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Manon Lescaut

by abbé Prévost · in Italian

MANON LESCAUT

di

Abbé Prévost

I

Perché l’amava? Folle curioso, taci! È l’amore umano frutto della volontà umana? BYRON.

Circa sei mesi prima della mia partenza per la Spagna, incontrai per la prima volta il Cavaliere des Grieux. Sebbene lasciassi raramente il mio ritiro, l’interesse che nutrivo per il benessere di mia figlia mi induceva talvolta a intraprendere brevi viaggi, che tuttavia mi premuravo di abbreviare quanto più possibile.

Un giorno tornavo da Rouen, dove mi ero recato, su sua richiesta, per assistere a una causa allora pendente dinanzi al Parlamento di Normandia, concernente un’eredità su cui vantavo diritti derivanti dal mio nonno materno. Avendo preso la strada per Evreux, dove pernottai la prima notte, il giorno seguente, verso l’ora di pranzo, giunsi a Passy, una distanza di cinque o sei leghe. Fui stupito, entrando in quella tranquilla cittadina, di vedere tutti gli abitanti in fermento. Si riversavano dalle case in folla verso il cancello di una piccola locanda, davanti alla quale erano fermi due carri coperti. I loro cavalli, ancora bardati e fumanti per la fatica e il caldo, mostravano che il corteo era appena arrivato. Mi fermai un momento per apprendere la causa del tumulto, ma potei ricavarne ben poco dalla folla curiosa che mi passava accanto, incurante delle mie domande, e che correva impaziente verso la locanda nella massima confusione. Alla fine un arciere della guardia civica, con la bandoliera e un moschetto a tracolla, apparve al cancello; così, facendogli segno di avvicinarsi, lo pregai di farmi sapere la causa del chiasso. «Niente, signore», disse, «se non una dozzina di sorelle della fragilità che io e i miei compagni stiamo conducendo a Havre-de-Grace, da dove dobbiamo imbarcarle per l’America. Ce ne sono una o due abbastanza carine; ed è questo, a quanto pare, che attira la curiosità di questa brava gente».

Avrei proseguito, soddisfatto di questa spiegazione, se la mia attenzione non fosse stata richiamata dalle grida di una vecchia, che usciva dalla locanda a mani giunte, esclamando:

«Una vera barbarie! Una scena da destar orrore e compassione!» «Che significa tutto questo?» domandai. «Oh! signore; entri lei stesso in casa», disse la donna, «e veda se non è uno spettacolo da strappare il cuore!» La curiosità mi fece smontare; e affidato il cavallo alle cure dello stalliere, mi feci strada con qualche difficoltà tra la folla, e vidi davvero una scena abbastanza toccante.

Tra le dodici ragazze, che erano incatenate insieme per la vita in due file, ve n'era una il cui aspetto e figura sembravano così poco adatti alla sua condizione attuale, che in altre circostanze non avrei esitato a dichiararla una persona di alto lignaggio. Il suo dolore eccessivo, e persino la miseria del suo abbigliamento, toglievano così poco alla sua bellezza superba, che al primo sguardo ne fui ispirato da un misto di rispetto e pietà.

Cercava, per quanto la catena glielo permettesse, di voltarsi e nascondere il viso dallo sguardo rozzo degli spettatori. C'era qualcosa di così spontaneo nello sforzo che faceva per sfuggire all'osservazione, che non poteva che scaturire da un pudore naturale e innato.

Poiché i sei uomini che scortavano l'infelice gruppo erano insieme nella stanza, presi il capo in disparte e chiesi informazioni su quella bellissima ragazza. Tutto ciò che seppe dirmi fu del tipo più vago. «L’abbiamo presa», disse, «dall’Ospedale, per ordine del luogotenente generale di polizia. Non c’è motivo di supporre che sia stata rinchiusa lì per buona condotta.

«L’ho interrogata spesso lungo la strada; ma lei persiste nel rifiutarsi persino di rispondermi. Eppure, sebbene non abbia ricevuto ordini di fare distinzione tra lei e le altre, non posso fare a meno di trattarla diversamente, poiché mi sembra un po’ superiore alle sue compagne. Laggiù c’è un giovane», continuò l’arciere, «che può dirle, meglio di me, la causa delle sue sventure. L’ha seguita da Parigi, e ha a malapena asciugato le lacrime per un solo momento. Deve essere suo fratello o il suo amante».

Mi voltai verso l’angolo della stanza, dove sedeva questo giovane. Sembrava immerso in una profonda fantasticheria. Non vidi mai un quadro più commovente di dolore. Era vestito semplicemente; ma si poteva scoprire al primo sguardo un uomo di nascita e istruzione. Mentre mi avvicinavo, si alzò, e c’era un’espressione così raffinata e nobile nei suoi occhi, in tutto il suo volto, in ogni suo movimento, che sentii un impulso involontario a rendergli qualsiasi servizio fosse in mio potere. «Non vorrei intromettermi nei suoi dolori», dissi, sedendomi accanto a lui, «ma forse soddisferà il desiderio che sento di apprendere qualcosa su quella bellissima ragazza, che sembra poco formata dalla natura per la misera condizione in cui è posta».

Mi rispose candidamente che non poteva raccontare la sua storia senza farsi conoscere, e che aveva ragioni urgenti per mantenere il proprio incognito. «Tuttavia, le dirò questo, perché non è più un segreto per questi miserabili», continuò, indicando le guardie, «che io la adoro con una passione così ardente e assorbente da rendermi il più infelice degli esseri umani. Ho tentato ogni mezzo a Parigi per ottenere la sua libertà. Petizioni, artifici, forza: tutto fallì. Vada dove vuole, ho risolto di seguirla, fino all'estremità del mondo. Mi imbarcherò con lei e attraverserò l’oceano per l’America.

«Ma pensi alla brutale inumanità di questi codardi furfanti», aggiunse, parlando delle guardie; «non mi permettono di avvicinarmi a lei! Avevo pianificato un attacco aperto contro di loro a poche leghe da Parigi; essendomi assicurato, come pensavo, l’aiuto di quattro uomini, che per una somma considerevole mi affittarono i loro servizi. I traditori, tuttavia, mi lasciarono eseguire il mio piano da solo, e se la diedero a gambe con il mio denaro. L’impossibilità di riuscire mi fece ovviamente abbandonare il tentativo. Allora implorai dalle guardie il permesso di seguire il loro seguito, promettendo loro una ricompensa. L’amore per il denaro ottenne il loro consenso; ma poiché richiedevano il pagamento ogni volta che mi era permesso parlarle, la mia borsa fu presto svuotata; e ora che sono assolutamente senza un soldo, sono così barbari da respingermi brutalmente, ogni volta che faccio il minimo tentativo di avvicinarmi a lei. È solo un momento fa, che azzardandomi a farlo, a dispetto delle loro minacce, uno di quei tipi alzò il calcio del moschetto. Sono ora costretto dalle loro esazioni a disfarmi del miserabile cavallo che mi ha condotto fin qui, e mi sto preparando a continuare il viaggio a piedi».

Sebbene sembrasse recitare questa storia abbastanza tranquillamente, osservai le lacrime sgorgare dai suoi occhi mentre concludeva. Quest’avventura mi parve non meno singolare di quanto fosse commovente. «Non la costringo», gli dissi, «a farmi confidente dei suoi segreti; ma se posso esserle utile in qualche modo, le offro volentieri i miei servizi». «Ahimè!» rispose, «non vedo il minimo raggio di speranza. Devo rassegnarmi al mio destino in tutto il suo rigore. Andrò in America: lì, almeno, potrò essere libero di vivere con colei che amo. Ho scritto a un amico, che mi invierà del denaro a Havre-de-Grace. La mia unica difficoltà è arrivare fin là, e provvedere a quella povera creatura», aggiunse, mentre lanciava uno sguardo di dolore alla sua amante, «con qualche conforto lungo la strada». «Bene!» gli dissi, «la solleverò da questa difficoltà. Ecco del denaro, che la prego di accettare: mi dispiace solo di non poterle essere di maggiore servizio».

Gli diedi quattro luigi d’oro senza essere visto dalle guardie; poiché pensai che se avessero saputo che aveva questo denaro, avrebbero potuto aumentare il prezzo delle loro concessioni. Mi venne persino in mente di giungere a un accordo con loro, per assicurare al giovane il privilegio di conversare con la sua amante, durante il resto del viaggio verso Havre, senza ostacoli. Feci segno al capo di avvicinarsi, e gli feci la proposta. Sembrò confondere il furfante, a dispetto della sua abituale sfrontatezza. «Non è, signore», disse, in tono imbarazzato, «che ci rifiutiamo di lasciarlo parlare con la ragazza, ma lui vuole esserle sempre vicino, il che ci crea disagio; ed è giusto che veniamo pagati per il disturbo che causa». «Vediamo!» gli dissi, «cosa basterebbe per evitare che sentiate il disagio?» Ebbe l’audacia di chiederne due luigi. Glieli diedi sul posto. «Ma faccia attenzione», gli dissi, «che non ci siano imbrogli: perché darò al giovane il mio indirizzo, affinché possa scrivermi al suo arrivo; e stia certo che non mi manca il potere di punirla». Mi costò in tutto sei luigi d’oro.

Il modo aggraziato e la sincera gratitudine con cui il giovane sconosciuto mi ringraziò, confermarono la mia idea che fosse di buona nascita e meritasse la mia gentilezza. Rivolsi poche parole alla sua amante prima di lasciare la stanza. Lei mi rispose con una modestia così dolce e così affascinante che non potei fare a meno di fare, uscendo, mille riflessioni sull'incomprensibile carattere delle donne.

Tornato al mio ritiro, rimasi nell'ignoranza dell'esito di questa avventura; e prima che fossero passati due anni, era completamente cancellata dalla mia memoria, quando il caso mi diede l'opportunità di apprendere tutte le circostanze dall'inizio alla fine.

Giunsi a Calais, da Londra, con il mio pupillo, il Marchese di ----. Alloggiammo, se ben ricordo, al «Leone d’Oro», dove, per qualche motivo, fummo costretti a trascorrere il giorno e la notte successivi. Camminando lungo le strade nel pomeriggio, mi sembrò di vedere lo stesso giovane che avevo incontrato in precedenza a Passy. Era miseramente vestito, e molto più pallido di quando l'avevo visto per la prima volta. Portava al braccio una vecchia valigia, essendo appena arrivato in città. Tuttavia, c’era un’espressione nel suo volto troppo amabile per non essere facilmente riconosciuta, e che riportò immediatamente i suoi lineamenti alla mia memoria. «Osservi quel giovane», dissi al Marchese; «dobbiamo accostarlo».

La sua gioia fu indescrivibile quando, a sua volta, mi riconobbe.

«Ah, signore!» esclamò, baciandomi la mano, «ho dunque ancora una volta l’opportunità di testimoniarle la mia eterna gratitudine!» Gli chiesi da dove venisse. Rispose che era appena arrivato, per mare, da Havre, dove era sbarcato di recente dall'America. «Non mi sembra che lei sia troppo ben messo per quanto riguarda il denaro», gli dissi; «prosegua per il "Leone d’Oro", dove alloggio; la raggiungerò tra un momento».

Tornai, infatti, pieno d’impazienza di apprendere i dettagli delle sue sventure, e le circostanze del suo viaggio in America. Gli diedi mille benvenuti, e ordinai che gli venisse fornito tutto ciò di cui aveva bisogno. Non attese di essere sollecitato per la storia della sua vita. «Signore», mi disse, «la sua condotta è così generosa, che considererei una vile ingratitudine mantenere qualsiasi riserva nei suoi confronti. Apprenderà non solo le mie sventure e le mie sofferenze, ma le mie colpe e le mie debolezze più colpevoli. Sono certo che, anche mentre mi biasimerà, non mi rifiuterà la sua simpatia».

Dovrei informare qui il lettore che scrissi la storia quasi subito dopo averla ascoltata; e può, pertanto, essere certo della correttezza e fedeltà della narrazione. Uso la parola fedeltà in riferimento alla sostanza delle riflessioni e dei sentimenti, che il giovane espresse nel linguaggio più aggraziato. Ecco, dunque, la sua storia, che nel suo svolgimento non ingombrerò con una singola osservazione che non fosse sua.

II

Amavo Ofelia! quarantamila fratelli Non potrebbero, con tutta la loro quantità d'amore, Sommare la mia somma. SHAKESPEARE.

«Avevo diciassette anni, e stavo terminando i miei studi ad Amiens, dove i miei genitori, che appartenevano a una delle prime famiglie della Piccardia, mi avevano mandato. Conducevo una vita così studiosa e ben regolata, che i miei maestri mi indicavano come modello di condotta per gli altri scolari. Non che facessi sforzi straordinari per acquisire questa reputazione, ma la mia indole era naturalmente trattabile e tranquilla; le mie inclinazioni mi portavano ad applicarmi allo studio; e persino l’avversione naturale che provavo per il vizio veniva accreditata a mio favore come prova positiva di virtù. Il felice progresso dei miei studi, la mia nascita, e alcuni vantaggi esteriori della persona, mi rendevano un favorito generale presso gli abitanti della città.

«Completai i miei esercizi pubblici con tale approvazione generale, che il vescovo della diocesi, che era presente, mi propose di entrare nella chiesa, dove non avrei mancato, disse, di acquisire più distinzione che nell'Ordine di Malta, per il quale i miei genitori mi avevano destinato. Ero già decorato con la Croce, e chiamato il Cavaliere des Grieux. Arrivate le vacanze, mi preparavo a tornare da mio padre, che aveva promesso di mandarmi presto all'Accademia.

«Il mio unico rimpianto nel lasciare Amiens nasceva dal separarmi da un amico, di qualche anno più grande di me, a cui ero sempre stato teneramente affezionato. Eravamo stati cresciuti insieme; ma per le ristrette circostanze della sua famiglia, era destinato a prendere gli ordini, e doveva rimanere dopo di me ad Amiens per completare gli studi necessari per la sua sacra vocazione. Aveva mille buone qualità. Riconoscerà in lui le migliori durante il corso della mia storia, e soprattutto, uno zelo e un fervore di amicizia che superano i più illustri esempi dell'antichità. Se avessi allora seguito i suoi consigli, sarei sempre rimasto un uomo discreto e felice. Se avessi persino preso consiglio dai suoi rimproveri, quando sull'orlo di quel baratro in cui le mie passioni mi precipitarono in seguito, sarei stato risparmiato dal malinconico naufragio sia della fortuna che della reputazione. Ma lui era destinato a vedere le sue amichevoli ammonizioni ignorate; anzi, talvolta persino ripagate con il disprezzo da un miserabile ingrato, che osava spesso trattare la sua condotta fraterna come offensiva e invadente.

«Avevo fissato il giorno della mia partenza da Amiens. Ahimè! che non l'avessi fissato un giorno prima! Avrei portato allora a casa di mio padre la mia innocenza intatta.

«Proprio la sera prima della mia prevista partenza, mentre passeggiavo con il mio amico, che si chiamava Tiberge, vedemmo arrivare la diligenza di Arras, e bighellonammo dietro di essa fino alla locanda, presso la quale queste carrozze si fermano. Non avevamo altro motivo che la curiosità. Alcuni uomini logori scesero, e si ritirarono immediatamente nella locanda. Una rimase indietro: era molto giovane, e se ne stava da sola nel cortile, mentre un uomo di età avanzata, che sembrava averla in custodia, era occupato a prendere il suo bagaglio dal veicolo. Mi colpì come così estremamente bella, che io, che non avevo mai pensato prima alla differenza tra i sessi, o guardato la donna con la minima attenzione, io, la cui condotta era stata finora tema di universale ammirazione, mi sentii, all'istante, privato della ragione e dell'autocontrollo. Ero sempre stato eccessivamente timido, e facilmente disorientato; ma ora, invece di incontrare qualsiasi impedimento da questa debolezza, avanzai senza la minima riserva verso colei che era così diventata, in un momento, la padrona del mio cuore.

«Sebbene più giovane di me, ricevette le mie cortesie senza imbarazzo. Le chiesi la causa del suo viaggio ad Amiens, e se avesse qualche conoscenza in città. Mi disse ingenuamente che vi era stata mandata dai suoi genitori, per iniziare il suo noviziato per prendere il velo. L’amore aveva così acuito la mia percezione, persino nel breve momento in cui era stato intronizzato, che vidi in questo annuncio un colpo mortale alle mie speranze. Le parlai in un modo che le fece capire subito cosa stesse passando nella mia mente; poiché lei aveva più esperienza di me. Era contro il suo consenso che veniva destinata a un convento, senza dubbio per reprimere quell'inclinazione al piacere che era già diventata troppo manifesta, e che causò, nel seguito, tutte le sue sventure e le mie. Combattei la crudele intenzione dei suoi genitori con tutti gli argomenti che la mia passione appena nata e l'eloquenza scolastica potevano suggerire. Lei non ostentò né austerità né riserbo. Mi disse, dopo un momento di silenzio, che prevedeva troppo chiaramente quale dovesse essere il suo infelice destino; ma che era, apparentemente, la volontà del Cielo, poiché non le erano rimasti mezzi per scongiurarlo. La dolcezza del suo sguardo, l’aria di dolore con cui pronunciò queste parole, o piuttosto forse il destino controllante che mi conduceva alla rovina, non mi permisero un istante di pesare la mia risposta. Le assicurai che se avesse fatto affidamento sul mio onore, e sul tenero interesse con cui mi aveva già ispirato, avrei sacrificato la mia vita per liberarla dalla tirannia dei suoi genitori, e per renderla felice. Sono stato da allora mille volte stupito nel rifletterci, a pensare come potessi essermi espresso con tanta audacia e facilità; ma l’amore non avrebbe mai potuto diventare una divinità, se non avesse spesso compiuto miracoli.

«Feci molte altre pressioni e discorsi teneri; e la mia sconosciuta bellezza fu perfettamente consapevole che il mio non era l’età per l’inganno. Mi confessò che se avessi potuto vedere almeno una ragionevole speranza di essere in grado di effettuare la sua affrancatura, si sarebbe ritenuta debitrice per la mia gentilezza più di quanto la vita stessa potesse pagare. Ripetei che ero pronto a tentare qualsiasi cosa per suo conto; ma, non avendo sufficiente esperienza per immaginare subito un piano ragionevole per servirla, non andai oltre questa assicurazione generale, dalla quale in effetti poco bene poteva sorgere né per lei né per me. Il suo vecchio tutore essendosi ormai unito a noi, le mie speranze sarebbero state stroncate, se non che lei ebbe abbastanza tatto da rimediare alla mia stupidità. Fui sorpreso, al suo avvicinarsi, di sentirla chiamarmi suo cugino, e dire, senza essere minimamente disorientata, che poiché era stata così fortunata da incontrarmi ad Amiens, non sarebbe andata nel convento fino alla mattina seguente, per avere il piacere di incontrarmi a cena. Innocente com'ero, compresi subito il significato di questa astuzia; e proposi che alloggiasse per la notte presso la casa di un locandiere, che, dopo essere stato per molti anni il cocchiere di mio padre, si era stabilito di recente ad Amiens, e che era sinceramente affezionato a me.

«La condussi lì io stesso, cosa di cui il vecchio Argo sembrò brontolare un po’; e il mio amico Tiberge, che era perplesso dall'intera scena, seguì, senza proferire parola. Non aveva sentito la nostra conversazione, avendo camminato su e giù per il cortile mentre io parlavo d’amore alla mia angelica amante. Poiché avevo qualche dubbio sulla sua discrezione, mi liberai di lui, pregandolo di eseguire una commissione per me. Ebbi così la felicità, arrivando alla locanda, di intrattenere da solo la sovrana del mio cuore.

«Appresi presto di essere meno fanciullo di quanto avessi immaginato in precedenza. Il mio cuore si aprì a mille sentimenti di piacere, dei quali non avevo prima la più remota idea. Una deliziosa consapevolezza di godimento si diffuse attraverso tutta la mia mente e la mia anima. Affondai in una sorta di estasi, che mi privò per un tempo del potere di parola, e che trovò sfogo solo in un torrente di lacrime.»

«Manon Lescaut (questo mi disse essere il suo nome) sembrò gratificata dall'effetto visibile del proprio fascino. Mi apparve non meno eccitata di me. Riconobbe di provare un gran piacere in mia compagnia e che sarebbe stata incantata di dover a me la sua libertà e la sua felicità futura. Insistette per sapere chi fossi, e la conoscenza non fece che accrescere il suo affetto; poiché, essendo ella stessa di umili natali, era lusingata di essersi assicurata come amante un uomo di buona famiglia.

«Dopo molte riflessioni non potemmo scoprire altra risorsa che la fuga. Per riuscirvi sarebbe stato necessario ingannare la vigilanza del guardiano di Manon, che richiedeva cautela, sebbene non fosse che un servitore. Stabilimmo, dunque, che durante la notte avrei procurato una carrozza postale e vi sarei tornato all'alba, prima che si svegliasse; che saremmo scivolati via silenziosamente e saremmo andati dritti a Parigi, dove avremmo potuto sposarci al nostro arrivo. Avevo in tasca circa cinquanta scudi, frutto dei miei piccoli risparmi a scuola; e lei ne aveva circa il doppio. Immaginammo, come fanciulli inesperti, che una tale somma non si sarebbe mai esaurita, e contammo, con uguale fiducia, sul successo degli altri nostri piani.

«Dopo aver cenato, con una soddisfazione certamente maggiore di quanto avessi mai provato in precedenza, mi ritirai per preparare il nostro progetto. Tutti i miei preparativi furono tanto più facili poiché, allo scopo di tornare l'indomani da mio padre, i miei bagagli erano già stati fatti. Non ebbi, dunque, difficoltà a rimuovere il mio baule e a far preparare una carrozza per le cinque del mattino, ora in cui si aprivano le porte della città; ma incontrai un ostacolo al quale ero poco preparato e che quasi mandò a monte tutti i miei piani.

«Tiberge, sebbene fosse di soli tre anni più grande di me, era un giovane di una mente insolitamente forte e dalla condotta estremamente regolata. Mi amava di un affetto singolare. La vista di una ragazza così incantevole come Manon, la mia impazienza mal dissimulata di condurla alla locanda e l'ansia che tradivo nel volermene liberare avevano destato nella sua mente qualche sospetto sulla mia passione. Non aveva osato tornare alla locanda dove mi aveva lasciato, per timore che ciò mi infastidisse, ma andò ad attendermi ai miei alloggi, dove, sebbene fossero le dieci di sera, lo trovai al mio arrivo. La sua presenza mi infastidì ed egli percepì presto l'imbarazzo che essa imponeva. «Sono certo», mi disse senza mezzi termini, «che hai in mente qualche piano che non vuoi confidarmi; lo vedo dal tuo modo di fare». Gli risposi in modo piuttosto brusco che non ero tenuto a rendergli conto di tutti i miei movimenti. «Certamente no!», replicò; «ma finora mi hai sempre trattato come un amico, e tale appellativo implica un certo grado di confidenza e candore». Mi spinse così tanto e così seriamente a scoprire il mio segreto che, non avendo fino a quel momento provato la minima riserva verso di lui, gli confidai ora l'intera storia della mia passione. L'ascoltò con un'apparenza di disapprovazione che mi fece tremare; e mi pentii immediatamente della mia indiscrezione nell'avergli parlato della mia progettata fuga. Mi disse che era troppo sinceramente mio amico per non opporre ogni ostacolo in suo potere a un tale disegno; che avrebbe prima tentato ogni altro mezzo per distogliermi da tale proposito, ma che se mi fossi rifiutato di rinunciare a una risoluzione così fatale, avrebbe certamente informato alcune persone della mia intenzione, le quali sarebbero state in grado di sventarla. Discorse sull'argomento per un buon quarto d'ora, nel tono più serio, e terminò minacciando di nuovo di denunciarmi se non gli avessi dato la mia parola che sarei tornato sulla via della discrezione e della ragione.

«Ero disperato per essermi tradito così maldestramente. Tuttavia, avendo l'amore straordinariamente affinato il mio intelletto durante le ultime due o tre ore, ricordai che non gli avevo ancora detto che era mia intenzione eseguire il mio progetto la mattina seguente, e decisi subito di ingannarlo con una piccola equivocazione.

««Tiberge», gli dissi, «fino a questo momento ho pensato che tu fossi mio amico; e ho voluto provarlo con la prova della confidenza. È vero, sono innamorato; non ti ho ingannato: ma riguardo alla mia fuga, quello è un progetto da non intraprendere senza deliberazione. Passa a prendermi domani alle nove: vedrai la mia amante, se possibile, e allora giudicherai se non è degna di qualsiasi rischio o sacrificio da parte mia». Mi lasciò con mille proteste di amicizia.

«Impiegai la notte a preparare il viaggio e, recandomi alla locanda al primo chiarore dell'alba, trovai Manon che attendeva il mio arrivo. Era alla sua finestra, che dava sulla strada, e scorgendo il mio avvicinarmi, scese e aprì lei stessa la porta. Partimmo silenziosamente e senza destare il minimo allarme. Portò via soltanto una piccola parte del suo abbigliamento, di cui mi feci carico. La carrozza era pronta e fummo presto lontani dalla città.

«Apprenderete nel seguito quale fu la condotta di Tiberge quando scoprì che lo avevo ingannato; che il suo zelo nel servirmi non subì alcuna diminuzione; e osserverete a quali lunghezze la sua devozione lo portò. Come dovrei rattristarmi, quando rifletto sulla vile ingratitudine con cui il suo affetto è stato sempre ripagato!

«Viaggiammo con tale sollecitudine che prima di sera raggiungemmo St. Denis. Andai al fianco della carrozza, il che ci lasciò poche opportunità di conversare, se non durante il cambio dei cavalli; ma quando ci trovammo così vicini a Parigi e fuori dal raggio del pericolo, ci concedemmo il tempo per rifocillarci, non avendo assaggiato cibo da quando avevamo lasciato Amiens. Per quanto mi sentissi follemente innamorato di Manon, lei seppe convincermi che lei lo era altrettanto di me. Così poco frenammo la nostra tenerezza che non avemmo nemmeno la pazienza di riservare le nostre carezze a quando fossimo stati soli. I postiglioni e i locandieri ci fissavano con meraviglia, e notai che apparivano sorpresi da un amore così incontrollabile in fanciulli della nostra età.

«Il nostro progetto di matrimonio fu dimenticato a St. Denis; frodammo la Chiesa dei suoi diritti; e ci ritrovammo uniti come marito e moglie senza riflettere alle conseguenze. È certo che con la mia indole facile e costante sarei stato felice per tutta la mia vita, se Manon mi fosse rimasta fedele. Più la vedevo, più scoprivo in lei nuove perfezioni. La sua mente, il suo cuore, la sua dolcezza e la sua bellezza formavano una catena al tempo stesso così vincolante e così piacevole che avrei potuto trovare la perfetta felicità nella sua influenza duratura. La terribile fatalità, quella che è stata la fonte della mia disperazione, avrebbe potuto, sotto un leggero mutamento di circostanze, costituire la mia felicità. Mi ritrovo il più miserabile degli uomini, per la forza di quella stessa costanza dalla quale avrei potuto giustamente aspettarmi di trarre la più serena delle beatitudini umane e la più perfetta ricompensa dell'amore.

«Prendemmo un appartamento ammobiliato a Parigi, in Rue V----, e, come si scoprì in seguito, con mio dolore, vicino alla casa del signor de B----, il famoso Fermier-general. Trascorsero tre settimane, durante le quali fui così assorto nella mia passione che non pensai mai alla mia famiglia, né sognai l'angoscia che mio padre provava probabilmente per la mia assenza. Tuttavia, poiché non vi era ancora nulla di dissoluto in me, e poiché Manon si comportava con la massima proprietà, la vita tranquilla che conducevamo servì a riportarmi a poco a poco a un senso del dovere.

«Decisi di tentare, se possibile, una riconciliazione con il mio genitore. La mia amante mi era così perfettamente amabile che non potevo dubitare del suo potere di affascinare mio padre, se solo avessi trovato il mezzo di renderlo edotto della sua buona condotta e del suo merito. In una parola, contavo di ottenere il suo consenso al nostro matrimonio, avendo rinunciato a ogni idea di compierlo senza la sua approvazione. Menzionai il progetto a Manon e le spiegai che, oltre a ogni motivo di amore filiale e di dovere, anche quello più grave della necessità avrebbe dovuto avere qualche influenza; poiché le nostre finanze erano tristemente ridotte e cominciavo a vedere la follia di pensarle, come un tempo facevo, inesauribili.

«Manon ricevette la proposta con considerevole freddezza. Tuttavia, poiché le difficoltà che sollevava erano apparentemente i suggerimenti della sola tenerezza, o derivanti dal naturale timore di perdermi se mio padre, dopo aver appreso il nostro indirizzo, avesse rifiutato il suo assenso alla nostra unione, non ebbi il minimo sospetto del colpo crudele che lei stava proprio in quel momento preparando a infliggermi. Riguardo all'argomento della necessità, rispose che avevamo ancora abbondanti mezzi per vivere per qualche settimana ancora, e che avrebbe trovato poi una risorsa nella gentilezza di alcuni parenti in campagna, ai quali avrebbe scritto. Temperò la sua opposizione con carezze così tenere e appassionate che io, che vivevo solo per lei e che non avevo mai avuto il minimo dubbio sul suo amore, applaudii subito ai suoi argomenti e alle sue risoluzioni.

«A Manon avevo affidato la cura delle nostre finanze e delle faccende domestiche. In breve tempo, osservai che il nostro tenore di vita era migliorato e che lei si era concessa abiti più costosi. Poiché calcolavo che non avremmo potuto avere in quel periodo più di quindici o venti scudi rimanenti, non nascosi la mia sorpresa per questo misterioso aumento della nostra ricchezza. Mi pregò, con un sorriso, di non darmi alcun pensiero su quel punto. «Non ti ho promesso», disse, «che avrei trovato risorse?». La amavo troppo puramente per provare il minimo sospetto.

«Un giorno, essendo uscita nel pomeriggio, e avendole detto che non sarei stato a casa così presto come al solito, fui stupito, al mio ritorno, di essere trattenuto diversi minuti alla porta. La nostra unica serva era una giovane ragazza della nostra stessa età. Quando mi fece entrare finalmente, chiesi perché mi avesse trattenuto così a lungo. Rispose con tono imbarazzato che non mi aveva sentito bussare. «Ho bussato una sola volta», dissi; «quindi, se non mi hai sentito, perché venire ad aprire la porta?». Questa domanda la sconcertò così visibilmente che, perdendo la presenza di spirito, iniziò a piangere, assicurandomi che non era colpa sua; e che la sua padrona le aveva ordinato di non aprire la porta finché il signor de B---- non avesse avuto il tempo di scendere dalla scala di servizio. Ero così confuso da questa informazione da essere assolutamente incapace di procedere verso il nostro appartamento; e fui costretto a lasciare la casa, con il pretesto di un appuntamento. Chiesi dunque alla ragazza di far sapere alla sua padrona che sarei tornato tra pochi minuti, ma di non dire per nessun motivo che mi aveva parlato del signor de B----.

«Il mio orrore era così grande che versai lacrime mentre camminavo, sapendo a stento da quale sentimento esse fluissero. Entrai in un caffè vicino e, sedendomi a un tavolo, seppellii il viso tra le mani, come se volessi rivolgere lo sguardo all'interno per accertare ciò che stava accadendo nel mio cuore. Eppure, non osavo ricordare ciò che avevo sentito un momento prima. Mi sforzavo di considerarlo un sogno; e fui più di una volta sul punto di tornare ai miei alloggi, determinato a non dare alcuna importanza a ciò che avevo udito.

«Mi appariva così impossibile che Manon avesse potuto essere infedele che temevo persino di farle torto con un sospetto. L'adoravo; questo era troppo certo; non avevo da parte mia dato a lei più prove del mio amore di quante ne avessi ricevute del suo; perché allora avrei dovuto accusarla di essere meno sincera e costante di me? Quale ragione avrebbe potuto avere per ingannarmi? Nemmeno tre ore prima, lei aveva profuso su di me le più tenere carezze e aveva ricevuto le mie con trasporto: conoscevo il suo cuore tanto a fondo quanto il mio. «No, no!», dicevo, «non è possibile che Manon mi abbia ingannato. Lei sa bene che vivo solo per lei; che la adoro: su questo punto non posso avere motivo di essere infelice».

«Nonostante queste riflessioni, la visita del signor de B---- e la sua partenza segreta mi diedero qualche inquietudine. Ricordai, anche, i piccoli acquisti che aveva fatto ultimamente, che sembravano superare i nostri mezzi attuali. Ciò appariva come la generosità di un nuovo amante. E la confidenza con cui aveva predetto risorse che erano per me ignote? Ebbi qualche difficoltà a risolvere questi misteri in modo favorevole come il mio cuore desiderava.

«D'altro canto, era stata a stento lontano dal mio sguardo da quando eravamo entrati a Parigi. Comunque occupati, nelle nostre passeggiate, in tutti i nostri divertimenti, era sempre al mio fianco. Cielo! persino una separazione momentanea sarebbe stata troppo dolorosa. Non potevo dunque immaginare come Manon avesse potuto, per qualsiasi altra persona, dedicare un singolo istante.

«Alla fine pensai di aver scoperto un indizio per il mistero. «Il signor de B----», dicevo a me stesso, «è un uomo ampiamente impegnato in affari commerciali; e i parenti di Manon hanno senza dubbio inviato il suo denaro attraverso la sua casa. Probabilmente ne ha già ricevuto un po' da lui, ed è venuto oggi a portargliene dell'altro. Lei desidera, forse, trarre divertimento tra un po', da una piacevole sorpresa, tenendomi al momento all'oscuro. Avrebbe senza dubbio subito detto tutto, se fossi entrato come al solito, invece di venire qui a tormentarmi: ad ogni modo, non me lo nasconderà quando affronterò io stesso l'argomento».

«Coltivai quest'idea così volentieri che essa alleviò considerevolmente il mio dolore. Tornai immediatamente ai miei alloggi e abbracciai Manon teneramente come sempre. Lei mi ricevette come al solito. Dapprima fui tentato di menzionare le mie congetture, che ora, più che mai, consideravo come certe; ma mi trattenni nella speranza che lei potesse renderlo non necessario informandomi di tutto ciò che era accaduto.

«Fu servita la cena. Assumendo un'aria di gaiezza, presi posto a tavola; ma alla luce delle candele che erano tra noi, mi parve di scorgere un'aria di malinconia negli occhi e nel volto della mia amata amante. Il solo pensiero smorzò presto la mia gaiezza. Notai che i suoi sguardi avevano un'espressione insolita e, sebbene nulla potesse essere più dolce o languido, ero in difficoltà a scoprire se essi trasmettessero più amore che compassione. La fissai con uguale intensità, ed essa forse non ebbe meno difficoltà a comprendere dal mio volto ciò che stava accadendo nel mio cuore. Non parlammo né mangiammo. Alla fine vidi lacrime spuntare dai suoi bellissimi occhi; lacrime perfide! «Oh cielo!», esclamai, «mia carissima Manon, perché permettere ai tuoi dolori di affliggerti a questo punto senza comunicarmi la loro causa?». Mi rispose solo con sospiri, che accrebbero la mia miseria. Mi alzai tremando dal mio posto: la scongiurai, con tutta l'urgente intensità dell'amore, di farmi conoscere la causa del suo dolore: piansi nel tentare di lenire i suoi dolori: ero più morto che vivo. Un barbaro avrebbe avuto pietà delle mie sofferenze mentre stavo tremando di dolore e apprensione.

«Mentre la mia attenzione era così confinata su di lei, udii gente salire le scale. Bussarono delicatamente alla porta. Manon mi diede un bacio e, sfuggendo dalle mie braccia, entrò rapidamente nel boudoir, girando la chiave dopo di sé. Immaginai che, non essendo vestita per ricevere estranei, non volesse incontrare le persone che avevano bussato; andai ad aprire loro.

«Avevo a stento aperto la porta quando mi ritrovai afferrato da tre uomini, che riconobbi come i servitori di mio padre. Non offrirono la minima violenza, ma due di loro prendendomi per le braccia, il terzo mi perquisì le tasche e tirò fuori un piccolo coltello, l'unica arma che avessi con me. Chiesero perdono per la necessità in cui si trovavano di trattarmi con apparente mancanza di rispetto; dicendomi francamente che agivano su ordine di mio padre e che il mio fratello maggiore era in una carrozza di sotto ad attendermi. I miei sentimenti erano così sopraffatti che mi lasciai condurre via senza fare né replica né resistenza. Trovai mio fratello ad attendermi come avevano dichiarato. Mi misero al suo fianco e il cocchiere partì immediatamente, per suo ordine, verso St. Denis.

«Mio fratello mi abbracciò con estremo affetto, ma durante il tragitto non proferì parola, così che, non essendo incline alla conversazione, ebbi tanto tempo quanto avrei potuto desiderare per riflettere sulle mie sventure.»

III

Che possiamo chiamare nostre queste creature delicate, E non i loro appetiti. SHAKESPEARE.

«L'intera faccenda era così avvolta nell'oscurità che non riuscivo a vedere la via nemmeno verso una congettura ragionevole. Ero crudelmente tradito; questo era certo; ma da chi? Tiberge mi venne in mente per primo. «Tiberge!», dissi, «ne va della tua vita, se i miei sospetti dovessero rivelarsi fondati». Tuttavia, ricordai che non avrebbe potuto in alcun modo conoscere la mia dimora; e quindi, non avrebbe potuto fornire l'informazione. Accusare Manon era più di quanto il mio cuore fosse capace. L'insolita malinconia con cui era sembrata recentemente oppressa, le sue lacrime, il tenero bacio che mi diede nel congedarsi, rendevano tutto ciò ancora un mistero per me. Potevo solo considerare la sua recente malinconia come un presentimento della nostra comune sventura; e mentre deploravo l'evento che mi strappava da lei, ero abbastanza credulo da considerare il suo destino tanto degno di pietà quanto il mio.

«Il risultato delle mie riflessioni fu che ero stato visto e seguito nelle strade di Parigi da alcune persone di mia conoscenza, che avevano riferito l'informazione a mio padre. Quest'idea mi confortò. Mi decisi ad affrontare qualche rimprovero, o forse un trattamento duro, per aver oltraggiato l'autorità paterna. Risolsi, tuttavia, di soffrire con pazienza e di promettere tutto ciò che potesse essermi richiesto, al fine di facilitare il mio rapido ritorno a Parigi, così da poter restituire vita e felicità alla mia cara Manon.

«Arrivammo presto a St. Denis. Mio fratello, sorpreso dal mio lungo silenzio, pensò fosse l'effetto della paura. Mi assicurò che non avevo nulla da temere dalla severità di mio padre, purché avessi mostrato una disposizione a tornare tranquillamente sulla via del dovere e a dimostrarmi degno del suo affetto. Mi fece passare la notte a St. Denis, prendendo solo la precauzione di far dormire i tre lacchè nella mia stanza. Mi costò una pena trovarmi nella stessa locanda dove mi ero fermato con Manon nel nostro cammino da Amiens a Parigi. Il locandiere e i suoi servitori mi riconobbero e intuirono subito la verità della mia storia. Li udii dire: «Ah! quello è il bell'uomo che ha viaggiato su questa strada circa un mese fa, con la bella ragazza di cui sembrava così innamorato! Com'era carina! I poveri ragazzi, come si accarezzavano! Peccato se sono stati separati!». Finsi di non sentire e mi tenni il più possibile lontano dalla vista.

«A St. Denis mio fratello aveva un carro in attesa per noi, sul quale partimmo presto la mattina seguente, e arrivammo a casa prima di notte.

Egli vide prima mio padre, al fine di produrre una favorevole impressione raccontandogli con quanta docilità mi fossi lasciato condurre via; cosicché la sua accoglienza nei miei riguardi fu meno austera di quanto avessi previsto. Si limitò a rimproverarmi in termini generali per la colpa commessa, allontanandomi senza il suo permesso. Quanto alla mia amante, disse che meritavo ampiamente ciò che mi era accaduto, per essermi abbandonato a una persona del tutto sconosciuta; che nutriva un'opinione migliore della mia discrezione, ma che sperava che questa piccola avventura mi rendesse più saggio. Accolsi l'intera predica solo nel senso che si accordava alle mie convinzioni. Ringraziai mio padre per la sua indulgenza e promisi che in futuro avrei tenuto una condotta più regolata e obbediente. Sentivo di aver ottenuto un trionfo; poiché, allo stato attuale delle cose, non v'era dubbio che sarei stato libero di effettuare la mia fuga dalla casa ancor prima che la notte fosse trascorsa.

Ci sedemmo a cena. Mi presero in giro riguardo alla mia conquista di Amiens e alla mia fuga con quel modello di fedeltà. Accolsi i loro scherzi di buon grado, ben lieto che mi fosse concesso di rimuginare i piani che avevo meditato; ma alcune parole sfuggite a mio padre mi fecero ascoltare con viva attenzione. Parlò di perfidia e della bontà non disinteressata che aveva ricevuto per mano del signor di B----. Rimasi quasi paralizzato nell'udire quel nome e pregai mio padre di spiegarsi. Si volse a mio fratello, per chiedergli se non mi avesse raccontato l'intera storia. Mio fratello rispose che gli ero apparso così tranquillo durante il viaggio, che non aveva supposto avessi bisogno di questo rimedio per guarire dalla mia follia. Notai che mio padre era indeciso se darmi o meno la spiegazione. Lo supplicai così ardentemente che mi soddisfece, o dovrei piuttosto dire mi torturò, con la seguente orribilissima narrazione.

Iniziò chiedendomi se fossi davvero così ingenuo da credere di essere stato sinceramente amato dalla ragazza. Gli dissi con sicurezza che ne ero perfettamente certo e che nulla avrebbe potuto farmi dubitare nemmeno per un istante. «Ah, ah, ah!» disse con una risata sonora; «questo è eccellente! Sei un bell'allocco! Idea ammirevole! Sarebbe un gran peccato, mio povero cavaliere, farti Cavaliere di Malta, con tutti i requisiti che possiedi per essere un marito paziente e compiacente». Continuò con lo stesso tono a ridicolizzare quella che gli piaceva definire la mia ottusità e credulità.

Concluse, mentre io mantenevo un profondo silenzio, dicendo che, secondo il calcolo più preciso che potesse fare del tempo trascorso dalla mia partenza da Amiens, Manon doveva essersi innamorata di me per circa dodici giorni; «poiché», disse, «so che lasciasti Amiens il 28 del mese scorso; oggi è il 29 del presente; sono passati undici giorni da quando il signor di B---- mi scrisse; suppongo che gli siano occorsi otto giorni per stabilire una perfetta intesa con la tua amante; cosicché, sottraendo otto e undici da trentun giorni, il tempo tra il 28 di un mese e il 29 del successivo, ne rimangono dodici, più o meno!». Questo scherzo fu seguito da scoppi di risa.

Udii tutto ciò con una sorta di sgomento del cuore che pensavo di non poter sopportare, finché non ebbe finito. «Devi sapere dunque», continuò mio padre, «poiché sembri ancora ignorarlo, che il signor di B---- ha conquistato gli affetti del tuo idolo; poiché non può essere serio nel pretendere che sia il suo disinteressato riguardo per me ad averlo indotto a portartela via. Sarebbe assurdo aspettarsi sentimenti così nobili da un uomo della sua risma, e che, per giunta, mi è del tutto estraneo. Sapeva che eri mio figlio e, per sbarazzarsi di te, mi scrisse per informarmi della tua dimora e della vita che conducevi; dicendo, allo stesso tempo, che sarebbero state necessarie misure drastiche per assicurarti».

«Si offrì di procurarmi i mezzi per prenderti; e fu dietro sua direzione, così come quella della tua stessa amante, che tuo fratello colse il momento per sorprenderti alla sprovvista. Ora, puoi congratularti con te stesso per la durata del tuo trionfo. Sai come conquistare, abbastanza rapidamente; ma devi ancora imparare come assicurarti le tue conquiste».

Non potei più sopportare queste osservazioni, ognuna delle quali piantò un pugnale nel mio cuore. Mi alzai da tavola e non avevo fatto quattro passi verso la porta quando caddi sul pavimento, perfettamente privo di sensi. Con pronti rimedi mi fecero presto rinvenire. I miei occhi si aprirono solo per versare un torrente di lacrime, e le mie labbra per emettere i lamenti più dolorosi e strazianti. Mio padre, che mi ha sempre amato con il massimo affetto, tentò ogni mezzo per consolarmi. Lo ascoltavo, ma le sue parole erano senza effetto. Mi gettai ai suoi piedi, in atteggiamento di preghiera, scongiurandolo di lasciarmi tornare a Parigi e distruggere il mostro B----. «No!» gridai; «egli non ha ottenuto il cuore di Manon; può averla sedotta con il fascino o con droghe; può averla persino brutalmente violentata. Manon mi ama. Non lo so forse bene? Deve averla terrorizzata con un pugnale per indurla ad abbandonarmi». Cosa non deve aver fatto per avermi derubato della mia angelica amante? Oh Cielo! Cielo! è mai possibile che Manon mi abbia ingannato, o che abbia smesso di amarmi!

