiavitù e le dissi quanto mi avessero quasi schiacciata. Iniziai a dirle come mi avessero spinta a un grande peccato, quando lei mi strinse tra le sue braccia ed esclamò: “Oh, no, madre! Ti prego, non dirmi altro”.

Dissi: “Ma, figlia mia, voglio che tu sappia di tuo padre”.

“So tutto, madre,” rispose; “io non sono nulla per mio padre, e lui non è nulla per me. Tutto il mio amore è per te. Sono stata con lui cinque mesi a Washington e non si è mai curato di me. Non mi ha mai parlato come faceva con la sua piccola Fanny. Sapevo tutto il tempo che era mio padre, perché la tata di Fanny me lo aveva detto; ma disse che non avrei dovuto dirlo mai a nessuno, e non l’ho mai fatto. Desideravo che mi prendesse tra le braccia e mi baciasse, come faceva con Fanny; o che a volte mi sorridesse, come faceva con lei. Pensavo che se era il mio vero padre, avrebbe dovuto volermi bene. Ero una bambina allora, e non ne sapevo di più. Ma ora non penso mai a mio padre. Tutto il mio amore è per te”. Mi abbracciò più forte mentre parlava, e ringraziai Dio che la conoscenza che tanto temevo di trasmettere non avesse diminuito l’affetto di mia figlia. Non avevo la minima idea che conoscesse quella parte della mia storia. Se l’avessi avuta, le avrei parlato molto prima; poiché i miei sentimenti repressi avevano spesso desiderato di riversarsi a qualcuno di cui potevo fidarmi. Ma amavo la cara ragazza ancor di più per la delicatezza che aveva dimostrato verso la sua sfortunata madre.

La mattina seguente, lei e suo zio partirono per il loro viaggio verso il villaggio di New York, dove doveva essere messa a scuola. Sembrava che tutto il sole se ne fosse andato. La mia piccola stanza era terribilmente solitaria. Fui grata quando giunse un messaggio da una signora, abituata ad impiegarmi, che mi chiedeva di andare a cucire nella sua famiglia per diverse settimane. Al mio ritorno, trovai una lettera di mio fratello William. Pensava di aprire una sala di lettura anti-schiavitù a Rochester, e di combinare con essa la vendita di alcuni libri e cancelleria; e voleva che mi unissi a lui. Ci provammo, ma non ebbe successo. Trovammo caldi amici anti-schiavitù lì, ma il sentimento non era abbastanza generale da sostenere un tale stabilimento. Trascorsi quasi un anno nella famiglia di Isaac e Amy Post, pratici credenti nella dottrina cristiana della fratellanza umana. Misurano il valore di un uomo dal suo carattere, non dal suo colore. Il ricordo di quegli amati e onorati amici rimarrà con me fino alla mia ultima ora.

XL. La Legge sugli Schiavi Fuggitivi.

Mio fratello, essendo deluso dal suo progetto, decise di andare in California; e fu concordato che Benjamin sarebbe andato con lui. Ellen amava la sua scuola ed era molto ben voluta lì. Non conoscevano la sua storia, e lei non la raccontò, perché non aveva alcun desiderio di fare capitale della loro compassione. Ma quando fu accidentalmente scoperto che sua madre era una schiava fuggitiva, ogni metodo fu usato per aumentare i suoi vantaggi e diminuire le sue spese.

Ero di nuovo sola. Era necessario per me guadagnare denaro, e preferivo che fosse tra coloro che mi conoscevano. Al mio ritorno da Rochester, passai a casa del signor Bruce, per vedere Mary, la cara piccola bambina che aveva sciolto il mio cuore, quando si stava congelando in una gelida sfiducia verso tutti i miei simili. Stava crescendo diventando una ragazza alta ora, ma la amavo sempre. Il signor Bruce si era risposato, e fu proposto che io diventassi la balia di un nuovo neonato. Avevo solo un’esitazione, ed era il mio sentimento di insicurezza a New York, ora grandemente aumentato dal passaggio della Legge sugli Schiavi Fuggitivi. Tuttavia, decisi di tentare l’esperimento. Fui di nuovo fortunata con il mio datore di lavoro. La nuova signora Bruce era americana, cresciuta sotto influenze aristocratiche, e viveva ancora in mezzo a esse; ma se aveva qualche pregiudizio contro il colore, non ne sono mai stata messa al corrente; e per quanto riguarda il sistema della schiavitù, aveva una cordiale avversione per esso. Nessuna sofisticheria dei sudisti poteva accecarla sulla sua enormità. Era una persona di principi eccellenti e di cuore nobile. Per me, da quell’ora al presente, è stata un’amica vera e comprensiva. Benedizioni siano con lei e i suoi!

