myebooksbuy
My Books

Love-at-arms

by Rafael Sabatini · in Italian

LOVE-AT-ARMS

Essendo una narrazione estratta dalle cronache di Urbino durante il dominio dell'Alto e Possente Messer Guidobaldo da Montefeltro

Di Raphael Sabatini

“Le donne, i cavalier', l'arme, gli amori, Le cortesie, l'audace imprese io canto.”

ARIOSTO

INDICE

CAPITOLO

I. VOX POPULI

II. SU UN SENTIERO DI MONTAGNA

III. SACCO E VESTI VARIEGATE

IV. MONNA VALENTINA

V. GIAN MARIA

VI. L'AMOROSO DUCA

VII. GONZAGA L'INSIDIOSO

VIII. TRA I FONDI DI VINO

IX. LA “TRATTA DI CORDE”

X. IL RAGLIO DI UN ASINO

XI. CAVALIERI ERRANTI

XII. LA CURIOSITÀ DEL MATTO

XIII. GIAN MARIA FA UN VOTO

XIV. FORTEMANI BEVE ACQUA

XV. LA MISERICORDIA DI FRANCESCO

XVI. GONZAGA SI SMASCHERA

XVII. IL NEMICO

XVIII. TRADIMENTO

XIX. COGNA E CONTROCOGNA

XX. GLI AMANTI

XXI. IL PENITENTE

XXII. UNA RIVELAZIONE

XXIII. NELLA TORRE DELL'ARMATURA

XXIV. LA MESSA INTERROTTA

XXV. LA CAPITOLAZIONE DI ROCCALEONE

CAPITOLO I. VOX POPULI

Dalla valle, trasportato in alto sulle ali della brezza serale, saliva flebile il rintocco di una campana dell'Angelus, e in una capanna di caprai sulle alture sovrastanti, sei uomini stavano con il capo scoperto e chinato, obbedendo al suo richiamo alla preghiera della sera. Una lampada di ottone, munita di tre becchi, dondolava dal soffitto sudicio e, con più fumo che fiamma, diffondeva una luce indifferente, e ancor più indifferente odore, per tutto il tugurio che si oscurava. Ma bastava almeno a rivelare, negli equipaggiamenti e negli ornamenti di quella compagnia, una ricchezza che appariva tanto più sorprendente per il contrasto con lo squallore circostante.

Mentre l'ultimo rintocco dell'Ave Maria svaniva sul vento che mormorava lamentoso tra i larici del fianco della collina, essi si fecero piamente il segno della croce e, riprendendo con calma i loro copricapi, si guardarono l'un l'altro con sguardi interrogativi. Eppure, prima che chiunque potesse dar voce all'interrogativo che era nelle menti di tutti, un colpo risuonò sui legni marci della porta.

“Finalmente!” esclamò il vecchio Fabrizio da Lodi, con una voce carica di sollievo, mentre un uomo più giovane, di bella presenza e dalle gonne gaie, si dirigeva verso la porta obbedendo allo sguardo di Fabrizio, e la spalancava.

Oltre la soglia fece il suo ingresso una figura alta sotto un largo cappello senza piume, avvolta in un mantello che sciolse non appena entrato, rivelando vesti assai semplici al di sotto. Un giaco di cuoio era stretto in vita da una cintura di acciaio battuto, dalla quale pendeva sul fianco sinistro una lunga spada con guardie d'acciaio ad anelli, mentre da dietro l'anca destra faceva capolino l'elsa di un robusto pugnale di Pistoia. Le sue calze di panno rosso svanivano in stivali di cuoio non conciato, allacciati davanti e risvoltati al ginocchio, completando in lui l'aspetto generale di un mercenario in tempo di pace, nonostante il che i sei nobili, in quel luogo di paradossi, si scoprirono il capo di nuovo e rimasero in atteggiamenti di deferente attenzione.

Si fermò un momento per gettare via il mantello, di cui il giovane che lo aveva fatto entrare si affrettò a liberarlo con la stessa prontezza di chi fosse nato servitore. Si tolse poi il cappello e lo lasciò pendere dalle spalle, mostrando, insieme a un volto ancora giovane di suprema forza e nobiltà, una criniera di capelli nero corvino acconciati in una larga rete di filo d'oro - l'unico capo di abbigliamento che avrebbe potuto suggerire che il suo rango fosse più elevato di quanto fosse apparso in un primo momento.

Si avvicinò con passo rapido al tavolo grezzo e macchiato di grasso, attorno al quale la compagnia stava in piedi, e i suoi occhi neri corsero velocemente sui volti che gli stavano di fronte.

“Signori,” disse infine, “sono qui. Il mio cavallo è zoppicato a mezzo miglio oltre Sant'Angelo e sono stato costretto a terminare il viaggio a piedi.”

“Vostra Eccellenza sarà stanca,” esclamò Fabrizio, con quella pronta sollecitudine che è sempre agli ordini dei grandi. “Una coppa di vino di Puglia, mio signore. Qui, Fanfulla,” chiamò, rivolgendosi al giovane nobile che aveva fatto da usciere. Ma il nuovo arrivato lo zittì e mise da parte la questione con un gesto.

“Lasciate che aspetti. Il tempo preme più di quanto possiate immaginare. Potrebbe benissimo essere, illustri signori, che se non fossi venuto così, non sarei venuto affatto.”

“Come?” gridò uno, esprimendo la meraviglia che sorgeva in ogni mente, così come su ogni volto si manifestava una certa costernazione. “Siamo traditi?”

“Se siete in condizione di temere il tradimento, potrebbe benissimo essere, amici miei. Mentre attraversavo il ponte sul Metauro e prendevo il sentiero che conduce fin qui, i miei occhi sono stati colti da una luce cremisi che brillava da un groviglio di cespugli lungo la strada. Quella fiamma cremisi era un riflesso del sole al tramonto che balenava dall'elmo d'acciaio di un osservatore nascosto. Il sentiero mi ha portato più vicino, e con il cappello così posizionato da poter meglio nascondere il mio viso, ero tutto occhi. E mentre passavo nel punto in cui quella spia era in agguato, ho scorto tra le foglie che avrebbero potuto benissimo schermarlo, se il sole non avesse scovato il suo elmo, il volto malvagio di Masuccio Torri.” Ci fu un fermento tra gli ascoltatori e la loro costernazione aumentò, mentre uno o due cambiarono colore. “Per chi aspettava? Questa era la domanda che mi sono posto, e ho trovato la risposta: era per me. Se avevo ragione, doveva anche conoscere la distanza che avevo percorso, così da non aspettarsi di vedermi a piedi, né forse con vesti come queste. E così, grazie a tutto questo e al cappello e al mantello in cui mi ero strettamente mascherato, mi ha lasciato passare senza sfidarmi.”

“Per la Vergine!” esclamò Fabrizio con veemenza, “giurerei che le vostre conclusioni fossero errate. In tutta Italia non era noto a nessuno al di fuori di noi sei che avreste dovuto incontrarci qui, e con la mano sui Vangeli potrei giurare che nessuno di noi ne ha fatto parola.”

Si guardò intorno verso i suoi compagni come per invitarli a sostenere le sue parole, e loro non furono lenti a confermare ciò che aveva giurato, in termini altrettanto veementi dei suoi, finché alla fine il nuovo arrivato li fece tacere con un cenno.

“Nemmeno io ne ho fatto parola,” li rassicurò, “poiché ho rispettato la vostra ingiunzione, Messer Fabrizio. Eppure... cosa faceva Masuccio lì, nascosto come un ladro, lungo la strada? Signori,” continuò, con un tono leggermente alterato, “non so a quale scopo mi abbiate chiamato fin qui, ma se un qualche tradimento si annida nei vostri progetti, vi avverto: state in guardia! Il Duca ne ha conoscenza, o almeno, sospetto. Se quella spia non era appostata per vegliare su di me, ebbene, allora era appostata per vegliare su tutti, affinché possa presto informare il suo padrone quali uomini fossero presenti a questo incontro.”

Fabrizio scrollò le spalle con un'indifferenza sprezzante a cui diede voce il suo vicino Ferrabraccio.

“Che venga informato,” sogghignò quest'ultimo, con un sorriso cupo sul volto rugoso. “La conoscenza gli giungerà troppo tardi.”

Il nuovo arrivato gettò la testa all'indietro, e uno sguardo che era metà meraviglia e metà illuminazione brillò nelle profondità nere dei suoi occhi imperiosi. Fece un respiro profondo.

“Sembrerebbe, signori, che avessi ragione,” disse, con un tocco di severità, “e che il tradimento sia davvero il vostro affare.”

“Mio Signore di Aquila,” gli rispose Fabrizio, “siamo traditori fino all'ultimo uomo affinché possiamo rimanere fedeli e leali a uno Stato.”

“Quale Stato?” abbaiò sprezzante il Signore di Aquila.

“Il Ducato di Babbiano,” giunse la risposta.

“Sareste falsi verso il Duca affinché possiate essere fedeli al Ducato?” domandò, con il disprezzo che correva sempre più forte nella sua voce. “Signori, è un enigma che non pretenderò di risolvere.”

Cadde una pausa durante la quale si fissarono l'un l'altro, e i loro sguardi erano quasi come gli sguardi di uomini sconcertati. Non si aspettavano un tono simile da lui, e mettevano in dubbio con gli occhi e con le menti la saggezza di andare oltre. Alla fine, con un mezzo sospiro, Fabrizio da Lodi si rivolse ancora una volta ad Aquila.

“Signor Conte,” esordì, con voce calma e impressionante, “sono un uomo anziano; il nome che porto e la famiglia da cui discendo sono egualmente onorevoli. Non potete pensare così vilmente di me da opinare che nella mia vecchiaia dovrei fare alcunché per infangare la buona fama dell'uno o dell'altra. Essere chiamato traditore, signore, significa ricevere un titolo aspro, e uno, penso, che non potrebbe calzare a nessun uomo meno di quanto calzi a me o a uno qualsiasi di questi miei compagni. Mi farete dunque l'onore di ascoltarmi, Eccellenza; e quando mi avrete ascoltato, giudicateci. Anzi, più che il giudizio vi chiediamo, Signor Conte. Vi chiediamo una guida affinché possiamo salvare il nostro paese dalla rovina che lo minaccia, e vi promettiamo che non faremo alcun passo che non abbia la vostra sanzione, che non sia sollecitato da voi.”

Francesco del Falco, Conte di Aquila, osservò il vecchio nobile con uno sguardo che era cambiato mentre parlava, così che da sprezzante che era, ora era divenuto pieno di mite meraviglia e curiosità. Chinò leggermente il capo in segno di assenso.

“Vi prego di parlare,” fu tutto ciò che disse, e Fabrizio avrebbe immediatamente parlato se Ferrabraccio non fosse intervenuto per esigere che Aquila desse loro la sua parola di cavaliere di non tradirli nel caso avesse rifiutato le proposte che avevano da fargli. Quando ebbe dato loro la sua promessa, e si furono seduti sui rudi sgabelli che il luogo offriva, Fabrizio riprese il suo ufficio di portavoce e illustrò l'affare per il quale aveva invitato il Conte tra loro.

In un breve preambolo toccò il carattere di Gian Maria Sforza, l'attuale Duca di Babbiano, salito sul trono dal suo potente zio, Lodovico Sforza, Signore di Milano. Espose le spericolate stravaganze dell'uomo, la sua continua indulgenza verso se stesso, la sua negligenza nelle questioni di stato e la sua apparente avversione ad adempiere ai doveri che il suo alto rango gli imponeva. Su tutto ciò Fabrizio toccò con la più encomiabile discrezione e moderazione, come richiesto dalla circostanza che in Francesco del Falco si rivolgeva al cugino stesso del Duca.

“Fin qui, Eccellenza,” continuò, “non potete essere all'oscuro della insoddisfazione generale che prevale tra i sudditi del nostro illustrissimo cugino. Vi fu la cospirazione di Bacolino, un anno fa, che, se fosse riuscita, ci avrebbe gettati nelle mani di Firenze. Fallì, ma un'altra simile potrebbe non fallire di nuovo. Il crescente disfavore di Sua Altezza potrebbe portare più aderenti a una nuova cospirazione di questo genere, e saremmo perduti come stato indipendente. E il pericolo che ci minaccia è il pericolo di andare così perduti. Non solo per defezione dei nostri, ma per la forza delle armi di un altro. Quell'altro è Cesare Borgia. Il suo dominio si sta diffondendo come una piaga sul volto di questa Italia, che ha minacciato di divorare come un carciofo, foglia dopo foglia. Già i suoi occhi avidi sono rivolti a noi, e quale potere abbiamo, del tutto impreparati come siamo, con cui opporci con successo all'enorme potenza del Duca di Valentinois? Tutto questo Sua Altezza lo realizza, poiché glielo abbiamo reso più che chiaro, come abbiamo anche reso chiaro il rimedio. Eppure sembra indifferente al suo pericolo quanto alla sua salvezza. Il suo tempo è trascorso in orge, nel ballo, nella caccia col falcone e in vergognosi svaghi, e se osiamo lanciare una parola di avvertimento, minacce e maledizioni sono l'unica risposta che riceviamo.”

Da Lodi fece una pausa, come se si fosse reso conto che il suo tono stava diventando troppo veemente. Ma di ciò i suoi compagni, almeno, erano del tutto ignari, poiché riempirono la pausa con un mormorio di rabbiosa conferma. Francesco aggrottò la fronte e sospirò.

“Sono, ahimè, pienamente consapevole di questo pericolo di cui parlate. Ma... cosa vi aspettate da me? Perché portarmi il vostro lamento? Non sono uno statista.”

“Qui non serve alcuno statista, signore. È un soldato che Babbiano richiede; uno spirito marziale per organizzare un esercito contro l'invasione che deve venire, che sta già arrivando. In breve, Signor Conte, abbiamo bisogno di un guerriero come voi. Quale uomo esiste in tutta Italia, o, in verità, quale donna o quale bambino, che non abbia sentito parlare del valore del Signore di Aquila? Le vostre gesta cavalleresche nelle guerre tra Pisa e Firenze, le vostre imprese d'armi e la vostra capacità di comando al servizio dei veneziani, sono materia per la creazione di canti epici.”

“Messer Fabrizio!” mormorò Paolo, cercando di frenare il suo interlocutore encomiastico, mentre una pallida sfumatura di colore strisciava sulle sue guance abbronzate. Ma Da Lodi continuò, senza badare:

“E dovrete voi, mio signore, che vi siete comportato così valorosamente come condottiero al servizio dello straniero, esitare a impiegare la vostra abilità e il vostro valore contro i nemici della vostra stessa patria? Non così, Eccellenza. Conosciamo l'anima patriottica di Francesco del Falco, e contiamo su di essa.”

“E fate bene,” rispose fermamente. “Quando verrà il momento mi troverete pronto. Ma fino ad allora, e toccando una tale preparazione come deve essere fatta, perché non vi rivolgete a Sua Altezza come fate con me?”

Un triste sorriso attraversò il nobile volto di Lodi, mentre Ferrabraccio rideva apertamente con freddo disprezzo, e con la sua caratteristica rudezza rispose:

“Dobbiamo parlargli,” gridò, “di gesta cavalleresche, di prodezza e di valore? Preferirei ingiungere a Roderigo Borgia di adempiere ai sacri doveri del suo Vicariato; potrei altrettanto proficuamente spargere incenso su un letamaio. Ciò che potevamo dire a Gian Maria lo abbiamo detto, e poiché sarebbe stato ozioso rivolgerci a lui come ci siamo rivolti a voi, gli abbiamo mostrato ancora un altro modo con cui Babbiano potrebbe essere salvato e l'assalto di Valentino evitato.”

“Ah! E questo altro modo?” chiese il Conte, con lo sguardo che tornava a Fabrizio.

“Un'alleanza con la casa di Urbino,” rispose Lodi. “Guidobaldo ha due nipoti. Lo abbiamo sondato, e lo abbiamo trovato ben disposto verso un matrimonio come quello che abbiamo suggerito. Alleati così alla casa di Montefeltro, riceveremmo assistenza non solo da Guidobaldo, ma anche dai signori di Bologna, Perugia, Camerino e alcuni stati minori le cui fortune sono già legate a quelle di Urbino. Così presenteremmo a Cesare Borgia una coalizione così forte che non oserebbe mai portare una lancia nel nostro territorio.”

“Ho sentito parlarne,” disse Paolo. “Sarebbe stato un passo davvero saggio. Peccato che le negoziazioni siano finite nel nulla!”

“Ma perché sono finite nel nulla? Corpo di Satana! Perché?” ruggì l'impetuoso Ferrabraccio, mentre con il suo pugno possente sferrava al tavolo un colpo che quasi lo frantumò. “Perché Gian Maria non era in vena di sposarsi! La fanciulla che gli abbiamo proposto era bella come un angelo; ma non volle nemmeno guardarla. C'era una donna a Babbiano che....”

“Mio signore,” intervenne Fabrizio frettolosamente, temendo fino a che punto l'altro potesse spingersi, “è come dice Ferrabraccio. Sua Altezza non voleva sposarsi. Ed è questo che ci ha portato a invitarvi a incontrarci qui stanotte. Sua Altezza non farà nulla per salvare il Ducato, e così ci rivolgiamo a voi. Il popolo è con noi; in ogni strada di Babbiano siete nominato apertamente come il duca che vorrebbero vederli governare e difendere le loro case. Nel sacro nome del popolo, dunque,” concluse il vecchio, alzandosi e parlando con voce scossa dall'emozione, “e con la voce del popolo, di cui siamo solo il portavoce, ora vi offriamo la corona di Babbiano. Tornate con noi stanotte, mio signore, e domani, con appena venti lance di scorta, cavalcheremo a Babbiano e vi proclameremo Duca. Né dovete temere la minima opposizione. Un solo uomo di Babbiano, quello stesso Masuccio che ci dite di aver visto stanotte, rimane fedele a Gian Maria; fedele perché lui e i cinquanta mercenari svizzeri al suo seguito sono pagati per esserlo. Su, mio signore! Lasciate che il vostro buon senso vi dica se un uomo onesto debba farsi scrupolo di deporre un principe il cui trono non conosce altra difesa se non la protezione mercenaria di cinquanta lance straniere.”

Un silenzio seguì quel discorso appassionato. Lodi rimase in piedi, gli altri seduti, i loro sguardi ansiosi rivolti al Conte, le loro orecchie ansiosamente attente alla sua risposta. Così rimasero per un breve istante, Aquila stesso così immobile che sembrava quasi non respirare.

Sedeva, stringendo i braccioli della sua sedia, la testa china in avanti finché il mento non poggiava sul petto, un cipiglio che oscurava la sua alta fronte. E mentre aspettavano la sua risposta, una grande battaglia veniva combattuta all'interno della sua anima. Il potere così improvvisamente, così inaspettatamente, spinto alla sua portata, e offertogli se solo avesse aperto le mani per afferrarlo, lo abbagliò per un breve momento. Come in un lampo si vide Signore di Babbiano. Contemplò una orgogliosa carriera di gesta cavalleresche che avrebbero fatto risuonare il suo nome e quello di Babbiano per tutta la lunghezza e la larghezza dell'Italia. Dallo stato oscuro che era, il suo patriottismo e la sua abilità come condottiero lo avrebbero reso una delle grandi potenze italiane, la rivale di Firenze, di Venezia o di Milano. Ebbe una visione di territori allargati e di signori vicini che diventavano vassalli della sua potenza. Si vide strappare la Romagna miglio dopo miglio dal dominio del ribaldo Borgia, cacciandolo a morte come era solito cacciare il cinghiale nelle paludi di Comacchio, o spingendolo nel Vaticano stesso a cercare rifugio entro le porte di suo padre, l'ultima striscia di terra che gli avrebbe lasciato su cui dominare. Sognò una Babbiano corteggiata dalle grandi repubbliche, e l'onore della sua alleanza bramato da loro affinché potessero resistere agli assalti di francesi e spagnoli. Tutto questo vide in quella fugace visione, e la Tentazione afferrò il suo spirito marziale con una stretta d'acciaio. E poi un'altra immagine sorse davanti ai suoi occhi. Cosa avrebbe fatto in tempi di pace? La sua era un'anima che languiva nei palazzi. Era nato per l'accampamento, e non per l'aria insipida delle corti. In cambio di questo potere che gli veniva offerto, cosa doveva dare? La sua gloriosa libertà. Diventare il loro signore in molte cose, per essere il loro schiavo in altre. Nominalmente governare, ma in realtà essere governato, finché, se avesse fallito nel fare la volontà dei suoi governanti, ci sarebbe stata qualche notte un altro incontro come questo, in cui gli uomini avrebbero complottato per causare la sua caduta e per soppiantarlo come lui veniva invitato a soppiantare Gian Maria. Infine, pensò all'uomo il cui potere gli veniva chiesto di usurpare. Suo cugino, il figlio della sorella di suo padre, nelle cui vene scorreva lo stesso sangue che nelle sue.

Sollevò finalmente la testa e incontrò quei volti ansiosi su cui la luce tremolante proiettava ombre dure. Il pallido fantasma di un sorriso aleggiò per un secondo agli angoli della sua bocca severa.

“Vi ringrazio, signori, per l'onore che mi avete fatto,” rispose lentamente, “un onore del quale temo di essere del tutto indegno.”

In un coro energico le loro voci si levarono a contraddirlo.

“Almeno, dunque, un onore che non posso accettare.”

Ci fu un momento di silenzio, e i loro volti, da ansiosi che erano, divennero abbattuti fino al punto di diventare cupi.

“Ma perché, mio signore?” gridò infine il vecchio Fabrizio, con le braccia tese verso il Conte, la voce che vibrava di intensità. “Santissima Vergine! Perché?”

“Perché, per darvi solo una ragione tra le tante, l'uomo che mi chiedete di rovesciare e soppiantare è del mio stesso sangue.” E se il suo tono non fosse stato calmo, avrebbero potuto pensare che li stesse rimproverando.

“Avevo pensato,” azzardò seriamente il gaio Fanfulla, “che con un uomo come Vostra Eccellenza, il patriottismo e l'amore per Babbiano avrebbero pesato ancora più dei legami di sangue.”

“E hai pensato bene, Fanfulla. Non ho forse detto che la ragione che ti ho dato era solo una tra le tante? Ditemi, signori, che motivo avete per credere che dovrei governarvi con saggezza e rettitudine? Accade che nella crisi che ora minaccia Babbiano sia necessario un capitano per governarla. Ma non lasciate che questo vi illuda, poiché potrebbe venire una stagione nelle fortune dello Stato in cui un uomo simile potrebbe essere tanto inadatto al dominio quanto lo è l'attuale Duca. E allora? Un buon cavaliere errante è un cortigiano mediocre e un pessimo statista. Infine, amici miei – poiché dovete sapere tutto ciò che ho nel cuore – resta il fatto che amo un po' me stesso. Amo troppo la mia libertà e non ho intenzione di soffocare nell'atmosfera profumata delle corti. Vedete, sono franco con voi. È mio piacere vagare per il mondo, l'armatura in spalla, libero come il vento benedetto del cielo. Dovrebbe una corona ducale e un mantello di porpora...” Si interruppe bruscamente con una risata. “Ecco, amici miei! Avete avuto ragioni a bizzeffe. Vi ringrazio ancora e deploro che, essendo come sono, non possa diventare come voi vorreste che fossi.”

Si lasciò sprofondare sulla sedia, osservandoli con uno sguardo tutt'altro che privo di malinconia e, dopo un secondo di silenzio, la voce di Da Lodi lo implorò, con accenti che tremavano di patetica enfasi, di riconsiderare la sua decisione. Il vecchio avrebbe voluto proseguire con nuove argomentazioni, ma Aquila lo troncò.

“L'ho già considerato così bene, Messer Fabrizio,” rispose risolutamente, “che nulla ormai potrebbe smuovermi. Ma questo, signori, vi prometterò: cavalcherò con voi fino a Babbiano e cercherò di ragionare con mio cugino. Farò di più; cercherò dalle sue mani la carica di Gonfaloniere e, se me la concederà, riorganizzerò le nostre forze e stringerò tali alleanze con i nostri vicini da garantire, almeno in una certa misura, la sicurezza del nostro Stato.”

Continuarono a cercare di blandirlo, ma egli rimase fermo contro i loro sforzi, finché alla fine, con aria addolorata, Da Lodi lo ringraziò per la sua promessa di usare la propria influenza con Gian Maria.

“Per questo, almeno, ringraziamo Vostra Eccellenza e, da parte nostra, eserciteremo il potere che ancora deteniamo a Babbiano affinché l'alta carica di Gonfaloniere vi sia conferita. Avremmo preferito vedervi ricoprire con onore una posizione ancora più elevata e, qualora in futuro doveste considerare...”

“Abbandonate le speranze su questo,” intervenne il Conte con un solenne scuotere di testa. E poi, prima che venisse pronunciata un'altra parola, il giovane Fanfulla degli Arcipreti balzò all'improvviso in piedi, le sopracciglia aggrottate e un'espressione di allarme che si diffondeva sul suo volto avvenente. Rimase così per un secondo; poi, correndo rapidamente verso la porta, la aprì e rimase in ascolto, seguito dagli sguardi sorpresi della compagnia riunita. Ma non fu necessario il grido d'avvertimento con cui si voltò per fornire loro la spiegazione del suo strano comportamento. Nel teso silenzio del momento che era seguito all'apertura improvvisa della porta, avevano colto dall'esterno il lontano cadere di passi in marcia.

CAPITOLO II. SU UN SENTIERO DI MONTAGNA

“Uomini armati, miei signori!” era stato il grido di Fanfulla. “Siamo traditi!”

Si guardarono l'un l'altro con sguardi severi e con quella ferocia che prende il posto che la paura occuperebbe in anime più meschine.

Poi Aquila si alzò lentamente in piedi e con lui si alzarono gli altri, cercando le loro armi. Mormorò dolcemente un nome: “Masuccio Torri.”

“Sì,” gridò Lodi amaramente, “magari avessimo dato ascolto al vostro avvertimento! Sarà Masuccio, e alle sue calcagna i suoi cinquanta mercenari.”

“Non meno, giurerei, a giudicare dal rumore,” disse Ferrabraccio. “E noi appena in sei, senza le nostre armature.”

“Sette,” corresse laconicamente il Conte, riprendendo il cappello e allentando la spada nel fodero.

“Non è così, mio signore,” esclamò Lodi, posando una mano sul braccio del Conte. “Non dovete restare con noi. Siete la nostra unica speranza, l'unica speranza di Babbiano. Se siamo davvero traditi – anche se con quali mezzi infernali non saprei dire – e sanno che sei traditori si sono incontrati qui stanotte per cospirare contro il trono di Gian Maria, almeno, giurerei, non sanno che avreste dovuto incontrarci. Sua Altezza può congetturare, ma non può sapere con certezza, e se solo voi fuggite, tutto potrebbe ancora andare bene, eccetto che per noi, che non contiamo nulla. Andate, mio signore! Ricordate la vostra promessa di cercare dalle mani di vostro cugino il gonfalone, e che Dio e i Suoi Santi benedetti proteggano Vostra Eccellenza.”

Il vecchio prese la mano del giovane e, chinando il capo finché il volto non fu nascosto nei suoi lunghi capelli bianchi, vi impresse un bacio di fedeltà. Ma Aquila non si lasciava liquidare così facilmente.

“Dove sono i vostri cavalli?” chiese.

“Legati sul retro. Ma chi oserebbe cavalcarli di notte giù per questo precipizio?”

“Io oso, per uno,” rispose il giovane con fermezza, “e così dovrete osare tutti voi. Un collo rotto è il peggio che possa capitarci, e preferirei rompermi il mio sulle rocce di Sant'Angelo piuttosto che farmelo rompere dal carnefice di Babbiano.”

“Ben detto, per la Vergine!” ruggì Ferrabraccio. “A cavallo, signori!”

“Ma l'unica via è quella da cui vengono,” obiettò Fanfulla. “Il resto è puro dirupo.”

“Ebbene, mio dolce seduttore, andremo loro incontro,” ribatté Ferrabraccio allegramente. “Sono a piedi e li travolgeremo come un torrente montano. Venite, signori, affrettatevi! Si avvicinano.”

“Abbiamo solo sei cavalli e siamo in sette,” obiettò un altro.

“Io non ho cavallo,” disse Francesco, “vi seguirò a piedi.”

“Cosa?” gridò Ferrabraccio, che sembrava ora aver assunto il comando dell'impresa. “Che il nostro San Michele chiuda la fila! No, no. Voi, Da Lodi, siete troppo vecchio per questo lavoro.”

“Troppo vecchio?” avvampò il vecchio, raddrizzandosi fino a tutta l'altezza di quella che era ancora una figura molto imponente, e i suoi occhi sembravano prendere fuoco a questa riflessione sul suo valore cavalleresco. “Se la stagione fosse diversa, Ferrabraccio, potrei chiedervi il permesso di mostrarvi quanta giovinezza c'è ancora in me. Ma...” Si fermò. I suoi occhi adirati si erano posati sul Conte, che stava in attesa vicino alla porta, e l'intera espressione del suo volto mutò. “Avete ragione, Ferrabraccio, sto invecchiando davvero, un rimbambito. Prendete il mio cavallo e andatevene.”

“Ma voi?” chiese il Conte con sollecitudine.

“Io rimarrò. Se farete bene il vostro dovere con quei mercenari, non mi daranno fastidio. Non verrà loro in mente che qualcuno sia stato lasciato indietro. Penseranno solo a seguirvi dopo che li avrete tagliati fuori. Andate, andate, signori, o tutto è perduto.”

Lo obbedirono ora con una fretta che sembrava quasi rasentare il panico. In una frenesia, Fanfulla e un altro sciolsero i legami e un momento dopo erano tutti in sella e pronti per quella corsa terribile. La notte era buia, ma non troppo. Il cielo era senza nuvole e fittamente stellato, mentre una luna calante aiutava a illuminare la via che dovevano percorrere. Ma su quel sentiero di montagna accidentato e incerto, le ombre erano abbastanza fitte da rendere disperata la loro impresa.

Ferrabraccio, rivendicando una conoscenza migliore dei suoi compagni della strada, si pose alla loro testa, con il Conte al suo fianco. Dietro di loro, a due a due, venivano gli altri quattro. Si trovavano su una piccola sporgenza all'ombra della grande scogliera che si stagliava alla loro sinistra. Da lì si poteva scrutare il fianco della montagna, per quanto fosse possibile discernere in quella luce. Il calpestio dei piedi era ora diventato più forte e vicino, e con esso giungeva il clangore delle armature. Davanti a loro si stendeva il sentiero che scendeva, per un centinaio di iarde o più, fino al primo angolo. Sotto di loro, sulla destra, il sentiero appariva di nuovo nel punto in cui sporgeva per circa mezza dozzina di iarde nel suo percorso a zig-zag, e lì Fanfulla colse il luccichio dell'acciaio che rifletteva la debole luce lunare. Richiamò l'attenzione di Ferrabraccio su di esso e quel valoroso guerriero diede subito l'ordine di partire. Ma Francesco si interpose.

“Se lo facciamo,” obiettò, “li raggiungeremo oltre l'angolo e a quell'angolo saremo costretti a rallentare per evitare di essere portati oltre il bordo della scogliera. Inoltre, in un tale stretto, i nostri cavalli potrebbero cedere e rifiutare il terreno. In ogni caso, non scenderemo su di loro con la stessa forza che avremo se aspettiamo finché non saranno in linea retta con noi. Le ombre qui ci nasconderanno nel frattempo.”

“Avete ragione, Lord Conte. Aspetteremo,” fu la pronta risposta. E nel tempo che attesero brontolò vigorosamente.

“Essere intrappolati in una trappola come questa! Corpo di Satana! È stata una follia essersi incontrati in una capanna con un solo accesso.”

“Avremmo forse potuto ritirarci lungo la scogliera dietro,” disse Francesco.

“Avremmo potuto davvero, se fossimo stati passeri o gatti di montagna. Ma essendo uomini, la via che percorriamo è l'unica via, ed è una via terribilmente brutta. Mi piacerebbe essere sepolto a Sant'Angelo, Lord Conte,” continuò stravagantemente. “Sarà convenientemente vicino; poiché una volta che vado oltre il fianco della montagna, giuro che nulla mi fermerà finché non raggiungerò la valle, un pacchetto di ossa rotte.”

“Calma, amici miei,” mormorò la voce di Aquila. “Stanno arrivando.”

E dietro quell'angolo fatidico stavano ora entrando nel campo visivo: una compagnia in testa e corpo d'acciaio con picche in spalla. Un momento si fermarono, tanto che il gruppo in attesa si ritenne quasi osservato. Ma presto divenne chiaro che la sosta era dovuta al fatto che i ritardatari potessero raggiungerli. Masuccio era un uomo che non correva rischi; avrebbe voluto ogni furfante dei suoi cinquanta prima di tentare l'assalto.

“Ora,” mormorò il Conte, stringendo il cappello sulla fronte, in modo che potesse nascondere meglio i suoi tratti. Poi, alzandosi sulle staffe e sollevando la spada in alto, lasciò che la sua voce si sentisse di nuovo. Ma non più in un sussurro. Come un richiamo di tromba risuonò, echeggiando e rieccheggiando lungo il fianco della montagna.

“Avanti! San Michele e la Vergine!”

Quel potente grido, seguito da un tuono di zoccoli, diede una pausa ai mercenari che avanzavano. Si udì la voce di Masuccio, che li chiamava a restare saldi; ordinando loro di inginocchiarsi e parare la carica con le picche; assicurando loro con imprecazioni che avevano a che fare solo con una mezza dozzina di uomini. Ma gli echi della montagna erano ingannevoli e quel tuono di zoccoli che scendevano non sembrò loro quello di una mezza dozzina, ma di un reggimento. Nonostante le imprecazioni di Masuccio, i primi si voltarono e in quel momento i cavalieri furono sopra di loro, attraverso di loro e sopra di loro, come il potente torrente di cui aveva parlato Ferrabraccio.

Una dozzina di svizzeri cadde sotto quell'assalto e un'altra dozzina che era stata spazzata via e oltre il precipizio era a metà strada verso la valle prima che quella cavalcata incontrasse alcun ostacolo. Gli uomini rimasti di Masuccio lottarono vigorosamente per arginare questa cataratta umana, ora che si rendevano conto di quanto fosse esiguo il numero dei loro assalitori. Fecero lavorare le loro picche e per alcuni istanti la battaglia infuriò calda su quella via stretta. L'aria era carica dello stridore e del rintocco dell'acciaio, dello scalpiccio di uomini e cavalli e delle grida e delle imprecazioni dei mutilati.

Il Signore di Aquila, sempre in prima linea, combatteva disperatamente. Non solo con la sua spada combatteva, ma anche con il suo cavallo. Facendo impennare la bestia sulle zampe posteriori, la faceva ruotare e la lasciava scendere dove meno era atteso, brandendo la spada allo stesso tempo. Invano cercarono di abbattere il suo destriero con le picche; così rapida e furiosa era la sua azione che, prima che il loro disegno potesse essere compiuto, era sopra coloro che lo meditavano, disperdendoli fuori portata per salvare la loro pelle.

In questo modo feroce si fece strada davanti a sé e la fortuna lo servì così bene che i colpi che venivano mirati selvaggiamente contro di lui mentre correva passavano lontano dal colpirlo. Alla fine era quasi fuori dalla mischia e solo tre uomini ora gli stavano davanti. Ancora il suo destriero si impennò, sbuffando e scalciando l'aria come un gatto, e due dei tre furfanti davanti a lui fuggirono incontinenti di lato. Ma il terzo, che era di pasta più coraggiosa, si inginocchiò e presentò la sua picca al ventre del cavallo. Francesco fece un disperato tentativo di salvare il sauro che lo aveva servito così valorosamente, ma era troppo tardi. Cadde per impalarsi su quella picca in attesa. Con un urlo orrendo il cavallo affondò sul suo uccisore, schiacciandolo sotto il suo peso possente e scagliando il suo cavaliere in avanti a terra. In un istante fu in piedi e si voltò, nonostante fosse mezzo stordito dalla caduta e indebolito dalla perdita di sangue per una ferita di picca alla spalla, di cui finora era rimasto ignaro nel calore della battaglia. Due mercenari stavano avanzando su di lui, gli stessi due che erano stati gli ultimi a ritirarsi davanti a lui. Si preparò ad affrontarli, pensando che la sua ultima ora fosse davvero giunta, quando Fanfulla degli Arcipreti, che lo aveva seguito da vicino attraverso la mischia, scese ora sui suoi assalitori da dietro e li travolse. Accanto al Conte frenò e tese la mano.

“Montate dietro di me, Eccellenza,” lo esortò.

“Non c'è tempo,” rispose Francesco, che scorgeva una mezza dozzina di figure che correvano verso di loro. “Mi aggrapperò alla vostra staffa, così. Ora spronate!” E senza aspettare che Fanfulla obbedisse, colpì il cavallo con il piatto della spada sui quarti, facendolo balzare in avanti. Così continuarono quella discesa pericolosa, Fanfulla che cavalcava e il Conte che correva a metà, dondolando dalla staffa. Alla fine, quando ebbero coperto mezzo miglio in questo modo e il terreno era diventato più facile, si fermarono affinché il Conte potesse montare dietro il suo compagno, e mentre cavalcavano a un ritmo più agevole Francesco si rese conto che lui e Fanfulla erano gli unici due ad aver attraversato quel brutto posto. Il valoroso Ferrabraccio, eroe di cento battaglie faticose, era andato incontro al destino ignobile che metà per scherzo aveva predetto per sé. Il suo cavallo gli aveva giocato un brutto tiro all'inizio della carica e, spaventandosi, aveva virato di lato nonostante i suoi sforzi per controllarlo, finché, perdendo l'appoggio, uomo e bestia erano finiti oltre la scogliera. Amerini, Fanfulla lo aveva visto ucciso, mentre gli altri due, essendo entrambi disarcionati, sarebbero stati senza dubbio prigionieri di Masuccio.

Circa tre miglia oltre Sant'Angelo, il cavallo stanco di Fanfulla guadò il Metauro e così, verso la seconda ora della notte, raggiunsero il territorio di Urbino, dove per il momento potevano ritenersi al sicuro da ogni inseguimento.

CAPITOLO III. CILICIO E ABITO DA GIULLARE

Il giullare e il frate avevano iniziato a litigare e, a vergogna del frate e gloria del giullare sia detto, il loro oggetto di contesa era una donna. Ora, il frate, trovandosi a non essere all'altezza del giullare a parole, ed essendo largo e robusto di corporatura e arti quanto l'altro era gracile e deforme, si era sfilato il sandalo affinché con esso potesse far passare tutta la forza dei suoi argomenti attraverso il cranio del giullare. A quel punto il giullare, essendo un gran codardo, era fuggito incontinenti attraverso gli alberi.

Correndo, come il folle che era, con la testa girata per sapere se il buon padre lo seguisse, non vide mai la figura che giaceva seminascosta nella felce, e forse non avrebbe mai indovinato la sua presenza se non fosse stato che, inciampandovi sopra, scattò in avanti, con un tintinnio di campanelli, sul suo naso storto.

Si sedette con un gemito, a cui rispose un'imprecazione dell'uomo nei cui fianchi aveva conficcato i suoi piedi in volo. I due si guardarono con sorpresa, temperata dalla rabbia nell'uno e dallo sgomento nell'altro.

“Un buon risveglio a voi, nobile signore,” disse il giullare educatamente; poiché dall'aspetto e dalla statura dell'uomo che aveva svegliato, pensò che la cortesia potesse servirgli al meglio.

L'altro lo osservò con interesse, come ben poteva; poiché sarebbe stato difficile trovare una figura più strana in Italia.

Gobbo, sottodimensionato e di membra fragili, era vestito con farsetto, calzamaglia e cappuccio, la metà del quale era nera e l'altra cremisi, mentre sulle sue spalle cadeva dallo stesso cappuccio – che incorniciava strettamente il suo brutto visino – un mantello fogliato, da ogni punta del quale pendeva un minuscolo campanello d'argento che brillava alla luce del sole e tintinnava mentre si muoveva. Da sotto sopracciglia sporgenti, un paio di occhi luminosi, spalancati come quelli di un gufo, colsero l'umorismo malizioso della sua bocca prodigiosa.

“Una maledizione su di te e su chi ti ha mandato,” fu il saluto di risposta che ricevette. Poi l'uomo frenò la sua rabbia e scoppiò in una risata alla vista della paura che balenava negli occhi del giullare.

“Chiedo perdono, umilissimamente lo chiedo, Illustrissimo,” disse il giullare, ancora impaurito. “Ero inseguito.”

“Inseguito?” fece eco l'altro, con un tono non privo di un'improvvisa inquietudine. “E, prego, da chi?”

“Dal diavolo in persona, travestito nella carne grossolana e nelle sembianze di un fratello domenicano.”

“Scherzi?” arrivò la domanda arrabbiata.

“Scherzare? Se avessi ricevuto il suo vile sandalo tra le spalle, come ho fatto io, sapresti quanto poca voglia io abbia di scherzare.”

“Ora rispondi a una domanda semplice, se hai l'arguzia per farlo,” disse l'altro, con la rabbia che cresceva sempre più nella sua voce. “C'è un monaco da queste parti?”

“Sì, c'è – possa una brutta peste marcire lui! – in agguato nei cespugli laggiù. È troppo grasso per correre, altrimenti lo avresti visto alle mie calcagna, agghindato in quella panoplia di ira vendicatrice che è il segno distintivo della Chiesa Militante.”

“Va' a portarlo qui,” fu la risposta secca.

“Gesù!” ansimò il giullare, in uno spavento davvero reale. “Non mi avvicinerò a lui finché la sua rabbia non si sarà raffreddata, nemmeno se mi rendessi dritto e mi corrompessi con il Patrimonio di San Pietro.”

L'uomo si voltò da lui con impazienza e alzando la voce:

“Fanfulla!” chiamò sopra la spalla e poi, dopo una breve pausa, di nuovo: “Olá, Fanfulla!”

“Sono qui, mio signore,” giunse una voce di risposta da dietro un gruppo di cespugli alla loro destra e quasi immediatamente il giovane molto splendido che era andato a dormire alla sua ombra si alzò e venne verso di loro. Alla vista del giullare si fermò per esaminarlo, mentre il giullare ricambiava il complimento con un interesse pieno di meraviglia. Poiché, per quanto l'abbigliamento di Fanfulla potesse aver sofferto nello scontro della notte scorsa, era ancora molto sfarzoso e nel berretto di velluto sul suo capo era intrecciata una serie di gioielli. Eppure non fu tanto dalla ricchezza dei suoi abiti che il giullare rimase colpito, quanto dal fatto che qualcuno così manifestamente nobile dovesse rivolgersi con un tale titolo, e in un tono di così grande deferenza, a questo individuo vestito in modo indifferente su cui era inciampato. Poi lo sguardo tornò all'uomo che giaceva sostenuto sul gomito e notò ora la rete d'oro in cui erano raccolti i suoi capelli, che non era affatto comune alla gente umile. I suoi piccoli occhi scintillanti rivolsero la loro attenzione al volto davanti a lui e all'improvviso un barlume di riconoscimento vi entrò. Il suo volto subì un cambiamento e da grottesco che era, divenne ancora più grottesco nel suo rapido accenno di riverenza.

“Il mio Signore di Aquila!” mormorò, arrampicandosi in piedi.

A stento si era raddrizzato che una mano lo afferrò per la spalla e il pugnale di Fanfulla balenò davanti ai suoi occhi sbalorditi.

“Giura sulla croce di questo, di non divulgare mai la presenza di Sua Eccellenza qui, o prenditi la punta di questo nel tuo cuore sciocco.”

“Giuro, giuro!” gridò, in fretta paurosa, la sua mano sull'elsa che Fanfulla ora teneva verso di lui.

“Ora vai a prendere il prete, buon giullare,” disse il Conte, con un sorriso al terrore improvviso del gobbo. “Non avete nulla da temere da noi.”

Quando il giullare li ebbe lasciati per andare a compiere la sua commissione, Francesco si voltò verso il suo compagno.

«Fanfulla, sei fin troppo prudente», disse, con un sorriso disteso. «Cosa importerà che io sia riconosciuto?»

«Non vorrei che accadesse per un regno, finché sei così vicino a Sant'Angelo. Noi sei che ci siamo incontrati la scorsa notte siamo spacciati... quelli di noi che non sono già morti. Per me, e per Lodi se non è stato preso, potrebbe esserci salvezza nella fuga. Nel territorio di Babbiano non metterò mai più piede finché Gian Maria sarà Duca, a meno di non essere stanco di questo mondo. Ma del settimo... tu stesso... hai sentito il vecchio Lodi giurare che il segreto non poteva essere trapelato. Eppure, se Sua Altezza venisse a sapere della tua presenza in queste zone e in mia compagnia, il sospetto potrebbe metterlo sulla strada che conduce alla verità.»

«Ah! E poi?»

«Poi?» replicò l'altro, osservando Francesco con sorpresa. «Beh, allora, le speranze che abbiamo riposto in te... le speranze di ogni uomo a Babbiano degno di questo nome... verrebbero frustrate. Ma ecco che arriva il nostro amico lo stolto e, al suo seguito, il frate.»

Fra Domenico — così era assai appropriatamente chiamato questo seguace di San Domenico — si avvicinò con una solennità che derivava più dalla sua grande stazza che da un qualche preteso senso della dignità del suo ufficio. Si inchinò davanti a Fanfulla finché il suo grande volto cremisi non fu nascosto, mostrando al suo posto una tonsura gialla e rasata. Era come se il sole fosse tramontato e la luna fosse sorta al suo posto.

«Sei esperto di medicina?» chiese sbrigativamente Fanfulla.

«Ho qualche conoscenza, Illustre.»

«Allora occupati delle ferite di questo gentiluomo.»

«Eh? Dio mio! Siete ferito, dunque?» esordì, voltandosi verso il Conte, e avrebbe aggiunto altre domande altrettanto pressanti, se Aquila, scostando il suo giaco sulla spalla, non gli avesse risposto prontamente:

«Qui, messere.»

Con le labbra increspate per la premura, il frate si sarebbe inginocchiato, ma Francesco, vedendo a quale fatica tale movimento doveva sottostarlo, si alzò subito in piedi.

«Non è così grave da non potermi reggere», disse, sottoponendosi all'esame del monaco.

Quest'ultimo espresse l'opinione che non fosse affatto pericolosa, per quanto potesse essere fastidiosa, al che il Conte lo invitò a fasciarla. A ciò Fra Domenico rispose di non avere né unguenti né lino, ma Fanfulla suggerì che avrebbe potuto procurarseli nel convento di Acquasparta, lì vicino, e si offrì di accompagnarvelo.

Ciò stabilito, partirono, lasciando il Conte in compagnia del giullare. Francesco stese il mantello e si coricò di nuovo, mentre lo stolto, chiestogli il permesso di restare, si dispose sulle calcagna come un turco.

«Chi è il tuo padrone, stolto?» chiese il Conte, con spirito ozioso.

«C'è un uomo che mi veste e mi sfama, nobile signore, ma la Follia è la mia sola padrona.»

«A che fine lo fa?»

«Perché fingo di essere più sciocco di lui, così che, per contrasto con me, egli si crede saggio, il che lusinga la sua vanità. O forse, ancora, perché sono tanto più brutto di lui che, di nuovo per contrasto, può ritenersi un prodigio di bellezza.»

«Singolare, non è vero?» lo assecondò il Conte.

«Non la metà di quanto sia singolare che il Signore di Aquila giaccia qui, vestito rozzamente, con una ferita alla spalla, a parlare con uno stolto.»

Francesco lo scrutò con un sorriso.

«Rendi grazie a Dio che Fanfulla non sia qui a sentirti, o sarebbero state le tue ultime parole; poiché, per quanto possa sembrare grazioso, Messer Fanfulla è un vero mostro di sete di sangue. Con me è diverso. Sono un uomo dai modi assai gentili, come avrai sentito dire, Messer Buffone. Ma bada di dimenticare subito il mio rango e il mio nome, o potresti renderti conto di quanto poco abbiano bisogno di buffoni alla Corte del Cielo.»

«Mio signore, perdonate. Obbedirò», rispose il gobbo, con aria contrita. E poi attraverso la radura giunse una voce... la voce di una donna, meravigliosamente dolce e ricca... che chiamava: «Peppino! Peppino!»

«È la mia signora che mi chiama», disse lo stolto, balzando in piedi.

«Dunque possiedi una signora, sebbene la Follia sia la tua sola padrona», rise il Conte. «Mi farebbe piacere vedere la dama di cui avete l'onore di essere proprietà, Ser Peppino.»

«Potete vederla se solo voltate il capo», sussurrò Peppino.

Pigramente, con un sorriso sulle labbra che era quasi sprezzante, il Signore di Aquila volse lo sguardo nella direzione in cui lo stolto si stava già incamminando. E all'istante la sua espressione mutò del tutto. Lo scherno divertito fu spazzato via dal suo volto e al suo posto si insediò ora uno sguardo di meraviglia che era quasi timore reverenziale.

In piedi, sul limitare della radura in cui giaceva, scorse una donna. Ebbe una vaga impressione di una figura slanciata e ben fatta, una visione fugace di una veste di damasco bianco, una camorra di velluto verde e una cintura d'oro finemente lavorata. Ma fu la gloria del suo volto impareggiabile a catturare e trattenere il suo sguardo in tale estatica meraviglia; il miracolo dei suoi occhi, che, fissi nei suoi, ricambiavano lo sguardo con uno di lieve sorpresa. Sembrava quasi una bambina, nonostante l'altezza e le proporzioni femminili, tanto fresco e giovanile era il suo viso.

Sollevato sul gomito, rimase lì per un istante, a guardare e guardare, con la mente che correva alle visioni che gli uomini pii hanno avuto dei santi del Paradiso.

Infine l'incantesimo fu rotto dalla voce di Peppino, che si rivolgeva a lei, con la schiena servilmente curva. Francesco ricordò la deferenza dovuta a chi era così chiaramente nobile e, balzando in piedi, dimentica la ferita, si inchinò profondamente. Un secondo dopo ansimò per il fiato, barcollò e, svenendo, crollò supino tra le felci.

CAPITOLO IV. MONNA VALENTINA

Negli anni a venire, il Signore di Aquila era solito affermare in tutta solennità che fu la vista della sua meravigliosa bellezza a creare un tale scompiglio nella sua anima da sopraffare i suoi sensi e lasciarlo svenuto ai suoi piedi. Che egli stesso lo credesse, non sta a noi dubitarne, nonostante si possa essere più propensi a concordare con l'opinione espressa in seguito da Fanfulla e dal frate — e profondamente risentita dal Conte — che nel balzare in piedi con eccessiva veemenza la sua ferita si fosse riaperta, e il dolore di ciò, combinato con la debole condizione derivante dalla perdita di sangue, avesse causato il suo improvviso svenimento.

«Chi è costui, Peppe?» chiese lei allo stolto, e questi, memore del giuramento fatto, le rispose sfacciatamente di non saperlo, aggiungendo che era — come poteva vedere — un povero disgraziato ferito.

«Ferito?» fece eco lei, e i suoi occhi gloriosi si fecero assai compassionevoli. «E solo?»

«C'era un gentiluomo qui, a curarlo, Madonna; ma è partito con Fra Domenico verso il Convento di Acquasparta per cercare il necessario per medicare la sua spalla.»

«Povero gentiluomo», mormorò, avvicinandosi alla figura distesa. «Come si è procurato la ferita?»

«Questo, Madonna, è più di quanto io sappia dire.»

«Non possiamo fare nulla per lui finché i suoi amici non tornano?» fu la sua domanda successiva, chinandosi sul Conte mentre parlava. «Vieni, Peppino», gridò, «prestami il tuo aiuto. Portami dell'acqua dal ruscello, laggiù.»

Lo stolto cercò con lo sguardo un recipiente e, caduto l'occhio sul capiente cappello del Conte, lo afferrò e andò a compiere la sua commissione. Quando tornò, la dama era inginocchiata con la testa dell'uomo privo di sensi in grembo. Nel cappello pieno d'acqua che Peppe le portò immerse un fazzoletto, e con esso deterse la fronte su cui i lunghi capelli neri giacevano arruffati e in disordine.

«Guarda quanto ha sanguinato, Peppe», disse lei. «Il suo farsetto è zuppo, e sta ancora sanguinando! Vergine Santa!» esclamò, scorgendo ora la brutta ferita che si spalancava sulla sua spalla, e impallidendo alla vista. «Di certo ne morirà... e lui così giovane, Peppino, e così bello da vedere!»

Francesco si mosse e un sospiro fluttuò tra le sue labbra pallide. Poi sollevò le pesanti palpebre e i loro sguardi si incontrarono e si fissarono. E così, occhi marroni e teneri guardarono dentro febbricitanti e languidi occhi neri, mentre la sua mano gentile premeva il panno umido sulla fronte dolorante di lui.

«Angelo di bellezza!» mormorò sognante, essendo ancora solo mezzo sveglio alla sua condizione. Poi, divenuto consapevole delle sue cure, «Angelo di bontà!» aggiunse, con fervore ancora più profondo.

Lei non ebbe risposta per lui, se non quella — e di per sé era abbastanza eloquente — che i suoi rossori le fornirono, poiché era fresca di convento e del tutto innocente dei modi mondani e dei trucchi del parlare galante.

«Soffrite?» chiese infine.

«Soffrire?» rispose lui, svegliandosi ora sempre più, e la sua voce suonava una nota di scherno. «Soffrire? Con la testa così appoggiata e una santa del Cielo che cura i miei mali? No, non ho alcun dolore, Madonna, ma una gioia più dolce di quanto io abbia mai conosciuto.»

«Gesù! Che lingua svelta!» schernì lo stolto in sottofondo.

«Ci sei anche tu, Maestro Buffone?» disse Francesco. «E Fanfulla? Non è qui? Perché, ora mi sovviene; è andato ad Acquasparta con il frate.» Si spinse sul gomito per avere più sostegno.

«Non dovete muovervi», disse lei, pensando che volesse tentare di alzarsi.

«Non vorrei, signora, se dovessi farlo», rispose solennemente. E poi, con gli occhi sul suo volto, le chiese arditamente il nome.

«Il mio nome», rispose prontamente, «è Valentina della Rovere, e sono nipote di Guidobaldo di Urbino.»

Le sopracciglia di lui si inarcarono.

«Vivo davvero», domandò, «o sto solo sognando le memorie del racconto di qualche antico romanziere, in cui un cavaliere errante viene curato così da una principessa?»

«Siete un cavaliere?» chiese lei, una meraviglia che ora le saliva agli occhi, poiché persino nell'isolamento della sua vita conventuale erano giunte strane storie di questi potenti uomini d'arme.

«Il vostro cavaliere almeno, dolce signora», rispose lui, «e per sempre il vostro povero campione, se vorrete farmi tanto onore.»

Un rossore cremisi salì ora sulle sue guance, evocato dalle sue parole audaci e dagli sguardi ancor più audaci, e i suoi occhi caddero. Eppure, il risentimento non aveva parte nella sua confusione. Non trovò presunzione nel suo parlare, né alcunché che un coraggioso cavaliere non potesse dire alla dama che lo aveva soccorso nella sua angustia. Peppe, che stava a guardare e notava i modi del Conte, conoscendo il rango del cavaliere, era ora pieno di stupore, ora di derisione; eppure non interferì mai.

«Qual è il vostro nome, sir cavaliere?» chiese lei, dopo una pausa.

Gli occhi di lui apparvero turbati e, spingendosi oltre lei verso lo stolto, colsero sul volto di Peppe un sogghigno di sottile divertimento.

«Il mio nome», disse infine, «è Francesco.» E poi, per evitare che lo interrogasse ulteriormente: «Ma ditemi, Madonna», chiese, «come fa una dama del vostro rango a trovarsi qui, sola con quel povero frammento d'uomo?» E indicò il ghignante Peppe.

«La mia gente è laggiù nei boschi, dove ci siamo fermati per un breve tratto. Sono in viaggio verso la corte di mio zio, dal Convento di Santa Sofia, e per scorta ho Messer Romeo Gonzaga e venti lance. Quindi, vedete, sono ben protetta, senza contare Ser Peppe qui e il santo Fra Domenico, il mio confessore.»

Ci fu una pausa, conclusa alla fine da Francesco.

«Voi siete la nipote più giovane di Sua Altezza di Urbino?» disse.

«Non è così, Messer Francesco», rispose lei prontamente. «Sono la maggiore.»

A ciò le sopracciglia di lui si fecero d'un tratto scure.

«Possibile che siate voi quella che vorrebbero dare in sposa a Gian Maria?» esclamò, al che lo stolto drizzò le orecchie, mentre lei guardava il Conte con uno sguardo che mostrava chiaramente quanto fosse lontana dal comprenderlo.

«Avete detto?» chiese.

«Perché, nulla», rispose lui, con un sospiro, e in quel momento la voce di un uomo giunse squillante attraverso il bosco.

«Madonna! Madonna Valentina!»

Francesco e la dama volsero gli occhi nella direzione da cui proveniva la voce e scorsero una figura superbamente abbagliante che entrava nella radura. Nella bellezza della persona e nella ricchezza dell'abbigliamento era ben degno della compagnia di Valentina. Il suo farsetto era di velluto grigio, ornato da scaglie d'oro battuto, e rivelava sotto una veste ricamata d'oro; la sua berretta era intonata al farsetto ed era adorna di una piuma che scintillava di gemme costose; la sua spada dall'elsa d'oro era riposta in un fodero anch'esso di velluto grigio tempestato di gioielli. Il suo volto era bello come quello di una damigella, gli occhi azzurri e i capelli dorati.

«Ecco», annunciò Peppino gravemente, «l'ultima traduzione italiana dell'Asino d'oro di Apuleio.»

Nel vedere la nobile nipote di Guidobaldo inginocchiata lì con la testa di Francesco ancora appoggiata in grembo, il nuovo arrivato levò le braccia in un gesto di sgomento.

«Santi del Cielo!» esclamò, affrettandosi verso di loro. «Quale occupazione avete trovato? Chi è questo brutto ceffo?»

«Brutto?» fu tutto ciò che gli rispose, con accenti di profonda sorpresa.

«Chi è costui?» insistette il giovane, con tono che si faceva accalorato. «E cosa fa qui e così, con voi? Gesù! Cosa direbbe Sua Altezza? Come si comporterebbe con me se venisse a saperlo? Chi è l'uomo, Madonna?»

«Perché, come vedete, Messer Gonzaga», rispose lei, con un certo calore, «un cavaliere ferito.»

«Un cavaliere lui?» schernì Gonzaga. «Più probabile un ladro, un masnadiero in agguato. Qual è il vostro nome?» chiese rudemente al Conte.

Allontanandosi un poco da Valentina e appoggiandosi interamente sul gomito, Francesco gli fece cenno con un gesto della mano di non avvicinarsi oltre.

«Vi prego, signora, di ordinare al vostro grazioso paggio di farsi un po' più in là. Sono ancora debole e i suoi profumi mi sopraffanno.»

Sotto la maschera della cortese richiesta, Gonzaga rilevò la nota derisoria e sprezzante, e ciò alimentò la sua rabbia.

«Non sono un paggio, stolto», rispose, poi battendo le mani l'una contro l'altra, alzò la voce per gridare: «Olá, Beltrame! Da me!»

«Cosa volete fare?» gridò la dama, alzandosi per affrontarlo.

«Condurre questo furfante in catene a Urbino, come è mio dovere.»

«Signore, potreste ferirvi le vostre graziose mani afferrandomi», replicò il Conte, con gelida indifferenza.

«Ah! Vorreste minacciarmi con la violenza, vassallo?» gridò l'altro, arretrando di qualche passo mentre parlava. «Beltrame!» chiamò ancora. «Non state arrivando?» Una voce gli rispose dal folto e, con un clangore di acciaio, una mezza dozzina di uomini si lanciò nella radura.

«I vostri ordini, signore?» chiese quello che li guidava, con gli occhi che vagavano verso il Conte ancora prostrato.

«Legatemi questo cane», gli ordinò Gonzaga. Ma prima che il tizio potesse muovere un passo per eseguire l'ordine, Valentina gli sbarrò la strada.

«Non lo farete», comandò, e così trasformata era lei rispetto alla fanciulla ingenua che poco prima aveva parlato con lui, che Francesco rimase a bocca aperta per la pura meraviglia. «In nome di mio zio, vi ordino di lasciare questo gentiluomo dove giace. È un cavaliere ferito che ho avuto il piacere di curare... una faccenda che sembra aver suscitato la rabbia di Messer Gonzaga contro di lui.»

Beltrame si fermò e guardò da Valentina a Gonzaga, indeciso.

«Madonna», disse Gonzaga, con umiltà simulata, «la vostra parola è legge per noi. Ma vorrei che consideraste che ciò che ordino a Beltrame di fare è nell'interesse di Sua Altezza, il cui territorio è infestato da questi briganti vagabondi. È un fatto che potrebbe non esservi giunto nel vostro ritiro conventuale, né vi è giunta sufficiente conoscenza — nella vostra incomparabile innocenza — per distinguere tra furfanti e uomini onesti. Beltrame, eseguite il mio ordine.»

Il piede di Valentina batteva impazientemente il terreno e nei suoi occhi apparve uno sguardo di rabbia che accresceva la sua somiglianza con il suo marziale zio. Ma fu Peppe a parlare.

«Nonostante sembri ci siano già abbastanza stolti a immischiarsi in questa faccenda», disse, con toni di finta lamentela, «permettete che mi unisca al loro numero, Ser Romeo, e ascoltate il mio consiglio.»

«Via, stolto», gridò Gonzaga, colpendolo con il suo frustino, «non abbiamo bisogno delle tue capriole.»

«No, ma avete bisogno della mia saggezza», replicò Ser Peppe, balzando fuori dalla portata di Gonzaga. «Ascoltatemi, Beltrame! Per quanto non dubitiamo della spiccata capacità di discernimento di Messer Gonzaga nel giudicare tra un furfante e un uomo onesto, vi prometto, tanto certamente come se fossi il Destino stesso, che se lo obbedite ora e legate quel gentiluomo, sarete voi stessi legati per questo, più tardi, in una maniera ancor più brutta.»

Beltrame apparve allarmato, Gonzaga incredulo. Valentina ringraziò Peppe con gli occhi, pensando che avesse solo trovato un sotterfugio per servire i suoi desideri, mentre Francesco, che ora si era alzato in piedi, guardava con un sorriso divertito come se la faccenda non lo riguardasse affatto personalmente. E poi, proprio al culmine della situazione, Fanfulla e Fra Domenico apparvero sulla scena.

«Siete ben tornati, Fanfulla!» lo chiamò il Conte. «Questo grazioso signore avrebbe voluto farmi legare.»

«Farvi legare?» fece eco Fanfulla, con rabbia e orrore. «Con quale pretesto, vi prego?» domandò, voltandosi ferocemente verso Gonzaga.

Colpito dall'aria signorile di Fanfulla, Romeo Gonzaga divenne incredibilmente umile per uno che solo un momento prima era stato così prepotente.

«Sembrerebbe, signore, che il mio giudizio sia stato errato nel valutare la sua condizione», si scusò.

«Il vostro giudizio?» replicò l'irascibile Fanfulla. «E chi vi ha chiesto di giudicare? Andate a farvi spuntare i denti da latte, ragazzo, e non immischiatevi con gli uomini se volete vivere abbastanza da diventare un uomo voi stesso, un giorno.»

Valentina sorrise, Peppe rise apertamente, mentre persino Beltrame e i suoi seguaci sogghignarono, il che non fece che accrescere non poco l'ira di Gonzaga. Ma per quanto scarsa potesse essere la sua saggezza, era pur sempre sufficiente a dettare prudenza.

«La presenza di Madonna qui mi trattiene», rispose, con elaborata dignità. «Ma se dovessimo incontrarci di nuovo, non mancherò di mostrarvi cosa significhi essere uomini.»

«Forse... se per allora lo sarete diventato.» E con una scrollata di spalle Fanfulla si voltò per dedicare la sua attenzione al Conte, che Fra Domenico stava già curando.

Valentina, per alleviare l'imbarazzo del momento, propose a Gonzaga di far montare a cavallo la sua scorta e di tenere pronta la sua lettiga, così da poter riprendere il viaggio non appena Fra Domenico avesse concluso le sue cure.

Gonzaga si inchinò e, con uno sguardo maligno agli stranieri e un rabbioso «Seguitemi!» a Beltrame e agli altri, partì con gli uomini d'arme alle calcagna.

Valentina rimase con Fanfulla e Peppe, mentre Fra Domenico fasciava la ferita di Francesco, e, poco dopo, quando il compito fu compiuto, partirono, lasciando Fanfulla da solo con il Conte. Ma prima di andare, ascoltò i ringraziamenti di Francesco e gli permise di sfiorare le sue dita d'avorio con le labbra.

C'era molto che avrebbe potuto dire, se non fosse stato per la presenza degli altri tre a trattenerlo. Eppure, un po' di quel molto lei deve averlo visto riflesso nei suoi occhi, poiché per tutto il giorno cavalcò pensierosa, con un sorriso tenero e malinconico agli angoli delle labbra. E sebbene non manifestasse alcun risentimento verso Gonzaga, lo stuzzicava riguardo a quell'errore. Ferito nella sua dignità, non gradiva affatto la sua giocosa derisione, ma ancor meno gradiva le parole con cui lei la formulava.

«Come siete potuto incorrere in un errore così grave, Ser Romeo?» gli chiese, più di una volta. «Come avete potuto scambiarlo per un furfante... lui con un'aria così nobile e un volto così bello?» E senza badare alla scontrosità delle sue risposte, ricadeva con un sospiro ancora nella riflessione... una cosa che irritava Gonzaga più, forse, di quanto non facessero le sue frecciate.

CAPITOLO V. GIAN MARIA

Era una settimana dopo l'incontro tra la nipote di Guidobaldo e il Conte di Aquila, quando quest'ultimo — con la ferita ormai quasi guarita — cavalcò una mattina sotto il grande arco che costituiva l'ingresso principale alla città di Babbiano. Il Capitano della Porta lo salutò rispettosamente mentre passava, e si permise di meravigliarsi del pallore del volto di Sua Eccellenza. Eppure, la causa non era difficile da cercare. Si ergeva su quattro lance, tra uno stormo rumoroso di corvi che volteggiavano, sopra quella stessa Porta — chiamata di San Bacolo — e consisteva in quattro teste umane troncate.

