LA FIGLIA DI JEFTE
COMMEDIA IN UN ATTO
DI FELICE CAVALLOTTI
MILANO LIBRERIA TEATRALE CARLO BARBINI Via Chiaravalle Num. 9 1907
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C. BARBINI.
Finalborgo — Tip. A. Rebbaglietti.
A
VIRGINIA REITER
L’AUTORE.
Gentil.ma Sig.na Virginia,
Se ne ricorda? S’era ai bei giorni della società Cuore ed Arte _di Modena: e in una giovinetta dilettante che apparteneavi, un poeta distratto, funzionante da presidente onorario, presagiva una speranza dell’arte....._
E la incoraggiava alle scene.
_Quella giovinetta era lei, quel presidente, mostro di perspicacia, ero io._
Oggi la speranza e una splendida realtà: e a me che per primo ho indovinato lei, Ella ha dato dei ricambii il più gentile, indovinando per la prima questa Emma mia.
_La quale, appena alle scene affacciatasi, vi si è trovata, dalla prima sera, a vivere nella verità meravigliosa di una interpretazione tutta ingegno e tutta cuore, una vita intensa e felice, che oggi non si separa dal di lei nome._
E il suo nome per questo l’ho messo qui.
Affezionatissimo FELICE CAVALLOTTI.
PERSONAGGI
EMMA. Conte MARIO ALBERI, suo marito. Baronessa ARSENIA DI VILLALBA. Dottor SARCHI. Un Servo.
Epoca presente.
ATTO UNICO
Ricco salottino di ricevimento. Porte ai lati e comune in fondo. Finestra a mano dritta. Dallo stesso lato, verso l’angolo della scena, un pianoforte, più avanti un canapè. Vicino al canapè un tavolino con ninnoli e oggetti da signora, album, eleganti vasi di porcellana per fiori, vuoti. Altri vasi simili sopra una caminiera a specchio, a sinistra. Pure a sinistra, in direzione opposta al pianoforte, un altro tavolino con sopravi cartoncini, disegni e libri riccamente rilegati.
SCENA PRIMA.
=Mario=, poi =Sarchi=.
Mario. (_sta disegnando su un cartoncino al piccolo tavolo di lavoro a sinistra_) Qui un qualche ramoscello.... un pajo d’uccellini.... se le finisco il disegno oggi, chi sa come Emma è contenta.
Sarchi. (entrando) E visto e considerato che la montagna non voleva andar da lui, Maometto pensò bene di andar lui dalla montagna. Vedi che io e Maometto siam due persone di giudizio.
Mario. (lasciando il disegno e andandogli incontro) Oh Sarchi! caro Sarchi! che miracolo!
Sarchi. Che fortuna scovarti! dirò io. Arrivo da viaggio, trovo il tuo avviso di nozze d’un mese e mezzo fa; vado al club, non ti si vede; al caffè, non ti si trova; per via non ti si incontra..... Oh andiamo un po’ a vederlo nel suo nido questo uccello raro passato nel numero dei più..... Hai fatto testamento?
Mario. Oibò!
Sarchi. Bene, fallo. Dammi retta. Quando il diavolo si fa eremita, segno che ha voglia di morire. Meno male, (guardandosi attorno) il diavolo si è scelto un eremo passabile per venire a morirvi nella grazia del Signore.
Mario. Se tu sapessi....
Sarchi. So... so... cioè sappiamo. (_andando a sedersi sul canapè, e accendendo una sigaretta_) Noi ci chiamiamo il conte Mario Alberi; abbiam sulle spalle gli anni di Gesù Cristo senza i fastidii che aveva lui; a diciott’anni siam entrati nel mondo (una volta si entrava in prima retorica), abbiam studiato poco, vissuto assai; sciupato strada facendo una certa dose di migliaia di lire e una certa dose di virtù; trovate parecchie fortune, sedotto un congruo numero di mogli altrui, fatto insomma tutto quello che deve fare un uomo della buona società; poi, all’ora giusta, ci siam fatti positivi e abbiam considerato il gran problema della vita sotto l’aspetto più positivo immaginabile: una ragazza da marito, possibilmente belloccia, una dote annessa, possibilmente discreta, e tutti i vantaggi annessi, nella società rispettabile, al più rispettabile tra i finali di commedia.
Mario. Sì, sì... scherza! hai un bel dire. Avrei voluto veder te, se tuo zio t’avesse detto: o mangiar questa minestra o saltar questa finestra; o ammogliarsi per continuare la stirpe, o perdere l’eredità.
Sarchi. Io?... Che diamine! Avrei fatto come te precisamente. (alzandosi) E non avendo pasticci in giro, mi sarei trovato meno imbrogliato di te..... Mi dirai con tuo comodo, come te la sei cavata con.... (reticenza)
Mario. Chi?
Sarchi. Quell’altra... la baronessa.
Mario. (vivamente) Arsenia?! Non me ne parlare... (con imbarazzo) È dal matrimonio che non la vedo.
Sarchi. Me lo ha detto. Mi rincresce per il barone.... poveretto! si troverà perso senza di te. Ma.... avete rotto?
Mario. Arsenia è ragionevole. Le ho spiegato la necessità.....
Sarchi. (insistendo) Avete rotto?
Mario. (imbarazzato) Fa conto... Non ci vediamo... Non saprei dirti.... Non so.... Non cerco vederla... (impazientito) Oh, insomma, non me ne chiedere.
Sarchi. Ho capito... Però, senti... se sei un galantuomo...
Mario. Ssss! (sentendo la voce di Emma che chiama dall’interno: Mario!)
SCENA II.
=Detti= ed =Emma=.
Emma. (_entra correndo dalle sue stanze, in abito casalingo e succinto: ad un tratto, vedendo Sarchi che si è tirato un po’ in disparte, si arresta timida, impacciata) Ah! (con un inchino impacciato, da ragazza di collegio_) Signore!
Sarchi. (saluta inchinandosi)
Mario. (a Emma) Che c’è?
Sarchi. (a parte) Bella ragazza!
Emma. Cercavo i miei libri...
Mario. (Un pretesto...)
Sarchi. (a parte) Non mi presenta?
Emma. Li avevo messi qui... (cercando sul tavolino di Mario) Quelli grandi con le figure... e l’altro piccolo di storia sacra.
Sarchi. (a parte, sorpreso) Di storia sacra?!
Mario. (ajutandola nella ricerca) E allora ci saranno.
Emma. (vede il disegno incominciato) Oh bello! Me lo finite oggi?
Mario. Sicuro.
Emma. Come siete bravo!... (proseguendo la ricerca) Ah, eccoli! eccoli! (esaminandoli) L’amore delle tre melarancie..... L’uccellino bel verde... La principessa Biondina...
Sarchi. (_che ha cercato dal suo canto sopra un altro tavolino vicino a lui_) E qui i racconti di storia sacra del canonico Schmid... È questo che cercava la signorina?
Emma. (verso Sarchi) Ah!... proprio!.... Grazie, signore!...