Poiché continuavo a delirare sul tornare subito a Parigi, e mi alzavo continuamente con quel proposito, mio padre vide chiaramente che, finché fosse durato il parossismo, nessun argomento avrebbe potuto placarmi. Mi condusse in una delle stanze superiori e lasciò due servitori a montare costantemente la guardia su di me. Ero completamente sbalordito. Avrei dato mille vite per essere anche solo per un quarto d'ora a Parigi. Avevo tuttavia abbastanza buon senso da sapere che, avendo dichiarato così apertamente la mia intenzione, non mi avrebbero permesso facilmente di lasciare la mia stanza. Guardai l'altezza delle finestre. Non vedendo alcuna possibilità di fuggire da quella parte, mi rivolsi ai servitori nel tono più tranquillo. Promisi, con i voti più solenni, di rendere un giorno le loro fortune, se solo avessero acconsentito alla mia fuga. Li supplicai; tentai con le carezze e, infine, con le minacce; ma tutto fu vano. Mi abbandonai alla disperazione. Risolsi di morire; e mi gettai sul letto, con la ferma determinazione di lasciarlo solo con la vita. In questa situazione trascorsi la notte e il giorno seguente. Rifiutai il nutrimento che mi fu portato la mattina dopo.

Mio padre venne a trovarmi nel pomeriggio. Tentò, nel modo più affettuoso, di lenire il mio dolore. Mi chiese così urgentemente di prendere un po' di ristoro che, per compiacerlo, obbedii ai suoi desideri. Trascorsero parecchi giorni, durante i quali non presi nulla se non in sua presenza e su sua specifica richiesta. Continuò a fornire nuovi argomenti per riportarmi al senno e per ispirarmi un meritato disprezzo per l'infedele Manon. Avevo certamente perso ogni stima per lei: come potevo stimare la più volubile e perfida delle creature! Ma la sua immagine, quei lineamenti squisiti, che erano incisi nel profondo del mio cuore, erano ancora intatti. Comprendevo i miei stessi sentimenti: «Posso morire», dicevo, «e dovrei morire dopo tanta vergogna e dolore; ma potrei soffrire mille morti senza essere in grado di dimenticare l'ingrata Manon».

Mio padre era sorpreso dal fatto che continuassi a essere così potentemente colpito. Sapeva che ero imbevuto dei principi dell'onore; e non dubitando che la sua infedeltà dovesse farmi disprezzare lei, immaginò che la mia ostinazione procedesse meno da questa particolare passione che da una generale inclinazione verso il sesso opposto. Questa idea si impadronì a tal punto della sua mente che, spinto solo dal suo affetto per me, venne un giorno a rivelarmi i suoi pensieri. «Cavaliere», mi disse, «è stata finora mia intenzione farti portare la Croce di Malta: vedo ora che le tue inclinazioni non piegano in quella direzione. Sei un ammiratore della bellezza. Saprò trovarti una moglie di tuo gusto. Fammi sapere candidamente cosa ne pensi a riguardo».

Risposi che non avrei mai più potuto vedere la minima differenza tra le donne e che, dopo la sventura che avevo subito, le detestavo tutte ugualmente. «Te ne troverò una», rispose mio padre, sorridendo, «che assomiglierà a Manon in bellezza, ma che sarà più fedele». «Ah! se avete un briciolo di pietà», dissi, «mi restituirete la mia Manon. Siate certo, mio caro padre, che essa non mi ha tradito; è incapace di una così vile e crudele perfidia. È il perfido B---- che inganna sia lei che me. Se poteste farvi un'idea della sua tenerezza e della sua sincerità, se solo la conosceste, anche voi l'amereste!». «Sei assolutamente un bambino», rispose mio padre. «Come puoi illuderti così, dopo ciò che ti ho detto di lei? È stata lei che in realtà ti ha consegnato a tuo fratello. Dovresti cancellare persino il suo nome dalla tua memoria e approfittare, se sei saggio, dell'indulgenza che ti sto mostrando».

Percepivo molto chiaramente che mio padre aveva ragione. Era un'emozione involontaria che mi faceva così prendere le parti del traditore. «Ahimè!» risposi, dopo un momento di silenzio, «è fin troppo vero che sono l'infelice vittima della più vile perfidia. Sì», continuai, versando lacrime di rabbia, «percepisco troppo chiaramente che in effetti non sono che un bambino. Una credulità come la mia è stata facilmente raggirata; ma non avrò difficoltà a vendicarmi». Mio padre mi chiese quali fossero le mie intenzioni: «Andrò a Parigi», dissi, «darò fuoco alla casa di B---- e immolerò lui e la perfida Manon insieme». Questo scatto fece ridere mio padre e ebbe solo l'effetto di farmi sorvegliare più diligentemente nella mia cella.

Trascorsi così sei lunghi mesi; durante il primo dei quali la mia mente subì pochi cambiamenti. I miei sentimenti erano in uno stato di perenne alternanza tra odio e amore; tra speranza e disperazione; a seconda che la tendenza di ogni pensiero passeggero riportasse Manon alla mia memoria. Una volta potevo vedere in lei solo la più deliziosa delle donne e sospirare per il piacere di rivederla; un'altra, sentivo che era la più indegna e perfida delle amanti, e in quelle occasioni avrei giurato di non cercarla mai più, se non allo scopo di vendicarmi.

Mi furono forniti libri, che servirono a restituirmi la pace della mente. Lessi ancora una volta tutti i miei autori preferiti; e ne conobbi di nuovi. Tutto il mio antico gusto per lo studio si ravvivò. Vedrai di quale utilità mi sia stato questo in seguito. La luce che avevo già derivato dall'amore mi permise di comprendere molti passaggi di Orazio e Virgilio che prima mi erano apparsi oscuri. Scrissi un commentario amoroso sul quarto libro dell'Eneide. Intendo un giorno pubblicarlo e mi lusingo che sarà popolare.

«Ahimè!» ero solito esclamare, «mentre ero impegnato in quell'opera, era per un cuore come il mio che la fedele Didone sospirava, e sospirava invano!».

IV

Ora, per lo strano incantesimo che ti circonda, Non c'è nulla, nulla che chiederai invano. ESSEX.

Mentre ero confinato, Tiberge venne un giorno a trovarmi. Fui sorpreso dall'affettuosa gioia con cui mi salutò. Non avevo finora mai notato un calore particolare nella sua amicizia che potesse portarmi a considerarla qualcosa di più della parzialità comune tra ragazzi della stessa età. Era così cambiato, ed era diventato così virile durante i cinque o sei mesi da quando l'avevo visto l'ultima volta, che i suoi lineamenti espressivi e il suo modo di rivolgersi a me mi ispirarono un sentimento di rispetto. Parlò più come un mentore che come un compagno di scuola, lamentò l'illusione in cui ero caduto, si congratulò con me per la mia riforma, che credeva ormai sincera, e terminò esortandomi a trarre profitto dal mio errore giovanile e ad aprire gli occhi sulla vanità dei piaceri mondani. Lo guardai con un certo stupore, cosa che egli percepì immediatamente.

«Mio caro cavaliere», mi disse, «non udirai altro che la stretta verità, di cui mi sono accertato con l'esame più serio. Avevo, forse, un'inclinazione per il piacere forte quanto la tua, ma il Cielo, nella sua misericordia, mi ha allo stesso tempo benedetto con il gusto per la virtù. Ho esercitato la mia ragione nel confrontare le conseguenze dell'una con quelle dell'altra, e l'aiuto divino è stato graziosamente concesso alle mie riflessioni. Ho concepito per il mondo un disprezzo che nulla può eguagliare. Riesci a indovinare cosa mi trattiene ancora in esso», aggiunse, «e che mi impedisce di abbracciare una vita di solitudine? Semplicemente la sincera amicizia che nutro verso di te. Conosco le eccellenti qualità sia del tuo cuore che della tua testa. Non c'è bene di cui tu non possa renderti capace. Le blandizie del piacere ti hanno momentaneamente sviato. Che danno per la sacra causa della virtù! La tua fuga da Amiens mi ha dato un dolore così intenso che da allora non ho conosciuto un momento di felicità. Puoi giudicare da questo dai passi che mi ha indotto a compiere». Mi raccontò poi come, dopo aver scoperto che lo avevo ingannato e che ero scappato con la mia amante, si fosse procurato dei cavalli allo scopo di inseguirmi, ma avendo io un vantaggio di quattro o cinque ore su di lui, trovò impossibile raggiungermi; che arrivò, tuttavia, a St. Denis mezz'ora dopo che io l'avevo lasciata; che, essendo ben certo che dovevo essermi fermato a Parigi, vi trascorse sei settimane in un infruttuoso tentativo di scoprirmi, visitando ogni luogo in cui pensava che avrei potuto incontrarmi, e che una sera riconobbe finalmente la mia amante a teatro, dove era così sfarzosamente vestita che, naturalmente, lo attribuì a qualche nuovo amante; che aveva seguito la sua carrozza fino a casa sua, e aveva lì appreso da un servitore che lei era mantenuta in questo stile dal signor di B----. «Non mi fermai qui», continuò; «tornai il giorno dopo alla casa, per apprendere dalle sue stesse labbra cosa fosse successo di te. Lei si voltò bruscamente quando udì la menzione del tuo nome, e fui costretto a tornare in campagna senza ulteriori informazioni. Lì appresi i particolari della tua avventura e l'estremo fastidio che ti aveva causato; ma non volevo farti visita finché non avessi avuto la certezza che fossi in uno stato più tranquillo».

«Hai visto Manon dunque!» esclamai sospirando. «Ahimè! tu sei più felice di me, che sono condannato a non rivederla mai più». Mi rimproverò per quel sospiro, che mostrava ancora la mia debolezza per la perfida ragazza. Mi lusingò così abilmente sulla bontà della mia mente e del mio carattere, che mi ispirò davvero, anche in questa prima visita, una forte inclinazione a rinunciare, come aveva fatto lui, ai piaceri del mondo e a prendere subito gli ordini sacri.

L'idea era così adatta al mio attuale stato d'animo che, quando ero solo, non pensavo ad altro. Ricordai le parole del vescovo di Amiens, che mi aveva dato lo stesso consiglio, e pensai solo alla felicità che aveva predetto sarebbe derivata dalla mia adozione di un tale corso. La pietà stessa prese parte a questi suggerimenti. «Condurrò una vita santa e cristiana», dicevo; «dividerò il mio tempo tra lo studio e la religione, il che non mi lascerà alcuno spazio per i pericolosi piaceri dell'amore. Disprezzerò ciò che gli uomini comunemente ammirano; e poiché sono consapevole che il mio cuore non desidererà altro che ciò che può stimare, le mie cure non saranno più grandi o più numerose dei miei bisogni e desideri».

Mi raffigurai quindi in anticipo un corso di vita pacifico e ritirato. Immaginai un rifugio immerso in un bosco, con un limpido ruscello d'acqua corrente che delimitava il mio giardino; una biblioteca, comprendente le opere più selezionate; una ristretta cerchia di amici, virtuosi e intellettuali; una tavola servita con cura, ma frugale e temperata. A tutti questi agréments aggiunsi una corrispondenza letteraria con un amico la cui residenza dovesse essere a Parigi, che mi desse occasionali informazioni sugli affari pubblici, meno per il soddisfacimento della mia curiosità che per offrire una sorta di rilassamento ascoltando e lamentando le frenetiche follie degli uomini. «Non sarò felice?» aggiunsi; «i miei massimi desideri non saranno così soddisfatti?». Questo progetto lusingava estremamente le mie inclinazioni. Ma dopo tutti i dettagli di questo ammirabile e prudente piano, sentivo che il mio cuore anelava ancora a qualcosa; e che, per non lasciare nulla a desiderare in questo incantevole ritiro, si dovrebbe poterlo condividere con Manon.

Tuttavia, continuando Tiberge a farmi frequenti visite per rafforzarmi nel proposito che mi aveva ispirato, colsi l'occasione per aprire l'argomento con mio padre. Egli dichiarò che la sua intenzione era sempre stata quella di lasciare i suoi figli liberi di scegliere una professione e che, in qualunque modo mi fossi sistemato, tutto ciò che desiderava riservarsi era il diritto di aiutarmi con i suoi consigli. In quest'occasione mi diede alcuni dei più saggi, che tendevano meno a distogliermi dal mio progetto che a convincermi del sano giudizio e della discrezione del mio buon padre.

Essendo prossimo il ricominciamento dell'anno scolastico, Tiberge ed io concordammo di iscriverci insieme a St. Sulpice, lui per proseguire i suoi studi teologici e io per iniziare i miei. I suoi meriti, che non erano sconosciuti al vescovo della diocesi, gli procurarono la promessa di un beneficio da parte di quel prelato prima della nostra partenza.

Mio padre, pensando che fossi completamente guarito dalla mia passione, non fece alcuna obiezione al mio congedo definitivo. Arrivammo a Parigi. La Croce di Malta lasciò il posto all'abito ecclesiastico e la designazione di abate di Grieux fu sostituita a quella di cavaliere. Mi applicai così diligentemente allo studio che in pochi mesi avevo fatto progressi straordinari. Non perdevo mai un momento della giornata e impiegavo persino parte della notte. Acquisii presto una tale reputazione che ero già congratulato per gli onori che ero certo di ottenere; e, senza sollecitazione da parte mia, il mio nome fu iscritto nella lista per un beneficio vacante. La pietà non fu affatto trascurata e mi dedicai con ardente devozione a tutti gli esercizi della religione. Tiberge era orgoglioso di quella che considerava opera delle sue mani e molte volte l'ho visto versare lacrime di gioia nel notare quella che definiva la mia perfetta conversione.

Non è mai stato motivo di meraviglia per me che le risoluzioni umane siano soggette a cambiare; una passione le dà vita, un'altra può distruggerle; ma quando rifletto sulla sacralità di quei motivi che mi hanno condotto a St. Sulpice, e sulla soddisfazione sincera di cui godevo obbedendo al loro dettato, rabbrividisco alla facilità con cui li ho oltraggiati tutti. Se è vero che il benigno soccorso concesso dal Cielo è in ogni momento pari ai più forti dei desideri dell'uomo, sarò lieto di apprendere la natura della deplorevole ascendente che ci fa improvvisamente deviare dal sentiero del dovere, senza il potere di offrire la minima resistenza, e senza nemmeno la minima visita di rimorso.

Ora mi ritenevo del tutto al sicuro dai pericoli dell'amore. M'immaginavo di aver potuto preferire una sola pagina di Sant'Agostino, o un quarto d'ora di meditazione cristiana, a ogni gratificazione sensuale, senza eccettuarne alcuna che avessi potuto trarre persino dalla compagnia di Manon. Ciononostante, un momento di sventura mi precipitò di nuovo a capofitto nel baratro; e la mia rovina fu tanto più irreparabile in quanto, cadendo all'istante alla stessa profondità da cui ero stato in precedenza tratto in salvo, ciascuno dei nuovi disordini in cui ricaddi mi spinse sempre più giù, nel profondo abisso del vizio. Avevo trascorso quasi un anno a Parigi senza sentir parlare di Manon. Non mi costò poco sforzo astenermi dal chiedere notizie; ma i consigli incessanti di Tiberge e le mie stesse riflessioni assicurarono questa vittoria sui miei desideri. Gli ultimi mesi scivolarono via così tranquillamente che ritenevo la memoria di questa creatura affascinante ma traditrice sul punto di essere consegnata all'eterno oblio.

Giunse il momento in cui avrei dovuto sostenere un esame pubblico nella classe di teologia: invitai diverse persone di riguardo a onorarmi della loro presenza nell'occasione. Il mio nome era sulla bocca di tutti in ogni angolo di Parigi: giunse persino alle orecchie di colei che mi aveva tradito. Ebbe qualche difficoltà a riconoscerlo con l'appellativo di abate; ma la curiosità, o forse il rimorso per essermi stata infedele (non seppi mai in seguito da quale di questi sentimenti fosse mossa), la indusse subito a interessarsi a un nome così simile al mio; e si recò con altre donne alla Sorbona, dove assistette al mio esame, e non ebbe senza dubbio molta difficoltà a riconoscere la mia persona.

Non avevo il minimo sospetto della sua presenza. È risaputo che in quei luoghi vi sono posti riservati alle signore, dove rimangono schermate da una tenda. Feci ritorno a St. Sulpice colmo di onori e congratulazioni. Erano le sei di sera. Nel momento in cui rientrai, fu annunciata una signora, che desiderava parlarmi. Andai a incontrarla. Cielo! Che sorpresa!

Era Manon. Era proprio lei, ma più ammaliante e brillante di quanto l'avessi mai vista. Era ormai nel suo diciottesimo anno. La sua bellezza sfida ogni descrizione. L'eccelsa grazia della sua figura, la mite dolcezza dell'espressione che animava i suoi lineamenti e la sua aria accattivante la facevano apparire come la personificazione stessa dell'amore. La visione era qualcosa di troppo perfetto per la bellezza umana.

Rimasi come incantato nel vederla. Incapace di indovinare lo scopo della sua visita, attendevo tremante e con lo sguardo abbassato finché non si fosse spiegata. Dapprima, il suo imbarazzo fu pari al mio; ma, vedendo che non ero disposto a rompere il silenzio, portò la mano agli occhi per celare una lacrima che spuntava, e poi, con tono timido, disse di sapere bene di essersi meritata giustamente il mio odio con la sua infedeltà; ma che se avessi mai provato davvero dell'amore per lei, non c'era molta benevolenza nel lasciar trascorrere due lunghi anni senza informarsi di lei, e altrettanto poca ora nel vederla nello stato di turbamento mentale in cui si trovava, senza degnarsi di elargirle una sola parola. Non tenterò di descrivere quali furono i miei sentimenti mentre ascoltavo questo rimprovero.

Si sedette. Io rimasi in piedi, con il volto mezzo voltato, poiché non riuscivo a trovare il coraggio di sostenere il suo sguardo. Iniziai più volte una risposta senza riuscire a concluderla. Alla fine feci uno sforzo, ed esclamai con tono di struggente dolore: "Perfida Manon! Perfida, perfida creatura!". Lei non desiderava, ripeté tra un fiotto di lacrime, tentare di giustificare la sua infedeltà. "Cosa desideri, dunque?", gridai. "Desidero morire", rispose, "se non vorrai restituirmi quel cuore, senza il quale è impossibile sopportare la vita". "Prendi anche la mia vita, allora, ragazza infedele!", esclamai, tentando invano di trattenere le lacrime; "prendi anche la mia vita! È l'unico sacrificio che mi rimane da fare, poiché il mio cuore non ha mai smesso di essere tuo".

Avevo appena pronunciato queste parole, quando lei si alzò in un trasporto di gioia e si avvicinò per abbracciarmi. Mi colmò di mille carezze. Mi rivolse tutti gli appellativi affettuosi con cui l'amore rifornisce i suoi devoti, per consentire loro di esprimere la più appassionata tenerezza. Risposi ancora con freddezza affettata; ma l'improvvisa transizione da uno stato di quiete, quale quella di cui avevo goduto fino a quel momento, all'agitazione e al tumulto che ora si accendevano nel mio petto e formicolavano nelle mie vene, mi fece fremere con una sorta di orrore e mi lasciò con una vaga sensazione di stare per subire una grande trasformazione e di entrare in una nuova esistenza.

Ci sedemmo vicini. Le presi la mano nella mia. "Ah! Manon", dissi, con uno sguardo di dolore, "non avrei mai pensato che un amore come il mio potesse essere ripagato con il tradimento! È stato un misero trionfo tradire un cuore di cui eri l'assoluta padrona, la cui unica felicità era gratificarti e obbedirti. Dimmi se tra gli altri ne hai trovato qualcuno così affettuoso e così devoto? No, no! Credo che la natura abbia fuso pochi cuori nello stesso stampo del mio. Dimmi almeno se hai mai pensato a me con rimpianto! Posso fare affidamento sulla durata del sentimento che ti ha riportata oggi da me? Scorgo troppo chiaramente che sei infinitamente più incantevole che mai: ma ti scongiuro per tutte le mie sofferenze passate, cara Manon, dimmi: potrai essere più fedele in futuro?".

Mi diede in risposta tali tenere rassicurazioni del suo pentimento, e giurò la sua fedeltà con proteste e voti così solenni, che ne rimasi indicibilmente colpito. "Bella Manon", dissi, con un misto alquanto profano di espressioni amorose e teologiche, "sei troppo adorabile per una creatura mortale. Sento il mio cuore trasportato da un'esultanza trionfante. È follia parlare di libertà a St. Sulpice. La fortuna e la reputazione non sono che lievi sacrifici dinanzi a un tale altare! Lo prevedo chiaramente: posso leggere il mio destino nei tuoi occhi luminosi; ma quale abbondante ricompensa non troverò nei tuoi affetti per qualsiasi perdita io possa subire! I favori della fortuna non hanno alcuna influenza su di me: la fama stessa mi appare solo una beffa; tutti i miei progetti di una vita santa erano assurde follie: in effetti, qualsiasi gioia all'infuori di quelle che posso sperare al tuo fianco è degna di disprezzo. Non ve ne sono che non svanirebbero nel nulla dinanzi a un solo tuo sguardo!".

Promettendole, tuttavia, una piena remissione delle sue passate fragilità, le chiesi come avesse permesso a sé stessa di essere sviata da B----. Mi informò che, avendola vista alla finestra, si era innamorato perdutamente di lei; che aveva fatto le sue avances nel vero stile di un mercante borghese; vale a dire, facendole capire nella sua lettera che i suoi pagamenti sarebbero stati proporzionati ai suoi favori; che lei aveva accettato le sue aperture dapprima con la sola intenzione di ottenere da lui una somma tale da consentirci di vivere senza disagi; ma che lui l'aveva talmente confusa con splendide promesse, che lei si era lasciata sviare a poco a poco. Aggiunse che avrei dovuto farmi un'idea del rimorso che provava, dal suo dolore nella notte della nostra separazione; e mi assicurò che, nonostante lo sfarzo in cui lui la manteneva, non aveva mai conosciuto un momento di felicità con lui, non solo, disse, perché lui era del tutto privo di quella delicatezza di sentimento e di quei modi gradevoli che io possedevo, ma perché, persino nel mezzo degli svaghi che lui le procurava incessantemente, non riusciva mai a scrollarsi di dosso il ricordo del mio amore, o la sua stessa ingratitudine. Parlò poi di Tiberge e dell'estremo imbarazzo che la sua visita le aveva causato. "La punta di un pugnale", aggiunse, "non avrebbe potuto colpire con più terrore il mio cuore. Mi allontanai da lui, incapace di sostenere l'incontro per un solo istante".

Continuò a informarmi di come fosse venuta a conoscenza della mia residenza a Parigi, del cambiamento della mia condizione e di come avesse assistito al mio esame alla Sorbona. Mi raccontò quanto fosse stata agitata durante il mio conflitto intellettuale con l'esaminatore; quale difficoltà avesse sentito nel trattenere le lacrime così come i sospiri, che più di una volta erano stati sul punto di sfuggire a ogni controllo e scoppiare; che era stata l'ultima persona a lasciare la sala d'esame, per timore di tradire il suo turbamento, e che, seguendo solo l'istinto del suo cuore e i suoi ardenti desideri, era venuta direttamente al seminario, con la ferma risoluzione di arrendersi alla vita stessa, se mi avesse trovato così crudele da rifiutarmi il perdono.

Potrebbe qualche selvaggio rimanere impassibile dinanzi a tali prove di cordiale pentimento come quelle a cui avevo appena assistito? Per quanto mi riguarda, sentii in quel momento che avrei volentieri rinunciato a tutti i vescovadi della Cristianità per Manon. Le chiesi quale corso avrebbe raccomandato nella nostra attuale emergenza. "È necessario", rispose, "a ogni costo, lasciare il seminario e stabilirsi in un luogo più sicuro". Acconsentii a tutto ciò che propose. Salì nella sua carrozza per andare ad attendermi all'angolo della strada. Fuggii l'istante successivo, senza attirare l'attenzione del portinaio. Entrai nella carrozza e partimmo alla volta di un ebreo. Lì ripresi il mio abito civile e la spada. Manon fornì i mezzi, poiché ero senza un soldo, e temendo che potessi incontrare qualche nuovo impedimento, non volle acconsentire che tornassi nella mia stanza a St. Sulpice per il portafoglio. Le mie finanze erano in verità miseramente scarse, e le sue più che sufficientemente arricchite dalla liberalità di M. de B---- per farle considerare con leggerezza la mia perdita. Consultammo insieme presso l'ebreo il corso che avremmo dovuto adottare.

Per accrescere il sacrificio che aveva fatto per me del suo ultimo amante, decise di trattarlo senza la minima cerimonia. "Gli lascerò tutti i suoi mobili", disse; "appartengono a lui: ma porterò via certamente, come ho il diritto di fare, i gioielli e circa sessantamila franchi, che ho avuto da lui negli ultimi due anni. Non gli ho dato alcun controllo su di me", aggiunse, "così che possiamo rimanere senza timore a Parigi, prendendo una casa comoda, dove vivremo, oh come felicemente insieme!".

Le feci notare che, sebbene non vi potesse essere pericolo per lei, ve ne era molto per me, che sarei stato prima o poi infallibilmente riconosciuto, e continuamente esposto a una ripetizione delle prove che avevo già sopportato. Mi fece capire che non poteva lasciare Parigi senza rimpianto. Avevo tale terrore di darle fastidio, che non vi erano rischi che non avrei incontrato per amore suo. Tuttavia, giungemmo a un compromesso decidendo di prendere una casa in qualche villaggio vicino a Parigi, da dove sarebbe stato facile per noi venire in città ogni volta che il piacere o gli affari lo richiedessero. Scegliemmo Chaillot, che è a una distanza conveniente. Manon tornò subito a casa sua e io andai ad attenderla a un cancello laterale del giardino delle Tuileries.

Ritornò un'ora dopo, in una carrozza a nolo, con una serva e diversi bauli, che contenevano i suoi vestiti e tutto ciò che aveva di valore.

Non ci mettemmo molto ad arrivare a Chaillot. Alloggiammo la prima notte alla locanda, per avere il tempo di trovare una casa adatta, o almeno un alloggio comodo. Ne trovammo uno di nostro gusto la mattina successiva.

La mia felicità ora sembrava assicurata al di là della portata del destino. Manon era tutto ciò che vi era di più dolce e amabile. Era così delicata e così incessante nelle sue attenzioni verso di me, che mi ritenevo fin troppo generosamente ricompensato per tutti i miei passati tormenti. Poiché avevamo entrambi, a quel punto, acquisito una certa esperienza, discutemmo razionalmente lo stato delle nostre finanze. Sessantamila franchi (l'ammontare della nostra ricchezza) non era una somma che ci si potesse aspettare durasse tutta la vita; inoltre, nessuno dei due era molto incline a controllare le proprie spese. La principale virtù di Manon non era certamente l'economia, così come non lo era la mia. Questa fu la mia proposta. "Sessantamila franchi", dissi, "possono sostenerci per dieci anni. Duemila scudi l'anno basteranno, se continueremo a vivere a Chaillot. Manterremo le apparenze, ma vivremo frugalmente. Le nostre uniche spese saranno occasionalmente una carrozza e i teatri. Faremo tutto con moderazione. Ti piace l'opera; andremo due volte a settimana, durante la stagione. Per quanto riguarda il gioco, ci limiteremo; così che le nostre perdite non debbano mai superare tre scudi. È impossibile che nello spazio di dieci anni non avvenga qualche cambiamento nella mia famiglia: mio padre è già in età avanzata; potrebbe morire; nel qual caso dovrei ereditare una fortuna, e saremo allora al di sopra di ogni altro timore".

Questa sistemazione non sarebbe stata affatto l'atto più sciocco della mia vita, se fossimo stati solo abbastanza prudenti da perseverare nella sua esecuzione; ma le nostre risoluzioni durarono a malapena più di un mese. La passione di Manon era per il divertimento; lei era l'unico oggetto della mia. Nuove tentazioni di spesa si presentavano costantemente, e lungi dal rimpiangere il denaro che lei a volte prodigava, ero il primo a procurarle tutto ciò che potesse offrirle piacere. La nostra residenza a Chaillot cominciava persino ad apparire noiosa.

L'inverno si avvicinava e tutto il mondo tornava in città; la campagna aveva un aspetto deserto. Lei mi propose di prendere una casa a Parigi. Non approvai questa idea; ma, per soddisfarla almeno in parte, dissi che potevamo affittare un appartamento ammobiliato, e che avremmo potuto dormirvi ogni volta che avessimo fatto tardi nel lasciare l'assemblea, dove andavamo spesso; poiché l'inconveniente di tornare così tardi a Chaillot era la sua scusa per volerlo lasciare. Avevamo così due dimore, una in città e l'altra in campagna. Questo cambiamento gettò presto i nostri affari in confusione e portò a due avventure, che alla fine causarono la nostra rovina.

Manon aveva un fratello nelle Guardie. Viveva sfortunatamente proprio nella strada in cui avevamo preso alloggio. Un giorno riconobbe sua sorella alla finestra e si affrettò da noi. Era un individuo dai modi più rozzi e privi del minimo principio d'onore. Entrò nella stanza imprecando nel modo più orribile; e siccome conosceva parte della storia di sua sorella, la coprì di insulti e rimproveri.

Ero uscito un istante prima, il che fu senza dubbio fortunato per lui o per me, poiché ero ben poco disposto a tollerare un insulto. Tornai all'alloggio solo dopo che se n'era andato. Lo stato d'animo depresso in cui trovai Manon mi convinse subito che fosse accaduto qualcosa di straordinario. Mi raccontò della scena provocatoria che aveva appena vissuto e delle minacce brutali di suo fratello. Provai tale indignazione che desiderai procedere subito a vendicarla, quando lei mi supplicò tra le lacrime di desistere.

Mentre stavamo ancora parlando dell'avventura, la guardia rientrò nella stanza in cui eravamo seduti, senza nemmeno attendere di essere annunciato. Se l'avessi conosciuto, non avrebbe ricevuto da me un'accoglienza così civile come quella che ebbe; ma salutandoci con un sorriso sul volto, si rivolse a Manon e disse di essere venuto a chiedere scusa per la sua violenza; che l'aveva immaginata vivere una vita di vergogna e disonore, ed era stata questa nozione a eccitare la sua rabbia; ma avendo poi chiesto informazioni a uno dei nostri servitori, aveva appreso un tale carattere di me che il suo unico desiderio era ora di essere in buoni rapporti con entrambi.

Sebbene questa ammissione, di essere andato a informarsi presso uno dei miei servitori, avesse in sé qualcosa di ridicolo oltre che di indelicato, ricambiai i suoi complimenti con civiltà, pensando così di compiacere Manon, e non mi sbagliavo: lei fu deliziata dalla riconciliazione. Lo facemmo restare a cena con noi.

In poco tempo divenne così familiare che, sentendoci parlare del nostro ritorno a Chaillot, insistette per accompagnarci. Fummo costretti a dargli un posto nella nostra carrozza. Questo fu in effetti metterlo in possesso, poiché iniziò presto a provare così tanto piacere nella nostra compagnia che fece di casa nostra la sua dimora, e si rese in qualche modo padrone di tutto ciò che ci apparteneva. Mi chiamava fratello e, sotto le sembianze di fraterna libertà, si mise su un piede tale da introdurre tutti i suoi amici senza cerimonia nella nostra casa a Chaillot, e lì intrattenerli a nostre spese. Le sue magnifiche uniformi venivano procurate dal mio sarto e addebitate a me, e riuscì persino a rendere Manon e me responsabili di tutti i suoi debiti. Finsi di essere cieco di fronte a questo sistema di tirannia, piuttosto che dare fastidio a Manon, e persino di non notare le somme di denaro che di tanto in tanto riceveva da lei. Senza dubbio, poiché giocava molto pesante, era abbastanza onesto da ripagarla in parte a volte, quando la fortuna girava a suo favore; ma le nostre finanze erano del tutto inadeguate a soddisfare, per qualsiasi periodo di tempo, richieste di tale magnitudo e frequenza.

Ero sul punto di venire a un chiarimento con lui, per porre fine al sistema, quando un sfortunato incidente mi risparmiò quel fastidio, coinvolgendoci in una rovina inestricabile.

Una notte ci fermammo a Parigi per dormire, come era ormai diventata la nostra abitudine costante. La serva, che in tali occasioni rimaneva sola a Chaillot, venne presto la mattina seguente a informarmi che la nostra casa aveva preso fuoco nella notte e che le fiamme erano state spente con grande difficoltà. Chiesi se i mobili avessero sofferto. Rispose che c'era stata tale confusione, a causa della moltitudine di estranei che erano venuti a offrire assistenza, che poteva a malapena accertare quali danni fossero stati fatti. Ero principalmente ansioso per il nostro denaro, che era stato chiuso in una piccola scatola. Partii in fretta per Chaillot. Vana speranza! La scatola era scomparsa!

Scoprii che si poteva amare il denaro senza essere un avaro. Questa perdita mi afflisse a tal punto che ero quasi fuori di me. Vidi con un solo sguardo a quali nuove calamità sarei stato esposto: la povertà era la minore di esse. Conoscevo Manon a fondo; avevo già avuto abbondante prova che, sebbene fedele e legata a me in circostanze più felici, non ci si poteva fare affidamento nel bisogno: amava troppo il piacere e l'abbondanza per sacrificarli per causa mia. "La perderò!", gridai; "miserabile cavaliere! Stai dunque per perdere tutto ciò che ami sulla terra!". Questo pensiero mi agitò a tal punto che considerai effettivamente per alcuni istanti se non fosse meglio per me porre fine subito a tutte le mie miserie con la morte. Conservai tuttavia abbastanza presenza di spirito da riflettere se fossi del tutto senza risorse, e mi venne in mente un'idea che placò la mia disperazione. Non sarebbe stato impossibile, pensai, celare la nostra perdita a Manon; e avrei forse potuto scoprire qualche via e mezzo per rifornirla, in modo da scongiurare gli inconvenienti della povertà.

Avevo calcolato, nel tentare di consolarmi, che ventimila scudi ci avrebbero sostenuto per dieci anni. Supponiamo che questi dieci anni fossero ora trascorsi, e che nessuno degli eventi che avevo atteso nella mia famiglia si fosse verificato. Quale sarebbe stato allora il mio corso? Non lo so; ma qualunque cosa avessi fatto allora, perché non posso farlo ora? Quanti ce ne sono a Parigi che non hanno né i miei talenti, né i vantaggi naturali che possiedo, e che, nonostante ciò, devono il loro sostentamento all'esercizio dei loro talenti, quali essi siano?

«Non ha la Provvidenza,» aggiunsi, riflettendo sulle diverse condizioni di vita, «disposto le cose con saggezza? Il maggior numero dei potenti e dei ricchi sono degli sciocchi. Nessuno che conosca qualcosa del mondo può dubitarne. Com'è ammirevole la giustizia compensatrice che ne deriva! Se la ricchezza portasse con sé anche il talento, i ricchi sarebbero troppo felici e gli altri uomini troppo infelici. A questi ultimi sono dati vantaggi personali e ingegno, per aiutarli a uscire dalla miseria e dal bisogno. Alcuni di loro dividono le ricchezze dei facoltosi assecondandone i piaceri, o rendendoli propri zimbelli; altri offrono loro istruzione e si sforzano di renderli membri decenti della società; a dir il vero, non sempre ci riescono; ma probabilmente non era quello l'intento della divina saggezza. In ogni caso traggono un beneficio dalle loro fatiche vivendo alle spalle dei loro allievi; e, sotto qualunque punto di vista la si consideri, le follie dei ricchi sono una generosa fonte di reddito per le classi più umili.»

«Questi pensieri mi restituirono un poco di spirito e di ragione. Decisi dapprima di consultare M. Lescaut, il fratello di Manon. Conosceva Parigi alla perfezione; e avevo avuto troppe occasioni di apprendere che non era né dai propri possedimenti, né dalla paga del re, che egli traeva la parte principale delle sue entrate. Mi erano rimasti circa trentatré scudi, che fortunatamente avevo con me. Gli mostrai la borsa, gli spiegai la mia sventura e i miei timori, e poi gli chiesi se avessi altra alternativa tra il morire di fame e il farmi saltare le cervella per la disperazione. Egli rispose freddamente che il suicidio è la risorsa degli sciocchi. Quanto al morire di stenti, c'erano centinaia di uomini di genio che si trovavano ridotti a quello stato quando non volevano impiegare i propri talenti; che spettava a me scoprire di cosa fossi capace, e mi disse di contare sul suo aiuto e sul suo consiglio in qualsiasi impresa avessi potuto intraprendere.»

««Molto vago, M. Lescaut!» gli dissi: «i miei bisogni richiedono un rimedio più rapido; poiché che cosa devo dire a Manon?» «A proposito di Manon,» replicò lui, «che cosa ti infastidisce riguardo a lei? Non puoi trovare sempre in lei di che soddisfare i tuoi bisogni, quando lo desideri? Una persona simile dovrebbe mantenere tutti noi, me tanto quanto se stessa.» Troncò la risposta che stavo per dare a un'impertinenza così insensibile e brutale, continuando a dire che prima di notte mi avrebbe assicurato mille scudi da dividere tra noi, se solo avessi seguito il suo consiglio; che conosceva un nobile, il quale era così liberale in faccende del genere, che era certo non avrebbe esitato un istante a dare la somma menzionata per i favori di una ragazza come Manon.»

«Lo fermai. «Avevo un'opinione migliore di te,» dissi; «avevo immaginato che il motivo per cui mi concedevi la tua amicizia fosse davvero molto diverso da quello che ora riveli.» Con la massima sfacciataggine riconobbe di essere sempre stato dello stesso avviso, e che, avendo sua sorella sacrificato una volta la sua virtù, sebbene potesse essere per l'uomo che amava di più, non avrebbe mai acconsentito a una riconciliazione con lei, se non con la speranza di trarre qualche vantaggio dalla sua passata condotta.»

«Era facile vedere che finora eravamo stati i suoi zimbelli. Nonostante il disgusto che la sua proposta mi ispirava, poiché sentivo di aver bisogno dei suoi servigi, dissi, con apparente compiacenza, che avremmo dovuto considerare un piano simile solo come ultima risorsa. Lo pregai di suggerirmene qualche altro.»

«Mi propose di sfruttare la mia giovinezza e il bell'aspetto che la natura mi aveva concesso, instaurando una relazione con qualche generosa vecchia dama. Questo era altrettanto poco di mio gusto, poiché mi avrebbe necessariamente reso infedele a Manon.»

«Menzionai il gioco come il piano più facile e il più adatto alla mia situazione attuale. Ammise che il gioco era certamente una risorsa, ma che era necessario ponderare bene la questione. «Il semplice gioco,» disse, «con le sue probabilità ordinarie, è la strada sicura verso la rovina; e quanto al tentare, da solo e senza un alleato, di impiegare i pochi mezzi che un uomo abile ha per correggere i capricci della fortuna, sarebbe un esperimento troppo pericoloso.» C'era, dichiarò, una terza via, che era quella di entrare in quella che chiamava una società; ma temeva che i suoi complici avrebbero considerato la mia giovinezza un ostacolo alla mia ammissione. Mi promise, tuttavia, di far valere la sua influenza presso di loro; e, cosa che era più di quanto mi aspettassi da lui, disse che mi avrebbe fornito un po' di denaro ogni volta che avessi avuto un bisogno impellente. L'unico favore che gli chiesi allora fu di non dire nulla a Manon della perdita che avevo subito, né dell'oggetto della nostra conversazione.»

«Non trassi certamente molto conforto dalla mia visita a Lescaut; mi pentii persino di avergli confidato il mio segreto: non aveva fatto per me una sola cosa che non avrei potuto fare altrettanto bene da solo, senza disturbarlo; e non potevo fare a meno di temere che avrebbe violato la promessa di mantenere il segreto con Manon. Avevo anche ragione di temere, dalle sue recenti confessioni, che potesse formare il disegno di servirsi di lei per i suoi vili scopi, o almeno di consigliarle di lasciarmi per qualche amante più felice e facoltoso. Questa idea portò con sé una scia di mille riflessioni, che non ebbero altro effetto se non quello di tormentarmi e di gettarmi di nuovo nello stato di disperazione in cui avevo trascorso la mattinata. Mi passò per la mente, più di una volta, di scrivere a mio padre; e di fingere una nuova conversione, al fine di ottenere da lui qualche aiuto pecuniario; ma non potevo dimenticare che, nonostante tutto il suo naturale amore e affetto per me, mi aveva rinchiuso per sei mesi in una stanza confinata per la mia prima trasgressione; ed ero certo che, dopo lo scandalo causato dalla mia fuga da Saint-Sulpice, mi avrebbe trattato con infinitamente più rigore ora.»

«Alla fine, da questo caos di fantasie emerse un'idea che d'un tratto restituì sollievo alla mia mente, e di cui mi sorpresi di non aver colto prima; questa era di andare di nuovo dal mio amico Tiberge, nel quale potevo essere sempre sicuro di trovare lo stesso costante zelo e amicizia. Non c'è nulla di più glorioso, nulla che faccia più onore alla vera virtù, della fiducia con cui ci si accosta a un amico di provata integrità; nessun timore, nessun rischio di un rifiuto sgarbato: se non è sempre in suo potere offrire il soccorso richiesto, si è certi almeno di incontrare gentilezza e compassione. Il cuore del povero supplicante, che rimane impenetrabilmente chiuso al resto del mondo, si apre in sua presenza, come un fiore si schiude davanti all'astro del giorno, dal quale sa istintivamente di poter trarre solo un'influenza rallegrante e benigna.»

«Considero una benedizione l'aver pensato così a proposito a Tiberge, e risolsi di prendere le misure per trovarlo prima di sera. Tornai subito al mio alloggio per scrivergli due righe e fissare un luogo conveniente per il nostro incontro. Chiesi segretezza e discrezione, come il servizio più importante che potesse rendermi nelle presenti circostanze.»

«Il piacere che trassi dalla prospettiva di vedere Tiberge dissipò ogni traccia di malinconia, che Manon altrimenti non avrebbe mancato di scorgere sul mio volto. Descrissi la nostra sventura a Chaillot come una piccolezza che non avrebbe dovuto turbarla; e, essendo Parigi il posto che preferiva al mondo, non fu dispiaciuta di sentirmi dire che sarebbe stato necessario per noi rimanervi interamente, finché il piccolo danno non fosse stato riparato, causato dall'incendio a Chaillot.»

«In un'ora ricevetti una risposta da Tiberge, che prometteva di essere al luogo di ritrovo fissato. Vi andai puntuale. Provai certamente un po' di vergogna nell'incontrare un amico la cui sola presenza avrebbe dovuto essere un rimprovero alle mie iniquità; ma ero sostenuto dall'opinione che avevo della bontà del suo cuore, così come dalla mia ansia per Manon.»

«Lo avevo pregato di incontrarmi nel giardino del Palais-Royal. Era lì prima di me. Si affrettò verso di me, non appena mi vide avvicinare, e mi strinse calorosamente entrambe le mani. Dissi che non potevo fare a meno di sentirmi perfettamente in imbarazzo nell'incontrarlo, e che ero oppresso da un senso di ingratitudine; che la prima cosa che lo imploravo di dirmi era se potessi ancora considerarlo mio amico, dopo aver così giustamente meritato la perdita della sua stima e del suo affetto. Rispose, nel modo più gentile possibile, che non era nella natura delle cose distruggere il suo riguardo per me; che le mie sventure persino, o, se così poteva chiamarle, le mie colpe e trasgressioni, avevano solo accresciuto l'interesse che nutriva per me; ma che doveva confessare che il suo affetto non era scevro da un sentimento di vivissimo dolore, quale si suppone provi una persona nel vedere un oggetto amato sull'orlo della rovina, e fuori dalla portata del suo aiuto.»

