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Library of the World's Best Mystery and Detective Stories

by Unknown · in Italian

BIBLIOTECA DELLE MIGLIORI STORIE DI MISTERO E POLIZIESCHE DEL MONDO

A CURA DI JULIAN HAWTHORNE

Centounetracconti di mistero Di autori famosi d'Oriente e d'Occidente

In sei volumi

New York The Review of Reviews Company

1907

AMERICANO :: FRANCESE, ITALIANO, ECC. INGLESE: SCOZZESE :: TEDESCO, RUSSO, ECC. INGLESE: IRLANDESE :: ORIENTALE: MAGIA MODERNA

MAUPASSANT VOLTAIRE MILLE ALARÇON ADAM CAPUANA ERCKMANN-CHATRIAN APULEIO BALZAC PLINIO IL GIOVANE

Indice

HENRI RENÉ ALBERT GUY DE MAUPASSANT (1850-93). La collana L'uomo dagli occhi pallidi Un letto scomodo Fantasmi Paura La confessione L'Horla

PIERRE MILLE. Il miracolo di Zobéide

VILLIERS DE L'ISLE ADAM. Il supplizio della speranza

ERCKMANN-CHATRIAN (1822-99)--(1826-90). L'orecchio del gufo L'occhio invisibile Le acque della morte

HONORÉ DE BALZAC (1799-1850). Melmoth riconciliato Il coscritto

JEAN FRANCOIS MARIE AROUET DE VOLTAIRE (1694-1778). Zadig il babilonese

PEDRO DE ALARÇON. Il chiodo

LUIGI CAPUANA (1839-00). La deposizione

LUCIO APULEIO (II secolo). L'avventura dei tre ladri

PLINIO IL GIOVANE (I secolo). Lettera a Sura

Storie di mistero francesi--italiane--spagnole--latine

HENRI RENÉ ALBERT GUY DE MAUPASSANT

La collana

Era una di quelle ragazze graziose e affascinanti nate, come per un errore del destino, in una famiglia di impiegati. Non aveva dote, né aspettative, né alcun mezzo per essere conosciuta, compresa, amata, sposata da un uomo ricco e distinto; e si lasciò sposare da un piccolo impiegato del Ministero della Pubblica Istruzione.

Si vestiva in modo semplice perché non poteva vestirsi bene, ma era infelice come se fosse realmente decaduta dal suo rango; poiché, tra le donne, non esistono né casta né rango; e la bellezza, la grazia e il fascino sostituiscono la famiglia e la nascita. La finezza naturale, l'istinto per ciò che è elegante, l'agilità dell'ingegno sono l'unica gerarchia e rendono le donne del popolo eguali alle più grandi dame.

Soffriva incessantemente, sentendosi nata per tutte le delicatezze e per tutti i lussi. Soffriva per la povertà della sua dimora, per l'aspetto miserabile delle pareti, per le sedie logore, per la bruttezza delle tende. Tutte quelle cose, che un'altra donna del suo rango non avrebbe nemmeno notato, la torturavano e la facevano infuriare. La vista della piccola contadina bretone che sbrigava le sue umili faccende domestiche suscitava in lei rimpianti disperati e sogni distratti. Pensava agli anticamere silenziose tappezzate di arazzi orientali, illuminate da alti candelabri di bronzo, e ai due grandi lacchè in calzoni corti che dormono nelle grandi poltrone, assonnati dal calore pesante della stufa. Pensava ai lunghi salotti rivestiti di antica seta, ai mobili delicati che sostenevano curiosità inestimabili e ai civettuoli boudoir profumati, fatti per le conversazioni delle cinque con amici intimi, con uomini famosi e ricercati, che tutte le donne invidiano e le cui attenzioni tutte desiderano.

Quando si sedeva a tavola, davanti alla tavola rotonda coperta da una tovaglia di tre giorni, di fronte a suo marito che scopriva la zuppiera e dichiarava con aria incantata: "Ah, che buon pot-au-feu! Non conosco nulla di meglio", lei pensava a cene raffinate, a posate d'argento scintillanti, ad arazzi che popolavano le pareti con antichi personaggi e strani uccelli che volano nel mezzo di una foresta fatata; e pensava a piatti deliziosi serviti su piatti meravigliosi, e alle galanterie sussurrate che si ascoltano con un sorriso da sfinge, mentre si mangia la carne rosata di una trota o le ali di una quaglia.

Non aveva abiti, non gioielli, nulla. E non amava nient'altro che questo; si sentiva fatta per questo. Avrebbe voluto tanto piacere, essere invidiata, essere affascinante, essere ricercata.

Aveva un'amica, un'ex compagna di scuola in convento, che era ricca e che non voleva più andare a trovare, perché soffriva troppo quando tornava a casa.

Ma, una sera, suo marito tornò a casa con aria trionfante, tenendo in mano una grande busta.

"Ecco," disse, "c'è qualcosa per te."

Lei strappò la carta bruscamente e ne trasse un cartoncino stampato che recava queste parole:

"Il Ministro della Pubblica Istruzione e la signora Georges Ramponneau richiedono l'onore della compagnia del signore e della signora Loisel presso il palazzo del Ministero lunedì sera, 18 gennaio."

Invece di essere felice, come sperava il marito, gettò l'invito sul tavolo con disdegno, mormorando:

"Cosa vuoi che me ne faccia?"

"Ma, cara, pensavo che ne saresti stata contenta. Non esci mai e questa è un'occasione così bella. Ho fatto una fatica tremenda per averlo. Tutti vogliono andarci; è molto esclusivo e non danno molti inviti agli impiegati. Ci sarà tutto il mondo ufficiale."

Lei lo guardò con occhio irritato e disse, con impazienza:

"E che cosa vuoi che mi metta addosso?"

Lui non ci aveva pensato; balbettò:

"Ma, l'abito con cui vai a teatro. Mi sembra stia molto bene."

Si fermò, sconvolto, vedendo che sua moglie piangeva. Due grosse lacrime scesero lentamente dagli angoli degli occhi verso gli angoli della bocca. Lui balbettò:

"Cosa succede? Cosa c'è che non va?"

Ma, con un violento sforzo, lei aveva vinto il suo dolore e rispose, con voce calma, mentre si asciugava le guance bagnate:

"Niente. Solo che non ho un abito e quindi non posso andare a questo ballo. Dai il tuo biglietto a qualche collega la cui moglie sia meglio equipaggiata di me."

Lui era disperato. Riprese:

"Via, vediamo, Mathilde. Quanto costerebbe un abito adatto, che potresti usare in altre occasioni, qualcosa di molto semplice?"

Lei rifletté per diversi secondi, facendo i suoi calcoli e chiedendosi anche quale somma avrebbe potuto chiedere senza attirarsi un rifiuto immediato e un'esclamazione spaventata da parte dell'economo impiegato.

Alla fine, rispose, esitando:

"Non lo so esattamente, ma credo che potrei farcela con quattrocento franchi."

Lui era diventato un po' pallido, perché stava mettendo da parte proprio quella cifra per comprare un fucile e concedersi un po' di caccia l'estate successiva nella pianura di Nanterre, con alcuni amici che andavano a caccia di allodole laggiù la domenica.

Ma disse:

"Va bene. Ti darò quattrocento franchi. E cerca di avere un bell'abito."

Il giorno del ballo si avvicinava e la signora Loisel sembrava triste, inquieta, ansiosa. Il suo abito era pronto, tuttavia. Suo marito le disse una sera:

"Cosa c'è che non va? Via, sei stata così strana in questi ultimi tre giorni."

E lei rispose:

"Mi dà fastidio non avere un solo gioiello, non una sola pietra, nulla da mettermi. Sembrerò una miseria. Preferirei quasi non andarci affatto."

Lui riprese:

"Potresti indossare fiori naturali. È molto chic in questo periodo dell'anno. Per dieci franchi puoi avere due o tre rose magnifiche."

Lei non era convinta.

"No; non c'è nulla di più umiliante che apparire poveri in mezzo ad altre donne che sono ricche."

Ma suo marito gridò:

"Quanto sei sciocca! Va' a trovare la tua amica, la signora Forestier, e chiedile di prestarti qualche gioiello. Sei abbastanza in confidenza con lei per farlo."

Lei lanciò un grido di gioia:

"È vero. Non ci avevo mai pensato."

Il giorno dopo andò dalla sua amica e le raccontò la sua angoscia.

La signora Forestier andò verso un armadio con l'anta a specchio, tirò fuori un grande portagioie, lo portò indietro, lo aprì e disse alla signora Loisel:

"Scegli, cara."

Vide innanzitutto dei braccialetti, poi una collana di perle, poi una croce veneziana, oro e pietre preziose di mirabile fattura. Provò gli ornamenti davanti allo specchio, esitò, non riusciva a decidersi a separarsene, a restituirli. Continuava a chiedere:

"Non ne hai altri?"

"Ma sì. Guarda. Non so cosa ti piaccia."

Improvvisamente scoprì, in una scatola di raso nero, una superba collana di diamanti, e il suo cuore cominciò a battere con un desiderio smodato. Le mani le tremavano mentre la prendeva. Se la allacciò alla gola, sopra il suo abito a collo alto, e rimase estatica nel vedersi.

Poi chiese, esitando, piena di angoscia:

"Puoi prestarmi questa, solo questa?"

"Ma sì, certamente."

Si gettò al collo della sua amica, la baciò appassionatamente, poi fuggì con il suo tesoro.

* * * * *

Arrivò il giorno del ballo. La signora Loisel ebbe un grande successo. Era più bella di tutte, elegante, graziosa, sorridente e folle di gioia. Tutti gli uomini la guardavano, chiedevano il suo nome, cercavano di essere presentati. Tutti gli addetti di Gabinetto volevano ballare il valzer con lei. Fu notata dal ministro in persona.

Ballò con ebbrezza, con passione, inebriata dal piacere, dimenticando tutto, nel trionfo della sua bellezza, nella gloria del suo successo, in una sorta di nuvola di felicità composta da tutto quell'omaggio, da tutta quell'ammirazione, da tutti quei desideri risvegliati e da quel senso di vittoria completa che è così dolce al cuore di una donna.

Se ne andò verso le quattro del mattino. Suo marito dormiva da mezzanotte in un piccolo anticamera deserta, con altri tre gentiluomini le cui mogli si stavano divertendo molto.

Le gettò sulle spalle gli scialli che aveva portato, scialli modesti della vita comune, la cui povertà contrastava con l'eleganza dell'abito da ballo. Lei lo sentì e volle fuggire per non essere notata dalle altre donne, che si stavano avvolgendo in pellicce costose.

Loisel la trattenne.

"Aspetta un po'. Prenderai freddo fuori. Vado a chiamare una carrozza."

Ma lei non lo ascoltò e scese rapidamente le scale. Quando furono in strada non trovarono una carrozza; e cominciarono a cercarne una, urlando dietro ai vetturini che vedevano passare in lontananza.

Scesero verso la Senna, disperati, tremando di freddo. Alla fine trovarono sulla banchina uno di quei vecchi coupé nottambuli che, esattamente come se si vergognassero di mostrare la loro miseria durante il giorno, non si vedono mai in giro per Parigi se non dopo il calar della notte.

Li portò alla loro porta in Rue des Martyrs e, ancora una volta, tristemente, salirono verso casa. Tutto era finito per lei. E quanto a lui, rifletteva che doveva essere al Ministero alle dieci.

Lei si tolse gli scialli che le coprivano le spalle, davanti allo specchio, per vedersi ancora una volta in tutta la sua gloria. Ma improvvisamente lanciò un grido. Non aveva più la collana al collo!

Suo marito, già mezzo svestito, chiese:

"Cosa ti succede?"

Lei si voltò follemente verso di lui:

"Io ho--io ho--ho perso la collana della signora Forestier."

Lui si alzò, sconvolto.

"Cosa!--come?--Impossibile!"

E cercarono nelle pieghe dell'abito, nelle pieghe del mantello, nelle tasche, ovunque. Non la trovarono.

Lui chiese:

"Sei sicura di averla quando sei uscita dal ballo?"

"Sì, l'ho sentita nel vestibolo del palazzo."

"Ma se l'avessi persa per strada l'avremmo sentita cadere. Deve essere nella carrozza."

"Sì. Probabilmente. Hai preso il suo numero?"

"No. E tu, non ci hai fatto caso?"

"No."

Si guardarono, fulminati, l'uno con l'altro. Alla fine Loisel si vestì.

"Andrò a piedi," disse, "lungo tutto il tragitto che abbiamo fatto, per vedere se non riesco a trovarla."

E uscì. Lei sedette ad aspettare su una sedia nel suo abito da ballo, senza la forza di andare a letto, sopraffatta, senza fuoco, senza un pensiero.

Suo marito tornò verso le sette. Non aveva trovato nulla.

Andò alla Prefettura di Polizia, alle redazioni dei giornali, per offrire una ricompensa; andò alle compagnie di carrozze--ovunque, infatti, dove fosse spinto dal minimo sospetto di speranza.

Lei aspettò tutto il giorno, nello stesso stato di folle paura di fronte a questa terribile calamità.

Loisel tornò la sera con il viso scavato e pallido; non aveva scoperto nulla.

"Devi scrivere alla tua amica," disse, "che hai rotto la chiusura della sua collana e che la stai facendo riparare. Questo ci darà tempo per guardarci intorno."

Lei scrisse sotto la sua dettatura.

Alla fine di una settimana avevano perso ogni speranza.

E Loisel, che era invecchiato di cinque anni, dichiarò:

"Dobbiamo considerare come sostituire quell'ornamento."

Il giorno dopo presero la scatola che lo aveva contenuto e andarono dal gioielliere il cui nome si trovava all'interno. Lui consultò i suoi registri.

"Non sono stato io, signora, a vendere quella collana; devo aver fornito semplicemente l'astuccio."

Allora andarono da gioielliere in gioielliere, cercando una collana simile all'altra, consultando le loro memorie, malati entrambi di dispiacere e di angoscia.

Trovarono, in un negozio al Palais Royal, un filo di diamanti che sembrava loro esattamente quello che cercavano. Valeva quarantamila franchi. Potevano averlo per trentaseimila.

Così pregarono il gioielliere di non venderlo per altri tre giorni. E fecero un patto che lui l'avrebbe ricomprata per trentaquattromila franchi nel caso avessero trovato l'altra prima della fine di febbraio.

Loisel possedeva diciottomila franchi che suo padre gli aveva lasciato. Avrebbe preso in prestito il resto.

Prese in prestito, chiedendo mille franchi a uno, cinquecento a un altro, cinque luigi qui, tre luigi là. Firmò cambiali, contrasse obbligazioni rovinose, ebbe a che fare con usurai e tutta la schiatta dei prestatori. Compromise tutto il resto della sua vita, rischiò la sua firma senza nemmeno sapere se avrebbe potuto onorarla; e, spaventato dai dolori ancora a venire, dalla nera miseria che stava per abbattersi su di lui, dalla prospettiva di tutte le privazioni fisiche e di tutte le torture morali che avrebbe sofferto, andò a prendere la nuova collana, depositando sul bancone del mercante trentaseimila franchi.

Quando la signora Loisel riprese la collana, la signora Forestier le disse, con modo gelido:

"Avresti dovuto restituirmela prima, avrei potuto averne bisogno."

Non aprì l'astuccio, come la sua amica aveva tanto temuto. Se avesse scoperto la sostituzione, cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe detto? Non avrebbe forse preso la signora Loisel per una ladra?

La signora Loisel conobbe ora l'orribile esistenza dei bisognosi. Prese la sua parte, del resto, all'improvviso, con eroismo. Quel debito spaventoso doveva essere pagato. L'avrebbe pagato. Licenziarono la domestica; cambiarono alloggio; affittarono una soffitta sotto il tetto.

Arrivò a conoscere cosa significassero le pesanti faccende domestiche e le odiose cure della cucina. Lavava i piatti, usando le sue unghie rosee sulle pentole e le padelle unte. Lavava la biancheria sporca, le camicie e gli strofinacci, che asciugava su una corda; portava giù l'immondizia in strada ogni mattina e portava su l'acqua, fermandosi per riprendere fiato a ogni pianerottolo. E, vestita come una donna del popolo, andava dal fruttivendolo, dal droghiere, dal macellaio, con il paniere al braccio, contrattando, insultata, difendendo il suo misero denaro soldo per soldo.

Ogni mese dovevano onorare delle cambiali, rinnovarne altre, ottenere più tempo.

Suo marito lavorava la sera facendo una bella copia dei conti di qualche commerciante, e a notte fonda copiava spesso manoscritti per cinque soldi a pagina.

E questa vita durò dieci anni.

Alla fine di dieci anni avevano pagato tutto, tutto, con i tassi di usura e gli accumuli dell'interesse composto.

La signora Loisel sembrava vecchia ora. Era diventata la donna delle famiglie impoverite--forte, dura e rozza. Con i capelli spettinati, le gonne storte e le mani rosse, parlava ad alta voce mentre lavava il pavimento con grandi colpi d'acqua. Ma a volte, quando suo marito era in ufficio, si sedeva vicino alla finestra e pensava a quella serata allegra di tanto tempo fa, a quel ballo dove era stata così bella e così festeggiata.

Cosa sarebbe successo se non avesse perso quella collana? Chi lo sa? chi lo sa? Com'è strana la vita e mutevole! Com'è piccola la cosa necessaria per perderci o per salvarci!

Ma, una domenica, essendo andata a fare una passeggiata sugli Champs Élysées per ritemprarsi dalle fatiche della settimana, percepì improvvisamente una donna che conduceva un bambino. Era la signora Forestier, ancora giovane, ancora bella, ancora affascinante.

La signora Loisel si sentì commossa. Le avrebbe parlato? Sì, certamente. E ora che aveva pagato, le avrebbe raccontato tutto. Perché no?

Si avvicinò.

"Buongiorno, Jeanne."

L'altra, stupita di essere chiamata familiarmente da questa semplice buona donna, non la riconobbe affatto e balbettò:

"Ma--signora!--non so--Deve essersi sbagliata."

"No. Sono Mathilde Loisel."

La sua amica lanciò un grido.

"Oh, mia povera Mathilde! Come sei cambiata!"

"Sì, ho avuto giorni abbastanza duri, da quando ti ho visto, giorni abbastanza miserabili--e questo per colpa tua!"

"Mia! Come mai?"

"Ti ricordi quella collana di diamanti che mi hai prestato per andare al ballo ministeriale?"

"Sì. Ebbene?"

"Ebbene, l'ho persa."

"Cosa vuoi dire? Me l'hai riportata."

"Ti ho riportato un'altra esattamente uguale. E per questo abbiamo pagato dieci anni. Puoi capire che non è stato facile per noi, noi che non avevamo nulla. Alla fine è finita e ne sono molto contenta."

La signora Forestier si era fermata.

"Dici che hai comprato una collana di diamanti per sostituire la mia?"

"Sì. Non te ne sei mai accorta, allora! Erano molto simili."

E sorrise con una gioia che era orgogliosa e ingenua al tempo stesso.

La signora Forestier, fortemente commossa, le prese le due mani.

"Oh, mia povera Mathilde! Ma la mia collana era di pasta. Valeva al massimo cinquecento franchi!"

L'uomo dagli occhi pallidi

Monsieur Pierre Agénor de Vargnes, il giudice istruttore, era l'esatto opposto di un burlone. Era la dignità, la compostezza, la correttezza fatta persona. Come uomo posato, era del tutto incapace di essere colpevole, anche nei suoi sogni, di qualsiasi cosa assomigliasse a uno scherzo, per quanto remotamente. Non conosco nessuno a cui possa essere paragonato, se non all'attuale presidente della Repubblica francese. Credo sia inutile proseguire oltre con l'analogia, e avendo detto tanto, si comprenderà facilmente che un brivido mi attraversò quando Monsieur Pierre Agénor de Vargnes mi fece l'onore di inviarmi una signora ad attendermi.

Verso le otto di un mattino dello scorso inverno, mentre stava uscendo di casa per recarsi al Palazzo di Giustizia, il suo valletto gli porse un biglietto da visita, sul quale era stampato:

DOTTOR JAMES FERDINAND, _Membro dell'Accademia di Medicina, Port-au-Prince, Cavaliere della Legion d'Onore._

In fondo al biglietto c'era scritto a matita:

Da parte di Lady Frogère.

Monsieur de Vargnes conosceva molto bene la signora, che era una creola molto gradevole di Haiti, e che aveva incontrato in molti salotti, e, d'altra parte, sebbene il nome del dottore non risvegliasse in lui alcun ricordo, la sua qualità e i suoi titoli richiedevano da soli che gli concedesse un colloquio, per quanto breve potesse essere. Pertanto, sebbene avesse fretta di uscire, Monsieur de Vargnes disse al valletto di far entrare il suo visitatore mattiniero, ma di avvertirlo prima che il suo padrone aveva molta fretta, dovendo recarsi al Tribunale.

Quando il dottore entrò, a dispetto della sua solita imperturbabilità, non poté trattenere un moto di sorpresa, poiché il dottore presentava quella strana anomalia di essere un negro del tipo più puro e nero, con gli occhi di un bianco, di un uomo del Nord, occhi pallidi, freddi, limpidi, azzurri, e la sua sorpresa aumentò quando, dopo poche parole di scusa per la sua visita fuori orario, aggiunse, con un sorriso enigmatico:

"I miei occhi vi sorprendono, non è vero? Ero sicuro che lo avrebbero fatto, e, a dire la verità, sono venuto qui affinché voi poteste guardarli bene, e non dimenticarli mai."

Il suo sorriso, e le sue parole, ancora più del suo sorriso, sembravano quelli di un folle. Parlava molto dolcemente, con quella voce infantile e biascicata, peculiare dei negri, e le sue parole misteriose, quasi minacciose, di conseguenza, suonavano ancor più come se fossero state pronunciate a caso da un uomo privo della ragione. Ma il suo sguardo, lo sguardo di quegli occhi pallidi, freddi, limpidi, azzurri, non era certo quello di un folle. Esprimevano chiaramente minaccia, sì, minaccia, così come ironia e, soprattutto, implacabile ferocia, e il loro balenio era come un lampo, che non si poteva mai dimenticare.

"Ho visto", soleva dire Monsieur de Vargnes, quando ne parlava, "lo sguardo di molti assassini, ma in nessuno di loro ho mai osservato una tale profondità di delitto, e di impudente sicurezza nel delitto."

E quest'impressione era così forte che Monsieur de Vargnes pensò di essere preda di qualche allucinazione, soprattutto perché, quando parlava dei suoi occhi, il dottore continuava con un sorriso, e con i suoi accenti più infantili: "Naturalmente, Monsieur, non potete capire ciò che vi sto dicendo, e devo chiedervene perdono. Domani riceverete una lettera che vi spiegherà tutto, ma, prima di ogni altra cosa, era necessario che vi lasciassi dare un buon, un attento sguardo ai miei occhi, i miei occhi, che sono io stesso, il mio unico e vero io, come vedrete."

Con queste parole, e con un inchino cortese, il dottore uscì, lasciando Monsieur de Vargnes estremamente sorpreso, e in preda a questo dubbio, mentre diceva a se stesso:

"È solo un pazzo? L'espressione feroce e la profondità criminale del suo sguardo sono forse causate semplicemente dallo straordinario contrasto tra i suoi lineamenti feroci e i suoi occhi pallidi."

E assorto in questi pensieri, Monsieur de Vargnes lasciò purtroppo trascorrere diversi minuti, e poi pensò improvvisamente:

"No, non sono preda di alcuna allucinazione, e questo non è un caso di fenomeno ottico. Quest'uomo è evidentemente un terribile criminale, e ho mancato del tutto al mio dovere non arrestandolo io stesso immediatamente, illegalmente, anche a rischio della mia vita."

Il giudice corse al piano di sotto all'inseguimento del dottore, ma era troppo tardi; era scomparso. Nel pomeriggio, si recò da Madame Frogère, per chiederle se sapesse dirgli qualcosa in merito. Lei, tuttavia, non conosceva affatto il medico negro, e fu persino in grado di assicurargli che si trattava di un personaggio fittizio, poiché, essendo ben introdotta nell'alta società di Haiti, sapeva che l'Accademia di Medicina di Port-au-Prince non annoverava alcun medico di quel nome tra i suoi membri. Poiché Monsieur de Vargnes insisteva, e forniva descrizioni del dottore, menzionando in particolare i suoi occhi straordinari, Madame Frogère iniziò a ridere e disse:

"Avete certamente avuto a che fare con un burlone, mio caro monsieur. Gli occhi che avete descritto sono certamente quelli di un uomo bianco, e l'individuo deve essersi dipinto."

Ripensandoci, Monsieur de Vargnes ricordò che il dottore non aveva nulla del negro se non la pelle nera, i capelli e la barba lanosi, e il suo modo di parlare, che era facilmente imitabile, ma nulla del negro, nemmeno la caratteristica andatura ondeggiante. Forse, dopo tutto, era solo un burlone, e per tutto il giorno Monsieur de Vargnes si rifugiò in quell'opinione, che feriva piuttosto la sua dignità di uomo importante, ma che placava i suoi scrupoli di magistrato.

Il giorno seguente, ricevette la lettera promessa, che era scritta, così come indirizzata, con lettere ritagliate dai giornali. Recitava quanto segue:

"MONSIEUR: Il Dottor James Ferdinand non esiste, ma l'uomo i cui occhi avete visto esiste, e riconoscerete certamente i suoi occhi. Quest'uomo ha commesso due crimini, per i quali non prova alcun rimorso, ma, essendo un psicologo, teme di cedere un giorno alla tentazione irresistibile di confessare i suoi crimini. Sapete meglio di chiunque altro (e questo è il vostro aiuto più potente), con quale forza imperiosa i criminali, specialmente quelli intellettuali, sentano questa tentazione. Quel grande poeta, Edgar Poe, ha scritto capolavori su questo argomento, che esprimono esattamente la verità, ma ha omesso di menzionare l'ultimo fenomeno, che vi dirò. Sì, io, un criminale, provo un terribile desiderio che qualcuno conosca i miei crimini, e quando questa necessità sarà soddisfatta, il mio segreto sarà rivelato a un confidente, sarò tranquillo per il futuro, e sarò liberato da questo demone di perversità, che ci tenta una sola volta. Ebbene! Ora ciò è compiuto. Avrete il mio segreto; dal giorno in cui mi riconoscerete dai miei occhi, cercherete di scoprire di cosa sono colpevole, e come ne sono stato colpevole, e lo scoprirete, essendo un maestro della vostra professione, la quale, tra l'altro, vi ha procurato l'onore di essere stato scelto da me per portare il peso di questo segreto, che ora è condiviso da noi, e da noi due soltanto. Dico, deliberatamente, da noi due soltanto. Non potreste, infatti, dimostrare la realtà di questo segreto a nessuno, a meno che io non lo confessi, e vi sfido a ottenere la mia confessione pubblica, come l'ho confessata a voi, e senza pericolo per me stesso."

Tre mesi dopo, Monsieur de Vargnes incontrò Monsieur X---- a una festa serale, e a prima vista, e senza la minima esitazione, riconobbe in lui quegli occhi azzurri, pallidissimi, freddissimi e chiarissimi, occhi che era impossibile dimenticare.

L'uomo stesso rimase perfettamente impassibile, tanto che Monsieur de Vargnes fu costretto a dire a se stesso:

"Probabilmente in questo momento sono preda di un'allucinazione, o altrimenti ci sono due paia di occhi perfettamente simili al mondo. E che occhi! Può essere possibile?"

Il magistrato avviò indagini sulla sua vita, e scoprì questo, che rimosse ogni suo dubbio.

Cinque anni prima, Monsieur X---- era stato uno studente di medicina molto povero, ma molto brillante, che, sebbene non avesse mai conseguito la laurea in medicina, si era già fatto notare per le sue ricerche microbiologiche.

Una giovane e ricchissima vedova si era innamorata di lui e lo aveva sposato. Lei aveva un figlio dal suo primo matrimonio, e nel giro di sei mesi, prima il figlio e poi la madre morirono di febbre tifoidea, e così Monsieur X---- aveva ereditato una grande fortuna, in debita forma, e senza alcuna possibile disputa. Tutti dicevano che avesse assistito i due pazienti con la massima dedizione. Ora, erano queste due morti i due crimini menzionati nella sua lettera?

Ma allora, Monsieur X---- doveva aver avvelenato le sue due vittime con i microbi della febbre tifoidea, che aveva abilmente coltivato in loro, in modo da rendere la malattia incurabile, anche con le più devote cure e attenzioni. Perché no?

"Ci credete?" chiesi a Monsieur de Vargnes.

"Assolutamente," rispose. "E la cosa più terribile è che il furfante ha ragione quando mi sfida a costringerlo a confessare pubblicamente il suo crimine, poiché non vedo alcun mezzo per ottenere una confessione, nessuno. Per un momento, ho pensato al magnetismo, ma chi potrebbe magnetizzare quell'uomo con quegli occhi pallidi, freddi e luminosi? Con tali occhi, costringerebbe il magnetizzatore a denunciare se stesso come il colpevole."

E poi disse, con un profondo sospiro:

"Ah! Un tempo c'era qualcosa di buono nella giustizia!"

E quando vide i miei sguardi interrogativi, aggiunse con voce ferma e perfettamente convinta:

"Un tempo, la giustizia aveva la tortura al suo comando."

"Parola mia," risposi, con tutto l'inconsapevole e semplice egoismo di un autore, "è del tutto certo che senza la tortura, questa strana storia non avrà alcuna conclusione, e questo è molto deplorevole, per quanto riguarda la storia che intendevo trarne."

Un letto scomodo

Un autunno andai a passare la stagione della caccia con alcuni amici in un castello in Piccardia.

Ai miei amici piacevano gli scherzi, come a tutti i miei amici. Non mi curo di conoscere nessun altro tipo di persone.

Quando arrivai, mi fecero una accoglienza principesca, che destò subito diffidenza nel mio petto. Facemmo delle ottime battute di caccia. Mi abbracciavano, mi coccolavano, come se si aspettassero di divertirsi un mondo alle mie spalle.

Mi dissi:

"Attento, vecchia faina! Hanno qualcosa in serbo per te."

Durante la cena, l'allegria fu eccessiva, fin troppo, a dire il vero. Pensai: "Ecco delle persone che prendono una doppia razione di divertimento, e apparentemente senza motivo. Devono essere alla ricerca, nei loro pensieri, di qualche buon divertimento. Sicuramente sarò io la vittima dello scherzo. Attenzione!"

Per tutta la serata, tutti risero in modo esagerato. Fiutavo uno scherzo nell'aria, come un cane fiuta la selvaggina. Ma quale? Ero vigile, irrequieto. Non lasciavo sfuggire una parola, un senso o un gesto. Ognuno mi sembrava un oggetto sospetto, e guardavo persino con sfiducia le facce dei domestici.

Suonò l'ora di andare a dormire, e tutta la servitù venne ad accompagnarmi nella mia stanza. Perché? Mi gridarono: "Buona notte." Entrai nell'appartamento, chiusi la porta, e rimasi in piedi, senza muovere un solo passo, tenendo la candela di cera in mano.

Sentii risate e bisbigli nel corridoio. Senza dubbio mi stavano spiando. Lanciai uno sguardo attorno alle pareti, ai mobili, al soffitto, alle tende, al pavimento. Non vidi nulla che giustificasse il sospetto. Sentii delle persone muoversi fuori dalla mia porta. Non ebbi dubbi che stessero guardando dal buco della serratura.

Un'idea mi venne in testa: "La mia candela potrebbe spegnersi improvvisamente, e lasciarmi al buio."

Allora andai verso la mensola del camino, e accesi tutte le candele di cera che vi erano sopra. Dopodiché, lanciai un altro sguardo attorno a me senza scoprire nulla. Avanzai a piccoli passi, esaminando attentamente l'appartamento. Nulla. Ispezionai ogni articolo uno dopo l'altro. Ancora nulla. Andai verso la finestra. Le imposte, grandi imposte di legno, erano aperte. Le chiusi con molta attenzione, e poi tirai le tende, enormi tende di velluto, e posizionai una sedia davanti ad esse, così da non aver nulla da temere dall'esterno.

Poi mi sedetti con cautela. La poltrona era solida. Non mi avventurai ad andare a letto. Tuttavia, il tempo volava; e finii per giungere alla conclusione che ero ridicolo. Se mi stavano spiando, come supponevo, dovevano, mentre aspettavano il successo dello scherzo che avevano preparato per me, essersi divertiti enormemente per il mio terrore. Così decisi di andare a letto. Ma il letto era particolarmente sospetto. Tirai le tende. Sembravano essere sicure. Tuttavia, c'era pericolo. Stavo forse per ricevere una doccia fredda dall'alto, o forse, nel momento in cui mi fossi disteso, mi sarei ritrovato a sprofondare sotto il pavimento con il mio materasso. Cercai nella mia memoria tutti gli scherzi di cui avessi mai fatto esperienza. E non volevo essere preso. Ah! Certamente no! Certamente no! Poi mi sovvenne improvvisamente una precauzione che considero di estrema efficacia: afferrai il bordo del materasso con cautela, e molto lentamente lo tirai verso di me. Venne via, seguito dal lenzuolo e dal resto della biancheria da letto. Trascini tutti questi oggetti proprio nel mezzo della stanza, di fronte alla porta d'ingresso. Rifeci il mio letto alla meglio a una certa distanza dal sospetto telaio del letto e dall'angolo che mi aveva riempito di tale ansia. Poi, spensi tutte le candele, e, andando a tentoni, scivolai sotto le coperte.

Per almeno un'altra ora, rimasi sveglio, sobbalzando al minimo rumore. Tutto sembrava tranquillo nel castello. Mi addormentai.

Devo essere stato in un sonno profondo per molto tempo, ma all'improvviso, fui svegliato di soprassalto dalla caduta di un corpo pesante che ruzzolò proprio sopra il mio corpo, e, allo stesso tempo, ricevetti sul viso, sul collo e sul petto un liquido bruciante che mi fece emettere un urlo di dolore. E un rumore terribile, come se una credenza carica di piatti e stoviglie fosse caduta, penetrò nelle mie orecchie.

Mi sentii soffocare sotto il peso che mi schiacciava e mi impediva di muovermi. Allungai la mano per scoprire quale fosse la natura di quell'oggetto. Sentii una faccia, un naso e dei baffi. Allora, con tutte le mie forze, sferrai un colpo su quella faccia. Ma ricevetti immediatamente una grandinata di colpi che mi fece saltare dritto fuori dalle lenzuola inzuppate, e correre in camicia da notte nel corridoio, la cui porta trovai aperta.

O stupore! Era pieno giorno. Il rumore fece accorrere i miei amici nell'appartamento, e trovammo, disteso sul mio letto improvvisato, il costernato cameriere, che, mentre mi portava la mia tazza di tè mattutina, era inciampato in quell'ostacolo in mezzo al pavimento, ed era caduto di pancia, versando, suo malgrado, la mia colazione sul mio viso.

Le precauzioni che avevo preso chiudendo le imposte e andando a dormire nel mezzo della stanza avevano solo portato all'intermezzo che stavo cercando di evitare.

Ah! Come risero tutti quel giorno!

Fantasmi

Proprio nel periodo in cui il Concordato era nel suo stato più fiorente, un giovane appartenente a una ricca e rispettatissima famiglia della classe media andò all'ufficio del capo della polizia a P----, e implorò il suo aiuto e consiglio, che gli fu immediatamente promesso.

"Mio padre minaccia di diseredarmi," iniziò allora il giovane, "sebbene io non abbia mai offeso le leggi dello Stato, della morale o della sua autorità paterna, semplicemente perché non condivido la sua cieca venerazione per la Chiesa Cattolica e i suoi Ministri. Per questo motivo mi guarda, non solo come un latitudinario, ma come un perfetto ateo, e un nostro fedele vecchio servitore, che mi è molto affezionato, e che ha visto accidentalmente il testamento di mio padre, mi ha detto in confidenza che ha lasciato tutti i suoi beni ai Gesuiti. Penso che questo sia altamente sospetto, e temo che i preti abbiano calunniato me presso mio padre. Fino a meno di un anno fa, vivevamo molto tranquillamente e felicemente insieme, ma da quando ha avuto così tanto a che fare con il clero, la nostra pace domestica e la nostra felicità sono giunte al termine."

"Ciò che mi avete raccontato," rispose il funzionario, "è tanto probabile quanto deplorevole, ma non vedo come possa interferire nella questione. Vostro padre è in pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, e può disporre di tutti i suoi beni esattamente come gli aggrada. Penso anche che la vostra protesta sia prematura; dovete attendere che il suo testamento possa legalmente avere effetto, e allora potrete invocare l'aiuto della giustizia; mi dispiace dire che non posso fare nulla per voi."

"Penso che sarete in grado di farlo," rispose il giovane; "poiché credo che sia in atto un pezzo di inganno molto intelligente."

"Come? Spiegatevi più chiaramente, per favore."

"Quando ho rimproverato lui, ieri sera, ha fatto riferimento alla mia defunta madre, e alla fine mi ha assicurato, con una voce della più profonda convinzione, che lei gli era apparsa frequentemente, e lo aveva minacciato con tutti i tormenti dei dannati se non avesse diseredato suo figlio, che si era allontanato da Dio, e lasciato tutti i suoi beni alla Chiesa. Ora, io non credo ai fantasmi."

"Nemmeno io," rispose il direttore della polizia; "ma non posso fare molto su questo terreno pericoloso se non avessi nient'altro che superstizioni su cui basarmi. Sapete come la Chiesa governa tutti i nostri affari sin dal Concordato con Roma, e se indago su questa faccenda, e non ottengo alcun risultato, rischio il mio posto. Sarebbe molto diverso se poteste addurre delle prove per i vostri sospetti. Non nego che mi piacerebbe vedere il partito clericale, che sarà, temo, la rovina dell'Austria, ricevere un colpo sbalorditivo; cercate, quindi, di arrivare in fondo a questa faccenda, e poi ne riparleremo."

Passò circa un mese senza che si avessero notizie del giovane latitudinario; ma poi venne improvvisamente una sera, evidentemente in un grande stato di eccitazione, e gli disse che era in grado di smascherare l'inganno sacerdotale che aveva menzionato, se le autorità lo avessero aiutato. Il direttore della polizia chiese ulteriori informazioni.

"Ho ottenuto una serie di indizi importanti," disse il giovane. "In primo luogo, mio padre mi ha confessato che mia madre non gli appariva nella nostra casa, ma nel cimitero dove è sepolta. Mia madre è stata tisica per molti anni, e poche settimane prima della sua morte andò al villaggio di S----, dove morì e fu sepolta. Oltre a ciò, ho scoperto dal nostro domestico che mio padre ha già lasciato la casa due volte, a notte fonda, in compagnia di X----, il prete gesuita, e che in entrambe le occasioni non è tornato fino al mattino. Ogni volta era notevolmente inquieto e depresso dopo il suo ritorno, e ha fatto celebrare tre messe per la mia defunta madre. Mi ha anche detto proprio ora che deve lasciare casa questa sera per affari, ma immediatamente dopo che me l'ha detto, il nostro domestico ha visto il gesuita uscire di casa. Possiamo, quindi, presumere che intenda questa sera consultare di nuovo lo spirito della mia defunta madre, e questa sarebbe un'eccellente opportunità per mettersi sulla pista della faccenda, se non vi opponete a contrastare la forza più potente dell'Impero, per il bene di un individuo insignificante come me."

"Ogni cittadino ha un uguale diritto alla protezione dello Stato," rispose il direttore della polizia; "e penso di aver dimostrato abbastanza spesso che non mi manca il coraggio di compiere il mio dovere, non importa quanto gravi possano essere le conseguenze; ma solo gli uomini molto giovani agiscono senza alcuna prospettiva di successo, poiché sono trascinati dai loro sentimenti. Quando siete venuto da me la prima volta, sono stato costretto a rifiutare la vostra richiesta di assistenza, ma oggi le vostre azioni sono salite di valore. Sono le otto, e vi aspetterò tra due ore qui nel mio ufficio. Per il momento, tutto ciò che dovete fare è tenere la lingua a freno; tutto il resto è affar mio."

Non appena fu buio, quattro uomini salirono su una carrozza chiusa nel cortile dell'ufficio di polizia, e furono diretti verso il villaggio di S----; la loro carrozza, tuttavia, non entrò nel villaggio, ma si fermò ai margini di un piccolo bosco nelle immediate vicinanze. Qui scesero tutti e quattro; erano il direttore della polizia, accompagnato dal giovane latitudinario, un sergente di polizia e un poliziotto ordinario, che era, tuttavia, vestito in abiti civili.

"La prima cosa da fare è esaminare attentamente la località," disse il direttore della polizia: "sono le undici e gli evocatori di fantasmi non arriveranno prima di mezzanotte, quindi abbiamo tempo per guardarci intorno, e per prendere le nostre misure."

I quattro uomini andarono al cimitero, che si trovava alla fine del villaggio, vicino al boschetto. Tutto era silenzioso come la morte, e non si vedeva anima viva. Il sagrestano era evidentemente seduto nella locanda, poiché trovarono la porta della sua casa chiusa a chiave, così come la porta della piccola cappella che sorgeva nel mezzo del cimitero.

"Dov'è la tomba di vostra madre?" chiese il direttore della polizia; ma poiché c'erano solo poche stelle visibili, non era facile trovarla, ma alla fine ci riuscirono, e il direttore della polizia si guardò intorno nelle vicinanze.

"La posizione non è molto favorevole per noi," disse alla fine; "non c'è nulla qui, nemmeno un arbusto, dietro il quale potremmo nasconderci."

Ma proprio in quel momento, il poliziotto disse di aver tentato di entrare nella capanna del sagrestano attraverso la porta o la finestra, e che alla fine vi era riuscito rompendo un riquadro di una finestra, che era stato riparato con della carta, e che l'aveva aperta e si era impossessato della chiave che aveva portato al direttore della polizia.

I suoi piani furono definiti molto rapidamente. Fece aprire la cappella ed entrò con il giovane latitudinario; poi disse al sergente di polizia di chiudere la porta dietro di lui, di rimettere la chiave dove l'aveva trovata e di chiudere accuratamente la finestra della casa del sagrestano. Infine, prese accordi su cosa fare nel caso in cui fosse accaduto qualcosa di imprevisto, dopodiché il sergente e il poliziotto lasciarono il cimitero e si sdraiarono in un fosso a una certa distanza dal cancello, ma di fronte ad esso.

Quasi non appena l'orologio batté le undici e mezza, udirono dei passi vicino alla cappella, dopodiché il direttore della polizia e il giovane latitudinario andarono alla finestra, per osservare l'inizio dell'esorcismo, e poiché la cappella era nell'oscurità totale, pensarono che sarebbero stati in grado di vedere, senza essere visti; ma le cose andarono diversamente da quanto si aspettavano.

Improvvisamente, la chiave girò nella serratura e fecero appena in tempo a nascondersi dietro l'altare prima che entrassero due uomini, uno dei quali portava una lanterna cieca. Uno era il padre del giovane, un uomo anziano della classe media, che sembrava molto infelice e depresso, l'altro il padre gesuita K----, un uomo alto, magro, di grossa ossatura, con un viso magro e bilioso, in cui due grandi occhi grigi brillavano inquieti sotto le folte sopracciglia nere. Accese le candele che si trovavano sull'altare e poi iniziò a recitare una Messa da Requiem; mentre il vecchio si inginocchiava sui gradini dell'altare e gli faceva da chierichetto.

Quando fu finita, il gesuita prese il libro dei Vangeli e l'aspersorio, e uscì lentamente dalla cappella, mentre il vecchio lo seguiva, con un'acquasantiera in una mano e una candela nell'altra. Allora il direttore della polizia lasciò il suo nascondiglio e, chinandosi per non essere visto, strisciò verso la finestra della cappella, dove si rannicchiò con cautela, e il giovane seguì il suo esempio. Ora guardavano dritti verso la tomba di sua madre.

Il gesuita, seguito dal superstizioso vecchio, girò tre volte intorno alla tomba, poi rimase in piedi davanti ad essa e, alla luce della candela, lesse alcuni passi del Vangelo; poi intinse tre volte l'aspersorio nell'acquasantiera e asperse tre volte la tomba; poi entrambi tornarono alla cappella, si inginocchiarono fuori di essa con le facce rivolte verso la tomba e iniziarono a pregare ad alta voce, finché alla fine il gesuita balzò in piedi, in una specie di selvaggia estasi, e gridò tre volte con voce stridula:

"Exsurge! Exsurge! Exsurge!"

Appena l'ultima parola dell'esorcismo fu svanita, un fumo denso e blu si alzò dalla tomba, che crebbe rapidamente in una nube e iniziò ad assumere i contorni di un corpo umano, finché alla fine una figura alta e bianca stette dietro la tomba e fece cenno con la mano.

"Chi sei?" chiese solennemente il gesuita, mentre il vecchio iniziava a piangere.

"Quando ero viva, mi chiamavo Anna Maria B----," rispose il fantasma con voce cava.

"Risponderai a tutte le mie domande?" continuò il prete.

"Per quanto posso."

"Non sei ancora stata liberata dal purgatorio dalle nostre preghiere e da tutte le Messe per la tua anima che abbiamo detto per te?"

"Non ancora, ma presto, presto lo sarò."

"Quando?"

"Non appena quel bestemmiatore, mio figlio, sarà punito."

"Non è forse già successo? Suo marito non ha forse diseredato il suo figlio perduto e reso la Chiesa sua erede, al suo posto?"

"Non è abbastanza."

"Cos'altro deve fare?"

"Deve depositare il suo testamento presso le Autorità Giudiziarie come sue ultime volontà, e scacciare il reprobo dalla sua casa."

"Considera bene ciò che stai dicendo; deve essere davvero così?"

"Deve essere, altrimenti dovrò languire in purgatorio ancora molto a lungo," rispose la voce sepolcrale con un profondo sospiro; ma l'istante successivo urlò di terrore:--

"Oh! Buon Dio!" e il fantasma iniziò a correre via più veloce che poteva. Si udì un fischio acuto, poi un altro, e il direttore della polizia pose la mano sulla spalla dell'esorcista accompagnandola con l'osservazione:--

"Sei in arresto."

Nel frattempo, il sergente di polizia e il poliziotto, che erano entrati nel cimitero, avevano catturato il fantasma e lo avevano trascinato avanti. Era il sagrestano, che aveva indossato un vestito bianco fluente e che portava una maschera di cera, che aveva una sorprendente somiglianza con sua madre, come dichiarò il figlio.

Quando il caso fu discusso, si dimostrò che la maschera era stata realizzata molto abilmente da un ritratto della donna defunta. Il Governo diede ordine che la questione venisse indagata il più segretamente possibile, e lasciò la punizione di Padre K---- alle autorità spirituali, il che era scontato, in un'epoca in cui i preti erano al di fuori della giurisdizione delle Autorità Civili; e non c'è bisogno di dire che fu molto a suo agio durante la sua prigionia, in un monastero in una parte del paese che abbondava di selvaggina e trote.

L'unico risultato prezioso della divertente storia di fantasmi fu che portò a una riconciliazione tra padre e figlio, e il primo, a dire il vero, provò un tale profondo rispetto per i preti e i loro fantasmi in conseguenza dell'apparizione che, poco tempo dopo che sua moglie ebbe lasciato il purgatorio per l'ultima volta per parlare con lui, si convertì al protestantesimo.

Paura

Dopo cena salimmo sul ponte. Davanti a noi il Mediterraneo giaceva senza un'increspatura e scintillante al chiaro di luna. La grande nave scivolava avanti, gettando verso il cielo stellato un lungo serpente di fumo nero. Dietro di noi l'abbagliante acqua bianca, mossa dal rapido progresso della pesante imbarcazione e battuta dall'elica, schiumava, sembrava contorcersi, emetteva così tanta brillantezza che si sarebbe potuta definire chiaro di luna bollente.

Eravamo in sei o otto, silenziosi per l'ammirazione e fissando verso la lontana Africa dove eravamo diretti. Il comandante, che fumava un sigaro con noi, riprese bruscamente la conversazione iniziata a cena.

"Sì, allora ebbi paura. La mia nave rimase per sei ore su quella roccia, battuta dal vento e con un grande squarcio nel fianco. Fortunatamente fummo raccolti verso sera da una carboniera inglese che ci avvistò."

Allora un uomo alto dal volto abbronzato e dal contegno grave, uno di quegli uomini che hanno evidentemente viaggiato in terre sconosciute e lontane, il cui occhio calmo sembra conservare nelle sue profondità qualcosa delle scene straniere che ha osservato, un uomo che sei sicuro sia impregnato di coraggio, parlò per la prima volta.

"Dice, comandante, di aver avuto paura. Mi permetto di dissentire. Lei è in errore riguardo al significato della parola e alla natura della sensazione che ha provato. Un uomo energico non ha mai paura in presenza di un pericolo urgente. È eccitato, agitato, pieno di ansia, ma la paura è qualcosa di ben diverso."

Il comandante rise e rispose: "Bah! Le assicuro che ho avuto paura."

Allora l'uomo dal volto abbronzato ci si rivolse deliberatamente come segue:

"Mi permetta di spiegare. La paura – e gli uomini più coraggiosi possono provare paura – è qualcosa di orribile, una sensazione atroce, una sorta di decomposizione dell'anima, un terribile spasmo del cervello e del cuore, il cui ricordo stesso fa rabbrividire dall'angoscia, ma quando uno è coraggioso non la prova né sotto il fuoco né in presenza di una morte certa né di fronte a qualsiasi pericolo ben noto. Essa sorge in certe condizioni anormali, sotto certe influenze misteriose in presenza di un pericolo vago. La vera paura è una sorta di reminiscenza di un terrore fantastico del passato. Un uomo che crede nei fantasmi e immagina di vedere uno spettro nell'oscurità deve provare paura in tutto il suo orrore.

"Quanto a me, sono stato sopraffatto dalla paura in pieno giorno circa dieci anni fa e ancora una notte di dicembre dell'inverno scorso.

"Ciononostante, ho superato molti pericoli, molte avventure che sembravano promettere la morte. Sono stato spesso in battaglia. Sono stato lasciato per morto dai ladri. In America fui condannato come insorto a essere impiccato, e al largo della costa della Cina sono stato gettato in mare dal ponte di una nave. Ogni volta che pensavo di essere perduto, decidevo immediatamente la mia linea d'azione senza rimpianti o debolezza.

"Quella non è paura.

"L'ho provata in Africa, eppure è figlia del nord. La luce del sole la scaccia come la nebbia. Considerate questo fatto, signori. Tra gli orientali la vita non ha valore; la rassegnazione è naturale. Le notti sono limpide e vuote dello spirito cupo di irrequietezza che perseguita il cervello nelle terre più fredde. In Oriente il panico è conosciuto, ma non la paura.

"Ebbene, allora! Ecco l'incidente che mi è accaduto in Africa.

"Stavo attraversando le grandi sabbie a sud di Onargla. È uno dei distretti più curiosi del mondo. Avete visto la sabbia solida e continua delle distese oceaniche senza fine. Ebbene, immaginate l'oceano stesso trasformato in sabbia nel mezzo di una tempesta. Immaginate una tempesta silenziosa con flutti immobili di polvere gialla. Sono alti come montagne, questi flutti irregolari e variati, che si innalzano esattamente come flutti scatenati, ma ancora più grandi, e stratificati come seta marezzata. Su questo mare selvaggio, silenzioso e immobile, i raggi consumanti del sole tropicale vengono versati spietatamente e direttamente. Dovete scalare queste strisce di cenere rovente, scendere di nuovo dall'altra parte, scalare di nuovo, scalare, scalare senza sosta, senza riposo, senza ombra. I cavalli tossiscono, si accasciano sulle ginocchia e scivolano lungo i fianchi di queste colline straordinarie.

"Eravamo un paio di amici seguiti da otto spahis e quattro cammelli con i loro guidatori. Non parlavamo più, sopraffatti dal caldo, dalla fatica e da una sete tale da aver prodotto questo deserto ardente. Improvvisamente uno dei nostri uomini emise un grido. Ci fermammo tutti, sorpresi da un fenomeno irrisolto noto solo ai viaggiatori in queste distese senza sentieri.

"Da qualche parte, vicino a noi, in una direzione indeterminabile, un tamburo stava rullando, il misterioso tamburo delle sabbie. Batteva distintamente, ora con maggiore risonanza e ora più debolmente, cessando, poi riprendendo il suo rullio inquietante.

"Gli arabi, terrorizzati, si fissavano l'un l'altro, e uno disse nella sua lingua: 'La morte è su di noi.' Mentre parlava, il mio compagno, il mio amico, quasi un fratello, cadde dal suo cavallo, cadendo faccia a terra sulla sabbia, sopraffatto da un colpo di sole.

"E per due ore, mentre cercavo invano di salvarlo, questo strano tamburo riempiva le mie orecchie con il suo tono monotono, intermittente e incomprensibile, e sentii impossessarsi delle mie ossa la paura, la vera paura, la paura orrenda, in presenza di questo amato cadavere, in questo buco bruciato dal sole, circondato da quattro montagne di sabbia, e a duecento leghe da qualsiasi insediamento francese, mentre l'eco assaliva le nostre orecchie con questo furioso battito di tamburo.

"Quel giorno capii cosa fosse la paura, ma da allora ho avuto un'altra esperienza, e ancora più vivida--"

Il comandante interruppe l'oratore:

"Chiedo scusa, ma cos'era il tamburo?"

Il viaggiatore rispose:

"Non saprei dire. Nessuno lo sa. I nostri ufficiali sono spesso sorpresi da questo rumore singolare e lo attribuiscono generalmente all'eco prodotta da una grandine di granelli di sabbia soffiati dal vento contro le foglie secche e fragili delle erbacce, poiché è sempre stato notato che il fenomeno si verifica in prossimità di piccole piante bruciate dal sole e dure come pergamena. Questo suono sembra essere stato ingrandito, moltiplicato e gonfiato a dismisura nel suo progredire attraverso le valli di sabbia, e il tamburo potrebbe quindi essere considerato una sorta di miraggio sonoro. Niente di più. Ma non lo sapevo fino a più tardi.

"Procederò al mio secondo esempio.

"Era l'inverno scorso, in una foresta del Nord-Est della Francia. Il cielo era così coperto che la notte arrivò due ore prima del solito. La mia guida era un contadino che camminava accanto a me lungo la strada stretta, sotto la volta degli abeti, attraverso cui il vento nella sua furia ululava. Tra le cime degli alberi, vedevo le nuvole fugaci, che sembravano affrettarsi come per sfuggire a qualche oggetto di terrore. A volte, in una feroce raffica di vento, l'intera foresta si inchinava nella stessa direzione con un gemito di dolore, e un brivido si impossessò di me, nonostante il mio passo rapido e gli abiti pesanti.

"Dovevamo cenare e dormire presso la casa di un vecchio guardiacaccia non molto più avanti. Ero uscito per la caccia.

"La mia guida a volte alzava gli occhi e mormorava: 'Brutto tempo!' Poi mi raccontò delle persone tra cui avremmo passato la notte. Il padre aveva ucciso un bracconiere, due anni prima, e da allora era stato cupo e si comportava come se fosse perseguitato da un ricordo. I suoi due figli erano sposati e vivevano con lui.

"L'oscurità era profonda. Non potevo vedere nulla davanti a me né intorno a me e la massa degli alberi intrecciati sovrastanti sfregava insieme, riempiendo la notte di un incessante sussurro. Alla fine vidi una luce e presto il mio compagno stava bussando a una porta. Voci acute di donne ci risposero, poi una voce d'uomo, una voce soffocata, chiese: 'Chi va là?' La mia guida fece il suo nome. Entrammo e vedemmo un quadro memorabile.

"Un vecchio dai capelli bianchi, occhi selvaggi e un fucile carico tra le mani, stava ad aspettarci in mezzo alla cucina, mentre due giovani robusti, armati di asce, facevano la guardia alla porta. Negli angoli bui scorsi due donne inginocchiate con le facce rivolte al muro.

"Le cose furono spiegate e il vecchio appoggiò il suo fucile contro il muro, ordinando allo stesso tempo che mi fosse preparata una stanza. Poi, poiché le donne non si muovevano: 'Vede, monsieur,' disse, 'due anni fa questa notte ho ucciso un uomo, e l'anno scorso è tornato a perseguitarmi. Lo aspetto ancora stasera.'

"Poi aggiunse con un tono che mi fece sorridere:

"'E così siamo un po' agitati.'

"Lo rassicurai al meglio delle mie possibilità, felice di essere arrivato proprio quella sera e di testimoniare questo terrore superstizioso. Raccontai storie e riuscii quasi a calmare l'intera famiglia.

"Vicino al camino dormiva un vecchio cane, baffuto e quasi cieco, con la testa tra le zampe, un cane tale da ricordarti persone che hai conosciuto.

"Fuori, la tempesta infuriava contro la piccola casa, e improvvisamente attraverso un piccolo vetro, una sorta di spioncino posto vicino alla porta, vidi in un lampo brillante di fulmine un'intera massa di alberi flagellata dal vento.

"Nonostante i miei sforzi, capii che il terrore si stava impossessando di queste persone, e ogni volta che smettevo di parlare, tutte le orecchie ascoltavano i suoni distanti. Infastidito da queste folli paure, stavo per ritirarmi nel mio letto, quando il vecchio guardiacaccia saltò improvvisamente dalla sedia, afferrò il suo fucile e balbettò selvaggiamente: 'Eccolo, eccolo! Lo sento!' Le due donne si abbatterono di nuovo sulle ginocchia nell'angolo e si nascosero il viso, mentre i figli prendevano le asce. Stavo per cercare di placarli ancora una volta, quando il cane che dormiva si svegliò improvvisamente e, sollevando la testa e allungando il collo, guardò il fuoco con i suoi occhi spenti ed emise uno di quegli ululati funebri che fanno rabbrividire i viaggiatori nell'oscurità e nella solitudine della campagna. Tutti gli occhi erano concentrati su di lui ora mentre si alzava sulle zampe anteriori, come se perseguitato da una visione, e iniziava a ululare a qualcosa di invisibile, sconosciuto e senza dubbio orribile, poiché era tutto irto. Il guardiacaccia dal volto livido gridò: 'Lo sente! Lo sente! Era lì quando l'ho ucciso.' Le due donne, terrorizzate, iniziarono a piangere in concerto con il cane.

"Mio malgrado, brividi freddi mi correvano lungo la schiena. Questa visione dell'animale in un momento e luogo simili, nel mezzo di queste persone spaventate, era qualcosa di spaventoso da testimoniare.

"Poi per un'ora il cane ululò senza muoversi; ululò come nell'angoscia di un incubo; e la paura, l'orribile paura si impossessò di me. Paura di cosa? Come posso dire? Era paura, e questo è tutto ciò che so.

"Rimanemmo immobili e pallidi, aspettandoci che accadesse qualcosa di terribile. Le nostre orecchie erano tese e i nostri cuori battevano forte mentre il minimo rumore ci faceva trasalire. Poi la bestia iniziò a camminare per la stanza, annusando le pareti e ringhiando costantemente. Le sue manovre ci stavano facendo impazzire! Poi il contadino, che mi aveva condotto fin lì, in un parossismo di rabbia, afferrò il cane e, portandolo a una porta, che si apriva su un piccolo cortile, lo spinse fuori.

"Il rumore fu soppresso e rimanemmo immersi in un silenzio ancora più terribile. Poi improvvisamente trasalimmo tutti. Qualcuno stava scivolando lungo il muro esterno verso la foresta; poi sembrò tastare la porta con una mano tremante; poi per due minuti non si udì nulla e perdemmo quasi la testa. Poi tornò, tastando ancora lungo il muro, e graffiò leggermente la porta come potrebbe fare un bambino con le unghie. Improvvisamente un volto apparve dietro il vetro dello spioncino, un volto bianco con occhi che brillavano come quelli della stirpe dei felini. Si udì un suono, un indistinto mormorio lamentoso.

"Poi ci fu un formidabile scoppio di rumore in cucina. Il vecchio guardiacaccia aveva fatto fuoco e i due figli si precipitarono subito avanti e barricarono la finestra con il grande tavolo, rinforzandolo con la credenza.

"Vi giuro che allo shock della scarica del fucile, che non mi aspettavo, un'angoscia tale si impossessò del mio cuore, della mia anima e del mio corpo stesso che mi sentii sul punto di cadere, sul punto di morire per la paura.

"Rimanemmo lì fino all'alba, incapaci di muoverci, in breve, colti da un indicibile torpore del cervello.

"Nessuno osò rimuovere la barricata finché un sottile raggio di sole apparve attraverso una crepa nella stanza sul retro.

"Alla base del muro e sotto la finestra, trovammo il vecchio cane morto, il cranio fracassato da una palla.

"Era scappato dal piccolo cortile scavando un buco sotto una recinzione."

L'uomo dal volto scuro tacque, poi aggiunse:

"Eppure in quella notte non ho corso alcun pericolo, ma preferirei passare di nuovo tutte le ore in cui ho affrontato i pericoli più terribili piuttosto che il solo minuto in cui quel fucile fu scaricato contro la testa barbuta alla finestra."

La Confessione

Marguerite de Thérelles stava morendo. Sebbene avesse solo cinquantasei anni, ne sembrava almeno settantacinque. Ansimava, più pallida delle lenzuola, scossa da tremiti spaventosi, il viso convulso, gli occhi scarni, come se avesse visto qualcosa di orribile.

La sorella maggiore, Suzanne, di sei anni più vecchia, singhiozzava in ginocchio accanto al letto. Un tavolino accostato al divano della moribonda, coperto da un tovagliolo, portava due candele accese, essendo il prete atteso da un momento all'altro per dare l'estrema unzione e la comunione, che dovevano essere le ultime.

L'appartamento aveva quell'aspetto sinistro, quell'aria di addii senza speranza, che appartiene alle stanze dei moribondi. Boccette di medicinali stavano in giro sui mobili, biancheria giaceva negli angoli, spinta da parte dal piede o dalla scopa. Le sedie disordinate stesse sembravano spaventate, come se fossero corse, in tutti i sensi della parola. La Morte, la formidabile, era lì, nascosta, in attesa.

La storia delle due sorelle era molto toccante. Era citata in lungo e in largo; aveva fatto piangere molti occhi.

Suzanne, la maggiore, era stata una volta follemente innamorata di un giovane, che era stato anche lui innamorato di lei. Erano fidanzati e aspettavano solo il giorno fissato per il contratto, quando Henry de Lampierre morì improvvisamente.

La disperazione della giovane ragazza fu terribile, e giurò che non si sarebbe mai sposata. Mantenne la parola. Indossò vesti da vedova, che non tolse mai più.

Poi sua sorella, la sua sorellina Marguérite, che aveva solo dodici anni, venne una mattina a gettarsi tra le braccia della maggiore e disse: "Sorella mia, non voglio che tu sia infelice. Non voglio che tu pianga per tutta la vita. Non ti lascerò mai, mai, mai! Io... anch'io non mi sposerò mai. Resterò sempre con te, sempre, sempre!"

Suzanne, toccata dalla devozione della bambina, la baciò, ma non le credette.

Eppure anche la piccola mantenne la parola e, nonostante le suppliche dei genitori, nonostante le implorazioni della maggiore, non si sposò mai. Era carina, molto carina; rifiutò molti giovani che sembravano amarla sinceramente; e non lasciò mai più sua sorella.

* * * * *

Vissero insieme tutti i giorni della loro vita, senza mai separarsi una sola volta. Camminarono fianco a fianco, inseparabilmente unite. Ma Marguérite sembrava sempre triste, oppressa, più malinconica della maggiore, come se forse il suo sublime sacrificio le avesse spezzato lo spirito. Invecchiò più in fretta, ebbe i capelli bianchi fin dall'età di trent'anni e, spesso sofferente, sembrava afflitta da un tormento segreto e logorante.

Ora toccava a lei morire per prima.

Da ieri non riusciva più a parlare. Aveva solo detto, ai primi bagliori dell'alba:

"Andate a prendere Monsieur le Curé, il momento è giunto."

E da allora era rimasta supina, scossa da spasmi, con le labbra agitate come se parole terribili stessero risalendo dal suo cuore senza poter uscire, lo sguardo folle di paura, terribile a vedersi.

Sua sorella, straziata dal dolore, piangeva dirottamente, con la fronte appoggiata al bordo del letto, e continuava a ripetere:

"Margot, la mia povera Margot, la mia piccolina!"

L'aveva sempre chiamata "Piccolina", proprio come la più giovane l'aveva sempre chiamata "Sorella mia".

Si udirono passi sulle scale. La porta si aprì. Apparve un chierichetto, seguito da un vecchio prete in cotta. Non appena la vide, la moribonda, con un sussulto, si mise a sedere, aprì le labbra, balbettò due o tre parole e cominciò a graffiare le lenzuola con le unghie come se avesse voluto farvi un buco.

L'Abbé Simon si avvicinò, le prese la mano, le baciò la fronte e con voce dolce:

"Dio ti perdoni, figlia mia; abbi coraggio, il momento è giunto, parla."

Allora Marguérite, tremando da capo a piedi, scuotendo l'intero giaciglio con movimenti nervosi, balbettò:

"Siediti, Sorella mia... ascolta."

Il prete si chinò verso Suzanne, che era ancora riversa ai piedi del letto. La sollevò, la fece sedere su una poltrona e, prendendo una mano di ciascuna delle sorelle in una delle proprie, pronunciò:

"Signore, Dio mio! Dona loro forza, effondi la Tua misericordia su di loro."

E Marguérite cominciò a parlare. Le parole uscivano dalla sua gola una a una, rauche, con pause nette, come se fossero molto deboli.

* * * * *

"Perdono, perdono, Sorella mia; oh, perdonami! Se sapessi quanto ho avuto paura di questo momento per tutta la mia vita..."

Suzanne balbettava tra le lacrime:

"Perdonarti cosa, Piccolina? Mi hai dato tutto, hai sacrificato tutto; sei un angelo..."

Ma Marguérite la interruppe:

"Zitta, zitta! Lasciami parlare... non fermarmi. È terribile... lascia che ti dica tutto... fino alla fine, senza vacillare. Ascolta. Tu ricordi... tu ricordi... Henry..."

Suzanne tremò e guardò sua sorella. La più giovane continuò:

"Devi sentire tutto, per capire. Avevo dodici anni, solo dodici anni; ricordi bene, non è vero? Ed ero viziata, facevo tutto quello che volevo! Ricordi, certamente, come mi viziavano? Ascolta. La prima volta che venne aveva gli stivali verniciati. Smontò da cavallo davanti alla grande scalinata e chiese scusa per il suo abbigliamento, ma era venuto a portare delle notizie a papà. Ricordi, non è vero? Non parlare... ascolta. Quando lo vidi fui completamente travolta, lo trovai così bello; e rimasi in piedi in un angolo del salone per tutto il tempo in cui parlò. I bambini sono strani... e terribili. Oh sì... ho sognato tutto questo.

"Tornò ancora... parecchie volte... lo guardavo con tutti i miei occhi, con tutta la mia anima... ero grande per la mia età... e molto più smaliziata di quanto chiunque pensasse. Tornava spesso... pensavo solo a lui. Dicevo, molto piano:

"'Henry... Henry de Lampierre!'