Sarchi. (_compitissimo, nel consegnarglielo, con inflessione di voce affabile e velatamente canzonatoria_) E... ci si diverte la signorina a questi libri?
Emma. Oh tanto!... Specie la storia del Principino azzurro! Quanti rischi deve correre per unirsi alla sua Biondina... E anche lei, poverina, come ha sofferto per quella brutta strega!... Non vedo l’ora di arrivare alla fine.... Quel brutto Orco ho paura me lo ammazzi... ho paura...
Sarchi. (sorridendo) Quand’è così, signorina, si tranquillizzi; posso darle una buona notizia. L’Orco e la strega di sua moglie li abbiamo fatti arrestare e bruciar vivi... come del resto si meritavano.
Emma. Davvero?... Oh grazie!
Sarchi. (c. s.) Niente, niente... In quel poco che posso... Per lei e suo zio... (_accennando Mario che a questa parola fa un gesto vivo e sorride_).
Emma. Zio!... (ridendo) Ah, ah!... difatti!... (_salutando Sarchi d’un inchino, nell’avviarsi ad uscire) Signore... (guarda Mario nell’andarsene salutandolo e ride) Zio!... ah, ah!... (va via leggendo_) Povera Biondina!
SCENA III.
=Mario= e =Sarchi=.
Sarchi. (avanzandosi verso Mario) È tua nipote? Carina!
Mario. Nipote? Mia moglie, vuoi dire.
Sarchi. (strabiliando) Eh?
Mario. Mia moglie. Che c’è di strano?
Sarchi. Niente, niente. E allora, di’ un po’, tua moglie è molto avanti negli studî.
Mario. È una ragazza tutto candore. Per questo non te l’ho presentata. Temevo uscissi in qualcuna delle tue.
Sarchi. Grazie!
Mario. È tanto innocente!...
Sarchi. E magari per questo te la sei presa! Eh già, Don Giovanni cogli anni diventa goloso e appetisce il fior dell’innocenza. Lasciami ridere... Che coppia assortita!... Sarà stato bello il vostro viaggio di nozze!... E...
Mario. Cosa?
Sarchi. Quella tal condizione voluta da tuo zio... (_sorridendo maliziosamente_)
Mario. (seccato) Non me ne parlare.
Sarchi. Ma credo bene non l’avrai sposata soltanto per istruirla nelle favole e nella storia sacra...
Mario. (impazientito) Se ti dico di non parlarmene!
Sarchi. Scusa!... se siete stati dal Sindaco...
Mario. È un mese e mezzo che ci siamo stati.
Sarchi. In un mese e mezzo se ne fan tante di cose...
Mario. (lo guarda fisso, poi aggiunge asciutto) Siamo ancora come fratello e sorella.
Sarchi. (trasecolando) Eh?!! Tu scherzi.
Mario. (vivissimo) Scherzo? (_vorrebbe rispondere, padroneggiasi e tace_)
Sarchi. Ma che vuoi dire?
Mario. Voglio dire che la ingenuità di una fanciulla è un libro arabo, dove nè io nè tu, all’età nostra, non riusciam più a leggere.
Sarchi. Questo può darsi. Tu in ispecie. Io un po’ ingenuo lo sono ancora.
Mario. Ah, sì!.... Bene, senti. Emma, è il suo nome, benchè io le fossi presentato dai suoi, aveva lasciato abbastanza scorgere nella ingenuità sua, che io... non le dispiacevo. Le dovevano aver detto di me, de’ miei viaggi, de’ miei duelli, de’ miei talenti... (_Sarchi tossisce. Mario lo guarda e prosegue_)... quel tanto da compensare, in una fantasia da fanciulla, ciò che poteva esservi di prosaico nella presentazione di un uomo il quale vi domanda in moglie senza aver mai passeggiato sotto le vostre finestre, mai offertovi di ammazzarsi per un vostro sguardo, mai tentato di rapirvi in groppa di nessun destriero. Quel po’ di tempo che frequentai la sua casa, e il dì del matrimonio, Emma fu allegra, affettuosissima meco; e le sue arie da bambina davano alla sua gioja un non so che di grazia che anche senza amarla, sì... ti piaceva, ti sforzava a sorridere...
Sarchi. (ironico) Sei magnanimo!... fino al sorriso arrivavi! Guarda, guarda!... E al rimorso... no, eh?
Mario. T’avrei voluto ne’ miei panni in quel giorno...
Sarchi. Già.... con quell’altra che avrà tempestato... Ma, tira via...
Mario. Dunque la sera, finiti i brindisi, gli abbracciamenti, quando parenti e convitati furono andati via e spenti i lumi, e la dimora nuziale tornata nel silenzio, infilai la mia veste da camera (_gesto vivo di Sarchi_) e andai a trovar Emma che s’era ritirata nelle sue stanze.
Sarchi. (interrompendolo) Scusa... in veste da camera?
Mario. Sta in frac dodici ore e poi...
Sarchi. Tira avanti.
Mario. Emma era sola. Stava assorta nella lettura di non so cosa. Al mio entrare balzò come colomba spaventata. «_Vi ho fatto paura? — Oibò! dice squadrandomi da capo a piedi, vi avevo preso per Maddalena_,» la sua cameriera.
Sarchi. (flemmatico) Vedi, se tu avessi avuto anche il berretto da notte, ti avrebbe preso al meno per il cuoco.
Mario. (guarda Sarchi, dà una scrollatina di spalle e prosegue) Sorrido..... faccio un passo verso lei.... lei fugge tremebonda e si rintana nel fondo della stanza. Per carità, signore, lasciatemi! Che avresti fatto? Andiamo, via! non vi tocco! tranquillatevi!... Colle belle e colle buone riesco a rassicurarla, e allora, piantandomi in faccia due occhioni lagrimosi, mi mostra... indovina...
Sarchi. Eh?
Mario. Un libricino regalatole dal suo parroco, e mi racconta di averci letto come un giorno Jefte promise di immolare la prima persona in cui si fosse a caso imbattuto per via... e che essendo la combinazione capitata proprio alla sua figliuola, questa chiese per grazia ed ottenne due mesi di tempo per piangere sui monti..... colle sue compagne.
Sarchi. E quindi?
Mario. Quindi mi supplicava d’essere anch’io come Jefte generoso, perchè anch’io m’ero imbattuto in lei per la prima a caso, e i suoi l’avevano data a me senza il tempo per conoscermi... e che insomma aveva paura... e che lasciassi anche a lei due mesi per dare l’addio alla sua vita di fanciulla... eh? che ne dici?
Sarchi. Dico che quella bimba ha dello spirito senza saperlo. E se tu l’hai accontentata...
Mario. ... tremava come foglia, piangeva, voleva uccidersi, tornar da suo papà...
Sarchi. (ripigliando) Se l’hai accontentata nel suo capriccio da bambina, non hai fatto che il tuo dovere. Tanto più che, in fondo al cuor tuo, non ti deve essere costato troppo. Perchè avendola sposata per obbligo, eran sempre due mesi di vita da scapolo guadagnati. Sei però ben sicuro non fosse proprio altro che un capriccio infantile?