Circa nel periodo in cui rientrai al servizio della famiglia Bruce, si verificò un evento di importanza disastrosa per la gente di colore. Lo schiavo Hamlin, il primo fuggitivo a cadere sotto la nuova legge, fu consegnato dai segugi del nord ai segugi del sud. Fu l'inizio di un regno del terrore per la popolazione di colore. La grande città correva nel suo vortice di eccitazione, senza badare ai "brevi e semplici annali dei poveri". Ma mentre i mondani ascoltavano la voce emozionante di Jenny Lind al Metropolitan Hall, le voci strazianti dei poveri neri braccati salivano, in un'agonia di supplica, fino al Signore, dalla chiesa di Sion. Molte famiglie, che vivevano in città da vent'anni, ora fuggivano. Molte povere lavandaie, che con il duro lavoro si erano costruite una casa confortevole, furono costrette a sacrificare i mobili, dire un frettoloso addio agli amici e cercare fortuna tra gli estranei in Canada. Molte mogli scoprirono un segreto che non avevano mai conosciuto prima: che il marito era un fuggitivo e doveva lasciarle per garantire la propria sicurezza. Peggio ancora, molti mariti scoprirono che la moglie era fuggita dalla schiavitù anni prima, e poiché "il figlio segue la condizione della madre", i figli del suo amore rischiavano di essere catturati e trascinati in schiavitù. Ovunque, in quelle umili case, c'erano costernazione e angoscia. Ma che importava ai legislatori della "razza dominante" del sangue che stavano spremendo fuori da cuori calpestati?

Quando mio fratello William trascorse con me la sua ultima sera, prima di partire per la California, parlammo quasi tutto il tempo delle sofferenze inflitte alla nostra gente oppressa dall'approvazione di questa legge iniqua; e mai lo avevo visto manifestare una tale amarezza d'animo, una tale severa ostilità verso i nostri oppressori. Egli stesso era libero dall'applicazione della legge; poiché non era fuggito da alcuno Stato schiavista, essendo stato condotto negli Stati liberi dal suo padrone. Ma io ne ero soggetta; e così lo erano centinaia di persone intelligenti e laboriose attorno a noi. Raramente mi avventuravo per le strade; e quando era necessario sbrigare una commissione per la signora Bruce, o per qualcuno della famiglia, passavo il più possibile per vicoli e strade secondarie. Che vergogna per una città che si definisce libera, che abitanti, immuni da colpe e desiderosi di adempiere ai propri doveri coscienziosamente, debbano essere condannati a vivere in tale incessante timore, e non abbiano dove rivolgersi per protezione! Questo stato di cose, naturalmente, diede origine a molti comitati di vigilanza improvvisati. Ogni persona di colore, e ogni amico della loro razza perseguitata, teneva gli occhi ben aperti. Ogni sera esaminavo i giornali con attenzione, per vedere quali sudisti avessero alloggiato negli alberghi. Lo facevo per il mio bene, pensando che la mia giovane padrona e suo marito potessero essere nell'elenco; desideravo anche dare informazioni ad altri, se necessario; poiché se molti stavano "correndo di qua e di là", risolsi che "la conoscenza dovesse aumentare".

Ciò mi fa tornare in mente una delle mie reminiscenze del Sud, che qui racconterò brevemente. Conoscevo un po' uno schiavo di nome Luke, che apparteneva a un uomo facoltoso del nostro vicinato. Il suo padrone morì, lasciando un figlio e una figlia eredi della sua grande fortuna. Nella divisione degli schiavi, Luke fu incluso nella quota del figlio. Questo giovane divenne preda dei vizi derivanti dall'"istituzione patriarcale", e quando andò al nord, per completare la sua istruzione, portò con sé i suoi vizi. Fu riportato a casa, privato dell'uso degli arti, a causa dell'eccessiva dissolutezza. Luke fu incaricato di servire il suo padrone costretto a letto, le cui abitudini despotiche erano notevolmente aumentate dall'esasperazione per la propria impotenza. Teneva una frusta di cuoio accanto a sé e, per l'avvenimento più banale, ordinava al suo inserviente di denudarsi la schiena e inginocchiarsi accanto al divano, mentre lo frustava finché le sue forze non erano esaurite. Alcuni giorni non gli era permesso indossare nient'altro che la camicia, per essere pronto a essere fustigato. Non passava quasi giorno senza che ricevesse più o meno colpi. Se veniva opposta la minima resistenza, si mandava a chiamare il conestabile della città per eseguire la punizione, e Luke imparò per esperienza quanto più il braccio forte del conestabile fosse da temere rispetto a quello comparativamente debole del suo padrone. Il braccio del suo tiranno divenne più debole, e alla fine rimase paralizzato; e allora i servizi del conestabile furono costantemente richiesti. Il fatto che fosse interamente dipendente dalle cure di Luke, e dovesse essere accudito come un infante, invece di ispirare gratitudine o compassione verso il suo povero schiavo, sembrava solo aumentare la sua irritabilità e la sua crudeltà. Mentre giaceva lì sul suo letto, un mero relitto degradato di umanità, gli venivano in mente i più strani capricci di dispotismo; e se Luke esitava a sottomettersi ai suoi ordini, il conestabile veniva immediatamente chiamato. Alcuni di questi capricci erano di una natura troppo disgustosa per essere ripetuti. Quando fuggii dalla casa della schiavitù, lasciai il povero Luke ancora incatenato al capezzale di questo essere crudele e ripugnante.