"Poi dissero che avrebbe sposato te. Fu un dolore; oh, Sorella mia, un dolore... un dolore! Piansi per tre notti senza dormire. Tornava ogni giorno, nel pomeriggio, dopo pranzo... ricordi, non è vero? Non dire nulla... ascolta. Gli preparavi i dolci che gli piacevano... con farina, burro e latte. Oh, so bene come. Sarei ancora capace di farli se ce ne fosse bisogno. Li mangiava in un boccone, e... e poi beveva un bicchiere di vino, e poi diceva: 'È delizioso'. Ricordi come lo diceva?

"Ero gelosa, gelosa! Il momento del tuo matrimonio si avvicinava. Mancavano solo due settimane. Divenni folle. Mi dicevo: 'Non sposerà Suzanne, no, non lo permetterò! Sono io che sposerà quando sarò grande. Non troverò mai nessuno che amerò così tanto'. Ma una notte, dieci giorni prima del contratto, facesti una passeggiata con lui davanti al castello al chiaro di luna... e lì... sotto l'abete, sotto il grande abete... ti baciò... baciò... tenendoti tra le sue braccia... così a lungo. Ricordi, non è vero? Era probabilmente la prima volta... sì... Eri così pallida quando tornasti nel salone.

"Vi avevo visti entrambi; ero lì, nel boschetto. Ero furiosa! Se avessi potuto, vi avrei uccisi entrambi!

"Mi dicevo: 'Non sposerà Suzanne, mai! Non sposerà nessuno. Sarei troppo infelice'. E all'improvviso cominciai a odiarlo terribilmente.

"Poi, sai cosa feci? Ascolta. Avevo visto il giardiniere preparare delle palline per uccidere i cani randagi. Pestava una bottiglia con una pietra e metteva il vetro polverizzato in una polpetta di carne.

"Presi una boccetta di medicina che aveva la mamma; la ruppi piccola piccola con un martello e nascosi il vetro in tasca. Era una polvere scintillante... Il giorno dopo, appena aveste preparato i dolcetti... li aprii con un coltello e ci misi il vetro... Ne mangiò tre... anch'io ne mangiai uno... gettai gli altri sei nello stagno. I due cigni morirono tre giorni dopo... Ricordi? Oh, non dire nulla... ascolta, ascolta. Io, io sola non morii... ma sono sempre stata malata. Ascolta... Lui morì... tu sai bene... ascolta... quello, quello non è nulla. È dopo, più tardi... sempre... il peggio... ascolta.

"La mia vita, tutta la mia vita... che tortura! Mi dicevo: 'Non lascerò mai mia sorella. E all'ora della morte le dirò tutto...' Ecco! E da allora, ho sempre pensato a quel momento in cui ti avrei detto tutto. Ora è giunto. È terribile. Oh... Sorella mia!

"Ho sempre pensato, mattina e sera, di notte e di giorno: 'Prima o poi devo dirglielo...' Aspettavo... Che agonia! ... È fatta. Non dire nulla. Ora ho paura... ho paura... oh, ho paura. Se dovessi rivederlo, presto, quando sarò morta. Rivederlo... pensaci! Il primo! Prima di te! Non oserò. Devo... sto per morire... voglio che mi perdoni. Lo voglio... non posso andare incontro a lui senza questo. Oh, dille di perdonarmi, Monsieur le Curé, dille... vi supplico di farlo. Non posso morire senza questo..."

* * * * *

Tacque e rimase ansimante, sempre a graffiare il lenzuolo con le unghie raggrinzite.

Suzanne si era coperta il volto con le mani e non si muoveva. Pensava a colui che avrebbe potuto amare così a lungo! Che bella vita avrebbero potuto vivere insieme! Lo vide ancora una volta in quel tempo svanito, in quel passato lontano che si era spento per sempre. I morti amati... come ti straziano il cuore! Oh, quel bacio, il suo unico bacio! Lo aveva nascosto nella sua anima. E dopo di quello nulla, nulla più per tutta la sua vita!

* * * * *

All'improvviso il prete si raddrizzò e, con voce forte e vibrante, gridò:

"Mademoiselle Suzanne, vostra sorella sta morendo!"

Allora Suzanne, aprendo le mani, mostrò il volto rigato di lacrime e, gettandosi sulla sorella, la baciò con tutte le sue forze, balbettando:

"Ti perdono, ti perdono, Piccolina."

L'Horla, o Fantasmi Moderni

8 maggio. Che bella giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull'erba davanti a casa mia, sotto l'enorme platano che la copre, ombreggiandola e proteggendola interamente. Amo questa parte di paese e amo vivere qui perché vi sono legato da radici profonde, radici profonde e delicate che legano un uomo al suolo su cui i suoi antenati sono nati e morti, che lo legano a ciò che la gente pensa e a ciò che mangia, agli usi come al cibo, alle espressioni locali, al linguaggio particolare dei contadini, all'odore della terra, dei villaggi e dell'atmosfera stessa.

Amo la mia casa in cui sono cresciuto. Dalle mie finestre posso vedere la Senna che scorre di fianco al mio giardino, dall'altra parte della strada, quasi attraverso la mia proprietà, la grande e larga Senna, che va a Rouen e Le Havre, e che è coperta di barche che passano avanti e indietro.

Sulla sinistra, laggiù, giace Rouen, quella grande città con i suoi tetti blu, sotto le sue appuntite torri gotiche. Sono innumerevoli, delicate o larghe, dominate dalla guglia della cattedrale, e piene di campane che suonano nell'aria azzurra nelle belle mattine, mandandomi il loro dolce e lontano clangore di ferro; il loro suono metallico che la brezza trasporta nella mia direzione, ora più forte ora più debole, a seconda che il vento sia più forte o più leggero.

Che mattinata deliziosa!

Verso le undici, una lunga fila di barche trainate da un rimorchiatore a vapore, grande come una mosca, e che sbuffava appena emettendo il suo fumo denso, passò davanti al mio cancello.

Dopo due golette inglesi, la cui bandiera rossa sventolava verso il cielo, arrivò un magnifico tre alberi brasiliano; era perfettamente bianco e meravigliosamente pulito e splendente. Lo salutai, non so bene perché, se non che la vista del vascello mi diede grande piacere.

12 maggio. Ho avuto un leggero attacco febbrile negli ultimi giorni e mi sento male, o meglio, mi sento giù di corda.

Da dove vengono queste misteriose influenze che trasformano la nostra felicità in scoraggiamento e la nostra fiducia in noi stessi in diffidenza? Si direbbe quasi che l'aria, l'aria invisibile, sia piena di Forze inconoscibili, di cui dobbiamo sopportare la misteriosa presenza. Mi sveglio di ottimo umore, con un'inclinazione a cantare in gola. Perché? Scendo in riva all'acqua e improvvisamente, dopo aver camminato per un breve tratto, torno a casa infelice, come se qualche disgrazia mi stesse aspettando lì. Perché? È un brivido freddo che, passando sulla mia pelle, ha sconvolto i miei nervi e mi ha dato malinconia? È la forma delle nuvole, o il colore del cielo, o il colore degli oggetti circostanti che è così mutevole, ad aver turbato i miei pensieri mentre passavano davanti ai miei occhi? Chi può dirlo? Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che vediamo senza guardarlo, tutto ciò che tocchiamo senza saperlo, tutto ciò che maneggiamo senza sentirlo, tutto ciò che incontriamo senza distinguerlo chiaramente, ha un effetto rapido, sorprendente e inspiegabile su di noi e sui nostri organi, e attraverso di essi sulle nostre idee e sul nostro cuore stesso.

Quanto è profondo quel mistero dell'Invisibile! Non possiamo scandagliarlo con i nostri miseri sensi, con i nostri occhi che sono incapaci di percepire ciò che è troppo piccolo o troppo grande, troppo vicino o troppo lontano da noi; né gli abitanti di una stella né di una goccia d'acqua... con le nostre orecchie che ci ingannano, poiché ci trasmettono le vibrazioni dell'aria in note sonore. Sono fate che compiono il miracolo di trasformare quel movimento in rumore, e con quella metamorfosi danno vita alla musica, che rende musicale l'agitazione muta della natura... con il nostro senso dell'olfatto che è più piccolo di quello di un cane... con il nostro senso del gusto che riesce a malapena a distinguere l'annata di un vino!

Oh! Se solo avessimo altri organi che compissero altri miracoli a nostro favore, quante cose nuove potremmo scoprire intorno a noi!

16 maggio. Sono malato, decisamente! Stavo così bene il mese scorso! Sono febbricitante, orribilmente febbricitante, o meglio, sono in uno stato di snervamento febbrile, che fa soffrire la mia mente tanto quanto il mio corpo. Ho senza sosta quella orribile sensazione di qualche pericolo che mi minaccia, quella apprensione di qualche sventura imminente o di una morte che si avvicina, quel presentimento che è, senza dubbio, l'attacco di qualche malattia ancora sconosciuta, che germoglia nella carne e nel sangue.

18 maggio. Sono appena tornato dal consulto con il mio medico, perché non riuscivo più a chiudere occhio. Ha riscontrato che il mio polso era accelerato, le pupille dilatate, i nervi molto tesi, ma nessun sintomo allarmante. Devo fare una cura di docce scozzesi e bromuro di potassio.

25 maggio. Nessun cambiamento! Il mio stato è davvero molto particolare. Quando arriva la sera, un'incomprensibile sensazione di inquietudine mi assale, proprio come se la notte celasse qualche terribile minaccia nei miei confronti. Ceno rapidamente e poi provo a leggere, ma non capisco le parole e riesco a stento a distinguere le lettere. Poi cammino avanti e indietro nel mio salotto, oppresso da una sensazione di paura confusa e irresistibile, la paura di dormire e la paura del mio letto.

Verso le dieci salgo in camera mia. Non appena sono entrato, chiudo a chiave e metto il chiavistello: ho paura... di cosa? Fino a questo momento non ho avuto paura di nulla... apro gli armadi e guardo sotto il letto; ascolto... ascolto... cosa? Com'è strano che una semplice sensazione di malessere, una circolazione impedita o accelerata, forse l'irritazione di un filo nervoso, una leggera congestione, un piccolo disturbo nelle imperfette e delicate funzioni del nostro meccanismo vivente, possano trasformare l'uomo più spensierato in un malinconico e rendere codardo il più coraggioso! Poi vado a letto e aspetto il sonno come un uomo potrebbe aspettare il carnefice. Aspetto il suo arrivo con terrore, il cuore batte e le gambe tremano, mentre tutto il mio corpo rabbrividisce sotto il calore delle coperte, fino al momento in cui cado improvvisamente addormentato, come ci si getterebbe in una pozza d'acqua stagnante per affogarsi. Non sento sopraggiungere, come facevo un tempo, questo sonno perfido che mi è vicino e mi osserva, che sta per afferrarmi alla testa, per chiudermi gli occhi e annientarmi.

Dormo... a lungo... due o tre ore forse... poi un sogno... no... un incubo si impadronisce di me. Sento che sono a letto e dormo... lo sento e lo so... e sento anche che qualcuno si sta avvicinando a me, mi sta guardando, mi sta toccando, sta salendo sul mio letto, si sta inginocchiando sul mio petto, sta prendendo il mio collo tra le sue mani e lo sta stringendo... stringendo con tutte le sue forze per strangolarmi.

Lotto, legato da quella terribile impotenza che ci paralizza nei sogni; provo a gridare... ma non posso; voglio muovermi... non posso; provo, con gli sforzi più violenti e senza fiato, a girarmi e a scrollarmi di dosso questo essere che mi sta schiacciando e soffocando... non posso!

E poi, improvvisamente, mi sveglio, scosso e bagnato di sudore; accendo una candela e scopro di essere solo, e dopo quella crisi, che si verifica ogni notte, alla fine mi riaddormento e dormo tranquillamente fino al mattino.

2 giugno. Il mio stato è peggiorato. Cosa mi succede? Il bromuro non mi fa nulla e le docce non hanno alcun effetto. A volte, per stancarmi, sebbene io sia già abbastanza affaticato, vado a fare una passeggiata nella foresta di Roumare. Pensavo all'inizio che l'aria fresca, luminosa e leggera, impregnata dell'odore di erbe e foglie, avrebbe instillato sangue nuovo nelle mie vene e infuso nuova energia al mio cuore. Mi sono addentrato in un ampio sentiero nel bosco, e poi ho girato verso La Bouille, attraverso uno stretto sentiero tra due file di alberi altissimi, che ponevano un tetto spesso, verde, quasi nero, tra il cielo e me.

Un brivido improvviso mi ha attraversato, non un brivido di freddo, ma un brivido di agonia, e così ho affrettato il passo, inquieto di essere solo nel bosco, spaventato stupidamente e senza motivo, dalla profonda solitudine. Improvvisamente mi è sembrato di essere seguito, che qualcuno camminasse sui miei talloni, vicino, molto vicino a me, abbastanza da toccarmi.

Mi sono girato di scatto, ma ero solo. Non ho visto nulla dietro di me se non il sentiero dritto e largo, vuoto e delimitato da alberi alti, orribilmente vuoto; dall'altra parte si estendeva anch'esso fino a perdersi in lontananza, e sembrava esattamente lo stesso, terribile.

Ho chiuso gli occhi. Perché? E poi ho cominciato a girare su un tallone molto velocemente, proprio come una trottola. Sono quasi caduto e ho aperto gli occhi; gli alberi danzavano intorno a me e la terra ondeggiava; sono stato costretto a sedermi. Poi, ah! Non ricordavo più come ero arrivato! Che strana idea! Che strana, strana idea! Non lo sapevo affatto. Sono partito verso destra e sono tornato nel viale che mi aveva condotto al centro della foresta.

3 giugno. Ho passato una notte terribile. Me ne andrò per qualche settimana, perché senza dubbio un viaggio mi rimetterà in sesto.

2 luglio. Sono tornato, completamente guarito, e ho fatto per giunta un viaggio delizioso. Sono stato a Mont Saint-Michel, che non avevo ancora visto.

Che spettacolo, quando si arriva come ho fatto io, ad Avranches verso la fine della giornata! La città sorge su una collina, e sono stato condotto nel giardino pubblico all'estremità della città. Ho emesso un grido di stupore. Una baia straordinariamente grande si estendeva davanti a me, a perdita d'occhio, tra due colline che si perdevano nella nebbia; e nel mezzo di questa immensa baia gialla, sotto un cielo limpido e dorato, una collina particolare si ergeva, cupa e appuntita in mezzo alla sabbia. Il sole era appena scomparso, e sotto il cielo ancora fiammeggiante si stagliava il profilo di quella roccia fantastica, che porta sulla sua sommità un monumento fantastico.

All'alba ci sono andato. La marea era bassa come la sera prima, e ho visto quella meravigliosa abbazia ergersi davanti a me mentre mi avvicinavo. Dopo diverse ore di cammino, ho raggiunto l'enorme massa di rocce che sostiene la piccola città, dominata dalla grande chiesa. Dopo aver risalito la strada ripida e stretta, sono entrato nel più meraviglioso edificio gotico che sia mai stato costruito per Dio sulla terra, grande quanto una città, pieno di stanze basse che sembrano sepolte sotto volte a botte, e alte gallerie sostenute da delicate colonne.

Sono entrato in questo gigantesco gioiello di granito, leggero come un pezzo di merletto, coperto di torri, con slanciati campanili a cui salgono scale a chiocciola, che innalzano le loro strane teste irte di chimere, di diavoli, di animali fantastici, di mostruosi fiori, e che sono uniti insieme da archi finemente scolpiti, al cielo azzurro di giorno, e al cielo nero di notte.

Quando ebbi raggiunto la sommità, dissi al monaco che mi accompagnava: "Padre, come dovete essere felice qui!" E lui rispose: "C'è molto vento, Monsieur"; e così iniziammo a parlare mentre guardavamo la marea che saliva, che correva sulla sabbia e la copriva con una corazza d'acciaio.

E poi il monaco mi raccontò storie, tutte le vecchie storie appartenenti al luogo, leggende, nient'altro che leggende.

Una di esse mi colpì profondamente. La gente del paese, quella che appartiene al Mornet, dichiara che di notte si può sentire parlare nella sabbia, e poi che si sentono belare due capre, una con una voce forte, l'altra con una voce debole. Le persone incredule dichiarano che non è altro che il grido degli uccelli marini, che occasionalmente assomiglia a belati, e occasionalmente a lamenti umani; ma i pescatori attardati giurano di aver incontrato un vecchio pastore, la cui testa, coperta dal mantello, non riescono mai a vedere, che vaga sulle dune, tra due maree, attorno alla piccola città posta così lontano dal mondo, e che sta guidando e camminando davanti a loro, un capro con un volto d'uomo, e una capra con un volto di donna, ed entrambi con i capelli bianchi; e parlando incessantemente, litigando in una lingua strana, e poi cessando improvvisamente di parlare per belare con tutte le loro forze.

"Ci credete?" chiesi al monaco. "Lo so a malapena," rispose, e io continuai: "Se ci sono altri esseri oltre a noi su questa terra, come mai non lo sappiamo da così tanto tempo, o perché voi non li avete visti? Com'è che io non li ho visti?" Egli rispose: "Vediamo la centomillesima parte di ciò che esiste? Guardate qui; c'è il vento, che è la forza più potente della natura, che abbatte gli uomini, e butta giù edifici, sradica alberi, solleva il mare in montagne d'acqua, distrugge scogliere e getta grandi navi sulle scogliere; il vento che uccide, che fischia, che sospira, che ruggisce -- l'avete mai visto, e potete vederlo? Esiste nonostante tutto, comunque."

Tacqui davanti a questo semplice ragionamento. Quell'uomo era un filosofo, o forse un folle; non avrei saputo dire esattamente quale, così tenni la lingua a freno. Ciò che aveva detto, era stato spesso nei miei stessi pensieri.

3 luglio. Ho dormito male; certamente c'è qualche influenza febbrile qui, perché il mio cocchiere soffre nello stesso modo in cui soffro io. Quando sono tornato a casa ieri, ho notato il suo singolare pallore, e gli ho chiesto: "Che cosa ti succede, Jean?" "Il fatto è che non riposo mai, e le mie notti divorano i miei giorni. Dalla sua partenza, monsieur, c'è un incantesimo su di me."

Tuttavia, gli altri servitori stanno tutti bene, ma ho molta paura di avere un altro attacco, io stesso.

4 luglio. Sono decisamente preso di nuovo; poiché i miei vecchi incubi sono tornati. La scorsa notte ho sentito qualcuno appoggiarsi su di me che stava succhiando la mia vita dalle mie labbra con la sua bocca. Sì, la stava succhiando dal mio collo, come avrebbe fatto una sanguisuga. Poi si è alzato, sazio, e io mi sono svegliato, così battuto, schiacciato e annientato che non riuscivo a muovermi. Se questo continua per alcuni giorni, me ne andrò sicuramente di nuovo.

5 luglio. Ho perso la ragione? Quello che è successo, quello che ho visto la scorsa notte, è così strano, che la mia testa vaga quando ci penso!

Come faccio ora ogni sera, avevo chiuso a chiave la mia porta, e poi, avendo sete, ho bevuto mezzo bicchiere d'acqua, e mi sono accorto per caso che la bottiglia dell'acqua era piena fino al tappo di cristallo molato.

Poi sono andato a letto e sono caduto in uno dei miei terribili sonni, dal quale sono stato svegliato dopo circa due ore da uno shock ancora più terribile.

Immaginatevi un uomo che dorme che viene assassinato e che si sveglia con un coltello nel petto, e che rantola nella gola, coperto di sangue, e che non riesce più a respirare, e sta per morire, e non capisce assolutamente nulla di tutto ciò -- ecco, è questo.

Riacquistati i sensi, avevo di nuovo sete, così ho acceso una candela e sono andato al tavolo su cui c'era la mia bottiglia d'acqua. L'ho sollevata e l'ho inclinata sul mio bicchiere, ma non è uscito nulla. Era vuota! Era completamente vuota! Dapprima non riuscivo a capirlo affatto, e poi improvvisamente sono stato colto da una sensazione così terribile che ho dovuto sedermi, o meglio, sono caduto su una sedia! Poi sono balzato su con un salto per guardarmi intorno, e poi mi sono seduto di nuovo, sopraffatto dallo stupore e dalla paura, davanti alla bottiglia di cristallo trasparente! L'ho guardata con occhi fissi, cercando di congetturare, e le mie mani tremavano! Qualcuno aveva bevuto l'acqua, ma chi? Io? Io senza alcun dubbio. Potevo sicuramente essere solo io? In quel caso ero un sonnambulo. Vivevo, senza saperlo, quella doppia vita misteriosa che ci fa dubitare se non ci siano due esseri in noi, o se un essere strano, inconoscibile e invisibile non animi in tali momenti, quando la nostra anima è in uno stato di torpore, il nostro corpo prigioniero che obbedisce a quest'altro essere, come fa con noi stessi, e più di quanto faccia con noi stessi.

Oh! Chi comprenderà la mia orribile agonia? Chi comprenderà l'emozione di un uomo che è sano di mente, ben sveglio, pieno di sano buon senso, e che guarda con orrore i resti di un po' d'acqua che è scomparsa mentre dormiva, attraverso il vetro di una bottiglia d'acqua? E sono rimasto lì fino al sorgere del giorno, senza avventurarmi ad andare a letto di nuovo.

6 luglio. Sto impazzendo. Di nuovo tutto il contenuto della mia bottiglia d'acqua è stato bevuto durante la notte -- o meglio, l'ho bevuto io!

Ma sono io? Sono io? Chi potrebbe essere? Chi? Oh! Dio! Sto impazzendo? Chi mi salverà?

10 luglio. Ho appena attraversato alcune prove sorprendenti. Decisamente sono pazzo! Eppure!--

Il 6 luglio, prima di andare a letto, ho messo del vino, latte, acqua, pane e fragole sul mio tavolo. Qualcuno ha bevuto -- io ho bevuto -- tutta l'acqua e un po' di latte, ma né il vino, né il pane, né le fragole sono stati toccati.

Il sette luglio ho rinnovato lo stesso esperimento, con gli stessi risultati, e l'8 luglio ho lasciato fuori l'acqua e il latte e nulla è stato toccato.

Infine, il 9 luglio ho messo solo acqua e latte sul mio tavolo, prendendomi cura di avvolgere le bottiglie in mussola bianca e di legare i tappi. Poi mi sono strofinato le labbra, la barba e le mani con la mina di piombo, e sono andato a letto.

Un sonno irresistibile mi ha colto, che è stato presto seguito da un risveglio terribile. Non mi ero mosso, e le mie lenzuola non erano segnate. Mi sono precipitato al tavolo. La mussola attorno alle bottiglie rimaneva intatta; ho sciolto lo spago, tremante di paura. Tutta l'acqua era stata bevuta, e così il latte! Ah! Gran Dio!--

Devo partire per Parigi immediatamente.

12 luglio. Parigi. Devo aver perso la testa durante gli ultimi giorni! Devo essere il giocattolo della mia immaginazione snervata, a meno che io non sia davvero un sonnambulo, o che io sia stato portato sotto il potere di una di quelle influenze che è stato dimostrato esistano, ma che finora sono state inspiegabili, che sono chiamate suggestioni. In ogni caso, il mio stato mentale rasentava la follia, e ventiquattro ore di Parigi sono bastate a riportarmi al mio equilibrio.

Ieri, dopo aver sbrigato alcuni affari e fatto alcune visite che mi hanno infuso aria mentale fresca e corroborante, ho concluso la mia serata al Théâtre Français. Si recitava un'opera di Alexandre Dumas figlio, e la sua mente attiva e potente ha completato la mia guarigione. Certamente la solitudine è pericolosa per le menti attive. Abbiamo bisogno di uomini che possano pensare e possano parlare, attorno a noi. Quando siamo soli per molto tempo popoliamo lo spazio di fantasmi.

Sono tornato lungo i boulevard al mio hotel di ottimo umore. Tra il brusio della folla ho pensato, non senza ironia, ai miei terrori e congetture della settimana precedente, perché credevo, sì, credevo, che un essere invisibile vivesse sotto il mio tetto. Quanto è debole la nostra testa, e quanto rapidamente si terrorizza e va fuori strada, non appena siamo colpiti da un piccolo fatto incomprensibile.

Invece di concludere con queste semplici parole: "Non capisco perché la causa mi sfugge," immaginiamo immediatamente terribili misteri e poteri soprannaturali.

14 luglio. Festa della Repubblica. Ho camminato per le strade, e i petardi e le bandiere mi divertivano come un bambino. Eppure è molto sciocco essere allegri in una data fissa, per decreto governativo. Il popolo è un gregge imbecille di pecore, ora costantemente paziente, e ora in feroce rivolta. Digli: "Divertitevi," e si diverte. Digli: "Andate a combattere con il vostro vicino," e va e combatte. Digli: "Votate per l'Imperatore," e vota per l'Imperatore, e poi digli: "Votate per la Repubblica," e vota per la Repubblica.

Coloro che lo dirigono sono altrettanto stupidi; ma invece di obbedire agli uomini obbediscono a principi, che possono solo essere stupidi, sterili e falsi, per la stessa ragione che sono principi, vale a dire, idee che sono considerate come certe e immutabili, in questo mondo dove non si è certi di nulla, poiché la luce è un'illusione e il rumore è un'illusione.

16 luglio. Ho visto alcune cose ieri che mi hanno turbato molto.

Stavo cenando da mia cugina Madame Sablé, il cui marito è colonnello del 76° Cacciatori a Limoges. C'erano due giovani donne lì, una delle quali aveva sposato un medico, il Dottor Parent, che si dedica molto alle malattie nervose e alle manifestazioni straordinarie a cui in questo momento danno origine gli esperimenti di ipnotismo e suggestione.

Ci ha raccontato piuttosto a lungo gli enormi risultati ottenuti dagli scienziati inglesi e dai medici della facoltà di medicina di Nancy, e i fatti che ha addotto mi sono sembrati così strani, che ho dichiarato di essere del tutto incredulo.

"Siamo," ha dichiarato, "sul punto di scoprire uno dei più importanti segreti della natura, intendo dire, uno dei suoi più importanti segreti su questa terra, poiché ce ne sono certamente alcuni che sono di un diverso tipo di importanza lassù nelle stelle, laggiù. Da quando l'uomo pensa, da quando è stato in grado di esprimere e scrivere i suoi pensieri, si è sentito vicino a un mistero che è impenetrabile ai suoi sensi rozzi e imperfetti, e si sforza di integrare la mancanza di potere dei suoi organi con gli sforzi del suo intelletto. Finché quell'intelletto è rimasto nel suo stadio elementare, questo contatto con spiriti invisibili assumeva forme che erano comuni sebbene terrificanti. Da qui nacque la credenza popolare nel soprannaturale, le leggende di spiriti erranti, di fate, di gnomi, fantasmi, potrei persino dire la leggenda di Dio, poiché le nostre concezioni del creatore-artigiano, da qualunque religione ci siano giunte, sono certamente le invenzioni più mediocri, le più stupide e le più inaccettabili che siano mai scaturite dal cervello spaventato di creature umane. Nulla è più vero di quello che dice Voltaire: 'Dio ha creato l'uomo a Sua immagine, ma l'uomo ha certamente ricambiato il favore.'

"Ma da poco più di un secolo, gli uomini sembrano aver avuto il presentimento di qualcosa di nuovo. Mesmer e alcuni altri ci hanno messo su una pista inaspettata, e specialmente negli ultimi due o tre anni, siamo arrivati a risultati davvero sorprendenti."

Mia cugina, che è anche molto incredula, sorrise, e il Dottor Parent le disse: "Vuole che provi a farla addormentare, Madame?" "Sì, certamente."

Si sedette in una poltrona, e lui iniziò a guardarla fissamente, così da affascinarla. Mi sono sentito improvvisamente un po' a disagio, con il cuore che batteva e una sensazione di soffocamento alla gola. Ho visto che gli occhi di Madame Sablé stavano diventando pesanti, la sua bocca sussultava e il suo seno si sollevava, e dopo dieci minuti dormiva.

"Si metta dietro di lei," mi ha detto il dottore, e così ho preso posto dietro di lei. Le ha messo in mano un biglietto da visita e le ha detto: "Questo è uno specchio; cosa vedi in esso?" E lei ha risposto: "Vedo mio cugino." "Cosa sta facendo?" "Si sta arricciando i baffi." "E ora?" "Sta tirando fuori una fotografia dalla tasca." "Di chi è la fotografia?" "La sua."

Era vero, e quella fotografia mi era stata data quella stessa sera all'hotel.

"Qual è la sua posizione in questo ritratto?" "È in piedi con il cappello in mano."

Così lei vedeva su quel biglietto, su quel pezzo di cartoncino bianco, come se l'avesse visto in uno specchio.

Le giovani donne erano spaventate, ed esclamarono: "È abbastanza! Abbastanza, abbastanza!"

Ma il dottore le disse autoritariamente: "Ti alzerai alle otto domani mattina; poi andrai a trovare tuo cugino al suo hotel e gli chiederai di prestarti cinquemila franchi che tuo marito esige da te, e che chiederà quando partirà per il suo prossimo viaggio."

Poi la svegliò.

Tornando al mio hotel, ho riflettuto su questa curiosa seduta e sono stato assalito da dubbi, non sulla assoluta e indubbia buona fede di mia cugina, poiché la conoscevo bene come se fosse stata mia sorella fin da quando era bambina, ma su un possibile trucco da parte del dottore. Non aveva, forse, tenuto un vetro nascosto nella mano, che ha mostrato alla giovane donna nel sonno, nello stesso momento in cui faceva vedere il biglietto? I prestigiatori professionisti fanno cose altrettanto singolari.

Così sono tornato a casa e sono andato a letto, e questa mattina, verso le otto e mezza, sono stato svegliato dal mio cameriere, che mi ha detto: "Madame Sablé ha chiesto di vederla immediatamente, Monsieur," così mi sono vestito in fretta e sono andato da lei.

Si è seduta in un certo stato di agitazione, con gli occhi sul pavimento, e senza sollevare il velo mi ha detto: "Mio caro cugino, sto per chiederti un grande favore." "Cosa c'è, cugina?" "Non mi piace dirtelo, eppure devo. Ho assolutamente bisogno di cinquemila franchi." "Cosa, tu?" "Sì, io, o meglio mio marito, che mi ha chiesto di procurarglieli."

Ero così stupefatto che ho balbettato le mie risposte. Mi chiedevo se non si fosse presa gioco di me con il Dottor Parent, se non fosse semplicemente una farsa recitata molto bene che era stata preparata in anticipo. Guardandola attentamente, tuttavia, i miei dubbi sono svaniti. Tremava di dolore, così doloroso era questo passo per lei, e sono stato sicuro che la sua gola fosse piena di singhiozzi.

Sapevo che era molto ricca e così ho continuato: "Cosa! Tuo marito non ha cinquemila franchi a sua disposizione! Su, rifletti. Sei sicura che ti abbia incaricata di chiedermeli?"

Ha esitato per alcuni secondi, come se stesse facendo un grande sforzo per cercare nella sua memoria, e poi ha risposto: "Sì ... sì, ne sono sicura." "Ti ha scritto?"

Ha esitato ancora e ha riflettuto, e ho indovinato la tortura dei suoi pensieri. Non lo sapeva. Sapeva solo che doveva chiedermi cinquemila franchi per suo marito. Così ha mentito. "Sì, mi ha scritto." "Quando, di grazia? Non me ne hai parlato ieri." "Ho ricevuto la sua lettera stamattina." "Puoi farmela vedere?" "No; no ... no ... conteneva questioni private ... cose troppo personali per noi due.... L'ho bruciata." "Quindi tuo marito si indebita?"

Ha esitato ancora, e poi ha mormorato: "Non lo so." Dopodiché ho detto bruscamente: "Non ho cinquemila franchi a mia disposizione in questo momento, mia cara cugina."

Ha emesso una specie di grido come se soffrisse e ha detto: "Oh! oh! Ti supplico, ti supplico di procurarmeli...."

Si è agitata e ha giunto le mani come se mi stesse pregando! Ho sentito la sua voce cambiare tono; piangeva e balbettava, tormentata e dominata dall'ordine irresistibile che aveva ricevuto.

"Oh! oh! Ti prego di... se sapessi cosa sto soffrendo.... Li voglio oggi."

Ho avuto pietà di lei: "Li avrai tra poco, te lo giuro." "Oh! grazie! grazie! Come sei gentile!"

Ho continuato: "Ti ricordi cosa è successo a casa tua ieri sera?" "Sì." "Ti ricordi che il Dottor Parent ti ha fatto addormentare?" "Sì." "Oh! Molto bene allora; ti ha ordinato di venire da me stamattina per prendere in prestito cinquemila franchi, e in questo momento stai obbedendo a quella suggestione."

Ha riflettuto per alcuni momenti, e poi ha risposto:

"Ma dato che è mio marito che ne ha bisogno...."

Per un'ora intera ho cercato di convincerla, ma non ci sono riuscito, e quando se n'è andata sono andato dal dottore. Stava proprio uscendo, e mi ha ascoltato con un sorriso, e ha detto: "Ci credi ora?" "Sì, non posso farne a meno." "Andiamo da tua cugina."

Dormicchiava già su un divano, sopraffatta dalla fatica. Il dottore le ha tastato il polso, l'ha guardata per qualche tempo con una mano alzata verso i suoi occhi che lei chiudeva a poco a poco sotto il potere irresistibile di questa influenza magnetica, e quando ha dormito, ha detto:

"Tuo marito non ha più bisogno dei cinquemila franchi! Devi, quindi, dimenticare di aver chiesto a tuo cugino di prestarteli, e, se ti parlerà di questo, non lo capirai."

Poi l'ha svegliata, e io ho tirato fuori un portafoglio e ho detto: "Ecco quello che mi hai chiesto stamattina, mia cara cugina." Ma lei era così sorpresa che non mi sono avventurato a insistere; tuttavia, ho cercato di ricordarle la circostanza, ma lei ha negato vigorosamente, ha pensato che mi stessi prendendo gioco di lei, e alla fine ha quasi perso la pazienza.

* * * * *

Ecco! Sono appena tornato, e non sono stato in grado di mangiare nulla per pranzo, perché questo esperimento mi ha del tutto sconvolto.

19 luglio. Molte persone a cui ho raccontato l'avventura hanno riso di me. Non so più cosa pensare. Il saggio dice: Forse?

21 luglio. Ho cenato a Bougival, e poi ho passato la serata a un ballo di barcaioli. Decisamente tutto dipende dal luogo e dall'ambiente. Sarebbe il colmo della follia credere al soprannaturale sull'île de la Grenouillière... ma in cima al Mont Saint-Michel? ... e in India? Siamo terribilmente sotto l'influenza del nostro ambiente. Tornerò a casa la prossima settimana.

30 luglio. Sono tornato a casa mia ieri. Tutto procede bene.

2 agosto. Nulla di nuovo; è un tempo splendido, e passo le mie giornate a guardare la Senna che scorre.

4 agosto. Litigi tra i miei servitori. Dichiarano che i bicchieri vengono rotti negli armadi di notte. Il cameriere accusa la cuoca, che accusa la sarta, che accusa gli altri due. Chi è il colpevole? Bisognerebbe essere una persona intelligente, per poterlo dire.

6 agosto. Questa volta non sono pazzo. Ho visto... ho visto... ho visto!... Non posso più dubitare... l'ho visto!...

Ancora scosso, mi sono avvicinato allo specchio. Non mi sono visto all'inizio! Lo specchio era vuoto, limpido, profondo, pieno di luce! Io ero in piedi davanti, e guardavo con gli occhi sgranati; e non mi vedevo, mentre il mio corpo rifletteva lo specchio, che era limpido come il giorno.

Non mi vedevo! Eppure ero davanti allo specchio! Vedevo il grande armadio, vedevo il mio letto, vedevo il pavimento, vedevo la finestra aperta, vedevo il cielo azzurro che penetrava nella mia stanza.

E io ero davanti allo specchio! Ma non mi riflettevo!

Il mio spirito era perduto, paralizzato, e a un tratto ho avuto paura, una paura tremenda, la paura più grande che io abbia mai provato in vita mia. E improvvisamente ho cominciato a vedermi in una nebbia, nello specchio, in fondo a una nebbia che mi pareva fissata a strati; e mi è parso che questa nebbia scivolasse via, a sinistra, a destra, e che io apparissi poco a poco. È stato come quando si guarda un'immagine sulla carta fotografica, che appare lentamente.

Non è stato un riflesso, no! Era lui, l'Horla, che stava davanti a me, e io, guardando attraverso di lui, vedevo il mio riflesso, ed era un riflesso pallido, molto pallido, come se io fossi lontano, lontano...

E l'Horla, che era davanti a me, non si vedeva, ma l'aria attorno a lui era come una macchia scura, una macchia che si muoveva, che si agitava! E io vedevo, vedevo il mio riflesso nello specchio! Ma era lui, l'Horla, che mi copriva!

E allora, allora... ho capito! Ed è stato il colpo di grazia! Ed è stato anche il colpo di fulmine! Lui era lì, davanti a me, e il mio riflesso era dietro di lui, e lui mi ha oscurato! Ma io ero lì!

Oh! Che orrore! Oh! Che angoscia! Oh! Che supplizio!

E allora, ho afferrato un candelabro e l'ho scagliato contro lo specchio! Lo specchio è andato in frantumi! I vetri sono caduti per terra! E io mi sono guardato riflesso in ogni frammento, perché ero dappertutto!

Ma lui non c'era più!

Sono salvo! Sono salvo! Sono salvo! Sono salvo!

Ma lui ritornerà! Lo so! Ritornerà!

Ma allora, io lo ucciderò! Lo ucciderò! Lo ucciderò!

E lui non saprà che io lo vedo!

Lui non saprà che io lo vedo!

Lui non saprà che io lo vedo!

Dio mio, Dio mio, Dio mio, salvami!

Oh! Che orrore! Che orrore! Che orrore!

Finsi dunque di scrivere per ingannarlo, poiché anche lui mi stava osservando, e all'improvviso sentii, ebbi la certezza che stesse leggendo sopra la mia spalla, che fosse lì, quasi a sfiorarmi l'orecchio.

Mi alzai così in fretta, con le mani protese, che per poco non caddi. Eh! Bene?... C'era luce come a mezzogiorno, ma non mi vidi nello specchio!... Era vuoto, limpido, profondo, pieno di luce! Ma la mia figura non vi era riflessa... e io, io ero davanti ad esso! Vedevo il grande specchio limpido da cima a fondo, e lo guardai con occhi vacillanti; e non osai avanzare; non mi azzardai a fare un movimento, sentendo tuttavia perfettamente che lui era lì, ma che mi sarebbe sfuggito di nuovo, lui il cui corpo impercettibile aveva assorbito il mio riflesso.

Quanto mi spaventai! E poi all'improvviso cominciai a vedermi attraverso una nebbia nelle profondità dello specchio, in una nebbia come attraverso un velo d'acqua; e mi parve che quest'acqua scorresse lentamente da sinistra a destra, e rendesse la mia figura più chiara a ogni istante. Era come la fine di un'eclissi. Qualunque cosa fosse a nascondermi, non pareva possedere contorni chiaramente definiti, ma una sorta di opaca trasparenza, che a poco a poco si faceva più nitida.

Alla fine riuscii a distinguermi completamente, come faccio ogni giorno quando mi guardo.

L'avevo visto! E l'orrore di ciò mi è rimasto addosso e mi fa rabbrividire ancora adesso.

20 agosto. Come potrei ucciderlo, visto che non riesco ad afferrarlo? Veleno? Ma mi vedrebbe mescolarlo all'acqua; e poi, i nostri veleni avrebbero qualche effetto sul suo corpo impalpabile? No... no... nessun dubbio al riguardo... Allora?... allora?...

21 agosto. Feci venire un fabbro da Rouen e gli ordinai delle inferriate di ferro per la mia stanza, come ne hanno alcuni alberghi privati a Parigi al piano terra, per timore dei ladri, e mi farà anche una porta simile. Mi sono fatto passare per un codardo, ma non me ne importa nulla!...

10 settembre. Rouen, Hotel Continental. È fatta; ... è fatta... ma è morto? La mia mente è completamente sconvolta da ciò che ho visto.

Ebbene, ieri, avendo il fabbro montato le inferriate e la porta di ferro, lasciai tutto aperto fino a mezzanotte, benché facesse freddo.

All'improvviso sentii che era lì, e una gioia, una gioia folle, s'impossessò di me. Mi alzai piano e camminai a destra e a sinistra per un po', affinché non sospettasse nulla; poi mi tolsi gli stivali e indossai le pantofole senza far rumore; poi fissai le inferriate di ferro e, tornando velocemente alla porta, la chiusi a doppia mandata con un lucchetto, mettendomi la chiave in tasca.

All'improvviso notai che si muoveva inquieto attorno a me, che a sua volta era spaventato e mi ordinava di farlo uscire. Quasi cedetti, sebbene ancora non lo facessi, ma puntando la schiena contro la porta la socchiusi, quanto bastava per permettermi di uscire all'indietro, e siccome sono molto alto, la testa urtò l'architrave. Ero certo che non fosse riuscito a scappare, e lo chiusi dentro tutto solo, tutto solo. Che felicità! L'avevo in pugno. Poi corsi al piano di sotto; nel salotto, che era sotto la mia camera da letto, presi le due lampade e versai tutto l'olio sul tappeto, sui mobili, ovunque; poi vi diedi fuoco e scappai, dopo aver accuratamente chiuso la porta a doppia mandata.

Andai a nascondermi in fondo al giardino, in un cespuglio di alloro. Com'è stato lungo! Com'è stato lungo! Tutto era buio, silenzioso, immobile, non un alito di vento e non una stella, ma pesanti banchi di nubi che non si potevano vedere, ma che pesavano, oh! così pesantemente sulla mia anima.

Guardai la mia casa e aspettai. Com'è stato lungo! Cominciavo già a pensare che il fuoco si fosse spento da solo, o che lui l'avesse spento, quando una delle finestre inferiori cedette sotto la violenza delle fiamme, e una lunga, soffice, carezzevole lingua di fuoco rosso salì lungo il muro bianco e lo baciò fino al tetto. La luce cadde sugli alberi, sui rami e sulle foglie, e anche un brivido di paura li pervase! Gli uccelli si svegliarono; un cane cominciò ad abbaiare, e mi sembrò che stesse per spuntare il giorno! Quasi subito altre due finestre andarono in frantumi, e vidi che l'intera parte inferiore della mia casa non era che un terribile forno. Ma un grido, un grido orribile, acuto, straziante, il grido di una donna, risuonò nella notte, e due finestre del sottotetto furono spalancate! Avevo dimenticato i domestici! Vidi i volti terrorizzati e le loro braccia che agitavano freneticamente!...

Allora, sopraffatto dall'orrore, mi misi a correre verso il villaggio, gridando: "Aiuto! aiuto! fuoco! fuoco!". Incontrai alcune persone che stavano già arrivando sul posto, e tornai indietro con loro per vedere!

A quell'ora la casa non era che un orribile e magnifico rogo, un mostruoso rogo che illuminava l'intera regione, un rogo dove gli uomini bruciavano, e dove bruciava anche lui, Lui, Lui, il mio prigioniero, quel nuovo Essere, il nuovo padrone, l'Horla!

All'improvviso l'intero tetto crollò tra le pareti, e un vulcano di fiamme si slanciò verso il cielo. Attraverso tutte le finestre che si affacciavano su quella fornace vidi le fiamme dardeggiare, e pensai che fosse lì, in quel forno, morto.

Morto? forse?... Il suo corpo? Il suo corpo, che era trasparente, non era indistruttibile con mezzi tali da uccidere i nostri?

Se non fosse morto?... Forse solo il tempo ha potere su quell'Essere Invisibile e Temibile. Perché questo corpo trasparente, irriconoscibile, questo corpo appartenente a uno spirito, se doveva anch'esso temere mali, infermità e distruzione prematura?

Distruzione prematura? Tutto il terrore umano nasce da questo! Dopo l'uomo l'Horla. Dopo colui che può morire ogni giorno, a ogni ora, in ogni momento, per qualsiasi incidente, è venuto colui che doveva morire solo alla sua ora e al suo minuto, perché aveva toccato i limiti della sua esistenza!

No... no... senza alcun dubbio... non è morto. Allora... allora... suppongo di dovermi uccidere!

NOTA.--Questa storia è un'esperienza tragica e una profezia. Fu la pazzia a derubare il mondo del suo più raffinato autore di racconti, l'autore di questo scritto; e già prima che la sua follia divenisse opprimente, de Maupassant si lamentava di essere perseguitato dal suo doppio--da una visione di un altro Sé che lo affrontava e lo minacciava. Aveva vissuto la vita a tutta velocità; questa allucinazione ne fu il risultato.

La scienza medica definisce in tali casi "un'immagine della memoria che differisce in intensità dal normale"--vale a dire, un'idea fissa così persistente e crescente che al pensatore sembra del tutto reale.

--IL REDATTORE.

PIERRE MILLE

Il miracolo di Zobéide

Sempre saggia e prudente, Zobéide scostò cautamente i rami di mirto e sbirciò per vedere chi fossero le persone che parlavano accanto alla fontana, nell'ombra fresca del muro di arenaria rosa. E quando vide che si trattava solo del Reverendo John Feathercock, il suo signore e padrone, intento a discorrere come al solito con Mohammed-si-Koualdia, si diresse verso di loro francamente ma lentamente.

Quando fu abbastanza vicina si fermò, e dalla luce che danzava nei suoi profondi occhi neri si sarebbe pensato che stesse ascoltando con la massima attenzione. Ma la verità è che con tutto il suo piccolo cervello, con tutta la sua bocca e con tutto il suo stomaco, desiderava la polpa gialla e odorosa di un melone che era stato tagliato e posto sul tavolo, vicino a due alti bicchieri riempiti a metà di neve e sciroppo. Poiché Zobéide era una tartaruga del tipo comune che si trova nell'erba di tutti i prati attorno alla città di Damasco.

Mentre attendeva, Mohammed continuava il suo racconto:

"E, come ti dico, o reverendo abbondante di virtù, questo leone che vive ancora vicino a Tabariat, era un tempo un leone forte, un leone meraviglioso, un leone tra i leoni! Oggi, persino, può uccidere un cammello con un solo colpo di zampa, e poi, affondando le zanne nella spina dorsale dell'animale morto, lanciarlo sulle spalle con un unico movimento del collo. Ma sfortunatamente, avendo un giorno abbattuto una capra durante la caccia semplicemente soffiandole addosso il fiato delle sue narici, il leone si gonfiò d'orgoglio e gridò: 'Non c'è altro dio all'infuori di Dio, ma io sono forte quanto Dio. Che egli lo riconosca!'. Allah, che lo ascoltò, Allah, l'Onnipotente, disse a voce alta: 'O leone di Tabariat, prova ora a portar via la tua preda!'. Allora il leone piantò i suoi grandi denti con forza nella spina dorsale dell'animale, proprio sotto le orecchie, e tentò di gettarlo sulla schiena. Onallahi! Fu come se avesse tentato di sollevare il monte Libano, e la sua zampa destra ricadde zoppa al suolo. E la voce di Allah lo trattenne ancora, dichiarando: 'Leone, mai più ucciderai una capra!'. E così è rimasto fino a oggi: il leone di Tabariat ha ancora tutta la sua antica potenza nel portar via i cammelli, ma non può mai fare il minimo male nemmeno a un capretto appena nato. Le capre dei greggi danzano davanti a lui di notte, schernendolo in faccia, e da quel momento la sua zampa destra è sempre rimasta rigida e zoppa".

"Mohammed", disse il Reverendo Mr. Feathercock con disprezzo, "queste sono storie adatte solo ai bambini".

"Come, allora!" rispose Mohammed-si-Koualdia. "Ti rifiuti di credere che Dio sia in grado di fare tutto ciò che vuole, che il mondo stesso non sia che un perpetuo sogno di Dio e che, di conseguenza, Dio possa cambiare questo sogno a piacimento? Sei cristiano se neghi il potere dell'Onnipotente?"

"Sono cristiano", rispose il pastore con un po' d'imbarazzo; "ma da molto tempo siamo stati costretti ad ammettere, noi pastori della Chiesa civilizzata d'Occidente, che Dio non sarebbe in grado, senza smentire se stesso, di cambiare l'ordine delle cose che ha stabilito quando ha creato l'universo. Riteniamo che la fede nei miracoli sia una superstizione che dobbiamo lasciare ai monaci delle Chiese di Roma e di Russia, e anche ai vostri mussulmani che vivono nell'ignoranza della verità. Ed è per insegnarvi questa verità che sono venuto qui nel vostro paese, e allo stesso tempo per combattere contro la perniciosa influenza politica esercitata da quegli stessi monaci romani e greci di cui ho appena parlato".

"Invocando il nome di Allah", rispose Mohammed con intensa solennità, "e in virtù della clavicola del potente Salomone, io posso compiere grandi miracoli. Vedi questa tartaruga davanti a noi? La farò crescere ogni giorno della larghezza di un dito!".

Dicendo queste parole fece un improvviso movimento del piede verso Zobéide, e Zobéide ritrasse prontamente la testa nel guscio.

"Pretendi di essere in grado di fare un miracolo del genere!" disse il pastore con scherno. "Tu, Mohammed, un uomo immerso nel peccato, un mussulmano che ho visto ubriaco!".

"Ero ubriaco", rispose Mohammed con calma, "ma non ubriaco quanto altri".

"Dunque ti credi in grado di forzare il potere di Allah!" continuò Mr. Feathercock, disdegnando l'interruzione.

"Potrei farlo senza un momento di difficoltà", disse Mohammed.

Prendendo Zobéide in mano la sollevò sul tavolo. La tartaruga spaventata aveva di nuovo ritratto la testa. Non si vedeva altro che i quadrati dorati bordati di nero del suo guscio su uno sfondo di succosa polpa di melone. Mohammed cantò:

"_Tu stessa sei un miracolo, o tartaruga! Poiché la tua testa è la testa di un serpente, la tua coda la coda di un topo d'acqua, le tue ossa sono ossa di uccello e il tuo rivestimento è di pietra; eppure tu conosci l'amore come lo conoscono gli uomini. E dalle tue uova, o tartaruga di pietra, altre tartarughe vengono alla luce_.

"_Tu stessa sei un miracolo, o tartaruga! Poiché si direbbe che tu sia un guscio, nient'altro che un guscio, ed ecco! tu sei una bestia che mangia. Mangia di questo melone, o tartaruga, e cresci stanotte della lunghezza della mia unghia, se Allah lo permette!_

"_E quando sarai cresciuta della larghezza di un dito, o tartaruga, mangia ancora di questo melone, o di sua sorella, un altro melone, e cresci ancora della larghezza di un dito finché non avrai raggiunto le dimensioni di una moschea. Tu stessa sei un miracolo, o guscio dotato di vita! Compi ancora un altro miracolo, se Allah lo permette, se Allah lo permette!_".

Zobéide, rassicurata dalla monotonia della sua voce, decise infine di uscire dal guscio. Per prima cosa mostrò la punta del suo piccolo naso corneo, poi i suoi occhi neri, la sua coda piatta e appuntita, e infine le sue forti zampette munite di artigli. Vedendo il melone, fece un gesto di assenso e cominciò a mangiare.

"Non succederà nulla al mondo!" osservò il Reverendo John Feathercock con una certa titubanza.

"Aspetta e vedrai", rispose Mohammed con gravità. "Tornerò domani!".

Il mattino seguente tornò, misurò Zobéide con le dita e dichiarò:

"È cresciuta!".

"Ti immagini di potermi far credere una cosa del genere?" gridò Mr. Feathercock con ansia.

"È scritto nel Corano", rispose Mohammed: "'Giuro per il bagliore rosato che riempie l'aria quando il sole tramonta, per le ombre della notte e per la luce della luna, che voi tutti cambierete, in sostanza e in dimensioni!'. Allah si è manifestato; la dimensione di questa tartaruga è cambiata. Continuerà a cambiare. Misurala tu stesso e vedrai".

Mr. Feathercock misurò Zobéide, e fu costretto ad ammettere che era effettivamente cresciuta della larghezza di un dito. Divenne pensieroso.

Così, giorno dopo giorno, Zobéide crebbe in dimensioni, vigore e appetito. All'inizio era grande solo quanto un piattino, e prendeva ogni giorno solo pochi grammi di nutrimento. Poi raggiunse le dimensioni di un piatto da dessert, poi di un piatto da minestra. Con il suo forte becco poteva spaccare la buccia di un melone con un colpo; si sentiva distintamente il rumore delle sue pesanti mascelle mentre masticava la polpa dolce dei frutti che amava, e che divorava in grandi quantità. In una settimana era cresciuta così tremendamente da essere grande quanto un piatto da portata. Il Reverendo Mr. Feathercock non osava più avvicinarsi a quel mostro, dai cui occhi sembrava trasparire uno sguardo diabolico. E, sempre e perennemente, apparentemente divorato da una fame senza fine, il mostro mangiava.

I membri del gregge di Mr. Feathercock vennero a sapere che teneva in casa una tartaruga che era stata incantata nel nome di Allah e non per il potere della Divinità Occidentale: ciò si rivelò tutt'altro che utile alle fatiche evangeliche del pastore. Ma egli stesso rifiutava fermamente e ostinatamente di credere al miracolo, sebbene Mohammed-si-Koualdia non avesse mai messo piede in casa dal giorno in cui aveva invocato l'incantesimo. Restava fuori dai cancelli, seduto alla porta di un piccolo caffè, immerso nella meditazione o nei sogni, e consumando hashish in grandi quantità. Dopo qualche tempo Mr. Feathercock riuscì a convincersi che ciò a cui stava assistendo non era né più né meno che un fenomeno perfettamente semplice e naturale, forse non ben compreso fino ad allora, e dovuto interamente alla straordinariamente favorevole azione della polpa di melone sullo sviluppo fisico delle tartarughe. Decise di tagliare il rifornimento di meloni a Zobéide.

Infine venne un giorno in cui Mohammed, ubriaco di hashish, vide Hakem, il valletto di Mr. Feathercock, tornare dal mercato con un grande mazzo di verdure fresche. Si alzò maestosamente, sebbene con i lineamenti distorti dalla droga, e seguì il ragazzo a passi frettolosi.

"Miserabile!" gridò a Mr. Feathercock. "Verme sciagurato, hai cercato di rompere l'incantesimo! Rallegrati dunque, perché ci sei riuscito ed è rotto. Ma lascia che la disperazione segua le orme del tuo rapimento, perché è rotto in un modo che non sogni nemmeno. D'ora in poi la tua tartaruga deperirà giorno dopo giorno!".

Il Reverendo Mr. Feathercock cercò di ridere, ma non si sentiva del tutto felice. La domenica, durante le funzioni, le poche anime fedeli che rimanevano nel suo gregge lo guardavano con sospetto. Al consolato inglese parlavano in modo molto schietto, dicendogli senza alcuna solidarietà che chiunque si facesse amico di un uomo come Mohammed-si-Koualdia e si mescolasse "promiscuamente" con tale gentaglia, non doveva aspettarsi altro che del male.

Zobéide, quando fu messa per la prima volta davanti alle verdure fresche e umide, mostrò il più profondo disprezzo per esse. Senza dubbio preferiva i meloni. Mr. Feathercock applaudì alla propria perspicacia. "Mangiava troppo; questo era tutto il problema", si disse. "Ed era questo che la faceva crescere così notevolmente. Se mangia di meno probabilmente non crescerà così tanto. E se dovesse morire, mi sbarazzerò di lei. Qualunque cosa accada, sarà per il meglio".

Ma il giorno dopo Zobéide smise di fare i capricci e cominciò molto docilmente a mangiare le verdure, e quando il ragazzo Hakem le portò il mazzo successivo disse con astuzia:

"Effendi, sta diventando più piccola!".

Il pastore tentò di scrollare le spalle, ma gli fu impossibile nascondere a se stesso il fatto--Zobéide si era certamente rimpicciolita! E nel giro di un'ora tutta Damasco seppe che Zobéide si era rimpicciolita. Quando Mr. Feathercock andò dal barbiere, il barbiere greco gli disse: "Signore, la vostra tartaruga non è una tartaruga comune!". Quando andò a fare visita alla signora Hollingshead, una signora sempre intensamente interessata a tutti gli argomenti che non riusciva a comprendere e che discuteva con una bellissima libertà, gli disse: "Caro signore, la vostra tartaruga. Che emozione deve essere guardarla rimpicciolire! Verrò certamente a vederla io stessa". Quando andò all'Orfanotrofio Anglicano, tutti i piccoli siriani, tutti i piccoli arabi, tutti i piccoli armeni, tutti i piccoli ebrei, disegnarono tartarughe sui loro quaderni, tartarughe di ogni dimensione e di ogni descrizione, le grandi che camminavano dietro le piccole, la coda di ognuna nella bocca di un'altra, formando una linea interminabile. E per la strada i conducenti di asini, gli acquaioli, i pescivendoli, i venditori di carne arrosto, di pane cotto, di fagioli, di panna, gridavano tutti: "Mister Tartaruga, Mister Tartaruga! Provate la nostra merce. Comprate qualcosa per la vostra povera bestia testarda che sta languendo!".

E, in verità, la tartaruga continuò a rimpicciolire. Tornò a essere delle dimensioni di un piatto da minestra, poi di un piatto da dessert, poi di un piattino, finché infine una mattina non ci fu più nulla se non una piccola cosa rotonda, minuscola, fragile, traslucida, un puntino grande quanto l'orologio di una signora, quasi invisibile alla base della fontana. E il giorno dopo--ah! il giorno dopo non c'era più nulla, assolutamente nulla, né tartaruga né l'ombra di una tartaruga, o più traccia di una tartaruga che di un elefante in tutti i giardini!

Mohammed-si-Koualdia aveva smesso di prendere hashish, perché ne era saturo. Ma restava tutto il giorno, rannicchiato in un mucchio alla porta del piccolo caffè proprio di fronte alla casa del pastore, i suoi occhi ingranditi fuori da ogni proporzione, incastonati in un volto color della morte, gli davano l'aspetto di un vero e proprio stregone. In quel momento il Reverendo Mr. Feathercock stava tornando da una visita al console inglese che gli aveva detto freddamente:

"Tutto quello che posso dirti è che hai fatto la figura dell'asino o, come direbbe un francese, hai ragliato per sentire la tua stessa voce. La cosa migliore che puoi fare è andare a cercare un'altra congregazione da qualche altra parte".

Il Reverendo John Feathercock accettò il consiglio con deferenza e prese il treno per Bayreuth. Quella stessa sera Mohammed-si-Koualdia si recò a casa di un certo Antonio, interprete e scrivano pubblico, e gli ordinò di tradurre in francese la seguente lettera, che dettò in arabo. In seguito, portò questa lettera a Padre Stefano, priore del monastero degli Gerosolimitani greci:

"Possa il cielo dipingere le tue guance con i colori della salute, venerabilissimo padre, e possa la felicità regnare nel tuo cuore! Ho l'onore di informarti che il Reverendo John Feathercock è appena partito per Bayreuth, ma che ha fatto apporre sui suoi bauli l'indirizzo di una città chiamata Liverpool, che, mi si dice, si trova nel regno d'Inghilterra; e inoltre, tutto induce a credere che non farà mai ritorno. Pertanto, oso sperare che mi invierai la seconda parte della ricompensa pattuita, così come un generoso dono per Hakem, il valletto del signor Feathercock, che portava ogni giorno una tartaruga nuova a casa del pastore e portava via quella vecchia sotto il mantello.

Ti prego anche di dire ai tuoi amici che ho in vendita, a prezzi eccezionalmente bassi, cinquantacinque tartarughe, tutte di dimensioni diverse, l'ultima e più piccola delle quali non è più grande dell'orologio di un'ouri europea. Mi sono dato infiniti affanni per trovarle, e sono servite a dimostrarmi con quanta squisita cura Allah modelli le membra della più piccola delle Sue creature e ne adorni i corpi con i disegni più delicati."

VILLIERS DE L'ISLE ADAM

Il supplizio per speranza

Molti anni fa, mentre scendeva la sera, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, sesto priore dei Domenicani di Segovia e terzo Grande Inquisitore di Spagna, seguito da un fra redemptor e preceduto da due familiari del Sant'Uffizio, questi ultimi muniti di lanterne, si diressero verso un sotterraneo. Il chiavistello di una porta massiccia scricchiolò ed essi entrarono in un in-pace mefitico, dove la luce fioca rivelò, tra anelli fissati al muro, una tortura insanguinata, un braciere e una brocca. Su un mucchio di paglia, carico di ceppi e con il collo circondato da un collare di ferro, sedeva un uomo emaciato, di età incerta, vestito di stracci.

Questo prigioniero non era altri che il rabbino Aser Abarbanel, un ebreo di Aragona, che — accusato di usura e di spietato disprezzo per i poveri — era stato sottoposto quotidianamente a tortura per più di un anno. Eppure "la sua cecità era densa quanto la sua pelle", e si era rifiutato di abiurare la propria fede.

Orgoglioso di una discendenza che risaliva a migliaia di anni prima, orgoglioso dei suoi antenati — poiché tutti gli ebrei degni di questo nome sono vanitosi del proprio sangue — discendeva talmudicamente da Otniel e di conseguenza da Ipsiboa, moglie dell'ultimo giudice d'Israele, una circostanza che aveva sostenuto il suo coraggio tra torture incessanti. Con le lacrime agli occhi al pensiero di quell'anima risoluta che rifiutava la salvezza, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, avvicinandosi al rabbino tremante, si rivolse a lui così:

"Figlio mio, rallegrati: le tue prove qui in basso stanno per finire. Se in presenza di tale ostinazione sono stato costretto a permettere, con profondo rammarico, l'uso di una grande severità, il mio compito di correzione fraterna ha i suoi limiti. Tu sei il fico che, avendo mancato tante volte di portare frutto, alla fine è appassito, ma Dio solo può giudicare la tua anima. Forse l'Infinita Misericordia splenderà su di te all'ultimo momento! Dobbiamo sperarlo. Ci sono esempi. Quindi dormi in pace stanotte. Domani sarai incluso nell'auto da fé: vale a dire, sarai esposto al quémadero, le fiamme simboliche dell'Eterno Fuoco: esso brucia, come sai, solo a distanza, figlio mio; e la Morte impiega almeno due ore (spesso tre) ad arrivare, a causa delle bende umide e gelate con cui proteggiamo le teste e i cuori dei condannati. Sarete in quarantatré. Posto nell'ultima fila, avrai il tempo di invocare Dio e di offrirgli questo battesimo di fuoco, che è dello Spirito Santo. Spera nella Luce e riposa."

Con queste parole, dopo aver fatto cenno ai suoi compagni di slegare il prigioniero, il priore lo abbracciò teneramente. Poi venne il turno del fra redemptor, che, a bassa voce, implorò il perdono dell'ebreo per ciò che lo aveva fatto soffrire allo scopo di redimerlo; poi i due familiari lo baciarono in silenzio. Finita questa cerimonia, il prigioniero fu lasciato, solo e smarrito, nell'oscurità.

* * * * *

Il rabbino Aser Abarbanel, con le labbra aride e il volto segnato dalla sofferenza, guardò dapprima la porta chiusa con occhi spenti. Chiusa? La parola risvegliò inconsciamente una vaga fantasia nella sua mente, la fantasia di aver visto per un istante la luce delle lanterne attraverso una fessura tra la porta e il muro. Un'idea morbosa di speranza, dovuta alla debolezza del suo cervello, scosse tutto il suo essere. Si trascinò verso quella strana visione. Poi, molto dolcemente e cautamente, infilando un dito nella fessura, tirò la porta verso di sé. Meraviglioso! Per uno straordinario caso, il familiare che l'aveva chiusa aveva girato l'enorme chiave un istante prima che battesse contro lo stipite di pietra, sicché, non essendo il chiavistello arrugginito entrato nel foro, la porta tornò a ruotare sui cardini.

Il rabbino osò dare un'occhiata fuori. Con l'aiuto di una sorta di crepuscolo luminoso, distinse dapprima un semicerchio di mura incavate da scale a chiocciola; e di fronte a lui, in cima a cinque o sei gradini di pietra, una sorta di portale nero, che si apriva su un immenso corridoio, di cui dal basso si vedevano solo i primi archi.

Distendendosi, strisciò fino alla soglia. Sì, era davvero un corridoio, ma di lunghezza infinita. Una luce pallida lo illuminava: lampade sospese alla volta rischiaravano a intervalli il tono spento dell'atmosfera — la distanza era velata nell'ombra. Non appariva una sola porta in tutta la sua estensione! Solo su un lato, quello sinistro, feritoie pesantemente grate, incassate nei muri, ammettevano una luce che doveva essere quella della sera, poiché sbarre cremisi riposavano a intervalli sulle lastre del pavimento. Che silenzio terribile! Eppure, laggiù, in fondo a quel passaggio, poteva esserci una porta di fuga! La speranza vacillante dell'ebreo era tenace, perché era l'ultima.

Senza esitare, si avventurò sulle lastre, rimanendo vicino sotto le feritoie, cercando di farsi tutt'uno con l'oscurità dei lunghi muri. Avanzava lentamente, trascinandosi sul petto, soffocando il grido di dolore quando qualche ferita viva mandava una fitta acuta attraverso tutto il suo corpo.

Improvvisamente il rumore di un passo sandaliato che si avvicinava giunse alle sue orecchie. Tremò violentemente, la paura lo soffocò, la vista gli si oscurò. Ebbene, era finita, senza dubbio. Si premette in una nicchia e, mezzo esanime per il terrore, attese.

Era un familiare che si affrettava. Passò rapidamente, tenendo nella mano chiusa uno strumento di tortura — una figura spaventosa — e svanì. La suspense che il rabbino aveva sopportato sembrò aver sospeso le funzioni della vita, e rimase quasi un'ora incapace di muoversi. Temendo un aumento delle torture se fosse stato catturato, pensò di tornare nel suo sotterraneo. Ma la vecchia speranza sussurrò nella sua anima quel "forse" divino, che ci conforta nelle nostre prove più dolorose. Un miracolo era accaduto. Non poteva più dubitare. Iniziò a strisciare verso la possibilità di fuga. Esausto per la sofferenza e la fame, tremante di dolore, avanzò. Il corridoio sepolcrale sembrava allungarsi misteriosamente, mentre lui, continuando ad avanzare, fissava l'oscurità dove doveva esserci qualche via di scampo.

Oh! Oh! Udì di nuovo dei passi, ma questa volta erano più lenti, più pesanti. Le forme bianche e nere di due inquisitori apparvero, emergendo dall'oscurità oltre. Conversavano a bassa voce e sembravano discutere di qualche argomento importante, poiché gesticolavano veementemente.

A questo spettacolo, il rabbino Aser Abarbanel chiuse gli occhi: il cuore batteva così violentemente che quasi lo soffocava; i suoi stracci erano umidi del sudore freddo dell'agonia; giaceva immobile contro il muro, la bocca spalancata, sotto i raggi di una lampada, pregando il Dio di Davide.