«Ci sedemmo su una panchina. «Ahimè!» dissi con un profondo sospiro, «la tua compassione deve essere davvero grande, mio caro Tiberge, se mi assicuri che è pari alle mie sofferenze. Mi vergogno quasi di raccontarle, poiché confesso che sono state causate da una condotta non proprio lodevole: i risultati, tuttavia, sono così veramente malinconici, che anche un amico meno affezionato di te ne sarebbe colpito.»

«Mi pregò allora, a riprova della sua amicizia, di fargli sapere, senza alcuna finzione, tutto ciò che mi era accaduto dopo la mia partenza da Saint-Sulpice. Lo accontentai; e lungi dal nascondere nulla, o dal tentare di scusare le mie colpe, parlai della mia passione con tutto l'ardore con cui ancora mi ispirava. Gliela descrissi come una di quelle speciali visite del destino, che trascinano la vittima devota alla sua rovina, e alle quali è tanto impossibile per la virtù stessa resistere, quanto per la saggezza umana prevedere. Gli dipinsi con i colori più vividi la mia eccitazione, i miei timori, lo stato di disperazione in cui mi ero trovato due ore prima di vederlo, e nel quale sarei stato di nuovo sprofondato, se avessi trovato i miei amici implacabili quanto lo era stato il destino. Feci infine una tale impressione sul povero Tiberge, che vidi che era colpito dalla compassione tanto quanto io dal ricordo delle mie sofferenze.»

«Mi prese la mano e mi esortò ad avere coraggio e a farmi forza; ma, siccome sembrava considerare assodato che Manon e io dovessimo separarci, gli feci capire subito che era proprio quella separazione che consideravo la più intollerabile di tutte le mie sventure; e che ero pronto a sopportare non solo l'ultimo grado di miseria, ma la morte stessa, della specie più crudele, piuttosto che cercare sollievo in un rimedio peggiore di tutto l'accumulo dei miei guai.»

««Spiegati, allora,» mi disse; «quale assistenza posso offrirti, se rifiuti tutto ciò che propongo?» Non ebbi il coraggio di dirgli che era dalla sua borsa che volevo sollievo. Egli, tuttavia, lo comprese alla fine; e riconoscendo di credere di avermi ora compreso, rimase un momento in atteggiamento pensieroso, con l'aria di una persona che rimugina qualcosa nella sua mente. «Non immaginare,» disse poco dopo, «che la mia esitazione nasca da una diminuzione del mio zelo e della mia amicizia; ma a quale alternativa mi riduci ora, dato che devo rifiutarti l'assistenza che chiedi, o violare il mio dovere più sacro nel concederla! Poiché non è forse partecipare al tuo peccato fornirti i mezzi per continuare la sua indulgenza?»

««Tuttavia,» continuò, dopo un momento di riflessione, «è forse lo stato di eccitazione in cui il bisogno ti ha gettato che ti nega ora la libertà di scegliere la strada giusta. La mente dell'uomo deve essere in pace, per conoscere il lusso della saggezza e della virtù. Posso permettermi di darti del denaro; e permettimi, mio caro cavaliere, di imporre una sola condizione; ed è che tu mi faccia sapere il luogo della tua dimora, e mi permetta l'opportunità di usare i miei sforzi per redimerti. So che c'è nel tuo cuore un amore per la virtù, e che sei stato solo sviato dalla violenza delle tue passioni.»

«Accettai, naturalmente, tutto ciò che chiese, e lo pregai solo di deplorare il maligno destino che mi rendeva insensibile ai consigli di un amico così virtuoso. Mi portò poi da un banchiere di sua conoscenza, che diede centosettanta scudi per la sua cambiale, che fu presa come contante. Ho già detto che non era ricco. Il suo beneficio valeva circa seimila franchi all'anno, ma siccome questo era il primo anno dalla sua investitura, non aveva ancora toccato alcuno degli introiti, ed era sulle entrate future che mi faceva questo anticipo.»

«Sentii tutta la forza della sua generosità, fino al punto quasi di deplorare la fatale passione che mi portava così a infrangere tutti i vincoli del dovere. La virtù ebbe per un istante il sopravvento nel mio cuore, e mi rese consapevole della mia vergogna e degradazione. Ma fu presto finita. Per Manon avrei potuto rinunciare alle mie speranze di paradiso, e quando mi ritrovai di nuovo al suo fianco, mi chiesi come avessi potuto per un istante considerarmi degradato dalla mia passione per questa ragazza incantevole.»

«Manon era una creatura dal carattere straordinario. Nessun mortale ebbe mai un disprezzo maggiore per il denaro, eppure era perseguitata dal timore perpetuo di esserne priva. Il suo unico desiderio era per il piacere e il divertimento. Non avrebbe mai desiderato possedere un soldo, se il piacere avesse potuto essere procurato senza denaro. Non si curò mai nemmeno di ciò che contenesse la nostra borsa, purché potesse trascorrere la giornata gradevolmente; cosicché, non essendo né amante del gioco né affatto abbagliata dal desiderio di grandi ricchezze, nulla era più facile che soddisfarla, trovando ogni giorno divertimenti adatti ai suoi desideri moderati. Ma divenne per abitudine una cosa così assolutamente necessaria per lei avere la mente così occupata, che, senza di ciò, era impossibile esercitare la minima influenza sul suo umore o sulle sue inclinazioni. Sebbene mi amasse teneramente, e io fossi l'unica persona, come spesso dichiarava, nella cui compagnia potesse mai trovare i puri godimenti dell'amore, tuttavia mi sentivo perfettamente convinto che il suo attaccamento non potesse resistere a certe apprensioni. Mi avrebbe preferito, anche con una fortuna moderata, al mondo intero; ma non avevo alcun dubbio che mi avrebbe, d'altra parte, abbandonato per qualche nuovo M. de B----, quando non avessi avuto altro da offrirle che fedeltà e amore.»

«Risolsi dunque di ridurre le mie spese individuali, in modo da essere sempre in grado di far fronte alle sue, e piuttosto di privarmi di mille necessità che di limitare anche solo la sua stravaganza. La carrozza mi dava più inquietudine di ogni altra cosa, poiché non vedevo alcuna possibilità di poter mantenere né cocchiere né cavalli.»

«Esposi a M. Lescaut le mie difficoltà, e non gli celai che avevo ricevuto mille franchi da un amico. Ripeté che, se avessi voluto tentare le probabilità del tavolo da gioco, non era senza speranza che, spendendo qualche scudo per intrattenere i suoi soci, avrei potuto, su sua raccomandazione, essere ammesso nell'associazione. Con tutta la mia ripugnanza per l'imbroglio, cedetti alla dura necessità.»

«Lescaut mi presentò quella notte come un suo parente. Aggiunse che avevo più probabilità di riuscire nella mia nuova professione, per la mancanza dei favori della fortuna. Tuttavia, per mostrare loro che non ero proprio ridotto agli estremi, disse che era mia intenzione offrire loro una cena. L'offerta fu accettata, e li intrattenni *en prince*. Parlarono molto del mio aspetto alla moda e dell'apparente amabilità del mio carattere; dissero che si potevano nutrire le migliori speranze su di me, perché c'era qualcosa nel mio volto che denotava il gentiluomo, e nessuno quindi avrebbe potuto sospettare la mia onestà: votarono ringraziamenti a Lescaut per aver introdotto un novizio così promettente, e delegarono uno dei membri a istruirmi per alcuni giorni nelle manovre necessarie.»

«Il teatro principale delle mie imprese era l'hotel di Transilvania, dove c'era un tavolo da faro in una stanza, e altri giochi di carte e dadi nella galleria. Questa accademia era tenuta dal Principe di R----, che allora viveva a Clagny, e la maggior parte dei suoi ufficiali apparteneva alla nostra società. Devo menzionarlo a mia vergogna? Approfittai rapidamente dell'istruzione del mio maestro. Acquisii una sorprendente facilità nei trucchi di prestigio, e imparai alla perfezione a *sauter le coup*; con l'aiuto di un paio di lunghi polsini, mescolavo così abilmente da sfidare l'osservatore più rapido, e mandai in rovina diversi giocatori leali. La mia abilità senza pari accelerò così rapidamente il progresso delle mie fortune, che mi trovai padrone, in poche settimane, di somme molto considerevoli, oltre a ciò che dividevo in buona fede con i miei compagni.»

«Non avevo più alcun timore di comunicare a Manon l'entità della nostra perdita a Chaillot, e, per consolarla all'annuncio di notizie così disastrose, presi una casa ammobiliata, dove ci stabilimmo in tutto l'orgoglio dell'opulenza e della sicurezza.»

«Tiberge era solito, in questo periodo, farmi frequenti visite. Non si stancava mai delle sue lezioni morali. Più e più volte mi rappresentò il danno che stavo arrecando alla mia coscienza, al mio onore e alla mia fortuna. Ricevevo tutti i suoi consigli benevolmente, e sebbene non avessi la minima inclinazione ad adottarli, non avevo dubbi sulla loro sincerità, poiché ne conoscevo la fonte. A volte lo schernivo bonariamente, e lo pregavo di non essere più severo di quanto fossero altri preti, e persino vescovi, che non consideravano affatto un'amante incompatibile con una vita buona e santa. «Guarda,» dicevo, «gli occhi di Manon, e dimmi se c'è uno nel lungo catalogo dei peccati che non potrebbe trovarvi una ragione di giustificazione.» Sopportava questi motti con pazienza, e spingeva la sua tolleranza quasi troppo oltre: ma quando vide i miei fondi aumentare, e che non solo gli avevo restituito i centosettanta scudi, ma avendo affittato una nuova casa e triplicato le mie spese, mi ero immerso più che mai in una vita di piacere, cambiò tono e modo verso di me. Compiangeva la mia ostinazione. Mi avvertì contro il castigo dell'ira Divina, e predisse alcune delle miserie con cui in verità fui poco dopo visitato. «È impossibile,» diceva, «che il denaro che ora serve a sostenere le tue dissolutezze possa essere stato acquisito onestamente. Lo hai ottenuto ingiustamente, e nello stesso modo ti verrà tolto. Il castigo più terribile che il Cielo potesse infliggerti sarebbe quello di permetterti il godimento indisturbato di esso. Tutti i miei consigli,» aggiunse, «sono stati inutili; vedo troppo chiaramente che diventeranno presto fastidiosi per te. Ora mi congedo; sei un amico debole, oltre che ingrato! Possano i tuoi godimenti criminali svanire come un'ombra! possano le tue ricchezze mal guadagnate lasciarti senza una risorsa; e possa tu stesso rimanere solo e abbandonato, per imparare la vanità di queste cose, che ora ti distolgono da migliori occupazioni! Quando arriverà quel tempo, mi troverai disposto ad amarti e a servirti; questo giorno pone fine ai nostri rapporti, e una volta per tutte dichiaro il mio orrore per la vita che stai conducendo.»

Fu nella mia stanza e alla presenza di Manon che egli pronunciò questa arringa apostolica. Si alzò per andarsene. Stavo per trattenerlo, ma fui impedito da Manon, la quale disse che era meglio lasciar andare il pazzo.

Ciò che disse, tuttavia, non mancò di farmi una certa impressione. Noto questi brevi passaggi della mia vita in cui provai un ritorno del sentimento della virtù, poiché fu a quelle tracce, per quanto lievi, che in seguito fui debitore di qualsiasi forza d’animo dimostrata nelle circostanze più difficili.

Le carezze di Manon dissiparono presto il fastidio che questa scena mi aveva causato. Continuammo a condurre una vita interamente dedita al piacere e all'amore. L'aumento della nostra ricchezza non fece che raddoppiare il nostro affetto. Non c'erano persone più felici tra tutti i devoti di Venere e della Fortuna. Cielo! perché chiamare questo un mondo di miseria, quando può offrire una vita di godimento così estasiante? Ma ahimè, finisce troppo presto! Per cosa dovrebbe sospirare l'uomo, se tale felicità potesse durare in eterno? La nostra condivise la sorte comune: quella di essere di breve durata, e seguita da duraturi rimpianti.

Avevo realizzato col gioco una somma di denaro così considerevole, che pensai di investirne una parte. I miei servitori non ignoravano la mia buona fortuna, in particolare il mio valletto e la cameriera di Manon, davanti ai quali parlavamo spesso senza alcuna riserva. La cameriera era bella, e il mio valletto innamorato di lei. Sapevano di avere a che fare con una coppia giovane e inesperta, che immaginavano di poter raggirare senza troppe difficoltà. Elaborarono un piano e lo eseguirono con tanta abilità che ci ridussero in uno stato dal quale non ci fu poi possibile sollevarci.

Avendo cenato una sera da Lescaut, era circa mezzanotte quando tornammo a casa. Chiesi del mio valletto, e Manon della sua cameriera; nessuno dei due si riusciva a trovare. Non erano stati visti in casa dalle otto, ed erano usciti dopo aver fatto portare via dei bauli, secondo ordini che pretendevano di aver ricevuto da me. Intuii subito una parte della verità, ma i miei sospetti furono infinitamente superati da ciò che mi si presentò entrando in camera mia. La serratura del mio armadio era stata forzata, e il mio denaro, così come i miei vestiti migliori, erano spariti. Mentre me ne stavo lì stupefatto dallo stupore, Manon venne, nel più grande allarme, a informarmi che il suo appartamento era stato svaligiato allo stesso modo.

Questo colpo fu così perfettamente sbalorditivo, così crudele, che a stento potei trattenere le lacrime. Il timore di infettare Manon con la mia disperazione mi fece assumere un'aria più contenta. Dissi, sorridendo, che mi sarei vendicato su qualche infelice allocco all'hotel di Transilvania. Tuttavia, lei apparve così sensibilmente colpita, che il suo dolore accrebbe la mia afflizione infinitamente più di quanto il mio tentativo riuscisse a sostenere il suo spirito. "Siamo distrutti!" disse, con le lacrime agli occhi. Cercai, invano, con le mie suppliche e le mie carezze, di consolarla. I miei stessi lamenti tradivano il mio tormento e la mia disperazione. Di fatto, eravamo così completamente rovinati, che eravamo rimasti privi persino di vestiti decenti.

Decisi di mandare subito a chiamare Lescaut. Mi consigliò di recarmi immediatamente dal luogotenente di polizia, e di dare informazioni anche al Gran Prevosto di Parigi. Andai, ma fu solo per aggiungere alle mie calamità; poiché, indipendentemente dal fatto che la mia visita non produsse il minimo buon effetto, io, con la mia assenza, concessi a Lescaut il tempo per discutere con sua sorella, durante il quale non mancò di ispirarle le risoluzioni più orribili. Le parlò del signor G---- M----, un vecchio voluttuoso, che pagava prodigiosamente per i suoi piaceri; descrisse così vividamente i vantaggi di tale legame, che lei aderì a tutti i suoi piani. Questo disonorevole accordo fu concluso tutto prima del mio ritorno, e la sua esecuzione fu solo rimandata alla mattina successiva, dopo che Lescaut avesse informato G---- M----.

Lo trovai, al mio ritorno, che mi aspettava a casa mia; ma Manon si era ritirata nel suo appartamento, e aveva pregato il servitore di dirmi che, avendo bisogno di riposo, sperava di non essere disturbata quella notte. Lescaut mi lasciò, dopo avermi offerto alcune corone che accettai.

Erano quasi le quattro quando andai a letto; e avendo rimuginato nella mia mente vari piani per recuperare le mie fortune, mi addormentai così tardi che non mi svegliai che tra le undici e le dodici. Mi alzai subito per chiedere della salute di Manon; mi dissero che era uscita un'ora prima con suo fratello, che era venuto a prenderla in una carrozza a nolo. Sebbene vi fosse qualcosa di misterioso in tale modo di procedere, cercai di reprimere i miei sospetti crescenti. Lasciai passare alcune ore, durante le quali mi divertii leggendo. Alla fine, non potendo più soffocare la mia inquietudine, camminai su e giù per le stanze. Una lettera sigillata sul tavolo di Manon colse infine il mio sguardo. Era indirizzata a me, e di suo pugno. Sentii il sangue gelarsi mentre la aprivo; diceva queste parole:

Ti giuro, carissimo cavaliere, che tu sei l'idolo del mio cuore, e che sei l'unico essere sulla terra che io possa veramente amare; ma non vedi, mio povero caro cavaliere, che nella situazione in cui siamo ora ridotti, la fedeltà sarebbe peggio della follia? Pensi che la tenerezza sia compatibile con la fame? Per quanto mi riguarda, la fame mi condurrebbe sicuramente a una fine fatale. Tirando un giorno un sospiro per amore, scoprirei che è stato il mio ultimo. Ti adoro, contaci; ma lascia a me, per un breve periodo, la gestione delle nostre fortune. Dio aiuti l'uomo che cade nelle mie mani. Il mio unico desiderio è rendere il mio cavaliere ricco e felice. Mio fratello ti parlerà di me; può testimoniare il mio dolore nel cedere alla necessità di separarmi da te.

Rimasi, dopo aver letto questo, in uno stato che sarebbe difficile descrivere; poiché ancora adesso non conosco la natura dei sentimenti che allora mi agitavano. Era una di quelle situazioni uniche di cui altri non avranno mai sperimentato nulla che si avvicini alla somiglianza. È impossibile spiegarlo, perché altre persone non possono averne idea, e si può a stento analizzarlo anche con se stessi. La memoria non fornisce nulla che possa collegarlo al passato, e quindi il linguaggio ordinario è inadeguato a descriverlo. Qualunque fosse la sua natura, tuttavia, è certo che il dolore, l'odio, la gelosia e la vergogna entrarono nella sua composizione. Fortunato sarebbe stato per me se anche l'amore non ne fosse stato una parte integrante!

"Che lei mi ami," esclamai, "posso crederlo; ma potrebbe, senza essere un mostro, odiarmi? Quale diritto può mai avere l'uomo agli affetti di una donna che io non avessi per Manon? Cosa mi resta, dopo tutti i sacrifici che ho fatto per lei? Eppure mi abbandona, e l'ingrata creatura pensa di schermarsi dai miei rimproveri con professioni d'amore! Finge di temere la fame! Dio dell'amore, che grossolanità di sentimento! Che risposta alla raffinatezza della mia adorazione! Io non avevo di quel timore; io, che ho quasi cercato la fame per lei, rinunciando alla fortuna e agli agi della casa di mio padre! Io, che mi sono negato le necessità reali, per gratificare i suoi piccoli capricci! Lei mi adora, dice. Se tu mi adorassi, ingrata creatura, so bene quale strada avresti preso; non mi avresti mai lasciato, almeno senza dirmi addio. Solo io posso raccontare le pene e i tormenti di essere separato da tutto ciò che si ama. Devo aver perso il senno, per essermi volontariamente cacciato in tutta questa miseria."

I miei lamenti furono interrotti da una visita che mi aspettavo poco; era quella di Lescaut. "Assassino!" gridai, mettendo la mano sulla spada, "dov'è Manon? cosa ne hai fatto?" La mia agitazione lo fece trasalire. Rispose che se questa era l'accoglienza che doveva ricevere, quando veniva a offrirmi il servizio più essenziale che fosse in suo potere rendermi, se ne sarebbe andato, e non avrebbe mai più varcato la mia soglia. Corsi alla porta dell'appartamento, che chiusi. "Non immaginare," dissi, voltandomi verso di lui, "che tu possa ancora una volta prendermi per il naso con le tue bugie e le tue invenzioni. O difendi la tua vita, o dimmi dove posso trovare Manon." "Quanto sei impaziente!" rispose; "quello era in realtà l'oggetto della mia visita. Sono venuto ad annunciare una buona fortuna che ti aspettavi poco, e per la quale probabilmente ti sentirai un po' grato." La mia curiosità fu subito eccitata.

Mi informò che Manon, totalmente incapace di sopportare il timore del bisogno, e, soprattutto, la certezza di essere subito costretta a fare a meno del suo equipaggio, lo aveva pregato di farle conoscere il signor G---- M----, che aveva fama di liberalità. Evitò accuratamente di dirmi che questo era il risultato del suo stesso consiglio, e che aveva preparato la strada prima di presentare sua sorella. "L'ho portata lì stamattina," disse, "e il tizio ne è rimasto così incantato che l'ha subito invitata ad accompagnarlo alla sua residenza di campagna, dove è andato a passare alcuni giorni. Poiché ho chiaramente percepito," disse Lescaut, "il vantaggio che può derivartene, mi sono preoccupato di fargli sapere che aveva di recente subito perdite molto considerevoli; e ho così stuzzicato la sua generosità che ha iniziato dandole quattrocento corone. Gli ho detto che andava bene per un inizio, ma che mia sorella avrebbe avuto, in futuro, molte richieste di denaro; che aveva la cura di un giovane fratello, che le era stato affidato dopo la morte dei nostri genitori; e che, se avesse voluto dimostrarsi degno dei suoi affetti, non le avrebbe permesso di soffrire inquietudini a causa di questo bambino, che lei considerava parte di sé. Questo discorso ha prodotto il suo effetto, ha subito promesso di prendere una casa per te e Manon, poiché devi sapere che tu sei il povero piccolo orfano. Si è impegnato a provvederti i mobili, e a darti quattrocento lire al mese, che se calcolo correttamente, ammonteranno a quattromila ottocento all'anno. Ha lasciato ordini al suo amministratore di cercare una casa, e di averla pronta per quando sarebbe tornato. Presto, dunque, rivedrai Manon, che mi ha pregato di portarti mille messaggi teneri, e di assicurarti che ti ama più caramente che mai."

V

Infetta da quella lebbra della lussuria, Che contamina gli anni più avanzati degli uomini viziosi Facendo loro frugare fino all'ultimo Le feccie del piacere per le gioie svanite. BYRON.

Sedendomi a riflettere su questo strano corso del destino, mi ritrovai così confuso, e di conseguenza così incapace di giungere a una conclusione razionale, che lasciai che Lescaut mi ponesse domande ripetute senza prestare minimamente attenzione al loro significato. Fu allora che l'onore e la virtù mi fecero sentire il rimorso più straziante, e che richiamai con amarezza Amiens, la casa di mio padre, San Sulpizio, e ogni luogo dove avessi mai vissuto in felice innocenza. Da quale terrificante intervallo ero ora separato da quello stato benedetto! Non lo vedevo più se non come un'ombra fioca in lontananza, che ancora attirava i miei rimpianti e i miei desideri, ma senza il potere di scuotermi verso l'azione. "Per quale fatalità," dissi, "sono diventato così degradato? L'amore non è una passione colpevole! perché allora è stato per me la fonte di dissolutezza e angoscia? Chi mi ha impedito di condurre una vita virtuosa e tranquilla con Manon? Perché non l'ho sposata prima di ottenere qualsiasi concessione dal suo amore? Non avrebbe mio padre, che nutriva per me il più tenero riguardo, dato il suo consenso, se avessi intrapreso la via onesta e sincera di sollecitarlo? Sì, mio padre stesso l'avrebbe amata come qualcuno di troppo buono per essere la moglie di suo figlio! Sarei stato felice nell'amore di Manon, nell'affetto di mio padre, nella stima del mondo, con una porzione moderata dei beni della vita, e soprattutto con la coscienza della virtù. Disastroso cambiamento! In quale personaggio infame si propone qui che io precipiti? Condividere... Ma posso esitare, se Manon stessa lo suggerisce, e se devo perderla se non a tali condizioni? Lescaut," dissi, portandomi le mani agli occhi come per escludere una visione così orripilante, "se la tua intenzione era di rendermi un servizio, ti ringrazio. Avresti forse potuto tracciare una via più rispettabile, ma è così deciso, non è vero? Pensiamo allora solo a profittare del tuo lavoro, e ad adempiere ai tuoi impegni."

Lescaut, che era rimasto considerevolmente imbarazzato, non solo dalla mia furia, ma dal lungo silenzio che ne era seguito, era troppo felice di vedermi ora intraprendere una strada così diversa da quella che aveva previsto. Non aveva un briciolo di coraggio, del che ho, nel seguito della mia storia, abbondante prova. "Sì, sì," rispose rapidamente, "è un buon servizio che ti ho reso, e scoprirai che ne trarremo infinitamente più vantaggio di quanto tu ora ti aspetti." Consultammo allora il modo migliore per prevenire i sospetti che G---- M---- avrebbe potuto nutrire sulla nostra parentela, quando mi avesse trovato più grande e di uomo più maturo di quanto probabilmente immaginasse. L'unico piano a cui potevamo pensare era di assumere in sua presenza un'aria innocente e provinciale, e di persuaderlo che era mia intenzione entrare in Chiesa, e che con quell'intento ero obbligato ad andare ogni giorno al college. Stabilimmo anche che avrei dovuto apparire il più impacciato possibile la prima volta che fossi stato ammesso all'onore di una presentazione.

Tornò in città tre o quattro giorni dopo, e condusse subito Manon nella casa che il suo amministratore aveva nel frattempo preparato. Lei informò immediatamente Lescaut del suo ritorno, e lui avendomi avvisato, andammo insieme alla sua nuova dimora. Il vecchio amante era già uscito.

Nonostante la sottomissione con cui mi ero rassegnato ai suoi desideri, non potei, al nostro incontro, reprimere i rimorsi della mia coscienza. Mi presentai davanti a lei addolorato e abbattuto. La gioia che provavo nel vederla ancora una volta non poteva del tutto dissipare il mio dolore per la sua infedeltà: lei, al contrario, appariva trasportata dal piacere di vedermi. Mi accusò di freddezza. Non potei fare a meno di mormorare le parole perfido e infedele, sebbene fossero abbondantemente mischiate a sospiri.

Dapprima rise di me per la mia semplicità; ma quando scoprì che continuavo a guardarla con un'espressione immutata di malinconia, e che non riuscivo a indurmi a entrare con sollecitudine in una scena così ripugnante a tutti i miei sentimenti, andò sola nel suo boudoir. La seguii molto presto, e allora la trovai in un pianto dirotto. Chiesi la causa del suo dolore. "Puoi capirlo facilmente," disse; "come puoi desiderare che io viva, se la mia presenza non può più avere altro effetto che quello di darti un'aria di tristezza e chagrin? Non un bacio mi hai dato durante la lunga ora che sei stato in casa, mentre hai ricevuto le mie carezze con la dignitosa indifferenza di un Gran Turco, che riceve l'omaggio forzato delle Sultane del suo harem."

"Ascoltami, Manon," dissi, abbracciandola; "non posso nasconderti che il mio cuore è amaramente afflitto. Non alludo ora all'inquietudine che la tua improvvisa fuga mi ha causato, né alla scortesia di lasciarmi senza una parola di consolazione, dopo aver passato la notte lontano da me. Il piacere di rivederti compenserebbe ampiamente tutto; ma immagini che io possa riflettere senza sospiri e lacrime sulla vita degradante e infelice che ora vuoi che io conduca in questa casa? Non dire nulla della mia nascita, o dei miei sentimenti d'onore; un amore come il mio non trae alcun aiuto da argomenti di quella debole natura; ma immagini che io possa senza emozione vedere il mio amore così mal ricompensato, o piuttosto così crudelmente trattato, da un'amante ingrata e insensibile?"

Lei mi interruppe. "Basta, cavaliere," disse, "è inutile torturarmi con rimproveri, che, venendo da te, trafiggono sempre il mio cuore. Vedo cosa ti dà fastidio. Avevo sperato che avresti accettato il progetto che avevo escogitato per rimediare alle nostre fortune infrante, ed è stato per un sentimento di delicatezza verso di te che ho iniziato l'esecuzione senza il tuo aiuto; ma rinuncio poiché non incontra la tua approvazione." Aggiunse che ora mi avrebbe solo chiesto un po' di paziente sopportazione durante il resto della giornata; che aveva già ricevuto cinquecento corone dal vecchio gentiluomo, e che aveva promesso di portarle quella sera una magnifica collana di perle con altri gioielli, e, in anticipo, la metà della pensione annuale che si era impegnato a concederle. "Lasciami solo abbastanza tempo," mi disse, "per impossessarmi di questi doni; ti prometto che avrà poco di cui vantarsi del suo legame con me, poiché in campagna ho respinto tutte le sue avance, rimandandolo a quando saremmo tornati in città. È vero che ha baciato la mia mano mille volte, ed è giusto che paghi anche per questo divertimento: sono sicura che, considerando le sue ricchezze così come la sua età, cinquemila o seimila franchi non siano un prezzo irragionevole!"

La sua determinazione valeva ai miei occhi più di ventimila corone. Potei sentire che non ero ancora privato di ogni sentimento d'onore, dalla soddisfazione che provai nello sfuggire così all'infamia. Ma ero nato per gioie brevi, e miserie di lunga durata. Il destino non mi salvò mai da un precipizio, se non per condurmi a un altro. Quando ebbi espresso la mia gioia a Manon per questo cambiamento nelle sue intenzioni, le dissi che avrebbe fatto meglio a informare Lescaut, affinché potessimo prendere le nostre misure di concerto. Dapprima brontolò, ma il denaro in contanti lo indusse ad aderire ai nostri punti di vista. Fu allora stabilito che ci saremmo incontrati tutti alla tavola da cena di G---- M----, e questo, per due motivi: primo, per il divertimento di farmi passare per uno studente, e fratello di Manon; e secondo, per impedire al vecchio dissoluto di prendersi qualsiasi libertà con la sua amante, sulla forza dei suoi pagamenti liberali in anticipo. Lescaut ed io ci saremmo ritirati, quando lui fosse andato nella stanza dove si aspettava di passare la notte; e Manon, invece di seguirlo, promise di uscire, e di raggiungerci. Lescaut si impegnò ad avere una carrozza in attesa alla porta.

Arrivata l'ora di cena, il signor G---- M---- fece la sua comparsa. Lescaut era già con sua sorella nella sala da pranzo. Nel momento in cui l'amante entrò, presentò alla sua bella un set completo di perle, collane, orecchini e braccialetti, che devono essere costati almeno mille corone. Poi pose sul tavolo davanti a lei, in luigi d'oro, duemilaquattrocento franchi, la metà del suo assegno annuale. Condì il suo regalo con molti bei discorsi nel vero stile della vecchia corte. Manon non poté rifiutargli qualche bacio: era suggellare il suo diritto al denaro che le aveva appena consegnato. Io ero alla porta, e aspettavo il segnale di Lescaut per entrare nella stanza.

Si avvicinò per prendermi per mano e, mentre Manon metteva al sicuro il denaro e i gioielli, conducendomi verso il signor G---- M----, mi fece segno di fare un inchino. Ne feci due o tre, assai profondi. «Vi prego di scusarlo, signore», disse Lescaut, «è solo un ragazzino. Non ha ancora acquisito molto del tono di Parigi; ma senza dubbio con un po' di impegno lo miglioreremo. Avrete spesso l'onore di vedere questo gentiluomo, qui», disse voltandosi verso di me: «approfittatene e cercate di imitare un così buon modello».

Il vecchio libertino sembrò compiacersi di me. Mi diede dei colpetti sulla guancia, dicendo che ero un bel ragazzo, ma che avrei dovuto stare in guardia a Parigi, dove i giovani si corrompono facilmente. Lescaut gli assicurò che ero di natura di un carattere così grave che non pensavo ad altro che a diventare ecclesiastico, e che, fin da bambino, il mio passatempo preferito era costruire piccole cappelle. «Mi pare di vedere una somiglianza con Manon», disse il vecchio gentiluomo, mettendomi una mano sotto il mento. Gli risposi con l'aria più ingenua: «Signore, il fatto è che siamo molto legati e amo mia sorella come un'altra parte di me stesso». «Sentite questo», disse a Lescaut; «è davvero un ragazzo sveglio! È un peccato che non veda un po' il mondo». «Oh, signore», replicai, «ne ho visto molto a casa, frequentando la chiesa, e credo che potrei trovare a Parigi degli sciocchi più grandi di me». «Ascoltate», disse; «è assolutamente meraviglioso in un ragazzo di campagna».

L'intera conversazione durante la cena fu dello stesso tenore. Manon, con la sua solita allegria, fu più volte sul punto di rovinare lo scherzo con le sue risate. Riuscii, mentre mangiavo, a raccontare la sua identità, la sua storia e persino a dipingere il destino che lo attendeva. Lescaut e Manon erano in preda a un'agonia di paura durante il mio racconto, specialmente mentre stavo facendo il suo ritratto dal vivo: ma la sua vanità gli impedì di riconoscerlo, e io lo feci così bene che fu il primo a trovarlo estremamente divertente. Converrete che avevo ragione a indugiare su questa scena ridicola.

Alla fine fu ora di ritirarsi. Accennò all'impazienza dell'amore. Lescaut e io prendemmo congedo. G---- M---- andò nella sua stanza e Manon, inventando una scusa per la sua assenza, venne a raggiungerci al cancello. La carrozza, che ci attendeva a poche porte di distanza, si avvicinò e in un istante fummo fuori dalla strada.

Sebbene debba confessare che questo procedimento mi apparisse poco meno di un vero furto, non fu il più disonesto di cui pensavo di dovermi rimproverare. Avevo più scrupoli riguardo al denaro che avevo vinto al gioco. Tuttavia, ricavammo tanto poco vantaggio dall'uno quanto dall'altro; e il Cielo talvolta ordina che la colpa più lieve incontri la punizione più severa.

Il signor G---- M---- non impiegò molto a scoprire di essere stato ingannato. Non sono sicuro se abbia preso provvedimenti quella notte per trovarci, ma aveva abbastanza influenza da assicurarsi un inseguimento efficace, e noi fummo abbastanza imprudenti da confidare nell'estensione di Parigi e nella distanza tra la nostra residenza e la sua. Non solo scoprì la nostra dimora e le nostre condizioni, ma anche chi ero io — la vita che avevo condotto a Parigi — il precedente legame di Manon con B---- — il modo in cui lei lo aveva ingannato: in una parola, tutti i fatti scandalosi della nostra storia. Decise quindi di farci arrestare, e di trattarci meno come criminali che come vagabondi. Un ufficiale entrò bruscamente una mattina nella nostra camera da letto, con una mezza dozzina di arcieri della guardia. Si impossessarono prima del nostro denaro, o dovrei dire, di quello di G---- M----. Ci fecero alzare in fretta e ci condussero alla porta, dove trovammo due carrozze, in una delle quali forzarono la povera Manon, senza alcuna spiegazione, e io fui portato nell'altra a Saint-Lazare.

Bisogna aver sperimentato questo tipo di rovescio per comprendere la disperazione che ne deriva. La polizia fu abbastanza selvaggia da negarmi la consolazione di abbracciare Manon o di dirle addio. Rimasi per molto tempo all'oscuro del suo destino. Fu forse una fortuna per me essere mantenuto in uno stato di ignoranza, perché se avessi saputo cosa soffriva, avrei perso il senno, probabilmente la vita.

La mia infelice amante fu dunque trascinata via dalla mia presenza e portata in un luogo il cui nome stesso mi riempie di orrore al solo ricordo. Questo doveva essere il destino di una creatura perfettissima, che avrebbe dovuto condividere il trono più splendido della terra, se gli altri uomini avessero visto e sentito solo come me! Non fu trattata duramente lì, ma fu chiusa in una stretta prigione e obbligata, in isolamento, a svolgere una certa quantità di lavoro ogni giorno, come condizione necessaria per ottenere il cibo più sgradevole. Non lo seppi fino a molto tempo dopo, quando avevo io stesso sopportato alcuni mesi di trattamento duro e crudele.

Le mie guardie non mi avevano detto dove avessero avuto l'ordine di condurmi, quindi fu solo al mio arrivo a Saint-Lazare che appresi la mia destinazione. Avrei preferito la morte, in quel momento, allo stato in cui credevo di essere sul punto di essere gettato. Avevo il massimo terrore di quel posto. La mia miseria fu accresciuta dalle guardie che, al mio ingresso, perquisirono ancora una volta le mie tasche, per accertarsi che non avessi con me armi o strumenti di difesa.

Il governatore apparve. Era stato informato del mio arresto. Mi salutò con grande dolcezza. «Non permettete, buon signore», gli dissi, «che io sia trattato con indignazione. Soffrirei cento morti piuttosto che sottomettermi tranquillamente a un trattamento degradante». «No, no», rispose, «agirete con calma e prudenza, e saremo entrambi soddisfatti l'uno dell'altro». Mi pregò di salire in una delle stanze più alte; lo seguii senza mormorare. Gli arcieri ci accompagnarono alla porta e il governatore, entrando nella stanza, fece cenno loro di andare via. «Sono vostro prigioniero, suppongo?», dissi; «bene, cosa intendete fare di me?». Disse che era lieto di vedermi adottare un tono così ragionevole; che sarebbe stato suo dovere cercare di ispirarmi il gusto per la virtù e la religione, e mio quello di approfittare delle sue esortazioni e dei suoi consigli: che per quanto fossi disposto a considerare poco le sue attenzioni, non avrei trovato altro che godimento nella mia solitudine. «Ah, godimento davvero!», replicai; «non conoscete, buon signore, l'unica cosa al mondo che potrebbe darmi godimento». «Lo so», disse, «ma confido che le vostre inclinazioni cambieranno». La sua risposta mostrò che era venuto a conoscenza delle mie avventure e forse del mio nome. Pregai di sapere se fosse così. Mi disse candidamente che lo avevano informato di ogni particolare.

Questo colpo fu il più grave di tutti quelli che avevo sperimentato finora. Versai letteralmente un torrente di lacrime, in tutta l'amarezza di una disperazione totale; non riuscivo a rassegnarmi all'umiliazione che mi avrebbe reso un proverbio per tutti i miei conoscenti e la vergogna della mia famiglia. Passai una settimana nel più profondo abbattimento, senza essere capace di ottenere informazioni o di occuparmi di altro che della mia stessa degradazione. Il ricordo stesso di Manon non aggiungeva nulla al mio dolore; mi appariva solo come una circostanza che aveva preceduto il mio nuovo dolore; e il senso di vergogna e confusione era al momento la passione totalizzante.

Ci sono poche persone che hanno sperimentato la forza di questi moti particolari della mente. La generalità degli uomini è sensibile solo a cinque o sei passioni, nel cerchio limitato delle quali trascorrono la vita, e all'interno delle quali sono confinate tutte le loro agitazioni. Rimuoveteli dall'influenza dell'amore e dell'odio, del piacere e del dolore, della speranza e della paura, e non avranno più alcun sentimento. Ma le persone di indole più raffinata possono essere colpite in mille modi diversi; sembrerebbe quasi che abbiano più di cinque sensi e che siano accessibili a idee e sensazioni che superano di gran lunga le facoltà ordinarie della natura umana; e, consapevoli di possedere una capacità che li eleva al di sopra del gregge comune, non c'è nulla di cui siano più gelosi. Da qui nasce la loro impazienza verso il disprezzo e il ridicolo; ed è per questo che un senso di avvilimento è forse la più violenta di tutte le loro emozioni.

Avevo questo malinconico vantaggio a Saint-Lazare. Il mio dolore appariva al governatore così eccessivo che, temendone le conseguenze, pensò di dovermi trattare con più dolcezza e indulgenza. Mi visitava due o tre volte al giorno; spesso mi faceva fare un giro con lui in giardino e mostrava interesse per me nelle sue esortazioni e nei suoi buoni consigli. Ascoltavo sempre attentamente ed esprimevo calorosamente il mio senso di gratitudine per la sua gentilezza, da cui traeva speranze per la mia definitiva conversione.

«Mi sembrate», disse un giorno, «di un'indole così mite e trattabile, che non riesco a comprendere gli eccessi in cui siete caduto. Due cose mi stupiscono: una è come, con le vostre buone qualità, abbiate potuto abbandonarvi al vizio; l'altra, che mi stupisce ancora di più, è come possiate accogliere con tale perfetto temperamento i miei consigli e le mie istruzioni, dopo aver vissuto così a lungo in una condotta di dissolutezza. Se si tratta di un sincero pentimento, presentate un singolare esempio della benigna misericordia del Cielo; se deriva dalla naturale bontà della vostra indole, allora avete certamente dentro di voi ciò che giustifica la speranza che una prolungata permanenza in questo luogo non sarà necessaria per riportarvi a una vita regolare e rispettabile».

Ero lieto di scoprire che avesse una tale opinione di me. Decisi di rafforzarla con una condotta continua, convinto che fosse il mezzo più sicuro per abbreviare il termine della mia prigionia. Lo pregai di fornirmi dei libri. Fu piacevolmente sorpreso di scoprire che, quando mi chiese cosa preferissi, menzionai solo alcune opere religiose e istruttive. Finsi di dedicarmi assiduamente allo studio, e così gli diedi una prova convincente della riforma morale che era così ansioso di ottenere. Non era però che pura ipocrisia; arrossisco ad ammetterlo. Invece di studiare, quando ero solo non facevo altro che maledire il mio destino. Riversavo le più amare esecrazioni sulla mia prigione e sui tiranni che mi vi trattenevano. Se cessavo per un momento da questi lamenti, era solo per ricadere nel tormentoso ricordo del mio fatale e infelice amore. L'assenza di Manon, il mistero in cui era avvolto il suo destino, il timore di non rivederla mai più; questi formavano l'oggetto dei miei pensieri malinconici. La immaginavo tra le braccia di G---- M----. Lontano dall'immaginare che potesse essere stato abbastanza bruto da sottoporla allo stesso trattamento a cui ero condannato io, mi sentivo persuaso che avesse ottenuto il mio allontanamento solo per poterla possedere in indisturbato godimento.

Oh! quanto erano miserabili i giorni e le notti che passavo così! Sembravano di durata infinita. La mia unica speranza di fuga ora era nell'ipocrisia; scrutavo il volto e notavo attentamente ogni osservazione che usciva dal governatore, per accertarmi di cosa pensasse realmente di me; e guardandolo come l'unico arbitro del mio destino futuro, mi feci un dovere di conquistare, se possibile, il suo favore. Presto ebbi la soddisfazione di scoprire che ero saldamente stabilito nelle sue buone grazie, e non dubitai più della sua disposizione ad aiutarmi.

Un giorno, osai chiedergli se la mia liberazione dipendesse da lui. Rispose che non era del tutto nelle sue mani, ma che non aveva dubbi che, su sua rappresentanza, il signor G---- M----, su istanza del quale il luogotenente generale di polizia aveva ordinato la mia reclusione, avrebbe acconsentito a lasciarmi in libertà. «Posso lusingarmi», aggiunsi, con il tono più mite, «che considererà due mesi, che ho ormai trascorso in questa prigione, come un'espiazione sufficiente?». Si offrì di parlargli, se lo avessi desiderato. Lo implorai senza indugio di farmi quel favore.

Mi disse due giorni dopo che G---- M---- era così sensibilmente colpito da ciò che aveva sentito, che non solo era pronto ad acconsentire alla mia liberazione, ma che aveva persino espresso il vivo desiderio di conoscermi meglio, e che egli stesso si proponeva di farmi visita in prigione. Sebbene la sua presenza non potesse procurarmi molto piacere, la guardai come un preludio certo alla mia liberazione.

Venne dunque a Saint-Lazare. Lo incontrai con un'aria più grave e certamente meno sciocca di quella che avevo esibito a casa sua con Manon. Parlò abbastanza ragionevolmente della mia passata cattiva condotta. Aggiunse, come per scusare le sue stesse trasgressioni, che era graziosamente permesso alla debolezza dell'uomo abbandonarsi a certi piaceri, quasi, in effetti, suggeriti dalla natura, ma che la disonestà e pratiche così vergognose dovevano essere, e sarebbero sempre state, inesorabilmente punite.

Ascoltai tutto ciò che disse con un'aria di sottomissione, che lo incantò completamente. Non tradì alcun sintomo di fastidio nemmeno per alcune battute che si lasciò scappare sulla mia parentela con Manon e Lescaut, e sulle piccole cappelle che supponeva dovessi aver avuto il tempo di costruire in gran numero a Saint-Lazare, dato che amavo così tanto quell'occupazione. Ma gli capitò, sfortunatamente sia per me che per lui, di aggiungere che sperava che anche Manon si fosse dedicata allo stesso modo edificante alla Maddalena. Nonostante il brivido di orrore che provai al suono di quel nome, ebbi ancora abbastanza presenza di spirito per implorare, nel modo più gentile, che si spiegasse. «Oh! sì», rispose, «è da due mesi alla Maddalena a imparare a essere prudente, e confido che sia migliorata tanto lì, quanto voi avete fatto a Saint-Lazare!».

Se mi fosse stata presentata una prigionia eterna, o la morte stessa, non avrei potuto trattenere l'agitazione in cui questo affliggente annuncio mi gettò. Mi scagliai contro di lui in una rabbia così violenta che metà della mia forza fu esaurita dallo sforzo. Ne avevo però abbastanza per trascinarlo a terra e afferrarlo per la gola. L'avrei infallibilmente strangolato, se la sua caduta, e le grida soffocate che ebbe ancora la forza di emettere, non avessero attirato il governatore e diversi sacerdoti nella mia stanza. Lo salvarono dalla mia furia.