Un giorno, quando mi era stato chiesto di fare una commissione per la signora Bruce, mi stavo affrettando per le strade secondarie, come al solito, quando vidi avvicinarsi un giovane il cui volto mi era familiare. Man mano che si avvicinava, riconobbi Luke. Mi rallegravo sempre nel vedere o sentire di qualcuno che fosse sfuggito alla fossa nera; ma, ricordando le estreme sofferenze di questo povero ragazzo, ero particolarmente lieta di vederlo su suolo settentrionale, anche se non lo chiamavo più suolo libero. Ricordavo bene che sensazione desolata fosse essere sola tra estranei, e mi avvicinai a lui salutandolo cordialmente. Inizialmente non mi riconobbe; ma quando menzionai il mio nome, ricordò tutto di me. Gli parlai della Legge sugli schiavi fuggitivi e gli chiesi se non sapesse che New York era una città di rapitori.

Lui rispose: "Il rischio non è così brutto per me, come lo è per te. Perché io sono scappato dallo speculatore, e tu sei scappata dal padrone. Quegli speculatori non spenderanno i loro soldi per venire qui per un fuggitivo, se non sono sicuri al cento per cento di mettere le mani proprio su di lui. E ti dico che ho fatto molta attenzione a questo. Ho avuto periodi troppo duri laggiù, per lasciare che prendessero questo negro".

Poi mi raccontò dei consigli che aveva ricevuto e dei piani che aveva stabilito. Gli chiesi se avesse abbastanza denaro per portarlo in Canada. "Puoi contarci, ce l'ho", rispose. "Ho badato a questo. Ho lavorato tutti i miei giorni per quei maledetti bianchi, e non ho ricevuto altro che calci e pugni. Così ho pensato che questo negro avesse diritto a abbastanza soldi per portarlo negli Stati liberi. Il padrone Henry ha vissuto finché tutti hanno desiderato che morisse; e quando è morto, sapevo che il diavolo lo avrebbe preso, e non avrebbe voluto che portasse via anche i suoi soldi. Così ho preso alcune delle sue banconote e le ho messe nella tasca dei suoi vecchi pantaloni. E quando è stato sepolto, questo negro ha chiesto quei vecchi pantaloni, e me li hanno dati". Con una risata bassa e sommessa, aggiunse: "Vedi, non li ho rubati; me li hanno dati. Ti dico, ho avuto un momento terribilmente difficile per evitare che lo speculatore lo trovasse; ma non l'ha preso".

Questo è un giusto esempio di come il senso morale venga educato dalla schiavitù. Quando a un uomo viene rubato il salario, anno dopo anno, e le leggi sanzionano e impongono il furto, come ci si può aspettare che abbia più riguardo per l'onestà rispetto all'uomo che lo deruba? Sono diventata un po' illuminata, ma confesso di essere d'accordo con il povero, ignorante e tanto maltrattato Luke, nel pensare che avesse diritto a quel denaro, come parte dei suoi salari non pagati. Andò in Canada immediatamente, e da allora non ho più avuto sue notizie.

Per tutto quell'inverno vissi in uno stato di ansia. Quando portavo i bambini fuori a respirare un po' d'aria, osservavo da vicino i volti di tutti coloro che incontravo. Temevo l'arrivo dell'estate, quando i serpenti e i proprietari di schiavi fanno la loro comparsa. Ero, di fatto, una schiava a New York, soggetta alle leggi sugli schiavi tanto quanto lo ero stata in uno Stato schiavista. Strana incongruenza in uno Stato chiamato libero!

La primavera tornò, e ricevetti un avvertimento dal sud che il dottor Flint sapeva del mio ritorno al mio vecchio posto, e si stava preparando per farmi catturare. Appresi in seguito che il mio abbigliamento, e quello dei figli della signora Bruce, gli era stato descritto da alcuni degli strumenti del Nord, che i proprietari di schiavi impiegano per i loro scopi abietti, per poi concedersi scherni sulla loro avidità e servilismo meschino.

Informai immediatamente la signora Bruce del mio pericolo, ed ella prese misure tempestive per la mia sicurezza. Il mio posto come bambinaia non poteva essere coperto immediatamente, e questa signora generosa e comprensiva propose che portassi via il suo bambino. Era un conforto per me avere il bambino con me; poiché il cuore è riluttante a essere strappato via da ogni oggetto che ama. Ma quante madri avrebbero acconsentito a far diventare uno dei propri figli un fuggitivo, per il bene di una povera bambinaia braccata, a cui i legislatori del paese avevano sguinzagliato contro i segugi? Quando parlai del sacrificio che stava facendo, privandosi del suo caro bambino, lei rispose: "È meglio che tu abbia il bambino con te, Linda; perché se dovessero mettersi sulle tue tracce, saranno costretti a portare il bambino da me; e allora, se c'è una possibilità di salvarti, sarai salvata".