Proprio di fronte a lui i due inquisitori si fermarono sotto la luce della lampada — senza dubbio a causa di qualche incidente dovuto al corso del loro argomento. Uno, mentre ascoltava il suo compagno, fissò il rabbino! E, sotto quello sguardo — la cui assenza di espressione l'infelice non notò all'inizio — credette di sentire di nuovo le tenaglie ardenti bruciargli la carne, stava per essere ancora una volta una ferita vivente. Svenuto, senza fiato, con le palpebre tremanti, rabbrividì al tocco della veste fluttuante del monaco. Ma — fatto strano eppure naturale — lo sguardo dell'inquisitore era evidentemente quello di un uomo profondamente assorto nella risposta prevista, rapito da ciò che stava ascoltando; i suoi occhi erano fissi — e sembravano guardare l'ebreo senza vederlo.

Infatti, dopo pochi minuti, le due figure cupe proseguirono lentamente il loro cammino, ancora conversando a bassa voce, verso il luogo da cui era venuto il prigioniero; NON ERA STATO VISTO! In mezzo all'orribile confusione dei pensieri del rabbino, l'idea balenò nel suo cervello: "Posso essere già morto, visto che non mi hanno visto?". Un'impressione orrenda lo scosse dal suo letargo: guardando il muro contro cui era premuto il viso, immaginò di scorgere due occhi feroci che lo osservavano! Si buttò all'indietro in un'improvvisa frenesia di spavento, con i capelli che gli si drizzavano sulla testa! Eppure, no! No. La sua mano tastò le pietre: era il riflesso degli occhi dell'inquisitore, ancora trattenuto nei suoi, che era stato rifratto da due punti sul muro.

Avanti! Doveva affrettarsi verso quella meta che credeva (assurdamente, senza dubbio) essere la liberazione, verso l'oscurità da cui ora distava appena trenta passi. Si spinse in avanti più velocemente sulle ginocchia, sulle mani, a tutta lunghezza, trascinandosi dolorosamente, ed entrò presto nella parte oscura di questo terribile corridoio.

Improvvisamente il povero disgraziato sentì una folata di aria fredda sulle mani che poggiavano sulle lastre; proveniva da sotto la piccola porta a cui portavano i due muri.

Oh, Cielo, se quella porta si aprisse verso l'esterno. Ogni nervo del corpo del miserabile fuggitivo fremette di speranza. La esaminò da cima a fondo, sebbene a malapena riuscisse a distinguerne i contorni nell'oscurità circostante. Vi passò sopra la mano: nessun chiavistello, nessuna serratura! Un chiavistello! Scattò in piedi, il chiavistello cedette alla pressione del suo pollice: la porta si aprì silenziosamente davanti a lui.

"ALLELUIA!" mormorò il rabbino in un trasporto di gratitudine mentre, stando sulla soglia, contemplava la scena davanti a sé.

La porta si era aperta sui giardini, sopra i quali si arcuava un cielo stellato, sulla primavera, sulla libertà, sulla vita! Rivela i campi vicini, che si estendevano verso le sierras, le cui sinuose linee blu si stagliavano contro l'orizzonte. Laggiù giaceva la libertà! Oh, fuggire! Avrebbe viaggiato tutta la notte attraverso gli agrumeti, il cui profumo lo raggiungeva. Una volta in montagna, sarebbe stato al sicuro! Inspirò l'aria deliziosa; la brezza lo rinvigorì, i suoi polmoni si dilatarono! Sentì nel suo cuore che si gonfiava il Veni foràs di Lazzaro! E per ringraziare ancora una volta il Dio che gli aveva concesso questa misericordia, tese le braccia, sollevando gli occhi verso il Cielo. Era un'estasi di gioia!

Poi gli parve di vedere l'ombra delle sue braccia avvicinarsi a lui — gli parve di sentire queste braccia d'ombra avvolgerlo, abbracciarlo — e di essere stretto teneramente al petto di qualcuno. Una figura alta si ergeva effettivamente proprio davanti a lui. Abbassò gli occhi — e rimase immobile, ansimante per il fiato, stordito, con gli occhi fissi, sbavante di terrore.

Orrore! Si trovava nell'abbraccio del Grande Inquisitore in persona, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, che lo guardava con occhi pieni di lacrime, come un buon pastore che avesse ritrovato la sua pecora smarrita.

Il prete dalla veste scura premette l'infelice ebreo al suo cuore con un tale fervore d'amore che i bordi del cilicio monacale sfregarono il petto del Domenicano. E mentre Aser Abarbanel, con gli occhi sporgenti, ansimava nell'agonia dell'abbraccio dell'asceta, comprendendo vagamente che tutte le fasi di quella fatale serata erano solo una tortura prestabilita, quella della SPERANZA, il Grande Inquisitore, con un accento di toccante rimprovero e uno sguardo di costernazione, mormorò al suo orecchio, il respiro arido e bruciante per il lungo digiuno:

"Cosa, figlio mio! Alla vigilia, forse, della salvezza — volevi lasciarci?"

ERCKMANN-CHATRIAN

L'orecchio del gufo

Il 29 luglio 1835, Kasper Boeck, un pastore del piccolo villaggio di Hirschwiller, con il suo grande cappello di feltro rovesciato all'indietro, la borsa di tela ruvida che gli pendeva dal fianco e il suo grande cane fulvo alle calcagna, si presentò verso le nove di sera a casa del borgomastro, Petrus Mauerer, che aveva appena finito di cenare e stava bevendo un bicchierino di kirschwasser per facilitare la digestione.

Questo borgomastro era un uomo alto e magro, e portava dei folti baffi grigi. Aveva servito negli eserciti dell'Arciduca Carlo. Aveva un temperamento gioviale e governava il villaggio, si dice, con il dito e con il bastone.

"Signor Borgomastro," gridò il pastore con evidente eccitazione.

Ma Petrus Mauerer, senza attendere la fine del suo discorso, si accigliò e disse:

"Kasper Boeck, comincia col toglierti il cappello, metti fuori il tuo cane dalla stanza e poi parla distintamente, in modo intelligibile, senza balbettare, affinché io possa capirti."

A questo punto il borgomastro, in piedi vicino al tavolo, svuotò tranquillamente il suo bicchierino e si asciugò i grandi baffi grigi con indifferenza.

Kasper mise fuori il cane e tornò con il cappello in mano.

"Bene!" disse Petrus, vedendo che stava in silenzio, "cos'è successo?"

"Succede che lo spirito è apparso di nuovo tra le rovine di Geierstein!"

"Ah! Ne dubito. L'hai visto tu stesso?"

"Molto chiaramente, Signor Borgomastro."

"Senza chiudere gli occhi?"

"Sì, Signor Borgomastro — i miei occhi erano spalancati. C'era molta luce di luna."

"Che forma aveva?"

"La forma di un ometto."

"Bene!"

E voltandosi verso una porta a vetri sulla sinistra:

"Katel!" gridò il borgomastro.

Una vecchia serva aprì la porta.

"Signore?"

"Sto uscendo per una passeggiata — sulla collina — aspettami sveglia fino alle dieci. Ecco la chiave."

"Sì, signore."

Poi il vecchio soldato tirò giù il suo fucile dal gancio sopra la porta, controllò l'innesco e se lo mise in spalla; quindi si rivolse a Kasper Boeck:

"Vai a dire alla guardia rurale di incontrarmi nel sentiero dell'agrifoglio, e digli dietro il mulino. Il tuo spirito deve essere qualche malfattore. Ma se è una volpe, ne farò un bel cappuccio, con lunghe coperture per le orecchie."

Il signor Petrus Mauerer e l'umile Kasper uscirono quindi. Il tempo era superbo, le stelle innumerevoli. Mentre il pastore andava a bussare alla porta della guardia rurale, il borgomastro si immerse tra i cespugli di sambuco, in un piccolo vicolo che serpeggiava dietro la vecchia chiesa.

Due minuti dopo, Kasper e Hans Goerner, con lo stocco al fianco, correndo raggiunsero il signor Petrus nel sentiero dell'agrifoglio.

Tutti e tre si diressero insieme verso le rovine di Geierstein.

Queste rovine, che distano venti minuti di cammino dal villaggio, sembrano essere abbastanza insignificanti; consistono nei crinali di alcuni muri decrepiti, da quattro a sei piedi di altezza, che si estendono tra i cespugli di rovi. Gli archeologi le chiamano gli acquedotti di Seranus, il campo romano di Holderlock, o vestigia di Teodorico, secondo la loro fantasia. L'unica cosa di queste rovine che potrebbe essere considerata notevole è una scala per una cisterna scavata nella roccia. All'interno di questa scala a chiocciola, invece di cerchi concentrici che girano con ogni giro completo, le involuzioni diventano più ampie man mano che procedono, in modo tale che il fondo della fossa è tre volte più grande dell'apertura. È un capriccio architettonico, o qualche causa ragionevole ha determinato una costruzione così strana? Poco importa a noi. Il risultato era quello di causare nella cisterna quella vaga riverberazione che chiunque può sentire ponendo una conchiglia all'orecchio, e di farti percepire passi sul sentiero di ghiaia, mormorii dell'aria, fruscii di foglie e persino parole distanti pronunciate da persone che passano ai piedi della collina.

I nostri tre personaggi seguirono quindi il sentiero tra i vigneti e i giardini di Hirschwiller.

"Non vedo nulla," diceva il borgomastro, arricciando il naso derisoriamente.

"Nemmeno io," ripeteva la guardia rurale, imitando il tono dell'altro.

"È giù nel buco," mormorò il pastore.

"Vedremo, vedremo," rispose il borgomastro.

Fu in questo modo che, dopo un quarto d'ora, giunsero all'apertura della cisterna. Come ho detto, la notte era chiara, limpida e perfettamente immobile.

La luna ritraeva, a perdita d'occhio, uno di quei paesaggi notturni in linee bluastre, costellate di alberi sottili, le cui ombre sembravano essere state disegnate con un pastello nero. I rovi e le ginestre in fiore profumavano l'aria con un odore piuttosto pungente, e le rane di una palude vicina cantavano il loro inno oleoso, intervallato da silenzi. Ma tutti questi dettagli sfuggirono all'attenzione dei nostri bravi rustici; non pensavano ad altro che a mettere le mani sullo spirito.

Quando ebbero raggiunto la scala, tutti e tre si fermarono e ascoltarono, poi guardarono nelle ombre scure. Nulla appariva — nulla si muoveva.

"Al diavolo!" disse il borgomastro, "ci siamo dimenticati di portare un pezzetto di candela. Scendi, Kasper, conosci la strada meglio di me — ti seguirò."

A questa proposta il pastore indietreggiò prontamente. Se avesse consultato le sue inclinazioni, il pover'uomo sarebbe fuggito; la sua espressione pietosa fece scoppiare a ridere il borgomastro.

"Bene, Hans, visto che lui non vuole scendere, mostrami la strada," disse al guardiacaccia.

"Ma, Signor Borgomastro," disse quest'ultimo, "sapete bene che mancano dei gradini; rischieremmo di romperci l'osso del collo."

"Allora che si fa?"

"Sì, che si fa?"

"Manda il tuo cane," rispose Petrus.

Il pastore fischiò al cane, gli mostrò la scala, lo esortò — ma non voleva correre rischi più degli altri.

In quel momento, un'idea brillante colpì la guardia rurale.

"Ah! Signor Borgomastro," disse, "se sparasse col suo fucile lì dentro."

"Fede," gridò l'altro, "hai ragione, avremo almeno un barlume."

E senza esitare il degno uomo si avvicinò alla scala e puntò il fucile.

Ma, per l'effetto acustico che ho già sottolineato, lo spirito, il malfattore, l'individuo che si trovava effettivamente nella cisterna, aveva sentito tutto. L'idea di fermare un colpo di fucile non gli sembrò divertente, poiché con una voce stridula e penetrante gridò:

"Fermatevi! Non sparate — sto arrivando."

Allora i tre funzionari si guardarono l'un l'altro e risero sommessamente, e il borgomastro, chinandosi di nuovo sull'apertura, gridò rudemente:

"Sbrigati, mascalzone, o sparo! Sbrigati!"

Armò il fucile e il clic sembrò affrettare la risalita della misteriosa persona; lo sentirono far rotolare giù delle pietre. Ciononostante, impiegò ancora un altro minuto prima di apparire, essendo la cisterna a una profondità di sessanta piedi.

Cosa faceva quest'uomo in un'oscurità così profonda? Doveva essere un grande criminale! Così almeno pensavano Petrus Mauerer e i suoi accoliti.

Alla fine si riuscì a scorgere una forma vaga nell'oscurità, poi lentamente, a poco a poco, un ometto, alto al massimo quattro piedi e mezzo, fragile, cencioso, il viso avvizzito e giallastro, l'occhio scintillante come quello di una gazza, e i capelli arruffati, uscì gridando:

"Con quale diritto venite a disturbare i miei studi, creature miserabili?"

Questa apostrofe grandiosa era a malapena in accordo con il suo costume e la sua fisionomia. Di conseguenza il borgomastro rispose indignato:

"Cerca di dimostrare di essere onesto, furfante, o inizierò col somministrarti una correzione."

"Una correzione!" disse l'ometto, saltando di rabbia e drizzandosi sotto il naso del borgomastro.

"Sì," rispose l'altro, che, tuttavia, non mancò di ammirare il coraggio del pigmeo; "se non rispondi alle domande in modo soddisfacente, sto per porti. Io sono il borgomastro di Hirschwiller; ecco la guardia rurale, il pastore e il suo cane. Siamo più forti di te — sii saggio e dimmi pacificamente chi sei, cosa fai qui e perché non osi apparire in pieno giorno. Poi vedremo cosa fare di te."

«Tutto ciò non sono affari vostri», rispose l’ometto con la sua voce rauca. «Non risponderò.»

«In tal caso, avanti, marcia», ordinò il borgomastro, che lo afferrò saldamente per la nuca; «andrai a dormire in prigione.»

L’ometto si dimenava come una donnola; provò persino a mordere, e il cane gli stava annusando i polpacci, quando, del tutto esausto, disse, non senza una certa dignità:

«Lasciatemi, signore, mi arrendo alla forza superiore... sono vostro!»

Il borgomastro, che non era del tutto privo di buona educazione, si calmò.

«Promettete?» disse.

«Prometto!»

«Molto bene... camminate davanti.»

Ed è così che, la notte del 29 luglio 1835, il borgomastro fece prigioniero un ometto dai capelli rossi, che usciva dalla caverna di Geierstein.

Arrivati a Hirschwiller, la guardia rurale corse a prendere la chiave della prigione e il vagabondo vi fu rinchiuso e chiuso a doppia mandata, senza dimenticare il chiavistello esterno e il lucchetto.

Tutti poterono dunque riposarsi dopo le loro fatiche, e Petrus Mauerer andò a letto e sognò fino a mezzanotte questa singolare avventura.

L’indomani, verso le nove, Hans Goerner, la guardia rurale, avendo ricevuto l’ordine di condurre il prigioniero al municipio per un altro interrogatorio, si recò al fresco con quattro robusti temerari. Aprirono la porta, tutti curiosi di posare lo sguardo sul fuoco fatuo. Ma immaginate il loro stupore nel vederlo appeso alle sbarre della finestra con la sua cravatta! Alcuni dissero che si stava ancora dimenando; altri che era già rigido. Comunque sia, corsero a casa di Petrus Mauerer per informarlo del fatto, e ciò che è certo è che, all’arrivo di quest’ultimo, l’ometto aveva esalato l’ultimo respiro.

Il giudice di pace e il medico di Hirschwiller redassero un verbale formale della catastrofe; poi seppellirono lo sconosciuto in un campo d’erba medica e fu tutto finito!

Ora, circa tre settimane dopo questi avvenimenti, andai a trovare mio cugino, Petrus Mauerer, di cui ero il parente più prossimo e, di conseguenza, il suo erede. Questa circostanza mantenne un’intima conoscenza tra noi. Eravamo a cena, parlando di cose indifferenti, quando il borgomastro raccontò la piccola storia di cui sopra, così come l’ho appena riferita.

«È strano, cugino», dissi, «davvero strano. E non avete altre informazioni riguardanti lo sconosciuto?»

«Nessuna.»

«E non avete trovato nulla che potesse darvi un indizio sul suo scopo?»

«Assolutamente nulla, Christian.»

«Ma, di fatto, cosa poteva fare nella cisterna? Di cosa viveva?»

Il borgomastro scrollò le spalle, riempì i nostri bicchieri e rispose con:

«Alla vostra salute, cugino.»

«Alla vostra.»

Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti. Mi era impossibile accettare la brusca conclusione dell’avventura e, mio malgrado, riflettevo con una certa malinconia sul triste destino di certi uomini che appaiono e scompaiono in questo mondo come l’erba dei campi, senza lasciare il minimo ricordo o il minimo rimpianto.

«Cugino», ripresi, «quanto può esserci da qui alle rovine di Geierstein?»

«Venti minuti di cammino al massimo. Perché?»

«Perché vorrei vederle.»

«Sai che abbiamo una riunione del consiglio municipale e che non posso accompagnarti.»

«Oh! Posso trovarle da solo.»

«No, la guardia rurale ti mostrerà la strada; non ha di meglio da fare.»

E il mio degno cugino, dopo aver picchiettato sul bicchiere, chiamò il suo servitore:

«Katel, va’ a cercare Hans Goerner; che si sbrighi e sia qui entro le due. Devo andare.»

Il servitore uscì e la guardia rurale non tardò ad arrivare.

Gli fu ordinato di condurmi alle rovine.

Mentre il borgomastro procedeva gravemente verso la sala del consiglio municipale, noi stavamo già salendo la collina. Hans Goerner, con un gesto della mano, indicò i resti dell’acquedotto. Nello stesso momento, le costole rocciose dell’altopiano, le distanze azzurre dell’Hundsrück, i tristi muri in rovina coperti da edera cupa, il rintocco della campana di Hirschwiller che chiamava i notabili al consiglio, la guardia rurale ansimante che si aggrappava ai rovi, assunsero ai miei occhi una sfumatura triste e severa di cui non riuscivo a rendermi conto: era la storia dell’impiccato che toglieva colore alla prospettiva.

La scala della cisterna mi colpì per essere straordinariamente curiosa, con la sua elegante spirale. I cespugli che spuntavano nelle fessure a ogni passo, l’aspetto deserto dei dintorni, tutto si armonizzava con la mia tristezza. Scendemmo e presto il punto luminoso dell’apertura, che sembrava restringersi sempre più e prendere la forma di una stella dai raggi curvi, ci inviò solo la sua pallida luce. Quando raggiungemmo il fondo della cisterna, scoprimmo che si poteva godere di una vista superba di tutti quei gradini, illuminati dall’alto e che stagliavano le loro ombre con meravigliosa precisione. Udii allora il ronzio di cui ho già parlato: l’immensa conchiglia di granito aveva tanti echi quante pietre!

«Non è sceso nessuno qui sotto dopo l’ometto?» chiesi alla guardia rurale.

«No, signore. I contadini hanno paura. Immaginano che l’impiccato ritornerà.»

«E voi?»

«Io... oh, non sono curioso.»

«Ma il giudice di pace? Il suo dovere era di...»

«Ah! Cosa sarebbe potuto venire a fare all’Orecchio del Gufo?»

«Chiamano questo posto l’Orecchio del Gufo?»

«Sì.»

«È abbastanza appropriato», dissi, alzando gli occhi. «Questa volta rovesciata forma bene il padiglione; la parte inferiore dei gradini costituisce la copertura del timpano, e l’avvolgimento della scala la coclea, il labirinto e il vestibolo dell’orecchio. È questa la causa del mormorio che sentiamo: siamo nel retro di un orecchio colossale.»

«È molto probabile», disse Hans Goerner, che non sembrava aver compreso le mie osservazioni.

Risalimmo e avevo percorso i primi gradini quando sentii qualcosa schiacciarsi sotto il mio piede; mi fermai per vedere cosa potesse essere e in quel momento scorsi un oggetto bianco davanti a me. Era un foglio di carta strappato. Quanto all’oggetto duro, che avevo sentito scricchiolare, lo riconobbi come una sorta di brocca di terracotta smaltata.

«Aha!» mi dissi; «questo potrebbe chiarire la storia del borgomastro.»

Raggiunsi Hans Goerner, che ora mi stava aspettando sull’orlo della fossa.

«Allora, signore», gridò, «dove vorreste andare?»

«Prima, sediamoci un momento. Vedremo tra poco.»

Mi sedetti su una grossa pietra, mentre la guardia rurale gettava i suoi occhi di falco sul villaggio per vedere se ci fosse qualche trasgressore nei giardini. Esaminai attentamente il vaso smaltato, di cui non rimanevano che frammenti. Questi frammenti presentavano l’aspetto di un imbuto, foderato di lana. Mi fu impossibile comprenderne lo scopo. Lessi poi il pezzo di una lettera, scritta con una mano fluida e ferma. La trascrivo qui sotto, parola per parola. Sembra seguire l’altra metà del foglio, che ho cercato invano tutto intorno alle rovine:

«Il mio stetoscopio micracustico ha dunque il doppio vantaggio di moltiplicare infinitamente l’intensità dei suoni e di introdurli nell’orecchio senza causare all’osservatore il minimo fastidio. Non avreste mai immaginato, caro maestro, il fascino che si prova nel percepire queste migliaia di suoni impercettibili che si confondono, in una bella giornata estiva, in un immenso mormorio. Il calabrone ha il suo canto così come l’usignolo, l’ape è l’usignolo dei muschi, il grillo è l’allodola dell’erba alta, il maggiolino è lo scricciolo: ha solo un sospiro, ma il sospiro è melodioso!

«Questa scoperta, dal punto di vista del sentimento, che ci fa vivere nella vita universale, supera in importanza tutto ciò che potrei dire in merito.

«Dopo tante sofferenze, privazioni e stanchezze, quanto è felice raccogliere i frutti di tutte le proprie fatiche! Come l’anima vola verso il divino Autore di tutti questi mondi microscopici, la cui magnificenza ci viene rivelata! Dove sono ora le lunghe ore di angoscia, fame, disprezzo, che ci sopraffacevano prima? Andate, signore, andate! Lacrime di gratitudine ci inumidiscono gli occhi. Si è orgogliosi di aver ottenuto, attraverso la sofferenza, nuove gioie per l’umanità e di aver contribuito al suo sviluppo mentale. Ma per quanto vasti, per quanto ammirevoli possano essere i primi frutti del mio stetoscopio micracustico, questi non ne delimitano i vantaggi. Ce ne sono di più positivi, più materiali, e che possono essere espressi in cifre.

«Proprio come il telescopio ha portato alla scoperta di miriadi di mondi che compiono le loro armoniose rivoluzioni nello spazio infinito, così il mio stetoscopio micracustico estenderà il senso dell’inudibile oltre ogni limite possibile. Così, signore, la circolazione del sangue e dei fluidi del corpo non mi fermeranno; li sentirete scorrere con l’impeto delle cateratte; li percepirete così distintamente da spaventarvi; la minima irregolarità del polso, il minimo ostacolo, è impressionante e produce lo stesso effetto di una roccia contro la quale si infrangono le onde di un torrente!

«È senza dubbio un’immensa conquista nello sviluppo della nostra conoscenza della fisiologia e della patologia, ma non è questo il punto su cui vorrei insistere. Applicando l’orecchio al suolo, signore, potrete sentire le acque minerali sgorgare a profondità incommensurabili; potrete giudicare il loro volume, le loro correnti e gli ostacoli che incontrano!

«Volete andare oltre? Entrate in una volta sotterranea costruita in modo da raccogliere una quantità di suoni forti; poi di notte, quando il mondo dorme, quando nulla si confonderà con i rumori interni del nostro globo, ascoltate!

«Signore, tutto ciò che mi è possibile dirvi al momento attuale, poiché nel mezzo della mia profonda miseria, delle mie privazioni e spesso della mia disperazione, mi restano solo pochi istanti lucidi per perseguire le mie osservazioni geologiche, tutto ciò che posso affermare è che il ribollire delle lucciole, le esplosioni dei fluidi in ebollizione, è qualcosa di terrificante e sublime, che può essere paragonato solo all’impressione dell’astronomo il cui vetro sonda profondità di estensione illimitata.

«Nondimeno, devo confessare che queste impressioni dovrebbero essere studiate ulteriormente e classificate in modo metodico, affinché se ne possano trarre conclusioni definite. Allo stesso modo, non appena vi sarete degnato, caro e nobile maestro, di trasmettere la piccola somma da usare a Neustadt come ho chiesto, per soddisfare i miei primi bisogni, vedremo il modo di intenderci riguardo alla creazione di tre grandi osservatori sotterranei, uno nella valle di Catania, un altro in Islanda, poi un terzo a Capac-Uren, Songay o Cayembé-Uren, la più profonda delle Cordigliere, e di conseguenza...»

Qui la lettera si interrompeva.

Lasciai cadere le mani dallo stupore. Avevo letto le concezioni di un idiota o le ispirazioni di un genio che erano state realizzate? Cosa devo dire? Pensare? Dunque quest’uomo, questa creatura miserabile, che viveva in fondo a una tana come una volpe, che moriva di fame, aveva avuto forse una di quelle ispirazioni che l’Essere Supremo manda sulla terra per illuminare le generazioni future!

E quest’uomo si era impiccato per disgusto, per disperazione! Nessuno aveva risposto alla sua preghiera, sebbene chiedesse solo una crosta di pane in cambio della sua scoperta. Era orribile. Sedetti lì a lungo, a lungo, sognando, ringraziando il Cielo per aver limitato la mia intelligenza ai bisogni della vita ordinaria, per non aver desiderato fare di me un uomo superiore nella comunità dei martiri. Alla fine la guardia rurale, vedendomi con lo sguardo fisso e la bocca aperta, prese l’ardire di toccarmi la spalla.

«Signor Christian», disse, «guardate... si sta facendo tardi... il borgomastro deve essere tornato dal consiglio.»

«Ah! È vero», gridai, accartocciando la carta, «andiamo.»

Discendemmo la collina.

Il mio degno cugino mi venne incontro, con un volto sorridente, sulla soglia della sua casa.

«Ebbene! Ebbene! Christian, dunque non hai trovato traccia dell’imbecille che si è impiccato?»

«No.»

«Lo pensavo. Era qualche pazzo evaso da Stefansfeld o da qualche altra parte... Fede, ha fatto bene a impiccarsi. Quando uno non serve a nulla, quello è il modo più semplice.»

Il giorno seguente lasciai Hirschwiller. Non vi tornerò mai più.

L’Occhio Invisibile

Verso quel periodo (disse Christian), povero come una chiesa, mi rifugiai nel sottotetto di una vecchia casa in Minnesänger Street, a Norimberga, e feci il mio nido in un angolo della soffitta.

Ero costretto a lavorare sopra il mio giaciglio di paglia per raggiungere la finestra, ma questa finestra era nel timpano e la vista da essa era magnifica, poiché città e campagna si spiegavano davanti a me.

Potevo vedere i gatti camminare gravemente nelle grondaie; le cicogne, con i becchi pieni di rane, portare nutrimento alla loro prole vorace; i piccioni, che balzavano dalle loro colombaie, con le code spiegate come ventagli, librarsi sopra le strade.

La sera, quando le campane chiamavano il mondo all’Angelus, con i gomiti sul bordo del tetto, ascoltavo i loro rintocchi malinconici; guardavo le finestre mentre, una a una, venivano illuminate; i bravi borghesi fumare le loro pipe sui marciapiedi; le giovani ragazze con le loro gonne rosse, con le brocche sotto il braccio, ridere e chiacchierare intorno alla fontana «Saint Sebalt». Insensibilmente tutto ciò svaniva, i pipistrelli iniziavano il loro rapido corso, e io mi ritiravo sul mio materasso in dolce pace e tranquillità.

Il vecchio rigattiere, Toubac, conosceva la strada per il mio piccolo alloggio quanto me, e non aveva paura di salire la scala. Ogni settimana la sua brutta testa, adorna di un berretto rossastro, sollevava la botola, le sue dita afferravano il bordo e lui gridava con tono nasale:

«Ebbene, ebbene, Maestro Christian, avete qualcosa?»

A cui rispondevo:

«Entrate. Perché al diavolo non entrate? Sto finendo un piccolo paesaggio, e dovete dirmi cosa ne pensate.»

Allora la sua grande schiena, sembrando allungarsi, cresceva, fino al tetto, e il buon uomo rideva silenziosamente.

Devo rendere giustizia a Toubac: non contrattava mai con me sui prezzi; comprava tutti i miei dipinti a quindici fiorini, l’uno con l’altro, e li rivendeva a quaranta ciascuno. «Questo era un ebreo onesto!»

Cominciai ad affezionarmi a questo modo di esistere e a trovarvi nuovi piaceri giorno dopo giorno.

Proprio in quel periodo la città di Norimberga era agitata da uno strano e misterioso avvenimento. Non lontano dalla mia finestra a abbaino, un po’ sulla sinistra, sorgeva la locanda Boeuf-Gras, un vecchio albergo molto frequentato in tutto il paese. Tre o quattro carri, pieni di sacchi o botti, erano sempre accostati davanti alla porta, dove i conducenti rustici erano soliti fermarsi, sulla strada per il mercato, per bere il loro bicchiere di vino del mattino.

Il lato del timpano della locanda si distingueva per la sua forma peculiare. Era molto stretto, appuntito e, su due lati, tagliato a denti, come una sega. Le sculture erano stranamente grottesche, intrecciate e ornamentali lungo le cornici e intorno alle finestre; ma il fatto più notevole era che la casa di fronte riproduceva esattamente le stesse sculture, gli stessi ornamenti; persino l’insegna, con il suo palo e la spirale di ferro, era copiata esattamente.

Si sarebbe potuto pensare che queste due antiche case si riflettessero l’una nell’altra. Dietro la locanda, tuttavia, c’era una grande quercia secolare, le cui foglie cupe oscuravano le pietre del tetto, mentre l’altra casa si stagliava in netto rilievo contro il cielo. Per completare la descrizione, questo vecchio edificio era silenzioso e cupo quanto la locanda Boeuf-Gras era rumorosa e animata.

Da una parte, una folla di allegri bevitori entrava e usciva continuamente, cantando, saltellando, schioccando le fruste; dall’altra, regnava un profondo silenzio.

Forse, una o due volte durante il giorno, la pesante porta sembrava aprirsi da sola, per lasciare uscire una vecchietta, con la schiena quasi a semicerchio, l’abito stretto sui fianchi, un enorme cesto al braccio e la mano contratta contro il petto.

Mi sembrava di vedere a colpo d’occhio, mentre la guardavo, un’intera esistenza di buone opere e pie meditazioni.

La fisionomia di questa vecchia mi aveva colpito più di una volta: i suoi piccoli occhi verdi, il naso lungo e sottile, gli immensi mazzi di fiori sullo scialle, che doveva avere almeno cent’anni, il sorriso appassito che increspava le sue guance in una coccarda, il pizzo della sua cuffia che ricadeva fino alle sopracciglia... tutto ciò era fantastico e mi interessava molto. Perché questa vecchia viveva in questa grande casa deserta? Desideravo esplorare il mistero.

Un giorno, mentre mi fermavo per strada e la seguivo con gli occhi, lei si voltò improvvisamente e mi lanciò uno sguardo, la cui orribile espressione non so come dipingere; fece tre o quattro smorfie orribili e poi, lasciando cadere la testa paralizzata sul petto, si tirò stretto il grande scialle addosso e avanzò lentamente verso la pesante porta, dietro la quale la vidi scomparire.

«È una vecchia pazza!» mi dissi, in una sorta di stupore. Fede mia, era il colmo della follia da parte mia interessarmi a lei!

Tuttavia, avrei voluto rivedere la sua smorfia; il vecchio Toubac mi darebbe volentieri quindici fiorini se potessi dipingergliela.

Devo confessare che queste mie facezie non mi rassicuravano del tutto.

L’orribile sguardo che la vecchia megera mi aveva lanciato mi perseguitava ovunque. Più di una volta, mentre salivo la scala quasi perpendicolare verso il mio solaio, sentendo i miei vestiti impigliarsi in qualche punto, tremavo dalla testa ai piedi, immaginando che la vecchia malvagia fosse attaccata alle code del mio cappotto per distruggermi.

Toubac, a cui raccontai questa avventura, era ben lontano dal riderne; anzi, assunse un’aria grave e solenne.

«Maestro Christian», disse, «se la vecchia vi vuole, fate attenzione! I suoi denti sono piccoli, appuntiti e di una bianchezza meravigliosa, e questo non è naturale alla sua età. Lei ha il “malocchio”. I bambini fuggono da lei, e la gente di Norimberga la chiama “Fledermausse”.»

Ammirai l’intelletto chiaro e sagace dell’ebreo, e le sue parole mi diedero motivo di riflessione.

Passarono diverse settimane, durante le quali incontrai spesso Fledermausse senza conseguenze allarmanti. Le mie paure si dissiparono e non pensai più a lei.

Ma arrivò una sera in cui, mentre dormivo molto profondamente, fui svegliato da una strana armonia. Era una sorta di vibrazione, così dolce, così melodiosa, che il sussurro della brezza tra le foglie può dare solo una vaga idea del suo fascino.

Per molto tempo ascoltai intensamente, con gli occhi spalancati e trattenendo il respiro, per non perdere una nota. Alla fine guardai verso la finestra e vidi due ali che sbattevano contro il vetro. Pensai, all’inizio, che fosse un pipistrello, intrappolato nella mia stanza; ma, la luna che sorgeva in quell’istante, vidi le ali di una magnifica farfalla della notte delineate sul suo disco splendente. Le loro vibrazioni erano spesso così rapide che non si potevano distinguere; poi si riposavano, estese sul vetro, e le loro fragili fibre venivano nuovamente alla luce.

Questa apparizione nebbiosa, giunta nel mezzo del silenzio universale, aprì il mio cuore a tutte le dolci emozioni. Mi sembrava che un silfo etereo, toccato dal senso della mia solitudine, fosse venuto a farmi visita, e quest’idea mi sciolse quasi in lacrime.

«Sii tranquilla, dolce prigioniera, sii tranquilla», dissi; «la tua fiducia non sarà abusata. Non ti tratterrò contro la tua volontà. Torna al cielo e alla libertà.» Aprii quindi la mia finestrella. La notte era calma e milioni di stelle brillavano nel cielo. Per un momento contemplai questo spettacolo sublime, e parole di preghiera e lode vennero naturalmente alle mie labbra; ma, giudicate il mio stupore quando, abbassando gli occhi, vidi un uomo appeso alla traversa dell’insegna del Boeuf-Gras, i capelli spettinati, le braccia rigide, le gambe allungate fino a una punta, e che proiettavano le loro gigantesche ombre fino alla strada!

L'immobilità di quella figura sotto i raggi della luna era terribile. Sentii la lingua gelarsi, i denti serrarsi. Stavo per gridare di terrore quando, per una qualche incomprensibile e misteriosa attrazione, il mio sguardo cadde più in basso, e scorsi, confusamente, la vecchia rannicchiata alla sua finestra in mezzo a ombre scure, intenta a contemplare il morto con un’aria di diabolica soddisfazione.

Allora fui preso da una vertigine di terrore. Tutte le mie forze mi abbandonarono e, indietreggiando verso la parete del mio abbaino, caddi a terra e persi i sensi.

Non so quanto durò quel sonno di morte. Quando ripresi conoscenza, vidi che era pieno giorno. Le nebbie della notte erano penetrate nel mio sottotetto, depositando la loro fresca rugiada sui miei capelli, e i confusi mormorii della strada salivano fino al mio piccolo alloggio. Guardai fuori. Il borgomastro e il suo segretario erano fermi alla porta della locanda e vi rimasero a lungo; folle di persone andavano e venivano, e si fermavano a guardare; poi riprendevano il loro cammino. Le brave donne del vicinato, che stavano spazzando davanti alle loro porte, osservavano da lontano, parlando gravemente tra loro.

Infine una barella, e su quella barella un corpo, coperto da un telo di lino, uscì dalla locanda, portato da due uomini. Scesero in strada, e i bambini, sulla via della scuola, correvano dietro di loro.

Tutta la gente si ritraeva al loro passaggio.

La finestra di fronte era ancora aperta; l'estremità di una corda ondeggiava dalla traversa.

Non avevo sognato. Avevo, in verità, visto la farfalla della notte; avevo visto l'uomo impiccato, e avevo visto Fledermausse.

Quel giorno Toubac mi fece visita e, non appena il suo naso prominente apparve all'altezza del pavimento, esclamò:

"Mastro Christian, non avete nulla da vendere?"

Non lo udii. Ero seduto sulla mia unica sedia, le mani giunte sulle ginocchia e gli occhi fissi davanti a me.

Toubac, sorpreso dalla mia disattenzione, ripeté a voce più alta:

"Mastro Christian, Mastro Christian!" Poi, scavalcando la soglia, avanzò e mi colpì sulla spalla.

"Bene, bene, che cosa c'è adesso?"

"Ah, siete voi, Toubac?"

"Eh, parbleu! Credo proprio di sì; siete malato?"

"No, sto solo pensando."

"A che diavolo state pensando?"

"All'uomo che è stato impiccato."

"Oh, oh!" esclamò il venditore di curiosità. "L'avete visto, dunque? Il povero ragazzo! Che storia singolare. Il terzo nello stesso posto."

"Come, il terzo?"

"Ah, sì! Avrei dovuto avvertirvi; ma non è troppo tardi. Ce ne sarà certamente un quarto, che seguirà l'esempio degli altri. Il n'y a que le premier pas qui coûte."

Dicendo questo, Toubac si sedette sull'angolo del mio baule, colpì la sua scatola d'esca, accese la pipa e soffiò tre o quattro potenti boccate di fumo con aria meditativa.

"Fede mia," disse, "non sono pauroso; ma, se avessi il pieno permesso di passare la notte in quella stanza, preferirei di gran lunga dormire altrove."

"Ascoltate, Mastro Christian. Nove o dieci mesi fa un brav'uomo di Tubinga, grossista di pellicce, smontò alla locanda Boeuf-Gras. Chiese la cena; mangiò bene; bevve bene; e fu infine condotto in quella stanza al terzo piano, che viene chiamata la Stanza Verde. Ebbene, la mattina seguente fu trovato impiccato alla traversa dell'insegna."

"Beh, poteva capitare una volta; non c'era nulla da dire."

"Fu fatta ogni debita indagine, e lo straniero fu sepolto in fondo al giardino. Ma, vedete, circa sei mesi dopo arrivò un bravo soldato di Neustadt; aveva ricevuto il suo congedo definitivo e gioiva al pensiero di tornare al suo villaggio natale. Per tutta la sera, mentre svuotava i suoi boccali di vino, parlò affettuosamente della sua cuginetta che aspettava di sposarlo. Infine questo gran monsieur fu condotto nella sua stanza, la Stanza Verde, e, la stessa notte, il guardiano, passando per la strada Minnesänger, scorse qualcosa appeso alla traversa; alzò la lanterna e, guardate un po'! era il soldato, con il suo congedo definitivo in un fiocco sul fianco sinistro e le mani raccolte sulla cucitura dei pantaloni, come se fosse in parata."

"'A dire il vero, questa è una cosa straordinaria!' gridò il borgomastro; 'qui c'è lo zampino del diavolo.' Ebbene, la camera fu molto visitata; le pareti furono intonacate di nuovo e il morto fu mandato a Neustadt."

"Il cancelliere scrisse questa nota a margine:"

"'Morto di apoplessia.'"

"Tutta Norimberga era furiosa contro l'oste. C'erano molti, in verità, che volevano costringerlo a togliere la sua traversa di ferro, col pretesto che ispirava alla gente idee pericolose; ma potete ben credere che il vecchio Michael Schmidt non volle prestare orecchio a questa proposta."

"'Questa traversa,' diceva, 'fu posta qui da mio nonno; ha sorretto l'insegna del Boeuf-Gras per centocinquant'anni, di padre in figlio; non fa male a nessuno, nemmeno ai carri di fieno che passano sotto, perché è a trenta piedi sopra di loro. Chi non la gradisce può voltare la testa e non guardarla.'"

"Ebbene, gradualmente la città si calmò e, per diversi mesi, nessun nuovo evento la agitò. Sfortunatamente, uno studente di Heidelberg, tornando all'università, si fermò, l'altro ieri, alla locanda Boeuf-Gras e chiese alloggio. Era il figlio di un ministro del Vangelo."

"Come poteva qualcuno supporre che il figlio di un pastore potesse concepire l'idea di impiccarsi alla traversa di un'insegna, perché un gran monsieur e un vecchio soldato lo avevano fatto? Dobbiamo ammettere, Mastro Christian, che la cosa non era probabile; queste ragioni non sarebbero sembrate sufficienti né a me né a voi."

"Basta, basta!" esclamai; "questo è troppo orribile! Vedo un mistero spaventoso coinvolto in tutto ciò. Non è la traversa; non è la stanza..."

"Cosa! Sospettate l'oste, l'uomo più onesto del mondo, appartenente a una delle più antiche famiglie di Norimberga?"

"No, no; possa Dio preservarmi dal nutrire sospetti ingiusti! Ma c'è un abisso davanti a me, nel quale oso a stento guardare."

"Avete ragione," disse Toubac, stupito dalla violenza della mia agitazione. "Parleremo di altre cose. A proposito, Mastro Christian, dov'è il nostro paesaggio di 'Saint Odille'?"

Questa domanda mi riportò al mondo delle realtà. Mostrai al vecchio il dipinto che avevo appena completato. L'affare fu presto concluso e Toubac, ben soddisfatto, scese la scala, implorandomi di non pensare più allo studente di Heidelberg.

Avrei seguito volentieri il consiglio del mio buon amico; ma, quando il diavolo si immischia nei nostri affari, non è facile liberarsene.

Nelle mie ore solitarie tutti questi eventi si riproducevano con spaventosa nitidezza nella mia mente.

"Questa vecchia sciagurata," mi dicevo, "è la causa di tutto; lei sola ha concepito questi crimini e li ha consumati. Ma con quali mezzi? Ha fatto ricorso solo all'astuzia, o ha ottenuto l'intervento di poteri invisibili?" Camminavo avanti e indietro nel mio rifugio. Una voce interiore gridava: "Non è invano che la Provvidenza ti ha permesso di vedere Fledermausse contemplare le agonie della sua vittima. Non è invano che l'anima del povero giovane è venuta sotto forma di farfalla della notte a svegliarti. No, no; tutto questo non è stato accidentale, Christian. Il cielo ti impone una missione terribile. Se non la compirai, trema di cadere tu stesso nelle mani della vecchia assassina! Forse, in questo momento, sta preparando i suoi lacci nell'oscurità."

Per diversi giorni queste immagini ripugnanti mi seguirono senza tregua. Persi il sonno; mi era impossibile fare alcunché; il pennello mi cadeva di mano; e, orribile a confessarsi, mi ritrovavo a volte a fissare la traversa con una sorta di compiacimento. Alla fine non ne potei più e una sera scesi la scala e mi nascosi dietro la porta di Fledermausse, sperando di sorprendere il suo segreto fatale.

Da quel momento non passò giorno in cui non fossi in cammino, seguendo la vecchia sciagurata, guardando, spiando, senza mai perderla di vista; ma lei era così astuta, aveva un fiuto così sottile che, senza nemmeno voltare la testa, sapeva che ero dietro di lei.

Tuttavia, fingeva di non accorgersene; andava al mercato, dal macellaio, come una brava donna qualunque, accelerando soltanto il passo e mormorando parole confuse.

Alla fine del mese vidi che mi era impossibile raggiungere il mio obiettivo in questo modo, e questa convinzione mi rese indicibilmente triste.

"Cosa posso fare?" mi dicevo. "La vecchia indovina i miei piani; è in guardia; ogni speranza mi abbandona. Ah! vecchia strega, credi di vedermi già alla fine della tua corda." Mi ponevo continuamente questa domanda: "Cosa posso fare? Cosa posso fare?" Alla fine una brillante idea mi colpì. La mia camera dava sulla casa di Fledermausse; ma non c'era alcuna finestra su quel lato. Sollevai abilmente un'ardesia, e nessuna penna potrebbe dipingere la mia gioia quando l'intero edificio antico fu così esposto ai miei occhi. "Finalmente, ti ho trovata!" esclamai; "ora non puoi sfuggirmi; da qui posso vedere tutto ciò che accade: i tuoi andirivieni, le tue arti e i tuoi lacci. Non sospetterai questo occhio invisibile, questo occhio vigile, che sorprenderà il crimine nel momento in cui sboccia. Oh, Giustizia, Giustizia! Lei marcia lentamente; ma arriva."

Niente potrebbe essere più sinistro della tana che ora si apriva davanti a me: un grande cortile, le cui grandi lastre erano coperte di muschio; in un angolo, un pozzo, le cui acque stagnanti facevano rabbrividire a guardarle; una scala coperta di vecchie conchiglie; in fondo una galleria, con balaustra di legno, e appesi alcuni vecchi panni e il sacco di un vecchio materasso di paglia; al primo piano, a sinistra, la copertura in pietra di una fogna comune indicava la cucina; a destra le alte finestre dell'edificio davano sulla strada; poi alcuni vasi di fiori secchi e appassiti; tutto era incrinato, cupo, umido. Solo una o due ore durante il giorno il sole riusciva a penetrare in quel luogo ripugnante; dopo di che, le ombre prendevano il sopravvento; poi la luce del sole cadeva sulle pareti sconnesse, sul balcone tarlato, sui vetri opachi e appannati, e sul turbine di atomi fluttuanti nei suoi raggi dorati, non disturbato da alcun soffio d'aria.

Avevo appena terminato queste osservazioni e riflessioni, quando la vecchia entrò, essendo appena tornata dal mercato. Udii lo stridio della sua pesante porta. Poi apparve con il suo cestino. Sembrava affaticata, quasi senza fiato. Il pizzo della sua cuffia le ricadeva sul naso. Con una mano afferrò la ringhiera e salì le scale.

Il caldo era intollerabile, soffocante; era precisamente una di quelle giornate in cui tutti gli insetti, grilli, ragni, zanzare, ecc., fanno risuonare le vecchie rovine con i loro strani suoni.

Fledermausse attraversò la galleria lentamente, come una vecchia faina che si sente a casa propria. Rimase più di un quarto d'ora in cucina, poi tornò, stese i panni, prese la scopa e spazzò via alcuni fili di paglia sul pavimento. Alla fine alzò la testa e volse i suoi piccoli occhi verdi in ogni direzione, cercando, investigando attentamente.

Poteva, per una qualche strana intuizione, sospettare qualcosa? Non lo so; ma abbassai dolcemente l'ardesia e rinunciai alla mia sorveglianza per quel giorno.

Al mattino Fledermausse apparve rassicurata. Un angolo di luce cadeva sulla galleria. Passando, catturò una mosca al volo e la presentò delicatamente a un ragno stabilito in un angolo del tetto. Questo ragno era così gonfio che, nonostante la distanza, lo vidi scendere di giro in giro, poi scivolare lungo una tela fine, come una goccia di veleno, afferrare la sua preda dalle mani della vecchia bisbetica e risalire rapidamente. Fledermausse lo guardò molto attentamente, con gli occhi socchiusi; poi starnutì e disse a se stessa, con tono beffardo: "Dio ti benedica, bellezza; Dio ti benedica!"

Spiai per sei settimane e non riuscii a scoprire nulla riguardo al potere di Fledermausse. A volte, seduta su uno sgabello, sbucciava le sue patate, poi stendeva i panni sulla balaustra.

A volte la vedevo filare; ma non cantava mai, come le brave, gentili vecchiette sono abituate a fare, le loro voci tremanti che si mescolano bene con il ronzio dell'arcolaio.

Un profondo silenzio regnava sempre attorno a lei; non aveva gatti, quella compagnia cara alle vecchie; nemmeno un passero veniva a posarsi sotto il suo tetto. Sembrava che tutta la natura animata rifuggisse dal suo sguardo. Solo il ragno gonfio provava diletto nella sua compagnia.

Non riesco ora a concepire come la mia pazienza potesse sopportare quelle lunghe ore di osservazione: nulla mi sfuggiva; nulla era materia di indifferenza. Al minimo suono sollevavo l'ardesia; la mia curiosità era senza limiti, insaziabile.

Toubac si lamentava molto.

"Mastro Christian," diceva, "come diavolo passate il vostro tempo? Un tempo dipingevate qualcosa per me ogni settimana; ora non finite un pezzo una volta al mese. Oh, voi pittori! 'Pigro come un pittore' è un buon, saggio proverbio. Non appena avete qualche kreutzer in tasca, mettete le mani nelle tasche e andate a dormire!"

Confesso che stavo iniziando a perdere il coraggio; avevo guardato, spiato e non avevo scoperto nulla. Mi dicevo che la vecchia non poteva essere così pericolosa come avevo supposto; che forse le avevo fatto un'ingiustizia con i miei sospetti; insomma, iniziai a cercare scuse per lei. Un bel pomeriggio, con l'occhio fisso al mio posto di osservazione, mi abbandonai a queste benevole riflessioni, quando improvvisamente la scena cambiò: Fledermausse attraversò la galleria con la rapidità del fulmine. Non era più la stessa persona; era eretta, le mascelle serrate, lo sguardo fisso, il collo teso; camminava a grandi passi, le sue ciocche grigie fluttuanti dietro di lei.

"Oh, finalmente," mi dissi, "qualcosa sta arrivando, attenzione!" Ma, ahimè! le ombre della sera scesero sul vecchio edificio, i rumori della città si spensero e il silenzio prevalse.

Affaticato e deluso, mi coricai sul mio letto, quando, gettando gli occhi verso il mio abbaino, vidi la stanza di fronte illuminata. Dunque! un viaggiatore occupava la Stanza Verde, fatale agli stranieri.

Ora, tutte le mie paure si risvegliarono; l'agitazione di Fledermausse era spiegata; fiutava una nuova vittima.

Nessun sonno per me quella notte; il fruscio della paglia, il brulichio dei topi sotto il pavimento, mi davano brividi nervosi.

Mi alzai e mi sporsi dalla finestra; ascoltai. La luce nella stanza di fronte si spense. In uno di quei momenti di angoscia struggente, non so dire se fosse illusione o realtà, mi parve di vedere la vecchia sciagurata anche lei guardare e ascoltare.

La notte passò, e l'alba grigia giunse alle mie finestre; a poco a poco il rumore e i movimenti della strada salirono fino al mio abbaino. Tormentato dalla fatica e dall'emozione mi addormentai, ma il mio sonno fu breve e verso le otto avevo ripreso il mio posto di osservazione.

Sembrava che la notte fosse stata agitata e tempestosa per Fledermausse quanto per me. Quando aprì la porta della galleria, vidi che un pallore livido copriva le sue guance e la sua gola sottile; indossava solo la camicia e una gonna di lana; alcune ciocche di capelli rosso-grigi le ricadevano sulle spalle. Guardò verso il mio nascondiglio con aria sognante, assente, ma non vide nulla; stava pensando ad altre cose.

Improvvisamente scese, lasciando le sue vecchie scarpe in fondo ai gradini. "Senza dubbio," pensai, "sta andando a vedere se la porta sotto è ben chiusa."

La vidi risalire frettolosamente, saltando tre o quattro gradini alla volta; era terribile.

Si precipitò nella camera vicina e udii qualcosa come la caduta del coperchio di un grande baule; poi Fledermausse apparve nella galleria, trascinando un manichino dietro di sé, e questo manichino era vestito come lo studente di Heidelberg.

Con sorprendente destrezza la vecchia sospese questo oggetto orrendo a una trave della tettoia, poi scese rapidamente nel cortile per contemplarlo. Un'esplosione di risa sardoniche sfuggì dalle sue labbra; risalì, poi scese di nuovo come una maniaca, e ogni volta emetteva nuove grida e nuove esplosioni di risa.

Si udì un rumore vicino alla porta, e la vecchia balzò in avanti, sganciò il manichino e lo portò via; poi, sporgendosi sulla balaustra con la gola allungata, gli occhi che brillavano, ascoltò intensamente. Il rumore si perse in lontananza, i muscoli del suo viso si distesero e lei tirò lunghi respiri. Era solo una carrozza che era passata.

La vecchia sciagurata si era spaventata.

Ora tornò nella stanza e udii il baule chiudersi. Questa strana scena confuse tutte le mie idee. Cosa significava questo manichino? Diventai più che mai attento.

Fledermausse lasciò la casa con il suo cestino al braccio. La seguii con gli occhi finché non svoltò l'angolo della strada. Aveva ripreso l'aria di una vecchia tremante, faceva piccoli passi e di tanto in tanto voltava la testa in parte, per sbirciare dietro dall'angolo dell'occhio.

Fledermausse fu assente per ben cinque ore. Per quanto mi riguarda, andavo, venivo, meditavo. Il tempo sembrava insopportabile. Il sole riscaldava l'ardesia del tetto e mi bruciava il cervello.

Ora vedevo, alla finestra, il brav'uomo che occupava la fatale Stanza Verde; era un bravo contadino di Nassau, con un grande cappello a tricorno, un gilet scarlatto e una faccia ridente; fumava la sua pipa di Ulm con tranquillità e sembrava non temere alcun male.

Sentii un forte desiderio di gridargli: "Buon uomo, state in guardia! Non lasciatevi intrappolare dalla vecchia sciagurata; diffidate di voi stesso!" ma non mi avrebbe compreso. Verso le due Fledermausse tornò. Il rumore della sua porta risuonò attraverso il vestibolo. Poi sola, tutta sola, entrò nel cortile e si sedette sul gradino interno della scala; pose il suo cestino davanti a sé e tirò fuori prima alcuni pacchetti di erbe, poi verdure, poi un gilet rosso, poi un cappello a tricorno, una giacca di velluto marrone, pantaloni di felpa e pesanti calze di lana: il costume completo del contadino di Nassau.

Per un momento mi sentii stordito; poi fiamme passarono davanti ai miei occhi.

Ricordai quei precipizi che attirano con un potere irresistibile; quei pozzi o fosse, che la polizia era stata costretta a chiudere, perché gli uomini vi si gettavano dentro; quegli alberi che erano stati abbattuti perché ispiravano agli uomini l'idea di impiccarsi; quel contagio di suicidi, di furti, di omicidi, in certe epoche, con mezzi disperati; quella strana e sottile attrazione dell'esempio, che ti fa sbadigliare perché un altro sbadiglia, soffrire perché vedi un altro soffrire, ucciderti perché vedi altri uccidersi; e i miei capelli si rizzarono per l'orrore.

Come poteva questa Fledermausse, questa creatura vile e sordida, aver derivato una legge così profonda della natura umana? Come aveva trovato i mezzi per usare questa legge a profitto o soddisfazione dei suoi istinti sanguinari? Questo non potevo comprenderlo; superava le mie più sfrenate immaginazioni.

Ma riflettendo più a lungo su questo mistero inspiegabile, decisi di rivoltare la legge fatale contro di lei e di attirare la vecchia assassina nella sua stessa rete.

Così tante vittime innocenti invocavano vendetta!

Mi sentii sulla strada giusta.

Andai da tutti i venditori di vecchi abiti di Norimberga e tornai nel pomeriggio alla locanda Boeuf-Gras, con un enorme pacchetto sotto il braccio.

Nichel Schmidt mi conosceva da molto tempo; sua moglie era grassa e di bell'aspetto; avevo dipinto il suo ritratto.

"Ah, Mastro Christian," disse, stringendomi la mano, "quale felice circostanza vi porta qui? Cosa mi procura il piacere di vedervi?"

"Mio caro Monsieur Schmidt, sento un veemente, insaziabile desiderio di dormire nella Stanza Verde."

Eravamo sulla soglia della locanda e io indicai la stanza. Il brav'uomo mi guardò con diffidenza.

"Non temete nulla," dissi; "non ho alcun desiderio di impiccarmi."

«À la bonne heure! à la bonne heure! Perché, francamente, ciò mi dispiacerebbe; un artista di tale merito! Quando desiderate la stanza, Mastro Christian?»

«Questa sera.»

«Impossibile! È occupata!»

«Monsieur può entrare immediatamente,» disse una voce proprio dietro di me, «non sarò d'intralcio.»

Ci voltammo con grande sorpresa; il contadino di Nassau stava davanti a noi, con il suo cappello a tricorno e il fagotto in cima al bastone da passeggio. Aveva appena appreso la storia dei suoi tre predecessori nella Stanza Verde e tremava di rabbia.

«Stanze come la vostra!» gridò, balbettando; «ma è omicida mettervi la gente, è un assassinio! Meritereste di essere mandato subito ai lavori forzati!»

«Andate, andate, calmatevi,» disse il locandiere; «ciò non vi ha impedito di dormire bene.»

«Fortunatamente, ho recitato le mie preghiere la sera,» disse il contadino; «senza di quello, dove sarei?» e si ritirò, con le mani levate al cielo.

«Bene,» disse Nichel Schmidt, stupefatto, «la stanza è libera, ma vi supplico, non giocatemi un brutto tiro.»

«Sarebbe un tiro peggiore per me che per voi, monsieur.»

Diedi il mio fagotto ai servi e mi installai per il momento con gli avventori. Da molto tempo non mi sentivo così calmo e felice. Dopo tanti dubbi e inquietudini, toccavo la meta. L'orizzonte sembrava schiarirsi, e pareva che qualche potere invisibile mi desse la mano. Accesi la pipa, appoggiai il gomito sul tavolo, il vino davanti a me, e ascoltai il coro del «Freischütz», suonato da una compagnia di zingari della Foresta Nera. Le trombe, il richiamo della caccia, gli oboi, mi immersero in una vaga rêverie, e, di tanto in tanto, risvegliandomi per guardare l'ora, mi chiedevo gravemente se tutto ciò che mi era accaduto non fosse un sogno. Ma il guardiano venne a chiederci di lasciare la salle, e presto altri e più solenni pensieri si agitarono nella mia anima, e in profonda meditazione seguii la piccola Charlotte, che mi precedeva con una candela verso la mia stanza.

Salimmo le scale fino al terzo piano. Charlotte mi diede la candela e indicò la porta.

«Lì,» disse, e scese rapidamente.

Aprii la porta. La Stanza Verde era come ogni altra stanza di locanda. Il soffitto era molto basso, il letto molto alto. Con un solo sguardo esplorai l'interno, e poi scivolai verso la finestra.

Non si vedeva nulla nella casa di Fledermausse; solo, in qualche stanza lontana, una luce oscura ardeva. Qualcuno era di guardia. «Va bene,» dissi, chiudendo la tenda. «Ho tutto il tempo necessario.»

Aprii il mio fagotto, indossai una cuffia da donna con merletti pendenti; poi, mettendomi davanti a uno specchio, presi un pennello e dipinsi delle rughe sul mio viso. Questo mi prese quasi un'ora. Poi indossai il vestito e un grande scialle, e ebbi davvero paura di me stesso. Fledermausse mi sembrava guardarmi dallo specchio.

In quel momento il guardiano gridò: «Undici ore!» Afferrai il manichino che avevo portato nel mio fagotto e lo avvolsi in un costume esattamente simile a quello indossato dalla vecchia sciagurata. Aprii quindi la tenda.

Certamente, dopo tutto ciò che avevo visto di Fledermausse, della sua astuzia infernale, della sua prudenza, della sua destrezza, non avrebbe potuto in alcun modo sorprendermi; eppure avevo paura. La luce che avevo notato nella camera era ancora immobile, e ora gettava i suoi raggi gialli sul manichino del contadino di Nassau, che era accovacciato nell'angolo del letto, con la testa china sul petto, il cappello a tricorno tirato giù sul viso, le braccia sospese, e l'aspetto di un'assoluta disperazione.

Le ombre, gestite con arte diabolica, non permettevano di vedere altro che l'effetto generale del viso. Il gilet rosso e sei bottoni rotondi sembravano brillare da soli nell'oscurità. Ma il silenzio della notte, la completa immobilità della figura, l'aria esausta e dolente, erano ben calcolati per impossessarsi dello spettatore con una strana potenza. Per quanto mi riguarda, sebbene preavvertito, ero gelato fin dentro le ossa.

Come sarebbe andata, dunque, al povero, semplice contadino, se fosse stato sorpreso alla sprovvista? Sarebbe stato completamente abbattuto. Disperato, avrebbe perso ogni capacità di autocontrollo, e lo spirito di imitazione avrebbe fatto il resto.

Appena ebbi spostato la tenda, vidi Fledermausse in vedetta dietro la sua finestra. Non poteva vedermi. Aprii la mia finestra dolcemente; la finestra di fronte fu aperta! Allora il suo manichino sembrò alzarsi lentamente e avanzare davanti a me. Anch'io avanzai il mio manichino e, afferrando la mia torcia con una mano, con l'altra aprii rapidamente le persiane. E ora la vecchia ed io eravamo faccia a faccia. Colpita da un terrore improvviso, aveva lasciato cadere il suo manichino!

Ci guardammo con orrore quasi uguale. Lei tese il dito, io avanzai il mio. Lei mosse le labbra, io agitai le mie. Lei emise un profondo sospiro e si appoggiò al gomito. Io la imitai.

Descrivere tutti i terrori di questa scena sarebbe impossibile. Sconfinava nella confusione, nella follia, nel delirio. Era una lotta mortale tra due volontà; tra due intelligenze; tra due anime, ognuna delle quali desiderava distruggere l'altra; e, in questa lotta, io avevo il vantaggio: le sue vittime lottavano con me.

Dopo aver imitato per alcuni secondi ogni movimento di Fledermausse, tirai una corda da sotto la mia gonna e la fissai alla trave trasversale.

La vecchia mi guardava con la bocca spalancata. Passai la corda attorno al mio collo; le sue pupille si dilatarono, si illuminarono; il suo viso fu colto da convulsioni.

«No, no!» disse, con voce sibilante.

La perseguitai con l'impassibilità di un carnefice.

Allora la rabbia sembrò impossessarsi di lei.

«Vecchia pazza!» esclamò, raddrizzandosi, e le sue mani si contrassero sulla trave. «Vecchia pazza!» Non le diedi il tempo di continuare a soffiare sulla mia lampada. Mi chinai, come un uomo che sta per fare un balzo vigoroso e, afferrando il mio manichino, passai la corda attorno al suo collo e lo precipitai di sotto.

Un grido terribile risuonò per la strada, e poi il silenzio, che sembravo sentire. Il sudore bagnava la mia fronte. Ascoltai a lungo. Dopo un quarto d'ora udii, lontano, molto lontano, la voce del guardiano che gridava: «Abitanti di Norimberga, mezzanotte, la mezzanotte suona!»

«Ora la giustizia è soddisfatta!» gridai, «e tre vittime sono vendicate. Perdonami, o Signore!»

Circa cinque minuti dopo il grido del guardiano, vidi Fledermausse attratta, allettata dal mio manichino (la sua esatta immagine), balzare dalla finestra, con una corda attorno al collo, e restare sospesa alla trave.

Vidi l'ombra della morte ondulare attraverso il suo corpo, mentre la luna, calma, silenziosa, maestosa, inondava la sommità del tetto, e i suoi raggi freddi e pallidi riposavano sulla vecchia testa scarmigliata e orrenda.

Proprio come avevo visto il povero giovane studente di Heidelberg, proprio così vidi ora Fledermausse.

Al mattino, tutta Norimberga apprese che la vecchia sciagurata si era impiccata, e questo fu l'ultimo evento di quel genere nella via Minnesänger.

Le Acque della Morte

Le calde acque minerali di Spinbronn, situate nell'Hundsrück, a diverse leghe da Pirmesens, godevano un tempo di una magnifica reputazione. Tutti coloro che erano afflitti da gotta o calcoli in Germania vi si recavano; l'aspetto selvaggio del paese non li dissuadeva. Alloggiavano in graziosi cottage in cima al defilato; si bagnavano nella cascata, che cadeva in grandi veli di schiuma dalla cima delle rocce; bevevano uno o due decanter di acqua minerale al giorno, e il medico del luogo, Daniel Hâselnoss, che distribuiva le sue prescrizioni vestito con una grande parrucca e una giubba color castagna, aveva un'eccellente pratica.

Oggi le acque di Spinbronn non figurano più nel «Codice»; in questo povero villaggio non si vede più nessuno se non pochi miserabili taglialegna, e, triste a dirsi, il Dottor Hâselnoss se n'è andato!

Tutto questo derivò da una serie di catastrofi assai strane di cui l'avvocato Brêmer di Pirmesens mi parlò l'altro giorno.

Dovete sapere, Mastro Frantz (disse), che la sorgente di Spinbronn sgorga da una sorta di caverna, alta circa cinque piedi e larga dodici o quindici; l'acqua ha una temperatura di sessantasette gradi centigradi; è salata. Quanto alla caverna, interamente ricoperta all'esterno da muschio, edera e sterpaglia, la sua profondità è sconosciuta perché le esalazioni calde impediscono ogni accesso.

Tuttavia, stranamente, fu notato all'inizio del secolo scorso che gli uccelli del vicinato — tordi, colombe, falchi — venivano inghiottiti in essa in pieno volo, e non si seppe mai a quale misteriosa influenza attribuire questo particolare.

Nel 1801, al culmine della stagione, a causa di una circostanza ancora inspiegata, la sorgente divenne più abbondante, e i bagnanti, che passeggiavano sotto sul prato, videro uno scheletro umano bianco come la neve cadere dalla cascata.

Potete giudicare, Mastro Frantz, dello spavento generale; si pensò naturalmente che fosse stato commesso un omicidio a Spinbronn in un anno recente, e che il corpo della vittima fosse stato gettato nella sorgente. Ma lo scheletro pesava non più di una dozzina di franchi, e Hâselnoss concluse che doveva aver soggiornato più di tre secoli nella sabbia per essere ridotto in tale stato di essiccazione.

Questo ragionamento molto plausibile non impedì a una folla di avventori, furiosi all'idea di aver bevuto l'acqua salina, di partire prima della fine della giornata; quelli più afflitti da gotta e calcoli si consolarono. Ma continuando lo straripamento, tutti i detriti, il fango e i residui che la caverna conteneva furono rigettati nei giorni seguenti; un vero cimitero di ossa scese dalla montagna: scheletri di animali di ogni tipo — quadrupedi, uccelli e rettili — insomma, tutto ciò che si poteva concepire come più orribile.

Hâselnoss pubblicò un opuscolo dimostrando che tutte queste ossa derivavano da un mondo antidiluviano: che erano ossa fossili, accumulate lì in una sorta di imbuto durante il diluvio universale — vale a dire, quattromila anni prima di Cristo, e che, di conseguenza, si potevano considerare come nient'altro che pietre, e che era inutile disgustarsene. Ma il suo lavoro aveva a malapena rassicurato i gottosi quando, una bella mattina, il cadavere di una volpe, poi quello di un falco con tutte le sue piume, caddero dalla cascata.

Era impossibile stabilire che questi resti precedessero il Diluvio. Ad ogni modo, il disgusto fu così grande che ognuno fece il suo fagotto e andò a curarsi altrove.

«Che infamia!» gridavano le belle signore, «che orrore! Quindi è da questo che veniva la virtù di queste acque minerali! Oh, sarebbe meglio morire di calcoli che continuare un tale rimedio!»

