LITTLE WOMEN.
LITTLE WOMEN O Meg, Jo, Beth e Amy
DI LOUISA M. ALCOTT
AUTRICE DI "PICCOLE DONNE CRESCONO", "UNA RAGAZZA ALL'ANTICA" "STORIE DEL FILATOIO", ECC.
_Con più di 200 illustrazioni di Frank T. Merrill e un'immagine della Casa delle Piccole Donne di Edmund H. Garrett_
BOSTON LITTLE, BROWN, AND COMPANY
Registrato secondo l'Atto del Congresso, negli anni 1868 e 1869, da LOUISA M. ALCOTT, Nell'ufficio del Cancelliere della Corte Distrettuale del Distretto del Massachusetts.
Copyright, 1880, DI LOUISA M. ALCOTT.
Copyright, 1896, DI JOHN S. P. ALCOTT.
BOSTON ALFRED MUDGE & SON INC. STAMPATORI
"_Va' dunque, mio piccolo Libro, e mostra a tutti Coloro che ti accoglieranno e ti daranno il benvenuto, Ciò che tieni ben serrato nel tuo petto; E augura che ciò che mostri loro sia benedetto Per il loro bene, e faccia sì che scelgano di essere Pellegrini migliori, di gran lunga, di te o di me. Parla loro di Misericordia; lei è colei Che ha iniziato presto il suo pellegrinaggio. Sì, lasciala insegnare alle giovani donzelle a dare valore Al mondo che verrà, e ad essere così sagge; Poiché le piccole fanciulle che muovono i primi passi possono seguire Dio Lungo i sentieri che i piedi dei santi hanno calcato._"
Adattato da JOHN BUNYAN.
Prima Parte.
CAPITOLO
I. GIOCARE A FARE I PELLEGRINI
II. UN BUON NATALE
III. IL RAGAZZO LAURENCE
IV. PESI
V. ESSERE BUONI VICINI
VI. BETH SCOPRE IL PALAZZO BELLO
VII. LA VALLE DELL'UMILIAZIONE DI AMY
VIII. JO INCONTRA APOLLIONE
IX. MEG VA ALLA FIERA DELLA VANITÀ
X. IL P. C. E IL P. O.
XI. ESPERIMENTI
XII. CAMPO LAURENCE
XIII. CASTELLI IN ARIA
XIV. SEGRETI
XV. UN TELEGRAMMA
XVI. LETTERE
XVII. LA PICCOLA FEDELE
XVIII. GIORNI BUI
XIX. IL TESTAMENTO DI AMY
XX. CONFIDENZIALE
XXI. LAURIE FA DEI DISASTRI, E JO FA PACE
XXII. PASCOLI SERENI
XXIII. ZIA MARCH RISOLVE LA QUESTIONE
Seconda Parte.
XXIV. CHIACCHIERE
XXV. IL PRIMO MATRIMONIO
XXVI. TENTATIVI ARTISTICI
XXVII. LEZIONI LETTERARIE
XXVIII. ESPERIENZE DOMESTICHE
XXIX. VISITE
XXX. CONSEGUENZE
XXXI. IL NOSTRO CORRISPONDENTE ESTERO
XXXII. TENERI GUAI
XXXIII. IL DIARIO DI JO
XXXIV. UN AMICO
XXXV. MAL DI CUORE
XXXVI. IL SEGRETO DI BETH
XXXVII. NUOVE IMPRESSIONI
XXXVIII. SUL SCAFFALE
XXXIX. IL PIGRO LAURENCE
XL. LA VALLE DELL'OMBRA
XLI. IMPARARE A DIMENTICARE
XLII. TUTTA SOLA
XLIII. SORPRESE
XLIV. IL MIO SIGNORE E LA MIA SIGNORA
XLV. DAISY E DEMI
XLVI. SOTTO L'OMBRELLO
XLVII. TEMPO DI RACCOLTO
[Le illustrazioni, progettate da FRANK T. MERRILL, disegnate, incise, e stampate sotto la supervisione di GEORGE T. ANDREW.]
PAGINA
Si radunarono tutte intorno al fuoco, la madre sulla grande poltrona, con Beth ai suoi piedi
Prefazione
Indice
Fregio finale dell'Indice
Elenco delle Illustrazioni
Fregio finale delle Illustrazioni
Il Natale non sarà Natale senza regali
Beth mise un paio di pantofole a scaldare
Ero solita spaventarmi così tanto quando toccava a me sedermi sulla grande poltrona
Fallo in questo modo, intreccia le mani così
Era una lettera allegra e piena di speranza
Come eravate solite recitare il Pellegrinaggio del Cristiano
Nessuno tranne Beth riusciva a trarre molta musica dal vecchio pianoforte
Alle nove smisero di lavorare e cantarono come al solito
Buon Natale
Il corteo si mise in cammino
Ne uscì Meg con crini di cavallo grigi che le pendevano intorno al viso
Una piccola figura in bianco nuvoloso
Gli innamorati in ginocchio per ricevere la benedizione di Don Pedro
Parlammo oltre lo steccato
Fregio finale
Mangiare mele e piangere sull'"Erede di Redclyffe"
Jo s'impegnò a stringere i riccioli impacchettati
La signora Gardiner le salutò
Faccia a faccia con il ragazzo Laurence
Si sedettero sulle scale
Racconta della festa
Il gattino rimase attaccato come una zecca appena fuori portata
Raggomitolandosi nella grande poltrona
Leggere quell'eterno Belsham
Gli prese l'orecchio! l'orecchio!
Il signor Laurence pescò un grosso pesce
Fregio finale
Essere buoni vicini
Laurie aprì la finestra
Poll le tolse la parrucca
Mettendole il dito sotto il mento
Per favore dai questi alla tua mamma
Fregio finale
Oh signore, ci tengono davvero molto
Il signor Laurence apriva spesso la porta del suo studio
Le mise entrambe le braccia intorno al collo e la baciò
Il Ciclope
Amy sopportò senza battere ciglio diversi colpi brucianti
Tu la conosci
Ragazze, dove state andando?
L'ho bruciato
Sollevò Amy per le braccia e l'hockey
Preparare il baule per andare all'estero
Apparve il compagno di ballo di Meg
Chiese di essere presentato
Non lo farei, Meg
Tenendo una mano di ciascuna, la signora March disse, ecc.
Il signor Pickwick
Jo spalancò la porta dell'armadio
Jo passò la mattinata sul fiume
Amy si sedette a disegnare
Oh Pip! Oh Pip!
La signorina Crocker fece una smorfia
Lavoreremo come api
Beth era la postina
Amy superò il limite mettendosi una molletta da bucato sul naso 151
Il signor Laurence che agita il cappello
Ora, signorina Jo, sistemerò lei
Fu un pranzo molto allegro
Andò trotterellando lungo una strada tranquilla
"Oh, alzati", disse
Un colpo sbalorditivo del grande lessico greco
Starnutì
Il portoghese camminò sull'asse
Mi darebbe una rosa?
La signorina Kate sollevò il suo occhialino
Ellen Tree
Fregio finale
Dondolandosi avanti e indietro nella sua amaca
Era un quadretto piuttosto grazioso
Agitò un ramo davanti al suo viso
Lo vedo inchinarsi e sorridere
Fregio finale
Jo era molto occupata
Evviva la signorina March
Jo scattò via
Jo si sdraiò sul divano e finse di leggere
Novembre è il mese più sgradevole dell'anno
Una di quelle orribili cose telegrafiche
Si imbatté improvvisamente nel signor Brooke
L'uomo tagliò
Fregio finale
Lettere
Rotolò via
Carico l'orologio
Vostra rispettosa, Hannah Mullet
Fregio finale
Non si mosse, e seppi che era morto
Si sedette accanto a lei
Cosa vuoi adesso?
Beth ebbe davvero la febbre
Accarezzandole dolcemente la testa come era solita fare sua madre
Il Testamento di Amy
Lucidare i cucchiai e la grassa teiera d'argento
Sulla schiena, con tutte le zampe all'aria
Sceglierei questo
Passeggiò gravemente avanti e indietro
Il Testamento di Amy
Fregio finale
La signora March non voleva lasciare il fianco di Beth
Fregio finale
Lettere
Jo e sua madre stavano leggendo il biglietto
Alzati e non fare l'oca
"Taci!" gridò Jo, coprendosi le orecchie
Stava in piedi ai piedi del letto, come un leone sul sentiero
Beth fu presto in grado di stare sul divano dello studio tutto il giorno
La Jungfrau
Facendo capolino di tanto in tanto
Si sedette sulla grande poltrona vicino al divano di Beth con le altre tre vicine
Ti dico come?
Dio mi aiuti, cos'è tutto questo?
Per la signora John Brooke
La Casa delle Piccole Donne
La Colombaia
Un piccolo sonaglio da guardiano
Fregio finale
Il Primo Matrimonio
Tentativi Artistici
Il suo piede rimase bloccato in una padella piena di gesso
Per favore non farlo, è mio
Fregio finale
Lezioni Letterarie
Un assegno di cento dollari
Fregio finale
Esperienze Domestiche
Entrambi si sentivano disperatamente a disagio
Un affare, le assicuro, signora
Laurie chiuse eroicamente gli occhi mentre qualcosa veniva messo nelle sue braccia
Visite
Prese la sella per il cavallo
Poteva andare peggio
La visita a casa di zia March
Fregio finale
Avrai un altro tavolo
Comprò tutti i bouquet
Fregio finale
Flo e io abbiamo ordinato un hansom-cab
Tutti sono stati molto gentili, specialmente gli ufficiali
Ho visto la famiglia imperiale diverse volte
Cercando di disegnare la testa di leone in pietra grigia sul muro
Appoggiò la testa sulle mani
Ora, questo è saziante per il prezzo
Su con i berretti di Bonnie Dundee
Mi sono divertita a far cadere noci di pan di zenzero sopra il sedile
Thou shalt haf thy Bhaer
Agitò la mano, calzino e tutto il resto
Dis is mine effalunt
Mi sono seduta sul pavimento e ho letto e guardato e mangiato
Fregio finale
Alla presenza di tre gentiluomini
Un simposio selezionato
Lui non si sistema davanti allo specchio prima di venire
Jo infilò l'intero pacco nella stufa
Fece salire le sorelle in carrozza
Appoggiò la testa sul paletto coperto di muschio
Oh Jo, non puoi?
Fregio finale
Con la testa in grembo a Jo, mentre il vento soffiava salubremente sopra di lei
Fregio finale
Si affrettò in avanti per incontrarla
Ecco i tuoi fiori
Demi e Daisy
Mornin' ora
Mio caro uomo, è un cappello
Fregio finale
Sedeva suonando su una pietra mentre le sue capre saltellavano
Laurie si gettò sull'erba
Un bozzetto di Laurie che addestra un cavallo
La Valle dell'Ombra
Fregio finale
Sedeva fissando i busti
Girando pensieroso l'anello al dito
Oh Laurie, Laurie, sapevo che saresti venuto
Come tiriamo bene insieme
Jo e suo padre
Jo appoggiò la testa su un comodo sacco di stracci e pianse
Un fantasma sostanziale e realistico che si sporgeva su di lei
Il alto zio procedette a scuotere e spettinare il piccolo nipote
Oh signor Bhaer, sono così felice di vederla
Il signor Bhaer cantò di cuore
La signora Laurence seduta in grembo a sua madre
Iniziarono a passeggiare avanti e indietro
Fregio finale
Me loves evvybody
Cosa fa muovere le mie gambe, dranpa?
Dranpa, è un Noi
Fregio finale
Il signor Bhaer e Jo si godevano le passeggiate
Guardando in alto vide il signor Bhaer
Le va bene questo, signor Bhaer?
Sotto l'ombrello
Fregio finale
Tempo di Raccolto
Teddy aveva la pelle dura
Lasciando la signora March e le sue figlie sotto l'albero del festival
Fregio finale
I.
GIOCARE A FARE I PELLEGRINI.
"Il Natale non sarà Natale senza regali," brontolò Jo, sdraiata sul tappeto.
"È così terribile essere poveri!" sospirò Meg, guardando il suo vecchio vestito.
"Non credo sia giusto che alcune ragazze abbiano un sacco di belle cose, e altre ragazze niente affatto," aggiunse la piccola Amy, con un offeso tirare su col naso.
"Abbiamo papà, mamma e noi stesse," disse Beth con soddisfazione, dal suo angolo.
I quattro volti giovani sui quali brillava la luce del fuoco si illuminarono a quelle allegre parole, ma si oscurarono di nuovo quando Jo disse con tristezza:--
"Non abbiamo papà, e non lo avremo per molto tempo." Non disse "forse mai," ma ognuna lo aggiunse in silenzio, pensando al padre lontano, dove si combatteva.
Nessuno parlò per un minuto; poi Meg disse con tono alterato:--
"Sapete il motivo per cui la mamma ha proposto di non fare regali questo Natale è perché sarà un inverno duro per tutti; e pensa che non dovremmo spendere soldi per il piacere, quando i nostri uomini soffrono così tanto nell'esercito. Non possiamo fare molto, ma possiamo fare i nostri piccoli sacrifici, e dovremmo farlo volentieri. Ma temo di non riuscirci;" e Meg scosse la testa, mentre pensava con rammarico a tutte le belle cose che desiderava.
"Ma non credo che quel poco che potremmo spendere farebbe qualche bene. Abbiamo un dollaro ciascuna, e l'esercito non sarebbe molto aiutato dal nostro darlo. Accetto di non aspettarmi nulla dalla mamma o da voi, ma voglio comprare Undine e Sintram per me; lo desidero da così tanto tempo," disse Jo, che era un topo da biblioteca.
"Avevo programmato di spendere il mio in nuova musica," disse Beth, con un piccolo sospiro, che nessuno udì se non la spazzola del camino e la presina.
"Prenderò una bella scatola di matite da disegno Faber; ne ho davvero bisogno," disse Amy con decisione.
"La mamma non ha detto nulla sui nostri soldi, e non vorrà che rinunciamo a tutto. Compriamo ciascuna ciò che vogliamo, e divertiamoci un po'; sono sicura che lavoriamo abbastanza duramente per guadagnarcelo," esclamò Jo, esaminando i tacchi delle sue scarpe in modo signorile.
"So che io lo faccio,--insegnando a quei bambini noiosi quasi tutto il giorno, quando desidero godermi la vita a casa," iniziò Meg, di nuovo col tono di chi si lamenta.
"Tu non passi nemmeno la metà del tempo difficile che passo io," disse Jo. "Ti piacerebbe essere chiusa per ore con una vecchia signora nervosa e pignola, che ti fa correre, non è mai soddisfatta, e ti tormenta finché non sei pronta a volare fuori dalla finestra o a piangere?"
"È da cattivi lamentarsi; ma penso davvero che lavare i piatti e tenere le cose in ordine sia il lavoro peggiore del mondo. Mi rende irritabile; e le mie mani diventano così rigide, che non riesco affatto a esercitarmi bene;" e Beth guardò le sue mani ruvide con un sospiro che chiunque avrebbe potuto sentire quella volta.
"Non credo che nessuna di voi soffra come me," esclamò Amy; "perché voi non dovete andare a scuola con ragazze impertinenti, che ti tormentano se non sai le lezioni, e ridono dei tuoi vestiti, ed etichettano tuo padre se non è ricco, e ti insultano quando il tuo naso non è carino."
"Se intendi diffamare, lo direi, e non parlerei di etichette, come se papà fosse un barattolo di sottaceti," consigliò Jo, ridendo.
"So cosa intendo, e non c'è bisogno che tu sia satirica a riguardo. È appropriato usare belle parole, e migliorare il tuo vocabolario," rispose Amy, con dignità.
"Non beccatevi l'un l'altra, bambine. Non vorreste che avessimo i soldi che papà ha perso quando eravamo piccole, Jo? Mio Dio! quanto saremmo felici e buone, se non avessimo preoccupazioni!" disse Meg, che riusciva a ricordare tempi migliori.
"Hai detto l'altro giorno, che pensavi che fossimo molto più felici dei figli dei King, perché litigavano e brontolavano tutto il tempo, nonostante i loro soldi."
"È vero, Beth. Beh, penso che lo siamo; perché, sebbene dobbiamo lavorare, ci divertiamo per conto nostro, e siamo un gruppo piuttosto allegro, come direbbe Jo."
"Jo usa davvero tali termini gergali!" osservò Amy, con uno sguardo di rimprovero verso la figura lunga sdraiata sul tappeto. Jo si sedette immediatamente, mise le mani nelle tasche, e iniziò a fischiettare.
"Non farlo, Jo; è così da maschiaccio!"
"È per questo che lo faccio."
"Detesto le ragazze rozze e poco femminili!"
"Odio le smorfiose affettate e le sciocche!"
"'Gli uccellini nei loro piccoli nidi vanno d'accordo,'" cantò Beth, la pacatrice, con una faccia così buffa che entrambe le voci acute si addolcirono fino a una risata, e il "beccarsi" finì per quella volta.
"Davvero, ragazze, avete entrambe torto," disse Meg, iniziando a far la predica alla maniera della sorella maggiore. "Siete abbastanza grandi da smettere con i trucchi da maschiaccio, e comportarvi meglio, Josephine. Non importava molto quando eri una bambina piccola; ma ora che sei così alta, e tieni i capelli su, dovresti ricordare che sei una giovane signora."
"Non lo sono! e se tirar su i capelli mi rende tale, li porterò in due code finché non avrò vent'anni," gridò Jo, togliendosi la retina, e scuotendo una criniera color castagna. "Odio pensare di dover crescere, e diventare la signorina March, e indossare abiti lunghi, e sembrare impeccabile come un'astro cinese! È abbastanza brutto essere una ragazza, comunque, quando mi piacciono i giochi, il lavoro e i modi dei ragazzi! Non riesco a superare la mia delusione per non essere un ragazzo; ed è peggio che mai ora, perché muoio dalla voglia di andare a combattere con papà, e posso solo stare a casa a lavorare a maglia, come una vecchia noiosa!" E Jo scosse il calzino blu dell'esercito finché gli aghi non tintinnarono come nacchere, e il suo gomitolo rimbalzò attraverso la stanza.
"Povera Jo! È un vero peccato, ma non si può farci nulla; quindi devi cercare di accontentarti di rendere il tuo nome da ragazzo, e fare da fratello a noi ragazze," disse Beth, accarezzando la testa ruvida sulle sue ginocchia con una mano che tutto il lavaggio dei piatti e la spolverata del mondo non avrebbero potuto rendere poco gentile nel tocco.
"Quanto a te, Amy," continuò Meg, "sei decisamente troppo pignola e impeccabile. Le tue arie sono buffe ora; ma diventerai una piccola oca affettata, se non stai attenta. Mi piacciono i tuoi bei modi e i modi raffinati di parlare, quando non cerchi di essere elegante; ma le tue parole assurde sono cattive quanto lo slang di Jo."
"Se Jo è un maschiaccio e Amy un'oca, cosa sono io, per favore?" chiese Beth, pronta a condividere la lezione.
"Tu sei un tesoro, e nient'altro," rispose Meg calorosamente; e nessuno la contraddisse, perché la "Topolina" era la beniamina della famiglia.
Poiché alle giovani lettrici piace sapere "come appaiono le persone," coglieremo questo momento per dar loro un piccolo schizzo delle quattro sorelle, che sedevano a lavorare a maglia al crepuscolo, mentre la neve di dicembre cadeva silenziosamente fuori, e il fuoco scoppiettava allegramente dentro. Era una vecchia stanza confortevole, sebbene il tappeto fosse sbiadito e l'arredamento molto semplice; poiché un paio di bei quadri erano appesi alle pareti, i libri riempivano le nicchie, crisantemi e rose di Natale fiorivano alle finestre, e una piacevole atmosfera di pace domestica la pervadeva.
Margaret, la maggiore delle quattro, aveva sedici anni, ed era molto graziosa, essendo paffuta e chiara, con grandi occhi, molti morbidi capelli castani, una bocca dolce, e mani bianche, di cui era piuttosto vanitosa. Jo, quindicenne, era molto alta, magra e bruna, e ricordava un puledro; poiché non sembrava mai sapere cosa fare con le sue lunghe membra, che erano molto d'intralcio. Aveva una bocca decisa, un naso comico, e acuti occhi grigi, che sembravano vedere tutto, ed erano a turno feroci, divertenti o pensierosi. I suoi lunghi capelli folti erano la sua unica bellezza; ma di solito erano raggruppati in una retina, per non darle fastidio. Spalle curve aveva Jo, mani e piedi grandi, un aspetto trasandato nei vestiti, e l'aspetto a disagio di una ragazza che stava crescendo rapidamente in una donna, e non le piaceva. Elizabeth--o Beth, come tutti la chiamavano--era una ragazza di tredici anni rosea, dai capelli lisci e dagli occhi luminosi, con un modo timido, una voce timorata, e un'espressione pacifica, che veniva raramente disturbata. Suo padre la chiamava "Piccola Tranquillità," e il nome le si addiceva eccellentemente; poiché sembrava vivere in un mondo felice tutto suo, avventurandosi fuori solo per incontrare i pochi di cui si fidava e che amava. Amy, sebbene la più giovane, era una persona molto importante--almeno secondo la sua opinione. Una vera damigella di neve, con occhi blu, e capelli gialli, che si arricciavano sulle spalle, pallida e snella, e che si comportava sempre come una giovane signora attenta ai suoi modi. Quali fossero i caratteri delle quattro sorelle lo lasceremo scoprire.
L'orologio batté le sei; e, dopo aver spazzato il focolare, Beth mise un paio di pantofole a scaldare. In qualche modo la vista delle vecchie scarpe ebbe un buon effetto sulle ragazze; perché la mamma stava arrivando, e ognuna si rallegrò per darle il benvenuto. Meg smise di fare la predica, e accese la lampada, Amy si alzò dalla poltrona senza che le fosse chiesto, e Jo dimenticò quanto fosse stanca mentre si sedeva per tenere le pantofole più vicine alla fiamma.
"Sono completamente consumate; la Marmee deve averne un paio nuovo."
"Pensavo di prenderle qualcosa con il mio dollaro," disse Beth.
"No, lo farò io!" esclamò Amy.
"Sono la più grande," iniziò Meg, ma Jo intervenne con un deciso--
"Sono l'uomo della famiglia ora che papà è lontano, e provvederò io alle pantofole, perché mi ha detto di prendermi particolare cura della mamma mentre era via."
"Vi dico cosa faremo," disse Beth; "prendiamo ciascuna qualcosa per lei per Natale, e non prendiamo nulla per noi stesse."
"È da te, cara! Cosa prenderemo?" esclamò Jo.
Ognuna pensò seriamente per un minuto; poi Meg annunciò, come se l'idea fosse suggerita dalla vista delle sue belle mani, "Le regalerò un bel paio di guanti."
"Scarpe dell'esercito, le migliori che si possano trovare," gridò Jo.
"Dei fazzoletti, tutti orlati," disse Beth.
"Prenderò una boccettina di colonia; le piace, e non costerà molto, così me ne rimarrà un po' per comprare le mie matite," aggiunse Amy.
"Come daremo le cose?" chiese Meg.
"Mettiamole sul tavolo, facciamola entrare e vediamo aprirle i pacchetti. Non ricordate come facevamo ai nostri compleanni?" rispose Jo.
"Ero solita spaventarmi così tanto quando toccava a me sedermi sulla grande poltrona con la corona, e vedere tutte voi marciare intorno per dare i regali, con un bacio. Mi piacevano le cose e i baci, ma era terribile avervi sedute a guardarmi mentre aprivo i pacchetti," disse Beth, che stava abbrustolendo la faccia e il pane per il tè, allo stesso tempo.
"Lasciamo che la Marmee pensi che stiamo prendendo cose per noi stesse, e poi sorprendiamola. Dobbiamo andare a fare acquisti domani pomeriggio, Meg; c'è così tanto da fare per la recita della notte di Natale," disse Jo, marciando avanti e indietro, con le mani dietro la schiena e il naso per aria.
"Non intendo più recitare dopo questa volta; sto diventando troppo grande per queste cose," osservò Meg, che era bambina come sempre riguardo ai divertimenti del "travestirsi".
«Non smetterai, lo so, finché potrai trascinarti in giro con una veste bianca, i capelli sciolti e gioielli di carta dorata. Sei la migliore attrice che abbiamo, e sarà la fine di tutto se abbandonerai le scene», disse Jo. «Dobbiamo provare stasera. Vieni qui, Amy, e fai la scena dello svenimento, perché in quella sei rigida come un palo».
«Non posso farci niente; non ho mai visto nessuno svenire, e non mi va di ridurmi tutta nera e blu, schiantandomi a terra come fai tu. Se riesco a scendere con naturalezza, mi lascerò cadere; se non ci riesco, cadrò su una sedia con grazia; non m'importa se Hugo mi viene addosso con una pistola», replicò Amy, che non era dotata di talento drammatico, ma era stata scelta perché era abbastanza piccola da essere portata via di peso, strillando, dal cattivo della pièce.
«Fallo in questo modo; incrocia le mani così, e vacilla attraverso la stanza, gridando freneticamente: "Roderigo! Salvami! Salvami!"» e via andò Jo, con un urlo melodrammatico che era davvero da brivido.
Amy la seguì, ma protese le mani rigidamente davanti a sé e si scosse lungo il percorso come se si muovesse a ingranaggi; e il suo «Oh!» faceva pensare più a degli spilli che le venivano conficcati addosso che a paura e angoscia. Jo lanciò un gemito di disperazione e Meg scoppiò a ridere, mentre Beth lasciò bruciare il pane mentre guardava il divertimento con interesse.
«Non serve a nulla! Fai del tuo meglio quando arriverà il momento, e se il pubblico ride, non prendertela con me. Avanti, Meg».
Poi le cose andarono lisce, poiché Don Pedro sfidò il mondo in un discorso di due pagine senza una sola interruzione; Hagar, la strega, cantò un terribile incantesimo sopra il suo calderone di rospi in ebollizione, con un effetto spettrale; Roderigo spezzò virilmente le sue catene e Hugo morì tra gli spasmi del rimorso e dell'arsenico, con un selvaggio «Ah! ah!».
«È la migliore che abbiamo fatto finora», disse Meg, mentre il cattivo morto si metteva a sedere e si strofinava i gomiti.
«Non capisco come tu faccia a scrivere e recitare cose così splendide, Jo. Sei una vera Shakespeare!» esclamò Beth, che credeva fermamente che le sue sorelle fossero dotate di un genio meraviglioso in ogni cosa.
«Non proprio», rispose modestamente Jo. «Penso davvero che "La maledizione della strega, una tragedia operistica", sia una cosa piuttosto carina; ma mi piacerebbe provare il Macbeth, se solo avessimo una botola per Banquo. Ho sempre voluto fare la parte dell'assassinio. "È questo un pugnale che vedo davanti a me?"» mormorò Jo, facendo roteare gli occhi e artigliando l'aria, come aveva visto fare a un famoso tragediante.
«No, è il forchettone per tostare il pane, con sopra la scarpa della mamma al posto del pane. Beth è presa dal teatro!» gridò Meg, e la prova terminò in un generale scoppio di risate.
«Sono lieta di trovarvi così allegre, figlie mie», disse una voce gioiosa alla porta, e attrici e pubblico si voltarono per accogliere una signora alta e materna, con un'aria da «posso aiutarvi» che era davvero deliziosa. Non era vestita in modo elegante, ma era una donna dall'aspetto nobile, e le ragazze pensavano che il mantello grigio e il cappello fuori moda coprissero la madre più splendida del mondo.
«Bene, care, come ve la siete passata oggi? C'era così tanto da fare, preparare le scatole da spedire domani, che non sono tornata a casa per cena. È passato qualcuno, Beth? Come va il tuo raffreddore, Meg? Jo, sembri stanca da morire. Vieni a darmi un bacio, piccola».
Mentre faceva queste domande materne, la signora March si tolse gli abiti umidi, indossò le sue calde pantofole e, sedendosi sulla poltrona, attirò Amy in grembo, preparandosi a godersi l'ora più felice della sua giornata intensa. Le ragazze correvano qua e là, cercando di rendere tutto confortevole, ognuna a modo suo. Meg sistemò la tavola per il tè; Jo portò la legna e mise le sedie, facendo cadere, rovesciando e facendo fracasso con tutto ciò che toccava; Beth trotterellava avanti e indietro tra il salotto e la cucina, silenziosa e indaffarata; mentre Amy impartiva ordini a tutti, seduta con le mani in grembo.
Mentre si radunavano intorno alla tavola, la signora March disse, con un volto particolarmente felice: «Ho una sorpresa per voi dopo cena».
Un sorriso rapido e luminoso fece il giro della stanza come un raggio di sole. Beth batté le mani, senza curarsi del biscotto che teneva, e Jo lanciò in aria il tovagliolo, gridando: «Una lettera! Una lettera! Tre urrà per papà!»
«Sì, una bella lettera lunga. Sta bene e pensa che riuscirà a superare la stagione fredda meglio di quanto temessimo. Manda ogni sorta di auguri affettuosi per Natale e un messaggio speciale per voi ragazze», disse la signora March, picchiettandosi la tasca come se vi avesse dentro un tesoro.
«Sbrigati a finire! Non fermarti a muovere il mignolino e a fare smorfie sul piatto, Amy», gridò Jo, soffocando nel suo tè e facendo cadere il pane, dalla parte del burro, sul tappeto, nella fretta di arrivare alla sorpresa.
Beth non mangiò più, ma si allontanò furtivamente per sedersi nel suo angolo in ombra e rimuginare sulla gioia che stava per arrivare, finché le altre non furono pronte.
«Penso che sia stato così splendido da parte di papà andare come cappellano quando era troppo vecchio per essere arruolato e non abbastanza forte per fare il soldato», disse Meg con calore.
«Non vorrei poter andare come tamburino, una vivand... come si chiama? o un'infermiera, così potrei stargli vicino e aiutarlo», esclamò Jo con un gemito.
«Deve essere molto sgradevole dormire in una tenda, mangiare ogni sorta di cose dal sapore cattivo e bere da una tazza di latta», sospirò Amy.
«Quando tornerà a casa, Marmee?» chiese Beth, con un leggero tremito nella voce.
«Non prima di molti mesi, cara, a meno che non sia malato. Rimarrà a svolgere il suo lavoro fedelmente finché potrà, e noi non chiederemo che torni un minuto prima di quando potrà essere sostituito. Ora venite ad ascoltare la lettera».
Si avvicinarono tutte al fuoco, la mamma sulla grande sedia con Beth ai suoi piedi, Meg e Amy appollaiate su ciascun bracciolo della sedia, e Jo appoggiata allo schienale, dove nessuno avrebbe visto alcun segno di emozione se la lettera fosse risultata toccante.
Ben poche lettere venivano scritte in quei tempi difficili che non fossero toccanti, specialmente quelle che i padri mandavano a casa. In questa si diceva poco dei disagi sopportati, dei pericoli affrontati o della nostalgia vinta; era una lettera allegra e speranzosa, piena di vivaci descrizioni della vita da campo, delle marce e delle notizie militari; e solo alla fine il cuore dello scrivente traboccava di amore paterno e di nostalgia per le figliolette rimaste a casa.
«Date loro tutto il mio caro amore e un bacio. Dite loro che le penso di giorno, prego per loro di notte e trovo il mio conforto migliore nel loro affetto in ogni momento. Un anno sembra molto lungo da aspettare prima di rivederle, ma ricorda loro che mentre aspettiamo possiamo tutti lavorare, così che questi giorni duri non vadano sprecati. So che ricorderanno tutto ciò che ho detto loro, che saranno figlie amorevoli per te, compiranno il loro dovere fedelmente, combatteranno coraggiosamente contro i loro nemici interiori e vinceranno se stesse così magnificamente che, quando tornerò da loro, potrò essere più affezionato e orgoglioso che mai delle mie piccole donne».
Tutte tirarono su col naso quando arrivarono a quel punto; Jo non si vergognò della grossa lacrima che le cadde dalla punta del naso, e Amy non si curò dell'arricciarsi dei suoi boccoli mentre nascondeva la faccia sulla spalla della madre e singhiozzava: «Sono una ragazza egoista! Ma cercherò davvero di essere migliore, così che lui non rimanga deluso da me, in futuro».
«Lo faremo tutte!» gridò Meg. «Penso troppo al mio aspetto e odio lavorare, ma non lo farò più, se potrò evitarlo».
«Cercherò di essere quello che lui ama chiamarmi, "una piccola donna", e di non essere ruvida e selvaggia; ma farò il mio dovere qui invece di voler essere da qualche altra parte», disse Jo, pensando che mantenere la calma a casa fosse un compito molto più difficile che affrontare un ribelle o due al Sud.
Beth non disse nulla, ma si asciugò le lacrime con il calzino blu dell'esercito e iniziò a lavorare a maglia con tutte le sue forze, senza perdere tempo nel compiere il dovere che le stava più a cuore, mentre si riprometteva nel suo animo quieto e piccolo di essere tutto ciò che papà sperava di trovare quando l'anno avrebbe portato il felice ritorno a casa.
La signora March ruppe il silenzio che seguì le parole di Jo, dicendo con la sua voce allegra: «Ricordate come eravate solite giocare al Pellegrinaggio del Cristiano quando eravate piccole? Nulla vi dilettava di più che farmi legare le mie borse di scampoli sulle vostre schiene come pesi, darvi cappelli, bastoni e rotoli di carta, e lasciarvi viaggiare per la casa dalla cantina, che era la Città di Distruzione, su, su, fino al tetto, dove avevate tutte le cose incantevoli che potevate raccogliere per comporre una Città Celeste».
«Che divertimento era, specialmente passare davanti ai leoni, combattere Apollyon e attraversare la Valle dove c'erano i folletti!» disse Jo.
«Mi piaceva il posto dove i fardelli cadevano e rotolavano giù per le scale», disse Meg.
«La mia parte preferita era quando uscivamo sul tetto piano dove c'erano i nostri fiori, i pergolati e le cose graziose, e stavamo tutti lì a cantare di gioia sotto il sole», disse Beth, sorridendo, come se quel momento piacevole fosse tornato a lei.
«Non ricordo molto, se non che avevo paura della cantina e dell'ingresso buio, e mi piacevano sempre la torta e il latte che avevamo lassù in alto. Se non fossi troppo grande per queste cose, mi piacerebbe quasi giocarci di nuovo», disse Amy, che iniziava a parlare di rinunciare alle cose infantili alla matura età di dodici anni.
«Non siamo mai troppo vecchi per questo, cara mia, perché è un gioco a cui giochiamo tutto il tempo in un modo o nell'altro. I nostri fardelli sono qui, la nostra strada è davanti a noi, e il desiderio di bontà e felicità è la guida che ci conduce attraverso molte tribolazioni ed errori verso la pace che è una vera Città Celeste. Ora, le mie piccole pellegrine, che ne dite di ricominciare, non per gioco, ma sul serio, e vedere quanto lontano potete arrivare prima che papà torni a casa?»
«Davvero, mamma? Dove sono i nostri fardelli?» chiese Amy, che era una signorina molto letterale.
«Ognuna di voi ha appena detto qual è il suo peso, eccetto Beth; credo proprio che lei non ne abbia nessuno», disse la madre.
«Sì che ne ho; il mio sono i piatti e gli strofinacci, l'invidia per le ragazze che hanno bei pianoforti e l'avere paura della gente».
Il fardello di Beth era così buffo che tutti volevano ridere; ma nessuno lo fece, perché le avrebbe ferito molto i sentimenti.
«Facciamolo», disse Meg pensierosa. «È solo un altro nome per cercare di essere buone, e la storia può aiutarci; perché sebbene vogliamo essere buone, è un duro lavoro, e dimentichiamo, e non facciamo del nostro meglio».
«Stasera eravamo nella Palude dello Sconforto, e la mamma è venuta e ci ha tirate fuori come fa l'Aiuto nel libro. Dovremmo avere il nostro rotolo di istruzioni, come Cristiano. Cosa faremo al riguardo?» chiese Jo, deliziata dall'idea che dava un po' di romanticismo al compito molto noioso di fare il suo dovere.
«Guardate sotto i vostri cuscini, la mattina di Natale, e troverete la vostra guida», rispose la signora March.
Discussero del nuovo piano mentre la vecchia Hannah sparecchiava la tavola; poi vennero fuori i quattro cestini da lavoro e gli aghi volarono mentre le ragazze preparavano le lenzuola per la zia March. Era un cucito poco interessante, ma stasera nessuno brontolò. Adottarono il piano di Jo di dividere le lunghe cuciture in quattro parti, chiamando i quarti Europa, Asia, Africa e America, e in quel modo andarono avanti magnificamente, specialmente quando parlavano dei diversi paesi mentre cucivano attraversandoli.
Alle nove smisero di lavorare e cantarono, come al solito, prima di andare a letto. Nessuno tranne Beth riusciva a cavare molta musica dal vecchio pianoforte; ma lei aveva un modo di toccare dolcemente i tasti ingialliti, facendo un piacevole accompagnamento alle semplici canzoni che cantavano. Meg aveva una voce come un flauto, e lei e la madre guidavano il piccolo coro. Amy cinguettava come un grillo, e Jo vagava per le arie a suo piacimento, finendo sempre nel posto sbagliato con un gracidio o una vibrazione che rovinava la melodia più malinconica. Lo facevano sempre da quando riuscivano a biascicare
«Crinkle, crinkle, 'ittle 'tar»,
ed era diventata un'abitudine familiare, poiché la madre era una cantante nata. Il primo suono al mattino era la sua voce, mentre andava per casa cantando come un'allodola; e l'ultimo suono la sera era lo stesso suono gioioso, poiché le ragazze non diventavano mai troppo grandi per quella ninna nanna familiare.
II.
UN BUON NATALE.
Jo fu la prima a svegliarsi all'alba grigia del giorno di Natale. Non c'erano calze appese al caminetto, e per un momento si sentì delusa quanto tempo prima, quando la sua calzina era caduta perché era così piena di leccornie. Poi si ricordò della promessa della madre e, facendo scivolare la mano sotto il cuscino, tirò fuori un libricino dalla copertina cremisi. Lo conosceva molto bene, perché era quella bellissima storia antica della vita migliore che sia mai stata vissuta, e Jo sentì che era una vera guida per ogni pellegrino che intraprende il lungo viaggio. Svegliò Meg con un «Buon Natale» e le disse di guardare cosa c'era sotto il suo cuscino. Apparve un libro dalla copertina verde, con la stessa immagine all'interno e poche parole scritte dalla madre, che resero il loro unico regalo molto prezioso ai loro occhi. Presto Beth e Amy si svegliarono per frugare e trovare anche i loro libricini — uno color colomba, l'altro blu; e tutte sedettero a guardarli e parlarne, mentre l'oriente si tingeva di rosa con l'arrivo del giorno.
Nonostante le sue piccole vanità, Margaret aveva una natura dolce e pia, che influenzava inconsciamente le sue sorelle, specialmente Jo, che la amava molto teneramente e le obbediva perché i suoi consigli erano dati così gentilmente.
«Ragazze», disse Meg seriamente, guardando dalla testa spettinata accanto a lei alle due piccole con la cuffia nella stanza accanto, «la mamma vuole che leggiamo, amiamo e seguiamo questi libri, e dobbiamo iniziare subito. Eravamo solite essere fedeli a questo; ma da quando papà è partito, e tutti questi problemi di guerra ci hanno destabilizzato, abbiamo trascurato molte cose. Potete fare come volete; ma io terrò il mio libro sul tavolo qui, e ne leggerò un po' ogni mattina appena mi sveglio, perché so che mi farà bene e mi aiuterà durante la giornata».
Poi aprì il suo nuovo libro e iniziò a leggere. Jo le mise un braccio attorno e, appoggiando le guance, lesse anche lei, con l'espressione tranquilla così raramente vista sul suo volto inquieto.
«Com'è buona Meg! Vieni, Amy, facciamo come loro. Ti aiuterò con le parole difficili, e loro ci spiegheranno le cose se non capiamo», sussurrò Beth, molto colpita dai bei libri e dall'esempio delle sue sorelle.
«Sono contenta che il mio sia blu», disse Amy; e poi le stanze rimasero molto silenziose mentre le pagine venivano voltate dolcemente e il sole invernale entrava a toccare le teste luminose e i volti seri con un augurio di Natale.
«Dov'è la mamma?» chiese Meg, mentre lei e Jo correvano giù a ringraziarla per i loro regali, mezz'ora dopo.
«Dio solo lo sa. È venuta una povera creatura a chiedere l'elemosina, e la vostra mamma è andata subito a vedere di cosa c'era bisogno. Non c'è mai stata una donna così pronta a regalare viveri e bevande, vestiti e legna», rispose Hannah, che viveva con la famiglia da quando era nata Meg, ed era considerata da tutte loro più come un'amica che come una serva.
«Tornerà presto, credo; quindi friggete le vostre torte e tenete tutto pronto», disse Meg, controllando i regali che erano raccolti in un cesto e tenuti sotto il divano, pronti per essere tirati fuori al momento opportuno. «Ma, dov'è la boccetta di colonia di Amy?» aggiunse, poiché il piccolo flacone non appariva.
«L'ha presa un minuto fa ed è andata via con quella per metterci un nastro, o qualche idea del genere», rispose Jo, ballando per la stanza per togliere la prima rigidità alle nuove pantofole dell'esercito.
«Come stanno bene i miei fazzoletti, vero? Hannah li ha lavati e stirati per me, e li ho contrassegnati tutti da sola», disse Beth, guardando con orgoglio le lettere un po' irregolari che le erano costate tanta fatica.
«Benedetta bambina! è andata e ha messo "Mamma" su di essi invece di "M. March". Che buffo!» gridò Jo, prendendone uno.
«Non è giusto? Ho pensato che fosse meglio farlo così, perché le iniziali di Meg sono "M. M.", e non voglio che nessuno li usi tranne Marmee», disse Beth, sembrando turbata.
«Va tutto bene, cara, ed è un'idea molto carina — anche molto sensata, perché nessuno può mai sbagliare ora. Le farà molto piacere, lo so», disse Meg, con un cipiglio per Jo e un sorriso per Beth.
«C'è la mamma. Nascondete il cesto, presto!» gridò Jo, mentre una porta sbatteva e dei passi risuonavano nell'ingresso.
Amy entrò frettolosamente e sembrò piuttosto imbarazzata quando vide le sue sorelle tutte in attesa per lei.
«Dove sei stata, e cosa stai nascondendo dietro di te?» chiese Meg, sorpresa di vedere, dal suo cappuccio e dal mantello, che la pigra Amy era uscita così presto.
«Non ridere di me, Jo! Non volevo che nessuno lo sapesse finché non fosse arrivato il momento. Volevo solo cambiare la boccetta piccola con una grande, e ho dato tutti i miei soldi per prenderla, e sto davvero cercando di non essere più egoista».
Mentre parlava, Amy mostrò il bel flacone che sostituiva quello economico; e apparve così sincera e umile nel suo piccolo sforzo di dimenticare se stessa che Meg la abbracciò sul posto, e Jo la definì «un asso», mentre Beth correva alla finestra e coglieva la sua rosa più bella per ornare la maestosa boccetta.
«Vedete, mi sono vergognata del mio regalo, dopo aver letto e parlato di essere buone stamattina, così ho corso dietro l'angolo e l'ho cambiato non appena mi sono alzata: e sono così contenta, perché il mio è il più bello adesso».
Un altro colpo alla porta di strada mandò il cesto sotto il divano, e le ragazze al tavolo, impazienti per la colazione.
«Buon Natale, Marmee! Molti di questi! Grazie per i nostri libri; ne abbiamo letto un po', e vogliamo farlo ogni giorno», gridarono in coro.
«Buon Natale, mie piccole figlie! Sono contenta che abbiate iniziato subito, e spero che continuerete. Ma voglio dire una parola prima di sederci. Non lontano da qui giace una povera donna con un neonato. Sei bambini sono rannicchiati in un unico letto per non gelare, perché non hanno fuoco. Non c'è niente da mangiare laggiù; e il figlio maggiore è venuto a dirmi che soffrivano la fame e il freddo. Ragazze mie, darete loro la vostra colazione come regalo di Natale?»
Erano tutte insolitamente affamate, avendo aspettato quasi un'ora, e per un minuto nessuno parlò; solo un minuto, perché Jo esclamò impetuosamente:
«Sono così felice che tu sia venuta prima che iniziassimo!»
«Posso andare ad aiutare a portare le cose ai poveri bambini?» chiese Beth, avidamente.
«Io prenderò la panna e i muffin», aggiunse Amy, rinunciando eroicamente agli articoli che le piacevano di più.
Meg stava già coprendo le focaccine di grano saraceno e impilando il pane in un grande piatto.
«Pensavo che l'avreste fatto», disse la signora March, sorridendo come se fosse soddisfatta. «Andrete tutte ad aiutarmi, e quando torneremo avremo pane e latte per colazione, e recupereremo a cena».
Furono presto pronte e il corteo si mise in cammino. Fortunatamente era presto, e passarono per strade secondarie, così poche persone le videro, e nessuno rise dello strano gruppo.
Era una stanza povera, spoglia e miserabile, con finestre rotte, niente fuoco, coperte laceri, una madre malata, un bambino piangente e un gruppo di bambini pallidi e affamati rannicchiati sotto una vecchia trapunta, cercando di stare al caldo.
Come spalancarono gli occhi e le labbra blu sorrisero mentre le ragazze entravano!
«Ach, mein Gott! sono angeli buoni quelli che vengono da noi!» disse la povera donna, piangendo di gioia.
«Buffi angeli con cappucci e muffole», disse Jo, facendo ridere tutti.
In pochi minuti sembrò davvero che degli spiriti gentili avessero lavorato lì. Hannah, che aveva portato la legna, accese un fuoco e riparò i vetri rotti con vecchi cappelli e il proprio mantello. La signora March diede alla madre del tè e del brodo, e la confortò con promesse di aiuto, mentre vestiva il neonato con la stessa tenerezza che avrebbe usato per il proprio. Le ragazze, nel frattempo, apparecchiarono la tavola, fecero sedere i bambini attorno al fuoco e li nutrirono come tanti uccellini affamati, ridendo, parlando e cercando di comprendere il buffo inglese stentato.
«Das ist gut!» «Die Engel-kinder!» esclamarono i poveri piccoli, mentre mangiavano e scaldavano le mani violacee al tepore del fuoco.
Le ragazze non erano mai state chiamate angioletti prima d'ora, e la cosa parve loro molto piacevole, specialmente a Jo, che era stata considerata un «maschiaccio» fin dalla nascita. Quella fu una colazione molto felice, sebbene loro non ne avessero mangiato nulla; e quando se ne andarono, lasciandosi il conforto alle spalle, credo che in tutta la città non ci fossero quattro persone più allegre delle bambine affamate che avevano donato la loro colazione e si erano accontentate di pane e latte il mattino di Natale.
«Significa amare il prossimo più di noi stesse, e la cosa mi piace», disse Meg, mentre disponevano i loro regali, mentre la madre era di sopra a raccogliere vestiti per i poveri Hummel.
Non era uno spettacolo molto sfarzoso, ma c'era una grande quantità di affetto racchiusa in quei pochi piccoli pacchetti; e l'alto vaso di rose rosse, crisantemi bianchi e tralci rampicanti, che stava al centro, conferiva un'aria davvero elegante alla tavola.
«Sta arrivando! Attacca, Beth! Apri la porta, Amy! Tre urrà per Marmee!» gridò Jo, saltellando in giro, mentre Meg andava a scortare la madre al posto d'onore.
Beth suonò la sua marcia più allegra, Amy spalancò la porta e Meg fece da damigella d'onore con grande dignità. La signora March ne fu sorpresa e commossa; e sorrise con gli occhi pieni di lacrime mentre esaminava i regali e leggeva i bigliettini che li accompagnavano. Le pantofole furono calzate subito, un fazzoletto nuovo fu infilato in tasca, ben profumato con l'acqua di colonia di Amy, la rosa fu appuntata sul petto e i bei guanti furono dichiarati di una «misura perfetta».
Ci fu un gran ridere, baciarsi e spiegarsi a vicenda, nel modo semplice e amorevole che rende queste feste in famiglia così piacevoli sul momento, così dolci da ricordare molto tempo dopo, e poi tutti si misero al lavoro.
Le opere di carità e le cerimonie del mattino portarono via così tanto tempo che il resto della giornata fu dedicato ai preparativi per i festeggiamenti serali. Essendo ancora troppo giovani per andare spesso a teatro e non essendo abbastanza ricche da permettersi grandi spese per spettacoli privati, le ragazze misero in moto l'ingegno e, poiché la necessità è madre dell'invenzione, realizzarono tutto ciò di cui avevano bisogno. Davvero ingegnose furono alcune delle loro produzioni: chitarre di cartone, lampade antiche fatte con vecchie salsiere coperte di carta argentata, splendidi abiti di vecchio cotone, luccicanti di paillettes di stagno provenienti da una fabbrica di sottaceti, e armature ricoperte dagli stessi utili frammenti a forma di diamante, rimasti in fogli quando venivano tagliati i coperchi delle scatole di latta per le conserve. I mobili erano abituati a essere messi sottosopra, e la grande camera da letto fu lo scenario di molte baldorie innocenti.
Non erano ammessi gentiluomini; così Jo recitava parti maschili a suo piacimento, e provava un'immensa soddisfazione per un paio di stivali di pelle color ruggine donatigli da un'amica, che conosceva una signora che conosceva un attore. Questi stivali, un vecchio fioretto e un farsetto a sbuffo usato una volta da un artista per qualche quadro, erano i tesori principali di Jo, e apparivano in ogni occasione. La scarsità della compagnia rendeva necessario che le due attrici principali interpretassero più parti ciascuna; e meritavano certamente un po' di credito per il duro lavoro che svolsero nell'imparare tre o quattro ruoli diversi, sbrigandosi a entrare e uscire da vari costumi e gestendo anche il palcoscenico. Fu un eccellente esercizio per la loro memoria, un divertimento innocuo, e occupò molte ore che altrimenti sarebbero state oziose, solitarie o trascorse in società meno proficua.
La sera di Natale, una dozzina di ragazze si ammucchiò sul letto che fungeva da platea, e sedette davanti alle tende di cotone blu e giallo in uno stato di attesa quanto mai lusinghiero. Ci fu un gran fruscio e bisbigliare dietro la tenda, un po' di fumo di lampada e una risatina occasionale da parte di Amy, che tendeva a diventare isterica nell'eccitazione del momento. Poco dopo suonò un campanello, le tende si spalancarono e la Tragedia Operistica ebbe inizio.
«Un bosco cupo», secondo l'unico programma di sala, era rappresentato da alcuni arbusti in vaso, panno verde sul pavimento e una caverna in lontananza. Questa grotta era fatta con uno stendibiancheria come tetto, cassettoni come pareti; e dentro c'era un piccolo fornello in piena attività, con sopra una pentola nera e una vecchia strega curva su di essa. Il palcoscenico era buio e il bagliore del fornello produceva un bell'effetto, specialmente quando il vapore vero usciva dal bollitore nel momento in cui la strega ne toglieva il coperchio. Fu lasciato un momento affinché il primo brivido si attenuasse; poi Hugo, il cattivo, entrò a passi pesanti con una spada tintinnante al fianco, un cappello a falda abbassata, barba nera, mantello misterioso e gli stivali. Dopo aver fatto avanti e indietro con grande agitazione, si colpì la fronte ed erruppe in un tono selvaggio, cantando del suo odio per Roderigo, del suo amore per Zara e della sua piacevole risoluzione di uccidere l'uno e conquistare l'altra. I toni burberi della voce di Hugo, con un grido occasionale quando i suoi sentimenti lo sopraffacevano, erano molto impressionanti, e il pubblico applaudì non appena lui si fermò per riprendere fiato. Facendo un inchino con l'aria di chi è abituato alle lodi pubbliche, si avvicinò alla caverna e ordinò ad Hagar di uscire con un imperioso «Olà, serva! Ho bisogno di te!»
Ne uscì Meg, con crine di cavallo grigio che le pendeva intorno al viso, una veste rossa e nera, un bastone e segni cabalistici sul mantello. Hugo pretese una pozione per far sì che Zara lo adorasse, e una per distruggere Roderigo. Hagar, in una bella melodia drammatica, promise entrambe le cose e procedette a evocare lo spirito che avrebbe portato il filtro d'amore:
«Vieni, vieni, dalla tua dimora, Spirito etereo, ti chiedo ancora! Nato da rose, nutrito a rugiada, Incanti e pozioni la tua mano grada? Portami qui, con agilità fatata, Il filtro fragrante di cui sono assetata; Rendilo dolce, rapido e forte, Spirito, rispondi alle mie sorti!»
Suonò una melodia soffusa, e poi sul retro della caverna apparve una piccola figura in un bianco nuvoloso, con ali scintillanti, capelli dorati e una ghirlanda di rose sulla testa. Agitando una bacchetta, cantò:
«Qui giungo io, Dalla mia casa nel cielo, Lontano nell'argento lunare. Prendi il magico incantesimo, E usalo bene, O il suo potere svanirà presto!»
E, lasciando cadere una piccola bottiglia dorata ai piedi della strega, lo spirito svanì. Un altro canto di Hagar produsse un'altra apparizione, non proprio graziosa; infatti, con un botto, apparve un brutto folletto nero che, gracchiata una risposta, gettò una bottiglia scura a Hugo e scomparve con una risata beffarda. Dopo aver cinguettato i suoi ringraziamenti e aver messo le pozioni negli stivali, Hugo se ne andò; e Hagar informò il pubblico che, poiché lui aveva ucciso alcuni suoi amici in passato, lei lo aveva maledetto e intendeva ostacolare i suoi piani per vendicarsi. Poi la tenda cadde e il pubblico si riposò e mangiò caramelle discutendo i meriti dello spettacolo.
Ci fu un gran martellare prima che la tenda si alzasse di nuovo; ma quando divenne evidente quale capolavoro di carpenteria teatrale fosse stato allestito, nessuno mormorò per il ritardo. Era davvero superbo! Una torre si innalzava fino al soffitto; a metà altezza appariva una finestra, con una lampada accesa, e dietro la tenda bianca appariva Zara in un grazioso abito blu e argento, in attesa di Roderigo. Lui arrivò in gran pompa, con berretto piumato, mantello rosso, riccioli castani, chitarra e, naturalmente, gli stivali. Inginocchiatosi ai piedi della torre, cantò una serenata con toni struggenti. Zara rispose e, dopo un dialogo musicale, acconsentì a fuggire. Poi arrivò il grande effetto della scena. Roderigo produsse una scala di corda, con cinque pioli, ne lanciò un'estremità verso l'alto e invitò Zara a scendere. Timidamente lei strisciò fuori dalla finestra, mise la mano sulla spalla di Roderigo e stava per saltare giù con grazia, quando, «Ahimè! povera Zara!» si dimenticò dello strascico: si impigliò nella finestra; la torre vacillò, si inclinò in avanti, cadde con un fracasso e seppellì gli infelici amanti tra le rovine!
Un grido universale si levò mentre gli stivali color ruggine ondeggiavano selvaggiamente tra le macerie e una testa dorata emergeva esclamando: «Ve l'avevo detto! Ve l'avevo detto!» Con una straordinaria prontezza di spirito, Don Pedro, il padre crudele, si precipitò dentro, trascinò fuori sua figlia, dicendo in fretta tra sé e sé:
«Non ridete! Recitate come se fosse tutto a posto!» — e, ordinando a Roderigo di alzarsi, lo bandì dal regno con ira e disprezzo. Sebbene decisamente scosso dalla caduta della torre su di lui, Roderigo sfidò il vecchio signore e si rifiutò di muoversi. Questo esempio impavido infiammò Zara: anch'ella sfidò il padre, ed egli li condannò entrambi ai sotterranei più profondi del castello. Un robusto servitore entrò con delle catene e li portò via, sembrando molto spaventato e dimenticando chiaramente il discorso che avrebbe dovuto fare.
Il terzo atto era la sala del castello; e qui apparve Hagar, venuta a liberare gli amanti e a finire Hugo. Lo sente arrivare e si nasconde; lo vede mettere le pozioni in due coppe di vino e ordinare al timido servitore: «Portale ai prigionieri nelle loro celle e dì loro che verrò tra poco». Il servitore porta Hugo in disparte per dirgli qualcosa, e Hagar scambia le coppe con altre due che sono innocue. Ferdinando, il «servitore», le porta via, e Hagar rimette al loro posto le coppe che contengono il veleno destinato a Roderigo. Hugo, avendo sete dopo un lungo gorgheggio, le beve, perde il senno e, dopo un gran dimenarsi e battere i piedi, cade a terra e muore; mentre Hagar lo informa di ciò che ha fatto in una canzone di squisita potenza e melodia.
Questa fu una scena davvero avvincente, sebbene alcuni avrebbero potuto pensare che l'improvvisa caduta di una quantità di capelli lunghi avesse un po' rovinato l'effetto della morte del cattivo. Fu chiamato davanti alla tenda e apparve con grande proprietà, guidando Hagar, il cui canto fu considerato più meraviglioso di tutto il resto dello spettacolo messo insieme.
Il quarto atto mostrava lo sconsolato Roderigo sul punto di pugnalarsi, perché gli era stato detto che Zara lo aveva abbandonato. Proprio mentre il pugnale è al suo cuore, una canzone incantevole viene cantata sotto la sua finestra, informandolo che Zara è fedele, ma in pericolo, e che lui può salvarla, se vuole. Una chiave viene gettata dentro, che sblocca la porta, e in uno spasmo di estasi lui si strappa le catene e corre via per trovare e salvare la sua amata.
Il quinto atto si aprì con una scena tempestosa tra Zara e Don Pedro. Lui vuole che lei entri in convento, ma lei non ne vuole sapere; e, dopo un accorato appello, sta per svenire, quando Roderigo si precipita dentro e chiede la sua mano. Don Pedro rifiuta, perché lui non è ricco. Gridano e gesticolano enormemente, ma non riescono a mettersi d'accordo, e Roderigo sta per portar via l'esausta Zara, quando il timido servitore entra con una lettera e un sacchetto da parte di Hagar, che è misteriosamente scomparsa. Quest'ultima informa il gruppo che lascia in eredità ricchezze indicibili alla giovane coppia e un destino terribile a Don Pedro, se non li renderà felici. Il sacchetto viene aperto e diversi litri di denaro di stagno piovono sul palcoscenico, finché non ne è tutto glorificato dallo scintillio. Questo ammorbidisce completamente il «padre severo»: acconsente senza mormorare, tutti si uniscono in un coro gioioso e la tenda cade sugli amanti che si inginocchiavano per ricevere la benedizione di Don Pedro in pose della più romantica grazia.
Seguirono applausi tumultuosi, ma ricevettero un contrattempo inaspettato; poiché la brandina, su cui era stata costruita la «platea», si chiuse improvvisamente e spense l'entusiasta pubblico. Roderigo e Don Pedro volarono in soccorso, e tutti furono estratti illesi, sebbene molti fossero ammutoliti dalle risate. L'eccitazione si era appena placata, quando Hannah apparve dicendo: «I complimenti della signora March, le signorine sono pregate di scendere per la cena».
Fu una sorpresa, persino per le attrici; e, quando videro la tavola, si guardarono l'un l'altra in estatica meraviglia. Era da Marmee organizzare un piccolo banchetto per loro; ma qualcosa di così raffinato non si era mai sentito dai giorni di abbondanza ormai passati. C'era gelato, addirittura due piatti, rosa e bianco, e torta, frutta e stuzzicanti bonbon francesi, e, al centro della tavola, quattro grandi bouquet di fiori da serra!
Tutto ciò tolse loro il fiato; e fissarono prima la tavola e poi la madre, che sembrava divertirsi immensamente.
«Sono fate?» chiese Amy.
«È Babbo Natale», disse Beth.
«È stata la mamma»; e Meg sorrise nel modo più dolce, nonostante la barba grigia e le sopracciglia bianche.
«La zia March ha avuto un momento di buon umore e ha mandato la cena», esclamò Jo, con una improvvisa ispirazione.
«Tutto sbagliato. L'ha mandata il vecchio signor Laurence», rispose la signora March.
«Il nonno del ragazzo Laurence! Che diavolo gli è passato per la testa? Non lo conosciamo!» esclamò Meg.
«Hannah ha raccontato a uno dei suoi servitori della vostra colazione. È un vecchio signore strano, ma la cosa gli ha fatto piacere. Conosceva mio padre, anni fa; e oggi pomeriggio mi ha mandato un biglietto gentile, dicendo che sperava gli permettessi di esprimere il suo affetto verso i miei figli mandando loro qualche piccolezza in onore del giorno. Non potevo rifiutare; e così avete un piccolo banchetto serale per rimediare alla colazione a base di pane e latte».
«Quel ragazzo glielo ha messo in testa, lo so! È un tipo eccezionale e vorrei potessimo conoscerlo. Sembra che gli piacerebbe conoscerci; ma è timido, e Meg è così impettita che non mi lascia parlargli quando passiamo», disse Jo, mentre i piatti giravano e il gelato cominciava a sciogliersi, con «Oh!» e «Ah!» di soddisfazione.
«Vi riferite alle persone che vivono nella grande casa della porta accanto, vero?» chiese una delle ragazze. «Mia madre conosce il vecchio signor Laurence; ma dice che è molto orgoglioso e non ama mescolarsi con i vicini. Tiene suo nipote rinchiuso, quando non va a cavallo o a passeggio con il suo tutore, e lo fa studiare molto duramente. Lo abbiamo invitato alla nostra festa, ma non è venuto. Mia madre dice che è molto gentile, anche se non parla mai con noi ragazze».
«Il nostro gatto una volta è scappato, lui l'ha riportato indietro e abbiamo parlato oltre la staccionata, e stavamo andando d'accordissimo, parlando di cricket e cose simili, quando ha visto arrivare Meg e se n'è andato. Ho intenzione di conoscerlo un giorno; perché ha bisogno di divertirsi, ne sono sicura», disse Jo con decisione.
«Mi piacciono i suoi modi, e sembra un piccolo gentiluomo; quindi non ho obiezioni se lo conosci, se si presenta l'occasione giusta. Ha portato i fiori di persona; e l'avrei invitato ad entrare, se fossi stata sicura di cosa stesse succedendo di sopra. Sembrava così malinconico mentre se ne andava, sentendo il divertimento e non avendone evidentemente alcuno».
«È una fortuna che non l'abbia fatto, mamma!» rise Jo, guardando i suoi stivali. «Ma faremo un altro spettacolo, prima o poi, che potrà vedere. Forse ci aiuterà a recitare; non sarebbe divertente?»
«Non ho mai avuto un bouquet così bello prima d'ora! Com'è grazioso!» E Meg esaminò i suoi fiori con grande interesse.
«Sono adorabili! Ma le rose di Beth sono più dolci per me», disse la signora March, annusando il mazzolino mezzo morto nella sua cintura.
Beth si rannicchiò vicino a lei e sussurrò dolcemente: «Vorrei poter mandare il mio mazzo al papà. Temo che non stia passando un Natale così allegro come il nostro».
III.
IL RAGAZZO LAURENCE.
«Jo! Jo! dove sei?» gridò Meg, ai piedi delle scale della soffitta.
«Qui!» rispose una voce roca da sopra; e, correndo su, Meg trovò sua sorella che mangiava mele e piangeva su «L'erede di Redclyffe», avvolta in una coperta su un vecchio divano a tre gambe vicino alla finestra soleggiata. Questo era il rifugio preferito di Jo; e qui amava ritirarsi con una mezza dozzina di mele e un bel libro, per godersi la quiete e la compagnia di un topo domestico che viveva lì vicino e non la disturbava affatto. Quando apparve Meg, Scrabble sfrecciò nella sua tana. Jo si asciugò le lacrime dalle guance e aspettò di sentire le notizie.
«Che divertimento! guarda! un vero invito della signora Gardiner per domani sera!» gridò Meg, agitando il prezioso foglio, e poi iniziando a leggerlo, con gioia infantile.
«"La signora Gardiner sarebbe felice di vedere la signorina March e la signorina Josephine a un piccolo ballo per la vigilia di Capodanno". Marmee è d'accordo che andiamo; ora cosa ci metteremo?»
«Che senso ha chiederlo, quando sai che metteremo i nostri vestiti di popeline, perché non abbiamo altro?» rispose Jo, con la bocca piena.
«Se solo avessi una seta!» sospirò Meg. «La mamma dice che potrò quando avrò diciotto anni, forse; ma due anni sono un tempo infinito da aspettare».
«Sono sicura che i nostri vestiti sembrano di seta e sono abbastanza belli per noi. Il tuo è come nuovo, ma ho dimenticato la bruciatura e lo strappo nel mio. Cosa farò? la bruciatura si vede molto e non posso toglierla».
«Devi stare ferma il più possibile e tenere la schiena fuori dalla vista; davanti è tutto a posto. Io avrò un nastro nuovo per i capelli, la Marmee mi presterà la sua spilla di perle, le mie pantofole nuove sono adorabili e i miei guanti andranno bene, anche se non sono belli come vorrei».
«I miei sono rovinati dalla limonata e non posso prenderne di nuovi, quindi dovrò andare senza», disse Jo, che non si preoccupava mai molto dell'abbigliamento.
«Devi avere i guanti, o non verrò», gridò Meg con decisione. «I guanti sono più importanti di qualsiasi altra cosa; non puoi ballare senza, e se non li avessi mi sentirei così mortificata».
«Allora starò ferma. Non mi importa molto dei balli in compagnia; non c'è divertimento ad andare in giro a veleggiare; mi piace volare in giro e fare capriole».
«Non puoi chiedere alla mamma di comprarne di nuovi, sono così costosi, e tu sei così distratta. Ha detto, quando hai rovinato gli altri, che non te ne avrebbe presi più quest'inverno. Non puoi farli andare bene?» chiese Meg ansiosa.
«Posso tenerli appallottolati in mano, così nessuno saprà quanto sono macchiati; questo è tutto ciò che posso fare. No! ti dirò come possiamo fare: mettiamone uno buono a testa e portiamone uno brutto; non capisci?»
«Le tue mani sono più grandi delle mie e allargherai terribilmente il mio guanto», iniziò Meg, i cui guanti erano un punto dolente per lei.
«Allora andrò senza. Non mi importa cosa dice la gente!» gridò Jo, riprendendo il suo libro.
«Puoi averlo, puoi! solo non macchiarlo e comportati bene. Non mettere le mani dietro la schiena, non fissare la gente e non dire "Cristoforo Colombo!", va bene?»
«Non preoccuparti per me; sarò più impettita che posso e non mi metterò nei guai, se posso evitarlo. Ora vai a rispondere al tuo invito e lasciami finire questa splendida storia».
Così Meg se ne andò per «accettare con ringraziamenti», controllare il suo vestito e cantare allegramente mentre sistemava il suo unico vero merletto; mentre Jo finiva la sua storia, le sue quattro mele e faceva un po' di giochi con Scrabble.
La vigilia di Capodanno il salotto era deserto, perché le due sorelle più giovani facevano le cameriere, e le due più grandi erano assorbite nell'importantissimo compito di «prepararsi per la festa». Per quanto semplici fossero le acconciature, ci fu un gran correre su e giù, ridere e parlare, e a un certo punto un forte odore di capelli bruciati pervase la casa. Meg voleva qualche ricciolo intorno al viso e Jo si incaricò di arricciare le ciocche con un paio di pinze calde.
«Dovrebbero fumare in quel modo?» chiese Beth, dal suo trespolo sul letto.
«È l'umidità che si asciuga», rispose Jo.
«Che strano odore! è come di piume bruciate», osservò Amy, lisciandosi i graziosi riccioli con aria superiore.
«Ecco, ora toglierò le cartine e vedrai una nuvola di piccoli boccoli», disse Jo, posando le pinze.
Tolse davvero le cartine, ma non apparve alcuna nuvola di boccoli, perché i capelli vennero via insieme alla carta, e l'inorridita parrucchiera depose una fila di piccoli ciuffi bruciacchiati sulla scrivania davanti alla sua vittima.
«Oh, oh, oh! che cosa hai fatto? Sono rovinata! Non posso andare! I miei capelli, oh, i miei capelli!» gemette Meg, guardando con disperazione l'arricciatura irregolare sulla fronte.
«La solita fortuna! Non avresti dovuto chiedermi di farlo; rovino sempre tutto. Mi dispiace tanto, ma le pinze erano troppo calde e così ho fatto un pasticcio», gemette la povera Jo, guardando le frittelle nere con lacrime di rimpianto.
«Non sono rovinati; arricciali solo un po' e annoda il nastro in modo che le estremità cadano leggermente sulla fronte, e sembrerà l'ultima moda. Ho visto molte ragazze farlo così», disse Amy con tono consolatorio.
«Mi sta bene per aver voluto fare la bella. Vorrei aver lasciato stare i miei capelli», esclamò Meg con stizza.
«Anche io, erano così lisci e carini. Ma ricresceranno presto», disse Beth, avvicinandosi per baciare e consolare la pecora tosata.
Dopo vari contrattempi minori, Meg fu finalmente pronta e, grazie agli sforzi congiunti della famiglia, i capelli di Jo furono sistemati e il suo abito indossato. Sembravano molto belle nei loro semplici vestiti: Meg in grigio perla, con un nastro di velluto blu, balze di pizzo e la spilla di perle; Jo in bordeaux, con un colletto di lino rigido e maschile e un crisantemo bianco o due come unico ornamento. Ognuna indossò un bel guanto chiaro e ne portò uno sporco, e tutte dichiararono che l'effetto era «davvero disinvolto ed elegante». Le pantofole col tacco alto di Meg erano molto strette e le facevano male, sebbene non volesse ammetterlo, e le diciannove forcine di Jo sembravano tutte conficcate dritte nella testa, il che non era esattamente comodo; ma, cielo, bisogna essere eleganti o morire!
«Divertitevi, care!» disse la signora March, mentre le sorelle scendevano leggiadramente lungo il vialetto. «Non mangiate molto a cena e tornate alle undici, quando manderò Hannah a prendervi.» Mentre il cancello si chiudeva dietro di loro, una voce gridò da una finestra:
«Ragazze, ragazze! avete entrambe dei bei fazzoletti da taschino?»
«Sì, sì, pulitissimi, e Meg ha dell'acqua di colonia sul suo», gridò Jo, aggiungendo, con una risata, mentre proseguivano: «Credo proprio che la mamma lo chiederebbe anche se stessimo scappando tutte da un terremoto.»
«È uno dei suoi gusti aristocratici, ed è del tutto appropriato, perché una vera signora si riconosce sempre dagli stivaletti, dai guanti e dal fazzoletto curati», rispose Meg, che aveva parecchi piccoli «gusti aristocratici» per conto suo.
«Ora non dimenticare di tenere nascosto il lato rovinato, Jo. La mia fascia è a posto? E i miei capelli sembrano molto brutti?» disse Meg, voltandosi dallo specchio nella stanza da toeletta della signora Gardiner, dopo una lunga sistemata.
«So che me ne dimenticherò. Se vedi che faccio qualcosa di sbagliato, ricordamelo con un occhiolino, vuoi?» rispose Jo, dando uno strattone al colletto e una spazzolata frettolosa ai capelli.
«No, strizzare l'occhio non è da signorine; alzerò le sopracciglia se qualcosa non va, e farò un cenno se sei a posto. Ora tieni le spalle dritte, fai passi brevi e non stringere la mano se ti presentano a qualcuno: non si usa.»
«Come fai a imparare tutti i modi appropriati? Io non ci riesco mai. Non è allegra quella musica?»
Scesero, sentendosi un tantino timide, poiché raramente andavano alle feste e, per quanto informale fosse questa piccola riunione, per loro era un evento. La signora Gardiner, un'anziana signora maestosa, le accolse gentilmente e le affidò alla maggiore delle sue sei figlie. Meg conosceva Sallie e si sentì subito a suo agio; ma Jo, che non si curava molto delle ragazze o dei pettegolezzi femminili, se ne stava in piedi, con la schiena accuratamente appoggiata al muro, sentendosi fuori posto come un puledro in un giardino fiorito. Mezza dozzina di ragazzi gioviali stavano parlando di pattini in un'altra parte della stanza, e lei desiderava andare a unirsi a loro, poiché pattinare era una delle gioie della sua vita. Telegrafò il suo desiderio a Meg, ma le sopracciglia si alzarono in modo così allarmante che non osò muoversi. Nessuno andò a parlare con lei e, a uno a uno, il gruppo vicino a lei si assottigliò, finché rimase sola. Non poteva girare per divertirsi, perché il lato bruciato si sarebbe visto, così fissò le persone con aria piuttosto desolata finché non iniziarono le danze. Meg fu invitata subito, e le pantofole strette inciamparono così vivacemente che nessuno avrebbe indovinato il dolore che la loro proprietaria soffriva sorridendo. Jo vide un giovanotto dai capelli rossi avvicinarsi al suo angolo e, temendo che volesse invitarla, scivolò in una nicchia con le tende, con l'intenzione di sbirciare e godersi la serata in pace. Sfortunatamente, un'altra persona timida aveva scelto lo stesso rifugio; poiché, quando la tenda cadde dietro di lei, si ritrovò faccia a faccia con il «ragazzo Laurence».
«Oh, cielo, non sapevo che ci fosse qualcuno qui!» balbettò Jo, preparandosi a fare marcia indietro con la stessa rapidità con cui era entrata.
Ma il ragazzo rise e disse piacevolmente, sebbene sembrasse un po' sorpreso:
«Non si preoccupi per me; resti, se le va.»
«Non la disturbo?»
«Per nulla; sono venuto qui solo perché non conosco molte persone e all'inizio mi sentivo piuttosto a disagio, sa.»
«Anch'io. Non se ne vada, la prego, a meno che non preferisca.»
Il ragazzo si sedette di nuovo e guardò le sue scarpe da ballo, finché Jo non disse, cercando di essere educata e disinvolta:
«Credo di aver avuto il piacere di vederla prima; abita vicino a noi, vero?»
«Porta accanto»; e lui alzò lo sguardo e rise apertamente, perché i modi compiti di Jo erano piuttosto divertenti se ricordava di come avevano chiacchierato di cricket quando lui aveva riportato a casa il gatto.
Questo mise Jo a suo agio; e anche lei rise, mentre diceva, nel suo modo più cordiale:
«Ci siamo divertiti così tanto con il suo bel regalo di Natale.»
«È stato il nonno a mandarlo.»
«Ma sei stato tu a suggerirglielo, non è vero?»
«Come sta il suo gatto, signorina March?» chiese il ragazzo, cercando di sembrare serio, mentre i suoi occhi neri brillavano di divertimento.
«Bene, grazie, signor Laurence; ma non sono la signorina March, sono solo Jo», rispose la giovane.
«Io non sono il signor Laurence, sono solo Laurie.»
«Laurie Laurence, che nome strano!»
«Il mio nome di battesimo è Theodore, ma non mi piace, perché i ragazzi mi chiamavano Dora, così ho fatto in modo che mi chiamassero Laurie.»
«Odio anche il mio nome, così sentimentale! Vorrei che tutti dicessero Jo, invece di Josephine. Come hai fatto a far smettere i ragazzi di chiamarti Dora?»
«Li ho presi a botte.»
«Io non posso prendere a botte zia March, quindi immagino che dovrò sopportarlo»; e Jo si rassegnò con un sospiro.
«Non le piace ballare, signorina Jo?» chiese Laurie, guardandola come se pensasse che il nome le si addicesse.
«Mi piace abbastanza se c'è molto spazio e tutti sono vivaci. In un posto come questo sono sicura di rovesciare qualcosa, pestare i piedi alla gente o fare qualcosa di terribile, così mi tengo lontana dai guai e lascio che Meg se ne vada in giro. Tu non balli?»
«A volte; vede, sono stato all'estero per parecchi anni e non ho ancora frequentato abbastanza la compagnia per sapere come si fanno le cose qui.»
«All'estero!» esclamò Jo. «Oh, raccontami tutto! Amo moltissimo sentire le persone descrivere i loro viaggi.»
Laurie non sembrava sapere da dove cominciare; ma le domande avide di Jo lo misero presto in moto, e lui le raccontò di come era stato a scuola a Vevey, dove i ragazzi non portavano mai il cappello, avevano una flotta di barche sul lago e, per divertimento durante le vacanze, facevano gite a piedi in giro per la Svizzera con i loro insegnanti.
«Quanto vorrei esserci stata!» esclamò Jo. «Sei andato a Parigi?»
«Abbiamo passato lì l'ultimo inverno.»
«Sai parlare francese?»
«Non ci era permesso parlare nient'altro a Vevey.»
«Dine' qualcosa! So leggerlo, ma non so pronunciarlo.»
«Quel nom a cette jeune demoiselle en les pantoufles jolis?» disse Laurie con bonarietà.
«Come lo dici bene! Vediamo... hai detto: "Chi è la giovane signorina con le graziose pantofole", non è vero?»
«Oui, mademoiselle.»
«È mia sorella Margaret, e lo sapevi! Pensi che sia carina?»
«Sì; mi fa pensare alle ragazze tedesche, sembra così fresca e tranquilla, e balla come una signora.»
Jo arrossì di piacere a questo complimento infantile per sua sorella e lo conservò per ripeterlo a Meg. Entrambi sbirciarono, criticarono e chiacchierarono, finché non si sentirono vecchi conoscenti. La timidezza di Laurie svanì presto; poiché il comportamento signorile di Jo lo divertiva e lo metteva a suo agio, e Jo tornò a essere la solita se stessa allegra, perché il suo vestito era dimenticato e nessuno alzava le sopracciglia su di lei. Le piaceva il «ragazzo Laurence» più che mai, e lo osservò più volte, così da poterlo descrivere alle sorelle; poiché non avevano fratelli, pochissimi cugini maschi, e i ragazzi erano creature quasi sconosciute per loro.
«Capelli neri ricci; pelle bruna; grandi occhi neri; bel naso; bei denti; mani e piedi piccoli; più alto di me; molto educato, per essere un ragazzo, e tutto sommato allegro. Chissà quanti anni ha?»
Era sulla punta della lingua di Jo chiederlo; ma si trattenne in tempo e, con insolito tatto, cercò di scoprirlo per vie traverse.
«Immagino che andrai presto al college? Ti vedo sgobbare sui libri... no, intendo studiare sodo»; e Jo arrossì per quel terribile «sgobbare» che le era sfuggito.
Laurie sorrise, ma non sembrò scioccato, e rispose, con una scrollata di spalle:
«Non prima di un anno o due; non ci andrò prima dei diciassette, comunque.»
«Non ne hai solo quindici?» chiese Jo, guardando il ragazzo alto, che lei aveva già immaginato diciassettenne.
«Sedici, il mese prossimo.»
«Quanto vorrei andare al college! Non sembri entusiasta.»
«Lo odio! Solo sgobbare o fare sciocchezze. E non mi piace nemmeno il modo in cui fanno i ragazzi, in questo paese.»
«Cosa ti piace?»
«Vivere in Italia e divertirmi a modo mio.»
Jo voleva davvero chiedere quale fosse il suo modo, ma le sue sopracciglia nere sembravano piuttosto minacciose mentre le aggrottava; così cambiò argomento dicendo, mentre il suo piede teneva il tempo: «Quella è una splendida polka! Perché non vai a provarla?»
«Se viene anche lei», rispose lui, con un piccolo inchino galante.
«Non posso; perché ho detto a Meg che non l'avrei fatto, perché...» Qui Jo si fermò e sembrò indecisa se raccontarlo o ridere.
«Perché cosa?» chiese Laurie con curiosità.
«Non lo racconterai?»
«Mai!»
«Beh, ho il brutto vizio di stare davanti al fuoco, e così brucio i miei vestiti, e ho bruciato questo; e, sebbene sia ben rammendato, si vede, e Meg mi ha detto di stare ferma, così nessuno l'avrebbe notato. Puoi ridere, se vuoi; è divertente, lo so.»
Ma Laurie non rise; guardò solo in basso per un minuto, e l'espressione del suo viso lasciò perplessa Jo, quando disse molto gentilmente:
«Non ci pensi; le dirò come possiamo fare: c'è un lungo corridoio là fuori, e possiamo ballare magnificamente, e nessuno ci vedrà. Viene, per favore?»
Jo lo ringraziò e andò volentieri, desiderando di avere due guanti puliti, quando vide quelli color perla che il suo partner indossava. Il corridoio era vuoto, e fecero una magnifica polka; perché Laurie ballava bene e le insegnò il passo tedesco, che deliziò Jo, essendo pieno di slancio e agilità. Quando la musica finì, si sedettero sulle scale per riprendere fiato; e Laurie era nel bel mezzo del racconto di una festa studentesca a Heidelberg, quando Meg apparve in cerca di sua sorella. Fece un cenno e Jo la seguì con riluttanza in una stanza laterale, dove la trovò su un divano, che si teneva il piede e sembrava pallida.
«Mi sono storta la caviglia. Quel tacco alto stupido si è girato e mi ha dato una brutta torsione. Mi fa così male che riesco a malapena a stare in piedi, e non so come farò ad arrivare a casa», disse, dondolandosi avanti e indietro per il dolore.
«Sapevo che ti saresti fatta male ai piedi con quelle scarpe sciocche. Mi dispiace. Ma non vedo cosa tu possa fare, a parte prendere una carrozza o restare qui tutta la notte», rispose Jo, massaggiando dolcemente la povera caviglia mentre parlava.
«Non posso prendere una carrozza, costerebbe troppo. Temo di non poterla proprio avere; perché la maggior parte della gente viene con la propria, ed è una lunga strada fino alla scuderia, e non c'è nessuno da mandare.»
«Ci vado io.»
«No, davvero! Sono passate le nove ed è buio come in Egitto. Non posso restare qui, perché la casa è piena. Sallie ha delle amiche che stanno da lei. Riposerò finché non arriverà Hannah, e poi farò il meglio che posso.»
«Chiederò a Laurie; lui andrà», disse Jo, sentendosi sollevata appena le venne l'idea.
«Pietà, no! Non chiedere o dire niente a nessuno. Dammi le mie soprascarpe e metti queste pantofole con le nostre cose. Non posso più ballare; ma appena finita la cena, tieni d'occhio Hannah e dimmi subito quando arriva.»
«Ora stanno andando tutti a cena. Resto con te; preferisco.»
«No, cara, corri via e portami un caffè. Sono così stanca che non riesco a muovermi!»
Così Meg si sdraiò, con le soprascarpe ben nascoste, e Jo se ne andò a tentoni verso la sala da pranzo, che trovò dopo essere entrata in un ripostiglio delle porcellane e aver aperto la porta di una stanza dove il vecchio signor Gardiner si stava concedendo un piccolo rinfresco privato. Lanciandosi verso il tavolo, afferrò il caffè, che rovesciò immediatamente, rendendo così il davanti del suo vestito brutto quanto il dietro.
«Oh, cielo, che pasticciona che sono!» esclamò Jo, finendo il guanto di Meg strofinandoci sopra il suo vestito.
«Posso aiutarla?» disse una voce amichevole; e c'era Laurie, con una tazza piena in una mano e un piatto di gelato nell'altra.
«Stavo cercando di prendere qualcosa per Meg, che è molto stanca, e qualcuno mi ha urtato; ed eccomi qui, in questo bel stato», rispose Jo, guardando tristemente dalla gonna macchiata al guanto color caffè.
«Che peccato! Cercavo qualcuno a cui dare questo. Posso portarlo alla sua sorella?»
«Oh, grazie! Le farò vedere dov'è. Non mi offro di portarlo io, perché finirei solo per cacciarmi in un altro guaio.»
Jo le fece strada; e, come se fosse abituato a servire le signore, Laurie accostò un tavolino, portò una seconda razione di caffè e gelato per Jo, ed fu così gentile che persino la pignola Meg lo definì un «bravo ragazzo». Si divertirono molto con i bonbon e i motti, ed erano nel bel mezzo di una tranquilla partita a «Buzz», con altri due o tre giovani che erano capitati lì, quando apparve Hannah. Meg dimenticò il piede e si alzò così in fretta che fu costretta ad aggrapparsi a Jo, con un'esclamazione di dolore.
«Zitta! Non dire niente», sussurrò, aggiungendo ad alta voce: «Non è niente. Ho girato un po' il piede, tutto qui»; e zoppicò verso le scale per mettersi le sue cose.
Hannah brontolò, Meg pianse e Jo era fuori di sé, finché decise di prendere in mano la situazione. Uscendo di soppiatto, corse giù e, trovando un servitore, chiese se potesse procurarle una carrozza. Si trattava di un cameriere a giornata, che non conosceva il quartiere; e Jo si stava guardando intorno in cerca di aiuto, quando Laurie, che aveva sentito ciò che diceva, si avvicinò e offrì la carrozza di suo nonno, che era appena arrivata per lui, disse.
«È così presto! Non vorrai mica andartene già?» esordì Jo, sentendosi sollevata, ma esitando ad accettare l'offerta.
«Vado sempre via presto... davvero! Mi lasci accompagnarla a casa? È tutta sulla mia strada, sa, e dicono che stia per piovere.»
La cosa fu decisa; e, parlandogli dell'incidente di Meg, Jo accettò con gratitudine e corse su a far scendere il resto del gruppo. Hannah odiava la pioggia tanto quanto un gatto; quindi non creò problemi, e partirono nella lussuosa carrozza chiusa, sentendosi molto festose ed eleganti. Laurie andò a cassetta; così Meg poté tenere il piede sollevato e le ragazze parlarono della festa in libertà.
«Mi sono divertita un mondo. E tu?» chiese Jo, arruffandosi i capelli e mettendosi comoda.
«Sì, finché non mi sono fatta male. L'amica di Sallie, Annie Moffat, ha preso in simpatia me e mi ha chiesto di andare a passare una settimana con lei, quando ci andrà Sallie. Andrà in primavera, quando arriverà l'opera; e sarà assolutamente splendido, se solo la mamma mi lascia andare», rispose Meg, rallegrandosi al pensiero.
«Ti ho vista ballare con il tipo dai capelli rossi da cui sono scappata. Era simpatico?»
«Oh, molto! I suoi capelli sono castano ramato, non rossi; ed è stato molto educato, e ho fatto una deliziosa redowa con lui.»
«Sembrava una cavalletta in preda a una crisi epilettica, quando faceva il nuovo passo. Laurie e io non abbiamo potuto fare a meno di ridere. Ci hai sentiti?»
«No; ma è stato molto scortese. Che cosa facevate tutto quel tempo, nascosti là?»
Jo raccontò le sue avventure e, quando ebbe finito, erano a casa. Con molti ringraziamenti, dissero «Buonanotte» e sgattaiolarono dentro, sperando di non disturbare nessuno; ma nel momento in cui la porta scricchiolò, due cuffiette da notte saltarono su, e due voci assonnate ma impazienti gridarono:
«Raccontate della festa! raccontate della festa!»
Con ciò che Meg chiamava «una gran mancanza di buone maniere», Jo aveva salvato alcuni bonbon per le sorelline; e queste si calmarono presto, dopo aver ascoltato gli eventi più emozionanti della serata.
«Dichiaro che sembra davvero di essere una bella signorina, tornare a casa dalla festa in carrozza e sedersi in vestaglia, con una cameriera che mi serve», disse Meg, mentre Jo le fasciava il piede con l'arnica e le spazzolava i capelli.
«Non credo che le belle signorine si divertano affatto più di noi, nonostante i nostri capelli bruciati, gli abiti vecchi, un guanto a testa e le pantofole strette che ci fanno storcere le caviglie quando siamo così sciocche da indossarle.» E penso che Jo avesse proprio ragione.
IV.
FARDELLI.
«Oh cielo, quanto sembra difficile raccogliere i nostri fardelli e andare avanti», sospirò Meg, la mattina dopo la festa; perché, ora che le vacanze erano finite, la settimana di divertimenti non la rendeva pronta ad affrontare facilmente il compito che non le era mai piaciuto.
«Vorrei che fosse sempre Natale o Capodanno; non sarebbe divertente?» rispose Jo, sbadigliando tristemente.
«Non ci godremmo nemmeno la metà di quanto facciamo ora. Ma sembra così bello avere cenette e bouquet, andare alle feste, tornare a casa in carrozza, leggere e riposare, e non lavorare. È come per le altre persone, sai, e invidio sempre le ragazze che fanno queste cose; sono così amante del lusso», disse Meg, cercando di decidere quale dei due abiti logori fosse il meno logoro.
«Beh, non possiamo averlo, quindi non brontoliamo, ma carichiamoci i nostri fagotti e procediamo con la stessa allegria della mamma. Sono certa che zia March sia un vero Vecchio del Mare per me, ma suppongo che quando avrò imparato a portarla senza lamentarmi, cadrà giù, o diventerà così leggera che non mi peserà.»
Quest'idea solleticò la fantasia di Jo e la mise di buon umore; ma Meg non si rallegrò, perché il suo fardello, costituito da quattro bambini viziati, sembrava più pesante che mai. Non aveva abbastanza coraggio nemmeno per rendersi carina, come al solito, mettendo un nastro blu al collo e acconciando i capelli nel modo più donante.
«Che senso ha apparire belle, quando nessuno mi vede se non quei mocciosi bisbetici, e a nessuno importa se sono carina o meno?» mormorò, chiudendo il cassetto con uno strattone. «Dovrò sgobbare e faticare tutti i miei giorni, con solo piccoli pezzi di divertimento di tanto in tanto, e diventare vecchia, brutta e acida, perché sono povera e non posso godermi la vita come fanno le altre ragazze. È una vergogna!»
Così Meg scese di sotto, con un’aria offesa, e non fu affatto piacevole durante la colazione. Ognuno sembrava piuttosto fuori fase e incline a brontolare. Beth aveva il mal di testa e stava sdraiata sul divano, cercando di consolarsi con la gatta e i tre gattini; Amy era nervosa perché non aveva imparato la lezione e non riusciva a trovare le sue soprascarpe; Jo fischiettava e faceva un gran baccano a prepararsi; la signora March era molto occupata a cercare di finire una lettera che doveva partire subito; e Hannah era di malumore, perché fare tardi la sera prima non le era andato a genio.
«Non c’è mai stata una famiglia così bisbetica!» esclamò Jo, perdendo la pazienza quando ebbe rovesciato un calamaio, spezzato entrambi i lacci degli stivali e si fu seduta sul proprio cappello.
«Sei tu la persona più bisbetica della famiglia!» replicò Amy, cancellando il problema, che era tutto sbagliato, con le lacrime che le erano cadute sulla lavagna.
«Beth, se non tieni quei gatti orribili in cantina, farò in modo che vengano annegati», esclamò Meg con rabbia, mentre cercava di sbarazzarsi del gattino che le si era arrampicato sulla schiena e vi si era attaccato come una zecca, appena fuori portata.
Jo rise, Meg sgridò, Beth implorò e Amy pianse, perché non riusciva a ricordare quanto facesse nove per dodici.
«Ragazze, ragazze, state zitte un minuto! Devo spedire questo col primo corriere e mi fate diventare matta con le vostre lagne», gridò la signora March, cancellando la terza frase rovinata della sua lettera.
Ci fu una pausa momentanea, interrotta da Hannah, che entrò a passi pesanti, posò due fagottini caldi sul tavolo e uscì di nuovo a passi pesanti. Questi fagottini erano un’istituzione; le ragazze li chiamavano «scaldamani», perché non ne avevano altri e trovavano che i tortini caldi fossero molto confortanti per le mani nelle mattine fredde. Hannah non dimenticava mai di prepararli, non importa quanto fosse occupata o di malumore, poiché la strada era lunga e gelida; le povere ragazze non ricevevano altro pranzo e raramente tornavano a casa prima delle due.
«Coccola i tuoi gatti e fatti passare il mal di testa, Bethy. Addio, Marmee; siamo un gruppo di mascalzoni stamattina, ma torneremo a casa come angeli. E ora, Meg!» e Jo si allontanò a passi pesanti, sentendo che le pellegrine non stavano partendo come avrebbero dovuto.
Si voltavano sempre indietro prima di svoltare l’angolo, perché la loro madre era sempre alla finestra a fare un cenno, sorridere e agitare la mano verso di loro. In qualche modo sembrava che non avrebbero potuto superare la giornata senza quello; perché, qualunque fosse il loro umore, l’ultimo scorcio di quel volto materno riusciva sempre a influenzarle come un raggio di sole.
«Se la Marmee ci scuotesse il pugno invece di mandarci baci con la mano, ci starebbe bene, perché non si sono mai visti disgraziati più ingrati di noi», esclamò Jo, provando una soddisfazione piena di rimorso nel camminare sulla neve sotto il vento pungente.
«Non usare espressioni così terribili», disse Meg, dal profondo del velo in cui si era avvolta come una monaca stanca del mondo.
«Mi piacciono le belle parole forti che significano qualcosa», rispose Jo, afferrando il cappello mentre faceva un balzo via dalla sua testa, preparandosi a volare via del tutto.
«Datti tutti i nomi che vuoi; ma io non sono né un mascalzone né un disgraziato, e non accetto di essere chiamata così.»
«Sei un essere tormentato e decisamente bisbetico oggi, perché non puoi sedere in grembo al lusso tutto il tempo. Povera cara, aspetta solo che faccia fortuna, e sguazzerai in carrozze, gelati, pantofole col tacco alto, mazzolini di fiori e ragazzi dai capelli rossi con cui ballare.»
«Quanto sei ridicola, Jo!» ma Meg rise di quella sciocchezza e si sentì meglio, suo malgrado.
«Fortuna per te che lo sono; perché se facessi l'aria afflitta e cercassi di essere lugubre come te, saremmo in un bel guaio. Grazie al cielo, riesco sempre a trovare qualcosa di divertente per tirarmi su. Non brontolare più, ma torna a casa allegra, cara.»
Jo diede alla sorella una pacca incoraggiante sulla spalla mentre si separavano per la giornata, ognuna andando per la sua strada, ognuna stringendo il suo piccolo scaldamani caldo e ognuna cercando di essere allegra nonostante il clima invernale, il duro lavoro e i desideri insoddisfatti della gioventù amante del piacere.
Quando il signor March perse i suoi averi cercando di aiutare uno sfortunato amico, le due figlie maggiori pregarono di poter fare qualcosa per il proprio sostentamento, almeno. Credendo che non potessero iniziare troppo presto a coltivare energia, operosità e indipendenza, i loro genitori acconsentirono, ed entrambe si misero al lavoro con la cordiale buona volontà che, nonostante tutti gli ostacoli, è destinata ad avere successo alla fine. Margaret trovò un posto come governante ed era ricca con il suo piccolo stipendio. Come diceva lei, era «amante del lusso» e il suo problema principale era la povertà. La trovava più difficile da sopportare delle altre, perché ricordava un tempo in cui la casa era bella, la vita piena di agi e piaceri, e il bisogno di qualsiasi tipo sconosciuto. Cercava di non essere invidiosa o scontenta, ma era molto naturale che la giovane ragazza desiderasse cose graziose, amici allegri, talento e una vita felice. Dalle King vedeva quotidianamente tutto ciò che desiderava, poiché le sorelle maggiori dei bambini avevano appena fatto il loro ingresso in società, e Meg coglieva frequenti scorci di eleganti abiti da ballo e bouquet, sentiva vivaci chiacchiere su teatri, concerti, gite in slitta e divertimenti di ogni genere, e vedeva denaro sperperato in inezie che per lei sarebbero state così preziose. La povera Meg raramente si lamentava, ma un senso di ingiustizia la rendeva a volte amara verso tutti, perché non aveva ancora imparato a capire quanto fosse ricca delle benedizioni che sole possono rendere felice la vita.
Jo capitò a genio alla zia March, che era zoppa e aveva bisogno di una persona attiva che la servisse. La vecchia signora senza figli si era offerta di adottare una delle ragazze quando arrivarono i problemi, ed era rimasta molto offesa perché la sua offerta era stata rifiutata. Altri amici dissero ai March che avevano perso ogni possibilità di essere ricordati nel testamento della ricca vecchia signora; ma i March, estranei alle logiche del mondo, dissero soltanto:
«Non possiamo rinunciare alle nostre ragazze per una dozzina di fortune. Ricchi o poveri, resteremo uniti e saremo felici l'uno dell'altro.»
La vecchia signora non volle parlare con loro per un po', ma capitando di incontrare Jo da un'amica, qualcosa nel suo viso comico e nei suoi modi bruschi colpì la fantasia della vecchia signora, che propose di prenderla come dama di compagnia. Questo non andava affatto a genio a Jo; ma accettò il posto dato che non appariva nulla di meglio e, con sorpresa di tutti, andò d'accordo in modo notevole con la sua irascibile parente. C'era qualche tempesta occasionale e una volta Jo era tornata a casa a piedi, dichiarando di non poterne più; ma la zia March si rasserenava sempre rapidamente e la faceva richiamare con tale urgenza che la ragazza non poteva rifiutare, poiché in fondo le piaceva un po' quella vecchia signora pepata.
Sospetto che la vera attrazione fosse una grande biblioteca di pregevoli libri, lasciata alla polvere e ai ragni sin dalla morte dello zio March. Jo ricordava il gentile vecchio signore, che era solito lasciarle costruire ferrovie e ponti con i suoi grandi dizionari, raccontarle storie sulle strane figure nei suoi libri di latino e comprarle cartocci di pan di zenzero ogni volta che la incontrava per strada. La stanza buia e polverosa, con i busti che fissavano dall'alto delle alte librerie, le poltrone comode, i mappamondi e, meglio di tutto, la distesa di libri in cui poteva vagare dove voleva, rendevano la biblioteca una regione di beatitudine per lei. Nel momento in cui la zia March faceva il suo pisolino o era occupata con gli ospiti, Jo correva in questo luogo tranquillo e, accoccolandosi sulla poltrona, divorava poesie, romanzi, storia, viaggi e illustrazioni, come un vero topo di biblioteca. Ma, come ogni felicità, non durava a lungo; perché, non appena aveva raggiunto il cuore della storia, il verso più dolce della poesia o l'avventura più pericolosa del suo viaggiatore, una voce stridula chiamava: «Josy-phine! Josy-phine!» e lei doveva lasciare il suo paradiso per avvolgere il filo, lavare il barboncino o leggere i saggi di Belsham per ore intere.
L'ambizione di Jo era fare qualcosa di molto splendido; cosa fosse non aveva ancora idea, ma lo lasciava dire al tempo; e, nel frattempo, trovava la sua maggiore afflizione nel fatto che non poteva leggere, correre e cavalcare quanto voleva. Un carattere irascibile, una lingua tagliente e uno spirito irrequieto la mettevano sempre nei guai, e la sua vita era una serie di alti e bassi che erano sia comici che patetici. Ma l'addestramento che riceveva dalla zia March era proprio ciò di cui aveva bisogno; e il pensiero di fare qualcosa per mantenersi la rendeva felice, nonostante il perpetuo «Josy-phine!».
Beth era troppo timida per andare a scuola; era stato tentato, ma soffriva così tanto che l'idea fu abbandonata, e faceva le sue lezioni a casa, con suo padre. Anche quando lui se ne andò e sua madre fu chiamata a dedicare la sua abilità ed energia alle Società di Soccorso per i Soldati, Beth andò avanti fedelmente da sola, facendo del suo meglio. Era una creatura casalinga e aiutava Hannah a mantenere la casa pulita e confortevole per le lavoratrici, senza mai pensare ad altro premio che quello di essere amata. Trascorreva lunghe giornate tranquille, non sola né oziosa, perché il suo piccolo mondo era popolato da amici immaginari, ed era per natura un'ape operosa. C'erano sei bambole da prendere in braccio e vestire ogni mattina, perché Beth era ancora una bambina e amava i suoi animali domestici come sempre. Non ce n'era una intera o bella tra loro; erano tutte reiette finché Beth non le accoglieva; perché, quando le sue sorelle superavano l'età di quegli idoli, passavano a lei, poiché Amy non voleva nulla di vecchio o brutto. Beth le custodiva ancora più teneramente proprio per questo motivo e istituì un ospedale per bambole inferme. Nessuno spillo veniva mai piantato nei loro visceri di cotone; nessuna parola dura o colpo veniva mai dato loro; nessuna negligenza rattristava mai il cuore della più ripugnante: ma tutte venivano nutrite e vestite, accudite e accarezzate con un affetto che non veniva mai meno. Un frammento desolato di bambola era appartenuto a Jo; e, dopo aver condotto una vita tempestosa, era rimasto un relitto nel sacco degli stracci, dal quale squallido ospizio era stato salvato da Beth e portato nel suo rifugio. Non avendo più la parte superiore della testa, lei vi legò un grazioso berrettino e, poiché entrambe le braccia e le gambe erano andate perse, nascose queste carenze avvolgendola in una coperta e dedicando il suo letto migliore a quell'invalida cronica. Se qualcuno avesse saputo le cure prodigate a quella bambola, penso che avrebbe intenerito i loro cuori, anche mentre ridevano. Le portava pezzi di bouquet; le leggeva, la portava fuori a respirare l'aria, nascosta sotto il cappotto; le cantava ninne nanne e non andava mai a letto senza baciare la sua faccia sporca e sussurrare teneramente: «Spero che passerai una buona notte, mia povera cara».
Beth aveva i suoi problemi come le altre; e non essendo un angelo, ma una bambina molto umana, spesso «piangeva un piccolo pianto», come diceva Jo, perché non poteva prendere lezioni di musica e avere un buon pianoforte. Amava la musica così tanto, cercava così tanto di imparare e si esercitava con tanta pazienza sul vecchio strumento tintinnante, che sembrava proprio che qualcuno (senza voler alludere alla zia March) dovesse aiutarla. Nessuno lo faceva, tuttavia, e nessuno vedeva Beth asciugare le lacrime dai tasti gialli, che non volevano restare intonati, quando era tutta sola. Cantava come una piccola allodola durante il suo lavoro, non era mai troppo stanca per suonare per Marmee e le ragazze, e giorno dopo giorno diceva speranzosa a se stessa: «So che avrò la mia musica prima o poi, se faccio la brava».
Ci sono molte Beth nel mondo, timide e silenziose, sedute in un angolo finché non c'è bisogno di loro, e che vivono per gli altri così allegramente che nessuno vede i sacrifici finché il piccolo grillo del focolare smette di cantare e la dolce, solare presenza svanisce, lasciando dietro di sé silenzio e ombra.
Se qualcuno avesse chiesto ad Amy quale fosse la prova più grande della sua vita, avrebbe risposto subito: «Il mio naso». Quando era una neonata, Jo l'aveva fatta cadere accidentalmente nel secchio del carbone, e Amy insisteva che la caduta le avesse rovinato il naso per sempre. Non era grande, né rosso, come quello della povera «Petrea»; era solo piuttosto piatto, e tutti i pizzicotti del mondo non potevano dargli una punta aristocratica. A nessuno importava tranne che a lei, e lui faceva del suo meglio per crescere, ma Amy sentiva profondamente la mancanza di un naso greco, e disegnava interi fogli di nasi bellissimi per consolarsi.
La «piccola Raffaello», come la chiamavano le sorelle, aveva un talento deciso per il disegno e non era mai così felice come quando copiava fiori, progettava fate o illustrava storie con strani esemplari d'arte. I suoi insegnanti si lamentavano perché, invece di fare i conti, copriva la sua lavagna di animali; le pagine bianche del suo atlante venivano usate per copiare mappe; e caricature della descrizione più ridicola venivano fuori svolazzando da tutti i suoi libri in momenti sfortunati. Superava le lezioni al meglio delle sue capacità e riusciva a sfuggire ai rimproveri essendo un modello di comportamento. Era molto amata dai suoi compagni, essendo di buon carattere e possedendo la felice arte di piacere senza sforzo. Le sue piccole arie e grazie erano molto ammirate, così come i suoi talenti; perché oltre al disegno, sapeva suonare dodici melodie, fare l'uncinetto e leggere il francese senza sbagliare la pronuncia di più di due terzi delle parole. Aveva un modo lamentoso di dire: «Quando papà era ricco facevamo questo e quello», che era molto toccante; e le sue parole lunghe erano considerate «perfettamente eleganti» dalle ragazze.
Amy era sulla buona strada per essere viziata; perché tutti la coccolavano, e le sue piccole vanità ed egoismi stavano crescendo bene. Una cosa, tuttavia, spegneva piuttosto le vanità; doveva indossare i vestiti della cugina. Ora, la mamma di Florence non aveva un briciolo di gusto, e Amy soffriva profondamente nel dover indossare una cuffia rossa invece di una blu, vestiti poco donanti e grembiuli complicati che non le stavano bene. Tutto era buono, ben fatto e poco usato; ma gli occhi artistici di Amy erano molto afflitti, specialmente quest'inverno, quando il suo vestito da scuola era di un viola spento, con puntini gialli e senza guarnizioni.
«Il mio unico conforto», disse a Meg, con le lacrime agli occhi, «è che la mamma non prende i vestiti in vita ogni volta che sono cattiva, come fa la madre di Maria Parks. Cara mia, è davvero terribile; perché a volte è così cattiva che il suo vestito le arriva alle ginocchia e non può venire a scuola. Quando penso a questa degradazione, sento che posso sopportare persino il mio naso piatto e il mio vestito viola, con sopra dei fuochi d'artificio gialli.»
Meg era la confidente e la mentore di Amy, e, per una strana attrazione degli opposti, Jo era quella della timida Beth. Solo a Jo la timida bambina raccontava i suoi pensieri; e sulla sua grande, scapestrata sorella, Beth esercitava inconsciamente più influenza di chiunque altro in famiglia. Le due ragazze più grandi erano molto l'una per l'altra, ma ognuna prendeva una delle più giovani sotto la sua ala e vegliava su di lei a modo suo; «fare la mamma», lo chiamavano, e mettevano le sorelle al posto delle bambole scartate, con l'istinto materno delle piccole donne.
«Qualcuno ha qualcosa da raccontare? È stata una giornata così triste che sto davvero morendo dalla voglia di un po' di divertimento», disse Meg, mentre sedevano a cucire insieme quella sera.
«Ho passato un momento strano con la zia oggi, e, siccome ne sono uscita vincitrice, ve lo racconterò», iniziò Jo, che amava teneramente raccontare storie. «Stavo leggendo quell'eterno Belsham, e andavo avanti monotona come faccio sempre, perché la zia si appisola presto, e allora tiro fuori un bel libro e leggo come una furia finché non si sveglia. Mi sono fatta venire sonno io stessa; e, prima che iniziasse a ciondolare la testa, ho fatto uno sbadiglio tale che mi ha chiesto cosa intendessi per aprire la bocca abbastanza da inghiottire l'intero libro in una volta sola.
«“Vorrei poterlo fare, e farla finita”, ho detto, cercando di non essere impertinente.
«Poi mi ha fatto una lunga predica sui miei peccati e mi ha detto di sedermi e rifletterci su mentre lei si “perdeva” per un momento. Non si ritrova mai molto presto; così, nel momento in cui la sua cuffia ha iniziato a dondolare come una dalia troppo pesante, ho tirato fuori il “Vicar of Wakefield” dalla tasca e ho letto, con un occhio su di lui e uno sulla zia. Ero appena arrivata al punto in cui cadono tutti in acqua, quando mi sono dimenticata e ho riso ad alta voce. La zia si è svegliata; e, essendo di umore migliore dopo il suo riposino, mi ha detto di leggere un po' e mostrare quale opera frivola preferissi al degno e istruttivo Belsham. Ho fatto del mio meglio, e le è piaciuto, anche se ha detto solo:
«“Non capisco di cosa si tratti. Torna indietro e ricomincia, bambina.”
«Sono tornata indietro e ho reso i Primrose interessanti quanto più potevo. Una volta sono stata così cattiva da fermarmi in un punto emozionante e dire con umiltà: “Temo che la stanchi, signora; non dovrei smettere ora?”
«Ha afferrato il suo lavoro a maglia, che le era caduto di mano, mi ha lanciato uno sguardo acuto attraverso gli occhiali e ha detto, nel suo modo sbrigativo:
«“Finisci il capitolo e non essere impertinente, signorina.”»
«Ha ammesso che le è piaciuto?» chiese Meg.
«Oh, Dio ti benedica, no! ma ha lasciato riposare il vecchio Belsham; e, quando sono corsa indietro a cercare i miei guanti questo pomeriggio, eccola lì, così presa dal Vicario da non sentirmi ridere mentre facevo un passo di danza nel corridoio, per via del buon tempo che ci aspetta. Che vita piacevole potrebbe avere, se solo volesse. Non la invidio molto, nonostante i suoi soldi, perché dopotutto le persone ricche hanno quasi tante preoccupazioni quante quelle povere, penso», aggiunse Jo.
«Questo mi ricorda», disse Meg, «che ho qualcosa da raccontare. Non è divertente come la storia di Jo, ma ci ho pensato molto mentre tornavo a casa. Dalle King oggi ho trovato tutti in agitazione, e una delle bambine ha detto che il fratello maggiore aveva fatto qualcosa di terribile e papà lo aveva mandato via. Ho sentito la signora King piangere e il signor King parlare molto forte, e Grace ed Ellen hanno voltato la faccia quando sono passate accanto a me, così non avrei visto quanto erano rossi i loro occhi. Non ho fatto domande, naturalmente; ma mi è dispiaciuto così tanto per loro, ed ero piuttosto contenta di non avere fratelli scapestrati che facessero cose cattive e disonorassero la famiglia.»
«Penso che essere disonorati a scuola sia molto più difficile di qualsiasi cosa possano fare i ragazzi cattivi», disse Amy, scuotendo la testa come se la sua esperienza di vita fosse stata profonda. «Susie Perkins è venuta a scuola oggi con un adorabile anello di corniola rossa; lo volevo terribilmente e desideravo essere lei con tutte le mie forze. Bene, ha disegnato un'immagine del signor Davis, con un naso mostruoso e una gobba, e le parole: “Giovani signorine, il mio occhio è su di voi!” che uscivano dalla sua bocca in una specie di palloncino. Stavamo ridendo, quando all'improvviso il suo occhio era su di noi, e ha ordinato a Susie di portare su la sua lavagna. Era paralizzata dalla paura, ma è andata, e oh, cosa pensate che abbia fatto? L'ha presa per l'orecchio, l'orecchio! pensate che orrore! e l'ha condotta sulla pedana delle interrogazioni, e l'ha fatta stare lì mezz'ora, tenendo quella lavagna in modo che tutti potessero vedere.»
«Le ragazze non hanno riso del disegno?» chiese Jo, che gustava la marachella.
«Ridere? Nemmeno una! Sedevano immobili come topi; e Susie ha pianto a fiumi, lo so. Non l'ho invidiata allora; perché ho sentito che milioni di anelli di corniola non mi avrebbero resa felice, dopo quello. Non avrei mai, mai superato un'umiliazione così agonizzante.» E Amy continuò il suo lavoro, nella fiera consapevolezza della virtù e nel successo di aver pronunciato due parole lunghe in un respiro.
«Ho visto una cosa che mi è piaciuta stamattina, e volevo raccontarla a cena, ma me ne sono dimenticata», disse Beth, mettendo in ordine il cesto sottosopra di Jo mentre parlava. «Quando sono andata a prendere delle ostriche per Hannah, il signor Laurence era nella pescheria; ma non mi ha vista, perché sono rimasta dietro un barile, ed era impegnato col signor Cutter, il pescivendolo. Una povera donna è entrata, con un secchio e uno straccio, e ha chiesto al signor Cutter se le lasciava fare un po' di pulizie in cambio di un po' di pesce, perché non aveva il pranzo per i suoi figli, e le era sfumata una giornata di lavoro. Il signor Cutter aveva fretta, e ha detto 'No', piuttosto sgarbatamente; così lei stava per andarsene, con un'aria affamata e addolorata, quando il signor Laurence ha agganciato un grosso pesce con l'estremità ricurva del suo bastone e glielo ha porto. Lei era così contenta e sorpresa che l'ha preso subito tra le braccia e lo ha ringraziato più e più volte. Lui le ha detto di 'andare a cucinarlo', e lei si è affrettata ad andar via, così felice! Non è stato buono da parte sua? Oh, aveva un aspetto così buffo, mentre stringeva quel pesce grosso e scivoloso, e sperava che il letto del signor Laurence in paradiso fosse 'comodo'.»
Quando ebbero riso della storia di Beth, chiesero alla madre di raccontarne una; e, dopo un momento di riflessione, lei disse seriamente:
«Mentre ero seduta a tagliare giacche di flanella blu oggi, nelle sale, mi sentivo molto in ansia per papà, e pensavo a quanto saremmo sole e indifese, se gli accadesse qualcosa. Non è stata una cosa saggia da fare; ma ho continuato a preoccuparmi, finché non è entrato un vecchio con un ordine per alcuni vestiti. Si è seduto vicino a me, e ho iniziato a parlargli; perché sembrava povero, stanco e ansioso.
«'Avete figli nell'esercito?' ho chiesto; perché il foglio che portava non era per me.
«'Sì, signora. Ne avevo quattro, ma due sono rimasti uccisi, uno è prigioniero, e sto andando dall'altro, che è molto malato in un ospedale di Washington', ha risposto tranquillamente.
«'Avete fatto molto per il vostro paese, signore', ho detto, provando ora rispetto, invece di pietà.
«'Non un briciolo più di quanto dovessi, signora. Andrei io stesso, se servissi a qualcosa; siccome non è così, do i miei ragazzi, e li do volentieri.'
«Parlava così allegramente, sembrava così sincero, e appariva così felice di dare tutto ciò che aveva, che mi sono vergognata di me stessa. Avevo dato un uomo, e pensavo fosse troppo, mentre lui ne dava quattro, senza rimpiangerli. Avevo tutte le mie ragazze a confortarmi a casa; e il suo ultimo figlio stava aspettando, a chilometri di distanza, per dirgli 'addio', forse! Mi sono sentita così ricca, così felice, pensando alle mie benedizioni, che gli ho preparato un bel pacco, gli ho dato dei soldi, e l'ho ringraziato di cuore per la lezione che mi aveva dato.»
«Raccontane un'altra, mamma... una con una morale, come questa. Mi piace pensarci dopo, se sono vere, e non troppo predicatorie», disse Jo, dopo un minuto di silenzio.
La signora March sorrise, e iniziò subito; perché raccontava storie a quel piccolo pubblico da molti anni, e sapeva come compiacerlo.
«C'erano una volta quattro ragazze, che avevano abbastanza da mangiare, da bere e da vestire, molti agi e piaceri, amici gentili e genitori che le amavano teneramente, eppure non erano contente.» (Qui le ascoltatrici lanciarono sguardi furtivi l'una all'altra, e iniziarono a cucire diligentemente.) «Queste ragazze desideravano essere buone, e facevano molte eccellenti risoluzioni; ma non le mantenevano molto bene, e dicevano costantemente: 'Se solo avessimo questo', o 'Se solo potessimo fare quello', dimenticando del tutto quanto avessero già, e quante cose piacevoli potessero effettivamente fare. Così chiesero a una vecchia quale incantesimo potessero usare per essere felici, e lei disse: 'Quando vi sentite scontenti, ripensate alle vostre benedizioni, e siate grate'.» (Qui Jo alzò lo sguardo rapidamente, come se stesse per parlare, ma cambiò idea, vedendo che la storia non era ancora finita.)
«Essendo ragazze di buon senso, decisero di provare il suo consiglio, e presto furono sorprese di vedere quanto stessero bene. Una scoprì che il denaro non poteva tenere la vergogna e il dolore fuori dalle case dei ricchi; un'altra che, sebbene fosse povera, era molto più felice, con la sua giovinezza, la salute e il buon umore, di una certa vecchia bisbetica e debole, che non riusciva a godersi i propri agi; una terza che, per quanto fosse sgradevole aiutare a preparare la cena, era ancora più difficile dover andare a mendicare per averla; e la quarta, che persino gli anelli di corniola non erano preziosi quanto il buon comportamento. Così concordarono di smettere di lamentarsi, di godersi le benedizioni già possedute, e cercare di meritarle, per paura che venissero portate via del tutto, invece di aumentare; e credo che non siano mai rimaste deluse, né pentite di aver seguito il consiglio della vecchia.»
«Ora, Marmee, è molto astuto da parte tua volgere le nostre stesse storie contro di noi, e farci un sermone invece di un romanzo!» esclamò Meg.
«Mi piace questo tipo di sermone. È il genere che papà era solito farci», disse Beth pensierosa, mettendo dritti gli aghi sul puntaspilli di Jo.
«Io non mi lamento quasi quanto le altre, e starò ancora più attenta d'ora in poi; perché ho avuto un avvertimento dalla caduta di Susie», disse Amy moralmente.
«Avevamo bisogno di quella lezione, e non la dimenticheremo. Se lo facciamo, tu dicci solo, come faceva la vecchia Chloe ne 'La capanna dello zio Tom': 'Pensate alle vostre grazie, bambini! Pensate alle vostre grazie!'» aggiunse Jo, che non avrebbe potuto, per nulla al mondo, fare a meno di trarre un briciolo di divertimento dal piccolo sermone, sebbene lo avesse preso a cuore quanto chiunque altra.
V.
ESSERE DI VICINATO.
«Che diavolo hai intenzione di fare ora, Jo?» chiese Meg, un pomeriggio nevoso, mentre sua sorella entrava calpestando il corridoio, con stivali di gomma, una vecchia giacca e un cappuccio, con una scopa in una mano e una pala nell'altra.
«Vado fuori per fare esercizio», rispose Jo, con un luccichio malizioso negli occhi.
«Direi che due lunghe passeggiate stamattina avrebbero dovuto bastare! Fa freddo ed è grigio fuori; e ti consiglio di restare, al caldo e all'asciutto, vicino al fuoco, come faccio io», disse Meg, con un brivido.
«Non accetto mai consigli! Non riesco a stare ferma tutto il giorno, e, non essendo una micia, non mi piace sonnecchiare vicino al fuoco. Mi piacciono le avventure, e sto andando a cercarne qualcuna.»
Meg tornò a scaldarsi i piedi e a leggere "Ivanhoe"; e Jo iniziò a spalare sentieri con grande energia. La neve era leggera, e con la sua scopa spazzò presto un sentiero tutto intorno al giardino, perché Beth potesse camminarci quando usciva il sole; e le bambole invalide avevano bisogno di aria. Ora, il giardino separava la casa dei March da quella del signor Laurence. Entrambe sorgevano in una periferia della città, che era ancora simile alla campagna, con boschetti e prati, grandi giardini e strade tranquille. Una siepe bassa divideva le due proprietà. Da un lato c'era una vecchia casa marrone, dall'aspetto piuttosto spoglio e trasandato, privata delle viti che in estate coprivano le sue pareti, e dei fiori che allora la circondavano. Dall'altro lato c'era una maestosa villa in pietra, che denotava chiaramente ogni sorta di agio e lusso, dalla grande rimessa delle carrozze e i terreni ben curati, alla serra e agli scorci di cose incantevoli che si intravedevano tra le ricche tende. Eppure sembrava una casa solitaria, priva di vita; perché nessun bambino giocava sul prato, nessun volto materno sorrideva mai alle finestre, e poche persone entravano e uscivano, eccetto il vecchio gentiluomo e suo nipote.
Alla vivace fantasia di Jo, questa bella casa sembrava una sorta di palazzo incantato, pieno di splendori e delizie, di cui nessuno godeva. Da tempo desiderava vedere queste glorie nascoste, e conoscere il "ragazzo Laurence", che sembrava come se volesse essere conosciuto, se solo avesse saputo come iniziare. Dalla festa, era più impaziente che mai, e aveva pianificato molti modi per fare amicizia con lui; ma non si vedeva da tempo, e Jo iniziava a pensare che fosse andato via, quando un giorno scorse un volto bruno a una finestra del piano superiore, che guardava malinconicamente verso il loro giardino, dove Beth e Amy si tiravano palle di neve.
«Quel ragazzo soffre per la mancanza di compagnia e di divertimento», disse tra sé. «Il nonno non sa cosa sia bene per lui, e lo tiene rinchiuso tutto solo. Ha bisogno di un gruppo di ragazzi allegri con cui giocare, o di qualcuno di giovane e vivace. Ho una gran voglia di andare di là e dirlo al vecchio gentiluomo!»
L'idea divertiva Jo, che amava fare cose audaci, e scandalizzava sempre Meg con le sue strane imprese. Il piano di "andare di là" non fu dimenticato; e quando arrivò il pomeriggio nevoso, Jo decise di provare cosa si potesse fare. Vide il signor Laurence allontanarsi in carrozza, e poi uscì per farsi strada fino alla siepe, dove si fermò, e fece un'ispezione. Tutto tranquillo... tende abbassate alle finestre inferiori; servitori fuori vista, e nulla di umano visibile se non una testa nera riccia appoggiata su una mano sottile alla finestra superiore.
«Eccolo», pensò Jo, «povero ragazzo! Tutto solo e malato in questo giorno cupo. È un peccato! Lancerò una palla di neve, e lo farò guardare fuori, e poi gli dirò una parola gentile.»
Volò in alto una manciata di neve soffice, e la testa si voltò subito, mostrando un viso che perse il suo aspetto apatico in un minuto, mentre i grandi occhi si illuminavano e la bocca iniziava a sorridere. Jo annuì e rise, e fece roteare la scopa mentre gridava:
«Come stai? Sei malato?»
Laurie aprì la finestra, e gracchiò con una voce roca come quella di un corvo:
«Meglio, grazie. Ho avuto un brutto raffreddore, e sono rimasto chiuso in casa una settimana.»
«Mi dispiace. Con cosa ti diverti?»
«Con niente; è noioso come in una tomba qui sopra.»
«Non leggi?»
«Non molto; non me lo lasciano fare.»
«Qualcuno non può leggerti qualcosa?»
«Il nonno lo fa, a volte; ma i miei libri non lo interessano, e odio dover chiedere a Brooke tutto il tempo.»
«Fai venire qualcuno a trovarti, allora.»
«Non c'è nessuno che mi farebbe piacere vedere. I ragazzi fanno un tale chiasso, e ho la testa debole.»
«Non c'è qualche brava ragazza che ti legga e ti diverta? Le ragazze sono tranquille, e amano fare da infermiere.»
«Non ne conosco nessuna.»
«Conosci noi», iniziò Jo, poi rise, e si fermò.
«È vero! Vuoi venire, per favore?» gridò Laurie.
«Non sono tranquilla e brava; ma verrò, se la mamma me lo permette. Vado a chiederglielo. Chiudi quella finestra, bravo ragazzo, e aspetta che io venga.»
Con ciò, Jo si caricò la scopa in spalla e marciò verso casa, chiedendosi cosa avrebbero detto tutti. Laurie era in uno stato di eccitazione all'idea di avere compagnia, e volò in giro per prepararsi; perché, come diceva la signora March, era "un piccolo gentiluomo", e rese onore all'ospite in arrivo spazzolandosi la testa riccia, mettendosi un colletto pulito, e cercando di mettere in ordine la stanza, che, nonostante una mezza dozzina di servitori, era tutt'altro che ordinata. Poco dopo ci fu un forte suono di campanello, poi una voce decisa che chiedeva del "signor Laurie", e un servitore dall'aria sorpresa corse su ad annunciare una giovane signora.
«Va bene, falla salire, è la signorina Jo», disse Laurie, andando alla porta del suo salottino ad accogliere Jo, che apparve, con un aspetto roseo e gentile e del tutto a suo agio, con un piatto coperto in una mano e i tre gattini di Beth nell'altra.
«Eccomi, con armi e bagagli», disse allegramente. «La mamma ti manda i suoi saluti, ed è contenta se posso fare qualcosa per te. Meg voleva che ti portassi un po' del suo blanc-mange; lo fa molto bene, e Beth ha pensato che i suoi gattini ti avrebbero confortato. Sapevo che avresti riso di loro, ma non ho potuto rifiutare, era così ansiosa di fare qualcosa.»
Accadde che il buffo dono di Beth fosse proprio la cosa giusta; perché, ridendo dei gattini, Laurie dimenticò la sua timidezza, e divenne subito socievole.
«Sembra troppo carino per essere mangiato», disse, sorridendo con piacere, mentre Jo scopriva il piatto, e mostrava il blanc-mange, circondato da una ghirlanda di foglie verdi, e dai fiori scarlatti del geranio preferito di Amy.
«Non è nulla, solo che tutti si sentivano gentili, e volevano dimostrarlo. Di' alla ragazza di metterlo via per il tuo tè: è così semplice, puoi mangiarlo; ed essendo morbido, scenderà senza farti male alla gola infiammata. Che stanza accogliente è questa!»
«Potrebbe esserlo se fosse tenuta bene; ma le cameriere sono pigre, e non so come farmi ubbidire. Mi preoccupa, però.»
«La metterò a posto in due minuti; perché ha solo bisogno che il focolare venga spazzato, così... e le cose messe diritte sul caminetto così... e i libri messi qui, e le bottiglie là, e il tuo divano girato via dalla luce, e i cuscini un po' gonfiati. Ecco fatto, sei a posto.»
E così fu; perché, mentre rideva e parlava, Jo aveva messo le cose a posto con un colpo di mano, e dato un'aria del tutto diversa alla stanza. Laurie la osservava in rispettoso silenzio; e quando lei gli fece cenno di sedersi sul divano, lui si sedette con un sospiro di soddisfazione, dicendo con gratitudine:
«Quanto sei gentile! Sì, è quello che ci voleva. Ora per favore prendi la grande poltrona, e lascia che faccia qualcosa per intrattenere la mia ospite.»
«No; sono venuta per intrattenere te. Leggo ad alta voce?» e Jo guardò con affetto alcuni invitanti libri lì vicino.
«Grazie; li ho letti tutti, e se non ti dispiace, preferirei parlare», rispose Laurie.
«Affatto; parlerò tutto il giorno se solo mi darai il via. Beth dice che non so mai quando fermarmi.»
«È Beth quella rosea, che resta spesso a casa, e a volte esce con un cestino?» chiese Laurie, con interesse.
«Sì, quella è Beth; è la mia ragazza, e una vera brava ragazza, per giunta.»
«Quella carina è Meg, e quella dai capelli ricci è Amy, credo?»
«Come l'hai scoperto?»
Laurie arrossì, ma rispose francamente: «Beh, vedi, vi sento spesso chiamarvi l'un l'altra, e quando sono solo qui sopra, non posso fare a meno di guardare verso casa vostra, sembrate sempre passare dei bei momenti. Ti chiedo scusa per essere stato così maleducato, ma a volte dimenticate di abbassare la tenda alla finestra dove ci sono i fiori; e quando le lampade sono accese, è come guardare un quadro vedere il fuoco, e voi tutte intorno al tavolo con vostra madre; il suo volto è proprio di fronte, e sembra così dolce dietro i fiori, non posso fare a meno di guardarlo. Non ho una madre, sai;» e Laurie ravvivò il fuoco per nascondere un leggero tremito delle labbra che non riusciva a controllare.
Lo sguardo solitario e affamato nei suoi occhi andò dritto al cuore caldo di Jo. Era stata educata così semplicemente che non c'era sciocchezza nella sua testa, e a quindici anni era innocente e franca come qualsiasi bambina. Laurie era malato e solo; e, sentendo quanto fosse ricca di amore familiare e felicità, cercò volentieri di condividerlo con lui. Il suo viso era molto amichevole e la sua voce acuta insolitamente dolce mentre diceva:
«Non tireremo mai più quella tenda, e ti do il permesso di guardare quanto vuoi. Vorrei solo, però, che invece di sbirciare, venissi di là a trovarci. La mamma è così splendida, ti farebbe un mondo di bene, e Beth canterebbe per te se glielo chiedessi, e Amy ballerebbe; Meg ed io ti faremmo ridere con i nostri buffi oggetti di scena teatrali, e passeremmo dei momenti allegri. Tuo nonno non ti lascerebbe?»
«Credo di sì, se tua madre glielo chiedesse. È molto gentile, anche se non sembra; e mi lascia fare ciò che voglio, più o meno, solo che ha paura che io possa essere un disturbo per gli estranei», iniziò Laurie, illuminandosi sempre di più.
«Non siamo estranei, siamo vicini, e non devi pensare di essere un disturbo. Vogliamo conoscerti, e io ci provo da un sacco di tempo. Non siamo qui da molto, sai, ma abbiamo fatto conoscenza con tutti i nostri vicini tranne che con te.»
«Vedi, il nonno vive tra i suoi libri, e non si cura molto di quello che succede fuori. Il signor Brooke, il mio precettore, non sta qui, sai, e non ho nessuno con cui andare in giro, così resto a casa e tiro avanti come posso.»
«È un male. Dovresti fare uno sforzo, e andare a far visita ovunque tu sia invitato; allora avrai un sacco di amici, e posti piacevoli dove andare. Non preoccuparti di essere timido; non durerà a lungo se continui ad uscire.»
Laurie divenne di nuovo rosso, ma non si offese per essere stato accusato di timidezza; perché c'era così tanta benevolenza in Jo, che era impossibile non prendere le sue schiette osservazioni con la stessa gentilezza con cui erano intese.
«Ti piace la tua scuola?» chiese il ragazzo, cambiando argomento, dopo una piccola pausa, durante la quale fissò il fuoco, e Jo si guardò intorno, molto soddisfatta.
«Non vado a scuola; sono una donna d'affari... ragazza, intendo. Vado a servire la mia prozia, e lei è una cara, vecchia anima bisbetica, per giunta», rispose Jo.
Laurie aprì la bocca per fare un'altra domanda; ma ricordando appena in tempo che non era buona educazione fare troppe domande sugli affari degli altri, la richiuse, e sembrò a disagio. A Jo piacque la sua buona educazione, e non le dispiaceva ridere della zia March, così gli fece una vivace descrizione della vecchia signora agitata, il suo barboncino grasso, il pappagallo che parlava spagnolo, e la biblioteca dove lei si deliziava. Laurie ne fu immensamente divertito; e quando lei raccontò del compassato vecchio gentiluomo che venne una volta a corteggiare zia March, e, nel mezzo di un bel discorso, come Poll gli avesse strappato la parrucca con suo grande sgomento, il ragazzo si sdraiò all'indietro e rise finché le lacrime non gli rigarono le guance, e una cameriera fece capolino per vedere cosa stesse succedendo.
«Oh! questo mi fa un bene infinito. Racconta ancora, per favore», disse, togliendo il viso dal cuscino del divano, rosso e luminoso di allegria.
Molto esaltata dal suo successo, Jo "raccontò ancora", tutto sui loro giochi e piani, le loro speranze e paure per papà, e gli eventi più interessanti del piccolo mondo in cui vivevano le sorelle. Poi iniziarono a parlare di libri; e con gioia di Jo, scoprì che Laurie li amava quanto lei, e ne aveva letti anche più di lei.
«Se ti piacciono così tanto, vieni di sotto a vedere i nostri. Il nonno è fuori, quindi non devi avere paura», disse Laurie, alzandosi.
«Non ho paura di nulla», rispose Jo, con un cenno del capo.
«Non credo che tu ne abbia!» esclamò il ragazzo, guardandola con molta ammirazione, sebbene pensasse privatamente che avrebbe avuto buone ragioni per essere un tantino spaventata dal vecchio gentiluomo, se lo avesse incontrato in uno dei suoi umori.
L'atmosfera dell'intera casa essendo simile a quella estiva, Laurie fece strada da una stanza all'altra, lasciando che Jo si fermasse a esaminare tutto ciò che stuzzicava la sua fantasia; e così alla fine giunsero alla biblioteca, dove lei batté le mani, e saltellò, come faceva sempre quando era particolarmente deliziata. Era rivestita di libri, e c'erano quadri e statue, e distraenti piccoli armadietti pieni di monete e curiosità, e poltrone "sleepy-hollow", e tavoli strani, e bronzi; e, soprattutto, un grande caminetto aperto, con piastrelle pittoresche tutto intorno.
«Che ricchezza!» sospirò Jo, affondando nella profondità di una sedia di velluto, e guardandosi intorno con un'aria di intensa soddisfazione. «Theodore Laurence, dovresti essere il ragazzo più felice del mondo», aggiunse in modo impressionante.
«Un tizio non può vivere di libri», disse Laurie, scuotendo la testa, mentre si appollaiava su un tavolo di fronte.
Prima che potesse dire altro, suonò un campanello, e Jo volò su, esclamando con allarme: «Misericordia! è tuo nonno!»
«Beh, e allora? Non hai paura di nulla, sai», rispose il ragazzo, guardandola con aria cattiva.
«Credo di averne un po' paura, ma non so perché dovrei. Marmee ha detto che potevo venire, e non credo che tu stia peggio per questo», disse Jo, ricomponendosi, sebbene tenesse gli occhi fissi sulla porta.
«Sto molto meglio, e te ne sono immensamente grato. Temo solo che tu sia molto stanca a parlare con me; era così piacevole che non riuscivo a smettere», disse Laurie con gratitudine.
«Il dottore per vedervi, signore», e la domestica fece un cenno mentre parlava.
«Ti dispiacerebbe se ti lasciassi per un minuto? Suppongo di doverlo vedere», disse Laurie.
«Non preoccuparti per me. Qui sono felice come un grillo», rispose Jo.
Laurie se ne andò, e la sua ospite si divertì a modo suo. Era in piedi davanti a un bel ritratto del vecchio gentiluomo quando la porta si riaprì e, senza voltarsi, lei disse con decisione: «Ora sono sicura che non dovrei aver paura di lui, perché ha occhi gentili, anche se la bocca è severa e sembra avere una volontà tremenda. Non è bello come mio nonno, ma mi piace».
«Grazie, signorina», disse una voce burbera alle sue spalle; e lì, con suo grande sgomento, c'era il vecchio signor Laurence.
La povera Jo arrossì fino a non poter arrossire più di così, e il suo cuore cominciò a battere in modo fastidiosamente rapido mentre pensava a ciò che aveva detto. Per un minuto fu posseduta dal folle desiderio di scappare; ma sarebbe stato da codardi, e le ragazze l'avrebbero presa in giro: così decise di restare e di tirarsi fuori dai guai come meglio poteva. Un secondo sguardo le mostrò che gli occhi vivi, sotto le folte sopracciglia grigie, erano ancora più gentili di quelli dipinti; e c'era un luccichio malizioso in essi, che diminuì molto la sua paura. La voce burbera fu più ruvida che mai, quando il vecchio gentiluomo disse bruscamente, dopo quella terribile pausa: «Così non hai paura di me, eh?»
«Non molta, signore».
«E non mi trovi bello come tuo nonno?»
«Non proprio, signore».
«E ho una volontà tremenda, è vero?»
«Ho solo detto che lo pensavo».
«Ma ti piaccio, nonostante ciò?»
«Sì, mi piaccio, signore».
Quella risposta piacque al vecchio gentiluomo; fece una breve risata, le strinse la mano e, mettendole un dito sotto il mento, le voltò il viso, lo esaminò gravemente e lo lasciò andare, dicendo con un cenno: «Hai lo spirito di tuo nonno, anche se non hai il suo viso. Era un brav'uomo, cara mia; ma, cosa ancora meglio, era coraggioso e onesto, e io ero orgoglioso di essere suo amico».
«Grazie, signore»; e Jo fu del tutto a suo agio dopo questo, perché le si addiceva perfettamente.
«Che cosa hai fatto a questo mio ragazzo, eh?» fu la domanda successiva, posta bruscamente.
«Solo cercando di essere amichevole, signore»; e Jo raccontò come era nata la sua visita.
«Pensi che abbia bisogno di essere un po' tirato su di morale, vero?»
«Sì, signore; sembra un po' solo, e la compagnia di giovani gli farebbe bene, forse. Siamo solo ragazze, ma saremmo felici di aiutare se potessimo, perché non dimentichiamo lo splendido regalo di Natale che ci ha mandato», disse Jo con entusiasmo.
«Tsk, tsk, tsk! Quella era faccenda del ragazzo. Come sta la povera donna?»
«Sta bene, signore»; e Jo partì, parlando molto velocemente, mentre raccontava tutto degli Hummel, per i quali sua madre aveva interessato amici più ricchi di loro.
«Proprio il modo di far del bene di suo padre. Verrò a trovare tua madre un bel giorno. Dille così. Ecco il campanello del tè; lo prendiamo presto, per via del ragazzo. Scendi e continua a essere amichevole».
«Se le fa piacere che io venga, signore».
«Non te lo chiederei, se non fosse così»; e il signor Laurence le offrì il braccio con cortesia all'antica.
«Cosa direbbe Meg di questo?» pensò Jo, mentre veniva portata via, mentre i suoi occhi danzavano per il divertimento immaginando di raccontare la storia a casa.
«Ehi! Ma cosa diavolo è successo al ragazzo?» disse il vecchio gentiluomo, mentre Laurie correva giù per le scale e si fermava con un sobbalzo di sorpresa alla vista sbalorditiva di Jo a braccetto con il suo formidabile nonno.
«Non sapevo che fosse venuto, signore», esordì lui, mentre Jo gli lanciava un piccolo sguardo trionfante.
«È evidente, dal modo in cui ti sei precipitato giù per le scale. Vieni a prendere il tè, ragazzo mio, e comportati da gentiluomo»; e dopo aver tirato i capelli al ragazzo come una sorta di carezza, il signor Laurence proseguì, mentre Laurie faceva una serie di evoluzioni comiche alle loro spalle, che produssero quasi un'esplosione di risate da parte di Jo.
Il vecchio gentiluomo non disse molto mentre beveva le sue quattro tazze di tè, ma osservava i giovani, che presto chiacchieravano come vecchi amici, e il cambiamento nel nipote non gli sfuggì. Ora c'erano colore, luce e vita nel volto del ragazzo, vivacità nei suoi modi e autentica allegria nella sua risata.
«Ha ragione; il ragazzo è solo. Vedrò cosa possono fare per lui queste ragazzine», pensò il signor Laurence, mentre guardava e ascoltava. Gli piaceva Jo, perché i suoi modi strani e schietti gli andavano a genio; e sembrava capire il ragazzo quasi come se ne fosse stata una lei stessa.
Se i Laurence fossero stati quelli che Jo chiamava "impostati e noiosi", lei non avrebbe legato affatto, perché persone del genere la rendevano sempre timida e impacciata; ma trovandoli liberi e alla mano, lo fu anche lei e fece una buona impressione. Quando si alzarono, lei propose di andare, ma Laurie disse di avere altro da mostrarle e la portò nel giardino d'inverno, che era stato illuminato per lei. Sembrava tutto fiabesco a Jo, mentre percorreva i vialetti, godendosi le pareti fiorite su entrambi i lati, la luce soffusa, l'aria umida e dolce, e le meravigliose viti e gli alberi che pendevano sopra di lei, mentre il suo nuovo amico coglieva i fiori più belli finché le sue mani non furono piene; poi li legò insieme, dicendo, con lo sguardo felice che a Jo piaceva vedere: «Per favore, dai questi alla tua madre e dille che la medicina che mi ha mandato mi piace molto».
Trovarono il signor Laurence in piedi davanti al camino nel grande salotto, ma l'attenzione di Jo era interamente assorbita da un pianoforte a coda, che era aperto.
«Suoni?» chiese lei, voltandosi verso Laurie con un'espressione rispettosa.
«A volte», rispose lui modestamente.
«Ti prego, fallo ora. Voglio sentirlo, così posso raccontarlo a Beth».
«Non vuoi farlo tu prima?»
«Non so come; sono troppo stupida per imparare, ma amo immensamente la musica».
Così Laurie suonò e Jo ascoltò, con il naso lussuosamente sepolto nell'eliotropio e nelle rose tè. Il suo rispetto e la sua stima per il "ragazzo Laurence" aumentarono molto, perché suonava straordinariamente bene e non se la tirava affatto. Avrebbe voluto che Beth potesse sentirlo, ma non lo disse; si limitò a lodarlo finché lui non fu del tutto imbarazzato e suo nonno venne in soccorso. «Basta, basta, signorina. Troppi complimenti non gli fanno bene. La sua musica non è male, ma spero che faccia altrettanto bene in cose più importanti. Te ne vai? Bene, ti sono molto obbligato e spero che tornerai. I miei rispetti a tua madre. Buonanotte, Dottoressa Jo».
Le strinse la mano gentilmente, ma sembrava che qualcosa non gli piacesse. Quando arrivarono nell'atrio, Jo chiese a Laurie se avesse detto qualcosa di sbagliato. Lui scosse la testa.
«No, ero io; non gli piace sentirmi suonare».
«Perché no?»
«Te lo dirò un giorno. John ti accompagnerà a casa, visto che io non posso».
«Non ce n'è bisogno; non sono una damigella e sono solo due passi. Prenditi cura di te, va bene?»
«Sì; ma tornerai, spero?»
«Se prometti di venire a trovarci dopo che sarai guarito».
«Lo farò».
«Buonanotte, Laurie!»
«Buonanotte, Jo, buonanotte!»
Quando tutte le avventure del pomeriggio furono raccontate, la famiglia si sentì incline ad andare a fare visita in gruppo, poiché ognuna aveva trovato qualcosa di molto attraente nella grande casa dall'altra parte della siepe. La signora March voleva parlare del padre con il vecchio che non lo aveva dimenticato; Meg desiderava passeggiare nel giardino d'inverno; Beth sospirava per il pianoforte a coda; e Amy era impaziente di vedere i bei quadri e le statue.
«Madre, perché al signor Laurence non piaceva che Laurie suonasse?» chiese Jo, che aveva un animo curioso.
«Non ne sono sicura, ma penso sia perché suo figlio, il padre di Laurie, sposò una signora italiana, una musicista, il che dispiacque al vecchio, che è molto orgoglioso. La signora era buona, amabile e colta, ma a lui non piaceva e non vide mai più suo figlio dopo il matrimonio. Entrambi morirono quando Laurie era un bambino piccolo, e allora suo nonno lo portò a casa. Immagino che il ragazzo, che è nato in Italia, non sia molto robusto, e il vecchio ha paura di perderlo, il che lo rende così protettivo. Laurie ha ereditato naturalmente il suo amore per la musica, perché è come sua madre, e oso dire che suo nonno teme che possa voler fare il musicista; ad ogni modo, la sua abilità gli ricorda la donna che non gli piaceva, e così "ha accigliato", come ha detto Jo».
«Dio mio, che romantico!» esclamò Meg.
«Che sciocchezza!» disse Jo. «Lasciatelo essere un musicista, se vuole, e non gli rovini la vita mandandolo al college, quando odia andarci».
«Ecco perché ha quegli splendidi occhi neri e quei modi gentili, suppongo. Gli italiani sono sempre carini», disse Meg, che era un po' sentimentale.
«Cosa ne sai dei suoi occhi e dei suoi modi? Quasi non gli hai mai parlato», gridò Jo, che non era sentimentale.
«L'ho visto alla festa, e quello che racconti dimostra che sa come comportarsi. È stato un bel discorsetto quello sulla medicina che gli ha mandato la madre».
«Intendeva il biancomangiare, suppongo».
«Quanto sei stupida, bambina! Intendeva te, naturalmente».
«Davvero?» e Jo spalancò gli occhi come se non le fosse mai passato per la mente prima d'ora.
«Non ho mai visto una ragazza così! Non sai riconoscere un complimento quando ne ricevi uno», disse Meg, con l'aria di una signorina che sapeva tutto in materia.
«Penso che siano una grande sciocchezza, e ti prego di non essere sciocca e di non rovinarmi il divertimento. Laurie è un bravo ragazzo, mi piace e non voglio storie sentimentali su complimenti e simili sciocchezze. Saremo tutti gentili con lui, perché non ha una madre, e può venire a trovarci, vero Marmee?»
«Sì, Jo, il tuo piccolo amico è molto benvenuto, e spero che Meg ricordi che i bambini dovrebbero restare bambini il più a lungo possibile».
«Io non mi definisco una bambina, e non sono ancora nell'adolescenza», osservò Amy. «Tu che dici, Beth?»
«Stavo pensando al nostro "Il pellegrinaggio del cristiano"», rispose Beth, che non aveva sentito una parola. «Come siamo uscite dalla palude e abbiamo superato la Stretta Porta risolvendo di essere buone, e su per la ripida collina provandoci; e che forse la casa laggiù, piena di cose splendide, sarà il nostro Palazzo Bello».