Io stesso ero senza fiato e quasi impotente per la rabbia. «Oh Dio!», gridai — «Giustizia celeste! Devo sopravvivere a questa infamia?». Provai di nuovo ad afferrare il barbaro che aveva così risvegliato la mia indignazione; mi impedirono. La mia disperazione, le mie grida, le mie lacrime superarono ogni credenza: deliravo in modo così incoerente che tutti gli astanti, ignari della causa, si guardavano l'un l'altro con tanto timore quanto sorpresa.

G---- M---- nel frattempo si sistemò la parrucca e la cravatta, e nella sua rabbia per essere stato così maltrattato, ordinò che fossi tenuto sotto una restrizione più severa di prima e punito nel modo consueto con i trasgressori a Saint-Lazare. «No, signore!», disse il governatore, «non è con una persona della sua nascita che siamo soliti usare tali mezzi di coercizione; inoltre, è abitualmente così mite e ben educato, che non posso fare a meno di pensare che dovete aver dato provocazione per una violenza così eccessiva». Questa risposta sconcertò G---- M---- oltre ogni misura ed egli se ne andò, dichiarando che sapeva come vendicarsi del governatore, così come di me, e di chiunque altro osasse ostacolarlo.

Il Superiore, avendo ordinato ad alcuni dei confratelli di scortarlo fuori dalla prigione, rimase solo con me. Mi scongiurò di dirgli subito quale fosse la causa del fracasso. «Oh, buon signore!», gli dissi, continuando a piangere come un bambino, «immaginate la più orribile crudeltà, figuratevi la più inumana delle atrocità: questo è ciò che G---- M---- ha avuto la codarda bassezza di perpetrare: mi ha trafitto il cuore. Non mi riprenderò mai da questo colpo! Vorrei raccontarvi l'intera circostanza», aggiunsi, singhiozzando per il dolore; «avete un cuore gentile e non potete non aver pietà di me».

Gli diedi, più brevemente che potei, una storia della mia passione di lunga data e insormontabile per Manon, della prospera condizione delle nostre fortune prima del furto commesso dai nostri servitori, delle offerte che G---- M---- aveva fatto alla mia amante, dell'accordo a cui erano giunti e del modo in cui era stato sventato. Certo, gli rappresentai le cose sotto una luce il più possibile favorevole per noi. «Ora potete comprendere», continuai, «la fonte del santo zelo del signor G---- M---- per la mia conversione. Ha avuto abbastanza influenza da farmi chiudere qui, per pura vendetta. Posso perdonarlo; ma, buon signore, non è tutto. Mi ha tolto il sangue dal cuore: ha fatto vergognosamente incarcerare Manon alla Maddalena; e ha avuto l'audacia di annunciarmelo oggi con le sue stesse labbra. Alla Maddalena, buon signore! Oh cieli! la mia adorabile amante, la mia amata Manon, una degradata ospite dell'Ospedale! Come farò a comandare abbastanza forza d'animo per sopravvivere a questo dolore e a questa vergogna!».

Il buon Padre, vedendomi in tale afflizione, tentò di consolarmi. Mi disse che non aveva mai compreso la mia storia, come gliel'avevo appena raccontata; sapeva naturalmente che avevo condotto una vita dissoluta, ma aveva immaginato che l'interesse del signor G---- M---- per me fosse il risultato della sua stima e amicizia per la mia famiglia; che era in questo senso che gli aveva spiegato la faccenda; che ciò che gli avevo appena detto avrebbe dovuto sicuramente produrre un cambiamento nel mio trattamento, e che non aveva dubbi che il dettaglio accurato che avrebbe immediatamente trasmesso al luogotenente generale di polizia avrebbe portato alla mia liberazione.

Mi chiese poi perché non avessi mai pensato di informare la mia famiglia di ciò che era accaduto, dato che non erano stati artefici della mia incarcerazione. Risposi a questo in modo soddisfacente affermando la mia riluttanza a causare dolore a mio padre, o ad attirare su di me l'umiliazione di una tale esposizione. Alla fine, promise di andare direttamente dal luogotenente generale di polizia se non altro, disse, per anticipare il signor G---- M----, che se n'era andato in tale rabbia, e che aveva abbastanza influenza da rendersi formidabile.

Aspettai il ritorno del buon Padre con tutta la suspense di un uomo che attende la sentenza di morte. Era una tortura per me pensare a Manon alla Maddalena. Oltre all'infamia di una tale prigione, non sapevo come potesse essere trattata lì; e il ricordo di alcuni particolari che avevo sentito in precedenza su questo luogo orribile, rinnovava incessantemente la mia miseria. Costasse quel che costasse, ero così deciso a soccorrerla in un modo o nell'altro, che avrei sicuramente dato fuoco a Saint-Lazare, se non si fosse presentata nessun'altra via di fuga.

"Ma, riflettendo meglio, questa via di salvezza era troppo rischiosa per lei; e se avessi fallito, l'avrei esposta a un trattamento ancora più duro. Mi domandai quali possibilità mi sarebbero rimaste se il luogotenente generale mi avesse tenuto ancora rinchiuso. Sforzai il mio ingegno: passai in rassegna ogni immaginabile barlume di speranza, ma non potevo scoprire nulla che mi desse una qualche prospettiva di evasione; e temevo che, se avessi fatto un tentativo fallimentare, avrei subìto soltanto una reclusione più rigida. Pensai ad alcuni amici dai quali avrei potuto sperare un aiuto, ma come avrei potuto renderli edotti della mia situazione? Alla fine, immaginai di aver escogitato un piano così ingegnoso da offrire una discreta probabilità di successo. Ne rimandai i dettagli al dopo il ritorno del Superiore, nel caso in cui avesse fallito lo scopo della sua visita.

"Arrivò presto: non osservai sul suo volto nessuno di quei segni di gioia che indicano buone notizie. 'Ho parlato', disse, 'al luogotenente generale di polizia, ma sono arrivato troppo tardi; il signor G---- M---- è andato dritto da lui dopo averci lasciato, e lo ha talmente prevenuto contro di voi che era sul punto di inviarmi nuove istruzioni per sottoporvi a un confinamento più stretto.

"'Tuttavia, quando gli ho fatto conoscere la verità sulla vostra storia, ha riconsiderato la questione e, sorridendo per l'incontinenza del vecchio G---- M----, ha detto che sarebbe stato necessario tenervi qui ancora per sei mesi, per placarlo; tanto meno da lamentarsene', ha aggiunto, 'poiché i vostri costumi avrebbero certamente tratto beneficio dalla vostra permanenza qui. Ha desiderato che vi mostrassi ogni gentilezza e attenzione, e non ho bisogno di assicurarvi che non avrete motivo di lamentarvi del vostro trattamento.'

"Questo discorso del Superiore fu abbastanza lungo da concedermi il tempo di formare una risoluzione prudente. Vidi che, tradendo una troppo forte impazienza per la mia libertà, avrei probabilmente mandato a monte tutti i miei progetti. Gli confessai che, poiché per me era necessario restare, era un conforto infinito sapere di occupare un posto nella sua stima. Chiesi poi, e con non simulata sincerità, un favore che non avrebbe potuto avere conseguenze per altri e che avrebbe contribuito molto alla mia tranquillità: informar un mio amico, un devoto ecclesiastico che viveva a Saint-Sulpice, che mi trovavo a Saint-Lazare, e permettermi di ricevere occasionalmente le sue visite.

"Si trattava, naturalmente, del mio amico Tiberge; non che potessi sperare da lui l'assistenza necessaria per ottenere la mia libertà, ma desideravo renderlo l'inconsapevole strumento dei miei disegni. In una parola, questo era il mio progetto: volevo scrivere a Lescaut e incaricare lui e i nostri comuni amici del compito della mia liberazione. La prima difficoltà era far giungere la mia lettera a lui: questo doveva essere l'ufficio di Tiberge. Tuttavia, poiché sapeva che era il fratello di Manon, dubitavo che si sarebbe fatto carico di questa commissione. Il mio piano era di racchiudere la mia lettera a Lescaut in un'altra diretta a un uomo rispettabile di mia conoscenza, pregandolo di trasmettere la prima al destinatario senza indugio; e poiché era necessario che avessi una comunicazione personale con Lescaut per organizzare il nostro operato, gli dissi di venirmi a trovare a Saint-Lazare, assumendo il nome di mio fratello maggiore, come se fosse venuto a Parigi espressamente per vedermi. Rimandai al nostro incontro ogni cenno al metodo più sicuro e spedito che intendevo suggerire per la nostra condotta futura. Il governatore informò Tiberge del mio desiderio di vederlo. Questo amico sempre fedele non mi aveva perso di vista al punto da ignorare la mia attuale dimora, ed è probabile che, in cuor suo, non rimpiangesse la circostanza, nell'idea che potesse fornire i mezzi per la mia rigenerazione morale. Non perse tempo a farmi la visita desiderata."

VI

È cosa strana notare l'eccesso di questa passione; e come essa sfidi la natura e il valore delle cose per questo: che il parlare in un'iperbole perpetua non è decoroso in nulla se non nell'amore. — BACON.

"Il mio colloquio con Tiberge fu della specie più amichevole. Vidi che il suo scopo era scoprire il mio attuale stato d'animo. Gli aprii il cuore senza alcuna riserva, eccetto che sul punto preciso della mia intenzione di evadere. 'Non è a un amico come voi', dissi, 'che vorrei mai nascondere i miei veri sentimenti. Se vi siete lusingato con la speranza che steste finalmente per trovarmi divenuto prudente e regolare nella mia condotta, un libertino redento dai castighi della fortuna, liberato tanto dai vincoli dell'amore quanto dal dominio che Manon esercita su di me, devo dirvi con franchezza che vi ingannate. Mi vedete ancora, come mi avete lasciato quattro mesi fa, lo schiavo — se volete, l'infelice schiavo — di una passione dalla quale spero ancora, tanto fervidamente e fiduciosamente quanto ho mai fatto, di trarre alla fine un solido conforto.'

"Rispose che una tale ammissione mi rendeva del tutto inescusabile; che non era un caso raro incontrare peccatori che si lasciavano talmente abbagliare dallo splendore del vizio da preferirlo apertamente al vero splendore della virtù; essi erano almeno illusi dalla falsa immagine della felicità, poveri ingenui di un'ombra vuota; ma conoscere e sentire, come facevo io, che l'oggetto del mio attaccamento era atto solo a rendermi colpevole e infelice, e continuare così volontariamente in una carriera di miseria e di crimine, implicava una contraddizione di idee e di condotta poco lusinghiera per la mia ragione.

"'Tiberge', replicai, 'è facile trionfare quando le vostre argomentazioni non incontrano opposizione. Permettetemi di ragionare per qualche istante, a mia volta. Potete pretendere che ciò che chiamate la felicità della virtù sia esente da problemi, contrarietà e preoccupazioni? Con quale nome designate la prigione, il supplizio della ruota, le inflessioni e le torture dei tiranni? Direte con i Mistici che l'anima trae piacere dai tormenti del corpo? Non siete tanto audace da sostenere una tale dottrina: un paradosso che non può essere difeso. Questa felicità, dunque, che tanto apprezzate, ha mille inconvenienti, o è, più propriamente parlando, solo un tessuto di sofferenze attraverso le quali si spera di raggiungere la beatitudine. Se per la potenza dell'immaginazione si può persino trarre piacere da queste sofferenze, sperando che possano condurre a un fine felice, perché, ditemi, giudicate insensata la mia condotta, quando è diretta esattamente dallo stesso principio? Io amo Manon: attraverso il dolore e la sofferenza per raggiungere la felicità con lei. Il mio cammino è invero pieno di difficoltà, ma la semplice speranza di raggiungere la meta desiderata lo rende facile e delizioso; e penserò di essere ricompensato fin troppo generosamente da un solo istante della sua compagnia per tutti i guai che incontro sul mio percorso. Non sembra esserci, dunque, alcuna differenza tra noi, o, se ve ne fosse una, è certamente a mio favore; poiché la beatitudine che spero è vicina e tangibile, la vostra è assai lontana e puramente speculativa. La mia è della stessa natura delle mie sofferenze, vale a dire, evidente ai miei sensi; la vostra è di una natura incomprensibile, e discernibile solo attraverso il fioco mezzo della fede.'

"Tiberge sembrò scioccato dalle mie osservazioni. Si ritirò di due o tre passi mentre diceva, nel tono più serio, che la mia argomentazione non era solo una violazione del buon senso, ma che era la misera sofisticheria dell'irreligione; 'poiché il paragone', aggiunse, 'della pietosa ricompensa delle vostre sofferenze con quella che ci viene prospettata dalla rivelazione divina, è l'essenza dell'empietà e dell'assurdità combinate.'

"'Riconosco', dissi, 'che il confronto non è corretto, ma la mia argomentazione non dipende affatto da esso. Stavo per spiegare ciò che voi considerate una contraddizione: il perseverare in un perseguimento doloroso; e penso di aver dimostrato in modo soddisfacente che, se vi è in ciò una qualsiasi contraddizione, saremo entrambi ugualmente soggetti all'accusa. Era solo sotto questa luce che non riuscivo a scorgere alcuna differenza nei nostri casi, e non riesco ancora a percepirne alcuna.

"'Potreste probabilmente rispondere che il fine proposto, la ricompensa promessa della virtù, è infinitamente superiore a quella dell'amore? Nessuno lo contesta, ma non è questa la questione: stiamo solo discutendo dell'aiuto relativo che entrambi offrono nel sopportare l'afflizione. Giudicatelo dall'effetto pratico: non vi sono moltitudini che abbandonano una vita di rigida virtù? Quanti pochi rinunciano ai perseguimenti dell'amore!

"'Ancora, risponderete che se vi sono difficoltà nell'esercizio della virtù, esse non sono affatto universali e certe; che l'uomo buono non incontra necessariamente tiranni e torture, e che, al contrario, una vita di virtù è perfettamente compatibile con il riposo e il piacere. Posso dire con uguale verità che l'amore è spesso accompagnato da contentezza e felicità; e ciò che costituisce un'altra distinzione di infinito vantaggio per la mia tesi, posso aggiungere che l'amore, sebbene spesso illuda, non prospetta mai altro che speranze di beatitudine e gioia, mentre la religione esige dai suoi devoti mortificazione e dolore.

"'Non vi allarmate', dissi, accorgendomi di aver quasi offeso i suoi zelanti sentimenti di devozione. 'Voglio solo dire che non vi è metodo più infruttuoso per svezzare il cuore dell'uomo dall'amore che cercare di screditarne i piaceri e promettergli maggior piacere dall'esercizio della virtù. È un principio inerente alla nostra natura che la nostra felicità consista solo nel piacere. Vi sfido a concepire un'altra nozione di essa; e occorre poco tempo per arrivare alla convinzione che, tra tutti i piaceri, quelli dell'amore sono immensamente i più incantevoli. Un uomo discerne rapidamente l'inganno quando sente promettere un godimento più vivace, e l'effetto di tale falsa rappresentazione è solo di fargli dubitare della verità di una promessa più solida.

"'Lasciate che il predicatore che cerca la riforma di un peccatore mi dica che la virtù è indispensabilmente necessaria, ma non ne dissimuli la difficoltà e le privazioni che ne conseguono. Dite che i piaceri dell'amore sono fugaci, se volete, che sono rigidamente proibiti, che conducono con certezza alla sofferenza eterna; e, ciò che avrebbe certamente fatto su di me un'impressione più profonda di qualsiasi altro argomento, dite che quanto più sono dolci e deliziosi, tanto più luminosa sarà la ricompensa del Cielo per averli sacrificati; ma ammettete, in nome della giustizia, che, costituito com'è il cuore dell'uomo, essi formano qui, sulla terra, la nostra felicità più perfetta.'

"La mia ultima frase restituì a Tiberge il suo buonumore. Ammise che le mie idee non erano del tutto così irragionevoli. L'unico punto che sollevò fu chiedermi perché non mettessi in atto il mio stesso principio, sacrificando la mia passione alla speranza di quella remunerazione di cui avevo dipinto un quadro così brillante. 'Oh! mio caro amico', replicai, 'è proprio questo che mi rende consapevole della mia miseria e debolezza: è vero, ahimè, che è davvero mio dovere agire secondo il mio argomento; ma ho io il potere di governare le mie azioni? Quale aiuto mi permetterà di dimenticare il fascino di Manon?' 'Dio mi perdoni', disse Tiberge, 'quasi potrei immaginarvi un giansenista.' 'Non so di quale setta io sia', risposi, 'né vedo in verità molto chiaramente a quale dovrei appartenere; ma non posso fare a meno di sentire la verità di questo, almeno, dei loro precetti.'

"Un effetto della nostra conversazione fu di ravvivare in tutta la sua forza la pietà del mio amico per me. Percepì che vi era nei miei errori più debolezza che vizio; e fu più disposto, alla fine, a darmi assistenza, senza la quale sarei infallibilmente perito per l'angoscia mentale. Tuttavia, gli nascosi accuratamente la mia intenzione di evadere da Saint-Lazare. Mi limitai a pregarlo di farsi carico della mia lettera; l'avevo pronta prima che venisse, e presto trovai una scusa per la necessità di scrivere. La trasmise fedelmente, e Lescaut ricevette prima di sera quella che avevo accluso per lui.

"Venne a vedermi la mattina seguente e, fortunatamente, fu ammesso col nome di mio fratello. Fui felicissimo di trovarlo nella mia stanza. Chiusi accuratamente la porta. 'Non perdiamo tempo', dissi. 'Prima raccontami di Manon, e poi consigliami come liberarmi da questi ceppi.' Mi assicurò di non aver visto sua sorella dal giorno prima del mio arresto, e che solo dopo ripetute richieste, e con molta fatica, era finalmente riuscito a scoprire la sua sorte così come la mia; e che si era presentato due o tre volte alla Maddalena e gli era stato negato l'ingresso. 'Miserabile!', mormorai tra me e me, 'caro la pagherai, G---- M----!'

"'Quanto alla tua evasione', continuò Lescaut, 'non sarà così facile come immagini. Ieri sera, io e un paio di amici abbiamo camminato attorno a questo stabilimento per perlustrarlo; e abbiamo convenuto che, poiché le tue finestre danno su un cortile circondato da edifici, come tu stesso hai menzionato nella tua lettera, ci sarebbe una difficoltà immensa nel farti uscire. Inoltre, sei al terzo piano, e sarebbe impossibile introdurre corde o scale attraverso la finestra. Non vedo quindi alcun mezzo dall'esterno; all'interno della casa dobbiamo escogitare qualche piano.'

"'No', risposi; 'ho esaminato tutto minuziosamente, specialmente da quando, per l'indulgenza del governatore, la mia reclusione è stata meno rigorosa. Non sono più chiuso a chiave nella mia stanza; ho la libertà di camminare nella galleria; ma c'è, a ogni pianerottolo, una porta robusta tenuta chiusa notte e giorno, di modo che è impossibile che l'ingegno da solo, non aiutato da qualche sforzo violento, possa trarmi in salvo.'

"'Aspetta', dissi, dopo aver rivolto nella mia mente per un momento un'idea che mi colpì come eccellente; 'potresti portarmi una pistola?' 'Piano', mi disse Lescaut, 'non penserai mica di commettere un omicidio?' Lo assicurai che avevo così poca intenzione di sparare a qualcuno che non sarebbe stato nemmeno necessario che la pistola fosse carica. 'Portamela domani', aggiunsi, 'e non mancare di essere esattamente davanti all'ingresso principale con due o tre dei tuoi amici alle undici di domani sera; penso che sarò in grado di raggiungervi lì.' Mi chiese invano di spiegargli il mio piano. Gli dissi che un tentativo come quello che contemplavo poteva apparire razionale solo dopo essere riuscito. Lo pregai di abbreviare la sua visita, affinché potesse essere ammesso con minore difficoltà la mattina seguente. Fu di conseguenza ammesso con la stessa facilità della sua prima visita. Aveva assunto un'aria così seria, oltretutto, che un estraneo lo avrebbe scambiato per una persona rispettabile.

"Quando tenni in mano lo strumento della mia libertà, non dubitai più del mio successo. Era certamente un progetto strano e audace; ma di cosa non ero capace, con i motivi che mi ispiravano? Avevo, da quando mi era stato dato il permesso di camminare nelle gallerie, trovato opportunità di osservare che ogni notte il portinaio portava le chiavi di tutte le porte al governatore, e successivamente regnava sempre un silenzio profondo nella casa, che mostrava che i reclusi si erano ritirati per riposare. Vi era una comunicazione aperta tra la mia stanza e quella del Superiore. La mia risoluzione era, se avesse rifiutato di consegnare quietamente le chiavi, di costringerlo, con la paura della pistola, a consegnarle, e poi, con il loro aiuto, di raggiungere la strada. Attesi impazientemente il momento per eseguire il mio proposito. Il portinaio arrivò al suo solito orario, vale a dire, poco dopo le nove. Lasciai trascorrere un'ora, affinché i preti, così come i servi, fossero tutti addormentati. Alla fine procedetti con la mia pistola e una candela accesa. Bussai prima leggermente alla porta del governatore per svegliarlo senza allarmarlo. Bussai una seconda volta prima che mi sentisse; e supponendo, naturalmente, che fosse uno dei preti che si era sentito male e aveva bisogno di assistenza, scese dal letto, si vestì e venne alla porta. Ebbe, tuttavia, la precauzione di chiedere prima chi fosse e cosa si volesse. Fui costretto a fare il mio nome, ma assunsi un tono lamentoso, per fargli credere che ero indisposto. 'Ah! siete voi, mio caro ragazzo', disse aprendo la porta; 'cosa può portarvi qui a quest'ora?' Entrai nella stanza e, conducendolo sul lato opposto, gli dichiarai che era assolutamente impossibile per me rimanere più a lungo a Saint-Lazare; che la notte era il momento più favorevole per uscire senza essere osservati, e che mi aspettavo fiduciosamente, dalla sua provata amicizia, che avrebbe acconsentito ad aprirmi i cancelli, o ad affidarmi le chiavi per lasciarmi uscire.

"Questo complimento alla sua amicizia sembrò sorprenderlo. Rimase per alcuni istanti a guardarmi senza rispondere. Scoprendo che non avevo tempo da perdere, lo pregai solo di assicurarmi che avevo il senso più vivo di tutte le sue gentilezze, ma che la libertà era più cara all'uomo di ogni altra considerazione, specialmente per me, che ero stato crudelmente e ingiustamente privato di essa; che ero risoluto questa notte a recuperarla, costasse quel che costasse, e temendo che potesse alzare la voce e chiamare assistenza, gli feci vedere il potente incentivo al silenzio che avevo tenuto nascosto nel mio petto. 'Una pistola!', esclamò. 'Cosa! figlio mio? vorreste togliermi la vita in cambio delle attenzioni che vi ho riservato?' 'Dio me ne guardi', replicai; 'siete troppo ragionevole per spingermi a quell'orribile estremità: ma sono determinato a essere libero, e così fermamente determinato che, se ostacolerete il mio progetto, porrò fine alla vostra esistenza.' 'Ma, caro figlio mio!', disse, pallido e spaventato, 'che vi ho fatto? Che ragione avete per togliermi la vita?' 'No!', replicai, impazientemente, 'non ho alcun disegno sulla vostra vita, se voi stesso desiderate vivere; aprite solo le porte per me, e mi troverete il più affezionato degli amici.' Vidi le chiavi sul tavolo. Chiesi che le prendesse in mano e camminasse davanti a me, facendo meno rumore possibile.

"Vide la necessità di acconsentire. Procedemmo, e mentre apriva ogni porta, ripeteva, sempre con un sospiro, 'Ah! figlio mio, chi lo avrebbe creduto?' 'Nessun rumore, buon Padre, nessun rumore', rispondevo a mia volta. Alla fine raggiungemmo una specie di barriera, proprio all'interno dell'ingresso principale. Mi immaginavo già libero, e stavo stretto dietro il governatore, con la mia candela in una mano e la pistola nell'altra.

"Mentre cercava di aprire il pesante cancello, uno dei servi, che dormiva in una stanza adiacente, sentendo il rumore dei chiavistelli, saltò giù dal letto e sbirciò per vedere cosa stesse accadendo. Il buon Padre pensò apparentemente che fosse abbastanza forte da sopraffarmi. Gli ordinò, molto imprudentemente, di venire in suo aiuto. Era un bruto potente e si scagliò su di me senza un istante di esitazione. Non c'era tempo per parlamentare: spianai la mia pistola e ne depositai il contenuto nel suo petto! 'Vedete, Padre, di quale guaio siete stato la causa', dissi alla mia guida; 'ma ciò non deve impedirci di finire il nostro lavoro', aggiunsi, spingendolo verso l'ultima porta. Non osò rifiutarsi di aprirla. Feci la mia uscita in perfetta sicurezza e, a pochi passi di distanza, trovai Lescaut con due amici che mi attendevano, secondo la sua promessa."

Ci allontanammo immediatamente. Lescaut chiese se non avessi udito un colpo di pistola. "È colpa tua", dissi, "perché l'hai portata carica?". Non potei tuttavia fare a meno di ringraziarlo per aver preso tale precauzione, senza la quale sarei senza dubbio dovuto rimanere molto più a lungo a San Lazzaro. Andammo a passare la notte in una taverna, dove rimediai, in una certa misura, al vitto misero che mi era stato razionato per quasi tre mesi. Ero ben lontano, tuttavia, dal provare un godimento perfetto; le sofferenze di Manon erano le mie. "Deve essere liberata", dissi ai miei compagni: "questo era il mio unico scopo nel desiderare la mia libertà. Conto sul vostro aiuto con tutto il vostro ingegno; quanto a me, la mia vita sarà dedicata a questo proposito".

Lescaut, a cui non mancava il tatto, e ancor meno quella parte migliore del valore chiamata discrezione, insistette sulla necessità di agire con estrema cautela: disse che la mia fuga da San Lazzaro, e l'incidente accaduto al momento di lasciarlo, avrebbero certamente fatto scalpore; che il luogotenente generale di polizia avrebbe fatto eseguire una ricerca rigorosa nei miei confronti, e che sarebbe stato difficile sfuggirgli; in breve, che, a meno di non voler andare incontro a qualcosa di peggio, forse, di San Lazzaro, sarebbe stato necessario per me rimanere nascosto per qualche giorno, per dare al zelo del nemico il tempo di raffreddarsi. Senza dubbio questo era un saggio consiglio; ma bisognerebbe essere stati saggi noi stessi per seguirlo. Una lentezza così calcolatrice si adattava poco alla mia passione. Il massimo che potei promettere fu che avrei dormito per tutto il giorno seguente. Mi chiuse nella mia stanza, dove rimasi pazientemente fino a notte.

Impiegai gran parte del tempo a escogitare piani per sollevare Manon. Ero convinto che la sua prigione fosse ancora più inaccessibile di quanto lo fosse stata la mia. La forza era fuori discussione. L'artificio era l'unica risorsa; ma la dea dell'invenzione in persona non avrebbe saputo dirmi da dove cominciare. Sentivo l'impossibilità di agire al buio, e quindi rimandai l'ulteriore considerazione dei miei piani finché non avessi potuto acquisire una qualche conoscenza delle disposizioni interne dell'Ospedale, nel quale era rinchiusa.

Non appena la notte mi restituì la libertà, pregai Lescaut di accompagnarmi. Non ci volle molto per trascinare uno dei portinai in una conversazione; sembrava un uomo ragionevole. Mi feci passare per uno straniero che aveva spesso sentito parlare con ammirazione dell'Ospedale, e dell'ordine che regnava al suo interno. Mi informai sui dettagli più minuti; e, procedendo da un argomento all'altro, parlammo infine dei direttori, e di questi pregai di conoscere i nomi e i rispettivi caratteri. Mi fornì tali informazioni su quest'ultimo punto da suggerirmi immediatamente un'idea che lusingò le mie speranze, e mi misi subito all'opera per metterla in esecuzione.

Gli chiesi (essendo questa una questione essenziale per il mio piano) se qualcuno dei signori avesse figli. Disse di non poter rispondere con certezza per tutti, ma quanto al signor de T----, uno dei direttori principali, sapeva che aveva un figlio in età da marito, e che era venuto diverse volte all'Ospedale con suo padre. Questo bastava al mio scopo.

Misi immediatamente fine al nostro incontro e, tornando indietro, raccontai a Lescaut il piano che avevo formato. "Mi sono messo in testa", dissi, "che il signor de T----, il figlio, che è ricco e di buona famiglia, debba avere lo stesso gusto per il piacere che generalmente hanno gli altri giovani della sua età. Difficilmente potrebbe essere un amico così cattivo del gentil sesso, né così assurdo da rifiutare i suoi servizi in un affare di cuore. Ho preparato un piano per interessarlo a favore di Manon. Se è un uomo di sentimento e di buon senno, ci darà il suo aiuto per generosità. Se non dovesse essere toccato da un motivo di questo genere, farà almeno qualcosa per una bella ragazza, se non altro con la speranza di condividere in futuro i suoi favori. Non differirò il vederlo", aggiunsi, "oltre domani. Mi sento davvero così esaltato da questo progetto, che ne traggo un buon auspicio".

Lescaut stesso ammise che l'idea non era irragionevole, e che potevamo lecitamente sperare di trarne profitto. Passai la notte meno addolorato.

La mattina seguente mi vestii al meglio che, nel mio attuale stato di indigenza, potevo riuscire a fare; e andai in una carrozza a nolo alla residenza del signor de T----. Fu sorpreso di ricevere la visita di un perfetto sconosciuto. Trassi un buon presagio dal suo volto e dalla cortesia dei suoi modi. Spiegai il mio scopo nel modo più sincero; e, per eccitare il più possibile i suoi sentimenti, parlai della mia ardente passione e del merito di Manon, come di due cose che non avevano eguali, se non l'una nell'altra. Mi disse che, sebbene non avesse mai visto Manon, ne aveva sentito parlare; almeno, se la persona di cui stavo parlando era la stessa che era stata l'amante del vecchio G---- M----. Congettai che dovesse aver sentito parlare della parte che avevo avuto in quella transazione, e per conciliarlo sempre più trattandolo con confidenza, gli raccontai tutto ciò che era accaduto a Manon e a me. "Vedete, signore", dissi, "che tutto ciò che può interessarmi nella vita, tutto ciò che può comandare i miei affetti, è nelle vostre mani. Non ho riserve con voi, perché sono stato informato del vostro carattere generoso e nobile; ed essendo della stessa età, confido di trovare una qualche somiglianza nelle nostre inclinazioni".

Sembrò lusingato da questo segno di candore e confidenza. Rispose in un modo che si addiceva a un uomo di mondo, e anche a un uomo di sentimento, poiché non sono sempre termini sinonimi. Mi disse che apprezzava la mia visita come una fortuna; che considerava la mia amicizia come una preziosa acquisizione, e che avrebbe cercato di dimostrarsi degno di essa con la sincerità dei suoi servizi. Non poteva promettere assolutamente di restituire Manon alle mie braccia, perché, come disse, lui stesso aveva ben poca influenza; ma si offrì di procurarmi il piacere di vederla, e di fare tutto ciò che era in suo potere per ottenere la sua liberazione. Fui più soddisfatto di questa franca ammissione riguardo alla sua mancanza di influenza, di quanto lo sarei stato di una promessa incondizionata di esaudire tutti i miei desideri. Trovai nella sua moderazione un pegno della sua sincerità: in una parola, non dubitai più del mio completo successo. La sola promessa di permettermi di vedere Manon mi riempì di gratitudine, e la testimoniai in modo così fervido da dargli un'opinione favorevole del mio cuore e della mia indole; ci stringemmo calorosamente la mano, e ci separammo amici giurati, semplicemente per rispetto reciproco e per quel sentimento naturale che spinge un uomo di sentimenti gentili e generosi a stimare un altro di mente affine.

Egli, in verità, mi superò nelle prove della sua stima; poiché, deducendo dalle mie avventure, e specialmente dalla mia recente fuga da San Lazzaro, che potessi aver bisogno di denaro, mi offrì la sua borsa e insistette affinché l'accettassi. Rifiutai, ma gli dissi: "Siete troppo gentile, mio caro signore! Se oltre a tali prove di gentilezza e amicizia, mi permetterete di vedere di nuovo Manon, contate sul mio eterno rispetto e gratitudine. Se riuscirete a restituire del tutto questa cara creatura alle mie braccia, riterrei me stesso felice di versare l'ultima goccia del mio sangue al vostro servizio".

Prima di separarci, concordammo il tempo e il luogo per il nostro incontro. Fu così premuroso da fissarlo per il pomeriggio dello stesso giorno.

Lo aspettai in un caffè, dove mi raggiunse verso le quattro, e ci dirigemmo insieme verso la Maddalena; le ginocchia mi tremavano mentre attraversavo i cortili. "Potenze celesti!", dissi, "quindi rivedrò ancora l'idolo del mio cuore — il caro oggetto di tanti sospiri e lamenti! Tutto ciò che ora chiedo alla Provvidenza è di concedermi abbastanza forza per giungere al suo cospetto, e dopo di ciò, di disporre come le aggrada del mio futuro destino, e della mia vita stessa. Oltre a questo, non ho preghiera da formulare".

Il signor de T---- parlò ad alcuni dei portinai dell'istituto, che sembravano tutti ansiosi di compiacerlo. Il settore in cui si trovava la stanza di Manon ci fu indicato, e la nostra guida portava in mano la chiave della sua camera: era di dimensioni spaventose. Chiesi all'uomo che ci conduceva, e il cui dovere era di occuparsi di Manon, come passasse il suo tempo? Disse che aveva un temperamento di una dolcezza angelica; che persino lui, per quanto spiacevoli dovessero rendere i suoi doveri ufficiali, non aveva mai sentito da lei una sola sillaba che fosse un rimprovero o una durezza; che le sue lacrime non avevano mai smesso di scorrere durante le prime sei settimane dopo il suo arrivo, ma che ultimamente sembrava sopportare le sue disgrazie con più rassegnazione, e che si occupava dalla mattina alla sera con il suo cucito, eccetto alcune ore che dedicava ogni giorno alla lettura. Chiesi se fosse stata trattata decentemente. Mi assicurò che almeno non aveva mai sofferto la mancanza del necessario.

Ci avvicinammo ora alla sua porta. Il mio cuore batteva quasi udibilmente nel mio petto. Dissi al signor de T----: "Entrate da solo, e preparatela alla mia visita; temo che possa essere sopraffatta nel vedermi inaspettatamente". La porta fu aperta. Rimasi nel passaggio e ascoltai la conversazione. Disse che veniva a portarle conforto; che era un mio amico, e si sentiva profondamente interessato alla felicità di entrambi. Lei chiese con la più tenera ansia se potesse dirle cosa fosse stato di me. Le promise che presto mi avrebbe visto ai suoi piedi, affettuoso e fedele come sempre. "Quando?", chiese. "Proprio oggi", disse lui; "il momento felice non tarderà a venire; anzi, proprio in questo istante, se lo desiderate". Capì subito che ero alla porta; mentre si precipitava verso di essa, entrai. Ci abbracciammo con quella abbondante e appassionata tenerezza, che un'assenza di molti mesi rende così deliziosa a coloro che amano veramente. I nostri sospetti, le nostre esclamazioni spezzate, le mille tenere appellazioni d'amore, scambiate in un languido rapimento, stupirono il signor de T----, e lo colpirono fino alle lacrime.

"Non posso fare a meno di invidiarvi", disse, mentre ci pregava di sederci; "non c'è sorte, per quanto gloriosa, che riterrei paragonabile al possesso di un'amante così tenera e appassionata". "E io", risposi, "non rinuncerei al suo amore per un impero universale!".

Il resto di un colloquio che era stato così a lungo e così ardentemente desiderato da me, fu naturalmente tenero come l'inizio. La povera Manon raccontò tutte le sue avventure, e io le raccontai le mie: piangemmo amaramente sulla storia l'uno dell'altra. Il signor de T---- ci consolò con le sue rinnovate promesse di impegnarsi al nostro servizio. Ci consigliò di non prolungare troppo questo, il nostro primo incontro, affinché avesse meno difficoltà a procurarci di nuovo lo stesso godimento. Ci indusse infine a seguire il suo consiglio. Manon, specialmente, non riusciva a rassegnarsi alla separazione: mi fece risedere cento volte. Una volta mi teneva per le mani, un'altra per la giacca. "Ahimè!", disse, "in quale dimora mi lasci! Chi risponderà che ti rivedrò mai?". Il signor de T---- le promise che sarebbe venuto spesso a trovarla con me. "Quanto alla dimora", disse, "non deve essere più chiamata la Maddalena; è Versailles! ora che contiene una persona che merita l'impero di tutti i cuori".

Diedi una mancia all'uomo che prestava servizio mentre uscivo, per stimolare il suo zelo e le sue attenzioni. Questo individuo aveva una mente meno rozza e volgare della generalità della sua classe. Aveva assistito al nostro incontro, e ne era rimasto colpito. L'interesse che provava fu senza dubbio accresciuto dai luigi d'oro che gli diedi. Mi prese in disparte mentre scendevamo nel cortile. "Signore", disse, "se volesse solo prendermi al suo servizio, o indennizzarmi in qualsiasi modo per la perdita della posizione che occupo qui, penso che non avrei molta difficoltà a liberare la bella Manon".

Colsi al volo il suggerimento, e, sebbene in quel momento fossi quasi in stato di indigenza, gli feci promesse ben oltre i suoi desideri. Considerai che sarebbe stato sempre facile ricompensare un uomo del suo genere. "Siate certo, amico mio", gli dissi, "che non c'è nulla che non sarò pronto a fare per voi, e che la vostra fortuna è altrettanto certa quanto la mia". Chiesi quali mezzi avesse intenzione di impiegare. "Nessun altro", disse, "se non quello di aprire semplicemente la porta della sua cella per lei di notte, e di condurla alla porta sulla strada, dove voi, naturalmente, sarete ad attenderla". Chiesi se non ci fosse pericolo che venisse riconosciuta mentre attraversava i lunghi corridoi e i cortili. Ammise che c'era pericolo, ma che non si poteva fare nulla senza qualche leggero rischio.

Sebbene fossi felice di trovarlo così determinato, chiamai il signor de T----, e lo informai del progetto, e dell'unica difficoltà che si frapponeva. Non pensò che fosse così facile da eseguire. Ammise la possibilità di fuggire così: "Ma se venisse riconosciuta", continuò, "se venisse fermata nel tentativo, ogni speranza sarebbe finita per lei, forse per sempre. Inoltre, sareste costretto a lasciare Parigi immediatamente, perché non potreste mai evitare la ricerca che verrebbe fatta nei vostri confronti: raddoppierebbero i loro sforzi tanto per conto vostro quanto per il suo. Un uomo solo può facilmente sfuggire all'individuazione, ma in compagnia di una bella donna, sarebbe del tutto impossibile rimanere inosservati".

Tuttavia, per quanto sensato fosse questo ragionamento, non poteva, nella mia mente, superare la prospettiva immediata di restituire Manon alla libertà. Dissi altrettanto al signor de T----, e confidai che avrebbe scusato la mia imprudenza e temerarietà, in nome dell'amore. Aggiunsi che era già mia intenzione lasciare Parigi per qualche villaggio vicino, come avevo già fatto una volta. Accordammo quindi con il servo che avrebbe messo in atto il suo progetto il giorno seguente, e per rendere il nostro successo il più certo possibile, risolvemmo di portare nella prigione degli abiti maschili, per facilitare la sua fuga.

"C'era una difficoltà da superare nel portarli dentro, ma ebbi abbastanza ingegno per affrontarla. Pregai il signor de T---- solo di indossare due gilet leggeri la mattina seguente, e mi incaricai di sistemare il resto.

Ritornammo il giorno seguente all'Ospedale. Portai con me biancheria, calze, ecc., per Manon, e sopra la mia giacca un soprabito, che nascondeva il volume che portavo nelle tasche. Rimanemmo solo un momento nella sua stanza. Il signor de T---- le lasciò uno dei suoi gilet; le diedi la mia giacca corta, bastando il soprabito per me. Non le mancava nulla per il suo equipaggiamento completo, se non un paio di pantaloni, che nella fretta avevo dimenticato.

La mancanza di un articolo così necessario avrebbe potuto divertirci, se l'imbarazzo che causava fosse stato di natura meno seria. Ero disperato per aver visto il nostro intero piano mandato all'aria da una banale omissione di questo genere. Tuttavia, trovai presto un rimedio, e decisi di fare la mia uscita in *sans-culotte*, lasciando quella parte del mio abbigliamento a Manon. Il mio soprabito era lungo, e riuscii con l'aiuto di qualche spilla a mettermi in una condizione decente per passare il cancello.

Il resto della giornata mi parve di lunghezza infinita. Quando alla fine giunse la notte, andammo in carrozza a pochi metri dall'Ospedale. Non aspettammo a lungo quando vedemmo Manon fare la sua apparizione con la sua guida. Aperta la portiera della carrozza, entrarono entrambi senza indugio. Aprii le braccia per ricevere la mia adorata amante; tremava come una foglia di pioppo. Il cocchiere chiese dove dovesse guidare? "Ai confini del mondo!", esclamai; "in qualche luogo dove io non possa mai più essere separato da Manon".

Questo scoppio, che non potei controllare, stava per cacciarmi in nuovi guai. Il cocchiere rifletté su ciò che dissi, e quando in seguito gli dissi il nome della strada in cui volevo che guidasse, rispose che temeva che stessi per coinvolgerlo in qualche brutto affare; che vedeva chiaramente che il giovane dall'aspetto gradevole che chiamavo Manon era una ragazza che scappava dall'Ospedale, e che non era affatto disposto a rovinarsi per amore mio.

L'estorsione era la fonte della delicatezza di questo farabutto. Eravamo ancora troppo vicini all'Ospedale per fare rumore. "Silenzio!", gli dissi, "avrete un luigi d'oro per il lavoro": per meno di quello mi avrebbe aiutato a bruciare l'Ospedale.

Arrivammo a casa di Lescaut. Dato che era tardi, il signor de T---- ci lasciò per strada, promettendo di venirci a trovare la mattina seguente. Rimase solo il servo.

Tenevo Manon in un abbraccio così stretto tra le mie braccia, che occupavamo un solo posto nella carrozza. Piangeva di gioia, e potevo sentire le sue lacrime scorrere lungo le mie guance.

Quando stavamo per scendere da Lescaut, ebbi una nuova difficoltà con il cocchiere, che ebbe le conseguenze più sfortunate. Mi pentii di aver promesso al tipo un luigi d'oro, non solo perché era una follia stravagante, ma per un'altra ragione più forte, che era al momento fuori dalla mia portata pagarlo. Chiamai Lescaut, e lui scese alla porta. Gli sussurrai la causa del mio attuale imbarazzo. Essendo naturalmente rozzo, e per nulla abituato a trattare i cocchieri con rispetto, rispose che non potevo essere serio. "Un luigi!", disse; "venti colpi di bastone sarebbero il giusto pagamento per quel mascalzone!". Lo supplicai di non rovinarci; quando mi strappò il bastone di mano, e stava per abbatterlo sul cocchiere. Il tipo aveva probabilmente già sperimentato il peso del braccio di una guardia, e se ne andò istantaneamente, gridando che l'avevo imbrogliato, e che avrebbe avuto mie notizie. Cercai invano di fermarlo.

La sua fuga mi causò, naturalmente, il più grande allarme. Non ebbi dubbi che avrebbe immediatamente dato informazioni alla polizia. "Mi avete rovinato", dissi a Lescaut; "non sarò più al sicuro a casa vostra; dobbiamo andarcene subito". Diedi il braccio a Manon, e il più velocemente possibile uscii dal pericoloso vicinato. Lescaut ci accompagnò".

Avendo il Cavaliere des Grieux occupato più di un'ora con il suo racconto, lo pregai di concedersi un po' di riposo e, nel frattempo, di condividere la nostra cena. Vide, dall'attenzione che gli prestavamo, che eravamo divertiti, e promise che avremmo sentito qualcosa di forse più interessante nel seguito. Quando avemmo finito di cenare, continuò con le seguenti parole.

[2] La prima proposizione dei giansenisti era che vi sono precetti divini che gli uomini buoni, nonostante il loro desiderio di osservarli, sono tuttavia assolutamente incapaci di obbedire: non avendo Dio concesso loro quella misura di grazia che è essenzialmente necessaria per renderli capaci di obbedienza. — Mosheim, Eccles. Hist., ii. 397.