Mario. E che altro?
Sarchi. Di quella tua relazione vecchia, la bambina non sa nulla?
Mario. (resta a prima giunta colpito, poi subito ripigliando) Oibò! impossibile! nulla!
Sarchi. Mai sospettato di nulla?
Mario. Mai... Ma se ti dico che è l’ingenuità in persona...
Sarchi. Meglio per lei, poverina!... Vedi, quasi, io, fossi in te, stando le cose in questi termini, alla fin dei due mesi farei la voltura per altri due...
Mario. Eh?
Sarchi. Almeno per iscrupolo di coscienza! Tuo zio può benissimo aspettare. A regalargli dei marmocchi, hai sempre tempo.... mentre non trovo niente affatto necessario che un galantuomo maritato tenga il piede in due staffe e inganni una sposina giovinetta, intanto che... (Mario fa un gesto come di protesta) Va là, va là... che colla baronessa non l’hai rotta... con quelle donne lì, tutte orgoglio e lussuria, non si rompe facilmente. Povera piccina! lasciala almeno ai suoi libri, alle sue figurine, ai suoi sogni!... Rinnova il termine! rinnova il termine!
Mario. E se io ti dicessi che l’appressarsi di esso mi dà un turbamento, un’impressione strana? Bene sì.... nei primi giorni, quel capriccio innocente m’aveva divertito per la novità... mi aveva quasi fatto comodo... m’era parso di sentirmi più tranquillo... più libero. Avevo altre febbri nel sangue...
Sarchi. Già... già... dopo il cognac, il bordeaux non lo si gusta.
Mario. Eppure in questo tempo, quella bambina ha messo a una prova bizzara il mio spirito! È un caratterino che ha dei lati curiosi: un piccolo indovinello che ti par facilissimo e ti sfugge, e ti stuzzica a studiarlo. Certe volte ti domandi se è una bambina o se è una donna: credi giocar colla prima e ti passa sul viso un soffio caldo femminile! ti abbandoni all’illusione... una risata infantile te la rompe. Ed è un bene, sai: perchè ti pare che, in quel momento, se si affacciasse d’improvviso la donna — la donna ardente, appassionata, imperiosa — la ti farebbe perdere la testa.
Sarchi. (sentenzioso, ironico) Perdita grave per l’umanità.
Mario. Intanto con me è carezzevole, affettuosa... gaja... e il patto di quella sera lo mantiene e non ne parla, come se il termine non dovesse venir mai...
Sarchi. (leggermente ironico) E quasi quasi, eh? non parlandone lei, ti verrebbe fin la voglia di parlarne tu...
Mario. Io?... Io dico che non ci capisco più nulla, che questa storiella prima mi divertiva, ora comincia a imbrogliarmi, a seccarmi, e ho quasi un’impazienza di vederne la fine.
Sarchi. Vuoi il mio parere? La tua bambina mi ha l’aria di esserlo meno di quel che pare... e siccome io amo le bambine che studiano, che sanno i racconti del vecchio testamento e li mettono a profitto coi mariti, mi farai il famoso piacere di riparare la tua mala creanza, e di presentarmi, come esige il galateo.
Mario. Vieni stasera da noi..... siamo soli....
Sarchi. Stai in casa anche la sera?.... Bravo! Accettato! Oh! (guarda l’orologio) è tardi: ho delle visite. Ora esci?
Mario. Non posso. Le ho promesso finirle una cosuccia pel suo ricamo....
Sarchi. Ah! ah! (_dà un’occhiata sul tavolo a esaminarvi il disegno, e guarda Mario con far canzonatorio_) Bello!.... Fai bene!.... addio... (nell’andarsene continua ad osservare Mario e ride) Ah! ah!
Mario. Cos’hai?
Sarchi. Ti guardo.... sei elegante. La veste da camera la metti ancora?
Mario. Hai buon tempo....
Sarchi. (se ne va guardandolo e ridendo) Ah! ah! Rinnova il termine!.... rinnova il termine!
SCENA IV.
=Mario= solo.
Mario. (_si stringe nelle spalle e va al tavolino a continuare il disegno_) È un gran burlone!.... Eh sì... al termine ci manca poco... e in un modo o nell’altro bisogna uscirne!.... Meno male che Arsenia non si fa viva.... Strana ragazza!.... Se Emma sapesse... Che cosa ci sia in quella testolina.... chi lo sa! e che mi importa di saperlo! D’altronde, poverina... non ha tutti i torti.... (_rompe il monologo con un gesto brusco d’impazienza_) Oh, insomma, questa storia m’annoja!...
SCENA V.
=Mario= ed =Emma=.
(_Emma si affaccia venendo dalla porta di fondo; ha un cappellino di paglia da forosetta in capo e porta una gran bracciata di fiori. Sulla soglia si sofferma e contempla Mario con isguardo indefinibile, tra commossa e pensosa; poi si avvicina pian piano, inavvertita, dietro la sedia di lui chino sul suo lavoro, guarda per qualche istante sorridendo, il disegno, sopra le spalle di lui, poi gli lascia d’improvviso cadere in pioggia, sulla carta che ha davanti e sul tavolo, i fiori e dà in una risata_)
Mario. (voltandosi brusco) Cos’è?
Emma. (con grazia) Fiori!... Per lo zio!... (ridendo) (_Mario fa un gesto di spalle, di malumore_)
Mario. Con quel cappellaccio!... (_gettandole un’occhiata senza distogliersi dal lavoro_)
Emma. Sto male? (va a guardarsi allo specchio con aria civettuola) Meglio così?... (_si leva il cappello stando allo specchio, aggiustandosi la pettinatura e consultando Mario_)
Mario. (_dopo di averla guardata ancora di sottecchi e proseguendo a disegnare_) Siete scappata via!...
Emma. C’era qui quel signore... che v’ha preso per mio zio.... Parlavate d’affari.... sono andata in giardino a cogliere fiori.
Mario. (sempre disegnando) E non c’è il giardiniere?
Emma. (con grazia ingenua) Oh, sì che lui se ne intende!... Lui conosce le semenze, sa i nomi latini dei fiori, dell’erbe, e delle piante... ma quando i fiori discorrono, lui non capisce niente.
Mario. I fiori discorrono!
Emma. (_mentre parla con Mario che non si muove dal suo lavoro, ella va riponendo e aggiustando i fiori entro i vasi_) Sicuro... e i poveretti hanno un bell’affannarsi a sussurrargli dolci paroline, a mandargli sorrisi e profumi; lui passa via impassibile, butta dell’acqua addosso a tutti senza distinzione, e una rosa e un fior d’asparago per lui è la stessa cosa.... Guardate questi come son belli....
Mario. (volgendosi appena) Tutta una serra!
Emma. (proseguendo a riporre i fiori) Ma oggi forse avrem visite... e poi... è la festa della vecchia Maddalena... Le ho preparato un bell’abito e una bella cuffiona nuova in regalo... di quelle che piacciano a lei... dei tempi di Noè. (_va a prendere da una scatola di cartone che è sul pianoforte una cuffia da vecchia_) Povera vecchia!... come sarà contenta... A proposito... (_va al tavolino dove Mario lavora, e gli si siede dirimpetto; poi con preghiera carezzevole_) Mi date un bigliettino piccolo?