«Dobbiamo superare prima i leoni», disse Jo, come se le piacesse la prospettiva.
VI.
BETH TROVA IL PALAZZO BELLO.
La grande casa si rivelò davvero un Palazzo Bello, anche se ci volle un po' di tempo perché tutte riuscissero a entrare, e Beth trovò molto difficile superare i leoni. Il vecchio signor Laurence era quello più grande; ma dopo che ebbe fatto visita, detto qualcosa di divertente o gentile a ciascuna delle ragazze e parlato dei vecchi tempi con la loro madre, nessuno ebbe più molta paura di lui, eccetto la timida Beth. L'altro leone era il fatto che loro erano povere e Laurie ricco; poiché ciò le rendeva timide nell'accettare favori che non potevano ricambiare. Ma, dopo un po', scoprirono che lui considerava loro le benefattrici, e non riusciva a fare abbastanza per mostrare quanto fosse grato per l'accoglienza materna della signora March, la loro allegra compagnia e il conforto che provava in quell'umile casa. Così presto dimenticarono il loro orgoglio e si scambiarono gentilezze senza fermarsi a pensare quale fosse il gesto più grande.
Ogni sorta di cose piacevoli accaddero in quel periodo; perché la nuova amicizia fioriva come l'erba in primavera. A tutti piaceva Laurie, e lui informò privatamente il suo tutore che "le March erano ragazze davvero splendide". Con il delizioso entusiasmo della giovinezza, presero il ragazzo solitario in mezzo a loro e lo coccolarono, e lui trovò qualcosa di molto affascinante nell'innocente compagnia di queste ragazze dal cuore semplice. Non avendo mai conosciuto una madre o delle sorelle, fu rapido nel sentire le influenze che portavano intorno a sé; e i loro modi indaffarati e vivaci lo fecero vergognare della vita oziosa che conduceva. Era stanco dei libri e trovava le persone così interessanti ora che il signor Brooke era costretto a fare rapporti molto insoddisfacenti; perché Laurie faceva sempre il bighellone e correva dalle March.
«Non importa; lascialo fare una vacanza e recuperare dopo», disse il vecchio gentiluomo. «La brava signora della porta accanto dice che studia troppo e ha bisogno di compagnia giovane, svago ed esercizio. Sospetto che abbia ragione e che io lo abbia viziato come se fossi stata sua nonna. Lasciatelo fare ciò che vuole, finché è felice. Non può mettersi nei guai in quel piccolo convento laggiù; e la signora March sta facendo per lui più di quanto possiamo fare noi».
Che bei momenti passavano, davvero! Tali recite e tableau, tali gite in slitta e pattinate, serate così piacevoli nel vecchio salotto e, di tanto in tanto, piccole feste allegre nella grande casa. Meg poteva passeggiare nel giardino d'inverno ogni volta che voleva e dilettarsi tra i bouquet; Jo curiosava avidamente nella nuova biblioteca e faceva sbellicare il vecchio gentiluomo con le sue critiche; Amy copiava quadri e si godeva la bellezza a suo piacimento; e Laurie recitava la parte del "signore del maniero" nel modo più delizioso.
Ma Beth, sebbene desiderasse ardentemente il pianoforte a coda, non riusciva a trovare il coraggio di andare alla "Dimora della Felicità", come la chiamava Meg. Ci andò una volta con Jo; ma il vecchio gentiluomo, non essendo a conoscenza della sua infermità, la fissò così intensamente da sotto le sue folte sopracciglia e disse "Ehi!" così forte, che la spaventò a tal punto che i suoi "piedi batterono sul pavimento", disse a sua madre; e scappò via, dichiarando che non ci sarebbe mai più andata, nemmeno per il caro pianoforte. Nessuna persuasione o allettamento riuscì a vincere la sua paura, finché, giunta la notizia all'orecchio del signor Laurence in qualche modo misterioso, egli si mise a rimediare. Durante una delle brevi visite che fece, portò astutamente la conversazione sulla musica, e parlò di grandi cantanti che aveva visto, di raffinati organi che aveva ascoltato, e raccontò aneddoti così affascinanti che Beth trovò impossibile restare nel suo angolo lontano, ma si avvicinò sempre di più, come ipnotizzata. Dietro la sua sedia si fermò e rimase ad ascoltare, con i grandi occhi spalancati e le guance arrossate dall'eccitazione di quella insolita esibizione. Non facendole più caso che se fosse stata una mosca, il signor Laurence continuò a parlare delle lezioni e degli insegnanti di Laurie; e poco dopo, come se l'idea gli fosse appena venuta in mente, disse alla signora March:
«Il ragazzo trascura la musica ora, e ne sono felice, perché stava diventando troppo appassionato. Ma il pianoforte ne soffre per la mancanza di utilizzo. Non vorrebbe qualcuna delle sue ragazze venire a fare pratica di tanto in tanto, giusto per mantenerlo accordato, sa, signora?»
Beth fece un passo avanti e strinse le mani con forza per evitare di batterle, perché questa era una tentazione irresistibile; e il pensiero di fare pratica su quello splendido strumento le tolse il fiato. Prima che la signora March potesse rispondere, il signor Laurence continuò con un piccolo cenno strano e un sorriso:
«Non devono vedere o parlare con nessuno, ma venire in qualsiasi momento; perché io sono rinchiuso nel mio studio all'altra estremità della casa, Laurie è fuori molto spesso e i domestici non sono mai vicino al salotto dopo le nove».
Qui si alzò, come per andarsene, e Beth decise di parlare, perché quell'ultima disposizione non lasciava nulla a desiderare. «Per favore, dica alle giovani signorine quello che dico; e se non hanno voglia di venire, beh, non importa». Qui una piccola mano scivolò nella sua, e Beth guardò verso di lui con un viso pieno di gratitudine, dicendo, nel suo modo sincero ma timido:
«Oh signore, hanno voglia, molto, molto!»
«Sei tu la ragazza appassionata di musica?» chiese lui, senza alcun sorprendente "Ehi!" mentre la guardava molto gentilmente.
«Sono Beth. La amo immensamente e verrò, se è proprio sicuro che nessuno mi sentirà... e ne sarà disturbato», aggiunse, temendo di essere scortese e tremando per la propria audacia mentre parlava.
«Nemmeno un'anima, cara mia. La casa è vuota per metà giornata; quindi vieni e suona quanto vuoi, e io te ne sarò obbligato».
«Quanto è gentile, signore!»
Beth arrossì come una rosa sotto lo sguardo amichevole che lui le rivolse; ma non era più spaventata e diede alla grande mano una stretta riconoscente, perché non aveva parole per ringraziarlo del dono prezioso che le aveva fatto. Il vecchio gentiluomo le accarezzò dolcemente i capelli sulla fronte e, chinandosi, la baciò dicendo, con un tono che poche persone avevano mai sentito:
«Avevo una bambina una volta, con occhi come questi. Dio ti benedica, cara mia! Buona giornata, signora»; e se ne andò, di gran fretta.
Beth ebbe un momento di estasi con sua madre, e poi corse a dare la notizia gloriosa alla sua famiglia di invalidi, visto che le ragazze non erano a casa. Come cantava allegramente quella sera, e come tutte risero di lei, perché svegliò Amy nella notte suonando il pianoforte sul suo viso nel sonno. Il giorno dopo, avendo visto sia il vecchio che il giovane signore fuori di casa, Beth, dopo due o tre ritirate, riuscì finalmente a entrare dalla porta laterale e si fece strada, silenziosa come un topo, verso il salotto, dove si trovava il suo idolo. Proprio per caso, naturalmente, un po' di musica graziosa e facile si trovava sul pianoforte; e, con dita tremanti e frequenti soste per ascoltare e guardarsi intorno, Beth alla fine toccò il grande strumento e dimenticò immediatamente la sua paura, se stessa e tutto il resto, tranne l'indicibile gioia che la musica le dava, perché era come la voce di un amico amato.
Restò finché Hannah non venne a prenderla per portarla a casa a cena; ma non aveva appetito e riusciva solo a sedersi e sorridere a tutti in uno stato generale di beatitudine.
Dopo di allora, il cappuccetto marrone scivolava attraverso la siepe quasi ogni giorno, e il grande salotto era infestato da uno spirito melodioso che andava e veniva senza essere visto. Non seppe mai che il signor Laurence apriva spesso la porta del suo studio per ascoltare le arie all'antica che amava; non vide mai Laurie fare la guardia nell'atrio per avvertire i domestici di stare lontani; non sospettò mai che i libri di esercizi e le nuove canzoni che trovava sul leggio fossero messi lì per suo speciale beneficio; e quando lui le parlava di musica a casa, lei pensava solo a quanto fosse gentile a raccontare cose che la aiutavano così tanto. Così si divertì di cuore e scoprì, cosa che non sempre accade, che il suo desiderio esaudito era tutto ciò che aveva sperato. Forse perché era così riconoscente per questa benedizione che gliene fu data una più grande; ad ogni modo, le meritava entrambe.
«Madre, ho intenzione di lavorare un paio di pantofole per il signor Laurence. È così gentile con me, devo ringraziarlo, e non conosco altro modo. Posso farlo?» chiese Beth, poche settimane dopo quella fatidica visita di lui.
«Sì, cara. Gli farà molto piacere e sarà un bel modo per ringraziarlo. Le ragazze ti aiuteranno e io pagherò per il confezionamento», rispose la signora March, che provava un piacere particolare nell'esaudire le richieste di Beth, perché lei chiedeva così raramente qualcosa per sé.
Dopo molte serie discussioni con Meg e Jo, fu scelto il modello, comprati i materiali e iniziate le pantofole. Un gruppo di viole del pensiero, gravi ma allegre, su un fondo viola più intenso, fu giudicato molto appropriato e grazioso; e Beth lavorò sodo, presto e tardi, con qualche occasionale aiuto nelle parti difficili. Era una piccola sarta agile e furono finite prima che qualcuno si stancasse di loro. Poi scrisse un biglietto molto breve e semplice e, con l'aiuto di Laurie, riuscì a farlo introdurre di nascosto sul tavolo dello studio una mattina, prima che il vecchio signore si alzasse.
Quando questa agitazione fu passata, Beth attese di vedere cosa sarebbe successo. Passò tutto quel giorno, e parte del successivo, prima che arrivasse alcun ringraziamento, e lei cominciava a temere di aver offeso il suo stravagante amico. Nel pomeriggio del secondo giorno, uscì per sbrigare una commissione e far fare alla povera Joanna, la bambola invalida, il suo esercizio quotidiano. Mentre risaliva la strada, al ritorno, vide tre, sì, quattro teste spuntare dentro e fuori dalle finestre del salotto, e nel momento in cui la videro, diverse mani furono agitate e diverse voci gioiose gridarono:
«Ecco una lettera dal vecchio signore! Vieni presto a leggerla!»
«Oh Beth, ti ha mandato...» iniziò Amy, gesticolando con sgarbata energia; ma non andò oltre, perché Jo la zittì sbattendo la finestra.
Beth si affrettò in preda alla suspense. Alla porta, le sue sorelle la afferrarono e la trascinarono nel salotto in una processione trionfale, tutte indicando e dicendo contemporaneamente: «Guarda lì! guarda lì!» Beth guardò e impallidì per la gioia e la sorpresa; poiché lì c'era un piccolo pianoforte a mobile, con una lettera adagiata sul coperchio lucido, indirizzata, come un cartello, a "Miss Elizabeth March".
«Per me?» boccheggiò Beth, aggrappandosi a Jo e sentendo come se dovesse cadere, era una cosa così travolgente nel complesso.
«Sì; tutto per te, mia cara! Non è magnifico da parte sua? Non pensi che sia il vecchio più caro del mondo? Ecco la chiave nella lettera. Non l'abbiamo aperta, ma moriamo dalla voglia di sapere cosa dice», esclamò Jo, abbracciando la sorella e offrendole il biglietto.
«Leggila tu! Non posso, mi sento così strana! Oh, è troppo adorabile!» e Beth nascose il viso nel grembiule di Jo, del tutto sconvolta dal suo regalo.
Jo aprì il foglio e cominciò a ridere, perché le prime parole che vide furono:
«MISS MARCH:
«Gentile Signora...»
«Come suona bene! Vorrei che qualcuno scrivesse così a me!» disse Amy, che trovava l'indirizzo all'antica molto elegante.
«"Ho avuto molte paia di pantofole nella mia vita, ma non ne ho mai avute di così adatte a me come le tue"», continuò Jo. «"La viola del pensiero è il mio fiore preferito e queste mi ricorderanno sempre la gentile donatrice. Mi piace pagare i miei debiti; quindi so che permetterai al 'vecchio signore' di mandarti qualcosa che una volta apparteneva alla nipotina che ho perso. Con sentiti ringraziamenti e i migliori auguri, rimango,
«"Il tuo grato amico e umile servitore,
«"JAMES LAURENCE."»
«Ecco, Beth, quello è un onore di cui essere orgogliose, ne sono certa! Laurie mi ha raccontato quanto il signor Laurence fosse affezionato alla bambina morta e come custodisse con cura tutte le sue piccole cose. Pensa, ti ha dato il suo pianoforte. Questo succede ad avere grandi occhi azzurri e ad amare la musica», disse Jo, cercando di calmare Beth, che tremava e sembrava più agitata di quanto non fosse mai stata prima.
«Guarda gli ingegnosi leggii per le candele, e la bella seta verde, arricciata, con una rosa d'oro nel mezzo, e il grazioso scaffale e lo sgabello, tutto completo», aggiunse Meg, aprendo lo strumento e mostrandone le bellezze.
«"Il tuo umile servitore, James Laurence"; pensa che l'abbia scritto proprio a te. Lo dirò alle ragazze. Penseranno che sia magnifico», disse Amy, molto colpita dal biglietto.
«Provalo, tesoro. Facci sentire il suono del pianofortino», disse Hannah, che prendeva sempre parte alle gioie e ai dolori della famiglia.
Così Beth lo provò; e tutti lo proclamarono il pianoforte più straordinario mai sentito. Era stato evidentemente appena accordato e messo in ordine perfetto; ma, per quanto fosse perfetto, credo che il vero fascino risiedesse nel più felice di tutti i volti felici che vi si chinavano sopra, mentre Beth toccava amorevolmente i bei tasti bianchi e neri e premeva i pedali luminosi.
«Dovrai andare a ringraziarlo», disse Jo, per scherzo; poiché l'idea che la bambina ci andasse davvero non le passò mai per la testa.
«Sì, ho intenzione di farlo. Credo che andrò ora, prima di spaventarmi al pensiero», e, con estremo stupore della famiglia riunita, Beth camminò deliberatamente lungo il giardino, attraverso la siepe e dentro la porta dei Laurence.
«Beh, possa io morire se non è la cosa più strana che abbia mai visto! Il pianofortino le ha dato alla testa! Non ci sarebbe mai andata se fosse stata in sé», gridò Hannah, fissandola mentre si allontanava, mentre le ragazze erano rese del tutto senza parole dal miracolo.
Sarebbero state ancora più stupite se avessero visto cosa fece Beth dopo. Se volete credermi, andò a bussare alla porta dello studio prima di darsi il tempo di pensare; e quando una voce burbera gridò: «Avanti!», lei entrò davvero, proprio dal signor Laurence, che apparve del tutto colto di sorpresa, e gli tese la mano, dicendo, con solo un leggero tremito nella voce: «Sono venuta a ringraziarla, signore, per...» Ma non finì; perché lui sembrava così amichevole che lei dimenticò il suo discorso e, ricordando solo che aveva perso la bambina che amava, gli mise entrambe le braccia al collo e lo baciò.
Se il tetto della casa fosse improvvisamente volato via, il vecchio signore non ne sarebbe stato più stupito; ma gli piacque... oh, cielo, sì, gli piacque straordinariamente! E fu così toccato e compiaciuto da quel piccolo bacio confidenziale che tutta la sua scorbuticità svanì; e la mise semplicemente sulle sue ginocchia e appoggiò la sua guancia rugosa contro quella rosea di lei, sentendosi come se avesse riavuto la sua nipotina. Beth smise di temerlo da quel momento e sedette lì a parlare con lui così comodamente come se lo avesse conosciuto da tutta la vita; perché l'amore scaccia la paura e la gratitudine può vincere l'orgoglio. Quando tornò a casa, lui l'accompagnò fino al suo cancello, le strinse la mano cordialmente e si toccò il cappello mentre marciava indietro, dall'aspetto molto maestoso e composto, come un bell'anziano signore dall'aria soldatesca, quale era.
Quando le ragazze videro quella scena, Jo cominciò a ballare una giga, per esprimere la sua soddisfazione; Amy cadde quasi dalla finestra per la sorpresa; e Meg esclamò, con le mani alzate: «Beh, credo davvero che il mondo stia per finire!»
VII.
LA VALLE DELL'UMILIAZIONE DI AMY.
«Quel ragazzo è un perfetto Ciclope, non è vero?» disse Amy, un giorno, mentre Laurie passava al galoppo a cavallo, con un colpo di frusta mentre passava oltre.
«Come osi dire una cosa simile, quando ha entrambi gli occhi? E sono anche molto belli», gridò Jo, che si risentiva di qualsiasi commento sprezzante sul suo amico.
«Non ho detto nulla sui suoi occhi, e non vedo perché tu debba infervorarti quando ammiro il suo modo di cavalcare.»
«Oh, cielo! quell'oca di una bambina intende un centauro, e l'ha chiamato Ciclope», esclamò Jo, con una risata scoppiante.
«Non c'è bisogno di essere così maleducata; è solo un "lapsus linguae", come dice il signor Davis», ribatté Amy, stroncando Jo con il suo latino. «Vorrei solo avere un po' dei soldi che Laurie spende per quel cavallo», aggiunse, come tra sé e sé, sperando però che le sorelle sentissero.
«Perché?» chiese Meg gentilmente, poiché Jo era scoppiata in un'altra risata per la seconda gaffe di Amy.
«Ne ho così tanto bisogno; sono terribilmente indebitata, e non sarà il mio turno di avere i soldi per gli stracci prima di un mese.»
«Indebitata, Amy? Che intendi?» e Meg apparve seria.
«Beh, devo almeno una dozzina di lime sottaceto, e non posso pagarli, sai, finché non avrò soldi, perché Marmee mi ha proibito di farmi mettere qualcosa in conto al negozio.»
«Raccontami tutto. I lime sono di moda adesso? Di solito era pungere pezzetti di gomma per farne palle»; e Meg cercò di mantenere la compostezza, Amy sembrava così seria e importante.
«Beh, vedi, le ragazze li comprano sempre, e a meno che tu non voglia essere considerata avara, devi farlo anche tu. Non c'è altro che lime adesso, perché tutti li succhiano nei banchi a scuola, e li scambiano per matite, anelli di perline, bambole di carta o altro, durante la ricreazione. Se a una ragazza ne piace un'altra, le regala un lime; se è arrabbiata con lei, ne mangia uno davanti alla sua faccia e non ne offre nemmeno un morso. Offrono a turno; e ne ho avuti tantissimi, ma non ho ricambiato; e dovrei, perché sono debiti d'onore, sai.»
«Quanto ti ci vorrà per pagarli e ripristinare il tuo credito?» chiese Meg, tirando fuori il portafoglio.
«Un quarto di dollaro basterebbe e avanzerebbe, e resterebbero alcuni centesimi per un regalino per te. Non ti piacciono i lime?»
«Non molto; puoi avere la mia parte. Ecco i soldi. Falli durare il più possibile, perché non sono molti, sai.»
«Oh, grazie! Deve essere così bello avere soldi in tasca! Farò un grande banchetto, perché non assaggio un lime da questa settimana. Mi sentivo in imbarazzo a prenderne, dato che non potevo ricambiare, e ne sto soffrendo davvero per la voglia.»
Il giorno dopo Amy arrivò piuttosto tardi a scuola; ma non poté resistere alla tentazione di mostrare, con perdonabile orgoglio, un pacchetto di carta marrone umido, prima di riporlo nei recessi più profondi del suo banco. Nei pochi minuti successivi la voce che Amy March avesse ventiquattro deliziosi lime (ne mangiò uno per strada) e che avrebbe offerto a tutti, circolò nel suo "gruppo", e le attenzioni delle sue amiche divennero del tutto travolgenti. Katy Brown la invitò subito alla sua prossima festa; Mary Kingsley insistette per prestarle il suo orologio fino alla ricreazione; e Jenny Snow, una giovane signora satirica, che aveva vilmente schernito Amy per la sua mancanza di lime, seppellì prontamente l'ascia di guerra e si offrì di fornire le risposte a certi calcoli spaventosi. Ma Amy non aveva dimenticato le osservazioni pungenti della signorina Snow su "certe persone il cui naso non era troppo piatto per annusare i lime degli altri, e persone snob che non erano troppo orgogliose per chiederli"; e stroncò all'istante le speranze di "quella ragazza Snow" con il fulminante telegramma: «Non c'è bisogno di essere così gentili all'improvviso, perché non ne avrai nessuno.»
Un personaggio illustre capitò a visitare la scuola quella mattina, e le mappe splendidamente disegnate da Amy ricevettero elogi, onore che per la sua nemica bruciò nell'anima della signorina Snow e fece assumere alla signorina March l'aria di un giovane pavone studioso. Ma, ahimè, ahimè! l'orgoglio precede la caduta, e la vendicativa Snow ribaltò la situazione con successo disastroso. Non appena l'ospite ebbe fatto i soliti stantii complimenti e si fu congedato con un inchino, Jenny, col pretesto di fare una domanda importante, informò il signor Davis, l'insegnante, che Amy March aveva lime sottaceto nel banco.
Ora, il signor Davis aveva dichiarato i lime un articolo di contrabbando e aveva solennemente giurato di dare pubblicamente la bacchettata alla prima persona che fosse stata sorpresa a infrangere la legge. Quest'uomo dalla pazienza infinita era riuscito a bandire le gomme da masticare dopo una lunga e tempestosa guerra, aveva fatto un falò di romanzi e giornali confiscati, aveva soppresso un ufficio postale privato, aveva proibito smorfie del viso, soprannomi e caricature, e fatto tutto ciò che un uomo poteva fare per mantenere in ordine cinquanta ragazze ribelli. I ragazzi mettono abbastanza a dura prova la pazienza umana, il cielo lo sa! ma le ragazze lo fanno infinitamente di più, specialmente con gentiluomini nervosi, dal temperamento tirannico e senza più talento per l'insegnamento del dottor Blimber. Il signor Davis conosceva qualsiasi quantità di greco, latino, algebra e "ologie" di ogni sorta, quindi era considerato un ottimo insegnante; e modi, morale, sentimenti ed esempi non erano considerati di alcuna particolare importanza. Fu un momento molto sfortunato per denunciare Amy, e Jenny lo sapeva. Il signor Davis aveva evidentemente bevuto il caffè troppo forte quella mattina; c'era un vento da est, che influenzava sempre la sua nevralgia; e le sue allieve non gli avevano dato il credito che sentiva di meritare: perciò, per usare il linguaggio espressivo, se non elegante, di una scolara, "era nervoso come una strega e irascibile come un orso". La parola "lime" fu come fuoco sulla polvere; la sua faccia gialla arrossì e picchiettò sul banco con un'energia che fece saltare Jenny al suo posto con insolita rapidità.
«Signorine, attenzione, per favore!»
Al severo ordine il brusio cessò e cinquanta paia di occhi blu, neri, grigi e marroni furono ubbidientemente fissati sul suo volto terribile.
«Signorina March, venga alla cattedra.»
Amy si alzò per ubbidire con esteriore compostezza, ma una paura segreta la opprimeva, perché i lime pesavano sulla sua coscienza.
«Porti con sé i lime che ha nel banco», fu l'inaspettato comando che la fermò prima che uscisse dal posto.
«Non prenderli tutti», sussurrò la sua vicina, una giovane signora di grande presenza di spirito.
Amy ne scosse frettolosamente fuori una mezza dozzina e depose il resto davanti al signor Davis, sentendo che qualsiasi uomo dotato di un cuore umano si sarebbe intenerito quando quel profumo delizioso avesse raggiunto il suo naso. Sfortunatamente, il signor Davis detestava particolarmente l'odore del sottaceto alla moda, e il disgusto si aggiunse alla sua ira.
«È tutto?»
«Non proprio», balbettò Amy.
«Porti il resto immediatamente.»
Con uno sguardo disperato verso il suo gruppo, ubbidì.
«Sei sicura che non ce ne siano altri?»
«Non mento mai, signore.»
«Vedo. Ora prenda queste cose disgustose, due a due, e le butti fuori dalla finestra.»
Ci fu un sospiro simultaneo, che creò un bel venticello, mentre l'ultima speranza svaniva e il banchetto veniva strappato alle loro labbra bramose. Scarlatta per la vergogna e la rabbia, Amy andò avanti e indietro sei volte terribili; e mentre ogni coppia condannata – che sembrava, oh! così soda e succosa – cadeva dalle sue mani riluttanti, un grido dalla strada completò l'angoscia delle ragazze, poiché diceva loro che il loro banchetto veniva celebrato dai ragazzini irlandesi, che erano i loro nemici giurati. Questo... questo era troppo; tutte lanciarono sguardi indignati o imploranti all'inesorabile Davis, e un'appassionata amante dei lime scoppiò in lacrime.
Mentre Amy tornava dal suo ultimo viaggio, il signor Davis emise un portentoso «Ehm!» e disse, nel suo modo più impressionante:
«Signorine, ricordate ciò che vi ho detto una settimana fa. Mi dispiace che sia successo, ma non permetto mai che le mie regole vengano infrante e non vengo mai meno alla mia parola. Signorina March, porga la mano.»
Amy trasalì e portò entrambe le mani dietro la schiena, rivolgendo a lui uno sguardo implorante che perorava per lei meglio delle parole che non riusciva a pronunciare. Era piuttosto una prediletta del "vecchio Davis", come, naturalmente, veniva chiamato, ed è mia privata convinzione che avrebbe infranto la sua parola se l'indignazione di una giovane signora irrefrenabile non avesse trovato sfogo in un sibilo. Quel sibilo, per quanto debole, irritò l'irascibile gentiluomo e sigillò il destino della colpevole.
«La mano, signorina March!» fu l'unica risposta che il suo muto appello ricevette; e, troppo orgogliosa per piangere o supplicare, Amy strinse i denti, gettò la testa all'indietro con sfida e sopportò senza battere ciglio diversi colpi formicolanti sul suo palmo. Non erano né molti né pesanti, ma per lei non faceva differenza. Per la prima volta nella sua vita era stata colpita; e la vergogna, ai suoi occhi, era profonda come se l'avesse buttata a terra.
«Ora starà sulla pedana fino alla ricreazione», disse il signor Davis, deciso a fare le cose per bene, visto che aveva iniziato.
Fu terribile. Sarebbe stato abbastanza brutto tornare al suo posto e vedere i volti pietosi delle sue amiche, o quelli soddisfatti dei suoi pochi nemici; ma affrontare l'intera scuola, con quella vergogna fresca su di sé, sembrava impossibile, e per un secondo sentì come se potesse solo cadere dove si trovava e spezzarsi il cuore piangendo. Un amaro senso di ingiustizia e il pensiero di Jenny Snow la aiutarono a sopportarlo; e, prendendo quel posto ignominioso, fissò gli occhi sul tubo della stufa sopra quello che ora sembrava un mare di volti, e rimase lì, così immobile e pallida che le ragazze trovarono molto difficile studiare, con quella figura patetica davanti a loro.
Durante i quindici minuti che seguirono, la orgogliosa e sensibile bambina soffrì una vergogna e un dolore che non dimenticò mai. Ad altri poteva sembrare un affare ridicolo o banale, ma per lei fu una dura esperienza; poiché durante i dodici anni della sua vita era stata guidata solo dall'amore e un colpo di quel genere non l'aveva mai toccata prima. Il bruciore della mano e il dolore del cuore furono dimenticati nel pungiglione del pensiero:
«Dovrò dirlo a casa, e rimarranno così delusi da me!»
I quindici minuti sembrarono un'ora; ma alla fine giunsero al termine e la parola "Ricreazione!" non le era mai sembrata così gradita prima di allora.
«Può andare, signorina March», disse il signor Davis, apparendo, come si sentiva, a disagio.
Non dimenticò presto lo sguardo di rimprovero che Amy gli rivolse mentre se ne andava, senza una parola per nessuno, direttamente nell'antibagno, afferrò le sue cose e lasciò il posto "per sempre", come dichiarò appassionatamente a se stessa. Era in uno stato triste quando arrivò a casa; e quando le ragazze più grandi arrivarono, qualche tempo dopo, si tenne subito una riunione di indignazione. La signora March non disse molto, ma apparve turbata e confortò la sua afflitta figlioletta nel modo più tenero. Meg bagnò la mano insultata con glicerina e lacrime; Beth sentì che persino i suoi amati gattini avrebbero fallito come balsamo per dolori come questo; Jo propose furiosamente che il signor Davis venisse arrestato senza indugio; e Hannah scosse il pugno contro il "villano" e pestò le patate per cena come se lo avesse sotto il pestello.
Non fu data importanza alla fuga di Amy, se non dalle sue compagne; ma le astute damigelle scoprirono che il signor Davis era piuttosto benevolo nel pomeriggio, e anche insolitamente nervoso. Poco prima della chiusura della scuola, apparve Jo, con un'espressione cupa, mentre avanzava verso la cattedra e consegnava una lettera di sua madre; poi raccolse le cose di Amy e se ne andò, raschiando con cura il fango dagli stivali sullo zerbino, come se scuotesse la polvere del luogo dai propri piedi.
«Sì, puoi avere una vacanza dalla scuola, ma voglio che studi un po' ogni giorno, con Beth», disse la signora March, quella sera. «Non approvo le punizioni corporali, specialmente per le ragazze. Non mi piace il modo di insegnare del signor Davis e non penso che le ragazze che frequenti ti facciano del bene, quindi chiederò il consiglio di tuo padre prima di mandarti da qualche altra parte.»
«È un bene! Vorrei che tutte le ragazze se ne andassero e rovinassero la sua vecchia scuola. È perfettamente snervante pensare a quei deliziosi lime», sospirò Amy, con l'aria di una martire.
«Non mi dispiace che tu li abbia persi, perché hai infranto le regole e meritavi una punizione per la disobbedienza», fu la severa risposta, che deluse piuttosto la giovane signora, che non si aspettava altro che solidarietà.
«Intendi dire che sei contenta che io sia stata svergognata davanti a tutta la scuola?» gridò Amy.
«Non avrei scelto quel modo di correggere una colpa», rispose sua madre; «ma non sono sicura che non ti farà più bene di un metodo più mite. Stai diventando piuttosto presuntuosa, cara mia, ed è giunto il momento che tu inizi a correggerlo. Hai molti piccoli doni e virtù, ma non c'è bisogno di metterli in mostra, perché la presunzione rovina il genio più raffinato. Non c'è molto pericolo che il vero talento o la bontà vengano trascurati a lungo; anche se lo fossero, la consapevolezza di possederli e usarli bene dovrebbe soddisfare, e il grande fascino di ogni potere è la modestia.»
«Proprio così!» gridò Laurie, che stava giocando a scacchi in un angolo con Jo. «Ho conosciuto una ragazza, una volta, che aveva un talento davvero notevole per la musica, e non lo sapeva; non ha mai indovinato che dolci cosucce componesse quando era sola, e non ci avrebbe creduto se qualcuno glielo avesse detto.»
«Vorrei aver conosciuta quella brava ragazza; forse mi avrebbe aiutato, sono così stupida», disse Beth, che stava accanto a lui, ascoltando con ansia.
«La conosci, e lei ti aiuta meglio di chiunque altro potrebbe fare», rispose Laurie, guardandola con un significato così malizioso nei suoi allegri occhi neri, che Beth divenne improvvisamente rossa, e nascose il viso nel cuscino del divano, del tutto sopraffatta da una scoperta così inaspettata.
Jo lasciò che Laurie vincesse la partita, per ricompensare quell'elogio alla sua Beth, che non si era lasciata convincere a giocare per loro dopo il complimento ricevuto. Così Laurie fece del suo meglio, e cantò in modo delizioso, essendo in un umore particolarmente vivace, poiché alle March mostrava raramente il lato lunatico del suo carattere. Quando se ne fu andato, Amy, che era rimasta pensierosa per tutta la sera, disse improvvisamente, come se fosse occupata da qualche nuova idea:
«Laurie è un ragazzo colto?»
«Sì; ha avuto un'istruzione eccellente e ha molto talento; diventerà un bell'uomo, se non verrà viziato dalle troppe coccole», rispose la madre.
«E non è presuntuoso, vero?» chiese Amy.
«Per nulla; ecco perché è così affascinante, e a tutte noi piace tanto.»
«Capisco; è bello avere cultura ed essere eleganti; ma non mettersi in mostra, o darsi delle arie», disse Amy pensierosa.
«Queste cose si notano e si percepiscono sempre nei modi e nella conversazione di una persona, se usate con modestia; ma non è necessario ostentarle», disse la signora March.
«Né più né meno di quanto sia appropriato indossare tutti i propri cappellini, abiti e nastri in una volta sola, affinché la gente sappia che li possiedi», aggiunse Jo; e la lezione terminò con una risata.
VIII.
JO INCONTRA APOLLYON.
«Ragazze, dove state andando?» chiese Amy, entrando nella loro stanza un sabato pomeriggio, e trovandole intente a prepararsi per uscire, con un'aria di segretezza che eccitò la sua curiosità.
«Non ti riguarda; le ragazzine non dovrebbero fare domande», rispose Jo bruscamente.
Ora, se c'è qualcosa di mortificante per i nostri sentimenti, quando siamo giovani, è sentirsi dire questo; e sentirsi dire di «andare a giocare, cara», è ancora più irritante per noi. Amy si risentì per questo insulto, e decise di scoprire il segreto, anche a costo di tormentarle per un'ora. Voltandosi verso Meg, che non le negava mai nulla per troppo tempo, disse in tono suadente: «Dimmelo! Credo che potresti lasciarmi venire, anche; perché Beth è alle prese con il suo pianoforte, e io non ho nulla da fare, e mi sento così sola.»
«Non posso, cara, perché non sei stata invitata», iniziò Meg; ma Jo intervenne impaziente: «Ora, Meg, sta' zitta, o rovinerai tutto. Non puoi venire, Amy; quindi non fare la bambina, e non frignare per questo.»
«State andando da qualche parte con Laurie, lo so che lo state facendo; stavate bisbigliando e ridendo insieme, sul divano, ieri sera, e avete smesso quando sono entrata. Non state andando con lui?»
«Sì, ci stiamo andando; ora sta' ferma, e smettila di importunare.»
Amy tenne la lingua a freno, ma usò gli occhi, e vide Meg infilare un ventaglio in tasca.
«Lo so! Lo so! state andando a teatro a vedere i 'Sette Castelli!'» gridò; aggiungendo risolutamente: «e io verrò, perché la mamma ha detto che potevo vederlo; e ho i miei risparmi, ed è stato meschino non dirmelo in tempo.»
«Ascoltami solo un minuto, e fai la brava bambina», disse Meg in tono consolatorio. «La mamma non vuole che tu vada questa settimana, perché i tuoi occhi non sono ancora abbastanza guariti per sopportare la luce di questo spettacolo fiabesco. La prossima settimana potrai andare con Beth e Hannah, e divertirti.»
«Non mi piace la metà di quanto mi piacerebbe andare con te e Laurie. Ti prego, lasciami venire; sono stata malata con questo raffreddore per così tanto tempo, e chiusa in casa, sto morendo dalla voglia di un po' di divertimento. Dai, Meg! Sarò bravissima», implorò Amy, cercando di apparire il più patetica possibile.
«Supponiamo di portarla. Non credo che alla mamma dispiacerebbe, se la coprissimo bene», iniziò Meg.
«Se viene lei, io non vengo; e se non vengo io, a Laurie non piacerà; e sarebbe molto scortese, dopo che ha invitato solo noi, andare a trascinarsi dietro Amy. Credo che odierebbe intromettersi dove non è voluta», disse Jo con astio, poiché detestava la scocciatura di dover sorvegliare una bambina irrequieta, quando voleva divertirsi per conto suo.
Il suo tono e il suo atteggiamento fecero arrabbiare Amy, che iniziò a mettersi gli stivali, dicendo, nel suo modo più esasperante: «Io verrò; Meg dice che posso; e se pago per me stessa, Laurie non c'entra niente.»
«Non puoi sederti con noi, perché i nostri posti sono riservati, e non devi sederti da sola; quindi Laurie ti cederebbe il suo posto, e questo rovinerebbe il nostro piacere; oppure lui troverebbe un altro posto per te, e questo non è appropriato, dato che non sei stata invitata. Non farai un solo passo; quindi puoi restare dove sei», sgridò Jo, più acida che mai, essendosi appena punta un dito nella fretta.
Seduta sul pavimento, con uno stivale infilato, Amy iniziò a piangere, e Meg a ragionare con lei, quando Laurie chiamò dal piano di sotto, e le due ragazze corsero giù, lasciando la sorella a piangere; poiché di tanto in tanto dimenticava i suoi modi da grande, e agiva come una bambina viziata. Proprio mentre il gruppo stava partendo, Amy chiamò dalla ringhiera, con tono minaccioso: «Ve ne pentirete, Jo March; vedrete se non sarà così.»
«Sciocchezze!» ribatté Jo, sbattendo la porta.
Si divertirono moltissimo, perché «I Sette Castelli del Lago di Diamante» erano brillanti e meravigliosi come il cuore potesse desiderare. Ma, a dispetto dei buffi folletti rossi, degli elfi scintillanti e dei principi e principesse sfarzosi, il piacere di Jo ebbe una goccia di amarezza; i riccioli gialli della regina delle fate le ricordarono Amy; e tra un atto e l'altro si divertì a domandarsi cosa avrebbe fatto la sorella per farla «pentire». Lei e Amy avevano avuto molti vivaci scontri nel corso delle loro vite, poiché entrambe avevano un carattere irascibile, ed erano inclini a diventare violente quando venivano stuzzicate. Amy prendeva in giro Jo, e Jo irritava Amy, e di tanto in tanto si verificavano esplosioni di cui entrambe si vergognavano molto in seguito. Sebbene fosse la maggiore, Jo aveva il minor autocontrollo, e passava momenti difficili cercando di frenare lo spirito focoso che la metteva continuamente nei guai; la sua rabbia non durava mai a lungo, e, dopo aver umilmente confessato la sua colpa, si pentiva sinceramente e cercava di fare meglio. Le sue sorelle erano solite dire che a loro piaceva un po' far andare Jo su tutte le furie, perché dopo era un angelo. La povera Jo cercava disperatamente di essere buona, ma il suo nemico interiore era sempre pronto a divampare e a sconfiggerla; e ci vollero anni di paziente sforzo per domarlo.
Quando tornarono a casa, trovarono Amy che leggeva in salotto. Assunse un'aria offesa al loro ingresso; non sollevò mai gli occhi dal libro, né fece una sola domanda. Forse la curiosità avrebbe potuto vincere il risentimento, se Beth non fosse stata lì per informarsi e ricevere una descrizione entusiasta dello spettacolo. Salendo per riporre il suo cappello migliore, il primo sguardo di Jo fu verso il comò; poiché, nel loro ultimo litigio, Amy aveva lenito i suoi sentimenti mettendo a soqquadro il cassetto superiore di Jo sul pavimento. Ogni cosa era al suo posto, tuttavia; e dopo un rapido sguardo nei suoi vari armadi, borse e scatole, Jo decise che Amy aveva perdonato e dimenticato i suoi torti.
Lì Jo si sbagliava; perché il giorno seguente fece una scoperta che provocò una tempesta. Meg, Beth e Amy erano sedute insieme, nel tardo pomeriggio, quando Jo irruppe nella stanza, apparendo eccitata, e chiedendo senza fiato: «Qualcuno ha preso il mio libro?»
Meg e Beth dissero «No», immediatamente, e sembrarono sorprese; Amy rimestò il fuoco, e non disse nulla. Jo vide il suo colorito farsi acceso, e le fu addosso in un minuto.
«Amy, ce l'hai tu?»
«No, non ce l'ho.»
«Sai dove si trova, allora?»
«No, non lo so.»
«Questa è una bugia!» gridò Jo, prendendola per le spalle, e apparendo abbastanza feroce da spaventare una bambina molto più coraggiosa di Amy.
«Non lo è. Non ce l'ho, non so dove sia ora, e non mi importa.»
«Tu sai qualcosa a riguardo, e faresti meglio a dirlo subito, o ti costringerò», e Jo le diede un leggero scrollone.
«Sgrida quanto vuoi, non vedrai mai più il tuo stupido vecchio libro», gridò Amy, eccitandosi a sua volta.
«Perché no?»
«L'ho bruciato.»
«Cosa! Il mio libricino a cui ero così affezionata, e su cui ho lavorato, e che pensavo di finire prima che papà tornasse a casa? L'hai davvero bruciato?» disse Jo, diventando pallidissima, mentre i suoi occhi si accendevano e le sue mani stringevano Amy nervosamente.
«Sì, l'ho fatto! Ti avevo detto che ti avrei fatto pagare per essere stata così sgarbata ieri, e l'ho fatto, quindi...»
Amy non andò oltre, perché il carattere focoso di Jo ebbe il sopravvento, e scosse Amy finché i suoi denti non batterono in testa; piangendo, in un impeto di dolore e rabbia:
«Sei una ragazza cattiva, cattiva! Non riuscirò mai più a scriverlo, e non ti perdonerò mai finché vivrò.»
Meg corse a salvare Amy, e Beth a calmare Jo, ma Jo era completamente fuori di sé; e, con un colpo finale sull'orecchio della sorella, corse fuori dalla stanza fino al vecchio divano in soffitta, e terminò la sua battaglia da sola.
La tempesta si calmò di sotto, perché la signora March tornò a casa e, avendo ascoltato la storia, portò presto Amy a comprendere il torto che aveva fatto a sua sorella. Il libro di Jo era l'orgoglio del suo cuore, ed era considerato dalla sua famiglia come un germoglio letterario di grandi promesse. Erano solo una mezza dozzina di piccole fiabe, ma Jo ci aveva lavorato sopra pazientemente, mettendoci tutto il suo cuore, sperando di creare qualcosa di abbastanza buono da stampare. Le aveva appena copiate con grande cura, e aveva distrutto il vecchio manoscritto, così che il falò di Amy aveva consumato il lavoro amorevole di diversi anni. Sembrava una piccola perdita per gli altri, ma per Jo era una terribile calamità, e sentiva che non avrebbe mai potuto esserle compensata. Beth ne fu addolorata come per un gattino perduto, e Meg si rifiutò di difendere la sua beniamina; la signora March appariva seria e addolorata, e Amy sentiva che nessuno l'avrebbe amata finché non avesse chiesto perdono per l'atto di cui ora si pentiva più di chiunque altro.
Quando suonò la campana del tè, Jo apparve, apparendo così cupa e inavvicinabile che ci volle tutto il coraggio di Amy per dire con umiltà:
«Ti prego, perdonami, Jo; sono molto, molto dispiaciuta.»
«Non ti perdonerò mai», fu la risposta severa di Jo; e, da quel momento, ignorò Amy completamente.
Nessuno parlò del grande guaio, nemmeno la signora March, poiché tutti avevano imparato dall'esperienza che quando Jo era in quello stato d'animo le parole erano sprecate; e la via più saggia era aspettare che qualche piccolo incidente, o la sua stessa natura generosa, ammorbidisse il risentimento di Jo, e sanasse la frattura. Non fu una serata felice; poiché, sebbene cucissero come al solito, mentre la loro madre leggeva ad alta voce brani di Bremer, Scott o Edgeworth, mancava qualcosa, e la dolce pace domestica era turbata. Lo sentirono maggiormente quando arrivò l'ora di cantare; poiché Beth poteva solo suonare, Jo rimase muta come una pietra, e Amy scoppiò in lacrime, così Meg e la madre cantarono da sole. Ma, a dispetto dei loro sforzi per essere allegre come allodole, le voci simili a flauti non sembravano armonizzarsi bene come al solito, e tutte si sentivano fuori sintonia.
Mentre Jo riceveva il bacio della buonanotte, la signora March sussurrò dolcemente:
«Cara, non far calare il sole sulla tua ira; perdonatevi a vicenda, aiutatevi a vicenda, e ricominciate domani.»
Jo voleva appoggiare la testa su quel seno materno, e piangere via tutto il suo dolore e la sua rabbia; ma le lacrime erano una debolezza poco virile, e si sentiva così profondamente ferita che davvero non poteva ancora perdonare del tutto. Così strizzò forte gli occhi, scosse la testa, e disse, burbera perché Amy stava ascoltando:
«È stata una cosa abominevole, e lei non merita di essere perdonata.»
Con ciò se ne andò a letto, e quella notte non ci furono chiacchiere allegre o confidenziali.
Amy era molto offesa che le sue aperture di pace fossero state respinte, e iniziò a desiderare di non essersi umiliata, a sentirsi più ferita che mai, e a vantarsi della sua superiore virtù in un modo che era particolarmente esasperante. Jo sembrava ancora una nuvola carica di temporale, e nulla andò bene per tutto il giorno. Faceva un freddo pungente al mattino; lasciò cadere il suo prezioso dolce nel rigagnolo, zia March ebbe un attacco di nervi, Meg era pensierosa, Beth guardava addolorata e malinconica quando tornava a casa, e Amy continuava a fare osservazioni su persone che parlavano sempre di essere buone, eppure non ci provavano, quando altri offrivano loro un esempio virtuoso.
«Tutti sono così odiosi, chiederò a Laurie di andare a pattinare. È sempre gentile e allegro, e mi metterà a posto, lo so», disse Jo tra sé, e se ne andò.
Amy sentì il clangore dei pattini, e guardò fuori con un'esclamazione impaziente:
«Ecco! Lei aveva promesso che sarei potuta andare la prossima volta, perché questo è l'ultimo ghiaccio che avremo. Ma è inutile chiedere a un tipo così scontroso di portarmi.»
«Non dire così; sei stata molto cattiva, ed è difficile perdonare la perdita del suo prezioso libricino; ma penso che potrebbe farlo ora, e immagino che lo farà, se la prendi nel momento giusto», disse Meg. «Vai dopo di loro; non dire nulla finché Jo non sarà diventata di buon umore con Laurie, poi trova un momento tranquillo, e baciala soltanto, o fai qualche gesto gentile, e sono sicura che tornerete amiche, con tutto il cuore.»
«Ci proverò», disse Amy, poiché il consiglio le si addiceva; e, dopo un po' di agitazione per prepararsi, corse dietro agli amici, che stavano appena scomparendo oltre la collina.
Non era lontano dal fiume, ma entrambi erano pronti prima che Amy li raggiungesse. Jo la vide arrivare, e le voltò le spalle; Laurie non vide, perché stava pattinando con attenzione lungo la riva, saggiando il ghiaccio, poiché un periodo di disgelo aveva preceduto l'ondata di freddo.
«Andrò fino alla prima curva, e vedrò se è tutto a posto, prima che iniziamo a gareggiare», Amy lo sentì dire, mentre sfrecciava via, sembrando un giovane russo, nel suo cappotto e berretto bordati di pelliccia.
Jo sentì Amy ansimare dopo la corsa, battere i piedi e soffiare sulle dita, mentre cercava di mettersi i pattini; ma Jo non si voltò mai, e andò lentamente a zig-zag lungo il fiume, provando una sorta di amara e infelice soddisfazione per i problemi di sua sorella. Aveva nutrito la sua rabbia finché non era diventata forte, e si era impossessata di lei, come fanno sempre i cattivi pensieri e sentimenti, se non vengono scacciati immediatamente. Mentre Laurie girava la curva, gridò indietro:
«State vicino alla riva; non è sicuro nel mezzo.»
Jo sentì, ma Amy stava appena lottando per rimettersi in piedi, e non colse una parola. Jo guardò sopra la spalla, e il piccolo demone che stava ospitando le disse all'orecchio:
«Non importa se ha sentito o meno, lascia che si prenda cura di se stessa.»
Laurie era svanito dietro la curva; Jo era proprio alla svolta, e Amy, molto indietro, si stava dirigendo verso il ghiaccio più liscio nel mezzo del fiume. Per un minuto Jo rimase ferma, con una strana sensazione al cuore; poi decise di andare avanti, ma qualcosa la trattenne e la voltò, giusto in tempo per vedere Amy sollevare le mani e andare giù, con l'improvviso schianto del ghiaccio marcio, lo spruzzo d'acqua, e un grido che fece fermare il cuore di Jo per la paura. Cercò di chiamare Laurie, ma la voce le era mancata; cercò di correre in avanti, ma i suoi piedi sembravano non avere forza; e, per un secondo, poté solo restare immobile, fissando, con un volto terrorizzato, il piccolo cappuccio blu sopra l'acqua nera. Qualcosa le passò accanto rapidamente, e la voce di Laurie gridò:
«Porta una sbarra; presto, presto!»
Come ci riuscì, non lo seppe mai; ma per i minuti successivi lavorò come se fosse posseduta, obbedendo ciecamente a Laurie, che era del tutto padrone di sé, e, sdraiato, tenne su Amy col suo braccio e il bastone da hockey finché Jo non trascinò una sbarra dalla staccionata, e insieme tirarono fuori la bambina, più spaventata che ferita.
«Ora, dobbiamo riportarla a casa il più velocemente possibile; ammucchiatele addosso le nostre cose, mentre io mi tolgo questi dannati pattini», gridò Laurie, avvolgendo il suo cappotto intorno ad Amy, e tirando via le cinghie, che non sembrarono mai così intricate prima d'ora.
Tremanti, gocciolanti e piangenti, portarono Amy a casa; e, dopo un momento di agitazione, si addormentò, avvolta nelle coperte, davanti a un fuoco acceso. Durante il trambusto Jo aveva a malapena parlato; ma era corsa in giro, apparendo pallida e selvaggia, con le sue cose mezze tolte, il vestito strappato, e le mani tagliate e ammaccate dal ghiaccio, dalle sbarre e dalle fibbie riottose. Quando Amy fu comodamente addormentata, la casa silenziosa, e la signora March seduta accanto al letto, chiamò Jo a sé, e iniziò a fasciare le mani ferite.
«Sei sicura che sia al sicuro?» sussurrò Jo, guardando con rimorso la testa bionda, che avrebbe potuto essere trascinata via dalla sua vista per sempre sotto il ghiaccio insidioso.
«Al sicuro, cara; non è ferita, e non prenderà nemmeno il raffreddore, penso, sei stata così assennata nel coprirla e riportarla a casa velocemente», rispose la madre allegramente.
«Laurie ha fatto tutto; io l'ho solo lasciata andare. Madre, se dovesse morire, sarebbe colpa mia»; e Jo si accasciò accanto al letto, in un impeto di lacrime di pentimento, raccontando tutto ciò che era accaduto, condannando amaramente la sua durezza di cuore, e singhiozzando la sua gratitudine per essere stata risparmiata dalla pesante punizione che avrebbe potuto abbattersi su di lei.
«È il mio terribile carattere! Cerco di curarlo; penso di esserci riuscita, e poi esplode peggio di prima. O madre, cosa devo fare? cosa devo fare?» gridò la povera Jo, in preda alla disperazione.
«Veglia e prega, cara; non stancarti mai di provare; e non pensare mai che sia impossibile vincere il tuo difetto», disse la signora March, attirando la testa arruffata alla sua spalla, e baciando la guancia bagnata così teneramente che Jo pianse più forte che mai.
«Non sai, non puoi indovinare quanto sia brutto! Sembra che io possa fare qualsiasi cosa quando sono in preda alla passione; divento così feroce, che potrei ferire chiunque, e godermelo. Ho paura che farò qualcosa di terribile un giorno, e rovinerò la mia vita, e farò sì che tutti mi odino. O madre, aiutami, aiutami davvero!»
«Lo farò, figlia mia, lo farò. Non piangere così amaramente, ma ricorda questo giorno, e risolvi, con tutta la tua anima, che non ne conoscerai mai un altro simile. Jo, cara, tutti noi abbiamo le nostre tentazioni, alcune molto più grandi delle tue, e spesso ci vuole tutta la vita per vincerle. Pensi che il tuo carattere sia il peggiore del mondo; ma il mio era esattamente come lui.»
«Il tuo, madre? Perché, tu non ti arrabbi mai!» e, per un momento, Jo dimenticò il rimorso nella sorpresa.
«Ho cercato di curarlo per quarant'anni, e sono riuscita solo a controllarlo. Mi arrabbio quasi ogni giorno della mia vita, Jo; ma ho imparato a non mostrarlo; e spero ancora di imparare a non provarlo, anche se potrebbe volermene altri quarant'anni per farlo.»
La pazienza e l'umiltà del volto che amava così tanto furono una lezione migliore per Jo di qualsiasi saggia lezione, del più aspro rimprovero. Si sentì subito confortata dalla simpatia e dalla fiducia che le erano state date; la consapevolezza che sua madre avesse un difetto come il suo, e cercasse di rimediare, rese il suo più facile da sopportare e rafforzò la sua risoluzione di curarlo; anche se quarant'anni sembravano un tempo piuttosto lungo per vegliare e pregare, per una ragazza di quindici anni.
«Madre, ti arrabbi quando stringi forte le labbra, ed esci dalla stanza a volte, quando zia March brontola, o la gente ti tormenta?» chiese Jo, sentendosi più vicina e cara a sua madre di quanto non lo fosse mai stata prima.
«Sì, ho imparato a frenare le parole affrettate che salgono alle mie labbra; e quando sento che stanno per esplodere contro la mia volontà, mi allontano solo un minuto, e mi do una scrollata, per essere stata così debole e cattiva», rispose la signora March, con un sospiro e un sorriso, mentre lisciava e fissava i capelli spettinati di Jo.
«Come hai imparato a stare calma? È questo che mi tormenta, perché le parole taglienti mi sfuggono di bocca prima ancora che io sappia cosa sto facendo; e più parlo, peggio è, finché non provo quasi piacere nel ferire i sentimenti altrui e dire cose terribili. Dimmi come fai, cara mamma.»
«La mia buona madre era solita aiutarmi...»
«Come tu fai con noi...» interruppe Jo, con un bacio riconoscente.
«Ma la persi quando ero poco più grande di te, e per anni ho dovuto lottare da sola, perché ero troppo orgogliosa per confessare la mia debolezza a chiunque altro. Ho passato momenti difficili, Jo, e ho versato molte lacrime amare sui miei fallimenti; perché, nonostante i miei sforzi, non sembravo mai migliorare. Poi arrivò tuo padre, e fui così felice che mi parve facile essere buona. Ma col tempo, quando mi ritrovai con quattro figlie piccole intorno e vivevamo in povertà, allora il vecchio problema ricominciò; perché non sono paziente per natura, e mi straziava vedere le mie figlie desiderare qualcosa che non potevamo dare loro.»
«Povera mamma! Che cosa ti aiutò allora?»
«Tuo padre, Jo. Lui non perde mai la pazienza, non dubita mai e non si lamenta mai; spera sempre, lavora e attende con tale serenità che ci si vergogna di fare diversamente davanti a lui. Mi ha aiutata e confortata, mostrandomi che dovevo cercare di praticare tutte le virtù che volevo vedere nelle mie bambine, perché ero io il loro esempio. Era più facile sforzarsi per voi che per me stessa; uno sguardo di stupore o di sorpresa da parte di una di voi, quando parlavo con asprezza, mi rimproverava più di quanto avrebbero potuto fare mille parole; e l'amore, il rispetto e la fiducia delle mie figlie sono stati la ricompensa più dolce che potessi ricevere per i miei sforzi di essere la donna che volevo che diventassero.»
«Oh mamma, se mai riuscissi a essere anche solo per metà buona come te, ne sarei soddisfatta», esclamò Jo, molto commossa.
«Spero che tu possa essere molto meglio, cara; ma devi tenere d'occhio la tua 'nemica interiore', come la chiama papà, o potrebbe rattristare, se non rovinare, la tua vita. Hai avuto un avvertimento; ricordatelo e cerca con tutto il cuore e l'anima di dominare questo temperamento irascibile, prima che ti procuri dolori e rimpianti più grandi di quelli che hai conosciuto oggi.»
«Ci proverò, mamma; lo farò davvero. Ma tu devi aiutarmi, ricordarmelo e impedirmi di scattare. A volte vedevo papà posarsi un dito sulle labbra e guardarti con un viso molto dolce ma serio, e tu stringevi sempre le labbra o te ne andavi: ti stava ricordando qualcosa in quei momenti?» chiese Jo dolcemente.
«Sì; gli chiesi di aiutarmi in quel modo, ed egli non se ne dimenticò mai, salvandomi da molte parole taglienti con quel piccolo gesto e quello sguardo gentile.»
Jo vide che gli occhi della madre si riempivano e le sue labbra tremavano mentre parlava; e, temendo di aver detto troppo, sussurrò con ansia: «È stato sbagliato osservarti e parlarne? Non volevo essere scortese, ma è così confortante dirti tutto ciò che penso, e sentirmi così sicura e felice qui.»
«Mia cara Jo, puoi dire qualsiasi cosa alla tua mamma, perché è la mia felicità e il mio orgoglio più grande sentire che le mie figlie si confidano con me e sanno quanto le amo.»
«Pensavo di averti addolorata.»
«No, cara; ma parlare di papà mi ha ricordato quanto mi manchi, quanto gli debba e con quanta fedeltà dovrei vegliare e lavorare per mantenere le sue piccole figlie al sicuro e buone per lui.»
«Eppure gli hai detto di andare, mamma, e non hai pianto quando è partito, e non ti lamenti mai ora, né sembri aver bisogno di aiuto», disse Jo, meravigliata.
«Ho dato il meglio di me al Paese che amo e ho trattenuto le lacrime finché non se n'è andato. Perché dovrei lamentarmi, quando entrambi abbiamo semplicemente fatto il nostro dovere e saremo certamente più felici alla fine? Se non sembro aver bisogno di aiuto, è perché ho un amico migliore, persino di papà, che mi conforta e mi sostiene. Figlia mia, i problemi e le tentazioni della tua vita stanno iniziando e potrebbero essere molti; ma puoi superarli e sopravvivere a tutti se imparerai a sentire la forza e la tenerezza del tuo Padre Celeste come senti quella del tuo genitore terreno. Più Lo amerai e ti fiderai di Lui, più ti sentirai vicina a Lui e meno dipenderai dal potere e dalla saggezza umani. Il Suo amore e la Sua cura non si stancano mai e non cambiano mai, non ti potranno mai essere tolti, ma possono diventare la fonte di una pace, una felicità e una forza che durano tutta la vita. Credi in questo con tutto il cuore e vai da Dio con tutte le tue piccole preoccupazioni, speranze, peccati e dolori, con la stessa libertà e fiducia con cui vieni da tua madre.»
L'unica risposta di Jo fu quella di stringere a sé la madre e, nel silenzio che seguì, la preghiera più sincera che avesse mai pronunciato uscì dal suo cuore senza bisogno di parole; poiché in quell'ora, triste ma felice, aveva appreso non solo l'amarezza del rimorso e della disperazione, ma la dolcezza della rinuncia e dell'autocontrollo; e, guidata dalla mano della madre, si era avvicinata all'Amico che accoglie ogni figlio con un amore più forte di quello di qualsiasi padre, più tenero di quello di qualsiasi madre.
Amy si mosse e sospirò nel sonno; e, come desiderosa di iniziare subito a rimediare al suo errore, Jo alzò lo sguardo con un'espressione sul volto che non aveva mai avuto prima.
«Ho lasciato che il sole tramontasse sopra la mia ira; non volevo perdonarla e oggi, se non fosse stato per Laurie, avrebbe potuto essere troppo tardi! Come ho potuto essere così malvagia?» disse Jo, a mezza voce, mentre si chinava sulla sorella, accarezzando dolcemente i capelli bagnati sparsi sul cuscino.
Come se avesse udito, Amy aprì gli occhi e tese le braccia, con un sorriso che andò dritto al cuore di Jo. Nessuna delle due disse una parola, ma si abbracciarono strettamente, nonostante le coperte, e tutto fu perdonato e dimenticato in un bacio affettuoso.
IX.
MEG VA ALLA FIERA DELLA VANITÀ.
«Penso davvero che sia stata la cosa più fortunata del mondo che quei bambini abbiano preso il morbillo proprio ora», disse Meg, un giorno d'aprile, mentre stava facendo le valigie per il suo "viaggio all'estero", circondata dalle sorelle.
«Ed è stato così gentile da parte di Annie Moffat non dimenticare la sua promessa. Quindici giorni interi di divertimento saranno assolutamente splendidi», rispose Jo, che sembrava un mulino a vento mentre piegava le gonne con le sue lunghe braccia.
«E un tempo così bello; ne sono così felice», aggiunse Beth, riordinando con cura i nastri per il collo e per i capelli nella sua scatola migliore, prestata per la grande occasione.
«Vorrei tanto andare anch'io a divertirmi e indossare tutte queste cose belle», disse Amy, con la bocca piena di spilli, mentre riforniva artisticamente il cuscinetto della sorella.
«Vorrei che veniste tutte; ma, siccome non potete, terrò le mie avventure per raccontarvele al mio ritorno. Sono sicura che è il minimo che io possa fare, dato che siete state così gentili a prestarmi le vostre cose e ad aiutarmi a prepararmi», disse Meg, guardandosi intorno nella stanza verso il corredo molto semplice, che ai loro occhi sembrava quasi perfetto.
«Cosa ti ha dato la mamma dal baule dei tesori?» chiese Amy, che non era stata presente all'apertura di un certo forziere di cedro, nel quale la signora March conservava alcune reliquie di passati splendori, come doni per le sue figlie quando fosse giunto il momento opportuno.
«Un paio di calze di seta, quel grazioso ventaglio intagliato e una bellissima fascia azzurra. Volevo la seta color violetto; ma non c'è tempo per rifarla, quindi dovrò accontentarmi del mio vecchio tarlatano.»
«Starà bene sopra la mia nuova gonna di mussola, e la fascia la valorizzerà magnificamente. Vorrei non aver rotto il mio braccialetto di corallo, così avresti potuto averlo tu», disse Jo, che amava donare e prestare, ma i cui averi erano solitamente troppo logori per essere di grande utilità.
«C'è una bellissima parure di perle vecchio stile nel baule dei tesori; ma la mamma ha detto che i fiori veri sono l'ornamento più grazioso per una giovane ragazza, e Laurie ha promesso di mandarmi tutti quelli che voglio», rispose Meg. «Ora, vediamo; c'è il mio nuovo completo da passeggio grigio--arriccia tu la piuma del mio cappello, Beth--poi il mio popeline, per la domenica e la piccola festa--sembra pesante per la primavera, non è vero? La seta violetto sarebbe stata così bella; oh, cielo!»
«Non importa; hai il tarlatano per la grande festa, e sembri sempre un angelo in bianco», disse Amy, rimuginando sul piccolo tesoro di eleganza in cui la sua anima si dilettava.
«Non è scollato e non ha abbastanza strascico, ma dovrà bastare. Il mio vestito da casa azzurro sembra così bello, rivoltato e appena rifinito, che mi sento come se ne avessi uno nuovo. La mia giacchetta di seta non è affatto alla moda, e il mio cappellino non sembra quello di Sallie; non volevo dire nulla, ma sono rimasta tristemente delusa dal mio ombrello. Ho detto alla mamma nero, con il manico bianco, ma lei ha dimenticato e ne ha comprato uno verde, con un manico giallastro. È robusto e pulito, quindi non dovrei lamentarmi, ma so che mi vergognerò di lui accanto a quello di seta di Annie con il pomello d'oro», sospirò Meg, osservando il piccolo ombrello con grande disappunto.
«Cambialo», consigliò Jo.
«Non voglio essere così sciocca, o ferire i sentimenti di Marmee, quando si è data tanta pena per procurarmi le mie cose. È una mia idea senza senso, e non intendo cedere. Le mie calze di seta e due paia di guanti nuovi sono la mia consolazione. Sei un tesoro a prestarmi i tuoi, Jo. Mi sento così ricca, e quasi elegante, con due paia nuovi e quelli vecchi ripuliti per l'uso comune»; e Meg diede una sbirciatina rinfrancante alla sua scatola dei guanti.
«Annie Moffat ha dei fiocchi blu e rosa sulle sue cuffie da notte; ne metteresti un po' sulle mie?» chiese, mentre Beth portava una pila di mussole candide, appena uscite dalle mani di Hannah.
«No, non lo farei; perché le cuffie eleganti non si abbinerebbero agli abiti semplici, privi di qualsiasi guarnizione. La gente povera non dovrebbe ostentare», disse Jo con decisione.
«Mi chiedo se sarò mai abbastanza felice da avere del vero pizzo sui miei vestiti e dei fiocchi sulle mie cuffie», disse Meg con impazienza.
«L'altro giorno hai detto che saresti stata perfettamente felice se solo avessi potuto andare da Annie Moffat», osservò Beth, nel suo modo tranquillo.
«È vero! Bene, sono felice e non mi lamenterò; ma sembra proprio che più uno ha, più ne vuole, non è vero? Ecco, ora i vassoi sono pronti e tutto è dentro, tranne il mio abito da ballo, che lascerò che sia la mamma a mettere in valigia», disse Meg, rallegrandosi, mentre lanciava un'occhiata dal baule a metà riempito al tarlatano bianco, stirato e rammendato molte volte, che chiamava il suo "abito da ballo" con un'aria importante.
Il giorno seguente fu bello, e Meg partì, con stile, per quindici giorni di novità e piacere. La signora March aveva acconsentito alla visita piuttosto a malincuore, temendo che Margaret sarebbe tornata più scontenta di quanto fosse partita. Ma lei aveva insistito così tanto, e Sallie aveva promesso di prendersi buona cura di lei, e un po' di svago sembrava così delizioso dopo un inverno di lavoro gravoso, che la madre cedette e la figlia andò a fare il suo primo assaggio di vita mondana.
I Moffat erano molto alla moda, e la semplice Meg rimase piuttosto intimidita, all'inizio, dallo splendore della casa e dall'eleganza dei suoi abitanti. Ma erano persone gentili, nonostante la vita frivola che conducevano, e presto misero la loro ospite a suo agio. Forse Meg sentiva, senza capirne il perché, che non erano persone particolarmente colte o intelligenti, e che tutta la loro doratura non riusciva a nascondere del tutto il materiale ordinario di cui erano fatte. Era certamente piacevole mangiare sontuosamente, andare in giro in una bella carrozza, indossare il suo vestito migliore ogni giorno e non fare altro che divertirsi. Le si addiceva perfettamente; e presto iniziò a imitare le maniere e la conversazione di chi la circondava; ad assumere arie e moine, usare frasi in francese, arricciarsi i capelli, stringere i suoi vestiti e parlare di moda il meglio che poteva. Più vedeva le belle cose di Annie Moffat, più la invidiava e sospirava di essere ricca. Ora la casa le sembrava spoglia e squallida al solo pensiero, il lavoro diventava più duro che mai, e si sentiva una ragazza molto povera e molto infelice, nonostante i guanti nuovi e le calze di seta.
Non aveva molto tempo per rammaricarsi, tuttavia, poiché le tre giovani ragazze erano occupate a "divertirsi". Facevano acquisti, passeggiavano, cavalcavano e facevano visite tutto il giorno; andavano a teatro e all'opera, o scherzavano in casa la sera; perché Annie aveva molti amici e sapeva come intrattenerli. Le sue sorelle maggiori erano delle giovanette molto raffinate, e una era fidanzata, il che era estremamente interessante e romantico, pensava Meg. Il signor Moffat era un signore anziano, grasso e gioviale, che conosceva suo padre; e la signora Moffat, una signora anziana, grassa e gioviale, che prese in simpatia Meg tanto quanto sua figlia. Tutti la coccolavano; e "Daisy", come la chiamavano, era sulla buona strada per montarsi la testa.
Quando arrivò la sera della "piccola festa", scoprì che il popeline non andava affatto bene, perché le altre ragazze indossavano abiti leggeri e si facevano molto eleganti; così tirò fuori il tarlatano, che sembrava più vecchio, più floscio e più logoro che mai accanto a quello nuovo e vaporoso di Sallie. Meg vide le ragazze lanciargli un'occhiata e poi guardarsi l'un l'altra, e le sue guance iniziarono a bruciare, perché, con tutta la sua dolcezza, era molto orgogliosa. Nessuno disse una parola a riguardo, ma Sallie si offrì di acconciarle i capelli, Annie di legarle la fascia, e Belle, la sorella fidanzata, lodò le sue braccia bianche; ma nella loro gentilezza Meg vide solo pietà per la sua povertà, e il suo cuore si sentì molto pesante mentre se ne stava in disparte, mentre le altre ridevano, chiacchieravano e volavano in giro come farfalle di garza. Il sentimento duro e amaro stava diventando piuttosto forte, quando la cameriera portò una scatola di fiori. Prima che potesse parlare, Annie ebbe tolto il coperchio, e tutte esclamarono davanti alle bellissime rose, all'erica e alla felce all'interno.
«È per Belle, naturalmente; George le manda sempre qualcosa, ma questi sono assolutamente incantevoli», esclamò Annie, con una gran fiutata.
«Sono per la signorina March, ha detto l'uomo. Ed ecco un biglietto», disse la cameriera, porgendolo a Meg.
«Che divertimento! Da chi sono? Non sapevo che avessi un pretendente», gridarono le ragazze, svolazzando intorno a Meg in uno stato di grande curiosità e sorpresa.
«Il biglietto è della mamma, e i fiori di Laurie», disse Meg semplicemente, pur molto gratificata dal fatto che lui non l'avesse dimenticata.
«Oh, davvero!» disse Annie, con uno sguardo divertito, mentre Meg infilava il biglietto in tasca, come una sorta di talismano contro l'invidia, la vanità e il falso orgoglio; perché le poche parole affettuose le avevano fatto bene, e i fiori l'avevano rallegrata con la loro bellezza.
Sentendosi quasi felice di nuovo, mise da parte qualche felce e rosa per sé, e fece rapidamente il resto in graziosi bouquet per i seni, i capelli o le gonne delle sue amiche, offrendoli così graziosamente che Clara, la sorella maggiore, le disse che era "la cosa più dolce che avesse mai visto"; e sembrarono piuttosto affascinate dalla sua piccola attenzione. In qualche modo il gesto gentile pose fine al suo abbattimento; e quando tutte le altre andarono a mostrarsi alla signora Moffat, lei vide un volto felice e dagli occhi luminosi nello specchio, mentre appoggiava le sue felci contro i capelli ondulati e fissava le rose nel vestito che ora non le sembrava così logoro.
Si divertì molto quella sera, perché ballò a suo piacimento; tutti furono molto gentili e ricevette tre complimenti. Annie la fece cantare, e qualcuno disse che aveva una voce straordinariamente bella; il maggiore Lincoln chiese chi fosse "quella fresca ragazzina, con i begli occhi"; e il signor Moffat insistette per ballare con lei, perché "non indugiava, ma aveva della molla", come disse graziosamente. Quindi, tutto sommato, passò un ottimo momento, finché non intercettò un pezzetto di conversazione, che la turbò estremamente. Era seduta appena dentro il giardino d'inverno, in attesa che il suo cavaliere le portasse un gelato, quando sentì una voce chiedere, dall'altra parte della parete fiorita,--
«Quanti anni ha?»
«Sedici o diciassette, direi», rispose un'altra voce.
«Sarebbe una gran cosa per una di quelle ragazze, non è vero? Sallie dice che sono molto intime ora, e il vecchio le adora letteralmente.»
«La signora M. ha fatto i suoi piani, immagino, e giocherà bene le sue carte, per quanto sia presto. La ragazza evidentemente non ci pensa ancora», disse la signora Moffat.
«Ha detto quella bugia sulla sua mamma, come se ne fosse al corrente, ed è arrossita quando sono arrivati i fiori, in modo piuttosto grazioso. Poverina! Sarebbe così carina se solo fosse vestita con stile. Pensi che si offenderebbe se ci offrissimo di prestarle un vestito per giovedì?» chiese un'altra voce.
«È orgogliosa, ma non credo che le importerebbe, perché quel tarlatano sciatto è tutto ciò che ha. Potrebbe strapparlo stasera, e quella sarebbe una buona scusa per offrirgliene uno decente.»
«Vedremo. Inviterò il giovane Laurence, come complimento per lei, e ci divertiremo a riguardo dopo.»
Qui apparve il cavaliere di Meg, che la trovò molto arrossata e piuttosto agitata. Lei era orgogliosa, e il suo orgoglio fu utile proprio allora, perché l'aiutò a nascondere la sua mortificazione, la rabbia e il disgusto per ciò che aveva appena sentito; poiché, innocente e ignara com'era, non poté fare a meno di comprendere il pettegolezzo delle sue amiche. Cercò di dimenticarlo, ma non poté, e continuò a ripetersi, "La signora M. ha fatto i suoi piani", "quella bugia sulla sua mamma" e "tarlatano sciatto", finché non fu pronta a piangere e correre a casa per raccontare i suoi guai e chiedere consiglio. Dato che era impossibile, fece del suo meglio per sembrare allegra; ed essendo piuttosto eccitata, ci riuscì così bene che nessuno sognò quale sforzo stesse facendo. Fu molto contenta quando tutto finì, e fu tranquilla nel suo letto, dove poté pensare, meravigliarsi e infuriare finché non le fece male la testa e le sue guance calde non furono rinfrescate da qualche lacrima naturale. Quelle parole sciocche, ma ben intenzionate, avevano aperto un nuovo mondo a Meg e avevano molto turbato la pace di quello vecchio, in cui, fino ad allora, aveva vissuto felice come una bambina. La sua innocente amicizia con Laurie era rovinata dai discorsi sciocchi che aveva intercettato; la sua fede nella madre era un po' scossa dai piani mondani attribuitigli dalla signora Moffat, che giudicava gli altri da se stessa; e la saggia risoluzione di accontentarsi del guardaroba semplice che si addiceva alla figlia di un uomo povero era indebolita dalla pietà non necessaria delle ragazze che pensavano che un vestito logoro fosse una delle più grandi calamità sotto il cielo.
La povera Meg ebbe una notte agitata e si alzò con gli occhi pesanti, infelice, mezzo risentita verso le sue amiche e mezzo vergognosa di se stessa per non aver parlato apertamente e aver chiarito tutto. Tutti indugiarono quella mattina, ed era mezzogiorno prima che le ragazze trovassero l'energia anche solo per prendere in mano il loro lavoro all'uncinetto. Qualcosa nel modo di fare delle sue amiche colpì Meg all'istante; la trattavano con più rispetto, pensò; nutrivano un interesse piuttosto tenero per ciò che diceva e la guardavano con occhi che tradivano chiaramente la curiosità. Tutto ciò la sorprese e la lusingò, sebbene non lo capisse finché la signorina Belle non alzò lo sguardo dal suo scrivere e disse, con aria sentimentale,--
«Daisy, cara, ho mandato un invito al tuo amico, il signor Laurence, per giovedì. Vorremmo conoscerlo, ed è solo un doveroso complimento per te.»
Meg arrossì, ma un capriccio dispettoso di stuzzicare le ragazze la fece rispondere con aria modesta,--
«Siete molto gentili, ma temo che non verrà.»
«Perché no, chérie?» chiese la signorina Belle.
«È troppo vecchio.»
«Figlia mia, cosa intendi dire? Qual è la sua età, supplico di saperlo!» esclamò la signorina Clara.
«Quasi settanta, credo», rispose Meg, contando i punti, per nascondere l'allegria nei suoi occhi.
«Creatura astuta! Naturalmente intendevamo il giovane», esclamò la signorina Belle, ridendo.
«Non ce n'è alcuno; Laurie è solo un ragazzino», e anche Meg rise dello sguardo strano che le sorelle si scambiarono mentre descriveva così il suo presunto innamorato.
«Più o meno della tua età», disse Nan.
«Più vicino a quella di mia sorella Jo; compio diciassette anni ad agosto», replicò Meg, scuotendo il capo.
«È molto gentile da parte sua mandarti dei fiori, non è vero?» disse Annie, dandosi un'aria saputa riguardo a nulla.
«Sì, lo fa spesso, a tutte noi; perché la loro casa ne è piena, e noi siamo molto affezionate a loro. Mia madre e il vecchio signor Laurence sono amici, sapete, quindi è del tutto naturale che noi ragazze giochiamo insieme»; e Meg sperava che non dicessero altro.
«È evidente che Daisy non ha ancora fatto il suo ingresso in società», disse la signorina Clara a Belle, con un cenno del capo.
«Un idillio di innocenza sotto ogni aspetto», replicò la signorina Belle, con una scrollata di spalle.
«Sto per uscire a comprare alcune piccole cose per le mie ragazze; posso fare qualcosa per voi, giovani signore?» chiese la signora Moffat, avanzando pesantemente, come un elefante, tra seta e pizzi.
«No, grazie, signora», rispose Sallie. «Ho già la mia nuova seta rosa per giovedì, e non mi serve nulla.»
«Nemmeno a me...» iniziò Meg, ma si fermò, perché le venne in mente che le servivano diverse cose, e che non poteva averle.
«Cosa indosserai?» chiese Sallie.
«Di nuovo il mio vecchio vestito bianco, se riuscirò a rammendarlo in modo che sia presentabile; si è strappato tristemente ieri sera», disse Meg, cercando di parlare con naturalezza, ma sentendosi molto a disagio.
«Perché non mandi qualcuno a casa a prenderne un altro?» disse Sallie, che non era una giovane molto attenta.
«Non ne ho altri.» A Meg costò uno sforzo dirlo, ma Sallie non se ne accorse, ed esclamò, con amabile sorpresa:
«Solo quello? Che buffo...» Non finì la frase, poiché Belle le scosse la testa e intervenne, dicendo gentilmente:
«Per nulla; che utilità c'è nell'avere un mucchio di vestiti quando lei non è ancora entrata in società? Non c'è bisogno di mandare a casa, Daisy, anche se ne avessi una dozzina, perché ho una graziosa seta azzurra riposta via, che non mi va più, e tu la indosserai, per farmi piacere, non è vero, cara?»
«Sei molto gentile, ma il mio vecchio vestito non mi dispiace, se a te non dà fastidio; va benissimo per una ragazzina come me», disse Meg.
«Ora lasciami il piacere di vestirti con eleganza. Mi piace farlo, e saresti una vera piccola bellezza, con un tocco qui e là. Non lascerò che nessuno ti veda finché non avrai finito, e poi faremo il nostro ingresso come Cenerentola e la sua fata madrina che vanno al ballo», disse Belle, col suo tono persuasivo.
Meg non poté rifiutare l'offerta fatta con tanta gentilezza, poiché il desiderio di vedere se sarebbe potuta diventare "una piccola bellezza" dopo qualche ritocco, la portò ad accettare e a dimenticare tutti i precedenti sentimenti di disagio verso i Moffat.
Il giovedì sera, Belle si chiuse in camera con la sua cameriera; e, tra loro, trasformarono Meg in una gran dama. Arricciarono e modellarono i suoi capelli, le lucidarono il collo e le braccia con una polvere profumata, le toccarono le labbra con un unguento al corallo per renderle più rosse, e Hortense avrebbe aggiunto "un soupçon di rouge" se Meg non si fosse ribellata. La strinsero in un vestito azzurro cielo, così stretto che riusciva a malapena a respirare, e così scollato che la modesta Meg arrossì guardandosi allo specchio. Fu aggiunto un completo di filigrana d'argento, braccialetti, collana, spilla e persino orecchini, poiché Hortense li legò con un pezzetto di seta rosa che non si vedeva. Un mazzolino di boccioli di rosa tea sul petto e una ruche riconciliarono Meg con la vista delle sue belle spalle bianche, e un paio di stivaletti di seta azzurra col tacco alto soddisfarono l'ultimo desiderio del suo cuore. Un fazzoletto di pizzo, un ventaglio piumato e un bouquet in un portafiori d'argento completarono l'opera; e la signorina Belle la osservò con la soddisfazione di una bambina con una bambola appena vestita.
«Mademoiselle è charmante, très jolie, non è vero?» esclamò Hortense, giungendo le mani in un'estasi affettata.
«Vieni a mostrarti», disse la signorina Belle, guidando la strada verso la stanza dove gli altri stavano aspettando.
Mentre Meg frusciava dietro di lei, con le sue lunghe gonne che strascicavano, gli orecchini che tintinnavano, i riccioli che ondeggiavano e il cuore che batteva, sentiva come se il suo "divertimento" fosse finalmente iniziato, poiché lo specchio le aveva chiaramente detto che era "una piccola bellezza". Le sue amiche ripeterono la frase gratificante con entusiasmo; e, per diversi minuti, ella se ne stette lì, come la ghiandaia della favola, godendosi le sue penne prestate, mentre le altre chiacchieravano come una schiera di gazze.
«Mentre io mi vesto, tu, Nan, insegna a lei come gestire la gonna e quei tacchi francesi, o inciamperà. Prendi la tua farfalla d'argento e raccogli quel lungo ricciolo sul lato sinistro della sua testa, Clara, e che nessuna di voi disturbi la splendida opera delle mie mani», disse Belle, mentre si affrettava a uscire, apparendo molto soddisfatta del suo successo.
«Ho paura di scendere, mi sento così strana, rigida e svestita», disse Meg a Sallie, mentre suonava il campanello e la signora Moffat mandava a chiedere alle giovani signore di presentarsi subito.
«Non sembri affatto te stessa, ma sei molto carina. Io non sono nulla al tuo confronto, perché Belle ha un sacco di gusto, e sei del tutto francese, te lo assicuro. Lascia pendere i tuoi fiori; non stare così attenta a loro, e assicurati di non inciampare», replicò Sallie, cercando di non badare al fatto che Meg fosse più graziosa di lei.
Tenendo bene a mente quell'avvertimento, Margaret scese le scale incolume e fece il suo ingresso nei salotti, dove i Moffat e alcuni primi ospiti erano già riuniti. Scoprì molto presto che c'è un fascino negli abiti eleganti che attrae una certa classe di persone e ne assicura il rispetto. Diverse giovani signore, che prima non l'avevano degnata di uno sguardo, erano improvvisamente molto affettuose; diversi giovani gentiluomini, che all'altra festa l'avevano solo fissata, ora non solo la fissavano, ma chiedevano di essere presentati e le dicevano ogni sorta di cose sciocche ma piacevoli; e diverse anziane signore, sedute sui divani a criticare il resto della compagnia, chiedevano chi fosse, con un'aria interessata. Sentì la signora Moffat rispondere a una di loro:
«Daisy March, figlia di un colonnello dell'esercito, una delle nostre prime famiglie, ma rovesci di fortuna, sapete; intime amiche dei Laurence; creatura dolce, ve lo assicuro; il mio Ned ne è pazzo.»
«Mio Dio!» disse l'anziana signora, sollevando il suo occhialetto per un'altra osservazione su Meg, che cercò di apparire come se non avesse sentito, sentendosi alquanto turbata dalle bugie della signora Moffat.
La "sensazione strana" non passò, ma si immaginò di recitare la nuova parte di gran dama, e così se la cavò piuttosto bene, sebbene l'abito stretto le provocasse un dolore al fianco, lo strascico continuasse a finire sotto i suoi piedi e lei fosse in costante timore che gli orecchini volassero via e andassero persi o rotti. Stava agitando il ventaglio e ridendo alle battute fiacche di un giovane gentiluomo che cercava di essere spiritoso, quando improvvisamente smise di ridere e apparve confusa; perché, proprio di fronte a lei, vide Laurie. La stava fissando con sorpresa non dissimulata e, pensò lei, anche con disapprovazione; poiché, sebbene si fosse inchinato e avesse sorriso, qualcosa nei suoi occhi onesti la fece arrossire e desiderare di avere indosso il suo vecchio vestito. A completare la sua confusione, vide Belle dare una gomitata ad Annie, ed entrambe lanciarono un'occhiata da lei a Laurie, il quale, con suo sollievo, appariva insolitamente infantile e timido.
«Creature sciocche, mettermi pensieri simili in testa! Non me ne curerò, né lascerò che ciò mi cambi di un soffio», pensò Meg, e attraversò frusciando la stanza per stringere la mano al suo amico.
«Sono contenta che tu sia venuto, temevo che non lo avresti fatto», disse lei, con la sua aria più adulta.
«Jo voleva che venissi, per dirle che aspetto avessi, così l'ho fatto», rispose Laurie, senza posare gli occhi su di lei, sebbene sorridesse a metà al tono materno della ragazza.
«Cosa le dirai?» chiese Meg, piena di curiosità di conoscere la sua opinione su di lei, eppure sentendosi a disagio con lui, per la prima volta.
«Le dirò che non ti ho riconosciuta; perché sembri così grande e diversa da te stessa, che ho quasi paura di te», disse lui, giocherellando con il bottone del suo guanto.
«Che assurdo che sei! Le ragazze mi hanno vestita per gioco, e la cosa mi piace abbastanza. Jo non spalancherebbe gli occhi se mi vedesse?» disse Meg, decisa a fargli dire se la trovasse migliorata o meno.
«Sì, penso proprio di sì», replicò Laurie seriamente.
«Non ti piaccio così?» chiese Meg.
«No, non mi piaci», fu la risposta schietta.
«Perché no?» con tono ansioso.
Lui diede un'occhiata alla sua testa arricciata, alle spalle nude e al vestito fantasticamente guarnito, con un'espressione che la mortificò più della sua risposta, la quale non aveva nulla della sua solita cortesia.
«Non mi piacciono gli svolazzi e le piume.»
Quello era davvero troppo da parte di un ragazzo più giovane di lei; e Meg si allontanò, dicendo stizzita:
«Sei il ragazzo più maleducato che abbia mai visto.»
Sentendosi molto risentita, andò a stare vicino a una finestra tranquilla, per rinfrescarsi le guance, poiché l'abito stretto le dava un colore inconsuetamente brillante. Mentre stava lì, il maggiore Lincoln passò di fianco; e, un minuto dopo, lo sentì dire a sua madre:
«Stanno rendendo ridicola quella ragazzina; volevo che la vedessi, ma l'hanno rovinata completamente; stasera non è altro che una bambola.»
«Oh, cielo!» sospirò Meg; «Vorrei essere stata assennata e aver indossato le mie solite cose; allora non avrei disgustato gli altri, né mi sarei sentita così a disagio e vergognata io stessa.»
Appoggiò la fronte sul vetro fresco e rimase a metà nascosta dalle tende, senza badare che il suo valzer preferito era iniziato, finché qualcuno non la toccò; e, voltandosi, vide Laurie, dall'aria pentita, che disse, col suo miglior inchino e la mano tesa:
«Ti prego di perdonare la mia maleducazione, e vieni a ballare con me.»
«Temo che sarà troppo spiacevole per te», disse Meg, cercando di apparire offesa, senza riuscirci affatto.
«Nemmeno per sogno; muoio dalla voglia di farlo. Vieni, farò il bravo; il tuo vestito non mi piace, ma penso davvero che tu sia... semplicemente splendida»; e agitò le mani, come se le parole non bastassero a esprimere la sua ammirazione.
Meg sorrise e cedette, e sussurrò, mentre stavano aspettando di cogliere il tempo:
«Attento che la mia gonna non ti faccia inciampare; è la piaga della mia vita, e sono stata un'oca a indossarla.»
«Legatela intorno al collo, e allora sarà utile», disse Laurie, guardando giù verso i piccoli stivaletti azzurri, che evidentemente approvava.
Via, partirono, agili e aggraziati; poiché, essendosi esercitati a casa, erano ben assortiti, e la gaia giovane coppia era un bel vedere, mentre roteavano allegramente in tondo, sentendosi più amichevoli che mai dopo il loro piccolo alterco.
«Laurie, voglio chiederti un favore; lo farai?» disse Meg, mentre lui stava lì a farle vento, quando il fiato le venne meno, cosa che accadde molto presto, sebbene non volesse ammettere il perché.
«Se lo farò!» disse Laurie, con sollecitudine.
«Ti prego, non dire loro a casa del mio vestito stasera. Non capirebbero lo scherzo, e la mamma si preoccuperebbe.»
«Allora perché l'hai fatto?» dissero gli occhi di Laurie, così chiaramente che Meg aggiunse in fretta:
«Glielo racconterò io stessa, e 'confesserò' alla mamma quanto sono stata sciocca. Ma preferirei farlo io; quindi non dirai nulla, vero?»
«Ti do la mia parola che non lo farò; solo, cosa dirò quando me lo chiederanno?»
«Dì semplicemente che stavo piuttosto bene e che mi stavo divertendo.»
«Dirò la prima cosa, con tutto il cuore; ma quanto all'altra? Non sembri affatto che tu ti stia divertendo; è così?» e Laurie la guardò con un'espressione che le fece rispondere, in un sussurro:
«No; non proprio ora. Non pensare che io sia orribile; volevo solo un po' di divertimento, ma questo genere di cose non paga, scopro, e mi sto stancando.»
«Ecco che arriva Ned Moffat; cosa vuole?» disse Laurie, aggrottando le sue sopracciglia scure, come se non considerasse il suo giovane ospite come un piacevole aggiunto alla festa.
«Ha segnato il suo nome per tre balli, e immagino venga a prenderli. Che noia!» disse Meg, assumendo un'aria languida che divertì immensamente Laurie.
Lui non le parlò più fino all'ora di cena, quando la vide bere champagne con Ned e il suo amico Fisher, che si stavano comportando "come una coppia di sciocchi", come disse Laurie tra sé e sé, poiché sentiva una sorta di diritto fraterno a vegliare sulle March e a combattere le loro battaglie ogni volta che fosse necessario un difensore.
«Avrai un mal di testa lancinante domani, se ne bevi molto. Non farlo, Meg; alla tua mamma non piace, lo sai», sussurrò lui, chinandosi sopra la sua sedia, mentre Ned si voltava per riempire di nuovo il suo bicchiere e Fisher si chinava per raccogliere il suo ventaglio.
«Stasera non sono Meg; sono 'una bambola', che fa ogni sorta di cose folli. Domani metterò via i miei 'svolazzi e piume' e tornerò disperatamente brava», rispose lei, con una risatina affettata.
«Vorrei che fosse già domani, allora», mormorò Laurie, allontanandosi, contrariato dal cambiamento che vedeva in lei.
Meg ballò e civettò, chiacchierò e ridacchiò, come facevano le altre ragazze; dopo cena si impegnò nel tedesco, e lo pasticciò, quasi facendo cadere il suo partner con la sua lunga gonna, e comportandosi in modo da scandalizzare Laurie, che osservava e meditava una ramanzina. Ma non ebbe occasione di farla, perché Meg si tenne lontana da lui finché lui non venne a darle la buonanotte.
«Ricorda!» disse lei, cercando di sorridere, poiché il mal di testa lancinante era già iniziato.
«Silence à la mort», rispose Laurie, con una fioritura melodrammatica, mentre se ne andava.
Questo piccolo gioco di parti eccitò la curiosità di Annie; ma Meg era troppo stanca per i pettegolezzi e andò a letto, sentendosi come se fosse stata a un ballo in maschera e non si fosse divertita quanto si aspettava. Fu male tutto il giorno seguente, e il sabato tornò a casa, completamente esausta dopo il suo quindicinale divertimento, e sentendo di aver "seduto in grembo al lusso" abbastanza a lungo.
«Sembra piacevole stare tranquille, e non avere le maniere da compagnia tutto il tempo. Casa è un bel posto, anche se non è sfarzoso», disse Meg, guardandosi intorno con un'espressione riposata, mentre sedeva con sua madre e Jo la domenica sera.
«Sono felice di sentirti dire così, cara, perché temevo che casa ti sarebbe sembrata noiosa e povera, dopo i tuoi eleganti alloggi», rispose sua madre, che le aveva rivolto molti sguardi ansiosi quel giorno; poiché gli occhi materni sono rapidi a scorgere qualsiasi cambiamento nei volti dei figli.
Meg aveva raccontato le sue avventure allegramente, e aveva ripetuto più e più volte che tempo incantevole aveva trascorso; ma qualcosa sembrava ancora pesare sul suo spirito, e, quando le sorelle più giovani furono andate a letto, sedette pensierosa a fissare il fuoco, dicendo poco e apparendo preoccupata. Quando l'orologio scoccò le nove e Jo propose di andare a letto, Meg lasciò improvvisamente la sua sedia e, prendendo lo sgabello di Beth, appoggiò i gomiti sulle ginocchia di sua madre, dicendo coraggiosamente:
«Marmee, voglio 'confessare'.»
«Lo pensavo; di cosa si tratta, cara?»
«Devo andare via?» chiese Jo con discrezione.
«Certamente no; non ti dico sempre tutto? Mi vergognavo a parlarne davanti alle bambine, ma voglio che sappiate tutte le cose terribili che ho fatto dai Moffat.»
«Siamo pronte», disse la signora March, sorridendo, ma apparendo un po' ansiosa.
«Vi ho detto che mi hanno vestita, ma non vi ho detto che mi hanno incipriata, stretta e arricciata, e resa simile a una figurina di moda. Laurie pensava che non fossi appropriata; so che lo pensava, anche se non l'ha detto, e un uomo mi ha chiamata 'una bambola'. Sapevo che era da sciocchi, ma mi hanno lusingata, e hanno detto che ero una bellezza, e un'infinità di sciocchezze, così ho lasciato che facessero di me una stupida.»
«È tutto qui?» chiese Jo, mentre la signora March guardava silenziosamente il volto abbattuto della sua bella figlia, e non riusciva a trovare nel suo cuore la forza di rimproverare le sue piccole follie.
«No; ho bevuto champagne, ho fatto baccano, ho cercato di civettare e sono stata del tutto abominevole», disse Meg, rimproverando se stessa.
«C'è qualcos'altro, credo»; e la signora March accarezzò la guancia morbida, che divenne improvvisamente rosea, mentre Meg rispondeva lentamente:
«Sì; è molto sciocco, ma voglio dirlo, perché odio che la gente dica e pensi certe cose su di noi e su Laurie.»
Poi raccontò i vari pettegolezzi che aveva sentito dai Moffat; e, mentre parlava, Jo vide sua madre stringere le labbra, come se fosse contrariata dal fatto che tali idee venissero messe nella mente innocente di Meg.
«Beh, se questa non è la più grande sciocchezza che abbia mai sentito», esclamò Jo indignata. «Perché non sei saltata fuori a dirglielo, sul momento?»
«Non potevo, era così imbarazzante per me. Non ho potuto evitare di sentire, all'inizio, e poi ero così arrabbiata e vergognata, che non mi sono ricordata che avrei dovuto andarmene.»
«Aspetta solo che veda Annie Moffat, e ti farò vedere io come risolvere certe cose ridicole. L'idea di avere dei 'progetti', ed essere gentili con Laurie, perché è ricco, e potrebbe sposare una di noi tra un po'! Non sbraiterà, quando gli dirò cosa dicono quelle sciocche di noi povere ragazze?» e Jo rise, come se, a una seconda riflessione, la cosa le sembrasse un buon scherzo.
«Se lo dici a Laurie, non ti perdonerò mai! Non deve farlo, vero, mamma?» disse Meg, apparendo angosciata.
«No; non ripetere mai quel pettegolezzo sciocco, e dimenticalo appena puoi», disse la signora March gravemente. «Sono stata molto imprudente a lasciarti andare tra gente di cui so così poco; gentile, immagino, ma mondana, maleducata e piena di queste idee volgari sui giovani. Sono più dispiaciuta di quanto possa esprimere per il danno che questa visita potrebbe averti fatto, Meg.»
«Non essere dispiaciuta, non lascerò che mi faccia del male; dimenticherò tutto il male e ricorderò solo il bene; perché mi sono divertita molto, e ti ringrazio tanto per avermi lasciata andare. Non sarò sentimentale o insoddisfatta, mamma; so di essere una ragazzina sciocca, e resterò con te finché non sarò capace di badare a me stessa. Ma è bello essere lodata e ammirata, e non posso fare a meno di dire che mi piace», disse Meg, apparendo mezza vergognosa della confessione.
«Ciò è perfettamente naturale, e del tutto innocuo, se il piacere non diventa una passione e non porta a compiere azioni sciocche o sconvenienti. Impara a conoscere e valutare la lode che merita di essere ascoltata, e a suscitare l'ammirazione di persone eccellenti essendo modesta oltre che graziosa, Meg.»
Margaret sedette a pensare per un momento, mentre Jo stava lì con le mani dietro la schiena, apparendo sia interessata che un po' perplessa; poiché era una cosa nuova vedere Meg arrossire e parlare di ammirazione, innamorati e cose del genere; e Jo si sentiva come se, durante quella quindicina, sua sorella fosse cresciuta in modo sorprendente e stesse andando alla deriva lontano da lei, verso un mondo dove non poteva seguirla.
«Mamma, tu hai dei 'progetti', come diceva la signora Moffat?» chiese Meg timidamente.
«Sì, cara, ne ho moltissimi; tutte le madri li hanno, ma i miei differiscono alquanto da quelli della signora Moffat, sospetto. Te ne racconterò alcuni, perché è giunto il momento in cui una parola può rimettere a posto questa tua testolina e cuoricino romantico, su un argomento molto serio. Sei giovane, Meg, ma non troppo giovane per capirmi; e le labbra delle madri sono le più adatte a parlare di tali cose a ragazze come te. Jo, il tuo turno verrà a tempo debito, forse, quindi ascolta i miei 'progetti' e aiutami a realizzarli, se sono validi.»
Jo andò a sedersi su un bracciolo della poltrona, apparendo come se pensasse che stessero per intraprendere qualcosa di molto solenne. Tenendo la mano di ciascuna, e osservando i due giovani volti con aria malinconica, la signora March disse, nel suo modo serio ma allegro:
«Voglio che le mie figlie siano belle, colte e buone; che siano ammirate, amate e rispettate; che abbiano una giovinezza felice, che si sposino bene e con saggezza, e che conducano vite utili e piacevoli, con poche preoccupazioni e dolori a metterle alla prova, per quanto Dio ritenga opportuno inviarne. Essere amate e scelte da un uomo buono è la cosa migliore e più dolce che possa capitare a una donna; e spero sinceramente che le mie ragazze possano conoscere questa bellissima esperienza. È naturale pensarci, Meg; è giusto sperare e attendere, ed è saggio prepararsi; così che, quando giungerà il momento felice, possiate sentirvi pronte per i doveri e degne della gioia. Mie care ragazze, sono ambiziosa per voi, ma non perché facciate colpo nel mondo — sposando uomini ricchi solo perché sono ricchi, o avendo case splendide che non sono focolari domestici perché manca l'amore. Il denaro è una cosa necessaria e preziosa — e, quando ben usato, una cosa nobile — ma non voglio mai che pensiate sia il primo o l'unico premio per cui lottare. Preferirei vedervi mogli di uomini poveri, se foste felici, amate, contente, piuttosto che regine su troni, senza rispetto per voi stesse e senza pace.»
«Le ragazze povere non hanno alcuna possibilità, dice Belle, a meno che non si facciano avanti», sospirò Meg.
«Allora saremo zitelle», disse Jo con fermezza.
«Giusto, Jo; meglio essere felici zitelle che mogli infelici, o ragazze sfacciate, che corrono in giro a cercare marito», disse la signora March con decisione. «Non angustiarti, Meg; la povertà scoraggia raramente un amante sincero. Alcune delle donne migliori e più onorate che conosco erano ragazze povere, ma così degne di essere amate da non aver avuto il permesso di restare zitelle. Lascia che queste cose le risolva il tempo; rendi felice questa casa, così che tu possa essere adatta a case tutte tue, se ti verranno offerte, e contenta qui se non sarà così. Una cosa ricordate, ragazze mie: la mamma è sempre pronta a essere la vostra confidente, il papà il vostro amico; ed entrambi confidiamo e speriamo che le nostre figlie, sposate o nubili che siano, siano l'orgoglio e il conforto delle nostre vite.»
«Lo saremo, Marmee, lo saremo!» esclamarono entrambe, con tutto il cuore, mentre lei dava loro la buonanotte.
X.
IL P. C. E IL P. O.
Con l'arrivo della primavera, una nuova serie di divertimenti divenne di moda, e le giornate che si allungavano offrirono lunghi pomeriggi per lavorare e giocare in ogni modo. Il giardino doveva essere messo in ordine, e ogni sorella aveva un quarto del piccolo appezzamento per farne ciò che voleva. Hannah era solita dire: «Saprei a chi appartiene ciascuno di quei giardinetti, anche se li vedessi in Cina»; e così poteva essere, poiché i gusti delle ragazze differivano tanto quanto i loro caratteri. Quello di Meg aveva rose ed eliotropi, mirto e un piccolo arancio. L'aiuola di Jo non era mai uguale per due stagioni, perché faceva sempre esperimenti; quest'anno doveva essere una piantagione di girasoli, i cui semi, di quella pianta allegra e ambiziosa, dovevano nutrire "Zia Cockle-top" e la sua famiglia di pulcini. Beth aveva fiori profumati di vecchio stampo nel suo giardino — piselli odorosi e reseda, speronella, garofani, viole del pensiero e artemisia, con centocchio per l'uccellino ed erba gatta per le gattine. Amy aveva un pergolato nel suo — piuttosto piccolo e pieno di forficule, ma molto carino da vedere — con caprifogli e convolvoli che appendevano i loro corni e campanelle colorati in ghirlande aggraziate ovunque; gigli bianchi alti, felci delicate e tante piante brillanti e pittoresche quante ne acconsentivano a fiorire lì.
Il giardinaggio, le passeggiate, le vogate sul fiume e le cacce ai fiori occupavano le belle giornate; e per quelle piovose, avevano passatempi domestici — alcuni vecchi, alcuni nuovi — tutti più o meno originali. Uno di questi era il "P. C."; poiché, dato che le società segrete erano di moda, si pensò fosse opportuno averne una; e, siccome tutte le ragazze ammiravano Dickens, si chiamarono il Pickwick Club. Con poche interruzioni, lo avevano mantenuto per un anno e si incontravano ogni sabato sera nella grande soffitta, occasioni in cui le cerimonie erano le seguenti: tre sedie erano disposte in fila davanti a un tavolo, su cui c'era una lampada, oltre a quattro distintivi bianchi, con un grande "P. C." in colori diversi su ciascuno, e il giornale settimanale, chiamato "Il Portafoglio Pickwick", al quale tutte contribuivano con qualcosa; mentre Jo, che sguazzava tra penne e inchiostro, era la redattrice. Alle sette, i quattro membri salivano nella sala del club, si legavano i distintivi intorno alla testa e prendevano posto con grande solennità. Meg, in quanto la maggiore, era Samuel Pickwick; Jo, avendo un'inclinazione letteraria, Augustus Snodgrass; Beth, poiché era tonda e rosea, Tracy Tupman, e Amy, che cercava sempre di fare ciò che non sapeva fare, era Nathaniel Winkle. Pickwick, il presidente, leggeva il giornale, che era pieno di racconti originali, poesie, notizie locali, annunci divertenti e suggerimenti, nei quali si ricordavano bonariamente a vicenda i propri difetti e mancanze.
In un'occasione, il signor Pickwick indossò un paio di occhiali senza lenti, picchiettò sul tavolo, schiarì la voce e, dopo aver fissato intensamente il signor Snodgrass, che si dondolava all'indietro sulla sedia, finché non si sistemò correttamente, iniziò a leggere:
Il Portafoglio Pickwick.
20 MAGGIO, 18--
Angolo del Poeta.
ODE DELL'ANNIVERSARIO.
Di nuovo ci incontriamo per celebrare Con distintivo e solenne rito, Il nostro cinquantaduesimo anniversario, Nella Sala Pickwick, stasera.
Siamo tutti qui in perfetta salute, Nessuno manca dalla nostra piccola banda; Di nuovo vediamo ogni volto ben noto, E stringiamo ogni mano amica.
Il nostro Pickwick, sempre al suo posto, Con reverenza salutiamo, Mentre, con gli occhiali sul naso, legge Il nostro foglio settimanale ben pieno.
Sebbene soffra di un raffreddore, Gioiamo nel sentirlo parlare, Poiché parole di saggezza da lui cadono, A dispetto di gracidii o squittii.
Il vecchio Snodgrass di sei piedi svetta in alto, Con eleganza elefantiaca, E irradia la compagnia, Con il suo volto bruno e gioviale.
Fuoco poetico illumina il suo occhio, Lotta contro il suo destino. Mirate l'ambizione sulla sua fronte, E sul suo naso una macchia d'inchiostro!
Poi arriva il nostro pacifico Tupman, Così roseo, paffuto e dolce. Che soffoca dalle risate per i giochi di parole, E cade dalla sua sedia.
Anche il compassato piccolo Winkle è qui, Con ogni capello al suo posto, Un modello di proprietà, Sebbene odi lavarsi la faccia.
L'anno è passato, ancora ci uniamo Per scherzare, ridere e leggere, E percorrere il sentiero della letteratura Che alla gloria conduce.
Possa il nostro giornale prosperare a lungo, Il nostro club restare unito, E gli anni a venire riversare le loro benedizioni Sull'utile, gaio "P. C."
A. SNODGRASS.
IL MATRIMONIO MASCHERATO.
UN RACCONTO DI VENEZIA.
Gondola dopo gondola scivolava verso i gradini di marmo e lasciava il suo bel carico ad accrescere la brillante folla che riempiva le maestose sale del Conte de Adelon. Cavalieri e dame, elfi e paggi, monaci e ragazze dei fiori, tutti si mescolavano gioiosamente nella danza. Voci dolci e ricche melodie riempivano l'aria; e così tra allegria e musica procedeva la mascherata.
«La vostra Altezza ha visto la Lady Viola stasera?» chiese un galante trovatore alla regina delle fate che fluttuava lungo la sala al suo braccio.
«Sì; non è adorabile, sebbene così triste! Anche il suo vestito è ben scelto, poiché tra una settimana sposerà il Conte Antonio, che odia appassionatamente.»
«Per la mia fede, lo invidio. Laggiù sta arrivando, abbigliato come uno sposo, tranne che per la maschera nera. Quando quella sarà tolta vedremo come considera la bella fanciulla il cui cuore non può conquistare, sebbene il suo severo padre conceda la sua mano», rispose il trovatore.
«Si sussurra che lei ami il giovane artista inglese che perseguita i suoi passi, ed è respinto dal vecchio conte», disse la dama, mentre si univano alla danza.
Il festino era al suo culmine quando apparve un prete e, ritirando la giovane coppia in un'alcova drappeggiata di velluto porpora, fece loro cenno di inginocchiarsi. Un silenzio istantaneo calò sulla gioiosa folla; e nessun suono, se non il gorgoglio delle fontane o il fruscio degli agrumeti dormienti al chiaro di luna, ruppe la quiete, mentre il Conte de Adelon parlò così:
«Miei signori e dame, perdonate l'astuzia con cui vi ho riuniti qui per testimoniare il matrimonio di mia figlia. Padre, attendiamo i vostri servizi.»
Tutti gli occhi si voltarono verso la festa nuziale, e un sommesso mormorio di stupore attraversò la folla, poiché né la sposa né lo sposo rimossero le maschere. Curiosità e meraviglia possedevano tutti i cuori, ma il rispetto frenò tutte le lingue finché il sacro rito non fu concluso. Poi gli spettatori ansiosi si radunarono attorno al conte, chiedendo una spiegazione.
«Volentieri la darei se potessi; ma so solo che è stato il capriccio della mia timida Viola, e io vi ho ceduto. Ora, figli miei, lasciate che il gioco finisca. Smascheratevi e ricevete la mia benedizione.»
Ma nessuno dei due piegò il ginocchio; poiché il giovane sposo rispose, con un tono che sbalordì tutti gli ascoltatori, mentre la maschera cadeva, rivelando il nobile volto di Ferdinand Devereux, l'artista amante; e, appoggiata al petto dove ora brillava la stella di un conte inglese, c'era la bella Viola, radiosa di gioia e bellezza.
«Mio signore, mi avete ordinato sprezzantemente di reclamare vostra figlia quando avessi potuto vantare un nome altisonante e una vasta fortuna come il Conte Antonio. Posso fare di più; poiché nemmeno la vostra anima ambiziosa può rifiutare il Conte di Devereux e De Vere, quando egli dona il suo antico nome e la sua ricchezza sconfinata in cambio della mano amata di questa bella dama, ora mia moglie.»
Il conte rimase come trasformato in pietra; e, rivolgendosi alla folla sbalordita, Ferdinand aggiunse, con un allegro sorriso di trionfo, «A voi, miei galanti amici, posso solo augurare che il vostro corteggiamento possa prosperare come il mio ha fatto; e che possiate tutti conquistare una sposa bella come la mia, grazie a questo matrimonio mascherato.»
S. PICKWICK.
* * * * *
Perché il P. C. è come la Torre di Babele? È pieno di membri indisciplinati.
* * * * *
LA STORIA DI UNA ZUCCA.
C'era una volta un contadino che piantò un piccolo seme nel suo giardino, e dopo un po' germogliò e divenne una vite, e produsse molte zucche. Un giorno di ottobre, quando erano mature, ne colse una e la portò al mercato. Un droghiere la comprò e la mise nella sua bottega. Quella stessa mattina, una bambina, con un cappello marrone e un vestito blu, con una faccia tonda e un naso all'insù, andò a comprarla per sua madre. Se la portò a casa, la tagliò e la bollì nella pentola grande; ne schiacciò una parte, con sale e burro, per cena; e al resto aggiunse una pinta di latte, due uova, quattro cucchiai di zucchero, noce moscata e alcuni cracker; la mise in una teglia profonda e la infornò finché non fu dorata e squisita; e il giorno dopo fu mangiata da una famiglia di nome March. T. TUPMAN.
* * * * *
SIGNOR PICKWICK, Signore:--
Mi rivolgo a lei riguardo al peccato il peccatore intendo è un uomo di nome Winkle che crea problemi nel suo club ridendo e a volte non vuole scrivere il suo pezzo in questo bel giornale spero che lei vorrà perdonare la sua cattiveria e lasciargli inviare una favola francese perché non sa scrivere di testa sua dato che ha così tante lezioni da fare e nessun cervello in futuro cercherò di prendere il tempo per le corna e preparare del lavoro che sarà tutto commy la fo cioè tutto a posto ho fretta perché è quasi ora di scuola
Distintamente vostro, N. WINKLE.
[Quanto sopra è un riconoscimento virile e nobile di passati misfatti. Se il nostro giovane amico studiasse la punteggiatura, sarebbe bene.]
UN TRISTE INCIDENTE.
Venerdì scorso, siamo stati sbalorditi da un violento urto nel nostro seminterrato, seguito da grida di dolore. Accorrendo, in gruppo, in cantina, abbiamo scoperto il nostro amato Presidente prostrato sul pavimento, essendo inciampato e caduto mentre prendeva legna per scopi domestici. Una scena perfetta di rovina ha incontrato i nostri occhi; poiché nella sua caduta il signor Pickwick aveva immerso testa e spalle in un mastello d'acqua, rovesciato un barile di sapone molle sul suo virile aspetto, e strappato gravemente i suoi indumenti. Essendo stato rimosso da questa pericolosa situazione, si è scoperto che non aveva subito alcun danno se non diverse contusioni; e, siamo felici di aggiungere, ora sta bene. ED.
*************************************************************** * * * IL LUTTO PUBBLICO. * * * * È nostro doloroso dovere registrare l'improvvisa e misteriosa * * scomparsa della nostra cara amica, Mrs. Snowball Pat * * Paw. Questa bella e amata gatta era la beniamina di una vasta * * cerchia di amici calorosi e ammiratori; poiché la sua bellezza * * attirava tutti gli occhi, le sue grazie e virtù la rendevano cara a * * tutti i cuori, e la sua perdita è profondamente sentita dall'intera * * comunità. * * * * Quando vista l'ultima volta, era seduta al cancello, a osservare il * * carretto del macellaio; e si teme che qualche malvivente, tentato * * dalle sue grazie, l'abbia vilmente rubata. Sono passate settimane, ma nessuna * * traccia di lei è stata scoperta; e rinunciamo a ogni * * speranza, leghiamo un nastro nero al suo cestino, mettiamo da parte la sua ciotola, * * e piangiamo per lei come per una creatura persa per noi per sempre. * * * ***************************************************************
* * * * *
Un'amica comprensiva invia la seguente perla:--
UN LAMENTO
PER S. B. PAT PAW.
Piangiamo la perdita della nostra piccola beniamina, E sospiriamo sul suo triste destino, Poiché mai più siederà accanto al fuoco, Né giocherà accanto al vecchio cancello verde.
La piccola tomba dove dorme la sua infanzia, È sotto l'albero di castagno; Ma sulla sua tomba non possiamo piangere, Non sappiamo dove possa essere.
Il suo letto vuoto, la sua palla oziosa, Non la vedranno mai più; Nessun tocco gentile, nessuna fusa amorevole Si sente alla porta del salotto.
Un'altra gatta viene dopo i suoi topi, Una gatta con la faccia sporca; Ma non caccia come faceva la nostra cara, Né gioca con la sua grazia aerea.
Le sue zampe furtive calpestano la stessa sala Dove Snowball soleva giocare, Ma soffia solo contro i cani che la nostra beniamina Scacciava così valorosamente.
Lei è utile e mite, e fa del suo meglio, Ma non è bella da vedere; E non possiamo darle il tuo posto, cara, Né adorarla come adoriamo te. A. S.
ANNUNCI.
MISS ORANTHY BLUGGAGE, l'esperta Conferenziere dalle Idee Forti, terrà la sua famosa Conferenza su "LA DONNA E LA SUA POSIZIONE", alla Pickwick Hall, sabato sera prossimo, dopo i soliti spettacoli.
UNA RIUNIONE SETTIMANALE si terrà a Kitchen Place, per insegnare alle giovani signore come cucinare. Hannah Brown presiederà; e tutte sono invitate a partecipare.
LA SOCIETÀ DELLA PALETTA si riunirà mercoledì prossimo, e sfilerà al piano superiore della Club House. Tutte le membri devono presentarsi in uniforme e in spalla le loro scope alle nove precise.
MRS. BETH BOUNCER aprirà il suo nuovo assortimento di Modisteria per Bambole la prossima settimana. Le ultime mode di Parigi sono arrivate, e gli ordini sono rispettosamente sollecitati.
UNA NUOVA COMMEDIA apparirà al Barnville Theatre, nel corso di alcune settimane, che supererà qualsiasi cosa mai vista sul palcoscenico americano. "LA SCHIAVA GRECA, o Costantino il Vendicatore" è il nome di questo dramma avvincente!!!
SUGGERIMENTI.
Se S. P. non usasse così tanto sapone sulle mani, non sarebbe sempre in ritardo a colazione. A. S. è pregata di non fischiettare per strada. T. T. per favore non dimenticare il tovagliolo di Amy. N. W. non deve angustiarsi perché il suo vestito non ha nove pieghe.
RAPPORTO SETTIMANALE.
Meg--Buono. Jo--Cattivo. Beth--Molto buono. Amy--Discreto.
Mentre il Presidente finiva di leggere il giornale (che prego i miei lettori di voler considerare come una copia autentica di uno scritto da ragazze autentiche tanto tempo fa), un applauso seguì, e poi il signor Snodgrass si alzò per fare una proposta.
«Signor Presidente e signori», esordì, assumendo un atteggiamento e un tono parlamentari, «desidero proporre l'ammissione di un nuovo membro — qualcuno che merita altamente l'onore, ne sarebbe profondamente grato, e aggiungerebbe immensamente allo spirito del club, al valore letterario del giornale, e sarebbe infinitamente allegro e simpatico. Propongo il signor Theodore Laurence come membro onorario del P. C. Dai, accoglietelo.»
L'improvviso cambiamento di tono di Jo fece ridere le ragazze; ma tutte sembravano piuttosto ansiose, e nessuno disse una parola, mentre Snodgrass riprendeva posto.
«Lo metteremo ai voti», disse il Presidente. «Tutti coloro che sono a favore di questa mozione sono pregati di manifestarlo dicendo 'Sì'.»
Una risposta forte da Snodgrass, seguita, con sorpresa di tutti, da una timida da parte di Beth.
«Coloro che sono contrari dicano 'No'.»
Meg e Amy erano contrarie; e il signor Winkle si alzò per dire, con grande eleganza, «Non vogliamo ragazzi; fanno solo scherzi e saltano in giro. Questo è un club di signore, e desideriamo restare private e decorose.»
«Ho paura che rida del nostro giornale e ci prenda in giro in seguito», osservò Pickwick, tirandosi il ricciolo sulla fronte, come faceva sempre quando era dubbiosa.
Si alzò Snodgrass, molto serio. «Signore, vi do la mia parola di gentiluomo, Laurie non farà nulla del genere. Gli piace scrivere, e darà un tono ai nostri contributi, e ci impedirà di essere sentimentali, non vedete? Possiamo fare così poco per lui, e lui fa così tanto per noi, penso che il minimo che possiamo fare sia offrirgli un posto qui, e accoglierlo se viene.»
Questa astuta allusione ai benefici conferiti portò Tupman in piedi, con l'aria di aver preso una decisione.
«Sì, dovremmo farlo, anche se abbiamo paura. Dico che può venire, e anche suo nonno, se vuole.»
Questo vivace scoppio di Beth elettrizzò il club, e Jo lasciò il suo posto per stringere la mano in segno di approvazione. «Ora dunque, votate di nuovo. Tutti ricordino che è il nostro Laurie, e dicano 'Sì!'» gridò Snodgrass eccitato.
«Sì! sì! sì!» risposero tre voci insieme.
«Bene! Dio vi benedica! Ora, siccome non c'è niente come 'prendere il tempo per le corna', come osserva caratteristicamente Winkle, permettetemi di presentarvi il nuovo membro»; e, con sgomento del resto del club, Jo spalancò la porta dell'armadio e mostrò Laurie seduto su un sacco di stracci, arrossito e scintillante di risate represse.
«Sei un furfante! Sei un traditore! Jo, come hai potuto?» gridarono le tre ragazze, mentre Snodgrass conduceva trionfalmente il suo amico fuori; e, recuperando sia una sedia che un distintivo, lo installò in un battibaleno.
«La sfrontatezza di voi due furfanti è sorprendente», esordì il signor Pickwick, cercando di fare un'espressione terribilmente accigliata, e riuscendo solo a produrre un sorriso amabile. Ma il nuovo membro fu all'altezza della situazione; e, alzandosi, con un saluto riconoscente verso la Presidenza, disse, nel modo più accattivante, «Signor Presidente e signore — chiedo scusa, signori — permettetemi di presentarmi come Sam Weller, l'umilissimo servitore del club.»
«Bene! bene!» gridò Jo, martellando con il manico del vecchio scaldino su cui si appoggiava.
«Il mio fedele amico e nobile mecenate», continuò Laurie, con un gesto della mano, «che mi ha presentato in modo così lusinghiero, non è da biasimare per il vile stratagemma di stasera. L'ho pianificato io, e lei ha ceduto solo dopo un sacco di insistenze.»
«Suvvia, non addossarti tutta la colpa; sai che ho proposto io l'armadio», intervenne Snodgrass, che si stava godendo lo scherzo enormemente.
«Non badare a quello che dice. Sono io il miserabile che l'ha fatto, signore», disse il nuovo membro, con un cenno alla Weller verso il signor Pickwick. «Ma sul mio onore, non lo farò mai più, e d'ora in poi mi dedicherò agli interessi di questo immortale club.»
«Ascolta! ascolta!» gridò Jo, facendo sferragliare il coperchio dello scaldino come un cembalo.
«Avanti, avanti!» aggiunsero Winkle e Tupman, mentre il Presidente si inchinava benignamente.
«Desidero solo dire che, come piccolo segno della mia gratitudine per l'onore resomi, e come mezzo per promuovere relazioni amichevoli tra nazioni confinanti, ho installato un ufficio postale nella siepe nell'angolo inferiore del giardino; un edificio bello e spazioso, con lucchetti sulle porte e ogni comodità per la posta — anche per le femmine, se mi si permette l'espressione. È la vecchia casa delle rondini; ma ho tappato la porta e fatto in modo che il tetto si apra, così potrà contenere ogni sorta di cose e risparmiare il nostro prezioso tempo. Lettere, manoscritti, libri e pacchetti possono esservi passati; e, dato che ogni nazione ha una chiave, sarà straordinariamente bello, immagino. Permettetemi di consegnare la chiave del club; e, con molti ringraziamenti per il vostro favore, riprendo il mio posto.»
Grandi applausi accolsero il signor Weller mentre depositava una piccola chiave sul tavolo e tornava a sedersi; lo scaldino tintinnò e fu agitato freneticamente, e ci volle un bel po' prima che l'ordine potesse essere ristabilito. Seguì una lunga discussione, e tutti si rivelarono sorprendenti, poiché ognuno diede il meglio di sé; fu quindi una riunione insolitamente vivace, che non si sciolse fino a tarda ora, quando terminò con tre acuti urrà per il nuovo membro.
Nessuno si pentì mai dell'ammissione di Sam Weller, poiché il club non avrebbe potuto avere un membro più devoto, beneducato e gioviale. Egli aggiunse certamente "spirito" alle riunioni e "un tono" al giornale; le sue orazioni, infatti, facevano sbellicare gli ascoltatori e i suoi contributi erano eccellenti, patriottici, classici, comici o drammatici, ma mai sentimentali. Jo li considerava degni di Bacon, Milton o Shakespeare; e, a suo dire, rielaborava i propri lavori con buoni risultati.
Il P. O. era una piccola istituzione capitale e fioriva a meraviglia, poiché vi passavano quasi tante cose strane quante ne passavano per l'ufficio vero. Tragedie e cravatte, poesie e sottaceti, semi da giardino e lunghe lettere, musica e panpepato, gomme, inviti, rimproveri e cuccioli. Il vecchio gentiluomo gradiva lo scherzo e si divertiva a inviare pacchi stravaganti, messaggi misteriosi e telegrammi buffi; e il suo giardiniere, che era invaghito del fascino di Hannah, inviò addirittura una lettera d'amore per Jo. Come risero quando il segreto venne a galla, senza mai immaginare quanti messaggi d'amore quel piccolo ufficio postale avrebbe contenuto negli anni a venire!
XI.
ESPERIMENTI.
«Il primo di giugno! I King partono domani per la spiaggia e io sono libera. Tre mesi di vacanza... quanto me li godrò!» esclamò Meg, tornando a casa un giorno caldo per trovare Jo stesa sul divano in uno stato di insolito esaurimento, mentre Beth le toglieva gli stivali impolverati e Amy preparava una limonata per rinfrescare l'intera compagnia.
«La zia March se n'è andata oggi, e per questo, oh, siate felici!» disse Jo. «Ero mortalmente terrorizzata che mi chiedesse di andare con lei; se l'avesse fatto, mi sarei sentita in dovere di accettare; ma Plumfield è allegra quanto un cimitero, sapete, e preferirei essere esentata. Abbiamo avuto un gran trambusto per far partire la vecchia signora, e ogni volta che mi parlava avevo paura, perché avevo tanta fretta di finire che sono stata straordinariamente servizievole e dolce, e temevo che avrebbe trovato impossibile separarsi da me. Ho tremato finché non è stata salita in carrozza, e ho avuto un ultimo spavento, perché, mentre partiva, ha fatto capolino fuori dicendo: "Josy-phine, non vorrai...?" Non ho sentito altro, perché vilmente mi sono voltata e sono scappata; ho corso davvero, e ho svoltato l'angolo, dove mi sono sentita al sicuro.»
«Povera vecchia Jo! È entrata con l'aria di chi è inseguito dagli orsi», disse Beth, mentre coccolava i piedi della sorella con aria materna.
«La zia March è una vera finocchio di mare, non è vero?» osservò Amy, assaggiando la sua miscela in modo critico.
«Intende vampiro, non finocchio di mare; ma non importa; fa troppo caldo per essere pignoli sulle parti del discorso», mormorò Jo.
«Cosa farai durante tutte le vacanze?» chiese Amy, cambiando argomento con tatto.
«Starò a letto fino a tardi e non farò nulla», rispose Meg, dalle profondità della sedia a dondolo. «Sono stata tirata giù dal letto presto tutto l'inverno e ho dovuto passare le mie giornate a lavorare per gli altri; quindi ora riposerò e me la godrò a cuore contento.»
«No», disse Jo; «quel modo pigro non fa per me. Ho fatto scorta di un mucchio di libri e intendo sfruttare le mie ore luminose leggendo sul mio trespolo nel vecchio melo, quando non mi dedicherò a...»
«Non dire "lallazioni!"» implorò Amy, come ripicca per la correzione sul "finocchio di mare".
«Allora dirò "usignoli", con Laurie; è appropriato e conveniente, visto che lui è un cantore.»
«Non facciamo lezioni, Beth, per un po', ma giochiamo tutto il tempo e riposiamoci, come intendono fare le ragazze», propose Amy.
«Beh, lo farò, se alla mamma non dispiace. Voglio imparare delle canzoni nuove e le mie bambine hanno bisogno di essere messe a posto per l'estate; sono terribilmente in disordine e hanno davvero bisogno di vestiti.»
«Possiamo, mamma?» chiese Meg, voltandosi verso la signora March, che sedeva a cucire in quello che chiamavano l'angolo di "Marmee".
«Potete provare il vostro esperimento per una settimana e vedere come vi trovate. Credo che entro sabato sera vi accorgerete che solo giocare e non lavorare è tanto brutto quanto solo lavorare e non giocare.»
«Oh, cara, no! Sarà delizioso, ne sono certa», disse Meg con compiacenza.
«Propongo un brindisi, come dice la mia "amica e socia, Sairy Gamp". Divertimento per sempre e niente sgobbate!» esclamò Jo, alzandosi, bicchiere in mano, mentre la limonata girava.
Tutte lo bevvero allegramente e iniziarono l'esperimento oziando per il resto della giornata. La mattina dopo, Meg non apparve fino alle dieci; la sua colazione solitaria non aveva un buon sapore e la stanza sembrava desolata e disordinata; poiché Jo non aveva riempito i vasi, Beth non aveva spolverato e i libri di Amy giacevano sparsi in giro. Nulla era ordinato e piacevole se non l'angolo di "Marmee", che appariva come al solito; e lì Meg sedette per "riposare e leggere", il che significava sbadigliare e immaginare quali bei vestiti estivi avrebbe comprato con il suo stipendio. Jo passò la mattina sul fiume con Laurie, e il pomeriggio leggendo e piangendo su "Il vasto, vasto mondo", su nell'albero di mele. Beth iniziò rovistando ogni cosa fuori dal grande armadio dove risiedeva la sua famiglia; ma, stancatasi prima di aver finito, lasciò il suo stabilimento sottosopra e andò alla sua musica, rallegrandosi di non dover lavare i piatti. Amy sistemò il suo pergolato, indossò il suo vestito bianco migliore, lisciò i suoi riccioli e si sedette a disegnare sotto i caprifogli, sperando che qualcuno la vedesse e chiedesse chi fosse la giovane artista. Poiché non apparve nessuno se non un curioso ragno ballerino, che esaminò il suo lavoro con interesse, andò a fare una passeggiata, fu sorpresa da un acquazzone e tornò a casa gocciolante.
All'ora del tè confrontarono le impressioni e tutte concordarono che era stata una giornata deliziosa, sebbene insolitamente lunga. Meg, che era andata a fare acquisti nel pomeriggio e aveva preso una "dolce mussola blu", aveva scoperto, dopo aver tagliato le larghezze, che non si poteva lavare, contrattempo che la rese leggermente irritabile. Jo si era bruciata la pelle del naso andando in barca e le era venuto un forte mal di testa per aver letto troppo a lungo. Beth era preoccupata per la confusione del suo armadio e per la difficoltà di imparare tre o quattro canzoni contemporaneamente; e Amy rimpiangeva profondamente il danno arrecato al suo vestito, poiché la festa di Katy Brown doveva tenersi il giorno dopo; e ora, come Flora McFlimsey, non aveva "niente da mettersi". Ma queste erano mere inezie; e assicurarono alla madre che l'esperimento stava funzionando a meraviglia. Lei sorrise, non disse nulla e, con l'aiuto di Hannah, fece il lavoro trascurato, mantenendo la casa piacevole e il meccanismo domestico funzionante senza intoppi. Era sorprendente quale stato di cose particolare e scomodo fosse
sempre più lungo; il tempo era insolitamente variabile, e così pure gli umori; una sensazione di irrequietezza possedeva tutti, e Satana trovava abbondanza di malizia per le mani oziose. Come apice del lusso, Meg diede fuori parte del suo cucito, e poi trovò che il tempo passava così pesantemente che si mise a tagliare e rovinare i suoi vestiti, nei tentativi di rimetterli a nuovo à la Moffat. Jo lesse finché non le si stancarono gli occhi e fu stanca dei libri; divenne così irrequieta che persino il buon Laurie ebbe un litigio con lei, e così abbattuta nello spirito che desiderò disperatamente di essere andata con la zia March. Beth se la cavò abbastanza bene, perché dimenticava costantemente che doveva essere tutto gioco e niente lavoro, e ricadeva nelle sue vecchie abitudini di tanto in tanto; ma qualcosa nell'aria la condizionò e, più di una volta, la sua tranquillità fu molto disturbata; tanto che, in un'occasione, scosse davvero la povera cara Joanna e le disse che era "uno spavento". Amy se la passò peggio di tutte, poiché le sue risorse erano scarse; e quando le sue sorelle la lasciarono per divertirsi e badare a se stessa, scoprì presto che quella piccola persona, istruita e importante, era un grande peso. Non le piacevano le bambole, le fiabe erano infantili e non si poteva disegnare tutto il tempo; i tè non valevano granché, e nemmeno i picnic, a meno che non fossero ben organizzati. «Se si potesse avere una bella casa, piena di ragazze simpatiche, o andare in viaggio, l'estate sarebbe deliziosa; ma restare a casa con tre sorelle egoiste e un ragazzo grande era abbastanza per mettere alla prova la pazienza di un Boaz», si lamentò Miss Malaprop, dopo diversi giorni dedicati al piacere, all'agitazione e alla noia.
Nessuna voleva ammettere di essere stanca dell'esperimento; ma, entro venerdì sera, ognuna riconobbe a se stessa di essere contenta che la settimana fosse quasi finita. Sperando di imprimere la lezione più a fondo, la signora March, che aveva un buon senso dell'umorismo, decise di terminare la prova in modo appropriato; così diede a Hannah una giornata libera e lasciò che le ragazze godessero del pieno effetto del sistema di gioco.
Quando si alzarono sabato mattina, non c'era fuoco in cucina, nessuna colazione in sala da pranzo e nessuna madre in vista da nessuna parte.
«Pietà di noi! Cosa è successo?» esclamò Jo, guardandosi intorno sgomenta.
Meg corse di sopra e tornò presto, con aria sollevata, ma piuttosto confusa e un po' vergognosa.
«La mamma non è malata, solo molto stanca, e dice che se ne starà tranquillamente in camera sua tutto il giorno e ci lascerà fare del nostro meglio. È una cosa molto strana da parte sua, non si comporta affatto come al solito; ma dice che è stata una settimana dura per lei, quindi non dobbiamo brontolare, ma badare a noi stesse.»
«È abbastanza facile, e l'idea mi piace; non vedo l'ora di fare qualcosa, cioè, qualche nuovo divertimento, sai», aggiunse Jo in fretta.
In effetti fu un immenso sollievo per tutte loro avere un po' di lavoro, e si misero all'opera di buona volontà, ma presto compresero la verità del detto di Hannah: "Gestire la casa non è uno scherzo". C'era abbondanza di cibo in dispensa e, mentre Beth e Amy apparecchiavano la tavola, Meg e Jo prepararono la colazione, chiedendosi, mentre lo facevano, perché i servitori parlassero sempre di duro lavoro.
«Ne porterò un po' alla mamma, anche se ha detto di non pensarla, perché si sarebbe arrangiata da sola», disse Meg, che presiedeva e si sentiva alquanto materna dietro la teiera.
Così un vassoio fu preparato prima che chiunque iniziasse, e portato su, con i complimenti della cuoca. Il tè bollito era molto amaro, la frittata bruciata e i biscotti macchiati di bicarbonato; ma la signora March ricevette il suo pasto con ringraziamenti e vi rise di cuore sopra dopo che Jo se ne fu andata.
«Povere piccole anime, avranno vita dura, temo; ma non soffriranno e farà loro bene», disse, tirando fuori le vivande più gustose che si era procurata e sbarazzandosi della pessima colazione, in modo che i loro sentimenti non venissero feriti: un piccolo inganno materno, di cui le ragazze le furono grate.
Molte furono le lamentele al piano di sotto e grande il dispiacere della capocuoca per i suoi fallimenti. «Non importa, preparerò io la cena e farò da servitrice; tu sii la padrona di casa, tieni le mani curate, ricevi compagnia e dai ordini», disse Jo, che ne sapeva ancora meno di Meg in fatto di affari culinari.
Questa offerta obbligante fu accettata volentieri; e Margaret si ritirò nel salotto, che mise in ordine in fretta spazzando via il disordine sotto il divano e chiudendo le persiane, per risparmiarsi la fatica di spolverare. Jo, con assoluta fiducia nelle proprie capacità e un desiderio amichevole di porre fine al litigio, mise immediatamente un biglietto nell'ufficio, invitando Laurie a cena.
«Faresti meglio a vedere cosa hai prima di pensare ad avere compagnia», disse Meg, quando fu informata dell'atto ospitale ma avventato.
«Oh, c'è il manzo in salamoia e un sacco di patate; e prenderò degli asparagi e un'aragosta, "per gradire", come dice Hannah. Avremo lattuga e faremo un'insalata. Non so come, ma il libro lo dice. Avrò biancomangiare e fragole per dessert; e anche caffè, se vuoi essere elegante.»
«Non provare troppi intrugli, Jo, perché non sai fare altro che panpepato e caramelle alla melassa che siano commestibili. Mi lavo le mani dal pranzo; e, visto che hai invitato Laurie per tua responsabilità, dovrai occuparti tu di lui.»
«Non voglio che tu faccia altro che essere gentile con lui e servire il budino. Mi darai un consiglio se mi trovo nei pasticci, non è vero?» chiese Jo, piuttosto offesa.
«Sì; ma non ne so molto, se non sul pane e poche inezie. Faresti meglio a chiedere il permesso alla mamma prima di ordinare qualsiasi cosa», rispose Meg prudentemente.
«Naturalmente lo farò; non sono stupida», e Jo se ne andò stizzita per i dubbi espressi sulle sue capacità.
«Prendi quello che vuoi e non disturbarmi; uscirò per cena e non posso preoccuparmi delle faccende di casa», disse la signora March, quando Jo le parlò. «Non mi è mai piaciuto gestire la casa e oggi mi prenderò una vacanza, per leggere, scrivere, andare a fare visite e divertirmi.»
Lo spettacolo insolito della sua laboriosa madre che dondolava comodamente e leggeva di buon mattino fece sentire a Jo come se fosse avvenuto un fenomeno naturale, poiché un'eclissi, un terremoto o un'eruzione vulcanica non sarebbero sembrati più strani.
«È tutto sottosopra, in qualche modo», disse a se stessa, scendendo le scale. «C'è Beth che piange; quello è un segno sicuro che c'è qualcosa che non va in questa famiglia. Se Amy mi dà fastidio, la scuoterò.»
Sentendosi a sua volta molto fuori posto, Jo si affrettò nel salotto per trovare Beth che singhiozzava su Pip, il canarino, che giaceva morto nella gabbia, con le sue zampine estese in modo patetico, come a implorare il cibo per la cui mancanza era morto.
«È tutta colpa mia... l'ho dimenticato... non c'è rimasto un seme o una goccia. O Pip! O Pip! Come ho potuto essere così crudele con te?» gridò Beth, prendendo la povera creatura tra le mani e cercando di rianimarla.
Jo sbirciò nel suo occhio socchiuso, sentì il suo cuoricino e, trovandolo rigido e freddo, scosse la testa e offrì la sua scatola del domino come bara.
«Mettilo nel forno, forse si scalderà e si riprenderà», disse Amy con speranza.
«È morto di fame e non deve essere cotto ora che è morto. Gli farò un sudario e sarà sepolto in giardino; e non avrò mai più un altro uccellino, mai, mio Pip! perché sono troppo cattiva per tenerne uno», mormorò Beth, seduta sul pavimento con il suo animale domestico piegato tra le mani.
«Il funerale sarà questo pomeriggio e andremo tutti. Ora, non piangere, Bethy; è un peccato, ma questa settimana non va bene nulla e Pip ha avuto la peggio nell'esperimento. Fai il sudario e adagialo nella mia scatola; e, dopo il pranzo, faremo un bel funerale», disse Jo, iniziando a sentirsi come se si fosse assunta un bell'impegno.
Lasciando le altre a consolare Beth, partì per la cucina, che era in uno stato di confusione alquanto scoraggiante. Indossato un grande grembiule, si mise al lavoro e accumulò i piatti pronti per essere lavati, quando scoprì che il fuoco era spento.
«Ecco una bella prospettiva!» borbottò Jo, sbattendo lo sportello della stufa e ficcando energicamente tra le braci.
Dopo aver riacceso il fuoco, pensò che sarebbe andata al mercato mentre l'acqua si scaldava. La passeggiata le rianimò lo spirito; e, lusingandosi di aver fatto buoni affari, tornò a casa trascinandosi, dopo aver comprato un'aragosta molto giovane, degli asparagi molto vecchi e due scatole di fragole acide. Quando ebbe finito di pulire, arrivò la cena e la stufa era rovente. Hannah aveva lasciato una teglia di pane a lievitare, Meg l'aveva lavorata presto, messa sul focolare per una seconda lievitazione e dimenticata. Meg stava intrattenendo Sallie Gardiner in salotto, quando la porta si spalancò e apparve una figura infarinata, sporca, arrossata e spettinata, che esclamò aspramente:
«Dico, il pane non è abbastanza "lievitato" quando esce dalle teglie?»
Sallie iniziò a ridere; ma Meg annuì e sollevò le sopracciglia il più in alto possibile, il che fece svanire l'apparizione e mise il pane acido in forno senza ulteriori indugi. La signora March uscì, dopo aver sbirciato qua e là per vedere come andavano le cose, dicendo anche una parola di conforto a Beth, che sedeva a preparare un sudario, mentre il caro defunto giaceva composto nella scatola del domino. Un senso strano di impotenza colse le ragazze quando la cuffia grigia svanì dietro l'angolo; e la disperazione le prese quando, pochi minuti dopo, apparve Miss Crocker, dicendo che era venuta a pranzo. Ora, questa signora era una zitella magra e giallastra, con un naso appuntito e occhi inquisitori, che vedeva tutto e spettegolava su tutto ciò che vedeva. Non la amavano, ma erano state educate a essere gentili con lei, semplicemente perché era vecchia, povera e aveva pochi amici. Così Meg le diede la poltrona e cercò di intrattenerla, mentre lei faceva domande, criticava tutto e raccontava storie sulle persone che conosceva.
La lingua non può descrivere le ansie, le esperienze e le fatiche che Jo subì quella mattina; e il pranzo che servì divenne una barzelletta ricorrente. Temendo di chiedere altri consigli, fece del suo meglio da sola e scoprì che qualcosa di più dell'energia e della buona volontà è necessario per fare la cuoca. Bollì gli asparagi per un'ora e si addolorò nel trovare le cime cotte e i gambi più duri che mai. Il pane bruciò diventando nero; perché il condimento dell'insalata la irritava così tanto che lasciò perdere tutto il resto finché non si fu convinta di non poterlo rendere commestibile. L'aragosta era un mistero scarlatto per lei, ma martellò e ficcò finché non fu sgusciata e le sue magre proporzioni nascoste in un boschetto di foglie di lattuga. Le patate dovettero essere fatte in fretta, per non far aspettare gli asparagi, e alla fine non erano cotte. Il biancomangiare era grumoso e le fragole non erano mature come sembravano, essendo state abilmente "truccate".
«Beh, possono mangiare manzo, pane e burro, se hanno fame; solo che è umiliante dover sprecare tutta la mattina per nulla», pensò Jo, mentre suonava il campanello mezz'ora più tardi del solito e stava lì, calda, stanca e avvilita, a osservare il banchetto imbandito per Laurie, abituato a ogni sorta di eleganza, e Miss Crocker, i cui occhi curiosi avrebbero notato tutti i fallimenti e la cui lingua pettegola li avrebbe riferiti in lungo e in largo.
La povera Jo sarebbe volentieri sprofondata sotto il tavolo, mentre una cosa dopo l'altra veniva assaggiata e lasciata lì; mentre Amy ridacchiava, Meg sembrava angosciata, Miss Crocker arricciava le labbra e Laurie parlava e rideva con tutte le sue forze, per dare un tono allegro alla scena festosa. L'unico punto di forza di Jo era la frutta, poiché l'aveva zuccherata bene e aveva una brocca di ricca panna da mangiare insieme. Le sue guance calde si raffreddarono un po' e tirò un lungo respiro, mentre i graziosi piattini di vetro giravano e tutti guardavano con benevolenza le piccole isole rosate che galleggiavano in un mare di panna. Miss Crocker assaggiò per prima, fece una smorfia e bevve dell'acqua in fretta. Jo, che aveva rifiutato, pensando che non ce ne fosse abbastanza, poiché erano diminuite tristemente dopo la selezione, lanciò un'occhiata a Laurie, ma lui stava mangiando valorosamente, sebbene ci fosse una leggera piega intorno alla bocca e tenesse gli occhi fissi sul piatto. Amy, che amava i cibi delicati, ne prese un cucchiaio colmo, soffocò, nascose il viso nel tovagliolo e lasciò la tavola precipitosamente.
«Oh, cos'è?» esclamò Jo tremando.
«Sale al posto dello zucchero, e la panna è acida», rispose Meg, con un gesto tragico.
Jo emise un gemito e ricadde sulla sedia; ricordando di aver dato un'ultima frettolosa spolverata alle bacche da una delle due scatole sul tavolo della cucina, e di aver trascurato di mettere il latte in frigorifero. Divenne scarlatta ed era sul punto di piangere, quando incontrò gli occhi di Laurie, che apparivano allegri nonostante i suoi sforzi eroici; il lato comico della faccenda la colpì improvvisamente e rise finché le lacrime le scesero lungo le guance. Così fecero tutti gli altri, persino "Croaker", come le ragazze chiamavano la vecchia signora; e lo sfortunato pranzo finì allegramente, con pane e burro, olive e divertimento.
"Non ho abbastanza presenza di spirito per rimediare ora, quindi ci rassereneremo con un funerale," disse Jo, mentre si alzavano; e Miss Crocker si preparò ad andare, impaziente di raccontare la nuova storia al tavolo da pranzo di un'altra amica.
Si rassereneranno davvero, per amore di Beth; Laurie scavò una fossa sotto le felci nel boschetto, il piccolo Pip vi fu deposto, tra molte lacrime, dalla sua padroncina dal cuore tenero, e coperto di muschio, mentre una ghirlanda di violette e centocchio veniva appesa sulla pietra che portava il suo epitaffio, composto da Jo mentre lottava con la cena:--
"Qui giace Pip March, Morto il sette di giugno; Amato e pianto amaramente, E non presto dimenticato."
Alla conclusione delle cerimonie, Beth si ritirò nella sua stanza, sopraffatta dall'emozione e dall'aragosta; ma non c'era luogo di riposo, poiché i letti non erano stati rifatti, e trovò il suo dolore molto lenito dallo scuotere i cuscini e rimettere in ordine le cose. Meg aiutò Jo a sgomberare i resti del banchetto, il che richiese metà pomeriggio e le lasciò così stanche che convennero di accontentarsi di tè e pane tostato per cena. Laurie portò Amy a fare un giro in carrozza, il che fu un atto di carità, poiché la panna acida sembrava aver avuto un cattivo effetto sul suo umore. Mrs. March tornò a casa trovando le tre figlie più grandi al lavoro nel bel mezzo del pomeriggio; e un'occhiata all'armadio le diede un'idea del successo di una parte dell'esperimento.