Questa signora aveva un parente molto ricco, un gentiluomo benevolo sotto molti aspetti, ma aristocratico e favorevole alla schiavitù. La rimproverò per aver ospitato una schiava fuggitiva; le disse che stava violando le leggi del suo paese; e le chiese se fosse consapevole della pena. Lei rispose: "Ne sono ben consapevole. È la reclusione e mille dollari di multa. Vergogna per il mio paese che sia così! Sono pronta a incorrere nella pena. Andrò in prigione, piuttosto che vedere una povera vittima strappata dalla mia casa, per essere riportata in schiavitù".

Il cuore nobile! Il cuore coraggioso! Le lacrime mi riempiono gli occhi mentre scrivo di lei. Possa il Dio degli indifesi ricompensarla per la sua simpatia verso la mia gente perseguitata!

Fui mandata nel New England, dove fui protetta dalla moglie di un senatore, che terrò sempre in grato ricordo. Questo onorevole gentiluomo non avrebbe votato per la Legge sugli schiavi fuggitivi, come fece il senatore in "La capanna dello zio Tom"; al contrario, vi era fortemente contrario; ma era abbastanza sotto la sua influenza da temere di lasciarmi restare in casa sua per molte ore. Così fui mandata in campagna, dove rimasi un mese con il bambino. Quando si suppose che gli emissari del dottor Flint avessero perso le mie tracce e abbandonato l'inseguimento per il momento, ritornai a New York.

XLI. Finalmente libera.

La signora Bruce, e ogni membro della sua famiglia, furono estremamente gentili con me. Ero grata per le benedizioni della mia sorte, eppure non potevo sempre mostrare un volto allegro. Non facevo del male a nessuno; al contrario, facevo tutto il bene che potevo nel mio piccolo; eppure non potevo mai uscire a respirare l'aria libera di Dio senza trepidazione nel cuore. Questo mi sembrava duro; e non potevo pensare che fosse un giusto stato di cose in alcun paese civilizzato.

Di tanto in tanto ricevevo notizie dalla mia cara vecchia nonna. Non sapeva scrivere; ma impiegava altri per scrivere per lei. Il seguente è un estratto di una delle sue ultime lettere:

"Cara figlia: Non posso sperare di rivederti sulla terra; ma prego Dio di unirci lassù, dove il dolore non tormenterà più questo mio corpo debole; dove il dolore e il distacco dai miei figli non ci saranno più. Dio ha promesso queste cose se saremo fedeli fino alla fine. La mia età e la salute cagionevole mi impediscono di andare in chiesa ora; ma Dio è con me qui a casa. Ringrazia tuo fratello per la sua gentilezza. Dagli tanto affetto, e digli di ricordare il Creatore nei giorni della sua giovinezza, e di sforzarsi di incontrarmi nel regno del Padre. Affetto a Ellen e Benjamin. Non trascurarlo. Digli da parte mia di essere un bravo ragazzo. Sforzati, figlia mia, di educarli come figli di Dio. Che Egli protegga e provveda a te, è la preghiera della tua amorevole vecchia madre".

Queste lettere mi rallegravano e mi rattristavano allo stesso tempo. Ero sempre felice di avere notizie dalla cara, fedele vecchia amica della mia infelice giovinezza; ma i suoi messaggi d'amore facevano struggere il mio cuore dal desiderio di vederla prima che morisse, e piangevo per il fatto che fosse impossibile. Alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla fuga nel New England, ricevetti una lettera da lei, in cui scriveva: "Il dottor Flint è morto. Ha lasciato una famiglia angosciata. Povero vecchio! Spero che abbia fatto pace con Dio".

Ricordavo come aveva truffato mia nonna dei sudati risparmi che lei gli aveva prestato; come aveva cercato di imbrogliarla sulla libertà che la sua padrona le aveva promesso, e come aveva perseguitato i suoi figli; e pensai tra me e me che lei era una cristiana migliore di me, se riusciva a perdonarlo completamente. Non posso dire, in verità, che la notizia della morte del mio vecchio padrone abbia ammorbidito i miei sentimenti verso di lui. Ci sono torti che nemmeno la tomba seppellisce. L'uomo mi era odioso mentre viveva, e il suo ricordo è odioso ora.

La sua dipartita da questo mondo non diminuì il mio pericolo. Aveva minacciato mia nonna che i suoi eredi mi avrebbero tenuta in schiavitù dopo la sua scomparsa; che non sarei mai stata libera finché un suo figlio fosse rimasto in vita. Per quanto riguarda la signora Flint, l'avevo vista in afflizioni più profonde di quanto avessi supposto potesse essere la perdita di suo marito, poiché aveva sepolto diversi figli; eppure non vidi mai alcun segno di ammorbidimento nel suo cuore. Il dottore era morto in circostanze imbarazzate, e aveva poco da lasciare in eredità ai suoi eredi, eccetto le proprietà di cui non era riuscito ad appropriarsi. Ero ben consapevole di ciò che dovevo aspettarmi dalla famiglia Flint; e i miei timori furono confermati da una lettera dal sud, che mi avvertiva di stare in guardia, perché la signora Flint dichiarava apertamente che sua figlia non poteva permettersi di perdere una schiava preziosa come me.