La vista di quei volti morti che sogghignavano orribilmente, con i lunghi capelli arruffati che sventolavano come stracci nella brezza d'aprile, aveva attirato l'attenzione di Francesco mentre si avvicinava. Ma quando poco dopo fu più vicino e guardò con maggior intento, un brivido di riconoscimento lo percorse, e un grande orrore gli riempì l'anima facendogli impallidire le guance. La prima di quelle teste era quella del valoroso e ben chiamato Ferrabraccio; la successiva quella di Amerino Amerini; e le altre due, quelle dei suoi compagni catturati in quella notte a Sant' Angelo.

Dunque sembrerebbe che Gian Maria fosse stato indaffarato durante la settimana trascorsa, e che lì, sulle mura di Babbiano, giacessero a marcire gli unici frutti che quella sfortunata congiura era destinata a produrre.

Per un secondo gli balenò in mente di tornare indietro. Ma la sua natura salda e impavida lo spinse avanti, tutto solo com'era, e a dispetto dei vaghi presentimenti che lo assalivano. Quanto, si chiedeva, poteva sapere Gian Maria della sua parte in quell'incontro in montagna, e come se la sarebbe passata se suo cugino fosse stato al corrente che era stato proposto al Conte di Aquila di soppiantarlo?

Non tardò, tuttavia, a scoprire che non vi era fondamento per i timori che aveva nutrito. Gian Maria lo accolse con un benvenuto persino più caloroso del consueto, poiché dava grande peso al giudizio di Francesco e ne aveva un gran bisogno in quel momento.

Francesco lo trovò a tavola, che era stata apparecchiata per lui tra i tesori d'arte e sapienza che arricchivano la splendida biblioteca del Palazzo. Era un luogo caro a Gian Maria per le comodità materiali che gli offriva, e così lo volgeva a una ventina di scopi volgari propri, ma mai a quello per cui era stato attrezzato, essendo del tutto estraneo alle lettere e ignorante quanto un bifolco.

Assiso in una grande sedia di cuoio cremisi, a una tavola sovraccarica di cibi prelibati e scintillante di boccali di cristallo e di stoviglie e piatti d'oro e smalto, Francesco trovò suo cugino, e l'aria che un tempo era stata pesante dell'odore accademico delle pergamene e dei tomi ammuffiti era ora satura dei pungenti odori della tavola.

Di statura Gian Maria era basso e tendente, giovane com'era, alla corpulenza. Il suo volto era rotondo, pallido e flaccido; i suoi occhi azzurri e cisposi; la sua bocca sensuale e crudele. Era vestito con un abito di velluto lilla, guarnito di pelliccia di lince, e con tagli, alla moda spagnola, nelle maniche, per mostrare la camicia di finissimo lino di Reims sottostante. Attorno al collo portava una catena d'oro, che reggeva un Agnus Dei, il quale conteneva una reliquia della Vera Croce — poiché Gian Maria spingeva la sua devozione a grandi lunghezze.

Il suo benvenuto a Francesco fu più effusivo del consueto. Ordinò ai due servitori che lo assistevano di apparecchiare un posto per il suo illustre cugino, e quando Aquila, brevemente ma cortesemente, declinò, con l'assicurazione che aveva già cenato, il Duca insistette che, almeno, bevesse una coppa di Malvasia. Quando da un recipiente d'oro battuto ebbero riempito un calice per il Conte, Sua Altezza ordinò ai servitori di andare, e si rilassò — se, davvero, tanto si può dire di uno che non conosceva molta dignità — davanti al suo visitatore.

“Sento,” disse Aquila, quando i primi convenevoli furono spesi, “strane storie di una congiura nel tuo Ducato, e sulle mura alla Porta di San Bacolo ho scorto quattro teste, di uomini che ho conosciuto e onorato.”

“E che si sono disonorati prima che le loro teste fossero fatte un banchetto per i corvi. Ecco, Francesco!” Rabbrividì, e si fece il segno della croce. “Porta sfortuna parlare dei morti a tavola.”

“Parliamo, dunque, solo della loro colpa,” insistette Francesco con sottigliezza. “In che cosa consisteva?”

“In che cosa?” replicò il Duca divertito. La sua voce era sottile e tendente al fischio. “È più di quanto io possa dire. Masuccio sapeva. Ma quel cane non voleva rivelare il suo segreto né i nomi dei cospiratori finché il suo compito non fosse stato compiuto e non li avesse presi in flagrante tradimento, come sapeva che si erano riuniti per fare. Ma,” continuò, un'oliva in bilico tra pollice e indice, “sembra che non fossero da catturare così facilmente come pensava. Mi disse che i traditori erano sei, e che dovevano incontrarne un settimo lì. Gli uomini che sono tornati dall'impresa mi dicono anche, e senza vergogna, che non erano che sei o sette quelli che li hanno assaliti. Eppure hanno dato agli svizzeri abbastanza filo da torcere, e ne hanno uccisi circa nove oltre a una decina più o meno gravemente feriti, mentre loro hanno ucciso solo due dei loro assalitori e ne hanno catturati altri due. Quelle erano le quattro teste che hai visto alla Porta San Bacolo.”

“E Masuccio?” chiese Francesco. “Non ti ha detto da allora chi fossero quegli altri che sono fuggiti?”

Sua Altezza fece una pausa per masticare l'oliva.

“Beh, ecco dove sta la difficoltà,” disse infine. “Il cane è morto. È stato ucciso nello scontro. Che possa marcire all'inferno per la sua ostinata reticenza. No, no!” si corresse in fretta. “È morto, e il segreto di questo tradimento, così come i nomi dei traditori, sono periti con lui. Eppure sono un uomo clemente, Francesco, e per quanto quel cane mi abbia fatto un torto con il suo silenzio, ringrazio il Cielo per la grazia di poter dire: Dio riposi la sua vile anima!”

Il Conte si lasciò cadere su una sedia, tanto per dissimulare quei segni di sollievo che potevano apparire sul suo volto, quanto perché desiderava sedersi.

“Ma sicuramente Masuccio ti ha lasciato qualche informazione!” esclamò.

“La più scarsa,” rispose Gian Maria, con tono contrariato. “Era sempre il modo di quel vassallo riservato. Dannato lui! Mi disse francamente che se lo avessi saputo, avrei parlato. Hai mai sentito di un'insolenza così insopportabile verso un principe? Tutto ciò che mi ha lasciato apprendere è che c'era una congiura in atto per soppiantarmi, e che stava per catturare i cospiratori, insieme all'uomo che stavano invitando a prendere il mio posto. Riflettici, Francesco! Tali sono i piani omicidi che i miei amati sudditi formano per la mia rovina — io che li governo con un bastone d'oro, il principe più clemente, giusto e generoso d'Italia. Cristo buono! Ti meravigli che io abbia perso la pazienza e abbia fatto mettere le loro orribili teste sulle lance?”

“Ma non avevi detto che due di questi cospiratori erano stati riportati prigionieri?”

Il Duca annuì, con la bocca troppo piena per parlare.

“Allora, al loro processo, che cosa è emerso?”

“Processo? Non c'è stato alcun processo.” Gian Maria masticò vigorosamente per un momento. “Ti dico che ero così riscaldato dalla rabbia per questa vile ingratitudine, che non ho avuto nemmeno l'arguzia di farmi torturare i nomi dei loro soci. Mezz'ora dopo il loro arrivo a Babbiano, le teste di questi uomini che era piaciuto al Cielo di consegnarmi erano dove le hai viste oggi.”

“Li hai mandati così a morte?” boccheggiò Francesco, alzandosi in piedi e guardando suo cugino con un misto di stupore e rabbia. “Hai mandato uomini di famiglie come queste al boia, senza un processo? Credo, Gian Maria, che tu debba essere pazzo se così avventatamente puoi versare sangue come questo.”

Il Duca si risedette sulla sua sedia per fissare il suo impetuoso cugino. Poi, con rabbia cupa: “A chi parli?” chiese.

“A un tiranno che si definisce il principe più clemente, giusto e generoso d'Italia, e che manca della saggezza di vedere che sta minando con le proprie mani, e con le proprie azioni sconsiderate, un trono che sta già vacillando. Non puoi pensare che questo potrebbe significare una rivoluzione? Ammonta a un omicidio, e sebbene i duchi vi ricorrano abbastanza liberamente in Italia, non viene compiuto apertamente e con sfida, come questo.”

La rabbia c'era nell'anima del Duca, ma c'era ancora più paura — tanta, da spingere via la rabbia.

“Ho preso provvedimenti contro la ribellione,” annunciò, con una disinvoltura che invano si sforzava di provare. “Ho affidato il comando delle mie guardie a Martino Armstadt, e lui ha ingaggiato per me una compagnia di cinquecento lanzichenecchi svizzeri che erano recentemente al soldo dei Baglioni di Perugia.”

“E tu ritieni questa una sicurezza?” ribatté Francesco, con un sorriso di scherno. “Circondare il tuo trono con lance straniere comandate da uno straniero?”

“Questo e la grazia di Dio,” fu la pia risposta.

“Bah!” rispose Francesco, impaziente per l'ipocrisia. “Conquista i cuori del tuo popolo. Fa' che sia quello il tuo scudo.”

“Silenzio!” sussurrò Gian Maria. “Bestemmi. Non punta forse ogni atto della mia vita di sacrificio a tale scopo? Vivo per il mio popolo. Ma, per la mia anima, chiedono troppo quando chiedono che io muoia per loro. Se servo coloro che tramano contro la mia vita, come ho servito questi uomini di cui parli, chi potrà biasimarmi? Ti dico, Francesco, che vorrei poter avere quegli altri che sono fuggiti, per poter fare altrettanto con loro. Per il Dio vivente, lo vorrei! E quanto all'uomo che doveva soppiantarmi...” Fece una pausa, un sorriso mortale sulla sua bocca sensuale che completava la frase più efficacemente di quanto fosse in potere delle parole. “Chi avrebbe potuto essere?” meditava. “Ho giurato che se il Cielo mi concederà di scoprirlo, accenderò un cero a Santa Fosca ogni sabato per un anno e digiunerò la Vigilia dei Morti. Chi... chi avrebbe potuto essere, Franceschino?”

“Come dovrei saperlo?” rispose Francesco, eludendo la domanda.

“Tu sai così tanto, Checco mio. La tua mente è così rapida nel comprendere questioni di questo tipo. Pensi, ora, che avrebbe potuto essere il Duca Valentino?”

Francesco scosse il capo.

“Quando Cesare Borgia verrà non avrà bisogno di ricorrere a mezzi così poveri. Verrà in armi per ridurti con la sua forza.”

“Dio e i santi mi proteggano!” boccheggiò il Duca. “Ne parli come se stesse già marciando.”

“Allora ne parlo con cognizione di causa. L'evento non è così lontano come vorresti farti credere. Ascolta, Gian Maria! Non ho cavalcato da Aquila solo per il piacere di passare il tempo con te. Fabrizio da Lodi e Fanfulla degli Arcipreti sono stati con me ultimamente.”

“Con te?” gridò il Duca, i suoi occhi piccoli che si restringevano mentre guardavano il cugino. “Con te... eh?” Si strinse nelle spalle e spalancò i palmi davanti a sé. “Pah! Vedi in quali errori può cadere anche una mente chiara come la mia. Sai, Francesco, che notando la loro assenza da quando quella congiura è stata ordita, ho avuto il mezzo sospetto che ne fossero coinvolti.” E dedicò la sua attenzione a un favo di miele.

“Non hai in tutto il tuo Ducato due cuori più fedeli a Babbiano,” fu l'equivoca risposta. “È stato sulla questione di questo stesso pericolo che ti minaccia che sono venuti da me.”

“Ah!” Il volto bianco di Gian Maria si fece interessato.

E ora il Conte di Aquila parlava al Duca di Babbiano proprio come Fabrizio da Lodi aveva parlato al Conte quella notte a Sant' Angelo. Parlò del pericolo che minacciava dai Borgia, dell'assoluta mancanza di preparazione, e del disprezzo di Gian Maria per i consigli che gli venivano dati. Accennò al malcontento diffuso tra i suoi sudditi per questo stato di cose, e all'urgente necessità di rimediare. Quando ebbe finito, il Duca rimase in silenzio per un po', gli occhi rivolti pensierosamente sul suo piatto, su cui il cibo giaceva ora non curato.

“Una cosa facile, non è vero, Francesco, dire a un uomo: questo è sbagliato, e quello è sbagliato. Ma chi c'è, ti prego, per rimediare al posto mio?”

“Questo, se dirai solo una parola, tenterò di farlo io.”

“Tu?” gridò il Duca, e lungi dal manifestare soddisfazione nell'aver qualcuno che si offrisse di intraprendere il raddrizzamento di questa faccenda così storta, il volto di Gian Maria rifletteva un'incredula rabbia e un po' di scherno. “E come, mio meraviglioso cugino, ti accingeresti a farlo?” chiese, un sogghigno in agguato nel suo tono.

“Porrei questioni come l'esazione di denaro tramite tassazione nelle mani di Messer Despuglio, e a qualunque sacrificio per la tua stravaganza, vedrei che per i mesi a venire la parte principale di questi denari venga applicata all'arruolamento e all'armamento di uomini adatti. Ho una certa abilità come condottiero... almeno, così più di un principe straniero è stato costretto ad ammettere. Guiderò il tuo esercito quando l'avrò sollevato, e stringerò alleanze per te con i nostri Stati vicini, che, vedendoci armati, ci riterranno una potenza degna della loro alleanza. E così, ciò che un uomo può fare per arginare l'imminente inondazione di questa invasione, quello farò per difendere il tuo Ducato. Fammi tuo gonfaloniere, e tra un mese ti dirò se è in mio potere o meno salvare il tuo Stato.”

Gli occhi di Gian Maria si erano fatti sempre più stretti mentre Francesco parlava, e nel suo volto superficiale si era insinuato uno sguardo maligno e sospettoso. Quando il Conte ebbe finito, lasciò sfuggire una risata sommessa, amara di scherno.

“Farti mio gonfaloniere?” mormorò, in supremo divertimento. “E da quando Babbiano è una repubblica... o è il tuo obiettivo farne una, e stabilirti come suo primo magistrato?”

“Se mi fraintendi così...” iniziò Francesco, ma il suo cugino lo interruppe con crescente scherno.

“Fraintenderti, Messer Franceschino? No, no. Ti capisco fin troppo bene.” Si alzò improvvisamente dal suo pasto interrotto, e fece un passo più vicino al cugino. “Sento voci di questo crescente amore che il mio popolo sta manifestando per il Conte di Aquila, e le ho lasciate inascoltate. Quel furfante di Masuccio mi avvertì prima di morire, e gli risposi con la mia frusta sulla faccia. Ma non sono affatto sicuro di aver proceduto saggiamente. Ho fatto un sogno due notti fa... Ma lasciamo stare! Quando accade che in uno Stato ci sia un uomo che il popolo preferisce a chi lo governa, e quando accade che quest'uomo sia di nobile sangue e alta nascita come sei tu, egli diventa un pericolo per chi siede sul trono. Non c'è quasi bisogno che ti ricordi,” aggiunse, con un orribile sogghigno, “di come i Borgia trattino tali individui, né c'è bisogno che aggiunga che uno Sforza può ritenere opportuno emulare quelle misure di precauzione molto conclusive. La famiglia Sforza non ha generato finora folli, né io mi dimostrerò il primo mettendo nelle mani di un altro il potere di rendersi mio padrone. Vedi, mio gentile cugino, quanto trasparenti diventano i tuoi scopi sotto i miei occhi. Ho vista acuta, Franceschino, ho vista acuta!” Si toccò il naso e ridacchiò per una maliziosa consapevolezza delle proprie acute percezioni.

Francesco lo guardò con occhio di gelido disprezzo. Avrebbe potuto rispondere, se ne avesse avuto voglia, che il Ducato di Babbiano era suo da prendere quando voleva. Avrebbe potuto dirglielo, e sfidarlo. Ma procedette più lentamente di quanto facesse quest'uomo di una famiglia che non generava folli.

“Mi conosci dunque così poco, Gian Maria,” disse, non senza amarezza, “da pensare che io brami una cosa così vuota come questo sfarzo ducale a cui ti aggrappi così paurosamente? Ti dico, uomo, che preferisco la mia libertà a un trono imperiale. Ma spreco fiato con te. Eppure, un giorno, quando la tua corona ti sarà passata di mano e il tuo potere sarà stato inghiottito dalle fauci rapaci dei Borgia, ricorda la mia offerta che avrebbe potuto salvarti e che con insulti hai ignorato, come ignorasti il consiglio che i tuoi consiglieri più anziani ti diedero.”

Gian Maria strinse le sue spalle grasse.

“Se per quell'altro consiglio intendi l'esortazione che io prenda in moglie la nipote di Guidobaldo, puoi dare sollievo alla tua anima patriottica. Ho acconsentito a entrare in questa alleanza. E ora,” concluse, con un altro dei suoi sogghigni infernali, “vedi quanto poco devo temere questo terribile figlio di Papa Alessandro. Alleato con Urbino e gli altri Stati che ne sono amici, posso sfidare la potenza di Cesare Borgia. Dormirò tranquillo la notte accanto alla mia bellissima sposa, sicuro nella protezione che gli eserciti di suo zio mi offriranno, e non avrò mai bisogno nemmeno dell'aiuto del mio valoroso cugino come mio gonfaloniere.”

Il Conte di Aquila cambiò colore suo malgrado, e gli occhi sospettosi del Duca furono altrettanto rapidi a osservarlo quanto la sua mente a interpretarne male il significato. Si registrò il voto di mettere sotto sorveglianza questo premuroso cugino che si offriva così prontamente di portare il suo gonfalone.

“Mi congratulo con te, almeno,” disse Francesco gravemente, “sulla saggezza di quel passo. Se l'avessi saputo non ti avrei disturbato con altre proposte per la sicurezza del tuo Stato. Ma, posso chiederti, Gian Maria, quali influenze ti hanno condotto a un corso che, finora, avevi così ostinatamente rifiutato di seguire?”

Il Duca strinse le spalle.

“Mi tormentavano così tanto,” si lamentò, con una smorfia, “che alla fine ho acconsentito. Potevo resistere a Lodi e agli altri, ma quando mia madre si è unita a loro con le sue preghiere... dovrei dire, i suoi comandi... e mi ha fatto notare di nuovo il mio pericolo, ho ceduto. Dopotutto un uomo deve sposarsi. E poiché nella mia posizione non ha bisogno di lasciar pesare troppo il matrimonio su di sé, mi sono deciso per amor di sicurezza e pace.”

Poiché era la salvezza di Babbiano che mirava, il Conte di Aquila avrebbe dovuto rallegrarsi della saggia risoluzione di Gian Maria, e nessun'altra considerazione avrebbe dovuto temperare una cosa così totalizzante quale avrebbe dovuto essere quella sua gioia. Eppure, quando più tardi lasciò la presenza del cugino, l'unico sentimento che portava con sé era un profondo e amaro risentimento contro il Destino che voleva tali cose, mescolato a una dolorosa pietà per la ragazza che doveva sposare suo cugino e un crescente odio per il cugino che lo faceva provare pietà per lei.

CAPITOLO VI. IL DUCA AMOROSO

Da una finestra del Palazzo di Babbiano il Signore di Aquila osservava il sorprendente fermento nel cortile sottostante, e al suo fianco stava Fanfulla degli Arcipreti, che aveva convocato da Perugia con l'assicurazione che, essendo Masuccio morto, nessun pericolo ora lo minacciava.

Era una settimana dopo quell'intervista in cui Gian Maria aveva reso note le sue intenzioni al cugino, e Sua Altezza era ora in procinto di partire per Urbino, per recitare la commedia del corteggiamento della Lady Valentina. Questa era la spiegazione di quel correre di servitori e paggi, di quel sfilare di uomini d'armi, e di quel calpestio di cavalli e muli nel cortile sottostante. Francesco osservava la scena con un sorriso di una certa amarezza, il suo compagno con uno di suprema soddisfazione.

“Lodato sia il Cielo per aver portato Sua Altezza finalmente a un senso del suo dovere,” osservò il cortigiano.

“Mi è spesso capitato,” disse Francesco, ignorando le parole del compagno, “di calunniare i Fati per avermi portato nel mondo come conte. Ma in futuro darò loro grazie, perché vedo quanto peggio avrebbe potuto essere: sarei potuto nascere principe, con un ducato da governare. Sarei potuto essere come quel pover'uomo, mio cugino, una creatura la cui vita è tutta sfarzo e nessuna reale dignità, tutti festeggiamenti e nessuna vera allegria: senza amore, isolato e vano.”

“Ma,” gridò lo sbalordito Fanfulla, “assicuratamente ci sono compensazioni?”

“Vedi quel fermento. Sai cosa presagisce. Quale compensazione può esserci per quello?”

“È una domanda che dovresti essere l'ultimo a porre, mio signore. Hai visto la nipote di Guidobaldo, e avendola vista, puoi ancora chiedere quale compensazione offra questo matrimonio a Gian Maria?”

«Dunque, non capisci?» ribatté Aquila, con un sorriso stanco. «Non vedi la tragedia di tutto ciò? Non significa nulla che due Stati, avendo stabilito che questo matrimonio sarebbe stato reciprocamente vantaggioso, abbiano deciso che debba aver luogo? Che nel frattempo gli attori principali — le vittime, potrei quasi definirle — non abbiano alcuna possibilità di scegliere per se stessi. Gian Maria lo affronta rassegnato. Ti dirà di aver sempre saputo che un giorno avrebbe dovuto sposarsi e fare del suo meglio per generare un figlio. Ha resistito abbastanza a lungo contro quest'alleanza, ma ora che la necessità lo incalza, lo affronta pressappoco come affronterebbe qualsiasi altro affare di Stato: un'incoronazione, un banchetto o un ballo. Puoi meravigliarti ora che io non abbia voluto accettare il trono di Babbiano quando mi fu offerto? Ti dico, Fanfulla, che se fossi al posto di mio cugino, getterei corona e porpora a chiunque avesse voglia di prendersele prima che mi schiacciassero la vita e mi lasciassero un povero fantoccio. Piuttosto che sopportare quella vuota parodia di vita, diventerei un contadino o un vassallo; zapperei la terra e condurrei un'esistenza umile, ma la condurrei a modo mio, e ringrazierei Dio per la libertà che ne deriva; sceglierei i miei compagni; vivrei come mi piace, dove mi piace; amerei come mi piace, dove mi piace, e morirei quando a Dio piacesse, con la consapevolezza che la mia vita non sarebbe stata del tutto sterile. E quella povera ragazza, Fanfulla! Pensaci. Deve essere legata in un'unione priva d'amore a un uomo così grossolano e insensibile come Gian Maria. Non hai pietà per lei?»

Fanfulla sospirò, la fronte si oscurò.

«Non sono così ottuso da non capire perché tu debba ragionare così quest'oggi», disse. «Questi pensieri ti sono venuti da quando l'hai vista.»

Francesco sospirò profondamente.

«Chi lo sa?» rispose con nostalgia. «Nei pochi istanti in cui abbiamo parlato, nel poco tempo in cui l'ho contemplata, può darsi che lei mi abbia inferto una ferita assai più profonda di quella alla quale ha cercato così misericordiosamente di porre rimedio.»

Ora, per quanto in ciò che disse il Signore di Aquila riguardo all'unione progettata vi fosse molta giustizia, tuttavia, quando asserì che gli attori principali non avrebbero avuto alcuna opportunità di scegliere per se stessi, disse troppo. Quell'opportunità l'avrebbero avuta. Si presentò tre giorni dopo a Urbino, quando il Duca e Valentina furono fatti incontrare al banchetto di benvenuto offerto da Guidobaldo al suo futuro nipote acquisito. La vista della sua bellezza sfolgorante fu uno shock gioioso per Gian Maria, e lo riempì di tanta impazienza di possederla quanta ne fu la ripugnanza che la sua stessa grossolana bruttezza suscitò agli occhi di lei. Contraria era stata a questo matrimonio sin dal momento in cui le era stato proposto. La vista di Gian Maria completò il suo disgusto per la parte assegnatale, e nel suo cuore fece voto che, piuttosto che diventare la Duchessa di Babbiano, sarebbe tornata al suo Convento di Santa Sofia a prendere il velo.

Gian Maria sedeva accanto a lei al banchetto e, negli intervalli tra una portata e l'altra — che lo assorbivano enormemente — le sussurrava complimenti che la facevano rabbrividire e impallidire. Più strenuamente si sforzava di compiacere, nel suo modo grossolano e maldestro, più riusciva a respingerla e a disgustarla, finché, alla fine, con tutta la sua fatuità, arrivò a ritenerla stranamente fredda. Di questo, poco dopo, si lamentò con quel magnifico principe, lo zio di lei. Ma Guidobaldo si fece beffe delle sue apprensioni.

«Consideri mia nipote una contadina?» chiese. «Vorresti che civettasse e si dimenasse a ogni adulazione che pronunci? Purché sposi la Vostra Altezza, che importanza ha il resto?»

«Vorrei che mi amasse un poco», si lamentò scioccamente Gian Maria.

Guidobaldo lo squadrò con uno sguardo che sorrideva in modo imperscrutabile, e forse gli balenò in mente che questo Duca rozzo e dal volto pallido fosse troppo ambizioso.

«Non dubito che lo farà», rispose, con toni tanto imperscrutabili quanto il suo sguardo. «Purché corteggiate con grazia e ardore, quale donna potrebbe resistere alla Vostra Altezza? Non lasciatevi scoraggiare da una modestia che si addice a una fanciulla.»

Quelle parole di Guidobaldo gli infusero nuovo coraggio. Né mai più poté pensare che la freddezza di lei fosse altro che un mantello, una sorta di veste virginale dietro la quale la modestia le ordinava di celare le inclinazioni del suo cuore. Ragionando così, e avendo a supporto la sua prodigiosa fatuità, accadde che più lei lo evitava e lo schivava, più lui si convinceva dell'intensità del suo affetto; più disgusto lei manifestava, più ciò gli offriva la prova della natura travolgente della sua passione. Alla fine, arrivò persino ad applaudire e stimare in lei proprio questo contegno virginale.

Vi furono battute di caccia, battute di falconeria, escursioni in acqua, banchetti, commedie, balli e festeggiamenti di ogni genere, e per una settimana tutto andò bene a Urbino. Poi, improvvisamente, come se un cannone fosse stato sparato sul Palazzo, i festeggiamenti furono interrotti. La notizia che un inviato di Cesare Borgia si trovasse a Babbiano con un messaggio del suo signore giunse come una doccia gelata su Gian Maria. Gli fu portata in una lettera di Fabrizio da Lodi, che lo implorava di tornare immediatamente per trattare con questo plenipotenziario del Valentino.

Non ignorò più il pericolo che lo minacciava dal Borgia, onnipotente conquistatore, né ritenne più esagerato dai suoi consiglieri il motivo di timore. Questa improvvisa presenza del messaggero del Valentino, giunta, per giunta, in un momento in cui sembrerebbe quasi che l'imminente unione con Urbino avesse spinto il Borgia ad agire prima che l'alleanza fosse sancita, lo riempì di apprensione.

In una delle stanze principesche che erano state riservate al suo uso durante la visita a Urbino, discusse la tragica notizia con i due nobili che lo avevano accompagnato — Alvaro de Alvari e Gismondo Santi — ed entrambi, pur esortandolo a seguire il consiglio di Lodi e a tornare subito, lo sollecitarono anche a stabilire il suo fidanzamento prima di partire.

«Portate la questione a compimento immediatamente, Altezza», disse Santi, «e così tornerete a Babbiano ben armato per incontrare il messaggero del Duca Valentino.»

Accettando prontamente questo consiglio, Gian Maria andò in cerca di Guidobaldo e gli espose le sue proposte, insieme alla notizia che era giunta e che era la causa della fretta che ora manifestava. Guidobaldo ascoltò gravemente. A modo suo, la notizia colpiva anche lui, poiché temeva la potenza di Cesare Borgia quanto chiunque altro in Italia, ed era, in virtù di ciò, tanto più pronto ad affrettare un'alleanza che avrebbe portato un altro degli stati vicini nella potente coalizione che stava formando.

«Sarà come desiderate», gli rispose il grazioso Signore di Urbino, «e il fidanzamento sarà proclamato oggi, così che potrete portare notizia di esso al messaggero del Valentino. Quando avrete ascoltato questo inviato, dategli una risposta di sfida o di cautela, come preferite. Poi tornate tra dieci giorni a Urbino, e tutto sarà pronto per le nozze. Ma, prima di tutto, andate a dirlo a Monna Valentina.»

Fiducioso del successo, Gian Maria obbedì al suo ospite e andò in cerca della dama. Raggiunse il suo anticamera e di lì inviò un paggio ozioso a chiederle l'onore di un'udienza.

Mentre il giovane passava attraverso la porta che conduceva alla stanza oltre, Gian Maria colse per un momento gli accenti di una squisita voce maschile che cantava una canzone d'amore con l'accompagnamento di un liuto.

«Una donna più bella assai che 'l sole...»

vennero le parole del Petrarca, e le udì ancora, sebbene attutite, per un momento o due dopo che il ragazzo se n'era andato. Poi cessò bruscamente, e seguì una pausa, al termine della quale il paggio tornò. Sollevando la portiera di blu e oro, invitò Gian Maria a entrare.

Era una stanza che parlava con eloquenza della ricchezza e della raffinatezza dei Montefeltro, dalla doratura e dall'oltremare del soffitto a volta con il suo fregio scolpito di legno finemente intarsiato, ai preziosi arazzi sottostanti. Sopra un inginocchiatoio cremisi pendeva un crocifisso d'argento, la squisita fattura del famoso Anichino da Ferrara. Laggiù sorgeva un mobile intarsiato, sormontato da uno specchio di cristallo e alcune meraviglie di vetro di Murano. C'era un quadro del Mantegna, alcuni preziosi cammei e smalti delicati, un'abbondanza di libri, un salterio che un paggio dai capelli chiari stava esaminando con occhi curiosi, e accanto a una finestra sulla destra si ergeva un'arpa bellissima che Guidobaldo aveva comprato a sua nipote a Venezia.

In quell'appartamento scelto, il Duca trovò Valentina circondata dalle sue dame, da Peppe il buffone, da un paio di paggi e da una mezza dozzina di gentiluomini della corte di suo zio. Uno di questi — quello stesso Gonzaga che l'aveva scortata dal Convento di Santa Sofia — sfarzosamente abbigliato in tabì bianco, con giubbetto e farsetto ricchi d'oro, sedeva su uno sgabello basso, giocherellando pigramente con il liuto in grembo, dal che Gian Maria dedusse che fosse stata sua la voce che lo aveva raggiunto nell'anticamera.

All'arrivo del Duca si alzarono tutti, tranne Valentina, e lo ricevettero con una cerimonia che raffreddò alquanto il suo ardore. Avanzò; poi si fermò goffamente e in modo goffo formulò la richiesta di poter parlare con lei in privato. In modo stanco e rassegnato, ella congedò la sua corte e Gian Maria rimase in attesa finché l'ultimo di loro non uscì attraverso le alte finestre che davano su una deliziosa terrazza, dove, nel mezzo di un quadrato verde, una fontana di marmo brillava e scintillava alla luce del sole.

«Madonna», disse, quando furono finalmente soli, «ho notizie da Babbiano che richiedono il mio ritorno immediato.» E le si avvicinò di un altro passo.

In verità era un uomo ottuso o troppo accecato dalla fatuità per vedere e interpretare correttamente il luccichio improvviso negli occhi di lei, l'improvvisa, inconfondibile espressione di sollievo che si diffuse sul suo volto.

«Mio signore», rispose lei, con voce bassa e composta, «saremo addolorati per la vostra partenza.»

Sciocco di un Duca com'era! Cieco, crasso e fatuo corteggiatore! Fosse stato allevato nelle corti e le sue orecchie fossero state abituate a parole che non significavano nulla, che erano solo vuoti echi di ciò che avrebbe dovuto essere inteso; era così nuovo alle cortesie in cui il cuore non aveva parte, che quelle parole di Valentina dovevano farlo inginocchiare accanto a lei, per prendere le sue dita delicate nelle sue mani grasse e trasformarsi in un rozzo amante del tipo più oltraggioso?

«Lo sarete davvero?» biascicò, lo sguardo che si faceva estremamente amoroso. «Sarete davvero addolorata?»

Lei balzò in piedi bruscamente.

«Vi prego, Altezza, di alzarvi», gli ingiunse freddamente, una freddezza che mutò rapidamente in allarme quando i suoi tentativi di liberare la mano si rivelarono vani. Infatti, nonostante le sue lotte, lui la tratteneva saldamente. Questa era pura ritrosia, si assicurò, pura artificiosità virginale che doveva sopportare finché non l'avesse superata per sempre.

«Mio signore, vi imploro!» continuò lei. «Pensate a dove siete... a chi siete.»

«Qui resterò fino al giorno del giudizio», rispose, con uno strano misto di umorismo, ardore e ferocia, «a meno che non acconsentiate ad ascoltarmi.»

«Sono pronta ad ascoltare, mio signore», rispose lei, senza velare una ripugnanza che a lui mancava l'arguzia di vedere. «Ma non è necessario che mi teniate la mano, né è conveniente che vi inginocchiate.»

«Non conveniente?» esclamò. «Madonna, non mi comprendete correttamente. Non è conveniente che tutti noi — siamo principi o vassalli — ci inginocchiamo talvolta?»

«Alle vostre preghiere, mio signore, sì, è quanto mai conveniente.»

«E non è un uomo alle sue preghiere quando corteggia? Quale santuario più adatto al mondo dei piedi della sua signora?»

«Lasciatemi», comandò lei, lottando ancora. «Vostra Altezza diventa noioso e ridicolo.»

«Ridicolo?»

La sua grande bocca sensuale si spalancò. Le guance bianche si fecero chiazzate e i suoi piccoli occhi guardarono in alto con un riflesso potentemente maligno nel loro crudele azzurro. Per un momento rimase così, poi si alzò. Lasciò le mani di lei come gli aveva ordinato, ma afferrò invece le sue braccia, il che era ancora peggio.

«Valentina», disse, con una voce che era tutt'altro che ferma, «perché mi trattate così crudelmente?»

«Ma non lo faccio», protestò lei stancamente, ritraendosi con un brivido dal volto bianco che era così vicino al suo, ispirandole un disgusto che non poteva reprimere. «Non vorrei che Vostra Altezza apparisse sciocco, e non potete concepire quanto...»

«Potete concepire quanto profondamente, quanto appassionatamente vi ami?» interruppe lui, la presa che si stringeva.

«Mio signore, mi state facendo male!»

«E non state facendo male a me?» ringhiò lui. «Che cos'è un braccio stretto in confronto a ferite come quelle che mi infliggono i vostri occhi? Non siete...»

Lei si era divincolata dalla sua presa e in un balzo aveva raggiunto la porta-finestra attraverso la quale erano passati i suoi attendenti.

«Valentina!» gridò lui, mentre balzava verso di lei, e sembrava più il ringhio di una bestia che il grido di un amante. La afferrò e, con scarsa cerimonia, la trascinò di nuovo nella stanza.

A questo, il suo latente disgusto, disprezzo e indignazione si levarono in armi. Mai aveva sentito dire che una donna del suo rango fosse trattata in questo modo. Lo aborriva, eppure gli aveva risparmiato l'umiliazione di sentirselo dire dalle sue labbra, intenzionata a combattere per la sua libertà con suo zio. Ma ora, poiché la maneggiava come se fosse stata una servetta; poiché sembrava non conoscere nulla del rispetto dovutole, nulla delle delicatezze delle persone ben nate e ben educate, non avrebbe tollerato oltre il suo odioso corteggiamento. Poiché egli sceglieva di perseguire il suo corteggiamento come un villano, la figlia dallo spirito nobile di Urbino si promise che allo stesso modo avrebbe trattato con lui.

Liberatasi una seconda volta dalla sua presa, gli rifilò uno schiaffo bruciante sulla guancia ducale che — tanto lo colse di sorpresa — quasi lo fece finire a terra.

«Madonna!» ansimò. «Questa indignazione a me!»

«E quali indignazioni non ho sofferto io per mano vostra?» ribatté lei, con una ferocia di sguardo davanti alla quale lui indietreggiò. E mentre ora si stagliava davanti a lui, bellissima incarnazione d'ira, egli non sapeva se l'amasse più di quanto la temesse, eppure il desiderio di possederla e di domarla era forte in lui.

«Sono io un bagaglio dei vostri accampamenti», chiese lei furiosamente, «da essere così maneggiata da voi? Dimenticate che sono la nipote di Guidobaldo, una dama della casa di Rovere, e che dalla culla non ho conosciuto altro che il rispetto di tutti gli uomini, per quanto altolocati siano nati? Che per tale diritto di nascita ne ho il diritto? Devo dirvi in parole povere, signore, che sebbene nato su un trono, i vostri modi sono quelli di uno stalliere? E devo dirvi, prima che ve ne rendiate conto, che nessun uomo al quale con le mie stesse labbra non abbia dato il diritto, metterà le mani su di me come avete fatto voi?»

I suoi occhi brillarono, la sua voce si alzò e più alta infuriava la tempesta; e Gian Maria ne fu così scosso e frantumato che non poté far altro che implorare umilmente perdono.

«Che cosa significherà mai che sono un Duca», implorò timidamente, «poiché sono diventato un amante? Che cos'è un Duca allora? È solo un uomo, e come il più meschino dei suoi sudditi il suo amore deve prendere espressione. Perché cosa ne sa l'amore del rango?»

Lei si stava dirigendo di nuovo verso la finestra e, sebbene lui non osasse una seconda volta fermarla con la forza, cercò di farlo con le parole.

«Madonna», esclamò, «vi imploro di ascoltarmi. Tra un'ora sarò in sella, sulla via per Babbiano.»

«Quella, signore», gli rispose lei, «è la notizia migliore che abbia sentito dal vostro arrivo.» E senza attendere la sua risposta, varcò la finestra aperta sulla terrazza.

Per un secondo lui esitò, un senso di rabbiosa umiliazione che opprimeva il suo spirito. Poi iniziò a seguirla; ma non appena raggiunse la finestra, la piccola figura gobba di Ser Peppe si parò improvvisamente davanti a lui con un tintinnio di campanelli e un ghigno beffardo che gli illuminava il volto.

«Fuori di mezzo, sciocco», ringhiò il Duca adirato. Ma la strana figura nel suo abito variopinto di rosso e nero rimase dov'era.

«Se è Madonna Valentina che cercate», disse, «eccola laggiù.»

E Gian Maria, seguendo l'indicazione del dito magro di Peppe, vide che aveva raggiunto le sue dame e che quindi la sua opportunità di parlare con lei era giunta al termine. Volse le spalle al buffone e si mosse pesantemente verso la porta dalla quale era entrato originariamente nella stanza. Sarebbe stato meglio per Ser Peppe se lo avesse lasciato andare. Ma il buffone, che amava teneramente la sua padrona e aveva molti degli istinti del cane fedele, amando dove lei amava e odiando dove lei odiava, non poté reprimere il desiderio di scagliare una frecciata contro la figura che si ritirava e infliggere un'altra ferita in quello spirito già così ferito.

«Trovate che sia una strada difficile verso il cuore di Madonna, Magnifico», chiamò dopo di lui. «Dove la vostra saggezza è cieca, fatevi aiutare dagli occhi acuti della follia.»

Il Duca rimase immobile. Un uomo più dignitoso avrebbe ignorato quella lingua traditrice. Ma la Dignità e Gian Maria erano estranei. Si voltò e squadrò la figura che ora lo seguiva nella stanza.

«Hai conoscenza da vendere», indovinò con disprezzo.

«Conoscenza ne ho — un vasto deposito — ma nulla in vendita, Signor Duca. Ciò che vi importa vi concederò se me lo chiederete, per non più della gioia di vedervi sorridere.»

«Parla», gli ordinò il Duca, senza allentare la durezza che gli stringeva il volto flaccido.

Peppe s'inchinò.

«Sarebbe una cosa facile, Altissimo e Potente, conquistare l'amore di Madonna se...» Fece una pausa teatrale.

«Sì, sì. E dunque! Se...?»

«Se aveste il nobile contegno, la splendida altezza, le membra ben modellate, il discorso cortese e i modi principeschi di qualcuno che conosco.»

«Mi stai deridendo?» chiese il Duca, incredulo.

«Ah, no, Altezza! Vi dico solo come sarebbe possibile che la mia signora giungesse ad amarvi. Se aveste quei gloriosi attributi di colui di cui parlo, e di cui lei sogna, potrebbe essere facile. Ma poiché Dio vi ha fatto così come siete — grossolano di volto, grasso e tozzo di forma, villano di...»

Con un ruggito, il Duca infuriato gli fu addosso. Ma il buffone, agile di gambe quanto di lingua, evitò la presa viziosa di quelle mani grasse e, saltando fuori dalla finestra, corse al riparo delle gonne della sua padrona.

CAPITOLO VII. GONZAGA L'INSIDIOSO

Bene davvero sarebbe stato per Ser Peppe se avesse frenato il suo umore malizioso e contenuto il discorso beffardo che era stato come aceto sulle ferite di Gian Maria. Perché quando Gian Maria era irritato tendeva a essere vendicativo, e nell'occasione presente era qualcosa di ancora peggio.

Dimorava in lui il ricordo delle parole del buffone e il suggerimento che nel cuore di Valentina fosse impressa l'immagine di un altro uomo. Ora, amandola, nel suo modo rozzo e come intendeva lui l'amore, il Duca respinto divenne furiosamente geloso di quest'altro di cui Peppe aveva accennato. Questo sconosciuto si frapponeva tra lui e Valentina, e per liberare quel sentiero a Gian Maria venne in mente che il metodo più semplice fosse rimuovere l'ostacolo. Ma prima doveva scoprirlo, e a questo, pensò con un sorriso cupo, il buffone avrebbe potuto — volente o nolente — aiutarlo.

Tornò nei suoi appartamenti e, mentre i preparativi per la sua partenza erano in corso, ordinò ad Alvaro di convocare Martin Armstadt — il capitano della sua guardia. A quest'ultimo i suoi ordini furono brevi e segreti.

«Prendi quattro uomini», gli ordinò, «e rimani a Urbino dopo la mia partenza. Scopri i luoghi frequentati da Peppe il buffone. Catturalo e portalo da me. Assicurati di farlo con diligenza e non lasciare che sorga alcun sospetto del vostro compito.»

Il bravo — che non valeva molto di più, nonostante comandasse le guardie del Duca di Babbiano — s’inchinò e rispose con la sua voce straniera e gutturale che Sua Altezza sarebbe stata obbedita.

In seguito, Gian Maria s’ingegnò per partire. Prese congedo da Guidobaldo, promettendo di tornare entro pochi giorni per le nozze, e lasciando nell’animo del suo ospite l’impressione che il suo colloquio con Valentina fosse stato ben diverso da come era realmente andato.

Fu proprio da Valentina che Guidobaldo, dopo la partenza di Gian Maria, avrebbe appreso la vera natura di quel colloquio e ciò che era passato tra sua nipote e il suo ospite. Ella lo cercò nel suo studio, dove si era ritirato, spinto dal demone della gotta che già abitava il suo corpo e che sovente lo induceva a isolarsi dalla corte. Lo trovò disteso su un divano, in cerca di distrazione in un volume delle opere in prosa di Piccinino. Era un uomo avvenente, di ottima corporatura, a stento trentenne. Il suo volto era pallido, con occhiaie scure intorno agli occhi e linee di dolore attorno alla bocca decisa.

Egli si mise a sedere al suo arrivo e, posato il libro sul tavolo accanto a sé, ascoltò le sue adirate lamentele.

Dapprima, il cortese Montefeltro fu incline all’ira nell’apprendere la rozzezza con cui Gian Maria si era comportato. Ma ben presto sorrise.

«A ben guardare, non vedo in ciò grande motivo di sdegno», le assicurò. «Riconosco che potrebbe mancare della formalità che dovrebbe accompagnare le profferte di un uomo nella posizione del Duca verso una dama nella tua. Ma poiché deve prenderti in moglie, e presto, perché adirarsi se cerca di corteggiarti come ogni altro uomo?»

«Ho parlato invano, dunque», rispose lei stizzita, «e sono stata fraintesa. Non intendo sposare questo zoticone ducale che avete scelto per essere mio marito.»

Guidobaldo la fissò con le sopracciglia inarcate e stupore nei suoi bei occhi. Poi scrollò le spalle con una punta di stanchezza. Questo avvenente e amatissimo Guidobaldo era un principe a tutti gli effetti, così educato ai modi principeschi da dimenticare talvolta di essere un uomo.

«Perdoniamo molto all’impetuosità della giovinezza», disse molto freddamente. «Ma vi sono limiti alla pazienza di ognuno di noi. Come tuo zio e tuo principe, pretendo da te un duplice dovere, e tu devi una duplice fedeltà ai miei desideri. Per la mia duplice autorità ti ho ordinato di sposare Gian Maria.»

La principessa in lei fu del tutto dimenticata, e fu solo la donna a rispondergli, con voce di protesta:

«Ma, Altezza, io non lo amo.»

Un’ombra d’impazienza attraversò il suo nobile volto.

«Non ricordo», rispose stancamente, «di aver amato tua zia. Eppure ci sposammo, e per abitudine finimmo per amarci e per essere felici insieme.»

«Posso comprendere che Monna Elizabetta sia giunta ad amarvi», replicò lei. «Voi non siete come Gian Maria. Voi non eravate grasso e brutto, stupido e crudele, come lui.»

Fu un appello che avrebbe potuto aprirsi la via al cuore di un uomo attraverso il canale sempre pronto della sua vanità. Ma non fu così con Guidobaldo. Egli scosse solo il capo.

«La questione non è di quelle che intendo discutere. Sarebbe indegno per entrambi. I principi, figliola, non sono come le persone comuni.»

«In che cosa sono diversi?» ribatté lei fulminea. «Non hanno fame e sete come le persone comuni? Non sono soggetti agli stessi mali; non provano le stesse gioie? Non nascono e non muoiono, proprio come le persone comuni? In che cosa, dunque, risiede questa differenza che proibisce loro di unirsi come le persone comuni?»

Guidobaldo levò le braccia al cielo, gli occhi colmi di una costernazione che sfidava chiaramente le parole. La violenza del gesto gli strappò un gemito di dolore. Alla fine, quando lo ebbe dominato:

«Sono diversi», disse, «poiché le loro vite non appartengono a loro stessi per disporne come vogliono. Appartengono allo Stato che sono nati per governare, e in null’altro ciò diventa di tanta importanza quanto nei loro matrimoni. Spetta loro contrarre alleanze che tornino a vantaggio del loro popolo.» Un fremito della sua chioma ramata fu l’interiezione di Valentina, ma suo zio proseguì inesorabile nei suoi toni freddi e formali — toni come quelli con cui avrebbe potuto rivolgersi a un’assemblea dei suoi capitani:

«Nel caso presente siamo minacciati — Babbiano e Urbino — da un comune nemico. E se divisi nessuno di noi potrebbe resistergli, uniti, ci combineremo per il suo abbattimento. Pertanto questa alleanza diviene necessaria, imperativa.»

«Non ne comprendo la necessità», rispose lei, con una voce che spirava sfida. «Se un’alleanza come quella di cui parlate è desiderabile, perché non può essere resa puramente politica, come quella, per esempio, che ora lega Perugia e Camerino a voi? Che bisogno c’è di tirarmi in ballo?»

«Un po’ di conoscenza della storia vi fornirebbe una risposta. Tali alleanze politiche vengono fatte ogni giorno, e ogni giorno infrante quando si offre maggior profitto altrove. Ma cementato dal matrimonio, il vincolo, pur rimanendo politico, diviene anche di sangue. Nel caso di Urbino e Babbiano entra in considerazione anche il fatto che io non ho figli maschi. Potrebbe ben darsi, Valentina», proseguì con una freddezza calcolatrice che la disgustò, «che un vostro figlio legherebbe ancora più saldamente i due ducati. Col tempo entrambi potrebbero venire uniti sotto di lui in una grande potenza capace di gareggiare con successo con chiunque in Italia. Ora lasciatemi, figliola. Come vedete, sto soffrendo, e quando è così per me, e questo tiranno malvagio mi ha nelle sue grinfie, preferisco stare solo.»

Vi fu una pausa, e mentre i suoi occhi erano sui suoi, i di lei erano a terra, per evitare il suo sguardo. Un cruccio le segnò la bianca fronte, le labbra erano serrate e le mani strette. La pietà per i suoi mali fisici lottò per un momento con la pietà per il proprio tormento mentale. Alla fine gettò all’indietro la sua bellissima testa, e il modo di quell’azione era istintivamente insubordinato.

«Mi addolora molestare la vostra Altezza in una tale stagione», gli assicurò, «ma devo implorare la vostra indulgenza. Queste cose possono stare come dite voi. I vostri piani potrebbero essere i più nobili che siano mai stati concepiti, poiché per la loro consumazione verrebbe sacrificata la vostra stessa carne e sangue, nella persona di vostra nipote. Ma io non ne farò parte. Può darsi che manchi di una simile nobiltà d’animo; può darsi che io sia del tutto indegna dell’alto rango in cui sono nata, senza colpa mia. E così, mio signore», terminò, con la voce, il volto e il gesto che imprimevano una irrevocabile definitività alle sue parole, «io non sposerò questo Duca di Babbiano, no, nemmeno per cementare alleanze con cento ducati.»

«Valentina!» esclamò lui, destato dalla sua solita calma. «Dimenticate di essere mia nipote?»

«Poiché sembrate averlo dimenticato voi.»

«Questi capricci femminili...» iniziò, quando lei lo interruppe.

«Forse serviranno a ricordarvi che sono una donna, e forse se ricordate questo, potreste considerare quanto sia naturale che, essendo una donna, io rifiuti di sposarmi per... per fini politici.»

«Nella vostra stanza», comandò lui, ormai del tutto destato. «E in ginocchio implorate la grazia del Cielo che vi aiuti a vedere il vostro dovere, poiché nessuna mia parola prevale.»

«Oh, se la Duchessa fosse tornata da Mantova», sospirò lei. «La buona Monna Elizabetta potrebbe sciogliervi in un po’ di pietà.»

«Monna Elizabetta è troppo devota ella stessa per fare altro che esortarvi alla devozione. Suvvia, figliola», aggiunse con tono più suadente, «accantonate questo umore disobbediente, che non è da voi e vi dona poco. Sarete sposata con uno splendore e una magnificenza che faranno diventare verde d’invidia ogni principessa d’Italia. La vostra dote è fissata a cinquantamila ducati, e Giuliano della Rovere pronuncerà la benedizione. Ho già inviato ordini a Ferrara, all’incomparabile Anichino, per la cintura di maestà; manderò a Venezia per la foglia d’oro e...»

«Ma non mi date ascolto quando dico che non sposerò?» sbottò lei con appassionata calma, il volto bianco, il petto che si sollevava.

Egli si alzò, appoggiandosi pesantemente a un bastone dal pomo d’oro, e la guardò un momento senza parlare, con le sopracciglia contratte. Poi:

«Il vostro fidanzamento con Gian Maria è proclamato», annunciò con voce fredda di definitività. «Ho dato la mia parola al Duca, e il vostro matrimonio avrà luogo non appena egli tornerà. Ora andate. Scene come queste sono stancanti per un uomo malato e sono indecorose.»

«Ma, vostra Altezza», esordì lei, con una nota implorante che ora prendeva il posto che poco prima era stato della sfida.

«Andate!» tuonò lui, battendo il piede, e poi, per salvare la sua dignità — poiché temeva che lei potesse ancora restare — si voltò sui tacchi e uscì dall’appartamento.

Rimasta sola, ella stette lì un momento, lasciò sfuggire un sospiro e si asciugò una lacrima rabbiosa dagli occhi castani. Poi, con un movimento improvviso che parve implicare la soppressione del suo umore, si diresse verso la porta da cui era entrata e lasciò la stanza.

Percorse la lunga galleria, le cui pareti risplendevano dei nuovi affreschi del pennello prodigioso di Andrea Mantegna; attraversò il suo anticamera e giunse nella stanza stessa dove poche ore prima aveva ricevuto l’insulto delle odiose avance di Gian Maria. Attraversò la stanza ora vuota e uscì sulla terrazza che sovrastava i giardini paradisiaci del Palazzo.

Vicino alla fontana sorgeva un sedile di marmo bianco, sul quale, all’inizio di quel giorno, una delle sue dame aveva gettato un mantello di velluto cremisi. Lì si sedette ora per riflettere sulla situazione mostruosa che la assediava. L’aria era calda, balsamica e pesante del profumo dei fiori del giardino sottostante. Il gorgoglio della fontana sembrava calmarla e, per un po’, i suoi occhi rimasero su quell’acqua scintillante, che saliva alta in una colonna di cristallo per poi infrangersi e cadere, uno sciame di gioielli luccicanti, nell’ampia vasca di marmo. Poi, sentendo gli occhi stanchi, essi vagarono verso la balaustra di marmo, dove un pavone incedeva con dignità tracotante; si spinsero verso i giardini di sotto, allegri di precoci fioriture, nelle loro maestose cornici di alte siepi di bosso, fiancheggiate da mirti e alti cipressi che si stagliavano scarni e neri contro il profondo zafferano del cielo vespertino.

Eccetto il gorgoglio della fontana e il grido aspro e sporadico del pavone, tutto era in pace, come in contrasto con il tumulto che infuriava nell’anima di Valentina. Poi un altro suono ruppe la quiete: un passo leggero, che scricchiolava sulla ghiaia del viale. Lei si voltò, e dietro di lei stava il magnifico Gonzaga, un sorriso che rifletteva insieme piacere e sorpresa sul suo bel volto.

«Sola, Madonna?» disse, con accenti di mite meraviglia, le dita che sfioravano dolcemente le corde del liuto che portava con sé, e senza il quale raramente appariva a Corte.

«Come vedete», rispose lei, e il suo tono era quello di chi ha i pensieri presi da altre cose.

Il suo sguardo si allontanò di nuovo da lui e, in un attimo, parve che avesse dimenticato la sua presenza, tanto assorta divenne l’espressione del suo volto.

Ma Gonzaga non si scoraggiava facilmente. La pazienza era l’unica virtù che Valentina più di ogni altra donna — e ce ne erano state molte nella sua giovane vita — aveva inculcato in un’anima che in generale era tutt’altro che virtuosa. Si avvicinò di un passo e si appoggiò leggermente al bordo del suo sedile, le gambe tornite incrociate, il corpo aggraziato che si inclinava appena verso di lei.

«Siete pensierosa, Madonna», mormorò con la sua voce ricca e carezzevole.

«Perché allora», lo rimproverò lei, ma con tono mite, «intrudetevi nei miei pensieri?»

«Perché sembrano pensieri tristi, Madonna», rispose prontamente, «e sarei un povero amico se non cercassi di distogliervene.»

«Voi siete questo, Gonzaga?» domandò lei, senza guardarlo. «Voi siete mio amico?»

Egli parve fremere e poi raddrizzarsi, mentre sul suo volto passava un’ombra di qualcosa che poteva essere buono o cattivo o in parte entrambi. Poi si chinò finché la sua testa non fu molto vicina alla sua.

«Vostro amico?» disse. «Ah, più che vostro amico. Consideratemi il vostro vero schiavo, Madonna.»

Lei lo guardò ora, e sul suo volto vide il riflesso dell’ardore che aveva parlato nella sua voce. Nei suoi occhi c’era uno sguardo di ardente intensità. Lei si scostò da lui, e in un primo momento egli si credette respinto, ma indicando lo spazio che lei aveva lasciato:

«Sedete qui accanto a me, Gonzaga», disse lei quietamente, e lui, che a stento credeva alla propria buona sorte per il fatto che tanta benevolenza gli venisse prodigata, obbedì in un modo mezzo timido che era in strano contrasto con le sue recenti parole audaci.

Egli rise leggermente, forse per coprire l’imbarazzo che lo assaliva, e, lasciando cadere il berretto ingioiellato, gettò una gamba fasciata di bianco sopra l’altra e prese il liuto in grembo, le dita che vagavano di nuovo sulle corde.

«Ho una nuova canzone, Madonna», annunciò con un’allegria che era chiaramente forzata. «È in ottava rima, un tenue eco dell’immortale Niccolò Correggio, composta in onore di colei la cui descrizione è oltre il volo del canto umano.»

«Eppure cantate di lei?»

«Non è nient’altro che un riconoscimento dell’impossibilità di cantare di lei. Dunque...» E, suonando un accordo o due, incominciò, a mezza voce:

«Quando sorriderán' in ciel Gli occhi tuoi ai santi—»

Lei posò una mano sul suo braccio per fermarlo.

«Non ora, Gonzaga», implorò, «non sono dell’umore per la vostra canzone, per quanto dolce dubito non sia.»

Un’ombra di delusione e vanità offesa attraversò il suo volto. Le donne erano state solite ascoltare avidamente i suoi strambotti, affascinate dall’astuzia delle parole e dalla seducente dolcezza della sua voce.

«Ah, non abbiate mai un’aria così cupa», esclamò lei, sorridendo ora alla sua aria avvilita. «Se non ho prestato ascolto ora, lo farò ancora. Perdonatemi, buon Gonzaga», lo supplicò, con una dolcezza a cui nessun uomo avrebbe potuto resistere. E poi un sospiro le sfuggì dalle labbra; un suono che somigliava a un singhiozzo seguì, e la sua mano si chiuse sul suo braccio.

«Mi stanno spezzando il cuore, amico mio. Oh, se mi aveste lasciata in pace nel Convento di Santa Sofia!»

Egli si volse verso di lei, tutto sollecitudine e gentilezza, per chiederle la ragione del suo sfogo.

«È questa odiosa alleanza in cui cercano di forzarmi con quell’uomo di Babbiano. Ho detto a Guidobaldo che non sposerò questo Duca. Ma altrettanto proficuamente potrei dire al Destino che non morirò. L’uno è sordo quanto l’altro.»

Gonzaga sospirò profondamente, in segno di simpatia, ma non disse nulla.

Ecco un dolore al quale non poteva porre rimedio, una sofferenza che non poteva far nulla per rimuovere. Lei si volse da lui con un gesto d’impazienza.

«Sospirate», esclamò, «e compiangete la crudeltà del destino che mi attende. Ma non potete far nulla per me. Siete solo parole, Gonzaga. Potete chiamarvi più che mio amico, il mio vero schiavo. Eppure, quando ho bisogno del vostro aiuto, cosa mi offrite? Un sospiro!»

«Madonna, siete ingiusta», fu pronto a rispondere, con un certo calore. «Non osavo sognare, non osavo sognare, che fosse il mio aiuto che cercavate. La mia simpatia, credevo, fosse tutto ciò che invocavate, e così, per non sembrare presuntuoso, fu tutto ciò che offrii. Ma se avete bisogno del mio aiuto; se cercate un mezzo per eludere questa alleanza che giustamente descrivete come odiosa, tale aiuto come è in potere di un uomo rendere, lo avrete da me.»

Parlò quasi ferocemente e con una certa cupa confidenza, sebbene non si fosse ancora formato alcun piano nella sua mente.

In verità, se un corso d’azione gli fosse stato chiaro, ci sarebbe stata forse meno confidenza nel suo tono, poiché, dopo tutto, egli non era per natura un uomo d’azione, e il suo carattere era l’esatto opposto del valoroso. Eppure era un attore così eccellente da ingannare persino se stesso con la sua recitazione, e in questo suggerimento di alcune vaghe, nobili gesta che avrebbe compiuto, si sentì scosso da un improvviso ardore marziale, e capace di tutto. Era scosso, anche, dalla passione di cui la bellezza di Valentina lo riempiva, una passione che arrivò più vicino a farne un uomo di quanto la Natura fosse riuscita a fare.

Che ora, nell’ora del bisogno, lei si rivolgesse così prontamente a lui per assistenza, egli lo accettò come prova che lei non era sorda alla voce di questo grande amore che provava per lei, ma di cui non aveva ancora osato dare segno. La gelosia passeggera che aveva nutrito per quel cavaliere ferito che avevano incontrato ad Acquasparta fu messa a tacere dal suo atteggiamento attuale verso di lui, il cavaliere stesso dimenticato.

Quanto a Valentina, ella ascoltava il suo discorso pronto e il tono sincero con crescente stupore sia per lui che per se stessa. Le sue stesse parole erano state poco più di uno sfogo stizzito. Di trovare realmente un modo per eludere i desideri dello zio non aveva alcun pensiero, se non quello di mettere in atto la sua minaccia di prendere il velo. Ora, tuttavia, che Gonzaga parlava così coraggiosamente di fare ciò che un uomo poteva fare per aiutarla a evitare quel matrimonio, il pensiero di una resistenza attiva prese una forma invitante.

Una timida speranza, una speranza che aveva paura di essere infranta prima di crescere in qualche forza, sbirciò ora dagli occhi stupiti che rivolse al suo compagno.

«C’è un modo, Gonzaga?» chiese, dopo una pausa.

Ora, durante quella pausa, la sua mente era stata molto occupata. Un po’ poeta, era dotato di un ingegno di una certa prontezza, ed era un uomo di fantasia assai pronta. Come un’ispirazione, un’idea gli era venuta; da questa ne era scaturita un’altra, e ancora un’altra, finché una catena di eventi, mediante la quale la frustrazione dei piani di Babbiano e Urbino potesse essere compiuta, fu completa.

«Penso», disse lentamente, con gli occhi a terra, «che conosco un modo.»

Il suo sguardo era ora ansioso, il labbro tremante e il volto un po’ pallido. Lei si sporse verso di lui.

«Ditemelo», lo implorò febbrilmente.

Egli pose il liuto sul sedile accanto a sé e i suoi occhi guardarono in giro in un’ispezione apprensiva.

«Non qui», mormorò. «Ci sono troppe orecchie nel Palazzo di Urbino. Vi piacerà passeggiare nei giardini? Ve lo dirò là.»

Si alzarono insieme, così pronto fu il suo assenso. Si guardarono per un secondo. Poi, fianco a fianco, percorsero gli ampi gradini di marmo che conducevano dalla terrazza ai viali fiancheggiati di bosso dei giardini. Qui, tra le ombre che si allungavano, camminarono in silenzio per un po’, mentre Gonzaga cercava le parole con cui proporre il suo piano. Alla fine, fattasi impaziente, Valentina lo incalzò con una domanda.

«Ciò che consiglio, Madonna», le rispose, «è un’aperta sfida.»

«Un tale corso lo sto già perseguendo. Ma dove mi condurrà?»

«Non intendo la mera sfida delle parole, mere proteste che non sposerete Gian Maria. Ascoltate, Madonna! Il Castello di Roccaleone è vostra proprietà. È forse la fortezza più solida di tutta l’Italia, oggi. Leggermente presidiato e ben provvisto potrebbe resistere a un anno di assedio.»

Lei si voltò verso di lui, avendo già intuito la proposta nella sua mente, e per quanto all’inizio i suoi occhi apparissero sorpresi, ben presto si accesero di una luce di audacia che prometteva bene per una avventura assai solida. Era un’idea follemente romantica, questa di Gonzaga, degna del cervello fervido di un poeta, eppure la attirava per il suo sapore senza precedenti.

«Potrebbe essere fatto?» si chiese, con gli occhi che brillavano all’anticipazione di una tale impresa.

«Potrebbe, in verità potrebbe», rispose lui, con un’arditezza non meno fervida della sua. «Chiudetevi a Roccaleone e da lì scagliate la vostra sfida a Urbino e Babbiano, rifiutandovi di arrendervi finché non concederanno le vostre condizioni: che possiate sposarvi come meglio vi aggrada».

«E voi mi aiuterete in questo?» domandò lei, la cui mente, nella sua innocenza, si inclinava sempre più verso quel folle progetto.

«Con ogni mia forza e ingegno», rispose lui, pronto e galante. «Provvederò a vettovagliare il luogo in modo tale che possa resistere a un assedio per un anno intero, se fosse necessario, e vi troverò gli uomini per armarlo; una ventina, credo, saranno più che sufficienti per i nostri bisogni, dato che è principalmente sulla forza naturale del luogo che facciamo affidamento».

«E allora», disse lei, «avrò bisogno di un capitano».

Gonzaga le fece un profondo inchino.

«Se vorrete onorarmi di tale ufficio, Madonna, vi servirò lealmente finché avrò vita».

Un sorriso guizzò per un secondo sulle sue labbra, ma svanì prima ancora che il cortigiano si fosse raddrizzato dal suo inchino, poiché era ben lontano dai suoi desideri ferire il suo animo. Eppure, l’idea di quel damerino profumato nel ruolo di capitano, a capo di un pugno di rozzi mercenari e a dirigere le operazioni per la resistenza di un assedio assiduo, la sfiorò con la sua nota ridicola. Tuttavia, se gli avesse negato ciò, era assai probabile che lui si sarebbe sentito offeso e si sarebbe rifiutato di portare avanti i loro piani. Le balenò in mente — nella piena fiducia della giovinezza — che se lui l’avesse abbandonata quando fosse giunta l’ora dell’azione, lei aveva cuore abbastanza saldo da bastare a se stessa. E così acconsentì, al che lui si inchinò di nuovo, questa volta in segno di gratitudine. E allora un pensiero improvviso le attraversò la mente, e con esso giunse lo sgomento.

«Ma per tutto questo, Gonzaga — per gli uomini e per le vettovaglie — occorrerà denaro».

«Se vorrete lasciare che la mia amicizia sia provata anche in questo...» esordì lui.

Ma lei lo interruppe, colpita improvvisamente da una soluzione all’enigma.

«No, no!» esclamò. Il volto di lui cadde leggermente. Aveva sperato di renderla sua debitrice in ogni modo possibile, eppure ecco che lei erigeva una barriera. Sul capo portava una reticella d’oro, così riccamente intrecciata di perle da valere il riscatto di un principe. Questa lei si affrettò a slacciare con dita che l’eccitazione faceva tremare. «Ecco!» gridò, porgendogliela. «Trasformatela in denaro, amico mio. Dovrebbe fruttarvi ducati a sufficienza per questa impresa».

Le venne poi in mente che non avrebbe potuto recarsi da sola in quel castello con il solo Gonzaga e gli uomini che stava per arruolare. La risposta di lui giunse con una prontezza che dimostrava come avesse considerato anche questo.

«Nient’affatto», le rispose. «Quando giungerà il momento, dovrete scegliere tra le vostre dame — diciamo tre o quattro — quelle che vi sembrano adatte e che godono della vostra fiducia. Potrete portare anche un prete, un paggio o due, e alcuni servitori».

Così, nel crepuscolo, tra le ombre di quel vecchio giardino all’italiana, fu ordito il complotto grazie al quale Valentina avrebbe dovuto sfuggire all’alleanza con Sua Altezza di Babbiano. Ma c’era dell’altro, sebbene fosse tutto ciò che Valentina riusciva a scorgere. Era, anche, un complotto attraverso il quale lei avrebbe potuto diventare la moglie di Messer Romeo Gonzaga.