Prima che le casalinghe potessero riposarsi, diverse persone passarono a trovarle, e ci fu una corsa per prepararsi a riceverle; poi bisognava preparare il tè, sbrigare commissioni; e un paio di necessari lavori di cucito trascurati fino all'ultimo minuto. Mentre scendeva il crepuscolo, rugiadoso e calmo, una ad una si radunarono sotto il portico dove le rose di giugno stavano sbocciando magnificamente, e ognuna gemette o sospirò mentre si sedeva, come se fosse stanca o turbata.
"Che giornata terribile è stata!" esordì Jo, solitamente la prima a parlare.
"È sembrata più corta del solito, ma così scomoda," disse Meg.
"Per nulla simile a casa," aggiunse Amy.
"Non può sembrarlo senza Marmee e il piccolo Pip," sospirò Beth, guardando, con gli occhi pieni, la gabbia vuota sopra la sua testa.
"Ecco la mamma, cara, e domani avrai un altro uccellino, se lo desideri."
Mentre parlava, Mrs. March arrivò e prese posto tra loro, con l'aria di chi non aveva trascorso una vacanza molto più piacevole della loro.
"Siete soddisfatte del vostro esperimento, ragazze, o volete un'altra settimana?" chiese, mentre Beth si rannicchiava vicino a lei e le altre si volgevano verso di lei con volti raggianti, come i fiori si volgono al sole.
"Io no!" esclamò Jo con decisione.
"Nemmeno io," fecero eco le altre.
"Pensate, dunque, che sia meglio avere pochi doveri e vivere un po' per gli altri, vero?"
"Oziare e divertirsi non paga," osservò Jo, scuotendo la testa. "Sono stanca di tutto ciò, e intendo mettermi subito al lavoro su qualcosa."
"Supponiamo che tu impari a cucinare piatti semplici; è un'utile abilità, di cui nessuna donna dovrebbe essere priva," disse Mrs. March, ridendo in modo impercettibile al ricordo della cena di Jo; poiché aveva incontrato Miss Crocker e ne aveva sentito il racconto.
"Mamma, sei andata via e hai lasciato che tutto facesse da sé, solo per vedere come ce la saremmo cavata?" esclamò Meg, che aveva avuto sospetti per tutto il giorno.
"Sì; volevo che vedeste come il conforto di tutte dipenda dal fatto che ognuna faccia la sua parte fedelmente. Mentre Hannah ed io facevamo il vostro lavoro, ve la siete cavata abbastanza bene, anche se non credo che siate state molto felici o amabili; così ho pensato, come piccola lezione, di mostrarvi cosa succede quando ognuna pensa solo a se stessa. Non sentite che è più piacevole aiutarsi a vicenda, avere doveri quotidiani che rendono dolce il tempo libero quando arriva, e sopportare e tollerare, affinché la casa possa essere confortevole e incantevole per tutte noi?"
"Lo sentiamo, mamma, lo sentiamo!" esclamarono le ragazze.
"Allora lasciate che vi consigli di riprendere i vostri piccoli pesi; poiché, sebbene a volte sembrino pesanti, sono buoni per noi e si alleggeriscono man mano che impariamo a portarli. Il lavoro è salutare, e ce n'è in abbondanza per tutti; ci tiene lontani dalla noia e dai guai, è un bene per la salute e lo spirito, e ci dà un senso di potere e indipendenza migliore del denaro o della moda."
"Lavoreremo come api, e lo ameremo anche; vedrete!" disse Jo. "Imparerò a cucinare piatti semplici per il mio compito delle vacanze; e la prossima cena che darò sarà un successo."
"Farò io il set di camicie per papà, invece di lasciare che lo faccia tu, Marmee. Posso e voglio farlo, anche se non amo cucire; sarà meglio che agitarsi per le mie cose, che sono già abbastanza carine così come sono," disse Meg.
"Farò le mie lezioni ogni giorno, e non passerò così tanto tempo con la musica e le bambole. Sono una stupida, e dovrei studiare, non giocare," fu la risoluzione di Beth; mentre Amy seguì il loro esempio dichiarando eroicamente: "Imparerò a fare le asole e a curare le mie parti del discorso."
"Molto bene! Allora sono pienamente soddisfatta dell'esperimento, e immagino che non dovremo ripeterlo; solo non passate all'altro estremo e lavorate come schiave. Abbiate orari regolari per il lavoro e il gioco; rendete ogni giorno utile e piacevole, e dimostrate di comprendere il valore del tempo impiegandolo bene. Allora la giovinezza sarà deliziosa, la vecchiaia porterà pochi rimpianti e la vita diventerà un bellissimo successo, a dispetto della povertà."
"Ricorderemo, mamma!" E così fecero.
XII.
CAMP LAURENCE.
Beth era la postina, poiché, stando quasi sempre a casa, poteva occuparsene regolarmente, e amava profondamente il compito quotidiano di aprire la porticina e distribuire la posta. Un giorno di luglio arrivò con le mani piene e girò per la casa lasciando lettere e pacchetti, come il postino.
"Ecco il tuo mazzolino, mamma! Laurie non se ne dimentica mai," disse, mettendo il bouquet fresco nel vaso che si trovava nell'"angolo di Marmee", e che veniva rifornito dal ragazzo affettuoso.
"Miss Meg March, una lettera e un guanto," continuò Beth, consegnando gli oggetti alla sorella, che sedeva vicino alla madre, cucendo polsini.
"Ma se ne ho lasciato un paio laggiù, e qui ce n'è solo uno," disse Meg, guardando il guanto di cotone grigio.
"Non ne avrai perso l'altro in giardino?"
"No, sono sicura di no; perché ce n'era solo uno nell'ufficio."
"Odio avere guanti spaiati! Non importa, l'altro si troverà. La mia lettera è solo una traduzione della canzone tedesca che volevo; penso l'abbia fatta Mr. Brooke, perché questa non è la calligrafia di Laurie."
Mrs. March diede un'occhiata a Meg, che appariva molto carina nella sua veste da camera di cotone a quadretti, con i piccoli riccioli che le soffiavano sulla fronte, e molto donna, mentre sedeva a cucire al suo tavolino da lavoro, pieno di ordinati rotoli bianchi; così inconsapevole del pensiero nella mente di sua madre mentre cuciva e cantava, mentre le dita volavano e i suoi pensieri erano occupati da fantasie giovanili innocenti e fresche come le viole del pensiero sulla sua cintura, che Mrs. March sorrise, soddisfatta.
"Due lettere per la Dottoressa Jo, un libro e un buffo cappello vecchio, che copriva l'intero ufficio postale, appiccicato fuori," disse Beth, ridendo, mentre entrava nello studio, dove Jo sedeva a scrivere.
"Che tipo furbo che è Laurie! Gli avevo detto che avrei voluto che andassero di moda i cappelli più grandi, perché mi brucio il viso in ogni giornata calda. Lui ha detto: 'Perché badare alla moda? Indossa un cappello grande e sii comoda!' Io ho detto che lo avrei fatto se ne avessi avuto uno, e lui mi ha mandato questo, per mettermi alla prova. Lo indosserò, per scherzo, e gli dimostrerò che non mi importa della moda;" e, appendendo l'antico cappello a tesa larga su un busto di Platone, Jo lesse le sue lettere.
Una da parte di sua madre le fece illuminare le guance e riempire gli occhi, poiché le diceva:--
"MIA CARA:
"Ti scrivo due parole per dirti con quanta soddisfazione osservo i tuoi sforzi per controllare il tuo temperamento. Non dici nulla delle tue prove, dei tuoi fallimenti o dei tuoi successi, e pensi, forse, che nessuno li veda se non l'Amico il cui aiuto invochi quotidianamente, se posso fidarmi della copertina consumata del tuo libro di preghiere. Anch'io li ho visti tutti, e credo sinceramente nella sincerità della tua risoluzione, dal momento che comincia a dare frutti. Vai avanti, cara, con pazienza e coraggio, e credi sempre che nessuno simpatizzi più teneramente con te della tua amorevole
"MADRE."
"Questo mi fa bene! Vale milioni di denaro e mucchi di lodi. Oh Marmee, ci provo davvero! Continuerò a provare, e non mi stancherò, dato che ho te ad aiutarmi."
Appoggiando la testa sulle braccia, Jo bagnò il suo piccolo romanzo con qualche lacrima felice, poiché aveva pensato che nessuno vedesse e apprezzasse i suoi sforzi per essere buona; e questa assicurazione era doppiamente preziosa, doppiamente incoraggiante, perché inaspettata e proveniente dalla persona la cui approvazione stimava di più. Sentendosi più forte che mai nell'affrontare e sottomettere il suo Apollyon, appuntò il biglietto all'interno del suo vestito, come uno scudo e un promemoria, per non essere presa alla sprovvista, e procedette ad aprire l'altra sua lettera, pronta sia per buone che per cattive notizie. Con una grafia grande e scattante, Laurie scriveva:--
"CARA JO, Olà!
Alcune ragazze e ragazzi inglesi verranno a trovarmi domani e voglio divertirmi un mondo. Se fa bel tempo, pianterò la mia tenda a Longmeadow e porterò l'intera banda a fare pranzo e croquet – accenderemo un fuoco, faremo pasticci, alla gitana, e ogni sorta di scherzo. Sono persone simpatiche e a cui piacciono queste cose. Brooke verrà, per tenere a bada noi ragazzi, e Kate Vaughn farà da chaperon alle ragazze. Voglio che veniate tutte; non posso lasciare andare Beth, a nessun costo, e nessuno dovrà darle fastidio. Non preoccupatevi delle razioni – ci penserò io, e a tutto il resto – venite e basta, brava ragazza!
"Di gran fretta, Sempre vostro, LAURIE."
"Che abbondanza!" esclamò Jo, correndo a dare la notizia a Meg.
"Naturalmente possiamo andare, mamma? Sarà di grande aiuto per Laurie, perché io so remare, e Meg può badare al pranzo, e le bambine possono essere utili in qualche modo."
"Spero che i Vaughn non siano gente fine e adulta. Sai qualcosa di loro, Jo?" chiese Meg.
"Solo che sono in quattro. Kate è più grande di te, Fred e Frank (gemelli) hanno circa la mia età, e una bambina (Grace), che ha nove o dieci anni. Laurie li ha conosciuti all'estero, e gli piacevano i ragazzi; mi è sembrato, dal modo in cui arricciava la bocca parlando di lei, che non ammirasse molto Kate."
"Sono così contenta che il mio vestito di cotone francese sia pulito; è proprio quello giusto, e mi dona tanto!" osservò Meg con compiacimento. "Hai qualcosa di decente, Jo?"
"Un completo da canottaggio scarlatto e grigio, abbastanza buono per me. Remerò e camminerò in giro, quindi non voglio pensieri sull'amidatura. Verrai, Bethy?"
"Se non permetterai a nessuno dei ragazzi di parlarmi."
"Nemmeno a un ragazzo!"
"Mi piace compiacere Laurie; e non ho paura di Mr. Brooke, è così gentile; ma non voglio giocare, o cantare, o dire nulla. Lavorerò sodo, e non darò fastidio a nessuno; e tu ti prenderai cura di me, Jo, quindi verrò."
"Questa è la mia brava ragazza; provi davvero a combattere la tua timidezza, e ti amo per questo. Combattere i propri difetti non è facile, lo so; e una parola allegra dà una specie di slancio. Grazie, mamma," e Jo diede alla guancia magra un bacio riconoscente, più prezioso per Mrs. March che se le avesse restituito la rotondità rosea della sua giovinezza.
"Ho avuto una scatola di gocce di cioccolato, e il quadro che volevo copiare," disse Amy, mostrando la sua posta.
"E io ho ricevuto un biglietto da Mr. Laurence, che mi chiede di andare a suonare per lui stasera, prima che si accendano le lampade, e ci andrò," aggiunse Beth, la cui amicizia con il vecchio gentiluomo prosperava magnificamente.
"Ora corriamo in giro e facciamo il doppio del dovere oggi, così da poter giocare domani con la mente libera," disse Jo, preparandosi a sostituire la penna con una scopa.
Quando il sole fece capolino nella stanza delle ragazze presto la mattina seguente, per promettere loro una bella giornata, vide uno spettacolo comico. Ognuna aveva fatto i preparativi per la festa che sembravano necessari e opportuni. Meg aveva una fila extra di bigodini sulla fronte, Jo si era cosparsa abbondantemente il viso afflitto con crema fredda, Beth aveva portato Joanna a letto con sé per espiare l'imminente separazione, e Amy aveva raggiunto l'apice mettendo una molletta da bucato sul naso, per risollevare il tratto incriminato. Era uno di quei tipi che gli artisti usano per tenere fermo il foglio sui loro tavoli da disegno, quindi del tutto appropriato ed efficace per lo scopo a cui veniva ora messo. Questo buffo spettacolo sembrò divertire il sole, poiché scoppiò con tale radiosità che Jo si svegliò e svegliò tutte le sue sorelle con una risata di cuore all'ornamento di Amy.
Il sole e le risate erano buoni presagi per una festa, e presto un vivace fermento iniziò in entrambe le case. Beth, che era pronta per prima, continuava a riferire ciò che accadeva accanto, e ravvivava le toilette delle sue sorelle con frequenti telegrammi dalla finestra.
"Ecco che va l'uomo con la tenda! Vedo Mrs. Barker che prepara il pranzo in un paniere e un grande cesto. Ora Mr. Laurence guarda il cielo e la banderuola; vorrei che andasse anche lui. Ecco Laurie, che sembra un marinaio – bel ragazzo! Oh, cielo! Ecco una carrozza piena di persone – una signora alta, una bambina e due ragazzi terribili. Uno è zoppo; poverino, ha una stampella. Laurie non ce l'ha detto. Fate in fretta, ragazze! Si fa tardi. Ma guarda, c'è Ned Moffat, lo giuro. Guarda, Meg, non è quello l'uomo che ti ha salutata un giorno, quando eravamo a fare acquisti?"
"È proprio lui. Che strano che sia venuto. Pensavo fosse in montagna. C'è Sallie; sono contenta che sia tornata in tempo. Sono a posto, Jo?" esclamò Meg, in agitazione.
"Una meraviglia. Tirati su il vestito e raddrizzati il cappello; sembra sentimentale inclinato così, e volerà via alla prima folata. Ora, forza, andiamo!"
"Oh Jo, non vorrai indossare quel cappello orribile? È troppo assurdo! Non ti ridurrai a una macchietta," protestò Meg, mentre Jo si legava, con un nastro rosso, il cappello di paglia a tesa larga, vecchio stile, che Laurie aveva mandato per scherzo.
"Lo farò, invece, perché è ottimo – così ombreggiante, leggero e grande. Farà ridere; e non mi importa di sembrare una macchietta se sto comoda." Detto questo, Jo marciò dritta via, e le altre seguirono – una piccola banda allegra di sorelle, tutte al meglio, in abiti estivi, con volti felici sotto le tese sbarazzine dei cappelli.
Laurie corse incontro a loro per presentarle ai suoi amici, nel modo più cordiale. Il prato era il salotto, e per diversi minuti vi si svolse una scena vivace. Meg fu grata di vedere che Miss Kate, sebbene ventenne, era vestita con una semplicità che le ragazze americane farebbero bene a imitare; e fu molto lusingata dalle assicurazioni di Mr. Ned che era venuto apposta per vederla. Jo capì perché Laurie "arricciava la bocca" quando parlava di Kate, poiché quella giovane signora aveva un'aria distaccata e di "non-toccami", che contrastava fortemente con il comportamento libero e disinvolto delle altre ragazze. Beth osservò i nuovi ragazzi e decise che quello zoppo non era "terribile", ma gentile e debole, e sarebbe stata gentile con lui per questo motivo. Amy trovò Grace una bambina allegra e ben educata; e dopo essersi fissate in silenzio per qualche minuto, divennero improvvisamente molto amiche.
Tende, pranzo e attrezzi per il croquet essendo stati mandati in anticipo, il gruppo fu presto imbarcato, e le due barche si allontanarono insieme, lasciando Mr. Laurence a sventolare il cappello sulla riva. Laurie e Jo remavano su una barca; Mr. Brooke e Ned sull'altra; mentre Fred Vaughn, il gemello turbolento, faceva del suo meglio per ribaltarle entrambe pagaiando su un canotto come un insetto d'acqua disturbato. Il buffo cappello di Jo meritava un voto di ringraziamento, poiché era di utilità generale; ruppe il ghiaccio all'inizio, provocando una risata; creava una brezza piuttosto rinfrescante, sventolando avanti e indietro mentre remava, e sarebbe stato un ottimo ombrello per tutto il gruppo, se fosse arrivato un acquazzone, disse. Kate sembrava piuttosto stupita dai procedimenti di Jo, specialmente quando esclamò "Cristoforo Colombo!" quando perse il remo; e Laurie disse: "Mio caro amico, ti ho fatto male?" quando inciampò sui suoi piedi prendendo posto. Ma dopo aver messo il suo monocolo per esaminare la strana ragazza diverse volte, Miss Kate decise che era "strana, ma piuttosto intelligente," e le sorrise da lontano.
Meg, nell'altra barca, era situata deliziosamente, faccia a faccia con i rematori, che ammiravano entrambi il panorama e muovevano i remi con insolita "abilità e destrezza". Mr. Brooke era un giovane serio e silenzioso, con bei occhi castani e una voce piacevole. A Meg piacevano i suoi modi tranquilli e lo considerava un'enciclopedia vivente di conoscenze utili. Non le parlava molto; ma la guardava parecchio, e lei si sentiva sicura che non la guardasse con avversione. Ned, essendo al college, naturalmente assumeva tutte le arie che le matricole pensano sia loro dovere assumere; non era molto saggio, ma molto bonario, e tutto sommato un'ottima persona per gestire un picnic. Sallie Gardiner era assorbita dal mantenere pulito il suo vestito di piqué bianco e dal chiacchierare con l'ubiquo Fred, che teneva Beth nel terrore costante con i suoi scherzi.
Non era lontano fino a Longmeadow; ma la tenda era montata e gli archi giù quando arrivarono. Un piacevole campo verde, con tre querce larghe nel mezzo, e una striscia liscia di erba per il croquet.
"Benvenuti a Camp Laurence!" disse il giovane ospite, mentre sbarcavano, tra esclamazioni di gioia.
"Brooke è il comandante in capo; io sono il commissario generale; gli altri ragazzi sono ufficiali di stato maggiore; e voi, signore, siete la compagnia. La tenda è per il vostro particolare beneficio, e quella quercia è il vostro salotto; questa è la mensa, e la terza è la cucina da campo. Ora, facciamo una partita prima che faccia caldo, e poi penseremo alla cena."
Frank, Beth, Amy e Grace si sedettero a guardare la partita giocata dagli altri otto. Mr. Brooke scelse Meg, Kate e Fred; Laurie prese Sallie, Jo e Ned. Gli inglesi giocavano bene; ma gli americani giocavano meglio, e contesero ogni centimetro del terreno con forza come se lo spirito del '76 li ispirasse. Jo e Fred ebbero diverse scaramucce, e una volta evitarono per un soffio parole grosse. Jo era passata attraverso l'ultimo arco, e aveva mancato il colpo, il che la innervosì parecchio. Fred era subito dietro di lei, e il suo turno arrivò prima del suo; diede un colpo, la sua palla colpì l'arco e si fermò a un pollice dal lato sbagliato. Nessuno era molto vicino; e correndo a esaminare, gli diede una spinta furtiva con la punta del piede, che la mise proprio a un pollice dal lato giusto.
"Sono passato! Ora, Miss Jo, ti sistemo io, e arrivo prima," esclamò il giovane signore, facendo oscillare la sua mazza per un altro colpo.
"L'hai spinta; l'ho visto; ora è il mio turno," disse Jo bruscamente.
"Sulla mia parola, non l'ho mossa; è rotolata un po', forse, ma è permesso; quindi fatti da parte, per favore, e lascia che tiri alla posta."
"Noi non bariamo in America, ma tu puoi, se vuoi," disse Jo con rabbia.
"Gli Yankee sono di gran lunga i più astuti, lo sanno tutti. Eccoti servita!" rispose Fred, mandando la sua palla lontano con un colpo di croquet.
Jo aprì le labbra per dire qualcosa di scortese, ma si trattenne in tempo, arrossì fino alla fronte e stette un minuto, picchiando giù un arco con tutta la sua forza, mentre Fred colpiva la posta e si dichiarava fuori con molto esultanza. Se ne andò a cercare la sua palla, e impiegò molto tempo a trovarla tra i cespugli; ma tornò, sembrando calma e tranquilla, e aspettò il suo turno pazientemente. Ci vollero diversi colpi per riconquistare il posto che aveva perso; e, quando arrivò lì, l'altra parte aveva quasi vinto, poiché la palla di Kate era la penultima e giaceva vicino alla posta.
"Perbacco, è finita per noi! Addio, Kate. Miss Jo mi deve un favore, quindi siete spacciati", gridò Fred con entusiasmo, mentre si avvicinavano tutti per vedere la conclusione.
"Gli Yankee hanno il vizio di essere generosi con i loro nemici", disse Jo, con uno sguardo che fece arrossire il ragazzo, "specialmente quando li battono", aggiunse, mentre, lasciando intatta la palla di Kate, vinceva la partita con un colpo magistrale.
Laurie lanciò in aria il cappello; poi si ricordò che non stava bene esultare per la sconfitta dei suoi ospiti e si interruppe a metà di un evviva per sussurrare all'amica:
"Brava Jo! Ha barato, l'ho visto; non possiamo dirglielo, ma non lo farà più, credimi."
Meg la tirò in disparte, con il pretesto di fissarle una treccia sciolta, e disse con approvazione:
"È stato terribilmente provocatorio; ma tu hai mantenuto la calma, e ne sono così contenta, Jo."
"Non lodarmi, Meg, perché potrei schiaffeggiarlo proprio ora. Sarei certamente esplosa se non fossi rimasta tra le ortiche finché non ho placato la mia rabbia abbastanza da tenere a freno la lingua. Ora sta ribollendo, quindi spero che stia lontano da me", replicò Jo, mordendosi le labbra mentre guardava in cagnesco Fred da sotto il suo grande cappello.
"È ora di pranzo", disse Mr. Brooke, guardando l'orologio. "Commissario generale, vuoi accendere il fuoco e prendere l'acqua, mentre Miss March, Miss Sallie ed io prepariamo la tavola? Chi sa fare un buon caffè?"
"Jo sa farlo", disse Meg, lieta di raccomandare la sorella. Così Jo, sentendo che le sue recenti lezioni di cucina le avrebbero fatto onore, andò a presiedere la caffettiera, mentre i ragazzi raccoglievano rametti secchi, accendevano il fuoco e prendevano l'acqua da una sorgente vicina. Miss Kate disegnava e Frank parlava con Beth, che stava intrecciando piccoli tappetini di giunchi per usarli come piatti.
Il comandante in capo e i suoi aiutanti disposero presto la tovaglia con un invitante assortimento di cibi e bevande, graziosamente decorato con foglie verdi. Jo annunciò che il caffè era pronto e tutti si sistemarono per un pasto abbondante; perché la giovinezza è raramente dispeptica e l'esercizio fisico sviluppa un sano appetito. Fu un pranzo molto allegro; tutto sembrava fresco e divertente, e frequenti scoppi di risa spaventarono un venerabile cavallo che pascolava lì vicino. C'era una piacevole irregolarità nella tavola, che causò molti piccoli incidenti a tazze e piatti; ghiande cadevano nel latte, minuscole formiche nere partecipavano ai rinfreschi senza essere state invitate e bruchi pelosi si calavano dall'albero per vedere cosa stesse succedendo. Tre bambini biondi sbirciarono oltre lo steccato e un cane sgradevole abbaiò loro contro dall'altra parte del fiume con tutta la sua forza.
"C'è del sale qui, se lo preferisci", disse Laurie, mentre porgeva a Jo un piattino di bacche.
"Grazie, preferisco i ragni", rispose lei, pescando due incauti animaletti che erano andati incontro a una morte cremosa. "Come osi ricordarmi quella cena orribile, quando la tua è così piacevole sotto ogni aspetto?" aggiunse Jo, mentre entrambi ridevano e mangiavano dallo stesso piatto, essendo finite le stoviglie.
"Mi sono divertito un mondo quel giorno e non mi sono ancora ripreso. Questo non è merito mio, sai; io non faccio nulla; siete tu, Meg e Brooke a far andare le cose, e ve ne sono infinitamente grato. Cosa faremo quando non potremo più mangiare?" chiese Laurie, sentendo che la sua carta vincente era stata giocata quando il pranzo fu finito.
"Facciamo dei giochi, finché non farà più fresco. Ho portato 'Autori' e scommetto che Miss Kate conosce qualcosa di nuovo e carino. Vai a chiederglielo; lei è un'ospite e dovresti stare più con lei."
"Non sei un'ospite anche tu? Pensavo che a Brooke potesse piacere lei; ma lui continua a parlare con Meg, e Kate li fissa solo attraverso quel ridicolo occhialino. Io vado, quindi non cercare di predicare la correttezza, perché non puoi farlo, Jo."
Miss Kate conosceva diversi giochi nuovi; e siccome le ragazze non volevano e i ragazzi non potevano mangiare altro, si spostarono tutti nel salotto per giocare a "Rigmarole".
"Una persona inizia una storia, una sciocchezza qualsiasi, e racconta per tutto il tempo che vuole, facendo solo attenzione a fermarsi in un momento avvincente, quando il successivo prosegue facendo lo stesso. È molto divertente quando viene fatto bene e crea un perfetto miscuglio di roba tragica e comica su cui ridere. Inizia tu, Mr. Brooke", disse Kate, con un'aria autoritaria che sorprese Meg, la quale trattava il precettore con lo stesso rispetto riservato a qualsiasi altro gentiluomo.
Sdraiato sull'erba ai piedi delle due giovani signore, Mr. Brooke iniziò obbedientemente la storia, con i bei occhi castani fissi sul fiume soleggiato.
"C'era una volta un cavaliere che andò nel mondo a cercare fortuna, poiché non aveva altro che la sua spada e il suo scudo. Viaggiò per molto tempo, quasi ventotto anni, e se la passò male, finché giunse al palazzo di un buon vecchio re, che aveva offerto una ricompensa a chiunque avesse domato e addestrato un bel puledro indomito, a cui era molto affezionato. Il cavaliere accettò di provare e procedette lentamente ma con sicurezza; perché il puledro era un animale coraggioso e imparò presto ad amare il suo nuovo padrone, sebbene fosse capriccioso e selvaggio. Ogni giorno, quando dava lezioni a questo beniamino del re, il cavaliere lo cavalcava attraverso la città; e, mentre cavalcava, cercava ovunque un certo bel volto, che aveva visto molte volte nei suoi sogni, ma mai trovato. Un giorno, mentre trotterellava lungo una strada silenziosa, vide alla finestra di un castello in rovina quel volto incantevole. Ne fu deliziato, chiese chi abitasse in quel vecchio castello e gli fu detto che diverse principesse prigioniere vi erano tenute da un incantesimo e filavano tutto il giorno per mettere da parte denaro per comprarsi la libertà. Il cavaliere desiderava intensamente di poterle liberare; ma era povero e poteva solo passare di lì ogni giorno, osservando il volto dolce e desiderando vederlo uscire al sole. Alla fine, decise di entrare nel castello e chiedere come potesse aiutarle. Andò e bussò; il grande portone si spalancò ed egli scorse..."
"Una dama incredibilmente bella, che esclamò con un grido di estasi: 'Finalmente! Finalmente!'" continuò Kate, che aveva letto romanzi francesi e ne ammirava lo stile. "'È lei!' gridò il Conte Gustave e cadde ai suoi piedi in un'estasi di gioia. 'Oh, alzatevi!' disse lei, porgendogli una mano di marmorea bianchezza. 'Mai! finché non mi direte come posso salvarvi', giurò il cavaliere, ancora in ginocchio. 'Ahimè, il mio destino crudele mi condanna a rimanere qui finché il mio tiranno non sarà distrutto.' 'Dov'è il cattivo?' 'Nel salone malva. Andate, cuore coraggioso, e salvatemi dalla disperazione.' 'Obbedisco e tornerò vittorioso o morto!' Con queste parole elettrizzanti si precipitò via e, spalancando la porta del salone malva, stava per entrare quando ricevette..."
"Un colpo stordente dal grande lessico greco, che un vecchio tizio in toga nera gli scagliò contro", disse Ned. "All'istante Sir Che-ne-so riprese i sensi, scagliò il tiranno fuori dalla finestra e si voltò per raggiungere la dama, vittorioso, ma con un bernoccolo sulla fronte; trovò la porta chiusa a chiave, strappò le tende, costruì una scala di corda, arrivò a metà strada quando la scala si ruppe e lui finì a testa in giù nel fossato, sessanta piedi più sotto. Sapeva nuotare come un'anatra, remò intorno al castello finché non arrivò a una porticina sorvegliata da due robusti figuri; fece cozzare le loro teste finché non si spaccarono come un paio di noci, poi, con uno sforzo minimo della sua prodigiosa forza, sfondò la porta, salì una rampa di gradini di pietra coperti da un piede di polvere, rospi grandi come pugni e ragni che ti farebbero venire l'isteria, Miss March. In cima a quei gradini si imbatté improvvisamente in una visione che gli tolse il fiato e gli gelò il sangue..."
"Una figura alta, tutta vestita di bianco con un velo sul viso e una lampada in mano alla sua figura emaciata", proseguì Meg. "Fece cenno, scivolando silenziosamente davanti a lui lungo un corridoio buio e freddo come una tomba. Effigi ombrose in armatura stavano su entrambi i lati, regnava un silenzio di morte, la lampada bruciava di blu e la figura spettrale volgeva di tanto in tanto il volto verso di lui, mostrando il luccichio di occhi terribili attraverso il velo bianco. Raggiunsero una porta con le tende, dietro la quale risuonava una musica incantevole; lui balzò in avanti per entrare, ma lo spettro lo tirò indietro e agitò minacciosamente davanti a lui una..."
"Tabacchiera", disse Jo, con un tono sepolcrale che fece convulsionare il pubblico. "'Grazie', disse il cavaliere educatamente, mentre ne prendeva un pizzico e starnutiva sette volte così violentemente che la sua testa cadde. 'Ah! Ah!' rise il fantasma; e dopo aver sbirciato dal buco della serratura le principesse che filavano per salvarsi la vita, lo spirito maligno raccolse la sua vittima e la mise in una grande scatola di latta, dove c'erano altri undici cavalieri stipati insieme senza testa, come sardine, che si alzarono tutti e iniziarono a..."
"Ballare una hornpipe", intervenne Fred, mentre Jo si fermava per riprendere fiato; "e, mentre ballavano, il vecchio castello fatiscente si trasformò in una nave da guerra a vele spiegate. 'Su il fiocco, terzaruoli alle drizze di gabbia, barra tutta a sottovento e ai posti di combattimento!' ruggì il capitano, mentre un pirata portoghese appariva all'orizzonte, con una bandiera nera come l'inchiostro che sventolava dal trinchetto. 'All'attacco e vincete, miei prodi!' dice il capitano; e iniziò una lotta tremenda. Ovviamente hanno vinto gli inglesi; vincono sempre."
"No, non è vero!" gridò Jo a parte.
"Fatto prigioniero il capitano dei pirati, passarono sopra lo schooner, i cui ponti erano pieni di morti e i cui ombrinali colavano sangue, poiché l'ordine era stato 'Sciabole alla mano e morite combattendo!' 'Aiutante del nostromo, prendi una gassa sulla drizza del fiocco e dai una lezione a questo cattivo se non confessa i suoi peccati in fretta', disse il capitano britannico. Il portoghese tenne la lingua a posto, come un duro, e camminò sull'asse, mentre i marinai gioiosi esultavano come matti. Ma l'astuto cane si tuffò, riemerse sotto la nave da guerra, la affondò, e lei andò giù, a vele spiegate, 'In fondo al mare, al mare, al mare', dove..."
"Oh, cielo! cosa devo dire?" gridò Sallie, mentre Fred terminava il suo rigmarole, in cui aveva mescolato, alla rinfusa, frasi marinaresche e fatti tratti da uno dei suoi libri preferiti. "Beh, finirono in fondo e una graziosa sirena li accolse, ma fu molto addolorata nel trovare la scatola dei cavalieri senza testa e li conservò gentilmente in salamoia, sperando di scoprire il mistero che li riguardava; poiché, essendo donna, era curiosa. Poco dopo scese un palombaro e la sirena disse: 'Ti darò questa scatola di perle se riuscirai a portarla su'; perché voleva riportare in vita i poveretti e non riusciva a sollevare lei stessa il carico pesante. Così il palombaro la issò e rimase molto deluso, aprendola, nel non trovare perle. La lasciò in un grande campo solitario, dove fu trovata da una..."
"Piccola guardiana d'oche, che teneva cento oche grasse nel campo", disse Amy, quando l'inventiva di Sallie si esaurì. "La bambina ebbe pietà di loro e chiese a una vecchia cosa dovesse fare per aiutarli. 'Le tue oche te lo diranno, sanno tutto', disse la vecchia. Così chiese cosa dovesse usare per le nuove teste, dato che quelle vecchie erano andate perdute, e tutte le oche aprirono le loro cento bocche e gridarono..."
"'Cavoli!'" continuò prontamente Laurie. "'Proprio quello che ci vuole', disse la ragazza, e corse a prenderne dodici bellissimi dal suo orto. Li mise al loro posto, i cavalieri si rianimarono all'istante, la ringraziarono e proseguirono per la loro strada rallegrandosi, senza mai accorgersi della differenza, poiché c'erano così tante altre teste simili alle loro nel mondo che nessuno vi faceva caso. Il cavaliere che mi interessa tornò a cercare il bel volto e seppe che le principesse si erano filate la libertà e se n'erano andate tutte a sposarsi, tranne una. Lui era in uno stato di grande agitazione per questo; e, montato sul puledro, che gli era rimasto accanto nel bene e nel male, corse al castello per vedere quale fosse rimasta. Sbirciando oltre la siepe, vide la regina dei suoi desideri raccogliere fiori nel suo giardino. 'Mi darete una rosa?' disse lui. 'Dovete venire a prenderla. Io non posso venire da voi; non è corretto', disse lei, dolce come il miele. Lui cercò di scavalcare la siepe, ma sembrava crescere sempre più alta; poi cercò di farsi strada a forza, ma diventava sempre più fitta, ed egli era disperato. Così spezzò pazientemente rametto dopo rametto, finché non ebbe fatto un piccolo buco, attraverso il quale sbirciò, dicendo implorante: 'Fatemi entrare! fatemi entrare!' Ma la bella principessa non sembrava capire, perché raccoglieva le sue rose con calma e lo lasciava combattere per entrare. Se ci sia riuscito o meno, ve lo dirà Frank."
"Non posso; non sto giocando, non lo faccio mai", disse Frank, sgomento per la situazione sentimentale dalla quale doveva salvare l'assurda coppia. Beth era scomparsa dietro Jo e Grace dormiva.
"Quindi il povero cavaliere deve rimanere bloccato nella siepe, eh?" chiese Mr. Brooke, continuando a guardare il fiume e giocherellando con la rosa selvatica all'occhiello.
"Immagino che la principessa gli abbia dato un mazzolino e abbia aperto il cancello, dopo un po'", disse Laurie, sorridendo tra sé mentre lanciava ghiande al suo precettore.
"Che sciocchezza abbiamo combinato! Con un po' di pratica potremmo fare qualcosa di davvero brillante. Conoscete 'Verità'?" chiese Sallie, dopo che ebbero riso della loro storia.
"Spero di sì", disse Meg seriamente.
"Il gioco, intendo."
"Cos'è?" disse Fred.
"Beh, si mettono le mani in pila, si sceglie un numero, si sfila a turno e la persona che sfila al numero scelto deve rispondere con sincerità a qualsiasi domanda posta dagli altri. È molto divertente."
"Proviamoci", disse Jo, a cui piacevano i nuovi esperimenti.
Miss Kate e Mr. Brooke, Meg e Ned rifiutarono, ma Fred, Sallie, Jo e Laurie impilarono le mani e sflilarono; e la sorte toccò a Laurie.
"Chi sono i tuoi eroi?" chiese Jo.
"Il nonno e Napoleone."
"Quale tra queste signore ti sembra la più carina?" disse Sallie.
"Margaret."
"Quale ti piace di più?" da parte di Fred.
"Jo, ovviamente."
"Che domande sciocche fai!" e Jo fece un gesto di sdegno mentre gli altri ridevano del tono impassibile di Laurie.
"Provate ancora; Verità non è un brutto gioco", disse Fred.
"È un ottimo gioco per te", ribatté Jo a bassa voce.
Il suo turno arrivò subito dopo.
"Qual è il tuo difetto più grande?" chiese Fred, per mettere alla prova in lei la virtù che mancava a lui stesso.
"Un carattere irascibile."
"Cosa desideri di più?" disse Laurie.
"Un paio di stringhe per gli stivali", rispose Jo, intuendo e sventando il suo scopo.
"Non è una risposta vera; devi dire cosa desideri davvero più di ogni altra cosa."
"Il genio; non vorresti poterlo dare a me, Laurie?" e lei sorrise maliziosamente al volto deluso di lui.
"Quali virtù ammiri di più in un uomo?" chiese Sallie.
"Coraggio e onestà."
"Ora tocca a me", disse Fred, quando la sua mano fu l'ultima.
"Dagliela," sussurrò Laurie a Jo, che annuì e chiese subito:
"Non hai barato a croquet?"
"Beh, sì, un pochino."
"Bene! Non hai tratto la tua storia da 'The Sea-Lion'?" disse Laurie.
"Più o meno."
"Non pensi che la nazione inglese sia perfetta sotto ogni aspetto?" chiese Sallie.
"Mi vergognerei di me stesso se non lo pensassi."
"È un vero John Bull. Ora, Miss Sallie, avrai una possibilità senza aspettare di sfilare. Ti strazierò i sentimenti per prima, chiedendoti se non pensi di essere un po' civettuola", disse Laurie, mentre Jo annuiva a Fred come segno che la pace era stata dichiarata.
"Ragazzo impertinente! naturalmente non lo sono", esclamò Sallie, con un'aria che dimostrava il contrario.
"Cosa odi di più?" chiese Fred.
"I ragni e il budino di riso."
"Cosa ti piace di più?" chiese Jo.
"Ballare e i guanti francesi."
"Beh, penso che Verità sia un gioco molto sciocco; facciamo una partita sensata ad Autori, per rinfrescarci la mente", propose Jo.
Ned, Frank e le bambine si unirono a loro e, mentre il gioco proseguiva, i tre più grandi sedevano in disparte a chiacchierare. Miss Kate tirò fuori di nuovo il suo schizzo e Margaret la guardò, mentre Mr. Brooke era sdraiato sull'erba con un libro che non leggeva.
"Come lo fai magnificamente! Vorrei saper disegnare", disse Meg, con un misto di ammirazione e rammarico nella voce.
"Perché non impari? Credo che tu abbia gusto e talento per questo", rispose gentilmente Miss Kate.
"Non ho tempo."
"La tua mamma preferisce altre occupazioni, immagino. Anche la mia; ma le ho dimostrato di avere talento prendendo qualche lezione in privato, e poi è stata ben felice che continuassi. Non puoi fare lo stesso con la tua istitutrice?"
"Non ne ho una."
"Dimenticavo; le giovani signore in America vanno a scuola più che da noi. Sono anche scuole molto belle, dice papà. Tu vai in una privata, suppongo?"
"Non ci vado affatto; sono io stessa un'istitutrice."
"Oh, davvero!" disse Miss Kate; ma avrebbe potuto altrettanto bene dire: "Oh cielo, che orrore!", perché il suo tono lo sottintendeva, e qualcosa nel suo viso fece arrossire Meg, la quale desiderò di non essere stata così schietta.
Mr. Brooke alzò lo sguardo e disse rapidamente: "Le giovani signore in America amano l'indipendenza tanto quanto i loro antenati, e sono ammirate e rispettate per il fatto di mantenersi da sole."
"Oh, sì; naturalmente è molto bello e corretto da parte loro farlo. Abbiamo molte giovani donne rispettabilissime e degne che fanno lo stesso e sono impiegate dalla nobiltà perché, essendo figlie di gentiluomini, sono ben educate e istruite, sapete", disse Miss Kate con un tono paternalistico che ferì l'orgoglio di Meg e rese il suo lavoro non solo più sgradevole, ma degradante.
"La canzone tedesca vi è piaciuta, Miss March?" chiese Mr. Brooke, rompendo un silenzio imbarazzante.
"Oh, sì! era molto dolce e sono molto grata a chiunque l'abbia tradotta per me"; e il viso abbattuto di Meg si illuminò mentre parlava.
"Non leggete il tedesco?" chiese Miss Kate, con uno sguardo di sorpresa.
"Non molto bene. Mio padre, che me lo insegnava, è lontano e non faccio molti progressi da sola, perché non ho nessuno che corregga la mia pronuncia."
"Provate un po' adesso; ecco la 'Maria Stuarda' di Schiller e un precettore che ama insegnare", e Mr. Brooke le posò il libro in grembo con un sorriso invitante.
"È così difficile che ho paura di provare", disse Meg, grata ma timida in presenza della colta giovane signora al suo fianco.
"Leggerò un po' per incoraggiarvi"; e Miss Kate lesse uno dei passaggi più belli, in modo perfettamente corretto ma completamente privo di espressione.
Mr. Brooke non fece commenti, quando lei restituì il libro a Meg, la quale disse innocentemente:
"Pensavo fosse una poesia."
"In parte lo è. Provate questo passaggio."
Un sorriso strano increspò la bocca di Mr. Brooke mentre apriva il libro al lamento della povera Maria.
Meg, seguendo obbedientemente il lungo filo d'erba che il suo nuovo precettore usava per indicare, lesse lentamente e timidamente, trasformando inconsciamente in poesia le parole difficili con la dolce intonazione della sua voce melodiosa. La guida verde scorreva sulla pagina e presto, dimenticando il suo ascoltatore nella bellezza della scena triste, Meg lesse come se fosse sola, dando un tocco di tragedia alle parole dell'infelice regina. Se avesse visto gli occhi castani allora, si sarebbe fermata bruscamente; ma non alzò mai lo sguardo e la lezione non fu rovinata per lei.
"Davvero molto bene!" disse Mr. Brooke, quando lei si fermò, ignorando del tutto i suoi numerosi errori e sembrando come se, davvero, "amasse insegnare".
Miss Kate sollevò il suo occhialino e, dopo aver esaminato il piccolo quadro davanti a lei, chiuse il suo album da disegno dicendo, con condiscendenza:
"Hai un buon accento e, col tempo, diventerai una lettrice abile. Ti consiglio di imparare, poiché il tedesco è una competenza preziosa per le insegnanti. Devo badare a Grace, sta facendo troppo chiasso"; e Miss Kate si allontanò, aggiungendo tra sé, con una scrollata di spalle: "Non sono venuta per fare da chaperon a una governante, per quanto sia giovane e carina. Che gente strana questi Yankees; temo che Laurie si rovinerà completamente in mezzo a loro."
"Ho dimenticato che gli inglesi storcono un po' il naso davanti alle governanti e non le trattano come facciamo noi", disse Meg, guardando la figura che si allontanava con un'espressione infastidita.
"Anche i precettori, da quelle parti, se la passano piuttosto male, come so per esperienza. Non c'è posto come l'America per noi lavoratori, Miss Margaret"; e Mr. Brooke sembrava così soddisfatto e allegro che Meg si vergognò di lamentarsi della propria dura sorte.
"Sono contenta di viverci, allora. Il mio lavoro non mi piace, ma dopo tutto ne traggo una certa soddisfazione, quindi non mi lamenterò; vorrei solo che mi piacesse insegnare quanto piace a lei."
"Credo che le piacerebbe se avesse Laurie come allievo. Mi dispiacerà molto perderlo l'anno prossimo", disse Mr. Brooke, intento a bucherellare il manto erboso.
"Andrà all'università, immagino?" Le labbra di Meg formularono la domanda, ma i suoi occhi aggiunsero: "E che ne sarà di lei?"
"Sì; è giunto il momento che vada, perché è pronto; e non appena se ne sarà andato, farò il soldato. C'è bisogno di me."
"Ne sono felice!" esclamò Meg. "Dovrebbe essere il desiderio di ogni giovane uomo, immagino; anche se è dura per le madri e le sorelle che restano a casa", aggiunse tristemente.
"Io non ne ho, e ho pochissimi amici che si curino se vivo o muoio", disse Mr. Brooke, piuttosto amaramente, mentre riponeva distrattamente la rosa appassita nella buca che aveva scavato, ricoprendola come una piccola tomba.
"Laurie e suo nonno se ne curerebbero moltissimo, e noi saremmo tutte molto dispiaciute se le accadesse qualcosa di male", disse Meg cordialmente.
"Grazie; sono parole piacevoli", esordì Mr. Brooke, tornando a sembrare allegro; ma prima che potesse finire la frase, Ned, in groppa al vecchio cavallo, arrivò trotterellando per mostrare la sua abilità equestre alle giovani signore, e non ci fu più pace per quel giorno.
"Non ami andare a cavallo?" chiese Grace ad Amy, mentre stavano riposando dopo una corsa nel campo insieme agli altri, guidati da Ned.
"Ne vado matta; mia sorella Meg andava a cavallo quando papà era ricco, ma ora non abbiamo cavalli, eccetto Ellen Tree", aggiunse Amy ridendo.
"Parlami di Ellen Tree; è un asino?" chiese Grace curiosa.
"Vedi, Jo va pazza per i cavalli, e anch'io, ma abbiamo solo una vecchia sella da donna e nessun cavallo. Nel nostro giardino c'è un melo con un bel ramo basso; così Jo ci mette la sella, fissa delle redini alla parte rialzata e noi galoppiamo su Ellen Tree ogni volta che ci va."
"Che buffo!" rise Grace. "Io ho un pony a casa e vado a cavallo quasi ogni giorno al parco, con Fred e Kate; è molto bello, perché vengono anche i miei amici e il Row è pieno di signore e signori."
"Cara, che incanto! Spero di andare all'estero un giorno; ma preferirei andare a Roma piuttosto che al Row", disse Amy, che non aveva la minima idea di cosa fosse il Row e non l'avrebbe chiesto per nulla al mondo.
Frank, seduto proprio dietro le bambine, sentì cosa stavano dicendo e spinse via la sua stampella con un gesto impaziente mentre guardava i ragazzi vivaci cimentarsi in ogni sorta di buffa ginnastica. Beth, che stava raccogliendo le carte del gioco degli Autori sparse a terra, alzò lo sguardo e disse, nel suo modo timido ma amichevole:
"Temo che tu sia stanco; posso fare qualcosa per te?"
"Parlami, per favore; è noioso stare qui da solo", rispose Frank, che evidentemente era abituato a essere molto viziato a casa.
Se le avesse chiesto di pronunciare un'orazione in latino, per la timida Beth non sarebbe sembrato un compito più impossibile; ma non c'era nessun posto dove scappare, nessuna Jo dietro cui nascondersi, e il povero ragazzo la guardava con tale desiderio che lei decise coraggiosamente di provare.
"Di cosa ti piace parlare?" chiese, giocherellando con le carte e lasciandone cadere la metà mentre cercava di legarle insieme.
"Beh, mi piace sentire parlare di cricket, canottaggio e caccia", disse Frank, che non aveva ancora imparato ad adattare i suoi divertimenti alle sue forze.
"Mio Dio! Cosa devo fare? Non so nulla di queste cose", pensò Beth; e, dimenticandosi della sventura del ragazzo nella sua agitazione, disse, sperando di farlo parlare: "Non ho mai visto una battuta di caccia, ma immagino che tu ne sappia tutto."
"Un tempo sì; ma non potrò mai più andare a caccia, perché mi sono fatto male saltando un maledetto cancello a cinque barre; quindi per me non ci sono più cavalli né cani da caccia", disse Frank, con un sospiro che fece odiare a Beth se stessa per la sua innocente gaffe.
"I tuoi cervi sono molto più belli dei nostri brutti bisonti", disse lei, rivolgendosi alle praterie in cerca di aiuto e sentendosi felice di aver letto uno dei libri per ragazzi che Jo adorava.
I bisonti si rivelarono un argomento calmante e soddisfacente; e, nel suo zelo di divertire il prossimo, Beth si dimenticò di sé ed era del tutto ignara dello stupore e della gioia delle sue sorelle di fronte all'insolito spettacolo di Beth che chiacchierava amabilmente con uno dei terribili ragazzi, contro i quali aveva implorato protezione.
"Benedetto il suo cuore! Lo compatisce, perciò è gentile con lui", disse Jo, raggiante verso di lei dal campo di croquet.
"Ho sempre detto che è una piccola santa", aggiunse Meg, come se non potesse esserci alcun dubbio al riguardo.
"Non sentivo Frank ridere così da un sacco di tempo", disse Grace ad Amy, mentre sedevano a discutere di bambole e a preparare servizi da tè con i cappucci delle ghiande.
"Mia sorella Beth è una ragazza molto raffinata, quando le va", disse Amy, soddisfatta del successo di Beth. Intendeva "affascinante", ma siccome Grace non conosceva il significato esatto di nessuna delle due parole, "raffinata" suonava bene e faceva una buona impressione.
Un circo improvvisato, un gioco di volpe e oche e un'amichevole partita di croquet conclusero il pomeriggio. Al tramonto la tenda fu smontata, le ceste riposte, gli archetti divelti, le barche caricate e l'intero gruppo scese lungo il fiume, cantando a squarciagola. Ned, facendosi sentimentale, intonò una serenata con il malinconico ritornello:
"Soli, soli, ahimè, soli,"
e alle parole:
"Siam giovani entrambi, abbiam un cuor, Perché star distanti con freddo rigor?"
guardò Meg con un'espressione così sdolcinata che lei scoppiò a ridere e gli rovinò la canzone.
"Come puoi essere così crudele con me?" sussurrò lui, coperto da un vivace ritornello. "Sei rimasta attaccata a quell'inglesina inamidata tutto il giorno e ora mi snobbi."
"Non era mia intenzione; ma avevi un'aria così buffa che non ho potuto farne a meno", rispose Meg, sorvolando sulla prima parte del suo rimprovero; poiché era verissimo che lo aveva evitato, ricordandosi della festa dei Moffat e delle chiacchiere seguite ad essa.
Ned si offese e si rivolse a Sallie per cercare consolazione, dicendole piuttosto stizzito: "Non c'è un briciolo di civetteria in quella ragazza, vero?"
"Nemmeno una particella; ma è un tesoro", ribatté Sallie, difendendo la sua amica anche mentre confessava le sue mancanze.
"Non è certo un cervo ferito, comunque", disse Ned, cercando di essere arguto e riuscendoci tanto quanto solitamente fanno i giovanissimi gentiluomini.
Sul prato, dove si erano riuniti, il gruppetto si separò con cordiali buonanotte e arrivederci, poiché i Vaughn stavano per partire per il Canada. Mentre le quattro sorelle tornavano a casa attraversando il giardino, Miss Kate le guardò allontanarsi dicendo, senza il solito tono di condiscendenza nella voce: "Nonostante i loro modi espansivi, le ragazze americane sono molto carine quando le si conosce."
"Sono perfettamente d'accordo con lei", disse Mr. Brooke.
XIII.
CASTELLI IN ARIA.
Laurie giaceva dondolandosi lussuosamente nella sua amaca, in un caldo pomeriggio di settembre, domandandosi cosa stessero facendo i suoi vicini, ma troppo pigro per andare a scoprirlo. Era in uno dei suoi momenti di malumore; la giornata era stata infruttuosa e insoddisfacente, e desiderava poterla rivivere da capo. Il caldo lo rendeva indolente e aveva trascurato gli studi, messo a dura prova la pazienza di Mr. Brooke, dispiaciuto il nonno facendo pratica per metà pomeriggio, terrorizzato le cameriere insinuando maliziosamente che uno dei suoi cani stesse diventando idrofobo e, dopo una brusca discussione con lo stalliere riguardo a una presunta negligenza verso il suo cavallo, si era gettato nell'amaca per rimuginare sulla stupidità del mondo in generale, finché la pace di quella splendida giornata non lo calmò a dispetto di se stesso. Fissando il cupo verde degli ippocastani sopra di lui, faceva sogni di ogni sorta e stava giusto immaginando di essere sballottato dall'oceano in un viaggio intorno al mondo, quando il suono di alcune voci lo riportò a terra in un lampo. Sbirciando attraverso le maglie dell'amaca, vide le March che uscivano, come se fossero dirette verso qualche spedizione.
"Cosa diavolo stanno combinando quelle ragazze adesso?" pensò Laurie, aprendo i suoi occhi assonnati per guardare meglio, perché c'era qualcosa di piuttosto peculiare nell'aspetto delle sue vicine. Ognuna indossava un grande cappello a falde larghe, una sacca di lino marrone a tracolla e portava un lungo bastone. Meg aveva un cuscino, Jo un libro, Beth un cestino e Amy un portfolio. Camminavano tutte tranquillamente attraverso il giardino, fuori dal piccolo cancello sul retro, e iniziarono a salire la collina che si trovava tra la casa e il fiume.
"Beh, che bella trovata!" disse Laurie tra sé, "fare un picnic e non invitarmi mai. Non possono andare in barca, perché non hanno la chiave. Forse l'hanno dimenticata; gliela porterò io e vedrò cosa succede."
Sebbene possedesse mezza dozzina di cappelli, gli ci volle un po' per trovarne uno; poi ci fu una caccia alla chiave, che fu finalmente scoperta nella sua tasca; così che le ragazze erano ormai fuori vista quando saltò lo steccato e corse dietro a loro. Prendendo la via più breve per la rimessa delle barche, attese che apparissero, ma non arrivò nessuno, così salì sulla collina per fare osservazione. Un boschetto di pini ne ricopriva una parte e dal cuore di quel luogo verde giunse un suono più chiaro del dolce sospiro dei pini o del sonnolento frinire dei grilli.
"Che panorama!" pensò Laurie, sbirciando tra i cespugli, già con un aspetto sveglio e bonario.
Era un quadretto piuttosto grazioso; le sorelle sedevano insieme in quell'angolo ombreggiato, con il sole e l'ombra che tremolavano su di loro, il vento aromatico che sollevava i capelli e rinfrescava le loro guance accaldate, e tutte le creature del bosco che continuavano le loro faccende come se quelle non fossero estranee, ma vecchie amiche. Meg sedeva sul suo cuscino, cucendo delicatamente con le mani bianche, e sembrando fresca e dolce come una rosa, nel suo vestito rosa, in mezzo al verde. Beth stava smistando le pigne che giacevano fitte sotto la cicuta lì vicino, perché creava graziosi oggettini con esse. Amy stava abbozzando un gruppo di felci e Jo stava lavorando a maglia mentre leggeva ad alta voce. Un'ombra attraversò il volto del ragazzo mentre le guardava, sentendo che avrebbe dovuto andarsene, poiché non era stato invitato; ma indugiò, perché la casa gli sembrava molto solitaria e quel gruppetto tranquillo nei boschi era davvero attraente per il suo spirito inquieto. Stette così immobile che uno scoiattolo, occupato a fare provviste, corse giù da un pino proprio accanto a lui, lo vide all'improvviso e schizzò via, brontolando così acutamente che Beth alzò lo sguardo, scorse il volto desideroso dietro le betulle e fece un cenno con un sorriso rassicurante.
"Posso venire, per favore? O sarò un disturbo?" chiese, avanzando lentamente.
Meg inarcò le sopracciglia, ma Jo lo guardò di traverso in modo sprezzante e disse subito: "Certo che puoi. Ti avremmo invitato prima, solo che pensavamo non ti sarebbe interessato un gioco da ragazze come questo."
"I vostri giochi mi sono sempre piaciuti; ma se Meg non mi vuole, me ne andrò."
"Non ho obiezioni, se fai qualcosa; è contro le regole essere pigri qui", rispose Meg, gravemente ma gentilmente.
"Molto obbligato; farò qualsiasi cosa se mi lasciate restare un po', perché laggiù è noioso come il deserto del Sahara. Devo cucire, leggere, raccogliere pigne, disegnare o fare tutto insieme? Portate i vostri orsi; sono pronto", e Laurie si sedette, con un'espressione sottomessa deliziosa a vedersi.
"Finisci questa storia mentre rifinisco il tallone", disse Jo, passandogli il libro.
"Sissignora", fu la risposta umile, mentre iniziava a leggere, facendo del suo meglio per dimostrare la sua gratitudine per il favore di essere stato ammesso alla "Società delle Api Operose".
La storia non era lunga e, quando ebbe finito, si azzardò a porre qualche domanda come ricompensa per il merito.
"Per favore, signorina, potrei chiedere se questa istituzione altamente istruttiva e affascinante è nuova?"
"Glielo diresti tu?" chiese Meg alle sue sorelle.
"Ride", disse Amy in tono di avvertimento.
"Chi se ne importa?" disse Jo.
"Credo che gli piacerà", aggiunse Beth.
"Certo che mi piacerà! Vi do la mia parola che non riderò. Racconta pure, Jo, e non aver paura."
"L'idea di aver paura di te! Beh, vedi, eravamo solite giocare al 'Viaggio del Pellegrino' e abbiamo continuato a farlo sul serio, per tutto l'inverno e l'estate."
"Sì, lo so", disse Laurie, annuendo sapientemente.
"Chi te l'ha detto?" pretese di sapere Jo.
"Gli spiriti."
"No, sono stata io; volevo divertirlo una sera che eravate tutte fuori ed era piuttosto abbattuto. Gli è piaciuto, quindi non sgridarlo, Jo", disse Beth umilmente.
"Non sai mantenere un segreto. Non importa; ora risparmia la fatica."
"Continua, per favore", disse Laurie, mentre Jo si immergeva nel suo lavoro, sembrando un tantino contrariata.
"Oh, non ti ha parlato di questo nostro nuovo piano? Beh, abbiamo cercato di non sprecare le nostre vacanze, ma ognuna ha avuto un compito e vi ha lavorato con impegno. Le vacanze sono quasi finite, i lavori sono tutti fatti e siamo felicissime di non aver bighellonato."
"Sì, lo credo bene", e Laurie pensò con rimpianto ai suoi giorni di ozio.
"Alla mamma piace che stiamo il più possibile all'aria aperta; così portiamo qui il nostro lavoro e ci divertiamo un sacco. Per gioco portiamo le nostre cose in queste borse, indossiamo i vecchi cappelli, usiamo bastoni per salire la collina e giochiamo ai pellegrini, come facevamo anni fa. Chiamiamo questa collina il 'Monte Incantevole', perché possiamo guardare lontano e vedere il paese dove speriamo di vivere un giorno."
Jo indicò e Laurie si mise a sedere per esaminare; infatti, attraverso un'apertura nel bosco, si poteva guardare oltre l'ampio fiume azzurro, i prati dall'altra parte, ben oltre la periferia della grande città, fino alle verdi colline che si alzavano per incontrare il cielo. Il sole era basso e il firmamento solcato dallo splendore di un tramonto autunnale. Nuvole d'oro e porpora giacevano sulle cime delle colline; e, levandosi alte nella luce rossastra, c'erano cime bianco argenteo, che brillavano come le guglie eteree di una qualche Città Celeste.
"Com'è bellissimo!" disse Laurie dolcemente, poiché era pronto a vedere e sentire la bellezza di qualsiasi tipo.
"È spesso così; e ci piace guardarlo, perché non è mai lo stesso, ma sempre splendido", rispose Amy, desiderando di poterlo dipingere.
"Jo parla del paese dove speriamo di vivere un giorno... intende il paese vero, con maiali, galline e fienagione. Sarebbe bello, ma vorrei che quel bel paese lassù fosse vero e che potessimo andarci", disse Beth pensierosa.
"C'è un paese ancora più incantevole di quello, dove andremo, un po' alla volta, quando saremo abbastanza brave", rispose Meg, con la sua voce dolce.
"Sembra così lungo aspettare, così difficile farcela; vorrei volare via subito, come volano quelle rondini, ed entrare in quella splendida porta."
"Ci arriverai, Beth, prima o poi; non temere", disse Jo; "Sono io quella che dovrà combattere, lavorare, arrampicarsi, aspettare e magari non entrarci nemmeno alla fine."
"Avrai me a farti compagnia, se può essere di conforto. Dovrò viaggiare molto prima di scorgere la tua Città Celeste. Se arrivo in ritardo, dirai una buona parola per me, vero, Beth?"
Qualcosa nel volto del ragazzo turbò la sua piccola amica; ma lei disse allegramente, con i suoi occhi tranquilli rivolti alle nuvole cangianti: "Se le persone vogliono davvero andarci e ci provano davvero per tutta la vita, credo che ci entreranno; perché non credo che ci siano serrature su quella porta, né guardie al cancello. Immagino sempre che sia come nel quadro, dove gli esseri splendenti tendono le mani per dare il benvenuto al povero Cristiano mentre risale dal fiume."
"Non sarebbe divertente se tutti i castelli in aria che costruiamo potessero avverarsi e potessimo viverci dentro?" disse Jo, dopo una breve pausa.
"Ne ho costruiti così tanti che sarebbe difficile scegliere quale vorrei", disse Laurie, sdraiandosi disteso e lanciando pigne allo scoiattolo che lo aveva tradito.
"Dovresti prendere il tuo preferito. Qual è?" chiese Meg.
"Se vi dico il mio, mi direte i vostri?"
"Sì, se lo faranno anche le ragazze."
"Lo faremo. Ora tocca a te, Laurie."
"Dopo aver visto del mondo tutto quello che voglio, mi piacerebbe stabilirmi in Germania e avere tutta la musica che desidero. Voglio diventare un musicista famoso, e tutto il creato dovrà correre ad ascoltarmi; e non dovrò mai preoccuparmi di soldi o affari, ma godermela e vivere per ciò che amo. Questo è il mio castello preferito. Il tuo qual è, Meg?"
Margaret sembrò trovare un po' difficile raccontare il suo e agitò una felce davanti al viso, come per disperdere moscerini immaginari, mentre diceva lentamente: "Vorrei una casa incantevole, piena di ogni sorta di cose lussuose... cibo buono, bei vestiti, mobili eleganti, persone piacevoli e un sacco di soldi. Esserne la padrona e gestirla come mi pare, con tanti servitori, così da non dover mai lavorare neanche un po'. Come me la godrei! perché non sarei pigra, ma farei del bene e farei sì che tutti mi amassero teneramente."
"Non avresti un padrone per il tuo castello in aria?" chiese Laurie maliziosamente.
"Ho detto 'persone piacevoli', sai;" e Meg si allacciò accuratamente la scarpa mentre parlava, in modo che nessuno vedesse il suo viso.
"Perché non dici che avresti un marito splendido, saggio e buono, e alcuni angelici bambini? Sai che il tuo castello non sarebbe perfetto senza", disse la schietta Jo, che non aveva ancora fantasie tenere e disprezzava un po' il romanticismo, se non nei libri.
"Nel tuo non ci sarebbero altro che cavalli, calamai e romanzi", rispose Meg con stizza.
"Davvero? Avrei una scuderia piena di destrieri arabi, stanze piene di libri, e scriverei con un calamaio magico, così che le mie opere siano famose quanto la musica di Laurie. Voglio fare qualcosa di splendido prima di entrare nel mio castello... qualcosa di eroico o meraviglioso, che non venga dimenticato dopo la mia morte. Non so cosa, ma sono in attesa, e intendo stupirvi tutti, un giorno. Penso che scriverò libri, diventerò ricca e famosa: questo farebbe per me, quindi questo è il mio sogno preferito."
"Il mio è restare a casa sana e salva con papà e mamma, e aiutare a prendermi cura della famiglia", disse Beth con soddisfazione.
"Non desideri nient'altro?" chiese Laurie.
"Da quando ho il mio piccolo pianoforte, sono perfettamente soddisfatta. Spero solo che stiamo tutti bene e che restiamo insieme; nient'altro."
"Io ho un sacco di desideri; ma quello preferito è diventare un'artista, andare a Roma, fare bei quadri ed essere la migliore artista in tutto il mondo", fu il modesto desiderio di Amy.
"Siamo un gruppo ambizioso, non è vero? Ognuno di noi, tranne Beth, vuole essere ricco, famoso e splendido sotto ogni aspetto. Mi chiedo davvero se qualcuno di noi riuscirà mai a veder realizzati i propri desideri", disse Laurie, masticando un filo d'erba come un vitello pensieroso.
"Io ho la chiave del mio castello in aria; ma se riuscirò mai ad aprire la porta, resta da vedere", osservò Jo misteriosamente.
"Io ho la chiave del mio, ma non mi è permesso provarla. Al diavolo l'università!" mormorò Laurie con un sospiro impaziente.
"Ecco la mia!" e Amy agitò la matita.
"Io non ne ho alcuna", disse Meg sconsolata.
"Sì, invece", disse subito Laurie.
"Dove?"
"Sul tuo viso."
"Sciocchezze; non serve a nulla."
"Aspetta e vedrai se non ti porterà qualcosa che vale la pena avere", rispose il ragazzo, ridendo al pensiero di un incantevole piccolo segreto che credeva di conoscere.
Meg arrossì dietro il cespuglio, ma non fece domande e guardò oltre il fiume con la stessa espressione di attesa che aveva avuto il signor Brooke quando aveva raccontato la storia del cavaliere.
"Se saremo tutti vivi tra dieci anni, incontriamoci e vediamo quanti di noi avranno ottenuto ciò che desideravano, o quanto più vicini ci saremo arrivati allora rispetto a ora", disse Jo, sempre pronta con un piano.
"Dio mio! Che vecchia sarò... ventisette anni!" esclamò Meg, che si sentiva già adulta, avendo appena compiuto diciassette anni.
"Tu ed io avremo ventisei anni, Teddy, Beth ventiquattro e Amy ventidue. Che gruppo venerabile!" disse Jo.
"Spero di aver fatto qualcosa di cui essere orgoglioso per quel momento; ma sono un tale pigrone che temo che 'bighellonerò', Jo."
"Ti serve uno scopo, dice la mamma; e quando lo troverai, è sicura che lavorerai in modo splendido."
"Davvero? Per Giove, lo farò, se solo ne avrò l'occasione!" gridò Laurie, mettendosi a sedere con improvvisa energia. "Dovrei accontentarmi di compiacere il nonno, e ci provo, ma si tratta di andare controcorrente, capisci, ed è dura. Vuole che io sia un mercante di spezie indiane, come lo era lui, e preferirei farmi sparare. Odio il tè, la seta, le spezie e ogni sorta di cianfrusaglia che le sue vecchie navi portano, e non mi importa quanto presto andranno a picco quando saranno mie. Andare all'università dovrebbe soddisfarlo, perché se gli dedico quattro anni dovrebbe lasciarmi libero dagli affari; ma lui è ostinato e io devo fare esattamente come ha fatto lui, a meno che io non mi ribelli e faccia di testa mia, come ha fatto mio padre. Se ci fosse qualcun altro a restare con il vecchio signore, lo farei domani stesso."
Laurie parlava eccitato e sembrava pronto a mettere in atto la sua minaccia alla minima provocazione; perché stava crescendo molto in fretta e, a dispetto dei suoi modi indolenti, aveva l'odio di un giovane per la sottomissione, il desiderio irrequieto di un giovane di mettersi alla prova nel mondo per conto proprio.
"Ti consiglio di salpare su una delle tue navi e di non tornare mai più a casa finché non avrai tentato la tua strada", disse Jo, la cui immaginazione era accesa dal pensiero di un'impresa così audace e la cui solidarietà era stimolata da quelli che chiamava "i torti di Teddy".
"Non è giusto, Jo; non devi parlare in quel modo e Laurie non deve seguire i tuoi cattivi consigli. Dovresti fare esattamente ciò che desidera tuo nonno, mio caro ragazzo", disse Meg, nel suo tono più materno. "Fai del tuo meglio all'università e, quando vedrà che cerchi di compiacerlo, sono certa che non sarà duro o ingiusto con te. Come dici tu, non c'è nessun altro che possa stare con lui e amarlo, e non ti perdoneresti mai se lo lasciassi senza il suo permesso. Non essere triste o irritato, ma fai il tuo dovere; e otterrai la tua ricompensa, come il buon signor Brooke, venendo rispettato e amato."
"Cosa ne sai di lui?" chiese Laurie, grato per il buon consiglio ma contrariato dalla predica, e contento di cambiare discorso su se stesso dopo il suo insolito sfogo.
"Solo ciò che tuo nonno ci ha raccontato di lui: come si è preso cura della propria madre fino alla morte e come non abbia voluto andare all'estero come precettore per qualche persona distinta, perché non voleva lasciarla; e come ora provveda a un'anziana donna che aveva fatto da infermiera a sua madre; e non lo dice mai a nessuno, ma è generoso, paziente e buono quanto più non si potrebbe."
"È proprio così, il caro vecchio amico!" disse Laurie di cuore, mentre Meg si fermava, sembrando raggiante e seria nel suo racconto. "È da nonno scoprire tutto di lui, senza farglielo sapere, e raccontare tutta la sua bontà agli altri, affinché possano volergli bene. Brooke non riusciva a capire perché tua madre fosse così gentile con lui, invitandolo da noi e trattandolo nel suo modo meravigliosamente amichevole. Pensava che lei fosse semplicemente perfetta, ne parlava per giorni e giorni e continuava a parlare di tutte voi in modo entusiasta. Se mai riuscirò a ottenere ciò che desidero, vedrai cosa farò per Brooke."
"Inizia a fare qualcosa adesso, smettendo di tormentarlo", disse Meg bruscamente.
"Come fai a sapere che lo faccio, signorina?"
"Riesco sempre a capirlo dal suo viso, quando se ne va. Se sei stato bravo, sembra soddisfatto e cammina a passo svelto; se lo hai tormentato, è cupo e cammina lentamente, come se volesse tornare indietro e fare meglio il suo lavoro."
"Bene, questa mi piace! Quindi tieni il conto dei miei buoni e cattivi voti sul viso di Brooke, è così? Lo vedo inchinarsi e sorridere quando passa davanti alla tua finestra, ma non sapevo che avessi installato un telegrafo."
"Non lo abbiamo fatto; non essere arrabbiato e, oh, non dirgli che ho detto qualcosa! Era solo per mostrargli che mi importava di come te la cavi, e quello che viene detto qui è confidenziale, sai", esclamò Meg, molto allarmata al pensiero di ciò che avrebbe potuto causare il suo discorso incauto.
"Io non faccio la spia", rispose Laurie, con la sua aria "superba", come Jo chiamava una certa espressione che lui assumeva di tanto in tanto. "Solo, se Brooke deve fare da termometro, devo stare attento ad avere bel tempo perché lui possa riferire."
"Ti prego, non offendersi. Non intendevo fare prediche, fare la spia o essere sciocca; pensavo solo che Jo ti stesse incoraggiando in un sentimento di cui ti saresti pentito, tra un po'. Sei così gentile con noi che ci sentiamo come se tu fossi nostro fratello e diciamo esattamente ciò che pensiamo. Perdonami, l'ho detto con buone intenzioni." E Meg porse la mano con un gesto al contempo affettuoso e timido.
Vergognandosi del suo momentaneo risentimento, Laurie strinse la gentile manina e disse francamente: "Sono io quello che deve essere perdonato; sono irritabile e sono stato di malumore tutto il giorno. Mi piace che tu mi faccia notare i miei difetti e che tu sia fraterna, quindi non badare se a volte sono scontroso; ti ringrazio comunque."
Determinato a mostrare di non essersi offeso, si rese il più gradevole possibile: avvolse il cotone per Meg, recitò poesie per far piacere a Jo, scosse giù le pigne per Beth e aiutò Amy con le sue felci, dimostrando di essere una persona adatta a far parte della "Società delle Api Operose". Nel bel mezzo di un'animata discussione sulle abitudini domestiche delle tartarughe (una di quelle amabili creature era arrivata dal fiume), il debole suono di una campanella li avvertì che Hannah aveva messo il tè "in infusione", e avrebbero avuto giusto il tempo di tornare a casa per la cena.
"Posso tornare?" chiese Laurie.
"Sì, se fai il bravo e ami il tuo libro, come viene detto ai ragazzi nel sussidiario", disse Meg sorridendo.
"Ci proverò."
"Allora puoi venire, e ti insegnerò a lavorare a maglia come fanno gli scozzesi; c'è richiesta di calze proprio in questo periodo", aggiunse Jo, agitando la sua, come un grande vessillo blu di lana, mentre si separavano al cancello.
Quella sera, quando Beth suonò per il signor Laurence al crepuscolo, Laurie, in piedi nell'ombra della tenda, ascoltò la piccola Davide, la cui musica semplice calmava sempre il suo spirito malinconico, e guardò il vecchio, che sedeva con la testa grigia poggiata sulla mano, assorto in pensieri teneri per la bambina morta che aveva amato così tanto. Ricordando la conversazione del pomeriggio, il ragazzo disse a se stesso, con la risolutezza di compiere il sacrificio con animo lieto: "Lascerò perdere il mio castello e resterò con il caro vecchio signore finché avrà bisogno di me, perché sono tutto ciò che ha."
XIV.
SEGRETI.
Jo era molto occupata in soffitta, perché le giornate di ottobre cominciavano a diventare fredde e i pomeriggi erano brevi. Per due o tre ore il sole scaldava la finestra alta, mostrando Jo seduta sul vecchio divano, intenta a scrivere, con le sue carte sparse su un baule davanti a lei, mentre Scrabble, il topo domestico, passeggiava sulle travi sopra la sua testa, accompagnato dal figlio maggiore, un bel giovanotto che era evidentemente molto orgoglioso dei suoi baffi. Completamente assorta nel suo lavoro, Jo scrisse freneticamente fino a riempire l'ultima pagina, poi firmò con un ghirigoro e gettò via la penna, esclamando:
"Ecco, ho fatto del mio meglio! Se questo non dovesse andare bene, dovrò aspettare finché non sarò capace di fare di meglio."
Sdraiandosi sul divano, rilesse attentamente il manoscritto, aggiungendo trattini qua e là e inserendo molti punti esclamativi, che sembravano piccoli palloncini; poi lo legò con un elegante nastro rosso e rimase un minuto a guardarlo con un'espressione sobria e nostalgica, che mostrava chiaramente quanto fosse stato serio il suo lavoro. La scrivania di Jo, lassù, era una vecchia cucina di latta che pendeva al muro. Dentro vi teneva le sue carte e alcuni libri, al sicuro da Scrabble, il quale, essendo anch'egli di indole letteraria, amava creare una biblioteca circolante dei libri che gli capitavano a tiro, mangiandone le pagine. Da quel ricettacolo di latta Jo trasse un altro manoscritto; e, mettendoli entrambi in tasca, scese silenziosamente le scale, lasciando che i suoi amici rosicchiassero le sue penne e assaggiassero il suo inchiostro.
Indossò il cappello e la giacca il più silenziosamente possibile e, andando alla finestra dell'ingresso sul retro, uscì sul tetto di un basso portico, si lasciò scivolare giù verso l'argine erboso e prese una strada secondaria per la via principale. Una volta lì, si ricompose, chiamò un omnibus di passaggio e partì verso la città, dall'aria molto allegra e misteriosa.
Se qualcuno l'avesse osservata, avrebbe pensato che i suoi movimenti fossero decisamente peculiari; infatti, appena scesa, si allontanò a grande velocità finché non raggiunse un certo numero civico in una strada trafficata; dopo aver trovato il posto con una certa difficoltà, entrò nell'androne, guardò le scale sporche e, dopo essere rimasta immobile per un minuto, si tuffò improvvisamente in strada e si allontanò con la stessa rapidità con cui era venuta. Ripeté questa manovra diverse volte, con grande divertimento di un giovanotto dagli occhi neri che oziava alla finestra di un edificio di fronte. Al ritorno per la terza volta, Jo si diede una scrollata, si tirò il cappello sugli occhi e salì le scale, con l'aspetto di chi sta per farsi togliere tutti i denti.
Tra le altre, c'era l'insegna di un dentista ad adornare l'ingresso e, dopo aver fissato per un momento la coppia di mascelle artificiali che si aprivano e chiudevano lentamente per attirare l'attenzione su una bella dentatura, il giovanotto si mise il cappotto, prese il cappello e scese a appostarsi nell'androne di fronte, dicendo, con un sorriso e un brivido:
"È da lei venire da sola, ma se dovesse passare un brutto momento avrà bisogno di qualcuno che l'aiuti a tornare a casa."
Dopo dieci minuti Jo scese le scale di corsa con il viso molto rosso e l'aspetto generale di una persona che avesse appena superato una sorta di dura prova. Quando vide il giovanotto, non sembrò affatto contenta e lo superò con un cenno del capo; ma lui la seguì, chiedendo con aria solidale:
"Hai passato un brutto momento?"
"Non molto."
"Hai fatto presto."
"Sì, grazie al cielo!"
"Perché sei andata da sola?"
"Non volevo che nessuno lo sapesse."
"Sei la tipa più strana che abbia mai visto. Quanti ne hai fatti togliere?"
Jo guardò l'amico come se non lo capisse; poi iniziò a ridere, come se fosse grandemente divertita da qualcosa.
"Ce ne sono due che vorrei farmi togliere, ma devo aspettare una settimana."
"Perché ridi? Stai tramando qualcosa, Jo", disse Laurie, sembrando confuso.
"Anche tu. Che stavi facendo, signore, in quel salone da biliardo?"
"Chiedo scusa, signorina, non era un salone da biliardo, ma una palestra, e stavo prendendo una lezione di scherma."
"Ne sono contenta."
"Perché?"
"Puoi insegnarmi, e poi quando reciteremo l'Amleto, tu potrai essere Laerte, e faremo una bella scena del duello."
Laurie scoppiò in una risata fragorosa da ragazzo, che fece sorridere alcuni passanti loro malgrado.
"Ti insegnerò, che recitiamo l'Amleto o meno; è un gran divertimento e ti raddrizzerà alla grande. Ma non credo che quella fosse la tua unica ragione per dire 'ne sono contenta' in quel modo così deciso; vero?"
"No, ero contenta che tu non fossi nel salone, perché spero che tu non vada mai in posti simili. Ci vai?"
"Non spesso."
"Vorrei che non ci andassi."
"Non c'è nulla di male, Jo. Ho il biliardo a casa, ma non è divertente se non ci sono buoni giocatori; quindi, dato che mi piace, a volte vengo a fare una partita con Ned Moffat o alcuni degli altri ragazzi."
"Oh cielo, mi dispiace così tanto, perché inizierà a piacerti sempre di più, sprecherai tempo e denaro e diventerai come quei ragazzi terribili. Speravo che rimanessi rispettabile e fossi una soddisfazione per i tuoi amici", disse Jo, scuotendo la testa.
"Un ragazzo non può concedersi un po' di divertimento innocente di tanto in tanto senza perdere la sua rispettabilità?" chiese Laurie, sembrando irritato.
"Dipende da come e dove se lo concede. Non mi piace Ned e il suo gruppo, e vorrei che ne stessi alla larga. La mamma non vuole che venga a casa nostra, anche se lui vorrebbe; e se diventi come lui, non vorrà che continuiamo a divertirci insieme come facciamo ora."
"Davvero?" chiese Laurie ansiosamente.
"No, lei non sopporta i giovani alla moda e ci chiuderebbe tutte in scatole di cartone piuttosto che farci frequentare con loro."
"Beh, non c'è bisogno che tiri fuori le sue scatole; non sono un tipo alla moda e non intendo diventarlo; ma mi piacciono le burle innocue di tanto in tanto, a te no?"
"Sì, a nessuno danno fastidio, quindi divertiti pure, ma non diventare scatenato, vuoi? O sarà la fine di tutti i nostri bei momenti."
"Sarò un santo due volte distillato."
"Non sopporto i santi: sii solo un ragazzo semplice, onesto e rispettabile, e non ti abbandoneremo mai. Non so cosa farei se ti comportassi come il figlio del signor King; aveva un sacco di soldi, ma non sapeva come spenderli, si è ubriacato, ha giocato d'azzardo, è scappato e ha falsificato la firma di suo padre, credo, ed è stato insopportabile."
"Pensi che io sia capace di fare lo stesso? Molte grazie."
"No, non lo penso... oh, cielo, no! Ma sento la gente dire che il denaro è una tale tentazione, e a volte vorrei che tu fossi povero; non mi preoccuperei allora."
"Ti preoccupi per me, Jo?"
"Un po', quando sembri malinconico o scontento, come ti capita a volte; perché hai una volontà così forte che, se iniziassi a sbagliare strada, temo che sarebbe difficile fermarti."
Laurie camminò in silenzio per alcuni minuti e Jo lo osservò, pentendosi di aver tenuto la lingua a freno, perché i suoi occhi sembravano arrabbiati, sebbene le sue labbra sorridessero ancora come se stessero ascoltando i suoi avvertimenti.
"Hai intenzione di farmi prediche per tutto il tragitto fino a casa?" chiese poco dopo.
"Certamente no; perché?"
"Perché se lo farai, prenderò un autobus; se non lo farai, mi piacerebbe camminare con te e raccontarti qualcosa di molto interessante."
"Non farò più prediche e mi piacerebbe immensamente sentire le novità."
"Molto bene, allora; vieni. È un segreto, e se te lo dico, tu devi dirmi il tuo."
"Io non ne ho", iniziò Jo, ma si fermò improvvisamente, ricordando che invece ne aveva.
"Sai bene di averne uno... non puoi nascondere nulla; quindi sputa il rospo, o non te lo dirò", esclamò Laurie.
"Il tuo segreto è bello?"
"Oh, se lo è! Riguarda persone che conosci, ed è così divertente! Dovresti sentirlo, ed è da un sacco di tempo che muoio dalla voglia di raccontarlo. Avanti, inizia tu."
"Non dirai nulla a nessuno a casa, vero?"
"Non una parola."
"E non mi prenderai in giro in privato?"
"Non prendo mai in giro nessuno."
"Sì, invece; ottieni tutto ciò che vuoi dalle persone. Non so come tu faccia, ma sei un ruffiano nato."
"Grazie; spara pure."
"Beh, ho lasciato due racconti a un giornalista, e mi darà una risposta la prossima settimana", sussurrò Jo nell'orecchio del suo confidente.
"Evviva per Miss March, la celebre autrice americana!" gridò Laurie, lanciando in aria il cappello e riprendendolo, con grande delizia di due anatre, quattro gatti, cinque galline e mezza dozzina di bambini irlandesi; poiché ormai erano fuori città.
"Silenzio! Non porterà a nulla, immagino; ma non riuscivo a stare tranquilla finché non avessi provato, e non ne ho parlato con nessuno perché non volevo che qualcun altro rimanesse deluso."
"Non fallirà. Ma dai, Jo, i tuoi racconti sono opere di Shakespeare rispetto a metà della spazzatura che viene pubblicata ogni giorno. Non sarà divertente vederli stampati? E non saremo orgogliosi della nostra autrice?"
Gli occhi di Jo brillarono, perché è sempre piacevole sentirsi stimati; e le lodi di un amico sono sempre più dolci di una dozzina di recensioni sui giornali.
"Dov'è il tuo segreto? Gioca pulito, Teddy, o non crederò mai più a te", disse, cercando di smorzare le brillanti speranze che divampavano a una sola parola di incoraggiamento.
"Potrei finire nei guai per averlo detto; ma non ho promesso di non farlo, quindi lo farò, perché non mi sento mai tranquillo finché non ti ho raccontato ogni ghiotta notizia che ricevo. So dove si trova il guanto di Meg."
"Tutto qui?" disse Jo, sembrando delusa, mentre Laurie annuiva e ammiccava, con un volto pieno di misteriosa intelligenza.
"È abbastanza per il momento, come concorderai quando ti dirò dove si trova."
"Dillo, allora."
Laurie si chinò e sussurrò tre parole all'orecchio di Jo, che provocarono un cambiamento comico. Rimase a fissarlo per un minuto, sembrando al contempo sorpresa e contrariata, poi continuò a camminare dicendo bruscamente: "Come lo sai?"
"L'ho visto."
"Dove?"
"In tasca."
"Per tutto questo tempo?"
"Sì; non è romantico?"
"No, è orribile."
"Non ti piace?"
"Certo che no. È ridicolo; non sarà permesso. Santo cielo! Cosa direbbe Meg?"
"Non devi dirlo a nessuno; ricordatelo."
"Non ho promesso nulla."
"Era sottinteso, e mi sono fidato di te."
"Beh, non lo dirò per il momento, ad ogni modo; ma sono disgustata e vorrei che non me l'avessi detto."
"Pensavo che ti avrebbe fatto piacere."
"All'idea che qualcuno venga a portar via Meg? No, grazie."
"Ti sentirai meglio quando qualcuno verrà a portar via te."
"Mi piacerebbe vedere qualcuno che ci provi", gridò Jo ferocemente.
"Anche a me!" e Laurie ridacchiò all'idea.
"Non credo che i segreti facciano per me; mi sento tutta sottosopra da quando me l'hai detto", disse Jo, piuttosto ingrata.
"Fai una gara fino in fondo a questa collina con me, e ti sentirai meglio", suggerì Laurie.
Non c'era nessuno in vista; la strada liscia digradava in modo invitante davanti a lei; e trovando la tentazione irresistibile, Jo scattò via, lasciandosi presto alle spalle cappello e pettine e spargendo forcine mentre correva. Laurie raggiunse il traguardo per primo e fu pienamente soddisfatto del successo del suo trattamento; poiché la sua Atalanta arrivò ansimante, con i capelli al vento, gli occhi luminosi, le guance rosse e nessun segno di insoddisfazione sul viso.
"Vorrei essere un cavallo; allora potrei correre per miglia in questa aria splendida e non perdere il fiato. È stato grandioso; ma guarda che disastro che sono diventata. Vai, raccogli le mie cose, da angioletto quale sei", disse Jo, lasciandosi cadere sotto un acero, che stava tappezzando l'argine di foglie cremisi.
Laurie partì senza fretta per recuperare la proprietà smarrita, e Jo si raccolse le trecce, sperando che nessuno passasse di lì finché non fosse di nuovo in ordine. Ma qualcuno passò, e chi poteva essere se non Meg, che appariva particolarmente distinta nel suo abito da festa, poiché era stata a fare delle visite.
"Che diavolo fai qui?" chiese, osservando la sorella spettinata con ben educato stupore.
"Raccolgo foglie", rispose docilmente Jo, smistando la manciata rossastra che aveva appena rastrellato.
"E forcine", aggiunse Laurie, gettandone una mezza dozzina in grembo a Jo. "Crescono su questa strada, Meg; così come i pettini e i cappelli di paglia marrone."
"Hai corso, Jo; come hai potuto? Quando la smetterai con questi modi da maschiaccio?" disse Meg con tono di rimprovero, mentre si sistemava i polsini e si lisciava i capelli, con cui il vento si era preso delle libertà.
"Mai finché non sarò rigida e vecchia, e dovrò usare una stampella. Non cercare di farmi crescere prima del tempo, Meg: è già abbastanza difficile che tu sia cambiata tutto d'un tratto; lascia che io sia una ragazzina finché posso."
Mentre parlava, Jo si chinò sulle foglie per nascondere il tremito delle labbra; poiché ultimamente aveva sentito che Margaret stava diventando rapidamente una donna, e il segreto di Laurie la faceva temere la separazione che prima o poi sarebbe certamente arrivata, e che ora sembrava molto vicina. Lui vide il turbamento sul suo volto e ne distolse l'attenzione di Meg chiedendo rapidamente: "Dove sei stata a fare visita, tutta così elegante?"
"Dai Gardiner, e Sallie mi ha raccontato tutto del matrimonio di Belle Moffat. È stato molto sfarzoso, e sono partiti per passare l'inverno a Parigi. Pensa solo a quanto deve essere delizioso!"
"La invidi, Meg?" disse Laurie.
"Temo di sì."
"Ne sono contenta!" borbottò Jo, allacciandosi il cappello con uno strattone.
"Perché?" chiese Meg, guardandola sorpresa.
"Perché se tieni tanto alle ricchezze, non andrai mai a sposare un uomo povero", disse Jo, aggrottando le sopracciglia verso Laurie, che la avvertiva in silenzio di fare attenzione a ciò che diceva.
"Non 'andrò a sposare' mai nessuno", osservò Meg, proseguendo con grande dignità, mentre gli altri la seguivano, ridendo, bisbigliando, facendo rimbalzare i sassi e "comportandosi come bambini", come disse Meg tra sé e sé, sebbene avrebbe potuto essere tentata di unirsi a loro se non avesse avuto indosso il suo abito migliore.
Per una o due settimane, Jo si comportò in modo così strano che le sorelle ne rimasero alquanto sconcertate. Correva alla porta quando suonava il postino; era sgarbata con Mr. Brooke ogni volta che si incontravano; sedeva a guardare Meg con un volto afflitto, saltando di tanto in tanto in piedi per scuoterla e poi baciarla, in modo molto misterioso; lei e Laurie facevano sempre dei segni l'uno all'altra, parlando di "Aquile distese", finché le ragazze dichiararono che entrambi avevano perso il senno. Il secondo sabato dopo che Jo era uscita dalla finestra, Meg, mentre sedeva a cucire alla sua finestra, fu scandalizzata alla vista di Laurie che inseguiva Jo per tutto il giardino, catturandola infine nel pergolato di Amy. Cosa succedesse lì, Meg non poteva vederlo; ma si udirono strilli di risate, seguiti dal mormorio di voci e da un gran sventolio di giornali.
"Cosa dobbiamo fare con quella ragazza? Non si comporterà mai come una giovane signora", sospirò Meg, mentre osservava la corsa con volto disapprovante.
"Spero di no; è così divertente e cara com'è", disse Beth, che non aveva mai rivelato di essere rimasta un po' ferita dal fatto che Jo avesse segreti con chiunque altro che non fosse lei.
"È molto snervante, ma non riusciremo mai a renderla commy la fo", aggiunse Amy, che sedeva a prepararsi dei nuovi volant, con i ricci legati in un modo molto grazioso — due cose piacevoli, che la facevano sentire insolitamente elegante e signorile.
Dopo pochi minuti Jo entrò di corsa, si stese sul divano e finse di leggere.
"Hai qualcosa di interessante lì?" chiese Meg con condiscendenza.
"Niente che un racconto; non varrà molto, immagino", rispose Jo, tenendo accuratamente nascosto il nome del giornale.
"Faresti meglio a leggerlo ad alta voce; ci divertirà e ti terrà lontana dai guai", disse Amy, nel suo tono più adulto.
"Come si chiama?" chiese Beth, chiedendosi perché Jo tenesse il volto dietro il foglio.
"I pittori rivali."
"Suona bene; leggilo", disse Meg.
Con un forte "Ehm!" e un lungo respiro, Jo iniziò a leggere molto velocemente. Le ragazze ascoltarono con interesse, poiché il racconto era romantico e alquanto patetico, dato che la maggior parte dei personaggi moriva alla fine.
"Mi piace quella parte sullo splendido dipinto", fu l'osservazione di approvazione di Amy, quando Jo si fermò.
"Preferisco la parte degli innamorati. Viola e Angelo sono due dei nostri nomi preferiti; non è strano?" disse Meg, asciugandosi gli occhi, poiché la "parte degli innamorati" era tragica.
"Chi l'ha scritto?" chiese Beth, che aveva colto uno scorcio del viso di Jo.
La lettrice si mise improvvisamente a sedere, gettò via il giornale, mostrando un volto arrossato e, con un buffo miscuglio di solennità ed eccitazione, rispose a voce alta: "Tua sorella."
"Tu?" gridò Meg, lasciando cadere il lavoro.
"È molto bello", disse Amy con spirito critico.
"Lo sapevo! Lo sapevo! Oh mia Jo, sono così orgogliosa!" e Beth corse ad abbracciare la sorella, esultando per questo splendido successo.
Mio Dio, quanto ne furono deliziate, davvero! come Meg non volesse crederci finché non vide le parole, "Miss Josephine March", effettivamente stampate sul giornale; come Amy criticasse graziosamente le parti artistiche del racconto, offrendo suggerimenti per un seguito che sfortunatamente non poteva essere realizzato, dato che l'eroe e l'eroina erano morti; come Beth si entusiasmasse, saltellando e cantando di gioia; come Hannah entrasse per esclamare "Santi numi, non l'avrei mai detto!" con grande stupore per le "imprese di quella Jo"; quanto fosse orgogliosa Mrs. March quando lo seppe; come Jo ridesse, con le lacrime agli occhi, dichiarando che tanto valeva fare il pavone e farla finita; e come si potesse dire che l'"Aquila distesa" battesse le ali trionfalmente sopra Casa March, mentre il giornale passava di mano in mano.
"Raccontaci tutto." "Quando è arrivato?" "Quanto hai preso per questo?" "Cosa dirà papà?" "Laurie non riderà?" gridò la famiglia, tutta in un fiato, mentre si stringevano attorno a Jo; poiché queste persone sciocche e affettuose facevano un giubileo di ogni piccola gioia domestica.
"Smettetela di chiacchierare, ragazze, e vi dirò tutto", disse Jo, chiedendosi se Miss Burney si sentisse più importante per la sua "Evelina" di quanto lei si sentisse per i suoi "Pittori rivali". Dopo aver raccontato come aveva disposto i suoi racconti, Jo aggiunse: "E quando sono andata a prendere la risposta, l'uomo ha detto che gli sono piaciuti entrambi, ma non paga i principianti, permette solo che stampino sul suo giornale, e nota i racconti. È una buona pratica, ha detto; e quando i principianti migliorano, chiunque pagherà. Così gli ho lasciato i due racconti, e oggi questo mi è stato mandato, e Laurie mi ha colto con esso, e ha insistito per vederlo, così gliel'ho lasciato fare; e ha detto che è buono, e ne scriverò altri, e lui farà in modo che il prossimo venga pagato, e sono così felice, perché col tempo potrò essere in grado di mantenermi e aiutare le ragazze."
Il fiato di Jo venne meno a questo punto; e, avvolgendosi la testa nel giornale, bagnò il suo piccolo racconto con alcune lacrime naturali; poiché essere indipendente e guadagnarsi la lode di coloro che amava erano i desideri più cari del suo cuore, e questo sembrava essere il primo passo verso quel felice fine.
XV.
UN TELEGRAMMA.
"Novembre è il mese più sgradevole di tutto l'anno", disse Margaret, stando alla finestra in un pomeriggio uggioso, guardando fuori verso il giardino gelato.
"È la ragione per cui sono nata in esso", osservò Jo pensierosa, del tutto ignara della macchia sul suo naso.
"Se accadesse qualcosa di molto piacevole ora, lo considereremmo un mese delizioso", disse Beth, che aveva una visione ottimistica di tutto, persino di novembre.
"Può darsi; ma non succede mai nulla di piacevole in questa famiglia", disse Meg, che era fuori di sé. "Andiamo avanti arrancando giorno dopo giorno, senza un briciolo di cambiamento, e con ben poco divertimento. Potremmo anche essere in una ruota da criceti."
"Pazienza, quanto siamo tristi!" gridò Jo. "Non mi stupisce molto, povera cara, perché vedi altre ragazze divertirsi un mondo, mentre tu sgobbi, sgobbi, anno dopo anno. Oh, non vorrei poter gestire le cose per te come faccio per le mie eroine! Sei già abbastanza carina e brava, quindi farei in modo che qualche parente ricco ti lasciasse una fortuna inaspettatamente; allora ti lanceresti come un'ereditiera, disprezzeresti chiunque ti abbia snobbata, andresti all'estero e torneresti a casa come la mia Lady Qualcosa, in un tripudio di splendore ed eleganza."
"La gente non si vede lasciare fortune in quello stile di questi tempi; gli uomini devono lavorare, e le donne sposarsi per denaro. È un mondo terribilmente ingiusto", disse Meg amaramente.
"Io e Jo faremo fortuna per tutte voi; aspettate solo dieci anni, e vedete se non lo faremo", disse Amy, che sedeva in un angolo, facendo torte di fango, come Hannah chiamava i suoi piccoli modelli in argilla di uccelli, frutta e volti.
"Non posso aspettare, e temo di non avere molta fede nell'inchiostro e nel fango, sebbene sia grata per le vostre buone intenzioni."
Meg sospirò e si rivolse di nuovo al giardino gelato; Jo gemette e si appoggiò con entrambi i gomiti sul tavolo in un atteggiamento sconsolato, ma Amy continuava a picchiettare energicamente; e Beth, che sedeva all'altra finestra, disse sorridendo: "Due cose piacevoli stanno per accadere subito: Marmee sta arrivando lungo la strada, e Laurie sta camminando pesantemente attraverso il giardino come se avesse qualcosa di bello da dire."
Entrarono entrambi, Mrs. March con la sua solita domanda: "Qualche lettera da papà, ragazze?" e Laurie per dire nel suo modo persuasivo: "Qualcuna di voi non viene a fare un giro? Ho lavorato sodo a matematica finché la testa non mi va in confusione, e ho intenzione di rinfrescare l'ingegno con una rapida passeggiata. È una giornata uggiosa, ma l'aria non è male, e ho intenzione di portare Brooke a casa, così ci sarà allegria all'interno, se non c'è fuori. Dai, Jo, tu e Beth verrete, vero?"
"Certo che verremo."
"Molto obbligata, ma sono occupata;" e Meg tirò fuori il suo cesto da lavoro, perché aveva convenuto con sua madre che era meglio, per lei almeno, non andare spesso in giro con il giovane gentiluomo.
"Noi tre saremo pronte in un minuto", gridò Amy, correndo via a lavarsi le mani.
"Posso fare qualcosa per te, cara madre?" chiese Laurie, sporgendosi sopra la sedia di Mrs. March, con lo sguardo e il tono affettuoso che le rivolgeva sempre.
"No, grazie, eccetto passare dall'ufficio, se sei così gentile, caro. È il nostro giorno per una lettera, e il postino non è passato. Papà è regolare come il sole, ma c'è qualche ritardo per strada, forse."
Un suono acuto la interruppe, e un minuto dopo Hannah entrò con una lettera.
"È una di quelle orribili cose del telegrafo, signora", disse, porgendola come se avesse paura che potesse esplodere e fare qualche danno.
Alla parola "telegrafo", Mrs. March la strappò via, lesse le due righe che conteneva e ricadde sulla sua sedia, bianca come se quel pezzetto di carta le avesse mandato un proiettile al cuore. Laurie corse giù per l'acqua, mentre Meg e Hannah la sorreggevano, e Jo lesse ad alta voce, con voce spaventata:
"MRS. MARCH:
"Suo marito è molto malato. Venga subito. "S. HALE, "Ospedale Blank, Washington"
Quanto era silenziosa la stanza mentre ascoltavano senza fiato, come si oscurò stranamente il giorno fuori, e come improvvisamente il mondo intero sembrò cambiare, mentre le ragazze si radunavano attorno alla madre, sentendo come se tutta la felicità e il sostegno delle loro vite stessero per essere loro tolti. Mrs. March fu subito di nuovo se stessa; rilesse il messaggio e tese le braccia alle sue figlie, dicendo, con un tono che non dimenticarono mai: "Andrò subito, ma potrebbe essere troppo tardi. Oh figli, figli, aiutatemi a sopportarlo!"
Per diversi minuti non ci fu altro che il suono dei singhiozzi nella stanza, mescolato a parole rotte di conforto, tenere assicurazioni di aiuto e sussurri speranzosi che morivano in lacrime. La povera Hannah fu la prima a riprendersi e, con una saggezza inconsapevole, diede a tutte le altre un buon esempio; poiché, per lei, il lavoro era la panacea per la maggior parte delle afflizioni.
"Il Signore protegga il caro uomo! Non sprecherò tempo a piangere, ma preparerò le sue cose subito, signora", disse, calorosamente, mentre si asciugava il viso sul grembiule, dava alla sua padrona una calorosa stretta di mano con la sua mano dura, e andava via, a lavorare come tre donne in una.
"Ha ragione; non c'è tempo per le lacrime ora. Siate calme, ragazze, e lasciatemi pensare."
Cercarono di essere calme, povere creature, mentre la madre si sedeva, pallida ma ferma, e metteva da parte il suo dolore per pensare e pianificare per loro.
"Dov'è Laurie?" chiese poco dopo, quando ebbe raccolto i suoi pensieri e deciso i primi doveri da compiere.
"Qui, signora. Oh, lasciatemi fare qualcosa!" gridò il ragazzo, correndo dalla stanza accanto, dove si era ritirato, sentendo che il loro primo dolore era troppo sacro anche per i suoi occhi amichevoli.
"Manda un telegramma dicendo che verrò subito. Il prossimo treno parte presto al mattino. Prenderò quello."
"Cos'altro? I cavalli sono pronti; posso andare ovunque, fare qualsiasi cosa", disse, sembrando pronto a correre ai confini della terra.
"Lascia un biglietto da zia March. Jo, dammi quella penna e carta."
Strappando il lato bianco di una delle sue pagine appena copiate, Jo portò il tavolo davanti a sua madre, ben sapendo che il denaro per il lungo e triste viaggio doveva essere preso in prestito, e sentendo come se potesse fare qualsiasi cosa per aggiungere un po' alla somma per suo padre.
"Ora va', caro; ma non ucciderti correndo a un ritmo disperato; non c'è bisogno di quello."
L'avvertimento di Mrs. March fu evidentemente sprecato; poiché cinque minuti dopo Laurie passò davanti alla finestra sul suo veloce cavallo, cavalcando come se fosse per la sua vita.
"Jo, corri alle stanze e dì a Mrs. King che non posso venire. Per strada prendi queste cose. Le scriverò giù; saranno necessarie, e devo andare preparata per l'assistenza infermieristica. Le scorte ospedaliere non sono sempre buone. Beth, vai a chiedere a Mr. Laurence un paio di bottiglie di vino vecchio: non sono troppo orgogliosa per elemosinare per papà; dovrà avere il meglio di ogni cosa. Amy, di' a Hannah di tirare giù il baule nero; e, Meg, vieni ad aiutarmi a trovare le mie cose, perché sono mezza confusa."
Scrivere, pensare e dirigere, tutto in una volta, avrebbe potuto ben confondere la povera signora, e Meg la pregò di sedersi tranquillamente nella sua stanza per un po', e lasciar lavorare loro. Ognuna si disperse come foglie davanti a una raffica di vento; e la quieta, felice famiglia fu spezzata così improvvisamente come se la carta fosse stata un incantesimo malvagio.
Mr. Laurence tornò di corsa con Beth, portando ogni conforto che il gentile vecchio gentiluomo potesse pensare per l'infermo, e le promesse più amichevoli di protezione per le ragazze durante l'assenza della madre, il che la confortò molto. Non c'era nulla che non offrisse, dalla sua stessa vestaglia a se stesso come scorta. Ma quest'ultimo era impossibile. Mrs. March non voleva sentir parlare del vecchio gentiluomo che intraprendeva il lungo viaggio; tuttavia un'espressione di sollievo era visibile quando ne parlò, poiché l'ansia mal si adatta a viaggiare. Lui vide lo sguardo, contrasse le sue pesanti sopracciglia, si strofinò le mani e marciò via bruscamente, dicendo che sarebbe tornato subito. Nessuno ebbe il tempo di pensare di nuovo a lui finché, mentre Meg correva attraverso l'ingresso, con un paio di soprascarpe in una mano e una tazza di tè nell'altra, si imbatté improvvisamente in Mr. Brooke.
"Mi dispiace molto sentirlo, Miss March", disse, con il tono gentile e calmo che suonava molto piacevolmente al suo spirito turbato. "Sono venuto a offrirmi come scorta per sua madre. Mr. Laurence ha delle commissioni per me a Washington, e mi darà una vera soddisfazione esserle utile lì."
Giù caddero le soprascarpe, e il tè stava per seguire da vicino, mentre Meg porgeva la mano, con un volto così pieno di gratitudine che Mr. Brooke si sarebbe sentito ripagato per un sacrificio molto più grande del futile che stava per fare in termini di tempo e comodità.
"Quanto siete tutti gentili! La mamma accetterà, ne sono sicura; e sarà un tale sollievo sapere che ha qualcuno che si prenda cura di lei. Grazie, grazie mille!"
Meg parlò con serietà e dimenticò completamente se stessa finché qualcosa negli occhi castani che guardavano giù verso di lei non la fece ricordare del tè che si raffreddava, e la condusse in salotto, dicendo che avrebbe chiamato sua madre.
Tutto fu sistemato quando Laurie tornò con un biglietto di zia March, che conteneva la somma desiderata, e poche righe che ripetevano ciò che aveva spesso detto prima — che aveva sempre detto loro che era assurdo per March andare nell'esercito, aveva sempre predetto che non ne sarebbe venuto nulla di buono, e sperava che avrebbero seguito il suo consiglio la prossima volta. Mrs. March mise il biglietto nel fuoco, il denaro nel suo portafoglio e continuò con i suoi preparativi, con le labbra piegate strettamente, in un modo che Jo avrebbe capito se fosse stata lì.
Il breve pomeriggio trascorse; tutte le altre commissioni furono fatte, e Meg e sua madre occupate in qualche necessario lavoro di cucito, mentre Beth e Amy preparavano il tè, e Hannah finiva di stirare con quello che chiamava un "colpo e un botto", ma Jo ancora non arrivava. Iniziarono a essere ansiose; e Laurie andò a cercarla, perché nessuno sapeva mai quale stravaganza potesse passare per la testa di Jo. La perse, tuttavia, e lei entrò camminando con un'espressione del viso molto strana, poiché c'era un miscuglio di divertimento e paura, soddisfazione e rimpianto in essa, che sconcertò la famiglia tanto quanto il rotolo di banconote che depose davanti a sua madre, dicendo, con un piccolo groppo in gola: "Questo è il mio contributo per rendere papà confortevole e riportarlo a casa!"
"Cara mia, dove lo hai preso? Venticinque dollari! Jo, spero che tu non abbia fatto nulla di avventato?"
"No, è mio onestamente; non ho elemosinato, preso in prestito o rubato. L'ho guadagnato; e non credo che mi biasimerai, perché ho venduto solo ciò che era mio."
Mentre parlava, Jo si tolse la cuffia, e un grido generale si levò, poiché tutti i suoi abbondanti capelli erano tagliati corti.
"I tuoi capelli! I tuoi bei capelli!" "Oh Jo, come hai potuto? La tua unica bellezza." "Cara ragazza, non c'era bisogno di questo." "Non sembra più la mia Jo, ma le voglio un bene dell'anima per questo!"
Mentre tutti esclamavano, e Beth abbracciava teneramente la testa rasata, Jo assunse un'aria indifferente, che non ingannò nessuno neanche di un briciolo, e disse, arruffando il cespuglio marrone e cercando di apparire come se le piacesse: "Non influisce sul destino della nazione, quindi non piangere, Beth. Sarà un bene per la mia vanità; stavo diventando troppo orgogliosa della mia parrucca. Farà bene al mio cervello che quella chioma venga tolta; la mia testa si sente deliziosamente leggera e fresca, e il barbiere ha detto che presto potrò avere un taglio riccio, che sarà da ragazzo, grazioso e facile da tenere in ordine. Sono soddisfatta; quindi per favore prendi il denaro e facciamo cena."
"Raccontami tutto, Jo. Non sono del tutto soddisfatta, ma non posso biasimarti, perché so quanto volentieri hai sacrificato la tua vanità, come la chiami, per il tuo amore. Ma, cara mia, non era necessario, e temo che te ne pentirai, uno di questi giorni", disse Mrs. March.
"No, non lo farò!" rispose Jo con fermezza, sentendosi molto sollevata dal fatto che la sua bravata non fosse stata del tutto condannata.
"Cosa ti ha spinto a farlo?" chiese Amy, che avrebbe pensato tanto presto di tagliarsi la testa quanto i suoi bei capelli.
"Be', ero smaniosa di fare qualcosa per papà", rispose Jo, mentre si riunivano intorno al tavolo, poiché i giovani in salute riescono a mangiare anche nel bel mezzo dei guai. "Odio chiedere prestiti quanto fa la mamma, e sapevo che zia March avrebbe gracidato; lo fa sempre, se le chiedi anche solo pochi centesimi. Meg ha dato tutto il suo salario trimestrale per l'affitto, e io con il mio ho comprato soltanto dei vestiti, così mi sentivo una malvagia ed ero decisa a procurarmi del denaro, anche a costo di vendermi il naso che ho in faccia."
"Non hai motivo di sentirti una malvagia, figlia mia: non avevi nulla per l'inverno e ti sei presa lo stretto necessario con i tuoi sudati guadagni", disse Mrs. March, con uno sguardo che scaldò il cuore di Jo.
"In principio non avevo la minima idea di vendere i miei capelli, ma strada facendo continuavo a pensare a cosa potessi fare, e mi sentivo come se volessi tuffarmi in uno dei ricchi negozi e servirmi da sola. Nella vetrina di un barbiere vidi delle code di capelli con il prezzo segnato; e una coda nera, non così folta della mia, costava quaranta dollari. Mi balenò all'improvviso che avevo una cosa con cui fare soldi, e senza fermarmi a riflettere, entrai, chiesi se comprassero capelli e quanto avrebbero dato per i miei."
"Non capisco come tu abbia avuto il coraggio di farlo", disse Beth, con tono di soggezione.
"Oh, era un ometto che sembrava vivere solo per ungersi i capelli. Inizialmente mi guardò fissamente, come se non fosse abituato a vedersi piombare in negozio delle ragazze che chiedono di vendere i propri capelli. Disse che i miei non gli interessavano, non erano del colore di moda, e comunque non li pagava mai molto; il lavoro necessario per sistemarli li rendeva costosi, e così via. Si stava facendo tardi e temevo che, se non l'avessi fatto subito, non l'avrei fatto più, e sai che quando inizio a fare una cosa odio lasciarla a metà; così lo supplicai di prenderli e gli dissi perché avessi tanta fretta. È stato sciocco, lo ammetto, ma gli ha fatto cambiare idea, perché mi sono un po' agitata e ho raccontato la storia a modo mio, tutto sottosopra, e sua moglie mi ha sentita e ha detto con tanta gentilezza:--
"'Prendili, Thomas, e fai questo favore alla signorina; lo farei volentieri per il nostro Jimmy in qualsiasi momento, se avessi un filo di capelli che valga la pena di vendere.'"
"Chi era Jimmy?" chiese Amy, a cui piaceva che le cose venissero spiegate man mano che venivano raccontate.
"Suo figlio, ha detto, che è nell'esercito. Quanto rendono amichevoli gli estranei queste cose, vero? Ha continuato a chiacchierare per tutto il tempo in cui l'uomo tagliava, e mi ha distratta piacevolmente."
"Non ti sei sentita morire quando è arrivato il primo taglio?" chiese Meg con un brivido.
"Ho dato un ultimo sguardo ai miei capelli mentre l'uomo prendeva i suoi arnesi, e quella è stata la fine. Non frigno mai per simili inezie; devo confessare, però, che mi sono sentita strana quando ho visto i miei cari vecchi capelli stesi sul tavolo e ho sentito solo le ciocche corte e ruvide sulla testa. Sembrava quasi che mi avessero amputato un braccio o una gamba. La donna mi ha vista guardarli e ha scelto una lunga ciocca da tenermi. Te la darò, Marmee, giusto per ricordare i fasti passati; perché una chioma corta è così comoda che non credo avrò mai più una criniera."
Mrs. March ripiegò la ciocca castana e ondulata, e la ripose nel suo scrittoio accanto a una corta ciocca grigia. Disse soltanto "Grazie, cara", ma qualcosa nel suo sguardo spinse le ragazze a cambiare argomento e a parlare il più allegramente possibile della gentilezza di Mr. Brooke, della prospettiva di una bella giornata per l'indomani e dei tempi felici che avrebbero trascorso quando il papà fosse tornato a casa per essere curato.
Nessuna voleva andare a letto quando, alle dieci, Mrs. March ripose l'ultimo lavoro terminato e disse: "Venite, ragazze". Beth andò al pianoforte e suonò l'inno preferito del padre; tutte iniziarono coraggiosamente, ma si arresero una dopo l'altra, finché Beth rimase sola, cantando con tutto il suo cuore, poiché per lei la musica era sempre una dolce consolatrice.
"Andate a letto e non parlate, perché dobbiamo alzarci presto e avremo bisogno di tutto il sonno possibile. Buonanotte, mie care", disse Mrs. March, mentre l'inno terminava, poiché nessuna aveva voglia di provarne un altro.
La baciarono silenziosamente e andarono a letto con la stessa discrezione, come se la cara malata giacesse nella stanza accanto. Beth e Amy si addormentarono presto nonostante il grande dolore, ma Meg rimase sveglia, persa nei pensieri più seri che avesse mai conosciuto nella sua breve vita. Jo giaceva immobile, e la sorella credette che dormisse, finché un singhiozzo soffocato la fece esclamare, mentre toccava una guancia umida:--
"Jo, cara, che succede? Piangi per papà?"
"No, non adesso."
"E allora?"
"I miei... i miei capelli!" sbottò la povera Jo, cercando vanamente di soffocare la sua emozione nel cuscino.
Non sembrò affatto comico a Meg, che baciò e accarezzò l'afflitta eroina nel modo più tenero.
"Non sono pentita", protestò Jo con un groppo in gola. "Lo rifarei domani, se potessi. È solo la parte vana ed egoista di me che si mette a piangere in questo modo sciocco. Non dirlo a nessuno, ora è tutto passato. Pensavo che dormissi, così ho fatto solo un piccolo lamento privato per la mia unica bellezza. Come mai sei sveglia?"
"Non riesco a dormire, sono così ansiosa", disse Meg.
"Pensa a qualcosa di piacevole e ti addormenterai subito."
"Ci ho provato, ma mi sento più sveglia di prima."
"A cosa hai pensato?"
"A dei bei volti... agli occhi, in particolare", rispose Meg, sorridendo tra sé nel buio.
"Di che colore ti piacciono di più?"
"Marroni... cioè, a volte; gli azzurri sono incantevoli."
Jo rise, e Meg le ordinò bruscamente di non parlare, poi le promise gentilmente di farle arricciare i capelli e si addormentò sognando di vivere nel suo castello in aria.
Gli orologi battevano la mezzanotte e le stanze erano molto silenziose, mentre una figura scivolava quatta quatta da un letto all'altro, rimboccando una coperta qui, sistemando un cuscino là, e soffermandosi a guardare a lungo e teneramente ogni volto ignaro, a baciare ognuna con labbra che benedicevano in silenzio, e a recitare le ferventi preghiere che solo le madri sanno pronunciare. Mentre sollevava la tenda per guardare fuori nella notte uggiosa, la luna spuntò improvvisamente da dietro le nuvole e brillò su di lei come un volto luminoso e benevolo, che sembrava sussurrare nel silenzio: "Consolati, cara anima! C'è sempre luce dietro le nuvole."
XVI.
LETTERE.
Nella fredda alba grigia le sorelle accesero la lampada e lessero il loro capitolo con una partecipazione mai sentita prima; poiché ora l'ombra di un vero guaio era giunta, i piccoli libri erano colmi di aiuto e conforto; e, mentre si vestivano, convennero di dirsi addio con allegria e speranza, e di mandare la madre nel suo viaggio angoscioso senza rattristarla con lacrime o lamenti. Tutto sembrava molto strano quando scesero... così scuro e silenzioso fuori, così pieno di luce e movimento dentro. La colazione a quell'ora mattutina sembrava insolita, e persino il volto familiare di Hannah appariva innaturale mentre volava per la cucina con la sua cuffia da notte in testa. Il grande baule era pronto nell'ingresso, il mantello e la cuffia della mamma giacevano sul divano, e lei stessa sedeva cercando di mangiare, ma con un aspetto così pallido e consumato dall'insonnia e dall'ansia che le ragazze trovarono molto difficile mantenere la loro risoluzione. Gli occhi di Meg continuavano a riempirsi di lacrime a dispetto di se stessa; Jo fu costretta a nascondere il viso nell'asciugamano della cucina più di una volta; e le bambine avevano un'espressione grave e turbata, come se il dolore fosse un'esperienza nuova per loro.
Nessuna parlava molto, ma quando il tempo si fece assai vicino e sedettero in attesa della carrozza, Mrs. March disse alle ragazze, che erano tutte indaffarate attorno a lei, una a ripiegare lo scialle, un'altra a lisciare i nastri della cuffia, una terza ad allacciare le galosce e una quarta a chiudere la borsa da viaggio:--
"Figlie mie, vi lascio alle cure di Hannah e alla protezione di Mr. Laurence. Hannah è la fedeltà in persona, e il nostro buon vicino vi proteggerà come se foste sue. Non ho timori per voi, eppure mi preme che affrontiate questa difficoltà nel modo giusto. Non affliggetevi e non tormentatevi quando me ne sarò andata, né pensate di potervi consolare restando oziose e cercando di dimenticare. Continuate con le vostre faccende come al solito, poiché il lavoro è un conforto benedetto. Sperate e restate attive; e qualunque cosa accada, ricordate che non potrete mai essere orfane di padre."
"Sì, mamma."
"Meg, cara, sii prudente, veglia sulle tue sorelle, consulta Hannah e, in ogni perplessità, rivolgiti a Mr. Laurence. Sii paziente, Jo, non scoraggiarti e non fare cose avventate; scrivimi spesso e sii la mia ragazza coraggiosa, pronta ad aiutare e a dare conforto a tutte noi. Beth, consolati con la tua musica e sii fedele ai piccoli doveri domestici; e tu, Amy, aiuta quanto puoi, sii obbediente e resta felice e al sicuro in casa."
"Lo faremo, mamma! Lo faremo!"
Il rumore di una carrozza in avvicinamento le fece sussultare tutte e tendere l'orecchio. Quello fu il momento più difficile, ma le ragazze lo ressero bene: nessuna pianse, nessuna scappò o emise un lamento, sebbene i loro cuori fossero molto pesanti mentre mandavano messaggi d'amore al padre, ricordando, mentre parlavano, che avrebbe potuto essere troppo tardi per consegnarli. Baciarono la madre silenziosamente, si strinsero a lei con tenerezza e cercarono di salutare con la mano allegramente quando partì.
Laurie e suo nonno vennero a vederla partire, e Mr. Brooke appariva così forte, assennato e gentile che le ragazze lo battezzarono "Mr. Cuor-Grande" all'istante.
"Addio, mie care! Che Dio ci benedica e ci protegga tutte!" sussurrò Mrs. March, mentre baciava uno dopo l'altro ogni caro visino, e si affrettava a salire in carrozza.
Mentre si allontanava, il sole uscì e, voltandosi indietro, lei lo vide brillare sul gruppo al cancello, come un buon presagio. Anche loro lo videro, e sorrisero agitando le mani; e l'ultima cosa che scorse, mentre svoltava l'angolo, furono i quattro volti luminosi e, dietro di loro, come una guardia del corpo, il vecchio Mr. Laurence, la fedele Hannah e il devoto Laurie.
"Quanto sono tutti gentili con noi!" disse, voltandosi per trovarne nuova prova nella rispettosa comprensione sul volto del giovane.
"Non vedo come potrebbero fare altrimenti", rispose Mr. Brooke, ridendo in modo così contagioso che Mrs. March non poté fare a meno di sorridere; e così il lungo viaggio iniziò con i buoni auspici del sole, dei sorrisi e delle parole allegre.
"Mi sento come se ci fosse stato un terremoto", disse Jo, mentre i vicini tornavano a casa per la colazione, lasciandole a riposarsi e a riprendersi.
"Sembra che manchi metà della casa", aggiunse Meg con aria sconsolata.
Beth aprì le labbra per dire qualcosa, ma poté solo indicare la pila di calze ben rammendate che giaceva sul tavolo della mamma, a dimostrazione che anche nei suoi ultimi momenti di fretta aveva pensato e lavorato per loro. Era una piccola cosa, ma andò dritta al cuore, e, a dispetto delle loro coraggiose risoluzioni, tutte scoppiarono a piangere amaramente.
Hannah, con saggezza, permise loro di sfogare i propri sentimenti e, quando il pianto mostrò segni di placarsi, venne in soccorso, armata di una caffettiera.
"Ora, mie care signorine, ricordate cosa ha detto la vostra mamma e non tormentatevi. Venite a prendere una tazza di caffè tutte insieme, poi mettiamoci al lavoro e diamo lustro alla famiglia."
Il caffè era un trattamento speciale, e Hannah mostrò grande tatto nel prepararlo quella mattina. Nessuna poté resistere ai suoi cenni persuasivi o al fragrante invito che usciva dal beccuccio della caffettiera. Si avvicinarono al tavolo, scambiarono i fazzoletti con i tovaglioli e in dieci minuti erano di nuovo in sesto.
"'Sperare e restare attive'; questo è il motto per noi, vediamo chi se lo ricorderà meglio. Io andrò da zia March, come al solito. Oh, ma quanto mi farà la predica!" disse Jo, sorseggiando con rinnovato spirito.
"Io andrò dai miei Kings, anche se preferirei di gran lunga restare a casa a sbrigare le faccende", disse Meg, pentendosi di aver fatto diventare i suoi occhi così rossi.
"Non ce n'è bisogno; Beth e io possiamo badare alla casa perfettamente", intervenne Amy con aria importante.
"Hannah ci dirà cosa fare; e avremo tutto in ordine quando tornerete", aggiunse Beth, tirando fuori senza indugio lo straccio e la bacinella per i piatti.
"Trovo che l'ansia sia molto interessante", osservò Amy, mangiando lo zucchero in modo pensieroso.
Le ragazze non poterono fare a meno di ridere, e si sentirono meglio per questo, sebbene Meg scuotesse la testa davanti alla giovinetta che riusciva a trovare consolazione in una zuccheriera.
La vista dei dolcetti rese Jo di nuovo seria; e quando le due uscirono per le loro faccende quotidiane, guardarono con tristezza la finestra dove erano abituate a vedere il volto della madre. Non c'era più; ma Beth si era ricordata della piccola cerimonia domestica, ed eccola lì, che faceva loro cenno come un mandarino dal volto roseo.
"È così da Beth!" disse Jo, agitando il cappello con un volto riconoscente. "Addio, Meggy; spero che i Kings non facciano capricci oggi. Non tormentarti per papà, cara", aggiunse mentre si separavano.
"E io spero che zia March non gracidi. I capelli ti donano, e sembri molto mascolina e carina", rispose Meg, cercando di non sorridere alla testa ricciuta che appariva comicamente piccola sulle spalle della sorella alta.
"Questa è la mia unica consolazione;" e, toccandosi il cappello à la Laurie, Jo se ne andò, sentendosi come una pecora tosata in una giornata invernale.
Le notizie dal padre confortarono molto le ragazze; poiché, sebbene fosse pericolosamente malato, la presenza della migliore e più tenera delle infermiere gli aveva già fatto bene. Mr. Brooke inviava un bollettino ogni giorno e, come capofamiglia, Meg insisteva per leggere i dispacci, che divennero sempre più incoraggianti col passare della settimana. All'inizio, tutte erano impazienti di scrivere, e buste gonfie venivano accuratamente infilate nella cassetta delle lettere da una o dall'altra delle sorelle, che si sentivano piuttosto importanti con la loro corrispondenza da Washington. Poiché uno di questi pacchetti conteneva note caratteristiche del gruppo, ruberemo una posta immaginaria e le leggeremo:--
"MIA CARISSIMA MAMMA,--
"È impossibile dirti quanto ci abbia rese felici la tua ultima lettera, perché le notizie erano così buone che non abbiamo potuto fare a meno di ridere e piangere per la gioia. Quanto è gentile Mr. Brooke, e che fortuna che gli affari di Mr. Laurence lo trattengano vicino a voi così a lungo, dato che è così utile a te e a papà. Le ragazze sono tutte brave come l'oro. Jo mi aiuta con il cucito e insiste per fare ogni sorta di lavoro pesante. Temerei che esagerasse, se non sapessi che il suo 'slancio morale' non durerà a lungo. Beth è precisa nelle sue faccende come un orologio e non dimentica mai ciò che le hai detto. Soffre per papà e ha un aspetto serio, tranne quando è al suo piccolo pianoforte. Amy mi dà retta bene e io mi prendo gran cura di lei. Si pettina da sola e le sto insegnando a fare le asole e a rammendare le calze. Si impegna molto e so che sarai contenta dei suoi progressi quando tornerai. Mr. Laurence veglia su di noi come una vecchia chioccia materna, come dice Jo; e Laurie è molto gentile e premuroso. Lui e Jo ci tengono allegre, perché a volte ci sentiamo piuttosto tristi e orfane, con te così lontana. Hannah è una santa; non brontola affatto, mi chiama sempre 'Signorina Margaret', il che è molto appropriato, sai, e mi tratta con rispetto. Stiamo tutte bene e siamo indaffarate; ma desideriamo, giorno e notte, che tu torni. Dai il mio affetto più caro a papà e credimi, sempre tua "MEG."
Questa nota, scritta graziosamente su carta profumata, era un grande contrasto con la successiva, che era scarabocchiata su un grande foglio di carta sottile da estero, decorata con macchie e ogni sorta di ghirigori e lettere dalle code arricciate:--
"MIA PREZIOSA MARMEE,--
"Tre urrà per il caro papà! Brooke è stato un tesoro a telegrafare subito per farci sapere appena stava meglio. Sono corsa in soffitta quando è arrivata la lettera e ho cercato di ringraziare Dio per essere così buono con noi; ma ho potuto solo piangere e dire: 'Sono contenta! Sono contenta!' Non è valso quanto una preghiera vera e propria? Perché ne sentivo molte nel cuore. Passiamo dei momenti così buffi; e ora posso godermeli, perché tutti sono così disperatamente buoni che sembra di vivere in un nido di tortore. Rideresti a vedere Meg a capotavola che cerca di fare la mammina. Diventa sempre più carina ogni giorno e a volte mi innamoro di lei. Le bambine sono arcangeli fatti e finiti, e io... be', sono Jo, e non sarò mai nient'altro. Oh, devo dirti che sono andata vicino a litigare con Laurie. Ho detto quello che pensavo su una sciocchezzuola e lui si è offeso. Avevo ragione, ma non ho parlato come avrei dovuto, e lui se n'è andato a casa dicendo che non sarebbe tornato finché non avessi chiesto scusa. Ho dichiarato che non l'avrei fatto e mi sono arrabbiata. È durata tutto il giorno; mi sono sentita male e ti ho desiderata molto. Laurie e io siamo entrambi così orgogliosi che è difficile chiedere scusa; ma pensavo che ci sarebbe arrivato lui, perché avevo ragione io. Non è venuto; e proprio di sera mi sono ricordata di quello che hai detto quando Amy è caduta nel fiume. Ho letto il mio libricino, mi sono sentita meglio, ho deciso di non lasciare che il sole tramontasse sulla mia ira e sono corsa da Laurie per dirgli che mi dispiaceva. L'ho incontrato al cancello, che stava venendo per lo stesso motivo. Abbiamo riso entrambi, ci siamo chiesti scusa a vicenda e ci siamo sentiti di nuovo tutti bene e tranquilli.
"Ho scritto una 'poesia' ieri, mentre aiutavo Hannah a lavare; e, siccome a papà piacciono le mie sciocchezzuole, l'ho messa dentro per divertirlo. Dagli l'abbraccio più affettuoso che mai ci sia stato, e baciati una dozzina di volte per la tua "JO SOTTOSOPRA."
"UNA CANZONE DALLE SCHIUME.
"Regina della mia tinozza, canto allegramente, Mentre la schiuma bianca sale in alto; E con vigore lavo, risciacquo e strizzo, E appendo i vestiti ad asciugare; Poi nell'aria fresca e libera ondeggiano, Sotto il cielo soleggiato.
"Vorrei che potessimo lavare dai nostri cuori e anime Le macchie della settimana via, E lasciare che acqua e aria con la loro magia rendano Noi stessi puri quanto loro; Allora sulla terra ci sarebbe davvero Un glorioso giorno di bucato!
"Lungo il sentiero di una vita utile, Fiorirà mai la viola del pensiero; La mente occupata non ha tempo di pensare Al dolore o alle cure o all'oscurità; E i pensieri ansiosi possono essere spazzati via, Mentre impugniamo coraggiosamente una scopa.
"Sono contenta che mi sia dato un compito, Da svolgere giorno dopo giorno; Perché mi porta salute, forza e speranza, E imparo allegramente a dire... 'Testa, tu puoi pensare, Cuore, tu puoi sentire, Ma, Mano, tu lavorerai sempre!'"
"CARA MAMMA,--
"C'è spazio solo per mandarti il mio affetto e alcune viole del pensiero pressate, prese dalla radice che tengo al sicuro in casa perché papà la veda. Leggo ogni mattina, cerco di essere brava tutto il giorno e mi canto la melodia di papà per addormentarmi. Non riesco a cantare 'Land of the Leal' ora; mi fa piangere. Tutti sono molto gentili e siamo felici quanto possiamo esserlo senza di te. Amy vuole il resto della pagina, quindi devo smettere. Non ho dimenticato di coprire le presine, carico l'orologio e arieggio le stanze ogni giorno.
"Bacia il caro papà sulla guancia che chiama mia. Oh, vieni presto dalla tua affettuosa "PICCOLA BETH."
"MA CHERE MAMMA,--
"Siamo tutte bene. Faccio sempre i miei compiti e non corroboro mai le ragazze... Meg dice che intendo dire contraddico, così metto entrambe le parole e tu puoi prendere quella più appropriata. Meg è di grande conforto per me e mi lascia prendere la gelatina ogni sera all'ora del tè, fa così bene per me, dice Jo, perché mi mantiene di buon carattere. Laurie non è rispettoso come dovrebbe ora che sono quasi un'adolescente; mi chiama Pulcino e ferisce i miei sentimenti parlandomi in francese molto velocemente quando dico Merci o Bon jour, come fa Hattie King. Le maniche del mio vestito azzurro erano tutte consumate e Meg ne ha messe di nuove, ma la parte davanti è venuta male e sono più azzurre del vestito. Mi sono sentita male ma non mi sono lamentata; sopporto bene i miei guai, ma vorrei proprio che Hannah mettesse più amido nei miei grembiuli e preparasse i pancake di grano saraceno ogni giorno. Non può farlo? Non ho fatto bene quel punto interrogativo? Meg dice che la mia punteggiatura e la mia ortografia sono vergognose e sono mortificata, ma cielo, ho così tante cose da fare che non posso fermarmi. Adieu, mando mucchi di baci a papà. "La tua affettuosa figlia, "AMY CURTIS MARCH."
"CARA SIGNORINA MARCH,--
"Butto giù due righe per dire che andiamo avanti alla grande. Le ragazze sono in gamba e sbrigano le faccende piuttosto bene. La signorina Meg diventerà una brava massaia; ha passione per la cosa e prende la mano alle faccende in modo sorprendentemente rapido. Jo batte tutti nel darsi da fare, ma non si ferma mai a riflettere prima, e non si sa mai dove va a finire. Ha lavato una tinozza di panni lunedì, ma li ha inamidati prima di sciacquarli e ha azzurrato un vestito di calicò rosa finché ho pensato che sarei morta dal ridere. Beth è la migliore delle creature, e di grande aiuto per me, essendo così previdente e affidabile. Cerca di imparare tutto e va a fare la spesa in modo davvero superiore alla sua età; inoltre tiene i conti, con il mio aiuto, in modo piuttosto meraviglioso. Finora siamo state molto economiche; non lascio che le ragazze prendano il caffè se non una volta a settimana, secondo il vostro desiderio, e le tengo con cibi semplici e sani. Amy fa bene a non lamentarsi, a indossare i suoi vestiti migliori e a mangiare dolci. Il signor Laurie è pieno di stravaganze come al solito e mette la casa sottosopra spesso; ma tira su il morale alle ragazze, e così lascio che facciano come vogliono. Il vecchio signore manda un sacco di cose ed è piuttosto stancante, ma ha buone intenzioni e non sta a me dire nulla. Il mio pane è lievitato, quindi non altro per ora. Mando i miei rispetti al signor March e spero che abbia visto la fine della sua polmonite. "Vostra rispettosa, "HANNAH MULLET."
"CAPO INFERMIERA DEL REPARTO N. 2,--
"Tutto sereno sul Rappahannock, truppe in ottime condizioni, dipartimento di sussistenza ben gestito, la Guardia Nazionale sotto il colonnello Teddy sempre in servizio, il comandante in capo generale Laurence passa l'esercito in rassegna quotidianamente, il quartiermastro Mullett mantiene l'ordine nell'accampamento e il maggiore Lion fa il servizio di guardia la notte. È stato sparato un saluto di ventiquattro colpi al ricevimento di buone notizie da Washington e si è tenuta una parata in grande uniforme al quartier generale. Il comandante in capo manda i migliori auguri, ai quali si unisce di cuore "IL COLONNELLO TEDDY."
"CARA SIGNORA,--
"Le bambine stanno tutte bene; Beth e il mio ragazzo fanno rapporto quotidianamente; Hannah è una domestica modello e protegge la graziosa Meg come un drago. Sono lieto che il bel tempo regga; vi prego di rendere utile Brooke e di attingere ai miei fondi se le spese superano le vostre stime. Non fate mancare nulla a vostro marito. Ringraziate Dio che sta migliorando. "Il vostro sincero amico e servitore, "JAMES LAURENCE."
XVII.
LA PICCOLA FEDELE.
Per una settimana la quantità di virtù nella vecchia casa avrebbe potuto soddisfare l'intero vicinato. Era davvero sorprendente, poiché ognuno sembrava in uno stato d'animo celestiale e l'abnegazione era di gran moda. Liberatesi dalla prima ansia per il padre, le ragazze allentarono impercettibilmente i loro lodevoli sforzi e iniziarono a ricadere nelle vecchie abitudini. Non dimenticarono il loro motto, ma sperare e tenersi occupate sembravano diventare più facili; e dopo sforzi così tremendi, sentirono che l'Impegno meritava una vacanza e gliene concessero parecchie.
Jo prese un brutto raffreddore per aver trascurato di coprire abbastanza la testa rasata e le fu ordinato di stare a casa finché non fosse migliorata, poiché zia March non amava sentire le persone leggere con il raffreddore in testa. A Jo la cosa piacque e, dopo una energica perlustrazione dal soffitta alla cantina, si adagiò sul divano per curare il raffreddore con arsenicum e libri. Amy scoprì che i lavori domestici e l'arte non andavano d'accordo e tornò alle sue torte di fango. Meg andava quotidianamente dai suoi allievi e cuciva, o pensava di farlo, a casa, ma passava molto tempo a scrivere lunghe lettere alla madre o a leggere più e più volte i dispacci di Washington. Beth continuò, con solo lievi ricadute nell'ozio o nel dolore. Tutti i piccoli doveri venivano svolti fedelmente ogni giorno, e anche molti di quelli delle sue sorelle, poiché loro erano smemorate e la casa sembrava un orologio il cui pendolo era andato a far visita a qualcuno. Quando il suo cuore si appesantiva per il desiderio della madre o la paura per il padre, se ne andava in un certo ripostiglio, nascondeva il viso tra le pieghe di un certo caro vecchio abito, emetteva il suo piccolo lamento e recitava la sua piccola preghiera tranquillamente da sola. Nessuno sapeva cosa la tirasse su dopo un momento di malinconia, ma tutti sentivano quanto Beth fosse dolce e disponibile e presero l'abitudine di rivolgersi a lei per conforto o consiglio nei loro piccoli affari.
Tutte erano ignare che questa esperienza fosse una prova di carattere; e, quando la prima eccitazione fu passata, sentirono di aver fatto bene e di meritare lodi. Ed era vero; ma il loro errore fu smettere di fare bene, e impararono questa lezione attraverso molta ansia e rimpianto.
"Meg, vorrei che tu andassi a vedere gli Hummel; sai che la mamma ci ha detto di non dimenticarli", disse Beth, dieci giorni dopo la partenza della signora March.
"Sono troppo stanca per andare questo pomeriggio", rispose Meg, dondolandosi comodamente mentre cuciva.
"Non puoi, Jo?" chiese Beth.
"Troppo tempestoso per me col mio raffreddore."
"Pensavo che fosse quasi passato."
"È abbastanza passato per uscire con Laurie, ma non abbastanza per andare dagli Hummel", disse Jo, ridendo, ma sembrando un po' vergognosa della sua incoerenza.
"Perché non ci vai tu?" chiese Meg.
"Ci sono andata ogni giorno, ma la bambina è malata e non so cosa fare per lei. La signora Hummel va fuori a lavorare e Lottchen si prende cura di lei; ma diventa sempre più malata e penso che tu o Hannah dovreste andare."
Beth parlò seriamente e Meg promise che ci sarebbe andata domani.
"Chiedi ad Hannah qualcosa di buono e portaglielo, Beth; l'aria ti farà bene", disse Jo, aggiungendo in tono di scusa: "Ci andrei io, ma voglio finire di scrivere".
"Mi fa male la testa e sono stanca, quindi pensavo che qualcuna di voi potesse andare", disse Beth.
"Amy sarà qui tra poco e correrà giù per noi", suggerì Meg.
"Bene, mi riposerò un po' e la aspetterò."
Così Beth si sdraiò sul divano, le altre tornarono al loro lavoro e gli Hummel furono dimenticati. Passò un'ora: Amy non venne; Meg andò in camera sua a provare un vestito nuovo; Jo era assorbita nella sua storia e Hannah dormiva profondamente davanti al fuoco della cucina, quando Beth si mise tranquillamente il cappuccio, riempì il suo cestino con avanzi per i poveri bambini e uscì nell'aria gelida, con la testa pesante e uno sguardo addolorato nei suoi occhi pazienti. Era tardi quando tornò e nessuno la vide salire le scale di soppiatto e chiudersi nella camera della madre. Mezz'ora dopo Jo andò nel "ripostiglio della mamma" per prendere qualcosa e vi trovò Beth seduta sul portamedicinali, con un aspetto molto serio, gli occhi rossi e una bottiglietta di canfora in mano.
"Cristoforo Colombo! Cosa succede?" gridò Jo, mentre Beth stendeva la mano come per avvertirla di stare lontana e chiedeva rapidamente:
"Hai avuto la scarlattina, vero?"
"Anni fa, quando l'ha avuta Meg. Perché?"
"Allora te lo dico. Oh, Jo, la bambina è morta!"
"Quale bambina?"
"Quella della signora Hummel; è morta in grembo a me prima che lei tornasse a casa", gridò Beth con un singhiozzo.
"Mia povera cara, che cosa terribile per te! Avrei dovuto andarci io", disse Jo, prendendo la sorella tra le braccia mentre si sedeva sulla poltrona della madre, con un volto pieno di rimorso.
"Non è stato terribile, Jo, solo così triste! Ho visto subito che era più malata, ma Lottchen ha detto che sua madre era andata a cercare un dottore, così ho preso la bambina e ho lasciato riposare Lotty. Sembrava che dormisse, ma all'improvviso ha emesso un piccolo grido, ha tremato e poi è rimasta molto immobile. Ho provato a scaldarle i piedi e Lotty le ha dato del latte, ma non si è mossa e ho capito che era morta."
"Non piangere, cara! Cosa hai fatto?"
"Sono rimasta seduta a tenerla dolcemente finché la signora Hummel non è arrivata col dottore. Lui ha detto che era morta e ha guardato Heinrich e Minna, che hanno mal di gola. 'Scarlattina, signora. Avreste dovuto chiamarmi prima', ha detto stizzito. La signora Hummel gli ha detto che era povera e aveva provato a curare la bambina da sola, ma ora era troppo tardi e poteva solo chiedergli di aiutare gli altri, affidandosi alla carità per il suo pagamento. Allora lui ha sorriso ed è stato più gentile; ma è stato molto triste e ho pianto con loro finché lui non si è voltato, all'improvviso, e mi ha detto di tornare a casa e prendere subito la belladonna, altrimenti avrei preso la febbre."
"No, non la prenderai!" gridò Jo, abbracciandola forte con uno sguardo spaventato. "Oh Beth, se tu dovessi ammalarti non potrei mai perdonarmi! Cosa faremo?"
"Non spaventarti, credo che non l'avrò in forma grave. Ho guardato nel libro della mamma e ho visto che inizia con mal di testa, mal di gola e strane sensazioni come le mie, così ho preso un po' di belladonna e mi sento meglio", disse Beth, appoggiando le mani fredde sulla fronte calda e cercando di sembrare in salute.
"Se solo la mamma fosse a casa!" esclamò Jo, afferrando il libro e sentendo che Washington era immensamente lontana. Lesse una pagina, guardò Beth, le tastò la testa, sbirciò nella sua gola e poi disse gravemente: "Sei stata sopra la bambina ogni giorno per più di una settimana, e in mezzo agli altri che stanno per averla; quindi temo che la prenderai, Beth. Chiamerò Hannah, lei sa tutto di malattie."
"Non lasciare che Amy venga; non l'ha mai avuta e odierei trasmettergliela. Tu e Meg non potete averla di nuovo?" chiese Beth, ansiosamente.
"Credo di no; non mi importa se la prendo; mi sta bene, egoista che sono, a lasciar andare te e a restare a scrivere sciocchezze!" mormorò Jo, mentre andava a consultare Hannah.
La brava donna fu subito sveglia e prese subito in mano la situazione, assicurando a Jo che non c'era motivo di preoccuparsi; tutti prendevano la scarlattina e, se curata bene, nessuno moriva... tutto ciò che Jo credette, sentendosi molto sollevata mentre salivano a chiamare Meg.
"Ora vi dirò cosa faremo", disse Hannah, dopo aver esaminato e interrogato Beth; "faremo venire il dottor Bangs, giusto per dare un'occhiata a te, cara, e vedere che iniziamo bene; poi manderemo Amy da zia March, per un po', per tenerla fuori pericolo, e una di voi ragazze può restare a casa a far compagnia a Beth per un giorno o due."
"Resterò io, naturalmente; sono la più grande", iniziò Meg, sembrando ansiosa e piena di rimorso.
"Resterò io, perché è colpa mia se è malata; ho detto alla mamma che avrei fatto le commissioni e non l'ho fatto", disse Jo risolutamente.
"Chi vuoi, Beth? Non c'è bisogno che ce ne sia più di una", disse Hannah.
"Jo, per favore"; e Beth appoggiò la testa contro la sorella, con un'espressione soddisfatta che risolse efficacemente la questione.
"Andrò a dirlo ad Amy", disse Meg, sentendosi un po' offesa, ma piuttosto sollevata, nel complesso, poiché non amava fare l'infermiera, e Jo sì.
Amy si ribellò apertamente e dichiarò con passione che avrebbe preferito avere la febbre piuttosto che andare da zia March. Meg ragionò, implorò e comandò: tutto invano. Amy protestò che non sarebbe andata; e Meg la lasciò nella disperazione, per chiedere ad Hannah cosa si dovesse fare. Prima che tornasse, Laurie entrò nel salotto e trovò Amy che singhiozzava con la testa sui cuscini del divano. Raccontò la sua storia, aspettandosi di essere consolata; ma Laurie si limitò a mettere le mani in tasca e a camminare per la stanza, fischiettando piano mentre aggrottava le sopracciglia in profondi pensieri. Presto si sedette accanto a lei e disse, col suo tono più suadente: "Ora sii una piccola donna sensata e fai come dicono. No, non piangere, ma ascolta che bel piano ho in mente. Tu vai da zia March e io verrò a prenderti ogni giorno, in carrozza o a piedi, e ci divertiremo un mondo. Non sarà meglio che stare qui a deprimersi?"
"Non voglio essere mandata via come se fossi d'impiccio", iniziò Amy, con voce offesa.
"Benedetta figliola, è per tenerti in salute. Non vuoi ammalarti, vero?"
"No, sono sicura di no; ma temo che lo farò, perché sono stata con Beth tutto il tempo."