Tenni d'occhio i giornali per gli arrivi; ma un sabato sera, essendo molto occupata, dimenticai di esaminare l'Evening Express come al solito. Scesi in salotto per prenderlo, la mattina presto, e trovai il ragazzo che stava per accendere un fuoco con esso. Glielo tolsi e esaminai l'elenco degli arrivi. Lettore, se non sei mai stato uno schiavo, non puoi immaginare l'acuta sensazione di sofferenza al mio cuore, quando lessi i nomi del signor e della signora Dodge, in un hotel in Courtland Street. Era un hotel di terza categoria, e quella circostanza mi convinse della verità di ciò che avevo sentito, che erano a corto di fondi e avevano bisogno del mio valore, così come loro mi valutavano; e cioè in dollari e centesimi. Mi affrettai con il giornale dalla signora Bruce. Il suo cuore e la sua mano erano sempre aperti verso chiunque fosse nel bisogno, e lei simpatizzava sempre calorosamente con le mie sofferenze. Era impossibile dire quanto vicino fosse il nemico. Avrebbero potuto passare e ripassare davanti alla casa mentre dormivamo. Avrebbero potuto in quel momento aspettare di piombare su di me se mi fossi avventurata fuori dalle porte. Non avevo mai visto il marito della mia giovane padrona, e quindi non potevo distinguerlo da qualsiasi altro estraneo. Una carrozza fu ordinata in fretta; e, strettamente velata, seguii la signora Bruce, portando di nuovo il bambino con me in esilio. Dopo vari giri, incroci e ritorni, la carrozza si fermò alla casa di uno degli amici della signora Bruce, dove fui gentilmente accolta. La signora Bruce ritornò immediatamente, per istruire i domestici su cosa dire se qualcuno fosse venuto a chiedere di me.

Fu una fortuna per me che il giornale della sera non fosse stato bruciato prima che avessi la possibilità di esaminare l'elenco degli arrivi. Non passò molto tempo dopo il ritorno della signora Bruce a casa sua, prima che diverse persone venissero a chiedere di me. Uno chiese di me, un altro chiese di mia figlia Ellen, e un altro disse di avere una lettera da parte di mia nonna, che gli era stato chiesto di consegnare di persona.

Gli fu risposto: "Ha vissuto qui, ma se n'è andata".

"Quanto tempo fa?"

"Non lo so, signore".

"Sa dove è andata?"

"Non lo so, signore". E la porta fu chiusa.

Questo signor Dodge, che mi reclamava come sua proprietà, era originariamente un venditore ambulante yankee al sud; poi divenne un mercante, e infine un proprietario di schiavi. Riuscì a farsi introdurre in quella che veniva chiamata la prima società, e sposò la signorina Emily Flint. Nacque un litigio tra lui e suo fratello, e il fratello lo frustò. Questo portò a una faida familiare, e lui propose di trasferirsi in Virginia. Il dottor Flint non gli lasciò alcuna proprietà, e i suoi mezzi erano diventati limitati, mentre una moglie e dei figli dipendevano da lui per il sostegno. In queste circostanze, era molto naturale che facesse uno sforzo per mettersi me in tasca.

Avevo un amico di colore, un uomo del mio paese natale, in cui riponevo la massima fiducia. Mandai a chiamarlo e gli dissi che il signor e la signora Dodge erano arrivati a New York. Proposi che andasse a trovarli per chiedere informazioni sui suoi amici al sud, con i quali la famiglia del dottor Flint aveva molta familiarità. Pensò che non ci fosse nulla di male nel farlo, e acconsentì. Andò all'hotel e bussò alla porta della stanza del signor Dodge, che fu aperta dal gentiluomo stesso, il quale chiese brusco: "Cosa ti porta qui? Come hai fatto a sapere che ero in città?"

"Il suo arrivo è stato pubblicato sui giornali della sera, signore; e sono passato per chiedere alla signora Dodge dei miei amici a casa. Non credevo potesse dare fastidio".

"Dov'è quella ragazza negra, che appartiene a mia moglie?"

"Quale ragazza, signore?"

"Lo sai bene. Intendo Linda, che è scappata dalla piantagione del dottor Flint, qualche anno fa. Oserei dire che l'hai vista e sai dove si trova".

"Sì, signore, l'ho vista e so dove si trova. È fuori dalla sua portata, signore".

"Dimmi dove si trova, o portamela, e le darò la possibilità di comprarsi la libertà".

"Non credo che servirebbe a qualcosa, signore. L'ho sentita dire che andrebbe fino ai confini della terra, piuttosto che pagare un uomo o una donna per la sua libertà, perché pensa di averne diritto. Inoltre, non potrebbe farlo, anche se volesse, perché ha speso i suoi guadagni per istruire i suoi figli".