Mario. Per che farne? (estraendo il portafoglio)
Emma. Per completare il regalo. Glielo appunto qui dentro la cuffia... Quando lo trova, veder che smorfia di gioia! (_prende il biglietto che le dà Mario_) Così poco?.... Spilorcione!...
Mario. Grazie..... va bene questo?.... (gliene dà un altro)
Emma. Oh adesso sì!.... Povera Maddalena!... (_si alza e passeggiando si ferma sul davanti della scena, come parlando fra sè_) Mi ha portata in braccio piccina, mi ha visto nascere. Dal dì che le è morto il suo uomo, non sa darsi pace..... Un giorno anch’io sarò vecchia come lei.... metterò anch’io sui capelli bianchi una cuffia così.... (_si mette la cuffia_) ma io non sarò sola.... Voi sarete un bel vecchietto colla testa pelata, il mento in fuori.... così.... (_accompagna con mimica buffa le parole_) tanto di tabacchiera..... e occhiali d’oro... e un bel fazzolettone da naso di quelli a quadretti colorati così grandi... E la sera la passeremo accoccolati vicino al fuoco (contraffà la voce e le smorfie dei vecchi) — _Tesoro..... senti che freddo! Allora ci daremo del tu. Brrr!!! Dammi una presa!... Che ora è? — Le otto! — Di già?... Sarà ora di scaldare il letto.... — Ma sì... angelo mio... (imita colle labbra il baciucchiarsi dei vecchi e rompe in una risata_) Ah! ah!
Mario. (_ha smesso da un po’ di disegnare e ammaliato dalla graziosa festività di lei, sta a guardarla e sentirla sorridendo_) Che matta!.... Che matta!.... E... (si alza e le s’avvicina)
Emma. (lo guarda ilare, civettuola, tenendosi alquanto discosta) Cosa?
Mario. Se anticipassimo.... su quel giorno...
Emma. (con grazia maliziosa) Che saremo vecchi?... Eh?...
Mario. (incoraggiato avvicinandosi) Me lo date adesso... per allora... un bacio?...
Emma. (_scandalizzandosi, con fare ingenuo e civettuolo, ma senza allontanarsi_) Ohiboooo!....
Mario. (_sempre più incoraggiato fa per cingerle d’un braccio il fianco e baciarla) Uno solo!... (Emma rapidissima gli scivola di mano e gli scappa_)
Emma. (mentre fugge, e con accento stavolta vibratissimo) Ohibò!...
Mario. (inseguendola) Emma!... Emma!... Non far la cattiva...
Emma. (con accento energico) Zitto!.... Alto là... I nostri patti. Se fate un passo, torno da papà...
Mario. Sempre il papà!... Ma... ma...
Emma. (con piglio risoluto di bambina impuntigliata) Non c’è ma. Stia lì fermo, e parliamo di affari serii.... (_si è riparata dietro il pianoforte_)
Mario. Si potrebbe parlarne più vicino...
Emma. No, no... Anche lì si sente benissimo (_Mario stizzito, con un gesto di dispetto, ritorna al suo lavoro: Emma sempre da dietro il pianoforte lo guarda un po’, indi ripiglia con voce ridivenuta insinuante_) Mi son permessa di trattenere fino a nuovo ordine il domestico che avete licenziato...
Mario. Chi? Gaetano!... quell’impertinente!
Emma. (_ha lasciato il suo posto, e girando dietro il pianoforte, adagio, un po’ per volta, mentre parla, si viene avvicinando verso Mario seduto al lavoro_) Un vecchio servitore con famiglia... tre figli piccoli... poi fedele... affezionato alla casa... metterlo sulla strada!... ha mancato... non farà più, me l’ha promesso. Ma dove trovarne uno più onesto?...
Mario. (tra brusco e commosso) Emma!...
Emma. Se aveste visto il poveretto come piangeva!... e i suoi bambini che strillavano e gli si aggrappavano alle ginocchia. Come è triste essere poveri! stentare servendo la vita!
Mario. (commosso dall’accento di lei, a parte) (Che cuore d’angelo!)
Emma. (continuando a poco a poco ad appressarglisi) Ditemi che ho fatto bene!...
Mario. (combattuto) Emma!...
Emma. (_gli si è fatta ormai vicina, e gli parla con fare grazioso, con preghiera, carezzevole_) Non lo mandate più via.... nevvero?
Mario. E... se non lo mando via? (_voltandosi verso di lei con espressione di desiderio e di lusinga_)
Emma. (con semplice naturalezza, leggermente scostandosi) Grazie!...
Mario. (con disappunto) Null’altro?... in ricompensa?...
Emma. D’una buona azione? Non vi basta che v’ho levato un rimorso? (con ingenuità graziosa) Con un rimorso di quel genere sull’anima, un qualche dì il diavolo vi portava via! Andar laggiù ad abbrustolire... Ohibò... Tanto più la moglie dovendo seguire lo sposo.
Mario. (_disarmato dal far comico di lei, si alza scherzando a sua volta_) E in paradiso... insieme a braccetto... ci verreste?...
Emma. Ah, là sì!... Ma non adesso...
Mario. Però.... a braccetto? Che San Pietro, vedendoci venire, capisca subito che siamo marito e moglie...
Emma. S’intende.
Mario. Supponiamo, quella è la porta... Più in qua (_Emma, si avvicina sorridente e come stando allo scherzo, per dargli il braccio. Mario con gesto rapido ne approfitta per ritentare di cingerle il fianco e di baciarla_)
Emma. (_rapidissima, svincolandosi e fuggendogli di mano un’altra volta_) Alto là... ho detto! Vado da papà...
Mario. (impazientito, stuzzicato dal desiderio, inseguendola) Dalli col papà.... oh... ma insomma... (la rincorre per la stanza)
Emma. (_sfuggendogli per la stanza, quando sta per essere raggiunta da lui, dà in un grido, come si fosse punta allo spillo di una poltrona) Ahi!... (Mario al grido di lei s’arresta sgomentato, a distanza. Emma si ferma a sua volta, e, sempre a distanza, si guarda e tocca il dito, borbottando contra Mario_) Mancator di parola! cattivo... per causa vostra!
Mario. (inquietissimo, senza osare d’avanzarsi) Sangue?...
Emma. (brontolando, con civetteria e musoneria) Già.... Brutto sanguinario! Adesso lo voglio lasciar uscir tutto!... Così diventerò la dama bianca. Oppure mi verrà il tétano!... (_parla seguitando a esaminare e toccare il dito_)
Mario. (impazientito e inquieto) Ma che tétano!... lasciatemi vedere... (fa atto d’appressarsele)
Emma. (scostandosi) No, no..... In là..... Tanto che ve n’importa?!....
Mario. (con rimprovero affettuoso) Emma!...