"È proprio per questo che dovresti andare via subito, così potresti scampare. Il cambio d'aria e la cura ti manterranno in salute, ne sono certo; o, se non del tutto, avrai la febbre in forma più lieve. Ti consiglio di filartela il prima possibile, perché la scarlattina non è uno scherzo, signorina."
"Ma è noioso da zia March, ed è così sgarbata", disse Amy, sembrando piuttosto spaventata.
"Non sarà noioso con me che faccio un salto ogni giorno per dirti come sta Beth e portarti a spasso. La vecchia signora mi piace e sarò il più dolce possibile con lei, così non ci beccherà, qualunque cosa faremo."
"Mi porterai a spasso col calesse con Puck?"
"Sul mio onore di gentiluomo."
"E verrai ogni singolo giorno?"
"Vedrai che lo farò."
"E mi riporterai indietro nel momento in cui Beth starà bene?"
"Nel momento esatto."
"E andremo a teatro, davvero?"
"Una dozzina di teatri, se possiamo."
"Bene... credo... che andrò", disse Amy lentamente.
"Brava ragazza! Chiama Meg e dille che cedi", disse Laurie, con una pacca di approvazione che infastidì Amy più del "cedere".
Meg e Jo corsero giù a vedere il miracolo che era stato compiuto; e Amy, sentendosi molto preziosa e piena di spirito di sacrificio, promise di andare, se il dottore avesse detto che Beth si sarebbe ammalata.
"Come sta la piccola cara?" chiese Laurie; poiché Beth era la sua prediletta e si sentiva più ansioso per lei di quanto volesse mostrare.
"È sdraiata sul letto della mamma e si sente meglio. La morte della bambina l'ha turbata, ma credo che abbia solo preso freddo. Hannah dice che la pensa così; ma sembra preoccupata e questo mi rende nervosa", rispose Meg.
"Che mondo difficile è questo!" disse Jo, arruffandosi i capelli in modo nervoso. "Non appena usciamo da un guaio, ne arriva subito un altro. Non sembra esserci nulla a cui aggrapparsi quando la mamma non c'è; così sono in alto mare."
"Beh, non trasformarti in un porcospino, non ti dona. Sistema la parrucca, Jo, e dimmi se devo telegrafare a tua madre o fare qualcosa?" chiese Laurie, che non si era mai rassegnato alla perdita dell'unico vezzo della sua amica.
"È questo che mi preoccupa", disse Meg. "Penso che dovremmo dirglielo se Beth è davvero malata, ma Hannah dice di no, perché la mamma non può lasciare il papà e li renderebbe solo ansiosi. Beth non sarà malata a lungo e Hannah sa esattamente cosa fare, e la mamma ha detto che dovevamo darle retta, quindi suppongo che dobbiamo farlo, ma non mi sembra del tutto giusto."
"Mh, beh, non saprei; suppongo che potresti chiedere al nonno dopo che sarà passato il dottore."
"Lo faremo. Jo, vai a prendere il dottor Bangs subito", comandò Meg; "non possiamo decidere nulla finché non sarà passato lui."
"Resta dove sei, Jo; sono io il fattorino di questo stabilimento", disse Laurie, prendendo il suo berretto.
"Temo che tu sia occupato", iniziò Meg.
"No, ho finito i compiti per oggi."
"Studi durante le vacanze?" chiese Jo.
"Seguo il buon esempio che mi danno i miei vicini", fu la risposta di Laurie, mentre si slanciava fuori dalla stanza.
"Ho grandi speranze per il mio ragazzo", osservò Jo, guardandolo volare oltre la staccionata con un sorriso di approvazione.
"Se la cava piuttosto bene... per essere un ragazzo", fu la risposta alquanto poco gentile di Meg, poiché l'argomento non la interessava.
Il dottor Bangs arrivò, disse che Beth aveva i sintomi della febbre, ma pensava che l'avrebbe avuta in forma lieve, sebbene sembrasse serio raccontando la storia degli Hummel. Amy fu fatta partire subito e, munita di qualcosa per allontanare il pericolo, se ne andò in grande stile, con Jo e Laurie come scorta.
Zia March li accolse con la sua solita ospitalità.
"Che cosa volete ora?" chiese, guardando acutamente sopra i suoi occhiali, mentre il pappagallo, seduto sullo schienale della sua sedia, gridava:
"Vattene via. Niente ragazzi permessi qui."
Laurie si ritirò verso la finestra e Jo raccontò la sua storia.
"Non mi aspettavo altro, se vi è permesso andare a ficcanasare tra la gente povera. Amy può restare e rendersi utile se non è malata, cosa che non dubito succederà... sembra già così. Non piangere, bambina, mi innervosisce sentire la gente tirare su col naso."
Amy era sul punto di piangere, ma Laurie tirò di nascosto la coda al pappagallo, il che fece emettere a Polly uno starnazzio stupito e gridare:
"Benedetti i miei stivali!" in modo così divertente che lei finì per ridere invece.
"Cosa sapete di vostra madre?" chiese la vecchia signora bruscamente.
"Il papà sta molto meglio", rispose Jo, cercando di restare seria.
"Oh, davvero? Beh, non durerà a lungo, immagino; March non ha mai avuto molta vitalità", fu la lieta risposta.
"Ah, ah! mai dire mai, prendi una presa di tabacco, addio, addio!" strillò Polly, ballando sul suo posatoio e artigliando la cuffia della vecchia signora mentre Laurie lo pizzicava da dietro.
"Tieni la lingua a freno, vecchio uccello irrispettoso! E tu, Jo, faresti meglio ad andare subito; non è opportuno andare in giro così tardi con un ragazzo stordito come..."
"Tieni la lingua a freno, vecchio uccello irrispettoso!" gridò Polly, cadendo dalla sedia con un balzo e correndo a beccare il ragazzo "stordito", che tremava dalle risate all'ultima frase.
"Non credo di poterlo sopportare, ma ci proverò", pensò Amy, mentre veniva lasciata sola con zia March.
"Vattene, brutta creatura!" strillò Polly; e a quella frase sgarbata Amy non poté trattenere un tiro di naso.
XVIII.
GIORNI BUI.
Beth aveva davvero la febbre, ed era molto più malata di quanto chiunque, eccetto Hannah e il dottore, sospettasse. Le ragazze non sapevano nulla di malattie e al signor Laurence non era permesso vederla, così Hannah faceva tutto di testa sua e l'affaccendato dottor Bangs faceva del suo meglio, ma lasciava gran parte del lavoro all'eccellente infermiera. Meg restava a casa, per non rischiare di contagiare i King, e badava alla casa, sentendosi molto in ansia e un po' in colpa quando scriveva lettere in cui non si faceva menzione della malattia di Beth. Non riusciva a ritenere giusto ingannare la madre, ma le era stato ordinato di dar retta ad Hannah, e Hannah non voleva nemmeno sentir parlare di "far sapere alla signora March, per farla preoccupare per una tale sciocchezza". Jo si dedicava a Beth giorno e notte; non un compito arduo, poiché Beth era molto paziente e sopportava il suo dolore senza lamentarsi finché riusciva a controllarsi. Ma arrivò un momento in cui, durante gli attacchi di febbre, iniziò a parlare con voce roca e spezzata, a suonare sulla coperta come se fosse il suo amato pianoforte e a tentare di cantare con una gola così gonfia che non le era rimasta più musica; un momento in cui non riconosceva i volti familiari intorno a lei, ma li chiamava con nomi sbagliati e invocava implorante sua madre. Allora Jo si spaventò, Meg supplicò di poter scrivere la verità e persino Hannah disse che "ci avrebbe pensato, sebbene non ci fosse ancora pericolo". Una lettera da Washington aggiunse preoccupazione alla loro, poiché il signor March aveva avuto una ricaduta e non poteva pensare di tornare a casa per molto tempo.
Quanto sembravano buie le giornate ora, quanto triste e solitaria la casa, e quanto pesanti erano i cuori delle sorelle mentre lavoravano e aspettavano, mentre l'ombra della morte aleggiava sopra quella casa un tempo felice! Fu allora che Margaret, seduta sola con le lacrime che cadevano spesso sul suo lavoro, sentì quanto era stata ricca di cose più preziose di qualsiasi lusso che il denaro potesse comprare: amore, protezione, pace e salute, le vere benedizioni della vita. Fu allora che Jo, vivendo nella stanza oscurata, con quella sorellina sofferente sempre davanti agli occhi e quella voce patetica che le risuonava nelle orecchie, imparò a vedere la bellezza e la dolcezza della natura di Beth, a sentire quanto profondo e tenero fosse il posto che occupava in tutti i cuori e a riconoscere il valore dell'altruistica ambizione di Beth: vivere per gli altri e rendere felice la casa esercitando quelle semplici virtù che tutti possono possedere e che tutti dovrebbero amare e valorizzare più del talento, della ricchezza o della bellezza. E Amy, nel suo esilio, desiderava ardentemente essere a casa, per poter lavorare per Beth, sentendo ora che nessun servizio sarebbe stato duro o fastidioso, e ricordando, con doloroso rimpianto, quanti compiti trascurati quelle mani volenterose avevano svolto per lei. Laurie infestava la casa come un fantasma inquieto e il signor Laurence chiuse a chiave il pianoforte a coda, perché non sopportava di essere ricordato della giovane vicina che era solita rendere piacevole il crepuscolo per lui. Tutti sentivano la mancanza di Beth. Il lattaio, il fornaio, il droghiere e il macellaio chiedevano come stesse; la povera signora Hummel venne a chiedere perdono per la sua sbadataggine e a prendere un sudario per Minna; i vicini inviarono ogni sorta di conforto e auguri, e persino coloro che la conoscevano meglio rimasero sorpresi di scoprire quanti amici la timida piccola Beth si fosse fatta.
Nel frattempo lei giaceva sul suo letto con la vecchia Joanna al suo fianco, poiché anche nei suoi vaneggiamenti non dimenticava la sua derelitta protetta. Desiderava i suoi gatti, ma non voleva che venissero portati, per paura che si ammalassero; e, nelle sue ore di calma, era piena di ansia per Jo. Mandava messaggi affettuosi ad Amy, diceva loro di riferire alla madre che avrebbe scritto presto; e spesso chiedeva matita e carta per cercare di dire una parola, affinché il padre non pensasse che lo avesse trascurato. Ma presto anche questi intervalli di lucidità terminarono e lei giacque ora dopo ora, rigirandosi di continuo, con parole incoerenti sulle labbra, o sprofondando in un sonno pesante che non le portava alcun ristoro. Il dottor Bangs veniva due volte al giorno, Hannah restava alzata la notte, Meg teneva un telegramma nel suo scrittoio già pronto da spedire in qualsiasi momento e Jo non si allontanava mai dal fianco di Beth.
Il primo di dicembre fu davvero una giornata invernale per loro, poiché soffiava un vento gelido, la neve cadeva fitta e l'anno sembrava prepararsi alla sua morte. Quando il dottor Bangs arrivò quella mattina, guardò a lungo Beth, tenne la mano calda tra le sue per un minuto e la posò delicatamente, dicendo a bassa voce ad Hannah:
"Se la signora March può lasciare suo marito, farebbe meglio a essere chiamata."
Hannah annuì senza parlare, poiché le sue labbra tremavano nervosamente; Meg si accasciò su una sedia poiché la forza sembrò abbandonare le sue membra al suono di quelle parole; e Jo, dopo essere rimasta per un minuto con il volto pallido, corse in salotto, afferrò il telegramma e, indossando le sue cose, si precipitò fuori nella tempesta. Tornò presto e, mentre toglieva silenziosamente il mantello, entrò Laurie con una lettera, dicendo che il signor March si stava riprendendo. Jo la lesse con gratitudine, ma il pesante fardello non sembrava sollevato dal suo cuore, e il suo volto era così pieno di miseria che Laurie chiese rapidamente:
"Cos'è? Beth sta peggio?"
"Ho mandato a chiamare la mamma," disse Jo, tirando i suoi stivali di gomma con un'espressione tragica.
"Brava Jo! L'hai fatto di tua iniziativa?" chiese Laurie, mentre la faceva sedere sulla sedia nell'atrio e le toglieva gli stivali ribelli, vedendo come le tremassero le mani.
"No, ce l'ha detto il dottore."
"Oh Jo, non è così grave?" esclamò Laurie, con un volto spaventato.
"Sì, lo è; non ci riconosce, non parla nemmeno dei stormi di colombe verdi, come chiama le foglie di vite sul muro; non sembra la mia Beth, e non c'è nessuno ad aiutarci a sopportarlo; madre e padre sono entrambi lontani e Dio sembra così lontano che non riesco a trovarlo."
Mentre le lacrime scorrevano veloci lungo le guance della povera Jo, lei protese la mano in modo impotente, come se brancolasse nel buio, e Laurie la prese nella sua, sussurrando, meglio che poteva, con un nodo alla gola:
"Sono qui. Stringiti a me, cara Jo!"
Lei non riuscì a parlare, ma si "strinse", e la calda presa della mano amica le confortò il cuore addolorato e sembrò condurla più vicino al braccio Divino che solo poteva sostenerla nel suo tormento. Laurie desiderava dire qualcosa di tenero e confortante, ma non le vennero in mente parole adatte, così rimase in silenzio, accarezzando delicatamente il capo chino di lei come faceva sua madre. Fu la cosa migliore che potesse fare; molto più lenitiva delle parole più eloquenti, poiché Jo sentì la simpatia non detta e, nel silenzio, imparò il dolce conforto che l'affetto somministra al dolore. Presto asciugò le lacrime che l'avevano sollevata e guardò su con un volto riconoscente.
"Grazie, Teddy, ora sto meglio; non mi sento così sperduta e cercherò di sopportarlo se dovesse accadere."
"Continua a sperare per il meglio; questo ti aiuterà, Jo. Presto arriverà tua madre e poi tutto andrà bene."
"Sono così felice che papà stia meglio; ora non si sentirà così male a lasciarlo. Oh, me! sembra proprio che tutti i guai arrivino in un mucchio e che io abbia preso la parte più pesante sulle mie spalle," sospirò Jo, stendendo il fazzoletto bagnato sulle ginocchia per asciugarlo.
"Meg non tira la carretta in modo equo?" chiese Laurie, sembrando indignato.
"Oh, sì; ci prova, ma non può amare Bethy come la amo io; e non sentirà la sua mancanza come me. Beth è la mia coscienza e non posso rinunciare a lei. Non posso! Non posso!"
Il volto di Jo sprofondò nel fazzoletto bagnato e lei pianse disperatamente; perché si era fatta forza coraggiosamente fino ad allora e non aveva mai versato una lacrima. Laurie si passò la mano sugli occhi, ma non riuscì a parlare finché non ebbe domato la sensazione di soffocamento alla gola e stabilizzato le labbra. Potrebbe essere stato poco virile, ma non poté farne a meno, e ne sono felice. Poco dopo, mentre i singhiozzi di Jo si placavano, disse con speranza: "Non credo che morirà; è così buona e tutti le vogliamo così tanto bene, non credo che Dio la porterà via ancora."
"Le persone buone e care muoiono sempre," gemette Jo, ma smise di piangere, poiché le parole del suo amico la tirarono su, nonostante i suoi dubbi e le sue paure.
"Povera ragazza, sei esausta. Non è da te essere così abbattuta. Aspetta un po'; ti tirerò su di morale in un attimo."
Laurie corse via due gradini alla volta e Jo appoggiò la sua testa stanca sul cappuccio marrone di Beth, che nessuno aveva pensato di spostare dal tavolo dove lei lo aveva lasciato. Doveva possedere una qualche magia, poiché lo spirito sottomesso della sua gentile proprietaria sembrò entrare in Jo; e, quando Laurie tornò correndo giù con un bicchiere di vino, lei lo prese con un sorriso e disse coraggiosamente: "Bevo alla salute della mia Beth! Sei un buon dottore, Teddy, e un amico così confortante; come potrò mai ripagarti?" aggiunse, mentre il vino le rinfrescava il corpo, come le gentili parole avevano fatto con la sua mente turbata.
"Ti invierò il conto, tra un po'; e stasera ti darò qualcosa che scalderà le corde del tuo cuore meglio di litri di vino," disse Laurie, raggiante verso di lei con un volto di soddisfazione repressa per qualcosa.
"Cos'è?" esclamò Jo, dimenticando i suoi guai per un minuto, nella sua meraviglia.
"Ho mandato un telegramma a tua madre ieri e Brooke ha risposto che sarebbe venuta subito, e sarà qui stasera, e tutto andrà bene. Non sei contenta che l'abbia fatto?"
Laurie parlò molto velocemente e divenne rosso ed eccitato in un minuto, poiché aveva tenuto il suo piano segreto, per paura di deludere le ragazze o di nuocere a Beth. Jo divenne pallida, volò via dalla sedia e nel momento in cui lui smise di parlare lo elettrizzò gettandogli le braccia al collo ed esclamando, con un grido gioioso: "Oh Laurie! Oh mamma! Sono così felice!" Non pianse più, ma rise in modo isterico, tremò e si strinse al suo amico come se fosse un po' confusa per l'improvvisa notizia. Laurie, sebbene decisamente stupito, si comportò con grande presenza di spirito; le diede delle pacche sulla schiena in modo rassicurante e, notando che si stava riprendendo, fece seguire un paio di baci timidi, che fecero riprendere Jo immediatamente. Aggrappandosi alla ringhiera, lo allontanò dolcemente, dicendo senza fiato: "Oh, non farlo! Non intendevo farlo; è stato terribile da parte mia; ma sei stato così caro ad andare a farlo a dispetto di Hannah che non ho potuto fare a meno di saltarti addosso. Dimmi tutto, e non darmi più vino; mi fa comportare così."
"Non mi dispiace," rise Laurie, mentre si sistemava la cravatta. "Vedi, sono diventato irrequieto, e così anche il nonno. Pensavamo che Hannah stesse esagerando con l'autorità e che tua madre dovesse sapere. Non ci perdonerebbe mai se Beth... beh, se succedesse qualcosa, sai. Così ho convinto il nonno a dire che era giunto il momento di fare qualcosa, e ieri sono corso all'ufficio, perché il dottore sembrava serio e Hannah mi ha quasi tolto la testa quando ho proposto un telegramma. Non sopporto mai di essere 'comandato a bacchetta'; così mi sono deciso e l'ho fatto. Tua madre verrà, lo so, e l'ultimo treno arriva alle due del mattino. Andrò a prenderla; e tu devi solo contenere il tuo trasporto e tenere Beth tranquilla finché quella benedetta signora non arriva qui."
"Laurie, sei un angelo! Come potrò mai ringraziarti?"
"Saltami addosso di nuovo; mi piace abbastanza," disse Laurie, sembrando malizioso, una cosa che non faceva da quindici giorni.
"No, grazie. Lo farò per procura, quando verrà il tuo nonno. Non stuzzicarmi, ma vai a casa a riposare, perché starai sveglio mezza notte. Dio ti benedica, Teddy, ti benedica!"
Jo era indietreggiata in un angolo; e, mentre finiva il suo discorso, svanì precipitosamente in cucina, dove si sedette su un mobile e disse ai gatti riuniti che era "felice, oh, così felice!" mentre Laurie se ne andava, sentendo di aver fatto una cosa piuttosto pulita.
"È il tipo più invadente che abbia mai visto; ma lo perdono e spero davvero che la signora March stia arrivando subito," disse Hannah, con aria di sollievo, quando Jo le diede la buona notizia.
Meg ebbe un rapimento silenzioso, poi rimuginò sulla lettera, mentre Jo metteva in ordine la stanza della malata e Hannah "preparava un paio di torte in caso di compagnia inattesa." Un soffio di aria fresca sembrò soffiare attraverso la casa e qualcosa di meglio del sole illuminò le stanze silenziose. Tutto sembrava sentire il cambiamento speranzoso; l'uccellino di Beth ricominciò a cinguettare e una rosa semi-sbocciata fu scoperta sul cespuglio di Amy alla finestra; i fuochi sembravano ardere con insolita allegria; e ogni volta che le ragazze si incontravano, i loro volti pallidi si aprivano in sorrisi mentre si abbracciavano l'un l'altra, sussurrando incoraggianti: "La mamma sta arrivando, cara! la mamma sta arrivando!" Tutti gioivano tranne Beth; lei giaceva in quel pesante stupore, ignara di speranza e gioia, dubbio e pericolo. Era uno spettacolo pietoso: il volto un tempo roseo così cambiato e vacuo, le mani un tempo indaffarate così deboli e consumate, le labbra un tempo sorridenti del tutto mute e i capelli un tempo carini e ben curati sparsi, ruvidi e aggrovigliati sul cuscino. Tutto il giorno giacque così, risvegliandosi solo di tanto in tanto per mormorare: "Acqua!" con le labbra così arse che riuscivano a malapena a formare la parola; tutto il giorno Jo e Meg le girarono intorno, osservando, aspettando, sperando e confidando in Dio e nella madre; e tutto il giorno la neve cadde, il vento gelido infuriava e le ore trascinavano lentamente. Ma la notte arrivò finalmente; e ogni volta che l'orologio batteva, le sorelle, ancora sedute ai due lati del letto, si guardavano l'un l'altra con occhi luminosi, perché ogni ora portava l'aiuto più vicino. Il dottore era passato per dire che qualche cambiamento, in meglio o in peggio, avrebbe probabilmente avuto luogo verso mezzanotte, ora in cui sarebbe tornato.
Hannah, del tutto esausta, si sdraiò sul divano ai piedi del letto e cadde in un sonno profondo; il signor Laurence marciava avanti e indietro in salotto, sentendo che avrebbe preferito affrontare una batteria ribelle piuttosto che il volto ansioso della signora March mentre entrava; Laurie giaceva sul tappeto, fingendo di riposare, ma fissando il fuoco con lo sguardo pensieroso che rendeva i suoi occhi neri meravigliosamente dolci e limpidi.
Le ragazze non dimenticarono mai quella notte, poiché il sonno non venne loro mentre facevano la guardia, con quel terribile senso di impotenza che ci coglie in ore come quelle.
"Se Dio risparmierà Beth non mi lamenterò mai più," sussurrò Meg con fervore.
"Se Dio risparmierà Beth cercherò di amarlo e servirlo per tutta la vita," rispose Jo, con uguale fervore.
"Vorrei non avere un cuore, mi fa così male," sospirò Meg, dopo una pausa.
"Se la vita è spesso dura come questa, non vedo come potremo superarla," aggiunse sua sorella con sconforto.
Qui l'orologio batté le dodici ed entrambe dimenticarono se stesse nel guardare Beth, poiché immaginarono che un cambiamento fosse passato sul suo volto pallido. La casa era silenziosa come la morte e nient'altro che il lamento del vento rompeva il profondo silenzio. L'esausta Hannah continuava a dormire e nessuno, tranne le sorelle, vide l'ombra pallida che sembrò cadere sul lettino. Passò un'ora e non accadde nulla, eccetto la quieta partenza di Laurie per la stazione. Un'altra ora... ancora non arrivava nessuno; e ansiosi timori di ritardi nella tempesta, o incidenti lungo la strada, o, peggio di tutto, un grande dolore a Washington, perseguitavano le povere ragazze.
Erano passate le due quando Jo, che stava alla finestra a pensare a quanto sembrava desolato il mondo nel suo sudario di neve, sentì un movimento vicino al letto e, girandosi rapidamente, vide Meg in ginocchio davanti alla poltrona della madre, con il viso nascosto. Una paura terribile attraversò Jo, freddamente, mentre pensava: "Beth è morta e Meg ha paura di dirmelo."
Fu di nuovo al suo posto in un istante e, ai suoi occhi eccitati, sembrò aver avuto luogo un grande cambiamento. Il rossore della febbre e l'aspetto di dolore erano svaniti e l'amato visino sembrava così pallido e pacifico nella sua assoluta quiete, che Jo non sentì alcun desiderio di piangere o lamentarsi. Chinandosi su questa più cara delle sue sorelle, baciò la fronte umida con il cuore sulle labbra e sussurrò dolcemente: "Addio, mia Beth; addio!"
Come svegliata dal movimento, Hannah scattò dal sonno, corse al letto, guardò Beth, le tastò le mani, ascoltò le sue labbra e poi, gettandosi il grembiule sulla testa, si sedette a dondolarsi avanti e indietro, esclamando, a bassa voce: "La febbre è passata; sta dormendo in modo naturale; la sua pelle è umida e respira facilmente. Sia lodato! Oh, bontà mia!"
Prima che le ragazze potessero credere alla felice verità, arrivò il dottore a confermarla. Era un uomo dall'aspetto comune, ma esse pensarono che il suo volto fosse del tutto celestiale quando sorrise e disse, con uno sguardo paterno verso di loro: "Sì, mie care, penso che la ragazzina ce la farà questa volta. Mantenete la casa silenziosa; lasciatela dormire e quando si sveglia, datele..."
Cosa dovessero darle, nessuna delle due sentì; poiché entrambe si intrufolarono nell'atrio buio e, sedute sulle scale, si tennero strette, rallegrandosi con cuori troppo pieni di parole. Quando tornarono per essere baciate e coccolate dalla fedele Hannah, trovarono Beth sdraiata, come faceva di solito, con la guancia appoggiata sulla mano, il terribile pallore svanito, e che respirava tranquillamente, come se si fosse appena addormentata.
"Se solo arrivasse la mamma ora!" disse Jo, mentre la notte d'inverno cominciava a scemare.
"Guarda," disse Meg, avvicinandosi con una rosa bianca semiaperta, "pensavo che questa difficilmente sarebbe stata pronta per essere messa nella mano di Beth domani se lei... fosse andata via da noi. Ma è sbocciata nella notte e ora intendo metterla nel mio vaso qui, così che quando la cara si sveglierà, la prima cosa che vedrà sarà la piccola rosa e il volto della mamma."
Mai il sole era sorto così magnificamente e mai il mondo era sembrato così incantevole, come appariva agli occhi stanchi di Meg e Jo, mentre guardavano fuori di primo mattino, quando la loro lunga e triste veglia era terminata.
"Sembra un mondo fatato," disse Meg, sorridendo tra sé, mentre stava dietro la tenda, osservando lo spettacolo abbagliante.
"Ascolta!" gridò Jo, balzando in piedi.
Sì, c'era un suono di campane alla porta di sotto, un grido di Hannah e poi la voce di Laurie che diceva, in un sussurro gioioso: "Ragazze, è arrivata! è arrivata!"
Mentre queste cose accadevano a casa, Amy stava passando dei brutti momenti presso zia March. Sentiva profondamente il suo esilio e, per la prima volta in vita sua, si rese conto di quanto fosse amata e coccolata a casa. Zia March non coccolava nessuno; non lo approvava; ma intendeva essere gentile, poiché la bambina ben educata le piaceva molto, e zia March aveva un cantuccio tenero nel suo vecchio cuore per i figli di suo nipote, sebbene non ritenesse opportuno confessarlo. Faceva davvero del suo meglio per rendere felice Amy, ma, cielo, che errori commetteva! Alcune persone anziane restano giovani nel cuore a dispetto delle rughe e dei capelli grigi, sanno simpatizzare con le piccole pene e le gioie dei bambini, li fanno sentire a casa e sanno nascondere saggi insegnamenti sotto giochi piacevoli, dando e ricevendo amicizia nel modo più dolce. Ma zia March non aveva questo dono e tormentava Amy molto con le sue regole e i suoi ordini, i suoi modi formali e le sue lunghe conversazioni noiose. Trovando la bambina più docile e amabile della sorella, la vecchia signora sentiva il dovere di cercare di contrastare, per quanto possibile, i cattivi effetti della libertà e dell'indulgenza domestica. Così prese Amy sotto la sua ala protettrice e la istruì come lei stessa era stata istruita sessant'anni prima; un processo che gettava sgomento nell'anima di Amy e la faceva sentire come una mosca nella ragnatela di un ragno molto severo.
Doveva lavare le tazze ogni mattina e lucidare i cucchiai all'antica, la grassa teiera d'argento e i bicchieri, finché non brillassero. Poi doveva spolverare la stanza, e che compito estenuante era! Nemmeno un granello sfuggiva all'occhio di zia March, e tutti i mobili avevano gambe a artiglio e molte intagliature, che non venivano mai spolverate a suo piacimento. Poi Polly doveva essere nutrito, il cagnolino da grembo spazzolato e doveva fare una dozzina di viaggi su e giù per le scale per prendere cose o consegnare ordini, poiché la vecchia signora era molto zoppa e lasciava raramente la sua grande poltrona. Dopo queste faticose fatiche, doveva fare le sue lezioni, che erano una prova quotidiana di ogni virtù che possedeva. Poi le era concessa un'ora per l'esercizio o il gioco, e non se la godeva forse? Laurie veniva ogni giorno e blandiva zia March, finché ad Amy non era permesso di uscire con lui, quando camminavano e cavalcavano, e passavano dei bei momenti. Dopo cena, doveva leggere ad alta voce e stare seduta ferma mentre la vecchia signora dormiva, cosa che faceva solitamente per un'ora, poiché si addormentava sulla prima pagina. Poi apparivano lavori di rammendo o asciugamani, e Amy cuciva con esteriore mansuetudine e interiore ribellione fino al tramonto, quando le era permesso di divertirsi come le piaceva fino all'ora del tè. Le serate erano le peggiori di tutte, poiché zia March si metteva a raccontare lunghe storie sulla sua giovinezza, che erano così indicibilmente noiose che Amy era sempre pronta ad andare a letto, intenzionata a piangere sul suo destino avverso, ma solitamente addormentandosi prima di aver spremuto più di una lacrima o due.
Se non fosse stato per Laurie e per la vecchia Esther, la cameriera, sentiva che non avrebbe mai potuto superare quel periodo terribile. Il pappagallo da solo era abbastanza per farla impazzire, poiché sentiva presto che lei non lo ammirava e si vendicava essendo il più dispettoso possibile. Le tirava i capelli ogni volta che gli si avvicinava, rovesciava il suo pane e latte per tormentarla quando aveva appena pulito la sua gabbia, faceva abbaiare Mop beccandolo mentre la padrona sonnecchiava; la chiamava con nomi offensivi davanti agli ospiti e si comportava sotto ogni aspetto come un vecchio uccello riprovevole. Poi non poteva sopportare il cane, una bestia grassa e scontrosa che ringhiava e guaisce contro di lei quando gli faceva la toeletta, e che giaceva sulla schiena, con tutte le zampe per aria e un'espressione del volto la più idiota quando voleva qualcosa da mangiare, il che avveniva circa una dozzina di volte al giorno. Il cuoco era irascibile, il vecchio cocchiere sordo, ed Esther l'unica che prestasse mai attenzione alla giovane signorina.
Esther era una francese che aveva vissuto con "Madame", come chiamava la sua padrona, per molti anni, e che tiranneggiava piuttosto sulla vecchia signora, che non poteva farcela senza di lei. Il suo vero nome era Estelle, ma zia March le ordinò di cambiarlo, ed essa obbedì, a condizione che non le fosse mai chiesto di cambiare la sua religione. Prese in simpatia Mademoiselle e la divertiva molto con strane storie della sua vita in Francia, quando Amy sedeva con lei mentre inamidava i merletti di Madame. Le permetteva anche di aggirarsi per la grande casa ed esaminare le cose curiose e graziose riposte nei grandi armadi e negli antichi bauli; poiché zia March accumulava come una gazza. La delizia principale di Amy era un mobiletto indiano, pieno di strani cassetti, piccoli scomparti e posti segreti, nei quali erano custoditi ogni sorta di ornamenti, alcuni preziosi, altri semplicemente curiosi, tutti più o meno antichi. Esaminare e sistemare queste cose dava ad Amy grande soddisfazione, specialmente i portagioie, nei quali, su cuscinetti di velluto, riposavano gli ornamenti che avevano adornato una bella quarant'anni prima. C'era il set di granati che zia March indossava quando entrò in società, le perle che suo padre le diede il giorno delle sue nozze, i diamanti del suo amante, gli anelli e le spille da lutto in giaietto, gli strani medaglioni con ritratti di amici defunti e salici piangenti fatti di capelli all'interno; i braccialetti da neonato che la sua unica figlia aveva indossato; il grande orologio di zio March, con il sigillo rosso con cui tante mani infantili avevano giocato, e in una scatola, tutta per sé, giaceva l'anello nuziale di zia March, troppo piccolo ora per il suo dito grasso, ma messo via con cura, come il più prezioso gioiello di tutti.
"Cosa sceglierebbe Mademoiselle se avesse la sua volontà?" chiese Esther, che sedeva sempre vicino per sorvegliare e chiudere a chiave i valori.
"Mi piacciono di più i diamanti, ma non c'è nessuna collana tra loro, e sono appassionata di collane, sono così donanti. Sceglierei questa se potessi," rispose Amy, guardando con grande ammirazione un filo di perle d'oro ed ebano, da cui pendeva una pesante croce dello stesso materiale.
"Anch'io bramo quella, ma non come una collana; ah, no! per me è un rosario, e come tale lo userei come una buona cattolica," disse Esther, osservando la bella cosa con nostalgia.
"È destinato a essere usato come usi il filo di perle di legno profumate appeso sopra il tuo specchio?" chiese Amy.
"Davvero, sì, per pregare. Sarebbe gradito ai santi se si usasse un rosario così bello come questo, invece di indossarlo come un vano bijou."
"Sembri trarre molto conforto dalle tue preghiere, Esther, e scendi sempre con un aspetto calmo e soddisfatto. Vorrei poterlo fare anche io."
"Se Mademoiselle fosse cattolica, troverebbe vero conforto; ma, poiché ciò non deve essere, sarebbe bene se andassi in disparte ogni giorno, a meditare e pregare, come faceva la buona padrona che servivo prima di Madame. Aveva una piccola cappella, e in essa trovava conforto per molti guai."
"Sarebbe giusto per me fare lo stesso?" chiese Amy, che, nella sua solitudine, sentiva il bisogno di aiuto di qualche sorta, e scopriva di essere incline a dimenticare il suo piccolo libro, ora che Beth non era lì a ricordarglielo.
"Sarebbe eccellente e affascinante; e preparerò volentieri il piccolo spogliatoio per te se ti piace. Non dire nulla a Madame, ma quando dorme va' tu e siedi sola un po' a pensare buoni pensieri, e prega il caro Dio di preservare tua sorella."
Esther era veramente pia e del tutto sincera nel suo consiglio; poiché aveva un cuore affettuoso e sentiva molto per le sorelle nella loro ansia. Ad Amy l'idea piacque e le diede il permesso di sistemare il piccolo ripostiglio accanto alla sua stanza, sperando che le avrebbe fatto bene.
"Vorrei sapere dove andranno tutte queste belle cose quando zia March morirà," disse, mentre riponeva lentamente il rosario lucente e chiudeva i portagioie uno dopo l'altro.
"A te e alle tue sorelle. Lo so; Madame si confida con me; ho testimoniato il suo testamento, ed è così che deve essere," sussurrò Esther, sorridendo.
"Che bello! ma vorrei che ci lasciasse averle ora. La pro-cras-ti-nazione non è piacevole," osservò Amy, dando un'ultima occhiata ai diamanti.
"È ancora troppo presto perché le giovani signorine indossino queste cose. La prima che sarà promessa sposa avrà le perle; Madame l'ha detto; e ho l'impressione che il piccolo anello turchese sarà dato a te quando andrai, poiché Madame approva il tuo buon comportamento e le tue maniere affascinanti."
"Pensi di sì? Oh, sarò un agnello, se solo potrò avere quell'adorabile anello! È molto più carino di quello di Kitty Bryant. Mi piace zia March, dopo tutto;" e Amy provò l'anello blu con un volto deliziato e la ferma risoluzione di meritarselo.
Da quel giorno fu un modello di obbedienza e la vecchia signora ammirava compiaciuta il successo del suo addestramento. Esther attrezzò il ripostiglio con un tavolino, vi pose uno sgabello davanti e sopra di esso un quadro preso da una delle stanze chiuse. Pensava che non fosse di grande valore, ma, essendo appropriato, lo prese in prestito, ben sapendo che Madame non l'avrebbe mai saputo, né le sarebbe importato se l'avesse saputo. Era, tuttavia, una copia molto preziosa di uno dei quadri famosi del mondo, e gli occhi di Amy, amanti della bellezza, non si stancavano mai di guardare su verso il dolce volto della madre divina, mentre teneri pensieri dei propri erano indaffarati nel suo cuore. Sul tavolo depose il suo piccolo Testamento e il libro di inni, tenne un vaso sempre pieno dei fiori migliori che Laurie le portava e veniva ogni giorno a "sedere sola, pensando buoni pensieri e pregando il caro Dio di preservare sua sorella." Esther le aveva dato un rosario di grani neri, con una croce d'argento, ma Amy lo appese e non lo usò, sentendosi dubbiosa riguardo alla sua idoneità per le preghiere protestanti.
La bambina era molto sincera in tutto questo, poiché, essendo lasciata sola fuori dal sicuro nido domestico, sentiva il bisogno di qualche mano gentile a cui aggrapparsi così intensamente, che istintivamente si volse al forte e tenero Amico, il cui amore paterno circonda più da vicino i suoi piccoli figli. Le mancava l'aiuto di sua madre per comprendere e governare se stessa, ma essendo stata istruita su dove guardare, faceva del suo meglio per trovare la via e camminarvi con fiducia. Ma Amy era una giovane pellegrina e proprio ora il suo fardello sembrava molto pesante. Cercava di dimenticare se stessa, di mantenersi allegra e di essere soddisfatta di fare ciò che è giusto, anche se nessuno la vedeva o la lodava per questo. Nel suo primo sforzo di essere molto, molto buona, decise di fare il suo testamento, come aveva fatto zia March; così che se si fosse ammalata e fosse morta, i suoi averi potessero essere equamente e generosamente divisi. Le costò un dolore anche solo pensare di rinunciare ai piccoli tesori che ai suoi occhi erano preziosi quanto i gioielli della vecchia signora.
Durante una delle sue ore di gioco scrisse l'importante documento al meglio che poté, con un po' di aiuto da parte di Esther riguardo a certi termini legali, e, quando la buona francese ebbe firmato il suo nome, Amy si sentì sollevata e lo mise da parte per mostrarlo a Laurie, che voleva come secondo testimone. Essendo una giornata piovosa, andò di sopra a divertirsi in una delle grandi camere e portò Polly con sé per compagnia. In questa stanza c'era un guardaroba pieno di costumi all'antica, con cui Esther le permetteva di giocare, ed era il suo passatempo preferito adornarsi con i broccati sbiaditi e sfilare su e giù davanti al lungo specchio, facendo solenni riverenze e facendo scivolare il suo strascico, con un fruscio che deliziava le sue orecchie. Era così occupata in quel giorno che non udì il campanello di Laurie, né vide il suo volto fare capolino mentre lei passeggiava gravemente avanti e indietro, agitando il suo ventaglio e scuotendo la testa, sulla quale portava un grande turbante rosa, che contrastava stranamente con il suo abito di broccato blu e la sottoveste trapuntata gialla. Era costretta a camminare con attenzione, poiché aveva scarpe col tacco alto, e, come Laurie disse a Jo in seguito, era uno spettacolo comico vederla avanzare a passettini nel suo abito sgargiante, con Polly che avanzava di fianco e si impettiva proprio dietro di lei, imitandola al meglio che poteva e fermandosi occasionalmente per ridere o esclamare: "Non siamo eleganti? Vai via, brutta creatura! Taci! Baciami, cara! Ah! ah!"
Avendo a fatica frenato un'esplosione di ilarità, per timore di offendere sua maestà, Laurie bussò e fu graziosamente ricevuto.
"Siediti e riposa mentre metto via queste cose; poi voglio consultarti su una questione molto seria," disse Amy, dopo aver mostrato il suo splendore e aver spinto Polly in un angolo. "Quell'uccello è la prova della mia vita," continuò, rimuovendo la montagna rosa dalla sua testa, mentre Laurie si sedeva a cavalcioni di una sedia. "Ieri, quando la zia dormiva e io cercavo di stare ferma come un topo, Polly ha iniziato a strillare e sbattere nella sua gabbia; così sono andata a lasciarlo uscire e ho trovato un grosso ragno lì. L'ho scacciato ed è corso sotto la libreria; Polly ha marciato dritto dietro di lui, si è chinato e ha sbirciato sotto la libreria, dicendo, nel suo modo buffo, con un colpo d'occhio, 'Vieni fuori e fai una passeggiata, cara mia.' Non ho potuto fare a meno di ridere, il che ha fatto imprecare Poll, e la zia si è svegliata e ci ha sgridato entrambi."
"Il ragno ha accettato l'invito del vecchio compagno?" chiese Laurie, sbadigliando.
"Sì; ed è uscito, e via è corso Polly, spaventato a morte, e si è arrampicato sulla sedia della zia, gridando: 'Prendila! prendila! prendila!' mentre inseguivo il ragno."
"È una bugia! Oh lor!" gridò il pappagallo, beccando le dita dei piedi di Laurie.
"Ti torcerei il collo se fossi mio, vecchio tormento," gridò Laurie, scuotendo il pugno verso l'uccello, che inclinò la testa di lato e gracchiò gravemente: "Alleluia! benedici i tuoi bottoni, cara!"
"Ora sono pronta," disse Amy, chiudendo l'armadio e prendendo un foglio dalla tasca. "Voglio che tu legga questo, per favore, e mi dica se è legale e giusto. Sentivo di doverlo fare, poiché la vita è incerta e non voglio cattivi sentimenti sulla mia tomba."
Laurie si morse le labbra e, voltandosi un po' dalla pensierosa oratrice, lesse il seguente documento, con lodevole gravità, considerando l'ortografia:--
"IL MIO ULTIMO TESTAMENTO.
"Io, Amy Curtis March, essendo nel mio sano intendimento, dono e lascio in eredità tutti i miei beni terreni--ovvero: vale a dire:--nello specifico
"A mio padre, i miei migliori quadri, schizzi, mappe e opere d'arte, cornici incluse. Anche i miei 100 dollari, per farne ciò che preferisce.
"A mia madre, tutti i miei vestiti, eccetto il grembiule blu con le tasche,--anche la mia immagine, e la mia medaglia, con tanto amore.
"Alla mia cara sorella Margaret, dono il mio anello turchese (se lo ottengo), anche la mia scatola verde con le colombe sopra, anche il mio pezzo di pizzo vero per il suo collo, e il mio schizzo di lei come memoriale della sua 'piccola'.
"A Jo lascio la mia spilla, quella riparata con la ceralacca, anche il mio calamaio di bronzo--lei ha perso il coperchio--e il mio più prezioso coniglietto di gesso, perché mi dispiace di aver bruciato la sua storia.
"A Beth (se vive dopo di me) dono le mie bambole e la piccola cassettiera, il mio ventaglio, i miei colletti di lino e le mie pantofole nuove se riesce a indossarle essendo magre quando guarisce. E con la presente le lascio anche il mio rincrescimento per aver preso in giro la vecchia Joanna.
"Al mio amico e vicino Theodore Laurence lascio in eredità il mio portafoglio di cartapesta, il mio modello d'argilla di un cavallo anche se lui ha detto che non aveva collo. Anche in cambio della sua grande gentilezza nell'ora dell'afflizione una qualsiasi delle mie opere artistiche che preferisce, Noter Dame è la migliore.
"Al nostro venerabile benefattore Mr. Laurence lascio la mia scatola viola con uno specchio nel coperchio che sarà utile per le sue penne e gli ricorderà la ragazza defunta che lo ringrazia per i suoi favori alla sua famiglia, specialmente a Beth.
"Desidero che la mia compagna di giochi preferita Kitty Bryant abbia il grembiule di seta blu e il mio anello con le perle d'oro con un bacio.
"A Hannah dono la cappelliera che voleva e tutti i lavori di rammendo che lascio sperando che 'si ricorderà di me, quando li vedrà.'
"E ora avendo disposto dei miei beni più preziosi spero che tutti siano soddisfatti e non biasimino la morta. Perdono tutti e confido che potremo incontrarci tutti quando la tromba suonerà. Amen.
"A questo testamento pongo la mia mano e il mio sigillo in questo 20° giorno di nov. Anni Domino 1861. "AMY CURTIS MARCH.
{ESTELLE VALNOR, "Testimoni: { {THEODORE LAURENCE."
L'ultimo nome era scritto a matita, e Amy spiegò che doveva riscriverlo a inchiostro e sigillarlo per lei correttamente.
"Cosa ti ha messo in testa? Qualcuno ti ha parlato del fatto che Beth dona le sue cose?" chiese Laurie sobriamente, mentre Amy posava un pezzo di nastro rosso, con la ceralacca, un lumino e un calamaio davanti a lui.
Lei spiegò; e poi chiese ansiosamente: "Cosa c'è riguardo a Beth?"
"Mi dispiace di aver parlato; ma dato che l'ho fatto, te lo dirò. Si sentiva così male un giorno che ha detto a Jo che voleva dare il suo pianoforte a Meg, i suoi gatti a te e la povera vecchia bambola a Jo, che l'avrebbe amata per il suo bene. Le dispiaceva aver così poco da dare e ha lasciato ciocche di capelli al resto di noi e il suo miglior amore al nonno. Non ha mai pensato a un testamento."
Laurie stava firmando e sigillando mentre parlava e non alzò lo sguardo finché una grande lacrima cadde sul foglio. Il viso di Amy era pieno di turbamento; ma disse solo: "La gente non mette una sorta di postille ai propri testamenti, a volte?"
"Sì; 'codicilli', li chiamano."
"Mettine uno nel mio allora--che desidero che tutti i miei riccioli siano tagliati e dati in giro ai miei amici. L'ho dimenticato; ma voglio che sia fatto, anche se rovinerà il mio aspetto."
Laurie lo aggiunse, sorridendo all'ultimo e più grande sacrificio di Amy. Poi la divertì per un'ora e fu molto interessato a tutte le sue prove. Ma quando venne il momento di andare, Amy lo trattenne per sussurrare, con labbra tremanti: "C'è davvero qualche pericolo riguardo a Beth?"
"Temo di sì; ma dobbiamo sperare per il meglio, quindi non piangere, cara;" e Laurie le mise un braccio attorno con un gesto fraterno che fu molto confortante.
Quando se ne fu andato, lei andò nella sua piccola cappella e, seduta al crepuscolo, pregò per Beth, con lacrime copiose e un cuore dolente, sentendo che un milione di anelli turchesi non l'avrebbero consolata per la perdita della sua dolce sorellina.
XX.
CONFIDENZIALE.
Non credo di avere parole con cui raccontare l'incontro tra la madre e le figlie; tali ore sono bellissime da vivere, ma molto difficili da descrivere, quindi lo lascerò all'immaginazione dei miei lettori, dicendo semplicemente che la casa era piena di felicità genuina e che la tenera speranza di Meg fu realizzata; poiché quando Beth si svegliò da quel lungo, curativo sonno, i primi oggetti su cui i suoi occhi caddero furono la piccola rosa e il volto della madre. Troppo debole per meravigliarsi di qualsiasi cosa, sorrise soltanto e si rannicchiò vicino alle braccia amorevoli attorno a lei, sentendo che l'affamata brama era finalmente soddisfatta. Poi dormì di nuovo e le ragazze attesero la madre, poiché lei non voleva sciogliere la mano sottile che si aggrappava alla sua anche nel sonno. Hannah aveva "servito" una colazione sorprendente per la viaggiatrice, trovando impossibile sfogare la sua eccitazione in altro modo; e Meg e Jo nutrivano la madre come giovani cicogne devote, mentre ascoltavano il suo racconto sussurrato sullo stato del padre, la promessa di Mr. Brooke di restare a curarlo, i ritardi che la tempesta aveva causato nel viaggio di ritorno e l'indicibile conforto che il volto speranzoso di Laurie le aveva dato quando era arrivata, sfinita dalla fatica, dall'ansia e dal freddo.
Che giornata strana, eppure piacevole, quella! Così brillante e gaia all'esterno, poiché tutto il mondo sembrava essere uscito per accogliere la prima neve; così tranquilla e riposante all'interno, poiché tutti dormivano, esausti dopo la veglia, e una quiete sabbatica regnava in tutta la casa, mentre la sonnolenta Hannah montava la guardia alla porta. Con una beata sensazione di pesi che venivano sollevati, Meg e Jo chiusero gli occhi stanchi e rimasero a riposare, come barche battute dalla tempesta, al sicuro all'ancora in un porto tranquillo. Mrs. March non volle lasciare il fianco di Beth, ma riposò sulla grande poltrona, svegliandosi spesso per guardare, toccare e vegliare la sua bambina, come un avaro su un tesoro ritrovato.
Laurie, nel frattempo, si precipitò a consolare Amy e raccontò la sua storia così bene che zia March si ritrovò a "tirare su col naso" lei stessa, senza dire neppure una volta: "Te l'avevo detto". Amy si dimostrò così forte in questa occasione che credo che i buoni propositi nella piccola cappella abbiano iniziato davvero a dare i loro frutti. Asciugò le lacrime in fretta, trattenne l'impazienza di vedere sua madre e non pensò neppure all'anello turchese, quando la vecchia signora concordò di cuore con l'opinione di Laurie, ovvero che si fosse comportata "come una piccola donna esemplare". Persino Polly sembrò colpito, poiché la chiamò "brava ragazza", benedisse i suoi bottoni e la pregò di "venire a fare una passeggiata, cara", col suo tono più affabile. Lei sarebbe uscita molto volentieri per godersi il luminoso clima invernale; ma, scoprendo che Laurie stava crollando dal sonno nonostante i suoi coraggiosi sforzi di nasconderlo, lo convinse a riposare sul divano, mentre lei scriveva un biglietto per sua madre. Le ci volle molto tempo; e, quando tornò, lui era disteso, con entrambe le braccia sotto la testa, profondamente addormentato, mentre zia March aveva tirato giù le tende e sedeva senza far nulla in un insolito impeto di benevolenza.
Dopo un po', iniziarono a pensare che non si sarebbe svegliato fino a sera, e non sono sicura che lo avrebbe fatto, se non fosse stato efficacemente destato dal grido di gioia di Amy alla vista di sua madre. Probabilmente c'erano molte bambine felici dentro e fuori la città quel giorno, ma è mia personale opinione che Amy fosse la più felice di tutte, quando sedette in grembo a sua madre e le raccontò le sue prove, ricevendo consolazione e compensazione sotto forma di sorrisi di approvazione e carezze affettuose. Erano sole insieme nella cappella, alla quale sua madre non si oppose quando le fu spiegato il suo scopo.
"Al contrario, mi piace molto, cara," disse, guardando dal rosario impolverato al libriccino logoro e alla bella immagine con la sua ghirlanda di sempreverdi. "È un piano eccellente avere un posto dove possiamo andare a stare in silenzio, quando le cose ci angosciano o ci addolorano. Ci sono molti momenti difficili in questa nostra vita, ma possiamo sempre sopportarli se chiediamo aiuto nel modo giusto. Penso che la mia bambina stia imparando questo?"
"Sì, mamma; e quando tornerò a casa ho intenzione di avere un angolo nel grande armadio per mettere i miei libri e la copia di quell'immagine che ho provato a fare. Il volto della donna non è venuto bene — è troppo bello perché io lo possa disegnare — ma il bambino è venuto meglio, e lo amo molto. Mi piace pensare che anche Lui sia stato un bambino una volta, perché allora non mi sembra così lontano, e questo mi aiuta."
Mentre Amy indicava il Bambin Gesù sorridente sulle ginocchia di sua madre, Mrs. March vide qualcosa sulla mano sollevata che la fece sorridere. Non disse nulla, ma Amy comprese lo sguardo e, dopo un minuto di pausa, aggiunse gravemente:
"Volevo parlarti di questo, ma l'ho dimenticato. La zia mi ha dato l'anello oggi; mi ha chiamata a sé, mi ha baciata, me l'ha messo al dito e ha detto che le do grandi soddisfazioni e che vorrebbe tenermi sempre con lei. Mi ha dato quel curioso fermaglio per tenere fermo il turchese, dato che è troppo grande. Vorrei portarli, mamma; posso?"
"Sono molto belli, ma penso che tu sia piuttosto troppo giovane per tali ornamenti, Amy," disse Mrs. March, guardando la manina paffuta, con la fascia di pietre color azzurro cielo sull'indice e il fermaglio stravagante, formato da due minuscole mani d'oro intrecciate.
"Cercherò di non essere vanitosa," disse Amy. "Non credo che mi piaccia solo perché è così bello; ma voglio indossarlo come la ragazza nella storia indossava il suo braccialetto, per ricordarmi qualcosa."
"Intendi zia March?" chiese sua madre ridendo.
"No, per ricordarmi di non essere egoista." Amy sembrava così seria e sincera al riguardo che sua madre smise di ridere e ascoltò rispettosamente il piccolo piano.
"Ho pensato molto ultimamente al mio 'fardello di cattiverie', ed essere egoista è la più grande; quindi cercherò con tutte le mie forze di curarlo, se posso. Beth non è egoista, ed è per questo che tutti la amano e si sentono così male al pensiero di perderla. La gente non si sentirebbe per metà così male per me se fossi malata, e non merito che lo facciano; ma vorrei essere amata e che la mia mancanza si facesse sentire da molti amici, quindi cercherò di essere come Beth il più possibile. Tendo a dimenticare i miei propositi; ma se avessi sempre qualcosa con me a ricordarmelo, credo che farei meglio. Posso provare in questo modo?"
"Sì; ma ho più fiducia nell'angolo del grande armadio. Indossa il tuo anello, cara, e fai del tuo meglio; penso che avrai successo, perché il desiderio sincero di essere buoni è metà della battaglia. Ora devo tornare da Beth. Fatti forza, figlia mia, e presto ti avremo di nuovo a casa."
Quella sera, mentre Meg scriveva a suo padre per comunicare l'arrivo sano e salvo della viaggiatrice, Jo salì di soppiatto nella stanza di Beth e, trovando sua madre al suo solito posto, rimase un minuto a intrecciare le dita tra i capelli, con un gesto ansioso e un'aria indecisa.
"Che succede, tesoro?" chiese Mrs. March, tendendo la mano, con un volto che invitava alla confidenza.
"Voglio dirti una cosa, mamma."
"Riguardo a Meg?"
"Come hai indovinato in fretta! Sì, è riguardo a lei, e sebbene sia una cosa da nulla, mi agita."
"Beth dorme; parla piano e raccontami tutto. Quel Moffat non è stato qui, spero?" chiese Mrs. March piuttosto bruscamente.
"No, gli avrei chiuso la porta in faccia se lo avesse fatto," disse Jo, sistemandosi sul pavimento ai piedi della madre. "L'estate scorsa Meg ha lasciato un paio di guanti dai Laurence, e ne è tornato solo uno. Ci siamo dimenticate di tutto, finché Teddy non mi ha detto che ce l'aveva Mr. Brooke. Lo teneva nel taschino del gilet, e una volta è caduto, e Teddy lo ha preso in giro, e Mr. Brooke ha confessato che gli piaceva Meg, ma non osava dirlo, perché lei era così giovane e lui così povero. Ora, non è una situazione terribile?"
"Pensi che a Meg importi di lui?" chiese Mrs. March, con uno sguardo ansioso.
"Cielo! Non so nulla dell'amore e di queste sciocchezze!" esclamò Jo, con un buffo misto di interesse e disprezzo. "Nei romanzi, le ragazze lo mostrano sobbalzando e arrossendo, svenendo, dimagrendo e comportandosi da sciocche. Ora, Meg non fa nulla di tutto ciò: mangia, beve e dorme come una creatura sensata: mi guarda dritto in faccia quando parlo di quell'uomo, e arrossisce solo un pochino quando Teddy scherza sugli innamorati. Gli ho proibito di farlo, ma non mi ascolta come dovrebbe."
"Quindi immagini che Meg non sia interessata a John?"
"Chi?" gridò Jo, fissandola.
"Mr. Brooke. Lo chiamo 'John' ora; abbiamo preso l'abitudine di farlo all'ospedale, e gli piace."
"Oh, cielo! Sapevo che avresti preso le sue difese: è stato buono con papà, e non lo manderai via, ma lascerai che Meg lo sposi, se vuole. Che meschinità! Andare a blandire papà e aiutare te, solo per circuirvi e farvi piacere a lui;" e Jo si tirò i capelli di nuovo con un gesto stizzito.
"Cara, non arrabbiarti per questo, e ti dirò come è successo. John è venuto con me su richiesta di Mr. Laurence, ed è stato così devoto al povero papà che non abbiamo potuto fare a meno di affezionarci a lui. È stato perfettamente aperto e onorevole riguardo a Meg, perché ci ha detto che la amava, ma che avrebbe guadagnato una casa confortevole prima di chiederle di sposarlo. Voleva solo il nostro permesso per amarla e lavorare per lei, e il diritto di far sì che lei lo amasse, se avesse potuto. È un giovane davvero eccellente, e non potevamo rifiutarci di ascoltarlo; ma non acconsentirò che Meg si impegni così giovane."
"Certo che no; sarebbe da idioti! Sapevo che c'era qualcosa sotto; l'avevo sentito; e ora è peggio di quanto immaginassi. Vorrei solo poter sposare Meg io stessa, e tenerla al sicuro in famiglia."
Questo strano accordo fece sorridere Mrs. March; ma disse gravemente: "Jo, mi confido con te e non voglio che tu dica ancora nulla a Meg. Quando John tornerà, e li vedrò insieme, potrò giudicare meglio i suoi sentimenti verso di lui."
"Lei vedrà i suoi in quegli occhi belli di cui parla, e allora sarà finita per lei. Ha un cuore così tenero, si scioglierà come burro al sole se qualcuno la guarda in modo sentimentale. Leggeva i brevi resoconti che mandava più delle tue lettere, e mi pizzicava quando ne parlavo, e le piacciono gli occhi castani, e non pensa che John sia un brutto nome, e andrà a innamorarsi, e addio pace, divertimento e momenti accoglienti insieme. Vedo tutto! Andranno in giro per casa a fare gli innamorati, e noi dovremo schivarli; Meg sarà assorbita, e non le servirò più a nulla; Brooke raccatterà una fortuna in qualche modo, la porterà via e farà un vuoto in famiglia; e io mi spezzerò il cuore, e tutto sarà insopportabilmente scomodo. Oh, cielo! Perché non siamo nate tutte maschi, così non ci sarebbe stato alcun disturbo."
Jo appoggiò il mento sulle ginocchia, in un atteggiamento sconsolato, e scosse il pugno verso il riprovevole John. Mrs. March sospirò e Jo alzò lo sguardo con un'aria di sollievo.
"Non ti piace, mamma? Ne sono contenta. Mandiamolo per la sua strada, e non diciamo una parola a Meg, ma viviamo tutti felici insieme come abbiamo sempre fatto."
"Ho fatto male a sospirare, Jo. È naturale e giusto che tutte voi, col tempo, creiate le vostre case; ma voglio tenere le mie ragazze il più a lungo possibile; e mi dispiace che sia successo così presto, perché Meg ha solo diciassette anni, e passeranno alcuni anni prima che John possa farle una casa. Tuo padre ed io abbiamo concordato che non si legherà in alcun modo, né si sposerà, prima dei venti. Se lei e John si amano, possono aspettare e mettere alla prova il loro amore. Lei è coscienziosa e non temo che lo tratti con freddezza. La mia bella e tenera ragazza! Spero che le cose vadano felicemente per lei."
"Non avresti preferito che sposasse un uomo ricco?" chiese Jo, mentre la voce di sua madre vacillava un po' sulle ultime parole.
"Il denaro è una cosa buona e utile, Jo; e spero che le mie ragazze non ne sentano mai il bisogno troppo amaramente, né siano tentate dal troppo. Mi piacerebbe sapere che John è solidamente avviato in qualche buon lavoro, che gli dia un reddito sufficiente a tenersi lontano dai debiti e a rendere Meg confortevole. Non sono ambiziosa per una fortuna splendida, una posizione alla moda o un grande nome per le mie ragazze. Se il rango e il denaro arrivano insieme all'amore e alla virtù, li accetterei con gratitudine e godrei della vostra buona sorte; ma so per esperienza quanta felicità genuina si possa avere in una modesta casetta, dove il pane quotidiano si guadagna e alcune privazioni danno dolcezza ai pochi piaceri. Mi accontento di vedere Meg iniziare umilmente, perché, se non mi sbaglio, sarà ricca nel possesso del cuore di un uomo buono, e questo è meglio di una fortuna."
"Capisco, mamma, e concordo pienamente; ma sono delusa per Meg, perché avevo pianificato di farla sposare con Teddy tra un po', e farla sedere in grembo al lusso per tutti i suoi giorni. Non sarebbe carino?" chiese Jo, guardando in alto con un viso più luminoso.
"Lui è più giovane di lei, sai," iniziò Mrs. March; ma Jo la interruppe:
"Solo di poco; è grande per la sua età, ed è alto; e può essere molto adulto nei suoi modi se vuole. Poi è ricco, generoso e buono, e ci ama tutte; e dico che è un peccato che il mio piano sia rovinato."
"Temo che Laurie non sia abbastanza adulto per Meg, e troppo volubile, proprio ora, perché qualcuno possa dipendere da lui. Non fare piani, Jo; ma lascia che il tempo e i loro cuori uniscano i tuoi amici. Non possiamo intrometterci in sicurezza in tali questioni, e faremmo meglio a non metterci 'spazzatura romantica', come la chiami tu, in testa, per paura che rovini la nostra amicizia."
"Beh, non lo farò; ma odio vedere le cose andare tutte storte e aggrovigliarsi, quando uno strattone qui e una sforbiciata là potrebbero raddrizzarle. Vorrei che portare ferri da stiro sulla testa ci impedisse di crescere. Ma i boccioli diventeranno rose, e i gattini, gatti... e questo è un vero peccato!"
"Che cosa è questa storia dei ferri da stiro e dei gatti?" chiese Meg, mentre strisciava nella stanza con la lettera finita in mano.
"Solo uno dei miei discorsi stupidi. Vado a letto; vieni, Peggy," disse Jo, dispiegandosi come un puzzle animato.
"Molto corretto, e scritto magnificamente. Per favore, aggiungi che mando i miei saluti a John," disse Mrs. March, mentre dava un'occhiata alla lettera e la restituiva.
"Lo chiami 'John'?" chiese Meg, sorridendo, con i suoi occhi innocenti rivolti verso quelli di sua madre.
"Sì; è stato come un figlio per noi, e gli vogliamo molto bene," rispose Mrs. March, ricambiando lo sguardo con uno acuto.
"Ne sono felice, è così solo. Buonanotte, mamma cara. È così indicibilmente confortante averti qui," fu la risposta tranquilla di Meg.
Il bacio che sua madre le diede fu molto tenero; e, mentre se ne andava, Mrs. March disse, con un misto di soddisfazione e rimpianto: "Lei non ama ancora John, ma presto imparerà a farlo."
XXI.
LAURIE COMBINA GUAI E JO PORTA LA PACE.
Il viso di Jo era tutto un programma il giorno successivo, poiché il segreto la pesava un po' e trovava difficile non sembrare misteriosa e importante. Meg lo osservò, ma non si prese la briga di fare domande, poiché aveva imparato che il modo migliore per gestire Jo era la legge dei contrari, così si sentì sicura che le sarebbe stato detto tutto se non avesse chiesto. Rimase piuttosto sorpresa, quindi, quando il silenzio rimase ininterrotto e Jo assunse un'aria condiscendente, il che irritò decisamente Meg, che a sua volta assunse un'aria di dignitosa riservatezza e si dedicò a sua madre. Questo lasciò Jo ai suoi dispositivi; perché Mrs. March aveva ripreso il suo posto come infermiera e le aveva ordinato di riposare, fare esercizio e divertirsi dopo la sua lunga prigionia. Essendo Amy partita, Laurie era il suo unico rifugio; e, per quanto apprezzasse la sua compagnia, ne aveva piuttosto timore in quel momento, perché era un incorreggibile burlone e temeva che le avrebbe estorto il suo segreto.
Aveva proprio ragione, perché il ragazzo amante dei dispetti, non appena sospettò un mistero, si mise in testa di scoprirlo e rese la vita di Jo un tormento. La blandì, la corruppe, la ridicolizzò, la minacciò e la sgridò; finse indifferenza, affinché potesse sorprenderla e scoprire la verità; dichiarò di sapere tutto, poi che non gli importava; e, alla fine, a forza di perseveranza, si convinse che riguardasse Meg e Mr. Brooke. Sentendosi indignato per non essere stato messo al corrente della confidenza del suo tutore, mise al lavoro il suo ingegno per escogitare una qualche ritorsione adeguata per l'affronto.
Meg, nel frattempo, aveva apparentemente dimenticato la questione ed era assorta nei preparativi per il ritorno di suo padre; ma tutto a un tratto sembrò subire un cambiamento e, per un giorno o due, fu del tutto diversa dal solito. Trasaliva quando le si parlava, arrossiva quando veniva guardata, era molto silenziosa e sedeva sopra il suo cucito, con uno sguardo timido e turbato sul volto. Alle domande di sua madre rispondeva di stare benissimo, e a quelle di Jo rispondeva pregandola di lasciarla in pace.
"Lo sente nell'aria — l'amore, intendo — e sta andando molto in fretta. Ha quasi tutti i sintomi: è nervosa e irritabile, non mangia, sta sveglia la notte e si crogiola negli angoli. L'ho sorpresa a cantare quella canzone che le ha dato lui, e una volta ha detto 'John', come fai tu, e poi è diventata rossa come un papavero. Cosa dobbiamo fare?" disse Jo, pronta a qualsiasi misura, per quanto violenta.
"Nient'altro che aspettare. Lasciala in pace, sii gentile e paziente, e il ritorno del padre sistemerà ogni cosa," rispose sua madre.
"Ecco un biglietto per te, Meg, tutto sigillato. Che strano! Teddy non sigilla mai i miei," disse Jo, il giorno dopo, mentre distribuiva il contenuto del piccolo ufficio postale.
Mrs. March e Jo erano immerse nei loro affari, quando un rumore di Meg le fece alzare lo sguardo per vederla fissare il suo biglietto, con un volto spaventato.
"Figlia mia, cos'è?" gridò sua madre, correndo da lei, mentre Jo cercava di prendere il foglio che aveva combinato il guaio.
"È tutto un errore... non l'ha mandato lui. Oh Jo, come hai potuto farlo?" e Meg nascose il viso tra le mani, piangendo come se il suo cuore fosse del tutto spezzato.
"Io! Non ho fatto nulla! Di cosa sta parlando?" gridò Jo, sbalordita.
Gli occhi miti di Meg si accesero di rabbia mentre tirava fuori un biglietto stropicciato dalla tasca e lo scagliava contro Jo, dicendo con rimprovero:
"Lo hai scritto tu, e quel cattivo ragazzo ti ha aiutata. Come hai potuto essere così maleducata, così meschina e crudele con entrambi?"
Jo la sentì a stento, perché lei e sua madre stavano leggendo il biglietto, che era scritto con una calligrafia particolare.
"MIA CARISSIMA MARGARET,
"Non riesco più a trattenere la mia passione, e devo conoscere il mio destino prima di tornare. Non oso dirlo ai tuoi genitori ancora, ma penso che acconsentirebbero se sapessero che ci adoriamo a vicenda. Mr. Laurence mi aiuterà a trovare un buon posto, e allora, mia dolce ragazza, mi renderai felice. Ti imploro di non dire nulla alla tua famiglia ancora, ma di mandare una sola parola di speranza tramite Laurie al tuo "Devoto JOHN."
"Oh, il piccolo furfante! Questo è il modo in cui pensava di ripagarmi per aver mantenuto la parola data a mamma. Gli farò una bella sgridata e lo porterò qui a chiedere scusa," gridò Jo, ardente di giustizia immediata. Ma sua madre la trattenne, dicendo, con uno sguardo che raramente mostrava:
"Fermati, Jo, devi prima scagionarti. Hai fatto così tanti scherzi che temo tu abbia avuto una parte in questo."
"Sulla mia parola, mamma, non l'ho fatto! Non ho mai visto quel biglietto prima d'ora, e non ne so nulla, giuro su quanto c'è di più caro!" disse Jo, così seriamente che le credettero. "Se avessi partecipato, l'avrei fatto meglio di così, e avrei scritto un biglietto sensato. Pensavo avessi capito che Mr. Brooke non avrebbe scritto una tale sciocchezza," aggiunse, gettando via il foglio con disprezzo.
"Sembra la sua scrittura," disse Meg, confrontandolo con il biglietto in mano.
"Oh Meg, non gli avrai risposto?" gridò Mrs. March rapidamente.
"Sì, l'ho fatto!" e Meg nascose di nuovo il viso, vinta dalla vergogna.
"Ecco un impiccio! Lasciami portare quel ragazzo malvagio qui a spiegare e a farsi fare una ramanzina. Non avrò pace finché non lo avrò preso," e Jo si diresse di nuovo verso la porta.
"Silenzio! Lascia che gestisca io la cosa, perché è peggio di quanto pensassi. Margaret, raccontami tutta la storia," comandò Mrs. March, sedendosi accanto a Meg, pur tenendo Jo, per paura che volasse via.
«Ricevetti la prima lettera da Laurie, che non pareva saperne nulla», esordì Meg, senza alzare lo sguardo. «In principio ero preoccupata e volevo dirvelo; poi mi sono ricordata di quanto apprezzaste Mr. Brooke, così ho pensato che non vi sarebbe dispiaciuto se avessi tenuto il mio piccolo segreto per qualche giorno. Sono così sciocca che mi piaceva pensare che nessuno lo sapesse; e, mentre decidevo cosa dire, mi sentivo come le ragazze dei libri, che hanno simili cose da fare. Perdonami, mamma, ora pago per la mia sciocchezza; non potrò mai più guardarlo in faccia.»
«Cosa gli hai risposto?» chiese Mrs. March.
«Ho solo detto che ero troppo giovane per decidere qualcosa al riguardo; che non desideravo avere segreti con voi e che lui avrebbe dovuto parlare con papà. Gli sono stata molto grata per la sua gentilezza e dissi che sarei stata sua amica, ma nulla di più, per molto tempo.»
Mrs. March sorrise, come se fosse ben soddisfatta, e Jo batté le mani, esclamando con una risata:
«Sei quasi pari a Caroline Percy, che era un modello di prudenza! Continua, Meg. Cosa ha detto lui a riguardo?»
«Scrive in un modo del tutto diverso, dicendomi che non ha mai inviato alcuna lettera d'amore e che è molto dispiaciuto che la mia dispettosa sorella, Jo, si sia presa tali libertà con i nostri nomi. È molto gentile e rispettoso, ma pensa che orrore per me!»
Meg si appoggiò alla madre, sembrando l'immagine della disperazione, e Jo andò su e giù per la stanza, coprendo Laurie di epiteti. All'improvviso si fermò, afferrò i due biglietti e, dopo averli osservati attentamente, disse con decisione: «Non credo che Brooke abbia mai visto nessuna di queste lettere. Le ha scritte entrambe Teddy, e tiene la tua per vantarsi con me, perché non ho voluto rivelargli il mio segreto.»
«Non avere segreti, Jo; dillo alla mamma e tieniti fuori dai guai, come avrei dovuto fare io», disse Meg ammonendola.
«Dio ti benedica, bambina! Me l'ha detto la mamma.»
«Basta così, Jo. Conforterò Meg mentre tu vai a prendere Laurie. Andrò fino in fondo alla faccenda e metterò fine a simili scherzi immediatamente.»
Jo corse via e Mrs. March rivelò gentilmente a Meg i veri sentimenti di Mr. Brooke. «Ora, cara, quali sono i tuoi? Lo ami abbastanza da aspettare che possa metter su casa per te, o preferisci restare libera per il momento?»
«Sono stata così spaventata e preoccupata che non voglio avere nulla a che fare con i pretendenti per molto tempo, forse mai», rispose Meg con stizza. «Se John non sa nulla di questa sciocchezza, non dirglielo e fa' in modo che Jo e Laurie tengano la bocca chiusa. Non voglio essere ingannata, tormentata e resa ridicola... è una vergogna!»
Vedendo che il carattere solitamente mite di Meg era stato scosso e il suo orgoglio ferito da questo scherzo malizioso, Mrs. March la tranquillizzò con promesse di assoluto silenzio e grande discrezione per il futuro. Non appena il passo di Laurie fu udito nel corridoio, Meg fuggì nello studio e Mrs. March ricevette il colpevole da sola. Jo non gli aveva detto perché fosse richiesto, temendo che non sarebbe venuto; ma lui capì non appena vide il volto di Mrs. March, e se ne stette a far roteare il cappello, con un'aria colpevole che lo inchiodò immediatamente. Jo fu congedata, ma scelse di marciare avanti e indietro per il corridoio come una sentinella, temendo che il prigioniero potesse scappare. Il suono delle voci in salotto si levò e calò per mezz'ora; ma cosa accadde durante quel colloquio, le ragazze non lo seppero mai.
Quando furono chiamate dentro, Laurie era in piedi accanto alla madre, con un volto così penitente che Jo lo perdonò seduta stante, pur non ritenendo saggio darlo a vedere. Meg ricevette le sue umili scuse e fu molto confortata dall'assicurazione che Brooke non sapeva nulla dello scherzo.
«Non glielo dirò mai finché campo, nemmeno sotto tortura; perciò perdonami, Meg, farò qualsiasi cosa per dimostrare quanto io sia profondamente dispiaciuto», aggiunse, sembrando molto vergognoso di sé.
«Ci proverò; ma è stata una cosa davvero poco signorile. Non pensavo potessi essere così subdolo e malizioso, Laurie», replicò Meg, cercando di nascondere il suo pudore sotto un'aria gravemente rimproverante.
«È stato del tutto abominevole e non merito di essere rivolto parola per un mese; ma tu lo farai, vero?» e Laurie giunse le mani con un gesto così implorante, mentre parlava col suo tono irresistibilmente persuasivo, che fu impossibile guardarlo con severità, a dispetto del suo comportamento scandaloso. Meg lo perdonò e il volto grave di Mrs. March si distese, a dispetto dei suoi sforzi di restare seria, quando lo sentì dichiarare che avrebbe espiato i suoi peccati con ogni sorta di penitenza e si sarebbe umiliato come un verme davanti alla donzella offesa.
Jo se ne stette in disparte, nel frattempo, cercando di indurire il cuore contro di lui, riuscendo solo a contrarre il viso in un'espressione di totale disapprovazione. Laurie la guardò una o due volte, ma, poiché lei non mostrava segni di cedimento, si sentì offeso e le voltò le spalle finché gli altri non ebbero finito con lui, momento in cui le fece un profondo inchino e se ne andò senza dire una parola.
Non appena se ne fu andato, desiderò di essere stata più clemente; e quando Meg e la madre salirono al piano di sopra, si sentì sola e provò nostalgia di Teddy. Dopo aver resistito per un po', cedette all'impulso e, armata di un libro da restituire, si recò alla grande casa.
«C'è Mr. Laurence?» chiese Jo a una domestica che stava scendendo le scale.
«Sì, signorina; ma non credo che sia presentabile proprio ora.»
«Perché no? È malato?»
«Oh, no, signorina, ma ha avuto una scena con Mr. Laurie, che è in uno dei suoi capricci per qualcosa, il che infastidisce il vecchio signore, quindi non oso avvicinarmi a lui.»
«Dov'è Laurie?»
«Chiuso in camera sua, e non risponde, sebbene io abbia bussato. Non so cosa succederà per la cena, perché è pronta e non c'è nessuno a mangiarla.»
«Andrò a vedere qual è il problema. Non ho paura di nessuno dei due.»
Jo salì e bussò con forza alla porta del piccolo studio di Laurie.
«Smettila, o apro la porta e ti costringo!» gridò il giovane con tono minaccioso.
Jo bussò immediatamente di nuovo; la porta si spalancò e lei vi irruppe, prima che Laurie potesse riprendersi dalla sorpresa. Vedendo che era davvero su tutte le furie, Jo, che sapeva come prenderlo, assunse un'espressione contrita e, inginocchiandosi con arte, disse mansuetamente: «Per favore, perdonami per essere stata così sgarbata. Sono venuta per fare pace e non posso andarmene finché non l'avrò fatta.»
«Va bene. Alzati e non fare l'oca, Jo», fu la risposta cavalleresca alla sua supplica.
«Grazie; lo farò. Posso chiederti cosa succede? Non sembri esattamente tranquillo.»
«Sono stato scosso e non lo tollererò!» ringhiò Laurie con indignazione.
«Chi è stato?» domandò Jo.
«Nonno; se fosse stato chiunque altro avrei...» e il giovane offeso concluse la frase con un energico gesto del braccio destro.
«Non è nulla; io ti scuoto spesso e tu non te la prendi», disse Jo in tono conciliante.
«Pah! Tu sei una ragazza ed è per gioco; ma non permetterò a nessun uomo di scuotermi.»
«Non credo che nessuno oserebbe provarci, se sembrassi una nuvola temporalesca come ora. Perché sei stato trattato così?»
«Solo perché non volevo dire per cosa ti voleva tua madre. Avevo promesso di non dirlo e, naturalmente, non avrei infranto la mia parola.»
«Non potevi soddisfare tuo nonno in altro modo?»
«No; voleva la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità. Avrei raccontato la mia parte del pasticcio, se avessi potuto senza mettere in mezzo Meg. Poiché non potevo, ho tenuto la lingua a freno e ho sopportato la sgridata finché il vecchio signore non mi ha preso per il colletto. Poi mi sono arrabbiato e sono scappato, per paura di dimenticare chi ero.»
«Non è stato carino, ma so che è dispiaciuto; perciò scendi e fai pace. Ti aiuterò io.»
«Che mi impicchino se lo faccio! Non starò qui a farmi fare la predica e a farmi maltrattare da tutti, solo per un piccolo scherzo. Mi sono pentito per Meg e ho chiesto scusa come un uomo; ma non lo farò di nuovo, quando non ero dalla parte del torto.»
«Lui non lo sapeva.»
«Dovrebbe fidarsi di me e non agire come se fossi un bambino. È inutile, Jo; deve imparare che sono in grado di badare a me stesso e che non ho bisogno di tenere i lacci del grembiule di nessuno.»
«Che peperini che siete!» sospirò Jo. «Come intendi risolvere questa faccenda?»
«Beh, dovrebbe chiedermi scusa e credermi quando dico che non posso dirgli di cosa si tratta.»
«Dio ti benedica! Non lo farà mai.»
«Non scenderò finché non lo farà.»
«Ora, Teddy, sii ragionevole; lascia correre e spiegherò io quello che posso. Non puoi restare qui, quindi che senso ha fare il melodrammatico?»
«Comunque, non ho intenzione di restare qui a lungo. Scapperò e farò un viaggio da qualche parte, e quando il nonno sentirà la mia mancanza, tornerà in sé abbastanza in fretta.»
«Può darsi; ma non dovresti andare via e farlo preoccupare.»
«Non fare la predica. Andrò a Washington a trovare Brooke; lì è allegro e mi divertirò dopo queste tribolazioni.»
«Che spasso sarebbe! Vorrei poter scappare anch'io», disse Jo, dimenticando il suo ruolo di Mentore in visioni vivaci della vita marziale nella capitale.
«Vieni allora! Perché no? Tu vai a sorprendere tuo padre e io darò una scossa al vecchio Brooke. Sarebbe uno scherzo glorioso; facciamolo, Jo. Lasceremo una lettera dicendo che stiamo bene e fileremo via subito. Ho abbastanza denaro; ti farà bene e non ci sarà alcun male, visto che vai da tuo padre.»
Per un momento Jo sembrò incline ad accettare; poiché, per quanto folle fosse il piano, faceva proprio al caso suo. Era stanca delle preoccupazioni e della reclusione, desiderava un cambiamento e i pensieri su suo padre si fondevano in modo allettante con il fascino nuovo dei campi e degli ospedali, della libertà e del divertimento. I suoi occhi si accesero mentre si volgevano con nostalgia verso la finestra, ma caddero sulla vecchia casa di fronte e lei scosse la testa con dolorosa fermezza.
«Se fossi un ragazzo, scapperemmo insieme e ci divertiremmo un mondo; ma siccome sono una misera ragazza, devo essere composta e restare a casa. Non tentarmi, Teddy, è un piano folle.»
«È proprio questo il bello», esordì Laurie, che era preso da un momento di ostinazione ed era posseduto dal desiderio di evadere dai confini in qualche modo.
«Taci!» gridò Jo, coprendosi le orecchie. «"Prugne e prismi" sono il mio destino, e tanto vale che me ne faccia una ragione. Sono venuta qui per moralizzare, non per sentire cose che mi fanno venire voglia di scappare solo a pensarci.»
«So che Meg bagnerebbe le polveri a una tale proposta, ma pensavo che tu avessi più spirito», esordì Laurie in modo insinuante.
«Cattivo ragazzo, stai zitto! Siediti e pensa ai tuoi peccati, non farmi aggiungere ai miei. Se convinco tuo nonno a scusarsi per lo scossone, rinuncerai a scappare?» chiese Jo seriamente.
«Sì, ma non ci riuscirai», rispose Laurie, che desiderava "fare pace", ma sentiva che la sua dignità ferita doveva essere placata prima.
«Se riesco a gestire il giovane, posso gestire anche il vecchio», mormorò Jo, mentre si allontanava, lasciando Laurie chino su una mappa ferroviaria, con la testa appoggiata su entrambe le mani.
«Avanti!» e la voce burbera di Mr. Laurence suonò più burbera che mai, quando Jo bussò alla sua porta.
«Sono solo io, signore, sono venuta a restituire un libro», disse dolcemente, entrando.
«Ne vuoi altri?» chiese il vecchio signore, sembrando cupo e contrariato, ma cercando di non darlo a vedere.
«Sì, per favore. Il vecchio Sam mi piace così tanto che penso proverò il secondo volume», rispose Jo, sperando di propiziarselo accettando una seconda dose del "Johnson" di Boswell, dato che lui aveva raccomandato quell'opera vivace.
Le folte sopracciglia si distesero un po', mentre lui faceva rotolare la scaletta verso lo scaffale dove era collocata la letteratura johnsoniana. Jo salì rapidamente e, sedendosi sul gradino più alto, finse di cercare il suo libro, ma in realtà si chiedeva come introdurre meglio il pericoloso oggetto della sua visita. Mr. Laurence sembrava sospettare che qualcosa stesse fermentando nella sua mente; poiché, dopo aver fatto diversi passi svelti per la stanza, si voltò verso di lei, parlando in modo così brusco che il "Rasselas" cadde a faccia in giù sul pavimento.
«Cosa ha combinato quel ragazzo? Non provare a proteggerlo. So che ha fatto qualche guaio dal modo in cui si è comportato quando è tornato a casa. Non riesco a cavargli una parola; e quando ho minacciato di scuoterlo per fargli sputare la verità, è corso di sopra e si è chiuso in camera.»
«Ha sbagliato, ma noi lo abbiamo perdonato e abbiamo promesso tutti di non dire una parola a nessuno», esordì Jo con riluttanza.
«Non serve; non deve nascondersi dietro una promessa fatta da voi ragazze dal cuore tenero. Se ha fatto qualcosa di sbagliato, deve confessare, chiedere perdono ed essere punito. Sputa il rospo, Jo, non voglio restare all'oscuro.»
Mr. Laurence sembrava così allarmato e parlava in modo così tagliente che Jo sarebbe volentieri scappata, se avesse potuto, ma era appollaiata in alto sulla scaletta e lui stava in piedi ai piedi di essa, un leone sulla via, quindi doveva restare e affrontare la situazione.
«Davvero, signore, non posso dirlo; mia madre l'ha proibito. Laurie ha confessato, chiesto perdono ed è stato punito abbastanza. Non manteniamo il silenzio per proteggere lui, ma qualcun altro, e ci saranno altri guai se lei interverrà. La prego, non lo faccia; è stata in parte colpa mia, ma ora è tutto a posto; quindi dimentichiamolo e parliamo del "Rambler", o di qualcosa di piacevole.»
«Al diavolo il "Rambler"! Scendi e dammi la tua parola che questo ragazzo scapestrato non ha fatto nulla di ingrato o impertinente. Se l'ha fatto, dopo tutta la vostra gentilezza nei suoi confronti, lo frusterò con le mie stesse mani.»
La minaccia suonava terribile, ma non spaventò Jo, poiché sapeva che l'irascibile vecchio signore non avrebbe mai alzato un dito contro suo nipote, qualunque cosa potesse dire in contrario. Lei scese obbediente e minimizzò lo scherzo il più possibile senza tradire Meg o dimenticare la verità.
«Hum... ha... beh, se il ragazzo ha tenuto la lingua a freno perché aveva promesso, e non per ostinazione, lo perdonerò. È un testardo ed è difficile da gestire», disse Mr. Laurence, arruffandosi i capelli finché non sembrò che fosse stato fuori in una burrasca, e spianando il cipiglio dalla fronte con aria sollevata.
«Anche io lo sono; ma una parola gentile mi governerà quando tutti i cavalli e gli uomini del re non ci riuscirebbero», disse Jo, cercando di spendere una parola gentile per il suo amico, che sembrava uscire da un guaio solo per cadere in un altro.
«Pensi che io non sia gentile con lui, eh?» fu la risposta tagliente.
«Oh, caro no, signore; lei è fin troppo gentile a volte, e poi solo un tantino frettoloso quando lui mette alla prova la sua pazienza. Non crede di esserlo?»
Jo era determinata a chiarire tutto ora, e cercò di sembrare del tutto placida, sebbene tremasse un po' dopo la sua audace osservazione. Con suo grande sollievo e sorpresa, il vecchio signore gettò solo gli occhiali sul tavolo con un rumore metallico ed esclamò francamente:
«Hai ragione, ragazza, lo sono! Amo il ragazzo, ma mette alla prova la mia pazienza oltre ogni limite, e non so come finirà se andiamo avanti così.»
«Glielo dico io, scapperà.» Jo si pentì di quella frase non appena fu pronunciata; intendeva avvertirlo che Laurie non avrebbe sopportato molta restrizione e sperava che fosse più indulgente con il ragazzo.
Il volto rubicondo di Mr. Laurence cambiò improvvisamente e lui si sedette, con uno sguardo turbato verso il ritratto di un uomo affascinante, che pendeva sopra il suo tavolo. Era il padre di Laurie, che era scappato in gioventù e si era sposato contro la volontà dell'imperioso vecchio. Jo immaginò che ricordasse e rimpiangesse il passato, e avrebbe voluto essersi morsa la lingua.
«Non lo farà a meno che non sia molto preoccupato, e minaccia di farlo solo a volte, quando si stanca di studiare. Penso spesso che mi piacerebbe farlo, specialmente da quando mi sono tagliata i capelli; quindi, se mai doveste sentirci mancare, potete mettere un annuncio per due ragazzi e cercare tra le navi dirette in India.»
Rise mentre parlava e Mr. Laurence sembrò sollevato, prendendo evidentemente il tutto come uno scherzo.
«Piccola sfacciata, come osi parlare in quel modo? Dov'è il tuo rispetto per me e la tua educazione? Dio benedica i ragazzi e le ragazze! Che tormenti sono; eppure non possiamo farne a meno», disse, pizzicandole le guance bonariamente. «Vai a portare quel ragazzo a cena, digli che è tutto a posto e consigliagli di non fare la tragedia con suo nonno. Non lo tollererò.»
«Non verrà, signore; si sente male perché lei non gli ha creduto quando ha detto che non poteva dirlo. Credo che lo scossone abbia ferito molto i suoi sentimenti.»
Jo cercò di sembrare patetica, ma deve aver fallito, poiché Mr. Laurence iniziò a ridere e lei capì che la giornata era vinta.
«Mi dispiace per questo, e dovrei ringraziarlo per non aver scosso me, suppongo. Che diavolo si aspetta quel ragazzo?» e il vecchio signore sembrò un tantino vergognarsi della propria irascibilità.
«Se fossi in lei, gli scriverei una lettera di scuse, signore. Dice che non scenderà finché non ne avrà una, parla di Washington e va avanti in modo assurdo. Una formale lettera di scuse gli farà capire quanto sia sciocco e lo porterà giù del tutto amabile. Ci provi; ama scherzare e questo modo è meglio che parlare. La porterò io e gli insegnerò il suo dovere.»
Mr. Laurence le lanciò uno sguardo acuto e si mise gli occhiali, dicendo lentamente: «Sei una piccola astuta, ma non mi dispiace essere gestito da te e Beth. Ecco, dammi un pezzo di carta e chiudiamola con questa sciocchezza.»
Il biglietto fu scritto nei termini che un gentiluomo userebbe con un altro dopo aver offerto un grave insulto. Jo lasciò un bacio sulla sommità della testa calva di Mr. Laurence e corse su per infilare le scuse sotto la porta di Laurie, consigliandogli, attraverso il buco della serratura, di essere sottomesso, decoroso e qualche altra piacevole impossibilità. Trovando la porta chiusa di nuovo, lasciò che il biglietto facesse il suo corso e se ne stava andando tranquillamente, quando il giovane scivolò giù per la ringhiera e l'aspettò in fondo, dicendo, con la sua espressione più virtuosa: «Che brava ragazza sei, Jo! Sei stata sgridata?» aggiunse ridendo.
«No; è stato piuttosto mite, tutto sommato.»
«Ah! Io le ho prese da tutte le parti; persino tu mi hai scaricato di là e mi sentivo proprio pronto ad andare al diavolo», iniziò in tono scusante.
«Non parlare in quel modo; volta pagina e ricomincia, Teddy, figlio mio.»
«Continuo a voltare pagina e a rovinarle, come facevo con i miei quaderni; e faccio così tanti inizi che non ci sarà mai una fine», disse con aria desolata.
«Vai a mangiare la tua cena; ti sentirai meglio dopo. Gli uomini gracidano sempre quando hanno fame», e Jo uscì dalla porta principale dopo aver detto ciò.
«Questa è una "etichetta" sulla mia "setta"», rispose Laurie, citando Amy, mentre andava ad accettare umilmente il boccone amaro insieme al nonno, che fu davvero santo nell'animo e sopraffacentemente rispettoso nei modi per tutto il resto della giornata.
Tutti pensarono che la faccenda fosse conclusa e la piccola nuvola scacciata; ma il danno era fatto, perché, sebbene gli altri se ne fossero dimenticati, Meg ricordava. Non accennò mai a una certa persona, ma lo pensava parecchio, faceva sogni più che mai; e una volta Jo, frugando nella scrivania della sorella in cerca di francobolli, trovò un pezzo di carta scarabocchiato con le parole: "Mrs. John Brooke"; al che gemette tragicamente e lo gettò nel fuoco, sentendo che lo scherzo di Laurie aveva affrettato il giorno del giudizio per lei.
"Don't go, Meg," said Brooke, stopping her with a look of entreaty that made her heart beat fast and her face turn bright red. "I want to speak to you, and I can't stay long, as Mr. Laurence is waiting for me."
"I am sure mother would like to see you," said Meg, desperately clutching at the first excuse she could find.
"Let her wait; I must hear what you have to say," persisted Brooke, not letting her go. "I have been so patient, and waited so long, that I feel I have a right to ask one question, Meg. Will you promise me that I may come some day and ask you to be my wife? I only ask for a promise, not for your hand yet. I am poor, but I have a strong heart and two good hands, and I will work for you, and love you, and make you happy, if you will only give me a little hope."
Meg looked down, then up at him, and saw that he was in earnest. Her heart began to beat fast, and her breath came quickly, but she managed to say, in a voice that was not quite steady, but very sweet, "I think I should be happy to have you come, if father did not mind."
"He will not mind, I am sure he will not," cried Brooke, his face lighting up with a look of such honest joy that Meg felt her heart give a little jump. "Oh, Meg, you have made me the happiest man in the world!"
"I don't know about that," said Meg, trying to be dignified, but blushing more than ever. "But I am very glad you are happy."
Before he could say any more, the door opened, and Aunt March walked in, looking like a little, stiff, black-clothed, and very cross-looking lady.
"Well, upon my word!" she exclaimed, looking from one to the other. "A fine sight, I must say! Is this what you call being friends, and acting as if father were at home? Mr. Brooke, I am surprised at you! And you, Meg, I thought you had more sense than to be flirting in the parlor, while your father is in the next room!"
Meg was so mortified that she could have sunk through the floor, and poor Brooke looked as if he had been caught doing something very wrong.
"I assure you, Miss March," he began, trying to explain, but she cut him short.
"Don't assure me of anything! I know what I see, and I see a young man who has no business to be here, and a young girl who is entirely too young to be thinking of such things. Meg, go to your mother at once. Mr. Brooke, I believe you have an umbrella to find, and perhaps you had better find it and go."
Brooke bowed, and with a look at Meg that said more than a thousand words, he left the room. Meg, feeling as if she had been disgraced for life, fled to her mother, and Aunt March, having had her say, sat down and looked as if she were waiting for someone to apologize.
Jo, who had been listening at the door, now burst in, looking like a small storm-cloud.
"Aunt March, how could you be so mean?" she cried, her face flushed with anger. "It was all a mistake, and they were not doing anything wrong!"
"Mistake or not, it was improper, and I won't have it," said Aunt March, tapping her cane on the floor. "And you, Josephine, don't you dare speak to me in that tone. I know what is proper, and I have come to see that this family behaves itself."
"We do behave ourselves!" said Jo, stamping her foot. "And we don't need you to tell us how to do it!"
"That is quite enough," said Aunt March, rising with great dignity. "I have come to see your father, and I shall speak to him about this. I expect things to be done in a proper manner, and if you can't behave, I shall see that you are taught how."
With that, she marched out of the room, leaving Jo to pace up and down in a rage, and the rest of the family to wonder what had happened to bring such a storm into their peaceful day. When Mrs. March came in, and heard the story, she sighed, and said nothing, for she knew that Aunt March would have her say, and that there was no use trying to stop her. But as she saw Meg's tearful face, she folded her daughter in her arms, and whispered, "Don't worry, dear, it will all come right in time." And Meg, feeling comforted by her mother's love, went to her room to dream of the day when she would no longer be too young to be John's wife.
"Non andartene; hai paura di me, Margaret?" e il signor Brooke ebbe un'aria così ferita che Meg pensò di dover aver commesso una grossa scortesia. Arrossì fin sopra i ricciolini sulla fronte, perché lui non l'aveva mai chiamata Margaret prima d'allora, e fu sorpresa di scoprire quanto naturale e dolce le sembrasse sentirselo dire. Desiderosa di apparire amichevole e a suo agio, tese la mano con un gesto confidenziale e disse riconoscente:
"Come posso aver paura, quando siete stato così gentile con mio padre? Vorrei solo potervene ringraziare."
"Vuoi che ti dica come?" chiese il signor Brooke, stringendo la piccola mano tra le sue e guardando Meg con tanto amore negli occhi castani, che il cuore di lei cominciò a sussultare, divisa tra il desiderio di fuggire e quello di restare ad ascoltare.
"Oh no, vi prego, no... preferirei di no", disse, cercando di ritrarre la mano e apparendo spaventata, a dispetto del suo diniego.
"Non voglio disturbarti, voglio solo sapere se t'importo un poco, Meg. Ti amo tanto, cara", aggiunse il signor Brooke con tenerezza.
Questo era il momento per il discorso calmo e appropriato, ma Meg non lo fece; dimenticò ogni parola, chinò il capo e rispose: "Non lo so", così piano che John dovette chinarsi per cogliere quella sciocca e piccola risposta.
Sembrò pensare che ne valesse la pena, poiché sorrise tra sé come se fosse del tutto soddisfatto, strinse con gratitudine la mano paffuta e disse, col suo tono più persuasivo: "Vuoi provare a scoprirlo? Ci tengo così tanto; perché non riesco a lavorare con animo sereno finché non so se, alla fine, avrò la mia ricompensa o meno."
"Sono troppo giovane", balbettò Meg, chiedendosi perché fosse così agitata, eppure provandone un certo piacere.
"Aspetterò; e nel frattempo potresti imparare ad apprezzarmi. Sarebbe una lezione troppo difficile, cara?"
"Non se decidessi di impararla, ma..."
"Ti prego, decidi di impararla, Meg. Amo insegnare, e questa è più facile del tedesco", esclamò John, prendendo possesso dell'altra mano, così che lei non ebbe modo di nascondere il viso, mentre lui si chinava per guardarla.
Il suo tono era adeguatamente supplichevole; ma, rubandogli un'occhiata timida, Meg vide che i suoi occhi erano allegri oltre che teneri, e che aveva il sorriso soddisfatto di chi non dubita del proprio successo. Questo la stizzì; le lezioni di civetteria tanto sciocche di Annie Moffat le tornarono in mente, e l'amore per il potere, che dorme nel petto delle migliori tra le piccole donne, si risvegliò all'improvviso e prese il sopravvento. Si sentì eccitata e strana, e, non sapendo cos'altro fare, seguì un impulso capriccioso e, ritirando le mani, disse con stizza: "Non decido nulla. Vi prego, andatevene e lasciatemi in pace!"
Il povero signor Brooke ebbe l'aria di chi vede il proprio splendido castello in aria crollargli addosso, poiché non aveva mai visto Meg in quello stato e la cosa lo lasciò alquanto sconcertato.
"Dici sul serio?" chiese ansioso, seguendola mentre si allontanava.
"Sì, lo dico; non voglio essere tormentata da queste cose. Mio padre dice che non ce n'è bisogno; è troppo presto e preferirei di no."
"Non posso sperare che tu cambi idea tra un po'? Aspetterò e non dirò nulla finché non avrai avuto più tempo. Non giocare con me, Meg. Non credevo che tu fossi così."
"Non pensate affatto a me. Preferirei che non lo faceste", disse Meg, provando una cattiva soddisfazione nel mettere alla prova la pazienza del suo innamorato e il proprio potere.
Ora lui era serio e pallido, e assomigliava decisamente di più agli eroi dei romanzi che lei ammirava; ma non si schiaffeggiò la fronte né pestò i piedi per la stanza, come facevano loro; restò soltanto a guardarla con tale struggimento, con tale tenerezza, che sentì il cuore intenerirsi a dispetto di se stessa. Cosa sarebbe successo dopo non saprei dire, se zia March non fosse entrata zoppicando in quel momento interessante.
La vecchia signora non aveva saputo resistere al desiderio di vedere suo nipote; poiché aveva incontrato Laurie durante la sua passeggiata e, saputo dell'arrivo del signor March, era venuta dritta da lui. La famiglia era tutta occupata nella parte posteriore della casa, ed ella si era fatta strada silenziosamente, sperando di sorprenderli. Sorprese due di loro così tanto che Meg sussultò come se avesse visto un fantasma, e il signor Brooke svanì nello studio.
"Santo cielo, cos'è tutto questo?" gridò la vecchia signora, dando un colpo di bastone, mentre lanciava uno sguardo dal giovane pallido alla giovane color scarlatto.
"È un amico di mio padre. Sono così sorpresa di vedervi!" balbettò Meg, sentendo che ora l'aspettava una ramanzina.
"Si vede", ribatté zia March, sedendosi. "Ma cosa sta dicendo l'amico di tuo padre per farti sembrare una peonia? C'è sotto qualcosa, e pretendo di sapere di che si tratta", disse, dando un altro colpo di bastone.
"Stavamo solo parlando. Il signor Brooke è venuto per il suo ombrello", esordì Meg, desiderando che il signor Brooke e l'ombrello fossero al sicuro fuori di casa.
"Brooke? Il precettore di quel ragazzo? Ah! Ora capisco. So tutto. Jo si è confusa con un messaggio sbagliato in una delle lettere di tuo padre, e l'ho costretta a dirmelo. Non sarai mica arrivata ad accettarlo, ragazza?" gridò zia March, scandalizzata.
"Zitta! Sentirà. Non chiamo la mamma?" disse Meg, molto turbata.
"Non ancora. Ho qualcosa da dirti, e devo liberarmi la mente subito. Dimmi, intendi sposare questo Cook? Se lo fai, nemmeno un centesimo dei miei soldi andrà mai a te. Ricordatelo, e sii una ragazza di buon senso", disse la vecchia signora con enfasi.
Ora, zia March possedeva alla perfezione l'arte di suscitare lo spirito di opposizione nelle persone più gentili, e si divertiva a farlo. I migliori tra noi hanno un pizzico di perversità, specialmente quando siamo giovani e innamorati. Se zia March avesse implorato Meg di accettare John Brooke, probabilmente lei avrebbe dichiarato di non potervi nemmeno pensare; ma, poiché le veniva ordinato perentoriamente di non amarlo, decise immediatamente che lo avrebbe fatto. L'inclinazione, così come la perversità, rese la decisione facile e, essendo già molto agitata, Meg si oppose alla vecchia signora con insolito spirito.
"Sposerò chi mi pare, zia March, e potete lasciare i vostri soldi a chi volete", disse, annuendo con aria risoluta.
"Cielo santo! È così che accetti i miei consigli, signorina? Te ne pentirai, tra un po', quando avrai provato l'amore in una capanna e avrai scoperto che è un fallimento."
"Non potrà essere peggiore di quello che alcune persone trovano nelle grandi case", ribatté Meg.
Zia March si mise gli occhiali e diede un'occhiata alla ragazza, poiché non la riconosceva in questo nuovo stato d'animo. Meg a stento riconosceva se stessa, si sentiva così coraggiosa e indipendente, così felice di difendere John e affermare il proprio diritto ad amarlo, se lo desiderava. Zia March vide di aver iniziato nel modo sbagliato e, dopo una breve pausa, ricominciò da capo, dicendo il più gentilmente possibile: "Ora, Meg, cara, sii ragionevole e segui il mio consiglio. Lo dico per il tuo bene, e non voglio che tu ti rovini la vita facendo un errore fin dall'inizio. Dovresti fare un buon matrimonio e aiutare la tua famiglia; è tuo dovere fare un matrimonio ricco, e dovresti tenerlo bene a mente."
"Mio padre e mia madre non la pensano così; a loro piace John, anche se è povero."
"I tuoi genitori, mia cara, non hanno più saggezza mondana di due neonati."
"Ne sono felice", esclamò Meg risoluta.
Zia March non se ne curò e continuò la sua ramanzina. "Questo Rook è povero e non ha parenti ricchi, vero?"
"No; ma ha molti amici devoti."
"Non si vive di amici; prova, e vedrai quanto diventeranno freddi. Non ha un'attività, vero?"
"Non ancora; il signor Laurence lo aiuterà."
"Non durerà a lungo. James Laurence è un vecchio stravagante, su cui non si può contare. Quindi intendi sposare un uomo senza soldi, posizione o lavoro, e continuare a lavorare più duramente di quanto fai ora, quando potresti stare bene per tutta la vita dando retta a me e facendo di meglio? Pensavo avessi più buon senso, Meg."
"Non potrei fare di meglio nemmeno aspettando metà della mia vita! John è buono e saggio; ha un sacco di talento; è disposto a lavorare ed è sicuro che farà strada, è così energico e coraggioso. Tutti lo amano e lo rispettano, e sono orgogliosa di pensare che si curi di me, anche se sono così povera, giovane e sciocca", disse Meg, apparendo più bella che mai nella sua serietà.
"Lui sa che hai parenti ricchi, ragazza; sospetto che sia questo il segreto del suo interesse."
"Zia March, come osate dire una cosa simile? John è al di sopra di tale bassezza, e non vi ascolterò nemmeno per un minuto se parlate così", gridò Meg indignata, dimenticando tutto tranne l'ingiustizia dei sospetti della vecchia signora. "Il mio John non sposerebbe per denaro, così come non lo farei io. Siamo disposti a lavorare e abbiamo intenzione di aspettare. Non ho paura di essere povera, perché finora sono stata felice e so che lo sarò con lui, perché mi ama, e io..."
Meg si fermò lì, ricordando all'improvviso di non aver ancora preso una decisione; di aver detto al "suo John" di andarsene e che lui avrebbe potuto ascoltare le sue osservazioni incoerenti.
Zia March era molto arrabbiata, poiché aveva riposto le sue speranze nel vedere la sua bella nipote fare un brillante matrimonio, e qualcosa nel volto giovane e felice della ragazza faceva sentire la solitaria vecchia signora triste e acida allo stesso tempo.
"Bene, mi lavo le mani dell'intera faccenda! Sei una bambina caparbia e hai perso più di quanto immagini con questa sciocchezza. No, non resterò; sono delusa da te e non ho spirito per vedere tuo padre ora. Non aspettarti nulla da me quando sarai sposata; gli amici del tuo signor Book dovranno prendersi cura di te. Ho chiuso con te per sempre."
E, sbattendo la porta in faccia a Meg, zia March partì su tutte le furie. Sembrò portar via con sé tutto il coraggio della ragazza; poiché, rimasta sola, Meg restò un momento indecisa se ridere o piangere. Prima che potesse decidersi, fu presa in consegna dal signor Brooke, che disse, tutto d'un fiato: "Non ho potuto fare a meno di ascoltare, Meg. Grazie per avermi difeso, e grazie a zia March per aver dimostrato che t'importo almeno un pochino."
"Non sapevo quanto, finché non ti ha insultato", esordì Meg.
"E non devo andarmene, ma posso restare ed essere felice, vero, cara?"
Questa era un'altra buona occasione per fare il discorso schiacciante e l'uscita teatrale, ma Meg non pensò di fare nessuna delle due cose, e si coprì di vergogna per sempre agli occhi di Jo sussurrando docilmente: "Sì, John", e nascondendo il viso sul gilet del signor Brooke.
Quindici minuti dopo la partenza di zia March, Jo scese piano le scale, si fermò un istante alla porta del salotto e, non sentendo alcun suono all'interno, annuì e sorrise con un'espressione soddisfatta, dicendo a se stessa: "Lo ha mandato via come avevamo programmato, e la faccenda è risolta. Andrò a sentire come è andata e a farmi una bella risata."
Ma la povera Jo non ottenne mai la sua risata, poiché fu pietrificata sulla soglia da uno spettacolo che la tenne lì, a fissare con la bocca quasi spalancata quanto gli occhi. Entrando per esultare su un nemico sconfitto e per lodare una sorella dal carattere forte per l'esilio di un pretendente sgradito, fu certamente uno shock vedere il suddetto nemico seduto serenamente sul divano, con la sorella dal carattere forte assisa sul suo ginocchio, mentre indossava un'espressione di totale, estrema sottomissione. Jo emise una sorta di sussulto, come se una doccia fredda le fosse caduta improvvisamente addosso; un ribaltamento di fronte così inaspettato le tolse letteralmente il fiato. A quello strano suono, gli innamorati si voltarono e la videro. Meg balzò in piedi, apparendo fiera e timida al tempo stesso; ma "quell'uomo", come lo chiamava Jo, rise davvero e disse con calma, mentre baciava la sbalordita nuova arrivata: "Sorella Jo, congratulati con noi!"
Quello era aggiungere l'insulto al danno; era decisamente troppo; e, facendo qualche gesto selvaggio con le mani, Jo svanì senza dire una parola. Correndo di sopra, spaventò i malati esclamando tragicamente, mentre irrompeva nella stanza: "Oh, qualcuno scenda in fretta; John Brooke si sta comportando in modo tremendo e a Meg piace!"
Il signor e la signora March lasciarono la stanza in fretta; e, gettandosi sul letto, Jo pianse e rimproverò tempestosamente mentre raccontava l'orribile notizia a Beth e Amy. Le bambine, tuttavia, lo considerarono un evento quanto mai piacevole e interessante, e Jo non trasse alcun conforto da loro; così salì nel suo rifugio in soffitta e confidò i suoi guai ai topi.
Nessuno seppe mai cosa accadde nel salotto quel pomeriggio; ma si parlò molto, e il tranquillo signor Brooke stupì i suoi amici per l'eloquenza e lo spirito con cui perorò la sua causa, espose i suoi piani e li convinse a sistemare tutto proprio come voleva lui.
Il campanello del tè suonò prima che avesse finito di descrivere il paradiso che intendeva conquistare per Meg, ed egli la condusse orgogliosamente a cena; entrambi apparivano così felici che Jo non ebbe il coraggio di essere gelosa o abbattuta. Amy fu molto colpita dalla devozione di John e dalla dignità di Meg. Beth sorrideva loro da lontano, mentre il signor e la signora March osservavano la giovane coppia con tale tenera soddisfazione che era perfettamente evidente che zia March avesse ragione nel definirli "mondani quanto due neonati". Nessuno mangiò molto, ma tutti sembravano molto felici, e la vecchia stanza sembrò illuminarsi incredibilmente quando il primo romanzo della famiglia vi ebbe inizio.
"Non puoi dire che non succede mai nulla di piacevole ora, vero, Meg?" disse Amy, cercando di decidere come avrebbe raggruppato gli innamorati nello schizzo che stava progettando di fare.
"No, sono sicura di no. Quante cose sono successe da quando l'ho detto! Sembra un anno fa", rispose Meg, che era in un sogno beato, sollevata ben al di sopra di cose comuni come pane e burro.
"Le gioie arrivano vicine ai dolori questa volta, e penso proprio che i cambiamenti siano iniziati", disse la signora March. "Nella maggior parte delle famiglie arriva, di tanto in tanto, un anno pieno di eventi; questo è stato uno di quelli, ma finisce bene, dopo tutto."
"Spero che il prossimo finisca meglio", borbottò Jo, alla quale risultava molto difficile vedere Meg assorbita da uno sconosciuto davanti ai suoi occhi; perché Jo amava poche persone molto teneramente e temeva che il loro affetto andasse perduto o scemasse in qualsiasi modo.
"Spero che il terzo anno da questo finisca meglio; intendo dire che lo farà, se vivrò abbastanza per realizzare i miei piani", disse il signor Brooke, sorridendo a Meg, come se tutto fosse diventato possibile per lui ora.
"Non sembra molto lungo da aspettare?" chiese Amy, che aveva fretta per il matrimonio.
"Ho così tanto da imparare prima di essere pronto, mi sembra un tempo breve", rispose Meg, con una dolce gravità nel volto, mai vista prima.
"Tu devi solo aspettare; al lavoro ci penso io", disse John, iniziando le sue fatiche raccogliendo il tovagliolo di Meg, con un'espressione che indusse Jo a scuotere la testa, per poi dire a se stessa, con aria di sollievo, mentre la porta d'ingresso sbatteva: "Ecco che arriva Laurie. Ora faremo una conversazione un po' sensata."
Ma Jo si sbagliava; poiché Laurie arrivò saltellando, traboccante di spirito, portando un grande bouquet da sposa per "la signora John Brooke", ed evidentemente sotto l'illusione che l'intera faccenda fosse stata realizzata grazie alla sua eccellente gestione.
"Sapevo che Brooke avrebbe fatto tutto a modo suo, lo fa sempre; perché quando si mette in testa di compiere qualcosa, è fatta, anche se il cielo crolla", disse Laurie, dopo aver presentato la sua offerta e le sue congratulazioni.
"Molto obbligato per quella raccomandazione. La prendo come un buon presagio per il futuro e ti invito al mio matrimonio all'istante", rispose il signor Brooke, che si sentiva in pace con tutto il genere umano, persino con il suo dispettoso allievo.
"Verrò anche se fossi ai confini della terra; perché la sola vista della faccia di Jo, in quell'occasione, varrebbe un lungo viaggio. Non sembri festosa, signora; che succede?" chiese Laurie, seguendola in un angolo del salotto, dove tutti si erano riuniti per salutare il signor Laurence.
"Non approvo l'unione, ma mi sono messa in testa di sopportarla e non dirò una parola contro di essa", disse Jo solennemente. "Non puoi sapere quanto sia difficile per me rinunciare a Meg", continuò, con un piccolo tremito nella voce.
"Non rinunci a lei. Fai solo a metà", disse Laurie in tono consolatorio.
"Non potrà mai essere la stessa cosa. Ho perso la mia amica più cara", sospirò Jo.
"Hai me, comunque. Non valgo molto, lo so; ma starò al tuo fianco, Jo, per tutti i giorni della mia vita; sulla mia parola, lo farò!" e Laurie intendeva ciò che diceva.
"So che lo farai, e te ne sono molto grata; sei sempre un grande conforto per me, Teddy", rispose Jo, stringendogli la mano con gratitudine.
"Bene, ora non essere abbattuta, brava ragazza. Va tutto bene, vedi. Meg è felice; Brooke si darà da fare e si sistemerà immediatamente; il nonno si occuperà di lui, e sarà molto allegro vedere Meg nella sua casetta. Ci divertiremo un mondo dopo che sarà partita, perché avrò finito il college tra non molto, e poi andremo all'estero, o faremo qualche bel viaggio o altro. Non ti consolerebbe?"
"Penso proprio di sì; ma non si sa mai cosa può succedere in tre anni", disse Jo pensierosa.
"È vero. Non vorresti poter dare uno sguardo al futuro e vedere dove saremo tutti allora? Io sì", ribatté Laurie.
"Credo di no, perché potrei vedere qualcosa di triste; e tutti sembrano così felici ora, non credo che potrebbero migliorare molto", e gli occhi di Jo girarono lentamente per la stanza, illuminandosi mentre guardavano, perché la prospettiva era piacevole.
Padre e madre sedevano insieme, rivivendo in silenzio il primo capitolo del romanzo che per loro era iniziato circa vent'anni prima. Amy stava disegnando gli innamorati, che sedevano in disparte in un mondo bellissimo tutto loro, la cui luce sfiorava i loro volti con una grazia che la piccola artista non poteva copiare. Beth giaceva sul suo divano, parlando allegramente con il suo vecchio amico, che teneva la sua manina come se sentisse che possedeva il potere di guidarlo lungo la via pacifica che lei percorreva. Jo si rilassava nel suo posto basso preferito, con lo sguardo serio e tranquillo che meglio le donava; e Laurie, appoggiato allo schienale della sua sedia, il mento al livello della testa riccia di lei, sorrideva col suo aspetto più amichevole e le faceva un cenno nello specchio lungo che li rifletteva entrambi.
* * * * *
Così raggruppato, il sipario cala su Meg, Jo, Beth e Amy. Se si alzerà mai di nuovo, dipende dall'accoglienza riservata al primo atto del dramma domestico intitolato "PICCOLE DONNE".
La Seconda Parte
XXIV.
CHIACCHIERE.
Affinché possiamo ricominciare da capo e andare al matrimonio di Meg con la mente libera, sarà bene iniziare con qualche chiacchiera sui March. E qui lasciatemi premettere che, se qualcuno tra gli anziani pensa che ci sia troppo "amoreggiare" nella storia, come temo possa accadere (non ho paura che i giovani facciano questa obiezione), posso solo dire con la signora March: "Cosa vi aspettate quando ho quattro ragazze allegre in casa e un giovane vivace vicino di casa dall'altra parte della strada?"
I tre anni trascorsi hanno portato pochi cambiamenti alla tranquilla famiglia. La guerra è finita e il signor March è sano e salvo a casa, impegnato con i suoi libri e la piccola parrocchia che ha trovato in lui un ministro per natura come per grazia, un uomo tranquillo e studioso, ricco della saggezza che è migliore dell'apprendimento, della carità che chiama tutto il genere umano "fratello", della pietà che sboccia nel carattere, rendendolo augusto e amabile.
Questi attributi, a dispetto della povertà e della rigorosa integrità che lo escludevano dai successi più mondani, attiravano a lui molte persone ammirevoli, tanto naturalmente quanto le erbe odorose attirano le api, e con altrettanta naturalezza egli donava loro il miele nel quale cinquant'anni di dura esperienza non avevano distillato alcuna goccia d'amarezza. Giovani uomini seri trovavano nello studioso dai capelli grigi un cuore giovane quanto il loro; donne premurose o turbate portavano istintivamente a lui i propri dubbi e i propri dolori, certe di trovare la simpatia più gentile, il consiglio più saggio; peccatori confessavano i propri peccati all'uomo dal cuore puro, e ne venivano al contempo redarguiti e salvati; uomini dotati trovavano in lui un compagno; uomini ambiziosi intravedevano ambizioni più nobili delle proprie; e persino i mondani confessavano che le sue convinzioni erano belle e vere, sebbene "non portassero guadagno".
Agli estranei, le cinque donne energiche sembravano governare la casa, e così facevano in molte cose; ma il tranquillo studioso, seduto tra i suoi libri, rimaneva pur sempre il capo della famiglia, la coscienza domestica, l'ancora e il conforto; poiché a lui le donne indaffarate e ansiose si rivolgevano sempre nei momenti di difficoltà, trovandolo, nel senso più vero di quelle parole sacre, marito e padre.
Le ragazze affidavano i propri cuori alla custodia della madre e le proprie anime a quelle del padre; e a entrambi i genitori, che vivevano e faticavano così fedelmente per loro, davano un amore che cresceva con la loro crescita e le legava teneramente insieme con il legame più dolce che benedice la vita e sopravvive alla morte.
La signora March è vivace e allegra, sebbene un po' più grigia di quando l'abbiamo vista l'ultima volta, e proprio ora così assorbita dagli affari di Meg che gli ospedali e le case, ancora pieni di "ragazzi" feriti e vedove di soldati, sentono decisamente la mancanza delle visite di quella missionaria materna.
John Brooke fece il suo dovere coraggiosamente per un anno, fu ferito, venne rimandato a casa e non gli fu permesso di tornare. Non ricevette stelle o gradi, ma li avrebbe meritati, poiché rischiò allegramente tutto ciò che aveva; e la vita e l'amore sono molto preziosi quando sono entrambi in piena fioritura. Perfettamente rassegnato al suo congedo, si dedicò a rimettersi in salute, a prepararsi per il lavoro e a guadagnarsi una casa per Meg. Con il buon senso e la solida indipendenza che lo caratterizzavano, rifiutò le offerte più generose del signor Laurence e accettò il posto di contabile, sentendosi più soddisfatto di iniziare con uno stipendio onestamente guadagnato, piuttosto che correre rischi con denaro preso in prestito.
Meg aveva trascorso il tempo lavorando oltre che aspettando, crescendo nel carattere, saggia nelle arti domestiche e più carina che mai; perché l'amore è un grande abbellitore. Aveva le sue ambizioni e speranze da ragazza, e provava un certo disappunto per l'umile modo in cui la nuova vita doveva iniziare. Ned Moffat aveva appena sposato Sallie Gardiner, e Meg non poteva fare a meno di confrontare la loro bella casa e la carrozza, i molti doni e lo splendido corredo con i propri, desiderando segretamente di poter avere lo stesso. Ma in qualche modo l'invidia e il malcontento svanirono presto quando pensò a tutto l'amore paziente e al lavoro che John aveva messo nella piccola casa che l'attendeva; e quando sedevano insieme al crepuscolo, parlando dei loro piccoli progetti, il futuro diventava sempre così bello e luminoso che dimenticava lo splendore di Sallie e si sentiva la ragazza più ricca e felice della cristianità.
Jo non tornò mai più dalla zia March, poiché la vecchia signora prese tale simpatia per Amy da corromperla con l'offerta di lezioni di disegno da uno dei migliori insegnanti sulla piazza; e per amore di questo vantaggio, Amy avrebbe servito una padrona ben più severa. Così dedicava le mattine al dovere, i pomeriggi al piacere, e prosperava magnificamente. Jo, nel frattempo, si dedicava alla letteratura e a Beth, che rimase delicata molto tempo dopo che la febbre era diventata un ricordo del passato. Non esattamente un'invalida, ma mai più la creatura rosea e sana che era stata; eppure sempre piena di speranza, felice e serena, impegnata nelle quiete mansioni che amava, amica di tutti e un angelo del focolare, molto prima che coloro che l'amavano di più avessero imparato a saperlo.
Finché il "The Spread Eagle" le pagava un dollaro a colonna per le sue "sciocchezze", come le chiamava lei, Jo si sentiva una donna di mezzi e filava diligentemente i suoi piccoli romanzi. Ma grandi progetti fermentavano nel suo cervello indaffarato e nella sua mente ambiziosa, e la vecchia cucina di latta in soffitta conteneva una pila lentamente crescente di manoscritti cancellati, che un giorno avrebbe posto il nome di March sul libro della fama.
Laurie, essendo andato devotamente al college per compiacere suo nonno, lo stava ora superando nel modo più facile possibile per compiacere se stesso. Un favorito universale, grazie al denaro, ai modi, al molto talento e al cuore più gentile che abbia mai cacciato il suo proprietario nei guai nel tentativo di tirarne fuori gli altri, correva il grande rischio di essere viziato, e probabilmente lo sarebbe stato, come molti altri ragazzi promettenti, se non avesse posseduto un talismano contro il male nel ricordo del gentile vecchio che era legato al suo successo, dell'amica materna che vegliava su di lui come se fosse suo figlio e, ultima, ma non meno importante, la consapevolezza che quattro ragazze innocenti lo amavano, lo ammiravano e credevano in lui con tutto il cuore.
Essendo solo "un glorioso ragazzo umano", naturalmente scherzava e flirtava, diventava damerino, acquatico, sentimentale o ginnasta, secondo quanto imponevano le mode del college; tormentava ed era tormentato, parlava in gergo e più di una volta arrivò pericolosamente vicino alla sospensione e all'espulsione. Ma poiché l'alto spirito e l'amore per il divertimento erano le cause di questi scherzi, riusciva sempre a salvarsi con una confessione franca, un'onorevole espiazione o l'irresistibile potere di persuasione che possedeva alla perfezione. Di fatto, era piuttosto orgoglioso dei suoi scampati pericoli e amava elettrizzare le ragazze con resoconti grafici dei suoi trionfi su tutori iracondi, professori dignitosi e nemici sconfitti. Gli "uomini della mia classe" erano eroi agli occhi delle ragazze, che non si stancavano mai delle imprese dei "nostri compagni", e venivano spesso lasciate crogiolarsi nei sorrisi di queste grandi creature, quando Laurie le portava a casa con sé.
Amy godeva particolarmente di questo alto onore e divenne una vera reginetta tra loro; poiché la sua signoria sentì e imparò presto a usare il dono del fascino di cui era dotata. Meg era troppo assorbita dal suo privato e particolare John per curarsi di altri signori della creazione, e Beth troppo timida per fare altro che sbirciarli e meravigliarsi di come Amy osasse comandarli a bacchetta; ma Jo si sentiva proprio nel suo elemento e trovava molto difficile trattenersi dall'imitare gli atteggiamenti, le frasi e le imprese da gentiluomo, che le sembravano più naturali dei decori prescritti per le giovani signore. A tutti loro Jo piaceva immensamente, ma non si innamorarono mai di lei, sebbene pochissimi sfuggissero senza pagare il tributo di un sospiro sentimentale o due al santuario di Amy. E parlare di sentimento ci porta molto naturalmente alla "Piccionaia".
Quello era il nome della piccola casa marrone che il signor Brooke aveva preparato per la prima dimora di Meg. Laurie l'aveva battezzata, dicendo che era altamente appropriato per i gentili amanti, che "andavano d'accordo come una coppia di tortore, prima con un becco e poi con un tubare". Era una casa minuscola, con un piccolo giardino sul retro e un prato davanti grande quanto un fazzoletto da taschino. Qui Meg intendeva avere una fontana, un arbusteto e una profusione di fiori incantevoli; sebbene, al momento, la fontana fosse rappresentata da un'urna battuta dalle intemperie, molto simile a una ciotola per gli scarti in rovina; l'arbusteto consisteva in diversi giovani larici, indecisi se vivere o morire; e la profusione di fiori era appena accennata da reggimenti di bastoncini, per mostrare dove erano stati piantati i semi. Ma all'interno era del tutto incantevole, e la felice sposa non vide alcun difetto dalla soffitta alla cantina. Certo, l'ingresso era così stretto che era una fortuna che non avessero un pianoforte, perché non se ne sarebbe mai potuto far entrare uno intero; la sala da pranzo era così piccola che sei persone erano una sistemazione stretta; e le scale della cucina sembravano costruite con lo scopo espresso di precipitare sia i domestici che le porcellane alla rinfusa nel deposito del carbone. Ma una volta abituati a questi lievi difetti, niente avrebbe potuto essere più completo, poiché il buon senso e il buon gusto avevano presieduto all'arredamento e il risultato era altamente soddisfacente. Non c'erano tavoli con il piano di marmo, specchi lunghi o tende di pizzo nel piccolo salotto, ma mobili semplici, molti libri, un paio di bei quadri, un supporto di fiori nella finestra a bovindo e, sparsi ovunque, i graziosi doni che provenivano da mani amiche ed erano tanto più belli per i messaggi affettuosi che portavano.
Non credo che la Psiche di Parian che Laurie diede perse nulla della sua bellezza perché John montò la mensola su cui poggiava; che qualsiasi tappezziere avrebbe potuto drappeggiare le semplici tende di mussola con più grazia della mano artistica di Amy; o che qualsiasi dispensa sia mai stata meglio provvista di auguri, parole allegre e felici speranze di quella in cui Jo e sua madre riposero le poche scatole, barili e fagotti di Meg; e sono moralmente certa che la cucina fiammante non avrebbe mai potuto sembrare così accogliente e pulita se Hannah non avesse sistemato ogni pentola e padella una dozzina di volte e non avesse preparato il fuoco pronto per essere acceso, nel momento in cui "la signora Brooke fosse tornata a casa". Dubito anche che qualche giovane sposa abbia mai iniziato la vita con una così ricca provvista di panni per la polvere, presine e sacchetti per gli scampoli; poiché Beth ne fece abbastanza da durare fino alle nozze d'argento e inventò tre diversi tipi di strofinacci per il servizio espresso delle porcellane nuziali.
Le persone che assumono qualcuno per fare tutte queste cose non sanno mai cosa si perdono; perché le mansioni più umili si abbelliscono se mani amorevoli le compiono, e Meg trovò così tante prove di questo che ogni cosa nel suo piccolo nido, dal rullo da cucina al vaso d'argento sul tavolo del suo salotto, era eloquente di amore domestico e tenera previdenza.
Che bei momenti passavano a pianificare insieme, che solenni escursioni per lo shopping; che divertenti errori facevano, e che grida di risate sorgevano per i ridicoli affari di Laurie. Nel suo amore per gli scherzi, questo giovane gentiluomo, sebbene quasi alla fine del college, era un ragazzo come sempre. Il suo ultimo capriccio era stato quello di portare con sé, nelle sue visite settimanali, qualche articolo nuovo, utile e ingegnoso per la giovane padrona di casa. Ora un sacchetto di notevoli mollette da bucato; poi, una meravigliosa grattugia per la noce moscata, che andò in pezzi al primo tentativo; un pulisci-coltelli che rovinava tutti i coltelli; o una spazzatrice che portava via ordinatamente il pelo dal tappeto e lasciava lo sporco; sapone salva-lavoro che toglieva la pelle dalle mani; cementi infallibili che si attaccavano saldamente a nulla se non alle dita dell'acquirente illuso; e ogni tipo di latta, da un salvadanaio giocattolo per gli spiccioli a una meravigliosa caldaia che lavava gli articoli con il proprio vapore, con ogni prospettiva di esplodere nel processo.
Invano Meg lo implorò di smettere. John rideva di lui e Jo lo chiamava "il signor Toodles". Era posseduto dalla mania di patrocinare l'ingegnosità yankee e di vedere i suoi amici adeguatamente equipaggiati. Così ogni settimana vedeva qualche nuova assurdità.
Alla fine tutto fu fatto, persino la disposizione di Amy dei saponi di diverso colore per abbinarli alle stanze di diverso colore, e il fatto che Beth apparecchiasse la tavola per il primo pasto.
"Sei soddisfatta? Ti sembra di essere a casa e ti senti come se dovessi essere felice qui?" chiese la signora March, mentre lei e sua figlia attraversavano il nuovo regno, sottobraccio; poiché in quel momento sembravano aggrapparsi l'una all'altra più teneramente che mai.
"Sì, madre, perfettamente soddisfatta, grazie a tutte voi, e così felice che non riesco a parlarne", rispose Meg, con uno sguardo che valeva più delle parole.
"Se solo avesse una domestica o due sarebbe tutto a posto", disse Amy, uscendo dal salotto, dove aveva cercato di decidere se il Mercurio di bronzo stesse meglio sul trespolo o sulla mensola del camino.
"La mamma e io ne abbiamo parlato, e ho deciso di provare prima a modo suo. Ci sarà così poco da fare che, con Lotty a sbrigare le mie commissioni e ad aiutarmi qua e là, avrò solo abbastanza lavoro per impedirmi di diventare pigra o avere nostalgia di casa", rispose Meg tranquillamente.
"Sallie Moffat ne ha quattro", iniziò Amy.
"Se Meg ne avesse quattro la casa non le conterrebbe, e padrone e padrona dovrebbero accamparsi in giardino", intervenne Jo, che, avvolta in un grande grembiule blu, stava dando l'ultima lucidata alle maniglie delle porte.
"Sallie non è la moglie di un uomo povero, e molte cameriere sono in linea con la sua bella sistemazione. Meg e John iniziano umilmente, ma ho la sensazione che ci sarà tanta felicità nella piccola casa quanta nella grande. È un grosso errore per le giovani ragazze come Meg lasciarsi senza altro da fare che vestirsi, dare ordini e spettegolare. Quando mi sono sposata per la prima volta, desideravo che i miei vestiti nuovi si consumassero o si strappassero, così da poter avere il piacere di rammendarli; perché mi ero stancata mortalmente di fare lavori eleganti e badare al mio fazzoletto da taschino".
"Perché non sei andata in cucina a fare pasticci, come dice Sallie di fare, per divertirsi, sebbene non vengano mai bene e i domestici ridano di lei", disse Meg.
"L'ho fatto, dopo un po'; non per 'pasticciare', ma per imparare da Hannah come le cose dovessero essere fatte, affinché i miei domestici non dovessero ridere di me. Era un gioco allora; ma arrivò un momento in cui fui veramente grata di possedere non solo la volontà, ma anche il potere di cucinare cibo sano per le mie bambine, e di aiutarmi da sola quando non potevo più permettermi di assumere aiuto. Tu inizi dall'altra parte, cara Meg; ma le lezioni che impari ora ti saranno utili a poco a poco, quando John sarà un uomo più ricco, perché la padrona di una casa, per quanto splendida, dovrebbe sapere come il lavoro debba essere fatto, se desidera essere servita bene e onestamente".
"Sì, madre, ne sono sicura", disse Meg, ascoltando rispettosamente la piccola lezione; perché le migliori donne faranno discorsi sull'argomento onnipresente della gestione della casa. "Sai, mi piace questa stanza più di tutte nella mia casa delle bambole", aggiunse Meg, un minuto dopo, mentre salivano le scale e lei guardava nel suo armadio della biancheria ben rifornito.
Beth era lì, a stendere le mucchi nevose ordinatamente sugli scaffali e a gioire della bella schiera. Tutte e tre risero mentre Meg parlava; perché quell'armadio della biancheria era uno scherzo. Vedete, avendo detto che se Meg avesse sposato "quel Brooke" non avrebbe avuto un centesimo dei suoi soldi, la zia March era piuttosto in un dilemma, quando il tempo aveva placato la sua ira e l'aveva fatta pentire del suo voto. Non mantenne mai la sua parola ed era molto tormentata nella sua mente su come aggirarla, e alla fine ideò un piano con il quale poteva soddisfare se stessa. La signora Carrol, la mamma di Florence, ricevette l'ordine di comprare, far fare e contrassegnare una generosa fornitura di biancheria per la casa e la tavola, e di inviarla come suo regalo, tutto ciò che fu fatto fedelmente; ma il segreto trapelò e fu molto goduto dalla famiglia; poiché la zia March cercava di sembrare del tutto ignara e insisteva nel dire che non poteva dare altro che le perle all'antica, promesse da tempo alla prima sposa.
"Quello è un gusto casalingo che sono lieta di vedere. Avevo una giovane amica che iniziò a gestire la casa con sei lenzuola, ma aveva le ciotole per le dita per gli ospiti, e questo la soddisfaceva", disse la signora March, accarezzando le tovaglie di damasco, con un apprezzamento veramente femminile della loro finezza.
"Non ho una sola ciotola per le dita, ma questa è una 'dote' che mi durerà per tutti i miei giorni, dice Hannah"; e Meg sembrava abbastanza contenta, come ben poteva essere.
"Toodles sta arrivando", gridò Jo dal piano di sotto; e tutte scesero incontro a Laurie, la cui visita settimanale era un evento importante nelle loro vite tranquille.
Un giovane alto e dalle larghe spalle, con una testa rasata, un cappello a forma di bacinella di feltro e un cappotto svolazzante, arrivò camminando lungo la strada a gran passo, scavalcò la bassa recinzione senza fermarsi ad aprire il cancello, dritto verso la signora March, con entrambe le mani tese e un cordiale:
"Eccomi, madre! Sì, è tutto a posto".
Le ultime parole erano in risposta allo sguardo che la donna più anziana gli rivolse; un kindly sguardo interrogativo, che gli occhi belli incontrarono così francamente che la piccola cerimonia si concluse, come al solito, con un bacio materno.
"Per la signora John Brooke, con le congratulazioni e i complimenti del creatore. Benedetta te, Beth! Che spettacolo rinfrescante sei, Jo. Amy, stai diventando del tutto troppo bella per una signorina".
Mentre Laurie parlava, consegnò un pacchetto di carta marrone a Meg, tirò il nastro tra i capelli di Beth, fissò il grande grembiule di Jo e cadde in un atteggiamento di finta estasi davanti ad Amy, poi strinse la mano a tutte e ognuna iniziò a parlare.
"Dov'è John?" chiese Meg ansiosamente.
"Fermato per prendere la licenza per domani, signora".
"Quale parte ha vinto l'ultima partita, Teddy?" chiese Jo, che insisteva nel provare interesse per gli sport maschili, nonostante i suoi diciannove anni.
"La nostra, naturalmente. Avrei voluto che tu fossi lì a vedere".
"Com'è l'incantevole signorina Randal?" chiese Amy, con un sorriso significativo.
"Più crudele che mai; non vedi come sto deperendo?" e Laurie diede uno schiaffo sonoro al suo petto ampio e lanciò un sospiro melodrammatico.
"Qual è l'ultimo scherzo? Sciogli il pacchetto e guarda, Meg", disse Beth, osservando il pacchetto bitorzoluto con curiosità.
"È una cosa utile da avere in casa in caso di incendio o ladri", osservò Laurie, mentre appariva il sonaglio di un guardiano notturno, tra le risate delle ragazze.
"Ogni volta che John è via e hai paura, signora Meg, basta farlo oscillare fuori dalla finestra davanti e sveglierà il vicinato in un attimo. Bella cosa, non è vero?" e Laurie diede loro un saggio dei suoi poteri che fece loro coprire le orecchie.
"Ecco la gratitudine per voi! E parlare di gratitudine mi ricorda di menzionare che potete ringraziare Hannah per aver salvato la vostra torta nuziale dalla distruzione. L'ho vista entrare in casa vostra mentre passavo, e se lei non l'avesse difesa coraggiosamente ne avrei preso un pezzo, perché sembrava una torta notevolmente ricca di prugne".
"Mi chiedo se crescerai mai, Laurie", disse Meg, con tono materno.
"Sto facendo del mio meglio, signora, ma temo di non poter andare molto più in alto, dato che sei piedi è tutto ciò che gli uomini possono fare in questi giorni degenerati", rispose il giovane gentiluomo, la cui testa era quasi all'altezza del piccolo lampadario. "Suppongo che sarebbe una profanazione mangiare qualsiasi cosa in questo nuovo pergolato, così, dato che ho una fame tremenda, propongo un rinvio", aggiunse poco dopo.
"La mamma e io aspetteremo John. Ci sono alcune ultime cose da sistemare", disse Meg, affrettandosi via.
"Beth e io andremo da Kitty Bryant per prendere altri fiori per domani", aggiunse Amy, legando un cappello pittoresco sopra i suoi riccioli pittoreschi e godendosi l'effetto quanto chiunque altro.
"Vieni, Jo, non abbandonare un compagno. Sono in uno stato di tale esaurimento che non posso tornare a casa senza aiuto. Non toglierti il grembiule, qualunque cosa tu faccia; ti dona in modo particolare", disse Laurie, mentre Jo riponeva la sua particolare avversione nella sua capiente tasca e gli offriva il braccio per sostenere i suoi passi deboli.
"Ora, Teddy, voglio parlare seriamente con te di domani", iniziò Jo, mentre passeggiavano insieme. "Devi promettere di comportarti bene, di non fare scherzi e di rovinare i nostri piani".
"Nessuno scherzo".
"E non dire cose divertenti quando dovremmo essere sobri".
"Non lo faccio mai; sei tu quella per questo".
"E ti imploro di non guardarmi durante la cerimonia; riderò certamente se lo farai".
"Non mi vedrai; piangerai così tanto che la fitta nebbia intorno a te oscurerà la visuale".
"Non piango mai se non per qualche grande afflizione".
"Come i compagni che vanno al college, eh?" intervenne Laurie, con una risata suggestiva.
"Non fare il pavone. Ho solo piagnucolato un pochino per tenere compagnia alle ragazze".
"Esattamente. Dico, Jo, come sta il nonno questa settimana; abbastanza amabile?"
"Molto; perché, ti sei cacciato nei guai e vuoi sapere come la prenderà?" chiese Jo piuttosto bruscamente.
"Ora, Jo, pensi che guarderei tua madre in faccia e direi 'Tutto bene', se non lo fosse?" e Laurie si fermò di colpo, con aria offesa.
"No, non lo penso".
"Allora non metterti a fare il sospettoso; voglio solo un po' di denaro," disse Laurie, ricominciando a camminare, placato dal suo tono cordiale.
"Ne spendi una gran quantità, Teddy."
"Benedetta ragazza, non lo spendo io; si spende da solo, in qualche modo, ed è sparito prima che me ne accorga."
"Sei così generoso e di buon cuore che lasci che la gente prenda in prestito, e non sai dire di 'no' a nessuno. Abbiamo sentito parlare di Henshaw e di tutto quello che hai fatto per lui. Se spendessi sempre il denaro in quel modo, nessuno ti biasimerebbe," disse Jo calorosamente.
"Oh, ha fatto una montagna di un granello di sabbia. Non vorrai che io lasci che quel bravo ragazzo si ammazzi di lavoro, solo per la mancanza di un piccolo aiuto, quando vale più di una dozzina di noi sfaccendati, vero?"
"Certamente no; ma non vedo l'utilità che tu abbia diciassette gilet, infinite cravatte e un cappello nuovo ogni volta che torni a casa. Pensavo che avessi superato il periodo del damerino; ma ogni tanto rispunta in un punto nuovo. Proprio ora va di moda essere orribili: far sembrare la testa una spazzola per strofinare, indossare una camicia di forza, guanti arancioni e scarponi pesanti con la punta quadrata. Se fosse una bruttezza a buon mercato, non direi nulla; ma costa quanto l'altra, e non ne traggo alcuna soddisfazione."
Laurie gettò la testa all'indietro e rise così di cuore a questo attacco, che il berretto di feltro cadde, e Jo ci camminò sopra; insulto che gli offrì solo l'opportunità di discettare sui vantaggi di un costume semplice e pratico, mentre ripiegava il cappello maltrattato e se lo infilava in tasca.
"Non farmi più la predica, sii buona! Ne ho abbastanza per tutta la settimana e mi piace divertirmi quando torno a casa. Domani mi metterò in ghingheri senza badare a spese, e sarò una soddisfazione per i miei amici."
"Ti lascerò in pace se solo lascerai crescere i capelli. Non sono aristocratica, ma mi oppongo davvero all'essere vista con una persona che sembra un giovane pugile," osservò Jo severamente.
"Questo stile dimesso favorisce lo studio; ecco perché lo adottiamo," rispose Laurie, che certamente non poteva essere accusato di vanità, avendo volontariamente sacrificato una bella chioma riccia alla richiesta di una stoppia lunga un quarto di pollice.
"A proposito, Jo, penso che quel piccolo Parker stia diventando davvero disperato per Amy. Parla costantemente di lei, scrive poesie e se ne va in giro sognante in un modo molto sospetto. Farebbe meglio a troncare sul nascere la sua piccola passione, non credi?" aggiunse Laurie, con un tono confidenziale da fratello maggiore, dopo un minuto di silenzio.
"Certamente che dovrebbe; non vogliamo altri matrimoni in questa famiglia per gli anni a venire. Misericordia, a cosa pensano i ragazzi?" e Jo sembrò scandalizzata come se Amy e il piccolo Parker non fossero ancora adolescenti.
"È un'epoca frenetica, e non so dove andremo a finire, signora. Tu sei solo una bambina, ma sarai la prossima, Jo, e noi resteremo a lamentarci," disse Laurie, scuotendo la testa sulla degenerazione dei tempi.
"Non allarmarti; non sono del tipo gradevole. Nessuno mi vorrà, ed è una grazia, perché dovrebbe esserci sempre una vecchia zitella in famiglia."
"Non darai a nessuno una possibilità," disse Laurie, con un'occhiata di sbieco e un po' più di colore del solito sul viso abbronzato. "Non vuoi mostrare il lato tenero del tuo carattere; e se un tipo ne intravede uno per caso, e non può fare a meno di mostrare che gli piace, tu lo tratti come la signora Gummidge fece con il suo innamorato: gli getti dell'acqua fredda addosso... e diventi così spinosa che nessuno osa toccarti o guardarti."
"Non mi piace quel genere di cose; sono troppo occupata per essere infastidita da sciocchezze, e penso che sia terribile disgregare le famiglie così. Ora non dirne più nulla; il matrimonio di Meg ci ha fatto perdere la testa e non parliamo d'altro che di innamorati e simili assurdità. Non voglio arrabbiarmi, quindi cambiamo argomento;" e Jo sembrò pronta a gettare acqua fredda alla minima provocazione.
Qualunque fossero stati i suoi sentimenti, Laurie trovò uno sfogo in un fischio lungo e sommesso, e nella temibile previsione, mentre si separavano al cancello: "Segnati le mie parole, Jo, la prossima sarai tu."
XXV.
IL PRIMO MATRIMONIO.
Le rose di giugno sopra il portico erano sveglie, luminose e precoci in quella mattina, gioendo con tutto il cuore nel sole senza nuvole, come amichevoli vicine di casa, quali erano. I loro visi rubicondi erano del tutto arrossati per l'eccitazione, mentre oscillavano al vento, sussurrandosi a vicenda ciò che avevano visto; poiché alcune sbirciavano dalle finestre della sala da pranzo, dove il banchetto era imbandito, alcune si arrampicavano per annuire e sorridere alle sorelle mentre vestivano la sposa, altre agitavano un benvenuto a coloro che andavano e venivano per varie commissioni in giardino, sul portico e nell'atrio, e tutte, dal fiore più roseo e sbocciato al più pallido bocciolo, offrivano il loro tributo di bellezza e fragranza alla dolce padrona che le aveva amate e accudite così a lungo.
Meg sembrava lei stessa una rosa; poiché tutto ciò che c'era di meglio e di più dolce nel cuore e nell'anima sembrava sbocciare sul suo viso quel giorno, rendendolo bello e tenero, con un fascino più bello della bellezza stessa. Non volle né seta, né pizzo, né fiori d'arancio. "Oggi non voglio sembrare strana o tutta agghindata," disse. "Non voglio un matrimonio alla moda, ma solo coloro che amo intorno a me, e a loro voglio apparire ed essere il mio io abituale."
Così si confezionò da sola l'abito da sposa, cucendovi dentro le tenere speranze e gli innocenti romanzi di un cuore da ragazza. Le sue sorelle le intrecciarono i bei capelli, e gli unici ornamenti che indossò furono i mughetti, che al "suo John" piacevano più di tutti gli altri fiori che crescevano.
"Sembri proprio la nostra cara Meg, solo così tanto dolce e incantevole che ti abbraccerei se non fosse che ti stropiccerei il vestito," esclamò Amy, osservandola con delizia, quando tutto fu finito.
"Allora sono soddisfatta. Ma per favore, abbracciatemi e baciatemi, ognuna di voi, e non preoccupatevi del mio vestito; oggi voglio che vi siano molte stropicciature di questo tipo;" e Meg aprì le braccia alle sue sorelle, che le si aggrapparono con visi primaverili per un minuto, sentendo che il nuovo amore non aveva cambiato il vecchio.