Egli era un membro esiliato di quella famosa famiglia di Mantova, che aveva dato i natali ad alcuni scellerati e a un santo. Con il denaro che, al momento di partire, una madre adorante gli aveva elargito, conduceva una vita sfarzosa alla corte di Urbino, dove era tollerato in virtù della sua parentela con la Duchessa di Guidobaldo, Monna Elizabetta. Ma le sue risorse stavano scarseggiando, e gli spettava di volgere la sua attenzione verso mete che potessero fruttargli profitto. Essendo di animo debole e — poiché i suoi gusti non lo avevano spinto in quella direzione — non addestrato alle armi, sarebbe stato inutile per lui cercare la carriera comune agli avventurieri della sua età. Eppure, un avventuriero lo era nel cuore, e poiché i campi di Marte erano poco adatti alla sua natura, aveva a lungo riflettuto sulle possibilità offertegli dalle liste di Cupido. Guidobaldo — puramente per riguardo verso Monna Elizabetta — gli aveva mostrato un alto grado di favore, e su questo era stato tanto vanitoso da nutrire grandi speranze, poiché Guidobaldo aveva due nipoti. Alte erano state queste speranze quando fu scelto per scortare la bella Valentina della Rovere dal Convento di Santa Sofia alla corte di suo zio. Ma ultimamente erano appassite, da quando aveva appreso quali fossero i piani dello zio per il futuro di quella dama. E ora, per sua stessa azione, e per il complotto in cui era entrata con lui, esse risorgevano ancora una volta.

Ostacolare Guidobaldo avrebbe potuto rivelarsi una cosa pericolosa, e la sua vita avrebbe potuto pagarne il fio se i suoi piani fossero falliti, per quanto clemente e misericordioso fosse Guidobaldo. Ma se avessero avuto successo, e se per amore o per forza fosse riuscito a indurre Valentina a sposarlo, era ragionevolmente fiducioso che Guidobaldo, vedendo che la faccenda si era spinta troppo oltre — poiché Gian Maria si sarebbe certamente rifiutato di sposare la vedova di Gonzaga — li avrebbe lasciati stare. A tal fine, nessun piano avrebbe potuto essere più propizio di quello in cui l’aveva attirata. Guidobaldo avrebbe potuto assediarli a Roccaleone e avrebbe potuto infine piegarli con la forza delle armi — una circostanza, tuttavia, che, nonostante le sue parole, riteneva estremamente remota. Ma se solo fosse riuscito a sposare Valentina prima che capitolassero, pensava che avrebbe avuto ben poco da temere dalle conseguenze dell’ira di Guidobaldo. Dopotutto, per quanto riguardava la nascita e la famiglia, Romeo Gonzaga non era affatto inferiore alla sua Altezza di Urbino. Guidobaldo aveva ancora un’altra nipote, e avrebbe potuto cementare con lei la desiderata alleanza con Babbiano.

Solo nei giardini del Palazzo, Gonzaga passeggiò dopo che fu calata la notte, e con gli occhi rivolti alle stelle che cominciavano a punteggiare il cielo violetto, sorrise di un sorriso di astuta gratificazione. Pensò a quanto fosse stato ben consigliato il suo suggerimento di condurre un prete a Roccaleone. A meno che il suo senso profetico non lo conducesse in profondo errore, avrebbero trovato lavoro per quel prete prima che il castello venisse consegnato.

CAPITOLO VIII. TRA I FONDI DI VINO

E così accadde che mentre per ordine di Guidobaldo i preparativi per le nozze di Valentina procedevano con febbrile fretta — mentre pittori, intagliatori e artigiani dell’oro e dell’argento si dedicavano ai loro compiti affrettati; mentre messaggeri correvano a Venezia per la foglia d’oro e l’oltremare per i forzieri nuziali, mentre il letto nuziale veniva portato da Roma e il carro da Ferrara; mentre si raccoglievano tessuti costosi e si confezionavano le vesti nuziali — il magnifico Romeo Gonzaga era, dal canto suo, altrettanto diligentemente intento a rendere vano tutto quel lavoro di preparazione.

La sera del terzo giorno della sua cospirazione, sedeva nella stanza a lui assegnata nel Palazzo di Urbino, e maturava i suoi piani. E tanto era compiaciuto della sua meditazione che, mentre sedeva alla finestra, un sorriso soddisfatto aleggiava sulle sue labbra.

Lasciò vagare lo sguardo lungo i pendii di quella landa arida di rocce, verso il fiume Metauro, che si snodava verso il mare, attraverso pianure fertili, e brillava ora d’argento ora d’oro alla luce della sera. Non con tanta compiacenza avrebbe sorriso se avesse ritenuto che l’impresa in cui si stava impegnando fosse di quel carattere bellicoso che aveva rappresentato a Valentina. Non gli mancava l’astuzia, né il giudizio sul funzionamento delle menti umane, e opinava assai ragionevolmente che, una volta che la Dama Valentina si fosse rinchiusa a Roccaleone e avesse fatto sapere allo zio che non avrebbe sposato Gian Maria, né sarebbe tornata alla Corte di Urbino finché lui non le avesse dato la sua parola ducale che non avrebbe più sentito parlare dell’unione, il Duca sarebbe stato il primo a capitolare.

Sosteneva che ciò avrebbe potuto non accadere subito — né lo desiderava; i messaggi sarebbero passati, e Guidobaldo avrebbe cercato con lusinghe di riconquistare la nipote. Lei avrebbe resistito e, alla fine, lo zio avrebbe visto la natura insormontabile della situazione e avrebbe accettato le sue condizioni affinché la cosa avesse fine. Che si dovesse giungere alle armi, e che Guidobaldo dovesse muoversi per assediare Roccaleone, non lo credeva nemmeno per un istante — poiché quale genere di ridicolo non avrebbe attirato su di sé dagli Stati vicini? Nel peggiore dei casi, anche se un assedio ci fosse stato, non sarebbe mai stato condotto con il rigore della guerra ordinaria; non ci sarebbero stati assalti, né bombardamenti; sarebbe stato un semplice blocco, con l’obiettivo di intercettare le risorse, così da affamare la guarnigione fino alla sottomissione — poiché non avrebbero mai sognato un tale vettovagliamento come quello che Gonzaga stava preparando.

Così discorreva Gonzaga con se stesso, e il sorriso che animava gli angoli della sua bocca debole si faceva più pensieroso. Sognava grandi sogni quella sera; aveva visioni meravigliose di un futuro potere principesco che sarebbe divenuto suo in virtù di questa alleanza che stava così abilmente ordendo — uno sciocco nel paradiso degli sciocchi, con la sua follia come unica compagnia.

Ma nonostante tutto, i suoi sogni erano meravigliosamente dolci da assaporare e le sue visioni davvero seducenti da contemplare. C’erano piani da formare e mezzi da escogitare per la fuga a Roccaleone. C’erano calcoli da fare; la stima delle vettovaglie, delle armi e degli uomini; e una volta completati questi calcoli, c’erano tutte queste cose da ottenere. Per le vettovaglie aveva già provveduto, mentre delle armi non aveva bisogno di pensare; Roccaleone ne sarebbe stata ben provvista. Ma il reperimento degli uomini gli dava qualche preoccupazione. Aveva deciso di arruolarne una ventina, che era certamente il numero minimo con cui avrebbe potuto fare una bella figura di essere marzialmente serio. Ma anche se il numero era modesto, dove avrebbe trovato venti individui che tenessero così poco alla propria vita da imbarcarsi in una simile impresa — anche se attirati da una paga generosa — e incorrere così nel dispiacere ducale di Guidobaldo?

Si vestì con sobrio rigore per una volta nella sua vita da damerino, e discese, dopo che la notte fu calata, in una taverna in una povera strada dietro il Duomo, sperando che lì, tra i fondi di vino, potesse trovare ciò di cui aveva bisogno.

Per grande fortuna si imbatté in un vecchio capitano di ventura, che un tempo era stato un condottiero di basso rango, ma che era gravemente ridotto dalla cattiva sorte e dal cattivo vino.

La taverna era un luogo squallido e tagliagole, in cui il delicato Gonzaga non era entrato senza un fremito, invocando la protezione dei santi e facendosi il segno della croce prima di varcare la soglia. Alcuni pezzi di capra venivano cucinati sulle braci, in un grande focolare all’estremità della stanza, più lontano dalla porta. Davanti a questo, Ser Luciano — il taverniere — era accovacciato sui talloni e sventolava così diligentemente che una nuvola di cenere saliva fino al soffitto e si diffondeva, insieme al fumo nauseabondo, in tutta la squallida stanza. Una lampada di ottone pendeva dal soffitto e risplendeva liberamente attraverso quel fumo, come splende la luna attraverso una nebbia serale. Così puzzava il posto che al principio Gonzaga fu tentato di andarsene. Solo la riflessione che da nessuna parte a Urbino avrebbe avuto tanta probabilità quanto lì di trovare ciò che cercava, lo spinse a soffocare la sua naturale schizzinosità e a rimanere. Scivolò su del grasso, e riuscì a stento a evitare di misurare la sua lunghezza su quel pavimento sudicio, fatto che provocò una risata maligna da parte di un gigante stracciato che osservava con interesse il suo arrivo lezioso.

Sudando, e con i nervi a pezzi, il cortigiano si fece strada verso un tavolo vicino alla parete, e si sedette sulla panca di legno grezzo davanti ad esso, pregando di essere lasciato come unico occupante.

Sulla parete opposta pendeva un crocifisso annerito e una piccola acquasantiera che era secca da una generazione, e che ora era un ricettacolo per la polvere e un rametto appassito di rosmarino. Immediatamente sotto di esso — in compagnia di un paio di cenciosi degni di lui — sedeva il gigante che aveva deriso la sua scampata caduta, e mentre Gonzaga si sedeva udì la voce dell’individuo, gutturale, alcolica e bellicosa.

«E questo vino, Luciano? Sangue della Madonna! Lo porterai prima di stramazzare morto, porco?»

Gonzaga rabbrividì e si sarebbe fatto di nuovo il segno della croce per protezione contro quello che sembrava un vero diavolo incarnato, se non fosse stato che l’occhio iniettato di sangue del ruffiano era fisso su di lui in uno sguardo vitreo.

«Arrivo, cavaliere, arrivo», gridò l’ospite timido, balzando in piedi e lasciando bruciare la capra mentre si prestava all’insaziabile sete del gigante.

Il titolo fece trasalire Gonzaga, che rivolse nuovamente gli occhi al volto dell’uomo. Lo trovò di espressione villana, infiammato e chiazzato; i capelli pendevano arruffati attorno a una testa a palla, e gli occhi brillavano ferocemente ai lati di un naso pendulo. Del rango cavalleresco con cui il taverniere si rivolgeva a lui, l’individuo non portava alcun segno esteriore. Armi ne portava, è vero; una spada e un pugnale alla cintura, mentre accanto a lui sul tavolo stava un morione arrugginito. Ma questi strumenti bellicosi servivano solo a dargli l’aspetto di un masnadiero errante o di un tagliagole a pagamento. Presto abbandonando la contemplazione di Gonzaga, si voltò verso i suoi compagni, e verso l’ascoltatore giunse una storia rozza e vantata di una guerra di saccheggi in Sicilia di dieci anni prima. Gonzaga si eccitò. Sembrava davvero che questo fosse un uomo che avrebbe potuto essergli utile. Pretese di sorseggiare il vino che Luciano gli aveva portato, e ascoltò avidamente quella storia da spaccone, da cui appariva che questo furfante un tempo fosse stato in migliori condizioni e un discreto capo. Ascoltò intensamente, e si chiese se uomini come quelli che vantava di aver guidato in quella campagna fossero ancora in giro e potessero essere radunati.

Dopo forse mezz’ora, i due compagni di quel gigante assetato si alzarono e si congedarono. Lanciarono un’occhiata fugace a Gonzaga e se ne andarono.

Esitò per un po’. Il ruffiano sembrava essere sprofondato in una fantasticheria, o forse dormiva a occhi aperti. Facendosi coraggio, il galante si alzò infine e attraversò la stanza. Del tutto inesperto delle abitudini delle taverne era il magnifico Gonzaga, e colui che a corte, nella sala da ballo o nell’anticamera, era un vero specchio di tutte le grazie di un cortigiano, si sentiva goffo e a disagio lì.

Alla fine, chiamando a raccolta il suo ingegno:

«Buon uomo», disse, con una certa timidezza, «mi farete l’onore di dividere un fiasco con me?»

L’occhio del ruffiano, che solo un attimo prima era apparso vacuo e malinconico, ora si ravvivò fino a sembrare in fiamme. Sollevò le sue orbite iniettate di sangue e incrociò arditamente lo sguardo inquieto di Gonzaga. Le sue labbra si schiusero con uno schiocco anticipatorio, la schiena si irrigidì e la testa fu sollevata finché il mento non assunse un’inclinazione così altera che Gonzaga temette che la sua ospitalità offerta fosse sul punto di subire un rifiuto sprezzante.

«Se dividerò un fiasco?» ansimò l’individuo, come, essendo il peccatore che era e sapeva di essere, avrebbe potuto ansimare: «Andrò in Paradiso?» «Se... se...?» Si fermò, e arricciò le labbra. Le sopracciglia erano contratte e la sua espressione divenne assai astuta mentre prendeva di nuovo le misure di questo bel damerino che offriva fiaschi di vino ad avventurieri in miseria come lui. Aveva quasi chiesto cosa gli fosse richiesto in cambio di ciò, quando improvvisamente gli venne in mente — con la filosofia furfantesca che l’avversità gli aveva insegnato — che se gli fosse stato detto per cosa era inteso che il vino dovesse corromperlo, e se l’affare non gli fosse andato a genio, avrebbe, nella confessione dello stesso, perso il vino; mentre se avesse mantenuto il silenzio finché non avesse bevuto, sarebbe stato poi suo piacere decidere in merito all’affare quando fosse venuto il momento di proporlo.

Ricostituì i suoi lineamenti rugosi in una rozza parvenza di sorriso.

«Dolce giovane signore», mormorò, «dolce, gentile e illustrissimo signore, dividerei una botte con un nobile come voi».

«Devo intendere che berrete?» chiese Gonzaga, che aveva a stento saputo cosa fare delle ultime parole dell’uomo.

«Corpo di Bacco! Sì. Beverò con voi, gentile signorino, finché la vostra borsa non sarà vuota o il mondo non si sarà prosciugato». E fece un ghigno misto di scherno e soddisfazione.

Gonzaga, ancora mezzo incerto del fatto suo, chiamò il taverniere e gli ordinò di portare un fiasco del suo migliore. Mentre Luciano era impegnato a prendere il vino, il vincolo si fece sentire su quella coppia stranamente discordante.

«È una notte fredda», commentò Gonzaga poco dopo, sedendosi di fronte al suo spadaccino.

«Giovane signore, il vostro ingegno ha perso il filo. La notte è calda».

«Ho detto», ribatté Gonzaga, che non era abituato a contraddizioni dai suoi inferiori, e voleva ora affermare se stesso, «che la notte è fredda».

«Mentiste, allora», replicò l’altro, con un nuovo ghigno, «poiché, come vi ho risposto, la notte è calda. Piaghe di Cristo! Sono un uomo difficile da contraddire, mio bel galante, e se dico che la notte è calda, calda lo sarà anche se ci fosse neve sul Monte Vesuvio».

Il cortigiano divenne rosso a quell’affermazione, e se non fosse stato per l’arrivo del taverniere con il vino, è possibile che avrebbe potuto compiere una sconsideratezza imperdonabile. Alla vista del liquore rosso la furia svanì dal volto dello spavaldo.

«Lunga vita, lunga sete, lunga borsa e poca memoria!» fu il suo brindisi, nel cui significato criptico Gonzaga non fece alcun tentativo di indagare. Mentre l’individuo posava la coppa, e con la manica rimuoveva l’umidità dalla sua bocca non rasata: «Posso non sapere», chiese, «di quale ospitalità sto avendo l’onore di godere?»

«Avete mai sentito parlare di Romeo Gonzaga?»

«Di Gonzaga, sì; sebbene di Romeo Gonzaga mai. Siete voi lui?»

Gonzaga chinò il capo.

«Una nobile famiglia la vostra», rispose lo spadaccino, con un tono che implicava che la propria fosse altrettanto buona. «Lasciate che mi presenti a voi. Sono Ercole Fortemani», disse, con l’aria orgogliosa di uno che si annunciava imperatore.

«Un nome formidabile», disse Gonzaga, in accenti di sorpresa, «e ha un suono nobile».

Il grande individuo si voltò verso di lui con una rabbia improvvisa.

«Perché questo stupore?» sbraitò. «Vi dico che il mio nome è sia nobile che formidabile, e mi troverete tanto formidabile quanto sono nobile. Diavolo! Sembra incredibile?»

«L’ho forse detto?» protestò Gonzaga.

«Sareste morto ora se lo aveste fatto, Messer Gonzaga. Ma lo pensavate, e posso prendermi la libertà di mostrarvi quanto audace debba essere un uomo per pensarlo senza subirne le conseguenze».

Arruffato come un tacchino, ferito nell’orgoglio e nella vanità, Ercole si affrettò a illuminare Gonzaga sulla sua personalità.

«Sappiate, signore», annunciò, «che sono il Capitano Ercole Fortemani. Ho tenuto quel rango nell’esercito del Papa. Ho servito i Pisani e i nobili Baglioni di Perugia con onore e distinzione. Ho comandato cento lance della famosa compagnia di ventura di Gianinoni. Ho combattuto con i francesi contro gli spagnoli, e con gli spagnoli contro i francesi, e ho servito il Borgia, che sta complottando contro entrambi. Ho trascinato una picca al seguito dell’imperatore, e ho tenuto anche il rango di capitano nell’esercito del Re di Napoli. Ora, giovane signore, avete appreso qualcosa di me, e se il mio nome non è scritto a caratteri di fuoco da un capo all’altro dell’Italia, è — corpo di Dio! — perché le mani che mi assoldarono per il lavoro ne carpirono la gloria delle mie imprese».

«Un nobile curriculum», disse Gonzaga, che aveva assorbito credulamente quel catalogo di menzogne, «un curriculum davvero nobile».

«Non è così», contraddisse l’altro, per la brama di contraddizione che faceva parte di lui. «Un grande curriculum, se volete, per raccomandarmi al servizio mercenario. Ma non potete chiamare nobile il servizio di un mercenario».

«È una questione su cui non litigheremo», disse Gonzaga in tono conciliante. La ferocia dell’uomo era terrificante.

«Chi dice che non lo faremo?» domandò. «Chi mi ostacolerà se mi venisse in mente di litigarci sopra? Rispondetemi!» e si alzò a metà dal suo sedile, mosso dalla rabbia nella quale si stava lasciando trascinare. «Ma pazienza!» interruppe, ricadendo di colpo. «Presumo che non sia stato per riguardo ai miei begli occhi, né attratto dall'eleganza del mio abbigliamento» – e sollevò un lembo del suo mantello lacero – «e nemmeno perché desideriate fare una partita a dadi con me, che avete cercato la mia conoscenza e chiesto questo vino. Richiedete i miei servigi?»

«Avete indovinato.»

«Un prodigioso discernimento, per l'Ostia!» Sembrava tendere piuttosto tediosamente all'ironia. Poi il suo volto si fece severo, e abbassò la voce finché non fu altro che un ringhioso sussurro. «Ascoltatemi, Messer Gonzaga. Se il servigio che richiedete è lo sgozzamento di una gola o qualche simile faccenda immonda, per la quale il mio apparente bisogno vi porta a credermi pronto, lasciate che vi consigli, come tenete alla vostra pelle, di lasciare il servigio non menzionato e di andarvene.»

Con frettolosa, frenetica, timorosa protesta le mani di Gonzaga furono spalancate.

«Signore, signore... io... non avrei potuto pensarlo di voi», farfugliò, con calore, gran parte del quale era genuino, poiché si rallegrava di vedere alcuni scrupoli ancora brillare nel disgustoso mucchio dell'esistenza scellerata di quest'uomo. Un furfante la cui furfanteria non conoscesse limiti difficilmente si sarebbe adattato ai suoi scopi. «Ho bisogno di un servigio, ma non è un lavoro da angoli bui. È un'impresa considerevole, e una nella quale, penso, dovreste rivelarvi proprio l'uomo di cui ho bisogno.»

«Fatemi sapere di più», disse Ercole grandiloquentemente.

«Ho bisogno innanzitutto della vostra parola che, qualora l'impresa si rivelasse inadatta a voi, o al di sopra delle vostre capacità, rispetterete la faccenda e la manterrete segreta.»

«Corpo di Satana! Nessun cadavere fu mai la metà così muto di quanto sarò io.»

«Eccellente! Potete trovarmi una ventina di energumeni per formare una guardia del corpo e una guarnigione, che, in cambio di buoni alloggi – forse per alcune settimane – e una paga pari a quattro volte il tasso dei normali mercenari, saranno disposti a correre qualche rischio, e tentare persino uno scontro con le forze del Duca?»

Ercole gonfiò le sue guance screziate finché Gonzaga temette che le avrebbe fatte scoppiare.

«È fuorilegge!» ruggì, quando ebbe ritrovato la voce. «Fuorilegge, o sono un pazzo.»

«Ebbene, sì», confessò Gonzaga. «È una questione da fuorilegge, in un certo senso. Ma il rischio è lieve.»

«Non potete dirmi di più?»

«Non oso.»

Ercole svuotò la sua coppa di vino d'un fiato e schizzò il fondo sul pavimento. Poi, posando il recipiente vuoto, sedette immerso nei pensieri per un po'. Diventando impaziente:

«Bene», gridò infine Gonzaga, «potete aiutarmi? Potete trovare gli uomini?»

«Se mi diceste di più sulla natura di questo servigio che richiedete, potrei trovarne un centinaio con facilità.»

«Come ho detto... ho bisogno solo di una ventina.»

Ercole sembrò oltremodo grave, e si sfregò pensieroso il lungo naso.

«Si potrebbe fare», disse, dopo una pausa. «Ma dovremo cercare furfanti disperati; uomini che sono già sotto bando, e ai quali importerà poco di avere un altro capo d'accusa aggiunto ai loro debiti con la legge qualora cadessero nei suoi artigli. Quanto presto vi occorrerà questa compagnia di disperati?»

«Entro domani sera.»

«Mi domando...» meditò Ercole. Stava contando sulle dita, e sembrava essersi perso in calcoli mentali. «Potrei trovarne una decina o una dozzina entro un paio d'ore. Ma una ventina...» Di nuovo si fermò, e di nuovo ricadde a pensare. Alla fine, più vivacemente: «Sentiamo quale paga mi offrite, per gettarmi così bendato in questa faccenda vostra come capo della compagnia che richiedete?» chiese all'improvviso.

Il volto di Gonzaga cadde a quel punto. Poi si irrigidì improvvisamente, e assunse un'espressione di alterigia.

«È mia intenzione guidare questa compagnia io stesso», informò superbamente lo spadaccino.

«Corpo di Dio!» boccheggiò Ercole, alla cui mente si intromise un'immagine grottesca di una tale compagnia, come quella che avrebbe radunato, guidata da questo damerino da salotto. Poi, ricordandosi di sé: «Se è così», disse, «fareste meglio ad arruolarla voi stesso. Felicissima notte!» E gli fece un cenno di addio attraverso il tavolo.

Ecco un enigma per Gonzaga. Come doveva fare per una faccenda del genere? Era al di sopra dei suoi poteri. Tanto dichiarò francamente.

«Ora badate a me, giovane signore», fu la risposta dell'altro. «La faccenda sta così: se posso rivolgermi a certi miei amici con l'informazione che è in corso un affare, i cui particolari non posso rivelare loro, ma nel quale devo guidarli io stesso, condividendo tale rischio che vi possa essere, non dubito che per quest'ora di domani potrei averne arruolati una ventina... tale è la loro fiducia in Ercole Fortemani. Ma se li porto a intraprendere un servigio ignoto, sotto un capo altrettanto ignoto, la formazione di una tale compagnia sarebbe una faccenda terribilmente tediosa.»

Questo era un argomento alla cui forza Gonzaga non poteva rimanere insensibile. Dopo un momento di riflessione, offrì a Ercole cinquanta fiorini d'oro come caparra di buona fede e la promessa di una paga, in seguito, al tasso di venti fiorini d'oro al mese per tutto il tempo in cui avrebbe avuto bisogno dei suoi servigi; ed Ercole, che in tutti i suoi giorni di soldato di ventura non aveva mai guadagnato la decima parte di una tale somma, era pronto a gettarsi al collo di questo nobilissimo gentiluomo, e piangere per la pura gioia e l'affetto fraterno.

Sistemata la faccenda, Gonzaga produsse una borsa pesante che emise un tintinnio assai piacevole alle orecchie di Fortemani, e la lasciò cadere con un tintinnio sul tavolo.

«Ci sono cento fiorini per l'equipaggiamento di questa compagnia. Non desidero avere un reggimento di straccioni cenciosi ai miei talloni.» E il suo occhio spazzò in modo poco lusinghiero l'abbigliamento di Ercole. «Badate di vestirveli in modo appropriato.»

«Sarà fatto, Magnifico», rispose Ercole, con una mostra di rispetto quale non aveva finora manifestato. «E le armi?»

«Date loro picche e archibugi, se volete; ma niente di più. Il luogo verso cui siamo diretti è ben fornito di armature... ma forse non saranno nemmeno necessarie.»

«Non saranno necessarie?» fece eco lo spadaccino, sempre più stupito. Dovevano essere pagati su una scala così signorile, vestiti e nutriti, per indurli in una faccenda che potrebbe non comportare alcun combattimento? Sicuramente non si era mai venduto in un servigio più promettente o probabile, e quella notte sognò nel sonno di essere diventato il maggiordomo di un gentiluomo, e che ai suoi talloni marciasse un'infinita compagnia di lacchè in livree sgargianti. Il domani si svegliò con la persuasione che finalmente, in verità, la sua fortuna fosse fatta, e che d'ora in poi non ci sarebbero state più picche da trascinare per le sue vecchie braccia logorate dalla guerra.

Coscienziosamente si mise ad arruolare la compagnia, poiché, a modo suo, questo Ercole Fortemani era un uomo coscienzioso – turbolento e indisciplinato se volete; un furfante, a modo suo, con scarso rispetto per la proprietà; non al di sopra di truccare i dadi o persino sgraffignare una borsa all'occasione quando spinto duramente dalla necessità – nonostante fosse di nobile nascita e avesse ricoperto impieghi onorevoli; un ubriacone per lunga abitudine, e un rissoso gradasso al minimo pretesto. Ma nonostante ciò, chiassoso e disonesto potesse essere nel commercio generale della vita, tuttavia verso la mano che lo assumeva si sforzava – non sempre con successo, forse, ma, almeno, sempre seriamente – di essere leale.

CAPITOLO IX. LA «TRATTA DI CORDE»

Mentre il trambusto dei preparativi procedeva vivacemente a Urbino, Gian Maria, dal canto suo, stava rapidamente sbrigando gli affari a Babbiano, affinché potesse ritornare alle nozze per le quali era impaziente. Ma si era imbattuto in un groviglio più profondo di quanto avesse previsto, e aveva più da fare di quanto avesse sperato.

Il giorno della sua partenza da Urbino, aveva cavalcato fino a Cagli, e sostato presso la casa del nobile Messer Valdicampo. Questa era stata messa a sua disposizione, e lì si proponeva di passare la notte. Avevano cenato – il Duca, de' Alvari, Gismondo Santi, Messer Valdicampo, sua moglie e le due figlie, e un paio di amici, potenziali cittadini di Cagli, che egli aveva invitato, affinché potessero testimoniare l'onore che veniva fatto alla sua casa. Si faceva tardi, e il torpore che segue alla generosa gratificazione dell'appetito si stava posando sulla compagnia quando Armstadt – il capitano svizzero di Gian Maria – entrò e si avvicinò al suo signore con l'aria di un uomo che è portatore di notizie. Si fermò a un passo o due dalla sedia a schienale alto del Duca, e rimase a fissare Gian Maria in stupida pazienza.

«Ebbene, sciocco?» ringhiò il Duca, girando la testa.

Lo svizzero si avvicinò di un altro passo. «Lo hanno portato, Altezza», disse in un sussurro confidenziale.

«Sono forse uno stregone che devo leggere nei vostri pensieri?» inveì Gian Maria. «Chi ha portato chi?»

Armstadt scrutò la compagnia con esitazione. Poi, avvicinandosi al Duca, mormorò al suo orecchio:

«Gli uomini che ho lasciato indietro hanno portato lo sciocco... Ser Peppe.»

Un improvviso illuminarsi dell'occhio mostrò che Gian Maria aveva capito. Senza scuse verso la tavola, si voltò e sussurrò di rimando al suo capitano di far portare il tizio nella sua camera, per attendervi. «Lasciate che un paio dei vostri furfanti siano di guardia, e venite anche voi, Martino.»

Martino s'inchinò, e si ritirò, dopodiché Gian Maria trovò la grazia di chiedere perdono al suo ospite, con la spiegazione che l'uomo gli aveva portato notizie che stava aspettando. Valdicampo, che per l'onore di avere un Duca a dormire sotto il suo tetto avrebbe digerito improprietà ben più flagranti, minimizzò la faccenda e la liquidò. E poco dopo Gian Maria si alzò con l'annuncio che aveva molta strada da percorrere il domani, e così, con il buon permesso del suo ospite, sarebbe andato a letto.

Valdicampo, lui stesso, fece poi la parte del ciambellano, e prendendo uno dei grandi candelabri, illuminò il cammino del Duca verso i suoi appartamenti. Avrebbe portato i suoi buoni uffici, e le sue candele, fino alla camera da letto stessa di Gian Maria, se non fosse che nell'anticamera Sua Altezza, cortesemente quanto possibile, gli ordinò di posare le luci e lasciarlo.

Il Duca rimase in piedi per un momento, deliberando se rendere partecipi Alvari e Santi – che lo avevano seguito e stavano attendendo i suoi ordini – di ciò che stava per fare. Alla fine decise che avrebbe agito da solo e a sua esclusiva discrezione. Così li congedò.

Quando se ne furono andati e lui fu del tutto solo, batté le mani insieme, e in risposta a quel richiamo la porta della sua camera da letto si aprì, rivelando Martin Armstadt sulla soglia.

«È lì?» domandò il Duca.

«In attesa di Vostra Altezza», rispose lo svizzero, e tenne la porta aperta per far entrare Gian Maria.

La camera da letto assegnata al Duca nel Palazzo Valdicampo era una stanza nobile e elevata, in mezzo alla quale incombeva il grande letto intagliato d'onore, con i suoi pilastri ritti e il baldacchino funereo.

Sulla cappa del camino stavano due candelabri a cinque braccia con ceri accesi. Eppure Gian Maria non sembrò ritenere che ci fosse luce sufficiente per tale scopo come egli intratteneva, poiché ordinò a Martin di portargli il candelabro che era stato lasciato indietro. Poi rivolse la sua attenzione al gruppo in piedi vicino alla finestra, dove la luce della cappa del camino cadeva piena su di esso.

Questo consisteva di tre uomini, due dei quali erano mercenari della guardia di Armstadt, in corsetto e morione, e il terzo, che stava prigioniero in mezzo, lo sfortunato Ser Peppe. Il volto dello sciocco era più pallido del solito, mentre la solita scaltrezza era scomparsa dai suoi occhi e dalla sua bocca, avendo la paura preso possesso del suo spazio. Incontrò lo sguardo crudele del Duca con uno di allarme e pietosa supplica.

Essendosi assicurato che Peppe non avesse armi, e che le sue braccia fossero legate dietro la schiena, Gian Maria ordinò alle due guardie di ritirarsi, ma di tenersi pronte nell'anticamera con Armstadt. Poi si voltò verso Peppe con un cipiglio sulla sua fronte bassa.

«Non sei così allegro come lo eri stamattina, sciocco», schernì.

Peppino si contorse un po', ma la sua natura, educata dalla lunga abitudine allo scherzo, suggerì una audace stravaganza nella sua risposta.

«Le circostanze non sono affatto propizie... per me. Vostra Altezza, tuttavia, sembra di umore eccellente.»

Gian Maria lo guardò con rabbia per un momento. Era un uomo di spirito lento, e non riusciva a ideare alcuna risposta pronta, nessuna frecciata tagliente come gli avrebbe fatto piacere somministrare. Camminò con calma verso il camino, e appoggiò il gomito sulla cappa.

«Il tuo umore ti ha portato a dire alcune cose per le quali dovrei essere misericordioso se ti facessi frustare.»

«E, per lo stesso ragionamento, caritatevole se mi facessi impiccare», restituì lo sciocco seccamente, un pallido sorriso sulle labbra.

«Ah! Lo riconosci?» gridò Gian Maria, senza mai vedere l'ironia intesa. «Ma io sono un principe molto clemente, sciocco.»

«Proverbialmente clemente», protestò il buffone, ma non riuscì questa volta a escludere il sarcasmo dalla sua voce.

Gian Maria gli lanciò un'occhiata furiosa.

«Mi stai prendendo in giro, animale? Tieni la tua lingua velenosa a freno, o farò in modo che tu ne venga privato.»

Il volto di Peppe divenne grigio alla minaccia, come ben poteva – poiché che cosa avrebbe dovuto fare uno come lui nel mondo senza una lingua?

Vedendolo muto e colpito, il Duca continuò:

«Ora, per tutto ciò che meriti un'impiccagione per la tua insolenza, sono disposto a far sì che tu non riceva alcun male purché tu risponda veritieramente a tali domande che ho per te.»

La figura grottesca di Peppino fu raddoppiata in un inchino.

«Attendo le vostre domande, glorioso signore», rispose.

«Hai parlato...» il Duca esitò un momento, contorcendosi interiormente al ricordo delle parole esatte in cui lo sciocco aveva parlato. «Hai parlato stamattina di uno che la Dama Valentina aveva incontrato.»

La paura sembrò aumentare sul volto del buffone. «Sì», rispose, con voce strozzata.

«Dove ha incontrato questo cavaliere di cui hai parlato, e con tali meravigliose parole di lode hai descritto a me?»

«Nei boschi di Acquasparta, dove il fiume Metauro non è altro che un ruscello. Circa due leghe da questa parte di Sant'Angelo.»

«Sant'Angelo!» fece eco Gian Maria, trasalendo alla sola menzione del luogo dove la recente cospirazione contro di lui era stata ordita. «E quando è stato questo?»

«Il mercoledì prima di Pasqua, mentre Monna Valentina era in viaggio da Santa Sofia a Urbino.»

Nessuna parola disse il Duca in risposta. Rimase immobile, la testa china, e i suoi pensieri correvano di nuovo su quella cospirazione. Il combattimento in montagna nel quale Masuccio era stato ucciso aveva avuto luogo il martedì sera, e la convinzione – scarsa quanto potesse essere l'evidenza – crebbe in lui che quest'uomo fosse uno dei cospiratori che era scappato.

«Come è venuta la tua signora a parlare con quest'uomo... le era noto?» indagò infine.

«No, Altezza; ma era ferito, e così suscitò la sua compassione. Cercò di lenire la sua ferita.»

«Ferito?» gridò Gian Maria, con un urlo. «Ora, per Dio, è come sospettavo. Giurerei che abbia ricevuto quella ferita la sera prima a Sant'Angelo. Qual era il suo nome, sciocco? Dimmi quello, e sarai libero.»

Per un solo secondo il gobbo sembrò esitare. Stava in timore reverenziale di Gian Maria, delle cui crudeltà venivano raccontati alcuni racconti raccapriccianti. Ma in un timore maggiore stava della dannazione eterna che avrebbe potuto guadagnarsi se avesse infranto il giuramento che aveva fatto di non divulgare l'identità di quel cavaliere.

«Ahimè!» sospirò, «vorrei che potesse essere mio guadagnarmi la libertà a un prezzo così lieve; eppure è uno che l'ignoranza non mi permetterà di pagare. Non conosco il suo nome.»

Il Duca lo guardò in modo indagatore e sospettoso.

Ottuso quanto fosse per natura, l'impazienza sembrava ora aver dato un bordo astuto al suo ingegno, e il sospetto lo aveva portato a osservare la momentanea esitazione dello sciocco.

«Di che aspetto era? Descrivimelo. Come era vestito? Qual era il modo del suo volto?»

«Ancora, Lord Duca, non posso rispondervi. Ho avuto solo la più fugace occhiata di lui.»

Il volto giallastro del Duca divenne molto malvagio, e un brutto sorriso gli torse il labbro e mise a nudo i suoi denti bianchi e forti.

«Così fugace che non ne è rimasta memoria in te?» disse.

«Precisamente, Altezza.»

«Tu menti, sozzura», tuonò Gian Maria in una rabbia furiosa. «È stato solo stamattina che hai detto che la sua altezza era splendida, il suo volto nobile, il suo modo principesco, il suo discorso cortese, e... non so cos'altro. Eppure ora mi dici... mi dici... che la tua occhiata a lui è stata così fugace che non puoi descriverlo. Conosci il suo nome, furfante, e lo avrò da te, o altrimenti...»

«Davvero, davvero, nobilissimo signore, non siate irritato...» il buffone cominciò, in temibile protestazione. Ma il Duca lo interruppe.

«Irritato?» fece eco, i suoi occhi che si dilatavano in una sorta di orrore alla nozione. «Osi imputarmi il peccato mortale dell'ira? Non sono irritato; non c'è rabbia in me.» Si fece il segno della croce, come per esorcizzare l'umore malvagio se davvero esistesse, e devotamente chinando la testa e giungendo le mani... «Libera me a malo, Domine!» mormorò udibilmente. Poi, con una ferocia maggiore di prima... «Ora», domandò, «mi dirai il suo nome?»

«Vorrei poterlo fare», il gobbo terrorizzato cominciò. Ma a quel punto il Duca si voltò da lui con una scrollata di spalle di rabbiosa impazienza, e battendo le mani insieme:

«Olá! Martino!» chiamò. Istantaneamente la porta si aprì, e lo svizzero apparve. «Portate dentro i vostri uomini e la vostra corda.»

Il capitano si voltò sui tacchi, e simultaneamente il buffone si gettò ai piedi di Gian Maria.

«Pietà, Vostra Altezza!» gemette. «Non fatemi impiccare. Io sono...»

«Non abbiamo intenzione di impiccarti», il Duca intervenne freddamente. «Morto saresti davvero muto, e non ci serviresti a nulla. Ti vogliamo vivo, Messer Peppino... vivo e loquace; ti troviamo molto riservato per uno sciocco. Ma speriamo di farti parlare.»

In ginocchio, Peppe alzò i suoi occhi selvaggi al Cielo.

«Madre degli Afflitti», pregò, al che il Duca scoppiò in una risata sprezzante.

«Cosa ha a che fare la Madre Celeste con una sozzura come te? Fai i tuoi appelli a me. Sono l'arbitro più immediato del tuo destino. Dimmi il nome di quell'uomo che hai incontrato nei boschi, e tutto potrebbe ancora andare bene per te.»

Peppino si inginocchiò in silenzio, un sudore freddo che si raccoglieva sulla sua fronte pallida, e un orribile paura che si stringeva al suo cuore e alla gola.

Eppure, ancora maggiore di questo orrore che stavano preparando per lui era l'orrore di perdere la sua anima immortale per una violazione del giuramento solenne che aveva giurato. Gian Maria si voltò da lui, alla fine, verso i suoi bravi, che ora entravano silenziosamente e con l'aria di uomini che conoscevano il lavoro atteso da loro. Martino montò sul letto, e dondolò per un istante dal telaio del baldacchino.

«Reggerà, Altezza», annunciò.

Gian Maria gli ordinò, poiché era così, di rimuovere le tende di velluto, mentre egli inviava uno degli uomini a vedere che la porta dell'anticamera fosse chiusa, in modo che nessun grido potesse penetrare negli appartamenti della famiglia Valdicampo.

In pochi secondi tutto fu pronto, e Peppino fu rudemente sollevato dalle sue ginocchia e dalle preghiere che aveva borbottato alla Vergine affinché gli prestasse forza in quest'ora di bisogno.

«Per l'ultima volta, signor sciocco», disse il Duca, «ci dirai il suo nome?»

«Altezza, non posso», rispose Peppe, nonostante il terrore stesse gelando il suo sangue stesso.

Una luce di soddisfazione brillò ora negli occhi di Gian Maria.

«Così lo conosci!» esclamò. «Non protesti più la tua ignoranza, ma solo che non puoi dirmelo. Su con lui, Martino.»

In un ultimo pietoso sforzo contro l'inevitabile, lo sciocco si divincolò dalle sue guardie e si lanciò verso la porta. Uno dei robusti svizzeri lo afferrò per il collo con una presa che gli fece emettere un grido di dolore. Gian Maria lo osservò con un sorriso sinistro e Martin procedette a fissare un'estremità della corda ai polsi legati del prigioniero. Poi lo condussero, tremante, verso il grande letto. L'altra estremità della corda fu fatta passare sopra uno dei bracci scoperti della struttura del baldacchino. Quest'estremità fu afferrata dai due uomini d'arme. Martin rimase accanto al prigioniero. Il Duca si gettò su una grande sedia intagliata, un'aria di compiacimento che ora investiva il suo viso rotondo e pallido.

«Sai cosa sta per accaderti», disse, in toni di gelida indifferenza. «Parlerai prima che cominciamo?»

«Mio signore», disse lo sciocco, con una voce che il terrore stava soffocando, «siete un buon cristiano, un leale figlio di Santa Madre Chiesa e un credente nei fuochi eterni dell'inferno?»

Un cipiglio si posò sulla fronte di Gian Maria. Lo sciocco stava forse per intimidirlo con discorsi di vendetta soprannaturale?

«Così», continuò Peppe, «forse sarete misericordioso quando vi confesserò la mia posizione. Ho fatto il giuramento più solenne all'uomo che ho incontrato ad Acquasparta in quel giorno sfortunato, che non avrei mai rivelato la sua identità. Cosa devo fare? Se mantengo il mio giuramento, forse mi torturerete a morte. Se lo infrango, sarò dannato eternamente. Abbiate pietà, nobile signore, dato che ora sapete come sono messo.»

Il sorriso si allargò sul volto di Gian Maria, e la crudeltà della sua bocca e dei suoi occhi sembrò intensificarsi per questo. Lo sciocco gli aveva detto ciò che avrebbe dato molto per sapere. Gli aveva detto che quest'uomo, il cui nome cercava, aveva talmente temuto che la sua presenza quel giorno ad Acquasparta diventasse nota, da aver legato lo sciocco con un giuramento a non divulgarne il segreto. Di ciò che prima sospettava, ora aveva la certezza. L'uomo in questione era uno dei cospiratori; probabilmente il capo stesso. Niente di meno della morte dello sciocco sotto tortura lo avrebbe ora trattenuto dallo scoprire il nome di quell'ignoto che gli aveva fatto il doppio torto di cospirare contro di lui e - se bisognava credere allo sciocco - di conquistare il cuore di Valentina.

«Per la dannazione della tua anima non sarò chiamato a rispondere», disse infine. «Ho abbastanza cura di salvare la mia... poiché le tentazioni sono molte e questa povera carne è debole. Ma è il nome di quest'uomo che mi serve, e - per le cinque piaghe di Lucia da Viterbo! - lo avrò. Parlerai?»

Qualcosa di simile a un singhiozzo scosse il corpo deforme del povero sciocco. Ma fu tutto. Con il capo chino mantenne un silenzio ostinato. Il Duca fece un segno agli uomini, e all'istante i due gettarono il loro peso sulla corda, sollevando Peppe per i polsi finché non fu all'altezza del baldacchino stesso. Fatto ciò, si fermarono e rivolsero lo sguardo al Duca per ulteriori ordini. Di nuovo Gian Maria intimò allo sciocco di rispondere alle sue domande; ma Peppe, una massa contorta e deforme da cui pendevano due gambe guizzanti, mantenne un silenzio ostinato.

«Lasciatelo andare», ringhiò Gian Maria, perdendo la pazienza. Gli uomini rilasciarono la corda, lasciando che circa tre piedi di essa scorressero tra le loro mani. Poi la afferrarono di nuovo, così che l'improvvisa caduta di Peppe fu altrettanto improvvisamente arrestata da uno strattone che quasi gli strappò le braccia dalle articolazioni. Un grido gli uscì da quella squisita tortura, e fu trascinato ancora una volta alla massima altezza del baldacchino.

«Parlerai ora?» chiese Gian Maria freddamente, quasi divertito. Ma lo sciocco restava ancora silenzioso, il labbro inferiore così stretto tra i denti che il sangue ne colava giù per il mento. Ancora una volta il Duca diede il segnale, e ancora una volta lo lasciarono andare. Questa volta gli concessero una caduta più lunga, così che lo strappo con cui la arrestarono fu più severo del primo.

Peppe sentì le ossa staccarsi dalle articolazioni, ed era come se un ferro rovente lo stesse bruciando alla spalla, al gomito e al polso.

«Dio misericordioso!» urlò. «Oh, abbi pietà, nobile signore.»

Ma il nobile signore lo fece sollevare di nuovo verso il baldacchino. Contorcendosi lì nell'estremo della sua angoscia, il povero gobbo riversò da labbra schiumanti un flusso di imprecazioni e maledizioni, invocando il Cielo e l'inferno a colpire a morte i suoi aguzzini.

Ma il Duca, dal cui comportamento si poteva dedurre che fosse assuefatto agli effetti prodotti da questa forma di tortura, osservava con un sorriso crudele, come chi guarda il progresso degli eventi verso il fine che desidera e ha pianificato. Era meno paziente, e il suo segnale arrivò più rapidamente ora. Per una terza volta lo sciocco fu fatto cadere e tirato su, ora, a soli tre piedi dal suolo.

Questa volta non urlò nemmeno. Rimase appeso lì, dondolando all'estremità della corda, la bocca tutta insanguinata, il volto spettrale nel suo pallore lucido, e dei suoi occhi non si vedeva altro che il bianco. Rimase appeso lì, gemendo pietosamente e incessantemente. Martin lanciò uno sguardo interrogativo a Gian Maria, e i suoi occhi chiedevano molto chiaramente se non fosse meglio smettere. Ma Gian Maria non gli prestò alcuna attenzione.

«Ti basterà questo?» chiese allo sciocco. «Parlerai ora?»

Ma l'unica risposta dello sciocco fu un gemito, dopodiché di nuovo, al segnale implacabile del Duca, fu fatto oscillare in alto. Ma al terrore di una quarta caduta, più spaventosa di ciascuno dei tre precedenti, si svegliò molto improvvisamente all'impossibile orrore della sua posizione. Che questa agonia sarebbe durata finché non fosse morto o svenuto, ne era certo. E dato che sembrava incapace sia di svenire che di morire, non poteva soffrire di più. Cosa erano per lui allora il paradiso o l'inferno, che il pensiero dell'uno o dell'altro potesse cancellare l'orrore di questa tortura e rafforzarlo a continuare a sopportarne l'agonia? Non poteva sopportare di più... no, nemmeno per salvare una dozzina di anime se le avesse avute:

«Parlerò», urlò. «Fatemi scendere, e avrete il suo nome, Lord Duca.»

«Pronuncialo prima, o il modo della tua discesa sarà come gli altri.»

Peppe passò la lingua sulle labbra sanguinanti, rimase sospeso fermo e parlò.

«Era vostro cugino», ansimò, «Francesco del Falco, Conte di Aquila.»

Il Duca lo fissò un momento, con volto sbalordito e bocca spalancata.

«Mi stai dicendo la verità, animale?» domandò, con voce tremante. «È stato il Conte di Aquila a essere ferito e che Monna Valentina ha curato?»

«Lo giuro», rispose lo sciocco. «Ora, in nome di Dio e dei Suoi santi benedetti, fatemi scendere.»

Per un momento ancora fu tenuto lì, in attesa del segnale di Gian Maria. Il Duca continuò a osservarlo con quello stesso sguardo stupito, mentre rimuginava nella mente le notizie che aveva raccolto. Poi la convinzione della verità si fece strada nella sua mente. Era il Signore di Aquila l'idolo dei Babbianesi. Cosa, dunque, di più naturale che i cospiratori avessero cercato di porlo sul trono che si proponevano di strappare a Gian Maria? Si diede dello sciocco per non averlo intuito prima.

«Fatelo scendere», ordinò bruscamente ai suoi uomini. «Poi portatelo via, e vada con Dio. Ha servito al suo scopo.»

Delicatamente lo abbassarono, ma quando i suoi piedi toccarono terra non fu in grado di stare in piedi. Le gambe gli si piegarono sotto e giacque - un piccolo mucchio gobbo - sui giunchi del pavimento. I sensi lo avevano abbandonato.

A un segno di Armstadt i due uomini lo raccolsero e lo portarono fuori tra loro.

Gian Maria attraversò la stanza verso un inginocchiatoio arazzato e si inginocchiò davanti a un crocifisso d'avorio per rendere grazie a Dio per la luce segnale della grazia, con la quale Egli si era degnato di mostrare al Duca il suo nemico.

Dopodiché, estraendo dal petto del farsetto un rosario di perle d'oro e ambra, sciolse piamente le sue devozioni notturne.

CAPITOLO X. IL RAGLIO DI UN ASINO

Quando l'indomani, verso la ventiduesima ora, l'Alto e Potente Gian Maria Sforza entrò a cavallo nella sua capitale a Babbiano, trovò la città in violento tumulto, causato, come giustamente intuì, dall'ominosa presenza dell'inviato di Cesare Borgia.

Una folla densa e cupa lo accolse alla Porta Romana e mantenne un profondo silenzio mentre entrava in città, accompagnato da Alvari e Santi, e circondato dalla sua scorta di venti lance in armatura completa. C'era una minaccia in quel silenzio più inquietante di qualsiasi vociferazione, e molto pallido era il volto del Duca mentre lanciava sguardi di impotente rabbia di qua e di là. Ma c'era di peggio. Mentre risalivano il Borgo dell'Annunziata la folla si infittì, e il silenzio fu ora sostituito da una tempesta di fischi e grida rabbiose. La gente divenne minacciosa, e per ordine di Armstadt - il Duca era ormai troppo paralizzato dalla paura per impartirne - gli uomini d'arme abbassarono le picche per aprirsi un varco, mentre uno o due popolani, spinti troppo vicino al corteo dalla marea umana incalzante, caddero e furono calpestati sotto i piedi.

Voci satiriche chiedevano al Duca derisoriamente se si fosse sposato, e dove potessero essere le lance del suo zio acquisito che dovevano proteggerli contro i Borgia. Alcuni chiesero di sapere dove fosse finita l'ultima scandalosa tassa e dove fosse l'esercito che avrebbe dovuto servire a raccogliere. A questo, altri risposero per il Duca, suggerendo una ventina di usi vili a cui il denaro era stato destinato.

Poi, all'improvviso, un grido di «Assassino!» si levò, seguito da rabbiose richieste che ridonasse la vita al valoroso Ferrabraccio, ad Amerini, amico del popolo, e a quegli altri che aveva recentemente massacrato, o altrimenti li seguisse nella morte. Infine il nome del Conte di Aquila risuonò selvaggiamente nelle sue orecchie, provocando una tempesta di «Evviva! Viva Francesco del Falco!» e una voce persistente, che suonava forte sopra le altre, lo chiamava già «il Duca Francesco». A quel punto il sangue salì al cervello di Gian Maria, e un'ondata di rabbia scacciò la paura dal suo cuore. Si alzò sulle staffe, gli occhi accesi dall'ira gelosa che lo possedeva.

«Ser Martino!» ruggì raucamente al suo capitano. «Spianate le lance e passate attraverso di loro al galoppo!»

Il robusto svizzero esitò, per quanto fosse uomo coraggioso. Alvaro de' Alvari e Gismondo Santi si guardarono allarmati, e l'intrepido vecchio statista, nel cui cuore nessun pungolo di paura era stato risvegliato dalle minacce della plebaglia, cambiò colore mentre udiva quell'ordine dato.

«Altezza», implorò il Duca, «non potete voler dire questo.»

«Non volerlo dire?» ribatté Gian Maria, con lo sguardo che viaggiava da Santi al capitano esitante. «Sciocco!» tuonò contro quest'ultimo. «Bestia bruta, che cosa aspetti? Non mi hai sentito?»

Senza un secondo di ritardo il capitano sollevò ora la spada, e la sua voce profonda e gutturale abbaiò un ordine ai suoi uomini che portò le loro lance sotto l'orizzontale. Anche la folla aveva udito quel feroce comando, e destandosi al pericolo, quelli più vicini al corteo avrebbero fatto dietrofront se gli altri, premendo strettamente da dietro, non li avessero trattenuti nella marea di morte che ora spazzava via tutto con armi tintinnanti e grida rauche.

Grida riempirono l'aria dove poco prima erano state lanciate ad alta voce minacce. Ma c'erano alcuni in quella folla che non sarebbero stati testimoni passivi di questo massacro. Metà delle pietre del borgo inseguirono quel corteo, e caddero in una pioggia persistente su di loro, facendo rumore come grandine gigante sulla loro armatura, ammaccando molti elmi con gran dolore di chi li indossava. Il Duca stesso fu colpito due volte, e sul cuoio capelluto scoperto di Santi si aprì una brutta ferita da cui il sangue scorreva in profusione a tingere le sue ciocche candide.

In questo modo indegno giunsero, infine, al Palazzo Ducale, lasciando una scia di morti e storpi a segnare la via da cui erano venuti.

In un calore bianco di passione Gian Maria cercò i suoi appartamenti, e non ne uscì più finché, circa due ore dopo, non gli fu annunciata la presenza dell'emissario di Cesare Borgia, Duca di Valentinois, che chiedeva udienza.

Ancora fuori di sé, e ribollente di rabbia per le indegnità che aveva ricevuto, Gian Maria - non in vena per un colloquio che avrebbe richiesto freddezza e presenza di spirito da un cervello più acuto del suo - ricevette l'inviato, un cupo spagnolo dal volto sacerdotale, nella sala del trono del Palazzo. Il Duca era accompagnato da Alvari, Santi e Fabrizio da Lodi, mentre sua madre, Caterina Colonna, occupava una sedia di velluto cremisi su cui il leone degli Sforza era lavorato in oro.

Il colloquio fu breve, e segnato da una scortesia alla fine che contrastava nettamente con la cerimoniosità del suo inizio. Divenne presto chiaro che la vera missione dell'ambasciatore era quella di cercare lite con Babbiano per conto del suo padrone, al fine che ai Borgia potesse essere fornito un pretesto valido per invadere il Ducato. Chiese, all'inizio educatamente e con calma, e più tardi - quando gli fu negato - con arrogante insistenza, che Gian Maria fornisse al Duca di Valentinois cento lance - equivalenti a cinquecento uomini - come contributo da parte sua verso la resistenza che Cesare Borgia intendeva opporre all'imminente invasione francese.

Gian Maria non prestò mai attenzione alle parole di moderazione che Lodi sussurrava al suo orecchio, esortandolo a temporeggiare e a rimandare questo messaggero finché l'alleanza con la casa di Urbino non fosse stata completa e la loro posizione sufficientemente rafforzata da permettere loro di sfidare l'ira di Cesare Borgia. Ma né questo né gli sguardi furiosi e significativi che la sua astuta madre gli rivolgeva servirono a frenarlo. Obbedì solo alla voce del suo umore testardo, senza mai sognare le conseguenze di cui avrebbe potuto essere vittima.

«Porterete al Duca Valentino questo messaggio da parte mia», disse, in conclusione. «Gli direte che le lance che ho a Babbiano intendo tenerle, affinché con esse possa difendere i miei confini contro le sue avanzate da brigante. Messer da Lodi», aggiunse, voltandosi verso Fabrizio e senza nemmeno aspettare di vedere se l'inviato avesse altro da aggiungere, «fate ricondurre questo signore ai suoi alloggi, e assicuratevi che abbia salvacondotto da qui finché non sarà fuori dal nostro Ducato.»

Quando l'inviato, dal volto cremisi e dagli occhi minacciosi, si fu ritirato sotto la scorta di Lodi, Monna Caterina si alzò, l'incarnazione stessa della pazienza oltraggiata, e riversò la sua amara invettiva sul capo del suo avventato figlio.

«Sciocco!» tuonò contro di lui. «Se ne va il tuo Ducato - nel palmo della mano di quell'uomo.» Poi rise con amarezza. «Dopotutto, scacciandolo da te, forse hai scelto la via più saggia, poiché, così vero come c'è un Dio in Cielo, sei assolutamente inadatto a conservarlo.»

«Mia signora madre», le rispose, con tutta la dignità che riuscì a raccogliere dal misero mucchio in cui il suo ingegno sembrava ora giacere, «fareste bene a dedicarvi ai vostri compiti di donna, e a non interferire nel lavoro di un uomo.»

«Lavoro di uomo!» sogghignò lei. «E tu lo svolgi come un ragazzo petulante o una donna bisbetica.»

«Lo svolgo, Madonna, come meglio mi sembra, poiché accade che io sia il Duca di Babbiano», rispose cupamente. «Non temo nessun figlio di Papa che abbia mai camminato. L'alleanza con Urbino è quasi completata. Che sia stabilita, e se Valentino mostra i denti - per Dio mostreremo i nostri.»

«Sì, ma con questa differenza, che i suoi sono denti di lupo, e i tuoi di agnello. Inoltre, questa alleanza con Urbino è ancora tutta incompleta. Faresti meglio a congedare l'inviato con qualche promessa indefinita che ti avrebbe offerto tregua sufficiente per sigillare le cose con la casa di Montefeltro. Così com'è, i tuoi giorni sono contati. Dopo quel messaggio che gli hai inviato Cesare agirà immediatamente. Per quanto mi riguarda, non ho intenzione di cadere preda dell'invasore, e lascerò Babbiano, e cercherò rifugio a Napoli. E se un ultimo consiglio posso offrirti, è che tu faccia lo stesso.»

Gian Maria si alzò e scese dalla pedana, fissandola in una sorta di ottuso stupore. Poi guardò, come per chiedere aiuto, Alvari, Santi e infine Lodi, che era tornato mentre Caterina parlava. Ma nessuno di loro disse una parola, e gravi erano gli occhi di tutti.

«Siete tutti poveri di spirito!» sogghignò. Poi il suo volto si fece oscuro e il suo tono si concentrò. «Non io», assicurò loro, «se nel passato posso esserlo sembrato a volte. Mi sono svegliato finalmente, signori. Ho sentito una voce nelle strade di Babbiano oggi, e ho visto uno spettacolo che ha messo un fuoco nelle mie vene. Questo Duca bonario, molle, indulgente che conoscevate non esiste più. Il leone è finalmente sveglio, e vedrete cose che non avevate nemmeno sognato.»

Lo guardarono ora con occhi in cui la gravità era accresciuta da una luce di spaventosa meraviglia e interrogazione. La sua mente stava cedendo sotto lo sforzo prodigioso a cui era stata sottoposta quel giorno? Se non follia, cos'altro arguiva quel vanto selvaggio?

«Siete tutti muti?» chiese loro, gli occhi febbricitanti. «O ritenete che io prometta più di quanto sia mio potere adempiere. Giudicherete, e presto. Domani, mia signora madre, mentre viaggerete verso sud, come ci avete detto, io tornerò a nord, di nuovo verso Urbino. Non sprecherò più un giorno. Entro la settimana, signori, per grazia di Dio, mi sposerò. Questo ci darà Urbino come scudo, e con Urbino verranno Perugia e Camerino. Ma più di quello. C'è una dote principesca che ci arriva con la Lady Valentina. Come pensate che la spenderò? Fino all'ultimo fiorino andrà all'armamento di uomini. Mi assolderò ogni condotta libera in Italia. Solleverò un tale esercito come non si è mai visto prima in nessun momento, e con questo cercherò il Duca Valentino. Non siederò qui a casa ad attendere il piacere del suo arrivo, ma uscirò ad incontrarlo, e con quell'esercito scenderò su di lui come una folgore dal Cielo. Sì, mia signora madre», rise nella sua follia, «l'agnello darà la caccia al lupo, e lo squarcerà in modo che non possa mai più stare in piedi a predare altri agnelli. Questo farò, amici miei, e ci sarà un tale combattimento come non se ne vede dai giorni ormai lontani di Castracani.»

Lo fissarono, credendo a stento ora che fosse sano di mente, e meravigliandosi profondamente da dove fosse scaturito questo improvviso fervore marziale in uno la cui natura era più indolente che attiva, più timida che bellicosa. Eppure la ragione non era difficile da trovare, se solo avessero voluto seguire la linea di pensiero a cui lui stesso aveva dato loro l'indizio quando aveva fatto riferimento alla voce che aveva sentito e agli spettacoli che aveva visto nelle strade di Babbiano. La voce era quella che aveva acclamato suo cugino Francesco Duca. Che attraverso quella una feroce gelosia lo avesse infiammato. Quest'uomo lo aveva derubato allo stesso tempo dell'amore del suo popolo e di Valentina, e così facendo aveva acceso nel suo cuore il desiderio bruciante di superarlo e di dimostrare che avevano torto nella loro preferenza sia il suo popolo che Valentina. Era come un giocatore che rischia tutto su un unico lancio, e la sua posta in gioco doveva essere la dote della sua sposa, il gioco una giostra con le forze dei Borgia. Se avesse vinto ne sarebbe uscito coperto di gloria, e non solo il salvatore del suo popolo e il paladino della loro libertà, ma una figura gloriosa che tutta l'Italia - o, almeno, quella parte che aveva conosciuto il tallone di ferro di Valentino - avrebbe dovuto riverire. Così si sarebbe riscattato, e così avrebbe schiacciato dalle loro menti il ricordo del suo cugino ribelle con cui stava per fare i conti.

Sua madre si rivolse a lui, e le sue furono parole di cautela, preghiere affinché non si avventurasse in nulla di così vasto e spaventoso per la sua mente di donna, senza la dovuta riflessione e discussione in consiglio. Un servitore entrò in quel momento e si avvicinò al Duca.

"Madonna," annunciò Gian Maria, interrompendo le sue parole accorate, "sono pienamente risoluto sul da farsi. Se vorrete solo attendere un momento e riprendere il vostro posto, sarete testimone della prima scena di questo grande dramma che sto preparando." Poi, rivolgendosi al servitore in attesa: "Il tuo messaggio?" domandò.

"Il capitano Armstadt è tornato, Altezza, e ha condotto qui Sua Eccellenza."

"Portate le luci e poi fateli entrare," comandò brevemente. "Ai vostri posti, signori, e voi, mia madre. Sto per sedermi in giudizio."

Stupiti e increduli, obbedirono ai suoi gesti frenetici e ripresero i loro posti accanto al trono proprio mentre egli tornava verso il podio e si sedeva sulla sedia ducale. Entrarono dei servitori, portando grandi candelabri di oro battuto che posarono sul tavolo e sulla cappa del camino. Si ritirarono, e quando le porte si aprirono di nuovo, un clangore di armature, che giungeva dall'esterno, accrebbe lo stupore dei presenti.

Questo crebbe ancora di più, lasciandoli freddi e ammutoliti, quando nella sala fece il suo ingresso il Conte di Aquila con un uomo d'arme al fianco, a segnarlo come prigioniero. Con uno sguardo rapido e onnicomprensivo che abbracciò l'intero gruppo attorno al trono — e senza manifestare la minima sorpresa per la presenza di Lodi — Francesco rimase immobile e attese le parole di suo cugino.

Era vestito elegantemente, ma senza sfarzo, e se aveva l'aria di un gran signore, questa derivava piuttosto dalla distinzione del volto e del portamento. Era disarmato e a capo scoperto, se non per la cuffia d'oro che portava sempre, che sembrava accentuare il nero lucente dei suoi capelli. Il suo volto era impassibile, e lo sguardo quello di un uomo piuttosto stanco dell'intrattenimento che gli veniva riservato.

Seguì un silenzio opprimente per alcuni istanti, durante i quali suo cugino lo scrutò con un occhio che brillava in modo strano. Alla fine Gian Maria prese a parlare, con la voce stridula per l'eccitazione.

"Conoscete alcun motivo," domandò, "per cui la vostra testa non debba essere esibita su una picca tra le altre sulla Porta di San Bacolo?"

Le sopracciglia di Francesco si alzarono in un giustificabile stupore.

"Ne conosco molti," rispose, con un sorriso, una risposta che per la sua semplicità sembrò confondere il Duca.

"Sentiamone alcuni," lo sfidò subito dopo.

"No, sentiamo piuttosto qualche ragione per cui la mia povera testa debba essere trattata con tale durezza. Quando un uomo viene preso bruscamente, come è successo a me, è consuetudine, che forse la vostra Altezza seguirà, fornirgli qualche ragione per tale oltraggio."

"Traditore dalla lingua sciolta," disse il Duca, con infinita malizia, reso più adirato dalla dignità di suo cugino. "Villano dalla parlantina scelta! Vorreste sapere perché siete stato preso? Ditemi, signore, cosa facevate ad Acquasparta la mattina del mercoledì prima di Pasqua?"

Il volto impassibile del Conte rimase imperscrutabile, una maschera di paziente meraviglia. Solo dal repentino stringersi delle sue mani tradì quanto quel colpo lo avesse colpito, e le sue mani nessuno lì notò. Fabrizio da Lodi, in piedi dietro il Duca, impallidì fino alle labbra.

"Non ricordo di aver fatto nulla di rilevante in quel luogo," rispose. "Ho respirato la buona aria di primavera nei boschi."

"E nient'altro?" sogghignò Gian Maria.

"Non mi viene in mente nulla che abbia importanza. Incontrai una dama con cui parlai un poco, un frate, un buffone, un damerino e alcuni soldati. Ma," — si spostò bruscamente, il tono che si faceva altezzoso — "qualunque cosa io abbia fatto, l'ho fatta come meglio mi è sembrato, e devo ancora imparare che il Conte di Aquila debba rendere conto di ciò che fa e dove lo fa. Non mi avete ancora detto, signore, con quale diritto, o preteso diritto, mi tenete prigioniero."

"Non ve l'ho detto, davvero? Non vedete alcun legame tra la vostra offesa e la vostra presenza vicino a Sant'Angelo quel giorno?"

"Se devo comprendere che mi avete fatto portare qui con tale ignominia per pormi degli indovinelli per vostro divertimento, sono illuminato e tuttavia stupito. Non sono un buffone di corte."