VII

. . . Come il caso si fa gioco di noi, E i mutamenti colmano la coppa dell'alterazione Con vari liquori. SHAKESPEARE.

"Con quanta imperscrutabilità la Provvidenza connette gli eventi! Avevamo appena percorso cinque minuti di cammino, quando un uomo, di cui non potei vedere il volto, riconobbe Lescaut. Senza dubbio lo stava spiando vicino a casa sua, con l'orribile intenzione che ora, sventuratamente, portò a compimento. 'È Lescaut!' disse, scaricandogli contro una pistola alla testa; 'stanotte cenerà con gli angeli!' Poi sparì istantaneamente. Lescaut cadde senza il minimo segno di vita. Scongiurai Manon di fuggire, poiché non potevamo essere d'alcuna utilità a un uomo morto, e temevo di essere arrestato dalla polizia, che certamente sarebbe stata presto sul posto. Svoltai nella prima strada stretta con lei e il servitore: era così sopraffatta dalla scena a cui aveva appena assistito che riuscivo a stento a sorreggerla. Infine, in fondo alla strada, scorsi una carrozza pubblica; vi salimmo, ma quando il vetturino chiese dove dovesse dirigersi, fui a stento in grado di rispondergli. Non avevo alcun asilo sicuro, nessun amico fidato a cui potermi rivolgere. Ero quasi privo di denaro, avendo in borsa soltanto un dollaro. Lo spavento e la fatica avevano così prostrato Manon, che era quasi svenuta al mio fianco. Anche la mia immaginazione era piena dell'omicidio di Lescaut, e non ero senza forti timori riguardo alla pattuglia. Che fare? Fortunatamente mi ricordai della locanda a Chaillot, dove eravamo andati a risiedere per la prima volta in quel villaggio. Speravo di essere non solo al sicuro, ma di potervi rimanere per qualche tempo senza essere pressato per il pagamento. 'Ci porti a Chaillot,' dissi al vetturino. Si rifiutò di condurci così lontano a quell'ora tarda per meno di dodici franchi. Un nuovo imbarazzo! Alla fine ci accordammo per la metà di quella somma, tutto ciò che la mia borsa conteneva.

"Cercai di consolare Manon lungo il tragitto, ma la disperazione rodeva il mio cuore. Mi sarei distrutto mille volte se non avessi sentito di stringere tra le braccia tutto ciò che poteva legarmi alla vita: questa riflessione mi riconciliò. 'Almeno la possiedo,' dicevo; 'lei mi ama! è mia! Invano Tiberge chiama questo un mero fantasma di felicità.' Avrei potuto, senza provare interesse o emozione, vedere il mondo intero perire attorno a me. Perché? Perché non ho in esso alcun oggetto d'affetto al di fuori di lei.

"Questo sentimento era vero; tuttavia, mentre stimavo così poco i beni del mondo, sentivo che non era possibile farne a meno per una piccola parte, se non altro per ispirare un disprezzo più profondo per il resto. L'amore è più potente della ricchezza, più attraente della grandezza o della fama; ma, ahimè! non può esistere senza certi aiuti artificiali; e non c'è nulla di più umiliante per i sentimenti di un amante sensibile che trovarsi, per mancanza di mezzi, ridotto al livello delle menti più volgari.

"Erano le undici quando arrivammo a Chaillot. Ci ricevettero alla locanda come vecchie conoscenze e non espressero alcun tipo di sorpresa nel vedere Manon in abiti maschili, poiché era costume a Parigi e nei dintorni adottare ogni sorta di travestimento. Mi premurai di farla servire con tanta attenzione come se fossi stato in circostanze prospere. Lei ignorava la mia povertà, e io feci molta attenzione a mantenerla tale, essendo risoluto a tornare solo il giorno seguente a Parigi, per cercare qualche rimedio a questo fastidioso tipo di malanno.

"A cena appariva pallida e magra; non l'avevo notato all'Hôpital, poiché la stanza in cui l'avevo vista era scarsamente illuminata. Le chiesi se l'eccessivo pallore non fosse causato dallo shock di aver assistito alla morte di suo fratello? Mi assicurò che, per quanto inorridita com'era naturale che fosse dall'evento, il suo pallore era puramente l'effetto di un'assenza di tre mesi da me. 'Dunque mi ami devotamente?' esclamai.

"'Mille volte più di quanto possa dire!' fu la sua risposta.

"'Non mi lascerai mai più?' aggiunsi.

"'No! mai, mai!' rispose lei.

"Questa assicurazione fu confermata da tante carezze e voti che appariva impossibile che potesse, fino alla fine dei tempi, dimenticarli. Non ho mai dubitato che in quel momento fosse sincera. Quale motivo avrebbe potuto avere per dissimulare a tal punto? Ma in seguito divenne ancora più volubile di prima, o piuttosto non fu più nulla, e dimenticò completamente se stessa quando, nella povertà e nel bisogno, vide altre donne vivere nell'abbondanza. Ero ora sul punto di ricevere una nuova prova della sua incostanza, che oscurò tutto ciò che era passato, e che portò alla più strana avventura che sia mai capitata a un uomo della mia nascita e delle mie prospettive.

"Poiché conoscevo il suo carattere, mi affrettai il giorno successivo a Parigi. La morte di suo fratello e la necessità di procurarle biancheria e abiti erano ragioni così buone che non ebbi bisogno di ulteriori pretesti. Lasciai la locanda, con l'intenzione, come dissi a Manon e al padrone di casa, di andare in una carrozza a nolo, ma questo era solo un modo di dire; la necessità mi costringeva a viaggiare a piedi: camminai molto velocemente fino al Cours-la-Reine, dove intendevo riposare. Un momento di solitudine e tranquillità era necessario per ricompormi e per considerare cosa fare a Parigi.

"Mi sedetti sull'erba. Mi immersi in un mare di pensieri e considerazioni che alla fine si risolsero in tre punti principali. Avevo pressante bisogno di un'infinità di necessità assolute; dovevo cercare qualche modo per sollevare almeno una speranza per il futuro; e, ultimo ma non meno importante, dovevo ottenere informazioni e adottare misure per garantire la sicurezza di Manon e la mia. Dopo essermi esaurito nell'ideare progetti su questi tre punti principali, fui costretto a mettere da parte per il momento gli ultimi due. Non eravamo mal riparati dagli sguardi indiscreti nella locanda a Chaillot; e quanto ai bisogni futuri, pensai che sarebbe stato tempo sufficiente pensarci quando quelli del momento fossero stati soddisfatti.

"L'obiettivo principale ora era rimpinguare la mia borsa. M. de T---- mi aveva offerto la sua, ma provavo un'estrema ripugnanza a menzionare di nuovo l'argomento. Che degradazione esporre la propria miseria a uno straniero e chiedere la carità: deve essere un uomo di mente bassa colui che si umilia in tal modo, e ciò da una bassezza che deve renderlo insensibile alla degradazione, oppure un umile cristiano, dalla consapevolezza della generosità in se stesso, che deve porsi al di sopra del senso di vergogna. Avrei sacrificato metà della mia vita per essere risparmiato dall'umiliazione.

"'Tiberge,' dissi, 'caro Tiberge, mi rifiuterà ciò che è in suo potere concedere? No, certamente simpatizzerà per la mia miseria; ma mi torturerà anche con le sue prediche! Si devono sopportare i suoi rimproveri, le sue esortazioni, le sue minacce: dovrò comprare il suo aiuto così a caro prezzo che preferirei fare qualsiasi sacrificio piuttosto che affrontare questa scena angosciante, che non mancherà di lasciarmi colmo di dolore e rimorso. Bene,' pensai di nuovo, 'ogni speranza deve essere abbandonata, poiché non si presenta altro corso: sono così lontano dall'adottare uno di questi, che sacrificherei prima metà del mio sangue piuttosto che affrontare uno di questi mali, o l'ultima goccia piuttosto che incontrarli entrambi. Sì, l'ultima goccia,' ripetei dopo un momento di riflessione, 'la sacrificherei volentieri piuttosto che sottomettermi a una supplica così vile!

"'Ma in realtà non si tratta della mia esistenza! La vita e il mantenimento di Manon, il suo amore e la sua fedeltà sono in gioco! Quale considerazione può superare ciò? In lei sono incentrati tutta la mia gloria, felicità e fortuna futura! Vi sono senza dubbio molte cose che sacrificherei volentieri la mia vita per ottenere, o per evitare; ma stimare una cosa semplicemente al di sopra del valore della mia vita, non significa metterla alla pari con quella di Manon.' Quest'idea mi decise presto: proseguii per la mia strada, risoluto ad andare prima da Tiberge, e poi da M. de T----.

"Entrando a Parigi presi una carrozza pubblica, sebbene non avessi di che pagarla; contavo sul prestito che stavo per sollecitare. Mi feci condurre al Luxembourg, da dove mandai a dire a Tiberge che lo stavo aspettando. Non dovetti aspettare molti minuti. Gli raccontai senza esitazione l'estremità dei miei bisogni. Mi chiese se le cinquanta sterline che gli avevo restituito fossero sufficienti, e andò subito a prenderle con quell'aria generosa, quel piacere nel donare che 'benedice chi dà e chi riceve,' e che può essere conosciuto solo dall'amore o dalla vera amicizia.

"Sebbene non avessi mai nutrito dubbi sulla disponibilità di Tiberge a esaudire la mia richiesta, fui sorpreso di averla ottenuta a condizioni così facili, vale a dire, senza una parola di rimprovero per la mia impenitenza; ma fui precipitoso nel credermi al sicuro dai suoi rimproveri, poiché quando ebbe contato il denaro, ed ero sul punto di andarmene, mi pregò di fare una passeggiata con lui nel giardino. Non avevo menzionato il nome di Manon; non sapeva nulla della sua fuga; sicché la sua predica fu soltanto sulla mia avventata fuga da Saint-Lazare, e sui suoi timori che, invece di trarre profitto dalle lezioni di moralità che avevo ricevuto lì, potessi ricadere nella dissipazione.

"Mi disse che, essendo andato a farmi visita a Saint-Lazare, il giorno dopo la mia fuga, era rimasto stupito oltre ogni espressione nell'udire il modo in cui l'avevo effettuata; che aveva avuto in seguito una conversazione con il Superiore; che il buon Padre non si era ancora ripreso dallo shock; che aveva, tuttavia, la generosità di nascondere le reali circostanze al luogotenente generale di polizia, e che aveva impedito che la morte del portiere divenisse nota fuori dalle mura; che non avevo, dunque, sotto questo profilo, motivo di allarme, ma che, se conservavo un grano di prudenza, avrei dovuto trarre profitto da questa felice piega che la Provvidenza aveva dato ai miei affari, e iniziare scrivendo a mio padre, e riconciliandomi col suo favore; e infine che, se mi fossi lasciato guidare dai suoi consigli, avrei dovuto lasciare immediatamente Parigi e tornare al seno della mia famiglia.

"Lo ascoltai attentamente finché non ebbe finito. C'era molto in ciò che diceva che mi gratificava. In primo luogo, ero deliziato di apprendere che non avevo nulla da temere per via di Saint-Lazare: le strade di Parigi, almeno, mi erano di nuovo aperte. Poi gioivo nel constatare che Tiberge non aveva alcun sospetto della fuga di Manon e del suo ritorno tra le mie braccia. Notai persino che non aveva menzionato il suo nome, probabilmente dall'idea che, per la mia apparente indifferenza verso di lei, fosse diventata meno cara al mio cuore. Risolsi, se non di tornare a casa, almeno di scrivere a mio padre, come mi consigliava, e di assicurargli che ero disposto a tornare al mio dovere e consultare i suoi desideri. La mia intenzione era di esortarlo a mandarmi denaro allo scopo di proseguire i miei studi ordinari all'Università, poiché avrei trovato difficile persuaderlo che avessi alcuna inclinazione a riprendere l'abito ecclesiastico. Non ero in verità affatto contrario a ciò che stavo per promettergli. Al contrario, ero pronto ad applicarmi a qualche occupazione onorevole e razionale, per quanto essa fosse compatibile con il mio amore. Contavo di poter vivere con la mia amante e allo stesso tempo continuare i miei studi. Non vedevo alcuna incoerenza in questo piano.

"Questi pensieri erano così soddisfacenti per la mia mente, che promisi a Tiberge di spedire una lettera con la posta di quel giorno a mio padre: infatti, lasciandolo, entrai da uno scrivano e scrissi con un tono così sottomesso e rispettoso che, rileggendo la mia stessa lettera, anticipai il trionfo che stavo per conseguire sul cuore di mio padre.

"Sebbene avessi denaro sufficiente per pagare una carrozza dopo il mio colloquio con Tiberge, provai piacere nel camminare indipendentemente per le strade verso la casa di M. de T----. C'era un grande conforto in questo esercizio insolito della mia libertà, riguardo al quale il mio amico mi aveva assicurato che non avevo più nulla da temere. Tuttavia, mi venne improvvisamente in mente che egli si riferiva soltanto a Saint-Lazare, e che avevo l'altra faccenda dell'Hôpital tra le mani; essendo implicato, se non come complice, quantomeno come testimone. Questo pensiero mi allarmò così tanto che mi infilai nella prima strada stretta e chiamai una carrozza. Andai subito da M. de T----, e lui rise dei miei timori. Io stesso li ritenni abbastanza ridicoli, quando mi informò che non c'era più pericolo per la rissa di Lescaut che per l'avventura dell'Hôpital. Mi disse che, per paura che sospettassero che avesse avuto una mano nella fuga di Manon, era andato quella mattina all'Hôpital e aveva chiesto di vederla, fingendo di non sapere nulla di ciò che era accaduto; che erano così lungi dal nutrire il minimo sospetto su uno di noi che non persero tempo a raccontargli l'avventura come una notizia; e che si meravigliavano come una ragazza carina come Manon Lescaut avesse potuto pensare di fuggire con un servitore: che egli aveva risposto con apparente indifferenza che ciò non lo stupiva affatto, poiché la gente farebbe qualsiasi cosa per amore della libertà.

"Continuò a dirmi come si fosse poi recato negli appartamenti di Lescaut, nella speranza di trovarmi lì con la mia cara amante; che il padrone di casa, che era un carrozziere, protestò di non aver visto né me né Manon; ma che non c'era da stupirsi che non fossimo apparsi lì, se il nostro obiettivo era vedere Lescaut, poiché dovevamo indubbiamente aver sentito che era stato assassinato proprio nello stesso periodo; dopodiché, raccontò tutto ciò che sapeva della causa e delle circostanze dell'omicidio.

"Circa due ore prima, una guardia del corpo conoscente di Lescaut era venuta a trovarlo e aveva proposto di giocare. Lescaut aveva avuto una fortuna così rapida e stravagante che in un'ora il giovane aveva perso dodicento franchi: tutto il denaro che aveva. Trovandosi senza un soldo, pregò Lescaut di prestargli metà della somma che aveva perso; ed essendoci stata qualche difficoltà su questo punto, sorse tra loro un'accesa lite. Lescaut si era rifiutato di dargli la soddisfazione richiesta, e l'altro giurò, lasciandolo, che gli avrebbe tolto la vita; una minaccia che mise in atto la stessa notte. M. de T---- fu così gentile da aggiungere che aveva provato la massima ansia per noi, e che, per quanto potesse servire, avrebbe continuato volentieri a offrirci i suoi servigi. Gli dissi subito il luogo del nostro rifugio. Mi pregò di permettergli di cenare con noi.

"Poiché non avevo altro da fare che procurarmi la biancheria e gli abiti per Manon, gli dissi che avremmo potuto partire quasi immediatamente, se avesse avuto la bontà di aspettarmi un momento mentre andavo in un paio di negozi. Non so se sospettasse che avessi avanzato questa proposta nell'ottica di mettere in gioco la sua generosità, o se fosse stato per il mero impulso di un cuore gentile; ma, avendo acconsentito a partire immediatamente, mi condusse da un negoziante che aveva da poco arredato la sua casa. Lì mi fece scegliere diversi articoli di un prezzo molto più alto di quanto avessi proposto a me stesso; e quando stavo per pagare il conto, pregò l'uomo di non prendermi un soldo. Lo fece con tanta grazia che non provai alcuna vergogna nell'accettare il suo dono. Prendemmo poi insieme la strada per Chaillot, dove arrivai con la mente molto più tranquilla di quando l'avevo lasciata quella mattina.

"Il mio ritorno e le cortesi attenzioni di M. de T---- scacciarono ogni malinconia di Manon. 'Dimentichiamo i nostri passati fastidi, anima mia,' le dissi, 'e cerchiamo di vivere una vita ancora più felice di prima. Dopo tutto, ci sono padroni peggiori dell'amore: il destino non può sottoporci a tanto dolore quanto l'amore ci permette di gustare in felicità.' La nostra cena fu una vera scena di gioia.

"In possesso di Manon e di milleduecentocinquanta franchi, ero più orgoglioso e più contento del più ricco voluttuoso di Parigi con tesori incalcolabili. La ricchezza dovrebbe essere misurata dai mezzi che ci offre per soddisfare i nostri desideri. Non mi rimaneva in quel momento un solo desiderio inappagato. Persino il futuro mi dava poca preoccupazione. Provavo una speranza, che rasentava quasi la certezza, che mio padre mi avrebbe concesso i mezzi per vivere rispettabilmente a Parigi, poiché ero diventato titolare, entrando nel mio ventesimo anno, di una parte della fortuna di mia madre. Non nascosi a Manon a quanto ammontasse la mia attuale ricchezza; ma aggiunsi che avrebbe potuto bastare a sostenerci finché la nostra fortuna non fosse migliorata, sia dall'eredità a cui ho appena accennato, sia dalle risorse del tavolo da gioco."

VIII

Questa Passione ha le sue piene nei tempi stessi della debolezza, che sono la grande prosperità e la grande avversità; entrambi i quali tempi accendono l'Amore e lo rendono più fervente.—BACON.

"Per diverse settimane continuai così a pensare solo a godermi il pieno lusso della mia situazione; e, restando trattenuto da un senso d'onore, oltre che da un timore latente della polizia, dal rinnovare la mia intimità con i miei ex compagni all'hotel di Transylvania, iniziai a giocare in certi circoli meno noti, dove la mia buona sorte rese inutile ricorrere alle mie abilità precedenti. Trascorrevo una parte del pomeriggio in città e tornavo sempre a cena a Chaillot, accompagnato molto spesso da M. de T----, la cui intimità e amicizia per noi crescevano ogni giorno.

"Manon trovò presto risorse contro la noia. Fece conoscenza con alcune giovani signore, che la primavera portava nel vicinato. Occupavano le loro ore libere passeggiando e con i divertimenti consueti delle persone del loro sesso ed età. Le loro piccole vincite alle carte (sempre entro limiti innocenti) venivano spese per coprire la spesa di una carrozza, con la quale facevano occasionalmente un giro nel Bois de Boulogne; e ogni notte, quando tornavo, ero certo di trovare Manon più bella, più contenta, più affettuosa che mai.

"Sorsero, tuttavia, certe nubi, che sembravano minacciare la continuazione di questa beata tranquillità, ma furono presto dissipate; e la vivacità di Manon rese la faccenda così eccessivamente comica nella sua conclusione, che è persino ora piacevole ricordarla, come prova della tenerezza così come della gaiezza del suo carattere.

"L'unico servitore che avevamo venne da me un giorno, con grande imbarazzo, e tirandomi in disparte, mi disse di avere un segreto della massima importanza da comunicarmi. Lo esortai a spiegarsi senza riserve. Dopo qualche esitazione, mi fece capire che uno straniero di alto rango si era apparentemente innamorato di Manon. Sentii il sangue ribollire all'annuncio. 'Ha mostrato qualche penchant per lui?' chiesi, interrompendo il mio informatore con più impazienza di quanto fosse necessario, se avessi desiderato una spiegazione completa."

Egli si allarmò per la mia agitazione e rispose con tono incerto che non aveva fatto osservazioni abbastanza minuziose da soddisfarmi; ma che, avendo notato per diversi giorni di seguito il regolare arrivo dello straniero al Bois de Boulogne, dove, lasciato il suo carrozza, passeggiava da solo nei viali trasversali, sembrando cercare occasioni per incontrare Manon, gli era venuto in mente di fare conoscenza con la servitù, per scoprire il nome del loro padrone; che parlavano di lui come di un principe italiano, e che sospettavano anche che fosse dedito a qualche avventura galante. Non era stato in grado di apprendere altro, aggiunse tremando mentre parlava, perché il principe, in procinto di lasciare il bosco, gli si era avvicinato e con la più condiscendente familiarità gli aveva chiesto il nome; dopodiché, come se sapesse già che era al nostro servizio, si era congratulato con lui per avere, come padrona, la persona più incantevole della terra.

Ascoltai questo racconto con la massima impazienza. Egli terminò con le più goffe scuse, che attribuii alla prematura e imprudente manifestazione della mia agitazione. Invano lo implorai di continuare la sua storia. Protestò di non sapere altro e che, essendo quanto mi aveva riferito accaduto solo il giorno precedente, non aveva avuto una seconda occasione di vedere la servitù del principe. Lo incoraggiai, non solo con lodi, ma con una cospicua ricompensa; e senza tradire la minima diffidenza verso Manon, lo pregai, nel modo più gentile, di tenere stretta sorveglianza su tutti i movimenti dello straniero.

In verità, l'effetto del suo spavento fu quello di lasciarmi in uno stato di sospensione ancora più crudele. Era possibile che lei gli avesse ordinato di nascondere parte della verità. Tuttavia, dopo una breve riflessione, mi ripresi abbastanza dai miei timori da vedere il modo in cui avevo esposto le mie debolezze. Potevo difficilmente considerare un crimine, da parte di Manon, l'essere amata. A giudicare dalle apparenze, era probabile che lei non fosse nemmeno consapevole della sua conquista. "E che sorta di vita condurrò in futuro", pensai, "se sono capace di lasciare che la gelosia prenda così facilmente possesso della mia mente?"

Il giorno seguente tornai a Parigi, con l'unica intenzione di affrettare il miglioramento della mia fortuna, giocando più forte che mai, per essere in condizioni di lasciare Chaillot alla prima vera occasione di turbamento. Quella notte non appresi nulla che potesse minimamente turbare il mio riposo. Lo straniero aveva fatto, come al solito, la sua comparsa al Bois de Boulogne; e azzardandosi, dopo quanto era accaduto il giorno precedente, ad accostare il mio servo con più familiarità, gli aveva parlato apertamente della sua passione, ma in termini tali da non suscitare il minimo sospetto che Manon ne fosse consapevole. Gli pose mille domande e alla fine cercò di corromperlo con grandi promesse; e tirando fuori una lettera dalla tasca, lo implorò invano, promettendogli alcuni luigi d'oro, di consegnargliela.

Trascorsero due giorni senza che accadesse altro: il terzo fu di natura diversa. Al mio arrivo da Parigi, più tardi del solito, appresi che Manon, mentre era nel bosco, aveva lasciato i suoi compagni per un momento, che lo straniero, che l'aveva seguita a breve distanza, si era avvicinato al suo segnale, e che lei gli aveva consegnato una lettera, che lui aveva preso con un trasporto di gioia. Ebbe solo il tempo di esprimere la sua felicità baciando il biglietto galante, perché lei fu fuori vista in un istante. Ma apparve di umore insolitamente alto per il resto della giornata; e anche dopo il suo ritorno al nostro alloggio, la sua allegria continuò. Tremavo a ogni parola.

"Sei assolutamente certo", dissi al mio servo, in un'agonia di paura, "che i tuoi occhi non ti abbiano ingannato?" Egli chiamò il Cielo a testimone della verità di quanto mi aveva riferito.

Non so a quale eccesso mi avrebbero spinto i tormenti della mia mente, se Manon, che mi sentì arrivare, non mi fosse venuta incontro con aria di impazienza, lamentandosi del mio ritardo. Prima che avessi il tempo di rispondere, mi sommerse di carezze; e quando si accorse che eravamo soli, mi rinfacciò vivamente l'abitudine che stavo prendendo di rincasare così tardi. Il mio silenzio le diede l'opportunità di continuare; e disse allora che da tre settimane non avevo mai trascorso un'intera giornata in sua compagnia; che non poteva sopportare assenze così prolungate; che si sarebbe aspettata almeno che le dedicassi una giornata di tanto in tanto, e che desiderava in particolar modo che fossi con lei il giorno seguente, dalla mattina fino alla sera.

"Puoi star certa che lo farò", dissi, con un tono piuttosto aspro. Non sembrò notare il mio fastidio; mi parve avere più della sua solita allegria; e descrisse, con infinita piacevolezza, il modo in cui aveva trascorso la giornata.

"Incomprensibile ragazza!" dissi tra me e me; "cosa devo aspettarmi dopo un simile preludio?" Mi vennero in mente le avventure della mia prima separazione; tuttavia, mi sembrò di vedere nella sua allegria, e nell'affettuosa accoglienza che mi riservò, un'aria di verità che si accordava perfettamente con le sue professioni.

A cena fu facile giustificare lo scoramento che non riuscivo a nascondere, attribuendolo a una perdita che avevo subito quel giorno al gioco. Considerai molto fortunato che l'idea di restare tutto il giorno seguente a Chaillot fosse stata suggerita da lei stessa: avrei avuto così ampio tempo per deliberare. La mia presenza avrebbe evitato qualsiasi timore almeno per il giorno dopo; e se nulla fosse accaduto da costringermi a rivelare la scoperta che avevo già fatto, ero determinato il giorno successivo a trasferire la mia dimora in città e a stabilirmi in un quartiere dove non avrei avuto nulla da temere dall'interferenza dei principi. Questa sistemazione mi fece passare la notte più tranquillamente, ma non pose affatto fine all'allarme che provavo alla prospettiva di una nuova infedeltà.

Quando mi svegliai al mattino, Manon mi disse che, sebbene dovessimo passare la giornata in casa, non desiderava affatto che fossi vestito con meno cura rispetto ad altre occasioni; e che aveva un particolare desiderio di sbrigare le mansioni della mia toeletta quella mattina con le sue stesse mani. Era un divertimento a cui si concedeva spesso: ma in quell'occasione sembrò prendersi più premura di quanto avessi mai osservato prima. Per compiacerla, fui costretto a sedermi al suo tavolo da toeletta e a provare tutti i diversi modi che immaginava per acconciarmi i capelli. Nel corso dell'operazione, mi faceva spesso girare la testa verso di lei e, appoggiando entrambe le mani sulle mie spalle, mi esaminava con ansiosa curiosità: poi, mostrando la sua approvazione con uno o due baci, mi faceva riprendere la posizione davanti allo specchio, per continuare la sua occupazione.

Questi amorosi passatempi ci impegnarono fino all'ora di pranzo. Il piacere che sembrava trarne, e la sua allegria più che abituale, mi apparvero così perfettamente naturali che trovai impossibile sospettare ancora del tradimento che avevo precedentemente evocato; e fui più volte sul punto di aprirle candidamente il mio animo e di liberarmi da un peso che aveva cominciato a gravare pesantemente sul mio cuore: ma mi illudevo con la speranza che la spiegazione sarebbe giunta da lei stessa da un momento all'altro, e anticipavo il delizioso trionfo che ciò mi avrebbe procurato.

Ritornammo nel suo boudoir. Ricominciò a sistemarmi i capelli e io assecondai tutti i suoi capricci; quando vennero a dire che il Principe di ---- era di sotto e desiderava vederla. Il nome da solo mi mandò quasi su tutte le furie.

"Cosa dunque", esclamai spingendola via con sdegno, "chi?--quale principe?"

Non rispose alle mie richieste.

"Fatelo salire", disse con freddezza al servo; e poi rivolgendosi a me, "Mio caro amore! tu che adoro così fervidamente", aggiunse con il tono più ammaliante, "ti chiedo solo un momento di pazienza; un momento, un solo momento! Ti amerò diecimila volte più di prima: la tua condiscendenza ora non sarà dimenticata per tutta la mia vita."

L'indignazione e lo stupore mi tolsero la facoltà di parlare. Ella rinnovò le sue preghiere, e io non riuscivo a trovare espressioni adeguate per comunicare i miei sentimenti di rabbia e disprezzo. Ma, sentendo aprire la porta dell'anticamera, mi afferrò con una mano i boccoli che mi ricadevano sulle spalle, mentre prendeva con l'altra lo specchio della toeletta, e con tutta la sua forza mi guidò in questo modo verso la porta del boudoir, che aprì col ginocchio, presentandolo allo straniero, al quale il rumore udito all'interno aveva impedito di avanzare oltre il centro dell'anticamera, uno spettacolo che deve averlo davvero sbalordito. Vidi un uomo estremamente ben vestito, ma con un volto particolarmente sgradevole.

Nonostante il suo imbarazzo, le fece un profondo inchino. Manon non gli diede il tempo di fare discorsi; gli sollevò lo specchio davanti: "Guardate, signore", gli disse, "osservatevi minuziosamente, e vi chiedo solo allora di rendermi giustizia. Volete che vi ami: ecco l'uomo che amo, e che ho giurato di amare per tutta la mia vita: fate voi stessi il confronto. Se pensate di poter rivaleggiare con lui nel mio affetto, ditemi almeno in base a quali pretese; poiché vi dichiaro solennemente che, secondo la stima della vostra umilissima serva, tutti i principi d'Italia non valgono uno solo dei capelli che tengo ora in mano."

Durante questa stravagante arringa, che aveva apparentemente preparato in anticipo, tentai invano di liberarmi e, provando compassione per una persona di tale riguardo, desideravo, almeno con la mia cortesia, riparare in parte a questo piccolo oltraggio. Ma, riprendendo il suo autocontrollo con la facilità di un uomo abituato al mondo, pose fine ai miei sentimenti di pietà con la sua risposta, che fu, a mio parere, abbastanza rude.

"Signorina! signorina!" le disse, con un sorriso sardonico, "i miei occhi in verità si sono aperti, e percepisco che siete molto meno ingenua di quanto mi fossi immaginato."

Si ritirò immediatamente senza guardarla più, borbottando tra sé che le donne francesi erano pessime quanto quelle d'Italia. Provai ben poco desiderio, in quell'occasione, di fargli cambiare opinione sul gentil sesso.

Manon lasciò la mia mano, si gettò in una poltrona e fece risuonare la stanza delle sue risate. Confesso candidamente di essere stato toccato molto sensibilmente da questa prova inaspettata del suo affetto e dal sacrificio dei suoi interessi a cui avevo appena assistito, che solo il suo eccessivo amore per me avrebbe potuto indurla a compiere. Tuttavia, non potevo fare a meno di pensare che fosse andata un po' troppo oltre. La rimproverai per quella che chiamai la sua indiscrezione. Mi disse che il mio rivale, dopo averla assediata per diversi giorni al Bois de Boulogne, e averle fatto comprendere il suo scopo con segni e smorfie, le aveva fatto effettivamente una dichiarazione d'amore aperta; informandola al tempo stesso del suo nome e di tutti i suoi titoli, mediante una lettera che aveva fatto recapitare tramite il cocchiere che guidava lei e le sue compagne; che le aveva promesso, al di là delle Alpi, una brillante fortuna e un'eterna adorazione; che lei era tornata a Chaillot con l'intenzione di raccontarmi l'intera avventura, ma che, immaginando che potesse essere una fonte di divertimento per noi, non aveva potuto fare a meno di soddisfare il suo capriccio; che aveva di conseguenza invitato il principe italiano, con un biglietto lusinghiero, a farle visita; e che le aveva procurato uguale diletto rendermi complice, senza darmi il minimo sospetto del suo piano. Non dissi una parola delle informazioni che avevo ricevuto attraverso un altro canale; e l'ebbrezza dell'amore trionfante mi fece applaudire tutto ciò che aveva fatto.

IX

Fu sempre così;--dall'ora dell'infanzia ho visto le mie più care speranze svanire;-- non ho mai amato un albero o un fiore, che non fosse destinato ad appassire; non ho mai accudito una cara Gazzella, per allietarmi con il suo occhio nero-azzurro, ma, quando giunse a conoscermi bene, e ad amarmi, era destinata a morire. MOORE.

Nel corso della mia vita ho notato che il destino ha invariabilmente scelto, per il periodo delle sue visite più severe, quei momenti in cui la mia fortuna sembrava stabilita sulla base più ferma. Nell'amicizia del signor de T---- e nei teneri affetti di Manon, mi immaginavo così perfettamente felice che non potevo nutrire il minimo timore di alcuna nuova sventura: ve ne era una, tuttavia, proprio in questo periodo incombente, che mi ridusse allo stato in cui mi vedeste a Passy, e che alla fine portò con sé miserie di natura così deplorevole che avrete difficoltà a credere al semplice racconto che segue.

Una sera, mentre il signor de T---- si tratteneva a cena con noi, udimmo il rumore di una carrozza che si fermava alla porta della locanda. La curiosità ci spinse a vedere chi fosse ad arrivare a quell'ora. Ci dissero che era il giovane G---- M----, il figlio del nostro più vendicativo nemico, di quel dissoluto vecchio peccatore che aveva fatto incarcerare me a San Lazzaro e Manon all'Ospedale. Il suo nome mi fece salire il sangue alle guance. "È la Provvidenza che lo ha condotto qui", dissi al signor de T----, "perché io possa punirlo per la vile bassezza di suo padre. Non se la caverà senza che almeno incrociamo le spade." Il signor de T----, che lo conosceva ed era persino uno dei suoi amici più intimi, cercò di moderare i miei sentimenti di rabbia verso di lui. Mi assicurò che era un giovane molto amabile e così poco capace di approvare la condotta di suo padre, che non avrei potuto stare molti minuti in sua compagnia senza provare stima e affetto per lui. Dopo aver detto molte altre cose in suo elogio, mi chiese il permesso di invitarlo a venire a sedersi nel nostro appartamento, nonché a condividere il resto della nostra cena. Per quanto riguarda l'obiezione che Manon fosse esposta da questo procedimento a qualsiasi pericolo, mi promise sul suo onore e sulla sua buona fede che, una volta che il giovane ci avesse conosciuto, avremmo trovato in lui un difensore molto zelante. Dopo una tale assicurazione, non potei opporre ulteriore resistenza.

Il signor de T---- non lo presentò senza indugiare qualche istante fuori, per fargli sapere chi eravamo. Entrò certamente con un'aria che ci dispose a suo favore: mi strinse la mano; ci sedemmo; ammirò Manon; apparve compiaciuto di me e di tutto ciò che ci apparteneva; e mangiò con un appetito che fece abbondante onore alla nostra ospitalità.

Quando la tavola fu sparecchiata, la nostra conversazione divenne più seria. Chinò la testa mentre parlava della condotta di suo padre nei nostri confronti. Fece, da parte sua, le scuse più sottomesse. "Dico meno sull'argomento", disse, "perché non desidero richiamare una circostanza che mi riempie di dolore e vergogna." Se era sincero all'inizio, lo divenne molto di più alla fine, poiché la conversazione non era durata mezz'ora quando mi accorsi che le grazie di Manon avevano fatto una visibile impressione su di lui. I suoi sguardi e i suoi modi divennero a poco a poco più teneri. Tuttavia, non lasciò sfuggire alcuna espressione; ma, senza nemmeno l'aiuto della gelosia, avevo avuto abbastanza esperienza in affari di cuore per discernere ciò che stava accadendo.

Si trattenne con noi fino a tarda notte e, prima di congedarsi, si congratulò con se stesso per aver fatto la nostra conoscenza e chiese il permesso di chiamare e rinnovare l'offerta dei suoi servizi. Partì la mattina seguente con il signor de T----, che accettò l'offerta di un posto nella sua carrozza.

Provai, come ho detto prima, non il minimo sintomo di gelosia: avevo una fiducia più sciocca che mai nei voti di Manon. Questa cara creatura aveva un dominio così assoluto su tutta la mia anima e i miei affetti che non potevo dare spazio ad altro sentimento verso di lei che quello di ammirazione e amore. Lungi dal considerare un crimine che lei avesse compiaciuto il giovane G---- M----, fui gratificato dall'effetto delle sue grazie e provai solo un sentimento di orgoglio nell'essere amato da una ragazza che tutto il mondo trovava così incantevole. Non ritenni nemmeno opportuno menzionarle i miei sospetti. Fummo per alcuni giorni occupati a sistemare il suo nuovo guardaroba e a considerare se potessimo avventurarci a teatro senza il rischio di essere riconosciuti. Il signor de T---- venne di nuovo a trovarci prima della fine della settimana e lo consultammo su questo punto. Vide chiaramente che il modo per compiacere Manon era dire di sì: decidemmo di andare tutti insieme quella stessa sera.

Non fummo in grado, tuttavia, di dare seguito a questa intenzione; poiché, avendomi preso da parte, "Sono nel più grande imbarazzo", mi disse, "da quando vi ho visto, e questa è la causa della mia visita oggi. G---- M---- è innamorato della vostra amante: me lo ha detto in confidenza; sono suo intimo amico e disposto a fargli qualsiasi servizio in mio potere; ma non sono meno devoto a voi; i suoi progetti mi sono sembrati ingiustificabili e ho espresso la mia disapprovazione nei loro confronti; non avrei divulgato il suo segreto se avesse avuto solo intenzione di usare mezzi onesti e ordinari per conquistare l'affetto di Manon; ma è consapevole della sua disposizione capricciosa; ha appreso, Dio sa come, che la sua passione dominante è per l'agiatezza e il piacere; e, poiché è già in possesso di una considerevole fortuna, ha dichiarato la sua intenzione di tentarla subito con un dono di grande valore e l'offerta di una rendita di seimila franchi; se avessi considerato entrambi sotto ogni altro aspetto con lo stesso metro, avrei forse dovuto fare più violenza ai miei sentimenti nel tradirlo: ma un senso di giustizia, così come di amicizia, era dalla vostra parte, e ancor più per essere stato io stesso l'imprudente, sebbene inconsapevole, causa della sua passione presentandolo qui. Sento quindi il mio dovere di evitare qualsiasi conseguenza negativa dal danno che ho inavvertitamente causato."

Ringraziai il signor de T---- per avermi reso un servizio così importante e gli confessai, in uno spirito di simile confidenza, che la disposizione di Manon era precisamente ciò che G---- M---- aveva immaginato; vale a dire che era incapace di sopportare anche solo il pensiero della povertà. "Tuttavia", gli dissi, "quando si tratta di una pura questione di più o meno, non credo che mi lascerebbe per nessun'altra persona; posso permettermi di non farle mancare nulla, e ho di giorno in giorno ragione di sperare che la mia fortuna migliorerà; temo solo una cosa", continuai, "ovvero che G---- M---- possa trarre un vantaggio sleale dalla conoscenza che ha del nostro luogo di residenza e metterci nei guai rivelandolo."

Il signor de T---- mi assicurò che potevo stare perfettamente tranquillo a questo proposito; che G---- M---- poteva essere capace di una sciocca passione, ma non di un atto di bassezza; che se mai fosse stato tanto scellerato da commettere una simile azione, lui, de T----, sarebbe stato il primo a punirlo, e in tal modo a riparare al danno che aveva causato. "Vi sono grato per le vostre parole," dissi, "ma il danno sarebbe già fatto, e il rimedio appare persino incerto; il piano più saggio, dunque, sarà quello di lasciare Chaillot e andare a risiedere altrove." "Verissimo," disse il signor de T----, "ma non sarete in grado di farlo abbastanza in fretta, poiché G---- M---- deve essere qui a mezzogiorno; me lo ha detto ieri, ed è stata questa informazione a farmi venire così presto stamattina per mettervi al corrente delle sue intenzioni. Potete aspettarvelo da un momento all'altro."

L'urgenza della situazione mi fece vedere la faccenda sotto una luce più seria. Poiché mi sembrava impossibile sfuggire alla visita di G---- M----, e forse altrettanto impedirgli di fare la sua dichiarazione a Manon, decisi di informarla in anticipo dei disegni del mio nuovo rivale. Immaginai che, sapendo io che ero al corrente delle offerte che le sarebbero state fatte, e fatte probabilmente in mia presenza, sarebbe stata più propensa a respingerle. Comunicai al signor de T---- la mia intenzione, ed egli osservò che la riteneva una questione di estrema delicatezza. "Lo ammetto," dissi, "ma nessun uomo ha mai avuto più ragione di confidare in una amante di quanta ne abbia io nel fare affidamento sull'affetto della mia. L'unica cosa che potrebbe forse accecarla per un momento è lo splendore delle sue offerte; senza dubbio ama la comodità, ma ama anche me; e nelle mie attuali circostanze, non posso credere che mi abbandonerebbe per il figlio dell'uomo che l'aveva fatta rinchiudere alla Maddalena." Alla fine, insistetti nelle mie intenzioni e, prendendo Manon in disparte, le raccontai candidamente ciò che avevo appreso.

Lei mi ringraziò per la buona opinione che nutrivo nei suoi confronti e promise di accogliere le offerte di G---- M---- in modo tale da impedire che venissero ripetute. "No," dissi, "non devi irritarlo con scortesia: ha il potere di danneggiarci. Ma sai bene, piccola furfante," continuai sorridendo, "come sbarazzarti di un amante sgradevole o inutile!" Dopo una breve pausa, lei disse: "Ho appena pensato a un piano ammirevole, e certamente ho una fervida immaginazione. G---- M---- è il figlio del nostro più acerrimo nemico: dobbiamo vendicarci del padre, non attraverso la persona del figlio, ma attraverso la sua borsa. Il mio piano è quello di ascoltare le sue proposte, accettare i suoi doni e poi farmi beffe di lui."

"Il progetto non è male," le dissi; "ma dimentichi, mia cara bambina, che è precisamente lo stesso percorso che ci condusse tempo fa al penitenziario." Le rappresentai il pericolo di una tale impresa; lei replicò che l'unica cosa necessaria era prendere le nostre precauzioni con cautela, e trovò una risposta a ogni obiezione che sollevai. "Mostrami l'amante che non asseconda ciecamente ogni capriccio di un'amante adorata, e allora ammetterò di aver sbagliato ad arrendermi così facilmente in questa occasione." Fu presa la risoluzione di farsi beffe di G---- M---- e, per un imprevisto e sfortunato gioco del destino, ne divenni io stesso la vittima.

Verso le undici la sua carrozza giunse davanti alla porta. Fece i discorsi più compiacenti e raffinati sulla libertà che si era preso di venire a pranzare con noi senza invito. Non si sorprese di incontrare il signor de T----, che la sera prima aveva promesso di incontrarlo lì e che, con un pretesto o l'altro, aveva rifiutato un posto nella sua carrozza. Sebbene non ci fosse una sola persona nel gruppo che non stesse meditando un tradimento in cuor suo, ci sedemmo tutti con un'aria di reciproca fiducia e amicizia. G---- M---- trovò facilmente l'opportunità di dichiarare i suoi sentimenti a Manon. Non volevo infastidirlo sembrando vigile, così uscii apposta dalla stanza per diversi minuti.

Al mio ritorno, percepii che non aveva dovuto affrontare alcuna austerità troppo scoraggiante da parte di Manon, poiché era di ottimo umore. Fingevo buonumore anch'io. Lui rideva tra sé della mia semplicità, mentre io non ero meno divertito dalla sua. Per tutta la sera ci siamo così forniti l'un l'altro un inesauribile fondo di divertimento. Riuscii, prima della sua partenza, a lasciargli Manon per un altro momento da solo; così che egli ebbe ragione di applaudire la mia compiacenza, così come l'ospitalità che gli avevo riservato.

Non appena salì sulla sua carrozza con il signor de T----, Manon corse verso di me a braccia aperte e mi abbracciò, ridendo tutto il tempo smodatamente. Ripeté tutti i suoi discorsi e le sue proposte, senza cambiare una parola. Questa era la sostanza: lui naturalmente l'adorava; e desiderava condividere con lei una grande fortuna di cui era già in possesso, senza contare ciò che avrebbe ereditato alla morte del padre. Lei sarebbe stata l'unica padrona del suo cuore e della sua fortuna; e come segno immediato della sua liberalità, era pronto a fornirle subito un equipaggio, una casa arredata, una cameriera, tre lacchè e un cuoco.

"Ecco davvero un figlio," dissi, "molto diverso da suo padre! Ma dimmi sinceramente, ora, un'offerta simile non ti tenta?" "Io!" rispose, adattando all'idea due versi di Racine--

Moi! vous me soupçonnez de cette perfidie? Moi! je pourrais souffrir un visage odieux, Qui rappelle toujours l'Hôpital à mes yeux?

"No!" risposi, continuando la parodia--

J'aurais peine à penser que l'Hôpital, madame, Fut un trait dont l'amour l'eut gravé dans votre âme.