Questo fece arrabbiare molto il signor Dodge, e volarono parole grosse tra loro. Il mio amico aveva paura di venire dove mi trovavo; ma nel corso della giornata ricevetti un biglietto da parte sua. Supponevo che non fossero venuti dal sud, in inverno, per un'escursione di piacere; e ora la natura dei loro affari era molto chiara.

La signora Bruce venne da me e mi supplicò di lasciare la città la mattina seguente. Disse che la sua casa era tenuta sotto controllo ed era possibile che si ottenesse qualche indizio su di me. Rifiutai di seguire il suo consiglio. Ella insistette con una tenerezza premurosa che avrebbe dovuto scuotermi; ma ero in uno stato d'animo amaro e avvilito. Ero stanca di fuggire di palo in frasca. Ero stata braccata per metà della mia vita, e sembrava che la caccia non dovesse finire mai. Sedevo lì, in quella grande città, innocente di ogni crimine, eppure non osavo adorare Dio in nessuna delle chiese. Sentivo le campane suonare per la funzione pomeridiana e, con sarcasmo sprezzante, dissi: "I predicatori prenderanno come testo 'Proclamate la libertà ai prigionieri e l'apertura delle porte delle prigioni a coloro che sono legati'? O predicheranno dal testo 'Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi'?" Polacchi e ungheresi oppressi potevano trovare un rifugio sicuro in quella città; John Mitchell era libero di proclamare al Municipio il suo desiderio di "una piantagione ben fornita di schiavi"; ma io sedevo lì, un'americana oppressa, che non osava mostrare il proprio volto. Dio perdoni i pensieri neri e amari a cui mi abbandonai in quel giorno di sabato! La Scrittura dice: "L'oppressione rende folle anche l'uomo saggio"; e io non ero saggia.

Mi era stato riferito che il signor Dodge diceva che sua moglie non aveva mai rinunciato al suo diritto sui miei figli e, se non avesse potuto avere me, avrebbe preso loro. Fu questo, più di ogni altra cosa, a sollevare una tempesta nella mia anima. Benjamin era con suo zio William in California, ma la mia innocente figlioletta era venuta a trascorrere una vacanza con me. Pensai a ciò che avevo sofferto in schiavitù alla sua età, e il mio cuore era come quello di una tigre quando un cacciatore tenta di afferrarle i cuccioli.

Cara signora Bruce! Mi sembra di vedere l'espressione del suo volto mentre si allontanava, scoraggiata dal mio ostinato umore. Trovando inutili le sue rimostranze, mandò Ellen a supplicarmi. Quando arrivarono le dieci di sera ed Ellen non era tornata, questa vigile e infaticabile amica si preoccupò. Venne da noi in carrozza, portando un baule ben riempito per il mio viaggio, confidando che a quell'ora avrei dato ascolto alla ragione. Cedetti a lei, come avrei dovuto fare prima.

Il giorno dopo, la bambina ed io partimmo durante una forte tempesta di neve, dirette di nuovo verso il New England. Ricevetti lettere dalla Città dell'Iniquità, indirizzate a me con un falso nome. Dopo pochi giorni ne arrivò una dalla signora Bruce, che mi informava che il mio nuovo padrone mi stava ancora cercando e che lei intendeva porre fine a questa persecuzione comprando la mia libertà. Mi sentii grata per la gentilezza che aveva ispirato tale offerta, ma l'idea non mi fu così gradita come ci si sarebbe potuti aspettare. Più la mia mente si era illuminata, più mi era difficile considerarmi un oggetto di proprietà; e pagare denaro a coloro che mi avevano così gravemente oppressa mi sembrava come togliere alle mie sofferenze la gloria del trionfo. Scrisi alla signora Bruce, ringraziandola, ma dicendo che essere venduta da un proprietario all'altro sembrava troppo simile alla schiavitù; che un tale grande debito non poteva essere facilmente cancellato; e che preferivo andare da mio fratello in California.

A mia insaputa, la signora Bruce incaricò un gentiluomo di New York di avviare le trattative con il signor Dodge. Egli propose di pagare trecento dollari subito, se il signor Dodge mi avesse venduta e si fosse impegnato a rinunciare per sempre a qualsiasi pretesa su di me o sui miei figli. Colui che si definiva il mio padrone disse di disprezzare un'offerta così misera per una serva tanto preziosa. Il gentiluomo rispose: "Può fare come crede, signore. Se rifiuta questa offerta, non otterrà mai nulla; poiché la donna ha amici che la porteranno via insieme ai suoi figli fuori dal paese".

Il signor Dodge concluse che "mezzo pane è meglio di niente" e accettò i termini proposti. Con la posta successiva ricevetti questa breve lettera dalla signora Bruce: "Sono lieta di dirti che il denaro per la tua libertà è stato pagato al signor Dodge. Torna a casa domani. Non vedo l'ora di vedere te e la mia dolce bambina".