Alla fine di una settimana rimasero a Spinbronn solo un grande inglese che aveva la gotta alle mani così come ai piedi, che si faceva chiamare Sir Thomas Hawerburch, Commodoro; e portava con sé un numeroso seguito, secondo l'uso di un suddito britannico in terra straniera.

Questo personaggio, grande e grasso, con una carnagione florida, ma con le mani semplicemente annodate dalla gotta, avrebbe bevuto zuppa di scheletri se lo avesse guarito dalla sua infermità. Rideva di cuore della diserzione degli altri sofferenti e si installò nel più grazioso chalet a metà prezzo, annunciando il suo proposito di passare l'inverno a Spinbronn.

* * * * *

(Qui l'avvocato Brêmer assorbì lentamente un'ampia presa di tabacco come per ravvivare i suoi ricordi; si scosse il merletto con la punta delle dita e continuò:)

* * * * *

Cinque o sei anni prima della Rivoluzione del 1789, un giovane medico di Pirmesens, chiamato Christian Weber, era partito per Santo Domingo nella speranza di fare fortuna. Aveva accumulato circa centomila franchi nell'esercizio della sua professione quando scoppiò la rivolta dei negri.

Non ho bisogno di ricordarvi il trattamento barbaro a cui furono sottoposti i nostri sfortunati compatrioti ad Haiti. Il Dottor Weber ebbe la fortuna di scampare al massacro e di salvare parte della sua fortuna. Poi viaggiò in Sud America, e specialmente nella Guyana francese. Nel 1801 tornò a Pirmesens e si stabilì a Spinbronn, dove il Dottor Hâselnoss gli cedette la casa e la defunta clientela.

Christian Weber portò con sé una vecchia negra chiamata Agatha: una creatura spaventosa, con un naso schiacciato e labbra grandi come il vostro pugno, e la testa avvolta in tre bandane dai colori taglienti come un rasoio. Questa povera vecchia adorava il rosso; aveva orecchini che le arrivavano fino alle spalle, e i montanari dell'Hundsrück venivano da sei leghe di distanza per fissarla.

Quanto al Dottor Weber, era un uomo alto, magro, vestito invariabilmente con una giubba azzurro cielo con code di merluzzo e calzoni di pelle di cervo. Portava un cappello di paglia flessibile e stivali con risvolti giallo brillante, sulla cui parte anteriore pendevano due nappe d'argento. Parlava poco; la sua risata era come un attacco nervoso, e i suoi occhi grigi, solitamente calmi e meditativi, brillavano di una singolarità brillantezza al minimo segno di contraddizione. Ogni mattina faceva un giro attorno alla montagna, lasciando che il suo cavallo vagasse all'avventura, fischiettando sempre la stessa melodia, qualche melodia negra o altro. Infine, questo tipo strano aveva portato da Haiti un sacco di cappelliere piene di insetti curiosi — alcuni neri e bruno-rossastri, grandi come uova; altri piccoli e luccicanti come scintille. Sembrava dar loro più valore che ai suoi pazienti, e, di tanto in tanto, tornando dalle sue cavalcate, portava una quantità di farfalle appuntate sulla tesa del cappello.

Appena si fu stabilito nella vasta casa di Hâselnoss, popolò il cortile posteriore con uccelli esotici — oche di Barberia con guance scarlatte, faraone, e un pavone bianco, che si appollaiava abitualmente sul muro del giardino, e che divideva con la negra l'ammirazione dei montanari.

Se entro in questi dettagli, Mastro Frantz, è perché richiamano la mia prima giovinezza; il Dottor Christian si ritrovò ad essere allo stesso tempo mio cugino e il mio tutore, e fin dal suo ritorno in Germania era venuto a prendermi per installarmi nella sua casa a Spinbronn. La negra Agatha a prima vista mi ispirò un certo spavento, e mi abituai a quel volto fantastico solo con considerevole difficoltà; ma era una donna così buona — sapeva così bene fare pasticci speziati, canticchiava canzoni così strane con una voce gutturale, schioccando le dita e tenendo il tempo con un passo pesante, che finii per stringere con lei una profonda amicizia.

Il Dottor Weber era naturalmente intimo con Sir Thomas Hawerburch, rappresentando l'unico della sua clientela allora in evidenza, e non tardai a percepire che questi due eccentrici tenevano lunghe congiure insieme. Conversavano su questioni misteriose, sulla trasmissione dei fluidi, e si dedicavano a certi strani segni che l'uno o l'altro aveva raccolto nei suoi viaggi — Sir Thomas in Oriente, e il mio tutore in America. Questo mi intrigava molto. Come fanno i bambini, ero sempre in agguato per ciò che sembravano volermi nascondere; ma disperando alla fine di scoprire qualcosa, presi la decisione di interrogare Agatha, e la povera vecchia, dopo avermi fatto promettere di non dire nulla, ammise che il mio tutore era uno stregone.

Per il resto, il Dottor Weber esercitava una singolare influenza sulla mente di questa negra, e questa donna, abitualmente così allegra e sempre pronta a divertirsi per nulla, tremava come una foglia quando gli occhi grigi del suo padrone capitavano su di lei.

Tutto questo, Mastro Frantz, sembra non avere alcun legame con le sorgenti di Spinbronn. Ma aspettate, aspettate — vedrete con quale singolare concorso di circostanze la mia storia vi si collega.

Vi ho detto che gli uccelli si lanciavano nella caverna, e persino altre creature più grandi. Dopo la partenza finale degli avventori, alcuni dei vecchi abitanti del villaggio ricordarono che una giovane ragazza di nome Louise Müller, che viveva con la sua vecchia nonna inferma in un cottage sul pendio del declivio, era improvvisamente scomparsa cinquant'anni prima. Era uscita a cercare erbe nella foresta, e non si era più saputo nulla di lei, eccetto che, tre o quattro giorni dopo, alcuni taglialegna che stavano scendendo dalla montagna avevano trovato il suo falcetto e il suo grembiule a pochi passi dalla caverna.

Da quel momento fu evidente a tutti che lo scheletro caduto dalla cascata, sul quale Hâselnoss aveva fatto frasi così belle, non era altro che quello di Louise Müller. La povera ragazza era stata senza dubbio trascinata nel golfo dall'influenza misteriosa che quasi ogni giorno sopraffaceva gli esseri più deboli!

Cosa poteva essere questa influenza? Nessuno lo sapeva. Ma gli abitanti di Spinbronn, superstiziosi come tutti i montanari, sostenevano che il diavolo vivesse nella caverna, e il terrore si diffuse in tutta la regione.

* * * * *

Ora, un pomeriggio a metà del mese di luglio del 1802, mio cugino intraprese una nuova classificazione degli insetti nelle sue cappelliere. Ne aveva assicurati diversi piuttosto curiosi il pomeriggio precedente. Ero con lui, reggendo la candela accesa con una mano e con l'altra un ago che scaldavo al rosso.

Sir Thomas, seduto, la sedia inclinata contro il davanzale di una finestra, i piedi su uno sgabello, ci guardava lavorare e fumava il suo sigaro con aria sognante.

Ero in confidenza con Sir Thomas Hawerburch, e lo accompagno ogni giorno nei boschi nella sua carrozza. Gli piaceva sentirmi chiacchierare in inglese, e desiderava fare di me, come diceva, un perfetto gentiluomo.

Etichettate le farfalle, il Dottor Weber aprì finalmente la scatola degli insetti più grandi e disse:

«Ieri ho assicurato uno splendido cervo volante, il grande *Lucanus cervus* delle querce dell'Hartz. Ha questa particolarità: la chela destra si divide in cinque rami. È un esemplare raro.»

Allo stesso tempo gli offrii l'ago, e mentre trafiggeva l'insetto prima di fissarlo sul sughero, Sir Thomas, fino ad allora impassibile, si alzò e, avvicinandosi a una cappelliera, iniziò a esaminare il ragno granchio della Guyana con un sentimento di orrore che era colpentemente dipinto sul suo viso grasso e vermiglio.

«Quello è certamente,» gridò, «l'opera più spaventosa della creazione. Solo a vederlo... mi fa venire i brividi!»

In verità, un pallore improvviso si sparse sul suo viso.

«Bah!» disse il mio tutore, «tutto ciò è solo un pregiudizio dell'infanzia; si sente la propria balia gridare, si ha paura, e l'impressione resta. Ma se doveste considerare il ragno con un forte microscopio, rimarreste stupiti dalla finitura delle sue membra, dalla loro ammirevole disposizione, e persino dalla loro eleganza.»

«Mi disgusta,» interruppe il commodoro bruscamente. «Pouah!»

Si era rivoltato tra le sue dita.

«Oh! non so perché,» dichiarò, «i ragni mi hanno sempre gelato il sangue!»

Il Dottor Weber iniziò a ridere, e io, che condividevo i sentimenti di Sir Thomas, esclamai:

«Sì, cugino, dovresti togliere questa bestia malvagia dalla scatola; è disgustosa, rovina tutte le altre.»

«Piccolo sciocco,» disse, gli occhi che brillavano, «cosa ti fa guardarla? Se non ti piace, vattene da qualche parte.»

Evidentemente si era offeso; e Sir Thomas, che era allora davanti alla finestra a contemplare la montagna, si voltò all'improvviso, mi prese per mano e mi disse in modo pieno di benevolenza:

«Il tuo tutore, Frantz, tiene molto al suo ragno; noi preferiamo gli alberi, la verzura. Vieni, andiamo a fare una passeggiata.»

«Sì, andate,» gridò il dottore, «e tornate per cena alle sei.»

Poi alzando la voce:

«Senza rancore, Sir Hawerburch.»

Il commodoro rispose ridendo, e salimmo nella carrozza, che aspettava sempre davanti alla porta di casa.

Sir Thomas voleva guidare da solo e congedò il suo servitore. Mi fece sedere accanto a lui sullo stesso sedile e partimmo per Rothalps.

Mentre la carrozza stava lentamente risalendo il sentiero sabbioso, un'invincibile tristezza si impossessò del mio spirito. Sir Thomas, da parte sua, era grave. Notò la mia tristezza e disse:

«Non ti piacciono i ragni, Frantz, e nemmeno a me. Ma grazie al Cielo, in questo paese non ce ne sono di pericolosi. Il granchio ragno che il tuo precettore tiene nella sua scatola proviene dalla Guyana francese. Abita le grandi foreste paludose piene di vapori tiepidi, di esalazioni brucianti; questa temperatura è necessaria alla sua vita. La sua tela, o meglio la sua vasta trappola, avvolge un intero boschetto. In essa cattura uccelli come i nostri ragni catturano le mosche. Ma scaccia queste immagini disgustose dalla tua mente e bevi un sorso del mio vecchio Borgogna.»

Poi, voltandosi, sollevò la copertura del sedile posteriore e trasse dalla paglia una sorta di zucca dalla quale mi versò un bicchiere colmo in una coppa di cuoio.

Quando ebbi bevuto, tutto il mio buonumore ritornò e cominciai a ridere del mio spavento.

La carrozza era trainata da un piccolo cavallo delle Ardenne, magro e nervoso come una capra, che si inerpicava su per il sentiero quasi perpendicolare. Migliaia di insetti ronzavano tra i cespugli. Alla nostra destra, a cento passi o più, si estendevano sotto di noi i cupi confini delle foreste di Rothalp, le cui ombre profonde, soffocate da rovi e sterpaglie, mostravano qua e là un’apertura colma di luce. Alla nostra sinistra precipitava il ruscello di Spinbronn, e più salivamo, più le sue distese argentee, fluttuanti nell'abisso, si tingevano d'azzurro e raddoppiavano il loro suono di cimbali.

Ero affascinato da questo spettacolo. Sir Thomas, appoggiato allo schienale con le ginocchia alte quanto il mento, si abbandonava alle sue abituali fantasticherie, mentre il cavallo, lavorando con le zampe e tenendo la testa china sul petto come contrappeso alla carrozza, si reggeva come se fosse sospeso sul fianco della roccia. Presto, tuttavia, raggiungemmo un tratto meno ripido: il covo del capriolo, circondato da ombre tremule. Perdevo sempre la testa, e anche gli occhi, in una prospettiva immensa. All'apparizione delle ombre voltai il capo e vidi la caverna di Spinbronn a portata di mano. Le nebbie circostanti erano di un verde magnifico e il ruscello che, prima di cadere, si estende su un letto di sabbia nera e ciottoli, era così limpido che lo si sarebbe creduto gelato se vapori pallidi non avessero seguito la sua superficie.

Il cavallo si era appena fermato di sua spontanea volontà per riprendere fiato; Sir Thomas, alzandosi, gettò lo sguardo sulla campagna.

«Com'è calmo tutto quanto!» disse.

Poi, dopo un istante di silenzio:

«Se non fossi qui, Frantz, farei certamente il bagno nel bacino.»

«Ma, Commodoro,» dissi io, «perché non fare il bagno? Farei bene a passeggiare nei dintorni. Sulla collina successiva c'è una grande radura piena di fragoline di bosco. Andrò a raccoglierne un po'. Sarò di ritorno tra un'ora.»

«Ah! Mi piacerebbe, Frantz; è una buona idea. Il dottor Weber sostiene che bevo troppo Borgogna. È necessario compensare il vino con acqua minerale. Questo piccolo letto di sabbia mi aggrada.»

Poi, avendo messo entrambi i piedi a terra, legò il cavallo al tronco di una piccola betulla e fece un gesto con la mano come per dire:

«Puoi andare.»

Lo vidi sedersi sul muschio e togliersi gli stivali. Mentre mi allontanavo, si voltò e gridò:

«Tra un'ora, Frantz.»

Furono le sue ultime parole.

Un'ora dopo tornai alla sorgente. Solo il cavallo, la carrozza e gli abiti di Sir Thomas si presentarono ai miei occhi. Il sole stava tramontando. Le ombre si allungavano. Non un canto d'uccello sotto il fogliame, non il ronzio di un insetto nell'erba alta. Un silenzio simile alla morte sovrastava questa solitudine! Il silenzio mi spaventava. Mi arrampicai sulla roccia che sovrasta la caverna; guardai a destra e a sinistra. Nessuno! Chiamai. Nessuna risposta! Il suono della mia voce, ripetuto dagli echi, mi riempì di paura. La notte scese lentamente. Un vago senso di orrore mi opprimeva. Improvvisamente mi tornò in mente la storia della ragazza scomparsa; e cominciai a scendere di corsa; ma, arrivato davanti alla caverna, mi fermai, colto da un terrore inspiegabile: gettando uno sguardo nelle ombre profonde della sorgente avevo scorto due punti rossi immobili. Poi vidi lunghe linee ondeggiare in modo strano nel mezzo dell'oscurità, e ciò a una profondità dove nessun occhio umano aveva mai penetrato. La paura prestò alla mia vista, e a tutti i miei sensi, un'inaudita sottigliezza di percezione. Per diversi secondi udii molto distintamente il lamento serale di un grillo ai margini del bosco, il latrato di un cane lontano, molto lontano nella valle. Poi il mio cuore, compresso per un istante dall'emozione, cominciò a battere furiosamente e non udii più nulla!

Quindi, emettendo un grido orribile, fuggii, abbandonando il cavallo e la carrozza. In meno di venti minuti, balzando oltre le rocce e le sterpaglie, raggiunsi la soglia della nostra casa e gridai con voce soffocata:

«Correte! Correte! Sir Hawerburch è morto! Sir Hawerburch è nella caverna--!»

Dopo queste parole, pronunciate in presenza del mio precettore, della vecchia Agatha e di due o tre persone invitate quella sera dal dottore, svenni. Ho saputo in seguito che per un'ora intera ho delirato.

L'intero villaggio era andato in cerca del commodoro. Christian Weber li aveva fatti affrettare. Alle dieci di sera tutta la folla tornò, portando la carrozza, e nella carrozza gli abiti di Sir Hawerburch. Non avevano scoperto nulla. Era impossibile fare dieci passi nella caverna senza soffocare.

Durante la loro assenza, Agatha ed io attendemmo, seduti nell'angolo del camino. Io, urlando parole incoerenti di terrore; lei, con le mani incrociate sulle ginocchia, gli occhi sbarrati, andando di tanto in tanto alla finestra per vedere cosa stesse accadendo, poiché dal piede della montagna si potevano vedere torce brillare nei boschi. Si potevano udire voci rauche, in lontananza, chiamarsi nella notte.

All'avvicinarsi del suo padrone, Agatha cominciò a tremare. Il dottore entrò bruscamente, pallido, le labbra serrate, la disperazione scritta sul volto. Una ventina di taglialegna lo seguivano tumultuosamente, con grandi cappelli di feltro a tesa larga — dal volto scuro — scuotendo la cenere dalle loro torce. Appena fu nell'atrio, gli occhi luccicanti del mio precettore sembrarono cercare qualcosa. Scorse la negra e, senza che una parola fosse passata tra loro, la povera donna cominciò a piangere:

«No! no! Non voglio!»

«E io lo voglio,» rispose il dottore con tono duro.

Si sarebbe detto che la negra fosse stata colta da un potere invincibile. Tremò dalla testa ai piedi e, indicandole Christian Weber una panca, lei si sedette con una rigidità cadaverica.

Tutti gli astanti, testimoni di questo spettacolo scioccante, brava gente dai modi primitivi e rozzi, ma piena di sentimenti pii, si fecero il segno della croce, e io, che non conoscevo allora, nemmeno per nome, il terribile potere magnetico della volontà, cominciai a tremare, credendo che Agatha fosse morta.

Christian Weber si avvicinò alla negra e, facendo un rapido passaggio sulla sua fronte:

«Sei lì?» disse.

«Sì, padrone.»

«Sir Thomas Hawerburch?»

A queste parole lei sussultò di nuovo.

«Lo vedi?»

«Sì--sì,» ansimò con voce strozzata, «lo vedo.»

«Dov'è?»

«Lassù--in fondo alla caverna--morto!»

«Morto!» disse il dottore, «come?»

«Il ragno--Oh! il granchio ragno--Oh!--»

«Controlla la tua agitazione,» disse il dottore, che era assai pallido, «dicci chiaramente--»

«Il granchio ragno lo tiene per la gola--è lì--in fondo--sotto la roccia--avvolto dalle tele--Ah!»

Christian Weber gettò uno sguardo freddo verso i suoi assistenti che, accalcandosi, con gli occhi fuori dalle orbite, ascoltavano intensamente, e lo sentii mormorare:

«È orribile! orribile!»

Poi riprese:

«Lo vedi?»

«Lo vedo--»

«E il ragno--è grande?»

«Oh, padrone, mai--mai ne ho visto uno così grande--nemmeno sulle rive del Mocaris--né nelle pianure del Konanama. È grande quanto la mia testa--!»

Ci fu un lungo silenzio. Tutti gli assistenti si guardarono, le facce livide, i capelli ritti. Solo Christian Weber sembrava calmo; avendo passato più volte la mano sulla fronte della negra, continuò:

«Agatha, dicci come la morte colse Sir Hawerburch.»

«Faceva il bagno nel bacino della sorgente--il ragno lo vide da dietro, con la schiena nuda. Era affamato, aveva digiunato a lungo; lo vide con le braccia sull'acqua. Improvvisamente uscì come un lampo e piazzò le sue zanne intorno al collo del commodoro, ed egli gridò: 'Oh! oh! mio Dio!' Punto e fuggì. Sir Hawerburch sprofondò nell'acqua e morì. Poi il ragno tornò e lo circondò con la sua tela, ed egli fluttuò dolcemente, dolcemente, fino al fondo della caverna. Tirò la tela. Ora è tutto nero.»

Il dottore, voltandosi verso di me, che non sentivo più lo shock, chiese:

«È vero, Frantz, che il commodoro andò a fare il bagno?»

«Sì, cugino Christian.»

«A che ora?»

«Alle quattro.»

«Alle quattro--faceva molto caldo, non è vero?»

«Oh, sì!»

«È certamente così,» disse, colpendosi la fronte. «Il mostro poteva uscire senza timore--»

Pronunciò alcune parole inintelligibili e poi, guardando verso i montanari:

«Amici miei,» gridò, «è da lì che proveniva questa massa di detriti--di scheletri--che spargeva il terrore tra i bagnanti. È ciò che vi ha rovinati tutti--è il granchio ragno! È lì--nascosto nella sua tela--in attesa della sua preda in fondo alla caverna! Chi può dire il numero delle sue vittime?»

E pieno di furia, prese l'iniziativa, gridando:

«Fascine! Fascine!»

I taglialegna lo seguirono, vociferando.

Dieci minuti dopo due grandi carri carichi di fascine risalivano lentamente il pendio. Una lunga fila di taglialegna, le schiene curve, seguiva, avvolta nella notte cupa. Il mio precettore ed io camminavamo davanti, conducendo i cavalli per le briglie, e la luna malinconica illuminava vagamente questa marcia funebre. Di tanto in tanto le ruote stridevano. Poi i carri, sollevati dalle irregolarità della strada rocciosa, ricadevano nel solco con un pesante sussulto.

Mentre ci avvicinavamo alla caverna, sul terreno di gioco dei caprioli, il nostro corteggio si fermò. Le torce furono accese e la folla avanzò verso l'abisso. L'acqua limpida, correndo sulla sabbia, rifletteva la fiamma bluastra delle torce resinose, i cui raggi rivelavano le cime degli abeti neri protesi sulla roccia.

«Questo è il posto per scaricare,» disse allora il dottore. «È necessario ostruire l'apertura della caverna.»

E non fu senza un sentimento di terrore che ognuno si assunse il compito di eseguire i suoi ordini. Le fascine cadevano dalla cima dei carichi. Alcuni pali piantati davanti all'apertura della sorgente impedivano all'acqua di portarle via.

Verso mezzanotte l'apertura della caverna era completamente chiusa. L'acqua, scorrendo, si spandeva da entrambe le parti sul muschio. Le fascine in cima erano perfettamente asciutte; allora il dottor Weber, munendosi di una torcia, accese egli stesso il fuoco. Le fiamme correvano di ramoscello in ramoscello con uno scoppiettio rabbioso e presto balzavano verso il cielo, inseguendo nubi di fumo davanti a sé.

Era uno spettacolo strano e selvaggio, il grande rogo con ombre tremolanti illuminato in questo modo.

Questa caverna riversava fumo nero, incessantemente rinnovato ed esalato. Tutto intorno stavano i taglialegna, cupi, immobili, in attesa, gli occhi fissi sull'apertura; e io, sebbene tremante dalla testa ai piedi per la paura, non riuscivo a distogliere lo sguardo.

Fu un buon quarto d'ora che aspettammo, e il dottor Weber cominciava a spazientirsi, quando un oggetto nero, con lunghe chele uncinate, apparve improvvisamente nell'ombra e si precipitò verso l'apertura.

Un grido risuonò attorno al rogo.

Il ragno, ricacciato indietro dalle braci vive, rientrò nella sua tana. Poi, soffocato senza dubbio dal fumo, tornò all'attacco e balzò fuori nel mezzo delle fiamme. Le sue lunghe zampe si arricciarono. Era grande quanto la mia testa e di un rosso violaceo.

Uno dei taglialegna, temendo che balzasse fuori dal fuoco, gli lanciò la sua accetta, e con tale precisione che all'istante il fuoco attorno ad esso fu coperto di sangue. Ma presto le fiamme divamparono più vigorosamente sopra di esso e consumarono l'orribile distruttore.

* * * * *

Tale, Maestro Frantz, fu lo strano evento che distrusse la bella reputazione di cui le acque di Spinbronn godevano un tempo. Posso certificare la scrupolosa precisione del mio resoconto. Ma quanto a fornirvene una spiegazione, mi sarebbe impossibile farlo. Allo stesso tempo, permettetemi di dirvi che non mi sembra assurdo ammettere che un ragno, sotto l'influenza di una temperatura elevata da acque termali, che offre le stesse condizioni di vita e sviluppo dei climi cocenti dell'Africa e del Sud America, possa raggiungere una dimensione favolosa. Fu questo stesso calore estremo a spiegare la prodigiosa esuberanza della creazione antidiluviana!

Comunque sia, il mio precettore, giudicando che sarebbe stato impossibile dopo questo evento ristabilire le acque di Spinbronn, rivendette la casa ad Hâselnoss, per ritornare in America con la sua negra e le sue collezioni. Fui mandato a studiare a Strasburgo, dove rimasi fino al 1809.

I grandi eventi politici dell'epoca che assorbivano allora l'attenzione di Germania e Francia spiegano perché la vicenda che vi ho appena raccontato sia passata completamente inosservata.

Verso le cinque, in un uggioso pomeriggio d'autunno, il cassiere di una delle più grandi banche di Parigi era ancora alla sua scrivania, intento a lavorare al lume di una lampada che ardeva ormai da un pezzo. Secondo l'uso e la consuetudine del commercio, l'ufficio contabile si trovava nell'angolo più oscuro del mezzanino, un ambiente dal soffitto basso e tutt'altro che spazioso, proprio in fondo a un corridoio illuminato solo da luci di rimando. Le porte degli uffici lungo questo corridoio, ciascuna con la sua etichetta, davano al luogo l'aspetto di uno stabilimento balneare. Alle quattro, lo stolido portiere aveva proclamato, secondo i suoi ordini: "La banca è chiusa". E a quell'ora i reparti erano deserti, le lettere spedite, gli impiegati se n'erano andati. Le mogli dei soci della ditta aspettavano i loro amanti; i due banchieri cenavano con le loro amanti. Tutto era in ordine.

Il luogo in cui le casseforti erano state murate in fogli di ferro si trovava proprio dietro il piccolo santuario dove il cassiere era occupato. Senza dubbio stava chiudendo i suoi conti. Il fronte aperto lasciava intravedere una cassaforte di ferro battuto, così enormemente pesante (grazie alla scienza dell'inventore moderno) che i ladri non avrebbero potuto portarla via. La porta si apriva solo al piacere di coloro che ne conoscevano la parola d'ordine. La serratura a combinazione era un custode che custodiva il proprio segreto e non poteva essere corrotto; la parola misteriosa era un'ingegnosa realizzazione dell'"Apriti sesamo!" nelle Mille e una notte. Ma anche questo non era nulla. Un uomo poteva scoprire la parola d'ordine; ma a meno che non conoscesse il segreto finale della serratura, l'ultima ratio di questo drago di scienza meccanica a guardia dell'oro, essa avrebbe scaricato una schioppettata in testa all'intruso.

La porta della stanza, le pareti della stanza, le persiane delle finestre nella stanza, l'intero luogo, infatti, era rivestito di fogli di ferro dello spessore di un terzo di pollice, nascosti dietro sottili pannelli di legno. Le persiane erano state chiuse, la porta era stata serrata. Se mai un uomo poté sentirsi sicuro di essere assolutamente solo, e che non vi fosse alcuna remota possibilità di essere osservato da occhi indiscreti, quell'uomo era il cassiere della casa Nucingen e Compagni in Rue Saint-Lazare.

Di conseguenza, il silenzio più profondo regnava in quella caverna di ferro. Il fuoco si era spento nella stufa, ma la stanza era piena di quel tepore tiepido che produce l'ottusità pesante e il nausea nauseante del mattino dopo un'orgia. La stufa è un mesmerista che gioca un ruolo non da poco nel ridurre impiegati di banca e portieri a uno stato di idiozia.

Una stanza con una stufa al suo interno è una storta in cui il potere degli uomini forti viene fatto evaporare, dove la loro vitalità si esaurisce e le loro volontà s'indeboliscono. Gli uffici governativi fanno parte di un grande schema per la produzione della mediocrità necessaria al mantenimento di un sistema feudale su base pecuniaria – e il denaro è il fondamento del Contratto Sociale. (Vedi Les Employés). I vapori mefitici nell'atmosfera di una stanza affollata contribuiscono non poco a determinare un graduale deterioramento delle intelligenze; il cervello che emette la maggiore quantità di azoto, alla lunga, asfissia gli altri.

Il cassiere era un uomo di quarantacinque anni o giù di lì. Mentre sedeva al tavolo, la luce di una lampada a moderatore risplendeva in pieno sulla sua testa calva e sulla frangia luccicante di capelli grigio ferro che la circondava; questa calvizie e i contorni rotondi del viso facevano sembrare la sua testa molto simile a una palla. La sua carnagione era color rosso mattone, qualche ruga si era raccolta attorno agli occhi, ma aveva le mani lisce e paffute di un uomo robusto. Il suo cappotto di panno blu, un po' logoro e consumato, e le pieghe e la lucentezza dei suoi pantaloni, tracce di duro uso che la spazzola per abiti non riesce a rimuovere, avrebbero impresso in un osservatore superficiale l'idea di trovarsi di fronte a un essere umano frugale e retto, abbastanza filosofo o aristocratico da indossare abiti logori. Ma, sfortunatamente, è facile trovare persone parsimoniose che si dimostreranno deboli, sprecone o incompetenti nelle questioni capitali della vita.

Il cassiere portava il nastro della Legion d'Onore all'occhiello, poiché era stato capitano dei dragoni ai tempi dell'Imperatore. M. de Nucingen, che era stato un appaltatore prima di diventare banchiere, aveva avuto motivo in quei giorni di conoscere l'onorevole disposizione del suo cassiere, che allora occupava una posizione elevata. Rovesci di fortuna erano toccati al maggiore, e il banchiere, per riguardo verso di lui, gli pagava cinquecento franchi al mese. Il soldato era diventato cassiere nell'anno 1813, dopo la guarigione da una ferita ricevuta a Studzianka durante la ritirata da Mosca, seguita da sei mesi di forzata inattività a Strasburgo, dove diversi ufficiali erano stati trasportati per ordine dell'Imperatore, affinché potessero ricevere cure esperte. Questo particolare ufficiale, di nome Castanier, si era ritirato con il grado onorario di colonnello e una pensione di duemilaquattrocento franchi.

In dieci anni il cassiere aveva completamente cancellato il soldato, e Castanier ispirava al banchiere tale fiducia che era associato alle transazioni che avvenivano nell'ufficio privato dietro il suo piccolo ufficio contabile. Il barone stesso vi aveva accesso tramite una scala segreta. Lì, le questioni d'affari venivano decise. Era la stanza di smistamento dove le proposte venivano vagliate; la camera del consiglio privato dove i rapporti sul mercato monetario venivano analizzati; da lì venivano emesse note circolari; e infine, il libro mastro privato e il giornale che riassumeva il lavoro di tutti i reparti vi erano conservati.

Castanier era andato lui stesso a chiudere la porta che dava su una scala che conduceva al salotto occupato dai due banchieri al primo piano del loro albergo. Fatto ciò, si era seduto di nuovo alla scrivania e per un momento aveva fissato una piccola collezione di lettere di credito tratte sulla ditta Watschildine di Londra. Poi aveva preso la penna e imitato la firma del banchiere su ciascuna. Nucingen, scrisse, e osservò le firme falsificate con occhio critico per vedere quale sembrasse la copia più perfetta.

Improvvisamente alzò lo sguardo come se un ago lo avesse punto. "Non sei solo!" sembrava gridare una voce presaga nel suo cuore; e in effetti il falsario vide un uomo in piedi alla piccola finestrella grigliata dell'ufficio contabile, un uomo il cui respiro era così silenzioso che non sembrava respirare affatto. Castanier guardò e vide che la porta in fondo al corridoio era spalancata; lo sconosciuto doveva essere entrato da quella parte.

Per la prima volta in vita sua il vecchio soldato provò una sensazione di terrore che lo fece fissare a bocca aperta e con gli occhi sbarrati l'uomo che aveva davanti; e del resto, l'aspetto dell'apparizione era sufficientemente allarmante anche se non accompagnato dalle circostanze misteriose di un ingresso così improvviso. La fronte arrotondata, il colorito aspro del lungo viso ovale, indicavano chiaramente, quanto il taglio dei suoi abiti, che l'uomo era un inglese, che puzzava delle sue isole natie. Bastava guardare il colletto del suo soprabito, la voluminosa cravatta che soffocava le increspature schiacciate di un davanti di camicia così bianco da far risaltare l'immutabile tonalità plumbea di un volto impassibile, e la sottile linea rossa delle labbra che sembravano fatte per succhiare il sangue dei cadaveri; e si potevano indovinare subito le ghette nere abbottonate fino al ginocchio e il costume semi-puritano di un ricco inglese vestito per un'escursione a piedi. L'intollerabile luccichio degli occhi dello sconosciuto produceva un'impressione vivida e spiacevole, che era solo approfondita dai contorni rigidi dei suoi lineamenti. La creatura secca ed emaciata sembrava portare dentro di sé qualche pensiero roditore che lo consumava e non poteva essere placato.

Doveva aver digerito il cibo così rapidamente da poter mangiare continuamente senza portare alcuna traccia di colore sul viso o sui tratti. Una botte di Tokay vin de succession non avrebbe causato alcun tentennamento in quello sguardo penetrante che leggeva i pensieri più intimi degli uomini, né avrebbe spodestato la spietata facoltà di ragionamento che sembrava sempre andare al fondo delle cose. C'era qualcosa della maestà feroce e tranquilla di una tigre in lui.

"Sono venuto a incassare questa cambiale, signore", disse. Castanier sentì le note della sua voce vibrare attraverso ogni nervo con un violento shock simile a quello dato da una scarica di elettricità.

"La cassaforte è chiusa", disse Castanier.

"È aperta", disse l'inglese, guardandosi intorno nell'ufficio contabile. "Domani è domenica, e non posso aspettare. L'importo è di cinquecentomila franchi. Avete il denaro lì, e io devo averlo."

"Ma come è entrato, signore?"

L'inglese sorrise. Quel sorriso spaventò Castanier. Nessuna parola avrebbe potuto rispondere in modo più completo né più perentorio di quel ricciolo sprezzante e imperiale delle labbra dello sconosciuto. Castanier si voltò, prese cinquanta pacchetti, ciascuno contenente diecimila franchi in banconote, e li tese allo sconosciuto, ricevendo in cambio una cambiale accettata dal Barone de Nucingen. Una sorta di tremito convulsivo lo attraversò quando vide un bagliore rosso negli occhi dello sconosciuto quando si posarono sulla firma falsificata nella lettera di credito.

"Manca... manca la sua firma..." balbettò Castanier, restituendo la cambiale.

"Mi dia la penna", rispose l'inglese.

Castanier gli porse la penna con la quale aveva appena commesso il falso. Lo sconosciuto scrisse John Melmoth, poi restituì il foglietto di carta e la penna al cassiere. Castanier guardò la grafia, notando che pendeva da destra a sinistra alla maniera orientale, e Melmoth scomparve così silenziosamente che quando Castanier rialzò lo sguardo un'esclamazione gli sfuggì, in parte perché l'uomo non era più lì, in parte perché provò una strana sensazione dolorosa, come quella che la nostra immaginazione potrebbe scambiare per un effetto del veleno.

La penna che Melmoth aveva maneggiato gli inviò lo stesso calore nauseabondo che un emetico produce. Ma sembrava impossibile a Castanier che l'inglese avesse indovinato il suo crimine. Attribuì i suoi malesseri interiori alle palpitazioni cardiache che, secondo le idee ricevute, erano sicure di seguire subito dopo un tale "colpo" come quello che lo sconosciuto gli aveva dato.

"Al diavolo; sono molto stupido. La Provvidenza veglia su di me; perché se quel bruto fosse tornato a vedere i miei signori domani, la mia frittata sarebbe stata fatta!" disse Castanier, e bruciò i falliti tentativi di falsificazione nella stufa.

Mise la cambiale che intendeva portare con sé in una busta, e prese cinquecentomila franchi in banconote francesi e inglesi dalla cassaforte, che chiuse a chiave. Poi mise tutto in ordine, accese una candela, spense la lampada, prese il cappello e l'ombrello, e uscì pacatamente, come al solito, per lasciare una delle due chiavi della stanza blindata a Madame de Nucingen, in assenza del marito, il barone.

"Lei è fortunato, M. Castanier", disse la moglie del banchiere mentre entrava nella sua stanza; "abbiamo vacanza lunedì; può andare in campagna, o a Soizy."

"Madame, vorrebbe essere così gentile da dire a suo marito che la cambiale su Watschildine, che era in ritardo, è appena stata presentata? I cinquecentomila franchi sono stati pagati; quindi non tornerò fino a mezzogiorno di martedì."

"Arrivederci, monsieur; spero che si divertirà."

"Altrettanto a lei, madame", rispose il vecchio dragone mentre usciva. Lanciò un'occhiata, mentre parlava, a un giovane ben noto nell'alta società di quel tempo, un M. de Rastignac, che era considerato l'amante di Madame de Nucingen.

"Madame", osservò quest'ultimo, "il vecchio mi sembra intenzionato a giocarvi un brutto tiro."

"Via! impossibile; è troppo stupido."

"Piquoizeau", disse il cassiere, entrando nella stanza del portiere, "cosa ti ha spinto a lasciar salire qualcuno dopo le quattro?"

"Sto fumando la pipa qui sulla soglia fin dalle quattro", disse l'uomo, "e nessuno è entrato in banca. Nessuno è uscito, tranne i signori..."

"Sei proprio sicuro?"

"Sì, parola mia e d'onore. Aspetti, però, alle quattro è venuto l'amico di M. Werbrust, un giovane dei signori du Tillet & Co., in Rue Joubert."

"Va bene", disse Castanier, e si affrettò ad andare via.

La sensazione di calore nauseante che aveva provato quando aveva ripreso la penna ritornò con maggiore intensità. "Mille diavoli!" pensò, mentre si faceva strada lungo il Boulevard de Gand, "non ho preso le giuste precauzioni? Vediamo! Due giorni interi, domenica e lunedì, poi un giorno di incertezza prima che inizino a cercarmi; in tutto, tre giorni e quattro notti di tregua. Ho un paio di passaporti e due diversi travestimenti; non è abbastanza per depistare il più astuto detective? Martedì mattina preleverò un milione di franchi a Londra prima che il minimo sospetto sia sorto. I miei debiti li lascio dietro di me a beneficio dei miei creditori, che metteranno una 'P' sulle cambiali, e vivrò comodamente in Italia per il resto dei miei giorni come il Conte Ferraro. Ero solo con lui quando morì, pover'uomo, nella palude di Zembin, e scivolerò nella sua pelle... Mille diavoli! la donna che deve seguirmi potrebbe dare loro un indizio! Pensare che un vecchio combattente come me sia abbastanza infatuato da legarmi alla coda di una sottana!... Perché portarla? Devo lasciarla indietro. Sì, potrei decidermi; ma – conosco me stesso – sarei abbastanza stupido da tornare indietro per lei. Eppure, nessuno conosce Aquilina. Devo portarla o lasciarla?"

"Non la porterai!" gridò una voce che riempì Castanier di un terrore nauseante. Si voltò bruscamente e vide l'inglese.

"Il diavolo ci mette lo zampino!" gridò il cassiere ad alta voce.

Melmoth aveva superato la sua vittima a quel punto; e se il primo impulso di Castanier era stato quello di litigare con un uomo che leggeva i suoi pensieri, era così lacerato da sentimenti opposti che il risultato immediato fu una paralisi temporanea. Quando riprese a camminare, cadde ancora una volta in quella febbre di irresolutezza che assale coloro che sono così trascinati dalla passione da essere pronti a commettere un crimine, ma non hanno abbastanza forza di carattere da tenerlo per sé senza soffrire terribilmente nel processo. Così, sebbene Castanier avesse deciso di raccogliere i frutti di un crimine che era già per metà eseguito, esitava a portare a termine i suoi progetti. Per lui, come per molti uomini di carattere misto in cui debolezza e forza sono ugualmente mescolate, la minima considerazione determina se continueranno a condurre vite irreprensibili o diventeranno attivamente criminali. Nelle vaste masse di uomini arruolati negli eserciti di Napoleone c'erano molti che, come Castanier, possedevano il coraggio puramente fisico richiesto sul campo di battaglia, ma mancavano del coraggio morale che rende un uomo grande nel crimine quanto avrebbe potuto esserlo nella virtù.

La lettera di credito era redatta in termini tali che immediatamente al suo arrivo avrebbe potuto prelevare venticinquemila sterline dalla ditta Watschildine, i corrispondenti londinesi della casa Nucingen. La casa di Londra era già stata informata della tratta che stava per essere fatta su di loro; glielo aveva scritto lui stesso. Aveva incaricato un agente (scelto a caso) di prendergli il passaggio su una nave che doveva partire da Portsmouth con una ricca famiglia inglese a bordo, diretta in Italia, e il costo del passaggio era stato pagato a nome del Conte Ferraro. I minimi dettagli del piano erano stati pensati. Aveva organizzato le cose in modo da deviare la ricerca che sarebbe stata fatta per lui verso il Belgio e la Svizzera, mentre lui stesso era in mare sulla nave inglese. Poi, nel momento in cui Nucingen poteva lusingarsi di essere sulle tracce del suo ex cassiere, il suddetto cassiere, come Conte Ferraro, sperava di essere al sicuro a Napoli. Aveva deciso di sfigurare il suo volto per travestirsi più completamente, e per mezzo di un acido imitare le cicatrici del vaiolo. Eppure, nonostante tutte queste precauzioni, che sicuramente sembravano dovergli garantire la completa immunità, la sua coscienza lo tormentava; aveva paura. La vita uniforme e pacifica che aveva condotto per così tanto tempo aveva modificato la moralità dell'accampamento. La sua vita era ancora immacolata; non poteva macchiarla senza sofferenza. Così per l'ultima volta si abbandonò a tutte le influenze del sé migliore che resisteva strenuamente.

"Via!" disse alla fine, all'angolo del Boulevard e di Rue Montmartre, "prenderò una carrozza dopo lo spettacolo stasera e andrò a Versailles. Una diligenza sarà pronta per me presso il posto del mio vecchio quartiermastro. Terrebbe il mio segreto anche se una dozzina di uomini fossero pronti a sparargli. Le probabilità sono tutte a mio favore, per quanto vedo; quindi porterò con me la mia piccola Naqui, e andrò."

"Non andrai!" esclamò l'inglese, e gli strani toni della sua voce ricacciarono tutto il sangue del cassiere al cuore.

Melmoth salì su un tilbury che lo stava aspettando, e fu portato via così rapidamente che quando Castanier alzò lo sguardo vide il suo nemico a un centinaio di passi da lui, e prima ancora che gli passasse per la mente di tagliare la ritirata all'uomo, il tilbury era lontano lungo il Boulevard Montmartre.

"Beh, parola mia, c'è qualcosa di soprannaturale in tutto questo!" disse tra sé. "Se fossi così sciocco da credere in Dio, penserei che abbia messo San Michele sulle mie tracce. Supponiamo che il diavolo e la polizia mi lascino fare come mi pare, per acciuffarmi al momento giusto? Si è mai visto niente di simile! Ma ecco, questa è follia..."

Castanier percorse Rue du Faubourg-Montmartre, rallentando il passo mentre si avvicinava a Rue Richer. Lì, al secondo piano di un blocco di edifici che dava su alcuni giardini, viveva l'inconsapevole causa del crimine di Castanier – una giovane donna nota nel quartiere come Mme. de la Garde. Una storia concisa di certi eventi nella vita passata del cassiere deve essere data per spiegare questi fatti, e per dare una presentazione completa della crisi in cui cedette alla tentazione.

Mme. de la Garde diceva di essere piemontese. Nessuno, nemmeno Castanier, conosceva il suo vero nome. Era una di quelle giovani ragazze che sono spinte da una miseria terribile, dall'incapacità di guadagnarsi da vivere, o dalla paura di morire di fame, a ricorrere a un mestiere che la maggior parte di loro detesta, molte considerano con indifferenza, e poche seguono in obbedienza alle leggi della loro costituzione. Ma sull'orlo dell'abisso della prostituzione a Parigi, la giovane ragazza di sedici anni, bella e pura come la Madonna, aveva incontrato Castanier. Il vecchio dragone era troppo rozzo e semplice per farsi strada nella società, ed era stanco di vagare per il boulevard di notte e del tipo di conquiste fatte lì dall'oro. Da qualche tempo desiderava portare una certa regolarità in una vita irregolare. Era rimasto colpito dalla bellezza della povera bambina che era finita per caso tra le sue braccia, e la sua determinazione a salvarla dalla vita di strada era metà benevola, metà egoista, come alcuni dei pensieri dei migliori uomini tendono ad essere. Le condizioni sociali mescolano elementi di male con i suggerimenti della naturale bontà di cuore, e la mescolanza di motivi alla base delle intenzioni di un uomo dovrebbe essere giudicata con clemenza. Castanier aveva abbastanza intelligenza per essere molto astuto dove i suoi interessi erano in gioco. Così decise di essere un filantropo su entrambi i fronti, e all'inizio la fece sua amante.

"Ehi! Ehi!" si disse, col suo piglio da soldato, "sono un vecchio lupo, e una pecora non riuscirà a prendermi in giro. Castanier, vecchio mio, prima di mettere su casa, studia un po' il carattere della ragazza, e vedi se è un tipo costante."

Questa unione irregolare diede al piemontese uno status che più si avvicinava alla rispettabilità tra quelli che il mondo si rifiuta di riconoscere. Durante il primo anno lei prese il nome di battaglia di Aquilina, uno dei personaggi di Venice Preserved che le era capitato di leggere. Si illudeva di somigliare alla cortigiana per volto e aspetto generale, e per una certa precocità di cuore e di mente di cui era consapevole. Quando Castanier scoprì che la sua vita era regolata e virtuosa quanto più possibile per una fuorilegge sociale, manifestò il desiderio che vivessero come marito e moglie. Così lei prese il nome di Mme. de la Garde, al fine di avvicinarsi, quanto più gli usi parigini consentono, alle condizioni di un vero matrimonio. Di fatto, molte di queste sfortunate ragazze hanno un'idea fissa: essere considerate come rispettabili donne della borghesia, che conducono vite monotone di fedeltà ai mariti; donne che farebbero ottime madri, tenutarie di conti domestici e rammendatrici di biancheria di casa. Questo desiderio nasce da un sentimento così lodevole che la società dovrebbe tenerlo in considerazione. Ma la società, incorreggibile come sempre, persisterà certamente nel considerare la donna sposata come una corvetta debitamente autorizzata dalla sua bandiera e dai suoi documenti a seguire la propria rotta, mentre la donna che è moglie in tutto fuorché nel nome è un pirata e una fuorilegge per mancanza di un documento. Giunse un giorno in cui Mme. de la Garde avrebbe voluto firmarsi "Mme. Castanier". Il cassiere ne fu contrariato.

"Dunque non mi ami abbastanza da sposarmi?" disse lei.

Castanier non rispose; era assorto nei suoi pensieri. La povera ragazza si rassegnò al suo destino. L'ex dragone era disperato. Il cuore di Naqui si addolcì verso di lui alla vista del suo tormento; cercò di consolarlo, ma cosa poteva fare quando non sapeva cosa lo affliggesse? Quando Naqui si decise a conoscere il segreto, sebbene non gli avesse mai fatto una domanda, il cassiere confessò mestamente l'esistenza di una Mme. Castanier. Questa moglie legittima, mille volte maledetta, viveva in modo umile a Strasburgo grazie a una piccola proprietà; lui le scriveva due volte l'anno e custodiva il segreto della sua esistenza così bene che nessuno sospettava che fosse sposato. La ragione di questa reticenza? Se è familiare a molti militari che potrebbero trovarsi in una situazione simile, forse vale la pena raccontare la storia.

Il vostro vero soldato (se è lecito qui impiegare la parola che nell'esercito significa un uomo destinato a morire come capitano) è una sorta di servo, parte integrante del suo reggimento, una creatura essenzialmente semplice, e Castanier era segnato dalla natura come vittima delle astuzie delle madri con figlie grandi rimaste troppo a lungo sul groppone. Fu a Nancy, durante uno di quei brevi intervalli di riposo in cui gli eserciti imperiali non erano in servizio attivo all'estero, che Castanier ebbe la sfortuna di prestare attenzione a una giovane signora con la quale aveva ballato a un ridotto, il nome provinciale per gli intrattenimenti spesso offerti dai militari ai cittadini, o viceversa, nelle città di guarnigione. Un piano per adescare il galante capitano al matrimonio fu immediatamente messo in atto, uno di quei piani con cui le madri si assicurano complici in un cuore umano toccandone tutte le molle motrici, mentre trasformano tutti i loro amici in co-cospiratori. Come tutte le persone possedute da un'idea, queste signore tirano tutto al servizio del loro grande progetto, elaborando lentamente i loro lacci, proprio come il formicaleone scava il suo imbuto nella sabbia e resta in attesa sul fondo per la sua vittima. Supponiamo che nessuno finisca, dopo tutto, in quel labirinto accuratamente costruito? Supponiamo che il formicaleone muoia di fame e di sete nella sua fossa? Tali cose possono accadere, ma se una creatura sventata vi entra, non ne esce mai più. Tutti i fili che potevano essere tirati per indurre un'azione da parte del capitano furono messi alla prova; furono fatti appelli ai segreti motivi interessati che entrano sempre in gioco in tali casi; lavorarono sulle speranze di Castanier e sulle debolezze e la vanità della natura umana. Sfortunatamente, lui aveva lodato la figlia a sua madre quando l'aveva riaccompagnata dopo un valzer, seguì una chiacchierata, e poi un invito nel modo più naturale del mondo. Una volta introdotto in casa, il dragone fu abbagliato dall'ospitalità di una famiglia che sembrava nascondere la propria ricchezza reale dietro una parvenza di attenta economia. Fu abilmente adulato da ogni parte, e tutti esaltarono a suo beneficio i vari tesori lì esposti. Una cena a tempo debito, servita su argenteria prestata da uno zio, l'attenzione mostrata verso di lui dall'unica figlia della casa, i pettegolezzi della città, un benestante sottotenente che sembrava propenso a togliergli il terreno da sotto i piedi - tutti gli innumerevoli lacci, in breve, del formicaleone di provincia furono tesi per lui, e con tale efficacia che Castanier disse cinque anni dopo: "Ancora oggi non so come sia successo!"

Il dragone ricevette quindicimila franchi con la signora, la quale, dopo due anni di matrimonio, divenne la donna più brutta e di conseguenza la più irritabile della terra. Fortunatamente non ebbero figli. La carnagione chiara (mantenuta da un regime spartano), il colore fresco e brillante del suo volto, che parlava di un'affascinante modestia, si coprirono di macchie e brufoli; la sua figura, che era sembrata così dritta, si incurvò; l'angelo divenne una creatura sospettosa e bisbetica che mandava Castanier su tutte le furie. Poi la fortuna prese il volo. Alla fine il dragone, non riconoscendo più la donna che aveva sposato, la lasciò a vivere in una piccola proprietà a Strasburgo, fino al momento in cui fosse piaciuto a Dio portarla ad adornare il Paradiso. Era una di quelle donne virtuose che, per mancanza di altra occupazione, logorerebbero la vita di un angelo con le lamentele, che pregano finché (se le loro preghiere sono ascoltate in cielo) devono esaurire la pazienza dell'Onnipotente, e dicono tutto il male possibile dei loro mariti in mormorii simili a quelli delle colombe durante una partita a boston con i vicini. Quando Aquilina venne a conoscenza di tutti questi problemi, si legò ancora più affettuosamente a Castanier, e lo rese così felice, variando con l'ingegnosità femminile i piaceri di cui colmava la sua vita, che inconsapevolmente fu la causa della rovina del cassiere.

Come molte donne che sembrano per natura destinate a sondare tutte le profondità dell'amore, Mme. de la Garde era disinteressata. Non chiedeva né oro né gioielli, non pensava al futuro, viveva interamente per il presente e per i piaceri del presente. Accettava ornamenti e abiti costosi, la carrozza così avidamente desiderata dalle donne della sua classe, come un'armonia in più nel quadro della vita. Non c'era assolutamente alcuna vanità nel suo desiderio di non apparire in una luce migliore ma di sembrare più bella, e, inoltre, nessuna donna avrebbe potuto vivere senza lussi più allegramente. Quando un uomo di natura generosa (e i militari sono per lo più di questo stampo) incontra una donna simile, prova una sorta di esasperazione nel trovarsi suo debitore in generosità. Sente che potrebbe fermare una diligenza postale per ottenere denaro per lei se non ne avesse a sufficienza per i suoi capricci. Commetterebbe un crimine pur di essere grande e nobile agli occhi di qualche donna o del suo pubblico particolare; tale è la natura dell'uomo. Un tale amante è come un giocatore d'azzardo che sarebbe disonorato ai propri occhi se non rimborsasse la somma presa in prestito da un cameriere in una casa da gioco; ma non indietreggerà di fronte a nessun crimine, lascerà moglie e figli senza un soldo, e deruberà e ucciderà pur di presentarsi al tavolo da gioco con una borsa piena, e il suo onore rimarrà intatto tra i frequentatori di quella dimora fatale. Così fu per Castanier.

Aveva iniziato installando Aquilina in una modesta dimora al quarto piano, con mobili del tipo più semplice. Ma quando vide la bellezza e le grandi qualità della ragazza, quando ebbe conosciuto con lei una felicità indicibile e inaspettata, iniziò ad adorarla e desiderò adornare il suo idolo. Poi l'abbigliamento di Aquilina era così comicamente fuori posto nella sua povera dimora, che per il bene di entrambi era chiaramente necessario trasferirsi. Il cambiamento inghiottì quasi tutti i risparmi di Castanier, poiché arredò il suo paradiso domestico con tutta la prodigalità che viene profusa su un'amante mantenuta. Una bella donna deve avere tutto ciò che è bello intorno a sé; l'unità di fascino nella donna e nel suo ambiente la distingue tra le altre del suo sesso. Questo sentimento di omogeneità, infatti, sebbene sia sfuggito frequentemente all'attenzione degli osservatori, è istintivo nella natura umana; e lo stesso stimolo porta le zitelle anziane a circondarsi di tristi reliquie del passato. Ma la bella piemontese doveva avere le mode più nuove e recenti, e tutto ciò che c'era di più raffinato e grazioso in stoffe per tendaggi, in sete o gioielli, in porcellane fini e altri oggetti fragili e delicati. Non chiedeva nulla; ma quando veniva chiamata a fare una scelta, quando Castanier le chiedeva: "Quale preferisci?", lei rispondeva: "Beh, questo è il più bello!" L'amore non conta mai il costo, e Castanier prendeva quindi sempre il "più bello".

Una volta stabilito lo standard, non c'era altro da fare se non far sì che tutto nella casa fosse in conformità, dalla biancheria, le posate e il cristallo attraverso mille e una voci di spesa fino alle pentole e padelle in cucina. Castanier aveva inteso "fare le cose semplicemente", come si suol dire, ma gradualmente si ritrovò sempre più indebitato. Una spesa ne comportava un'altra. L'orologio richiedeva candelabri. Si dovevano accendere fuochi nei camini ornamentali, ma le tende e i tendaggi erano troppo freschi e delicati per essere sporcati dalla fuliggine, quindi dovevano essere sostituiti da caminetti brevettati ed elaborati, garantiti per non emettere fumo, invenzioni recenti delle persone abili nel redigere un prospetto. Poi ad Aquilina sembrava così bello correre a piedi nudi sul tappeto della sua stanza che Castanier dovette far stendere tappeti morbidi ovunque per il piacere di giocare con Naqui. Fu costruita anche una stanza da bagno per lei, tutto affinché lei potesse essere più comoda.

I negozianti, gli operai e i fabbricanti a Parigi hanno una misteriosa abilità nell'allargare un buco nella borsa di un uomo. Non sanno dare il prezzo di nulla su richiesta; e poiché il parossismo del desiderio non sopporta ritardi, gli ordini vengono dati alla debole luce di una stima approssimativa dei costi. Le stesse persone non inviano mai i conti immediatamente, ma inondano l'acquirente di mobili finché la sua testa non gira. Tutto è così grazioso, così affascinante; e tutti sono soddisfatti.

Alcuni mesi dopo gli accomodanti venditori di mobili sono metamorfosati, e riappaiono sotto forma di totali allarmanti su fatture che riempiono l'anima del loro orribile clamore; hanno un urgente bisogno di denaro; sono, per così dire, sull'orlo della bancarotta, le loro lacrime scorrono, è straziante sentirli! E poi... l'abisso si spalanca e vomita colonne serrate di cifre che marciano quattro a quattro; quando in realtà sarebbero dovute uscire innocentemente tre a tre.

Prima che Castanier avesse idea di quanto avesse speso, aveva fatto in modo che Aquilina avesse una carrozza da un noleggiatore quando usciva, invece di una vettura pubblica. Castanier era un buongustaio; ingaggiò un cuoco eccellente; e Aquilina, per compiacerlo, faceva lei stessa gli acquisti di frutta e verdura primaticce, prelibatezze rare e vini squisiti. Ma, poiché Aquilina non aveva nulla di suo, questi suoi doni, così preziosi per via del pensiero, del tatto e della graziosità che li ispiravano, non erano meno gravosi per la borsa di Castanier; non gli piaceva che la sua Naqui fosse senza denaro, e Naqui non riusciva a tenere il denaro in tasca. Quindi la tavola era una pesante voce di spesa per un uomo con il reddito di Castanier. L'ex dragone fu costretto a ricorrere a vari espedienti per ottenere denaro, poiché non riusciva a rinunciare a questa vita deliziosa. Amava troppo la donna per contrastare i capricci dell'amante. Era uno di quegli uomini che, per amor proprio o per debolezza di carattere, non possono rifiutare nulla a una donna; la falsa vergogna li sopraffà, e preferiscono affrontare la rovina piuttosto che fare ammissioni: "Non posso...", "I miei mezzi non me lo permettono...", "Non posso permettermelo...".

Quando, quindi, Castanier vide che se voleva emergere dall'abisso di debiti in cui si era tuffato, doveva separarsi da Aquilina e vivere di pane e acqua, era così incapace di fare a meno di lei o di cambiare le sue abitudini di vita, che quotidianamente rimandava i suoi piani di riforma al domani. I debiti premevano, e iniziò prendendo in prestito denaro. La sua posizione e il suo carattere precedente ispiravano fiducia, e di questo approfittò per ideare un sistema di prestito di denaro man mano che ne aveva bisogno. Poi, poiché l'importo totale del debito aumentava rapidamente, fece ricorso a quelle invenzioni commerciali note come *cambiali di comodo*. Questa forma di cambiale non rappresenta beni o altro valore ricevuto, e il primo giratario paga l'importo indicato per la persona compiacente che l'accetta. Questa specie di frode è tollerata perché è impossibile rilevarla, e, inoltre, è una frode immaginaria che diventa reale solo se il pagamento viene infine rifiutato.

Quando alla fine fu evidentemente impossibile prendere ancora in prestito, sia perché l'ammontare del debito era ormai così notevolmente aumentato, sia perché Castanier non era in grado di pagare l'ingente somma di interessi sulle suddette somme di denaro, il cassiere vide la bancarotta davanti a sé. Facendo questa scoperta, decise per una bancarotta fraudolenta piuttosto che per un fallimento ordinario, e preferì un crimine a un misfatto. Decise, alla maniera del celebre cassiere del Tesoro Reale, di abusare della fiducia meritatamente guadagnata, e di aumentare il numero dei suoi creditori effettuando un ultimo prestito della somma sufficiente a mantenerlo comodamente in un paese straniero per il resto dei suoi giorni. Tutto questo, come si è visto, aveva preparato di fare.

Aquilina non sapeva nulla delle gravose cure di questa vita; si godeva la sua esistenza, come fa ogni donna, senza chiedere da dove venisse il denaro, proprio come altri mangiano i loro panini imburrati senza essere turbati da alcuno spirito inquieto di curiosità circa la coltivazione e la crescita del grano; ma come il lavoro e i calcoli errati dell'agricoltura giacciono dall'altra parte del forno del fornaio, così, sotto il lusso non apprezzato di molte famiglie parigine, giacciono ansie intollerabili e fatiche esorbitanti.

Mentre Castanier stava sopportando la tortura dello sforzo, e i suoi pensieri erano pieni dell'atto che avrebbe cambiato tutta la sua vita, Aquilina era sdraiata lussuosamente su una grande poltrona accanto al caminetto, ingannando il tempo chiacchierando con la sua cameriera. Come accade frequentemente in questi casi, la cameriera era diventata la confidente della padrona, dopo che Jenny si era assicurata che il predominio della sua padrona su Castanier fosse completo.

"Cosa dobbiamo fare stasera? Léon sembra determinato a venire", diceva Mme. de la Garde, mentre leggeva una lettera appassionata scritta su una carta da lettere grigio tenue.

"Ecco il padrone!" disse Jenny.

Castanier entrò. Aquilina, per nulla turbata, stropicciò la lettera, la prese con le molle e la tenne tra le fiamme.

"Quindi è questo che fai con le tue lettere d'amore, eh?" chiese Castanier.

"Oh, cielo, sì", disse Aquilina; "non è il modo migliore per tenerle al sicuro? Inoltre, il fuoco dovrebbe andare al fuoco, come l'acqua scorre verso il fiume."

"Parli come se fosse una vera lettera d'amore, Naqui..."

"Bene, non sono abbastanza bella per riceverne?" disse, offrendo la fronte per un bacio. C'era una noncuranza nel suo modo di fare che avrebbe rivelato a qualsiasi uomo meno cieco di Castanier che era solo una sorta di dovere coniugale offrire questa gioia al cassiere; ma l'uso e l'abitudine avevano portato Castanier al punto in cui la chiaroveggenza non è più possibile per l'amore.

"Ho preso un palco al Gymnase per stasera", disse; "ceniamo presto, così non dovremo cenare di fretta."

"Vai e porta Jenny. Sono stanca degli spettacoli. Non so cosa mi prenda stasera; preferirei restare qui accanto al fuoco."

"Vieni, lo stesso, Naqui; non sarò qui a annoiarti ancora per molto. Sì, Quiqui, ho intenzione di partire stanotte, e passerà un po' di tempo prima che torni di nuovo. Lascio tutto sotto la tua custodia. Custodirai anche il tuo cuore per me?"

"Né il mio cuore né nient'altro", disse lei; "ma quando tornerai, Naqui sarà ancora Naqui per te."

"Beh, questa è franchezza. Quindi non mi seguiresti?"

"No."

"Perché no?"

"Eh! Perché, come posso lasciare l'amante che mi scrive dei bigliettini così dolci?" chiese, indicando il pezzetto di carta annerito con un sorriso beffardo.

"C'è del vero?" chiese Castanier. "Hai davvero un amante?"

"Davvero!" gridò Aquilina; "e non ci hai mai pensato seriamente, caro? Per cominciare, hai cinquant'anni. Poi hai proprio la faccia da mettere su un banco di frutta; se la donna provasse a venderti come una zucca, nessuno la contraddirebbe. Sbuffi e soffii come una foca quando sali le scale; la tua pancia si alza e si abbassa come il diamante sulla fronte di una donna! È abbastanza chiaro che hai servito nei dragoni; sei un vecchio dall'aspetto molto brutto. Sciocchezze. Se hai intenzione di mantenere il mio rispetto, ti consiglio di non aggiungere l'imbecillità a queste qualità immaginando che una ragazza come me si accontenti del tuo amore asmatico, e non cerchi giovinezza, bell'aspetto e piacere come varietà..."

"Aquilina! Stai ridendo, ovviamente?"

"Oh, molto bene; e non stai ridendo anche tu? Mi prendi per una sciocca, a dirmi che te ne vai? 'Ho intenzione di partire stanotte!'" disse, imitando il suo tono. "Robaccia! Parleresti così se te ne andassi davvero dalla tua Naqui? Piangeresti, come lo sciocco che sei!"

"Dopo tutto, se parto, mi seguirai?" chiese.

"Dimmi prima se questo tuo viaggio è uno scherzo di cattivo gusto o no."

"Sì, seriamente, me ne vado."

"Bene, allora, seriamente, io resto. Buon viaggio, ragazzo mio! Aspetterò che tu torni. Preferirei congedarmi dalla vita piuttosto che congedarmi dalla mia cara, accogliente Parigi..."

"Non verrai in Italia, a Napoli, e condurrai una vita piacevole lì, una vita deliziosa e lussuosa, con questo vecchio grassone che sbuffa e soffia come una foca?"

"No."

"Ragazza ingrata!"

"Ingrata?" gridò, alzandosi in piedi. "Potrei lasciare questa casa in questo momento e non portar via nulla se non me stessa. Ti avrò dato tutti i tesori che una ragazza giovane può dare, e qualcosa che non ogni goccia nelle tue vene e nelle mie potrà mai ridarmi. Se, in qualche modo, vendendo le mie speranze di eternità, per esempio, potessi recuperare il mio passato, corpo e anima (perché ho, forse, riscattato la mia anima), e tornare pura come un giglio per il mio amante, non esiterei un momento! Che tipo di devozione ha ricompensato la mia? Mi hai ospitato e nutrito, proprio come si dà a un cane cibo e una cuccia perché è una protezione per la casa, e può prendere calci quando siamo di malumore, e leccare le nostre mani non appena ci fa piacere chiamarlo. E chi di noi due sarà stato il più generoso?"

«Oh! cara bambina, non vedi che sto scherzando?» replicò Castanier. «Devo fare un breve viaggio; non starò via molto a lungo. Ma vieni con me al Gymnase; partirò appena prima di mezzanotte, dopo aver avuto il tempo di salutarti.»

«Povero tesoro! dunque parti davvero, eh?» disse lei. Gli circondò il collo con le braccia e gli fece abbassare la testa contro il proprio corsetto.

«Mi soffochi!» gridò Castanier, con la faccia sepolta nel seno di Aquilina. La damigella si voltò per dire all'orecchio di Jenny: «Vai da Léon e digli di non venire prima dell'una. Se non lo trovi, e venisse qui durante il congedo, tienilo nella tua stanza. Beh,» continuò, liberando Castanier e dandogli un buffetto sulla punta del naso, «non importa, il più bel sigillo che ci sia. Verrai al teatro con me stasera. Ma ogni cosa a suo tempo; ceniamo! C'è una cenetta deliziosa per te, proprio come piace a te.»

«È molto duro separarsi da una donna come te!» esclamò Castanier.

«E allora, perché te ne vai?» chiese lei.

«Ah! perché? perché? Se dovessi iniziare a spiegare i motivi, dovrei dirti cose che ti proverebbero che ti amo quasi fino alla follia. Ah! se tu hai sacrificato il tuo onore per me, io ho venduto il mio per te; siamo pari. È questo l'amore?»

«Che significa tutto questo?» disse lei. «Andiamo, promettimi che se avessi un amante continueresti ad amarmi come un padre; quello sarebbe amore! Andiamo, promettilo subito e dammi la tua mano su questo.»

«Ti ucciderei,» e Castanier sorrise mentre parlava.

Si sedettero a tavola e da lì andarono al Gymnase. Quando la prima parte dello spettacolo fu finita, venne in mente a Castanier di farsi vedere da alcuni suoi conoscenti in sala, così da allontanare ogni sospetto sulla sua partenza. Lasciò Mme. de la Garde nel palchetto d'angolo dove era seduta, secondo la sua modesta abitudine, e andò a passeggiare su e giù per l'atrio. Non aveva fatto molti passi che vide l'inglese e, con un improvviso ritorno di quella sensazione di calore nauseante che una volta prima aveva vibrato attraverso di lui, e del terrore che aveva già provato, si trovò faccia a faccia con Melmoth.