"Parole, parole," sbottò il Duca. "Non pensate di raggirarmi con esse." Con una breve risata si volse da Francesco verso coloro che stavano sul podio. "Vi starete meravigliando, signori, e voi, mia signora madre, sui motivi per cui ho fatto arrestare questo traditore. Lo saprete. La notte di martedì prima di Pasqua sette traditori si sono incontrati a Sant'Angelo per complottare la mia caduta. Di quelli, le teste di quattro si possono vedere ora sulle mura di Babbiano; gli altri tre sono scappati, ma eccone uno — quello che avrebbe dovuto occupare questo trono dopo avermi spodestato."

Gli occhi di tutti erano ora puntati sul giovane Conte, mentre il suo sguardo vagava sul volto di Lodi, sul quale era scritta una costernazione così grande che lo avrebbe tradito se solo il Duca avesse guardato nella sua direzione. Seguì una pausa che nessuno dei presenti osò rompere. Gian Maria sembrava attendere una risposta da Francesco; ma Francesco stava impassibile a guardarlo, e non diede alcun segno di voler parlare. Alla fine, incapace di sopportare oltre il silenzio:

"E dunque?" gridò il Duca. "Non avete alcuna risposta?"

"Vorrei far notare," replicò Francesco, "che non ho udito alcuna domanda. Ho udito un'affermazione selvaggia, stravagante e folle, l'accusa di un demente, un'imputazione di cui non possono essere prodotte prove, altrimenti presumo che non le avreste trattenute. Chiedo a voi, signori, e a voi, Madonna," continuò, rivolgendosi agli altri, "Sua Altezza ha detto qualcosa a cui una risposta possa essere in qualche modo necessaria?"

"Sono le prove che vi mancano?" gridò Gian Maria, ma meno fiducioso di prima, e, quindi, meno feroce. Un dubbio era sorto nella sua mente, nato da questa strana calma da parte di Francesco — una calma che, secondo la percezione di Gian Maria, non sembrava affatto l'abito della colpa, ma apparteneva piuttosto a qualcuno che è certo che nessun pericolo lo minacci. "Sono le prove che vi mancano?" disse di nuovo il Duca, e poi con l'aria di un uomo che lancia una domanda inconfutabile: "Come vi siete procurato la ferita che avevate quel giorno nei boschi?"

Un sorriso vibrò sul volto di Francesco, e svanì.

"Ho chiesto prove, non domande," protestò stancamente. "Cosa proverebbe se avessi cento ferite?"

"Proverebbe?" fece eco il Duca, sempre meno sicuro della sua posizione, temendo già di essersi forse spinto troppo in fretta e troppo lontano sulla via dei suoi sospetti. "Mi prova, quando unita alla vostra presenza in quel luogo, che eravate nel combattimento la notte precedente."

Francesco si mosse a quel punto. Sospirò e sorrise allo stesso tempo. Poi, assumendo un tono di vivace comando:

"Ordinate a questi uomini di andarsene," disse, indicando le sue guardie. "Poi ascoltatemi disperdere i vostri sozzi sospetti come l'uragano disperde le foglie in autunno."

Gian Maria lo fissò sbalordito. Quell'assoluta sicurezza, quel portamento nobile e dignitoso che faceva un contrasto così nobile con le sue rozze prepotenze, stavano gradualmente minando sempre più la sua fiducia. Con un gesto della mano ordinò ai soldati di ritirarsi, obbedendo quasi inconsciamente alla mente superiore del cugino, da cui veniva altrettanto inconsciamente soggiogato.

"Ora, Altezza," disse Francesco, non appena gli uomini furono andati, "prima di confutare l'accusa che mi muovete, lasciate che la comprenda chiaramente. Dalle espressioni che avete usato deduco che sia questa: una cospirazione è stata ordita tempo fa a Sant'Angelo che aveva per oggetto di sostituirvi sul trono di Babbiano e mettere me al vostro posto. Mi accusate di aver avuto una parte in quella cospirazione — la parte assegnatami. È così, non è vero?"

Gian Maria annuì.

"Lo avete esposto molto chiaramente," sogghignò. "Se saprete dimostrare la vostra innocenza altrettanto chiaramente, sarò soddisfatto di avervi fatto un torto."

"Che questa cospirazione abbia avuto luogo, accetteremo che sia provato, sebbene alla gente di Babbiano la prova possa essere sembrata scarsa. Un uomo, ora morto, aveva detto a vostra Altezza che un simile complotto veniva ordito. Difficilmente, forse, di per sé, prova sufficiente a giustificare l'esposizione delle teste di quattro valorosissimi gentiluomini su delle picche, ma senza dubbio vostra Altezza aveva altre prove alle quali il resto di noi non aveva accesso."

Gian Maria rabbrividì a quelle parole. Ricordò ciò che Francesco aveva detto in occasione del loro ultimo colloquio proprio su questo argomento; ricordò il modo in cui egli stesso era stato accolto quel giorno a Babbiano.

"Dobbiamo accontentarci che sia così," proseguì con calma Francesco. "In effetti, l'azione di vostra Altezza nella faccenda non lascia dubbi. Accetteremo, dunque, che un tale complotto sia stato ordito, ma che io vi abbia preso parte, che io fossi l'uomo scelto per prendere il vostro posto — ho bisogno di provare l'assurdità di una tale accusa?"

"Avete bisogno, in verità. Per Dio! Avete bisogno, se volete salvare la vostra testa."

Il Conte stava in una posa disinvolta, le mani giunte dietro la schiena, e sorrideva al volto pallido e alla fronte accigliata di suo cugino.

"Quanto sono misteriose le vie della vostra giustizia, cugino," mormorò, con infinito compiacimento; "quale meravigliosa equità investe i vostri metodi! Mi fate trascinare qui con la forza, e sedendo lì, mi dite: 'Dimostra che non hai cospirato contro di me, o il carnefice ti prenderà!' Per la mia fede! Salomone era un balbettante sciocco se paragonato a voi."

Gian Maria colpì il braccio dorato della sua sedia con un colpo per il quale avrebbe trovato la sua mano annerita il giorno seguente.

"Provatelo!" gridò, come un bambino offeso. "Provatelo, provatelo, provatelo!"

"E le mie parole non lo hanno forse già provato?" disse il Conte, con una voce di tale mite meraviglia e gentile protesta che lasciò Gian Maria senza fiato.

Poi il Duca fece un gesto frettoloso di impazienza.

"Messer Alvari," disse, con voce di rabbia concentrata, "credo che faresti meglio a richiamare la guardia."

"Aspettate!" lo costrinse il Conte, alzando la mano. E ora si vide che la disinvolta noncuranza era svanita dal suo volto: il sorriso era scomparso, e al suo posto c'era uno sguardo di altera e sprezzante ira. "Ripeterò le mie parole. Mi avete trascinato qui davanti a voi con la forza, e, sedendo lì sul trono di Babbiano, dite: 'Dimostra che non hai cospirato contro di me se vuoi salvare la tua testa'." Per un secondo fece una pausa, e notò l'espressione perplessa con cui tutti lo guardavano.

"È una parabola?" sogghignò l'incredulo Duca.

"L'avete detto," ribatté prontamente Francesco. "Una parabola è. E se ci riflettete, non vi offre forse una prova sufficiente?" chiese, una nota di trionfo nella voce. "Le nostre posizioni relative non mostrano forse inconfutabilmente l'infondatezza di questa vostra accusa? Starei io qui e voi lì se ciò che mi imputate fosse vero?" Rise quasi selvaggiamente, e i suoi occhi brillarono con disprezzo verso il Duca. "Se ne avete bisogno ancora più chiaramente, Gian Maria, vi dico che se avessi complottato per occupare il vostro traballante trono, sarei su di esso ora, non qui a difendermi da una sciocca accusa. Ma potete dubitarne? Non avete imparato nessuna lezione mentre entravate a Babbiano oggi? Non li avete sentiti acclamarmi e gemere per voi? Eppure," concluse, con una nobile pietà, "mi dite che ho complottato. Ma se desiderassi il vostro trono, il mio unico bisogno sarebbe quello di spiegare il mio stendardo nelle strade della vostra capitale, e entro un'ora Gian Maria non sarebbe più Duca. Ho provato la mia innocenza, Altezza?" concluse quietamente, quasi tristemente. "Siete convinto di quanto poco io abbia bisogno di complotti?"

Ma il Duca non ebbe risposta per lui. Senza parole, e in una sorta di stordito orrore, sedeva e accigliava davanti a sé il bel volto del cugino, mentre gli altri lo guardavano furtivamente, in silenzio, tremando per il giovane che, lì, in suo potere, aveva osato dirgli cose simili. Poco dopo si coprì il volto con le mani, e rimase così, come uno profondamente immerso nei pensieri, per un breve momento. Alla fine le ritrasse lentamente e presentò un volto che la passione e il dispetto avevano stranamente devastato in così poco tempo. Si volse verso Santi, che stava più vicino.

"La guardia," disse con voce roca, con un cenno della mano, e Santi andò, nessuno osando proferire parola. Attesero così, uno strano gruppo, tutti molto gravi tranne uno, e lui era quello che aveva più motivo di gravità. Poi il capitano rientrò, seguito dai suoi due uomini, e Gian Maria fece un cenno con la mano verso il prigioniero.

"Portatelo via," mormorò aspramente, il volto cadaverico e la passione che lo scuoteva come un pioppo. "Portatelo via, e attendete i miei ordini nell'anticamera."

"Se è un addio, cugino," disse Francesco, "posso sperare che mi manderete un prete? Sono vissuto un fedele cristiano."

Gian Maria non gli rispose, ma il suo occhio funesto era su Martino. Leggendo il significato di quello sguardo, il capitano toccò leggermente Francesco sul braccio. Per un momento il Conte rimase in piedi, guardando dal Duca ai soldati; per un secondo il suo sguardo si posò su coloro che erano lì riuniti; poi, con una leggera scrollata di spalle, voltò i tacchi e con la testa alta uscì dalla sala ducale.

E il silenzio continuò dopo che se ne fu andato, finché Caterina Colonna non lo ruppe con una risata che stridette sui nervi ormai molto tesi di Gian Maria.

"Avevi promesso coraggiosamente," lo schernì, "di fare il leone. Ma finora, abbiamo sentito solo il raglio di un asino."

CAPITOLO XI. CAVALIERI ERRANTI

Quella provocazione di sua madre scosse Gian Maria. Si alzò dalla sua sedia ducale e scese dal podio su cui poggiava, posseduto da uno stato d'animo tempestoso che non gli permetteva di restare seduto.

"Il raglio di un asino?" mormorò, affrontando Caterina. Poi rise sgradevolmente. "La mascella di un asino fece una terribile esecuzione in un'occasione, Madonna, e potrebbe farla ancora. Un po' di pazienza, e vedrete." Poi, e con un'aria più vivace, si rivolse ai quattro cortigiani silenziosi. "Lo avete udito, signori," esclamò. "Cosa dite che debba fare con un tale traditore?" Attese alcuni secondi per una risposta, e sembrò irritarlo il fatto che non ne venisse alcuna. "Non avete, dunque, alcun consiglio per me?" domandò aspramente.

"Non avrei pensato," disse Lodi arditamente, "che questo fosse un caso in cui vostra Altezza avesse bisogno di consiglio. Eravate giunto alla conclusione che il Signore di Aquila fosse un traditore, ma da quanto abbiamo tutti udito, vostra Altezza dovrebbe ora vedere che non lo è."

"Dovrei, eh?" replicò il Duca, restando immobile e fissando su Fabrizio un occhio che era opaco come quello di un serpente. "Messer da Lodi, la vostra lealtà è una cosa che ha dato segni di vacillare ultimamente. Ora, se per grazia di Dio e dei Suoi santi benedetti ho governato come un principe misericordioso che erra troppo dal lato della clemenza, vi ingiungo di non mettere quella clemenza troppo alla prova. Sono pur sempre un uomo, dopotutto."

Si volse dal volto impavido presentato dal vecchio statista, per affrontare gli sguardi turbati degli altri.

"Il vostro silenzio, signori, mi dice che in questa faccenda il vostro giudizio corre parallelo al mio. E siete saggi, perché in un caso simile può esserci solo una strada. Mio cugino ha pronunciato parole oggi che nessun uomo ha mai detto a un principe e vissuto per raccontarlo. Né faremo eccezione a quella regola. La testa del mio Signore di Aquila deve pagare il prezzo della sua temerarietà."

"Mio figlio," gridò Caterina, con voce d'orrore. Gian Maria la affrontò in preda alla passione, il volto diventato macchiato.

"L'ho detto," grugnì. "Non dormirò finché non morirà."

"Eppure potresti non svegliarti mai più," rispose lei. E con quel preambolo lanciò sul suo capo la critica più amara che avesse mai udito. Con epiteti pungenti e parole sprezzanti, cercò di fargli vedere la follia di ciò che meditava. Era davvero stanco di governare Babbiano? Se fosse stato così, gli disse, non doveva far altro che attendere l'arrivo di Cesare Borgia. Non aveva bisogno di precipitare le cose con un atto che doveva portare a una rivolta, a un'insurrezione del popolo per vendicare il loro idolo.

"Mi avete dato solo ragioni aggiuntive," le rispose risolutamente. "Non c'è spazio nel mio Ducato per un uomo la cui morte, se mi piacesse procurarla, verrebbe vendicata su di me dal mio stesso popolo."

"Allora mandatelo via dai vostri domini," lo esortò. "Banditelo, e tutto potrebbe andare bene. Ma se lo uccidete, non riterrei la vostra vita degna di un giorno di acquisto."

Questo consiglio era sensato, e alla fine lo convinsero ad adottarlo. Ma non fu fatto senza il costo di infinite preghiere da parte di quei cortigiani, e le persuasioni del pungente disprezzo di Caterina e le profezie del destino che sicuramente lo attendeva se avesse toccato la vita di qualcuno così ben amato. Alla fine, contro la sua volontà, acconsentì cupamente che l'esilio di suo cugino lo soddisfacesse. Ma fu con infinita amarezza e rammarico che diede la sua parola, poiché la sua gelosia era di una qualità che nient'altro se non la morte di Francesco avrebbe potuto placare. Certo è che nulla, se non la paura delle conseguenze, che sua madre aveva instillato nel suo cuore, avrebbe potuto indurlo ad accontentarsi che il Conte di Aquila fosse bandito.

Mandò a chiamare Martino e gli ordinò di restituire al Conte la sua spada, e affidò il messaggio dell'esilio a Fabrizio da Lodi, incaricandolo di informare Francesco che gli era concessa una grazia di ventiquattr'ore per portarsi oltre i domini di Gian Maria Sforza.

Fatto ciò — e con una grazia estremamente scarsa — il Duca voltò i tacchi e con la fronte cupa lasciò la sala ducale, e si recò, senza seguito, nei suoi appartamenti.

Rallegrandosi, Fabrizio da Lodi andò a compiere la sua missione, che assolse con alcune aggiunte che avrebbero potuto costargli la testa se la conoscenza di esse fosse giunta a Gian Maria. Infatti, colse l'occasione per tornare a proporre a Francesco il trono di Babbiano.

"L'ora è molto matura," esortò il Conte, "e il popolo vi ama come sicuramente mai nessun principe fu amato. È nel loro interesse che vi supplico. Siete la loro unica speranza. Non verrete da loro?"

Se per un momento Francesco esitò, fu piuttosto in considerazione del modo in cui la corona veniva offerta che in conseguenza di qualsiasi fascino che l'offerta potesse aver avuto per lui. Una volta — quella notte a Sant'Angelo — aveva conosciuto la tentazione, e per un momento aveva ascoltato le seduzioni nella voce che lo invitava al potere. Ma non ora. Un pensiero lo rivolse al popolo che aveva tale fede in lui, e lo inondava di tale ammirazione, e che, per reciprocità, voleva bene, e avrebbe servito in qualsiasi veste tranne questa. Scosse la testa, e con un sorriso di rammarico declinò l'offerta.

"Abbiate pazienza, vecchio amico," aggiunse. "Non sono della pasta di cui si fanno i buoni principi, sebbene voi pensiate il contrario. È una schiavitù nella quale non vorrei vendermi. La vita di un uomo per me, Fabrizio — una vita libera che non sia diretta da consiglieri e in balia della plebaglia."

Il volto di Fabrizio divenne triste. Sospirò profondamente, eppure poiché non poteva essere bene per lui che rimanesse troppo a lungo a parlare con uno che, agli occhi del Duca, era macchiato di tradimento, non ebbe agio di insistere con persuasioni che, dopotutto, vide chiaramente che alla fine si sarebbero rivelate sterili.

"Ciò che era la salvezza del popolo di Babbiano," mormorò, "era anche quella di Sua Eccellenza, poiché se aveste adottato la strada che vi propongo non ci sarebbe stato bisogno di andare in esilio."

"Ebbene, questo esilio mi si addice a meraviglia," rispose Francesco. "Sono stato in ozio troppo a lungo, e il desiderio di vagabondare è tornato a scorrere nelle mie vene. Vedrò ancora una volta il mondo, e quando mi sarò stancato del mio girovagare potrò ritirarmi nelle mie terre di Aquila, e in quell'angolo di Toscana, troppo meschino per attirare lo sguardo di un conquistatore, nessuno mi molesterà e potrò riposare. Babbiano, amico mio, non mi vedrà più dopo stanotte. Quando sarò partito, e la gente si renderà conto che non può avere ciò che vorrebbe, forse saprà accontentarsi di ciò che può avere." E fece un gesto in direzione delle porte che conducevano alla camera ducale. Con ciò prese congedo dal suo vecchio amico e, portando in mano la spada e il pugnale che il Capitano Armstadt gli aveva restituito, si diresse a passo svelto verso l'ala settentrionale del Palazzo, dove aveva il suo alloggio.

Nell'anticamera congedò i servitori che erano stati tratti dai ranghi della gente del Duca e ordinò ai suoi seguaci toscani, Zaccaria e Lanciotto, di occuparsi di preparare i bagagli e di tenersi pronti a partire entro l'ora.

Non era un codardo, ma non desiderava morire proprio in quel momento, se si poteva evitarlo onorevolmente. La vita aveva ancora qualche dolcezza da offrire a Francesco del Falco, e questo lo spingeva a fare in fretta, poiché conosceva bene i metodi senza scrupoli di suo cugino. Era consapevole che Gian Maria era stato costretto, dal peso delle argomentazioni, a lasciarlo andare, e temeva astutamente che, se si fosse attardato, il cugino avrebbe potuto cambiare di nuovo idea e, senza prendersi la briga di cercare consiglio una seconda volta, farlo eliminare su due piedi, incurante delle conseguenze.

Mentre Lanciotto restava occupato nell'anticamera, il Conte passò nella sua camera da letto, assistito da Zaccaria, per apportare al suo abbigliamento i mutamenti che erano opportuni. Ma aveva appena iniziato quando fu interrotto dall'arrivo di Fanfulla degli Arcipreti, che Lanciotto fece entrare. Il volto di Francesco si illuminò alla vista dell'amico e gli tese la mano.

"Cosa è successo?" esclamò il giovane gentiluomo, aggiungendo ciò che mostrava che la sua domanda era superflua, poiché da Fabrizio da Lodi aveva appreso l'intera storia di quanto era accaduto. Si sedette sul letto e, ignorando completamente la presenza di Zaccaria — che sapeva essere fedele — tentò di persuadere il Conte là dove Fabrizio aveva fallito. Ma Paolo lo interruppe prima che fosse andato molto lontano.

"Finiscila con questo," disse, e sebbene lo dicesse con una risata, la determinazione risuonava ferma nei suoi accenti. "Sono un cavaliere errante, non un principe, e non mi farò convertire dall'uno all'altro. Sarebbe fare di un uomo libero un ilota, e tu non mi ami, Fanfulla, se spingi oltre questo argomento. Mi credi forse triste, abbattuto, alla prospettiva di questo bando? Ma via, ragazzo, il sangue scorre più veloce nelle mie vene da quando ho udito la sentenza. Mi libera da Babbiano in un'ora in cui forse il mio dovere — la reciprocità dell'amore del popolo — mi avrebbe altrimenti trattenuto qui, e mi dà la libertà di andare, mio buon Fanfulla, in cerca di tale avventura che scelgo di seguire." Aprì le braccia e mostrò i suoi splendidi denti in una risata cordiale.

Fanfulla lo osservò, contagiato dalla chiassosa allegria del suo umore.

"Ebbene, è proprio vero, mio signore," riconobbe, "siete un uccello troppo bello per cantare in una gabbia. Ma fare il cavaliere errante..." Si fermò e allargò le mani in segno di protesta. "Non ci sono più draghi che tengono prigioniere le principesse."

"Ahimè, no. Ma i Veneziani sono alla vigilia della guerra, e troveranno lavoro per queste mie mani. Non mi mancano amici tra loro."

Fanfulla sospirò.

"E così vi perdiamo. Il braccio più forte di Babbiano ci lascia nell'ora del bisogno, cacciato da quel villano di un Duca. Per la mia anima, Ser Francesco, vorrei poter venire con voi. Qui non c'è nulla da fare."

Francesco si fermò mentre infilava uno stivale e sollevò gli occhi per fissare per un momento l'amico.

"Ma se lo desideri, Fanfulla, sarò lieto di avere la tua compagnia."

E ora l'idea entrò seriamente nella mente di Fanfulla, poiché la sua espressione era stata fino a quel momento più o meno distratta. Ma dato che Francesco lo invitava, perché no, in effetti?

E così accadde che alla terza ora di quella calda notte di maggio una compagnia di quattro uomini a cavallo e due muli da soma uscì da Babbiano e prese la strada che conduce a Vinamare, e da lì nel territorio di Urbino. Questi cavalieri erano il Conte di Aquila e Fanfulla degli Arcipreti, seguiti da Lanciotto che conduceva un mulo che portava le armi di quei cavalieri erranti, e Zaccaria che ne conduceva un altro con i loro bagagli generali.

Cavalcarono tutta la notte sotto le stelle, e fino a circa tre ore dopo l'alba, quando si fermarono in una conca tra le colline non lontano da Fabriano. Legarono i cavalli in un boschetto di tranquilli allori e gelsi riparatori, ai piedi di un pendio piantato a ulivi, grigi, nodosi e curvi come vecchi storpi, e accanto al fiume Esino in un punto dove era così stretto che un uomo agile avrebbe potuto saltarne la larghezza. Qui, dunque, stesero i loro mantelli, e Zaccaria sballò i suoi viveri, e pose davanti a loro un pasto semplice di pane, vino e pollame arrosto, che alla loro fame attirava più di un banchetto in un'altra stagione. E quando ebbero mangiato si sdraiarono accanto al ruscello, e lì ingannarono piacevolmente il tempo finché non caddero addormentati. Riposarono durante la calura del giorno, e svegliatisi circa tre ore dopo mezzogiorno, il Conte si alzò e percorse una dozzina di passi lungo il ruscello fino a un punto in cui cadeva in un minuscolo lago — una pozza profonda e azzurra come i cieli senza nuvole che rifletteva. Qui si spogliò dei suoi indumenti e si tuffò a capofitto, per riemergere, qualche istante dopo, rinfrescato e rinvigorito nel corpo e nell'anima.

Mentre Fanfulla si svegliava, scorse un'apparizione che avanzava verso di lui, una figura agile e robusta come un dio silvano, l'acqua che brillava sul candore avorio della sua pelle e luccicava nei suoi capelli neri quando la luce del sole li coglieva.

"Dimmi ora, Fanfulla, esiste un uomo di mente così depravata che preferirebbe una corona ducale a questo?"

E il cortigiano, vedendo l'aspetto radioso di Francesco, comprese forse, alla fine, quanto fosse sordida l'ambizione che poteva attirare un uomo lontano da una tale libertà divina, e dalle sante gioie totalizzanti che essa portava. Essendo i suoi pensieri avviati su quel corso, fu di questo che parlarono mentre il Conte riprendeva i suoi indumenti — le sue calze rosse, i suoi stivali al ginocchio di pelle non conciata, e la sua brigantina imbottita di semplice panno marrone, rinomata a prova di pugnale. Si alzò infine per allacciare la sua cintura di acciaio martellato, dalla quale pendeva, dietro i lombi, un pugnale robusto e lungo, l'unica arma che portava.

Al suo comando i cavalli furono sellati e i muli da soma caricati ancora una volta. Lanciotto gli tenne la staffa, e Zaccaria fece lo stesso servizio per Fanfulla, e poco dopo trottavano fuori da quel boschetto profumato sul manto elastico di ampi pascoli verdi. Attraversarono il ruscello in un punto dove la distesa d'acqua allargata arrivava a stento più in alto dei garretti dei loro cavalli; poi, virando a est, si allontanarono dalle colline per circa mezzo miglio finché non raggiunsero una strada. Qui voltarono di nuovo verso nord e spinsero verso Cagli.

Mentre le campane suonavano l'Ave Maria, la cavalcata si fermò davanti al Palazzo Valdicampo, dove due notti prima Gian Maria era stato ospitato. I suoi cancelli erano ora altrettanto prontamente spalancati per accogliere l'illustre e glorioso Conte di Aquila, che era stimato da Messer Valdicampo non meno del suo più potente cugino. Camere furono messe a sua disposizione, e a quella di Fanfulla; ai servitori fu ordinato di attenderli; abiti freschi furono preparati per loro, e una nobile cena fu allestita per onorare Francesco. Né il modo di fare del generoso Valdicampo si raffreddò quando seppe che Francesco era in disgrazia alla Corte di Babbiano e bandito dai domini del Duca Gian Maria. Espresse un rammarico solidale per una circostanza così sfortunata e si astenne discretamente dall'esprimere qualsiasi opinione al riguardo.

Tuttavia, più tardi, mentre cenavano, e quando forse i vini pregiati avevano un po' allentato la sua discrezione, si permise di parlare dei modi di Gian Maria in termini ben lungi dall'essere elogiativi.

"Qui, in casa mia," li informò, "ha commesso un oltraggio nei confronti di un povero sventurato, per il quale potrebbe ancora essermi chiesto conto — poiché fu sotto il mio tetto che la cosa accadde, nonostante io non ne sapessi nulla."

Essendo stato incalzato da Paolo a raccontare di più, rivelò l'informazione che lo sventurato in questione era il giullare di Urbino, Peppe. A quel punto, lo sguardo di Paolo divenne più intenso. Il ricordo del suo incontro con il buffone e la sua amante nei boschi, un mese prima, balenò ora nella sua mente, e capì che poteva indovinare correttamente la fonte da cui suo cugino aveva tratto l'informazione che aveva portato al suo arresto e bando.

"Di che natura fu l'oltraggio?" chiese.

"Da ciò che Peppe stesso mi ha raccontato, sembrerebbe che il buffone fosse in possesso di una conoscenza che Gian Maria cercava, ma sulla quale Peppe era vincolato dal giuramento al silenzio. Gian Maria fece in modo di prenderlo segretamente e portarlo via da Urbino. I suoi sbirri portarono il tizio qui, e per farlo parlare il Duca improvvisò nella sua camera da letto una tratta di corde, che ebbe il risultato desiderato."

Il volto del Conte si oscurò di rabbia. "Il codardo!" mormorò. "Il vigliacco spregevole!"

"Ma pensate, signor Conte," esclamò Valdicampo, "che questo povero Peppe è una creatura fragile e deforme, priva della forza di un uomo comune, e non giudicatelo troppo duramente."

"Non era di lui che parlavo," rispose Francesco, "ma di mio cugino, quel tiranno codardo, Gian Maria Sforza. Ditemi, Messer Valdicampo — che ne è stato di Ser Peppe?"

"È ancora qui. L'ho fatto curare e le sue condizioni sono già molto migliorate. Non passerà molto tempo prima che si sia ripreso, ma per qualche giorno ancora le sue braccia rimarranno quasi inutilizzabili. Erano quasi state strappate dal suo corpo."

Quando il pasto fu finito, Francesco pregò il suo ospite di condurlo alla camera di Peppe. Valdicampo lo fece e, lasciando Fanfulla in compagnia delle dame della sua casa, scortò il Conte nella stanza dove il povero gobbo maltrattato era a letto, accudito da una delle donne della servitù di Valdicampo.

"Ecco un visitatore per voi, Ser Peppe," annunciò il vecchio gentiluomo, posando la sua candela su un tavolo accanto al letto. Il giullare girò la sua grande testa verso quella del nuovo arrivato e cercò con occhi malinconici il volto del visitatore. Alla vista di lui, un'espressione di terrore si diffuse sul suo volto.

"Mio signore," esclamò, sforzandosi di mettersi a sedere, "mio nobile, grazioso signore, abbiate pietà di me. Potrei strapparmi questa lingua vile. Ma se sapeste quali agonie ho sofferto, e a quale tortura mi hanno sottoposto per rendermi infedele, forse, voi stesso, avreste pietà di me."

"Ebbene, è quello che ho," rispose Francesco dolcemente. "In verità, se avessi potuto vedere le conseguenze che quel giuramento avrebbe avuto per voi, non vi avrei vincolato ad esso."

La paura sul volto di Peppe lasciò il posto all'incredulità.

"E mi perdonate, signore?" gridò. "Temevo, quando siete entrato, che foste venuto a punirmi per il male che potrei avervi fatto parlando. Ma se mi perdonate, forse anche il Cielo mi perdonerà, e forse non sarò dannato. E sarebbe un vero peccato, poiché che cosa, mio signore, dovrei fare all'inferno?"

"Deridere le agonie di Gian Maria," rispose Francesco con una risata.

"Varrebbe quasi la pena di bruciare," rifletté Peppe, tendendo una mano il cui polso lacerato e gonfio portava testimonianza della tortura che aveva sofferto. Alla sua vista il Conte fece un'esclamazione di rabbiosa orrore e si affrettò a informarsi sulle condizioni del povero buffone.

"Ora non va così male," gli rispose Peppe, "ed è solo per l'insistenza di Messer Valdicampo che sono rimasto a letto. Riesco a malapena a usare le braccia, è vero, ma stanno migliorando. Domani sarò in piedi e spero di partire per Urbino, dove la mia cara padrona deve essere angosciata dalla paura per la mia assenza, poiché è una signora molto gentile e dal cuore tenero."

Questa risoluzione di Peppe spinse il Conte a offrirsi di condurlo a Urbino l'indomani, dato che anche lui si sarebbe messo in viaggio per quella direzione — un'offerta che il buffone accettò senza esitazione e con viva gratitudine.

CAPITOLO XII. LA CURIOSITÀ DEL BUFFONE

Al mattino Francesco si rimise in viaggio, accompagnato dai suoi servitori, da Fanfulla e dal buffone. Quest'ultimo era ormai tanto ristabilito da poter stare a cavallo di un mulo, ma per evitare che il viaggio lo affaticasse troppo, procedettero a poco più di un passo di ambio lungo le incantevoli valli del Metauro. Così accadde che, quando scese la notte, li trovò ancora in viaggio, a circa due leghe di distanza da Urbino. Percorsero un'altra lega al chiaro di luna, e il buffone stava intrattenendo il tempo per loro con una storia buffa tratta dalle brillanti pagine di Messer Boccaccio, quando all'improvviso le sue orecchie acute colsero un suono che lo lasciò ammutolito a metà frase.

"Ti senti debole?" chiese Francesco, voltandosi rapidamente verso di lui, memore delle condizioni doloranti del tizio.

"No, no," rispose il buffone, con una prontezza che dissipò l'allarme del Conte a quel riguardo. "Mi era parso di udire un suono di marcia in lontananza."

"Il vento tra gli alberi, Peppino," spiegò Fanfulla.

"Non credo..." Si interruppe e ascoltò, e ora tutti lo udirono, poiché arrivava trasportato da una raffica della brezza irregolare che li colpiva in volto.

"Hai ragione," disse Francesco. "È il passo degli uomini. Ma che importa, Peppe? Gli uomini marceranno in Italia. Lasciaci sentire la fine della tua storia."

"Ma chi dovrebbe marciare a Urbino, e di notte?" insistette il buffone.

"Lo so o mi importa?" disse il Conte. "La tua storia, uomo."

Sebbene fosse tutt'altro che soddisfatto, il buffone riprese la sua narrazione. Ma non la raccontò più con il suo umorismo irresistibile di prima. La sua mente era occupata da quel suono di marcia, che si avvicinava costantemente. Alla fine non poté più sopportarlo, e l'apatia dei suoi compagni lo spinse apertamente a ribellarsi.

"Mio signore," esclamò, voltandosi verso il Conte e lasciando di nuovo la sua storia interrotta, "sono quasi su di noi."

"Vero!" concordò Francesco con indifferenza. "La prossima curva laggiù dovrebbe portarci in mezzo a loro."

"Allora vi prego, Signor Conte, di farvi da parte. Fermiamoci qui, sotto gli alberi, finché non saranno passati. Sono pieno di timori. Forse sono un codardo, ma non mi piacciono queste bande notturne vaganti. Potrebbe essere una compagnia di masnadieri."

"E allora?" ribatté il Conte, senza rallentare l'andatura. "Che motivo abbiamo di temere una banda di rapinatori?"

Ma Fanfulla e i servitori unirono i loro consigli a quelli di Peppe e alla fine prevalsero su Francesco affinché trovasse riparo finché questa compagnia non fosse passata. Acconsentì, per placarli, e voltando a destra entrarono al limitare della foresta, tirando le redini ben nell'ombra, da dove potevano osservare la strada e vedere chi passava attraverso la chiazza di chiaro di luna che la illuminava. E poco dopo la compagnia arrivò e oscillò in quel flusso di luce rivelatore. Con grande stupore degli osservatori, non videro alcuna banda di predoni come erano stati indotti ad aspettarsi, ma una compagnia molto ordinata di circa venti uomini, vestiti sobriamente con giachi di cuoio e celate di acciaio lucente, marciando con la spada al fianco e la picca in spalla. Alla testa di questa compagnia cavalcava un uomo dalla corporatura robusta su un grande cavallo sauro, alla cui vista il buffone imprecò sottovoce per lo stupore. Al centro del gruppo c'erano quattro lettighe portate da muli, e al fianco di una di esse cavalcava una figura snella e aggraziata che provocò in Peppe una seconda imprecazione. Ma l'ingiuria più profonda di tutte gli fu strappata alla vista di una mole corpulenta nell'abito nero dei Domenicani che trotterellava nelle retrovie, il quale proprio in quel momento era in un'accesa discussione con un tizio che spronava il suo mulo con il calcio della sua partigiana.

"Possiate essere arrostito su una graticola come San Lorenzo," ansimò l'irato sacerdote. "Vorreste spezzarmi il collo, bestia brutta che non siete altro? Aspettate solo che arriviamo a Roccaleone, e per San Domenico, farò impiccare il vostro comandante mascalzone per questo scherzo fuori luogo."

Ma il suo persecutore rise in risposta e colpì di nuovo il mulo, un colpo questa volta che quasi lo fece impennare. Il frate gridò per l'allarme rabbioso, e poi, continuando a inveire e minacciare il suo persecutore, passò oltre. Dopo di lui vennero sei carri pesantemente carichi, ognuno trainato da una coppia di buoi, e la retroguardia del corteo era chiusa da un gregge di una dozzina di pecore belanti, condotte da un uomo d'arme bestemmiatore. Passarono davanti agli osservatori stupiti, che rimasero nascosti finché quella strana compagnia non si fu dileguata nella notte.

"Potrei giurare," disse Fanfulla, "che quel frate ed io ci siamo già incontrati."

"E non diresti una falsa testimonianza," gli rispose il buffone. "Perché è quel maiale grasso di Fra Domenico — colui che andò con voi al Convento di Acquasparta per prendere unguenti per sua Eccellenza."

"Cosa ci fa in quella compagnia, e chi sono?" chiese il Conte, voltandosi verso il buffone mentre uscivano dal loro imboscata.

"Chiedetemi dove il diavolo tiene i suoi richiami," disse il buffone, "e farò qualche tentativo per rispondervi. Ma per quanto riguarda cosa faccia Fra Domenico su quella galea, è più di quanto io possa azzardare una congettura. Non è l'unico che conosco," aggiunse Peppino. "C'era Ercole Fortemani, un grosso, sporco e chiassoso mascalzone che non ho mai visto in altro che stracci, che cavalcava in testa con indumenti di una integrità assai insolita; e c'era Romeo Gonzaga, che non ho mai visto muoversi di notte se non per un appuntamento galante. Cose strane devono accadere a Urbino."

"E le lettighe?" chiese Francesco. "Non potete azzardare nessuna congettura sul loro significato?"

"Nessuna," disse, "se non che potrebbero spiegare la presenza di Messer Gonzaga. Poiché le lettighe implicano donne."

"Sembra, buffone, che nemmeno la tua saggezza ci sarà d'aiuto. Ma avete sentito il frate dire che erano diretti a Roccaleone?"

"Sì, l'ho sentito. E grazie a ciò probabilmente impareremo il resto alla fine del nostro viaggio."

Ed essendo un uomo dalla mente estremamente curiosa, il buffone iniziò le sue indagini nel momento in cui entrarono nelle porte di Urbino al mattino — poiché avevano raggiunto la città troppo tardi per ottenere l'ingresso quella stessa notte, ed erano stati costretti a cercare riparo in una delle case vicino al fiume. Fu al Capitano della Porta che chiese informazioni.

"Potete dirmi, Ser Capitan," chiese, "quale compagnia era quella che viaggiava ieri notte verso Roccaleone?"

Il capitano lo guardò per un momento.

"Non ce n'era nessuna che io sappia," disse. "Certamente nessuna da Urbino."

"Avete una guardia meravigliosa," disse il buffone seccamente. "Vi dico che una compagnia di uomini d'arme, circa una ventina, è andata ieri notte da Urbino a Roccaleone."

"A Roccaleone?" fece eco il capitano, con aria pensierosa, più attentamente di prima, come se la ripetizione di quel nome avesse suggerito qualcosa alla sua mente. "Ma è il castello di Monna Valentina."

"Vero, sapiente signore. Ma che mi dite della compagnia, e perché viaggiava così, di notte?"

"Come sapete che proveniva da Urbino?" chiese il capitano seriamente.

"Perché alla sua testa ho riconosciuto il ruggente guerriero Ercole Fortemani, al centro cavalcava Romeo Gonzaga, nelle retrovie veniva Fra Domenico, confessore della Madonna — tutti uomini di Urbino."

Il volto dell'ufficiale divenne paonazzo alla notizia.

"C'erano delle donne nel gruppo?" gridò.

“Non ne ho viste,” rispose il buffone, in cui quell'improvvisa sollecitudine del capitano aveva risvegliato cautela e riflessione.

“Ma c’erano quattro lettighe,” intervenne Francesco, la cui natura era meno sospettosa e all’erta di quella del saggio buffone.

Troppo tardi Peppe gli lanciò un’occhiata di cautela. Il capitano imprecò con un gran giuramento.

“È lei,” gridò, con sicurezza. “E questa compagnia viaggiava verso Roccaleone, dite? Come lo sapete?”

“L’abbiamo sentito dal frate,” rispose prontamente Francesco.

“Allora, per la Vergine! Li abbiamo. Olá!” Si voltò verso di loro e corse gridando verso la caserma, per riemergere un istante dopo con una mezza dozzina di soldati alle calcagna.

“Al Palazzo,” comandò, e mentre i suoi uomini circondavano il gruppo di Francesco, “Venite, signore,” disse al Conte. “Dovete venire con noi e raccontare la vostra storia al Duca.”

“Non c’è bisogno di tutta questa forza,” rispose Francesco freddamente. “In ogni caso, non avrei potuto attraversare Urbino senza vedere il Duca Guidobaldo. Sono il Conte di Aquila.”

Immediatamente l’atteggiamento del capitano divenne rispettoso. Si scusò per le misure violente dettate dal suo zelo e ordinò ai suoi uomini di stare indietro. Ordinando loro di seguirlo, montò su un cavallo che gli fu portato e cavalcò vivacemente attraverso il borgo al fianco del Conte. E mentre cavalcava, raccontò loro ciò che la rapida intuizione del giullare gli aveva già sussurrato. La dama Valentina era fuggita da Urbino nella notte, e in sua compagnia se n’erano andate tre delle sue dame, e — si supponeva, dato che erano scomparsi — Fra Domenico e Romeo Gonzaga.

Sconvolto da ciò che udiva, Francesco incalzò il suo informatore per avere maggiori notizie; ma c’era ben poco altro che il capitano potesse dirgli, oltre al fatto che si credeva fosse stata spinta a ciò per sfuggire al suo imminente matrimonio con il Duca di Babbiano. Guidobaldo era distrutto per l’accaduto e ansioso di riportare indietro la dama prima che notizie del suo comportamento giungessero alle orecchie di Gian Maria. Era, dunque, motivo di non poca soddisfazione per il capitano che il compito di portare a Guidobaldo questa notizia sul luogo in cui si trovava, appresa da Francesco e dal giullare, spettasse a lui.

Peppe appariva cupo e risentito. Se solo avesse frenato la sua maledetta curiosità, e se il Conte avesse dato l’allarme in tempo e avesse taciuto, tutto avrebbe potuto risolversi bene per la sua amata padrona. Così com’era, lui — l’unico uomo pronto a morire pur di servirla — era stato proprio colui che aveva tradito il suo rifugio. Udì la risata del Conte, e quel suono fu benzina sul fuoco della sua rabbia. Ma Francesco pensava solo allo splendido coraggio dell’azione della dama.

“Ma questi uomini d’arme che aveva con sé?” esclamò. “A che scopo una guardia del corpo così numerosa?”

Il capitano lo guardò per un istante.

“Non riuscite a indovinarlo?” chiese. “Forse non conoscete il Castello di Roccaleone.”

“Sarebbe strano se non conoscessi la fortezza più inespugnabile d’Italia.”

“Perché, allora, non vi è chiaro? Ha preso questa compagnia come guarnigione, e a Roccaleone intende chiaramente resistere in modo ribelle ai desideri di Sua Altezza.”

A quel punto il Conte gettò indietro la testa e spaventò i passanti con una risata tanto cordiale quanto mai ne era uscita dalle sue labbra.

“Per l’Ostia!” ansimò, mentre la risata gli mozzava ancora il fiato. “Ecco una donzella per voi! Sentite cosa dice il capitano, Fanfulla? Vuole resistere a questo matrimonio con la forza armata, se necessario. Ora, sulla mia anima, se Guidobaldo insiste per l’unione dopo questo, ebbene, allora non ha cuore, non ha sentimento. Com’è vero che vivo, è una parente di cui un principe così guerriero potrebbe ben andare fiero. Non c’è da stupirsi che a Urbino non temano i Borgia.” E rise di nuovo. Ma il capitano lo guardò in cagnesco, e Peppe si accigliò.

“È una donnetta ribelle,” disse il capitano aspramente.

“No, piano,” ribatté Francesco; nonostante ridesse ancora. “Se foste di rango cavalleresco spezzerei una lancia con voi su questo punto. Così com’è...” si fermò, la sua risata cessò, e i suoi occhi scuri misurarono il capitano in modo curioso. “Meglio lasciarla senza censure, Ser Capitano. È della casa dei Rovere, e strettamente imparentata con quella dei Montefeltro.”

L’ufficiale sentì il rimprovero, e dopo di ciò il silenzio regnò tra loro.

Fu mentre Francesco, Fanfulla e Peppe attendevano nell’anticamera di essere ammessi dal Duca che il giullare sfogò parte dell’amarezza che provava per il loro chiacchiericcio. La splendida sala era gremita di una folla cortigiana. C’erano magnifici nobili ed emissari, ecclesiastici oscuri e prelati in porpora, capitani in acciaio e funzionari di corte in seta e velluto. Eppure, incurante di chi potesse udirlo, Peppe espresse il suo rimprovero, e i termini che impiegò non furono né misurati né rispettosi come il rango del Conte dettava. Eppure, con quella rettitudine mentale che lo rendeva così universalmente amato, Francesco non offrì alcun risentimento al rimprovero del buffone. Vide che era meritato, poiché gettava sulla faccenda una luce nuova e più penetrante. Ma presto vide oltre di quanto facesse il buffone, e sorrise ai bronci dell’altro.

“Non così forte, Peppe,” disse. “Sopravvaluti il danno. Nel peggiore dei casi, abbiamo solo anticipato di poco ciò che il Duca avrebbe dovuto apprendere da altre fonti.”

“Ma è proprio quel poco — le poche ore o giorni — che farà il misfatto,” ribatté il giullare stizzito, per quanto abbassasse la voce. “Tra pochi giorni Gian Maria sarà tornato. Se gli venisse riferito che la Dama Valentina è scomparsa, che è fuggita con Romeo Gonzaga — perché questo, vedrete, sarà presto il racconto — credete che indugerebbe qui, o che si preoccuperebbe ulteriormente di continuare il suo corteggiamento? Nemmeno per sogno. Queste alleanze che sono fatte per soli scopi di Stato, in cui il cuore non gioca alcun ruolo, esigono, almeno, che da parte della dama vi sia un passato immacolato dal soffio dello scandalo. Sua Altezza lo avrebbe rimandato a casa, e la Madonna si sarebbe liberata di lui.”

“Ma a un prezzo strano, Peppe,” rispose Francesco gravemente. “Tuttavia,” aggiunse, “concordo sul fatto che avrei servito meglio il suo scopo restando in silenzio. Ma non credo che una faccenda del genere raffredderà l’ardore di mio cugino. Vi sbagliate nel porre questa tra le alleanze in cui il cuore non ha parte. Da parte di mio cugino — se tutto ciò che dicono è vero — il cuore gioca un ruolo davvero considerevole. Ma, per il resto — che danno abbiamo fatto?”

“Il tempo lo dirà,” disse il gobbo.

“Dirà, allora, che non ho arrecato alcun danno ai suoi interessi. Ormai è al sicuro a Roccaleone. Cosa può accaderle, dunque? Guidobaldo, senza dubbio, si recherà da lei, e oltre il fossato la supplicherà di essere una nipote rispettosa e di tornare. Lei offrirà di farlo a condizione che egli le dia la sua parola principesca di non molestarla più con la questione di questo matrimonio. E poi?”

“Bene?” ringhiò il buffone, “E poi? Chi può dire cosa potrà accadere allora? Diciamo che Sua Altezza la pieghi con la forza.”

“Un assedio?” rise il Conte. “Puh! Dov’è la vostra saggezza, buffone! Pensate che lo splendido Guidobaldo sia ansioso di diventare lo zimbello d’Italia, e di passare ai posteri come il duca che ha assediato la propria nipote perché resisteva ai suoi ordini riguardo alla questione del suo matrimonio?”

“Guidobaldo da Montefeltro può essere un uomo violento all’occorrenza,” stava rispondendo il buffone, quando l’ufficiale che li aveva lasciati riapparve con l’annuncio che Sua Altezza li attendeva.

Trovarono il Principe in uno stato d’animo molto cupo, e dopo aver salutato Francesco con fredda cerimonia, lo interrogò sulla questione della compagnia che avevano incontrato la sera precedente. Condusse queste indagini con la sua caratteristica dignità, e senza mostrare più preoccupazione di quanto se fosse stata una faccenda legata a un falco smarrito. Ringraziò Francesco per le sue informazioni e diede ordini affinché il siniscalco mettesse a disposizione sua e di Fanfulla degli appartamenti per tutto il tempo in cui avessero desiderato onorare la sua corte. Con ciò li congedò, ordinando all’ufficiale di rimanere per ricevere i suoi ordini.

“E quello,” disse Francesco a Peppe, mentre attraversavano l’anticamera seguendo un servitore, “è l’uomo che vorrebbe porre sotto assedio il castello di sua nipote? Per una volta, signor buffone, la vostra saggezza è in difetto.”

“Voi non conoscete il Duca, Eccellenza,” rispose il buffone. “Sotto quell’esterno gelato brucia una fornace, e non c’è follia che non commetterebbe.”

Ma Francesco rise solo mentre, intrecciando le braccia con Fanfulla, percorreva la galleria verso gli appartamenti in cui il servitore li stava conducendo.

CAPITOLO XIII. GIAN MARIA FA UN VOTO

In una certa misura gli eventi che seguirono tenderebbero quasi a dimostrare che il buffone aveva ragione. Poiché anche se l’idea di assediare Valentina e piegarla con la forza delle armi non fosse stata di Guidobaldo in primo luogo, egli prestò comunque un orecchio molto consenziente al consiglio di procedere in tal modo, quando fu esortato con rabbia due giorni dopo dal Duca di Babbiano.

Nell’udire la notizia, Gian Maria si era abbandonato a una tale licenza di rabbia da far tremare coloro che gli stavano intorno, dal più alto al più infimo. La delusione della sua passione era di per sé giustificazione sufficiente per questo; ma, in aggiunta, Gian Maria vedeva nella fuga di Valentina la frustrazione di quegli audaci piani di cui aveva parlato così ad alta voce ai suoi consiglieri e a sua madre. Era stata la fiducia in quegli stessi piani a indurlo a inviare quella risposta di sfida a Cesare Borgia. Come conseguenza di ciò, c’era fretta — una fretta disperata — che si sposasse, poiché il matrimonio doveva dargli il potere di realizzare le sue coraggiose promesse di proteggere la sua corona dal Duca di Valentinois, per non parlare del totale sbaragliamento dei Borgia che si era follemente impegnato a compiere.

Che i destini degli Stati fossero gettati ai venti del Cielo da una ragazzina era per lui qualcosa di insopportabile quanto inaspettato.

“Deve essere riportata indietro!” aveva strillato, nella sua crescente passione. “Deve essere riportata indietro subito.”

“Vero!” rispose Guidobaldo, nel suo modo sereno; “deve essere riportata indietro. Fin qui, sono interamente d’accordo con voi. Ditemi, ora, come deve essere compiuta la cosa.” E c’era sarcasmo nella sua voce.

“Quali difficoltà presenta?” chiese Gian Maria.

“Nessuna difficoltà,” fu la risposta ironica. “Si è chiusa nel castello più solido d’Italia, e mi dice che non ne uscirà finché non le prometterò libertà di scelta in materia di matrimonio. Chiaramente, non ci sono difficoltà legate al fatto che venga riportata indietro.”

Gian Maria mostrò i denti.

“Mi date il permesso di occuparmene a modo mio?” chiese.

“Non solo vi do il permesso, ma vi renderò tutta l’assistenza in mio potere, se saprete escogitare un mezzo per attirarla fuori da Roccaleone.”

“Non esito più. Vostra nipote, Lord Duca, è una ribelle, e come tale va trattata. Ha guarnito un castello e ha lanciato una sfida al sovrano della terra. È una dichiarazione di guerra, Altezza, e guerra avremo.”

“Ricorrereste alla forza?” chiese Guidobaldo, con disapprovazione celata nella voce.

“Alla forza delle armi, vostra Altezza,” rispose Gian Maria, con pronta ferocia. “Assedierò questo suo castello, e lo abbatterò pietra dopo pietra. Oh, l’avrei corteggiata gentilmente se me l’avesse permesso, con parole dolci e modi leziosi che le fanciulle amano. Ma dato che ci sfida, la corteggerò con archibugi e cannoni, e cercherò con la fame di farla arrendere alla mia richiesta. Il mio amore indosserà l’armatura per sottometterla, e giuro a Dio che non mi raderò la barba finché non sarò dentro il suo castello.”

Guidobaldo apparve grave.

“Consiglierei misure più gentili,” disse. “Assediatela se volete, ma non ricorrete a troppa violenza. Tagliate loro le risorse e lasciate che la fame sia la vostra avvocata. Anche così, temo che verrete deriso da tutta l’Italia,” aggiunse senza mezzi termini.

“Un fico per questo! Lasciate che i folli ridano se ne hanno voglia. Che forze ha a Roccaleone?”

Alla domanda, la fronte di Guidobaldo si oscurò. Era come se avesse ricordato qualche circostanza che era rimasta dimenticata.

“Una ventina di mascalzoni guidati da un famigerato farabutto di nome Fortemani. La compagnia è stata arruolata, mi dicono, da un gentiluomo della mia corte, un parente della mia Duchessa, Messer Romeo Gonzaga.”

“È con lei ora?” ansimò Gian Maria.

“Sembrerebbe di sì.”

“Per l’Anello della Vergine di Perugia!” sputò Gian Maria con crescente sgomento. “Suggerite che siano fuggiti insieme?”

“Mio signore!” La voce di Guidobaldo suonò tagliente e minacciosa. “È di mia nipote che state parlando. Ha portato questo gentiluomo con sé proprio come ha portato tre delle sue dame e un paio di paggi, per formare tale seguito come si conviene alla sua nascita.”

Gian Maria fece un giro per l’appartamento, un cipiglio gli solcava la fronte, e le labbra serrate. Le orgogliose parole di Guidobaldo non lo convinsero affatto. Ma l’unico desiderio preponderante nel suo cuore in quel momento era di umiliare la ragazza che aveva osato schernirlo, di farle piegare il suo collo testardo. Alla fine:

“Potrei davvero diventare lo zimbello d’Italia,” mormorò, con voce concentrata, “ma porterò a termine la mia risoluzione, e il mio primo atto entrando a Roccaleone sarà impiccare questo mascalzone di Gonzaga dalla sua torretta più alta.”

Quel giorno stesso Gian Maria iniziò i suoi preparativi per la spedizione contro Roccaleone, e la notizia fu portata da Fanfulla a Francesco — poiché quest’ultimo aveva lasciato i suoi alloggi al palazzo dopo aver saputo dell’arrivo di Gian Maria, e ora alloggiava all’insegna del “Sole”.

Nell’udire la notizia imprecò con un gran giuramento in cui consegnò suo cugino al diavolo, da cui, in quel momento, lo dichiarò generato.

“Credete,” chiese, quando fu più calmo, “che questo signor Gonzaga sia il suo amante?”

“È più di quanto io possa dire,” rispose Fanfulla. “C’è il fatto che è fuggita con lui. Anche se quando ho interrogato Peppe su questo stesso argomento, prima ha riso della nozione con disprezzo, e poi si è fatto grave. 'Lei non lo ama, quel damerino,' ha detto; 'ma lui ama lei, o sono cieco, ed è un furfante, lo so'.”

Francesco si alzò, il viso estremamente serio e gli occhi scuri pieni di pensiero inquieto.

“Per l’Ostia! È una cosa vergognosa,” esclamò infine. “Questa povera dama così assediata da ogni parte da un gruppo di furfanti, ognuno più senza scrupoli dell’altro. Fanfulla, mandate a chiamare Peppe. Dobbiamo inviare il buffone da lei con l’avvertimento dell’arrivo di Gian Maria, e un avvertimento, anche, contro quest’uomo di Mantova con cui è fuggita.”

“Troppo tardi,” rispose Fanfulla. “Il buffone è partito questa mattina per Roccaleone, per raggiungere la sua padrona.”

Francesco mostrò il suo sgomento.

“Sarà rovinata,” gemette. “Così tra l’incudine e il martello — tra Gian Maria e Romeo Gonzaga. Gesù! Sarà rovinata! E lei così coraggiosa e piena di spirito!”

Si mosse lentamente verso la finestra, e rimase a fissare le finestre dall’altra parte della strada, su cui il sole calante cadeva in un bagliore rossastro. Ma non erano le finestre che vedeva. Era una scena nei boschi ad Acquasparta quella mattina dopo lo scontro in montagna; un uomo ferito tra la felce, e sopra di lui una gentile dama china con occhi di pietà e sollecitudine. Spesso da allora i suoi pensieri erano ritornati su quella scena, a volte con un sorriso, a volte con un sospiro, e a volte con entrambi insieme.

Si voltò improvvisamente verso Fanfulla. “Andrò io stesso,” annunciò.

“Voi?” fece eco Fanfulla. “Ma i veneziani?”

Con un gesto il Conte fece capire quanto poco pesassero per lui i veneziani se paragonati alle sorti di questa dama.

“Vado a Roccaleone,” insistette, “ora — subito.” E camminando verso la porta, batté le mani insieme e chiamò Lanciotto.

“Dicevate, Fanfulla, che in questi giorni non ci sono più fanciulle tenute in schiavitù a cui un cavaliere errante possa dare aiuto. Vi sbagliavate, poiché in Monna Valentina abbiamo la fanciulla prigioniera, in mio cugino il drago, in Gonzaga un altro, e in me il cavaliere errante che è destinato — spero — a salvarla.”

“La salverete da Gian Maria?” chiese Fanfulla incredulo.

“Ci proverò.”

Si rivolse al suo servitore, che entrò mentre parlava.

“Partiamo tra un quarto d’ora, Lanciotto,” disse. “Sella per me e per te. Verrai con me. Zaccaria può restare con Messer degli Arcipreti. Vi prenderete cura di lui, Fanfulla, e vi servirà bene.”

“Ma che ne sarà di me?” gridò Fanfulla. “Non vi accompagno?”

“Se volete, sì. Ma potreste servirmi meglio tornando a Babbiano e osservando gli eventi lì, inviandomi notizie di ciò che accade — poiché grandi cose accadranno presto se mio cugino non torna e i Borgia avanzano. È su questo che sto fondando le speranze che ho.”

“Ma dove vi invierò notizie? A Roccaleone?”

Francesco rifletté un momento. “Se non avrete mie notizie, allora inviate le vostre informazioni a Roccaleone, poiché se dovessi indugiare lì e venissimo assediati, sarà forse impossibile inviarvi un messaggio. Ma se — come spero — vado ad Aquila, vi invierò notizie.”

“Ad Aquila?”

“Sì. Può darsi che sarò ad Aquila prima della fine della settimana. Ma tenetelo segreto, Fanfulla, e ingannerò questi duchi fino all’apice della loro insana inclinazione.”

Mezz’ora dopo il Conte di Aquila, montato su un robusto cavallo calabrese, e accompagnato da Lanciotto su un mulo, cavalcò dolcemente verso la valle. Passarono inosservati, poiché cosa importavano loro i contadini che cantavano al lavoro nel contado?

Incontrarono un mercante, il cui servitore stava spingendo i suoi animali da soma carichi lungo la strada collinare verso la città sulle alture, e lo superarono con un cortese saluto. Più lontano si imbatterono in una compagnia a cavallo di nobili e dame, di ritorno da una battuta di caccia col falco, seguiti da attendenti che portavano i loro falchi incappucciati, e le loro risate allegre risuonavano ancora nelle orecchie di Francesco dopo che li ebbe superati e fu svanito nelle foschie porporine del crepuscolo che gli venivano incontro dal fiume.

Volsero verso ovest in direzione degli Appennini e proseguirono dopo che fu calata la notte, fino alla quarta ora, quando, su suggerimento di Francesco, fermarono i cavalli davanti a una sonnolenta locanda lungo la strada e svegliarono l’oste per chiedere riparo. Lì non dormirono più a lungo che fino al mattino, così che la luce grigia dell’alba li vide di nuovo in cammino, e quando il sole ebbe colpito con il suo primo raggio dorato la cresta grigia delle vecchie colline, fermarono i cavalli sull’orlo del torrente fragoroso ai piedi del possente picco che era coronato dal Castello di Roccaleone.

Cupo e spoglio svettava sopra la fertile valle, con quel torrente che lo circondava in un fossato naturale, come una sentinella gigante degli Appennini che ne costituivano lo sfondo. E ora la luce del sole correva giù per i pendii delle vecchie montagne come una marea. Colpì la torre quadrata del mastio, poi fluì lungo la parete, facendo scintillare la vecchia pietra grigia, e rimbalzando da una finestra a crociera posta in alto. Più in basso giunse, rivelando gargoyle grotteschi, inondando i merlati spalti e rendendo verde l’edera e il lichene che solo un momento prima avevano annerito i robusti contrafforti sporgenti. Di lì balzò al suolo, e scacciò l’ombra davanti a sé lungo il pendio erboso, finché non raggiunse il torrente e scintillò sulle sue spumeggianti, tumultuose acque, spargendo cento colori attraverso lo spruzzo volante.

E per tutto quel tempo, finché il sole non lo ebbe raggiunto e incluso nel quadro che stava risvegliando, il Conte di Aquila sedette in sella, con occhi pensierosi rivolti alla fortezza.

Lanciotto lo seguì, e fece percorrere al cavallo il lato occidentale, dove il torrente era sostituito da un placido braccio d’acqua, per il quale era stato scavato un taglio allo scopo di completare l’isolamento dello sperone di Roccaleone. Ma qui, dove il castello avrebbe potuto essere più vulnerabile, lo accolse una parete cieca, interrotta soltanto da una o due strette feritoie a metà strada sotto i merli. Proseguì verso il lato settentrionale, attraversando una passerella che scavalcava il fiume, e infine si fermò dinanzi alla torre d’ingresso. Anche qui il fossato era formato dalle acque torrenziali del torrente montano.

Ordinò al suo servitore di destare gli occupanti, e Lanciotto lanciò un grido con una voce che la natura aveva reso profonda e potente. L’eco rimbombò in alto, spaventando gli uccelli sul fianco della collina, ma non suscitò alcuna risposta dal silenzioso castello.

“Tengono una guardia zelante,” rise il Conte. “Ancora, Lanciotto.”

L’uomo obbedì, e ancora e ancora la sua voce profonda risuonò come uno squillo di tromba prima che dall’interno giungesse segno che fosse stata udita. Alla fine, sopra il parapetto della torre apparve una figura tozza con il capo arruffato, grottesca quasi quanto uno dei doccioni sottostanti, e un volto da civetta li osservò da una delle merlature del cammino di ronda, domandando, con toni burberi e gracchianti, quale fosse il loro affare. Immediatamente il Conte riconobbe Peppe.

“Buongiorno, folle,” gli ordinò.

“Voi, mio signore?” esclamò il giullare.

“Dormite profondamente a Roccaleone,” disse Francesco. “Scuoti quella masnada di guarnigione che avete, e ordina a quei cani pigri di abbassare il ponte. Ho notizie per Monna Valentina.”

“Subito, Eccellenza,” rispose il folle, e se ne sarebbe andato all’istante se Francesco non lo avesse richiamato.

“Di’, Peppe, un cavaliere... il cavaliere che ha incontrato ad Acquasparta, se vuoi. Ma lascia il mio nome non detto.”

Con la garanzia che avrebbe obbedito ai suoi desideri, Peppe andò a compiere la sua commissione. Seguì un breve ritardo, e poi sui merli apparve Gonzaga, assonnato e polemico, assistito da un paio di sgherri di Fortemani, che vennero a chiedere la natura degli affari di Francesco.

“È con Monna Valentina,” gli rispose Francesco, sollevando il capo e la voce, così che Gonzaga lo riconobbe come il cavaliere ferito di Acquasparta, lo ricordò e accigliò il volto.

“Io sono il capitano di Monna Valentina qui,” annunciò con arroganza. “E a me potete consegnare i messaggi di cui siete latore.”

Seguì una disputa, condotta con malumore da parte di Gonzaga e a stento meno da parte del Conte, con Francesco che rifiutava recisamente di comunicare i propri affari a chiunque non fosse Valentina, e Gonzaga che rifiutava altrettanto recisamente di disturbare la dama a quell’ora o di abbassare il ponte. Le parole volarono tra loro attraverso le acque del fossato, facendosi più accese a ogni nuovo scambio, finché alla fine non furono bruscamente interrotte dall’apparizione di Valentina stessa, assistita da Peppino.

“Che succede, Gonzaga?” chiese lei, con modi agitati, poiché il folle le aveva riferito che era il cavaliere Francesco a cercare udienza, e alla sola menzione di quel nome lei era arrossita, poi impallidita, poi corsa verso i bastioni. “Perché a questo cavaliere viene negato l’ingresso, visto che porta un messaggio per me?” E da dove si trovava cercò con occhi ammirati la figura aggraziata del Conte di Aquila, il cavaliere errante dei suoi sogni. Francesco si scoprì il capo e si chinò verso il garrese del suo cavallo in un cortese saluto. Lei si voltò verso Gonzaga con impazienza.

“Che cosa aspettate?” gridò. “Non avete compreso i miei desideri? Si abbassi il ponte.”

“Riflettete, Madonna,” protestò lui. “Non conoscete quest’uomo. Potrebbe essere una spia di Gian Maria, un mercenario pagato per tradirci.”

“Sciocco,” rispose lei bruscamente. “Non vedete che è il cavaliere ferito che incontrammo quel giorno in cui mi stavate scortando a Urbino?”

“Cosa deve significare questo?” domandò lui. “È forse prova della sua onestà d’intenti o della sua lealtà verso di voi? Siate consigliata, Madonna, e lasciate che consegni il suo messaggio da dove si trova. Lì è più al sicuro.”

Lei lo misurò con sguardo determinato.

“Messer Gonzaga, ordinate loro di abbassare il ponte,” gli ordinò.

“Ma, signora, riflettete al vostro pericolo.”

“Pericolo?” fece eco lei. “Pericolo da due uomini, e noi una guarnigione di oltre venti? Certamente l’uomo è un codardo se parla così facilmente di pericoli. Si faccia abbassare il ponte levatoio.”

“Ma se...” iniziò lui, con veemenza disperata, quando lei lo interruppe di nuovo.

“Devo essere obbedita? Sono io la padrona, e volete ordinare loro di abbassare il ponte, o devo andare io stessa a occuparmene?”

Con uno sguardo di rabbia disperata e una scrollata di spalle si voltò da lei e inviò uno dei suoi uomini con l’ordine. Pochi istanti dopo, tra lo scricchiolio di cardini e il clangore di catene, il grande ponte oscillò verso il basso e cadde con un tonfo a colmare l’abisso. Immediatamente il Conte spronò il cavallo in avanti e, seguito da Lanciotto, cavalcò sull’asse e sotto l’arcata della torre d’ingresso nel primo cortile.

Ora, a stento ebbe tirato le briglie lì quando, attraverso una porta all’estremità opposta, apparve la figura gigantesca di Fortemani, seminudo e spada in pugno. Alla vista di Francesco il tipo balzò giù da una mezza dozzina di gradini e avanzò verso di lui con un’esplosione di imprecazioni.

“A me!” gridò, con una voce che avrebbe potuto svegliare i morti. “Olá! Olá! Che opera del diavolo è questa? Come siete giunto qui? Per ordini di chi è stato abbassato il ponte?”

“Per ordini del capitano di Monna Valentina,” rispose Francesco, chiedendosi quale folle potesse essere costui.

“Capitano?” gridò l’altro, fermandosi e con il volto che diventava paonazzo. “Corpo di Satana! Quale capitano? Io sono il capitano qui.”

Il Conte lo squadrò con sorpresa.

“Perché, allora,” disse, “voi siete proprio l’uomo che cerco. Mi congratulo con voi per la guardia che tenete, Messer Capitano. Il vostro castello è pattugliato così eccellentemente che, se avessi avuto intenzione di arrampicarmi, avrei scalato le vostre mura e sarei entrato dalle vostre porte senza destare nessuna delle vostre sentinelle assopite.”

Fortemani lo osservò con sguardo torvo. La prosperità degli ultimi quattro giorni aveva accresciuto l’insolenza insita nell’uomo.