Il cervello mi girava mentre leggevo queste righe. Un gentiluomo vicino a me disse: "È vero; ho visto l'atto di vendita". "L'atto di vendita!" Quelle parole mi colpirono come un colpo. Dunque ero stata venduta, alla fine! Un essere umano venduto nella libera città di New York! L'atto di vendita è agli atti, e le generazioni future impareranno da esso che le donne erano oggetti di commercio a New York, verso la fine del diciannovesimo secolo della religione cristiana. Potrebbe in futuro rivelarsi un documento utile per gli antiquari, che cercano di misurare il progresso della civiltà negli Stati Uniti. Conosco bene il valore di quel pezzetto di carta; ma per quanto io ami la libertà, non mi piace guardarlo. Sono profondamente grata alla generosa amica che lo ha ottenuto, ma disprezzo il farabutto che ha preteso un pagamento per ciò che non è mai giustamente appartenuto né a lui né ai suoi.

Avevo obiettato al fatto che la mia libertà fosse comprata, eppure devo confessare che, una volta fatto, mi sentii come se un pesante fardello fosse stato sollevato dalle mie stanche spalle. Quando tornai a casa in treno, non avevo più paura di scoprire il mio volto e guardare le persone mentre passavano. Sarei stata felice di incontrare Daniel Dodge in persona; che mi avesse vista e riconosciuta, affinché potesse piangere sulle circostanze avverse che lo avevano costretto a vendermi per trecento dollari.

Quando arrivai a casa, le braccia della mia benefattrice mi circondarono e le nostre lacrime si mescolarono. Non appena poté parlare, disse: "Oh Linda, sono così felice che sia tutto finito! Mi hai scritto come se pensassi che saresti stata trasferita da un proprietario all'altro. Ma non ti ho comprata per i tuoi servizi. Avrei fatto lo stesso, se tu fossi dovuta partire per la California domani. Avrei avuto, almeno, la soddisfazione di sapere che mi hai lasciato da donna libera".

Il mio cuore era eccessivamente colmo. Ricordai come il mio povero padre avesse cercato di comprarmi, quando ero una bambina piccola, e come fosse rimasto deluso. Sperai che il suo spirito si stesse rallegrando per me in quel momento. Ricordai come la mia buona vecchia nonna avesse messo da parte i suoi guadagni per riscattarmi anni dopo, e come spesso i suoi piani fossero stati frustrati. Come quel cuore vecchio, fedele e amorevole balzerebbe di gioia, se potesse guardare me e i miei figli ora che siamo liberi! I miei parenti erano stati ostacolati in tutti i loro sforzi, ma Dio aveva fatto sorgere per me un'amica tra gli stranieri, che mi aveva donato il dono prezioso e tanto desiderato. Amica! È una parola comune, spesso usata con leggerezza. Come altre cose buone e belle, può essere offuscata da un uso incurante; ma quando parlo della signora Bruce come mia amica, la parola è sacra.

Mia nonna visse abbastanza da gioire della mia libertà; ma non molto tempo dopo, arrivò una lettera con un sigillo nero. Se n'era andata "dove i malvagi cessano di tormentare e gli stanchi trovano riposo".

Il tempo passò, e mi giunse dal sud un giornale contenente un necrologio di mio zio Phillip. Fu l'unico caso di cui sia mai venuta a conoscenza in cui un tale onore fosse conferito a una persona di colore. Era scritto da uno dei suoi amici e conteneva queste parole: "Ora che la morte lo ha abbattuto, lo chiamano un uomo buono e un cittadino utile; ma cosa sono gli elogi per l'uomo nero, quando il mondo è svanito dalla sua vista? Non serve la lode dell'uomo per ottenere riposo nel regno di Dio". Dunque chiamavano un uomo di colore cittadino! Parole strane da pronunciare in quella regione!

Lettore, la mia storia finisce con la libertà; non nel modo consueto, con il matrimonio. Io e i miei figli siamo ora liberi! Siamo liberi dal potere dei padroni di schiavi tanto quanto lo sono le persone bianche del nord; e sebbene ciò, secondo le mie idee, non significhi granché, è un vasto miglioramento della mia condizione. Il sogno della mia vita non si è ancora realizzato. Non siedo con i miei figli in una casa tutta mia. Desidero ancora un focolare tutto mio, per quanto umile. Lo desidero per il bene dei miei figli molto più che per me stessa. Ma Dio dispone le circostanze in modo da tenermi con la mia amica, la signora Bruce. Amore, dovere e gratitudine mi legano anche al suo fianco. È un privilegio servire colei che ha pietà del mio popolo oppresso e che ha concesso l'inestimabile dono della libertà a me e ai miei figli.

È stato doloroso per me, sotto molti aspetti, ricordare i tristi anni che ho trascorso in schiavitù. Li dimenticherei volentieri se potessi. Tuttavia, l'introspezione non è del tutto priva di conforto; poiché con quei cupi ricordi giungono tenere memorie della mia buona vecchia nonna, come nubi leggere e soffici che galleggiano su un mare scuro e agitato.

APPENDICE.