Emma. Se anche morissi... un imbarazzo di meno per voi!... E così, in questo carnet (va a un piccolo stipo a prenderlo) che giusto oggi volevo regalarvi, colle cifre ricamate di mia mano...
Mario. Oh... grazie...
Emma. Ci scriverete qui in prima pagina l’epigrafe per la mia tomba... (parlando come a sè stessa senza guardar lui)
Mario. Che brutti discorsi!...
Emma. (c. s.) Ci metterete: _Alla povera Emma — moglie brava, virtuosa, ubbidiente_ — questo sì potrete dirlo senza scrupolo — nell’aprile degli anni rapita — il suo Mario inconsolabile — bugiardo! — O Emma, mio angelo — a rivederci nel Cielo.
Mario. (sorridendo le si appressa) Ma non s’era intesi poco fa di andarci insieme.... il più tardi possibile... da quelle parti?... Via... smettiam le fanciullaggini!.... O finirò ad andare in collera! Vediamo il dito...
Emma. (con grazia di bambina, soffiando sul dito) Marcia-sparisci. Bell’è guarito!... Non andate nevvero, in collera?...
Mario. (con musoneria) Sempre bambina!... che cosa sono queste storie?!...
Emma. E voi che cosa m’avete promesso un mese e mezzo fa?
Mario. (con malumore) Un capriccio da collegiale...
Emma. Ebbene, foss’anche, che cosa vi costa? a voi?... Non ne siete dimagrato... E io per voi che cosa sono?... Bella, già no...... Mai una volta me l’abbiate detto. Sono una ragazza ignorante che fa i capriccietti, nient’altro...
Mario. E se io vi dicessi...
Emma. (interrompendolo) No, no, non dite bugie. Parliamo d’altro. (va a sedersi) A proposito, vi ho detto che oggi avremo visite?
Mario. Chi?...
Emma. La baronessa di Villalba. (_gesto vivissimo di Mario, di cui Emma finge di non accorgersi_)
Mario. (esterrefatto) La baronessa di Villalba... qui?...
Emma. (con far naturalissimo) Non è nostra vicina di campagna? E poi non era nello stesso collegio mio, tre classi avanti di me?... le ho scritto ricordandole la sua piccola compagna antica e chiedendole di andarla a trovare. Lei gentilmente mi ha risposto che sarebbe venuta la prima...
Mario. (turbatissimo, a parte) (Lei qui!...) Che sciocchezza vi è saltata in mente?...
Emma. Che male c’è?...
Mario. (imbarazzato) Nessuno.... Ma sapete che io non amo le visite... i complimenti... le noje... Poi le visite bisogna restituirle...
Emma. E che importa? Arsenia è tanto buona! Povera Arsenia!... e dir che tanti le voglion male!... hanno avuto perfino il coraggio di dire che ingannasse suo marito!... suo marito che l’adora!... Bisogna essere ben cattivi per pensare delle azioni così negre!... Quando è così bello, fa così bene il credere gli altri tutti sinceri, tutti buoni come noi... Perchè io, n’è vero, che sono buona?...
Mario. (agitato e commosso insieme dalle ultime parole di Emma) Voi siete un angelo! (_fa per abbracciarla; essa lo previene scostandosi d’un passo_)
Emma. (tenendolo a distanza) Gli angeli non si toccano. (_Mario fa un gesto vivo d’impazienza stizzita e torna a sedersi al suo tavolino, puntandovi i gomiti con musoneria, voltate ad Emma le spalle. Emma lo lascia fare pur restando a guardarlo, fra seria e commossa, come al principio della scena quando entrò; poi adagio adagio va al pianoforte. Lunga pausa di silenzio fra i due che si voltano le spalle. Emma suona un’aria melanconicissima, che va facendosi man mano più triste, più languida e fievole. Mario a poco a poco si volge, gettando dalla parte di Emma occhiate furtive e prestando attenzione alla musica_)
Mario. (a parte, mentre Emma sta suonando) (Che aria triste!...) (_il suono si fa più mesto e si affievolisce sempre più; Mario in ascolto osserva furtivamente Emma che volge le spalle a lui; gli par di vederla portar la mano agli occhi) È commossa!.... (a un certo punto, il suono vieppiù affievolendosi, cessa del tutto, ed Emma poggiando il gomito sul piano, vi china sopra il capo e resta immobile, la mano sugli occhi. Mario fra inquieto e intenerito si alza e la chiama affettuosa sotto voce) Emma!... (Emma resta immobile nel suo atteggiamento senza rispondere) Piange?!.... (in punta di piedi, adagio, Mario si avvicina a lei. Sul di lui volto appare l’ansia, la commozione, il desiderio trepido. Quand’egli appressatosi sta per chinarsi sul capo di lei, Emma senza mostrare di essersene accorta, si scuote e balza in piedi_)
Emma. (_con un piccolo grido allegro: Mario contrariato si ferma di botto) Ah! una carrozza... È lei!.... Corro a vestirmi.... (s’avvia correndo alle sue stanze senza badare a Mario_)
Mario. (correndo dietro) No, Emma.... no, senti prima, io t’a... (_mentre egli sta per raggiungerla, Emma dalla soglia volgendoglisi sorridente, graziosa, si mette il dito sulle labbra, per interdirgli di finir la parola; gli fa una riverenza piena di grazia, poi ratta fugge via_)
SCENA VI.
=Mario= solo.
Mario. Ma è matta!... o sono io che ammattisco?... Che cosa ho dentro qui?... (dopo una pausa come cacciando un’idea) Eh via!... (passeggia concitato poi soffermasi) E Arsenia... cosa viene a far qui?... Pure converrà tranquillarla... È qui... Maledizione!...
SCENA VII.
=Mario, Arsenia= e =Servo.=
Servo. (annunciando) La baronessa di Villalba.
Mario. (_con voce soffocata andandole incontro, appena uscito il Servo_). Voi qui?
Arsenia. (tranquilla, sorridente) Vi sorprende?... Infatti... è un po’ che non vi si vede... e chi avrebbe detto che ci saremmo riveduti così! Pare un sogno.... Eh, tutto è sogno nel mondo... ossia, è la vita...
Mario. (a voce vibrata, repressa) Ma, in nome di Dio, perchè siete venuta?
Arsenia. (pacatissima) Non ve l’ha detto vostra moglie? Perchè vi han memorie che le anime ben fatte non trascurano.... Emma, mia amica di collegio, voi, mio amico.... fuor di collegio, — vi pare strano che Emma m’invitasse e che io accettassi l’invito?....
Mario. Ma se Emma sapesse...
Arsenia. Sareste voi che andreste a dirglielo? Tranquillatevi. Non venni a sturbare la felicità vostra. Al contrario, vengo ad ammirarla. E comincio dal congratularmi della scelta. Emma è una buona ragazza... un po’ scioccarella... un po’ volgaruccia... (_Mario vorrebbe protestare_) Oh sì!... questo sì!... fra parentesi, ditele che si vesta meglio... l’altro dì sul corso pareva infagottata.... Ma, del resto, una gran buona ragazza!... posto che una fine dovevate farla... tanto lei che un’altra...
Mario. (risentito) Arsenia!...