“È affar vostro?” grugnì minacciosamente. “Siete troppo audace, signor straniero, a cercare lite con me, e troppo impertinente a dirmi come debbo assolvere al mio capitanato. Per la Passione! Sarete punito.”

“Punito... io?” fece eco Francesco, sulla cui fronte scese ora un cipiglio nero quanto quello di Ercole.

“Sì, punito, giovanotto. Ercole Fortemani è il mio nome.”

“Ho sentito parlare di voi,” rispose il Conte con disprezzo, “e di come smentiate quel vostro nome, perché mi dicono che un furfante più ubriacone, codardo e buono a nulla non si possa trovare in Italia; no, nemmeno nei domini del Papa. E badate bene a come scagliate la parola 'punizione' contro i vostri superiori, animale. Il fossato non è poi così lontano, e l’immersione potrebbe giovarvi. Poiché giurerei che non siete stato lavato da quando vi hanno battezzato, se, invero, siete davvero un figlio di Santa Madre Chiesa.”

“Sangue di Cristo!” sputò il bullo infuriato, con il volto chiazzato. “Questo a me? Scendete da quel cavallo.”

Afferrò la gamba di Francesco per trascinarlo a terra, ma il Conte la liberò con un movimento rapido che lasciò uno squarcio causato dal suo sperone sulle mani del capitano. Contemporaneamente alzò la frusta e l’avrebbe fatta calare sulla schiena di Fortemani, poiché lo aveva irritato oltre le parole vedere un ruffiano della risma di questo tipo cercare di spadroneggiare con lui, ma in quel momento una voce femminile, severa e imperativa, ordinò loro di sospendere la disputa.

Fortemani indietreggiò curandosi la mano lacerata e imprecando, mentre Francesco si voltò nella direzione da cui proveniva quella voce. A metà della scalinata di pietra scorse Valentina, seguita da Gonzaga, Peppe e un paio di uomini d’arme, che scendevano dai bastioni.

Calma e regale stava lei, vestita di una camorra di velluto grigio con maniche nere, che faceva risaltare eccellentemente la sua bella statura. Gonzaga era chinato in avanti, parlando al suo orecchio, e per quanto la sua voce fosse sommessa, alcune delle sue parole giunsero fino a Francesco nella quieta aria del mattino.

“Non ero saggio, Madonna, nel dubitare di ammetterlo? Vedete che razza d’uomo sia.”

Il sangue divampò sulle guance di Francesco, né attutì il suo disappunto notare lo sguardo che Valentina scoccò verso il basso su di lui.

Immediatamente balzò a terra e, gettando le redini a Lanciotto, avanzò verso i piedi di quella scala di pietra, con il suo cappello a falda larga gettato dietro sulle spalle, per incontrare quella compagnia che scendeva.

“È conveniente questo, signore?” chiese lei con rabbia. “Si addice a voi venire alle mani con la mia guarnigione nel momento stesso in cui siete ammesso?”

Il sangue salì più in alto sul volto di Francesco e ora gli soffuse le tempie e giunse ai capelli. Tuttavia, la sua voce fu ben controllata mentre rispondeva:

“Madonna, questo furfante era insolente.”

“Un’insolenza che senza dubbio avete provocato,” intervenne Gonzaga, con una fossetta che appariva sulla sua guancia efebica. Ma il rimprovero più severo cadde dalle labbra di Valentina.

“Furfante?” chiese lei, con il volto arrossato. “Se non volete che io rimpianga la vostra ammissione, Messer Francesco, vi prego di frenare le vostre parole. Qui non ci sono furfanti. Quello, signore, è il capitano dei miei soldati.”

Francesco si inchinò con sottomissione, tanto paziente sotto il suo rimprovero quanto era stato precipitoso sotto quello di Fortemani.

“È stato sulla questione di questo capitanato che siamo venuti alle parole,” rispose, con maggiore umiltà. “Dal suo stesso annuncio ho compreso che questo nobile” — e i suoi occhi si rivolsero a Gonzaga — “fosse il vostro capitano.”

“Egli è il capitano del mio castello,” lo informò lei.

“Come vedete, Ser Francesco,” intervenne Peppe, che si era appollaiato sulla balaustra, “non soffriamo di mancanza di capitani qui. Abbiamo anche Fra Domenico, che è capitano delle nostre anime e della cucina; io stesso sono capitano di...”

“Che il diavolo ti porti, folle,” sbottò Gonzaga, spingendolo rudemente giù dal suo trespolo. Poi, voltandosi bruscamente verso il Conte: “Portate un messaggio per noi, signore?” chiese con altezzosità.

Ingoiando il tono cavalleresco e ignorando il pronome che Gonzaga aveva usato, Francesco chinò di nuovo il capo verso la dama.

“Preferirei consegnarlo in maggiore riservatezza di questa.” E il suo sguardo vagò per il cortile e su per i gradini alle spalle, dove era ora radunata l’intera compagnia di Fortemani. Gonzaga sogghignò e scosse i suoi riccioli dorati, ma Valentina non vide nulla di irragionevole nella richiesta e, ordinando a Romeo di seguirla e a Francesco di accompagnarla, prese a guidare la via.

Attraversarono il quadrilatero e, salendo i gradini lungo i quali Fortemani era balzato incontro al Conte, entrarono nella sala dei banchetti, che si apriva direttamente sul lato sud del cortile. Il Conte, seguendo la sua scia, passò attraverso il guanto di sfida degli sguardi dei mercenari riuniti. Avanzò oltre loro impassibile, misurandoli mentre passava e valutando il loro reale valore con l’occhio infallibile del condottiero esperto che ha avuto a che fare con l’arruolamento degli uomini e con la loro gestione. Gli piacquero così poco i loro volti che sulla soglia della sala si fermò e trattenne Gonzaga.

“Sono riluttante a lasciare il mio servitore alla mercé di quei ruffiani, signore. Posso implorare che li avvertiate contro l’usargli violenza?”

“Ruffiani?” gridò la dama con rabbia, prima che Gonzaga potesse offrire una risposta. “Sono i miei soldati.”

Di nuovo si inchinò, e c’era una fredda cortesia nei toni in cui le rispose:

“Chiedo il vostro perdono, e non dirò altro, a meno che non sia per deplorare di non potervi congratulare per la vostra scelta.”

Fu il turno di Gonzaga di adirarsi, poiché la scelta era stata sua.

“Il vostro messaggio dovrà essere di grande peso, signore, per meritare la nostra pazienza per la vostra impertinenza.”

Francesco ricambiò lo sguardo di quegli occhi azzurri che cercavano invano di lampeggiare ferocemente, e fece ben poco tentativo di nascondere il suo disprezzo nel proprio sguardo. Si permise persino di scrollare le spalle con una punta d’impazienza.

“Invero, invero, penso che farei meglio ad andarmene,” rispose con rincrescimento, “poiché è un luogo i cui occupanti sembrano tutti decisi a litigare con me. Per primo il vostro capitano Fortemani mi accoglie con un’insolenza difficile da lasciare impunita. Voi stessa, Madonna, vi risentite che io possa invocare protezione per il mio uomo contro quei tipi i cui sguardi danno motivo per la mia sollecitazione. Siete adirata che io debba chiamarli ruffiani, come se avessi seguito la carriera delle armi per dieci anni senza acquisire conoscenza della qualità di un uomo, per quanto possiate camuffarlo. E infine, a coronare il tutto, questo cicisbeo” — e stese una mano con disprezzo verso Gonzaga — “parla delle mie impertinenze.”

“Madonna,” gridò Gonzaga, “vi prego di lasciarmi trattare con lui.”

Inconsapevolmente, involontariamente, Gonzaga salvò la situazione con quella preghiera. La rabbia che stava rapidamente crescendo nel cuore della Madonna, agitata dal fiero portamento del Conte, fu dispersa di fronte all’inconscio umorismo dell’appello del suo capitano, in tale ridicolo contrasto con il suo parlare lezioso e la sua esile figura rispetto ai toni fermi e alla snella, attiva altezza di Francesco. Non rise, poiché ciò avrebbe rovinato tutto, ma guardò dall’uno all’altro con tranquillo compiacimento, notando lo sguardo di sorpresa e le sopracciglia alzate con cui il Conte riceveva la richiesta del cortigiano di lasciargli trattare con lui. E così, distolta dalla rabbia, l’equilibrio della sua mente fu rapido ad aggiustarsi da solo, e si ricordò che forse c’era ragione in ciò che questo cavaliere sosteneva, e che la sua accoglienza era mancata della cortesia che gli era dovuta. In un istante, con incomparabile grazia e abilità, aveva placato la vanità ferita di Gonzaga e calmato il risentimento più robusto del Conte.

“E ora, Messer Francesco,” concluse, “siamo amici, e lasciate che ascolti i vostri affari. Vi prego di sedervi.”

Erano passati nella sala dei banchetti, un nobile appartamento, le cui pareti erano affrescate con scene di caccia e pastorali, una o due delle quali erano opera di Pisanello. C’erano, inoltre, alcuni trofei di caccia sparsi e, qua e là, un’armatura costosa che catturava la luce del sole riversandosi attraverso le alte finestre a bifora. All’estremità opposta si ergeva un paravento di cedro riccamente intagliato, e sopra di questo appariva la ringhiera intrecciata della galleria dei menestrelli. In una sedia alta di cuoio non conciato, a capotavola della capiente tavola, Monna Valentina sedette, con Gonzaga che prendeva posizione al suo fianco e Francesco di fronte a lei, appoggiato leggermente contro il tavolo.

“La notizia che vi porto, signora, si dice presto,” disse il Conte. “Vorrei che la sua qualità fosse migliore. Il vostro pretendente Gian Maria, tornando alla corte di Guidobaldo, ansioso per le nozze che gli erano state promesse, ha appreso della vostra fuga a Roccaleone e sta sollevando, anzi, a quest’ora avrà già sollevato, un esercito per assediare e ridurre la vostra fortezza.”

Gonzaga divenne pallido quanto il farsetto di seta bianca che riluceva sotto il suo giubbetto di velluto color perla a questa realizzazione delle profezie che aveva pronunciato senza credervi. Una paura malsana si impadronì della sua anima. Quale destino avrebbero riservato a lui che era stato lo spirito guida nella ribellione di Valentina? Avrebbe potuto gemere ad alta voce per questo fallimento di tutti i suoi bei piani. Dove sarebbe stato ora il tempo per parlare d’amore, per insistere e portare avanti la sua corte con Valentina e rendersi suo marito? Ci sarebbe stata aria di guerra, e un lavoro sanguinante che faceva accapponare la pelle e raggelare al solo pensarci. E l’ironia di tutto ciò era crudelmente acuta. Era la stessa eventualità che egli aveva profetizzato, assicurando che né Guidobaldo né Gian Maria sarebbero stati così pazzi da cercare il ridicolo impegnandosi in essa.

Per un secondo gli occhi di Francesco riposarono sul volto del cortigiano e videro la paura scritta lì per tutti da leggere. L’ombra di un sorriso tremò sulle sue labbra mentre lo sguardo si spostava a incontrare gli occhi di Valentina, scintillanti come scintilla il gelo sotto il sole.

“Ebbene, lasciali venire!” esclamò lei, quasi in esultanza. “Questo zotico ducale mi troverà molto pronta per lui. Siamo armati su tutti i fronti. Abbiamo vettovaglie per durare tre mesi, se necessario, e non manchiamo di armi. Lasciate che Gian Maria venga, e troverà Valentina della Rovere non così facile da ridurre.” A voi, signore,” continuò, con maggiore calma, “a voi verso cui non ho alcun credito, sono più che grata per il vostro gesto cavalleresco nel cavalcare fin qui per avvertirmi.”

Francesco sospirò; uno sguardo di rimpianto attraversò il suo volto.

“Ahimè!” disse. “Quando ho cavalcato fin qui, Madonna, avevo sperato di servirvi a uno scopo migliore. Avevo consigli da offrire e assistenza se ne aveste avuto bisogno; ma la vista di quegli uomini d’arme che avete mi fa temere che non sia un consiglio su cui sarebbe saggio agire. Per il piano che avevo in mente, sarebbe di primaria importanza che i vostri soldati fossero degni di fiducia, e questo, temo, non lo sono.”

“Tuttavia,” intervenne Gonzaga febbrilmente, aggrappandosi a una flebile speranza, “ascoltiamolo.”

“Vi prego di farlo,” disse Valentina.

Così ingiunto, Francesco rifletté un momento.

“Avete familiarità con la politica di Babbiano?” chiese.

“Ne conosco qualcosa.”

“Vi renderò la posizione del tutto chiara, Madonna,” rispose lui. E con ciò le raccontò della minacciata discesa di Cesare Borgia sul ducato di Gian Maria, e quindi del poco tempo a disposizione del suo pretendente; cosicché se egli potesse essere tenuto a bada davanti alle mura di Roccaleone per un po’, tutto potrebbe andare bene. “Ma vedendo in che fretta è,” concluse, “i suoi metodi saranno probabilmente rudi e disperati, e avevo pensato che nel frattempo non avreste bisogno di rimanere qui, Madonna.”

“Non rimanere?” gridò lei, il disprezzo per la nozione nella sua voce. “Non rimanere?” fece eco Gonzaga timorosamente, la speranza che risuonava nella sua.

“Precisamente, Madonna. Avrei proposto che lasciaste a Gian Maria un nido vuoto, così che anche se il castello dovesse cadere nelle sue mani non guadagnerebbe nulla.”

“Mi consigliereste di fuggire?” domandò lei.

“Sono venuto preparato per farlo, ma la vista dei vostri uomini mi trattiene. Non sono degni di fiducia, e per salvare la loro pelle sporca potrebbero spalancare Roccaleone agli assedianti, e così la vostra fuga verrebbe scoperta, mentre ancora potrebbe esserci tempo per renderla vana.”

Prima che potesse formulare una risposta, ecco Gonzaga che la esortava febbrilmente ad agire su un suggerimento così saggio e tempestivo, e a cercare la salvezza nella fuga da un luogo che Gian Maria avrebbe smantellato pietra su pietra. Le sue parole piovevano rapidamente e pietosamente in supplica, finché alla fine, fronteggiandolo direttamente:

“Avete paura, Gonzaga?” gli chiese.

“Ho... paura per voi, Madonna,” rispose prontamente.

“Allora lasciate che le vostre paure abbiano pace. Poiché sia che io resti o che io vada, una cosa è certa: Gian Maria non poserà mai le mani su di me.” Si voltò di nuovo verso Francesco. “Vedo una certa saggezza nel consiglio di fuga che avreste voluto offrirmi, non meno che in quello che intendo essere il vostro consiglio che io debba rimanere. Se solo consultassi il mio umore, resterei e darei battaglia quando questo tiranno si mostrerà. Ma anche la prudenza deve essere consultata, e rifletterò sulla questione.” E ora lo ringraziò con una grazia generosa per essere venuto da lei con questa notizia e aver offerto la sua assistenza, chiedendo quali motivi lo avessero spinto.

“Motivi che devono sempre spingere un cavaliere a servire una dama in pericolo,” disse lui, “e forse, anche, il ricordo della carità con cui avete curato le mie ferite quel giorno ad Acquasparta.”

Per un secondo i loro sguardi si incontrarono, tremarono nell’incontro e si separarono di nuovo, un’insolita confusione nel petto di ciascuno, tutto ciò che Gonzaga, sprofondato in una cupa ruminazione, non osservò. Per alleggerire l’imbarazzante silenzio che era caduto, lei gli chiese come fosse accaduto così presto che fosse a Roccaleone che era fuggita.

“Non lo sapete?” gridò. “Peppe non vi ha detto?”

“Non ho avuto alcun discorso con lui. È giunto egli stesso al castello solo a tarda notte, e l’ho visto per la prima volta stamane quando è venuto ad annunciare la vostra presenza.”

E poi, prima che si potesse dire di più, sorse un frastuono di grida dall’esterno. La porta fu spinta improvvisamente aperta e Peppe irruppe nella stanza.

“Il vostro uomo, Ser Francesco,” gridò, col volto bianco per l’eccitazione. “Venite presto, o lo uccideranno.”

CAPITOLO XIV. FORTEMANI BEVE ACQUA

La faccenda era iniziata con gli sguardi torvi che Francesco aveva osservato, ed era degenerata in scherni e insulti dopo la sua scomparsa. Ma Lanciotto aveva mantenuto un contegno imperturbabile, essendo uomo addestrato al servizio del Conte di Aquila al silenzio e a una pazienza prodigiosa. Quell’insensibilità quei bifolchi l’avevano interpretata come viltà, e incoraggiati da essa – come i bastardi che erano – la loro insolenza si era fatta più diretta e gradualmente più minacciosa. La pazienza di Lanciotto stava lentamente svanendo e, in verità, non era più altro che il timore di provocare l’ira del suo padrone a trattenerlo. Alla fine un rozzo mascalzone, che gli aveva intimato di togliersi il copricapo in presenza di gentiluomini, e la cui richiesta era stata da Lanciotto ignorata come le altre, avanzò minacciosamente verso di lui e lo afferrò per una gamba, come Ercole aveva afferrato il suo padrone. Esasperato da ciò, Lanciotto aveva divincolato la gamba e aveva rifilato allo sconsiderato un calcio feroce in faccia che lo aveva abbattuto, stordito e sanguinante.

Il ruggito dei compagni dell’uomo disse a Lanciotto cosa aspettarsi. In un istante gli furono addosso, reclamando il suo sangue. Egli cercò di sfoderare la spada del suo padrone, che insieme all’altra armatura del Conte era appesa all’arcione della sella; ma prima che potesse estrarla, fu afferrato da una dozzina di mani e strappato di sella, combattendo. A terra lo sopraffecero, e una mano guantata gli fu posta sulla bocca, soffocando nella gola il grido d’aiuto che avrebbe voluto lanciare.

Sul lato ovest del cortile una fontana che sgorgava dalla parete aveva un tempo versato la sua acqua attraverso la testa di un leone in un’enorme vasca di granito coperta di muschio. Ma era in disuso da tempo e il tubo nella bocca del leone era secco. La vasca, tuttavia, era piena per più di metà d’acqua che, durante il recente abbandono del castello, era diventata putrida e stagnante. Affogare Lanciotto in essa fu l’amabile suggerimento che scaturì dallo stesso Fortemani – un suggerimento accolto con chiasso dai suoi sgherri, che si misero all’opera per eseguirlo. Trascinarono rudemente il sanguinante e freneticamente combattente Lanciotto attraverso il cortile e raggiunsero il bordo della vasca, con la piena intenzione di immergervelo e tenerlo sotto, per affogarlo lì come un topo.

Ma in quell’istante qualcosa irruppe su di loro come un fulmine dal Cielo. In uno o due, e poi in molti altri, le risate crudeli si trasformarono in improvvisi gemiti di dolore quando una frusta di pelle di bue li colpì alla testa, al volto e alle spalle.

“Indietro, bestie, animali, indietro!” ruggì una voce di tuono, e quelli indietreggiarono senza discutere davanti a quella frusta spietata, come il branco di cani codardi che erano.

Era Francesco che, da solo, e armato di nient’altro che una frusta, li stava disperdendo attorno al suo servo maltrattato, come lo sparviero disperde uno stormo di passeri chiassosi. E ora tra lui e Lanciotto non restava che la vasta mole di Ercole Fortemani, le spalle voltate al Conte; poiché, fino a quel momento, non si era reso conto dell’intrusione.

Francesco lasciò cadere la frusta e, ponendo una mano alla cintura del capitano e l’altra al suo collo sporco, lo sollevò con una forza incredibile e lo scagliò fuori dal suo cammino, dentro l’acqua melmosa della vasca.

Ci fu un ruggito possente soffocato da uno spruzzo ancor più potente mentre Fortemani, a braccia e gambe aperte, colpiva la superficie e spariva dalla vista, mentre con l’acqua che volava giungeva un odore fetido a testimoniare la sgradevolezza di quel bagno inatteso.

Senza fermarsi a vedere il compimento della sua opera, Francesco si chinò sul suo servo prostrato.

“Le bestie vi hanno fatto male, Lanciotto?” domandò. Ma prima che il compagno potesse rispondere, uno di quei bifolchi era balzato sul Conte chino e lo aveva colpito con un pugnale tra le scapole.

Un grido d’allarme femminile risuonò, poiché Valentina stava osservando lo scontro dai gradini dell’atrio, con Gonzaga al suo fianco.

Ma il giaco trapuntato di Francesco aveva superato la prova dell’acciaio e la punta del pugnale di quell’assassino era scivolata via innocua, non provocando altro danno che uno strappo nella superficie di seta dell’indumento. Un secondo dopo il tizio si ritrovò preso come in un vincolo d’acciaio. Il pugnale gli fu strappato dalla mano e la punta fu poggiata contro il suo petto proprio mentre il Conte lo costringeva in ginocchio.

In un lampo fu fatta la cosa, eppure per lo sciagurato che si vide sulla soglia dell’Eternità, e che – come un vero figlio della Chiesa – aveva un sano timore dell’inferno, sembrò un’ora mentre, con le guance livide e gli occhi che uscivano dalle orbite, attendeva che quel pugnale affondasse nel suo cuore, come era stato mirato. Ma non nel suo cuore cadde il colpo. Con un improvviso sbuffo di rabbioso divertimento, il Conte scagliò via il pugnale e abbatté il pugno chiuso con forza schiacciante sul volto del ruffiano. Il tizio cadde privo di sensi sotto quel colpo possente, e Francesco, recuperata la frusta che giaceva quasi ai suoi piedi, si rialzò per affrontare gli altri che potevano esserci.

Dalla vasca, stando con l’acqua fino al petto in quell’acqua puzzolente, la testa e il volto grottescamente mascherati da un vile limo verde di vegetazione putrida, Ercole Fortemani urlava con orrenda blasfemia che avrebbe avuto il sangue del suo aggressore, ma non mosse mai un passo per prenderlo. Non che fosse per natura del tutto un codardo; ma ispirato da un sano timore dell’uomo che poteva compiere un tale miracolo di forza, rimase fuori dalla portata di Francesco, proprio nel mezzo di quel bacino quadrato, e ruggì vigorosamente ordini ai suoi uomini di fare a pezzi quel tizio. Ma i suoi uomini avevano visto abbastanza dei metodi del Conte e non fecero alcun avanzamento verso quella figura robusta e intrepida che stava lì ad attenderli con una frusta che molti avevano già assaggiato. Radunati insieme, più come un gregge di pecore spaventate che come un corpo di uomini d’arme, stavano vicino alla torre d’ingresso, lo scherno di Peppe, che dalla galleria di pietra sovrastante – con grande divertimento delle dame di Valentina e di due impertinenti paggi che erano con lui – applaudiva in termini altisonanti il loro prodigioso valore.

Si mossero alla fine, ma fu per ordine di Valentina. Aveva confabulato con Gonzaga, il quale – adducendo come ragione che lei stessa potesse aver bisogno di protezione – era rimasto al suo fianco, ben lontano dalla mischia. Lo aveva incitato a fare qualcosa, e alla fine egli aveva obbedito e si era mosso lungo la breve rampa di gradini verso il cortile; ma con tale riluttanza e lentezza che, con un’esclamazione di impazienza, lei gli era passata improvvisamente accanto, per svolgere lei stessa il compito che gli aveva chiesto. Passò davanti a Francesco, con una parola di tale encomio per il suo valore e uno sguardo di tale profonda ammirazione, che il sangue balzò, in risposta, alle sue guance. Si fermò con una sollecita domanda per Lanciotto, ora rialzatosi ma gravemente contuso. Lanciò uno sguardo irato e un rabbioso comando di silenzio al grande Ercole, che ancora urlava dalla sua vasca, e poi, a dieci passi dai suoi seguaci, si fermò e, con aria irata e la mano tesa verso il loro capitano, ordinò loro di arrestarlo.

Quell’ordine improvviso e inatteso lasciò ammutolito il vociferante Fortemani. Smettendo di gridare, rimase a bocca aperta a guardare i suoi uomini, che ora si osservavano l’un l’altro dubbiosi; ma il dubbio fu rapidamente dissipato dalle parole stesse della dama:

“Lo farete prigioniero e lo condurrete alla sala della guardia, o farò spazzar via voi e lui dal mio castello,” li informò, con tanta sicurezza come se avesse un centinaio di uomini d’arme a eseguire i suoi ordini su di loro.

Un passo o poco più dietro di lei stava Gonzaga dal volto pallido, mordendosi il labbro, timido e congetturante. Dietro di lui ancora si stagliava l’altezza robusta di Francesco del Falco con, al suo fianco, Lanciotto, dal portamento quasi risoluto quanto il suo.

Quella era la forza totale con cui la dama parlava di spazzarli via – come se fossero stati tanta immondizia – da Roccaleone, a meno che non avessero obbedito ai suoi ordini. Esitavano ancora, quando il Conte avanzò al fianco di Valentina.

“Avete sentito la scelta che la nostra dama vi offre,” disse severamente. “Fateci sapere se obbedirete o disubbidirete. Questa scelta che è vostra ora, potrebbe non essere più vostra. Ma se decidete di disubbidire a Madonna, il cancello è alle vostre spalle, il ponte è ancora abbassato. Andatevene!”

Furtivamente, da sotto le sopracciglia aggrottate, Gonzaga scoccò uno sguardo di impotente malizia al Conte. Qualunque fosse l’esito della faccenda, quest’uomo non doveva restare a Roccaleone. Era troppo forte, troppo dominante, e si sarebbe reso padrone del luogo con nessun altro titolo se non quella sua forza e quel modo di comandare che Gonzaga considerava un dono da bullo rozzo e spaccone, ma che avrebbe dato molto per possedere. Di quanto fosse effettivamente forte e dominante Francesco non aveva mai offerto una prova più eclatante. Quegli uomini, contusi e maltrattati da lui, senza dubbio si sarebbero raggruppati e avrebbero fatto piazza pulita di uno meno intrepido, ma quando un coraggio possente come il suo va di pari passo con l’abitudine al comando, tali bifolchi non possono mai resistergli a lungo. Borbottarono qualcosa tra loro, e uno di essi alla fine rispose:

“Nobile signore, è il nostro capitano che ci viene ordinato di arrestare.”

“Vero; ma il vostro capitano, come voi, è al soldo di questa dama; e lei, il vostro vero, il vostro comandante supremo, vi ordina di arrestarlo.” E ora, mentre ancora esitavano, il suo spirito pronto lanciò loro l’esca che doveva rivelarsi più attraente. “Egli si è mostrato oggi inadatto al comando affidatogli e potrebbe diventare una questione, quando sarà stato giudicato, di sceglierne uno di voi per occupare il posto che potrebbe lasciare vuoto.”

Bifolchi erano, in verità; la feccia dei bravi che infestava il più misero borgo di Urbino. La loro esitazione svanì, e la scarsa lealtà che provavano verso Ercole fu sopraffatta dalla prospettiva della sua posizione e della sua paga, qualora la sua disgrazia si fosse compiuta.

Lo chiamarono a uscire dal suo rifugio, dove ancora stava, muto e colpito da questa improvvisa svolta che avevano preso gli eventi. Si rifiutò cupamente di obbedire al richiamo di arrendersi, finché Francesco – che ora assumeva il comando con una prontezza che infastidiva Gonzaga sempre di più – non ordinò a uno di loro di andare a prendere un archibugio e sparare al cane. A quel punto egli implorò pietà e venne guadando fino al bordo della vasca, giurando che se l’immersione non l’avesse affogato, era un miracolo se non fosse stato avvelenato.

Così si chiuse un incidente che aveva assunto un aspetto assai brutto, e servì ad aprire gli occhi di Valentina sulla vera qualità degli uomini che Gonzaga aveva ingaggiato per lei. Forse che aprì anche i suoi, poiché quell’amabile suonatore di liuto era inesperto in queste faccende. Pregò Gonzaga di occuparsi di Francesco e chiamò uno dei paggi sghignazzanti dalla galleria per fargli da scudiero. Una stanza fu messa a sua disposizione per il poco tempo che avrebbe potuto trascorrere a Roccaleone, mentre lei discuteva quale dovesse essere il suo corso.

Una campana suonò nella lontana ala meridionale del castello, oltre il secondo cortile, e la convocò alla cappella, poiché lì Fra Domenico diceva Messa ogni mattina. E così prese congedo da Francesco, dicendo che avrebbe pregato il Cielo di indirizzarla verso una scelta saggia, se fuggire da Roccaleone o rimanere e respingere l’assalto di Gian Maria.

Francesco, accompagnato da Gonzaga e dal paggio, si ritirò in una bella stanza sotto la Torre del Leone, che sorgeva sull’angolo sud-orientale della fortezza. Le sue finestre davano sul secondo cortile, o cortile interno, attraverso il quale Valentina e le sue dame stavano ora correndo verso la Messa.

Gonzaga cercò di soffocare il risentimento che provava contro quest’uomo, nel quale vedeva un intruso, e si sforzò di trattarlo con la cortesia che gli era dovuta. Sarebbe persino arrivato a discutere con lui la situazione – spinto da una certa diffidenza, e astutamente desideroso di sondare il vero motivo che aveva spinto questo straniero a interessarsi agli affari di Valentina. Ma Francesco, stancamente, seppure con una cortesia ineccepibile, lo tenne a distanza e richiese che Lanciotto fosse mandato ad assisterlo. Vedendo la futilità dei suoi tentativi, Gonzaga si ritirò con risentimento accresciuto, ma con una maggiore dolcezza nel sorriso e profondità di cortesie.

Andò di sotto a dare ordini per l’innalzamento del ponte e, trovando gli uomini singolarmente miti e trattabili dopo la severa lezione che Francesco aveva impartito loro, sfogò su di essi parte del vasto malumore che lo possedeva. Successivamente passò ai propri appartamenti, e lì si sedette vicino a una finestra che dava sui giardini del castello, con i suoi pensieri spiacevoli come unica compagnia.

Ma presto il suo umore si schiarì e prese coraggio, poiché poteva essere molto coraggioso quando il pericolo era lontano. Era meglio, rifletté, che Valentina lasciasse Roccaleone. Tale era il corso che avrebbe consigliato e sollecitato. Naturalmente, sarebbe andato con lei, e così avrebbe potuto avanzare la sua corte altrove così come in quel castello. D’altra parte, se lei fosse rimasta, ebbene, lo avrebbe fatto anche lui, e, dopo tutto, cosa sarebbe successo se fosse arrivato Gian Maria? Come aveva detto Francesco, l’assedio non poteva essere prolungato, grazie agli affari aggrovigliati di Babbiano. Presto Gian Maria sarebbe stato costretto a tornare in patria, a difendere il suo Ducato. Se, dunque, per un po’ di tempo avessero potuto tenerlo a bada, tutto sarebbe andato bene. Sicuramente era stato troppo svelto a scoraggiarsi.

Si alzò e si stiracchiò con indolente compiacimento, poi spalancando la finestra, si sporse fuori a respirare l’aria del mattino. Una risata sommessa gli sfuggì. Era stato davvero uno sciocco a tormentarsi con paure quando aveva sentito per la prima volta dell’arrivo di Gian Maria. Visto correttamente, diventava un servizio che Gian Maria gli rendeva – che rimanessero, o che se ne andassero. L’amore non ha promotore più forte di un pericolo condiviso, e una settimana di tali disturbi come Gian Maria era probabile che causasse loro avrebbe dovuto fare di più per far avanzare la sua corte di quanto potesse sperare di ottenere in un mese intero di pacifico corteggiamento. Poi il ricordo di Francesco pose una ruga tra le sue sopracciglia, e ripensò a quanto Valentina fosse stata colpita dal tizio quando lo aveva visto per la prima volta ad Acquasparta, e di come, mentre cavalcava quel giorno, non avesse visto altro che gli occhi scuri di questo Cavaliere Francesco.

“Cavaliere Francesco di cosa o di dove?” mormorò tra sé. “Bah! Un avventuriero senza nome e senza casa; un bullo spaccone, che puzza di sangue e cuoio, e adatto a guidare un branco come quello di Fortemani. Ma con una dama – cosa potrà mai ottenere un simile zoticone, come potrà prevalere?” Rise con disprezzo della gelosia incipiente, e la sua fronte si schiarì, poiché ora era di umore ottimista – forse una reazione ai suoi recenti tremori. “Eppure, per l’Ostia!” continuò, ripensando all’incredibile audacia che Francesco aveva mostrato nel cortile, “ha la forza di Ercole, e un modo di fare che lo rende temuto e obbedito.” “Pish!” rise di nuovo, mentre, voltandosi, sganciava il liuto da dove pendeva sulla parete. “Il figlio bastardo di qualche condottiero, che mescola alla spavalderia prepotente di suo padre l’anima contadina della sua madre sventata. E temo che uno come quello tocchi il cuore della mia impareggiabile Valentina? Perché, è un pensiero che le rende solo scarso onore.”

E scacciando Francesco dalla sua mente, cercò le corde con le dita e strimpellò un accompagnamento mentre tornava alla finestra, la sua voce, meravigliosamente dolce e tenera, prorompendo in una delicata canzone d’amore.

CAPITOLO XV. LA PIETÀ DI FRANCESCO

Monna Valentina e le sue dame cenarono a mezzogiorno in una piccola camera comunicante con la grande sala, e lì furono invitati Francesco e Gonzaga. La compagnia fu servita dai due paggi, mentre Fra Domenico, con un grembiule bianco come la neve cinto attorno alla sua vita portentosa, portava le vivande fumanti dalla cucina dove le aveva preparate; poiché, come un vero conventuale, era un po’ un maestro nella preparazione – e un vero ghiottone nel consumo – di commestibili deliziosi. La cucina era per lui come il santuario di un qualche culto minore, e se il suo breviario e il suo rosario avessero ottenuto da lui metà del fervore estatico delle sue devozioni a pentole e padelle, a calderoni e spiedi, allora la canonizzazione gli sarebbe stata davvero assicurata.

Mise davanti a loro quel giorno una cena migliore di quella che nessun principe comandò, a meno che non fosse il Papa. C’erano ortolani, cacciati nella valle, fatti con tartufi, che fecero roteare gli occhi all’epicureo Gonzaga, tradotti attraverso il mezzo del suo palato in un vero paradiso di piacere sensuale. C’era una lepre, intrappolata sul fianco della collina e stufata nel Malvasia, dal sapore così delicato che Gonzaga si stava pentendo della sua pesante indulgenza negli ortolani; c’era trota, appena pescata nel ruscello sottostante, e un pasticcio meraviglioso che si scioglieva in bocca. Per innaffiare queste buone cose c’era robusto vino rosso di Puglia e più delicata Malvasia, poiché nel suo approvvigionamento della fortezza Gonzaga aveva fatto in modo che, almeno, non avessero a patire la sete.

“Per una guarnigione in attesa di assedio mangiate bene a Roccaleone,” fu il commento di Francesco su quel pasto eccellente.

Fu il buffone a rispondergli. Sedeva fuori vista sul pavimento, rannicchiato contro la sedia di una delle dame di Valentina, che di tanto in tanto gli lanciava un boccone dal suo piatto, proprio come avrebbe trattato un cane preferito.

“Dovete ringraziare il frate per questo,” disse, con voce soffocata, poiché aveva la bocca piena di pasticcio. “Che io sia dannato quando morirò, se non lo farò mio confessore. L’uomo che può così servire i corpi dovrebbe trattare incredibilmente bene con le anime. Fra Domenico, mi confesserete dopo il tramonto.”

“Non avete bisogno di me,” rispose il monaco, con sdegnoso furore. “C’è una beatitudine per quelli come voi – ‘Beati i poveri in spirito’.”

“E non c’è nessuna maledizione per quelli come voi?” ribatté il buffone. “Non dice da nessuna parte – ‘Dannati i grossi di carne, i grassi e rotondi ghiottoni che si fanno un dio delle proprie pance’?”

Con il suo piede calzato di sandalo il frate rifilò al buffone un calcio furtivo.

“State zitto, vipera, sacco di veleno.”

Temendo di peggio, il buffone si ricompose.

“Attenti!” gridò acutamente. “Ricordatevi, frate, che l’ira è un peccato capitale. Attenti, dico!”

Fra Domenico frenò la mano alzata e iniziò a mormorare frammenti di latino, le palpebre a velare i suoi occhi improvvisamente abbassati. Così Peppe raggiunse la porta.

“Dite, frate; all’orecchio, ora – Era una lepre quella che avete stufato, o un sandalo logoro?”

“Ora, Dio mi perdoni,” ruggì il monaco, balzando verso di lui.

“Per la vostra cucina? Sì, pregate – in ginocchio.” Schivò un colpo, si abbassò e tornò di corsa nella stanza. “Un cuoco, voi? Pish! voi botte di strutto conventuale! I vostri ortolani erano bruciati, la vostra trota nuotava nel grasso, il vostro pasticcio…”

Cosa potesse essere stato il pasticcio la compagnia non doveva apprenderlo, poiché Fra Domenico, dal volto cremisi, si era avventato sul buffone e lo avrebbe preso se non si fosse tuffato sotto il tavolo accanto alle gonne di Valentina, implorando la sua protezione da quel folle rozzo che si riteneva un cuoco.

“Ora, trattenete l’ira, padre,” disse lei, ridendo con gli altri. “Vi sta solo tormentando. Abbiate pazienza con lui per il bene di quella beatitudine che avete citato, che lo ha spinto a rappresaglie.”

Placato, ma ancora borbottando minacce di una bastonata da impartire a Peppe quando l’opportunità lo avesse servito meglio, il frate si volse ai suoi doveri domestici. Si alzarono poco dopo e, su suggerimento di Gonzaga, Valentina si fermò nella grande sala per dare ordini che Fortemani fosse condotto al suo cospetto per il giudizio. In una ventina di modi, sin dal loro arrivo a Roccaleone, Ercole era venuto meno al rispetto che Gonzaga riteneva gli spettasse, e questa opportunità egli colse con avidità per sfogare il suo rancore vendicativo.

Valentina supplicò Francesco di restare anche lui, e di aiutarli con la sua vasta esperienza, una frase che provocò una spiacevole fitta al cuore di Romeo Gonzaga. Fu forse tanto per affermare se stesso quanto per soddisfare il suo rancore verso Fortemani che, dopo aver inviato un soldato a prendere il prigioniero, si voltò per suggerire bruscamente che Ercole fosse impiccato seduta stante.

“A che serve un processo?” domandò. “Siamo stati tutti testimoni della sua insubordinazione, e per quella non può esservi che una punizione. Si impicchi l’animale!”

“Ma il processo è stato un vostro suggerimento,” ella protestò.

“No, Madonna. Ho suggerito solo che si facesse giustizia. È da quando avete pregato Messer Francesco, qui, di assisterci che opino abbiate intenzione di concedere al furfante un processo.”

“Vorreste attribuire a questo caro Gonzaga tanta sete di sangue?” chiese ella a Francesco. “Condividete, messere, la sua opinione che il capitano debba essere impiccato senza essere ascoltato? Temo di sì, poiché, per quel che ho visto di loro, i vostri modi non inclinano alla gentilezza.”

Gonzaga sorrise, comprendendo da quella frase quanto ella valutasse correttamente la natura grossolana di questo straniero. La risposta di Francesco li sorprese.

“No, ritengo quello di Messer Gonzaga un cattivo consiglio. Usate clemenza verso Fortemani ora, quando non se l’aspetta, e avrete fatto di lui un servo fedele. Conosco la sua genìa.”

“Ser Francesco parla senza la conoscenza che noi abbiamo, Madonna,” fu il commento villano di Gonzaga. “Bisogna dare un esempio se vogliamo ottenere rispetto e ordine da questi uomini.”

“Allora fate un esempio di misericordia,” suggerì Francesco dolcemente.

“Bene, staremo a vedere,” fu la risposta di Valentina. “Il vostro consiglio mi piace, Messer Francesco, eppure vedo una certa saggezza nelle parole di Gonzaga. Sebbene in un caso come questo preferirei associarmi alla follia piuttosto che avere la morte di un uomo sulla coscienza. Ma eccolo che arriva, e, almeno, gli daremo un processo. Forse ora è pentito.”

Gonzaga sogghignò e prese posto alla destra della sedia di Valentina, con Francesco in piedi alla sua sinistra; e in questo modo si disposero per giudicare il capitano delle sue milizie.

Egli fu condotto dentro tra due uomini d’arme in armatura, le mani legate dietro la schiena, il passo pesante come quello di un uomo in preda al timore, gli occhi puntati con astio sul trio in attesa, ma più astiosi di tutti su Francesco, che aveva così nettamente causato la sua disfatta. Valentina tese una mano a Gonzaga, e da Gonzaga la agitò leggermente in direzione del Bullo. Rispondendo a quel gesto, Gonzaga affrontò il capitano legato con aria truculenta.

“Conosci la tua colpa, furfante,” gli abbaiò contro. “Hai qualcosa da addurre che possa distoglierci dall’impiccarti?”

Fortemani sollevò le sopracciglia per un momento, sorpreso da tanta ferocia da parte di uno che aveva sempre ritenuto un vero donnicciola. Poi emise una risata di tale disprezzo che il colore salì alle guance di Gonzaga.

“Portatelo via----” cominciò furiosamente, quando Valentina intervenne, posando una mano sul suo braccio.

“No, no, Gonzaga, i vostri metodi sono tutti sbagliati. Ditegli---- No, lo interrogherò io stessa. Messer Fortemani, vi siete reso colpevole di un atto di grave abuso. Voi e i vostri uomini siete stati assoldati per me da Messer Gonzaga, e a voi è stato dato l’onorevole ufficio di capitano su di loro, affinché poteste condurli in questo mio servizio nelle vie del dovere, della sottomissione e della lealtà. Invece di ciò, siete stato l’istigatore di quell’oltraggio di questa mattina, quando si è quasi commesso un omicidio ai danni di un uomo innocuo che era mio ospite. Che cosa avete da dire?”

“Che non sono stato io l’istigatore,” rispose egli con astio.

“È lo stesso,” ella replicò, “poiché almeno è avvenuto con la vostra approvazione, e voi avete preso parte a quel crudele passatempo, invece di frenarlo, come era chiaramente vostro dovere. È su di voi, il capitano, che ricade la responsabilità.”

“Madonna,” spiegò, “sono anime selvagge, ma molto fedeli.”

“Fedeli alla loro selvatichezza, forse,” ella gli rispose sdegnosa. Poi proseguì: “Ricorderete che già due volte Messer Gonzaga ha avuto occasione di ammonirvi. Queste ultime due notti i vostri uomini si sono comportati in modo sfrenato entro le mie mura. Ci sono state bevute eccessive, giochi di dadi e zuffe tali, una o due volte, da farmi pensare che ci sarebbero stati sgozzamenti tra le vostre fila. Siete stato avvertito da Messer Gonzaga di tenere i vostri seguaci a miglior guinzaglio, eppure oggi, senza nemmeno l’ebbrezza a scusarli, abbiamo avuto questo vile affare, con voi stesso come capobanda.”

Seguì una pausa, durante la quale Ercole rimase in piedi a capo chino come chi riflette, e Francesco volse il suo sguardo carico di meraviglia verso questa esile ragazza dagli occhi castani gentili che erano stati così teneri e pietosi. Meravigliandosi della grandezza del suo spirito, ne divenne – del tutto inconsciamente – sempre più schiavo.

Gonzaga, del tutto indifferente a ciò, fissava Fortemani in attesa della sua risposta.

“Madonna,” disse finalmente il bullo, “cosa potete aspettarvi da una truppa come questa? Messer Gonzaga non può aver preteso che reclutassi accoliti per un affare che egli stesso mi disse rasentare il fuorilegge. Riguardo alla loro ubriachezza e alla bagatella delle risse, quali soldati non hanno questi difetti? Quando non li hanno, non hanno nemmeno merito. L’uomo che è mansueto in tempi di pace è una femmina codarda in tempi di guerra. Per il resto, da dove veniva il vino che hanno bevuto? Era di fornitura di Messer Gonzaga.”

“Mentite, cane!” esplose Gonzaga. “Ho fornito vino per la tavola di Madonna, non per gli uomini.”

“Eppure un po’ ha trovato la strada verso di loro; il che è bene. Perché l’acqua sullo stomaco rende l’uomo meschino. Dov’è il peccato di un po’ di indulgenza, Madonna?” continuò, voltandosi di nuovo verso Valentina. “Questi miei uomini dimostreranno il loro valore quando si tratterà di combattere. Sono cani forse – ma mastini, ognuno di loro, e perderebbero cento vite al vostro servizio se le avessero.”

“Già, se le avessero,” aggiunse Gonzaga acido; “ma non avendone più di una per ciascuno, non baderanno a risparmiarla.”

“No, lì li giudicate male,” gridò Fortemani, con calore. “Date loro un capo abbastanza forte da trattenerli, da incoraggiarli e soggiogarli, e andranno ovunque al suo comando.”

“E lì,” intervenne Gonzaga prontamente, “ci riportate alla questione principale. Un tale capo avete dimostrato a noi di non essere. Avete fatto di peggio. Siete stato insubordinato quando non solo avreste dovuto essere ordinato, ma avreste dovuto imporre l’ordine negli altri. E per questo, secondo le mie vedute, dovreste essere impiccato. Non perdete altro tempo con lui, Madonna,” concluse, voltandosi verso Valentina. “Si faccia l’esempio.”

“Ma, Madonna----” iniziò Fortemani, impallidendo sotto l’abbronzatura del suo volto rude.

Gonzaga lo ridusse al silenzio.

“Le vostre parole sono vane. Siete stato insubordinato, e per insubordinazione c’è una sola pena.”

Il bullo chinò il capo, ritenendosi perduto, e privo dell’ingegno per ribattere come Francesco inaspettatamente ribatté per lui.

“Madonna, lì il vostro consigliere è in errore. L’accusa contro l’uomo è sbagliata. Non c’è stata alcuna insubordinazione.”

“Come?” ella domandò, voltandosi verso il Conte. “Nessuna, dite?”

“È sorto un Salomone,” sogghignò Gonzaga. Poi, stizzito: “Non perdete parole con lui, Madonna,” continuò. “I nostri affari sono con Fortemani.”

“Ma restate, buon Gonzaga. Potrebbe aver ragione.”

“Il vostro cuore è troppo tenero,” rispose Romeo impaziente. Ma ella si era voltata da lui ora, e pregava Francesco di chiarire meglio il suo significato.

“Se avesse alzato la mano contro di voi, Madonna, o anche contro Messer Gonzaga, o avesse disobbedito a un ordine dato da uno di voi due, allora, e solo allora, si potrebbe parlare di insubordinazione. Ma non ha fatto nulla di tutto ciò. È colpevole di aver maltrattato gravemente il mio servo, è vero, ma non c’è alcuna insubordinazione in questo, poiché non era sotto alcuna promessa di lealtà verso Lanciotto.”

La fissarono come se le sue parole fossero dettami di saggezza recondita invece della semplice esposizione di un caso palese. Gonzaga mortificato, Fortemani con una luce di speranza e meraviglia che brillava nei suoi occhi, e Madonna con un leggero cenno del capo che argomentava accordo. Litigarono ancora per un po’, Gonzaga amaro, vendicativo e temerariamente sprezzante sia verso Francesco che verso Fortemani. Ma il Conte tenne così risolutamente la posizione che aveva preso che alla fine Valentina scrollò le spalle, si dichiarò convinta e ordinò a Francesco di emettere il giudizio.

“Siete seria, Madonna?” disse Francesco con sorpresa, mentre un’oscura smorfia deturpava la serenità della fronte di Gonzaga.

“Lo sono davvero. Trattatelo come ritenete meglio e più giusto, e gli accadrà precisamente quanto voi ordinerete.”

Francesco si volse verso gli uomini d’arme. “Slegatelo, uno di voi,” disse brevemente.

“Credo che siate pazzo,” gridò Gonzaga, in preda alla frenesia, ma il suo stato d’animo nasceva piuttosto dal dispetto di vedere l’intruso prevalere dove lui aveva fallito. “Madonna, non badategli.”

“Vi prego di lasciar fare, buon Gonzaga,” rispose lei in tono conciliante, e Gonzaga, pronto a svenire per la stizza, le obbedì.

“Lasciatelo lì e andatevene,” fu il successivo ordine di Paolo agli uomini, che partirono, lasciando lo stupito Fortemani in piedi da solo, slegato e dall’aria sciocca.

“Ora badate bene a me, Messer Fortemani,” lo ammonì Francesco. “Avete compiuto un atto codardo, indegno del soldato che vorreste far credere agli uomini di essere. E per questo, credo, la punizione che avete ricevuto per mano mia sia stata sufficiente, in quanto l’indegnità a cui vi ho sottoposto ha scosso la vostra posizione presso i vostri seguaci. Tornate da loro ora e recuperate ciò che avete perso, e badate in futuro di essere più degno. Che questa vi sia di lezione, Messer Fortemani. Siete arrivato pericolosamente vicino all’impiccagione, e avete avuto la prova che nei momenti di pericolo i vostri uomini sono pronti ad alzare le mani contro di voi. Perché accade questo? Perché non avete cercato il loro rispetto. Siete stato troppo loro compagno nelle bevute e nelle risse, invece di mantenervi in disparte con dignità.”

“Signore, ho imparato la lezione!” rispose il bullo umiliato.

“Allora agite di conseguenza. Riprendete il comando e disciplinate i vostri uomini a un miglior ordine. Madonna, qui, e Messer Gonzaga dimenticheranno questo fatto. Non è così, Madonna? Non è così, Messer Gonzaga?”

Influenzata dalla sua volontà e da un’intuizione che le diceva che, a qualunque fine egli stesse lavorando, stava lavorando saggiamente, Valentina diede a Fortemani l’assicurazione che Francesco chiedeva, e Gonzaga fu costretto a malincuore a seguire il suo esempio.

Fortemani si inchinò profondamente, il volto pallido e le membra tremanti come nemmeno la paura le aveva fatte tremare. Avanzò verso Valentina e, inginocchiandosi, baciò umilmente l’orlo della sua veste.

“La vostra clemenza, Madonna, non vi darà alcun rimpianto. Vi servirò fino alla morte, signora, e voi, signore.” Alle ultime parole sollevò gli occhi sul volto calmo di Francesco. Poi, senza nemmeno un’occhiata allo scontento Gonzaga, si alzò e inchinandosi di nuovo – da vero cortigiano – si ritirò.

La chiusura della porta fu per Gonzaga il segnale per esplodere in un torrente di rimproveri amari contro Francesco, rimproveri che furono troncati a metà da Valentina.

“Siete fuori di voi, Gonzaga,” esclamò. “Ciò che è stato fatto, è stato fatto con la mia approvazione. Non dubito della saggezza di ciò.”

“Non ne dubitate? Dio faccia che non dobbiate mai farlo! Ma quell’uomo non conoscerà pace finché non si sarà vendicato di noi.”

“Messer Gonzaga,” replicò Francesco, con una cortesia incomparabile, “sono un uomo più vecchio di voi, e forse ho visto più guerre e più uomini del genere. C’è un certo valore che si annida in quel bullo, nonostante la sua millanteria chiassosa e la sua tracotanza, e c’è, anche, un certo senso di giustizia. Misericordia ha avuto oggi, e il tempo mostrerà quanto io abbia ragione nell’averlo perdonato in nome di Madonna. Vi dico, signore, che in nessun luogo Monna Valentina ha un servo più fedele di quanto lui sia ora destinato a diventare.”

“Vi credo, Messer Francesco. Anzi, sono certo che il vostro atto sia stato la saggezza stessa.”

Gonzaga si morse il labbro.

“Potrei sbagliarmi,” disse, con riluttante acquiescenza. “Spero, davvero, di sbagliarmi.”

CAPITOLO XVI. GONZAGA SI SMASCHERA

Le quattro grandi mura esterne di Roccaleone si ergevano in un possente quadrato, di cui il castello vero e proprio occupava solo la metà. L’altra metà, che correva da nord a sud, era un tratto di giardino, diviso in tre terrazze. La più alta di queste non era che uno stretto vicolo sotto il muro meridionale, coperto da un capo all’altro da un pergolato di viti su travi annerite dal tempo, sostenuto da montanti di granito, squadrati e rozzamente intagliati.

Una ripida rampa di gradini di granito, infestata dalle erbacce negli interstizi della vecchia pietra e terminante in un paio di leoni accovacciati alla base, conduceva alla terrazza centrale, che veniva chiamata il giardino superiore. Questa era divisa in due da una vera e propria galleria di giganteschi alberi di bosso che scendeva verso la terrazza inferiore, portando testimonianza eloquente dell’età di quel vecchio giardino. In questa galleria il sole non penetrava mai se non con un raggio furtivo, e nel giorno più caldo dell’estate una grata frescura dimorava nel suo verde squallore. Giardini di rose si estendevano su entrambi i lati, ma l’incuria recente li aveva lasciati invasi dalle erbacce.

La terza e più bassa di queste terrazze, che era più lunga e più ampia di quelle sovrastanti, non era altro che un liscio tratto di prato, delimitato da acacie e platani, dall’angolo estremo del quale scaturiva una scala a chiocciola di pietra con ringhiera in ferro, che conduceva a una torretta che corrispondeva diagonalmente alla Torre del Leone, dove era alloggiato il Conte di Aquila.

Su questo prato verde le dame di Valentina e un paggio ingannavano il crepuscolo in una partita a bocce, la loro goffaggine in quel passatempo inconsueto provocando le battute bonarie di Peppe, che osservava, e le loro stesse risate ancora più bonarie.

C’era anche Fortemani, che faceva il gradasso sull’affare del mattino, che quasi sembrava avesse dimenticato, tanto era padrone di sé e a suo agio. Egli era del tipo in cui la vergogna non colpisce mai molto profondamente, e se ne andava pavoneggiandosi allegramente lì, tra le donne, roteando i suoi occhi feroci per adocchiarle in modo seducente, agitando il suo mantello nuovo e sgargiante con un disprezzo da nobile – gloriosamente consapevole che non si sarebbe strappato nel movimento, come i mantelli ai quali la tetra Circostanza lo aveva recentemente abituato – e pavoneggiandosi come un gallo su un letamaio.

Ma la lezione che aveva imparato non era destinata a condividere la stessa dimenticanza. Infatti, i suoi frutti si potevano già osservare nella condotta più ordinata dei suoi uomini, quattro dei quali, con la partigiana in spalla, montavano la guardia sulle mura del castello. Avevano salutato il suo ritorno tra loro con sogghigni e allusioni derisorie alla sua immersione, ma con pochi colpi ben assestati egli aveva schiaffeggiato i più chiassosi fino al silenzio e a un umore più remissivo. Aveva parlato loro con tono stridente e truculento, impartendo ordini che intendeva fossero obbediti, a meno che il disobbediente non fosse ansioso di fare i conti con lui.

In verità, era un uomo cambiato, e quando quella notte i suoi seguaci, dopo aver bevuto quello che lui riteneva sufficiente per il loro bene, ignorando i suoi ordini di smettere e andare a letto, egli andò in cerca di Monna Valentina. La trovò in conversazione con Francesco e Gonzaga, seduta nella loggia della sala da pranzo. Erano lì dalla cena, discutendo la saggezza di partire o restare, di fuggire o resistere per ricevere Gian Maria. La loro conferenza fu interrotta ora da Ercole con la sua lamentela.

Ella inviò Gonzaga a sedare gli uomini, un corso che Fortemani trattò con un sogghigno furtivo. Il damerino andò via rallegrandosi di questa prova che la stima di lei per le sue qualità di comando non aveva affatto sofferto nel confronto con quelle di quello spadaccino di Francesco. Ma il suo orgoglio lo condusse a una caduta amara.

Essi si fecero gioco dei suoi rimproveri, e quando emulò i metodi di Francesco, rivolgendosi a loro con acuta ferocia e chiamandoli bestie e porci, essi colsero il falso suono della sua ferocia, che era tanto diversa da quella vera quanto il suono del piombo è diverso da quello dell’argento. Lo derisero con insulti, mimarono la sua voce tenorile, che l’eccitazione aveva reso stridula, e gli dissero di andare a strimpellare un liuto per il diletto della sua dama, e lasciare il lavoro degli uomini agli uomini.

La sua rabbia salì, ed essi persero la pazienza; e dal mostrare i denti nel riso, iniziarono a mostrarli in ringhi. A questo la sua ferocia lo abbandonò. Superando Fortemani, che stava freddo e sprezzante sulla porta, osservando il fallimento che aveva previsto, egli ritornò con le guance brucianti e parole amare verso Madonna Valentina.

Ella fu sgomenta al racconto che le portò, ingigantito per coprire la propria vergogna. Francesco sedeva tranquillamente tamburellando sul davanzale, i suoi occhi sul giardino illuminato dalla luna sottostante, e senza mai con parola o segno suggerire che potesse riuscire dove Romeo aveva fallito. Alla fine ella si volse verso di lui.

“Potreste…?” iniziò, e si fermò, i suoi occhi che vagavano di nuovo verso Gonzaga, riluttante a ferire ulteriormente un orgoglio che era già molto dolente. All’istante Francesco si alzò.

“Potrei tentare, Madonna,” disse quietamente, “sebbene il fallimento di Messer Gonzaga mi dia poca speranza. Eppure, può darsi che egli abbia tolto il filo tagliente alla loro sicumera, e che, così, un compito più facile mi attenda. Tenterò, Madonna.” E con ciò se ne andò.

“Riuscirà, Gonzaga,” disse lei, dopo che egli se ne fu andato. “È un uomo di guerra, e conosce le parole alle quali questi tizi non hanno risposta.”

“Gli auguro buona fortuna per la sua impresa,” sogghignò Gonzaga, il suo bel volto bianco ora di astio. “E scommetto che fallirà.”

Ma Valentina sdegnò l’offerta, la cui avventatezza fu più che provata quando, alla fine di circa dieci minuti, Francesco rientrò, imperturbabile come quando era uscito.

“Sono calmi ora, Madonna,” annunciò.

Ella lo guardò interrogativa. “Come ci siete riuscito?” chiese.

“Ho avuto un po’ di difficoltà,” disse, “ma non eccessiva.” I suoi occhi vagarono verso Gonzaga, e sorrise. “Messer Gonzaga è troppo gentile con loro. Troppo vero cortigiano per avvalersi della brutalità che è necessaria quando abbiamo a che fare con dei bruti. Non dovreste disdegnare di usare le mani su di loro,” ammonì il damerino in tutta serietà, e senza una traccia di ironia. Né Gonzaga ne sospettò alcuna.

“Io, sporcarmi le mani su quel verminaio?” gridò, con voce inorridita. “Preferirei morire.”

“O altrimenti subito dopo,” squittì Peppe, che era entrato inosservato. “Patrona mia, dovreste aver visto questo paladino,” continuò, facendosi avanti. “Perché, Orlando non era mai stato così furioso come lui quando stava lì a dire loro che razza di sporcizia fossero, e a ordinar loro di andare a letto prima di cacciarli via con un manico di scopa.”

“E sono andati?” chiese lei.

“Non subito,” disse il buffone. “Avevano bevuto abbastanza da sentirsi molto coraggiosi, e uno che era molto ubriaco fu così coraggioso da assalirlo. Ma Ser Francesco lo abbatte con le mani, e chiamando Fortemani gli ordina di far gettare l’uomo in una segreta per smaltire la sbornia. Poi, senza aspettare nemmeno di vedere i suoi ordini eseguiti, se ne va a passi lunghi, sicuro che non servisse altro. Né servì. Si alzarono, borbottando forse una maledizione o due – ma non così forte che potesse giungere alle orecchie di Fortemani – e se ne andarono a letto.”

Ella guardò di nuovo Francesco con occhi ammirati, e parlò della sua audacia in termini encomiastici. Egli la sminuì; ma lei insistette.

“Avete visto molte guerre, messere,” chiese, o piuttosto asserì.

“Ebbene, sì, Madonna.”

E qui il contorto Gonzaga scorse la sua opportunità.

“Non ricordo il vostro nome, buon signore,” disse mellifluo.

Francesco si voltò a metà verso di lui, e per quanto la sua mente lavorasse con una rapidità fulminea, il suo volto era indolentemente calmo. Rivelare la sua vera identità lo riteneva imprudente, poiché chiunque fosse legato alla covata Sforza doveva guadagnarsi la diffidenza da parte di Valentina. Era risaputo che il Conte di Aquila godesse dei favori di Gian Maria, e la notizia della sua improvvisa caduta e bando non poteva essere giunta alla nipote di Guidobaldo, che era fuggita prima che la notizia giungesse a Urbino. Il suo nome avrebbe destato sospetto, e ogni storia di disgrazia e bando poteva essere considerata la maschera perfetta per uno spia. C’era questo Gonzaga viscido e velenoso, di cui ella si fidava e su cui contava, pronto a sussurrare insidiosamente al suo orecchio.

«Il mio nome», disse lui serenamente, «è, come vi ho detto. Francesco».

«Ma ne avete un altro?», chiese Valentina, con l'interesse che le suggeriva la domanda.

«Ebbene, sì, ma così strettamente legato al primo da non valere quasi la pena di essere recitato. Sono Francesco Franceschi, un cavaliere errante».

«E un cavaliere vero, come so io». Lei gli sorrise così dolcemente che Gonzaga ne fu infuriato.

«Non ho mai sentito questo nome prima», mormorò lui, aggiungendo:

«Vostro padre era...?»

«Un gentiluomo della Toscana».

«Ma non a Corte?», suggerì Romeo.

«Ebbene, sì, a Corte».

Poi, con una subdola insolenza che portò il sangue alle guance di Francesco, sebbene per la mente casta di Valentina non significasse nulla: «Ah!», replicò. «Ma allora, vostra madre...?»

«Era più discriminante, signore, della vostra», fu la risposta tagliente, e dall'ombra lo scoppio soffocato di risate del buffone vi aggiunse del fiele.

Gonzaga si alzò pesantemente, tirando un respiro profondo, e i due uomini si trafissero a vicenda con lo sguardo. Valentina, non comprendendo, guardava dall'uno all'altro.

«Signori, signori, cosa avete detto?», esclamò. «Perché tutta questa guerra di sguardi?»

«È fin troppo pronto a offendersi, Madonna, per essere un uomo onesto», fu la risposta di Gonzaga. «Come il serpente nell'erba, è sempre pronto con il suo pungiglione quando cerchiamo di scoprirlo».

«Vergognatevi, Gonzaga», gridò lei, alzandosi a sua volta. «Cosa state dicendo? Siete diventato insensato? Via, signori, visto che siete entrambi miei amici, siate amici l'uno dell'altro».

«Sillogismo perfettissimo!», mormorò il buffone, inascoltato.

«E voi, Messer Francesco, dimenticate le sue parole. Non le pensa davvero. È molto focoso di fantasia, ma dolce di cuore, questo buon Gonzaga».

All'istante la nuvola svanì dalla fronte di Francesco.

«Ebbene, visto che me lo chiedete», rispose lui, inclinando il capo, «se dirà soltanto di non aver avuto intenzioni malevole con le sue parole, confesserò altrettanto per le mie».

Gonzaga, calmandosi, vide che forse era andato troppo oltre, e fu più propenso a rimediare. Eppure, in seno, nutriva un'ulteriore riserva di veleno, un soffio del quale gli sfuggì mentre stava lasciando Valentina, dopo che Francesco se n'era già andato:

«Madonna», mormorò, «diffido di quell'uomo».

«Diffidate di lui? Perché?», chiese lei, aggrottando la fronte nonostante la sua fiducia nel magnifico Romeo.

«Non so perché; ma è qui. Lo sento». E con la mano si toccò la regione del cuore. «Ditemi che non è una spia, e datemi pure del pazzo».

«Ebbene, farò entrambe le cose», rise lei. Poi, più severamente, aggiunse: «Andate a dormire, Gonzaga. Il vostro ingegno vi gioca brutti scherzi. Peppino, chiamate le mie dame».

Nel momento in cui rimasero soli, lui le si avvicinò, spinto alla follia dai morsi della gelosia che aveva patito quel giorno. Il suo volto brillava pallido al lume di candela, e nei suoi occhi c'era una ferocia latente che la fece esitare.

«Fate come volete, Madonna», disse, con voce concentrata; «ma domani, sia che partiamo da qui, sia che restiamo, lui non rimarrà con noi».

Lei si raddrizzò per tutta la sua esile e aggraziata altezza, gli occhi allo stesso livello di quelli di Gonzaga.

«Questo», rispose, «sarà decretato da me o da lui».

Lui trasse un respiro affannoso e la sua voce si indurì oltre quanto si potesse credere per qualcuno solitamente così gentile nei toni e nei modi.

«Siete avvertita, Madonna», mormorò, avvicinandosi così tanto che al minimo movimento lei avrebbe dovuto toccarlo, «che se questo sbirro senza nome oserà mai mettersi tra voi e me, per Dio e i Suoi santi, lo ucciderò! Siete avvertita, dico».

E riaprendosi la porta in quel momento, lui indietreggiò, s'inchinò e, superando le dame che entravano, varcò la soglia. Qui qualcuno gli tirò le prodigiose maniche foliate che si spiegavano accanto a lui nell'aria come le ali di un uccello. Si voltò e vide Peppino che gli faceva segno di abbassare la testa.

«Una parola al vostro orecchio, Magnifico. C'era una volta un uomo che andò per lana e tornò tosato».

Schiaffeggiando rabbiosamente il buffone per scostarlo, se ne andò.

Valentina si accasciò sul sedile della finestra, in un tumulto di rabbia e stupore mescolati che le fece impallidire le guance e le fece sussultare il petto. Era il primo accenno dei suoi intenti nei suoi confronti che Gonzaga avesse mai osato lasciar trapelare, e la condizione in cui la lasciò presagiva male per il suo successo finale. La sua rabbia l'avrebbe potuta sopportare, se l'avesse vista, poiché l'avrebbe attribuita al tono che aveva usato con lei. Ma l'incredulità di lei, che lui avesse potuto osare intendere davvero ciò che i suoi sensi le dicevano avesse inteso, gli avrebbe mostrato quanto fosse disperata la sua causa e quanto offesa, quanto oltraggiata nell'anima fosse stata lasciata da questo momento di appassionata rivelazione. Avrebbe capito allora che ai suoi occhi non era mai stato, né sarebbe mai stato, altro che un servitore; e uno che, d'ora in avanti, ritenendolo presuntuoso, avrebbe tenuto a maggiore distanza.

Ma lui, non sognando nulla di tutto ciò mentre passeggiava nella sua stanza, sorrideva ai suoi pensieri, che fluivano con pronto ottimismo. Era stato un pazzo a cedere così presto, forse. La stagione non era ancora giunta; il frutto non era abbastanza maturo per essere colto; eppure, cosa significava mai aver dato all'albero un leggero scossone premonitore? Un po' prematuro, forse, ma avrebbe predisposto il frutto a cadere. Ripensò alla sua immutabile gentilezza nei suoi confronti, alla sua affettuosa dolcezza, e gli mancò l'ingegno per vedere che questa non era altro che la naturale soavità che fluiva da lei così liberamente come fluisce il profumo dal fiore, perché la Natura l'ha creata così, e non perché a Messer Gonzaga piaccia il profumo. Mancando di quell'ingegno, andò a letto in beata fiducia e sorrise dolcemente a se stesso fino ad addormentarsi.