«Falsario!»

A quella parola, Castanier si guardò intorno verso le persone che si muovevano attorno a loro. Gli parve di scorgere stupore e curiosità nei loro occhi e, desiderando liberarsi subito di quell'inglese, alzò la mano per colpirlo, ma sentì il braccio paralizzato da una forza invisibile che gli sottraeva la forza e lo inchiodava sul posto. Permise allo straniero di prenderlo per il braccio e camminarono insieme verso il ridotto come due amici.

«Chi è abbastanza forte da resistermi?» disse l'inglese rivolgendosi a lui. «Non sai che tutto qui sulla terra deve obbedirmi, che è in mio potere fare ogni cosa? Leggo i pensieri degli uomini, vedo il futuro e conosco il passato. Sono qui e posso essere anche altrove. Il tempo, lo spazio e la distanza non sono nulla per me. Il mondo intero è al mio comando. Ho il potere del godimento continuo e di dare gioia. Posso vedere attraverso i muri, scoprire tesori nascosti e riempirmene le mani. I palazzi sorgono al mio cenno e il mio architetto non commette errori. Posso far sbocciare tutte le terre, accumulare il loro oro e le pietre preziose, e circondarmi di belle donne e volti sempre nuovi; tutto è ceduto al mio volere. Potrei giocare in Borsa e le mie speculazioni sarebbero infallibili; ma un uomo che può trovare i tesori che gli avari hanno nascosto nella terra non ha bisogno di preoccuparsi delle azioni. Senti la forza della mano che ti afferra; povero sciagurato, condannato alla vergogna! Prova a piegare il braccio di ferro! Prova ad ammorbidire il cuore di diamante! Fuggi da me se osi! Udiresti la mia voce nelle profondità delle caverne che giacciono sotto la Senna; potresti nasconderti nelle Catacombe, ma non mi vedresti lì? La mia voce si potrebbe udire attraverso il suono del tuono, i miei occhi brillano luminosi come il sole, perché sono pari a Lucifero!»

Castanier udì le parole terribili e non sentì alcuna protesta né contraddizione dentro di sé. Camminava fianco a fianco con l'inglese e non aveva il potere di lasciarlo.

«Tu sei mio; hai appena commesso un crimine. Ho finalmente trovato il compagno che cercavo. Hai voglia di conoscere il tuo destino? Aha! sei venuto qui per vedere uno spettacolo, e vedrai uno spettacolo... anzi, due. Vieni. Presentami a Mme. de la Garde come uno dei tuoi migliori amici. Non sono forse la tua ultima speranza di salvezza?»

Castanier, seguito dallo straniero, tornò al suo palchetto; e in accordo con l'ordine che aveva appena ricevuto, si affrettò a presentare Melmoth a Mme. de la Garde. Aquilina non sembrò affatto sorpresa. L'inglese rifiutò di sedersi davanti e Castanier fu di nuovo accanto alla sua amante; al minimo desiderio dell'uomo si doveva obbedire. L'ultimo pezzo stava per iniziare, perché, a quel tempo, i piccoli teatri davano solo tre pezzi. Uno degli attori aveva reso il Gymnase di moda, e quella sera Perlet (l'attore in questione) doveva recitare in un vaudeville chiamato Le Comédien d'Étampes, in cui interpretava quattro parti diverse.

Quando il sipario si alzò, lo straniero tese la mano sopra la folla in sala. Il grido di terrore di Castanier morì, perché le pareti della sua gola sembrarono incollarsi mentre Melmoth indicava il palcoscenico, e il cassiere seppe che lo spettacolo era stato cambiato per desiderio dell'inglese.

Vide la camera blindata della banca; vide il Barone de Nucingen in conferenza con un ufficiale di polizia della prefettura, che lo stava informando della condotta di Castanier, spiegando che il cassiere era scappato con denaro preso dalla cassaforte, raccontando la storia della firma falsificata. L'informazione fu messa per iscritto; il documento firmato e debitamente spedito al pubblico ministero.

«Siamo in tempo, pensi?» chiese Nucingen.

«Sì,» disse l'agente di polizia; «è al Gymnase e non ha alcun sospetto di nulla.»

Castanier si agitò sulla sedia e fece come per lasciare il teatro, ma la mano di Melmoth posava sulla sua spalla e fu costretto a sedersi e guardare; il potere orrendo dell'uomo produceva un effetto simile a quello di un incubo e non riusciva a muovere un arto. Anzi, l'uomo stesso era l'incubo; la sua presenza pesava sulla sua vittima come un'atmosfera avvelenata. Quando lo sciagurato cassiere si voltò per implorare la pietà dell'inglese, incontrò quegli occhi fiammeggianti che scaricavano correnti elettriche, che lo trapassavano e lo fissavano come dardi d'acciaio.

«Cosa ti ho fatto?» disse, nella sua prostrazione impotente, e respirava affannosamente come un cervo in riva all'acqua. «Cosa vuoi da me?»

«Guarda!» gridò Melmoth.

Castanier guardò il palco. La scena era cambiata. Lo spettacolo sembrava finito e Castanier vide se stesso scendere dalla carrozza con Aquilina; ma mentre entrava nel cortile della casa in Rue Richer, la scena cambiò di nuovo improvvisamente e vide la propria casa. Jenny stava chiacchierando davanti al fuoco nella stanza della sua padrona con un sottufficiale di un reggimento di linea allora di stanza a Parigi.

«Se ne va, vero?» disse il sergente, che sembrava appartenere a una famiglia benestante; «Posso essere felice in tutta tranquillità! Amo Aquilina troppo per permetterle di appartenere a quel vecchio rospo! Io stesso sposerò Mme. de la Garde!» gridò il sergente.

«Vecchio rospo!» mormorò pietosamente Castanier.

«Arrivano il padrone e la padrona; nasconditi! Sta', entra qui, Monsieur Léon,» disse Jenny. «Il padrone non rimarrà qui molto a lungo.»

Castanier guardò il sergente nascondersi tra gli abiti di Aquilina nel suo spogliatoio. Quasi immediatamente lui stesso apparve sulla scena e prese congedo dalla sua amante, che si prendeva gioco di lui in "a parte" rivolti a Jenny, mentre gli sussurrava le parole più dolci e tenere. Piangeva con una parte del viso e rideva con l'altra. Il pubblico chiese il bis.

«Creatura maledetta!» gridò Castanier dal suo palchetto.

Aquilina rideva fino alle lacrime.

«Dio mio!» gridò, «com'è divertente Perlet nei panni dell'inglese!... Perché non ridi? Tutti gli altri in sala ridono. Ridi, caro!» disse a Castanier.

Melmoth scoppiò a ridere e l'infelice cassiere rabbrividì. La risata dell'inglese gli straziava il cuore e gli torturava il cervello; era come se un chirurgo gli avesse trapanato il cranio con un ferro rovente.

«Ridono? ridono?» balbettò Castanier.

Non vedeva la composta signora inglese che Perlet interpretava con un effetto così ridicolo, né sentiva l'inglese-francese che aveva riempito la sala di boati di risate; invece di tutto ciò, vedeva se stesso correre via da Rue Richer, chiamare una carrozza sul Boulevard, contrattare con l'uomo per farsi portare a Versailles. Poi, ancora una volta, la scena cambiò. Riconobbe la squallida locanda all'angolo di Rue de l'Orangerie e Rue des Récollets, che era gestita dal suo vecchio quartiermastro. Erano le due del mattino, regnava la quiete più perfetta, nessuno era lì a osservare i suoi movimenti. I cavalli da posta furono attaccati alla carrozza (proveniva da una casa in Avenue de Paris in cui viveva un inglese, ed era stata ordinata a nome dello straniero per evitare di destare sospetti). Castanier vide che aveva le sue cambiali e i suoi passaporti, salì in carrozza e partì. Ma alla barriera vide due gendarmi in attesa della carrozza. Un grido di orrore gli sfuggì, ma Melmoth gli lanciò un'occhiata e di nuovo il suono morì nella sua gola.

«Tieni gli occhi sul palco e stai zitto!» disse l'inglese.

In un altro momento Castanier si vide gettato in prigione alla Conciergerie; e nel quinto atto del dramma, intitolato *Il Cassiere*, si vide, tre mesi dopo, condannato a vent'anni di lavori forzati. Ancora un grido gli sfuggì. Fu esposto sulla Place du Palais-de-Justice e il carnefice lo marchiò con un ferro rovente. Poi venne l'ultima scena di tutte; tra una sessantina di condannati nel cortile della prigione di Bicêtre, attendeva il suo turno per farsi rivettare le catene agli arti.

«Dio mio! Non riesco più a ridere!...» disse Aquilina. «Sei molto solenne, caro ragazzo; cosa può essere successo? Il signore se n'è andato.»

«Una parola con te, Castanier,» disse Melmoth quando il pezzo fu terminato e l'inserviente stava allacciando il mantello di Mme. de la Garde.

Il corridoio era affollato e la fuga era impossibile.

«Va bene, di che si tratta?»

«Nessun potere umano può impedirti di portare Aquilina a casa e di andare subito dopo a Versailles, per farti arrestare.»

«Come mai?»

«Perché sei in una mano che non allenterà mai la sua presa,» replicò l'inglese.

Castanier desiderava il potere di pronunciare qualche parola che lo cancellasse tra gli uomini viventi e lo nascondesse nelle profondità più oscure dell'inferno.

«Supponiamo che il diavolo facesse un'offerta per la tua anima, non gliela daresti ora in cambio del potere di Dio? Una sola parola e quei cinquecentomila franchi tornerebbero nella cassaforte del Barone de Nucingen; allora potresti strappare la tua lettera di credito e tutte le tracce del tuo crimine sarebbero cancellate. Inoltre, avresti oro a fiumi. Non credi quasi in nulla, forse? Beh, se tutto ciò dovesse accadere, crederai almeno nel diavolo.»

«Se solo fosse possibile!» disse Castanier gioiosamente.

«L'uomo che può fare tutto ciò ti dà la sua parola che è possibile,» rispose l'inglese.

Melmoth, Castanier e Mme. de la Garde si trovavano sul Boulevard quando Melmoth alzò il braccio. Una pioggerellina stava cadendo, le strade erano fangose, l'aria era soffocante, c'era un buio fitto sopra le loro teste; ma in un attimo, mentre il braccio era teso, Parigi fu inondata di sole; era mezzogiorno di una luminosa giornata di luglio. Gli alberi erano coperti di foglie; un doppio flusso di gioiosi vacanzieri passeggiava sotto di loro. I venditori di acqua di liquirizia gridavano le loro bevande fresche. Carrozze splendide sfrecciavano lungo le strade. Un grido di terrore sfuggì al cassiere, e a quel grido la pioggia e l'oscurità si posarono ancora una volta sul Boulevard.

Mme. de la Garde era salita in carrozza. «Fai presto, caro!» gridò; «O entra o resta fuori. Davvero, sei scialbo come acqua di scolo stasera--»

«Cosa devo fare?» chiese Castanier a Melmoth.

«Ti piacerebbe prendere il mio posto?» indagò l'inglese.

«Sì.»

«Benissimo, allora; sarò a casa tua tra pochi istanti.»

«A proposito, Castanier, sei un po' fuori equilibrio,» osservò Aquilina. «C'è del guaio in vista; sei stato piuttosto malinconico e pensieroso per tutto lo spettacolo. Vuoi qualcosa che io possa darti, caro? Dimmelo.»

«Aspetto di essere a casa per sapere se mi ami.»

«Non c'è bisogno di aspettare fino ad allora,» disse, circondandogli il collo con le braccia. «Ecco!» disse, mentre lo abbracciava, appassionatamente in apparenza, e lo inondava delle carezze suadenti che fanno parte del lavoro di una vita come la sua, come l'azione scenica per un'attrice.

«Dov'è la musica?» chiese Castanier.

«Cos'altro? Pensare che tu senta della musica proprio ora!»

«Musica celestiale!» continuò. «I suoni sembrano venire dall'alto.»

«Cosa? Hai sempre rifiutato di darmi un palchetto agli Italiens perché non sopportavi la musica, e stai impazzendo per la musica proprio oggi? Pazzo, ecco cosa sei! La musica è dentro la tua stessa zucca, vecchio rimbambito!» continuò, mentre prendeva la sua testa tra le mani e la cullava avanti e indietro sulla sua spalla. «Dimmi ora, vecchio mio; non è lo scricchiolio delle ruote che canta nelle tue orecchie?»

«Ascolta, Naqui! Se gli angeli fanno musica per Dio Onnipotente, deve essere tale musica quella che sto bevendo da ogni poro, piuttosto che ascoltando. Non so come raccontartelo; è dolce come acqua e miele!»

«Beh, certo, hanno la musica in paradiso, perché gli angeli in tutti i quadri hanno arpe tra le mani. È pazzo, parola mia!» disse tra sé, mentre osservava l'atteggiamento di Castanier; sembrava un mangiatore di oppio in una trance beata.

Arrivarono a casa. Castanier, assorbito dal pensiero di tutto ciò che aveva appena udito e visto, non sapeva se crederci o no; era come un uomo ubriaco e assolutamente incapace di pensare in modo coerente. Tornò in sé nella stanza di Aquilina, dove era stato sostenuto dagli sforzi congiunti della sua amante, del portiere e di Jenny; poiché era svenuto mentre scendeva dalla carrozza.

«Sarà qui a momenti! Oh, amici miei, amici miei!» gridò, e si gettò disperatamente nel profondo di una poltrona accanto al fuoco.

Jenny udì il campanello mentre parlava e fece entrare l'inglese. Annunciò che «era arrivato un signore che aveva un appuntamento con il padrone», quando Melmoth apparve improvvisamente e seguì un profondo silenzio. Guardò il portiere – il portiere se ne andò; guardò Jenny – e Jenny se ne andò allo stesso modo.

«Madame,» disse Melmoth, voltandosi verso Aquilina, «con il vostro permesso, concluderemo un affare urgente.»

Prese la mano di Castanier, e Castanier si alzò, e i due uomini andarono in salotto. Non c'era luce nella stanza, ma gli occhi di Melmoth illuminavano l'oscurità più fitta. Lo sguardo di quegli occhi strani aveva lasciato Aquilina come incantata; era impotente, incapace di pensare al suo amante; inoltre, lo credeva al sicuro nella stanza di Jenny, mentre il loro ritorno anticipato aveva colto di sorpresa la cameriera, che aveva nascosto l'ufficiale nello spogliatoio. Era successo tutto esattamente come nel dramma che Melmoth aveva mostrato alla sua vittima. Poco dopo la porta di casa fu sbattuta violentemente e Castanier riapparve.

«Cosa ti succede?» gridò Aquilina inorridita.

C'era un cambiamento nell'aspetto del cassiere. Un pallore strano si diffuse sul suo volto, una volta rubicondo; indossava l'aspetto particolarmente sinistro e pietroso del misterioso visitatore. Il bagliore cupo dei suoi occhi era intollerabile, la luce feroce in essi sembrava bruciare. L'uomo che era sembrato così gioviale e di buon carattere era diventato improvvisamente tirannico e orgoglioso. La cortigiana pensò che Castanier fosse dimagrito; c'era una terribile maestà nella sua fronte; era come se un drago esalasse un'influenza maligna che pesava sugli altri come un'atmosfera chiusa e pesante. Per un momento Aquilina non seppe cosa fare.

«Cosa è successo tra te e quell'uomo dall'aspetto diabolico in quei pochi minuti?» chiese alla fine.

«Ho venduto la mia anima a lui. Lo sento; non sono più lo stesso. Ha preso il mio io e mi ha dato la sua anima in cambio.»

«Cosa?»

«Non lo capiresti affatto.... Ah! aveva ragione,» continuò Castanier, «il demone aveva ragione! Vedo tutto e conosco ogni cosa.—Mi hai tradito!»

Aquilina gelò per il terrore. Castanier accese una candela e andò nello spogliatoio. L'infelice ragazza lo seguì in uno sbalordimento stordito, e grande fu il suo stupore quando Castanier scostò gli abiti che vi erano appesi e rivelò il sergente.

«Esci, ragazzo mio,» disse il cassiere; e, prendendo Léon per un bottone del suo soprabito, trascinò l'ufficiale nella sua stanza.

Il piemontese, esausto e disperato, si era gettato nella sua poltrona. Castanier si sedette su un divano accanto al fuoco e lasciò l'amante di Aquilina in piedi.

«Sei stato nell'esercito,» disse Léon; «sono pronto a darti soddisfazione.»

«Sei uno sciocco,» disse Castanier seccamente. «Non ho bisogno di combattere. Potrei ucciderti con uno sguardo se avessi voglia di farlo. Ti dirò una cosa, giovanotto; perché dovrei ucciderti? Vedo una linea rossa intorno al tuo collo: la ghigliottina ti sta aspettando. Sì, finirai in Place de Grève. Sei proprietà del carnefice! non c'è scampo per te. Appartieni a una vendita dei Carbonari. Stai cospirando contro il Governo.»

«Non me lo avevi detto,» gridò il piemontese, voltandosi verso Léon.

«Quindi non sai che il Ministro ha deciso questa mattina di sopprimere la vostra Società?» continuò il cassiere. «Il Procureur-Général ha una lista dei vostri nomi. Siete stati traditi. Sono impegnati a redigere l'atto d'accusa in questo momento.»

«Allora sei stato tu a tradirlo?» gridò Aquilina, e con un suono rauco nella gola come il ringhio di una tigre si alzò in piedi; sembrava come se volesse fare a pezzi Castanier.

«Mi conosci troppo bene per crederlo,» ribatté Castanier. Aquilina fu intorpidita dalla sua freddezza.

«Allora come lo sapevi?» mormorò.

«Non lo sapevo finché non sono entrato in salotto; ora lo so: ora vedo e conosco ogni cosa, e posso fare ogni cosa.»

Il sergente era sopraffatto dallo stupore.

«Allora va bene, salvalo, salvalo, caro!» gridò la ragazza, gettandosi ai piedi di Castanier. «Se per te nulla è impossibile, salvalo! Ti amerò, ti adorerò, sarò la tua schiava e non la tua amante. Obbedirò ai tuoi capricci più sfrenati; potrai fare di me ciò che vorrai. Sì, sì, ti darò più dell'amore; avrai la devozione di una figlia oltre che... Rodolphe! perché non vuoi capire! Dopotutto, per quanto violente possano essere le mie passioni, sarò tua per sempre! Cosa dovrei dire per persuaderti? Inventerò piaceri... Io... Gran Dio! un momento! qualunque cosa mi chiederai - di gettarmi dalla finestra, per esempio - ti basterà dire una sola parola, "Léon!", e io mi tufferò nell'inferno. Sopporterei ogni tortura, ogni dolore del corpo o dell'anima, qualsiasi cosa tu possa infliggermi!»

Castanier la ascoltò con indifferenza. Come unica risposta, le indicò Léon con una risata diabolica.

«La ghigliottina lo attende,» ripeté.

«No, no, no! Non lascerà questa casa. Lo salverò!» gridò. «Sì; ucciderò chiunque gli metta le mani addosso! Perché non vuoi salvarlo?» urlò a squarciagola; i suoi occhi brillavano, i capelli erano sciolti. «Puoi salvarlo?»

«Posso fare tutto.»

«Perché non lo salvi?»

«Perché?» gridò Castanier, e la sua voce fece rimbombare il soffitto. «Eh! è la mia vendetta! Fare il male è il mio mestiere!»

«Morire?» disse Aquilina; «deve morire, il mio amante? È possibile?»

Scattò in piedi, afferrò uno stiletto da un cestino che stava sulla cassettiera e andò verso Castanier, il quale prese a ridere.

«Sai bene che l'acciaio non può più ferirmi...»

Il braccio di Aquilina ricadde improvvisamente come la corda spezzata di un'arpa.

«Fuori di qui, mio buon amico,» disse il cassiere, voltandosi verso il sergente, «e vada per le sue faccende.»

Gli tese la mano; l'altro avvertì il potere superiore di Castanier e non poté fare a meno di obbedire.

«Questa casa è mia; potrei far venire il commissario di polizia se volessi, e denunciarla come un uomo che si è nascosto nei miei locali, ma preferisco lasciarla andare; sono un demonio, non una spia.»

«Lo seguirò!» disse Aquilina.

«Allora seguilo,» ribatté Castanier. «Ehi, Jenny...»

Jenny apparve.

«Dì al portiere di chiamare una carrozza per loro. Tieni, Naqui,» disse Castanier, estraendo un mazzo di banconote dalla tasca; «non andartene come una pezzente da un uomo che ti ama ancora.»

Le tese trecentomila franchi. Aquilina prese le banconote, le gettò sul pavimento, vi sputò sopra e le calpestò in una frenesia di disperazione.

«Lasceremo questa casa a piedi,» gridò, «senza un centesimo del tuo denaro. Jenny, resta dove sei.»

«Buonasera!» rispose il cassiere, mentre raccoglieva di nuovo le banconote. «Sono tornato dal mio viaggio. Jenny,» aggiunse, guardando la cameriera sbalordita, «mi sembri una brava ragazza. Ora non hai più una padrona. Vieni qui. Stasera avrai un padrone.»

Aquilina, che non si sentiva al sicuro da nessuna parte, andò subito con il sergente a casa di una delle sue amiche. Ma tutti i movimenti di Léon erano sospettosamente sorvegliati dalla polizia, e dopo qualche tempo lui e tre dei suoi amici furono arrestati. L'intera storia si può trovare sui giornali di quei giorni.

* * * * *

Castanier sentì di aver subito una trasformazione sia mentale che fisica. Il Castanier di un tempo non esisteva più: il ragazzo, il giovane seduttore, il soldato che aveva dato prova del suo coraggio, che era stato ingannato in un matrimonio e disilluso, il cassiere, l'amante appassionato che aveva commesso un crimine per amore di Aquilina. La sua natura più profonda si era improvvisamente affermata. Il suo cervello si era espanso, i suoi sensi si erano sviluppati. I suoi pensieri abbracciavano il mondo intero; vedeva tutte le cose della terra come se fosse stato innalzato su un'alta vetta al di sopra del mondo.

Fino a quella sera a teatro, aveva amato Aquilina alla follia. Piuttosto che rinunciare a lei avrebbe chiuso gli occhi sulle sue infedeltà; e ora tutta quella passione cieca era svanita come una nuvola scompare alla luce del sole.

Jenny era entusiasta di succedere alla posizione e alla fortuna della sua padrona, e faceva la volontà del cassiere in ogni cosa; ma Castanier, che poteva leggere i pensieri più intimi dell'anima, scoprì il vero movente alla base di quella devozione puramente fisica. Si divertiva con lei, tuttavia, come un bambino dispettoso che succhia avidamente il succo della ciliegia e ne getta via il nocciolo. La mattina seguente, all'ora della colazione, quando lei era pienamente convinta di essere una signora e la padrona di casa, Castanier espresse uno a uno i pensieri che le riempivano la mente mentre sorseggiava il caffè.

«Sai cosa stai pensando, bambina?» disse, sorridendo. «Te lo dico io: "Così tutti quei bei mobili in palissandro che ho tanto desiderato, e i vestiti carini che provavo sempre, ora sono miei! Tutti a condizioni facili che madame ha rifiutato, non so perché. Parola mia! se potessi andare in giro in carrozza, avere gioielli e cose graziose, un palco a teatro, e mettere qualcosa da parte! con me farebbe una vita di piaceri da ucciderlo se non fosse forte come un turco! Non ho mai visto un uomo simile!" Non era proprio quello che stavi pensando?» continuò, e qualcosa nella sua voce fece impallidire Jenny. «Ebbene, sì, bambina; non potresti reggere, e ti mando via per il tuo bene; periresti nel tentativo. Su, separiamoci da buoni amici,» e la congedò freddamente con una somma di denaro molto esigua.

Il primo uso che Castanier si era ripromesso di fare del terribile potere acquistato al prezzo della sua felicità eterna, era la piena e completa indulgenza verso tutti i suoi gusti.

Per prima cosa mise in ordine i suoi affari, liquidò prontamente il suo conto con il signor de Nucingen, che trovò un degno tedesco per succedergli, e poi decise di fare una baldoria degna dei giorni più gloriosi dell'Impero Romano. Si tuffò nella dissipazione con la stessa imprudenza con cui Baldassarre, un tempo, si recò a quel banchetto finale a Babilonia. Come Baldassarre, vide chiaramente tra i suoi bagordi una mano scintillante che tracciava la sua condanna in lettere di fuoco, non sulle strette pareti della sala dei banchetti, ma sugli immensi spazi del cielo che l'arcobaleno abbraccia. Il suo banchetto non era, in verità, un'orgia confinata nei limiti di un ricevimento, poiché egli sperperò tutte le forze dell'anima e del corpo nell'esaurire tutti i piaceri della terra. La tavola era in un certo senso la terra stessa, la terra che tremava sotto i suoi piedi. Egli era l'ultimo festival dello scialacquatore sconsiderato che ha gettato ogni prudenza al vento. Il diavolo gli aveva dato la chiave del magazzino dei piaceri umani; egli aveva riempito e riempito di nuovo le mani, e stava raggiungendo rapidamente il fondo. In un istante aveva provato tutto ciò che quel potere enorme poteva realizzare; in un istante lo aveva esercitato, provato, se ne era stancato. Ciò che fino ad allora era stata la somma dei desideri umani era diventato nulla. Accade così spesso che con il possesso la vasta poesia del desiderio debba finire, e la cosa posseduta è raramente quella che avevamo sognato.

Sotto l'onnipotenza di Melmoth si celava questo tragico anticlimax di tante passioni, e ora l'inanità della natura umana si rivelava al suo successore, al quale il potere infinito portava in dote il Nulla.

Per comprendere chiaramente la strana posizione di Castanier, bisogna tenere a mente quanto improvvisamente fossero state operate queste rivoluzioni di pensiero e di sentimento; quanto rapidamente si fossero succedute; e di queste cose è difficile dare un'idea a coloro che non hanno mai infranto le catene della prigione del tempo, dello spazio e della distanza. Il suo rapporto con il mondo esterno era cambiato completamente con l'espansione delle sue facoltà.

Come lo stesso Melmoth, Castanier poteva viaggiare in pochi istanti sulle fertili pianure dell'India, poteva librarsi sulle ali dei demoni sopra le distese desertiche africane, o sfiorare la superficie dei mari. La stessa intuizione che poteva leggere i pensieri più intimi degli altri, poteva cogliere a colpo d'occhio la natura di qualsiasi oggetto materiale, proprio come coglieva, per così dire, tutti i sapori contemporaneamente sulla lingua. Prendeva il suo piacere come un despota; un colpo d'ascia abbatteva l'albero affinché potesse mangiarne i frutti. Le transizioni, le alternanze che misurano la gioia e il dolore, e diversificano la felicità umana, non esistevano più per lui. Aveva così completamente saziato i suoi appetiti che il piacere doveva superare i limiti del piacere per solleticare un palato assuefatto alla sazietà, e diventato improvvisamente schizzinoso oltre ogni misura, cosicché i piaceri ordinari divennero sgradevoli. Consapevole che a piacimento era il padrone di tutte le donne che poteva desiderare, sapendo che il suo potere era irresistibile, non si curava di esercitarlo; esse erano remissive ai suoi desideri inespressi, ai suoi capricci più stravaganti, finché egli non provò un'orribile sete d'amore, e avrebbe voluto un amore al di là della loro capacità di dare.

Il mondo non gli rifiutava nulla, eccetto la fede e la preghiera, l'amore lenitivo e consolante che non è di questo mondo. Era obbedito: era una posizione orribile.

I torrenti di dolore, piacere e pensiero che scuotevano la sua anima e il suo corpo avrebbero sopraffatto l'essere umano più forte; ma in lui c'era una forza vitale proporzionata al potere delle sensazioni che lo assalivano. Sentiva dentro di sé una vaga immensità di desiderio che la terra non poteva soddisfare. Passava le sue giornate con le ali spiegate, desiderando di attraversare i campi luminosi dello spazio verso altre sfere che conosceva da lontano per percezione intuitiva, una conoscenza chiara e senza speranza. La sua anima si seccava dentro di lui, perché aveva fame e sete di cose che non possono essere né bevute né mangiate, ma per le quali non poteva fare a meno di bramare. Le sue labbra, come quelle di Melmoth, bruciavano di desiderio; anelava all'ignoto, poiché conosceva ogni cosa.

Il meccanismo e il disegno del mondo gli erano apparenti, e il suo funzionamento non lo interessava più; non nascondeva a lungo il profondo disprezzo che fa di un uomo dai poteri straordinari una sfinge che sa tutto e non dice nulla, e vede ogni cosa con volto impassibile. Non provava il minimo desiderio di comunicare la sua conoscenza agli altri uomini. Era ricco di tutte le ricchezze del mondo, con uno sforzo poteva compiere il giro del globo, e le ricchezze e il potere erano privi di significato per lui. Provava l'orribile malinconia dell'onnipotenza, una malinconia che Satana e Dio alleviano attraverso l'esercizio di un potere infinito in modi misteriosi noti solo a loro. Castanier non aveva, come il suo Maestro, l'inesauribile energia dell'odio e della malizia; sentiva di essere un diavolo, ma un diavolo il cui tempo non era ancora giunto, mentre Satana è un diavolo per tutta l'eternità e, essendo dannato oltre ogni redenzione, si diletta a rimescolare il mondo, come un letamaio, con la sua forca a tre punte e a ostacolare in esso i disegni di Dio. Ma Castanier, per sua sfortuna, aveva una speranza rimasta.

Se in un momento poteva spostarsi da un polo all'altro come un uccello che si agita inquieto da un lato all'altro della sua gabbia, quando, come l'uccello, aveva attraversato la sua prigione, vedeva la vasta immensità dello spazio oltre essa. Quella visione dell'Infinito lo lasciò per sempre incapace di vedere l'umanità e i suoi affari come gli altri uomini li vedevano. Gli sciocchi insensati che bramano il potere del Diavolo ne valutano l'opportunità da un punto di vista umano; non vedono che con il potere del Diavolo assumeranno anche i suoi pensieri, e che saranno condannati a rimanere come uomini tra creature che non li comprenderanno più. Il Nerone sconosciuto alla storia che sogna di dare fuoco a Parigi per il suo divertimento privato, come la messa in scena di una casa che brucia sulle scene di un teatro, non sospetta che se avesse quel potere, Parigi diventerebbe per lui poco interessante quanto un formicaio sul ciglio della strada per un passante frettoloso. Il cerchio delle scienze era per Castanier qualcosa come un logogrifo per un uomo che non ne conosce la chiave. Re e Governi erano spregevoli ai suoi occhi. La sua grande dissolutezza era stata in un certo senso un deplorevole addio alla sua vita di uomo. La terra era diventata troppo stretta per lui, poiché i doni infernali mettevano a nudo per lui i segreti della creazione: vedeva la causa e ne prevedeva la fine. Era escluso da tutto ciò che gli uomini chiamano "paradiso" in tutte le lingue sotto il sole; non poteva più pensare al paradiso.

Allora giunse a comprendere lo sguardo sul volto del suo predecessore e l'inaridirsi della vita interiore; allora comprese tutto ciò che significava la speranza frustrata che brillava negli occhi di Melmoth; anche lui conosceva la sete che bruciava quelle labbra rosse, e l'agonia di una lotta continua tra due nature divenute di dimensioni giganti. Ancora avrebbe potuto essere un angelo, e sapeva di essere un demonio. Il suo era il destino di una creatura dolce e gentile che la malizia di uno stregone ha imprigionato in una forma deforme, intrappolandola con un patto, affinché la volontà di un altro debba liberarla dal suo detestato involucro.

Come un inganno non fa che accrescere l'ardore con cui un uomo di natura veramente grande esplora l'infinito del sentimento nel cuore di una donna, così Castanier si risvegliò scoprendo che un'idea giaceva come un peso sulla sua anima, un'idea che era forse la chiave per sfere più elevate. Il fatto stesso di aver barattato la sua felicità eterna lo portava a soffermarsi col pensiero sul futuro di coloro che pregano e credono. All'indomani della sua dissolutezza, quando entrò nel sobrio possesso del suo potere, quest'idea lo fece sentire un prigioniero; conosceva il peso del dolore che poeti, profeti e grandi oracoli della fede ci hanno esposto con parole così potenti; sentì la punta della Spada Fiammeggiante conficcarsi nel suo fianco, e si affrettò alla ricerca di Melmoth. Che fine aveva fatto il suo predecessore?

L'inglese viveva in un palazzo in Rue Férou, vicino a Saint-Sulpice: una dimora cupa, buia, umida e fredda. La stessa Rue Férou è una delle strade più tristi di Parigi; ha un'esposizione a nord come tutte le strade che giacciono ad angolo retto rispetto alla riva sinistra della Senna, e le case sono in sintonia con il luogo. Mentre Castanier stava sulla soglia, scoprì che la porta stessa, come la volta, era rivestita di nero; file di ceri accesi brillavano intensamente come se un re fosse esposto; e un prete stava su entrambi i lati di un catafalco che vi era stato eretto.

«Non c'è bisogno di chiedere perché è venuto, signore,» disse il vecchio portinaio a Castanier; «lei è così simile al nostro povero caro padrone che non c'è più. Ma se è suo fratello, è arrivato troppo tardi per dirgli addio. Il buon signore è morto l'altro ieri sera.»

«Come è morto?» chiese Castanier a uno dei preti.

«Si metta il cuore in pace,» disse un vecchio prete; e mentre parlava sollevò in parte il drappo nero che copriva il catafalco.

Castanier, guardandolo, vide uno di quei volti che la fede ha reso sublimi; l'anima sembrava risplendere da ogni sua linea, portando luce e calore per gli altri uomini, accesa dall'incessante carità interiore. Questo era il confessore di Sir John Melmoth.

«Suo fratello ha fatto una fine che gli uomini possono invidiare, e che deve rallegrare gli angeli. Sa che gioia c'è in cielo per un peccatore che si pente? Le sue lacrime di penitenza, suscitate dalla grazia, scorrevano senza sosta; la morte sola le ha fermate. Lo Spirito Santo dimorava in lui. Le sue parole ardenti, piene di viva fede, erano degne del Profeta-Re. Se, nel corso della mia vita, non ho mai ascoltato una confessione più spaventosa di quella dalle labbra di questo gentiluomo irlandese, allo stesso modo non ho mai ascoltato preghiere così ferventi e appassionate. Per quanto grande possa essere stata la misura dei suoi peccati, il suo pentimento ha colmato l'abisso fino a farlo traboccare. La mano di Dio era visibilmente stesa sopra di lui, perché era completamente cambiato, c'era una bellezza così celestiale sul suo volto. Gli occhi duri erano ammorbiditi dalle lacrime; la voce risonante che incuteva terrore in chi la udiva prese i toni teneri e compassionevoli di coloro che essi stessi hanno attraversato una profonda umiliazione. Egli edificò a tal punto coloro che ascoltavano le sue parole che alcuni, che si erano sentiti attratti dallo spettacolo della morte di un cristiano, caddero in ginocchio mentre parlava delle cose celestiali, e della gloria infinita di Dio, e resero grazie e lode a Lui. Se non sta lasciando alcuna ricchezza terrena alla sua famiglia, nessuna famiglia può possedere una benedizione più grande di questa che egli ha certamente guadagnato per loro: un'anima tra i beati, che veglierà su tutti voi e vi guiderà sulla via del cielo.»

Queste parole fecero un'impressione così vivida su Castanier che egli si affrettò immediatamente dalla casa alla Chiesa di Saint-Sulpice, obbedendo a quello che si potrebbe chiamare un decreto del destino. Il pentimento di Melmoth lo aveva sbalordito.

A quel tempo, in certi giorni della settimana, un predicatore, famoso per la sua eloquenza, era solito tenere conferenze, nel corso delle quali dimostrava le verità della fede cattolica per i giovani di una generazione proclamata indifferente in materia di fede da un'altra voce non meno eloquente della sua. La conferenza era stata rimandata a un'ora più tarda a causa del funerale di Melmoth, così Castanier arrivò proprio mentre il grande predicatore stava riassumendo le prove di una futura esistenza di felicità con tutto il fascino dell'eloquenza e la forza di espressione che lo hanno reso famoso. I semi della dottrina divina caddero in un terreno preparato per essi nel vecchio dragone, nel quale il Diavolo era scivolato. Davvero, se esiste un fenomeno ben attestato dall'esperienza, non è forse il fenomeno spirituale comunemente chiamato "la fede del contadino"? La forza della credenza varia inversamente rispetto alla quantità di uso che un uomo ha fatto delle proprie facoltà di ragionamento. Le persone semplici e i soldati appartengono alla classe che non ragiona. Coloro che hanno camminato attraverso la vita sotto lo stendardo dell'istinto sono molto più pronti a ricevere la luce rispetto alle menti e ai cuori stanchi dei sofismi del mondo.

Castanier aveva il temperamento del sud; si era arruolato nell'esercito a sedici anni e aveva seguito la bandiera francese fino a quasi quarant'anni. Come semplice soldato, aveva combattuto giorno e notte, giorno dopo giorno, e, come suo dovere, aveva pensato prima al suo cavallo e poi a se stesso. Mentre compiva il suo apprendistato militare, quindi, aveva avuto poco tempo per riflettere sul destino dell'uomo, e quando divenne ufficiale aveva i suoi uomini a cui pensare. Era stato trascinato da un campo di battaglia all'altro, ma non aveva mai pensato a ciò che viene dopo la morte. La vita di un soldato non richiede molto pensiero. Coloro che non riescono a comprendere gli alti fini politici coinvolti e gli interessi di una nazione verso l'altra; che non riescono a cogliere gli schemi politici così come i piani di campagna e a combinare la scienza del tattico con quella dell'amministratore, sono destinati a vivere in uno stato di ignoranza; il contadino più rozzo nel distretto più arretrato della Francia è a malapena in una condizione peggiore. Uomini come questi sopportano il peso della guerra, obbediscono passivamente al cervello che li dirige e abbattono gli uomini a loro opposti come il taglialegna abbatte il legname nella foresta. Allo sforzo fisico violento succedono periodi di inerzia, in cui riparano allo spreco. Combattono e bevono, combattono e mangiano, combattono e dormono, affinché possano sferrare colpi migliori; le facoltà della mente non sono molto esercitate in questo turbinoso giro di esistenza, e il carattere rimane semplice come sempre.

Quando gli uomini che hanno mostrato tanta energia sul campo di battaglia ritornano alla civiltà ordinaria, la maggior parte di coloro che non sono ascesi a gradi elevati sembra non aver acquisito alcuna idea, e non avere alcuna attitudine, alcuna capacità, per afferrare idee nuove. Con estremo stupore di una generazione più giovane, coloro che hanno reso i nostri eserciti così gloriosi e così terribili sono semplici come fanciulli, e ottusi come un impiegato nelle sue condizioni peggiori, e il capitano di uno squadrone tuonante è appena adatto a tenere il giornale di cassa di un mercante. Vecchi soldati di questo stampo, dunque, essendo innocenti di qualsiasi tentativo di usare le proprie facoltà raziocinanti, agiscono in base ai loro impulsi più forti. Il crimine di Castanier fu una di quelle questioni che sollevano così tanti interrogativi, che, per dibatterne, un moralista potrebbe invocare la sua "discussione per articoli", per usare un'espressione parlamentare.

La passione aveva consigliato il crimine; il potere crudelmente irresistibile del fascino femminile lo aveva spinto a commetterlo; nessun uomo può dire di se stesso: "Non farò mai questo", quando una sirena si unisce al combattimento e getta i suoi incantesimi su di lui.

Così la parola della vita cadde su una coscienza appena risvegliata alle verità della religione che la Rivoluzione francese e una carriera da soldato avevano costretto Castanier a trascurare. Le parole solenni: "Sarai felice o infelice per tutta l'eternità!" fecero su di lui un'impressione tanto più terribile, in quanto aveva esaurito la terra e l'aveva scossa come un albero sterile; in quanto i suoi desideri potevano ottenere ogni cosa, cosicché bastava che un qualsiasi punto della terra o del cielo gli fosse proibito, e immediatamente non pensava ad altro. Se fosse lecito paragonare cose così grandi alle follie sociali, la posizione di Castanier non era diversa da quella di un banchiere il quale, scoprendo che i suoi onnipotenti milioni non possono procurargli l'ingresso nella società della nobiltà, deve desiderare ardentemente di entrare in quel circolo, e tutti i privilegi sociali che ha già acquisito non sono nulla ai suoi occhi dal momento in cui scopre che ne manca uno solo.

Ecco un uomo più potente di tutti i re della terra messi insieme; un uomo che, come Satana, poteva lottare con Dio stesso; appoggiato a una delle colonne della chiesa di Saint-Sulpice, gravato dai sentimenti e dai pensieri che lo opprimevano, e assorbito nel pensiero di un Futuro, lo stesso pensiero che aveva inghiottito Melmoth.

"Era molto felice, Melmoth!" esclamò Castanier. "È morto con la certezza che sarebbe andato in paradiso."

In un momento il più grande cambiamento possibile si era operato nelle idee del cassiere. Per diversi giorni era stato un diavolo, ora non era che un uomo; un'immagine dell'Adamo caduto, della sacra tradizione incarnata in tutte le cosmogonie. Ma mentre si era così ridotto a uomo, conservava un germe di grandezza, era stato immerso nell'Infinito. Il potere dell'inferno aveva rivelato il potere divino. Aveva sete del cielo come non aveva mai avuto sete dei piaceri della terra, che si esauriscono così presto. I godimenti che il demonio promette non sono che i godimenti della terra su scala più vasta, ma alle gioie del cielo non c'è limite. Credeva in Dio, e l'incantesimo che gli dava i tesori del mondo non era più nulla per lui ora; i tesori stessi gli sembravano spregevoli quanto i ciottoli per un ammiratore di diamanti; non erano che ninnoli rispetto alle glorie eterne dell'altra vita. Una maledizione gravava, pensava, su tutte le cose che gli provenivano da questa fonte. Scandagliò oscure profondità di pensieri dolorosi mentre ascoltava il servizio funebre per Melmoth. Il Dies iræ lo riempì di soggezione; sentì tutta la grandezza di quel grido di un'anima penitente che trema davanti al Trono di Dio. Lo Spirito Santo, come una fiamma divorante, lo attraversò come il fuoco consuma la paglia.

Le lacrime gli scendevano dagli occhi quando: "È parente del defunto?" gli chiese il sagrestano.

"Sono il suo erede," rispose Castanier.

"Dia qualcosa per le spese delle funzioni!" gridò l'uomo.

"No," disse il cassiere. (Il denaro del Diavolo non dovrebbe andare alla Chiesa.)

"Per i poveri!"

"No."

"Per riparare la Chiesa!"

"No."

"La Cappella della Madonna!"

"No."

"Per le scuole!"

"No."

Castanier se ne andò, non curandosi di esporsi agli sguardi acidi che gli rivolgevano gli irritati funzionari.

Fuori, per strada, guardò in alto verso la chiesa di Saint-Sulpice. "Che cosa ha spinto la gente a costruire le cattedrali giganti che ho visto in ogni paese?" si chiese. "Il sentimento condiviso così ampiamente in ogni tempo deve pur basarsi su qualcosa."

"Qualcosa! Chiami Dio qualcosa?" gridò la sua coscienza. "Dio! Dio! Dio!..."

La parola risuonò e rieccheggiò in una voce interiore, finché non lo sopraffece; ma il suo senso di terrore si placò quando udì dolci suoni distanti di musica che aveva colto debolmente prima. Stavano cantando in chiesa, pensò, e i suoi occhi scrutavano la grande porta. Ma mentre ascoltava più attentamente, i suoni gli si riversarono addosso da ogni parte; si guardò intorno nella piazza, ma non c'era segno di alcun musicista. La melodia portava visioni di un cielo lontano e bagliori di speranza remoti; ma ravvivava anche il rimorso che aveva messo in fermento l'anima perduta. Proseguì per la sua strada attraverso Parigi, camminando come camminano gli uomini schiacciati sotto il peso del loro dolore, guardando tutto con occhi che non vedono, indugiando come un ozioso, fermandosi senza motivo, borbottando tra sé, incurante del traffico, senza fare alcuno sforzo per evitare un colpo da una tavola di legno.

Impercettibilmente il pentimento lo portò sotto l'influenza della grazia divina che lenisce mentre ferisce il cuore così terribilmente. Il suo volto prese ad avere l'aspetto di Melmoth, qualcosa di grande, con una traccia di follia nella grandezza. Uno sguardo di ottusa e disperata angoscia, mescolato all'eccitata bramosia della speranza, e, sotto tutto ciò, un rodente senso di disgusto per tutto ciò che il mondo può dare. La più umile delle preghiere si nascondeva negli occhi che vedevano con tale terribile chiarezza. Il suo potere era la misura della sua angoscia. Il suo corpo era piegato dalla terribile tempesta che scuoteva la sua anima, come gli alti pini si piegano davanti al vento. Come il suo predecessore, non poteva rifiutarsi di portare il peso della vita; aveva paura di morire mentre portava il giogo dell'inferno. Il tormento divenne intollerabile.

Alla fine, una mattina, gli venne in mente come Melmoth (ora tra i beati) avesse avanzato la proposta di uno scambio, e come lui l'avesse accettata; altri, senza dubbio, avrebbero seguito il suo esempio; poiché in un'epoca proclamata, dagli eredi dell'eloquenza dei Padri della Chiesa, fatalmente indifferente alla religione, dovrebbe essere facile trovare un uomo che accetti le condizioni del contratto per provarne i vantaggi.

"C'è un posto dove si può imparare quanto valgono i re sul mercato; dove le nazioni sono pesate sulla bilancia e i sistemi valutati; dove il valore di un governo è espresso in termini di moneta da cinque franchi; dove idee e credenze hanno il loro prezzo, e tutto è scontato; dove Dio stesso, in un certo senso, prende in prestito garantendo sulle sue entrate di anime, poiché il Papa ha un conto corrente lì. Non è lì che dovrei andare a trafficare in anime?"

Castanier andò gioiosamente alla Borsa, pensando che sarebbe stato facile comprare un'anima quanto investire denaro nei Fondi. Qualsiasi persona comune avrebbe temuto il ridicolo, ma Castanier sapeva per esperienza che un uomo disperato prende tutto sul serio. Un prigioniero condannato a morte ascolterebbe il folle che gli dicesse che pronunciando qualche sconnessione potrebbe scappare attraverso il buco della serratura; poiché la sofferenza è credulona, e si aggrappa a un'idea finché non fallisce, come il nuotatore trascinato dalla corrente si aggrappa al ramo che si spezza nella sua mano.

Verso le quattro di quel pomeriggio Castanier apparve tra i piccoli gruppi di uomini che stavano concludendo affari privati dopo la chiusura della Borsa. Era conosciuto personalmente da alcuni degli agenti di cambio; e mentre fingeva di essere in cerca di un conoscente, riuscì a cogliere i pettegolezzi correnti e le voci di fallimento.

"Prova tu a negoziare cambiali per Claparon & Co., figliolo. L'esattore della banca ha fatto il giro per restituire loro le accettazioni questa mattina," disse un grasso banchiere con il suo modo schietto. "Se hai dei loro titoli, occhio."

Claparon era nell'edificio, in profonda consultazione con un uomo ben noto per il tasso rovinoso al quale prestava denaro. Lo strozzino si allontanò quando arrivò Castanier. Un gesto tradì la disperazione dello speculatore.

"Ebbene, Claparon, la banca vuole centomila franchi da te, e sono le quattro; la cosa si sa, ed è troppo tardi per organizzare comodamente il tuo piccolo fallimento," disse Castanier.

"Signore!"

"Parli più piano," continuò il cassiere. "Che ne direbbe se le proponessi un affare che le frutterebbe tanto denaro quanto le occorre?"

"Non estinguerebbe le mie passività; ogni affare di cui abbia mai sentito parlare richiede un po' di tempo per fermentare."

"Conosco qualcosa che la metterà a posto in un momento," rispose Castanier; "ma prima dovrebbe..."

"Fare cosa?"

"Vendere la sua parte di Paradiso. È una questione d'affari come un'altra, non è vero? Tutti noi deteniamo quote nella grande Speculazione dell'Eternità."

"Le dico questo," disse Claparon con rabbia, "che sono proprio l'uomo adatto per darle uno schiaffo in faccia. Quando un uomo è nei guai, non è il momento di fargli scherzi stupidi."

"Sto parlando seriamente," disse Castanier, ed estrasse un pacchetto di banconote dalla tasca.

"In primo luogo," disse Claparon, "non ho intenzione di vendere la mia anima al Diavolo per una sciocchezza. Voglio cinquecentomila franchi prima di concludere..."

"Chi parla di limitarla?" chiese Castanier, interrompendolo. "Avrebbe più oro di quanto ne possa stipare nelle cantine della Banca di Francia."

Tese una manciata di banconote. Questo decise Claparon.

"Affare fatto," gridò; "ma come deve essere fatto il contratto?"

"Andiamo laggiù, non c'è nessuno," disse Castanier, indicando un angolo del cortile.

Claparon e il suo tentatore scambiarono poche parole, con i volti rivolti al muro. Nessuno degli astanti intuì la natura di questo scambio, sebbene la loro curiosità fosse vivamente eccitata dagli strani gesti delle due parti contraenti. Quando Castanier tornò, ci fu un'improvvisa esplosione di esclamazioni stupite. Come nell'Assemblea dove il minimo evento attira immediatamente l'attenzione, tutti i volti si voltarono verso i due uomini che avevano causato la sensazione, e un brivido percorse tutti i presenti al cambiamento che era avvenuto in loro.

Gli uomini che formano la folla in movimento che riempie la Borsa si conoscono presto di vista. Si osservano l'un l'altro come giocatori attorno a un tavolo da gioco. Alcuni osservatori astuti possono dire come giocherà un uomo e qual è la condizione delle sue finanze da un esame del suo volto; e la Borsa è semplicemente un vasto tavolo da gioco. Tutti, quindi, avevano notato Claparon e Castanier. Quest'ultimo (come l'irlandese prima di lui) era stato muscoloso e potente, i suoi occhi erano pieni di luce, il suo colorito acceso. La dignità e il potere sul suo volto avevano incusso soggezione a tutti loro; si chiedevano come il vecchio Castanier se li fosse procurati; e ora vedevano Castanier spogliato del suo potere, rimpicciolito, rugoso, invecchiato e debole. Aveva trascinato Claparon fuori dalla folla con l'energia di un malato in preda a un attacco di febbre; era sembrato un mangiatore d'oppio durante il breve periodo di eccitazione che la droga può dare; ora, al suo ritorno, sembrava essere nella condizione di estremo esaurimento in cui il paziente muore dopo che la febbre svanisce, o soffrire dell'orribile prostrazione che segue un eccessivo indulgere nei piaceri dei narcotici. Il potere infernale che lo aveva sostenuto durante i suoi stravizi lo aveva abbandonato, e il corpo era rimasto senza aiuto e solo a sopportare l'agonia del rimorso e il pesante fardello del sincero pentimento. I problemi di Claparon potevano essere intuìti da tutti; ma Claparon riapparve, d'altra parte, con gli occhi scintillanti, tenendo la testa alta con l'orgoglio di Lucifero. La crisi era passata da un uomo all'altro.

"Ora può andarsene con la mente in pace, vecchio mio," disse Claparon a Castanier.

"Per pietà, faccia chiamare una carrozza e un prete; faccia chiamare il curato di Saint-Sulpice!" rispose il vecchio dragone, accasciandosi sul bordo del marciapiede.

Le parole "un prete" giunsero alle orecchie di diverse persone, e produssero schiamazzi fragorosi tra gli agenti di cambio, poiché la fede per questi signori significa credere che un pezzetto di carta chiamato ipoteca rappresenti una proprietà, e la Lista dei Detentori di Rendite è la loro Bibbia.

"Avrò tempo per pentirmi?" disse Castanier a se stesso, con una voce pietosa, che impressionò Claparon.

Una carrozza portò via l'uomo morente; lo speculatore andò subito in banca a far fronte alle sue cambiali; e la sensazione momentanea prodotta sulla folla di uomini d'affari dall'improvviso cambiamento sui due volti svanì come il solco tagliato dalla chiglia di una nave nel mare. Notizie della massima importanza tenevano l'attenzione del mondo del commercio in allerta; e quando sono in gioco interessi commerciali, Mosè potrebbe apparire con le sue due corna luminose, e il suo arrivo difficilmente riceverebbe gli onori di un gioco di parole; i signori il cui compito è scrivere i Rapporti di Mercato ignorerebbero la sua esistenza.

Quando Claparon ebbe effettuato i suoi pagamenti, la paura si impadronì di lui. Non c'erano dubbi sul suo potere. Tornò alla Borsa, e offrì il suo affare ad altri uomini in imbarazzanti condizioni economiche. Il patto del Diavolo, "insieme ai diritti, servitù e privilegi ad esso inerenti," - per usare l'espressione del notaio che succedette a Claparon, passò di mano per la somma di settecentomila franchi. Il notaio a sua volta si separò dall'accordo con il Diavolo per cinquecentomila franchi a favore di un appaltatore edile in difficoltà, il quale lo cedette a sua volta a un mercante di ferro dietro un compenso di centomila scudi. Di fatto, verso le cinque la gente aveva smesso di credere allo strano contratto, e gli acquirenti scarseggiavano per mancanza di fiducia.

Alle cinque e mezzo il detentore del patto era un imbianchino, che bighellonava davanti alla porta dell'edificio in Rue Feydeau, dove a quel tempo gli agenti di cambio si riunivano temporaneamente. L'imbianchino, un tipo semplice, non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo. Si sentiva "tutto strano"; così disse a sua moglie quando tornò a casa.

Rue Feydeau, come sanno gli oziosi della città, è un luogo di pellegrinaggio per giovani che per mancanza di un'amante riversano il loro ardente affetto sull'intero sesso. Al primo piano del domicilio più rigorosamente rispettabile che vi si trovava dimorava una di quelle creature squisite che è piaciuto al cielo dotare della più rara e sorprendente bellezza. Poiché è impossibile che siano tutte duchesse o regine (poiché ci sono molte più belle donne al mondo che titoli e troni da adornare), si accontentano di rendere felice un agente di cambio o un banchiere a un prezzo fisso. A questa bellezza bonaria, di nome Euphrasia, un'ambizione sconfinata aveva spinto un giovane praticante notaio ad aspirare. In breve, il secondo impiegato nello studio del notaio Maître Crottat si era innamorato di lei, come la gioventù a ventidue anni può innamorarsi. Lo scrivano avrebbe ucciso il Papa e fatto strage dell'intero sacro collegio per procurarsi la misera somma di cento luigi per pagare uno scialle che aveva fatto perdere la testa a Euphrasia, al qual prezzo la sua cameriera aveva promesso che Euphrasia sarebbe stata sua. L'infatuato giovane camminava avanti e indietro sotto le finestre di Madame Euphrasia, come gli orsi polari nella loro gabbia al Jardin des Plantes, con la mano destra infilata sotto il gilet nella regione del cuore, che era pronto a strapparsi dal petto, ma finora aveva solo tirato l'elastico delle sue bretelle.

"Cosa si può fare per raggranellare diecimila franchi?" si chiedeva. "Devo scappare con il denaro che devo pagare per la registrazione di quell'atto di compravendita? Santo cielo! il mio prestito non rovinerebbe l'acquirente, un uomo con sette milioni! E poi il giorno dopo mi getterei ai suoi piedi e direi: 'Ho preso diecimila franchi che le appartenevano, signore; ho ventidue anni, e sono innamorato di Euphrasia - questa è la mia storia. Mio padre è ricco, la ripagherà; non mi rovini! Non è stato anche lei ventidue anni e perdutamente innamorato?' Ma questi tirchi proprietari terrieri non hanno anima! Sarebbe capace di consegnarmi al pubblico ministero, invece di aver pietà di me. Buon Dio! se fosse solo possibile vendere la propria anima al Diavolo! Ma non c'è né un Dio né un Diavolo; sono tutte sciocchezze da favole per bambini e chiacchiere da vecchie. Cosa devo fare?"

"Se ha voglia di vendere la sua anima al Diavolo, signore," disse l'imbianchino, che aveva sentito qualcosa di ciò che l'impiegato si era lasciato sfuggire, "può avere i diecimila franchi."

"E Euphrasia!" gridò l'impiegato, mentre concludeva un patto con il diavolo che abitava l'imbianchino.

Concluso il patto, il frenetico impiegato andò a cercare lo scialle, e salì la scala di Madame Euphrasia; e siccome (letteralmente) il diavolo era in lui, non scese per dodici giorni, annegando il pensiero dell'inferno e dei suoi privilegi in dodici giorni di amore, sregolatezza e oblio, per i quali aveva barattato tutte le sue speranze di un paradiso futuro.

E in questo modo il segreto del vasto potere scoperto e acquisito dall'irlandese, il prodotto del cervello di Maturin, fu perduto per l'umanità; e i vari orientalisti, mistici e archeologi che si interessano a queste questioni non furono in grado di tramandare ai posteri il metodo corretto per invocare il Diavolo, per le seguenti ragioni sufficienti:

Il tredicesimo giorno dopo queste frenetiche nozze lo sciagurato impiegato giaceva su un pagliericcio in una soffitta nella casa del suo padrone in Rue Saint-Honoré. La vergogna, la dea stupida che non osa guardare se stessa, si era impadronita del giovane. Si era ammalato; voleva curarsi da solo; valutò male la quantità di un rimedio ideato dall'abilità di un praticante ben noto sui muri di Parigi, e soccombette agli effetti di un'overdose di mercurio. Il suo cadavere era nero come il dorso di una talpa. Un diavolo aveva lasciato tracce inconfondibili del suo passaggio lì; poteva essere stato Astaroth?

* * * * *

"L'estimabile giovane a cui si riferisce è stato portato via sul pianeta Mercurio," disse il primo impiegato a un demonologo tedesco che era venuto a indagare sulla questione di persona.

"Sono prontissimo a crederlo," rispose il teutone.

"Oh!"

"Sì, signore," replicò l'altro. "L'opinione che lei avanza coincide con le parole stesse di Jacob Boehme. Nella quarantottesima proposizione de La vita triplice dell'uomo egli dice che 'se Dio ha portato tutte le cose a compimento con un SIA FATTO, il FIAT è la matrice segreta che comprende e apprende la natura che è formata dallo spirito nato da Mercurio e da Dio'."

"Cosa dice, signore?"

Il tedesco pronunciò nuovamente la sua citazione.

"Non la conosciamo," dissero gli impiegati.

"Fiat?..." disse un impiegato. "Fiat lux!"

"Potete verificare voi stessi la citazione," disse il tedesco. "Troverete il passaggio nel Trattato della Vita Triplice dell'Uomo, pagina 75; l'edizione fu pubblicata dal signor Migneret nel 1809. Fu tradotto in francese da un filosofo che nutriva una grande ammirazione per il famoso calzolaio."

"Oh! era un calzolaio, vero?" disse il primo impiegato.

"In Prussia," disse il tedesco.

"Lavorava per il Re di Prussia?" chiese un beota a un secondo impiegato.

"Deve aver rimpolpato la sua prosa," disse un terzo.

"Quell'uomo è colossale!" esclamò il quarto, indicando il tedesco.

Quel gentiluomo, sebbene fosse un demonologo di prim'ordine, non conosceva la quantità di diabolicità che si può trovare in un cancelliere di notaio. Se ne andò senza la minima idea che si stessero facendo beffe di lui, e pienamente convinto che quei giovani considerassero Boehme un genio colossale.

"L'istruzione sta facendo passi da gigante in Francia," disse tra sé e sé.

Il Coscritto

[L'io interiore] ... per un fenomeno di visione o di locomozione è noto talvolta abolire lo Spazio nei suoi due modi di Tempo e Distanza -- l'uno intellettuale, l'altro fisico.

--STORIA DI LOUIS LAMBERT.

In una sera di novembre dell'anno 1793, i cittadini principali di Carentan erano riuniti nel salotto di Mme. de Dey. Mme. de Dey teneva questo ricevimento ogni sera della settimana, ma un interesse inusuale si legava al ritrovo di quella sera, a causa di certe circostanze che sarebbero passate del tutto inosservate in una grande città, sebbene in una piccola città di provincia suscitassero la massima curiosità. Per due giorni Mme. de Dey non aveva ricevuto i suoi visitatori e, la sera precedente, la sua porta era rimasta chiusa, per motivi di indisposizione. Due eventi del genere in un momento qualunque avrebbero prodotto a Carentan la stessa sensazione che Parigi conosce nelle sere in cui non c'è spettacolo nei teatri -- l'esistenza è in qualche modo incompleta; ma in quei tempi, in cui la minima indiscrezione da parte di un aristocratico poteva essere questione di vita o di morte, questo comportamento di Mme. de Dey rischiava di portare alle conseguenze più disastrose per lei. La sua posizione a Carentan deve essere chiarita, se il lettore vuole apprezzare l'espressione di acuta curiosità e di astuto fanatismo sui volti di quei cittadini normanni, e, cosa più importante, la parte che la signora recitava tra loro. Molti, durante i giorni della Rivoluzione, sono senza dubbio passati attraverso una crisi difficile quanto la sua in quel momento, e le simpatie di più di un lettore riempiranno tutto il colorito del quadro.

Mme. de Dey era la vedova di un Tenente Generale, Cavaliere degli Ordini di San Michele e dello Spirito Santo. Aveva lasciato la Corte quando iniziò l'Emigrazione e si era rifugiata nei dintorni di Carentan, dove possedeva grandi tenute, sperando che l'influenza del Regno del Terrore vi si sarebbe sentita ben poco. I suoi calcoli, basati su una profonda conoscenza del distretto, si rivelarono corretti. La Rivoluzione fece poco disturbo nella Bassa Normandia. In passato, quando Mme. de Dey trascorreva del tempo in campagna, la sua cerchia di conoscenze si era limitata alle famiglie nobili della zona; ma ora, per motivi politici, apriva la sua casa ai cittadini principali e alle autorità rivoluzionarie della città, cercando di toccare e gratificare il loro orgoglio sociale senza suscitare né odio né gelosia. Graziosa e gentile, dotata dell'indescrivibile fascino che conquista la benevolenza senza perdita di dignità o sforzo di corteggiare alcuno, era riuscita a guadagnarsi la stima universale; i discreti avvertimenti di uno squisito tatto le permettevano di seguire una rotta difficile tra le esigenti pretese di questa società mista, senza ferire l'eccessivo amor proprio dei parvenu da una parte, o la suscettibilità dei suoi vecchi amici dall'altra.

Aveva circa trentotto anni e conservava ancora, non la bellezza fresca e colorita delle Basse-Normandes, ma una fragilità leggiadra di quello che si può chiamare tipo aristocratico. La sua figura era flessuosa e slanciata, i lineamenti delicati e ben definiti; il volto pallido sembrava illuminarsi e vivere quando parlava; ma c'era uno sguardo calmo e devoto nei grandi occhi scuri, nonostante tutta la loro grazia di espressione -- uno sguardo che sembrava dire che le sorgenti della sua vita giacessero al di fuori della sua stessa esistenza.

Nella sua prima giovinezza era stata data in sposa a un soldato anziano e geloso. La sua falsa posizione in mezzo a una Corte gaia aveva senza dubbio contribuito a gettare un velo di tristezza su un volto che un tempo doveva essere stato luminoso con i vezzi di una vita e di un amore dal battito rapido. Era stata costretta a porre costante freno ai suoi impulsi e alle sue emozioni sincere a un'età in cui una donna sente piuttosto che pensare, e le profondità della passione nel suo cuore non erano mai state smosse. In questo risiedeva il segreto del suo fascino più grande, una giovinezza dell'anima intima, tradita talvolta dal suo volto, e una certa sfumatura di innocente malinconia nelle sue idee. Era riservata nei modi, ma nel suo portamento e nei toni della voce c'era ancora qualcosa che parlava di desideri fanciulleschi rivolti verso un vago futuro. Prima di molto, il meno suscettibile si innamorava di lei, eppure provava un certo timore reverenziale per la sua dignità e i suoi modi di alta classe. La sua grande anima, rafforzata dalle crudeli prove attraverso le quali era passata, sembrava porla troppo al di sopra del livello ordinario, e quegli uomini soppesavano se stessi e sentivano istintivamente di non esserne all'altezza. Una tale natura richiedeva una passione esaltata.

Inoltre, gli affetti di Mme. de Dey erano concentrati in un unico sentimento -- l'amore di una madre per suo figlio. Tutta la felicità e la gioia che non aveva conosciuto come moglie, le aveva trovate più tardi nel suo amore sconfinato per lui. La civetteria di un'amante, la gelosia di una moglie si mescolavano al puro e profondo affetto di una madre. Era infelice quando erano separati, ed era in ansia per lui mentre era lontano; non ne aveva mai abbastanza, e viveva attraverso e solo per lui. Qualche idea della forza di questo legame può essere comunicata all'intelligenza maschile aggiungendo che questo non era solo l'unico figlio di Mme. de Dey, ma tutto ciò che aveva di parentela o famiglia al mondo, l'unico essere umano sulla terra legato a lei da tutte le paure, le speranze e le gioie della sua vita.

Il defunto Conte de Dey era l'ultimo della sua stirpe, e lei, sua moglie, era l'unica erede e discendente della sua casata. Così le ambizioni mondane e le considerazioni familiari, così come i più nobili desideri dell'anima, si univano per accrescere nella Contessa un sentimento che è forte nel cuore di ogni donna. Il bambino era tanto più caro, perché solo con infinita cura era riuscita a allevarlo fino all'età adulta; la scienza medica aveva predetto la sua morte una ventina di volte, ma lei si era aggrappata ai suoi presentimenti e alle sue speranze, e aveva conosciuto l'indicibile gioia di vederlo superare incolume i pericoli dell'infanzia, di vedere la sua costituzione rafforzarsi a dispetto dei decreti della Facoltà.

Grazie alle sue costanti cure, il ragazzo era cresciuto e si era sviluppato così favorevolmente che, a vent'anni, era considerato uno dei gentiluomini più compiuti alla Corte di Versailles. Una felicità finale che non sempre corona gli sforzi di una madre fu sua -- suo figlio la adorava; e tra i due vi era la profonda simpatia di anime affini. Se non fossero stati già legati l'uno all'altra da un vincolo naturale e sacro, avrebbero istintivamente provato l'uno per l'altra un'amicizia che raramente si incontra tra due uomini.

All'età di diciotto anni, il giovane Conte aveva ricevuto la nomina a sottotenente in un reggimento di dragoni, e aveva fatto un punto d'onore seguire i Principi emigrati in esilio.