Arsenia. E il completare la sua educazione, (perchè, sì, poveretta, ne ha bisogno)... vi sarà una dolce occupazione del cuore... È quel che appunto dicevo al dottor Sarchi... L’ho incontrato che veniva qui.... mi verrà a riprendere... Che uomo allegro!...
Mario. Sentite, Arsenia! Io vi leggo nel pensiero. Voi venite a prendervi una rivincita, e con quella fanciulla non è generoso, non è nobile...
Arsenia. (ridendo) Rivincita?!... Ah! ah! vi pare? Una rivincita suppone una battaglia perduta.... ed io non ho perduto nulla, perdendo voi.
Mario. Lasciate l’ironia, ve ne prego. Voi lo sapete meglio di me. Queste nozze le subii, non le cercai. Ma Emma lo ignora, e deve ignorarlo. Voi la vedrete... Lei fanciulla debole, ingenua... voi donna, superba di fascini vi pare una lotta degna di voi?... La protezione della sua quiete è il meno che io le devo in ammenda di un inganno che mi pesa...
Arsenia. (ironica) La sua quiete?... E un po’ anche la vostra, volete dire. Infatti è giustissimo... Io non ho temuto di compromettere per voi un giorno il mio onore, e voi temete di compromettere la vostra quiete?... Chi di noi due il più egoista?
Mario. Siete ingiusta.
Arsenia (c. s.) Ebbene, che c’è di male che io venga a vederla più d’appresso in che modo è fatta questa quiete matrimoniale?... Siete pur entrato voi nella mia vita, non ho io il diritto di entrare un po’ nella vostra? Non mi avete scritto sposandovi che restavate in cuore ancor mio?... Ebbene, se siete mio, questa è anche un po’ casa mia. Mi ci si chiama... ed io vengo, (cessando bruscamente l’ironia) A meno che... a meno che tu non l’ami quella bambola... come la chiamavi....
Mario. Ma no...
Arsenia. E lo è ancora adesso una bambola.... n’è vero?... ne convieni...
Mario. Ma sì...
Arsenia. (febbrile, incalzante) Ma sì, ma no... Dillo che non l’ami... o ch’io...
Mario. Ssss! ella è qui....
SCENA VIII.
=Detti= ed =Emma=.
(_Emma entra in toeletta ricchissima ed elegantissima, con aria e incesso da gran signora. Sembra trasfigurata. Mario al vederla non può trattenere un vivo movimento di sorpresa e ammirazione_)
Emma. (movendo amabilissima incontro ad Arsenia) Arsenia!
Arsenia. Emma!... (si abbracciano)
Mario. (a parte, ammirando estatico l’eleganza di Emma) Com’è elegante! (Altro che infagottata!)
Emma. (_a Mario che imbarazzatissimo s’accinge a far le presentazioni_) Tralascia le presentazioni. Siamo vecchie amiche.... (ad Arsenia) Come ti son grata di esserti ricordata di me!
Arsenia. Ho avuto il tuo biglietto jersera... tornata appena in città... Come vedi, non mi son fatta attendere. Ma lasciami finire i miei complimenti a tuo marito.... Dal collegio in qua ti sei fatta pur bella!...
Emma. Tu dici?... Cioè... questa sarebbe l’opinione di mio marito!... Ah sì, se dai retta a lui, in confronto mio la Venere dei Medici si può nascondere... A sentir lui, non c’è altro di bello sulla terra fuor di me...
Arsenia. (_trasalendo, si sforza sorridere e getta una furtiva occhiata di corruccio a Mario imbarazzatissimo_) Ah! ah!
Mario. (stupito fra sè) (E poco fa si lagnava?) Cioè... (_vorrebbe interloquire, ma Emma l’interrompe_)
Emma. Ah, sì, sì... a sentirti...
Mario. (sempre più stupito) (Ora mi da del tu?...)
Arsenia. (_discorre, qui, e più avanti, sforzandosi nascondere sotto accento affabilissimo e aspetto ilare il dispetto nervoso e gettando a Mario di soppiatto occhiate furiose_) E fortuna che con te dice il vero... Se no, sai, le troppo adulazioni dei mariti, alle volte...
Emma. Ah, ah, tu scherzi. Ti pare!... Un amore al quale bisognasse montar la sentinella, e vigilarlo tutte l’ore perchè non mi scappi via!... Ma non saprei che farne, io, d’un amore simile!... Se l’amore non fosse una fiducia intera, sublime, il cieco abbandonarsi l’una all’altra di due anime in un amplesso appassionato ardente..... ardente come i baci che trassero a perdizione gli angeli di Moore...
Mario. (stupefatto, fra sè) (Gli angeli di Moore!).
Emma. (terminando la frase)...... non lo vorrei!.... non lo vorrei! Neppur tu, n’è vero, Mario?
Mario. (trasecolato a parte) (È Emma che parla?).
Arsenia. (_sottovoce rapidissima, fremente, a denti stretti, guardando Mario che le è vicino_) Ah... è questa la bambina...
Emma. (insistendo, perchè Mario esita a risponderle) Neppur tu?...
Mario. (impacciatissimo) Ma già... gli è che...
Emma. (con energia imperiosa) Negalo un po’...
Mario. (c. s.) Non nego. (Ma è proprio Emma che parla? Arsenia mi mangia).
Arsenia. (a Mario con repressa ironia) E allora, caro conte, le mie felicitazioni!... Proprio, a vedervi, chi direbbe che quella vostra aria gioviale, scapata, nasconda tanta fiamma di entusiasmi!... (_con sorriso forzato_) Qua la mano!.... Non si stringe ogni giorno, in tempi scettici, la mano (_nello stringere la mano che Mario costretto le dà, gliela storce per rabbia così forte, che Mario fa una smorfia di dolore e gli sfugge un Ahi! soffocato_) di un uomo superiore che sa ispirare di queste fedi intense, ideali... (sottovoce rabbiosa a Mario) (È la poppattola?...)
Mario. (come per ringraziar del complimento) Baronessa...
Emma. (_non perdendo nulla del giuoco dei due, ma senza mostrare di accorgersene; ad Arsenia_) Non tentar la sua modestia!...
Arsenia. Ma io, Emma, sono un po’ in collera con lui. Oh sì! troppo egoista, conte! Se vostra moglie non si ricordava di me, ancora oggi non saprei nulla delle vostre gioje! Eppure i vecchi amici ci hanno un diritto alla lor parte... Non va bene dimenticarli!...
Mario. (complimentoso cercando una risposta che non trova) Oh, ma la mia memoria!...
Emma. (pronta levandolo d’imbarazzo) No, per questo non lo sgridare...
Mario. (Come se n’esce?)
Emma. La colpa è mia..... tutta mia. Sono io la egoista che ho reclamato per me il possesso intero di questi giorni... E lui poveretto...
Arsenia. Ti ho obbedito...
Emma. (vivamente) Ah sì!.... quanto a questo, fa tutto quel che voglio...
Arsenia (fulminando Mario d’un’occhiata) Ah!
Emma. Vorrei ben vedere che non lo facesse...