Lontano, nella stanza sotto la Torre del Leone, anche il Conte di Aquila passeggiava nella sua camera prima di coricarsi, e nel passeggiare scorse qualcosa che attirò la sua attenzione e provocò un sorriso. In un angolo, tra le sue armature che Lanciotto vi aveva ammassato, il suo scudo rifletteva la luce, mostrando il leone Sforza squartato con l'aquila di Aquila.

«Se il mio dolce Gonzaga ne avesse avuto un barlume, non avrebbe avuto più bisogno di indagare sulla mia parentela», rifletté. E trascinando lo stemma fuori da quel mucchio di armature, aprì dolcemente la finestra e lo gettò lontano, così che cadde con un tonfo nel fossato. Fatto ciò, andò a letto, e anche lui si addormentò con un sorriso sulle labbra e, nella mente, una visione fluttuante di Valentina. Lei aveva bisogno di una mano forte e pronta per guidarla in questa ribellione contro l'amore in armi di Gian Maria, e quella mano, giurò, sarebbe stata la sua, a meno che lei non avesse rifiutato l'offerta. E così, mormorando il suo nome con un fervore persistente, del cui vero significato era del tutto ignaro, sprofondò nel sonno, né si svegliò più finché un tuonare alla sua porta non lo destò. E ai suoi sensi ancora dormienti giunse la voce di Lanciotto, carica di fretta e allarme.

«Svegliatevi, signore! Su, in piedi! Siamo assediati».

CAPITOLO XVII. IL NEMICO

Il Conte balzò dal letto e si affrettò ad spalancare la porta per far entrare il suo servitore, che con volto e voce concitati gli portò la notizia che Gian Maria aveva raggiunto Roccaleone nella notte ed era ora accampato nella pianura davanti al castello.

Era ancora al suo racconto quando un paggio arrivò con il messaggio che Monna Valentina supplicava la presenza di Messer Francesco nella grande sala. Egli si vestì in tutta fretta e poi, con Lanciotto alle calcagna, scese per rispondere alla sua chiamata. Mentre attraversava il secondo cortile, scorse le dame di Valentina raggruppate sui gradini della cappella in un'animata discussione su questo accadimento con Fra Domenico, il quale, in paramenti completi, attendeva di celebrare la Messa del mattino. Rivolse loro un cortese «Buongiorno» e proseguì verso la sala dei banchetti, lasciando Lanciotto fuori.

Qui trovò Valentina in conferenza con Fortemani. Lei stava percorrendo la grande sala mentre parlava; ma, al di là di ciò, non c'era alcun segno di eccitazione nel suo portamento, e se qualche timore per l'esito le toccava il cuore ora che il momento dell'azione era giunto, era meravigliosamente ben soppresso. Alla vista di Francesco, un'espressione che era in parte sgomento e in parte piacere illuminò il suo volto. Lo salutò con un sorriso quale in quell'ora non avrebbe concesso ad altri che a un amico fidato. Poi, con uno sguardo di rammarico:

«Sono oltremodo addolorata, signore, che siate così impegnato nelle mie sorti. Vi avranno già detto che siamo assediati, e così vedrete come il vostro destino sia ora legato al nostro. Poiché temo non vi sia via d'uscita per voi finché Gian Maria non solleverà questo assedio. La scelta di andare o restare non è più mia. Dobbiamo restare e combattere questa battaglia fino in fondo».

«Almeno, signora», rispose prontamente, quasi allegramente, «non posso condividere i vostri rimpianti per me. Il vostro atto potrà essere una follia, Madonna, ma è la più coraggiosa e dolce follia che ci sia mai stata, e sarò orgoglioso di fare la mia parte se vorrete assegnarmene una».

«Ma, signore, non ho alcun diritto su di voi!»

«Il diritto che ogni dama assediata ha su un vero cavaliere», la rassicurò. «Non potrei chiedere impiego migliore per queste mie braccia che in vostra difesa contro il Duca di Babbiano. Sono al vostro servizio, e con cuore lieto, Monna Valentina. Ho visto qualcosa della guerra, e potrei tornarvi utile».

«Nominatelo Prevosto di Roccaleone, Madonna», esortò Fortemani, la cui gratitudine verso l'uomo che gli aveva salvato la vita era mescolata a un'ammirata stima per i suoi poteri, dei quali il bullo aveva avuto tale esperienza pratica.

«Sentite cosa dice Ercole?», esclamò lei, voltandosi verso Francesco con un'improvvisa impazienza che mostrava quanto quel suggerimento fosse gradito.

«Sarebbe un onore troppo grande», rispose lui solennemente. «Tuttavia, se voleste riporre nelle mie mani quella fiducia, la difenderei fino al mio ultimo respiro».

E poi, prima che lei potesse rispondergli, Gonzaga entrò dalla porta laterale e si accigliò nel vedere Francesco lì prima di lui. Era un po' pallido, portava il mantello sulla spalla destra invece che sulla sinistra e, in generale, il suo abbigliamento era meno meticoloso del solito e mostrava segni di essere stato indossato in fretta. Con un cenno brusco al Conte, e ignorando del tutto Fortemani – che lo guardava in cagnesco nel ricordo del giorno precedente – si inchinò profondamente davanti a Valentina.

«Sono sconvolto, Madonna...», iniziò, quando lei lo interruppe.

«Avete ben poco motivo di esserlo. Le cose sono andate diversamente da quanto ci aspettavamo?»

«Forse no. Eppure avevo sperato che Gian Maria non avrebbe permesso al suo umore di spingerlo così lontano».

«Avevate sperato questo... dopo il messaggio che Messer Francesco ci ha portato?». E lo squadrò con un occhio di improvvisa comprensione. «Eppure non avete espresso alcuna speranza del genere quando avete consigliato questa fuga a Roccaleone. Eravate tutto per combattere allora. Un'ardore marziale vi consumava. Da dove questo cambiamento? È l'imminenza del pericolo che gli conferisce una realtà troppo cruda per il vostro appetito?»

C'era un disprezzo nelle sue parole che lo ferì come lei intendeva fare. La sua temerarietà della notte scorsa le aveva mostrato il bisogno di non lasciarlo in alcuna falsa opinione dell'estensione della sua stima e, inoltre, quelle sue ultime parole lo avevano mostrato rivelato sotto una nuova luce, e lei ne fu meno compiaciuta.

Lui inclinò leggermente il capo, la vergogna che gli bruciava le guance per essere stato così rimproverato davanti a Fortemani e a quell'arrampicatore di Francesco. Che Francesco fosse un arrampicatore non era più una questione di supposizioni per lui. La sua anima ne era certa.

«Madonna», disse, con una certa parvenza di dignità, ignorando le sue frecciate, «sono venuto a portarvi la notizia che un araldo di Gian Maria implora udienza. Devo parlamentare con lui per voi?»

«Siete troppo buono», rispose lei dolcemente. «Ascolterò l'uomo io stessa».

Lui s'inchinò sottomesso, e poi il suo sguardo passò su Francesco.

«Potremmo accordarci con lui per il salvacondotto di questo signore», suggerì.

«Non c'è speranza che lo concedano», rispose lei con leggerezza. «Né potrei sperarlo se lo facessero, poiché Messer Francesco ha acconsentito a ricoprire l'ufficio di Prevosto di Roccaleone. Ma stiamo facendo attendere il messaggero. Signori, volete accompagnarmi ai bastioni?»

Si inchinarono e la seguirono, con Gonzaga che veniva per ultimo, il passo pesante come quello di un ubriaco, il volto bianco fino alle labbra per l'amara rabbia con cui si vedeva sostituito, e leggeva la sua risposta alle parole focose che la notte scorsa aveva sussurrato all'orecchio di Valentina.

Mentre attraversavano il cortile, Francesco assolse al primo atto del suo nuovo ufficio ordinando a una mezza dozzina di uomini d'arme di accodarsi a loro, affinché potessero fare una certa figura sulle mura quando fossero giunti a parlamentare con l'araldo.

Trovarono un uomo alto su un alto cavallo grigio, il cui elmo lucido brillava come argento al sole del mattino, e il cui usbergo era quasi nascosto sotto una sopravveste cremisi ornata con il leone Sforza. Si inchinò profondamente quando apparve Valentina, seguita dal suo seguito, al cui primo posto stava il Conte di Aquila, con il suo ampio castoro abbassato sulla fronte, così che lasciava il viso in ombra.

«In nome del mio padrone, l'Alto e Potente Signore Gian Maria Sforza, Duca di Babbiano, vi chiamo ad arrendervi, signora, deponendo le armi e spalancando i vostri cancelli».

Seguì una pausa, alla fine della quale lei gli chiese se quello fosse il totale del suo messaggio, o se ci fosse qualcosa che aveva dimenticato. L'araldo, inchinandosi con grazia sul collo arcuato del suo palafreno che caracollava, le rispose che ciò che aveva detto era tutto ciò che gli era stato ordinato di dire.

Lei si voltò con uno sguardo smarrito e piuttosto impotente verso coloro che le stavano dietro. Desiderava che la faccenda fosse condotta con la dovuta dignità, e la sua educazione in convento la lasciava nel dubbio su come ciò potesse essere ottenuto al meglio. Si rivolse a Francesco.

«Volete dargli voi la risposta, mio Lord Prevosto?», disse con un sorriso, e Francesco, facendosi avanti e appoggiandosi su una merlatura di quel muro merlato, le obbedì.

«Messer Araldo», disse con voce roca che non era la sua, «volete dirmi da quando il Duca di Babbiano è in guerra con Urbino da dover assediare una delle sue fortezze e chiederne la resa?»

«Sua Altezza», rispose l'araldo, «sta agendo con la piena sanzione del Duca di Urbino nell'inviare questo messaggio alla Lady Valentina della Rovere».

A quel punto Valentina spostò il Conte di lato e, dimenticando il suo proposito di condurre questa faccenda con dignità, lasciò che la sua lingua di donna pronunciasse la risposta del suo cuore.

«Questo messaggio, signore, e la presenza qui del vostro padrone, è solo un'altra delle impertinenze che ho subito per mano sua, ed è quella suprema. Portate quel messaggio indietro a lui, e ditegli che quando sarò istruita da quale diritto osi inviarvi per un tale incarico, potrei rendergli una risposta più pertinente alla sua sfida».

«Preferireste, Madonna, che Sua Altezza venisse di persona a parlare con voi?»

«Non c'è nulla che preferirei di meno. Già la necessità mi ha costretto ad avere più cose da dire a Gian Maria di quanto avrei voluto». E con un gesto fiero indicò che l'udienza era terminata e si voltò per lasciare le mura.

Ebbe una breve conferenza con Francesco, durante la quale lei lo consultò riguardo ad alcune misure di difesa da adottare, e fece dei suggerimenti, ai quali acconsentì, con le sue speranze che crescevano rapidamente nel vedere che lì, almeno, aveva un uomo con conoscenza del lavoro a cui si era dedicato. Le alleggerì il cuore e le diede una lieta fiducia guardare quella figura dritta e marziale, la mano così familiarmente poggiata sull'elsa della spada che sembrava parte di lui, e gli occhi così calmi; mentre quando parlava di pericoli, essi sembravano svanire sotto il disprezzo che ne era così manifesto nel suo tono.

Con Fortemani alle calcagna andò a eseguire le misure che aveva suggerito, il bullo che lo seguiva ora con la fedele meraviglia di un cane per il suo padrone, realizzando che qui, davvero, c'era un soldato di ventura al confronto del quale gente come lui non era migliore di un seguito da campo. Fiducia, pure, Ercole raccolse da quel magnetismo dell'incrollabile fiducia di Francesco; poiché lui sembrava trattare la faccenda come una grande burla, una commedia recitata per il Duca di Babbiano e a spese dello stesso Duca. E proprio come il tono brioso di Francesco infondeva fiducia in Fortemani e Valentina, così, pure, la infondeva nei miseri seguaci di Fortemani. Divennero pieni di zelo nel riflesso del suo zelo, e per ammirazione verso di lui arrivarono ad ammirare l'impresa in cui erano impegnati, e, infine, a provare orgoglio per la parte che lui assegnava a ciascuno di loro. Nel giro di un'ora vi fu un tale diligente trambusto a Roccaleone, un tale spirito di cupa allegria e di alto morale, che Valentina, osservandolo, si chiese che sorta di mago fosse quello che aveva elevato al comando della sua fortezza, che in così poco tempo poteva operare un cambiamento così meraviglioso nel comportamento della sua guarnigione.

Solo una volta la spensieratezza di Francesco venne meno, e fu quando, visitando l'armeria, vi trovò un'unica botte di polvere da sparo conservata. Si voltò verso Fortemani per chiedere dove Gonzaga l'avesse riposta, e poiché Fortemani era ignorante quanto lui sull'argomento, andò subito in cerca di Gonzaga. Dopo aver messo a soqquadro il castello per lui, lo trovò a passeggiare nel pergolato del giardino in animata conversazione con Valentina. Al suo approccio il modo di fare del cortigiano divenne più sommesso, e le sue sopracciglia scontrose.

«Messer Gonzaga», lo chiamò Francesco. Il cortigiano, sorpreso, alzò lo sguardo. «Dove avete nascosto la vostra scorta di polvere?»

«Polvere?», balbettò Gonzaga, gelato da un'improvvisa apprensione. «Non ce n'è nell'armeria?»

«Sì, una piccola botte, abbastanza per caricare un cannone una o due volte, non lasciandoci nulla per le nostre armi da fuoco. È quella la vostra scorta?»

«Se quella è tutta quella che c'è nell'armeria, quella è tutta quella che abbiamo».

Francesco rimase senza parole, fissandolo, mentre un rossore spento gli strisciava sulle guance. In quel momento di ira dimenticò le loro posizioni, e non diede alcun pensiero al bruciore che doveva provare Gonzaga per la perdita di rango che aveva subito da quando Valentina aveva nominato un prevosto.

«E sono questi i vostri metodi per fortificare Roccaleone?», chiese, con una voce che tagliava come un coltello. «Avete fatto buona scorta di vino, un gregge di pecore e infinite prelibatezze, signore», derise. «Speravate di colpire il nemico con queste, o non avevate previsto alcun nemico affatto?»

Ora questa domanda toccava così da vicino la verità che accese nel petto di Gonzaga una rabbia che per un momento ne fece un uomo. Fu l'ultimo soffio che soffiò in una fiamma l'ira covante che portava nella sua anima.

La sua replica giunse feroce e calda. Fu tanto smisurata e sprezzante quanto le precedenti recriminazioni di Francesco, e terminò con una sfida al Conte a incontrarlo a cavallo o a piedi, con spada o lancia, e questo il prima possibile.

Ma Valentina intervenne e li rimproverò entrambi. Eppure per Francesco il suo rimprovero fu cortese e terminò con una preghiera di fare del suo meglio con le risorse che Roccaleone offriva; per Gonzaga fu sprezzante al massimo grado, poiché la domanda di Francesco – a cui Gonzaga aveva lasciato senza risposta – arrivando in un momento in cui lei era piena di sospetti su Gonzaga, e sui fini che aveva cercato di servire consigliandole una rotta che da allora si era mostrato così totalmente inadatto a guidare, le aveva spalancato gli occhi. Ricordò quanto fosse stato stranamente commosso nell'apprendere ieri che Gian Maria stava marciando su Roccaleone, e quanto ardentemente avesse consigliato la fuga dalla fortezza – lui che aveva parlato così coraggiosamente di tenerla contro il Duca.

Stavano ancora discutendo lì in un modo quanto mai sconveniente quando una fanfara di tromba li raggiunse da oltre le mura.

«L'araldo di nuovo», gridò lei. «Venite, Messer Francesco, ascoltiamo quale nuovo messaggio porta».

Condusse Francesco lontano, lasciando Gonzaga all'ombra dei vitigni, ridotto quasi in lacrime dall'estremo della sua mortificazione.

L'araldo era tornato con l'annuncio che la risposta di Valentina non lasciava a Gian Maria altra alternativa che attendere l'arrivo del Duca Guidobaldo, il quale stava allora marciando per unirsi a lui. La presenza del Duca di Urbino sarebbe stata, egli pensava, ampia giustificazione agli occhi di lei per la sfida che Gian Maria aveva inviato, e che avrebbe inviato di nuovo quando suo zio fosse arrivato a confermarla.

In seguito, il resto della giornata trascorse in pace a Roccaleone, se si eccettua il vero inferno di inquietudine che serpeggiava nel cuore di Romeo Gonzaga. Sedette trascurato a cena quella sera, se non dalle dame di Valentina e dal buffone, che di tanto in tanto lo schernivano per la sua cupezza. Valentina stessa rivolse tutta la sua attenzione al Conte, e mentre Gonzaga — Gonzaga, il poeta di ardente fantasia, il gaio cantore, l'arguto riconosciuto, lo specchio della cortesia — era silenzioso e ammutolito, questo sfacciato e arrogante spadaccino li intratteneva con una vivacità che gli conquistava ogni cuore, sempre eccettuato quello di Romeo Gonzaga.

Francesco minimizzò l'assedio in un modo che rincuorò ogni anima presente con sollievo. Divenne allegro a spese di Gian Maria, e rese molto chiaro che non avrebbe potuto trovare nulla di più accattivante per la sua fantasia bellicosa di questa faccenda in cui un caso lo aveva imbarcato. Era pieno di fiducia per l'esito quanto era pieno di avida attesa per la zuffa stessa.

C'è da meravigliarsi che — non avendo mai conosciuto altri che uomini artificiali; uomini di corte e di anticamera; uomini dai modi leziosi e dai vezzi di parlare affettati; in breve, tali uomini come le circostanze ordinano che circondino i grandi — gli occhi di Monna Valentina dovessero spalancarsi, per meglio contemplare questo nuovo modello di uomo, che, pur essendo chiaramente un gentiluomo di alto rango, portava con sé un'aria di campo piuttosto che di salotto, era intriso di uno spirito di cavalleria e avventura, e ignorava con una certa nobile dignità, come se non degno della sua attenzione, le pose che era solita vedere caratterizzare il contegno dei gentiluomini di Sua Altezza, suo zio.

Era giovane, inoltre, ma non più inesperto; avvenente, ma con una forte avvenenza maschile; aveva una voce piacevolmente modulata, eppure una di quelle che avevano sentito gonfiarsi in una nota imperiosa di comando; aveva la risata più gioiosa e spensierata di tutto il mondo — una risata tale da far amare un uomo a tutti coloro che la sentono — e la sfoggiava senza risparmio.

Gonzaga sedeva cupo e scontroso, col cuore che scoppiava di risentimento per l'uomo dalle doti brillanti, tipico dei mediocri e degli incompetenti. Ma il domani gli avrebbe riservato di peggio.

Il Duca di Urbino arrivò la mattina seguente e cavalcò fino al fossato di persona, accompagnato solo da un trombettiere che, per la terza volta, fece risuonare una nota di sfida alla fortezza.

Come il giorno precedente, Valentina rispose alla chiamata, accompagnata da Francesco, Fortemani e Gonzaga — quest'ultimo non invitato ma non respinto, e che seguiva scontroso nel suo seguito, in un ultimo, disperato tentativo di affermarsi come uno dei suoi capitani.

Francesco aveva indossato la sua armatura, e si presentò adornato da capo a piedi in uno splendente acciaio, per rendere degno onore all'occasione. Un ciuffo di piume annuiva nel suo elmo, e sebbene la sua visiera fosse aperta, tuttavia le ombre dell'elmo offrivano a quella distanza una sufficiente copertura ai suoi lineamenti.

La vista dello zio lasciò Valentina impassibile. Per quanto fosse molto amato dal suo popolo, tra lui e sua nipote non aveva mai fatto alcuno sforzo per stabilire relazioni di affetto. Meno che mai cercò ora di prevalere con la voce della parentela. Arrivò nell'armatura di guerra, come un principe verso un suddito ribelle, e precisamente con tale tono la salutò.

«Monna Valentina», disse — sembrando ignorare del tutto la circostanza che lei fosse sua parente — «per quanto questa ribellione mi addolori profondamente, non dovete pensare che il vostro sesso vi conceda alcun privilegio o alcuna clemenza. Vi tratteremo esattamente come faremmo con qualsiasi altro suddito ribelle che si comportasse come avete fatto voi».

«Altezza», rispose lei, «non sollecito alcun privilegio oltre a quello a cui il mio sesso mi dà l'assoluto diritto, e che non ha nulla a che fare con la guerra e le armi. Mi riferisco al privilegio di disporre di me stessa, della mia mano e del mio cuore, come più mi piacerà. Finché non arriverete a riconoscere che sono una donna dotata della natura di una donna, e finché, avendolo realizzato, non sarete pronto a sottomettervi ad esso, e darmi la vostra parola principesca di non insistere oltre con me per la richiesta del Duca di Babbiano, io resterò qui a dispetto di voi, dei vostri uomini d'arme e del vostro meschino alleato, Gian Maria, che immagina che l'amore possa essere fatto con successo in armatura, e che la via per il cuore di una donna debba essere aperta con le cannonate».

«Penso che vi porteremo a uno stato d'animo più soggettivo e doveroso, Madonna», fu la cupa risposta.

«Doveroso verso chi?»

«Verso lo Stato, del quale avete avuto l'onore di nascere principessa».

«E che dire del mio dovere verso me stessa, verso il mio cuore e verso la mia femminilità? Non si deve tenerne alcun conto?»

«Queste sono questioni, Madonna, che non devono essere discusse urlando dalle mura di un castello — né, in verità, desidero discuterle da nessuna parte. Sono qui per intimarvi la resa. Se ci resistete, lo fate a vostro rischio e pericolo».

«Allora a mio rischio e pericolo vi resisterò — volentieri. Vi sfido. Fate il vostro peggio contro di me, disonorate la vostra virilità e lo stesso nome di cavalleria con qualunque violenza vi possa venire in mente, eppure vi prometto che Valentina della Rovere non diventerà mai la moglie di Sua Altezza di Babbiano».

«Vi rifiutate di aprire i vostri cancelli?» replicò lui, con una voce che tremava di rabbia.

«Assolutamente e definitivamente».

«E pensate di persistere in questo?»

«Finché avrò vita».

Il Principe rise sardonicamente.

«Mi lavo le mani della faccenda e delle sue conseguenze», rispose cupamente. «La lascio alle cure del vostro futuro marito, Gian Maria Sforza, e se, nella sua fin troppo naturale brama di nozze, userà il vostro castello con durezza, la colpa di ciò dovrà ricadere su di voi. Ma ciò che egli farà, lo farà con la mia piena sanzione, e sono venuto qui per informarvene poiché mi sembrava foste in dubbio. Vi prego di rimanere lì per qualche istante, per ascoltare ciò che Sua Altezza stessa potrebbe avere da dire. Confido che la sua eloquenza possa rivelarsi più persuasiva».

Salutò cerimoniosamente e, voltando il suo cavallo, cavalcò via. Valentina si sarebbe ritirata, ma Francesco la esortò a rimanere e ad attendere l'arrivo del Duca di Babbiano. E così camminarono lungo i bastioni, Valentina in fervida conversazione con Francesco, Gonzaga che seguiva in cupo silenzio con Fortemani, divorandoli con gli occhi.

Dalla loro altura esaminarono il brulicante accampamento nella pianura, dove tende verdi, marroni e bianche venivano erette in fretta da soldati seminudi. Il piccolo esercito nel complesso poteva contare un centinaio di uomini, che, nella sua vanagloria, Gian Maria riteneva tutto ciò che sarebbe servito per ridurre Roccaleone. Ma la porzione più formidabile delle sue forze entrò nel campo proprio mentre guardavano. Era annunciata da un rauco gemito delle ruote di dieci carri trainati da buoi, su ognuno dei quali era trasportato un cannone. Altri carri seguivano con munizioni e vettovaglie per gli uomini accampati.

Guardarono con interesse la scena affaccendata che si prospettava, e mentre osservavano videro Guidobaldo cavalcare nel cuore dell'accampamento e smontare. Poi, da una tenda più spaziosa e imponente delle altre, avanzò la figura bassa e tarchiata di Gian Maria, non riconoscibile a quella distanza se non dagli occhi acuti di Francesco, che avevano familiarità con la sua forma.

Uno stalliere gli tenne un cavallo e lo aiutò a montare, e poi, accompagnato dallo stesso trombettiere che aveva scortato Guidobaldo, cavalcò in avanti verso il castello. Al bordo del fossato si fermò, e alla vista di Valentina e della sua compagnia, si tolse il cappello piumato e inchinò la testa color paglia.

«Monna Valentina», chiamò, e quando lei si fece avanti in risposta, innalzò i suoi occhi piccoli e crudeli in uno sguardo malizioso e mostrò la luna rotonda del suo viso bianco, più bianca del solito — un pallore atrabiliare e quasi verde.

«Sono addolorato che Sua Altezza, vostro zio, non sia riuscito a prevalere con voi. Laddove ha fallito lui, potrei avere poca speranza di riuscire — con la persuasione delle parole. Eppure vi pregherei di permettermi di parlare con il vostro capitano, chiunque esso sia».

«I miei capitani sono qui presenti», rispose lei tranquillamente.

«Così! Ne avete una pluralità; per comandare — quanti uomini?»

«Abbastanza», ruggì Francesco, intervenendo, con la voce che suonava cava dal suo elmo, «per far saltare voi e i vostri sguatteri che assediano donne alla perdizione».

Il Duca si agitò sul suo cavallo e scrutò l'oratore. Ma c'era troppo poco del suo volto visibile per il riconoscimento, mentre la sua voce era alterata e la sua figura dissimulata nel suo involucro d'acciaio.

«Chi sei, furfante?» chiese.

«Furfante a te, fossi pure venti volte un Duca», rispose l'altro, al che Valentina rise apertamente.

Mai, dal giorno in cui aveva emesso il suo primo vagito, Sua Altezza di Babbiano aveva udito parole di tale importanza dalle labbra di un uomo vivente. Un rossore violaceo gli chiazzò le guance per l'indignazione.

«Bada a me, mascalzone!» tuonò. «Qualunque cosa accada al resto di questa guarnigione fuorviata quando alla fine cadrà nelle mie mani, per te posso promettere una corda e una trave».

«Bah!» sogghignò il cavaliere. «Prima prendi l'uccello. Non essere così sicuro che Roccaleone cadrà mai nelle tue mani. Finché vivo tu non entri qui, e la mia vita, Altezza, è per me una cosa preziosa, di cui non mi separerò alla leggera».

Gli occhi di Valentina erano privi di ilarità ora mentre li rivolgeva su quella figura scintillante e marziale che stava così orgogliosamente al suo fianco, e che sembrava così bene in sintonia con la fiera sfida che scagliava contro il prepotente principesco sottostante.

«Zitto, signore!» mormorò. «Non fatelo arrabbiare ulteriormente».

«Già», gemette Gonzaga, «in nome di Dio non dite altro, o ci rovinerete irreparabilmente».

«Madonna», disse il Duca, senza badare oltre a Francesco, «vi do ventiquattr'ore per decidere il vostro agire. Laggiù vedete che stanno portando i cannoni nel campo. Quando vi sveglierete domani troverete quei cannoni puntati sulle vostre mura. Nel frattempo, basta così. Posso dire una parola a Messer Gonzaga prima di partire».

«Purché partiate, potete dire una parola a chi volete», rispose lei con disprezzo. E, voltandosi, fece cenno a Gonzaga verso la feritoia che lei abbandonava.

«Giurerei che quel giullare lezioso stia già tremando per la paura di ciò che deve venire», gridò il Duca, «e forse la paura gli indicherà la via della ragione. Messer Gonzaga!» chiamò, alzando la voce. «Poiché credo che gli uomini di Roccaleone siano al vostro servizio, vi invito a ordinare loro di abbassare quel ponte levatoio, e in nome di Guidobaldo così come nel mio, prometto loro libero perdono e nessun danno — salvando solo quel mascalzone al vostro fianco. Ma se i vostri manigoldi mi resisteranno, vi prometto che quando avrò raso al suolo Roccaleone, pietra su pietra, non risparmierò nessuno di voi».

Tremando come una foglia, Gonzaga se ne stava lì, con la voce paralizzata e senza rispondere, al che Francesco si sporse di nuovo in avanti.

«Abbiamo sentito le vostre condizioni», rispose, «e non siamo inclini a dar loro ascolto. Non sprecate la giornata in vane minacce».

«Signore, le mie condizioni non erano per voi. Non vi conosco; non mi sono rivolto a voi, né permetterò di essere interpellato da voi».

«Indugiate lì ancora un momento», rispose la voce vibrante del cavaliere, «e vi troverete interpellato da una salva di colpi di archibugio. Olà, là!» comandò, voltandosi e rivolgendosi a un corpo immaginario di uomini sulle mura inferiori del giardino, alla sua sinistra. «Archibugieri alla postierla! Soffiate sulle micce! Preparatevi! Ora, mio Lord Duca, volete ritirarvi, o dobbiamo soffiarvi via?»

La risposta del Duca prese la forma di un grappolo di minacce blasfeme su come avrebbe trattato il suo interlocutore quando gli avesse messo le mani addosso.

«Presentat'arm!» ruggì il cavaliere ai suoi archibugieri immaginari, al che, senza un'altra parola, il Duca voltò il cavallo e cavalcò via in vergognosa fretta, il suo trombettiere che lo seguiva alle calcagna, inseguito da un derisorio scoppio di risate di Francesco.

CAPITOLO XVIII. TRADIMENTO

«Signore», ingoiò Gonzaga, mentre scendevano dai bastioni, «finirete per farci impiccare tutti. Era quello il modo di rivolgersi a un principe?»

Valentina si accigliò perché egli avesse osato rimproverare il suo cavaliere. Ma Francesco rise soltanto.

«Per San Paolo! Come avreste voluto che mi rivolgessi a lui?» chiese. «Avreste voluto che usassi l'adulazione con lui — quel bifolco? Avreste voluto che implorassi pietà da lui, e lo pregassi, con parole mielate, di essere paziente con una dama ostinata? Lasciate fare, Messer Gonzaga, ce la caveremo ancora, non dubitatene».

«Il coraggio di Messer Gonzaga sembra di una qualità che scema man mano che il bisogno aumenta», disse Valentina.

«State confondendo il coraggio, Madonna, con l'incauta temerarietà», rispose il cortigiano. «Potreste impararlo a vostro discapito».

Che Gonzaga non fosse il solo a nutrire questa opinione lo avrebbero presto saputo, poiché, non appena raggiunsero il cortile, un rozzo furfante dalla fronte scura, di nome Cappoccio, si fece largo sul loro cammino.

«Una parola con voi, Messer Gonzaga, e con voi, Ser Ercole». Il suo atteggiamento era pieno di truculenta insolenza, e tutti si fermarono, Francesco e Valentina voltandosi da lui verso i due uomini a cui si rivolgeva, e attendendo di sentire cosa avesse da dire loro. «Quando ho accettato di servire sotto di voi, mi è stato fatto capire che stavo intraprendendo un affare che avrebbe comportato pochi rischi per la mia pelle. Mi è stato detto che probabilmente non ci sarebbero stati combattimenti, e che se ci fossero stati, non sarebbe stato nulla più di una scaramuccia con gli uomini del Duca. Così, anche voi avete assicurato i miei compagni».

«Davvero?» disse Valentina, intervenendo, e rivolgendosi a Fortemani, a cui le parole di Cappoccio erano state dirette.

«Sì, Madonna», rispose Ercole. «Ma avevo la parola di Messer Gonzaga per questo».

«Avete», continuò lei, voltandosi verso Gonzaga, «permesso il loro ingaggio con tale intesa?»

«Con una qualche intesa simile, sì, Madonna», fu costretto a confessare.

Lei lo guardò per un momento con stupore. Poi:

«Messer Gonzaga», disse infine, «penso di cominciare a conoscervi».

Ma Cappoccio, che non era affatto interessato alla misura della conoscenza che Valentina aveva dell'uomo, intervenne impetuosamente:

«Ora abbiamo sentito cosa è passato tra questo nuovo Prevosto qui e Sua Altezza di Babbiano. Abbiamo sentito le condizioni che sono state offerte, e il suo rifiuto di esse, e sono venuto a dirvi, Ser Ercole, e a voi, Messer Gonzaga, che io per primo non rimarrò qui a farmi impiccare quando Roccaleone cadrà nelle mani di Gian Maria. E ci sono altri miei compagni che sono della stessa idea».

Valentina guardò i lineamenti rozzi e determinati dell'uomo, e la paura per la prima volta si insinuò nel suo cuore e si rifletté sul suo volto. Si stava voltando a metà verso Gonzaga, per sfogare su di lui parte dell'amarezza del suo umore — poiché lo riteneva colpevole — quando ancora una volta Francesco venne in soccorso.

«Ora, vergogna su di te, Cappoccio, per un meschino villano! Sono queste parole per le orecchie di una dama assediata e duramente tormentata, codardo?»

«Non sono un codardo», rispose l'uomo raucamente, con il volto che arrossiva sotto la frustata dello scherno di Francesco. «Fuori allo scoperto affronterò i miei rischi, e combatterò per qualsiasi causa che mi paghi. Ma questo non è il mio mestiere — questo aspettare la morte di un topo in trappola».

Francesco incontrò i suoi occhi fissamente per un momento, poi diede un'occhiata agli altri uomini, in numero di una decina circa — tutti, infatti, che i doveri che aveva assegnato loro non trattenevano altrove. Se ne stavano nelle retrovie di Cappoccio, tutt'orecchi per ciò che veniva detto, e i loro volti mostravano chiaramente come i loro sentimenti fossero in sintonia con il loro portavoce.

«E tu un soldato, Cappoccio?» sogghignò Francesco. «Devo dirti in cosa Fortemani ha sbagliato quando ti ha arruolato? Ha sbagliato a non assumerti per il servizio di sguattero nella cucina del castello».

«Signor Cavaliere!»

«Bah! Alzi la voce con me? Pensi che io sia del tuo genere, animale, da spaventarmi per dei suoni — per quanto orrendi?»

«Non sono spaventato dai suoni».

«Non lo sei? Perché, allora, tutto questo clamore per un mucchio di minacce vuote lanciateci dal Duca di Babbiano? Se tu fossi davvero il soldato che vorresti farci credere, verresti qui e diresti: "Non morirò in questo modo, o in quello"? Confessati spaccone quando ci dici che sei pronto a morire allo scoperto».

«No! Questo non sono».

«Allora, se sei pronto a morire là fuori, perché non qui dentro? Ha importanza per chi muore dove lo fa? Ma rassicurati, codardo», aggiunse, con una risata, e con una voce abbastanza alta da essere udita dagli altri, «non morirai — né qui, né là».

«Quando Roccaleone capitolerà...»

«Non capitolerà», tuonò Francesco.

«Bene, allora — quando sarà presa».

«Nemmeno sarà presa», insistette il Prevosto, con una sicurezza che trasmetteva convinzione. «Se Gian Maria avesse avuto tempo illimitato a sua disposizione, avrebbe potuto affamarci fino alla sottomissione. Ma non ne ha. Un nemico sta minacciando i suoi confini, e tra pochi giorni — una settimana, al massimo — sarà costretto ad andarsene per difendere la sua corona».

«Ragione in più per lui di usare misure severe e bombardarci come minaccia», rispose Cappoccio astutamente, ma piuttosto nel tono di un uomo che si aspetta che il suo argomento venga smentito. E Francesco, se non poteva smentirlo, poteva almeno contraddirlo.

«Non crederci», gridò, con una risata sprezzante. «Ti dico che Gian Maria non oserà mai tanto. E se lo facesse, sono forse queste mura che crolleranno per qualche cannonata? Potrebbe tentare un assalto; ma non ho bisogno di dire a un soldato che venti uomini risoluti, come voglio credere che siate nonostante le vostre parole codarde, potrebbero tenere un posto così forte contro l'assalto di venti volte gli uomini che il Duca ha con sé. E per il resto, se pensi che ti dica più di quanto io stesso creda, ti chiedo di ricordare come io sia incluso nella minaccia di Gian Maria. Sono solo un soldato come te, e i rischi che sono tuoi sono anche miei. Vedi alcun segno di cedimento in me, alcun segno di dubbio sull'esito, o alcuna paura di una corda che non toccherà me più di quanto non toccherà te? Ecco, Cappoccio! Un prevosto meno misericordioso ti avrebbe impiccato per le tue parole — perché puzzano di sedizione. Eppure sono rimasto qui a discutere con te, perché non posso fare a meno di un uomo coraggioso come tu ti dimostrerai. Non sentiamo più parlare dei tuoi dubbi. Sono indegni. Sii coraggioso e risoluto, e ti troverai ben ricompensato quando il Duca sconfitto sarà costretto a levare questo assedio».

Si voltò senza aspettare la risposta di Cappoccio — che se ne stava lì abbattuto, le guance arrossate per la vergogna della sua minaccia di andarsene — e condusse Valentina con calma attraverso il cortile e su per i gradini della sala.

Era suo modo non mostrare mai il dubbio che i suoi ordini sarebbero stati eseguiti, eppure in quest'occasione, appena la porta della sala si chiuse dietro di loro, si voltò bruscamente verso l'Ercole che lo seguiva.

«Procurati un archibugio», disse rapidamente, «e porta con te il mio uomo Lanciotto. Se quei cani dovessero ancora mostrarsi ammutinati, spara contro chiunque tenti di forzare i cancelli — spara per uccidere — e mandami a dire. Ma soprattutto, Ercole, non lasciare che ti vedano o sospettino la tua presenza; ciò significherebbe minare l'effetto che le mie parole possono aver prodotto».

Da un volto dolorosamente pallido Valentina innalzò i suoi occhi castani verso i suoi, in uno sguardo che fu come una pugnalata per l'osservante Gonzaga.

«Andate», disse lei, «e che il Cielo vi accompagni. Ma pensate», chiese, e con gli occhi scrutò attentamente il volto di lui in cerca di qualsiasi segno di dubbio, «che si siano placati?»

«Ne sono certo, Madonna. Via, ci sono tracce di lacrime nei vostri occhi, e – per la mia anima! – non c'è nulla di cui piangere.»

«Sono pur sempre una donna», sorrise lei guardandolo dal basso in alto, «e, come tale, soggetta alla debolezza femminile. Poco fa sembrava davvero giunta la fine. Lo sarebbe stata, se non fosse stato per voi. Se dovessero ammutinarsi...»

«Non lo faranno, finché sarò qui», rispose lui, con una fiducia rassicurante. E lei, piena di fede in questo suo vero cavaliere, andò a cercare le sue dame, per placare a sua volta ogni allarme di cui avessero potuto cadere preda.

Francesco andò a disarmarsi, e Gonzaga a prendere aria sugli spalti, col cuore che era un vero sacco di fiele. Il suo odio per l'intruso non era nulla in confronto alla sua rabbia contro Valentina, una rabbia che nasceva da un meravigliato sconcerto sul come lei potesse preferire quel rozzo bullo spaccone a lui, l'ineguagliabile Gonzaga. E mentre camminava lì, sotto il cielo di mezzogiorno, il ricordo della certezza di Francesco che gli uomini non si sarebbero ammutinati tornò a lui, e si sorprese a desiderare ardentemente che lo facessero, se non altro per far capire a Valentina quanto fosse mal riposta la sua fiducia, quanto fosse sciocca la sua fede in quel millantatore. Pensò poi – e con crescente amarezza – ai propri coraggiosi piani, al suo amore per Valentina, e a quanto fosse stato sicuro che i suoi sentimenti fossero ricambiati, prima che quel ruffiano arrivasse tra loro. Rise con amaro disprezzo al pensiero che lei preferisse Francesco a lui. Ebbene, poteva essere così ora – ora che i tempi erano di guerra, e questo Francesco era un uomo che in essi brillava al meglio. Ma che sorta di compagno sarebbe stato questo sbirro in tempi di pace? Possedeva forse l'arguzia, la grazia, la bellezza stessa che erano di Gonzaga? Le circostanze, gli parve, erano da biasimare, e maledisse apertamente quella stessa Circostanza. In altri contesti, era certo che lei non avrebbe posato lo sguardo su Francesco finché lui stesso fosse stato presente; e se richiamava alla mente il loro primo incontro ad Acquasparta, era di nuovo per maledire la Circostanza per aver posto il cavaliere in una condizione tale da far appello alla tenerezza che è parte della natura femminile.

Rifletté – certo di essere nel giusto – che se Francesco non fosse venuto a Roccaleone, a quell'ora avrebbe potuto essere sposato con Valentina; e una volta sposato, avrebbe potuto abbassare il ponte e marciare fuori da Roccaleone, sicuro che Gian Maria non avrebbe avuto interesse a sposare la sua vedova, e non meno sicuro che Guidobaldo – che in fondo era un principe gentile e clemente – si sarebbe accontentato di lasciare che ciò che era compiuto restasse tale, dato che non ci sarebbe stato altro guadagno oltre alla vedovanza di sua nipote nell'impiccare Gonzaga. Era l'argomento specioso che lo aveva attirato in questa impresa sconsiderata, le speranze che era fiducioso avrebbero dato frutti se non fosse stato per l'intromissione di Francesco.

Se ne stette a guardare giù verso la pianura tendata, con una rabbia nera e una disperazione nera a cancellare la bellezza dalla luce del sole di quel mattino di maggio, e poi gli venne in mente che, poiché non c'era nulla da sperare dai suoi vecchi piani, non sarebbe stato saggio rivolgere la sua attenzione a nuovi piani che, almeno, lo avrebbero salvato dall'impiccagione? Perché era certo che, qualunque cosa potesse accadere agli altri, il suo destino fosse segnato, che Roccaleone cadesse o meno. Si sarebbe ricordato contro di lui che la faccenda era stata istigata da lui, e né da Gian Maria né da Guidobaldo avrebbe potuto aspettarsi misericordia.

E ora il pensiero di districarsi dal suo disperato pericolo lo raggelò per la sua improvvisazione. Rimase immobile per un momento; poi si guardò intorno come se temesse che qualche spia in osservazione potesse leggere su di lui l'orribile intenzione che all'improvviso era balzata in vita nel suo cuore. Rapidamente si diffuse, e prese una forma più definita, il cui riflesso appariva ora sul suo volto liscio e avvenente, sfigurandolo oltre ogni credere. Si allontanò dal muro, e fece qualche passo sugli spalti, una mano dietro la schiena, l'altra sollevata a sostenere il mento chino. Così rimase a rimuginare per un po'. Poi, con un altro dei suoi sguardi furtivi, si voltò verso la torre di nord-ovest, ed entrò nell'armeria. Lì frugò finché non ebbe trovato la penna, l'inchiostro e la carta che cercava, e con la porta spalancata – per poter meglio udire il suono di passi in avvicinamento – si mise febbrilmente a scrivere. Fu fatto presto, e si alzò, agitando il foglio per asciugare l'inchiostro. Poi lo ricontrollò, ed ecco cosa aveva scritto:

«È in mio potere fomentare l'ammutinamento della guarnigione e spalancare le porte di Roccaleone. Così il castello cadrà immediatamente nelle vostre mani, e avrete una prova di quanto poco io sia in sintonia con questa ribellione di Monna Valentina. Quali termini mi offrite se compirò ciò? Rispondetemi ora, e con gli stessi mezzi che sto impiegando, ma non mandate la vostra risposta se mi mostrerò sugli spalti.

ROMEO GONZAGA.»

Ripiegò la carta, e sul retro scrisse l'indirizzo: «Al Sommo e Potente Duca di Babbiano.» Poi, aprendo una grande cassa che stava contro la parete, frugò un momento, e alla fine ne trasse un quadrello di balestra. Attorno al corpo di questo legò il suo biglietto. Successivamente, tolse dalla parete una balestra, e da un angolo un argano per tenderla. Con il piede nella staffa tese la corda e mise il dardo in posizione.

E ora chiuse la porta e, andando alla finestra, che era poco più di una feritoia, si caricò la balestra in spalla. Prese accuratamente la mira in direzione della tenda ducale e scoccò il quadrello. Osservò la sua traiettoria, e quasi fu percorso da un brivido di orgoglio per la sua abilità di arciere nel vederlo colpire la tenda su cui aveva mirato, facendo fremere il telone.

In un attimo ci fu un tumulto. Gli uomini corsero sul posto, altri emersero dalla tenda, e tra questi ultimi Gonzaga riconobbe le figure di Gian Maria e Guidobaldo.

Il dardo fu consegnato al Duca di Babbiano, il quale, con uno sguardo rivolto agli spalti, svanì di nuovo nella tenda.

Gonzaga si mosse dal suo osservatorio, e spalancò la porta della torre, in modo che i suoi occhi potessero spaziare su tutti gli spalti baciati dal sole. Tornando alla sua finestra, attese impazientemente la risposta. Né la sua impazienza doveva durare a lungo. Dopo circa dieci minuti Gian Maria riapparve e, chiamando un arciere al suo fianco, gli consegnò qualcosa facendo un gesto con la mano verso Roccaleone. Gonzaga si mosse verso la porta e rimase in ascolto col fiato sospeso. Al minimo segno di un approccio, si sarebbe mostrato e così, secondo la disposizione presa nella sua lettera, avrebbe avvertito l'arciere di non scoccare il suo dardo. Ma tutto era tranquillo, e così Gonzaga rimase dov'era finché qualcosa non balenò come un uccello davanti alla sua vista, colpì bruscamente la parete posteriore e cadde con un tintinnio sulle ampie pietre dello spalto. Un momento dopo la risposta di Gian Maria era nelle sue mani.

La sciolse rapidamente dall'asta che l'aveva portata e lasciò cadere il dardo in un angolo. Poi, spiegando la lettera, la lesse, appoggiandosi a uno dei merli del muro.

«Se potete trovare un modo per consegnare Roccaleone immediatamente nelle mie mani guadagnerete la mia gratitudine, il pieno perdono per la vostra parte nella ribellione di Monna Valentina e la somma di mille fiorini d'oro.

GIAN MARIA.»

Mentre leggeva, una luce di gioia balzò ai suoi occhi. I termini di Gian Maria erano molto generosi. Li avrebbe accettati, e Valentina avrebbe compreso, quando ormai sarebbe stato troppo tardi, su che tipo di canna spezzata si fosse appoggiata affidandosi a Messer Francesco. L'avrebbe salvata ora, come vantava così rumorosamente? Non ci sarebbe stata davvero alcuna ammutinamento, come profetizzava così fiduciosamente? Gonzaga ridacchiò malvagiamente tra sé. Lei avrebbe imparato la sua lezione, e quando fosse stata la moglie di Gian Maria, forse si sarebbe pentita del trattamento riservato a Romeo Gonzaga.

Rise piano tra sé. Poi, all'improvviso, si raggelò e sentì la pelle raddrizzarsi. Un passo furtivo risuonò dietro di lui.

Accartocciò la lettera del Duca nella mano e, nello spavento del momento, la lasciò cadere oltre il muro. Cercando invano di comporre i lineamenti che un timore raggelante aveva ora turbato, si voltò per vedere chi arrivasse.

Dietro di lui stava Peppe, i suoi occhi solenni fissi con un'intensità inquietante sul volto di Gonzaga.

«Mi stavate cercando?» disse Romeo, e il tremito nella sua voce si accordava male con la sua arroganza.

Il buffone gli fece un inchino grottesco.

«Monna Valentina desidera che la raggiungiate in giardino, Illustre.»

CAPITOLO XIX. TRAMA E CONTROTRAMA

I rapidi occhi di Peppe avevano visto Gonzaga accartocciare e gettare via la carta, non meno di quanto avessero osservato il volto sorpreso del cortigiano, e i suoi sospetti erano stati destati. Era di natura curiosa, e l'esperienza gli aveva insegnato che le cose che gli uomini cercano di nascondere sono solitamente proprio quelle che è più importante conoscere. Così, quando Gonzaga se ne fu andato, in obbedienza alla convocazione di Valentina, il giullare scrutò attentamente oltre i merli.

Da principio non vide nulla, e stava concludendo con disappunto che la cosa che Gonzaga aveva scagliato lontano fosse andata perduta nelle acque torrenziali del fossato. Ma poco dopo, appollaiata su una pietra sporgente, sopra il torrente schiumante nel quale sembrerebbe che un miracolo avesse impedito che cadesse, scorse una pallina di carta accartocciata. Osservò con soddisfazione che giaceva a circa dieci piedi esattamente sotto la porta secondaria vicino al ponte levatoio.

Segretamente, poiché non era il modo di Peppe quello di rendere gli uomini partecipi delle sue confidenze dove si poteva evitare, si procurò una corda. Dopo essere sceso e aver aperto silenziosamente la porta secondaria, ne fissò un'estremità e calò l'altra verso l'acqua con estrema cura, per paura di smuovere, e quindi perdere, quella carta.

Assicuratosi ancora una volta di non essere osservato, scese, mano dopo mano, come una scimmia, con i piedi contro il granito grezzo del muro. Poi, con un piccolo dondolio della corda, si portò più vicino a quella palla accartocciata, con le gambe che ora penzolavano nell'acqua furiosa, e con un poderoso allungo che per poco non lo fece precipitare nel torrente, afferrò la carta e la trasferì tra i denti. Poi di nuovo mano dopo mano, e con una fretta frenetica, poiché temeva di essere osservato non solo dalle sentinelle del castello ma anche dagli osservatori nel campo degli assedianti, risalì alla porta secondaria, esultando per essere passato inosservato e sprezzante della vigilanza di coloro che avrebbero dovuto osservarlo.

Richiuse dolcemente l'apertura, la chiuse a chiave, fece scattare i chiavistelli in alto e in basso, e andò a riporre la chiave al suo chiodo nella stanza della guardia, che trovò vuota. Poi, con quella misteriosa lettera in mano, corse via attraverso il cortile e attraverso il portico che conduceva agli alloggi domestici, né si fermò finché non ebbe raggiunto la cucina, dove Fra Domenico stava arrostendo il quarto d'agnello che aveva macellato quella mattina. Perché ora che l'assedio era stabilito, non c'erano più pesci dal ruscello, né lepri e ortolani dalla campagna.

Il frate imprecò contro il folle sonoramente, come era sua abitudine in ogni occasione, perché non era così santo da disdegnare le forme più lievi di giuramenti ingiuriosi. Ma Peppe per una volta non ebbe pronta alcuna risposta viziosa, una faccenda che portò il Domenicano a chiedergli se fosse malato.

Non badandogli affatto, il folle spiegò e spianò la carta accartocciata in un angolo vicino al fuoco. La lesse e fischiò, poi la ficcò nel petto della sua assurda tunica.

«Cosa ti prende?» disse il frate. «Cosa hai lì?»

«Una ricetta per un piatto di cervella di frate. Una squisitezza rarissima, resa costosa dalla scarsità degli ingredienti.» E con quella risposta Peppe se ne andò, lasciando il monaco con uno sguardo brutto negli occhi e un'imprecazione non pronunciata sulla lingua.

Direttamente dal Conte di Aquila andò il folle con la sua lettera. Francesco la lesse e lo interrogò da vicino su ciò che sapeva del modo in cui fosse giunta in possesso di Gonzaga. Per il resto, quelle righe, lungi dal causargli l'inquietudine che Peppe si aspettava, sembrarono fonte di soddisfazione e rassicurazione per lui.

«Offre mille fiorini d'oro», mormorò, «oltre alla libertà e all'avanzamento di Gonzaga. Perché, allora, non ho detto altro che la verità quando ho assicurato agli uomini che Gian Maria ci stava solo minacciando oziosamente di bombardamento. Mantieni segreta questa faccenda, Peppe.»

«Ma terrete d'occhio Messer Gonzaga?» disse il folle.

«Guardarlo? Perché, dove sta il bisogno? Non immaginerai che sia così vile da farsi tentare da questa offerta?»

Peppe alzò lo sguardo, il suo grande volto stravagante contratto in un'espressione di dubbio astuto.

«Non pensate, signore, che l'abbia sollecitata?»

«Ora, vergognati per quel pensiero. Messer Gonzaga può essere un ozioso strimpellatore di liuto, un codardo dallo spirito povero; ma un traditore...! E tradire Monna Valentina! No, no.»

Ma il folle era tutt'altro che rassicurato. Aveva avuto una conoscenza più lunga di Messer Gonzaga, e i suoi occhi acuti avevano da tempo preso le misure esatte dell'uomo. Che Francesco disprezzi pure l'idea di tradimento da parte di Romeo; Peppe lo avrebbe pedinato come un'ombra. Questo fece per il resto di quella giornata, aggrappandosi a Gonzaga come se lo amasse teneramente, e osservando furtivamente il comportamento dell'uomo. Eppure non vide nulla che confermasse i suoi sospetti se non una certa malinconia preoccupata da parte del cortigiano.

Quella notte, mentre cenavano, Gonzaga adduse il mal di denti e, con il permesso di Valentina, lasciò la tavola proprio all'inizio del pasto. Peppe si alzò per seguirlo, ma mentre raggiungeva la porta, il suo nemico naturale, il frate – sempre ansioso di ostacolarlo dove poteva – lo afferrò per la collottola e lo scagliò senza cerimonie indietro nella stanza.

«Hai anche tu il mal di denti, buono a nulla?» disse il frate. «Resta qui e aiutami a servire la compagnia.»

«Lasciatemi andare, buon Fra Domenico», sussurrò il folle, con una voce così seria che il monaco gli lasciò la via libera. Ma la voce di Valentina ora gli ordinò di restare con loro, e così la sua opportunità fu persa.

Si muoveva per la stanza come un buffone molto abbattuto e lunatico, senza una battuta per nessuno, perché i suoi pensieri erano tutti rivolti a Gonzaga e al tradimento che era certo stesse covando. Eppure, fedele a Francesco, che sedeva del tutto incurante, e non volendo allarmare Valentina, soffocò l'avvertimento che gli saliva alle labbra, cercando di convincersi che le sue paure nascessero forse da un eccesso di sospetto. Se avesse saputo quanto fossero ben fondate, forse avrebbe esercitato meno autocontrollo.

Perché mentre si muoveva cupamente per la stanza, assistendo Fra Domenico con i piatti e i vassoi, Gonzaga percorreva gli spalti accanto a Cappoccio, che era di guardia sul muro nord.

I suoi affari non richiedevano grande diplomazia, né Gonzaga ne impiegò molta. Disse bruscamente a Cappoccio che lui e i suoi compagni avevano permesso alla lingua sciolta di Messer Francesco di ingannarli quella mattina, e che le rassicurazioni che Francesco aveva dato loro non erano degne della considerazione di un uomo intelligente.

«Vi dico, Cappoccio», concluse, «che rimanere qui e prolungare questa resistenza senza speranza vi costerà la vita per mano sgradevole del boia. Vedete che sono franco con voi.»

Ora, nonostante ciò che Gonzaga gli diceva potesse accordarsi eccellentemente con le idee che egli stesso aveva intrattenuto, Cappoccio era di natura sospettosa, e i suoi sospetti gli sussurravano ora che Gonzaga fosse mosso da qualche scopo che non riusciva a valutare.

Rimase immobile e, appoggiandosi con entrambe le mani alla sua partigiana, cercò di distinguere i lineamenti del cortigiano nella luce fioca della luna nascente.

«Intendete», chiese, e nella sua voce suonava la sorpresa di cui lo strano discorso di Gonzaga lo aveva riempito, «che siamo sciocchi ad aver ascoltato Messer Francesco, e che faremmo meglio a marciare fuori da Roccaleone?»

«Sì; è questo che intendo.»

«Ma perché», insistette, con la sua sorpresa in aumento, «ci esortate a una tale linea d'azione?»

«Perché, Cappoccio», fu la risposta plausibile, «come voi, sono stato attirato in questa faccenda da insidiose false rappresentazioni. Le rassicurazioni che ho dato a Fortemani, e con le quali vi ha arruolato al suo servizio, erano quelle che erano state date a me. Non ho contrattato con una tale morte come quella che ci attende qui, e vi dico francamente che non ne ho lo stomaco.»

«Comincio a capire», mormorò Cappoccio, scuotendo saggiamente la testa, e c'era un'astuta insolenza nel suo tono e nei suoi modi. «Quando lasceremo Roccaleone verrete con noi?»

Gonzaga annuì.

«Ma perché non dite queste cose a Fortemani?» chiese Cappoccio, ancora dubbioso.

«Fortemani!» fece eco Gonzaga. «Per l'Ostia, no! L'uomo è stregato da quel furfante plausibile, Francesco. Lungi dal risentirsi per il trattamento riservato da quel tizio, segue e obbedisce a ogni sua parola, come il cane meschino che è.»

Di nuovo Cappoccio cercò di scrutare il volto di Gonzaga. Ma la luce era indifferente.

«State trattando con me lealmente?» chiese. «O c'è qualche scopo più profondo sotto il vostro desiderio che ci ribelliamo contro la signora?»

«Amico mio», rispose Gonzaga, «aspettate solo che l'araldo di Gian Maria venga per la sua risposta al mattino. Allora apprenderete di nuovo i termini ai quali vi viene offerta la vita. Non fate nulla fino ad allora. Ma quando vi sentirete minacciati con la corda e la ruota, pensate a quale linea d'azione sarebbe meglio perseguire. Mi chiedete quale scopo mi ispiri. Vi ho già detto – perché sono aperto come la luce del giorno con voi – che sono ispirato dallo scopo di salvare il mio collo. Non è abbastanza questo scopo?»

Una risata di tale intesa che avrebbe acceso di indignazione un uomo migliore fu la risposta che ricevette.

«Perché, sì, è più che abbastanza. Domani, dunque, i miei compagni ed io marceremo fuori da Roccaleone. Contate su questo.»

«Ma non accettate la mia parola. Aspettate finché l'araldo non torna. Non fate nulla finché non avrete sentito i termini che porta.»

«Perché, no, certamente no.»

«E non fate trapelare tra i vostri compagni che sono io ad aver suggerito questo.»

«Perché no. Terrò il vostro segreto», rise il bravo offensivamente, caricandosi la partigiana sulla spalla e riprendendo il suo passo di sentinella.

Gonzaga cercò il suo letto. Una gioia feroce lo consumava per aver pianificato così perfettamente la rovina di Valentina, eppure non desiderava affrontarla di nuovo quella notte.

Ma quando il mattino dopo l'araldo suonò di nuovo il suo corno sotto le mura del castello, Gonzaga era in prima fila nel piccolo gruppo che accompagnava Monna Valentina. Il Conte di Aquila stava sovrintendendo ai lavori a cui aveva assegnato una decina di uomini. Con gran sfoggio, e quanto più rumore possibile – con cui Francesco intendeva impressionare l'araldo – stavano facendo avanzare quattro piccole colubrine e alcuni tre cannoni di calibro maggiore, piantandoli in modo che facessero una mostra minacciosa nelle feritoie del parapetto.

Mentre guardava e dirigeva gli uomini, teneva le orecchie tese per il messaggio, e sentì l'araldo recitare di nuovo i termini ai quali la guarnigione poteva arrendersi, e di nuovo la minaccia di impiccare ogni uomo alle mura del castello se lo avessero costretto a ridurli con la forza delle armi. Concluse il suo messaggio annunciando che nella sua estrema clemenza Gian Maria concedeva loro un'altra mezz'ora di grazia per risolversi sulla loro linea d'azione. Se la fine di quel tempo li avesse trovati ancora ostinati, il bombardamento sarebbe iniziato. Tale era il messaggio che in un'altra delle sue lettere portate da frecce Gonzaga aveva suggerito a Gian Maria di inviare.

Fu Francesco a farsi avanti per rispondere. Era rimasto chino su uno dei cannoni, come per accertarsi della precisione della mira, e mentre si rialzava si dichiarò soddisfatto con una voce abbastanza alta da essere udita dall'araldo. Poi si spinse al fianco di Valentina e, mentre stava lì a pronunciare la sua risposta, non si accorse della silenziosa ritirata degli uomini dalle mura.

«Direte a Sua Altezza di Babbiano» replicò, «che ci ricorda il ragazzo della favola che gridava "al lupo!" troppo spesso. Ditegli, messere, che le sue minacce lasciano questa guarnigione tanto impassibile quanto le sue promesse. Se è vero che intende davvero bombardarci, che cominci subito. Siamo pronti per lui, come potete vedere. Forse non ci credeva equipaggiati di cannoni; ma eccoli lì. Quei pezzi sono puntati sul suo accampamento e il primo colpo che sparerà contro di noi sarà il segnale per una risposta di cui non immagina nemmeno la portata. Ditegli anche che non ci aspettiamo quartiere e non ne concederemo alcuno. Non desideriamo spargimenti di sangue, ma se ci costringe a tanto e mette in atto il suo proposito di usare i cannoni, allora le conseguenze ricadano sul suo capo. Portategli questa risposta e ditegli di non mandarvi più con minacce a vuoto.»

L'araldo fece un cenno col capo sul garrese del suo cavallo. L'arroganza, la fredda imperiosità del messaggio lo lasciarono muto per lo stupore. Lo stupore era anche suo, che Roccaleone fosse armato di cannoni, come coi propri occhi vedeva. Che quei pezzi fossero scarichi non poteva immaginarlo, né poteva farlo Gian Maria quando udì un messaggio che lo colmò di rabbia e che lo avrebbe colmato di sgomento, se non avesse contato sul mutinio che Gonzaga si era impegnato a fomentare.

Mentre l'araldo si allontanava, una risata brusca eruppe da Fortemani, che stava dietro il Conte.

Valentina si volse verso Francesco con occhi che irradiavano ammirazione e una singolare tenerezza.

«Oh, cosa avrei fatto senza di voi, Messer Francesco?» esclamò, per la ventesima volta almeno dal suo arrivo. «Tremo al pensiero di come sarebbero andate le cose senza il vostro ingegno e il vostro valore ad assistermi.» Non notò mai il sorriso maligno che tremava sul bel volto di Gonzaga. «Dove avete trovato la polvere?» chiese ingenuamente, poiché la sua mente non aveva ancora colto l'umorismo della situazione che aveva strappato una risata a Fortemani.

«Non ne ho trovata alcuna» rispose Francesco, sorridendo dall'ombra del suo elmo. «Le mie minacce» – e agitò la mano nella direzione di quello schieramento formidabile di cannoni – «sono tanto vuote quanto quelle di Gian Maria. Eppure credo che lo impressioneranno più di quanto le sue facciano con noi. Ve lo garantisco, Madonna, che lo dissuaderanno dal bombardarci, se mai ne ebbe l'intenzione. Quindi andiamo a rompere il digiuno con animo lieto.»

«Quei cannoni sono vuoti?» boccheggiò lei. «E voi siete riuscito a parlare così audacemente e a minacciare con tanta sfida!»

L'allegria le si dipinse ora sul volto e scacciò l'allarme, un po' del quale era trapelato dai suoi occhi proprio mentre stava esaltando Francesco.

«Ecco!» esclamò lui gioiosamente. «State sorridendo ora, Madonna. Né avete motivo per altro. Vogliamo scendere? Questo lavoro di prima mattina mi ha dato la fame di un lupo.»

Lei si voltò per andare con lui e, in quel momento, Peppe, con la sua faccia da gufo stravolta dall'allarme, salì di corsa i gradini dal cortile.

«Madonna!» ansimò, senza fiato. «Messer Francesco! Gli uomini... Cappoccio... Li sta arringando. Li sta... incitando al tradimento.»

Così, a stento, tirò fuori il suo racconto, che spazzò via di nuovo l'allegria dagli occhi di Valentina e le rese la guancia bianchissima. Per quanto forte e coraggiosa fosse, sentì i sensi vacillare a quel repentino ribaltamento dalla fiducia alla paura. Era forse tutto finito proprio nel momento in cui la speranza aveva raggiunto il suo alto meridiano?

«Siete svenuta, Madonna; appoggiatevi a me.»

Fu Gonzaga a parlare. Ma oltre al fatto che le parole erano state pronunciate, lei non realizzò nulla. Vide un braccio proteso e lo prese. Poi trascinò Gonzaga con sé verso il lato che dominava il cortile, affinché coi propri occhi potesse avere prova di ciò che stava accadendo.

Udì un'imprecazione – un'imprecazione vigorosa e malvagia – da parte di Francesco, seguita da un ordine, acuto e tagliente.

«All'armeria, là, Peppe! Portami uno spadone a due mani; il più robusto che riesci a trovare. Ercole, venite con me. Gonzaga... No, fareste meglio a restare qui. Badate a Monna Valentina.»

Si fece al suo fianco ora e squadrò rapidamente la scena tumultuosa sottostante, dove Cappoccio stava ancora arringando gli uomini. Alla vista di Francesco, essi lanciarono un grido feroce, come avrebbe fatto un branco di cani che ha avvistato la preda.

«Ai cancelli!» fu il grido. «Giù il ponte levatoio! Accettiamo le condizioni di Gian Maria. Non moriremo come topi.»

«Per Dio, ma lo farete, se io lo voglio!» ringhiò Francesco tra i denti serrati. Poi, voltando la testa in una febbre d'impazienza: «Peppe», gridò, «non porterai mai quella spada?»

Il buffone arrivò in quel momento, barcollando sotto il peso di un grande spadone a due mani, a doppio taglio, dotato di arresti e che misurava ben sei piedi dalla punta al pomolo. Francesco glielo strappò di mano e, chinandosi, mormorò un ordine rapido all'orecchio di Peppino.

«...Nella cassetta che sta sul tavolo nella mia camera» sentì Gonzaga mormorargli. «Ora va', e portamela nel cortile. Presto, Peppino!»

Uno sguardo d'intesa balenò negli occhi del gobbo e, mentre si allontanava di corsa, Francesco sollevò la possente spada sulla spalla come se il suo peso fosse quello di una piuma. In quell'istante la mano bianca di Valentina si posò sul bracciale che proteggeva il suo avambraccio.

«Cosa volete fare?» chiese lei, in un sussurro, gli occhi spalancati per l'allarme.

«Arginare il tradimento di quella marmaglia» rispose lui brevemente. «Restate qui, Madonna. Fortemani e io li pacificheremo... o porremo fine a loro.» E lo disse con una tale severità che Gonzaga credette fosse in suo potere.

«Ma siete pazzo!» esclamò lei, e la paura nei suoi occhi aumentò. «Cosa potete fare contro venti?»

«Ciò che piacerà a Dio» rispose lui, e per un secondo scacciò la ferocia dal cuore per poterle sorridere rassicurante.

«Ma sarete ucciso» gridò lei. «Oh! Non andate, non andate! Lasciate che facciano a modo loro, Messer Francesco. Lasciate che Gian Maria cinga il castello. Non mi importa, purché non andiate.»