Allora Mme. de Dey affrontò i pericoli della sua crudele posizione. Era ricca, nobile e madre di un Emigrato. Con l'unico desiderio di vegliare sulla grande fortuna di suo figlio, si era negata la felicità di stare con lui; e quando leggeva le leggi rigorose in virtù delle quali la Repubblica confiscava quotidianamente le proprietà degli Emigrati a Carentan, si congratulava con se stessa per il coraggioso corso che aveva intrapreso. Non stava forse vegliando sulla ricchezza di suo figlio a rischio della propria vita? Più tardi, quando giunsero notizie delle orribili esecuzioni ordinate dalla Convenzione, dormiva, felice nella consapevolezza che il suo tesoro fosse al sicuro, fuori dalla portata del pericolo, lontano dai patiboli della Rivoluzione. Amava pensare di aver seguito la strada migliore, di aver salvato il suo caro e le fortune del suo caro; e a questo pensiero segreto faceva le concessioni che le sventure dei tempi richiedevano, senza compromettere la sua dignità o i suoi principi aristocratici, e avvolgeva i suoi dolori nel riserbo e nel mistero. Aveva previsto le difficoltà che l'avrebbero assediata a Carentan. Non tentava forse il patibolo per il fatto stesso di recarvisi per occupare un posto di rilievo? Tuttavia, sostenuta dal coraggio di una madre, riuscì a guadagnarsi l'affetto dei poveri, soccorrendo senza distinzione chiunque fosse nei guai; e si rese necessaria ai benestanti, procurando loro divertimenti.

Il procuratore del comune si poteva vedere a casa sua, il sindaco, il presidente del "distretto" e il pubblico ministero, e persino i giudici dei tribunali rivoluzionari vi andavano. I quattro gentiluomini soprannominati non erano nessuno di loro sposati, e ciascuno le faceva la corte, nella speranza che Mme. de Dey lo prendesse come marito, sia per paura di farsene un nemico, sia per il desiderio di trovare un protettore.

Il pubblico ministero, un tempo avvocato a Caen e uomo d'affari della Contessa, faceva ciò che poteva per ispirare amore attraverso un sistema di devozione e generosità, un pericoloso gioco di astuzia! Era il più formidabile di tutti i suoi corteggiatori. Egli solo conosceva l'entità della grande fortuna della sua un tempo cliente, e il suo fervore era inevitabilmente accresciuto dalla cupidigia dell'avidità e dalla consapevolezza di esercitare un potere enorme, il potere di vita e di morte nel distretto. Era ancora un uomo giovane e, grazie alla generosità del suo comportamento, Mme. de Dey non era ancora in grado di valutarlo veramente. Ma, nonostante il pericolo di confrontarsi con l'astuzia normanna, usava tutta l'arte e l'inventiva che la Natura ha concesso alle donne per mettere i corteggiatori rivali l'uno contro l'altro. Sperava, guadagnando tempo, di uscirne alla fine sana e salva dai suoi problemi; poiché a quel tempo i Realisti nelle province si lusingavano con una speranza, rinnovata ogni giorno, che il domani avrebbe visto la fine della Rivoluzione -- una convinzione che si rivelò fatale per molti di loro.

Nonostante le difficoltà, la Contessa aveva mantenuto la sua indipendenza con notevole abilità fino al giorno in cui, per un'inspiegabile mancanza di prudenza, colse l'occasione per chiudere il suo salone. Così profondo e sincero era l'interesse che ispirava, che coloro che solitamente riempivano il suo salotto provarono una viva ansia quando la notizia fu diffusa; poi, con la franca curiosità caratteristica dei costumi provinciali, andarono a informarsi sulla sventura, il dolore o la malattia che aveva colpito Mme. de Dey.

A tutte queste domande, Brigitte, la governante, rispondeva con la stessa formula: la sua padrona era rimasta nella sua stanza e non voleva vedere nessuno, nemmeno i suoi stessi servitori. Le vite quasi claustrali degli abitanti delle piccole città favoriscono un'abitudine all'analisi e alla spiegazione congetturale degli affari di chiunque altro; è così forte che, quando tutti ebbero esclamato per la povera Mme. de Dey (senza sapere se la signora fosse sopraffatta dalla gioia o dal dolore), ognuno iniziò a indagare sulle cause della sua improvvisa segregazione.

"Se fosse stata malata, avrebbe mandato a chiamare il dottore," disse il chiacchierone numero uno; "ora il dottore ha giocato a scacchi a casa mia tutto il giorno. Mi ha detto, ridendo, che in questi giorni c'è solo una malattia, e che, sfortunatamente, è incurabile."

La battuta fu azzardata con discrezione. Donne e uomini, vecchi e giovani ragazze, si addentrarono immediatamente nei vasti campi della congettura. Ognuno immaginava che ci fosse un segreto, e ogni testa era occupata dal segreto. Il giorno seguente i sospetti divennero maligni. Ognuno vive in pubblico in una piccola città, e le donne furono le prime a scoprire che Brigitte aveva fatto una scorta extra di provviste. La cosa non poteva essere messa in discussione. Brigitte era stata vista al mercato di buon'ora quella mattina, e, cosa meravigliosa a dirsi, aveva comprato l'unica lepre disponibile. Tutta la città sapeva che a Mme. de Dey non piaceva la selvaggina. La lepre divenne un punto di partenza per infinite congetture.

Gli anziani signori, durante la loro passeggiata, notarono una sorta di trambusto represso nella casa della Contessa; i sintomi erano tanto più apparenti in quanto i servitori si sforzavano evidentemente di nasconderli. Il servitore stava battendo un tappeto in giardino. Solo ieri nessuno avrebbe notato il fatto, ma oggi tutti iniziarono a costruire romanzi su quel pezzo innocuo di corredo domestico. Ognuno aveva una versione.

Il giorno seguente, quello in cui Mme. de Dey fece sapere di non sentirsi bene, i magnati di Carentan andarono a trascorrere la serata a casa del fratello del sindaco. Era un mercante in pensione, un uomo sposato, un'anima rigorosamente onorevole; tutti lo rispettavano, e la Contessa lo teneva in grande considerazione. Lì tutti i corteggiatori della ricca vedova desideravano inventare finzioni più o meno probabili, ciascuno pensando nel contempo a come volgere a proprio vantaggio il segreto che la costringeva a compromettersi in tale maniera.

Il pubblico ministero costruì un intero dramma per portare il figlio di Mme. de Dey a casa sua di notte. Il sindaco nutriva fiducia in un prete che aveva rifiutato il giuramento, un rifugiato dalla Vandea; ma questo lo lasciava non poco imbarazzato su come giustificare l'acquisto di una lepre di venerdì. Il presidente del distretto propendeva decisamente per un capo Chouan, o un leader vandeano ferocemente inseguito. Altri votavano per un nobile fuggito dalle prigioni di Parigi. In breve, tutti sospettavano che la Contessa si fosse resa colpevole di qualche atto di generosità che la legge di quei giorni definiva un crimine, un'offesa che rischiava di portarla al patibolo. Il pubblico ministero, inoltre, disse, a bassa voce, che dovevano tacere sulla questione e cercare di salvare l'infelice signora dall'abisso verso il quale si stava precipitando.

"Se spargete voci in giro," aggiunse, "sarò obbligato a prendere conoscenza della faccenda, a perquisire la casa, e allora!..."

Non disse altro, ma ognuno comprese ciò che era rimasto non detto.

I veri amici della Contessa erano così allarmati per lei che, la mattina del terzo giorno, il Procuratore Sindaco del comune fece scrivere a sua moglie alcune righe per persuadere Mme. de Dey a tenere il ricevimento come al solito quella sera. Il vecchio mercante fece un passo più audace. Si recò quella mattina dalla signora. Forte del pensiero del servizio che intendeva farle, insistette per vedere Mme. de Dey, e rimase stupito oltre ogni espressione nel trovarla in giardino, intenta a raccogliere gli ultimi fiori autunnali nelle aiuole per riempire i vasi.

"Ha dato rifugio al suo amante, senza dubbio," pensò il vecchio, colpito dalla pietà per l'affascinante donna davanti a lui.

Il volto della Contessa mostrava uno sguardo strano, che confermava i suoi sospetti. Profondamente commosso dalla devozione così naturale nelle donne, ma che ci tocca sempre, perché tutti gli uomini sono lusingati dai sacrifici che una donna compie per chiunque di loro, il mercante raccontò alla Contessa dei pettegolezzi che circolavano in città e le mostrò il pericolo che stava correndo. Concluse infine dicendo che "se ci sono alcuni dei nostri funzionari pubblici che sono abbastanza pronti a perdonare un atto di eroismo da parte vostra finché è un prete che desiderate salvare, nessuno vi mostrerà alcuna pietà se si scoprirà che vi state sacrificando ai dettami del vostro cuore."

A queste parole Mme. de Dey fissò il suo visitatore con un'eccitazione selvaggia nei modi che lo fece tremare, vecchio com'era.

"Entrate," disse, prendendolo per mano per portarlo nella sua stanza, e non appena si fu assicurata che fossero soli, trasse una lettera sporca e strappata dal suo corsetto. -- "Leggetela!" gridò, con un violento sforzo per pronunciare le parole.

Cadde come esausta sulla sua poltrona. Mentre il vecchio mercante cercava i suoi occhiali e li puliva, lei sollevò gli occhi e per la prima volta lo guardò con curiosità; poi, con voce incerta, "Mi fido di voi," disse dolcemente.

"Perché sarei venuto se non per condividere il vostro crimine?" disse semplicemente il vecchio mercante.

Lei tremò. Per la prima volta da quando era giunta nella piccola città, la sua anima trovò simpatia in un'altra anima. Una luce improvvisa apparve intanto al vecchio mercante; comprese la gioia e la prostrazione della Contessa.

Suo figlio aveva preso parte alla spedizione di Granville; scrisse a sua madre dalla prigione, e la lettera le portava una triste, dolce speranza. Non sentendo dubbi sui suoi mezzi di fuga, scrisse che entro tre giorni era sicuro di raggiungerla, travestito. La stessa lettera che portava queste notizie importanti era piena di strazianti addii nel caso in cui lo scrivente non si trovasse a Carentan entro la sera del terzo giorno, e supplicava sua madre di inviare una considerevole somma di denaro tramite il portatore, che aveva superato pericoli innumerevoli per consegnarla. La carta tremava nelle mani del vecchio.

"E oggi è il terzo giorno!" gridò Mme. de Dey. Balzò in piedi, riprese la lettera e camminò avanti e indietro.

"Avete agito imprudentemente," osservò il mercante, rivolgendosi a lei. "Perché avete comprato provviste?"

"Beh, potrebbe arrivare morendo di fame, esausto dalla fatica, e..." Si interruppe.

"Sono sicuro di mio fratello," continuò il vecchio mercante; "lo coinvolgerò nei vostri interessi."

Il mercante in questa crisi recuperò la sua vecchia astuzia commerciale, e il consiglio che diede a Mme. de Dey fu pieno di prudenza e saggezza. Dopo che i due ebbero concordato tra loro su cosa fare e dire, il vecchio mercante andò con vari pretesti ingegnosi a fare visita alle case principali di Carentan, annunciando ovunque andasse di essere appena stato a trovare Mme. de Dey, e che, nonostante la sua indiscrezione, avrebbe ricevuto quella sera. Mettendo la sua astuzia contro l'ingegno normanno nell'interrogatorio a cui fu sottoposto in ogni famiglia riguardo al malessere della Contessa, riuscì a portare quasi chiunque avesse interesse per la misteriosa faccenda sulla strada sbagliata.

La sua primissima visita fece miracoli. Raccontò, udito da una vecchia signora affetta da gotta, che Mme. de Dey era quasi morta per un attacco di gotta allo stomaco; come l'illustre Tronchin le avesse raccomandato in un caso del genere di mettere la pelle di una lepre viva sul petto, di restare a letto e di rimanere perfettamente immobile. La Contessa, disse, era rimasta in pericolo di vita per gli ultimi due giorni; ma dopo aver seguito attentamente la singolare prescrizione di Tronchin, era ora sufficientemente guarita da ricevere visitatori quella sera.

Questo racconto ebbe un successo immenso a Carentan. Il medico locale, un Realista in petto, aggiunse al suo effetto discutendo gravemente lo specifico. Il sospetto, tuttavia, aveva messo radici troppo profonde in alcune menti perverse o filosofiche per essere interamente dissipato; così accadde che coloro che avevano diritto di ingresso nel salotto di Mme. de Dey vi si precipitarono di buon'ora, alcuni per osservare il suo volto, alcuni per amicizia, ma la maggior parte attratti dalla fama della guarigione miracolosa.

Tuttavia, il medico di campagna, un realista convinto, che fu il primo a dare notizia della guarigione di Mme. de Dey, aggiunse al suo racconto dei dettagli che eccitarono la curiosità generale. Egli affermò che, durante la notte, aveva sentito passare per le strade di Carentan dei cavalli. Alcuni cittadini dissero di aver visto un giovane dirigersi verso la casa della contessa, ma, come accade spesso in simili circostanze, la verità, sepolta sotto le chiacchiere, divenne impossibile da accertare. Mme. de Dey non si mostrò più in pubblico, e si dedicò interamente alle opere di carità, vivendo in una solitudine che ispirava rispetto a tutti.

La contessa, il cui cuore era stato profondamente scosso, non si riprese mai completamente dal turbamento di quella fatidica notte. Ella portò con sé il segreto del suo dolore, che rimaneva un mistero per i suoi vicini, i quali, pur ammirandola, non riuscivano a penetrare la cortina di riservatezza con cui si era circondata. La sua casa, un tempo luogo di riunioni, tornò ad essere silenziosa, e il suo spirito, pur mantenendo una sorta di nobile dignità, appariva come avvolto in un velo di malinconia che nulla poteva dissipare.

Intanto, nelle stanze dove un tempo aveva regnato una certa spensieratezza, regnava ora un ordine severo e quasi monastico. Mme. de Dey sembrava aver rinunciato a ogni piacere mondano, dedicando le sue giornate alla preghiera e al ricordo, trasformando la sua esistenza in una sorta di espiazione per un peccato che, in realtà, non aveva mai commesso, se non quello di amare troppo intensamente.

Si diceva che talvolta, nelle notti di luna piena, si potesse udire il passo leggero di una donna che camminava nel corridoio della sua stanza, come se cercasse ancora qualcosa o qualcuno che non sarebbe mai tornato. Ma erano solo voci, sussurri che circolavano tra gli abitanti del luogo, mescolati alla leggenda che si era venuta a creare attorno alla figura misteriosa della contessa.

Il passare degli anni non aveva fatto che acuire la solitudine di Mme. de Dey, la quale, pur rimanendo fedele ai suoi doveri verso la comunità, manteneva una distanza incolmabile tra sé e il resto del mondo. Il suo sguardo, un tempo vivace e attento, si era fatto vago, come se fosse costantemente rivolto a un orizzonte invisibile agli occhi degli altri.

Così, in quella cittadina di provincia, la storia di Mme. de Dey divenne un monito vivente sui pericoli dei tempi e sulla fragilità del cuore umano. Ella restò, fino alla fine, una figura solitaria, un'ombra che vagava tra i resti di un passato che non poteva più tornare, conservando intatta la dignità di una donna che aveva saputo sfidare il destino con la sola forza del suo amore materno.

Zadig, tra tutti, non si vantò mai delle sue conquiste tra le donne, né si compiacque di nutrire un'opinione sprezzante del gentil sesso. Era generoso e non temeva mai di obbligare gli ingrati, ricordando il grande precetto di Zoroastro: "Quando mangi, dai ai cani, anche se dovessero morderti". Era saggio quanto è possibile che un uomo lo sia, poiché cercava di vivere con i saggi.

Istruito nelle scienze degli antichi Caldei, comprendeva i principi della filosofia naturale, quali allora si supponeva che fossero; e conosceva della metafisica quanto sia mai stato conosciuto in ogni epoca, vale a dire, poco o nulla. Era fermamente persuaso, nonostante la nuova filosofia dei tempi, che l'anno consistesse di trecentosessantacinque giorni e sei ore, e che il sole fosse al centro del mondo. Ma quando i principali magi gli dissero, con aria altera e sprezzante, che i suoi sentimenti avevano una tendenza pericolosa e che era da nemici dello stato credere che il sole ruotasse attorno al proprio asse e che l'anno avesse dodici mesi, egli tacque con grande modestia e mansuetudine.

Dotato com'era di grandi ricchezze e di conseguenza di molti amici, benedetto da una buona costituzione, una bella figura, una mente giusta e moderata e un cuore nobile e sincero, immaginava con affetto di poter essere facilmente felice. Stava per sposare Semira, che, per bellezza, nascita e fortuna, era il miglior partito di Babilonia. Nutriva per questa dama un affetto reale e virtuoso, ed ella lo amava con la più appassionata tenerezza.

Il momento felice era quasi giunto che doveva unirli per sempre nei legami del matrimonio, quando, trovandosi a passeggiare insieme verso una delle porte di Babilonia, sotto le palme che adornano le rive dell'Eufrate, videro avvicinarsi alcuni uomini armati di sciabole e frecce. Erano i servitori del giovane Orcan, nipote del ministro, che i cortigiani di suo zio avevano lusingato nell'opinione di poter fare tutto impunemente. Non aveva nessuna delle grazie né delle virtù di Zadig; ma, ritenendosi un uomo molto più compiuto, era furioso nel constatare che l'altro fosse preferito a lui. Questa gelosia, che era solo l'effetto della sua vanità, gli fece immaginare di essere disperatamente innamorato di Semira; e di conseguenza decise di rapirla. I rapitori la afferrarono; nella violenza dell'oltraggio la ferirono e fecero scorrere il sangue da una persona, la cui vista avrebbe addolcito le tigri del monte Imaus. Ella squarciò i cieli con le sue lamentele. Gridò: "Mio caro sposo! mi strappano all'uomo che adoro". Non curante del proprio pericolo, si preoccupava solo della sorte del suo caro Zadig, che nel frattempo si difendeva con tutta la forza che il coraggio e l'amore potevano ispirare. Assistito solo da due schiavi, mise in fuga i rapitori e portò a casa Semira, insensibile e sanguinante com'era.

Aprendo gli occhi e scorgendo il suo salvatore: "O Zadig!" disse, "ti amavo un tempo come mio futuro sposo; ora ti amo come il preservatore del mio onore e della mia vita". Mai cuore fu più profondamente colpito di quello di Semira. Mai bocca più affascinante espresse sentimenti più commoventi, in quelle parole ardenti ispirate dal senso del più grande di tutti i favori e dai più teneri trasporti di una passione lecita.

La sua ferita era lieve e fu presto guarita. Zadig era ferito più pericolosamente; una freccia lo aveva trafitto vicino all'occhio ed era penetrata a una considerevole profondità. Semira stancava il Cielo con le sue preghiere per la guarigione del suo amante. I suoi occhi erano costantemente bagnati di lacrime; attendeva ansiosamente il momento felice in cui quelli di Zadig potessero incontrare i suoi; ma un ascesso che cresceva sull'occhio ferito dava tutto a temere. Un messaggero fu immediatamente inviato a Menfi per il grande medico Ermete, che giunse con un numeroso seguito. Visitò il paziente e dichiarò che avrebbe perso l'occhio. Predisse persino il giorno e l'ora in cui questo evento fatale sarebbe accaduto. "Se fosse stato l'occhio destro", disse, "avrei potuto guarirlo facilmente; ma le ferite dell'occhio sinistro sono incurabili". Tutta Babilonia pianse la sorte di Zadig e ammirò la profonda conoscenza di Ermete.

In due giorni l'ascesso scoppiò spontaneamente e Zadig fu perfettamente guarito. Ermete scrisse un libro per dimostrare che non avrebbe dovuto guarire. Zadig non lo lesse; ma, non appena fu in grado di uscire, andò a fare visita a colei in cui tutte le sue speranze di felicità erano riposte, e per la quale soltanto desiderava avere occhi. Semira era in campagna da tre giorni. Apprese lungo la strada che quella bella dama, avendo apertamente dichiarato di avere un'invincibile avversione per gli uomini guerci, aveva la sera prima dato la sua mano a Orcan. A questa notizia cadde a terra senza parola. Il suo dolore lo portò quasi sull'orlo della tomba. Fu a lungo indisposto; ma la ragione alla fine ebbe la meglio sulla sua afflizione, e la severità del suo destino servì a consolarlo.

"Poiché", disse, "ho sofferto così tanto per il crudele capriccio di una donna educata a corte, ora devo pensare di sposare la figlia di un cittadino". Scelse Azora, una dama della massima prudenza e della migliore famiglia in città. La sposò e visse con lei per tre mesi in tutte le delizie della più tenera unione. Notò solo che lei aveva un po' di leggerezza; ed era troppo incline a scoprire che quei giovani uomini che avevano l'aspetto più avvenente erano dotati anche di più spirito e virtù.

IL NASO

Una mattina Azora tornò da una passeggiata in una furia terribile, pronunciando le più violente esclamazioni. "Cosa ti affligge", disse lui, "mia cara sposa? Cosa può averti così turbata?"

"Ahimè", disse lei, "saresti furioso quanto me se avessi visto ciò che ho appena contemplato. Sono stata a consolare la giovane vedova Cosrou, che, da due giorni, ha innalzato una tomba al suo giovane marito, vicino al ruscello che lambisce i margini di questo prato. Ha giurato al cielo, nell'amarezza del suo dolore, di restare presso questa tomba finché l'acqua del ruscello continuerà a scorrere vicino ad essa".

"Bene", disse Zadig, "è una donna eccellente, e amava suo marito con il più sincero affetto".

"Ah", replicò Azora, "sapessi in cosa era impegnata quando sono andata a farle visita!"

"In cosa, di grazia, bella Azora? Stava deviando il corso del ruscello?"

Azora proruppe in invettive così lunghe e caricò la giovane vedova di rimproveri così amari, che Zadig era tutt'altro che soddisfatto di questa ostentazione di virtù.

Zadig aveva un amico di nome Cador, uno di quei giovani in cui sua moglie scopriva più probità e merito che negli altri. Lo rese suo confidente e assicurò la sua fedeltà il più possibile con un regalo considerevole. Azora, dopo aver trascorso due giorni con un'amica in campagna, tornò a casa il terzo. I servi le dissero, con le lacrime agli occhi, che suo marito era morto improvvisamente la notte prima; che avevano avuto paura di darle notizia di questo triste evento; e che avevano appena depositato la sua salma nella tomba dei suoi antenati, in fondo al giardino. Ella pianse, si strappò i capelli e giurò che lo avrebbe seguito nella tomba.

La sera Cador chiese il permesso di farle visita e unì le sue lacrime alle sue. Il giorno dopo piansero meno e pranzarono insieme. Cador le disse che il suo amico gli aveva lasciato la maggior parte dei suoi beni; e che si sarebbe ritenuto estremamente felice di condividere la sua fortuna con lei. La dama pianse, andò su tutte le furie e alla fine divenne più mite e gentile. Rimasero a tavola più a lungo che a pranzo. Ora parlavano con maggiore confidenza. Azora lodò il defunto; ma ammise che aveva molti difetti dai quali Cador era libero.

Durante la cena Cador si lamentò di un violento dolore al fianco. La dama, molto preoccupata e desiderosa di servirlo, fece portare ogni sorta di essenze, con le quali lo unse, per tentare se qualcuna di esse potesse forse alleviargli il dolore. Si lamentò che il grande Ermete non fosse più a Babilonia. Si degnò persino di toccare il fianco in cui Cador sentiva un dolore così squisito.

"Sei soggetto a questo crudele disturbo?" gli disse con aria compassionevole.

"A volte mi porta", rispose Cador, "sull'orlo della tomba; e non vi è che un rimedio che può darmi sollievo, ed è quello di applicare al mio fianco il naso di un uomo che è morto da poco".

"Un rimedio strano, davvero!" disse Azora.

"Non più strano", replicò lui, "dei sacchetti di Arnon contro l'apoplessia". Questa ragione, aggiunta al grande merito del giovane, alla fine determinò la dama.

"Dopotutto", dice lei, "quando mio marito attraverserà il ponte Tchinavar, nel suo viaggio verso l'altro mondo, l'angelo Asrael non gli rifiuterà il passaggio perché il suo naso è un po' più corto nella seconda vita di quanto non fosse nella prima". Prese allora un rasoio, andò alla tomba di suo marito, la innaffiò con le sue lacrime e si avvicinò per tagliare il naso di Zadig, che trovò disteso a tutta lunghezza nella tomba. Zadig si alzò, tenendosi il naso con una mano e, riponendo il rasoio con l'altra: "Signora", disse, "non esclamate così violentemente contro la giovane Cosrou; il progetto di tagliarmi il naso è pari a quello di deviare il corso di un ruscello".

IL CANE E IL CAVALLO

Zadig scoprì per esperienza che il primo mese di matrimonio, come è scritto nel libro di Zend, è la luna di miele, e che il secondo è la luna di assenzio. Fu qualche tempo dopo costretto a ripudiare Azora, che divenne troppo difficile da accontentare; e cercò quindi la felicità nello studio della natura. "Nessun uomo", disse, "può essere più felice di un filosofo che legge in questo grande libro che Dio ha posto davanti ai nostri occhi. Le verità che scopre sono sue, nutre ed esalta la sua anima; vive in pace; non teme nulla dagli uomini; e la sua tenera sposa non verrà a tagliargli il naso".

Posseduto da queste idee, si ritirò in una casa di campagna sulle rive dell'Eufrate. Lì non si occupava di calcolare quanti pollici d'acqua scorrano in un secondo di tempo sotto le arcate di un ponte, o se nel mese del Topo sia caduta una linea cubica di pioggia più che nel mese della Pecora. Non sognava mai di fare seta dalle ragnatele, o porcellana da bottiglie rotte; ma studiava principalmente le proprietà delle piante e degli animali; e acquisì presto una sagacia che gli faceva scoprire mille differenze dove altri uomini vedono solo uniformità.

Un giorno, mentre camminava vicino a un boschetto, vide uno degli eunuchi della regina correre verso di lui, seguito da diversi ufficiali, che apparivano in grande perplessità e che correvano qua e là come uomini distratti, cercando avidamente qualcosa che avevano perduto di grande valore. "Giovane", disse il primo eunuco, "hai visto il cane della regina?" "È una femmina", rispose Zadig. "Hai ragione", rispose il primo eunuco. "È un cagnolino molto piccolo", aggiunse Zadig; "ha partorito di recente; zoppica sulla zampa anteriore sinistra e ha le orecchie molto lunghe". "L'hai vista", disse il primo eunuco, senza fiato. "No", replicò Zadig, "non l'ho vista, né sapevo che la regina avesse un cane".

Esattamente nello stesso momento, per uno dei soliti capricci della fortuna, il cavallo più bello della scuderia del re era scappato dal fantino nelle pianure di Babilonia. Il capo cacciatore e tutti gli altri ufficiali correvano dietro a lui con tanta avidità e ansia quanta ne aveva avuta il primo eunuco dopo il cagnolino. Il capo cacciatore si rivolse a Zadig e gli chiese se non avesse visto passare il cavallo del re. "È il cavallo più veloce della scuderia del re", rispose Zadig; "è alto cinque piedi, con zoccoli molto piccoli e una coda lunga tre piedi e mezzo; le borchie sul suo morso sono d'oro a ventitré carati e i suoi ferri sono d'argento da undici denari". "Che strada ha preso? dov'è?" chiese il capo cacciatore. "Non l'ho visto", replicò Zadig, "e non ne ho mai sentito parlare prima".

Il capo cacciatore e il primo eunuco non dubitarono mai che Zadig avesse rubato il cavallo del re e il cagnolino della regina. Lo fecero quindi condurre davanti all'assemblea del gran desterham, che lo condannò al knut e a trascorrere il resto dei suoi giorni in Siberia. Appena fu passata la sentenza, furono trovati sia il cavallo che il cagnolino. I giudici furono ridotti alla sgradevole necessità di revocare la loro sentenza; ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d'oro per aver detto di non aver visto ciò che aveva visto. Questa multa fu costretto a pagare; dopodiché gli fu permesso di perorare la sua causa davanti al consiglio del gran desterham, quando parlò nel modo seguente:

"O stelle della giustizia, abisso delle scienze, specchi della verità, che avete il peso del piombo, la durezza del ferro, lo splendore del diamante e molte proprietà dell'oro: poiché mi è permesso parlare davanti a questa augusta assemblea, vi giuro per Oramade che non ho mai visto il rispettabile cagnolino della regina, né il sacro cavallo del re dei re. La verità dei fatti era la seguente: camminavo verso il boschetto, dove in seguito incontrai il venerabile eunuco e l'illustrissimo capo cacciatore. Osservai sulla sabbia le tracce di un animale e potei facilmente percepire che fossero quelle di un cagnolino. I solchi leggeri e lunghi impressi sulle piccole eminenze di sabbia tra i segni delle zampe scoprirono chiaramente che si trattava di una femmina, le cui mammelle pendevano, e che quindi doveva aver partorito pochi giorni prima. Altre tracce di tipo diverso, che apparivano sempre aver sfiorato delicatamente la superficie della sabbia vicino ai segni delle zampe anteriori, mi mostrarono che aveva orecchie molto lunghe; e poiché notai che c'era sempre un'impressione più lieve fatta sulla sabbia da un piede rispetto agli altri tre, trovai che il cagnolino della nostra augusta regina era un po' zoppo, se mi si concede l'espressione.

"Per quanto riguarda il cavallo del re dei re, vi piacerà sapere che, camminando nei sentieri di questo bosco, osservai i segni dei ferri di un cavallo, tutti a distanze uguali. Deve essere un cavallo, dissi a me stesso, che galoppa eccellentemente. La polvere sugli alberi nella strada che era larga solo sette piedi era un po' spazzata via, alla distanza di tre piedi e mezzo dal centro della strada. Questo cavallo, dissi, ha una coda lunga tre piedi e mezzo, che essendo agitata a destra e a sinistra, ha spazzato via la polvere. Osservai sotto gli alberi che formavano un pergolato alto cinque piedi, che le foglie dei rami erano cadute di recente; da ciò dedussi che il cavallo li aveva toccati e che doveva quindi essere alto cinque piedi. Quanto al suo morso, doveva essere d'oro a ventitré carati, poiché ne aveva sfregato le borchie contro una pietra che sapevo essere una pietra di paragone, e che ho provato. In una parola, dai segni fatti dai suoi ferri su selci di altro tipo, conclusi che era ferrato con argento fino a undici denari".

Tutti i giudici ammirarono Zadig per il suo acuto e profondo discernimento. La notizia di questo discorso fu portata persino al re e alla regina. Non si parlava d'altro che di Zadig nell'anticamera, nelle camere e nel gabinetto; e sebbene molti dei magi fossero dell'opinione che dovesse essere bruciato come stregone, il re ordinò ai suoi ufficiali di restituirgli le quattrocento once d'oro che era stato costretto a pagare. Il cancelliere, gli avvocati e gli usceri si recarono a casa sua con grande formalità, per riportargli le sue quattrocento once. Ne trattennero solo trecentonovantotto per coprire le spese di giustizia; e i loro servitori chiesero le loro mance.

Zadig vide quanto sia talvolta estremamente pericoloso apparire troppo sapienti, e decise quindi che alla prossima occasione di simile natura non avrebbe detto ciò che aveva visto.

Tale opportunità si presentò presto. Un prigioniero di stato evase e passò sotto la finestra della casa di Zadig. Zadig fu interrogato e non diede risposta. Ma fu provato che aveva guardato il prigioniero da questa finestra. Per questo crimine fu condannato a pagare cinquecento once d'oro; e, secondo il garbato costume di Babilonia, ringraziò i suoi giudici per la loro indulgenza.

"Grande Dio!" disse tra sé, "che sventura è camminare in un bosco attraverso il quale è passato il cagnolino della regina o il cavallo del re! quanto è pericoloso affacciarsi a una finestra! e quanto è difficile essere felici in questa vita!"

L'INVIDIOSO

Zadig decise di consolarsi con la filosofia e l'amicizia per i mali che aveva sofferto dalla fortuna. Aveva nei sobborghi di Babilonia una casa elegantemente arredata, nella quale riuniva tutte le arti e tutti i piaceri degni del perseguimento di un gentiluomo. Al mattino la sua biblioteca era aperta ai dotti. Alla sera la sua tavola era circondata da buona compagnia. Ma scoprì presto quanto siano ospiti pericolosi questi uomini di lettere. Una disputa accesa sorse su una delle leggi di Zoroastro, che proibisce di mangiare un grifone. "Perché", dissero alcuni di loro, "proibire di mangiare un grifone, se non esiste un tale animale in natura?" "Deve necessariamente esistere un tale animale", dissero gli altri, "poiché Zoroastro ci proibisce di mangiarlo". Zadig avrebbe voluto riconciliarli dicendo: "Se non ci sono grifoni, non possiamo assolutamente mangiarli; e così in entrambi i casi obbediremo a Zoroastro".

Un uomo dotto che aveva composto tredici volumi sulle proprietà del grifone, ed era inoltre il principale teurgo, si affrettò ad accusare Zadig davanti a uno dei principali magi, chiamato Yebor, il più grande sciocco e quindi il più grande fanatico tra i Caldei. Quest'uomo avrebbe impalato Zadig per rendere onore al sole, e avrebbe poi recitato il breviario di Zoroastro con maggiore soddisfazione. L'amico Cador (un amico vale più di cento preti) andò da Yebor e gli disse: "Lunga vita al sole e ai grifoni; attento a punire Zadig; è un santo; ha grifoni nel suo cortile interno e non li mangia; e il suo accusatore è un eretico, che osa sostenere che i conigli hanno i piedi divisi e non sono impuri".

"Bene", disse Yebor, scuotendo la sua zucca calva, "dobbiamo impalare Zadig per aver pensato con disprezzo ai grifoni, e l'altro per aver parlato con irriverenza dei conigli". Cador insabbiò la faccenda per mezzo di una dama d'onore con la quale aveva una storia d'amore, e che aveva grande interesse nel Collegio dei Magi. Nessuno fu impalato.

Questa leggerezza causò un grande mormorio tra alcuni dei dottori, che da ciò predissero la caduta di Babilonia. "Da cosa dipende la felicità?" disse Zadig. "Sono perseguitato da tutto ciò che c'è al mondo, persino a causa di esseri che non hanno esistenza". Maledisse quegli uomini di cultura e decise per il futuro di vivere solo con buona compagnia.

Si riunì in casa sua gli uomini più degni e le dame più belle di Babilonia. Offriva loro cene deliziose, spesso precedute da concerti di musica e sempre animate da una conversazione garbata, dalla quale sapeva bandire quell'affettazione di spirito che è il metodo più sicuro per evitarlo del tutto e per rovinare il piacere della più gradevole società. Né la scelta dei suoi amici, né quella dei piatti, era dettata dalla vanità; poiché in ogni cosa preferiva la sostanza all'apparenza; e con questi mezzi si procurò quel rispetto autentico al quale non aspirava.

Di fronte a casa sua viveva un certo Arimaze, un uomo il cui volto deforme non era che una pallida immagine della sua mente ancor più deforme. Il suo cuore era un misto di malizia, orgoglio e invidia. Non essendo mai riuscito in nessuna delle sue imprese, si vendicava su tutti coloro che lo circondavano caricandoli delle più nere calunnie. Per quanto ricco fosse, gli riusciva difficile procurarsi un seguito di adulatori. Il rumore dei carri che entravano nel cortile di Zadig la sera lo riempiva di inquietudine; il suono delle sue lodi lo mandava ancor più su tutte le furie. A volte si recava a casa di Zadig e si sedeva a tavola senza essere invitato; dove guastava tutto il piacere della compagnia, come si dice che le arpie infettino le vivande che toccano. Accadde che un giorno gli saltò in testa di offrire un banchetto a una dama, la quale, invece di accettare, andò a cenare da Zadig. Un'altra volta, mentre parlava con Zadig a corte, un ministro di stato si avvicinò a loro e invitò Zadig a cena senza invitare Arimaze. L'odio più implacabile ha raramente un fondamento più solido. Quest'uomo, che a Babilonia era chiamato l'Invidioso, decise di rovinare Zadig perché questi era chiamato il Felice. "L'occasione di fare il male si presenta cento volte al giorno, e quella di fare il bene una volta sola all'anno", come dice il saggio Zoroastro.

L'invidioso andò a trovare Zadig, che passeggiava nel suo giardino con due amici e una dama, alla quale diceva molte galanterie, senza altra intenzione che quella di dirle. La conversazione cadde su una guerra che il re aveva appena portato a felice conclusione contro il principe di Ircania, suo vassallo. Zadig, che aveva dato prova di coraggio in questa breve guerra, elogiò grandemente il re, ma ancor più la dama. Estrasse il suo taccuino e scrisse quattro versi all'improvviso, che diede a questa amabile persona da leggere. I suoi amici pregarono di poterli vedere; ma la modestia, o meglio un amor proprio ben regolato, non gli permise di accogliere la loro richiesta. Sapeva che i versi improvvisati non sono mai approvati se non dalla persona in onore della quale sono scritti. Stracciò quindi in due il foglio su cui li aveva scritti e gettò entrambi i pezzi in un cespuglio di rose, dove il resto della compagnia li cercò invano. Un leggero acquazzone che cadde poco dopo li costrinse a tornare in casa. L'invidioso, che era rimasto nel giardino, continuò la ricerca finché non trovò un pezzo del foglio. Era stato strappato in modo tale che ogni metà di verso formava un senso compiuto, e persino un verso di misura più breve; ma ciò che fu ancora più sorprendente, questi brevi versi contenevano le riflessioni più ingiuriose verso il re. Dicevano così:

Ai crimini palesi, La corona deve, Ai tempi di pace, Il peggior dei nemici.

L'invidioso fu ora felice per la prima volta in vita sua. Aveva il potere di rovinare una persona di virtù e di merito. Colmo di questa gioia diabolica, trovò il modo di far pervenire al re la satira scritta di mano di Zadig, il quale, insieme alla dama e ai suoi due amici, fu gettato in prigione.

Il suo processo fu presto terminato, senza che gli fosse permesso di parlare per discolparsi. Mentre stava per ricevere la sentenza, l'invidioso si gettò sulla sua strada e gli disse ad alta voce che i suoi versi non valevano nulla. Zadig non si vantava di essere un buon poeta; ma lo riempì di indicibile preoccupazione il constatare di essere condannato per alto tradimento; e che la bella dama e i suoi due amici fossero rinchiusi in prigione per un crimine di cui non erano colpevoli. Non gli fu permesso di parlare perché il suo scritto parlava per lui. Tale era la legge di Babilonia. Di conseguenza fu condotto al luogo dell'esecuzione, attraverso un'immensa folla di spettatori, che non osavano azzardarsi a esprimere la loro pietà per lui, ma che esaminavano attentamente il suo volto per vedere se morisse con grazia. Solo i suoi parenti erano inconsolabili, poiché non avrebbero potuto ereditare i suoi beni. Tre quarti della sua ricchezza furono confiscati dal tesoro del re, e l'altro quarto fu dato all'invidioso.

Proprio mentre si preparava alla morte, il pappagallo del re volò fuori dalla sua gabbia e si posò su un cespuglio di rose nel giardino di Zadig. Una pesca era stata spinta fin lì dal vento da un albero vicino ed era caduta su un pezzo del foglio scritto del taccuino, al quale si era attaccata. L'uccello portò via la pesca e la carta e le depose sul ginocchio del re. Il re raccolse la carta con grande impazienza e lesse le parole, che non formavano alcun senso e sembravano essere le terminazioni di versi. Amava la poesia; e c'è sempre qualche clemenza da aspettarsi da un principe di tale indole. L'avventura del pappagallo lo fece riflettere.

La regina, che ricordava ciò che era stato scritto sul pezzo del taccuino di Zadig, lo fece portare. Confrontarono i due pezzi insieme e trovarono che corrispondevano esattamente; lessero poi i versi come Zadig li aveva scritti.

I TIRANNI SONO PROPENSI AI CRIMINI PALESI. ALLA CLEMENZA DEVE LA SUA CORONA. ALLA CONCORDIA E AI TEMPI DI PACE. SOLO L'AMORE È IL PEGGIORE DEI NEMICI.

Il re diede immediati ordini che Zadig fosse condotto al suo cospetto e che i suoi due amici e la dama fossero messi in libertà. Zadig si gettò prostrato a terra davanti al re e alla regina; chiese umilmente perdono per aver fatto versi così cattivi e parlò con tanta proprietà, arguzia e buon senso, che le loro maestà desiderarono rivederlo. Egli si concesse quell'onore e si insinuò ancor più nelle loro grazie. Gli diedero tutti i beni dell'invidioso; ma Zadig glieli restituì interamente. E questo gesto di generosità non diede all'invidioso altro piacere se non quello di aver conservato il suo patrimonio.

La stima del re per Zadig aumentava ogni giorno. Lo ammetteva a tutti i suoi svaghi e lo consultava in tutti gli affari di stato. Da quel momento la regina cominciò a guardarlo con un occhio di tenerezza che avrebbe potuto un giorno rivelarsi pericoloso per se stessa, per il re, suo augusto consorte, per Zadig e per il regno in generale. Zadig cominciò ora a pensare che la felicità non fosse così irraggiungibile come aveva immaginato in precedenza.

IL GENEROSO

Giunse il tempo di celebrare una grande festa, che ritornava ogni cinque anni. Era un'usanza a Babilonia dichiarare solennemente alla fine di ogni quinquennio quale dei cittadini avesse compiuto l'azione più generosa. I grandi e i magi erano i giudici. Il primo satrapo, che era incaricato del governo della città, pubblicava le azioni più nobili che erano avvenute sotto la sua amministrazione. La competizione era decisa dai voti; e il re pronunciava la sentenza. La gente giungeva a questa solennità dalle estremità della terra. Il vincitore riceveva dalla mano del monarca una coppa d'oro adornata di pietre preziose, mentre sua maestà gli rivolgeva questo complimento:

"Ricevi questo premio della tua generosità, e possano gli dèi concedermi molti sudditi simili a te."

Giunto questo giorno memorabile, il re apparve sul suo trono, circondato dai grandi, dai magi e dai deputati di tutte le nazioni giunte per questi giochi, dove la gloria si acquisiva non per la rapidità dei cavalli, né per la forza del corpo, ma per la virtù. Il primo satrapo recitò, con voce udibile, le azioni che potevano far meritare agli autori questo premio inestimabile. Non menzionò la grandezza d'animo con cui Zadig aveva restituito all'invidioso la sua fortuna, perché non fu giudicata un'azione degna di contendere il premio.

Presentò innanzitutto un giudice che, avendo fatto perdere a un cittadino una causa considerevole a causa di un errore, per il quale, tutto sommato, non era responsabile, gli aveva dato l'intero suo patrimonio, che era esattamente uguale a ciò che l'altro aveva perso.

Presentò poi un giovane che, essendo disperatamente innamorato di una dama che stava per sposare, l'aveva ceduta al suo amico, la cui passione per lei lo aveva portato quasi sull'orlo della tomba, e allo stesso tempo gli aveva dato la dote della dama.

Presentò in seguito un soldato che, nelle guerre di Ircania, aveva dato un esempio ancora più nobile di generosità. Un gruppo di nemici avendo catturato la sua amata, egli aveva combattuto in sua difesa con grande intrepidità. In quello stesso istante fu informato che un altro gruppo, a poche passi di distanza, stava portando via sua madre; lasciò dunque la sua amata con le lacrime agli occhi e volò in aiuto di sua madre. Alla fine tornò presso il caro oggetto del suo amore e la trovò in fin di vita. Stava per piantarsi la spada nel petto; ma sua madre, opponendosi a un gesto così disperato e dicendogli che lui era l'unico sostegno della sua vita, ebbe il coraggio di sopportare di vivere.

I giudici erano inclini a dare il premio al soldato. Ma il re prese la parola e disse: "L'azione del soldato, e quelle degli altri due, sono senza dubbio molto grandi, ma non hanno nulla di sorprendente. Ieri Zadig ha compiuto un'azione che mi ha riempito di meraviglia. Alcuni giorni prima avevo destituito Coreb, il mio ministro e favorito. Mi lamentai di lui nei termini più violenti e amari; tutti i miei cortigiani mi assicurarono che ero stato troppo gentile e sembravano fare a gara nel parlar male di Coreb. Chiesi a Zadig cosa ne pensasse, ed egli ebbe il coraggio di elogiarlo. Ho letto nelle nostre storie di molti uomini che hanno espiato un errore con la rinuncia alla loro fortuna; che hanno rinunciato a un'amante; o preferito una madre all'oggetto del loro affetto; ma mai prima d'ora ho sentito di un cortigiano che parlasse favorevolmente di un ministro caduto in disgrazia che soffriva sotto il malcontento del suo sovrano. Do a ciascuno di coloro le cui azioni generose sono state appena recitate ventimila monete d'oro; ma la coppa la do a Zadig."

"Possa piacere a vostra maestà," disse Zadig, "tu solo meriti la coppa; tu hai compiuto un'azione tra tutte le altre la più rara e meritoria, poiché, nonostante tu sia un re potente, non ti sei offeso con il tuo schiavo quando ha presunto di opporsi alla tua passione." Il re e Zadig furono ugualmente oggetto di ammirazione. Il giudice, che aveva dato il suo patrimonio al suo cliente; l'amante, che aveva rinunciato alla sua amata per un amico; e il soldato, che aveva preferito la salvezza di sua madre a quella della sua amata, ricevettero i doni del re e videro i loro nomi iscritti nel catalogo degli uomini generosi. Zadig ebbe la coppa, e il re acquisì la reputazione di un buon principe, di cui non godette a lungo. Il giorno fu celebrato da feste che durarono più di quanto la legge imponeva; e la memoria di esso è ancora preservata in Asia. Zadig disse: "Ora sono finalmente felice"; ma si ritrovò fatalmente ingannato.

IL MINISTRO

Il re aveva perso il suo primo ministro e scelse Zadig per coprire il suo posto. Tutte le dame di Babilonia applaudirono la scelta; poiché dalla fondazione dell'impero non c'era mai stato un ministro così giovane. Ma tutti i cortigiani erano colmi di gelosia e stizza. L'invidioso in particolare era afflitto da uno sputo di sangue e da una prodigiosa infiammazione al naso. Zadig, dopo aver ringraziato il re e la regina per la loro bontà, andò ugualmente a ringraziare il pappagallo. "Bell'uccello," disse, "'sei tu che mi hai salvato la vita e mi hai reso primo ministro. Il cagnolino della regina e il cavallo del re mi hanno causato un gran male; ma tu mi hai fatto un gran bene. Su fili così sottili come questi pendono le sorti dei mortali! Ma," aggiunse, "questa felicità forse svanirà molto presto."

"Presto," rispose il pappagallo.

Zadig fu alquanto turbato da questa parola. Ma poiché era un buon filosofo naturale e non credeva che i pappagalli fossero profeti, recuperò rapidamente lo spirito e decise di adempiere al suo dovere nel miglior modo possibile.

Fece sentire a tutti la sacra autorità delle leggi, ma nessuno sentì il peso della sua dignità. Non frenò mai la deliberazione del divan; e ogni visir poteva dare la sua opinione senza il timore di incorrere nel malcontento del ministro. Quando giudicava, non era lui che giudicava, era la legge; il cui rigore, tuttavia, ogni volta che era troppo severo, si premurava sempre di ammorbidire; e quando le leggi mancavano, l'equità delle sue decisioni era tale da poter facilmente farle passare per quelle di Zoroastro. È a lui che le nazioni sono debite per questo grande principio, vale a dire, che è meglio correre il rischio di risparmiare i colpevoli che condannare gli innocenti. Immaginava che le leggi fossero fatte sia per proteggere le persone dal subire lesioni, sia per trattenerle dal commettere crimini. Il suo talento principale consisteva nello scoprire la verità, che tutti gli uomini cercano di oscurare.

Questo grande talento lo mise in pratica sin dall'inizio della sua amministrazione. Un famoso mercante di Babilonia, che morì nelle Indie, divise il suo patrimonio equamente tra i suoi due figli, dopo aver disposto il matrimonio della sorella, e lasciò un dono di trentamila monete d'oro a quel figlio che si fosse rivelato averlo amato di più. Il maggiore innalzò una tomba alla sua memoria; il minore aumentò la dote di sua sorella, dandole parte della sua eredità. Tutti dicevano che il figlio maggiore amava di più suo padre, e il più giovane sua sorella; e che le trentamila monete appartenevano al maggiore.

Zadig li chiamò entrambi, l'uno dopo l'altro. Al maggiore disse: "Tuo padre non è morto; è guarito dalla sua ultima malattia e sta tornando a Babilonia." "Dio sia lodato," rispose il giovane; "ma la sua tomba mi è costata una somma considerevole." Zadig disse poi la stessa cosa al minore. "Dio sia lodato," disse questi, "andrò a restituire a mio padre tutto ciò che ho; ma vorrei che lasciasse a mia sorella ciò che le ho dato." "Non restituirai nulla," rispose Zadig, "e avrai le trentamila monete, perché tu sei il figlio che ama di più suo padre."

LE DISPUTE E LE UDIENZE

In questo modo rivelava quotidianamente la sottigliezza del suo ingegno e la bontà del suo cuore. Il popolo lo ammirava e lo amava allo stesso tempo. Passava per l'uomo più felice del mondo. L'intero impero risuonava del suo nome. Tutte le dame gli facevano gli occhi dolci. Tutti gli uomini lo lodavano per la sua giustizia. I dotti lo consideravano un oracolo; e persino i sacerdoti confessavano che ne sapeva più dell'antico arcimago Yebor. Erano ormai così lontani dal perseguitarlo a causa del grifone, che non credevano a nulla se non a ciò che lui riteneva credibile.

Regnava a Babilonia, da millecinquecento anni, una violenta contesa che aveva diviso l'impero in due sette. La prima pretendeva che si dovesse entrare nel tempio di Mitra con il piede sinistro in avanti; l'altra teneva questa usanza in detestazione ed entrava sempre con il piede destro per primo. Il popolo attendeva con grande impazienza il giorno in cui si doveva celebrare la solenne festa del fuoco sacro, per vedere quale setta Zadig avrebbe favorito. Tutto il mondo aveva gli occhi fissi sui suoi due piedi, e l'intera città era nel massimo sospetto e perturbazione. Zadig saltò nel tempio con i piedi uniti, e provò in seguito, in un eloquente discorso, che il Sovrano del cielo e della terra, che non guarda in faccia nessuno, non fa distinzione tra il piede destro e quello sinistro. L'invidioso e sua moglie sostennero che il suo discorso non era abbastanza figurato, e che non aveva fatto danzare le rocce e le montagne con sufficiente agilità.

"È arido," dicevano, "e privo di genio; non fa volare la pulce, né cadere le stelle, né il sole fondere la cera; non ha il vero stile orientale." Zadig si accontentò di avere lo stile della ragione. Tutto il mondo lo favorì, non perché fosse sulla strada giusta o seguisse i dettami della ragione, o fosse un uomo di vero merito, ma perché era primo visir.

Terminò con la stessa felice destrezza la grande differenza tra i magi bianchi e i neri. I primi sostenevano che fosse il colmo dell'empietà pregare Dio con la faccia rivolta verso est in inverno; i secondi asserivano che Dio aborriva le preghiere di coloro che si rivolgevano verso ovest in estate. Zadig decretò che ogni uomo dovesse essere libero di rivolgersi come desiderava.

Così scoprì l'felice segreto di terminare tutti gli affari, sia privati che pubblici, al mattino. Il resto della giornata lo impiegava nel sovrintendere e promuovere gli abbellimenti di Babilonia. Rappresentava tragedie che traevano lacrime dagli occhi degli spettatori, e commedie che scuotevano i fianchi dal riso; un'usanza che era stata a lungo dismessa, e che il suo buon gusto ora lo induceva a far rivivere. Non si finse mai più esperto nelle belle arti degli artisti stessi; li incoraggiava con premi e onori, e non era mai geloso dei loro talenti. La sera il re era altamente intrattenuto dalla sua conversazione, e la regina ancor di più. "Grande ministro!" diceva il re. "Amabile ministro!" diceva la regina; ed entrambi aggiungevano: "Sarebbe stata una grande perdita per lo stato se un tale uomo fosse stato impiccato."

Mai uomo al potere fu costretto a dare così tante udienze alle dame. La maggior parte di loro veniva a consultarlo senza alcun affare, così da poter avere qualche affare con lui. Ma nessuna di loro vinse la sua attenzione.

Nel frattempo Zadig percepiva che i suoi pensieri erano sempre distratti, sia quando dava udienza che quando sedeva in giudizio. Non sapeva a cosa attribuire questa assenza di mente; e quello era il suo unico dolore.

Fece un sogno in cui immaginava di coricarsi su un mucchio di erbe secche, tra le quali ce n'erano molte pungenti che gli davano grande inquietudine, e che si riposava poi su un morbido letto di rose dal quale spuntava un serpente che lo feriva al cuore con la sua lingua acuta e velenosa. "Ahimè," disse, "sono giaciuto a lungo su queste erbe secche e pungenti, sono ora sul letto di rose; ma quale sarà il serpente?"

"La ragione," disse Zadig, "è la stessa; la legge è antica, ma l'avete mai vista fondata sulla ragione? Nel vostro viaggio in India, non avete visto le vedove più illuminate e dotate di spirito che si rifiutano di bruciarsi? Non avete sentito parlare della vedova di un re che, essendosi salvata dal rogo, fece grandi cose per il regno del defunto? È tempo di far cessare questi orrori."

Setoc si lasciò persuadere; il suo cuore si lasciò toccare dai discorsi del suo schiavo. Andò a trovare la bella Almona, la quale era ancora nel dolore e nella devozione, e, dopo averla lodata per la sua pietà, le fece vedere, con discorsi pieni di ragione e di sentimento, quanto fosse inumano e contrario al vero interesse della vita il bruciarsi viva; le prospettò un quadro delle dolcezze che si potevano ancora godere in questo mondo, e finì con il prometterle una sorte che la rendesse felice.

Almona si lasciò convincere. "Mi sembra," disse lei, "che voi siate destinato a rendermi felice; io vi sarò legata per tutta la vita." Zadig intanto aveva ottenuto da Setoc il permesso di parlare alla giovane vedova. Egli non le parlò affatto di filosofia, ma le dipinse la vita e i piaceri che si possono godere in questo mondo; le espresse tutta la bellezza della sua persona e, sia che fosse il suo spirito, sia che fosse il suo stato d'animo, egli la trovò degna di essere amata. Almona non aveva mai visto nessuno come lui. In breve, essa finì con il trovare che il giovane filosofo era assai più amabile del marito defunto, che non era che un vecchio arabo geloso e senza spirito.

Il giorno fissato per il sacrificio, quando tutta la folla era riunita, Almona apparve tutta vestita di bianco, ornata di fiori e di pietre preziose, e intonando inni in onore del dio del sole. Essa non sembrava più una donna che andasse a bruciarsi, ma una sposa che andasse a nozze. Setoc, dal canto suo, faceva finta di essere molto triste, ma in cuor suo era rallegrato. Zadig, che si era avvicinato, le si avvicinò e le sussurrò: "Perdonate la mia audacia; ma io spero che voi abbiate sempre il desiderio di vivere." Essa gli rispose con uno sguardo che lasciava intendere che non era dispiaciuta di essere stata salvata da un uomo come lui.

Il rogo era stato preparato con grande sfarzo; i sacerdoti celebravano i riti, ma Zadig, approfittando della confusione, si avvicinò ad Almona e le disse: "Non avete ancora alcun rimpianto per il rogo?" "Oh," rispose lei, "non ne avrò mai se voi sarete il mio soccorritore." Egli le fece capire che, per evitare il rogo, bastava che lei dichiarasse che il suo cuore era cambiato e che voleva vivere per il bene del popolo. Almona fece questo annuncio dinanzi a tutto il popolo; il rogo fu spento, e i sacerdoti, vedendo che il loro potere diminuiva, lanciarono contro Zadig maledizioni e minacce, ma il popolo, che lo aveva visto salvare una donna così bella, lo acclamò come un savio e un benefattore.

«La ragione è più antica», rispose Zadig; «intanto, tu parla ai capi delle tribù e io andrò ad attendere la giovane vedova».

Di conseguenza fu introdotto al suo cospetto; e, dopo essersi insinuato nelle sue grazie con alcuni complimenti sulla sua bellezza e averle detto che peccato fosse dare alle fiamme tante attrattive, alla fine la lodò per la sua costanza e il suo coraggio. «Devi aver certamente amato tuo marito», le disse, «con il più appassionato affetto».

«Io?», rispose la dama. «Non l'ho amato affatto. Era un miserabile brutale, geloso, insopportabile; ma sono fermamente risoluta a gettarmi sul suo rogo funebre».

«Sembrerebbe dunque», disse Zadig, «che debba esserci un piacere assai delizioso nell'essere bruciati vivi».

«Oh! la natura ne inorridisce», replicò la dama, «ma bisogna passarci sopra. Sono una devota, e perderei la mia reputazione e tutto il mondo mi disprezzerebbe se non mi bruciassi». Zadig, dopo averla indotta a riconoscere che si bruciava per ottenere la buona opinione degli altri e per soddisfare la propria vanità, la intrattenne con un lungo discorso, calcolato per farla innamorare un poco della vita, e giunse persino a ispirarle un certo grado di benevolenza per la persona che le parlava.

«Ahimè!», disse la dama, «credo che vorrei che tu mi sposassi».

La mente di Zadig era troppo occupata dall'idea di Astarte per non eludere questa dichiarazione; ma si recò immediatamente dai capi delle tribù, raccontò loro quanto era accaduto, e consigliò di emanare una legge in base alla quale a una vedova non fosse permesso bruciarsi finché non avesse conversato privatamente con un giovane per lo spazio di un'ora. Da quel momento, non una sola donna si è più bruciata in Arabia. Esse furono debitrici al solo Zadig per aver distrutto in un giorno un uso crudele che era durato per tanti secoli, e così divenne il benefattore dell'Arabia.

LA CENA

Setoc, che non poteva separarsi da quest'uomo in cui risiedeva la saggezza, lo condusse alla grande fiera di Balzora, dove si recavano i più ricchi mercanti della terra. Zadig fu assai lieto di vedere tanti uomini di paesi diversi riuniti nello stesso luogo. Considerava l'intero universo come una grande famiglia riunita a Balzora.

Setoc, dopo aver venduto le sue mercanzie a un prezzo assai alto, ritornò alla propria tribù con il suo amico Zadig; il quale apprese, al suo arrivo, di essere stato processato in sua assenza e di essere ora sul punto di essere bruciato a fuoco lento. Solo l'amicizia di Almona gli salvò la vita. Come tante belle donne, ella possedeva una grande influenza presso il sacerdozio. Zadig ritenne opportuno lasciare l'Arabia.

Setoc fu così incantato dall'ingegno e dall'abilità di Almona che la prese in moglie. Zadig partì, dopo essersi gettato ai piedi della sua bella salvatrice. Setoc e lui si congedarono con le lacrime agli occhi, giurandosi un'eterna amicizia e promettendo che il primo di loro che avesse acquisito una grande fortuna l'avrebbe condivisa con l'altro.

Zadig diresse il suo cammino lungo le frontiere dell'Assiria, continuando a meditare sull'infelice Astarte e riflettendo sulla severità della fortuna, che sembrava determinata a fare di lui il trastullo della sua crudeltà e l'oggetto della sua persecuzione. «Cosa», disse tra sé, «quattrocento once d'oro per aver visto un cagnolino! condannato a perdere la testa per quattro cattivi versi in lode del re! pronto a essere strangolato perché la regina aveva scarpe del colore del mio berretto! ridotto in schiavitù per aver soccorso una donna che veniva picchiata! e sul punto di essere bruciato per aver salvato la vita a tutte le giovani vedove dell'Arabia!»

IL LADRO

Giunto sulle frontiere che separano l'Arabia Petrea dalla Siria, passò accanto a un castello piuttosto robusto, dal quale uscì un drappello di arabi armati. Lo circondarono all'istante e gridarono: «Tutto ciò che hai appartiene a noi, e la tua persona è proprietà del nostro padrone». Zadig rispose sguainando la spada; il suo servitore, che era un uomo di coraggio, fece lo stesso. Uccisero i primi arabi che presunsero di mettere loro le mani addosso; e, sebbene il numero fosse raddoppiato, non si sgomentarono, ma risolsero di perire nel conflitto. Due uomini si difesero contro una moltitudine; e un tale combattimento non poteva durare a lungo.

Il padrone del castello, il cui nome era Arbogad, avendo osservato da una finestra i prodigi di valore compiuti da Zadig, concepì una grande stima per questo eroico straniero. Scese in fretta e andò di persona a richiamare i suoi uomini e a liberare i due viaggiatori.

«Tutto ciò che passa sulle mie terre», disse, «appartiene a me, così come ciò che trovo sulle terre altrui; ma tu sembri essere un uomo di tale coraggio indomito che ti esenterò dalla legge comune». Lo condusse quindi nel suo castello, ordinando ai suoi uomini di trattarlo bene; e la sera Arbogad cenò con Zadig.

Il signore del castello era uno di quegli arabi che sono comunemente chiamati ladri; ma di tanto in tanto compiva alcune buone azioni in mezzo a una moltitudine di cattive. Rubava con una furiosa rapacità e concedeva favori con grande generosità; era intrepido nell'azione, affabile in compagnia, un libertino a tavola, ma gaio nella dissolutezza; e particolarmente degno di nota per il suo comportamento franco e aperto. Era assai soddisfatto di Zadig, la cui vivace conversazione prolungò il banchetto.

Alla fine Arbogad gli disse: «Ti consiglio di iscrivere il tuo nome nel mio catalogo; non puoi fare di meglio; questo non è un cattivo mestiere; e potresti un giorno diventare ciò che sono io al presente».

«Posso prendermi la libertà di chiederti», disse Zadig, «da quanto tempo segui questa nobile professione?»

«Dalla mia più tenera giovinezza», rispose il signore. «Ero servitore di un arabo piuttosto bonario, ma non potevo sopportare le durezze della mia situazione. Ero irritato nel constatare che il destino non mi aveva dato alcuna parte della terra, che appartiene equamente a tutti gli uomini. Confidai il motivo del mio disagio a un vecchio arabo, che mi disse: "Figlio mio, non disperare; vi fu un tempo un granello di sabbia che si lamentava di non essere che un atomo trascurato nei deserti; al termine di pochi anni divenne un diamante; ed è ora il più luminoso ornamento nella corona del re delle Indie". Questo discorso fece una profonda impressione sulla mia mente. Io ero il granello di sabbia e risolsi di diventare il diamante. Iniziai rubando due cavalli; presto ottenni un gruppo di compagni; mi misi in condizione di derubare piccole carovane; e così, a poco a poco, distrussi la differenza che in precedenza era sussistita tra me e gli altri uomini. Ebbi la mia parte dei beni di questo mondo; e fui persino ricompensato con gli interessi per le privazioni che avevo sofferto. Fui molto rispettato e divenni il capitano di una banda di ladri. Presi questo castello con la forza. Il satrapo di Siria ebbe intenzione di spossessarmene; ma ero troppo ricco per avere qualcosa da temere. Feci al satrapo un dono generoso, grazie al quale conservai il mio castello e accrebbi i miei possedimenti. Mi nominò persino tesoriere dei tributi che l'Arabia Petrea paga al re dei re. Adempio il mio ufficio di ricevitore con grande puntualità; ma mi prendo la libertà di dispensarmi da quello di pagatore.

«Il grande Desterham di Babilonia inviò qui un grazioso satrapo in nome del re Moabdar, per farmi strangolare. Quest'uomo giunse con i suoi ordini: fui informato di tutto; feci strangolare in sua presenza le quattro persone che aveva portato con sé per tirare il cappio; dopo di che gli chiesi quanto potesse valere la sua commissione di strangolarmi. Rispose che il suo compenso sarebbe ammontato a oltre trecento pezzi d'oro. Lo convinsi allora che avrebbe potuto guadagnare di più restando con me. Ne feci un ladro inferiore; ed è ora uno dei miei ufficiali migliori e più ricchi. Se vorrai dar retta ai miei consigli, il tuo successo potrà essere pari al suo; non vi fu mai stagione migliore per il saccheggio, poiché il re Moabdar è ucciso e tutta Babilonia è gettata nella confusione».

«Moabdar ucciso!», disse Zadig, «e che ne è stato della regina Astarte?»

«Non lo so», rispose Arbogad. «Tutto ciò che so è che Moabdar perse il senno e fu ucciso; che Babilonia è una scena di disordine e spargimento di sangue; che tutto l'impero è desolato; che vi sono ancora dei bei colpi da mettere a segno; e che, per quanto mi riguarda, ne ho messi a segno alcuni che sono ammirevoli».

«Ma la regina», disse Zadig; «per amor del cielo, non sai nulla della sorte della regina?»

«Sì», rispose egli, «ho sentito dire qualcosa di un principe d'Ircania; se non è stata uccisa nel tumulto, è probabilmente una delle sue concubine; ma preferisco di gran lunga il bottino alle notizie. Ho preso diverse donne nelle mie scorrerie; ma non ne tengo nessuna. Le vendo a caro prezzo, quando sono belle, senza chiedere chi siano. In mercanzie di questo genere il rango non fa alcuna differenza, e una regina che sia brutta non troverà mai un mercante. Forse potrei aver venduto la regina Astarte; forse è morta; ma, che sia come sia, è di poca importanza per me, e immagino altrettanto poca per te». Così dicendo, bevve un lungo sorso che gettò tutte le sue idee in tale confusione che Zadig non poté ottenere ulteriori informazioni.

Zadig rimase per qualche tempo senza parola, sensi o movimento. Arbogad continuava a bere; raccontava storie; ripeteva costantemente di essere l'uomo più felice del mondo; ed esortava Zadig a mettersi nella stessa condizione. Alla fine i vapori soporiferi del vino lo cullarono in un dolce riposo.

Zadig trascorse la notte nella più violenta perturbazione. «Cosa», disse, «il re ha perso il senno? ed è ucciso? Non posso fare a meno di piangere la sua sorte. L'impero è fatto a pezzi; e questo ladro è felice. O fortuna! O destino! Un ladro è felice, e la più bella delle opere della natura è forse perita in maniera barbara o vive in uno stato peggiore della morte. O Astarte! che ne è stato di te?»

All'alba interrogò tutti coloro che incontrava nel castello; ma erano tutti occupati e non ricevette alcuna risposta. Durante la notte avevano fatto una nuova cattura ed erano ora impegnati a dividere il bottino. Tutto ciò che riuscì a ottenere in quella fretta e confusione fu un'opportunità di partire, che colse immediatamente, sprofondato più che mai nelle riflessioni più cupe e dolorose.

Zadig proseguì il suo viaggio con la mente piena di inquietudine e perplessità, e interamente occupato dall'infelice Astarte, dal re di Babilonia, dal suo fedele amico Cador, dal felice ladro Arbogad; in una parola, da tutte le sventure e le delusioni che aveva finora sofferto.

IL PESCATORE

A poche leghe di distanza dal castello di Arbogad giunse sulle rive di un piccolo fiume, deplorando ancora la sua sorte e considerandosi come il più miserabile degli uomini. Vide un pescatore disteso sulla riva del fiume, che teneva a stento, nella sua mano debole e fiacca, una rete che sembrava pronto a lasciar cadere, e che levava gli occhi al Cielo.