"Ma è sicuramente una tentazione: una casa arredata, una cameriera, un cuoco, una carrozza e tre servitori; la galanteria può offrire poche tentazioni più seducenti."

Lei protestò che il suo cuore era interamente mio, e che in futuro sarebbe stato aperto solo alle impressioni che io avessi scelto di lasciarvi. "Considero le sue promesse," disse, "come uno strumento di vendetta, piuttosto che come un segno d'amore." Le chiesi se pensava di accettare l'hotel e la carrozza. Rispose che il suo denaro era tutto ciò che voleva.

La difficoltà era come ottenere l'uno senza l'altro; decidemmo di attendere una spiegazione dettagliata dell'intero progetto in una lettera che G---- M---- le promise di scriverle, e che infatti ricevette la mattina seguente da un servo in borghese, il quale, con grande abilità, trovò l'occasione di parlarle da solo.

Lei gli disse di attendere una risposta e mi portò immediatamente la lettera: la aprimmo insieme.

Tralasciando le solite espressioni banali di tenerezza, essa forniva un dettaglio particolare delle promesse del mio rivale. Non c'erano limiti alle spese. Si impegnava a pagarle subito diecimila franchi al momento di prendere possesso dell'hotel, e a fornire alle sue spese in modo tale che non avesse mai meno di quella somma a sua disposizione. Il giorno stabilito per l'ingresso in possesso era vicino. Non richiedeva che due giorni per tutti i suoi preparativi, e menzionò il nome della strada e l'hotel, dove promise di aspettarla nel pomeriggio del secondo giorno, se fosse riuscita a sfuggire alla mia vigilanza. Quello era l'unico punto sul quale la pregava di alleviare la sua inquietudine; sembrava essere abbastanza soddisfatto su ogni altro aspetto: ma aggiunse che, se avesse temuto qualche difficoltà nel fuggire da me, avrebbe potuto trovare mezzi sicuri per facilitare la sua fuga.

G---- M---- il giovane era più astuto del vecchio gentiluomo. Voleva assicurarsi la preda prima di contare il denaro. Considerammo quale linea di condotta dovesse adottare Manon. Feci un altro tentativo per indurla a rinunciare al piano e ne rappresentai con forza tutti i pericoli; nulla, tuttavia, poté scuotere la sua determinazione.

La sua risposta a G---- M---- fu breve, assicurandogli semplicemente che avrebbe potuto, senza la minima difficoltà, essere a Parigi il giorno stabilito e che lui avrebbe potuto aspettarsela con certezza.

Decidemmo quindi che avrei dovuto affittare immediatamente un alloggio in un villaggio dall'altra parte di Parigi, e che avrei portato con me i nostri bagagli; che nel pomeriggio del giorno seguente, che era il tempo stabilito, lei si sarebbe recata a Parigi; che, dopo aver ricevuto i regali di G---- M----, lo avrebbe supplicato ardentemente di portarla a teatro; che avrebbe portato con sé quanto più denaro possibile, e avrebbe affidato il resto al mio servitore, poiché era stato concordato che lui l'avrebbe accompagnata. Era l'uomo che l'aveva salvata dalla Maddalena, ed era devotamente attaccato a noi. Io sarei dovuto essere con una carrozza in fondo alla rue de Saint-André-des-Arts, e lasciarla lì verso le sette, mentre mi sarei intrufolato, al riparo del crepuscolo, alla porta del teatro. Manon promise di trovare una scusa per lasciare il suo palco per un momento, quando sarebbe scesa per raggiungermi. Il resto si sarebbe potuto fare facilmente. Saremmo quindi tornati alla mia carrozza e avremmo lasciato Parigi dal Faubourg Saint-Antoine, che era la strada per la nostra nuova residenza.

Questo piano, per quanto stravagante, ci sembrò organizzato in modo soddisfacente. Ma la nostra più grande follia fu immaginare che, per quanto avessimo potuto avere successo nella sua esecuzione, ci sarebbe stato possibile sfuggire alle conseguenze. Ciononostante, ci esponemmo a ogni rischio con la più cieca fiducia. Manon partì con Marcel, così si chiamava il servitore. Non potei fare a meno di sentire una fitta mentre si congedava da me. "Manon," le dissi, "non ingannarmi; mi sarai fedele?" Si lamentò, col tono più tenero, della mia mancanza di fiducia, e rinnovò tutte le sue proteste di amore eterno.

Doveva essere a Parigi alle tre. Io andai poco dopo. Trascorsi il resto del pomeriggio a languire al Café de Fère, vicino al Pont Saint-Michel. Rimasi lì fino al calar della notte. Affittai quindi una carrozza, che piazzai, secondo il nostro piano, in fondo alla rue de Saint-André-des-Arts, e andai a piedi alla porta del teatro. Rimasi sorpreso nel non vedere Marcel, che avrebbe dovuto essere lì ad aspettarmi. Aspettai pazientemente per un'ora intera, in mezzo a una folla di lacchè, fissando ogni persona che passava. Alla fine, scoccate le sette, senza che potessi scoprire nulla o alcuno collegato al nostro progetto, procurai un biglietto per la platea, per accertarmi se Manon e G---- M---- fossero nei palchi. Non riuscii a trovare né l'uno né l'altra. Tornai alla porta, dove mi fermai di nuovo per un quarto d'ora, in un'agonia di impazienza e inquietudine. Nessuno apparve, e tornai alla carrozza, senza sapere cosa congetturare. Il cocchiere, vedendomi, avanzò di qualche passo verso di me e disse, con aria misteriosa, che una giovane persona molto avvenente mi stava aspettando da più di un'ora nella carrozza; che mi descriveva così esattamente che non poteva sbagliarsi, e avendo saputo che intendevo tornare, disse che sarebbe entrata nella carrozza e avrebbe aspettato con pazienza.

Mi sentii sicuro che fosse Manon. Mi avvicinai. Vidi un volto molto grazioso, certamente, ma ahimè, non il suo. La signora chiese, con una voce che non avevo mai sentito prima, se avesse l'onore di parlare al Chevalier des Grieux? Risposi: "È il mio nome." "Ho una lettera per voi," disse, "che vi dirà cosa mi ha portato qui e per quale mezzo ho saputo il vostro nome." La pregai di concedermi qualche momento per leggerla in un caffè adiacente. Propose di seguirmi e mi consigliò di chiedere una stanza privata, al che acconsentii. "Chi è l'autore di questa lettera?" chiesi. Mi rimandò alla lettera stessa.

Riconobbi la mano di Manon. Questa è quasi la sostanza della lettera: G---- M---- l'aveva ricevuta con una cortesia e una magnificenza superiori a qualsiasi cosa avesse precedentemente concepito. L'aveva caricata dei doni più sfarzosi. Aveva la prospettiva di uno splendore quasi imperiale. Mi assicurò, tuttavia, che non poteva dimenticarmi in mezzo a tutta questa magnificenza; ma che, non essendo riuscita a persuadere G---- M---- a portarla quella sera a teatro, era costretta a rimandare il piacere di vedermi; e che, come leggero conforto per la delusione che temeva questo potesse causarmi, aveva trovato una messaggera in una delle ragazze più belle di tutta Parigi. Si firmava, "La vostra amorevole e costante, MANON LESCAUT."

C'era qualcosa di così crudele e così offensivo nella lettera che, tra l'indignazione e il dolore, decisi risolutamente di dimenticare in eterno la mia ingrata e spergiura amante. Guardai la giovane donna che mi stava davanti: era estremamente graziosa, e avrei desiderato che fosse stata abbastanza da rendermi incostante a mia volta. Ma mancavano quegli occhi belli e languidi, quella grazia divina, quell'incarnato squisito, in fine, quegli innumerevoli incanti che la natura aveva così profusamente prodigato alla perfida Manon. "No, no," dissi, voltandomi via da lei; "l'ingrata che ti ha inviato sapeva nel suo cuore che ti stava inviando per una missione inutile. Torna da lei; e dille da parte mia, di trionfare nel suo crimine e di goderselo, se può, senza rimorso. La abbandono nella disperazione e, allo stesso tempo, rinuncio a tutte le donne, che, senza il suo fascino, sono senza dubbio sue eguali in bassezza e infedeltà."

Ero allora sul punto di andarmene, deciso a non rivolgere più alcun pensiero a Manon: la gelosia mortale che mi stava straziano il cuore giaceva nascosta sotto una malinconia cupa e silenziosa, e immaginai, poiché non provavo nessuna di quelle violente emozioni che avevo sperimentato in altre occasioni, di essermi liberato dalla mia schiavitù. Ahimè! Ero anche in quel momento infinitamente più vittima dell'amore che di G---- M---- e Manon.

La ragazza che aveva portato la lettera, vedendomi sul punto di partire, mi chiese cosa volessi che dicesse al signor G---- M---- e alla signora che era con lui? A questa domanda, feci un passo indietro nella stanza, e per uno di quegli inspiegabili passaggi che sono noti solo alle vittime di una passione violenta, passai in un istante dallo stato di tranquillità soggiogata che ho appena descritto, a una furia incontrollabile. "Via!" le dissi, "dì al traditore G---- M---- e alla sua amante abbandonata lo stato di disperazione in cui la tua maledetta missione mi ha gettato; ma avvertili che non sarà per molto tempo una fonte di divertimento per loro, e che le mie stesse mani saranno riscaldate dal sangue del cuore di entrambi!" Mi accasciai su una sedia; il mio cappello cadde da una parte, e il mio bastone dall'altra: torrenti di lacrime amare mi rigavano le guance. Il parossismo della rabbia si trasformò in un dolore profondo e silenzioso: non facevo altro che piangere e sospirare. "Avvicinati, bambina mia, avvicinati," dissi alla giovane ragazza; "avvicinati, visto che sei tu quella che hanno mandato per portarmi conforto; dimmi se hai qualche balsamo da somministrare per le pene della disperazione e della rabbia, qualche argomento da offrire contro il crimine del suicidio, su cui ho deciso, dopo aver liberato il mondo da due mostri perfidi. Sì, avvicinati," continuai, percependo che avanzava con passi timidi e dubbiosi; "vieni ad asciugare i miei dolori; vieni a riportare la pace nella mia mente; vieni a dirmi che almeno tu mi ami: sei bella, potrei forse amarti in cambio." La povera bambina, che aveva solo sedici o diciassette anni, e che appariva più modesta di quanto le ragazze della sua classe solitamente non siano, rimase sbalordita da questa scena insolita. Si avvicinò tuttavia dolcemente per accarezzarmi, quando con le mani alzate la respinsi rudemente. "Cosa vuoi da me?" esclamai. "Ah! sei una donna, e di un sesso che detesto, e che non posso più tollerare; la stessa dolcezza del tuo sguardo mi minaccia con qualche nuovo tradimento. Va', lasciami qui da solo!" Mi fece una riverenza senza dire una parola, e si voltò per uscire. La chiamai per farla fermare: "Dimmi almeno," dissi, "perché, come, con quale disegno ti hanno mandato qui? come hai scoperto il mio nome, o il luogo dove potevi trovarmi?"

Mi disse che conosceva da tempo il signor G---- M----; che lui l'aveva fatta chiamare quella sera verso le cinque; e che, avendo seguito il servo che era stato spedito da lei, era stata condotta in una grande casa, dove lo trovò a giocare a picchetto con una bella giovane donna; e che entrambi le ordinarono di consegnarmi la lettera, dicendole che mi avrebbe trovato in una carrozza in fondo alla strada di Saint-André. Chiesi se non avessero detto nient'altro. Arrossì mentre rispondeva, che le avevano certamente fatto credere che sarei stato lieto della sua compagnia. "Hanno ingannato anche te, povera ragazza, ti hanno ingannato; sei una donna, e probabilmente desideri un amante; ma devi trovarne uno che sia ricco e felice, e non è qui che lo troverai. Torna, torna dal signor G---- M----; egli possiede tutto ciò che è necessario per rendere un uomo amato. Ha case arredate ed equipaggi da donare, mentre io, che non ho altro che la costanza dell'amore da offrire, sono disprezzato per la mia povertà e deriso per la mia semplicità."

Continuai in un tono di dolore o di violenza, man mano che questi sentimenti si impossessavano alternativamente della mia mente. Tuttavia, per l'eccesso stesso della mia agitazione, diventai gradualmente così sottomesso da poter riflettere con calma sulla situazione delle cose. Confrontai questa nuova sventura con quelle che avevo già sperimentato dello stesso genere, e non potevo percepire che ci fosse più ragione di disperarsi ora, che in occasioni precedenti. Conoscevo Manon: perché dunque affliggermi a causa di una calamità che non potevo non aver chiaramente previsto? Perché non pensare piuttosto a cercare un rimedio? C'era ancora tempo; non avrei dovuto risparmiare i miei sforzi, se volevo evitare l'amaro rimprovero di aver contribuito, con la mia stessa indolenza, alla mia miseria. Mi misi dunque a considerare ogni mezzo per sollevare un barlume di speranza.

Tentare di strapparla con la forza dalle mani di G---- M---- era un progetto troppo disperato, calcolato solo per rovinarmi, e senza la minima probabilità di riuscita. Ma mi sembrava che se avessi potuto assicurarmi un momento di colloquio con lei, non avrei mancato di riacquistare la mia influenza sul suo affetto. Sapevo così bene come eccitare la sua sensibilità! Ero così fiducioso del suo amore per me! Lo stesso capriccio, persino, di mandarmi una bella donna per consolarmi, scommetterei la mia esistenza, era stata una sua idea, e che fosse il suggerimento della sua stessa sincera simpatia per le mie sofferenze.

Decisi di sforzare ogni nervo per ottenere un colloquio. Dopo una moltitudine di piani che vagliai l'uno dopo l'altro, fissai il seguente: il signor de T---- aveva mostrato tanta sincerità nei servizi che mi aveva reso, che non potevo nutrire dubbi sulla sua dedizione e sulla sua buona fede. Proposi di chiamarlo subito, e fargli mandare a chiamare G---- M----, con il pretesto di qualche affare importante. Mezz'ora sarebbe bastata per permettermi di vedere Manon. Pensai che non sarebbe stato difficile farmi introdurre nel suo appartamento durante l'assenza di G---- M----.

Questa risoluzione mi calmò, e feci un dono generoso alla ragazza, che era ancora con me; e per impedirle di tornare da coloro che l'avevano mandata, presi il suo indirizzo e promisi a metà di andarla a trovare più tardi. Salii quindi sulla carrozza a nolo e mi recai rapidamente dal signor de T----. Ebbi la fortuna di trovarlo in casa. Durante il tragitto, temevo molto il contrario. Una sola frase lo mise al corrente dell'intera vicenda, tanto delle mie sofferenze, quanto del servizio amichevole che ero venuto a implorare da lui.

Fu così stupito nell'apprendere che G---- M---- era riuscito a sedurre Manon sottraendola a me che, non sapendo che io stesso avevo contribuito alla mia sventura, si offrì generosamente di radunare i suoi amici e invocare il loro aiuto per la liberazione della mia amante. Gli dissi che una tale procedura, a causa della sua pubblicità, poteva comportare dei pericoli per Manon e per me. "Riserviamo il rischio delle nostre vite", dissi, "solo come ultima risorsa. Il mio piano è di natura più pacifica e promette almeno un uguale successo". Aderì senza mormorare a tutto ciò che proposi; così, ribadendo ancora che tutto ciò di cui avevo bisogno era che mandasse a chiamare G---- M---- e trovasse il modo di tenerlo lontano da casa per un'ora o due, iniziammo subito le nostre operazioni.

Considerammo innanzitutto quale espediente avremmo potuto utilizzare per tenerlo fuori per così tanto tempo. Proposi che scrivesse un biglietto datato da un caffè, implorandolo di recarsi lì il prima possibile per un affare di importanza troppo urgente per ammettere ritardi. "Sarò io a sorvegliare", aggiunsi, "il momento in cui uscirà di casa, e mi introdurrò senza alcuna difficoltà, essendo conosciuto solo da Manon e dal mio servitore Marcel. Tu potrai allo stesso tempo dire a G---- M---- che l'affare importante per il quale desideravi vederlo era il bisogno immediato di una somma di denaro; che avevi appena svuotato la borsa al gioco e che avevi continuato a giocare, con sfortuna costante, a credito. Gli occorrerà del tempo per portarti a casa di suo padre, dove tiene il denaro, e io avrò tempo sufficiente per l'esecuzione del mio piano".

Il signor de T---- si attenne minuziosamente a queste istruzioni. Lo lasciai in un caffè, dove scrisse immediatamente la sua lettera. Presi posizione vicino alla casa di Manon. Vidi arrivare il messaggero di de T---- e, poco dopo, vidi uscire G---- M----, seguito da un servitore. Concedendogli appena il tempo di uscire dalla strada, mi avvicinai alla porta del mio ingannatore e, nonostante la rabbia che provavo, bussai con tanto rispetto quanto al portone di una chiesa. Fortunatamente fu Marcel ad aprirmi. Sebbene non avessi nulla da temere dagli altri servitori, gli chiesi a bassa voce se potesse condurmi senza essere visto nella stanza in cui si trovava Manon. Disse che era facile farlo, semplicemente salendo lo scalone principale. "Vieni allora subito", gli dissi, "e cerca di impedire a chiunque di salire mentre io sono lì". Raggiunsi l'appartamento senza alcuna difficoltà.

Manon stava leggendo. Ebbi lì l'opportunità di ammirare il carattere singolare di questa ragazza. Invece di essere nervosa o allarmata dalla mia apparizione, tradì a stento un segno di sorpresa, che poche persone, per quanto indifferenti, riuscirebbero a trattenere nel vedere qualcuno che immaginavano molto lontano. "Ah! Sei tu, mio caro amore", disse, avvicinandosi per abbracciarmi con la solita tenerezza. "Cielo, quanto sei avventato e sconsiderato! Chi avrebbe mai pensato di vederti in questo posto!" Invece di abbracciarla a mia volta, la respinsi con indignazione e indietreggiai di due o tre passi da lei. Questo la sconcertò visibilmente. Rimase immobile e fissò gli occhi su di me, mentre cambiava colore.

Ero in realtà così felice di vederla ancora una volta che, con così tanti reali motivi di rabbia, riuscivo a stento a spingere le mie labbra a rimproverarla. Il mio cuore, tuttavia, sentiva la crudele offesa che mi aveva inflitto. Cercai di ravvivarne il ricordo nella mia mente, per eccitare i miei sentimenti e assumere un'aria di severa indignazione. Rimasi in silenzio per qualche istante, quando notai che osservava la mia agitazione e tremava: apparentemente l'effetto delle sue paure.

Non potei sopportare più a lungo questo spettacolo. "Ah! Manon", le dissi con il tono più dolce, "Manon infedele e spergiura! Come posso lamentarmi della tua condotta? Ti vedo pallida e tremante, e sono ancora così sensibile alle tue minime sofferenze che non voglio aggiungerne altre con i miei rimproveri. Ma, Manon, ti dico che il mio cuore è trafitto dal dolore per il modo in cui mi hai trattato; un trattamento che raramente viene inflitto se non allo scopo di distruggere la vita di qualcuno. Questa è la terza volta, Manon; ne ho tenuto un conto esatto; è impossibile dimenticarlo. Ora spetta a te considerare quale strada vorrai intraprendere; perché il mio cuore afflitto non è più capace di sostenere tali colpi. So e sento che deve cedere, ed è in questo momento pronto a scoppiare di dolore. Non posso dire altro", aggiunsi, gettandomi su una sedia; "ho a stento la forza di parlare, o di reggermi in piedi".

Non mi diede alcuna risposta; ma quando fui seduto, si inginocchiò e appoggiò la testa sulle mie ginocchia, coprendosi il volto con le mani. Percepii in un istante che stava versando fiumi di lacrime. Cielo! Da quali sensazioni contrastanti ero agitato in quel momento! "Ah! Manon, Manon", dissi sospirando, "è troppo tardi per darmi lacrime dopo il colpo mortale che mi hai inflitto. Affetti un dolore che non puoi provare. La più grande delle tue sventure è senza dubbio la mia presenza, che è sempre stata un ostacolo alla tua felicità. Apri gli occhi; guarda in alto e vedi chi è qui; non sprecherai lacrime di tenerezza su un infelice che hai tradito e abbandonato".

Mi baciò le mani senza cambiare posizione. "Incostante Manon", dissi ancora, "ragazza ingrata e infedele, dove sono ora tutte le tue promesse e i tuoi voti? Capricciosa e crudele che sei! Che ne è stato dell'amore che mi hai professato proprio oggi? Giusto Cielo", aggiunsi, "è così che permetti a un traditore di prendersi gioco di te, dopo averti chiamata così solennemente a testimone dei suoi voti! Ricompensa e premio dunque sono per gli spergiuri! Disperazione e abbandono sono il destino della fedeltà e della verità!"

Queste parole trasmisero persino alla mia mente un sentimento così amaramente severo che, a dispetto di me stesso, alcune lacrime mi sfuggirono. Manon lo notò dal cambiamento nella mia voce. Alla fine parlò. "Devo aver fatto davvero qualcosa di molto colpevole", disse, singhiozzando per il dolore, "per averti eccitato e infastidito a questo punto; ma, chiamo il Cielo a testimoniare la mia totale inconsapevolezza di crimine e la mia innocenza da ogni intenzione criminale!"

Questo discorso mi colpì come così privo di ragione e di verità che non potei trattenere un vivo sentimento di rabbia. "Orrorosa ipocrisia!" gridai; "vedo più chiaramente che mai che sei disonesta e traditrice. Ora finalmente scopro la tua misera indole. Addio, creatura ignobile", dissi, alzandomi dal mio posto; "preferirei la morte mille volte piuttosto che continuare ad avere la minima comunicazione con te. Possa il Cielo punirmi, se mai sprecherò ancora su di te il minimo riguardo! Vivi con il tuo nuovo amante; rinuncia a ogni sentimento d'onore; detestami; il tuo amore è ora per me una questione di assoluta insignificanza!"

Manon era così terrorizzata dalla violenza della mia rabbia che, rimanendo in ginocchio vicino alla sedia dalla quale mi ero appena alzato, senza fiato e tremante, fissò gli occhi su di me. Avanzai ancora un po' verso la porta, ma, a meno di non aver perso l'ultima scintilla di umanità, non potevo continuare a restare indifferente di fronte a uno spettacolo simile.

Così lontano, in verità, ero da questo tipo di stoica indifferenza che, precipitando subito nell'estremo opposto, tornai indietro, o piuttosto volai verso di lei senza un istante di riflessione. La sollevai tra le mie braccia; la coprii di mille teneri baci; la implorai di perdonare il mio temperamento incontrollabile; confessai di essere un bruto assoluto, indegno di essere amato da un tale angelo.

La feci sedere e, gettandomi a mia volta in ginocchio, la scongiurai di ascoltarmi in quell'atteggiamento. Poi espressi brevemente tutto ciò che un amante sottomesso e appassionato potrebbe dire di più tenero e rispettoso. Le supplicai il perdono. Lasciò cadere le braccia sul mio collo, dicendo che era lei ad avere bisogno di perdono, e mi pregò in grazia di dimenticare tutti i fastidi che mi aveva causato, e che cominciava, con ragione, a temere che non avrei approvato ciò che aveva da dire a sua giustificazione. "Io!" dissi interrompendola con impazienza; "non ho bisogno di giustificazioni; approvo tutto ciò che hai fatto. Non spetta a me chiedere scuse per qualsiasi cosa tu faccia; sono fin troppo felice, fin troppo contento, se la mia cara Manon vorrà solo lasciarmi padrone dei suoi affetti! Ma", continuai, ricordando che era la crisi del mio destino, "non potrei, Manon, onnipotente Manon, tu che maneggi a tuo piacere le mie gioie e i miei dolori, non potrei essere autorizzato, dopo averti conciliata con la mia sottomissione e tutti i segni di pentimento, a parlarti ora della mia miseria e della mia angoscia? Posso ora apprendere dalle tue stesse labbra quale debba essere il mio destino, e se tu sia decisa a firmare la mia condanna a morte, trascorrendo anche una sola notte con il mio rivale?"

Rifletté un momento prima di rispondere. "Mio buon cavaliere", disse, riprendendo il tono più tranquillo, "se ti fossi spiegato così chiaramente solo all'inizio, ti saresti risparmiato un mondo di guai e avresti evitato una scena che mi ha davvero infastidito. Poiché la tua angoscia è il risultato della gelosia, avrei potuto curarla fin dall'inizio offrendomi di accompagnarti dove volevi. Ma immaginavo che fosse causata dalla lettera che fui costretta a scrivere alla presenza di G---- M----, e della ragazza che abbiamo mandato con essa. Pensavo che tu avessi potuto interpretare quella lettera come una beffa; e avessi immaginato che, mandando una tale messaggera, intendessi annunciare il mio abbandono nei tuoi confronti per amore di G---- M----. Fu questa idea che mi sopraffece immediatamente di dolore; perché, per quanto innocente sapessi di essere, non potevo non ammettere che le apparenze erano contro di me. Tuttavia", continuò, "ti lascerò giudicare la mia condotta, dopo che avrò spiegato l'intera verità".

Mi raccontò poi tutto ciò che le era accaduto dopo essersi unita a G---- M----, che trovò ad attendere puntualmente il suo arrivo. Egli l'aveva infatti accolta nello stile più principesco. Le mostrò tutti gli appartamenti, che erano arredati con il gusto più curato e corretto. Le aveva contato nel suo boudoir diecimila franchi, oltre a una quantità di gioielli, tra cui la stessa collana di perle e i braccialetti che lei aveva ricevuto una volta in dono da suo padre. La condusse poi in una splendida stanza, che lei non aveva visto prima, e nella quale era servita una squisita colazione; fu servita dai nuovi servitori, che lui aveva assunto appositamente per lei, e ai quali ora chiedeva di considerarsi come suoi esclusivi assistenti; la carrozza e i cavalli furono in seguito fatti sfilare, e propose poi una partita a carte, in attesa che venisse annunciata la cena.

"Riconosco", continuò Manon, "di essere rimasta abbagliata da tutta questa magnificenza. Mi colpì che sarebbe stata follia sacrificare subito tante buone cose per il semplice scopo di portare via il denaro e i gioielli già in mio possesso; che era una fortuna sicura fatta sia per te che per me, e che avremmo potuto trascorrere il resto delle nostre vite in modo assai gradevole e confortevole a spese di G---- M----.

"Invece di proporre il teatro, pensai fosse più prudente sondare i suoi sentimenti riguardo a te, per accertarmi di quali facilità avremmo avuto per incontrarci in futuro, supponendo che avessi potuto portare a termine il mio progetto. Lo trovai di indole assai trattabile. Mi chiese cosa provassi per te, e se non avessi provato un po' di rimorso nel lasciarti. Gli dissi che eri così sinceramente amabile, e mi avevi sempre trattato con una gentilezza così costante, che mi era impossibile odiarti. Ammise che eri un uomo di merito e manifestò un ardente desiderio di guadagnarsi la tua amicizia.

"Era ansioso di sapere come pensavo che avresti preso la mia fuga, particolarmente quando avessi saputo che ero nelle sue mani. Risposi che il nostro amore era di così lunga data da aver avuto il tempo di moderarsi un poco; che, oltretutto, non eri in condizioni economiche molto agiate, e che probabilmente non avresti considerato la mia partenza come una grave sventura, in quanto ti avrebbe sollevato da un peso non di scarsa entità. Aggiunsi che, essendo perfettamente convinta che avresti preso l'intera faccenda razionalmente, non avevo esitato a dirti che avevo degli affari a Parigi; ma tu avevi subito acconsentito, e che avendomi accompagnato tu stesso, non sembravi molto inquieto quando ci siamo separati.

"Se avessi pensato", mi disse, "che potesse arrivare a vivere in buoni rapporti con me, sarei troppo felice di fargli un'offerta dei miei servizi e attenzioni". Gli assicurai che, da quello che sapevo del tuo carattere, non avevo dubbi che avresti riconosciuto la sua gentilezza con uno spirito congeniale: specialmente, aggiunsi, se avesse potuto assisterti nei tuoi affari, che erano diventati imbarazzanti dopo il tuo disaccordo con la tua famiglia. Mi interruppe dichiarando che avrebbe reso volentieri qualsiasi servizio in suo potere, e che se tu fossi stato disposto a formare un nuovo legame, ti avrebbe presentato a una donna estremamente carina, che aveva appena lasciato per me.

"Approva tutto ciò che disse", aggiunse, "per paura di destare sospetti; e essendo sempre più soddisfatta della fattibilità del mio piano, desideravo solo l'opportunità di renderti partecipe, per paura che tu fossi allarmato dal mio non mantenere l'appuntamento. Con questo obiettivo suggerii l'idea di mandarti questa giovane signora, per avere l'opportunità di scrivere; fui costretta a ricorrere a questo piano, perché non vedevo la possibilità che lui mi lasciasse sola per un istante".

"Si divertì molto con la mia proposta; chiamò il suo valletto e, chiedendogli se potesse trovare immediatamente la sua precedente amante, lo mandò subito in cerca di lei. Immaginava che lei dovesse andare a Chaillot per incontrarti, ma io gli dissi che, quando ci separammo, promisi di incontrarti di nuovo al teatro, o che, se qualcosa avesse impedito che ci andassi, tu avresti dovuto attendermi in una carrozza alla fine della via di St. Andre; che di conseguenza sarebbe stato meglio mandare lì il tuo nuovo amore, se non altro per risparmiarti la miseria dell'attesa durante tutta la notte. Dissi che sarebbe stato anche necessario scriverti una riga di spiegazione, senza la quale saresti stato probabilmente perplesso dall'intera faccenda. Acconsentì; ma fui costretta a scrivere in sua presenza; e mi presi cura particolare di non spiegare le cose troppo chiaramente nella mia lettera.

"Questa è la storia", disse Manon, "dell'intera faccenda. Non ti nascondo nulla, né della mia condotta né delle mie intenzioni. La ragazza arrivò; la trovai bella; e poiché non dubitavo che saresti stato mortificato dalla mia assenza, sperai sinceramente che lei fosse in grado di dissipare un po' del tuo ennui: perché è la fedeltà del cuore la sola che valuto. Sarei stata troppo felice di mandare Marcel, ma non ho potuto trovare per un solo istante l'opportunità di dirgli ciò che desideravo comunicarti". Finì la sua storia descrivendo l'imbarazzo in cui la lettera del signor de T---- aveva gettato G---- M----; "esitava", disse, "a partire, e mi assicurò che non sarebbe stato assente a lungo; ed è per questo che sono inquieta nel vederti qui, e che ho tradito, alla tua apparizione, un leggero sentimento di sorpresa".

L'ascoltai con grande pazienza. C'erano certamente parti del suo racconto sufficientemente crudeli e mortificanti; perché l'intenzione, almeno, dell'infedeltà era così ovvia, che non si era nemmeno presa la briga di mascherarla. Non avrebbe mai potuto immaginare che G---- M---- intendesse venerarla come una vestale. Deve quindi aver chiaramente deciso di trascorrere almeno una notte con lui. Che confessione per le orecchie di un amante! Tuttavia, mi considerai in parte la causa della sua colpa, essendo stato il primo a farle conoscere i sentimenti di G---- M---- verso di lei, e per la sciocca prontezza con cui aderii a questo avventato progetto. Inoltre, per un'inclinazione naturale della mia mente, peculiare credo a me stesso, fui ingannato dall'ingenuità della sua storia; da quel modo aperto e accattivante con cui raccontava persino le circostanze più calcolate per infastidirmi. "Non c'è nulla di vizio dissoluto", dissi tra me e me, "nelle sue trasgressioni; è volubile e imprudente, ma è sincera e affettuosa". Solo il mio amore mi rendeva cieco a tutti i suoi difetti. Ero incantato dalla prospettiva di salvarla quella stessa notte dal mio rivale. Le dissi: "Con chi intendi trascorrere la notte?" Fu evidentemente sconcertata dalla domanda e mi rispose in modo imbarazzato con MA e SE.

Provai compassione per lei e la interruppi dicendo che mi aspettavo immediatamente che mi accompagnasse.

"Niente può darmi più piacere", disse; "ma allora non approvi il mio progetto?"

"Non basta", replicai, "che io approvi tutto ciò che hai, fino a questo momento, fatto?"

"Cosa", disse lei, "non dobbiamo nemmeno portare via i diecimila franchi? Perché, mi ha dato lui il denaro; è mio".

Le consigliai di lasciare tutto e di pensare solo a fuggire; perché, sebbene fossi stato con lei a malapena mezz'ora, cominciavo a temere il ritorno di G---- M----. Tuttavia, mi esortò così vivamente ad acconsentire a uscire con qualcosa nelle tasche, che pensai di essere obbligato a farle, da parte mia, qualche concessione, in cambio di tutto ciò che cedeva a me.

Mentre ci preparavamo per la nostra partenza, sentii qualcuno bussare alla porta della strada. Mi sentii convinto che dovesse essere G---- M----; e nel calore del momento, dissi a Manon che non appena fosse apparso gli avrei tolto la vita. In verità, sentivo di non essermi ripreso abbastanza dal mio recente eccitamento da poter trattenere la mia furia se lo avessi incontrato. Marcel pose fine alla mia inquietudine consegnandomi una lettera che aveva ricevuto per me alla porta; era del signor de T----.

Mi disse che, siccome G---- M---- era andato a casa di suo padre per il denaro di cui aveva bisogno, egli aveva approfittato della sua assenza per comunicarmi un’idea divertente che gli era appena venuta in mente; che gli pareva che non potessi certamente vendicarmi del mio rivale in modo più gradevole che mangiando la sua cena e passando la notte nello stesso letto che lui sperava di dividere con la mia amante; tutto ciò gli sembrava abbastanza facile, se solo avessi trovato due o tre uomini sui quali poter contare, di coraggio sufficiente per fermarlo per strada e trattenerlo in custodia fino al mattino seguente; lui si sarebbe assunto l’incarico di tenerlo occupato ancora per un’ora almeno, con un pretesto qualsiasi, che avrebbe potuto escogitare prima del ritorno di G---- M----.

Mostrai il biglietto a Manon; le raccontai allo stesso tempo il modo in cui mi ero procurato l’incontro con lei. Il mio piano, così come quello nuovo del signor de T----, la deliziò: ne ridemmo di cuore per qualche minuto; ma quando lo trattai come un mero scherzo, fui sorpreso dal fatto che lei insistesse seriamente al riguardo, come una cosa perfettamente praticabile e troppo deliziosa per essere trascurata. Invano chiesi dove pensasse che avrei mai potuto trovare, su due piedi, uomini adatti a una simile avventura? E su chi avrei potuto contare per tenere G---- M---- in stretta custodia? Lei disse che avrei dovuto almeno provare, dato che il signor de T---- ci garantiva ancora un’ora abbondante; e riguardo alle mie altre obiezioni, disse che stavo facendo il tiranno e che non mostravo la minima indulgenza per i suoi capricci. Disse che era impossibile che ci fosse un progetto più incantevole. "Prenderai il suo posto a cena; dormirai nel suo letto; e domani, non appena vorrai, potrai andartene sia con la sua amante che con il suo denaro. Potrai così, con un sol colpo, vendicarti ampiamente del padre e del figlio."

Cedei alle sue suppliche, nonostante i segreti presentimenti del mio animo, che sembravano presagire l’infelice catastrofe che in seguito mi colpì. Uscii con l’intenzione di chiedere a due o tre guardie, con le quali Lescaut mi aveva fatto fare conoscenza, di intraprendere l’arresto di G---- M----. Ne trovai solo una a casa, ma era un tipo pronto a ogni avventura; e non appena ebbe udito il nostro piano, mi assicurò il successo certo: tutto ciò che richiedeva erano sei pistole, per ricompensare i tre soldati semplici che decise di impiegare nell’affare. Lo pregai di non perdere tempo. Li radunò in meno di un quarto d’ora. Aspettai nel suo alloggio finché non tornò con loro, e poi lo condussi all’angolo di una strada attraverso la quale sapevo che G---- M---- doveva passare per tornare a casa di Manon. Gli chiesi di non trattare G---- M---- con durezza, ma di tenerlo confinato e sotto sorveglianza così stretta, fino alle sette del mattino seguente, che io potessi essere libero da ogni timore di una sua fuga. Mi disse che la sua intenzione era di portarlo prigioniero nella propria stanza e di farlo spogliare e dormire nel suo letto, mentre lui e i suoi prodi compagni avrebbero passato la notte a bere e a giocare.

Rimasi con loro finché non vedemmo G---- M---- tornare verso casa; e poi mi ritirai di qualche passo in un recesso oscuro della strada, per godermi una scena così divertente e straordinaria. L’ufficiale lo sfidò con una pistola al petto, e poi gli disse, con tono civile, che non voleva né il suo denaro né la sua vita; ma che se avesse esitato a seguirlo, o se avesse dato il minimo allarme, gli avrebbe fatto saltare le cervella. G---- M----, vedendo che il suo assalitore era appoggiato da tre soldati, e forse non influenzato dal timore della pistola, cedette senza ulteriore resistenza. Lo vidi portato via come un agnello.

X

Cosa perse un mondo, e fece fuggire un eroe? La timida lacrima nell'occhio di Cleopatra. Eppure sia perdonata la colpa del tenero triumviro, Poiché da questa, quanti perdono--non la terra--ma il cielo! Consegnano le loro anime al nemico eterno dell'uomo, E sigillano la propria, per risparmiare il dolore a qualche libertina! BYRON.

Tornai presto da Manon; e per evitare che i servitori avessero alcun sospetto, le dissi, in loro presenza, che non doveva aspettarsi il signor G---- M---- per cena; che era molto riluttante occupato in affari che lo trattenevano, e che mi aveva incaricato di venire a porgere le sue scuse e a occupare il suo posto al tavolo da pranzo; il che, in compagnia di una dama così bella, non potevo che considerare un grandissimo onore. Lei mi assecondò con la sua solita destrezza. Ci sedemmo a cena. Assunsi l'aria più seria che potei mentre i servitori erano nella stanza, e alla fine, essendocene sbarazzati, passammo, al di là di ogni confronto, la serata più gradevole della mia vita. Diedi ordine a Marcel di trovare una carrozza a nolo e di prendere accordi perché fosse al cancello la mattina seguente poco prima delle sei. Finsi di congedarmi da Manon verso mezzanotte, ma guadagnando facilmente di nuovo l'ingresso, tramite Marcel, procedetti a occupare il letto di G---- M----, come avevo occupato il suo posto al tavolo da pranzo.

"Nel frattempo, il nostro genio maligno era all'opera per la nostra distruzione. Eravamo come bambini che si godevano il successo del loro stupido piano, mentre la spada restava sospesa sulle nostre teste. Il filo che la reggeva stava proprio per spezzarsi; ma per comprendere meglio tutte le circostanze della nostra rovina, è necessario conoscere la causa immediata.

"G---- M---- era seguito da un servitore, quando fu fermato dal mio amico la guardia. Allarmato da ciò che vide, questo tizio tornò sui suoi passi, e la prima cosa che fece fu andare a informare il vecchio G---- M---- di quanto era appena accaduto.

"Una simile notizia, naturalmente, lo eccitò molto. Questo era il suo unico figlio; e considerando l'età avanzata del vecchio gentiluomo, egli era estremamente attivo e ardente. Chiese prima al servitore cosa avesse fatto il figlio quel pomeriggio; se avesse avuto qualche litigio per conto proprio, o se si fosse intromesso in quello di altri; se fosse stato in qualche casa sospetta. Il lacché, che riteneva il suo padrone in pericolo imminente e pensava di non dover avere riserve in una tale emergenza, rivelò subito tutto ciò che sapeva della sua relazione con Manon, e delle spese che aveva sostenuto per conto di lei; il modo in cui aveva passato il pomeriggio con lei fino alle nove circa, la circostanza del suo congedarsi da lei e l'oltraggio subito al ritorno. Questo fu sufficiente a convincerlo che l'affare del figlio fosse una disputa amorosa. Sebbene fossero almeno le dieci e mezza di sera, decise subito di andare a trovare il luogotenente di polizia. Lo pregò di emanare ordini immediati a tutti i distaccamenti in servizio, e lui stesso, prendendo alcuni uomini con sé, si affrettò verso la strada in cui il figlio era stato fermato: visitò ogni luogo dove pensava di poter avere una possibilità di trovarlo; e non riuscendo a scoprire la minima traccia, andò a casa della sua amante, dove pensò che probabilmente sarebbe potuto tornare a quell'ora.

"Stavo per andare a letto quando arrivò. Essendo chiusa la porta della camera, non udii il bussare al cancello, ma lui irruppe in casa, accompagnato da due arcieri della guardia, e dopo vane domande ai servitori su suo figlio, decise di provare a ottenere qualche informazione dalla loro padrona. Salì all'appartamento, sempre accompagnato dalla guardia. Eravamo proprio sul punto di coricarci quando sfondò la porta e ci elettrizzò con la sua apparizione. 'Cielo!' dissi a Manon, 'è il vecchio G---- M----.' Tentai di impossessarmi della mia spada; ma era fortunatamente impigliata nel cinturone. Gli arcieri, che videro il mio intento, avanzarono per afferrarmi. In camicia, non potevo, naturalmente, opporre alcuna resistenza, e mi privarono rapidamente di ogni mezzo di difesa.

"G---- M----, sebbene un po' imbarazzato dall'intera scena, mi riconobbe presto; e Manon ancora più facilmente. 'È un sogno?' disse, con il tono più serio--'non vedo davanti a me il cavaliere des Grieux e Manon Lescaut?' Ero così sopraffatto dalla vergogna e dalla delusione che non potei rispondergli. Sembrò per alcuni minuti rigirare pensieri diversi nella mente; e come se avessero improvvisamente eccitato la sua rabbia, esclamò, rivolgendosi a me: 'Miserabile! Sono certo che hai assassinato mio figlio!'

"Mi sentii indignato per un'accusa così offensiva. 'Vecchio briccone lussurioso!' esclamai, 'se fossi stato incline a uccidere qualcuno della tua indegna famiglia, è con te che avrei di certo iniziato.'

"'Tenetelo stretto,' gridò agli arcieri; 'deve darmi qualche notizia di mio figlio; lo farò impiccare domani, se non mi fa subito sapere come se ne è sbarazzato.'

"'Mi farete impiccare,' dissi, 'vero? Infame mascalzone! è per gente come te che la forca è eretta. Sappi che il sangue che scorre nelle mie vene è nobile, e più puro in ogni senso del tuo.' Sì, aggiunsi, 'so cosa è successo a tuo figlio; e se mi irriti ulteriormente, lo farò strangolare prima del mattino; e ti prometto la consolazione di incontrare nella tua stessa persona la stessa sorte, dopo che lui sarà stato eliminato.'

"Fui imprudente ad ammettere di sapere dove si trovasse suo figlio, ma l'eccesso di rabbia mi fece commettere questa indiscrezione. Chiamò immediatamente altri cinque o sei arcieri, che stavano aspettando al cancello, e ordinò loro di prendere in custodia tutti i servitori. 'Ah! ah! Cavaliere,' disse, con un tono di sardonica derisione,--'dunque sai dove si trova mio figlio, e lo farai strangolare, dici? Cercheremo di mettere a posto quella faccenda.'

"Ora vidi la follia che avevo commesso.

"Si avvicinò a Manon, che sedeva sul letto, inondata da un mare di lacrime. Disse qualcosa, con la più crudele ironia, del potere dispotico che lei esercitava su vecchi e giovani, padre e figlio--del suo edificante dominio sul suo impero. Questo mostro di incontinenza in pensione tentò effettivamente di prendersi delle libertà con lei.

"'Attento,' esclamai, 'a come le metti addosso una mano! né la legge divina né quella umana saranno in grado, se la tua follia dovesse provocarla, di proteggerti dalla mia vendetta!'

"Lasciò la stanza, ordinando agli arcieri di farci vestire il più rapidamente possibile.

"Non so quali fossero le sue intenzioni in quel momento nei nostri riguardi; avremmo forse potuto riconquistare la nostra libertà se gli avessimo detto dove si trovava suo figlio. Mentre mi vestivo, considerai se questa non fosse stata la strada più saggia. Ma se, uscendo dalla stanza, tale era stata la disposizione del suo animo, essa era ben diversa quando tornò. Era andato prima a interrogare i servitori di Manon, che erano in custodia della guardia. Da quelli che erano stati espressamente assunti al suo servizio dal figlio, non poté imparare nulla; ma quando scoprì che Marcel era stato in precedenza nostro servitore, decise di estorcergli qualche informazione, per mezzo di intimidazioni, minacce o tangenti.