"Ora vado ad allacciare la cravatta di John, e poi a stare qualche minuto con papà tranquillamente nello studio;" e Meg corse giù a compiere queste piccole cerimonie, e poi a seguire sua madre ovunque andasse, consapevole che, nonostante i sorrisi sul volto materno, vi fosse un dolore segreto nascosto nel cuore di madre per il volo del primo uccellino dal nido.
Mentre le sorelle più giovani stanno insieme, dando gli ultimi ritocchi alla loro semplice toilette, potrebbe essere un buon momento per raccontare alcuni cambiamenti che tre anni hanno apportato al loro aspetto; poiché tutte appaiono al meglio proprio ora.
Gli spigoli di Jo si sono molto addolciti; ha imparato a portarsi con disinvoltura, se non con grazia. La chioma riccia si è allungata in una folta treccia, più adatta alla piccola testa sopra l'alta figura. C'è un colore fresco sulle guance brune, una dolce luce negli occhi, e solo parole gentili cadono oggi dalla sua lingua tagliente.
Beth è diventata esile, pallida e più silenziosa che mai; i begli occhi gentili sono più grandi, e in essi giace un'espressione che rattrista, sebbene non sia triste di per sé. È l'ombra del dolore che tocca il giovane viso con una pazienza così patetica; ma Beth si lamenta raramente e parla sempre con speranza di "stare meglio presto".
Amy è considerata a ragione "il fiore della famiglia"; poiché a sedici anni ha l'aria e il portamento di una donna fatta, non bella, ma dotata di quell'indescrivibile fascino chiamato grazia. Lo si vedeva nelle linee della sua figura, nella forma e nel movimento delle mani, nel fluire dell'abito, nell'inclinazione dei capelli, inconsapevole, eppure armoniosa, e per molti attraente quanto la bellezza stessa. Il naso di Amy la affliggeva ancora, perché non voleva proprio crescere alla greca; così la sua bocca, troppo larga e con un mento deciso. Questi tratti offensivi davano carattere a tutto il suo viso, ma lei non poteva mai vederlo, e si consolava con la sua carnagione meravigliosamente chiara, gli occhi azzurri acuti e i riccioli, più dorati e abbondanti che mai.
Tutte e tre indossavano completi di grigio argento leggero (i loro abiti migliori per l'estate), con rose rosa nei capelli e sul petto; e tutte e tre sembravano proprio ciò che erano, ragazze dal viso fresco e dal cuore felice, che si fermavano un momento nelle loro vite indaffarate per leggere con occhi malinconici il capitolo più dolce del romanzo della femminilità.
Non dovevano esserci cerimonie pompose, tutto doveva essere quanto più naturale e casalingo possibile; così, quando arrivò zia March, rimase scandalizzata nel vedere la sposa correre ad accoglierla e condurla dentro, nel trovare lo sposo che fissava una ghirlanda che era caduta, e nello scorgere di sfuggita il padre pastore che marciava verso il piano di sopra con aria grave e una bottiglia di vino sotto ciascun braccio.
"Perbacco, ecco lo stato delle cose!" esclamò la vecchia signora, prendendo il posto d'onore preparato per lei e sistemando le pieghe della sua moiré color lavanda con un grande fruscio. "Non dovresti farti vedere fino all'ultimo minuto, bambina."
"Non sono uno spettacolo, zia, e nessuno verrà a fissarmi, a criticare il mio vestito o a contare il costo del mio pranzo. Sono troppo felice per preoccuparmi di ciò che chiunque dica o pensi, e voglio fare il mio piccolo matrimonio proprio come mi piace. John, caro, ecco il tuo martello;" e Meg andò via ad aiutare "quell'uomo" nel suo impiego altamente inappropriato.
Mr. Brooke non disse nemmeno "grazie", ma mentre si chinava per l'attrezzo poco romantico, baciò la sua piccola sposa dietro la porta a soffietto, con uno sguardo che fece tirare fuori a zia March il fazzoletto, con un'improvvisa rugiada nei suoi acuti occhi vecchi.
Un fracasso, un grido e una risata di Laurie, accompagnati dall'indecorosa esclamazione: "Giove Ammone! Jo ha ribaltato di nuovo la torta!" causarono un momento di trambusto, che era appena finito quando arrivò uno stormo di cugini, e "la festa entrò", come diceva Beth da bambina.
"Non lasciare che quel giovane gigante mi si avvicini; mi tormenta peggio delle zanzare," sussurrò la vecchia signora ad Amy, mentre le stanze si riempivano e la testa nera di Laurie torreggiava sopra le altre.
"Ha promesso di essere molto bravo oggi, e può essere perfettamente elegante se vuole," rispose Amy, allontanandosi per avvertire Ercole di guardarsi dal drago, avvertimento che lo portò a perseguitare la vecchia signora con una devozione che la rese quasi folle.
Non ci fu alcuna processione nuziale, ma un silenzio improvviso scese nella stanza mentre Mr. March e la giovane coppia prendevano posto sotto l'arco verde. Madre e sorelle si radunarono vicino, come se fossero riluttanti a rinunciare a Meg; la voce paterna si incrinò più di una volta, il che sembrò solo rendere la funzione più bella e solenne; la mano dello sposo tremava visibilmente, e nessuno udì le sue risposte; ma Meg guardò dritto negli occhi del marito e disse: "Lo voglio!" con tale tenera fiducia sul proprio volto e nella voce che il cuore di sua madre gioì, e zia March tirò su col naso in modo udibile.
Jo non pianse, sebbene fosse stata molto vicina a farlo una volta, e fu salvata da una dimostrazione solo dalla consapevolezza che Laurie la stava fissando intensamente, con un misto comico di ilarità ed emozione nei suoi malvagi occhi neri. Beth tenne il viso nascosto sulla spalla della madre, ma Amy se ne stava come una statua aggraziata, con un raggio di sole quanto mai appropriato che le toccava la fronte bianca e il fiore nei capelli.
Non era affatto la cosa giusta da fare, temo, ma appena fu regolarmente sposata, Meg gridò: "Il primo bacio per Marmee!" e, voltandosi, lo diede con il cuore sulle labbra. Durante i quindici minuti successivi sembrò più una rosa che mai, poiché tutti approfittarono dei loro privilegi nella misura più ampia, da Mr. Laurence alla vecchia Hannah, che, adornata con un copricapo fatto in modo temibile e meraviglioso, si avventò su di lei nell'atrio, gridando, tra un singhiozzo e una risata: "Dio ti benedica, cara, cento volte! La torta non è affatto rovinata, e tutto sembra incantevole."
Tutti si rallegrarono dopo di allora, e dissero qualcosa di brillante, o tentarono di farlo, il che andava altrettanto bene, poiché la risata è pronta quando i cuori sono leggeri. Non ci fu sfoggio di regali, perché erano già nella casetta, né ci fu una colazione elaborata, ma un abbondante pranzo a base di torta e frutta, decorato con fiori. Mr. Laurence e zia March si strinsero nelle spalle e si sorrisero quando acqua, limonata e caffè risultarono essere gli unici tipi di nettare che le tre Ebe portavano in giro. Nessuno disse nulla, tuttavia, finché Laurie, che insisteva per servire la sposa, apparve davanti a lei, con un vassoio carico in mano e un'espressione perplessa sul volto.
"Jo ha fracassato tutte le bottiglie per sbaglio?" sussurrò, "o sto solo soffrendo sotto l'illusione di averne viste alcune in giro stamattina?"
"No; tuo nonno ci ha gentilmente offerto il suo migliore, e zia March ne ha effettivamente mandato un po', ma papà ne ha messo da parte un po' per Beth e ha mandato il resto al Soldiers' Home. Sai, pensa che il vino debba essere usato solo in caso di malattia, e la mamma dice che né lei né le sue figlie lo offriranno mai a nessun giovane sotto il suo tetto."
Meg parlò seriamente e si aspettava di vedere Laurie accigliarsi o ridere; ma non fece né l'una né l'altra cosa, poiché dopo una rapida occhiata a lei, disse, nel suo modo impetuoso: "Mi piace! Perché ne ho visto abbastanza danni da desiderare che altre donne la pensassero come te."
"Non sei reso saggio dall'esperienza, spero?" e c'era un accento ansioso nella voce di Meg.
"No; ti do la mia parola. Non pensare troppo bene di me, nemmeno; questa non è una delle mie tentazioni. Essendo cresciuto dove il vino è comune come l'acqua, e quasi altrettanto innocuo, non mi interessa; ma quando una bella ragazza lo offre, uno non ama rifiutare, vedi."
"Ma lo farai, per il bene degli altri, se non per il tuo. Vieni, Laurie, promettilo, e dammi un motivo in più per chiamare questo il giorno più felice della mia vita."
Una richiesta così improvvisa e così seria fece esitare il giovane per un momento, perché il ridicolo è spesso più difficile da sopportare dell'abnegazione. Meg sapeva che se avesse fatto la promessa l'avrebbe mantenuta a ogni costo; e, sentendo il suo potere, lo usò come una donna può fare per il bene del suo amico. Non parlò, ma guardò verso di lui con un viso reso molto eloquente dalla felicità, e un sorriso che diceva: "Nessuno può rifiutarmi nulla oggi." Laurie certamente non poteva; e, con un sorriso di risposta, le diede la mano, dicendo cordialmente: "Prometto, signora Brooke!"
"Ti ringrazio, molto, molto."
"E io bevo 'lunga vita alla tua risoluzione', Teddy," gridò Jo, battezzandolo con uno spruzzo di limonata, mentre agitava il bicchiere e irradiava approvazione verso di lui.
Così il brindisi fu fatto, la promessa fatta, e lealmente mantenuta, a dispetto di molte tentazioni; poiché, con istintiva saggezza, le ragazze avevano colto un momento felice per rendere al loro amico un servizio, per il quale le ringraziò per tutta la vita.
Dopo pranzo, le persone passeggiavano, a due a due e a tre a tre, attraverso la casa e il giardino, godendosi il sole fuori e dentro. Meg e John si trovarono a stare insieme in mezzo al prato, quando Laurie fu colto da un'ispirazione che diede il tocco finale a questo matrimonio fuori moda.
"Tutte le persone sposate prendano le mani e danzino intorno al novello marito e moglie, come fanno i tedeschi, mentre noi scapoli e zitelle saltelliamo a coppie fuori!" gridò Laurie, passeggiando lungo il sentiero con Amy, con uno spirito e un'abilità così contagiosi che tutti gli altri seguirono il loro esempio senza un mormorio. Mr. e Mrs. March, zia e zio Carrol, iniziarono; altri si unirono rapidamente; persino Sallie Moffat, dopo un momento di esitazione, gettò lo strascico sul braccio e trascinò Ned nel cerchio. Ma lo scherzo supremo fu Mr. Laurence e zia March; poiché quando lo statuario vecchio gentiluomo fece un passo di danza solennemente verso la vecchia signora, lei si infilò semplicemente il bastone sotto il braccio e saltellò vivacemente via per unirsi alle mani con gli altri, e danzare intorno alla coppia nuziale, mentre i giovani pervadendo il giardino, come farfalle in un giorno di mezza estate.
La mancanza di fiato pose fine al ballo improvvisato, e poi le persone iniziarono ad andare via.
"Ti auguro ogni bene, mia cara, ti auguro di cuore ogni bene; ma penso che te ne pentirai," disse zia March a Meg, aggiungendo allo sposo, mentre la conduceva alla carrozza: "Hai un tesoro, giovanotto, vedi di meritarlo."
"Quello è il matrimonio più carino a cui sono stata da un'eternità, Ned, e non vedo perché, perché non c'era un briciolo di stile," osservò Mrs. Moffat a suo marito, mentre se ne andavano.
"Laurie, ragazzo mio, se mai vorrai indulgere in questo genere di cose, prendi una di quelle ragazzine per aiutarti, e sarò perfettamente soddisfatto," disse Mr. Laurence, sistemandosi sulla sua poltrona per riposare, dopo l'eccitazione della mattina.
"Farò del mio meglio per gratificarla, signore," fu la risposta insolitamente doverosa di Laurie, mentre staccava con cura il fiore che Jo aveva messo nel suo occhiello.
La casetta non era lontana, e l'unico viaggio di nozze che Meg fece fu la tranquilla camminata con John, dalla vecchia casa alla nuova. Quando scese, sembrando una graziosa quacchera nel suo completo color tortora e il cappellino di paglia legato con il bianco, si riunirono tutti intorno a lei per dire "addio", teneramente come se fosse andata a fare il gran tour.
"Non sentite che sono separata da voi, Marmee cara, o che vi amo di meno per amare John così tanto," disse, aggrappandosi a sua madre, con gli occhi pieni, per un momento. "Verrò ogni giorno, papà, e mi aspetto di mantenere il mio vecchio posto in tutti i vostri cuori, anche se sono sposata. Beth starà con me molto spesso, e le altre ragazze faranno un salto di tanto in tanto per ridere delle mie lotte domestiche. Grazie a tutti per il mio felice giorno di nozze. Addio, addio!"
Stavano a guardarla, con volti pieni d'amore e di speranza e di tenero orgoglio, mentre si allontanava, appoggiata al braccio del marito, con le mani piene di fiori, e il sole di giugno che illuminava il suo viso felice, e così iniziò la vita coniugale di Meg.
XXVI.
TENTATIVI ARTISTICI.
Ci vuole molto tempo alle persone per imparare la differenza tra talento e genio, specialmente ai giovani uomini e donne ambiziosi. Amy stava imparando questa distinzione attraverso molte tribolazioni; poiché, scambiando l'entusiasmo per ispirazione, tentava ogni ramo dell'arte con audacia giovanile. Per molto tempo ci fu una pausa negli affari delle "torte di fango", e si dedicò al disegno più fine a penna e inchiostro, nel quale mostrò tanto gusto e abilità che il suo aggraziato lavoro manuale si dimostrò piacevole e redditizio. Ma gli occhi affaticati causarono presto che penna e inchiostro venissero messi da parte per un audace tentativo di schizzi a fuoco. Mentre durò questo attacco, la famiglia visse nel costante timore di un incendio; poiché l'odore di legno bruciato pervadeva la casa a tutte le ore; il fumo usciva dalla soffitta e dal capanno con allarmante frequenza, attizzatoi roventi giacevano in giro promiscuamente, e Hannah non andava mai a letto senza un secchio d'acqua e la campanella della cena alla porta, in caso di incendio. Il volto di Raffaello fu trovato audacemente eseguito sul lato inferiore della spianatoia, e Bacco sulla testa di una botte di birra; un cherubino che cantava adornava il coperchio del secchio dello zucchero, e i tentativi di ritrarre Romeo e Giulietta fornirono legna per accendere il fuoco per un po' di tempo.
Dal fuoco all'olio il passaggio fu naturale per le dita bruciacchiate, e Amy si mise a dipingere con ardore immutato. Un amico artista la equipaggiò con le sue tavolozze, pennelli e colori di scarto; e lei si diede a imbrattare, producendo vedute pastorali e marine quali non si erano mai viste né in terra né in mare. Le sue mostruosità in fatto di bestiame avrebbero vinto premi a una fiera agricola; e il pericoloso rollio delle sue imbarcazioni avrebbe provocato il mal di mare al più nautico degli osservatori, se la totale noncuranza per tutte le regole note di costruzione navale e manovra non lo avesse fatto contorcere dalle risate al primo sguardo. Ragazzi bruni e Madonne dagli occhi scuri, che ti fissavano da un angolo dello studio, suggerivano Murillo; ombre bruno-oleose di volti, con una striscia livida nel posto sbagliato, significavano Rembrandt; signore prosperose e infanti idropici, Rubens; e Turner appariva in tempeste di tuoni azzurri, fulmini arancioni, pioggia bruna e nuvole color porpora, con una macchia color pomodoro nel mezzo, che poteva essere il sole o una boa, la camicia di un marinaio o la veste di un re, a piacere dello spettatore.
Seguirono i ritratti a carboncino; e l'intera famiglia rimase appesa in fila, dall'aspetto selvaggio e fuligginoso come se fosse appena stata evocata da un deposito di carbone. Ammorbiditi in schizzi a pastello, vennero meglio; poiché le somiglianze erano buone, e i capelli di Amy, il naso di Jo, la bocca di Meg e gli occhi di Laurie furono definiti "meravigliosamente belli". Seguì un ritorno all'argilla e al gesso, e calchi spettrali delle sue conoscenze infestavano gli angoli della casa, o cadevano dagli scaffali degli armadi sulle teste delle persone. I bambini venivano adescati come modelli, finché i loro resoconti incoerenti sui suoi atti misteriosi fecero sì che la signorina Amy fosse considerata alla stregua di una giovane orchessa. I suoi sforzi in questo campo, tuttavia, furono bruscamente interrotti da uno sfortunato incidente, che ne spense l'ardore. Venendole a mancare per un certo periodo altri modelli, si cimentò nel calco del proprio bel piede, e la famiglia fu un giorno allarmata da un fracasso e da grida ultraterrene, e correndo in soccorso, trovarono la giovane entusiasta saltellare selvaggiamente per il capanno, con il piede intrappolato in una bacinella piena di gesso, che si era indurito con inaspettata rapidità. Con molta difficoltà e un certo pericolo fu estratta; poiché Jo era così sopraffatta dalle risate mentre scavava, che il suo coltello andò troppo a fondo, tagliò il povero piede e lasciò un ricordo duraturo di almeno un tentativo artistico.
Dopo questo Amy si calmò, finché una mania per gli schizzi dal vero la portò a frequentare fiumi, campi e boschi, in cerca di studi pittoreschi, sospirando per rovine da copiare. Si buscò infiniti raffreddori stando seduta sull'erba umida per annotare "un pezzetto delizioso", composto da un sasso, un ceppo, un fungo e un gambo spezzato di verbasco, o "una celeste massa di nuvole", che una volta finita sembrava una scelta esposizione di piumini. Sacrificò la propria carnagione fluttuando sul fiume sotto il sole di mezza estate, per studiare luci e ombre, e si ritrovò una ruga sopra il naso, nel tentativo di cercare "punti di vista", o qualunque cosa sia quel giochino di stringere gli occhi e tendere fili.
Se "il genio è eterna pazienza", come afferma Michelangelo, Amy aveva certamente diritto a quell'attributo divino, poiché perseverò nonostante tutti gli ostacoli, i fallimenti e gli scoraggiamenti, credendo fermamente che col tempo avrebbe fatto qualcosa degno di essere chiamato "alta arte".
Nel frattempo stava imparando, facendo e godendo di altre cose, poiché aveva deciso di diventare una donna attraente e realizzata, anche se non fosse mai diventata una grande artista. Qui ebbe maggior successo; poiché era uno di quegli esseri felicemente creati che piacciono senza sforzo, si fanno amici ovunque e prendono la vita con tale grazia e facilità che le anime meno fortunate sono tentate di credere che siano nate sotto una stella fortunata. Piaceva a tutti, perché tra i suoi buoni doni c'era il tatto. Aveva un senso istintivo di ciò che era piacevole e appropriato, diceva sempre la cosa giusta alla persona giusta, faceva esattamente ciò che si addiceva al tempo e al luogo, ed era così padrona di sé che le sue sorelle erano solite dire: "Se Amy andasse a corte senza alcuna prova preliminare, saprebbe esattamente cosa fare".
Una delle sue debolezze era il desiderio di frequentare la "nostra migliore società", senza essere del tutto sicura di cosa fosse veramente il meglio. Denaro, posizione, doti alla moda e modi eleganti erano cose assai desiderabili ai suoi occhi, e le piaceva associarsi con chi li possedeva, scambiando spesso il falso per il vero e ammirando ciò che non era ammirabile. Senza mai dimenticare di essere una gentildonna per nascita, coltivava i suoi gusti e sentimenti aristocratici, così che quando si fosse presentata l'occasione potesse essere pronta a prendere il posto dal quale la povertà ora la escludeva.
"La mia signora", come la chiamavano le sue amiche, desiderava sinceramente essere una vera signora, e lo era nel cuore, ma doveva ancora imparare che il denaro non può comprare la raffinatezza dell'animo, che il rango non conferisce sempre nobiltà e che la vera educazione si fa sentire nonostante gli svantaggi esteriori.
"Voglio chiederti un favore, mamma", disse Amy, entrando con aria importante, un giorno.
"Bene, ragazzina, di che si tratta?", rispose la madre, ai cui occhi la maestosa giovane rimaneva ancora "la bambina".
"Il nostro corso di disegno finisce la prossima settimana, e prima che le ragazze si separino per l'estate, voglio invitarle qui per una giornata. Muoiono dalla voglia di vedere il fiume, schizzare il ponte rotto e copiare alcune delle cose che ammirano nel mio album. Sono state molto gentili con me in molti modi, e ne sono grata, perché sono tutte ricche e sanno che io sono povera, eppure non hanno mai fatto alcuna differenza".
"Perché dovrebbero?", e la signora March pose la domanda con quella che le ragazze chiamavano la sua "aria da Maria Teresa".
"Sai bene quanto me che fa la differenza con quasi tutti, quindi non arruffarti, come una cara chioccia materna, quando i tuoi pulcini vengono beccati da uccelli più eleganti; il brutto anatroccolo si è rivelato un cigno, sai"; e Amy sorrise senza amarezza, poiché possedeva un carattere felice e uno spirito speranzoso.
La signora March rise e smorzò il proprio orgoglio materno mentre chiedeva:
"Bene, mio cigno, qual è il tuo piano?"
"Vorrei invitare le ragazze a pranzo la prossima settimana, portarle a fare un giro nei luoghi che vogliono vedere, una remata sul fiume, forse, e organizzare per loro una piccola festa artistica".
"Sembra fattibile. Cosa vuoi per pranzo? Torta, panini, frutta e caffè saranno tutto ciò che serve, immagino?"
"Oh cielo, no! Dobbiamo avere lingua fredda e pollo, cioccolata francese e gelato, oltre a tutto ciò. Le ragazze sono abituate a queste cose, e voglio che il mio pranzo sia appropriato ed elegante, anche se lavoro per vivere".
"Quante giovani signore ci sono?", chiese la madre, iniziando a sembrare seria.
"Dodici o quattordici nel corso, ma oso dire che non verranno tutte".
"Dio mi aiuti, bambina, dovrai noleggiare un omnibus per portarle in giro".
"Perché, mamma, come puoi pensare una cosa simile? Probabilmente non ne verranno più di sei o otto, quindi noleggerò un carro da spiaggia e prenderò in prestito il cherry-bounce del signor Laurence". (La pronuncia di Hannah per char-à-banc.)
"Tutto questo sarà costoso, Amy".
"Non molto; ho calcolato il costo e pagherò io stessa".
"Non pensi, cara, che poiché queste ragazze sono abituate a tali cose, e il meglio che possiamo fare non sarà nulla di nuovo, che un piano più semplice sarebbe più piacevole per loro, come cambiamento, se non altro, e molto meglio per noi che comprare o prendere in prestito ciò di cui non abbiamo bisogno, e tentare uno stile non in linea con le nostre circostanze?"
"Se non posso averlo come dico io, non mi importa di averlo affatto. So che posso realizzarlo perfettamente bene, se tu e le ragazze darete una mano; e non vedo perché non possa se sono disposta a pagarlo", disse Amy, con la decisione che l'opposizione tendeva a trasformare in ostinazione.
La signora March sapeva che l'esperienza era un'ottima insegnante, e quando possibile lasciava che i suoi figli imparassero da soli le lezioni che avrebbe volentieri reso più facili, se non avessero detestato accettare consigli tanto quanto il sale e la senna.
"Va bene, Amy; se ci tieni tanto, e vedi di riuscirci senza troppe spese di denaro, tempo e umore, non dirò altro. Parlane con le ragazze, e qualunque decisione prenderete, farò del mio meglio per aiutarvi".
"Grazie, mamma; sei sempre così gentile"; e Amy se ne andò a esporre il suo piano alle sorelle.
Meg acconsentì subito e promise il suo aiuto, offrendo volentieri tutto ciò che possedeva, dalla sua casetta stessa ai suoi cucchiaini da sale migliori. Ma Jo corrugò la fronte sull'intero progetto e all'inizio non ne volle sapere nulla.
"Perché al mondo dovresti spendere i tuoi soldi, preoccupare la tua famiglia e mettere la casa sottosopra per un mucchio di ragazze a cui non importi un fico secco? Pensavo che avessi troppo orgoglio e buonsenso per sottometterti a una qualunque donna mortale solo perché indossa stivali francesi e viaggia in coupé", disse Jo, che, essendo stata chiamata dal culmine tragico del suo romanzo, non era dell'umore migliore per imprese sociali.
"Non mi sottometto, e odio essere trattata con condiscendenza tanto quanto te!", ribatté Amy indignata, poiché le due litigavano ancora quando sorgevano tali questioni. "Alle ragazze importo, e loro a me, e c'è molta gentilezza, buonsenso e talento tra loro, nonostante quella che tu chiami sciocchezza alla moda. A te non importa farti piacere dalla gente, frequentare la buona società e coltivare i tuoi modi e gusti. A me sì, e intendo sfruttare al massimo ogni occasione che si presenta. Puoi attraversare il mondo con i gomiti fuori e il naso all'insù, e chiamarla indipendenza, se ti piace. Non è il mio modo".
Quando Amy affilava la lingua e diceva la sua, di solito aveva la meglio, poiché raramente mancava di avere il buonsenso dalla sua parte, mentre Jo portava il suo amore per la libertà e l'odio per le convenzioni a un limite tale che finiva naturalmente per essere sconfitta in una discussione. La definizione di Amy dell'idea di indipendenza di Jo fu un colpo così ben assestato che entrambe scoppiarono a ridere, e la discussione prese una piega più amichevole. Molto controvoglia, Jo alla fine acconsentì a sacrificare una giornata alla signora Grundy e ad aiutare la sorella in quello che considerava "un affare senza senso".
Gli inviti furono inviati, quasi tutti accettati, e il lunedì seguente fu destinato al grande evento. Hannah era di malumore perché il suo lavoro settimanale era sconvolto, e profetizzava che "se il bucato e la stiratura non fossero stati fatti regolarmente, nulla sarebbe andato bene da nessuna parte". Questo intoppo nella molla principale del meccanismo domestico ebbe un cattivo effetto sull'intera faccenda; ma il motto di Amy era "Nil desperandum", e avendo deciso cosa fare, procedette a farlo nonostante tutti gli ostacoli. Per cominciare, la cucina di Hannah non andò bene: il pollo era duro, la lingua troppo salata e la cioccolata non voleva montare correttamente. Poi la torta e il ghiaccio costarono più di quanto Amy si aspettasse, così come il carro; e varie altre spese, che sembravano trascurabili all'inizio, si sommarono in modo piuttosto allarmante in seguito. Beth prese il raffreddore e si mise a letto, Meg ebbe un numero insolito di visitatori che la trattennero a casa, e Jo era in uno stato d'animo così diviso che le sue rotture, incidenti ed errori furono insolitamente numerosi, gravi e snervanti.
"Se non fosse stato per la mamma, non ce l'avrei mai fatta", come dichiarò Amy in seguito, ricordandolo con gratitudine quando "lo scherzo migliore della stagione" fu completamente dimenticato da tutti gli altri.
Se non fosse stato bel tempo lunedì, le giovani signore sarebbero venute martedì - un accordo che esasperò Jo e Hannah al massimo grado. Lunedì mattina il tempo era in quello stato indeciso che è più esasperante di un acquazzone costante. Piovigginava un po', splendeva un po', soffiava un po', e non si decideva finché non era troppo tardi perché chiunque altro potesse decidere il da farsi. Amy era in piedi all'alba, a far uscire la gente dai letti e a far fare colazione, affinché la casa potesse essere messa in ordine. Il salotto le parve insolitamente trasandato; ma senza fermarsi a sospirare per ciò che non aveva, trasse abilmente il meglio da ciò che aveva, sistemando sedie sopra le parti consumate del tappeto, coprendo le macchie sui muri con quadri incorniciati nell'edera e riempiendo gli angoli vuoti con statue fatte in casa, che davano un'aria artistica alla stanza, così come i graziosi vasi di fiori che Jo sparse in giro.
Il pranzo sembrava incantevole; e mentre lo scrutava, sperava sinceramente che avesse un buon sapore e che il vetro, la porcellana e l'argento presi in prestito tornassero a casa sani e salvi. Le carrozze erano promesse, Meg e la mamma erano tutte pronte a fare gli onori di casa, Beth era in grado di aiutare Hannah dietro le quinte, Jo si era impegnata a essere vivace e amabile quanto una mente assente, una testa dolorante e una disapprovazione molto decisa verso chiunque e qualunque cosa le avrebbero permesso, e, mentre si vestiva stancamente, Amy si rincuorava con le anticipazioni del momento felice in cui, finito il pranzo, sarebbe partita con le sue amiche per un pomeriggio di delizie artistiche; poiché il "cherry-bounce" e il ponte rotto erano i suoi punti di forza.
Poi vennero due ore di suspense, durante le quali vibrò dal salotto al portico, mentre l'opinione pubblica variava come la banderuola. Un forte scroscio di pioggia alle undici aveva evidentemente spento l'entusiasmo delle giovani signore che dovevano arrivare alle dodici, poiché non arrivò nessuno; e alle due la famiglia esausta si sedette in un tripudio di sole a consumare le parti deperibili della festa, affinché nulla andasse perduto.
"Nessun dubbio sul tempo oggi; verranno sicuramente, quindi dobbiamo volare in giro ed essere pronte per loro", disse Amy, mentre il sole la svegliava la mattina dopo. Parlava con vivacità, ma nel suo intimo desiderava non aver detto nulla riguardo a martedì, poiché il suo interesse, come la sua torta, stava diventando un po' stantio.
"Non riesco a trovare aragoste, quindi dovrai fare a meno dell'insalata oggi", disse il signor March, entrando mezz'ora dopo, con un'espressione di placida disperazione.
"Usa il pollo, allora; la durezza non importerà in un'insalata", consigliò sua moglie.
"Hannah lo ha lasciato sul tavolo della cucina per un minuto, e i gattini ci hanno messo le zampe. Mi dispiace molto, Amy", aggiunse Beth, che era ancora una protettrice dei gatti.
"Allora devo avere un'aragosta, perché la lingua da sola non basta", disse Amy con decisione.
"Devo correre in città a prenderne una?", chiese Jo, con la magnanimità di una martire.
"La porteresti a casa sotto il braccio, senza carta, solo per mettermi alla prova. Ci vado io", rispose Amy, il cui umore stava iniziando a vacillare.
Avvolta in un velo spesso e armata di un cestino da viaggio signorile, partì, sentendo che un giro in carrozza rinfrescante avrebbe calmato il suo spirito turbato e l'avrebbe preparata alle fatiche della giornata. Dopo qualche ritardo, l'oggetto del suo desiderio fu procurato, insieme a una bottiglia di condimento, per evitare ulteriori perdite di tempo a casa, e ripartì, ben soddisfatta della propria previdenza.
Poiché l'omnibus conteneva solo un altro passeggero, una vecchia signora assonnata, Amy mise in tasca il velo e ingannò la noia del viaggio cercando di capire dove fossero finiti tutti i suoi soldi. Era così occupata con il suo cartoncino pieno di cifre riottose che non notò un nuovo arrivato, che entrò senza fermare il veicolo, finché una voce maschile disse: "Buongiorno, signorina March", e, alzando lo sguardo, scorse uno dei più eleganti amici di college di Laurie. Sperando fervidamente che lui scendesse prima di lei, Amy ignorò completamente il cestino ai suoi piedi e, congratulandosi con se stessa per aver indossato il suo nuovo abito da viaggio, ricambiò il saluto del giovane con la sua solita soavità e spirito.
Andarono d'accordo eccellentemente; poiché la preoccupazione principale di Amy fu presto placata apprendendo che il gentiluomo sarebbe sceso per primo, e lei stava chiacchierando con un tono particolarmente elevato, quando la vecchia signora scese. Inciampando verso la porta, rovesciò il cestino, e--oh, orrore!--l'aragosta, in tutta la sua volgare grandezza e brillantezza, fu rivelata agli occhi altolocati di un Tudor.
"Per Giove, ha dimenticato la sua cena!", esclamò l'inconsapevole giovane, spingendo il mostro scarlatto al suo posto con il bastone, e preparandosi a porgere il cestino dopo la vecchia signora.
"Per favore non farlo--è--è mio", mormorò Amy, con un viso quasi rosso quanto il suo pesce.
"Oh, davvero, chiedo perdono; è un esemplare insolitamente bello, non è vero?", disse Tudor, con grande presenza di spirito e un'aria di sobrio interesse che rendeva giustizia alla sua educazione.
Amy si riprese in un soffio, pose coraggiosamente il cestino sul sedile e disse, ridendo:
"Non vorresti assaggiare un po' dell'insalata che deve farne, e vedere le affascinanti giovani signore che devono mangiarla?"
Ora, questo era tatto, poiché due delle debolezze dominanti della mente maschile erano state toccate: l'aragosta fu immediatamente circondata da un'aura di piacevoli reminiscenze, e la curiosità riguardo alle "affascinanti giovani signore" distolse la sua mente dal comico contrattempo.
"Suppongo che riderà e scherzerà sopra la cosa con Laurie, ma io non li vedrò; questa è una consolazione", pensò Amy, mentre Tudor faceva un inchino e se ne andava.
Non menzionò questo incontro a casa (sebbene scoprisse che, grazie al rovesciamento, il suo nuovo vestito era molto danneggiato dai rivoli di condimento che serpeggiavano lungo la gonna), ma portò a termine i preparativi che ora sembravano più fastidiosi di prima; e alle dodici tutto era di nuovo pronto. Sentendo che i vicini erano interessati ai suoi movimenti, desiderava cancellare il ricordo del fallimento di ieri con un grande successo oggi; così ordinò il "cherry-bounce" e partì in pompa magna per incontrare e scortare i suoi ospiti al banchetto.
"C'è il rombo, stanno arrivando! Andrò sul portico ad accoglierli; sembra ospitale, e voglio che la povera bambina si diverta dopo tutti i suoi guai", disse la signora March, facendo seguire l'azione alla parola. Ma dopo uno sguardo, si ritirò, con un'espressione indescrivibile, poiché, sedute e quasi perse nella grande carrozza, c'erano Amy e una sola giovane signora.
"Corri, Beth, e aiuta Hannah a togliere metà delle cose dalla tavola; sarebbe troppo assurdo mettere un pranzo per dodici davanti a una singola ragazza", gridò Jo, allontanandosi verso i piani inferiori, troppo eccitata per fermarsi anche solo per una risata.
Entrò Amy, abbastanza calma e deliziosamente cordiale con l'unica ospite che aveva mantenuto la promessa; il resto della famiglia, essendo incline al drammatico, recitò le proprie parti altrettanto bene, e la signorina Eliott li trovò un gruppo piuttosto ilare; poiché era impossibile controllare del tutto l'allegria che li possedeva. Consumato allegramente il pranzo rimaneggiato, visitati lo studio e il giardino, e discussa l'arte con entusiasmo, Amy ordinò un calesse (ahimè per l'elegante cherry-bounce!) e portò la sua amica tranquillamente in giro per il vicinato fino al tramonto, quando "la festa si concluse".
Mentre rientrava camminando, sembrando molto stanca, ma composta come sempre, osservò che ogni vestigia dello sfortunato banchetto era scomparsa, eccetto un sospetto increspamento agli angoli della bocca di Jo.
"Hai avuto un pomeriggio incantevole per il tuo giro, cara", disse la madre, con tanta deferenza come se fossero venute tutte e dodici.
"La signorina Eliott è una ragazza molto dolce, e sembrava divertirsi, mi è parso", osservò Beth, con insolito calore.
"Potresti risparmiarmi un po' della tua torta? Ne ho davvero bisogno, ho così tanti ospiti, e non riesco a fare cose deliziose come le tue", chiese Meg sobriamente.
"Prendila tutta; sono l'unica qui a cui piacciono le cose dolci, e ammuffirà prima che io riesca a smaltirla", rispose Amy, pensando con un sospiro alla generosa scorta che aveva accumulato per una fine come questa.
"È un peccato che Laurie non sia qui ad aiutarci", esordì Jo, mentre si sedevano per la seconda volta in due giorni a mangiare gelato e insalata.
Uno sguardo ammonitore di sua madre frenò ogni ulteriore osservazione, e l'intera famiglia mangiò in un silenzio eroico, finché il signor March non osservò con mitezza: "L'insalata era uno dei piatti preferiti dagli antichi, ed Evelyn..." qui un'esplosione generale di risate troncò la "storia delle insalate", con grande sorpresa del dotto gentiluomo.
"Metti tutto in un cestino e mandalo agli Hummel: ai tedeschi piacciono gli intrugli. Sono stufa di vedere questa roba; e non c'è motivo per cui dobbiate morire tutti di indigestione solo perché io ho fatto la sciocca", esclamò Amy, asciugandosi gli occhi.
"Pensavo di morire quando ho visto voi due ragazze ronzare là dentro, in quel coso, come due piccoli chicchi in un guscio di noce troppo grande, con la mamma che aspettava in pompa magna di ricevere la folla", sospirò Jo, sfinita dal ridere.
"Mi dispiace molto che tu sia rimasta delusa, cara, ma abbiamo fatto tutte del nostro meglio per accontentarti", disse la signora March, con un tono pieno di materno rincrescimento.
"Sono soddisfatta; ho fatto ciò che mi ero prefissata, e non è colpa mia se non è riuscito; mi consolo con questo", disse Amy, con un piccolo tremito nella voce. "Vi ringrazio tutte molto per avermi aiutata, e vi ringrazierò ancora di più se non ne farete cenno per almeno un mese."
Nessuno lo fece per parecchi mesi; ma la parola "fête" provocava sempre un sorriso generale, e il regalo di compleanno di Laurie per Amy fu un minuscolo aragosta di corallo a forma di ciondolo per la catena del suo orologio.
XXVII.
LEZIONI LETTERARIE.
La fortuna sorrise improvvisamente a Jo, facendole cadere un soldo fortunato sul cammino. Non proprio un soldo d'oro, ma dubito che mezzo milione avrebbe dato una felicità più autentica di quella piccola somma che le giunse in tal modo.
Ogni poche settimane si chiudeva in camera, indossava la sua tenuta da scrittura e "cadeva in un vortice", come diceva lei, scrivendo il suo romanzo con tutto il cuore e l'anima, poiché finché non fosse terminato non avrebbe trovato pace. La sua "tenuta da scrittura" consisteva in un grembiule di lana nera sul quale poteva pulire la penna a suo piacimento, e una cuffia dello stesso materiale, ornata da un allegro fiocco rosso, nella quale raggruppava i capelli quando si preparava all'azione. Questa cuffia era un faro per gli occhi curiosi della sua famiglia, che in quei periodi si teneva a distanza, limitandosi a fare capolino di tanto in tanto per chiedere con interesse: "Il genio brucia, Jo?". Non sempre osavano porre questa domanda, ma osservavano la cuffia e si regolavano di conseguenza. Se questo espressivo capo d'abbigliamento era tirato basso sulla fronte, era segno che il lavoro procedeva sodo; nei momenti di eccitazione veniva spinto in modo sbarazzino di lato; e quando la disperazione coglieva l'autrice, veniva strappato via del tutto e gettato sul pavimento. In quei momenti l'intruso si ritirava in silenzio; e finché il fiocco rosso non si vedeva di nuovo fieramente eretto sulla fronte dotata, nessuno osava rivolgersi a Jo.
Non si riteneva affatto un genio; ma quando l'ispirazione la coglieva, si abbandonava ad essa completamente e viveva una vita beata, ignara di bisogni, preoccupazioni o brutto tempo, mentre sedeva al sicuro e felice in un mondo immaginario, pieno di amici quasi tanto reali e cari quanto quelli in carne ed ossa. Il sonno abbandonava i suoi occhi, i pasti restavano intatti, il giorno e la notte erano troppo brevi per godere della felicità che la benediceva solo in quei momenti e rendeva quelle ore degne di essere vissute, anche se non portavano altro frutto. L'afflato divino durava di solito una o due settimane, poi lei emergeva dal suo "vortice", affamata, assonnata, irritabile o abbattuta.
Si stava appena riprendendo da uno di questi attacchi quando fu convinta ad accompagnare la signorina Crocker a una conferenza, e in cambio della sua virtù fu ricompensata con una nuova idea. Si trattava di un corso popolare, la conferenza sulle piramidi, e Jo si meravigliò alquanto della scelta di un tale argomento per un tale pubblico, ma diede per scontato che qualche grande male sociale sarebbe stato rimediato o qualche grande bisogno soddisfatto svelando le glorie dei Faraoni a un uditorio i cui pensieri erano occupati dal prezzo del carbone e della farina, e le cui vite erano spese a cercare di risolvere indovinelli più difficili di quello della Sfinge.
Arrivarono in anticipo; e mentre la signorina Crocker rifaceva il tallone della sua calza, Jo si divertì a esaminare i volti delle persone che occupavano il posto con loro. Alla sua sinistra c'erano due matrone, con fronti massicce e cappellini abbinati, che discutevano dei diritti delle donne e facevano merletti. Più in là sedeva una coppia di umili innamorati, che si tenevano ingenuamente per mano, una zitella cupa che mangiava caramelle alla menta da un sacchetto di carta, e un vecchio gentiluomo che faceva il suo sonnellino preparatorio dietro un fazzoletto giallo. Alla sua destra, il suo unico vicino era un ragazzo dall'aria studiosa, assorto in un giornale.
Era un foglio illustrato, e Jo esaminò l'opera d'arte più vicina a lei, chiedendosi oziosamente quale concatenazione fortuita di circostanze richiedesse l'illustrazione melodrammatica di un indiano in costume da guerra, che precipitava da un dirupo con un lupo alla gola, mentre due giovani infuriati, dai piedi innaturalmente piccoli e grandi occhi, si pugnalavano l'un l'altro lì vicino, e una donna spettinata fuggiva sullo sfondo a bocca spalancata. Fermandosi a voltare pagina, il ragazzo la vide guardare e, con giovanile bonarietà, le offrì metà del suo giornale, dicendo schiettamente: "Vuoi leggerlo? È una storia di prima classe".
Jo accettò con un sorriso, poiché non aveva mai perso il suo debole per i ragazzi, e presto si ritrovò coinvolta nel solito labirinto di amore, mistero e omicidio, poiché la storia apparteneva a quella classe di letteratura leggera in cui le passioni si prendono una vacanza, e quando l'invenzione dell'autore fallisce, una grande catastrofe libera la scena da metà dei personaggi, lasciando l'altra metà a esultare per la loro rovina.
"È fantastica, vero?" chiese il ragazzo, mentre lei scorreva l'ultimo paragrafo della sua parte.
"Penso che io e te potremmo fare altrettanto se ci provassimo", rispose Jo, divertita dalla sua ammirazione per quella robaccia.
"Credo che sarei un tipo piuttosto fortunato se potessi. Dicono che si guadagni bene con storie del genere", e indicò il nome della signora S. L. A. N. G. Northbury, sotto il titolo del racconto.
"La conosci?" chiese Jo, con improvviso interesse.
"No; ma leggo tutti i suoi pezzi, e conosco un tizio che lavora nell'ufficio dove viene stampato questo giornale."
"Dici che guadagna bene con storie come questa?" e Jo guardò con maggiore rispetto il gruppo agitato e i punti esclamativi fittamente disseminati che adornavano la pagina.
"Scommetto di sì! Sa esattamente cosa piace alla gente e viene pagata bene per scriverlo."
Qui iniziò la conferenza, ma Jo ne ascoltò ben poco, perché mentre il professor Sands parlava a vanvera di Belzoni, Cheope, scarabei e geroglifici, lei prendeva di nascosto l'indirizzo del giornale e prendeva coraggiosamente la decisione di tentare di vincere il premio di cento dollari offerto nelle sue colonne per una storia sensazionalistica. Quando la conferenza terminò e il pubblico si svegliò, lei aveva già costruito una splendida fortuna per sé (non la prima fondata sulla carta), ed era già immersa nell'elaborazione della sua storia, incapace di decidere se il duello dovesse avvenire prima della fuga d'amore o dopo l'omicidio.
Non disse nulla del suo piano a casa, ma si mise al lavoro il giorno successivo, con grande inquietudine di sua madre, che appariva sempre un po' ansiosa quando il "genio prendeva a bruciare". Jo non aveva mai provato questo stile prima, accontentandosi di romanzi molto blandi per lo "Spread Eagle". La sua esperienza teatrale e le sue letture eterogenee le furono utili ora, perché le diedero un'idea dell'effetto drammatico e le fornirono trama, linguaggio e costumi. La sua storia era così piena di disperazione e angoscia quanto la sua limitata conoscenza di quelle emozioni scomode le permetteva di renderla e, avendola ambientata a Lisbona, concluse con un terremoto, come una dénouement sorprendente e appropriata. Il manoscritto fu spedito privatamente, accompagnato da una nota che diceva modestamente che, se il racconto non avesse ottenuto il premio, cosa che l'autrice osava a malapena sperare, sarebbe stata molto lieta di ricevere qualsiasi somma fosse considerata adeguata.
Sei settimane sono un lungo periodo da attendere, e ancora di più per una ragazza per mantenere un segreto; ma Jo fece entrambe le cose, e stava proprio iniziando a perdere ogni speranza di rivedere il suo manoscritto, quando arrivò una lettera che le tolse quasi il fiato; poiché, aprendola, un assegno di cento dollari le cadde in grembo. Per un minuto lo fissò come se fosse stato un serpente, poi lesse la lettera e iniziò a piangere. Se l'amabile gentiluomo che aveva scritto quella cortese nota avesse saputo quale intensa felicità stava dando a una sua simile, penso che avrebbe dedicato le sue ore libere, se ne avesse, a quel passatempo; poiché Jo apprezzava la lettera più del denaro, perché era incoraggiante; e dopo anni di sforzi era così piacevole scoprire di aver imparato a fare qualcosa, anche se si trattava solo di scrivere una storia sensazionalistica.
Non si vide quasi mai una giovane donna più orgogliosa di lei quando, essendosi ricomposta, elettrizzò la famiglia apparendo davanti a loro con la lettera in una mano e l'assegno nell'altra, annunciando di aver vinto il premio. Naturalmente ci fu un grande giubileo, e quando la storia arrivò, tutti la lessero e la lodarono; sebbene, dopo che suo padre le ebbe detto che il linguaggio era buono, il romanticismo fresco e sincero e la tragedia piuttosto avvincente, scosse la testa e disse, nel suo modo ultraterreno:
"Puoi fare di meglio di questo, Jo. Mira al massimo e non badare al denaro."
"Penso che il denaro sia la parte migliore. Cosa farai con una tale fortuna?" chiese Amy, guardando il magico pezzo di carta con occhio reverenziale.
"Manderò Beth e la mamma al mare per un mese o due", rispose Jo prontamente.
"Oh, che splendore! No, non posso farlo, cara, sarebbe così egoista", esclamò Beth, che aveva battuto le sue mani sottili e fatto un lungo respiro, come se desiderasse le fresche brezze oceaniche; poi si fermò e scacciò l'assegno che sua sorella agitava davanti a lei.
"Ah, ma ci andrai, mi sono messa in testa di farlo; è per questo che ho tentato, ed è per questo che sono riuscita. Non ottengo mai nulla quando penso solo a me stessa, quindi mi aiuterà lavorare per te, capisci? Inoltre, Marmee ha bisogno di cambiare aria, e non ti lascerà, quindi devi andare. Non sarà divertente vederti tornare di nuovo paffuta e rosea? Evviva la dottoressa Jo, che cura sempre i suoi pazienti!"
Al mare andarono, dopo molte discussioni; e sebbene Beth non tornò paffuta e rosea come si sarebbe potuto desiderare, stava molto meglio, mentre la signora March dichiarò di sentirsi ringiovanita di dieci anni; così Jo fu soddisfatta dell'investimento del suo premio in denaro e si mise al lavoro con spirito allegro, determinata a guadagnare altri di quegli assegni deliziosi. Ne guadagnò parecchi quell'anno e iniziò a sentirsi una potenza in casa; poiché, per la magia di una penna, la sua "spazzatura" si trasformava in comfort per tutti loro. "La figlia del Duca" pagò il conto del macellaio, "Una mano fantasma" comprò un tappeto nuovo, e la "Maledizione dei Coventry" si rivelò una benedizione per i March in fatto di generi alimentari e vestiti.
La ricchezza è certamente una cosa desiderabile, ma la povertà ha il suo lato soleggiato, e uno dei dolci usi dell'avversità è la soddisfazione genuina che deriva dal lavoro sincero della testa o della mano; e all'ispirazione della necessità dobbiamo metà delle benedizioni sagge, belle e utili del mondo. Jo godette di un assaggio di questa soddisfazione e smise di invidiare le ragazze più ricche, trovando grande conforto nella consapevolezza di poter soddisfare i propri bisogni senza dover chiedere un soldo a nessuno.
Non fu data molta importanza alle sue storie, ma trovarono un mercato; e, incoraggiata da questo fatto, decise di fare un colpo audace per la fama e la fortuna. Dopo aver copiato il suo romanzo per la quarta volta, averlo letto a tutti i suoi amici fidati e averlo sottoposto con timore e tremore a tre editori, alla fine lo vendette, a condizione che lo riducesse di un terzo e omettesse tutte le parti che ammirava particolarmente.
"Ora devo o rimetterlo nella mia cucina di latta a marcire, pagare io stessa per stamparlo, o farlo a pezzi per soddisfare gli acquirenti e ottenere quel che posso. La fama è una cosa molto bella da avere in casa, ma il denaro contante è più conveniente; quindi desidero conoscere l'opinione dell'assemblea su questo importante argomento", disse Jo, convocando un consiglio di famiglia.
"Non rovinare il tuo libro, ragazza mia, perché c'è dentro più di quanto tu sappia, e l'idea è ben sviluppata. Lascialo riposare e maturare", fu il consiglio di suo padre; e lui praticava ciò che predicava, avendo aspettato pazientemente trent'anni che i suoi frutti maturassero, e non avendo fretta di raccoglierli, nemmeno ora, quando erano dolci e maturi.
"Mi sembra che Jo trarrà più profitto dal fare il tentativo che dall'aspettare", disse la signora March. "La critica è la prova migliore di un tale lavoro, perché le mostrerà sia meriti inaspettati che difetti, e l'aiuterà a fare meglio la prossima volta. Noi siamo troppo parziali; ma le lodi e i rimproveri degli estranei si riveleranno utili, anche se dovesse ottenere poco denaro."
"Sì", disse Jo, aggrottando la fronte, "è proprio così; mi tormento con questa cosa da così tanto tempo che non so davvero se sia buona, cattiva o indifferente. Sarà di grande aiuto che persone fredde e imparziali ci diano un'occhiata e mi dicano cosa ne pensano."
"Non ne tralascerei una parola; lo rovineresti se lo facessi, perché l'interesse della storia è più nelle menti che nelle azioni delle persone, e sarà tutto un pasticcio se non spieghi man mano", disse Meg, che credeva fermamente che quel libro fosse il romanzo più straordinario mai scritto.
"Ma il signor Allen dice: 'Tralascia le spiegazioni, rendilo breve e drammatico, e lascia che siano i personaggi a raccontare la storia'", interruppe Jo, rivolgendosi alla nota dell'editore.
"Fai come ti dice; lui sa cosa si può vendere, noi no. Fai un buon libro popolare e ottieni quanto più denaro puoi. Più avanti, quando ti sarai fatta un nome, potrai permetterti di divagare e inserire personaggi filosofici e metafisici nei tuoi romanzi", disse Amy, che aveva una visione strettamente pratica della materia.
"Bene", disse Jo ridendo, "se i miei personaggi sono 'filosofici e metafisici', non è colpa mia, perché non so nulla di queste cose, tranne quello che sento dire da papà, a volte. Se ho mescolato alcune delle sue sagge idee con il mio romanzo, tanto meglio per me. Ora, Beth, tu che ne dici?"
"Mi piacerebbe tanto vederlo stampato presto", fu tutto ciò che disse Beth, e sorrise nel dirlo; ma c'era un'enfasi inconscia sull'ultima parola e uno sguardo malinconico negli occhi che non avevano mai perso la loro candida ingenuità infantile, il che raggelò il cuore di Jo, per un minuto, con un timore premonitore, e la decise a tentare la sua piccola impresa "presto".
Così, con fermezza spartana, la giovane autrice posò il suo primogenito sul tavolo e lo fece a pezzi spietatamente come un orco. Nella speranza di accontentare tutti, seguì il consiglio di tutti; e, come il vecchio col suo asino nella favola, non accontentò nessuno.
A suo padre piacque il tratto metafisico che vi era entrato inconsciamente; quindi fu lasciato, anche se lei nutriva dei dubbi al riguardo. Sua madre pensava che ci fosse un tantino troppa descrizione; quindi, quasi tutto venne tolto, e con esso molti collegamenti necessari nella storia. Meg ammirava la tragedia; così Jo accumulò l'agonia per accontentarla, mentre Amy si oppose al divertimento e, con le migliori intenzioni del mondo, Jo spense le scene vivaci che sollevavano il carattere cupo della storia. Poi, per completare la rovina, la ridusse di un terzo e, fiduciosa, spedì il povero piccolo romanzo, come un pettirosso spennato, nel grande e frenetico mondo, per tentare la sorte.
Bene, fu stampato e ottenne trecento dollari; oltre a molte lodi e rimproveri, entrambi così superiori a quanto si aspettasse da trovarsi in uno stato di sconcerto dal quale le ci volle un po' per riprendersi.
"Hai detto, mamma, che la critica mi avrebbe aiutata; ma come può, quando è così contraddittoria che non so se ho scritto un libro promettente o infranto tutti i dieci comandamenti?" esclamò la povera Jo, sfogliando un mucchio di recensioni, la cui lettura la riempiva di orgoglio e gioia un minuto, e di rabbia e profonda costernazione quello successivo. "Quest'uomo dice: 'Un libro squisito, pieno di verità, bellezza e sincerità; tutto è dolce, puro e sano'", continuò l'autrice perplessa. "Il prossimo: 'La teoria del libro è pessima, piena di fantasie morbose, idee spiritualistiche e personaggi innaturali'. Ora, poiché non avevo alcuna teoria di alcun tipo, non credo nello spiritualismo e ho copiato i miei personaggi dalla vita reale, non vedo come questo critico possa avere ragione. Un altro dice: 'È uno dei migliori romanzi americani apparsi negli ultimi anni' (ne so meglio di così); e il successivo afferma che 'sebbene sia originale e scritto con grande forza e sentimento, è un libro pericoloso'. Non lo è! Alcuni lo prendono in giro, alcuni lo lodano eccessivamente, e quasi tutti insistono sul fatto che avessi una teoria profonda da esporre, quando l'ho scritto solo per il piacere e il denaro. Vorrei averlo stampato tutto o non averlo stampato affatto, perché odio essere così giudicata male."
La sua famiglia e i suoi amici le offrirono conforto e lodi generosamente; tuttavia fu un periodo difficile per la sensibile e focosa Jo, che aveva buone intenzioni e aveva apparentemente fatto così male. Ma le fece bene, perché coloro la cui opinione aveva un valore reale le offrirono la critica che è la migliore educazione di un autore; e quando il primo dolore fu passato, poté ridere del suo povero piccolo libro, pur credendoci ancora, e sentirsi più saggia e forte per le batoste che aveva ricevuto.
"Non essendo un genio, come Keats, non mi ucciderà", disse risoluta; "e ho la battuta dalla mia parte, dopotutto; poiché le parti che sono state prese direttamente dalla vita reale vengono denunciate come impossibili e assurde, e le scene che ho inventato con la mia stupida testa vengono definite 'incantevolmente naturali, tenere e vere'. Quindi mi consolerò con questo; e quando sarò pronta, mi rialzerò e ne prenderò un'altra."
XXVIII.
ESPERIENZE DOMESTICHE.
Come la maggior parte delle giovani spose, Meg iniziò la sua vita matrimoniale con la determinazione di essere una casalinga modello. John avrebbe dovuto trovare la casa un paradiso; avrebbe dovuto vedere sempre un volto sorridente, mangiare sontuosamente ogni giorno e non conoscere mai la perdita di un bottone. Portò così tanto amore, energia e allegria nel lavoro che non poté che avere successo, nonostante alcuni ostacoli. Il suo paradiso non fu tranquillo; perché la donnina si agitava, era troppo ansiosa di compiacere e si affaccendava come una vera Marta, gravata da molte cure. A volte era troppo stanca persino per sorridere; John divenne dispeptico dopo un ciclo di piatti prelibati e chiese ingratamente cibi semplici. Quanto ai bottoni, imparò presto a chiedersi dove finissero, a scuotere la testa per la sbadataggine degli uomini e a minacciare di farglieli cucire da solo, per vedere poi se il suo lavoro avrebbe resistito meglio del suo a strattoni impazienti e dita maldestre.
Erano molto felici, anche dopo aver scoperto che non si poteva vivere di solo amore. John non trovò la bellezza di Meg diminuita, sebbene lei gli sorridesse da dietro la familiare caffettiera; né a Meg mancò il romanticismo del saluto quotidiano, quando il marito faceva seguire al bacio l'affettuosa domanda: "Vuoi che mandi a casa vitello o montone per cena, cara?". La casetta smise di essere un pergolato glorificato, ma divenne una casa, e la giovane coppia sentì presto che era stato un cambiamento in meglio. All'inizio giocavano a fare i padroni di casa e ci scherzavano su come bambini; poi John si dedicò seriamente agli affari, sentendo sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia; e Meg mise da parte le vestaglie di batista, indossò un grande grembiule e si mise al lavoro, come già detto, con più energia che giudizio.
Mentre durò la mania della cucina, passò in rassegna il Ricettario della signora Cornelius come se fosse un esercizio di matematica, risolvendo i problemi con pazienza e cura. A volte i suoi familiari venivano invitati ad aiutare a consumare un banchetto di successi troppo abbondante, oppure Lotty veniva mandata privatamente con una partita di fallimenti, che dovevano essere occultati a tutti gli sguardi nei convenienti stomaci dei piccoli Hummel. Una serata con John sui libri contabili produceva solitamente una temporanea tregua nell'entusiasmo culinario, e ne seguiva un momento di frugalità, durante il quale il pover'uomo veniva sottoposto a un ciclo di pudding di pane, carne tritata e caffè riscaldato, che metteva a dura prova il suo animo, sebbene lo sopportasse con lodevole fortezza. Prima di trovare la via di mezzo, tuttavia, Meg aggiunse ai suoi averi domestici ciò di cui le giovani coppie raramente possono fare a meno a lungo: un vaso di famiglia.
Accesa dal desiderio casalingo di vedere la sua dispensa rifornita di conserve fatte in casa, si impegnò a preparare la sua gelatina di ribes. A John fu chiesto di ordinare una dozzina o poco più di vasetti e una quantità extra di zucchero, perché i loro ribes erano maturi e bisognava occuparsene subito. Poiché John credeva fermamente che "mia moglie" fosse capace di tutto, e provava un orgoglio naturale per la sua abilità, decise che doveva essere accontentata e che il loro unico raccolto di frutta doveva essere messo da parte nella forma più gradevole per l'uso invernale. Arrivarono a casa quattro dozzine di deliziosi vasetti, mezzo barile di zucchero e un ragazzino per raccogliere i ribes per lei. Con i bei capelli infilati in una cuffietta, le braccia nude fino al gomito e un grembiule a quadretti che aveva un aspetto civettuolo nonostante la pettorina, la giovane casalinga si mise al lavoro, senza alcun dubbio sul suo successo; perché, non aveva forse visto Hannah farlo centinaia di volte? La schiera di vasetti la stupì un po' all'inizio, ma John amava così tanto la gelatina e i graziosi barattolini avrebbero fatto un figurone sul ripiano più alto, che Meg decise di riempirli tutti e trascorse una lunga giornata a raccogliere, bollire, filtrare e trafficare con la sua gelatina. Fece del suo meglio; chiese consiglio alla signora Cornelius; si scervellò per ricordare cosa facesse Hannah che lei aveva tralasciato; ribollì, aggiunse altro zucchero e rifiltrò, ma quella roba terribile non voleva "gelificare".
Desiderava correre a casa, con tutto il grembiule, e chiedere alla mamma di darle una mano, ma John e lei avevano concordato che non avrebbero mai infastidito nessuno con le loro preoccupazioni private, esperimenti o litigi. Avevano riso su quest'ultima parola come se l'idea suggerita fosse la più assurda del mondo; ma avevano tenuto fede alla loro decisione e, ogni volta che riuscivano a cavarsela senza aiuto, lo facevano, e nessuno interferiva, poiché la signora March aveva consigliato quel piano. Così Meg lottò da sola con i dolciumi ostinati per tutto quel caldo giorno d'estate, e alle cinque si sedette nella sua cucina sottosopra, si strizzò le mani imbrattate, alzò la voce e pianse.
Ora, nel primo fervore della nuova vita, aveva spesso detto:
"Mio marito sarà sempre libero di portare un amico a casa quando vuole. Sarò sempre preparata; non ci sarà agitazione, né rimproveri, né disagio, ma una casa ordinata, una moglie allegra e una buona cena. John, caro, non fermarti mai a chiedere il mio permesso, invita chi vuoi e sii certo di trovare un benvenuto da parte mia."
Quanto era affascinante, davvero! John brillava d'orgoglio nel sentirla dire queste cose e sentiva che cosa benedetta fosse avere una moglie superiore. Ma, sebbene avessero avuto ospiti di tanto in tanto, non era mai capitato che fossero inattesi, e Meg non aveva mai avuto l'occasione di distinguersi fino ad allora. Succede sempre così in questa valle di lacrime; c'è un'inevitabilità in tali cose che possiamo solo ammirare, deplorare e sopportare come meglio possiamo.
Se John non si fosse dimenticato del tutto della gelatina, sarebbe stato davvero imperdonabile da parte sua scegliere proprio quel giorno, tra tutti i giorni dell'anno, per portare un amico a cena inaspettatamente. Congratulandosi con se stesso per aver ordinato un banchetto squisito quella mattina, sicuro che sarebbe stato pronto al minuto, e abbandonandosi a piacevoli aspettative per l'effetto affascinante che avrebbe prodotto quando la sua bella moglie fosse corsa a incontrarlo, scortò il suo amico alla sua magione, con l'irrefrenabile soddisfazione di un giovane ospite e marito.
È un mondo di delusioni, come John scoprì quando raggiunse il Dove-cote. La porta d'ingresso di solito stava ospitalmente aperta; ora non solo era chiusa, ma sbarrata, e il fango del giorno prima adornava ancora i gradini. Le finestre del salotto erano chiuse e con le tende tirate, nessuna immagine della bella moglie che cuciva in veranda, in bianco, con un fiocchetto che distraeva nei capelli, o di una padrona di casa dagli occhi luminosi che sorrideva in un timido benvenuto mentre accoglieva il suo ospite. Nulla del genere, perché non apparve anima viva, se non un ragazzo dall'aspetto sanguinante addormentato sotto i cespugli di ribes.
"Temo che sia successo qualcosa. Entra in giardino, Scott, mentre cerco la signora Brooke," disse John, allarmato dal silenzio e dalla solitudine.
Si affrettò intorno alla casa, guidato da un odore pungente di zucchero bruciato, e il signor Scott lo seguì, con un'espressione strana sul volto. Si fermò discretamente a distanza quando Brooke scomparve; ma poteva sia vedere che sentire e, essendo scapolo, si godette la scena enormemente.
In cucina regnavano confusione e disperazione; un'edizione di gelatina colava da un vasetto all'altro, un'altra giaceva sul pavimento e una terza stava bruciando allegramente sul fornello. Lotty, con flemma teutonica, stava mangiando tranquillamente pane e vino di ribes, poiché la gelatina era ancora in uno stato disperatamente liquido, mentre la signora Brooke, con il grembiule sulla testa, sedeva singhiozzando miseramente.
"Mia carissima ragazza, che succede?" gridò John, irrompendo dentro, con visioni terribili di mani ustionate, notizie improvvise di sventure e segreta costernazione al pensiero dell'ospite in giardino.
"Oh John, sono così stanca, accaldata, irritata e preoccupata! Ci ho lavorato finché non sono esausta. Vieni ad aiutarmi o morirò!" e la sfinita casalinga si gettò al suo petto, offrendogli un dolce benvenuto in ogni senso della parola, poiché il suo grembiulino era stato battezzato nello stesso momento del pavimento.
"Cosa ti preoccupa, cara? È successo qualcosa di terribile?" chiese l'ansioso John, baciando teneramente la cima della cuffietta, che era tutta storta.
"Sì," singhiozzò Meg disperata.
"Dimmi subito, allora. Non piangere, posso sopportare qualsiasi cosa meglio di questo. Sputa il rospo, amore."
"La... la gelatina non vuole gelificare e non so cosa fare!"
John Brooke rise allora come non osò mai ridere in seguito; e l'ironico Scott sorrise involontariamente mentre udiva quel fragoroso scoppio, che diede il colpo di grazia al dolore della povera Meg.
"È solo questo? Buttala fuori dalla finestra e non preoccuparti più. Te ne comprerò litri se vuoi; ma per l'amor di Dio non avere crisi isteriche, perché ho portato Jack Scott a cena, e..."
John non andò oltre, perché Meg lo respinse e giunse le mani con un gesto tragico mentre cadeva su una sedia, esclamando in un tono di misto sdegno, rimprovero e sgomento:
"Un uomo a cena, e tutto in disordine! John Brooke, come hai potuto fare una cosa del genere?"
"Zitta, è in giardino! Ho dimenticato la maledetta gelatina, ma non si può rimediare ora," disse John, esaminando la prospettiva con occhio ansioso.
"Avresti dovuto mandare a dire, o dirmelo questa mattina, e avresti dovuto ricordare quanto ero impegnata," continuò Meg con stizza; perché anche le tortore beccano quando sono arruffate.
"Non lo sapevo questa mattina e non c'era tempo per mandare a dire, perché l'ho incontrato uscendo. Non ho mai pensato di chiedere il permesso, quando mi hai sempre detto di fare come volevo. Non ci ho mai provato prima, e che mi venga un colpo se lo farò mai più!" aggiunse John, con aria offesa.
"Spero proprio di no! Portalo via subito; non posso vederlo e non c'è cena."
"Beh, questa mi piace! Dov'è il manzo e la verdura che ho mandato a casa, e il pudding che hai promesso?" gridò John, correndo verso la dispensa.
"Non ho avuto tempo di cucinare nulla; intendevo cenare dalla mamma. Mi dispiace, ma ero così occupata;" e le lacrime di Meg ricominciarono.
John era un uomo mite, ma era umano; e dopo una lunga giornata di lavoro, tornare a casa stanco, affamato e speranzoso, per trovare una casa caotica, una tavola vuota e una moglie irritata non favoriva esattamente la pace della mente o dei modi. Si trattenne, tuttavia, e la piccola burrasca sarebbe passata, se non fosse stato per una parola infelice.
"È un pasticcio, lo ammetto; ma se mi dai una mano, ne usciremo, e ci divertiremo ancora. Non piangere, cara, ma sforzati un po' e improvvisa qualcosa da mangiare. Siamo entrambi affamati come lupi, quindi non ci importerà cosa sia. Dacci la carne fredda, pane e formaggio; non chiederemo la gelatina."
Intendeva dirlo come una battuta bonaria; ma quella sola parola segnò il suo destino. Meg pensò che fosse troppo crudele accennare al suo triste fallimento, e l'ultimo atomo di pazienza svanì mentre lui parlava.
"Devi tirarti fuori dal pasticcio come puoi; sono troppo esausta per 'sforzarmi' per chiunque. È da uomini proporre un osso e del volgare pane e formaggio per degli ospiti. Non voglio niente del genere in casa mia. Porta quel Scott dalla mamma e digli che sono via, malata, morta... qualsiasi cosa. Non lo vedrò, e voi due potete ridere di me e della mia gelatina quanto volete: non avrete altro qui;" e, avendo pronunciato la sua sfida tutta d'un fiato, Meg si tolse il grembiulino e lasciò precipitosamente il campo per piangersi addosso nella propria stanza.
Cosa fecero quelle due creature in sua assenza, lei non lo seppe mai; ma il signor Scott non fu portato "dalla mamma", e quando Meg scese, dopo che se ne furono andati insieme a passeggio, trovò tracce di un pranzo promiscuo che la riempirono di orrore. Lotty riferì che avevano mangiato "un sacco, e riso grandemente, e il padrone le disse di buttare via tutta quella roba dolce e nascondere i vasi".
Meg desiderava andare a raccontarlo alla mamma; ma un senso di vergogna per le proprie mancanze, di lealtà verso John, "che poteva essere crudele, ma nessuno doveva saperlo", la trattenne; e dopo una sommaria pulizia, si vestì graziosamente e si sedette ad aspettare che John venisse a farsi perdonare.
Sfortunatamente, John non venne, non vedendo la faccenda sotto quella luce. L'aveva liquidata come una buona battuta con Scott, aveva scusato la sua mogliettina meglio che poteva e aveva fatto l'ospite così ospitalmente che l'amico si era goduto la cena improvvisata e aveva promesso di tornare. Ma John era arrabbiato, sebbene non lo desse a vedere; sentiva che Meg lo aveva messo nei pasticci e poi l'aveva abbandonato nel momento del bisogno. "Non era giusto dire a un uomo di portare gente a casa in qualsiasi momento, con perfetta libertà, e quando lui ti prendeva in parola, infiammarsi, incolparlo e lasciarlo nei guai, a essere deriso o compatito. No, perbacco, non lo era! E Meg deve saperlo." Aveva ribollito interiormente durante il banchetto, ma quando l'agitazione finì e tornò a casa, dopo aver accompagnato Scott, uno stato d'animo più mite si impossessò di lui. "Povera piccola! È stato duro per lei quando ha cercato così di cuore di compiacermi. Ha sbagliato, naturalmente, ma poi è giovane. Devo essere paziente e insegnarle." Sperava che lei non fosse andata a casa; odiava i pettegolezzi e le interferenze. Per un minuto fu di nuovo irritato al solo pensiero; e poi la paura che Meg piangesse fino a star male gli addolcì il cuore e lo fece procedere a passo più veloce, risoluto a essere calmo e gentile, ma fermo, molto fermo, e a mostrarle dove aveva mancato al suo dovere verso il coniuge.
Anche Meg decise di essere "calma e gentile, ma ferma" e di mostrargli il suo dovere. Desiderava correre a incontrarlo, chiedere perdono, ed essere baciata e confortata, come era sicura che sarebbe successo; ma, naturalmente, non fece nulla del genere e, quando vide John arrivare, iniziò a canticchiare in modo del tutto naturale, mentre dondolava e cuciva, come una dama di piacere nel suo salotto migliore.
John fu un po' deluso di non trovare una tenera Niobe; ma, sentendo che la sua dignità richiedeva la prima scusa, non ne fece alcuna, entrò solo tranquillamente e si distese sul divano, con l'osservazione singolarmente pertinente:
"Avremo la luna nuova, cara."
"Non ho nulla in contrario," fu l'osservazione altrettanto rassicurante di Meg.
Alcuni altri argomenti di interesse generale furono introdotti dal signor Brooke, e smorzati dalla signora Brooke, e la conversazione languì. John andò a una finestra, spiegò il suo giornale e si avvolse in esso, figurativamente parlando. Meg andò all'altra finestra e cucì come se nuovi rosoni per le sue pantofole fossero tra le necessità della vita. Nessuno dei due parlò; entrambi sembravano abbastanza "calmi e fermi", ed entrambi si sentivano disperatamente a disagio.
"Oh cielo," pensò Meg, "la vita coniugale è molto provante e richiede infinita pazienza, oltre all'amore, come dice la mamma." La parola "mamma" suggerì altri consigli materni, dati molto tempo fa e ricevuti con proteste incredule.
"John è un uomo buono, ma ha i suoi difetti, e devi imparare a vederli e a sopportarli, ricordando i tuoi. È molto deciso, ma non sarà mai ostinato, se ragioni gentilmente, non opponendoti con impazienza. È molto preciso e scrupoloso riguardo alla verità: un buon tratto, anche se tu lo chiami 'pignolo'. Non ingannarlo mai con lo sguardo o con le parole, Meg, e lui ti darà la fiducia che meriti, il sostegno di cui hai bisogno. Ha un carattere, non come il nostro - un lampo e poi tutto finito - ma la rabbia bianca, silenziosa, che è raramente agitata, ma una volta accesa è difficile da spegnere. Stai attenta, molto attenta, a non risvegliare questa rabbia contro te stessa, perché la pace e la felicità dipendono dal mantenere il suo rispetto. Osserva te stessa, sii la prima a chiedere perdono se entrambi sbagliate, e guardati dai piccoli picchi, malintesi e parole affrettate che spesso spianano la strada a amaro dolore e rimpianto."
Queste parole tornarono a Meg, mentre sedeva a cucire al tramonto, specialmente l'ultima. Questo era il primo serio disaccordo; i suoi discorsi affrettati suonavano sia sciocchi che sgarbati, mentre li ricordava, la sua rabbia sembrava infantile ora, e il pensiero del povero John che tornava a casa in una scena simile le sciolse completamente il cuore. Diede un'occhiata a lui con le lacrime agli occhi, ma lui non le vide; posò il lavoro e si alzò, pensando: "Sarò la prima a dire: 'Perdonami'", ma lui non sembrò sentirla; attraversò molto lentamente la stanza, perché l'orgoglio era difficile da ingoiare, e si fermò accanto a lui, ma lui non voltò la testa. Per un minuto si sentì come se non potesse davvero farlo; poi venne il pensiero: "Questo è l'inizio, farò la mia parte e non avrò nulla da rimproverarmi", e chinandosi, baciò dolcemente suo marito sulla fronte. Naturalmente questo risolse tutto; il bacio del pentimento valeva più di un mondo di parole, e John l'ebbe sulle sue ginocchia in un minuto, dicendo teneramente:
"È stato troppo brutto ridere dei poveri vasetti di gelatina. Perdonami, cara, non lo farò mai più!"
Ma lo fece, oh cielo, sì, centinaia di volte, e così fece Meg, entrambi dichiarando che era la gelatina più dolce che avessero mai fatto; perché la pace familiare era preservata in quel vasetto di famiglia.
Dopo questo, Meg ebbe il signor Scott a cena su invito speciale e gli servì un banchetto piacevole senza una moglie cucinata come primo piatto; occasione in cui fu così allegra e graziosa, e fece andare tutto in modo così affascinante, che il signor Scott disse a John che era un uomo fortunato e scosse la testa sulle difficoltà del celibato per tutta la strada verso casa.
In autunno, nuove prove ed esperienze giunsero a Meg. Sallie Moffat rinnovò la loro amicizia, correva sempre fuori per un po' di pettegolezzi alla casetta, o invitava "quella povera cara" a venire a passare la giornata alla grande casa. Era piacevole, perché con il tempo brutto Meg si sentiva spesso sola; tutti erano occupati a casa, John assente fino a sera, e nulla da fare se non cucire, leggere o gironzolare. Così accadde naturalmente che Meg prese l'abitudine di andare in giro e spettegolare con la sua amica. Vedere le belle cose di Sallie la faceva desiderare altrettanto, e compatire se stessa perché non le aveva. Sallie era molto gentile e spesso le offriva le agognate sciocchezze; ma Meg rifiutava, sapendo che a John non sarebbe piaciuto; e poi questa sciocca donnina andò a fare ciò che a John non piaceva infinitamente di più.
Conosceva le entrate di suo marito e amava sentire che lui si fidava di lei, non solo con la sua felicità, ma con ciò che alcuni uomini sembrano apprezzare di più: i suoi soldi. Sapeva dove erano, era libera di prendere ciò che voleva, e tutto ciò che lui chiedeva era che lei tenesse il conto di ogni centesimo, pagasse le bollette una volta al mese e ricordasse che era la moglie di un uomo povero. Finora, aveva fatto bene, era stata prudente ed esatta, teneva i suoi piccoli libri contabili ordinatamente e glieli mostrava mensilmente senza paura. Ma quell'autunno il serpente entrò nel paradiso di Meg e la tentò, come molte moderne Eva, non con le mele, ma con l'abbigliamento. A Meg non piaceva essere compatita e fatta sentire povera; la irritava, ma si vergognava di confessarlo, e di tanto in tanto cercava di consolarsi comprando qualcosa di carino, così che Sallie non pensasse che dovesse economizzare. Si sentiva sempre malvagia dopo averlo fatto, perché le cose carine erano raramente necessarie; ma poi costavano così poco, non valeva la pena preoccuparsene; così le sciocchezze aumentarono inconsciamente, e nelle escursioni per lo shopping non fu più una spettatrice passiva.
Ma le sciocchezze costano più di quanto si possa immaginare; e quando, alla fine del mese, fece i conti, la somma totale la spaventò non poco. John era stato molto impegnato quel mese e aveva lasciato a lei il compito di pagare i conti; il mese successivo era stato assente; ma al terzo ebbe un grande rendiconto trimestrale, e Meg non lo dimenticò mai. Pochi giorni prima aveva commesso una cosa terribile che le pesava sulla coscienza. Sallie aveva comprato delle sete e Meg ne desiderava una nuova: giusto una bella stoffa chiara per le feste; la sua seta nera era così comune, e le cose leggere per la sera erano adatte solo alle ragazze. Zia March di solito faceva alle sorelle un regalo di venticinque dollari a testa per Capodanno; mancava solo un mese, e lì c’era una bellissima seta color violetto in offerta, e lei aveva il denaro, se solo avesse osato prenderlo. John diceva sempre che ciò che era suo era di lei; ma avrebbe pensato che fosse giusto spendere non solo i venticinque dollari futuri, ma altri venticinque presi dal fondo della casa? Questa era la questione. Sallie l’aveva spinta a farlo, si era offerta di prestarle i soldi e, con le migliori intenzioni del mondo, aveva tentato Meg oltre le sue forze. In un momento di debolezza, il commesso sollevò le pieghe deliziose e scintillanti dicendo: "Un affare, le assicuro, signora". Lei rispose: "Lo prendo"; fu tagliata e pagata, Sallie ne esultò, e lei rise come se fosse stata una cosa di poco conto, poi se ne andò in carrozza sentendosi come se avesse rubato qualcosa e la polizia fosse alle sue calcagna.
Quando arrivò a casa, cercò di lenire i morsi del rimorso distendendo la bellissima seta; ma ora sembrava meno argentata, dopo tutto non le donava, e le parole "cinquanta dollari" sembravano stampate come una fantasia su ogni altezza di tessuto. La ripose; ma la perseguitava, non in modo piacevole come dovrebbe fare un vestito nuovo, ma spaventosamente, come il fantasma di una follia che non si riusciva a scacciare. Quando John tirò fuori i suoi libri quella sera, il cuore di Meg sprofondò e, per la prima volta nella sua vita matrimoniale, ebbe paura di suo marito. Gli occhi castani, di solito gentili, sembravano poter diventare severi; e sebbene lui fosse insolitamente allegro, lei immaginò che l’avesse scoperta, ma non volesse farglielo sapere. I conti di casa erano tutti pagati, i libri in ordine. John l’aveva lodata e stava aprendo il vecchio portafoglio che chiamavano la "banca", quando Meg, sapendo che era completamente vuoto, fermò la sua mano dicendo nervosamente:
"Non hai ancora visto il mio libro delle spese personali."
John non chiedeva mai di vederlo, ma lei insisteva sempre perché lo facesse, e si divertiva a osservare lo stupore maschile di lui per le cose strane che le donne desideravano, costringendolo a indovinare cosa fosse una "passamaneria", a chiedere con foga il significato di uno "scaldacuore", o a meravigliarsi di come un oggettino composto da tre boccioli di rosa, un pezzetto di velluto e un paio di nastri potesse essere un cappellino e costare cinque o sei dollari. Quella sera, lui sembrava voler godersi il gioco di interrogare le sue cifre e fingere di essere inorridito dalla sua stravaganza, come faceva spesso, essendo particolarmente orgoglioso della sua moglie prudente.
Il libretto fu tirato fuori lentamente e posato davanti a lui. Meg si mise dietro la sua sedia con il pretesto di lisciare le rughe dalla sua fronte stanca e, stando lì, disse, con il panico che cresceva a ogni parola:
"John, caro, mi vergogno a mostrarti il mio libro, perché ultimamente sono stata davvero terribilmente stravagante. Vado in giro così tanto che ho bisogno di certe cose, sai, e Sallie mi ha consigliato di prenderlo, così l’ho fatto; e i miei soldi di Capodanno pagheranno in parte il conto: ma me ne sono pentita dopo averlo fatto, perché sapevo che avresti pensato che fosse sbagliato da parte mia."
John rise e la tirò a sé di fianco, dicendo bonariamente: "Non andare a nasconderti. Non ti picchierò se hai comprato un paio di stivaletti da urlo; sono piuttosto orgoglioso dei piedi di mia moglie e non mi importa se paga otto o nove dollari per i suoi stivali, purché siano buoni."
Quella era stata una delle sue ultime "sciocchezze", e l’occhio di John vi era caduto sopra mentre parlava. "Oh, cosa dirà quando arriverà a quei terribili cinquanta dollari!" pensò Meg, con un brivido.
"È peggio degli stivali, è un vestito di seta," disse, con la calma della disperazione, poiché voleva che la parte peggiore finisse in fretta.
"Bene, cara, qual è il 'maledetto totale', come dice il signor Mantalini?"
Non suonava come John, e lei capì che lui la stava guardando con quello sguardo diretto che lei era sempre stata pronta a incontrare e ricambiare con uno altrettanto franco, fino a quel momento. Voltò la pagina e contemporaneamente voltò la testa, indicando la somma che sarebbe stata già abbastanza grave senza i cinquanta, ma che per lei era spaventosa con quell'aggiunta. Per un minuto la stanza rimase molto silenziosa; poi John disse lentamente – ma lei riusciva a percepire che gli costava uno sforzo non mostrare disappunto:
"Beh, non so se cinquanta siano molti per un vestito, con tutti i fronzoli e le guarnizioni che devi avere per completarlo di questi tempi."
"Non è ancora confezionato né rifinito," sospirò Meg debolmente, poiché un’improvvisa rimembranza del costo ancora da sostenere la sopraffece completamente.
"Venticinque iarde di seta sembrano un bel po' per coprire una piccola donna, ma non ho dubbi che mia moglie sembrerà bella quanto quella di Ned Moffat quando lo indosserà," disse John asciutto.
"So che sei arrabbiato, John, ma non posso farci nulla. Non intendo sprecare i tuoi soldi, e non pensavo che quelle piccole cose si sommassero così tanto. Non riesco a resistere quando vedo Sallie comprare tutto ciò che vuole e compatirmi perché io non lo faccio. Cerco di essere contenta, ma è difficile, e sono stanca di essere povera."
Le ultime parole furono pronunciate così a bassa voce che lei pensò che lui non le avesse sentite, ma lui le sentì, e lo ferirono profondamente, poiché aveva rinunciato a molti piaceri per il bene di Meg. Avrebbe voluto mordersi la lingua nel momento stesso in cui le aveva dette, perché John spinse via i libri e si alzò, dicendo, con un leggero tremito nella voce: "Avevo paura di questo; faccio del mio meglio, Meg." Se l’avesse rimproverata, o persino scossa, non le avrebbe spezzato il cuore come quelle poche parole. Lei corse da lui e lo strinse forte, piangendo, con lacrime di pentimento: "Oh John, mio caro, gentile, instancabile ragazzo, non volevo dire questo! È stato così malvagio, così falso e ingrato, come ho potuto dirlo! Oh, come ho potuto dirlo!"
Lui fu molto gentile, la perdonò prontamente e non pronunciò alcun rimprovero; ma Meg sapeva di aver fatto e detto una cosa che non sarebbe stata dimenticata presto, anche se lui non vi avesse mai più accennato. Aveva promesso di amarlo nel bene e nel male; e poi lei, sua moglie, lo aveva rimproverato per la sua povertà, dopo aver speso i suoi guadagni in modo sconsiderato. Era terribile; e la cosa peggiore era che John continuò a comportarsi così tranquillamente in seguito, come se non fosse successo nulla, se non che restava in città più tardi e lavorava di notte quando lei era andata a piangere fino ad addormentarsi. Una settimana di rimorso quasi fece ammalare Meg; e la scoperta che John aveva annullato l’ordine per il suo nuovo cappotto la ridusse a uno stato di disperazione che era patetico da vedere. Lui aveva semplicemente detto, in risposta alle sue sorprese domande riguardo al cambiamento: "Non posso permettermelo, mia cara."
Meg non disse più nulla, ma pochi minuti dopo lui la trovò nel corridoio, con la faccia sepolta nel vecchio cappotto, a piangere come se avesse il cuore spezzato.
Ebbero una lunga conversazione quella notte, e Meg imparò ad amare suo marito ancora di più per la sua povertà, perché sembrava averlo reso un uomo, avergli dato la forza e il coraggio di farsi strada da solo, e avergli insegnato una tenera pazienza con cui sopportare e confortare i desideri naturali e le debolezze di coloro che amava.
Il giorno seguente mise da parte l’orgoglio, andò da Sallie, le disse la verità e le chiese di comprare la seta come favore. La buona signora Moffat lo fece volentieri, e ebbe la delicatezza di non fargliene dono subito dopo. Poi Meg fece arrivare il cappotto a casa e, quando John arrivò, lo indossò e gli chiese come gli piacesse il suo nuovo abito di seta. Si può immaginare quale risposta lui diede, come ricevette il suo regalo e che stato di beatitudine ne seguì. John tornò a casa presto, Meg non andò più in giro a bighellonare; e quel cappotto fu indossato al mattino da un marito molto felice e tolto la sera da una mogliettina devotissima. Così l’anno trascorse, e a mezza estate arrivò per Meg una nuova esperienza, la più profonda e tenera della vita di una donna.
Laurie arrivò di soppiatto nella cucina del Dove-cote, un sabato, con una faccia eccitata, e fu accolto dal clangore dei piatti; perché Hannah batteva le mani con un pentolino in una e il coperchio nell'altra.
"Com’è la piccola mamma? Dove sono tutti? Perché non me l'avete detto prima che tornassi a casa?" esordì Laurie, in un sussurro rumoroso.
"Felice come una regina, la cara! Ogni anima di loro è di sopra in adorazione; non volevamo uragani in giro. Ora tu va’ in salotto, e io li manderò giù da te," con questa risposta alquanto confusa Hannah svanì, ridacchiando estaticamente.
Poco dopo apparve Jo, che portava con orgoglio un fagotto di flanella adagiato su un grande cuscino. Il viso di Jo era molto serio, ma i suoi occhi brillavano e c’era uno strano suono nella sua voce di un’emozione repressa di qualche tipo.
"Chiudi gli occhi e tendi le braccia," disse in modo invitante.
Laurie indietreggiò precipitosamente in un angolo e mise le mani dietro la schiena con un gesto implorante: "No, grazie, preferirei di no. Lo lascerò cadere o lo romperò, sicuro come il destino."
"Allora non vedrai tuo nipote," disse Jo con decisione, voltandosi come per andarsene.
"Lo vedrò, lo vedrò! Solo che tu devi essere responsabile dei danni;" e, obbedendo agli ordini, Laurie chiuse eroicamente gli occhi mentre qualcosa gli veniva messo tra le braccia. Uno scoppio di risa da parte di Jo, Amy, la signora March, Hannah e John lo costrinse ad aprirli un minuto dopo, per ritrovarsi investito di due bambini invece di uno.
Non c’era da stupirsi che ridessero, perché l’espressione del suo viso era abbastanza buffa da far convulsionare un quacchero, mentre stava lì a fissare selvaggiamente dagli innocenti ignari agli spettatori ilari, con tale sgomento che Jo si sedette sul pavimento e urlò.
"Gemelli, per Giove!" fu tutto ciò che disse per un minuto; poi, rivolgendosi alle donne con uno sguardo implorante che era comicamente pietoso, aggiunse: "Prendeteli in fretta, qualcuno! Sto per ridere e li farò cadere."
John salvò i suoi bambini e camminò su e giù, con uno su ogni braccio, come se fosse già iniziato ai misteri dell'accudire i neonati, mentre Laurie rideva finché le lacrime non gli rigarono le guance.
"È il miglior scherzo della stagione, non è vero? Non volevo che te lo dicessero, perché mi ero messa in testa di sorprenderti, e mi lusingo di esserci riuscita," disse Jo, quando riprese fiato.
"Non sono mai stato così sbalordito in vita mia. Non è divertente? Sono maschi? Come li chiamerete? Lasciatemi dare un'altra occhiata. Sostienimi, Jo; perché, per la mia vita, è uno di troppo per me," rispose Laurie, guardando i neonati con l'aria di un grosso e benevolo Terranova che osserva un paio di gattini infantili.
"Maschio e femmina. Non sono delle bellezze?" disse l’orgoglioso papà, raggiante sui piccoli agitatori rossi come se fossero angeli implumi.
"I bambini più straordinari che abbia mai visto. Qual è uno e qual è l'altro?" e Laurie si piegò come il braccio di un pozzo per esaminare i prodigi.
"Amy ha messo un nastro blu sul maschio e uno rosa sulla femmina, alla moda francese, così puoi sempre distinguerli. Inoltre, uno ha gli occhi azzurri e l'altro castani. Baciali, zio Teddy," disse la dispettosa Jo.
"Temo che potrebbero non gradire," esordì Laurie, con una timidezza insolita in tali questioni.
"Certo che lo faranno; ormai ci sono abituati. Fallo subito, signore!" comandò Jo, temendo che potesse proporre un sostituto.
Laurie contrasse il viso e obbedì con un becchettino cauto su ogni piccola guancia che produsse un’altra risata e fece squittire i bambini.
"Ecco, sapevo che non gli piaceva! Quello è il maschio; guardalo scalciare; tira pugni come si deve. E allora, giovane Brooke, battiti con uno della tua taglia, che ne dici?" esclamò Laurie, deliziato da una gomitata in faccia da un minuscolo pugno, che sbatteva senza meta.
"Si chiamerà John Laurence, e la bambina Margaret, come la madre e la nonna. La chiameremo Daisy, così da non avere due Meg, e suppongo che il maschietto sarà Jack, a meno che non troviamo un nome migliore," disse Amy, con un interesse da zia.
"Chiamalo Demijohn, e chiamalo 'Demi' per abbreviare," disse Laurie.
"Daisy e Demi, proprio la cosa giusta! Sapevo che Teddy l'avrebbe fatto," esclamò Jo, battendo le mani.
Teddy l'aveva certamente fatto quella volta, perché i bambini furono "Daisy" e "Demi" fino alla fine del capitolo.
XXIX.
LE VISITE.
"Vieni, Jo, è ora."
"Per cosa?"
"Non vorrai dirmi che hai dimenticato di aver promesso di fare una mezza dozzina di visite con me oggi?"
"Ho fatto molte cose avventate e sciocche nella mia vita, ma non credo di essere mai stata così pazza da dire che avrei fatto sei visite in un giorno, quando una sola mi mette fuori gioco per una settimana."
"Sì, l’hai fatto; era un patto tra noi. Io dovevo finire il pastello di Beth per te, e tu dovevi venire con me in modo appropriato e restituire le visite ai nostri vicini."
"Se il tempo fosse bello – questo era nel patto; e io mi attengo alla lettera del mio patto, Shylock. C’è un ammasso di nuvole a est; non è bello, e io non vado."
"Ora, questo è sottrarsi ai doveri. È una giornata incantevole, nessuna prospettiva di pioggia, e tu ti vanti di mantenere le promesse; quindi sii onorevole; vieni a fare il tuo dovere, e poi sarai in pace per altri sei mesi."
In quel momento Jo era particolarmente assorbita dal cucito; perché era la sarta generale della famiglia e si attribuiva un merito particolare perché sapeva usare l’ago tanto bene quanto la penna. Era molto provocatorio essere arrestata nel bel mezzo di una prima prova e ordinata di uscire a fare visite nel suo abito migliore, in una calda giornata di luglio. Odiava le visite di tipo formale e non ne faceva mai finché Amy non la costringeva con un patto, una bustarella o una promessa. Nel caso presente, non c’era scampo; e dopo aver fatto cozzare le forbici in modo ribelle, protestando di odorare di tuono, si arrese, mise via il suo lavoro e, prendendo il cappello e i guanti con aria di rassegnazione, disse ad Amy che la vittima era pronta.
"Jo March, sei abbastanza perversa da provocare un santo! Non intendi fare visite in quello stato, spero," esclamò Amy, osservandola con stupore.
"Perché no? Sono in ordine, fresca e comoda; del tutto appropriata per una passeggiata polverosa in una giornata calda. Se alla gente importa più dei miei vestiti che di me, non desidero vederla. Puoi vestirti per entrambe e essere elegante quanto ti pare: a te conviene essere raffinata; a me no, e i fronzoli mi danno solo fastidio."
"Oh cielo!" sospirò Amy; "ora è in preda a un accesso di contrarietà e mi farà impazzire prima che io possa prepararla a dovere. Sono sicura che non sia un piacere per me andare oggi, ma è un debito che dobbiamo alla società, e non c’è nessuno a pagarlo se non tu e me. Farò qualsiasi cosa per te, Jo, se solo ti vestirai bene e verrai ad aiutarmi a fare la cortese. Sai parlare così bene, sembri così aristocratica con i tuoi vestiti migliori e ti comporti così magnificamente, se ci provi, che sono orgogliosa di te. Ho paura di andare da sola; vieni ad accompagnarmi."
"Sei una gattina astuta a lusingare e blandire la tua vecchia sorella bisbetica in quel modo. L’idea che io sia aristocratica e ben educata, e che tu abbia paura di andare ovunque da sola! Non so quale sia la più assurda. Beh, verrò se devo, e farò del mio meglio. Sarai tu il comandante della spedizione, e io obbedirò ciecamente; questo ti soddisferà?" disse Jo, con un improvviso cambiamento dalla perversità alla sottomissione docile come un agnello.
"Sei un cherubino perfetto! Ora metti tutti i tuoi vestiti migliori e ti dirò come comportarti in ogni posto, così che tu possa fare una buona impressione. Voglio che la gente ti apprezzi, e lo farebbero se solo provassi a essere un po' più gradevole. Fatti i capelli in quel modo carino e metti la rosa rosa sul cappello; ti dona, e sembri troppo seria con il tuo vestito semplice. Prendi i tuoi guanti chiari e il fazzoletto ricamato. Ci fermeremo da Meg e prenderemo in prestito il suo parasole bianco, e allora tu potrai avere il mio color tortora."
Mentre Amy si vestiva, impartiva i suoi ordini e Jo li eseguiva; non senza protestare, tuttavia, poiché sospirò mentre frusciava nel suo nuovo organdie, si accigliò scuramente verso se stessa mentre annodava i nastri del cappello in un fiocco irreprensibile, lottò ferocemente con gli spilli mentre metteva il colletto, increspò i lineamenti in generale mentre scuoteva il fazzoletto, il cui ricamo era irritante per il suo naso quanto la missione presente lo era per i suoi sentimenti; e quando ebbe infilato le mani in guanti stretti con tre bottoni e una nappa, come ultimo tocco di eleganza, si voltò verso Amy con un’espressione imbecille del volto, dicendo umilmente:
"Sono perfettamente infelice; ma se mi consideri presentabile, morirò felice."
"Sei altamente soddisfacente; girati lentamente e lascia che ti guardi attentamente." Jo ruotò, e Amy diede un tocco qui e là, poi si ritrasse, con la testa da un lato, osservando con grazia: "Sì, andrai bene; la tua testa è tutto ciò che potrei chiedere, perché quel cappellino bianco con la rosa è davvero incantevole. Tieni indietro le spalle e porta le mani con disinvoltura, non importa se i guanti stringono. C’è una cosa che sai fare bene, Jo, cioè indossare uno scialle – io non posso; ma è molto bello vederti, e sono così contenta che zia March ti abbia dato quel bellissimo; è semplice, ma elegante, e quelle pieghe sul braccio sono davvero artistiche. La punta del mio mantello è al centro, e ho arricciato il mio vestito uniformemente? Mi piace mostrare i miei stivali, perché i miei piedi sono carini, anche se il mio naso non lo è."
"Sei una cosa di bellezza e una gioia per sempre," disse Jo, guardando attraverso la mano con l’aria di un intenditore verso la piuma blu contro i capelli d’oro. "Devo trascinare il mio vestito migliore nella polvere, o sollevarlo, per favore, signora?"
"Sollevalo quando cammini, ma lascialo cadere in casa; lo stile a strascico ti dona di più, e devi imparare a trascinare le gonne con grazia. Non hai abbottonato nemmeno metà di un polsino; fallo subito. Non sembrerai mai finita se non stai attenta ai piccoli dettagli, perché costituiscono l'insieme piacevole."
Jo sospirò e procedette a far saltare i bottoni del suo guanto, nel chiudere il polsino; ma alla fine entrambe furono pronte e salparono via, sembrando "carine come figurine", disse Hannah, mentre sporgeva dalla finestra superiore per guardarle.
"Ora, Jo cara, i Chester si considerano persone molto eleganti, quindi voglio che tu metta in mostra il tuo miglior portamento. Non fare nessuna delle tue osservazioni brusche, o fare qualcosa di strano, va bene? Sii solo calma, composta e tranquilla – è sicuro e da signora; e puoi farlo facilmente per quindici minuti," disse Amy, mentre si avvicinavano al primo posto, dopo aver preso in prestito l’ombrellino bianco ed essere state ispezionate da Meg, con un bambino su ogni braccio.
"Vediamo. 'Calma, composta e tranquilla' – sì, credo di poterlo promettere. Ho recitato la parte di una giovane signorina compita sul palco, e proverò a farlo fuori. I miei poteri sono grandi, come vedrai; quindi stai tranquilla, bambina mia."
Amy apparve sollevata, ma la dispettosa Jo la prese in parola; infatti, durante la prima visita, sedette con ogni arto composto con grazia, ogni piega drappeggiata correttamente, calma come un mare estivo, fredda come un banco di neve e silenziosa come una sfinge. Invano la signora Chester accennò al suo "affascinante romanzo", e le signorine Chester introdussero feste, picnic, l'opera e le mode; a ciascuno e a tutti fu risposto con un sorriso, un inchino e un contegnoso "Sì" o "No", conditi con gelo. Invano Amy telegrafò la parola "Parla", cercò di spronarla e le assestò furtivi colpetti col piede. Jo sedette come se fosse blandamente ignara di tutto ciò, con un portamento simile al volto di Maud, "gelidamente regolare, splendidamente nulla".
"Che creatura altezzosa e poco interessante quella primogenita March!" fu l'osservazione purtroppo udibile di una delle signore, mentre la porta si chiudeva alle spalle delle loro ospiti. Jo rise senza far rumore per tutto il corridoio, ma Amy apparve disgustata dal fallimento delle sue istruzioni e, molto naturalmente, ne diede la colpa a Jo.
"Come hai potuto fraintendermi così? Intendevo semplicemente che fossi adeguatamente dignitosa e composta, e ti sei resa un vero pezzo di legno e pietra. Cerca di essere socievole dai Lamb, chiacchiera come fanno le altre ragazze, interessati agli abiti, ai flirt e a qualunque sciocchezza venga fuori. Frequentano la migliore società, sono persone preziose per noi da conoscere e non vorrei fallire nel fare una buona impressione lì per nulla al mondo."
"Sarò piacevole; chiacchiererò, ridacchierò e proverò orrori ed estasi per qualsiasi sciocchezza tu voglia. In un certo senso la cosa mi diverte, e ora imiterò quella che viene chiamata 'una ragazza affascinante'; posso farlo, perché ho May Chester come modello, e la supererò. Vedrai se i Lamb non diranno: 'Che creatura vivace e simpatica quella Jo March!'"
Amy si sentì in ansia, come del resto era giusto che fosse, poiché quando Jo diventava stravagante non si sapeva mai dove si sarebbe fermata. Il volto di Amy fu uno studio quando vide sua sorella scivolare nel salotto successivo, baciare tutte le signorine con effusione, raggiare graziosamente sui giovani gentiluomini e unirsi alla conversazione con uno spirito che stupì l'osservatrice. Amy fu presa in custodia dalla signora Lamb, di cui era una favorita, e costretta ad ascoltare un lungo resoconto dell'ultimo attacco di Lucretia, mentre tre deliziosi giovani gentiluomini le ronzavano attorno, in attesa di una pausa in cui potessero farsi avanti e salvarla. Così situata, fu impotente nel frenare Jo, che sembrava posseduta da uno spirito malizioso e parlava con la stessa volubilità della vecchia signora. Un gruppetto di teste si raccolse attorno a lei, e Amy tese le orecchie per sentire cosa stesse accadendo; poiché frasi interrotte la riempivano di allarme, occhi sbarrati e mani levate la tormentavano di curiosità, e frequenti scoppi di risate la rendevano smaniosa di condividere il divertimento. Si può immaginare la sua sofferenza nell'udire frammenti di questo tipo di conversazione:
"Cavalca splendidamente; chi glielo ha insegnato?"
"Nessuno; era solita esercitarsi a montare, a tenere le redini e a stare dritta su una vecchia sella su un albero. Ora cavalca qualsiasi cosa, perché non sa cosa sia la paura, e lo stalliere glieli lascia a poco prezzo, perché li addestra così bene a portare le signore. Ha una tale passione per questo che le dico spesso che, se tutto il resto fallisse, potrebbe fare la domatrice di cavalli e guadagnarsi da vivere così."
A questa terribile uscita Amy si trattenne a stento, poiché si stava dando l'impressione che fosse una giovane signorina piuttosto disinvolta, il che era la sua particolare avversione. Ma cosa poteva fare? Poiché la vecchia signora era a metà della sua storia, e molto prima che finisse, Jo era già ripartita, facendo rivelazioni ancor più buffe e commettendo errori ancor più spaventosi.
"Sì, quel giorno Amy era disperata, perché tutte le buone bestie erano andate, e delle tre rimaste, una era zoppa, una cieca e l'altra così ostinata che dovevi mettergli della terra in bocca prima che partisse. Bel animale per una gita di piacere, non è vero?"
"Quale ha scelto?" chiese uno dei gentiluomini ridendo, che si godeva l'argomento.
"Nessuno dei due; sentì parlare di un giovane cavallo alla fattoria oltre il fiume e, sebbene nessuna signora l'avesse mai cavalcato, decise di provare, perché era bello e pieno di spirito. Le sue lotte furono davvero patetiche; non c'era nessuno a portare il cavallo alla sella, così lei portò la sella al cavallo. Mia cara creatura, l'ha remata fin oltre il fiume, se l'è messa in testa e ha marciato verso il fienile con grande stupore del vecchio!"
"Ha cavalcato il cavallo?"
"Certo che l'ha fatto, e si è divertita un mondo. Mi aspettavo di vederla riportata a casa a pezzi, ma l'ha gestito perfettamente ed è stata l'anima della festa."
"Beh, io la chiamo coraggio!" e il giovane signor Lamb rivolse uno sguardo di approvazione ad Amy, chiedendosi cosa potesse dire sua madre per far sembrare la ragazza così rossa e a disagio.
Era ancora più rossa e a disagio un momento dopo, quando un'improvvisa svolta nella conversazione introdusse l'argomento dell'abbigliamento. Una delle signorine chiese a Jo dove avesse preso il grazioso cappello color tortora che indossava al picnic; e la stupida Jo, invece di menzionare il posto dove era stato comprato due anni prima, dovette rispondere, con inutile franchezza: "Oh, l'ha dipinto Amy; non si possono comprare quelle tonalità delicate, così dipingiamo i nostri di qualunque colore ci piaccia. È un grande conforto avere una sorella artista."
"Non è un'idea originale?" esclamò la signorina Lamb, che trovava Jo molto divertente.
"Non è nulla in confronto ad alcune delle sue brillanti performance. Non c'è nulla che questa ragazza non sappia fare. Perché, voleva un paio di stivaletti blu per la festa di Sallie, così ha semplicemente dipinto i suoi bianchi sporchi della tonalità di celeste più bella che abbiate mai visto, e sembravano esattamente di raso," aggiunse Jo, con un'aria di orgoglio per i talenti della sorella che esasperò Amy al punto da farle sentire che sarebbe stato un sollievo lanciarle contro il portabiglietti.
"Abbiamo letto un tuo racconto l'altro giorno e ci è piaciuto molto," osservò la maggiore delle signorine Lamb, volendo fare un complimento alla signora letterata, che a dire il vero non sembrava incarnare il personaggio in quel momento.
Qualsiasi menzione delle sue "opere" aveva sempre un cattivo effetto su Jo, che o diventava rigida e sembrava offesa, o cambiava argomento con un'osservazione brusca, come in quel momento. "Mi dispiace che non abbiate trovato nulla di meglio da leggere. Scrivo quella spazzatura perché si vende, e alla gente comune piace. Andrete a New York quest'inverno?"
Dato che alla signorina Lamb il racconto era "piaciuto", questa uscita non fu esattamente riconoscente o cortese. Nel momento in cui fu fatta, Jo vide il suo errore; ma, temendo di peggiorare le cose, si ricordò improvvisamente che toccava a lei fare la prima mossa per la partenza, e lo fece con una bruschezza che lasciò tre persone con frasi a metà in bocca.
"Amy, dobbiamo andare. Addio, cara; vieni a trovarci; ne moriamo dalla voglia. Non oso chiederlo a lei, signor Lamb; ma se dovesse venire, non credo che avrò il coraggio di rimandarla via."
Jo disse questo con una tale buffa imitazione dello stile effusivo di May Chester che Amy uscì dalla stanza il più rapidamente possibile, provando un forte desiderio di ridere e piangere allo stesso tempo.
"Non l'ho fatto bene?" chiese Jo, con aria soddisfatta, mentre si allontanavano.
"Niente avrebbe potuto essere peggio," fu la replica schiacciante di Amy. "Cosa ti è saltato in mente di raccontare quelle storie sulla mia sella, sui cappelli, sugli stivali e tutto il resto?"
"Perché è divertente e diverte la gente. Sanno che siamo poveri, quindi non serve fingere di avere stallieri, comprare tre o quattro cappelli a stagione e avere le cose facili e raffinate come loro."
"Non c'era bisogno che andassi a raccontare tutti i nostri piccoli stratagemmi e ad esporre la nostra povertà in quel modo del tutto inutile. Non hai un briciolo di sano orgoglio e non imparerai mai quando tenere la lingua a posto e quando parlare," disse Amy con disperazione.
La povera Jo apparve mortificata e silenziosamente si sfregò la punta del naso col fazzoletto rigido, come se stesse facendo penitenza per le sue malefatte.
"Come mi devo comportare qui?" chiese, mentre si avvicinavano alla terza dimora.
"Come preferisci; mi lavo le mani di te," fu la breve risposta di Amy.
"Allora mi divertirò. I ragazzi sono a casa e passeremo un bel momento. Dio solo sa se ho bisogno di un po' di cambiamento, perché l'eleganza ha un cattivo effetto sulla mia costituzione," rispose Jo bruscamente, essendo disturbata dai suoi fallimenti nel risultare adatta.
Un'accoglienza entusiasta da parte di tre ragazzoni e diversi bei bambini calmò rapidamente i suoi sentimenti turbati; e, lasciando Amy a intrattenere la padrona di casa e il signor Tudor, che si trovava a passare di lì per una visita, Jo si dedicò ai giovani e trovò il cambiamento rigenerante. Ascoltò le storie del college con profondo interesse, accarezzò pointer e barboncini senza fiatare, concordò calorosamente sul fatto che "Tom Brown è un pezzo di pane", incurante dell'impropria forma di lode; e quando un ragazzo propose una visita alla sua vasca delle tartarughe, lei andò con una sollecitudine che fece sorridere la mamma, mentre quella signora materna si sistemava la cuffia lasciata in condizioni disastrose da abbracci filiali, simili a quelli di un orso ma affettuosi, e più cari a lei della più impeccabile acconciatura dalle mani di un'ispirata francese.
Lasciando sua sorella ai suoi dispositivi, Amy procedette a divertirsi a suo piacimento. Lo zio del signor Tudor aveva sposato una signora inglese che era cugina di secondo grado di un lord vivente, e Amy guardava all'intera famiglia con grande rispetto; poiché, nonostante la sua nascita e la sua educazione americane, possedeva quella venerazione per i titoli che perseguita i migliori di noi — quella lealtà non dichiarata alla fede primordiale nei re che mise in fermento la nazione più democratica sotto il sole all'arrivo di un reale giovanotto dai capelli gialli, alcuni anni fa, e che ha ancora qualcosa a che fare con l'amore che il giovane paese nutre per il vecchio, come quello di un grande figlio per una piccola madre imperiosa, che lo ha tenuto finché ha potuto e lo ha lasciato andare con un rimprovero d'addio quando si è ribellato. Ma nemmeno la soddisfazione di parlare con un lontano parente della nobiltà britannica rese Amy incurante del tempo; e quando il numero appropriato di minuti fu trascorso, si strappò con riluttanza da questa società aristocratica e si guardò intorno per cercare Jo, sperando fervidamente che la sua incorreggibile sorella non si trovasse in alcuna posizione tale da portare disonore al nome March.
Avrebbe potuto andare peggio, ma Amy lo considerò negativo; poiché Jo sedeva sull'erba, con un accampamento di ragazzi attorno a lei e un cane dalle zampe sporche che riposava sull'orlo del suo abito da cerimonia, mentre raccontava uno degli scherzi di Laurie al suo pubblico ammirato. Un bambino piccolo stava pungolando tartarughe con l'adorato ombrellino di Amy, un secondo stava mangiando pan di zenzero sopra il cappello migliore di Jo e un terzo giocava a palla con i suoi guanti. Ma tutti si stavano divertendo; e quando Jo raccolse le sue proprietà danneggiate per andarsene, la sua scorta l'accompagnò, pregandola di tornare, "era così divertente sentire parlare delle bravate di Laurie".
"Ragazzi eccellenti, non è vero? Mi sento di nuovo giovane e vispa dopo questo," disse Jo, passeggiando con le mani dietro la schiena, in parte per abitudine, in parte per nascondere l'ombrellino schizzato di fango.
"Perché eviti sempre il signor Tudor?" chiese Amy, astenendosi saggiamente da qualsiasi commento sull'aspetto trasandato di Jo.
"Non mi piace; se la tira, tratta con sufficienza le sorelle, tormenta suo padre e non parla rispettosamente di sua madre. Laurie dice che è un tipo disinvolto e non lo considero una conoscenza desiderabile; quindi lo lascio stare."
"Potresti trattarlo con civiltà, almeno. Gli hai fatto un cenno freddo; e proprio ora hai fatto un inchino e un sorriso nel modo più educato a Tommy Chamberlain, il cui padre gestisce un negozio di alimentari. Se avessi invertito il cenno e l'inchino, sarebbe stato giusto," disse Amy rimproverandola.
"No, non lo sarebbe stato," ribatté la caparbia Jo; "non mi piace, non rispetto né ammiro Tudor, anche se la nipote del nipote del cugino di suo nonno era cugina di terzo grado di un lord. Tommy è povero, timido, bravo e molto intelligente; ho una buona opinione di lui e mi piace mostrarlo, perché è un gentiluomo nonostante i pacchetti di carta da imballaggio."
"Non serve a nulla cercare di discutere con te," iniziò Amy.
"Per nulla, cara," la interruppe Jo; "quindi cerchiamo di sembrare amabili e lasciamo un biglietto qui, dato che i King sono evidentemente fuori, cosa di cui sono profondamente grata."
Avendo fatto il suo dovere con il portabiglietti di famiglia, le ragazze camminarono oltre e Jo pronunciò un altro ringraziamento nel raggiungere la quinta casa, dopo essersi sentita dire che le signorine erano impegnate.
"Ora torniamo a casa e non preoccupiamoci di zia March oggi. Possiamo correre laggiù in qualsiasi momento, ed è davvero un peccato trascinarsi nella polvere nei nostri abiti migliori, quando siamo stanche e irritabili."
"Parla per te, se ti prega. Alla zia piace che le facciamo il complimento di venire con stile e di fare una visita formale; è una piccola cosa da fare, ma le dà piacere, e non credo che danneggerà le tue cose nemmeno la metà di quanto faccia lasciare che cani sporchi e ragazzi impacciati le rovinino. Chinati e lascia che tolga le briciole dal tuo cappello."
"Che brava ragazza sei, Amy!" disse Jo, con uno sguardo pentito dal suo costume danneggiato a quello della sorella, che era ancora fresco e immacolato. "Vorrei che fosse facile per me fare piccole cose per compiacere le persone quanto lo è per te. Ci penso, ma ci vuole troppo tempo per farle; così aspetto l'occasione per conferire un grande favore e lascio sfuggire quelli piccoli; ma alla fine sono quelli che contano di più, immagino."
Amy sorrise e si placò subito, dicendo con aria materna:
"Le donne dovrebbero imparare ad essere piacevoli, in particolare quelle povere; perché non hanno altro modo di ripagare le gentilezze che ricevono. Se te lo ricordassi e lo mettessi in pratica, saresti più apprezzata di me, perché c'è più sostanza in te."
"Sono una vecchia bisbetica, e lo sarò sempre, ma sono disposta ad ammettere che hai ragione; solo che per me è più facile rischiare la vita per una persona che esserle piacevole quando non ne ho voglia. È una grande sfortuna avere simpatie e antipatie così forti, non è vero?"
"È una sfortuna più grande non essere in grado di nasconderle. Non mi dispiace dire che non approvo Tudor più di quanto faccia tu; ma non sono chiamata a dirglielo; e nemmeno tu, e non serve a nulla renderti sgradevole solo perché lo è lui."
"Ma penso che le ragazze debbano mostrare quando disapprovano i giovani uomini; e come possono farlo se non con i modi? La predica non serve a nulla, come so a mie spese, da quando ho Teddy da gestire; ma ci sono molti piccoli modi in cui posso influenzarlo senza una parola, e dico che dovremmo farlo anche con gli altri, se possiamo."
"Teddy è un ragazzo notevole e non può essere preso come esempio degli altri ragazzi," disse Amy, con un tono di solenne convinzione che avrebbe fatto convulsionare il "ragazzo notevole" se l'avesse sentito. "Se fossimo belle dame, o donne di ricchezza e posizione, potremmo fare qualcosa, forse; ma per noi accigliarci davanti a un gruppo di giovani gentiluomini perché non li approviamo, e sorridere davanti a un altro gruppo perché lo facciamo, non avrebbe alcun effetto, e saremmo considerate solo strane e puritane."
"Quindi dobbiamo avallare cose e persone che detestiamo, solo perché non siamo belle dame e milionarie, è così? Questa è una bella morale."
"Non posso discutere su questo, so solo che è il modo del mondo; e le persone che si oppongono ad esso vengono solo derise per i loro sforzi. Non mi piacciono i riformatori e spero che tu non cerchi mai di esserne uno."
"A me piacciono, e ne sarò uno se posso; perché nonostante le risate, il mondo non andrebbe mai avanti senza di loro. Non possiamo essere d'accordo su questo, perché tu appartieni al vecchio gruppo e io al nuovo: tu farai più strada, ma io mi divertirò di più. Preferirei godermi i mattoni e le grida, credo."
"Beh, calmati ora e non preoccupare la zia con le tue nuove idee."
"Cercherò di non farlo, ma sono sempre posseduta dalla voglia di sbottare con qualche discorso particolarmente schietto o sentimento rivoluzionario davanti a lei; è il mio destino e non posso farci nulla."
Trovarono zia Carrol con la vecchia signora, entrambe assorbite in qualche argomento molto interessante; ma lo abbandonarono quando le ragazze entrarono, con un'aria consapevole che tradiva il fatto che stavano parlando delle loro nipoti. Jo non era di buon umore e l'attacco di perversità ritornò; ma Amy, che aveva fatto virtuosamente il suo dovere, mantenne la calma e compiacque tutti, era in uno stato d'animo angelico. Questo spirito amabile fu sentito subito, ed entrambe le zie la chiamarono affettuosamente "cara", guardando ciò che poi dissero enfaticamente: "Quella bambina migliora ogni giorno."
"Aiuterai per la fiera, cara?" chiese zia Carrol, mentre Amy si sedeva accanto a lei con l'aria fiduciosa che agli anziani piace tanto vedere nei giovani.
"Sì, zia. La signora Chester mi ha chiesto se lo farei, e mi sono offerta di badare a un tavolo, dato che non ho altro che il mio tempo da dare."
"Io no," intervenne Jo decisamente. "Odio essere patronizzata, e le Chester pensano che sia un grande favore permetterci di aiutare con la loro fiera di alta connessione. Mi stupisce che tu abbia accettato, Amy: vogliono solo che tu lavori."
"Sono disposta a lavorare: è per gli affrancati così come per le Chester, e penso che sia molto gentile da parte loro lasciarmi condividere il lavoro e il divertimento. Il patronato non mi disturba quando è ben intenzionato."
"Molto giusto e appropriato. Mi piace il tuo spirito riconoscente, cara; è un piacere aiutare le persone che apprezzano i nostri sforzi: alcuni non lo fanno, e questo è snervante," osservò zia March, guardando sopra i suoi occhiali Jo, che sedeva in disparte, dondolandosi con un'espressione alquanto cupa.
Se solo Jo avesse saputo quale grande felicità stava oscillando in bilico per una di loro, sarebbe diventata mansueta in un minuto; ma, sfortunatamente, non abbiamo finestre nei nostri petti e non possiamo vedere cosa accade nelle menti dei nostri amici; meglio per noi che non possiamo, in linea generale, ma di tanto in tanto sarebbe un tale conforto, un tale risparmio di tempo e di temperamento. Con la sua battuta successiva, Jo si privò di diversi anni di piacere e ricevette una lezione tempestiva sull'arte di tenere a freno la lingua.
"Non mi piacciono i favori; mi opprimono e mi fanno sentire come una schiava. Preferirei fare tutto da sola ed essere perfettamente indipendente."
"Ahem!" tossì zia Carrol dolcemente, con uno sguardo verso zia March.
"Te l'avevo detto," disse zia March, con un cenno deciso verso zia Carrol.
Misericordiosamente ignara di ciò che aveva fatto, Jo sedette con il naso all'insù e un aspetto rivoluzionario che era tutt'altro che invitante.
"Parli francese, cara?" chiese zia Carrol, posando la mano su quella di Amy.
"Abbastanza bene, grazie a zia March, che lascia che Esther mi parli ogni volta che voglio," rispose Amy, con uno sguardo riconoscente che fece sorridere affabilmente la vecchia signora.
"Come sei messa con le lingue?" chiese zia Carrol a Jo.
"Non ne so una parola; sono molto stupida nello studiare qualsiasi cosa; non sopporto il francese, è una lingua così scivolosa e sciocca," fu la brusca risposta.
Un altro sguardo passò tra le signore, e zia March disse ad Amy: "Ora sei piuttosto forte e in salute, cara, credo? Gli occhi non ti danno più fastidio, vero?"
"Per niente, grazie, signora. Sto molto bene e intendo fare grandi cose il prossimo inverno, così da poter essere pronta per Roma, ogni volta che arriverà quel momento gioioso."
"Brava ragazza! Ti meriti di andare e sono sicura che un giorno lo farai," disse zia March, con una pacca di approvazione sulla testa, mentre Amy raccoglieva la sua matassa per lei.
"Cross-patch, draw the latch, Sit by the fire and spin,"
squittì Polly, chinandosi dal suo trespolo sullo schienale della sedia per sbirciare in faccia a Jo, con un'aria così comica di impertinente curiosità che era impossibile non ridere.
"Uccellino assai osservatore," disse la vecchia signora.
"Vieni a fare una passeggiata, cara mia?" gridò Polly, saltellando verso la dispensa delle porcellane, con uno sguardo che suggeriva l'idea di una zolletta di zucchero.
"Grazie, verrò. Vieni, Amy;" e Jo pose fine alla visita, sentendo più che mai che le visite di cortesia avevano un cattivo effetto sulla sua costituzione. Strinse la mano in modo signorile, ma Amy baciò entrambe le zie, e le ragazze se ne andarono, lasciandosi dietro l'impressione di ombra e sole; impressione che indusse zia March a dire, mentre svanivano:
"Faresti meglio a farlo, Mary; le finanze le fornirò io," e zia Carrol a rispondere con decisione: "Certamente lo farò, se suo padre e sua madre acconsentiranno."
XXX.
CONSEGUENZE.
La fiera della signora Chester era così elegante e selezionata che era considerato un grande onore, per le giovani signorine del vicinato, essere invitate a gestire un banco, e ognuna era molto interessata alla faccenda. Amy fu invitata, ma Jo no, il che fu una fortuna per tutte le parti in causa, dato che i suoi gomiti erano decisamente appuntiti in quel periodo della sua vita, e ci vollero parecchi colpi duri per insegnarle a muoversi con disinvoltura. La "creatura altezzosa e poco interessante" fu lasciata in santa pace; ma il talento e il gusto di Amy furono debitamente omaggiati con l'offerta del banco d'arte, ed ella si adoperò per preparare e assicurarsi contributi appropriati e di valore.
Tutto filò liscio fino al giorno prima dell'apertura della fiera; poi si verificò una di quelle piccole scaramucce che è quasi impossibile evitare quando circa venticinque donne, vecchie e giovani, con tutti i loro risentimenti e pregiudizi privati, cercano di lavorare insieme.
May Chester era piuttosto gelosa di Amy perché quest'ultima era più benvoluta di lei e, proprio in quel periodo, si erano verificate diverse circostanze insignificanti ad accrescere tale sentimento. I delicati lavori a penna e inchiostro di Amy eclissavano completamente i vasi dipinti di May: questa era una spina; poi, l'invincibile Tudor aveva ballato quattro volte con Amy, a una festa recente, e solo una volta con May: questa era la spina numero due; ma la rimostranza principale che le rodeva l'anima, e le dava una scusa per la sua condotta ostile, era una voce che qualche zelante pettegola le aveva sussurrato, ovvero che le ragazze March si erano prese gioco di lei a casa dei Lamb. Tutta la colpa di ciò sarebbe dovuta ricadere su Jo, poiché la sua cattiva imitazione era stata troppo realistica per sfuggire all'attenzione, e i festosi Lamb avevano lasciato che lo scherzo trapelasse. Nessun accenno a questo era giunto alle orecchie delle colpevoli, tuttavia, e lo sgomento di Amy può essere immaginato quando, proprio la sera prima della fiera, mentre dava gli ultimi tocchi al suo grazioso banco, la signora Chester, che naturalmente si risentiva per il presunto ridicolo gettato su sua figlia, disse, con tono blando, ma con sguardo freddo:
"Ho scoperto, cara, che c'è un certo malumore tra le signorine riguardo al fatto che io abbia assegnato questo banco a chiunque non sia una delle mie figlie. Poiché questo è il banco più importante, e alcuni dicono il più attraente di tutti, e loro sono le principali organizzatrici della fiera, si è pensato fosse meglio che tenessero loro questo posto. Mi dispiace, ma so che sei troppo sinceramente interessata alla causa per badare a una piccola delusione personale, e avrai un altro banco se ti va."
La signora Chester si era illusa in precedenza che sarebbe stato facile pronunciare questo discorsetto; ma quando arrivò il momento, trovò piuttosto difficile dirlo con naturalezza, con gli occhi ignari di Amy che la guardavano dritti, colmi di sorpresa e turbamento.
Amy sentì che c'era qualcosa sotto, ma non riuscì a indovinare cosa, e disse quietamente, sentendosi ferita e mostrandolo:
"Forse preferirebbe che non prendessi affatto un banco?"
"Ora, cara, non provare risentimento, ti prego; è semplicemente una questione di opportunità, vedi; le mie figlie prenderanno naturalmente l'iniziativa, e questo banco è considerato il posto più adatto a loro. Penso sia molto appropriato per te, e sono molto grata per i tuoi sforzi nel renderlo così carino; ma dobbiamo rinunciare ai nostri desideri privati, naturalmente, e farò in modo che tu abbia un buon posto altrove. Non ti piacerebbe il banco dei fiori? Le bambine se ne sono occupate, ma sono scoraggiate. Potresti farne una cosa incantevole, e il banco dei fiori è sempre attraente, sai."
"Specialmente per i gentiluomini," aggiunse May, con uno sguardo che illuminò Amy su una delle cause della sua improvvisa caduta in disgrazia. Arrossì con rabbia, ma non prese altra nota di quel sarcasmo adolescenziale e rispose con inaspettata amabilità:
"Sarà come desidera lei, signora Chester. Rinuncerò subito al mio posto qui e mi occuperò dei fiori, se vuole."
"Puoi mettere le tue cose sul tuo banco, se preferisci," esordì May, sentendosi un po' morsa dalla coscienza guardando le graziose rastrelliere, le conchiglie dipinte e le curiose illustrazioni che Amy aveva preparato con tanta cura e disposto con tanta grazia. Lo diceva con gentilezza, ma Amy fraintese il suo intento e disse prontamente:
"Oh, certamente, se ti sono d'intralcio;" e, spazzando via i suoi contributi nel grembiule alla rinfusa, se ne andò sentendo che lei e le sue opere d'arte erano state insultate oltre ogni perdono.
"Ora è arrabbiata. Oh, cielo, vorrei non averti chiesto di parlare, mamma," disse May, guardando sconsolata gli spazi vuoti sul suo banco.
"I litigi tra ragazze finiscono presto," rispose la madre, sentendosi un po' vergognata per la parte avuta in quello, come ben avrebbe dovuto.
Le bambine accolsero Amy e i suoi tesori con gioia, il che mitigò alquanto il suo spirito turbato, ed ella si mise al lavoro, determinata ad avere successo a livello floreale, se non poteva averlo artistico. Ma tutto sembrava contro di lei: era tardi ed era stanca; ognuna era troppo occupata con i propri affari per aiutarla; e le bambine erano solo d'intralcio, poiché quelle care si agitavano e chiacchieravano come tante gazze, creando molta confusione nei loro ingenui sforzi di preservare il massimo ordine. L'arco di sempreverdi non voleva restare fermo dopo che lo ebbe eretto, ma dondolava e minacciava di caderle in testa quando i cesti appesi vennero riempiti; la sua tegola migliore si prese una spruzzata d'acqua, che lasciò una lacrima di seppia sulla guancia di Cupido; si ammaccò le mani martellando e prese freddo lavorando in una corrente d'aria, quest'ultima afflizione la riempì di apprensioni per il giorno seguente. Qualsiasi ragazza che abbia sofferto simili afflizioni simpatizzerà con la povera Amy e le augurerà di superare bene il suo compito.
Ci fu grande indignazione a casa quando raccontò la sua storia quella sera. Sua madre disse che era una vergogna, ma le disse che aveva fatto bene; Beth dichiarò che non sarebbe andata affatto alla fiera; e Jo chiese perché non avesse preso tutte le sue belle cose lasciando che quelle persone meschine se la cavassero senza di lei.
"Perché loro sono meschine non è una ragione perché lo sia io. Odio queste cose, e anche se penso di avere il diritto di essere ferita, non intendo mostrarlo. Sentiranno questo più di discorsi arrabbiati o azioni risentite, non è vero, Marmee?"
"Questo è lo spirito giusto, cara; un bacio al posto di uno schiaffo è sempre la cosa migliore, anche se non è molto facile darlo a volte," disse sua madre, con l'aria di chi aveva imparato la differenza tra predicare e praticare.
Nonostante varie tentazioni molto naturali di risentirsi e ritorsioni, Amy si attenne alla sua risoluzione per tutto il giorno successivo, decisa a conquistare la sua nemica con la gentilezza. Iniziò bene, grazie a un tacito promemoria che le giunse inaspettato, ma quanto mai opportuno. Mentre disponeva il suo banco quella mattina, mentre le bambine erano in un'anticamera a riempire i cesti, prese il suo prodotto preferito: un libretto, la cui copertina antica suo padre aveva trovato tra i suoi tesori, e nel quale, su fogli di pergamena, aveva splendidamente illustrato diversi testi. Mentre voltava le pagine, ricche di graziosi motivi, con molto scusabile orgoglio, il suo occhio cadde su un versante che la fece fermare a riflettere. Incorniciate in un brillante lavoro di volute scarlatte, blu e oro, con piccoli spiriti di benevolenza che si aiutavano a vicenda su e giù tra le spine e i fiori, c'erano le parole: "Amerai il tuo prossimo come te stesso."
"Dovrei, ma non lo faccio," pensò Amy, mentre il suo occhio passava dalla pagina luminosa al viso scontento di May dietro i grandi vasi, che non riuscivano a nascondere i vuoti che il suo bel lavoro aveva un tempo riempito. Amy rimase un minuto, voltando le pagine tra le mani, leggendo su ognuna qualche dolce rimprovero per tutti i bruciori di stomaco e la mancanza di carità di spirito. Molti sermoni saggi e veri ci vengono predicati ogni giorno da ministri inconsapevoli per strada, a scuola, in ufficio o a casa; persino un banco di fiera può diventare un pulpito, se può offrire le parole buone e utili che non sono mai fuori stagione. La coscienza di Amy le predicò un piccolo sermone da quel testo, proprio lì e allora; ed ella fece ciò che molti di noi non fanno sempre: prese il sermone a cuore e lo mise subito in pratica.
Un gruppo di ragazze stava attorno al banco di May, ammirando le belle cose e parlando del cambio di commesse. Abbassarono la voce, ma Amy sapeva che stavano parlando di lei, ascoltando una versione dei fatti e giudicando di conseguenza. Non era piacevole, ma uno spirito migliore si era impadronito di lei e, poco dopo, si offrì l'occasione per dimostrarlo. Sentì May dire con tristezza:
"È un peccato, perché non c'è tempo per fare altre cose, e non voglio riempire con cianfrusaglie. Il banco era perfetto allora: ora è rovinato."
"Scommetto che li rimetterebbe al loro posto se glielo chiedessi," suggerì qualcuna.
"Come potrei dopo tutta quella confusione?" iniziò May, ma non finì, perché la voce di Amy giunse attraverso la sala, dicendo piacevolmente:
"Puoi prenderli, e benvenuta, senza chiedere, se li vuoi. Stavo proprio pensando che mi sarei offerta di rimetterli a posto, perché appartengono al tuo banco più che al mio. Eccoli; per favore prendili, e perdonami se sono stata precipitosa nel portarli via ieri sera."
Mentre parlava, Amy restituì il suo contributo, con un cenno e un sorriso, e si allontanò di nuovo, sentendo che era più facile fare una cosa amichevole che restare a farsi ringraziare per essa.
"Ora, trovo che sia stata adorabile da parte sua, non trovi?" gridò una ragazza.
La risposta di May fu inudibile; ma un'altra giovane signora, il cui umore era evidentemente un po' inacidito dal preparare limonata, aggiunse, con una risata sgradevole: "Molto adorabile; perché sapeva che non li avrebbe venduti al suo banco."
Ora, questo fu duro; quando facciamo piccoli sacrifici ci piace che siano apprezzati, almeno; e per un minuto Amy si pentì di averlo fatto, sentendo che la virtù non era sempre la sua ricompensa. Ma lo è, come scoprì poco dopo; poiché il suo umore iniziò a risollevarsi e il suo banco a fiorire sotto le sue mani abili; le ragazze furono molto gentili, e quell'unico piccolo atto sembrò aver schiarito l'atmosfera in modo sorprendente.
Fu una giornata molto lunga e difficile per Amy, mentre sedeva dietro il suo banco, spesso del tutto sola, poiché le bambine disertarono molto presto: a pochi importava di comprare fiori in estate, e i suoi bouquet iniziarono ad appassire molto prima di sera.
Il banco d'arte era il più attraente nella sala; c'era folla attorno ad esso tutto il giorno, e le addette volavano costantemente avanti e indietro con facce importanti e tintinnanti cassette per le offerte. Amy guardava spesso con desiderio dall'altra parte, bramando di essere lì, dove si sentiva a casa e felice, invece che in un angolo senza nulla da fare. Potrebbe sembrare non una difficoltà per alcuni di noi; ma per una bella e lieta giovane ragazza, non era solo tedioso, ma molto provante; e il pensiero di essere trovata lì la sera dalla sua famiglia, da Laurie e dai suoi amici, lo rendeva un vero martirio.
Non tornò a casa fino a notte, e allora apparve così pallida e silenziosa che sapevano che la giornata era stata dura, sebbene lei non facesse alcuna lamentela e non raccontasse nemmeno ciò che aveva fatto. Sua madre le diede una tazza di tè extra cordiale, Beth l'aiutò a vestirsi e le fece una graziosa coroncina per i capelli, mentre Jo stupì la sua famiglia preparandosi con insolita cura e lasciando intendere oscuramente che le tavole stavano per essere rovesciate.
"Non fare nulla di scortese, ti prego, Jo. Non voglio che si faccia alcuna confusione, quindi lascia correre tutto e comportati bene," implorò Amy, mentre partiva presto, sperando di trovare un rinforzo di fiori per rinfrescare il suo povero banchetto.
"Intendo semplicemente rendermi irresistibilmente piacevole con tutti quelli che conosco, e tenerli nel tuo angolo il più a lungo possibile. Teddy e i suoi ragazzi daranno una mano, e ci divertiremo ancora," rispose Jo, sporgendosi dal cancello per cercare Laurie. Poco dopo si udì il familiare passo nell'oscurità e lei corse incontro a lui.
"È il mio ragazzo?"
"Tanto certo quanto questa è la mia ragazza!" e Laurie le infilò il braccio sotto il suo, con l'aria di un uomo i cui desideri erano tutti appagati.
"Oh Teddy, che cose!" e Jo raccontò i torti di Amy con zelo fraterno.
"Uno stormo dei nostri compagni passerà di qui tra poco, e mi impiccherò se non li obbligo a comprare ogni fiore che ha, e ad accamparsi davanti al suo banco subito dopo," disse Laurie, sposando la sua causa con calore.
"I fiori non sono affatto belli, dice Amy, e quelli freschi potrebbero non arrivare in tempo. Non voglio essere ingiusta o sospettosa, ma non mi sorprenderebbe se non arrivassero affatto. Quando le persone fanno una cosa meschina è molto probabile che ne facciano un'altra," osservò Jo, con tono disgustato.
"Hayes non ti ha dato i migliori dei nostri giardini? Gli ho detto di farlo."
"Non lo sapevo; ha dimenticato, suppongo; e, dato che tuo nonno non stava bene, non volevo preoccuparlo chiedendo, anche se ne volevo alcuni."
"Ora, Jo, come hai potuto pensare che ci fosse bisogno di chiedere! Sono tanto tue quanto mie. Non facciamo sempre metà in tutto?" esordì Laurie, con il tono che faceva sempre diventare Jo spinosa.
"Grazia, spero di no! La metà di alcune delle tue cose non mi andrebbe affatto bene. Ma non dobbiamo stare qui a flirtare; devo aiutare Amy, quindi vai e renditi splendido; e se sarai così tanto gentile da lasciare che Hayes porti alcuni bei fiori su alla Sala, ti benedirò per sempre."
"Non potresti farlo ora?" chiese Laurie, così in modo suggestivo che Jo chiuse il cancello in faccia a lui con inospitale fretta e gridò attraverso le sbarre: "Vai via, Teddy; sono occupata."
Grazie ai cospiratori, i ruoli si invertirono quella sera; poiché Hayes mandò su una distesa di fiori, con un incantevole cesto, disposto nel suo modo migliore, come centro tavola; poi la famiglia March uscì in massa, e Jo si impegnò per uno scopo, poiché le persone non solo venivano, ma restavano, ridendo delle sue sciocchezze, ammirando il gusto di Amy e apparentemente divertendosi molto. Laurie e i suoi amici si gettarono coraggiosamente nella breccia, comprarono i bouquet, si accamparono davanti al banco e resero quell'angolo il punto più vivace della sala. Amy era nel suo elemento ora e, per gratitudine, se non altro, era più vivace e graziosa possibile, giungendo alla conclusione, in quel momento, che la virtù fosse la sua ricompensa, dopotutto.
Jo si comportò con esemplare correttezza; e quando Amy fu felicemente circondata dalla sua guardia d'onore, Jo circolò per la sala, raccogliendo vari frammenti di pettegolezzi, che la illuminarono sulla questione del cambio di base delle Chester. Si rimproverò per la sua parte nel malumore e decise di scagionare Amy il prima possibile; scoprì anche cosa aveva fatto Amy riguardo alle cose al mattino, e la considerò un modello di magnanimità. Mentre passava davanti al banco d'arte, diede un'occhiata in cerca delle cose di sua sorella, ma non ne vide traccia. "Nascoste fuori vista, immagino," pensò Jo, che poteva perdonare i propri torti, ma risentiva calorosamente di qualsiasi insulto offerto alla sua famiglia.
"Buonasera, signorina Jo. Come se la cava Amy?" chiese May, con aria conciliante, perché voleva dimostrare che anche lei poteva essere generosa.
"Ha venduto tutto quello che aveva che valesse la pena vendere, e ora si sta divertendo. Il banco dei fiori è sempre attraente, sai, 'specialmente per i gentiluomini'."
Jo non poté resistere dal dare quella piccola frecciata, ma May la prese così docilmente che se ne pentì un minuto dopo, e iniziò a lodare i grandi vasi, che rimanevano ancora invenduti.
"L'illustrazione di Amy è da qualche parte? Mi era venuta voglia di comprarla per papà," disse Jo, molto ansiosa di conoscere il destino del lavoro di sua sorella.
"Tutto ciò che era di Amy è stato venduto molto tempo fa; mi sono assicurata che le persone giuste li vedessero, e hanno fruttato una bella sommetta per noi," rispose May, che aveva superato varie piccole tentazioni, proprio come Amy, quel giorno.
Molto gratificata, Jo corse indietro per dare la buona notizia; e Amy sembrò sia commossa che sorpresa dal resoconto delle parole e dei modi di May.
"Ora, signori, voglio che andiate a fare il vostro dovere verso gli altri banchi con la stessa generosità con cui avete fatto con il mio, specialmente il banco d'arte," disse, ordinando di uscire al "Teddy's Own", come le ragazze chiamavano gli amici del college.
"'Carica, Chester, carica!' è il motto per quel banco; ma fate il vostro dovere come uomini, e avrete il valore dei vostri soldi in arte in ogni senso della parola," disse l'irrefrenabile Jo, mentre la devota falange si preparava a scendere in campo.
"Udire è obbedire, ma March è assai più bella di May," disse il piccolo Parker, facendo uno sforzo frenetico per essere sia spiritoso che tenero, e venendo prontamente zittito da Laurie, che disse: "Molto bene, figlio mio, per un ragazzino!" e lo portò via, con una pacca paterna sulla testa.
"Compra i vasi," sussurrò Amy a Laurie, come un ultimo accumulo di carboni ardenti sulla testa della sua nemica.
Con grande gioia di May, il signor Laurence non solo comprò i vasi, ma pervase la sala con uno sotto ogni braccio. Gli altri gentiluomini speculavano con uguale imprudenza in ogni sorta di fragili inezie, e vagavano impotenti dopo, carichi di fiori di cera, ventagli dipinti, portafogli di filigrana e altri acquisti utili e appropriati.
Zia Carrol era lì, sentì la storia, sembrò compiaciuta e disse qualcosa alla signora March in un angolo, il che fece raggiare quest'ultima di soddisfazione, e guardare Amy con un volto pieno di orgoglio e ansia mescolati, sebbene non rivelò la causa del suo piacere fino a diversi giorni dopo.
La fiera fu dichiarata un successo; e quando May diede la buonanotte ad Amy, non "effuse" come al solito, ma le diede un bacio affettuoso e uno sguardo che diceva: "Perdona e dimentica." Ciò soddisfò Amy; e quando tornò a casa trovò i vasi esposti sulla mensola del camino del salotto, con un grande bouquet in ciascuno. "La ricompensa al merito per una magnanima March," come annunciò Laurie con un gesto enfatico.
"Hai molto più principio, generosità e nobiltà di carattere di quanto ti abbia mai accreditato, Amy. Ti sei comportata dolcemente, e ti rispetto con tutto il cuore," disse Jo calorosamente, mentre si spazzolavano i capelli insieme tardi quella notte.
"Sì, tutte noi lo facciamo, e la amiamo per essere così pronta a perdonare. Deve essere stato terribilmente difficile, dopo aver lavorato così a lungo, e aver messo il cuore nel vendere le tue belle cose. Non credo che avrei potuto farlo con la tua gentilezza," aggiunse Beth dal suo cuscino.
"Perché, ragazze, non avete bisogno di lodarmi così; ho solo fatto come vorrei fosse fatto a me. Ridete di me quando dico che voglio essere una signora, ma intendo una vera gentildonna di mente e modi, e cerco di farlo per quanto ne sono capace. Non so spiegare esattamente, ma voglio essere al di sopra delle piccole meschinità, follie e colpe che rovinano tante donne. Sono lontana da ciò ora, ma faccio del mio meglio, e spero col tempo di essere ciò che è la mamma."
Amy parlò con fervore, e Jo disse, con un cordiale abbraccio:
"Ora capisco cosa intendi, e non riderò mai più di te. Stai facendo progressi più rapidi di quanto pensi, e prenderò lezioni di vera cortesia da te, perché credo tu abbia imparato il segreto. Continua così, cara; un giorno avrai la tua ricompensa, e nessuno ne sarà più felice di me."
Una settimana dopo Amy ottenne davvero la sua ricompensa, e la povera Jo trovò difficile esserne felice. Arrivò una lettera dalla zia Carrol, e il volto della signora March si illuminò a tal punto, mentre la leggeva, che Jo e Beth, le quali erano con lei, chiesero quali fossero le buone nuove.
"La zia Carrol andrà all'estero il mese prossimo, e vuole..."
"Che io vada con lei!" esplose Jo, balzando dalla sedia in un rapimento incontenibile.
"No, cara, non tu; è Amy."
"Oh, mamma! È troppo giovane; è il mio turno per prima. Lo desidero da così tanto tempo... mi farebbe così bene, e sarebbe così assolutamente splendido... devo andare io."
"Temo sia impossibile, Jo. La zia dice Amy, decisamente, e non spetta a noi dettare condizioni quando lei offre un simile favore."
"È sempre così. Amy ha tutto il divertimento e io ho tutto il lavoro. Non è giusto, oh, non è giusto!" esclamò Jo con passione.
"Temo che sia in parte colpa tua, cara. Quando la zia mi ha parlato l'altro giorno, ha lamentato i tuoi modi bruschi e il tuo spirito troppo indipendente; e qui scrive, come se citasse qualcosa che hai detto tu: 'Avevo pensato inizialmente di chiedere a Jo; ma poiché i favori la gravano, e lei odia il francese, penso che non azzarderò l'invito. Amy è più docile, sarà una buona compagna per Flo, e accetterà con gratitudine qualsiasi aiuto il viaggio possa darle'."
"Oh, la mia lingua, la mia abominevole lingua! Perché non imparo a tenerla a freno?" gemette Jo, ricordando le parole che erano state la sua rovina. Quando ebbe ascoltato la spiegazione delle frasi citate, la signora March disse con dolore:
"Avrei voluto che potessi andare, ma non c'è speranza questa volta; quindi cerca di sopportarlo con animo sereno, e non rattristare la felicità di Amy con rimproveri o rimpianti."
"Ci proverò," disse Jo, sbattendo le palpebre con forza, mentre si inginocchiava per raccogliere il cestino che aveva gioiosamente rovesciato. "Prenderò esempio da lei, e cercherò non solo di sembrare contenta, ma di esserlo davvero, senza invidiarle nemmeno un minuto di felicità; ma non sarà facile, perché è una terribile delusione;" e la povera Jo bagnò il piccolo puntaspilli imbottito che teneva in mano con diverse lacrime molto amare.
"Jo, cara, sono molto egoista, ma non potrei fare a meno di te, e sono contenta che tu non parta subito," sussurrò Beth, abbracciandola, cestino e tutto, con un tocco così avvinghiato e un volto così amorevole, che Jo si sentì confortata nonostante il pungente rimpianto che la spingeva a volersi dare degli schiaffi e implorare umilmente la zia Carrol di gravarsi di questo favore, e vedere con quanta gratitudine lo avrebbe sopportato.