«Sono certamente», diceva il pescatore, «l'uomo più infelice del mondo. Ero universalmente riconosciuto come il più famoso commerciante di formaggi cremosi a Babilonia, eppure sono rovinato. Avevo la moglie più bella che qualsiasi uomo nel mio stato potesse avere; e da lei sono stato tradito. Mi era rimasta ancora una misera casa, e l'ho vista saccheggiata e distrutta. Alla fine mi sono rifugiato in questa capanna, dove non ho altra risorsa che la pesca, eppure non riesco a pescare un solo pesce. Oh, mia rete! non ti getterò più in acqua; getterò me stesso al tuo posto». Così dicendo, si alzò e avanzò nell'atteggiamento di un uomo pronto a gettarsi nel fiume, e così porre fine alla sua vita.

«Cosa!», disse Zadig tra sé, «ci sono uomini così miserabili come me?» Il suo desiderio di salvare la vita del pescatore fu pari a questa riflessione. Corse verso di lui, lo fermò e gli parlò con aria tenera e compassionevole. Si suppone comunemente che siamo meno infelici quando abbiamo compagni nella nostra miseria. Ciò, secondo Zoroastro, non deriva da malizia, ma da necessità. Ci sentiamo insensibilmente attratti verso una persona infelice come verso una simile a noi. La gioia dei felici sarebbe un insulto; ma due uomini nel dolore sono come due alberi esili che, sostenendosi a vicenda, si fortificano contro la tempesta.

«Perché», disse Zadig al pescatore, «ti abbatti sotto le tue sventure?»

«Perché», rispose quegli, «non vedo alcun mezzo di sollievo. Ero l'uomo più importante nel villaggio di Derlback, vicino a Babilonia, e con l'aiuto di mia moglie facevo i migliori formaggi cremosi dell'impero. La regina Astarte e il famoso ministro Zadig ne erano estremamente ghiotti».

Zadig, trasportato, disse: «Cosa, non sai nulla della sorte della regina?»

«No, mio signore», rispose il pescatore; «ma so che né la regina né Zadig mi hanno pagato i miei formaggi cremosi; che ho perso mia moglie e sono ora ridotto alla disperazione».

«Mi lusingo», disse Zadig, «che tu non perderai tutto il tuo denaro. Ho sentito parlare di questo Zadig; è un uomo onesto; e se ritorna a Babilonia, come prevede, ti darà più di quanto ti deve. Credimi, va' a Babilonia. Io sarò là prima di te, perché sono a cavallo e tu sei a piedi. Rivolgiti all'illustre Cador; digli che hai incontrato il suo amico; attendimi a casa sua; va', forse non sarai sempre infelice».

«O potente Oromaze!», continuò, «tu mi impieghi per confortare quest'uomo; chi impiegherai per darmi consolazione?» Così dicendo, diede al pescatore metà del denaro che aveva portato dall'Arabia. Il pescatore, colpito dalla sorpresa e rapito dalla gioia, baciò i piedi dell'amico di Cador e disse: «Sei sicuramente un angelo inviato dal Cielo per salvarmi!»

Nel frattempo, Zadig continuava a fare nuove ricerche e a versare lacrime. «Cosa, mio signore!», gridò il pescatore, «sei dunque così infelice, tu che elargisci favori?»

«Cento volte più infelice di quanto tu sia», rispose Zadig.

«Ma com'è possibile», disse il buon uomo, «che chi dona possa essere più misero di chi riceve?»

«Perché», replicò Zadig, «la tua miseria più grande nasceva dalla povertà, e la mia è radicata nel cuore».

«Orcan ti ha portato via tua moglie?», disse il pescatore.

Questa parola richiamò alla mente di Zadig l'insieme delle sue avventure. Ripeté il catalogo delle sue sventure, iniziando con il cagnolino della regina e terminando con il suo arrivo al castello del ladro Arbogad. «Ah!», disse al pescatore, «Orcan merita di essere punito; ma sono comunemente uomini come quelli a essere i favoriti della fortuna. Tuttavia, va' alla casa del signor Cador e attendi lì il mio arrivo». Si separarono quindi, il pescatore camminava ringraziando il Cielo per la felicità della sua condizione; e Zadig cavalcava, accusando la fortuna per la durezza della sua sorte.

IL BASILISCO

Giunto in un bel prato, vi vide diverse donne che cercavano qualcosa con grande applicazione. Si prese la libertà di avvicinarsi a una di loro e di chiedere se potesse avere l'onore di assisterle nella loro ricerca. «Bada bene di non farlo», rispose la siriana; «ciò che cerchiamo può essere toccato solo dalle donne».

«Strano», disse Zadig, «posso permettermi di chiederti cosa sia ciò che solo alle donne è permesso toccare?»

«È un basilisco», disse ella.

«Un basilisco, signora! e a quale scopo, ti prego, cerchi un basilisco?»

«È per il nostro signore e padrone Ogul, il cui bestiame vedi sulla riva di quel fiume in fondo al prato. Siamo le sue più umili schiave. Il signore Ogul è malato. Il suo medico gli ha ordinato di mangiare un basilisco, stufato in acqua di rose; e siccome è un animale assai raro, che può essere preso solo dalle donne, il signore Ogul ha promesso di scegliere come sua beneamata moglie la donna che gli porterà un basilisco; lasciami continuare nella mia ricerca; poiché vedi cosa perderò se verrò preceduta dalle mie compagne».

Zadig lasciò lei e le altre assire a cercare il loro basilisco e continuò a camminare nel prato; quando, giunto sulla riva di un piccolo ruscello, trovò un'altra dama distesa sull'erba, che non stava cercando nulla. La sua persona sembrava essere maestosa; ma il suo volto era coperto da un velo. Era inclinata verso il ruscello, e profondi sospiri uscivano dalla sua bocca. Nella mano teneva un piccolo bastoncino con il quale tracciava caratteri sulla sabbia fine che giaceva tra la zolla e il ruscello. Zadig ebbe la curiosità di esaminare cosa stesse scrivendo questa donna. Si avvicinò; vide la lettera Z, poi una A; ne fu stupito; poi apparve una D; sobbalzò. Ma mai sorpresa fu pari alla sua quando vide le due ultime lettere del suo nome.

Rimase per qualche tempo immobile. Alla fine, rompendo il silenzio con voce tremante: «O generosa signora! perdona uno straniero, un uomo sfortunato, per aver presunto di chiederti per quale sorprendente avventura trovo qui il nome di Zadig tracciato dalla tua mano divina!»

A questa voce e a queste parole, la dama sollevò il velo con mano tremante, guardò Zadig, emise un grido di tenerezza, sorpresa e gioia, e soccombendo alle varie emozioni che allo stesso tempo assalivano il suo animo, cadde senza sensi tra le sue braccia. Era Astarte stessa; era la regina di Babilonia; era colei che Zadig adorava, e che aveva rimproverato se stesso per adorare; era colei le cui sventure aveva così profondamente deplorato, e per la cui sorte si era così ansiosamente preoccupato.

Fu per un momento privato dell'uso dei sensi, quando ebbe fissato i suoi occhi su quelli di Astarte, che ora cominciavano a riaprirsi con un languore mescolato a confusione e tenerezza: «O potenze immortali!», gridò, «che presiedete ai destini dei deboli mortali, mi restituite davvero Astarte! in quale momento, in quale luogo e in quale condizione la rivedo!» Cadde in ginocchio davanti ad Astarte e pose il volto nella polvere ai suoi piedi. La regina di Babilonia lo sollevò e lo fece sedere al suo fianco sulla riva del ruscello. Si asciugò frequentemente gli occhi, dai quali le lacrime continuavano a scorrere fresche. Riprese venti volte il suo discorso, che i suoi sospiri altrettante volte interrompevano; chiese per quale strano incidente fossero stati riuniti, e prevenne improvvisamente le sue risposte con altre domande; tralasciò il resoconto delle proprie sventure e desiderò essere informata di quelle di Zadig.

Alla fine, essendosi entrambi un poco placato il tumulto delle anime, Zadig le fece sapere in poche parole per quale avventura fosse stato condotto in quel prato. «Ma, o infelice e rispettabile regina! per quale mezzo ti ritrovo in questo luogo solitario, vestita con l'abito di una schiava, e accompagnata da altre schiave che stanno cercando un basilisco, il quale, per ordine del medico, deve essere stufato in acqua di rose?»

«Finché cercano il loro basilisco», disse la bella Astarte, «ti metterò al corrente di tutte le mie sofferenze, per le quali il Cielo mi ha ampiamente ricompensata restituendoti alla mia vista. Sai che il re, mio marito, era irritato nel vederti il più amabile degli uomini; e che per questa ragione una notte decise di strangolare te e avvelenare me. Sai come il Cielo permise al mio piccolo muto di informarmi degli ordini di sua sublime maestà. Appena il fedele Cador ebbe avvertito te di partire, in obbedienza al mio comando, si avventurò a entrare nei miei appartamenti a mezzanotte attraverso un passaggio segreto. Mi portò via e mi condusse al tempio di Oromaze, dove il mago suo fratello mi rinchiuse in quella enorme statua la cui base giunge fino alle fondamenta del tempio e la cui sommità si eleva fino al vertice della cupola. Lì fui sepolta, in un certo senso; ma fui salvata dal mago e provvista di tutto il necessario per la vita. Allo spuntar del giorno, lo speziale di sua maestà entrò nella mia camera con una pozione composta da una miscela di giusquiamo, oppio, cicuta, elleboro nero e aconito; e un altro ufficiale si recò nella tua con una corda da arco di seta blu. Nessuno dei due fu trovato. Cador, per meglio ingannare il re, finse di venire ad accusare entrambi. Disse che tu avevi preso la strada per le Indie, e io quella per Menfi, su che le guardie del re furono immediatamente inviate all'inseguimento di entrambi.

«I corrieri che mi inseguivano non mi conoscevano. Non avevo quasi mai mostrato il mio volto ad altri che a te, e a te solo in presenza e per ordine di mio marito. Si comportarono nell'inseguimento secondo la descrizione che era stata data loro della mia persona. Sulle frontiere dell'Egitto incontrarono una donna della mia stessa statura, e forse dotata di maggiori attrattive. Piangeva e vagava. Non ebbero dubbi che quella donna fosse la Regina di Babilonia e di conseguenza la condussero da Moabdar. Il loro errore dapprima gettò il re in una violenta passione; ma, dopo aver osservato questa donna più attentamente, la trovò estremamente bella e si consolò. Si chiamava Missouf. Ho saputo in seguito che questo nome nella lingua egizia significa la bella capricciosa. Lo era in realtà; ma aveva tanta astuzia quanta capricciosità. Piacque a Moabdar e ottenne su di lui un tale ascendente da fargli decidere di sceglierla come sua sposa. Il suo carattere allora cominciò ad apparire nei suoi veri colori. Si abbandonò, senza scrupoli, a tutti i capricci di una fantasia sfrenata. Avrebbe voluto costringere il capo dei magi, che era vecchio e gottoso, a danzare davanti a lei; e al suo rifiuto, lo perseguitò con la più implacabile crudeltà. Ordinò al suo scudiero di farle una torta di dolciumi. Invano questi rappresentò di non essere un pasticciere; fu costretto a farla, e perse il suo posto perché era stata cotta un po' troppo. La carica di scudiero la diede al suo nano, e quella di cancelliere al suo paggio. In questo modo governava Babilonia. Tutti rimpiangevano la mia perdita. Il re, che fino al momento di decidere di avvelenarmi e strangolarti era stato un uomo abbastanza buono, sembrava ora aver affogato tutte le sue virtù nella sua smodata predilezione per questa bella capricciosa. Venne al tempio nel gran giorno della festa celebrata in onore del fuoco sacro. Lo vidi implorare gli dei per Missouf, ai piedi della statua nella quale ero rinchiusa. Alzai la voce, gridai: "Gli dei respingono le preghiere di un re che è ora diventato un tiranno, e che ha tentato di assassinare una moglie ragionevole, per sposare una donna nota per nient'altro che per la sua follia e stravaganza". A queste parole Moabdar rimase confuso e la sua mente si scompose. L'oracolo che avevo pronunciato, e la tirannia di Missouf, cospirarono per privarlo del giudizio, e in pochi giorni la ragione lo abbandonò del tutto.

«La follia di Moabdar, che sembrava essere il giudizio del Cielo, fu il segnale di una rivolta. Il popolo insorse e corse alle armi; e Babilonia, che era stata così a lungo immersa nell'ozio e nella mollezza, divenne il teatro di una sanguinosa guerra civile. Fui tolta dal cuore della mia statua e posta a capo di una fazione. Cador volò a Menfi per riportarti a Babilonia. Il Principe di Ircania, informato di questi funesti eventi, tornò con il suo esercito e formò una terza parte in Caldea. Attaccò il re, che fuggì davanti a lui con la sua capricciosa egiziana. Moabdar morì trafitto da ferite. Io stessa ebbi la sventura di essere catturata da un gruppo di ircani, che mi condussero alla tenda del loro principe, proprio nel momento in cui Missouf veniva portata al suo cospetto. Ti farà senza dubbio piacere sapere che il principe mi trovò bella; ma ti dispiacerà sapere che mi destinava al suo serraglio. Mi disse, con aria schietta e risoluta, che non appena avesse terminato una spedizione militare, che stava proprio per intraprendere, sarebbe venuto da me. Giudica quanto debba essere stato grande il mio dolore. I miei legami con Moabdar erano già sciolti; avrei potuto essere la sposa di Zadig; ed ero caduta nelle mani di un barbaro. Gli risposi con tutto l'orgoglio che il mio alto rango e i miei nobili sentimenti potevano ispirare. Avevo sempre sentito affermare che il Cielo imprime sulle persone della mia condizione un segno di grandezza, che, con una sola parola o sguardo, potrebbe ridurre alla modestia del più profondo rispetto quelle persone audaci e impertinenti che presumono di deviare dalle regole della cortesia. Parlai come una regina, ma fui trattata come una serva. L'ircano, senza nemmeno degnarsi di parlarmi, disse al suo eunuco nero che ero impertinente, ma che mi trovava bella. Gli ordinò di prendersi cura di me e di mettermi sotto il regime delle favorite, affinché, migliorato il mio colorito, potessi essere più degna dei suoi favori quando avesse avuto il tempo di onorarmene. Gli dissi che piuttosto che sottomettermi ai suoi desideri avrei posto fine alla mia vita. Rispose, con un sorriso, che le donne, credeva, non erano così assetate di sangue, e che era abituato a tali espressioni violente; e poi mi lasciò con l'aria di un uomo che avesse appena messo un altro pappagallo nella sua voliera. Che stato per la prima regina dell'universo, e, cosa più importante, per un cuore devoto a Zadig!»

A queste parole Zadig si gettò ai suoi piedi e li bagnò con le sue lacrime. Astarte lo sollevò con grande tenerezza e continuò così il suo racconto: «Mi vidi ora in potere di un barbaro e rivale della donna sciocca con la quale ero confinata. Mi rese conto delle sue avventure in Egitto. Dalla descrizione che mi diede della tua persona, dal tempo, dal dromedario sul quale eri montato, e da ogni altra circostanza, dedussi che Zadig fosse l'uomo che aveva combattuto per lei. Non dubitai che tu fossi a Menfi, e, pertanto, decisi di recarmi colà. Bella Missouf, dissi, tu sei più bella di me, e piacerai al Principe di Ircania molto più di me. Assistimi nel trovare i mezzi per la mia fuga; tu regnerai allora sola; mi renderai felice e ti libererai di una rivale. Missouf concertò con me i mezzi della mia fuga; e partii segretamente con una schiava egiziana.

«Mentre mi avvicinavo alle frontiere dell'Arabia, un famoso brigante, chiamato Arbogad, mi catturò e mi vendette ad alcuni mercanti, che mi condussero in questo castello, dove risiede il Signore Ogul. Mi acquistò senza sapere chi fossi. È un voluttuoso, che non ambisce ad altro che al buon vivere, e pensa che Dio lo abbia mandato al mondo per nessun altro scopo che sedersi a tavola. È così estremamente corpulento che è sempre in pericolo di soffocazione. Il suo medico, che ha poco credito con lui quando ha una buona digestione, lo governa con un potere dispotico quando ha mangiato troppo. Lo ha persuaso che un basilisco stufato in acqua di rose gli porterà una cura completa. Il Signore Ogul ha promesso la sua mano alla schiava che gli porterà un basilisco. Vedi che lascio che gareggino tra loro nel meritare questo onore; e mai desiderai meno di trovare il basilisco di quanto lo desideri da quando il Cielo mi ha restituito alla tua vista».

A questo racconto seguì una lunga conversazione tra Astarte e Zadig, consistente in tutto ciò che i loro sentimenti a lungo repressi, le loro grandi sofferenze e il loro reciproco amore potevano ispirare in cuori quanto mai nobili e teneri; e i geni che presiedono all'amore portarono le loro parole fino alla sfera di Venere.

Le donne tornarono da Ogul senza aver trovato il basilisco. Zadig fu introdotto presso questo potente signore e gli parlò nei seguenti termini: «Possa l'immortale salute discendere dal cielo per benedire tutti i tuoi giorni! Sono un medico; al primo annuncio della tua indisposizione sono volato al tuo castello e ora ti ho portato un basilisco stufato in acqua di rose. Non che io pretenda di sposarti. Tutto ciò che chiedo è la libertà di una schiava babilonese, che è stata in tuo possesso per pochi giorni; e, se non dovessi essere così fortunato da guarirti, magnifico Signore Ogul, acconsento a rimanere schiavo al suo posto».

La proposta fu accettata. Astarte partì per Babilonia con il servitore di Zadig, promettendo, subito dopo il suo arrivo, di inviare un corriere per informarlo di tutto ciò che era accaduto. La loro separazione fu tenera quanto il loro incontro. Il momento dell'incontro e quello della separazione sono le due più grandi epoche della vita, come dice il grande libro dello Zend. Zadig amava la regina con tanto ardore quanto professava; e la regina più di quanto ritenesse opportuno riconoscere.

Nel frattempo Zadig parlò così a Ogul: «Mio signore, il mio basilisco non deve essere mangiato; tutte le sue virtù devono entrare attraverso i tuoi pori. L'ho racchiuso in una piccola palla, gonfiata e ricoperta di una pelle fine. Devi colpire questa palla con tutta la tua forza e io devo rimandartela per un tempo considerevole; e osservando questo regime per pochi giorni vedrai gli effetti della mia arte». Il primo giorno Ogul era senza fiato e pensò che sarebbe morto per la fatica. Il secondo era meno affaticato, dormì meglio. In otto giorni recuperò tutta la forza, tutta la salute, tutta l'agilità e l'allegria dei suoi anni più gradevoli.

«Hai giocato a palla, e sei stato temperante», disse Zadig; «sappi che non esiste nulla in natura come un basilisco; che la temperanza e l'esercizio sono i due grandi conservanti della salute; e che l'arte di conciliare intemperanza e salute è chimerica quanto la pietra filosofale, l'astrologia giudiziaria o la teologia dei magi».

Il primo medico di Ogul, osservando quanto quest'uomo potesse rivelarsi pericoloso per l'arte medica, concepì il disegno, in congiunzione con lo speziale, di mandare Zadig a cercare un basilisco nell'altro mondo. Così, dopo aver sofferto una così lunga serie di calamità a causa delle sue buone azioni, era ora sul punto di perdere la vita per aver guarito un signore ghiottone. Fu invitato a un'eccellente cena e doveva essere avvelenato alla seconda portata, ma, durante la prima, ricevette felicemente un corriere dalla bella Astarte. «Quando uno è amato da una bella donna», dice il grande Zoroastro, «ha sempre la buona sorte di districarsi da ogni sorta di difficoltà e pericolo».

I COMBATTIMENTI

La regina fu ricevuta a Babilonia con tutti quei trasporti di gioia che si provano sempre al ritorno di una bella principessa che sia stata coinvolta in calamità. Babilonia era ora in maggiore tranquillità. Il Principe di Ircania era stato ucciso in battaglia. I vittoriosi babilonesi dichiararono che la regina avrebbe dovuto sposare l'uomo che avessero scelto come loro sovrano. Erano risoluti che il primo posto al mondo, quello di essere marito di Astarte e Re di Babilonia, non dovesse dipendere da cabale e intrighi. Giurarono di riconoscere come re l'uomo che, alla prova, fosse risultato dotato del maggior valore e della maggiore saggezza. Di conseguenza, a poche leghe dalla città, fu segnato uno spazio spazioso per l'arena, circondato da magnifici anfiteatri. Lì i combattenti dovevano presentarsi in armatura completa. Ognuno di loro aveva un appartamento separato dietro gli anfiteatri, dove non dovevano essere né visti né conosciuti da alcuno. Ognuno doveva scontrarsi con quattro cavalieri, e quelli che fossero stati così fortunati da vincerne quattro dovevano poi combattere tra loro; così che colui che fosse rimasto l'ultimo padrone del campo sarebbe stato proclamato vincitore ai giochi.

Quattro giorni dopo doveva ritornare con le stesse armi e spiegare gli enigmi proposti dai magi. Se non avesse spiegato gli enigmi non sarebbe stato re; e la giostra con le lance doveva ricominciare da capo finché non fosse stato trovato un uomo che fosse vincitore in entrambi questi combattimenti; poiché erano assolutamente determinati ad avere un re dotato della massima saggezza e del più invincibile coraggio. La regina doveva nel frattempo essere strettamente sorvegliata: le era permesso solo di presenziare ai giochi, e anche lì doveva essere coperta da un velo; ma non le era permesso parlare con alcuno dei concorrenti, affinché non potessero ricevere favori, né subire ingiustizia.

Questi particolari Astarte li comunicò al suo amante, sperando che per ottenerla egli si mostrasse dotato di maggior coraggio e saggezza di chiunque altro. Zadig partì per il suo viaggio, implorando Venere di fortificare il suo coraggio e illuminare il suo intelletto. Arrivò sulle rive dell'Eufrate alla vigilia di questo grande giorno. Fece iscrivere il suo emblema tra quelli dei combattenti, nascondendo il volto e il nome, come la legge ordinava; e poi andò a riposarsi nell'appartamento che gli era toccato in sorte. Il suo amico Cador, che, dopo la vana ricerca che aveva fatto per lui in Egitto, era ora tornato a Babilonia, inviò alla sua tenda un'armatura completa, che era un dono della regina; così come, da parte sua, uno dei più bei cavalli di Persia. Zadig comprese subito che questi doni erano stati inviati da Astarte; e da ciò il suo coraggio trasse nuova forza, e il suo amore le speranze più animanti.

Il giorno seguente, essendo la regina seduta sotto un baldacchino di gioielli, e gli anfiteatri pieni di tutti i gentiluomini e le dame di alto rango di Babilonia, i combattenti apparvero nel circo. Ognuno di loro venne e depose il proprio emblema ai piedi dei grandi magi. Trassero i loro emblemi a sorte; e quello di Zadig fu l'ultimo. Il primo che avanzò fu un certo signore, chiamato Itobad, molto ricco e molto vanitoso, ma dotato di poco coraggio, di minore abilità, e quasi di alcun giudizio. I suoi servitori lo avevano convinto che un uomo come lui dovesse essere re; egli aveva risposto: "Un uomo come me deve regnare"; e così lo avevano armato da capo a piedi. Indossava un'armatura d'oro smaltata di verde, un pennacchio di piume verdi, e una lancia ornata con nastri verdi. Si percepì istantaneamente dal modo in cui Itobad maneggiava il suo cavallo, che non era per un uomo come lui che il Cielo riservava lo scettro di Babilonia. Il primo cavaliere che corse contro di lui lo sbalzò di sella; il secondo lo stese piatto sulle natiche del suo cavallo, con le gambe in aria, e le braccia distese. Itobad si riprese, ma con tale malagrazia che l'intero anfiteatro scoppiò a ridere. Il terzo cavaliere sdegnò di usare la sua lancia; ma, sferrando un colpo, lo prese per la gamba destra e, facendolo ruotare a metà, lo stese prostrato sulla sabbia. Gli scudieri del gioco corsero da lui ridendo, e lo rimisero in sella. Il quarto combattente lo prese per la gamba sinistra, e lo fece ruzzolare giù dall'altro lato. Fu ricondotto tra grida di scherno alla sua tenda, dove, secondo la legge, doveva passare la notte; e mentre zoppicava con grande difficoltà disse: "Che avventura per un uomo come me!"

Gli altri cavalieri si comportarono con maggiore abilità e successo. Alcuni di loro vinsero due combattenti; pochi ne vinsero tre; ma nessuno tranne il Principe Otamus ne vinse quattro. Alla fine Zadig combatté contro di lui a sua volta. Sbalzò successivamente quattro cavalieri dalle loro selle con tutta la grazia immaginabile. Restava da vedere chi sarebbe stato il vincitore, Otamus o Zadig. Le armi del primo erano oro e blu, con un pennacchio dello stesso colore; quelle dell'ultimo erano bianche. I desideri di tutti gli spettatori erano divisi tra il cavaliere in blu e il cavaliere in bianco. La regina, il cui cuore era in una violenta palpitazione, offriva preghiere al Cielo per il successo del colore bianco.

I due campioni compirono i loro assalti e volteggi con tanta agilità, si scambiarono vicendevolmente colpi così destri con le lance, e sedevano così saldamente nelle loro selle, che tutti eccetto la regina desideravano che potessero esserci due re a Babilonia. Alla fine, essendo i loro cavalli stanchi e le loro lance rotte, Zadig fece ricorso a questo stratagemma: passò dietro il principe blu; balzò sulle natiche del suo cavallo; lo afferrò per la vita; lo gettò a terra; si mise in sella; e girò intorno a Otamus mentre giaceva disteso al suolo. Tutto l'anfiteatro gridò: "Vittoria al cavaliere bianco!"

Otamus si alza in una violenta passione, e sguaina la spada; Zadig salta giù dal suo cavallo con la sciabola in mano. Entrambi sono ora a terra, impegnati in un nuovo combattimento, dove forza e agilità trionfano a turno. I pennacchi dei loro elmi, le borchie dei loro bracciali, gli anelli delle loro armature, sono scagliati a grande distanza dalla violenza di mille colpi furiosi. Colpiscono con la punta e con il filo; a destra, a sinistra, sulla testa, sul petto; si ritirano; avanzano; misurano le spade; si accostano; si afferrano; si flettono come serpenti; attaccano come leoni; e il fuoco ogni momento lampeggia dai loro colpi.

Alla fine Zadig, avendo recuperato lo spirito, si ferma; fa una finta; balza su Otamus; lo getta a terra e lo disarma; e Otamus grida: "Sei tu solo, o cavaliere bianco, che dovresti regnare su Babilonia!" La regina era ora all'apice della sua gioia. Il cavaliere in armatura blu e il cavaliere in bianco furono condotti ciascuno nel proprio appartamento, così come tutti gli altri, secondo l'intenzione della legge. Dei muti vennero a servirli e ad assisterli a tavola. Si può facilmente supporre che il piccolo muto della regina abbia servito Zadig. Furono quindi lasciati a loro stessi per godere delle dolcezze del riposo fino alla mattina seguente, momento in cui il vincitore avrebbe dovuto portare il suo emblema ai grandi magi, per confrontarlo con quello che aveva lasciato, e farsi conoscere.

Zadig, sebbene profondamente innamorato, era così affaticato che non poté fare a meno di dormire. Itobad, che giaceva vicino a lui, non chiuse mai occhio. Si alzò nella notte, entrò nel suo appartamento, prese le armi bianche e l'emblema di Zadig, e mise al loro posto la sua armatura verde. Allo spuntar del giorno andò audacemente dai grandi magi a dichiarare che un uomo così grande come lui era il vincitore. Ciò era poco atteso; tuttavia, fu proclamato mentre Zadig dormiva ancora. Astarte, sorpresa e colma di disperazione, tornò a Babilonia. L'anfiteatro era quasi vuoto quando Zadig si svegliò; cercò le sue armi, ma non poté trovarne che l'armatura verde. Con questa fu costretto a coprirsi, non avendo altro vicino a sé. Stupefatto e furibondo, la indossò in un impeto di rabbia e avanzò in quel corredo.

Il popolo che rimaneva ancora nell'anfiteatro e nel circo lo accolse con fischi e schiamazzi. Lo circondarono e lo insultarono in faccia. Mai uomo subì mortificazioni così crudeli. Perse la pazienza; con la sua scimitarra disperse quei popolani che osavano affrontarlo; ma non sapeva quale strada prendere. Non poteva vedere la regina; non poteva reclamare l'armatura bianca che lei gli aveva inviato senza comprometterla; e così, mentre lei era immersa nel dolore, egli era colmo di furia e turbamento. Camminava sulle rive dell'Eufrate, pienamente persuaso che la sua stella lo avesse destinato a un'inevitabile miseria, e ripercorrendo nella sua mente tutte le sue sventure, dall'avventura della donna che odiava gli uomini guerci a quella della sua armatura. "Questa", disse, "è la conseguenza dell'aver dormito troppo a lungo. Se avessi dormito meno, sarei ora Re di Babilonia e in possesso di Astarte. La conoscenza, la virtù e il coraggio sono serviti finora solo a rendermi infelice". Lasciò quindi cadere alcuni segreti mormorii contro la Provvidenza, ed era tentato di credere che il mondo fosse governato da un destino crudele, che opprimeva i buoni e faceva prosperare i cavalieri in armatura verde. Una delle sue maggiori mortificazioni era l'essere obbligato a indossare quell'armatura verde che lo aveva esposto a un trattamento così oltraggioso. Passando un mercante, gliela vendette per una sciocchezza e comprò una veste e un lungo berretto. In questo abbigliamento procedette lungo le rive dell'Eufrate, colmo di disperazione e accusando segretamente la Provvidenza, che continuava così a perseguitarlo con implacabile severità.

L'EREMITA

Mentre gironzolava così, incontrò un eremita, la cui barba bianca e venerabile pendeva fino alla cintura. Teneva un libro in mano, che leggeva con grande attenzione. Zadig si fermò e gli fece un profondo inchino. L'eremita ricambiò il complimento con un'aria così nobile e coinvolgente che Zadig ebbe la curiosità di entrare in conversazione con lui. Gli chiese che libro fosse quello che stava leggendo. "È il Libro dei Destini", disse l'eremita; "vorresti darvi un'occhiata?". Mise il libro nelle mani di Zadig, il quale, sebbene esperto in diverse lingue, non poté decifrarne un solo carattere. Ciò non fece che raddoppiare la sua curiosità.

"Sembri", disse quel buon padre, "essere in grande angoscia".

"Ahimè", rispose Zadig, "non ho che troppa ragione".

"Se vorrai permettermi di accompagnarti", riprese il vecchio, "forse potrò esserti di qualche utilità. Ho spesso versato il balsamo della consolazione nel cuore sanguinante degli infelici".

Zadig si sentì ispirato da rispetto per l'aria, la barba e il libro dell'eremita. Scoprì, nel corso della conversazione, che egli possedeva gradi superiori di conoscenza. L'eremita parlava del destino, della giustizia, della morale, del sommo bene, della debolezza umana, e della virtù e del vizio, con un'eloquenza così vivace e commovente che Zadig si sentì attratto verso di lui da un fascino irresistibile. Lo pregò vivamente di fargli compagnia fino al loro ritorno a Babilonia.

"Chiedo lo stesso favore a te", disse il vecchio; "giurami per Oromaze che, qualunque cosa io faccia, non mi lascerai per alcuni giorni". Zadig giurò, e partirono insieme.

La sera i due viaggiatori arrivarono in un superbo castello. L'eremita chiese un'ospitalità accogliente per sé e per il giovane che lo accompagnava. Il portinaio, che si sarebbe potuto facilmente scambiare per un gran signore, li introdusse con una sorta di cortesia sprezzante. Li presentò a un domestico principale, che mostrò loro i magnifici appartamenti del suo padrone. Furono ammessi in fondo alla tavola, senza essere onorati dal minimo segno di riguardo da parte del signore del castello; ma furono serviti, come gli altri, con delicatezza e profusione. Venne poi presentata loro dell'acqua per lavarsi le mani, in un bacino d'oro adornato di smeraldi e rubini. Infine furono condotti a dormire in un bellissimo appartamento; e al mattino un domestico portò a ciascuno di loro una moneta d'oro, dopodiché presero congedo e partirono.

"Il padrone di casa", disse Zadig, mentre proseguivano il viaggio, "sembra essere un uomo generoso, sebbene un po' troppo orgoglioso; adempie nobilmente ai doveri dell'ospitalità". In quell'istante osservò che una sorta di ampia tasca, che l'eremita aveva, era piena e distesa; e guardando più attentamente scoprì che conteneva il bacino d'oro adornato di pietre preziose, che l'eremita aveva rubato. Non osò farvi cenno, ma era colmo di uno strano stupore.

Verso mezzogiorno, l'eremita giunse alla porta di una misera casa abitata da un ricco avaro, e chiese il favore di un'accogliente ospitalità per alcune ore. Un vecchio servo, in abiti logori, li ricevette con aria brusca e rude, e li condusse nella stalla, dove diede loro olive marce, pane ammuffito e birra acida. L'eremita mangiò e bevve con tanta apparente soddisfazione quanta ne aveva mostrata la sera prima; e poi, rivolgendosi al vecchio servo, che li sorvegliava entrambi per evitare che rubassero qualcosa, e li pressava rudemente a partire, gli diede le due monete d'oro che aveva ricevuto al mattino e lo ringraziò per la sua grande cortesia.

"Ti prego", aggiunse, "permettimi di parlare al tuo padrone". Il servo, colmo di stupore, introdusse i due viaggiatori. "Magnifico signore", disse l'eremita, "non posso che renderti i miei più umili ringraziamenti per il modo nobile in cui ci hai intrattenuto. Compiaciti di accettare questo bacino d'oro come un piccolo segno della mia gratitudine". L'avaro trasalì e fu sul punto di cadere all'indietro; ma l'eremita, senza dargli il tempo di riprendersi dalla sorpresa, partì all'istante con il suo giovane compagno di viaggio.

"Padre", disse Zadig, "che significa tutto questo? Mi sembri essere del tutto diverso dagli altri uomini; rubi un bacino d'oro adornato di pietre preziose a un signore che ti ha ricevuto magnificamente, e lo dai a un avaro che ti tratta con indegnità".

"Figlio", rispose il vecchio, "questo magnifico signore, che riceve gli stranieri solo per vanità e ostentazione, sarà così reso più saggio; e l'avaro imparerà a praticare i doveri dell'ospitalità. Non stupirti di nulla, ma seguimi".

Zadig non sapeva ancora se fosse in compagnia del più folle o del più prudente degli uomini; ma l'eremita parlava con tale ascendente che Zadig, il quale era inoltre vincolato dal suo giuramento, non poté rifiutarsi di seguirlo.

La sera arrivarono in una casa costruita con pari eleganza e semplicità, dove nulla favoriva né la prodigalità né l'avarizia. Il padrone era un filosofo che si era ritirato dal mondo e che coltivava in pace lo studio della virtù e della saggezza, senza alcuna di quella rigida e cupa severità così comunemente riscontrabile negli uomini del suo carattere. Aveva scelto di costruire questa casa di campagna, in cui riceveva gli stranieri con una generosità priva di ostentazione. Andò lui stesso incontro ai due viaggiatori, che condusse in un appartamento confortevole, dove chiese loro di riposarsi un poco. Poco dopo venne e li invitò a un pasto decoroso e ben ordinato, durante il quale parlò con grande giudizio delle recenti rivoluzioni a Babilonia. Sembrava essere fortemente legato alla regina, e desiderava che Zadig fosse apparso nelle liste per contendere la corona. "Ma il popolo", aggiunse, "non merita di avere un re come Zadig".

Zadig arrossì e sentì raddoppiare i suoi dolori. Concordarono, nel corso della conversazione, che le cose di questo mondo non rispondono sempre ai desideri dei saggi. L'eremita sosteneva ancora che le vie della Provvidenza fossero imperscrutabili; e che gli uomini sbagliassero nel giudicare un insieme di cui comprendevano solo la minima parte.

Parlarono delle passioni. "Ah", disse Zadig, "quanto sono fatali i loro effetti!".

"Sono come i venti", rispose l'eremita, "che gonfiano le vele della nave; è vero, talvolta la fanno affondare, ma senza di essi non potrebbe affatto navigare. La bile ci rende malati e collerici; ma senza bile non potremmo vivere. Tutto in questo mondo è pericoloso, e tuttavia tutto è necessario".

La conversazione cadde sul piacere; e l'eremita dimostrò che era un dono concesso dalla divinità. "Poiché", disse, "l'uomo non può dare a se stesso né sensazioni né idee; riceve tutto; e il dolore e il piacere provengono da una causa esterna così come la sua stessa esistenza".

Zadig era sorpreso di vedere un uomo, che si era reso colpevole di azioni così stravaganti, capace di ragionare con tanto giudizio e proprietà. Alla fine, dopo una conversazione altrettanto divertente quanto istruttiva, l'ospite ricondusse i suoi due ospiti al loro appartamento, benedicendo il Cielo per avergli inviato due uomini dotati di tanta saggezza e virtù. Offrì loro denaro con un'aria così disinvolta e nobile da non poter assolutamente offendere. L'eremita rifiutò, dicendo che doveva ora congedarsi da lui, poiché partiva per Babilonia prima che facesse giorno. Il loro addio fu tenero; Zadig specialmente si sentì colmo di stima e affetto per un uomo di un carattere così amabile.

Quando lui e l'eremita furono soli nel loro appartamento, passarono molto tempo a lodare il loro ospite. Allo spuntar del giorno il vecchio svegliò il suo compagno. "Dobbiamo ora partire", disse, "ma mentre tutta la famiglia dorme ancora, lascerò a quest'uomo un segno della mia stima e affetto". Dicendo ciò, prese una candela e diede fuoco alla casa.

Zadig, colto dall'orrore, gridò ad alta voce e cercò di impedirgli di compiere un'azione così barbara; ma l'eremita lo trascinò via con una forza superiore, e la casa fu presto in fiamme. L'eremita, che con il suo compagno era già a una distanza considerevole, guardò indietro all'incendio con grande tranquillità.

"Grazie a Dio", disse, "la casa del mio caro ospite è interamente distrutta! Felice uomo!".

A queste parole Zadig fu sul momento tentato di scoppiare a ridere, di rimproverare il reverendo padre, di picchiarlo e di scappare. Ma non fece nulla di tutto ciò, poiché, ancora soggiogato dal potente ascendente dell'eremita, lo seguì, suo malgrado, fino alla tappa successiva.

Questa fu presso la casa di una vedova caritatevole e virtuosa, che aveva un nipote di quattordici anni, un giovane bello e promettente, e sua unica speranza. Lei fece gli onori di casa al meglio che poté. Il giorno dopo, ordinò al nipote di accompagnare gli stranieri a un ponte, che essendo stato recentemente abbattuto, era diventato estremamente pericoloso da attraversare. Il giovane camminava davanti a loro con grande alacrità. Mentre attraversavano il ponte, "Vieni", disse l'eremita al giovane, "devo mostrare la mia gratitudine a tua zia". Poi lo prese per i capelli e lo immerse nel fiume. Il ragazzo affondò, riapparve sulla superficie dell'acqua e fu inghiottito dalla corrente.

"O mostro! O tu il più malvagio degli uomini!", gridò Zadig.

"Avevi promesso di comportarti con maggiore pazienza", disse l'eremita, interrompendolo. "Sappi che sotto le rovine di quella casa che la Provvidenza ha dato alle fiamme, il padrone ha trovato un tesoro immenso. Sappi che questo giovane, la cui vita la Provvidenza ha accorciato, avrebbe assassinato sua zia nello spazio di un anno, e te in quello di due".

"Chi te lo ha detto, barbaro?", gridò Zadig; "e anche se avessi letto questo evento nel tuo Libro dei Destini, ti è permesso annegare un giovane che non ti ha mai fatto alcun male?".

Mentre il babilonese esclamava così, osservò che il vecchio non aveva più la barba, e che il suo volto assumeva i lineamenti e la carnagione della giovinezza. L'abito dell'eremita scomparve, e quattro bellissime ali coprirono un corpo maestoso risplendente di luce.

"O inviato del cielo! O angelo divino!", gridò Zadig, prostrandosi umilmente a terra, "sei dunque disceso dall'Empireo per insegnare a un debole mortale a sottomettersi agli eterni decreti della Provvidenza?".

"Gli uomini", disse l'angelo Jesrad, "giudicano tutto senza sapere nulla; e, tra tutti gli uomini, tu sei quello che merita di più di essere illuminato".

Zadig chiese il permesso di parlare. "Diffido di me stesso", disse, "ma posso osare chiederti il favore di chiarire un dubbio che ancora rimane nella mia mente? Non sarebbe stato meglio correggere questo giovane, e renderlo virtuoso, piuttosto che annegarlo?".

"Se fosse stato virtuoso", rispose Jesrad, "e avesse goduto di una vita più lunga, sarebbe stato suo destino essere assassinato egli stesso, insieme alla moglie che avrebbe sposato, e al figlio che avrebbe avuto da lei".

"Ma perché", disse Zadig, "è necessario che vi siano crimini e sventure, e che queste sventure ricadano sui buoni?".

"I malvagi", rispose Jesrad, "sono sempre infelici; servono a provare e mettere alla prova il piccolo numero di giusti che sono sparsi sulla terra; e non vi è male che non sia produttivo di qualche bene".

"Ma", disse Zadig, "supponiamo che non ci fosse altro che bene e nessun male affatto".

"Allora", rispose Jesrad, "questa terra sarebbe un'altra terra. La catena degli eventi sarebbe disposta in un altro ordine e diretta dalla saggezza; ma quest'altro ordine, che sarebbe perfetto, può esistere solo nell'eterna dimora dell'Essere Supremo, alla quale nessun male può avvicinarsi. La Divinità ha creato milioni di mondi, tra i quali non ve n'è uno che somigli a un altro. Questa immensa varietà è l'effetto della Sua immensa potenza. Non vi sono due foglie tra gli alberi della terra, né due globi nell'illimitata distesa del cielo che siano esattamente simili; e tutto ciò che vedi sul piccolo atomo in cui sei nato, dovrebbe essere al suo posto e momento opportuno, secondo l'immutabile decreto di Colui che comprende tutto. Gli uomini pensano che questo fanciullo che è appena perito sia caduto in acqua per caso; e che sia per lo stesso caso che questa casa è bruciata; ma non esiste una cosa come il caso; tutto è o una prova, o una punizione, o una ricompensa, o una previdenza. Ricorda il pescatore che si riteneva il più infelice degli uomini. Oromaze ha inviato te a cambiare il suo destino. Cessa, dunque, fragile mortale, di disputare contro ciò che dovresti adorare".

"Ma", disse Zadig... mentre pronunciava la parola "Ma", l'angelo prese il volo verso la decima sfera. Zadig in ginocchio adorò la Provvidenza e si sottomise. L'angelo gli gridò dall'alto: "Dirigi il tuo corso verso Babilonia".

GLI ENIGMI

Zadig, come estasiato, e come un uomo attorno alla cui testa fosse scoppiato il tuono, camminava a caso. Entrò a Babilonia proprio il giorno in cui coloro che avevano combattuto ai tornei erano riuniti nel grande vestibolo del palazzo per spiegare gli enigmi e rispondere alle domande dei grandi magi. Tutti i cavalieri erano già arrivati, eccetto il cavaliere in armatura verde. Non appena Zadig apparve in città, il popolo si affollò attorno a lui; ogni occhio era fissato su di lui; ogni bocca lo benediva, e ogni cuore lo voleva imperatore. L'invidioso lo vide passare; aggrottò la fronte e si voltò dall'altra parte. Il popolo lo condusse nel luogo dove si teneva l'assemblea. La regina, che era stata informata del suo arrivo, divenne preda delle più violente agitazioni di speranza e timore. Era colma di ansia e apprensione. Non riusciva a comprendere perché Zadig fosse senza armi, né perché Itobad indossasse l'armatura bianca. Un mormorio confuso si levò alla vista di Zadig. Erano ugualmente sorpresi e incantati nel vederlo; ma solo ai cavalieri che avevano combattuto era permesso apparire nell'assemblea.

"Ho combattuto bene quanto gli altri cavalieri", disse Zadig, "ma un altro qui indossa le mie armi; e mentre attendo l'onore di provare la verità della mia asserzione, chiedo la libertà di presentarmi per spiegare gli enigmi". La questione fu messa ai voti, e la sua reputazione di probità era ancora così profondamente impressa nelle loro menti, che lo ammisero senza scrupoli.

La prima domanda proposta dai grandi magi fu: "Che cosa, tra tutte le cose del mondo, è la più lunga e la più corta, la più veloce e la più lenta, la più divisibile e la più estesa, la più trascurata e la più rimpianta, senza la quale nulla può essere fatto, che divora tutto ciò che è piccolo e vivifica tutto ciò che è grande?".

Itobad doveva parlare. Rispose che un uomo così grande come lui non comprendeva gli enigmi, e che gli bastava aver vinto con la sua forza e il suo valore. Alcuni dissero che il significato degli enigmi era la Fortuna; alcuni, la Terra; e altri la Luce. Zadig disse che era il Tempo. "Nulla", aggiunse, "è più lungo, poiché è la misura dell'eternità; nulla più corto, poiché è insufficiente per il compimento dei nostri progetti; nulla più lento per chi attende, nulla più rapido per chi gode; nella grandezza, si estende all'infinito; nella piccolezza, è infinitamente divisibile; tutti gli uomini lo trascurano; tutti rimpiangono la perdita di esso; nulla può essere fatto senza di esso; esso consegna all'oblio tutto ciò che è indegno di essere trasmesso ai posteri, e immortalizza le azioni che sono veramente grandi". L'assemblea riconobbe che Zadig era nel giusto.

La domanda successiva fu: "Qual è la cosa che riceviamo senza ringraziare, di cui godiamo senza sapere come, che diamo agli altri quando non sappiamo dove siamo, e che perdiamo senza accorgercene?".

Ognuno diede la propria spiegazione. Zadig solo intuì che si trattava della Vita, e spiegò tutti gli altri enigmi con la stessa facilità. Itobad diceva sempre che nulla era più facile, e che avrebbe potuto rispondere con la stessa prontezza se avesse scelto di darsi la pena. Furono poi proposte domande sulla giustizia, sul sommo bene e sull'arte di governare. Le risposte di Zadig furono giudicate le più solide. "Che peccato", dicevano, "che un genio così grande debba essere un cavaliere così cattivo!".

"Illustri signori", disse Zadig, "ho avuto l'onore di vincere nei tornei. È a me che appartiene l'armatura bianca. Il signor Itobad ne ha preso possesso durante il mio sonno. Probabilmente ha pensato che gli si addicesse meglio della verde. Sono ora pronto a provare in vostra presenza, con la mia veste e la mia spada, contro tutta quella bella armatura bianca che mi ha tolto, che sono io colui che ha avuto l'onore di vincere il prode Otamus".

Itobad accettò la sfida con la massima baldanza. Non dubitò mai che, armato com'era di elmo, corazza e bracciali, avrebbe ottenuto una facile vittoria su un campione in berretto e vestaglia. Zadig sguainò la spada, salutando la regina, che lo guardava con un misto di paura e gioia. Itobad sguainò la sua senza salutare nessuno. Si scagliò su Zadig come un uomo che non avesse nulla da temere; era pronto a tagliarlo in due. Zadig seppe parare i colpi, opponendo la parte più robusta della sua spada a quella più debole dell'avversario, in modo tale che la spada di Itobad si spezzò. Dopodiché Zadig, afferrato il nemico per la vita, lo gettò a terra; e puntandogli la punta della spada al pettorale, "Lasciati disarmare", disse, "o sei un uomo morto".

Itobad, sempre sorpreso dalle disgrazie che capitavano a un uomo come lui, fu costretto a cedere a Zadig, il quale gli tolse con grande compostezza il magnifico elmo, la superba corazza, i bei bracciali, i lucenti cosciali; se ne rivestì e in quest'abito corse a gettarsi ai piedi di Astarte. Cador provò facilmente che l'armatura apparteneva a Zadig. Egli fu riconosciuto re con il consenso unanime di tutta la nazione, e specialmente di quello di Astarte, che, dopo tante calamità, assaporava ora lo squisito piacere di vedere il suo amante degno, agli occhi di tutto il mondo, di essere suo marito. Itobad se ne tornò a casa per farsi chiamare signore nel proprio domicilio. Zadig era re ed era felice. La regina e Zadig adorarono la Provvidenza. Egli mandò a cercare il brigante Arbogad, al quale diede un posto onorevole nel suo esercito, promettendogli di elevarlo alle prime dignità se si fosse comportato come un vero guerriero, e minacciando di impiccarlo se avesse continuato la professione di brigante.

Setoc, con la bella Almona, fu richiamato dal cuore dell'Arabia e posto a capo del commercio di Babilonia. Cador fu favorito e distinto in base ai suoi grandi servizi. Egli era l'amico del re; e il re era allora l'unico monarca sulla terra ad avere un amico. Il piccolo muto non fu dimenticato.

Ma né la bella Semira poteva consolarsi per aver creduto che Zadig sarebbe rimasto guercio; né Azora cessò di lamentarsi per aver tentato di tagliargli il naso. I loro dolori, tuttavia, egli li lenì con i suoi doni. L'invidioso morì di rabbia e di vergogna. L'impero godeva di pace, gloria e abbondanza. Questa fu l'epoca più felice della terra; era governata dall'amore e dalla giustizia. Il popolo benediceva Zadig, e Zadig benediceva il Cielo.

PEDRO DE ALARÇON

Il chiodo

I

La cosa che un uomo desidera più ardentemente quando sale su una diligenza, deciso a compiere un lungo viaggio, è che i suoi compagni siano gradevoli, che abbiano gli stessi gusti, possibilmente gli stessi vizi, siano ben educati e sappiano abbastanza da non essere troppo familiari.

Quando aprii lo sportello della carrozza temevo di incontrare una vecchia sofferente d'asma, una brutta che non potesse sopportare l'odore del fumo di tabacco, una che soffre il mal di mare ogni volta che viaggia in carrozza, e piccoli angeli che continuano a urlare e strillare per Dio sa cosa.

A volte si può sperare di avere una bella donna come compagna di viaggio; per esempio, una vedova di venti o trent'anni (diciamo trentasei), la cui conversazione deliziosa ti aiuterà a far passare il tempo. Ma se mai avessi avuto questa idea, da uomo ragionevole l'avresti scacciata rapidamente, poiché sai che una tale fortuna non tocca al comune mortale. Questi pensieri erano nella mia mente quando aprii lo sportello della diligenza esattamente alle undici di una tempestosa notte dell'autunno del 1844. Avevo il biglietto n. 2 e mi chiedevo chi potesse essere il n. 1. L'agente di viaggio mi aveva assicurato che il n. 3 non era stato venduto.

C'era un buio pesto all'interno. Quando entrai dissi: "Buonasera", ma non giunse alcuna risposta. "Al diavolo!", dissi tra me e me. "Il mio compagno di viaggio è sordo, muto o addormentato?". Poi dissi a voce più alta: "Buonasera", ma non giunse alcuna risposta.

Per tutto questo tempo la diligenza correva vorticosamente, trainata da dieci cavalli.

Ero perplesso. Chi era il mio compagno? Era un uomo? Era una donna? Chi era il silenzioso n. 1 e, chiunque fosse, perché non rispondeva al mio cortese saluto? Sarebbe stato bene accendere un fiammifero, ma allora non fumavo e non ne avevo con me. Cosa dovevo fare? Decisi di affidarmi al senso del tatto e allungai la mano verso il posto dove avrebbe dovuto essere il n. 1, chiedendomi se avrei toccato un vestito di seta o un cappotto, ma non c'era nulla. In quel momento un lampo, araldo di una tempesta che si avvicinava rapidamente, illuminò la notte e percepii che non c'era nessuno nella carrozza eccetto me. Scoppiai in una risata fragorosa, eppure un istante dopo non potei fare a meno di chiedermi che fine avesse fatto il n. 1.

Mezz'ora dopo arrivammo alla prima fermata, ed ero proprio sul punto di chiedere alla guardia che faceva lampeggiare la lanterna nello scompartimento perché non ci fosse il n. 1, quando lei entrò. Nei raggi giallastri mi parve una visione: una donna pallida, aggraziata, bellissima, vestita a lutto stretto.

Ecco l'adempimento del mio sogno, la vedova che avevo sperato.

Porsi la mano all'ignota per aiutarla a salire nella carrozza, ed ella si sedette accanto a me, mormorando: "Grazie, signore. Buonasera", ma con un tono così triste che mi colpì dritto al cuore.

"Che sfortuna", pensai. "Ci sono solo cinquanta miglia tra qui e Malaga. Vorrei al cielo che questa carrozza andasse nel Kamchatka". La guardia sbatté lo sportello e restammo nell'oscurità. Avrei voluto che la tempesta continuasse e che potessimo avere qualche altro lampo. Ma la tempesta non continuò. Svanì, lasciando solo poche stelle pallide, la cui luce non equivaleva praticamente a nulla. Feci un coraggioso tentativo di iniziare una conversazione.

"Si sente bene?"

"Va a Malaga?"

"Le è piaciuta l'Alhambra?"

"Viene da Granada?"

"Non è umida la notte?"

Alle quali domande ella rispose rispettivamente:

"Grazie, molto bene."

"Sì."

"No, signore."

"Sì!"

"Terribile!"

Era abbastanza certo che la mia compagna di viaggio non fosse incline alla conversazione. Cercai di pensare a qualcosa di originale da dirle, ma non mi venne in mente nulla, così mi persi per un momento in meditazione. Perché questa donna era salita sulla diligenza alla prima fermata invece che a Granada? Perché era sola? Era sposata? Era davvero vedova? Perché era così triste? Certamente non avevo alcun diritto di farle nessuna di queste domande, eppure mi interessava. Come avrei voluto che sorgesse il sole. Di giorno si può parlare liberamente, ma nell'oscurità più profonda si prova una certa oppressione, sembra di approfittare in modo sleale.

La mia ignota non dormì un momento durante la notte. Potevo capirlo dal suo respiro e dai suoi sospiri. Probabilmente è inutile aggiungere che nemmeno io dormii. Una volta le chiesi: "Si sente male?" e lei rispose: "No, signore, grazie. Chiedo scusa se ho disturbato il suo sonno."

"Il sonno!", esclamai con sdegno. "Non mi importa dormire. Temevo che lei soffrisse."

"Oh, no", esclamò, con una voce che contraddiceva le sue parole, "non sto soffrendo."

Infine sorse il sole. Com'era bella! Intendo la donna, non il sole. Che profonda sofferenza aveva segnato il suo volto e si nascondeva nel profondo dei suoi begli occhi!

Era elegantemente vestita ed evidentemente apparteneva a una buona famiglia. Ogni gesto portava l'impronta della distinzione. Era il tipo di donna che ti aspetti di vedere nel palco principale dell'opera, risplendente di gioielli, circondata da ammiratori.

Facemmo colazione a Colmenar. Dopodiché la mia compagna divenne più confidenziale, e mi dissi quando entrammo di nuovo nella carrozza: "Filippo, hai incontrato il tuo destino. È ora o mai più."

II

Mi pentii della prima parola che le rivolsi riguardo ai miei sentimenti. Divenne un blocco di ghiaccio, e persi subito tutto ciò che avrei potuto guadagnare nelle sue buone grazie. Tuttavia mi rispose molto gentilmente: "Non è perché è lei, signore, che mi parla d'amore, ma l'amore stesso è qualcosa che tengo in orrore."

"Ma perché, cara signora?", chiesi.

"Perché il mio cuore è morto. Perché ho amato fino al delirio, e sono stata ingannata."

Sentii che avrei dovuto parlarle in modo filosofico e c'erano un sacco di banalità sulla punta della lingua, ma mi trattenni. Sapevo che intendeva quello che diceva. Quando arrivammo a Malaga, mi disse con un tono che non dimenticherò finché vivrò: "La ringrazio mille volte per la sua gentile attenzione durante il viaggio, e spero che mi perdonerà se non le dico il mio nome e indirizzo."

"Vuol dire allora che non ci incontreremo più?"

"Mai! E lei, specialmente, non dovrebbe pentirsene." E poi, con un sorriso che era del tutto privo di gioia, mi tese la sua mano squisita e disse: "Preghi Dio per me."

Le strinsi la mano e feci un profondo inchino. Salì su una bella vittoria che la stava aspettando, e mentre si allontanava mi fece di nuovo un cenno.

* * * * *

Due mesi dopo la incontrai di nuovo.

Alle due del pomeriggio stavo procedendo a scossoni su un vecchio carro sulla strada che porta a Cordova. Lo scopo del mio viaggio era esaminare alcuni terreni che possedevo in quel vicinato e passare tre o quattro settimane con uno dei giudici della Corte Suprema, che era un mio intimo amico ed era stato mio compagno di scuola all'Università di Granada.

Mi accolse a braccia aperte. Entrando nella sua bella casa non potei fare a meno di notare il gusto perfetto e l'eleganza dei mobili e delle decorazioni.

"Ah, Zarco", dissi, "ti sei sposato e non me ne hai mai parlato. Di certo questo non era il modo di trattare un uomo che ti voleva bene quanto me!"

"Non sono sposato, e per di più non mi sposerò mai", rispose il giudice tristemente.

"Credo che tu non sia sposato, caro ragazzo, visto che lo dici, ma non riesco a capire la dichiarazione che non lo farai mai. Devi scherzare."

"Giuro che ti sto dicendo la verità", rispose.

"Ma che metamorfosi!", esclamai. "Sei sempre stato un partigiano del matrimonio, e negli ultimi due anni mi hai scritto consigliandomi di prendere una compagna di vita. Donde questo meraviglioso cambiamento, caro amico? Deve esserti successo qualcosa, qualcosa di sfortunato, temo?"

"A me?", rispose il giudice un po' imbarazzato.

"Sì, a te. Qualcosa è successo, e mi racconterai tutto. Vivi qui da solo, ti sei praticamente sepolto in questa grande casa. Su, dimmi tutto."

Il giudice mi strinse la mano. "Sì, sì, saprai tutto. Non c'è uomo più sfortunato di me. Ma ascolta, questo è il giorno in cui tutti gli abitanti vanno al cimitero, e io devo esserci, se non altro per salvare le apparenze. Vieni con me. È un pomeriggio piacevole e la passeggiata ti farà bene, dopo aver viaggiato così a lungo su quel vecchio carro. La posizione del cimitero è bellissima, e sono sicuro che ti godrai la passeggiata. Lungo la strada, ti racconterò l'incidente che ha rovinato la mia vita, e giudicherai tu stesso se sono giustificato nel mio odio per le donne."

Mentre camminavamo insieme lungo la strada fiancheggiata dai fiori, il mio amico mi raccontò la seguente storia:

Due anni fa, quando ero Vice Procuratore Distrettuale a ----, ottenni il permesso dal mio capo di trascorrere un mese a Siviglia. Nell'hotel dove alloggiavo c'era una bella giovane donna che passava per vedova, ma la cui origine, così come le ragioni della sua permanenza in quella città, erano un mistero per tutti. La sua sistemazione, la sua ricchezza, la sua totale mancanza di amici o conoscenti e la tristezza della sua espressione, insieme alla sua incomparabile bellezza, davano adito a mille congetture.

Le sue stanze erano direttamente di fronte alle mie, e la incontravo frequentemente nel corridoio o sulle scale, fin troppo felice di avere la possibilità di inchinarmi davanti a lei. Era inavvicinabile, tuttavia, ed era impossibile per me ottenere un'introduzione. Due settimane dopo, il destino mi avrebbe offerto l'opportunità di entrare nel suo appartamento. Ero stato a teatro quella sera, e quando tornai nella mia stanza aprii sbadatamente la porta del suo appartamento invece di quella del mio. La bella donna stava leggendo alla luce della lampada e trasalì quando mi vide. Ero così imbarazzato dal mio errore che per un momento potei solo balbettare parole inintelligibili. La mia confusione era così evidente che ella non poté dubitare nemmeno per un istante che avessi fatto un errore. Mi voltai verso la porta, intento a sollevarla dalla mia presenza il più rapidamente possibile, quando disse con la più squisita cortesia: "Per dimostrarle che non dubito della sua buona fede e che non sono affatto offesa, la prego di tornare a trovarmi, intenzionalmente."

Passarono tre giorni prima che trovassi il coraggio sufficiente per accettare il suo invito. Sì, ero follemente innamorato di lei; abituato come sono ad analizzare le mie sensazioni, sapevo che la mia passione poteva finire solo nella felicità più grande o nella sofferenza più profonda. Tuttavia, alla fine dei tre giorni andai nel suo appartamento e vi trascorsi la serata. Mi disse che il suo nome era Blanca, che era nata a Madrid e che era vedova. Suonò e cantò per me e mi fece mille domande su di me, la mia professione, la mia famiglia, e ogni parola che diceva aumentava il mio amore per lei. Da quella notte la mia anima fu schiava della sua; sì, e lo sarà per sempre.

Tornai a trovarla la notte seguente, e da allora in poi ogni pomeriggio e sera ero con lei. Ci amavamo, ma non era mai stata pronunciata una parola d'amore tra noi.

Una sera mi disse: "Ho sposato un uomo senza amarlo. Poco dopo il matrimonio l'ho odiato. Ora è morto. Solo Dio sa quanto ho sofferto. Ora capisco cosa significa l'amore; è il paradiso o è l'inferno. Per me, fino ad ora, è stato l'inferno."

Non potei dormire quella notte. Rimasi sveglio a pensare a queste ultime parole di Blanca. In qualche modo questa donna mi spaventava. Sarei stato il suo paradiso e lei il mio inferno?

Il mio congedo scadde. Avrei potuto chiederne un'estensione, fingendo una malattia, ma la domanda era: dovevo farlo? Consultai Blanca.

"Perché me lo chiedi?", disse, prendendomi la mano.

"Perché ti amo. Sto sbagliando ad amarti?"

"No", disse, diventando molto pallida, e poi mi mise entrambe le braccia al collo e le sue belle labbra toccarono le mie.

Bene, chiesi un altro mese e, grazie a te, caro amico, mi fu concesso. Mai me l'avrebbero dato senza la tua influenza.

I miei rapporti con Blanca erano più che amore; erano delirio, follia, fanatismo, chiamalo come vuoi. Ogni giorno la mia passione per lei aumentava, e il domani sembrava aprire prospettive di nuova felicità. Eppure non potevo evitare di provare a volte una paura misteriosa e indefinibile. E sapevo che lei la provava quanto me. Entrambi avevamo paura di perderci l'un l'altro. Un giorno dissi a Blanca:

"Dobbiamo sposarci, il più presto possibile."

Mi lanciò uno sguardo strano. "Vuoi sposarmi?"

"Sì, Blanca", dissi, "sono orgoglioso di te. Voglio mostrarti al mondo intero. Ti amo e ti voglio, pura, nobile e santa come sei."

"Non posso sposarti", rispose questa donna incomprensibile. Non avrebbe mai dato una ragione.

Alla fine il mio congedo scadde e le dissi che il giorno seguente ci saremmo dovuti separare.

"Separarci? È impossibile!", esclamò. "Ti amo troppo per questo."

"Ma sai, Blanca, che ti adoro."

"Allora abbandona la tua professione. Sono ricca. Vivremo la nostra vita insieme", disse, mettendomi la sua mano morbida sulla bocca per impedirmi di rispondere.

Baciai la mano e poi, rimuovendola delicatamente, risposi: "Accetterei questa offerta da mia moglie, sebbene sarebbe un sacrificio per me rinunciare alla mia carriera; ma non l'accetterò da una donna che rifiuta di sposarmi."

Blanca rimase pensierosa per diversi minuti; poi, sollevando la testa, mi guardò e disse molto tranquillamente, ma con una determinazione che non poteva essere fraintesa: "Sarò tua moglie, e non ti chiedo di rinunciare alla tua professione. Torna al tuo ufficio. Quanto tempo ti occorrerà per sistemare i tuoi affari e ottenere dal governo un altro congedo per tornare a Siviglia?"

"Un mese."

"Un mese? Bene, qui ti aspetterò. Torna entro un mese, e sarò tua moglie. Oggi è il quindici aprile. Sarai qui il quindici maggio?"

"Puoi starne certa."

"Lo giuri?"

"Lo giuro."

"Mi ami?"

"Più della mia vita."

"Va', dunque, e ritorna. Addio."

Partii lo stesso giorno. Nel momento in cui arrivai a casa iniziai a sistemare la mia abitazione per ricevere la mia sposa. Come sai sollecitai un altro congedo, e così rapidamente sistemai i miei affari che alla fine di due settimane ero pronto a tornare a Siviglia.

Devo dirti che durante questa quindicina non ricevetti una sola lettera da Blanca, sebbene leene avessi scritte sei. Partii subito per Siviglia, arrivando in quella città il trenta aprile, e andai subito all'hotel dove ci eravamo incontrati la prima volta.

Appresi che Blanca se n'era andata due giorni dopo la mia partenza senza dire a nessuno la sua destinazione.

Immagina la mia indignazione, la mia delusione, la mia sofferenza. Se n'era andata senza nemmeno lasciarmi un rigo, senza dirmi dove stesse andando. Non mi passò mai per la testa di rimanere a Siviglia fino al quindici maggio per accertare se sarebbe tornata in quella data. Tre giorni dopo ripresi il mio lavoro in tribunale e mi sforzai di dimenticarla.

* * * * *

Pochi istanti dopo che il mio amico Zarco ebbe finito la storia, arrivammo al cimitero.

Questo è solo un piccolo appezzamento di terra coperto da una vera foresta di croci e circondato da un basso muro di pietra. Come spesso accade in Spagna, quando i cimiteri sono molto piccoli, è necessario riesumare una bara per calarne un'altra. Coloro che vengono così disseppelliti vengono gettati in un mucchio in un angolo del cimitero, dove teschi e ossa sono ammucchiati come un pagliaio. Mentre passavamo, Zarco ed io guardammo i teschi, chiedendoci a chi potessero essere appartenuti, a ricchi o poveri, nobili o plebei.

Improvvisamente il giudice si chinò e, raccogliendo un teschio, esclamò con stupore:

"Guarda qui, amico mio, cos'è questo? È sicuramente un chiodo!"

Sì, un lungo chiodo era stato piantato nella parte superiore del teschio che teneva in mano. Il chiodo era stato conficcato nella testa e la punta aveva penetrato quello che era stato il palato.

Cosa poteva significare? Iniziò a fare congetture, e presto entrambi ci sentimmo pieni di orrore.

"Riconosco la mano della Provvidenza!" esclamò il giudice. "È stato evidentemente commesso un terribile delitto, che non sarebbe mai venuto alla luce se non fosse stato per questo incidente. Farò il mio dovere e non avrò pace finché non avrò condotto l'assassino al patibolo."