La sua voce, e il racconto che faceva di una dolce ansia per il suo destino che sovrastava ogni altra cosa in quel momento – persino il suo orrore per Gian Maria – accelerò il suo sangue al ritmo dell'estasi. Fu colto da un desiderio selvaggio di stringerla tra le braccia, questa dama finora così coraggiosa e ora scoraggiata solo dal timore del suo pericolo. Ogni fibra del suo essere lo spingeva a raccoglierla al petto, mentre le versava coraggio e conforto nell'orecchio. Quasi svenne dal desiderio di baciare quegli occhi teneri, rivolti verso di lui nella sua pietosa supplica affinché non mettesse a repentaglio la propria vita. Ma reprimendo ogni cosa, sorrise soltanto, sebbene molto teneramente.

«Siate coraggiosa, Madonna, e abbiate un po' di fiducia in me. Vi ho mai deluso finora? Avete bisogno dunque di temere che io vi deluda ora?»

A quel punto sembrò ritrovare coraggio. Le parole risvegliarono la sua fiducia nella sua splendida forza.

«Rideremo di questo quando romperemo il digiuno» gridò lui. «Venite, Ercole!» E senza aspettare oltre, balzò giù dai gradini con un'agilità sorprendente in qualcuno armato pesantemente come lui.

Non furono in tempo per un soffio. Mentre raggiungevano il cortile, gli uomini venivano avanti verso i cancelli, le loro voci rauche e minacciose. Erano pieni di sicurezza. L'intero inferno pensavano non avrebbe potuto fermarli, eppure alla vista di quella figura alta, brillante come un angelo, nella sua armatura di acciaio scintillante, con quella grande spada appoggiata sulla spalla sinistra, parte dell'impetuosità sembrò abbandonarli.

Continuarono comunque ad avanzare, con la voce di Cappoccio che gridava incoraggiamento. Erano quasi a tiro di quella lunga spada quando, all'improvviso, essa balenò dalla sua spalla e tracciò un semicerchio di luce abbagliante davanti ai loro occhi. Girò attorno alla sua testa e tornò davanti a loro, maneggiata come se fosse stata una frusta, e li ridusse, silenziosi, a un arresto. La riportò alla spalla e, vigile al minimo movimento, col sangue in fiamme e pronto a uccidere un uomo o due se l'esempio fosse divenuto necessario, si rivolse a loro.

«Vedete cosa vi attende se persistete in questo» disse, con una voce pericolosamente calma. «Non avete vergogna, mandria di animali codardi! Siete abbastanza rumorosi quando si tratta di tradire la mano che vi paga; ma lì, a quanto pare, finisce il vostro valore.»

Parlò loro ora con parole ardenti. Ricapitolò le argomentazioni che il giorno prima aveva usato per sedare lo spirito mutinoso di Cappoccio. Assicurò loro che Gian Maria minacciava più di quanto potesse compiere; e così, forse, più di quanto avrebbe mantenuto se fossero stati tanto sciocchi da mettersi in suo potere. La loro salvezza, fece loro notare, risiedeva qui, dietro queste mura. L'assedio non poteva durare a lungo. Avevano un solido alleato in Cesare Borgia, e stava già marciando su Babbiano, così che Gian Maria avrebbe dovuto necessariamente tornarsene a casa prima o poi. La loro paga era buona, ricordò loro, e se l'assedio fosse stato presto tolto, sarebbero stati ben ricompensati.

«Gian Maria minaccia di impiccarvi quando catturerà Roccaleone. Ma anche se dovesse catturarlo, credete che gli verrebbe permesso di mettere in atto una minaccia così disumana? Siete mercenari, dopo tutto, al soldo di Monna Valentina, su cui e sui cui capitani deve ricadere la colpa. Questa è Urbino, non Babbiano, e Gian Maria non è padrone qui. Pensate che il nobile e magnanimo Guidobaldo vi lascerebbe impiccare? Avete così scarsa opinione del vostro Duca? Stolti! Siete tanto al sicuro dalla violenza quanto quelle dame nella galleria lassù. Poiché Guidobaldo non penserebbe mai di farvi del male quanto di permettere che venga fatto a loro. Se qualche impiccagione ci sarà, sarà per me, e forse per Messer Gonzaga che vi ha assoldato. Eppure, parlo forse di gettare le armi? Cosa pensate mi trattenga qui? L'interesse, proprio come l'interesse trattiene voi, e se io penso che il rischio valga la pena di essere corso, perché non dovreste farlo voi? Siete così mansueti e così poveri di spirito che una minaccia deve sopraffarvi? Diventerete un proverbio in Italia, e quando gli uomini parleranno di codardia, vorrete che dicano: "Codardi come la guarnigione di Monna Valentina"?»

Su questo tono parlò loro, ora colpendo duro col suo disprezzo, ora blandendoli con le sue rassicurazioni, e suscitando nuova fiducia nei loro spiriti scossi. Fu una cosa che in seguito contribuì a fare un'epopea che fu cantata dalla Calabria al Piemonte, come questo coraggioso cavaliere, con le sue parole, con il potere della sua volontà e la forza della sua presenza, frenò e sottomise quella turbolenta ventina di villani ribelli.

E dalle mura sovrastanti Valentina lo osservava, i suoi occhi scintillanti di lacrime che non avevano la loro fonte nel dolore né nella paura, poiché sapeva che egli doveva prevalere. Come avrebbe potuto essere altrimenti con uno così intrepido?

Così pensava ora. Ma nel momento in cui egli se n'era andato, la paura l'aveva raggelata fino al cuore, e quando lo vide per la prima volta prendere posizione davanti a loro, si era voltata quasi sconvolta e aveva implorato Gonzaga di non indugiare al suo fianco, ma di andare a prestare l'aiuto che poteva a quel coraggioso cavaliere che ne aveva così disperato bisogno. E Gonzaga aveva sorriso un sorriso pallido come il sole di gennaio, e i suoi dolci occhi azzurri si erano induriti nello sguardo. Non era debolezza ora quella che lo tratteneva lì, ben lontano dal pericoloso tumulto. Poiché sentiva che se avesse posseduto la forza di Ercole e il coraggio di Achille, non si sarebbe mosso in quell'istante di un passo per aiutare Francesco. E altrettanto le disse.

«Perché dovrei, Madonna?» aveva risposto freddamente. «Perché dovrei alzare un dito per aiutare l'uomo che preferite a me? Perché dovrei sguainare la spada per la causa di questa fortezza?»

Lei lo guardò con occhi turbati. «Cosa state dicendo, il mio buon Gonzaga?»

«Sì, il vostro buon Gonzaga!» la derise amaramente. «Il vostro cagnolino da grembo, il vostro suonatore di liuto; ma non abbastanza uomo per essere il vostro capitano; non abbastanza uomo per meritare un pensiero che sia più gentile di uno meritato da Peppe o dai vostri cani. Posso mettere a repentaglio il mio collo per servirvi, per portarvi qui in un luogo di salvezza dalla persecuzione di Gian Maria, ed essere messo da parte per uno che, casualmente, ha un po' più di conoscenza di questo rozzo mestiere delle armi. Mettetemi da parte se volete,» proseguì, con crescente amarezza, «ma avendolo fatto, non chiedetemi di servirvi ancora. Lasciate che Messer Francesco se la sbrighi...»

«Zitto, Gonzaga!» lo interruppe lei. «Lasciatemi sentire cosa sta dicendo.»

E il suo tono disse al cortigiano che le sue parole erano andate perse nell'aria del mattino. Assorta nella scena sottostante, non aveva nemmeno ascoltato la sua amara tirata. Poiché ora Francesco si stava comportando in modo strano. Il buffone era tornato dalla commissione per cui era stato mandato, e Francesco lo chiamò al suo fianco. Abbassando la spada, ricevette un foglio dalla mano di Peppe.

Bruciando d'indignazione per essere rimasto inascoltato, Gonzaga stava lì a mordersi il labbro, mentre Valentina si protendeva in avanti per cogliere le parole di Francesco.

«Ho qui una prova,» gridò, «di ciò che vi dico; prova di quanto poco Gian Maria sia preparato a mettere in atto le sue minacce di cannoni. È quel tizio, Cappoccio, che vi ha sedotti col suo parlare. E voi, come le pecore che siete, vi lasciate guidare dalla sua lingua infame. Ora ascoltate la tangente che Gian Maria offre a qualcuno entro queste mura se riesce a escogitare un mezzo per consegnare Roccaleone nelle sue mani.» E con paralizzante sgomento di Gonzaga, egli udì Francesco leggere la lettera con cui Gian Maria aveva risposto alla sua proposta di tradimento della fortezza. Divenne bianco per la paura e si appoggiò al muro basso per stabilizzare il tremito rivelatore che lo aveva colto. Poi la voce di Francesco, sprezzante e sicura, fluttuò fino alle sue orecchie. «Vi chiedo, amici miei, Sua Altezza di Babbiano sarebbe disposta al pagamento di mille fiorini d'oro se col bombardamento pensasse di aprirsi un varco a Roccaleone? Questa lettera è stata scritta ieri. Da allora abbiamo fatto noi stessi una bella mostra di cannoni; e se ieri non ha osato sparare, pensate che lo farà oggi? Ma ecco, accertatevene, se c'è qualcuno tra voi che sappia leggere.»

Porse la lettera verso di loro. Cappoccio la prese e, chiamando un tale Aventano, la tese a sua volta. Questo Aventano, un giovane che era stato parzialmente educato per la Chiesa, ma che era caduto da quel nobile proposito, si fece avanti e prese la lettera. La esaminò, la lesse ad alta voce e la dichiarò autentica.

«A chi è indirizzata?» domandò Cappoccio.

«No, no!» gridò Francesco. «Che bisogno c'è?»

«Lasciate stare,» rispose Cappoccio, quasi ferocemente. «Se volete che restiamo a Roccaleone, lasciate stare. Aventano, dimmi.»

«A Messer Romeo Gonzaga,» rispose il giovane, con voce stupita.

Una luce così malvagia balenò negli occhi di Cappoccio che Francesco portò la mano libera alla spada che aveva abbassato. Ma Cappoccio guardò solo Gonzaga e fece un ghigno malevolo. Era penetrato nel suo ingegno ottuso che egli era stato lo strumento di un giuda, che cercava di vendere il castello per mille fiorini. Oltre a ciò, Cappoccio non vide; né ne fu molto risentito, e il suo ghigno era piuttosto di scherno che di rabbia. Non era turbato da nobili concetti di onore che gli avrebbero fatto vedere in questo atto di Gonzaga qualcosa di più di un gesto da truffatore, come è sempre piacevole sventare. E poi, agli altri, che non sapevano nulla di ciò che passava nella mente di Cappoccio, egli fece una cosa assai strana. Dall'essere colui che li aveva istigati al tradimento e all'ammutinamento, era colui che ora alzava la voce in un solido argomento di lealtà. Concordò con tutto ciò che Messer Francesco aveva detto e, per conto suo, si schierò dalla parte di Messer Francesco per difendere i cancelli da eventuali traditori che cercassero di aprirli a Gian Maria Sforza.

La sua defezione dalla causa dell'ammutinamento fu il segnale per l'abbandono totale di quella causa stessa, e un altro solido alleato che venne opportunamente a pesare a favore di Francesco fu il fatto che la mezz'ora di grazia era ormai trascorsa e i cannoni di Gian Maria continuavano a tacere. Egli attirò la loro attenzione sul fatto con una risata e disse loro di andare in pace, aggiungendo la fresca assicurazione che quei cannoni non avrebbero parlato quel giorno, né il seguente, né davvero mai.

Completamente conquistati da Francesco e, forse ancor più, dal suo inaspettato alleato, Cappoccio, si allontanarono vergognosi verso il cibo e la bevanda che egli disse loro di cercare dalle mani di Fra Domenico.

CAPITOLO XX. GLI AMANTI

«Come è giunta quella lettera nelle vostre mani?» chiese Valentina a Gonzaga, quando poco dopo si trovarono insieme nel cortile, dove il cortigiano l'aveva seguita quando lei era scesa.

«Avvolta attorno a un quadrello di balestra che è caduto sui bastioni ieri mentre passeggiavo lì solo,» rispose Gonzaga freddamente.

Aveva ormai riacquistato la sua compostezza. Vide che si trovava in mortale pericolo, e la paura stessa che lo possedeva sembrò, per un bizzarro paradosso, dargli la forza di recitare la sua parte.

Valentina lo squadrò con qualcosa di diffidente nello sguardo. Ma sul volto limpido di Francesco non apparve alcuna ombra di sospetto. I suoi occhi quasi sorrisero mentre chiedeva a Gonzaga:

«Perché non l'avete portata a Monna Valentina?»

Un rossore arrossò le guance del cortigiano. Scrollò le spalle con impazienza e, con una voce che soffocava per la rabbia, pronunciò la sua risposta.

«A voi, signore, che sembrate allevato negli accampamenti e cresciuto nelle guardiole, la pienezza di questo insulto offertomi da Gian Maria potrebbe non apparire evidente. Potrebbe non spettare a voi percepire che il solo contatto di quella lettera sporcava le mie mani, che mi faceva vergognare indicibilmente pensare che quel Duca rozzo avesse ritenuto me un bersaglio per un tale dardo. Sarebbe ozioso, dunque, cercare di farvi capire quanto poco potessi sopportare di sottostare all'ulteriore vergogna di permettere a un altro di vedere l'affronto che ero impotente a vendicare. Ho fatto, signore, con quella lettera l'unica cosa concepibile. L'ho accartocciata nella mano e l'ho scagliata lontano da me, proprio come ho cercato di scacciare il suo contenuto dalla mia mente. Ma le vostre spie vigili, Ser Francesco, l'hanno portata a voi, e se la mia vergogna è stata messa in mostra davanti agli occhi di quella soldataglia, almeno è servita allo scopo di salvare Monna Valentina. Per fare ciò, vorrei, se il bisogno ne sorgesse, immolare più dell'orgoglio che mi ha causato di tacere sulla questione di questa comunicazione.»

Parlò con tale calore di sincerità che convinse sia Francesco che Valentina, e gli occhi della dama assunsero un'espressione più dolce mentre esaminava Gonzaga, questo povero Gonzaga che, le diceva il cuore, aveva gravemente offeso col pensiero. Francesco, sempre generoso, prese le sue appassionate esternazioni in ottima parte.

«Messer Gonzaga, comprendo i vostri scrupoli. Mi fate torto a pensare che dovrei mancare in questo.»

Frenò il suggerimento che stava per rinnovare, che, nondimeno, Gonzaga avrebbe fatto meglio a sottoporre quella lettera immediatamente a Monna Valentina. Invece, archiviò l'argomento con una risata e propose che rompessero il digiuno non appena si fosse tolto l'armatura.

Andò a farlo, mentre Valentina dirigeva i suoi passi verso la sala da pranzo, accompagnata da Gonzaga, a cui ora cercava di riparare per i suoi sospetti con un'amichevolezza di comportamento quasi eccessiva.

Ma c'era qualcuno che le parole altisonanti di Gonzaga in relazione a quella lettera avevano lasciato freddo. Si trattava di Peppe, il più saggio dei folli. Si affrettò a seguire Francesco e, mentre il cavaliere si stava sbarazzando dell'armatura, venne a manifestargli i suoi sospetti. Ma Francesco lo scacciò con impazienza, e Peppe se ne andò addolorato, giurando che la saggezza del folle fosse davvero migliore della follia del saggio.

Per tutto quel giorno Gonzaga non si mosse quasi mai dal fianco di Valentina. Parlò a lungo con lei al mattino, su argomenti poetici o eruditi, con i quali intendeva mostrare la sua vasta superiorità intellettuale rispetto allo spadaccino Francesco. La sera, quando il calore del giorno si fu attenuato e mentre quel medesimo Messer Francesco era impegnato in alcune misure difensive sulle mura, Gonzaga giocò a bocce con Valentina e le sue dame - queste ultime ormai ripresesi dal panico di cui erano state preda in precedenza.

Quel mattino Gonzaga era rimasto all'angolo, vedendo i suoi piani sgretolarsi. Quella sera, dopo la giornata trascorsa in compagnia di Valentina - e lei così dolce e gentile con lui - ricominciò a farsi coraggio, e la sua mente volubile sussurrò alla sua anima la speranza che, dopo tutto, le cose potessero andare come aveva inizialmente previsto, se solo avesse giocato bene le sue carte e non avesse rovinato le sue possibilità con la precipitazione che una volta era andata vicina a fargli perdere tutto. Il suo proposito trasse forza da un messaggio giunto quella sera da Gian Maria, il quale era ormai certo che il piano di Gonzaga fosse fallito. Mandò a dire che, non volendo provocare lo spargimento di sangue minacciato dallo spericolato folle che si faceva chiamare Prevosto di Monna Valentina, avrebbe ritardato il bombardamento, sperando che nel frattempo la fame potesse generare in quella guarnigione ribelle uno stato d'animo più sottomesso.

Francesco lesse il messaggio ai soldati di Madonna, ed essi lo accolsero gioiosamente. La loro fiducia in lui aumentò centuplicata da questa prova dell'accuratezza della sua preveggenza. Di conseguenza, furono una compagnia allegra a cena, e il più allegro di tutti era Messer Gonzaga, vestito elegantemente in un completo color porpora di seta tabì per onorare un'occasione così portentosa.

Francesco fu il primo ad abbandonare la tavola, chiedendo il permesso a Monna Valentina di occuparsi di un dovere che lo portava sulle mura. Lei lo lasciò andare e in seguito sedette pensierosa, senza prestare attenzione al leggero chiacchierio di Romeo, né al sonetto di Petrarca che egli cantò poco dopo alla compagnia. I suoi pensieri erano tutti rivolti a colui che aveva lasciato la tavola. Aveva scambiato a malapena una parola con Francesco dal momento delirante in cui si erano guardati negli occhi sui bastioni e avevano visto il segreto che ognuno celava all'altro. Perché non era venuto da lei? si chiese. E poi le sovvenne di come Gonzaga fosse rimasto incollato al suo fianco per tutto il giorno, e si rese conto, inoltre, che era stata lei a evitare la compagnia di Francesco, diventata all'improvviso stranamente timida.

Ma più grande della sua timidezza era ora il suo desiderio di stargli vicino e di ascoltare la sua voce; di farsi guardare ancora da lui come l'aveva guardata quel mattino, quando, nel terrore per lui, aveva cercato di dissuaderlo dall'opporsi all'impulso vile dei suoi uomini d'arme. Una donna di età matura, o più esperta, avrebbe atteso che egli la cercasse. Ma Valentina, nella sua dolce naturalezza, non pensò mai a sotterfugi o ad arti seducenti. Si alzò silenziosamente dalla tavola prima che la canzone di Gonzaga fosse finita e altrettanto silenziosamente scivolò fuori dalla stanza.

Era una bella notte, l'aria pesante del profumo primaverile delle terre fertili, e il cobalto profondo dei cieli una cupola scintillante e tempestata di stelle, in uno spazio più leggero della quale fluttuava il mezzo disco della luna crescente. Una luna tale, pensò, come quella che aveva guardato con pensieri rivolti a lui la notte dopo il loro breve incontro ad Acquasparta. Aveva raggiunto quel bastione nord su cui lui aveva annunciato che il dovere lo chiamava, e laggiù vide un uomo - l'unico occupante del muro - appoggiato al parapetto merlato, intento a guardare le luci dell'accampamento di Gian Maria. Era a capo scoperto, e dalla cuffia d'oro che brillava tra i suoi capelli lo riconobbe. Si avvicinò furtivamente alle sue spalle.

«Sogniamo forse qui, Messer Francesco?» gli chiese, raggiungendolo al fianco, e c'era una nota di risata nelle sue parole.

Lui si voltò di scatto al suono della sua voce, poi rise a sua volta, dolcemente e con gioia.

«È una notte per i sogni, e stavo sognando davvero. Ma voi li avete dissipati.»

«Mi rattristate,» lo stuzzicò lei. «Poiché di certo erano piacevoli, visto che, per venire qui a indulgervi, avete lasciato... noi.»

«Sì... erano piacevoli,» rispose. «E tuttavia, erano carichi di una certa tristezza, ma oziosi come la materia di cui sono fatti i sogni. Spettava a voi dissiparli, poiché erano di voi.»

«Di me?» chiese lei, col battito del cuore che accelerava e portava alle guance un rossore per cui ringraziò la notte che lo nascondeva.

«Sì, Madonna... di voi e del nostro primo incontro nei boschi ad Acquasparta. Lo ricordate?»

«Lo ricordo, lo ricordo,» mormorò lei teneramente.

«E ricordate come allora giurai di essere il vostro cavaliere e per sempre il vostro paladino? Poco immaginavamo come l'onore che bramavo sarebbe stato mio.»

Lei non gli diede risposta, con la mente che tornava a quel primo incontro su cui così spesso e così teneramente aveva riflettuto.

«Pensavo anche,» disse lui poco dopo, «a quell'uomo Gian Maria nella pianura laggiù, e a questo assedio vergognoso.»

«Voi... voi non avete dubbi?» esitò lei, poiché le sue parole l'avevano un poco delusa.

«Dubbi?»

«Sull'essere qui con me. Sull'essere implicato in quella che chiamano la mia ribellione?»

Lui rise piano, con gli occhi rivolti al luccichio argenteo delle acque sottostanti.

«I miei dubbi sono tutti per il momento in cui questo assedio sarà terminato; quando io e voi avremo preso ognuno la nostra strada,» rispose con audacia. Si voltò ora verso di lei e la sua voce suonò un po' tesa. «Ma per l'essere qui a guidare questa bella resistenza e prestarvi quel poco aiuto che posso... No, no, non ho alcun dubbio per questo. È la più cara follia in cui la mia carriera militare mi abbia mai condotto. Sono giunto a Roccaleone con un messaggio di avvertimento; ma sotto, nel profondo del mio cuore, nutrivo la speranza che il mio ruolo potesse essere più di quello di un messaggero; che potesse spettare a me rimanere al vostro fianco e compiere il lavoro che sto svolgendo.»

«Senza di voi mi avrebbero costretta a questa resa già da tempo.»

«Forse lo avrebbero fatto. Ma finché sono qui, non credo lo faranno. Brucio dalla voglia di notizie da Babbiano. Se potessi solo sapere cosa stia accadendo là, potrei confortarvi con la certezza che questo assedio non potrà durare che pochi giorni ancora. Gian Maria deve tornarsene a casa o sottostare alla perdita del suo trono. E se perde quello, vostro zio non sosterrebbe più così strenuamente la sua richiesta di mano presso di voi. Per voi, Madonna, questo deve essere un pensiero confortante. Per me... ahimè! Perché dovrei sperarci?»

Lui stava guardando altrove, nella notte, ma la sua voce tremava per l'emozione che provava. Lei rimase in silenzio e, forse incoraggiato da quel silenzio, rinvigorito dal ricordo di ciò che aveva visto quel mattino riflesso nei suoi occhi:

«Madonna,» esclamò, «vorrei che spettasse a me aprirvi una strada attraverso quell'accampamento assediante e portarvi via verso qualche luogo benedetto dove non ci sono né corti né principi. Ma poiché ciò non può essere, Madonna mia, vorrei che questo assedio durasse per sempre.»

E poi... fu la brezza notturna che agitava debolmente i suoi capelli a schernirlo sussurrando: «Così desidererei davvero anch'io?» Si voltò verso di lei, la sua mano, bruna e nervosa, cadde sulla sua, bianca come l'avorio, lì dove poggiava sulla pietra.

«Valentina!» gridò, con una voce che non era più di un sussurro, i suoi occhi che cercavano ardentemente quelli di lei, voltati altrove. E poi, improvvisamente come era divampato, il fuoco nel suo sguardo si spense. Ritirò la mano dalla sua, sospirò e spostò ancora lo sguardo verso l'accampamento. «Perdonate, dimenticate, Madonna,» mormorò amaramente, «ciò che nella mia follia ho presunto.»

Lei rimase in silenzio per un lungo momento; poi si avvicinò e la sua voce mormorò di rimando: «E se io non lo considerassi una presunzione?»

Con un sussulto lui si voltò a guardarla, e rimasero molto vicini, lo sguardo che sosteneva lo sguardo, e quello di lei era il meno timido dei due. Rimasero così per un breve istante. Poi, scuotendo il capo e parlando con infinita tristezza:

«Sarebbe meglio che lo faceste, Madonna,» rispose.

«Meglio? Ma perché?»

«Perché io non sono un duca, Madonna.»

«E questo che importa?» esclamò lei, per poi aggiungere con disprezzo: «Laggiù siede un duca. Oh, signore, come potrei considerare presuntuose da parte vostra proprio le parole che vorrei udire? Cosa significa per me il vostro rango? Vi conosco come il più vero dei cavalieri, il più nobile gentiluomo e il più valoroso amico che sia mai venuto in aiuto di una fanciulla in difficoltà. Dimenticate forse i principi stessi che mi hanno spinto a questa resistenza? Che io sono una donna e non chiedo alla vita più di quanto sia dovuto a una donna... e niente di meno.»

Si interruppe lì; di nuovo il sangue le suffuse le guance al pensiero di quanto avesse parlato in fretta e di quanto le sue parole potessero suonare audaci. Si allontanò leggermente da lui e si appoggiò ora al parapetto, fissando la notte. E mentre se ne stava così, fu una voce molto ardente a sussurrarle all'orecchio:

«Valentina, per la mia anima, vi amo!» E lì quel sussurro, che la riempiva di un'estasi quasi dolorosa nella sua intensità, terminò bruscamente come strozzato. Di nuovo la sua mano cercò quella di lei, che gli fu concessa come avrebbe concesso la sua intera vita al suo dolce comando, e ora la sua voce giungeva meno appassionata.

«Perché illuderci con speranze crudeli, mia Valentina?» stava dicendo. «C'è il futuro. C'è il momento in cui questo assedio sarà finito e, quando Gian Maria se ne sarà tornato a casa, voi sarete libera di partire. Dove andrete?»

Lei lo guardò come se non comprendesse la domanda, e i suoi occhi erano turbati, sebbene in quella luce fosse difficile vederlo.

«Andrò dove voi mi direte di andare. Dove altro avrei da andare?» aggiunse con una nota di amarezza.

Lui trasalì. La sua risposta era così lontana da ciò che si aspettava.

«Ma vostro zio...?»

«Quale dovere ho verso di lui? Oh, ci ho pensato, e fino a... fino a questa mattina, sembrava che un convento dovesse essere il mio rifugio ultimo. Ho trascorso gran parte della mia giovane vita a Santa Sofia, e quel poco che ho visto del mondo alla corte di mio zio non mi invita certo a vederne di più. La Madre Badessa mi voleva un po' di bene. Mi riprenderebbe, a meno che...»

Si interruppe e lo guardò, e davanti a quello sguardo di resa assoluta e dolce i suoi sensi vacillarono. Che lei fosse nipote del Duca di Urbino non lo ricordò più, così come non ricordò di essere Conte di Aquila, di nobili natali, ma di patrimonio tutt'altro che ricco, e certamente non più un partito per lei agli occhi di Guidobaldo che se fosse stato il semplice cavaliere errante che sembrava.

Si avvicinò a lei, le sue mani - come se obbedissero a un comando superiore alla sua volontà, forse quello dello sguardo di lei - la presero per le spalle, mentre tutta la sua anima la guardava dai suoi occhi. Poi, con un grido soffocato, la attirò a sé. Per un momento lei giacque, palpitante, tra le sue braccia, la sua testa alta e color bronzo al livello del suo mento, il suo cuore che batteva contro il suo. Chinandosi improvvisamente, la baciò sulle labbra. Lei lo subì con una non-resistenza che invitava. Ma quando fu fatto, lei lo allontanò gentilmente; e lui, obbediente a ogni suo minimo desiderio, frenò l'ardore selvaggio del suo stato d'animo e la lasciò libera.

«Anima mia!» esclamò con rapimento. «Ora siete mia, accada quel che accada. Né Gian Maria né tutti i duchi della cristianità vi porteranno via da me.»

Lei posò la mano sulle sue labbra per farlo tacere, e lui baciò il palmo, così che lei, ridendo, si ritrasse di nuovo. E ora dalla risata passò a una grande solennità, e con il braccio proteso verso l'accampamento ducale: «Conquistatemi una via attraverso quelle linee,» disse, «e portatemi via da Urbino... lontano, dove il potere di Guidobaldo e la vendetta di Gian Maria non possano seguirci... e mi avrete conquistata per voi. Ma fino ad allora, ci sia una tregua a... a questo, tra noi. Qui c'è il lavoro di un uomo da compiere, e se io sono debole come stasera, potrei indebolire voi, e allora saremmo entrambi perduti. È sulla vostra forza che conto, Franceschino mio, mio vero cavaliere.»

Avrebbe voluto risponderle. Aveva molto da dirle... chi e cosa fosse. Ma lei indicò la cima delle scale, dove si stagliava la figura di un uomo.

«Laggiù arriva la sentinella,» disse. «Lasciatemi ora, caro Francesco. Andate. Si sta facendo tardi.»

Lui si inchinò profondamente davanti a lei, obbediente come sempre, come il vero cavaliere che era, e si congedò, con l'anima in fiamme.

Valentina osservò la figura di lui che si ritirava finché non svanì dietro l'angolo del muro. Poi, con un profondo sospiro, che era come una preghiera di ringraziamento per questo grande bene che era entrato nella sua vita, si appoggiò al parapetto e guardò nell'oscurità, le guance arrossate, il cuore che batteva ancora forte. Rise piano tra sé per la pura felicità del suo stato d'animo. L'accampamento di Gian Maria divenne oggetto del suo disprezzo. Cosa poteva valere la sua potenza finché lei aveva un tale paladino a difenderla ora e in futuro?

C'era un'ironia in quell'assedio su cui la sua fantasia si soffermava. Venendo così in armi contro di lei, Gian Maria cercava di conquistarla come moglie; eppure, tutto ciò che aveva ottenuto era stato di farla cadere tra le braccia dell'unico uomo che aveva imparato ad amare proprio in virtù di questo assedio. Il caldo tepore della notte, il profumo ambientale dei campi si addicevano bene al suo umore, e la brezza leggera che soffiava carezzevole sulla sua guancia sembrava riecheggiare le melodie che il suo cuore stava emettendo. In quell'ora, quelle vecchie mura grigie di Roccaleone sembravano racchiudere per lei un vero paradiso, e un frammento di una vecchia canzone d'amore uscì dolcemente dalle sue labbra socchiuse. Ma come un paradiso... ahimè! aveva il suo serpente che strisciava inascoltato dietro di lei e che poco dopo stava sibilando al suo orecchio. E la sua voce era la voce di Romeo Gonzaga.

«Mi conforta, Madonna, che ci sia almeno uno, a Roccaleone, che abbia il cuore di cantare.»

Sbalzata fuori dal suo felice stato meditativo da quella voce suadente e ora indicibilmente sinistra, si voltò per affrontare il suo proprietario.

Vide il chiarore bianco del suo volto e qualcosa della rabbia che covava nei suoi occhi, e suo malgrado un brivido di allarme le corse attraverso come un sussulto. Guardò oltre lui verso un punto dove di recente aveva visto la sentinella. Non c'era nessuno lì, né da nessun'altra parte su quel muro. Erano soli, e Messer Gonzaga sembrava singolarmente maligno.

Per un momento ci fu un silenzio teso, rotto solo dalle acque tumultuose del torrente-fossato e dall'aspra sfida di una sentinella, «Chi va là?» nell'accampamento di Gian Maria. Poi lei si voltò nervosamente, chiedendosi quanto avesse potuto udire di ciò che era passato tra lei e Francesco, quanto avesse visto.

«E tuttavia, Gonzaga,» gli rispose, «vi ho lasciato cantare di sotto quando me ne sono andata.»

«...Per sollazzarvi qui al chiaro di luna con quello scellerato spadaccino, quel brigante, quella bestia di sbirro allevata nel canile!»

«Gonzaga! Osereste!»

«Osare?» la schernì lui, fuori di sé per la passione. «Siete voi che parlate di osare... voi, la nipote di Guidobaldo da Montefeltro, una dama della nobile e illustre casata dei Rovere, che vi gettate tra le braccia di un vassallo di bassa estrazione come quello, un masnadiero, un bandito, un bravo? E potete ancora parlare di osare, e prendere quel tono con me, quando la vergogna dovrebbe colpirvi morta o muta?»

«Gonzaga,» gli rispose lei, con il volto bianco come il suo, ma la voce ferma e dura per la rabbia, «lasciatemi ora... all'istante, o vi farò frustare... frustare fino all'osso.»

Per un momento la fissò come un uomo stordito. Poi gettò le braccia al cielo e, lasciandole cadere pesantemente lungo i fianchi, strinse le spalle e rise in modo malvagio. Ma non fece alcun cenno di andarsene.

«Chiamate i vostri uomini,» le rispose, con voce strozzata. «Fate di me ciò che volete. Frustatemi fino all'osso o fino alla morte... che sia questa la ricompensa per tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che ho rischiato, tutto ciò che ho sacrificato per servirvi. Sarebbe in linea con le vostre altre azioni.»

I suoi occhi cercarono i suoi nell'oscurità, il petto che si alzava violentemente nel tentativo di padroneggiarsi prima di parlare.

«Messer Gonzaga,» disse alla fine, «non negherò che mi abbiate servita fedelmente nella questione della mia fuga da Urbino...»

«Perché parlarne?» sogghignò lui. «È stato un servizio di cui vi siete servita solo finché non se ne è presentato un altro su cui poter riversare il vostro favore e il comando supremo della vostra fortezza. Perché parlarne?»

«Per mostrarvi che il servizio a cui alludete è ora pagato,» ribatté lei severamente. «Rimproverandomi, vi siete fatto pagare, e insultandomi avete estinto la mia gratitudine.»

«Una logica la vostra molto conveniente,» la schernì. «Io vengo messo da parte come un indumento logoro, e l'indumento si considera pagato perché, a forza di duro utilizzo, è arrivato a sembrare un po' consunto.»

E ora le venne in mente che forse c'era un po' di giustizia in ciò che diceva. Forse l'aveva trattato un po' duramente.

«Pensate, Gonzaga,» disse, e il suo tono era ora una sfumatura più gentile, «che perché mi avete servita possiate affrontarmi, e quel cavaliere che mi ha servita, anch'egli, e...»

«In cosa un tale servizio come il suo può paragonarsi al mio? Cosa ha fatto lui che io non abbia fatto di più?»

«Beh, quando gli uomini si ribellarono qui...»

«Bah! Non citatemi questo. Corpo di Dio! È il suo mestiere guidare tali porci. È uno di loro. Ma per il resto, cosa ha da perdere un uomo come questo per la sua parte nella vostra ribellione, rispetto a una tale perdita come deve essere la mia?»

«Beh, se le cose vanno male, suppongo che possa perdere la vita,» rispose lei, a bassa voce. «Potete perdere di più?»

Lui fece un gesto di impazienza.

«Se le cose vanno male... sì. Potrebbe costargli caro. Ma se vanno bene, e questo assedio viene tolto, lui non ha più nulla da temere. Il mio è un caso disperato. Comunque finisca questo assedio, per me non ci sarà scampo dalla vendetta di Gian Maria e Guidobaldo. Sanno qual è stata la mia parte. Sanno che la vostra azione è stata aiutata da me, e che senza di me non avreste mai potuto equipaggiarvi per una tale resistenza. Qualunque cosa possa accadere a voi e a questo Ser Francesco, per me non ci sarà scampo.»

Lei fece un respiro profondo, poi gli pose l'ovvia domanda:

«Non l'avevate considerato... non avete pesato queste possibilità... prima di imbarcarvi in questa faccenda, prima che voi stesso mi spingeste a questo passo?»

«Sì, l'ho fatto,» rispose lui con astio.

«Allora, perché queste lamentele ora?»

Lui fu singolarmente, follemente franco con lei nella sua risposta. Le disse che lo aveva fatto perché la amava, perché lei gli aveva dato segni che il suo amore non era vano.

«Vi ho dato dei segni?» lo interruppe lei. «Madre in Cielo! Recitate questi segni affinché io possa conoscerli.»

«Non siete forse stata sempre gentile con me?» chiese. «Non avete forse sempre manifestato gradimento per la mia compagnia? Non siete forse stata sempre lieta che io cantassi per voi le canzoni che avevo composto in vostro onore? Non siete forse a me che vi siete rivolta nell'ora del vostro bisogno?»

«Vedete ora che misera cosa siate, Gonzaga?» rispose lei con tono tagliente. «Una donna non può sorridervi, non può rivolgervi una parola gentile, non può sopportare che le cantiate delle canzoni, senza che voi dobbiate concludere che è invaghita di voi. E se mi sono rivolta a voi nell'ora del bisogno, come mi ricordate, deve essere quello un segno della mia infatuazione? Ogni cavaliere la pensa così quando una donna indifesa si rivolge a lui nella sua angustia? Ma quand'anche fosse,» continuò, «come potrebbe tutto ciò scemare il pericolo di cui ora parlate? Anche se il vostro corteggiamento avesse successo, vi renderebbe forse meno Romeo Gonzaga, bersaglio dell'ira di mio zio e di Gian Maria? Anzi, credo che vi renderebbe tale ancor più.»

Ma lui la disilluse. Non si fece scrupolo, nel suo stato d'animo irato, di esporle i suoi ragionamenti secondo cui, come marito, sarebbe stato protetto.

Lei rise apertamente a quella affermazione.

«E dunque è grazie a sofismi come questi che la vostra presunzione ha preso vita?»

Ciò lo punse. Tremante per la passione che lo ossessionava, le si avvicinò.

«Ditemi, Madonna... perché dovremmo considerare presunzione in Romeo Gonzaga un corteggiamento che in un avventuriero senza nome incoraggiamo?» chiese, con voce roca e tremante.

«State attento,» gli intimò lei.

«Attento a cosa?» ribatté lui. «Rispondetemi, Monna Valentina. Sono un uomo così vile che al solo pensiero di amarvi devo presumere, mentre voi potete concedervi alle braccia di questo spaccone e accettare i suoi baci? Il vostro ragionamento si accorda male con le vostre azioni.»

«Codardo!» gli rispose lei. «Cane che non siete altro!» E davanti al lampo di passione nei suoi occhi lui indietreggiò, con il coraggio che vacillava. Lei troncò la sua rabbia a metà, e con voce pericolosamente calma gli ordinò di fare in modo che entro il mattino non si trovasse più a Roccaleone. «Approfittate della notte,» gli consigliò, «e sfuggite alla vigilanza di Gian Maria come meglio potete. Qui non resterete.»

A quel punto una grande paura s'impadronì di lui, mettendo in fuga l'ultimo rimasuglio della sua ira. E non era solo paura, per rendergli piena giustizia. Era anche la consapevolezza che, se voleva ottenere da lei una compensazione per quel trattamento, se voleva placare la sua vendetta, doveva restare. Un piano era fallito. Ma la sua mente era fertile, e avrebbe potuto escogitarne un altro che avrebbe potuto avere successo e condurre Gian Maria a Roccaleone. In tal modo si sarebbe vendicato ampiamente. Lei si stava voltando, dopo aver pronunciato il suo bando, ma lui le balzò dietro e, in ginocchio, la supplicò pietosamente di ascoltarlo ancora per un momento.

E lei, pentendosi già della sua durezza e pensando che forse, nella sua gelosia, non fosse stato pienamente responsabile di ciò che aveva detto, si fermò ad ascoltarlo.

«Non questo, non questo, Madonna,» gemette, con un tono che suggeriva l'imminenza delle lacrime. «Non mandatemi via. Se proprio devo morire, lasciatemi morire qui a Roccaleone, aiutando la difesa fino al mio ultimo respiro. Ma non scacciatemi per cadere nelle mani di Gian Maria. Mi impiccherà per la mia parte in questa faccenda. Non ripagatemi così, Madonna. Mi dovete qualcosa, di certo, e se sono stato folle quando vi ho parlato poco fa, è stato l'amore per voi a spingermi... l'amore per voi e il sospetto per quell'uomo di cui nessuno di noi sa nulla. Madonna, siate un poco pietosa. Lasciatemi rimanere.»

Lei guardò in basso verso di lui, con la mente divisa tra pietà e disprezzo. Poi la pietà ebbe la meglio nel cuore volubile ma sempre gentile di Valentina. Gli ordinò di alzarsi.

«E andate, Gonzaga. Andate a letto e dormite fino a ritrovare uno stato d'animo più sano. Dimenticheremo tutto ciò che avete detto, a patto che non ne parliate mai più, né di questo amore che dite di provare per me.»

L'ipocrita afferrò l'orlo del suo mantello e lo portò alle labbra.

«Possa Dio mantenere il vostro cuore sempre così puro, nobile e indulgente,» mormorò con voce rotta. «So quanto poco meriti la vostra clemenza. Ma vi ripagherò, Madonna,» protestò, e lo intendeva davvero, sebbene non nel senso che sembrava.

CAPITOLO XXI. IL PENITENTE

Una settimana trascorse pacificamente a Roccaleone; così pacificamente che era difficile concepire che là fuori, nella pianura, sedesse Gian Maria con i suoi cento uomini ad assediarli.

Questa inattività tormentava il Conte di Aquila, così come la mancanza di notizie da Fanfulla; e si domandava vagamente cosa potesse accadere a Babbiano, dato che Gian Maria si accontentava di sedere oziosamente davanti a loro, come se avesse a disposizione mesi per ridurli alla resa per fame. Il mistero si sarebbe dissipato se avesse saputo di dover ringraziare Gonzaga per questa singolare pazienza di Gian Maria. Il cortigiano, infatti, aveva trovato l'occasione di inviare un'altra freccia portatrice di lettere al campo del Duca, informandolo di come e perché l'ultimo complotto fosse fallito, ed esortando Gian Maria ad attendere e ad avere fiducia in lui per ideare uno schema migliore per consegnargli il castello. Aveva promesso con audacia e sufficiente sicurezza, e Gian Maria – i fatti lo dimostravano – aveva confidato in quella sua promessa e ne attendeva l'adempimento. Ma, per quanto sforzasse incessantemente la mente, non gli giungeva alcuna ispirazione, né gli suggeriva alcuno schema con cui potesse compiere il suo proposito traditore.

Impiegò il tempo astutamente per riconquistare il favore e la fiducia di Valentina. La mattina dopo il suo tempestoso colloquio con la nipote di Guidobaldo, si era confessato a Fra Domenico e si era accostato al Sacramento. Ogni mattina successiva si presentò alla Messa e, per la pietà e il fervore delle sue devozioni, divenne un esempio per tutti gli altri. Ora, questo non sfuggì a Valentina, che era stata educata in convento ed era, in una certa misura, devota. Lesse in questo singolare cambiamento dei suoi modi l'indicazione indubbia di un carattere mutato. Il fatto che si fosse accostato al Sacramento la mattina dopo le sue parole folli, lo interpretò come un pentimento per la malvagità dell'animosità che aveva nutrito; il fatto che continuasse ad essere così estremamente devoto in seguito, lo interpretò come un segno che il suo pentimento era sincero e persistente.

E così giunse a chiedersi se, in effetti, non fosse stato tanto vittima quanto carnefice, e finì per assicurarsi che, in una certa misura, la colpa fosse sua. Vedendolo così penitente, e concludendo da ciò che non avrebbe più trasgredito, lo riammise al suo favore e, poco a poco, il vecchio stato di amicizia fu ristabilito, forse ancor più solido in virtù della sua fiducia che, dopo quanto accaduto, non avrebbe più frainteso le sue intenzioni.

Non lo fece, né permise più al suo ottimismo e alla sua vanità sempre pronta di ingannarlo con false speranze. La leggeva con estrema precisione e, sebbene ciò servisse solo a renderlo più amareggiato e più saldo nel suo proposito vendicativo, tuttavia lo faceva sorridere più dolcemente e strisciare più servilmente.

E non contento di ciò, non limitò la sua piaggeria a Valentina, ma cercò anche, con una sorridente persistenza, di ingraziarsi Francesco. Nessuna voce a Roccaleone – nemmeno quella del bullo Ercole – si levava più spesso o più entusiasticamente a lodare e glorificare il loro Prevosto. Valentina, osservando questo, e accettandolo come un altro segno della sua contrizione per il passato e del proposito di emendamento per il futuro, divenne ancora più cordiale nei suoi confronti. Non mancava di astuzia, questo grazioso Ser Romeo, né di conoscenza del cuore di una donna, e della consapevolezza che non c'è adulazione che lei preferisca di quella che ha per oggetto l'uomo che ama.

Così Gonzaga conquistò la fiducia e la stima di tutti durante quella settimana pacifica. Sembrava un uomo cambiato, e tutti, tranne Peppe, vedevano in questo cambiamento un motivo per accrescere la fiducia e l'amicizia nei suoi confronti. Ma l'astuto folle osservava e rifletteva. Trasformazioni come queste non avvenivano in una notte. Non credeva in alcuna crisalide umana che facesse del bruco di ieri la farfalla di oggi. E così, in questo Gonzaga strisciante, sorridente e sottomesso, non vedeva altro che un oggetto di sfiducia, un uomo da sorvegliare con la massima vigilanza. A questa vigilanza il gobbo si dedicava con uno zelo nato dalla sua cordiale detestazione per il cortigiano. Ma Gonzaga, consapevole della sfiducia e della vigilanza del folle, riuscì per una volta a eluderlo e a far giungere una lettera a Gian Maria, esponendo l'ingegnoso piano che aveva covato.

L'idea gli era venuta quella domenica a Messa. In tutti i giorni santificati, era abitudine di Monna Valentina insistere affinché l'intera guarnigione, con l'eccezione di una singola sentinella – e ciò solo per le insistenze di Francesco – assistesse al servizio mattutino. Come un'ispirazione gli venne che quella mezz'ora sarebbe stata un momento assai opportuno per spalancare le porte di Roccaleone agli assedianti. Il mercoledì successivo era la festa del Corpus Domini. Quella sarebbe stata la sua opportunità.

Inginocchiato lì, con il capo chino in estatica devozione, maturò il suo piano traditore. La singola sentinella avrebbe potuto corromperla, o altrimenti – se la corruzione avesse fallito – pugnalarla. Si rese conto che, da solo, non avrebbe potuto abbassare il pesante ponte levatoio, né sarebbe stato saggio, anche se possibile, perché il rumore avrebbe potuto dare l'allarme. Ma c'era la potierna. Gian Maria doveva costruirgli un ponte leggero e portatile, e tenerlo pronto per gettarlo sul fossato e riversare silenziosamente i suoi soldati nel castello attraverso quella piccola porta.

E così, maturato il complotto e chiarito ogni dettaglio, si recò nella sua camera e scrisse la lettera che avrebbe rallegrato il cuore di Gian Maria. Scelse un momento favorevole per spedirla, come aveva fatto con le precedenti, legata al verrettone di una balestra, e vide il segnale di Gian Maria – per il quale la lettera aveva preso accordi – che il piano sarebbe stato adottato. Canticchiando un'aria allegra, giubilante alla prospettiva di vedersi così ampiamente vendicato, Gonzaga scese e uscì nei giardini del castello per unirsi alle dame nel loro divertimento con un gioco di mosca cieca.

Ora, per quanto il Duca di Babbiano potesse congratularsi con se stesso per l'alleato che possedeva in Gonzaga e per l'astuto schema che quest'ultimo aveva ideato per metterlo in possesso di Roccaleone, il giorno seguente giunsero a lui notizie che lo fecero gioire cento volte più fervidamente. I suoi sudditi di Babbiano erano in una condizione prossima alla ribellione aperta, derivante dalle inquietanti voci che Cesare Borgia si stesse armando a Roma per una discesa sul Ducato, e dalla prolungata assenza di Gian Maria in una stagione simile, per un corteggiamento che giudicavano intempestivo. Si era formato un forte partito, e i capi avevano affisso sulle porte del Palazzo un proclama in cui si diceva che, a meno che Gian Maria non fosse tornato entro tre giorni per organizzare la difesa di Babbiano, lo avrebbero deposto e si sarebbero recati ad Aquila per invitare suo cugino, Francesco del Falco – la cui abilità patriottica e militare era nota a tutti – ad assumere la corona di Babbiano e a proteggerli.

Alla notizia, e dopo aver letto il proclama che Alvari aveva portato con sé, Gian Maria cadde in uno di quegli accessi d'ira che avevano reso il suo nome proverbiale a Babbiano. Poco dopo, tuttavia, si calmò. C'era Gonzaga laggiù, che aveva promesso di farlo entrare a Roccaleone mercoledì. Ciò gli lasciava il tempo di prendere prima la sua riluttante sposa, e poi di cavalcare velocemente verso Babbiano, per arrivarvi prima della scadenza dei tre giorni di grazia concessi dai suoi sudditi.

Conferì con Guidobaldo e insistette affinché un sacerdote fosse in attesa per sposarli non appena l'avesse portata fuori dalla fortezza. Su quel dettaglio furono a un passo dal litigare. Guidobaldo non voleva inizialmente acconsentire a nozze così affrettate; non erano consone alla dignità e al rango di sua nipote e, se Gian Maria voleva sposarla, doveva recarsi a Urbino e lasciare che la cerimonia fosse celebrata da un cardinale. Fu bene allora per Gian Maria che dominò la sua consueta fretta e frenò la risposta calda e provocatoria che gli saliva alle labbra. Se lo avesse fatto, probabilmente ne sarebbe seguita una rottura duratura tra loro; poiché Guidobaldo non era tipo da lasciarsi intimidire e, dopo tutto, si rendeva pienamente conto che Gian Maria aveva più bisogno di lui che lui di Gian Maria. E questo, in quel momento, lo realizzò anche il Duca di Babbiano e, realizzandolo, si mise a implorare dove altrimenti avrebbe potuto pretendere, a chiedere come favore ciò che altrimenti avrebbe potuto comandare con una minaccia. E così convinse Guidobaldo – sebbene riluttante – ai suoi desideri in materia, e nella sua buona indole il Duca di Urbino acconsentì a mettere da parte la dignità che lo spingeva a voler vedere la cerimonia celebrata con sfarzo principesco.

Ciò stabilito, Gian Maria benedisse Gonzaga che rendeva tutto possibile, e giungeva assai opportunamente in suo aiuto dove, senza di lui, sarebbe stato costretto a ricorrere ai cannoni e allo spargimento di sangue.

Con Gonzaga, l'unica ombra di dubbio che rimaneva a guastare la perfetta certezza del suo successo risiedeva nella sua valutazione del carattere audace e della mente ingegnosa di Francesco, e ora – come se gli dèi fossero ansiosi di favorirlo fino all'ultimo grado – una strana arma per combattere questo fu inaspettatamente spinta nella sua mano.

Accadde che Alvari non fu l'unico messaggero che viaggiò quel giorno verso Roccaleone. Lo seguì di alcune ore il servitore del Conte di Aquila, Zaccaria, che cavalcò duramente e raggiunse gli approcci del castello al tramonto. Essendo la sua destinazione la fortezza stessa, fu costretto ad attendere nei boschi finché non fu scesa la notte, e anche allora la sua missione era carica di pericolo.

Accadde che, verso la seconda ora della notte, essendo la luna coperta dalle nuvole in quel momento – poiché c'erano minacce di tempesta nel cielo – la sentinella sul muro orientale udì un rumore di guazzo nel fossato sottostante, accompagnato dal respiro stertoroso di un nuotatore la cui bocca non era ben fuori dall'acqua. Sfidò il rumore, ma non ricevendo risposta si voltò per andare a dare l'allarme, e finì tra le braccia di Gonzaga, che era salito a prendere aria.

«Illustre,» esclamò, «c'è qualcuno che attraversa il fossato a nuoto.»

«Eh?» gridò Gonzaga, con cento sospetti su Gian Maria che gli correvano per la mente. «Tradimento?»

«È quello che ho pensato.»

Gonzaga prese l'uomo per la manica del farsetto e lo tirò indietro verso il parapetto. Scrutarono oltre e, dall'oscurità, furono salutati da un debole «Olá!»

«Chi va là?» domandò Romeo.

«Un amico,» giunse la risposta sommessamente. «Un messaggero da Babbiano con lettere per il Signore Conte di Aquila. Lanciatemi una corda, amici, prima che anneghi in questo abbeveratoio.»

«Delirate, folle!» gli rispose Gonzaga. «Non abbiamo conti a Roccaleone.»

«Sicuramente, signor sentinella,» replicò la voce, «il mio padrone, Messer Francesco del Falco, è qui. Lanciatemi una corda, dico.»

«Messer Fran...» iniziò Gonzaga. Poi emise un rumore simile a un uomo che soffoca. Fu come se un'improvvisa luce di rivelazione avesse inondato il suo cervello. «Prendete una corda,» comandò bruscamente alla sentinella. «Nel cortile dell'armeria. Presto, folle!» aggiunse acutamente, temendo ora un'interruzione.

In un momento l'uomo fu di ritorno e la corda fu calata al visitatore sottostante. Pochi secondi dopo Zaccaria si trovò sugli spalti di Roccaleone, con l'acqua che gocciolava dai suoi abiti inzuppati e che si raccoglieva in una pozza attorno ai suoi piedi.

«Da questa parte,» disse Gonzaga, conducendo l'uomo verso la torre dell'armeria, dove ardeva una lanterna. Alla luce di essa esaminò il nuovo arrivato e ordinò alla sentinella di chiudere la porta e restare a portata di voce, fuori.

Zaccaria sembrò sorpreso dall'ordine. Non era certo l'accoglienza che si aspettava dopo aver messo a repentaglio la sua vita per raggiungere il castello con la sua lettera.

«Dov'è il mio signore?» chiese, tra i denti che battevano per il freddo dell'immersione, domandandosi vagamente chi potesse essere quel gentiluomo così magnifico.

«Messer Francesco del Falco è il vostro signore?» chiese Romeo.

«Lo è, signore. Ho avuto l'onore di servirlo per questi dieci anni. Gli porto lettere da Messer Fanfulla degli Arcipreti. Sono molto urgenti. Mi condurrete da lui?»

«Siete molto bagnato,» mormorò Gonzaga con sollecitudine. «Morirete di freddo, e la morte di un uomo così coraggioso da aver trovato una via attraverso le linee di Gian Maria sarebbe davvero deplorevole.» Si avvicinò alla porta. «Olá!» chiamò la sentinella. «Portate questo bravo compagno là su e trovategli un cambio di vestiti.» Indicò la stanza superiore della torre, dove, effettivamente, tali cose erano custodite.

«Ma le mie lettere, signore!» gridò Zaccaria impazientemente. «Sono molto urgenti, e ore ho già sprecato nell'attesa della notte.»

«Sicuramente potete aspettare finché non vi sarete cambiato d'abito? La vostra vita, credo, conta più della perdita di qualche istante.»

«Ma i miei ordini da Messer degli Arcipreti erano che non dovevo perdere un istante.»

«Oh, sì, sì!» gridò Gonzaga, con un'ostentazione di impazienza bonaria. «Datemi le lettere, allora, e le porterò al Conte mentre voi vi spogliate di quegli abiti bagnati.»

Zaccaria lo scrutò un momento in dubbio. Ma lui sembrava così innocuo nei suoi sfarzi, e l'espressione del suo volto piacevole era così accattivante e onesta, che l'esitazione dell'uomo svanì non appena sorse. Togliendosi il berretto, trasse dall'interno della corona la lettera, che vi aveva riposto per tenerla all'asciutto. Questo plico fu consegnato a Gonzaga, il quale, con un'ultima parola di istruzione alla sentinella riguardo al reperimento di abiti per il messaggero, uscì per compiere la sua commissione. Ma fuori dalla porta si fermò e richiamò a sé la sentinella.

«Ecco un ducato per voi,» sussurrò. «Fate come vi dico e ne avrete altri. Trattenetelo nella torre finché non torno, e per nessun motivo fate sì che venga visto o sentito da qualcuno.»

«Sì, Eccellenza,» rispose l'uomo. «Ma che dire se il capitano viene e mi trova assente dal mio posto?»

«Provvederò io a questo. Dirò a Messer Fortemani che vi ho impiegato per una faccenda speciale e gli chiederò di sostituirvi. Siete dispensato dal servizio di guardia per stasera.»

L'uomo si inchinò e si ritirò silenziosamente per occuparsi del suo prigioniero, poiché sotto quella luce considerava ora Zaccaria.

Gonzaga cercò Fortemani nel corpo di guardia sottostante e fece come aveva promesso alla sentinella.

«Ma,» tagliò corto Ercole, arrossendo, «per autorità di chi avete fatto questo? Per quale diritto inviate le sentinelle in missioni che sono vostre? Christo Santo! Il castello deve essere invaso mentre mandate le mie guardie a cercare la vostra scatola di confetti o un libro di versi?»

«Dovreste ricordare...» iniziò Romeo, con un'aria di dignità schiacciante.

«Il diavolo vi porti e chi vi ha mandato!» sbottò il bullo. «Il Messer Prevosto sentirà di questo.»

«Per nessun motivo,» gridò Gonzaga, passando ora dalla rabbia all'allarme, e afferrando i lembi del mantello di Fortemani mentre il capitano stava per uscire per eseguire la sua minaccia. «Ser Ercole, siate ragionevole, vi prego. Dobbiamo allarmare il castello e disturbare Monna Valentina per una faccenda da nulla come questa? Uomo, rideranno di voi.»

«Eh?» Non c'era nulla che Ercole gradisse meno che essere deriso. Rifletté un momento, e gli venne in mente che forse stava facendo molto per nulla. Poi:

«Voi, Aventano,» chiamò, «prendete la vostra partigiana e pattugliate lo spalto orientale. Ecco, Messer Gonzaga, ho obbedito ai vostri desideri; ma Messer Francesco ne sentirà parlare quando farà il suo giro.»

Gonzaga lo lasciò. Francesco non avrebbe fatto il suo giro per un'altra ora, e a quel punto non avrebbe importato ciò che Fortemani gli avesse detto. In un modo o nell'altro sarebbe stato in grado di giustificare la sua azione.

Attraversò il cortile e salì i gradini che conducevano alla sua camera. Una volta lì, chiuse e sbarrò la porta. Accese una luce e, gettando la lettera sul tavolo, sedette e contemplò il suo esterno e il grande sigillo rosso che brillava nella luce gialla del suo cero.

Dunque! Questo cavaliere errante, quest’uomo che egli aveva considerato un villano di basso lignaggio, non era altri che il famoso Conte di Aquila, il beniamino del popolo di Babbiano, il bell’ideale di tutta la gente d’arme dalla Sicilia alle Alpi. E lui non lo aveva mai sospettato! Si considerò ora uno sciocco dalla mente ottusa. Aveva udito abbastanza descrizioni di quel famoso condottiero, quello specchio della cavalleria italiana. Avrebbe dovuto sapere che non vivevano due uomini di tale autorità come quelli di cui aveva avuto prova a Roccaleone. Qual era il suo scopo lì? Era l’amore per Valentina, o era...? Esitò, mentre nella mente ripercorreva rapidamente la politica di Babbiano. Gli balenò improvvisamente una possibilità che gli fece brillare gli occhi e tremare le mani per l’impazienza. Era forse solo un intrigo politico per minare il trono di suo cugino, al quale Gonzaga aveva sentito dire che Francesco del Falco aspirasse? Se fosse stato così, che vendetta sarebbe stata per lui smascherarlo! Come doveva umiliare Valentina! La lettera giaceva davanti a lui. Dentro di essa i fatti reali sarebbero stati rivelati. Cosa gli scriveva il suo amico Fanfulla?

Prese la lettera e ne esaminò attentamente il sigillo. Poi, piano, con calma, lentamente, estrasse il pugnale. Se i suoi sospetti fossero stati infondati, il pugnale scaldato sulla fiamma del cero gli avrebbe offerto il mezzo per nascondere il fatto che aveva manomesso quella missiva. Infilò la lama sotto il sigillo e la manovrò con cautela finché non si sollevò e aprì la lettera. La spiegò e, mentre leggeva, i suoi occhi si dilatarono. Sembrò rannicchiarsi sulla sedia e la mano che reggeva il foglio tremava. Avvicinò il lume e, schermandosi gli occhi, la rilesse, parola per parola:

“MIO CARO SIGNOR CONTE, — Ho ritardato a scrivere fino al momento in cui i segni che osservavo fossero divenuti più definiti, come ora è accaduto, così da non poter più indugiare. Questa, dunque, giunge per mano di Zaccaria, per dirvi che oggi è stato inviato ordine a Gian Maria, concedendogli tre giorni di tempo per tornare a Babbiano, o per abbandonare ogni speranza sulla sua corona, la cui offerta il popolo invierà allora a voi ad Aquila, dove si crede che siate. Così ora, mio caro signore, avete il tiranno in vostro potere, sballottato tra Scilla e Cariddi. Spetta a voi decidere come agire; ma io gioisco di essere colui che vi dà notizia che la vostra presenza a Roccaleone e la vostra ostinata difesa della fortezza non sono state vane, e che presto ne raccoglierete il meritato premio. Il popolo è stato spinto a questa azione estrema dalla confusione che qui prevale.

“Ci è giunta notizia che Cesare Borgia sta armando, a Roma, una condotta per invadere Babbiano, e il popolo è esasperato dalla continua assenza di Gian Maria in una tale stagione. Sono miopi in questo, poiché trascurano i risultati che devono derivare dall’alleanza con Urbino. Che Dio protegga e faccia prosperare la vostra Eccellenza, di cui è devotissimo servitore

“FANFULLA DEGLI ARCIPRETI.”

CAPITOLO XXII. UNA RIVELAZIONE

“Francesco,” disse Valentina, e il nome uscì dalle sue labbra come se fosse un termine di affetto, “perché quello sguardo accigliato e tormentato?”

Erano soli nella sala da pranzo, dove gli altri li avevano lasciati, ed erano ancora seduti al tavolo dove avevano cenato. Francesco sollevò i suoi occhi scuri e pensierosi, e mentre si posavano ora su Valentina, la riflessione che vi era dentro lasciò il posto alla tenerezza.

“Sono tormentato da questa mancanza di notizie,” ammise. “Vorrei sapere cosa si stia facendo a Babbiano. Avevo pensato che a quest’ora Cesare Borgia avesse spinto i sudditi di Gian Maria a qualche genere di azione. Vorrei saperlo!”

Lei si alzò e, avvicinandosi, rimase in piedi con una mano appoggiata sulla sua spalla, gli occhi che sorridevano al volto di lui rivolto verso l’alto.

“E una tale inezia deve tormentarti... tu che una settimana fa professavi che avresti voluto che quest’assedio durasse per sempre?”

“Non giudicarmi volubile, anima mia,” le rispose, e baciò le dita d’avorio che riposavano sulla sua spalla. “Perché quello era prima che il mondo cambiasse per me alla magia del tuo volere. E così,” ripeté, “vorrei sapere cosa accade a Babbiano!”

“Ma perché sospirare su un desiderio così ozioso?” esclamò lei. “Con quali mezzi possono giungerti qui notizie degli accadimenti del mondo esterno?”

Egli rifletté un istante, cercando le parole con cui risponderle. Una ventina di volte nel corso di quella settimana era stato sul punto di rivelarsi, di dirle chi fosse e cosa fosse. Eppure aveva sempre esitato, rimandando quella rivelazione a un momento che apparisse più opportuno. Considerò questo il momento presente. Lei si fidava di lui e non c’era motivo di tacere oltre. Forse aveva già indugiato troppo, e così stava per parlare quando lei scattò dal suo fianco e attraversò frettolosamente la stanza verso la finestra, allarmata dal rumore di passi che si avvicinavano. Un secondo dopo la porta si aprì e apparve Gonzaga.

Esitò un momento sulla soglia, guardando dall’uno all’altra, e Francesco, osservandolo a sua volta con pigrizia, notò che le sue guance erano pallide e che i suoi occhi brillavano come quelli di un uomo febbricitante. Poi fece un passo avanti e, lasciando la porta aperta dietro di sé, avanzò nella stanza.

“Monna Valentina, ho qualcosa da comunicarvi.” La sua voce tremava leggermente. “Messer... Francesco, ci concedete il vostro congedo?” E i suoi occhi febbrili si spostarono verso la porta aperta con un’eloquenza che non richiedeva parole.

Francesco si alzò lentamente, sforzandosi di reprimere la sorpresa, e lanciò uno sguardo a Valentina, come se attendesse la sua conferma o il rifiuto a questa richiesta di lasciarli soli.

“Una comunicazione per me?” si meravigliò lei, mentre un leggero corruccio le arricciava le sopracciglia. “Di che natura, signore?”

“Di una natura tanto importante quanto privata.”

Lei sollevò il mento e, con un sorriso paziente, sembrò implorare Francesco di permetterle di assecondare questo umore di Gonzaga. In pronta obbedienza, Francesco chinò il capo.

“Sarò nella mia camera fino all’ora della mia ronda, Madonna,” annunciò, e con ciò prese congedo.

Gonzaga lo seguì fino alla porta, che chiuse dietro di lui, e, ricomponendo i tratti del viso in un’espressione di dolorosa indignazione, tornò indietro e si pose di fronte a Valentina, al di là del tavolo.

“Madonna,” disse, “vorrei al Cielo che questa comunicazione che devo farvi uscisse da altre labbra. Alla luce di quanto è accaduto... qui a Roccaleone... per colpa della mia follia... voi... voi potreste pensare che la mia missione sia carica di spirito vendicativo.”

La perplessità la fissava dai suoi occhi.

“Mi riempite di allarme, mio buon Gonzaga,” gli rispose lei, sebbene sorridendo.

“Ahimè, è toccato a me, sfortunatamente, fare più di questo. Ho fatto la scoperta di un atto di tradimento qui nella vostra fortezza, vile come mai traditore ne abbia ordito.”

Lei lo guardò ora più seriamente. La veemenza del suo tono e la sfumatura di dolore che vi traspariva, conferendogli un accento così sincero, richiamarono la sua attenzione.

“Tradimento!” fece eco lei, a voce bassa, con gli occhi che si dilatavano. “E da parte di chi?”

Lui esitò un momento, poi, facendo un gesto con la mano:

“Non volete sedervi, Madonna?” suggerì nervosamente.

Meccanicamente lei si sedette al tavolo, gli occhi sempre fissi sul volto di lui, mentre nel suo cuore si diffondeva l’allarme, nato dalla suspense.

“Sedetevi anche voi,” gli ordinò, “e ditemi.”

Lui tirò una sedia, si sedette di fronte a lei e, facendo un respiro profondo: “Avete mai sentito parlare del Conte di Aquila?” chiese.

“Sarebbe strano se non l’avessi fatto. Il cavaliere più valoroso d’Italia, dice la fama.”

I suoi occhi erano fissi su di lei e ciò che vi vide lo soddisfece.