Quando Amy rientrò, Jo fu in grado di prendere parte al giubilo familiare; non proprio con la solita foga, forse, ma senza rimpianti per la fortuna di Amy. La giovane signorina accolse la notizia come un lieto annuncio, si aggirò in una sorta di solenne rapimento, e iniziò a dividere i suoi colori e a riporre le matite quella sera stessa, lasciando inezie come vestiti, denaro e passaporti a chi era meno assorbito di lei dalle visioni dell'arte.
"Per me non è un semplice viaggio di piacere, ragazze," disse in modo impressionante, mentre raschiava la sua tavolozza migliore. "Deciderà la mia carriera; perché se ho un qualche genio, lo scoprirò a Roma, e farò qualcosa per dimostrarlo."
"E se non ne avessi?" disse Jo, cucendo via, con gli occhi arrossati, i nuovi colletti che dovevano essere consegnati ad Amy.
"Allora tornerò a casa e insegnerò disegno per guadagnarmi da vivere," rispose l'aspirante alla fama, con filosofica compostezza; ma fece una smorfia alla prospettiva, e continuò a grattare sulla tavolozza come se fosse decisa a prendere misure vigorose prima di rinunciare alle sue speranze.
"No, non lo farai; odi il duro lavoro, e sposerai qualche uomo ricco, e tornerai a casa a sederti in grembo al lusso per tutti i tuoi giorni," disse Jo.
"Le tue predizioni a volte si avverano, ma non credo che quella lo farà. Sono certa che vorrei che accadesse, perché se non posso essere io stessa un'artista, vorrei essere in grado di aiutare chi lo è," disse Amy, sorridendo, come se la parte di Lady Bountiful le si addicesse più di quella di una povera insegnante di disegno.
"Hum!" fece Jo, con un sospiro; "se lo desideri l'avrai, perché i tuoi desideri sono sempre esauditi... i miei mai."
"Ti piacerebbe andare?" chiese Amy, picchiettandosi pensierosa il naso con il coltello.
"E come!"
"Bene, tra un anno o due ti farò chiamare, e scaveremo nel Foro in cerca di reliquie, e realizzeremo tutti i piani che abbiamo fatto così tante volte."
"Grazie; ti ricorderò la tua promessa quando arriverà quel giorno felice, se mai accadrà," rispose Jo, accettando l'offerta vaga ma magnifica con quanta più gratitudine potesse.
Non ci fu molto tempo per i preparativi, e la casa fu in fermento fino alla partenza di Amy. Jo tenne duro molto bene finché l'ultimo svolazzare del nastro blu non svanì, dopodiché si ritirò nel suo rifugio, la soffitta, e pianse finché non riuscì più a piangere. Anche Amy tenne duro coraggiosamente finché il piroscafo non salpò; poi, proprio mentre la passerella stava per essere ritirata, si rese improvvisamente conto che un intero oceano si sarebbe presto frapposto tra lei e coloro che amava di più, e si strinse a Laurie, l'ultimo a indugiare, dicendo tra i singhiozzi:
"Oh, prenditi cura di loro per me; e se dovesse succedere qualcosa..."
"Lo farò, cara, lo farò; e se accadrà qualcosa, verrò a confortarti," sussurrò Laurie, senza minimamente immaginare che sarebbe stato chiamato a mantenere la sua parola.
Così Amy salpò per scoprire il vecchio mondo, che è sempre nuovo e bellissimo agli occhi giovani, mentre suo padre e il suo amico la guardavano dalla riva, sperando fervidamente che nient'altro che destini gentili capitassero alla ragazza dal cuore felice, che agitò la mano verso di loro finché non poterono vedere nient'altro che il sole estivo che abbagliava sul mare.
XXXI.
IL NOSTRO CORRISPONDENTE ESTERO.
"LONDRA. "CARISSIMI,--
"Sono qui seduta davanti a una finestra del Bath Hotel, a Piccadilly. Non è un posto alla moda, ma lo zio ci alloggiava anni fa, e non vuole andare da nessun'altra parte; comunque, non abbiamo intenzione di restare a lungo, quindi non ha molta importanza. Oh, non potrei mai iniziare a dirvi quanto mi goda tutto questo! Non potrò mai, quindi vi darò solo frammenti dal mio taccuino, perché non ho fatto altro che disegnare e scarabocchiare da quando sono partita.
"Vi ho scritto due righe da Halifax, quando mi sentivo piuttosto infelice, ma dopo di che me la sono passata in modo incantevole, raramente malata, sul ponte tutto il giorno, con molte persone piacevoli per divertirmi. Tutti sono stati molto gentili con me, specialmente gli ufficiali. Non ridete, Jo; i gentiluomini sono davvero molto necessari a bordo di una nave, per tenersi forte, o per essere serviti; e dato che non hanno nulla da fare, è una misericordia renderli utili, altrimenti temo che finirebbero per fumarsi fino alla morte.
"La zia e Flo sono state poco bene per tutto il viaggio, e preferivano essere lasciate in pace, così, quando ho fatto quello che potevo per loro, sono andata a godermela. Che passeggiate sul ponte, che tramonti, che aria e onde splendide! Era quasi eccitante quanto cavalcare un cavallo veloce, quando correvamo via così maestosamente. Avrei voluto che Beth potesse venire, le avrebbe fatto così bene; quanto a Jo, sarebbe salita a sedersi sul fiocco di trinchetto, o qualunque sia il nome di quella cosa alta, avrebbe fatto amicizia con gli ingegneri, e avrebbe suonato la tromba parlante del capitano, sarebbe stata in uno stato di tale rapimento.
"Era tutto celestiale, ma sono stata felice di vedere la costa irlandese, e l'ho trovata molto incantevole, così verde e soleggiata, con cabine marroni qua e là, rovine su alcune colline, e residenze di campagna di gentiluomini nelle valli, con cervi che pascolano nei parchi. Era presto al mattino, ma non mi sono pentita di essermi alzata per vederla, perché la baia era piena di barchette, la riva così pittoresca, e un cielo roseo sopra la testa. Non lo dimenticherò mai.
"A Queenstown uno dei miei nuovi conoscenti ci ha lasciato, il signor Lennox, e quando ho menzionato i Laghi di Killarney, ha sospirato e cantato, guardandomi:
'Oh, hai mai sentito parlare di Kate Kearney? Vive sulle rive di Killarney; Dal bagliore del suo sguardo, Evita il pericolo e fuggi, Perché fatale è lo sguardo di Kate Kearney.'
Non è sciocco?
"Ci siamo fermati a Liverpool solo poche ore. È un posto sporco e rumoroso, e sono stata contenta di lasciarlo. Lo zio si è precipitato fuori e ha comprato un paio di guanti di pelle di cane, delle scarpe spesse e brutte, e un ombrello, e si è fatto radere à la mutton-chop, la prima cosa. Poi si è illuso di sembrare un vero britannico; ma la prima volta che ha fatto pulire il fango dalle scarpe, il piccolo lustrascarpe ha capito che dentro c'erano le scarpe di un americano, e ha detto, con un sogghigno, 'Ecco a lei, signore. Gli ho dato la lucidata yankee più recente.' La cosa ha divertito moltissimo lo zio. Oh, devo raccontarvi cosa ha fatto quell'assurdo Lennox! Ha fatto ordinare dal suo amico Ward, che era venuto con noi, un mazzo di fiori per me, e la prima cosa che ho visto nella mia stanza è stato un mazzo incantevole, con 'Complimenti di Robert Lennox' sul biglietto. Non è stato divertente, ragazze? Mi piace viaggiare.
"Non arriverò mai a Londra se non mi sbrigo. Il viaggio è stato come cavalcare attraverso una lunga galleria d'arte, piena di paesaggi incantevoli. Le fattorie erano la mia delizia; con tetti di paglia, edera fino alle grondaie, finestre a reticolo, e donne robuste con bambini rosei alle porte. Persino il bestiame sembrava più tranquillo del nostro, mentre stavano con le zampe immerse nel trifoglio, e le galline facevano un verso di contentezza, come se non diventassero mai nervose, come le chiocce yankee. Un colore così perfetto non l'ho mai visto: l'erba così verde, il cielo così blu, il grano così giallo, i boschi così scuri: ero in un rapimento per tutto il tragitto. Anche Flo lo era; e continuavamo a rimbalzare da una parte all'altra, cercando di vedere tutto mentre sfrecciavamo alla velocità di sessanta miglia all'ora. La zia era stanca e si è addormentata, ma lo zio leggeva la sua guida e non voleva stupirsi di nulla. Ecco come siamo andati avanti: Amy, saltando su: 'Oh, quello deve essere Kenilworth, quel posto grigio tra gli alberi!' Flo, scattando alla mia finestra: 'Che dolce! Dobbiamo andarci qualche volta, vero papà?' Zio, che ammira con calma i suoi stivali: 'No, mia cara, a meno che tu non voglia della birra; quello è un birrificio.'
"Una pausa, poi Flo esclamò: 'Dio mio, c'è una forca e un uomo che sale.' 'Dove, dove?' grida Amy, fissando fuori due alti pali con una trave trasversale e alcune catene penzolanti. 'Una miniera di carbone,' osserva lo zio, con un luccichio negli occhi. 'Ecco un incantevole gregge di agnelli tutti sdraiati,' dice Amy. 'Guarda, papà, non sono carini!' aggiunse Flo sentimentalmente. 'Oche, signorine,' risponde lo zio, con un tono che ci tiene tranquille finché Flo non si calma per godersi 'I flirt del capitano Cavendish', e io ho il paesaggio tutto per me.
"Naturalmente pioveva quando siamo arrivati a Londra, e non c'era nulla da vedere se non nebbia e ombrelli. Ci siamo riposati, disfatto le valigie e fatto un po' di shopping tra un acquazzone e l'altro. Zia Mary mi ha preso delle cose nuove, perché sono partita così di fretta che non ero pronta per niente. Un cappello bianco e una piuma blu, un vestito di mussola abbinato, e il mantello più incantevole che abbiate mai visto. Fare shopping a Regent Street è assolutamente splendido; le cose sembrano così economiche: bei nastri a soli sei pence al metro. Ne ho fatto scorta, ma prenderò i guanti a Parigi. Non suona elegante e ricco?
"Flo e io, per divertimento, abbiamo ordinato una carrozza hansom, mentre zia e zio erano fuori, e siamo andate a fare un giro, anche se abbiamo imparato dopo che non era il caso che delle signorine ci andassero sole. È stato così buffo! perché quando siamo state chiuse dal grembiule di legno, l'uomo correva così veloce che Flo si è spaventata, e mi ha detto di fermarlo. Ma lui era lassù fuori dietro da qualche parte, e non riuscivo a raggiungerlo. Non mi ha sentito chiamare, né mi ha visto sventolare l'ombrellino davanti, ed eccoci lì, completamente impotenti, a sferragliare via e a girare gli angoli a un ritmo da rompicollo. Alla fine, nella mia disperazione, ho visto una piccola porta sul tetto, e dopo averla aperta, è apparso un occhio rosso e una voce alcolica ha detto:
"'Allora, signorina?'
"Ho dato il mio ordine con più sobrietà possibile, e sbattendo la porta con un 'Sì, sì, signorina', l'uomo ha fatto camminare il suo cavallo come se andasse a un funerale. Ho ribussato e ho detto: 'Un po' più veloce'; poi è partito, alla rinfusa, come prima, e ci siamo arrese al nostro destino.
"Oggi il tempo era bello e siamo andate ad Hyde Park, qui vicino, perché siamo più aristocratiche di quanto sembriamo. Il Duca di Devonshire vive vicino. Vedo spesso i suoi servitori che bighellonano al cancello sul retro; e la casa del Duca di Wellington non è lontana. Che scene ho visto, mia cara! Era bello come Punch, perché c'erano ricche matrone che giravano nelle loro carrozze rosse e gialle, con magnifici Jeames in calze di seta e giacche di velluto, dietro, e cocchieri incipriati davanti. Eleganti cameriere, con i bambini più rosei che abbia mai visto; ragazze belle, che sembravano mezze addormentate; damerini, con strani cappelli inglesi e guanti color lavanda, che oziavano in giro, e alti soldati, in giacche rosse corte e berretti a muffin infilati di lato, che sembravano così buffi che desideravo disegnarli.
"Rotten Row significa 'Route de Roi', o la via del re; ma ora è più simile a una scuola di equitazione che a qualsiasi altra cosa. I cavalli sono splendidi, e gli uomini, specialmente gli stallieri, cavalcano bene; ma le donne sono rigide, e rimbalzano, il che non è secondo le nostre regole. Desideravo mostrare loro un galoppo americano sfrenato, perché trotterellavano solennemente su e giù, nei loro abiti stretti e cappelli alti, sembrando le donne nel giocattolo dell'Arca di Noè. Tutti cavalcano: vecchi, signore corpulente, bambini piccoli; e i giovani flirtano molto qui; ho visto una coppia scambiarsi dei boccioli di rosa, perché è di moda portarne uno all'occhiello, e ho pensato che fosse una bella idea.
"Nel pomeriggio all'Abbazia di Westminster; ma non aspettatevi che la descriva, è impossibile: dirò solo che era sublime! Questa sera andremo a vedere Fechter, che sarà una conclusione appropriata per il giorno più felice della mia vita.
"MEZZANOTTE.
"È molto tardi, ma non posso lasciare che la mia lettera parta al mattino senza dirvi cosa è successo ieri sera. Chi pensate che sia entrato, mentre prendevamo il tè? Gli amici inglesi di Laurie, Fred e Frank Vaughn! Sono rimasta così sorpresa, perché non li avrei riconosciuti se non fosse stato per i biglietti da visita. Entrambi sono ragazzi alti, con le basette; Fred bello nello stile inglese, e Frank molto meglio, perché zoppica solo leggermente e non usa stampelle. Avevano saputo da Laurie dove saremmo state, e sono venuti a invitarci a casa loro; ma lo zio non vuole andare, quindi ricambieremo la visita e li vedremo come potremo. Sono andati a teatro con noi, e ci siamo divertiti così tanto, perché Frank si è dedicato a Flo, e Fred e io abbiamo parlato di divertimenti passati, presenti e futuri come se ci fossimo conosciuti da sempre. Dite a Beth che Frank ha chiesto di lei, ed è stato dispiaciuto di sentire della sua cattiva salute. Fred ha riso quando ho parlato di Jo, e ha mandato i suoi 'rispettosi complimenti al grande cappello'. Nessuno dei due aveva dimenticato Camp Laurence, o il divertimento che abbiamo avuto lì. Che secoli fa sembra, non è vero?
"La zia sta picchiettando sul muro per la terza volta, quindi devo fermarmi. Mi sento davvero come una signora raffinata e dissipata di Londra, a scrivere qui così tardi, con la mia stanza piena di belle cose, e la mia testa un miscuglio di parchi, teatri, nuovi vestiti, e creature galanti che dicono 'Ah!' e arricciano i loro baffi biondi con la vera signorilità inglese. Desidero vedervi tutte, e nonostante le mie sciocchezze sono, come sempre, la vostra amorevole AMY."
"CARE RAGAZZE,-- "PARIGI.
"Nell'ultima vi ho parlato della nostra visita a Londra: di quanto siano stati gentili i Vaughn, e che piacevoli feste abbiano organizzato per noi. Ho apprezzato le gite a Hampton Court e al Kensington Museum più di ogni altra cosa: perché a Hampton ho visto i cartoni di Raffaello, e, al Museo, stanze piene di dipinti di Turner, Lawrence, Reynolds, Hogarth e le altre grandi creature. La giornata a Richmond Park è stata affascinante, perché abbiamo fatto un vero picnic inglese, e ho avuto più querce splendide e gruppi di cervi di quanti ne potessi copiare; ho anche sentito un usignolo, e ho visto le allodole alzarsi in volo. Abbiamo 'fatto' Londra a nostro piacimento, grazie a Fred e Frank, e ci è dispiaciuto andare via; perché, sebbene gli inglesi siano lenti ad accoglierti, quando una volta si decidono a farlo non possono essere superati in ospitalità, credo. I Vaughn sperano di incontrarci a Roma il prossimo inverno, e sarò terribilmente delusa se non lo faranno, perché Grace e io siamo grandi amiche, e i ragazzi sono persone molto carine, specialmente Fred.
"Bene, eravamo appena sistemati qui, quando è rispuntato fuori, dicendo che era venuto per una vacanza, e che stava andando in Svizzera. La zia sembrava seria all'inizio, ma lui era così calmo al riguardo che non ha potuto dire una parola; e ora andiamo d'accordo, e siamo molto contenti che sia venuto, perché parla francese come un nativo, e non so cosa avremmo fatto senza di lui. Lo zio non conosce dieci parole, e insiste nel parlare inglese molto ad alta voce, come se questo facesse capire la gente. La pronuncia della zia è antiquata, e Flo e io, sebbene ci illudessimo di saperne parecchio, scopriamo di no, e siamo molto grate di avere Fred che fa il 'parley voo', come lo chiama lo zio.
"Che momenti deliziosi stiamo passando! visite turistiche dalla mattina alla sera, sostando per bei pranzi nei caffè allegri, e incontrando ogni sorta di avventure buffe. Le giornate di pioggia le passo al Louvre, estasiata dai dipinti. Jo arriccerebbe il suo naso impertinente davanti ad alcuni dei più belli, perché non ha anima per l'arte; ma io sì, e sto coltivando l'occhio e il gusto il più velocemente possibile. A lei piacerebbero di più le reliquie dei grandi personaggi, perché ho visto il cappello bicorno e il cappotto grigio di Napoleone, la culla del suo bambino e il suo vecchio spazzolino da denti; anche la scarpina di Maria Antonietta, l'anello di Saint Denis, la spada di Carlo Magno, e molte altre cose interessanti. Ne parlerò per ore quando verrò, ma non ho tempo di scrivere.
"Il Palais Royale è un posto celestiale, così pieno di bigiotteria e cose incantevoli che sono quasi distratta perché non posso comprarle. Fred voleva comprarmene qualcuna, ma naturalmente non l'ho permesso. Poi il Bois e gli Champs Elysées sono très magnifique. Ho visto la famiglia imperiale diverse volte: l'imperatore un uomo brutto e dall'aspetto duro, l'imperatrice pallida e carina, ma vestita con cattivo gusto, ho pensato: vestito viola, cappello verde e guanti gialli. Il piccolo Nap. è un bel ragazzo, che siede chiacchierando con il suo tutore, e manda baci con la mano alla gente mentre passa nella sua carrozza a quattro cavalli, con postiglioni in giacche di raso rosso, e una guardia a cavallo davanti e dietro.
"Spesso camminiamo nei giardini delle Tuileries, perché sono incantevoli, sebbene gli antichi giardini del Lussemburgo mi si addicano meglio. Père la Chaise è molto curioso, perché molte tombe sono come piccole stanze, e, guardando dentro, si vede un tavolo, con immagini o ritratti dei defunti, e sedie per i visitatori che vengono a piangere. È così tipicamente francese."
"Le nostre stanze sono in Rue de Rivoli e, seduti sul balcone, guardiamo su e giù per la lunga, brillante via. È così piacevole che passiamo le nostre serate a chiacchierare lì, quando siamo troppo stanchi per il lavoro della giornata per uscire. Fred è molto divertente, ed è in tutto e per tutto il giovane uomo più gradevole che io abbia mai conosciuto, eccetto Laurie, i cui modi sono più affascinanti. Vorrei che Fred fosse bruno, perché non mi piacciono gli uomini chiari; tuttavia, i Vaughn sono molto ricchi e provengono da un'eccellente famiglia, quindi non troverò difetti nei loro capelli gialli, dato che i miei sono più gialli.
"La prossima settimana partiremo per la Germania e la Svizzera; e, poiché viaggeremo velocemente, potrò scrivervi solo lettere frettolose. Tengo il mio diario e cerco di 'ricordare correttamente e descrivere chiaramente tutto ciò che vedo e ammiro', come ha consigliato il padre. È un buon esercizio per me e, con il mio album da disegno, vi darà un'idea migliore del mio tour rispetto a questi scarabocchi.
"Addio; vi abbraccio teneramente. VOTRE AMIE."
"MIA CARA MAMMA,-- "HEIDELBERG.
"Avendo un'ora di quiete prima di partire per Berna, cercherò di dirvi cosa è successo, perché parte di ciò è molto importante, come vedrete.
"La navigazione sul Reno è stata perfetta, e sono rimasta semplicemente seduta a godermela con tutte le mie forze. Prendete le vecchie guide di padre e leggete al riguardo; non ho parole abbastanza belle per descriverlo. A Coblenza siamo stati benissimo, perché alcuni studenti di Bonn, con i quali Fred ha fatto conoscenza sulla barca, ci hanno fatto una serenata. Era una notte di luna piena e, verso l'una, Flo ed io siamo state svegliate dalla musica più deliziosa sotto le nostre finestre. Siamo volate su e ci siamo nascoste dietro le tende; ma sbirciatine furtive ci hanno mostrato Fred e gli studenti che cantavano lì sotto. È stata la cosa più romantica che io abbia mai visto: il fiume, il ponte di barche, la grande fortezza di fronte, la luce della luna ovunque e una musica capace di sciogliere un cuore di pietra.
"Quando hanno finito, abbiamo gettato dei fiori e li abbiamo visti azzuffarsi per prenderli, mandare baci alle dame invisibili e allontanarsi ridendo, per fumare e bere birra, suppongo. La mattina dopo Fred mi ha mostrato uno dei fiori sgualciti nella tasca del suo gilet e ha assunto un'aria molto sentimentale. Ho riso di lui e ho detto che non ero stata io a lanciarlo, ma Flo, il che sembra averlo disgustato, poiché lo ha gettato fuori dalla finestra ed è tornato a essere ragionevole. Temo che avrò dei problemi con quel ragazzo, inizia a sembrare così.
"Le terme a Nassau erano molto allegre, così come Baden-Baden, dove Fred ha perso dei soldi e io l'ho sgridato. Ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui quando Frank non è con lui. Kate ha detto una volta che sperava che si sposasse presto, e sono pienamente d'accordo con lei sul fatto che sarebbe un bene per lui. Francoforte è stata deliziosa; ho visto la casa di Goethe, la statua di Schiller e la famosa 'Arianna' di Dannecker. È stata molto bella, ma me la sarei goduta di più se avessi conosciuto meglio la storia. Non mi andava di chiedere, poiché tutti la conoscevano, o fingevano di farlo. Vorrei che Jo mi raccontasse tutto; avrei dovuto leggere di più, perché scopro di non sapere nulla e questo mi mortifica.
"Ora arriva la parte seria, poiché è accaduto qui, e Fred se n'è appena andato. È stato così gentile e allegro che ci siamo tutti affezionati a lui; non ho mai pensato ad altro che a un'amicizia di viaggio, fino alla notte della serenata. Da allora ho iniziato a sentire che le passeggiate al chiaro di luna, le chiacchierate sul balcone e le avventure quotidiane fossero qualcosa di più di un divertimento per lui. Non ho civettato, madre, davvero, ma ho ricordato ciò che mi hai detto e ho fatto del mio meglio. Non posso farci nulla se piaccio alla gente; non cerco di farmeli piacere e mi preoccupa se non mi interessano, sebbene Jo dica che non ho cuore. Ora so che la madre scuoterà la testa e le ragazze diranno: 'Oh, la piccola sciagurata mercenaria!', ma ho preso la mia decisione e, se Fred me lo chiederà, accetterò, anche se non sono follemente innamorata. Mi piace e andiamo d'accordo comodamente insieme. È bello, giovane, abbastanza intelligente e molto ricco: molto più ricco dei Laurence. Non credo che la sua famiglia avrebbe obiezioni, e io sarei molto felice, perché sono tutte persone gentili, ben educate e generose, e io piaccio loro. Fred, come gemello maggiore, avrà la tenuta, suppongo, e che splendida tenuta è! Una casa di città in una via alla moda, non così appariscente come le nostre grandi case, ma due volte più confortevole e piena di solido lusso, come quello in cui credono gli inglesi. Mi piace, perché è autentico. Ho visto l'argenteria, i gioielli di famiglia, i vecchi servitori e le immagini della tenuta di campagna, con il suo parco, la grande casa, i terreni incantevoli e i bei cavalli. Oh, sarebbe tutto ciò che potrei chiedere! E preferirei avere questo piuttosto che qualsiasi titolo che le ragazze afferrano così prontamente, per poi non trovarci nulla dietro. Potrei essere mercenaria, ma odio la povertà e non intendo sopportarla un minuto più di quanto io possa evitare. Una di noi deve sposarsi bene; Meg non l'ha fatto, Jo non lo farà, Beth non può ancora, quindi lo farò io, e renderò tutto accogliente per tutti. Non sposerei un uomo che odio o disprezzo. Di questo puoi essere certa; e, sebbene Fred non sia il mio eroe ideale, va benissimo e, col tempo, mi affezionerei abbastanza a lui se lui fosse molto affezionato a me e mi lasciasse fare esattamente ciò che mi piace. Quindi ho rimuginato sulla questione nell'ultima settimana, perché era impossibile non vedere che Fred mi apprezzava. Non ha detto nulla, ma piccole cose lo hanno dimostrato; non va mai con Flo, si mette sempre dal mio lato della carrozza, del tavolo o della passeggiata, assume un'aria sentimentale quando siamo soli e acciglia chiunque altro osi parlarmi. Ieri, a cena, quando un ufficiale austriaco ci ha fissato e poi ha detto qualcosa al suo amico – un barone dall'aria libertina – riguardo a 'ein wonderschönes Blöndchen', Fred è apparso feroce come un leone e ha tagliato la sua carne così selvaggiamente che è quasi volata fuori dal piatto. Non è uno di quegli inglesi freddi e rigidi, ma è piuttosto pepato, perché ha sangue scozzese nelle vene, come si potrebbe intuire dai suoi begli occhi azzurri.
"Bene, ieri sera siamo andati al castello verso il tramonto; almeno tutti noi tranne Fred, che doveva incontrarci lì, dopo essere andato alla Posta Restante per le lettere. Abbiamo passato un tempo incantevole a curiosare tra le rovine, le volte dove si trova l'enorme botte e i bellissimi giardini creati dall'elettore, molto tempo fa, per la sua sposa inglese. Mi è piaciuta di più la grande terrazza, perché la vista era divina; così, mentre gli altri andavano a vedere le stanze all'interno, io mi sono seduta lì cercando di disegnare la testa di leone in pietra grigia sul muro, con rami di caprifoglio scarlatto che pendevano attorno. Mi sentivo come se fossi entrata in un romanzo, seduta lì, a guardare il Neckar scorrere attraverso la valle, ad ascoltare la musica della banda austriaca di sotto e ad aspettare il mio amante, come una vera ragazza dei libri di storie. Avevo la sensazione che stesse per accadere qualcosa, ed ero pronta. Non mi sentivo arrossire o tremare, ma piuttosto calma, e solo un po' eccitata.
"A poco a poco ho sentito la voce di Fred, e poi è venuto di corsa attraverso il grande arco per trovarmi. Sembrava così turbato che ho dimenticato tutto di me stessa e ho chiesto cosa fosse successo. Ha detto di aver appena ricevuto una lettera che lo supplicava di tornare a casa, perché Frank era molto malato; così stava partendo immediatamente, col treno notturno, e aveva solo il tempo di dirmi addio. Mi dispiaceva molto per lui e delusa per me stessa, ma solo per un minuto, perché ha detto, mentre stringeva la mano – e l'ha detto in un modo che non potevo fraintendere – 'Tornerò presto; non mi dimenticherai, Amy?'
"Non ho promesso, ma l'ho guardato e lui è sembrato soddisfatto, e non c'era tempo per altro che per messaggi e addii, perché è partito in un'ora, e a tutti noi manca molto. So che voleva parlare, ma penso, da qualcosa che una volta aveva accennato, che avesse promesso a suo padre di non fare nulla del genere ancora per un po', perché è un ragazzo impulsivo e il vecchio signore teme una nuora straniera. Ci incontreremo presto a Roma; e allora, se non cambio idea, dirò 'Sì, grazie', quando lui dirà 'Vuoi, per favore?'
"Naturalmente questa è una questione molto privata, ma volevo che sapessi cosa stava succedendo. Non essere ansiosa per me; ricorda che sono la tua 'prudente Amy' e sii certa che non farò nulla avventatamente. Mandami tutti i consigli che vuoi; li userò se posso. Vorrei poterti vedere per una bella chiacchierata, Marmee. Amami e fidati di me.
"Sempre tua AMY."
XXXII.
TENSIONI TENERE.
"Jo, sono preoccupata per Beth."
"Perché, madre, è sembrata insolitamente bene da quando sono arrivati i bambini."
"Non è la sua salute che mi preoccupa ora; è il suo umore. Sono certa che ci sia qualcosa che le pesa, e voglio che tu scopra di cosa si tratta."
"Cosa ti fa pensare così, madre?"
"Siede molto da sola e non parla con suo padre quanto faceva di solito. L'altro giorno l'ho trovata a piangere sui bambini. Quando canta, le canzoni sono sempre tristi e, di tanto in tanto, vedo un'espressione sul suo volto che non comprendo. Questa non è la Beth che conosco, e mi preoccupa."
"Glielo hai chiesto?"
"Ci ho provato una o due volte; ma lei o ha eluso le mie domande o mi ha guardato così addolorata che ho smesso. Non forzo mai le confidenze dei miei figli e raramente devo aspettare a lungo per ottenerle."
La signora March lanciò un'occhiata a Jo mentre parlava, ma il volto di fronte sembrava del tutto ignaro di qualsiasi inquietudine segreta se non quella di Beth; e, dopo aver cucito pensierosa per un minuto, Jo disse:
"Penso che stia crescendo, e quindi inizi a fare sogni, ad avere speranze, paure e agitazioni, senza sapere perché o essere in grado di spiegarli. Dopotutto, madre, Beth ha diciotto anni, ma non ce ne rendiamo conto e la trattiamo come una bambina, dimenticando che è una donna."
"Così è. Caro cuore, quanto in fretta crescete," replicò sua madre, con un sospiro e un sorriso.
"Non ci si può far nulla, Marmee, quindi devi rassegnarti a ogni sorta di preoccupazione e lasciare che i tuoi uccellini saltino fuori dal nido, uno a uno. Prometto di non saltare mai troppo lontano, se questo può esserti di conforto."
"È un grande conforto, Jo; mi sento sempre forte quando sei a casa, ora che Meg se n'è andata. Beth è troppo fragile e Amy troppo giovane su cui contare; ma quando arriva il momento difficile, tu sei sempre pronta."
"Beh, sai che non mi dispiacciono molto i lavori pesanti, e deve sempre esserci qualcuno che sbriga le faccende in famiglia. Amy è splendida nei lavori di fino, e io no; ma mi sento nel mio elemento quando bisogna togliere tutti i tappeti o metà della famiglia si ammala contemporaneamente. Amy si sta distinguendo all'estero; ma se qualcosa non va a casa, sono l'uomo che fa per te."
"Lascio Beth nelle tue mani, allora, perché aprirà il suo tenero cuoricino alla sua Jo prima che a chiunque altro. Sii molto gentile e non farle pensare che qualcuno la osservi o parli di lei. Se solo tornasse del tutto forte e allegra, non avrei altri desideri al mondo."
"Donna felice! Io ne ho un mucchio."
"Cara mia, quali sono?"
"Risolverò i problemi di Bethy e poi ti dirò i miei. Non sono molto logoranti, quindi possono aspettare;" e Jo continuò a cucire, con un cenno saggio che tranquillizzò il cuore della madre su di lei, almeno per il momento.
Mentre sembrava assorta nei propri affari, Jo osservava Beth; e, dopo molte congetture contrastanti, ne scelse infine una che sembrava spiegare il cambiamento in lei. Un piccolo incidente diede a Jo l'indizio del mistero, pensò, e la fantasia vivace e il cuore amorevole fecero il resto. Stava fingendo di scrivere con impegno un sabato pomeriggio, quando lei e Beth erano sole insieme; eppure, mentre scarabocchiava, teneva d'occhio la sorella, che sembrava insolitamente silenziosa. Seduta alla finestra, il lavoro di Beth le cadeva spesso in grembo, e lei appoggiava la testa sulla mano, in un atteggiamento abbattuto, mentre i suoi occhi riposavano sul paesaggio autunnale spento. Improvvisamente qualcuno passò di sotto, fischiettando come un merlo operistico, e una voce gridò:
"Tutto sereno! Passo stasera."
Beth sussultò, si sporse in avanti, sorrise e annuì, osservò il passante finché il suo passo svelto non svanì, poi disse dolcemente, come tra sé e sé:
"Quanto appare forte, sano e felice quel caro ragazzo."
"Hum!" disse Jo, ancora intenta a scrutare il volto della sorella; perché il colore brillante svanì non appena apparve, il sorriso svanì e, poco dopo, una lacrima brillò sul davanzale della finestra. Beth la scacciò via e lanciò un'occhiata timorosa a Jo; ma lei stava graffiando la carta a una velocità tremenda, apparentemente assorta nel 'Giuramento di Olimpia'. Non appena Beth si voltò, Jo ricominciò a osservarla, vide la mano di Beth andare silenziosamente agli occhi più di una volta e, nel suo volto mezzo voltato, lesse un tenero dolore che le fece riempire gli occhi. Temendo di tradirsi, si allontanò mormorando qualcosa riguardo alla necessità di altra carta.
"Pietà di me, Beth ama Laurie!" disse, sedendosi nella propria stanza, pallida per lo shock della scoperta che credeva di aver appena fatto. "Non ho mai sognato una cosa simile. Cosa dirà la madre? Mi chiedo se lui..." qui Jo si fermò e divenne scarlatta per un pensiero improvviso. "Se non dovesse ricambiare, quanto sarebbe terribile. Deve; glielo farò fare!" e scosse la testa in modo minaccioso verso il ritratto del ragazzo dall'aria maliziosa che le rideva contro dal muro. "Oh cielo, stiamo crescendo con una vendetta. Ecco Meg sposata e mamma, Amy che prospera a Parigi e Beth innamorata. Sono l'unica che ha abbastanza buon senso da tenersi lontana dai guai." Jo rifletté intensamente per un minuto, con gli occhi fissi sul quadro; poi spianò la fronte rugosa e disse, con un cenno deciso verso il volto di fronte: "No, grazie, signore; sei molto affascinante, ma non hai più stabilità di una banderuola; quindi non hai bisogno di scrivere note toccanti e sorridere in quel modo insinuante, perché non servirà a nulla e io non lo permetterò."
Poi sospirò e cadde in una fantasticheria, dalla quale non si svegliò finché il primo crepuscolo non la mandò giù a fare nuove osservazioni, che confermarono solo il suo sospetto. Sebbene Laurie flirtasse con Amy e scherzasse con Jo, il suo modo di fare con Beth era sempre stato particolarmente gentile e premuroso, ma lo era con tutti; pertanto, nessuno pensò di immaginare che lui tenesse a lei più che alle altre. Infatti, una generale impressione era prevalsa in famiglia, ultimamente, che "il nostro ragazzo" si stesse affezionando più che mai a Jo, la quale, tuttavia, non voleva sentir parlare dell'argomento e sgridava violentemente chiunque osasse suggerirlo. Se avessero conosciuto i vari teneri passaggi dell'anno passato, o meglio, i tentativi di teneri passaggi che erano stati stroncati sul nascere, avrebbero avuto l'immensa soddisfazione di dire "Te l'avevo detto". Ma Jo odiava i "flirt" e non li permetteva, avendo sempre una battuta o un sorriso pronti al minimo segno di pericolo imminente.
Quando Laurie andò all'università, si innamorava all'incirca una volta al mese; ma queste piccole fiamme erano brevi quanto ardenti, non facevano danni e divertivano molto Jo, che si interessava molto alle alternanze di speranza, disperazione e rassegnazione che le venivano confidate nelle loro conferenze settimanali. Ma venne un tempo in cui Laurie smise di adorare molti altari, accennò oscuramente a una passione che tutto assorbiva e si concesse occasionalmente crisi di malinconia byroniana. Allora evitava del tutto l'argomento tenero, scriveva note filosofiche a Jo, diventava studioso e faceva sapere che avrebbe "zappato", intenzionato a laurearsi in un tripudio di gloria. Questo si addiceva alla giovane donna meglio delle confidenze al crepuscolo, delle tenere pressioni della mano e degli sguardi eloquenti; perché con Jo, il cervello si sviluppava prima del cuore, e lei preferiva eroi immaginari a quelli reali, perché, quando si stancava di loro, i primi potevano essere chiusi nella dispensa di latta finché richiesti, mentre i secondi erano meno gestibili.
Le cose erano in questo stato quando la grande scoperta fu fatta, e Jo osservò Laurie quella notte come non aveva mai fatto prima. Se non avesse avuto quella nuova idea in testa, non avrebbe visto nulla di insolito nel fatto che Beth fosse molto tranquilla e Laurie molto gentile con lei. Ma avendo dato libero sfogo alla sua vivace fantasia, questa galoppò via con lei a grande velocità; e il buon senso, essendo piuttosto indebolito da un lungo corso di scrittura di romanzi, non venne in soccorso. Come al solito, Beth giaceva sul divano e Laurie sedeva su una sedia bassa lì vicino, divertendola con ogni sorta di pettegolezzo; poiché lei dipendeva dal suo "filare" settimanale, e lui non la deludeva mai. Ma quella sera, Jo immaginò che gli occhi di Beth riposassero sul vivace volto scuro accanto a lei con piacere particolare, e che lei ascoltasse con intenso interesse il resoconto di una qualche emozionante partita di cricket, sebbene le frasi "preso al rimbalzo", "eliminato fuori base" e "colpo di gamba per tre" fossero per lei intelligibili quanto il sanscrito. Immaginò anche, avendo messo il suo cuore nel volerlo vedere, che scorgeva un certo aumento di gentilezza nei modi di Laurie, che abbassava la voce di tanto in tanto, rideva meno del solito, era un po' distratto e sistemava l'afgano sui piedi di Beth con un'assiduità che era davvero quasi tenera.
"Chi lo sa? Cose più strane sono accadute," pensò Jo, mentre si agitava per la stanza. "Lei farà di lui un angelo, e lui renderà la vita deliziosamente facile e piacevole per la cara, se solo si amassero. Non vedo come possa farne a meno; e credo davvero che lo farebbe se noi altri ci togliessimo di mezzo."
Poiché tutti erano fuori dai piedi tranne lei, Jo iniziò a sentire che avrebbe dovuto occuparsi di se stessa in fretta. Ma dove sarebbe andata? E ardente dal desiderio di immolarsi sull'altare della devozione fraterna, si sedette per risolvere quel punto.
Ora, il vecchio divano era un vero patriarca dei divani: lungo, largo, ben imbottito e basso; un tantino malandato, come ben poteva essere, poiché le ragazze vi avevano dormito e si erano sdraiate sopra da bambine, avevano pescato oltre lo schienale, cavalcato sui braccioli, tenuto serragli sotto di esso da piccole, e vi avevano riposato le teste stanche, sognato sogni e ascoltato discorsi teneri da giovani donne. Tutte lo amavano, poiché era un rifugio di famiglia, e un angolo era sempre stato il posto preferito di Jo per rilassarsi. Tra i molti cuscini che adornavano il venerabile divano ce n'era uno, duro, rotondo, coperto di ruvido crine e fornito di un bottone nodoso a ciascuna estremità; questo cuscino ripugnante era una sua proprietà speciale, usato come arma di difesa, barricata o severo preventivo contro il troppo sonno.
Laurie conosceva bene questo cuscino e aveva motivo di considerarlo con profonda avversione, essendo stato spietatamente picchiato con esso in giorni passati, quando il gioco era permesso, e ora frequentemente impedito da esso dal prendere il posto che più desiderava, accanto a Jo nell'angolo del divano. Se "la salsiccia", come la chiamavano, stava in piedi, era segno che poteva avvicinarsi e riposare; ma se giaceva piatta attraverso il divano, guai all'uomo, alla donna o al bambino che osava disturbarla! Quella sera Jo dimenticò di barricare il suo angolo e non era stata al suo posto da cinque minuti, prima che una forma massiccia apparisse accanto a lei e, con entrambe le braccia distese sullo schienale del divano, entrambe le lunghe gambe allungate davanti a sé, Laurie esclamò, con un sospiro di soddisfazione:
"Ora, questo è soddisfacente per il prezzo."
"Niente gergo," tagliò corto Jo, sbattendo giù il cuscino. Ma era troppo tardi, non c'era spazio per esso; e, scivolando sul pavimento, scomparve in modo assai misterioso.
"Andiamo, Jo, non essere spinosa. Dopo aver studiato fino a diventare uno scheletro per tutta la settimana, un tipo merita un po' di coccole, e dovrebbe riceverle."
"Beth ti farà le coccole; io sono occupata."
"No, lei non deve essere disturbata con me; ma a te piace quel genere di cose, a meno che tu non abbia perso improvvisamente il gusto per esse. L'hai perso? Odi il tuo ragazzo e vuoi tirargli i cuscini?"
Difficilmente si sentiva qualcosa di più adulatorio di quell'appello toccante, ma Jo zittì "il suo ragazzo" rivolgendosi a lui con una severa interrogazione:
"Quanti bouquet hai mandato alla signorina Randal questa settimana?"
"Nemmeno uno, parola mia. È fidanzata. Ecco fatto."
"Ne sono lieta; è una delle tue sciocche stravaganze: mandare fiori e cose del genere a ragazze a cui non tieni affatto," continuò Jo con tono di rimprovero.
"Le ragazze sensate, a cui tengo davvero tanto, non mi lasciano mandare loro 'fiori e cose del genere', quindi cosa posso farci? I miei sentimenti devono avere uno sfogo."
"La mamma non approva il flirtare, nemmeno per scherzo; e tu flirti disperatamente, Teddy."
"Darei qualsiasi cosa se potessi rispondere: 'Anche tu'. Dato che non posso, mi limiterò a dire che non vedo alcun male in quel piacevole giochino, se tutte le parti capiscono che è solo un gioco."
"Beh, sembra piacevole, ma non riesco a imparare come si fa. Ho provato, perché ci si sente impacciati in compagnia a non fare come fanno tutti gli altri; ma non sembro progredire," disse Jo, dimenticandosi di fare il Mentore.
"Prendi lezioni da Amy; ha un talento naturale per questo."
"Sì, lo fa molto graziosamente, e non sembra mai andare troppo oltre. Suppongo sia naturale per alcune persone piacere senza sforzo, e per altre dire e fare sempre la cosa sbagliata al posto sbagliato."
"Sono contento che tu non sappia flirtare; è davvero rinfrescante vedere una ragazza sensata e schietta, che sa essere allegra e gentile senza rendersi ridicola. Tra noi, Jo, alcune delle ragazze che conosco si comportano davvero a un livello tale che mi vergogno per loro. Non intendono fare del male, ne sono certo; ma se sapessero come noi ragazzi parliamo di loro dopo, credo che cambierebbero modo di fare."
"Loro fanno lo stesso; e, siccome la loro lingua è la più affilata, voi ragazzi avete la peggio, perché siete sciocchi quanto loro, in tutto e per tutto. Se vi comportaste in modo appropriato, lo farebbero anche loro; ma, sapendo che vi piacciono le loro sciocchezze, continuano, e poi le incolpate."
"Ne sai molto, signorina," disse Laurie, con un tono superiore. "Non ci piacciono le ragazze sguaiate e civette, anche se a volte possiamo agire come se ci piacessero. Le ragazze carine e modeste non vengono mai menzionate, se non con rispetto, tra gentiluomini. Benedetta la tua anima innocente! Se potessi essere al mio posto per un mese vedresti cose che ti stupirebbero non poco. Parola mia, quando vedo una di quelle ragazze sventate, voglio sempre dire con il nostro amico Cock Robin:
"'Via con te, vergogna su di te, Sfacciata civetta!'"
Era impossibile non ridere del divertente conflitto tra la cavalleresca riluttanza di Laurie a parlar male del genere femminile e la sua naturale avversione per la follia poco femminile di cui la società mondana gli mostrava molti esempi. Jo sapeva che il "giovane Laurence" era considerato un *parti* molto appetibile dalle mamme mondane, era molto ben visto dalle loro figlie e abbastanza adulato dalle signore di ogni età da renderlo un damerino; così lo osservava piuttosto gelosamente, temendo che si sarebbe viziato, e gioì più di quanto confessasse nel trovare che credeva ancora nelle ragazze modeste. Tornando improvvisamente al suo tono ammonitore, disse, abbassando la voce: "Se devi avere uno 'sfogo', Teddy, vai a dedicarti a una delle 'ragazze carine e modeste' che rispetti, e non sprecare il tuo tempo con quelle sciocche."
"Mi consigli davvero di farlo?" e Laurie la guardò con uno strano misto di ansia e allegria sul volto.
"Sì, lo faccio; ma faresti meglio ad aspettare finché non avrai finito l'università, tutto sommato, e nel frattempo prepararti per il posto. Non sei neanche lontanamente all'altezza di... beh, chiunque sia la ragazza modesta," e Jo sembrò un po' strana allo stesso modo, perché un nome le era quasi sfuggito.
"Questo è vero!" acconsentì Laurie, con un'espressione di umiltà del tutto nuova per lui, mentre abbassava gli occhi e avvolgeva distrattamente il nastro del grembiule di Jo attorno al dito.
"Pietà di noi, così non va affatto," pensò Jo; aggiungendo ad alta voce: "Vai a cantare per me. Sto morendo dalla voglia di musica, e la tua mi piace sempre."
"Preferirei restare qui, grazie."
"Beh, non puoi; non c'è spazio. Vai a renderti utile, visto che sei troppo grande per essere ornamentale. Pensavo che odiassi essere legato al grembiule di una donna?" ribatté Jo, citando alcune sue parole ribelli.
"Ah, questo dipende da chi indossa il grembiule!" e Laurie diede uno strappo audace al nastro.
"Te ne vai?" chiese Jo, tuffandosi verso il cuscino.
Lui fuggì immediatamente, e nel momento in cui fu ben intonata "Up with the bonnets of bonnie Dundee", lei scivolò via, per non tornare più finché il giovane gentiluomo non se ne fu andato in preda a un forte risentimento.
Jo rimase a lungo sveglia quella notte, e stava per addormentarsi quando il suono di un singhiozzo soffocato la fece volare al capezzale di Beth, con l'ansiosa domanda: "Cosa c'è, cara?"
"Pensavo che dormissi," singhiozzò Beth.
"È il solito dolore, tesoro mio?"
"No; è uno nuovo; ma posso sopportarlo," e Beth cercò di trattenere le lacrime.
"Raccontami tutto, e lascia che ti guarisca come ho fatto spesso con l'altro."
"Non puoi; non c'è cura." Lì la voce di Beth cedette, e, aggrappandosi a sua sorella, pianse così disperatamente che Jo si spaventò.
"Dov'è? Devo chiamare la mamma?"
Beth non rispose alla prima domanda; ma nell'oscurità una mano andò involontariamente al suo cuore, come se il dolore fosse lì; con l'altra teneva stretta Jo, sussurrando ansiosamente: "No, no, non chiamarla, non dirglielo. Starò meglio presto. Sdraiati qui e accarezzami la testa. Sarò tranquilla e mi addormenterò; lo sarò davvero."
Jo obbedì; ma mentre la sua mano passava dolcemente avanti e indietro sulla fronte calda e sulle palpebre umide di Beth, il suo cuore era molto pieno, e desiderava parlare. Ma per quanto giovane fosse, Jo aveva imparato che i cuori, come i fiori, non possono essere maneggiati rudemente, ma devono aprirsi naturalmente; così, sebbene credesse di conoscere la causa del nuovo dolore di Beth, disse solo, con il suo tono più tenero: "C'è qualcosa che ti turba, cara?"
"Sì, Jo," dopo una lunga pausa.
"Non ti darebbe conforto dirmi cos'è?"
"Non ora, non ancora."
"Allora non chiederò; ma ricorda, Bethy, che la mamma e Jo sono sempre felici di ascoltarti e aiutarti, se possono."
"Lo so. Te lo dirò tra un po'."
"Il dolore va meglio ora?"
"Oh, sì, molto meglio; sei così confortante, Jo!"
"Addormentati, cara; resterò con te."
Così, guancia a guancia, si addormentarono, e l'indomani Beth sembrò di nuovo lei stessa; perché a diciotto anni, né la testa né il cuore dolgono a lungo, e una parola affettuosa può curare la maggior parte dei mali.
Ma Jo aveva preso la sua decisione, e, dopo aver riflettuto su un progetto per alcuni giorni, lo confidò a sua madre.
"Mi hai chiesto l'altro giorno quali fossero i miei desideri. Te ne dirò uno, Marmee," esordì, mentre sedevano sole insieme. "Voglio andare via da qualche parte quest'inverno per cambiare aria."
"Perché, Jo?" e sua madre alzò lo sguardo rapidamente, come se le parole suggerissero un doppio senso.
Con gli occhi sul suo lavoro, Jo rispose sobriamente: "Voglio qualcosa di nuovo; mi sento inquieta, e ansiosa di vedere, fare e imparare più di quanto faccia ora. Rimugino troppo sulle mie piccole faccende, e ho bisogno di essere scossa, così, visto che posso essere risparmiata quest'inverno, vorrei saltare un po' lontano, e provare le mie ali."
"Dove salterai?"
"A New York. Ho avuto un'idea brillante ieri, ed è questa. Sai che la signora Kirke ti ha scritto per avere una giovane persona rispettabile per insegnare ai suoi figli e cucire. È piuttosto difficile trovare proprio la cosa giusta, ma penso che sarei adatta se provassi."
"Mia cara, andare a servizio in quella grande pensione!" e la signora March sembrò sorpresa, ma non dispiaciuta.
"Non è esattamente andare a servizio; perché la signora Kirke è tua amica... l'anima più gentile che sia mai esistita... e renderebbe le cose piacevoli per me, lo so. La sua famiglia è separata dal resto, e nessuno mi conosce lì. Non mi importa se lo facessero; è un lavoro onesto, e non me ne vergogno."
"Nemmeno io; ma la tua scrittura?"
"Tanto meglio per il cambiamento. Vedrò e sentirò cose nuove, avrò idee nuove, e, anche se non avrò molto tempo lì, porterò a casa quantità di materiale per le mie cianfrusaglie."
"Non ne dubito; ma sono queste le tue uniche ragioni per questo improvviso capriccio?"
"No, madre."
"Posso conoscere le altre?"
Jo guardò in alto e Jo guardò in basso, poi disse lentamente, con un colore improvviso sulle guance: "Può essere vanitoso e sbagliato dirlo, ma... temo... che Laurie si stia affezionando troppo a me."
"Allora non ti importa di lui nel modo in cui è evidente che lui sta iniziando a tenere a te?" e la signora March sembrò ansiosa mentre poneva la domanda.
"Pietà, no! Voglio bene al caro ragazzo, come ho sempre fatto, e sono immensamente orgogliosa di lui; ma quanto a qualsiasi altra cosa, è fuori questione."
"Ne sono lieta, Jo."
"Perché, per favore?"
"Perché, cara, non penso che siate fatti l'uno per l'altra. Come amici siete molto felici, e i vostri frequenti litigi si risolvono presto; ma temo che entrambi vi ribellereste se foste legati per la vita. Siete troppo simili e troppo amanti della libertà, per non menzionare i caratteri focosi e le volontà forti, per andare d'accordo felicemente insieme, in una relazione che richiede infinita pazienza e tolleranza, oltre che amore."
"È proprio il sentimento che avevo, anche se non riuscivo a esprimerlo. Sono felice che tu pensi che stia solo iniziando a tenere a me. Mi turberebbe tristemente renderlo infelice; perché non potrei innamorarmi del caro vecchio ragazzo solo per gratitudine, vero?"
"Sei sicura del suo sentimento per te?"
Il colore si intensificò sulle guance di Jo, mentre rispondeva, con lo sguardo di piacere, orgoglio e dolore mescolati che le giovani ragazze hanno quando parlano dei primi amanti:
"Temo che sia così, madre; non ha detto nulla, ma guarda molto. Penso che sia meglio che io vada via prima che succeda qualcosa."
"Sono d'accordo con te, e se si può organizzare, andrai."
Jo sembrò sollevata, e, dopo una pausa, disse, sorridendo: "Come si stupirebbe la signora Moffat della tua mancanza di gestione, se lo sapesse; e come gioirà che Annie possa ancora sperare."
"Ah, Jo, le madri possono differire nella loro gestione, ma la speranza è la stessa in tutte... il desiderio di vedere i propri figli felici. Meg lo è, e io sono contenta del suo successo. Te ti lascio godere la tua libertà finché non ti stancherai; perché solo allora scoprirai che c'è qualcosa di più dolce. Amy è la mia preoccupazione principale ora, ma il suo buon senso la aiuterà. Per Beth, non nutro speranze se non che possa stare bene. A proposito, sembra più brillante in questi ultimi giorni. Hai parlato con lei?"
"Sì; ha ammesso di avere un problema, e ha promesso di dirmelo tra un po'. Non ho detto altro, perché penso di sapere cos'è;" e Jo le raccontò la sua piccola storia.
La signora March scosse la testa, e non prese una visione così romantica del caso, ma sembrò seria, e ripeté la sua opinione che, per il bene di Laurie, Jo dovesse andare via per un po'.
"Non diciamo nulla a riguardo finché il piano non è stabilito; poi scapperò via prima che lui possa riprendersi e fare il tragico. Beth deve pensare che io stia andando per compiacere me stessa, come sto facendo, perché non posso parlare di Laurie con lei; ma lei potrà coccolarlo e confortarlo dopo che me ne sarò andata, e così guarirlo da questa nozione romantica. Ha passato così tante piccole prove del genere, ci è abituato, e supererà presto la sua malinconia amorosa."
Jo parlò con speranza, ma non riusciva a liberarsi del presagio che questa "piccola prova" sarebbe stata più difficile delle altre, e che Laurie non avrebbe superato la sua "malinconia amorosa" così facilmente come in precedenza.
Il piano fu discusso in un consiglio di famiglia, e concordato; perché la signora Kirke accettò volentieri Jo, e promise di farle una casa piacevole. L'insegnamento la renderebbe indipendente; e il tempo libero che avesse potuto ricavare avrebbe potuto essere reso redditizio scrivendo, mentre le nuove scene e la società sarebbero state sia utili che piacevoli. A Jo piaceva la prospettiva ed era ansiosa di andarsene, perché il nido di casa stava diventando troppo stretto per la sua natura inquieta e il suo spirito avventuroso. Quando tutto fu sistemato, con paura e tremore lo disse a Laurie; ma con sua sorpresa lui la prese molto tranquillamente. Era stato più serio del solito ultimamente, ma molto piacevole; e, quando scherzosamente accusato di aver voltato pagina, rispose sobriamente: "Così è; e intendo che questa rimanga voltata."
Jo fu molto sollevata che uno dei suoi attacchi di virtù dovesse arrivare proprio allora, e fece i suoi preparativi con il cuore più leggero... perché Beth sembrava più allegra... e sperava di fare la cosa migliore per tutti.
"Una cosa lascio alle tue cure speciali," disse, la notte prima di partire.
"Intendi le tue carte?" chiese Beth.
"No, il mio ragazzo. Sii molto buona con lui, non è vero?"
"Certo che lo sarò; ma non posso prendere il tuo posto, e gli mancherai terribilmente."
"Non gli farà male; quindi ricorda, lo lascio alle tue cure, per tormentarlo, coccolarlo e tenerlo in riga."
"Farò del mio meglio, per te," promise Beth, chiedendosi perché Jo la guardasse in modo così strano.
Quando Laurie disse "Addio", sussurrò significativamente: "Non servirà a nulla, Jo. Il mio occhio è su di te; quindi attenta a quello che fai, o verrò a riportarti a casa."
XXXIII.
IL DIARIO DI JO.
"NEW YORK, novembre.
"CARA MARMEE E BETH,
"Scriverò un volume intero, perché ho un mucchio di cose da raccontare, anche se non sono una bella signorina che viaggia nel continente. Quando ho perso di vista il caro vecchio volto di papà, mi sono sentita un po' triste, e avrei potuto versare una o due gocce salate, se una signora irlandese con quattro bambini piccoli, tutti piangenti chi più chi meno, non avesse distratto la mia mente; perché mi sono divertita a far cadere biscotti allo zenzero sul sedile ogni volta che aprivano la bocca per ruggire.
"Presto è uscito il sole, e prendendolo come un buon segno, mi sono rallegrata anch'io, e mi sono goduta il viaggio con tutto il cuore.
"La signora Kirke mi ha accolto così gentilmente che mi sono sentita a casa subito, anche in quella grande casa piena di estranei. Mi ha dato un buffo piccolo attico... tutto ciò che aveva; ma c'è una stufa, e un bel tavolo in una finestra soleggiata, così posso sedermi qui e scrivere ogni volta che voglio. Una bella vista e una torre di una chiesa di fronte compensano le molte scale, e mi sono affezionata al mio covo sul momento. La stanza dei giochi, dove devo insegnare e cucire, è una stanza piacevole accanto al salottino privato della signora Kirke, e le due bambine sono bambine carine... piuttosto viziate, immagino, ma si sono affezionate a me dopo aver raccontato loro 'I sette maialini cattivi'; e non ho dubbi che sarò una governante modello.
"Dovrò fare i pasti con le bambine, se lo preferisco al grande tavolo, e per il momento lo faccio, perché sono timida, anche se nessuno ci crederà.
"'Ora, mia cara, sentiti a casa,' ha detto la signora K. nel suo modo materno; 'Sono di corsa dalla mattina alla sera, come puoi supporre con una tale famiglia; ma un grande peso sarà tolto dalla mia mente se so che i bambini sono al sicuro con te. Le mie stanze sono sempre aperte per te, e la tua sarà la più confortevole possibile. Ci sono alcune persone piacevoli in casa se ti senti socievole, e le tue serate sono sempre libere. Vieni da me se qualcosa non va, e sii felice quanto puoi. Ecco il campanello del tè; devo correre a cambiarmi il berretto;' e via di gran fretta, lasciandomi a sistemarmi nel mio nuovo nido.
"Mentre scendevo le scale, poco dopo, ho visto qualcosa che mi è piaciuto. Le rampe sono molto lunghe in questa casa alta, e mentre stavo aspettando in cima alla terza per far salire una ragazzina di servizio, ho visto un gentiluomo arrivare dietro di lei, prenderle il pesante secchio di carbone di mano, portarlo fino in cima, appoggiarlo a una porta vicina, e allontanarsi, dicendo, con un gentile cenno e un accento straniero:
"'Così va meglio. La schiena piccola è troppo giovane per avere tale pesantezza.'
"Non è stato gentile da parte sua? Mi piacciono queste cose, perché, come dice papà, le piccolezze rivelano il carattere. Quando l'ho menzionato alla signora K., quella sera, ha riso, e ha detto:
"'Quello deve essere stato il professor Bhaer; fa sempre cose del genere.'
"La signora K. mi ha detto che veniva da Berlino; molto colto e buono, ma povero come un topo di chiesa, e dà lezioni per mantenere se stesso e due piccoli nipoti orfani che sta educando qui, secondo i desideri di sua sorella, che ha sposato un americano. Non una storia molto romantica, ma mi ha interessato; e sono stata contenta di sentire che la signora K. gli presta il suo salotto per alcuni dei suoi allievi. C'è una porta a vetri tra quello e la stanza dei giochi, e intendo sbirciare, e poi vi dirò come appare. Ha quasi quarant'anni, quindi non c'è male, Marmee.
"Dopo il tè e un gioco prima di andare a letto con le bambine, ho attaccato il grande cesto del lavoro, e ho passato una serata tranquilla a chiacchierare con la mia nuova amica. Terrò una lettera-diario, e la spedirò una volta alla settimana; quindi buonanotte, e altro domani."
"Martedì sera.
"Ho avuto una giornata vivace nel mio seminario, stamattina, perché i bambini si sono comportati come matti; e a un certo punto ho pensato davvero che li avrei scossi tutti. Qualche angelo custode mi ha ispirato a provare la ginnastica, e ho continuato finché non sono stati felici di sedersi e stare calmi. Dopo pranzo, la ragazza li ha portati fuori per una passeggiata, e io sono andata al mio cucito, come la piccola Mabel, 'con mente volenterosa'. Stavo ringraziando le stelle di aver imparato a fare belle asole, quando la porta del salotto si è aperta e chiusa, e qualcuno ha iniziato a canticchiare:
'Kennst du das Land',
come un grosso calabrone. Era terribilmente improprio, lo so, ma non ho potuto resistere alla tentazione; e sollevando un lembo della tenda davanti alla porta a vetri, ho sbirciato. Il professor Bhaer era lì; e mentre sistemava i suoi libri, l'ho osservato bene. Un tedesco tipico... piuttosto robusto, con capelli castani arruffati su tutta la testa, una barba folta, un buon naso, gli occhi più gentili che abbia mai visto, e una magnifica voce grossa che fa bene alle orecchie, dopo il nostro chiacchiericcio americano tagliente o trasandato. I suoi vestiti erano logori, le sue mani grandi, e non aveva un tratto davvero bello sul viso, eccetto i suoi bellissimi denti; eppure mi è piaciuto, perché aveva una bella testa; la sua biancheria era molto pulita, e sembrava un gentiluomo, sebbene mancassero due bottoni alla sua giacca, e ci fosse una toppa su una scarpa. Sembrava serio nonostante il suo canticchiare, finché non è andato alla finestra per girare i bulbi di giacinto verso il sole, e accarezzare il gatto, che lo ha accolto come un vecchio amico. Poi ha sorriso; e quando qualcuno ha bussato alla porta, ha chiamato con un tono forte e vivace:
"'Avanti!'
"Stavo per correre via, quando ho visto un bocconcino di bambina che trasportava un grande libro, e mi sono fermata a vedere cosa stesse succedendo.
"'Io vuole il mio Bhaer,' ha detto la piccola, sbattendo giù il suo libro, e correndo a incontrarlo."
"Tu avrai il tuo Bhaer; vieni, dunque, e prendi un bel abbraccio da lui, mia Tina," ha detto il Professore, sollevandola con una risata e tenendola così in alto sopra la sua testa che lei ha dovuto chinare il suo visino per baciarlo.
"Ora io deve studiare la mia lezione," ha continuato la buffa creaturina; così lui l'ha messa sul tavolo, ha aperto il grande dizionario che lei aveva portato, e le ha dato carta e matita, e lei ha scarabocchiato, voltando pagina di tanto in tanto e facendo scorrere il suo ditino grassoccio lungo il foglio, come se stesse cercando una parola, con tale serietà che ho rischiato di tradirmi con una risata, mentre il signor Bhaer stava lì ad accarezzarle i bei capelli, con uno sguardo paterno che mi ha fatto pensare che dovesse essere figlia sua, sebbene sembrasse più francese che tedesca.
Un altro colpo alla porta e l'apparizione di due signorine mi hanno ricacciata al mio lavoro, e lì sono rimasta virtuosamente per tutto il rumore e il chiacchiericcio che è continuato nella stanza accanto. Una delle ragazze continuava a ridere in modo affettato, dicendo "Oh, Professore," con tono civettuolo, e l'altra pronunciava il suo tedesco con un accento che deve aver reso difficile per lui restare serio.
Entrambe sembravano mettere a dura prova la sua pazienza; poiché più di una volta l'ho sentito dire con enfasi: "No, no, non è così; voi non avete prestato attenzione a ciò che dico;" e una volta c'è stato un colpo forte, come se avesse battuto sul tavolo con il suo libro, seguito dall'esclamazione disperata: "Prut! oggi va tutto male."
Pover'uomo, mi faceva pena; e quando le ragazze se ne sono andate, ho dato solo un'altra sbirciatina, per vedere se fosse sopravvissuto. Sembrava essersi abbandonato sullo schienale della sedia, esausto, ed è rimasto lì con gli occhi chiusi finché l'orologio non ha battuto le due, momento in cui è balzato in piedi, si è messo i libri in tasca, come se fosse pronto per un'altra lezione, e, prendendo in braccio la piccola Tina, che si era addormentata sul divano, l'ha portata via silenziosamente. Immagino che faccia una vita dura.
La signora Kirke mi ha chiesto se volessi scendere per la cena delle cinque; e, sentendomi un po' nostalgica, ho pensato che lo avrei fatto, giusto per vedere che razza di gente ci fosse sotto lo stesso tetto con me. Così mi sono resa presentabile e ho cercato di scivolare dietro la signora Kirke; ma siccome lei è bassa e io sono alta, i miei tentativi di nascondermi sono stati un mezzo fallimento. Mi ha dato un posto accanto a lei e, dopo che la faccia si è raffreddata, ho preso coraggio e mi sono guardata intorno. La lunga tavola era piena, e tutti intenti a mangiare la loro cena... i gentiluomini soprattutto, che sembravano mangiare a tempo, poiché ingoiavano il cibo in ogni senso della parola, scomparendo non appena finito. C'era il solito assortimento di giovani uomini assorbiti in se stessi; giovani coppie assorbite l'una nell'altra; signore sposate nei loro bambini, e anziani gentiluomini nella politica. Non credo che mi interesserà avere molto a che fare con nessuno di loro, eccetto una signorina dal volto dolce, che sembra avere qualcosa dentro di sé.
Relegato proprio in fondo alla tavola c'era il Professore, che urlava risposte alle domande di un vecchietto molto curioso e sordo da una parte, e discuteva di filosofia con un francese dall'altra. Se Amy fosse stata qui, gli avrebbe voltato le spalle per sempre, perché, triste a dirsi, aveva un grande appetito e spalava dentro il cibo in un modo che avrebbe inorridito "sua signoria". A me non importava, perché mi piace "vedere la gente mangiare con gusto", come dice Hannah, e il pover'uomo doveva aver avuto bisogno di una gran quantità di cibo dopo aver insegnato agli idioti tutto il giorno.
Mentre salivo le scale dopo cena, due dei giovani si stavano sistemando il cappello davanti allo specchio dell'ingresso, e ho sentito uno dire a bassa voce all'altro: "Chi è la nuova arrivata?"
"Governante, o qualcosa del genere."
"Che diavolo ci fa al nostro tavolo?"
"Amica della vecchia signora."
"Bel viso, ma niente stile."
"Nemmeno un po'. Passami un accendino e andiamo."
Mi sono sentita arrabbiata all'inizio, e poi non mi è importato, perché una governante vale quanto un impiegato, e io ho buon senso, se non ho stile, il che è più di quanto abbiano alcune persone, a giudicare dalle osservazioni di quegli esseri eleganti che si sono allontanati facendo rumore, fumando come ciminiere malfunzionanti. Odio la gente comune!
"Giovedì.
Ieri è stata una giornata tranquilla, passata a insegnare, cucire e scrivere nella mia stanzetta, che è molto accogliente, con una luce e un fuoco. Ho raccolto qualche notizia e sono stata presentata al Professore. Sembra che Tina sia la figlia della donna francese che fa la stiratura fine qui in lavanderia. La piccola ha perso la testa per il signor Bhaer, e lo segue per casa come un cane ogni volta che lui è in casa, il che lo delizia, dato che è molto affezionato ai bambini, sebbene sia uno "scapolo". Anche Kitty e Minnie Kirke lo guardano con affetto e raccontano ogni sorta di storie sui giochi che inventa, i regali che porta e i racconti splendidi che narra. I giovani lo prendono in giro, sembra, lo chiamano Vecchio Fritz, Birra Lager, Ursa Major, e fanno ogni sorta di battute sul suo nome. Ma lui se la gode come un ragazzino, dice la signora K., e la prende così bene che piacciono a tutti, nonostante i suoi modi stranieri.
La signorina è una certa Miss Norton: ricca, colta e gentile. Mi ha parlato a cena oggi (perché sono tornata a tavola, è così divertente osservare le persone), e mi ha invitata ad andare a trovarla nella sua stanza. Ha bei libri e quadri, conosce persone interessanti e sembra amichevole; così mi renderò gradevole, perché voglio davvero entrare in una buona società, solo che non è lo stesso genere che piace ad Amy.
Ero nel nostro salotto ieri sera, quando il signor Bhaer è entrato con alcuni giornali per la signora Kirke. Lei non c'era, ma Minnie, che è una piccola vecchia signora, mi ha presentata molto graziosamente: "Questa è l'amica della mamma, Miss March."
"Sì; ed è allegra e ci piace un sacco," ha aggiunto Kitty, che è un enfant terrible.
Ci siamo inchinati entrambi, e poi abbiamo riso, perché la presentazione formale e l'aggiunta schietta erano un contrasto piuttosto comico.
"Ah, sì, sento che queste monelle vanno a seccarvi, Mees Marsch. Se succede ancora, chiamate me e io vengo," ha detto, con un cipiglio minaccioso che ha deliziato le piccole pesti.
Ho promesso che lo avrei fatto, e lui se n'è andato; ma sembra che io sia destinata a vederlo spesso, perché oggi, mentre passavo davanti alla sua porta uscendo, per sbaglio l'ho urtata con l'ombrello. Si è spalancata ed eccolo lì in vestaglia, con un grosso calzino blu su una mano e un ago da rammendo nell'altra; non sembrava affatto vergognarsene, perché quando ho spiegato e mi sono affrettata, lui ha agitato la mano, calzino e tutto, dicendo nel suo modo forte e allegro:
"Avete una bella giornata per fare la vostra passeggiata. Bon voyage, mademoiselle."
Ho riso per tutte le scale; ma era anche un po' patetico pensare al pover'uomo che deve rammendarsi i vestiti da solo. I gentiluomini tedeschi ricamano, lo so; ma rammendare le calze è un'altra cosa, e non è così grazioso."
"Sabato.
Non è successo nulla di cui scrivere, eccetto una visita a Miss Norton, che ha una stanza piena di cose adorabili, ed è stata molto affascinante, perché mi ha mostrato tutti i suoi tesori e mi ha chiesto se a volte volessi andare con lei a conferenze e concerti, come sua accompagnatrice, se mi avessero fatto piacere. L'ha messa come un favore, ma sono certa che la signora Kirke le abbia parlato di noi, e lo fa per gentilezza nei miei confronti. Sono orgogliosa come Lucifero, ma tali favori da persone simili non mi pesano, e ho accettato con gratitudine.
Quando sono tornata nella stanza dei bambini c'era un tale chiasso nel salotto che ho dato un'occhiata; e c'era il signor Bhaer carponi, con Tina sulla schiena, Kitty che lo guidava con una corda da saltare, e Minnie che dava da mangiare a due ragazzini con dei biscotti, mentre loro ruggivano e si dimenavano in gabbie costruite con le sedie.
"Stiamo giocando a nargerie," ha spiegato Kitty.
"Questo è il mio elefante!" ha aggiunto Tina, tenendosi aggrappata ai capelli del Professore.
"La mamma ci permette sempre di fare quello che vogliamo il sabato pomeriggio, quando Franz ed Emil vengono, vero signor Bhaer?" ha detto Minnie.
L'"elefante" si è seduto, sembrando serio quanto loro, e mi ha detto con sobrietà:
"Vi do la mia parola che è così. Se facciamo troppo rumore voi direte 'Zitti!' a noi, e noi andremo più piano."
Ho promesso di farlo, ma ho lasciato la porta aperta e mi sono goduta il divertimento quanto loro, perché uno spasso più glorioso non l'ho mai visto. Hanno giocato a rincorrersi e ai soldatini, ballato e cantato, e quando ha iniziato a far buio si sono tutti accalcati sul divano intorno al Professore, mentre lui raccontava affascinanti fiabe sulle cicogne sui comignoli, e i piccoli "coboldi", che cavalcano i fiocchi di neve mentre cadono. Vorrei che gli americani fossero semplici e naturali come i tedeschi, non credi?
Mi piace così tanto scrivere che continuerei all'infinito se motivi di economia non mi fermassero, perché anche se ho usato carta sottile e scritto in piccolo, tremo al pensiero dei francobolli che questa lunga lettera richiederà. Ti prego, inoltra quella di Amy non appena puoi risparmiare. Le mie piccole notizie sembreranno molto piatte dopo i suoi splendori, ma so che ti piaceranno. Teddy sta studiando così tanto da non trovare il tempo di scrivere alle sue amiche? Prenditi cura di lui per me, Beth, e raccontami tutto dei bambini, e dai un sacco di affetto a tutti.
Dalla tua fedele JO.
P. S. Rileggendo la mia lettera mi sembra piuttosto "Bhaeriana"; ma sono sempre interessata alle persone strane, e non avevo davvero nient'altro di cui scrivere. Dio ti benedica!"
"DICEMBRE.
MIA PREZIOSA BETSEY,
Poiché questa deve essere una lettera scarabocchiata, la indirizzo a te, perché potrebbe divertirti e darti un'idea di come vanno le cose; perché, sebbene tranquille, sono piuttosto divertenti, per le quali, oh, sii gioiosa! Dopo quelli che Amy chiamerebbe sforzi erculei, nel campo dell'agricoltura mentale e morale, le mie giovani idee iniziano a germogliare e i miei piccoli ramoscelli a piegarsi come vorrei. Non sono così interessanti per me come Tina e i ragazzi, ma faccio il mio dovere verso di loro, e loro mi vogliono bene. Franz ed Emil sono ragazzini allegri, proprio come piacciono a me; perché la miscela di spirito tedesco e americano in loro produce un costante stato di effervescenza. I sabati pomeriggio sono tempi turbolenti, sia che si passino in casa che fuori; perché nelle belle giornate vanno tutti a passeggio, come un seminario, con il Professore e me a mantenere l'ordine; e allora che divertimento!
Siamo molto buoni amici ora, e ho iniziato a prendere lezioni. Non potevo farne a meno, ed è successo tutto in un modo così buffo che devo raccontartelo. Per cominciare dal principio, la signora Kirke mi ha chiamata, un giorno, mentre passavo davanti alla stanza del signor Bhaer, dove stava frugando.
"Hai mai visto una tana simile, mia cara? Vieni ad aiutarmi a mettere a posto questi libri, perché ho messo tutto sottosopra, cercando di scoprire che fine abbiano fatto i sei fazzoletti nuovi che gli ho dato non molto tempo fa."
Sono entrata, e mentre lavoravamo mi sono guardata intorno, perché era "una tana", di sicuro. Libri e giornali ovunque; una schiuma di mare rotta e un vecchio flauto sopra la mensola del camino come se fossero inutilizzati; un uccellino spelacchiato, senza coda, cinguettava su un davanzale, e una scatola di topolini bianchi adornava l'altro; barche a metà e pezzi di corda giacevano tra i manoscritti; stivaletti sporchi stavano ad asciugare davanti al fuoco; e tracce dei ragazzini tanto amati, per i quali si fa schiavo, si vedevano in tutta la stanza. Dopo una grande ricerca, tre degli articoli mancanti sono stati trovati... uno sopra la gabbia dell'uccellino, uno coperto d'inchiostro e un terzo bruciato, essendo stato usato come presina.
"Che uomo!" rideva la bonaria signora K., mentre metteva i cimeli nel sacco degli stracci. "Suppongo che gli altri siano stati fatti a pezzi per armare navi, fasciare dita tagliate o fare code di aquiloni. È terribile, ma non riesco a sgridarlo: è così distratto e bonario che lascia che quei ragazzi gli passino sopra con le ruote. Ho accettato di fargli il bucato e rammendare, ma lui dimentica di dare fuori le sue cose e io dimentico di controllarle, così a volte si riduce in uno stato pietoso."
"Lasci che le rammendi io," ho detto. "Non mi dispiace, e lui non deve saperlo. Mi piacerebbe... è così gentile con me nel portarmi le lettere e prestarmi libri."
Così ho messo in ordine le sue cose, e ho lavorato i talloni in due paia di calze... perché erano deformate dai suoi strani rammendi. Non è stato detto nulla, e speravo che non se ne accorgesse, ma un giorno della scorsa settimana mi ha sorpresa. Ascoltare le lezioni che dà agli altri mi ha interessato e divertito così tanto che mi è venuta voglia di imparare; perché Tina corre dentro e fuori, lasciando la porta aperta, e io riesco a sentire. Ero seduta vicino a questa porta, finendo l'ultimo calzino e cercando di capire cosa dicesse a una nuova allieva, che è stupida quanto me. La ragazza se n'era andata e pensavo che se ne fosse andato anche lui, c'era così silenzio, ed ero intenta a balbettare un verbo, dondolando avanti e indietro in un modo assurdo, quando un piccolo verso mi ha fatto alzare lo sguardo, ed eccolo lì il signor Bhaer che guardava e rideva piano, mentre faceva segno a Tina di non tradirlo.
"Così!" ha detto, mentre mi fermavo a fissarlo come un'oca, "voi spiate me, io spio voi, e questo non è male; ma vedete, non sto scherzando quando dico, avete un desiderio di tedesco?"
"Sì; ma siete troppo occupato. Sono troppo stupida per imparare," ho farfugliato, rossa come una peonia.
"Prut! faremo il tempo, e non mancheremo di trovare il senso. Di sera farò una piccola lezione con molto piacere; perché, vedete, Mees Marsch, io ho questo debito da pagare," e ha indicato il mio lavoro. "Sì, dicono l'una all'altra, queste signore così gentili, 'lui è un vecchio stupido; non vedrà cosa facciamo; non osserverà mai che i talloni delle sue calze non hanno più buchi, penserà che i suoi bottoni ricrescano quando cadono, e crederà che i fili si facciano da soli.' Ah! ma io ho un occhio e vedo molto. Ho un cuore e sento il ringraziamento per questo. Venite, una piccola lezione allora e ora, o niente più opere di fata buona per me e i miei."
Naturalmente non ho potuto dire nulla dopo quello, e dato che è davvero un'opportunità splendida, ho fatto l'accordo e abbiamo iniziato. Ho preso quattro lezioni, e poi mi sono bloccata in una palude grammaticale. Il Professore è stato molto paziente con me, ma deve essere stato un tormento per lui, e ogni tanto mi guardava con un'espressione di lieve disperazione tale che per me era un testa o croce se ridere o piangere. Ho provato in entrambi i modi; e quando si è arrivati a un soffio di totale mortificazione e dolore, ha semplicemente gettato la grammatica sul pavimento e se n'è andato dalla stanza. Mi sentivo disonorata e abbandonata per sempre, ma non ho incolpato lui nemmeno per un istante, e stavo raccogliendo i miei fogli, con l'intenzione di correre di sopra e scuotermi forte, quando lui è entrato, vispo e raggiante come se mi fossi coperta di gloria.
"Ora proveremo un modo nuovo. Voi ed io leggeremo questi piacevoli piccoli Märchen insieme, e non scaveremo più in quel libro secco, che va nell'angolo per averci creato problemi."
Ha parlato così gentilmente e ha aperto le fiabe di Hans Andersen così invitanti davanti a me, che mi sono vergognata più che mai e mi sono buttata nella mia lezione con uno stile da "o la va o la spacca" che sembrava divertirlo immensamente. Ho dimenticato la mia timidezza e ho lavorato sodo (nessun'altra parola lo esprime) con tutte le mie forze, inciampando su parole lunghe, pronunciando secondo l'ispirazione del momento e facendo del mio meglio. Quando ho finito di leggere la mia prima pagina e mi sono fermata per riprendere fiato, ha battuto le mani e ha gridato, nel suo modo cordiale: "Das ist gute! Ora andiamo bene! Il mio turno. Lo faccio in tedesco; datemi il vostro orecchio." E ha iniziato, rimbombando le parole con la sua voce forte e un gusto che era bello vedere oltre che sentire. Fortunatamente la storia era il "Soldatino di stagno", che è buffa, sapete, così ho potuto ridere... e l'ho fatto... sebbene non capissi metà di ciò che leggeva, perché non potevo farne a meno, lui era così serio, io così eccitata, e il tutto così comico.
Dopo di che siamo andati meglio, e ora leggo le mie lezioni abbastanza bene; perché questo modo di studiare mi si addice, e vedo che la grammatica viene infilata nei racconti e nella poesia come si danno le pillole nella gelatina. Mi piace molto, e lui non sembra ancora stanco... il che è molto gentile da parte sua, non è vero? Intendo fargli un regalo a Natale, perché non oso offrirgli denaro. Dimmi qualcosa di carino, Marmee.
Sono contenta che Laurie sembri così felice e occupato, che abbia smesso di fumare e lasci crescere i capelli. Vedi che Beth lo gestisce meglio di me. Non sono gelosa, cara; fai del tuo meglio, solo non farne un santo. Temo che non potrei amarlo senza un pizzico di malizia umana. Leggigli pezzi delle mie lettere. Non ho tempo di scrivere molto, e quello andrà bene lo stesso. Ringraziando il cielo Beth continua a stare così bene."
"GENNAIO.
Un felice Anno Nuovo a tutti voi, mia carissima famiglia, che naturalmente include il signor L. e un giovane uomo di nome Teddy. Non so dirvi quanto ho apprezzato il vostro pacco di Natale, perché non l'ho ricevuto fino a sera, e avevo smesso di sperare. La vostra lettera è arrivata al mattino, ma non avete menzionato alcun pacco, volendo che fosse una sorpresa; così sono rimasta delusa, perché avevo avuto "una specie di sensazione" che non vi sareste dimenticati di me. Mi sentivo un po' giù di morale, mentre sedevo nella mia stanza, dopo il tè; e quando il pacco grande, infangato e dall'aspetto malconcio mi è stato portato, l'ho solo abbracciato e ho saltellato. Era così casalingo e rinfrescante che mi sono seduta sul pavimento e ho letto, guardato, mangiato, riso e pianto, nel mio solito modo assurdo. Le cose erano proprio quello che volevo, e tutte migliori perché fatte invece che comprate. Il nuovo "bavaglino per l'inchiostro" di Beth era ottimo; e la scatola di pan di zenzero duro di Hannah sarà un tesoro. Mi assicurerò di indossare le belle flanelle che avete mandato, Marmee, e di leggere attentamente i libri che il papà ha segnato. Grazie a tutti, un sacco!
A proposito di libri, mi viene in mente che sto diventando ricca in quel campo perché, il giorno di Capodanno, il signor Bhaer mi ha dato un bellissimo Shakespeare. È uno a cui tiene molto, e l'ho spesso ammirato, messo al posto d'onore, con la sua Bibbia tedesca, Platone, Omero e Milton; così potete immaginare come mi sono sentita quando l'ha portato giù, senza la sua copertina, e mi ha mostrato il mio nome scritto sopra, "dalla mia amica Friedrich Bhaer."
"Dite spesso che desiderate una biblioteca: ecco, ve ne do una; perché tra queste copertine (intendeva la rilegatura) ci sono molti libri in uno. Leggetelo bene, e vi aiuterà molto; perché lo studio del carattere in questo libro vi aiuterà a leggerlo nel mondo e a dipingerlo con la vostra penna."
Lo ringraziai meglio che potei, e ora parlo della "mia biblioteca", come se avessi cento libri. Non ho mai saputo quanto ci fosse in Shakespeare prima d'ora; ma, del resto, non avevo mai avuto un Bhaer a spiegarmelo. Ora non ridete del suo nome orribile; non si pronuncia né Bear né Beer, come la gente vuole dire, ma qualcosa di intermedio, come solo i tedeschi sanno fare. Sono contenta che a entrambi piaccia ciò che vi racconto di lui, e spero che un giorno lo conosciate. La mamma ammirerebbe il suo cuore caloroso, il papà la sua testa saggia. Io ammiro entrambi, e mi sento ricca con il mio nuovo "amico Friedrich Bhaer".
Non avendo molti soldi, né sapendo cosa gli potesse piacere, ho preso diverse piccole cose e le ho sparse per la stanza, dove le avrebbe trovate inaspettatamente. Erano utili, graziose o divertenti: un nuovo calamaio sulla sua scrivania, un piccolo vaso per il suo fiore – ne ha sempre uno, o un rametto verde in un bicchiere, per mantenersi fresco, dice – e un supporto per il suo soffietto, così non deve bruciare quelli che Amy chiama "mouchoirs". L'ho fatto come quelli che inventò Beth: una grande farfalla dal corpo grassoccio, ali nere e gialle, antenne di lana e occhi di perline. Ha stuzzicato immensamente la sua fantasia, e l'ha messa sulla mensola del camino come un oggetto d'arte; quindi, tutto sommato, è stato un mezzo fallimento. Per quanto sia povero, non ha dimenticato un solo servitore o bambino in casa; e nessuna anima qui, dalla lavandaia francese alla signorina Norton, ha dimenticato lui. Ne sono stata così felice.
Hanno organizzato una mascherata e si sono divertiti un mondo la vigilia di Capodanno. Non avevo intenzione di scendere, non avendo un vestito; ma all'ultimo minuto, la signora Kirke si è ricordata di alcuni vecchi broccati, e la signorina Norton mi ha prestato pizzi e piume; così mi sono travestita da Mrs. Malaprop e sono entrata con una maschera. Nessuno mi ha riconosciuta, perché ho camuffato la voce, e nessuno avrebbe mai immaginato che la silenziosa e altezzosa Miss March (perché la maggior parte di loro pensa che io sia molto rigida e fredda; e lo sono, con gli spocchiosi) potesse ballare, vestirsi e scoppiare in un "bel disordine di epitaffi, come un'allegoria sulle rive del Nilo". Mi sono divertita molto; e quando ci siamo smascherati, è stato buffo vederli fissarmi. Ho sentito uno dei giovani dire a un altro che sapeva che ero stata un'attrice; anzi, pensava di ricordarsi di avermi vista in uno dei teatri minori. Meg apprezzerà questa battuta. Il signor Bhaer era Nick Bottom, e Tina era Titania: una fatina perfetta tra le sue braccia. Vederli ballare è stato "proprio un panorama", per usare un Teddyismo.
Ho passato un Capodanno molto felice, dopotutto; e quando l'ho ripensato nella mia stanza, mi sono sentita come se stessi facendo qualche progresso nonostante i miei molti fallimenti; perché ora sono sempre allegra, lavoro di buona voglia e mi interesso agli altri più di quanto facessi prima, il che è soddisfacente. Che Dio vi benedica tutti! Sempre la vostra amorevole
JO.
XXXIV.
UN AMICO.
Sebbene molto felice nell'atmosfera sociale che la circondava, e molto occupata con il lavoro quotidiano che si guadagnava il pane e lo rendeva più dolce per lo sforzo, Jo trovava ancora tempo per i lavori letterari. Lo scopo che ora si era impossessato di lei era naturale per una ragazza povera e ambiziosa; ma i mezzi che usò per raggiungere il suo fine non erano i migliori. Vide che il denaro conferiva potere: denaro e potere, dunque, decise di avere; non per usarli solo per se stessa, ma per coloro che amava più di se stessa.
Il sogno di riempire la casa di comfort, di dare a Beth tutto ciò che desiderava, dalle fragole in inverno a un organo nella sua camera da letto; di andare lei stessa all'estero, e di avere sempre più del necessario, così da potersi concedere il lusso della carità, era stato per anni il castello in aria più caro a Jo.
L'esperienza del premio letterario era sembrata aprire una strada che avrebbe potuto, dopo un lungo cammino e molta fatica in salita, condurre a questo delizioso _château en Espagne_. Ma il disastro del romanzo le smorzò il coraggio per un po', perché l'opinione pubblica è un gigante che ha spaventato Jack dal cuore più saldo su piante di fagioli più grandi della sua. Come quell'eroe immortale, riposò un po' dopo il primo tentativo, che si era concluso con una caduta, e il meno grazioso dei tesori del gigante, se ben ricordo. Ma lo spirito del "rialzati e riprova" era forte in Jo quanto in Jack; così si arrampicò di nuovo, questa volta dal lato in ombra, e ottenne più bottino, ma quasi lasciò dietro di sé ciò che era assai più prezioso dei sacchi di monete.
Si diede a scrivere storie sensazionali; perché in quei secoli bui, persino l'America, così perfetta in tutto, leggeva spazzatura. Non lo disse a nessuno, ma confezionò un "racconto da brivido" e lo portò audacemente lei stessa al signor Dashwood, editore del "Weekly Volcano". Non aveva mai letto "Sartor Resartus", ma aveva l'istinto femminile che gli abiti possiedano un'influenza più potente su molti del valore del carattere o della magia dei modi. Così si vestì con i suoi abiti migliori e, cercando di persuadere se stessa di non essere né agitata né nervosa, salì coraggiosamente due rampe di scale buie e sporche per ritrovarsi in una stanza disordinata, in una nuvola di fumo di sigaro, e alla presenza di tre gentiluomini, seduti con i tacchi piuttosto più in alto dei loro cappelli, articoli di vestiario che nessuno di loro si prese la briga di togliere al suo apparire. Un po' scoraggiata da questa accoglienza, Jo esitò sulla soglia, mormorando con molto imbarazzo:
"Mi scusi, cercavo l'ufficio del 'Weekly Volcano'; volevo vedere il signor Dashwood."
Giù il paio di tacchi più alti, su il gentiluomo più fumoso, e, curando con attenzione il sigaro tra le dita, avanzò con un cenno e un volto che non esprimeva altro che sonno. Sentendo di dover concludere la faccenda in qualche modo, Jo tirò fuori il manoscritto e, arrossendo sempre di più a ogni frase, farfugliò frammenti del breve discorso preparato con cura per l'occasione.
"Una mia amica desiderava che offrissi... una storia... giusto come esperimento... gradirebbe la sua opinione... sarei lieta di scriverne altre se questa dovesse andar bene."
Mentre lei arrossiva e farfugliava, il signor Dashwood aveva preso il manoscritto e stava voltando le pagine con un paio di dita piuttosto sporche, lanciando sguardi critici su e giù per le pagine pulite.
"Non è un primo tentativo, immagino?" osservando che le pagine erano numerate, scritte solo su un lato e non legate con un nastro: segno sicuro di una principiante.
"No, signore; lei ha avuto qualche esperienza e ha vinto un premio per un racconto sul 'Blarneystone Banner'."
"Oh, davvero?" e il signor Dashwood diede a Jo uno sguardo rapido, che sembrò notare tutto ciò che indossava, dal fiocco della cuffia ai bottoni degli stivali. "Beh, può lasciarlo, se vuole. Abbiamo più materiale di questo genere a portata di mano di quanto sappiamo gestire al momento; ma ci darò un'occhiata e le darò una risposta la prossima settimana."
Ora, a Jo non piaceva lasciarlo, perché il signor Dashwood non le andava affatto a genio; ma, date le circostanze, non le restava altro da fare che inchinarsi e allontanarsi, apparendo particolarmente alta e dignitosa, come le capitava di fare quando era stizzita o confusa. In quel momento era entrambe le cose; perché era perfettamente evidente, dagli sguardi complici scambiati tra i gentiluomini, che la sua piccola finzione della "mia amica" era considerata una bella battuta; e una risata, provocata da un'osservazione inudibile dell'editore mentre chiudeva la porta, completò la sua confusione. Decidendo a metà di non tornare più, andò a casa e sfogò la sua irritazione cucendo pettorine con vigore; e dopo un'ora o due fu abbastanza calma da ridere della scena e desiderare che arrivasse la settimana successiva.
Quando tornò, il signor Dashwood era solo, il che la rallegrò; il signor Dashwood era molto più sveglio di prima, il che era piacevole; e il signor Dashwood non era troppo assorto in un sigaro per ricordare le buone maniere: così il secondo colloquio fu molto più confortevole del primo.
"Prenderemo questo" (gli editori non dicono mai "io"), "se non le dispiace qualche modifica. È troppo lungo, ma omettere i passaggi che ho segnato lo renderà della lunghezza giusta", disse, con tono professionale.
Jo quasi non riconobbe più il suo manoscritto, tanto erano stropicciate e sottolineate le sue pagine e i suoi paragrafi; ma, sentendosi come un tenero genitore a cui venga chiesto di tagliare le gambe al proprio bambino affinché possa entrare in una culla nuova, guardò i passaggi segnati e si sorprese nello scoprire che tutte le riflessioni morali – che lei aveva inserito con cura come zavorra per tanto romanticismo – erano state cancellate.
"Ma, signore, pensavo che ogni storia dovesse avere una sorta di morale, così mi sono premurata di far pentire alcuni dei miei peccatori."
La gravità editoriale del signor Dashwood si sciolse in un sorriso, poiché Jo aveva dimenticato la sua "amica" e parlato come solo un autore avrebbe potuto fare.
"La gente vuole essere divertita, non essere fatta oggetto di prediche, sa. La morale non vende di questi tempi;" il che, tra l'altro, non era un'affermazione del tutto corretta.
"Pensa che potrebbe andare bene con queste modifiche, allora?"
"Sì; è una trama nuova e piuttosto ben sviluppata... il linguaggio è buono, e così via", fu la risposta affabile del signor Dashwood.
"Quale sarebbe... cioè, quale compenso..." iniziò Jo, non sapendo esattamente come esprimersi.
"Oh, sì, beh, diamo dai venticinque ai trenta per cose di questo genere. Pagamento all'uscita," rispose il signor Dashwood, come se quel punto gli fosse sfuggito; tali inezie spesso sfuggono alla mente editoriale, si dice.
"Molto bene; può prenderlo," disse Jo, restituendo la storia con aria soddisfatta; perché, dopo il lavoro a un dollaro per colonna, anche venticinque sembravano un buon compenso.
"Devo dire alla mia amica che ne prenderà un altro se ne ha uno migliore di questo?" chiese Jo, ignara della sua piccola svista e incoraggiata dal successo.
"Beh, ci daremo un'occhiata; non posso promettere di prenderlo. Le dica di farlo breve e piccante, e non si curi della morale. Che nome vorrebbe mettere la sua amica?" con tono noncurante.
"Nessuno, se le va bene; lei non desidera che il suo nome appaia e non ha un nome d'arte," disse Jo, arrossendo suo malgrado.
"Come vuole lei, naturalmente. Il racconto uscirà la prossima settimana; verrà lei a ritirare il compenso o devo mandarglielo?" chiese il signor Dashwood, che provava un naturale desiderio di sapere chi potesse essere la sua nuova collaboratrice.
"Passerò io. Buongiorno, signore."
Mentre lei se ne andava, il signor Dashwood mise su i piedi, con l'elegante osservazione: "Povera e orgogliosa, come al solito, ma ce la farà."
Seguendo le istruzioni del signor Dashwood e prendendo la signora Northbury come modello, Jo fece avventatamente un tuffo nel mare spumeggiante della letteratura sensazionale; ma, grazie al salvagente lanciato da un amico, tornò a galla, non molto peggiorata dal suo tuffo.
Come la maggior parte dei giovani scribacchini, andò all'estero per i suoi personaggi e scenari; e banditi, conti, zingari, suore e duchesse apparvero sul suo palcoscenico, e recitarono le loro parti con tanta accuratezza e spirito quanto ci si poteva aspettare. I suoi lettori non erano pignoli riguardo a inezie come grammatica, punteggiatura e verosimiglianza, e il signor Dashwood le permetteva gentilmente di riempire le sue colonne ai prezzi più bassi, non ritenendo necessario dirle che la vera causa della sua ospitalità era il fatto che uno dei suoi scribacchini, a cui erano stati offerti salari più alti, l'aveva vilmente lasciato nei guai.
Presto si interessò al suo lavoro, perché il suo portafoglio emaciato si ingrossò, e il gruzzolo che stava mettendo da parte per portare Beth in montagna la prossima estate crebbe lentamente ma sicuramente col passare delle settimane. Una cosa disturbava la sua soddisfazione, ed era che non lo diceva a casa. Aveva la sensazione che il padre e la madre non avrebbero approvato, e preferiva fare di testa sua prima, e chiedere perdono dopo. Era facile mantenere il segreto, poiché nessun nome appariva con le sue storie; il signor Dashwood, naturalmente, l'aveva scoperto molto presto, ma aveva promesso di tacere; e, a sorpresa, mantenne la parola.
Pensava che non le avrebbe fatto alcun male, perché intendeva sinceramente non scrivere nulla di cui doversi vergognare, e calmava ogni rimorso di coscienza con l'anticipazione del momento felice in cui avrebbe mostrato i suoi guadagni e riso del suo segreto ben custodito.
Ma il signor Dashwood rifiutava qualsiasi cosa che non fossero racconti da brivido; e, dato che i brividi non potevano essere prodotti se non tormentando le anime dei lettori, storia e romanticismo, terra e mare, scienza e arte, cronaca nera e manicomi dovettero essere setacciati allo scopo. Jo scoprì presto che la sua esperienza innocente le aveva dato solo pochi scorci del mondo tragico che sta alla base della società; così, considerandola sotto l'aspetto commerciale, si mise a supplire alle sue mancanze con energia caratteristica. Ansiosa di trovare materiale per le storie, e determinata a renderle originali nella trama, se non magistrali nell'esecuzione, cercò nei giornali incidenti, fatti e crimini; suscitò i sospetti dei bibliotecari pubblici chiedendo opere sui veleni; studiò i volti per strada e i personaggi, buoni, cattivi e indifferenti, tutto intorno a lei; scavò nella polvere dei tempi antichi alla ricerca di fatti o finzioni così vecchi da sembrare nuovi, e si presentò alla follia, al peccato e alla miseria, per quanto le sue limitate opportunità glielo permettevano. Pensava di prosperare magnificamente; ma, inconsciamente, stava iniziando a profanare alcuni degli attributi più femminili del carattere di una donna. Viveva in cattiva compagnia; e, per quanto immaginaria fosse, la sua influenza la colpiva, perché alimentava cuore e fantasia con cibo pericoloso e inconsistente, e stava rapidamente spazzando via il fiore innocente dalla sua natura con una prematura conoscenza del lato più oscuro della vita, che arriva abbastanza presto per tutti noi.
Stava iniziando a sentirlo piuttosto che a vederlo, poiché descrivere così tanto le passioni e i sentimenti degli altri la portò a studiare e speculare sui propri... un divertimento morboso, in cui le menti giovani e sane non si indulgono volontariamente. Il male porta sempre con sé la propria punizione; e, quando Jo ebbe più bisogno della sua, la ricevette.
Non so se lo studio di Shakespeare l'abbia aiutata a leggere il carattere, o l'istinto naturale di una donna per ciò che era onesto, coraggioso e forte; ma mentre dotava i suoi eroi immaginari di ogni perfezione sotto il sole, Jo stava scoprendo un eroe vivo, che l'interessava nonostante molte imperfezioni umane. Il signor Bhaer, in una delle loro conversazioni, le aveva consigliato di studiare personaggi semplici, veri e amabili, ovunque li trovasse, come buon allenamento per una scrittrice. Jo lo prese in parola, poiché si voltò con calma e studiò lui... un procedimento che lo avrebbe molto sorpreso, se lo avesse saputo, poiché il degno Professore era molto umile nel suo modo di concepirsi.
Perché tutti lo amassero era ciò che all'inizio lasciava perplessa Jo. Non era né ricco né grande, né giovane né bello; sotto nessun aspetto quello che viene chiamato affascinante, imponente o brillante; eppure era attraente come un fuoco cordiale, e le persone sembravano riunirsi attorno a lui con la stessa naturalezza con cui ci si riunisce attorno a un focolare caldo. Era povero, eppure sembrava sempre dare via qualcosa; un estraneo, eppure ognuno era suo amico; non più giovane, ma con il cuore felice come quello di un ragazzo; semplice e peculiare, eppure il suo volto appariva bello a molti, e le sue stranezze venivano liberamente perdonate per amor suo. Jo lo osservava spesso, cercando di scoprire il fascino, e alla fine decise che era la benevolenza a compiere il miracolo. Se aveva qualche dolore, "se ne stava con la testa sotto l'ala", e rivolgeva al mondo solo il suo lato soleggiato. C'erano rughe sulla sua fronte, ma il Tempo sembrava averlo toccato delicatamente, ricordando quanto fosse gentile con gli altri. Le piacevoli curve attorno alla sua bocca erano il ricordo di molte parole amichevoli e risate allegre; i suoi occhi non erano mai freddi o duri, e la sua grande mano aveva una presa calda e forte che era più espressiva delle parole.
Persino i suoi vestiti sembravano partecipare alla natura ospitale di chi li indossava. Sembravano essere a proprio agio e amavano farlo stare comodo; il suo capiente gilet suggeriva un grande cuore sottostante; il suo cappotto logoro aveva un'aria socievole, e le tasche larghe provavano chiaramente che le manine dei bambini entravano spesso vuote e uscivano piene; persino i suoi stivali erano benevoli, e i suoi colletti non erano mai rigidi e graffianti come quelli degli altri.
"Ecco cos'è!" disse Jo a se stessa, quando alla fine scoprì che la genuina benevolenza verso i propri simili poteva abbellire e nobilitare persino un robusto insegnante tedesco, che trangugiava la cena, si rammendava i calzini da solo e portava il peso del nome di Bhaer.
Jo apprezzava molto la bontà, ma possedeva anche un rispetto tutto femminile per l'intelletto, e una piccola scoperta che fece sul Professore accrebbe molto la sua considerazione per lui. Non parlava mai di sé, e nessuno seppe mai che nella sua città natale era stato un uomo molto onorato e stimato per cultura e integrità, finché un suo compatriota non venne a trovarlo e, in una conversazione con la signorina Norton, divulgò il piacevole fatto. Da lei Jo lo venne a sapere, e le piacque ancora di più perché il signor Bhaer non glielo aveva mai detto. Si sentì orgogliosa di sapere che era un illustre Professore a Berlino, sebbene solo un povero maestro di lingue in America; e la sua vita semplice e laboriosa era molto abbellita dalla punta di romanticismo che questa scoperta le conferiva.
Un altro e migliore dono dell'intelletto le fu mostrato nel modo più inaspettato. La signorina Norton aveva l'ingresso nella società letteraria, che Jo non avrebbe avuto possibilità di vedere se non per merito suo. La donna solitaria provava interesse per la ragazza ambiziosa e gentilmente le concesse molti favori di questo tipo sia a Jo che al Professore. Li portò con sé, una sera, a un simposio scelto, tenuto in onore di diverse celebrità.
Jo andò pronta a inchinarsi e adorare i potenti che aveva venerato con entusiasmo giovanile da lontano. Ma la sua reverenza per il genio ricevette un duro colpo quella sera, e le ci volle un po' per riprendersi dalla scoperta che le grandi creature erano solo uomini e donne, dopo tutto. Immaginate il suo sgomento, nel lanciare uno sguardo di timida ammirazione al poeta le cui strofe suggerivano un essere etereo nutrito di "spirito, fuoco e rugiada", nel vederlo divorare la sua cena con un ardore che arrossava il suo volto intellettuale. Voltandosi come da un idolo caduto, fece altre scoperte che dissiparono rapidamente le sue illusioni romantiche. Il grande romanziere vibrava tra due caraffe con la regolarità di un pendolo; il famoso uomo di chiesa flirtava apertamente con una delle Madame de Staël dell'epoca, che guardava come pugnali un'altra Corinna, la quale la stava amabilmente satireggiando, dopo averla superata in astuzia nel tentativo di assorbire il profondo filosofo, che beveva il tè alla maniera di Johnson e sembrava assopirsi, rendendo impossibile parlare a causa della loquacità della dama. Le celebrità scientifiche, dimenticando i loro molluschi e periodi glaciali, spettegolavano d'arte, dedicandosi a ostriche e gelati con energia caratteristica; il giovane musicista, che stava incantando la città come un secondo Orfeo, parlava di cavalli; e l'esemplare della nobiltà britannica presente si rivelò essere l'uomo più ordinario della compagnia.
Prima che la serata fosse giunta a metà, Jo si sentì così completamente désillusionée, che si sedette in un angolo per riprendersi. Il signor Bhaer la raggiunse presto, apparendo piuttosto fuori dal suo elemento, e poco dopo diversi filosofi, ciascuno in sella al proprio hobby, si avvicinarono trotterellando per tenere un torneo intellettuale nell'alcova. La conversazione era a miglia di distanza dalla comprensione di Jo, ma la divertiva, sebbene Kant ed Hegel fossero dèi sconosciuti, il Soggettivo e l'Oggettivo termini inintelligibili; e l'unica cosa "evoluita dalla sua coscienza interiore" fu un forte mal di testa a cose fatte. Le balenò gradualmente l'idea che il mondo venisse fatto a pezzi e ricomposto secondo princìpi nuovi e, a detta di chi parlava, infinitamente migliori di prima; che la religione fosse sulla buona strada per essere annullata dal ragionamento e che l'intelletto dovesse essere l'unico Dio. Jo non sapeva nulla di filosofia o di metafisica di sorta, ma un'eccitazione curiosa, per metà piacevole e per metà dolorosa, si impadronì di lei mentre ascoltava, con la sensazione di essere stata abbandonata nel tempo e nello spazio, come un giovane pallone in vacanza.
Si guardò intorno per vedere se la cosa piacesse al Professore e lo trovò che la fissava con l'espressione più severa che gli avesse mai visto. Scosse la testa e le fece segno di venire via; ma lei era affascinata, in quel momento, dalla libertà della Filosofia Speculativa e rimase al suo posto, cercando di scoprire su cosa intendessero fare affidamento i saggi gentiluomini dopo aver annientato tutte le vecchie credenze.
Ora, il signor Bhaer era un uomo timido e lento a offrire le proprie opinioni, non perché fossero incerte, ma perché troppo sincere e serie per essere espresse alla leggera. Mentre guardava da Jo verso diversi altri giovani, attratti dallo splendore dei fuochi d'artificio filosofici, corrugò la fronte e desiderò parlare, temendo che qualche anima giovane e infiammabile venisse portata fuori strada dai razzi, per scoprire, a spettacolo finito, di avere in mano solo un bastoncino vuoto o una mano bruciata.
Sopportò finché poté; ma quando fu chiamato a esprimere un parere, divampò con onesta indignazione e difese la religione con tutta l'eloquenza della verità: un'eloquenza che rendeva il suo inglese stentato musicale e il suo volto comune bellissimo. Ebbe una dura lotta, perché i saggi argomentavano bene; ma lui non sapeva quando era battuto e tenne fede ai suoi colori come un uomo. In qualche modo, mentre parlava, il mondo tornò a posto per Jo; le vecchie credenze, che erano durate così a lungo, sembrarono migliori delle nuove; Dio non era una forza cieca e l'immortalità non era una bella favola, ma un fatto benedetto. Si sentì di nuovo come se avesse terra solida sotto i piedi; e quando il signor Bhaer si fermò, sopraffatto nelle parole ma non per questo convinto, Jo desiderò battere le mani e ringraziarlo.
Non fece né l'una né l'altra cosa; ma ricordò quella scena e nutrì per il Professore il più profondo rispetto, perché sapeva che gli era costato uno sforzo parlare in quel momento e in quel luogo, poiché la sua coscienza non gli permetteva di tacere. Iniziò a vedere che il carattere è un possesso migliore del denaro, del rango, dell'intelletto o della bellezza; e a sentire che, se la grandezza è ciò che un uomo saggio ha definito, "verità, riverenza e benevolenza", allora il suo amico Friedrich Bhaer non era solo buono, ma grande.
Questa convinzione si rafforzava ogni giorno. Lei stimava la sua considerazione, bramava il suo rispetto, voleva essere degna della sua amicizia; e proprio quando il desiderio era più sincero, arrivò quasi a perdere tutto. Tutto nacque da un cappello a tricorno; poiché una sera il Professore entrò per dare a Jo la lezione, con in testa un cappellino di carta da soldato che Tina vi aveva messo e che lui si era dimenticato di togliere.
"È evidente che non si guarda allo specchio prima di scendere," pensò Jo, con un sorriso, mentre lui diceva "Goot efening" e si sedeva composto, del tutto ignaro del contrasto ridicolo tra il suo argomento e il suo copricapo, poiché stava per leggerle la "Morte di Wallenstein".
Inizialmente non disse nulla, perché le piaceva sentirlo ridere della sua risata grande e cordiale quando succedeva qualcosa di divertente, così lo lasciò scoprire da solo e presto se ne dimenticò del tutto; perché sentire un tedesco leggere Schiller è un'occupazione piuttosto coinvolgente. Dopo la lettura venne la lezione, che fu vivace, perché Jo era di umore allegro quella sera e il tricorno le faceva danzare gli occhi per l'ilarità. Il Professore non sapeva che pensare di lei e alla fine si fermò per chiedere, con un'aria di mite sorpresa che era irresistibile:
"Mees Marsch, perché ride in faccia al suo maestro? Non ha rispetto per me, che va avanti così male?"
"Come posso essere rispettosa, signore, quando dimentica di togliersi il cappello?" disse Jo.
Portandosi la mano alla testa, il distratto Professore sentì e rimosse gravemente il piccolo tricorno, lo guardò per un minuto e poi gettò indietro la testa, ridendo come un allegro contrabbasso.
"Ah! Lo vedo ora; è quel folletto di Tina che mi rende un pazzo con il mio berretto. Beh, non è nulla; ma veda, se questa lezione non va bene, anche lei lo indosserà."
Ma la lezione non andò per nulla per alcuni minuti, perché il signor Bhaer scorse un'immagine sul cappello e, aprendolo, disse con aria di grande disgusto:
"Vorrei che questi giornali non entrassero in casa; non sono per i bambini da vedere, né per i giovani da leggere. Non è bene, e non ho pazienza con coloro che fanno questo danno."
Jo diede un'occhiata al foglio e vide un'illustrazione piacevole composta da un folle, un cadavere, un malvagio e una vipera. Non le piacque; ma l'impulso che la spinse a voltarlo non fu di disappunto, bensì di paura, perché, per un minuto, immaginò che il giornale fosse il "Volcano". Non lo era, tuttavia, e il suo panico si placò quando ricordò che, anche se lo fosse stato e ci fosse stato uno dei suoi racconti, non ci sarebbe stato alcun nome a tradirla. Si era tradita, tuttavia, con uno sguardo e un rossore; perché, sebbene fosse un uomo distratto, il Professore vedeva molto più di quanto la gente immaginasse. Sapeva che Jo scriveva e l'aveva incontrata più di una volta tra gli uffici dei giornali; ma poiché lei non ne parlava mai, lui non faceva domande, nonostante il forte desiderio di vedere il suo lavoro. Ora gli venne in mente che lei stava facendo qualcosa di cui si vergognava di ammettere, e la cosa lo turbò. Non disse a se stesso: "Non sono affari miei; non ho il diritto di dire nulla," come avrebbero fatto molte persone; ricordò solo che era giovane e povera, una ragazza lontana dall'amore di una madre e dalle cure di un padre; e fu spinto ad aiutarla con un impulso così rapido e naturale come quello che lo spingerebbe a tendere la mano per salvare un bambino da una pozzanghera. Tutto questo balenò nella sua mente in un minuto, ma nessuna traccia di ciò apparve sul suo volto; e quando il giornale fu voltato e l'ago di Jo infilato, fu pronto a dire in modo del tutto naturale, ma molto grave:
"Sì, fa bene a metterlo via. Non mi piace pensare che delle brave ragazze debbano vedere certe cose. Sono rese piacevoli per alcuni, ma preferirei dare ai miei ragazzi della polvere da sparo con cui giocare piuttosto che questa cattiva spazzatura."
"Non tutto può essere cattivo, solo sciocco, sa; e se c'è richiesta, non vedo alcun danno nel soddisfarla. Molte persone molto rispettabili si guadagnano da vivere onestamente con quelle che vengono chiamate storie sensazionali," disse Jo, grattando le arricciature così energicamente che una fila di piccoli strappi seguì il suo spillo.
"C'è richiesta di whisky, ma credo che a lei e a me non interessi venderlo. Se le persone rispettabili sapessero quale danno fanno, non sentirebbero che il guadagno è onesto. Non hanno il diritto di mettere veleno nel confetto e lasciare che i piccoli lo mangino. No; dovrebbero pensare un po' e spazzare il fango dalla strada prima di fare questa cosa."
Il signor Bhaer parlò con calore e si avvicinò al fuoco, appallottolando il giornale tra le mani. Jo rimase seduta in silenzio, sembrando come se il fuoco fosse arrivato a lei; perché le sue guance bruciarono a lungo dopo che il tricorno si era trasformato in fumo ed era svanito innocuamente su per il camino.
"Vorrei molto mandare tutto il resto dietro di lui," mormorò il Professore, tornando con un'aria sollevata.
Jo pensò a quale falò avrebbe fatto la sua pila di giornali al piano di sopra, e il denaro guadagnato duramente le pesò piuttosto sulla coscienza in quel momento. Poi pensò in modo consolatorio tra sé: "I miei non sono così; sono solo sciocchi, mai cattivi, quindi non mi preoccuperò;" e prendendo il suo libro, disse, con un volto studioso:
"Continuiamo, signore? Ora sarò molto buona e corretta."
"Lo spero," fu tutto ciò che disse, ma intendeva più di quanto lei immaginasse; e lo sguardo grave e gentile che le rivolse la fece sentire come se le parole "Weekly Volcano" fossero stampate a grandi caratteri sulla sua fronte.
Non appena andò nella sua stanza, tirò fuori le sue carte e rileggendole attentamente ogni suo racconto. Essendo un po' miope, il signor Bhaer usava talvolta gli occhiali, e Jo li aveva provati una volta, sorridendo nel vedere come ingrandissero la stampa fine del suo libro; ora le sembrò di aver indossato anche gli occhiali mentali o morali del Professore; perché i difetti di quei poveri racconti la fissavano spaventosamente e la riempivano di sgomento.
"Sono spazzatura, e presto saranno peggio della spazzatura se continuo; perché ognuno è più sensazionale del precedente. Sono andata avanti alla cieca, facendo del male a me stessa e agli altri per amore del denaro; so che è così, perché non posso leggere questa roba con serietà senza vergognarmene orribilmente; e cosa farei se venissero visti a casa, o se il signor Bhaer ne venisse in possesso?"
Jo divampò al solo pensiero e infilò l'intero pacco nella sua stufa, rischiando quasi di dare fuoco al camino con la vampa.
"Sì, quello è il posto migliore per tale sciocchezza infiammabile; farei meglio a bruciare la casa, suppongo, piuttosto che lasciare che altre persone si facciano saltare in aria con la mia polvere da sparo," pensò, mentre guardava il "Demone del Jura" svanire, una piccola cenere nera dagli occhi infuocati.
Ma quando non rimase nulla di tutti i suoi tre mesi di lavoro se non un mucchio di cenere, e il denaro in grembo, Jo apparve seria, seduta sul pavimento, chiedendosi cosa dovesse fare riguardo al suo salario.
"Credo di non aver ancora fatto molti danni, e posso tenere questo per ripagarmi del tempo," disse, dopo una lunga meditazione, aggiungendo con impazienza: "Vorrei quasi non avere coscienza, è così scomodo. Se non mi importasse di fare la cosa giusta, e non mi sentissi a disagio quando faccio quella sbagliata, me la caverei alla grande. Non posso fare a meno di desiderare, a volte, che padre e madre non fossero stati così pignoli su certe cose."
Ah, Jo, invece di desiderare ciò, ringrazia Dio che "padre e madre fossero pignoli," e compiangi dal cuore coloro che non hanno tali tutori a circondarli con princìpi che possono sembrare mura di prigione per la gioventù impaziente, ma che si riveleranno fondamenta sicure su cui costruire il carattere nell'età adulta.
Jo non scrisse più storie sensazionali, decidendo che il denaro non valeva la sua parte di sensazione; ma, andando all'altro estremo, com'è tipico delle persone del suo stampo, intraprese un corso di letture di Mrs. Sherwood, Miss Edgeworth e Hannah More; e produsse poi un racconto che avrebbe potuto essere chiamato più propriamente un saggio o un sermone, tanto era intensamente morale. Ebbe i suoi dubbi fin dall'inizio; perché la sua fervida fantasia e il suo romanticismo adolescenziale si sentivano a disagio nel nuovo stile come lei si sarebbe sentita mascherata nel costume rigido e ingombrante del secolo scorso. Inviò questa perla didascalica a diversi mercati, ma non trovò acquirenti; e fu incline a concordare con il signor Dashwood sul fatto che la morale non si vende.
Poi provò con una storia per bambini, che avrebbe potuto facilmente vendere se non fosse stata così venale da chiedere sporco lucro in cambio. L'unica persona che offrì abbastanza da rendere degno il suo tentativo di letteratura giovanile fu un degno gentiluomo che sentiva la missione di convertire tutto il mondo al suo credo particolare. Ma per quanto le piacesse scrivere per i bambini, Jo non poteva acconsentire a dipingere tutti i suoi ragazzi cattivi come mangiati dagli orsi o incornati da tori rabbiosi perché non andavano in una particolare scuola domenicale, né tutti i buoni infanti, che ci andavano, come ricompensati da ogni tipo di beatitudine, dal pan di zenzero dorato alle scorte di angeli, quando partivano per questa vita con salmi o sermoni sulle loro labbra balbettanti. Così nulla venne da questi tentativi; e Jo tappò il suo calamaio e disse, in un accesso di umiltà molto salutare:
"Non so nulla; aspetterò finché non saprò prima di riprovare, e, nel frattempo, 'spazzerò il fango dalla strada', se non posso fare di meglio; quello è onesto, almeno;" decisione che dimostrò che la sua seconda caduta dalla pianta di fagioli le aveva fatto un po' di bene.
Mentre queste rivoluzioni interiori avevano luogo, la sua vita esteriore era stata operosa e priva di eventi come al solito; e se a volte appariva seria o un po' triste, nessuno lo osservava se non il professor Bhaer. Lo faceva così discretamente che Jo non seppe mai che lui stava a guardare per vedere se lei avrebbe accettato e fatto tesoro del suo rimprovero; ma lei superò la prova e lui ne fu soddisfatto; perché, sebbene non fossero state scambiate parole tra loro, sapeva che lei aveva smesso di scrivere. Non solo lo intuì dal fatto che il secondo dito della sua mano destra non era più macchiato d'inchiostro, ma lei passava le sue serate al piano di sotto ora, non veniva più incontrata tra gli uffici dei giornali e studiava con una pazienza ostinata, che gli assicurò che era determinata a occupare la sua mente con qualcosa di utile, se non di piacevole.
Lui la aiutò in molti modi, dimostrandosi un vero amico, e Jo era felice; perché, mentre la sua penna giaceva inattiva, lei stava imparando altre lezioni oltre al tedesco e gettando le fondamenta per la storia sensazionale della sua stessa vita.
Fu un inverno piacevole e lungo, poiché non lasciò Mrs. Kirke fino a giugno. Tutti sembrarono dispiaciuti quando giunse il momento; i bambini erano inconsolabili e i capelli del signor Bhaer stavano dritti su tutta la testa, poiché li arruffava sempre selvaggiamente quando era turbato.
"Torni a casa? Ah, lei è felice di avere una casa in cui andare," disse lui, quando lei glielo comunicò, e sedette in silenzio a tirarsi la barba, nell'angolo, mentre lei teneva un piccolo ricevimento in quell'ultima sera.
Lei sarebbe partita presto, così disse addio a tutti la sera stessa; e quando toccò a lui, disse calorosamente:
"Ora, signore, non dimentichi di venire a trovarci, se mai dovesse viaggiare dalle nostre parti, vero? Non la perdonerò mai se lo farà, perché voglio che tutti conoscano il mio amico."
"Lo vuole? Devo venire?" chiese lui, guardandola dall'alto con un'espressione ansiosa che lei non colse.
"Sì, venga il mese prossimo; Laurie si laurea allora, e lei si godrebbe la cerimonia di Laurea come qualcosa di nuovo."
"È il suo migliore amico, di cui parla?" disse lui, con un tono alterato.
"Sì, il mio ragazzo Teddy; sono molto orgogliosa di lui e vorrei che lei lo vedesse."
Jo alzò lo sguardo allora, del tutto ignara di altro che non fosse il proprio piacere nella prospettiva di farli conoscere l'un l'altro. Qualcosa nel volto del signor Bhaer le richiamò improvvisamente il fatto che potesse trovare in Laurie qualcosa di più di un "migliore amico", e, semplicemente perché desiderava particolarmente non sembrare che ci fosse qualcosa che non andava, iniziò involontariamente ad arrossire; e più cercava di non farlo, più diventava rossa. Se non fosse stato per Tina sulle sue ginocchia, non avrebbe saputo cosa sarebbe stato di lei. Fortunatamente, la bambina fu spinta ad abbracciarla; così riuscì a nascondere il viso per un istante, sperando che il Professore non lo vedesse. Ma lui lo vide, e il suo volto cambiò di nuovo da quell'ansia momentanea alla sua espressione abituale, mentre diceva cordialmente:
"Temo che non troverò il tempo per quello, ma auguro all'amico molto successo, e a lei tutta la felicità. Gott la benedica!" e con ciò, le strinse la mano calorosamente, si caricò Tina sulle spalle e se ne andò.
Ma dopo che i ragazzi furono a letto, sedette a lungo davanti al suo fuoco, con lo sguardo stanco sul volto e l'"heimweh", o nostalgia di casa, che pesava sul suo cuore. Una volta, quando ricordò Jo, seduta con la bambina in grembo e quella nuova dolcezza sul viso, appoggiò la testa tra le mani per un minuto, e poi vagò per la stanza, come in cerca di qualcosa che non riusciva a trovare.
"Non è per me; non devo sperarlo ora," disse a se stesso, con un sospiro che era quasi un gemito; poi, come se si rimproverasse per il desiderio che non riusciva a reprimere, andò a baciare le due teste arruffate sul cuscino, tirò giù la sua schiuma di mare usata raramente e aprì il suo Platone.
Fece del suo meglio, e lo fece da uomo; ma non credo che trovasse che una coppia di ragazzi scatenati, una pipa o persino il divino Platone fossero sostituti molto soddisfacenti per una moglie, un figlio e una casa.
Presto com'era, era alla stazione, la mattina seguente, per salutare Jo; e, grazie a lui, lei iniziò il suo viaggio solitario con il ricordo piacevole di un volto familiare che sorrideva nel suo addio, un mazzo di violette a farle compagnia e, meglio di tutto, il pensiero felice:
"Beh, l'inverno è passato, e non ho scritto libri, non ho guadagnato fortune; ma ho fatto un amico degno di essere avuto, e cercherò di tenerlo per tutta la vita."
XXXV.
MAL DI CUORE.
Qualunque sia stato il suo motivo, Laurie studiò con uno scopo quell'anno, poiché si laureò con onore e tenne l'orazione latina con la grazia di un Phillips e l'eloquenza di un Demostene, così dissero i suoi amici. Erano tutti lì, il nonno... oh, così orgoglioso!... il signor e la signora March, John e Meg, Jo e Beth, e tutti esultarono per lui con la sincera ammirazione che i ragazzi prendono alla leggera al momento, ma che non riescono a ottenere dal mondo con nessun trionfo successivo.
"Devo restare per questa maledetta cena, ma sarò a casa domani presto; verrete a prendermi come al solito, ragazze?" disse Laurie, mentre faceva salire le sorelle nella carrozza dopo che le gioie della giornata erano finite. Disse "ragazze", ma intendeva Jo, perché lei era l'unica che continuava la vecchia consuetudine; non aveva il cuore di rifiutare nulla al suo splendido, vittorioso ragazzo, e rispose calorosamente:
"Verrò, Teddy, con la pioggia o con il sole, e marcerò davanti a te, suonando '_Hail the conquering hero comes_' su uno scacciapensieri."
Laurie la ringraziò con uno sguardo che le fece pensare, in un improvviso panico: "Oh, cielo mio! So che dirà qualcosa, e allora cosa farò?"
La meditazione serale e il lavoro mattutino calmarono un po' le sue paure, e avendo deciso che non sarebbe stata così presuntuosa da pensare che la gente volesse chiederle la mano quando aveva dato loro ogni motivo per sapere quale sarebbe stata la sua risposta, si mise in cammino all'ora stabilita, sperando che Teddy non facesse nulla per farle ferire i suoi poveri piccoli sentimenti. Una visita da Meg, e un rinfrescante annuso e sorso di Daisy e Demijohn, la fortificarono ulteriormente per il tête-à-tête, ma quando vide una figura robusta che si stagliava in lontananza, ebbe un forte desiderio di voltarsi e scappare.
"Dov'è lo scacciapensieri, Jo?" gridò Laurie, non appena fu a distanza di conversazione.
"Me ne sono dimenticata;" e Jo si fece coraggio di nuovo, perché quel saluto non poteva essere definito da innamorato.
Lei era solita prenderlo sottobraccio in queste occasioni; ora non lo faceva, ed egli non se ne lamentò, il che era un brutto segno, ma continuò a parlare rapidamente di ogni sorta di argomenti lontani, finché non voltarono dalla strada nel sentierino che conduceva a casa attraverso il boschetto. Poi camminò più lentamente, perse improvvisamente la sua bella fluidità di linguaggio e, di tanto in tanto, si verificava una pausa spaventosa. Per salvare la conversazione da uno dei pozzi di silenzio in cui continuava a cadere, Jo disse in fretta:
"Ora devi prenderti una bella vacanza lunga!"
"È mia intenzione."
Qualcosa nel suo tono risoluto fece guardare in alto Jo, che lo trovò a fissarla con un’espressione che le confermò che il temuto momento era giunto, e la spinse a tendere la mano con un’implorazione:
"No, Teddy, ti prego, no!"
"Lo farò, e tu devi ascoltarmi. È inutile, Jo; dobbiamo chiarirci, e prima lo facciamo meglio sarà per entrambi," rispose, arrossendo e agitandosi tutto d'un tratto.
"Dì quello che vuoi, allora; ti ascolterò," disse Jo, con una sorta di disperata pazienza.
Laurie era un giovane amante, ma faceva sul serio e voleva "chiarirsi", anche a costo di morire nel tentativo; così si immerse nell'argomento con la sua tipica impetuosità, dicendo con una voce che a tratti si strozzava, nonostante i virili sforzi per mantenerla ferma:
"Ti amo da quando ti conosco, Jo; non ho potuto farne a meno, sei stata così buona con me. Ho cercato di dimostrartelo, ma tu non me lo hai permesso; ora voglio costringerti ad ascoltarmi e a darmi una risposta, perché non posso andare avanti così ancora a lungo."
"Volevo evitarti questo; pensavo avresti capito..." esordì Jo, trovando la cosa molto più difficile di quanto avesse previsto.
"Lo so che volevi; ma le ragazze sono così strane che non si sa mai cosa intendano. Dicono di no quando intendono sì, e fanno impazzire un uomo solo per il gusto di farlo," ribatté Laurie, trincerandosi dietro un fatto innegabile.
"Io no. Non ho mai voluto farti provare qualcosa per me, e sono andata via per impedirtelo, se avessi potuto."
"Lo pensavo; era da te, ma è stato inutile. Ti ho amata solo di più, e ho lavorato sodo per piacerti, ho rinunciato al biliardo e a tutto ciò che non ti piaceva, ho aspettato e non mi sono mai lamentato, perché speravo che mi avresti amato, anche se non sono abbastanza bravo..." qui un groppo in gola incontrollabile lo bloccò, così decapita dei ranuncoli mentre si schiariva la sua "maledetta gola".
"Sì, che lo sei; sei fin troppo buono per me, e ti sono così grata, e sono così orgogliosa e affezionata a te, che non capisco perché io non riesca ad amarti come vorresti. Ho provato, ma non posso cambiare ciò che provo, e sarebbe una bugia dire che ti amo quando non è così."
"Davvero, sinceramente, Jo?"
Si fermò di colpo e le prese entrambe le mani, ponendo la domanda con uno sguardo che lei non dimenticò presto.
"Davvero, sinceramente, caro."
Erano nel boschetto ora, vicino al cancello; e quando le ultime parole caddero riluttanti dalle labbra di Jo, Laurie lasciò le sue mani e si voltò come per proseguire, ma per una volta nella vita quella staccionata fu troppo per lui; così appoggiò semplicemente la testa sul palo ricoperto di muschio e rimase così immobile che Jo si spaventò.
"Oh Teddy, mi dispiace così tanto, disperatamente, che potrei uccidermi se servisse a qualcosa! Vorrei che non la prendessi così male. Non posso farci nulla; sai che è impossibile per le persone forzarsi ad amare gli altri se non lo vogliono," gridò Jo, sgraziatamente ma con rimorso, mentre gli picchiettava dolcemente la spalla, ricordando il tempo in cui lui l'aveva consolata tanto tempo prima.
"Succede a volte," disse una voce soffocata dal palo.
"Non credo sia il tipo giusto d'amore, e preferirei non tentare," fu la risposta decisa.
Ci fu una lunga pausa, mentre un merlo cantava allegramente sul salice vicino al fiume e l'erba alta frusciava al vento. Poco dopo Jo disse molto sobriamente, sedendosi sul gradino del cancello:
"Laurie, voglio dirti una cosa."
Lui trasalì come se fosse stato colpito, sollevò la testa e gridò, con tono feroce:
"Non dirmelo, Jo; non posso sopportarlo ora!"
"Dirmi cosa?" chiese lei, meravigliata dalla sua violenza.
"Che ami quel vecchio."
"Quale vecchio?" domandò Jo, pensando che si riferisse a suo nonno.
"Quel maledetto Professore di cui scrivevi sempre. Se dici che lo ami, so che farò qualcosa di disperato;" e sembrava capace di mantenere la parola, mentre stringeva i pugni con una scintilla d'ira negli occhi.
Jo voleva ridere, ma si trattenne e disse calorosamente, perché anche lei si stava agitando per tutto questo:
"Non imprecare, Teddy! Non è vecchio, né cattivo, ma buono e gentile, e il miglior amico che ho, dopo di te. Ti prego, non andare su tutte le furie; voglio essere gentile, ma so che mi arrabbierò se continuerai a insultare il mio Professore. Non ho la minima intenzione di amare lui o chiunque altro."
"Ma lo farai tra un po', e allora cosa ne sarà di me?"
"Amerai qualcun altro anche tu, da bravo ragazzo sensato, e dimenticherai tutti questi problemi."
"Non posso amare nessun altro; e non ti dimenticherò mai, Jo, mai! mai!" con un calpestio per enfatizzare le sue parole appassionate.
"Cosa devo fare con lui?" sospirò Jo, scoprendo che le emozioni erano più ingestibili di quanto si aspettasse. "Non hai sentito quello che volevo dirti. Siediti e ascolta; perché davvero voglio fare la cosa giusta e renderti felice," disse, sperando di calmarlo con un po' di ragione, il che dimostrava che non sapeva nulla dell'amore.
Vedendo un raggio di speranza in quell'ultima frase, Laurie si gettò sull'erba ai suoi piedi, appoggiò il braccio sul gradino inferiore del cancello e la guardò con un volto speranzoso. Ora, quella disposizione non favoriva la calma nel parlare o la chiarezza di pensiero da parte di Jo; perché come poteva dire cose dure al suo ragazzo mentre lui la guardava con occhi pieni d'amore e desiderio, e le ciglia ancora bagnate da quella goccia amara o due che la sua durezza di cuore aveva spremuto da lui? Lei voltò gentilmente la testa di lui, dicendo, mentre accarezzava i capelli mossi che lui aveva lasciato crescere per lei – quanto era toccante, davvero! –:
"Sono d'accordo con la mamma che tu ed io non siamo fatti l'uno per l'altra, perché i nostri temperamenti focosi e le nostre volontà forti probabilmente ci renderebbero molto infelici, se fossimo così sciocchi da..." Jo esitò un po' sull'ultima parola, ma Laurie la pronunciò con un'espressione rapita:
"Sposarci... no, non lo saremmo! Se mi amassi, Jo, sarei un santo perfetto, perché potresti far di me tutto ciò che vuoi."
"No, non posso. Ho provato e ho fallito, e non voglio rischiare la nostra felicità con un esperimento così serio. Non andiamo d'accordo e non lo faremo mai; quindi saremo buoni amici per tutta la vita, ma non faremo nulla di avventato."
"Sì, che lo faremo se ne avremo l'occasione," mormorò Laurie con aria ribelle.
"Ora cerca di essere ragionevole e guarda la situazione in modo sensato," implorò Jo, quasi alla disperazione.
"Non voglio essere ragionevole; non voglio adottare quello che chiami 'un punto di vista sensato'; non mi aiuterà, e rende solo te più dura. Non credo che tu abbia un cuore."
"Vorrei non averlo!"
Ci fu un piccolo fremito nella voce di Jo, e, pensando che fosse un buon segno, Laurie si voltò, mettendo in campo tutte le sue capacità persuasive mentre diceva, con il tono suadente che non era mai stato così pericolosamente suadente prima:
"Non deluderci, cara! Tutti se lo aspettano. Il nonno ci tiene moltissimo, la tua famiglia approva, e io non posso farcela senza di te. Dì di sì, e cerchiamo di essere felici. Fallo, fallo!"
Solo mesi dopo Jo comprese come avesse avuto la forza d'animo di rimanere ferma alla risoluzione presa quando decise che non amava il suo ragazzo, e mai avrebbe potuto. Fu molto difficile, ma lo fece, sapendo che rimandare era inutile e crudele.
"Non posso dire 'Sì' sinceramente, quindi non lo dirò affatto. Vedrai che ho ragione, col tempo, e mi ringrazierai per questo," esordì solennemente.
"Che io sia impiccato se lo farò!" e Laurie balzò in piedi dall'erba, bruciando di indignazione al solo pensiero.
"Sì, che lo farai!" insistette Jo; "supererai tutto questo dopo un po', e troverai una ragazza adorabile e colta, che ti adorerà e sarà una splendida padrona per la tua bella casa. Io non lo sarei. Sono goffa, impacciata, strana e vecchia, e ti vergogneresti di me, e litigheremmo... non possiamo evitarlo nemmeno ora, vedi... e a me non piacerebbe la società elegante mentre a te sì, e odieresti il mio scarabocchiare, e io non potrei farne a meno, e saremmo infelici, e vorremmo non averlo mai fatto, e tutto sarebbe orribile!"
"Qualcos'altro?" chiese Laurie, trovando difficile ascoltare pazientemente questo sfogo profetico.
"Null'altro, se non che non credo mi sposerò mai. Sono felice come sono, e amo troppo la mia libertà per avere fretta di rinunciarvi per un uomo qualunque."
"Lo so bene!" sbottò Laurie. "Lo pensi ora; ma verrà un tempo in cui ti importerà di qualcuno, e lo amerai tremendamente, e vivrai e morirai per lui. So che lo farai, è nel tuo carattere, e io dovrò stare a guardare;" e l'amante disperato gettò il cappello a terra con un gesto che sarebbe sembrato comico, se il suo volto non fosse stato così tragico.
"Sì, vivrò e morirò per lui, se mai arriverà e mi farà amare a dispetto di me stessa, e tu dovrai fare del tuo meglio!" gridò Jo, perdendo la pazienza con il povero Teddy. "Ho fatto del mio meglio, ma non vuoi essere ragionevole, ed è egoista da parte tua continuare a insistere per ciò che non posso darti. Ti vorrò sempre bene, davvero tanto, come un amico, ma non ti sposerò mai; e prima lo crederai, meglio sarà per entrambi... ecco!"
Quella frase fu come fuoco sulla polvere da sparo. Laurie la guardò per un minuto come se non sapesse cosa fare di sé, poi si voltò bruscamente, dicendo, con un tono disperato:
"Te ne pentirai un giorno, Jo."
"Oh, dove vai?" gridò lei, perché il suo volto la spaventava.
"Al diavolo!" fu la consolante risposta.
Per un minuto il cuore di Jo si fermò, mentre lui si lanciava giù per l'argine, verso il fiume; ma ci vuole molta follia, peccato o miseria per spingere un giovane a una morte violenta, e Laurie non era uno dei tipi deboli che vengono sconfitti da un singolo fallimento. Non pensò a un gesto melodrammatico, ma un istinto cieco lo portò a gettare cappello e giacca nella sua barca e a remare via con tutte le sue forze, risalendo il fiume più velocemente di quanto avesse fatto in molte gare. Jo trasse un lungo respiro e sciolse le mani mentre guardava il povero ragazzo cercare di superare il dolore che portava nel cuore.
"Gli farà bene, e tornerà a casa in uno stato d'animo così tenero e pentito che non oserò guardarlo," disse; aggiungendo, mentre tornava lentamente a casa, sentendosi come se avesse ucciso qualcosa di innocente e l'avesse sepolto sotto le foglie:
"Ora devo andare a preparare il signor Laurence a essere molto gentile con il mio povero ragazzo. Vorrei che amasse Beth; forse accadrà, col tempo, ma comincio a pensare di essermi sbagliata su di lei. Oh cielo! come possono le ragazze amare avere degli spasimanti e rifiutarli. Penso sia terribile."
Essendo sicura che nessuno potesse farlo meglio di lei, andò dritta dal signor Laurence, raccontò coraggiosamente la difficile storia e poi crollò, piangendo così disperatamente per la propria insensibilità che il gentile vecchio signore, sebbene profondamente deluso, non proferì alcun rimprovero. Trovava difficile comprendere come una ragazza potesse non amare Laurie e sperava che cambiasse idea, ma sapeva meglio di Jo che l'amore non può essere forzato, così scosse tristemente la testa e decise di portare il suo ragazzo lontano dal pericolo; perché le parole d'addio di "Giovane Impetuosità" a Jo lo turbavano più di quanto volesse ammettere.
Quando Laurie tornò a casa, stanco morto, ma del tutto composto, suo nonno lo accolse come se non sapesse nulla e mantenne la finzione con successo per un'ora o due. Ma quando sedettero insieme al crepuscolo, il momento che amavano tanto godersi, fu dura per il vecchio continuare a chiacchierare come al solito, e ancora più dura per il giovane ascoltare le lodi per il successo dell'anno precedente, che ora a lui sembravano fatiche d'amore perdute. La sopportò finché poté, poi andò al suo pianoforte e iniziò a suonare. Le finestre erano aperte; e Jo, passeggiando in giardino con Beth, per una volta comprese la musica meglio di sua sorella, poiché lui suonava la "Sonata Patetica", e la suonò come non aveva mai fatto prima.
"È molto bella, immagino, ma è abbastanza triste da far piangere; dacci qualcosa di più allegro, figliolo," disse il signor Laurence, il cui gentile cuore vecchio era pieno di simpatia, che desiderava mostrare ma non sapeva come.
Laurie si lanciò in un ritmo più vivace, suonò tempestosamente per diversi minuti e avrebbe superato la prova coraggiosamente se, in una pausa momentanea, la voce della signora March non fosse stata sentita chiamare:
"Jo, cara, vieni dentro; ho bisogno di te."
Proprio ciò che Laurie desiderava dire, con un significato diverso! Mentre ascoltava, perse il filo; la musica finì con un accordo spezzato, e il musicista rimase in silenzio nell'oscurità.
"Non posso sopportarlo," mormorò il vecchio signore. Si alzò, procedette a tentoni verso il pianoforte, appoggiò una mano gentile su entrambe le larghe spalle e disse, con la delicatezza di una donna:
"Lo so, ragazzo mio, lo so."
Nessuna risposta per un istante; poi Laurie chiese bruscamente:
"Chi glielo ha detto?"
"Jo stessa."
"Allora è finita!" e scrollò le mani del nonno con un gesto impaziente; perché, sebbene grato per la simpatia, il suo orgoglio virile non poteva sopportare la pietà di un uomo.
"Non proprio; voglio dire una cosa, e poi sarà finita," ribatté il signor Laurence, con insolita mitezza. "Non avrai voglia di stare a casa proprio ora, forse?"
"Non ho intenzione di scappare da una ragazza. Jo non può impedirmi di vederla, e resterò e lo farò finché mi va," interruppe Laurie, con tono di sfida.
"Non se sei il gentiluomo che penso tu sia. Sono deluso, ma la ragazza non può farci nulla; e l'unica cosa che ti resta da fare è andare via per un po'. Dove andrai?"
"Dappertutto. Non mi importa cosa sarà di me;" e Laurie si alzò, con una risata sconsiderata che urtò le orecchie del nonno.
"Affrontalo come un uomo, e non fare nulla di avventato, per l'amor di Dio. Perché non andare all'estero, come avevi programmato, e dimenticare tutto?"
"Non posso."
"Ma eri impaziente di andare, e ti ho promesso che lo avresti fatto quando avessi finito il college."
"Ah, ma non intendevo andare da solo!" e Laurie camminò velocemente per la stanza, con un'espressione che fu un bene il nonno non vedesse.
"Non ti chiedo di andare da solo; c'è qualcuno pronto e felice di venire con te, ovunque nel mondo."
"Chi, signore?" fermandosi ad ascoltare.
"Io stesso."
Laurie tornò indietro velocemente quanto se n'era andato e tese la mano, dicendo con voce rauca:
"Sono una bestia egoista; ma... lei sa... nonno..."
"Che Dio mi aiuti, sì, lo so, perché l'ho vissuto tutto prima, una volta ai miei tempi da giovane, e poi con tuo padre. Ora, caro ragazzo, siediti tranquillamente e ascolta il mio piano. È tutto deciso e può essere attuato subito," disse il signor Laurence, tenendo stretto il giovane, come se temesse che scappasse via, come aveva fatto suo padre prima di lui.
"Bene, signore, di cosa si tratta?" e Laurie si sedette, senza alcun segno di interesse sul volto o nella voce.
"Ci sono affari a Londra che necessitano di attenzione; intendevo che te ne occupassi tu; ma posso farlo meglio io, e le cose qui andranno molto bene con Brooke a gestirle. I miei soci fanno quasi tutto; io sto solo aspettando che tu prenda il mio posto, e posso partire in qualsiasi momento."
"Ma lei odia viaggiare, signore; non posso chiederle tanto alla sua età," esordì Laurie, che era grato per il sacrificio, ma preferiva di gran lunga andare da solo, se doveva andare.
Il vecchio signore lo sapeva perfettamente, e desiderava in particolar modo evitarlo; poiché l'umore in cui aveva trovato suo nipote gli assicurava che non sarebbe stato saggio lasciarlo a se stesso. Così, soffocando un naturale rimpianto al pensiero delle comodità domestiche che avrebbe lasciato, disse risolutamente:
"Benedetto ragazzo, non sono ancora rimbambito. L'idea mi piace abbastanza; mi farà bene, e le mie vecchie ossa non soffriranno, perché viaggiare di questi tempi è quasi facile come sedersi su una sedia."
Un movimento irrequieto di Laurie suggerì che la sua sedia non fosse comoda, o che non gli piacesse il piano, e spinse il vecchio ad aggiungere in fretta:
"Non intendo essere un guastafeste o un peso; vado perché penso che ti sentiresti più felice che se fossi lasciato indietro. Non intendo gironzolare con te, ma lasciarti libero di andare dove vuoi, mentre io mi diverto a modo mio. Ho amici a Londra e a Parigi, e mi piacerebbe visitarli; nel frattempo tu puoi andare in Italia, Germania, Svizzera, dove preferisci, e goderti quadri, musica, paesaggi e avventure a tuo piacimento."
Ora, Laurie sentiva proprio in quel momento che il suo cuore era completamente spezzato, e il mondo un deserto ululante; ma al suono di certe parole che il vecchio signore aveva astutamente introdotto nella sua frase conclusiva, il cuore spezzato fece un balzo inaspettato, e una o due oasi verdi apparvero improvvisamente nel deserto ululante. Sospirò, poi disse, con tono svogliato:
"Come preferisce, signore; non importa dove vado o cosa faccio."
"Per me importa, ricordalo, ragazzo mio; ti do piena libertà, ma confido che ne farai un uso onesto. Promettimelo, Laurie."
"Tutto ciò che vuole, signore."
"Bene," pensò il vecchio signore. "Ora non ti importa, ma verrà il tempo in cui quella promessa ti terrà lontano dai guai, o mi sbaglio di grosso."