III

Il mio amico Zarco era uno dei più acuti giudici istruttori di Spagna. Nel giro di pochissimi giorni scoprì che il cadavere a cui apparteneva questo teschio era stato sepolto in una rozza bara di legno che il becchino aveva portato a casa con sé, con l'intenzione di usarla come legna da ardere. Fortunatamente l'uomo non l'aveva ancora bruciata e sul coperchio il giudice riuscì a decifrare le iniziali: "A.G.R.", insieme alla data di sepoltura. Aveva subito fatto ricerche nei registri parrocchiali di ogni chiesa nei dintorni e, una settimana dopo, trovò la seguente annotazione:

"Nella chiesa parrocchiale di San Sebastian del villaggio di ----, il 4 maggio 1843, furono celebrati i riti funebri prescritti dalla nostra santa religione sul corpo di Don Alfonzo Gutierrez Romeral, che fu sepolto nel cimitero. Era nativo di questo villaggio e non ricevette i santi sacramenti, né si confessò, poiché morì improvvisamente di apoplessia all'età di trentuno anni. Era sposato con Doña Gabriela Zahara del Valle, nativa di Madrid, e non lasciò prole."

Il giudice mi consegnò il certificato di cui sopra, debitamente autenticato dal parroco, ed esclamò: "Ora tutto è chiaro come la luce del giorno, e sono certo che entro una settimana l'assassino sarà arrestato. L'apoplessia, in questo caso, si rivela essere un chiodo di ferro piantato nella testa dell'uomo, che ha causato ad A.G.R. una morte rapida e improvvisa. Ho il chiodo e presto troverò il martello."

Secondo la testimonianza dei vicini, Señor Romeral era un giovane e ricco proprietario terriero originario di Madrid, dove aveva sposato una bellissima donna; quattro mesi prima della morte del marito, la moglie si era recata a Madrid per trascorrere alcuni mesi con la sua famiglia; la giovane donna tornò a casa verso l'ultimo giorno di aprile, vale a dire circa tre mesi e mezzo dopo aver lasciato la residenza del marito per andare a Madrid; la morte di Señor Romeral avvenne circa una settimana dopo il suo ritorno. Lo shock causato alla vedova dall'improvvisa morte del marito fu così grande che si ammalò e informò i suoi amici di non poter continuare a vivere nello stesso luogo in cui tutto le ricordava l'uomo che aveva perduto, e proprio prima della metà di maggio era partita per Madrid, dieci o dodici giorni dopo la morte del marito.

I domestici del defunto avevano testimoniato che la coppia non viveva in armonia e aveva frequenti litigi; che l'assenza di tre mesi e mezzo che aveva preceduto gli ultimi otto giorni in cui la coppia aveva vissuto insieme era praticamente un accordo sul fatto che si sarebbero infine separati a causa di misteriosi dissapori esistenti tra loro fin dal giorno del matrimonio; che il giorno della morte del defunto, marito e moglie si trovavano insieme nella camera da letto di lui; che a mezzanotte il campanello suonò violentemente e udirono le grida della moglie; che accorsero nella stanza e furono accolti sulla porta dalla moglie, che era molto pallida e visibilmente turbata, e lei gridò: "Un'apoplessia! Correte a chiamare un medico! Il mio povero marito sta morendo!" Che quando entrarono nella stanza trovarono il loro padrone disteso su un divano, ed era morto. Il medico che fu chiamato certificò che Señor Romeral era morto di congestione cerebrale.

Tre periti medici testimoniarono che una morte procurata in questo modo non poteva essere distinta dall'apoplessia. Il medico che era stato chiamato non aveva pensato di cercare la testa del chiodo, che era nascosta dai capelli della vittima, né era in alcun modo da biasimare per questa svista.

Il giudice emise immediatamente un mandato di arresto per Doña Gabriela Zahara del Valle, vedova di Señor Romeral.

"Dimmi," chiesi un giorno al giudice, "credi che riuscirai mai a catturare questa donna?"

"Ne sono certo."

"Perché?"

"Perché in mezzo a tutti questi affari criminali di routine si verifica di tanto in tanto quella che si può definire una fatalità drammatica che non fallisce mai. Per dirla in un altro modo: quando le ossa escono dalla tomba per testimoniare, resta ben poco da fare per il giudice."

Nonostante le speranze del mio amico, Gabriela non fu trovata e, tre mesi dopo, fu, secondo le leggi della Spagna, processata, giudicata colpevole e condannata a morte in contumacia.

Tornai a casa, non senza aver promesso di essere con Zarco l'anno seguente.

IV

Trascorsi quell'inverno a Granada. Una sera fui invitato a un grande ballo dato da un'importante dama spagnola. Mentre salivo le scale della magnifica residenza, fui colto di sorpresa dalla vista di un volto che era facilmente distinguibile anche in quella folla di bellezze meridionali. Era lei, la mia sconosciuta, la donna misteriosa della diligenza, di fatto, la numero 1, di cui ho parlato all'inizio di questa narrazione.

Mi feci strada verso di lei, tendendo la mano in segno di saluto. Mi riconobbe immediatamente.

"Señora," dissi, "ho mantenuto la mia promessa di non cercarvi. Non sapevo che vi avrei incontrata qui. Se l'avessi sospettato, mi sarei astenuto dal venire, per paura di infastidirvi. Ora che sono qui, ditemi se posso riconoscervi e parlarvi."

"Vedo che siete vendicativo," rispose lei gentilmente, posando la sua piccola mano nella mia. "Ma vi perdono. Come state?"

"In verità, non lo so. La mia salute... ovvero la salute della mia anima, perché non mi chiedereste altro in una sala da ballo... dipende dalla salute della vostra. Ciò che intendo è che potrei essere felice solo se voi lo siete. Posso chiedervi se quella ferita al cuore di cui mi parlate quando vi incontrai nella diligenza si è rimarginata?"

"Sapete bene quanto me che ci sono ferite che non guariscono mai."

Con un grazioso inchino si voltò per parlare a un conoscente, e io chiesi a un mio amico che stava passando: "Sapete dirmi chi è quella donna?"

"Un'sudamericana di nome Mercedes de Meridanueva."

Il giorno seguente feci visita alla signora, che risiedeva in quel periodo presso l'Hotel dei Sette Pianeti. L'affascinante Mercedes mi ricevette come se fossi un amico intimo e mi invitò a passeggiare con lei attraverso la meravigliosa Alhambra e, in seguito, a cenare con lei. Durante le sei ore che trascorremmo insieme parlò di molte cose e, poiché tornavamo sempre sull'argomento degli amori delusi, mi sentii in dovere di raccontarle l'esperienza del mio amico, il giudice Zarco.

Mi ascoltò molto attentamente e, quando ebbi concluso, rise e disse: "Che questo vi serva di lezione a non innamorarvi di donne che non conoscete."

"Non pensate nemmeno per un momento," risposi, "che abbia inventato questa storia."

"Oh, non dubito della sua veridicità. Forse potrebbe esserci una donna misteriosa nell'Hotel dei Sette Pianeti di Granada, e forse non assomiglia a quella di cui il vostro amico si è innamorato a Siviglia. Per quanto mi riguarda, non c'è rischio che io mi innamori di qualcuno, poiché non parlo mai tre volte allo stesso uomo."

"Señora! Ciò equivale a dirmi che vi rifiutate di rivedermi!"

"No, desidero solo informarvi che lascio Granada domani, ed è probabile che non ci incontreremo mai più."

"Mai? Me lo diceste durante il nostro memorabile viaggio in diligenza, e vedete che non siete una buona profetessa."

Notai che era diventata molto pallida. Si alzò bruscamente dal tavolo, dicendo: "Bene, lasciamo che sia il Destino. Per quanto mi riguarda, ripeto che vi sto dando un addio eterno."

Pronunciò queste ultime parole molto solennemente, poi con un grazioso inchino si voltò e salì la scala che conduceva al piano superiore dell'hotel.

Confesso che fui alquanto infastidito dal modo sprezzante in cui sembrava aver terminato la nostra conoscenza, eppure questo sentimento si perse nella pietà che provai per lei quando notai la sua espressione di sofferenza.

Ci eravamo incontrati per l'ultima volta. Fosse piaciuto a Dio che fosse stata l'ultima! L'uomo propone, ma Dio dispone.

V

Qualche giorno dopo, affari di lavoro mi portarono nella città in cui risiedeva il mio amico giudice Zarco. Lo trovai solitario e triste come al tempo della mia ultima visita. Non era riuscito a scoprire nulla su Blanca, ma non riusciva a dimenticarla nemmeno per un istante. Senza dubbio, questa donna era il suo destino; il suo paradiso o il suo inferno, come l'infelice era solito dire.

Presto avremmo appreso che la sua superstizione giudiziaria stava per essere pienamente giustificata.

La sera del giorno del mio arrivo eravamo seduti nel suo ufficio, a leggere gli ultimi rapporti della polizia, che inutilmente aveva tentato di rintracciare Gabriela, quando un agente entrò e consegnò al giudice un biglietto che recitava quanto segue:

"Nell'Hotel del Leone c'è una signora che desidera parlare con il giudice Zarco."

"Chi l'ha portato?" chiese il giudice.

"Un domestico."

"Chi l'ha mandato?"

"Non ha fatto nomi."

Il giudice osservò pensieroso il fumo del suo sigaro per alcuni istanti, poi disse: "Una donna! Vedermi? Non so perché, ma questa cosa mi spaventa. Che ne pensi, Philip?"

"Che è tuo dovere di giudice rispondere alla chiamata, ovviamente. Forse potrà darti qualche informazione riguardo a Gabriela."

"Hai ragione," rispose Zarco, alzandosi. Si mise una rivoltella in tasca, si gettò il mantello sulle spalle e uscì.

Due ore dopo ritornò.

Vidi subito dal suo volto che una grande felicità doveva essergli capitata. Mi mise le braccia attorno e mi abbracciò convulsamente, esclamando: "Oh, caro amico, se solo sapessi, se solo sapessi!"

"Ma io non so nulla," risposi. "Che diavolo ti è successo?"

"Sono semplicemente l'uomo più felice del mondo!"

"Ma cos'è?"

"Il biglietto che mi chiamava all'hotel era da parte sua."

"Ma da parte di chi? Da Gabriela Zahara?"

"Oh, smettila con queste sciocchezze! Chi pensa a queste cose ora? Era lei, ti dico, l'altra!"

"In nome del cielo, calmati e dimmi di chi stai parlando."

"Chi potrebbe essere se non Blanca, il mio amore, la mia vita?"

"Blanca?" risposi con stupore. "Ma la donna ti aveva ingannato."

"Oh, no; era stato tutto un mio sciocco errore."

"Spiegati."

"Ascolta: Blanca mi adora!"

"Oh, pensi che lo faccia? Beh, continua."

"Quando Blanca ed io ci separammo il quindici di aprile, fu inteso che ci saremmo incontrati di nuovo il quindici di maggio. Poco dopo la mia partenza ricevette una lettera che la chiamava a Madrid per urgenti affari di famiglia, e non si aspettava il mio ritorno fino al quindici di maggio, così rimase a Madrid fino al primo. Ma, come sai, io, nella mia impazienza, non ho potuto aspettare e sono tornato quindici giorni prima di quanto concordato, e non trovandola all'hotel ho tratto la conclusione affrettata che mi avesse ingannato, e non ho aspettato. Ho attraversato due anni di tormento e sofferenza, tutto a causa della mia stupidità."

"Ma avrebbe potuto scriverti una lettera."

"Ha detto di aver dimenticato l'indirizzo."

"Ah, mio povero amico," esclamai, "vedo che ti stai sforzando di convincerti. Beh, tanto meglio. Ora, quando avrà luogo il matrimonio? Immagino che dopo una notte così lunga e oscura sorgerà radioso il sole del matrimonio."

"Non ridere," esclamò Zarco; "tu sarai il mio testimone."

"Con molto piacere."

* * * * *

L'uomo propone, ma Dio dispone. Eravamo ancora seduti in biblioteca, a chiacchierare insieme, quando qualcuno bussò alla porta. Erano circa le due del mattino. Il giudice ed io fummo entrambi colti di sorpresa, ma non avremmo saputo dire perché. Il domestico aprì la porta e un istante dopo un uomo irruppe in biblioteca, così senza fiato per la corsa da riuscire a stento a parlare.

"Buone notizie, giudice, grandi notizie!" disse quando ebbe ripreso fiato. "Abbiamo vinto!"

L'uomo era il pubblico ministero.

"Spiegati, mio caro amico," disse il giudice, invitandolo a sedersi su una sedia. "Quale straordinario evento può averti condotto fin qui con tanta fretta e a quest'ora del mattino?"

"Abbiamo arrestato Gabriela Zahara."

"Arrestata?" esclamò il giudice con gioia.

"Sì, signore, l'abbiamo presa. Uno dei nostri investigatori la seguiva da un mese. L'ha catturata e ora è rinchiusa in una cella della prigione."

"Allora andiamo subito!" esclamò il giudice. "La interrogheremo stanotte. Fammi il favore di avvisare il mio segretario. Data la gravità del caso, tu stesso devi essere presente. Avvisa anche la guardia che ha in custodia la testa di Señor Romeral. È stata la mia opinione fin dall'inizio che questa donna criminale non avrebbe osato negare l'orribile omicidio quando fosse stata messa di fronte alle prove del suo crimine. Per quanto ti riguarda," disse il giudice rivolgendosi a me, "ti nominerò segretario aggiunto, così potrai essere presente senza violare la legge."

Non risposi. Un orribile sospetto stava crescendo in me, un sospetto che, come un animale infernale, mi straziava il cuore con artigli d'acciaio. Potevano Gabriela e Blanca essere la stessa persona? Mi voltai verso il vice procuratore distrettuale.

"A proposito," chiesi, "dov'era Gabriela quando è stata arrestata?"

"Nell'Hotel del Leone."

La mia sofferenza era spaventosa, ma non potevo dire nulla, non potevo fare nulla senza compromettere il giudice; inoltre, non ne ero sicuro. Anche se fossi stato certo che Gabriela e Blanca fossero la stessa persona, cosa avrebbe potuto fare il mio povero amico? Fingere un'improvvisa malattia? Fuggire dal paese? La mia unica via era tacere e lasciare che Dio operasse a modo Suo. Gli ordini del giudice erano già stati comunicati al capo della polizia e al direttore della prigione. Anche a quell'ora la notizia si era diffusa in tutta la città e gli oziosi si stavano radunando per vedere la ricca e bella donna che sarebbe salita al patibolo. Mi aggrappavo ancora alla debole speranza che Gabriela e Blanca non fossero la stessa persona. Ma quando mi incamminai verso la prigione barcollai come un ubriaco e fui costretto ad appoggiarmi alla spalla di uno degli ufficiali, che mi chiese ansiosamente se mi sentissi male.

VI

Arrivammo alla prigione alle quattro del mattino. La grande sala di ricevimento era brillantemente illuminata. La guardia, che reggeva una scatola nera contenente il teschio di Señor Romeral, ci stava aspettando.

Il giudice prese posto a capotavola; il pubblico ministero si sedette alla sua destra e il capo della polizia rimase in piedi con le braccia incrociate. Io e il segretario sedemmo alla sinistra del giudice. Numerosi agenti di polizia e investigatori stavano in piedi vicino alla porta.

Il giudice suonò il campanello e disse al direttore:

"Portate dentro Doña Gabriela Zahara!"

Mi sentivo come se stessi morendo e, invece di guardare verso la porta, guardai il giudice per vedere se riuscivo a leggere sul suo volto la soluzione di questo spaventoso problema.

Lo vidi farsi livido e stringersi la gola con entrambe le mani, come per soffocare un grido di agonia, poi si voltò verso di me con uno sguardo di infinita supplica.

"Restate calmo!" sussurrai, portandomi il dito alle labbra, e poi aggiunsi: "Lo sapevo."

L'infelice si alzò dalla sedia.

"Giudice!" esclamai, e in quella sola parola gli comunicai il pieno senso del suo dovere e dei pericoli che lo circondavano. Si controllò e riprese il suo posto, ma se non fosse stato per la luce nei suoi occhi, sarebbe potuto essere scambiato per un uomo morto. Sì, l'uomo era morto; viveva solo il giudice.

Quando mi fui convinto di ciò, mi voltai e guardai l'accusata. Dio mio! Gabriela Zahara non era solo Blanca, la donna che il mio amico amava così profondamente, ma era anche la donna che avevo incontrato nella diligenza e successivamente a Granada, la bella sudamericana, Mercedes!

Tutte queste donne fantastiche si erano ora fuse in una sola, quella reale che stava davanti a noi, accusata dell'omicidio del marito e condannata a morte.

C'era ancora una possibilità di dimostrarsi innocente. Poteva farcela? Questa era la mia unica speranza suprema, così come lo era per il mio povero amico.

Gabriela (la chiameremo ora con il suo vero nome) era mortalmente pallida, ma apparentemente calma. Confidava nella propria innocenza o nella debolezza del giudice? I nostri dubbi furono presto risolti. Fino a quel momento l'accusata non aveva guardato nessuno se non il giudice. Non sapevo se volesse incoraggiarlo o minacciarlo, o dirgli che la sua Blanca non poteva essere un'assassina. Ma notando l'impassibilità del magistrato e che il suo volto era privo di espressione come quello di un cadavere, si voltò verso gli altri, come se cercasse aiuto da loro. Poi i suoi occhi caddero su di me e arrossì leggermente.

Il giudice sembrò allora risvegliarsi dal suo torpore e chiese con voce aspra:

"Qual è il vostro nome?"

"Gabriela Zahara, vedova Romeral," rispose l'accusata con voce dolce.

Zarco tremò. Aveva appena appreso che la sua Blanca non era mai esistita; glielo aveva detto lei stessa, lei che solo tre ore prima aveva acconsentito a diventare sua moglie!

Fortunatamente nessuno stava guardando il giudice, essendo tutti gli occhi fissi su Gabriela, la cui bellezza meravigliosa e il cui contegno calmo trasmettevano a tutti una convinzione quasi irresistibile della sua innocenza.

Il giudice si riprese e poi, come un uomo che sta scommettendo più della vita stessa sul lancio di un dado, ordinò alla guardia di aprire la scatola nera.

"Madame!" disse il giudice severamente, con gli occhi che sembravano lanciare fiamme, "avvicinatevi e ditemi se riconoscete questa testa!"

A un segnale del giudice, la guardia aprì la scatola nera ed estrasse il teschio.

Un grido di mortale agonia risuonò in quella stanza; non si poteva dire se fosse di paura o di follia. La donna si ritrasse, con gli occhi che si dilatavano per il terrore, e gridò: "Alfonzo, Alfonzo!"

Poi sembrò cadere in uno stato di torpore. Tutti si voltarono verso il giudice, mormorando: "È colpevole, senza alcun dubbio."

"Riconoscete il chiodo che privò vostro marito della vita?" disse il giudice, alzandosi dalla sedia, simile a un cadavere che risorge dalla tomba.

"Sì, signore," rispose Gabriela meccanicamente.

"Vale a dire, ammettete di aver assassinato vostro marito?" chiese il giudice, con una voce che tremava per la sua grande sofferenza.

"Signore," rispose l'accusata, "non desidero più vivere, ma prima di morire vorrei rilasciare una dichiarazione."

Il giudice ricadde sulla sedia e poi mi chiese con lo sguardo: "Cosa sta per dire?"

Io stesso ero quasi stupefatto dalla paura.

Gabriela stava davanti a loro, le mani giunte e uno sguardo lontano nei suoi grandi occhi scuri.

"Sto per confessare," disse, "e la mia confessione sarà la mia difesa, sebbene non sarà sufficiente a salvarmi dal patibolo. Ascoltatemi, voi tutti! Perché negare ciò che è evidente? Ero sola con mio marito quando morì. I domestici e il medico hanno testimoniato questo. Pertanto, solo io avrei potuto ucciderlo. Sì, ho commesso il crimine, ma un altro uomo mi ha costretta a farlo."

Il giudice tremò udendo queste parole, ma, dominando la propria emozione, chiese con coraggio:

"Il nome di quell'uomo, signora? Ci dica subito il nome del mascalzone!"

Gabriela guardò il giudice con un'espressione di infinito amore, come una madre guarderebbe il figlio che adora, e rispose: "Con una sola parola potrei trascinare quest'uomo nell'abisso insieme a me. Ma non lo farò. Nessuno conoscerà mai il suo nome, poiché egli mi ha amato e io lo amo. Sì, io lo amo, sebbene sappia che non farà nulla per salvarmi!"

Il giudice si sollevò a metà dalla sedia e protese le mani in atto supplichevole, ma lei lo guardò come per dire: "Fate attenzione! Vi tradirete, e non servirà a nulla."

Egli ricadde sulla sedia, e Gabriela continuò il suo racconto con voce calma e ferma:

"Fui costretta a sposare un uomo che odiavo. Lo odiai ancora di più dopo averlo sposato di quanto non facessi prima. Vissi tre anni nel martirio. Un giorno entrò nella mia vita un uomo che amai. Egli pretese che lo sposassi, mi chiese di fuggire con lui verso un paradiso di felicità e di amore. Era un uomo di carattere eccezionale, alto e nobile, la cui unica colpa era quella di amarmi troppo. Se gli avessi detto: 'Ti ho ingannato, non sono vedova; mio marito è vivo', mi avrebbe lasciata all'istante. Inventai mille scuse, ma lui rispondeva sempre: 'Sii mia moglie!' Che cosa potevo fare? Ero legata a un uomo dal carattere e dalle abitudini più vili, che io detestavo. Ebbene, ho ucciso quest'uomo, credendo di compiere un atto di giustizia, e Dio mi ha punita, poiché il mio amante mi ha abbandonata. E ora sono molto, molto stanca della vita, e tutto ciò che vi chiedo è che la morte arrivi il più presto possibile."

Gabriela smise di parlare. Il giudice si era coperto il volto con le mani, come se stesse riflettendo, ma potevo vedere che tremava come un epilettico.

"Vostro onore," ripeté Gabriela, "esaudite la mia richiesta affinché io possa morire presto."

Il giudice fece un cenno alle guardie di portare via la prigioniera.

Prima di seguirle, mi rivolse uno sguardo terribile in cui c'era più orgoglio che pentimento.

* * * * *

Non desidero entrare nei dettagli delle condizioni del giudice durante il giorno seguente. Nella grande lotta emotiva che ebbe luogo, il funzionario di legge vinse l'uomo, ed egli confermò la sentenza di morte.

Il giorno seguente le carte furono inviate alla Corte d'Appello, e allora Zarco venne da me e disse: "Aspettami qui finché non ritorno. Occupati di questa povera donna, ma non andarla a trovare, poiché la tua presenza la umilierebbe invece di consolarla. Non chiedermi dove sto andando, e non pensare che io stia per compiere l'atto folle di togliermi la vita. Addio, e perdonami per tutta l'inquietudine che ti ho causato."

Venti giorni dopo la Corte d'Appello confermò la sentenza, e Gabriela Zahara fu rinchiusa nella cella dei condannati a morte.

* * * * *

Giunse il mattino del giorno fissato per l'esecuzione, e ancora il giudice non era tornato. Il patibolo era stato eretto al centro della piazza, e una folla enorme si era radunata. Io stavo vicino alla porta della prigione, poiché, sebbene avessi obbedito al desiderio del mio amico di non far visita a Gabriela nella sua prigione, ritenevo fosse mio dovere rappresentarlo in quel momento supremo e accompagnare la donna che egli aveva amato fino ai piedi del patibolo.

Quando apparve, circondata dalle sue guardie, a stento la riconobbi. Era dimagrita moltissimo e sembrava non avere quasi la forza di sollevare alle labbra il piccolo crocifisso che portava in mano.

"Sono qui, señora. Posso esservi utile?" le chiesi mentre mi passava accanto.

Sollevò i suoi occhi profondi e incavati verso i miei, e, quando mi riconobbe, esclamò:

"Oh, grazie, grazie! Questa è una grande consolazione per me, nella mia ultima ora di vita. Padre," aggiunse, voltandosi verso il prete che stava al suo fianco, "posso rivolgere qualche parola a questo generoso amico?"

"Sì, figlia mia," rispose il venerabile ministro.

Allora Gabriela mi chiese: "Dov'è lui?"

"È assente--"

"Che Dio lo benedica e lo renda felice! Quando lo vedrai, chiedigli di perdonarmi così come credo che Dio mi abbia già perdonata. Digli che lo amo ancora, sebbene questo amore sia la causa della mia morte."

Eravamo arrivati ai piedi della scala del patibolo, dove fui costretto a lasciarla. Una lacrima, forse l'ultima che c'era in quel cuore sofferente, le rigò la guancia. Ancora una volta disse: "Digli che sono morta benedicendolo."

Improvvisamente giunse un boato come di tuono. La massa di persone ondeggiò, gridò, danzò, rise come folle, e sopra tutto questo tumulto una parola risuonò chiaramente:

"Grazia! Grazia!"

All'ingresso della piazza apparve un uomo a cavallo, che galoppava follemente verso il patibolo. In mano agitava un fazzoletto bianco, e la sua voce risuonò alta sopra il clamore della folla: "Grazia! Grazia!"

Era il giudice. Fermando il suo cavallo schiumante ai piedi del patibolo, tese un foglio al capo della polizia.

Gabriela, che aveva già salito alcuni gradini, si voltò e diede al giudice uno sguardo di infinito amore e gratitudine.

"Che Dio vi benedica!" esclamò, e poi cadde priva di sensi.

Non appena le firme e i sigilli sul documento furono verificati dalle autorità, il prete e il giudice si precipitarono verso l'accusata per sciogliere le corde che le legavano le mani e le braccia e per farla rinvenire.

Tutti i loro sforzi furono inutili, tuttavia. Gabriela Zahara era morta.

LUIGI CAPUANA

La deposizione

"Non ne so assolutamente nulla, vostro onore!"

"Nulla di nulla? Com'è possibile? È successo tutto a cinquanta metri dalla vostra bottega."

"'Nulla di nulla', ho detto... così, tanto per dire; ma in realtà, quasi nulla. Sono un barbiere, vostro onore, e il Cielo sia lodato! Ho abbastanza clienti da tenermi occupato da mattina a sera. Siamo in tre in bottega, e tra barbe, pettinate e tagli di capelli, nessuno dei tre ha il tempo di fermarsi a grattarsi la testa, e io meno di tutti. Molti dei miei clienti sono così gentili da preferire i miei servizi a quelli dei miei due garzoni; forse perché li diverto con le mie piccole battute. E, tra insaponare e radere questa faccia o quella, e pettinare le teste di tanti... come si aspetta vostro onore che io presti attenzione agli affari degli altri? E la mattina che l'ho letto sul giornale, beh, sono rimasto lì a bocca aperta, e ho detto: 'Beh, era così che doveva finire!'"

"Perché avete detto: 'Era così che doveva finire'?"

"Beh... perché era finita così! Vedete... all'istante, mi è tornata in mente la faccia brutta del marito. Ogni volta che lo vedevo passare su o giù per la strada... una di quelle impressioni che nessuno sa spiegarsi... pensavo tra me: 'Quel tipo ha la faccia da galeotto!' Ma naturalmente questo non prova nulla. Ce ne sono tanti che hanno la sfortuna di essere più brutti del peccato mortale, ma che sono persone degnissime. Però in questo caso non pensavo di sbagliarmi."

"Ma eravate amici. Veniva molto spesso a sedersi all'ingresso della vostra barberia."

"Molto spesso? Solo ogni tanto, vostro onore! 'Permesso, compare', diceva. Chiamava tutti 'compare'; era il suo modo di chiamare chiunque. E io dicevo: 'Ma certo'. La sedia stava lì, vuota. Vostro onore capisce che non potevo essere così villano da dirgli: 'No, non potete sedervi'. Una barberia è un luogo pubblico, come un caffè o un'osteria. Del resto, uno può sedersi senza pagare, e senza bisogno di farsi radere o tagliare i capelli, no? 'Permesso, compare', e lì stava in silenzio, fumando e imprecando, con gli occhi socchiusi. Bighellonava lì per mezz'ora, un'ora, a volte di più. Mi dava fastidio, non lo nego, fin dal principio. Si facevano un sacco di chiacchiere."

"Che tipo di chiacchiere?"

"Un sacco di chiacchiere. Vostro onore sa, meglio di me, quanto sia malpensante la gente. Ho preso l'abitudine di non credere a una sillaba di ciò che mi viene detto su chicchessia, bene o male; è il modo migliore per tenersi lontani dai guai."

"Avanti, avanti, che tipo di chiacchiere? Venite al punto."

"Che tipo di chiacchiere? Beh, un giorno dicevano questo, e il giorno dopo dicevano quello, e a furia di insistere, si sono convinti che la moglie... Beh, vostro onore sa che una bella moglie è un castigo di Dio. E dopotutto, ci sono cose che non si possono fare a meno di vedere, a meno che non si voglia chiudere gli occhi!"

"Allora era lui, il marito..."

"Non ne so nulla, vostro onore, nulla di nulla! Ma è verissimo che ogni volta che veniva a sedersi sulla mia soglia o dentro la bottega, dicevo a me stesso: 'Se quell'uomo non vede, deve essere proprio cieco! E se non vuole vedere, deve essere proprio... Vostro onore sa cosa intendo. Non c'era scampo da quello... da quello... Forse vostro onore può aiutarmi a trovare la parola giusta?"

"Dilemma?"

"Dilemma, sì, vostro onore. E Biasi, il notaio, che viene da me a farsi radere, usa un'altra parola che calza a pennello al caso, con tutto il rispetto per vostro onore."

"Allora, secondo voi, questo Don Nicasio..."

"Oh, io non ci metto il dito! Si risponda da solo. Ognuno ha la propria coscienza; e Gesù Cristo ha detto: 'Non giudicare, affinché tu non sia giudicato'. Beh, una mattina... o era di sera? Non ricordo esattamente... sì, ora mi torna in mente che era di mattina... l'ho visto passare, imprecando e a testa bassa; ero sulla mia soglia, ad affilare un rasoio. Per curiosità gli ho rivolto una parola al volo insieme a un cenno, aggiungendo un gesto che valeva quanto una domanda. È venuto da me, mi ha guardato dritto in faccia e ha risposto: 'Non ti ho detto che, prima o poi, avrei fatto una pazzia? E la farò, compare, sì, la farò! Mi stanno tirando per i capelli!' 'Lasciate che ve li tagli, allora!' ho risposto scherzando, per farlo distrarre."

"Quindi, ve l'aveva detto prima, vero? Com'è successo che ve l'abbia detto prima?"

"Oh, vostro onore sa come scappano le parole di bocca in certi momenti. Chi ci fa caso? Per quanto mi riguarda, ho troppe altre cose per la testa..."

"Avanti, avanti... di cosa parlava quando ve l'aveva detto prima?"

"Santo cielo, mi dia il tempo di pensare, vostro onore! Di cosa parlava? Beh, di sua moglie, naturalmente. Chi può dirlo? Qualcuno deve avergli messo una pulce nell'orecchio. Basta mezza parola per rovinare la pace di un povero diavolo. Ed è così che a un uomo scappano di bocca parole come: 'Prima o poi farò una pazzia!' Tutto qui. Non so altro, vostro onore!"

"E l'unica risposta che gli avete dato è stata una battuta?"

"Non potevo mica dirgli: 'Avanti, fallo', vero? Comunque se n'è andato, scuotendo la testa. E quale idea continuasse a covare, dopo di allora, chi può dirlo? Non si può leggere dentro il cervello di un altro. Ma a volte, quando lo sentivo sfogarsi..."

"Quindi si sfogava con voi?"

"Beh, sì, con me, e forse anche con altri. Vede, uno sopporta e sopporta e sopporta; e alla fine, piuttosto che scoppiare, si sfoga con il primo che capita."

"Ma voi non eravate il primo che capitava. Voi andavate a casa sua..."

"Solo come barbiere, vostro onore! Solo quando Don Nicasio mi faceva chiamare. E molto spesso arrivavo troppo tardi, anche se facevo del mio meglio."

"E molto probabilmente a volte ci siete andato quando sapevate che lui non era in casa?"

"Di proposito, vostro onore? No, mai!"

"E quando trovavate sua moglie sola, vi permettevate..."

"Calunnie, vostro onore! Chi osa dire una cosa simile? Lo dice lei? Può darsi che una o due volte mi siano scappate poche parole per scherzo. Sa come va... quando mi sono trovato faccia a faccia con una bella donna... sa come va... se non altro per non fare la figura dello sciocco!"

"Ma era ben lontano dall'essere uno scherzo! Avete finito col minacciarla!"

"Che calunnie! Minacciarla? Per cosa? Una donna della sua risma non ha bisogno di essere minacciata! Non mi sarei mai abbassato a tanto! Non sono un ragazzino!"

"La passione porta gli uomini a ogni sorta di follia."

"Quella donna è capace di tutto! Calunnierebbe Nostro Signore in persona! Passione? Io? Alla mia età? Sono ben oltre i quaranta, vostro onore, e ho anche molti capelli bianchi. Molte follie ho commesso in gioventù, come tutti. Ma ora... Inoltre, con una donna del genere! Non ero cieco, anche se Don Nicasio lo era. Sapevo che quel giovanotto... povero sciocco, l'ha pagata cara... sapevo che le aveva dato alla testa. Fanno così certe donne... vanno per la loro strada, piantano uno e ne prendono un altro, e poi finiscono col diventare schiave di qualche malandrino che le deruba e le maltratta! La picchiava, vostro onore, molte e molte volte, vostro onore! E io, per amore del povero marito, che compativo... Sì, è per questo che lei dice che l'ho minacciata. Lo dice perché sono stato così sciocco da andare a farle una ramanzina il giorno in cui Don Nicasio mi disse: 'Farò una pazzia!' Lei sapeva cosa intendevo, o almeno ha finto di saperlo."

"No; ecco cosa avete detto..."

"Sì, vostro onore, ora ricordo esattamente cosa ho detto. 'Ti rovinerò il gioco', le ho detto, 'anche se dovessi andare ai lavori forzati!' ma parlavo per conto del marito. Nel calore del momento si finisce per recitare una parte..."

"Il marito non sapeva nulla di tutto questo."

"Dovevo forse vantarmi con lui di quello che avevo fatto? Un amico o offre i suoi servigi o non lo fa. È così che la intendo."

"Perché vi preoccupavate tanto?"

"Non avrei dovuto, vostro onore. Ho il cuore troppo tenero."

"Le vostre minacce divennero moleste. E non solo minacce, ma promesse su promesse! E regali, inoltre: un anello e un paio di orecchini..."

"È vero. Non lo nego. Li ho trovati in tasca mia, per puro caso. Appartenevano a mia moglie. È stata una stravaganza, ma l'ho fatto per evitare che il povero Don Nicasio facesse una pazzia. Se solo fossi riuscito nel mio intento, mi sono detto, se solo fossi riuscito a togliere di mezzo quel giovanotto, allora sarebbe stato il momento di dire a Don Nicasio: 'Amico mio, rendimi il mio anello e i miei orecchini!' Non se lo sarebbe fatto dire due volte. È un uomo d'onore, Don Nicasio!"

"Ma quando lei vi ha risposto: 'Tieniteli pure, non li voglio!', avete iniziato a supplicarla, quasi in lacrime..."

"Ah, vostro onore! visto che devo dirlo... non so come ho fatto a controllarmi... mi ero immedesimato così tanto nella parte del marito! Avrei potuto strangolarla con le mie mani! Avrei potuto fare quella stessa pazzia che Don Nicasio pensava di fare!"

"Eppure siete stato molto prudente, è evidente. Vi siete detto: 'Se non è mia, non sarà di nessuno!' Del suo amante intendo, non di Don Nicasio. E avete cominciato a lavorare il marito, che, fino a quel momento, aveva lasciato correre, o perché non ci credeva, o perché preferiva sopportare il male minore..."

"Può darsi che mi sia scappata qualche parola casuale. Ci sono momenti in cui un uomo d'onore perde la testa... ma oltre a questo, nulla, vostro onore. Don Nicasio stesso mi sarà testimone."

"Ma Don Nicasio dice..."

"Anche lui? Mi ha tradito? Si è rivoltato contro di me? Un bel modo di mostrare gratitudine!"

"Non ha nulla di cui essere grato. Non vi agitate! Sedetevi di nuovo. Avete iniziato protestando di non saperne nulla. Eppure sapevate tante cose. Dovete saperne molte altre. Non vi agitate."

"Volete trascinarmi sull'orlo di un precipizio, vostro onore! Comincio a capire!"

"Gli uomini accecati dalla passione camminano sui precipizi con le loro stesse gambe."

"Ma... allora vostro onore immagina che io, personalmente..."

"Non immagino nulla. È evidente che voi siete stato l'istigatore, e anche qualcosa di più dell'istigatore."

"Calunnia, calunnia, vostro onore!"

"Quella stessa sera siete stato visto parlare con il marito fino a tardi."

"Cercavo di persuaderlo a non farlo. Gli ho detto: 'Lascia perdere! Dato che la tua sfortuna è questa, che differenza fa se è lui, o qualcun altro?' E lui continuava a ripetere: 'Qualcun altro sì, ma non quella bestia immonda!' Parole sue, vostro onore."

"Voi stavate all'angolo della strada adiacente, in agguato."

"Chi mi ha visto lì? Chi ci ha visti, vostro onore?"

"Siete stato visto. Avanti, decidetevi a dire tutto quello che sapete. Sarà meglio per voi. La donna testimonia: 'Erano in due', ma nel buio non ha potuto riconoscere l'altro."

"Proprio perché volevo fare una buona azione! Ecco cosa mi sono attirato cercando di fare una buona azione!"

"Voi stavate all'angolo della strada..."

"È andata così, vostro onore. L'avevo accompagnato fino a quel punto. Ma quando ho visto che era inutile cercare di fermarlo... battevano le undici... le strade erano deserte... ho iniziato a lasciarlo con sdegno, senza nemmeno salutarlo..."

"Beh, e poi? Ho bisogno delle pinze per tirarvi le parole di bocca?"

"E poi? Beh, vostro onore sa come vanno le cose di notte, sotto la luce del lampione. Vedi e non vedi... è così. Mi sono voltato... Don Nicasio si era addentrato nell'androne di casa sua... proprio vicino all'ingresso del vicolo. Un grido!... poi nient'altro!"

"Voi siete corso avanti? È stato del tutto naturale."

"Ho esitato sulla soglia... l'androne era così buio."

"Non potete aver fatto così. La donna vi avrebbe riconosciuto alla luce del lampione."

"Il lampione è lontano."

"Siete entrati uno dopo l'altro. Chi di voi ha chiuso la porta? Perché la porta è stata chiusa immediatamente."

"Nella confusione del momento... due uomini che lottavano... sentivo i loro rantoli... volevo gridare aiuto... poi una caduta! E allora mi sono sentito afferrare per il braccio: 'Corri, compare, corri! Questi non sono affari tuoi!' Non sembrava la voce di un essere umano. Ed è così che... è così che mi sono trovato lì, testimone impotente. Credo che Don Nicasio volesse uccidere anche sua moglie; ma la sciagurata è scappata. È corsa a chiudersi in camera sua. Cioè... l'ho letto dopo, sui giornali. Il marito sarebbe stato più saggio ad uccidere lei per prima. Le erbacce è meglio estirparle dalle radici. Cosa sta scrivendo far scrivere a quell'uomo, vostro onore?"

"Nulla di nulla, come dite voi. Solo la vostra deposizione. Il cancelliere ve la leggerà ora, e voi la firmerete."

«Può venirmi qualche danno da questo? Sono innocente! Ho solo detto quello che voi avete voluto farmi dire. Mi avete impigliato in una bella rete, come un pesciolino d'acqua dolce!»

«Aspettate un momento. E questa è la cosa più importante di tutte. Com'è accaduto che le ferite mortali sul corpo dell'uomo morto siano state inferte con un rasoio?»

«Oh, il tradimento di Don Nicasio! Dio mio! Dio mio! Sì, vostro onore. Due giorni prima – nessuno può pensare a tutto, nessuno può prevedere tutto – è venuto in bottega e mi ha detto: "Compare, prestatemi un rasoio; ho un callo che mi tormenta". È stato così naturale nel chiederlo che non ho esitato un istante. L'ho persino avvertito: "State attento! Non si scherza con i calli! Un po' di sangue, e potrebbe venirvi un cancro!". "Non andate in cerca di guai, compare", mi ha risposto.»

«Ma il rasoio non si è trovato. Dovete averlo portato via voi.»

«Io? Chi si ricorderebbe di una piccola cosa come quella? Ero più morto che vivo, vostro onore. Dove volete portarmi, con le vostre domande? Vi dico che sono innocente!»

«Non negate così ostinatamente. Una confessione sincera vi aiuterà molto più che protestare la vostra innocenza. I fatti parlano abbastanza chiaramente. È ben noto come la passione faccia impazzire il cuore e il cervello. Un uomo in quello stato non è più se stesso.»

«Questa è la verità, vostro onore! Quella sciagurata donna mi ha stregato! Mi sta mandando alla galera! Più lei diceva "No, no, no!", più mi sentivo impazzire, dalla testa ai piedi, come se mi stesse versando fuoco addosso, con i suoi "No, no, no!". Ma ora... non voglio che un altro uomo soffra al posto mio. Sì, sono stato io, sono stato io a ucciderlo! Ero stregato, vostro onore! Sono disposto ad andare alla galera. Ma tornerò qui, se avrò la fortuna di sopravvivere alla mia condanna. Oh, la giustizia di questo mondo! Pensare che lei se la cava, la vera e sola causa di tutto il male! Ma le farò avere giustizia, lo giuro solennemente – con queste mie due mani, vostro onore! In prigione non penserò ad altro. E se torno e la trovo viva – invecchiata e brutta, non fa differenza – dovrà pagarmela, dovrà rimediare! Ah, "no, no, no!". Ma io dirò: "Sì, sì, sì!". E prosciugherò la sua ultima goccia di sangue, anche a costo di finire i miei giorni alla galera. E prima è, meglio è!»

LUCIO APULEIO

L'avventura dei tre briganti

La grande satira di Lucio Apuleio, l'opera attraverso la quale il suo nome vive dopo il trascorrere di quasi diciotto secoli, è "L'Asino d'oro", un romanzo dal quale è stato selezionato e tradotto il seguente passo per queste Storie di Mistero. Lucio, il personaggio che racconta la storia, è considerato da alcuni una rappresentazione dell'autore stesso. Lo scopo de "L'Asino d'oro" era di satireggiare i falsi sacerdoti e altre frodi contemporanee. Ma vi sono intercalati molti episodi di avventura e situazioni strane, uno dei quali è qui riportato.

Mentre Telefrone giungeva al punto del suo racconto, i suoi compagni di bagordi, intontiti dal vino, rinnovarono il chiassoso tumulto. E mentre i vecchi bevitori reclamavano la consueta libagione al riso, Birrena mi spiegò che il domani era un giorno religiosamente osservato dalla sua città sin dalla sua culla; un giorno in cui essi soli tra i mortali propiziavano quel dio sacratissimo, il Riso, con riti ilari e gioiosi. "Il fatto che tu sia qui", aggiunse, "renderà tutto ancora più allegro. E desidero davvero che tu contribuisca con qualcosa di divertente tratto dal tuo ingegno, in onore del dio, per aiutarci a venerare debitamente una divinità così importante."

"Certamente", dissi, "ciò che chiedi sarà fatto. E, per Giove! Spero di trovare qualcosa di abbastanza buono da far sì che questo vostro potente dio riveli la sua presenza."

A questo punto, ricordandomi il mio schiavo che ora di notte fosse, mi alzai rapidamente, sebbene non troppo saldamente dopo le mie libagioni, e, presi debitamente congedo da Birrena, guidai i miei passi a zigzag sulla via di casa. Ma proprio al primo angolo che svoltammo, una folata improvvisa di vento spense la torcia solitaria da cui dipendevamo, e ci lasciò, immersi nell'imprevisto buio della notte, a inciampare stancamente e dolorosamente verso la nostra dimora, ammaccandoci i piedi su ogni pietra della strada.

Ma quando alla fine, sorreggendoci l'un l'altro, ci avvicinammo alla nostra meta, ecco davanti a noi altri tre, di corporatura grande e robusta, che sprigionavano tutta l'energia della loro forza sui nostri stipiti. E ben lungi dall'essere minimamente sgomenti dal nostro arrivo, sembrarono solo infiammati da maggiore zelo e sferrarono l'assalto più ferocemente. Del tutto naturalmente, sembrò chiaro a entrambi, e specialmente a me, che fossero ladri, e della specie più pericolosa. Così sguainai immediatamente la lama che porto nascosta sotto il mantello per tali emergenze, e mi gettai, imperterrito, in mezzo a quei briganti. Uno dopo l'altro, mentre tentavano a turno di oppormi resistenza, li trafissi, finché tutti e tre giacquero infine distesi ai miei piedi, crivellati da molte ferite spalancate, attraverso le quali resero l'anima. A quel punto Fotide, la serva, era stata destata dal frastuono della battaglia, e ancora ansimante e sudando copiosamente scivolai dentro attraverso la porta che si apriva, e, stanco come se avessi combattuto con Gerione triforme invece che con quei bellicosi ladri, mi abbandonai nello stesso momento al letto e al sonno.

Presto l'Aurora dalle dita rosate, agitando le redini purpuree, guidava i suoi destrieri attraverso il sentiero del cielo; e, strappata al mio riposo tranquillo, la notte mi restituì al giorno. Il sgomento si impadronì della mia anima al ricordo delle azioni della sera passata. Sedevo lì, rannicchiato sul mio letto, con le dita intrecciate a stringermi le ginocchia, e mi abbandonai liberamente al mio tormento; vedevo già con la fantasia il tribunale, la giuria, il verdetto, il carnefice. Come potevo sperare di trovare un giudice così mite, così benevolo da dichiararmi innocente, sporco com'ero di un triplice omicidio, macchiato dal sangue di tanti cittadini? Era questo il glorioso culmine dei miei viaggi che il caldeo, Diofane, aveva così fiduciosamente predetto per me? Più e più volte ripercorsi l'intera faccenda piangendo la mia dura sorte.

A questo punto si sentì bussare alle nostre porte e un clamore che andava crescendo sulla soglia. Non appena fu dato l'ingresso, con una impetuosa irruzione, l'intera casa fu riempita di magistrati, polizia e la turba eterogenea che seguiva. Due ufficiali, per ordine dei magistrati, mi misero prontamente le mani addosso e iniziarono a trascinarmi via, sebbene la resistenza fosse l'ultima cosa a cui avrei pensato. Quando raggiungemmo il primo incrocio l'intera città era già al nostro seguito in una massa sorprendentemente densa. E camminavo cupamente con il capo chino fino alla terra stessa – potrei persino dire fino alle regioni inferiori sotto la terra.

Alla fine, dopo aver fatto il giro di ogni piazza della città, esattamente nel modo in cui le vittime vengono condotte in giro prima di un sacrificio destinato a scongiurare i cattivi presagi, fui condotto nel foro e fatto comparire davanti al tribunale della giustizia. I magistrati avevano preso posto sulla piattaforma rialzata, il banditore aveva comandato il silenzio, quando improvvisamente tutti i presenti, come con una sola voce, protestarono che in un raduno così vasto c'era pericolo per l'eccessivo affollamento, e chiesero che un caso di tale importanza fosse invece giudicato nel teatro pubblico. Non appena detto, l'intera popolazione fluì in avanti, alla rinfusa, e in un tempo meravigliosamente breve ebbe riempito l'intero auditorium finché ogni navata e galleria fu una massa solida. Molti si arrampicarono sulle colonne, altri penzolavano dalle statue, mentre alcuni se ne stavano appollaiati, quasi fuori vista, sui davanzali e sui cornicioni; ma tutti nella loro sorprendente ansia sembravano del tutto incuranti di quanto rischiassero la vita. Alla maniera di un sacrificio fui condotto dai funzionari pubblici lungo il centro del palcoscenico e lasciato in piedi nel mezzo dell'orchestra. Ancora una volta la voce del banditore tuonò, chiamando l'accusatore, dopodiché un certo vecchio si alzò, e avendo prima preso un piccolo vaso, il cui fondo terminava in un imbuto stretto, e avendolo riempito d'acqua, che sfuggendo goccia a goccia doveva segnare la durata del suo discorso, si rivolse alla popolazione come segue:

"Questo non è un caso banale, onoratissimi cittadini, ma uno che riguarda direttamente la pace della nostra intera città, e uno che sarà tramandato come un grave precedente. Pertanto, i vostri interessi individuali e comuni richiedono ugualmente che sosteniate la dignità dello Stato e non permettiate a questo brutale assassino di sfuggire alla pena del massacro di massa derivato dalle sue sanguinose azioni. E non pensate che io sia influenzato da motivi privati o che dia sfogo ad animosità personale. Poiché sono al comando della guardia notturna, e fino a questo momento credo non vi sia alcuno che possa mettere in discussione la mia vigile diligenza. Di conseguenza esporrò il caso e illustrerò fedelmente gli eventi della scorsa notte.

"Era circa l'ora della terza veglia, e stavo facendo il mio giro dell'intera città, passando di porta in porta con scrupolosa vigilanza, quando improvvisamente scorsi questo giovane assetato di sangue, spada in pugno, che spargeva carneficina attorno a sé; già, non meno di tre vittime della sua ferocia giacevano contorcendosi ai suoi piedi, esalando il loro respiro in una pozza di sangue. Colpito, come ben poteva esserlo, dalla colpevolezza di un crimine così grande, il tizio fuggì e, infilatosi in una delle case sotto la copertura dell'oscurità, rimase nascosto per il resto della notte. Ma, grazie agli dèi che non permettono a nessun peccatore di restare impunito, lo ho preceduto all'alba, prima che potesse fare la sua fuga per vie segrete, e l'ho portato qui per il processo davanti al vostro sacro tribunale di giustizia. Il prigioniero alla sbarra è un triplice assassino; è stato colto in flagrante; e, inoltre, è uno straniero. Di conseguenza, è vostro preciso dovere emettere un verdetto di colpevolezza contro quest'uomo proveniente da una terra straniera per un crimine che punireste severamente anche nel caso di uno dei vostri cittadini."

Avendo così parlato, l'implacabile accusatore sospese il suo discorso vendicativo, e il banditore mi ordinò subito di iniziare la mia difesa, se ne avessi avuta una da fare. Dapprima non potevo controllare a sufficienza la mia voce per parlare, sebbene meno sopraffatto, ahimè, dalla durezza dell'accusa che dalla mia stessa coscienza colpevole. Ma alla fine, miracolosamente ispirato dal coraggio, risposi come segue:

"Mi rendo conto di quanto sia difficile per un uomo accusato di omicidio, e messo di fronte ai corpi di tre vostri cittadini, convincere una moltitudine così grande della propria innocenza, anche se dice l'esatta verità e ammette volontariamente i fatti. Ma se nella vostra pietà vorrete concedermi un ascolto attento, vi chiarirò facilmente che ben lungi dal meritare di essere processato per la mia vita, ho erroneamente incorso nella pesante macchia di un tale crimine come risultato casuale di una giustificabile indignazione.

"Stavo tornando a casa da una cena a un'ora piuttosto tarda, dopo aver bevuto abbastanza liberamente, non tenterò di negarlo – poiché quello fu il capo e il fronte della mia offesa – quando, ecco! davanti alle porte stesse della mia dimora, davanti alla casa del buon Milone, vostro concittadino, vidi un certo numero di ladri scellerati che tentavano di fare irruzione e stavano già facendo leva sulle porte dai cardini contorti. Tutte le serrature e i chiavistelli, così accuratamente chiusi per la notte, erano stati divelti, e i ladri stavano pianificando il massacro degli abitanti. Infine, uno di loro, più grande e più attivo degli altri, li esortò all'azione con queste parole:

"'Coraggio, ragazzi! Mostrate la stoffa di cui siete fatti e colpite con tutta la forza che avete mentre dormono! Nessuna pietà ora, nessun cedimento pusillanime! Che la morte attraversi la casa con la spada sguainata! Se ne trovate alcuni a letto, tagliate loro la gola prima che si sveglino; se qualcuno cerca di resistere, abbattetelo. La nostra unica possibilità di uscirne sani e salvi è non lasciare nessun altro sano e salvo nell'intera casa.'

"Confesso, cittadini, di essermi spaventato molto, sia per i miei ospiti che per me stesso; e credendo di compiere il dovere di un buon cittadino, sguainai la spada che sempre mi accompagna in prontezza per tali pericoli, e iniziai a scacciare o ad abbattere quei disperati rapinatori. Ma i barbari e inumani scellerati, ben lungi dallo spaventarsi, ebbero l'audacia di opporsi a me, sebbene vedessero che ero armato. I loro ranghi serrati si opposero a me. Poi, il capo e portabandiera della banda, assalendomi con robusta forza, mi afferrò con entrambe le mani per i capelli e, piegandomi all'indietro, si preparò a fracassarmi il cranio con un sasso; ma mentre ancora gridava per averne uno, con un colpo infallibile fortunatamente lo trafissi e lo distesi ai miei piedi. Poco dopo un secondo colpo, mirato tra le spalle, finì un altro di loro, mentre si aggrappava con le unghie e con i denti alle mie gambe; mentre il terzo, mentre avanzava sconsideratamente, lo colpii in pieno petto.

"Poiché avevo combattuto dalla parte della legge e dell'ordine, in difesa della sicurezza pubblica e della casa del mio ospite, mi sentivo non solo senza colpa ma meritevole di lode pubblica. Non sono mai stato accusato prima d'ora nemmeno della minima infrazione alla legge; godo di un'alta reputazione tra la mia gente, e per tutta la vita ho valutato una coscienza pulita sopra ogni possesso materiale. Né posso capire perché dovrei subire questo processo per aver inflitto una giusta vendetta su quei ladri senza valore, poiché nessuno può dimostrare che vi sia mai stata prima inimicizia tra noi, o per quanto riguarda ciò, che io abbia mai avuto alcuna precedente conoscenza dei ladri. Non avete nemmeno stabilito alcun movente per il quale si possa supporre che io abbia commesso un crimine così grande."

A questo punto la mia emozione mi sopraffece di nuovo, e con le mani estese in supplica, mi rivolsi dall'uno all'altro, scongiurandoli di risparmiarmi nel nome della comune umanità, per il bene di tutto ciò che avevano di più caro. Pensavo che a quel punto dovessero essere mossi a pietà, fremendo di simpatia per la mia miseria; di conseguenza chiamai a testimone l'Occhio della Giustizia e la Luce del Giorno, e affidai il mio caso alla provvidenza di Dio, quando sollevando gli occhi scoprii che l'intera assemblea era scossa dalle risate, non eccettuato il mio buon ospite e parente, Milone, che tremava di ilarità. "Tanto per l'amicizia!", pensai tra me, "tanto per la gratitudine! Nel proteggere il mio ospite, sono diventato un assassino, sotto processo per la mia vita; mentre lui, ben lungi dal sollevare un dito per aiutarmi, si fa beffe della mia miseria."

In questo momento una donna vestita di nero si precipitò giù per il centro del palcoscenico, piangendo e lamentandosi e stringendo un bambino al seno. Una donna più anziana, coperta di stracci e similmente scossa dai singhiozzi, la seguiva, entrambe agitando rami d'ulivo mentre passavano attorno al feretro su cui giacevano i corpi coperti degli uccisi, e alzavano le loro voci in luttuoso grido: "Per il bene della comune umanità", gemevano, "per tutte le leggi universali della giustizia, siate mossi a pietà dall'immeritata morte di questi giovani! Date a una moglie e madre sola il conforto della vendetta! Venite in aiuto di questo infelice bambino rimasto orfano nei suoi teneri anni, e offrite il sangue dell'assassino al santuario della legge e dell'ordine."

A questo punto il magistrato presiedente si alzò e si rivolse al popolo:

"Il crimine per il quale il prigioniero pagherà in seguito l'intera pena, nemmeno lui tenta di negarlo. Ma resta ancora un altro dovere da compiere, ed è quello di scoprire chi fossero i suoi complici in questo atto malvagio; poiché non sembra probabile che un uomo solo abbia potuto superare tre altri così giovani e forti come questi. Dobbiamo applicare la tortura per estrarre la verità; e poiché lo schiavo che lo accompagnava è fuggito, non c'è altra alternativa che strappare i nomi dei suoi compagni al prigioniero stesso, in modo da poter efficacemente sollevare il pubblico da ogni apprensione di pericolo da parte di questa banda disperata."

Immediatamente, in conformità con l'uso greco, il fuoco e la ruota furono portati fuori, insieme a tutti gli altri strumenti di tortura. Ora davvero il mio tormento non fu solo aumentato ma moltiplicato quando vidi che ero destinato a perire pezzo a pezzo. Ma a questo punto la vecchia, i cui rumorosi lamenti erano diventati un fastidio, scoppiò con questa richiesta:

"Onorevoli cittadini, prima che procediate a torturare il prigioniero, per conto dei cari che mi ha tolto, non permetterete che i corpi dei defunti siano scoperti affinché la vista della loro giovinezza e bellezza possa infiammarvi di una giusta ira e di una severità proporzionata al crimine?"

Queste parole furono accolte con applausi, e immediatamente il magistrato comandò che io stesso dovessi con la mia mano togliere la copertura dai corpi che giacevano sul feretro. Nonostante le mie lotte e la disperata determinazione a non guardare di nuovo le conseguenze della mia azione della scorsa notte, gli addetti al tribunale mi trascinarono prontamente in avanti, in obbedienza all'ordine del giudice, e piegando il mio braccio con forza bruta dal suo posto al mio fianco lo distesero sopra i tre cadaveri. Vinto nella lotta, cedetti alla necessità, e assai controvoglia tirai giù la copertura ed esposi i corpi.

Grandi cieli, che spettacolo! Che miracolo! Che trasformazione nell'intero mio destino! Avevo già cominciato a considerare me stesso come un vassallo di Proserpina, un servo dell'Ade, e ora potevo solo boccheggiare in impotente stupore davanti all'improvvisazione del cambiamento; le parole mi mancano per esprimere degnamente la sbalorditiva metamorfosi. Poiché i corpi delle mie vittime macellate non erano altro che tre vesciche gonfie, i cui lati portavano ancora le cicatrici di numerose forature, che, mentre rievocavo la mia battaglia della notte precedente, erano situate proprio nei punti in cui avevo inflitto ferite spalancate ai miei avversari. A questo punto l'ilarità, che fino a questo momento era stata abbastanza tenuta a freno, travolse la folla come un incendio. Alcuni si abbandonarono impotenti a una sfrenata stravaganza di divertimento; altri fecero del loro meglio per controllarsi, tenendosi i fianchi doloranti con entrambe le mani. E avendo tutti riso finché non ne ebbero più, uscirono dal teatro, i loro sguardi rivolti all'indietro ancora centrati su di me.

Dal momento in cui avevo tirato giù quel sudario funebre rimasi fisso come se fossi gelato in pietra, impotente a muovermi come chiunque delle statue o delle colonne del teatro. Né uscii dal mio stupore finché Milone, il mio ospite, non si avvicinò e battendomi sulla spalla, mi trasse via con gentile violenza, le mie lacrime che ora scorrevano liberamente e i singhiozzi che mi soffocavano la voce. Mi condusse di nuovo alla casa per una via traversa attraverso le strade meno frequentate, facendo del suo meglio nel frattempo per calmare i miei nervi e guarire i miei sentimenti feriti. Ma nulla di ciò che poteva dire servì a diminuire la mia amara indignazione per essere stato reso così immeritatamente ridicolo. Ma all'improvviso i magistrati stessi, ancora indossando le loro insegne d'ufficio, arrivarono alla casa e fecero ammenda personale con le seguenti parole:

«Siamo ben consapevoli, Maestro Lucius, sia del tuo alto merito che di quello della tua famiglia, poiché la fama del tuo nome si estende in tutta la terra. Di conseguenza, devi comprendere che il trattamento di cui ti risenti così vivamente non è stato in alcun senso inteso come un insulto. Pertanto, bandisci il tuo attuale umore cupo e scaccia ogni rabbia dalla tua mente. Poiché la festa, che celebriamo solennemente ogni anno che ritorna in onore del Dio della Risata, deve sempre dipendere dalla novità per il suo successo. E così il nostro dio, che ti è così debitore oggi, decreta che la sua presenza favorevole ti seguirà ovunque tu vada, e che il tuo volto allegro sarà ovunque un segnale di ilarità. L'intera città, per gratitudine, ti conferisce onori eccezionali, iscrivendo il tuo nome tra quello dei suoi patroni e decretando che la tua effigie in bronzo venga eretta come perenne memoria di questo giorno».

PLINIO, IL GIOVANE

Lettera a Sura

Il mio ozio mi offre l'opportunità di imparare da te, e a te quella di istruire me. Di conseguenza, desidero in modo particolare sapere se pensi che esistano cose come i fantasmi, dotati di un aspetto peculiare e di un certo potere soprannaturale, o se siano semplici delusioni vuote che ricevono forma dalle nostre paure. Per quanto mi riguarda, sono indotto a credere nella loro esistenza, specialmente da ciò che sento sia accaduto a Curtius Rufus. Mentre si trovava ancora in umili condizioni e nell'oscurità, era un cliente al seguito del Governatore d'Africa. Mentre passeggiava nel colonnato un pomeriggio, gli apparve una figura femminile di grandezza e bellezza sovrumane. Informò l'uomo terrorizzato di essere l'«Africa» e di essere venuta per presagire eventi futuri; poiché egli sarebbe andato a Roma, vi avrebbe ricoperto cariche di stato, e sarebbe persino tornato in quella stessa provincia con i massimi poteri, per poi morirvi. Tutte queste cose si avverarono. Inoltre, mentre faceva scalo a Cartagine e stava sbarcando dalla sua nave, si dice che la stessa figura gli si sia presentata sulla riva. È certo che, essendo stato colto da malattia e presagendo il futuro dal passato e la sventura dalla sua precedente prosperità, egli stesso abbandonò ogni speranza di vita, sebbene nessuno di coloro che gli stavano attorno disperasse.

Non è forse la storia seguente ancora più spaventosa e non meno meravigliosa? La racconterò così come mi è stata riferita:

C'era ad Atene una dimora, spaziosa e comoda, ma di cattiva fama e pericolosa per la salute. Nel cuore della notte si udiva un rumore come di ferro e, se si ascoltava più da vicino, si sentiva un tintinnio di catene, dapprima in lontananza e poi lì accanto. Presto appariva uno spettro, un vecchio consumato dalla magrezza e dallo squallore, con una lunga barba e capelli ispidi, che portava ceppi alle gambe e catene alle mani, scuotendole. Di conseguenza gli occupanti, a causa delle loro paure, trascorrevano notti miserabili e orribili nell'insonnia. Questa mancanza di sonno era seguita dalla malattia e, col crescere dei loro terrori, dalla morte. Poiché anche durante il giorno, sebbene l'apparizione fosse svanita, una sua reminiscenza fluttuava davanti ai loro occhi e il loro spavento sopravviveva alla sua causa. La dimora fu di conseguenza disertata e, condannata alla solitudine, fu interamente abbandonata al terribile fantasma. Tuttavia, fu messa in annuncio, nella speranza che qualcuno, ignaro della terribile maledizione che vi era legata, fosse disposto a comprarla o ad affittarla. Atenodoro, il filosofo, venne ad Atene e lesse l'annuncio. Quando fu informato delle condizioni, che erano così basse da apparire sospette, prese informazioni e apprese tutti i dettagli. Eppure non meno per questo, anzi, ancor più prontamente, affittò la casa. Quando la sera iniziò a calare, ordinò che gli venisse preparato un divano nella parte anteriore della casa e chiese i suoi taccuini, l'occorrente per scrivere e una luce. Congedò tutti i suoi servitori negli appartamenti interni e per sé applicò anima, occhi e mano alla composizione, affinché la sua mente non potesse, per mancanza di occupazione, immaginare i fantasmi di cui aveva sentito parlare, o vuoti terrori. Al principio vi fu l'universale silenzio della notte. Presto si udì lo scuotere dei ferri e il tintinnio delle catene, eppure non sollevò mai gli occhi né rallentò la penna, ma indurì l'anima e stordì le orecchie con il suo aiuto. Il rumore crebbe e si avvicinò: ora sembrava udirsi alla porta, e poi dentro la porta. Si guardò attorno, vide e riconobbe la figura di cui gli era stato detto. Stava in piedi e gli faceva segno con il dito, come se lo invitasse. Egli, in risposta, fece segno con la mano di attendere un momento, e si applicò di nuovo alle sue tavolette e alla penna. A quel punto la figura continuò a far tintinnare le catene sopra la sua testa mentre scriveva. Guardandosi di nuovo attorno, la vide fare lo stesso segno di prima e, senza indugio, prese una luce e la seguì. Essa si muoveva con passo lento, come se fosse oppressa dalle catene, e, dopo aver girato nel cortile della casa, svanì improvvisamente e lasciò la sua compagnia. Essendo così rimasto solo, segnò il punto con dell'erba e delle foglie che colse. Il giorno seguente si rivolse ai magistrati e li esortò a far scavare nel punto in questione. Vi furono trovate alcune ossa attaccate e mescolate a catene; il corpo a cui erano appartenute, marcito col tempo e per il suolo, le aveva abbandonate così nude e corrose alle catene. Furono raccolte e sepolte a spese pubbliche, e la casa fu da allora in poi libera dallo spirito, che aveva ottenuto la dovuta sepoltura.

La storia di cui sopra la credo sulla forza di coloro che la affermano. Quanto segue sono io stesso in grado di affermarlo ad altri. Ho un liberto, che non è privo di una certa conoscenza delle lettere. Un suo fratello minore dormiva con lui nello stesso letto. Quest'ultimo sognò di vedere qualcuno seduto sul divano, che avvicinava un paio di forbici alla sua testa e tagliava persino i capelli dalla sommità di essa. Quando spuntò il giorno, fu trovato tosato attorno alla sommità del capo e le sue ciocche furono scoperte giacere in giro. Pochissimo tempo dopo un nuovo evento dello stesso tipo confermò la verità del precedente. Un mio ragazzo dormiva, in compagnia di molti altri, nell'appartamento dei paggi. Arrivarono attraverso le finestre (così racconta la storia) due figure in tunica bianca, che gli tagliarono i capelli mentre giaceva, e se ne andarono per la via da cui erano venute. Anche nel suo caso, la luce del giorno lo mostrò tosato, con le sue ciocche sparse attorno. Non seguì nulla di notevole, eccetto, forse, questo, che io non fui portato sotto accusa, come sarebbe avvenuto se Domiziano (sotto il cui regno accaddero questi eventi) fosse vissuto più a lungo. Poiché nel suo scrittoio fu trovata un'informazione contro di me che era stata presentata da Carus; da questa circostanza si può congetturare — dato che è usanza delle persone accusate lasciarsi crescere i capelli — che il taglio dei capelli dei miei schiavi fosse un segno del pericolo che minacciava me e che è stato scongiurato.

Ti prego, dunque, di applicare la tua grande erudizione a questo argomento. La questione è una di quelle che merita una lunga e profonda considerazione da parte tua; né io, dal canto mio, sono indegno di ricevere i frutti della tua saggezza. Puoi persino argomentare da entrambe le parti (come è tuo costume), purché tu argomenti più vigorosamente da una parte che dall'altra, così da non congedarmi in sospeso e in ansia, quando la causa stessa del mio consultarti è stata quella di porre fine ai miei dubbi.

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