La seguente dichiarazione è di Amy Post, membro della Società degli Amici nello Stato di New York, ben nota e altamente rispettata dagli amici dei poveri e degli oppressi. Come è già stato affermato nelle pagine precedenti, l'autrice di questo volume ha trascorso del tempo sotto il suo tetto ospitale.

L.M.C.

"L'autrice di questo libro è la mia stimatissima amica. Se i suoi lettori la conoscessero come la conosco io, non potrebbero fare a meno di essere profondamente interessati alla sua storia. È stata un'amata ospite della nostra famiglia per quasi tutto l'anno 1849. Ci fu presentata dal suo affettuoso e coscienzioso fratello, che ci aveva precedentemente raccontato alcuni degli eventi quasi incredibili della vita di sua sorella. Mi interessai immediatamente molto a Linda; poiché il suo aspetto era attraente e il suo comportamento indicava una notevole delicatezza di sentimento e purezza di pensiero.

"Man mano che facevamo conoscenza, mi raccontò, di volta in volta, alcuni degli incidenti delle sue amare esperienze come donna schiava. Sebbene spinta da un naturale desiderio di simpatia umana, attraversò un battesimo di sofferenza, persino nel raccontarmi le sue prove, in conversazioni private e confidenziali. Il peso di questi ricordi gravava pesantemente sul suo spirito, naturalmente virtuoso e raffinato. La sollecitai ripetutamente a dare il consenso alla pubblicazione della sua narrazione; poiché sentivo che avrebbe spinto le persone a un lavoro più serio per la liberazione di milioni di persone che ancora rimangono in quella condizione che schiaccia l'anima, che era così insopportabile per lei. Ma il suo spirito sensibile si ritraeva dalla pubblicità. Disse: 'Sai, una donna può sussurrare i suoi crudeli torti all'orecchio di una cara amica molto più facilmente di quanto possa registrarli affinché il mondo li legga'. Anche parlando con me, piangeva così tanto e sembrava soffrire una tale agonia mentale, che sentivo che la sua storia era troppo sacra per essere estratta da lei con domande inquisitorie, e la lasciai libera di raccontare quanto, o quanto poco, volesse. Tuttavia, la esortai sul dovere di pubblicare la sua esperienza, per il bene che avrebbe potuto fare; e, alla fine, intraprese il compito.

"Essendo stata schiava per gran parte della sua vita, lei è non istruita; è costretta a guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro, e ha lavorato instancabilmente per procurare un'istruzione ai suoi figli; diverse volte è stata costretta a lasciare le sue occupazioni per fuggire dai cacciatori di uomini e donne della nostra terra; ma ha superato tutti questi ostacoli e li ha vinti. Dopo che le fatiche della giornata erano terminate, tracciava segretamente e stancamente, alla luce della lampada di mezzanotte, una veritiera cronaca della sua vita ricca di eventi.

"Questo Empire State è un rifugio misero per gli oppressi; ma qui, tra ansia, tumulto e disperazione, la libertà di Linda e dei suoi figli è stata finalmente assicurata, grazie agli sforzi di una generosa amica. Lei era grata per il dono; ma l'idea di essere stata comprata era sempre irritante per uno spirito che non avrebbe mai potuto riconoscersi come una proprietà mobile. Ci scrisse così, poco dopo l'evento: 'Vi ringrazio per le vostre gentili espressioni riguardo alla mia libertà; ma la libertà che avevo prima che il denaro fosse pagato era più cara per me. Dio mi diede quella libertà; ma l'uomo ha messo l'immagine di Dio sulla bilancia con la misera somma di trecento dollari. Ho servito per la mia libertà con la stessa fedeltà con cui Giacobbe servì per Rachele. Alla fine, lui ebbe grandi possedimenti; ma io sono stata derubata della mia vittoria; sono stata costretta a rinunciare alla mia corona, per liberarmi di un tiranno'.

"La sua storia, scritta da lei stessa, non mancherà di interessare il lettore. È una triste illustrazione della condizione di questo paese, che si vanta della propria civiltà, mentre sanziona leggi e costumi che rendono le esperienze del presente più strane di qualsiasi finzione del passato."

Amy Post. "Rochester, N.Y., 30 ottobre 1859."

La seguente testimonianza è di un uomo che è ora un cittadino di colore altamente rispettabile di Boston.

L.M.C.

"Questa narrazione contiene alcuni incidenti così straordinari che, senza dubbio, molte persone, sotto i cui occhi potrebbe capitare, saranno pronte a credere che sia colorita in modo esagerato, per servire uno scopo speciale. Ma, comunque possa essere considerata dagli increduli, so che è piena di verità viventi. Ho avuto una buona conoscenza dell'autrice fin dalla mia giovinezza. Le circostanze raccontate nella sua storia mi sono perfettamente familiari. Sapevo del suo trattamento da parte del suo padrone; dell'imprigionamento dei suoi figli; della loro vendita e riscatto; dei suoi sette anni di occultamento; e della sua successiva fuga al Nord. Ora sono residente a Boston e sono un testimone vivente della verità di questa interessante narrazione."

George W. Lowther.

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