Mario. (Io casco dalle nuvole!...)
Arsenia. (sorridente ad Emma) Veramente... sai, il codice...
Emma. (vivacissima) Ma che codice... Come se il codice fosse fatto pei matrimoni d’amore! Come se il codice dettasse legge al cuore, quand’esso dice all’uomo: Costei che hai scelto a tua compagna dei dolori e delle gioje... amala... ponila in alto... su in alto nella tua mente... e di lassù ove l’hai posta non la far scendere mai; perchè foss’anche un’illusione, anche un sogno, questo sogno è una luce a’ tuoi giorni, è una forza ispiratrice al tuo ingegno, ti darà visioni belle, buone, gentili.... il dì che tu rompessi l’incanto, tutta la prosa del codice non ti compenserà un solo fascino della poesia che hai perduto...
Mario. (stupefatto affascinato guardandola) (Ma è lei? proprio lei!...)
Arsenia. (ad Emma) Ah!... ti sei fatta romantica...
Emma. Oh no, — mi son fatta donna. Sono giovine, senza essere la Venere che lui pretende, brutta non sono... e se non li facessi, come donna, valere adesso, sul mio Mario, i diritti della gioventù e della bellezza, se non cercassi, magari anche di abusarne un tantino, non sarei una sciocca? Ti pare? N’è vero, Mario, che non me ne vuoi, se qualche volta un tantino ne abuso?
Mario. (_trasecolato, non sa più che pesci prendere, guardando a vicenda le due che lo fissano_) Tu abusarne... Oibò... (Arsenia mi fulmina! Ma Emma è un’altra!...)
Arsenia. Ah!.... ma brava!...
Mario. (Qui è meglio cavarsela....) Se non ti rincresce, Emma, se la baronessa permette, vado un momento là nel mio studio....
Emma. Studio?... adesso?... ohibò... adesso non si studia, si resta qui.
Mario. (Ma che diamine ha?...)
Emma. (proseguendo) Non tema disturbarci il signorino. Tanto si parla di lei... Se è per modestia, si metta là (_gli indica il tavolino al quale stava disegnando_) e mi finisca quel disegno pel mio ricamo. Doveva esser finito da jeri...
Arsenia. (scandolezzandosi ironicamente) Oh, sin da ieri?.... siamo in ritardo degli ordini...
Emma (ad Arsenia) Vedessi come disegna! è un amore... Me lo finisci, Mario?
Mario. Sì, sì... (va al tavolino) (Con Arsenia sto fresco! Ormai, tant’è! Ma mia moglie che diavolo ha?...)
Arsenia. E così gli comandi? (Emma sorride affermativamente) Ah! Ah!.... Ercole ed Onfale!...
Emma. Ah sì! fa tanto piacere....
Arsenia. Però, vedi, i libri pretendono che Ercole ne abbia avuto biasimo...
Emma. Perchè Onfale non era sua moglie, ed Ercole per lei tradiva sua moglie, la più fida delle mogli....
Mario. (mentre disegna, alzando il capo sempre più attonito) (To! adesso anche la mitologia!)
Emma. ... il che certo non toglie che Onfale dovesse trovarci gusto...
Arsenia. Ah già! per una donna, comandare ad un eroe così famoso... vedersi docile ai piedi il vincitore di battaglie, l’uccisore dell’Idra e del leone nemèo.....
Mario, (interrompendo il suo lavoro) Oh questo poi! (_alzandosi, le mani puntate sul tavolo_) Prego di credere, baronessa, che io non ho ammazzato nessun leone..... e nel serraglio Bidel vado sempre per precauzione ai secondi posti... (_torna a sedere e ripiglia il suo disegno_)
Emma. (vivamente apostrofandolo) Ed io ti prego di credere che se non ti ritenessi capace di affrontare occorrendo, per un mio desiderio, anche i leoni, come il cavaliere della canzone di Schiller che scese nel circo a raccogliervi il guanto della sua dama.... non ti vorrei...
Mario. (sbalordito) Ma sì!...... anche Schiller!...
Emma. Ma io so che parli per modestia...
{Mario.} Se lo dici... (Tant’è... con Arsenia succeda che vuole, ma mia moglie, per Dio, è proprio affascinante!)
Emma. Io però non credo, Arsenia, che il maggior piacere per Onfale dovesse essere quello!... soggiogare un eroe!.... che gran cosa!... non c’è gente, colle donne, più debole degli eroi!....... Sai la voluttà proprio vera, squisita, quale io penso che fosse per lei? Il pensiero di averlo portato via a sua moglie, di averlo rubato a un’altra donna...
Mario. (Ahi! ahi!...)
Arsenia. Proprio?... tu dici?
Emma. Io dico che in noi donne non c’è nulla come il pensiero del furto per aumentarci la voluttà dell’amore.
Mario. (alzando il capo dal lavoro) Ma sentila!...
Emma. (seguendo il filo del discorso) Viviamo di saccheggio reciproco. E perchè mo’ un uomo fatto e che sia già passato per parecchi amori, ha per una donna più fascino di un giovinetto che sia ai primi passi?.... Perchè maggiore è il numero di altre donne su cui le sembra, conquistandolo, di trionfare. O perchè un uomo innamorato di una donna bella, invoglia un’altra a farlo suo, più di uno che ne ami una brutta? Perchè più difficile è il furto... e più ci adesca la vanità....
Mario. (È un trattato di psicologia!...)
Emma. (proseguendo) E vuoi un esempio? Tanto ora, con te posso dirlo... e col mio Mario non ci son segreti. E poi, acqua passata non macina. Quel signorino lì, come lo vedi...
Mario. Eh?
Emma. Stai lì... come lo vedi, con quell’aria contrita, non credere mica ch’io sia stata il suo primo amore...
Arsenia. Davvero?
Emma. Adesso... sì, mi ama.... e come! e come!.... (_gesto di Mario a cui Emma risponde) Va là che lo so! lo so! (si volge ad Arsenia_) Ma sai che cosa di più mi ha invogliato ad essere amata da lui? lo avere scoperto per caso, il dì delle nozze, che egli aveva una passione.... (_movimento di Mario ed Arsenia; Mario, quatto, quatto si alza dal lavoro e gira inquieto per la stanza, come cercando svignarsela_) non so per chi.... ma per una donna che gli comandava, come io adesso.... una passione che lo portava a finir male... Guarda che t’è caduto un guanto!... e il pensiero di toglierlo a colei, di farlo mio, tutto mio, che a quell’altra non ne restasse neppur una briciola....
Arsenia. (sorridente, nervosa, febbrile) Ah!... sei ben certa di esserci riuscita?
Emma. (trionfante) Se lo sono!.... Domandalo a lui! Senti, Mario, che cosa Arsenia mi chiede!!... Se è vero o no che io la ho supplantata colei, se è vero o no che l’hai strappata dal tuo core, per farmene dono, l’immagine di quella femmina.... (con accento di spregio).
Arsenia. Ah!...