"Questo ragazzo era fedele, ma debole e ingenuo. Il ricordo di ciò che aveva fatto al riformatorio per la liberazione di Manon, unito al terrore che G---- M---- gli ispirava ora, soggiogò così tanto la sua mente che pensò che lo stessero portando al patibolo o alla tortura. Promise che, se gli avessero risparmiato la vita, avrebbe rivelato tutto ciò che sapeva. Questo discorso fece immaginare a G---- M---- che ci fosse qualcosa di più serio nell'affare di quanto avesse supposto in precedenza; non solo diede a Marcel una promessa di salvezza, ma una cospicua ricompensa immediata per la sua prevista confessione.

"Lo sciocco gli raccontò allora i tratti salienti del nostro complotto, di cui non avevamo fatto mistero davanti a lui, dato che lui stesso avrebbe dovuto farne parte. Vero, non sapeva nulla delle modifiche che avevamo apportato a Parigi nel nostro progetto originale; ma era stato informato, prima di lasciare Chaillot, della nostra avventura pianificata e della parte che doveva recitare. Gli disse quindi che l'obiettivo era quello di raggirare suo figlio; e che Manon doveva ricevere, se non aveva già ricevuto, diecimila franchi, che, secondo il nostro progetto, sarebbero stati effettivamente persi per G---- M----, i suoi eredi e successori per sempre.

"Avendo acquisito questa informazione, il vecchio gentiluomo tornò di corsa, furioso, all'appartamento. Senza proferire parola, passò nel boudoir, dove mise facilmente le mani sul denaro e sui gioielli. Poi ci affrontò, scoppiando di rabbia; e sollevando ciò che gli piaceva chiamare il nostro bottino, ci sommerse con i rimproveri più indignati. Mise vicino agli occhi di Manon la collana di perle e i braccialetti. 'Li riconoscete?' disse, con un tono di scherno; 'non è, forse, la prima volta che li vedete. Le perle identiche, per mia fede! Sono state scelte dal vostro squisito gusto! Poveri innocenti!' aggiunse; 'sono davvero creature amabilissime, l'una e l'altra; ma forse sono un po' troppo inclini alla truffa.'

"Riuscii a stento a contenere la mia indignazione a questo discorso. Avrei dato per un momento di libertà--Cielo! cosa non avrei dato? Alla fine, soppressi i miei sentimenti abbastanza da dire con un tono di moderazione, che era solo la raffinatezza della rabbia: 'Ponete fine, signore, a questo insolente scherno! Qual è il vostro obiettivo? Cosa vi proponete di fare con noi?'

"'M. Cavaliere,' rispose, 'il mio obiettivo è vedervi quietamente alloggiati nella prigione del Châtelet. Domani porterà con sé la luce del giorno, e saremo allora in grado di vedere le cose più chiaramente; e spero che alla fine mi farete il favore di farmi sapere dove si trova mio figlio.'

"Non ci volle molta riflessione per sentirsi convinti che la nostra incarcerazione al Châtelet sarebbe stata una seria calamità. Prevedevo tutti i pericoli che ne sarebbero derivati. Nonostante il mio orgoglio, vidi chiaramente la necessità di piegarmi davanti al mio destino e di conciliare il mio nemico più implacabile con la sottomissione. Lo pregai, nel modo più tranquillo, di ascoltarmi. 'Desidero rendere giustizia solo a me stesso, signore,' gli dissi; 'ammetto che la mia giovinezza mi ha condotto a folli clamorose; e che avete avuto ragionevole motivo di lamentarvi: ma se avete mai provato l'irresistibile potere dell'amore, se potete entrare nelle sofferenze di un infelice giovane, dal quale tutto ciò che più amava è stato strappato, potreste pensarmi forse non così colpevole nel cercare la gratificazione di un'innocente vendetta; o almeno, potreste considerarmi sufficientemente punito, dall'esposizione e dal degrado che ho appena subito. Né pene né prigionia saranno necessarie per farmi dire dove si trova ora vostro figlio. È in perfetta sicurezza. Non è mai stata mia intenzione fargli del male, né darvi giusta causa di offesa. Sono pronto a farvi sapere il luogo dove passa tranquillamente la notte, se, in cambio, ci restituirete la libertà.'

"Il vecchio tigre, lungi dall'essere addolcito dalla mia preghiera, mi voltò le spalle e rise. Gli sfuggirono poche parole che mostrarono che conosceva perfettamente tutto il nostro piano fin dall'inizio. Quanto a suo figlio, il bruto disse che lo avrebbe trovato facilmente, dal momento che non lo avevo assassinato. 'Conduceteli al Petit-Châtelet,' disse agli arcieri; 'e fate attenzione speciale che il cavaliere non vi scappi: è un furfante che è già scappato una volta da San Lazzaro.'

"Uscì, e mi lasciò in una condizione che potete immaginarvi. 'Oh Cielo!' gridai tra me e me, 'accetto con umile sottomissione tutte le vostre prove; ma che un miserabile scellerato abbia così il potere di tiranneggiare su di me! questo è ciò che mi sprofonda negli abissi della disperazione!' Gli arcieri pregarono di non trattenerli più a lungo. Avevano una carrozza alla porta. 'Vieni, mio caro angelo,' dissi a Manon, mentre scendevamo, 'vieni, sottomettiamoci al nostro destino in tutto il suo rigore: potrà un giorno piacere al Cielo renderci più felici.'

"Andammo nella stessa carrozza. La sostenni tra le mie braccia. Non l'avevo sentita proferire una sola parola sin dalla prima apparizione di G---- M----: ma ora, trovandosi sola con me, mi si rivolse nel modo più tenero e si accusò di essere la causa di tutti i miei guai. Le assicurai che non avrei mai potuto lamentarmi, finché avesse continuato ad amarmi. 'Non sono io ad avere motivo di lamentarmi,' aggiunsi; 'la prigionia per qualche mese non ha terrori per me, e preferirei infinitamente il Châtelet a San Lazzaro; ma è per te, anima mia carissima, che il mio cuore sanguina. Che sorte per un tale angelo! Come potete, grazioso Cielo! sottoporre a tale rigore la più perfetta opera delle vostre mani? Perché non siamo nati entrambi con qualità conformi alla nostra misera condizione? Siamo dotati di spirito, di gusto, di sentimento; mentre la più vile delle creature di Dio--bruti, soli degni della nostra infelice sorte, sguazzano in tutti i favori della fortuna.'

"Questi sentimenti mi riempivano di dolore; ma era beatitudine rispetto alle mie prospettive per il futuro. Il mio timore, a causa di Manon, non conosceva confini. Era già stata un'ospite della Maddalena; e anche se ne fosse uscita per vie lecite, sapevo che una ricaduta di questa natura avrebbe comportato conseguenze disastrose. Volevo farle conoscere i miei timori: ero apprensivo di eccitare i suoi. Tremavo per lei, senza osare metterla in guardia contro il pericolo; e la abbracciai teneramente, per soddisfarla, almeno, del mio amore, che era quasi il solo sentimento che osavo esprimere. 'Manon,' dissi, 'dimmi sinceramente, smetterai mai di amarmi?'

"Rispose che la rendeva infelice pensare che potessi dubitarne.

"'Molto bene,' replicai, 'non lo faccio più; e con questa convinzione, posso ben sfidare tutti i miei nemici. Attraverso l'influenza della mia famiglia, posso garantire la mia stessa liberazione dal Châtelet; e la mia vita sarà di poca utilità, e di breve durata, se non riuscirò a trarti in salvo.'

"Arrivammo alla prigione, dove ci misero in celle separate. Questo colpo fu meno severo, perché ero preparato ad esso. Raccomandai Manon all'attenzione del portiere, dicendogli che ero una persona di una certa distinzione e promettendogli una ricompensa considerevole. Abbracciai la mia carissima amante prima di separarci; la implorai di non affliggersi troppo e di non temere nulla finché fossi vissuto. Avevo del denaro con me: ne diedi un po' a lei; e pagai al portiere, da ciò che restava, l'ammontare di un mese di spese per entrambi in anticipo. Questo ebbe un effetto eccellente, poiché mi trovai collocato in un appartamento arredato comodamente, e mi assicurarono che Manon era in uno altrettanto buono.

Mi misi subito a escogitare il modo di procurarmi la libertà. Certamente non vi era nulla di realmente criminale nella mia condotta; e supponendo anche che la nostra intenzione criminosa fosse stata stabilita dalla testimonianza di Marcel, sapevo che le sole intenzioni criminali non erano punibili. Decisi di scrivere immediatamente a mio padre e di supplicarlo di venire egli stesso a Parigi. Provavo molta meno umiliazione, come ho già detto, a stare allo Châtelet che a Saint-Lazare. Inoltre, sebbene conservassi tutto il dovuto rispetto per l'autorità paterna, l'età e l'esperienza avevano considerevolmente diminuito la mia timidezza. Scrissi, e in prigione non fecero difficoltà a inoltrare la mia lettera; ma fu una fatica che mi sarei risparmiato, se avessi saputo che mio padre stava per arrivare il giorno seguente a Parigi. Aveva ricevuto la lettera che gli avevo scritto una settimana prima; gli aveva dato un piacere estremo; ma, nonostante le lusinghiere speranze di conversione che gli avevo prospettato, non poteva fare pieno affidamento sulle mie dichiarazioni. Decise dunque di accertarsi della mia riforma con la testimonianza dei propri sensi, e di regolare la sua condotta verso di me secondo la sua convinzione sulla mia sincerità. Arrivò il giorno dopo il mio imprigionamento.

La sua prima visita fu a Tiberge, alle cui cure lo avevo pregato di indirizzare la sua risposta. Non poté apprendere da lui né la mia attuale dimora né la mia condizione: Tiberge gli raccontò soltanto le mie principali avventure da quando ero fuggito da Saint-Lazare. Tiberge parlò con calore della disposizione alla virtù che avevo mostrato durante il nostro ultimo colloquio. Aggiunse che mi considerava come uno che si fosse del tutto liberato di Manon; ma che era nondimeno sorpreso che non gli avessi dato alcuna notizia di me per una settimana. Mio padre non si lasciò ingannare. Comprese appieno che c'era qualcosa nel silenzio di cui si lamentava Tiberge che era sfuggito alla penetrazione del mio povero amico; e si diede tanto da fare per rintracciarmi che, due giorni dopo il suo arrivo, seppe che mi trovavo allo Châtelet.

Prima di ricevere questa visita, che mi aspettavo così presto, ebbi l'onore di una da parte del luogotenente generale di polizia, o, per chiamare le cose con il loro nome, fui sottoposto a un esame ufficiale. Mi rimproverò certamente, ma non in modo aspro o fastidioso. Mi disse, nel tono più gentile, che deplorava amaramente la mia cattiva condotta; che avevo commesso una grave indiscrezione nel farmi nemico un uomo come il signor G... M...; che in verità era facile vedere che c'era, nella faccenda, più imprudenza e follia che malizia; ma che era pur sempre la seconda volta che venivo portato come colpevole a sua conoscenza; e che aveva sperato che fossi diventato più assennato, dopo l'esperienza di due o tre mesi a Saint-Lazare.

Deliziato di scoprire che avevo a che fare con un giudice razionale, gli spiegai la faccenda in un modo al tempo stesso così rispettoso e così moderato che sembrò estremamente soddisfatto delle mie risposte a tutte le domande che mi pose. Mi esortò a non abbandonarmi al dolore e mi assicurò che sentiva ogni disposizione ad aiutarmi, tanto per la mia nascita quanto per la mia inesperienza. Mi azzardai a raccomandargli Manon, e mi soffermai sulla sua indole dolce ed eccellente. Rispose, con un sorriso, che non l'aveva ancora vista, ma che gli era stata dipinta come una persona pericolosissima. Questa espressione eccitò a tal punto la mia compassione, che avanzai mille ansiosi argomenti a favore della mia povera amante, e non potei trattenermi persino dal versare lacrime.

Ordinò che mi riconducessero alla mia camera. "Amore! amore!" gridò questo grave magistrato mentre uscivo, "non sei mai destinato a conciliarti con la discrezione!"

Ero occupato con le riflessioni più malinconiche, e stavo pensando alla conversazione che avevo avuto con il luogotenente generale di polizia, quando sentii aprire la mia porta. Era mio padre. Sebbene avrei dovuto essere mezzo preparato a vederlo, e avessi ragioni per aspettarmi il suo arrivo entro un giorno o due, ero tuttavia così sbalordito che mi sarei volentieri sprofondato nella terra, se si fosse aperta ai miei piedi. Lo abbracciai nel massimo stato di confusione possibile. Si sedette, senza che né l'uno né l'altro avessimo pronunciato una parola.

Poiché rimanevo in piedi, con il capo scoperto e gli occhi rivolti al suolo, "Sedete, signore", disse con voce solenne; "sedete. Devo ringraziare la notorietà dei vostri libertinaggi per aver appreso il luogo della vostra dimora. È il privilegio di una fama come la vostra, che non può restare celata. State acquistando celebrità per una via infallibile. Senza dubbio vi condurrà alla Grève, e avrete allora l'imperitura gloria di essere additato all'ammirazione del mondo."

Non risposi nulla. Egli continuò: "Che sorte infelice è quella di un padre che, avendo teneramente amato un figlio e fatto ogni sforzo per crescerlo come un uomo virtuoso e rispettabile, se lo ritrova alla fine un dissoluto indegno che lo disonora. A un comune rovescio di fortuna ci si può rassegnare; il tempo attenua l'afflizione, e persino l'indulgenza verso il dolore stesso non è inutile; ma quale rimedio vi è per un male che va continuamente aumentando, come la dissolutezza di un figlio vizioso che ha abbandonato ogni principio d'onore e sta sempre sprofondando da un vizio profondo in uno ancora più profondo? Siete silenzioso", aggiunse: "guardate questa finta modestia, quest'aria ipocrita di gentilezza! Non potrebbe passare per il membro più rispettabile della sua famiglia?"

Sebbene non potessi fare a meno di sentire che meritavo, in qualche misura, questi rimproveri, mi sembrò tuttavia che li portasse oltre ogni ragionevolezza. Pensai di poter avere il permesso di spiegare i miei sentimenti.

"Vi assicuro, signore", gli dissi, "che la modestia che ridicolizzate non è affatto affettata; è il sentimento naturale di un figlio che nutre un sincero rispetto per suo padre, e soprattutto per un padre irritato, come giustamente siete voi, dalle sue colpe. Né ho, signore, il benché minimo desiderio di passare per il membro più rispettabile della mia famiglia. So di aver meritato i vostri rimproveri, ma vi scongiuro di temperarli con la misericordia e di non considerarmi come il più infame tra gli uomini. Non merito nomi così aspri. È l'amore, lo sapete, che ha causato tutti i miei errori. Passione fatale! Voi stesso non ne avete mai sentito la forza? È possibile che voi, con lo stesso sangue nelle vene che scorre nelle mie, siate passato attraverso la vita senza essere intaccato dalle stesse eccitazioni? L'amore mi ha reso forse follemente tenero, troppo facilmente eccitabile, troppo appassionato, troppo fedele, e probabilmente troppo indulgente verso i desideri e i capricci, o, se volete, le colpe di un'amante adorata. Questi sono i miei crimini; sono tali da riflettere disonore su di voi? Via, mio caro padre", dissi teneramente, "mostrate un po' di pietà per un figlio che non ha mai cessato di provare rispetto e affetto per voi, che non ha rinunciato, come dite, a ogni sentimento d'onore e di dovere, e che è egli stesso mille volte più un oggetto di pietà di quanto immaginiate." Non potei fare a meno di versare una lacrima mentre concludevo questo appello.

Il cuore di un padre è un capolavoro della creazione. Lì la natura regna con dominio indisturbato e regola a piacimento le sue molle più segrete. Era un uomo di elevati sentimenti e buon gusto, e fu così sensibilmente colpito dal modo in cui avevo condotto la mia difesa che non poté più nascondermi il mutamento che avevo operato in lui.

"Vieni da me, mio povero cavaliere", disse; "vieni ad abbracciarmi. Ti compatisco!"

Lo abbracciai: mi strinse a sé in un modo tale che indovinai cosa stesse passando nel suo cuore.

"Ma come faremo", disse, "a trarti fuori da questo luogo? Spiegami la reale situazione dei tuoi affari."

Poiché non c'era davvero nulla nella mia condotta di così grossolanamente sconveniente da riflettere disonore su di me, almeno in confronto alla condotta di altri giovani di un certo rango nel mondo, e poiché un'amante non è considerata una disgrazia, tanto meno un po' di destrezza nel trarre qualche vantaggio dal gioco, diedi a mio padre un resoconto sincero della vita che avevo condotto. Mentre raccontavo ogni trasgressione, mi premurai di citare qualche esempio illustre a mia giustificazione, per attenuare le mie colpe.

"Vivevo", dissi, "con un'amante senza la solennità del matrimonio. Il Duca di... ne mantiene due davanti agli occhi di tutta Parigi. Il signor D... ne ha una ormai da dieci anni, e la ama con una fedeltà che non ha mai dimostrato a sua moglie. I due terzi degli uomini alla moda a Parigi mantengono amanti.

"Certamente ho, in una o due occasioni, barato al gioco. Ebbene, il Marchese di... e il Conte di... non hanno altra fonte di reddito. Il Principe di... e il Duca di... sono a capo di una banda della stessa industriosa risma." Quanto ai disegni che avevo sulle tasche dei due G... M..., avrei potuto provare con la stessa facilità di avere abbondanti modelli anche per quello; ma avevo troppa fierezza per dichiararmi colpevole di questa accusa e appoggiarmi alla giustificazione dell'esempio; così pregai mio padre di attribuire la mia debolezza in quest'occasione alla violenza delle due passioni che mi agitavano: la Vendetta e l'Amore.

Mi chiese se potessi suggerire qualche mezzo per ottenere la mia libertà, e in modo tale da evitare il più possibile la pubblicità. Gli parlai dei gentili sentimenti che il luogotenente generale di polizia aveva espresso nei miei confronti. "Se incontrate qualche ostacolo", dissi, "sarà offerto solo dai due G... M...; quindi penso che sarebbe consigliabile andare a trovarli."

Promise di farlo.

Non osai chiedergli di sollecitare la liberazione di Manon; ciò non fu per mancanza di coraggio, ma per il timore di esasperarlo con una tale proposta, e forse portarlo a formare qualche disegno fatale per la futura felicità di entrambi. Rimane tuttora un problema se questo timore da parte mia non sia stato la causa immediata di tutte le mie più terribili sventure, impedendomi di accertare la disposizione di mio padre e di tentare di ispirargli sentimenti favorevoli verso la mia povera amante: avrei potuto forse ancora una volta riuscire a eccitare la sua commiserazione; avrei potuto metterlo in guardia contro l'impressione che era certo di ricevere da una visita al vecchio G... M.... Ma come posso dire quali sarebbero state le conseguenze! Il mio destino infelice avrebbe molto probabilmente vanificato tutti i miei sforzi; ma sarebbe stata una consolazione non aver avuto altro che quello, e la crudeltà dei miei nemici, da incolpare per le mie afflizioni.

Nel lasciarmi, mio padre andò a fare visita al signor G... M.... Lo trovò con suo figlio, che la guardia aveva riportato sano e salvo alla libertà. Non seppi mai i particolari della loro conversazione; ma potevo facilmente dedurli dai risultati disastrosi. Andarono insieme (i due vecchi signori) dal luogotenente generale di polizia, al quale chiesero un favore ciascuno: il primo fu di farmi liberare immediatamente dallo Châtelet; il secondo di condannare Manon all'ergastolo, o di deportarla a vita in America. Accadde, proprio in quel periodo, che stessero inviando un gruppo di condannati nel Mississippi. Il luogotenente generale promise di farla imbarcare sulla prima nave in partenza.

Il signor G... M... e mio padre vennero insieme a portarmi la notizia della mia liberazione. Il signor G... M... disse qualcosa di cortese in riferimento a quanto era accaduto; e, dopo essersi congratulato con me per la mia fortuna di avere un padre simile, mi esortò ad approfittare d'ora in avanti del suo insegnamento e del suo esempio. Mio padre mi chiese di esprimere il mio rammarico per l'ingiustizia che avevo persino contemplato contro la sua famiglia, e la mia gratitudine per aver contribuito a procurarmi la liberazione.

Lasciammo tutti insieme la prigione, senza che venisse fatto il nome di Manon. Non osai, in loro presenza, parlarne ai carcerieri. Ahimè! Tutte le mie suppliche a suo favore sarebbero state inutili. La crudele sentenza contro Manon era arrivata contemporaneamente all'ordine di scarcerazione per me. La sfortunata ragazza fu condotta un'ora dopo all'Ospedale, per essere lì classificata con altre miserabili donne, condannate alla stessa pena.

Mio padre, avendomi costretto ad accompagnarlo nella casa dove alloggiava, erano quasi le sei quando ebbi l'opportunità di sfuggire alla sua vigilanza. Ritornando allo Châtelet, il mio unico desiderio era di far pervenire dei rinfreschi a Manon e di raccomandarla all'attenzione del portinaio; poiché non avevo speranza di ottenere il permesso di vederla; né avevo avuto, finora, il tempo di riflettere sui mezzi migliori per salvarla.

Chiesi del portinaio. Avevo conquistato il suo cuore, tanto con la mia generosità verso di lui quanto con la mitezza dei miei modi; così che, avendo disposizione ad aiutarmi, parlò della sentenza di Manon come di una calamità che sinceramente rimpiangeva, poiché era calcolata per mortificarmi. Inizialmente non fui in grado di comprendere il suo significato. Conversammo per alcuni minuti senza che io lo capissi. Alla fine, percependo che una spiegazione era necessaria, me ne diede una tale, quale in un'altra occasione non ebbi il coraggio di raccontarvi, e che, ancora adesso, mi fa raggelare il sangue nelle vene al solo ricordo.

"Non accadde mai che l'apoplessia producesse su un mortale un effetto più improvviso o terrificante di quanto fece su di me l'annuncio della sentenza di Manon. Caddi a terra, con una palpitazione del cuore così intensa che, mentre svenivo, pensai che la morte stessa fosse giunta su di me. Quest'idea continuò anche dopo che fui tornato in me. Guardai attorno in ogni parte della stanza, poi i miei arti paralizzati, dubitando, nel mio delirio, se portassi ancora su di me gli attributi di un uomo vivo. È del tutto certo che, in obbedienza al desiderio che provavo di porre fine alle mie sofferenze, anche per mia mano, nulla mi sarebbe stato più gradito della morte in quel momento di angoscia e disperazione. La religione stessa non potrebbe dipingere nulla di più insopportabile dopo la morte dell'agonia straziante con cui ero allora convulso. Eppure, per un miracolo, solo nelle possibilità di un amore onnipotente, riacquistai presto abbastanza forza da esprimere la mia gratitudine al Cielo per avermi restituito i sensi e la ragione. La mia morte sarebbe stata solo un sollievo e una benedizione per me stesso; laddove Manon aveva bisogno della mia esistenza prolungata, per liberarla, per soccorrerla, per vendicare i suoi torti: giurai di dedicare tale esistenza incessantemente a questi scopi.

Il portinaio mi diede ogni assistenza che avrei potuto aspettarmi dalle mani del mio più vecchio amico: accettai i suoi servigi con la più viva gratitudine. "Ahimè!" gli dissi, "anche voi siete colpito dalle mie sofferenze! Il mondo intero mi abbandona; mio padre stesso si dimostra uno dei più crudeli tra i miei persecutori; nessuno prova pietà per me! Voi solo, in questa dimora di sofferenza e vergogna, voi solo mostrate compassione per il più miserabile degli uomini!" Mi consigliò di non apparire per strada finché non mi fossi ripreso un poco dalla mia afflizione. "Non trattenetemi", dissi, mentre uscivo; "ci incontreremo di nuovo prima di quanto immaginiate: preparate la vostra segreta più buia, perché tra poco ne diventerò l'inquilino."

Di fatto, la mia prima idea non fu nulla di meno che sbarazzarmi dei due G... M... e del luogotenente generale di polizia; e poi attaccare l'Ospedale, spada alla mano, assistito da tutti coloro che avrei potuto arruolare nella mia causa. Persino la vita di mio padre era a stento rispettata, tanto giusti mi sembravano i miei sentimenti di vendetta; poiché il portinaio mi aveva informato che lui e G... M... erano congiuntamente gli autori della mia rovina.

Ma quando ebbi avanzato alcuni passi per la strada, e l'aria fresca ebbe raffreddato la mia eccitazione, guardai gradualmente le cose con uno spirito più razionale. La morte dei nostri nemici sarebbe stata di poca utilità per Manon; e l'effetto evidente di una tale violenza sarebbe stato privarmi di ogni altra possibilità di servirla. Inoltre, avrei mai potuto indurmi a essere un vile assassino? Con quali altri mezzi avrei potuto compiere la mia vendetta? Misi tutto il mio ingegno e tutti i miei sforzi all'opera per procurare la liberazione di Manon, lasciando tutto il resto da considerare in seguito, quando fossi riuscito in questo primo e supremo obiettivo.

Mi era rimasto pochissimo denaro; il denaro, tuttavia, era una base indispensabile per tutte le mie operazioni. Conoscevo solo tre persone dalle quali avessi il diritto di chiedere assistenza pecuniaria: il signor de T..., Tiberge e mio padre. Sembrava esserci poca possibilità di ottenerne dai due ultimi, e mi vergognavo davvero di importunare ancora il signor de T.... Ma non è nelle emergenze disperate che ci si sofferma sulle cerimonie. Andai prima al seminario di Saint-Sulpice, senza considerare se sarei stato riconosciuto. Chiesi di Tiberge. Le sue prime parole mi mostrarono che non sapeva nulla della mia ultima avventura: questo mi fece cambiare il piano che avevo originariamente formato di fare appello subito alla sua compassione. Parlai in generale del piacere che mi aveva dato rivedere mio padre; e poi lo pregai di prestarmi un po' di denaro, col pretesto di essere ansioso, prima di lasciare Parigi, di pagare alcuni piccoli debiti che desideravo tenere segreti. Mi porse la sua borsa, senza un solo commento. Presi venti o venticinque sterline, che conteneva. Gli offrii la mia promessa di pagamento, ma fu troppo generoso per accettarla.

Andai poi dal signor de T...: non avevo riserve con lui. Gli dissi chiaramente le mie sventure e le mie angosce: sapeva già tutto, ed era informato persino delle circostanze più insignificanti, a causa dell'interesse che provava naturalmente per l'avventura del giovane G... M.... Tuttavia, mi ascoltò e sembrò deplorare sinceramente ciò che era accaduto. Quando lo consultai sui mezzi migliori per salvare Manon, rispose che vedeva basi così scarse per la speranza che, senza qualche straordinaria interposizione della Provvidenza, sarebbe stata follia aspettarsi sollievo; che aveva fatto una visita apposita all'Ospedale da quando Manon era stata trasferita dallo Châtelet, ma che non aveva potuto ottenere nemmeno il permesso di vederla, poiché il luogotenente generale di polizia aveva dato i più severi ordini contrari; e che, per completare la catastrofe, lo sfortunato gruppo di condannati, in cui doveva essere inclusa, doveva partire da Parigi il giorno dopo quello seguente.

Fui talmente confuso da ciò che disse che, se avesse continuato a parlare per un'altra ora, non l'avrei interrotto. Proseguì dicendomi che il motivo per cui non era passato a trovarmi allo Châtelet era la speranza di essermi più utile fingendo di non conoscermi; che nelle ultime ore, da quando ero stato rimesso in libertà, mi aveva cercato invano per suggerirmi l'unico piano attraverso il quale intravedeva una speranza di scongiurare il destino di Manon. Mi disse che era un consiglio pericoloso da dare e mi implorò di non menzionare mai il ruolo che vi aveva avuto; consisteva nel trovare degli uomini intraprendenti, abbastanza coraggiosi da attaccare la scorta di Manon non appena uscita dalla barriera. Né attese che io accampassi scuse di indigenza. "Ecco cinquanta sterline", disse porgendomi la borsa; "possono esserti utili; potrai restituirmele quando sarai in condizioni migliori". Aggiunse che, se il timore di rovinare la propria reputazione non gli avesse impedito di imbarcarsi in una simile impresa, avrebbe volentieri messo la sua spada e la sua vita al mio servizio.

Questa generosità inaspettata mi commosse fino alle lacrime. Esprimetti la mia gratitudine con tutto il calore che il mio spirito abbattuto mi consentiva. Gli chiesi se non ci fosse nulla da sperare intercedendo presso il luogotenente generale di polizia: rispose che aveva considerato quel punto, ma che lo riteneva un tentativo senza speranza, poiché un favore di quella natura non veniva mai accordato senza qualche valido motivo, e non vedeva quale incentivo si potesse offrire per ottenere l'intercessione di una persona potente a suo favore; che se si poteva nutrire qualche speranza a riguardo, doveva essere quella di provocare un cambiamento nei sentimenti del vecchio G---- M---- e di mio padre, convincendoli a sollecitare dal luogotenente generale di polizia la revoca della condanna di Manon. Si offrì di fare tutto ciò che era in suo potere per conquistare il giovane G---- M----, sebbene avesse notato una certa freddezza nei modi di quel signore nei suoi confronti, probabilmente a causa di qualche sospetto che potesse nutrire sul suo coinvolgimento nella recente faccenda; e mi scongiurò di non perdere occasione per operare il desiderato cambiamento nella mente di mio padre.

Non era un'impresa facile per me; non solo per la difficoltà che avrei naturalmente incontrato nel vincere la sua opinione, ma per un'altra ragione che mi faceva temere persino di avvicinarlo; avevo lasciato i suoi alloggi contrariamente ai suoi ordini espliciti e, da quando avevo appreso il triste destino della mia povera Manon, ero risoluto a non tornarvi mai più. Non ero del resto privo del timore che egli potesse ora trattenermi contro la mia volontà, e forse ricondurmi subito con sé in campagna. Il mio fratello maggiore era ricorso in passato a questa misura violenta. È vero, ora ero un po' più vecchio; ma l'età è un argomento debole contro la forza. Trovai tuttavia un modo per evitare questo pericolo: indurlo con un pretesto a recarsi in un luogo pubblico e lì annunciarmi a lui sotto falso nome: decisi immediatamente per questo metodo. M. de T---- andò da G---- M----, e io al Lussemburgo, da dove mandai a dire a mio padre che un gentiluomo attendeva lì per parlargli. Non credevo affatto che sarebbe venuto, dato che la notte stava inoltrandosi. Egli tuttavia apparve presto, seguito da un servitore: lo pregai di scegliere un viale dove potessimo essere soli. Camminammo per almeno cento passi senza parlare. Immaginava senza dubbio che tanta precauzione non potesse essere presa senza un oggetto importante. Attendeva il mio discorso di apertura, e io meditavo su come iniziarlo.

Alla fine cominciai.

"Signore", dissi tremando, "voi siete un padre buono e affettuoso; mi avete colmato di favori e mi avete perdonato un'infinità di colpe; anch'io, a mia volta, chiamo il Cielo a testimone dei sentimenti sinceri, teneri e rispettosi che nutro verso di voi. Ma mi sembra proprio che la vostra inesorabile severità..."

"Ebbene, signore, la mia severità!" interruppe mio padre, che senza dubbio trovava la mia esitazione poco adatta alla sua impazienza.

"Ah, signore", risposi, "mi sembra proprio che la vostra severità sia eccessiva nella pena che infliggete alla sfortunata Manon. Avete preso per buono solo il rapporto del signor G---- M---- su di lei. Il suo odio lo ha spinto a dipingerla a voi sotto i colori più odiosi: vi siete formato un'idea spaventosa di lei. È, al contrario, la più mite e amabile delle creature viventi; volesse il Cielo che vi avesse ispirato in un solo momento il desiderio di vederla! Sono convinto che non sareste meno sensibile alle sue perfezioni del vostro infelice figlio. Saremste stato allora il suo avvocato; avreste detestato i vili artifici di G---- M----; avreste avuto pietà sia di lei che di me. Ahimè! ne sono persuaso; il vostro cuore non è insensibile; deve essersi già sciolto per la compassione."

Mi interruppe di nuovo, intuendo che parlavo con un ardore che non mi avrebbe permesso di finire molto brevemente. Mi chiese di sapere con quale richiesta intendevo concludere un'arringa così fervente.

"Di chiedere la mia vita alle vostre mani", dissi, "che non potrò mai conservare se Manon dovesse imbarcarsi per l'America."

"No! no!" rispose col tono più severo; "preferirei vederti senza vita, piuttosto che infame e depravato."

"Siamo andati abbastanza lontano, dunque", dissi afferrandolo per il braccio; "toglietemi, per comune pietà, la vita! stanca, odiosa e insopportabile com'essa deve essere d'ora in avanti; perché nello stato di disperazione in cui ora mi sprofondate, la morte sarebbe il più grande favore che potreste concedermi - un favore degno della mano di un padre."

"Ti darei solo ciò che meriti", rispose; "conosco padri che non avrebbero mostrato tanta pazienza quanta ne ho avuta io, ma avrebbero essi stessi eseguito una rapida giustizia; ma è la mia folle ed eccessiva tolleranza che è stata la tua rovina."

Mi gettai ai suoi piedi: "Ah!", esclamai, "se avete ancora qualche traccia di misericordia, non indurite il vostro cuore contro la mia angoscia e il mio dolore. Ricordate che sono vostro figlio! Ahimè, pensate alla mia povera madre! L'amavate teneramente! avreste sofferto che vi fosse strappata dalle braccia? L'avreste difesa fino alla morte! Non si può dunque perdonare lo stesso sentimento negli altri? Possono le persone diventare barbare e crudeli, dopo aver esse stesse provato l'influenza ammorbidente della tenerezza e del dolore?"

"Non pronunciare più il nome sacro di tua madre", esclamò con voce di tuono; "la sola allusione alla sua memoria risveglia la mia indignazione. Se fosse vissuta per testimoniare la dissolutezza irredimibile della tua vita, l'avrebbe portata nel dolore e nell'afflizione alla tomba. Mettiamo fine a questa discussione", aggiunse; "mi addolora e non cambia minimamente la mia determinazione: sto tornando ai miei alloggi e desidero che tu mi segua."

Il tono freddo e risoluto con cui pronunciò questo comando mi convinse che era inesorabile. Feci alcuni passi di lato, per timore che ritenesse opportuno mettermi le mani addosso.

"Non accrescete la mia miseria e la mia disperazione", gli dissi, "costringendomi a disobbedirvi. Mi è impossibile seguirvi; ed è altrettanto impossibile che io continui a vivere dopo il trattamento sgarbato che ho ricevuto da voi. Vi porgo, dunque, un addio eterno. Quando saprete che sono morto, come presto sarò, l'affetto paterno che un tempo nutrivate per me potrà forse rinascere."

Mentre stavo per allontanarmi da lui: "Ti rifiuti dunque di seguirmi", gridò con tono di eccessiva rabbia. "Va'! va' incontro alla tua rovina. Addio! figlio ingrato e disobbediente."

"Addio!" gli esclamai in un impeto di dolore, "addio, padre crudele e snaturato!"

Lasciai il Lussemburgo e corsi come un pazzo per le strade verso la casa di M. de T----. Alzai le mani e gli occhi mentre camminavo, invocando le Potenze Onnipotenti: "O Cielo", gridai, "non vorrete mostrarvi più misericordiosi dell'uomo! L'unica speranza che mi rimane viene dall'alto!"

M. de T---- non era ancora tornato a casa; ma arrivò prima che fossero passati molti minuti. Il suo negoziato era stato infruttuoso quanto il mio. Me lo disse con l'espressione più addolorata. Il giovane G---- M----, sebbene meno irritato di suo padre contro Manon e me, non volle intraprendere una petizione in nostro favore. Era in gran parte trattenuto dal timore che egli stesso nutriva per il vecchio libertino vendicativo, che aveva già sfogato la sua rabbia contro di lui per il suo progetto di formare un legame con Manon.

Non mi restavano, dunque, che le misure violente che M. T---- aveva suggerito. Confinai ora in esse tutte le mie speranze. Erano senza dubbio incertissime; ma mi offrivano, almeno, una consolazione sostanziale nella certezza di incontrare la morte nel tentativo, in caso di insuccesso. Lo lasciai, pregandolo di offrire i suoi migliori auguri per il mio trionfo; e pensai solo a trovare dei compagni, ai quali avrei potuto comunicare una porzione del mio coraggio e della mia determinazione.

Il primo che mi venne in mente fu lo stesso guardia che avevo impiegato per arrestare G---- M----. Avevo infatti intenzione di passare la notte nelle sue stanze, non avendo avuto un momento di tempo durante il pomeriggio per procurarmi un alloggio. Lo trovai solo. Fu felice di vedermi fuori dallo Châtelet. Mi offrì i suoi servizi. Gli spiegai in che modo potesse ora farmi il più grande favore. Aveva abbastanza buon senso da percepire tutte le difficoltà; ma era anche abbastanza generoso da impegnarsi a superarle.

Passammo parte della notte a considerare come dovesse essere eseguito il complotto. Parlò dei tre soldati che aveva utilizzato nell'ultima occasione come uomini il cui coraggio era stato provato. M. de T---- mi aveva detto l'esatto numero di arcieri che avrebbero scortato Manon; erano solo sei. Cinque uomini forti e determinati non avrebbero mancato di incutere terrore in quei tipi, che non avrebbero mai pensato di difendersi valorosamente quando avessero avuto l'alternativa di evitare il pericolo arrendendosi; e di quella, senza dubbio, si sarebbero avvalsi. Poiché non ero senza denaro, la guardia mi consigliò di non risparmiare sforzi o spese per garantire il successo. "Dobbiamo essere a cavallo", disse, "e ogni uomo deve avere la sua carabina e le sue pistole; mi occuperò io di preparare tutto il necessario entro domani. Avremo anche bisogno di tre nuove divise per i soldati, che non osano apparire in una rissa di questo tipo con l'uniforme del loro reggimento." Gli consegnai le cento pistole che avevo avuto da M. de T----; erano state tutte spese la mattina seguente, fino all'ultimo soldo. Ispezionai i tre soldati; li animai con le più generose promesse; e per confermare la loro fiducia in me, cominciai col fare a ciascun uomo un regalo di dieci pistole.

Arrivato il giorno decisivo, ne mandai uno di buon'ora all'Ospedale, per accertare l'ora esatta in cui la polizia sarebbe partita con i suoi prigionieri. Sebbene avessi preso questa precauzione solo per la mia eccessiva ansia, si rivelò una mossa prudente. Avevo basato i miei piani su false informazioni che avevo ricevuto riguardo alla loro destinazione; e credendo che fosse a Rochelle che questo infelice gruppo si sarebbe imbarcato, tutta la mia fatica sarebbe stata sprecata nell'attenderli sulla strada di Orleans. Tuttavia, appresi dal rapporto del soldato che sarebbero usciti verso Rouen, e che era da Havre-de-Grace che dovevano salpare per l'America.

Andammo subito alla porta di St. Honore, prendendo cura di passare per strade diverse. Ci riuniemmo alla fine del sobborgo. I nostri cavalli erano freschi. In poco tempo osservammo davanti a noi i sei arcieri e le due misere carovane, che voi vedeste a Passy due anni fa. La sola vista mi privò quasi delle forze e dei sensi. "Oh destino!" dissi tra me e me, "destino crudele! concedimi ora la morte o la vittoria."

Consultammo in fretta sul modo di sferrare l'attacco. La cavalcata era solo quattrocento passi avanti, e avremmo potuto intercettarli tagliando attraverso un piccolo campo, attorno al quale la strada principale conduceva. La guardia era per questo corso d'azione, per piombare improvvisamente su di loro mentre erano impreparati. Approva il piano, e fui il primo a spronare il mio cavallo in avanti - ma il destino ancora una volta spense implacabilmente tutte le mie speranze.

La scorta, vedendo cinque cavalieri dirigersi verso di loro, dedusse che fosse allo scopo di attaccarli. Si misero in posizione di difesa, preparando le baionette e i fucili con aria risoluta.

Questa dimostrazione, che nella guardia e in me ispirò solo coraggio fresco, ebbe un effetto molto diverso sui nostri tre codardi compagni. Si fermarono simultaneamente e, avendo mormorato l'un l'altro alcune parole che non potei udire, girarono le teste dei loro cavalli, gettarono le redini sul collo e galopparono di ritorno verso Parigi.

"Buon cielo!" disse la guardia, che appariva infastidita quanto me da questa infame diserzione, "cosa dobbiamo fare? siamo solo in due ora."

Dalla rabbia e dalla costernazione avevo perso ogni facoltà di parola. Dubitavo se la mia prima vendetta non dovesse essere nel perseguire i codardi che mi avevano abbandonato. Li vedevo fuggire e guardavo nell'altra direzione verso la scorta: se fosse stato possibile dividermi, sarei subito caduto su entrambi questi oggetti della mia furia; avrei distrutto tutti nello stesso momento.

La guardia, che vedeva la mia irresolutezza dal mio sguardo errante, mi pregò di ascoltare il suo consiglio. "Essendo solo in due", disse, "sarebbe follia attaccare sei uomini ben armati quanto noi, e che sembrano determinati a riceverci con fermezza. Torniamo a Parigi e cerchiamo di avere più successo nella scelta dei nostri compagni. La polizia non può fare progressi molto rapidi con due furgoni pesanti; potremmo raggiungerli domani senza difficoltà."

Riflettei un momento su questo suggerimento; ma non vedendo intorno a me altro che disperazione, presi una decisione finale e davvero disperata: quella di ringraziare il mio compagno per i suoi servizi e, lungi dall'attaccare la polizia, di avvicinarmi con sottomissione e implorarli di ricevermi tra loro, affinché potessi accompagnare Manon a Havre-de-Grace e, se possibile, attraversare l'Atlantico con lei. "Il mondo intero mi sta perseguitando o tradendo", dissi alla guardia; "non ho più il potere di interessare nessuno a mio favore; non aspetto più nulla né dalla fortuna né dall'amicizia dell'uomo; la mia miseria è al culmine; non mi resta che sottomettermi, così da chiudere gli occhi d'ora in avanti a ogni barlume di speranza. Possa il Cielo", continuai, "ricompensarvi per la vostra generosità! Addio! andrò ad aiutare il mio misero destino a colmare la piena misura della mia rovina!" Egli, invano, tentò di persuadermi a tornare con lui a Parigi. Lo implorai di lasciarmi subito, affinché la polizia non sospettasse ancora di noi un'intenzione di attaccarli.

XII

"Cavalcando verso il corteo a passo lento, e con un'espressione addolorata, le guardie potevano difficilmente vedere qualcosa di molto terrificante nel mio avvicinarsi. Sembravano, tuttavia, aspettarsi un attacco. "Siate persuasi, signori", dissi loro, "che non vengo a far guerra, ma piuttosto a chiedere favori." Li pregai quindi di continuare il loro progresso senza diffidenza, e mentre camminavamo feci le mie sollecitazioni. Si consultarono tra loro per accertare in che modo dovessero accogliere la mia richiesta. Il capo di loro parlò per il resto. Disse che gli ordini che avevano ricevuto di sorvegliare i prigionieri con vigilanza erano del tipo più severo; che, tuttavia, sembravano un giovane uomo così interessante, che potevano essere indotti a rilassarsi un po' nel loro dovere; ma che avrei dovuto sapere, naturalmente, che ciò mi sarebbe costato qualcosa. Avevo circa sedici pistole rimaste, e dissi candidamente loro cosa contenesse la mia borsa. "Bene", disse il gendarme, "agiremo generosamente. Ti costerà solo una corona l'ora per conversare con una qualsiasi delle nostre ragazze che potresti preferire - quello è il prezzo ordinario a Parigi."

Non dissi una parola di Manon, perché non volevo far sapere loro della mia passione. Pensarono in principio che fosse solo un capriccio giovanile, che mi facesse pensare di divertirmi con queste creature: ma quando scoprirono che ero innamorato, aumentarono le loro richieste in modo tale che la mia borsa era completamente vuota lasciando Mantes, dove avevamo dormito la notte prima del nostro arrivo a Passy.

Devo descrivervi i miei strazianti colloqui con Manon durante questo viaggio, e quali furono le mie sensazioni quando ottenni dalle guardie il permesso di avvicinarmi alla sua carovana? Oh! il linguaggio non potrà mai esprimere adeguatamente i sentimenti del cuore; ma immaginate la mia povera amante, con una catena intorno alla vita, seduta su una manciata di paglia, la testa appoggiata languidamente contro il pannello della carrozza, il viso pallido e bagnato di lacrime, che si facevano strada tra le palpebre, sebbene le tenesse chiuse continuamente. Non aveva nemmeno la curiosità di aprire gli occhi sentendo il trambusto delle guardie quando attendevano il nostro attacco. I suoi vestiti erano sporchi e in disordine; le sue mani delicate esposte all'aria ruvida; in breve, la sua intera forma angelica, quel viso, abbastanza incantevole da riportare il mondo all'idolatria, presentava uno spettacolo di angoscia e sofferenza assolutamente indescrivibile.