Essendo un individuo energico, il signor Laurence batté il ferro finché era caldo; e prima che l'essere distrutto recuperasse abbastanza spirito per ribellarsi, partirono. Durante il tempo necessario ai preparativi, Laurie si comportò come i giovani gentiluomini fanno di solito in tali casi. Era lunatico, irritabile e pensieroso a turno; perse l'appetito, trascurò il suo abbigliamento e dedicò molto tempo a suonare tempestosamente il suo pianoforte; evitava Jo, ma si consolava fissandola dalla finestra, con un volto tragico che infestava i sogni di lei la notte e la opprimeva con un pesante senso di colpa di giorno. A differenza di alcuni sofferenti, non parlò mai della sua passione non corrisposta, e non permise a nessuno, nemmeno alla signora March, di tentare di consolarlo o offrire simpatia. Per certi versi, questo fu un sollievo per i suoi amici; ma le settimane prima della sua partenza furono molto scomode, e tutti gioirono che il "povero, caro ragazzo stesse andando via per dimenticare il suo problema, e tornare a casa felice." Naturalmente, lui sorrideva cupamente alla loro illusione, ma la ignorava, con la triste superiorità di chi sapeva che la sua fedeltà, come il suo amore, era inalterabile.
Quando giunse il momento del distacco, egli ostentò un certo buonumore per celare alcuni sentimenti inopportuni che sembravano decisi a prendere il sopravvento. Tale allegria non trasse in inganno nessuno, ma essi finsero che lo avesse fatto, per amor suo, ed egli se la cavò egregiamente finché la signora March non lo baciò, con un sussurro colmo di materna sollecitudine; allora, sentendo che stava per perdere il controllo, abbracciò in fretta tutti quanti, senza dimenticare l’afflitta Hannah, e corse giù per le scale come se ne andasse della sua vita. Jo lo seguì un minuto dopo per salutarlo con la mano, nel caso si fosse voltato. Lui si voltò, tornò indietro, le cinse le spalle con le braccia mentre lei stava sul gradino sopra di lui e alzò lo sguardo verso di lei con un’espressione che rese la sua breve supplica tanto eloquente quanto patetica.
"Oh Jo, proprio non puoi?"
"Teddy, caro, vorrei tanto poterlo fare!"
Questo fu tutto, a parte una piccola pausa; poi Laurie si raddrizzò, disse "Va bene, non importa," e se ne andò senza aggiungere un'altra parola. Ah, ma non andava bene affatto, e a Jo importava eccome; poiché, mentre la testa ricciuta poggiava sul suo braccio un momento dopo la sua dura risposta, si sentì come se avesse pugnalato il suo amico più caro; e quando lui la lasciò senza voltarsi indietro, seppe che il ragazzo Laurie non sarebbe tornato mai più.
XXXVI.
IL SEGRETO DI BETH.
Quando Jo tornò a casa quella primavera, era rimasta colpita dal cambiamento in Beth. Nessuno ne parlava o sembrava accorgersene, poiché era avvenuto troppo gradualmente per spaventare chi la vedeva quotidianamente; ma agli occhi resi acuti dall’assenza, era assai evidente; e un peso opprimente scese sul cuore di Jo quando vide il volto di sua sorella. Non era più pallido e solo di poco più magro rispetto all'autunno; tuttavia, vi era uno strano aspetto trasparente, come se la parte mortale venisse lentamente affinata via, e quella immortale trasparisse attraverso la fragile carne con una bellezza indicibilmente patetica. Jo lo vide e lo percepì, ma non disse nulla al momento, e presto la prima impressione perse gran parte della sua forza; poiché Beth sembrava felice, nessuno pareva dubitare che stesse meglio; e, poco dopo, assorbita da altre preoccupazioni, Jo dimenticò per un po' la sua paura.
Ma quando Laurie se ne andò e la calma tornò a regnare, la vaga ansia ritornò a perseguitarla. Aveva confessato i suoi peccati ed era stata perdonata; ma quando mostrò i suoi risparmi e propose il viaggio in montagna, Beth l'aveva ringraziata di cuore, ma l'aveva pregata di non andare così lontano da casa. Un'altra breve visita al mare le sarebbe stata più gradita e, poiché non si era riusciti a convincere la nonna a lasciare i bambini, Jo portò Beth in quel luogo tranquillo, dove avrebbe potuto vivere molto all'aria aperta e lasciare che le fresche brezze marine portassero un po' di colore sulle sue gote pallide.
Non era un posto alla moda, ma, anche tra la gente piacevole che vi soggiornava, le ragazze si fecero pochi amici, preferendo vivere l'una per l'altra. Beth era troppo timida per godersi la compagnia, e Jo troppo assorbita da lei per interessarsi a chiunque altro; così erano tutto l'una per l'altra, e andavano e venivano, del tutto inconsapevoli dell'interesse che suscitavano in chi le circondava, che osservava con occhi comprensivi la sorella forte e quella debole, sempre insieme, come se percepissero istintivamente che una lunga separazione non fosse lontana.
Lo percepivano davvero, eppure nessuna delle due ne parlava; poiché spesso tra noi e coloro che ci sono più vicini e cari esiste una riserva che è molto difficile superare. Jo sentiva come se un velo fosse caduto tra il suo cuore e quello di Beth; ma quando allungava la mano per sollevarlo, vi era qualcosa di sacro nel silenzio, e aspettava che fosse Beth a parlare. Si meravigliava, e ne era anche grata, che i suoi genitori non sembrassero vedere ciò che vedeva lei; e, durante le settimane di quiete, quando l'ombra si fece così evidente ai suoi occhi, non ne disse nulla a casa, convinta che si sarebbe rivelata da sola quando Beth fosse tornata senza essere migliorata. Si chiedeva ancor di più se sua sorella avesse davvero intuito la dura verità, e quali pensieri le passassero per la mente durante le lunghe ore in cui giaceva sulle rocce calde, con la testa in grembo a Jo, mentre i venti soffiavano salubri su di lei e il mare faceva musica ai suoi piedi.
Un giorno Beth glielo disse. Jo pensava che dormisse, tanto giaceva immobile; e, posando il libro, sedette a guardarla con occhi pieni di nostalgia, cercando di scorgere segni di speranza nel lieve colore sulle guance di Beth. Ma non riuscì a trovarne abbastanza per soddisfarsi, poiché le guance erano molto magre e le mani sembravano troppo deboli per reggere persino le piccole conchiglie rosate che avevano raccolto. Le giunse allora più amaramente che mai che Beth si stesse lentamente allontanando da lei, e le sue braccia si strinsero istintivamente attorno al tesoro più caro che possedesse. Per un minuto i suoi occhi furono troppo offuscati per vedere, e, quando si schiarirono, Beth la stava guardando così teneramente che non vi fu quasi bisogno che dicesse:
"Jo, cara, sono contenta che tu lo sappia. Ho cercato di dirtelo, ma non ci sono riuscita."
Non vi fu risposta se non la guancia della sorella contro la propria, nemmeno le lacrime; poiché quando era profondamente commossa, Jo non piangeva. Era lei la più debole, allora, e Beth cercò di consolarla e sostenerla, con le braccia attorno a lei e le parole rassicuranti che le sussurrava all'orecchio.
"Lo so da un bel po', cara, e ora che ci sono abituata, non è difficile da pensare o da sopportare. Cerca di vederla così, e non preoccuparti per me, perché è la cosa migliore; davvero, lo è."
"È questo che ti rendeva così infelice in autunno, Beth? Non lo sentivi allora, e l'hai tenuto per te così a lungo, vero?" chiese Jo, rifiutandosi di vedere o dire che fosse la cosa migliore, ma lieta di sapere che Laurie non aveva alcuna parte nel turbamento di Beth.
"Sì, ho smesso di sperare allora, ma non volevo ammetterlo. Ho cercato di pensare che fosse un'impressione dovuta alla malattia, e non volevo che turbasse nessuno. Ma quando vi vedevo tutte così sane e forti, e piene di piani felici, era difficile sentire che non avrei mai potuto essere come voi, e allora sono stata infelice, Jo."
"Oh Beth, e non me lo hai detto, non mi hai lasciato confortarti e aiutarti! Come hai potuto escludermi e sopportare tutto da sola?"
La voce di Jo era colma di tenero rimprovero, e il suo cuore soffriva al pensiero della lotta solitaria che deve essersi consumata mentre Beth imparava a dire addio alla salute, all'amore e alla vita, e a prendere la sua croce così allegramente.
"Forse è stato sbagliato, ma ho cercato di fare la cosa giusta; non ne ero sicura, nessuno diceva nulla, e speravo di sbagliarmi. Sarebbe stato egoista spaventarvi tutte quando Marmee era così in ansia per Meg, e Amy era lontana, e tu eri così felice con Laurie... almeno, così pensavo allora."
"E io pensavo che tu lo amassi, Beth, e me ne sono andata perché non potevo," gridò Jo, felice di dire tutta la verità.
Beth sembrò così stupita dall'idea che Jo sorrise a dispetto del suo dolore, e aggiunse dolcemente:
"Allora non lo amavi, cara? Temevo fosse così, e ho immaginato il tuo povero cuoricino pieno d'amore non corrisposto per tutto quel tempo."
"Ma Jo, come avrei potuto, quando lui era così affezionato a te?" chiese Beth, innocente come una bambina. "Gli voglio un bene dell'anima; è così buono con me, come potrei non volergliene? Ma non potrebbe mai essere altro che mio fratello. Spero che lo sarà davvero, un giorno."
"Non tramite me," disse Jo risoluta. "Amy è rimasta per lui, e starebbero benissimo insieme; ma io non ho cuore per queste cose, ora. Non mi importa cosa succeda a chiunque, tranne che a te, Beth. Devi guarire."
"Voglio farlo, oh, così tanto! Ci provo, ma ogni giorno perdo un po' di terreno e mi sento sempre più certa che non lo recupererò mai. È come la marea, Jo, quando gira, va lentamente, ma non può essere fermata."
"Sarà fermata, la tua marea non deve girare così presto, diciannove anni sono troppo pochi. Beth, non posso lasciarti andare. Lavorerò, pregherò e lotterò contro tutto questo. Ti terrò con me a dispetto di ogni cosa; devono esserci dei modi, non può essere troppo tardi. Dio non sarà così crudele da portarti via da me," gridò la povera Jo con ribellione, poiché il suo spirito era assai meno piamente sottomesso di quello di Beth.
Le persone semplici e sincere parlano raramente della propria devozione; essa si mostra nelle azioni, piuttosto che nelle parole, e ha più influenza di omelie o proteste. Beth non sapeva ragionare o spiegare la fede che le dava coraggio e pazienza per rinunciare alla vita e attendere allegramente la morte. Come una bambina fiduciosa, non faceva domande, ma lasciava tutto a Dio e alla natura, Padre e madre di tutti noi, certa che essi, e solo essi, potessero insegnare e rafforzare il cuore e lo spirito per questa vita e per quella a venire. Non rimproverò Jo con discorsi da santa, solo la amò di più per il suo affetto appassionato, e si strinse più forte al caro amore umano, dal quale il Padre non vuole mai che siamo svezzati, ma attraverso il quale Egli ci attira più vicini a Sé. Non poteva dire "Sono felice di andare," poiché la vita le era molto cara; poteva solo singhiozzare, "Cerco di essere disposta," mentre si teneva stretta a Jo, mentre la prima amara ondata di questo grande dolore si abbatteva su di loro insieme.
Poco dopo Beth disse, con ritrovata serenità:
"Lo dirai a loro quando torneremo a casa?"
"Credo che lo vedranno senza bisogno di parole," sospirò Jo; poiché ora le sembrava che Beth cambiasse ogni giorno.
"Forse no; ho sentito dire che le persone che amano di più sono spesso le più cieche di fronte a tali cose. Se non lo vedono, lo dirai tu per me. Non voglio segreti, ed è più gentile prepararli. Meg ha John e i bambini a confortarla, ma tu devi stare vicino a padre e madre, vero, Jo?"
"Se posso; ma, Beth, non mi arrendo ancora; intendo credere che sia un'impressione dovuta alla malattia, e non ti lascerò pensare che sia vera," disse Jo, cercando di parlare con allegria.
Beth rimase un minuto a pensare, poi disse con il suo modo tranquillo:
"Non so come esprimermi, e non dovrei provarci con nessun altro se non con te, perché non riesco a parlare apertamente, se non alla mia Jo. Voglio solo dire che ho la sensazione che non fosse mai stato previsto che vivessi a lungo. Non sono come il resto di voi; non ho mai fatto piani su cosa avrei fatto da grande; non ho mai pensato di sposarmi, come avete fatto tutte voi. Non sono mai riuscita a immaginarmi nient'altro che la piccola, stupida Beth, che trotterella per casa, senza alcuna utilità se non lì. Non ho mai voluto andare via, e la parte difficile ora è lasciarvi tutte. Non ho paura, ma sembra come se avessi nostalgia di voi persino in paradiso."
Jo non riuscì a parlare; e per diversi minuti non si udì altro suono che il sospiro del vento e lo sciabordio della marea. Un gabbiano dalle ali bianche volò accanto, con il riflesso del sole sul suo petto argenteo; Beth lo osservò finché non svanì, e i suoi occhi erano colmi di tristezza. Un piccolo uccellino grigio corse sulla spiaggia, "pigolando" dolcemente tra sé, come se si godesse il sole e il mare; si avvicinò molto a Beth, la guardò con occhio amichevole e si posò su una pietra calda, lisciandosi le piume bagnate, del tutto a suo agio. Beth sorrise e si sentì confortata, poiché la minuscola creatura sembrava offrire la sua piccola amicizia e ricordarle che un mondo piacevole era ancora tutto da godere.
"Caro uccellino! Guarda, Jo, quanto è mansueto. Mi piacciono i piovanelli più dei gabbiani: non sono così selvatici e belli, ma sembrano piccole creature felici e fiduciose. Li chiamavo i miei uccelli, l'estate scorsa; e la madre disse che le ricordavano me... creature indaffarate, color quacchero, sempre vicino alla riva, e che cinguettano sempre quella loro piccola canzone di contentezza. Tu sei il gabbiano, Jo, forte e selvaggia, amante della tempesta e del vento, che vola lontano in mare, e felice tutta sola. Meg è la tortora, e Amy è come l'allodola di cui scrive, che cerca di salire tra le nuvole, ma ricade sempre nel suo nido. Cara bambina! È così ambiziosa, ma il suo cuore è buono e tenero; e non importa quanto in alto voli, non dimenticherà mai la casa. Spero di rivederla, ma sembra così lontana."
"Sta arrivando in primavera, e voglio che tu sia pronta a vederla e godertela. Ho intenzione di farti tornare sana e rosea per quel momento," esordì Jo, sentendo che di tutti i cambiamenti in Beth, quello di parlare era il più grande, poiché sembrava non costarle alcuno sforzo ora, e pensava ad alta voce in un modo del tutto diverso dalla timida Beth.
"Jo, cara, non sperare più; non servirà a nulla, ne sono certa. Non saremo infelici, ma godremo dello stare insieme mentre aspettiamo. Passeremo momenti felici, perché non soffro molto, e penso che la marea uscirà facilmente, se mi aiuterai."
Jo si chinò per baciare quel volto tranquillo; e con quel bacio silenzioso, dedicò se stessa anima e corpo a Beth.
Aveva ragione: non vi fu bisogno di parole quando tornarono a casa, poiché padre e madre videro chiaramente, ora, ciò da cui avevano pregato di essere salvati. Stanca per il breve viaggio, Beth andò subito a letto, dicendo quanto fosse felice di essere a casa; e quando Jo scese, scoprì che le sarebbe stato risparmiato il duro compito di rivelare il segreto di Beth. Suo padre se ne stava in piedi con la testa appoggiata al caminetto e non si voltò quando lei entrò; ma sua madre tese le braccia come per chiedere aiuto, e Jo andò a consolarla senza dire una parola.
XXXVII.
NUOVE IMPRESSIONI.
Alle tre del pomeriggio, tutto il mondo alla moda di Nizza può essere visto sulla Promenade des Anglais, un luogo incantevole; poiché l'ampio viale, fiancheggiato da palme, fiori e arbusti tropicali, è delimitato da un lato dal mare, dall'altro dal grande viale, costeggiato da alberghi e ville, mentre oltre si stendono aranceti e colline. Molte nazioni sono rappresentate, molte lingue parlate, molti costumi indossati; e, in una giornata di sole, lo spettacolo è gaio e brillante come un carnevale. Alteri inglesi, vivaci francesi, seri tedeschi, begli spagnoli, brutti russi, miti ebrei, spensierati americani, tutti passeggiano, siedono o gironzolano qui, chiacchierando delle novità e criticando l'ultima celebrità arrivata: Ristori o Dickens, Vittorio Emanuele o la Regina delle Isole Sandwich. Le carrozze sono varie quanto la compagnia, e attirano altrettanta attenzione, specialmente le basse barouches a cestino in cui le signore guidano da sole, con un paio di pony scattanti, reti gaie per evitare che le loro voluminose balze trabocchino dai minuscoli veicoli, e piccoli palafrenieri sul predellino posteriore.
Lungo questo viale, il giorno di Natale, un giovane alto camminava lentamente, con le mani dietro la schiena e un'espressione del volto alquanto assente. Sembrava un italiano, era vestito come un inglese e aveva l'aria indipendente di un americano, una combinazione che portava svariate paia di occhi femminili a seguirlo con approvazione, e svariati damerini in abiti di velluto nero, con cravatte color rosa, guanti color camoscio e fiori d'arancio all'occhiello, a stringersi nelle spalle e poi invidiargli la statura. C'erano molti volti graziosi da ammirare, ma il giovane non vi faceva quasi caso, se non per gettare, di tanto in tanto, uno sguardo a qualche ragazza bionda o a una signora in blu. Poco dopo si allontanò dalla passeggiata e rimase un momento all'incrocio, come se fosse indeciso se andare ad ascoltare la banda nel Jardin Publique o vagare lungo la spiaggia verso Castle Hill. Il trotto svelto degli zoccoli dei pony lo fece alzare lo sguardo, mentre una delle piccole carrozze, contenente una sola signora, scendeva rapidamente per la strada. La signora era giovane, bionda e vestita di blu. Egli fissò per un minuto, poi il suo volto intero si illuminò e, agitando il cappello come un ragazzino, si affrettò ad andarle incontro.
"Oh Laurie, sei davvero tu? Pensavo che non saresti mai venuto!" esclamò Amy, lasciando le redini e tendendo entrambe le mani, con grande scandalo di una mamma francese, che affrettò i passi della figlia affinché non venisse demoralizzata dal vedere i modi liberi di quegli "inglesi pazzi."
"Sono stato trattenuto lungo la via, ma avevo promesso di passare il Natale con voi, ed eccomi qui."
"Come sta tuo nonno? Quando sei arrivato? Dove alloggi?"
"Molto bene, ieri sera, allo Chauvain. Sono passato dal vostro albergo, ma eravate tutti fuori."
"Ho così tanto da dire che non so da dove cominciare! Sali, e potremo parlare con calma; stavo andando a fare un giro e desideravo compagnia. Flo si sta riservando per stasera."
"Cosa succede allora, un ballo?"
"Una festa di Natale nel nostro albergo. Ci sono molti americani, e la danno in onore del giorno. Verrai con noi, naturalmente? La zia ne sarà incantata."
"Grazie. Dove andiamo adesso?" chiese Laurie, appoggiandosi allo schienale e incrociando le braccia, una mossa che soddisfece Amy, la quale preferiva guidare; poiché la sua frustino-parasole e le redini blu sulle groppe dei pony bianchi le procuravano un'infinita soddisfazione.
"Vado prima dal banchiere per la posta, e poi a Castle Hill; la vista è così incantevole, e mi piace nutrire i pavoni. Ci sei mai stato?"
"Spesso, anni fa; ma non mi dispiace darci un'occhiata."
"Ora dimmi tutto di te. L'ultima cosa che ho saputo di te è che tuo nonno ha scritto che ti aspettava da Berlino."
"Sì, ho passato un mese lì, e poi l'ho raggiunto a Parigi, dove si è stabilito per l'inverno. Ha amici lì e trova molto per divertirsi; così vado e vengo, e ce la caviamo alla grande."
"È un accordo socievole," disse Amy, percependo una mancanza nei modi di Laurie, sebbene non sapesse dire quale.
"Beh, vedi, lui odia viaggiare e io odio stare fermo; così ognuno di noi si adatta, e non ci sono problemi. Spesso sto con lui, e lui si gode le mie avventure, mentre a me piace sentire che qualcuno è contento di vedermi quando torno dai miei vagabondaggi. Un vecchio buco sporco, non è vero?" aggiunse, con uno sguardo di disgusto, mentre percorrevano il boulevard verso Place Napoleon, nella città vecchia.
"La sporcizia è pittoresca, quindi non mi importa. Il fiume e le colline sono deliziosi, e questi scorci delle strette strade trasversali sono la mia delizia. Ora dovremo aspettare che passi quella processione; sta andando alla Chiesa di San Giovanni."
Mentre Laurie osservava con indifferenza la processione di sacerdoti sotto i loro baldacchini, suore col velo bianco che portavano ceri accesi e una qualche confraternita in blu, che cantava mentre camminava, Amy lo osservava, e sentì una nuova sorta di timidezza insinuarsi in lei; poiché lui era cambiato, e non riusciva a ritrovare il ragazzo dal volto allegro che aveva lasciato nell'uomo dall'aria malinconica accanto a lei. Era più bello che mai, e notevolmente migliorato, pensò; ma ora che il rossore del piacere per averla incontrata era svanito, appariva stanco e senza spirito... non malato, né esattamente infelice, ma più vecchio e serio di quanto un anno o due di vita prospera avrebbero dovuto renderlo. Non riusciva a capirlo, e non si azzardò a fare domande; così scosse la testa e spronò i suoi pony, mentre la processione si snodava attraverso gli archi del ponte Paglioni e svaniva nella chiesa.
"Que pensez vous?" disse lei, sfoggiando il suo francese, che era migliorato in quantità, se non in qualità, da quando era venuta all'estero.
"Che mademoiselle ha fatto buon uso del suo tempo, e il risultato è affascinante," rispose Laurie, inchinandosi, con la mano sul cuore e uno sguardo di ammirazione.
Arrossì per il piacere, ma in qualche modo il complimento non la soddisfece come le lodi schiette che lui le faceva a casa, quando le passeggiava intorno nelle occasioni di festa e le diceva che era "davvero in gamba", con un sorriso cordiale e una pacca di approvazione sulla testa. Quel nuovo tono non le piaceva; perché, sebbene non fosse blasé, suonava indifferente a dispetto dello sguardo.
"Se è così che deve diventare, preferirei che restasse un ragazzo," pensò, con un curioso senso di delusione e disagio, cercando nel frattempo di apparire del tutto disinvolta e allegra.
Da Avigdor trovò le preziose lettere da casa e, lasciando le redini a Laurie, le lesse voluttuosamente mentre risalivano la strada ombreggiata tra siepi verdi, dove le rose tè fiorivano fresche come in giugno.
"Beth sta molto male, dice la mamma. Penso spesso che dovrei tornare a casa, ma dicono tutti 'resta'; così faccio, perché non avrò mai un'altra occasione come questa," disse Amy, facendosi seria su una pagina.
"Credo che tu abbia ragione; a casa non potresti fare nulla, ed è un grande conforto per loro sapere che tu stai bene, sei felice e ti stai godendo tanto, mia cara."
Si avvicinò un po' di più e sembrò tornare quello di una volta, mentre lo diceva; e la paura che a volte pesava sul cuore di Amy si alleggerì, perché lo sguardo, l'atto, il fraterno "mia cara", sembravano assicurarle che, se mai fosse arrivato qualche guaio, non sarebbe stata sola in terra straniera. Poco dopo rise e gli mostrò un piccolo schizzo di Jo nel suo abito da scrittura, con il fiocco fieramente eretto sulla cuffia e le parole che le uscivano di bocca: "Il genio brucia!"
Laurie sorrise, lo prese, lo mise nel taschino del gilet, "per evitare che volasse via", e ascoltò con interesse la vivace lettera che Amy gli leggeva.
"Questo sarà un Natale davvero allegro per me, con i regali al mattino, tu e le lettere nel pomeriggio, e una festa la sera," disse Amy, mentre scendevano tra le rovine del vecchio forte, e uno stormo di splendidi pavoni si radunava intorno a loro, aspettando docilmente di essere nutrito. Mentre Amy stava in piedi a ridere sulla riva sopra di lui spargendo briciole ai magnifici uccelli, Laurie la guardava come lei aveva guardato lui, con una naturale curiosità di vedere quali cambiamenti avessero portato il tempo e la lontananza. Non trovò nulla di sconcertante o deludente, molto da ammirare e approvare; perché, tralasciando qualche piccola affettazione nel parlare e nei modi, era vivace e aggraziata come sempre, con l'aggiunta di quel qualcosa di indescrivibile nel vestire e nel portamento che chiamiamo eleganza. Sempre matura per la sua età, aveva acquisito un certo aplomb sia nel portamento che nella conversazione, che la faceva sembrare più una donna di mondo di quanto non fosse; ma la sua vecchia petulanza di tanto in tanto si mostrava, la sua forte volontà manteneva la sua posizione e la sua naturale franchezza non era rovinata dalla raffinatezza straniera.
Laurie non lesse tutto questo mentre la guardava nutrire i pavoni, ma vide abbastanza da soddisfarlo e interessarlo, e portò via una graziosa scenetta di una ragazza dal volto radioso in piedi al sole, che faceva risaltare la tonalità tenue del suo abito, il colore fresco delle sue guance, la lucentezza dorata dei suoi capelli, e la rendeva una figura di spicco in quella piacevole scena.
Mentre salivano sull'altopiano di pietra che corona la collina, Amy agitò la mano come per dargli il benvenuto nel suo luogo preferito e disse, indicando qua e là:
"Ricordi la Cattedrale e il Corso, i pescatori che tirano le reti nella baia, la bella strada per Villa Franca, la Torre di Schubert, proprio qui sotto, e, la cosa migliore di tutte, quel puntino lontano in mare che dicono sia la Corsica?"
"Ricordo; non è cambiato molto," rispose lui, senza entusiasmo.
"Cosa darebbe Jo per vedere quel famoso puntino!" disse Amy, sentendosi di buon umore e desiderosa di vedere anche lui tale.
"Sì," fu tutto ciò che disse, ma si voltò e tese gli occhi per vedere l'isola che un usurpatore persino più grande di Napoleone ora rendeva interessante ai suoi occhi.
"Dagli un'occhiata per lei, e poi vieni a dirmi cosa hai fatto tutto questo tempo," disse Amy, sedendosi, pronta per una bella chiacchierata.
Ma non la ottenne; perché, sebbene lui si fosse unito a lei e avesse risposto liberamente a tutte le sue domande, poté solo apprendere che aveva girovagato per il continente ed era stato in Grecia. Così, dopo aver bighellonato per un'ora, tornarono a casa; e, dopo aver reso omaggio alla signora Carrol, Laurie li lasciò, promettendo di tornare in serata.
Bisogna registrare di Amy che quella sera si "imbellettò" deliberatamente. Il tempo e la lontananza avevano fatto il loro lavoro su entrambi i giovani; lei aveva visto il suo vecchio amico sotto una nuova luce, non come "il nostro ragazzo", ma come un uomo bello e gradevole, ed era consapevole di un desiderio molto naturale di trovare favore ai suoi occhi. Amy conosceva i suoi punti di forza e ne approfittava al massimo, con il gusto e l'abilità che sono una fortuna per una donna povera e carina.
Tarlatano e tulle costavano poco a Nizza, così si avvolse in essi in quelle occasioni e, seguendo la sensata moda inglese di un abbigliamento semplice per le giovani ragazze, creò incantevoli toilette con fiori freschi, qualche gingillo e ogni sorta di graziosi accorgimenti, che erano economici ed efficaci. Bisogna confessare che l'artista a volte prendeva il sopravvento sulla donna, e si concedeva acconciature antiche, pose statuarie e drappeggi classici. Ma, cuore mio, abbiamo tutti le nostre piccole debolezze, e troviamo facile perdonare tali cose nei giovani, che soddisfano i nostri occhi con la loro beltà e mantengono allegri i nostri cuori con le loro ingenue vanità.
"Voglio proprio che pensi che sto bene e che lo dica a loro a casa," disse Amy tra sé e sé, mentre indossava il vecchio abito da ballo di seta bianca di Flo e lo copriva con una nuvola di tulle fresco, dal quale le sue spalle bianche e la testa dorata emergevano con un effetto quanto mai artistico. Per i capelli ebbe il buon senso di lasciarli stare, dopo aver raccolto le onde folte e i riccioli in un nodo alla Ebe sulla nuca.
"Non è di moda, ma mi dona, e non posso permettermi di rendermi ridicola," diceva di solito, quando le consigliavano di arricciare, gonfiare o intrecciare, come comandava l'ultimo stile.
Non avendo ornamenti abbastanza belli per questa importante occasione, Amy circondò le sue gonne vaporose con grappoli rosati di azalea e incorniciò le spalle bianche con delicati tralci verdi. Ricordando gli stivaletti dipinti, osservò le sue pianelle di raso bianco con soddisfazione giovanile e fece un passo di danza per la stanza, ammirando i suoi piedi aristocratici tutta sola.
"Il mio nuovo ventaglio si abbina proprio ai miei fiori, i guanti mi calzano a meraviglia e il vero pizzo sul fazzoletto della zia dà un'aria a tutto il mio vestito. Se solo avessi un naso e una bocca classici sarei perfettamente felice," disse, esaminandosi con occhio critico e una candela in ogni mano.
Nonostante questa afflizione, appariva insolitamente gaia e aggraziata mentre scivolava via; correva raramente - non si addiceva al suo stile, pensava, poiché, essendo alta, il maestoso e giunonico era più appropriato dello sportivo o del piccante. Camminò su e giù per il lungo salone in attesa di Laurie, e una volta si sistemò sotto il lampadario, che aveva un buon effetto sui suoi capelli; poi ci ripensò e andò via all'altro capo della stanza, come vergognandosi del desiderio infantile di avere una prima impressione propizia. Accadde che non avrebbe potuto fare cosa migliore, perché Laurie entrò così silenziosamente che lei non lo sentì; e, mentre stava in piedi alla finestra lontana, con la testa a metà girata e una mano che raccoglieva il vestito, la figura sottile e bianca contro le tende rosse era efficace quanto una statua ben posizionata.
"Buonasera, Diana!" disse Laurie, con quello sguardo di soddisfazione che le piaceva vedere nei suoi occhi quando si posavano su di lei.
"Buonasera, Apollo!" rispose lei, ricambiando il sorriso, poiché anche lui appariva insolitamente disinvolto, e il pensiero di entrare in sala da ballo al braccio di un uomo così avvenente fece sì che Amy provasse pietà per le quattro semplici signorine Davis dal profondo del cuore.
"Ecco i tuoi fiori; li ho composti io stesso, ricordando che non ti piacevano quelli che Hannah chiama 'sot-bookay'," disse Laurie, porgendole un delicato mazzolino, in un supporto che lei aveva a lungo desiderato mentre ci passava davanti quotidianamente nella vetrina di Cardiglia.
"Come sei gentile!" esclamò lei con gratitudine. "Se avessi saputo che venivi avrei avuto qualcosa di pronto per te oggi, anche se non così bello come questo, temo."
"Grazie; non è quello che dovrebbe essere, ma tu l'hai migliorato," aggiunse, mentre lei agganciava il braccialetto d'argento al polso.
"Per favore, non farlo."
"Pensavo che ti piacesse quel genere di cose?"
"Non da te; non sembra naturale, e preferisco la tua vecchia schiettezza."
"Ne sono felice," rispose lui, con un'espressione di sollievo; poi le abbottonò i guanti e le chiese se la sua cravatta fosse dritta, proprio come faceva quando andavano alle feste insieme, a casa.
La compagnia riunita nella lunga sala da pranzo, quella sera, era di quelle che non si vedono da nessuna parte se non sul Continente. Gli ospitali americani avevano invitato ogni conoscente che avevano a Nizza e, non avendo pregiudizi contro i titoli, ne avevano assicurati alcuni per aggiungere lustro al loro ballo di Natale.
Un principe russo si degnò di sedersi in un angolo per un'ora e parlare con una signora imponente, vestita come la madre di Amleto, in velluto nero, con una briglia di perle sotto il mento. Un conte polacco, di diciotto anni, si dedicò alle signore, che lo definirono "un caro affascinante", e un Sereno Qualcosa tedesco, venuto solo per la cena, vagava vagamente in cerca di cosa divorare. Il segretario privato del barone Rothschild, un ebreo dal naso grande, in stivali stretti, raggiava affabilmente sul mondo, come se il nome del suo padrone lo incoronasse con un'aureola dorata; un corpulento francese, che conosceva l'Imperatore, venne a dare sfogo alla sua mania per il ballo, e Lady de Jones, una matrona britannica, adornò la scena con la sua piccola famiglia di otto persone. Naturalmente, c'erano molte ragazze americane dai piedi leggeri e dalla voce acuta, belle inglesi dall'aspetto senza vita, e alcune demoiselle francesi semplici ma piccanti; così come la solita schiera di giovani gentiluomini in viaggio, che si divertivano allegramente, mentre le mamme di tutte le nazioni costeggiavano le pareti e sorridevano loro benignamente quando ballavano con le loro figlie.
Ogni ragazza può immaginare lo stato d'animo di Amy quando "prese la scena" quella sera, appoggiata al braccio di Laurie. Sapeva di essere bella, amava ballare, sentiva che il suo piede era nel suo ambiente naturale in una sala da ballo e si godeva il delizioso senso di potere che arriva quando le ragazze scoprono per la prima volta il nuovo e adorabile regno che sono nate per governare in virtù della bellezza, della giovinezza e dell'essere donna. Provava pietà per le ragazze Davis, che erano goffe, semplici e prive di accompagnatori, tranne un papà severo e tre zie nubili ancora più severe, e le salutò nel modo più amichevole mentre passava; il che fu gentile da parte sua, poiché permise loro di vedere il suo vestito e di bruciare di curiosità per sapere chi potesse essere il suo distinto amico. Al primo scoppio della banda, il colorito di Amy salì, i suoi occhi iniziarono a scintillare e i suoi piedi a battere il pavimento con impazienza; poiché ballava bene e voleva che Laurie lo sapesse: quindi lo shock che ricevette può essere meglio immaginato che descritto, quando lui disse, con tono perfettamente tranquillo:
"Ti va di ballare?"
"Di solito lo si fa a un ballo."
Il suo sguardo stupito e la risposta rapida spinsero Laurie a riparare al suo errore il più velocemente possibile.
"Intendevo il primo ballo. Posso avere l'onore?"
"Posso concedertene uno se rimando il Conte. Balla divinamente; ma mi scuserà, dato che sei un vecchio amico," disse Amy, sperando che il nome avesse un buon effetto e mostrasse a Laurie che non si doveva scherzare con lei.
"Bel ragazzino, ma un po' corto come polacco per sostenere
"'Una figlia degli dei, Divinamente alta, e più divinamente bella,'"
fu tutta la soddisfazione che ottenne, tuttavia.
Il gruppo in cui si ritrovarono era composto da inglesi, e Amy fu costretta a camminare decorosamente attraverso una quadriglia, sentendosi tutto il tempo come se potesse ballare la Tarantella con piacere. Laurie la rassegnò al "bel ragazzino" e andò a fare il suo dovere con Flo, senza assicurarsi Amy per le gioie a venire, la cui riprovevole mancanza di previdenza fu debitamente punita, poiché lei si impegnò immediatamente fino a cena, intendendo cedere se lui avesse poi dato segni di pentimento. Gli mostrò il suo taccuino da ballo con composta soddisfazione quando lui passeggiò, invece di precipitarsi, verso di lei per reclamarla per il successivo, una gloriosa polka-redowa; ma i suoi educati rimpianti non la convinsero, e quando lei si allontanò al galoppo con il Conte, vide Laurie sedersi vicino a sua zia con un'effettiva espressione di sollievo.
Quello era imperdonabile; e Amy non gli prestò più attenzione per un bel po', eccetto una parola di tanto in tanto, quando tornava dalla sua accompagnatrice, tra un ballo e l'altro, per uno spillo necessario o un momento di riposo. La sua rabbia ebbe però un buon effetto, poiché la nascose sotto un volto sorridente e apparve insolitamente lieta e brillante. Gli occhi di Laurie la seguirono con piacere, perché lei non correva né passeggiava, ma ballava con spirito e grazia, rendendo il dilettevole passatempo ciò che dovrebbe essere. Si mise naturalmente a studiarla da questo nuovo punto di vista; e, prima che la serata fosse a metà, aveva deciso che "la piccola Amy stava per diventare una donna molto affascinante".
Era una scena vivace, perché presto lo spirito della stagione mondana si impossessò di tutti, e l'allegria natalizia fece risplendere tutti i volti, felici i cuori e leggeri i talloni. I musicisti suonavano il violino, strombazzavano e battevano come se si divertissero; tutti coloro che potevano ballavano, e quelli che non potevano ammiravano i loro vicini con calore non comune. L'aria era scura di Davis, e molti Jones saltellavano come uno stormo di giovani giraffe. Il segretario dorato sfrecciava per la stanza come una meteora, con una sbarazzina francese, che copriva il pavimento con il suo strascico di raso rosa. Il sereno teutone trovò il tavolo della cena e fu felice, mangiando costantemente attraverso il menù, e scoraggiò i camerieri per le devastazioni che compì. Ma l'amico dell'Imperatore si coprì di gloria, perché ballò di tutto, che lo sapesse o meno, e introdusse improvvisate piroette quando le figure lo confondevano. L'abbandono giovanile di quell'uomo corpulento era affascinante da vedere; perché, sebbene "portasse peso", ballava come una palla di gomma. Correva, volava, saltellava; il suo viso brillava, la sua testa calva risplendeva; le code della giacca ondeggiavano selvaggiamente, le sue scarpette scintillavano nell'aria, e quando la musica si fermava, si asciugava le gocce dalla fronte e raggiungeva i suoi simili come un Pickwick francese senza occhiali.
Amy e il suo polacco si distinsero per uguale entusiasmo, ma più aggraziata agilità; e Laurie si ritrovò involontariamente a tenere il tempo al ritmico saliscendi delle pianelle bianche mentre volavano via infaticabili come se avessero le ali. Quando il piccolo Vladimir finalmente la lasciò, con assicurazioni che era "desolato di partire così presto", lei era pronta a riposare e vedere come il suo cavaliere rinnegato avesse sopportato la punizione.
Era stato un successo; perché, a ventitré anni, gli affetti contrariati trovano un balsamo nella società amichevole, e i nervi giovani fremono, il sangue giovane danza, e gli spiriti giovani e sani si sollevano, quando soggetti all'incantesimo della bellezza, della luce, della musica e del movimento. Laurie aveva uno sguardo risvegliato mentre si alzava per cederle il posto; e quando si affrettò ad andare a portarle un po' di cena, lei disse a se stessa, con un sorriso soddisfatto:
"Ah, pensavo che gli avrebbe fatto bene!"
"Sembri la 'Femme peinte par elle-même' di Balzac," disse, mentre la ventilava con una mano e teneva la tazza di caffè nell'altra.
"Il mio rossetto non viene via;" e Amy si strofinò la guancia brillante e gli mostrò il suo guanto bianco con una sobria semplicità che lo fece ridere di gusto.
"Come chiami questa roba?" chiese, toccando un lembo del suo vestito che era volato sopra il suo ginocchio.
"Illusione."
"Bel nome; è molto carina--cosa nuova, non è vero?"
"È vecchia quanto le colline; l'hai vista su decine di ragazze, e non hai mai scoperto che fosse carina fino ad ora--stupide!"
"Non l'avevo mai vista su di te prima, il che spiega l'errore, vedi."
"Niente di tutto ciò, è proibito; preferirei prendere il caffè piuttosto che i complimenti proprio ora. No, non impigrire, mi rendi nervosa."
Laurie si sedette dritto e prese umilmente il suo piatto vuoto, provando uno strano tipo di piacere nel farsi comandare dalla "piccola Amy"; perché lei aveva perso la sua timidezza ora, e provava un desiderio irresistibile di calpestarlo, come le ragazze hanno un modo delizioso di fare quando i signori del creato mostrano segni di sottomissione.
"Dove hai imparato tutto questo genere di cose?" chiese, con uno sguardo interrogativo.
"Dato che 'questo genere di cose' è un'espressione piuttosto vaga, vorresti gentilmente spiegare?" rispose Amy, sapendo perfettamente cosa intendesse, ma lasciando maliziosamente che fosse lui a descrivere ciò che è indescrivibile.
"Beh--l'aria generale, lo stile, la disinvoltura, l'--l'--illusione--sai," rise Laurie, arrendendosi e aiutandosi a uscire dall'impiccio con la nuova parola.
Amy era gratificata, ma, ovviamente, non lo diede a vedere, e rispose compostamente: "La vita all'estero ti raffina nonostante te stesso; studio oltre a giocare; e quanto a questo"--con un piccolo gesto verso il suo vestito--"beh, il tulle costa poco, i fiori si trovano per niente, e sono abituata a sfruttare al meglio le mie povere piccole cose."
Amy si pentì piuttosto di quell'ultima frase, temendo che non fosse di buon gusto; ma Laurie la apprezzò di più per questo, e si ritrovò sia ad ammirare che a rispettare la coraggiosa pazienza che sfruttava al meglio l'opportunità, e lo spirito allegro che copriva la povertà con i fiori. Amy non sapeva perché la guardasse così gentilmente, né perché riempisse il suo taccuino con il proprio nome e si dedicasse a lei per il resto della serata, nel modo più delizioso; ma l'impulso che portò a questo gradevole cambiamento era il risultato di una delle nuove impressioni che entrambi stavano inconsciamente dando e ricevendo.
XXXVIII.
SULLO SCAFFALE.
In Francia le giovani ragazze hanno una vita noiosa finché non si sposano, momento in cui "Vive la liberté" diventa il loro motto. In America, come tutti sanno, le ragazze firmano presto la dichiarazione d'indipendenza e si godono la loro libertà con zelo repubblicano; ma le giovani matrone solitamente abdicano con il primo erede al trono e si ritirano in una reclusione quasi stretta quanto quella di un convento francese, sebbene tutt'altro che tranquilla. Che piaccia loro o meno, vengono virtualmente messe sullo scaffale non appena l'eccitazione del matrimonio è finita, e la maggior parte di loro potrebbe esclamare, come fece una donna molto carina l'altro giorno: "Sono bella come sempre, ma nessuno mi nota perché sono sposata."
Non essendo una bella né una signora alla moda, Meg non sperimentò questa afflizione finché i suoi bambini non ebbero un anno, perché nel suo piccolo mondo prevalevano costumi primitivi, e si ritrovò più ammirata e amata che mai.
Poiché era una donnina fatta per la famiglia, l'istinto materno era molto forte ed era interamente assorbita dai suoi figli, con l'esclusione totale di ogni altra cosa e di chiunque altro. Giorno e notte covava su di loro con instancabile devozione e ansia, lasciando John alle tenere cure dell'aiuto domestico, poiché una signora irlandese presiedeva ormai al dipartimento della cucina. Essendo un uomo casalingo, a John mancavano decisamente le attenzioni coniugali a cui era abituato; ma, poiché adorava i suoi bambini, rinunciò allegramente al proprio conforto per un po', supponendo, con maschile ignoranza, che la pace sarebbe stata presto ripristinata. Ma passarono tre mesi e non ci fu alcun ritorno alla calma; Meg appariva stanca e nervosa, i bambini assorbivano ogni minuto del suo tempo, la casa era trascurata e Kitty, la cuoca, che prendeva la vita "facile", lo teneva a stecchetto. Quando usciva al mattino, era confuso da piccole commissioni per la mamma prigioniera; se rincasava allegramente la sera, desideroso di abbracciare la sua famiglia, veniva smorzato da uno "Zitto! Si sono appena addormentati dopo aver piagnucolato tutto il giorno". Se proponeva un po' di svago in casa, "No, disturberebbe i bambini". Se accennava a una conferenza o a un concerto, gli veniva risposto con uno sguardo di rimprovero e un deciso "Lasciare i miei figli per un piacere, mai!". Il suo sonno era interrotto dai lamenti infantili e dalla visione di una figura fantasmagorica che faceva la spola silenziosamente durante le ore della notte; i suoi pasti erano interrotti dal frequente volo del genio presiedente, che lo abbandonava, solo a metà servito, se un pigolio smorzato risuonava dal nido di sopra; e quando leggeva il giornale di sera, le coliche di Demi finivano nel bollettino marittimo e la caduta di Daisy influenzava il prezzo dei titoli, poiché la signora Brooke si interessava solo alle notizie domestiche.
Il pover'uomo era molto a disagio, poiché i figli lo avevano privato della moglie; la casa era semplicemente un asilo nido e il perenne "zitto" lo faceva sentire come un intruso brutale ogni volta che varcava i sacri recinti di Babyland. Lo sopportò molto pazientemente per sei mesi e, quando non apparve alcun segno di miglioramento, fece ciò che fanno altri esuli paterni: cercò un po' di conforto altrove. Scott si era sposato e si era messo a gestire una casa non lontano, e John prese l'abitudine di fare un salto da lui per un'ora o due la sera, quando il proprio salotto era vuoto e sua moglie cantava ninne nanne che sembravano non avere fine. La signora Scott era una ragazza vivace e carina, che non aveva altro da fare se non essere piacevole, e svolgeva la sua missione con grande successo. Il salotto era sempre luminoso e attraente, la scacchiera pronta, il pianoforte accordato, un sacco di chiacchiere allegre e una bella cenetta preparata in modo stuzzicante.
John avrebbe preferito il proprio focolare se non fosse stato così solitario; ma, così com'era, prendeva con gratitudine la seconda opzione migliore e si godeva la compagnia del suo vicino.
Meg approvò piuttosto il nuovo accordo all'inizio e trovò un sollievo sapere che John si stava divertendo invece di appisolarsi in salotto o di vagare per casa svegliando i bambini. Ma a poco a poco, quando la preoccupazione per la dentizione fu passata e gli idoli andarono a dormire agli orari giusti, lasciando alla mamma il tempo di riposare, iniziò a sentire la mancanza di John e a trovare il suo cesto da cucito una compagnia noiosa, quando lui non sedeva di fronte con la sua vecchia vestaglia, a scaldarsi comodamente le pantofole sul parafuoco. Non voleva chiedergli di restare a casa, ma si sentiva offesa perché lui non capiva che lei lo voleva senza che glielo si dicesse, dimenticando completamente le molte sere in cui lui l'aveva aspettata invano. Era nervosa ed esausta per la veglia e la preoccupazione, e in quello stato d'animo irragionevole che le migliori madri provano occasionalmente quando le cure domestiche le opprimono. La mancanza di esercizio le priva dell'allegria, e troppa devozione a quell'idolo delle donne americane, la teiera, le fa sentire come se fossero tutte nervi e nessun muscolo.
"Sì," diceva, guardandosi nello specchio, "sto diventando vecchia e brutta; John non mi trova più interessante, così lascia la sua moglie appassita e va a trovare la sua graziosa vicina, che non ha impedimenti. Beh, i bambini mi amano; non gli importa se sono magra e pallida, e non ho tempo di arricciarmi i capelli; loro sono il mio conforto, e un giorno John vedrà ciò che ho sacrificato volentieri per loro, vero, tesoro mio?"
A questo patetico appello Daisy rispondeva con un tubare, o Demi con un verso, e Meg metteva da parte i suoi lamenti per una baldoria materna, che leniva la sua solitudine per il momento. Ma il dolore aumentava man mano che la politica assorbiva John, che correva sempre a discutere punti interessanti con Scott, del tutto ignaro che a Meg mancasse. Non disse una parola, tuttavia, finché sua madre non la trovò in lacrime un giorno e insistette per sapere cosa ci fosse che non andava, poiché lo spirito abbattuto di Meg non era sfuggito alla sua osservazione.
"Non lo direi a nessuno se non a te, madre; ma ho davvero bisogno di un consiglio, perché, se John continua così ancora per molto, tanto varrebbe essere vedova," rispose la signora Brooke, asciugandosi le lacrime sul bavaglino di Daisy con aria offesa.
"Continua come, cara?" chiese sua madre ansiosamente.
"È via tutto il giorno, e la sera, quando voglio vederlo, va continuamente dagli Scott. Non è giusto che io debba fare il lavoro più duro e non avere mai alcuno svago. Gli uomini sono molto egoisti, anche i migliori."
"Anche le donne; non dare la colpa a John finché non vedi dove sbagli tu stessa."
"Ma non può essere giusto che mi trascuri."
"Non lo trascuri tu?"
"Ma, madre, pensavo che avresti preso le mie parti!"
"Lo faccio, per quanto riguarda la comprensione; ma penso che la colpa sia tua, Meg."
"Non vedo come."
"Lascia che ti mostri. John ti ha mai trascurata, come dici tu, mentre facevi in modo di dargli la tua compagnia di sera, il suo unico tempo libero?"
"No; ma non posso farlo ora, con due bambini da accudire."
"Penso che potresti, cara; e penso che dovresti. Posso parlare in modo del tutto libero, e ricorderai che è la madre che rimprovera così come la madre che comprende?"
"Certamente! Parlami come se fossi di nuovo la piccola Meg. Spesso sento di aver bisogno di insegnamenti più che mai, da quando questi bambini si aspettano tutto da me."
Meg avvicinò la sua sedia bassa a quella della madre e, con una piccola interruzione su ciascun grembo, le due donne dondolarono e parlarono amorevolmente insieme, sentendo che il legame della maternità le rendeva più unite che mai.
"Hai solo commesso l'errore che commettono la maggior parte delle giovani mogli: dimenticare il tuo dovere verso tuo marito nel tuo amore per i tuoi figli. Un errore molto naturale e perdonabile, Meg, ma che farebbe bene rimediare prima di prendere strade diverse; perché i figli dovrebbero avvicinarvi più che mai, non separarvi, come se fossero tutti tuoi e John non avesse altro da fare se non mantenerli. L'ho visto per alcune settimane, ma non ho parlato, sentendomi sicura che si sarebbe sistemato col tempo."
"Temo di no. Se gli chiedo di restare, penserà che io sia gelosa; e non vorrei insultarlo con una simile idea. Lui non vede che lo voglio, e non so come dirglielo senza parole."
"Rendilo così piacevole che non vorrà andarsene. Cara mia, lui desidera ardentemente la sua piccola casa; ma non è casa senza di te, e tu sei sempre nell'asilo nido."
"Non dovrei esserci?"
"Non tutto il tempo; troppa reclusione ti rende nervosa, e allora non sei adatta a nulla. Inoltre, devi qualcosa a John così come ai bambini; non trascurare il marito per i figli, non chiuderlo fuori dall'asilo nido, ma insegnagli come aiutare lì dentro. Il suo posto è lì così come il tuo, e i bambini hanno bisogno di lui; fagli sentire che ha la sua parte da fare, e la farà volentieri e fedelmente, e sarà meglio per tutti voi."
"Lo pensi davvero, madre?"
"Lo so, Meg, perché l'ho provato; e raramente do consigli a meno che non ne abbia provato la praticabilità. Quando tu e Jo eravate piccole, facevo esattamente come te, sentendo come se non facessi il mio dovere se non mi dedicavo interamente a voi. Il povero padre si dedicò ai suoi libri, dopo che ebbi rifiutato ogni offerta di aiuto, e mi lasciò a tentare il mio esperimento da sola. Ho lottato al meglio che potevo, ma Jo era troppo per me. L'ho quasi viziata con l'indulgenza. Tu stavi male, e mi preoccupavo per te finché non mi ammalai io stessa. Allora il padre venne in soccorso, gestì tranquillamente ogni cosa e si rese così utile che vidi il mio errore e non sono più riuscita a fare a meno di lui da allora. Questo è il segreto della felicità della nostra casa: lui non lascia che gli affari lo distolgano dalle piccole cure e dai doveri che riguardano tutti noi, e io cerco di non lasciare che le preoccupazioni domestiche distruggano il mio interesse per le sue attività. Ognuno fa la sua parte da solo in molte cose, ma a casa lavoriamo insieme, sempre."
"È così, madre; e il mio grande desiderio è essere per mio marito e i miei figli ciò che tu sei stata per i tuoi. Mostrami come; farò tutto ciò che dici."
"Sei sempre stata la mia figlia docile. Beh, cara, se fossi in te, lascerei che John avesse più a che fare con la gestione di Demi, perché il ragazzo ha bisogno di essere educato, e non è mai troppo presto per iniziare. Poi farei ciò che ho spesso proposto, lascia che Hannah venga ad aiutarti; è un'ottima bambinaia, e puoi affidarle i preziosi bambini mentre tu fai più lavori di casa. Hai bisogno dell'esercizio, Hannah godrebbe del riposo e John ritroverebbe sua moglie. Esci di più; resta allegra oltre che occupata, perché sei tu quella che porta il sole in famiglia, e se diventi cupa non c'è bel tempo. Poi cercherei di interessarmi a qualunque cosa piaccia a John: parla con lui, lascia che ti legga, scambiate idee e aiutatevi a vicenda in quel modo. Non chiuderti in una scatola solo perché sei una donna, ma comprendi ciò che sta accadendo ed educa te stessa a fare la tua parte nel lavoro del mondo, perché tutto questo influenza te e i tuoi."
"John è così sensato, temo che penserà che io sia stupida se faccio domande sulla politica e cose simili."
"Non credo proprio; l'amore copre una moltitudine di peccati, e a chi potresti chiedere più liberamente che a lui? Provaci, e vedi se non trova la tua compagnia molto più gradevole delle cene della signora Scott."
"Lo farò. Povero John! Temo di averlo trascurato tristemente, ma pensavo di essere nel giusto, e lui non ha mai detto nulla."
"Ha cercato di non essere egoista, ma si è sentito piuttosto abbandonato, immagino. Questo è proprio il momento, Meg, in cui i giovani sposi tendono ad allontanarsi, e proprio il momento in cui dovrebbero essere più uniti; perché la prima tenerezza svanisce presto, a meno che non si faccia attenzione a preservarla; e nessun momento è così bello e prezioso per i genitori come i primi anni delle piccole vite affidate loro da educare. Non lasciare che John sia un estraneo per i bambini, perché faranno più di ogni altra cosa per mantenerlo al sicuro e felice in questo mondo di prove e tentazioni, e attraverso di loro imparerete a conoscervi e ad amarvi come dovreste. Ora, cara, addio; rifletti sul sermone della madre, agisci di conseguenza se ti sembra buono, e Dio vi benedica tutti!"
Meg ci rifletté su, lo trovò buono e agì di conseguenza, sebbene il primo tentativo non sia stato fatto esattamente come aveva pianificato. Naturalmente i bambini tiranneggiavano su di lei e governavano la casa non appena scoprivano che scalciare e strillare portava loro tutto ciò che volevano. La mamma era una schiava abietta dei loro capricci, ma il papà non era così facilmente soggiogato e occasionalmente affliggeva la sua tenera consorte con un tentativo di disciplina paterna verso il suo figlio turbolento. Poiché Demi ereditava un briciolo della fermezza di carattere del suo genitore — non la chiameremo ostinazione — e quando si metteva in testa di avere o fare qualcosa, tutti i cavalli del re e tutti gli uomini del re non avrebbero potuto cambiare quella caparbia testolina. La mamma pensava che il caro fosse troppo piccolo per essere istruito a vincere i suoi pregiudizi, ma il papà credeva che non fosse mai troppo presto per imparare l'obbedienza; così il piccolo Demi scoprì presto che quando si impegna a "lottare" con "parpar", ha sempre la peggio; eppure, come l'inglese, il bambino rispettava l'uomo che lo conquistava e amava il padre il cui grave "No, no" era più impressionante di tutte le carezze della mamma.
Qualche giorno dopo la conversazione con sua madre, Meg decise di tentare una serata sociale con John; così ordinò una bella cena, mise in ordine il salotto, si vestì graziosamente e mise i bambini a letto presto, affinché nulla interferisse con il suo esperimento. Ma, sfortunatamente, il pregiudizio più inconquistabile di Demi era contro l'andare a letto, e quella sera decise di scatenarsi; così la povera Meg cantò e dondolò, raccontò storie e provò ogni astuzia che riuscì a escogitare per provocare il sonno, ma tutto invano, i grandi occhi non volevano chiudersi; e molto tempo dopo che Daisy era andata a nanna, come il grassoccio piccolo fagotto di buonumore che era, il cattivo Demi giaceva a fissare la luce, con l'espressione più scoraggiante e sveglia del mondo.
"Demi starà fermo come un bravo bambino, mentre la mamma corre giù a dare al povero papà il suo tè?" chiese Meg, mentre la porta del corridoio si chiudeva dolcemente e il passo ben noto andava in punta di piedi nella sala da pranzo.
"Me prende tè!" disse Demi, preparandosi a unirsi alla baldoria.
"No; ma ti terrò da parte dei dolcetti per la colazione, se vai a nanna come Daisy. Lo farai, tesoro?"
"Sì!" e Demi chiuse gli occhi stretti, come per catturare il sonno e affrettare il giorno desiderato.
Approfittando del momento propizio, Meg scivolò via e corse giù a salutare il marito con un volto sorridente e il piccolo fiocco blu tra i capelli che era la sua particolare ammirazione. Lui lo vide subito e disse, con piacevole sorpresa:
"Perché, piccola madre, come siamo eleganti stasera. Aspetti ospiti?"
"Solo te, caro."
"È un compleanno, un anniversario o qualcosa del genere?"
"No; sono stanca di essere trasandata, così mi sono fatta bella per cambiare. Tu ti prepari sempre bene per la tavola, non importa quanto tu sia stanco; quindi perché non dovrei farlo io quando ho tempo?"
"Lo faccio per rispetto verso di te, cara mia," disse John, all'antica.
"Idem, idem, signor Brooke," rise Meg, tornando giovane e carina, mentre gli faceva un cenno sopra la teiera.
"Beh, è assolutamente delizioso, e come ai vecchi tempi. Questo ha il gusto giusto. Brindo alla tua salute, cara." E John sorseggiò il suo tè con un'aria di estasi riposante, che fu però di brevissima durata; poiché, mentre deponeva la tazza, la maniglia della porta sobbalzò misteriosamente e si sentì una vocina che diceva con impazienza:
"Apri qui; io sto venendo!"
"È quel ragazzino cattivo. Gli ho detto di andare a dormire da solo, ed eccolo qui, di sotto, a prendersi un raffreddore mortale a scalpicciare su quella tela," disse Meg, rispondendo alla chiamata.
"Mattina adesso," annunciò Demi, con tono gioioso, mentre entrava, con la sua lunga camicia da notte graziosamente drappeggiata sul braccio, e ogni ricciolo che sobbalzava allegramente mentre trotterellava intorno al tavolo, scrutando i "dolcetti" con sguardi amorevoli.
"No, non è ancora mattina. Devi andare a letto e non disturbare la povera mamma; poi potrai avere il dolcetto con lo zucchero sopra."
"Me ama parpar," disse l'astuto, preparandosi ad arrampicarsi sul ginocchio paterno e a godere di gioie proibite. Ma John scosse la testa e disse a Meg:
"Se gli hai detto di restare su e di andare a dormire da solo, faglielo fare, o non imparerà mai a darti ascolto."
"Sì, certo. Vieni, Demi;" e Meg portò via suo figlio, sentendo un forte desiderio di dare una sculacciata al piccolo guastafeste che saltellava accanto a lei, laborando sotto l'illusione che la tangente sarebbe stata somministrata non appena avessero raggiunto l'asilo nido.
Né rimase deluso; poiché quella donna miope gli diede effettivamente una zolletta di zucchero, lo infilò nel letto e gli proibì altre passeggiate fino al mattino.
"Sì!" disse Demi lo spergiuro, succhiando beatamente il suo zucchero e considerando il suo primo tentativo come eminentemente riuscito.
Meg tornò al suo posto e la cena procedeva piacevolmente, quando il piccolo fantasma camminò di nuovo ed espose le delinquenze materne chiedendo audacemente:
"Altro zucchero, marmar."
"Adesso questo non va bene," disse John, indurendo il suo cuore contro l'accattivante piccolo peccatore. "Non conosceremo mai la pace finché quel bambino non imparerà ad andare a letto correttamente. Ti sei fatta schiava abbastanza a lungo; dagli una lezione, e poi ci sarà una fine. Mettilo a letto e lascialo, Meg."
"Non ci starà; non lo fa mai, a meno che io non mi sieda vicino a lui."
"Lo gestirò io. Demi, vai di sopra e mettiti a letto, come ti ordina la mamma."
"No!" rispose il giovane ribelle, servendosi dell'ambito "dolcetto" e iniziando a mangiarlo con calma audacia.
"Non devi mai dire questo a papà; ti porterò io se non ci vai da solo."
"Vai via; me non ama parpar;" e Demi si ritirò dietro le gonne di sua madre per protezione.
Ma anche quel rifugio si rivelò inutile, poiché fu consegnato al nemico, con un "Sii gentile con lui, John," che colpì il colpevole con sgomento; perché quando la mamma lo abbandonava, allora il giorno del giudizio era vicino. Privato del suo dolce, frodato del suo divertimento e portato via da una mano forte verso quel detestato letto, il povero Demi non riuscì a trattenere la sua ira, ma sfidò apertamente papà, scalciando e urlando vigorosamente per tutte le scale. Nel momento in cui veniva messo a letto da una parte, rotolava fuori dall'altra e puntava alla porta, solo per essere ignominiosamente afferrato per la coda della sua piccola toga e rimesso a posto, vivace performance che fu portata avanti finché la forza del giovane non si esaurì, momento in cui si dedicò a ruggire a squarciagola. Questo esercizio vocale di solito conquistava Meg; ma John sedeva impassibile come il palo che è popolarmente creduto sordo. Nessuna lusinga, nessun zucchero, nessuna ninna nanna, nessuna storia; anche la luce fu spenta e solo il bagliore rosso del fuoco ravvivava il "grande buio" che Demi considerava con curiosità piuttosto che con paura. Questo nuovo ordine di cose lo disgustò, e ululò lugubremente per "marmar", mentre le sue passioni rabbiose si placavano e i ricordi della sua tenera schiava tornavano all'autocrate prigioniero. Il lamento lamentoso che seguì il ruggito appassionato colpì il cuore di Meg, che corse su a dire implorante:
"Lasciami stare con lui; sarà buono, ora, John."
"No, cara mia, gli ho detto che deve andare a dormire, come gli hai ordinato tu; e deve farlo, se dovessi restare qui tutta la notte."
"Ma piangerà fino a star male," implorò Meg, rimproverandosi per aver abbandonato il suo bambino.
"No, non lo farà, è così stanco che presto si addormenterà, e allora la questione sarà risolta; perché capirà che deve obbedire. Non interferire; lo gestirò io."
"È mio figlio, e non posso permettere che il suo spirito venga spezzato dalla durezza."
"È mio figlio, e non permetterò che il suo temperamento venga viziato dall'indulgenza. Scendi, mia cara, e lascia il ragazzo a me."
Quando John parlava con quel tono autoritario, Meg obbediva sempre e non si pentiva mai della sua docilità.
"Per favore, lascia che lo baci una volta, John?"
"Certamente. Demi, di' 'buonanotte' alla mamma, e lasciala andare a riposare, perché è molto stanca di prendersi cura di te tutto il giorno."
Meg insistette sempre sul fatto che il bacio vinse la vittoria; poiché dopo che fu dato, Demi singhiozzò più quietamente e giacque immobile in fondo al letto, dove si era divincolato nella sua angoscia mentale.
"Povero ometto, è esausto per il sonno e il pianto. Lo coprirò e poi andrò a tranquillizzare il cuore di Meg," pensò John, strisciando verso il capezzale, sperando di trovare il suo erede ribelle addormentato.
Ma non lo era; nel momento in cui suo padre fece capolino, gli occhi di Demi si aprirono, il suo piccolo mento cominciò a tremare e sollevò le braccia, dicendo, con un singhiozzo di pentimento: "Adesso sono bravo".
Seduta sulle scale, fuori, Meg si stupiva del lungo silenzio che era seguito al tumulto; e, dopo aver immaginato ogni sorta di incidente impossibile, scivolò nella stanza, per placare le sue paure. Demi giaceva profondamente addormentato; non nella sua solita posizione a stella marina, ma in un gruppetto composto, rannicchiato stretto nel cerchio del braccio di suo padre e tenendo il dito di suo padre, come se sentisse che la giustizia era temperata dalla misericordia, e si fosse addormentato come un bambino più triste e più saggio. Così tenuto, John aveva aspettato con pazienza femminile finché la manina non aveva allentato la presa; e, mentre aspettava, si era addormentato, più stanco per quella lotta con suo figlio che per l'intera giornata di lavoro.
Mentre Meg stava a guardare i due volti sul cuscino, sorrise tra sé e poi scivolò di nuovo via, dicendo, con tono soddisfatto:
"Non avrò mai bisogno di temere che John sia troppo severo con i miei bambini: sa bene come gestirli, e sarà un grande aiuto, perché Demi sta diventando troppo per me."
Quando John scese finalmente, aspettandosi di trovare una moglie pensierosa o rimproverante, fu piacevolmente sorpreso di trovare Meg che guarniva placidamente una cuffietta, e di essere accolto con la richiesta di leggere qualcosa riguardo alle elezioni, se non fosse troppo stanco. John vide in un minuto che una rivoluzione di qualche tipo era in atto, ma saggiamente non fece domande, sapendo che Meg era una personcina così trasparente che non avrebbe saputo mantenere un segreto nemmeno per salvarsi la vita, e che quindi l'indizio sarebbe presto apparso. Lesse un lungo dibattito con la più amabile prontezza, e poi lo spiegò nel suo modo più lucido, mentre Meg cercava di sembrare profondamente interessata, di porre domande intelligenti e di evitare che i suoi pensieri vagassero dallo stato della nazione allo stato della sua cuffietta. Nel suo animo segreto, tuttavia, decise che la politica era brutta quanto la matematica, e che la missione dei politici sembrava essere quella di insultarsi a vicenda; ma tenne per sé queste idee femminili, e quando John fece una pausa, scosse la testa e disse con quella che riteneva un'ambiguità diplomatica:
"Beh, davvero non vedo dove andremo a finire."
John rise e la osservò per un minuto, mentre lei teneva in equilibrio un grazioso preparato di pizzo e fiori sulla mano, considerandolo con l'interesse genuino che la sua arringa non era riuscita a suscitare.
"Sta cercando di amare la politica per amor mio, quindi proverò ad amare la modisteria per amor suo, è solo giusto", pensò John il Giusto, aggiungendo ad alta voce:
"È molto grazioso; è quello che chiamate una cuffia da colazione?"
"Mio caro, è una cuffietta! La mia migliore cuffietta per andare a concerti e teatro."
"Ti chiedo scusa; era così piccola che l'ho naturalmente scambiata per una di quelle cose svolazzanti che indossi a volte. Come fai a tenerla ferma?"
"Questi pezzetti di pizzo sono fissati sotto il mento con un bocciolo di rosa, così;" e Meg illustrò indossando la cuffietta e guardandolo con un'aria di calma soddisfazione che era irresistibile.
"È un amore di cuffietta, ma preferisco il viso che c'è dentro, perché sembra di nuovo giovane e felice", e John baciò il viso sorridente, a grande detrimento del bocciolo di rosa sotto il mento.
"Sono contenta che ti piaccia, perché voglio che mi porti a uno dei nuovi concerti una sera; ho davvero bisogno di un po' di musica per rimettermi in sintonia. Verrai, per favore?"
"Certo che verrò, con tutto il cuore, o ovunque altro tu voglia. Sei rimasta chiusa in casa così a lungo, ti farà un bene infinito, e io me la godrò, sopra ogni cosa. Cosa ti ha messo in testa questa idea, mammina?"
"Beh, ho parlato con Marmee l'altro giorno, e le ho detto quanto mi sentissi nervosa, irritabile e fuori fase, e lei ha detto che avevo bisogno di un cambiamento e di meno preoccupazioni; così Hannah mi aiuterà con i bambini, e io mi occuperò di più delle faccende di casa, e di tanto in tanto mi divertirò un po', giusto per evitare di diventare una vecchia donna agitata e distrutta prima del tempo. È solo un esperimento, John, e voglio provarlo per te tanto quanto per me, perché ultimamente ti ho trascurato vergognosamente, e ho intenzione di rendere la casa quella di una volta, se posso. Non sei contrario, spero?"
Non importa cosa disse John, o che scampato pericolo corse la piccola cuffietta dall'essere completamente rovinata; tutto ciò che abbiamo il dovere di sapere è che John non sembrò contrario, a giudicare dai cambiamenti che gradualmente ebbero luogo in casa e tra i suoi abitanti. Non era affatto un Paradiso, ma ognuno stava meglio grazie al sistema di divisione del lavoro; i bambini prosperarono sotto la regola paterna, poiché il preciso e costante John portò ordine e obbedienza nel mondo dei bambini, mentre Meg recuperò lo spirito e rasserenò i nervi con abbondante esercizio salutare, un po' di piacere e molte conversazioni confidenziali con il suo sensato marito. La casa tornò a essere accogliente, e John non ebbe più alcun desiderio di lasciarla, a meno di non portare Meg con sé. Gli Scott venivano ora dai Brooke, e tutti trovavano la casetta un luogo allegro, pieno di felicità, contentezza e amore familiare. Persino la gaia Sallie Moffatt amava andarci. "Qui è sempre così tranquillo e piacevole; mi fa bene, Meg", soleva dire, guardandosi intorno con occhi desiderosi, come se cercasse di scoprire il segreto, per poterlo usare nella sua grande casa, piena di splendida solitudine; poiché lì non c'erano bambini chiassosi dal volto radioso, e Ned viveva in un mondo tutto suo, dove non c'era posto per lei.
Questa felicità domestica non arrivò tutta in una volta, ma John e Meg ne avevano trovato la chiave, e ogni anno di vita matrimoniale insegnava loro come usarla, sbloccando i tesori del vero amore domestico e del reciproco aiuto, che i più poveri possono possedere e i più ricchi non possono comprare. Questo è il tipo di scaffale su cui le giovani mogli e madri possono accettare di essere deposte, al sicuro dall'inquietante tormento e dalla febbre del mondo, trovando amanti leali nei piccoli figli e figlie che si aggrappano a loro, incuranti del dolore, della povertà o dell'età; camminando fianco a fianco, attraverso il bel tempo e le tempeste, con un amico fedele, che è, nel vero senso della buona antica parola sassone, il "legame di casa", e imparando, come imparò Meg, che il regno più felice di una donna è la casa, il suo onore più alto l'arte di governarla, non come una regina, ma come una saggia moglie e madre.
XXXIX.
LAURENCE IL PIGRO.
Laurie andò a Nizza con l'intenzione di restare una settimana, e rimase un mese. Era stanco di vagare da solo, e la presenza familiare di Amy sembrava dare un fascino domestico alle scene straniere di cui faceva parte. Sentiva un po' la mancanza delle "coccole" che soleva ricevere, e ne apprezzò di nuovo un assaggio; poiché nessuna attenzione, per quanto lusinghiera, da parte di estranei, era piacevole quanto l'adorazione fraterna delle ragazze a casa. Amy non lo avrebbe mai coccolato come le altre, ma era molto contenta di vederlo ora, e si aggrappava abbastanza a lui, sentendo che era il rappresentante della cara famiglia di cui sentiva la mancanza più di quanto volesse confessare. Naturalmente trovavano conforto nella reciproca compagnia, ed erano molto insieme, cavalcando, camminando, ballando o gingillandosi, poiché, a Nizza, nessuno può essere molto laborioso durante l'alta stagione. Ma, mentre apparentemente si divertivano nel modo più spensierato, stavano, a metà consapevolmente, facendo scoperte e formando opinioni l'uno sull'altra. Amy saliva quotidianamente nella stima del suo amico, ma lui scendeva nella sua, e ognuno sentiva la verità prima ancora che una parola fosse pronunciata. Amy cercava di compiacere, e ci riusciva, perché era grata per i molti piaceri che lui le offriva, e lo ripagava con quei piccoli servizi a cui le donne femminili sanno dare un fascino indescrivibile. Laurie non faceva alcuno sforzo di sorta, ma si lasciava semplicemente andare alla deriva il più comodamente possibile, cercando di dimenticare, e sentendo che tutte le donne gli dovevano una parola gentile perché una era stata fredda con lui. Non gli costava alcuno sforzo essere generoso, e avrebbe dato ad Amy tutti i gingilli di Nizza se lei li avesse presi; ma, allo stesso tempo, sentiva di non poter cambiare l'opinione che lei si stava formando di lui, e temeva un po' quegli acuti occhi azzurri che sembravano osservarlo con tale sorpresa, a metà triste e a metà sprezzante.
"Tutti gli altri sono andati a Monaco per la giornata; ho preferito restare a casa a scrivere lettere. Ora sono finite, e vado a Valrosa a fare degli schizzi; verrai?" disse Amy, mentre raggiungeva Laurie in una giornata incantevole, mentre lui se ne stava ozioso come al solito, verso mezzogiorno.
"Beh, sì; ma non è un po' caldo per una camminata così lunga?" rispose lui lentamente, poiché il salone ombreggiato appariva invitante, dopo il riverbero all'esterno.
"Prenderò la piccola carrozza, e Baptiste può guidare, così non avrai altro da fare che tenere l'ombrello e mantenere i guanti a posto", rispose Amy, con un'occhiata sarcastica ai guanti di pelle immacolati, che erano un punto debole di Laurie.
"Allora verrò con piacere;" e lui tese la mano per prendere il suo album da schizzi. Ma lei lo infilò sotto il braccio con un brusco:
"Non disturbarti; per me non è alcuno sforzo, ma tu non sembri all'altezza."
Laurie alzò le sopracciglia e seguì a un ritmo tranquillo mentre lei correva giù per le scale; ma quando salirono in carrozza, lui prese le redini personalmente, e lasciò al piccolo Baptiste nient'altro da fare che incrociare le braccia e addormentarsi sul suo trespolo.
I due non litigavano mai: Amy era troppo ben educata, e proprio ora Laurie era troppo pigro; così, in un minuto, lui sbirciò sotto la tesa del cappello di lei con aria interrogativa; lei rispose con un sorriso, e proseguirono insieme nel modo più amichevole.
Era una guida incantevole, lungo strade tortuose ricche di scene pittoresche che deliziano gli occhi amanti della bellezza. Qui un antico monastero, da cui il solenne canto dei monaci scendeva fino a loro. Là un pastore a gambe nude, con zoccoli di legno, cappello a punta e una giacca ruvida su una spalla, sedeva a suonare il flauto su una pietra, mentre le sue capre saltellavano tra le rocce o giacevano ai suoi piedi. Mansueti asini color topo, carichi di ceste d'erba appena tagliata, passavano oltre, con una graziosa ragazza in cuffia seduta tra i mucchi verdi, o una vecchia che filava con una conocchia mentre camminava. Bambini bruni dagli occhi dolci correvano fuori dalle bizzarre catapecchie di pietra per offrire mazzolini, o grappoli di arance ancora sul ramo. Nodosi ulivi coprivano le colline con il loro fogliame scuro, i frutti pendevano dorati nel frutteto, e grandi anemoni scarlatti bordavano il ciglio della strada; mentre oltre i pendii verdi e le altezze scoscese, le Alpi Marittime si ergevano nitide e bianche contro il cielo azzurro italiano.
Valrosa meritava bene il suo nome, poiché, in quel clima di estate perpetua, le rose sbocciavano ovunque. Sporgevano sopra l'arco, si spingevano tra le sbarre del grande cancello con un dolce benvenuto per i passanti, e fiancheggiavano il viale, serpeggiando tra alberi di limoni e palme piumate fino alla villa sulla collina. Ogni angolo ombreggiato, dove i sedili invitavano a fermarsi e riposare, era una massa di fiori; ogni grotta fresca aveva la sua ninfa di marmo che sorrideva da un velo di fiori, e ogni fontana rifletteva rose cremisi, bianche o rosa pallido, chine a sorridere alla propria bellezza. Le rose coprivano le pareti della casa, drappeggiavano i cornicioni, si arrampicavano sui pilastri e correvano selvagge sulla balaustra dell'ampia terrazza, da cui si guardava giù verso il soleggiato Mediterraneo e la città dalle mura bianche sulla riva.
"Questo è un vero Paradiso per la luna di miele, non è vero? Hai mai visto rose simili?" chiese Amy, fermandosi sulla terrazza per godersi il panorama e una voluttuosa zaffata di profumo che vagava di lì.
"No, né ho sentito spine simili," rispose Laurie, con il pollice in bocca, dopo un vano tentativo di catturare un solitario fiore scarlatto che cresceva appena fuori dalla sua portata.
"Prova più in basso, e cogli quelle che non hanno spine," disse Amy, raccogliendone tre di quelle minuscole color crema che costellavano il muro dietro di lei. Le mise all'occhiello di lui, come segno di pace, e lui stette un minuto a guardarle con un'espressione curiosa, poiché nella parte italiana della sua natura c'era un tocco di superstizione, ed era proprio in quello stato di malinconia a metà dolce e a metà amara, in cui i giovani fantasiosi trovano significato nelle inezie e nutrimento per il romanticismo ovunque. Aveva pensato a Jo nel tendere la mano verso la spinosa rosa rossa, poiché i fiori vivaci le donavano, e lei ne aveva spesso portati di simili dalla serra di casa. Le rose pallide che Amy gli aveva dato erano del tipo che gli italiani depongono nelle mani dei defunti, mai nelle ghirlande nuziali, e, per un istante, si chiese se il presagio fosse per Jo o per se stesso; ma l'istante successivo il suo buon senso americano ebbe la meglio sul sentimentalismo, e rise una risata più cordiale di quanto Amy avesse sentito da quando era arrivato.
"È un buon consiglio; faresti meglio a seguirlo e salvare le tue dita," disse lei, pensando che il suo discorso lo divertisse.
"Grazie, lo farò," rispose lui per scherzo, e pochi mesi dopo lo fece sul serio.
"Laurie, quando andrai da tuo nonno?" chiese lei poco dopo, mentre si accomodava su un sedile rustico.
"Molto presto."
"L'hai detto una dozzina di volte nelle ultime tre settimane."
"Può darsi; le risposte brevi risparmiano guai."
"Lui ti aspetta, e dovresti davvero andare."
"Creatura ospitale! Lo so."
"Allora perché non lo fai?"
"Depravazione naturale, suppongo."
"Indolenza naturale, vuoi dire. È davvero terribile!" e Amy sembrò severa.
"Non così male come sembra, perché lo tormenterei solo se andassi, quindi tanto vale restare, e tormentare te ancora un po', tu puoi sopportarlo meglio; infatti, penso che ti faccia un bene eccellente;" e Laurie si sistemò per un riposo sull'ampia sporgenza della balaustra.
Amy scosse la testa e aprì il suo album da schizzi con aria di rassegnazione; ma aveva deciso di fare una ramanzina a "quel ragazzo", e dopo un minuto ricominciò.
"Cosa stai facendo proprio ora?"
"Guardando le lucertole."
"No, no; intendo cosa intendi e desideri fare?"
"Fumare una sigaretta, se me lo permetti."
"Quanto sei provocatorio! Non approvo i sigari, e lo permetterò solo a condizione che tu mi lasci metterti nel mio schizzo; ho bisogno di una figura."
"Con tutto il piacere del mondo. Come mi vorrai: a figura intera o tre quarti, sulla testa o sui talloni? Suggerirei rispettosamente una posa sdraiata, poi mettiti anche tu, e chiamalo '_Dolce far niente._'"
"Resta come sei, e vai a dormire se ti va. Io intendo lavorare sodo," disse Amy, nel suo tono più energico.
"Che entusiasmo delizioso!" e lui si appoggiò a un'urna alta con aria di totale soddisfazione.
"Cosa direbbe Jo se ti vedesse ora?" chiese Amy con impazienza, sperando di scuoterlo menzionando il nome della sua sorella ancora più energica.
"Come al solito, 'Vattene, Teddy, sono occupata!'" Rise mentre parlava, ma la risata non era naturale, e un'ombra passò sul suo viso, poiché l'espressione del nome familiare toccò la ferita che non era ancora guarita. Sia il tono che l'ombra colpirono Amy, poiché li aveva già visti e sentiti in precedenza, e ora alzò lo sguardo in tempo per cogliere una nuova espressione sul viso di Laurie: uno sguardo duro, amaro, pieno di dolore, insoddisfazione e rimpianto. Svanì prima che lei potesse studiarlo, e tornò l'espressione apatica. Lo osservò per un momento con piacere artistico, pensando a quanto somigliasse a un italiano, mentre giaceva a crogiolarsi al sole a capo scoperto, e con gli occhi pieni di sognante meridionalità; poiché sembrava essersi dimenticato di lei e caduto in una fantasticheria.
"Sembri l'effigie di un giovane cavaliere addormentato sulla sua tomba," disse, tracciando con attenzione il profilo ben delineato sullo sfondo della pietra scura.
"Magari lo fossi!"
"È un desiderio sciocco, a meno che tu non abbia rovinato la tua vita. Sei così cambiato, che a volte penso..." qui Amy si fermò, con uno sguardo a metà timido e a metà desideroso, più significativo del suo discorso incompiuto.
Laurie vide e comprese l'ansia affettuosa che lei esitava a esprimere, e guardandola dritto negli occhi, disse, proprio come soleva dirlo a sua madre:
"È tutto a posto, signora."
Ciò la soddisfò e mise a tacere i dubbi che avevano iniziato a tormentarla ultimamente. La toccò anche, e lei lo mostrò, dal tono cordiale con cui disse:
"Sono contenta di questo! Non pensavo che fossi stato un ragazzo molto cattivo, ma immaginavo che potresti aver sprecato denaro in quella malvagia Baden-Baden, perso il cuore per qualche affascinante donna francese con marito, o esserti cacciato in qualcuno di quei guai che i giovani sembrano considerare una parte necessaria di un tour all'estero. Non restare lì al sole; vieni a sdraiarti sull'erba qui, e 'siamo amici', come diceva Jo quando ci mettevamo nell'angolo del divano e ci raccontavamo segreti."
Laurie si gettò ubbidiente sul prato e iniziò a divertirsi infilando margherite nei nastri del cappello di Amy, che giaceva lì.
"Sono tutto pronto per i segreti;" e lanciò un'occhiata con un'espressione di deciso interesse negli occhi.
"Non ne ho da raccontare; puoi iniziare tu."
"Non ne ho uno per benedirmi. Pensavo forse che tu avessi avuto qualche notizia da casa."
"Hai sentito tutto ciò che è arrivato ultimamente. Non senti spesso? Immaginavo che Jo ti mandasse volumi."
"È molto occupata; io vado in giro così tanto, è impossibile essere regolari, sai. Quando inizierai la tua grande opera d'arte, Raffaella?" chiese lui, cambiando bruscamente argomento dopo un'altra pausa, in cui si era chiesto se Amy conoscesse il suo segreto e volesse parlarne.
"Mai," rispose lei, con aria avvilita ma decisa. "Roma mi ha tolto tutta la vanità; perché dopo aver visto le meraviglie lì, mi sono sentita troppo insignificante per vivere, e ho rinunciato a tutte le mie sciocche speranze in preda alla disperazione."
"Perché dovresti, con tanta energia e talento?"
"Proprio per questo: perché il talento non è genio, e nessuna quantità di energia può renderlo tale. Voglio essere grande, o niente. Non sarò una pittrice da strapazzo comune, quindi non intendo provare più."
"E cosa hai intenzione di fare di te stessa ora, se posso chiedere?"
"Lucidare gli altri miei talenti, ed essere un ornamento per la società, se ne avrò l'occasione."
Era un discorso caratteristico, e suonava audace; ma l'audacia si addice ai giovani, e l'ambizione di Amy aveva una buona base. Laurie sorrise, ma gli piaceva lo spirito con cui lei intraprendeva un nuovo scopo quando uno lungamente coltivato moriva, e non sprecava tempo a lamentarsi.
"Bene! Ed è qui che entra in gioco Fred Vaughn, immagino."
Amy mantenne un silenzio discreto, ma c'era uno sguardo consapevole sul suo viso abbassato, che fece sedere Laurie e dire gravemente:
"Ora farò il fratello, e farò domande. Posso?"
"Non prometto di rispondere."
"Il tuo viso lo farà, se la tua lingua non lo farà. Non sei ancora abbastanza donna di mondo per nascondere i tuoi sentimenti, cara mia. Ho sentito voci su Fred e te l'anno scorso, ed è mia opinione privata che, se lui non fosse stato richiamato a casa così improvvisamente e trattenuto così a lungo, qualcosa sarebbe successo, eh?"
"Questo non spetta a me dirlo," fu la risposta composta di Amy; ma le sue labbra accennarono un sorriso, e ci fu un traditore scintillio negli occhi, che tradì il fatto che lei conosceva il suo potere e ne godeva la consapevolezza.
"Non sei fidanzata, spero?" e Laurie sembrò improvvisamente molto premuroso e grave, come un fratello maggiore.
"No."
"Ma lo sarai, se lui tornerà e si metterà debitamente in ginocchio, non è vero?"
"Molto probabile."
"Allora sei affezionata al vecchio Fred?"
"Potrei esserlo, se ci provassi."
"Ma non intendi provarci fino al momento opportuno? Dio mio, che prudenza ultraterrena! È un bravo ragazzo, Amy, ma non l'uomo che pensavo ti piacesse."
"È ricco, è un gentiluomo e ha maniere deliziose," esordì Amy, cercando di mostrarsi del tutto composta e dignitosa, pur sentendosi un po' in colpa verso se stessa, nonostante la sincerità delle proprie intenzioni.
"Capisco; le regine della società non possono farcela senza denaro, quindi intendi fare un buon matrimonio e iniziare in quel modo? Molto giusto e appropriato, per come va il mondo, ma suona strano sulle labbra di una delle ragazze di tua madre."
"Vero, nondimeno."
Un discorso breve, ma la tranquilla risolutezza con cui fu pronunciato contrastava curiosamente con la giovane oratrice. Laurie lo avvertì istintivamente e si distese di nuovo, con un senso di delusione che non riusciva a spiegarsi. Il suo sguardo e il suo silenzio, così come una certa disapprovazione interiore, irritarono Amy e la spinsero a decidere di pronunciare il suo sermone senza indugio.
"Vorrei che mi facessi il favore di darti una mossa," disse bruscamente.
"Fallo per me, cara ragazza."
"Potrei, se volessi;" e il suo sguardo suggeriva che le sarebbe piaciuto farlo nel modo più sbrigativo possibile.
"Provaci, allora; ti do il permesso," replicò Laurie, a cui piaceva avere qualcuno da stuzzicare, dopo la sua lunga astinenza dal suo passatempo preferito.
"Ti arrabbieresti in cinque minuti."
"Non mi arrabbio mai con te. Ci vogliono due pietre focaie per accendere un fuoco: tu sei fredda e soffice come la neve."
"Non sai cosa posso fare; la neve produce calore e formicolio, se applicata nel modo giusto. La tua indifferenza è per metà affettazione, e una bella scossa lo dimostrerebbe."
"Scuoti pure; non mi farà male e potrebbe divertirti, come disse il grande uomo quando la sua mogliettina lo picchiò. Considerami come un marito o un tappeto, e picchia finché non sei stanca, se questo genere di esercizio ti aggrada."
Essendo decisamente irritata e desiderosa di vederlo scrollarsi di dosso l'apatia che lo aveva tanto cambiato, Amy affilò sia la lingua che la matita, e iniziò:
"Flo e io abbiamo un nuovo soprannome per te: 'Lazy Laurence'. Ti piace?"
Pensò che l'avrebbe infastidito; ma lui incrociò semplicemente le braccia dietro la nuca, con un imperturbabile: "Non è male. Grazie, signore."
"Vuoi sapere cosa penso onestamente di te?"
"Muoio dalla voglia di sentirmelo dire."
"Beh, ti disprezzo."
Se avesse persino detto "ti odio", con un tono petulante o civettuolo, lui avrebbe riso e la cosa gli sarebbe persino piaciuta; ma l'accento grave, quasi triste, della sua voce lo fece aprire gli occhi e chiedere rapidamente:
"Perché, se ti va di dirlo?"
"Perché, avendo ogni possibilità di essere buono, utile e felice, sei difettoso, pigro e infelice."
"Parole forti, mademoiselle."
"Se ti piacciono, continuerò."
"Ti prego, fallo; è piuttosto interessante."
"Immaginavo che l'avresti trovato tale; alle persone egoiste piace sempre parlare di se stesse."
"Sono egoista?" La domanda scivolò via involontariamente e con un tono di sorpresa, poiché l'unica virtù di cui andava fiero era la generosità.
"Sì, molto egoista," continuò Amy, con una voce calma e fredda, due volte più efficace, in quel momento, di una arrabbiata. "Ti mostrerò come, perché ti ho studiato mentre ci divertivamo, e non sono affatto soddisfatta di te. Sei all'estero da quasi sei mesi e non hai fatto altro che sprecare tempo e denaro e deludere i tuoi amici."
"Un ragazzo non può godersi un po' di piacere dopo quattro anni di fatica?"
"Non mi sembri averne avuto molto; ad ogni modo, non ne hai tratto alcun beneficio, per quanto ne possa vedere. Dissi, quando ci incontrammo per la prima volta, che eri migliorato. Ora mi rimangio tutto, perché non ti trovo nemmeno per metà gradevole come quando ti ho lasciato a casa. Sei diventato abominabilmente pigro; ti piacciono i pettegolezzi e sprechi tempo in cose frivole; ti accontenti di essere coccolato e ammirato da persone sciocche, invece di essere amato e rispettato da quelle sagge. Con denaro, talento, posizione, salute e bellezza... ah, questo ti piace, Vecchia Vanità! ma è la verità, quindi non posso fare a meno di dirlo... con tutte queste cose splendide da usare e godere, non riesci a trovare nient'altro da fare che cincischiare; e, invece di essere l'uomo che potresti e dovresti essere, sei solo..." Lì si fermò, con uno sguardo che conteneva sia dolore che compassione.
"San Lorenzo sulla graticola," aggiunse Laurie, finendo la frase con gentilezza. Ma il sermone iniziò a fare effetto, poiché ora c'era una scintilla di vivacità nei suoi occhi, e un'espressione tra l'arrabbiato e l'offeso sostituì la precedente indifferenza.
"Immaginavo che l'avresti presa così. Voi uomini ci dite che siamo angeli e dite che possiamo rendervi come vogliamo; ma nell'istante in cui proviamo onestamente a farvi del bene, ridete di noi e non ascoltate, il che dimostra quanto valga la vostra adulazione." Amy parlò con amarezza e voltò le spalle all'esasperante martire ai suoi piedi.
In un minuto, una mano calò sulla pagina, così che non potesse disegnare, e la voce di Laurie disse, con una buffa imitazione di un bambino penitente:
"Sarò buono, oh, sarò buono!"
Ma Amy non rise, perché era seria; e, picchiettando sulla mano distesa con la sua matita, disse sobriamente:
"Non ti vergogni di una mano come questa? È soffice e bianca come quella di una donna, e sembra non abbia mai fatto altro che indossare i migliori guanti di Jouvin e cogliere fiori per le signore. Non sei un damerino, ringraziando il cielo! quindi sono lieta di vedere che non ci sono diamanti o grandi anelli con sigillo, solo quello piccolino che Jo ti diede tanto tempo fa. Cara anima, vorrei che fosse qui per aiutarmi!"
"Anch'io!"
La mano svanì con la stessa rapidità con cui era apparsa, e c'era abbastanza energia nell'eco del suo desiderio da soddisfare persino Amy. Lei lo guardò dall'alto con un nuovo pensiero in mente; ma lui giaceva con il cappello a metà sul volto, come per cercare ombra, e i baffi gli nascondevano la bocca. Vide solo il suo torace alzarsi e abbassarsi, con un lungo respiro che avrebbe potuto essere un sospiro, e la mano che portava l'anello si rannicchiò nell'erba, come per nascondere qualcosa di troppo prezioso o troppo tenero per essere menzionato. In un attimo, vari indizi e inezie presero forma e significato nella mente di Amy, rivelandole ciò che sua sorella non le aveva mai confidato. Ricordò che Laurie non parlava mai volontariamente di Jo; rammentò l'ombra sul suo volto poco prima, il cambiamento nel suo carattere e il portare quel piccolo vecchio anello, che non era affatto un ornamento per una mano attraente. Le ragazze sono rapide a leggere tali segni e a sentirne l'eloquenza. Amy aveva immaginato che forse un problema di cuore fosse alla base di quel cambiamento, e ora ne era certa. I suoi occhi attenti si riempirono, e, quando parlò di nuovo, fu con una voce che sapeva essere magnificamente dolce e gentile quando sceglieva di renderla tale.
"So di non avere il diritto di parlarti così, Laurie; e se tu non fossi il ragazzo dal temperamento più dolce del mondo, saresti molto arrabbiato con me. Ma siamo tutti così affezionati e orgogliosi di te, che non riuscivo a sopportare l'idea che potessero rimanere delusi da te a casa, come lo sono io, sebbene, forse, capirebbero il cambiamento meglio di me."
"Credo di sì," venne da sotto il cappello, in un tono cupo, altrettanto toccante di uno spezzato.
"Avrebbero dovuto dirmelo, e non lasciare che io continuassi a sbagliare e a rimproverare, quando avrei dovuto essere più gentile e paziente che mai. Non mi è mai piaciuta quella Miss Randal, e ora la odio!" disse la scaltra Amy, desiderando essere sicura dei fatti questa volta.
"Al diavolo Miss Randal!" e Laurie si tolse il cappello dal volto con uno sguardo che non lasciava dubbi sui suoi sentimenti verso quella signorina.
"Chiedo scusa; pensavo..." e lì si fermò diplomaticamente.
"No, non lo pensavi; sapevi perfettamente che non mi è mai importato di nessun'altra se non di Jo." Laurie disse questo con il suo vecchio tono impetuoso, e voltò il viso dall'altra parte mentre parlava.
"Lo pensavo davvero; ma dato che non ne hanno mai parlato, e tu te ne sei andato, ho supposto di essermi sbagliata. E Jo non è stata gentile con te? Eppure, ero sicura che ti amasse teneramente."
"È stata gentile, ma non nel modo giusto; ed è una fortuna per lei che non mi abbia amato, se sono il buono a nulla che credi. È colpa sua, però, e puoi dirglielo."
Lo sguardo duro e amaro tornò di nuovo mentre lo diceva, e la cosa turbò Amy, perché non sapeva che balsamo applicare.
"Avevo torto, non sapevo. Mi dispiace molto di essere stata così scontrosa, ma non posso fare a meno di desiderare che tu la prenda meglio, caro Teddy."
"Non farlo, quello è il suo nome per me!" e Laurie alzò la mano con un gesto rapido per fermare le parole pronunciate nel tono mezzo gentile e mezzo rimproveratore di Jo. "Aspetta finché non l'avrai provato tu stessa," aggiunse, a bassa voce, mentre strappava l'erba a manciate.
"Io l'accetterei virilmente, e sarei rispettata se non potessi essere amata," disse Amy, con la risolutezza di chi non ne sa nulla.
Ora, Laurie si lusingava di averla presa in modo straordinariamente buono, senza lamentarsi, senza chiedere compassione e portando via il suo guaio per superarlo da solo. Il sermone di Amy mise la faccenda sotto una nuova luce, e per la prima volta appariva debole ed egoista perdere il coraggio al primo fallimento e chiudersi in un'indifferenza lunatica. Si sentì come se fosse stato improvvisamente scosso da un sogno pensieroso, e trovò impossibile tornare a dormire. Poco dopo si mise a sedere e chiese lentamente:
"Pensi che Jo mi disprezzerebbe come fai tu?"
"Sì, se ti vedesse ora. Lei odia le persone pigre. Perché non fai qualcosa di splendido e la fai innamorare di te?"
"Ho fatto del mio meglio, ma non è servito a nulla."
"Laurearsi bene, intendi? Non è stato altro che il tuo dovere, per il bene di tuo nonno. Sarebbe stato vergognoso fallire dopo aver speso così tanto tempo e denaro, quando tutti sapevano che potevi farcela."
"Ho fallito, dì quello che vuoi, perché Jo non voleva amarmi," esordì Laurie, appoggiando la testa sulla mano in un atteggiamento sconsolato.
"No, non l'hai fatto, e lo ammetterai alla fine, perché ti ha fatto bene e ha dimostrato che potresti fare qualcosa se volessi. Se solo iniziassi un'altra impresa di qualche tipo, torneresti presto a essere il tuo io cordiale e felice, e dimenticheresti il tuo guaio."
"È impossibile."
"Provaci e vedrai. Non c'è bisogno che tu scrolli le spalle e pensi: 'Ne sa molto lei di queste cose'. Non pretendo di essere saggia, ma sono osservatrice, e vedo molto più di quanto immagini. Mi interessano le esperienze e le incongruenze degli altri; e, sebbene non possa spiegarle, le ricordo e le uso a mio vantaggio. Ama Jo per tutta la vita, se vuoi, ma non lasciare che ti rovini, perché è malvagio buttare via tanti doni buoni solo perché non puoi avere quello che vuoi. Ecco, non farò più prediche, perché so che ti sveglierai e sarai un uomo a dispetto di quella ragazza dal cuore duro."
Nessuno parlò per diversi minuti. Laurie sedeva rigirando il piccolo anello al dito, e Amy dava gli ultimi ritocchi al bozzetto frettoloso su cui aveva lavorato mentre parlava. Poco dopo lo posò sulle sue ginocchia, dicendo semplicemente:
"Che te ne pare?"
Lui guardò e poi sorrise, come non avrebbe potuto fare a meno di fare, perché era realizzato magnificamente: la figura lunga e pigra sull'erba, con il volto svogliato, gli occhi socchiusi e una mano che reggeva un sigaro, dal quale proveniva la piccola corona di fumo che circondava la testa del sognatore.
"Come disegni bene!" disse, con genuina sorpresa e piacere per la sua abilità, aggiungendo, con una mezza risata:
"Sì, quello sono io."
"Come sei: questo è come eri;" e Amy posò un altro schizzo accanto a quello che lui teneva in mano.
Non era realizzato altrettanto bene, ma c'era una vita e uno spirito in esso che compensavano molti difetti, e richiamava il passato così vividamente che un cambiamento improvviso attraversò il volto del giovane mentre guardava. Solo un rozzo schizzo di Laurie che doma un cavallo; cappello e giacca erano a terra, e ogni linea della figura attiva, del viso risoluto e dell'atteggiamento di comando, era piena di energia e significato. La bella bestia, appena domata, stava inarcando il collo sotto le redini tese, con un piede che scalpitava impazientemente il suolo e le orecchie drizzate come se ascoltasse la voce che lo aveva sottomesso. Nella criniera arruffata, nei capelli scompigliati dal vento del cavaliere e nell'atteggiamento eretto, c'era un suggerimento di movimento improvvisamente arrestato, di forza, coraggio e vivacità giovanile, che contrastava bruscamente con la grazia supina dello schizzo del "Dolce far niente". Laurie non disse nulla; ma, mentre i suoi occhi passavano dall'uno all'altro, Amy lo vide arrossire e stringere le labbra come se avesse letto e accettato la piccola lezione che gli aveva dato. Questo la soddisfò; e, senza aspettare che parlasse, disse, con il suo modo brioso:
"Non ricordi il giorno in cui hai fatto il Rarey con Puck, e noi tutti guardavamo? Meg e Beth erano spaventate, ma Jo applaudiva e saltellava, e io sedevo sulla staccionata e ti disegnavo. L'altro giorno ho trovato quello schizzo nel mio portfolio, l'ho ritoccato e tenuto per fartelo vedere."
"Molto obbligato. Sei migliorata immensamente da allora, e mi congratulo con te. Posso azzardarmi a suggerire in un 'Paradiso di luna di miele' che le cinque sono l'ora di cena nel tuo albergo?"
Laurie si alzò mentre parlava, restituì le immagini con un sorriso e un inchino, e guardò l'orologio, come per ricordarle che anche le lezioni morali dovrebbero avere una fine. Cercò di riprendere la sua aria disinvolta e indifferente di prima, ma era un'affettazione ora, perché la scossa era stata più efficace di quanto volesse confessare. Amy sentì l'ombra di freddezza nei suoi modi, e si disse:
"Ora l'ho offeso. Beh, se gli fa bene, sono contenta; se lo porta a odiarmi, mi dispiace; ma è la verità, e non posso rimangiarmi una parola."
Ridendo e chiacchierando per tutta la strada verso casa; e il piccolo Baptiste, dietro, pensava che monsieur e mademoiselle fossero di un umore incantevole. Ma entrambi si sentivano a disagio; la franca amicizia era turbata, il sole aveva un'ombra sopra di sé e, nonostante la loro apparente allegria, c'era un segreto malcontento nel cuore di ciascuno.
"Ti vedremo questa sera, mon frère?" chiese Amy mentre si separavano alla porta di sua zia.
"Sfortunatamente ho un impegno. Au revoir, mademoiselle," e Laurie si chinò come per baciarle la mano, alla maniera straniera, che gli donava più che a molti altri uomini. Qualcosa nel suo volto fece dire ad Amy, rapidamente e calorosamente:
"No; sii te stesso con me, Laurie, e salutiamoci nel buon vecchio modo. Preferirei una cordiale stretta di mano inglese a tutti i saluti sentimentali in Francia."
"Addio, cara," e con queste parole, pronunciate nel tono che lei amava, Laurie la lasciò, dopo una stretta di mano quasi dolorosa nella sua cordialità.
La mattina seguente, invece della solita visita, Amy ricevette un biglietto che la fece sorridere all'inizio e sospirare alla fine:
"MIA CARA MENTORE,
"Per favore porgi i miei adieux a tua zia, ed esulta dentro di te, perché 'Lazy Laurence' è andato dal suo nonno, come il migliore dei ragazzi. Un inverno piacevole a te, e che gli dei ti concedano una luna di miele beata a Valrosa! Credo che Fred trarrebbe beneficio da una bella scossa. Diglielo, con le mie congratulazioni.
"Tuo con gratitudine, TELEMACO."
"Bravo ragazzo! Sono contenta che se ne sia andato," disse Amy, con un sorriso di approvazione; il minuto dopo il suo volto si oscurò mentre guardava la stanza vuota, aggiungendo, con un sospiro involontario:
"Sì, sono contenta, ma quanto mi mancherà!"
XL.
LA VALLE DELL'OMBRA.
Quando la prima amarezza fu superata, la famiglia accettò l'inevitabile e cercò di sopportarlo con coraggio, aiutandosi a vicenda con l'accresciuto affetto che giunge a legare teneramente le famiglie nei momenti di difficoltà. Misero da parte il loro dolore, e ognuno fece la sua parte per rendere quell'ultimo anno felice.
La stanza più piacevole della casa fu riservata a Beth, e in essa fu riunito tutto ciò che lei amava di più: fiori, quadri, il suo pianoforte, il tavolino da lavoro e le amate gattine. I migliori libri di papà trovarono la loro strada lì, la poltrona della mamma, lo scrittoio di Jo, i migliori schizzi di Amy; e ogni giorno Meg portava i suoi bambini in un amorevole pellegrinaggio, per portare il sole alla zia Beth. John mise silenziosamente da parte una piccola somma, affinché potesse godere del piacere di tenere l'inferma rifornita della frutta che amava e desiderava; la vecchia Hannah non si stancava mai di preparare piatti delicati per tentare un appetito capriccioso, versando lacrime mentre lavorava; e da oltreoceano giungevano piccoli doni e lettere allegre, che sembravano portare brezze di calore e profumo da terre che non conoscono l'inverno.
Qui, custodita come una santa domestica nel suo santuario, sedeva Beth, tranquilla e indaffarata come sempre; poiché nulla poteva cambiare quella natura dolce e altruista, e persino mentre si preparava a lasciare la vita, cercava di renderla più felice per coloro che sarebbero rimasti. Le dita deboli non erano mai inattive, e uno dei suoi piaceri era creare piccole cose per i bambini della scuola che passavano ogni giorno avanti e indietro: lasciar cadere un paio di muffole dalla sua finestra per un paio di mani violacee, un puntaspilli per qualche piccola madre di molte bambole, tergicarta per giovani scrivani che si affannavano tra foreste di ghirigori, album di ritagli per occhi amanti delle immagini, e ogni sorta di piacevoli stratagemmi, finché gli esitanti scalatori della scala dell'apprendimento non trovarono il loro cammino cosparso di fiori, per così dire, e iniziarono a considerare la gentile donatrice come una sorta di fata madrina, che sedeva lassù e faceva piovere doni miracolosamente adatti ai loro gusti e bisogni. Se Beth avesse voluto una ricompensa, l'avrebbe trovata nei volti luminosi che si voltavano sempre verso la sua finestra, con cenni e sorrisi, e nelle buffe letterine che le arrivavano, piene di macchie e gratitudine.
I primi mesi furono molto felici, e Beth spesso guardava intorno e diceva "Com'è bello questo!" mentre sedevano tutti insieme nella sua stanza soleggiata, con i bambini che scalciavano e tubavano sul pavimento, la mamma e le sorelle che lavoravano vicino, e il padre che leggeva, con la sua voce piacevole, dai libri saggi di una volta, che sembravano ricchi di buone e confortanti parole, applicabili ora come quando furono scritte secoli fa; una piccola cappella, dove un padre sacerdote insegnava al suo gregge le dure lezioni che tutti devono imparare, cercando di mostrare loro che la speranza può confortare l'amore e la fede rendere possibile la rassegnazione. Sermoni semplici, che andavano dritti alle anime di chi ascoltava; poiché il cuore del padre era nella religione del ministro, e il frequente tremolio nella voce dava una doppia eloquenza alle parole che pronunciava o leggeva.
Fu un bene per tutti che questo periodo di pace fosse dato loro come preparazione alle ore tristi a venire; perché, a poco a poco, Beth disse che l'ago era "così pesante" e lo posò per sempre; parlare la stancava, i volti la turbavano, il dolore la reclamava per sé, e il suo spirito tranquillo era dolorosamente turbato dai mali che tormentavano la sua debole carne. Ahimè! giorni così pesanti, notti così lunghe, cuori così doloranti e preghiere imploranti, quando coloro che la amavano di più erano costretti a vedere le mani sottili tese verso di loro imploranti, a sentire l'amaro grido, "Aiutatemi, aiutatemi!" e a sentire che non c'era aiuto. Un triste eclissi dell'anima serena, una lotta acuta della giovane vita con la morte; ma entrambe furono misericordiosamente brevi, e poi, finita la ribellione naturale, la vecchia pace ritornò più bella che mai. Con il naufragio del suo corpo fragile, l'anima di Beth divenne forte; e, sebbene dicesse poco, coloro che le stavano vicino sentivano che era pronta, vedevano che la prima pellegrina chiamata era anche la più adatta, e attendevano con lei sulla riva, cercando di vedere gli Splendenti venire a riceverla quando avesse attraversato il fiume.
Jo non la lasciava mai, nemmeno per un'ora, da quando Beth aveva detto: "Mi sento più forte quando ci sei tu". Dormiva su un divano nella stanza, svegliandosi spesso per ravvivare il fuoco, per nutrire, sollevare o accudire la creatura paziente che raramente chiedeva qualcosa e "cercava di non essere un peso". Tutto il giorno si aggirava per la stanza, gelosa di qualsiasi altra infermiera, e più orgogliosa di essere stata scelta allora che di qualsiasi onore la vita le avesse mai portato. Ore preziose e utili per Jo, poiché ora il suo cuore riceveva l'insegnamento di cui aveva bisogno; lezioni di pazienza le venivano impartite così dolcemente che non poteva non impararle; la carità verso tutti, il nobile spirito capace di perdonare e dimenticare veramente le offese, la lealtà al dovere che rende facile anche ciò che è difficile, e la fede sincera che non teme nulla, ma confida senza dubbi.
Spesso, quando si svegliava, Jo trovava Beth a leggere nel suo piccolo libro logoro, la sentiva cantare dolcemente per ingannare la notte insonne, o la vedeva appoggiare il viso tra le mani, mentre lacrime lente cadevano attraverso le dita trasparenti; e Jo restava a guardarla, con pensieri troppo profondi per le lacrime, sentendo che Beth, nel suo modo semplice e altruista, stava cercando di distaccarsi dalla cara vecchia vita e di prepararsi a quella futura, con sacre parole di conforto, preghiere silenziose e la musica che amava tanto.
Vedere tutto ciò faceva per Jo più dei sermoni più saggi, degli inni più santi, delle preghiere più ferventi che qualsiasi voce potesse pronunciare; poiché, con gli occhi resi limpidi da molte lacrime e il cuore addolcito dal dolore più tenero, riconosceva la bellezza della vita di sua sorella: priva di eventi, priva di ambizioni, eppure piena di quelle virtù autentiche che "profumano e sbocciano nella polvere", quella dimenticanza di sé che rende i più umili sulla terra i primi a essere ricordati in cielo, il vero successo che è possibile a tutti.
Una notte, mentre Beth cercava tra i libri sul suo tavolo qualcosa che la facesse dimenticare la stanchezza mortale, quasi difficile da sopportare quanto il dolore, sfogliando le pagine del suo vecchio preferito, Il Pellegrinaggio del Cristiano, trovò un foglietto, scribacchiato dalla mano di Jo. Il nome catturò il suo sguardo, e l'aspetto sfocato delle righe le diede la certezza che vi fossero cadute sopra delle lacrime.
"Povera Jo! Sta dormendo profondamente, quindi non la sveglierò per chiederle il permesso; lei mi mostra sempre le sue cose e non credo che le dispiacerà se guardo questo", pensò Beth, lanciando un'occhiata a sua sorella, che giaceva sul tappeto con le molle accanto, pronta a svegliarsi nel momento in cui il ceppo fosse caduto.
"LA MIA BETH.
"Seduta paziente nell'ombra Finché la luce benedetta verrà, Una presenza serena e santa Santifica la nostra casa turbata. Gioie, speranze e dolori terreni Si infrangono come increspature sulla riva Del fiume profondo e solenne Dove ora posano i suoi piedi volenterosi.
"O mia sorella, che ti allontani da me, Fuori dalle cure e dalle lotte umane, Lasciami, in dono, quelle virtù Che hanno abbellito la tua vita. Cara, lasciami in eredità quella grande pazienza Che ha il potere di sostenere Uno spirito allegro e senza lamentele Nella sua prigione di dolore.
"Dammi, perché ne ho un gran bisogno, Quel coraggio, saggio e dolce, Che ha reso il sentiero del dovere Verde sotto i tuoi piedi volenterosi. Dammi quella natura altruista, Che con carità divina Può perdonare il torto per amore-- Cuore mite, perdona il mio!
"Così la nostra separazione perde ogni giorno Qualcosa del suo dolore amaro, E mentre imparo questa dura lezione, La mia grande perdita diventa il mio guadagno. Perché il tocco del dolore renderà La mia natura selvaggia più serena, Darà alla vita nuove aspirazioni, Una nuova fiducia nell'invisibile.
"D'ora in poi, al sicuro oltre il fiume, Vedrò per sempre Uno spirito amato e familiare Che mi attende sulla riva. Speranza e fede, nate dal mio dolore, Divenire angeli custodi, E la sorella che mi ha preceduto Mi condurrà a casa per mano."
Per quanto le righe fossero sfocate, macchiate, imperfette e deboli, portarono un'espressione di indicibile conforto sul volto di Beth, poiché il suo unico rimpianto era stato quello di aver fatto così poco; e questo sembrava rassicurarla sul fatto che la sua vita non fosse stata inutile, che la sua morte non avrebbe portato la disperazione che temeva. Mentre sedeva con il foglio piegato tra le mani, il ceppo carbonizzato si spezzò. Jo scattò in piedi, ravvivò la fiamma e strisciò verso il letto, sperando che Beth dormisse.
"Non dormo, ma sono così felice, cara. Guarda, ho trovato questo e l'ho letto; sapevo che non ti sarebbe importato. Sono stata tutto questo per te, Jo?" chiese, con malinconica, umile sincerità.
"Oh Beth, così tanto, così tanto!" e la testa di Jo si posò sul cuscino, accanto a quella di sua sorella.
"Allora non sento di aver sprecato la mia vita. Non sono così brava come mi dipingi, ma ho cercato di fare la cosa giusta; e ora, quando è troppo tardi anche solo per cominciare a fare meglio, è un tale conforto sapere che qualcuno mi ama così tanto e sente che l'ho aiutato."
"Più di chiunque altro al mondo, Beth. Pensavo di non poter lasciarti andare; ma sto imparando a sentire che non ti perdo; che sarai per me più di quanto non lo sia mai stata, e la morte non può separarci, anche se sembra che lo faccia."
"Lo so che non può, e non ne ho più paura, perché sono certa che sarò ancora la tua Beth, per amarti e aiutarti più di prima. Devi prendere il mio posto, Jo, e essere tutto per padre e madre quando non ci sarò più. Si rivolgeranno a te, non deluderli; e se sarà difficile lavorare da sola, ricorda che non ti dimentico, e che sarai più felice nel farlo che nello scrivere libri meravigliosi o nel vedere tutto il mondo; perché l'amore è l'unica cosa che possiamo portare con noi quando andiamo, e rende la fine così facile."
"Ci proverò, Beth;" e lì per lì Jo rinunciò alla sua vecchia ambizione, si impegnò verso una nuova e migliore, riconoscendo la povertà di altri desideri e sentendo il conforto benedetto della fede nell'immortalità dell'amore.
Così i giorni di primavera venivano e andavano, il cielo diventava più limpido, la terra più verde, i fiori sbocciavano belli e precoci, e gli uccelli tornavano in tempo per dire addio a Beth, che, come una bambina stanca ma fiduciosa, si aggrappava alle mani che l'avevano guidata per tutta la vita, mentre padre e madre la conducevano teneramente attraverso la Valle dell'Ombra e la affidavano a Dio.
Raramente, se non nei libri, i morenti pronunciano parole memorabili, vedono visioni o se ne vanno con volti beatificati; e coloro che hanno accompagnato molte anime alla partenza sanno che per la maggior parte la fine arriva in modo naturale e semplice come il sonno. Come Beth aveva sperato, la "marea si ritirò dolcemente"; e nell'ora buia prima dell'alba, sul seno dove aveva esalato il suo primo respiro, esalò tranquillamente l'ultimo, senza altro addio che uno sguardo amorevole, un piccolo sospiro.
Con lacrime, preghiere e mani tenere, madre e sorelle la prepararono per il lungo sonno che il dolore non avrebbe mai più offeso, osservando con occhi grati la bellissima serenità che presto sostituì la pazienza patetica che aveva logorato i loro cuori così a lungo, e sentendo, con gioia riverente, che per la loro cara la morte era un angelo benigno, non un fantasma pieno di terrore.
Quando arrivò il mattino, per la prima volta dopo molti mesi il fuoco era spento, il posto di Jo era vuoto e la stanza era molto silenziosa. Ma un uccellino cantava lieto su un ramo in germoglio, proprio lì vicino, i bucaneve sbocciavano freschi alla finestra e il sole di primavera filtrava come una benedizione sopra il volto placido sul cuscino, un volto così pieno di pace indolore che coloro che l'amavano di più sorridevano tra le lacrime e ringraziavano Dio che Beth fosse finalmente guarita.
XLI.
IMPARARE A DIMENTICARE.
La lezione di Amy fece bene a Laurie, sebbene, naturalmente, non lo ammise fino a molto tempo dopo; gli uomini raramente lo fanno, poiché quando sono le donne a consigliare, i signori della creazione non accettano il consiglio finché non si sono convinti che sia esattamente ciò che intendevano fare; poi agiscono in base ad esso e, se ha successo, attribuiscono all'altro sesso metà del merito; se fallisce, generosamente danno loro tutta la colpa. Laurie tornò dal nonno e fu così devoto per diverse settimane che il vecchio gentiluomo dichiarò che il clima di Nizza lo aveva migliorato meravigliosamente e che avrebbe fatto meglio a riprovarci. Non c'era nulla che il giovane avrebbe preferito, ma gli elefanti non lo avrebbero riportato indietro dopo la sgridata che aveva ricevuto; l'orgoglio lo vietava, e ogni volta che il desiderio diventava troppo forte, rafforzava la sua risoluzione ripetendo le parole che avevano fatto l'impressione più profonda: "Ti disprezzo"; "Va' a fare qualcosa di splendido che la spinga ad amarti".
Laurie rigirò la faccenda nella sua mente così tante volte che presto arrivò a confessare di essere stato egoista e pigro; ma poi, quando un uomo ha un grande dolore, dovrebbe essere indulgente verso ogni sorta di stravaganza finché non l'ha superato. Sentiva che i suoi affetti delusi erano ormai morti; e, sebbene non avrebbe mai smesso di essere un fedele dolente, non c'era motivo di indossare il lutto in modo ostentato. Jo non lo avrebbe amato, ma lui avrebbe potuto farle provare rispetto e ammirazione facendo qualcosa che dimostrasse che il "No" di una ragazza non aveva rovinato la sua vita. Aveva sempre avuto l'intenzione di fare qualcosa, e il consiglio di Amy era del tutto superfluo. Aveva solo aspettato che i suddetti affetti delusi fossero decentemente sepolti; fatto ciò, sentì di essere pronto a "nascondere il suo cuore ferito e continuare a faticare".
Come Goethe, quando aveva una gioia o un dolore, lo metteva in una canzone, così Laurie decise di imbalsamare il suo dolore amoroso nella musica e comporre un Requiem che avrebbe dovuto straziare l'anima di Jo e sciogliere il cuore di ogni ascoltatore. Pertanto, la volta successiva che il vecchio gentiluomo lo trovò irrequieto e lunatico e gli ordinò di andarsene, lui andò a Vienna, dove aveva amici musicisti, e si mise al lavoro con la ferma determinazione di distinguersi. Ma, se il dolore fosse troppo vasto per essere racchiuso nella musica, o la musica troppo eterea per elevare un dolore mortale, scoprì presto che il Requiem era al di sopra delle sue forze, almeno per il momento. Era evidente che la sua mente non era ancora in grado di lavorare e le sue idee avevano bisogno di chiarezza; poiché spesso, nel mezzo di un motivo lamentoso, si ritrovava a canticchiare un'aria da ballo che ricordava vividamente il ballo di Natale a Nizza, specialmente il corpulento francese, e poneva fine in modo efficace alla composizione tragica per il momento.
Poi tentò con un'opera, poiché nulla sembrava impossibile all'inizio; ma qui, ancora una volta, difficoltà impreviste lo assalirono. Voleva Jo come sua eroina e fece appello alla sua memoria per fornirgli tenere rimembranze e visioni romantiche del suo amore. Ma la memoria divenne traditrice; e, come posseduta dallo spirito perverso della ragazza, richiamava solo le stranezze, i difetti e i capricci di Jo, la mostrava solo negli aspetti meno sentimentali — a battere tappeti con la testa legata in una bandana, a barricarsi con il cuscino del divano, o a gettare acqua fredda sulla sua passione alla maniera di Gummidge — e una risata irresistibile rovinava il quadro pensieroso che stava cercando di dipingere. Jo non poteva essere messa nell'opera a nessun costo, e dovette rinunciarvi con un "Benedetta quella ragazza, che tormento che è!" e una tirata di capelli, come si addice a un compositore distratto.
Quando si guardò intorno alla ricerca di un'altra damigella meno intrattabile da immortalare in melodia, la memoria ne produsse una con la prontezza più compiacente. Questo fantasma aveva molti volti, ma aveva sempre capelli dorati, era avvolto in una nuvola diafana e fluttuava allegramente davanti all'occhio della sua mente in un piacevole caos di rose, pavoni, pony bianchi e nastri blu. Non diede alcun nome al fantasma compiacente, ma la prese come sua eroina e ne divenne piuttosto affezionato, come era naturale; poiché la dotò di ogni dono e grazia sotto il sole, e la scortò, illesa, attraverso prove che avrebbero annientato qualsiasi donna mortale.
Grazie a questa ispirazione, per un po' andò a gonfie vele, ma gradualmente l'opera perse il suo fascino, e lui dimenticò di comporre, mentre sedeva pensieroso, penna in mano, o vagava per la città gaia per trovare nuove idee e rinfrescare la sua mente, che sembrava essere in uno stato alquanto instabile quell'inverno. Non fece molto, ma pensò molto e fu consapevole di un cambiamento di qualche tipo che stava avvenendo a dispetto di se stesso. "È il genio che ribolle, forse. Lascerò che ribolla e vedrò cosa ne esce", disse, con il sospetto segreto, per tutto il tempo, che non fosse genio, ma qualcosa di molto più comune. Qualunque cosa fosse, ribolliva per un fine, poiché divenne sempre più scontento della sua vita disordinata, iniziò a desiderare un lavoro vero e serio a cui dedicarsi, anima e corpo, e finalmente giunse alla saggia conclusione che non tutti coloro che amavano la musica erano compositori. Tornando da una delle grandi opere di Mozart, eseguita magnificamente al Teatro Reale, guardò la propria, ne suonò alcune delle parti migliori, rimase a fissare i busti di Mendelssohn, Beethoven e Bach, che lo fissavano benignamente a loro volta; poi improvvisamente strappò i suoi fogli di musica, uno a uno, e, mentre l'ultimo svolazzava via dalla sua mano, disse sobriamente a se stesso:
"Ha ragione! Il talento non è genio, e non puoi farlo diventare tale. Quella musica ha tolto la vanità da me come Roma l'ha tolta da lei, e non farò più il ciarlatano. Ora cosa farò?"
Quella sembrava una domanda difficile a cui rispondere, e Laurie iniziò a desiderare di dover lavorare per il pane quotidiano. Ora, se non mai, si presentava un'opportunità valida per "andare al diavolo", come una volta espresse con forza, poiché aveva molti soldi e nulla da fare, e Satana è proverbialmente incline a fornire impiego a mani piene e oziose. Il pover'uomo aveva tentazioni a sufficienza dall'esterno e dall'interno, ma le resistette abbastanza bene; poiché, per quanto tenesse alla libertà, teneva di più alla buona fede e alla fiducia, così la sua promessa al nonno e il suo desiderio di poter guardare onestamente negli occhi le donne che lo amavano, e dire "Va tutto bene", lo tennero al sicuro e costante.
Molto probabilmente qualche signora Grundy osserverà: "Non ci credo; i ragazzi saranno ragazzi, i giovani devono fare le loro esperienze, e le donne non devono aspettarsi miracoli". Oserei dire che non ci credete, signora Grundy, ma è vero nondimeno. Le donne compiono molti miracoli, e ho la convinzione che possano compiere persino quello di alzare lo standard della virilità rifiutandosi di ripetere tali detti. Lasciate che i ragazzi siano ragazzi, il più a lungo possibile, e lasciate che i giovani facciano le loro esperienze se devono; ma madri, sorelle e amiche possono aiutare a rendere il raccolto piccolo e impedire a molte zizzanie di rovinare il raccolto, credendo, e dimostrando di credere, nella possibilità della lealtà alle virtù che rendono gli uomini più virili agli occhi delle brave donne. Se è un'illusione femminile, lasciateci godere finché possiamo, perché senza di essa metà della bellezza e del romanticismo della vita va perduta, e tristi presentimenti amareggerebbero tutte le nostre speranze sui coraggiosi, teneri ragazzini, che amano ancora le loro madri più di se stessi, e non si vergognano di ammetterlo.
Laurie pensò che il compito di dimenticare il suo amore per Jo avrebbe assorbito tutte le sue forze per anni; ma, con sua grande sorpresa, scoprì che diventava più facile ogni giorno. All'inizio si rifiutò di crederci, si arrabbiò con se stesso e non riuscì a capirlo; ma questi nostri cuori sono cose curiose e contrarie, e il tempo e la natura fanno il loro corso a dispetto di noi. Il cuore di Laurie non voleva soffrire; la ferita persisteva a guarire con una rapidità che lo stupiva e, invece di cercare di dimenticare, si ritrovò a cercare di ricordare. Non aveva previsto questa svolta degli eventi e non vi era preparato. Era disgustato di se stesso, sorpreso dalla sua stessa incostanza e pieno di una strana miscela di delusione e sollievo per il fatto di potersi riprendere così presto da un colpo così tremendo. Ravvivò accuratamente le braci del suo amore perduto, ma esse si rifiutarono di divampare: c'era solo un bagliore confortevole che lo riscaldava e gli faceva bene senza mandarlo in febbre, e fu costretto a malincuore a confessare che la passione infantile stava lentamente svanendo in un sentimento più tranquillo, molto tenero, ancora un po' triste e risentito, ma che era sicuro sarebbe passato col tempo, lasciando un affetto fraterno che sarebbe durato intatto fino alla fine.
Mentre la parola "fraterno" attraversava la sua mente in una di queste fantasticherie, sorrise e lanciò un'occhiata al ritratto di Mozart che aveva davanti:
"Beh, era un grande uomo; e quando non poté avere una sorella, prese l'altra, e fu felice."
Laurie non pronunciò le parole, ma le pensò; e l'istante successivo baciò il piccolo vecchio anello, dicendo a se stesso:
"No, non lo farò! Non ho dimenticato, non potrò mai. Ci riproverò, e se fallirà, beh, allora..."
Lasciando la frase in sospeso, prese carta e penna e scrisse a Jo, dicendole che non riusciva a concentrarsi su nulla finché c'era la minima speranza che lei cambiasse idea. Non poteva, non voleva, e lasciarlo tornare a casa ed essere felice? Mentre aspettava una risposta non fece nulla, ma lo fece energicamente, poiché era in una febbre di impazienza. Arrivò alla fine e risolse la sua mente in modo efficace su un punto, poiché Jo decisamente non poteva e non voleva. Era presa da Beth e non desiderava mai più sentire la parola "amore". Poi lo pregò di essere felice con qualcun'altra, ma di conservare sempre un piccolo angolo del suo cuore per la sua amorevole sorella Jo. In un poscritto gli chiese di non dire ad Amy che Beth stava peggio; lei stava tornando a casa in primavera e non c'era bisogno di rattristare il resto del suo soggiorno. Sarebbe stato tempo a sufficienza, se Dio voleva, ma Laurie doveva scriverle spesso e non farla sentire sola, nostalgica o ansiosa.
"Così farò, subito. Povera ragazzina; temo che sarà un triste ritorno a casa per lei;" e Laurie aprì il suo scrittoio, come se scrivere ad Amy fosse stata la conclusione appropriata della frase lasciata in sospeso alcune settimane prima.
Ma non scrisse la lettera quel giorno; poiché, mentre frugava per tirare fuori la sua carta migliore, si imbatté in qualcosa che cambiò il suo proposito. Saltando fuori in una parte dello scrittoio, tra bollette, passaporti e documenti commerciali di vario genere, c'erano diverse lettere di Jo, e in un altro scomparto c'erano tre biglietti di Amy, legati accuratamente con uno dei suoi nastri blu, e dolcemente suggestivi delle piccole rose morte riposte all'interno. Con un'espressione metà pentita e metà divertita, Laurie raccolse tutte le lettere di Jo, le lisciò, le piegò e le ripose ordinatamente in un piccolo cassetto dello scrittoio, stette un minuto a rigirare pensieroso l'anello al dito, poi lo sfilò lentamente, lo depose insieme alle lettere, chiuse a chiave il cassetto e uscì per assistere alla Messa Solenne a Santo Stefano, sentendosi come se ci fosse stato un funerale; e, sebbene non sopraffatto dall'afflizione, questo sembrò un modo più appropriato per trascorrere il resto della giornata che scrivere lettere ad affascinanti giovani signorine.
La lettera partì molto presto, comunque, e ricevette pronta risposta, poiché Amy aveva nostalgia di casa e lo confessò nel modo più deliziosamente confidenziale. La corrispondenza fiorì magnificamente e le lettere volarono avanti e indietro, con immancabile regolarità, per tutta la prima primavera. Laurie vendette i suoi busti, fece degli allumettes con la sua opera e tornò a Parigi, sperando che qualcuno arrivasse di lì a poco. Voleva disperatamente andare a Nizza, ma non lo avrebbe fatto finché non glielo avessero chiesto; e Amy non glielo avrebbe chiesto, perché proprio in quel momento stava vivendo delle piccole esperienze personali, che la facevano desiderare di evitare gli occhi indagatori del "nostro ragazzo".
Fred Vaughn era tornato e le aveva rivolto la domanda alla quale lei aveva un tempo deciso di rispondere: "Sì, grazie"; ma ora disse: "No, grazie", con gentilezza ma fermezza; poiché, quando giunse il momento, il suo coraggio le venne meno e scoprì che occorreva qualcosa di più del denaro e della posizione per soddisfare il nuovo desiderio che le riempiva il cuore di tenere speranze e timori. Le parole: "Fred è un buon ragazzo, ma non è affatto l'uomo che immaginavo ti potesse mai piacere", e il volto di Laurie mentre le pronunciava, continuavano a tornarle in mente con la stessa pertinacia delle sue, quando aveva detto, con lo sguardo se non con le parole: "Sposerò qualcuno per denaro". Le dava fastidio ricordarlo ora; avrebbe voluto rimangiarsele, suonavano così poco femminili. Non voleva che Laurie la pensasse una creatura senza cuore e dedita al mondo; non le importava più di essere una regina della società, ora desiderava molto di più essere una donna amabile; era così felice che lui non la odiasse per le cose terribili che aveva detto, ma che le avesse prese così benevolmente, mostrandosi più gentile che mai. Le sue lettere erano un tale conforto, poiché quelle che arrivavano da casa erano molto irregolari e, quando giungevano, non erano la metà soddisfacenti delle sue. Non era solo un piacere, ma un dovere rispondere, perché il povero ragazzo era sconsolato e aveva bisogno di essere coccolato, dato che Jo insisteva nell'essere dal cuore di pietra. Avrebbe dovuto fare uno sforzo e cercare di amarlo; non poteva essere molto difficile, molte persone sarebbero state orgogliose e felici di avere un ragazzo così caro che si prendesse cura di loro; ma Jo non voleva mai comportarsi come le altre ragazze, quindi non c'era altro da fare che essere molto gentile e trattarlo come un fratello.
Se tutti i fratelli fossero trattati bene quanto Laurie in questo periodo, sarebbero una razza di esseri molto più felice di quanto non siano. Amy ora non faceva più prediche; gli chiedeva il suo parere su ogni argomento; si interessava a tutto ciò che faceva, gli preparava piccoli regali incantevoli e gli mandava due lettere a settimana, piene di vivaci pettegolezzi, confidenze fraterne e affascinanti schizzi dei luoghi incantevoli che la circondavano. Poiché pochi fratelli hanno l'onore di veder le proprie lettere portate in giro nelle tasche delle sorelle, lette e rilette diligentemente, bagnate dalle lacrime quando sono brevi, baciate quando sono lunghe e custodite con cura, non insinueremo che Amy abbia fatto nessuna di queste cose tenere e sciocche. Ma certamente in quella primavera divenne un po' pallida e pensierosa, perse gran parte del suo gusto per la società e uscì spesso a disegnare da sola. Non aveva mai molto da mostrare quando tornava a casa, ma stava studiando la natura, oserei dire, mentre sedeva per ore, con le mani in grembo, sulla terrazza di Valrosa, o disegnava distrattamente qualsiasi fantasia le venisse in mente: un cavaliere valoroso scolpito su una tomba, un giovane addormentato nell'erba con il cappello sugli occhi, o una ragazza dai capelli ricci in abiti sfarzosi che passeggiava in una sala da ballo sottobraccio a un distinto gentiluomo, entrambi i volti lasciati sfocati secondo l'ultima moda nell'arte, il che era sicuro, ma non del tutto soddisfacente.
Sua zia pensava che si fosse pentita della risposta data a Fred; e, trovando inutili le smentite e impossibili le spiegazioni, Amy la lasciò pensare ciò che voleva, facendo in modo che Laurie sapesse che Fred era partito per l'Egitto. Tutto qui, ma lui capì e sembrò sollevato, dicendo a se stesso, con aria venerabile:
"Ero certo che ci avrebbe ripensato. Povero vecchio! Ci sono passato anch'io e posso capire."
Con ciò emise un gran sospiro e poi, come se avesse adempiuto al suo dovere verso il passato, sollevò i piedi sul divano e si godette la lettera di Amy con voluttà.
Mentre questi cambiamenti avvenivano all'estero, il dolore era arrivato a casa; ma la lettera che annunciava che Beth stava peggiorando non raggiunse mai Amy, e quando la successiva la trovò, l'erba era già verde sopra sua sorella. La triste notizia la raggiunse a Vevay, poiché il caldo li aveva spinti via da Nizza a maggio, e avevano viaggiato lentamente verso la Svizzera, passando per Genova e i laghi italiani. La sopportò molto bene e si sottomise silenziosamente al decreto di famiglia di non accorciare la sua visita, poiché, dato che era troppo tardi per dire addio a Beth, era meglio restare e lasciare che la lontananza lenisse il suo dolore. Ma il suo cuore era molto pesante; desiderava essere a casa e ogni giorno guardava con malinconia al di là del lago, aspettando che Laurie venisse a consolarla.
Lui arrivò molto presto; poiché la stessa posta portò lettere a entrambi, ma lui era in Germania e ci vollero alcuni giorni per raggiungerlo. Nel momento in cui la lesse, preparò lo zaino, salutò i suoi compagni di viaggio e partì per mantenere la sua promessa, con il cuore pieno di gioia e dolore, speranza e suspense.
Conosceva bene Vevay; e non appena la barca toccò il piccolo molo, si affrettò lungo la riva verso La Tour, dove i Carrol vivevano *en pension*. Il *garçon* era disperato perché l'intera famiglia era andata a fare una passeggiata sul lago; ma no, la bionda mademoiselle poteva essere nel giardino del castello. Se monsieur avesse voluto farsi la pena di sedersi, un lampo di tempo l'avrebbe presentata. Ma monsieur non poté attendere nemmeno "un lampo di tempo" e, a metà del discorso, partì per trovare mademoiselle di persona.
Un piacevole vecchio giardino ai confini del bel lago, con i castagni che frusciavano sopra la testa, l'edera che si arrampicava ovunque e l'ombra nera della torre che cadeva lontano sull'acqua soleggiata. In un angolo del muro ampio e basso c'era un sedile, e qui Amy veniva spesso a leggere o lavorare, o a consolarsi con la bellezza che la circondava. Quel giorno era seduta lì, appoggiando la testa sulla mano, con il cuore nostalgico e gli occhi pesanti, pensando a Beth e chiedendosi perché Laurie non venisse. Non lo sentì attraversare il cortile oltre, né lo vide fermarsi nell'arco che conduceva dal sentiero sotterraneo al giardino. Rimase un minuto a guardarla con occhi nuovi, vedendo ciò che nessuno aveva mai visto prima: il lato tenero del carattere di Amy. Tutto in lei suggeriva silenziosamente amore e dolore: le lettere macchiate in grembo, il nastro nero che le legava i capelli, il dolore femminile e la pazienza sul suo volto; persino la piccola croce d'ebano alla gola sembrava patetica a Laurie, poiché gliel'aveva data lui e lei la indossava come suo unico ornamento. Se avesse avuto dei dubbi sull'accoglienza che gli avrebbe riservato, furono dissipati nel momento in cui lei alzò lo sguardo e lo vide; poiché, lasciando cadere tutto, corse da lui, esclamando, con un tono di inequivocabile amore e desiderio:
"Oh Laurie, Laurie, sapevo che saresti venuto da me!"
Penso che tutto fu detto e risolto allora; poiché, mentre stavano insieme in silenzio per un momento, con la testa scura chinata protettivamente su quella chiara, Amy sentì che nessuno avrebbe potuto consolarla e sostenerla meglio di Laurie, e Laurie decise che Amy era l'unica donna al mondo che potesse prendere il posto di Jo e renderlo felice. Non glielo disse; ma lei non ne rimase delusa, poiché entrambi sentirono la verità, ne furono soddisfatti e lasciarono volentieri il resto al silenzio.
Dopo un minuto Amy tornò al suo posto; e, mentre asciugava le lacrime, Laurie raccolse i fogli sparsi, trovando nella vista di varie lettere logore e schizzi suggestivi buoni presagi per il futuro. Mentre si sedeva accanto a lei, Amy si sentì di nuovo timida e divenne rossa come un papavero al ricordo del suo saluto impulsivo.
"Non ho potuto farne a meno; mi sentivo così sola e triste, ed ero così felice di vederti. È stata una tale sorpresa alzare lo sguardo e trovarti, proprio mentre cominciavo a temere che non saresti venuto", disse, cercando invano di parlare in modo del tutto naturale.
"Sono venuto nel momento in cui l'ho saputo. Vorrei poter dire qualcosa per confortarti per la perdita della cara piccola Beth; ma posso solo provare, e..." Non riuscì ad andare oltre, perché anche lui divenne timido all'improvviso e non seppe bene cosa dire. Desiderava appoggiare la testa di Amy sulla sua spalla e dirle di piangere a crepapelle, ma non osò; così le prese invece la mano e le diede una stretta comprensiva che valeva più delle parole.
"Non hai bisogno di dire nulla; questo mi consola", disse lei dolcemente. "Beth sta bene ed è felice, e non devo desiderare che torni indietro; ma temo il ritorno a casa, per quanto desideri vederli tutti. Non ne parleremo ora, perché mi fa piangere, e voglio godermi te finché resti. Non devi tornare subito, vero?"
"Non se vuoi che resti, cara."
"Lo voglio, così tanto. La zia e Flo sono molto gentili; ma tu sembri uno di famiglia, e sarebbe così confortante averti qui per un po'."
Amy parlò e sembrò una bambina nostalgica, il cui cuore era pieno, che Laurie dimenticò la sua timidezza tutto in una volta e le diede proprio ciò che voleva: le coccole a cui era abituata e la conversazione allegra di cui aveva bisogno.
"Povera piccola anima, sembri esserti addolorata fino a sentirti male! Mi prenderò cura di te, quindi non piangere più, ma vieni a camminare con me; il vento è troppo freddo perché tu stia ferma", disse, nel modo mezzo carezzevole e mezzo autoritario che ad Amy piaceva, mentre le allacciava il cappello, le prendeva il braccio sotto il suo e iniziava a passeggiare su e giù lungo il viale soleggiato, sotto i castagni dalle foglie nuove. Si sentiva più a suo agio sulle proprie gambe; e Amy trovò molto piacevole avere un braccio forte a cui appoggiarsi, un volto familiare che le sorridesse e una voce gentile che parlasse deliziosamente solo per lei.
Il pittoresco vecchio giardino aveva protetto molte coppie di innamorati e sembrava fatto apposta per loro, così soleggiato e appartato, senza nient'altro che la torre a vegliare su di loro e l'ampio lago a portare via l'eco delle loro parole, mentre increspava in basso. Per un'ora questa nuova coppia camminò e parlò, o riposò sul muro, godendo delle dolci influenze che davano un tale fascino al tempo e al luogo; e quando una prosaica campana della cena li richiamò, Amy sentì come se avesse lasciato il suo fardello di solitudine e dolore dietro di sé nel giardino del castello.
Nel momento in cui la signora Carrol vide il volto mutato della ragazza, fu illuminata da una nuova idea ed esclamò tra sé: "Ora capisco tutto: la bambina ha languito per il giovane Laurence. Benedetto il cielo, non avrei mai pensato a una cosa del genere!"
Con lodevole discrezione, la buona signora non disse nulla e non tradì alcun segno di illuminazione; ma esortò cordialmente Laurie a restare e pregò Amy di godersi la sua compagnia, perché le avrebbe fatto più bene di tanta solitudine. Amy fu un modello di docilità; e, poiché sua zia era molto occupata con Flo, fu lasciata a intrattenere il suo amico, e lo fece con più successo del solito.
A Nizza, Laurie poltriva e Amy lo sgridava; a Vevay, Laurie non era mai inattivo, ma sempre a camminare, cavalcare, andare in barca o studiare, nel modo più energico, mentre Amy ammirava tutto ciò che faceva e seguiva il suo esempio fin dove e il più velocemente possibile. Lui disse che il cambiamento era dovuto al clima, e lei non lo contraddisse, essendo felice di una simile scusa per la sua ritrovata salute e il suo spirito.
L'aria rinvigorente fece bene a entrambi, e molto esercizio portò cambiamenti salutari sia nelle menti che nei corpi. Sembravano avere visioni più chiare della vita e del dovere lassù tra le colline eterne; i venti freschi spazzavano via dubbi sconfortanti, fantasie delusive e nebbie malinconiche; il caldo sole primaverile faceva sbocciare ogni sorta di idee ambiziose, tenere speranze e pensieri felici; il lago sembrava lavare via i problemi del passato, e le grandi vecchie montagne guardare benignamente verso il basso su di loro, dicendo: "Piccoli bambini, amatevi l'un l'altro."
Nonostante il nuovo dolore, fu un periodo molto felice, così felice che Laurie non poteva sopportare di disturbarlo con una parola. Ci volle un po' di tempo per riprendersi dalla sorpresa per la rapida guarigione del suo primo, e, come aveva fermamente creduto, del suo ultimo e unico amore. Si consolò per l'apparente slealtà con il pensiero che la sorella di Jo fosse quasi la stessa Jo, e la convinzione che sarebbe stato impossibile amare qualsiasi altra donna se non Amy così presto e così bene. Il suo primo corteggiamento era stato di ordine tempestoso, e lo guardava come attraverso un lungo corridoio di anni, con un sentimento di compassione mescolato al rimpianto. Non se ne vergognava, ma lo mise da parte come una delle esperienze agrodolci della sua vita, per le quali poteva essere grato quando il dolore fosse passato. Il suo secondo corteggiamento decise che sarebbe stato il più calmo e semplice possibile; non c'era bisogno di fare una scena, quasi non c'era bisogno di dire ad Amy che la amava; lei lo sapeva senza parole e gli aveva dato la sua risposta molto tempo fa. Tutto avvenne così naturalmente che nessuno poteva lamentarsi, e sapeva che tutti ne sarebbero stati felici, persino Jo. Ma quando la nostra prima piccola passione è stata stroncata, siamo inclini a essere cauti e lenti nel fare un secondo tentativo; così Laurie lasciò passare i giorni, godendosi ogni ora e lasciando al caso l'espressione della parola che avrebbe messo fine alla prima e più dolce parte del suo nuovo romanzo.
Aveva immaginato che la conclusione avrebbe avuto luogo nel giardino del castello al chiaro di luna, e nel modo più aggraziato e decoroso; ma si rivelò esattamente l'opposto, poiché la faccenda fu risolta sul lago, a mezzogiorno, in poche parole schiette. Avevano fluttuato in giro per tutta la mattina, dalla cupa St. Gingolf alla soleggiata Montreux, con le Alpi di Savoia da una parte, il Monte San Bernardo e il Dent du Midi dall'altra, la graziosa Vevay nella valle e Losanna sulla collina oltre, un cielo azzurro senza nuvole sopra e il lago ancora più blu sotto, punteggiato dalle pittoresche barche che sembrano gabbiani dalle ali bianche.
Avevano parlato di Bonnivard, mentre scivolavano oltre Chillon, e di Rousseau, mentre guardavano verso Clarens, dove scrisse la sua "Eloisa". Nessuno dei due l'aveva letta, ma sapevano che era una storia d'amore, e ognuno si chiedeva in privato se fosse interessante la metà della loro. Amy aveva agitato la mano nell'acqua durante la piccola pausa che era caduta tra loro e, quando alzò lo sguardo, Laurie era appoggiato sui remi, con un'espressione negli occhi che la fece dire frettolosamente, solo per il gusto di dire qualcosa:
"Devi essere stanco; riposati un po' e lascia che remi io; mi farà bene; poiché, da quando sei arrivato, sono stata del tutto pigra e dedita al lusso."
"Non sono stanco; ma puoi prendere un remo, se vuoi. C'è spazio a sufficienza, anche se devo sedermi quasi nel mezzo, altrimenti la barca non starà in equilibrio", rispose Laurie, come se apprezzasse la sistemazione.