“Sapete come si pone con il popolo di Babbiano?”

“So che è amato da loro.”

“E sapete che è un pretendente al trono di Babbiano? Ricorderete che è cugino di Gian Maria?”

“La sua parentela con Gian Maria la conosco. Che pretenda al trono di Babbiano, non ne ero al corrente. Ma dove vogliamo andare a parare?”

“Non stiamo andando a parare da nessuna parte, Madonna,” rispose Gonzaga, “stiamo procedendo in linea retta verso il cuore e l’anima di questo tradimento di cui ho parlato. Mi credereste se vi dicessi che qui, a Roccaleone, abbiamo un agente del Conte di Aquila, uno che, nell’interesse del Conte, sta protraendo questo assedio con il finto scopo di cacciare Gian Maria?”

“Gonzaga...” esordì lei, intuendo più della metà di quanto lui spiegasse. Ma lui la interruppe con un’insolita bruschezza.

“Aspettate, Madonna,” gridò, gli occhi puntati sul viso di lei, la mano imperiosamente sollevata. “Ascoltatemi con pazienza. Non parlo a vanvera. Di ciò che vi dico sono armato di prove e testimoni. Tale agente degli... degli interessi del Conte è tra noi, e il suo vero scopo nel protrarre questo assedio, e nell’incoraggiarvi e aiutarvi nella vostra resistenza, è quello di logorare la pazienza del popolo di Babbiano nei confronti di Gian Maria, e spingerlo, nell’ora del pericolo imminente dovuto alle armate di Cesare Borgia, a conferire il trono ad Aquila.”

“Dove avete imparato questa vile menzogna?” gli chiese lei, con le guance cremisi e gli occhi in fiamme.

“Madonna,” disse lui, con voce paziente, “questa che voi chiamate menzogna è già un fatto compiuto. Non vi sto esponendo i frutti di oziose speculazioni. Ho con me la prova più positiva che un risultato come quello sperato è già stato raggiunto. Gian Maria ha ricevuto dai suoi sudditi una notifica che, se non sarà nella sua capitale entro tre giorni da oggi, conferiranno al Signore di Aquila la corona ducale.”

Lei si alzò, la rabbia ben controllata, la voce calma.

“Dov’è questa prova? No, no; non ho bisogno di vederla. Qualunque cosa sia, cosa mi proverà? Che le vostre parole, per quanto riguarda la politica di Babbiano, possano essere vere; la nostra resistenza a Gian Maria potrebbe davvero fargli perdere il trono e rendere un buon servizio alla causa del Conte di Aquila; ma come potrà tutto questo provare quella vostra menzogna, che Messer Francesco... poiché è chiaramente di lui che parlate... che Messer Francesco possa essere questo agente del Conte? È una menzogna, Gonzaga, per la quale sarete punito come meritate.”

Tacque e rimase in attesa della sua risposta, e mentre lo osservava il suo contegno calmo le gelò il cuore. Era così sicuro, così pieno di baldanza; e questo, in Gonzaga, aveva imparato a significare un solido baluardo tra sé e il pericolo. Lui sospirò profondamente.

“Madonna, queste vostre parole crudeli non mi feriscono, poiché non sono altro che ciò che mi aspettavo. Ma mi ferirà... e profondamente... se, quando avrete appreso il resto, non riconoscerete umilmente quanto mi abbiate offeso, quanto grossolanamente mi abbiate giudicato male. Pensate che io giunga da voi con il male nel cuore, spinto da uno spirito di vendetta contro Messer Francesco. Invece, vengo da voi con nient’altro che un profondo dolore per il fatto che debba essere la mia voce a disilludervi, e una profonda indignazione contro colui che vi ha usato così vilmente per i suoi fini. Aspettate, Madonna! In una certa misura avete ragione. Non era del tutto vero dire che questo Messer Francesco sia l’agente del Conte di Aquila.”

“Ah! State già ritrattando?”

“Solo un poco... un’inezia. Non è un agente perché...” Esitò e lanciò un rapido sguardo verso l’alto. Poi sospirò, abbassò la voce e, con dolore consumatamente simulato, concluse: “Perché lui è, egli stesso, Francesco del Falco. Conte di Aquila.”

Lei oscillò per un momento e il colore svanì dalle sue guance, lasciandole pallide come avorio. Si appoggiò pesantemente al tavolo e rimuginò su ciò che aveva udito. E poi, altrettanto improvvisamente di come era svanito, il sangue le rifluì al volto, salendo fino alle tempie.

“È una menzogna!” tuonò contro di lui; “una menzogna per la quale sarete fustigato.”

Lui fece spallucce e gettò la lettera di Francesco sul tavolo.

“Ecco, Madonna, qualcosa che proverà tutto ciò che ho detto.”

Lei osservò il foglio con freddezza. Il suo primo impulso fu quello di chiamare Fortemani e dare esecuzione alla sua minaccia di far fustigare Gonzaga, rifiutandosi perfino di guardare questa cosa che lui definiva così baldanzosamente una prova; ma può darsi che la sua sicurezza abbia fatto presa su di lei, toccando una corda di curiosità femminile. Che lui avesse torto non lo mise mai in dubbio; ma che lui si credesse nel giusto ne fu altrettanto certa, e si chiese cosa potesse mai essere quella cosa che lo aveva convinto così tanto. Eppure non la toccò, ma chiese con voce indifferente:

“Che cos’è?”

“Una lettera che è stata portata qui stasera da un uomo che ha attraversato il fossato a nuoto, e che ho ordinato di trattenere nella torre dell’armeria. È di Fanfulla degli Arcipreti per il Conte di Aquila. Se la vostra memoria vi può riportare a un certo giorno ad Acquasparta, potrete ricordare che Fanfulla era il nome di un cavaliere molto valoroso che si rivolse a questo Messer Francesco con marcato rispetto.”

Lei gettò quello sguardo mentale all’indietro come le era stato chiesto e ricordò. Poi ricordò anche come, proprio quella sera, Francesco avesse detto di essere tormentato per la mancanza di notizie da Babbiano, e che quando lei aveva chiesto come sperasse che quelle notizie potessero giungergli a Roccaleone, Gonzaga fosse entrato prima che lui le rispondesse. In effetti, era sembrato esitare su quella risposta. Un brivido improvviso la avvolse a quella riflessione. Oh, era impossibile, assurdo! Eppure prese la lettera dal tavolo. Con le sopracciglia aggrottate la lesse, mentre Gonzaga la osservava, riuscendo a stento a trattenere il bagliore di soddisfazione che gli brillava negli occhi.

La lesse lentamente e, mentre leggeva, il suo volto divenne pallido come la morte. Quando ebbe finito, rimase in silenzio per un lungo minuto, gli occhi sulla firma e la mente che tornava a ciò che Gonzaga aveva detto, facendo confronti tra quello e le cose che erano state fatte e dette, e da nessuna parte trovò il minimo barlume di quella discrepanza che cercava così ardentemente.

Fu come se una mano le stesse stritolando il cuore nel petto. Quest’uomo di cui si era fidata, questo impareggiabile paladino della sua causa, non essere altro che un opportunista, un intrigante, che, per far avanzare i propri fini, l’aveva usata come una pedina. Pensò a come per un istante l’avesse tenuta tra le braccia e baciata, e a quel pensiero l’intera sua anima si ribellò all’idea che non vi fosse altro che tradimento.

“È tutto un complotto contro di lui!” gridò, con le guance di nuovo scarlatte. “È una cosa infame ordita da voi, Messer Gonzaga, una menzogna odiosa!”

“Madonna, l’uomo che ha portato la lettera è ancora detenuto. Mettetelo a confronto con Messer Francesco; o applicategli la tortura, e apprendete il vero nome e la posizione del suo padrone. Per quanto riguarda il resto, se quella lettera non è una prova sufficiente per voi, vi prego di guardare ai fatti. Perché dovrebbe mentirvi e dire che il suo nome era Francesco Franceschi? Perché avrebbe dovuto sollecitarvi... contro ogni ragione... a rimanere qui, quando vi portò la notizia che Gian Maria stava avanzando? Sicuramente, se avesse cercato solo di servirvi, lo avrebbe fatto meglio mettendo il suo castello di Aquila a vostra disposizione e lasciando qui un nido vuoto per Gian Maria, come ho sollecitato.”

Lei si accasciò su una sedia, con una febbre nella mente.

“Vi dico, Madonna, che non c’è errore. Ciò che ho detto è vero. Altri tre giorni avrebbe trattenuto Gian Maria qui, mentre se gli aveste dato quella lettera, è probabile che sarebbe fuggito nella notte di domani, per poter essere a Babbiano il terzo giorno e prendere il trono che il cugino tratta così alla leggera. Santo Cielo!” esclamò. “Penso che questo sia il complotto diabolicamente più traditore che mente umana abbia mai concepito e che la spietatezza umana abbia mai eseguito.”

“Ma... ma...” balbettò lei, “tutto ciò presuppone che Messer Francesco sia davvero il Conte di Aquila. Potrebbe... non potrebbe darsi che questa lettera fosse destinata a qualche altra destinazione?”

“Volete mettere a confronto questo messaggero con il Conte?”

“Con il Conte?” chiese lei stordita. “Con Messer Francesco, volete dire?” Rabbrividì e, con strana incoerenza: “No,” disse, con voce soffocata, il labbro che si storceva in modo strano. “Non desidero vedere mai più il suo volto.”

Una luce brillò negli occhi di Gonzaga e si spense all’istante.

“Meglio accertarsene,” suggerì, alzandosi. “Ho ordinato a Fortemani di portare qui Lanciotto. Sarà in attesa ora, fuori. Devo farli entrare?”

Lei annuì senza parlare, e Gonzaga aprì la porta e chiamò Fortemani. Una voce gli rispose dall’oscurità della sala dei banchetti.

“Portate qui Lanciotto,” comandò.

Quando il servitore di Francesco entrò, con un’espressione di sorpresa sul volto per quegli strani procedimenti, fu Valentina a interrogarlo, e lo fece con voce fredda come se la faccenda non la riguardasse minimamente.

“Ditemi, servitore,” disse, “e se tenete al vostro collo, badate di rispondermi con la verità... qual è il nome del vostro padrone?”

Lanciotto guardò da lei a Gonzaga, che se ne stava lì in disparte, con un ricciolo cinico sulle labbra sensuali.

“Rispondete a Monna Valentina,” lo esortò il cortigiano. “Dichiarate il vero nome e la posizione del vostro padrone.”

“Ma, signora,” esordì Lanciotto, confuso.

“Rispondete!” urlò lei, mentre le sue piccole mani serrate battevano sul tavolo in aspra impazienza. E Lanciotto, non vedendo via d’uscita, rispose:

“Messer Francesco del Falco, Conte di Aquila.”

Qualcosa che iniziò come un singhiozzo e finì in una risata esplose dalle labbra di Valentina. Gli occhi di Ercole erano sbarrati alla notizia, e avrebbe potuto spingersi fino a interporre una domanda, quando Gonzaga gli ordinò bruscamente di andare alla torre dell’armeria e di condurre da lì il soldato e l’uomo che Gonzaga aveva lasciato sotto la sua custodia.

“Non lascerò ombra di dubbio nella vostra mente, Madonna,” disse a mo’ di spiegazione.

Attesero in silenzio – poiché la presenza di Lanciotto impediva la conversazione – finché Ercole non tornò accompagnato dal soldato e da Zaccaria, che ora si era cambiato d’abito. Prima che potessero interrogare il nuovo arrivato, le domande che avrebbero potuto porre furono soddisfatte dal saluto che si scambiarono tra lui e il compagno di servizio Lanciotto.

Gonzaga si volse verso Valentina. Lei sedeva molto ferma, la testa fulva china e negli occhi uno sguardo di profondo dolore. E in quell’istante un passo svelto risuonò fuori. La porta fu spalancata e Francesco stesso si trovò sulla soglia, con il volto allarmato di Peppe che appariva dietro di lui. Gonzaga istintivamente fece un passo indietro e il suo volto perse parte del colore.

Alla vista di Francesco, Zaccaria si precipitò avanti e si inchinò profondamente.

“Mio signore!” lo salutò.

E se una piccola cosa fosse mancata a completare le prove contro il Conte, quella cosa, per uno strano caso, Francesco stesso sembrò fornirla. Lo strano gruppo in quella sala da pranzo che richiedeva la sua attenzione, e l’aria portentosa che aleggiava su coloro che erano presenti, confermarono l’avvertimento che Peppe gli aveva dato, che qualcosa non andava. Non tenne in alcun conto il saluto del suo servitore e, con occhi pieni di una perplessità che poteva aver assunto l’aspetto dell’allarme, cercò il volto di Valentina.

Lei si alzò all’istante, un rosso rabbioso che le colorava le guance. Il suo stesso sguardo, sembrava, era diventato un affronto insopportabile dopo quanto era accaduto – poiché il ricordo del suo bacio pungeva come una zanna avvelenata nel suo cervello. Una strana risata le uscì dalle labbra. Fece un gesto verso Francesco.

“Fortemani, arresterete il Conte di Aquila,” comandò, con voce ferma e decisa, “e se tenete alla vostra vita, guardate bene che non vi sfugga.”

Il gran prepotente esitò. La sua conoscenza dei metodi di Francesco non era incoraggiante.

“Madonna!” ansimò Francesco, con la sua confusione che aumentava.

“Mi avete udito, Fortemani,” pretese lei. “Portatelo via.”

“Mio signore?” gridò Lanciotto, portando la mano alla spada, gli occhi fissi su quelli del padrone, pronto a sguainare e menare fendenti a un solo sguardo di comando.

“Sst! Lasciate stare,” rispose Francesco freddamente. “Ecco, Messer Fortemani.” E gli tese il pugnale, l’unica arma che portava.

Valentina, chiamando Gonzaga ad accompagnarla, si preparò a lasciare l’appartamento. A quel punto Francesco sembrò risvegliarsi dalla sua posizione.

«Madonna, attendete», gridò, e si pose deliberatamente davanti a lei. «Dovete ascoltarmi. Mi sono arreso in pegno della mia fede e fiducioso che, una volta che mi avrete ascoltato...»

«Capitano Fortemani», esclamò lei, quasi con rabbia, «volete trattenere il vostro prigioniero? Desidero passare.»

Ercole, con visibile riluttanza, posò una mano sulla spalla di Francesco; ma non fu necessario. Davanti alle sue parole, il Conte arretrò come se fosse stato colpito. Si scostò dal suo cammino con un sussulto che era al contempo d'incredulità e di risentita rassegnazione. Per un istante i suoi occhi si posarono su Gonzaga, così ferocemente che il debole sorriso avvizzì sulle labbra del cortigiano, e le sue ginocchia tremarono sotto di lui mentre si affrettava a uscire dalla stanza al seguito di Valentina.

CAPITOLO XXIII. NELLA TORRE DELL'ARERIA

Le pietre grezze del cortile interno brillavano pulite e luminose al sole del mattino, ancora bagnate dalle forti piogge che le avevano lavate la notte scorsa.

Il buffone sedeva su uno sgabello rozzo sotto il portico della lunga galleria e, osservando con umore cupo quel selciato luccicante, rimuginava. Era arrabbiato, il che, a eccezione di quando era coinvolto Fra Domenico, era una cosa rara per il gioviale Peppe. Aveva cercato di ragionare con Monna Valentina riguardo alla prigionia di Messer Francesco nella sua camera, ed ella gli aveva ordinato di limitare la sua attenzione ai suoi lazzi con una asprezza che non aveva mai conosciuto in lei prima d'allora. Ma egli aveva sfidato i suoi ordini e l'aveva stupita con l'informazione che la vera identità di questo Messer Francesco gli era nota sin dal giorno in cui l'avevano incontrato per la prima volta ad Acquasparta. Aveva inteso dire di più. Aveva inteso aggiungere l'annuncio del bando di Francesco da Babbiano e la sua nota riluttanza a salire sul trono di suo cugino. Aveva inteso farle capire che, se Francesco avesse voluto, non avrebbe avuto bisogno di piegarsi a un atto simile a quello che lei gli imputava. Ma lei lo aveva interrotto e, con parole rabbiose e minacce ancor più rabbiose, lo aveva cacciato dalla sua presenza.

E così lei se n'era andata a Messa, e il buffone aveva trovato rifugio nel portico della galleria, affinché lì potesse sfogare parte del suo malumore — o meglio, indulgervi — nel riflettere sull'ottusità della donna e sull'insidiosità di Gonzaga, al quale non dubitava mai che fosse dovuto questo miserabile stato di cose.

E mentre sedeva lì — una figura grottesca e deforme in un variopinto abito da giullare — una rabbia incontrollabile lo possedette. Cosa ne sarebbe stato di loro ora? Senza il fermo sostegno del Conte d'Aquila, la guarnigione l'avrebbe costretta a capitolare una settimana fa. Cosa sarebbe accaduto, ora che il freno del suo formidabile comando era stato ritirato?

«Conoscerà la sua follia quando sarà troppo tardi. È il modo delle donne», si assicurò. E, amando la sua signora come faceva, la sua anima fedele ne era colpita al pensiero. Avrebbe atteso lì finché lei non fosse tornata dalla Messa, e allora lei avrebbe dovuto ascoltarlo — tutti avrebbero dovuto ascoltarlo. Non avrebbe permesso a se stesso di essere scacciato via di nuovo così facilmente. Stava intensamente rigirando nella sua mente ciò che avrebbe detto, con quale frase sorprendente e carica di significato avrebbe preteso attenzione, quando fu sobbalzato dall'apparizione di una figura sui gradini della cappella. Improvvisa e silenziosa come un'apparizione giunse, ma portava le sembianze di Romeo Gonzaga.

Alla sua vista, Peppe si ritirò istintivamente nelle ombre del portico, i suoi occhi scorsero la sospetta furtività dei movimenti del cortigiano e li osservarono con una cupa avidità. Vide Romeo guardarsi intorno attentamente, e poi scendere i gradini in punta di piedi, evidentemente affinché nessun eco dei suoi passi potesse raggiungere coloro che erano all'interno della cappella. Poi, senza mai sospettare la presenza di Peppe, si affrettò vivacemente attraverso il cortile e svanì attraverso l'arco che conduceva al cortile esterno. E il buffone, assicurato che una qualche conoscenza dello scopo del cortigiano non sarebbe stata fuori luogo, si mise a seguirlo.

Nella sua stanza sotto la Torre del Leone il Conte d'Aquila aveva trascorso una notte inquieta, agitato da quelle stesse paure riguardo al destino del castello che avevano assillato il buffone, ma attribuendo meno prontamente la sua reclusione agli intrighi di Gonzaga. La presenza di Zaccaria gli aveva detto che Fanfulla doveva finalmente aver scritto, e non poteva che presumere che la lettera, cadendo nelle mani di Monna Valentina, avesse dovuto contenere qualcosa che lei interpretasse come tradimento da parte sua.

Amaramente si rimproverava ora di non essere stato fin dall'inizio franco con lei riguardo alla propria identità; amaramente rimproverava lei di non aver concesso nemmeno un ascolto all'uomo che aveva professato di amare. Se solo gli avesse detto su quali basi erano stati fondati i suoi sospetti contro di lui, era certo che avrebbe potuto dissiparli con una parola, chiarendo la loro infondatezza e la sua stessa onestà di intenti nei suoi confronti. Più di ogni altra cosa era tormentato dal fatto che la presenza di Zaccaria, dopo un arrivo così a lungo atteso e così a lungo ritardato, argomentasse che la notizia che portava era di estrema importanza. Da ciò ne poteva risultare che Gian Maria potesse muoversi in qualsiasi momento e che la sua azione potesse essere di carattere disperato.

Ora tra i ranghi degli uomini di Fortemani era corsa un'inevitabile costernazione per l'arresto di Francesco, e un risentimento contro Valentina che lo aveva architettato. Era stata la sua mano a tenerli uniti, il suo giudizio — di cui avevano avuto segni inequivocabili — che aveva dato loro coraggio. Era un capo che si era mostrato capace di guidare, e per la fiducia nel quale avrebbero intrapreso qualsiasi cosa avesse ordinato loro. Chi avevano ora? Fortemani era solo uno di loro, posto al comando su di essi da un evento puramente fortuito. Gonzaga era un damerino i cui lazzi imitavano e il cui ingegno disprezzavano; mentre Valentina, sebbene abbastanza coraggiosa e vivace, rimaneva una ragazza senza alcuna conoscenza mondana e ancor meno militare, i cui ordini potevano essere suicidi da eseguire.

Ora, da nessuno queste opinioni erano più fortemente sostenute che dallo stesso Ercole Fortemani. Mai aveva compiuto nulla con maggiore riluttanza dell'arresto di Francesco, e quando pensava a ciò che probabilmente sarebbe seguito, la sua costernazione non conosceva confini. Era arrivato a rispettare e, nel suo modo rozzo, persino ad amare il loro autorevole Prevosto, e da quando aveva appreso la sua vera identità, nell'ora in cui lo arrestava, la sua ammirazione era cresciuta fino a qualcosa di simile alla venerazione per il condottiero il cui nome per gli uomini d'arme d'Italia era come il nome di un qualche santo patrono.

Per assicurare la custodia del suo prigioniero, era stato ordinato da Gonzaga, che ora riprendeva il comando di Roccaleone, di trascorrere la notte nell'anticamera della camera di Francesco. Questi ordini li aveva oltrepassati trascorrendo una parte considerevole della notte nella stanza stessa del Conte.

«Avete solo da parlare», aveva giurato il prepotente, per mostrare a Francesco la vera natura dei suoi sentimenti, «e il castello è vostro. A una vostra parola i miei uomini accorreranno a obbedirvi, e potrete fare ciò che volete a Roccaleone.»

«Vile traditore che siete», aveva riso Francesco di lui. «Dimenticate sotto chi avete preso servizio? Lasciate stare ciò che è, Ercole. Ma se volete farmi un favore, lasciatemi vedere Zaccaria — l'uomo che è venuto a Roccaleone stasera.»

Questo Ercole lo aveva fatto per lui. Ora Zaccaria era pienamente consapevole del contenuto della lettera che aveva portato, essendo stato istruito da Fanfulla contro l'eventualità che fosse costretto, per la sua sicurezza, a distruggerla — un espediente di cui ora si pentiva amaramente di non essersi avvalso. Da Zaccaria, dunque, Francesco apprese tutto ciò che c'era da apprendere, e poiché la conoscenza non faceva che confermare i suoi timori che Gian Maria non avrebbe più ritardato l'azione, cadde vittima della più appassionata impazienza per la propria detenzione.

Nelle ore grigie del mattino divenne più calmo e, alla luce di una lampada che aveva chiamato Ercole a rimpinguare, si sedette a scrivere una lettera a Valentina, che pensava dovesse portare la convinzione della sua onestà al suo cuore. Poiché lei non voleva ascoltarlo, questa era l'unica via. Alla fine di un'ora — la sua luce moribonda divenuta gialla ora che il sole era sorto — la sua lettera fu compiuta, e chiamò di nuovo Ercole, per incaricarlo di consegnarla subito a Monna Valentina.

«Attenderò il suo ritorno dalla cappella», rispose Ercole. Prese la lettera e partì. Mentre emergeva nel cortile fu sorpreso nel vedere il buffone scagliarsi verso di lui, ansimante per la mancanza di fiato, e con eccitazione in ogni linea del suo volto stravagante.

«Presto, Ercole!» lo ingiunse Peppe. «Venite con me.»

«Il diavolo vi porti, prole di Satana — dove?» grugnì il soldato.

«Ve lo dirò mentre andiamo. Non abbiamo un momento da perdere. C'è un tradimento in corso... Gonzaga...» ansimò, e finì disperatamente: «Volete venire?»

Fortemani non ebbe bisogno di un secondo invito. La possibilità di cogliere il grazioso Messer Romeo in un tradimento era un'esca troppo dolce. Sbuffando e ansimando — poiché il bere pesante aveva gravemente compromesso il suo fiato — il grande capitano trascinò via il buffone, ascoltando mentre procedevano i rantoli con cui portava fuori la sua storia. Non era molto, dopotutto. Peppe aveva visto Messer Gonzaga riparare alla torre dell'armeria. Attraverso una feritoia aveva visto che prendeva ed esaminava una balestra, la posava sul tavolo e si sedeva a scrivere.

«Bene?» domandò Ercole. «Cos'altro?»

«Nient'altro. È tutto», rispose il gobbo.

«Cielo e inferno!» ruggì lo spadaccino, fermandosi e guardando torvo il suo impaziente compagno. «E mi avete fatto correre per questo?»

«E non è abbastanza?» ribatté Peppe stizzito. «Volete venire avanti?»

«Non un passo più avanti», tornò il capitano, diventando molto arrabbiato. «È questo un miserabile scherzo? Cosa c'è del tradimento di cui parlavi?»

«Una lettera e una balestra!» ansimò il folle Peppe, facendo smorfie orribili per questo ritardo. «Dio, c'è mai stato un tale sciocco! Questo non significa nulla per quella cosa spessa e vuota che chiamate testa? Avete dimenticato come l'offerta di mille fiorini di Gian Maria arrivò a Roccaleone? Su un dardo di balestra, stupido! Venite avanti, dico, e dopo avrete il mio abito da giullare — l'unica livrea che avete diritto di indossare.»

Nello shock dell'illuminazione Ercole dimenticò di schiaffeggiare il giullare per la sua insolenza, e si lasciò ancora una volta trascinare, attraverso il cortile esterno e su per i gradini che portavano ai bastioni.

«Pensate...» iniziò.

«Penso che faresti meglio a camminare più leggermente», scattò il buffone, a bassa voce, «e controllare quel respiro tonante, se volete sorprendere Ser Romeo.»

Ercole accettò il suggerimento, mite come un agnello, e lasciandosi dietro il buffone sui gradini, salì dolcemente e si avvicinò alla torre dell'armeria. Sbirciando cautamente attraverso la feritoia, e favorito dal fatto che Gonzaga gli dava le spalle, vide che non era che in tempo.

Il cortigiano si stava chinando e, dal suono scricchiolante che lo raggiunse, Ercole indovinò che la sua occupazione fosse il tendere la corda della balestra. Sul tavolo al suo fianco giaceva un dardo avvolto in un foglio di carta.

Rapidamente e silenziosamente Ercole si mosse attorno alla torre, e l'istante successivo aveva spinto la porta non chiusa ed era entrato.

Un grido di terrore lo accolse, e un volto molto sorpreso fu rivolto verso di lui da Gonzaga, che istantaneamente scattò in piedi. Poi, vedendo chi fosse, il volto del cortigiano riassunse parte della sua normale compostezza, ma il suo sguardo era inquieto e la guancia pallida.

«Sant'Iddio!» ansimò. «Mi avete spaventato, Ercole. Non vi ho sentito arrivare.»

E ora qualcosa nel volto del prepotente aumentò l'allarme in Gonzaga. Fece ancora uno sforzo per controllarsi, mentre, piazzandosi tra Ercole e il tavolo, così da nascondere il dardo rivelatore, gli chiese cosa cercasse lì.

«Quella lettera che avete scritto a Gian Maria», fu la risposta brusca e senza compromessi, poiché Ercole non si curava di questioni diplomatiche.

La bocca di Gonzaga si spalancò a scatti, e il suo labbro superiore tremò contro i denti.

«Cosa... Co...»

«Datemi quella lettera», insistette Ercole, ora avanzando su di lui, e indossando un'aria di ferocia che ricacciò indietro nella gola di Gonzaga le parole risentite a cui pensava. Poi, come un animale alle strette — e anche un topo si farà valere in quel caso — sollevò in alto la pesante balestra che teneva, e si pose a sbarrare la strada a Ercole.

«Indietro!» gridò; «o per Dio e i suoi santi, vi fracasserò il cranio.»

Ci fu una risata gutturale dallo spadaccino, e poi le sue braccia furono attorno alla vita ben fatta di Gonzaga, e il damerino fu sollevato da terra. Viciosamente portò giù la balestra, come aveva minacciato; ma colpì l'aria vuota. L'istante dopo Gonzaga fu scagliato, contuso, in un angolo della torre.

In una rabbia così grande che sentì che lo svuotava della sua stessa forza e gli soffocava il respiro nel corpo, fece un movimento per alzarsi e scagliarsi di nuovo contro il suo aggressore. Ma Fortemani fu su di lui, e nonostante le sue lotte riuscì a voltarlo sulla faccia, torcendogli le braccia dietro la schiena e assicurandole con una cintura che giaceva a portata di mano.

«State fermo, scorpione!» grugnì lo spadaccino, respirando pesantemente per lo sforzo. Si alzò, prese il dardo con la lettera legata attorno, lesse la soprascritta — «Al nobile e potente Signore Gian Maria Sforza» — e con una risata di misto compiacimento e disprezzo, se ne andò, chiudendo a chiave la porta.

Lasciato solo, Gonzaga giaceva faccia a terra dove era stato gettato, capace di fare poco più che gemere e sudare nell'estremità della sua disperazione, mentre attendeva l'arrivo di coloro che probabilmente avrebbero fatto finita con lui. Nemmeno da Valentina poteva sperare in clemenza, così incriminante era il biglietto che aveva scritto. La sua lettera doveva ingiungere al Duca di tenere i suoi uomini pronti all'ora dell'Angelus del mattino seguente, e di attendere finché Gonzaga non avesse agitato un fazzoletto dai bastioni. A quel segno egli avrebbe dovuto avanzare immediatamente verso la posterla, che avrebbe trovato aperta, e il resto, prometteva Gonzaga, sarebbe stato facile. Avrebbe preso l'intera guarnigione durante le loro preghiere e senza armi.

Quando Francesco la lesse, una luce balenò nei suoi occhi e un giuramento sulle sue labbra; ma né lo sguardo né il giuramento erano di esecrazione, come Ercole stava aspettando. Un'idea improvvisa balenò nella mente del Conte, così strana e umoristica e tuttavia così piena di promessa di facile compimento, che scoppiò in una risata.

«Ora possa Dio benedire questo buffone come il più opportuno dei traditori!» esclamò, con una sorpresa che fece spalancare la bocca a Fortemani e fece diventare molto rotondi gli occhi di Peppe.

«Ercole, amico mio, ecco un'esca per intrappolare quel bifolco di mio cugino, tale che non avrei mai potuto ideare da solo.»

«Volete dire... ?»

«Riportategliela», gridò il Conte, tendendo la lettera con una mano che tremava per l'impazienza del suo spirito. «Riportategliela, e fatelo con le buone o con le cattive tirare come intendeva; o se rifiuta, ebbene, allora sigillatela voi e tiratela voi stesso. Ma assicuratevi che arrivi a Gian Maria!»

«Non posso sapere cosa intendete?» disse lo sbalordito Ercole.

«Tutto a tempo debito, amico mio. Prima fate il mio volere con quella lettera. Ascoltate! Sarebbe meglio che, avendola letta, accettiate di unirvi a lui nel suo tradimento di Roccaleone, essendo stati risvegliati i vostri timori riguardo al destino finale che vi attende per mano di Gian Maria. Esortatelo a promettervi denaro, immunità, quello che volete, come vostra ricompensa; ma fategli credere che siete sincero, e inducetelo a scoccare il suo prezioso dardo. Ora andate! Non perdete tempo, o potrebbero tornare dalla cappella e la vostra opportunità andrà perduta. Venite da me qui, dopo, e vi dirò cosa ho in mente. Avremo una notte impegnativa stanotte, Ercole, e dovete liberarmi quando gli altri sono a letto. Ora andate!»

Ercole andò, e Peppe, rimanendo, tormentò il Conte con domande a cui rispose finché, alla fine, il buffone capì la direzione del suo piano e giurò impudentemente che un buffone più grande di sua Eccellenza non esisteva. Poi Ercole ritornò.

«È fatto? La lettera è partita?» gridò Francesco. Fortemani annuì.

«Siamo fratelli giurati in questo affare, lui ed io. Ha aggiunto una riga al suo biglietto per dire che aveva ottenuto la mia cooperazione, e che, pertanto, l'immunità era attesa anche per me.»

«Avete fatto bene, Ercole.» Francesco lo applaudì. «Ora restituitemi la lettera che vi ho dato per Monna Valentina. Non c'è più bisogno di essa. Ma tornate da me stanotte verso la quarta ora, quando tutti sono a letto, e portate con voi i miei uomini, Lanciotto e Zaccaria.»

CAPITOLO XXIV. LA MESSA INTERROTTA

Il mattino di quel mercoledì del Corpus Domini, fatale per tutti i coinvolti in questa cronaca, albeggiò nebbioso e grigio, e l'aria era raffreddata dal vento che soffiava dal mare. La campana della cappella fece tintinnare il suo richiamo, e la guarnigione si incamminò fedelmente verso la Messa.

Poco dopo giunse Monna Valentina, seguita dalle sue dame, dai suoi paggi e, infine, da Peppe, che indossava sotto la sua sottile maschera di pietà un'aria di ansia e irrequietezza impaziente. Valentina era molto pallida, e attorno ai suoi occhi c'erano cerchi scuri che parlavano di insonnia, e mentre chinava il capo in preghiera, le sue dame osservarono che lacrime stavano cadendo sul libro della Messa miniato su cui si chinava. E ora giunse Fra Domenico dalla sagrestia nella casula bianca che la Chiesa ordina per la festa del Corpus Domini, seguito da un paggio in una veste clericale nera, e la Messa ebbe inizio.

C'erano assenti solo dall'adunanza Gonzaga e Fortemani, oltre a una sentinella e ai tre prigionieri: Francesco e i suoi due seguaci.

Gonzaga si era presentato a Valentina con il racconto plausibile che, poiché gli eventi dei quali la lettera di Fanfulla aveva dato loro conoscenza potevano portare Gian Maria in qualsiasi momento a misure disperate, poteva essere bene che rinforzasse l'unico uomo d'arme che pattugliava le mura. Valentina, curandosi poco ora se il castello tenesse o cadesse, e ancora meno di inezie come la presenza di Gonzaga alla Messa, aveva assentito senza prestare attenzione all'importanza di ciò che diceva.

E così, con il volto tirato e il corpo che tremava per l'eccitazione di ciò che stava per fare, Gonzaga si era riparato sui bastioni non appena li aveva visti tutti al sicuro in cappella. Il soldato di guardia era quello stesso giovane clericale Aventano, che aveva letto ai soldati quella lettera che Gian Maria aveva inviato a Gonzaga. Questo il cortigiano lo accettò come un buon presagio. Se un uomo c'era tra i soldati a Roccaleone con il quale riteneva di avere un conto in sospeso, quell'uomo era Aventano.

La nebbia si stava rapidamente schiarendo, e la campagna divenne visibile per miglia attorno. Nel campo di Gian Maria osservò un viavai di uomini che argomentava un fermento smodato per un'ora così mattutina. Attendevano il suo segnale.

Si avvicinò al giovane soldato di guardia, diventando sempre più nervoso man mano che il tempo per l'azione avanzava. Imprecò contro Fortemani, che si era egoisticamente rifiutato di prendere una parte attiva nell'ammissione di Gian Maria. Ecco un compito che Fortemani avrebbe potuto svolgere in modo più soddisfacente di lui. Aveva sollecitato questo fatto all'attenzione di Ercole, ma lo spadaccino aveva sorriso e scosso la testa. A Gonzaga spettava la ricompensa maggiore, e quindi Gonzaga doveva fare il lavoro maggiore. Era solo giusto, aveva insistito il furfante; e mentre Gonzaga era occupato, egli avrebbe sorvegliato la porta della cappella contro ogni interruzione. E così Gonzaga era stato costretto a venire solo per cercare di venire a capo con la sentinella.

Rivolse al giovane un "buon giorno" nervoso ma cordiale, e osservò con soddisfazione che non indossava alcuna armatura. La sua intenzione originaria era stata quella di tentare di corromperlo e di renderlo docile con una tangente; ma ora che il momento dell'azione era giunto, non osava fare l'offerta. Gli mancavano le parole per presentare la sua proposta, e temeva che l'uomo potesse risentirsene e, in un impeto di sdegno, aggredirlo con la sua partigiana. Non immaginava minimamente che Aventano fosse stato avvertito da Ercole che gli sarebbe stata offerta una tangente e che avrebbe dovuto accettarla prontamente. Ercole aveva scelto quest'uomo perché era intelligente, e gli aveva fatto capire abbastanza di ciò che bolliva in pentola, oltre a offrirgli una ricompensa sostanziosa se avesse recitato bene la sua parte, e Aventano attendeva. Ma Gonzaga, non sapendo nulla di tutto ciò, abbandonò all'ultimo momento l'idea di corromperlo – cosa che Ercole gli aveva ingiunto di fare, e che a sua volta aveva promesso a Ercole di attuare.

"Sembri infreddolito, Eccellenza," disse il giovane con deferenza, poiché aveva notato che Gonzaga tremava.

"Una mattinata gelida, Aventano," rispose il galante, con un sogghigno.

"Vero; ma il sole sta facendo capolino laggiù. Presto farà più caldo."

"Già, perché no," rispose l'altro distrattamente, e rimase ancora vicino alla sentinella, con la mano, sotto il gaio mantello di velluto blu, a frugare nervosamente l'elsa di un pugnale che non osava estrarre. Gli sovvenne che i momenti passavano e che la cosa doveva essere fatta. Eppure Aventano era un giovane nerboruto e, se l'improvvisa pugnalata che meditava fosse fallita, sarebbe stato alla mercé del tizio. Al pensiero rabbrividì di nuovo e il suo volto divenne grigio. Si allontanò di un passo, e poi l'ispirazione gli suggerì un crudele stratagemma. Lanciò un grido.

"Cos'è quello?" esclamò, con gli occhi a terra.

In un istante Aventano fu al suo fianco, poiché la sua voce era suonata allarmata — un tono, nelle sue attuali condizioni, non difficile da simulare.

"Cosa, Eccellenza?"

"Laggiù," gridò Gonzaga concitato. "Lì da quella fessura nella pietra. Non avete visto nulla?" E indicò il terreno in un punto in cui due lastre si incontravano.

"Non ho visto nulla, Illustre."

"È stato come un lampo di luce gialla laggiù. Cosa c'è sotto di noi qui? Giurerei che ci sia un tradimento in atto. Mettetevi in ginocchio e provate a vedere se si nota qualcosa."

Con uno sguardo stupito al volto bianco e contratto del cortigiano, lo sfortunato giovane si mise carponi per eseguire i suoi ordini. Dopotutto — pover'uomo! — non era affatto intelligente come sosteneva Fortemani.

"Non c'è nulla, Eccellenza," disse. "L'intonaco è incrinato. Ma... Ah!"

In un panico di fretta, Gonzaga aveva sfilato il pugnale dal fodero e lo aveva affondato nel mezzo dell'ampia schiena di Aventano. Le braccia del tizio scivolarono via e, con un lungo sospiro gorgogliante, si accasciò e si distese orribilmente sulle pietre.

In quell'istante le nuvole si squarciarono sopra la testa e il sole uscì in un tripudio di gloria dorata. In alto, sopra la testa di Gonzaga, un'allodola scoppiò in un canto.

Per un momento l'assassino rimase in piedi sopra il corpo della sua vittima con la testa affondata tra le spalle come un uomo che si aspetta un colpo, il viso grigio, i denti che battevano e la bocca che si contraeva orrendamente. Un brivido lo scosse. Era la prima vita che toglieva, e quella carogna ai suoi piedi lo riempiva di una nausea spaventosa. Non per un regno — non per salvare la sua vile anima dalla dannazione eterna che quell'atto si era guadagnato — avrebbe osato chinarsi per strappare il pugnale dalla schiena del disgraziato che aveva ucciso. Con qualcosa di simile a un grido si voltò e fuggì in preda al panico dal luogo. Ansante per l'orrore, eppure inconsciamente consapevole del lavoro che doveva fare, si fermò un momento per agitare un fazzoletto, poi si precipitò giù per i gradini verso la posterla.

Con dita tremanti sbloccò la porta e la spalancò agli uomini di Gian Maria, i quali, in risposta al suo segnale, stavano ora accorrendo con un ponte composto da alberi di pino, che avevano frettolosamente e rozzamente assemblato durante il giorno precedente. Questo, con qualche sforzo e più rumore di quanto Gonzaga gradisse, fu spinto attraverso il fossato. Uno degli uomini strisciò dall'altra parte e aiutò Gonzaga a fissare la sua estremità.

Un momento dopo Gian Maria e Guidobaldo si trovavano nel cortile del castello, e dopo di loro arrivò quasi ogni uomo del centinaio che Gian Maria aveva condotto a quell'assedio. Questo era ciò che Francesco aveva fiduciosamente previsto, sapendo che non era da suo cugino correre rischi.

Il Duca di Babbiano, il cui volto era deturpato da una ispida siepe di stoppia rossastra — poiché, in obbedienza al voto fatto, portava ora una barba di quindici giorni sul viso rotondo — si voltò verso Gonzaga.

"È tutto a posto?" chiese, con tono amichevole, mentre Guidobaldo guardava con disprezzo il damerino.

Gonzaga li assicurò che tutto era stato compiuto senza disturbare la guarnigione durante le preghiere. Ora che si riteneva ben protetto, la sua solita serenità di modi ritornò.

"Potete congratularvi con voi stesso, Altezza," si azzardò a dire, con un sogghigno, a Guidobaldo, "per aver allevato vostra nipote in modo devoto."

"Vi siete rivolto a me?" disse freddamente il Duca di Urbino. "Confido che non sarà più necessario."

Davanti allo sguardo di disgusto sul suo bel volto, Gonzaga si ritrasse. Gian Maria rise nel suo registro acuto.

"Non ho servito fedelmente la vostra Altezza?" si umiliò il galante.

"Lo ha fatto anche il più infimo sguattero nelle mie cucine, il più umile mozzo nelle mie stalle — e con più onore per se stesso," rispose l'orgoglioso Duca. "Tuttavia, egli non si spinge fino a scherzare con me." Il suo occhio portava una minaccia così eloquente che Gonzaga si ritrasse, spaventato; ma Gian Maria gli diede un colpetto amichevole sulla spalla.

"Fatti coraggio, Giuda," rise, con il viso pallido che sogghignava, "troverò spazio per te a Babbiano, e anche lavoro, se lo farai bene come questo. Vieni; gli uomini sono qui ora. Andiamo avanti mentre sono alle loro preghiere. Ma non dobbiamo disturbarli," aggiunse, più seriamente. "Non voglio essere colpevole di un'empietà. Possiamo aspettarli fuori."

Rise allegramente, poiché sembrava di un umore preposterosamente buono, e ordinando a Gonzaga di aprire la strada, lo seguì con Guidobaldo al suo fianco. Attraversarono il cortile, dove i suoi uomini erano schierati, armati fino ai denti, e alla porta dell'arcata che conduceva al cortile interno si fermarono perché Gonzaga l'aprisse.

Per un momento il galante rimase a fissare. Poi rivolse un volto di costernazione ai Duchi. Le sue ginocchia tremavano visibilmente.

"È chiusa a chiave," annunciò, con voce roca.

"Abbiamo fatto troppo rumore entrando," suggerì Guidobaldo, "e hanno dato l'allarme."

La spiegazione alleviò la crescente inquietudine nella mente di Gian Maria. Si voltò con una imprecazione verso i suoi uomini.

"Voi, alcuni di voi," comandò la sua voce acuta. "Abbattetemi questa porta. Per l'Ostia! Gli sciocchi pensano di tenermi fuori così facilmente?"

La porta fu abbattuta e avanzarono. Ma solo per una mezza dozzina di passi, perché alla fine di quella breve galleria trovarono la seconda porta a sbarrare il loro progresso. Anche attraverso questa irruppero, con Gian Maria che imprecava ferocemente per il ritardo. Eppure, quando fu fatto, non era poi così ansioso di guidare la strada.

Nel secondo cortile riteneva estremamente probabile trovare i soldati di Valentina ad attenderli. Così, ordinando ai suoi uomini di passare avanti, rimase indietro con Guidobaldo finché non seppe che anche il cortile interno era vuoto.

E ora l'intero centinaio dei suoi seguaci era lì riunito per sopraffare i venti che servivano Monna Valentina; e Guidobaldo — nonostante gli scrupoli di Gian Maria — avanzò con calma verso la porta della cappella.

* * * * *

All'interno della cappella la Messa era iniziata. Fra Domenico ai piedi dell'altare aveva recitato velocemente il Confiteor, la sua voce profonda rispondeva al soprano del paggio officiante. Il Kyrie stava per essere pronunciato quando l'attenzione della congregazione fu attratta dal suono di passi che si avvicinavano alla porta della cappella, accompagnati da un sinistro tintinnio di acciaio. Gli uomini si alzarono in blocco, temendo un tradimento e imprecando — nonostante la sacralità del luogo — per la circostanza di essere senza armi.

Poi la porta si aprì e lungo i gradini risuonarono i tacchi armati dei nuovi arrivati, così che ogni occhio si volse verso di loro, incluso quello di Fra Domenico, che aveva pronunciato l'ultimo "Christe eleison" con voce tremante.

Un respiro di sollievo, seguito da un grido adirato di Valentina, si levò quando riconobbero chi arrivava. Per primo entrò il Conte di Aquila in armatura completa, spada al fianco e pugnale sull'anca, portando l'elmo sul braccio sinistro. Dietro di lui torreggiava la mole di Fortemani, il grande volto arrossato da una strana eccitazione, un giaco di cuoio sopra la corazza d'acciaio, cinto anch'egli di spada e pugnale, e portando il suo lucente morione in mano. Ultimi vennero Lanciotto e Zaccaria, entrambi completamente equipaggiati e armati di tutto punto.

"Chi siete voi che venite così equipaggiati nella Casa di Dio a interrompere la santa Messa?" gridò la voce bassa del frate.

"Pazienza, buon padre," rispose Francesco con calma, "L'occasione è la nostra giustificazione."

"Cosa significa questo, Fortemani?" chiese Valentina imperiosamente, gli occhi fissi con rabbia sul suo capitano, ignorando completamente il Conte. "Tradite anche voi?"

"Significa, Madonna," rispose il gigante schiettamente, "che il vostro cagnolino, Messer Gonzaga, sta in questo preciso momento ammettendo Gian Maria e le sue forze a Roccaleone, dalla posterla."

Ci fu un grido rauco dagli uomini, che Francesco zittì con un cenno della sua mano guantata.

Valentina guardò con aria smarrita Fortemani, e poi, come attratta da una volontà superiore alla sua, i suoi occhi furono costretti a posarsi sul Conte. Egli avanzò istantaneamente e chinò il capo davanti a lei.

"Madonna, questa non è l'ora delle spiegazioni. È necessaria l'azione, e subito. Ho sbagliato a non rivelarvi la mia identità prima che la scopriste con mezzi così sfortunati e con l'assistenza dell'unico traditore che Roccaleone ha ospitato, Romeo Gonzaga — che, come Fortemani vi ha appena detto, sta in questo momento ammettendo mio cugino e vostro zio al castello. Ma che il mio obiettivo sia mai stato diverso dal servirvi, o che io abbia cercato, come vi è stato rappresentato, di volgere questo assedio al mio profitto politico, questo, Madonna, vi imploro nel vostro interesse di crederlo falso."

Ella si inginocchiò e con le mani giunte iniziò a pregare la Madre della Misericordia, ritenendosi perduta, poiché il suo tono portava convinzione, e lui aveva detto che Gian Maria stava entrando nel castello.

"Madonna," gridò, toccandola leggermente sulla spalla; "lasciate che le vostre preghiere attendano finché possano essere di ringraziamento. Ascoltate. Grazie alla vigilanza di Peppe qui presente, che, buona anima che è, non ha mai perso la fede in me né mi ha ritenuto un vigliacco, siamo stati informati ieri notte — Fortemani ed io — di ciò che Gonzaga stava preparando. E abbiamo fatto i nostri piani e preparato il terreno. Quando i soldati di Gian Maria entreranno, troveranno le porte esterne sbarrate e chiuse a chiave, e guadagneremo un po' di tempo mentre le abbattono. I miei uomini, come noterete, stanno persino ora sbarrando la porta della cappella per imporre un ulteriore ostacolo. Ora, mentre sono così impegnati, dobbiamo agire. In breve, dunque, se vorrete fidarvi di noi, vi porteremo fuori di qui, poiché noi quattro abbiamo lavorato per tutta la notte con uno scopo."

Ella lo guardò attraverso un velo di lacrime, il volto contratto e sbigottito. Poi si portò le mani alla fronte in un gesto di smarrita impotenza.

"Ma ci seguiranno," si lamentò.

"Non sarà così," rispose lui, sorridendo. "Anche per questo abbiamo provveduto. Venite, Madonna, il tempo stringe."

Lo guardò per un lungo momento. Poi, scacciando le lacrime che le offuscavano la vista, posò una mano su ciascuna delle sue spalle e rimase così, davanti a tutti, a fissare il suo volto calmo.

"Come saprò che ciò che dite è vero — che posso fidarmi di voi?" chiese, ma la sua voce non era la voce di chi esige una prova schiacciante prima di credere.

"Sul mio onore e sulla mia cavalleria," rispose lui, con voce squillante, "giuro qui, ai piedi dell'altare di Dio, che il mio scopo — il mio unico scopo — è stato, è, e sarà quello di servirvi, Monna Valentina."

"Vi credo," gridò; per singhiozzare un momento dopo: "Perdonatemi, Francesco, e possa Dio, anch'Egli, perdonare la mia mancanza di fede in voi."

Lui mormorò dolcemente il suo nome con accenti così dolci che una pace felice la pervase, e il luminoso coraggio di un tempo brillò nei suoi occhi castani.

"Venite, signori!" gridò ora, con una vivacità improvvisa che li scosse in un'obbedienza febbrile. "Voi, Fra Domenico, toglietevi i paramenti sacerdotali e cingetevi alto l'abito. C'è da arrampicarsi per voi. Qui, un paio di voi, spostate quel gradino dell'altare. I miei uomini ed io abbiamo passato la notte ad allentare i suoi vecchi cardini."

Sollevarono la lastra e nel varco sottostante si rivelò una rampa di scale che conduceva ai sotterranei e alle cantine di Roccaleone.

Scesero in fretta ma in buon ordine, guidati da Francesco, e quando l'ultimo fu passato, lui e Lanciotto, aiutati da altri sotto, che avevano afferrato una corda che lui aveva calato, rimpiazzarono la lastra dal basso, in modo che non rimanesse traccia della via da cui erano venuti.

Una posterla era stata sbloccata di sotto da Fortemani, che aveva aperto la strada con una mezza dozzina di uomini; e un'enorme scala d'assedio che giaceva pronta in quella galleria sotterranea fu precipitata attraverso il fossato, che in quel punto era un torrente ruggente.

Fortemani fu il primo a scendere quel ponte in pendenza e, raggiunta terra, fissò l'estremità inferiore.

Poi andarono una dozzina di uomini su ordine di Francesco, armati con le picche che erano state lasciate durante la notte nella galleria. A un comando scivolarono via silenziosamente. Poi vennero le donne e, infine, il resto degli uomini.

Del nemico non scorsero neppure un barlume; nemmeno una sentinella, poiché ogni uomo di Gian Maria era stato impiegato nell'investimento del castello. Così emersero da Roccaleone e si diressero giù per quel ponte accidentato verso i piacevoli prati a sud. Fortemani e la sua dozzina di uomini erano già scomparsi al trotto, dirigendosi verso la parte anteriore del castello, quando Francesco mise piede per ultimo sul ponte e chiuse la posterla dietro di sé. Poi scivolò rapidamente a terra e con l'aiuto di una dozzina di mani pronte trascinò via la scala d'assedio. La portarono a qualche metro dall'orlo del torrente e la deposero nel prato. Con una risata di puro piacere Francesco si avvicinò a Valentina.

"Eserciterà le loro menti scoprire come siamo usciti," gridò, "e saranno costretti alla conclusione che siamo tutti angeli, con ali sotto l'armatura. Non abbiamo lasciato loro una singola scala o un pezzo di corda a Roccaleone con cui tentare di seguirci, anche se scoprissero come siamo venuti. Ma venite, Valentina mia, la commedia non è ancora finita. Fortemani avrà già rimosso il ponte dal quale sono entrati e ingaggiato quei pochi uomini che potrebbero essere stati lasciati indietro, e abbiamo l'Altissimo e Potente Gian Maria nella trappola più stretta che sia mai stata concepita."

CAPITOLO XXV. LA CAPITOLAZIONE DI ROCCALEONE

Nel sole di quella luminosa mattinata di maggio Francesco e i suoi uomini si misero allegramente al lavoro per impossessarsi dell'accampamento ducale, e il primo impegno della giornata fu armare quei soldati che erano usciti disarmati. Di armi non c'era carenza, e di queste si servirono in modo liberale, mentre qua e là un uomo si fermava per indossare una giubba di maglia o premere un cappello d'acciaio sulla testa.

Solo tre sentinelle erano state lasciate a guardia delle tende, e di queste Fortemani e un paio dei suoi uomini avevano fatto prigionieri mentre gli altri stavano rimuovendo il ponte dal quale gli invasori erano entrati. E ora sotto la posterla aperta, presso il varco del ponte levatoio, spalancava la bocca un torrente in piena che nessun uomo avrebbe avuto l'ardire di tentare di attraversare a nuoto.

In quell'apertura apparve poco dopo Gian Maria, col viso rosso per una volta, e dietro di lui una folla clamorosa di uomini d'arme che condividevano la rabbia del loro padrone per il modo in cui erano stati intrappolati.

Sul retro delle tende Valentina e le sue dame attendevano l'esito della parley che ora sembrava imminente. La maggior parte degli uomini era occupata ai cannoni di Gian Maria e, sotto la supervisione di Francesco, li stavano puntando verso il ponte levatoio.

Dal castello si levò un grido possente. Gli uomini scomparvero dalla posterla per riapparire un momento dopo sui bastioni, e Francesco rise profondamente in gola quando comprese lo scopo di ciò. Avevano pensato ai cannoni montati lì ed erano andati a usarli contro il piccolo esercito di Valentina. Provarono cannone dopo cannone, e un feroce grido di rabbia scoppiò quando compresero da quali simulacri erano stati tenuti a bada durante la settimana passata. Questo fu seguito da un silenzio di alcuni momenti, terminato infine dal suono di una tromba.

Rispondendo a quella convocazione per una parley, e con un'ultima parola di ingiunzione a Fortemani, che era stato lasciato al comando degli uomini ai cannoni, Francesco cavalcò in avanti su uno dei cavalli di Gian Maria, scortato da Lanciotto e Zaccaria montati allo stesso modo, ed entrambi armati di archibugio carico.

Sotto le mura di Roccaleone tirò le briglie, ridendo tra sé di questo mostruoso cambio di fronte. Mentre si fermava — elmo in testa, ma visiera aperta — un corpo venne scagliato sopra i merli e spruzzò nelle acque spumeggianti sottostanti. Era il cadavere di Aventano, che Gian Maria aveva ordinato perentoriamente di rimuovere dalla sua vista.

"Desidero parlare con Monna Valentina della Rovere," gridò il furioso Duca.

"Potete parlare con me, Gian Maria," rispose la voce di Francesco, chiara e metallica. "Sono il suo rappresentante, il suo tempo addietro Prevosto di Roccaleone."

"Chi siete?" disse il Duca, colpito da una nota familiare in quella voce beffarda.

"Francesco del Falco, Conte di Aquila."

"Per Dio! Voi!"

"Un'epoca di meraviglie, non è vero?" rise Francesco.

"Cosa perderete, cugino mio — una moglie o un ducato?"

La rabbia colpì Gian Maria rendendolo muto per un momento. Poi si voltò verso Guidobaldo e sussurrò qualcosa; ma Guidobaldo, che sembrava enormemente interessato ora a questo cavaliere qui sotto, si limitò a scrollare le spalle.

"Non perderò nessuno dei due, Messer Francesco," ruggì il Duca. "Nessuno dei due, per Dio!" gridò. "Nessuno dei due, mi sentite?"

"Sarei sordo altrimenti," fu la facile risposta, "Ma siete gravemente in errore. L'uno o l'altro dovete abbandonare, e spetta a voi fare una scelta tra loro. Il gioco è andato contro di voi, Gian Maria, e dovete pagare."

"Ma non ho voce in capitolo nel mercanteggiare mia nipote?" chiese Guidobaldo, con fredda dignità. "Spetta a voi, Signore Conte, dire se mio cugino debba sposarla o meno?"

"Perché, no. Può sposarla se vuole, ma non sarà più un duca. In effetti, sarà un emarginato senza titolo da rivendicare, se pure i babbianesi gli lasceranno ancora la testa; mentre io, almeno, sebbene non un duca con un trono vacillante, sono un conte con terre, piccole ma saldamente tenute, e diventerò duca se Gian Maria rifiuta di rinunciare a vostra nipote. Quindi, se egli è disposto a sposarla, sarete disposto a lasciarla sposare a un vagabondo senza tetto o a un cadavere senza testa?"

Il volto di Guidobaldo sembrò cambiare, e i suoi occhi guardarono con curiosità il Duca dal volto bianco accanto a lui.

"Dunque voi siete l'altro pretendente alla mano di mia nipote, Signore Conte?" chiese, con la sua voce più fredda.

«Sono io, Altezza», rispose Francesco con calma. «La faccenda sta così: a meno che Gian Maria non sia a Babbiano entro il mattino, perde la sua corona, che passerà a me per voce del popolo; ma se egli rinuncerà alle sue pretese su Monna Valentina in mio favore, allora partirò subito per Aquila e non darò più alcun fastidio a Babbiano. Se rifiuta e insiste per questo matrimonio, ripugnante a Monna Valentina, ebbene, allora i miei uomini lo terranno prigioniero dietro quelle mura finché non sarà troppo tardi perché raggiunga il suo ducato in tempo per salvare la corona. Nel frattempo cavalcherò io a Babbiano al suo posto e, sebbene riluttante a fare il duca, accetterò il trono e metterò a tacere le importunità del popolo. Egli potrà poi tentare di ottenere il consenso di vostra Altezza all'unione».

Forse per la prima volta in vita sua, Guidobaldo fu colpevole di un atto di palese scortesia. Scoppiò in una risata, una risata fragorosa e divertita che colpì il cuore di Gian Maria come una lama.

«Ebbene, signor Conte», disse, «confesso che avete noi molto nelle vostre mani, da plasmare come volete. Ora, voi siete un soldato e uno stratega tale che mi farebbe piacere avere al mio seguito a Urbino. Cosa dice vostra Altezza?», continuò, rivolgendosi ora al quasi ammutolito Gian Maria. «Ho ancora un'altra nipote con cui potremmo cementare l'unione dei due ducati; e lei potrebbe rivelarsi più consenziente. Le donne, a quanto pare, insistono per essere donne. Non pensate che Monna Valentina e questo vostro valoroso cugino...»

«Non dargli ascolto!» urlò Gian Maria, ora in un impeto di passione rovente. «È un cane dalla lingua sciolta che argomenterebbe fuori dall'inferno il diavolo in persona. Non pattuire nulla con quel villano! Ho cento uomini, e...» Si voltò bruscamente. «Abbassate quel ponte levatoio, codardi!» gridò contro di loro, «e spazzatemi via quegli animali dalle mie tende».

«Gian Maria, ti avverto», gridò Francesco, ad alta voce e con fermezza. «Ho puntato i tuoi stessi cannoni contro quel ponte, e al primo tentativo di abbassarlo lo ridurrò in frantumi. Non uscirai da Roccaleone se non per mio piacere e alle mie condizioni, e se perdi il ducato per la tua ostinazione, sarà opera tua; ma rispondimi ora, affinché io possa seguire la mia strada».

Anche Guidobaldo trattenne Gian Maria e revocò il suo ordine di abbassare il ponte. E ora, dall'altro suo fianco, Gonzaga gli si avvicinò strisciando e gli sussurrò all'orecchio il suggerimento di aspettare che fosse scesa la notte.

«Aspettare la notte, folle!» sibilò il Duca, voltandosi verso di lui, in una feroce gioia nel trovare qualcuno che potesse fare a pezzi. «Se aspetto fino ad allora, il mio trono è perduto. Ecco cosa succede a frequentare i traditori. È colpa tua, Giuda!» gridò ancora più ferocemente, col volto stravolto; «ma tu almeno pagherai per ciò che hai fatto».

Gonzaga vide un improvviso lampo d'acciaio davanti ai suoi occhi, e un grido straziante gli uscì dal petto quando il pugnale di Gian Maria si conficcò in lui. Troppo tardi Guidobaldo tese una mano per fermare il Duca.

E così, per una giustizia stranamente vendicativa, il magnifico Gonzaga affondò morto proprio nel punto in cui aveva così vigliaccamente e infamemente trafitto Aventano.

«Gettatemi quella carogna nel fossato», ringhiò Gian Maria, ancora fremente per la rabbia che aveva dettato il suo gesto feroce.

Fu obbedito, e così assassinato e assassino furono uniti in una comune tomba.

Dopo il primo tentativo di trattenere Gian Maria, Guidobaldo era rimasto a guardare con indifferenza, ritenendo l'atto un castigo assai appropriato per un uomo con la cui perfidia egli, almeno, non aveva mai simpatizzato.

Mentre vedeva il corpo svanire nel torrente sottostante, Gian Maria sembrò rendersi conto di ciò che aveva fatto. La sua rabbia scemò e, col capo chino, si segnò piamente. Poi, voltandosi verso un attendente che stava al suo fianco:

«Fate in modo che domani si celebri una Messa per la sua anima», gli ordinò solennemente.

Come se l'atto fosse servito a placarlo e a riportarlo in sé, Gian Maria si fece ora avanti e chiese al cugino, con toni più calmi di quelli usati finora, di chiarire le condizioni alle quali gli avrebbe permesso di tornare a Babbiano entro il tempo limite imposto dal suo popolo.

«Non sono altro che questo: che rinunciate alle vostre pretese su Monna Valentina, e che troviate consolazione - come penso che lo stesso signor Guidobaldo di Urbino abbia suggerito - nella nipote più giovane del signor Guidobaldo».

Prima che potesse rispondere, Guidobaldo lo stava esortando, a bassa voce, ad accettare le condizioni.

«Cos'altro vi resta?» concluse Montefeltro con enfasi.

«E quest'altra vostra nipote...?» disse Gian Maria in tono incerto.

«Ho già dato la mia parola», rispose Guidobaldo.

«E Monna Valentina?» quasi piagnucolò l'altro.

«Potrà sposare questo suo ostinato condottiero. Non mi opporrò a loro. Venite; sono vostro amico in questo. Sto persino sacrificando Valentina ai vostri interessi. Perché se insistete, lui vi rovinerà. La partita è sua, mio signore. Riconoscete la vostra sconfitta, come io riconosco la mia, e pagate».

«Ma cos'è la vostra sconfitta rispetto alla mia?» gridò Gian Maria, che aveva intuito la consapevolezza di Guidobaldo del fatto che un nipote acquisito come Francesco del Falco non fosse affatto indesiderabile nei tempi turbolenti che minacciavano.

«È almeno altrettanto assoluta», replicò Guidobaldo, con una scrollata di spalle. E su questo tono il Duca di Urbino continuò per alcuni istanti, finché, alla fine, Gian Maria si ritrovò non solo abbandonato dal suo alleato, ma vide quest'ultimo combattere dalla parte del cugino e pressarlo ad accettare le condizioni del suo avversario, per quanto sgradite fossero. Così incalzato, Gian Maria riconobbe debolmente la sua sconfitta e la sua volontà di pagare il fio. Detto ciò, chiese quanto presto gli sarebbe stato permesso di lasciare il castello.

«Ebbene, subito, ora che ho la vostra parola», rispose prontamente Francesco, al che il tradimento balenò negli occhi di Gian Maria, per essere rapidamente spento dalle parole successive di Francesco. «Ma affinché i vostri uomini e i miei non abbiano a scontrarsi, ordinerete ai vostri di uscire senz'armi né armature, e voi stesso deporrete le vostre. Il signor Guidobaldo è l'unico uomo in favore del quale posso fare un'eccezione a questa condizione. Che venga infranta, e vi prometto che ve ne pentirete amaramente. Alla vista del primo uomo armato che uscirà da quei cancelli, darò l'ordine di far fuoco su di voi, e i vostri stessi cannoni compiranno la vostra distruzione».

Così il secondo assedio di Roccaleone terminò quasi appena iniziato, e così Gian Maria capitolò di fronte al vincitore. Il Duca di Babbiano e i suoi uomini uscirono con aria abbattuta e in silenzio, e presero la via di Babbiano, senza che una parola, né tanto meno uno sguardo, passasse tra Gian Maria e la dama che era stata la causa della sua disfatta, e che allegramente osservava la sua partenza.

Guidobaldo e i suoi pochi attendenti si attardarono dopo che il suo defunto alleato se n'era andato. Poi ordinò a Francesco di condurlo dalla nipote, cosa che Francesco fece prontamente.

Il Duca l'abbracciò freddamente; il fatto stesso che l'avesse abbracciata dopo tutto ciò che era successo faceva ben sperare.

«Verrete con me a Urbino, signor Conte?» disse improvvisamente a Francesco. «Sarebbe meglio celebrare le nozze là. Ogni cosa è pronta, poiché tutto era stato preparato per Gian Maria».

Una grande gioia apparve negli occhi di Valentina; le sue guance arrossirono e il suo sguardo si abbassò; ma Francesco scrutò il volto del Duca con l'occhio acuto di chi è incredulo di tanta buona sorte.

«Vostra Altezza mi vuole bene?» osò chiedere. Guidobaldo si irrigidì, e un cipiglio increspò la serenità della sua nobile fronte.

«Avete la mia parola principesca», rispose solennemente, al che, con il ginocchio piegato, Francesco si chinò a baciare la sua mano ducale.

E così partirono sui cavalli che avevano tenuto come bottino di guerra. Facevano una bella figura, con Guidobaldo che cavalcava in testa, insieme a Francesco e Valentina, mentre la retroguardia era chiusa da Peppe e Fra Domenico, i quali, contagiati da questa epidemia di benevolenza, stavano finalmente fraternizzando tra loro.

E mentre cavalcavano, accadde che a un certo punto Guidobaldo rimanesse indietro, così che per un momento Francesco e Valentina si ritrovarono soli un poco davanti agli altri. Lei si voltò verso di lui, con una timidezza nei suoi occhi castani e un tremito agli angoli delle labbra rosse:

«Non avete ancora detto che mi perdonate, Francesco», si lamentò in un sussurro timoroso. «Non sarebbe opportuno farlo, visto che ci sposeremo così presto?»

Public-domain source text from Project Gutenberg, translated into Italian by AI under our editorial direction. Machine translation of a whole book is not flawless — this exists so you can read a book otherwise closed to you, not as a scholarly edition. How this is made.