Passai alcuni momenti a fissarla mentre cavalcavo accanto alla carrozza. Avevo perso così tanto il controllo di me stesso, che fui diverse volte sul punto di cadere dal mio cavallo. I miei sospiri e le mie frequenti esclamazioni alla fine attirarono la sua attenzione. Mi guardò e mi riconobbe, e notai che al primo impulso, inconsciamente, cercò di balzare dalla carrozza verso di me, ma essendo trattenuta dalla sua catena, cadde nella sua precedente posizione.

Pregai le guardie di fermarsi un momento per amore della pietà; acconsentirono per amore dell'avarizia. Smontai per andare a sedermi vicino a lei. Era così languida e debole, che fu per qualche tempo senza il potere della parola, e non poté sollevare le mani: le bagnai con le mie lacrime; ed essendo io stesso incapace di proferire parola, formammo insieme un quadro di angoscia deplorevole come se ne potessero vedere. Quando alla fine fummo in grado di parlare, la nostra conversazione non fu meno dolorosa. Manon disse poco: la vergogna e il dolore sembravano aver alterato il carattere della sua voce; il suo tono era debole e tremante.

Mi ringraziò per non averla dimenticata e per il conforto che le davo permettendole di rivedermi ancora una volta, e poi mi rivolse un lungo e ultimo addio. Ma quando la rassicurai che nessuna potenza terrena avrebbe mai potuto separarmi da lei, e che ero risoluto a seguirla fino all'estremità del mondo — a vegliare su di lei, a proteggerla, ad amarla e a unire inseparabilmente il mio misero destino al suo — la povera ragazza si abbandonò a tali sentimenti di tenerezza e dolore che temetti quasi per la sua vita a causa della violenza della sua emozione: l'agitazione di tutta la sua anima sembrava concentrata intensamente nei suoi occhi; li fissava su di me con fermezza. Più di una volta aprì le labbra senza avere la forza di dare voce ai suoi pensieri. Riuscii, tuttavia, a cogliere alcune espressioni che le sfuggivano, di ammirazione e meraviglia per il mio amore eccessivo, di dubbio sul fatto che avesse potuto essere abbastanza fortunata da ispirarmi una passione così perfetta, di fervida supplica affinché abbandonassi il mio proposito di seguirla e cercassi altrove una sorte più degna di me, e che, diceva, non avrei mai potuto sperare di trovare con lei.

Nonostante le più crudeli inflizioni del Destino, trassi conforto dai suoi sguardi e dalla convinzione che ora possedevo il suo affetto indiviso. Avevo in verità perduto tutto ciò che gli altri uomini apprezzano; ma ero il padrone del cuore di Manon, l'unico possesso che stimassi. Che fosse in Europa o in America, che importanza aveva per me il luogo della mia dimora, purché potessi vivere felice nella compagnia della mia amante? Non è l'universo la residenza di due amanti teneri e fedeli? Non trova forse ciascuno nell'altro padre, madre, amici, parenti, ricchezze, felicità?

Se qualcosa mi causava inquietudine, era il timore di vedere Manon esposta al bisogno. Mi immaginavo già con lei in un paese barbaro, abitato da selvaggi. "Sono certo", dicevo, "che non ce ne sarà alcuno più crudele di G---- M---- e di mio padre. Essi, almeno, ci permetteranno di vivere in pace. Se i resoconti che leggiamo sui selvaggi sono veri, essi obbediscono alle leggi della natura: non conoscono né la meschina rapacità dell'avarizia, né le false e fantastiche nozioni di dignità, che mi hanno suscitato un nemico nel mio stesso padre. Non tormenteranno e non perseguiteranno due amanti, quando ci vedranno adottare le loro semplici abitudini". Ero dunque tranquillo su quel punto.

Ma le mie idee romantiche non erano formate con una visione adeguata ai bisogni ordinari della vita. Avevo troppo spesso scoperto che vi erano necessità di cui non si poteva fare a meno, in particolare da parte di una donna giovane e delicata, abituata al conforto e all'abbondanza. Ero disperato per aver svuotato così infruttuosamente la mia borsa, e il poco denaro che ora rimaneva stava per essermi sottratto dalla scellerata imposizione dei gendarmi. Immaginavo che una somma assai esigua sarebbe bastata per il nostro sostentamento per qualche tempo in America, dove il denaro era scarso, e avrebbe potuto anche permettermi di intraprendere qualcosa per il nostro stabile insediamento.

Questa idea mi fece decidere di scrivere a Tiberge, che avevo sempre trovato pronto a tendere la generosa mano dell'amicizia. Scrissi dalla prima città che attraversammo. Accennai soltanto alla condizione di indigenza in cui prevedevo che mi sarei trovato giungendo a Havre-de-Grace, luogo in cui riconobbi che stavo accompagnando Manon. Gli chiesi solo cinquanta pistole. "Puoi rimettemele", gli dissi, "per le mani del direttore delle poste. Devi capire che è l'ultima volta che posso possibilmente abusare della tua amichevole gentilezza; e dovendo la mia povera e infelice amante essere esiliata dal suo paese per sempre, non posso lasciarla partire senza fornirle qualche piccolo conforto, per mitigare le sofferenze della sua sorte, così come per lenire i miei stessi dolori".

I gendarmi divennero così rapaci quando videro la violenza della mia passione, aumentando continuamente le loro richieste per i minimi favori, che ben presto mi lasciarono senza un soldo. L'amore non mi permetteva di porre alcun limite alla mia liberalità. Al fianco di Manon non ero padrone di me stesso; e il tempo non era più misurato a ore, ma piuttosto alla durata di intere giornate. Alla fine, essendo i miei fondi completamente esauriti, mi trovai esposto al brutale capriccio di questi sei miserabili che mi trattarono con intollerabile rozzezza; tu stesso ne fosti testimone a Passy. Il mio incontro con te fu un momentaneo sollievo accordatomi dal destino. La tua compassione alla vista delle mie sofferenze fu la mia unica raccomandazione presso la tua natura generosa. L'assistenza che mi offristi così liberalmente mi permise di raggiungere Havre, e le guardie mantennero la loro promessa più fedelmente di quanto avessi osato sperare.

Arrivammo a Havre. Andai all'ufficio postale: Tiberge non aveva ancora avuto il tempo di rispondere alla mia lettera. Accertai il giorno più vicino in cui avrei potuto contare sulla sua risposta: non sarebbe potuta arrivare prima di altri due giorni; e per una straordinaria fatalità, la nostra nave doveva salpare proprio la mattina del giorno in cui la lettera poteva essere attesa. Non posso darti un'idea della mia disperazione. "Ahimè!", esclamai, "anche tra gli sventurati, sono destinato a essere sempre il più infelice!".

Manon rispose: "Ahimè! Una vita così profondamente miserabile merita le cure che dedichiamo alla nostra? Moriamo a Havre, carissimo cavaliere! Che la morte ponga fine una volta per tutte alle nostre afflizioni! Dobbiamo perseverare e andare a trascinare questa esistenza senza speranza in una terra sconosciuta, dove avremo, senza dubbio, da affrontare i dolori più orribili, poiché è stato loro obiettivo punirmi con l'esilio? Moriamo", ripeté, "o almeno, per pietà, liberami dalla vita, e allora potrai cercare un'altra sorte tra le braccia di qualche amante più felice".

"No, no, Manon", dissi; "è una sorte fin troppo invidiabile, a mio parere, quella di poter condividere le tue sventure".

Le sue osservazioni mi fecero tremare. Vidi che era sopraffatta dalle sue afflizioni. Cercai di assumere un'aria più tranquilla, per dissipare tali malinconici pensieri di morte e disperazione.

Decisi di adottare lo stesso contegno in futuro; e imparai dai risultati che nulla è più atto a ispirare coraggio in una donna della dimostrazione di intrepidezza nell'uomo che ama.

Quando persi ogni speranza di ricevere l'assistenza attesa da Tiberge, vendetti il mio cavallo; il denaro che ne ricavai, unito a quanto rimaneva del tuo generoso dono, ammontava alla piccola somma di quaranta pistole; ne spesi otto nell'acquisto di alcuni articoli necessari per Manon; e misi da parte il resto, come il capitale su cui dovevamo riporre le nostre speranze e costruire le nostre fortune in America. Non ebbi difficoltà a farmi ammettere a bordo della nave. In quel periodo cercavano giovani uomini come emigranti volontari per la colonia. Il passaggio e le provviste erano forniti gratuitamente. Lasciai una lettera per Tiberge, che doveva partire con la posta la mattina seguente per Parigi. Era senza dubbio scritta con un tono atto a colpirlo profondamente, poiché lo indusse a prendere una risoluzione che poteva essere portata a compimento solo dalla più tenera e generosa simpatia per il suo infelice amico.

XIII

Sunt hie etiam sua proemia laudi, Sunt lachrymae rerum, et mentem mortalia tangunt. VIRGIL.

E'en the mute walls relate the victim's fame. And sinner's tears the good man's pity claim. DRYDEN.

Salpammo; il vento rimase favorevole durante l'intera traversata. Ottenni dalla gentilezza del capitano una cabina separata per l'uso di Manon e mio. Fu così buono da distinguerci dalla massa dei nostri miseri compagni. Colsi l'opportunità, il secondo giorno, di conquistarmi le sue attenzioni, raccontandogli parte della nostra sfortunata storia. Non ritenni di essere colpevole di una menzogna molto riprovevole nel dire che ero il marito di Manon. Sembrò crederci e mi promise la sua protezione; e in effetti sperimentammo, durante l'intera traversata, le prove più lusinghiere della sua sincerità. Si assicurò che la nostra tavola fosse comodamente provvista; e le sue attenzioni ci procurarono il marcato rispetto dei nostri compagni di sventura. L'oggetto instancabile della mia sollecitudine era risparmiare a Manon ogni inconveniente. Lei lo sentiva, e la sua gratitudine, insieme a un vivo senso della singolare posizione in cui mi ero messo unicamente per lei, resero la cara creatura così tenera e appassionata, così attenta anche ai miei più minimi bisogni, che era tra noi una continua emulazione di attenzioni e di amore. Non provai alcun rimpianto nel lasciare l'Europa; al contrario, più ci avvicinavamo all'America, più sentivo il mio cuore espandersi e farsi tranquillo. Se non avessi provato il timore di dover, in seguito, far fronte alla mancanza delle necessità assolute della vita, sarei stato grato al destino per aver dato finalmente una piega così favorevole ai nostri affari.

"Dopo una traversata di due mesi, giungemmo finalmente sulle rive del fiume desiderato. Il paese non offriva a prima vista nulla di gradevole. Vedemmo solo pianure sterili e disabitate, coperte di giunchi e alcuni alberi sradicati dal vento. Nessuna traccia né di uomini né di animali. Tuttavia, avendo il capitano scaricato alcuni pezzi d'artiglieria, osservammo poco dopo un gruppo di abitanti di New Orleans, che si avvicinarono a noi con evidenti segni di gioia. Non avevamo scorto la città: è nascosta sul lato da cui ci avvicinammo da una collina. Fummo accolti come persone cadute dalle nuvole.

I poveri abitanti si affrettarono a porci mille domande sullo stato della Francia e sulle diverse province in cui erano nati. Ci abbracciarono come fratelli e come cari compagni, che erano venuti a condividere i loro dolori e la loro solitudine.

Ci avviammo verso la città con loro; ma fummo stupiti di notare, mentre avanzavamo, che quella di cui avevamo finora sentito parlare come di una rispettabile città non era altro che un insieme di misere capanne. Erano abitate da cinquecento o seicento persone. La casa del governatore era un po' distinta dalle altre per altezza e posizione. Era circondata da alcuni bastioni di terra e da un fossato profondo.

Fummo presentati per primi a lui. Rimase per qualche tempo in conversazione con il capitano; e poi, avanzando verso di noi, guardò attentamente le donne una dopo l'altra: ce n'erano trenta, poiché un'altra truppa di condannati si era unita a noi a Havre. Dopo averle così ispezionate, fece chiamare diversi giovani della colonia che desideravano sposarsi. Assegnò le donne più belle ai principali tra loro, e le rimanenti furono distribuite a sorte. Non si era ancora rivolto a Manon; ma avendo ordinato agli altri di allontanarsi, ci fece restare. "Apprendo dal capitano", disse, "che siete sposati, ed egli è convinto dalla vostra condotta durante il viaggio che siate entrambi persone di merito e istruzione. Non ho nulla a che fare con la causa delle vostre sventure; ma se è vero che siete così versati nel mondo e nella società come il vostro aspetto indicherebbe, non risparmierò alcuno sforzo per mitigare la severità della vostra sorte, e voi, da parte vostra, potrete contribuire a rendere questa dimora selvaggia e deserta meno sgradevole per me". Risposi nel modo che ritenni più atto a confermare l'opinione che si era formato su di noi. Diede ordini di far preparare un'abitazione per noi in città e ci trattenne a cena. Fui realmente sorpreso di trovare tanta cortesia in un governatore di condannati al trasporto. Alla presenza di altri, si astenne dall'informarsi sulle nostre passate avventure. La conversazione fu generale; e nonostante la nostra degradazione, Manon e io ci sforzammo di renderla vivace e gradevole.

Di notte fummo condotti all'alloggio preparato per noi. Trovammo una catapecchia miserabile composta di assi e fango, contenente tre stanze al piano terra e un sottotetto in alto. Aveva mandato lì sei sedie e alcuni pochi beni di prima necessità.

Manon apparve spaventata dalla prima vista di questa dimora malinconica. Era per conto mio molto più che per se stessa che si struggeva. Quando restammo soli, si sedette e pianse amaramente. Tentai dapprima di consolarla; ma quando mi fece capire che era per causa mia che deplorava le nostre privazioni, e che nelle nostre comuni afflizioni non considerava che me come colui che soffriva, assunsi un'aria di risolutezza, e persino di contentezza, sufficiente a incoraggiarla.

"Cosa c'è da lamentarsi nella mia sorte?", dissi; "possiedo tutto ciò che ho mai desiderato. Tu mi ami, Manon, non è vero? Quale felicità oltre questa ho mai bramato? Lasciamo alla Provvidenza la direzione del nostro destino; non mi sembra affatto così disperato. Il governatore è civile e obbligante; ci ha già dato segni della sua considerazione; non permetterà che ci manchi il necessario. Per quanto riguarda la nostra capanna rozza e la squallidezza dei nostri mobili, avresti potuto notare che ci sono poche persone nella colonia meglio alloggiate o più comodamente arredate di noi: e poi tu sei un'ammirabile alchimista", aggiunsi, abbracciandola; "trasformi ogni cosa in oro".

"In tal caso", rispose, "sarai l'uomo più ricco dell'universo; poiché, come non vi è mai stato amore che superi il tuo, così è impossibile per un uomo essere amato più teneramente di quanto tu lo sia da me. So bene", continuò, "di non aver mai meritato l'incredibile fedeltà e l'attaccamento che hai dimostrato per me. Ti ho spesso causato fastidi che nient'altro che un affetto eccessivo avrebbe potuto indurti a perdonare. Sono stata sconsiderata e volubile; e anche amandoti come ho sempre fatto alla follia, non sono mai stata libera dalla consapevolezza dell'ingratitudine. Ma non puoi credere quanto la mia natura sia mutata; quelle lacrime che mi hai visto così frequentemente versare dopo aver lasciato la costa francese non sono state causate dalle mie sventure. Da quando hai iniziato a condividerle con me, sono stata estranea all'egoismo: piangevo solo per tenerezza e compassione per te. Sono inconsolabile al pensiero di averti dato un solo istante di dolore durante la mia vita passata. Non finisco mai di rimproverarmi per la mia passata incostanza e di meravigliarmi dei sacrifici che l'amore ti ha indotto a fare per una miserabile e indegna creatura che non potrebbe, con l'ultima goccia del suo sangue, compensare la metà dei tormenti che ti ha causato".

Il suo dolore, il linguaggio e il tono con cui si esprimeva fecero tale impressione che sentii il mio cuore pronto a spezzarsi in me. "Fai attenzione", le dissi, "fai attenzione, cara Manon; non ho la forza di sopportare segni così eccitanti del tuo affetto; sono poco abituato alle sensazioni estatiche che ora susciti nel mio cuore. Oh Cielo!", esclamai, "non ho più nulla da chiederti. Sono certo dell'amore di Manon. È stato solo questo a mancare per completare la mia felicità; non posso ora cessare di essere felice: la mia felicità è ben assicurata".

"Lo è davvero", rispose, "se dipende da me, e so bene dove posso essere sempre certa di trovare la mia felicità incentrata".

Con queste idee, capaci di trasformare la mia capanna in un palazzo degno del monarca più orgoglioso della terra, mi coricai per riposare. L'America appariva ai miei occhi la vera terra del latte e del miele, la dimora della contentezza e della delizia. "La gente dovrebbe venire a New Orleans", dicevo spesso a Manon, "chi desidera godere del vero rapimento dell'amore! È qui che l'amore è spogliato di ogni egoismo, di ogni gelosia, di ogni incostanza. I nostri compatrioti vengono qui in cerca d'oro; non pensano minimamente che noi abbiamo scoperto tesori di valore inestimabilmente superiore".

Coltivammo con cura l'amicizia del governatore. Mi concesse, poche settimane dopo il nostro arrivo, un piccolo incarico che si rese vacante nel forte. Sebbene non fosse di alcuna distinzione, lo accettai con gratitudine come un dono della Provvidenza, poiché mi permetteva di vivere indipendentemente dall'aiuto altrui. Presi un servo per me e una donna per Manon. Il nostro piccolo stabilimento si consolidò: nulla poteva superare la regolarità della mia condotta o quella di Manon; non perdevamo occasione di servire o compiere un atto di gentilezza verso i nostri vicini. Questa disposizione amichevole e la mitezza dei nostri modi ci assicurarono la fiducia e l'affetto dell'intera colonia. Divenimmo presto così rispettati da classificarci come le persone principali in città dopo il governatore.

La semplicità delle nostre abitudini e occupazioni, e la perfetta innocenza in cui vivevamo, ravvivarono insensibilmente i nostri primi sentimenti di devozione. Manon non era mai stata una ragazza irreligiosa, e io ero ben lontano dall'essere uno di quei libertini sconsiderati che si dilettano nell'aggiungere empietà e sacrilegio alla depravazione morale: tutti i disordini delle nostre vite potevano essere giustamente attribuiti alle influenze naturali della giovinezza e dell'amore. L'esperienza aveva ora iniziato con noi a fare l'ufficio dell'età; produsse lo stesso effetto su di noi che gli anni avrebbero dovuto fare. La nostra conversazione, che era generalmente di tono serio, a poco a poco generò un desiderio di amore virtuoso. Proposi per primo questo cambiamento a Manon. Conoscevo i principi del suo cuore; era franca e naturale in tutti i suoi sentimenti, qualità che predispongono invariabilmente alla virtù. Le dissi che mancava solo una cosa per completare la nostra felicità: "È", dissi, "invocare sulla nostra unione la benedizione del Cielo. Abbiamo entrambi cuori troppo sensibili e menti troppo raffinate per continuare volontariamente nella violazione deliberata di un dovere così sacro. Non significa nulla che abbiamo vissuto in Francia in quel modo, perché lì era per noi impossibile non amare tanto quanto essere uniti da un vincolo legittimo: ma in America, dove non siamo sotto alcuna costrizione, dove non dobbiamo fedeltà alle distinzioni arbitrarie della nascita e ai pregiudizi aristocratici, dove inoltre siamo già supposti essere sposati, perché non dovremmo diventarlo effettivamente? Perché non dovremmo santificare il nostro amore con le sante ordinanze della religione? Per quanto mi riguarda", aggiunsi, "non offro nulla di nuovo offrendoti la mia mano e il mio cuore; ma sono pronto a ratificarlo ai piedi dell'altare".

Questo discorso sembrò ispirarle gioia. "Ci crederesti", rispose, "che ci ho pensato mille volte dal nostro arrivo in America? Il timore di infastidirti lo ha tenuto chiuso nel mio seno. Sentivo di non avere pretese di aspirare al carattere di tua moglie".

"Ah! Manon", dissi, "saresti molto presto la consorte di un sovrano, se fossi nato per l'eredità di una corona. Non esitiamo; non abbiamo alcun ostacolo che ci impedisca: parlerò oggi stesso al governatore sull'argomento e riconoscerò che finora, in questo particolare, lo abbiamo ingannato. Lasciamo", aggiunsi, "agli amanti volgari il timore dei vincoli indissolubili del matrimonio; non li temerebbero se fossero assicurati, come noi, della continuazione di quelli dell'amore". Lasciai Manon incantata da questa risoluzione.

Sono persuaso che nessun uomo onesto potrebbe disapprovare questo intento nella mia attuale situazione; vale a dire, fatalmente schiavo com'ero di una passione che non potevo domare, e visitato da compunzione e rimorso che non avrei dovuto soffocare. Ma qualcuno mi accuserà di ingiustizia o empietà se mi lamento del rigore del Cielo nell'aver sconfitto un disegno che potevo aver formato solo con l'intento di conciliarmi il suo favore e di adempiere ai suoi decreti? Ahimè, dico sconfitto? Anzi, punito come un nuovo crimine. Mi è stato pazientemente permesso di procedere ciecamente lungo l'alta via del vizio; e i castighi più crudeli erano riservati al periodo in cui stavo tornando ai sentieri della virtù. Temo ora di non avere quasi più abbastanza fortezza per raccontare le circostanze più disastrose che siano mai accadute a un uomo.

Mi presentai al governatore, come avevo concordato con Manon, per ottenere il suo consenso alla cerimonia del nostro matrimonio. Avrei evitato di parlare a lui o a chiunque altro dell'argomento, se avessi immaginato che il suo cappellano, che era l'unico ministro in città, avrebbe officiato per me senza che lui lo sapesse; ma non osando sperare che lo facesse in segreto, decisi di agire ingenuamente in materia.

Il governatore aveva un nipote di nome Synnelet, a cui era particolarmente affezionato. Aveva circa trent'anni; coraggioso, ma di indole testarda e violenta. Non era sposato. La bellezza di Manon lo aveva colpito fin dal primo giorno del nostro arrivo; e le innumerevoli opportunità che aveva avuto di vederla durante gli ultimi nove o dieci mesi avevano infiammato a tal punto la sua passione, che ne struggeva segretamente. Tuttavia, poiché era convinto, insieme allo zio e all'intera colonia, che io fossi sposato, impose ai suoi sentimenti un tale freno che rimasero generalmente inosservati; e non perdeva occasione per dimostrarmi la più disinteressata amicizia.

Si trovava per caso con suo zio quando arrivai alla casa del governo. Non avevo motivo di tenergli nascosta la mia intenzione, così mi spiegai senza esitazione in sua presenza. Il governatore mi ascoltò con la sua solita gentilezza. Gli raccontai una parte della mia storia, che ascoltò con evidente interesse; e quando chiesi la sua presenza alla cerimonia progettata, fu così generoso da dire che gli si doveva permettere di sostenere le spese del ricevimento successivo. Mi ritirai perfettamente soddisfatto.

Un'ora dopo, il cappellano mi fece visita. Pensai che fosse venuto a prepararmi con l'istruzione religiosa alla sacra cerimonia; ma, dopo un freddo saluto, mi annunciò in due parole che il governatore desiderava che abbandonassi ogni pensiero a tal riguardo, poiché aveva altri progetti per Manon.

"Altri progetti per Manon!" dissi, sentendo il cuore sprofondare; "quali progetti possono essere allora, cappellano?"

Rispose che dovevo essere, ovviamente, consapevole che il governatore era qui il padrone assoluto; che Manon, essendo stata trasportata dalla Francia alla colonia, era interamente a sua disposizione; che, finora, non aveva esercitato il suo diritto, credendo che fosse una donna sposata; ma che ora, avendo appreso dalle mie stesse labbra che non era così, aveva deciso di assegnarla al signor Synnelet, che era perdutamente innamorato di lei.

La mia indignazione superò la mia prudenza. Irritato com'ero, chiesi al cappellano di lasciare immediatamente la mia casa, giurando allo stesso tempo che né il governatore, né Synnelet, né l'intera colonia messa insieme, avrebbero dovuto posare le mani su mia moglie, o amante, se preferivano chiamarla così.

Raccontai subito a Manon il messaggio angosciante che avevo appena ricevuto. Congetturammo che Synnelet avesse traviato la mente di suo zio dopo la mia partenza e che fosse tutto l'effetto di un disegno premeditato. Erano, indubbiamente, la parte più forte. Ci trovavamo a New Orleans come nel mezzo dell'oceano, separati dal resto del mondo da un immenso intervallo di spazio. In un paese perfettamente sconosciuto, un deserto, o abitato, se non da bestie, almeno da selvaggi altrettanto feroci, in quale angolo avremmo potuto fuggire? Ero rispettato in città, ma non potevo sperare di eccitare il popolo in mio favore a tal punto da ottenere un'assistenza proporzionata al pericolo imminente: occorreva denaro per quello scopo, ed io ero povero. Inoltre, il successo di un tumulto popolare era incerto; e se avessimo fallito nel tentativo, la nostra condanna sarebbe stata inevitabilmente segnata.

Rimuginai questi pensieri nella mia mente; li menzionai in parte a Manon; ne trovai di nuovi, senza aspettare le sue risposte; decisi un corso d'azione, per poi abbandonarlo e adottarne un altro; parlavo a me stesso e rispondevo ad alta voce ai miei pensieri; alla fine caddi in una sorta di stupore isterico che non posso paragonare a nulla, perché nulla vi è mai stato pari. Manon osservò la mia agitazione e, dalla sua violenza, comprese quanto fosse imminente il nostro pericolo; e, apprensiva più per me che per se stessa, la cara ragazza non osò nemmeno dare espressione alle sue paure.

Dopo una moltitudine di riflessioni, decisi di recarmi dal governatore e fare appello al suo senso dell'onore, al ricordo del mio costante rispetto per lui e ai segni che aveva dato del suo affetto per entrambi. Manon cercò di dissuadermi da questo tentativo: disse, con le lacrime agli occhi: "Ti stai precipitando nelle fauci della morte; ti uccideranno... non ti vedrò mai più... sono determinata a morire prima di te". Ebbi grande difficoltà a persuaderla che fosse assolutamente necessario che io andassi e che lei rimanesse a casa. Le promisi che mi avrebbe rivisto tra pochi istanti. Non previde, né lo feci io, che era contro di lei che l'intera ira del Cielo, e la rabbiosa furia dei nostri nemici, stava per concentrarsi.

Andai al forte: il governatore era lì con il suo cappellano. Lo supplicai con un tono di umile sottomissione che avrei mal tollerato in altre circostanze. Invocai la sua clemenza con ogni argomento calcolato per addolcire qualsiasi cuore meno feroce e crudele di quello di una tigre.

Il barbaro fece a tutte le mie preghiere solo due brevi risposte, che ripeté più e più volte. "Manon", disse, "era a sua disposizione: e aveva dato una promessa a suo nipote". Ero deciso a controllare i miei sentimenti fino all'ultimo: mi limitai a rispondere che avevo immaginato fosse troppo sinceramente mio amico da desiderare la mia morte, alla quale avrei acconsentito infinitamente più volentieri che alla perdita della mia amante.

Mi sentii persuaso, lasciandolo, che fosse follia aspettarsi qualcosa dall'ostinato tiranno, che si sarebbe dannato cento volte pur di compiacere suo nipote. Tuttavia, perseverai nel contenere il mio temperamento fino alla fine; profondamente deciso, se avessero insistito in una tale palese ingiustizia, a fare dell'America la scena di uno degli omicidi più orribili e sanguinosi a cui l'amore abbia mai condotto.

Stavo, al mio ritorno a casa, meditando su questo disegno, quando il destino, come impaziente di affrettare la mia rovina, mi gettò Synnelet sulla strada. Lesse sul mio volto una parte dei miei pensieri. Ho detto prima che era coraggioso. Mi si avvicinò.

"Non stai cercando me?" chiese. "So che le mie intenzioni ti hanno dato un'offesa mortale, e che la morte di uno di noi è indispensabile: vediamo chi deve essere il fortunato".

Risposi che era indubbiamente il fatto, e che nient'altro che la morte avrebbe potuto porre fine alla divergenza tra noi.

Ci ritirammo a circa cento passi fuori città. Sguainammo: lo ferii e lo disarmai al primo assalto. Era così infuriato che rifiutò categoricamente sia di chiedere la vita che di rinunciare alle sue pretese su Manon. Avrei potuto forse essere giustificato nel porre fine a entrambi con un solo colpo; ma il nobile sangue rivendica sempre la sua origine. Gli rilanciai la spada. "Rinnoviamo la lotta", gli dissi, "e ricorda che ora non ci sarà quartiere". Mi attaccò con furia raddoppiata. Devo confessare che non ero uno schermidore provetto, avendo avuto solo tre mesi di istruzione a Parigi. L'amore, tuttavia, guidò la mia arma. Synnelet mi trapassò il braccio sinistro; ma lo colsi mentre era così impegnato e sferrai un affondo così vigoroso che lo stesi privo di sensi ai miei piedi.

Nonostante il sentimento trionfante che la vittoria, dopo un conflitto mortale, ispira, fui immediatamente inorridito dalle conseguenze certe della sua morte. Non poteva esserci la minima speranza né di perdono né di tregua dalla vendetta che avevo così incurso. Consapevole, com'ero, dell'affetto del governatore per suo nipote, mi sentii perfettamente certo che la mia morte non sarebbe stata ritardata di una sola ora dopo che la sua fosse divenuta nota. "Urgente com'era questo timore, non era comunque la fonte principale della mia inquietudine. Manon, il benessere di Manon, il pericolo che incombeva su di lei e la certezza di essere ora finalmente separato da lei, mi afflissero a tal punto che ero incapace di riconoscere il luogo in cui mi trovavo. Rimpiansi la morte di Synnelet: il suicidio istantaneo sembrava l'unico rimedio ai miei mali.

Tuttavia, fu proprio questo pensiero che mi restituì rapidamente la ragione e mi permise di formare una risoluzione. "Cosa", dissi a me stesso, "morire, per porre fine al mio dolore! Allora c'è qualcosa che temo più della perdita di tutto ciò che amo! No, lasciami soffrire le estremità più crudeli per aiutarla; e quando queste non serviranno, fuggire alla morte come ultima risorsa!"

Tornai verso la città; al mio arrivo a casa, trovai Manon mezza morta per lo spavento e l'ansia: la mia presenza la rincuorò. Non potei nasconderle il terribile incidente che era accaduto. Al mio menzionare la morte di Synnelet e la mia ferita, cadde in uno stato di insensibilità tra le mie braccia. Ci volle un quarto d'ora prima che potessi riportarla ai sensi.

Ero io stesso in uno stato mentale deplorevole; non riuscivo a scorgere la minima prospettiva di salvezza per nessuno dei due. "Manon", le dissi, quando si fu ripresa un po', "cosa faremo? Ahimè, quale speranza ci rimane? Devo necessariamente fuggire. Rimarrai in città? Sì, carissima Manon, rimani; potresti ancora essere felice qui; mentre io, lontano da te, potrei cercare la morte e trovarla tra i selvaggi, o le bestie feroci".

Si alzò nonostante la sua debolezza e, prendendomi per mano per condurmi verso la porta: "Fuggiamo", disse, "insieme, non abbiamo un momento da perdere; il corpo di Synnelet potrebbe essere trovato per caso e non avremo allora tempo per scappare". "Ma, cara Manon", risposi, "in quale luogo possiamo fuggire? Vedi qualche risorsa? Non sarebbe meglio che cercassi di vivere senza di me; e che io andassi a porre volontariamente la mia vita nelle mani del governatore?"

Questa proposta ebbe solo l'effetto di renderla più impaziente per la nostra partenza. Ebbi abbastanza presenza di spirito, uscendo, da portare con me alcuni liquori forti che avevo nella mia stanza e quanto più cibo potevo trasportare nelle tasche. Dicemmo ai nostri servi, che erano nella stanza adiacente, che stavamo andando a fare la nostra passeggiata serale, come era nostra invariabile abitudine; e ci lasciammo la città alle spalle più rapidamente di quanto avessi pensato possibile dato il delicato stato di salute di Manon.

Sebbene non avessi formato alcun proposito riguardo alla nostra futura destinazione, nutrivo ancora una speranza, senza la quale avrei preferito infinitamente la morte alla mia ansia per la sicurezza di Manon. Avevo acquisito una conoscenza sufficiente del paese, durante i quasi dieci mesi che avevo ormai trascorso in America, per sapere in che modo avvicinarsi ai nativi. La morte non era la conseguenza necessaria di cadere nelle loro mani. Avevo imparato alcune parole della loro lingua e alcune delle loro usanze, avendo avuto molte opportunità di vederli.

Oltre a questa triste risorsa, trassi alcune speranze dal fatto che gli inglesi avevano, come noi, stabilito colonie in questa parte del Nuovo Mondo. Ma la distanza era terrificante. Per raggiungerli, avremmo dovuto attraversare deserti di molti giorni di viaggio, e più di una catena di montagne così ripide e vaste da sembrare quasi impraticabili per l'uomo più forte. Tuttavia mi lusingavo che avremmo potuto trarre un sollievo parziale da una o l'altra di queste fonti: i selvaggi avrebbero potuto servirci da guide, e gli inglesi accoglierci nei loro insediamenti.

Viaggiammo finché le forze di Manon lo permisero, vale a dire circa sei miglia; poiché questa creatura incomparabile, con la sua solita assenza di egoismo, rifiutò le mie ripetute suppliche di fermarsi. Sopraffatta alla fine dalla fatica, riconobbe l'assoluta impossibilità di procedere oltre. Era già notte: ci sedemmo nel mezzo di una vasta pianura, dove non riuscimmo nemmeno a trovare un albero per ripararci. La sua prima cura fu di medicare la mia ferita, che aveva fasciato prima della nostra partenza. La pregai invano di desistere dallo sforzo: avrebbe solo aggiunto al suo disagio se le avessi rifiutato la soddisfazione di vedermi a mio agio e fuori pericolo, prima di occuparsi dei propri bisogni. Le permisi quindi di gratificarsi, e nella vergogna e nel silenzio mi sottomettei alle sue delicate attenzioni.

Ma quando ebbe completato il suo tenero compito, con quale ardore non iniziai il mio! Mi tolsi i vestiti e li stesi sotto di lei, per rendere più sopportabile il terreno duro e accidentato su cui giaceva. Proteggetti le sue mani delicate dal freddo con i miei baci ardenti e il calore dei miei sospiri. Trascorsi l'intera notte a vegliare su di lei mentre dormiva, pregando il Cielo di ristorarla con un riposo dolce e indisturbato. "Tu puoi testimoniare, giusto e onnisciente Dio! il fervore e la sincerità di quelle preghiere, e Tu solo sai con quale terribile rigore furono respinte."

Mi scuserete se ora troncherò una storia che mi addolora oltre ogni limite raccontare. È, credo, una calamità senza paralleli. Non potrò mai smettere di deplorarla. Ma sebbene rimanga, naturalmente, profondamente e indelebilmente impressa nella mia memoria, il mio cuore sembra restringersi dentro di me ogni volta che tento il racconto.

Avevamo così trascorso tranquillamente la notte. Avevo ingenuamente immaginato che la mia amata amante fosse in un sonno profondo, e osavo a stento respirare per paura di disturbarla. Allo spuntar del giorno, notai che le sue mani erano fredde e tremanti; le premei contro il mio petto nella speranza di rianimarla. Questo movimento attirò la sua attenzione e, facendo uno sforzo per afferrarmi la mano, disse, con voce debole, che pensava fossero giunti i suoi ultimi momenti.

La presi, all'inizio, per una debolezza passeggera, o per il linguaggio ordinario del dolore; e risposi con le solite consolazioni che l'amore suggeriva. Ma i suoi sospiri incessanti, il suo silenzio e la disattenzione alle mie domande, la stretta convulsa delle sue mani, in cui teneva le mie, mi convinsero presto che il coronamento finale di tutte le mie miserie si stava avvicinando.

Non aspettatevi ora che tenti una descrizione dei miei sentimenti, o che ripeta le sue espressioni morenti. La persi: ricevetti le più pure assicurazioni del suo amore anche nel momento stesso in cui il suo spirito fuggiva. Non ho la forza di dire di più su questo fatale e disastroso evento.

Il mio spirito non era destinato ad accompagnare quello di Manon. Senza dubbio, il Cielo non mi considerava ancora sufficientemente punito, e quindi ordinò che continuassi a trascinare un'esistenza languida e senza gioia. Rinunciai volentieri a ogni speranza di condurne una felice.

Rimasi per ventiquattr'ore senza togliere le labbra dal volto e dalle mani ancora bellissime della mia adorata Manon. La mia intenzione era di attendere la mia morte in quella posizione; ma all'inizio del secondo giorno, riflettei che, dopo la mia scomparsa, lei doveva necessariamente diventare preda delle bestie feroci. Decisi allora di seppellirla e attendere la mia fine sulla sua tomba. Ero già, infatti, così vicino alla fine per l'effetto combinato del lungo digiuno e del dolore, che era con la massima difficoltà che riuscivo a sostenermi in piedi. Fui costretto a ricorrere ai liquori che avevo portato con me, e questi mi restituirono abbastanza forza da permettermi di dedicarmi al mio ultimo triste ufficio. Data la natura sabbiosa del terreno, c'era poco disturbo nell'aprire il suolo. Ruppi la mia spada e la usai allo scopo; ma le mie mani nude furono di maggiore utilità. Scavai una tomba profonda e vi depositai l'idolo del mio cuore, dopo aver avvolto intorno a lei i miei vestiti per evitare che la sabbia la toccasse. La baciai diecimila volte con tutto l'ardore del più acceso amore, prima di deporla in questo letto malinconico. Sedetti per qualche tempo sulla sponda fissandola intensamente, e non potei comandare abbastanza fortezza da chiudere la tomba sopra di lei. Alla fine, sentendo che le mie forze venivano meno, e temendo che si esaurissero del tutto prima del completamento del mio compito, affidai alla terra tutto ciò che essa avesse mai contenuto di più perfetto e impareggiabile. Mi stesi poi con la faccia verso la tomba e, chiudendo gli occhi con la determinazione di non aprirli mai più, invocai la misericordia del Cielo e pregai ardentemente per la morte.

Troverete difficile credere che, durante l'intero tempo di questa prolungata e angosciante cerimonia, non una lacrima o un sospiro sia sfuggito per alleviare la mia agonia. Lo stato di profonda afflizione in cui mi trovavo, e la profonda e radicata risoluzione che avevo preso di morire, avevano messo a tacere i sospiri della disperazione e asciugato efficacemente i canali ordinari del dolore. Mi fu quindi impossibile, in questa posizione sulla tomba, continuare per qualche tempo in possesso delle mie facoltà.

Dopo ciò che avete ascoltato, il resto della mia storia ripagherebbe malamente l'attenzione che sembrate inclini a concedergli. Essendo stato Synnelet portato in città e abilmente esaminato, si scoprì che, lungi dall'essere morto, non era nemmeno ferito in modo pericoloso. Informò suo zio del modo in cui era avvenuto il diverbio tra noi, e rese generosamente giustizia alla mia condotta nell'occasione. Fui chiamato; e poiché nessuno dei due poteva essere trovato, la nostra fuga fu immediatamente sospettata. Era troppo tardi per tentare di rintracciarmi, ma il giorno successivo e quello seguente furono impiegati nella ricerca.

Fui trovato, senza alcuna parvenza di vita, sulla tomba di Manon: e le persone che mi scoprirono in questa situazione, vedendo che ero quasi nudo e sanguinante per le mie ferite, supposero naturalmente che fossi stato derubato e assassinato. Mi portarono in città. Il movimento mi restituì i sensi. I sospiri che emisi aprendo gli occhi e trovandomi ancora tra i vivi, mostrarono che non ero oltre la portata dell'arte: furono fin troppo fortunati nella sua applicazione.

Fui immediatamente rinchiuso come prigioniero stretto. Il mio processo fu ordinato; e poiché Manon non si presentava, fui accusato di averla uccisa per rabbia e gelosia. Raccontai naturalmente tutto ciò che era accaduto. Synnelet, sebbene amaramente addolorato e deluso da ciò che sentì, ebbe la generosità di sollecitare il mio perdono: lo ottenne.

Ero talmente ridotto che furono costretti a trasportarmi dalla prigione al mio letto, dove soffrii per tre lunghi mesi a causa di una grave malattia. La mia avversione per la vita non conobbe alcuna diminuzione. Pregai continuamente per la morte, e ostinatamente per qualche tempo rifiutai ogni rimedio. Ma la Provvidenza, dopo avermi punito con rigore espiatorio, ritenne opportuno volgere a mio vantaggio i suoi castighi e il ricordo dei miei moltiplicati dolori. Si degnò infine di infondere su di me la sua luce redentrice, e ravvivò nella mia mente idee degne della mia nascita e della mia prima educazione.

Ripristinata la mia tranquillità di spirito, la guarigione seguì rapidamente. Iniziai a provare solo le più alte aspirazioni all'onore e adempii con diligenza ai doveri del mio incarico, nell'attesa dell'arrivo delle navi dalla Francia, che erano sempre attese in questo periodo dell'anno. Risolsi di tornare nel mio paese natale, per espiare lo scandalo della mia vita passata con la mia futura buona condotta. Synnelet fece rimuovere le spoglie della mia cara signora in un luogo più consacrato.

Erano passate sei settimane dalla mia guarigione quando, un giorno, passeggiando solo sulle rive del fiume, vidi arrivare una nave che qualche speculazione mercantile aveva diretto a New Orleans. Restai a guardare mentre i passeggeri sbarcavano. Giudicate la mia sorpresa nel riconoscere Tiberge tra coloro che si dirigevano verso la città. Questo amico sempre fedele mi riconobbe da lontano, nonostante i guasti che gli affanni e il dolore avevano operato sul mio volto. Mi disse che l'unico scopo del suo viaggio era stato quello di rivedermi ancora una volta e di indurmi a tornare con lui in Francia; che, ricevuta l'ultima lettera che gli avevo scritto da Le Havre, era partito per quel luogo ed era stato egli stesso portatore del soccorso che avevo sollecitato; che era stato profondamente colpito nell'apprendere la mia partenza e che mi avrebbe seguito all'istante se ci fosse stata una nave diretta alla stessa destinazione; che aveva cercato per diversi mesi di averne notizia nei vari porti di mare e che, avendone finalmente trovata una a Saint-Malo che stava salpando per la Martinica, si era imbarcato, nell'aspettativa di passare facilmente di lì a New Orleans; che la nave di Saint-Malo era stata catturata dai pirati spagnoli e condotta in una delle loro isole, ma che era riuscito a fuggire; e che, in breve, dopo molte avventure, era salito a bordo della nave appena arrivata e aveva finalmente raggiunto felicemente il suo obiettivo.

Ero totalmente incapace di esprimere adeguatamente i miei sentimenti di gratitudine verso questo amico generoso e incrollabile. Lo condussi a casa mia e misi tutto ciò che possedevo al suo servizio. Gli raccontai ogni circostanza che mi era accaduta dal momento in cui avevo lasciato la Francia: e per allietarlo con notizie che sapevo non si aspettava, gli assicurai che i semi della virtù che in passato aveva piantato nel mio cuore stavano ora per produrre frutti di cui persino lui sarebbe stato orgoglioso. Mi dichiarò che questo annuncio rallegrante lo ricompensava ampiamente di tutta la fatica e dei guai che aveva sopportato.

Trascorremmo due mesi insieme a New Orleans in attesa della partenza di una nave diretta in Francia; e, salpati finalmente, siamo sbarcati solo quindici giorni fa a Le Havre-de-Grace. Al mio arrivo ho scritto alla mia famiglia. Da una lettera del mio fratello maggiore ho appreso la morte di mio padre, che temo di pensare che i disordini della mia giovinezza possano aver affrettato. Essendo il vento favorevole per Calais, mi sono imbarcato per quel porto e ora sto andando a casa di uno dei miei parenti che vive a poche miglia di distanza, dove mio fratello ha detto che avrebbe atteso con ansia il mio arrivo.

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