Sentendo di non aver migliorato molto le cose, Amy prese il terzo di sedile offerto, scosse i capelli sul viso e accettò un remo. Remava bene come faceva molte altre cose; e, sebbene usasse entrambe le mani e Laurie solo una, i remi tennero il tempo e la barca procedette dolcemente attraverso l'acqua.
"Come remiamo bene insieme, non è vero?" disse Amy, che in quel momento non voleva il silenzio.
"Così bene che vorrei potessimo sempre remare nella stessa barca. Vuoi, Amy?" molto teneramente.
"Sì, Laurie", molto a bassa voce.
Poi entrambi smisero di remare e inconsciamente aggiunsero un bel quadretto di amore e felicità umana alle immagini mutevoli riflesse nel lago.
XLII.
TUTTA SOLA.
Era facile promettere l'abnegazione quando il sé era avvolto in un altro, e il cuore e l'anima erano purificati da un dolce esempio; ma quando la voce utile tacque, la lezione quotidiana finì, la presenza amata se ne andò e non rimase altro che solitudine e dolore, allora Jo trovò la sua promessa molto difficile da mantenere. Come poteva "confortare padre e madre", quando il suo stesso cuore doleva di un desiderio incessante per sua sorella; come poteva "rendere la casa allegra", quando tutta la sua luce, il suo calore e la sua bellezza sembravano averla abbandonata quando Beth lasciò la vecchia casa per la nuova; e dove in tutto il mondo avrebbe potuto "trovare un lavoro utile e felice da fare", che prendesse il posto del servizio amorevole che era stato la sua stessa ricompensa? Cercò in modo cieco e disperato di fare il suo dovere, ribellandosi segretamente contro tutto ciò, poiché sembrava ingiusto che le sue poche gioie dovessero essere diminuite, i suoi fardelli resi più pesanti e la vita diventare sempre più dura mentre faticava lungo il cammino. Alcune persone sembravano avere solo sole e alcune solo ombra; non era giusto, poiché cercava più di Amy di essere buona, ma non ottenne mai alcuna ricompensa, solo delusione, guai e duro lavoro.
Povera Jo, quelli furono giorni bui per lei, poiché qualcosa di simile alla disperazione la colse quando pensò di passare tutta la sua vita in quella casa tranquilla, dedita a cure monotone, pochi piccoli piaceri e il dovere che non sembrava mai diventare più facile. "Non posso farlo. Non ero fatta per una vita come questa, e so che scapperò e farò qualcosa di disperato se qualcuno non viene ad aiutarmi", disse a se stessa, quando i suoi primi sforzi fallirono e cadde nello stato d'animo lunatico e miserabile che spesso arriva quando le volontà forti devono cedere all'inevitabile.
Ma qualcuno venne ad aiutarla, sebbene Jo non riconobbe subito i suoi angeli custodi, perché indossavano forme familiari e usavano i semplici incantesimi più adatti alla povera umanità. Spesso saltava su di notte, pensando che Beth la chiamasse; e quando la vista del piccolo letto vuoto la faceva piangere con il grido amaro di un dolore non sottomesso: "Oh Beth, torna! torna!", non tendeva invano le sue braccia desiderose; poiché, pronta a sentire i suoi singhiozzi come era stata pronta a sentire il più debole sussurro di sua sorella, sua madre veniva a confortarla, non solo con le parole, ma con la paziente tenerezza che lenisce con un tocco, lacrime che erano moniti muti di un dolore più grande di quello di Jo, e sussurri spezzati, più eloquenti delle preghiere, perché la rassegnazione speranzosa andava di pari passo con il dolore naturale. Momenti sacri, in cui il cuore parlava al cuore nel silenzio della notte, trasformando l'afflizione in una benedizione, che temperava il dolore e rafforzava l'amore. Sentendo questo, il fardello di Jo sembrava più facile da portare, il dovere diventava più dolce e la vita appariva più sopportabile, vista dal rifugio sicuro tra le braccia di sua madre.
Quando il cuore dolente fu un po' confortato, anche la mente turbata trovò aiuto; poiché un giorno andò nello studio e, chinandosi sulla buona testa grigia che si sollevava per accoglierla con un sorriso tranquillo, disse, molto umilmente:
"Padre, parla con me come hai fatto con Beth. Ne ho più bisogno di lei, perché sono tutta sbagliata."
"Cara mia, nulla può confortarmi come questo", rispose lui, con un tremito nella voce, e entrambe le braccia intorno a lei, come se anche lui avesse bisogno di aiuto e non temesse di chiederlo.
Poi, sedendosi sulla piccola sedia di Beth accanto a lui, Jo confidò i suoi tormenti: il risentito dolore per la sua perdita, i vani sforzi che la scoraggiavano, la mancanza di fede che faceva apparire la vita così cupa, e tutto quel triste smarrimento che chiamiamo disperazione. Gli diede piena fiducia, lui le offrì l'aiuto di cui aveva bisogno, ed entrambi trovarono conforto in quell'atto; poiché era giunto il momento in cui potevano parlare insieme non solo come padre e figlia, ma come uomo e donna, capaci e lieti di servire l'un l'altro con reciproca simpatia oltre che con reciproco affetto. Tempi felici e riflessivi, quelli trascorsi nel vecchio studio che Jo chiamava "la chiesa di un solo membro", e dal quale usciva con rinnovato coraggio, ritrovata allegria e uno spirito più sottomesso; poiché i genitori che avevano insegnato a una figlia ad andare incontro alla morte senza paura, stavano ora cercando di insegnare a un'altra ad accettare la vita senza abbattimento o sfiducia, e a sfruttarne le belle opportunità con gratitudine e vigore.
Altri aiuti ebbe Jo: umili, salutari doveri e piaceri che non volevano negare la loro parte nel servirla, e che lei imparò lentamente a vedere e ad apprezzare. Scope e strofinacci non avrebbero mai potuto essere odiosi come un tempo, poiché Beth li aveva maneggiati entrambi; e qualcosa del suo spirito casalingo sembrava aleggiare intorno al piccolo spazzolone e alla vecchia spazzola, che non fu mai gettata via. Mentre li usava, Jo si ritrovava a canticchiare le canzoni che Beth cantava, a imitare i modi ordinati di Beth, e a dare quei piccoli tocchi qua e là che mantenevano tutto fresco e accogliente, il che era il primo passo per rendere felice la casa, sebbene non lo sapesse, finché Hannah non disse con una stretta di mano approvatoria:
"Creatura premurosa che sei, sei determinata a non farci sentire la mancanza di quell'angioletto, se riesci a evitarlo. Non diciamo molto, ma lo vediamo, e il Signore ti benedirà per questo, guarda se non lo farà."
Mentre sedevano a cucire insieme, Jo scoprì quanto fosse migliorata sua sorella Meg; quanto sapesse parlare bene, quanto conoscesse dei buoni impulsi, pensieri e sentimenti femminili, quanto fosse felice del marito e dei figli, e quanto tutti loro stessero facendo l'uno per l'altra.
"Il matrimonio è un'ottima cosa, dopo tutto. Mi chiedo se sboccerei bene quanto te, se ci provassi?" disse Jo, mentre costruiva un aquilone per Demi, nella nursery sottosopra.
"È proprio ciò di cui hai bisogno per far emergere la parte tenera e femminile della tua natura, Jo. Sei come un riccio di castagna, pungente fuori, ma setoso dentro, e con un dolce nocciolo, se solo si riesce ad arrivarci. L'amore ti farà mostrare il cuore un giorno, e allora il guscio ruvido cadrà."
"Il gelo apre i ricci di castagna, signora, e ci vuole una bella scossa per farli cadere. I ragazzi vanno a castagne, e non mi va di farmi mettere nel sacco da loro," rispose Jo, continuando a incollare l'aquilone che nessun vento che soffi avrebbe mai fatto volare, poiché Daisy si era legata ad esso come coda.
Meg rise, poiché era lieta di vedere un barlume del vecchio spirito di Jo, ma sentiva il dovere di sostenere la propria opinione con ogni argomento in suo potere; e le chiacchierate tra sorelle non andarono sprecate, soprattutto perché due degli argomenti più efficaci di Meg erano i bambini, che Jo amava teneramente. Il dolore è il miglior apriscatole per alcuni cuori, e quello di Jo era quasi pronto per il sacco: ancora un po' di sole per far maturare la castagna, poi, non la scossa impaziente di un ragazzo, ma la mano di un uomo tesa a coglierla delicatamente dal riccio, per trovarne il nocciolo sano e dolce. Se avesse sospettato questo, si sarebbe chiusa ermeticamente, diventando più pungente che mai; fortunatamente non pensava a se stessa, così, quando giunse il momento, cadde giù.
Ora, se fosse stata l'eroina di un libro di morale, in questo periodo della sua vita avrebbe dovuto diventare piuttosto santa, rinunciare al mondo e andare in giro a fare del bene con un cappellino mortificato e opuscoli in tasca. Ma, vedete, Jo non era un'eroina; era solo una ragazza umana che lottava, come centinaia di altre, e si limitava a seguire la sua natura, essendo triste, scontrosa, svogliata o energica, a seconda dell'umore. È altamente virtuoso dire che saremo buoni, ma non possiamo farlo tutto in una volta, e ci vuole uno sforzo lungo, uno sforzo forte, e uno sforzo tutti insieme, prima che alcuni di noi riescano persino a mettere i piedi sulla strada giusta. Jo era arrivata a tal punto, stava imparando a fare il suo dovere e a sentirsi infelice se non lo faceva; ma farlo con allegria... ah, quello era un altro paio di maniche! Aveva spesso detto di voler fare qualcosa di splendido, non importa quanto difficile; e ora aveva ottenuto ciò che desiderava, poiché cosa poteva esserci di più bello che dedicare la sua vita al padre e alla madre, cercando di rendere la casa felice per loro come loro avevano fatto per lei? E, se le difficoltà fossero state necessarie per accrescere lo splendore dello sforzo, cosa poteva esserci di più arduo per una ragazza inquieta e ambiziosa che rinunciare alle proprie speranze, ai piani e ai desideri, e vivere allegramente per gli altri?
La Provvidenza l'aveva presa in parola; ecco il compito, non quello che si aspettava, ma migliore, perché l'io non aveva alcuna parte in esso: ora, poteva farcela? Decise che ci avrebbe provato; e, nel suo primo tentativo, trovò gli aiuti che ho suggerito. Un altro le fu ancora dato, e lei lo accolse, non come una ricompensa, ma come un conforto, come Cristiano prese il ristoro offerto dal piccolo pergolato dove riposò, mentre saliva il colle chiamato Difficoltà.
"Perché non scrivi? Quello ti rendeva sempre felice," disse sua madre, una volta, quando l'accesso di sconforto oscurò Jo.
"Non ho voglia di scrivere, e se anche l'avessi, a nessuno importa delle mie cose."
"A noi importa; scrivi qualcosa per noi, e non preoccuparti del resto del mondo. Provaci, cara; sono sicura che ti farebbe bene, e ci farebbe molto piacere."
"Non credo di potercela fare;" ma Jo tirò fuori il suo scrittoio e cominciò a riordinare i suoi manoscritti a metà.
Un'ora dopo sua madre sbirciò dentro, e lei era lì, a grattare via, con il suo grembiule nero indosso e un'espressione assorta, che fece sorridere la signora March, la quale si allontanò, ben soddisfatta del successo del suo suggerimento. Jo non seppe mai come accadde, ma qualcosa entrò in quella storia che andò dritto al cuore di chi la lesse; poiché, quando la sua famiglia ebbe riso e pianto su di essa, suo padre la inviò, molto contro la sua volontà, a una delle riviste popolari, e, con sua estrema sorpresa, non solo fu pagata, ma ne furono richieste altre. Lettere di diverse persone, il cui elogio era un onore, seguirono la comparsa del piccolo racconto, i giornali lo copiarono, e sia gli estranei che gli amici lo ammirarono. Per una piccola cosa fu un grande successo; e Jo ne fu più stupita di quando il suo romanzo fu lodato e condannato tutto in una volta.
"Non lo capisco. Cosa può esserci in una semplice piccola storia come quella, da far sì che la gente la lodi così?" disse, alquanto smarrita.
"C'è verità in essa, Jo, questo è il segreto; l'umorismo e il pathos la rendono viva, e tu hai trovato il tuo stile finalmente. Hai scritto senza pensare alla fama o al denaro, e ci hai messo il cuore, figlia mia; hai avuto l'amaro, ora arriva il dolce. Fai del tuo meglio e diventa felice come lo siamo noi del tuo successo."
"Se c'è qualcosa di buono o vero in ciò che scrivo, non è mio; lo devo tutto a te, alla mamma e a Beth," disse Jo, più toccata dalle parole di suo padre che da qualsiasi quantità di lodi dal mondo.
Così, istruita dall'amore e dal dolore, Jo scrisse le sue piccole storie, e le spedì lontano a farsi degli amici per loro e per lei, scoprendo che è un mondo molto caritatevole verso tali umili vagabondi; poiché furono accolti con gentilezza, e rimandarono a casa confortevoli doni per la loro madre, come figli devoti che la buona sorte raggiunge.
Quando Amy e Laurie scrissero del loro fidanzamento, la signora March temette che Jo avrebbe trovato difficile gioirne, ma i suoi timori furono presto placati; poiché, sebbene Jo sembrasse seria all'inizio, la prese con molta calma, ed era piena di speranze e progetti per "i bambini" prima di aver letto la lettera due volte. Era una specie di duetto scritto, in cui ciascuno glorificava l'altro in modo amoroso, molto piacevole da leggere e soddisfacente da pensare, poiché nessuno aveva alcuna obiezione da fare.
"Ti piace, mamma?" disse Jo, mentre posavano i fogli fittamente scritti, e si guardavano l'un l'altra.
"Sì, speravo che sarebbe andata così, fin da quando Amy scrisse di aver rifiutato Fred. Mi sentii sicura allora che qualcosa di meglio di quello che chiami lo 'spirito mercenario' avesse preso il sopravvento su di lei, e un accenno qui e là nelle sue lettere mi fece sospettare che l'amore e Laurie avrebbero vinto la giornata."
"Come sei acuta, Marmee, e come sei silenziosa! Non mi hai mai detto una parola."
"Le madri hanno bisogno di occhi acuti e lingue discrete quando hanno ragazze da gestire. Avevo quasi paura di metterti l'idea in testa, temendo che avresti scritto per congratularti con loro prima che la faccenda fosse conclusa."
"Non sono più la sventata di una volta; puoi fidarti di me, sono abbastanza sobria e sensata per essere la confidente di chiunque ora."
"Lo sei, cara, e ti avrei reso la mia, solo che ho immaginato che potesse addolorarti apprendere che il tuo Teddy amava qualcun'altra."
"Ora, mamma, pensavi davvero che potessi essere così sciocca ed egoista, dopo aver rifiutato il suo amore, quando era più fresco, se non il migliore?"
"Sapevo che eri sincera allora, Jo, ma ultimamente ho pensato che se fosse tornato, e avesse chiesto di nuovo, potresti, forse, aver voglia di dare un'altra risposta. Perdonami, cara, non posso fare a meno di vedere che sei molto sola, e a volte c'è uno sguardo affamato nei tuoi occhi che mi spezza il cuore; così ho immaginato che il tuo ragazzo potesse colmare il vuoto se ci avesse riprovato."
"No, mamma, è meglio così, e sono contenta che Amy abbia imparato ad amarlo. Ma hai ragione su una cosa: sono sola, e forse se Teddy ci avesse riprovato, avrei potuto dire 'Sì', non perché lo ami di più, ma perché mi importa di più essere amata di quando se n'è andato."
"Sono contenta di questo, Jo, perché dimostra che stai andando avanti. Ci sono molti che ti amano, quindi cerca di accontentarti del padre e della madre, delle sorelle e dei fratelli, degli amici e dei bambini, finché l'amante migliore di tutti non verrà a darti la tua ricompensa."
"Le madri sono le migliori amanti del mondo; ma non mi dispiace sussurrare a Marmee che mi piacerebbe provare tutti i tipi. È molto curioso, ma più cerco di accontentarmi di ogni sorta di affetti naturali, più sembro desiderarne. Non avevo idea che i cuori potessero accoglierne così tanti; il mio è così elastico, che non sembra mai pieno ora, e un tempo ero del tutto contenta della mia famiglia. Non capisco."
"Io sì;" e la signora March fece il suo saggio sorriso, mentre Jo voltava le pagine per leggere cosa diceva Amy di Laurie.
"È così bello essere amati come Laurie ama me; non è sentimentale, non dice molto al riguardo, ma lo vedo e lo sento in tutto ciò che dice e fa, e mi rende così felice e così umile che non sembro la stessa ragazza di prima. Non ho mai saputo quanto fosse buono, generoso e tenero fino ad ora, poiché mi permette di leggere il suo cuore, e lo trovo pieno di nobili impulsi, speranze e propositi, e sono così orgogliosa di sapere che è mio. Dice che si sente come se 'potesse fare un viaggio prospero ora con me a bordo come primo ufficiale, e tanto amore come zavorra.' Prego che possa farlo, e cerco di essere tutto ciò che crede che io sia, perché amo il mio valoroso capitano con tutto il mio cuore, la mia anima e le mie forze, e non lo abbandonerò mai, finché Dio permetterà che stiamo insieme. Oh mamma, non ho mai saputo quanto questo mondo potesse somigliare al paradiso, quando due persone si amano e vivono l'una per l'altra!"
"E quella è la nostra Amy, fredda, riservata e mondana! Davvero, l'amore fa miracoli. Quanto devono essere felici!" E Jo mise insieme i fogli fruscianti con mano attenta, come si potrebbero chiudere le copertine di un incantevole romanzo, che tiene stretto il lettore fino alla fine, e si ritrova solo nel mondo quotidiano di nuovo.
Di lì a poco Jo girovagò al piano di sopra, poiché pioveva e non poteva camminare. Uno spirito inquieto la possedeva, e il vecchio sentimento tornò, non amaro come una volta, ma con una meraviglia tristemente paziente sul perché una sorella dovesse avere tutto ciò che chiedeva, e l'altra nulla. Non era vero; lo sapeva, e cercò di scacciarlo, ma il naturale desiderio di affetto era forte, e la felicità di Amy risvegliò il desiderio affamato di qualcuno da "amare con cuore e anima, e a cui aggrapparsi finché Dio permettesse loro di stare insieme."
Su in soffitta, dove finivano le inquiete peregrinazioni di Jo, stavano quattro piccole casse di legno in fila, ognuna contrassegnata con il nome del suo proprietario, e ognuna riempita di cimeli dell'infanzia e della giovinezza ormai conclusa per tutte. Jo diede un'occhiata dentro, e quando arrivò alla sua, appoggiò il mento sul bordo, e fissò distrattamente la collezione caotica, finché un pacco di vecchi quaderni di esercizi non attirò il suo sguardo. Li tirò fuori, li voltò e rivisse quel piacevole inverno presso la gentile signora Kirke. Aveva sorriso all'inizio, poi apparve pensierosa, poi triste, e quando arrivò a un breve messaggio scritto dalla mano del Professore, le sue labbra cominciarono a tremare, i libri scivolarono via dal suo grembo, e lei rimase a fissare le parole amichevoli, come se prendessero un nuovo significato e toccassero un punto tenero nel suo cuore.
"Aspettami, mia amica. Potrei essere un po' in ritardo, ma verrò sicuramente."
"Oh, se solo volesse! Così gentile, così buono, così paziente con me sempre; il mio caro vecchio Fritz, non l'ho apprezzato abbastanza quando l'avevo, ma ora come amerei vederlo, poiché tutti sembrano allontanarsi da me, e sono tutta sola."
E tenendo stretto il foglietto, come se fosse una promessa ancora da mantenere, Jo appoggiò la testa su un comodo sacco di stracci, e pianse, come in opposizione alla pioggia che picchiettava sul tetto.
Era tutta autocommiserazione, solitudine o malinconia? O era il risveglio di un sentimento che aveva atteso il suo momento pazientemente come il suo ispiratore? Chi può dirlo?
XLIII.
SORPRESE.
Jo era sola al crepuscolo, sdraiata sul vecchio divano, a guardare il fuoco e a pensare. Era il suo modo preferito di trascorrere l'ora del tramonto; nessuno la disturbava, e lei era solita sdraiarsi lì sul piccolo cuscino rosso di Beth, progettando storie, sognando sogni o facendo pensieri teneri sulla sorella che non sembrava mai lontana. Il suo viso appariva stanco, grave e piuttosto triste; poiché domani era il suo compleanno, e stava pensando a quanto velocemente passassero gli anni, a quanto stesse diventando vecchia, e a quanto poco sembrasse aver realizzato. Quasi venticinque, e nulla da mostrare. Jo si sbagliava; c'era molto da mostrare, e poco a poco lo vide, e ne fu grata.
"Una vecchia zitella, ecco cosa devo essere. Una zitella letteraria, con una penna come sposa, una famiglia di storie per bambini, e tra vent'anni un briciolo di fama, forse; quando, come il povero Johnson, sarò vecchia, e non potrò godermela, solitaria, e non potrò condividerla, indipendente, e non ne avrò bisogno. Beh, non ho bisogno di essere una santa acida né una peccatrice egoista; e, oserei dire, le vecchie zitelle sono molto comode quando ci si abituano; ma..." e qui Jo sospirò, come se la prospettiva non fosse invitante.
Raramente lo è, all'inizio, e trent'anni sembrano la fine di ogni cosa a venticinque; ma non è così male come sembra, e si può andare avanti abbastanza felicemente se si ha qualcosa in se stessi su cui ripiegare. A venticinque anni, le ragazze iniziano a parlare di essere vecchie zitelle, ma segretamente decidono che non lo saranno mai; a trent'anni non ne parlano, ma accettano silenziosamente il fatto, e, se sensate, si consolano ricordando di avere altri vent'anni utili e felici, in cui possono imparare a invecchiare con grazia. Non ridete delle zitelle, care ragazze, perché spesso storie d'amore molto tenere e tragiche sono nascoste nei cuori che battono così silenziosamente sotto gli abiti sobri, e molti sacrifici silenziosi di giovinezza, salute, ambizione, l'amore stesso, rendono i volti sbiaditi belli agli occhi di Dio. Anche le sorelle tristi e acide dovrebbero essere trattate con gentilezza, perché hanno perso la parte più dolce della vita, se non altro per questo motivo; e, guardandole con compassione, non con disprezzo, le ragazze nel loro fiore dovrebbero ricordare che anche loro potrebbero perdere il tempo della fioritura; che le guance rosee non durano per sempre, che fili d'argento arriveranno nei bei capelli castani, e che, di lì a poco, la gentilezza e il rispetto saranno dolci quanto l'amore e l'ammirazione ora.
Gentiluomini, il che significa ragazzi, siate cortesi con le vecchie zitelle, non importa quanto povere, semplici e compassate, poiché l'unica cavalleria che vale la pena di avere è quella che è più pronta a rendere deferenza ai vecchi, proteggere i deboli e servire il genere femminile, indipendentemente dal rango, dall'età o dal colore. Ricordate solo le buone zie che non solo hanno fatto prediche e brontolato, ma hanno anche accudito e coccolato, troppo spesso senza ringraziamenti; i pasticci da cui vi hanno aiutato a uscire, le "mance" che vi hanno dato dal loro piccolo tesoro, i punti che le pazienti vecchie dita hanno fatto per voi, i passi che i volenterosi vecchi piedi hanno fatto, e con gratitudine pagate alle care vecchie signore le piccole attenzioni che le donne amano ricevere finché vivono. Le ragazze dagli occhi luminosi sono veloci nel vedere tali tratti, e vi vorranno ancora più bene per questo; e se la morte, quasi l'unico potere che può separare madre e figlio, dovesse privarvi della vostra, sarete sicuri di trovare un tenero benvenuto e un affetto materno da parte di qualche zia Priscilla, che ha conservato l'angolo più caldo del suo solitario vecchio cuore per il "miglior nipote del mondo."
Jo deve essersi addormentata (come oserei dire che il mio lettore ha fatto durante questa piccola omelia), poiché improvvisamente il fantasma di Laurie sembrò stare davanti a lei... un fantasma sostanziale e realistico... chino su di lei, con lo sguardo stesso che era solito avere quando provava molto e non amava mostrarlo. Ma, come Jenny nella ballata,
"Non riusciva a pensare che fosse lui,"
e rimase a fissarlo in un silenzio sbalordito, finché lui non si chinò e la baciò. Allora lo riconobbe, e balzò in piedi, gridando gioiosamente:
"O il mio Teddy! O il mio Teddy!"
"Cara Jo, sei contenta di vedermi, dunque?"
"Contenta! Mio benedetto ragazzo, le parole non possono esprimere la mia gioia. Dov'è Amy?"
"Tua madre l'ha portata da Meg. Ci siamo fermati lì lungo la strada, e non c'è stato modo di tirare fuori mia moglie dai loro artigli."
"Tua cosa?" gridò Jo, poiché Laurie pronunciò quelle due parole con un orgoglio e una soddisfazione inconsci che lo tradirono.
"Oh, al diavolo! ora l'ho fatta grossa;" e sembrava così colpevole che Jo fu sopra di lui in un lampo.
"Ti sei andato a sposare!"
"Sì, per favore, ma non lo farò mai più;" e si inginocchiò, con una giuntura di mani penitente e un volto pieno di malizia, allegria e trionfo.
"Davvero sposato?"
"Molto sposato, grazie."
"Pietà di noi! Che cosa terribile farai dopo?" e Jo cadde a sedere, con un sussulto.
"Una congratulazione caratteristica, ma non esattamente complimentosa," rispose Laurie, ancora in un atteggiamento abietto, ma raggiante di soddisfazione.
"Cosa puoi aspettarti, quando mi togli il fiato, strisciando dentro come un ladro, e facendo uscire i gatti dai sacchi come quello? Alzati, ragazzo ridicolo, e raccontami tutto."
"Non una parola, a meno che tu non mi lasci tornare al mio vecchio posto, e prometta di non barricarti."
Jo riseppe una risata come non faceva da molti lunghi giorni, e picchiettò il divano in modo invitante, dicendo, con tono cordiale:
"Il vecchio cuscino è su in soffitta, e non ci serve più; perciò, vieni e 'confessa, Teddy."
"Che bella cosa sentirti dire 'Teddy'! Nessuno mi chiama mai così, tranne te;" e Laurie si sedette, con un'aria di grande contentezza.
"Come ti chiama Amy?"
"Mio signore."
"È da lei. Beh, lo sembri;" e gli occhi di Jo tradivano chiaramente che trovava il suo ragazzo più avvenente che mai.
Il cuscino non c'era più, ma c'era comunque una barricata, una naturale, innalzata dal tempo, dall'assenza e dal cambiamento del cuore. Entrambi la sentirono, e per un minuto si guardarono come se quell'invisibile barriera proiettasse su di loro una piccola ombra. Tuttavia svanì subito, perché Laurie disse, con un vano tentativo di dignità:
"Non sembro forse un uomo sposato e il capo di una famiglia?"
"Nemmeno per idea, e non lo sarai mai. Sei diventato più grande e più bello, ma sei lo stesso scapestrato di sempre."
"Ora, davvero, Jo, dovresti trattarmi con più rispetto," esordì Laurie, che si godeva tutto immensamente.
"Come posso, quando la sola idea di te, sposato e sistemato, è così irresistibilmente comica che non riesco a rimanere seria!" rispose Jo, sorridendo con tutto il viso, in modo così contagioso che si fecero un'altra risata, e poi si sistemarono per una bella chiacchierata, proprio alla piacevole vecchia maniera.
"È inutile che tu vada fuori al freddo a prendere Amy, perché stanno venendo tutti su tra poco. Non ho potuto aspettare; volevo essere io a darti la grande sorpresa, e ad avere la 'prima scrematura', come eravamo soliti dire quando litigavamo per la panna."
"Certo che lo volevi, e hai rovinato la tua storia cominciando dalla fine sbagliata. Ora, parti bene, e raccontami come è successo tutto; sto morendo dalla voglia di sapere."
"Beh, l'ho fatto per compiacere Amy," esordì Laurie, con un luccichio che fece esclamare a Jo:
"Fandonia numero uno; Amy l'ha fatto per compiacere te. Continua, e di' la verità, se ci riesci, signore."
"Ora comincia a brontolare; non è divertente sentirla?" disse Laurie al fuoco, e il fuoco brillò e scintillò come se fosse del tutto d'accordo. "È la stessa cosa, sai, lei e io siamo una cosa sola. Avevamo programmato di tornare a casa con i Carrol, un mese o più fa, ma hanno cambiato improvvisamente idea, e hanno deciso di passare un altro inverno a Parigi. Ma il nonno voleva tornare a casa; è partito per far piacere a me, e io non potevo lasciarlo andare da solo, né potevo lasciare Amy; e la signora Carrol aveva preso idee inglesi riguardo a chaperon e sciocchezze simili, e non voleva lasciare che Amy venisse con noi. Così ho semplicemente risolto la difficoltà dicendo: 'Sposiamoci, e poi potremo fare come ci pare'."
"Certo che l'hai fatto; ottieni sempre le cose come vuoi tu."
"Non sempre;" e qualcosa nella voce di Laurie fece dire a Jo in fretta:
"Come hai fatto a convincere la zia?"
"È stata dura; ma, tra noi due, l'abbiamo convinta, perché avevamo un mucchio di buone ragioni dalla nostra parte. Non c'era tempo per scrivere e chiedere il permesso, ma a tutti voi piaceva, avreste acconsentito a tempo debito, ed era solo 'prendere il Tempo per le redini', come dice mia moglie."
"Non siamo orgogliosi di queste due parole, e non ci piace forse dirle?" interruppe Jo, rivolgendosi a sua volta al fuoco, e osservando con gioia la luce felice che sembrava accendere negli occhi che erano stati così tragicamente cupi l'ultima volta che li aveva visti.
"Un tantino, forse; è una donnina così affascinante che non posso fare a meno di essere orgoglioso di lei. Beh, allora, lo zio e la zia erano lì per fare da chaperon; eravamo così assorbiti l'uno dall'altra che non eravamo di alcuna utilità mortale separati, e quel piano incantevole avrebbe reso tutto facile per tutti; così l'abbiamo fatto."
"Quando, dove, come?" chiese Jo, in una febbre di femminile interesse e curiosità, perché non riusciva a realizzarlo per nulla.
"Sei settimane fa, presso il consolato americano, a Parigi; un matrimonio molto tranquillo, naturalmente, perché anche nella nostra felicità non abbiamo dimenticato la cara piccola Beth."
Jo gli mise la mano nella sua mentre diceva quello, e Laurie accarezzò delicatamente il piccolo cuscino rosso, che ricordava bene.
"Perché non ce l'avete fatto sapere subito dopo?" chiese Jo, con tono più calmo, quando furono rimasti in silenzio per un minuto.
"Volevamo sorprendervi; pensavamo di tornare direttamente a casa, all'inizio; ma il caro vecchio gentiluomo, non appena ci siamo sposati, ha scoperto che non poteva essere pronto prima di un mese, almeno, e ci ha spediti a trascorrere la nostra luna di miele dove volevamo. Amy aveva chiamato una volta Valrosa una vera casa per la luna di miele, così siamo andati lì, ed eravamo felici come le persone sono solo una volta nella vita. Per la mia fede! non è stato un amore tra le rose!"
Laurie sembrò dimenticarsi di Jo per un minuto, e Jo ne fu lieta; perché il fatto che lui le dicesse queste cose così liberamente e naturalmente le assicurava che aveva del tutto perdonato e dimenticato. Cercò di ritirare la mano; ma, come se lui avesse indovinato il pensiero che aveva provocato quell'impulso quasi involontario, Laurie la tenne stretta, e disse, con una gravità virile che lei non gli aveva mai visto prima:
"Jo, cara, voglio dire una cosa, e poi la accantoneremo per sempre. Come ti ho detto nella mia lettera, quando ho scritto che Amy era stata così gentile con me, non smetterò mai di amarti; ma l'amore è mutato, e ho imparato a vedere che è meglio così. Amy e tu vi scambiate di posto nel mio cuore, tutto qui. Penso che dovesse andare così, e sarebbe successo naturalmente, se avessi aspettato, come cercavi di farmi fare; ma non ho mai saputo essere paziente, e così mi è venuto il mal di cuore. Ero un ragazzo allora, ostinato e violento; e c'è voluta una lezione dura per mostrarmi il mio errore. Perché lo era, Jo, come hai detto tu, e l'ho scoperto, dopo aver fatto lo sciocco. Ti do la mia parola, ero così scombussolato nella mente, a un certo punto, che non sapevo chi amassi di più, te o Amy, e cercavo di amare entrambe allo stesso modo; ma non potevo, e quando l'ho vista in Svizzera, tutto è sembrato schiarirsi d'un tratto. Entrambe siete tornate al vostro posto, e mi sono sentito sicuro che fosse giusto chiudere col vecchio amore prima di aprirsi al nuovo; che potevo onestamente dividere il mio cuore tra la sorella Jo e la moglie Amy, e amarle entrambe teneramente. Ci crederai, e torneremo ai felici vecchi tempi in cui ci siamo conosciuti?"
"Ci crederò, con tutto il cuore; ma, Teddy, non potremo mai essere di nuovo ragazzo e ragazza: i felici vecchi tempi non possono tornare, e non dobbiamo aspettarcelo. Siamo uomo e donna ora, con un lavoro serio da fare, perché il tempo del gioco è finito, e dobbiamo smetterla di scherzare. Sono sicura che lo senti anche tu; vedo il cambiamento in te, e lo troverai in me. Mi mancherà il mio ragazzo, ma amerò l'uomo altrettanto, e lo ammirerò di più, perché intende essere quello che speravo sarebbe stato. Non possiamo più essere piccoli compagni di gioco, ma saremo fratello e sorella, per amarci e aiutarci l'un l'altra per tutta la vita, non è vero, Laurie?"
Lui non disse una parola, ma prese la mano che lei gli offriva, e vi appoggiò il viso per un minuto, sentendo che dalla tomba di una passione adolescenziale, era sorta una bella, forte amicizia per benedire entrambi. Poco dopo Jo disse allegramente, perché non voleva che il ritorno a casa fosse triste:
"Non riesco a renderlo vero che voi ragazzi siate davvero sposati, e che stiate per mettere su casa. Perché, sembra solo ieri che abbottonavo il grembiulino di Amy, e ti tiravo i capelli quando mi prendevi in giro. Misericordia, come vola il tempo!"
"Visto che uno dei ragazzi è più grande di te, non c'è bisogno che tu parli così come una nonna. Mi lusingo di essere un 'gentiluomo cresciuto', come diceva Peggotty di David; e quando vedrai Amy, la troverai una bambina piuttosto precoce," disse Laurie, guardandola divertito per la sua aria materna.
"Sarai anche un po' più grande negli anni, ma io sono molto più vecchia nel sentire, Teddy. Le donne lo sono sempre; e quest'ultimo anno è stato così duro che mi sento quarant'anni."
"Povera Jo! ti abbiamo lasciata a sopportarlo da sola, mentre noi andavamo a divertirci. Sei più vecchia; ecco una ruga, ed eccone un'altra; a meno che tu non sorrida, i tuoi occhi sembrano tristi, e quando ho toccato il cuscino, poco fa, ci ho trovato una lacrima. Hai avuto molto da sopportare, e hai dovuto sopportarlo tutta da sola. Che bestia egoista sono stato!" e Laurie si tirò i propri capelli, con uno sguardo di rimorso.
Ma Jo si limitò a girare il cuscino traditore, e rispose, con un tono che cercò di rendere del tutto allegro:
"No, avevo padre e madre ad aiutarmi, i cari bambini a confortarmi, e il pensiero che tu e Amy foste al sicuro e felici, a rendere i guai qui più facili da sopportare. A volte mi sento sola, ma oso dire che mi fa bene, e..."
"Non lo sarai mai più," interruppe Laurie, mettendole un braccio attorno, come per allontanare ogni male umano. "Amy e io non possiamo farcela senza di te, perciò devi venire a insegnare a 'i bambini' a tenere la casa, e dividere tutto a metà, proprio come facevamo, e lasciarci coccolare, e essere tutti beatamente felici e amichevoli insieme."
"Se non dovessi essere d'intralcio, sarebbe molto piacevole. Comincio a sentirmi già abbastanza giovane; perché, in qualche modo, tutti i miei guai sembravano volare via quando sei arrivato. Sei sempre stato un conforto, Teddy;" e Jo appoggiò la testa sulla sua spalla, proprio come faceva anni fa, quando Beth era malata, e Laurie le diceva di aggrapparsi a lui.
Lui guardò giù verso di lei, chiedendosi se ricordasse quel tempo, ma Jo stava sorridendo tra sé, come se, in verità, i suoi guai fossero tutti svaniti al suo arrivo.
"Sei ancora la solita Jo, che versa lacrime un minuto, e ride quello dopo. Sembri un po' cattiva ora; cos'è, nonna?"
"Mi stavo chiedendo come tu e Amy andiate d'accordo."
"Come angeli!"
"Sì, naturalmente, all'inizio; ma chi comanda?"
"Non mi dispiace dirti che lo fa lei, ora; almeno le lascio credere così... le fa piacere, sai. Tra un po' faremo i turni, perché il matrimonio, dicono, dimezza i diritti di uno e raddoppia i doveri."
"Andrete avanti come avete cominciato, e Amy ti comanderà per tutti i giorni della tua vita."
"Beh, lo fa così impercettibilmente che non credo che mi dispiacerà molto. È il tipo di donna che sa come comandare bene; infatti, mi piace piuttosto, perché ti avvolge intorno al dito con tanta dolcezza e grazia come una matassa di seta, e ti fa sentire come se ti stesse facendo un favore per tutto il tempo."
"Che io debba vivere abbastanza da vederti un marito succube e godertelo!" gridò Jo, con le mani levate.
Era bello vedere Laurie raddrizzare le spalle, e sorridere con virile disprezzo a quell'insinuazione, mentre rispondeva, con la sua aria "alta e potente":
"Amy è troppo ben educata per quello, e io non sono il tipo d'uomo da sottomettervisi. Mia moglie e io rispettiamo noi stessi e l'un l'altro troppo per tiranneggiare o litigare mai."
A Jo piacque quello, e pensò che la nuova dignità fosse molto adatta, ma il ragazzo sembrava cambiare molto velocemente in uomo, e il rimpianto si mescolava al suo piacere.
"Ne sono certa; Amy e tu non avete mai litigato come facevamo noi. Lei è il sole e io il vento, nella favola, e il sole ha gestito l'uomo meglio, ricordi."
"Lei sa come farlo arrabbiare così come splendere su di lui," rise Laurie. "Che lezione ho preso a Nizza! ti do la mia parola che era decisamente peggio di qualsiasi tua ramanzina... una vera sfuriata. Te ne racconterò tutto un giorno... lei non lo farà mai, perché, dopo avermi detto che mi disprezzava e si vergognava di me, ha perso il cuore per la parte disprezzabile e ha sposato il buono a nulla."
"Che bassezza! Beh, se ti maltratta, vieni da me, e ti difenderò."
"Sembro uno che ne ha bisogno, non è vero?" disse Laurie, alzandosi e assumendo una posa che passò improvvisamente dall'imponente all'estasiata, mentre si sentiva la voce di Amy chiamare:
"Dov'è lei? Dov'è la mia cara vecchia Jo?"
Tutta la famiglia entrò in massa, e ognuno fu abbracciato e baciato ancora una volta, e, dopo diversi vani tentativi, i tre vagabondi furono fatti sedere per essere guardati ed esultati. Il signor Laurence, sano e robusto come sempre, era migliorato proprio quanto gli altri grazie al suo viaggio all'estero, perché la ruvidezza sembrava essere quasi sparita, e la cortesia di vecchio stampo aveva ricevuto una lucidatura che la rendeva più gentile che mai. Era bello vederlo raggiante verso "i miei ragazzi", come chiamava la giovane coppia; era ancora meglio vedere Amy pagargli il dovere filiale e l'affetto che conquistarono completamente il suo vecchio cuore; e meglio di tutto, guardare Laurie girare attorno ai due, come se non si stancasse mai di godersi il bel quadro che facevano.
Nel minuto in cui posò gli occhi su Amy, Meg divenne consapevole che il suo abito non aveva un'aria parigina, che la giovane signora Moffat sarebbe stata completamente eclissata dalla giovane signora Laurence, e che "sua signoria" era del tutto una donna elegantissima e aggraziata. Jo pensò, mentre osservava la coppia: "Come stanno bene insieme! Avevo ragione, e Laurie ha trovato la bella ragazza istruita che si addirà alla sua casa meglio della goffa vecchia Jo, e sarà un orgoglio, non un tormento per lui." La signora March e suo marito sorrisero e annuirono l'uno all'altro con volti felici, perché vedevano che la loro ultimogenita aveva fatto bene, non solo nelle cose mondane, ma nella ricchezza migliore di amore, fiducia e felicità.
Perché il viso di Amy era pieno della dolce luminosità che denota un cuore in pace, la sua voce aveva una nuova tenerezza, e il portamento freddo e formale era cambiato in una gentile dignità, sia femminile che attraente. Nessuna piccola affettazione lo guastava, e la dolcezza cordiale del suo modo di fare era più affascinante della nuova bellezza o della vecchia grazia, perché la marchiava subito con l'inconfondibile segno della vera signora che aveva sperato di diventare.
"L'amore ha fatto molto per la nostra ragazzina," disse sua madre dolcemente.
"Ha avuto un buon esempio davanti a sé per tutta la vita, cara mia," sussurrò di rimando il signor March, con uno sguardo amorevole al viso stanco e alla testa grigia accanto a lui.
Daisy trovò impossibile tenere gli occhi lontani dalla sua "graziosa zia", ma si attaccò come un cagnolino alla meravigliosa châtelaine piena di deliziosi pendenti. Demi fece una pausa per considerare la nuova relazione prima di compromettersi con l'accettazione avventata di una mancia, che prese la forma tentatrice di una famiglia di orsi di legno da Berna. Una manovra di fianco produsse una resa incondizionata, tuttavia, perché Laurie sapeva come prenderlo.
"Giovanotto, quando ho avuto per la prima volta l'onore di fare la tua conoscenza mi hai colpito in faccia: ora pretendo la soddisfazione di un gentiluomo;" e con ciò l'alto zio procedette a scuotere e scompigliare il piccolo nipote in un modo che danneggiò la sua dignità filosofica tanto quanto deliziò la sua anima infantile.
"Che io sia benedetta se non è in seta dalla testa ai piedi? Non è una vista gustosa vederla seduta lì bella come un fiore, e sentire la gente chiamare la piccola Amy, Signora Laurence?" borbottò la vecchia Hannah, che non poté resistere a frequenti "sbirciatine" attraverso lo sportello mentre apparecchiava la tavola in un modo decisamente promiscuo.
Misericordia, come parlavano! prima uno, poi l'altro, poi tutti esplosero insieme, cercando di raccontare la storia di tre anni in mezz'ora. Fu una fortuna che il tè fosse a portata di mano, per produrre una tregua e fornire ristoro, perché sarebbero diventati rauchi e svenuti se fossero andati avanti ancora molto. Che processione felice quella che si incamminò nella piccola sala da pranzo! Il signor March scortò orgogliosamente la "Signora Laurence"; la signora March si appoggiò con altrettanto orgoglio al braccio di "mio figlio"; il vecchio gentiluomo prese Jo, con un sussurrato "Devi essere la mia ragazza ora", e un'occhiata all'angolo vuoto accanto al fuoco, che fece sussurrare a Jo di rimando, con le labbra tremanti, "Cercherò di occupare il suo posto, signore."
I gemelli trotterellavano dietro, sentendo che il millennio era vicino, perché tutti erano così occupati con i nuovi arrivati che furono lasciati a divertirsi a loro piacimento, e potete star certi che sfruttarono al massimo l'opportunità. Non rubarono sorsi di tè, si riempirono di pan di zenzero _ad libitum_, presero un biscotto caldo ciascuno, e, come trasgressione suprema, non infilarono ciascuno un'accattivante piccola crostata nelle loro minuscole tasche, lì per appiccicarsi e sgretolarsi in modo traditore, insegnando loro che sia la natura umana che la pasticceria sono fragili? Appesantiti dalla colpevole consapevolezza delle crostate segregate, e temendo che gli occhi acuti di Dodo avrebbero trapassato il sottile travestimento di cambric e merino che nascondeva il loro bottino, i piccoli peccatori si attaccarono a "Nonno", che non aveva i suoi occhiali. Amy, che veniva passata di mano in mano come un rinfresco, tornò in salotto al braccio di Padre Laurence; gli altri si accoppiarono come prima, e questa disposizione lasciò Jo senza compagno. Non le importò in quel minuto, perché si trattenne per rispondere all'impaziente domanda di Hannah:
"La signorina Amy andrà in giro nella sua carrozza (coupé), e userà tutti quei bei piatti d'argento che sono conservati laggiù?"
"Non mi meraviglierei se guidasse sei cavalli bianchi, mangiasse su piatti d'oro, e portasse diamanti e merletti ogni giorno. Teddy non pensa nulla sia troppo buono per lei," rispose Jo con infinita soddisfazione.
"E neanche c'è! Vuole dell'hash o delle polpette di pesce per colazione?" chiese Hannah, che mescolava saggiamente poesia e prosa.
"Non m'importa;" e Jo chiuse la porta, sentendo che il cibo era un argomento poco congeniale in quel momento. Rimase un minuto a guardare il gruppo che svaniva di sopra, e, mentre le corte gambe scozzesi di Demi faticavano sull'ultimo gradino, un improvviso senso di solitudine la colse così fortemente che si guardò intorno con occhi appannati, come per trovare qualcosa a cui appoggiarsi, perché persino Teddy l'aveva abbandonata. Se avesse saputo quale regalo di compleanno stava arrivando ogni minuto sempre più vicino, non avrebbe detto a se stessa: "Verserò una piccola lacrima quando andrò a letto; non è il caso di essere lugubre ora." Poi si passò una mano sugli occhi... perché una delle sue abitudini da ragazzo era quella di non sapere mai dove fosse il suo fazzoletto... ed era appena riuscita a richiamare un sorriso quando ci fu un bussare alla porta del portico.
La aprì con ospitale fretta, e sussultò come se un altro fantasma fosse venuto a sorprenderla; perché lì stava un alto gentiluomo barbuto, che le sorrideva dall'oscurità come un sole di mezzanotte.
"Oh signor Bhaer, sono così felice di vederla!" gridò Jo, con una stretta, come se temesse che la notte lo avrebbe inghiottito prima che potesse farlo entrare.
"E io di vedere la signorina Marsch... ma no, lei ha una festa..." e il Professore fece una pausa mentre il suono delle voci e il ticchettio dei passi di danza scendevano verso di loro.
"No, non l'abbiamo, solo la famiglia. Mia sorella e i suoi amici sono appena tornati a casa, e siamo tutti molto felici. Entri, e si unisca a noi."
Sebbene fosse un uomo molto socievole, penso che il signor Bhaer se ne sarebbe andato decorosamente via, per tornare un altro giorno; ma come avrebbe potuto, quando Jo chiuse la porta dietro di lui, e lo privò del cappello? Forse il suo viso ebbe qualcosa a che fare con questo, perché lei dimenticò di nascondere la sua gioia nel vederlo, e la mostrò con una franchezza che si rivelò irresistibile per l'uomo solitario, il cui benvenuto superò di gran lunga le sue speranze più audaci.
"Se non sarò di troppo, sarò così lieto di vederli tutti. Lei è stata malata, amica mia?"
Pose la domanda bruscamente, poiché, mentre Jo appendeva il cappotto, la luce le cadde sul viso e lui vi scorse un cambiamento.
"Non malata, ma stanca e addolorata. Abbiamo avuto dei guai da quando l'ho vista l'ultima volta."
"Ah, sì, lo so. Il mio cuore era affranto per voi quando l'ho saputo"; e le strinse di nuovo la mano, con un volto così partecipe che Jo ebbe l'impressione che nessun conforto potesse eguagliare lo sguardo di quegli occhi gentili e la stretta della mano grande e calda.
"Padre, madre, questo è il mio amico, il professor Bhaer", disse, con un volto e un tono di tale irrefrenabile orgoglio e piacere che avrebbe potuto benissimo suonare una tromba e aprire la porta con un gesto trionfale.
Se lo straniero aveva avuto qualche dubbio sulla sua accoglienza, questi furono fugati in un minuto dalla cordiale ospitalità che ricevette. Tutti lo salutarono affettuosamente, dapprima per riguardo a Jo, ma molto presto impararono ad apprezzarlo per se stesso. Non potevano farne a meno, perché portava con sé il talismano che apre tutti i cuori, e quella gente semplice si sentì subito in sintonia con lui, provando ancora più simpatia per il fatto che fosse povero; poiché la povertà arricchisce coloro che vivono al di sopra di essa ed è un lasciapassare sicuro verso gli spiriti veramente ospitali. Il signor Bhaer sedeva guardandosi intorno con l'aria di un viaggiatore che bussa a una porta sconosciuta e, quando questa si apre, si ritrova a casa propria. I bambini andarono da lui come api verso un vasetto di miele; e, stabilitisi sulle sue ginocchia, procedettero a conquistarlo frugando nelle sue tasche, tirandogli la barba e ispezionando il suo orologio con audacia infantile. Le donne si scambiarono sguardi di approvazione e il signor March, sentendo di aver trovato un'anima affine, aprì le sue risorse migliori a beneficio dell'ospite, mentre il silenzioso John ascoltava e si godeva la conversazione senza dire una parola, e il signor Laurence trovava impossibile prendere sonno.
Se Jo non fosse stata impegnata in altro, il comportamento di Laurie l'avrebbe divertita; poiché una lieve fitta, non di gelosia, ma qualcosa di simile al sospetto, portò quel gentiluomo a restare in disparte all'inizio e a osservare il nuovo arrivato con fraterna circospezione. Ma non durò a lungo. Si interessò suo malgrado e, prima di rendersene conto, fu trascinato nel cerchio; poiché il signor Bhaer parlava bene in quell'atmosfera cordiale e si faceva valere. Parlava raramente a Laurie, ma lo guardava spesso, e un'ombra passava sul suo viso, come se rimpiangesse la propria giovinezza perduta, mentre osservava il giovane nel fiore degli anni. Poi il suo sguardo si rivolgeva a Jo con tanta malinconia che lei avrebbe sicuramente risposto a quella muta domanda se l'avesse visto; ma Jo doveva badare ai propri occhi e, sentendo di non potersi fidare di loro, li tenne prudentemente fissi sul calzino che stava lavorando ai ferri, come una perfetta zia nubile.
Un'occhiata furtiva di tanto in tanto la rinfrescava come sorsi di acqua fresca dopo una camminata polverosa, poiché quegli sguardi di sbieco le mostravano diversi presagi favorevoli. Il volto del signor Bhaer aveva perso l'espressione distratta e appariva vivo di interesse per il momento presente, addirittura giovane e attraente, pensò, dimenticando di confrontarlo con Laurie, come faceva di solito con gli uomini estranei, a loro grande svantaggio. Poi sembrò quasi ispirato, sebbene le usanze funebri degli antichi, sulle quali la conversazione si era soffermata, potessero non essere considerate un argomento esilarante. Jo brillava di trionfo quando Teddy veniva messo a tacere in una discussione e pensava tra sé, osservando il volto assorto di suo padre: "Quanto gli piacerebbe avere un uomo come il mio Professore con cui parlare ogni giorno!" Infine, il signor Bhaer indossava un nuovo abito nero, che lo faceva sembrare più signore che mai. I suoi capelli folti erano stati tagliati e ben spazzolati, ma non rimasero in ordine a lungo, poiché, nei momenti di eccitazione, li arruffava nel modo buffo che era solito fare; e a Jo piacevano più dritti e ribelli che piatti, perché pensava che dessero alla sua bella fronte un aspetto gioviano. Povera Jo, come glorificava quell'uomo semplice, mentre sedeva a lavorare ai ferri in silenzio, senza lasciarsi sfuggire nulla, nemmeno il fatto che il signor Bhaer avesse dei gemelli d'oro nei polsini immacolati!
"Caro vecchio! Non avrebbe potuto prepararsi con più cura se fosse andato a corteggiare qualcuno", disse Jo a se stessa; e poi un pensiero improvviso, nato da quelle parole, la fece arrossire così terribilmente che dovette lasciar cadere il gomitolo e chinarsi per raccoglierlo e nascondere il viso.
La manovra non riuscì bene come si aspettava, tuttavia; poiché, proprio mentre stava per dare fuoco a una pira funeraria, il Professore lasciò cadere la sua torcia, metaforicamente parlando, e fece un tuffo verso il piccolo gomitolo blu. Naturalmente urtarono le teste con forza, videro le stelle e riemersero entrambi arrossiti e ridendo, senza il gomitolo, per riprendere i loro posti, pentendosi di averli lasciati.
Nessuno seppe dove fosse finita la serata; poiché Hannah fece sparire abilmente i bambini a un'ora tarda, mentre annuivano come due papaveri rosati, e il signor Laurence tornò a casa a riposare. Gli altri sedettero intorno al fuoco, parlando senza sosta, incuranti dello scorrere del tempo, finché Meg, la cui mente materna era colpita dalla ferma convinzione che Daisy fosse caduta dal letto e che Demi avesse dato fuoco alla sua camicia da notte studiando la struttura dei fiammiferi, fece l'atto di andare.
"Dobbiamo fare il nostro canto, nel buon vecchio modo, perché siamo tutti insieme ancora una volta", disse Jo, sentendo che una bella cantata sarebbe stata uno sfogo sicuro e piacevole per le emozioni giubilanti della sua anima.
Non erano tutti presenti. Ma nessuno trovò le parole sconsiderate o false; poiché Beth sembrava ancora tra loro, una presenza pacifica, invisibile, ma più cara che mai, dato che la morte non poteva spezzare il legame familiare che l'amore aveva reso indissolubile. La piccola sedia stava al suo vecchio posto; il cestino da lavoro, con il pezzo di cucito che aveva lasciato incompiuto quando l'ago divenne "così pesante", era ancora sullo scaffale consueto; l'amato strumento, raramente toccato ora, non era stato spostato; e sopra di esso il volto di Beth, sereno e sorridente, come nei primi tempi, guardava giù verso di loro, sembrando dire: "Siate felici. Io sono qui."
"Suona qualcosa, Amy. Fai sentire loro quanto sei migliorata", disse Laurie, con un orgoglio perdonabile per la sua promettente allieva.
Ma Amy sussurrò, con gli occhi pieni di lacrime, mentre faceva girare lo sgabello sbiadito:
"Non stasera, caro. Non posso mettermi in mostra stasera."
Tuttavia, mostrò qualcosa di meglio della brillantezza o dell'abilità; perché cantò le canzoni di Beth con una musica tenera nella voce che il miglior maestro non avrebbe potuto insegnare, e toccò il cuore degli ascoltatori con un potere più dolce di quanto qualsiasi altra ispirazione avrebbe potuto darle. La stanza era molto silenziosa, quando la voce limpida si incrinò improvvisamente sull'ultima strofa dell'inno preferito di Beth. Era difficile dire:
"La terra non ha dolore che il cielo non possa guarire;"
e Amy si appoggiò al marito, che stava dietro di lei, sentendo che il suo ritorno a casa non era del tutto perfetto senza il bacio di Beth.
"Ora, dobbiamo finire con la canzone di Mignon; perché il signor Bhaer la canta", disse Jo, prima che la pausa diventasse dolorosa. E il signor Bhaer si schiarì la gola con un gratificato "Ehm!" mentre si avvicinava all'angolo in cui si trovava Jo, dicendo:
"Canterà con me? Andiamo d'accordo in modo eccellente."
Una piacevole finzione, tra l'altro; poiché Jo non ne capiva di musica più di una cavalletta. Ma avrebbe acconsentito se lui avesse proposto di cantare un'intera opera, e gorgheggiò beatamente, incurante del tempo e dell'intonazione. Non importava molto; poiché il signor Bhaer cantava come un vero tedesco, con cuore e bravura; e Jo presto si ridusse a un sommesso brusio, per poter ascoltare la voce melodiosa che sembrava cantare solo per lei.
"Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni",
era solita essere la strofa preferita del Professore, perché "das land" significava la Germania per lui; ma ora sembrava soffermarsi, con calore e melodia particolari, sulle parole:
"Lì, oh lì, potrei con te, O mio amato, andare!"
e un'ascoltatrice fu così entusiasta da quell'invito tenero che desiderò dire di conoscere quella terra e che sarebbe partita gioiosamente verso di essa ogni volta che lui avesse voluto.
La canzone fu considerata un grande successo e il cantante si ritirò coperto di allori. Ma pochi minuti dopo, dimenticò completamente le buone maniere e fissò Amy che si stava mettendo il cappello; poiché era stata presentata semplicemente come "mia sorella" e nessuno l'aveva chiamata con il suo nuovo nome da quando era arrivato. Si dimenticò ancora di più quando Laurie disse, nel suo modo più gentile, al momento di congedarsi:
"Mia moglie e io siamo molto lieti di incontrarla, signore. Per favore, ricordi che c'è sempre un benvenuto che l'attende oltre la strada."
Allora il Professore lo ringraziò così calorosamente e apparve così improvvisamente illuminato dalla soddisfazione che Laurie lo considerò il vecchio più deliziosamente espansivo che avesse mai incontrato.
"Anch'io andrò; ma verrò volentieri di nuovo, se mi darà il permesso, cara madame, poiché un po' di affari in città mi tratterranno qui per alcuni giorni."
Parlò alla signora March, ma guardò Jo; e la voce della madre diede un assenso tanto cordiale quanto fecero gli occhi della figlia; poiché la signora March non era così cieca verso gli interessi dei suoi figli come la signora Moffat supponeva.
"Sospetto che sia un uomo saggio", osservò il signor March, con placida soddisfazione, dal tappeto del camino, dopo che l'ultimo ospite se n'era andato.
"So che è un uomo buono", aggiunse la signora March, con decisa approvazione, mentre caricava l'orologio.
"Pensavo che ti sarebbe piaciuto", fu tutto ciò che disse Jo, mentre scivolava via verso il suo letto.
Si chiese quali fossero gli affari che avevano portato il signor Bhaer in città e alla fine decise che fosse stato insignito di qualche grande onore, da qualche parte, ma fosse stato troppo modesto per menzionare il fatto. Se avesse visto il suo volto quando, al sicuro nella propria stanza, guardò il ritratto di una giovane signora severa e rigida, con molti capelli, che sembrava fissare oscuramente il futuro, ciò avrebbe potuto gettare un po' di luce sull'argomento, specialmente quando lui spense il gas e baciò il ritratto al buio.
XLIV.
IL MIO SIGNORE E LA MIA SIGNORA.
"Per favore, Madre Signora, potrebbe prestarmi mia moglie per mezz'ora? I bagagli sono arrivati e ho messo a soqquadro gli abiti parigini di Amy, cercando di trovare alcune cose che mi servono", disse Laurie, entrando il giorno dopo per trovare la signora Laurence seduta in grembo a sua madre, come se fosse tornata a essere "la bambina".
"Certamente. Vai, cara; dimentico che tu abbia una casa diversa da questa", e la signora March strinse la mano bianca che portava la fede nuziale, come se chiedesse perdono per la sua avidità materna.
"Non sarei venuto se avessi potuto farne a meno; ma non riesco più a fare a meno della mia donnina, non più di quanto un..."
"Banderuola possa fare a meno del vento", suggerì Jo, mentre lui si fermava in cerca di un paragone; Jo era tornata ad essere la sua solita impertinente persona da quando Teddy era tornato a casa.
"Esattamente; perché Amy mi tiene puntato verso ovest per la maggior parte del tempo, con solo un occasionale sbuffo verso sud, e non ho avuto un vento da est da quando mi sono sposato; non so nulla del nord, ma sono del tutto salubre e mite, eh, mia signora?"
"Tempo incantevole finora; non so quanto durerà, ma non temo le tempeste, perché sto imparando a guidare la mia nave. Torna a casa, caro, e ti troverò il cavastivali; immagino sia quello che stai cercando tra le mie cose. Gli uomini sono così impotenti, madre", disse Amy, con un'aria materna che deliziò suo marito.
"Cosa avete intenzione di fare dopo esservi sistemati?" chiese Jo, abbottonando il mantello di Amy come era solita abbottonargli le pettorine.
"Abbiamo i nostri piani; non intendiamo dire molto a riguardo ancora, perché siamo scope troppo nuove, ma non vogliamo restare inattivi. Sto entrando in affari con una devozione che delizierà il nonno e gli proverà che non sono viziato. Ho bisogno di qualcosa del genere per mantenermi saldo. Sono stanco di poltrire e intendo lavorare come un uomo."
"E Amy, cosa farà lei?" chiese la signora March, molto compiaciuta della decisione di Laurie e dell'energia con cui parlava.
"Dopo aver fatto i convenevoli in giro e aver sfoggiato il nostro cappello migliore, vi stupiremo con le eleganti ospitalità della nostra dimora, la brillante società che attireremo a noi e l'influenza benefica che eserciteremo sul mondo in generale. È più o meno così, non è vero, Madame Récamier?" chiese Laurie, con uno sguardo beffardo verso Amy.
"Il tempo lo dirà. Vieni via, Impertinenza, e non scandalizzare la mia famiglia chiamandomi con quei nomi davanti a loro", rispose Amy, risoluta sul fatto che ci sarebbe dovuta essere una casa con una buona moglie prima di stabilire un salotto come regina della società.
"Quanto sembrano felici quei ragazzi insieme!" osservò il signor March, trovando difficile assorbirsi nel suo Aristotele dopo che la giovane coppia se n'era andata.
"Sì, e penso che durerà", aggiunse la signora March, con l'espressione riposata di un pilota che ha portato una nave sana e salva in porto.
"So che durerà. Felice Amy!" e Jo sospirò, poi sorrise luminosamente mentre il professor Bhaer apriva il cancello con una spinta impaziente.
Più tardi, la sera, quando la sua mente fu rassicurata riguardo al cavastivali, Laurie disse improvvisamente a sua moglie, che stava svolazzando in giro, sistemando i suoi nuovi tesori d'arte:
"Signora Laurence."
"Mio signore!"
"Quell'uomo intende sposare la nostra Jo!"
"Lo spero; non credi, caro?"
"Beh, amore mio, lo considero un asso, nel senso più pieno di questa parola espressiva, ma vorrei che fosse un po' più giovane e molto più ricco."
"Ora, Laurie, non essere così schizzinoso e mondano. Se si amano non importa affatto quanti anni abbiano né quanto siano poveri. Le donne non dovrebbero mai sposarsi per denaro..." Amy si bloccò improvvisamente mentre le parole le sfuggivano, e guardò suo marito, che rispose con maliziosa gravità:
"Certamente no, anche se senti ragazze incantevoli dire che intendono farlo a volte. Se la memoria non m'inganna, una volta hai pensato fosse tuo dovere fare un matrimonio ricco; ciò spiega, forse, perché hai sposato un buono a nulla come me."
"Oh mio carissimo ragazzo, non dirlo, non dirlo! Ho dimenticato che eri ricco quando ho detto 'Sì'. Ti avrei sposato anche se non avessi avuto un soldo, e a volte vorrei che tu fossi povero così potrei mostrarti quanto ti amo"; e Amy, che era molto dignitosa in pubblico e molto affettuosa in privato, diede prove convincenti della verità delle sue parole.
"Non pensi davvero che io sia una creatura così venale come ho provato a essere una volta, vero? Mi spezzerebbe il cuore se non credessi che remerei volentieri nella stessa barca con te, anche se tu dovessi guadagnarti da vivere remando sul lago."
"Sono un idiota e un bruto? Come potrei pensarlo, quando hai rifiutato un uomo più ricco per me e non mi lasci darti metà di ciò che voglio ora, quando ne ho il diritto? Le ragazze lo fanno ogni giorno, povere cose, e vengono educate a pensare che sia la loro unica salvezza; ma tu hai avuto lezioni migliori e, sebbene una volta abbia tremato per te, non sono rimasto deluso, perché la figlia è rimasta fedele agli insegnamenti della madre. L'ho detto alla mamma ieri, e lei sembrava così contenta e grata come se le avessi dato un assegno da un milione, da spendere in beneficenza. Non stai ascoltando le mie osservazioni morali, signora Laurence"; e Laurie si fermò, perché gli occhi di Amy avevano uno sguardo assente, sebbene fissi sul suo volto.
"Sì, lo sto facendo, e ammirando la fossetta sul tuo mento allo stesso tempo. Non voglio renderti vanitoso, ma devo confessare che sono più orgogliosa del mio bel marito che di tutti i suoi soldi. Non ridere, ma il tuo naso è di tale conforto per me"; e Amy accarezzò dolcemente il tratto ben tagliato con soddisfazione artistica.
Laurie aveva ricevuto molti complimenti nella sua vita, ma mai uno che gli si addicesse meglio, come dimostrò chiaramente, sebbene ridisse del gusto peculiare di sua moglie, mentre lei diceva lentamente:
"Posso farti una domanda, caro?"
"Certo che puoi."
"Ti dispiacerà se Jo sposa il signor Bhaer?"
"Oh, è questo il problema, vero? Pensavo ci fosse qualcosa nella fossetta che non ti piacesse. Non essendo un cane nell'orto, ma il ragazzo più felice del mondo, ti assicuro che posso ballare al matrimonio di Jo con un cuore leggero come i miei tacchi. Ne dubiti, mia cara?"
Amy lo guardò e fu soddisfatta; la sua ultima piccola paura gelosa svanì per sempre e lo ringraziò, con un volto pieno di amore e fiducia.
"Vorrei che potessimo fare qualcosa per quel magnifico vecchio Professore. Non potremmo inventare un parente ricco, che muoia obbligatoriamente laggiù in Germania e gli lasci una discreta fortuna?" disse Laurie, quando iniziarono a passeggiare su e giù per il lungo salotto, sottobraccio, come amavano fare in memoria del giardino dello chateau.
"Jo ci scoprirebbe e rovinerebbe tutto; è molto orgogliosa di lui, proprio così com'è, e ieri ha detto che pensa che la povertà sia una cosa bellissima."
"Benedetto il suo caro cuore! Non lo penserà quando avrà un marito letterato e una dozzina di piccoli professori e professoresse da mantenere. Non interferiremo ora, ma osserveremo la nostra occasione e faremo loro un favore a dispetto di loro stessi. Sono in debito con Jo per una parte della mia istruzione, e lei crede nel pagare i propri debiti onesti, quindi la prenderò per quel verso."
"Quanto è delizioso poter aiutare gli altri, non è vero? Questo è sempre stato uno dei miei sogni, avere il potere di dare liberamente; e, grazie a te, il sogno si è avverato."
"Ah! faremo una quantità di bene, non è vero? C'è un tipo di povertà che mi piace particolarmente aiutare. I mendicanti puri e semplici vengono presi in carico, ma i gentiluomini poveri se la passano male, perché non chiedono, e la gente non osa offrire la carità; eppure ci sono mille modi per aiutarli, se solo uno sa come farlo così delicatamente da non offendere. Devo dire che mi piace servire un gentiluomo decaduto più di un mendicante ruffiano; immagino sia sbagliato, ma lo faccio, sebbene sia più difficile."
"Perché ci vuole un gentiluomo per farlo", aggiunse l'altro membro della società di ammirazione domestica.
"Grazie, temo di non meritare questo bel complimento. Ma stavo per dire che mentre poltrivo all'estero, ho visto molti giovani talentuosi fare ogni sorta di sacrificio e sopportare vere difficoltà, affinché potessero realizzare i loro sogni. Ragazzi splendidi, alcuni di loro, che lavorano come eroi, poveri e senza amici, ma così pieni di coraggio, pazienza e ambizione, che mi vergognavo di me stesso e desideravo dar loro una bella spinta. Quelle sono persone che è una soddisfazione aiutare, perché se hanno genio, è un onore poterli servire e non lasciare che vada perso o ritardato per mancanza di combustibile per tenere la pentola a bollore; se non lo hanno, è un piacere confortare le povere anime e impedir loro di disperarsi quando lo scoprono."
"Sì, davvero; e c'è un'altra classe che non può chiedere e che soffre in silenzio. Ne so qualcosa, perché ne facevo parte prima che tu facessi di me una principessa, come il re fa con la fanciulla mendicante nella vecchia storia. Le ragazze ambiziose hanno vita dura, Laurie, e spesso devono vedere giovinezza, salute e preziose opportunità passare, solo per mancanza di un piccolo aiuto al momento giusto. Le persone sono state molto gentili con me; e ogni volta che vedo ragazze che lottano, come facevamo noi, voglio tendere la mano e aiutarle, come sono stata aiutata io."
"E così farai, come l'angelo che sei!" esclamò Laurie, risolvendo, con un ardore di zelo filantropico, di fondare e dotare un istituto per l'esplicito beneficio delle giovani donne con inclinazioni artistiche. "Le persone ricche non hanno il diritto di sedersi e godersi la vita, o di lasciare che il loro denaro si accumuli perché altri lo sprechino. Non è neanche lontanamente così sensato lasciare eredità quando si muore, quanto usare il denaro saggiamente mentre si è in vita, e gioire nel rendere felici i propri simili con esso. Ci divertiremo noi stessi, e daremo un sapore in più al nostro piacere offrendone un assaggio generoso agli altri. Vuoi essere una piccola Dorcas, che va in giro a svuotare un grande cesto di conforti, riempiendolo di buone azioni?"
"Con tutto il cuore, se tu vorrai essere un coraggioso San Martino, fermandoti, mentre cavalchi galantemente per il mondo, a dividere il tuo mantello con il mendicante."
"È un patto, e ne trarremo il meglio!"
Così la giovane coppia si strinse la mano, e poi riprese a camminare felicemente, sentendo che la loro piacevole dimora era ancora più accogliente perché speravano di illuminare altre case, credendo che i loro piedi avrebbero camminato più rettamente lungo il sentiero fiorito che li attendeva, se avessero spianato le vie impervie per altri piedi, e sentendo che i loro cuori erano più strettamente legati da un amore che poteva ricordare con tenerezza coloro che erano meno fortunati di loro.
XLV.
DAISY E DEMI.
Non sento di aver compiuto il mio dovere di umile storica della famiglia March, senza dedicare almeno un capitolo ai suoi due membri più preziosi e importanti. Daisy e Demi erano ormai giunti all'età della discrezione; poiché in quest'epoca frenetica i bambini di tre o quattro anni fanno valere i propri diritti, e li ottengono anche, il che è più di quanto facciano molti dei loro anziani. Se mai vi fu una coppia di gemelli in pericolo di essere completamente viziati dall'adorazione, erano questi chiacchieroni dei Brooke. Naturalmente erano i bambini più straordinari mai nati, come verrà mostrato quando dirò che camminavano a otto mesi, parlavano correntemente a dodici mesi, e a due anni prendevano posto a tavola, comportandosi con una proprietà che incantava tutti gli osservatori. A tre anni, Daisy chiese un "aghetto", e realizzò davvero una borsa con quattro punti; allo stesso modo mise su casa nella credenza, e gestì una cucina giocattolo microscopica con un'abilità che portò lacrime di orgoglio agli occhi di Hannah, mentre Demi imparava le lettere con il nonno, che inventò un nuovo modo di insegnare l'alfabeto formando le lettere con braccia e gambe, unendo così ginnastica per testa e tacchi. Il ragazzo sviluppò precocemente un genio meccanico che deliziava suo padre e distraeva sua madre, poiché cercava di imitare ogni macchina che vedeva, e teneva la stanza dei bambini in uno stato caotico, con la sua "macchina-da-cucire" – una misteriosa struttura di spago, sedie, mollette da bucato e rocchetti, perché le ruote andassero "in giro e in giro"; inoltre un cesto appeso allo schienale di una grande sedia, nel quale cercava invano di issare la sua sorella troppo fiduciosa, la quale, con devozione femminile, permetteva che la sua testolina venisse urtata finché non veniva salvata, momento in cui il giovane inventore osservava indignato: "Perché, marmar, è il mio montacarichi, e sto cercando di tirarla su."
Sebbene fossero caratterialmente del tutto diversi, i gemelli andavano straordinariamente d'accordo, e raramente litigavano più di tre volte al giorno. Naturalmente, Demi tiranneggiava su Daisy, e la difendeva galantemente da ogni altro aggressore; mentre Daisy si faceva schiava della galera, e adorava suo fratello come l'unico essere perfetto al mondo. Una piccola anima rosea, paffuta e solare era Daisy, che trovava la strada per il cuore di tutti, e vi si annidava. Una di quelle bambine accattivanti, che sembrano fatte per essere baciate e coccolate, adornate e adorate come piccole dee, ed esibite per l'approvazione generale in tutte le occasioni festive. Le sue piccole virtù erano così dolci che sarebbe stata del tutto angelica se qualche piccola monelleria non l'avesse mantenuta deliziosamente umana. Era sempre bel tempo nel suo mondo, e ogni mattina si arrampicava alla finestra con la sua camicina da notte per guardare fuori, e dire, non importava se piovesse o splendesse il sole: "Oh, pitty day, oh, pitty day!" Ognuno era un amico, e offriva baci a uno sconosciuto così fiduciosamente che il più incallito degli scapoli si inteneriva, e gli amanti dei bambini diventavano fedeli adoratori.
"Io ama tutti," diceva una volta, aprendo le braccia, con il cucchiaio in una mano e la tazza nell'altra, come se fosse ansiosa di abbracciare e nutrire il mondo intero.
Mentre cresceva, sua madre iniziava a sentire che il Nido delle Tortore sarebbe stato benedetto dalla presenza di un'abitante serena e amorevole come quella che aveva contribuito a rendere la vecchia casa un focolare, e a pregare che le venisse risparmiata una perdita come quella che di recente aveva insegnato loro quanto a lungo avessero ospitato un angelo senza saperlo. Suo nonno la chiamava spesso "Beth", e sua nonna vegliava su di lei con devozione instancabile, come se cercasse di espiare qualche errore passato, che nessun occhio all'infuori del suo poteva vedere.
Demi, come un vero yankee, era di indole indagatrice, volendo sapere tutto, e rimanendo spesso molto turbato perché non riusciva a ottenere risposte soddisfacenti al suo perpetuo "Perché?".
Possedeva anche un'inclinazione filosofica, con grande gioia del nonno, che era solito tenere conversazioni socratiche con lui, nelle quali il precoce allievo metteva occasionalmente in difficoltà il suo insegnante, con l'aperta soddisfazione delle donne di casa.
"Cosa fa andare le mie gambe, dranpa?" chiedeva il giovane filosofo, osservando quelle parti attive del suo corpo con aria meditativa, mentre riposava dopo un gioco prima di andare a letto, una sera.
"È la tua piccola mente, Demi," rispondeva il saggio, accarezzando rispettosamente la testa bionda.
"Cos'è una piccola mente?"
"È qualcosa che fa muovere il tuo corpo, come la molla faceva andare le ruote nel mio orologio quando te l'ho mostrato."
"Aprimi; voglio vederlo andare in giro."
"Non posso farlo più di quanto tu potresti aprire l'orologio. Dio ti carica, e tu vai finché Lui non ti ferma."
"Lo faccio?" e gli occhi castani di Demi si fecero grandi e luminosi mentre assimilava il nuovo pensiero. "Sono caricato come l'orologio?"
"Sì; ma non posso mostrarti come; perché accade quando non vediamo."
Demi si tastò la schiena, come se si aspettasse di trovarla come quella dell'orologio, e poi osservò gravemente:
"Credo che Dio lo faccia quando sono addormentato."
Seguì un'attenta spiegazione, alla quale lui ascoltò così attentamente che la sua ansiosa nonna disse:
"Caro, pensi che sia saggio parlare di queste cose a quel bambino? Gli stanno venendo grandi bozzi sopra gli occhi, e sta imparando a fare le domande più irrispondibili."
"Se è abbastanza grande da fare le domande, è abbastanza grande da ricevere risposte vere. Non sto mettendo i pensieri nella sua testa, ma aiutandolo a dispiegare quelli già presenti. Questi bambini sono più saggi di noi, e non ho dubbi che il ragazzo comprenda ogni parola che gli ho detto. Ora, Demi, dimmi dove tieni la tua mente?"
Se il ragazzo avesse risposto come Alcibiade: "Per gli dei, Socrate, non so dirlo", il nonno non si sarebbe stupito; ma quando, dopo essere rimasto un momento su una gamba sola, come una giovane cicogna meditativa, rispose, con un tono di calma convinzione: "Nella mia piccola pancia", il vecchio gentiluomo poté solo unirsi alla risata della nonna, e congedare la classe di metafisica.
Ci sarebbe potuto essere motivo di ansia materna, se Demi non avesse fornito prove convincenti di essere un vero ragazzo, oltre che un filosofo in erba; poiché, spesso, dopo una discussione che portava Hannah a profetizzare, con cenni sinistri, "Quel bambino non durerà a lungo in questo mondo", lui si voltava e tranquillizzava i suoi timori con alcuni degli scherzi con cui i cari, sporchi e monelli bambini distraggono e deliziano le anime dei loro genitori.
Meg stabiliva molte regole morali, e cercava di seguirle; ma quale madre è mai stata immune alle astuzie seducenti, alle ingegnose evasioni, o alla tranquilla audacia degli uomini e delle donne in miniatura che così presto si mostrano abili artisti dell'inganno?
"Niente più uvetta, Demi, ti farà male," dice la mamma al giovanotto che offre i suoi servizi in cucina con immancabile regolarità nel giorno del plum-pudding.
"Mi piace stare male."
"Io non voglio che tu stia male, quindi corri via ad aiutare Daisy a fare le tortine."
Lui parte a malincuore, ma i torti subiti pesano sul suo spirito; e, a poco a poco, quando arriva l'opportunità di ripararvi, batte la mamma con un astuto scambio.
"Ora siete stati bravi bambini, e giocherò a quello che volete," dice Meg, mentre conduce i suoi aiutanti cuochi di sopra, quando il budino sobbolle al sicuro nella pentola.
"Davvero, marmar?" chiede Demi, con un'idea brillante nella sua testolina ben incipriata.
"Sì, davvero; tutto quello che dici," risponde la genitrice miope, preparandosi a cantare "I tre gattini" mezza dozzina di volte, o a portare la sua famiglia a "Comprare un panino da un soldo", incurante del vento o della stanchezza. Ma Demi la mette all'angolo con la risposta calma:
"Allora andremo a mangiare tutta l'uvetta."
Zia Dodo era la compagna di giochi principale e la confidente di entrambi i bambini, e il trio metteva a soqquadro la piccola casa. Zia Amy era ancora solo un nome per loro, zia Beth svanì presto in un ricordo piacevolmente vago, ma zia Dodo era una realtà vivente, e ne approfittavano al massimo, complimento di cui lei era profondamente grata. Ma quando arrivò il signor Bhaer, Jo trascurò i suoi compagni di gioco, e sgomento e desolazione calarono sulle loro piccole anime. Daisy, che amava andare in giro a vendere baci, perse la sua miglior cliente e andò in bancarotta; Demi, con infantile penetrazione, scoprì presto che a Dodo piaceva giocare con "l'uomo-orso" più che con lui; ma, sebbene ferito, nascose la sua angoscia, poiché non aveva il coraggio di insultare un rivale che teneva una miniera di gocce di cioccolato nella tasca del gilet, e un orologio che poteva essere estratto dalla sua custodia e liberamente scosso dagli ardenti ammiratori.
Alcune persone avrebbero potuto considerare queste piacevoli libertà come tangenti; ma Demi non la vedeva sotto quella luce, e continuava a gratificare l'"uomo-orso" con pensosa affabilità, mentre Daisy riponeva i suoi piccoli affetti su di lui fin dalla terza visita, e considerava la sua spalla il suo trono, il suo braccio il suo rifugio, i suoi doni tesori di valore insuperabile.
I gentiluomini sono talvolta colti da improvvisi attacchi di ammirazione per i giovani parenti delle signore che onorano con il loro riguardo; ma questa contraffatta filoprogenitorialità calza loro scomodamente, e non inganna nessuno neanche di un po'. La devozione del signor Bhaer era sincera, per quanto efficace – poiché l'onestà è la miglior politica in amore come in legge; era uno di quegli uomini che sono a proprio agio con i bambini, e appariva particolarmente bene quando dei piccoli volti creavano un piacevole contrasto con il suo volto virile. I suoi affari, qualunque essi fossero, lo trattenevano di giorno in giorno, ma la sera raramente mancava di venire a vedere... beh, chiedeva sempre del signor March, quindi suppongo che fosse lui l'attrazione. L'eccellente papà viveva nell'illusione di esserlo, e si deliziava in lunghe discussioni con l'anima affine, finché un'osservazione casuale del suo nipotino più osservatore non lo illuminò improvvisamente.
Il signor Bhaer venne una sera a fermarsi sulla soglia dello studio, stupito dallo spettacolo che gli si parò davanti. Disteso sul pavimento giaceva il signor March, con le sue rispettabili gambe in aria, e accanto a lui, anch'egli disteso, c'era Demi, che cercava di imitare l'atteggiamento con le proprie corte gambe in calze scarlatte, entrambi i carponi così seriamente assorti da non essere consapevoli degli spettatori, finché il signor Bhaer non rise la sua risata sonora, e Jo non esclamò, con una faccia scandalizzata:
"Padre, padre, ecco il Professore!"
Giù le gambe nere e su la testa grigia, mentre il precettore diceva, con indisturbata dignità:
"Buonasera, signor Bhaer. Mi scusi per un momento; stiamo appena finendo la nostra lezione. Ora, Demi, fai la lettera e dì il suo nome."
"Io lo conosco!" e, dopo alcuni sforzi convulsi, le gambe rosse presero la forma di un paio di compassi, e l'intelligente allievo gridò trionfante: "È una W, dranpa, è una W!"
"È un Weller nato," rise Jo, mentre il genitore si ricomponeva, e suo nipote cercava di stare sulla testa, come unico modo di esprimere la sua soddisfazione che la scuola fosse finita.
"Cosa hai fatto oggi, bübchen?" chiese il signor Bhaer, raccogliendo il ginnasta.
"Sono andato a trovare la piccola Mary."
"E cosa hai fatto lì?"
"L'ho baciata," iniziò Demi, con candida franchezza.
"Prut! cominci presto. Cosa ha detto la piccola Mary a questo?" chiese il signor Bhaer, continuando a confessare il giovane peccatore, che stava in piedi sul suo ginocchio, esplorando la tasca del gilet.
"Oh, le è piaciuto, e lei ha baciato me, e a me è piaciuto. Ai ragazzini non piacciono le bambine?" aggiunse Demi, con la bocca piena, e un'aria di blanda soddisfazione.
"Piccolo pulcino precoce! Chi ti ha messo in testa questo?" disse Jo, godendosi le rivelazioni innocenti tanto quanto il Professore.
"Non è nella mia testa; è nella mia bocca," rispose il letterale Demi, tirando fuori la lingua, con una goccia di cioccolato sopra, pensando che lei si riferisse ai dolciumi, non alle idee.
"Dovresti tenerne un po' per la piccola amica: dolci ai dolci, ometto;" e il signor Bhaer ne offrì un po' a Jo, con uno sguardo che la fece domandare se il cioccolato non fosse il nettare bevuto dagli dei. Anche Demi vide il sorriso, ne rimase colpito, e chiese ingenuamente:
"Ai grandi ragazzi piacciono anche le grandi ragazze, 'Fessor?"
Come il giovane Washington, il signor Bhaer "non sapeva dire una bugia"; così diede la risposta alquanto vaga che credeva che a volte accadesse, con un tono che fece posare al signor March la sua spazzola per abiti, dare un'occhiata al volto che si ritraeva di Jo, e poi affondare nella sua sedia, sembrando come se il "pulcino precoce" avesse messo in testa a lui un'idea che era sia dolce che amara.
Perché Dodo, quando lo colse nell'armadio delle porcellane mezz'ora dopo, quasi gli spremette il fiato dal corpicino con un tenero abbraccio, invece di scuoterlo per essere stato lì, e perché seguì questa inedita performance con l'inaspettato regalo di una grossa fetta di pane e marmellata, rimase uno dei problemi sui quali Demi arrovellò il suo piccolo ingegno, e fu costretto a lasciare irrisolto per sempre.
XLVI.
SOTTO L'OMBRELLO.
Mentre Laurie e Amy facevano passeggiate coniugali su tappeti di velluto, mentre mettevano in ordine la loro casa e pianificavano un futuro beato, il signor Bhaer e Jo si godevano passeggiate di tipo diverso, lungo strade fangose e campi zuppi.
"Faccio sempre una passeggiata verso sera, e non so perché dovrei rinunciarvi, solo perché mi capita spesso di incontrare il Professore mentre esce," disse Jo a se stessa, dopo due o tre incontri; perché, sebbene ci fossero due sentieri per andare da Meg, qualunque prendesse era sicura di incontrarlo, sia andando che tornando. Lui camminava sempre rapidamente, e non sembrava mai vederla finché non le era molto vicino, quando assumeva l'aria di chi, con i suoi occhi miopi, non fosse riuscito a riconoscere la signora che si avvicinava fino a quel momento. Poi, se lei stava andando da Meg, lui aveva sempre qualcosa per i bambini; se il suo volto era rivolto verso casa, aveva semplicemente passeggiato fino al fiume, e stava giusto per tornare indietro, a meno che lei non fosse stanca delle sue frequenti visite.
Date le circostanze, cosa poteva fare Jo se non salutarlo civilmente, e invitarlo a entrare? Se era stanca delle sue visite, nascondeva la sua stanchezza con perfetta abilità, e si assicurava che ci fosse caffè per cena, "dato che Friedrich – volevo dire il signor Bhaer – non ama il tè."
Alla seconda settimana, tutti sapevano perfettamente cosa stesse succedendo, eppure tutti cercavano di sembrare ciechi di fronte ai cambiamenti nel volto di Jo. Non chiesero mai perché cantasse durante il lavoro, si pettinasse tre volte al giorno, e diventasse così raggiante con il suo esercizio serale; e nessuno sembrò avere il minimo sospetto che il Professor Bhaer, mentre discuteva di filosofia con il padre, stesse dando lezioni d'amore alla figlia.
Jo non riusciva nemmeno a perdere il cuore in modo decoroso, ma cercava severamente di soffocare i suoi sentimenti; e, non riuscendoci, conduceva una vita alquanto agitata. Aveva una paura mortale di essere derisa per essersi arresa, dopo le sue tante e veementi dichiarazioni di indipendenza. Laurie era il suo terrore particolare; ma, grazie al nuovo manager, lui si comportò con lodevole proprietà, non chiamò mai il signor Bhaer "un ottimo vecchio" in pubblico, non alluse mai, nel modo più remoto, all'aspetto migliorato di Jo, o espresse la minima sorpresa nel vedere il cappello del Professore sul tavolino nell'ingresso dei March quasi ogni sera. Ma esultava in privato e desiderava che arrivasse il momento in cui avrebbe potuto dare a Jo un pezzo d'argento, con un orso e un bastone nodoso incisi sopra come appropriato stemma araldico.
Per quindici giorni, il Professore andò e venne con regolarità da innamorato; poi stette lontano per tre giorni interi, e non diede alcun segno – un procedimento che fece sembrare tutti seri, e Jo pensierosa, all'inizio, e poi – ahi per il romanticismo! – molto irritata.
"Disgustato, immagino, e tornato a casa così improvvisamente come era venuto. Non è nulla per me, naturalmente; ma penserei che sarebbe venuto a dirci addio, come un gentiluomo," disse a se stessa, con uno sguardo disperato al cancello, mentre si preparava per la solita passeggiata, in un pomeriggio grigio.
"Faresti meglio a prendere il piccolo ombrello, cara; sembra che stia per piovere," disse sua madre, osservando che aveva il suo nuovo cappello, ma non alludendo al fatto.
"Sì, Marmee; vuoi qualcosa in città? Devo correre a prendere della carta," rispose Jo, tirando fuori il fiocco sotto il mento davanti allo specchio come scusa per non guardare sua madre.
"Sì; voglio del silesia a saia, un pacchetto di aghi numero nove, e due iarde di nastro lavanda stretto. Hai messo i tuoi stivali pesanti, e qualcosa di caldo sotto il mantello?"
"Credo di sì," rispose Jo distrattamente.
"Se ti capita di incontrare il signor Bhaer, portalo a casa per il tè. Ho proprio voglia di vedere il caro uomo," aggiunse la signora March.
Jo sentì questo, ma non diede risposta, se non baciare sua madre e camminare rapidamente via, pensando con un fremito di gratitudine, nonostante il dolore al cuore:
"Com'è buona con me! Cosa fanno le ragazze che non hanno madri ad aiutarle attraverso le loro pene?"
I negozi di tessuti non erano giù tra gli uffici, le banche e i magazzini all'ingrosso, dove i gentiluomini si riuniscono per lo più; ma Jo si ritrovò in quella parte della città prima ancora di sbrigare una sola commissione, bighellonando come se aspettasse qualcuno, esaminando strumenti di ingegneria in una vetrina e campioni di lana in un'altra con interesse molto poco femminile; inciampando in barili, venendo quasi soffocata da balle che scendevano, e spintonata senza cerimonie da uomini indaffarati che sembravano chiedersi "come diavolo fosse finita lì". Una goccia di pioggia sulla guancia richiamò i suoi pensieri dalle speranze frustrate ai nastri rovinati; poiché le gocce continuavano a cadere, e, essendo una donna oltre che un'innamorata, sentì che, sebbene fosse troppo tardi per salvare il suo cuore, poteva salvare il suo cappello. Ora ricordò il piccolo ombrello, che aveva dimenticato di prendere nella fretta di uscire; ma il rimpianto era inutile, e non c'era nulla da fare se non prenderne uno in prestito o sottomettersi a un inzuppamento. Guardò il cielo cupo, giù il fiocco cremisi già macchiato di nero, avanti lungo la strada fangosa, poi un lungo, indugiante sguardo indietro, verso un certo magazzino sporco, con "Hoffmann, Swartz, & Co." sopra la porta, e disse a se stessa, con aria severamente rimproverante:
"Mi sta bene! Che affare avevo io a mettermi tutte le mie cose migliori e venire a corteggiare fin qui, sperando di vedere il Professore? Jo, mi vergogno di te! No, non andrai lì a chiedere in prestito un ombrello, o a scoprire dove si trova, dai suoi amici. Dovrai trascinarti via, e sbrigare le tue commissioni sotto la pioggia; e se ti prendi la morte e rovini il cappello, non è più di quanto meriti. E ora, via!"
Con questo si precipitò attraverso la strada così impetuosamente che scampò per un soffio alla distruzione da parte di un camion di passaggio, e si precipitò tra le braccia di un distinto vecchio gentiluomo, il quale disse: "Chiedo scusa, signora," e parve mortalmente offeso. In parte scoraggiata, Jo si ricompose, stese il fazzoletto sopra i nastri devoti e, lasciandosi la tentazione alle spalle, si affrettò oltre, con una crescente umidità alle caviglie e un gran clangore di ombrelli sopra la testa. Il fatto che un ombrello blu, alquanto malandato, rimanesse immobile sopra la sua cuffia non protetta attirò la sua attenzione; e, alzando lo sguardo, vide il signor Bhaer che guardava in basso.
"Mi sembra di conoscere la signora dallo spirito forte che cammina così coraggiosamente sotto tanti musi di cavallo, e così in fretta attraverso tanto fango. Che cosa fa qui, mia amica?"
"Sto facendo delle compere."
Il signor Bhaer sorrise, mentre lanciava un'occhiata dalla fabbrica di sottaceti su un lato, all'impresa di pelli e cuoio all'ingrosso sull'altro; ma disse solo cortesemente:
"Lei non ha l'ombrello. Posso venire anch'io, e prendere per lei i pacchetti?"
"Sì, grazie."
Le guance di Jo erano rosse come il suo nastro, e si chiedeva cosa lui pensasse di lei; ma non le importava, perché in un minuto si ritrovò a camminare sottobraccio al suo Professore, sentendosi come se il sole fosse improvvisamente esploso con una luminosità insolita, che il mondo fosse di nuovo a posto, e che una donna profondamente felice stesse sguazzando nel bagnato quel giorno.
"Pensavamo che se ne fosse andato," disse Jo in fretta, perché sapeva che lui la stava guardando. La sua cuffia non era abbastanza grande da nascondere il viso, e temeva che lui potesse trovare la gioia che tradiva poco femminile.
"Credeva che me ne sarei andato senza un addio a coloro che sono stati così divinamente gentili con me?" chiese lui così rimproverante che lei si sentì come se lo avesse insultato con quel suggerimento, e rispose calorosamente:
"No, non l'ho pensato; sapevo che era occupato con i suoi affari, ma ci siamo sentiti un po' la sua mancanza... soprattutto mio padre e mia madre."
"E lei?"
"Sono sempre felice di vederla, signore."
Nell'ansia di mantenere la voce del tutto calma, Jo la rese piuttosto fredda, e quel gelido monosillabo finale sembrò raggelare il Professore, poiché il suo sorriso svanì, mentre diceva gravemente:
"La ringrazio, e verrò un'altra volta prima di partire."
"Parte, allora?"
"Non ho più alcun affare qui; è tutto concluso."
"Con successo, spero," disse Jo, poiché l'amarezza della delusione era in quella sua breve risposta.
"Dovrei pensarlo, poiché mi si è aperta una strada per la quale posso guadagnarmi il pane e dare ai miei Jünglings un grande aiuto."
"Mi racconti, per favore! Mi piace sapere tutto dei... dei ragazzi," disse Jo ansiosamente.
"È così gentile, glielo dirò volentieri. I miei amici mi hanno trovato un posto in un college, dove insegnerò come a casa, e guadagnerò abbastanza per rendere la strada facile a Franz ed Emil. Per questo dovrei essere grato, non è vero?"
"Davvero dovrebbe. Che splendore sarà per lei fare ciò che le piace, e potervi vedere spesso, lei e i ragazzi!" esclamò Jo, aggrappandosi ai ragazzi come scusa per la soddisfazione che non poteva fare a meno di tradire.
"Ah! ma non ci incontreremo spesso, temo; questo posto è nell'Ovest."
"Così lontano!" e Jo lasciò che le sue gonne andassero incontro al loro destino, come se non importasse più cosa ne fosse dei suoi vestiti o di lei stessa.
Il signor Bhaer sapeva leggere diverse lingue, ma non aveva ancora imparato a leggere le donne. Si lusingava di conoscere Jo abbastanza bene, ed era, perciò, molto stupito dalle contraddizioni di voce, volto e modi, che lei gli mostrava in rapida successione quel giorno, poiché fu in una mezza dozzina di stati d'animo diversi nel giro di mezz'ora. Quando lo incontrò sembrò sorpresa, sebbene fosse impossibile non sospettare che fosse venuta proprio per quello scopo. Quando le offrì il braccio, lei lo prese con uno sguardo che lo riempì di gioia; ma quando le chiese se le fosse mancato, lei diede una risposta così fredda e formale che la disperazione lo colse. Nell'apprendere la sua buona sorte quasi batté le mani: la gioia era tutta per i ragazzi? Poi, sentendo la sua destinazione, disse: "Così lontano!" con un tono di disperazione che lo sollevò su un pinnacolo di speranza; ma il minuto dopo lo fece cadere di nuovo osservando, come qualcuno interamente assorbito dalla faccenda:
"Ecco il posto per le mie commissioni; vuole entrare? Non ci vorrà molto."
Jo era piuttosto orgogliosa delle sue capacità di fare compere, e desiderava in particolare impressionare il suo accompagnatore con la precisione e la speditezza con cui avrebbe sbrigato gli affari. Ma, a causa dell'agitazione in cui si trovava, tutto andò storto; rovesciò il vassoio degli aghi, dimenticò che il tessuto doveva essere "a saia" finché non fu tagliato, diede il resto sbagliato, e si coprì di confusione chiedendo del nastro color lavanda al banco del cotone. Il signor Bhaer stava a guardare, osservando i suoi arrossire e i suoi errori; e, mentre guardava, il suo stesso smarrimento sembrò placarsi, poiché cominciava a capire che in alcune occasioni le donne, come i sogni, procedono per contrari.
Quando uscirono, lui mise il pacchetto sotto il braccio con un aspetto più allegro, e sguazzò tra le pozzanghere come se, tutto sommato, la cosa gli piacesse.
"Non dovremmo fare un po' di quello che chiamate shopping per i bambini, e fare un banchetto d'addio stasera se verrò per la mia ultima visita nella vostra così piacevole casa?" chiese lui, fermandosi davanti a una vetrina piena di frutta e fiori.
"Cosa compreremo?" disse Jo, ignorando l'ultima parte del suo discorso, e annusando gli odori misti con un'affettazione di piacere mentre entravano.
"Possono avere arance e fichi?" chiese il signor Bhaer, con aria paterna.
"Li mangiano quando riescono a trovarli."
"Le piacciono le noci?"
"Come a uno scoiattolo."
"Uva di Amburgo; sì, brinderemo sicuramente alla Patria con quella?"
Jo corrucciò la fronte a quel pezzo di stravaganza, e chiese perché non comprasse una cesta di datteri, un barile di uvetta e un sacchetto di mandorle, e farla finita? Al che il signor Bhaer confiscò il suo portamonete, produsse il proprio, e finì la spesa comprando diversi chili d'uva, un vaso di margherite rosate e un bel vasetto di miele, da considerarsi nell'ottica di una damigiana. Poi, distorcendo le sue tasche con i pacchetti nodosi, e dando a lei i fiori da tenere, tirò su il vecchio ombrello, e ripresero il cammino.
"Signorina Marsch, ho un grande favore da chiederle," esordì il Professore, dopo una passeggiata umida di mezzo isolato.
"Sì, signore;" e il cuore di Jo cominciò a battere così forte che temette che lui potesse sentirlo.
"Sono audace a dirlo nonostante la pioggia, perché mi rimane così poco tempo."
"Sì, signore;" e Jo quasi schiacciò il piccolo vaso di fiori con la stretta improvvisa che gli diede.
"Desidero prendere un vestitino per la mia Tina, e sono troppo stupido per andare da solo. Mi darebbe gentilmente una parola di gusto e aiuto?"
"Sì, signore;" e Jo si sentì calma e fresca, tutto d'un tratto, come se fosse entrata in un frigorifero.
"Forse anche uno scialle per la madre di Tina, è così povera e malata, e il marito è una tale preoccupazione. Sì, sì, uno scialle spesso e caldo sarebbe una cosa amichevole da portare alla piccola madre."
"Lo farò con piacere, signor Bhaer. Sto andando molto in fretta e lui diventa sempre più caro ogni minuto," aggiunse Jo tra sé; poi, con una scossa mentale, entrò nell'affare con un'energia che era piacevole a vedersi.
Il signor Bhaer lasciò tutto a lei, così scelse un bell'abito per Tina, e poi ordinò gli scialli. L'impiegato, essendo un uomo sposato, si degnò di interessarsi alla coppia, che sembrava fare compere per la propria famiglia.
"La sua signora potrebbe preferire questo; è un articolo superiore, un colore molto desiderabile, alquanto casto e distinto," disse, scuotendo un comodo scialle grigio e gettandolo sulle spalle di Jo.
"Le va bene questo, signor Bhaer?" chiese lei, voltandogli le spalle e sentendosi profondamente grata per la possibilità di nascondere il viso.
"Eccellentemente bene; lo prenderemo," rispose il Professore, sorridendo tra sé mentre pagava, mentre Jo continuava a rovistare nei banchi come una cacciatrice di affari incallita.
"Ora andiamo a casa?" chiese lui, come se le parole gli fossero molto gradite.
"Sì; è tardi e sono così stanca." La voce di Jo era più patetica di quanto sapesse; perché ora il sole sembrava essere tramontato così improvvisamente come era apparso, il mondo tornava fangoso e miserabile, e per la prima volta scoprì che aveva i piedi freddi, le doleva la testa, e che il suo cuore era più freddo del primo, più pieno di dolore del secondo. Il signor Bhaer se ne stava andando; teneva a lei solo come a un'amica; era tutto un errore, e prima finiva meglio era. Con questa idea in testa, fece segno a un omnibus in arrivo con un gesto così frettoloso che le margherite volarono fuori dal vaso e furono gravemente danneggiate.
"Questo non è il nostro omniboos," disse il Professore, facendo cenno al veicolo carico di allontanarsi, e fermandosi a raccogliere i poveri fiorellini.
"Chiedo scusa, non ho visto bene il nome. Non importa, posso camminare. Sono abituata a faticare nel fango," rispose Jo, sbattendo le palpebre con forza, perché sarebbe morta piuttosto che asciugarsi apertamente gli occhi.
Il signor Bhaer vide le gocce sulle sue guance, sebbene lei avesse voltato la testa; la vista sembrò toccarlo molto, poiché, chinandosi improvvisamente, chiese con un tono che significava molto:
"Cara al mio cuore, perché piangi?"
Ora, se Jo non fosse stata nuova a questo genere di cose avrebbe detto che non stava piangendo, che aveva un raffreddore, o avrebbe raccontato qualsiasi altra bugia femminile appropriata all'occasione; invece di ciò, quella creatura poco dignitosa rispose, con un singhiozzo irrefrenabile:
"Perché lei se ne sta andando."
"Ach, mein Gott, questo è così bello!" esclamò il signor Bhaer, riuscendo a congiungere le mani nonostante l'ombrello e i pacchetti. "Jo, non ho altro che molto amore da darti; sono venuto per vedere se potevi tenerci, e ho aspettato per essere sicuro di essere qualcosa di più di un amico. Lo sono? Puoi fare un piccolo posto nel tuo cuore per il vecchio Fritz?" aggiunse, tutto d'un fiato.
"Oh, sì!" disse Jo; e lui ne fu del tutto soddisfatto, perché lei piegò entrambe le mani sul suo braccio e lo guardò con un'espressione che mostrava chiaramente quanto sarebbe stata felice di camminare attraverso la vita al suo fianco, anche se non avesse avuto riparo migliore del vecchio ombrello, se fosse stato lui a portarlo.
Era certamente una proposta fatta in condizioni difficili, poiché, anche se lo avesse desiderato, il signor Bhaer non avrebbe potuto mettersi in ginocchio, a causa del fango; né avrebbe potuto offrire la mano a Jo, se non figurativamente, perché entrambe erano piene; tanto meno avrebbe potuto indulgere in tenere dimostrazioni in piena strada, sebbene vi fosse vicino: così l'unico modo in cui poteva esprimere la sua estasi era guardarla, con un'espressione che glorificava il suo volto a tal punto che sembrava davvero ci fossero piccoli arcobaleni nelle gocce che scintillavano sulla sua barba. Se non avesse amato Jo così tanto, non credo che avrebbe potuto farlo allora, perché lei appariva tutt'altro che incantevole, con le gonne in uno stato deplorevole, gli stivali di gomma schizzati fino alla caviglia e la cuffia in rovina. Fortunatamente, il signor Bhaer la considerava la donna più bella del mondo, e lei lo trovò più "gioviano" che mai, sebbene la tesa del suo cappello fosse completamente floscia con i rivoli che colavano da lì sulle sue spalle (poiché teneva l'ombrello tutto sopra Jo), e ogni dito dei suoi guanti avesse bisogno di essere rammendato.
I passanti probabilmente li consideravano una coppia di innocui pazzi, poiché dimenticarono del tutto di fermare un autobus, e passeggiarono tranquillamente, ignari dell'oscurità e della nebbia che si facevano più intense. Poco importava loro di cosa pensasse chiunque, perché si stavano godendo l'ora felice che raramente capita più di una volta nella vita, il momento magico che dona giovinezza ai vecchi, bellezza ai brutti, ricchezza ai poveri, e dà ai cuori umani un assaggio del paradiso. Il Professore sembrava aver conquistato un regno, e il mondo non aveva più nulla da offrirgli in fatto di beatitudine; mentre Jo arrancava al suo fianco, sentendosi come se il suo posto fosse sempre stato lì, e meravigliandosi di come avesse mai potuto scegliere un altro destino. Naturalmente, fu lei la prima a parlare – in modo intelligibile, intendo, perché le osservazioni emotive che seguirono il suo impetuoso "Oh, sì!" non erano di carattere coerente o riportabile.
"Friedrich, perché non hai..."
"Ah, cielo, lei mi dà il nome che nessuno pronuncia da quando Minna è morta!" esclamò il Professore, fermandosi in una pozzanghera per guardarla con grata delizia.
"Ti chiamo sempre così tra me e me – ho dimenticato; ma non lo farò, a meno che a te non piaccia."
"Se mi piace? è più dolce per me di quanto possa dire. Di' 'tu', anche, e dirò che la tua lingua è quasi bella quanto la mia."
"Non è un po' sentimentale il 'tu'?" chiese Jo, pensando privatamente che fosse un bel monosillabo.
"Sentimentale? Sì. Grazie a Dio, noi tedeschi crediamo nel sentimento, e ci manteniamo giovani con esso. Il vostro 'you' inglese è così freddo, di' 'tu', cara al mio cuore, significa così tanto per me," supplicò il signor Bhaer, più simile a uno studente romantico che a un grave professore.
"Bene, allora, perché non mi hai detto tutto questo prima?" chiese Jo timidamente.
"Ora dovrò mostrarti tutto il mio cuore, e lo farò così volentieri, perché tu d'ora in poi dovrai prendertene cura. Vedi, allora, la mia Jo... ah, il caro, buffo piccolo nome! Avevo il desiderio di dire qualcosa il giorno in cui ho detto addio, a New York; ma pensavo che il bel fidanzato fosse promesso a te, e così non ho parlato. Avresti detto 'Sì', allora, se avessi parlato?"
"Non lo so; temo di no, perché non avevo alcun cuore proprio allora."
"Prut! questo non lo credo. Era addormentato finché il principe azzurro non è passato attraverso il bosco, e l'ha svegliato. Ah, bene, 'Die erste Liebe ist die beste'; ma questo non dovrei aspettarmelo."
"Sì, il primo amore è il migliore; quindi sii contento, perché non ne ho mai avuto un altro. Teddy era solo un ragazzo, e presto ha superato la sua piccola fantasia," disse Jo, ansiosa di correggere l'errore del Professore.
"Bene! allora riposerò felice, e sarò sicuro che tu mi dai tutto. Ho aspettato così tanto, sono diventato egoista, come scoprirai, Professorin."
"Mi piace," esclamò Jo, deliziata dal suo nuovo nome. "Ora dimmi cosa ti ha portato, alla fine, proprio quando avevo più bisogno di te?"
"Questo;" e il signor Bhaer prese un foglietto logoro dal taschino del gilet.
Jo lo spiegò, e sembrò molto imbarazzata, perché era uno dei suoi contributi a un giornale che pagava per la poesia, il che spiegava perché gli inviasse un tentativo occasionale.
"Come ha potuto portarti questo?" chiese, meravigliandosi di cosa intendesse.
"L'ho trovato per caso; l'ho riconosciuto dai nomi e dalle iniziali, e dentro c'era un piccolo verso che sembrava chiamarmi. Leggi e trovalo; baderò io a che tu non vada nel bagnato."
Jo obbedì, e scorse in fretta le righe che aveva battezzato:
"IN SOFFITTA.
"Quattro piccoli bauli in fila, Offuscati dalla polvere e logorati dal tempo, Tutti fatti e riempiti, molto tempo fa, Da bambini ora nel fiore degli anni. Quattro piccole chiavi appese l'una accanto all'altra, Con nastri sbiaditi, coraggiosi e allegri Quando furono legati lì, con orgoglio infantile, Molto tempo fa, in un giorno di pioggia. Quattro piccoli nomi, uno su ogni coperchio, Incisi da una mano infantile, E lì sotto giacciono nascoste Storie della banda felice Che giocava qui, e si fermava spesso Per ascoltare il dolce ritornello, Che andava e veniva sul tetto in alto, Nella pioggia estiva che cade.
"'Meg' sul primo coperchio, liscio e chiaro. Guardo dentro con occhi amorevoli, Perché qui ripiegato, con cura ben nota, Giace un buon insieme, Il ricordo di una vita pacifica, Doni a una dolce bambina e ragazza, Un abito da sposa, versi a una moglie, Una scarpina minuscola, un ricciolo da bebè. Nessun giocattolo rimane in questo primo baule, Perché tutti sono stati portati via, Nella loro vecchiaia, per unirsi di nuovo Al gioco di un'altra piccola Meg. Ah, madre felice! so bene Che senti, come un dolce ritornello, Ninne nanne sempre dolci e basse Nella pioggia estiva che cade.
"'Jo' sul coperchio successivo, graffiato e logoro, E dentro un miscuglio di oggetti Di bambole senza testa, di libri di scuola strappati, Uccelli e bestie che non parlano più; Bottini portati a casa dal terreno delle fate Calpestato solo da piedi giovanili, Sogni di un futuro mai trovato, Memorie di un passato ancora dolce; Poesie scritte a metà, storie selvagge, Lettere d'aprile, calde e fredde, Diari di una bambina ostinata, Accenni a una donna precocemente vecchia; Una donna in una casa solitaria, Che sente, come un triste ritornello, 'Sii degna d'amore, e l'amore verrà,' Nella pioggia estiva che cade.
"La mia Beth! la polvere è sempre spazzata Dal coperchio che porta il tuo nome, Come da occhi amorevoli che hanno pianto, Da mani attente che venivano spesso. La morte ha canonizzato per noi una santa, Sempre meno umana che divina, E ancora deponiamo, con tenero lamento, Reliquie in questo santuario domestico. La campanella d'argento, così raramente suonata, Il berrettino che indossò per ultimo, La bella Catherine morta che pendeva Portata dagli angeli sopra la sua porta; Le canzoni che cantava, senza lamento, Nella sua casa-prigione di dolore, Per sempre sono dolcemente mescolate Con la pioggia estiva che cade.
"Sull'ultimo campo lucido del coperchio Leggenda ora sia bella che vera Un cavaliere galante porta sul suo scudo, 'Amy', in lettere d'oro e blu. Dentro giacciono i nastri che legavano i suoi capelli, Pantofole che hanno ballato la loro ultima danza, Fiori sbiaditi messi da parte con cura, Ventagli le cui fatiche aeree sono passate; Allegri biglietti di san valentino, tutte fiamme ardenti, Bagatelle che hanno fatto la loro parte Nelle speranze, paure e vergogne delle fanciulle, Il ricordo di un cuore di fanciulla Che ora impara incantesimi più belli e veri, Ascoltando, come un allegro ritornello, Il suono d'argento delle campane nuziali Nella pioggia estiva che cade.
"Quattro piccoli bauli in fila, Offuscati dalla polvere e logorati dal tempo, Quattro donne, istruite dalla sorte e dal dolore Ad amare e lavorare nel fiore degli anni. Quattro sorelle, separate per un'ora, Nessuna persa, una sola andata prima, Rese dal potere immortale dell'amore, Più vicine e care che mai. Oh, quando questi nostri tesori nascosti Giaceranno aperti alla vista del Padre, Possano essere ricchi di ore dorate, Azioni che appaiono più belle alla luce, Vite la cui musica coraggiosa risuonerà a lungo, Come un'aria che scuote lo spirito, Anime che volino gioiosamente e cantino Nel lungo sole dopo la pioggia.
"J. M."
"È una pessima poesia, ma l'ho sentita quando l'ho scritta, un giorno in cui ero molto sola, e ho fatto un bel pianto su un sacco di stracci. Non avrei mai pensato che sarebbe finita dove avrebbe potuto raccontare storie," disse Jo, facendo a pezzi i versi che il Professore aveva custodito così a lungo.
"Lasciala andare, ha fatto il suo dovere, e ne avrò una fresca quando leggerò tutto il libro marrone in cui lei tiene i suoi piccoli segreti," disse il signor Bhaer, con un sorriso, mentre guardava i frammenti volare via col vento. "Sì," aggiunse con fervore, "l'ho letto, e ho pensato tra me e me: 'Lei ha un dolore, è sola, troverebbe conforto nel vero amore. Ho un cuore pieno, pieno per lei; non dovrei andare a dire: 'Se questa non è una cosa troppo povera da donare per ciò che spero di ricevere, prendila in nome di Dio?'"
"E così sei venuto a scoprire che non era troppo povera, ma l'unica cosa preziosa di cui avevo bisogno," sussurrò Jo.
"Non ho avuto il coraggio di pensarlo all'inizio, per quanto divinamente gentile fosse il tuo benvenuto per me. Ma presto ho iniziato a sperare, e poi ho detto: 'La avrò anche se dovessi morirne', e così farò!" esclamò il signor Bhaer, con un cenno di sfida, come se i muri di nebbia che si chiudevano intorno a loro fossero barriere che lui avrebbe superato o abbattuto valorosamente.
Jo pensò che fosse magnifico e decise di essere degna del suo cavaliere, sebbene lui non fosse arrivato al galoppo su un destriero in abiti sfarzosi.
"Cosa ti ha spinto a stare lontano così tanto?" chiese poco dopo, trovando così piacevole porre domande confidenziali e ottenere risposte deliziose che non riusciva a tacere.
"Non è stato facile, ma non ho avuto il coraggio di portarti via da quella casa così felice finché non avessi avuto una prospettiva da offrirti, dopo molto tempo, forse, e duro lavoro. Come avrei potuto chiederti di rinunciare a così tanto per un povero vecchio, che non ha altra fortuna che un po' di cultura?"
"Sono contenta che tu sia povero; non potrei sopportare un marito ricco," disse Jo con decisione, aggiungendo, con tono più dolce: "Non temere la povertà; l'ho conosciuta abbastanza a lungo da perderne il timore e da essere felice lavorando per coloro che amo; e non chiamarti vecchio... i quaranta sono l'età migliore della vita. Non potrei fare a meno di amarti neanche se ne avessi settanta!"
Il Professore trovò la cosa così toccante che sarebbe stato lieto di avere il suo fazzoletto, se fosse riuscito a prenderlo; dato che non poteva, Jo gli asciugò gli occhi e disse, ridendo, mentre toglieva un fagotto o due:
"Sarò pure una donna di spirito forte, ma nessuno può dire che io sia fuori dal mio elemento adesso, poiché la missione speciale della donna si suppone sia asciugare le lacrime e sopportare i pesi. Devo portare la mia parte, Friedrich, e aiutare a guadagnarmi la casa. Mettitelo bene in testa, o non verrò mai," aggiunse risoluta, mentre lui cercava di riprendersi il suo carico.
"Vedremo. Hai la pazienza di aspettare molto tempo, Jo? Devo andare via e fare il mio lavoro da solo. Devo aiutare prima i miei ragazzi, perché, anche per te, non posso infrangere la mia parola a Minna. Puoi perdonarlo, ed essere felice mentre speriamo e aspettiamo?"
"Sì, so che posso; perché ci amiamo, e questo rende tutto il resto facile da sopportare. Ho anch'io il mio dovere e il mio lavoro. Non potrei godermi nulla se li trascurassi, persino per te, quindi non c'è bisogno di fretta o impazienza. Tu puoi fare la tua parte laggiù in Occidente, io la mia qui, ed entrambi saremo felici sperando nel meglio e lasciando che il futuro sia come Dio vuole."
"Ah! Tu mi dai tale speranza e coraggio, e io non ho nulla da dare in cambio se non un cuore colmo e queste mani vuote," esclamò il Professore, del tutto sopraffatto.
Jo non avrebbe mai, mai imparato a essere composta; perché quando lui disse ciò, mentre stavano sui gradini, lei infilò semplicemente entrambe le mani nelle sue, sussurrando teneramente: "Non vuote adesso"; e, chinandosi, baciò il suo Friedrich sotto l'ombrello. Fu terribile, ma l'avrebbe fatto anche se lo stormo di passeri infreddoliti sulla siepe fossero stati esseri umani, poiché era andata molto lontano, davvero, e del tutto incurante di ogni cosa tranne che della propria felicità. Sebbene arrivasse sotto una forma così semplice, quello fu il momento culminante della vita di entrambi, quando, voltandosi dalla notte, dalla tempesta e dalla solitudine verso la luce domestica, il calore e la pace che attendevano di riceverli, con un gioioso "Bentornato a casa!", Jo condusse dentro il suo amante e chiuse la porta.
XLVII.
IL TEMPO DEL RACCOLTO.
Per un anno Jo e il suo Professore lavorarono e attesero, sperarono e amarono, si incontrarono occasionalmente e scrissero lettere così voluminose che l'aumento del prezzo della carta ne fu spiegato, disse Laurie. Il secondo anno iniziò piuttosto sobriamente, poiché le loro prospettive non si schiarivano, e zia March morì improvvisamente. Ma quando il loro primo dolore fu passato... poiché amavano la vecchia signora nonostante la sua lingua tagliente... scoprirono di avere motivo di gioire, poiché aveva lasciato Plumfield a Jo, il che rendeva possibile ogni sorta di cose felici.
"È un bel posto antico, e frutterà una bella somma; perché ovviamente intendi venderlo," disse Laurie, mentre tutti discutevano della questione, qualche settimana dopo.
"No, non lo intendo," fu la risposta decisa di Jo, mentre accarezzava il grasso barboncino, che aveva adottato per rispetto alla sua precedente padrona.
"Non intendi viverci?"
"Sì, invece."
"Ma, mia cara ragazza, è una casa immensa, e ci vorrà un sacco di denaro per tenerla in ordine. Il giardino e il frutteto da soli richiedono due o tre uomini, e l'agricoltura non è il forte di Bhaer, credo."
"Tenterà la mano lì, se glielo propongo."
"E ti aspetti di vivere con i prodotti del posto? Beh, suona paradisiaco, ma troverai che sia un lavoro terribilmente duro."
"Il raccolto che abbiamo intenzione di far crescere è redditizio"; e Jo rise.
"Di cosa deve consistere questo bel raccolto, signora?"
"Ragazzi. Voglio aprire una scuola per piccoli ragazzi... una scuola buona, felice, simile a una casa, con me a prendermi cura di loro e Fritz a istruirli."
"Ecco un piano davvero 'joiano' per te! Non è proprio da lei?" esclamò Laurie, rivolgendosi alla famiglia, che appariva sorpresa quanto lui.
"Mi piace," disse la signora March con decisione.
"Anche a me," aggiunse suo marito, che accoglieva l'idea di una possibilità di provare il metodo socratico di educazione sulla gioventù moderna.
"Sarà una cura immensa per Jo," disse Meg, accarezzando la testa del suo unico figlio assorbente.
"Jo può farlo, ed esserne felice. È un'idea splendida. Raccontaci tutto," esclamò il signor Laurence, che desiderava da tempo dare una mano agli innamorati, ma sapeva che avrebbero rifiutato il suo aiuto.
"Sapevo che mi avresti sostenuta, signore. Anche Amy lo fa... lo vedo nei suoi occhi, sebbene aspetti prudentemente di rifletterci prima di parlare. Ora, mia cara gente," continuò Jo seriamente, "capite bene che questa non è una mia idea nuova, ma un piano a lungo accarezzato. Prima che arrivasse il mio Fritz, pensavo a come, una volta fatta fortuna e non avendo più bisogno di me a casa, avrei affittato una grande casa, avrei preso dei ragazzini poveri e abbandonati, che non avevano madri, e mi sarei presa cura di loro, rendendo la vita allegra per loro prima che fosse troppo tardi. Vedo così tanti andare in rovina, per mancanza di aiuto al momento giusto; amo così tanto fare qualcosa per loro; mi sembra di sentire i loro bisogni, e simpatizzo per i loro problemi, e, oh, mi piacerebbe tanto essere una madre per loro!"
La signora March tese la mano a Jo, che la prese, sorridendo, con le lacrime agli occhi, e continuò con il vecchio modo entusiasta che non vedevano da molto tempo.
"Ho raccontato il mio piano a Fritz una volta, e lui ha detto che era proprio quello che avrebbe voluto, e ha accettato di provarci quando fossimo diventati ricchi. Benedetto il suo caro cuore, lo ha fatto per tutta la vita... aiutare ragazzi poveri, intendo, non diventare ricco; quello non lo sarà mai; il denaro non resta nelle sue tasche abbastanza a lungo da metterne da parte. Ma ora, grazie alla mia cara vecchia zia, che mi ha amata più di quanto io abbia mai meritato, sono ricca, o almeno mi sento tale, e possiamo vivere a Plumfield perfettamente bene, se avremo una scuola fiorente. È proprio il posto per dei ragazzi, la casa è grande, e l'arredamento solido e semplice. C'è spazio in abbondanza per dozzine all'interno, e giardini splendidi all'esterno. Potrebbero aiutare nel giardino e nel frutteto: un tale lavoro è salutare, non è vero, signore? Poi Fritz può addestrare e insegnare a modo suo, e papà lo aiuterà. Io posso nutrirli, curarli, coccolarli e sgridarli; e la mamma sarà il mio sostegno. Ho sempre desiderato un sacco di ragazzi, e non ne ho mai avuti abbastanza; ora posso riempire la casa, e godermi i piccoli cari a mio piacimento. Pensate che lusso... Plumfield mia, e una distesa di ragazzi con cui godermela!"
Mentre Jo agitava le mani e sospirava di gioia, la famiglia scoppiò in un'ondata di ilarità, e il signor Laurence rise finché non pensarono che avrebbe avuto un colpo apoplettico.
"Non vedo nulla di divertente," disse lei gravemente, quando poté farsi sentire. "Nulla potrebbe essere più naturale o appropriato che il mio Professore aprisse una scuola, e che io preferissi risiedere nella mia proprietà."
"Sta già facendo la sostenuta," disse Laurie, che considerava l'idea come uno scherzo di prima categoria. "Ma posso chiedere come intendi sostenere lo stabilimento? Se tutti gli alunni sono dei piccoli straccioni, temo che il tuo raccolto non sarà redditizio in senso mondano, signora Bhaer."
"Ora non fare il guastafeste, Teddy. Ovviamente avrò anche alunni ricchi... forse inizierò proprio con quelli; poi, quando avrò avviato, potrò prendere uno o due straccioni, giusto per gradire. I figli della gente ricca spesso hanno bisogno di cure e conforto, così come i poveri. Ho visto sfortunate piccole creature lasciate ai servi, o bambini con difficoltà spinti oltre i propri limiti, quando è una vera crudeltà. Alcuni sono cattivi per cattiva gestione o negligenza, e alcuni perdono la madre. Inoltre, anche i migliori devono attraversare l'età ingrata, ed è proprio quello il momento in cui hanno più bisogno di pazienza e gentilezza. La gente ride di loro, li spintona, cerca di tenerli fuori dalla vista, e si aspetta che si trasformino, tutto d'un tratto, da bei bambini in bei giovanotti. Non si lamentano molto... povere piccole anime coraggiose... ma lo sentono. Ho attraversato qualcosa di simile, e ne so qualcosa. Ho un interesse speciale per tali giovani orsi, e mi piace mostrare loro che vedo i cuori caldi, onesti e ben intenzionati dei ragazzi, a dispetto di braccia e gambe goffe e teste sottosopra. Ho anche esperienza, del resto, perché non ho forse cresciuto un ragazzo fino a farlo diventare un orgoglio e un onore per la sua famiglia?"
"Testimonierò che hai cercato di farlo," disse Laurie, con uno sguardo riconoscente.
"E ci sono riuscita oltre le mie speranze; perché eccoti qui, un uomo d'affari solido e sensibile, che fa un mucchio di bene con i tuoi soldi, e mette da parte le benedizioni dei poveri, invece dei dollari. Ma non sei semplicemente un uomo d'affari: ami le cose buone e belle, le godi tu stesso, e lasci che anche gli altri ne abbiano la metà, come facevi sempre ai vecchi tempi. Sono orgogliosa di te, Teddy, perché migliori ogni anno, e tutti lo sentono, anche se non vuoi che lo dicano. Sì, e quando avrò il mio gregge, indicherò te e dirò: 'Ecco il vostro modello, ragazzi miei'."
Il povero Laurie non sapeva dove guardare; perché, per quanto uomo fosse, un po' della vecchia timidezza lo colse mentre quell'esplosione di lodi faceva sì che tutti i volti si volgessero con approvazione verso di lui.
"Dico, Jo, questo è un po' troppo," iniziò, proprio nel suo vecchio modo infantile. "Avete fatto tutti per me più di quanto io possa mai ringraziarvi, se non facendo del mio meglio per non deludervi. Ultimamente mi hai un po' messo da parte, Jo, ma ho avuto comunque il miglior aiuto; quindi, se sono andato avanti per nulla, puoi ringraziare questi due per questo"; e appoggiò una mano gentilmente sulla testa bianca di suo nonno, l'altra su quella dorata di Amy, perché i tre non erano mai distanti.
"Penso davvero che le famiglie siano le cose più belle di tutto il mondo!" esclamò Jo, che era in uno stato d'animo insolitamente elevato in quel momento. "Quando ne avrò una mia, spero che sarà felice quanto le tre che conosco e amo di più. Se solo John e il mio Fritz fossero qui, sarebbe proprio un piccolo paradiso in terra," aggiunse più quietamente. E quella notte, quando andò nella sua stanza, dopo una serata beata di consigli, speranze e piani familiari, il suo cuore era così colmo di felicità che poteva calmarlo solo inginocchiandosi accanto al letto vuoto sempre vicino al suo, e facendo pensieri teneri su Beth.
Fu un anno davvero sorprendente in tutto, poiché le cose sembravano accadere in modo insolitamente rapido e delizioso. Quasi prima di rendersi conto di dove fosse, Jo si ritrovò sposata e stabilita a Plumfield. Poi una famiglia di sei o sette ragazzi spuntò come funghi, e fiorì sorprendentemente, ragazzi poveri così come ricchi; poiché il signor Laurence trovava continuamente qualche caso toccante di miseria, e supplicava i Bhaer di aver pietà del bambino, e lui avrebbe pagato volentieri una piccola somma per il suo mantenimento. In questo modo, l'astuto vecchio signore raggirò l'orgogliosa Jo, e le fornì il tipo di ragazzo che lei preferiva di più.
Ovviamente fu un lavoro in salita all'inizio, e Jo fece strani errori; ma il saggio Professore la guidò al sicuro in acque più calme, e il più sfrenato straccione fu conquistato alla fine. Come Jo si godeva la sua "distesa di ragazzi", e come la povera, cara zia March si sarebbe lamentata se fosse stata lì a vedere i sacri recinti della composta e ben ordinata Plumfield invasi da Tom, Dick e Harry! C'era una sorta di giustizia poetica in tutto ciò, dopo tutto, poiché la vecchia signora era stata il terrore dei ragazzi per miglia intorno; e ora gli esuli banchettavano liberamente con prugne proibite, calciavano la ghiaia con stivali profani senza essere rimproverati, e giocavano a cricket nel grande campo dove l'irascibile "mucca con la corna storta" era solita invitare i giovani avventati a farsi incornare. Divenne una sorta di paradiso dei ragazzi, e Laurie suggerì che dovesse essere chiamato il "Bhaer-garten", come complimento al suo padrone e appropriato ai suoi abitanti.
Non fu mai una scuola alla moda, e il Professore non mise da parte una fortuna; ma era esattamente ciò che Jo intendeva che fosse: "un posto felice e simile a una casa per ragazzi che avevano bisogno di insegnamento, cura e gentilezza". Ogni stanza nella grande casa fu presto piena; ogni piccolo appezzamento nel giardino ebbe presto il suo proprietario; un vero serraglio apparve nel fienile e nel capannone, poiché gli animali domestici erano permessi; e, tre volte al giorno, Jo sorrideva al suo Fritz dal capotavola di una lunga tavola fiancheggiata su entrambi i lati da file di facce giovani e felici, che si voltavano tutte verso di lei con occhi affettuosi, parole confidenti e cuori grati, pieni di amore per "Mamma Bhaer". Aveva ragazzi abbastanza ora, e non si stancava di loro, sebbene non fossero affatto angeli, e alcuni di loro causassero sia al Professore che alla Professoressa molti problemi e ansie. Ma la sua fede nel punto buono che esiste nel cuore del più cattivo, impertinente e tormentoso piccolo straccione le dava pazienza, abilità e, col tempo, successo; perché nessun ragazzo mortale poteva resistere a lungo con Papà Bhaer che splendeva su di lui benevolmente come il sole, e Mamma Bhaer che lo perdonava settanta volte sette. Molto preziosa per Jo era l'amicizia dei ragazzi; i loro singhiozzi e sussurri pentiti dopo aver sbagliato; le loro buffe o toccanti confidenziali; i loro piacevoli entusiasmi, speranze e piani; persino le loro sventure, perché li rendevano ancora più cari a lei. C'erano ragazzi lenti e ragazzi timidi; ragazzi deboli e ragazzi turbolenti; ragazzi che avevano la zeppola e ragazzi che balbettavano; uno o due zoppi; e un allegro piccolo quadroone, che non poteva essere accettato altrove, ma che era il benvenuto al "Bhaer-garten", sebbene alcuni avessero predetto che la sua ammissione avrebbe rovinato la scuola.
Sì; Jo era una donna molto felice lì, a dispetto del duro lavoro, di molta ansia e di un chiasso perpetuo. Se lo godeva di cuore, e trovava gli applausi dei suoi ragazzi più soddisfacenti di qualsiasi lode del mondo; poiché ora non raccontava storie se non al suo gregge di entusiasti credenti e ammiratori. Col passare degli anni, due piccoli ragazzi suoi vennero ad aumentare la sua felicità... Rob, chiamato come il nonno, e Teddy, un bambino spensierato, che sembrava aver ereditato il temperamento solare del suo papà così come lo spirito vivace di sua madre. Come siano cresciuti vivi in quel vortice di ragazzi era un mistero per la nonna e le zie; ma fiorirono come denti di leone in primavera, e le loro rudi nutrici li amavano e li servivano bene.
C'erano molte vacanze a Plumfield, e una delle più deliziose era la raccolta annuale delle mele; perché allora i March, i Laurence, i Brooke e i Bhaer uscivano al completo e ne facevano una giornata di festa. Cinque anni dopo il matrimonio di Jo, si verificò una di queste fruttuose feste... un mite giorno di ottobre, quando l'aria era piena di un'esilarante freschezza che faceva salire lo spirito e danzare il sangue nelle vene in modo sano. Il vecchio frutteto indossava il suo abito da festa; verga d'oro e astri orlavano i muri coperti di muschio; le cavallette saltellavano vivacemente nell'erba secca, e i grilli frinivano come suonatori di flauto fatati a un banchetto; gli scoiattoli erano impegnati con il loro piccolo raccolto; gli uccelli cinguettavano i loro addii dagli ontani nel sentiero; e ogni albero era pronto a inviare la sua pioggia di mele rosse o gialle al primo scuotimento. Erano tutti lì; tutti ridevano e cantavano, si arrampicavano e cadevano; tutti dichiaravano che non c'era mai stata una giornata così perfetta o un gruppo così allegro a godersela; e ognuno si abbandonava ai semplici piaceri dell'ora così liberamente come se non esistessero cose come la cura o il dolore nel mondo.
Il signor March passeggiava placidamente, citando Tusser, Cowley e Columella al signor Laurence, mentre si godeva...
"Il sugo vinoso della gentile mela."
Il Professore caricava su e giù per i corridoi verdi come un robusto cavaliere teutonico, con un palo come lancia, guidando i ragazzi, che si trasformavano in una compagnia di ganci e scale, ed eseguivano prodigi in fatto di acrobazie a terra e in aria. Laurie si dedicava ai più piccoli, portava la sua figlioletta in un cesto da bushel, portava Daisy tra i nidi degli uccelli e impediva all'avventuroso Rob di rompersi l'osso del collo. La signora March e Meg sedevano tra i mucchi di mele come una coppia di Pomone, smistando i contributi che continuavano ad arrivare; mentre Amy, con una bellissima espressione materna sul volto, disegnava i vari gruppi e vegliava su un ragazzo pallido, che sedeva adorandola con la sua piccola stampella accanto a sé.
Jo era nel suo elemento quel giorno, e correva qua e là, con la gonna rialzata, il cappello ovunque tranne che sulla testa, e il suo bambino infilato sotto il braccio, pronta per qualsiasi avventura vivace che potesse presentarsi. Il piccolo Teddy godeva di una vita protetta, poiché non gli succedeva mai nulla, e Jo non provava mai alcuna ansia quando veniva sollevato su un albero da un ragazzo, portato al galoppo sulla schiena di un altro, o rifornito di mele acerbe dal suo indulgente papà, che soffriva dell'illusione germanica che i bambini potessero digerire qualsiasi cosa, dai crauti sottaceto ai bottoni, ai chiodi e alle loro stesse piccole scarpe. Sapeva che il piccolo Ted sarebbe rispuntato in tempo, sano e roseo, sporco e sereno, e lo riaccoglieva sempre con un caloroso benvenuto, perché Jo amava i suoi bambini teneramente.
Alle quattro avvenne una pausa, e i cesti rimasero vuoti, mentre i raccoglitori di mele riposavano e confrontavano strappi e lividi. Poi Jo e Meg, con un distaccamento dei ragazzi più grandi, prepararono la cena sull'erba, poiché un tè all'aperto era sempre la gioia culminante della giornata. La terra scorreva letteralmente di latte e miele in tali occasioni, poiché ai ragazzi non era richiesto di sedersi a tavola, ma era permesso consumare il ristoro come volevano... essendo la libertà la salsa più amata dall'anima dei ragazzi. Approfittarono del raro privilegio nella misura massima, poiché alcuni tentavano il piacevole esperimento di bere latte stando in piedi sulle teste, altri davano un fascino al salto della rana mangiando crostata nelle pause del gioco, i biscotti venivano seminati a pioggia sul campo, e i fagottini alle mele si appollaiavano sugli alberi come un nuovo stile di uccello. Le bambine facevano un tè privato, e Ted vagava tra i commestibili a suo piacimento.
Quando nessuno poté mangiare più nulla, il Professore propose il primo brindisi regolare, che veniva sempre bevuto in tali momenti: "Zia March, Dio la benedica!" Un brindisi dato calorosamente dal buon uomo, che non dimenticava mai quanto le dovesse, e bevuto quietamente dai ragazzi, a cui era stato insegnato a mantenere viva la sua memoria.
"Ora, il sessantesimo compleanno della nonna! Lunga vita a lei, con tre volte tre!"
Fu un brindisi dato di tutto cuore, come ben potete credere; e, una volta iniziato, fu difficile fermare l'acclamazione. Venne proposta la salute di tutti, da Mr. Laurence, che era considerato il loro speciale protettore, al porcellino d'India stupito, che aveva smarrito la sua strada in cerca del suo giovane padrone. Demi, in quanto nipote maggiore, presentò poi alla regina della giornata vari doni, così numerosi che furono trasportati sulla scena festosa in una carriola. Regali bizzarri, alcuni, ma quelli che ad altri occhi sarebbero parsi difetti erano ornamenti per la nonna, poiché i doni dei bambini erano tutti farina del loro sacco. Ogni punto che le pazienti manine di Daisy avevano dato ai fazzoletti che aveva orlato era per Mrs. March più prezioso di un ricamo; la scatola da scarpe di Demi era un miracolo di abilità meccanica, anche se il coperchio non voleva chiudersi; lo sgabello di Rob aveva un'oscillazione nelle sue gambe irregolari che lei dichiarò essere molto rilassante; e nessuna pagina del costoso libro regalatole dalla figlia di Amy era così bella come quella in cui apparivano, in maiuscole vacillanti, le parole: "Alla cara Nonna, dalla sua piccola Beth".
Durante questa cerimonia i ragazzi erano misteriosamente scomparsi; e, quando Mrs. March aveva cercato di ringraziare i suoi figli, ed era scoppiata a piangere, mentre Teddy le asciugava gli occhi sul suo grembiulino, il Professore iniziò improvvisamente a cantare. Poi, dall'alto sopra di lui, voce dopo voce riprese le parole, e di albero in albero riecheggiò la musica del coro invisibile, mentre i ragazzi cantavano, con tutto il cuore, la canzoncina che Jo aveva scritto, Laurie aveva messo in musica, e il Professore aveva addestrato i suoi ragazzi a eseguire con il miglior effetto. Era qualcosa di completamente nuovo, e si rivelò un grande successo; poiché Mrs. March non riusciva a superare la sua sorpresa, e insistette per stringere la mano a ognuno degli uccellini implumi, dall'alto Franz ed Emil al piccolo meticcio, che aveva la voce più dolce di tutti.
Dopo di ciò, i ragazzi si dispersero per un ultimo scherzo, lasciando Mrs. March e le sue figlie sotto l'albero della festa.
"Non credo di dovermi mai più definire 'Jo la Sfortunata', quando il mio desiderio più grande è stato così magnificamente esaudito", disse Mrs. Bhaer, togliendo il pugnetto di Teddy dalla brocca del latte, in cui stava gioiosamente zangolando.
"Eppure la tua vita è molto diversa da quella che immaginavi tanto tempo fa. Ricordi i nostri castelli in aria?" chiese Amy, sorridendo mentre guardava Laurie e John giocare a cricket con i ragazzi.
"Cari compagni! Mi fa bene al cuore vederli dimenticare gli affari e divertirsi per un giorno", rispose Jo, che ora parlava in modo materno di tutto il genere umano. "Sì, ricordo; ma la vita che volevo allora mi sembra egoista, solitaria e fredda ora. Non ho ancora rinunciato alla speranza di poter scrivere un buon libro, ma posso aspettare, e sono certa che sarà ancora migliore grazie a esperienze e illustrazioni come queste"; e Jo indicò dai vivaci ragazzi in lontananza suo padre, appoggiato al braccio del Professore, mentre camminavano su e giù al sole, immersi in una delle conversazioni che entrambi amavano tanto, e poi sua madre, seduta in trono tra le sue figlie, con i loro bambini in grembo e ai suoi piedi, come se tutti trovassero aiuto e felicità nel volto che non poteva mai invecchiare per loro.
"Il mio castello è stato il più vicino di tutti a realizzarsi. Ho chiesto cose splendide, certo, ma in cuor mio sapevo che sarei stata soddisfatta se avessi avuto una piccola casa, John e dei cari bambini come questi. Li ho avuti tutti, grazie a Dio, e sono la donna più felice del mondo"; e Meg posò la mano sulla testa del suo ragazzo alto, con un volto pieno di tenero e devoto appagamento.
"Il mio castello è molto diverso da quello che avevo pianificato, ma non lo cambierei, anche se, come Jo, non rinuncio a tutte le mie speranze artistiche, né mi limito ad aiutare gli altri a realizzare i loro sogni di bellezza. Ho iniziato a modellare una figura della bambina, e Laurie dice che è la cosa migliore che io abbia mai fatto. Lo penso anch'io, e intendo realizzarla in marmo, così che, qualunque cosa accada, io possa almeno conservare l'immagine della mia piccola angelo."
Mentre Amy parlava, una grossa lacrima cadde sui capelli biondi della bambina addormentata tra le sue braccia; poiché la sua unica figlia tanto amata era una creaturina fragile e il terrore di perderla era l'ombra sul sole di Amy. Questa croce stava facendo molto sia per il padre che per la madre, poiché un unico amore e dolore li legava strettamente insieme. La natura di Amy stava diventando più dolce, profonda e tenera; Laurie stava diventando più serio, forte e saldo; ed entrambi stavano imparando che la bellezza, la giovinezza, la buona fortuna, persino l'amore stesso, non possono tenere le cure e il dolore, la perdita e il lutto, lontano dai più benedetti; poiché:
"In ogni vita deve cadere un po' di pioggia, Alcuni giorni devono essere bui, tristi e desolati."
"Sta migliorando, ne sono certa, cara mia. Non scoraggiarti, ma spera e resta felice", disse Mrs. March, mentre la tenera Daisy si chinava dal suo ginocchio, per posare la sua guancia rosea contro quella pallida della sua piccola cugina.
"Non dovrei mai farlo, finché ho te a tirarmi su il morale, cara mamma, e Laurie a farsi carico di più della metà di ogni fardello", rispose Amy calorosamente. "Non mi lascia mai vedere la sua ansia, ma è così dolce e paziente con me, così devoto a Beth, e sempre un sostegno e un conforto per me, che non posso amarlo abbastanza. Quindi, nonostante la mia unica croce, posso dire con Meg: 'Grazie a Dio, sono una donna felice'."
"Non c'è bisogno che io lo dica, perché tutti possono vedere che sono molto più felice di quanto meriti", aggiunse Jo, lanciando uno sguardo dal suo buon marito ai suoi bambini paffuti, che ruzzolavano sull'erba accanto a lei. "Fritz sta diventando brizzolato e robusto; io sto diventando magra come un'ombra, e ho trent'anni; non saremo mai ricchi, e Plumfield potrebbe bruciare una notte qualsiasi, perché quell'incorreggibile Tommy Bangs fuma sigari di felce dolce sotto le coperte, anche se si è già dato fuoco tre volte. Ma nonostante questi fatti poco romantici, non ho nulla di cui lamentarmi, e non sono mai stata così allegra in vita mia. Scusate l'osservazione, ma vivendo tra i ragazzi, non posso fare a meno di usare le loro espressioni di tanto in tanto."
"Sì, Jo, penso che il tuo raccolto sarà buono", esordì Mrs. March, spaventando un grosso grillo nero che stava fissando Teddy mettendolo in imbarazzo.
"Non la metà del tuo, madre. Eccolo qui, e non potremo mai ringraziarti abbastanza per la paziente semina e il raccolto che hai fatto", esclamò Jo, con l'amorevole impetuosità che non riusciva mai a superare.
"Spero che ci sarà più grano e meno zizzania ogni anno", disse Amy dolcemente.
"Un grande covone, ma so che nel tuo cuore c'è spazio per esso, cara mamma", aggiunse la voce tenera di Meg.
Toccata nel profondo, Mrs. March poté solo stendere le braccia, come per raccogliere figli e nipoti a sé, e dire, con il volto e la voce pieni di amore materno, gratitudine e umiltà:
"Oh, figlie mie, per quanto a lungo possiate vivere, non potrò mai augurarvi una felicità più grande di questa!"
"Sì, quella è la felicità suprema", disse Jo, asciugandosi gli occhi. "Vivere per gli altri è la sola cosa che rende la vita degna di essere vissuta, e il mio desiderio più grande è che la nostra famiglia rimanga unita in questo modo, cercando sempre di essere migliore."
"E lo faremo, Jo, ne sono certa", rispose Beth, stringendole la mano. "Saremo sempre noi quattro, e l'amore che ci lega supererà ogni prova, ogni tempesta, ogni distanza."
La sera calò sulla casa, portando con sé una pace profonda, quasi solenne. Fuori, la neve copriva il mondo in un manto candido, ma dentro, il calore del focolare e l'affetto reciproco rendevano il Natale un momento di pura grazia. Non c'era bisogno di ricchezze materiali; il tesoro che possedevano era di gran lunga più prezioso di oro o gemme.
"Ora, riposate, care mie", sussurrò Mrs. March, vedendo la stanchezza dipinta sui loro volti. "Il domani ci attende, e sarà un altro giorno di benedizioni."
Salirono le scale in silenzio, con i cuori colmi di gratitudine. La vecchia casa, testimone di tante lotte e di tante gioie, sembrava vegliare su di loro, accogliendole nel suo abbraccio protettivo. Mentre Jo si coricava, guardò fuori dalla finestra verso il cielo stellato e mormorò una preghiera silenziosa per tutti coloro che, nel mondo, non avevano un rifugio o un amore a sostenerli.
Il legame tra le sorelle March non era fatto di parole, ma di atti, di piccoli sacrifici quotidiani, di quella comprensione tacita che nasce solo da un'infanzia condivisa e da una maturità vissuta insieme. In quel piccolo mondo, esse avevano costruito una fortezza contro l'amarezza della vita, una roccaforte di virtù che le avrebbe accompagnate ovunque il destino le avesse condotte.
E così, mentre il sonno scendeva a chiudere i loro occhi, il domani si preparava a dischiudere nuovi capitoli, nuove sfide e, soprattutto, nuove occasioni per dimostrare che, finché ci si tiene per mano, nessuna strada è troppo impervia da percorrere.