Emma. (_non lasciandosi interrompere e rincalzando con forza crescente_).... perchè, sai, mia buona, mia cara Arsenia, mi dissero che era anche maritata.... e ch’ella abusava della catena che la complicità crea, per tradire i suoi doveri, suo marito... tradire, disonorare, a sangue freddo, — intendi? un uomo leale, che vi colma di benefici, che vi affida il suo nome, non è vero che tutto ciò è triste, è odioso, e basso.... e che colei meritava la umiliazione che io le ho inflitto... non è vero, Arsenia mia cara, che la meritava?.... E l’ha avuta!... (_Emma s’è venuta nel discorrere, accolorando e concitando — i suoi occhi dan lampi fissando Arsenia che all’ultime parole balza in piedi convulsa. Emma ripiglia con voce dolcissima_) Che hai?
Arsenia. Nulla.... è tardi....
Emma. Oh no, non te ne andare...
Arsenia. (sforzandosi sorridere con tremito convulso nella voce) Ma in verità, Emma, si direbbe che tu ti esageri la tua missione sociale! Ti erigi grande giustiziere del nostro sesso con una solennità, con una severità che spaventa..... E voi conte, non dite nulla?... (_Mario che si è rimesso al suo tavolino, incontrando, a questa apostrofe di Arsenia, lo sguardo imperioso e fascinatore di Emma, invece di rispondere, si china sul suo disegno, fingendo di lavorare in furia_)
Emma. Che vuoi che dica?
Arsenia. Non mi par da cavaliere lasciar offendere una donna che non può difendersi, e che vi avrebbe dato, dopo tutto, il suo amore...
Emma. Eh via, che ne sai tu s’era amore o vizio? E a te che ne importa?... A te? Ma non ti ho detto che egli me l’ha abbandonata?...
Arsenia. (_fulminandola dello sguardo e pur ostentando il sorriso a denti stretti_) Guardati allora dalla legge del taglione!...
Emma. (affabilissima) Oh! non temere!... non c’è pericolo!... Perchè io, vedi (_poggiando sulle parole, prende Arsenia amichevolmente a braccetto e si mette a passeggiare con lei_), da qualunque umiliazione il mio amor proprio l’ho messo in salvo per tempo... Ciò che umilia una donna, ciò che la oltraggia a sangue è il sapersi tradita dopo essersi data... è lo scoprirsi posseduta da un uomo il quale a sua volta sia in poter d’un’altra donna: perchè gli è come se ella stessa, — Dio che onta! — fosse in poter di colei! Ma un cuore intero, non i resti d’un cuore io volevo! Sorprendere un uomo nelle ore d’ozio dei sensi, e poi tenerlo colla forza dell’abitudine: bel merito!... Il bello è saperlo, vederlo in balìa d’altra, e senza l’ombra di un rimprovero, d’un lagno, senza smaniarsi per tirarlo a sè, aspettare che egli si volga a voi, per sola forza di confronto e di desiderio, come la calamita al suo polo, come l’eliotropio al sole. E sentire il risvegliarsi a poco a poco della parte migliore di lui sotto il vostro alito tiepido: giorno per giorno spiare ad una ad una le ultime faville della vampa antica che se ne vanno, e i nuovi desiderî che arrivano: vederla da lontano venire, come per gioco, a traverso un capriccio da bambina, l’ora che dal gioco divamperà la fiamma; e giunta, allora sì, dire all’uomo: Amami, adorami, fa ch’io creda al più bello dei sogni, a ciò per cui provasi la voluttà beata del vivere: perchè anch’io sono bella, anch’io sono superba, e trionfare sulle memorie lontano del tuo passato non mi basta....... voglio vive, in faccia, vederle...
Arsenia. (_liberando vivamente la sua mano da quella di Emma, e volgendosi a Mario_) Mi accompagnate?...
Emma (rincalzando l’apostrofe) .... sì, vive in faccia vederle.... e portar alto in faccia ad esse tutta la gioja della mia vittoria, tutto l’orgoglio del mio amore! (_con voce appassionata, imperiosa, gli occhi sfavillanti volgendosi e movendosi verso Mario completamente affascinato_) Mario, sono io la tua Emma! Sono io la tua dea!... Ma inginocchiati Mario, inginocchiati... (_lo costringe a cadere alle sue ginocchia e si volge fra ironica e sorridente ad Arsenia_) Vedi bene che accompagnarti non può...
Arsenia. (a denti stretti all’indirizzo di Mario) Vigliacco!...
SCENA IX.
=Detti= e il =Sarchi=.
Sarchi. (_entrato da qualche istante, si è fermato di botto sulla soglia vedendo il quadro) Oh! (sorride, in punta di piedi va ad Arsenia additandole il gruppo di Emma e Mario e soggiungendole all’orecchio, quasi sottovoce_) Neh, baronessa, che dolce idillio!.
Arsenia. (febbrile, convulsa) Voi!... venite a tempo!...
Sarchi (_pigliandola gentilmente sotto braccio, con sorriso fine malizioso_) Che idillio dolce!... Poveri ragazzi! Di noi han soggezione! Non disturbiamoli, non disturbiamoli! (_strascina via dolcemente sottobraccio Arsenia, che si lascia da lui condurre dopo aver gettato a Mario ed Emma uno sguardo fulminante che vorrebbe essere disprezzo e minaccia_)
Arsenia. Addio Emma, una volta per uno.
Emma. (ad Arsenia) Quando vuoi. (a Mario imperiosa sottovoce) Resta lì, resta lì. (Arsenia e Sarchi via)
SCENA ULTIMA.
=Emma= e =Mario=.
Mario. (appena usciti Arsenia e Sarchi) Ma mi dirai...
Emma. Zitto! (sta in ascolto del rumore della carrozza nel cortile) Ssss!.... (_quando sente la carrozza muoversi, prende sorridendo Mario sotto braccio e gli parla con voce affettuosa, dolcissima_) A certe ore della vita, proviamo come un affanno; poi respiriam di sollievo senza sapere il perchè... alziam gli occhi... e ci accorgiamo che un nembo che ci stava sul capo è già lontano nel cielo!... Ssss!... (_corre alla finestra e guarda fuori) Ecco... volta l’angolo... è sparita! (torna correndo a Mario) O mio Mario! (fa per abbracciarlo: ma d’un tratto in faccia a lui s’arresta e cava sorridendo un libriccino in avorio; s’appoggia al braccio di Mario e legge con voce lenta, dolcissima, appressando la pagina sotto gli occhi di lui e seguendovi la lettura col dito_) «E Jefte disse a sua figlia: Va pure... e la lasciò andare colle compagne. E al termine di due mesi ad Jefte ritornò.... e peranco non aveva appartenuto ad uomo.» (_depone il libro e dal tavolo lì presso, ove sono i fiori recati sul principio da lei, prende un ramoscello di rose, lo piega improvvisandone lì per lì alla meglio una ghirlanda; se ne cinge lentamente il capo, poi volgesi sorridente a lui) La ghirlanda del sacrificio! (gli butta rapidamente le braccia al collo nascondendo sul suo petto la faccia: e rimangono abbracciati_)
FINE.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.